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soccorso rosso

Soccorso Rosso

Brigate Rosse

Che cosa hanno fatto, che cosa hanno detto, che cosa se ne è detto

Feltrinelli Editore Milano

Prima edizione: gennaio 1976



Copyright by

Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

Indice

Pag. VII Nota dell'editore [kb 8 HTML]

3 Nota degli autori [kb 24 HTML]

11 1. Dissidenza di sinistra e lotta armata: alcun precedenti storici [kb 40 HTML]



La svolta di Salerno, 11. - Il gruppo "Stella Rossa" di Torino, 12. - La rivolta popolare di Ragusa, 13. - I fatti di
Schio, 13. - L'ideologia del lavoro, 15. - Nascita di nuove formazioni, 16. - L'amnistia Togliatti, 18. - La repressione
del moto popolare per l'attentato a Togliatti, 19. - La "Volante Rossa," 19. - Disorientamento dei militanti del PCI,
21. - Il declino dei sindacati gialli: i fatti di piazza Statuto, 22. - Nascita della nuova sinistra: "Quaderni Rossi," 24

26 2. Trento: le esperienze di "Università Negativa" e "Lavoro Politico" [kb 28 HTML]

35 3. Dall'autunno caldo ai "Collettivo Politico Metropolitano" [kb 70 HTML]



GdS Sit-Siemens, 36. - CUB Pirelli, 39. - GdS IBM, 42. - Autonomia proletaria e organizzazione, 46. - La funzione
del tecnico, 49. - La socializzazione delle lotte, 50. - La rivoluzione nell'Europa metropolitana, 51. - I lavoratori-
studenti, 54

59 4. Dalla fabbrica al sociale: Sinistra Proletaria [kb 40 HTML]


soccorso rosso


Il CPM cambia nome, 59. - Crisi del capitale, 60. - Posizione rispetto al PCI e ai sindacati, 61. - Polemica con LC,
62. - Sulla situazione del movimento, 63. - Il problema dell'organizzazione, 64. - Senza teoria niente organizzazione
rivoluzionaria, 65. - Prendiamoci la città, 66. - Lotte per i trasporti, 67. - Lotte per la casa, 68. - L'apparizione delle
"Brigate Rosse," 70. - Appello per la nuova resistenza, 71

73 5. Le Brigate Rosse alla ribalta politica: le azioni alla Sit-Siemens e alla Pirelli [kb 36 HTML]

85 6. Le proliferazioni spontanee e alcuni casi di provocazione [kb 12 HTML]

89 7. Nuova Resistenza [kb 40 HTML]

102 8. Prima riflessione teorica [kb 20 HTML]

109 9. Il primo sequestro politico: Macchiarini [kb 24 HTML]

117 10. Prima ondata di repressione [kb 28 HTML]



I provocatori, 121. - La clandestinità, 124. - Gli "espropri," 125

127 11. Le lotte contrattuali dell'autunno 1972 e le prime azioni delle BR alla FIAT. La gogna al "sindacalista"

CISNAL Labate [kb 40 HTML]

141 12. Seconda riflessione teorica [kb 28 HTML]

150 13. L'attacco alla DC e al "fascismo in camicia bianca" [kb 36 HTML]



La "perquisizione" all'UCID, 150. - Il sequestro Mincuzzi, 154

163 14. La crisi energetica e l'austerity. Il sequestro Amerio [kb 60 HTML]



Partito socialista italiano, 178. - Partito comunista italiano, 179. - Avanguardia Operaia, 181. - Manifesto, 181. -
Lotta Continua, 183

185 15. Il sequestro Sossi [kb192 HTML]



Il clima politico, 185. - Il sequestro, 190. - Il rilascio, 238. - Atteggiamento della grande stampa, 243. - "L'identikit
delle Brigate Rosse" secondo la grande stampa, 244. - Le posizioni di alcune formazioni di sinistra, 248

253 16. Dall`incidente sul lavoro" di Padova alla liberazione di Curcio [kb56 HTML]

"L'incidente" di Padova, 253. - L'arresto di Curcio, 255. - Le Brigate Rosse in carcere, 258. - La liberazione di
Curcio, 264. - Nuove rappresaglie del regime, 268

270 17. Ultimo aggiornamento teorico (aprile '75) [kb28 HTML]



Aspetti economici e sociali della crisi, 270. - Il progetto politico democristiano, 271. - Il "patto corporativo," 273. -
Il compromesso storico, 273. - La linea delle BR: l'attacco al cuore dello stato, 275. - La guerriglia urbana e le
"assemblee autonome," 276

279 18. Le ultime azioni e la morte di Margherita Cagol [kb32 HTML]



La morte di Margherita Cagol ("Mara"), 283

291 Appendice cronologica [kb12 HTML]


Nota dell'editore

Nota dell'editore

Questo libro è stato coordinato dalla commissione informazione e documentazione del Soccorso Rosso. Inutile
spiegare qui cos'abbia rappresentato in questi anni il Soccorso Rosso, quale importante ruolo abbia svolto nel
denunciare i crimini fascisti, nello smascherare le stragi di stato, nell'assicurare difesa legale ai militanti di sinistra,
vittime della repressione.

Certo, si tratta di un libro scomodo. Conosciamo i giudizi espressi dalia sinistra e dalla nuova sinistra sulle Brigate
Rosse: provocatori, spie, avventurieri, fascisti, delinquenti, intellettuali piccolo-borghesi, schizofrenici, velleitari

Robin Hood infatuati del sogno impossibile della rivoluzione a breve scadenza. Giudizi sommari che non
discendono necessariamente dalla condanna di azioni e metodi contrari agli ordinamenti della nostra democrazia e
che si giustificano tutt'al piú nel vivo di una polemica quotidiana che bada agli scopi immediati piuttosto che alle
sottili differenze concettuali. Ma in una serena analisi politica il problema delle Brigate Rosse andava trattato in
modi meno superficiali, senza falsificazioni né travisamenti.

In questi anni l'informazione sulle Brigate Rosse, dentro la sinistra, è stata viziata da una passionalità, da un trepido
desiderio di prendere le distanze, che non hanno impedito le oscure manovre del potere, intese ad estendere a
macchia d'olio le accuse di connivenza e a perpetrare arbitri procedurali nei confronti dei "sospetti." Cosí l'orrore
per le Brigate Rosse ha avallato il tentativo di criminalizzare il dissenso radicale, ha favorito in Italia, sull'esempio
tedesco, l'avviarsi di una severa legislazione repressiva e l'annullarsi di ogni discrimine fra prevenzione e
repressione. Si è arrivati all'assurdo di protestare e di indignarsi per le pene inflitte ai terroristi di mezzo mondo e di
sorvolare (con poche lodevoli eccezioni) sull'enorme condanna (30 anni) inflitta al giovanissimo brigatista italiano
Massimo Maraschi, presunto autore di un sequestro andato a vuoto. Nessuno stupore, dunque, che l'editoria

democratica italiana sia prolifica di libri sulla guerriglia in tutto il mondo e manchi di analisi serie sul fenomeno
delle Brigate Rosse e che la stampa periodica disinformi sistematicamente ricorrendo agli artifici retorici
dell'esecrazione e del vilipendio.

Da ciò si deduce la necessità di fare chiarezza sull'argomento partendo proprio dall'esame particolareggiato
dell'atteggiamento assunto dalla stampa. Il libro del Soccorso Rosso è un tentativo onesto in questa direzione. La
sinistra è ormai abbastanza forte e matura per esprimere in proposito un giudizio libero ed obiettivo. L'opinione
pubblica, e il 15 giugno lo ha dimostrato, è sempre piú refrattaria a eventuali manovre reazionarie tendenti a fare
delle Brigate Rosse tutto un fascio col resto della sinistra. Le posizioni di partiti e gruppi sono chiare e la buona fede
scontata: si sa chi vuole il compromesso storico, chi accetta il gioco democratico e chi non lo vuole; chi desidera
andare al governo e chi punta sulla "lotta sempre piú dura."

Se abbiamo pubblicato questo libro, e in questo particolare momento, è proprio per offrire al pubblico quel servizio
che altri non gli hanno fornito e che dovrebbe essere invece peculiare di un editore moderno: l'informazione

spassionata.

Anche se nelle Brigate Rosse possono esservi infiltrazioni di provocatori e di spie (vedi Girotto o Pisetta), non v'è
dubbio che il gruppo combatte una "sua" lotta per una causa che ha assillato intere generazioni di militanti: la
rivoluzione proletaria. Chi può accusare di spionaggio Margherita Cagol, uccisa in combattimento, o tanti altri
brigatista catturati che rischiano decine di anni di galera, se non l'ergastolo? Si tratta di giovani ventenni, non certo
disposti a rischiare la vita o una lunga detenzione per lo stipendio del SID.

Brigate Rosse e NAP, lo sappiamo, sorto la faccia di una tragica sconfitta. Negli anni dal 1969 al 1972 una parte
non minoritaria dei giovani, protagonisti delle lotte nelle fabbriche e nelle scuole, ha creduto che la Rivoluzione
fosse alle porte. Ha impostato la propria vita in funzione

Nota dell'editore

di una radicale trasformazione nel breve periodo. Se questa ipotesi fosse folle o se fosse in parte realistica può
essere discusso, ma è indubbio che essa era ampiamente diffusa in una parte non certo piccola della nuova sinistra.

Oggi nessuna delle organizzazioni politiche maggiori emerse dalle lotte di quella generazione crede piú che in Italia
ci sarà la rivoluzione nei tempi brevi. Però, come ha scritto giustamente Francesco Ciafaloni su "Quaderni
piacentini," "non è stato operato un passaggio consapevole, argomentato, razionale, dalla vecchia posizione alla
nuova, che permettesse il recupero del nuovo emerso in quegli anni, che permettesse di conservare coerentemente
parte della carica psicologica e ideologica presente a livello di massa. I piú si sono adattati a entrare nei ranghi.
Hanno semplicemente scoperto che la politica costa e si sono accorti di non essere disposti a pagare il prezzo. Altri
hanno accettato la pratica della doppia verità. Altri hanno deciso di portare la scelta alle estreme conseguenze, fino
al suicidio e alla follia."
Nota degli autori

Alla compagna "Mara"

Nota degli autori



Questa ricerca vuole colmare innanzitutto una lacuna. In Italia sono state pubblicate decine di libri sui Tupamaros,
sui Black Panthers, sulla guerriglia urbana in Palestina, Brasile, Irlanda, Venezuela, Spagna ecc. Addirittura due
volumi sulla RAF e altrettanti sugli Weathermen! Ma per quel che riguarda quanto accade in materia di guerriglia
urbana qui da noi, in Italia, l'informazione viene delegata all'estrema destra. Avviene cosí che è il MSI-DN a editare
il volumetto Brigate Rosse, è la rivista "La Destra" a pubblicare un numero monografico sul terrorismo, sono le
edizioni del Borghese a stampare La Strage contro 1o Stato in cui una parte di rilievo è riservata ai GAP e alle BR.
La stessa regola vale per l'editoria periodica. Non se ne sottraggono nemmeno i quotidiani di sinistra e di estrema
sinistra, che pure scrivono su ETA, IRA, MIR, MIL, ERP, ecc. Da cosa deriva questa scelta che fa prendere in

considerazione l'uso delle armi solo quando queste sparano a una latitudine discretamente lontana dalla propria
redazione?

Ma evidentemente non è solo un astratto dovere di informazione che ci ha spinto a sobbarcarci questa non lieve
fatica. Noi crediamo che non sia difficile scorgere, nell'operazione repressiva in atto contro le BR, un disegno di
ampia provocazione che tende a coinvolgere anche settori di sinistra estranei a questa organizzazione (caso
Lazagna) e settori moderati (caso De Vincenzo).

Con questo libro ci vogliamo ricollegare alla migliore tradizione della pubblicistica militante italiana. Nella
prefazione a La strage di Stato si diceva: "La repressione preferiamo chiamarla rappresaglia. Essa rappresenta un
parametro di incidenza rivoluzionaria: sappiamo che il sistema colpisce con tanta piú virulenza quanto piú i modi e
gli obiettivi della lotta sono giusti e che l'unica vera amnistia che conti sarà promulgata il giorno in cui lo stato
borghese sarà abbattuto.”

Noi ora aggiungiamo che la repressione è nello stesso tempo selettiva e di massa. Selettiva, nel duplice significato
che colpisce sia coloro che attaccano piú duramente lo stato borghese, sia coloro che, di volta in volta, appaiono piú
esposti e piú isolati. Cosí è stato con gli anarchici nel '69-70, con LC nel '72, con PO nel '72-73. Ora è la volta dei
compagni dell'autonomia e, appunto, delle Brigate Rosse. Ma, allora, come ora, il vero bersaglio era l'intero
movimento, ed è in questo senso che la repressione è anche di massa.

Da La strage di Stato molto tempo è trascorso. Allora, si era nel '70, si trattava di smascherare, sul piano della
controinchiesta, una montatura politico-giudiziaria, per dimostrare l'innocenza degli anarchici e la colpevolezza
dello stato. Ora, a sei anni di distanza, non si tratta piú di dimostrare la estraneità delle BR agli atti loro imputati,
anche se certamente in non pochi casi siamo in presenza di montature. Nel momento in cui il potere vuole
criminalizzare la lotta di classe, e intende coinvolgere tutta la sinistra servendosi della repressione contro le BR,
allora, quello che bisogna fare è affermare con forza la natura politica del fenomeno Brigate Rosse e delle scelte
compiute da questi compagni.

Insomma, a un nuovo atteggiamento del potere deve corrispondere un nuovo uso dell'informazione rivoluzionaria.
In questo senso va letta una proposta di lavoro che già piú di un anno fa facevamo in un nostro bollettino: "È piú
importante dare una chiave di lettura degli usuali mezzi di comunicazione di massa, che ne disveli il contenuto
repressivo, spiegandone i meccanismi, piuttosto che pedinare, con fatica, le piste nere con la speranza di fornire al
movimento qualche informazione 'inedita'.”

Questo libro quindi non è un dossier, né una storia, né un manuale di guerriglia, né una difesa, né un'accusa, né un
proclama politico, né un libro bianco né un libro nero, e nemmeno una guida al processo. Il nostro preciso scopo è
lo stesso che animò cinque anni fa gli autori de La strage di Stato: "Offrire ai compagni un modesto strumento di
lavoro per l'approfondimento e la diffusione a livello popolare dell'analisi sullo stato borghese, perché, come ha
detto Lenin, prima di Gramsci, la verità è rivoluzionaria.”

Anche per quello che riguarda le "fonti di informazione" i tempi sono cambiati. Lo dichiara perfino un nostro
nemico, Victor Marchetti, ex agente della CIA, autore di un libro da poco tradotto in Italia, il quale riconosce il
declino dei vecchi sistemi di spionaggio. Tutto o quasi si può conoscere dalla stampa e dagli altri mezzi di
comunicazione di massa e dai canali ufficiali: "Le fonti palesi (la stampa e gli altri mezzi di comunicazione) e i
canali ufficiali [...] danno risultati migliori dei servizi clandestini.”

A questa regola anche noi ci siamo attenuti, studiando con pazienza e attenzione i fatti di tutti i giorni, senza
ricorrere a documenti top-secret cui, del resto, non abbiamo accesso.

È opportuno sgomberare il campo da ogni equivoco, e chiarire la nostra posizione riguardo alle BR. Per la loro
origine, per la loro pratica politica, per i documenti che hanno prodotto, li riconosciamo come dei compagni, e come
tali, nel momento in cui la reazione li attacca, ci sentiamo a loro fianco. "Sentirsi al loro fianco" non significa

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condividerne la linea politica, significa offrire loro la solidarietà militante, che è fatta di tanti momenti, uno dei
quali, certamente non il piú importante, è la difesa legale.

Se è vero che ci siamo impegnati col massimo scrupolo, a volte quasi filologico, a fornire documenti autentici e che,
nello stesso tempo, ci asteniamo dal dare valutazioni di merito sulle azioni e sulle proposizioni teoriche delle BR, è
altrettanto vero che il libro non vuole essere "asettico." Anzi ne rivendichiamo il carattere di intervento politico. In
particolare intendiamo denunciare con energia i limiti e le carenze di metodo che vi sono stati nella informazione
sulle BR. Se il metodo della calunnia e della mistificazione ci deve apparire scontato quando è praticato dalla
borghesia, esso rappresenta per contro una grave deviazione se accolto dalla sinistra: la calunnia deve essere bandita
dalla pratica dei rivoluzionari. Ma non meno colpevole è tacere di fronte alla calunnia e non denunciarla. Perciò, nel
senso del metodo e solo, lo ripetiamo, in questo senso, riteniamo utile una polemica, anche aspra, tra i compagni,
alla quale anche noi obiettivamente partecipiamo.

Riteniamo inoltre che un giudizio politico sulle BR non vada delegato a un tribunale borghese. Se condanna vi deve
essere, è giusto che siano i compagni a darla, ma solo sulla base della conoscenza dei fatti e dei documenti e non
sulla scorta delle montature dei carabinieri. La verità è rivoluzionaria: sottovalutare la capacità di giudizio della
sinistra rappresenta, a nostro avviso, un grave errore.

Le pochissime discussioni che hanno avuto luogo in Europa sulla lotta armata sono riuscite, forse, a dimostrare una
sola cosa: che sull'argomento si deve ancora cominciare un dibattito serio. Fino ad ora, con rarissime eccezioni, la
disputa si è ridotta a uno sterile se non ridicolo duello di citazioni, senza esclusioni di colpi, in cui viene opposto un
Lenin presunto opportunista a un Lenin presunto ultrasinistro. Certamente non si può fare a meno del patrimonio dei
classici, di Marx, di Lenin, di Mao Tse-tung, ecc..., ma riteniamo che non ci si debba lasciar trascinare in queste
battaglie retoriche, abusando delle quali è possibile, con un minimo di abilità dialettica, dimostrare tutto e l'opposto
di tutto.

La soluzione non è quella di applicare dogmaticamente la posizione di Lenin del 1905 alla situazione attuale. Ma
non è nemmeno quella di ritenere l'Italia e l'Europa eccezioni storiche, quasi che nel mondo ci fossero "diversi

imperialismi" e non uno solo, lo stesso, che opera contemporaneamente in Vietnam, in Cile, in Cambogia, in
Portogallo, in Italia, ecc...

La concezione della "eccezione storica" ha come corollario aberranti proposizioni del tipo "ogni violenza è sempre
nera," teorizzazione che segna l'ultimo gradino della pietrificazione del marxismo: ove non si tiene piú conto della
sua dialettica, della sua scientificità, del suo essere vivo nella storia.

Il problema è semplice e difficile nello stesso tempo. Posto che la lotta armata è un passaggio obbligato sulla strada
della rivoluzione socialista, bisogna individuarne tempi e modi in relazione al rapporto avanguardie-masse nel
contesto storico in cui si colloca.

D'altra parte si ritiene generalmente ormai superata l' "ipotesi insurrezionale" che in Europa non appare piú
attuabile, e che, con alcune varianti, è stata per l'ultima volta praticata nel maggio francese. Ecco come viene
descritto lo schema insurrezionale da uno dei suoi sostenitori: "Sciopero generale [...], occupazioni di fabbriche
sempre piú imponenti e forti punti di sciopero, la diretta opposizione a ogni tipo di repressione violenta,
dimostrazioni di strada, le quali vanno da condizioni di lotta in costante impatto con le forze della repressione fino
alla riapparizione di barricate...”

C'è poco di nuovo e molto di vecchio in queste enunciazioni di Ernest Mandel. Questi errori sono già stati pagati
duramente dai partiti comunisti in Algeria, a Cuba, ed anche in Italia, quando il purismo ideologico impedí al PCd'I
di scendere in campo nel 1922 a fianco degli Arditi del Popolo .

Ma d'altra parte anche chi aveva scelto la via "originale" della guerriglia urbana e riteneva di aver trovato la giusta
ricetta ha dovuto fare la sua autocritica. È il caso dei Tupamaros.

Il comunismo, per essere realizzato, ha bisogno di tutta la nostra fantasia e di tutta la nostra pazienza per saper trarre
dall'esperienza di vittorie e di sconfitte le indicazioni per una corretta ipotesi di lotta.

In questo senso è dannoso, oltre che contrario alla morale comunista, tenere nascosti opportunisticamente i cadaveri
dei compagni dentro gli armadi, che si fanno oramai sempre piú stretti. Giangiacomo Feltrinelli, Luca Mantini,
Sergio Romeo, Bruno Valli, Giuseppe Principe Vitaliano, Giovanni Taras, Margherita Cagol, Anna Maria Mantini
esigono da noi una risposta.

È dannoso, oltre che contrario alla morale comunista, onorare con un funerale rivoluzionario solo i morti "comodi,"
i compagni uccisi incolpevolmente durante pacifiche manifestazioni, oppure "suicidati."

Coloro che sono morti con la convinzione di combattere una guerra giusta nella lotta di classe, di essere soldati della
rivoluzione, compiendo magari, secondo taluni, "una scelta suicida," ci pongono degli inquietanti interrogativi che
vanno affrontati.

Anche gli errori e gli insuccessi possono far parte del patrimonio storico della sinistra, purché vengano analizzati e
discussi. Solo l'esperienza degli errori e la loro analisi, assieme alla capacità di critica, possono trasformare le
sconfitte in vittoria.

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La commissione informazione e documentazione del Soccorso Rosso - segreteria di coordinamento nazionale

15 ottobre 1975

1. La strage di Stato, Samonà e Savelli, Roma 1970.

2. "Rivista di controinformazione militante . Bollettino del Soccorso Rosso," maggio 1974

3. La strage di Stato, cit

4. 4V. Marchetti e J. D. MARKS, CIA, Culto e mistica del servizio segreto, Garzanti, Milano 1975.

5. Riportiamo un breve stralcio di alcune citazioni ricorrenti in questa disputa "leninista" che di volta in volta
vengono prese a sostegno dell'una o dell'altra interpretazione: "8 assolutamente necessario cominciare subito ad
imparare in pratica: non abbiate paura di questi assalti di prova. S'intende, essi possono degenerare in eccessi, ma
questo è il male del domani, mentre il male del giorno d'oggi consiste nella nostra inerzia, nel nostro dottrinarismo,
nell'immobilità da sapientoni e nel terrore senile dell'iniziativa. Che ogni reparto faccia il suo tirocinio almeno
spianando le costole ai poliziotti" (LENrN, 16 ottobre 1905, Opere complete, vol. VIII, p. 326, ed. russa); "I reparti
potrebbero essere di tutte le proporzioni cominciando da due-tre uomini" (LENIN, fine ottobre 1905, Opere
complete, vol. VIII, p. 327); "Il nucleo di queste organizzazioni deve essere costituito da gruppi molto piccoli di
volontari composti di dieci, cinque forse anche tre persone [...] Questi gruppi debbono essere composti da membri
del partito e da senza partito [...] debbono formarsi nel modo piú largo e in ogni caso prima di ricevere le armi,
indipendentemente dalla questione delle armi. Nessuna organizzazione di partito può armare le masse. Invece
l'organizzazione delle masse in piccoli gruppi di combattimento, dotati di una grande mobilità potrà rendere un
grande servizio nel momento propizio per ottenere delle armi" (LENIN, 20-30 luglio 1906, Opere complete, vol. X,
pp. 15-16, ed. russa); "La lotta armata persegue due scopi differenti: 1) l'uccisione di singoli individui; 2) la confisca
di denaro [...]. Non sono le azioni partigiane che disorganizzano il movimento ma la debolezza del partito che non
sa prendere queste operazioni nelle sue mani..." (LENIN, "Proletari," n. 5, 13 ottobre (30 settembre) 1906, Opere
complete, vol. X, pp. 80 sgg., ed. russa); "Quando il movimento rivoluzionario penetra sino in fondo nelle classi
popolari veramente rivoluzionarie, e inoltre si sviluppa non solo in profondità ma anche in ampiezza, promettendo
di divenire ben presto una forza invincibile, è vantaggioso per il governo provocare le migliori forze rivoluzionarie
e lanciarle alla caccia dei volgari dirigenti della piú ripugnante violenza. Ma noi non dobbiamo lasciarci provocare"
(LENIN, 1902, I compiti del movimento socialdemocratico, Opere, vol. VI); "La tattica del piccolo gruppo di
intellettuali terroristi è una tattica che accentua quel distacco tra i rivoluzionari e le masse, che è la fonte principale
della nostra debolezza, dell'incapacità nostra di incominciare subito la lotta risoluta" (Ibidem); "Si, il terrorismo
degli intellettuali e il movimento operaio di massa erano separati e la separazione li ha privati di qualsiasi forza.
Proprio questo ha sempre sostenuto la socialdemocrazia rivoluzionaria. Proprio per questo ha sempre lottato non
solo contro il terrorismo, ma anche contro quelle oscillazioni verso il terrorismo di cui piú di una volta i
rappresentanti dell'ala intellettuale del nostro partito hanno dato prova" (LENIN, 1905, Nuovi avvenimenti e vecchi
problemi, Opere, vol. VI).

6. ERNEST MANDEL, Die Lehre Von Mai 1968, in Revolution in Frankreiche, Eva, Frankfurt/Main-Koln 1968, p.
123.

7. Nell'agosto 1956, il FLN algerino in lotta, espresse nella piattaforma politica del SOUMMAN le proprie
perplessità sull'atteggiamento ambiguo del Partito comunista algerino rispetto alla lotta armata: "Il Partito comunista
algerino 1...] non è riuscito ad avere una funzione meritevole di essere segnalata. La direzione comunista
burocratica, senza alcun contatto con il popolo, non è stata capace di analizzare correttamente la situazione
rivoluzionaria. E' per questo che ha condannato il 'terrorismo' e ordinato, fin dai primi mesi dell'insurrezione, ai
militanti dell'Aurès venuti ad Algeri a cercare direttive, di non prendere le armi."

8. All'indomani dell'attacco di Fidel al Moncada, prima azione della rivoluzione cubana, mentre molti patrioti erano
morti, e altri continuavano a lottare in galera, cosí si esprimeva il Partito comunista cubano (PSP) in un comunicato

pubblicato sul "Daily Worker" del 10 agosto 1953: "Noi ripudiamo i metodi putschisti, peculiari delle fazioni
borghesi, dell'azione a Santiago di Cuba e Bayamo che è stata un tentativo avventuristico di conquistare le rispettive
piazzeforti. L'eroismo dei partecipanti è falso e sterile perché guidato da errate concezioni borghesi. L'intero paese
sa chi ha organizzato l'azione contro la caserma e sa che il partito comunista non ha niente a che vedere con tale
azione. Il PSP afferma la necessità di un fronte unito delle masse 1...I. Il PSP basa la sua battaglia sull'azione delle

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masse, sulla lotta delle masse e denuncia il putschismo avventuristico perché contrario alla lotta delle masse e
contrario alla soluzione democratica che il popolo desidera."

9. La posizione settaria del PCd'I, a proposito degli Arditi del Popolo, è ormai storicamente accertata. Lo riconosce
Paolo Spriano nella sua Storia del PCI, e perfino Amendola (nell'introduzione al volume Barricate a Parma)! Quello
che forse è meno noto è che la direzione leninista della III Internazionale fu pronta, fin da allora, a condannare il
settarismo dei dirigenti della sezione italiana: "È chiaro che agli inizi avevamo a che fare con un'organizzazione di
massa proletaria e in parte piccolo-borghese che si ribellava spontaneamente contro il terrorismo [...]. Dove erano in
quel momento i comunisti? Erano occupati ad esaminare con una lente d'ingrandimento il movimento per decidere
se era sufficientemente marxista e conforme al programma? Il PCI doveva penetrare subito energicamente nel
movimento degli Arditi, fare schierare attorno a sé gli operai e in tal modo convertire in simpatizzanti gli elementi
piccolo-borghesi."

10. Alla fine del mese di luglio 1973, un mese dopo 1'autogolpe militare in Uruguay, l'MLN-Tupamaros diffondeva
un comunicato nel quale erano contenuti elementi interessanti di autocritica. Il documento inedito in Italia è stato
pubblicato sulla rivista "Frères du Monde," n. 83 del 1973: "Noi abbiamo subito una sconfitta provvisoria 1...7.
Sconfitta dovuta principalmente a nostre deficienze e ai tradimenti. Le nostre mancanze furono: da un lato,
sottovalutare il nemico, giacché questo era molto piú potente di quanto pensassimo, soprattutto dopo che gli USA
gli diedero un aiuto tecnico e finanziario senza limite. D'altra parte, non abbiamo saputo valutare l'immensa capacità
di lotta del popolo, ed abbiamo contato eccessivamente sulle nostre forze. Senza la partecipazione e la direzione
della classe operaia la rivoluzione è impossibile
capitolo 1

1
Dissidenza di sinistra e lotta armata: alcuni precedenti storici
Le Brigate Rosse non sono un fenomeno isolato spuntato come un fungo agli inizi degli anni Settanta. Il dissenso
politico che è alla base della nascita e dello sviluppo di formazioni armate di questo tipo trae origine dal
convincimento, da parte di operai, studenti, lavoratori, di essere stati traditi dalla direzione politica che storicamente
li rappresenta, dal bisogno di comunismo e di uguaglianza rimasto frustrato. Il fenomeno, chiamato "estremismo"
oppure "massimalismo" oppure "avventurismo," merita un posto di riguardo nella tradizione storica del movimento
operaio italiano, essendone sotto diverse forme una costante, a volte anche maggioritaria. È impossibile, pertanto,
parlare delle BR, o di altre formazioni analoghe, precedenti o contemporanee, senza riandare a quelle che ne sono le
radici storiche.

La svolta di Salerno

Volendo soffermarsi solo ai precedenti meno remoti, si può osservare che fino dalla svolta di Salerno (1944) è
presente e si esprime nelle forme piú varie l'opposizione a quello che viene ritenuto un atteggiamento di rinuncia.
Imposta dall'URSS al PCI, nel quadro di un processo di suddivisione del mondo in sfere di influenza, che vede nelle
conferenze di Yalta e di Teheran due importanti tappe, la nuova linea di alleanza con la monarchia Sabauda viene

pubblicizzata dalle Isvetsie prima ancora di essere conosciuta in Italia. Trova avversari abbastanza morbidi nei piú
alti responsabili del PCI interno. Tranne qualche impennata di breve durata, come nel caso di Scoccimarro,[1] o

qualche distinguo di Longo, Secchia, Li Causi, Pajetta, viene accettata da tutti gli altri dirigenti che pure (tranne
pochissime eccezioni: Amendola, Novella, Negarville e, naturalmente, Togliatti, peraltro non presente in Italia) non

la condividevano.[2]

Osteggiata anche da altre forze della Resistenza (Giustizia e Libertà e socialisti), soprattutto non viene digerita dagli
strati piú popolari abituati a vedere nel re e in Badoglio due nemici e insofferenti a sopportarli nel ruolo di "alleati."

Manifestazioni di dissenso nascono un po' dovunque: si esprimono larvatamente con scritte sui muri o, piú spesso,
con canzoni (per esempio La Badoglieide).

Non mancano tuttavia altre forme di opposizione piú radicali, seppellite dalla storiografia ufficiale. Due sono
particolarmente importanti. La prima esprime il dissenso "organizzato," la seconda quello "spontaneo."

II gruppo "Stella Rossa" di Torino

A Torino nel 1944 si pubblica "Stella Rossa" che si dichiara "organo del PCI di cui rappresenta la corrente critica dal
punto di vista della classe" e che scrive: "Non basta [...] ricostruire lo stato borghese antifascista, ma occorre invece
costituire la repubblica sovietica italiana." Con estrema durezza replica Pietro Secchia che, nell'articolo Sinistrismo
maschera della Gestapo!, accusa senza mezzi termini i compagni di "Stella Rossa" di essere bordighisti al servizio
della polizia fascista. Tuttavia, a dispetto delle incaute considerazioni di Secchia, l'intero movimento rientrerà a
febbraio del 1945 nel PCI, dove sarà bene accetto, portando, se non altro, un notevole contributo di uomini: "Stella
Rossa" contava nel 1944 a Torino 2.000 aderenti mentre il PCI ne contava 5.000.[3]

La rivolta popolare di Ragusa

L'altro episodio rilevante accade a Ragusa nel 1945, quando la popolazione scende in piazza per lottare contro il re,
gli angloamericani, e il servizio militare obbligatorio. In quest'occasione, alla guida della lotta si pone la locale
federazione del PCI, che in tal modo contravviene alle indicazioni del partito trasmesse da Li Causi.

Per quattro giorni, dal 4 al 7 gennaio del 1945, la battaglia armata infuria. Vengono occupati quasi tutti gli edifici
pubblici. La rivolta, estesa alle vicine Naro, Agrigento, Monterosso, Vittoria, Comiso e Giarratana, provoca 18
morti tra soldati e carabinieri e 19 tra i manifestanti.

Il 9 gennaio 1945 "l'Unità" sconfessa gli stessi militanti della locale federazione del PCI: "Rigurgiti della reazione
fascista. I latifondisti siciliani contro il popolo e contro l'Italia."[4]

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I fatti di Schio

Finita la guerra la Resistenza continua, a dispetto del decreto sullo scioglimento dei corpi partigiani e sulla
restituzione delle armi. La mancata epurazione provoca profonda delusione tra gli antifascisti, anche i piú moderati:
"Il bilancio dell'epurazione, non è il caso di dissimularcelo, lascia tutti insoddisfatti," scrive Silone sull`Avanti!"[5]

Non solo, ma i pochi fascisti incarcerati vengono via via liberati. A Schio, una zona del vicentino nella quale era
stata particolarmente cruenta la lotta ed alto il prezzo pagato dai partigiani,[6] i fascisti continuano ad avere, dopo il
25 aprile, la vita facile: "I tribunali del luogo e di Vicenza, le autorità di polizia sono [...] straordinariamente
indulgenti verso i fascisti [...]. Ne avevano già scarcerati 300 e promettevano ai rimanenti che presto sarebbe giunto
il loro turno.”[7]

È a questo punto che alcuni partigiani ritengono sia il momento di praticare in prima persona la "giustizia popolare."

La notte del 6 luglio 1945 alcuni compagni penetrano nel carcere di Schio. Dopo aver separato i prigionieri comuni
dai politici e istruito un sommario processo ai detenuti fascisti, giustiziano a raffiche di mitra quelli ritenuti piú

colpevoli. Il risultato: 53 morti e 20 feriti. Anche se l'azione viene salutata con un certo sollievo da molti partigiani,
"l'Unità" la bolla come "un gesto di pochi irresponsabili, trascinati da un impeto di bestiale furore.”[8]

Lo stesso giornale non esita a denunciare e a screditare agli occhi dei lettori, come presunto responsabile, un
partigiano che in passato aveva conosciuto la milizia clandestina, il carcere, l'esilio e la Resistenza: "Da qualche

settimana ci dicono i nostri compagni, alcuni rappresentanti di un sedicente partito internazionalista [...] stanno
svolgendo tra le masse operaie e tra i partigiani una attiva propaganda di tipo trotskista-bordighista [...] Sembra che
il principale propagandista sia un certo Salvatori. Salvatori fino al 1929 fu membro del nostro partito. Arrestato
ebbe un contegno pavido che gli valse il disprezzo dei nostri compagni. Durante gli anni di carcere fu tenuto a
distanza. Scontata la pena conservò un sordo rancore contro il nostro partito, e fece parte in Francia di gruppi
trotskisti [...] Rientrato a Schio, Salvatori è penetrato in alcuni ambienti partigiani [...] ha sfruttato il loro stato
d'animo per istigarli alla violenza."[9]

Ben diverso è l'atteggiamento del Partito socialista, che prende la difesa dei tre partigiani condannati a morte per
l'eccidio: "'Fate giustizia dei tedeschi e dei fascisti' diceva radio Londra 'e presto verrà la vostra liberazione.' I
partigiani non sanno troppo di leggi, di codici e di doppi giochi [...] Tre uomini attendono che il loro destino si
compia. L'anno scorso, di questi giorni, erano sulle montagne a fare le fucilate contro i tedeschi. Ora le fucilate le
aspettano dagli inglesi. Ma questa volta non ci sono piú le meravigliose bugie di radio Londra."[10]

La popolazione del luogo si schiera in massa, con scioperi e manifestazioni, a favore dei tre partigiani, tanto da
preoccupare gli stessi giornali inglesi: "A Schio si dice senza troppe reticenze che se i condannati verranno fucilati,

l'imminente inverno da quelle parti sarà alquanto brutto."[11]

L'ideologia dei lavoro

Il linguaggio del PCI, cosí spietato nel denunciare i presunti provocatori, si fa "bucolico" quando si tratta di chiedere
ulteriori sacrifici e rinunce ai reduci. Scrive "Ulisse" (Davide Lajolo):

Molti compagni partigiani sono senza lavoro [...] pensa il partigiano. Allora? Come dopo le altre guerre? E'
perplesso [...] Ritorna a lavorare, e lavora sodo. S'accorge che nel lavoro ritrova Vigore e Speranza. È in contatto
con gli operai che si lamentano, ma lavorano, che soffrono la fame ma lavorano. Allora pensa e si convince [...] che
vi deve essere questa differenza tra le altre guerre e questa: che allora si combatteva per qualche cosa di personale,

si portava il conto alla Patria. Oggi no. Abbandonato il mitra, lasciata la collina, la lotta ha l'arma della nostra onestà
e della nostra dirittura morale."[12]

Sei mesi piú tardi Togliatti potrà vantarsi alla Costituente che l'Italia "è il paese dove si fanno meno scioperi." Nel
gennaio 1946 viene stipulato l'accordo sullo sblocco dei licenziamenti. L'articolo 2 colpisce i lavoratori
"inosservanti dei doveri di disciplina e di normale produttività."[13]

Un bollettino della federazione milanese del PCI incita ad un maggior impegno nel lavoro: "Le cellule di fabbrica
ed i compagni responsabili si devono [...] mobilitare, essi devono con l'esempio incitare al lavoro, alla disciplina.

Molti non hanno voglia di lavorare, perché dicono che in fondo nulla è cambiato, sono ancora e sempre degli
'sfruttati' che lavorano per il padrone."[14]

Nascita di nuove formazioni

Nel gennaio 1946, quando un gruppo di operai bastona alcuni dirigenti della Breda, "l'Unità" parla ancora una volta
di provocazione e di "elementi dichiaratamente trotskisti" e ammonisce che i compagni "sono disposti a fare di tutto
perché i fascisti ed i trotskisti responsabili di queste provocazioni siano scoperti e deferiti all'autorità giudiziaria."

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[15]
È in questo quadro che alcuni partigiani risalgono sulle montagne dando vita a nuove formazioni armate che
attaccano obiettivi fascisti e padronali. "L'Unità," nell'articolo Provocazione e maschera rossa parla di "gruppi
reazionari e conservatori, che provvedono ad adescare qualche giovane esaltato, si preoccupano di stampare
volantini piú o meno rossi usurpando il nome glorioso dei GAP, lanciano programmi di nuove formazioni pseudo-
partigiane dall'immancabile denominazione di `Guardia rossa,' creano false organizzazioni sportive, prendendo lo
spunto dal fatto che noi comunisti nel periodo clandestino indicavamo come 'lavoro sportivo' il lavoro militare."[16]

Di particolare rilievo le nuove formazioni partigiane sviluppatesi nel Biellese (Movimento di Resistenza popolare) e
in Emilia, soprattutto a Bologna, Modena e Reggio. Per "l'Unità" si tratta di una "sola rete di provocazione"[17]: il
collegamento sarebbe provato da un delegato del MRP, che è di origine modenese. Non deve meravigliare se, in
questo ordine di idee, il PCI collabora attivamente con i carabinieri nella ricerca dei provocatori, per assicurare
"ordine e tranquillità" al paese.

"L'Unità" non lo nasconde affatto, anzi ne va addirittura fiera, al punto di pubblicare con orgoglio una lettera, scritta
dal segretario della federazione di Modena, la quale prova questi collegamenti: "Il capitano Cappelli Aldo,
comandante della compagnia interna carabinieri di Modena, nel mese di giugno c.a., si recò dal segretario Roncagli
[...] per chiedergli la collaborazione di elementi del partito [...]. Il Roncagli in linea di massima si mostrò favorevole
alla richiesta e giunse ad assicurargli il nostro appoggio e collaborazione poiché i primi e piú interessati all'ordine e
tranquillità della nostra provincia eravamo proprio noi."[18] Nell'ottobre 1946 viene arrestato Carlo Andreoni,
ritenuto il capo del MRP. Ancora una volta si nota una profonda diversità di atteggiamento tra il PCI e i socialisti.
Questi ultimi, pur dissociandosi dalle azioni partigiane, ne riconoscono l'identità politica degli autori, di cui
chiedono la liberazione. Nell'articolo Agire con giustizia, Pertini ammonisce: "I comunicati governativi parlano di
squadrismo [...]; non possiamo accettare nel modo piú assoluto simili raffronti a danno di uomini che furono al
nostro fianco [...] al di sopra di ogni sospetto sia dal punto di vista politico, come dal punto di vista morale [...] Ci
domandiamo per quale ragione gli arresti fatti siano ancora mantenuti [...] essi debbono al piú presto essere rimessi
in libertà. Altrimenti si avrà ragione di pensare che il governo agisca solo perché si tratta di uomini che lo
contrastano."[19]

Sarà ancora Pertini a scrivere in Soprattutto la verità: "insorgiamo contro l'insinuazione adombrata dall"Unità,' a
carico di Carlo Andreoni, e cioè che egli avrebbe fatto parte dell'OVRA. "[20]

"L'Unità" aveva due giorni prima parlato di "neofascisti," "provocatori," "banditi da strada," integrando questi
epiteti con un censimento delle "bande" completo del nome dei capi e dei relativi addebiti. Alcuni sono accusati,
inspiegabilmente, e senza ombra di prove, di essere ex partigiani "agenti della monarchia," altri spie e
collaborazionisti intrufolatisi nella Resistenza, altri infine "tiratori scelti." Non mancano accuse piú specifiche,
come quella involontariamente ironica di "ladro di formaggio."[21]

Infine "l'Unità," per dimostrare l'assoluta estraneità del partito, riguardo a un elenco di nominativi di arrestati per
"bande armate" pubblicato dalla stampa borghese fornisce alcune utili indicazioni sui 135 incriminati: 50 non sono
mai stati iscritti al PCI; 51 espulsi; 6 iscritti al PCI ma estranei alla formazione; 2 iscritti al PCI scomparsi senza
lasciar traccia; 13 sconosciuti; 5 fermati ma poi rilasciati; 2 partigiani già fucilati; 2 nominativi duplicati.[22]

La lista, che vuole dimostrare l'estraneità del PCI ai nuovi movimenti di Resistenza, prova tuttavia, senza alcun
dubbio, la matrice di sinistra dei componenti dell'MRP.

L'amnistia Togliatti

Tanta severità e tanto zelo nella denuncia dei partigiani che non hanno deposto le armi, non trova riscontro in un
uguale atteggiamento del PCI verso i criminali fascisti. La famigerata amnistia Togliatti del 1946 apre a molti
"politici" le porte della galera: avviene cosí che le prigioni svuotate dei fascisti si vanno riempiendo di ex partigiani.
Ancora una voltà è Pertini a prendere le difese dei compagni, con una interrogazione rivolta il 22 luglio 1946 al
ministro della Giustizia Gullo, da poco subentrato a Togliatti, circa "le interpretazioni giurisprudenziali estensive
nei confronti dei fascisti e restrittive nei confronti dei combattenti della libertà, del decreto di larga amnistia
1946.”[23] Nella sua qualità di ministro guardasigilli del governo che aveva emanato il decreto, risponde Togliatti,
senza riuscire, malgrado la sua riconosciuta abilità dialettica, a mascherare il proprio profondo imbarazzo.[24]

Piú tardi lo stesso Togliatti, nella seduta dell'Assemblea Costituente del 20 giugno 1947, presenta invano il conto
alla DC dopo che questa, in obbedienza alle direttive degli Stati Uniti, aveva scacciato i comunisti dal governo: "Gli
operai hanno fatto di piú [...] hanno moderato il loro movimento, l'hanno frenato [...] hanno accettato la tregua
salariale, cioè una sospensione degli aumenti salariali senza che vi fosse la corrispondente sospensione degli

aumenti dei prezzi. Hanno trattato recentemente la proroga di questa tregua, cioè hanno dimostrato capacità di
direzione politica ed economica nella vita del paese. Nulla si può rimproverare agli operai, ai lavoratori, e quei
partiti dei lavoratori che meglio li rappresentano non possono essere oggetto della manovra di cui sono fatti

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oggetto."[25]

Ma è ormai troppo tardi: la DC, al "colmo dell'ingratitudine," non pagherà il conto delle rinunce e dei sacrifici
presentato da Togliatti: si sta ormai entrando negli anni bui del medioevo democristiano. Ci vorrà piú di un
decennio prima che il movimento operaio possa risollevarsi e tornare all'offensiva.

La repressione del moto popolare per l'attentato a Togliatti

Dopo l'attentato a Togliatti (14 luglio 1948 ), lo sciopero generale e il moto di insurrezione popolare vengono frena
ti dalla direzione del PCI che mobilita i propri dirigenti attraverso l'intera penisola per convincere i ribelli a
desistere. I fatti sono abbastanza noti. Vale solo la pena di sottolineare il carattere spontaneo, sia dello sciopero, sia
del moto insurrezionale, mentre non interessa, in questa sede, dare un giudizio sulle concrete possibilità di sbocchi
rivoluzionari di una siffatta rivolta. Il risultato è una repressione spietata, con migliaia di anni di galera per coloro i
quali, credendo di agire secondo la propria coscienza comunista, avevano deciso di ribellarsi con le armi.

Incominciano gli anni piú neri della repressione in fabbrica, con il terrorismo bianco: esemplare la FIAT di Valletta.

La "Volante Rossa"

Nel febbraio 1949 sale alla ribalta della cronaca la Volante Rossa, una formazione che già da due anni operava nel
milanese, ed in particolare a Sesto San Giovanni. Il nome deriva da un'altra Volante Rossa che era stata attiva
durante la Resistenza in due reparti distinti, nell'Ossola e nell'Oltrepò pavese. Le azioni sono essenzialmente di
"giustizia popolare" e tendono a colpire fascisti e dirigenti d'azienda: le pene inflitte vanno dal pestaggio alla gogna,
fino all'uccisione. Una "sentenza di morte" viene pronunciata ed eseguita a Milano a carico del fascista Felice
Ghisalberti, ritenuto responsabile dell'uccisione di Eugenio Curiel e assolto da un tribunale.

La Volante Rossa non firma le proprie azioni. Tale sigla sarà infatti scoperta molto tardi, nel gennaio 1949, quando
in seguito ad una perquisizione personale viene trovata nelle tasche di un membro dell'organizzazione un foglietto

con l'inno della "Volante Rossa."

L'unica loro firma, a quanto si sa, era stata lasciata, in modo beffardo e singolare, in occasione della gogna inflitta
all'ingegner Tofanello, dirigente d'industria, abbandonato in mutande in piazza del Duomo a Milano, cui vennero
restituiti gli indumenti ed i valori accompagnati dal biglietto. "È stata data una lezione. Un gruppo di bravi ragazzi."
Secondo il "Corriere della Sera" questi "spietati esecutori di sentenze misteriose" portano immancabilmente
giacconi di pelle. Il capo, secondo lo stesso giornale, è identificato dall'immancabile cane lupo che ovunque lo
segue come fosse San Rocco.

È accertata l'appartenenza al PCI della totalità o quasi dei militanti della Volante Rossa. Il loro luogo di ritrovo piú
frequente è la Casa del popolo di Lambrate.

Il capo "Alvaro" si chiamava in realtà Giulio Paggio, ed era stato al tempo della Resistenza giovanissimo
comandante di formazioni garibaldine nell'Ossola, nel Gallaratese ed anche a Milano.

Il PCI tiene un atteggiamento che, nel corso di un mese, va via via mutando. All'inizio grida alla montatura. Saverio
Tutino sull"'Unità" definisce tutto quanto "una indegna campagna della stampa anticomunista istigata dalla polizia
per gettare fango sui partigiani e sulla Resistenza."

Piú tardi, quando i fatti cominciano a mostrare la loro evidenza, il PCI corregge il tiro e distingue quelli che per
antica milizia comunista e popolarità sono inattaccabili, dai restanti componenti della formazione armata.

1 primi vengono comunque scaricati ed abbandonati al loro destino: "Il partigiano Giulio Paggio, detto Alvaro,
risulta essere effettivamente iscritto al partito ma non ha mai avuto incarichi dirigenti [...] la federazione del PCI
non intende dare un giudizio sulla posizione giuridica del partigiano Giulio Paggio, essendo questo di esclusiva
competenza della magistratura."[26]

I secondi vengono attaccati con le piú infamanti insinuazioni. Cosí scrive sull"'Unità" Saverio Tutino riferendosi ad
un partigiano che aveva già conosciuto l'amara esperienza del confino: "Fu a Ventotene come confinato politico nel
periodo fascista. Chi gli fu vicino tra i veri antifascisti lo ricorda come sospettato di appartenere all'OVRA e unito ai
confinati per spionaggio e attività di provocazione."[27]

Nello stesso periodo la reazione democristiana fa incarcerare centinaia e centinaia di partigiani. Viceversa, spie e
collaboratori fascisti giustiziati durante la Resistenza ricevono il martirologio dell'eroe.

Nel mese di febbraio 1949 Valerio Borghese viene messo in libertà; la stessa sorte si prospetta per il maresciallo
Graziani, capo dell'esercito repubblichino e massacratore di popolazioni civili.

Appare chiaro ormai, anche al PCI, che da parte democristiana si tende a far passare per delinquenti tutti i partigiani
per accelerare i tempi della restaurazione. In questo quadro, la politica del puro difensivismo, del prendere le
distanze, rischia di coinvolgere ancora di piú l'intero movimento partigiano. È lo stesso Togliatti, pertanto, che
prende in mano la situazione, superando tutte le incertezze del suo partito, per assumere una netta posizione con un

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editoriale sull"`Unità" in cui, mentre si difendono i partigiani, si denunciano i veri responsabili degli squilibri
politici e sociali da cui le ultime azioni armate sono maturate: "Erano dunque dei malfattori attuali o potenziali gli
uomini, i giovani che per due anni [...] combatterono come volontari della libertà? Condanniamo e respingiamo nel
modo piú energico gli atti di terrore, veicolo, tra l'altro, di delinquenza comune e di provocazione, ma in pari tempo
vogliamo capire su quale terreno questi atti maturano perché essi sono sintomo, sempre o quasi sempre, di
situazioni gravi, di squilibri politici e sociali su cui a lungo non ci si regge."[28]

Disorientamento dei militanti del PCI

Alla fine degli anni Cinquanta dall'Algeria e da Cuba arrivano notizie esaltanti: i rivoluzionari, combinando la lotta
di liberazione nazionale a quella per il socialismo, danno duri colpi all'imperialismo. Il carattere eretico della
rivoluzione cubana, cosí come l'atteggiamento debole ed incerto di molti partiti comunisti rispetto alla lotta del
popolo algerino, mette in crisi molte coscienze di rivoluzionari. Una testimonianza esemplare perché esplicativa di
uno stato d'animo comune a non pochi militanti ce la dà Sante Notarnicola: "... ci ricordò come stessero crollando
intorno a noi tante speranze, sogni, miti, come invece in lontani paesi, eroici combattenti tenessero alta la bandiera
della guerriglia. In Italia invece la rivoluzione era rinviata, a Torino scioperavano in certi stabilimenti 100 operai su
10.000. Il SIDA imperversava nella sua opera di corruzione e di crumiraggio. Danilo [...] pensava alla costituzione
di una specie di GAP, con compiti molto vaghi, per i primi tempi; rimise anzi sul tappeto la questione delle armi: il
primo obiettivo avrebbe dovuto essere quello di reperire armi, di rimetterle in efficienza, o di accumularne una certa
quantità; fatto questo si sarebbe visto in che modo usarle."[29]

Avviene cosí che molti militanti del PCI, sfiduciati nella direzione politica, restano disorientati finendo col prendere
delle autentiche sbandate. Si sa come è finita l'avventura di Sante Notarnicola, i cui limiti sono stati messi in luce
dallo stesso interessato: "La nostra è stata una risposta ad una situazione di vita intollerabile per la dignità umana

[...] il responsabile di questa situazione e. il sistema borghese, è questo il nemico, il provocatore del crimine, la
causa di ogni violenza e di ogni ingiustizia [...]. Ciò nonostante abbiamo sbagliato perché non siamo riusciti a
spiegare per tempo queste cose alla classe operaia, non siamo riusciti a trovare forze e capacità necessarie a creare
nuclei di guerriglia organizzata che nei cupi anni Sessanta avrebbero potuto scuotere la classe operaia da una
situazione di confusione ed inerzia. "[30]

Con il luglio 1960 il proletariato dà la misura della propria forza; ma l'autonomia espressa rimane ingabbiata nella
logica della lotta per il cambio di governo.

II declino dei sindacati gialli: I fatti di piazza Statuto

La repressione padronale in fabbrica continua divenendo galoppante. La debolezza del sindacato tocca livelli
impressionanti: nella FIAT, i due sindacati "gialli" UIL e SIDA arrivano ad ottenere da soli il 63% dei voti
all'elezione per le commissioni interne. La notte tra il 6 ed il 7 luglio 1962, nel corso delle trattative per il rinnovo
del contratto, UIL e SIDA firmano col padrone un accordo separato, ed invitano i loro aderenti a non partecipare
allo sciopero proclamato da CGIL e CISL per il giorno successivo. Inaspettata giunge la risposta operaia: lo
sciopero si rivela un grosso successo. Vi partecipa, secondo il quotidiano "Il Giorno," il 92% dei lavoratori. È cosí

sancita dopo tanti anni l'esplicita sconfessione dei sindacati padronali o capitolardi: si stracciano centinaia di tessere
UIL e, spontaneamente, gli operai danno l'assedio alla sede di questo sindacato. Scoppia una violenta
manifestazione con lancio di pietre e scontri con la polizia. Il bilancio è pesante: una trentina di fermi, molti contusi.

Una testimonianza diretta la fornisce, ancora una volta, Sante Notarnicola: "Nell'estate del '62, per la prima volta la
base rivoluzionaria scavalca apertamente il partito [...] La battaglia durò tre giorni e 'l'Unità' ci chiamò teppisti
allineandosi con i borghesi. Fu il crollo per molti compagni delle ultime illusioni di ravvedimento rivoluzionario del
PCI. Mi ricordo di Pajetta, era con noi, non sapeva cosa fare; il grande dirigente non era piú davanti a una folla
entusiasta, ma in mezzo a gente esaltata che gli stava mangiando il piedistallo eretto in tanti anni sul suo passato di
combattente. Quando gli arrivò una pietrata, allora si risvegliò mettendosi a sbraitare contro i padroni e gli sbirri,
spingendoci all'attacco. Il suo passato riemergeva dall'inconscio. Poi, a mente fredda, il giorno dopo, su 'l'Unità' ci

chiamò fascisti."[31]

La CGIL si allinea con il PCI e denuncia "la presenza di provocatori che operano sul piano del teppismo del tutto
estraneo e anzi respinto dalla gran massa dei lavoratori in sciopero."[32]

Viene addirittura fatta circolare la voce, rivelatasi falsa, di "individui scesi nelle strade vicine da lussuose auto
targate Cuneo, Torino, Ferrara." "E furono poi questi 200 o 300 ragazzi a buttarsi verso le 22,30 all'assalto della
polizia con la cieca furia dei kamikaze."[33]

Ma le bugie del "Giorno" e dei sindacati hanno le gambe corte. Al processo si verifica che "due terzi degli imputati
sono meridionali, giovani ma non giovanissimi, non mancano gli operai iscritti ai sindacati, alcuni dei quali avevano

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addirittura la tessera della UIL, l'organizzazione contestata."[34]



Nove anni dopo, finalmente, il sindacato fa l'autocritica. Giorgio Benvenuto, segretario nazionale della stessa
organizzazione allora contestata, cogliendo il significato unitario della manifestazione, definirà il luglio 1962 "una
data significativa che costituisce una svolta nella storia sindacale del nostro paese. È infatti il principio della fine
degli accordi separati, e la fine della discriminazione tra sindacati 'democratici' e sindacati 'social-comunisti.' "[35]

Un anno dopo, nel 1963, sono gli edili che a Roma danno luogo, in piazza SS. Apostoli, ad una manifestazione
violenta e spontanea: il centro-sinistra, se da un lato crea un terreno piú favorevole per le lotte operaie, dall'altro

radicalizza sempre piú le frange estremiste e di opposizione alla linea ufficiale dei partiti di sinistra.

Nascita della nuova sinistra: "Quaderni Rossi"

Nel 1961, promossa da un gruppo di "eretici" di sinistra tra cui Raniero Panzieri, nasce la rivista "Quaderni Rossi,"
di fondamentale importanza per la formazione della nuova sinistra. Nei suoi pochi anni di vita, vi sono trattate
praticamente tutte le principali questioni di grande interesse politico, ma gli interventi piú importanti sono quelli
relativi alla lotta di classe in fabbrica ed alla organizzazione capitalistica del lavoro: temi che, inquadrati nelle
nuove condizioni venutesi a creare con la formazione del governo di centro-sinistra, vengono sviluppati in un'ottica
diversa e alternativa a quella del sindacato.

Vi appaiono, probabilmente per la prima volta, geniali intuizioni come quella in cui di fronte al disegno di
ammodernamento neocapitalistico si configura la necessità degli scioperi selvaggi (1963):
E' chiaro che la lotta operaia costituisce il pericolo piú grosso per i capitalisti. Ma è chiaro che essi non si illudono
di poterla eliminare; per questo non tentano di reprimerla totalmente, adottando dovunque metodi fascisti, né si
illudono di raggiungere una concordia generale. Il loro obiettivo diviene allora quello di far svolgere la lotta operaia
in certe forme ed entro certi limiti. Non si elimineranno gli scioperi purché si svolgano - per cosí dire - "a date fisse"
e quindi siano prevedibili, e soprattutto, purché, insomma, la classe operaia non metta in discussione chi deve

decidere, purché essa collabori a uno sviluppo deciso dai capitalisti."[36]

Appaiono alcune prime considerazioni che saranno la base per una successiva definizione dell'autonomia operaia.
Riferendosi ad uno sciopero ad oltranza attuato da parte degli edili di 25 fabbriche nonostante il parere contrario

delle organizzazioni sindacali, Vittorio Foa osserva:

La differenza tra la richiesta sindacale e l'offerta operaia si riduce a 9.000 lire l'anno. Non è per questa somma che
gli operai hanno deciso, in dissenso coi loro rappresentanti, la forma estrema della lotta; è per qualcosa d'altro che
può sembrare confuso ed opaco, ma che invece è limpido e chiaro: è per essere finalmente qualcuno, e non oggetto
passivo della disponibilità padronale, è per sentirsi come classe, per conquistare un potere, sia pure generico, di
fronte al padrone ed al sistema del padrone.[37]

Tra il 1961 ed il 1967 nascono anche altre riviste, alcune delle quali di notevole importanza, altre molto meno.
Ricordiamo: "Quaderni piacentini," "Classe Operaia," "Giovane Critica," "Falce e Martello," "Classe e Stato," "la
Sinistra," "La Voce Operaia," "La classe," "Nuovo Impegno."

Vengono trattati e divulgati, spesso con linee alternative ed in polemica con la linea ufficiale dei partiti e dei
sindacati, tutti i grossi temi del movimento operaio, nazionale ed internazionale, come la rottura URSS-Cina, la
Rivoluzione culturale proletaria, la guerriglia in America latina, la lotta di popolo in Vietnam, il movimento delle
pantere nere, la nuova sinistra americana, ecc. Saranno queste riviste a preparare la base teorica per l'esplosione
studentesca del '68 e quella operaia dell'autunno '69.

1 "Quando diedi l'annuncio del telegramma, Scoccimarro, teso e pallido, reagí dicendo: 'Questa politica la farete
voli' Cominciò cosí un altro periodo di aspre discussioni nel partito e nel CNL," G. Amendola, Lettere a Milano,
Editori Riuniti, Roma 1973, p. 300.

2 P. SFCCHIA, Il Partito comunista italiano e la guerra di liberazione 1943-1945, Feltrinelli, Milano 1973.

3 La stima è di Renzo del Carria (Proletari senza rivoluzione, Ed. Oriente, Milano 1968). Per completezza, si deve
dire che in "Stella Rossa" si era infiltrato Luigi Cavallo, agente dell'OVRA prima e della CIA poi, al servizio
particolare della FIAT. Per una decina d'anni infiltrato anche nel PCI, addirittura con incarico di corrispondente da
Parigi dell'"Unità" negli anni della guerra fredda.

4 "l'Unità," 9 gennaio 1945

5 "Avanti!," 8 febbraio 1946.

6 153 caduti in azione, 33 fucilati, 10 internati a Mauthausen, innumerevoli prigionieri secondo l"Avanti!" del 21
settembre 1945

7 "l'Unità" (Milano), 12 luglio 1945.

8 Ibidem.

9 Ibidem.

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10 "Avanti!," 21 settembre 1945.

11 "Cosmopolitan," settembre 1945.

12 "Rinascita," n. 1/2, 1946.

13 Vedi, in proposito, "Quaderni piacentini," n. 56, luglio 1975, p. 69.

14 "Bollettino della federazione milanese del PCI," a. 1, n. 2, luglio 1945, p. 24.

15 "l'Unità" (Milano), 12 gennaio 1946.

16 "l'Unità" (Milano), 21 febbraio 1946.

17 "l'Unità," 2 novembre 1946.

18 "l'Unità," 29 novembre 1946.

19 "Avanti!," 31 ottobre 1946.

20 "Avanti!," 31 ottobre 1946.

21 "l'Unità," 29 ottobre 1946.

22 Ibidem.

23 P. Togliatti, Discorsi alla Costituente, Editori Riuniti, Roma 1973.

24 Ibidem.

25 Ibidem.

26 "l'Unità," 27 febbraio 1949.

27 Ibidem.

28 "l'Unità," 20 febbraio 1949.

29 S. Notarnicola, L'evasione impossibile, Feltrinelli, Milano 1972.

30 "Re Nudo," n. 8, 25 ottobre 1971.

31 S. Notarnicola, L'evasione impossibile, cit.

32 "Il Giorno," 9 luglio 1962

33 Ibidem..

34 S. TURONE, Storia del sindacato in Italia 1943-1969, Laterza, Bari 1973.

35 G. BENVENUTO, Le tappe di sviluppo del processo unitario tra i metallurgici, in "Rassegna Sindacale,"
quaderno n. 29, marzo-aprile 1971.

36 "Quaderni Rossi," n. 3, giugno 1963.

37 V. Fon, in "Quaderni Rossi," n. 1, settembre 1961.

SoccorsoRosso
Autori
Biblioteca Multimediale Marxista

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capitolo 2

2
Trento: le esperienze di "Università Negativa" e "Lavoro Politico"
Per conoscere la genesi delle Brigate Rosse è indispensabile rivolgere alla facoltà di sociologia di Trento, dove
crebbero politicamente e si imposero come quadri dirigenti Margherita Cagol e Renato Curcio, una particolare

attenzione. Non solo perché il carattere di questa città può spiegare l'origine della cosiddetta componente cattolica
delle BR (troppe volte ricordata, e spesso a sproposito), ma soprattutto perché il Movimento studentesco di Trento
per le sue correlazioni con le lotte analoghe in altri paesi europei (fortissima per esempio l'influenza della Kritische
Universität tedesca) e per il suo carattere fortemente anticipatorio, rimane esemplare per tutto il movimento
studentesco italiano.

L'ISSS (Istituto superiore di studi sociali) sorge a Trento nel 1962 per iniziativa diretta del gruppo dirigente
democristiano della provincia. Finito il periodo di ricostruzione, l'Italia sta attraversando il boom economico che
"segna il passaggio da una fase capitalistica a una di capitalismo maturo, in cui la struttura del potere industriale non
si limita piú ad esercitare il suo dominio totalitario soltanto sulle fabbriche, ma tenta sempre píú decisamente di
estendersi verso il controllo rigido ed autoritario di tutti i meccanismi del sistema.”[1] Sorge pertanto per il capitale
la necessità di un maggior controllo sulla classe operaia e sugli altri strati sociali, nel quadro della cosiddetta
"razionalizzazione neocapitalistica."

In questo quadro non sono piú sufficienti i tecnici tradizionali, ma occorrono tecnici di tipo nuovo, "ingegneri
sociali" (sociologi, antropologi, psicologi, ecc.) che, allo stesso modo in cui l'ingegnere tradizionale conosce e
utilizza in senso produttivo ogni parte della macchina, sfruttino ogni parte dell'uomo, carne e nervi. La sede di
Trento, scelta perché considerata "zona tranquilla," costituisce oltretutto un terreno di incontro favorevole tra
autorità politiche ed accademiche. Tuttavia, allo scopo di incrementare il numero degli iscritti, vengono ammessi
per la prima volta in una facoltà diversa da quelle di economia e commercio e di agraria anche gli studenti
provenienti da istituti tecnici; errore imperdonabile che il sistema pagherà molto caro, perché questi ultimi presto
porteranno tutto il peso della loro origine di classe.

Anche a Trento, come in tutte le università italiane, c'era una volta il parlamentino degli studenti: l'ORUT, il quale
tuttavia non organizzava alcuna lotta vincente, nemmeno sul piano rivendicativo-sindacale. Alla fine del 1965,

viene presentato un DDL che declassa la laurea in sociologia in laurea in scienze politiche ad indirizzo sociologico.
Il 24 gennaio 1966, l'assemblea generale (istanza quasi inedita per quei tempi) decide, per protesta, l'occupazione
della facoltà che termina il 10 febbraio 1966.

La lotta conclusasi con una vittoria sull'obiettivo corporativo della laurea, è rilevante perché rende manifesto lo
svuotamento dei parlamentini, dà agli studenti la coscienza della propria forza, valorizza una forma di lotta quasi
nuova, l'occupazione, praticata fino ad allora solo in alcune facoltà di architettura. Tuttavia, "una volta conquistata
la laurea in sociologia, non sono affatto risolti tutti i problemi riguardanti la struttura di potere dentro l'istituto,
l'impostazione scientifico-culturale dei corsi, l'organizzazione accademica e la finalizzazione professionale della
facoltà.”[2] La situazione è matura per la seconda occupazione, sempre su obiettivi corporativi (si chiede che alla
stesura dello statuto della facoltà partecipino pariteticamente gli studenti), che si conclude con una vittoria.

Finalmente, durante la prima metà del '67, si registra un salto qualitativo: non piú obiettivi corporativi. La lotta
viene centrata sulla tematica dell'antimperialismo. Gli studenti escono dal ghetto dell'università e per una settimana,
dal 12 al 18 marzo, l'intera città è investita da una serie di iniziative di solidarietà con il Vietnam. Nell'università

viene proclamato uno sciopero politico di due giorni. Durante un'affollata assemblea, tenutasi il primo giorno di
sciopero, il direttore dell'istituto chiama per la prima volta ingenti forze di polizia. Uno ad uno gli studenti sono
trascinati, fotografati, schedati e denunciati, col risultato di provocare un salto enorme di coscienza politica: si fa
strada in molti la convinzione che il vero nemico non è l'autorità accademica ma il potere in tutte le sue articolazioni
statuali. L'anno accademico successivo, il '67-68 non può di fatto neppure aprirsi: l'assemblea generale proclama
uno sciopero "attivo" che ha il merito di spazzare via completamente l'ORUT. Durante questa fase il MS matura un
radicale salto qualitativo, che lo conduce, sul piano dell'analisi sociale, a superare il momento sindacale, per
recuperarlo ed inglobarlo in un disegno politico di piú ampia dimensione.

Il frutto piú emblematico e piú discusso di questa presa di coscienza è la proposta di una università negativa. In un
manifesto a cura del Movimento per una Università Negativa (dell'autunno '67) tra l'altro si legge:

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Università e società

Oggi, di fatto, l'università strutturalmente si pone come una organizzazione la cui funzione è quella di soddisfare gli svariati bisogni tecnici
della società. L'università fornisce gli strumenti aggiornati (tecnici) per mettere sempre piú a punto l'organizzazione del dominio di una classe
sulle altre classi. L'apparato tecnologico, così potenziato, può finalmente sostituirsi al "Terrore" nel domare le forze sociali centrifughe e
fornire alla classe sociale che ne dispone una superiorità immensa sul resto della società...

Università come strumento di dominio

L'università è uno strumento di classe. Essa, a livello ideologico, ha la funzione di produrre e trasmettere una ideologia particolare - quella della
classe dominante - che presenta invece come conoscenza obiettiva e scientifica, e delle attitudini - comportamenti particolari - quelli della
classe dominante - che presenta invece come necessari e universali.

Università e repressione

Alle volte, però, gli strumenti tecnici non sono sufficienti a mantenere lo status quo. È il caso in cui frange non integrate turbano la quiete
manipolata dell'universo politico. Nell'università viene negato agli studenti il diritto di esprimersi sui problemi fondamentali (e non) della
politica nazionale ed internazionale [...] REPRESSIONE E VIOLENZA sono il tessuto connettivo della nostra società. Ma noi formuliamo
come ipotesi generale che vi sia ancora la possibilità concreta di un rovesciamento radicale del sistema a capitalismo maturo attraverso nuove
forme di lotta di classe interna ed esterna (nazionale ed internazionale) e lanciamo l'idea di una UNIVERSITA NEGATIVA che riaffermi nelle
università ufficiali ma in forma antagonistica ad esse la necessità di un pensiero teorico, critico e dialettico, che denunci ciò che gli imbonitori
mercenari chiamano "ragione" e ponga quindi le premesse di un lavoro politico creativo, antagonista ed alternativo.

Contestazione politica

... Solo il rovesciamento dello stato permetterà una reale ristrutturazione del sistema d'insegnamento [...] Lo studente deve quindi, al di là del
suo status, agire, in una prospettiva di lungo periodo, per la formazione (stimolazione) di un movimento "rivoluzionario" delle classi
subalterne, che si esprima nella forma organizzativa piú adeguata al nuovo tipo di lotta che si deve condurre...

Noi abbiamo individuato l'Università Negativa come luogo di integrazione politica e analisi critica dell'uso degli strumenti scientifico-tecnici
proposti dallo strato intellettuale della classe dominante nelle nostre università.

Ad un uso capitalistico della scienza bisogna opporre un uso socialista delle tecniche e dei metodi piú avanzati.

Forme di contestazione ideologica

... La contestazione ideologica si esplica in forme diverse:



a) Controlezioni e occupazioni bianche. Le controlezioni si tengono di regola, alla stessa ora delle lezioni ufficiali, su argomenti di
insegnamento universitario, e tendono a sottrarre a queste, quando lo si ritenga opportuno, la totalità dell'uditorio...

b) Controcorsi: forme piú organiche di contestazione, con finalità meno immediate e spettacolari, che consistono in una piú profonda e
consapevole socializzazione politica di studenti già precedentemente sensibilizzati.

Contestazione sindacale

... Vorremmo infine aggiungere [...] che il nostro interesse per il movimento studentesco non implica evidentemente una sopravvalutazione
dello stesso.

Il corpo studentesco non può, a nostro avviso, in alcun modo essere considerato alla stregua di una "classe," i cui interessi siano
oggettivamente e potenzialmente antagonistici alla attuale formazione economico-sociale...

Consideriamo quindi l'università sí un centro di lotta, ma non il solo, né il principale, comunque non sottovalutabile poiché in essa prende
corpo l'operazione livellatrice programmata dal capitale... Un modo per opporsi a questa operazione è il tentativo, portato avanti con gli
strumenti da noi individuati, di "sottrarre" al flusso tecnocratico potenziale forze antagonistiche (ANTIPROFESSIONISTI) per affiancarlo non
episodicamente alle altre forze antagonistiche della nostra società.

Per questo avanziamo il progetto di una UNIVERSITA NEGATIVA, che esprima in forma nuova nelle università italiane quella tendenza
rivoluzionaria che sola potrà condurre la nostra società dalla "preistoria" alla STORIA .[3]

Vengono pertanto organizzati due controcorsi: il primo sulla rivoluzione in Cina e il pensiero di Mao (con relazioni,
tra gli altri, di Mario Cannella, Filippo Coccia, Giuseppe e Maria Regis); il secondo sull'attuale fase dello sviluppo
capitalistico (consigliati testi di Sweezy, Baran, Shanfield, Sylos Labini, Meldolesi, Federico e Nicoletta Stame).
Nel programma dei controcorsi si legge: "ogni lezione proposta alla discussione viene elaborata da un gruppo
particolarmente competente in quella materia: tale elaborazione mira a saldare quella frattura tra cultura e politica
che quotidianamente viene riproposta dal sistema di insegnamento capitalistico."[4]

L'iniziativa dei controcorsi viene travolta dagli eventi: le lotte che esplodono quasi contemporaneamente in tutta
Europa e soprattutto in Francia, Italia e Germania, applicano un moltiplicatore politico al movimento di Trento. Il
31 gennaio 1968 viene proclamata la terza occupazione che si concluderà il 7 aprile dello stesso anno. In un
interessante documento si pone come indispensabile per un saldo legame di massa tra operai e studenti il salto

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qualitativo dal generico "collegamento" alla "convergenza strategica":

È [...] fondamentale affermare come l'autonomia del nuovo movimento [...] non debba diventare né rimanere autonomia delle lotte studentesche
universitarie da quelle degli studenti medi, dalle lotte proletarie e in particolare dalle lotte operaie [...]. Il legame delle lotte studentesche con le
lotte operaie deve realizzarsi tuttavia a livello di lotta di massa e non risolversi assolutamente in incontri verticistici di pochi burocrati dell'uno
e dell'altro movimento. Le forme di questo collegamento tra lotte studentesche e lotte operaie [...] pongono [...] in modo già chiaro la necessità
di un salto politico dal "collegamento" alla "convergenza" di esse, sia a livello tattico che strategico.[5]

Termina cosí l'anno accademico.



Il successivo 1968-69, si apre con un momento di riflessione. Viene sottoposta a critica severa la funzione
dell'assemblea generale: "Bastano poche assemblee perché ci si accorga che qualcosa non funziona (oggi diciamo
che le assemblee generali sono repressive e non emancipatrici). A parlare sono in pochi, sempre quelli, i 'leaders.'
Gli altri, terrorizzati e intimiditi, annotano o si addormentano o se ne vanno. Si sentono passivi, manipolati, ed è
vero."[6]

Cosí si osserva in un lungo documento firmato da Renato Curcio e Mauro Rostagno (che piú tardi sarà una delle
vittime della montatura Pisetta). Questo documento, interessante e contraddittorio, per alcuni versi sconcertante,
certamente rigettato quasi subito da entrambi gli autori, e comunque superato presto dagli eventi, rimane importante
perché "fotografa" un momento di crisi teorica. In esso, tra l'altro, si teorizzano alcuni temi fondamentali del
movimento operaio, quali il contropotere, le basi rosse, i tempi per vincere la guerra rivoluzionaria: "Si può colpire
simultaneamente la città e la campagna, il capitalismo debole e il capitalismo forte [...]. L'università e la massa
studentesca sono indubbiamente l'anello forte."[7]

Per questo motivo vanno usate come basi zone da cui partire per una lunga marcia attraverso le istituzioni:

Dobbiamo organizzare l'università e la scuola come zone di ritirata, come zone di potere rosso [...] cioè come zona dalla quale siamo liberi di
partire usando la tattica della rete da pesca, andare nelle masse e poi ritornare nei momenti di repressione [...], deve essere la zona liberata
dentro la società capitalistica. Da qui si inizia la lunga marcia attraverso le istituzioni [...]. Dobbiamo già cominciare a realizzare elementi di
controsocietà. Cosí la lunga marcia attraverso le istituzioni crea poteri rossi dove si comincia a gestire la società alternativa.[8]

Infine vengono fatte alcune interessanti considerazioni sull'avventurismo. Si prende la giusta distanza da slogan tipo
"fascisti, borghesi, ancora pochi mesi." Si prospetta invece una lotta difficile e soprattutto lunga (concetto che
rimarrà poi sempre presente nelle posizioni espresse dalle BR):

Questo non è un momento rivoluzionario, ma prerivoluzionario, e quindi non è un momento in cui si pone immediatamente il problema della
presa del potere ma l'organizzazione di un lavoro politico. Allora occorre dire che è avventurismo far sembrare o far credere alle persone, alle
masse che la presa del potere e la realizzazione di una società egualitaria è un'opera facile e rapida: bisogna invece continuamente sottolineare
che sarà difficile e lunga. Non è l'esempio cubano, ma è l'esempio cinese, quello che abbiamo di fronte, cioè non è possibile l'organizzazione
dell'isola felice con due anni di lotta, ma è possibile attraverso 40 anni di resistenza.[9]

Il movimento per l'UN di Trento e in particolare Renato Curcio, Margherita Cagol, e alcuni altri che poi verranno
inquisiti per le BR, collaborano attivamente alla redazione di "Lavoro Politico," importante rivista su cui vale la
pena di soffermarsi. Fin dal 1962 il Centro di informazione (CDI) di Verona curava la pubblicazione di un
bollettino diretto da Walter Peruzzi. Di periodicità mensile, aveva per lo piú carattere monografico. Di particolare
rilievo gli interventi sulla scuola e sul dialogo tra cattolici e comunisti. Di origine cattolica, col tempo questo centro
finirà col collocarsi alla sinistra del PCI. Nell'ottobre del 1967 il bollettino si trasforma in "Lavoro Politico," alla cui
redazione concorrono il Centro di informazione di Bolzano, la Comune di Verona, il Movimento per l'Università
Negativa di Trento, oltre ad altre partecipazioni a livello individuale, da varie parti d'Italia.

"Lavoro Politico" si definisce fin dai primi numeri "un organo marxista-leninista che si lega nelle sue origini ad
alcuni avvenimenti del nostro tempo, quali la rivoluzione culturale proletaria guidata dal pensiero di Mao Tse-tung;
l'invincibile lotta del popolo vietnamita e la contemporanea degenerazione del PCI e del PSIUP sempre piú
apertamente dimostrativa della politica di 'nuove maggioranze' logico sbocco della 'via italiana e pacifica al
socialismo' [...]. Quanto appare su LP è il risultato di una elaborazione collettiva del comitato redazionale e dei
collaboratori: per questo non appaiono, generalmente, firme individuali."[10]

Escono complessivamente nove numeri (di cui tre doppi): il primo datato ottobre 1967, l'ultimo (n. 11/12) nel
gennaio 1969. Ogni numero è caratterizzato da tre rubriche fisse, dall'editoriale e da una "monografia."

Le rubriche fisse sono:

"l) Orientamenti: pubblicazione di testi e documenti del marxismo-leninismo;

"2) Rassegna internazionale: analisi critiche dei principali avvenimenti;

"3) Teoria e lotta politica in Italia: discussioni critiche delle posizioni teoriche e delle esperienze politiche che

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hanno corso nel nostro paese, integrate con analisi particolari della realtà di classe e delle vertenze del capitalismo

in Italia."[11]

Di particolare interesse gli editoriali: scritti in un linguaggio incisivo, seppure ricchi di citazioni di Marx, Lenin,
Mao Tse-tung, Gramsci, costituiscono una fonte di orientamento teorico fondamentale per la sinistra non
revisionista, ed in particolare per tutti coloro, ed erano molti in quegli anni, che si richiamavano al marxismo-
leninismo, o che, come si usava dire, "si ispiravano al pensiero di Mao Tse-tung." Gli editoriali hanno il compito di
approfondire alcuni problemi di teoria, di organizzazione e addirittura di linea politica. Il loro stile, la loro
impostazione grafica, verrà largamente ripresa dai due numeri della rivista "Sinistra Proletaria."

I titoli suonano come parole d'ordine m-1: "SENZA TEORIA NIENTE RIVOLUZIONE, VIVA IL PENSIERO DI
LENIN!," "L'IMPERIALISMO TIGRE DI CARTA," "NON DIMENTICARE MAI LA LOTTA DI CLASSE,"
"NON VOTARE PER I NEMICI DI CLASSE!," "SENZA PARTITO NIENTE RIVOLUZIONE," "DALLE

MASSE ALLE MASSE," "APPLICHIAMO GLI INSEGNAMENTI DELLA GRANDE RIVOLUZIONE

CULTURALE PROLETARIA," "VIVA IL PARTITO COMUNISTA D'ITALIA (M-L)!"

Le monografie, redatte in collaborazione col Movimento per l'Università Negativa, hanno trattato in ordine
cronologico i seguenti argomenti: POTERE NERO, LOTTE STUDENTESCHE, RIVOLUZIONE CULTURALE
PROLETARIA, GIORNALI DI FABBRICA E OPERAISMO IN ITALIA, IL REVISIONISMO IN ITALIA,
L'EDIFICAZIONE DEL SOCIALISMO NELL'URSS, IL REVISIONISMO NEI SINDACATI, IL
BORDIGHISMO.

La rivista, a dispetto della modesta anche se non irrilevante diffusione (2.000 copie il primo numero, fino a un
massimo di 5.000), acquista via via un grosso prestigio nel movimento, contribuendo in qualche misura ad

anticiparlo e a svilupparlo ponendosi senza dubbio per molti compagni come riferimento teorico.

Verso la fine del 1968, l'intera redazione, tra cui Renato Curcio, Margherita Cagol e Duccio Berio (che piú tardi
ritroveremo nella Sinistra Proletaria), aderisce al PCd'I. Poche settimane piú tardi la scissione del partito tra "linea
nera" e "linea rossa" vede confluire in quest'ultima i compagni di LP. Ma la crisi del PCd'I s'intreccia con quella di
LP, e il collettivo redazionale si scioglie dopo alcuni mesi. Stessa fine fa il PCd'I - Linea Rossa, mentre il PCd'I -
Linea Nera subirà presto un'altra scissione (OCI). Alla base della scissione (il 10 dicembre escono due numeri
contrapposti l'uno all'altro di "Nuova Unità") è l'accusa, da parte della Linea Rossa, di mancanza di duttilità nella
vecchia direzione del PCd'I di fronte all'agitazione spontanea di studenti e lavoratori. Altro punto controverso, il
sistema della "candidatura," che precede l'iscrizione, il cui abuso aveva allontanato una gran quantità di
simpatizzanti e di militanti. Quelli della "Linea Rossa" vengono a loro volta accusati di aver fatta entrare "gli
elementi piú eterogenei, vecchi e nuovi maneggioni." Sta di fatto però che la gran parte di ex fascisti "convertiti" al
PCd'I[12] e poi denunciati come provocatori (Domenico Pilolli, Alfredo Sestili, ecc.), erano vicini o avevano
aderito alla tendenza che avrebbe dato luogo alla "Linea Nera." Ma non possono certo ritenersi questi i reali motivi

della rottura. In realtà, la crisi del PCd'I del 1968-69 rientra nella piú vasta crisi di tutta la sinistra m-1 in Italia.

1. Da un ciclostilato a cura del MS di Trento, Il Movimento Studentesco a Trento, reperibile presso l'Istituto
Feltrinelli di Milano.
2. Ibidem.
3. Da "Lavoro Politico," n. 2, novembre 1967.
4. Programma dei controcorsi per l'anno accademico 1968, ciclostilato reperibile presso l'Istituto Feltrinelli di
Milano.
5. Mozione conclusiva del convegno sulle lotte studentesche tenutosi a Trento il 6 febbraio 1968. Da "Mondo
Nuovo," n. 8, 25 febbraio 1968. In seguito pubblicato anche da "Problemi del socialismo," n. 28/29, 1968, e a
cura del MOVIMENTO STUDENTESCO, Documenti della rivolta universitaria, Laterza, Bari 1968.
6. Proposta di foglio di lavoro, a cura di Renato Curcio e Mauro Rostagno, ciclostilato reperibile presso l'Istituto
Feltrinelli di Milano.
7. Ibidem
8. Ibidem
9. Ibidem
10. Da "Lavoro Politico," n. 2, novembre 1967. Ripetuto sulla controcopertina dei numeri successivi.
11. Ibidem
12. Vedi in proposito La strage di Stato, ed. Samonà e Savelli, Roma 1970: si trattava di infiltrati, che piú tardi
saranno espulsi.

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capitolo 3

3
Dall'autunno caldo al "Collettivo Politico Metropolitano"
Le lotte studentesche del '68, da alcuni considerate "detonatore," da altri "elemento dinamico del processo di
formazione del proletariato moderno," producono come primo effetto il diffondersi in fabbrica di nuove forme di
lotta, violente e illegali. Questa infezione di libertà da un lato mette in crisi le organizzazioni tradizionali,
impreparate a contenere la spontaneità operaia, dall'altro pone prepotente l'esigenza dell'organizzazione

rivoluzionaria, adatta all'offensiva proletaria in atto.

E' cosí che, a partire dal '69, si assiste alla nascita di numerosi partiti, gruppi o collettivi che si pongono il problema
dell'organizzazione. Uno di questi è il Collettivo Politico Metropolitano promosso a Milano dal CUB Pirelli, dal
GdS Sit-Siemens, dal GdS IBM, da alcuni collettivi di lavoratori-studenti, da gruppi di compagni dell'Alfa Romeo,
della Marelli, dei telefoni dello Stato, del Movimento studentesco, oltre che da militanti senza organizzazione. Sarà

proprio il CPM il nucleo iniziale da cui attraverso varie trasformazioni, nasceranno e si svilupperanno le BR.

L'atto di nascita ufficiale del CPM risale all'8 settembre 1969, data in cui fu preparato un bollettino ad uso interno
dei militanti. Scritto sotto forma di relazioni compilate a cura dei singoli comitati di azienda di Torino, Milano, o di
lavoratori-studenti, definisce il CPM come strumento che deve predisporre "le strutture di lavoro indispensabili a
impugnare in modo non individuale l'esigenza-problema dell'organizzazione rivoluzionaria della metropoli e dei

suoi contenuti (ad esempio democrazia diretta, violenza rivoluzionaria ecc.)."[1]

In contrasto con l'astratto e spesso falso rigore marxista-leninista allora in voga, vi si sottolinea che "attualmente il
processo di costruzione del collettivo non avviene sulla base di un programma e neppure sulla base di una rosa di
principi ideologici.”[2]

Il CPM non è il prodotto di un atto volontaristico, non nasce dal nulla, ma è il frutto delle lotte condotte nelle
fabbriche dove erano presenti in posizione egemone, o comunque di rilievo, i comitati che in seguito alla

maturazione della loro esperienza decidono di dare vita a questa organizzazione. Lo scopo non è limitato al
collegamento tra diverse aziende: l'intento dichiarato è quello, assai piú ambizioso, di portare fuori dalle fabbriche e
dalle scuole l'offensiva generalizzata al sistema, investendo l'intera area metropolitana. È quindi indispensabile, per
comprendere la genesi delle BR (che, in quanto tali, nasceranno nel 1970), riandare al 1968 e analizzare, sia pure in
breve, le principali esperienze di fabbrica dei comitati che hanno dato vita al collettivo politico metropolitano.

GdS Sit-Siemens

Con il fine generico di "studiare e proporre a tutti gli impiegati obiettivi ed azioni atte a migliorarne le condizioni
generali [...] non dall'esterno come il sindacato [...] ma dall'interno attraverso analisi e assemblee a cui tutti possono
partecipare,"[3] nasce a Milano nel '68 il Gruppo di studio Sit-Siemens. Costituito inizialmente di soli impiegati,

cosí ne viene spiegata in un volantino distribuito alla Face-Standard l'origine:

Un anno fa eravamo [...] disorganizzati, senza collegamenti tra di noi [...]. Tutti ci lamentavamo e l'alternativa in pratica era una sola, andarsene
o subire [...]. Non c'era ancora apparso chiaro che la maggior parte dei problemi non erano individuali ma comuni, che il rapporto tra ciascuno
di noi, isolato e debole, e la direzione poteva essere rovesciato. Si è formato così un gruppo che abbiamo chiamato di studio [...].

Riuscimmo a elaborare una serie di richieste che, sottoposte mediante referendum all'attenzione di tutti, diventarono la base delle nostre
rivendicazioni. Infatti in un'assemblea decidemmo di avanzare ufficialmente le richieste alla direzione che le respinse. Sempre l'assemblea
decretò allora lo sciopero, il primo da oltre 20 anni fatto da noi impiegati, cui partecipò piú del 90%. Alla fine dello sciopero, a parte i risultati
che possiamo giudicare soddisfacenti in sé, [...] possediamo degli strumenti ormai collaudati, come il gruppo di studio e l'assemblea, che ci
consentono di operare scelte collettive.[4]


La fase iniziale del GdS si conclude pertanto con un grosso successo, ma anche con non poche ombre: composto di
soli impiegati, non riesce ad elaborare una analisi di classe sulla reale condizione di sfruttamento dei lavoratori, né

trova collegamenti con altre forze simili operanti in altre fabbriche. Si tenta allora di superare le tradizionali
divisioni tra operai e impiegati entrando nella CI "con il preciso mandato di riferirsi sempre al GdS" e si cercano
collegamenti all'esterno col CUB Pirelli, con i lavoratori della Face-Standard, con il GdS IBM, e con altri gruppi di

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lavoratori e studenti.

Le lotte per il contratto (autunno 1969) vedono il GdS Sit-Siemens in prima fila.

Suo merito è l'uso generalizzato dell'assemblea, che in piú di una occasione esprime parere negativo sulle trattative
tra CI e direzione.

Non sono gli obiettivi (cottimo, categorie) a mettere in contrasto la CI col GdS, ma è il tema legalità-illegalità
assieme alle nuove forme di lotta che la fantasia operaia va via via creando: cortei interni, non collaborazione,
rifiuto di sottostare alla perquisizione all'uscita, rifiuto di timbrare durante gli scioperi, blocco dei passi carrai,
sabotaggi. Un volantino del GdS cosí si esprime contro l'autoritarismo in fabbrica:

... lo sciopero prolungato ha come effetto che noi non produciamo [...] ma il padrone per questo tempo non ci paga [...]. È necessario trovare
forme di lotta che danneggino la produzione piú di quanto danneggino noi [...]. Alcune forme di lotta non piacciono alla direzione che le
dichiara illegali [...]: illegali sono cosí lo sciopero, il picchetto, la caccia ai crumiri, un vetro rotto durante le manifestazioni...

Legali sono invece il cottimo, il basso salario, l'intimidazione diretta o mascherata, le multe, il lavoro pericoloso o nocivo...

Contro la sua volontà, contro le sue leggi, dobbiamo imporre la nostra volontà, contrapporre il nostro potere [5]


Ai sindacati che cercano di convincere i lavoratori sul discorso del merito, cosí replica il GdS:

La lotta per il salario svincolato dalla produttività e dalla mansione deve essere il primo passo [...] verso l'abolizione del lavoro salariato, cioè
contro il sistema dei padroni [...]. Va ripresa l'indicazione strategica di Marx "invece della parola d'ordine conservatrice un giusto salario [...]
gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario 'soppressione del lavoro salariato."[6]


La lotta contrattuale assume forme cruente e anche i padroni perdono la calma. Da un volantino del GdS:

Verso le 16 all'ottavo piano, l'amministratore delegato rag. Ravalico ha accolto gli operai saliti per dare la caccia ai
crumiri con termini come "branco di mascalzoni" e ha schiaffeggiato un'operaia.

Gli operai hanno reagito inseguendolo nell'ufficio ed invitandolo a scendere in cortile [...]. Sotto la pressione della
gente Ravalico è stato pressato tra la scrivania e il muro. Sgusciato fuori si è rifugiato in un altro ufficio ..[7]

La linea del GdS appare insomma sempre meno recuperabile dal sindacato, che non riesce a farne propri i contenuti
e i metodi. Da parte del GdS si muovono dure critiche contro la CI, considerata un'équipe di "professionisti della
contrattazione":

A noi non interessa parlar male del sindacato, né accusare gratuitamente qualcuno di essere venduto al padrone [...]. Il sindacato non è venduto
[...] soltanto ha scelto, insieme ai cosiddetti partiti dei lavoratori, la strada delle riforme, cioè la strada dell'accordo complessivo e definitivo
con i padroni.

Si va sempre piú chiarendo il vero ruolo del sindacato e dei partiti "dei lavoratori" che stanno barattando la loro capacità di egemonizzare e
controllare i lavoratori con il loro ingresso in alcune strutture di potere (Uff. collocamento, scuole professionali, INPS, INAM).

Appare sempre piú chiaro nella lotta contrattuale che la lotta di base sta assumendo un aspetto generale, uscendo dalla fabbrica per coinvolgere
tutta la struttura sociale. Di qui la necessità per il gruppo di darsi una dimensione adeguata al livello dello scontro, cioè di agire non solo in
fabbrica, ma anche nella scuola, nei quartieri, in una parola nella metropoli, di qui la costruzione di un collettivo metropolitano (CPM) a cui il
gruppo partecipa.[8]


Il gruppo continua la sua azione politica "ponendosi non già in fabbrica come alternativa al sindacato e fuori come
alternativa ai partiti, ma cercando di riassumere le due necessarie componenti della lotta di classe, l'economico con
il politico, al livello richiesto dalla lotta stessa.”[9]

CUB Pirelli

Il processo di ristrutturazione tecnologica voluto da Pirelli negli anni Sessanta, comporta un aumento assoluto dei
ritmi e un conseguente peggioramento delle condizioni di lavoro. Nel febbraio 1968 i sindacati firmano con la
direzione un accordo che segna la svendita di una lotta dura concretatasi in 72 ore di sciopero.

Si diffonde il malcontento e un volantino di dissenso viene firmato da operai iscritti alla CGIL e alla CISL. I
lavoratori che vengono assunti negli anni sessantotto/sessantanove (anni di espansione per il settore della gomma)
portano una caratteristica comune: sono tutti giovani o giovanissimi: molti di questi vengono da istituti di istruzione
secondaria, numerosissimi sono lavoratori-studenti. L' alta conflittualità verificatasi in Italia e in Europa nel '68 si

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riflette anche all'interno della fabbrica.

Il primo risultato è la costituzione del CUB che si presenta per la prima volta con un volantino nel giugno 1968,
piuttosto generico, nel quale si differenzia dai sindacati solo per la premessa generale, e per 1'enfatizzazione del
carattere di base del comitato. L'assenza di una ideologia precostituita allarga la base delle adesioni operaie. Mentre
la proposta del sindacato è fondata essenzialmente sulla richiesta di aumenti salariali, il CUB propone un ventaglio
di richieste articolate nei seguenti punti:

1) abolizione di ogni condizione di nocività;

2) nuove assunzioni per aumentare l'organico;

3) riduzione dell'orario a parità di salario;

4) rivalutazione del cottimo;

5) prospettiva di eliminazione di quest'ultimo con assorbimento in paga base.

A differenza del sindacato, che intende operare all'interno dell'organizzazione del lavoro in atto, il CUB si propone
di contrastarla contestando l'autorità del padrone e l'uso capitalistico del lavoro.

L'accordo raggiunto dai sindacati (22 dicembre 1968) rende tuttavia ancora piú incentivante il cottimo costringendo
l'operaio a lavorare di piú. Il CUB ne denuncia senza mezzi termini il carattere di compromesso, in un volantino nel
quale si esamina la situazione in fabbrica dopo la firma del contratto del settore:

Il piano del Capitale


a) l'espansione dell'economia necessita di una riduzione dei costi che può essere imposta soltanto con un aumento dei ritmi, e il blocco delle
lotte, o meglio l'inserimento delle stesse in un ambito controllato e programmato;

b) i sindacati devono sempre piú funzionare oggettivamente da "gestore dei contratti" e "non possono quindi portare un attacco a fondo al

piano economico." Viceversa bisogna partire dall'assunto che "la lotta è l'unica arma operaia," il nostro obiettivo deve essere quello di partire
direttamente dalla condizione operaia in fabbrica e di trovare quei punti comuni a tutti i reparti, quegli obiettivi di fondo su cui far partire la
lotta [...]. Gli obiettivi non possono venire dall'alto ma devono crescere e precisarsi nel dibattito di base.[10]


Emblematica per comprendere la differenza di ottica tra CUB e sindacati è la lotta contro la nocività: mentre il
sindacato si limita a proporre "l'eliminazione del periodo di carenza in caso di malattia, e del fiscalismo del
controllo medico," il CUB capovolge l'approccio, e chiede non già il miglioramento dell'assistenza della malattia
(effetto del lavoro), ma pretende che si intervenga sulle cause, considerando che la nocività è strettamente legata ai
ritmi di lavoro, al taglio dei tempi, ecc.

Del resto, il rifiuto del taglio dei tempi diviene una pratica spontanea da parte degli operai che spesso senza
comunicare le loro richieste, né ai padroni, né ai sindacati, arrestano il lavoro, rifiutandosi di riprenderlo in de-
terminate condizioni. Presto sarà lo stesso sindacato ad abbandonare la tematica "mutualistica" per adottarne un' altra
piú aderente alle esigenze degli operai.

Al momento di massima espansione nell'estate-autunno 1969 segue un rapido declino nel successivo ciclo di lotte
operaie ('70-71), dovuto al recupero del sindacato: nelle piattaforme sindacali vengono assorbiti i suggerimenti dei
CUB e in qualche caso viene addirittura accettato il ricorso a metodi di lotta violenti.

Il CUB che si era costituito come "nucleo di organizzazione della lotta, ma mai come organo di direzione politica
della classe operaia," viene messo in discussione da quei compagni che, nella presunzione dell'esistenza del partito

rivoluzionario, identificato con AO, propongono un "salto qualitativo" nella funzione del comitato. Altri, al
contrario, non ritengono sia il momento di aprire un processo che tenda alla formazione di un'organizzazione
politica complessiva ma preferiscono concentrarsi nello sviluppo della lotta in fabbrica. Nel giugno 1969 si giunge
pertanto a una spaccatura e alla formazione di due CUB, uno dei quali controllato da AO.
In conclusione il bilancio delle lotte alla Pirelli resta comunque positivo: le lotte del '69 hanno reso manifesta la
possibilità di uno sbocco rivoluzionario anche in una società industriale avanzata. Per gli obbiettivi posti e per le
forme di lotta via via inventate dalla fantasia operaia, il CUB Pirelli ha segnato forse uno dei piú alti livelli di
espressione dell'autonomia operaia in Italia e in Europa. Tuttavia sono emersi non pochi limiti, alcuni dei quali sono
alla base della scelta di molti compagni di entrare nel CPM, struttura considerata piú idonea a portare l'attacco al
sistema.

Infatti a causa dell'impossibilità di generalizzare lo scontro aziendale all'intera società, e della mancanza di
istituzioni alternative a quelle del sindacato, il CUB non è riuscito ad andare oltre "l'organizzazione della
spontaneità" ponendosi spesso nel ruolo di gruppo di pressione che agisce a fianco del sindacato.

GdS IBM

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La pace sociale propiziata dai tre sindacati aveva consentito alla direzione IBM di introdurre nella fabbrica di
Vimercate in maniera sempre piú accentuata la completa meccanizzazione dell'intera struttura di fabbrica. Il lavoro
viene via via svuotato di ogni carattere di professionalità. La conseguente parcellizzazione è spinta a tal punto da
ridurre i tecnici a "semplici appendici dei programmi meccanografici."

Di fronte a questa situazione "le organizzazioni sindacali si perdono in una politica di piccolo cabotaggio fatta di
questioni minime e quotidiane [...] eludendo di affrontare i veri problemi della classe operaia in una azienda ad alto
sviluppo tecnologico.[11]

In fabbrica lavora essenzialmente un proletariato giovane, costituito da operai "specializzati" o impiegati "tecnici,"
molti dei quali, contagiati dalle lotte studentesche e operaie che avevano interessato il paese intorno agli anni '68-
69, mostrano insofferenza per la politica sindacale. Esiste quindi il terreno propizio perché, nel marzo '69, alcuni
tecnici costituiscano il GdS IBM: "L'eterogeneità politica, culturale (cattolici, marxisti, ex liberali) e sociale (alcuni
tecnici, un ex capo dimessosi per motivi politici, un capo in crisi, un ex operaio sindacalista e rappresentante di CI)
del gruppo è la dimostrazione [...] che lo sviluppo capitalistico [...] apre continuamente nuove contraddizioni nella
società [...] e nuovi schieramenti prima impediti dai grado inferiore di sviluppo del capitale."[12]

Il primo episodio in cui fu vittoriosamente impegnato il GdS è la lotta in seguito al licenziamento di un capo,
avvenuto nel settembre 1969:

La direzione [...] licenzia in tronco un capo colpevole di aver chiesto di essere esonerato dalle proprie funzioni, di partecipare ai picchettaggi e
di far parte del gruppo politicamente schierato contro la direzione [...].

In questa fase si assiste al grottesco comportamento della CI che in "un'estenuante trattativa" con la direzione del personale, finisce per
accettare la decisione padronale giungendo ad imporla al compagno licenziato "per il suo bene" [...]. I lavoratori della IBM si fermano e si
riuniscono in assemblea [...]. L'operato della CI viene interamente sconfessato e questa di fatto è spazzata via come presenza e riferimento
dirigente: si impone alla CI di intimare alla direzione il ritiro del provvedimento. Viene deciso di costituirsi in assemblea permanente saldando
la lotta contro la repressione a quella contrattuale. E' una giornata memorabile per la IBM, per l'autonomia e la carica di classe che i lavoratori
vi esprimono in forme del tutto spontanee; essa viene vissuta in un clima di accesa tensione. Lo sciopero spontaneo dura tutto il giorno
passando dalla forma assembleare al corteo snodatosi per tutta la fabbrica per poi ricomporsi nuovamente in assemblea, e decidervi le forme di
lotta per i giorni successivi.[13]


Queste notizie fanno scalpore. Un volantino le diffonde nelle altre sedi; la lotta si estende:

La democrazia IBM ha colpito ancora


Nello stabilimento di Vimercate un capo dallo stomaco troppo delicato per fare il capo è stato licenziato [...]. La IBM, che si vanta di avere
innalzato l'uomo fino alla luna, seppellisce su questa terra altri uomini che non accettano di essere strumenti di produzione e di consumo, ma
intendono fare un uso completo del loro cervello...

Ora nessuno piú in IBM potrà presentarsi alla gente parlando di democrazia, porte aperte, diritto al lavoro, e altre puttanate di questo genere. Il
marciume che si nasconde sotto queste parole è ormai tale che nessuno potrebbe ancora fingere di non avvertirne il fetore. LE NOSTRE
SORTI VOGLIAMO AVERLE IN MANO NOI, E GUIDARLE FINO IN FONDO.

Ogni lotta individuale non pub che condurre al suicidio [...]. Solo l'UNIONE DI TUTTI I LAVORATORI SCONFIGGE QUALSIASI FORZA
DI OPPRESSIONE PADRONALE .[14]

La direzione IBM è costretta a rimangiarsi il provvedimento.



"Il bilancio è indubbiamente positivo: lo sciopero spontaneo e la conquista dell'assemblea [...] costituiscono la
nuova base politica da cui muovere." Tuttavia:

l'insufficienza politica e una certa dose di opportunismo presente nel gruppo permettono ai sindacati di riassorbire
ben presto il movimento nei canali della logica contrattuale[16]

Il vuoto politico nel quale cammina la lotta in fabbrica segna un progressivo allentamento della tensione. Di tanto in
tanto qual

che incidente; qualche scossone, quali gli scontri con irriducibili crumiri, incidenti alle loro autovetture; ai quali non
si sa dare un giusto peso politico, ed uno sbocco adeguato [...]. Le bombe di Milano chiudono oggettivamente la

lotta contrattuale.[17]

Tra novembre e dicembre il gruppo analizza la propria crisi, manifestatasi nella contraddizione tra "il successo
dell'obbiettivo generale di mobilitazione della classe operaia, e il fallimento del presupposto di autonomia che ne
doveva essere il fondamento."[18]

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Ad una critica radicale "contribuisce in modo determinante il confronto politico con altri gruppi che nello stesso
periodo vivono la stessa esperienza, quali il CUB Pirelli e il gruppo Sit-Siemens."

Secondo questa analisi autocritica:

... rivolgersi a tutti i lavoratori [...] è stato far finta di non scorgere la realtà, non agire per individuare la sinistra di fabbrica e all'ìinterno di
questa cercarsi lo spazio politico per costituirsi quale punto di riferimento [...]. Alla IBM si è voluto essere il punto di riferimento di tutti i
lavoratori e non lo si è stato per nessuno, si è raccolta la simpatia di tutti e si è stati considerati una frangia dissidente dei sindacati, si è voluto
deviare la direzione e il terreno dello scontro alla IBM in opposizione alle scelte sindacali e si è stato soltanto strumento quasi sempre
inconsapevole del sindacato. Errori sono stati compiuti nello "scambiare per coscienza, politica un generico opportunismo da `maggioranza
silenziosa' che si schiera monotonamente con la tesi vincente."[19]

Si avverte l'esigenza di superare il livello spontaneo della lotta in fabbrica e di unificare il fronte anticapitalistico a
quello antirevisionista e antimperialista. Per tentare di saldare il fronte anticapitalista con quello antimperialista
viene compiuta un'azione dimostrativa: durante l'inaugurazione di un nuovo modello IBM, a cui partecipano oltre
che i massimi dirigenti IBM, anche vari ospiti delle "consorelle americane," vengono affissi manifesti e striscioni,
con scritte del tipo "IBM PRODUCE GUERRA" e "IBM IN ITALIA, IMPERIALISMO IN CASA," "SCIOPERO,
FUORI I SERVI DELL'IMPERIALISMO."

È questa l'accoglienza che il CPM, organizzazione nella quale si era da poco integrato il GdS IBM, riserva agli
ospiti, che vengono cosí costretti ad entrare dalla porta di servizio. È solo un primo episodio, che rimane tuttavia
rilevante perché "traccia definitivamente la discriminante tra chi intende condurre la lotta solo nei termini di
rivendicazione economica e coloro che dichiarano apertamente la loro determinazione a portare lo scontro fin dentro
le intime strutture del capitale. Da questo punto in poi la sinistra reale fornisce con la chiarezza delle sue posizioni,
un alibi alla inerzia sindacale in fabbrica. I sindacati riscoprono cosí fino in fondo la loro vocazione [...] di interpreti
della maggioranza silenziosa."[20]

Questo obiettivo, e in generale l'esigenza di unificare nel fronte del potere i tre fronti (anticapitalista,
antirevisionista, antimperialista) "non può essere realizzato con i mezzi vecchi, con un tipo di organizzazione e di
rapporto con il movimento che continua a ricalcare i CUB e i GdS, ancora riferito alla fabbrica, quando il quadro
istituzionale si è oramai riorganizzato per imbrigliare le lotte spontanee di fabbrica e dirigerle nel sociale.[21]

La crisi del CUB Pirelli (determinata dal venir meno della lotta all'indomani dell'accordo aziendale, e dal non essere riuscito ad esprimere
un'avanguardia operaia interna alla fabbrica), l'impasse dei gruppi IBM e Sit-Siemens e di altri gruppi sorti come funghi nell'autunno sindacale,
alcuni dei quali erano in rapida dissoluzione, sollecita una profonda revisione dei presupposti politici alla base della loro azione e un
ripensamento radicale che ne giustifichino l'esistenza al di fuori delle organizzazioni sindacali e dei partiti della sinistra.

L'alternativa è chiara: o i gruppi [...] superano questa fase, profondamente imbevuta di spontaneismo, volontarismo, settarismo, e priva quindi
di una seria prospettiva di classe contrapponibile alle

organizzazioni che rifiutano, assumendo il punto di vista generale dello scontro tra borghesia e proletariato, oppure sono destinati ad essere
spazzati via inesorabilmente dalla scena politica ... [22]

In parole povere l'autunno sindacale ha decretato la morte del "gruppismo." Quanto alla lotta in fabbrica va
inquadrata "nel movimento piú ampio della lotta di classe a livello mondiale, e nelle sue articolazioni europee."

Per quel che riguarda il terreno di lotta si conclude che "soprattutto nell'area metropolitana la lotta di classe si pone
in termini rivoluzionari il cui sbocco è rappresentato dalla LOTTA ARMATA DI POPOLO."

Il superamento dei gruppi si pone quindi come momento corrispondente del livello di scontro in atto e detta la necessità di costituire un gruppo
politico di intervento omogeneo all'interno di un'area politica definita dalle strutture capitalistiche che tale area determinano, la metropoli, con
l'obbiettivo fondamentale di indicare le necessità e di contribuire all'organizzazione della lotta rivoluzionaria europea. Nasce cosí il Collettivo
Politico Metropolitano quale nucleo politico agente all'interno dell'area capitalistica e come momento corrispondente del processo

rivoluzionario in atto.[23]

Alla fine del 1969, in un convegno del Collettivo, a Chiavari, viene posto all'ordine del giorno il problema della lotta
armata e della violenza: su questi temi si creano profonde divisioni ma, nello stesso tempo, si sviluppano nuove
aggregazioni. Il frutto piú interessante del convegno, dal punto di vista teorico, è senza dubbio l'opuscolo, ormai
raro, Lotta sociale e organizzazione nella metropoli, dove viene definita, una volta sistematizzata, la linea politica
del collettivo. Nel documento, che rimane a tuttoggi la piú alta espressione del livello teorico prodotto da questi
compagni, viene tracciato "il bilancio di una :esperienza politica concreta e la progettazione di un lavoro futuro."

Autonomia proletaria e organizzazione

Viene innanzitutto data una prima definizione di autonomia proletaria:

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Noi vediamo nell'autonomia proletaria il contenuto unificante delle lotte degli studenti, degli operai e dei tecnici che hanno permesso il salto
qualitativo 1968-69.

L'autonomia non è un fantasma o una formula vuota alla quale oggi, di fronte alla controffensiva del sistema, si aggrappano i nostalgici delle
lotte passate. L'autonomia è il movimento di liberazione del proletariato dall'egemonia complessiva della borghesia, e coincide con il processo
rivoluzionario. In questo senso l'autonomia non è certamente una cosa nuova, un'invenzione dell'ultima ora, ma una categoria politica del
marxismo rivoluzionario, alla luce della quale valutare la consistenza e la direzione di un movimento di massa.

Autonomia da: istituzioni politiche borghesi (stato, partiti, sindacati, istituti giuridici, ecc.), istituzioni economiche (l'intero apparato
produttivo-distributivo capitalistico), istituzioni culturali (l'ideologia dominante in tutte le sue articolazioni), istituzioni normative (il costume,
la "morale" borghese).

Autonomia per: l'abbattimento del sistema globale di sfruttamento e la costruzione di un'organizzazione sociale alternativa.[24]

Riguardo alla prassi politica che deve stare alla base dell'autonomia, viene sviluppata una polemica con i gruppi
della sinistra extraparlamentare. Alla fine, seppure con diverso accento, ritorna il concetto di lotta di lunga durata
già teorizzato da Curcio e Rostagno nel documento di Trento del '68:

Un primo modo, elementare ma immediato, di essere presenti nelle lotte sta nel rincorrere gli scoppi di lotta ovunque essi si manifestino
(università, Battipaglia, Fiat, Pirelli, tecnici, bancari, ecc.) con un unico fine: produrre una "radicalizzazione" della lotta attraverso l'esaltazione
delle forme in cui si manifesta; i contenuti della lotta sono lasciati in secondo piano.

Questa prassi politica è fondata sulla tesi spontaneistica che la lotta di classe è possibile solo creando lotte di massa, non importa su quali

obbiettivi, purché tali lotte si facciano in modo violento...

Un secondo modo, piú politico e accorto; vede le forme della lotta come condizione della lotta di classe, ma indica come condizione non meno
importante gli obbiettivi della lotta, soprattutto per arrivare alla unificazione e alla generalizzazione dello scontro...

Nella lotta di classe vengono distinti tre elementi: gli obbiettivi, le forme di lotta, l'organizzazione.

Alla classe operaia spetta di radicalizzare la lotta sugli obbiettivi unificanti, ma l'organizzazione è il risultato delle lotte...

La lotta viene quindi considerata avanzata o arretrata nella misura in cui esprime obbiettivi unificanti e forme radicali. L'organizzazione
emerge dopo, come esigenza di "conservare" i risultati conseguiti durante la lotta, a livello di coscienza...

L'ipotesi è quindi quella di una lunga "guerra di posizione," nel corso della quale la classe operaia si rafforza nella misura in cui si organizza.
Per entrambe le due posizioni analizzate (alla prima appartengono, in linea di massima, Lotta Continua e le assemblee operaistudenti; alla
seconda Potere Operaio) l'autonomia è la condizione preliminare perché si ponga la lotta stessa. L'autonomia è intesa come "indipendenza" dal

sindacato e dal partito...

Lo sviluppo dell'autonomia è inteso dunque come sviluppo organizzativo da contrapporre alle organizzazioni tradizionali.

Noi riteniamo restrittiva e superficiale questa concezione dell'autonomia, la quale, cosí considerata, diventa unicamente strumento e condizione
per fare sviluppare le lotte...

Possiamo distinguere, all'interno del movimento operaio, due atteggiamenti fondamentali rispetto alle lotte autonome di massa del 1968-69:

- di chi non intende l'aspetto di rottura e tenta di recuperarne

e sfruttarne le potenzialità ai fini di una sorta di "restaurazione politica."

La forma di questa restaurazione è varia: da quella revisionista [...] a quella dei gruppi ideologici minoritari che si sono affrettati a riprodurre i
loro vecchi schemi, senza intendere che proprio il movimento autonomo costituisce la piú radicale critica pratica di massa a tutte le posizioni
imperniate sulla rimasticatura ideologica e sulla riproposta delle linee perdenti del movimento operaio. Queste posizioni, seppure fortemente
concorrenziali tra loro, concordano su un punto: la sottovalutazione e il rifiuto del frutto politico piú maturo delle lotte: l'autonomia proletaria;

- di chi, pur essendo di varia derivazione e tendenza, ha compreso che l'autonomia proletaria è il punto nodale dal quale partire per il lavoro
politico futuro...

Noi - che in questo ambito ci collochiamo - riteniamo che sia questa l'unica posizione feconda, l'unica in grado di sviluppare la lotta
rivoluzionaria nella metropoli europea.

Perché di questo si tratta. Non tanto di vincere subito e di conquistare tutto (i facili slogan degli apprendisti manipolatori), ma di crescere in
una lotta di lunga durata, utilizzando gli stessi potenti ostacoli che il movimento incontra sul suo cammino per compiere un salto da
movimento spontaneo di massa a movimento rivoluzionario organizzato.[25]

Il discorso passa poi all'organizzazione:

L'ipotesi di fondo è che: l'elemento oggettivo capace di definire il proletariato dentro e fuori la fabbrica è la struttura politica del salario. Viene
abbandonata la tesi che l'operaio e il tecnico sono tali solo in fabbrica e che fuori da essa diventano "cittadini." La socializzazione delle lotte si
presenta con tutta la sua pregnanza come attacco all'organizzazione del lavoro e alla condizione salariale nella fabbrica, nella scuola.e nella
società...

L'attacco alla condizione salariale si presenta dunque all'autonomia proletaria come il contenuto fondamentale delle lotte sociali, capace cioè di
impegnare tutti i singoli contenuti del disagio sociale, tutti i singoli momenti dello sfruttamento globale.

Il nostro, vero problema è dunque non tanto l'estensione orizzontale quantitativa dello scontro (dalla lotta di fabbrica per un maggior salario
alla lotta sociale per la difesa del salario), ma un salto politico della lotta,- che contemporaneamente difenda ed estenda il livello di autonomia
faticosamente conquistato in questi ultimi anni di lotta. Estendere la lotta continua dai centri produttivi alla società, dalle manifestazioni dello
sfruttamento diretto alle manifestazioni complessive dello sfruttamento, realizzare questa estensione comprendendo tutti i termini, i vincoli e i
problemi che il nuovo ambito sociale di lotta pone all'autonomia è la condizione perché l'esigenza espressa dalle lotte, esigenza
d'organizzazione rivoluzionaria, si traduca in realtà operante.

Dobbiamo porci il problema concretamente. Quale livello d'organizzazione è oggi possibile e necessario?...

CUB, GdS, Movimenti studenteschi di sede, ecc. hanno avuto una funzione: essere gli strumenti della rinascita del movimento autonomo del

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proletariato, attraverso lotte autodeterminate e autogestite.



L'ambito politico di tale lotta era collocato fondamentalmente nella scuola e nella fabbrica, cioè all'interno delle istituzioni... Nel momento in

cui le lotte si sono generalizzate, e in cui molti dei contenuti politici dell'autonomia sono stati acquisiti [...], lo strumento organizzativo interno,
settoriale, non ha piú funzione politica reale e giustamente viene travolto dalle stesse lotte che ha generato.

Sviluppare l'autonomia proletaria oggi significa superare le lotte settoriali e gli organismi settoriali. Questo superamento non può che avvenire
attraverso la lotta contro le tendenze "conservatrici," presenti all'interno del movimento, che confondono l'autonomia con il suo primo livello di
espressione organizzata: appunto i CUB, GdS, MS.

Quale è oggi il reale spazio politico degli organismi di base? L'esperienza delle lotte contrattuali e la paralisi del movimento studentesco, ci
dimostrano che lo spazio politico all'interno della lotta rivendicativa si è ristretto a tal punto che l'azione degli organismi settoriali è sì
funzionale allo sviluppo della lotta, ma nella stessa direzione e verso gli stessi obiettivi dei sindacati...

La dimensione sociale della lotta richiede organismi di base a livello sociale [...]. Non si tratta quindi di fare un salto da organizzazione di base
a organismo di vertice [...], ma di costruire organismi politicamente omogenei per intervenire nella lotta sociale metropolitana.

Il superamento dell'operaismo e dello studentismo [...] non può avvenire attraverso l'unione spontanea, sporadica e apolitica di operai e studenti
[...], ma attraverso la creazione di nuclei organizzativi che si pongano a livello dei problemi sociali complessivi.[26]

La funzione del tecnico

In questi anni si sviluppa un dibattito sulla funzione del tecnico, da alcuni definito come "ceto medio in via di
proletarizzazione," da altri come esterno alla classe operaia, seppure di questa buono e leale alleato. Viceversa per il
CPM "il tecnico non è altro che un operaio inserito in un'azienda ad alto livello tecnologico." Le lotte dei tecnici, "il
fenomeno piú nuovo di questa fase di lotta," hanno dimostrato che "l'automazione delle funzioni, cioè la
parcellizzazione e la canonizzazione in schemi scientifici e razionali,' ha determinato la fine della distinzione tra
lavoro manuale e intellettuale, e la loro sostituzione con una unica catena in cui è impossibile distinguere le
mansioni manuali da quelle intellettuali..."

"Il riferimento alla decrepita categoria dei ceti medi e lo stesso concetto di proletarizzazione, che presume
staticamente determinata la fisionomia del proletariato (confuso con la categoria sociologica degli operai)
impediscono anche la rilevazione teorica del problema."

Infine allargando il discorso all'area europea si ammonisce: "qualunque lavoro politico che prescinda in Europa dal
movimento dei tecnici, si pone automaticamente alla periferia della metropoli.”[27]

La socializzazione delle lotte

In un momento di obbiettivo recupero del sindacato il quale, rafforzatosi numericamente in virtú della logica dei
contratti nazionali, che lo trova organizzativamente preparato, e della "socializzazione" delle lotte promosse dalle
organizzazioni tradizionali della classe operaia col fine di trasferire la "tensione operaia dall'interno delle fabbriche

al sociale," terreno sul quale è impreparata la sinistra rivoluzionaria, il CPM ritiene non giustificato il pessimismo
dei gruppi extraparlamentari, che soltanto qualche mese prima apparivano tanto ottimisti sulla funzione
"rivoluzionaria" delle lotte contrattuali e la conseguente "resa incondizionata" da parte della borghesia.

In realtà "il terreno della socializzazione può rivelarsi minato e assai pericoloso per il progetto politico [...] della
classe riformista: perché la sua attuazione comporta una radicale trasformazione di tutta la struttura socio-politica
italiana." Se il peso organizzativo dei sindacati ha "bloccato l'iniziativa dei CUB, dei gruppi di studio e dei gruppi
esterni non significa che la lotta di classe sia rifluita, ma soltanto che essa ha assunto e tenderà sempre piú ad
assumere forme nuove di espressione. L'avversario non è piú [...] il padrone singolo, ma il sistema dei padroni. L'
ostacolo non è piú il controllo sindacale delle lotte, ma il complesso sistema di integrazione che si presenta sotto
l'aspetto di una nuova legalità (statuto dei lavoratori, ecc.)."[28]

Dalle "lotte sociali" alla lotta sociale


Il proletariato si trova di fronte ad un livello superiore di lotta: l'attacco alla condizione di sfruttamento generale nella società.

L'avversario non è piú, se mai lo è sembrato, il padrone singolo, ma il sistema dei padroni. L'ostacolo non è piú il controllo sindacale delle
lotte, ma il complesso sistema di integrazione che si presenta sotto l'aspetto di una nuova legalità (statuto dei lavoratori, ecc.). Le provocazioni
repressive non sono piú le serrate di Agnelli e Pirelli, ma un piano preordinato della destra nazionale e internazionale.

È tuttavia proprio di fronte a questo livello superiore di lotta che il movimento spontaneo può raggiungere "la maturità di un vero movimento
rivoluzionario."

Spetta alla sinistra proletaria, ai nuclei di avanguardia che essa ha espresso, intendere la reale dimensione dello scontro, generalizzarne i
contenuti...

La condizione salariale essenza della condizione sociale

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Arriviamo cosí al centro dei nostri problemi e cioè alla identificazione di quei contenuti politici unificanti, capaci di denunciare lo sfruttamento
cosí come esso si manifesta nell'arco dell'intera giornata naturale e non solo nel momento, pur fondamentale, della giornata lavorativa.

In tal senso va ripresa l'indicazione strategica di Marx: "Invece della parola d'ordine conservatrice: un equo salario per un'equa giornata
lavorativa, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: soppressione del lavoro salariato."[29]

La rivoluzione nell'Europa metropolitana

L'obbiettivo per il CPM è l'abbattimento violento del sistema, la rivoluzione. Ma che cosa significa fare la
rivoluzione nell'Europa metropolitana?

E' necessario oggi ridefinire il concetto stesso di rivoluzione, alla luce delle condizioni oggettive e dello sviluppo reale del movimento
autonomo del proletariato europeo. Due punti ci sembra importante mettere in evidenza:

1. Processo rivoluzionario e non momento rivoluzionario. Scrive il rivoluzionario brasiliano Marcelo De Andrade: "Prima della unificazione
del capitalismo mondiale da parte dell'imperialismo yankee, il proletariato aveva la possibilità di armarsi attraverso vie non armate, cioè poteva
prima organizzarsi politicamente e sviluppare fino ad un certo punto la lotta politica e la violenza non armata, per poi approfittare della disfatta
sociale, politica e militare delle classi dominanti dei rispettivi paesi per armarsi e prendere il potere [...]. Oggi, dato che la possibilità di una
guerra interimperialista è storicamente esclusa, un'alternativa proletaria del potere, deve essere, sin dall'inizio, politico-militare, dato che la
lotta armata è la via principale della lotta di classe."

Nella concezione corrente oggi in Italia del rapporto tra movimento di massa e organizzazione rivoluzionaria, è implicita una immagine del
processo di questo genere: prima sviluppiamo la lotta politica, conquistando le masse alla rivoluzione, poi, quando le masse saranno diventate
rivoluzionarie, faremo la rivoluzione [...]. Obbiettivo intermedio: costruzione del partito marxista-leninista.

Implicita è anche la tesi che la rivoluzione in Europa non possa che coincidere con un momento insurrezionale [...]. In effetti l'ipotesi
dell'insurrezione generalizzata è oggi assolutamente illusoria. Ma questo non significa rinunciare al proprio compito di rivoluzionari.

È la realtà stessa che ci sottrae alle suggestioni di una falsa alternativa. La dimensione sociale della lotta, e il punto piú alto del suo sviluppo: la
lotta contro la repressione generalizzata, costituisce già un momento rivoluzionario [...]. Quando ci si può beccare 4 anni di galera per non
avere aggredito un poliziotto, s'impone una scelta: o ci si rifugia nel pantano del riformismo rinunciatario, o si accetta il terreno rivoluzionario

dello scontro [...]. La borghesia ha già scelto l'illegalità. La lunga marcia rivoluzionaria nella metropoli è l'unica risposta adeguata. Essa deve
cominciare oggi e qui.

2. Processo rivoluzionario metropolitano.

Non è stato ancora sufficientemente inteso che cosa significhi sviluppare un processo rivoluzionario in un'area metropolitana a sviluppo
tardocapitalistico. I modelli rivoluzionari del passato o delle aree periferiche sono inapplicabili...

a) Nelle aree metropolitane nordamericana ed europea esistono già le condizioni oggettive per il passaggio al comunismo: la lotta è
essenzialmente rivolta a creare le condizioni soggettive...

b) Il mutato rapporto fra struttura e sovrastruttura, che tendono sempre piú a coincidere, fa sí che oggi il processo rivoluzionario si presenti
come globale, politico e "culturale" insieme. Il che significa che mutano sostanzialmente i rapporti tra movimento di massa e organizzazione
rivoluzionaria, e che di conseguenza vengono a mutare radicalmente anche i principi d'organizzazione.

c) Il terreno essenzialmente urbano della lotta. Un dato obiettivo: nel 1961, 14 431000 italiani erano concentrati in 8 aree urbane; si prevede
che entro il 2001 essi saliranno a 29 153 000, metà della popolazione totale.

A questo dato statistico corrisponde un dato politico: la città è oggi il cuore del sistema, il centro organizzatore dello sfruttamento economico-
politico, la vetrina in cui viene esposto "il punto piú alto," il modello che dovrebbe motivare l'integrazione proletaria. Ma è anche il punto piú
debole del sistema: dove le, contraddizioni appaiono piú acute, dove il caos organizzato che caratterizza la società tardocapitalista appare piú
evidente...

E' qui, nel suo cuore, che il sistema va colpito.
La città deve diventare per l'avversario, per gli uomini che esercitano oggi un potere sempre piú ostile ed estraneo all'interesse delle masse, un
terreno infido: ogni loro gesto può essere controllato, ogni arbitrio denunciato, ogni collusione tra potere economico e potere politico messa
allo scoperto...

Il sistema può opporre soltanto il peso della sua oppressione, dei suoi ricatti, della sua corruzione. Con queste armi nessun sistema è mai
riuscito a sopravvivere.[30]

Il CPM si sviluppa, divenendo forse una delle organizzazioni maggiormente presenti a Milano e, certamente, una tra
le piú dinamiche.

Continua ad operare all'interno delle fabbriche, dove hanno punti di base i CUB e i GdS che hanno promosso il
collettivo. Organizza azioni politiche dirette contro il fronte imperialistico (come la manifestazione IBM già
ricordata), o si limita a distribuire fogli di lotta, sul Vietnam o la Cambogia "INDOCINA - ITALIA LA STESSA
LOTTA - IMPERIALISMO-RIFORMISMO LA STESSA CATENA."

Non mancano tentativi di intervento su un campo piú specificamente "sociale." Per esempio nel marzo '70 viene
distribuito un volantino che esprime un abbozzo di linea del CPM sul problema della donna e sugli asili nido, che,
per quanto dia indicazioni poco praticabili, e in certo senso arretrate rispetto ad alcune posizioni attuali sulla
liberazione della donna, resta tuttavia un episodio rilevante in relazione al periodo in cui fu scritto. Dimostra se non
altro il tentativo di individuare una linea alternativa sia alla politica cattolica che a quella riformista, accusata di
condurre la lotta "a colpi di mimosa":

http://www.bibliotecamarxista.org/soccorso%20rosso/capitolo%203.htm[07/11/2014 11:19:03]
Documento senza titolo

Emancipazione della donna!?


Ma emancipazione nei confronti di chi?

Dei mariti che sono sfruttati in fabbrica 8 ore al giorno, che lavorano in condizioni nocive, a cui il sistema dei padroni fa credere di avere dei
privilegi?

Emancipazione perché la donna "può" lavorare? Emancipazione perché la donna oggi "può" andare al bar o al cinema sola, comprare qualche
vestito o qualche collana in piú, prendere la pillola?

Nella nostra società fondata sullo sfruttamento 24 ore su 24:

Gli uomini hanno il privilegio di essere sfruttati in fabbrica per "mantenere la famiglia" magari facendo gli straordinari, quando nella parola
"mantenere" i padroni intendono pagare anche il lavoro casalingo della moglie (!!).

Poi in piú in nome della loro emancipazione i padroni offrono alle donne il diritto allo sfruttamento in fabbrica, che loro chiamano diritto al
lavoro.

Cosí la donna è supersfruttata:

Una volta perché deve andare in fabbrica per arrivare a pagare l'affitto, per comperare i libri dei figli e mandarli a scuola... Un'altra volta
quando deve provvedere alla casa, ai figli, e magari fare "lotte" per la costruzione di asili nido, a colpi di mimosa!

Tutto questo serve per mantenere in vita il sistema dei padroni; infatti la proposta dell'asilo nido nei termini in cui la fa il sistema serve:

- per toglierti il cosiddetto "peso" dell'educazione dei figli per farti lavorare come e quando vuole;

- per "chiederti la delega" di educarli dalla nascita secondo i suoi interessi.

Lottare per gli asili nido significa lottare per educare noi i nostri figli negli asili nido e quindi non permettere al sistema di sfruttarci a tutti i

livelli.

La vera emancipazione sta nella lotta di classe


COLLETTIVO POLITICO METROPOLITANO[31]

Molto piú interessanti sono le lotte per la casa, che si svilupperanno soprattutto nel periodo successivo (Sinistra
Proletaria).

Toccano, invece, in questa fase il momento di piú alta espressione le lotte dei lavoratori-studenti, egemonizzate in
tutto il territorio di Milano dai compagni aderenti al CPM.

I lavoratori-studenti

A Milano vi è la piú alta concentrazione di lavoratoristudenti (circa 80.000 nel 1970). Per il carattere industriale
della città le agitazioni dei lavoratori-studenti creano un ponte naturale tra le lotte nella scuola e quelle in fabbrica.
All'inizio del '70 il movimento dei lavoratori-studenti risulta cosí ripartito:

1) Movimento dei lavoratori-studenti aderente al CPM;

2) Corrente Proletaria dei lavoratori-studenti;

3) Comitato di agitazione dei lavoratori-studenti.

È praticamente assente la componente revisionista: durante l'anno scolastico 1969-70 la cellula della FGCI è
presente in un solo istituto serale, l'Einaudi![32]

Il Movimento dei lavoratori-studenti (già centro di informazioni politiche), in cui confluiscono militanti di altre
esperienze (quadri del CUB Pirelli, studenti di Trento, ecc.), ha il suo punto di forza nell'Istituto tecnico Feltrinelli,

all'interno del quale si pone in funzione egemone. Il 12 settembre 1969 il MLS, in polemica con il MLS di Torino e
la Corrente Proletaria di Milano, pubblica un lungo documento, di particolare interesse perché segna il distacco

dall'omonimo movimento torinese e l'ingresso del MLS di Milano nel CPM. In esso si tendono a superare le
posizioni spontaneistiche e psicologistiche impostando un'analisi di classe dell'istituzione della scuola:

Il discorso del "diritto allo studio" e della selezione attraverso la scuola sarà sempre piú recuperato dal capitalismo in quanto per un concreto
sviluppo di questo sarà sempre piú necessaria "un'istruzione di massa."

Piú problematico sarà il recupero della funzione selettiva della scuola; ma ciò non sarà impossibile in quanto [...] la differenziazione "sociale" e
la creazione di varie aristocrazie, avverrà in azienda sempre piú in modo atomizzato.

Quello che si impone oggi è una severa autocritica e un'altrettanto severa critica a tutti i modi [...] di concepire il lavoro politico nella scuola
serale. La scuola serale rappresenta un punto strategico importantissimo in quanto dovrà assicurare la riqualificazione, ovvero l'educazione
permanente. Per cui illudersi che la scuola serale continui ad essere un'iniziativa blanda e incontrollata dagli enti pubblici è pura illusione.

Il capitale ha bisogno di lavoratori in possesso di una solida preparazione di base, e non di un diploma strappato frequentando la scuola serale.
L'abolizione della scuola serale non è obbiettivo corporativo [...] nella misura in cui la lotta esce dalla scuola per entrare nel luogo di
produzione, nella misura in cui si riesce a generalizzare lo scontro, e farlo divenire di massa.[33]

Ma la piú alta espressione a livello teorico viene raggiunta in un documento del CPM - Collettivo lavoratori-studenti
del gennaio 1970.

http://www.bibliotecamarxista.org/soccorso%20rosso/capitolo%203.htm[07/11/2014 11:19:03]
Documento senza titolo


In esso vengono trattati, dal punto di vista della classe, i temi della ristrutturazione della scuola, del tecnico inteso
come "forza-lavoro potenziata" e pertanto individuato come parte integrante della classe operaia. Dopo aver ribadito
la necessità di un'elaborazione strategica indispensabile per il passaggio dalla fase di lotta spontanea a quella
organizzata, e dopo un'attenta analisi della scuola serale e della sua funzione, durante i periodi di ricostruzione

capitalistica (anni Cinquanta) e di ristrutturazione (anni Sessanta), ne definisce la funzione:

La scuola serale è uno degli istituti produttivi [...1 produce l'uomo come merce. Le bocciature, i ritiri, gli esaurimenti nervosi, le interruzioni
[...1 sono da considerarsi come modi concreti con cui la fabbrica serale decide di togliere una parte cospicua del suo materiale in produzione
dal processo di lavorazione. Pertanto "selezione" altro non è che "un controllo di qualità" del prodotto. A seconda che abbia bisogno di molti o
pochi dipendenti il sistema sviluppa le scuole serali, o inizia a falciare con le bocciature, come è avvenuto dal '64 al '68.

Di qui si capiscono gli alti e bassi delle bocciature, il numero chiuso di iscrizioni, ecc.

Ma la scuola serale ha anche una funzione ideologica: il controllo di qualità presuppone che la produzione sia "omogenea" al sistema stesso, di

qui la necessità da parte dei padroni di costruire il "consenso politico e ideologico delle masse proletarie." Insomma "lo sfruttamento che nelle
fabbriche si esprime come aspetto predominante nella forma economico-strutturale, nella scuola si manifesta appunto in modo prevalente come
oppressione politicoideologica." Quanto al sindacato esso è "in forte ritardo nella scuola serale: le lotte sviluppatesi finora lo hanno visto
assente anzi hanno dimostrato nella pratica come il movimento LS abbia rifiutato la sua logica contrattualistica."

"La lotta direttamente politica e non rivendicativa risulta essere il portato di una esperienza storica quale quella del '68-69. L'autonomia si è
espressa in forma ancora embrionale ma in modo preciso."

Il suo sviluppo, che consiste "oggi nella costruzione di un movimento complessivo, è l'unica preoccupazione che i militanti della sinistra tra i
LS si devono assumere. Le leggi, le riforme, le rivendicazioni sono preoccupazioni che si assumono le forze politiche che vogliono sostenere,
piuttosto che abbattere, il sistema oppressore.”[34]

Per quello che riguarda gli aspetti pratici, la lotta piú importante è quella combattuta per l'abolizione delle tasse.
Oltrepassando il contenuto intrinsecamente rivendicativo-sindacale, ha contribuito a far crescere in modo

determinante la coscienza politica del proletariato in quanto si è posta come lotta per il rifiuto di ogni momento di
sfruttamento del sistema:

Per noi studiare è un vero e proprio lavoro perché produce qualcosa di ben preciso e tangibile: una forza-lavoro con accresciuta capacità
produttiva. La scuola di sera cioè equivale a 4 ore di straordinario. Una obiezione sorta è che la legge obbliga a pagare le tasse. Ma quale
legge? Come la scuola, anche la legge appartiene ai padroni.

La lotta è la legge degli struttati


Noi abbiamo una sola legge da osservare e praticare: la lotta continua contro quello sfruttamento che le leggi dello stato borghese tentano di
rendere giusto e quindi legale.[35]

Si fanno scioperi, cortei con parole d'ordine sempre piú aggressive.



Giunge la repressione, soprattutto quella sottile e di tipo burocratico: controllo entrate-uscite, intensificazione
sorveglianza, applicazione rigida delle disposizioni fasciste che regolano la disciplina.

In un altro volantino distribuito al Feltrinelli il 7-3-‘70 si esprime la volontà di restare all'offensiva: "DELLA
REPRESSIONE NON CI SI LAGNA, MA LA SI COMBATTE." L'autorità si sente estremamente debole di fronte
alla forza impetuosa degli studenti. Al Feltrinelli si arriva al colmo del ridicolo: il preside distribuisce 200 biglietti
gratuiti per uno spettacolo teatrale rappresentato contemporaneamente a un'assemblea di lavoratori-studenti, allo
scopo di boicottarla.

La piú grande manifestazione è quella contro le tasse. Diverse migliaia di LS il 24 marzo 1970 fanno sentire a tutta
la città la forza di questo movimento. L"'Unità," fino a questo momento rimasta guardinga e latitante, tenta di
recuperare la lotta, e di strumentalizzarla per ricondurla nell'alveo riformista. "La manifestazione di martedí scorso
sottolinea l'urgenza del dibattito in Consiglio comunale," scrive "l'Unità" del 28 marzo 1970, e aggiunge (in un
articolo dal titolo a 5 colonne La giunta continua ad ignorare i problemi degli studenti serali): "è certo che con la
manifestazione degli studenti serali si è avuta chiara la dimostrazione che anche questa massa di giovani ha
acquistato piena coscienza sulle necessità di battersi per una radicale riforma."[36]

A dire il vero nessuna volontà "riformistica" è presente nei dimostranti. In un volantino del 23 marzo 1970 a cura
dei LS del Molinari si legge:

La lotta non va esaurita all'interno del nostro istituto e neanche all'interno degli altri istituti serali [...1, bensí deve porsi nella diinensione
generale dello scontro di classe in cui oggi siamo coinvolti sia in fabbrica che nei quartieri. Il sistema oggi ha adottato la repressione contro
tutte quelle lotte che hanno espresso la volontà autonoma dei lavoratori di colpire alla radice lo sfruttamento e non di contrattarlo

continuamente.[37]

Un foglio di lotta del CPM del marzo 1970, dedicato alla manifestazione del 24 marzo, ne individua le principali
caratteristiche:

http://www.bibliotecamarxista.org/soccorso%20rosso/capitolo%203.htm[07/11/2014 11:19:03]
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"- la riscoperta del carattere autonomo della nostra lotta;

"- la coscienza di essere un elemento della lotta di classe che sta scuotendo tutto il paese;

"- l'aver individuato il vero nemico e i suoi servi aperti e mascherati, cioè i nostri falsi amici riformisti."

"Le parole d'ordine," viene aggiunto, "hanno dimostrato con chiarezza il grado di coscienza politica: 'Lo stato
borghese si abbatte non si cambia,' 'presidi e questori servi dei padroni,' 'presidi e questori fuori dai coglioni,'

'Sindacato = polizia operaia,' 'PCI + sindacato = popolo sfruttato,' 'Riformismo no rivoluzione sí.'"[38]

L'anno scolastico si chiude con l'eco di questa grande e vittoriosa mobilitazione.

1. Dal bollettino del CPM dell'8 settembre 1969, riportato in stralci, in "L'Europeo," n. 18, 1974
2. Ibidem.
3. "Sinistra Proletaria," rivista, n. unico in attesa di autorizzazione, luglio 1970.
4. Dal volantino Lettera aperta degli impiegati della Sit-Siemens, reperibile presso l'Istituto Feltrinelli. Ripreso integralmente da "Quaderni
operai," n. 2, Operai-impiegati quale unità, a cura del CPO Sit-Siemens, Milano 1972.
5. Da un volantino del GdS riportato da "Sinistra Proletaria," nel n. unico del luglio 1970.
6. Da un volantino diffuso in fabbrica a cura del GdS.
7. Dal volantino La giornata di ieri del GdS del 30 ottobre 1969, riportato anche su "Sinistra Proletaria," n. unico ecc., luglio 1970.
8. "Sinistra Proletaria," n. unico ecc., luglio 1970.
9. Da Sit-Siemens - Foglio di lotta, supplemento a "Lotta nella metropoli," senza data, reperibile presso l'Istituto Feltrinelli di Milano.
10. Volantino distribuito alla Pirelli.
11. GRUPPO DI STUDIO IBM, IBM capitale imperialistico e proletariato moderno, Sapere, Milano 1973.
12. Ibidem.
13. Ibidem.
14. Ibidem.
15. Ibidem.
16. Ibidem.
17. Ibidem.
18. Ibidem.
19. Ibidem.
20. Ibidem.
21. Ibidem.
22. Ibidem.
23. Ibidem.
24. "Il Collettivo," n. unico, gennaio 1970, documenti del "Collettivo," Lotta sociale e organizzazione nella metropoli.
25. Ibidem
26. Ibidem
27. Ibidem
28. Ibidem
29. Ibidem
30. Ibidem
31. Volantino del CPM, Emancipazione della donna!?, marzo 1970, reperibile presso l'Istituto Feltrinelli di Milano.
32. Secondo Le lotte dei lavoratori-studenti, Sapere, Milano 1970.
33. Dal documento del 12 settembre del Movimento lavoratori-studenti di Milano (CPM). Riportato anche su Le lotte dei lavoratori-
studenti, a cura della Corrente Proletaria dei lavoratori-studenti, Sapere, Milano 1970.
34. Documento gennaio 1970 del CPM - Collettivo lavoratori-studenti, Sviluppo e ristrutturazione della scuola serale come istituto
produttivo, riportato anche su Le lotte dei lavoratori-studenti, cit.
35. Dal volantino ciclostilato Il pagamento è sospeso, a cura del Collettivo lavoratori-studenti ITI - Feltrinelli, Milano 28 febbraio 1970,
riportato anche su Le lotte dei lavoratori-studenti, cit.
36. La giunta continua a ignorare i problemi degli studenti serali, in "l'Unità," 28 marzo 1970.
37. Volantino riportato dal foglio di lotta del CPM, del 24 marzo 1970, Lavoratori-studenti, contro lo sfruttamento ribellarsi è giusto
(reperibile presso l'Istituto Feltrinelli di Milano).
38. Foglio di lotta del CPM del 24 marzo 1970, Lavoratori-studenti, contro, cit.

SoccorsoRosso
Autori
Biblioteca Multimediale Marxista

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capitolo 4

4

Dalla fabbrica al sociale: Sinistra Proletaria


Il CPM cambia nome

I compagni del CPM si servono come strumento di agitazione di un foglio di lotta, di discontinua periodicità, senza
titolo, o col titolo: "Sinistra Proletaria." Generalmente di 2 o 4 facciate formato tabloid, zeppo di parole d'ordine,
con enormi disegni dallo stile aggressivo, grezzo ed essenziale, svolge il suo ruolo di agile strumento di propaganda
all'interno dell'area metropolitana milanese. Verso la metà del 1970, nasce tra i compagni del collettivo l'esigenza di
disporre anche di un altro strumento, forse meno agile del foglio, ma con un respiro maggiore che permetta di
dibattere tutte le questioni di portata generale, comprese quelle di ordine teorico e soprattutto fornisca il naturale
collegamento tra le diverse situazioni di lotta che si vanno sviluppando in tutta la penisola. Nasce cosí nel luglio

1970 la rivista "Sinistra Proletaria." Sotto la testata del numero zero la dicitura "a cura del CPM." La stessa
denominazione viene data ai fogli di lotta i quali continuano a uscire anch'essi a cura del CPM, finché, a partire da
luglio, quest'ultima dicitura scompare, per lasciare posto al simbolo: falce, martello e fucile incrociati. Da questo
momento la sigla CPM non viene piú usata, per essere sostituita dal nome della rivista. Si tratta, come si vede, di un
semplice cambio di nome del collettivo, la cui sede rimane in via Curtatone 12.

Se il cambiamento è solo formale, non avviene però in maniera del tutto indolore: proprio in quel periodo si registra
nel collettivo una serie di lacerazioni interne e di defezioni, che tuttavia ne lasciano pressoché intatta la consistenza
numerica. Oggetto della controversia è il problema della violenza e della clandestinità, che già fino da allora si

imponeva all'odg. Quello che con il cambiamento si vuole ottenere, o comunque stimolare, è l'allargamento della
base, ed un salto in avanti organizzativo che permetta di stare al passo con le condizioni imposte dalla borghesia. A

partire da settembre i compagni di Sinistra Proletaria si preparano alla clandestinità. Contemporaneamente
cominciano a segnalarsi le prime azioni delle BR. L'ultimo foglio di lotta è datato febbraio 1971: da allora l'etichetta
Sinistra Proletaria non verrà piú usata.

Crisi del capitale

Le lotte dell'autunno 1969 e quelle della primavera 1970 producono, come risultato piú rilevante, una vera e propria
crisi di regime. I padroni che ad un certo punto, dopo le bombe di Milano, si erano illusi di poter piegare la classe
operaia e di incanalarne la conflittualità entro vie istituzionali, debbono tornare sui loro passi. È questo uno dei
momenti centrali dell'analisi di Sinistra Proletaria.

Scriveva la rivista "Successo," legata alla corrente "avanzata" della Confindustria, che l'autunno caldo andava valutato positivamente perché
aveva consentito al sistema di "lasciarsi alle spalle le ultime frange di una competitività basata sui bassi salari" [...]. Il commentatore intendeva
sostenere la validità e l'importanza dell'uso capitalistico della lotta operaia, ai fini di un adeguamento progressivo degli standard attuali della
produttività del capitale ai piú alti livelli europei e mondiali [...]. Agnelli arrivava perfino ad augurarsi che: "sindacati ed imprenditori arrivino
ad una difesa comune di certi obiettivi magari verso lo stesso potere politico" [...]. Il sindacato diventa cosí il perno intorno al quale si gioca
l'intero processo di ristrutturazione del capitale in fabbrica e nella società [...]. Il sindacato ha cercato di far pesare tutta la propria forza
organizzativa per imbrigliare i moti della spontaneità e dell'autonomia operaia [...] ha lanciato un nuovo grande ciclo di lotte: il ciclo delle
"lotte sociali."[1]

Ma padroni e sindacati sbagliano i loro conti. Infatti: "La rivolta delle masse non è certo arrestabile con una
operazione simile a quella attuata intorno agli anni '60 e che ha portato alla costituzione del centro-sinistra. Questa
volta la crisi è molto piú profonda ed ha dimensioni internazionali, destinata a `rimbalzare da un paese all'altro'

all'interno di un sistema economico-politico destinato ad integrarsi sempre maggiormente.[2]

Infatti:

Il contratto non è servito a portare la pace in fabbrica [...]. Nelle fabbriche si è consolidato il metodo dell'insubordinazione, delle lotte
improvvise, e non vi sono controlli che tengano. L'autorità del capitale è crollata [...]. Anche quegli strati della popolazione piú fedeli al potere:
bancari, ospedalieri, statali, professori, ecc., sono usciti dal torpore. L'insubordinazione sta generalizzandosi: ecco la vera crisi [...1. La classe

http://www.bibliotecamarxista.org/soccorso%20rosso/capitolo%204.htm[07/11/2014 11:19:04]
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operaia è all'attacco in tutta Italia ed il padrone ha deciso di difendersi nell'unico modo possibile, dichiarandoci la guerra: FIAT (21.000
sospesi), Autobianchi (3.000 sospesi), FATME (serrata) ecc. [...]. Il potere ha deciso una svolta a destra: se noi non pieghiamo la testa il
padrone non mette via il bastone. Questo oggi dobbiamo capire: il potere è in crisi, e noi, la classe operaia in lotta siamo il suo cancro.[3]

Posizione rispetto al PCI e ai sindacati

L'occasione per la sterzata a destra è fornita dallo sciopero generale di 24 ore per le riforme programmato per il 7
luglio 1970. Considerato da un portavoce di Agnelli "forse il piú insensato e colpevole di tutti gli scioperi mai
promossi nel dopoguerra,”[4] viene scelto dalla borghesia come banco di prova. Il 6 luglio, un giorno prima, il

governo Rumor dà le dimissioni.

PCI e CGIL che SP, rispolverando una definizione classica di Lenin, chiama "Movimento operaio borghese," non
accettano la sfida, anzi si adoperano per mostrare il proprio spirito di collaborazione.

La direzione del PCI emette un comunicato secondo cui "La classe operaia è cosciente che le sue conquiste si
difendono e si consolidano sulla via dell'espansione produttiva, e questa via essi, responsabilmente, indicano al
potere."

La segreteria della CGIL rispetto a "questa grave provocazione politica" decide, con la sola opposizione di Vittorio
Foa, "la sospensione dello sciopero e [...] invita tutti i lavoratori a vigilare contro ogni provocazione ...”[5]

Gli altri sindacati non sono da meno.

Contro queste posizioni di rinuncia insorge "Sinistra Proletaria": "Il PCI si schiera contro i lavoratori in lotta che
non hanno paura e dà assicurazione al governo dei padroni della sua volontà di collaborazione [...]. I sindacati
hanno paura, calano le brache e ritirano lo sciopero.”[6] 'Con tre comunicati diversi, ma uniti nella fuga hanno fatto
marcia indietro.”[7]

Insomma:

"Il padrone sospende gli operai ed i sindacati sospendono la lotta."[8]

E' a questo punto che i padroni passano all'offensiva: "Il licenziamento politico, l'aggressione fascista, la galera e
l'assassinio, sono ormai la pratica normale con cui si amministra questa sporca società... Revisionisti e collaboratori,
a modo loro, con discorsi polizieschi sull'operato delle avanguardie politiche e di lotta danno una mano ai porci a
soffocare ogni moto di liberazione."[9] Ma il tono con cui "Sinistra Proletaria" attacca i sindacati e i partiti

revisionisti che definisce, come si è detto, "Movimento operaio borghese," sono altrove molto meno accesi: "Il
partito ed il sindacato non sono traditori o vigliacchi. In questo caso basterebbe cambiare la gente che li dirige e
metterci dentro compagni fidati, e tutto andrebbe a posto. Il problema è piú complesso: CGIL, PCI e PSIUP portano
avanti una strategia fallimentare, perché mai una società socialista si è costruita contrattandola con i padroni."[10]
La conclusione è che: "La via pacifica al socialismo è una via senza fine disseminata di proletari morti."[11]

Polemica con LC

Ma se è da scartare la via riformista della "collaborazione" col capitale, nemmeno la pratica della "non
collaborazione" può portare molto lontano. In proposito viene sviluppata una polemica con LC, accusata di
inseguire sogni anarco-sindacalisti:

Porre la questione nei termini "bene i Fedayn sparano, noi liinitiamo la produzione, cosí poi arriverà anche i1 nostro turno di sparare" significa
viaggiare sulle ali dell'idealismo puro. Perché la questione non è dire "blocchiamo la produzione," ennesima versione del vecchio sogno
anarco-sindacalista, ma semmai è come colpire nei suoi punti vitali il capitale. E allora si vedrà che oggi tra il dire e il fare della "lotta continua
in fabbrica" c'è lo scontro con la destra imperialistica, e che su questo scontro bisogna unificare e organizzare la sinistra proletaria. [12]

Sulla situazione dei movimento

Qual è nell'autunno 1970 lo stato di salute del movimento? È in grado di rispondere all'offensiva della destra
imperialista? SP ritiene che:

Il livello soggettivo d'organizzazione è inadeguato ad affrontare lo scontro che oggi il capitale imperialistico impone alla sinistra proletaria [...].
Il limite principale del movimento appare evidente di fronte al salto di qualità operato dal capitale, il quale è passato dalla fase di difesa degli
equilibri e di contenimento dell'autonomia, alla fase della destra imperialistica [...]. L'autonomia proletaria è in grado attualmente di opporre
soltanto la violenza di massa "disarmata."[13]


La crisi del movimento è, però, una crisi di crescita:

http://www.bibliotecamarxista.org/soccorso%20rosso/capitolo%204.htm[07/11/2014 11:19:04]
Documento senza titolo

La prima fase si è sviluppata a partire dal '68 lungo due filoni: l'ideologismo e lo spontaneismo. L'uno e l'altro avevano valide motivazioni
storiche ed hanno contribuito in modo decisivo alla crescita del movimento di classe. L'ideologismo poneva [...] il problema del recupero e
dello sviluppo del marxismo rivoluzionario nei confronti della degenerazione revisionista [...]. Lo spontaneismo attaccava a fondo
l'opportunismo pratico [...], la rinuncia alla lotta anticapitalista. Tuttavia oggi, nel momento in cui il movimento rivoluzionario sta superando la
sua fase primitiva, ideologismo e spontaneismo diventano ostacoli obiettivi allo sviluppo dell'autonomia proletaria. Quello che è in gioco è la
possibilità di contrapporre all'egemonia complessiva del movimento operaio borghese la egemonia complessiva del proletariato rivoluzionario,
che è qualcosa di piú della lotta dura e continua e del purismo marxistaleninista, contrapposti rispettivamente all'opportunismo e allo
spappolamento teorico gramscian-togliattiano .[14]

Per esempio, prendendo in considerazione la scuola si rileva come: "La vecchia concezione assembleare sia ormai
d'impaccio per la lotta."[15] "Il rifiuto della delega diventa rifiuto dell'organizzazione."[16] "La lotta [...] la conduce
non il vecchio MS che univa il 100% degli studenti, ma la sinistra degli studenti, che, pur essendo una minoranza, è
la sola ad esprimere nella scuola la giusta lotta del proletariato internazionale."[17]

II problema dell'organizzazione

Gli ostacoli posti alla crescita del movimento si possono solo superare con l'organizzazione: obiettivo a cui tende e
per cui è nata Sinistra Proletaria:

Per noi si tratta di superare la fase di un movimento fluido, spontaneo, e di affrontare le scelte strategiche, tattiche e di organizzazione imposte
dalla situazione attuale."[18]

Noi oggi siamo un esercito che ha vinto delle battaglie, che ha fatto qualche volta ritirare il nemico, ma ora il nemico ha deciso di armarsi di
piú, diventa piú duro, piú potente. Un esercito che combatte senza conoscere il nemico, senza sapere dove sono i suoi punti forti, senza sapere

concentrare le forze, senza sapersi ritirare ed attaccare al momento giusto, è un esercito che può anche, per caso, vincere una battaglia, ma non
può vincere una guerra [...]. Gli anni di lotte autonome non sono passati invano, noi oggi sappiamo che incontro al padrone armato [...] non si

va disarmati [...] noi oggi siamo forti ma siamo sempre disarmati [...] siamo ancora senza ORGANIZZAZIONE RIVOLUZIONARIA.
Costruire l'organizzazione capace di dirigere non la lotta rivendicativa, ma lo scontro politico contro il potere dei padroni, è oggi il primo
compito dell'autonomia proletaria [...]. Incominciamo subito nei posti di lotta, unendo saldamente la sinistra proletaria. La sola forza è l'unità
dei compagni nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole, negli uffici: unità senza sigle, né tessere, rifiutando ogni divisione che minacci la vera
unità di classe, cioè l'unità sulla strategia rivoluzionaria [...]. Da questa unità nasce la sinistra proletaria. E solo la sinistra proletaria può
costruire nella lotta l'organizzazione rivoluzionaria"[19]

Ma il cammino da percorrere è difficile:

Organizzarsi non è facile, è una lotta

... È, una lotta prima di tutto contro lo spontaneismo e la confusione, contro la tendenza ad accettare lo scontro frontale che ci vorrebbero
imporre i padroni. Abbiamo bisogno di un'organizzazione complessiva che sappia portare avanti la lotta che abbiamo ingaggiato, non in una
fabbrica o in un quartiere, ma in tutta la società [...]. Il proletariato è uscito dalla sua prima fase: quella dello scontro comunque, del "o la va o
la spacca," e incomincia a capire che la lotta di classe è come una guerra. Bisogna imparare a colpire all'improvviso concentrando le proprie
forze per l'attacco, disperdendosi rapidamente quando il nemico si riprende [...]. Quando l'esercito americano ha invaso la Cambogia, non ha
trovato l'ombra di un vietcong, poi ha dovuto subire attacchi improvvisi da tutte leparti, in Vietnam del Sud, nelle retrovie, dove era piú debole.
Questa è l'indicazione da seguire.[20]

Perciò:

Chi pensa di colpirci impunemente, di licenziarci, di aggredirci, deve trovare una dura risposta. Ma non solo: dobbiamo imparare a colpirlo
prima noi, quando è ancora impreparato [...]. Costruiamo NUCLEI OPERAI DI DIFESA E DI ATTACCO, impariamo a proteggerci le spalle,
a difendere un compagno quando viene aggredito [...]. L'organizzazione della violenza è una necessità della lotta di classe.[21]

Senza teoria niente organizzazione rivoluzionaria

Ma l'organizzazione che sappia condurre una lotta vincente non si può creare senza disporre di una teoria
rivoluzionaria. Sinistra Proletaria supera l'imprecisione ideologica che aveva caratterizzato gli inizi del CPM e fa
propria la fase di Mao Tse-tung: "Senza teoria niente rivoluzione" che era stata la bandiera di Lavoro Politico. Ne
viene ora però superato il livello "ideologistico" con la sottolineatura che senza una teoria non è nemmeno possibile
un'organizzazione rivoluzionaria: "Quello che va oggi intrapreso è una lotta nella lotta, il cui nesso è il rapporto
teoria-prassi. Direzione, strategia e organizzazione non piovono dal cielo o dalla volontà individuale di pochi leader,
ma sono il frutto di un processo politico cosciente, di una battaglia politica [...]. Si tratta [...] di un confronto politico

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[...], sulle prospettive strategiche, sulle forme d'organizzazione. E che non può eludere il nodo del marxismo
rivoluzionario, l'esperienza storica della rivoluzione russa e cinese, il pensiero di Lenin e Mao Tse-tung [...]. Il
proletariato [...] non può rinunciare al marxismo scientifico, pena la ricaduta su posizioni storicamente superate e
perdenti: economicismo, spontaneismo, operaismo, terrorismo [...]. Perché se tutti sembrano d'accordo che 'senza
teoria niente rivoluzione,' molti sembrano dimenticare che senza teoria non è possibile nessuna organizzazione che
non sia destinata a scivolare nell'opportunismo o a sfaldarsi.”[22]

Prendiamoci la città

Oltre a un salto del livello teorico rispetto al CPM, SP si caratterizza soprattutto per una accentuazione dell' aspetto
pratico, che si esplica su due direttrici convergenti: quella della fabbrica e quella del sociale. Nella prima viene
sviluppata e approfondita l'opera di radicamento, specialmente alla Sit-Siemens, all'Alfa e alla Pirelli. Per quanto
riguarda il sociale, terreno scelto dai riformisti per deviare le lotte dalla fabbrica, si accetta la sfida del "Movimento
operaio borghese" lanciando, contemporaneamente a LC, la parola d'ordine "Prendiamoci la città," sulla cui
problematica si innesta il tema della Giustizia Proletaria.

Chiedere o prendere? Prendere!


Dalla nostra parte sta la sinistra rivoluzionaria e proletaria, e cioè chi ha capito e imparato che questa violenza, questa forza, questa guerra non

la si può affrontare piú se non con la violenza rivoluzionaria, con la giustizia proletaria, con la sola legalità sancita e riconosciuta dalle masse
popolari.

Da questa parte sta chi lotta per l'uguaglianza e per il comunismo. Sta chi oppone alla Guerra Repressiva e Sporca dei padroni una Guerra
Rivoluzionaria e Pulita.

Sta chi lotta non tanto contro la repressione ma contro l'intero sistema di sfruttamento: contro il regime.

Non sta chi chiede ma chi prende!

- prende la casa

- prende i trasporti

- prende i libri

- prende con la lotta ciò che rivendica nelle fabbriche e nella società perché ha imparato a sue spese che i padroni danno a chi vogliono, quando
vogliono e solo quando ne hanno un interesse.

Dalla fabbrica al sociale: Sinistra Proletaria

In una parola SI PRENDE CIÒ CHE E' SUO, SI PRENDE LA CITTÀ perché ha imparato e capito che tutto ciò che esiste, tutto, proprio tutto,

lo ha fatto lui insieme a milioni di altri come lui sfruttati ed esclusi.[23]

Anche se divisi dai compagni di LC sulla questione dello spontaneismo o dell'organizzazione, sono evidenti le non
poche convergenze tra queste due forze. Ecco come viene spiegato da LC cosa vuol dire prendersi la città:

Noi abbiamo un programma. È innanzitutto quello dell'unificazione di tutto il proletariato, della lotta armata contro lo stato borghese,
dell'abolizione delle classi [...]. PRENDIAMOCI LA CITTÀ è una parola d'ordine generale. Non è uno strumento per fare lavoro nei quartieri
[...], è il modo reale per dare oggi uno sbocco politico e un senso a due anni di lotte operaie autonome, alle riprese delle lotte studentesche, ai
fermenti di lotta nei quartieri...[24]

Sul terreno sociale SP promuove una serie di lotte. Le piú incisive sono senza dubbio quelle per i trasporti e per la
casa.

Lotte per i trasporti

Con gli slogan "PRENDIAMO I TRASPORTI," "IL TRASPORTO SI PRENDE L'ABBONAMENTO NON SI
PAGA," SP lancia nel febbraio 1971 una martellante campagna presso i pendolari dell'area milanese.

Lo sfruttamento piú odioso lo subiamo tutti i giorni sui treni e sulle corriere [...]. Ora è chiaro che è interesse dei padroni che noi si vada a
lavorare [...]. La proprietà è una invenzione dei padroni, una invenzione che vuol coprire il fatto che tutto ciò che esiste lo abbiamo fatto noi,
eppure non ci appartiene. Ma oggi [...] diciamo se $ ROBA NOSTRA CE LA PRENDIAMO! Ci prendiamo i trasporti, come i proletari di
Reggio Emilia che hanno occupato i pulman sino a che non hanno ottenuto i trasporti gratuiti. Ci prendiamo con la forza IL POTERE: perché
solo la logica del PRENDERE paga! [...]. Il tempo che perdiamo nei trasporti è tempo che ci deve essere pagato. Per questo è giusto
cominciare col non pagare l'abbonamento [...]. Però compagni, la lotta del proletariato pendolare [...] è solo un momento dell'assalto al potere
dei maiali, per un potere proletario che, solo, potrà soddisfare i nostri reali interessi .[25]

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Ma la lotta dei trasporti non può essere portata avanti ancora per molto tempo da SP che, proprio a febbraio,
scompare come sigla scegliendo la clandestinità. I risultati pratici immediati non sono quindi molto apprezzabili.
Tuttavia viene gettato un seme: dopo tre anni questo tema verrà ripreso e la lotta per i trasporti esploderà a livello di
massa. In alcune province, sarà addirittura il sindacato a recuperarla e a farsi promotore di lotte analoghe, seppure
dal contenuto piú annacquato (non piú trasporti gratis, ma autoriduzioni).

Lotte per la casa

Tra le lotte promosse da SP, quelle che hanno dato risultati pratici piú rilevanti sono senza dubbio quelle per la casa.
Molto probabilmente furono proprio i compagni di Sinistra Proletaria a inventare lo slogan "LA CASA SI PRENDE
L'AFFITTO NON SI PAGA" (giugno 1970) e a farne per primi un uso politico.

La lotta per la casa, come già quella per i trasporti, viene vista da questi compagni non come una rivendicazione a sé
stante per migliorare le condizioni di vita dei proletari ma come un momento particolare dell'assalto al potere
statuale: in questo senso bisogna essere preparati a fronteggiare la violenza della reazione, con la consapevolezza
che non è possibile "prendere il potere in un quartiere solo" ma che la lotta va estesa a tutto il sistema:

Lo sciopero degli affitti non deve piú essere inteso come sciopero di difesa del nostro salario, ma [...] come momento di attacco alla struttura di
potere [...] Nella misura in cui il nostro attacco saprà esprimersi a livello di massa sotto la forma di non pagare l'affitto, la violenza del sistema
si espliciterà in tutta la sua chiarezza [...] noi dobbiamo saper esprimere la violenza necessaria per sconfiggere la violenza del sistema [...]. Con
questo non ci dobbiamo illudere che sia possibile "prendere il potere in un quartiere solo" [...]. E' una lotta che segue i tempi dello scontro di
classe aperto [...] che si esprime nelle fabbriche con la "non collaborazione," con l'attacco al rapporto salario-produttività, salario-mansione,
con la lotta sulla limitazione dell'orario ecc., che individua nel riformismo e nel revisionismo due implacabili nemici della rivoluzione.[26]

SP promuove o dirige praticamente tutte le lotte per la casa sviluppatesi negli anni 1970-71 a Milano: Quarto
Oggiaro, Gallaratese, Mac Mahon. Esiste una interessante testimonianza diretta della lotta nel Gallaratese,
pubblicata sul n. 1/2 della rivista "Sinistra Proletaria."

Dopo un periodo di lavoro politico nel centro sfrattati di Novate, i compagni di SP promuovono un comitato di
lotta. Dopo un assaggio di occupazione di due case a Quarto Oggiaro si decide di compiere un'azione di massa.
Come obbiettivo viene scelto un palazzo di 14 piani dell'IACP nel Gallaratese:

Il comitato nominò tre capofamiglia che avevano il compito di occuparsi dei problemi tecnici, solo i componenti di questo comitato ristretto
avrebbero saputo il giorno dell'occupazione [...]. Il problema piú complesso consisteva nel fare una occupazione improvvisa [...].
L'occupazione fu decisa per la notte del 2425 settembre. Solo il comitato ristretto dei tre capofamiglia conosceva il giorno esatto [...]. Le
famiglie sono partite scaglionate: se la polizia avesse seguito e fermato una macchina le altre potevano proseguire...

Un compagno staffetta doveva trovarsi li e comunicare se nelle vicinanze c'era la polizia [...]. La polizia non c'era [...]. Alle 10,45 tutte le
famiglie erano nel palazzo [...] l'azione era stata molto rapida

e silenziosa [...]. Immediatamente è stato organizzato un minimo di difesa portando dentro [...] mattoni e sassi [...]. La polizia saprà
dell'occupazione la mattina dopo, leggendo il giornale! Nel corso della notte le case vicine sono state tappezzate da giornali (Di chi sono le
nostre case) [Foglio di lotta di SP N.d.R.] e da manifesti (La casa si prende l'affitto non si paga). Una scritta enorme CASE OCCUPATE con
l'aggiunta di bandiere rosse ha fatto andare in bestia la polizia [...]. Nel corso della mattinata è stata fatto l'errore piú grave dell'azione.
Fidandosi di una voce messa in giro dalla polizia [...] i compagni hanno trascurato la difesa. L'errore lo si pagherà [...], 300 poliziotti
interverranno con una azione molto rapida [...] sono riusciti a sfondare la porta nonostante il bombardamento con sassi e mattoni [...] dalle

finestre. La polizia ha cacciato fuori tutti [...]. La risposta degli occupanti soprattutto delle donne proletarie è stata immediata [...]. La volontà

di lottare e di vincere è apparsa [...] chiara nell'assemblea popolare [...] tutti gli interventi sono giunti alla stessa conclusione: la lotta sino alla
vittoria, nessun cedimento, il bivacco davanti al palazzo sino a quando tutte le famiglie non avessero avuto una casa, se la polizia fosse
intervenuta ancora erano pronti a resistere con la violenza [...]. Alle 23 c'è stata la prima carica, violentissima. Rabbiosa la risposta: parecchi
poliziotti sono finiti all'ospedale, tra questi un capitano cui una donna ha fracassato in testa il bottiglione con dentro il latte per i suoi bambini.
Cariche violente, uso di lacrimogeni.[27]

Il giorno dopo, 26 settembre, vista la decisione mostrata dai proletari e la solidarietà da questi ricevuta nel quartiere,
il potere deve cedere: la lotta violenta paga! Sinistra Proletaria diffonde il suo comunicato di vittoria:

Questa mattina le 20 famiglie proletarie hanno vinto e la loro vittoria è una vittoria di tutto il proletariato. I padroni dell'IACP hanno piegato la
testa e sono stati costretti a "mollare" la casa a tutti e subito. Hanno vinto contro i padroni sconfiggendo le loro manovre, rispondendo con la
violenza giusta e necessaria alla loro violenza bastarda. Hanno vinto contro i revisionisti e tutti gli altri "falsi amici del popolo" che
predicavano la moderazione, che si affidavano unicamente alla trattativa, che accusavano il popolo che lotta di estremismo e di avventurismo.
Dicevano che saremmo stati sconfitti, i revisionisti d'ogni specie! E invece abbiamo vinto! Ha vinto la nuova legge del popolo. [28]


Chiamata in causa, "l'Unità" replica il giorno dopo condannando la parola d'ordine di non pagare l'affitto "che non

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può essere accettata dal movimento operaio."

È del tutto evidente che la parola d'ordine di prendersi la casa e di non pagare l'affitto non può essere accettata dal movimento operaio. E' una
parola d'ordine infantile e provocatoria che danneggia la lotta generale dei lavoratori per conquiste che assicurino a tutti migliori condizioni di
vita [...]. Contro questo pericoloso tentativo di creare una situazione generale di violenza favorevole alle forze reazionarie, il movimento
operaio e democratico deve reagire -con fermezza, isolando i gruppi della provocazione e rafforzando lo schieramento popolare e la lotta delle
masse per una nuova politica di avanzata democratica.[29]

L'apparizione delle "Brigate Rosse"

Gli esempi di resistenza all'offensiva della destra imperialista si fanno sempre piú numerosi ed incisivi e cominciano
a svilupparsi in termini militari. Il 20 ottobre 1970 in un foglio di lotta di SP, viene cosí data notizia dell'apparizione
sulla scena politica delle Brigate Rosse:

L'autunno rosso è già cominciato

L'autunno che abbiamo davanti si presenta [...] come una scadenza di lotta decisiva nello scontro di potere [...]. Contro le istituzioni che
amministrano il nostro sfruttamento, contro le leggi e la giustizia dei padroni, la parte piú decisa e cosciente del proletariato in lotta ha già
cominciato a combattere per costruire una nuova legalità, un nuovo potere. Per costruire la sua organizzazione. Ne sono esempi: il sequestro e
la gogna messi in atto a Trento dagli operai della Ignis contro i fascisti provocatori che avevano premeditatamente accoltellato due di loro;
l'occupazione e la difesa delle case occupate, come unico modo per avere finalmente la casa [...]; l'apparizione di organizzazioni operaie
autonome (Brigate Rosse) che indicano i primi momenti di autoorganizzazione proletaria per combattere i padroni e i loro servi sul loro terreno
"alla pari," con gli stessi mezzi che essi utilizzano contro la classe operaia: diretti, selettivi, coperti come alla Siemens.[30]

Appello per la nuova resistenza

Il discorso di SP si andrà, col tempo, sviluppando sempre piú in termini militari, fino al lancio di un appello per
ORGANIZZARE LA NUOVA RESISTENZA:

Organizziamo la resistenza delle masse popolari...


È il tempo di organizzarci sulla linea di fuoco per radicare nelle lotte i contenuti della nuova pratica rivoluzionaria: la strategia della guerriglia

di popolo. È il tempo di farsi avanti nello scontro generale per:

- radicare nelle masse proletarie in lotta il principio "non si ha potere politico se non si ha potere militare";

- educare attraverso l'Azione partigiana la sinistra proletaria e rivoluzionaria alla resistenza, alla lotta armata;

- smascherare la struttura oppressiva e repressiva del potere e gli apparati di disorganizzazione dell'unità di classe.[31]


Questo appello riecheggia quello lanciato alcuni mesi prima dalla Gauche Proletarienne, l'organizzazione francese
nata dalle ceneri del maggio '68, e sviluppatasi nel seno dell'autonomia operaia. Per riferimenti teorici, pratica
sociale, forme di lotta, profonde sono le affinità di questa organizzazione con SP: "La nostra politica ha un nome la
NUOVA RESISTENZA: la lotta violenta popolare dei partigiani [...]. L'ora della guerriglia è suonata."[32]

Quando la GP viene messa fuori legge cosí ne dà l'annuncio SP:

La GP è stata messa fuori legge. Perché? La risposta ufficiale è che la Gauche pratica la violenza di classe e che [...] fa propaganda per
l'abbattimento violento dello stato borghese. È vero [...]. Gli operai sequestrano i padroni, sabotano la produzione, viaggiano gratis in
metropolitana, gli studenti si battono contro i poliziotti, i piccoli commercianti lottano contro il governo, le avanguardie politiche sequestrano i
prodotti dei supermercati di lusso e li distristribuiscono ai lavoratori immigrati baraccati [...]. Piú difficile sarà mettere fuori legge il
proletariato francese. L'Indocina è molto piú vicina di quanto appaia sulla carta geografica"[33]

La lotta armata sembra diffondersi in tutta Europa. Anche in Germania è posta all'ordine del giorno dalla RAF,
formazione derivata dalle lotte studentesche che però, operando in una situazione completamente diversa, è
caratterizzata dalla mancanza di un minimo di radicamento in fabbrica e dalla scelta di forme di lotta diverse da
quelle attuate dai compagni francesi e italiani.

"La guerriglia ormai uscita dalla sua fase iniziale [...] non appare piú come puro e semplice detonatore [...] ma ha
conquistato l'ampiezza dell'unica prospettiva strategica che possa superare storicamente quella insurrezionale, ormai
inadeguata e [...] penetra nella metropoli, saldando in una forma comune di lotta e strategia il proletariato mondiale.
Il Capitale unifica il mondo nel suo progetto di contro-rivoluzionale armata; il proletariato si unifica nella guerriglia

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a livello mondiale.

L'ITALIA E L'EUROPA NON SONO ECCEZIONI STORICHE."[34]

Nel febbraio 1971 termina cosí la breve vita di SP. I compagni che l'avevano promossa, bruciano in pochi mesi
questa esperienza legale, il cui naturale sbocco appare ormai la clandestinità.

1. "Sinistra Proletaria," rivista, n. zero, luglio 1970.


2. Ibidem.
3. Foglio di lotta di Sinistra Proletaria, Chi ha paura della crisi, luglio 1970.
4. Dall'editoriale del "Corriere della Sera," 7 luglio 1970.
5. "Corriere della Sera," 7 luglio 1970.
6. Foglio di lotta di Sinistra Proletaria del 20 ottobre 1970.
7. Foglio di lotta di Sinistra Proletaria, Chi ha paura della crisi, luglio 1970.
8. Ibidem.
9. Foglio di lotta di Sinistra Proletaria del 21 novembre 1970.
10. Foglio di lotta di Sinistra Proletaria, Chi ha paura della crisi, luglio 1970.
11. Da "Sinistra Proletaria," foglio di lotta del CPM, giugno 1970.
12. "Sinistra Proletaria," rivista, n. 1/2, settembre-ottobre 1970
13. Ibidem.
14. "Sinistra Proletaria," rivista, n. zero, luglio 1970.
15. Dal ciclostilato Unica scuola lotta di classe, novembre 1970, reperibile presso l'Istituto Feltrinelli di Milano.
16. Da "Sinistra Proletaria," rivista, n. zero, luglio 1970.
17. Dal ciclostilato Unica scuola..., cit.
18. Foglio di lotta di Sinistra Proletaria, I padroni la guerra ce l'hanno dichiarata, luglio 1970.
19. Foglio di lotta di Sinistra Proletaria, Chi ha paura della crisi, luglio 1970.
20. Sinistra Proletaria, foglio di lotta del CPM, Lotta per le riforme, lotte per il potere, giugno 1970.
21. .Foglio di lotta di Sinistra Proletaria, 1 padroni la guerra..., cit.
22. "Sinistra Proletaria," rivista, n. zero, luglio 1970.
23. Foglio di lotta di Sinistra Proletaria, 21 novembre 1970.
24. "Lotta Continua," quindicinale, 11 dicembre 1970.
25. Foglio di lotta di Sinistra Proletaria, Prendiamoci i trasporti, febbraio 1971.
26. "Sinistra Proletaria," rivista, n. 1/2, settembre-ottobre 1970.
27. Ibidem.
28. Volantino distribuito da Sinistra Proletaria, pubblicato anche su "Sinistra Proletaria," rivista, n. 112.
29. "l'Unità," 27 settembre 1970.
30. Foglio di lotta di Sinistra Proletaria del 20 ottobre 1970.
31. Foglio di lotta di Sinistra Proletaria, Organizziamo la nuova resistenza, gennaio 1971.
32. Da "Cahiers de la Gauche Proletarienne," n. 2, maggio 1970.
33. Da Sinistra Proletaria, foglio di lotta del CPM, Lotta per le riforme, lotta per il potere, giugno 1970.
34. "Sinistra Proletaria," rivista, n. 1/2, settembre-ottobre 1970.

SoccorsoRosso
Autori
Biblioteca Multimediale Marxista

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capitolo 5


Le Brigate Rosse alla ribalta politica: le azioni alla Sit-Siemens e alla
Pirelli
Le prime azioni delle BR si sviluppano, ovviamente, all'interno delle fabbriche dove l'organizzazione madre (il
CPM, piú tardi SP) era piú forte: Sit-Siemens e Pirelli. Queste azioni non hanno grossa risonanza perché si
confondono con quelle di analoga violenza compiute da altre forze presenti in fabbrica e che sono ormai diventate
pratiche usuali: distruzione di automobili, pestaggi, ecc.

Tipico esempio l'incendio dell'auto di un dirigente della Sit-Siemens, Leoni: è la prima azione firmata con il
simbolo della stella a cinque punte e la scritta Brigate Rosse (17 settembre 1970). Non è stata accompagnata da
alcun volantino.

Un messaggio scritto è stato invece lasciato la sera stessa sul tergicristallo della Ferrari dell'ingegner Giorgio Villa.
Il tono è tra l'ironico e il minaccioso "Quanto durerà la Ferrarina! Fino a quando noi decideremo che è ora di finirla
con i teppisti. BRIGATE ROSSE." La nascita delle Brigate Rosse e la loro presenza alla Sit-Siemens viene
segnalata per la prima volta sulla stampa da un foglio di lotta di Sinistra Proletaria (del 20 ottobre 1970); giornale
che continuerà ad uscire contemporaneamente all'esistenza delle BR (fino al febbraio 1971):

"Le apparizioni di organizzazioni operaie autonome (Brigate Rosse) indicano i primi momenti di
autoorganizzazione proletaria per combattere i padroni e i loro servi sul loro terreno 'alla pari' con gli stessi mezzi
che essi utilizzano contro la classe operaia: diretti, selettivi, coperti. Come alla Sit-Siemens."[1]

In precedenza le Brigate Rosse avevano fatto delle fugacissime apparizioni rimaste quasi sconosciute: nella
primavera del '’70 un comizio volante nel quartiere proletario di Lorenteggio; alla fine di agosto dello stesso anno,
durante una agitazione per il rinnovo contrattuale, una distribuzione di volantini alla Sit-Siemens di piazza Zavattari
e, una settimana piú tardi, la diffusione di un lungo elenco di crumiri e capi "legati ai padroni che dovevano essere

colpiti dalla vendetta proletaria" alla Sit-Siemens di Settimo Milanese.

Di maggior rilievo le azioni che saranno compiute, in seguito, alla Pirelli, dove le forme di lotta durante il rinnovo
del contratto si vanno facendo estremamente violente. Una testimonianza della volontà operaia di dare battaglia fin

dall'inizio della lotta contrattuale, la dà un foglio di Sinistra Proletaria:

Cosa vogliamo?

Vogliamo il potere!


Lo abbiamo detto all'inizio: vogliamo il potere. Perché fino a che il potere lo avranno i padroni la nostra condizione non potrà cambiare. E non
ne vogliamo una fetta, ma lo vogliamo tutto. Non c'è possibilità di collaborazione. I nostri interessi sono contrapposti. Rispetto alla scadenza di
lotta per il contratto questo vuol dire che la nostra forza dobbiamo concentrarla su quegli obbiettivi che mettono fino in fondo in discussione
l'organizzazione capitalistica del lavoro e del potere.

E ciò vuol dire in modo particolare che dobbiamo concentrare il fuoco sulla questione dei ritmi e sulla questione dell'orario...

Il cottimo non si contratta


Sul cottimo e sul coinvolgimento dell'operaio nel suo sfruttamento, abbiamo una lunga esperienza e son tre anni almeno che volano parole.

Dal Comitato contrattazione cottimi alle curve di cottimo, dalle curve di categoria alla curva unica, fino all'ultima trovata che è quella della
metà di cottimo in paga. Proprio una bella trovata visto che la metà già tutti ce l'abbiamo garantita.

Ma nessuna di queste scappatoie affronta realmente la questione dello sganciamento del salario dalla produttività.

E in fondo c'è un solo modo di affrontarla: abolire il cottimo. Leviamoci dunque dal collo questo cappio. Facciamola finita con le curve di
mansione, le curve di categoria, la curva unica, coi comitati di contrattazione cottimo, col comitato specialisti cottimo della CI, col delegato di
tabella o di gruppo, con l'articolo 18 e tutti i suoi sotto-articoli e imbrogli vari.

E per far questo compagni, parliamoci chiaro, c'è una sola strada:

Lavorare con ritmi nostri e organizzarci per segnare tutti cento per cento di rendimento sulle bolle.

La paga media della 14° si salva solo con questa forma di lotta!

http://www.bibliotecamarxista.org/soccorso%20rosso/capitolo%205.htm[07/11/2014 11:19:04]
Documento senza titolo

Spie ruffiani attenzione!


Se orienteremo la lotta contrattuale contro l'organizzazione capitalistica della produzione e del potere dobbiamo aspettarci una risposta decisa.

Pirelli come tutti i padroni non rinuncerà a incutere paura e a seminare il terrore per fiaccare la nostra volontà di lotta, per dividerci.

I padroni "illuminati" non per questo sono meno feroci.

E per far questo si servirà di capi capetti spie mostri e ruffiani.

Inutile spendere troppe parole; meglio dire subito che chi interviene o si adopera contro la lotta e gli interessi dei lavoratori è un nostro nemico
e come tale va colpito![2]

Le pratiche di giustizia proletaria in fabbrica si fanno sempre piú usuali fino a diventare col tempo vero e proprio
esercizio di potere proletario. Scrive Lotta Continua:

Dopo ogni azione, corteo, blocco merci, blocco del grattacielo ecc., ogni reparto si trasforma in un tribunale proletario: quelli che pur potendo
non hanno partecipato, vengono fatti uscire dalla fabbrica. Un esempio significativo: in un reparto del magazzino si viene a sapere che 7 hanno
lavorato di domenica, 4 operai e 3 capi. Si discute e i crumiri vengono "sospesi" per 2 giorni (gli operai) e per 3 giorni i capi; 3 giorni: perché
sono capi e perché durante la discussione uno ha mancato di rispetto agli operai dicendo che se ne sbatteva [...]. Non si tratta solo di difesa
dell'unità: gli operai imparano ad esercitare il potere e ci prendono gusto.[3]

Due incendi di automobili, il primo, 27 novembre 1970, a danno di Ermanno Pellegrini, capo dei servizi di vigilanza
della Bicocca, il secondo, 8 dicembre 1970, a danno di Enrico Loriga, capo del personale, ritenuto responsabile del
licenziamento dell'operaio Della Torre, "quadro di punta della CGIL" e "comandante partigiano," saranno le
occasioni per far conoscere le Brigate Rosse in fabbrica.

Ma sarà solo con il rogo della pista di Lainate che le BR si imporranno all'attenzione dell'intero paese: la notte di
domenica 25 gennaio 1971 un commando innesca 8 bombe incendiarie sotto altrettanti autotreni parcheggiati nella
pista. Tre di questi vengono completamente distrutti, gli altri 5, per un difetto di fabbricazione degli ordigni e
soprattutto a causa dell'umidità, rimangono intatti.

Viene lasciato un foglio di carta, davanti all'ingresso della pista, con la scritta "DELLA TORRE-CONTRATTO-
TAGLI DELLA PAGA-MAC MAHON-BRIGATE ROSSE." Il "Corriere della Sera" dà un gran rilievo a questo
episodio, dedicandogli articoli di 5 colonne in cui, forse per la prima volta, le BR vengono definite "fantomatica
organizzazione extraparlamentare.”[4]

L"`Unità," che fino ad allora aveva taciuto tutti gli episodi precedenti, minimizza e condanna, in un minuscolo
articolo di una colonna. Riferendosi all'attentato, scrive: "Chi lo ha compiuto, pur mascherandosi dietro anonimi

volantini con fraseologia rivoluzionaria agisce per conto di chi, come lo stesso Pirelli, è interessato a far apparire
agli occhi dell'opinione pubblica la responsabile lotta dei lavoratori per il rinnovo del contratto come una serie di
atti teppistici.”[5]

Secondo un comunicato del PCI devono essere gli operai in prima persona a farsi giustizia, in modo violento, contro
i "provocatori": "quando questi atti avvengono i lavoratori devono per primi prendere la iniziativa di toglierli di
mezzo con le maniere piú idonee corrispondenti alla natura degli atti compiuti."

Le organizzazioni sindacali, che poche settimane prima avevano definito un volantino delle BR "sparate
provocatorie di pretto stile fascista" si limitano questa volta a esprimere la loro condanna senza ricorrere a epiteti
particolarmente offensivi.

Tuttavia, a dispetto dei vertici sindacali, la base operaia approva questa azione di sabotaggio, cosí come aveva
appoggiato in precedenza i due incendi delle automobili.

La grande stampa, il "Corriere della Sera" in testa, non si dà pace, perché non riesce a identificare le "strane
sostanze" bianche ritrovate negli ordigni incendiari.

Il 27 gennaio 1971, in un articolo dal piglio poliziesco-scientifico, intitolato Presenti nuove sostanze nelle bombe
incendiarie di Lainate. Ancora non si è potuto scoprire la composizione, scrive: "Gli esami sono in corso alla scuola
superiore di polizia a Roma, e in un laboratorio chimico milanese. Si è però potuto stabilire che servivano ad
alimentare e far durare a lungo le fiamme una volta che l'ordigno fosse esploso. Il che significa che gli attentatori
non volevano solo compiere un'azione dimostrativa, ma avevano proprio intenzione di causare il maggior danno
possibile.”[6]

Per conto loro le BR, fattesi vive con un volantino, pur compiacendosi dei 20 milioni di danni, si lamentano degli
errori tecnici che hanno risparmiato 5 degli 8 autotreni: "Da un punto di vista ‘tecnico' quest'azione non è stata
eccellente: altri 5 camion sono rimasti indenni. Ma sbagliando si impara e la prossima volta faremo meglio"
(comunicato n. 6).

Da sottolineare l'atteggiamento di LC che, contrariamente a quanto comunemente si crede, reagisce negativamente
alla prima importante azione delle BR, ritenendola "esemplare," non di massa e oggettivamente provocatoria. Le
critiche sono inserite in un articolo dal titolo malizioso Leopoldo l'incendiario:

http://www.bibliotecamarxista.org/soccorso%20rosso/capitolo%205.htm[07/11/2014 11:19:04]
Documento senza titolo

Noi crediamo che azioni del genere [...] siano sbagliate [...]. Proprio perché le masse proletarie non hanno bisogno di comprendere che ci vuole
la violenza e quindi non sono necessarie le azioni esemplari [...] l'organizzazione militare delle masse non si costruisce perché alcuni gruppi
cominciano ad attuare azioni militari [...]. Si costruisce a partire dalla realizzazione di organismi politici di massa stabili e autonomi...

Azioni come quelle delle BR vanno ad alimentare il disegno di provocazione antioperàia portato avanti da padroni, fascisti e polizia, dando
oggettivamente una mano alla politica padronale degli opposti estremismi...

Attività come quelle delle BR e gruppi simili sono un ostacolo alla crescita dell'autonomia proletaria e dal proletariato e dalle avanguardie
rivoluzionarie saranno isolate.[7]

Del periodo della Pirelli esistono 7 comunicati ognuno dei quali legato a una particolare fase della lotta. Va
sottolineato il carattere fresco e spontaneo, lo stile ludico, quasi goliardico del linguaggio, eredità del '68, ma
reinterpretato dal punto di vista operaio, che ricalca lo stile rabbioso ma scanzonato di Lotta Continua in quel
periodo. Sono i primi documenti delle BR, i soli con la firma al singolare: BRIGATA ROSSA. In essi viene
sottolineata la correlazione tra la lotta in fabbrica e quella per la casa: "a Lainate è stato colpito lo stesso padrone
che ci sfrutta in fabbrica e ci rende la vita insopportabile fuori" (comunicato n. 6). Non manca un richiamo alle
tradizioni di lotta del PCI e del movimento operaio italiano: "Qualche annetto fa [...] non erano forse i militanti del
PCI a fare cose simili?" (comunicato n. 2). Il linguaggio dei padroni viene ribaltato e cambiato di segno: "chi sono i
provocatori? Provocatori sono sempre i padroni, provocatore è Leopoldo Pirelli" (comunicato n. 6). Si introduce una
discussione sul sabotaggio e si stabiliscono i casi in cui questo danneggia effettivamente il padrone (comunicato n.
7). Ne presentiamo un'ampia scelta:

Comunicato n. 1

Un problema di fondo che ha la classe operaia in lotta in questo momento è la repressione. I padroni hanno deciso che le lotte devono finire.
Denunce, arresti, licenziamenti, cariche della polizia, coltellate dei fascisti sono tutti momenti del piano repressivo dei padroni. Alla Pirelli il
padrone si appresta a sostenere la battaglia contrattuale. Vediamo con quali facce si presenta. Sappiamo che direzione e polizia hanno imposto

al comune di asfaltare viale Sarca per poter fare caroselli e poterci legnare.

Anche in fabbrica si è organizzato ed ha al suo servizio un esercito di servi da usare contro di noi. Questi aguzzini condividono la
responsabilità di chi li paga e per questo è prudente cominciare a conoscerli e a tenerli d'occhio!

Eccone un primo elenco con qualche nota di merito.

Il primo di tutti è Ermanno Pellegrini (via Spalato, 5, tel. 603.244).

Capoguardie di Cocca. Ha al suo servizio una quarantina tra poliziotti e carabinieri neo-assunti. Ha il compito di schedare chiunque di noi
svolga attività politica. Invia ogni giorno un rapporto al direttore del personale ed è in contatto coi commissari di PS. Suo degno compare è
Palmitessa Luigi (via Tofane, 3, tel. 28.55.152).

Capoguardie centro, quel bastardo che nell'ultima lotta ha fermato gli ascensori durante il picchettaggio.

Questi spioni meritano la gogna!

Nassi "boia" Giovanni (via Resi 7A, tel. 696.010) ideatore cottimo Pirelli. Da fattorino a boia. Da abolire come il suo cottimo. Brioschi Ercole

Carlo (via Zara, 147, tel. 681.125). Segreteria personale cavi. Campione dei crumiri. Durante tutti gli scioperi ha sempre trovato un buco dove
nascondersi. Alla prossima lotta chiuderlo in un tombino e assicurarsi che non esca piú.

Boari Alfredo (via Matteotti, 489, tel. 24.70.638, Sesto S. Giovanni, FIAT 125 bianca MI E16671). Gestisce per conto della direzione il
famigerato ufficio interno UIL (ai Cavi). Il piú porco dei servi del padrone. Guadagna L. 300.000 al mese piú 160.000 di pensione. Per ogni
compagno che colpiranno durante la lotta qualcuno di loro dovrà pagare! BRIGATA ROSSA .[8]

Comunicato n. 3

1 dicembre 1970

Della Torre, meccanico.
Un buon compagno: uno dei nostri, 50 anni, due figli. Quadro di punta della CGIL. 25 anni di attività sindacale. Comandante partigiano.
Tirava le lotte. Lo hanno licenziato. Lo hanno fatto in due: i padroni prima, i sindacati poi. Questo licenziamento ci riguarda tutti. Non è un
fatto privato, È UNA LINEA POLITICA vigliacca che tende a colpire tutti gli operai in lotta.

Se passa senza una decisa risposta di tutta la fabbrica unita, se passa su una resa a basso prezzo dei sindacati e sulle nostre spalle, allora Pirelli
e soci avranno via libera, d'ora in poi, per sbarazzarsi di chiunque alzi la testa per affermare i suoi diritti.

Nel primo comunicato che abbiamo diffuso, si diceva: "per ogni compagno che colpiranno durante la lotta, qualcuno di loro dovrà pagarla."

Un compagno è stato colpito.

E così uno di loro, precisamente "il primo della lista" (come hanno suggerito molti operai in fabbrica) si è trovato la macchina distrutta.

Ma non è finita.

Abbiamo detto infatti che "per un occhio, due occhi..." e la 850 dello spione Ermanno Pellegrini... è per noi molto, ma molto meno di un
occhio. Senza contare poi che la sua vera macchina è una giulia 1300 junior GT bianca che da un po' di tempo "inspiegabilmente" tiene
gelosamente custodita nel suo garage.

Ma noi abbiamo pazienza...!

A meno che lo spione Pellegrini SI LICENZI e allora può essere che il Tribunale del Popolo gli concederà grazia. Comunque Della Torre deve

rientrare, rientrare al lavoro per continuare la lotta di tutti gli sfruttati contro i padroni.

Collette, avvocati gentilmente offerti dal sindacato, solidarietà, non bastano. Perciò fino a che Della Torre non tornerà con noi, la partita tra noi

http://www.bibliotecamarxista.org/soccorso%20rosso/capitolo%205.htm[07/11/2014 11:19:04]
Documento senza titolo

operai tutti e i servi e gli aguzzini del padrone non si deve chiudere e non si chiuderà. La lista è lunga, la fantasia non manca.

Per la rivoluzione comunista. BRIGATA ROSSA.[9]

Comunicato n. 4

11 dicembre 1970

Nel secondo comunicato abbiamo detto: "ad ogni azione repressiva che il padrone tenterà di mettere in atto nei confronti dei lavoratori a
seguito della lotta che stiamo conducendo, sarà risposto secondo il principio: per un occhio due occhi, per un dente tutta la faccia."

Poco dopo un nostro compagno, Della Torre, è stato licenziato.

Così:

- Pellegrini dopo essersi trovato la macchina abbrustolita NON SI E' PIU' FATTO VEDERE IN FABBRICA. Lo spione sembra aver accettato
"disciplinatamente" la sentenza emessa dal Tribunale del Popolo.

Se è cosí, gli faremo grazia. Intanto gli ricordiamo che di questi tempi stare coi padroni, contro gli operai, costa sempre di piú. Poi è stata la
volta di:

- Loriga avvocato Prof. Enrico, il boia che ha firmato per conto della direzione la lettera di licenziamento del compagno Della Torre, che pur
avendo parcheggiato la sua Alfa Romeo 1750 lontano da casa, non è sfuggito all'applicazione del verdetto che, anche per lui, il Tribunale del
Popolo aveva emesso.

Alle 13,05 di martedí 8 dicembre 1970 (e non di notte come scrive il "Corriere della Sera") di quel po' po' di macchina non è rimasto che un
rottame.

Due milioni andati in fumo.

A questo personaggio, nuovo "duro" delle trattative, non è la prima volta che gli operai, a modo loro si intende, esprimono "riconoscenza."

Infatti, già quando era capo del personale alla Carbosarda (Sardegna) in seguito ai grandi meriti "proletari" acquisiti, i nostri compagni sardi di
Carbonia, dopo avergli messo al collo un bel cartello (come gli operai della IGNIS hanno fatto con i provocatori fascisti a Trento) lo hanno
caricato su un docile asinello e lo hanno portato a "visitare" il paese, scortandolo però, perché non gli succedessero incidenti, con un lungo
corteo.

Una bella festa proletaria insomma, che solo quelli come lui non hanno capito, visto che, presi dal terrore, mormoravano: "ma questa è la
gogna!"

Ora all'Enrico Prof. avv. Loriga, intendiamo dare un consiglio. Se dovesse incontrare difficoltà per recarsi al lavoro a guadagnarsi il panettone,
c'è sempre l'asinello verso il quale garantiamo clemenza.

Mentre per l'asino...!

Ed ora due notizie. La direzione ha proletarizzato le macchine dei dirigenti. Infatti recentemente ha consigliato a tutti i dirigenti della Bicocca
di fare uscire dai parcheggi interni i loro preziosi macchinoni e posteggiarli vicino alle scassate utilitarie degli operai, lungo i vialoni.

Come aveva promesso la direzione nel "comunicato a tutti i dirigenti" ecco qui le "opportune misure"! Un'ulteriore prova del fatto che il

capitale garantisce solo i suoi profitti.

La seconda notizia riguarda "il secondo della lista," lo spione Palmitessa, che da un po' di tempo è "caduto in malattia." Gli auguriamo una
pronta guarigione.

Infine due parole su questioni di fondo. La lotta attiva contro la repressione padronale, intesa come attacco diretto alla struttura personificata
del potere, non deve farci dimenticare che il potere, oltreché sui suoi servi, si regge anche sulle "cose" e sulla "produzione."

Vale la pena cominciare a riflettere.

Per concludere: - Della Torre in fabbrica

- Pellegrini a casa.

Nel frattempo il conto rimane aperto.

Per la rivoluzione comunista. BRIGATA ROSSA.

N.B.: Il "Corriere della Sera" cerca di far credere che la macchina abbia subíto lievi danni.

Forse l'avv. Prof. Loriga non è dello stesso parere! BRIGATA ROSSA.[10]

Comunicato n. 6

5 febbraio 1971

- Della Torre in fabbrica - contratto

- taglio della paga - Mac Mahon

Piazza Fontana, Pinelli, poliziotti che sparano, compagni in galera, Della Torre e tanti altri licenziati, squadracce fasciste protette dalla polizia,
giudici-politicanti-governanti, servi dei padroni...

Questi sono gli strumenti della violenza che i padroni riversano contro la classe operaia per spremerla sempre di piú. Chiederci di lottare
rispettando le leggi dei padroni è come chiederci di tagliarci i coglioni!

Ma una cosa è certa: indietro non si torna! Continueremo con forme di lotta piú avanzate sulla strada già intrapresa: attacco alla produzione,

molto danno per il padrone, poca spesa per noi.

E su questa strada abbiamo già cominciato a muovere i primi passi.

Lunedí notte 26 gennaio, sulla pista prova-pneumatici di Lainate, tre camion di Pirelli sono bruciati. 20 milioni andati in fumo! Da un punto di
vista "tecnico," questa azione non è stata eccellente e altri 5 camion sono rimasti indenni. Ma sbagliando si impara e la prossima volta sapremo
far meglio...

I padroni hanno fatto male i loro conti. L'intensificarsi della loro violenza, non può che far crescere l'intensità del nostro attacco. Finché non
ritireranno il provvedimento e ci restituiranno i soldi che ci hanno rubato, i loro conti certamente non torneranno...

A Milano, a Roma, a Trento, a Reggio Calabria i padroni adoperano polizia e fascisti armati.

http://www.bibliotecamarxista.org/soccorso%20rosso/capitolo%205.htm[07/11/2014 11:19:04]
Documento senza titolo


Cortei, ordini del giorno, solidarietà e petizioni varie, possono solo portarci alla sconfitta.

Abbiamo iniziato a colpire persone e "cose." Un porco del padrone, Pellegrini, lo abbiamo costretto a licenziarsi. Qualche altro porco
giustamente si caga addosso.

Deve essere ben chiaro: continueremo su questa strada! Perché anche Mac Mahon?

Il padrone che ci spreme in fabbrica è lo stesso padrone che ci aumenta il costo della vita, che non ci permette di avere una casa decente se non
rubandoci quei pochi soldi che gli strappiamo con dure lotte.

Quelle famiglie costrette a occupare le case in via Mac Mahon, già pagate con i loro contributi, lo hanno fatto per togliere loro ed i loro figli
dalle baracche malsane dei famigerati "centri sfrattati."

Il padrone gli ha risposto trattandoli con la violenza dei manganelli e dei lacrimogeni della polizia.

A Lainate è stato colpito lo stesso padrone che ci sfrutta in fabbrica e ci rende la vita insopportabile fuori.

Chi sono i provocatori?

Provocatori sono sempre i padroni.

Provocatore è Leopoldo Pirelli, via Borgonuovo n. 18, tel. 651.421 - Milano, il quale illudendosi di stroncare il movimento di lotta che colpisce
con sempre maggiore forza il suo potere ha dato fuoco ai magazzini di Bicocca e Settimo Torinese.

Egli spera cosí di prendere due piccioni con una fava: stroncare il movimento di lotta addossandogli responsabilità che non ha e farsi ripagare
dall'assicurazione nuovi capannoni.

La provocazione è un'arma che i padroni non smetteranno mai di usare.

Ma non si illudano i padroni e i loro "utili idioti," perché la classe operaia sa ormai distinguere chiaramente tra la giusta violenza del

proletariato in lotta e la ottusa violenza criminale dei padroni! Per la rivoluzione comunista. BRIGATA ROSSA. [11]

Comunicato n. 7

NUOVE FORME DI LOTTA



I padroni e i suoi servi ci hanno tolto le nostre forme di lotta piú incisive: riduzione dei punti, blocco delle merci, sciopero articolato (Pirelli,

Sit-Siemens, Autobianchi, Alfa...).

OBIETTIVO: minor spesa-maggior incisività.

Il sabotaggio, vecchia arma operaia che sfugge alla repressione, raggiunge il massimo di incisività senza spesa (impegna solo il cervello). Alla
Bicocca già da un po' di tempo c'è subbuglio in direzione e fra i servi vari. Pirelli ha attaccato la riduzione dei punti con il taglio del salario.

Cosa è successo? - Sabotaggio con chiodi al fascio centrale dei cavi del telefono (per un giorno i contatti telefonici all'interno della Bicocca e
tra la Bicocca e il Pirellone sono rimasti interrotti). - Sabotaggio cavi OF (trecento-trecentocinquantamila lire al metro). - Sabotate valvole
distribuzione centrale termica. - Rotta trafila gruppo 4.a (fasci battistrada - ingranaggio in tramoggia). - Danneggiata calandra Ross. - Acqua
nella mescola della plastica per cavi. - Spranghe di ferro in ingranaggi del mescolatore a Segnanino. - Manomissione apparecchiature elettriche
di diverse macchine. E tanti altri sabotaggi di minore entità. Per rendere però il sabotaggio una forma di lotta di massa bisogna tener presente:
il sabotaggio va fatto in modo che non vengano colpite quelle macchine che potrebbero danneggiare noi operai e dare dei falsi pretesti al
padrone per serrare la fabbrica, mettere in cassa integrazione gruppi di operai ecc. - Il sabotaggio va fatto con intelligenza in modo che ci
permetta di marcare fermo macchina, non perdere il salario e non farti beccare. - Contro l'aumento dei ritmi: creare guasti alla macchina che ci
permettano pause per piccole riparazioni in modo che si possa segnare in tabella "fermo macchina." - Sabotaggio come risposta al padrone che
ci sabota i salari (taglio della paga ecc.); sabotaggio della produzione: acqua, terra, ferro ecc., nelle mescole per romperle. Non ci mancherà il
lavoro. - La macchina che ci produce infortuni deve rompersi continuamente. - La macchina che produce nocività non deve funzionare. Per noi
produce morte e va messa fuori uso. La salute non si contratta, la nocività si elimina.

GIA ALLA IGNIS DI TRENTO GLI OPERAI PRATICANO IL SABOTAGGIO DA DIVERSI MESI COME FORMA DI LOTTA DI
MASSA.

CHE COSA SONO LE BRIGATE ROSSE?



Le Brigate Rosse sono le prime formazioni di propaganda armata, il cui compito fondamentale è quello di propagandare con la loro esistenza e
con la loro azione i contenuti di organizzazione e di strategia della guerra di classe.

Le Brigate Rosse hanno dunque sempre come riferimento gli obiettivi propri del movimento di massa e il loro compito fondamentale è
guadagnare l'appoggio e la simpatia delle masse proletarie.

BRIGATE ROSSE.[12]

Piú tardi le BR forniranno una piú articolata definizione della loro organizzazione:

Molti compagni o gruppi della sinistra rivoluzionaria, sono intervenuti su differenti questioni sollevate dal nostro lavoro.

Non sempre però ci è sembrato che il riferimento al nostro reale discorso fosse sufficientemente preciso.

Per facilitare quindi la comprensione e per evitare "interpretazioni" piú ispirate all'immagine che il potere ha tentato di fornire di noi che alla
nostra reale e modesta statura, rispondiamo ad alcune domande dominanti.

1. Le Brigate Rosse sono o non sono "l'embrione del futuro esercito rivoluzionario"?

Che lo siano noi non lo abbiamo mai affermato, anche perché nella nostra prospettiva politica non riusciamo a distinguere con sufficiente
chiarezza, come forse capita ad altri, la formazione di un "futuro esercito rivoluzionario." Ci sembra che la linea di tendenza porti piuttosto alla
formazione di una organizzazione politica armata, che risolve in sé i vecchi termini della eterna questione, il partito e l'esercito rivoluzionario,
il partito e la guerriglia.

Ma ancora non ci sembra che si possa dire che le BR siano "gli embrioni" del "futuro partito-guerriglia."

2. Le Brigate Rosse sono o non sono "organismi militari"?

Non sono "organismi militari" ed è completamente estraneo al nostro stile di lavoro quello di "dividere" gli "organismi politici" dagli

http://www.bibliotecamarxista.org/soccorso%20rosso/capitolo%205.htm[07/11/2014 11:19:04]
Documento senza titolo

"organismi militari."

Il principio da altri formulato, che deve essere la politica a guidare il fucile, è da noi inteso e praticato in un senso preciso e cioè sollecitando in
ogni compagno ed in ogni nucleo di compagni un approfondito chiarimento politico a guida, fondamento e scelta del proprio comportamento
rivoluzionario, all'occorrenza anche "militare."

3. Sono le BR un "inizio burocratico e minoritario di una fase della lotta di classe in cui l'offensiva avrebbe dovuto esprimersi anzitutto sul
piano della violenza clandestina"?

Non sappiamo cosa sia la "violenza clandestina." Conosciamo la violenza borghese e controrivoluzionaria e la lotta rivoluzionaria. Che la lotta
rivoluzionaria assuma spesso la forma della AZIONE DIRETTA organizzata clandestinamente è un fatto che non dipende tanto da noi quanto
dall'organizzazione repressiva dei padroni.
Che l'offensiva proletaria si esprima anche sul piano dell'azione diretta organizzata clandestinamente è una ovvietà che non abbiamo inventato
noi ma che chiunque segua un po' d'appresso lo scontro di classe non fatica a scoprire. Noi pensiamo - questo sí - che l'offensiva proletaria sia
oggi estremamente ricca e che tra le molte forme della sua espressione vi sia anche quella della azione diretta organizzata clandestinamente.

4. C'è stata una valutazione completamente errata dei rapporti di forza esistenti tra proletariato e borghesia, e cioè della fase di lotta che stiamo
attraversando, che è sí una fase offensiva proletaria, ma non certo sul piano militare.

Diversa è qui evidentemente la nostra sensibilità politica da quella di chi ci ha mosso questo appunto.

La fase che lo scontro tra le classi oggi attraversa, noi riteniamo sia quella della conquista degli strumenti di organizzazione e di
accumulazione delle forze, rivoluzionarie capaci di reggere lo scontro e preparare l'offensiva di fronte al progredire di un movimento di
reazione articolato sino al limite della controrivoluzione armata. E cioè del passaggio necessario dalla risposta spontanea e di massa anche se
violenta all'attacco organizzato, che sceglie i suoi tempi, calcola la sua intensità, decide il terreno, impone il suo potere.

5. Che cosa sono dunque le BR?

Sono gruppi di proletari che hanno capito che per non farsi fregare bisogna agire con intelligenza, prudenza e segretezza, cioè in modo
organizzato. Hanno capito che non serve a niente minacciare a parole e di tanto in tanto esplodere durante uno sciopero. Ma hanno capito
anche che i padroni sono vulnerabili nelle loro persone, nelle loro case, nella loro organizzazione, che gruppi clandestini di proletari
organizzati e collegati con la fabbrica, il rione, la scuola e le lotte possono rendere la vita impossibile a questi signori.[13]

1. Dal foglio di lotta di Sinistra Proletaria del 20 ottobre 1970.


2. Dal foglio di lotta di Sinistra Proletaria del 28 ottobre 1970.
3. "Lotta Continua," quindicinale, 28 gennaio 1971.
4. "Corriere della Sera," 26 gennaio 1971.
5. "l'Unità," 26 gennaio 1971.
6. "Corriere della Sera," 27 gennaio 1971.
7. "Lotta Continua," quindicinale, n. 3, 17 febbraio 1971.
8. "Re Nudo," n. 4, aprile 1971.
9. Ibidem
10. Ibidem.
11. Ibidem
12. "Nuova Resistenza," aprile 1971.
13. Da "Brigate Rosse," n. 1, aprile 1971, pubblicato in G. E. SIMONETTI, ... Ma l'amor mio non muore, Arcana,
Roma 1971.

SoccorsoRosso
Autori
Biblioteca Multimediale Marxista

http://www.bibliotecamarxista.org/soccorso%20rosso/capitolo%205.htm[07/11/2014 11:19:04]
capitolo 6

6

Le proliferazioni spontanee e alcuni casi di provocazione
Le azioni delle BR, nonostante i comunicati di condanna dei sindacati, dei partiti, delle stesse organizzazioni
extraparlamentari, continuano a svilupparsi moltiplicandosi soprattutto a Milano. Molti militanti le seguono con
interesse. Nella prima metà del '71, si segnalano una serie di azioni "violente" di gruppi proliferati spontaneamente,
che alle Brigate Rosse si riferiscono, quando non ne assumono addirittura la firma. Non mancano tuttavia azioni
provocatorie contro fabbriche e caserme, che fascisti e polizia vorrebbero attribuire alle BR. Si tratta di una serie di
attentati al plastico accompagnati da volantini inneggianti alle Brigate Rosse.

Non si è ancora spenta l'eco della rivolta di Reggio e soprattutto la Calabria non è risparmiata da queste
provocazioni. Le BR però ripudiano l'uso di esplosivi, come è possibile rilevare non solo dalla loro pratica costante
ma anche da un documento che piú tardi sarebbe stato ritrovato a Robbiano di Mediglia, secondo il quale "... è facile
verificare come l'uso della dinamite generalmente sortisca l'effetto di impaurire le masse indiscriminatamente, non
solo il nemico, e si presta alle piú disparate interpretazioni da sinistra e da destra, considerando anche l'uso diffuso
che ne ha fatto la reazione."

Per questo motivo rilasciano una secca smentita, non priva di toni minacciosi:

In questi giorni abbiamo assistito ad un susseguirsi di azioni terroristiche di chiara impronta fascista e di altrettanto chiara ispirazione
poliziesca.

Ci interessa qui sottolineare quelle compiute contro le fabbriche "Rossari e Varzi" di Trecate di Novara, "Norton internazionale" di Corsico

(Milano) e la "Necchi" di Pavia, e contro le caserme di Rieti, L'Aquila e Lamezia Terme, e a Vibo Valentia.

Gli attentati all'esplosivo sono stati accompagnati da volantini in cui si inneggia, tra le altre cose, alle "Brigate Rosse."

I fascisti - esecutori - ed i carabinieri - mandanti - hanno inteso, "firmando" con la sigla della nostra organizzazione, perseguire alcuni
obbiettivi:
1. Mettere in relazione azioni antiproletarie e fasciste con una organizzazione rivoluzionaria comunista.
2. Rendere con ciò odiose e impopolari quelle organizzazioni che hanno scelto la via dell'azione diretta, della azione partigiana e della
propaganda armata, svuotando il loro lavoro di ogni senso politico e presentandole come organizzazioni di criminali che perseguono fini
contrari agli interessi delle masse popolari.
3. Terrorizzare la sinistra alimentando con "fatti" l'ipotesi che da un po' di tempo si cerca subdolamente di far circolare che le Brigate Rosse
siano organizzazioni provocatorie dirette da mestatori fascisti e porci delle varie polizie.
4. Creare un clima di tensione praticando azioni violente terroristiche e gratuite che consentano in nome degli "opposti estremismi" di colpire
la sinistra rivoluzionaria e piú in generale la classe operaia.
5. Preparare il terreno ad una piú vasta provocazione che si intenderebbe impiantare in qualche fabbrica, addebitandola alla sinistra e, perché

no... alle Brigate Rosse.

In realtà fascisti e poliziotti vogliono colpire alle radici sin dal suo nascere l'ipotesi strategica che li seppellirà, insieme ai loro padroni, per
sempre:

La guerriglia di popolo


I lavoratori delle fabbriche e dei rioni dove operiamo, sanno che le Brigate Rosse sono organizzazioni comuniste, lo sanno perché esse non
hanno mai fatto un'azione contraria agli interessi dei lavoratori.

Abbiamo colpito nelle fabbriche i despoti, i servi dei padroni, i piú odiati dalla classe operaia, quando ciò si è reso necessario perché erano
stati colpiti dei compagni;

Abbiamo colpito i fascisti perché essi sono l'esercito armato che il capitale usa oggi contro le lotte operaie e la richiesta proletaria di potere;

Abbiamo colpito sempre nemici del popolo e sempre li abbiamo colpiti all'interno di vasti movimenti di lotta.

Per questo se da un lato siamo convinti che nessun compagno cadrà nella trappola tesa da queste azioni fasciste, "firmate" con la nostra sigla,

dall'altro diamo un avviso alle forze della reazione:

Chi scherza col fuoco



si brucia le dita...

http://www.bibliotecamarxista.org/soccorso%20rosso/capitolo%206.htm[07/11/2014 11:19:05]
capitolo 6


Stiamo indagando su chi sono i diretti responsabili di queste provocazioni. Può darsi che lo sapremo presto, può darsi che ci vorrà piú tempo,
comunque siate certi che:

Niente resterà impunito!


Ai poliziotti ed ai fascisti diciamo una cosa chiara:
Nei vostri confronti non vi sarà alcuna pietà il pugno della giustizia proletaria si abbatterà con forza tremenda su chiunque trami, mesti e
operi contro gli interessi di noi proletari.

LEGGERE, FAR CIRCOLARE,

PASSARE ALL'AZIONE


COMANDO UNIFICATO DELLE

BRIGATE ROSSE

Altre azioni, firmate BR e compiute da gruppi proliferati spontaneamente, vengono invece accettate dalle Brigate
Rosse di Milano, che ne avallano l'autenticità. È il caso di un gruppo sorto a Roma, che il giornale "Nuova
Resistenza" chiamerà "le BR di Roma."

Gli episodi principali, legati a questo gruppo, che opera a partire dal dicembre 1970, fino al giugno 1971, sono
incendi contro sedi fasciste: lo studio del principe nero Borghese, la sede del MSI (Quadraro), una sede di
Avanguardia Nazionale, due incendi rispettivamente all'auto e al negozio di tale Maulorico (Avanguardia
Nazionale), un incendio all'automobile del sindacalista fascista dell'ATAC Moretti.

Questo gruppo diffonde nel maggio 1971 un "giornale" ciclostilato, quasi illeggibile, intitolato "Brigate Rosse," n. 2
(il numero uno non risulta noto) nel quale vengono presentate anche azioni compiute dalle BR di Milano e di Roma,
ma soprattutto viene sviluppata la problematica della lotta contro i fascisti:

I fascisti, tutti i fascisti, esprimono ad un qualche livello il potere armato dei padroni.

La lotta contro tutti i fascisti è dunque una tappa necessaria del nostro cammino verso la liberazione da ogni forma di oppressione e di
sfruttamento.

Oggi in particolare questa lotta è posta all'ordine del giorno dalla aggressiva e cinica controffensiva dei padroni che nella speranza di poter
bloccare la marea montante dell'offensiva proletaria, finanziano, proteggono ed usano il vasto esercito di soldati neri.

In questo esercito di soldati neri che ha messo le bombe in piazza Fontana ubbidendo agli ordini di generali che siedono in parlamento e
parlano la lingua degli imperialisti americani, che ricoprono importanti incarichi nelle differenti istituzioni dello stato, che manovrano i
consigli di amministrazione dei grandi monopoli e di molte fabbriche grosse o meno grosse.

È questo esercito di soldati neri che rimpolpa le squadracce che aggrediscono sotto la protezione della polizia gli operai che picchettano
davanti alle fabbriche in lotta, gli studenti rivoluzionari che agiscono nelle scuole, i compagni sotto le loro case.

È questo esercito di soldati neri che scatenando terrorismo, squadrismo e violenza costituisce un ostacolo da abbattere se vogliamo proseguire
il nostro cammino verso il potere.

Contro i fascisti, tutti i fascisti, bisogna lottare. Ma come, con quali strumenti, quali forme di lotta?

Anche ì revisionistì infatti sono d'accordo che contro i fascisti bisogna lottare, ma concepiscono questa lotta in termini esclusivamente
difensivi ed "antifascisti" (es. manifestazioni unitarie che arrivano fino alla... "gioventú liberale") e sono irremovibili nella convinzione che
debbono esser usati solo e senza eccezioni strumenti legali.

I neo-revisionisti divergono dai loro padri solo nel modo di intendere lo schieramento "accettabile" alle manifestazioni ed usano per diversi
obiettivi (l'ingrasso di se stessi invece che il gioco parlamentare), gli stessi strumenti e le stesse forme di lotta.

Il campo rivoluzionario non è ancora omogeneo, e se concorda sulla necessità di passare all'offensiva, solo sporadicamente ci riesce perché
non è sufficientemente organizzato per farlo. Le forme di lotta prevalenti che esso ha prodotto sin qui, sono cosí quelle spontanee della
violenza di massa, e della risposta coraggiosa ma improvvisata a qualche inaccettabile provocazione.

Le Brigate Rosse su questo fronte hanno fatto prime esperienze di attacco che presentiamo ai compagni in questo secondo numero del nostro
giornale.

Due sono gli obiettivi che abbiamo insieme perseguito:

1) attaccare ed "avvisare" i neri soldati fascisti che "NIENTE RESTERA IMPUNITO" perché se i loro "generali" sono i primi responsabili
ognuno di loro è responsabile al suo livello.

2) organizzare in questo attacco il nostro POTERE PROLETARIO dando vita nella lotta a nuclei politici e armati nelle zone proletarie della
città; perché attacco e distruzione del potere borghese e costruzione del potere proletario sono momenti non dívisibili del nostro sviluppo
rivoluzionario.

Caratteristica comune a quasi tutte le azioni del gruppo romano è che si tratta di incendi contro sedi o cose di
proprietà di fascisti, senza che sia presente, con la sola eccezione, forse, dell'attentato al sindacalista dell'ATAC, un
tentativo di radicamento con situazioni di fabbrica.

http://www.bibliotecamarxista.org/soccorso%20rosso/capitolo%206.htm[07/11/2014 11:19:05]
capitolo 6

SoccorsoRosso
Autori
Biblioteca Multimediale Marxista

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capitolo 7

7
Nuova Resistenza
Nell'aprile 1971 esce il primo numero di "Nuova Resistenza."

Sotto la testata, la parola d'ordine "Proletari di tutto il mondo unitevi" con accanto il simbolo di Sinistra Proletaria:
falce, martello e fucile incrociati. Il periodico, che si definisce "giornale comunista della nuova resistenza," uscirà
anche il mese successivo per poi cessare immediatamente le pubblicazioni. Il precipitare della lotta di classe e le
scelte delle BR fanno abbandonare presto questa ultima esperienza legale.

Emanazione diretta di Sinistra Proletaria, nasce con un disegno ambizioso: divenire il punto di incontro e di
riferimento per tutti quei gruppi spontanei o no che riconoscono valida la necessità di opporsi con la violenza alla
controrivoluzione armata: "Un problema di fondo si fa avanti [...], il problema di una strategia unitaria del
movimento di lotta. Molti ostacoli teorici e pratici rendono difficile la sua risoluzione [...]. Tutto il lavoro del nostro
giornale vuol essere un contributo a sciogliere questi ostacoli presentando la pratica, le tesi e le tendenze di quei
movimenti di classe che hanno come base comune lo sviluppo della guerriglia come forma di lotta dominante per la
liberazione della classe operaia da ogni forma di sfruttamento. "[1]

In questo quadro vengono pubblicati non solo i comunicati delle BR ma anche quelli dei GAP e di altre formazioni
minori.

Quasi a significare la dimensione mondiale dello scontro di classe, una particolare attenzione viene rivolta alle
guerriglie in Germania, Uruguay, Palestina. Vengono pubblicati per la prima volta un lungo documento della RAF
ed un'intervista ad un compagno tupamaro, non recente, ma allora quasi sconosciuta in Italia. Per i compagni di NR
non si tratta solo di dare dell'informazione su movimenti verso i quali non si nascondono le proprie simpatie: il
problema è quello di superare il livello della generica solidarietà. Polemizzando con il collettivo romano Palestina
Rossa si ammonisce: "Con tutta probabilità sta arrivando il momento della fine dei comitati di solidarietà, per

assunzione di diretta responsabilità da parte di coloro che legano le lotte dei popoli con la lotta rivoluzionaria nel
loro paese [...]. Mentre i comitati di solidarietà servono al revisionismo o giungono alla loro decomposizione, le
forze extraparlamentari marxiste-leniniste dovrebbero trovare il loro momento di unità in un'analisi collettiva dei
rapporti concreti tra la lotta rivoluzionaria del nostro paese e le lotte e le guerre di popolo.”[2]

L'editoriale del primo numero è scritto con stile che rievoca l'apocalisse: padroni e borghesi vengono calati in
un'atmosfera da anno mille. La sensazione dominante è che la storia stia voltando pagina: la rivoluzione è una forza
della natura o meglio una stagione dell'anno che bussa prepotente alla porta. Non mancano le immagini
poeticopolitiche come: "Sul terreno della loro controrivoluzione cresce il fiore della lotta partigiana," oppure: "si
avvicina la primavera di una forte resistenza":

Compagni, anni di lotte quotidiane su tutti i problemi della nostra vita produttiva e sociale, danno finalmente un primo e rilevante risultato: lo
stato dell'ordine e della strage è sconvolto da contraddizioni non risolvibili e la crisi di regime è ormai prossima al punto di tracollo.

Ministri, Generali, Ricchi industriali, Parassiti e Benpensanti sentono con angoscia che il tempo sta cambiando, che si avvicina la primavera di
una forte resistenza; di una profonda rivoluzione sociale.

Presi dal terrore, tentano allora di fermare la storia: attaccano le forme di lotta, lo sciopero a scacchiera, il blocco delle merci, l'autolimitazione
della produzione; militarizzano parti consistenti di territorio e mettono poliziotti nella scuola, nelle fabbriche; alimentano con generosità i
movimenti fascisti di reazione armata. Ma sul terreno della loro controrivoluzione cresce il fiore della lotta partigiana e dei vasti movimenti di
massa per il comunismo.

Ecco allora i colpi di stato da baraccone costruiti per occultare i veri colpi di mano di Colombo e Restivo; ecco la falsa crociata contro "le
destre" sporca manovra della reazione che prelude a cinici ed efferati attacchi verso le forze proletarie e rivoluzionarie. Una truculenta parodia
della storia costruita ad arte nei ministeri della provocazione al servizio di un miope progetto di rafforzamento delle "istituzioni repubblicane,"
ultimo e ridicolo tentativo di agitare le acque per confondere le idee.

Le classi dominanti non vogliono ammettere di essere state politicamente sconfitte e con l'ultima cosa che gli rimane - le armi - tentano di
soffocare l'aspirazione delle masse ad una giustizia nuova che nasca dal popolo e che da questo sia controllata e gestita.

Ora dobbiamo dimostrare che anche su questo piano il popolo è invincibile! Non sarà semplice, ma questo è il nuovo compito. In questo spirito
abbiamo assunto a testata del nostro giornale politico la parola d'ordine: "NUOVA RESISTENZA."

Ad indicare nel contempo l'orizzonte nuovo che ci si apre dinanzi e la continuità con tradizioni di lotta che seppur pervertite da una guida
revisionista o borghese hanno coinvolto le migliori forze del nostro paese.

"Nuova Resistenza" quindi non ha il sapore di una nostalgica ed impolitica riproposta della viziosa tematica resistenziale e non assume da

http://www.bibliotecamarxista.org/soccorso%20rosso/capitolo%207.htm[07/11/2014 11:19:06]
capitolo 7

questa gli umori difensivi che alimentarono quella lotta contro gli aspetti aberranti della "democrazia" senza saper coinvolgere nella critica del
movimento armato le strutture stesse, politiche e produttive, dello Stato capitalista.

"Nuova Resistenza" ha invece per noi il senso tutto giovane ed offensivo che questa parola d'ordine assume nel quadro della guerra mondiale
imperialista che oppone al di là di ogni frontiera "nazionale" la controrivoluzione armata alla lotta rivoluzionaria dei proletari, dei popoli e
delle nazioni oppresse.

la resistenza orientata dalla Cina rivoluzionaria del presidente MAO.

È la resistenza capeggiata dal Vietnam e dai popoli rivoluzionari dell'Indocina.

È la resistenza dei popoli palestinesi e dell'America latina.

E' la resistenza nelle metropoli imperialiste, nei ghetti neri e nelle città bianche.

È questo slancio rivoluzionario, unitario e mondiale, perché compatta e mondiale è la repressione imperialista, ciò che noi intendiamo facendo
nostra la parola d'ordine: "Nuova Resistenza." D'altra parte questo è l'imperativo sprofondato in ogni anche minimo sussulto del movimento di
classe nel nostro paese.

Tremano infatti i padroni e revisionisti costretti a ballare il tamtam delle lotte nelle grandi fabbriche del Nord e delle regioni povere e sfruttate
del Centro e del Sud.

Lotte che non si attenuano, che non si fanno intimorire dai denti digrignati dei padroni, che sanno ogni giorno inventare nuove forme di
espressione.

È un fatto che il movimento di classe trabocca quotidianamente oltre ogni gabbia sindacale, che una nuova giustizia rinata in mezzo al popolo
impone prepotente la sua legge.

E un solco si viene tracciando tra proletari e governo, tra proletari e reazione che esprime il rifiuto piú incomponibile della intera
organizzazione del lavoro e del potere, che stacca la società civile a suo riflesso politico e catapulta quest'ultimo [...] nella solita pattumiera
della storia.

Ma in questa fase avanzata di scontro, dove rivoluzione e controrivoluzione si fronteggiano "assaggiandosi" vicendevolmente, un problema di
fondo si fa avanti e bussa alla porta di ogni gruppo rivoluzionario: il problema di una strategia unitaria del movimento di lotta.

Molti ostacoli teorici e pratici rendono difficile la sua risoluzione. Ostacoli teorici sono la scarsa elaborazione, riflesso di una scarsa "pratica"

dei temi decisivi connessi alla questione dell'organizzazione della guerra di classe, al problema del passaggio dalle forme di violenza spontanea
e di massa a forme organizzate di lotta partigiana e di guerriglia, al problema del Partito combattente!

Ostacoli pratici sono le tendenze conservatrici e spesso non proletarie che prevalgono in molti gruppi i quali non riuscendo a prendere nelle
loro mani i primi fenomeni di lotta partigiana, ricorrono agli "epiteti imparaticci" e liquidano la questione bollandoli di anarchismo,
blanquismo, vecchio terrore, atti di singole persone staccate dalle masse, che demoralizzano gli operai, respingono da essi i larghi strati della
popolazione, disorganizzano il movimento, nuocciono alla rivoluzione (...) e finalmente sono oggettive provocazioni![3]

Un articolo sulla violenza, pubblicato per aprire una discussione nell'ambito di quelli che in proposito "non hanno
obiezioni di principio" teorizza, forse per la prima volta in Italia, la necessità dell'edificazione del partito-guerriglia,
vista in contrapposizione alla dicotomia tra partito e "braccio armato." Dopo aver definito la violenza come
"categoria storica" e come "esigenza imprescindibile" si passa a discutere del rapporto rivoluzione-repressione.
Fatta una citazione di Marx e Lenin, secondo cui la rivoluzione progredisce suscitando una controrivoluzione, si
prosegue affermando che "il progresso della rivoluzione è [...] la capacità da parte proletaria di acquisire strumenti
[...] al passo con i nuovi compiti."[4]

Viene compiuta un'analisi sulle differenti forme di violenza. Le principali sono tre: la violenza spontanea non di
massa, "il modo peggiore di esprimere una giusta esigenza"; la violenza spontanea di massa, come i cortei interni, le
lotte spontanee in fabbrica; infine le azioni partigiane, "i primi momenti di una volontà proletaria d'organizzazione
politica armata." Si osserva poi che "la tendenza generale è l'organizzazione, cioè il passaggio dalle forme
spontanee a quelle organizzate."

Il dibattito nella sinistra di classe sulla questione della strategia rivoluzionaria, e quindi dell'organizzazione, è
ostacolato dalla "tenace resistenza che schemi tradizionali sull'esperienza rivoluzionaria europea oppongono ad una
piú coraggiosa riflessione." "L'ipotesi classica dell'insurrezione centrata sulle masse urbane, per lunghissimi anni
preparata da un infaticabile lavoro di propaganda" impedisce a molti compagni di vedere l'importanza e le funzioni
di avanguardia che le azioni partigiane sviluppano attraverso una "lotta popolare, prolungata e violenta": "1'
accumulazione delle forze rivoluzionarie, la mobilitazione delle masse, l'edificazione del partito-guerriglia," vale a
dire "una unica realtà organizzativa politica ed armata che fa giustizia delle distinzioni opportuniste tra partito e
guerriglia, tra organizzazione dei politici e organizzazione dei militari." In conclusione "le azioni partigiane sono
ammissibili dal punto di vista di principio, e necessarie nel momento attuale.”[5]

Non mancano le polemiche, sia pure a distanza, con altre formazioni armate.

In un articolo sul fallito golpe Borghese si evidenziano alcune differenze fondamentali con i GAP. Il golpe militare
non è visto da NR come un reale e immediato pericolo. Valerio Borghese conta come il "due di briscola." "Ciò che
invece è molto importante è l'uso che di questi sogni hanno inteso fare il governo ed i revisionisti." Da tre anni la
classe operaia è sempre all'attacco. Il potere "preso da difficoltà irresolubili," dovendo "nascondere agli occhi delle
masse la lebbra che lo scarnifica ogni giorno piú profondamente," inventa "la bella favola del principe nero" da
"vendere alla pubblica opinione."

Dal canto loro i revisionisti se ne servono per indurre le avanguardie di classe ad accettare il gioco parlamentare e
per contenere la loro volontà di lotta.[6]

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capitolo 7


Ben diversa è la valutazione dei GAP, che si muovono sotto l'ipotesi di un imminente colpo di stato. Per i GAP, il
fallito colpo Borghese non è stata la favola del "principe nero." In un loro documento pubblicato su "Potere
Operaio" si mostrano preoccupati dell'offensiva reazionaria la cui caratteristica è il "ruolo sempre piú preminente
delle forze militari dello stato e delle forze paramilitari fasciste." Solo "una fuga di notizie ha permesso all'ultimo
momento di sventare un colpo di stato preordinato con meticolosa cura [...] da centinaia di ufficiali delle FFAA, dai
comandi superiori e periferici dei carabinieri, dagli esponenti della finanza e dell'industria capitalista italiana,
nonché dai rappresentanti dell'imperialismo americano."[7]

Naturale corollario di questa posizione è una valutazione del revisionismo ben diversa da quella data dalle Brigate
Rosse.

Secondo i GAP "anche la sinistra tradizionale rappresentata dal PCI [...] vede ogni giorno con preoccupazione,
sempre piú ristretto il suo campo di manovra." Di qui i reiterati appelli ai militanti del PCI: "La classe operaia, i
lavoratori tutti reclamano ed esigono una politica, un fronte ampio contro il fascismo, contro il padronato capitalista
e contro l'imperialismo [...]. Vogliono i compagni iscritti al PCI far parte di questo fronte rivoluzionario ed
antifascista?"[8]

È importante sottolineare la diversità di queste due linee, l'una offensiva, l'altra difensiva, perché troppo spesso
vengono confuse ed accomunate, anche da quei compagni che non hanno fatto mai mancare la loro solidarietà

rivoluzionaria a queste due organizzazioni. E' il caso dei Comitati Autonomi Operai di Roma (via dei Volsci) che in
un ciclostilato del 27 maggio 1974 cosí si esprimono: "Per i compagni delle BR valgono gli stessi giudizi da noi

espressi sull'esperienza dei GAP [...]. L'esperienza dei compagni delle BR è interna all'area del movimento
rivoluzionario, oggi incapace di esprimere un dato comune sul `che fare' e sull'organizzazione. Incapacità che non si
risolve promuovendo la scelta della clandestinità che oggi è interna alla scelta politica sbagliata di una minaccia
golpista in Italia."[9]
L'attività dei GAP era consistita in una serie di attacchi ad alcuni centri di potere borghese (consolato USA, sede del
PSU, fabbriche, deposito Ignis, raffineria Garrone) e soprattutto in una serie di trasmissioni radio "pirata." Il campo
d'azione dei GAP, secondo la vecchia impostazione partigiana, è costituita dalle zone montagnose e isolate. Le loro
azioni ed i loro comunicati erano stati divulgati da Lotta Continua e da Potere Operaio.

"Nuova Resistenza" nei suoi due numeri pubblica un comunicato su un attacco ad una sede fascista di Lodi ed il
testo di due "trasmissioni del popolo" captate rispettivamente a Trento ed a Milano:

Attenzione: qui Radio GAP, Gruppi di Azione partigiana... Mentre padroni e governo accentuano la crisi economica, mentre centinaia di
aziende vengono deliberatamente messe in difficoltà e su centinaia di migliaia di lavoratori grava la minaccia della cassa integrazione, della
disoccupazione e della fame, le tanto promesse riforme diventano l'occasione per nuovi aggravi, per nuove tasse per i lavoratori.

Con il decretone e con la riforma fiscale il governo ed il padronato tentano di scaricare sui lavoratori i sempre maggiori costi di una burocrazia
parassitaria e inutile. Con la riforma per

la casa il governo crede potere ancora una volta prendere i lavoratori per il culo con vuote promesse.

Sul fronte politico padroni e governo ricorrono all'arma dello squadrismo fascista per intimidire e colpire i lavoratori, le loro organizzazioni
sindacali e politiche.

Con la massiccia offensiva economica e con lo squadrismo fascista i padroni ed il governo vogliono rimangiarsi i contratti, vogliono
rimangiarsi l'impegno delle 40 ore, vogliono accentuare lo sfruttamento capitalista ed imperialista sui lavoratori italiani.

Ma dalle lotte per i contratti e le riforme del '69 e del '70, dall'offensiva padronale e fascista in atto è nata una nuova resistenza di massa, è nata
la ribellione operaia al padrone ed allo stato dei padroni, è nata la ribellione all'imperialismo straniero, è nata la ribellione delle popolazioni e
delle classi lavoratrici del Sud. Sono nate le Brigate Rosse, e si sono costituite le Brigate GAP. Per i padroni e per i fascisti questa è stata una
dura sorpresa.

Non si aspettavano i padroni che all'offensiva reazionaria e fascista il proletariato italiano rispondesse passando ancora una volta all'offensiva,
scatenando la guerra partigiana rivoluzionaria.

La guerra che i padroni hanno voluto continuerà fino alla vittoria, fino a che avremo spazzato via, una volta per tutte, fascisti e padroni, fino a
che avremo spazzato i loro strumenti di paura e di oppressione, fino a che ci saremo liberati dal giogo dell'imperialismo straniero.

La via delle riforme, la via della rivoluzione comunista, la via della liberazione definitiva del proletariato e dei lavoratori italiani dalla
dominazione e dallo sfruttamento del capitale italiano e straniero comporta una lunga e dura guerra. Ma su questa via le brigate partigiane, i
compagni ed i lavoratori italiani si sono ormai avviati. Sulla via della liberazione, sulla via della rivoluzione comunista avanguardie partigiane,
lavoratori, braccianti, studenti rivoluzionari marceranno compatti ed uniti fino alla vittoria.

Viva l'unità fra le avanguardie partigiane e i lavoratori italiani!

Per il Comunismo e la Libertà avanti fino alla vittoria definitiva sul capitalismo e l'imperialismo.[10]

Altro gruppo che si poneva sul terreno della lotta armata, e che molti hanno ritenuto appartenere ai GAP, è il gruppo
22 Ottobre di Genova.

In realtà, pur considerando le analogie con i GAP, ed in particolare la linea difensiva "antigolpista," e l'origine
comunista di molti militanti, il ben diverso impianto organizzativo testimonia della mancanza di solidi legami
operativi tra le due organizzazioni. Resta il fatto che in un loro documento i GAP di Milano definiscono Mario
Rossi "un compagno fino a poco tempo fa iscritto al PCI ed oggi valoroso gappista."

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capitolo 7


Ma si tratta, con ogni probabilità, di una doverosa testimonianza di solidarietà rivoluzionaria verso un compagno in
galera, vittima di una mostruosa montatura.

Il processo di Genova contro il gruppo 22 Ottobre dà a "Nuova Resistenza" l'occasione per individuare nella
"criminalizzazione del movimento" la strada maestra che la borghesia si avvia a percorrere per contenere l'offensiva
rivoluzionaria. Questo articolo dal contenuto quasi profetico anticipa di 4 anni alcune teorizzazioni fatte proprie
attualmente da gran parte della sinistra rivoluzionaria:

Oggi lo scontro di classe è a un punto di rottura. La sinistra rivoluzionaria, in questi ultimi anni, ha praticato con vera creatività nuove e piú
incisive forme di lotta che si sono estese e generalizzate, sino a costringere il potere alla difensiva.

Nelle fabbriche in modo sempre piú ampio ed organizzato gli operai diminuiscono la produzione, fanno sabotaggi, praticano l'assenteismo...

Non è semplicemente una difesa dal bestiale sfruttamento che logora ed uccide un po' per giorno, ma è una dichiarazione di guerra che il
proletariato ha lanciato!

Inutilmente padronato e revisionisti cercano dunque di convincerlo che vi è un suo interesse al "buon andamento" della produzione, che tutto il

resto è estremismo sterile provocatorio.

Inutilmente perché tre anni di lotte, di lotte molto dure, dentro e fuori la fabbrica, hanno chiarito a troppi cosa vuol dire questo discorso, cosa si
vuol difendere attaccando come estremista il rifiuto degli operai a farsi sfruttare.

Anche nei quartieri il popolo in rivolta ha cominciato ad esprimere gli stessi contenuti. Molte famiglie fanno lo sciopero degli affitti, occupano
le case, si conquistano la gratuità dei trasporti...

Rifiutano di farsi rapinare dal padrone di casa quello che sono riusciti a strappare al padrone di fabbrica.

Ma soprattutto rifiutano il principio che questa rapina sia un diritto, un sacrosanto ed indiscutibile diritto dei padroni. Dicono con la resistenza
contro la legalità borghese quale è la legalità proletaria!

Dunque anche nei tribunali borghesi, dove i padroni vorrebbero punire l'illegalità proletaria, il popolo comincia a difendere la sua "illegalità."

Comincia a portare il suo attacco alla "giustizia," costringe i padroni ad uscire dal rifugio sicuro delle formulette del codice per sostenere uno
scontro politico sotto il sole.

E mano a mano che la sinistra rivoluzionaria riconquista nella lotta la sua autonomia di classe, viene fuori sempre piú scoperto il filo nero che

unisce in un unico piano di controrivoluzione tutte le istituzioni repressive dello stato, i partiti revisionisti, i sindacati.

Cosí mentre il potere si arma, "l'Unità" attacca come provocatorie e teppiste le azioni di violenza proletaria (perfino quando è l'assalto ad una
sede fascista, come a Venezia) e le attribuisce ai "gruppuscoli strumentalizzatori pagati dai padroni!"

Mentre il padronato ancora una volta tenta di piegare la classe operaia sotto le ferree leggi del massimo profitto, nelle grandi fabbriche, dove
gli operai sono piú forti e decisi, i sindacati attaccano e calunniano le forme di lotta piú avanzate, tentano il pompieraggio dello scontro.

Le masse popolari dunque accerchiano il potere. Un accerchiamento che è generoso e deciso, ma che è anche disperso e disorganizzato. E non
vedere questo limite, fare l'apologia di tutto questo, esaltarsi nella certo esaltante prova di forza e di ricchezza che il movimento sta dando,
sarebbe un grave errore capace di partorire solo una tragedia storica per il movimento.

La storia della lotta di classe in fondo è spesso la storia della rivolta disorganizzata del popolo che produce repressione organizzata del potere.

Quando in fabbrica i proletari non cessano di lottare, quando attaccano nei quartieri, quando costringono la stampa e la giustizia a chiamare
estremismo la volontà del popolo, perché non regge piú agli occhi di nessuno la distinzione fra "estremisti sobillatori" e "popolo sobillato,"
allora il potere si sente tutto rimesso in discussione ed è costretto per ristabilire l'ordine a ricorrere all'unica arma che ancora gli resta, che gli
dà un punto di vantaggio strategico, decisivo, nello scontro di classe.

In questi ultimi mesi abbiamo visto chiaramente, tutti i giorni e dappertutto, l'aggravarsi della repressione: il potere oggi risponde
militarizzando lo stato, il territorio, lo scontro politico stesso.

Risponde "criminalizzando" il movimento!

Manda la polizia nelle fabbriche e nelle scuole: alla Crouzet come al Feltrinelli; a Fisica e ad Architettura di Milano.

Reprime le occupazioni delle case, da Mac Mahon a Roma, con l'accerchiamento totale e la violenza, e militarizza la città per prevenirle.

Dà ai fascisti lo spazio per egemonizzare e strumentalizzare le giuste rivolte popolari, ne deforma quindi la natura per isolarle dalle lotte
proletarie e poi reprimerle tranquillamente, in nome dell'antifascismo.

Attacca nelle fabbriche quelle forme di lotta che minacciano di colpirlo al cuore: mette fuori legge la riduzione dei punti e il blocco delle
merci. E per dare peso reale e credibilità al suo provvedimento, ricorre senza paura al taglio netto dei salari e al licenziamento per scarso
rendimento.

Dove lo "scarso rendimento" non è solo un pretesto per colpire le avanguardie di lotta, ma un avvertimento esplicito a tutti gli operai: è il
terrorismo in fabbrica che prepara il terreno alle leggi antisciopero. Esemplare a questo proposito è l'arresto dei tre operai della FIAT, proprio
all'inizio del nuovo e importante scontro contrattuale, per fatti successi contro un crumiro un anno fa. Come dire, badate, i crumiri saranno
protetti, gli scioperanti colpiti. Ed altrettanto esemplari sono i licenziamenti dopo i primi giorni di lotte, di quei militanti rivoluzionari che
erano alla testa dei cortei interni.

È infatti una esigenza vitale per il potere quella di riacquistare una credibilità che coi mezzi politici "usuali" non è piú sostenibile. Se il
decretone Colombo è tanto necessario al potere quanto in

difendibile di fronte alle masse, bisogna sostenerlo all'ombra dei fucili.

Lo scontro politico finalmente esce dalle infinite fumosità che per mesi lo hanno paralizzato e ridicolizzato per assumere una ben diversa
"persuasività" e "concretezza." Lo scontro politico si militarizza. Il potere potenzia cosí i suoi strumenti di controllo e organizza la repressione
preventiva: il rapporto Mazza è esplicito, e il "Corriere della Sera" ammonisce: "per ripulire la città dagli attivisti che praticano la violenza, il
questore ha perfezionato il piano già studiato nei giorni scorsi. Pattuglie civetta perlustrano ininterrottamente le strade, e speciali servizi di
sorveglianza sono stati istituiti presso le sedi di organizzazioni politiche."

E infatti è ormai prassi quotidiana fermare e perquisire macchine di compagni, senza motivazione alcuna, e arrestare chi è a bordo, in caso di
rinvenimento di "arma impropria."

Nello stesso tempo il potere tenta un uso "terroristico" delle ambiguità e della confusione che le prime azioni partigiane possono produrre nel

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capitolo 7

movimento.

Il grosso "caso" del gruppo di Genova, ha segnato cosí l'inizio di una velenosa manovra che giorno dopo giorno, con pazienza, tende a
convincere l'opinione pubblica che i rivoluzionari sono dei banditi e i "gruppuscoli" associazioni a delinquere.

Questo vuol dire "criminalizzazione del movimento." Vuol dire convincere piú gente possibile, svuotando di ogni senso politico l'azione
rivoluzionaria, che una nuova forma di criminalità si sta affermando: la criminalità politica!

Anche qui l'azione è preventiva: contro la logica dell'esproprio rivoluzionario e dell'illegalità militante, il potere pianta una foresta di cittadini

"onesti tutori dell'ordine." Puntando sulla "maggioranza silenziosa," esso cerca di contrapporre alla guerra del popolo una specie di sua "difesa

di popolo."

Quando il contrattacco è cosí globale, quando è insieme politico, giuridico, ideologico e militare, quando nello scontro emerge, anche

confusamente, che la richiesta del popolo è il potere, e il potere per sopravvivere si militarizza, è necessario che il movimento faccia a sua

volta un salto organizzativo.

Oggi il movimento, almeno nei suoi momenti di punta, è arrivato allo scontro diretto con il potere: organizzarlo solo per le manifestazioni,
vuol dire produrre non rivoluzione, ma controrivoluzione, vuol dire produrre organizzazione, ma solo per il potere. Vuol dire lavorare per la
sconfitta della rivoluzione: in una parola essere avventuristi.

È un momento decisivo: le organizzazioni veramente rivoluzionarie e ogni singolo compagno, non ne possono sfuggire. Spaventarsi,
insabbiare la testa e negare la realtà dello scontro, oppure chiudere gli occhi e andare avanti fiduciosi, verso la inafferrabile ora X, sono prassi
politiche diverse che hanno però in comune la volontà di fuggire di fronte ai compiti reali, teorici e pratici, che abbiamo davanti.

I compagni devono capire che non si può piú fare lotta politica se non assumendosi anche la dimensione militare dello scontro; e questo perché
non ci può piú essere trasformazione pacifica delle cose.

Il potere ha preso l'iniziativa di militarizzare lo scontro, la sinistra rivoluzionaria, i compagni devono prendere l'iniziativa di un progetto di
organizzazione della lotta rivoluzionaria che sia in grado di contrapporsi al potere militarizzato.

Al di fuori di questo, la sinistra rivoluzionaria non può che cessare di essere protagonista dello scontro che è in atto.

Anche il suicidio è una scelta... ma non è quella dei proletari![11]

Nel secondo numero "Nuova Resistenza" passa a discutere di due settori di lotta che si sviluppavano in quegli anni:
la caserma e il carcere. La lettera di un soldato offre l'occasione per una polemica con Lotta Continua e il PID
(Proletari in divisa): "L'obiettivo delle avanguardie rivoluzionarie, anche di quelle presenti nell'esercito italiano, non
deve piú essere la creazione di movimenti di opinione e di massa, da dirigere poi logicamente all'insurrezione, e alla
sconfitta inevitabile, ma la costituzione di nuclei politici-militari organizzati clandestinamente che agiscano
all'interno delle masse su obiettivi propri di queste ultime e che siano in grado di contrapporsi concretamente, e a
livello sempre piú alto, al potere."[12]
Per quanto riguarda le carceri viene spiegata, in un articolo dal titolo perentorio Bruciare le carceri è giusto, la
posizione del giornale sulla criminalità e sulla funzione rivoluzionaria del sottoproletariato: "La rivoluzione
moderna non è piú la rivoluzione pulita [...] accumula i suoi elementi pescando nel torbido, avanza per vie traverse e
si trova degli alleati in tutti coloro che non hanno nessun potere sulla propria vita e lo sanno [...]. In attesa della festa
rivoluzionaria in cui tutti gli espropriatori saranno espropriati, il gesto `criminale' isolato, il furto, l'espropriazione
individuale, il saccheggio di un supermercato non sono che un assaggio e un accenno del futuro assalto alla
ricchezza sociale, `il criminale rompe la monotonia e la sicurezza quotidiana, banale della vita borghese' (K. Marx).
Per il fatto stesso di esistere egli pone in crisi l'ideologia della società capitalistica: si appropria realmente di ciò che
la borghesia gli mostra come astrattamente disponibile."[13]

Qui riteniamo che vadano fatte alcune osservazioni: 1' abitudine di riferirsi ai classici del marxismo, il rigore
ideologico portato fino all'esasperazione e la rinuncia a costruire un discorso che cammini con le proprie gambe
senza le stampelle delle citazioni, conducono i compagni di NR a stravolgere il pensiero di Marx trasformato in un
Fanon ante-litteram. In realtà, Marx e Engels avevano espresso sul furto e sul sottoproletariato anche posizioni che,
prese a sé stanti, appaiono aberranti:

Il sottoproletariato [...] è il peggiore di tutti i possibili alleati [...]. Se gli operai francesi nel corso di ogni rivoluzione scrivevano "mort aux
voleursl" (morte ai ladri) e ne fucilavano anche alcuni, questo non accadeva perché fossero pieni di entusiasmo per la proprietà, ma perché
giustamente erano consapevoli che bisognava anzitutto tenersi alla larga da questa genia. Ogni dirigente della classe operaia che usa questi
straccioni [...] dimostra già di essere un traditore del movimento.[14]

[Il sottoproletariato] in tutte le grandi città forma una massa nettamente distinta dal proletariato industriale, nella quale si reclutano ladri e
delinquenti di ogni genere, che vivono dei rifiuti della società; gente senza mestiere definito [...] che non perde mai i caratteri dei
lazzaroni.[15]

1. "Nuova Resistenza," aprile 1971.


2. Ibidem.
3. Ibidem.
4. Ibidem.
5. Ibidem.
6. Ibidem.

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capitolo 7

7. Dalla dichiarazione politica dei Gruppi di Azione partigiana GAP - Milano, pubblicata su "Potere Operaio,"
quindicinale, n. 38/39 del 17 aprile1° maggio 1971.
8. Ibidem.
9. Controprocesso Rossi, diffuso dai Comitati Autonomi Operai (Roma, via dei Volsci, 6), 27 maggio 1974.
10. "Nuova Resistenza," aprile 1971.
11. "Nuova Resistenza," maggio 1971.
12. Ibidem.
13. Ibidem.
14. ENGELS, La guerra dei contadini in Germania, Editori Riuniti, Roma 1949, p. 15.
15. MARX, Le lotte di classe in Francia, in Opere Scelte, Editori Riuniti, Roma 1966, p. 392.

SoccorsoRosso
Autori
Biblioteca Multimediale Marxista

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capitolo 8

8
Prima riflessione teorica
Solo dopo un anno dalla loro nascita, nel settembre 1971, le Brigate Rosse, i cui messaggi fino a quel momento
potevano essere letti solo dentro le "singole azioni," ritengono di raccogliere in un opuscolo le linee generali della
loro politica.

Le stesse BR giustificano il ritardo: uscire prima con un documento complessivo sarebbe stato "prematuro e
inopportuno. Il processo di trasformazione delle avanguardie politiche-armate è infatti ai suoi inizi e non si tratta di
anticiparne la teoria. Del resto, noi come moltissimi altri siamo ormai stufi di interminabili enunciazioni di
principio, o di sensazionali rivelazioni ‘teoriche' immancabilmente affiancate da deludenti dimostrazioni di
opportunismo pratico. Lasciamo cosí alla prassi il privilegio di stabilire il suo primato, sicuri che per questa via si
potrà realizzare l'unità delle forze rivoluzionarie, l'organizzazione proletaria armata, e mettere sempre piú a fuoco la
teoria della nostra rivoluzione."[1]

Nel documento si trovano una serie di concetti già espressi nel periodo del CPM, o in quello di SP, o di NR. La
novità consiste soprattutto nell'opera di sistematizzazione compiuta: secondo le BR la borghesia, di fronte alla sua
crisi, ha solo una risposta, la militarizzazione, che ha come obbiettivo non il fascismo tradizionale, bensì un
"fascismo gollista" che vive sotto le apparenze della democrazia. Per fronteggiare l'attacco armato la sinistra non
riformista si trova impreparata.

Due possono essere secondo le BR i possibili atteggiamenti: a) rispondere secondo la versione terzinternazionalista,
con la variante anarco-sindacale; b) congiungersi all'esperienza rivoluzionaria metropolitana dell'epoca attuale. E i
"gruppi" hanno già scelto la prima strada, le BR la seconda.

Le BR, che si pongono come riferimento il marxismo-leninismo, la rivoluzione culturale proletaria, l'esperienza in
atto dei movimenti guerriglieri metropolitani, vogliono solo essere i primi punti di aggregazione per la formazione
del partito armato: che non va inteso come il braccio armato di un movimento di massa disarmato, ma come il punto
di unificazione piú alto. Non si tratta di dare inizio alla lotta armata, perché essa è, purtroppo, già iniziata

unilateralmente dalla borghesia.

Riecheggiando alcune teorizzazioni dell'ERP sulla dualità di potere, mentre viene rifiutata la concezione fochista
(del resto ampiamente combattuta fin dai tempi di "Lavoro Politico"), viene proposta la nascita di un potere
"alternativo" nelle fabbriche e nei quartieri popolari.

Per quello che riguarda il PCI, o i "gruppi," nessun settarismo ideologico: la discriminante fondamentale è
l'atteggiamento rispetto alla lotta armata. Il documento, che viene riprodotto integralmente, è scritto nella forma,

tipica dei tupamaros, dell'intervista:

1. Come giudicatela fase attuale dello scontro di classe?



Ci sembra che ci sia una concordanza di vedute nella sinistra sulla situazione attuale.

Non sfugge né ai riformisti né alle forze extraparlamentari il progetto di riorganizzazione della borghesia su una prospettiva reazionaria e
violentemente antioperaia. E piú in generale tutti riconoscono che è iniziato uno scontro decisivo nel quale si giocano da una parte, cioè dalla
parte della borghesia, la possibilità di un nuovo equilibrio politico ed economico, dall'altra, cioè da parte dei lavoratori, la prospettiva di un
capovolgimento dei rapporti di produzione. Ma a parte i riformisti la cui strategia si dimostra sempre piú suicida di fronte all'attacco
reazionario, ciò che ci interessa mettere in evidenza è lo stato di impreparazione in cui si trovano le forze rivoluzionarie di fronte alle nuove
scadenze di lotta. Alla sinistra rivoluzionaria è mancata la consapevolezza che il ciclo iniziato nel '68 non poteva che portare agli attuali livelli
di scontro e non vi è stata quindi la predisposizione degli strumenti idonei a farvi fronte. La nostra esperienza politica nasce da questa esigenza.

2. Quali cause stanno alla base della crisi attuale?



Oggi ci troviamo davanti ad un capovolgimento delle prospettive politiche della borghesia. Esso è dovuto al mancato congiungimento delle
prospettive di sviluppo del capitalismo e dei progetti politici dei partiti riformisti. La borghesia infatti posta di fronte all'iniziativa della classe
operaia che ha rifiutato il riformismo come progetto di stabilizzazione sociale ponendo all'ordine del giorno la fine dello sfruttamento, e alle
oggettive contraddizioni dell'imperialismo che impediscono la programmazione pacifica dello sviluppo del capitalismo nei singoli paesi, ha
dovuto riorganizzare a "destra" l'intero apparato di potere.

3. In quale direzione ritenete quindi che si svilupperà nei prossimi tempi la situazione politica?

La borghesia ha ormai una strada obbligata: ristabilire il controllo della situazione mediante un'organizzazione sempre piú dispotica del potere.

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capitolo 8

Il dispotismo crescente del capitale sul lavoro, la militarizzazione progressiva dello stato e dello scontro di classe, l'intensificarsi della
repressione come fatto strategico sono due conseguenze obiettive ed inesorabili. Nella situazione italiana assistiamo infatti alla formazione di
un blocco d'ordine reazionario quale alternativa al centro-sinistra. Esso prospera sotto le bandiere della destra nazionale e tende a riassicurarsi
il controllo della situazione economica e sociale e cioè alla repressione di ogni forma di lotta rivoluzionaria ed anticapitalista.

4. Pensate dunque ad una riedizione del fascismo?



Il problema non va posto in questi termini. È un dato di fatto incontestabile che questo disegno repressivo per ora si estende e mira non tanto
alla liquidazione istituzionale dello stato "democratico" come ha fatto il fascismo, quanto alla repressione piú feroce del movimento
rivoluzionario. In Francia il "colpo di stato" di De Gaulle e l'attuale "fascismo gollista" vivono sotto le apparenze della democrazia. Nei tempi
brevi questo è certamente il modello meno scomodo.

Sarebbe però ingenuo sperare in una stabilizzazione moderata della situazione economica e sociale in presenza di un movimento rivoluzionario
combattivo.

5. Quali dunque le vostre scelte?



Avevamo due strade oltre la via riformista che abbiamo rifiutato insieme alla sinistra rivoluzionaria da diversi anni: ripetere l'esperienza storica
del movimento operaio secondo le versioni anarco-sindacaliste o terzinternazionaliste o viceversa congiungersi all'esperienza rivoluzionaria
metropolitana dell'epoca attuale.

I gruppi della sinistra extraparlamentare tutto sommato non sono usciti dalla prima prospettiva poiché non hanno saputo sottoporre ad una
analisi critica le sconfitte del movimento rivoluzionario del primo dopoguerra. Essi hanno ripreso nella sua essenza la teoria delle due fasi del
processo rivoluzionario (preparazione politica, agitazione, e propaganda prima, insurrezione armata poi) ed oggi stanno ripercorrendo la prima
fase mentre la borghesia già dispiega la sua iniziativa armata.

Ne fanno testo l'attacco padronale alle forme di lotta piú incisive, i processi politici e le condanne contro i militanti piú combattivi, il rinato
terrorismo squadrista, le aggressioni fasciste ai picchetti operai e quelle poliziesche alle piccole fabbriche, agli sfrattati ed agli studenti, i
rastrellamenti nei quartieri insubordinati, l'assunzione di provocatori sbirri e fascisti nelle fabbriche, ecc. Lo scontro armato è già iniziato e
mira a liquidare la capacità di resistenza della classe operaia. L'ora X dell'insurrezione non arriverà. E quello che molti compagni tendono a
raffigurarsi come lo scontro decisivo tra proletariato e borghesia altro non è che l'ultima e vittoriosa battaglia della borghesia. Come è stato nel
1922.

6. In definitiva quale è il filone ideologico e storico al quale vi collegate?



I nostri punti di riferimento sono il marxismo-leninismo, la rivoluzione culturale cinese e l'esperienza in atto dei movimenti guerriglieri
metropolitani; in una parola la tradizione scientifica del movimento operaio e rivoluzionario internazionale. Questo vuol dire anche che non
accettiamo in blocco gli schemi che hanno guidato i partiti comunisti europei nella fase rivoluzionaria della loro storia soprattutto per quanto
riguarda la questione del rapporto tra organizzazione politica e organizzazione militare.

7. Puoi specificare meglio questo punto di vista?



I compagni brasiliani sostengono che l'origine dell'involuzione socialdemocratica dei partiti comunisti è da ricercare nell'incapacità della loro

organizzazione a far fronte ai livelli di scontro che la borghesia progressivamente impone al movimento di classe. Non c'è quindi all'origine di
tutto il "tradimento" dei capi quanto l'inadeguatezza strutturale dell'arma che essi utilizzano e cioè della loro organizzazione.

Di questo hanno tenuto conto le organizzazioni armate metropolitane le quali sin dall'inizio si sono costituite per far fronte globalmente a tutti i
livelli dello scontro.

8. Il problema per voi è quindi quello di iniziare la lotta armata?



La lotta armata è già iniziata. Purtroppo in modo univoco, cioè è la borghesia che colpisce. Il problema è dunque quello di creare lo strumento
di classe capace di affrontare allo stesso livello lo scontro.

Le Brigate Rosse sono i primi sedimenti del processo di trasformazione delle avanguardie politiche di classe in avanguardie politiche armate, i
primi passi armati nella direzione di questa costruzione.

9. Siete per una concezione "fochista" dell'avanguardia armata?



No. Il nostro punto di vista è che la lotta armata in Italia debba essere condotta da un'organizzazione che sia diretta espressione del movimento
di classe e per questo stiamo lavorando all'organizzazione dei nuclei operai di fabbrica e di quartiere nei poli industriali e metropolitani ove
maggiormente si condensano rivolta e sfruttamento.

10. Siete dunque in una fase di preparazione?



Da un punto di vista generale non possiamo essere che in questa fase in quanto la strada che abbiamo scelto ha bisogno di un lungo periodo di
accumulazione di esperienze e di quadri. Però non è una fase staccata dalla lotta di classe ma si realizza tutta all'interno di essa.

11. Questo vuol dire quindi che le Brigate Rosse anche in questa fase sono impegnate nello scontro?

Esiste una tendenza nel movimento di classe non riconducibile ad alcuna delle organizzazioni extraparlamentari operanti che esprime
l'esigenza di nuove forme di organizzazione della lotta rivoluzionaria: organizzazione dell'autodifesa, prime forme di clandestinità, azioni
dirette... Le Brigate Rosse hanno colto questa esigenza e si propongono di passare da queste prime esperienze che costituiscono una fase tattica
necessaria, alla fase strategica della lotta armata.

12. Quali sono le condizioni perché questo passaggio avvenga?



Nessun movimento rivoluzionario armato che lotta per il potere può affrontare lo scontro senza essere in grado di realizzare due condizioni
fondamentali: 1) misurarsi con il potere a tutti i livelli (liberare i detenuti politici, eseguire condanne a morte contro i poliziotti assassini,

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capitolo 8

espropriare i capitalisti, ecc.) e naturalmente dimostrare di saper sopravvivere a questi livelli di scontro; 2) far nascere un potere alternativo
nelle fabbriche e nei quartieri popolari.

13. Che intendete per potere proletario alternativo?



Intendiamo dire che la rivoluzione non è solo un fatto tecnicomilitare, e l'avanguardia armata non è il braccio armato di un movimento di
massa disarmato, ma il suo punto di unificazione piú alto, la sua richiesta di potere.

14. Su quali direttrici intendete muovervi in questa fase?



Nei mesi passati la nostra preoccupazione fondamentale è stata quella di radicare nel movimento di classe un discorso strategico. Oggi
riteniamo che sia decisivo lavorare alla sua organizzazione. Si tratta cioè di radicare le prime forme di organizzazione armata nella lotta
quotidiana che nelle fabbriche, nei rioni, nelle scuole mira a spezzare l'offensiva tattica della borghesia. E ciò combattendo il terrorismo
padronale nei suoi aspetti oggettivi e soggettivi senza separare la lotta alla organizzazione capitalistica del lavoro e della vita sociale dalla lotta
all'organizzazione capitalistica del potere; affrontando lo squadrismo fascista e colpendo con durezza adeguata nelle persone e nelle cose i suoi
organizzatori politici e militari; non concedendo impunità agli sbirri, alle spie e ai magistrati che attaccano il movimento di classe nei suoi
interessi e nei suoi militanti.

Da un punto di vista immediato questa azione deve consentirci di mantenere alti livelli di mobilitazione popolare impedendo l'affermarsi di
correnti pessimistiche e liquidatorie. E piú in generale questo scontro non si concluderà con un ritorno alla situazione precedente ma costituirà
la premessa per lo scontro strategico: per la lotta armata per il potere.

15. Ma allora le Brigate Rosse sono organismi di transizione?



No, perché la lotta armata non può essere affrontata con organismi intermedi come potrebbero essere i comitati di base, i circoli operai-studenti
o le stesse organizzazioni politiche extraparlamentari. Essa necessita sin dall'inizio dell'organizzazione strategica del proletariato.

16. Intendete dire il Partito?



Esatto. Le BR sono i primi punti di aggregazione per la formazione del Partito Armato del Proletariato. In questo sta il nostro collegamento
profondo con la tradizione rivoluzionaria e comunista del movimento operaio.

17. Che posizione avete nei confronti dei gruppi extraparlamentari?



Non ci interessa sviluppare una sterile polemica ideologica. Il nostro atteggiamento nei loro confronti è innanzitutto determinato dalla
posizione sulla lotta armata. In realtà nonostante le definizioni rivoluzionarie che questi gruppi si attribuiscono al loro interno prospera una
forte corrente neo-pacifista con la quale non abbiamo niente a che spartire e che riteniamo si costituirà al momento opportuno in una forte
opposizione all'organizzazione armata del proletariato. Mentre invece, sicuramente un'altra parte dei militanti accetterà questa prospettiva. Con
essi il discorso è aperto. Certo questa non è l'unica discriminante, rimangono questioni fondamentali relative ai tempi e alla tattica da seguire
oltre che la questione fondamentale della proletarizzazione dell'organizzazione. Noi non accettiamo la mistificazione che tende ad identificare

le attuali avanguardie per avanguardie di classe. Il problema della costruzione della avanguardia politica ed armata del proletariato è tuttora
aperto e non può essere risolto battendo la strada dei facili trionfalismi di gruppo, né con progetti di aggregazione di forze non significative dal

punto di vista di classe.

18. Come considerate le accuse che alcuni gruppi della sinistra extraparlamentare hanno mosso nei vostri confronti?

Dobbiamo qui distinguere due tipi di accuse: l'una è in sostanza una critica al nostro "avventurismo" e a proposito della quale abbiamo solo da
dire che avventurismo è affrontare lo scontro con la borghesia armata senza adeguato strumento. E a questa verifica non potrà sfuggire neppure
chi ci muove questa critica con spirito militante.

L'altra che è una calunnia con la quale si tende a presentarci come provocatori o fascisti non ammette una risposta politica ma costituirà al
momento opportuno un fatto di cui dovranno rendere conto coloro che l'hanno formulata. Piú in generale al di là di queste accuse, noi crediamo
che la sinistra subirà col progredire dello scontro di classe un processo di polarizzazione in cui la discriminante sarà inevitabilmente la
posizione sulla lotta armata. In questo processo verrà coinvolto anche il PCI. Per questo rifiutiamo ogni settarismo ideologico, proprio degli
intellettuali pseudorivoluzionari e riaffermiamo la nostra posizione fortemente unitaria con tutti i compagni che sceglieranno la via della lotta
armata.

settembre 1971[2]

1. BRIGATE Rosse, settembre 1971.


2. Ibidem.

SoccorsoRosso
Autori
Biblioteca Multimediale Marxista

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capitolo 8

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capitolo 9

9
Il primo sequestro politico: Macchiarini
Il mese di marzo 1972 è uno dei periodi piú caldi della recente storia d'Italia. Il clima politico è arroventato,
soprattutto a Milano.

Nel dicembre 1971 il Manifesto (che nel febbraio dello stesso anno aveva promosso e realizzato insieme a Potere
Operaio un convegno unitario con la parola d'ordine "COSTRUIRE I COMITATI POLITICI") si isola dagli altri
gruppi della sinistra rivoluzionaria. Il motivo occasionale è dato dal ritiro dalla manifestazione unitaria, proibita
dalla polizia, indetta a Milano nel secondo anniversario della strage di stato. La parabola del Manifesto, continuata
con l'ulteriore rifiuto di entrare nel Comitato di lotta contro la strage di stato, terminerà con la decisione di
presentarsi alle elezioni politiche del 7 maggio, che avranno, come tutti sanno, esito disastroso.

Tuttavia, nonostante questa defezione, l'attenta e minuziosa opera di controinformazione, assieme alla campagna di
massa scatenata dal movimento con le parole d'ordine "VALPREDA LIBERO! LA STRAGE È DI STATO," fa
crollare il castello di menzogne costruito dalla borghesia al potere. Mentre stanno per essere messe le manette a
Rauti, Freda e Ventura, il processo Valpreda, iniziato il 24 febbraio, si trasforma in un atto di accusa contro lo stato.
Per questo motivo sarà interrotto, rinviato, trasferito, di nuovo rinviato.

Il 26 gennaio una violenta ed inaspettata esplosione di autonomia operaia blocca per due giorni Porto Marghera.
L'11 marzo a Milano, nella piú violenta manifestazione di piazza che si ricordi, la città viene "tenuta" dai compagni
per ore. Un violento attacco, a base di "champagne molotov," viene scatenato contro il "Corriere della Sera," il
giornale che piú di ogni altro aveva pompato la montatura reazionaria, sulla strage di stato, l'organo ufficioso della
borghesia, dove imperava Giorgio Zicari, informatore del SID.

Quattro giorni piú tardi, la morte di Giangiacomo Feltrinelli dà l'occasione per un nuovo giro di vite nella
repressione che colpirà soprattutto due fra le piú grosse organizzazioni della sinistra rivoluzionaria: Lotta Continua
e Potere Operaio.

È in questo clima che ha luogo a Milano il primo rapimento politico della storia d'Italia.

Il 3 marzo 1972 Idalgo Macchiarini, definito uno dei piú odiati dirigenti della Sit-Siemens, viene sequestrato
all'uscita dall'ufficio da un nucleo di tre brigatisti rossi (tute blu, giubbotti, volto coperto da passamontagna, secondo
il "Corriere"). Spinto in un furgoncino e quindi ammanettato, viene sottoposto, nel corso di un breve "processo
politico," ad un interrogatorio nel ruolo di imputato. Sarà abbandonato, dopo una ventina di minuti, con al collo un
cartello: "BRIGATE ROSSE - MORDI E FUGGI! - NIENTE RESTERÀ IMPUNITO! - COLPISCINE UNO PER
EDUCARNE CENTO! - TUTTO IL POTERE AL POPOLO ARMATO!"

Di questa azione le BR forniranno una fotografia, scattata all'interno del carcere-furgone, che rappresenta l'imputato
con il cartello al collo e due pistole puntategli contro. Sotto, la didascalia: "Milano 3-3-72, Macchiarini Idalgo,
dirigente fascista della Siemens, processato dalle BR. I proletari hanno preso le armi, per i padroni è l'inizio della
fine.”[1]

Viene diffuso un volantino in cui, rifacendo il verso al linguaggio dei poliziotti, si dà notizia dell`arresto," del
"processo" e del "rilascio in libertà provvisoria":

Venerdí alle ore 9 le BRIGATE ROSSE hanno arrestato di fronte allo stabilimento della SitSiemens il dirigente IDALGO MACCHIARINI.
Dopo averlo processato, lo abbiamo consigliato a lasciare al piú presto la fabbrica e quindi rilasciato in libertà provvisoria.

Alcuni si chiederanno "perché proprio Macchiarini." In fondo pur essendo il primo responsabile dell'organizzazione del lavoro dello
stabilimento TR e quindi responsabile dei livelli di sfruttamento che colpiscono oltre 3.000 operai o dei provvedimenti disciplinari, egli è solo
il numero 3 della LINEA DURA NEOFASCISTA che da oltre un anno si è affermata nella fabbrica e che vede in VILLA (numero 1) e
MICCINELLI (numero 2) i battistrada e in TORTAROLO "pesce piú piccolo," il gregario provocatore.

Macchiarini è un brutto cane rognoso e gli operai lo sanno tutti.

Infatti ad ogni corteo interno, tanto per divertirsi un po', vanno su a dargli qualche calcio nel culo per rispondere nel modo giusto alla sua
ridicola aria di sfida.

Macchiarini difatti è un DURO di quelli che ad ogni passo ripetono "GLI OPERAI VANNO TRATTATI CON LA FRUSTA, SE NO SONO
SEMPRE LI' A RIVENDICARE."

Macchiarini però è anche un SAGGIO, egli sa che le forze reazionarie che fanno capo a quel PICCOLI, ministro delle Partecipazioni statali e
fiero sostenitore della destra nazionale, lo considerano "patrimonio intoccabile della nazione." Per questo egli le sostiene con le parole e coi
fatti.

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capitolo 9


Macchiarini, per concludere, è quel che si dice UN TIPICO NEOFASCISTA: un neofascista in camicia bianca, e cioè una camicia nera dei
nostri giorni.

Macchiarini dunque, a suo modo e al suo livello, è un responsabile della guerra che la borghesia ha scatenato su tutti i fronti e su tutti gli
aspetti della vita produttiva e sociale delle masse.

Per questo abbiamo inteso render celebre, "celebrando" la sua mediocrità, questo funzionario della reazione che, a differenza delle SAM
(commandos terroristici della provocazione fascista), non butta bombe contro lapidi partigiane o sedi di partiti democratici ma colpisce
direttamente, quotidianamente, con metodo, la classe operaia al suo cuore: la colpisce nella sua lotta incessante per la sopravvivenza e il
potere.

Questo processo proletario a Macchiarini è però anche un avvertimento a tutti gli altri - in qualunque fabbrica o in qualsiasi parte del paese
prestino servizio - che:

Alla guerra rispondiamo con la guerra



Alla guerra su tutti i fronti con la guerra su tutti i fronti

Alla repressione armata con la guerriglia

Nessuno tra i funzionari della controrivoluzione antioperaia dorma piú sonni tranquilli; nella grande città dello sfruttamento non c'è porta che
non si possa aprire e le "forze dell'ordine" (pubbliche e private) per quanto numerose già siano e per quanto numerose ancora possano
diventare:

Nulla possono contro la guerriglia proletaria!



Mordi e fuggi!

Niente resterà impunito!

Colpiscine uno per educarne 100!

Tutto il potere al popolo armato

3 marzo 1972


per il comunismo

BRIGATE ROSSE[2]

Appena rilasciato in "libertà provvisoria," il Macchiarini sottolinea insistentemente con dichiarazioni pubbliche la
brutalità dei propri aggressori, i quali tuttavia all'indomani del sequestro si comporteranno da "gentlemen"
restituendo, non senza ironia, l'orologio "del detenuto da questi perso durante il vano tentativo di divincolarsi.”[3]

Nella lettera che accompagna l'orologio, inviata al "Corriere della Sera," si precisa che il dirigente "non è stato
oggetto di violenze fisiche, salvo quelle indispensabili" e che a proposito di presunte minacce all'indirizzo dei
familiari del Macchiarini, le dichiarazioni rese alla stampa "sono insensate e frutto di irrazionale terrore."[4]

Tempestivo giunge da parte del sindacato il rituale comunicato di "condanna severa e dura."

Mentre 1-Avanti!' ignora del tutto l'episodio, "l'Unità" gli dedica un minuscolo articolo di una colonna dal titolo
Grave provocazione alla Sit-Siemens di Milano in cui si parla di "banditesca provocazione."

Dopo aver accreditato la tesi delle "dure percosse," il quotidiano del PCI dà la sua prima definizione delle BR: "una
fantomatica organizzazione che si fa viva in momenti di particolare tensione sindacale con gravi atti provocatori, nel
tentativo di far ricadere sui lavoratori e i sindacati le responsabilità di atti e iniziative che nulla hanno a che vedere
con il movimento operaio e le sue lotte.”[5]

Tuttavia la gran maggioranza dei lavoratori della SitSiemens, che poche ore prima del sequestro avevano tentato,
nel corso di un corteo interno, di raggiungere proprio gli uffici di Macchiarini, approva, a dispetto dei vertici
sindacali, quest'azione. Nemmeno si può dire che gli operai si commuovano per le sorti del loro dirigente, visto che
circa un mese dopo, il 13 aprile, come riferisce la stampa dell'epoca, lo faranno ancora una volta oggetto, nel corso
di un corteo interno, di una "visita particolare" e indesiderata.

Viceversa, è dai "settori imprenditoriali" che giunge una pioggia di prese di posizioni indignate. Perfino Piccoli,
ministro delle Partecipazioni statali, del resto chiamato in causa nel volantino delle BR, si mobilita in prima
persona, con un telegramma all'amministratore delegato della Siemens nel quale depreca la gravità dell'accaduto ed
esprime solidarietà col dirigente aggredito.

Il presidente dell'IRI, Petrilli, a sua volta convoca immediatamente il Comitato di presidenza il quale emette un
comunicato in cui si vuole "criminalizzare" l'accaduto. Il comitato rileva infatti che l'episodio mostra "una
premeditazione ed una organizzazione, non dissimili da tanti ricorrenti fatti di banditismo."[6]

La CIDA (Confederazione italiana dirigenti d'azienda) lancia un appello al presidente del Consiglio dei ministri, ai
ministri dell'Interno, delle Partecipazioni statali e del Lavoro, contro il ripetersi di "atti eversivi contro una
qualificata categoria di prestatori d'opera."[7]

L'ALDAI (Associazione lombarda dirigenti aziende industriali) deplora questi episodi che "esasperano la già tesa

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capitolo 9

situazione negli ambienti di lavoro, denuncia l'inderogabile esigenza di riconoscere anche ai dirigenti d'azienda,

lavoratori tra i lavoratori, le necessarie possibilità di adempiere alla loro funzione nel clima di ogni umana, civile
convivenza nel rispetto della libertà di lavoro."[8]

Piú interessante e varia la posizione della sinistra "rivoluzionaria." PO osserva che:

Un commando operaio è passato, per la prima volta nella storia della classe operaia italiana, ad un sequestro. Noi annotiamo solamente che la
recezione di questo atto, a livello di classe operaia, è stata positiva. Il salto di qualità nella gestione della lotta che questa azione dimostra, va
perciò annotato. Sembra che nella classe operaia milanese, che oggi è all'avanguardia del movimento complessivo, l'articolazione fra azione di
massa ed azione di avanguardia risulti ormai un fatto acquisito [...]. Sono nuove forme di lotta operaia che si stanno facendo strada: questa
pratica della violenza organizzata da parte proletaria è resa obbligatoria dalla crescita dello scontro di classe e delle sue caratteristiche di
violenza [...]. Si tratta di azioni che portano un segno di classe, proletario e comunista, ed esprimono una volontà sovversiva e un bisogno di
rivoluzione che è delle masse sfruttate, e non di esigue minoranze.[9]

Mentre il "Manifesto," impegnato nelle elezioni, tace completamente la notizia, "Avanguardia Operaia," che già

aveva definito fascisti i compagni del 22 Ottobre, sferra a distanza di alcune settimane un attacco violento, seppure
non inaspettato. Sotto il titolo Con la regia dei servizi segreti cosí ammonisce:

... il sequestro giunge improvviso (alla Siemens non c'è lotta in questa fase). Il gesto è del tutto dimostrativo e pare fatto apposta per avere titoli
scandalistici [...]. Al collo del sequestrato viene appeso un cartello con una scritta dallo stile assai poco familiare al movimento operaio "mordi
e scappa, colpiscine uno per educarne cento." MA SOPRATTUTTO FA LA SUA APPARIZIONE UN ELEMENTO CHIAVE DEL CASO
FELTRINELLI: IL FURGONCINO! [in maiuscolo nel testo. N.d.R.].

Si comincia ad introdurre nell'opinione pubblica alcuni concetti: esistono i terroristi, sono di sinistra e si servono di furgoncini per le loro
malefatte.[10]

Sulle affermazioni contenute nell'articolo di "Avanguardia Operaia" sono necessarie alcune precisazioni:

1. Non è vero che alla Siemens, in quella fase, non c'era lotta: si può leggere in proposito "l'Unità" del 4 marzo
1972, ma soprattutto basta la constatazione che in quella mattina stessa un corteo interno aveva attraversato la
fabbrica, tentando di raggiungere proprio gli uffici del Macchiarivi.

2. La frase "mordi e fuggi" che non è familiare ad AO lo è però a Che Guevara e Fidel Castro, i quali l'appresero dal
loro maestro di guerriglia, Bayo (già generale della repubblica nella guerra di Spagna) durante le esercitazioni in
Messico da loro svolte nella qualità di allievi. Del resto, la stessa frase, insieme ad altre, è stata raccolta in un

manuale di guerriglia, divenuto presto un classico e tradotto anche in Italia.[11]

3. Anche la frase "colpiscine uno per educarne cento," definita poco familiare da AO, si trova in un altro classico
del comunismo. Infatti Lenin nelle Note per il programma del II congresso del partito (1905), cosí scriveva: "Il
terrore deve fondersi con il movimento di massa [...] ecco perché noi diciamo nella tradizione rivoluzionaria
comunista: la professione di boia, di poliziotto, di preside, di capo di fabbrica, di giudice, sta diventando una
professione rischiosa. Perché i proletari seguono la regola castiga uno, educane canto."
4. Quanto al furgoncino, va osservato innanzitutto che il sequestro fu operato dodici giorni prima della morte di
Feltrinelli, e quindi era estremamente difficile per i "provocatori," a meno che non fossero provvisti di facoltà
"divinatorie," conoscere le future circostanze della vicenda di Segrate. Per inciso c'è da osservare che un "attento
studio" sulle tecniche dei sequestri politici rivela che anche i guerriglieri uruguayani, argentini, brasiliani e turchi si
sono serviti molto spesso di furgoncini e quasi mai di biciclette, trattori, auto scoperte o tranvai elettrici. Questo
soprattutto per motivi di sicurezza!

C'è infine da considerare che "un gesto del tutto dimostrativo" è certamente assai meno "provocatorio," ad esempio,
di un'azione cruenta.

Per quanto riguarda LC va registrato un cambiamento di centottanta gradi rispetto alla ferma condanna espressa a
proposito dell'episodio di Lainate.

All'indomani del rapimento, l'esecutivo milanese diffonde un comunicato di piena solidarietà con le BR:

Idalgo Macchiarini è stato catturato venerdí pomeriggio, processato e punito. Nella mattinata un corteo all'interno della fabbrica aveva cercato
di raggiungerne l'ufficio per fargli sentire il peso della propria forza e del proprio odio di classe. Noi riteniamo che questa azione si inserisca
coerentemente nella volontà generalizzata delle masse di condurre la lotta di classe anche sul terreno della violenza e dell'illegalità.

Mentre nella sinistra rivoluzionaria italiana è ancora vivo il dibattito su questo episodio, giunge dalla non lontana
Francia una notizia, che sembra dare una dimensione europea a questa forma di lotta illegale. Robert Nogrette,
dirigente della Renault, la società responsabile del licenziamento prima e dell'assassinio dopo dell'operaio Pierre
Overnay, viene sequestrato il 9 marzo da Nouvelle Résistance Populaire, braccio armato della Gauche

Proletarienne, l'organizzazione messa fuori legge nel 1970, di cui abbiamo visto le affinità con Sinistra Proletaria.

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capitolo 9

Da un comunicato di NRP:

Colui che si vanta di essere la giustizia della Renault, il signor Nogrette, responsabile della volante dei killers e principale organizzatore dei
licenziamenti, è stato arrestato questa mattina dal gruppo Pierre Overnay, della nostra organizzazione. Noi rappresentiamo la volontà del
popolo davanti alla legge degli assassini. Noi rappresentiamo la giustizia davanti a coloro che vogliono far regnare il terrore nella piú grande

impresa di Francia.[12]

Questo sequestro, conclusosi in modo incruento dopo 48 ore, viene entusiasticamente salutato da LC, che, in un
foglio distribuito quotidianamente dai militanti, "Processo Valpreda" del 10 marzo 1972, cosí si esprime su un titolo
a mezza pagina: IL SEQUESTRO DI DIRIGENTI DELLA SITSIEMENS E DELLA RENAULT: LA GIUSTIZIA
RIVOLUZIONARIA COMINCIA A FAR PAURA - VIVA LA GIUSTIZIA RIVOLUZIONARIA. Segue l'articolo
in cui si ribadisce che "il processo e la punizione dei dirigenti è pratica costante della lotta operaia e momento
significativo dell'opposìzione alle gerarchie capitalistiche in fabbrica e fuori, è condizione essenziale per difendere
le conquiste della classe operaia."[13]

Queste posizioni verranno pagate duramente da LC: un esposto-denuncia dei CC contro l'esecutivo milanese
provocherà 11 mandati di cattura contro alcuni tra i principali dirigenti a livello nazionale.

Successivamente, proprio nel momento di massima repressione, Avanguardia Operaia svilupperà una dura polemica
contro LC e PO per il giudizio da queste organizzazioni espresso a proposito di GAP e BR. La polemica si
concluderà con l'uscita di AO dal Comitato di lotta contro la strage di stato.

1. "Corriere della Sera," 9 marzo 1972.


2. Da "Pantere Bianche," numero unico diffuso a Milano nell'aprile 1972.
3. "Corriere della Sera," Il marzo 1972.
4. "Corriere della Sera," Il marzo 1972.
5. "l'Unità," 4 marzo 1972.
6. "Corriere della Sera," 7 marzo 1972.
7. Corriere della Sera," 8 marzo 1972.
8. “Corriere della Sera," 8 marzo 1972.
9. "Potere Operaio," mensile, n. 47/48, 20 maggio-20 giugno 1972.
10. "Avanguardia Operaia," 25 marzo 1972.
11. Il A. BAYO, Teoria e pratica della guerra di guerriglia (150 consigli ai guerriglieri del maestro militare di
Castro), Sugar, Milano 1968.
12. "Corriere della Sera," 10 marzo 1972.
13. "Processo Valpreda," quotidiano, 10 marzo 1972.

SoccorsoRosso
Autori
Biblioteca Multimediale Marxista

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capitolo 10

10
Prima ondata di repressione
Se la situazione prima del 15 marzo '72 è calda, l'esplosione di Segrate, giunta provvidenziale per la reazione, la
rende addirittura incandescente.

Il traliccio diventa presto il cavallo di battaglia della borghesia, che non si limita a farne il tema di una manovra
elettorale. L'obiettivo, di ben piú ampio respiro, è da un lato di indebolire la sinistra, creando profonde divisioni al
suo interno, dall'altro di coinvolgere ampi settori del PCI nell'operazione contro i GAP e le BR, per preparare presso
l'opinione pubblica un terreno propizio ad avventure reazionarie.

Mentre è convinzione generale, anche da parte di settori moderati, che si tratti di un omicidio politico, è proprio la
sinistra a mostrare smarrimento e a limitare il suo intervento al livello "illuministico" della controinchiesta,

lasciando cosí l'iniziativa all'avversario.

P- Potere Operaio che tenta di rompere il ghiaccio, con un numero del suo giornale, passato alla storia della sinistra
extraparlamentare, in cui si rivela l'appartenenza di Feltrinelli ai GAP: pur nella "certezza politica" dell'omicidio, si
ritiene giusto onorare un compagno caduto.[1]

L'iniziativa di Potere Operaio viene considerata dalla stessa sinistra extraparlamentare troppo tempestiva, maldestra
o addirittura provocatoria. Un ex militante di Potere Operaio viene coinvolto nell'inchiesta per il traliccio: per non
essere arrestato si rende latitante. Rozze provocazioni sulla base di somiglianze o omonimie vengono tentate per
coinvolgere due dirigenti di Potere Operaio. È tirata in ballo una vecchia e vergognosa insinuazione su un presunto
passato fascista di un altro militante. Giorgio Bocca giunge a dire che ogni 4 attivisti di PO due sono poliziotti. Si
tenta di assimilare PO ai GAP e alle BR, dei quali sarebbe il "braccio secolare." Si fa circolare la voce di
un'imminente messa fuori legge di Potere Operaio.

"Giù le mani da Potere Operaio" grida Lotta Continua: "Noi dichiariamo che qualunque tentativo poliziesco e
giudiziario di colpire PO colpisce alla stessa maniera noi, e che non siamo disposti a farlo passare.”[2]

Ma la voce alta di Lotta Continua trova scarso seguito: la sinistra extraparlamentare reagisce in ordine spar-. so,
quando non si dà ad un indecoroso "si salvi chi può" o addirittura alla delazione.

Sarà cosí che, nel momento in cui la provocazione poliziesca tocca il suo punto piú alto, tanto da coinvolgere
militanti della sinistra parlamentare, e scattano le manette sui polsi di un valoroso partigiano, commissario politico
comunista nella divisione garibaldina "Pinan Cichero" e medaglia d'argento della Resistenza, "il Manifesto" non
troverà di meglio da dire che: "È venuta alla ribalta la oscura figura dell'avvocato Lazagna..."[3]

Avanguardia Operaia per conto suo sceglie proprio questo momento per attaccare PO, accusandolo di fare una
"folle analisi della situazione italiana e dei compiti del movimento che lo porta a trattare da compagni" i GAP e le
BR.[4] Né ci si limita da parte di AO alle parole, ma si decide insieme ad altre formazioni minori di uscire dal
Comitato nazionale di lotta contro la strage di stato, spiegando che:

l'orientamento avventuristico è personificato sia pure con sfumature di discorso diverso, da PO e LC [...] PO e LC si proiettano nell'esaltazione

di "azioni esemplari" del tutto separate dalla lotta di classe [...]. I piccoli gruppi che pretendono di sostituirsi alle masse, e in particolare alla
classe operaia, nell'adottare forme violente di lotta, non soltanto sono destinati alla sconfitta, ma finiscono inevitabilmente in balia di
provocatori e spie [...]. Le dichiarazioni di LC in appoggio alle BR, le successive innumerevoli dichiarazioni di PO su Feltrinelli, "il primo
morto nella guerra di liberazione dallo sfruttamento," e sui GAP non risultano comprensibili alle masse proletarie e studentesche.[5]

Da parte del Comitato nazionale di lotta contro la strage di stato si replica con fermezza, lanciando l'accusa di
opportunismo: le forze che sono uscite dal Comitato hanno compiuto "una precisa scelta opportunistica proprio nel

momento in cui la repressione colpisce piú duramente la sinistra rivoluzionaria. Hanno voluto prendere le distanze
dalle organizzazioni piú perseguitate ...[6]

La stessa violenta accusa ampiamente documentata sarà rivolta contro il Comitato milanese di difesa e lotta contro
la repressione in un volantino diffuso dai compagni del Comitato nazionale di lotta contro la strage di stato a
Torino:

... Il loro opportunismo politico del resto lo conosciamo già dal 12 dicembre, quando si rifiutarono di difendere i compagni di PO, accusati di
"fabbricazione, detenzione e porto" di 250 bottiglie incendiarie. Questo avallo complessivo dato alle macchinazioni del potere - che costituisce

in sostanza un valido aiuto "oggettivo" alla magistratura milanese - è continuato dopo la manifestazione dell'11 marzo e l'assassinio di

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capitolo 10


Feltrinelli, quando di fronte all'inizio della caccia alle streghe contro la sinistra rivoluzionaria hanno aggiunto la loro voce al coro della stampa
borghese, definendo "provocatori" i compagni di PO.

Ricordiamo tutti con quanto piacere Panza - il leccaculo di Agnelli - ha riportato le loro dichiarazioni. Ma il colmo è stata la delazione di un
altro membro del comitato milanese, l'avvocato ... che ha fatto mettere in galera il compagno Lazagna, medaglia d'argento della Resistenza, da
questi avvocati definito "oscura figura." Gli altri hanno sostenuto a spada tratta le sue dichiarazioni e cosí Lazagna è dentro. La sua unica colpa
è in sostanza di essersi attenuto alle istruzioni del manuale pubblicato proprio da questi avvocati: "rifiutatevi semplicemente di rispondere [...]
non riconoscete mai nessuno nei confronti, compagni e amici, in rapporti a fatti specifici [...]. Non rendete mai conto dei vostri atti, non
dichiarate mai di aver commesso i fatti specifici che vi addebitano..."[7]

Forte di queste divisioni e delle conseguenti debolezze del movimento, il ben noto dottor Sossi, in un momento di
particolare ottimismo, potrà dichiarare alla stampa di essere in grado di fare arrestare 5.000 extraparlamentari in

pochi minuti.

Nel frattempo i GAP decidono, in seguito ad un'ampia autocritica, di confluire nelle BR: dopo aver espresso la
convinzione che "il fuoco guerrigliero nulla può fare contro il potere armato della borghesia e dell'imperialismo,"

concludono affermando: "ci sembra che questa rettifica faccia cadere gran parte delle divisioni tattiche che ci
dividevano dalle Brigate Rosse."[8]

Nel quadro delle parallele inchieste milanesi su GAP e BR, che poi verranno unificate, lo stato dà la caccia ai "covi"
e ne trova, tra gli altri, uno ritenuto particolarmente interessante a via Boiardo. Viene "ufficialmente" sorpreso con
un mazzo di chiavi in mano, nell'atto di entrare, Marco Pisetta, un sottoproletario, ai margini dei GAP o delle BR,
che già in passato si era venduto alla PS. Portato in questura, e interrogato da Calabresi e Viola, viene da
quest'ultimo "persuaso" con argomenti convincenti a collaborare: "Il dottor Viola mi ha chiesto se volevo quindici
anni di galera [...] oppure uscire subito [...]. `Diciamo che tu non hai mai partecipato alle bande rosse, eri lí per dare
una mano a imbiancare l'ufFicio' [...]. Mentre mi diceva queste cose, il dottor Viola mi sventolava sotto il naso il
mandato di scarcerazione."[9]

Pisetta cede e viene lasciato in libertà. Dopo 4 mesi, subisce un ricatto analogo da parte del SID che lo convince a
firmare un memoriale.

Piú tardi cosí egli stesso rivelerà al settimanale "ABC": "Sono ritornati i due del SID, e mi hanno presentato un
plico di fogli scritti a macchina dicendomi di ricopiare tutto a mano sotto forma di una mia confessione spontanea
[...]. In verità non era una confessione e non era neanche spontanea, tanto che parecchie delle cose che ho ricopiato
mi erano del tutto sconosciute."[10]

La confessione, cosí estorta, verrà dal SID "allungata" al "Borghese" che la pubblicherà a puntate nel mese di
gennaio 1973. Risulta chiarissimo il disegno del SID di coinvolgere nell'operazione contro le BR tutta la sinistra,
parlamentare e non.

La montatura appare subito nella sua goffaggine: basti pensare che il Pisetta, semianalfabeta, avrebbe scritto questa
confessione con linguaggio tipicamente da questurino. Es.: "Tenendo naturalmente conto dell'animus che mi ha
guidato [...] e del contesto sociale." Inoltre, per deliziare il palato sopraffino dei lettori del "Borghese," si era
condito il memoriale con accenni a perversioni sessuali: "Ho vissuto per circa 4 anni in un ambiente culturalmente

elevato, ma per molti aspetti corrotto, specie nel campo della morale sessuale."[11]

Ciò nonostante questo memoriale è il canovaccio su cui la reazione ha recitato, e sta recitando tuttora, a distanza di
tre anni, il ritornello dell'iceberg rosso: le BR non sono che la punta di un "iceberg polipiforme" costituito da tutta la
sinistra parlamentare e non. Nel giugno '72 il SID ha fatto addirittura circolare per le caserme dei CC un opuscolo, il
cosiddetto "libretto azzurro," in cui si tenta di avvalorare questa assurda tesi.

Sarà lo stesso Viola, che in un primo tempo aveva usato argomenti tanto "convincenti" da indurre Pisetta a
"collaborare," a indignarsi per il comportamento del SID che gli ha soffiato il testimone chiave sotto il naso, e a
sollecitare una formale inchiesta. "Si tratta di un episodio di inaudita gravità [...] di omissione di atti di ufficio e
favoreggiamento personale."[12] Nella sua requisitoria, tuttavia, raccoglierà gran parte delle rivelazioni di questo
provocatore, il quale, tuttora, pur essendo ufficialmente ricercato e latitante, si gode tranquillamente la sua
miserabile libertà.

Insieme a Girotto, Pisetta è l'unico caso noto di provocatore, o meglio di "delatore" di cui sono state vittime le BR.

I provocatori

I provocatori, gli infiltrati, i delatori sono un'insidia per qualsiasi organizzazione rivoluzionaria, ma risultano
addirittura letali per chi, come le BR, ha compiuto la scelta della clandestinità. Di questo le BR si mostrano
perfettamente convinte. Esse sottolineano che il provocatore non solo presenta l'inconveniente di mandare i
compagni in galera, ma soprattutto getta discredito sull'immagine dell'organizzazione che lo ospita. In una circolare
interna e riservata, che sarebbe stata ritrovata a Robbiano di Mediglia, si legge:

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capitolo 10

Le spie e i traditori sono tra le armi piú efficaci per colpire le organizzazioni rivoluzionarie, sia sul piano pratico che su quello politico. Avere
una spia tra le proprie file oltre che mandare i compagni in galera toglie credibilità politica a un'organizzazione rivoluzionaria "... sono un covo
di spie e di provocatori." Entro certi limiti (l'applicazione scrupolosa di un certo modulo organizzativo deve restringerli al massimo)
l'infiltrazione è inevitabile, ma ciò non toglie che le spie devono essere colpite con azioni di giustizia proletaria. Non è necessario che ciò sia

argomento di propaganda di massa: è sufficiente che colpendo una spia si terrorizzi e si faccia meditare chi ha intenzione di mettersi sulla
strada della delazione e della provocazione."[13]

Nell'intervista del maggio 1974" ritorneranno su questo argomento, sottolineando l'aspetto della prevenzione: "il
criterio fondamentale per garantirsi dall'infiltrazione è il livello di coscienza politica e militanza pratica. Nessun
criterio è però infallibile."[14]

In realtà l'esperienza insegna che una certa quota di infiltrazione è inevitabile in tutti i partiti. Lo stesso partito
bolscevico di Lenin, modello di organizzazione, era abbondantemente infiltrato, al punto di tenersi addirittura due
spie nel ristretto e clandestino Comitato centrale, una delle quali, Malinowski, aveva perfino un passato di schietto
rivoluzionario.

Infiltrati ne hanno e ne hanno avuti in passato il PCI e il PSI; nel 1970 si è scoperto per esempio che due esponenti
del Comitato centrale del PCI, Stendardi e Ottaviano, erano in realtà agenti della CIA. E chi li ha individuati non è
stata la tanto conclamata vigilanza di partito, ma la KBG sovietica che li ha smascherati, dopo che la loro miserabile
attività aveva provocato l'arresto di centinaia di compagni in Brasile, Portogallo, Grecia e Spagna.

Per non parlare dei "traditori" e di chi, come Eugenio Reale o Renato Mieli, hanno finito-chi col "vuotare il sacco"
di tutte le informazioni riservate che gli erano state affidate, chi col partecipare a convegni insieme a Giannettini,
Rauti, ecc. (Pollio, 1965). Né va dimenticato, sempre in tema di vigilanza, che i generali golpisti Fanali e De
Lorenzo devono la loro carriera anche alla patente di democraticità loro conferita da PCI e PSI, i quali li sostennero
come candidati per la nomina a Capo di stato maggiore.

"Contro le spie non c'è rimedio assoluto," lo dice anche Avanguardia Operaia" che consiglia di accrescere la
vigilanza rivoluzionaria: "mobilitare tutti i compagni, assicurare il controllo reciproco, sapere quali compagni sono

ricattabili, come vivono e dove abitano, svolgere un intenso lavoro di preparazione teorica (i poliziotti non reggono
a questo tipo di lavoro)."[15]

In realtà le BR, che vengono accusate ripetutamente dalla sinistra parlamentare di essere un covo di spie, si sono, al
contrario, mostrate, a differenza di altre organizzazioni, "abbastanza impermeabili alle infiltrazioni." Perfino un
organo ufficioso di stampa del PCI, fuori dai denti, è stato costretto ad ammetterlo: "L'infiltrazione di 'informatori'
nelle file delle BR è un'operazione alquanto difficile; ogni nuovo arrivato è minuziosamente esaminato, deve avere
un passato pulito, e prima di essere ammesso tra gli addetti ai lavori deve superare mesi di collaudo, durante i quali
un eventuale infiltrato svelerebbe immancabilmente la sua identità [...]. L'unico infiltrato nelle BR, a livello
marginale, fu Marco Pisetta.”.[16]
Questo articolo rappresenta però l'eccezione: da parte del PCI giungerà l'accusa, piú o meno velata, di collegamenti
con le piú disparate centrali eversive: Ordine Nero, SAM, Giustizieri d'Italia, Ordine Nuovo, MAR, CIA, SID,
OAS, KYP, Servizi segreti israeliani, ecc.

Da parte di altre organizzazioni (MSI, DC, Stella Rossa) si rivolgerà l'accusa opposta di collegamento colla KGB.
Mai uno straccio di prova: la discussione politica è degradata al rango di insulto. Il dilagare dell'accusa di

provocazione, per ogni azione che esca dai canoni prefissati, è, secondo PO, il segno di una "logica degradata e
questurina, di completa identificazione con le ragioni dello stato capitalistico in ogni sua articolazione."[17]

LC osserva acutamente in proposito: "Non c'è militante della nuova sinistra che non si sia sentito dire: `chi ti paga?'
Domanda scarsamente morale per quanti, uomini e donne, giovani e non giovani, spesso pagano alla propria milizia
un prezzo molto caro." È questo il caso di chi, come Curcio, accusato di appartenere a mille diversi servizi segreti in
concorrenza tra di loro, ha già pagato con il carcere, con la morte della moglie, ed ora continua a pagare con i disagi
della latitanza, la sua scelta di lotta.

Recentemente le BR, le quali già nel settembre '71 avevano ammonito che l'accusa di presentarli "come provocatori
o fascisti non ammette una risposta politica, ma costituisce al momento opportuno un fatto di cui dovranno rendere

conto coloro che l'hanno formulata," hanno ribadito i loro avvertimenti alla stampa di regime. "A questi seminatori
di odio, dubbi, insinuazioni, diamo un ultimo consiglio: riflettano prima di stendere l'ultimo pezzo [...] perché alla
guerra psicologica risponderemo con la guerra psicologica e la rappresaglia."[18]

È soprattutto grazie alla loro impermeabilità che dalla dura repressione scatenatasi contro di loro a partire dal 2
maggio 1972 le BR, secondo le loro dichiarazioni, vengono solo "sfiorate" uscendone addirittura rafforzate.

La clandestinità

A partire dal 2 maggio 1972 (perquisizione del "covo" di via Boiardo) le BR scelgono la via della clandestinità

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capitolo 10

totale. In un documento cosí spiegano i motivi della loro decisione: "La clandestinità si è posta nei suoi termini reali
solo dopo il 2 maggio 1972. Fino ad allora impigliati come eravamo in una situazione di semi-legalità, essa era vista
piú nei suoi aspetti tattici e difensivi che nella sua portata strategica."[19]

Viene quindi portata una critica all'Assemblea autonoma dell'Alfa, la quale riterrebbe che "in questo momento
storico la direzione politica deve essere completamente responsabile di fronte alle masse, pur sviluppando
funzionali modelli di clandestinità dell'organizzazione rivoluzionaria."[20]

Per le BR, questa concezione difensiva della clandestinità

nasconde l'illusione che lo scontro tra borghesia e proletariato, in ultima analisi, si giochi sul terreno politico piuttosto che su quello della guerra
e cioè che gli aspetti militari siano in fondo solo aspetti tattici di supporto. Viceversa: La clandestinità è una condizione indispensabile per la
sopravvivenza di un'organizzazione politico-militare offensiva che operi all'interno delle metropoli imperialiste. La condizione di clandestinità

non impedisce che la organizzazione si svolga per linee interne alle forze dell'area dell'autonomia operaia. Oltre alla condizione di clandestinità
assoluta si presenta perciò, nella nostra esperienza, una seconda condizione in cui il militante pur appartenendo all'organizzazione, opera "nel
movimento" ed è quindi costretto ad apparire e muoversi nelle forme politiche che il movimento assume nella legalità.

Questo secondo tipo di militanza clandestina da un punto di vista politico è alla base della costruzione delle articolazioni del potere
rivoluzionario; da un punto di vista militare è a fondamento dello sviluppo delle milizie operaie e popolari. Operare a partire dalla clandestinità
consente un vantaggio tattico decisivo sul nemico di classe che vive invece esposto nei suoi uomini e nelle istallazioni. Questo vantaggio viene
completamente annullato quando la clandestinità è intesa in un senso puramente difensivo.[21]

Gli "espropri"

Le BR, in assoluta clandestinità, si astengono per un periodo di 6 mesi, fino al novembre 1972, dal compiere azioni
"firmate," dedicandosi esclusivamente allo sviluppo del fronte logistico: "Non accettando il terreno che ci veniva
imposto di uno scontro frontale tra le Brigate e l'apparato armato dello stato abbiamo avuto tutto il tempo di
contrattaccare in 'silenzio' su obbiettivi economici, e rafforzare di conseguenza il nostro impianto organizzativo.[22]


Per quanto riguarda gli "obbiettivi economici" le BR non hanno mai fatto mistero della loro posizione rispetto all'
esproprio, ritenendolo giustificato non solo come "tassaziozione" ma soprattutto come accenno al futuro "assalto
alla ricchezza sociale."

Questi concetti, tratteggiati fin dai tempi di "Nuova Resistenza" (maggio 1971) vengono piú tardi ribaditi e
sviluppati: "L'esproprio non deve essere affrontato semplicemente per necessità contingenti di autofinanziamento,
ma va considerato uno degli aspetti fondamentali della lotta per la costruzione del potere proletario."[23] Renato
Curcio, circa quattro anni piú tardi, nel corso di un'intervista rilasciata in carcere rincarerà la dose:
"nell'espropriazione si oggettivano una legalità ed una moralità rivoluzionaria.”[24]

Ma oltre che per attaccare su obbiettivi economici, le BR utilizzano questi sei mesi per radicarsi in fabbrica. Il
metodo è quello delle inchieste a tappeto, che le porterà, attraverso l'elaborazione e l'analisi delle informazioni
ottenute, alla comprensione dei meccanismi di potere all'interno della fabbrica.

L'impianto organizzativo, cosí rafforzato, diviene la base per il salto di qualità che consentirà in breve tempo di
portare l'attacco al "fascismo FIAT" e, nel medio periodo, di porsi all'attenzione di tutto il paese con azioni
clamorose.

1. "Potere Operaio del Lunedí," n. 5, 26 marzo 1972.


2. "Processo Valpreda," quotidiano a cura di Lotta Continua, 21 marzo 1972.
3. "il Manifesto," 24 marzo 1972.
4. "Avanguardia Operaia," n. 9, 4 maggio 1972.
5. "Avanguardia Operaia," n. 8, 22 Aprile 1972
6. Volantino diffuso il 22 aprile 1972 dal Comitato nazionale di lotta contro la strage di stato, pubblicato su
"Potere operaio," mensile (n. 47148, 1972).
7. Ibidem.
8. Documento GAP del 25 aprile 1972. Alcuni stralci sono stati pubblicati sull'"Europeo," n. 18, 1974.
9. "ABC," n. 4, 1973.
10. Ibidem
11. "II Borghese," 4 febbraio 1973.
12. Requisitoria del dottor Viola nel processo GAP-BR di Milano.
13. "Panorama" del 29 maggio 1975. "L'Espresso," n. 20, 1974.
14. "L'Espresso," n. 20, 1974.

http://www.bibliotecamarxista.org/soccorso%20rosso/capitolo%2010.htm[07/11/2014 11:19:08]
capitolo 10

15. "Avanguardia Operaia," n. 8, 22 aprile 1972..


16. "Giorni-Vie nuove," n. 23, 1974.
17. "Linea di Condotta," n. 1, luglio-ottobre 1975
18. Da "Il Giornale dei Capi," edito dalla FIAT, con diffusione interna.
19. Documento riprodotto nella requisitoria del dottor Bruno Caccia, PM nel processo contro le BR a Torino.
20. Ibidem.
21. Ibidem.
22. Intervista del gennaio 1973 pubblicata su "Potere Operaio del Lunedí," n. 44, 11 marzo 1973.
23. "Nuova Resistenza," maggio 1971.
24. "L'Espresso," n. 1, 1975.

 
SoccorsoRosso
Autori
Biblioteca Multimediale Marxista

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capitolo 11

11
Le lotte contrattuali dell'autunno 1972 e le prime azioni delle BR alla
FIAT. La gogna al "sindacalista" CISNAL Labate
Autunno 1972. Tempo di contratti per i metalmeccanici. La padronale Federmeccanica, forte della riedizione del
centrismo (governo Andreotti), si prepara allo scontro con una piattaforma basata sulla regolamentazione del diritto

di sciopero, la piena utilizzazione degli impianti ed il controllo fiscale dell'assenteismo, che prevede la
collaborazione attiva da parte del sindacato.

Per conto suo la FLM, dopo essersi pronunciata in un convegno a Brescia contro il "massimalismo rivendicativo,"
sottopone all'assemblea dei delegati a Genova una piattaforma che viene "approvata tra le sonore proteste" della
sinistra sindacale.[1]

È chiaro che lo spettro dell'autunno caldo è tale anche per i sindacati: il problema anche per loro è di ridurre al
minimo le tensioni, i cortei e gli scioperi interni. La provocazione fascista delle bombe ai treni[2] vede una debole
risposta da parte del proletariato torinese: la partecipazione operaia è scarsa sia allo sciopero sia alla manifestazione
cittadina del 28 ottobre "contro il fascismo." La propaganda della CISNAL e del SIDA contro gli scioperi politici
comincia a fare breccia.

Agnelli e Andreotti affilano le armi e quando, inaspettatamente, per la prima volta alla FIAT, un corteo interno di
impiegati tenta di unirsi agli operai, viene fatta scattare la legge della rappresaglia: 5 lettere di licenziamento a
operai e impiegati individuati grazie alle spie della centrale terroristica FIAT. Qualche giorno dopo Agnelli rilascia
all"'Espresso" la famosa intervista del profitto zero, nella quale viene trasparentemente disegnata un'alleanza di
largo respiro tra le forze produttive (individuate nei padroni e nei sindacati) contro le rendite parassitarie. È in
pratica un segnale: Agnelli scarica Andreotti e dà inizio al flirt con Amendola, che vedrà nel convegno del Mulino il
punto di massimo sviluppo.

E' questo il periodo in cui circolano, anche nell'ambito della "sinistra," le mistificazioni sul nuovo modo di fare f
automobile, e il vagheggiamento del miraggio delle isole di montaggio. È chiaro che lo scopo di Agnelli è quello di
dividere e quindi indebolire la classe operaia. Un certo disorientamento si diffonde infatti tra i lavoratori FIAT, che
subiscono le violenze dei fascisti e dei guardioni i quali continuano indisturbati la loro opera di provocazione. Il 17
novembre 1973 il vicecomandante dei guardioni si scaglia con l'automobile contro un picchetto: la polizia è'
prontissima nell'arrestare due operai colpevoli di aver accennato una reazione. Altri 4 compagni ricevono lettere di
licenziamento. Si assiste ad una spartizione dei compiti tra fascisti e polizia: il 22 novembre, per esempio, una
squadra di fascisti tenta di sfondare il picchetto a Rivalta, mentre l'altro ingresso, a Mirafiori, è saldamente in mano
alla polizia che lo presidia. Il CdF denuncia, in un comunicato, lo stadio a cui è giunta la penetrazione dei fascisti in
fabbrica. Il 25 novembre, per la prima volta dopo sei mesi, la sinistra extraparlamentare organizza una
manifestazione a Torino. Le parole d'ordine sono: "contro le 600 denunce, contro il governo Andreotti, contro il
fascismo." Polizia e CC la reprimono violentemente coordinando la loro azione con quella dei fascisti che hanno il
compito di organizzare scontri e provocazioni: il consuntivo è 30 fermi e 11 arresti. È in questo contesto che alle
6,30 del 26 novembre le BR incendiano quasi contemporaneamente 9 automobili di altrettanti fascisti scelti tra
quelli che operavano in fabbrica al servizio dei guardioni di Agnelli. Il giorno successivo viene distribuito a Rivalta
il volantino che annuncia l'esemplare punizione:

Schiacciamo i fascisti a Mirafiori e Rivalta!



Cacciamoli dalle nostre fabbriche e dai nostri quartieri!

Lo scontro contrattuale è in pieno svolgimento e la risposta della FIAT ai primi movimenti di lotta è stata una dichiarazione di guerra: Mirafiori
presidiata da massicci e provocatori schieramenti di polizia, trasferimenti, ammonizioni, sospensioni, licenziamenti che non si contano piú.

Cosí vanno le cose anche in altre fabbriche come la Pininfarina ad esempio e il clima generale instaurato dal governo Andreotti-Malagodi è
sempre lo stesso anche fuori dalle fabbriche, come ha dimostrato la vigliacca aggressione poliziesca alla manifestazione di sabato contro le 600
denunce, contro il fascismo, contro il governo Andreotti.

Dove vogliono arrivare i nostri padroni? E' semplice: ad una nuova dittatura. Per far questo però debbono strangolare la lotta di massa dentro la
fabbrica, dividere la classe operaia, impedire i cortei interni e i picchetti, in poche parole, INFLIGGERE UNA SCONFITTA POLITICA AGLI
OPERAI METALMECCANICI. Primo passo verso una sconfitta politica generale dell'intera classe operaia.

A questo progetto noi dobbiamo reagire, dobbiamo cioè darci una organizzazione che ci consenta di passare all'azione nella fabbrica e nel

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capitolo 11

quartiere.

Ora tutti sanno che in mezzo a noi nelle officine, nei reparti, alle linee lavora sotterraneo da molti mesi un esercito di carogne che con i suoi
miserabili servizi rende possibile alla FIAT identificare e colpire chi propaganda lo sciopero, chi tira le lotte, chi è alla testa dei cortei, chi fa
picchetti: - chi non conosce gli spioni che nascosti dietro gli angoli o tra i cassoni si segnano i nomi delle avanguardie di lotta? e i guardiani
che filmano i cortei, che sbarrano le strade, che aggrediscono i picchetti? - chi non nutre istintivamente odio profondo per i briganti fascisti del
MSI e della CISNAL sempre pronti a provocare, organizzare i crumiri e le squadracce, a vendere al padrone la testa degli operai piú
combattivi? - e quei porci del SIDA, della UILMD, della FEDERACLI di Iniziativa Sindacale che per una rapida carriera venderebbero anche
la madre, chi non ha avuto almeno un'occasione per disprezzarli come si deve? - e i nostri capi e capetti che progettano, coprono e avallano
l'insieme di queste sporche macchinazioni sono forse da meno?
Questi sabotatori e liquidatori dell'unità operaia debbono essere senza tante esitazioni duramente colpiti, battuti e dispersi. È con questi piedi
che cammina la reazione nelle fabbriche: sono questi piedi che dobbiamo schiacciare!

Dice un antico proverbio che il pesce puzza dalla testa, ma a squamarlo si comincia dalla coda. E la coda del nostro pesce sono appunto alcuni
fascisti che l'altra mattina, per ammonimento, si sono visti andare la macchina in fumo...
Nota: In seguito a questa azione è stata involontariamente danneggiata anche la 500 dell'operaio Pasquale Di Fede. Rassicuriamo il signor Di
Fede che le Brigate Rosse risarciranno interamente il danno.

Torino, 26 Novembre 1972.[3]

L'episodio, trascurato da tutta la stampa, ha invece un' enorme ripercussione in fabbrica. Colpendo la FIAT
nell'anello piú debole, perché il piú scoperto, della politica di Agnelli, le BR ne intendono palesare la sostanza
terroristica. Nello stesso tempo, rifacendosi vivi dopo sei mesi di silenzio, in una città dove non erano mai stati
presenti, danno una risposta a chi li riteneva spacciati. Piú tardi cosí commenterà "Controinformazione": "I fascisti
che in quel periodo erano lo strumento principe della politica padronale, si sentivano scoperti malgrado l'ombra
protettiva della FIAT. `Qualcuno' strettamente collegato alla fabbrica, aveva cominciato a seguirli e a schedarli, ad
uno ad uno, come essi avevano schedato gli operai piú combattivi, a seguirli ed annotarsi i loro indirizzi e i loro
numeri di targa, come essi avevano pedinato le avanguardie di lotta. Poi, con tempestività e coordinamento
cronometrici, li aveva colpiti [...]. Per giorni e giorni, forse mesi, decine di fascisti erano stati osservati, vagliati,
selezionati. Su ciascuno di essi era stato prodotto un `rapporto dettagliato' che metteva in evidenza il curriculum
politico (come mostravano i volantini diffusi)."[4] A questo punto si registra una inversione di tendenza nel

"morale" degli operai: tre giorni dopo gli incendi, nel corso di uno sciopero, un corteo interno di 4.000 lavoratori
percorre con le bandiere rosse tutti i reparti spazzando crumiri e fascisti. Il capofficina del montaggio, considerato
responsabile di un licenziamento, viene scacciato dalla fabbrica, insieme a un altro capetto, con al collo una
bandiera rossa. Col passare dei giorni i cortei interni, divenuti oramai una pratica usuale, cominciano a porsi come
momenti di potere proletario in fabbrica. Si giunge al punto che i soliti combattivi cortei non trovano piú sulla loro
strada né crumiri né capi, che prendono l'abitudine di dileguarsi appena vedono la malaparata. La sconfitta di
Agnelli è totale, anche se "l'Unità" continua a condannare "queste azioni estranee al movimento dei lavoratori." La
reazione, battuta in fabbrica, cerca la rivincita all'esterno. Il 9 dicembre la questura di Torino presenta decine di
denunce contro 800 lavoratori: molti sono operai accusati di "sequestro di persona con l'aggravante di aver

compiuto il reato in piú di 5." Agnelli per conto suo non disarma: licenzia 5 compagni (due dei quali dirigenti del
PCI), e ne minaccia altri 30. Motivi: "voluta lentezza," "scarso rendimento," "per aver istigato gli operai a suonare il
clacson," ecc. Il terrorismo di Agnelli fa breccia sul sindacato.

FIAT e FLM firmano un comunicato congiunto, il cosiddetto verbale di intesa, presto ribattezzato dagli operai
verbale di resa: "Le parti si sono date atto di reciproca volontà di evitare ogni forma di degenerazione della vertenza
aperta per il rinnovo del contratto di lavoro dei metalmeccanici, e di non introdurre in un conflitto di questo rilievo
elementi di drammatizzazione che farebbero sorgere nuovi ostacoli al raggiungimento d'una intesa [...]. Nei

confronti dei capi e dei dirigenti l'atteggiamento delle organizzazioni sindacali deve essere diretto a evitare ogni tipo
di scontro [...]. L'azione sindacale esclude ogni forma di violenza." Per meglio mettere in atto i buoni propositi,

l'FLM diffonde una nota in cui invita i propri attivisti ad impegnarsi per "isolare con fermezza ogni incitamento." La
FIAT a sua volta riassume i licenziati, trasferendoli però in reparti "confino" dove è impossibile svolgere attività
sindacale. In particolare uno di questi, dirigente del PCI, viene spedito in un magazzino all'interno del quale opera
una cellula del MSI. Le decisioni del sindacato provocano gravi lacerazioni all'interno della base operaia: per questo
motivo un comizio dell'FLM con Trentin, Benvenuto e Carniti viene annullato. Il Comitato di base della FIAT
Mirafiori denuncia con violenza il carattere opportunista del verbale di intesa secondo il quale - si osserva - in
cambio della pace sociale, Agnelli avrebbe assicurato a partiti e sindacati di affossare Andreotti e rilanciare il
centrosinistra.[5]

Anche LC ha parole di dura condanna per il compromesso raggiunto.

Viceversa "l'Unità" e "il Manifesto" lo salutano come una grande vittoria che ha portato alla riassunzione dei
licenziati. Mentre il sindacato risponde ai licenziamenti col compromesso, le BR continuano ad attaccare il
"fascismo FIAT" nel suo anello piú debole, con l'obbiettivo immediato di contrastare il tentativo di imporre un
ritorno alla pace sociale. Il giorno 17 dicembre, le BR offrono pertanto una replica dell'azione del mese precedente:

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sei auto di "sindacalisti gialli" vengono distrutte quasi contemporaneamente. In fabbrica un volantino diffonde la
notizia:

Capi - fascisti - SIDA - guardioni sono un fucile puntato contro la classe operaia - spazziamoli da Mirafiori e Rivalta! Inseguiamoli nei loro
quartieri!

Facciamogli sentire tutto il gusto del nostro potere!


18 dicembre 1922: i fascisti con alla testa il criminale Brandimarte, accecati dalla resistenza eroica che i proletari opponevano alla nascente
dittatura fascista, scatenarono la loro furia bestiale sulla classe operaia torinese uccidendo piú di 200 compagni;

18 dicembre 1972: sono passati 50 anni ma i nuovi fascisti in camicia bianca e in camicia nera continuano a mettere i loro lugubri servizi a
disposizione della nuova dittatura di Andreotti e di Agnelli.

I sacchi sono cambiati ma la farina è rimasta la stessa: le camicie non sono piú nere ma anche oggi come nel '22 i padroni vogliono arrivare

con la forza dello stato e delle sue "milizie paral

lele" a piegare e sconfiggere il movimento operaio, le sue organizzazioni e le sue lotte.

Ogni giorno l'attacco diventa piú duro, assume i caratteri di una guerra portata avanti da un fronte padronale che va dall'ultimo crumiro al
primo ministro del governo di Roma.

Le fasi di questa guerra le conosciamo tutti: sono i licenziamenti politici (gli ultimi 5 sono di venerdí), la soppressione delle libertà di
movimento per i delegati, le denunce, le lettere di preavviso, le sospensioni, le aggressioni, gli arresti sui picchetti...

Compagni, la nostra forza è grande, terribile come ha detto un delegato di Rivalta, e lo abbiamo dimostrato nelle lotte di queste ultime
settimane, nei cortei che sono stati un'evidente manifestazione del nostro potere nella fabbrica.

Ma si può continuare ad avanzare contro le mitragliatrici dei padroni senza organizzare meglio la nostra difesa? Senza attrezzarci per un piú

deciso attacco?

Per ora queste "mitragliatrici" sono soprattutto:

- le spie del SIDA questa scuola di prostituzione che dà con le sue tessere la patente di crumiro!

- i provocatori del MSI e della CISNAL milizia nera antioperaia con funzioni di spionaggio, divisione, aggressione;

- i capi e capetti che organizzano i crumiri, iene digrignanti dello zoo privato dei fratelli Agnelli;

- i guardioni braccio armato e sbirri del padrone.

Ebbene compagni, se vogliamo usare ancora la forza di massa dei cortei, dei picchetti, degli scioperi;

per impedire la restaurazione dei vecchi livelli di sfruttamento e di un "clima vallettiano";

per il salario garantito e per un contratto imposto da noi:

Questi nemici dell'unità operaia dobbiamo ridurli al silenzio, dobbiamo colpirli duramente, con metodo, nelle persone e nelle loro cose,
dobbiamo cacciarli dalle fabbriche e inseguirli nei quartieri, non dobbiamo concedergli un minuto di tregua![6]

Ma i fascisti, forti del patto FLM-Agnelli, rialzano la testa: le percentuali degli scioperanti diminuiscono, i cortei
interni si fanno piú fiacchi. È a questo punto che getta tutto il suo peso sulla vertenza nientedimeno che il capo dello
stato Leone, il quale nella tradizionale allocuzione di fine anno cosí condanna l'assenteismo: "Noi dobbiamo
respingere le tentazioni lassistiche che si manifestano, ad esempio in quest'anno, con talune punte inammissibili di
assenteismo dal lavoro." L'ammonimento ha scarsa presa sugli operai. Piú sensibile si mostra la corporazione dei

medici di Torino che emette prontamente una circolare in cui si invitano i medici della mutua a non concedere ai
lavoratori giorni di libertà per malattia se non quando è impossibile farne a meno. L'11 gennaio alle 9 un nucleo,

probabilmente costituitosi "spontaneamente," attacca la sede della CISNAL, bastona un attivista fascista della
FIAT, lo perquisisce e distrugge, dopo averlo requisito, il materiale informativo rinvenuto. Viene diramato da

questo gruppo un comunicato: "L'iniziativa di questa mattina è una prosecuzione coerente dell'attività antifascista
delle masse. I cortei in fabbrica fanno giustizia dei capi, dei crumiri, dei fascisti ed esprimono la volontà di togliere
qualsiasi spazio ai nemici di classe. No al congresso fascista a Roma! No al governo Andreotti! Per il Comunismo."
[7] È questa la prima azione "armata" di una guerra che ormai, nonostante il "verbale di intesa," diventa senza
quartiere: il 17 gennaio 4 fascisti con spranghe e catene colpiscono gli operai fuori dai cancelli. Nel corso
dell'azione i CC con insolita tempestività arrestano i 4 compagni aggrediti. Un delegato viene arrestato con l'accusa
di aver favorito la fuga di un' operaia rincorsa dai celerini. Il 22 gennaio la direzione invia 5 preavvisi di
licenziamento. Lo stesso giorno, alla Lancia, truppe di celerini sfondano i picchetti sparando sugli operai: 4 feriti. Il
23 gennaio, a Milano la polizia carica e spara su un gruppo di studenti uccidendo Roberto Franceschi. Il 27 gennaio
a Torino le forze dell'ordine aprono di nuovo il fuoco sui compagni che protestano per l'assassinio di Franceschi:
non muore nessuno, ma vengono spiccati 25 mandati di cattura contro i presunti partecipanti alla manifestazione; tra
questi Guido Viale. È ormai chiaro che lo stato si prepara a gestire in prima persona la lotta, trasferendola dal
terreno infido della fabbrica all'esterno, ed è altrettanto chiaro che ormai ha scelto la via dello scontro armato. Come
rappresaglia a uno sciopero di 185.000 lavoratori, la FIAT sospende il 2 febbraio 5.000 operai. La risposta è un
corteo interno di 20.000 compagni che a Mirafiori spazza e punisce crumiri e fascisti. Fioccano i licenziamenti con
le motivazioni piú banali e provocatorie del tipo, per esempio, "per aver disturbato il lavoro." Il 9 febbraio a Roma
la piú grande manifestazione operaia dà la misura della contraddizione tra la combattività delle masse e l'incapacità

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capitolo 11


della direzione sindacale a incanalarla verso obbiettivi vincenti. Mentre non si è ancora spenta l'eco della
manifestazione di Roma, il 12 febbraio 1973 un nucleo delle BR sequestra Bruno Labate, segretario provinciale
della CISNAL. L'azione avviene con le solite modalità: all'uscita di casa il fascista è afferrato e sospinto in un
furgone. Successivamente il rapito viene rapato, interrogato, imbavagliato e quindi, dopo quattro ore, abbandonato

legato ad un palo di fronte all'ingresso della FIAT Mirafiori. Sono le 13,30, ora del cambio di turno: migliaia di
operai stazionano nei pressi. Alle invocazioni di aiuto rispondono: "A te dovevano ammazzarti, altro che aiuto."[8]

Un volantino, evidentemente preparato in precedenza e distribuito dalle BR nel corso dell'azione, circola di mano in
mano suscitando entusiastiche approvazioni:

Questo è Bruno Labate segretario provinciale della CISNAL, pseudo-sindacato fascista che i padroni mantengono nelle nostre fabbriche per
dividere la classe operaia, per organizzare il crumiraggio, per mettere a segno aggressioni e provocazioni, per infiltrare ogni genere di spie nei
reparti.

Lo abbiamo sequestrato alcune ore fa per fargli qualche domanda in merito: - alle responsabilità sue e di alcuni dirigenti FIAT nella "tratta dei
meridionali" assunti tramite la CISNAL; - alle responsabilità sue nell'organizzazione di provocazioni attuate da fascisti in combutta con i
carabinieri o con i poliziotti come l'ultima alla porta 17; - all'organizzazione del crumiraggio in cui capi e capetti di Agnelli e fascisti di
Almirante si dividono i compiti; - alle responsabilità sue e della CISNAL nell'organizzazione della rete di spionaggio nei reparti che ha
condotto al licenziamento di numerose avanguardie; - ai suoi incontri col ministro del Lavoro, visto che la CISNAL, anche se sottobanco,
viene fatta partecipare alle trattative.

Lo abbiamo sequestrato inoltre per dimostrargli nei fatti la falsità e l'assurdità delle sue affermazioni ad un settimanale di destra secondo le
quali alla FIAT i fascisti sarebbero ...12.000!!! E la CISNAL occuperebbe posizioni rilevanti anche alla Lancia, alla Pininfarina, alla
Cromodora, alla Aspera Motor e Frigo, alla Rabotti, alla Viberti e alla Westinghouse e per fargli sentire sulla sua pelle che gli operai torinesi
non tollerano queste coglionate e sono decisi a stroncare ogni tentativo delle canaglie fasciste di radicarsi nelle fabbriche.

Lo abbiamo rimesso in libertà rapato e senza braghe per dimostrare ad un tempo l'assoluto ribrezzo che incutono i fascisti e la necessità di

colpirli ovunque, duramente con ogni mezzo fino alla completa liberazione delle nostre città.

GUERRA AL FASCISMO DI ALMIRANTE E ANDREOTTI! LOTTA ARMATA PER IL COMUNISMO![9]

Nessuno muove un dito in aiuto di Labate. Per liberarlo ci vorrà la polizia, intervenuta dopo circa 20 minuti su
segnalazione di un guardione. Labate, durante la sua prigionia, aveva collaborato con i suoi carcerieri, dando anche
"utili indicazioni" circa le responsabilità del cavalier Amerio per l'infiltrazione di fascisti alla FIAT.

Nei giorni successivi infatti le BR diffonderanno a Mirafiori un loro opuscolo, Guerra ai fascisti nelle fabbriche
torinesi, in cui è riportata parte dell'interrogatorio:

Le assunzioni tramite la CISNAL

È da molti mesi che nella sinistra si solleva anche con prove documentarie il problema delle assunzioni combinate tra la FIAT e la CISNAL
allo scopo di infiltrare nei reparti una massa di manovra docile esecutrice di un vasto disegno antioperaio.

Visto che il Labate è uno dei responsabili fascisti di questo sporco "giro" abbiamo chiesto direttamente a lui come si svolgono le cose.

Ecco le risposte.

" Gli accordi piú importanti passano attraverso il partito (MSI) ed è direttamente l'onorevole Abelli Tullio che se ne occupa. È attraverso il suo
interessamento che le domande passano all'ufficio assunzioni dove c'è il dottor Negri che le promuove. A livello di sezioni sono alcuni capi del
personale che si interessano affinché quegli operai che noi raccomandiamo vengano assunti nelle sezioni FIAT da noi indicate."

"Qualche nome?... Beh, il cavalier Amerio... per le carrozzerie prima c'era il dottor Annibaldi e adesso il ragionier Cassina; per le meccaniche
il dottor Dazzi; per Rivalta il dottor Audino."

Chi di voi in particolare si interessa di questa faccenda? "E' un compito dei capigruppo aziendali."

E cioè?

"Angelo Trivisano per Mirafiori; Ritota Piero per le carrozzerie; Benetti Giuliano per le meccaniche; Gabriele Mazza per le ausiliarie; Antonio
Barone per la ricambi; Guicciardino Giuseppe per Rivalta; Domenico Polito per l'OSA Lingotto."

L'organizzazione dei fascisti alla FIAT

Avete affermato ad un settimanale di destra di essere in molti a Mirafiori o comunque alla FIAT. Siete davvero convinti di queste affermazioni?

"Beh... no, non è che sia convinto logicamente ... ma cercate di capire che è un giornale... un giornale ha sempre delle esigenze
propagandistiche... e poi sono loro, quelli del giornale, che hanno scritto quelle cifre..."

D'accordo, allora visto che non siete poi cosí tanti vogliamo sapere chi sono i vostri attivisti, i vostri responsabili alla FIAT. Cominciamo da

Mirafiori.

"Responsabile per Mirafiori è Angelo Trivisano che lavora alle carrozzerie. E' responsabile da quando è stato eletto membro della CI nel '68,
che allora era per un'unica sezione: Mirafiori."

"Poi... poi ci sono Giuliano Benetti per le meccaniche e Ritota Piero per le carrozzerie che sono i responsabili dei rispettivi gruppi di sezione."

E chi sono i vostri attivisti alle carrozzerie? .... non me li ricordo, non so se..."

Fai uno sforzo che tanto abbiamo tempo! Allora chi sono i vostri attivisti alle carrozzerie, oltre a Trivisano e Ritota? "Beh,... c'è Cicilioni

Giuseppe, poi i due fratelli Dademo... uno si chiama Antonio e l'altro Francesco... poi c'è Obino Nicola... Romagnoli Sergio... ah sí, Conteduca
e Migliaccio che sono stati appena nominati... c'è Giacomini Pasquale... Manganiello... poi c'è Sant'Angelo Luigi... poi ci sono altri iscritti...,

ma..."

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Allora passiamo alle meccaniche. Oltre a Benetti, chi sono i piú importanti attivisti fascisti?

"Alle meccaniche saremo una ventina. Oltre a Benetti c'è il cavalier Ferraris, c'è Cortosi Nunzio... poi Tarullo Rocco, ci sono Sganuzzo Vito ed
Antonio Caruso... poi c'è Rega che credo si chiami Antonio... Barillaro non mi ricordo come si chiama... direi una bugia... Del Sarto che era
capogruppo prima di Benetti... poi c'è Alderucci... Farmiggio Giuseppe."

E Masera quel fascista che fa il saluto romano quando passano i cortei?

"Io conosco un Masera che è capo reparto delle pulizie, ma non è nostro, deve essere di Iniziativa Sindacale."

Ora passiamo alle presse. Qui c'è quel gruppetto di provocatori che si è reso recentemente responsabile di un'aggressione di fronte alla porta

17. Cosa hai da dire a questo proposito?

"... uno non era dei nostri..." Allora dicci gli altri, i vostri. "Erano Greco, Mangiola e Meo [Tutti e tre rappresentanza sindacale aziendale.

N.d.R.] Greco si chiama Antonio, Mangiola credo si chiami Saverio e Meo si chiama Cosimo."

C'è qualcun altro alle presse, no?

"Beh, sì, c'è il ragionier Festa e anche Filippo Greco..." Parliamo adesso delle Ausiliarie. Quanti siete e chi è il vostro capogruppo?

"... Mazza... Gabriele è il capogruppo." E quali sono gli altri vostri attivisti?

"Alle Ausiliarie ce n'è pochi, veramente, praticamente solo lui; ce n'è tre o quattro, ma gli altri non svolgono nessuna attività particolare..."

Sentiamo allora a Lingotto chi sono i vostri rappresentanti.

"... ma non mi ricordo tutto, come faccio... dunque c'è Polito Domenico e anche suo figlio Filippo, poi ci sono Serafino Oldano... c'è
Sarchimich Stefano..."

E Scattaglia te lo dimentichi?

"Parlate di Fabrizio Scattaglia... adesso non è piú al Lingotto, ma lavora a palazzo Marconi, all'ufficio personale..."

E alla Motori-Avio?

"Lì c'è Paolo Sissia, di altri non ne conosco." E alla Ricambi come stanno le cose?

"Alla Ricambi ve l'ho già detto c'è Barone, mi sembra Antonio Barone. Lui è il capogruppo, ma in pratica fa tutto lui. Sono due o tre in tutto.
Ma la situazione lí è di smobilitazione..."

E alle Ferriere?

"Alle Ferriere è Sebastiano Palma che ci rappresenta, ma anche

lì..."

Adesso parliamo di Rivalta.

"Lí c'è un gruppo aziendale di una trentina di persone, forse un po' meno. Devo premettere che questi li conosco meno perché essendo

decentrata vedo qualcosa solo alle riunioni che facciamo una volta al mese. Loro si riuniscono alla sezione interna. È Guicciardino Giuseppe
principalmente che tiene i contatti con noi... Gli altri hanno meno possibilità di frequentare il nostro sindacato perché abitano distanti. Di nomi
non ne ricordo molti... tra gli impiegati c'è Ugo Ugolini... altri nomi che mi ricordo... Michele Tancredi, Enrico Di Loreto; poi Mattana,
Mattana si chiama Ugo... ma è Guicciardino che li sa...”[10]

Riferendosi a questa azione cosí commenterà, a distanza di quasi due anni, "Controinformazione": "Il fascista messo
alle strette rivelò alcune connessioni politiche tra la CISNAL e la direzione FIAT e tra questa e diverse agenzie
private di investigazione. Sulla scorta di tali indicazioni fu agevole, sia all'avanguardia di fabbrica, sia ai
collegamenti territoriali, riattivare politicamente - in funzione della lotta - il discorso sullo spionaggio FIAT. A due
anni di distanza lo spettro delle schedature, della sorveglianza, della selezione, si reincarnava ufficialmente nella
ignobile proliferazione di centrali fasciste, di assunzione e di controllo, protette e nutrite da notabili FIAT, devoti
agli Agnelli. Dunque molte anime, forse, ma un solo corpo sempre teso alla prevenzione terroristica e alla
rappresaglia esemplare."[11]

L'azione viene condannata dall`Unità" che parla di Grave provocazione a Torino con un titolo a 4 colonne (in
precedenza "l'Unità" non aveva mai dedicato tanto spazio alle BR). Nell'articolo, forse in seguito ad un errata lettura
del volantino da parte del cronista, si accusano le "sedicenti Brigate Rosse" di voler fare deliberatamente pubblicità
alla CISNAL dando notizia della "gran forza" del sindacato fascista nelle fabbriche arrivando a parlare addirittura di
12.000 iscritti.[12] Tuttavia proprio nel volantino BR in questione, che "l'Unità" come sempre non riporta, si
afferma esattamente il contrario: "lo abbiamo sequestrato inoltre per dimostrargli la falsità e l'assurdità della sua
affermazione a un settimanale di destra secondo la quale alla FIAT i fascisti sarebbero... 12.000! ! ! "[13] Ma, cosa
piú rilevante, nell'articolo dell"`Unità" non si fa notare che migliaia di operai non hanno mosso un dito per liberare
il fascista incatenato: questa informazione si può tuttavia leggere tra le righe di una dichiarazione di Adalberto

Minucci della direzione del PCI: "Quest'ultimo episodio del sindacalista fascista tranquillamente incatenato alla luce
del sole, nel bel mezzo di un corso solitamente affollato a poca distanza dai sorveglianti FIAT e dal transito di
migliaia di operai, denuncia nella sua stessa teatralità la scarsa verosimiglianza."[14]

Deontologia professionale a parte, l'articolista dell`Unità" stenta a convincersi che migliaia di operai non abbiano
raccolto l'appello lanciato dal PCI al tempo degli incendi di Lainate di "togliere di mezzo" i provocatori "con le
maniere piú idonee corrispondenti alla natura degli atti compiuti" ma che, anzi, provino soddisfazione nel guardare
un fascista incatenato e rapato.

Nemmeno "il Manifesto" vede chiaro, e si allinea all'"Unità," anzi, va oltre il pensiero del PCI facendo trasparire
l'ipotesi che il Labate si sia rapato, spogliato e incatenato da solo. Riportiamo l'articolo integralmente:

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capitolo 11

Provocazioni: sindacalista fascista trovato incatenato davanti alla porta 1 della FIAT

Torino - I sindacalisti della CISNAL, non riuscendo a far niente con gli operai si esercitano in provocazioni, ma anche in questo campo sono
scadenti, tanto trasparenti e "firmate" sono le loro imprese. Questo è il caso di uno della CISNAL di Torino, Bruno Labate di trenta anni, che si
è fatto trovare [sic! N.d.R.] incatenato a un palo davanti alla porta 1 della FIAT Mirafiori con un cappuccio, un cartello e la necessaria firma
"Brigate Rosse." L'incatenamento (la questura ci ha aggiunto la notizia grottesca che è stato necessario segare le catene) sarebbe avvenuto [sic!
N.d.R.] alle 13,30 (cioè in pieno giorno e in pieno traffico); si aggiunge che perché nessuno perdesse lo spettacolo, i volantini che lo
annunciavano erano stati distribuiti in anticipo.[15]

Molto meno scettico è invece il presidente del Consiglio, Rumor, che al Senato, mentre ha parole di commozione
perché "un sindacalista, un lavoratore è stato vittima di un'aggressione barbarica che, nella sua ideazione e nelle sue
modalità, riproduce, approvandole, le caratteristiche di altri episodi di inciviltà e di violenza, che accompagnarono

momenti non dimenticati della storia nazionale, ed anche torinese," afferma che questa azione suona
"oggettivamente oltraggiosa e provocatoria nei confronti del mondo operaio torinese, protagonista di grandi e civili
battaglie per il progresso dei lavoratori."[16]

L'episodio, che ha un precedente abbastanza noto, nella gogna inflitta il 30 luglio 1970 a due accoltellatori fascisti,
da parte degli operai della Ignis di Trento, non viene questa volta appoggiato da LC che, mentre per quell'episodio

aveva parlato di "lezione esemplare," definisce ora l'azione contro Labate "irresponsabile ed esibizionistica":

Per quanto riguarda l'azione piú recente delle BR - quella del sequestro e dell'interrogatorio del fascista Bruno Labate, effettuato a Torino il 12
febbraio - vanno segnati alcuni punti fermi: a) il carattere irresponsabile ed esibizionista di un'azione del genere in un momento in cui la
provocazione di stato sta facendo proprio a Torino le sue "grandi manovre" e sta costruendo infami montature a catena, sino a raggiungere

livelli mostruosi nei confronti di Lotta Continua (come nel caso di Guido Viale e della sparatoria del 27 gennaio, e nella recentissima
attribuzione di appartenenza a Lotta Continua dei due presunti autori del sequestro Carello); b) la caratteristica non solo deviante, ma anche
involontariamente farsesca di una tale azione, nel momento in cui la classe operaia torinese, e in particolare i 40 mila operai della FIAT
Mirafiori, ha raggiunto livelli di organizzazione, radicalità di lotta e violenza di massa tali da rendere ridicola e presuntuosa l'ostentazione

"esemplare" di questa azione.[17]

In realtà la gogna inflitta a Labate va inserita nella catena di violenze che ha avuto la FIAT come teatro.
Spettacolarità a parte, si può includere per livello di violenza nell'elenco delle azioni compiute dai fazzoletti rossi,
che il giornale dei capi FIAT ha cosí riassunto:

Si fornisce un bilancio globale delle gravi conseguenze che le violenze hanno avuto: - feriti e contusi un centinaio [...] - le macchine dei
dipendenti danneggiate in novembre, dicembre e gennaio sono state 800 - danni alle strutture delle officine e degli uffici (cancelli di

separazione [...], porte sfondate, arredi di ufficio danneggiati, incendio di un ufficio sindacale...) [...]. Chi compie questi atti tenta di sfuggire
all'individuazione, e il piú delle volte ci riesce nascondendosi nella massa: i bulloni lanciati dai cortei, le aggressioni collettive a persone e a
cose offrono possibilità di impunità quasi certa."[18]

1. "Lotta Continua," 3 ottobre 1972.


2. La notte tra il 21 e il 22 ottobre furono compiuti 7 attentati dinamitardi contro convogli ferroviari che
trasportavano operai a Reggio Calabria per una manifestazione sindacale.
3. "Controinformazione," n. zero, ottobre 1973.
4. Ibidem.
5. Fiat Compagni, foglio a cura del Comitato di base della FIAT Mirafiori, febbraio 1973.
6. "Controinformazione," n. zero, ottobre 1973.
7. Ibidem.
8. Ibidem.
9. Ibidem.
10. Ibidem.
11. "Controinformazione," n. 516, novembre 1974.
12. "l'Unità," 13 febbraio 1973.
13. "Controinformazione," n. zero, ottobre 1973.
14. "l'Unità," 13 febbraio 1973.
15. "il Manifesto," 14 febbraio 1973.
16. "Corriere della Sera," 14 febbraio 1973.
17. "Lotta Continua," 15 febbraio 1973.
18. Il Da "Il Giornale dei Capi," edito dalla FIAT, con diffusione interna per i soli capi, n. 2, febbraio 1973.

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capitolo 11

SoccorsoRosso
Autori
Biblioteca Multimediale Marxista

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capitolo 12

12
Seconda riflessione teorica
Durante i sei mesi di assoluto silenzio seguiti alla repressione scatenatasi dopo la morte di Feltrinelli, le BR hanno il
tempo per compiere una seconda riflessione teorica, pubblicata nel marzo 1973,[1] che integra quella elaborata un
anno e mezzo prima. Alcuni temi, già presenti nel documento del settembre 1971, vengono ripresi e sviluppati; altri,
come quello della lotta di classe nel Sud, sono inediti.

Il documento, scritto sotto forma di intervista, prende le mosse dalla dura repressione in atto: evitando lo scontro
frontale, le BR hanno avuto il tempo per "contrattaccare in silenzio su obbiettivi economici" uscendone rafforzate.
[2]

Riguardo al terrorismo, vi si sottolinea che esso è "una componente della politica padronale." Le BR sostengono di
non essere un gruppo, ma di lavorare all'interno di ogni manifestazione dell'autonomia operaia per unificare i livelli
di coscienza intorno alla proposta strategica della lotta armata: si tratta di un lavoro che tende alla costruzione nelle
fabbriche e nei quartieri popolari delle articolazioni dello stato proletario.

Di fronte all'attacco della borghesia tre sono secondo le BR le tendenze della sinistra non riformista: 1) quella
liquidazionista, "piatta ripetizione del modello terzinternazionalista," che dà per scontata la sconfitta della classe
operaia e fa coincidere la crescita del processo rivoluzionario con quella del proprio gruppo; 2) quella centrista,
rappresentata dagli organismi autonomi che esauriscono la loro esistenza nella tattica del giorno per giorno e
mancano di una consistente alternativa strategica; 3) quella infine della resistenza, che non dà affatto per scontata la
sconfitta.

Le BR si riferiscono a quest'ultima tendenza.

Quanto ai gruppi essi sono una "realtà" del passato, sopravvivenze inadeguate allo sviluppo ulteriore del processo
rivoluzionario. Il PCI invece è "una grande forza democratica che persegue con coerenza una strategia esattamente
opposta alla nostra," ma non sembra utile "attaccarlo con raffiche di parole": a misura in cui la linea del potere
proletario e della lotta armata si consoliderà, gli elementi del PCI sapranno certamente fare la loro scelta.

Queste in sintesi le tesi esposte dalle BR nel documento.

L'intervista viene integralmente riprodotta da "Potere Operaio del Lunedí" che ritiene di compiere "un dovere di
informazione politica," mentre, sempre secondo PO, nessuno spazio andrebbe dato, per esempio, alla relazione

introduttiva al convegno dei CUB di AO, che sono definiti "senza interesse, senza storia, insomma cose morte.”[3]

"Diverso è lo spessore politico delle esperienze delle BR" continua PO che passa a discutere sui temi proposti dal
documento formulando una serie di critiche che possono essere cosí riassunte: non è vero che i padroni puntino alla
sconfitta del movimento operaio sul terreno armato. Al contrario lo stato si avvale di tutte le sue articolazioni:
impresa, esercito, scuola, partiti, sindacati. Solo dopo che il proletariato avrà distrutto lo stato; i padroni punteranno
alla lotta armata.

È inoltre errato ritenere che, siccome la lotta armata è il livello piú alto della lotta di classe, i nuclei che la praticano
costituiscono la direzione politica dell'intera organizzazione: è questa una utilizzazione "onnivora" della lotta armata
rispetto alle altre forme di lotta. Al contrario non esistono momenti di lotta gerarchicamente distinti, altrimenti la
giusta esigenza di porre all'odg il problema della lotta armata, si rovescia nel dilemma opportunista: o facciamo la
lotta armata, o mettiamoci a dormire.[4]

Lotta Continua prende lo spunto dal documento, che però non fa conoscere ai propri lettori, per una "chiarificazione
teorica e pratica nei confronti di questa organizzazione clandestina." Tre sono sostanzialmente i concetti piú
aspramenti criticati da LC nell'articolo dal titolo Velleitarismo pratico e confusione ideologica: 1) il
"vaneggiamento" di una sorta "di strategia del silenzio" e il carattere autodelatorio di certi passi dell'intervista
(attacco su obbiettivi economici, ecc.); 2) la genericità, sia politica che storica, del termine "campo della resistenza"
che costituisce un vero retroterra di una linea di "lotta armata per le riforme"; 3) il carattere di autoesaltazione e
"fochista" implicito nelle affermazioni: "Le BR sono i primi nuclei di guerriglia" ... "intorno ad esse vanno
organizzandosi i militanti comunisti che pensano alla costruzione del 'partito armato del proletariato."'[5]

A questa presa di posizione di LC replica polemicamente PO che coglie l'occasione, nel lunghissimo articolo Chi è
senza peccato, per esporre un'ampia autocritica dei giudizi espressi due settimane prima sullo stesso giornale:

Non basta mordere (era) un articolo tutto improntato sulla necessità che l'azione politica militare si articoli attorno ad un programma

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capitolo 12

complessivo e che attacca le BR perché questo programma complessivo non sarebbe che una parte! Chi è senza peccato lanci la prima pietra
[...] è il caso di dire. Una siffatta argomentazione è una base per criticare tutti i gruppi esistenti a partire dall'affermazione che sono "gruppi" e
non partito, ma non fa procedere di un passo la discussione [...]. Insomma l'articolo citato andrebbe commentato "basta col mordersi la coda
[...]. Dobbiamo essere grati a LC: l'attacco sferrato contro le BR dal loro giornale, la grossolanità delle argomentazioni e delle accuse, lo
sfacciato opportunismo che le sostiene non hanno fatto breccia, hanno provocato anzi l'effetto opposto tra i compagni, cioè una richiesta di
informazioni politiche piú precise [...]. Chi sono dunque i compagni delle BR? Sono compagni proletari che hanno condotto le lotte
dell'autunno caldo nelle fabbriche del Nord, e che hanno, attraverso una lunga riflessione teorico-politica, scelto la via della clandestinità, nella
convinzione che questa sola permetta la costruzione di una organizzazione autonoma per la lotta armata. Si potrà non essere d'accordo con la
scelta di costruire un'organizzazione autonoma per la lotta armata; è difficile sostenere che esista altra via che quella della clandestinità per
costruirla [...]. Forse altrettanto importante del mordere è il sapere fuggire [...]." Autonomia ed attacco, organizzare la resistenza e
contemporaneamente il potere proletario armato: questi termini sono sempre usati assieme nei documenti di questi compagni. Ma non solo nei
documenti scritti: molto piú interessante è notare che tutte le azioni delle BR sono azioni di giustizia proletaria" di contrattacco" di rappresaglia
e" insieme, rappresentazioni del potere proletario. Per questo esse parlano direttamente ai proletari" agli studenti" agli operai [...].

E' chiaro che questo orizzonte non dà posto all'insinuazione che le BR rappresentano se stesse come "fuoco guerrigliero" [...]. Semmai la

critica che si può rivolgere alle BR è contraria: quella di rappresentarsi talvolta in maniera troppo semplice come funzione diretta del potere
proletario in formazione [...]. Noi crediamo che i compagni delle BR si muovono con piena lealtà all'interno del processo di costruzione della
forza organizzata dell'autonomia operaia.

I compagni delle Brigate Rosse" così come quelli delle assemblee" così come quelli dei gruppi che hanno compiuto una rigorosa critica di se
stessi" possono iniziare questa lunga marcia vittoriosa.[6]


Nel dibattito a distanza cui stiamo assistendo rimangono del tutto assenti due tra i piú importanti gruppi "storici"
della sinistra extraparlamentare: Manifesto ed Avanguardia Operaia. Il primo non si mostra convinto dell'esistenza

delle BR,[7] il secondo le ritiene diretta emanazione del SID.

Riportiamo qui di seguito integralmente il documento intervista delle Brigate Rosse:

1. Come vedete le scelte politiche della vostra organizzazione dopo due anni di lavoro?

Ci sembra che lo sviluppo della situazione politica italiana abbia confermato la scelta di fondo che abbiamo fatto nei primi mesi del '70.

La crisi di regime non si è affatto risolta in senso riformista e non ci sono prospettive di soluzioni in tempi apprezzabili. Al contrario" la

formazione di un governo di centro-destra con l'esclusione dei socialisti" il rilancio dei fascisti come "forza parallela," l'attacco frontale al
movimento dei lavoratori e la militarizzazione sempre piú arrogante dello scontro politico e sociale stanno a dimostrare che il fronte politico

borghese persegue con accresciuto accanimento l'obbiettivo di una restaurazione integrale della sua dittatura e quindi di una sconfitta politica
senza mezzi termini della classe operaia.

2. L'assassinio di Feltrinelli e l'attacco contro le Brigate Rosse non dimostrano al contrario la debolezza o meglio l'immaturità di una scelta di
tal genere?

La debolezza di una linea politica non deriva dai rapporti di forza che l'organizzazione che la rappresenta è in grado di stabilire in una fase
iniziale.

L'attacco scatenato contro di noi dalla borghesia a maggio nasceva proprio dall'errato convincimento che si poteva neutralizzare la forza
politica della proposta strategica della lotta armata per il comunismo sfruttando la debolezza organizzativa che ci caratterizzava.

Proprio quest'errore di valutazione politica ha fatto fallire l'operazione poliziesca e noi ci siamo rafforzati.

Infatti non accettando il terreno che ci veniva proposto di uno "scontro frontale" tra le Brigate e l'apparato armato dello stato, abbiamo avuto

tutto il tempo per contrattaccare "in silenzio" su obiettivi economici e rafforzare di conseguenza il nostro impianto organizzativo dimostrando
nel contempo la "debolezza politica" di questo stato di polizia pur così "forte" nelle sue strutture militari.

3. Da piú parti vi è stata mossa l'accusa di "terrorismo." Qual è il suo fondamento?



Il "terrorismo" nel nostro paese ed in questa fase dello scontro è una componente della politica condotta dal fronte padronale a partire dalla

strage di piazza Fontana per determinare un arretramento generale del movimento operaio e una restaurazione integrale degli antichi livelli di
sfruttamento.

In particolare con questa politica il padronato ha puntato a realizzare tre obbiettivi fondamentali:

- favorire la crescita del blocco reazionario oggi al potere e delle sue componenti interne o parallele piú fasciste nella prospettiva di ristabilire il
controllo della situazione nelle fabbriche e nel paese;

- smorzare le spinte rivoluzionarie ed indirizzare in senso social-pacifista il movimento delle lotte maturato in questi anni, prospettando lo
spauracchio del "salto nel buio";

- screditare le organizzazioni rivoluzonarie e addebitare alla sinistra provocazioni antioperaie e fasciste, secondo gli schemi degli opposti
estremismi e dell'equivalenza di ogni manifestazione di violenza.

Il nostro impegno nelle fabbriche e nei quartieri è stato fin dall'inizio quello di organizzare l'autonomia proletaria per la resistenza alla
controrivoluzione in atto ed alla liquidazione delle spinte rivoluzionarie tentata dagli opportunisti e dai riformisti.

Organizzare la resistenza e costruire il potere proletario armato seno le parole d'ordine che hanno guidato e guidano il nostro lavoro
rivoluzionario. Cosa ha a che fare col "terrorismo" tutto questo?

4. Qual è dunque il filo conduttore del vostro intervento in questa fase?



Con la costruzione delle Brigate Rosse abbiamo voluto creare un polo strategico in grado di porsi almeno i piú urgenti tra i problemi sollevati

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capitolo 12

dal movimento di resistenza proletario.



Non abbiamo costruito un nuovo gruppo ma abbiamo lavorato all'interno di ogni manifestazione dell'autonomia operaia per unificare i suoi
livelli di coscienza intorno alla proposta strategica della lotta armata per il comunismo.

Oggi possiamo dire che il sasso scagliato ha mosso le acque: il problema dell'organizzazione proletaria armata è stato fatto proprio da tutto il
campo rivoluzionario.

Si tratta dunque di fare un passo avanti ed imporre nella lotta la linea di costruzione del potere proletario armato contro le tendenze militariste
o comunque errate.

MILITARISTA è la deviazione di chi pensa che attraverso l'azione armata intesa come fatto esemplare sia possibile "mettere in movimento la
classe operaia."

GRUPPISTA è la deviazione che attribuisce ad un nucleo di samurai la funzione ed i compiti della lotta armata.

Entrambe queste posizioni hanno un denominatore comune: la sfiducia nelle capacità rivoluzionarie del proletariato italiano.

Noi crediamo che l'azione armata sia solo il momento culminante di un vasto lavoro politico attraverso il quale si organizza l'avanguardia
proletaria, il movimento di resistenza, in modo diretto rispetto ai suoi bisogni reali e immediati. In altri termini per le Brigate Rosse l'azione
armata è il punto piú alto di un profondo lavoro di classe: è la sua prospettiva di potere.

Proprio per questo siamo convinti che per andare avanti sulla strada della lotta armata è ormai necessario svolgere un lavoro di unificazione
politica di tutte le avanguardie politico-militari che si muovono nella stessa prospettiva.

5. Intendete un lavoro di unità politica tra i gruppi?



I gruppi sono realtà del passato, sopravvivenze inadeguate allo sviluppo ulteriore del processo rivoluzionario.

L'unità che noi intendiamo costruire è quella di tutte le forze che si muovono nella prospettiva della lotta armata per il comunismo.

6. Potete essere piú precisi?



Nella sinistra non riformista operano in questo momento tre tendenze fondamentali:

- La prima è quella liquidazionista che dà per scontata la sconfitta politica della classe operaia e si prepara ad un lavoro di "partito" per gestire
il "riflusso" nel lungo periodo di crisi.
Coloro che portano questa tendenza pensano ad uno sviluppo organizzativo per linee interne ed identificano, operando una grossolana
semplificazione, la crescita del processo rivoluzionario con quella del proprio gruppo. Mentre il fronte padronale ha scelto la via "della guerra
civile strisciante," essi assestano la loro attività sul terreno dell'agitazione e della propaganda.

Da questo errore prende il via la riproposta di un modello terzinternazionalista che noi consideriamo una piatta ripetizione di un'esperienza
storica del movimento operaio già battuta in passato e senza fiato per l'avvenire.

- La seconda è quella centrista che pur non dando per certa la sconfitta politica della classe operaia imposta la sua iniziativa nel senso di una
serie successiva di battaglie mai ricomposte in un disegno unitario di una guerra. Questa tendenza è rappresentata dagli organismi autonomi di
fabbrica e di quartiere che esauriscono la loro esistenza nella tattica e si illudono di poter costruire sulla politica del "giorno per giorno" una
consistente alternativa strategica. In concreto il problema che questi compagni devono ancora risolvere sta tutto in questa domanda: "organismi
autonomi" oppure "organismi dello stato proletario"?

- La terza è quella della resistenza che non dà affatto per avvenuta la sconfitta della classe operaia.

È questa la tendenza che sa cogliere le forme nuove entro cui si muove l'iniziativa proletaria e lavora a proiettarle sul binario strategico della

lotta armata per il comunismo: sul terreno della guerra di classe rivoluzionaria. È su questa ultima tendenza che si appoggia prevalentemente la
linea di costruzione del potere proletario armato.

L'unità che intendiamo costruire è dunque in primo luogo quella di tutte le forze che compongono il campo della resistenza: forze che dal '45

pur ai margini delle linee ufficiali del movimento operaio hanno però sempre espresso la continuità delle spinte rivoluzionarie della classe

operaia e forze di piú recente tradizione che arricchiscono coi contenuti del '68 e del '69 il patrimonio dell'autonomia.

7. Sin qui non abbiamo sentito parlare del Partito comunista italiano. Perché?

Il Partito comunista è una grande forza democratica che persegue con coerenza una strategia esattamente opposta alla nostra. Non sembra né

utile, né importante continuare ad attaccarlo con raffiche di parole. Sul terreno rivoluzionario anche la lotta ideologica si appoggia alla capacità
di far vivere nella storia le proprie convinzioni politiche. Così siamo convinti che a misura in cui la linea della resistenza, del potere proletario

e della lotta armata si consoliderà politicamente e organizzativamente nel movimento operaio, gli elementi comunisti che ancora militano o
credono in quel partito sapranno certamente fare le loro scelte.

8. Quando parlate di resistenza in che modo considerate lo sviluppo delle forze rivoluzionarie al Sud?

Un progetto rivoluzionario in Italia è impensabile senza la partecipazione attiva dei proletari del Sud. Purtroppo le esigenze rivoluzionarie delle
masse meridionali sono attualmente distorte a causa del fallimento delle strategie riformiste. Temporaneamente la borghesia fascista è riuscita
ad egemonizzare strati popolari di alcune zone del Sud e ad organizzarne la "rabbia" intorno ad obbiettivi niente affatto rivoluzionari. Sta ora
alle forze operaie d'avanguardia del Nord riaprire il discorso di unità politica col Meridione. E' un compito urgente a cui dobbiamo dedicare la
massima attenzione per evitare che l'azione della borghesia nel Meridione si riversi contro la classe operaia del Nord.

9. Ma come è possibile lavorare in questo senso di fronte alla fragilità delle strutture politiche della sinistra nel Sud?

Nel Sud non mancano certo le spinte rivoluzionarie, anzi da un certo punto di vista esse esprimono livelli avanzatissimi. E la borghesia sa bene
che se saltassero i meccanismi di controllo sociale l'ondata rivoluzionaria avanzerebbe con molta decisione. Per questo lo stato, il governo ed i
padroni danno fiato al "meridionalismo" delle clientele fasciste e si assumono la responsabilità di una "tendenza eversiva" che di fatto è
eversiva solo in rapporto alle lotte operaie.

Ad aumentare la confusione contribuiscono poi le forze riformiste che, difendendo questo "stato democratico" che per il Sud è solo repressione
e sfruttamento, di fatto aiutano la destra a stabilire un'egemonia sulle forze proletarie che tendono a muoversi contro il sistema.

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capitolo 12

10. Stando cosí le cose, chi può dare l'avvio ad un'inversione di tendenza?

Meglio essere chiari: non certo quei gruppi intellettuali della sinistra meridionale che passano il loro tempo a studiare "le fasi dello sviluppo
capitalistico nel meridione" o "il divario storico tra Nord e Sud" che nel frattempo continua a crescere. Anche quei gruppi che hanno puntato
tutto sull'agitazione e sulla propaganda politica hanno poche probabilità di dare alle spinte rivoluzionarie ricorrenti uno sbocco strategico.

Per sbloccare la situazione occorre che si consolidi una avanguardia armata che sappia unire nella lotta contro i fascisti, le borghesie locali e gli
organi repressivi dello stato, la nuova classe operaia, i braccianti, i disoccupati ed il sottoproletariato.

11. Su quali terreni intendete sviluppare la vostra attività nel prossimo futuro?

Ci sono due tipi di attività che stiamo portando avanti di pari passo con continuità e decisione: il lavoro di organizzazione clandestina e il
lavoro di organizzazione delle masse.

Per lavoro clandestino intendiamo il consolidamento di una base materiale economica, militare e logistica che garantisca una piena autonomia
alla nostra organizzazione e costituisca un retroterra strategico al lavoro "tra le masse."

Per lavoro di organizzazione delle masse intendiamo la costruzione nelle fabbriche e nei quartieri popolari delle articolazioni dello stato
proletario: uno stato armato che si prepara alla guerra.

12. Potete chiarire quest'ultimo punto?



Il problema che dobbiamo risolvere è quello di far assumere alle spinte rivoluzionarie che vengono dal movimento di resistenza una
dimensione di potere.

Si richiede per questo uno sviluppo organizzativo a livello di classe che sappia rispettare i livelli di coscienza che li operano, ma sappiamo
nello stesso tempo unificarli e farli evolvere nella prospettiva strategica della lotta armata per il comunismo.

Le Brigate Rosse sono i primi nuclei di guerriglia che operano in questa direzione. Per questo intorno ad esse vanno organizzandosi i militanti
comunisti che pensano alla costruzione del partito armato del proletariato.

13. Quali criteri guidano il vostro intervento nello scontro di classe in questa fase?

Ci muoviamo su tempi lunghi, sappiamo che questa non è la fase della guerra e proprio per questo lavoriamo per crearne le premesse di
coscienza e di organizzazione: ecco il criterio. Tutte le nostre azioni tendono a questo risultato.

Un po' dovunque si verifica che il movimento di resistenza popolare si caratterizza per una generale volontà di scontro con la borghesia e per
un'altrettanto generale incapacità di praticarlo con efficacia sui terreni imposti. Il nostro intervento va nel senso di risolvere questa
contraddizione.

Non ricerchiamo il clamore delle azioni esemplari, ma insieme alle avanguardie proletarie impostiamo i problemi:

- della GUERRA AL FASCISMO che non è solo quello delle camicie nere di Almirante, ma è anche quello delle camicie bianche di Andreotti
e della Democrazia Cristiana;

- della RESISTENZA NELLE FABBRICHE per colpire i nemici, i sabotatori e i liquidatori dell'unità e della lotta operaia, per contendere
palmo a palmo l'iniziativa padronale che sulla sconfitta politica del movimento operaio vuol far passare qualche altro decennio di sfruttamento
e di oppressione;

- della RESISTENZA ALLA MILITARIZZAZIONE DEL REGIME che non vuol dire lottare per la difesa degli spazi democratici, ma per la
distruzione delle strutture armate dello stato e delle sue milizie parallele.

14. Un'ultima domanda: pensate ad uno sviluppo del processo rivoluzionario a livello nazionale o continentale?

Il conseguimento di una dimensione europea e mediterranea dell'iniziativa rivoluzionaria è un obiettivo importantissimo. Esso ci è imposto
dalle strutture sovranazionali del capitale e del potere. Lavorare per la sua maturazione vuol dire soprattutto sviluppare la guerra di classe nel
proprio paese, ma anche essere pronti a sostenere quelle iniziative concrete di appoggio o di lotta richieste dal movimento rivoluzionario e
comunista internazionale.

1. BRIGATE Rosse, gennaio 1973, pubblicato su "Potere Operaio," n. 44, 11 marzo 1973.
2. Ibidem.
3. "Potere Operaio," n. 44, 11 marzo 1973.
4. Ibidem.
5. "Lotta Continua," 15 febbraio 1973.
6. "Potere Operaio," n. 46, 25 marzo 1973.
7. "il Manifesto," 17 gennaio 1973.

SoccorsoRosso
Autori
Biblioteca Multimediale Marxista

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capitolo 13

13
L'attacco alla DC e al "fascismo in camicia bianca"
La "perquisizíone" all'UCID

Il mese di gennaio 1973 è dominato in tutta Italia dalle manifestazioni di antifascismo militante compiute in rísposta
al congresso del MSI programmato a Roma. Violenze di massa o dì avanguardia vengono compiute soprattutto a
Roma e a Milano.

La notte tra il 14 e 15 gennaio una bomba scoppia a piazza S. Babíla, noto ritrovo di fascisti. Altri ordigni
esplodenti vengono lanciati contemporaneamente contro sedi di organizzazionì di estrema destra (Avanguardia
Nazìonale, MSI, CISNAL). Le BR non condividono queste forme di lotta: sul terrorismo si sono già espresse;
quanto alla «violenza di massa" ritengono che non sia necessario "scatenare un'offensiva, inevitabilmente perdente,

sulla scadenza del congresso fascista perché questa scadenza è una trappola tesa da Almirante, dal PCI e da
Andreotti; perché la guerra al fascismo è reale nella misura in cui segue il ritmo imposto dai tempi di crescita del
potere proletario..." Coloro che hanno "pomposamente promosso `violenze di massa' [...] non hanno perso
l'occasione di dimostrare tutta la loro `capacità di valutazione politica' scambiando Andreotti per Tambroni e
fornendo in chiave di farsa la loro interpretazione del luglio 1960.[1]
Secondo le BR "per combattere il fascismo comunque esso si presenti è necessario sviluppare e rafforzare 1'
organizzazione proletaria armata che lotta per il comunismo.[2]

Per questi motivi ritengono importante far conoscere al movimento la sostanza del "fascismo in camicia bianca di
Andreotti," diverso da quello di Tambroni piú scoperto e ormai superato come ipotesi storica.

Per esprimere questi concetti le BR preferiscono far parlare direttamente le loro azioni.

Il 15 gennaio a Milano compiono un'incursione contro l'UCID (Unione cristiana imprenditori di azienda),
equivalente padronale delle ACLI, quasi a sottolinearne la natura intrinsecamente fascista: fondata 25 anni prima da
Gedda e da Togni, è tuttora saldamente legata alla destra DC.

Tre uomini mascherati con passamontagna, armati di mitra e pistole, irrompono alle 19,30 nella sede dell'UCID,
dove si trova solo il segretario Giulio Barana che è solito, secondo il "Corriere della Sera," trattenersi oltre l'orario
fisso. Vengono requisiti l'archivio degli iscritti con le schede personali e riservate, un taccuino con indirizzi e una
lettera intestata a Luigi Gedda.

Il commando traccia con vernice rossa delle scritte inneggianti alle BR sui muri "dove c'è un crocefisso e il ritratto
di Paolo VI," infine si allontana dopo aver incatenato il Barana al porta-asciugamani del gabinetto. Un volantino
lasciato sul terreno spiega i motivi dell'incursione:

Lunedí 15 gennaio 1973 alle ore 19 un nucleo armato ha perquisito la sede dell'Unione cristiana imprenditori dirigenti in via Bigli, 15,
rendendo all'impotenza i funzionari presenti e sequestrando documenti ed elenchi che quanto prima renderemo pubblici.

L'Unione cristiana imprenditori dirigenti è l'associazione collaterale della Democrazia cristiana che organizza i dirigenti e gli imprenditori
democristiani delle fabbriche di Milano.

E' qui che i fascisti in camicia bianca dell'Alfa Romeo, della SitSiemens, della Marelli ecc., mettono a punto il piano dell'attacco antioperaio.

È qui che il 28 novembre 1972 (subito dopo l'inizio della lotta dei metalmeccanici) è stato organizzato l'incontro col presidente della
Confindustria Lombardi per definire "la funzione dell'imprenditore nella nuova situazione economica e politica," cioè il modo migliore per
continuare a sfruttarci e per stroncare la lotta contrattuale appena iniziata. In questi ultimi mesi infatti la borghesia sta portando un massiccio
attacco alle condizioni di vita e alle forme di lotta dei proletari.

Questo attacco trova ancora una volta nella DC e nel suo governo Andreotti un meticoloso e spietato esecutore:

- i prezzi aumentano e la disoccupazione cresce sempre piú;

- in fabbrica la polizia attacca sempre piú ferocemente i picchetti e scioglie con la forza le assemblee operaie;

- con il "fermo di polizia," gli arresti indiscriminati vogliono impedirci qualunque forma di organizzazione e di resistenza. Mentre i fascisti
assassini di Almirante godono della piú assoluta impunità e gli viene addirittura permesso di riunirsi a congresso.

Con questa azione vogliamo dimostrare come la DC non sia soltanto lo strumento che per 30 anni ha sorretto fedelmente il potere dei padroni
ma sia essa stessa una mostruosa macchina di oppressione e di sfruttamento. Infatti oltre ai fascisti assassini di Àlmirante operano, ugualmente
pericolosi, i fascisti in camicia bianca di Àndreotti: coloro che in fabbrica ci controllano, ci schedano, ci licenziano, che fuori parlano di libertà
e di democrazia, ma che in realtà organizzano la piú spietata repressione antioperaia.

Contro tutti questi nemici i proletari hanno cominciato ad organizzarsi per resistere, riaffermando che risponderanno

http://www.bibliotecamarxista.org/soccorso%20rosso/capitolo%2013.htm[07/11/2014 11:19:10]
capitolo 13

Al sopruso con la giustizia proletaria



Alla violenza dei padroni con la lotta rivoluzionaria degli sfruttati.

Contro i fascisti assassini di Almirante

Contro il fascismo in camicia bianca della DC di Andreotti I proletari costruiranno la resistenza armata!


Per il comunismo

BRIGATE ROSSE

Un centinaio di volantini simili vengono diffusi anche alla FIAT Mirafiori. Un ciclostato di tre fogli (Bilancio della
perquisizione) viene inviato alla stampa quotidiana.

Il primo ad arrivare sul posto è il sostituto procuratore Guido Viola. Resta perplesso sull'autenticità della firma:
certo, come stile sono loro, ma pare poco credibile che compiano un'azione, nel momento in cui hanno 30 compagni
in libertà provvisoria, 10 latitanti, e 2 capi in attesa di scarcerazione che "debbono rispondere di reati ben precisi di
fronte alla GIUSTIZIA." Possibile che non si rendano conto di peggiorare la loro situazione?

I tre sindacati, unitariamente, emettono un duro comunicato in cui si parla di impresa criminale inquadrata nella
strategia della tensione, e si conclude con la considerazione che il mascherarsi dietro etichette politiche non
giustifica la criminalità.

"L'Unità" dà abbondante rilievo all'accaduto; un titolo a tre colonne annuncia: GRAVI PROVOCAZIONI A
MILANO PER RICREARE UN CLIMA DI TENSIONE. Dopo aver ricordato che il Barana è padre di 6 figli,
conclude ammonendo che "in vista del congresso fascista di Roma maggiore deve essere l'unità antifascista per
combattere e vincere le forze eversive.”[3]

Il Partito liberale prende la parola per richiedere maggiori mezzi per coloro che difendono la legge, individuati in
polizia e CC.

L'UCID sottolinea l'alta funzione che essa stessa rappresenta per i "valori perenni del messaggio cristiano che danno
una dimensione unica e inconfondibile agli eventi umani.[4]

Un odg di esecrazione viene votato all'unanimità dalla giunta comunale milanese.

L"`Avanti!," che ignora l'episodio, viene seguito nel silenzio da "Avanguardia Operaia."

Il "Manifesto," che per la prima volta dà un qualche rilievo alle BR, finisce col mettere in dubbio la loro stessa
esistenza: "CHE COSA VERAMENTE CERCAVANO NELLA SEDE DEGLI IMPRENDITORI CATTOLICI
GLI INCURSORI MASCHERATI DA BRIGATE ROSSE" è il titolo di un articolo in cui si afferma che "persino
gli inquirenti dubitano che il commando [...] appartenga alle BR. Senza dire dei dubbi che già da tempo esistono
sulla stessa esistenza delle BR [...]. Anche la tecnica usata dal commando appare diversa da quella delle BR ... “[5]

"Lotta Continua," dopo aver preso lo spunto da questa azione per polemizzare con "il Manifesto" sul tema della
violenza, finisce col criticare le "velleità delle BR":

I dottorini del "Manifesto" [...] ci accusano di compiacerci dello "scontro fisico." L"'Unità" almeno è coerente: chiama provocatoria qualunque
violenza, perché ha paura della violenza di massa [...]. Il "Manifesto" è ridicolo: se la piglia con la violenza in nome della "violenza di massa la
sola rivoluzionaria." Se la lotta di classe fosse un torneo cavalleresco avrebbe senso dichiarare che l'unica violenza accettabile è quella di
massa. Poiché la lotta di classe è una lotta feroce, in cui il nemico non rinuncia ad alcuna arma, per criminale e vigliacca che sia, dire belle
frasi sulla violenza di massa è solo un modo per esprimere il proprio pavido opportunismo [...]. Noi guardiamo alle azioni militanti per
sostenerle quando rispettano e praticano questo corretto rapporto, per criticarle quando sono sbagliate. Ben prima di ricorrere all'accusa di
provocazione, noi valutiamo il significato e l'esito politico di ogni avvenimento rispetto al cammino centrale della lotta di massa. Al fondo di
molte azioni sbagliate e dannose c'è, ben piú spesso della cosciente provocazione, un grave errore politico, e soprattutto una mancata
comprensione della forza e della coscienza di massa, una tendenza a sostituirle. Sulla base di questo giudizio noi critichiamo oggi alcune
azioni, cosí come critichiamo radicalmente, per quello che ne conosciamo, le velleità delle Brigate Rosse. Ma niente abbiamo a che spartire
con l'opportunismo che mira a disarmare le masse perché ne ha paura.[6]


Un mese dopo, LC ritornerà diffusamente sull'azione contro l'UCID ribaltando la propria posizione rispetto a quella
assunta a proposito del sequestro Macchiarini:

Le BR hanno deciso di scendere in campo con una "azione esemplare" che non aveva neppure l'intenzione di inserirsi nel quadro generale ma
che aveva esplicitamente la pretesa di indicare la "giusta via della lotta armata" di contro a tutte le altre "deviazioni politiche." Animate da
questa donchisciottesca intenzione, le BR non solo - come è ovvio - criticano (giustamente) "la strada del terrorismo" ma nel loro splendido
isolamento [...] mettono nello stesso calderone le bombe [...] e le "violenze di massa," con il quale termine vengono indicate le manifestazioni
di piazza e l'autodifesa militante nei confronti delle provocazioni poliziesche. Ad un tale incredibile polpettone non erano mai arrivati neanche

i revisionisti! [...] E tanto piú grave e farneticante è tutto questo, quando si giunge perfino a ridicolizzare bassamente il confronto storico e
teorico con le diverse caratteristiche della rivolta spontanea di massa del luglio 1960 contro i fascisti e il governo Tambroni [...]. Ma arrivano
piú in là e peggio [...] quando premettono un'autoesaltazione della "perquisizione" all'UCID come l'unica e autentica iniziativa comunista presa
in questa fase di lotta.[7]

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capitolo 13

L'azione contro l'UCID assume un rilievo particolare nella storia delle BR, perché segna l'inizio dell'attacco diretto
alla Democrazia cristiana, di cui si vuole rivelare il volto fascista. Altre azioni seguiranno, con lo stesso obbiettivo,
per es. quella contro il Centro Sturzo di Torino, e l'altra a Milano contro il democristiano di destra De Carolis. Un
violento attacco contro la DC sarà pure contenuto nel comunicato relativo alla liberazione di Curcio.

II sequestro Mincuzzi

Tra le schede individuali requisite durante l'incursione all'UCID, c'è anche quella di un oscuro dirigente dell'Alfa,
l'ingegner Michele Mincuzzi, specialista in "organizzazione del lavoro," che viene sequestrato dalle BR il 28 giugno
1973 nel corso di un'azione strettamente collegata con 1' attacco alla sede degli imprenditori cattolici e inquadrata
nella lotta contro "il fascismo in camicia bianca."

La situazione politica nel giugno 1973 è tesa. A livello di governo va registrata la crisi del centro-destra di
Andreotti, abbattuto dalla lotta operaia e la ricomposizione del capitale attorno ad un governo di centro-sinistra. In

fabbrica è da poco concluso un accordo aziendale da molti ritenuto un autentico "bidone."

La meccanica del rapimento è quella solita: verso le ore 20,30, mentre si accinge a scendere dalla sua autovettura,
l'ingegner Mincuzzi viene circondato da un commando, e dopo una breve colluttazione, viene sospinto dentro un
furgoncino e incappucciato.

Giunto in aperta campagna viene fatto scendere e sottoposto ad un "processo proletario." Il "giudice," a detta di
Mincuzzi, si mostra ben informato sull'organizzazione del lavoro in fabbrica: tempi, ritmi, proprio la materia di cui
si occupa l'ingegnere. Alle domande incalzanti sulla ristrutturazione, il lavoro di gruppo, la possibilità di diminuire
lo stress, cosí risponde il "detenuto": "Ho sempre creduto in una società in cui non ci siano privilegi, in cui a tutti
siano offerte le stesse possibilità. Soltanto che poi, i migliori debbono emergere nell'interesse della collettività."[8]

Ad un certo punto, dato che l'ingegnere è sofferente di cuore, un "giudice" si offre di fargli un massaggio al petto.
"Sono stati molto gentili, sono sicuro che non avevano alcuna intenzione di farmi del male" dirà piú tardi Mincuzzi.

Finito il breve interrogatorio, viene rilasciato nei pressi della fabbrica, a suo dire "molto delicatamente." Ha addosso
un cartello: BRIGATE ROSSE - MINCUZZI MICHELE DIRIGENTE FASCISTA DELL'ALFA ROMEO -
PROCESSATO DALLE BRIGATE ROSSE. NIENTE RESTERA IMPUNITO - COLPISCINE UNO PER
EDUCARNE CENTO - TUTTO IL POTERE AL POPOLO ARMATO - PER IL COMUNISMO.

Un volantino, lasciato sul terreno, spiega i motivi dell-arresto":

Giovedí 28 giugno 1973 alle ore 20 un nucleo armato delle BRIGATE ROSSE ha prelevato, interrogato e processato MINCUZZI MICHELE,
dirigente dell'Alfa Romeo.

Per capire chi effettivamente sia costui iniziamo con alcune sue frasi celebri:

"L'appiattimento delle categorie è contro natura" "L'egualitarismo è disumano"
Queste frasi sono il perno dell'impostazione politica dei corsi di addestramento per dirigenti intermedi che tiene periodicamente in fabbrica.

MINCUZZI non si accontenta di essere maestro degli aguzzini che ci impongono i ritmi e i tempi infernali ai quali siamo sottoposti all'Alfa,
ma impartisce i suoi insegnamenti fascisti anche ai dirigenti di altre fabbriche, tenendo corsi all'UCID (Unione cristiana imprenditori dirigenti).

In fabbrica è uno dei massimi responsabili della Direzione della produzione (DIPRO), ed è lui che dirige l'organizzazione dei tempi e dei ritmi
delle linee.

È sempre lui che decide e controlla i passaggi di categoria. Per le sue "alte qualità" è ritenuto all'Alfa un "esperto" nelle questioni sindacali e ne
rappresenta gli interessi nelle vertenze e nelle contrattazioni.

Siamo in molti a ricordare la sua attiva collaborazione al CONTROSCIOPERO dei dirigenti per il "diritto al lavoro" e contro la "violenza" che
ci ha fatto finalmente conoscere chi sono realmente i nostri padroni di stato.

E c'è da credere alla sincerità dei suoi sentimenti "contro ogni violenza" visto che il 2 dicembre 1971 non ha esitato un attimo a sfondare con la
propria auto un picchetto, in accordo con la polizia che successivamente ha caricato gli operai.

Anche piú recentemente MINCUZZI si è distinto nelle manovre che la direzione ha posto in atto contro l'autonomia operaia e le sue forme di
lotta, come i cortei interni, gli scioperi a scacchiera ecc.

L'ultimo fatto poi (1.000 operai sospesi in seguito allo sciopero della Verniciatura), dimostra che i nostri padroni di stato hanno intenzione di
essere all'avanguardia della repressione antioperaia.

MINCUZZI è dunque un gerarca in camicia bianca, è della stirpe dei MACCHIARINI e dei tanti altri che nelle fabbriche private e statali
cercano di far pagare la crisi agli operai usando gli strumenti del ricatto e del carovita, del terrorismo, della provocazione, in una parola della
violenza antioperaia.

Il gerarca MINCUZZI ha molti soci dentro e fuori la fabbrica. Uno di questi è PIERANI LUIGI della Direzione del personale, che pur agendo
nell'ombra è tra i piú accaniti esecutori della repressione padronale...

PIERANI, a quanto pare, è talmente cosciente della sua funzione che si fa scortare dal "gorilla" di turno che gli passa la questura e fa tenere
costantemente sotto controllo la sua abitazione da un paio di auto civetta.

PIERANI non ha capito una cosa, che se i padroni hanno la memoria lunga, i proletari hanno una pazienza smisurata, e che alla fine niente
resterà impunito.

Compagni, [...] impariamo a conoscere ad uno ad uno i nostri nemici, a controllarli e a punirli ogni qualvolta si rendono direttamente
responsabili di iniziative antioperaie...

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capitolo 13


Le politiche terroristiche dei padroni camminano con piedi ben definiti e sono quelli dei nostri dirigenti e dei nostri capi. Questa è la premessa
per andare avanti sulla strada aperta con le lotte del '69-73, per sviluppare i temi della guerra all'organizzazione capitalistica del lavoro e della
resistenza alla ristrutturazione antioperaia, per consentire al movimento di massa di avanzare nella lotta per una società comunista.

Lotta armata per il comunismo.


BRIGATE ROSSE[9]

Si vuole far dire a Mincuzzi che i rapitori sono fascisti. Il "Corriere della Sera," che è il piú malizioso di tutti, gli
domanda se sia possibile che i discorsi del "giudice" mascherino posizioni di destra. "Se è cosí, il mio interlocutore
non si è mai tradito"[10] risponde Mincuzzi.

"Ora a Milano," commenta amaramente il "Corriere," "abbiamo anche un Tribunale Volante che sequestra e
giudica. Un Tribunale di cui non si sa nulla e che domani potrebbe ricomparire e imporre le sue leggi di violenza."

Si tratta di un "ennesimo episodio di violenza inserito nell'atmosfera tesa di una città turbata" che è servito "per
montare le tensioni di questi giorni. La condanna perciò non ammette alcuna differenziazione, sia che gli esecutori
appartengano alle frange di sinistra, sia che vengano invece dalla parte opposta."[11]

"Indaghiamo in tutte le direzioni" dichiara il dottor D'Alessio, magistrato accorso sul posto, "in particolare sulle BR
e sui Giustizieri d'Italia."[12]

La stessa tesi, degli opposti estremismi, viene ripresa dall"'Avanti!" che la integra con la teoria della
criminalizzazione della politica. Il quotidiano socialista riserva all'episodio l'onore di un corsivo a due colonne in
prima pagina. In esso si stabilisce anche una distinzione tra estremismo che si muove contro la legge ed estremismo
"legale":

I partiti di centro-sinistra sono riusciti a trovare un accordo [...] 1 sindacati e le forze della sinistra sembrano trovare con la parte piú moderna
del mondo imprenditoriale un terreno minimo di discussione per bloccare la crisi economica [...]. Mentre dunque il clima tende a rasserenarsi
[...] ecco il rapimento di un ingegnere dell'Alfa Romeo [...]. Ci troviamo di fronte ad un colpo di coda di chi ad un clima di tensione non vuole
rinunciare [...] I rapitori potrebbero definirsi "Brigate Rosse," credendosi davvero di "sinistra." Ed anche in questo caso il discorso deve essere
molto chiaro [...]. Esistono [...] estremisti di sinistra, nei cui confronti c'è da parte dei socialisti il piú chiaro dissenso, ma anche la volontà di
difenderli da ogni repressione indiscriminata purché agiscano nell'ambito delle libertà politiche garantite dalla Costituzione [...]. L'etichetta di
sinistra non sarebbe invece da accettare per chi avesse fatto della violenza e del delitto il suo strumento di lotta [...]. Con i gruppi
extraparlamentari c'è ampio dissenso, c'è lotta politica. Per chi abbia preso la strada della violenza, c'è soltanto il codice penale. I banditi
possono infatti definirsi come credono, ma l'opinione pubblica e le forze democratiche li definiranno sempre banditi [...]. Una moderna

democrazia europea non ha posto per aspiranti colonnelli, né per apprendisti tupamaros"[13]

È questa la prima presa di posizione complessiva del PSI sulle BR: in essa, come si vede, c'è di tutto, dalla strategia
della tensione, agli opposti estremismi, alla criminalizzazione della politica.

Ma l'aspetto piú interessante è senza dubbio il parametro fornito per distinguere i gruppi di sinistra da quelli di
destra: quelli che violano il codice penale sono tutti di destra. È, come si vede, un parametro talmente largo da
includere gli stessi socialisti, o per lo meno quei militanti di base, i quali, almeno una volta si sono trovati a fare un
picchetto, un corteo interno, un'occupazione, un blocco stradale, attività tutte punite, come è noto, dal codice penale
fascista Rocco - Mussolini.

È interessante anche la distinzione nell'ambito della sinistra extraparlamentare tra buoni e cattivi, che anticipa di
quasi due anni la posizione del PCI espressa da Berlinguer nel marzo 1975.

Con questa distinzione il PSI risponde, indirettamente, ad un articolo di LC di cui accoglie la prima delle due tesi,
dandone una propria interpretazione: "È fuor di dubbio che il metodo della provocazione non può avere altra
matrice che quella reazionaria, e che le forze rivoluzionarie si collocano sul terreno opposto, sul terreno della lotta
di massa, della sua autonomia, della sua coscienza, della sua organizzazione."[14]

Dure condanne si hanno anche da parte dei sindacati e dell'Associazione lombarda dirigenti d'azienda (ALDAI). La
federazione milanese CGIL-CISL-UIL condanna gli "organizzatori dell'incivile e banditesco atto che [...] non solo è
al di fuori della tradizione operaia rispettosa delle libertà individuali [...], ma si pone in netta antitesi con gli
obiettivi e gli interessi del mondo del lavoro."[15] La ALDAI "richiama ancora una volta l'attenzione dell'opinione
pubblica sull'assurdo scatenarsi e ripetersi di aggressioni ideologiche e fisiche ai danni dei lavoratori subordinati
aventi qualifica dirigenziale [...], riconosce in questo nuovo proditorio attentato la volontà di rompere quelle
conquiste e quegli equilibri faticosamente raggiunti all'interno delle fabbriche, dopo lunghe lotte di tutti i
lavoratori."[16]

Per il PCI si tratta di una "banditesca organizzazione che agisce con metodi delinquenziali il cui scopo è quello di
alimentare la strategia della tensione." L"`Unità" continua, buttando, a caso, un larvato accenno, comprensibile solo
agli "iniziati," su presunti collegamenti tra le BR e i servizi segreti israeliani: "Nel cartello è disegnata una vistosa
stella rossa che però non ha cinque punte, ma sei: si tratta cioè di una stella di Davide [...], gli autori della criminale

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capitolo 13

impresa hanno dunque confuso un simbolo comunista con un simbolo israeliano..."[17]



Il "Manifesto," per il quale il silenzio è d'oro, tace pudicamente l'accaduto. Non cosí "Avanguardia Operaia," la
quale non ha alcun dubbio che si tratti di una provocazione, messa in atto da agenti della strategia della tensione.
Dopo aver lamentato che "nessuno" dei brigatisti arrestati l'anno prima "è rimasto dentro" perché facevano "piú
comodo fuori," continua rilevando che "costoro hanno preparato il colpo proprio mentre era in corso una lotta
all'Alfa, sperando di riuscire a far apparire le due cose collegate."[18] Con quest'ultimo argomento, viene
evidenziata come provocatoria una circostanza, la lotta in fabbrica, la cui assenza, invece, solo un anno prima era
stata motivo di dure critiche (in relazione al sequestro Macchiarini: "il sequestro giunge improvviso, alla Siemens
non c'è lotta in questa fase. Il gesto è del tutto dimostrativo e pare fatto apposta per avere titoli scandalistici...").[19]

Giunge la condanna anche da parte di LC la quale fornisce tuttavia un giudizio piú articolato e meditato: gli
elementi comuni di queste azioni sono il

carattere appariscente e plateale, la mancanza di ogni rapporto con le esigenze, della lotta operaia [...]. La tendenza di questo gruppo a eludere il
compito impegnativo dell'organizzazione, per sostituirsi alle masse con azioni "esemplari" del tutto slegate dai modi e dalle scadenze della
lotta [...]. La classe operaia ha dimostrato in questi anni e ancora in questi mesi, di avere le sue armi - che sono l'organizzazione, la lotta di
massa per il salario e contro l'organizzazione capitalistica del lavoro - per combattere su questo terreno. Se l'iniziativa di avanguardia è il
logico e necessario completamento della lotta di massa per un marxista, il terreno su cui essa va esercitata deve saper fare i conti con i bisogni
che la classe operaia esprime - e con quelli che invece non esprime - nel corso della sua lotta. [In conclusione questa azione] si inserisce molto
bene [...] in una catena di episodi attraverso cui, specialmente a Milano, si è cercato di rilanciare la strategia della tensione.[20]

Come si vede, è ormai lontana da LC non solo la linea Macchiarini, ma sembrano dimenticate anche le
argomentazioni portate, in polemica con "il Manifesto," nell'articolo a proposito dell'UCID sul problema della
violenza, in cui peraltro si condannavano le BR.

L'unico gruppo "storico" a dare il pieno appoggio alle BR è Potere Operaio. Si è colpito con Mincuzzi l'intera
organizzazione di fabbrica dice un articolo a tutta pagina. Per Potere Operaio le "serrate discussioni" fatte tra
compagni confermano che l'iniziativa armata è attuale. Il lavoro che va fatto è "collegare la lotta di massa a queste
iniziative, privarle del loro contenuto 'giustizialista,' rilanciarle come pratica d'attacco in cui si riconosce un intero
strato di classe che oggi fa sua la parola d'ordine del rifiuto del lavoro."

L'organo di PO imbastisce poi una polemica violenta e dai toni sprezzanti con LC cui rimprovera "l'essersi allineata
al Manifesto."

Il voltafaccia viene evidenziato dalla riproduzione fotografica su una pagina di "Potere Operaio del Lunedí" di due
articoli di LC, messi in contrapposizione e illustranti il primo il "sequestro Macchiarini," il secondo il "rapimento
Mincuzzi." L'articolo di LC su Mincuzzi, intitolato Frutti di stagione viene da PO parafrasato in Opportunismi di
stagione:

Dispiace che i compagni di LC, in bella compagnia col solito "Manifesto" e altri non meglio identificati, siano allineati col vasto fronte della
stampa borghese e riformista, per liquidare in modo fin troppo frettoloso e infastidito, seppure con accenti diversi dentro una generale e ferma
ripulsa, l'ultima azione delle BR, il sequestro dell'ingegnere Mincuzzi, sino a ieri clandestino segnatempi dello sfruttamento operaio alla catena
di montaggio dell'Alfa Romeo di Milano [...] Non abbiamo il problema di difendere dei compagni che non hanno bisogno di essere difesi, o di
offrire loro, da parte nostra, un salvacondotto di appartenenza all'area della sinistra rivoluzionaria che già essi hanno dimostrato di possedere a
buon diritto...

Va detto subito che la pratica delle BR cerca di dare una risposta in termini di attacco, come pure noi tentiamo, alle lotte degli operai delle
grandi fabbriche che hanno spinto in un budello molto stretto la possibilità capitalistica di risposta, che però è una possibilità che esiste e che

già si vede funzionare nel progetto di distruzione delle emergenze politiche operaie attraverso un processo generale di riorganizzazione del
lavoro.

È proprio su questo passaggio, sulle sue articolazioni, che si è accentrata l'iniziativa di massa degli operai, scoprendo al loro interno gli

obbiettivi e le forme di lotta che lo attaccano e ne rendono precaria la realizzazione.

Che altro è l'assenteismo, il sabotaggio, il corteo violento, la punizione quotidiana dei capi [...], se non la pratica materiale che sottrae la
ristrutturazione dalle mani del padrone sul suo stesso terreno, quello del comando?...

Lotta Continua per giustificare la propria scelta di un diverso referente di organizzazione (in particolare i delegati della sinistra sindacale) si
inventa che il movimento è in una situazione troppo difficile, che è necessario attestarsi sulla difensiva, il che è come dire che ci si deve
fermare a due passi dalla sconfitta...
Quelli che devono essere messi in risalto. sono alcuni elementi che per certi compagni, imprudenti o forse sprovveduti, nella nostra stessa
organizzazione erano serviti per fondare un giudizio positivo del livello teorico su cui si fonda la pratica politica delle BR.

Parliamo della liturgia del "processo" e della "giustizia proletaria," cose che si collocano in un ambito povero, di fiato corto... Intendiamo dire

che se il Mincuzzi fosse stato un sincero democratico piuttosto che quel fascista che è, non per questo sarebbe stato ingiusto colpirlo.
Personalizzare un nemico può essere utile, ma diventa dannoso, e porta confusione, caricando di contenuto ideologico, o peggio morale,
funzioni di comando che per se stesse sono astratte e interscambiabili. Questa pratica giustizialista va corretta..[21]

Ma la voce di PO è debole e isolata. Il concentrarsi della repressione statale su questo gruppo, fattasi violentissima
dopo l'incendio di Primavalle, e, per ultima, una singolare forma di scomunica da parte di LC (il rifiuto quasi

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capitolo 13

sistematico di partecipare a manifestazioni, assemblee, firmare volantini insieme a PO) sono il fattore dinamico per
le lacerazioni, già in atto, all'interno di questa organizzazione: molti militanti di PO confluiscono nelle file
dell'autonomia operaia. La sigla PO scompare quasi del tutto.

1. Dall'opuscolo Guerra ai fascisti, dicembre 1972, parzialmente pubblicato su "Lotta Continua," 15 febbraio
1973.
2. Ibidem.
3. "l'Unità," 16 gennaio 1973.
4. "Corriere della Sera," 24 gennaio 1973.
5. "il Manifesto," 12 gennaio 1973.
6. "Lotta Continua," 17 gennaio 1973.
7. "Lotta Continua," 15 febbraio 1973.
8. "Corriere della Sera," 30 giugno 1973.
9. Fotocopia prima pagina sul "Borghese" n. 33-34, 20 agosto 1975; stralci nel "Corriere della Sera," 30 giugno
1973.
10. "Corriere della Sera," 30 giugno 1973.
11. Ibidem.
12. "l'Unità," 30 giugno 1973.
13. "Avanti!," 30 giugno 1973.
14. "Lotta Continua," 23 giugno 1973.
15. "Corriere della Sera," 30 giugno 1973.
16. "Corriere della Sera," 1 luglio 1973.
17. "l'Unità," 30 giugno 1973.
18. "Avanguardia operaia," n. 26, 6 luglio 1973.
19. Da noi già citato a proposito del sequestro Macchiarini in "Avanguardia Operaia," 25 marzo 1972.
20. "Lotta Continua," 30 giugno 1973.
21. "Potere Operaio del Lunedí," n. 61, 16 luglio 1973.

SoccorsoRosso
Autori
Biblioteca Multimediale Marxista

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capitolo 14

14
La crisi energetica e l'austerity. Il sequestro Amerio
Nell'autunno 1973 vengono al pettine i nodi della crisi del capitale monopolistico internazionale. Attaccato
congiuntamente dalle lotte di liberazione nazionale dei popoli d'Africa, Asia, America latina, da quelle dei paesi
emergenti che vogliono imporre nuovi rapporti di forza, dalla lotta di classe dei proletari i quali nel cuore della
metropoli capitalistica chiedono piú potere e piú salario, l'imperialismo si trova di fronte alla piú grave crisi
economica dopo quella del 1929.

Il conflitto arabo-israeliano di ottobre, la cosiddetta guerra del petrolio, con il conseguente aumento del prezzo del
greggio, non fa altro che accelerare i tempi della storia.

Lungi pertanto dall'essere il risultato di una bizzarria degli sceicchi, la crisi trae origine dall'impossibilità, da parte
del capitale, di sanare le contraddizioni che esso stesso produce. Collocata nella sua dimensione mondiale, la crisi
colpisce in maniera particolare alcune aree geopolitiche. In una di queste, il Mediterraneo, teatro diretto della guerra
del petrolio, si registra la decomposizione di due pilastri della NATO: i colpi portati dalle lotte degli studenti greci e
dalle vittoriose guerre di liberazione dei popoli africani rendono agonizzanti i già marcescenti regimi fascisti greco e
portoghese.

L'Italia, al centro di questa area, è forse il paese dove le contraddizioni sono piú acute: il settore metalmeccanico,
quello piú colpito in tutto il mondo dalla crisi, ha qui una funzione trainante per l'intera industria. Nello stesso
tempo il movimento operaio è combattivo come in nessun altro paese d'Europa. Le risposte date nel nostro paese
dalla borghesia all'inflazione strisciante (blocco imperfetto dei prezzi e "cento giorni") hanno portato ad un
miglioramento solo fittizio: in realtà la cosiddetta "ripresa drogata" non ha fatto altro che ritardare di qualche mese
la crisi aggravandola.[1]

La collocazione geopolitica e le nuove condizioni venutesi a creare, fanno dell'Italia il paese chiave per il
mantenimento di un sia pur traballante equilibrio americano nel Mediterraneo.

L'imperialismo non può permettersi scossoni. Il suo obiettivo si salda perfettamente con quello della borghesia
nazionale: far pagare la crisi agli operai; salari piú

bassi, prezzi piú alti, piú lavoro, piú disciplina. Terminato il "blocco," si assiste ad un aumento selvaggio dei prezzi
dei beni di prima necessità: olio, farina, zucchero, pane, pasta, ecc. L'affitto di una casa porta via ormai metà dello
stipendio.

Il governo vara, a novembre, il decretone dell'austerità; oltre all'aumento del prezzo della benzina e del gasolio da
riscaldamento, viene imposta una sorta di coprifuoco: cinema, bar, locali pubblici, devono chiudere poco dopo il
tramonto. Il termine dei programmi televisivi viene anticipato. Il razionamento del cherosene tiene al freddo i
proletari, ma è soprattutto il divieto di circolare in automobile nei giorni festivi che ha l'effetto psicologico piú
incisivo, perché induce a cambiare abitudini.

La sostanza del decretone sta tutta nel terrorismo psicologico. L'operaio deve essere calato in un'economia di guerra,
deve avere freddo, non si deve divertire, deve essere piegato, mortificato. Solo in questo clima da "Caporetto"

l'italiano potrà essere addomesticato a non sprecare energie per fare sciopero, a non perdere tempo per ammalarsi, a
non mettersi in mutua. E poi, in fondo, se si vuole avere l'illusione di essere "uguali" basta pensare che la domenica
perfino il Papa, dando il buon esempio rinuncia all'automobile, e si accontenta di fare un giro in carrozza. Per fare
accettare questa serie di provvedimenti, Agnelli mobilita l'esercito dei suoi pennivendoli. I corifei della borghesia,
ancora una volta, danno prova della loro miseria professionale e morale, esaltando i valori perduti del bel tempo
antico, la povertà, la modestia, lo spirito di sacrificio, la poetica bellezza delle gite in bicicletta...

I provvedimenti restrittivi faranno "riscoprire il valore perduto della parsimonia e il gusto d'antichi e semplici
piaceri" canta "La Stampa."

Il milanese "Corriere della Sera," piú pratico, dà consigli utili alle massaie: "fare la doccia invece del bagno per
risparmiare, spegnere le luci superflue, tenere il rasoio di sicurezza nell'acool denaturato" per far durare di piú le
lamette. Mentre Rumor ammonisce con tono grave e solenne in uno storico appello televisivo alla nazione "dove
basta una lampada, cerchiamo di non usarne due," il quotidiano fascista "Il Tempo" organizza festose e spensierate
manifestazioni in bicicletta per Roma.

Ma per far pagare la crisi ai proletari, occorre attuare prima di tutto la "ristrutturazione produttiva" e buttare a mare
il nuovo modo di fare l'automobile a cui, del resto, non crede piú nessuno.

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capitolo 14


Il problema centrale è quello di mettere a tacere l'insubordinazione operaia. Per raggiungere questo obbiettivo
Agnelli ha bisogno dell'aiuto del governo, dei sindacati, dei partiti. Dal governo, Agnelli conta di avere facilitazioni

per gli investimenti nel Mezzogiorno, per ingenti commesse statali, per una forte espansione nei mercati arabi e
dell'est europeo. Alle organizzazioni sindacali prospetta "un disegno strategico" che le ponga come interlocutore

privilegiato per le principali scelte economiche. Quanto al Partito comunista, il flirt Agnelli-Amendola di Bologna
(convegno del Mulino) ha avuto uno sviluppo clamoroso: da alcune settimane, su "Rinascita," lo stesso Berlinguer,

in seguito a delle meditazioni sul golpe cileno, ha lanciato l'ipotesi del compromesso storico, cui il padrone della
FIAT strizza l'occhio.

Ma c'è qualcuno con cui il compromesso non è possibile. Contro il Partito di Mirafiori, contro i fazzoletti rossi, che
si staccano dai cortei interni per punire spie e crumiri, non c'è compromesso: bisogna bastonarli. Allora ecco che
Agnelli mobilita la sua centrale di spionaggio e terrorismo. Il regolamento di disciplina viene applicato con i criteri
piú estensivi possibili. In poche settimane, 250 licenziamenti, per troppa mutua o scarso rendimento, colpiscono le
avanguardie di lotta. Le multe e le ammonizioni non si contano:

A novembre, quando iniziano le trattative per il rinnovo del contratto aziendale, è chiaro a tutti che ci si trova di
fronte ad un banco di prova per questo disegno neocorporativo. Per questo motivo gli incontri si svolgono ad
altissimo livello: per la prima volta siedono al tavolo lo stesso amministratore delegato, Umberto Agnelli, e i tre
segretari confederali. Per fare pressione, il terrorista Agnelli ventila lo spettro della cassa integrazione.

A qualcuno, anche all'interno del governo, non sfugge il significato strumentale della manovra. In un articolo di
quattro colonne, in prima pagina, dal titolo: COSA C1 DIETRO LE MINACCE DI SOSPENSIONE ALLA FIAT,
l"`Avantil" osserva: "lo spauracchio della cassa integrazione aleggia sinistro [...] ci sono manovre poco chiare e
tutt'altro che raccomandabili" secondo le quali, in cambio della rinuncia alla cassa integrazione, Agnelli chiederebbe
il monopolio della distribuzione e dell'approvvigionamento del combustibile, 1-approvazione di un progetto per il
potenziamento dei trasporti su autobus e una forte incentivazione governativa per investimenti nel Mezzogiorno.[2]

La classe operaia di fronte a questi attacchi dà prova di smarrimento: scarsa la partecipazione ai primi scioperi.
CISNAL e SIDA rialzano la testa. Alla stessa sinistra sindacale manca una strategia complessiva da opporre alle

pretese padronali. Lo sciopero del 6 dicembre riesce solo al 25%. Dopo venti giorni dall'inizio delle trattative la
situazione è ancora stagnante.

Il 10 dicembre le BR sequestrano il cavalier Ettore Amerio.

Capo del personale FIAT, era stato indicato da Labate come il primo tra quelli che "si interessano affinché quegli
operai che noi [della CISNAL, N.d.R.] raccomandiamo, vengano assunti nelle sezioni FIAT.[3]

L'operazione ha luogo alle ore 7,30 presso l'autorimessa del dirigente: un gruppo di brigatisti, travestiti con tute
della SIP, scesi da un furgoncino lo prelevano e lo portano in un "carcere del popolo."

Il processo proletario verte sul fascismo FIAT, sui licenziamenti, la cassa integrazione. Durante la "detenzione" il
cavalier Amerio, la cui vita non viene mai messa in pericolo, collabora con i suoi carcerieri.

Il giorno stesso viene lasciato in una cabina telefonica un volantino nel quale si spiegano i motivi dell`arresto" e si
fissano le condizioni per il rilascio:
Lunedì 10 dicembre alle 7,30 del mattino un nucleo armato delle Brigate Rosse ha prelevato nei pressi della sua abitazione il cavalier Ettore
Amerio, capo del personale, gruppo automobili, della FIAT.

Egli attualmente è detenuto in un carcere del popolo. Qualunque indagine poliziesca può mettere a repentaglio la sua incolumità.

Il periodo di detenzione di questo artefice del terrorismo antioperaio dipende da tre fattori:

1. Il proseguimento delle manovre antioperaie (cassa integrazione, ecc.) di strumentalizzazione della "crisi" creata e gonfiata ad arte dalla

FIAT in combutta con le forze piú reazionarie del paese. Crisi che va nel senso di un mutamento reazionario dell'intero quadro politico.

2. L'andamento degli interrogatori attraverso i quali intendiamo mettere in chiaro: - la politica fascista seguita dalla FIAT nella sua offensiva
post-contrattuale contro le avanguardie autonome, l'organizzazione operaia dentro la fabbrica e le forme di lotta; - la questione dei
licenziamenti usati terroristicamente per piegare la resistenza operaia alle incessanti manovre di intensificazione 'del lavoro. Dovrà spiegarci, il
cavalier Amerio, la qualità e la quantità di questo attacco che solo negli ultimi mesi ha voluto dire l'espulsione dalla fabbrica di oltre 250
avanguardie; - l'organizzazione dello spionaggio FIAT piú attivo che mai, come dimostrano le motivazioni di alcuni recenti licenziamenti,
dopo l'affossamento delle indagini iniziate dal pretore Guarinello; - la pratica di assunzioni controllate dai fascisti attraverso la CISNAL e il
MSI, visto che proprio il segretario di quello pseudosindacato fascista (da noi arrestato e interrogato nel febbraio scorso) lo ha chiamato in
causa attribuendogli pesanti responsabilità.

3. La correttezza e la completezza dell'informazione che verrà data di questa azione in particolare e della nostra organizzazione in generale dai
giornali di Agnelli.

Compagni, quando "la paura" si afferma tra le larghe masse il padrone ha già vinto metà della guerra. Questa è la posta in palio nel gioco della
"crisi economica" a cui stiamo assistendo. Ma tutti sappiamo che in crisi non è tanto l'economia dei padroni, ma il loro potere. È la loro
capacità di sfruttamento, di dominio e di oppressione che è stata definitivamente scossa dalle lotte operaie di questi ultimi anni.

In questa situazione non siamo noi che dobbiamo avere paura, come non l'abbiamo avuta alla fine di marzo quando abbiamo issato, contro
padroni e riformisti, la bandiera rossa sulle piú grandi fabbriche di Torino.

In questa situazione dobbiamo accettare la guerra... Perché non combattere quando è possibile vincere?

Quello che noi pensiamo è che da questa "crisi" non se ne esce con un "compromesso." Al contrario siamo convinti che è necessario proseguire

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capitolo 14

sulla strada maestra tracciata dalle lotte operaie degli ultimi 5 anni e cioè:

Non concedere tregue che consentano alla borghesia di riorganizzarsi.

Operare nel senso di approfondire la crisi di regime. Trasformare questa crisi in primi momenti di potere proletario armato, di lotta armata per
il comunismo. Compromesso storico o potere proletario armato: questa è la scelta che i compagni devono oggi fare, perché le vie di mezzo
sono state bruciate.

Una divisione si impone in seno al movimento operaio, ma è da questa divisione che nasce l'unità del fronte rivoluzionario che noi
ricerchiamo.

Questa scelta, del resto, ci si ripresenta ogni giorno in fabbrica e fuori, posti come siamo di fronte all'aperta aggressione del padrone, del
governo e dello stato, e al deterioramento dei nostri tradizionali strumenti di organizzazione e di lotta.

Battere l'attendismo!

Dire no! al compromesso col fascismo FIAT! Accettare la guerra!

Queste tre cose sono oggi necessarie per andare avanti nella costruzione del potere proletario.

Creare costruire organizzare il potere proletario armato! Nessun compromesso col fascismo FIAT!

I licenziamenti non resteranno impuniti! LOTTA ARMATA PER IL COMUNISMO!

Torino 10 dicembre 1973



BRIGATE ROSSE.[4]

Cominciano ad arrivare le prime espressioni di sdegno contro le BR e solidarietà con il rapito. Si chiede di fare luce
sull'intera vicenda. Per la FLM di Torino "un fatto del genere rappresenta una provocazione di chiara marca fascista.
La FLM si augura che i responsabili vengano al piú presto individuati, anche per fare luce."

I dirigenti FIAT, con un telegramma "esternano il loro piú amaro sdegno [...] per il ripetersi di fenomeni criminosi
che hanno il chiaro obbiettivo di distruggere i principi di una civile convivenza e di scatenare l'odio di classe."

Da Roma il segretario della CGIL, Lama, rilascia una dichiarazione in cui si chiede una dura repressione:
"Chiunque si mette contro la legge, da qualunque parte pretenda di essere, deve essere rapidamente colpito e
punito."[5]

A qualcuno non sfugge la gravità di queste parole: se prese alla lettera significherebbero, da un punto di vista
pratico, una sconfessione di tutti coloro che, a volte incoraggiati dallo stesso sindacato, si sono messi contro la
legge, partecipando a cortei interni, picchetti ecc.; da un punto di vista teorico l'accettazione del diritto borghese e
del codice Rocco-Mussolini come neutro ed immutabile.
Mentre i giornali padronali fanno a gara nell'esaltare la figura del dirigente esemplare "venuto dalla gavetta," si
cominciano a scoprire alcuni interessanti particolari biografici. "Tutti confermano il ruolo di primo piano che
Amerio aveva all'interno di Iniziativa Sindacale, la sigla con cui nel '67 la FIAT tenta di sostituire la ormai
completamente smascherata SIDA [...]. Iniziativa Sindacale, cui promotore era Cavallo, già noto per

l'organizzazione fascista Patria e libertà e per i suoi precedenti di spia infiltrato nel PCI, viene sciolta nel '71 in
singolare coincidenza con la promozione di Amerio a capo del personale."[6]

Quanto alle rivelazioni di Labate, trovano un'indiretta conferma nelle parole del questore di Torino, Massagrande, il
quale ammette, con un certo imbarazzo, che tra il sindacalista fascista e Amerio c'erano "contatti..." "che riguardano
il lavoro."

"Il lavoro di assumere fascisti e di organizzare provocazioni antioperaie," commenta "Lotta Continua."[7]

Amerio viene descritto dalla stampa, che si commuove per la sua malattia di cuore, come un uomo tutto casa ed
ufFicio. Si cerca cosí di far nascere pietà e sdegno tra i suoi stessi operai.

Perfino i sindacati ne parlano come di un "interlocutore stimato unanimemente."

Tuttavia c'è anche chi come LC la pensa diversamente: "Difficile trovare, fra gli operai, commenti pietistici nei
confronti del rapito, del quale già le note di agenzia si preoccupano di informare che è malato di cuore. Si scopre
che sono tutti malati di cuore questi funzionari del capitale: eppure adottano tranquilli senza infarti e senza lacrime i
licenziamenti di rappresaglia, i trasferimenti punitivi, le minacce di lasciare senza lavoro decine di migliaia di
operai. Amerio tra gli operai è notissimo per la spregiudicatezza con cui tratta quest'armamentario. Ora è toccato a
lui, e non c'è nessuno che ci piange sopra, se non i suoi colleghi di sfruttamento."[8]

È ancora "Lotta Continua" che traccia le tappe principali della carriera di Amerio: "Già assunto come tecnico nel
1954, nel pieno della ventata repressiva voluta da Valletta per spezzare ogni residua capacità di risposta della classe
operaia fu promosso al servizio sindacale [...], per poi diventare, licenziamento dopo licenziamento, direttore del
personale."[9]

Mentre il procuratore capo di Torino, Lamarca, affida l'inchiesta al suo vice e braccio destro Severino Rosso, il
ministro degli Interni Taviani ordina di "agire con la massima energia" e dà incarico al vice capo della polizia
Parlato di affiancare il questore di Torino Massagrande. Secondo "Controinformazione," fin dal primo giorno
"arrivano ai quotidiani le veline del Ministero degli interni con le istruzioni sulle modalità con cui trattare l'intera
vicenda [...]. Tutti i giornali meno `Lotta Continua' si uniformano alle tesi in esse indicate."[10]

La repressione si scatena in forma inaudita: ad essa partecipano spesso in concorrenza tra loro, carabinieri e polizia,

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capitolo 14

e perfino i VVUU... La città, per alcuni giorni, viene posta in stato di assedio, interi quartieri proletari vengono

rastrellati: tra questi Barriera di Milano, Borgo San Donato, Barriera di Francia. Nelle azioni vengono impiegati gli
elicotteri, collegati, via radio, con la polizia di terra. Montesano, capo della Criminalpol, va di persona a perquisire

la residenza di campagna della famiglia Feltrinelli "per trovare oggetti di provenienza furtiva" o piuttosto, come
commenta il "Corriere della Sera" per seguire "il solco delle vecchie storie e dei vecchi fantasmi."[11] Anche le
case di tre intellettuali di sinistra vengono inspiegabilmente perquisite.

"La Stampa," che ha da poco visto fallire la campagna moralistica per bonificare Torino dalle prostitute e che ora
monta l'opinione pubblica con la pubblicazione di pressanti richieste del ripristino della pena capitale, annuncia con
sollievo che sono arrivate a Torino decine di agenti "specializzati in infiltrazioni nei gruppi extraparlamentari."

La DC, per ispirazione di Fanfani, propone il disegno di legge Bartolomei contro i sequestri: in esso si autorizza la
polizia a far uso delle armi, si minaccia di arresto chi pubblica notizie "pregiudiziali all'indagine," si consente alla
polizia di interrogare prima del magistrato, ecc.

Nel frattempo si rifanno vive le BR con un secondo comunicato in cui rendono noti i risultati dell'interrogatorio
relativi ad alcuni particolari sull'esistenza della Centrale di spionaggio FIAT, e si prende atto che il prigioniero sta
collaborando. Questo secondo volantino viene lasciato, per colmo di beffa, nella stessa cabina telefonica della
centralissima piazza Statuto dove era stato lasciato il primo comunicato. A questo punto le autorità, irritate,
dispongono di piantonare in forze la cabina.

I licenziamenti non resteranno impuniti!

Dei tre fattori da cui dipende la detenzione del direttore del personale-auto della FIAT Ettore Amerio due sono, per ora, disattesi.

E cioè:

- la FIAT continua a far pesare la minaccia della cassa integrazione nella conduzione della trattativa;

- i giornali di Agnelli (ma anche quelli dei suoi soci) coi loro servizi sull"`incerto colore politico" della nostra organizzazione rendono un
pessimo servizio ad uno tra i piú fedeli servi del loro padrone.

Per parte sua, invece, il detenuto Amerio sta "collaborando" in modo soddisfacente.

Riconfèrmiamo inoltre che l'insensato comportamento delle forze di polizia mette in pericolo la sua incolumità.

Compagni, gli interrogatori a cui abbiamo sinora sottoposto il capo del personale Amerio:

1. Hanno confermato e precisato l'esistenza, ancora oggi, di una centrale dì spionaggio FIAT che fa capo direttamente a Cuttica, quello che
rappresenta Agnelli al tavolo delle trattative,

in attesa di essere messo da parte perché alla FIAT non piacerebbe avere nei prossimi mesi un capo del personale rinviato a giudizio quale
corresponsabile di corruzione di funzionari dello stato e organizzatore di un mini SIFAR ad uso privato dei fratelli Agnelli!

Questa centrale è direttamente manovrata dal cavalier Negri, responsabile in quanto capo dell'ufficio centrale assunzione, dei famigerati
"servizi generali."

2. Hanno confermato il carattere punitivo e persecutorio degli oltre 250 licenziamenti per "troppa mutua" o per "insubordinazione," che hanno
colpito le avanguardie politiche e di lotta dopo il contratto nazionale;

3. Hanno confermato la pratica sistematica e organizzata degli accertamenti sul colore politico di chi fa domanda di assunzione, pratica che
ora, con maggior prudenza, i "servizi generali" FIAT hanno affidato ad una agenzia privata di investigazioni, l'agenzia Manzini;

4. Hanno confermato le assunzioni selezionate di fascisti, che come già ci aveva detto il. Labate, segretario di uno pseudo-sindacato fascista, da
noi interrogato, punito e rapato, avvengono con molta facilità,- dato che a capo dell`ufficio centrale assunzioni" di palazzo Marconi c'è un boia
fascista quale è il cavalier Negri (alla FIAT dagli anni '30 e che da allora indossa la camicia nera), servo fedele in egual misura di Agnelli e di
Abelli.

Gli interrogatori inoltre hanno confermato altri importanti fatti che renderemo noti e documenteremo quanto prima. Queste, come capirete
compagni, sono questioni che possono essere affrontate e risolte solo con uno scontro di potere, uno scontro che è di conseguenza politico e
armato. Noi non pensiamo di risolverlo "in proprio," con una nostra piccola guerra privata. Al contrario la nostra azione è fortemente unitaria
con tuttte le componenti del movimento operaio che operano nel senso della costruzione nelle fabbriche e nei quartieri di un reale potere
operaio e popolare armato.


BRIGATE ROSSE.[12]

Intanto le BR continuano a farsi propaganda. In alcuni casi, come alla FIAT, vengono distribuiti volantini di
persona. Comunicati vengono diffusi anche all'Ansaldo Nucleare (Sampierdarena), Sit-Siemens (Milano), Breda

(Porto Marghera), Breda (Sesto S. Giovanni), Alfa (Arese), a Piacenza, a Modena, sulla linea ferroviaria Milano-
Luino ecc.

Operazioni spettacolari vengono compiute davanti alla Sit-Siemens e alla Breda di Porto Marghera durante l'orario
di uscita: due auto collegate con altoparlanti trasmettono un vero e proprio programma di 45 minuti, a cura delle
BR. In esso, gli slogan e la lettura dei comunicati vengono intervallati da Bandiera Rossa e dall'Internazionale.
Attorno alle auto si formano gruppi di persone che "nel giro di pochi minuti diventano una vera folla."[13] Polizia e
direzione FIAT cercano di reprimere questa opera di attiva propaganda: a Mirafiori la direzione fa "intervenire
d'urgenza la polizia. Mascherati con tute e affiancati da guardiani, i questurini hanno perquisito tutti gli spogliatoi,

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moltissimi armadietti scelti tra quelli dei compagni."[14] I nominativi della maggior parte dei perquisiti sono stati
fatti direttamente alla polizia dai capi del personale delle rispettive fabbriche."[15]

Quattro lavoratori delle presse sono convocati in questura e interrogati a lungo per sapere chi erano gli operai che
avevano letto il volantino e quali erano stati i commenti. Le forze dell'ordine perdono la calma: "fermano" e
trascinano in questura alcuni delegati, intenti a distribuire dei volantini sindacali che, forse, per la loro forma
rettangolare e il colore bianco della carta, potevano ricordare quelli delle BR. La federazione CGIL, CISL, UIL, in

un comunicato di protesta, parla di "interventi polizieschi di massa preordinati."

Le ricerche dopo alcuni giorni finiscono per ristagnare. Scoppiano contraddizioni tra PS, CC e magistratura. La
polizia mette il black-out sulle indagini. Alcune foto lasciate dalle BR nella cabina di piazza Statuto vengono
sequestrate all'ANSA dal questore, il quale ne fa venti copie e le mostra, secondo "Il Giorno," a una serie di
personalità tra cui Umberto Agnelli. Solo dopo due giorni le consegnerà al magistrato interessato all'inchiesta.
Quest'ultimo si lamenta perché la questura non lo tiene al corrente, mentre lo "avrebbe dovuto" fare.[16] A loro
volta i CC polemizzano con la polizia: "I cugini stanno prendendo una cantonata grossa come una casa [...] stanno
facendo una grossa porcheria."[17]

Ma anche i giornalisti scalpitano: "Tra i cronisti che seguono ormai da una settimana i movimenti della polizia,
comincia a serpeggiare un certo nervosismo, determinato soprattutto dal comportamento contraddittorio e a volte
incomprensibile di chi sta conducendo le indagini.”[18]

Il grande accusato, il questore Massagrande, tra un sorrisetto ed una smorfia, fa capire di essere alla vigilia di grandi
scoperte: "Le indagini sono avanti e ci sono cose grosse. Bisognerà vedere ora se abboccherà il pesciolino o la trota
da due chili."

Purtroppo il questore rimarrà con la canna da pesca e l'amo in mano.

Si dovrà accontentare dell'arresto di due coniugi sorpresi nei pressi della FIAT con una bomboletta spray gialla
nella borsetta della donna, con la quale,, a dire della polizia, avrebbero potuto scrivere sui muri della fabbrica "W le
Brigate Rosse."

Ma, scrive "Controinformazione," "la presunta scritta sui muri di Mirafiori non è stata trovata." Sempre secondo
"Controinformazione," all'uomo, cui si impedisce di parlare con il suo avvocato, vengono offerti dalla polizia,
20.000.000 per "aiutarli nell'indagine."[19] Lo stesso questore due giorni piú tardi, dichiarando alla stampa: "Non
c'entrano col rapimento, non sono mai stati arrestati, sono fermati...," tramuterà il loro arresto in fermo.

Visto che le indagini ristagnano, si cerca lo stesso di offrire qualche cosa in pasto all'opinione pubblica. Una troupe
televisiva va a intervistare gli operai, fuori dai can-celli FIAT, con la speranza di registrare dure condanne contro il
"gesto criminale." Ne ricaverà molto materiale, ma tutto inutilizzabile per il telegiornale: "L'enorme capannello che
si è ,formato intorno alle telecamere ha visto dal principio 'alla fine la regia degli operai. Dopo aver sconfessato le
dichiarazioni del delegato Milano, che ha propagandato la democraticità di Amerio (e il giorno dopo il titolo :piú
gentile che i suoi compagni gli hanno dato, era `Pippo Baudo'), il discorso è stato molto chiaro: è inutile che veniate
qua, tanto il giorno dopo in TV si vede solo quello che vogliono i padroni, cioè la faccia e,: le parole dei crumiri,
che prima o poi riuscite a trovare.. Se volete, ri-prendeteci in diretta, cosí: e gli operai: si sorso schierati con il
pugno chiuso."[20]

Il giorno 18, dopo che Agnelli aveva ritirato la : minaccia; di cassa integrazione, Amerio viene messo in, libertà.
Sono ;passati otto giorni Contemporaneamente, viene diffuso un comunicato in cui si traccia un primo bilancio di
questa azione:

Oggi, martedì 18 dicembre, nelle prime ore del mattino è stato rimesso in libertà il capo del personale FIAT-Auto Ettore Amerio.

Negli otto giorni di detenzione egli è stato sottoposto a precisi interrogatori sulle questioni dello spionaggio FIAT, dei licenziamenti, del
controllo delle assunzioni, delle assunzioni selezionate di fascisti e piú in generale sull'organizzazione e la storia della contro-rivoluzione
all'interno della FIAT.

Egli ha "collaborato" in modo soddisfacente.

Durante la sua detenzione la FIAT ha ritirato ogni minaccia di messa in cassa integrazione.

Negli stessi otto giorni:

- le forze di polizia nonostante false dichiarazioni e il terrorismo usato contro militanti di sinistra e in particolare contro alcune avanguardie
operaie, sono state seccamente sconfitte;

- i giornali di Agnelli non sono riusciti a nascondere la qualità politica della nostra azione e contemporaneamente hanno messo sotto gli occhi
di tutti le loro disinvolte manipolazioni, le loro "audaci" interpretazioni, riconfermando un'antica convinzione proletaria: LA "STAMPA" E'
BUGIARDA;

- i giornali riformisti sono andati oltre la manipolazione. Essi hanno inventato di sana pianta storie infami, storie che - sia chiaro - mai
uscirebbero dalla testa di un comunista, soprattutto perché discreditano piú il movimento operaio che la nostra organizzazione.

Gli uni e gli altri hanno operato una significativa "censura" sui problemi di fondo che abbiamo agitato: il FASCISMO FIAT e la QUESTIONE
DEI LICENZIAMENTI, Sono questi i primi frutti del compromesso storico?

Compagni, otto giorni fa imprigionando Amerio sottolineavamo una cosa soprattutto: NON SIAMO NOI CHE DOBBIAMO AVERE
PAURA. Al contrario DOBBIAMO ARMARCI e accettare la guerra perché vincere è possibile.

Oggi rilasciandolo vogliamo cancellare un'illusione: che portando all'estremo una battaglia si possa vincere una guerra. Non siamo che

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capitolo 14

all'inizio.
Siamo nella fase di apertura di una profonda crisi di regime, che soprattutto è crisi politica dello stato e che tira verso una "rottura
istituzionale," verso un mutamento in senso reazionario dell'intero quadro politico.

Nostro compito in questa crisi, compagni, è quello di costruire nelle grandi fabbriche e nei rioni popolari i primi centri del POTERE OPERAIO
PROLETARIO ARMATO! CREARE COSTRUIRE ORGANIZZARE IL POTERE PROLETARIO ARMATO! NESSUN COMPROMESSO

COL FASCISMO FIAT! I LICENZIAMENTI NON RESTERANNO IMPUNITI! LOTTA ARMATA PER IL - COMUNISMO.

18 dicembre 1973

BRIGATE ROSSE.[21]

Appena in libertà, Amerio rilascia dichiarazioni in cui sottolinea il buon trattamento ricevuto dai suoi improvvisati
secondini: "Mi sento bene, benissimo [...] sono stati gentili [...] mi hanno fornito pantofole di stoffa [...] mi hanno
anche dato un paio di mutande lunghe di lana [...] fin dal primo giorno i rapitori mi hanno detto quando sarei stato
liberato [...]. Questa esperienza mi aiuterà a meditare e a lavorare per un futuro migliore.[22] Piú tardi accusato di
non "collaborare alle indagini," verrà dai carabinieri messo addirittura al primo posto nella lista dei presunti
brigatisti rossi.[23] Dopo la liberazione, la FIAT, la quale in precedenza aveva comunicato che durante la prigionia
del proprio funzionario non avrebbe risposto alle accuse infamanti dei brigatisti, prende finalmente la parola, per
bocca di Umberto Agnelli, che definisce l'episodio "cupo e assurdo." Dopo un vivo ringraziamento ai sindacati per
la "solidarietà espressa," conclude ammonendo che "la costruzione di quella società migliore che tutti vogliamo non
può passare attraverso questi atti di violenza."[24]

Alla Camera il sottosegretario agli interni, Pucci, osserva che "l'episodio rappresenta una manifestazione dello
espandersi di un certo tipo di criminalità, che impone la mobilitazione di tutte le energie dello stato." Traccia poi,

con evidente soddisfazione, un bilancio dell'azione preventiva della polizia nel 1972: 1.200.000 persone identificate,
4.252 arresti, 11.575 denunce a piede libero. Infine aggiunge che si può fare ancora di piú e meglio.

Tornato a casa Amerio, la maggioranza silenziosa può tirare un sospiro di sollievo. Fino a quel momento era stata
tenuta in ansia dalla grande stampa, la quale aveva fatto della paura il tema dominante di quei giorni: un atto brutale
che ha avvelenato l'atmosfera "con gli spettri pericolosi della paura e del sospetto [...]. Fine preciso: quello di
esasperare le ansie e le attese dei torinesi, colpendoli nel momento piú delicato" aveva detto il «Corriere."[25]

"Su Torino grava una atmosfera di cupa incertezza, chi ha agito [...] si è prefissato un obiettivo chiaro: speculare su
quei motivi di paura, gettare nello sgomento la città già stanca dei sacrifici, che le vengono imposti, del freddo delle
case, delle file per il cherosene" aveva detto "Paese Sera" sforzandosi di trattare lo stesso tema, ma con un taglio piú
di sinistra .[26]

"Si comincia a temere per le condizioni di Amerio" aveva detto ancora "Paese Sera," dimenticando che la vita del
dirigente non era stata mai minacciata.

C'è anche chi, come il milanese "Corriere," coglie P aspetto commerciale della PAURA: si avvisano i lettori che ci
sono agenzie che forniscono guardie del corpo, non piú gorilla che si usavano tanti anni fa e che ormai sono
"sorpassati," ma esperti di karatè. 1 prezzi sono 4.000 lire l'ora, 80.000 ogni 24 ore, con maggiorazione nei giorni
festivi. "Sono previsti forfait da concordare" per lunghi periodi. Infine, per invogliare i propri lettori e per farli
sentire piú importanti, il "Corrierone" rivela che già uomini d'affari, attori, attrici sono clienti di queste agenzie .[27]


Non manca chi, appassionato detective, studia ogni particolare per fabbricarsi una pista personale. E' il caso del
"Giorno": "Le macchine da scrivere sono Olivetti d'ufficio [...] chi batte i tasti non commette errori. Insomma ci sa
fare." Da qui il passo è breve: "... ci sarebbe spazio per dei professionisti," e siccome si sa, i professionisti sono tutti
pagati dai fascisti, ci si potrebbe ricondurre "alle trame nere fomentatrici di nuove strategie della tensione."[28]

Del resto, si conclude con ragionamento circolare, non è forse vero che già qualche giorno fa avevamo detto che
"nessuno è convinto che si tratti di 'Brigate Rosse autentiche'?" Conclusione: Sono stati i Giustizieri d'Italia [29]

Anche il "Corriere" è convinto che si tratti di trame nere e strategia della tensione. In un articolo la cui conclusione
ha ricevuto il plauso dell"'Unità," Alberto Sensini ammonisce: "la domanda vera [...] riguarda proprio queste
fantomatiche BR che vorrebbero apparire di estrema sinistra, ma fanno sistematicamente cose che giovano solo
all'estrema destra." ' Lancia infine un appello perché si faccia "piena luce su queste 'brigate' di provocatori" e "anche
sui loro mandanti e chi li finanzia."[30]

C'è infine chi è interessato soprattutto a un discorso culturale. È il caso dell`Espresso," il quale dà inizio al filone
semantico-brigatista che si svilupperà prepotentemente a partire dalla primavera '74 grazie agli interventi di
Umberto Eco e alle tavole rotonde del "Corriere."

"Due particolari semantici sono importanti. Nei testi diffusi dalle BR la dicitura Movimento Operaio è scritto con la
maiuscola, il che, nel lessico esoterico della sinistra..."[31] "Hanno usato l'espressione 'divisione in seno' [...]. Se
invece avessero scritto 'divisione del' [...] questa sí che sarebbe stata eresia..."[32] "L'espressione 'Fronte

Rivoluzionario' [...] è fra le piú comuni e antiche... "[33]

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capitolo 14


Nette e di condanna sono le posizioni di tutti i partiti. I loro organi ufficiali danno ampio rilievo all'episodio,
imposto all'attenzione pubblica dalla grande stampa di informazione: non è piú possibile, infatti, a proposito di un
sequestro durato otto giorni, relegare la notizia in una colonna, come aveva fatto "l'Unità" per Macchiarini o tacere
del tutto come il "Manifesto" per Macchiarini e Mincuzzi o l`Avanti!" per Macchiarini.

Partito socialista Italiano

L"`Avanti," annuncia la notizia su tre colonne in prima pagina, e si domanda:

A chi giova un'azione del genere? [...]. A Torino di Brigate Rosse non si è sentito parlare.[34] [...] Il contenuto del messaggio dei rapitori [...]
può essere scritto da chiunque [...], insomma il dottor Amerio potrebbe essere stato sequestrato da un'organizzazione di estrema destra.[35] Si
tratterebbe di circa 250 persone in gran parte delinquenti comuni, alcuni dei quali già noti per il loro passato di rapinatori [...]. Alcuni non
mancano di avanzare l'ipotesi che riportiamo per dovere di cronaca, che in effetti dietro la sigla delle "Brigate Rosse" altro non ci sarebbe che
una grossa accolita di delinquenti comuni [...]. L'opinione prevalente è che dietro la sigla "Brigate Rosse" si nasconde gente, sulla cui
collocazione politica non esistono dubbi, si tratterebbe di elementi neofascisti, i quali per altro sono spesso un tutt'uno con la delinquenza
comune, il cui obbiettivo principale sarebbe proprio quello della provocazione.[36]

Dopo aver fatto confusione tra GAP, BR e 22 Ottobre "le Brigate Rosse sono un tutt'uno coi GAP, Vandelli era alla
testa dei GAP di Genova," il quotidiano socialista conclude con un appello alla repressione statale "sono

chiaramente dei pericolosi delinquenti al servizio della strategia della tensione, da colpire con tutto il rigore dello
stato Repubblicano."[37]

Partito comunista italiano

Piú articolata la posizione del PCI il quale è costretto, controvoglia, a dare sul suo giornale rilievo all'episodio.
Quando, il giorno 13 dicembre, la famiglia Amerio chiede il silenzio alla stampa, "l'Unità" coglie la palla al balzo e,
unico tra tutti i quotidiani, accetta senza esitazioni: "La direzione del nostro giornale non ha difficoltà ad accogliere

questo invito [...] siamo sicuri che i nostri lettori intenderanno il significato del nostro atteggiamento."[38] Per
questa posizione viene duramente attaccato da LC: "Il meno che si può dire è che si tratta di una applicazione

spontanea delle norme sulla stampa previste dal solito progetto democristiano sui rapimenti.[39]

Rimasta isolata "l'Unità" fa marcia indietro: "L'appello [...] non è stato raccolto, per ragioni che riteniamo
discutibili, da tutta la stampa nazionale. Ci vediamo quindi costretti, per un doveroso rispetto nei confronti dei nostri
lettori, a riprendere la trattazione di questa storia."[40] Per "l'Unità" la "grossa provocazione" è arrivata "puntuale
come un cronometro svizzero."[41] Riferendosi al volantino delle BR ha però una parola di... apprezzamento: "va
rilevato che, nell'insieme, la prosa del lungo documento appare meno goffa del solito, il che induce a pensare a un
affrettato aggiornamento politico."[42]

La pista da battere è quella dei neofascisti: i rapitori indossavano tute della SIP. "Se fossero operai veri della SIP?"
sembra chiedersi "l'Unità": in tal caso fa presente che in passato una squadra incaricata di un servizio di
manutenzione telefonica nei pressi della Valle del Lanzo, era composta da operai che "sotto le tute [...] indossavano

maglioni neri, con al collo medaglioni fascisti e croci uncinate."[43]

La pista telefonica dà però pochi frutti: viene presto abbandonata per lasciare il posto a quella piú torbida della
droga: "Si tratterebbe di un giro piuttosto torbido, con la presenza di persone clinicamente malate (da un punto di
vista psichico), e dedito all'uso di stupefacenti."[44]

Questa ipotesi torna buona all`Unità" anche per spiegare i collegamenti tra le Brigate Rosse di Torino e quelle di
Milano. Infatti: "Si è parlato, con insistenza, in queste ultime ore, di un 'corriere' piuttosto anziano, che faceva spola
tra Torino e Milano, e che forniva droga anche ai suoi amici torinesi." L"'Unità" passa poi a occuparsi del movente,

e di come mai i rapitori non abbiano chiesto il riscatto. "Chi li paga? [...] a questa domanda, che abbiamo posto ad
uno degli inquirenti, ci è stato testualmente risposto 'i quattrini [...] li hanno ricevuti non dalla famiglia, o dalla
FIAT, ma dai mandanti [...].' È piú che evidente che alle spalle di questa banda esiste una organizzazione interessata
a certe operazioni squisitamente politiche. Questa organizzazione si serve strumentalmente di questi rottami della
nostra società."[45]

Rimane da spiegare come mai non vengono catturati. Evidentemente perché ci sono "inefficienze volute, complicità
a diversi livelli..."

Finalmente il quotidiano del PCI conclude chiedendo per l'ennesima volta di fare luce:

Pochi giorni fa il "Corriere della Sera" ha scritto: "Noi ci chiediamo a questo punto se le forze di polizia, i carabinieri, i servizi di sicurezza, una
volta tanto d'accordo, non possono finalmente far luce su queste brigate di provocatori." Torniamo a chiederlo, per l'ennesima volta anche noi,
sicuri che fare luce significa strappare definitivamente la maschera a torbidi provocatori della strategia della tensione malamente travestiti da

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capitolo 14

"rivoluzionari."[46]

Avanguardia Operaia

"Avanguardia Operaia" definisce "fantomatico" il sequestro, insinuando il dubbio di un accordo tra i servizi segreti,
le Brigate Rosse e Amerio, il quale avrebbe fatto finta di essere rapito. Lo scopo è di "fornire alla polizia un ottimo
pretesto per far presidiare militarmente la città" in occasione del 12 dicembre e per dar modo alla DC di sollecitare
il fermo di polizia: "In che modo giova alle masse, e alla stessa lotta degli operai della FIAT, un simile sequestro?
La realtà è che [...] le `Brigate Rosse' hanno un ruolo centrale per fornire l'alibi alla repressione antiproletaria e
anticomunista.[47]

Manifesto

Singolare la posizione del "Manifesto" che all'inizio, mentre si domanda se non si tratti di uno dei tanti rapimenti
della nuova mafia che opera al Nord, si rifiuta di credere alla paternità delle BR, nonostante i volantini che vengono
definiti "compiacenti ciclostilati."

Nell'articolo, intitolato Rapito un funzionario. Provocazione del questore che collega il sequestro alle trattative dei
metalmeccanici, ci si pone la domanda retorica "che cosa si proponeva di distribuire il dinamitardo fascista Nico
Azzi... se non dei volantini Brigate Rosse? [una volta tanto, i compagni del Manifesto sbagliano: Nico Azzi
simulava di appartenere a LC, di cui ostentava sul treno il quotidiano. N.d.R.]. R possibile sperare nel ritrovamento
del rapito? R possibile che nel dicembre 1973 si ripeta il meccanismo del dicembre 1969?"[48]

Dopo questo scettico intervento, "il Manifesto," unico tra tutti i quotidiani italiani, cala una cortina di silenzio sulla
vicenda.

Si risveglia dal torpore dopo quattro giorni: abbandonate le perplessità, non tira piú in ballo la nuova malavita del
Nord. Ribadisce tuttavia che "il mandante è abbondantemente fornito di potere." Per dimostrarlo traccia una breve
storia delle BR. "Le Brigate Rosse sono nate alla fine del '70 a Milano, ma uno dei suoi fondatori, Renato Curcio,
trasferitosi all'università di Trento insieme a Marco Pisetta, diventa uno specialista della tecnica della infiltrazione.
A farne le spese fu soprattutto LC (né va dimenticato che in quegli anni a Trento il vice-questore era Molino; solo

da poco incriminato con i fascisti della strage di stato). A Genova le Brigate Rosse si chiamano GAP e sono
comandate da Diego Vandelli...”[49]

Questo intervento, zeppo di inesattezze, suscita l'irritata risposta di LC che parla di notizie false, di distorsioni, di
imbecillità. Nell'articolo intitolato Invenzioni e provocazioni, LC definisce. l'accenno ai GAP, contenuto nel
"Manifesto," una "invenzione fantastica." "Un simile pateracchio tra GAP, BR e 22 Ottobre non osa piú farlo
nemmeno la polizia." Quanto alle altre affermazioni del "Manifesto," LC scrive:

Per evidenziare l'imbecillità di chi ha inventato queste notizie fantapolitiche è sufficiente rilevare che: 1) Renato Curcio non si è trasferito a
Trento dopo la fondazione delle Brigate Rosse (rispetto a cui non possiamo in alcun modo affermare' o smentire una sua eventuale
responsabilità), ma vi si trovava come studente di sociologia fin dal 1964 e vi è rimasto ininterrottamente per piú di 5 anni; 2) né Marco
Pisetta, che non ha mai frequentato sociologia, essendo semianalfabeta, né tanto meno Renato Curcio, si sono mai "infiltrati" in Lotta
Continua, con cui non hanno avuto alcun rapporto; 3) esistono prove in abbondanza sul- ruolo di "provocatore di stato" di Marco Pisetta;

altrettanto non si può dite di Renato Curcio, di cui mancano notizie da anni; 4) non risulta che sia stato l'allora commissario (non vice questore)
Molino a manovrare il provocatore Pisetta a Trento, ma l'allora comandante dei carabinieri di Trento, tenente colonnello Santoro, in stretto
collegamento con gli agenti del SID a livello nazionale e locale. [50]

Quando Amerio viene messo in libertà, il "Manifesto," .ancora una volta unico tra tutti i giornali italiani, seppellisce
la notizia in poche righe di una colonna di terza pagina.

Lotta Continua

"Lotta Continua," in tutta la vicenda, è l'unico quotidiano a credere fin dall'inizio alle BR ed alla loro matrice di
sinistra, pur sottolineandone le "deviazioni militariste piccolo-borghesi."

Dà atto alle BR di avere "l'ottima intenzione" di voler lottare contro i licenziamenti, la cassa integrazione, l'aumento
dello sfruttamento e la rapina del salario. Di queste cose però sono gli operai, "con la loro lotta di massa, che
devono chiedere conto, e non qualche surrogato di Robin Hood. Che può tutt'al piú mettere alla berlina uno
sfruttatore e far correre qualche brivido lungo la schiena delle lettrici fanfaniane di 'Stampa Sera.’”[51]

Al di là del folclore, c'è la politica e l'uso che di questa vicenda ciascuna parte politica ha ritenuto di fare; le BR stesse, in primo luogo, che
hanno confermato, anzi rafforzato la loro pazzesca distanza dalla lotta di classe e dalle sue scadenze. C'è uno scontro di portata decisiva fra la

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borghesia e la classe operaia. Le BR dichiarano che c'è il pericolo che la paura si affermi tra le grandi masse e si accollano il compito di
rovesciare la paura con l'esempio delle loro imprese... invitano le masse ad una scelta per il "potere proletario armato," che sembra supporre la
costituzione del proletariato in BR clandestine.

Che questa linea esprima, con particolare immodestia, un errore già vissuto dal movimento rivoluzionario, era già noto da tempo, e segnava la
separazione drastica tra le BR e le organizzazioni rivoluzionarie. Non si è mai trattato di scegliere tra "legalità" ed "illegalità" bensì tra una
linea di massa proletaria ed una linea militarista piccolo-borghese .[52]

Tuttavia LC non si vuole accodare a rimorchio della strumentalizzazione borghese al pari delle altre organizzazioni
extraparlamentari di sinistra le quali "con l'acqua sporca dell'avventurismo piccolo borghese buttano via il problema
vivo e serio della violenza proletaria..."

La piú importante strumentalizzazione che la borghesia tenta di fare va al di là delle sue mosse contingenti e riguarda un obiettivo piú di fondo:
il tentativo cioè di squalificare e "criminalizzare," con l'azione delle Brigate Rosse, la concezione stessa della violenza proletaria, del diritto
proletario ad opporsi alla violenza cinica che la borghesia coltiva e mette in opera ogni qualvolta vede minacciati i propri privilegi.

Contro questa ipocrita strumentalizzazione il movimento rivoluzionario deve schierarsi inflessibilmente. Questo è il suo nemico principale. Si
perda meno tempo a sostenere la peregrina ipotesi che le Brigate Rosse siano un'articolazione della pista nera, e che magari Amerio sia stato
rapito da Amerio stesso: ci si impegni di piú a spiegare chi è Amerio, che cosa è lo spionaggio FIAT, che cosa sono i licenziamenti, quale è il
pulpito "democratico" dal quale predicano i sacerdoti dell'ordine padronale. Si scelga cioè, di parlare alle masse, e con il punto di vista delle
masse coscienti. Che non hanno nessuna intenzione di buttar via, con l'acqua sporca dell'avventurismo piccolo borghese, il problema vivo e
serio della violenza proletaria.[53]

1. "Cento Giorni" era il periodo di tempo che il governo si era preso per risanare l'economia italiana. Fu istituito
un blocco dei prezzi della durata di cento giorni. Il "nemico principale" fu individuato nel negoziante al
dettaglio e tutta Italia fu ricoperta di manifesti, raffiguranti un telefono, che invitarono il cittadino a chiamare
il governo in caso di aumento dei prezzi della spesa.
2. "Avanti!," 10 dicembre 1973.
3. "Controinformazione," n. zero, ottobre 1973.
4. "ControinFormazione," n. 1/2, febbraio-marzo 1974.
5. "l'Unità," 11 dicembre 1973.
6. "Lotta Continua," 13 dicembre 1973.
7. "Lotta Continua," 12 dicembre 1973.
8. "Lotta Continua," 11 dicembre 1973.
9. "Lotta Continua," 12 dicembre 1973.
10. "Controinformazione," n. 1/2, febbraio-marzo 1974.
11. "Corriere della Sera," 12 dicembre 1973.
12. "Controinformazione," n. 1/2, febbraio-mano 1974.
13. "Corriere della Sera," 13 dicembre 1973.
14. "Lotta Continua," 13 dicembre 1973.
15. "Controinformazione," n. 1/2, febbraio-marzo 1974.
16. "Corriere della Sera," 15 dicembre 1973.
17. Ibidem
18. "l'Unità," 20 dicembre 1973.
19. "Controinformazione," n. 1/2, febbraio-marzo 1974.
20. "Lotta Continua," 15 dicembre 1973.
21. "Controinformazione," n. i/2,: febbraio-marzo1974
22. "Corriere della Sera," 19 dicembre 1973. "
23. L'Espresso," n. 20, 19 maggio 1974.
24. "Corriere della Sera," 19 dicembre 1973.
25. "Corriere della Sera," 11 dicembre 1973.
26. "Paese Sera," Il dicembre 1973.
27. "Corriere della Sera," 12 dicembre 1973.
28. "Il Giorno," 12 dicembre 1973.
29. Sono brigatisti o giustizieri d'Italia? in "Il Giorno,» 11 dicembre 1973.
30. "Corriere della Sera," 12 dicembre 1973.
31. "L'Espresso," 3 febbraio 1974.
32. "L'Espresso," 23 dicembre 1973.
33. Ibidem
34. "Avanti!," 11 dicembre 1973.
35. "Avanti!," 12 dicembre 1973.

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capitolo 14

36. "Avanti!," 13 dicembre 1973.


37. "Avanti!," 14 dicembre 1973.
38. "l'Unità," 14 dicembre 1973.
39. "Lotta Continua," 15 dicembre 1973.
40. "l'Unità;" 15 dicembre 1973.
41. "l'Unità," 11 dicembre 1973.
42. Ibidem
43. Si delineano torbidi retroscena, in "l'Unità," 12 dicembre 1973.
44. Vedi articolo di DIEGO NOVELLI in "l'Unità," 16 dicembre 1973.
45. Ibidem.
46. "l'Unità," 16 dicembre 1973.
47. "Avanguardia Operaia," 14 dicembre 1973.
48. "il Manifesto," 11 dicembre 1973.
49. "il Manifesto," 15 dicembre 1973.
50. "Lotta Continua," 19 dicembre 1973.
51. "Lotta Continua," 11 dicembre 1973.
52. "Lotta Continua," 18 dicembre 1973.
53. Ibidem.

SoccorsoRosso
Autori
Biblioteca Multimediale Marxista

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capitolo 15


15
Sequestro Sossi
Il clima politico

L'anno 1974 inizia con l'eco del tradizionale discorso di S. Silvestro del capo dello stato. Nella sua allocuzione il
presidente Leone chiede ai lavoratori ulteriori "sacrifizi," e ai sindacati "la collaborazione già dimostrata in altre
occasioni" usando toni e accenti che prefigurano, secondo molti osservatori politici, l'ipotesi di una repubblica
presidenziale.

Voci di minacce golpiste vengono diffuse nel mese di gennaio dall"'Unità" che denuncia strani movimenti nelle
caserme. Esercitazioni militari poco chiare avvengono anche in alcuni aeroporti (Genova e Roma). Anche se, a detta
di Tanassi, "le situazioni di emergenza sono dovute alla difesa di installazioni militari di fronte alla minaccia di atti
di terrorismo," non pochi sono i parlamentari di sinistra ed i sindacalisti che preferiscono dormire fuori casa. Mentre
il governo annuncia altri aumenti di beni di prima necessità, e l'inflazione galoppa alla media del 20% annuo, un
imponente sciopero generale, il 27 febbraio, dà la misura della forza della classe operaia tenuta a freno da molte

settimane di tregua sindacale e dalla cappa di austerity che ancora incombe sinistra con il traffico domenicale a
targhe alternate.

Il giorno successivo allo sciopero, La Malfa, dopo aver attaccato socialisti e sindacati per il loro "avventurismo
economico," si dimette dal governo riuscendo a provocarne la caduta.

A gennaio le dichiarazioni del procuratore Spagnuolo ad un giornalista del "Mondo" rivelano le gravi contraddizioni
e i casi di corruzione all'interno della magistratura e tra questa e l'esecutivo.

Alcune settimane piú tardi, quasi contemporaneamente, scoppiano altri due scandali di grossa risonanza: fondi neri
Montedison e petrolio. Una schiacciante e inoppugnabile documentazione travolge i responsabili di tutti i partiti con
la sola eccezione del PCI.

L'autorevole quotidiano "Le Monde" riserva all'Italia l'onore dell'articolo di fondo. Il titolo: Scandali all'italiana. Il
gustosissimo settimanale umoristico francese "Le Canard enchainé," con ampi servizi e numerose vignette politiche
dedicati allo scandalo del petrolio, svergogna in tutta l'Europa la corrotta direzione politica italiana.

Si assiste nel nostro paese a una lotta senza quartiere fatta di ricatti e minacce tra i diversi partiti ed anche in seno ad
uno stesso partito.

Pesanti ricatti e pressioni giungono anche dall'imperialismo USA, caldeggiati dagli agenti della internazionale
socialdemocratica Saragat e Tanassi. Si vuole imporre al nostro paese una politica economica piú gradita agli Stati

Uniti ed un maggior impegno militare nella NATO.

A marzo, in questo clima di intrallazzi e ricatti, viene varato il governo Rumor-bis con una forte accentuazione della
linea di destra La Malfa-Carli.

"Le scelte politiche si intrecciano con il ricatto istituzionale" osserva il "Manifesto”[1] a proposito di questo
governo "nato non su una base di una reale intesa politica ma come patto mafioso, destinato prima di tutto a sanare
in modo provocatorio e anche disperato il piú grave caso di corruzione del dopoguerra.”[2] È "un governo

impresentabile che si presenta alle Camere per chiedere non fiducia ma omertà.”[3] Il PCI nonostante l'impegno di
Berlinguer, espresso alla Camera, di sospendere l'opposizione "diversa" per tornare a quella "intransigente," mostra
scarsa combattività continuando la sua politica di cedimenti. Emblematiche le parole d'ordine nella campagna
elettorale per il referendum, subíto a malincuore dal PCI e voluto dalla destra DC, per attrarre attorno a sé un blocco
d'ordine e per allontanare l'ipotesi del compromesso storico.

Quanto alla direzione sindacale si prospetta la tregua sociale. Nessun piano di lotta viene presentato da Lama nel
corso dell'assemblea di Rimini svoltasi nella prima settimana di aprile.

I primi provvedimenti del governo sono gli aumenti della carne, cereali, luce, gas, trasporti ferroviari ecc. Vengono
varate una serie di norme creditizio-monetarie che tendono a far pesare sempre di piú la crisi sui proletari: aumento

del 9% del tasso di sconto, limitazione al 15% dell'espansione del credito, restaurazione della cedolare secca sui
titoli, ecc. È insomma il trionfo della linea La Malfa.

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capitolo 15


L'11 aprile, con iter insolitamente rapido, viene approvato il finanziamento statale dei partiti che assicura, tra l'altro,
svariati miliardi annui ai fascisti.

Mentre ancora non si è spenta l'eco delle mostruose condanne nel processo "22 Ottobre," viene approvata una legge
che eleva il limite del carcere preventivo a otto anni. La campagna di criminalizzazione della politica si fa

martellante su tutta la grande stampa. Il 18 aprile, con l'insediamento di Agnelli alla presidenza della Confindustria,
viene ufficialmente sancita la costituzione del blocco moderato FIAT-Montedison.

Questa situazione politica è oggetto di una analisi delle BR, le quali in un opuscolo dell'aprile '74 intitolato Contro il
neogollismo portare l'attacco al cuore dello stato osservano:

Parallelamente all'aggravarsi della crisi di regime, va affermandosi, con inesorabile cadenza, un processo di controrivoluzione che trova l'intero
padronato unito nel tentativo di distruggere il movimento delle lotte e i livelli di organizzazione autonoma e rivoluzionaria che esse hanno
prodotto.

Ora, se nelle fabbbriche l'autonomia operaia è abbastanza forte e organizzata per mantenere uno stato di permanente insubordinazione e
conquistarsi un proprio spazio di potere via via crescente, fuori dalla fabbrica essa è ancora debole al punto di non essere in grado di opporre
una resistenza agli attacchi della controrivoluzione.

Per questo le forze della controrivoluzione tendono a spostare la contraddizione principale fuori dalle fabbriche e impegnare le battaglie
decisive per isolare lo scontro di potere dentro le fabbriche per poterlo piú facilmente controllare e poi distruggere... L'iniziativa rivoluzionaria
genera inevitabilmente un antagonismo organizzato: la controrivoluzione.

Questa è una legge scientifica che regola i rapporti tra le classi e che già Marx aveva messo in chiara evidenza avvertendo che "il progresso

rivoluzionario non si fece strada con le sue tragicomiche conquiste immediate, ma, al contrario, facendo sorgere un avversario, combattendo il
quale soltanto il partito della insurrezione raggiunge la maturità di un vero partito rivoluzionario..."

Tuttavia la controrivoluzione in questa fase non segue un percorso lineare. Al suo interno si scontrano due linee politiche la cui opposizione ha
un carattere tattico. L'una è la tendenza golpista, l'altra è la tendenza della "riforma costituzionale" di stampo neogollista. Entrambe giocano
una loro funzione specifica all'interno del processo strategico della controrivoluzione.

La linea golpista

... È fondamentale una considerazione: finché ci sarà spazio in Italia per soluzioni controrivoluzionarie che mantengono le apparenze e la forma
della democrazia borghese, pur calpestandone la sostanza, saranno queste a prevalere sulla soluzione golpista...

Il progetto neogollista di "riforma costituzionale"

L'aggravarsi della crisi economica, l'incapacità di controllare le tensioni sociali potenzialmente esplosive e le lotte incalzanti del Movimento
Operaio [...], dimostrano sempre piú chiaramente che la crisi di regime in atto non può essere risolta con semplici avvicendamenti di governo.

Scartata l'ipotesi del "compromesso storico" - ai gruppi dominanti della Borghesia - non rimane che un'unica scelta: quella della "svolta a
destra."

Ma la svolta a destra, questa volta, deve dare delle garanzie di stabilità, organicità e credibilità; deve affrontare tutti i problemi politici,

economici, di sicurezza e di ordine pubblico alla radice, con trasformazioni costituzionali precise, che diano una nuova base a tutto il sistema
istituzionale del nostro paese.

Questo progetto, di cui parlò esplicitamente per la prima volta Leone nel suo discorso della fine dell'anno 1973, mira alla trasformazione della
repubblica nata dalla Resistenza nel senso della creazione di una repubblica presidenziale. I punti fondamentali di questo progetto sono: il
rafforzamento dell'esecutivo con l'attribuzione di maggiori poteri legislativi e amministrativi al capo dello stato e al presidente del consiglio; lo
svuotamento progressivo del potere legislativo attribuito al parlamento; il ricorso alla consultazione popolare diretta attraverso referendum; la
revisione della legge elettorale da proporzionale a maggioritaria.

Ma un piano tanto ambizioso per poter essere realizzato ha bisogno di una salda unità di direzione politica e soprattutto di un ferreo controllo
sui movimenti delle varie forze politiche e sociali in campo.

Per questo il progetto neogollista di "riforma costituzionale" deve essere un progetto armato, e la realizzazione di ogni sua fase cammina di
pari passo con un processo crescente di militarizzazione del potere.

Il neogollismo è un progetto armato

L'obiettivo principale delle forze neogolliste è necessariamente il rafforzamento del loro controllo sui centri nodali dell'apparato statale.

I "corpi separati" dello stato, che fino ad oggi hanno operato autonomamente e spesso in contraddizione tra loro, devono essere ora ricondotti
ad una nuova disciplina...

Illuminante a questo proposito è il processo di ristrutturazione in atto nella magistratura. Il neogollismo sta tentando di realizzare ciò che

neppure il fascismo era riuscito a fare: costruire una precisa identità tra i propri interessi di potere e la "legge."

Lo scontro politico del referendum

Il progetto neogollista di "riforma costituzionale" trova nell'attuazione del referendum, oltre che un suo primo momento di realizzazione,

l'occasione per stringere attorno a sé tutte le forze della destra, dal MSI alla DC.

Il referendum quindi risulta essere per questo progetto una tappa fondamentale, una prima verifica della forza politica complessiva di questo
nuovo blocco di potere [...7 La strategia politica della DC, in questa fase, è quella di:

- bruciare definitivamente l'ipotesi di centro-sinistra...

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- creare un clima di generale insicurezza che consenta alla DC in testa alle forze neogolliste di presentarsi all'elettorato del referendum come
l'unica forza in grado di ridare al paese ordine e tranquillità politica ed economica...

8 chiaro che se la DC dovesse vincere il referendum in testa alle forze neogolliste, il progetto di "riforma costituzionale" riceverebbe un
enorme slancio e diventerebbe immediatamente piattaforma di ordine "democratico" sulla quale "restaurare" lo stato e ristabilire il dominio
integrale della borghesia [...1 Fino ad oggi il movimento rivoluzionario ha saputo opporsi efficacemente al processo di controrivoluzione sul
terreno ristretto dell'antifascismo militante.

Ma se è vero che l'iniziativa controrivoluzionaria viene ora assunta in prima persona da un blocco di potere interno allo stato, è soprattutto

contro queste forze che dobbiamo sferrare i nostri colpi piú duri.

È tempo di forzare la ragnatela del passato e superare l'impostazione tradizionale dell'antifascismo militante. Colpire i fascisti con ogni mezzo

e in ogni luogo è giusto e necessario. Ma la contraddizione principale è oggi quella che si oppone al fascio di forze della controrivoluzione...

Perché se è vero che la crisi di regime e la nascita di una controrivoluzione agguerrita e organizzata sono il prodotto di anni di dure lotte
operaie e popolari, è ancora piú vero che per vincere il movimento di massa deve oggi superare la fase spontanea e organizzarsi sul terreno
strategico della lotta per il potere. E la Classe Operaia si conquisterà il potere solo con la lotta armata.[4]

In questa situazione le BR si pongono "come obiettivo fondamentale il rendere evidente l'approfondìmento delle
contraddizioni all'interno e tra i vari organi dell'apparato statale..." al fine di "far risaltare la sostanza del progetto
neogollista.”[5]

Il sequestro

Il 18 aprile, lo stesso giorno dell'insediamento di Agnelli alla presidenza della Confindustria, un nucleo delle BR
sequestra Mario Sossi. Con questa azione le BR tendono ad uscire dalla logica fabbrichista e particolaristica che le
aveva caratterizzate fino a quel momento, per portare direttamente l'attacco allo stato colpendo quello che ritengono
il suo anello piú debole: la magistratura. Piú tardi, in un opuscolo spiegheranno.

contro ogni tendenza dìfensìvista o liquìdazionìsta che assume la crisi a pretesto per rinunciare alla lotta e cercare il compromesso, abbiamo
voluto, colpendo la figura del sostituto procuratore dottor Mario Sossi, colpire un centro vitale del processo di controrivoluzione. E siamo
passati all'attacco proprio ora, in questo cupo clima del referendum, perché siamo convinti che la Classe Operaia e il Movimento
Rivoluzionario si trovano di fronte proprio ora ad una fase nuova della guerra di classe. Una fase in cui noi delle Brigate Rosse riteniamo che:

- all'accerchiamento strategico delle lotte operaie si risponde estendendo l'iniziativa rivoluzionaria ai centri vitali dello stato; - questa non è una
scelta facoltativa, ma una scelta indispensabile per mantenere l'offensiva anche nelle fabbriche;

- al processo di controrivoluzione che si presenta come movimento globale va contrapposto un movimento di resistenza strategica.[6]

È Sossi una figura di secondo piano, un mediocre magistrato che ha avuto tuttavia l'occasione di andare piú volte
alla ribalta della cronaca come elemento di punta della repressione giudiziaria contro la sinistra. Già appartenente
all'organizzazione fascista FUAN, e di questa rappresentante eletto al parlamentino universitario di Genova, è ora
iscritto all'UMI, la piú a destra delle associazioni dei magistrati.

Tutte le piú grosse inchieste sulle piste rosse passano per la sua scrivania. È stato il dottor Sossi a far arrestare il
partigiano Lazagna, Ciruzzi, Marisa Calimodio e Vittorio Togliatti nel 1972. E' lui che, in un momento di euforia,
aveva dichiarato di poter far arrestare 5.000 extraparlamentari in pochi minuti e che, dopo l'uccisione di Calabresi,
si era procurato una pistola dicendo che avrebbe sparato al primo che lo avesse guardato "storto." E' ancora lui a far
pervenire avvisi di procedimento a Dario Fo e Franca Rame, per la loro attività di assistenza ai carcerati, ed a
coinvolgere una studentessa che sull'argomento stava preparando la tesi di laurea. Il suo rigore inflessibile, il suo
puritanesimo lo avevano portato a processare decine di giornalai colpevoli di vendere giornali ritenuti osceni e a
rendersi protagonista di episodi sconcertanti come quello in cui contestava due contravvenzioni per guida pericolosa
e sorpasso in curva ad un conoscente che, credendo di fargli una cosa gradita, gli aveva offerto un passaggio in
automobile. Ma il suo capolavoro era ritenuto senza dubbio il processo contro il 22 Ottobre, da poco concluso. In
quella occasione aveva chiesto quattro ergastoli e molti secoli di galera, tentando anche di coinvolgere nella
montatura tutta la sinistra italiana. Nell'occasione arrivava a definire il gruppo 22 Ottobre la punta di un "iceberg
polipiforme."

Per tutti questi motivi si era guadagnato il soprannome di dottor manette. Tutta Genova, specialmente nei quartieri
proletari, era piena di scritte che esprimevano odio verso di lui: SOSSI FASCISTA SEI IL PRIMO DELLA LISTA;
SOSSI SEI NERO TI ASPETTA IL CIMITERO; SOSSI BOIA ecc.

Spesso sui muri era raffigurata la sua effigie impiccata. Durante il processo d'appello del 22 Ottobre veniva affisso
per tutta Genova, ed anche nei pressi della sua abitazione, un manifesto di AO - LC - Manifesto che cosí ammoniva:
"SONO I SOSSI, GLI SPAGNUOLO, I CALAMARI CHE DEVONO RISPONDERE OGGI DELLE LORO
PERSECUZIONI ANTIPROLETARIE, DELLE LORO MACCHINAZIONI REAZIONARIE."

Era insomma, come riferisce "Gente," "l'uomo piú odiato d'Italia."

Ciononostante, o forse proprio per questo, le reazioni al suo sequestro sono tutte di condanna. Lotta Continua, la

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quale aveva in buona parte contribuito a rendere famoso il personaggio e da questi aveva ricevuto diverse querele
per articoli ritenuti diffamatori, si considera oggetto di una provocazione che tende a coinvolgerla. Non tarda quindi
ad esprimersi con una chiara presa di posizione: "questa azione ha uno squisito sapore di provocazione [...]. Si tratta
di un personaggio scelto su misura per accreditare la tesi di un sequestro politico programmato e compiuto dalla
sinistra."

Per Berlinguer "il paese si interroga preoccupato e indignato [...]. Quale che sia la denominazione che danno a se
stessi i criminali autori di questa impresa è chiaro che il loro scopo è quello di creare tensione e paura al fine di
attentare [...] all'ordine democratico [...] È ora [...] che la giustizia possa fare piena luce."

Per Umberto Terracini: "La matrice fascista è alla base di questo abbietto crimine, è in quella direzione che bisogna
colpire."

Per l'"Avanti!" "chi fa opera di provocazione contro la sinistra deve necessariamente ammantarsi di piume
mimetiche."

Livio Labor, socialista, chiede che "si faccia luce immediata."

La "Voce Repubblicana," dopo aver invocato "severità e certezza del diritto" conclude amaramente che "nessuna
società moderna è impotente come quella italiana."

Secondo Guido Viola "il dottor Sossi è un uomo profondamente onesto che sposa sempre le sue cause."

Il presidente Leone esprime "il piú vivo sdegno" e manifesta "alla magistratura la solidarietà e la fiducia della
nazione e sua personale." Nel contempo esprime "la certezza che sapremo superare questo difficile momento."[7]

Il ministro socialista della Giustizia Zagari manda un telegramma in cui manifesta "l'indignato stupore per
l'inqualificabile atto che colpisce nella persona di un integerrimo magistrato la fondamentale funzione di uno dei
poteri dello stato."

Per il capo della polizia Zanda Loi questa azione è "il reato piú grave che si possa immaginare."

Il liberale Biondi è "avvilito e umiliato come uomo come avvocato come democratico"

Il radicale Pannella, dopo aver premesso che "la libertà e la vita di un fascista per un democratico in democrazia
sono piú preziose della propria" continua con delle preoccupate considerazioni statistiche: "la scomparsa del
magistrato costituisce un tentativo per indurre quel 70% di elettori del MSI e quel 30% della DC favorevoli al NO a
ritornare sulle loro posizioni tradizionali." Infine prospetta l'eventualità macabra che "prima del 12 maggio Sossi sia
un cadavere.”[8]

Per Magistratura Democratica "il rapimento viene commesso in periodo pre-elettorale in un momento di particolare
tensione nel paese e di crisi delle istituzioni democratiche." Scopo di questa azione "ancora una volta non può essere
che quello di esasperare tensioni e crisi esistenti anche all'interno della magistratura." Una nota simile viene
rilasciata dall'Associazione nazionale magistrati (ANM).

Ma il piú duro di tutti è senz'altro "il Manifesto" con un titolo a tutta pagina in larghezza e un terzo di pagina in
altezza: 1 PROVOCATORI FASCISTI CHE HANNO RAPITO SOSSI MINACCIANO DI UCCIDERLO
FINGENDO UN RICATTO POLITICO. È LA STESSA MANO DELLA STRAGE DI STATO CHE ORA
SFRUTTA LA TENSIONE DEL REFERENDUM.[9]

Alle 7,45 del 19 aprile viene diffuso il primo comunicato:

Comunicato n. 1

Un nucleo armato delle Brigate Rosse ha arrestato e rinchiuso in un carcere del popolo il famigerato Mario Sossi, sostituto procuratore della
repubblica.

Mario Sossi era la pedina fondamentale dello scacchiere della controrivoluzione, un persecutore fanatico della classe operaia, del movimento
degli studenti, dei commercianti, delle organizzazioni della sinistra in generale e della sinistra rivoluzionaria in particolare.

Mario Sossi verrà processato da un tribunale rivoluzionario. Sin da giovane, Sossi si è messo "a disposizione" dei fascisti presentandosi per
ben due volte nella lista del FUAN.

Divenuto magistrato, si schiera immediatamente con la corrente di estrema destra della magistratura.

Dicembre 1969: bombe di piazza Fontana. All'interno di un piano di rottura istituzionale ordito dall'imperialismo, l'anticomunista Sossi fa la
sua parte e ordina una serie di perquisizioni negli ambienti della sinistra genovese. Applicando le norme fasciste del codice Rocco, fa arrestare
l'intero comitato direttivo del PCd'I (m-1), una ventina di compagni, sotto l'accusa di "cospirazione contro lo stato." Non sazio, fa sequestrare
nelle case dei compagni libri di Marx, Lenin, Stalin, Mao e persino dischi di musica popolare.

Febbraio 1970: si scatena la polemica sul diritto di sciopero dei dipendenti dei pubblici servizi. La destra vuole che tale diritto venga negato.
Sossi non perde tempo e denuncia l'intera commissione interna degli ospedali psichiatrici di Quarto e Cogoleto per "abbandono collettivo del
posto di lavoro."

Sono i mesi seguenti all'autunno caldo. L'attacco al diritto di sciopero è ciò che chiede a gran voce la borghesia impaurita. E Sossi, da servo

ossequioso, esegue! Sarebbe troppo lungo fare

il conto delle istruttorie contro operai, sindacalisti e avanguardie politiche.

Ottobre 1970: il movimento di lotta degli studenti non si arresta. Attaccare gli studenti è la parola d'ordine della reazione. Sossi fa arrestare con
l'imputazione di rapina tre studenti, rei di aver fatto consumare il pasto gratis ai loro compagni nella mensa della Casa dello studente.

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Novembre 1971: è la volta dei giornalai. Ne fa arrestare 9 e li fa processare per direttissima con l'accusa di "avere esposto pubblicazioni
oscene." Il nostro moralizzatore al processo dichiara: "Non abbiamo paura della folla e dei sindacati. I movimenti di piazza non ci spaventano."

Agosto 1972: il 6 agosto i giornali fanno filtrare la notizia dell'imminente concessione della libertà provvisoria per il comandante partigiano
Giovambattista Lazagna, provocatoriamente incarcerato in seguito al caso Feltrinelli. Sossi è in ferie, ma viene immediatamente richiamato in
sede da "qualcuno" del SID che, in base all'infame "memoriale" del provocatore Pisetta, lo invita ad emettere un nuovo mandanto di cattura.

Novembre 1972-marzo 1973: processo di primo grado contro il gruppo rivoluzionario 22 Ottobre. Di questo processo, sui retroscena, sugli
intrighi politici, sulle varie complicità, daremo la nostra versione alla fine dell'interrogatorio. Per ora, ci basta sottolineare che Sossi, in
armonia con tutte le forze della controrivoluzione, mette immediatamente a fuoco la questione centrale che deve essere oggetto del processo:
non si tratta di crimini determinati, ma di giudicare e condannare il "crimine" per eccellenza: quello di essersi rivoltati con le armi in pugno
all'ordine e alle leggi della borghesia. Siamo al processo di regime!

Marzo 1974: i compagni del processo di appello del gruppo rivoluzionario 22 Ottobre gridano: "Sossi fascista sei il primo della lista."

Lui li denuncia tutti. Ma non serve a nulla: tutti i muri di Genova sono pieni di scritte rosse che ripetono lo stesso concetto. E la sinistra
rivoluzionaria, oggi, ha detto basta!

Compagni, la contraddizione fondamentale è oggi quella che oppone la classe operaia e il movimento rivoluzionario al fascio delle forze
oscure della controrivoluzione. Queste forze tramano per realizzare, dopo la prova del referendum, una rottura istituzionale e cioè una "riforma
costituzionale" di stampo neogollista. E il neogollismo è un progetto armato contro le lotte operaie. Nessun compromesso è possibile con i
carnefici della libertà.

E chi cerca e propone il compromesso non può parlare a nome di tutto il movimento operaio.

Compagni, entriamo in una fase nuova della guerra di classe, fase in cui il compito principale delle forze rivoluzionarie è quello di rompere
l'accerchíamento delle lotte operaie estendendo la resistenza e l'iniziativa armata ai centri vitali dello stato.

La classe operaia conquisterà il potere solo con la lotta armata!

Contro il neogollismo portare l'attacco al cuore dello stato!

Trasformare la crisi di regime in lotta armata per il comunismo!

Organizzare il potere proletario!

Aprile 1974

Avvertiamo poliziotti, carabinieri e sbirri vari che il loro comportamento può aggravare la posizione del prigioniero.[10]

La "Gazzetta del Popolo" fa circolare la voce che il governo si appresterebbe a mettere fuori legge alcuni gruppi
extraparlamentari. Seppure smentita la notizia verrà presto rilanciata dal settimanale "Il Mondo."

Incominciano le prime gravi provocazioni, mentre Catalano, capo dell'ufficio politico della questura di Genova,
dichiara alla stampa che "le 'Brigate Rosse' giovano solo agli strateghi della tensione, alle scelte piú reazionarie, ai
fascisti."

Il 21 aprile bombe fasciste vengono fatte esplodere sui binari della Bologna-Firenze mentre sta per giungere il
direttissimo proveniente da Torino.

Fortunamente il "blocco automatico" evita la strage. "Stampa Sera" collega l'attentato terroristico al rapimento Sossi
e accomuna i due episodi "due fatti, la stessa matrice: il fanatismo degli estremisti."

"Paese Sera" non è da meno. Nello stesso titolo riporta con grande evidenza Gli strateghi della tensione volevano la
strage mentre si fa piú torbida la vicenda Sossi."[11]

Il "Corriere della Sera" a sua volta, con lo scopo evidente di generare confusione nel lettore, dà gran rilievo a un
foglio di carta dattiloscritto in cui la fantasiosa sigla BRIGATE POPOLARI-ORDINE NUOVO si sarebbe attribuita
la paternità dell'attentato.

Il "Messaggero" pubblica un verbale "dell'interrogatorio Sossi" falso ma ritenuto autentico dal procuratore generale
Coco. La provocazione consiste soprattutto nella firma: "Nucleo romano delle Brigate Rosse," che pare fatto
apposta per giustificare una torchiata repressiva contro la sinistra rivoluzionaria romana. Intanto a Genova e nei
dintorni i carabinieri vanno in giro ostentando la foto di Lazagna con l'indicazione ricercato sul cruscotto delle loro
auto. Interrogati da un giornalista del "Messaggero" ammettono che il Lazagna non è ricercato "solo che, essendo in
libertà provvisoria, è un po' di tempo che non si presenta." Queste ultime dichiarazioni vengono presto smentite dal
capo dell'ufficio politico Catalano, secondo il quale "Lazagna si è presentato ieri come tutti i lunedì."

È il primo atto della provocazione che maturerà dopo 6 mesi. Il 23 aprile viene diffuso dalle BR un secondo
messaggio in tutto identico al primo, ma con una postilla che mette fine allo scatenarsi di volantini falsi:

Comunicato n. 2

In seguito agli innumerevoli falsi che i giornali del mattino e del pomeriggio hanno raccattato senza scrupolo, non certo con l'intento di fornire
ai loro lettori un'informazione corretta e completa, facciamo presente che solo i comunicati battuti con la macchina che ha firmato il primo

sono autentici. Non si tratta di un gioco e le false informazioni possono soltanto aggravare la posizione del prigioniero.[12]

Allegati al comunicato sono una fotografia ed un messaggio autografo di Sossi in cui si chiede la sospensione delle
ricerche "inutili e dannose."

Ai miei familiari - mamma curati e stai serena saluta Sergio e tutti - Grazia curati e fai studiare le bimbe - stai serena, non hai ragione per

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preoccuparti, avrai ancora mie notizie... Mario.



AT Sostituto Procuratore della Repubblica di turno - Genova - Pregoti in assoluta autonomia ordinare immediata sospensione ricerche inutili et
dannose - stop Mario Sossi.[13]

La richiesta di sospensione delle ricerche viene in un primo momento ignorata. Fatto sconcertante, nota "Il
Messaggero," dato che finora analoghe richieste erano state immediatamente accolte.

Finalmente ha luogo una lunga riunione di magistrati, funzionari, poliziotti e ufficiali di carabinieri per decidere
sulla sospensione.
Il procuratore generale Coco, dopo aver riconosciuto la grafia di Sossi, risponde ai giornalisti: "nessuna risposta, la
risposta è questa e basta."[14]

Il sostituto procuratore di turno Meloni cui era indirizzato il messaggio risponde in maniera vaga, appellandosi alla
decisione del suo diretto superiore, procuratore capo Grisolia. Quest'ultimo finisce per accogliere la richiesta di
Sossi: "Le indagini attive di polizia giudiziaria verranno sospese da questo momento."[15]

La polizia ed in particolare il questore Sciaraffa non sono d'accordo. Per questo motivo continuano ad usare tutti i
margini di intervento entro i quali la magistratura non ha competenza: bloccate le perquisizioni e gli interrogatori,
continuano i posti di blocco che presidiano tutta la città. E' la piú grossa operazione "preventiva" degli ultimi anni
con 4.000 uomini armati di mitra che setacciano interi quartieri.

Il procuratore capo Grisolia dichiara, in polemica con la polizia, che la magistratura vigila contro iniziative
individuali.

Ci sono diversi pronunciamenti da parte di personalità della politica e della cultura. Pro o contro la sospensione
delle indagini.

Lelio Basso: "Preferisco dei colpevoli in libertà piuttosto che uccidere un uomo."

Pasolini: "Non vedo alcuna ragione per cui i magistrati e la polizia rallentino le proprie indagini."

Fellini: "Ormai siamo in guerra con i criminali e come in guerra bisognerebbe applicare la legge marziale per
evitare che si creino tacite sinistre omertà tra onesti e delinquenti."

Paolo Vittorelli (PSI): "Se ciò dovesse accadere si avrebbe un'abdicazione: a) della legge davanti al reato; b) della
giustizia davanti alla delinquenza; c) dello stato di diritto davanti alla legge della giungla."

Amatucci (ex vicepresidente del consiglio superiore della magistratura): "Sono esterrefatto! E' la prima volta che
magistratura e forze dell'ordine si siano piegate alla perfida volontà di spregevoli criminali."

De Matteo (sostituto procuratore della suprema corte di cassazione): "E' preciso dovere della polizia impedire che
un reato produca conseguenze piú gravi."

Pertini: "Quella gentaglia ha usurpato un colore che è sacro. Quando conosceremo i connotati di costoro scopriremo
quello che si è scoperto dopo la strage di piazza Fontana: una pista rossa diventa nera."

Saragat: "So quel che farei io: difenderei la legge." Cariglia: "Non vorrei che il caso Sossi diventasse la cartina di
tornasole della credibilità dello stato italiano. La verità è che lo stato abdica da tempo a molte delle sue funzioni."

Si sviluppa la polemica polizia-magistratura scatenata da un'intervista all`Espresso" di Federico D'Amato, capo
della direzione generale sicurezza interna (già ufficio affari riservati) in cui si attacca sia la magistratura che il SID.

"Ma che fantomatici, noi li conosciamo, li arrestiamo, e la magistratura li libera [...]. Pisetta era uno del gruppo, poi
intervenne il SID e rovinò tutto."

È il primo presidente della corte d'appello di Milano Trimarchi a rispondere all'accusa - anche se il bersaglio diretto
dell'intervista è il giudice De Vincenzo - ricordando che "solo quattro brigatisti sono stati presentati all'autorità
giudiziaria in stato di arresto e che la loro scarcerazione è avvenuta quasi alla scadenza del termine." Grisolia, in
polemica col questore Sciaraffa, dichiara che le indagini non sarebbero mai state bloccate se la polizia avesse
fornito qualche indizio.

Secondo Li Donni, direttore del Centro nazionale Criminalpol, la polizia era stata bloccata dalla magistratura
quando stava ormai sulle tracce dei rapitori. Del resto la stessa richiesta fatta dal Sossi dimostrerebbe che i brigatisti
"si sentivano braccati." Aggiunge infine di aver fornito un rapporto con indicazioni utili alle indagini ma sarà lo
stesso Grisolia a replicare con accento napoletano, riferendosi a quel rapporto: "C'era il vuoto, c'era il nulla!..."
Nella disputa interviene anche il pretore Sansa introducendo nuovi motivi di polemica: "L'esecutivo ci dice che
dobbiamo essere forti ed efficienti ma non possiamo essere tali se non possiamo organizzarci per svolgere in modo
autonomo la nostra funzione anche nei confronti della sfera politica."

Per Catalano "il proposito dei rapitori di colpire al cuore lo stato si sta avverando."

Cosí commenta "Paese Sera": "Il contrasto tra polizia e magistratura rischia comunque di creare una situazione di
pericolo [...]. Alla fine è stato detto che la macchina investigativa sarebbe stata bloccata ma nello stesso tempo è
stata lanciata la piú grossa operazione 'preventiva' degli ultimi anni con 4.000 uomini armati di mitra [...]. Intanto gli
investigatori si barcamenano, promettendo 'il blocco dell'inchiesta,' e invece preparano 'blocchi stradali.' Non è uno
stato che si arrende, è uno stato che non sa che pesci prendere."[16]

A questo punto la pubblica opinione si attende dalle BR un atto di clemenza come ringraziamento della sospensione

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e lo stesso Catalano si mostra ottimista tanto da prospettare come possibile l'oscuramento della città per consentire

ai rapitori di liberare Sossi con maggior tranquillità.

Ma ecco che giunge alla stampa un comunicato firmato GAP di Genova che tende a riacutizzare la tensione:

Compagni delle BR, per i boia e gli oppressori non occorrono processi, la sentenza segnata dalla loro stessa esistenza di infami al servizio del
potere è una sola [...], la soppressione immediata di chi ci sopprime giorno per giorno. Per Mario Sossi non occorrono processi [...]. Ma nelle
carceri dello stato [...] sono ancora rinchiusi coloro che per essersi ribellati allo sfruttamento dei padroni sono stati condannati ad anni e anni di
galera [...]. Ci riferiamo soprattutto ai nostri compagni del GAP 22 Ottobre. Noi dobbiamo strapparli alla galera, restituirli al loro impegno di
combattenti nella lotta di classe, esigere quindi la loro liberazione.

Per questo [...] vi chiediamo che la parola d'ordine sia una sola: "FUORI ROSSI O MORTE A SOSSI.”[17]

Il 26 aprile, quasi come risposta a questo documento, giunge il terzo comunicato delle BR:

Comunicato n. 3

Nel corso degli interrogatori sono stati finora approfonditi con il prigioniero Sossi tre punti:

1) la complicità e gli accordi tra la polizia (Catalano e Nicoliello) e la famiglia Gadolla;

2) le complicità e gli accordi tra una parte della magistratura (Francesco Coco con il suo fedele servo Paolo Francesco Castellano), la polizia e
la famiglia Gadolla;

3) i rapporti che sono intercorsi tra Sossi e due alti ufficiali del SID di Genova.

Gli interrogatori continuano.

Chi ha confuso il messaggio di Mario Sossi, da lui spontaneamente scritto, con la posizione della nostra organizzazione, ha dimostrato scarsa
capacità di comprendere il nodo centrale del problema politico: la questione dei prigionieri politici.

Sossi è prigioniero politico del proletariato. Come tale è assolutamente ingiustificato qualunque ottimismo su una sua gratuita liberazione.
Molti sono ormai i compagni che in questi ultimi anni, rompendo con la paralizzante strategia pacifista del revisionismo, hanno ripreso le armi
per combattere l'ordine e le leggi della borghesia. Combattere per il comunismo. Alcuni di essi sono caduti o sono attualmente rinchiusi nelle
galere pubbliche e disumane dello stato. Sono stati fatti passare come criminali. Esemplare, a questo proposito, è il processo di regime contro i
compagni comunisti del gruppo 22 Ottobre.

Tutti questi compagni sono prigionieri politici. Punto irrinunciabile del programma politico delle BR è la liberazione di tutti i compagni
prigionieri politici."[18]

Negli ambienti della questura, della magistratura e dello stesso governo si diffonde la paura che Sossi riveli alcuni
retroscena delle indagini di cui si era occupato. In realtà, durante la detenzione, Sossi viene interrogato, come egli
stesso piú tardi dichiarerà, tutti i giorni per due ore al giorno. Particolare attenzione viene riservata al processo 22

Ottobre:

[...]

BR Allora, parla. Dicci la parte della polizia e la parte del GI. S. Hanno condiviso la stessa impostazione: la polizia presentava i rapporti. In fin
dei conti questo voglio dire.

BR Se tu dici una parte è perché tu sai quale è stata la tua. L'altro socio, quello della politica...

S. Catalano.

BR Catalano, che ha paura che tu parli, una paura tremenda. Ha fatto perfino sparire un volantino che avevamo mandato, non voleva darlo a
nessuno, l'aveva sequestrato e diceva: questo è della polizia...

1...1

S. Ma al momento della rapina io non sapevo un tubo di niente... [...i

S. La verità è questa: le prove in contrario, le prove concrete, quello che ci arriva dai carabinieri e dalla polizia le teniamo come oro colato.

Questa è la verità.

BR Chi la prende come oro?

S. L'ho presa io, la corte d'assise: la legge dice fino a prova contraria, fino a querela di falso...

BR C'è chi la prende come oro colato e chi no. Ma con dei dubbi come c'erano, con la storia di Ardolino, la storia di questo Falco Nero La
Valle, che è incredibile... Dico, in questo processo sono avvenute le cose piú incredibili, non so se te ne rendi conto. S. Me l'hanno messo tra i
piedi.

BR Chi te l'ha messo tra i piedi?

S. Prima c'era Trifuoggi, c'erano altri... BR C'era Castellano?

S. Sí, io ho cominciato a seguirle dopo...

BR Tu certamente puoi capire come è stato precostituito, fare delle ipotesi vaghe.

S. È quello che dico, facciamo delle ipotesi, cosa volete chi vi dica. Voi fatelo, io vi dico se può essere.

BR Pensaci per un giorno intero e poi ci dici, secondo te, qual è l'ipotesi, oppure mi dici: non è stato precostituito...

S. Ma come si fa a dire se è stato precostituito? Sarebbe una cosa spaventosa.

BR Puoi pensarci...

S. Sarebbe mostruoso perché allora la magistratura non lavorerebbe piú, perché se a un certo momento... Se si genera proprio il sospetto di
falso dall'inizio della fase giudiziaria, non so se mi sono spiegato, un tale sospetto...

BR ... È mostruoso, però non è una novità. Avete fatto un processo basando tutto su un fascista, un ubriacone drogato.

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S. Provocare i fatti... Una cosa spaventosa. Ma capite cosa vuol dire?

BR Non ripetere su questo. La mia tesi è: la polizia o i carabinieri, adesso non so piú, sapevano che questi della 22 Ottobre avevano idea di fare
uno scippo o una cosa del genere [...] Alla fine, dove arrivano là, ci sono tre poliziotti e uno è della politica.

S. Comunque, io non potevo saperne un accidente.

BR Sí, ma c'è nel rapporto. E nonostante il dubbio... L'hai preparato tu questo processo.

S. Sapeste in quanti processi vengono dubbi così. Ma noi dobbiamo valutare in base ai fatti, ai dati.

BR Questo è un processo dove si sono dati 4 ergastoli, è un processo di stato... Capivi di aver fatto delle cose matte, avevi paura... Non ti
comportavi come hai fatto: tanti giudici hanno lavorato su di noi, migliaia.

S. È un lavoro bestiale. Ho fatto male.

BR Moltissimi giudici hanno lavorato sulla sinistra e non hanno la tua paura. Non ce l'hanno perché sanno di non aver fatto delle carognate.
Noi non diciamo che il giudice non ci deve perseguire secondo le leggi, però c'è modo e modo di applicare la legge. Tu l'hai applicata con i
paraocchi per attaccare proprio con spirito anticomunista, antirivoluzionario, spirito del fascista che vuole colpíre e far pagare duramente a
gente che, secondo te, non sono che minorati qualunque, dei portuali. Rossi, un deficiente! Viel un ubriacone; gli altri, gente che stava bene in
galera. Anche loro avevano una madre, dei figli, delle mogli...

S. No, no, no.

BR ... Avevano delle famiglie. Ma non piangere, guarda, non piangere. È inutile che piangi.

S. E se mi viene da piangere, se mi dite questi fatti qua... BR È la verità. È inutile che piangi. La verità, l'unico modo per toglierti il rimorso
dalla coscienza. Un processo politico, e portare testimoni come quelli.

S. Devo riflettere.."[19]

Piú tardi le BR faranno in una circolare interna alcune considerazioni sul "processo proletario":

Occorre fare [...1 una considerazione di giustizia proletaria che i compagni non possono trascurare. Sossi era entrato nella prigione del popolo
come persecutore della sinistra rivoluzionaria. Durante il processo ha maturato tuttavia una seria autocritica e, soprattutto, ha collaborato alla

ricostruzione dei fatti, vicende e ruoli svolti da personaggi per noi interessanti in modo sincero e senza reticenza. Tutto ciò gli va riconosciuto.
Nel corso del processo inoltre abbiamo avuto modo di verificare il ruolo strumentale da lui svolto nella vicenda del 22 Ottobre, di identificare
chi, nell'ombra del potere, ha effettivamente tirato le fila: Castellano, Coco, Catalano, Taviani.[20]

Il 28 aprile riprendono le indagini in modo massiccio. Secondo il "Messaggero" si ha l'impressione che in mancanza
di indizi si agisca a caso. Una provocazione viene portata avanti da giornali e Rai-TV per tentare di coinvolgere
Lotta Continua.

Basandosi su alcuni volantini del circolo Ottobre (organizzazione collegata con Lotta Continua) nei quali,
nell'ambito della campagna nazionale del processo Marini, si chiedeva la liberazione dell'anarchico, si vuole
ricollegare il Circolo Ottobre (sigla contratta di 22 Ottobre!) e quindi LC alle BR e formulare nello stesso tempo
ipotesi di uno scambio Sossi-Marini. Sarà lo stesso Giovanni Marini, piú tardi condannato a 12 anni di reclusione, a
non prestarsi al gioco. Con un messagio dal carcere di Potenza cosí dichiarerà: "La mia liberazione deve scaturire
solo dal processo che non potrà che smascherare inequivocabilmente la montatura fascista e affermare la mia

innocenza."

Finita la polemica sulla sospensione delle indagini, se ne scatena un'altra sulla decisione da prendere nell'eventualità
quasi certa di una richiesta di scambio di detenuti.

Secondo De Cataldo avvocato radico-repubblicano, amico di Pannella, già difensore del generale De Lorenzo, ed
attualmente della fascista Gianna Preda: "Non è possibile un baratto di questo genere. Se la sente un paese civile
fondato sulla certezza del diritto, di cedere ad un simile ricatto anche per salvare la vita di un uomo?"
Il 28 aprile il generale Della Chiesa, comandante della brigata CC di Torino, tiene un rapporto ai carabinieri di
Genova senza però informare il procuratore capo di questa città. Solo il giorno dopo mentre 4.000 agenti rastrellano

la città ed operano 50 perquisizioni domiciliari, il procuratore capo Grisolia viene messo a conoscenza dell'iniziativa
di Della Chiesa da un giornalista. Commenta polemicamente: "È un fatto che apprendo solo ora." Cosí osserva il
"Corriere della Sera": "A dieci giorni dal sequestro di Sossi le BR sembrano vincere su tutta la linea. Vincono
materialmente perché il magistrato è ancora nelle loro mani, vincono politicamente, perché stanno seminando lo
scompiglio nella struttura statale."[21]

Il 30 aprile giunge un secondo messaggio di Sossi alla moglie:

Cara Grazia, cari tutti curatevi state bene sto bene. Grazia prosegui la tua lotta affinché ognuno (sottolineatura di Sossi, [N.d.RJ) assuma le sue
responsabilità. Non sono soltanto (sottolineatura di Sossi [N.d.RJ) io responsabile dei miei errori. Oggi indagine e ricerca è dannosa. Aspettate.
Baci – Mario.[22]

L'allusione a Coco, cui la moglie di Sossi aveva ripetutamente chiesto di dichiarare pubblicamente che le inchieste
venivano affidate a Sossi dall'alto, è chiarissima. Ma a sciogliere ogni dubbio è la stessa Grazia Sossi. In una
intervista ribadisce: "Mio marito è un semplice sostituto. Propone dei provvedimenti che altri hanno il potere di
decidere." La situazione si fa tesa al palazzo di giustizia di Genova.

"Ne è la prova," osserva "Panorama," "lo scatto di nervi con il quale il PG della Repubblica Francesco Coco ha

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respinto i giornalisti in attesa di notizie sulle indagini. 'Qui siamo alla frana' aveva commentato sottovoce un agente,
mentre il procuratore Coco spariva nell'ascensore continuando ad inveire. "[23]

Intervistato sulle inquietanti "sottolineature" del messaggio Sossi, Grisolia, successore di Coco, risponde
polemicamente: "Non mi fate parlare. Io sono l'ultimo arrivato. Sono problemi che riguardano la vecchia gestione."
[24]

Umberto Catalano, capo dell'ufficio politico, conferma a "Paese Sera" di mantenere contatti con il SID, mentre solo
48 ore prima il procuratore capo Grisolia aveva dichiarato in proposito che: "Se il SID volesse intervenire dovrebbe
chiederci l'autorizzazione." Il secondo messaggio di Sossi provoca il blocco delle informazioni. Lo decide il
questore Sciaraffa che annulla la quotidiana conferenza stampa. Televisione e radio, fino ad ora prodighi di
particolari, diventano stringatissimi. Osserva "Paese Sera": "Non una parola, non un accenno sulla richiesta di Sossi
che ognuno prenda le proprie responsabilità." Sembra, secondo LC, che l'ordine del silenzio sia stato impartito da
Taviani in persona. A nulla servirà l'imposizione del silenzio, se non a dimostrare l'impotenza dell`autorità" che tale
iniziativa aveva promosso. Tutti i quotidiani continueranno a parlare di Sossi in prima pagina, e con gran rilievo,

dando modo al magistrato genovese di guadagnarsi addirittura la prima posizione nella speciale classifica "VIP
PARADE - Termometro della popolarità," curata da "Panorama" e compilata sulla base delle citazioni nei principali
quotidiani italiani. Mario Sossi si assesta per oltre un mese nella prima posizione, battendo addirittura (con 1.250
citazioni nella stessa settimana), il record, ritenuto invalicabile, stabilito da Solgenitzin. Non pago, dopo circa un
mese, supererà se stesso con una performance di 2.137 citazioni, grazie alla quale surclasserà Eddy Merkx (giunto,
una volta tanto, secondo con 509 citazioni). Terzo: Kissinger (505). Quarto: Coco (486).

Intanto a Genova giunge Guido Viola senza, tuttavia, portare contributi apprezzabili alle indagini. Il 2 maggio
polizia, carabinieri e magistratura ricevono un'altra sberla: nuclei armati delle BR compiono contemporaneamente
due perquisizioni, la prima a Torino (centro Sturzo) la seconda a Milano (Comitato resistenza democratica di
Sogno). Durante quest'ultima viene compiuta addirittura una spavalderia: a un impiegato incredulo che chiede il
mandato di perquisizione viene mostrato un volantino delle BR.

Alcuni giorni piú tardi cosí le BR spiegheranno i motivi delle scelte di questi due obiettivi:

Compagni, nell'attuale scontro, nell'attuale progressiva assunzione da parte dello stato di quei compiti repressivi provocatori terroristici che
erano stati propri della destra ufficiale e clandestina, è indispensabile passare all'attacco di quelle forze, e persone, che portano avanti questa
politica antipopolare ed autoritaria, sia dall'interno dell'apparato statale che dall'interno del mondo politico ed economico. Oggi è
indispensabile individuare, conoscere ed attaccare questi nemici, per smascherarli agli occhi di tutti i proletari e per sconfiggerli. Per questo
oggi bisogna organizzarsi ed armarsi.

Noi compagni delle Brigate Rosse, abbiamo voluto dare una indicazione concreta su questa strada colpendo il Comitato di resistenza
democratica che attualmente è la piú attiva centrale dell'imperialismo USA in Italia, e i centri Sturzo della Democrazia cristiana, legati al CRI)
ma "specializzati" nelle funzioni di ponte col MSI.[25]

La "Stampa" osserva: "Se le BR sono davvero rosse hanno reso soltanto un servizio agli avversari." Continua il
setacciamento dei quartieri proletari di Genova. Il capo della Criminalpol di Genova Ludovico Reale e quello della
squadra mobile Nicoliello (quest'ultimo chiamato direttamente in causa dal volantino delle BR), al comando di un
drappello di 200 poliziotti, rastrellano e perquisiscono senza mandato il quartiere "rosso" di Sestri Ponente.
L'indicazione era stata fornita da tal Franco Tannozzini di professione giornalista del "Popolo," a tempo perso poeta
ed enigmista, il quale aveva intravisto nel biglietto di Sossi un cripto-messaggio anagrammato. Riferisce "Paese
Sera": "Si visitano alloggi, si tirano giú dal letto decine di persone, si perquisiscono perfino una chiesa e una galleria
d'arte [...]. Su questa storia oggi a Genova abbiamo ascoltato giudizi poco lusinghieri: 'provocazione in un quartiere
operaio,' 'inaudita leggerezza.' Ma forse la valutazione piú realistica è un'altra: dopo 15 giorni di vuoto assoluto
siamo al punto [...] in cui qualsiasi traccia rischia di essere presa per buona.”[26]

Il questore Sciaraffa, nonostante l'evidenza del giornalista del "Popolo" visto da tutti in prima fila con macchina
fotografica al collo, nega, forse per pudore che si sia trattato di un'operazione suggerita dalla pista dell'anagramma,

e tenta, invano, di "far credere che sia stata casuale nel quadro di un controllo a vasto raggio."

Mentre cresce la paura che Sossi parli e riferisca ai suoi "giudici" particolari poco edificanti sul questore e sul
procuratore generale, o addirittura sul ministro Taviani, "Paese Sera" si domanda se Sossi "serva piú vivo o
morto.”[27]

Il 5 maggio si ha una variante nelle indagini. Si segue la pista del mare. Viene addirittura trovata una grotta con un
letto a Genova Quinto.

Ci sono poi vaghe testimonianze di uomini, visti allontanarsi con una barca. Qualche giornale fantastica sulle
indagini e sul mare: "Il mare fa pensare alle inchieste che il giudice Sossi aveva in piedi. Stava cercando di bloccare

l'attività di un'organizzatissima banda di contrabbandieri: sigarette, droga, forse armi. Di nemici ne aveva piú d'uno,
e non solo per ragioni politiche [...]. Si può avanzare l'ipotesi di una confluenza di interessi tra le Brigate Rosse e il
mondo del contrabbando [...]. Cosí non si può escludere del tutto che le BR siano state appoggiate o almeno

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finanziate da elementi della malavita internazionale."[28]



La grande stampa ripetutamente accenna alla presenza di avvocati e medici nelle BR. La provocazione non cade nel
vuoto, e verrà ripresa dal "Giornale d'Italia" del petroliere nero Monti con un clamoroso titolo a sei colonne,

Soccorso rosso per guerriglieri:

Possiamo [...] sulla base di alcune ammissioni strappate al nucleo informativo dei carabinieri, legare all'attività delle BR sia la costituzione del
"Soccorso rosso" sia l'impegno politico di non pochi sanitari già appartenenti al Partito comunista [...]. Tutto si salda in questa vicenda [...]. La
estrema disponibilità di certi legali ad assumere il patrocinio dei fermati [...]. E infine la prontezza dei parlamentari di sinistra, dal senatore
Franco Antonicelli al senatore Galante Garrone, nelle minacciose interrogazioni o interpellanze ad ogni gesto del potere esecutivo.[29]

Altre provocazioni di carattere spicciolo vengono tentate, ma spesso appaiono cosí poco credibili da venir raccolte
solo da giornali di estrema destra. È il caso di una presunta lettera firmata Brigate Rosse che sarebbe pervenuta a
due gioiellieri di lesi a cui si sarebbero voluti estorcere 50 milioni.

La cassazione trasferisce l'indagine da Genova a Torino, dove se ne dovrebbe occupare il dottor Silvestro, che già si
interessa del caso Amerio. Secondo LC:

La scelta della procura torinese non può stupire: [...] essa offre maggiori garanzie politiche. A capo della procura generale, dopo la promozione
del famigerato Colli, c'è ora Reviglio della Veneria, un magistrato la cui storia personale è esemplare: dopo aver fervidamente militato nelle
organizzazioni fasciste, entrò in magistratura alla fine degli anni '30, restando un fedelissimo del regime: tanto che durante la guerra lo
troviamo pretore a Lagosta, un'isola dalmata di fronte a Spalato, dove si inseriva perfettamente nel quadro della politica fascista di
"normalizzazione" della situazione iugoslava e dell'italianizzazione. Tra il '43 e il '45 spariscono le sue tracce. Nel '45 dopo avere per un breve
periodo fatto parte delle sezioni giudiziarie che giudicavano i crimini fascisti ne fu allontanato. Negli anni '50 fu trasferito a Roma dove lavorò
a contatto di gomito con Colli sviluppando un'amicizia destinata a durare anche negli anni successivi.[30]

Le BR nel frattempo, come già per Amerio, inondano mezza Italia con volantini, altro materiale propagandistico e
addirittura con messaggi trasmessi fuori dalle fabbriche con altoparlanti.

La questura, dando ulteriore prova di impotenza, mette una taglia di 20 milioni sui rapitori. Vengono fatte circolare
- smentite, poi confermate, e di nuovo smentite - voci di 50 mandati di cattura contro presunti brigatisti.

Il 5 maggio viene diffuso dalle BR il 4° comunicato in cui si chiede lo scambio di Sossi con i detenuti del 22
Ottobre:

Comunicato n. 4

l) Gli interrogatori del prigioniero Mario Sossi sono terminati. Abbiamo sentito la sua versione dei fatti, la sua autodifesa, la sua autocritica.
Ora è il momento delle decisioni.

2) In breve, tre sono i punti fondamentali:

- egli ha ammesso che il processo al gruppo 22 Ottobre è stato il frutto, velenoso, di una serie di macchinazioni controrivoluzionarie tendenti a
liquidare sul nascere la lotta armata del nostro paese. Queste macchinazioni sono state progettate e messe in atto dalla polizia (Catalano-
Nicoliello), dal nucleo investigativo dei carabinieri (Pensa), dai responsabili del SID (Dallaglio, Saracino) e coperte da una parte della
magistratura (Coco-Castellano).

- Egli ha convenuto di essere ricorso ad un metodo vigliacco per incastrare senza prove molti compagni del 22 Ottobre. La costruzione del suo
castello di accuse, infatti, poggiava non su prove ma su voci raccolte da piccoli artigiani della provocazione (Mezzani, La Valle, Astara,
Vandelli, Rinaldi) e su deboli di carattere cinicamente ricattati (Sanguineti).

- Dopo aver ricostruito macchinazioni, modi di agire, tecniche e scopi della infiltrazione e riconosciuto le sue specifiche responsabilità nel
processo di regime contro il 22 Ottobre, Mario Sossi ha puntato il dito contro chi, protetto dalla grande ombra del potere, lo ha pilotato in
questa miserabile avventura: Francesco Coco, procuratore generale della repubblica.

3) La borghesia, dopo aver lanciato un'offensiva repressiva senza precedenti e senza risultati contro la nostra organizzazione e contro il popolo,
è costretta oggi ad ammettere di aver perso la partita tanto sul terreno politico che su quello militare. Il ricorso alle taglie è un anacronismo
quasi ridicolo che denuncia la totale sconfitta degli uomini piú abili di cui dispongono le forze di polizia. E sinceramente ci risulta difficile
capire come qualcuno possa ragionevolmente credere di potersi godere, dopo un'eventuale delazione, quegli sporchi denari.

4) Mario Sossi è un prigioniero politico. Come tale è stato trattato senza violenze né sadismi. Sono stati rispettati i principi della convenzione

di Ginevra, come egli ha chiesto. Gli interrogatori sono stati da lui liberamente accettati e per questo sono stati effettuati.

5) Rispetto al popolo, alla sinistra parlamentare ed extraparlamentare, rispetto alla sinistra rivoluzionaria egli si è macchiato di gravi crimini,
peraltro ammessi, per scontare i quali non basterebbero 4 ergastoli e qualche centinaio di anni di galera, tanti quanti lui ne ha chiesti per i
compagni comunisti del 22 Ottobre.

6) Tuttavia a chi ha potere e tiene per la sua libertà lasciamo una via di uscita: lo scambio di prigionieri politici. Contro Mario Sossi vogliamo
libertà per: Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Rinaldo Fiorani, Silvio Malagoli, Cesare Maino, Gino Piccardo, Aldo De
Scisciolo. Nulla deve essere nascosto al popolo. Dunque non ci saranno trattative segrete.

7) Ecco le modalità dello scambio. Gli 8 compagni dovranno essere liberati insieme in uno dei seguenti paesi: Cuba, Corea del Nord, Algeria.
Essi dovranno essere accompagnati da persone di loro fiducia. Mario Rossi dovrà confermare la avvenuta liberazione. Entro le 24 ore
successive alla conferma dell'avvenuta liberazione degli 8 compagni - 24 ore che dovranno essere di tregua generale e reale - avverrà la
liberazione anche di Mario Sossi. Questa è la nostra parola.

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8) Garantiamo la incolumità del pregioniero solo fino alla risposta. In una guerra bisogna saper perdere qualche battaglia. E voi, questa
battaglia l'avete persa. Accettare questo dato di fatto può evitare ciò che nessuno vuole ma che nessuno può escludere.[31]

Il commento della "Stampa" è espresso in un articolo dal titolo: Sfida infame: "È la prima volta che in Italia un
gruppo di terroristi sfida lo stato [...]. Il cedere scardina i

principi su cui si fonda lo stato [...]. Il ricatto è di una crudeltà sconfinata. La debolezza e il caos possono
distruggere [...] questa repubblica nata dalla Resistenza."

Il "Messaggero," che fin dall'inizio ha considerato fasciste le BR, suffraga con un falso la sua tesi. Nel pubblicare il
volantino, la frase: "Rispetto al popolo, alla sinistra parlamentare ed extraparlamentare egli si è macchiato di gravi
crimini," viene cosí riprodotta, con la massima disinvoltura: "Rispetto al popolo, alla sinistra parlamentare e destra

parlamentare..."[32]

Il comunicato viene sequestrato al "Corriere Mercantile," che ne era il destinatario, da Catalano, il quale se lo
trattiene per un giorno prima di renderlo noto a Grisolia e alla stampa. Il "Tempo" osserva che ormai: "La vicenda
passa dagli inquirenti locali all'autorità politica centrale. La sfida non è contro la questura e la procura di Genova: è

direttamente contro lo stato italiano."[33]

"Paese Sera" nota che: "La sinistra parlamentare oltre a quella extraparlamentare, nelle sue sfere piú responsabili,
hanno respinto come inaccettabile l'azione contro Mario Sossi."

Il 4" messaggio pone a molti degli interrogativi che esigono delle risposte. Ecco alcune prese di posizione.

Coco: "La vittima può essere uccisa anche se si cede al ricatto [...]. Il cedimento incoraggia altre imprese criminali."

Grisolia: "Tocca decidere alla procura generale. Accettare un dialogo con le BR? Se ci fosse la possibilità farei
anche i salti mortali!"

Fanfani: "Ogni esitazione gioverebbe soltanto alle forze eversive di ogni parte ed ispirazione."

Mancini: "Questa spirale va interrotta."

Taviani: "Non si tratta in nessun modo con i criminali." Amadei (PSDI): "Con siffatti ricattatori non si tratta."
Belluscio (PSDI): "Le democrazie muoiono per la loro debolezza."

L'"Unità": "Si tratta di un ennesimo criminale episodio di quella strategia della tensione con cui si vuole avvelenare
il paese."

A questo punto la famiglia Sossi prende alcune iniziative.

È l'avvocato Marcellini, già patrono di parte civile nel processo contro il partigiano Moranino, e difensore
dell'avvocato fascista De Marchi, imputato nel processo Rosa dei Venti (in cui egli stesso è indiziato), che cura per
conto della famiglia Sossi gli sviluppi delle indagini. Il Marcellini, con dichiarazioni alla stampa, si mostra
polemico con le autorità e accenna ripetutamente a "difficoltà di vario ordine non certo tecniche." Grazia Sossi invia
telegrammi al Papa e al presidente Leone, con cui, secondo il "Corriere della Sera," tenta invano di mettersi in
contatto.

Dal Quirinale le avrebbero fatto capire che non era il caso. Piú tardi la signora Sossi convoca nel suo appartamento
tutti i parlamentari liguri. Su 33 se ne presentano 11: tra gli assenti Pertini e Taviani. L'unica conclusione concreta è
quella di aumentare la taglia.

Alla riunione partecipa anche il prefetto di Genova Veglia, che si fa portavoce della risposta del capo dello stato: "Il
Presidente, pur condividendo il dolore dei familiari non può cedere al ricatto."

Tuttavia alcuni giornali, come il "Messaggero," fanno presente che esistono dei precedenti in cui lo stato ha ceduto:
"19 agosto 1972, quando un giordano e un iracheno avevano regalato a due ragazze che si erano imbarcate su un
boeing 707 israeliano in partenza da Roma un registratore contenente un ordigno ad orologeria, e quello piú recente
del fallito attentato organizzato da 4 fedayn."[34] Altri ricordano che si potrebbe servire della legge Valpreda.

Il 7 maggio la federazione CGIL-CISL-UIL di Genova indice per il 10 uno sciopero con la parola d'ordine
"Respingere ogni ricatto."

Il sostituto procuratore Colato, che già si era occupato per motivi professionali di bande armate, è uno dei pochi a
sostenere che lo stato di necessità renderebbe giuridicamente legittimo il rilascio dei detenuti del 22 Ottobre.

Il sostituto procuratore di Genova Marvulli ordina a Milano una serie di perquisizioni senza avvertire la locale
questura. Perquisita anche la sede della rivista "Controinformazione."

Arrivano due messaggi di Sossi in cui si fa una precisa richiesta di tutela a quello Stato che potrebbe cosí riparare
"almeno in parte alle proprie gravi omissioni" ed adempiere "un preciso obbligo giuridico e morale."

I messaggi sono rispettivamente indirizzati alla stampa e alla famiglia:

Messaggio alla stampa: Sostenete mia moglie nella sua giusta lotta. Lo stato che mi ha lasciato privo di tutela, esponendomi a gravi rischi
personali per un lungo periodo ha ora il dovere morale di tutelare me e con me i miei cari riparando cosí almeno in parte alle proprie gravi

omissioni [...]. Non intendo pagare gli altrui errori. [...] Mario Sossi.

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Cara Grazia, stai salda e curati, cura le bambine e pensa anche a mia mamma. Prosegui la tua sacrosanta lotta. Da tempo avrei dovuto seguire
le tue esortazioni [...]. Mario .[35]

Il "Giornale d'Italia" si domanda: Sossi scrive sotto l'effetto della droga? "Lo afferma un medico che fa notare come
nelle fotografie Sossi appare annebbiato. "[36]

Grazia Sossi invia un telegramma a Fanfani: "... Nel momento in cui Vostra eccellenza est massimamente
impegnato in battaglia per salvezza unità famiglia italiana, pregola caldamente intervenire per compiere ogni
tentativo affiinché mia famiglia non venga distrutta."

Intanto si studia in che modo sarebbe possibile risolvere la questione da un punto di vista giuridico. Se l'istanza
fosse presentata, si fa notare, il primo presidente della corte d'appello, Riccomagno, potrebbe prendere una
decisione ignorando le direttive del potere politico.

Gli avvocati dei detenuti sono però divisi: alcuni appaiono contrari alla liberazione dei propri assistiti, in queste
condizioni.

Grazia Sossi chiede di parlare alla televisione italiana. Le viene negato. Alla TV svizzera, riferendosi a Taviani,
dice: "Spero che il ministro abbia parlato a titolo personale e che la risposta tocchi all'intero governo." Il dottor
Finazzo, braccio destro di Catalano, va a Torino il 7 maggio portando con sé 50 cartelle dattiloscritte ma nulla
trapela sul loro contenuto. Il giorno dopo tuttavia si viene a sapere che proprio a Torino ha luogo un vertice. Sono
presenti Taviani, il questore Santillo, il generale Della Chiesa (comandante della prima brigata CC), Li Donni, capo
della Criminalpol. Nessuno dei presenti fa dichiarazioni alla stampa. Tuttavia l'addetto stampa del ministro degli
Interni, cui viene chiesto il motivo della scelta di Torino, risponde: "Molti fatti portano a questa città. Vi sono
analogie col caso Amerio, e vi è il fatto che molti messaggi sono stati diffusi proprio a Torino. E poi ora a condurre
le indagini è il procuratore di Torino." Alla domanda: "Ma come mai nessun magistrato è presente?" Risponde:
"Taviani è il ministro dell'Interno e non della giustizia."

Lo stesso giorno del vertice il procuratore generale di Torino, Reviglio della Veneria, avoca a sé l'indagine e la
affida al suo sostituto Bruno Caccia. Cosí ne dà notizia la "Stampa": "Il fascicolo dell'istruttoria sul caso Sossi
arrivato ieri mattina da Genova, si è fermato pochi minuti nell'ufficio del procuratore capo di Torino dottor
Lamarca. Con improvviso e inatteso provvedimento, il procuratore generale dottor Carlo Reviglio della Veneria,
che da due giorni ha preso il posto del dottor Colli, ha avocato a sé l'inchiesta assegnandola al sostituto procuratore
generale dottor Silvio [sic! N.d.R.] Caccia. La decisione ha colto di sorpresa il dottor Lamarca, il procuratore
aggiunto Severino Rosso e il sostituto Enzo Silvestro, che già si stavano preparando a ricevere gli atti e lunedí
mattina avevano avuto un incontro con i colleghi genovesi. I tre magistrati non hanno rilasciato dichiarazioni. L'art.
392 del codice di procedura penale è chiaro: 'il procuratore generale può avocare a sé l'istruzione sommaria.' Punto e
basta. Quindi domandare il perché di questa decisione, significa restare senza risposta. Ed è, in concreto, ciò che ha
detto ieri mattina il dottor Reviglio della Veneria a chi gli domandava il perché. La legge mi consentiva di farlo - è
un po' il senso che si ricava dalle sue parole - e io l'ho fatto."[37]

Paolo VI risponde con due messaggi all'appello della signora Sossi. Nel primo assicura alla donna di pregare per il
marito, nel secondo, trasmesso dalla radio vaticana, si rivolge direttamente "agli uomini ignoti che tengono
sequestrato il giudice Mario Sossi."

Alla signora Grazia Sossi:

Sommo Pontefice [...] segue trepidante dolorosa vicenda et si adopererà con paterna sollecitudine et in tutta misura sue possibilità nella ricerca
soluzione dell'angoscioso problema che tormenta l'animo suo e di tutta la comunità. Nell'assicurare preghiere per suo marito et intera famiglia
Sua Santità invia particolare confortatrice benedizione apostolica.

Agli uomini ignoti che tengono sequestrato il giudice Mario Sossi [...] mentre ci dichiariamo disposti da parte nostra a farci intercessori di
clemenza, qualora il ministero della Chiesa sia richiesto, sotto l'osservanza di rigoroso riserbo, per la restituzione del magistrato [...] noi
ricordiamo che al disopra delle azioni umane sta vigile e vindice di quelle perverse la giustizia di Dio, e sta la sua paterna misericordia per
quelle pentite e generose.[38]

Anche Taviani si fa vivo con la signora Sossi con una dolente e amara lettera: "Nella qualità di ministro dell'Interno
non potevo assumere atteggiamento diverso, quando anche al posto di suo marito ci fosse stato mio figlio." Dopo di
che Taviani si rivolge ai giornalisti per dissertare sui tupamaros: "Voi parlate di tupamaros, mentre le BR sono una
cosa ben diversa. I primi là dove agiscono hanno approvazioni, se non vaste almeno consistenti dell'opinione
pubblica. I delinquenti delle BR non hanno neppure l'uno per mille del popolo italiano che li favorisce... Come
appestati si nascondono, e come folli si gonfiano di megalomania."

Per l'"Avanti!" le BR sono "criminali e basta." "Le BR hanno reso ancora piú evidente la impossibilità di presentarsi
come una formazione di sinistra fosse anche di settori degenerati e psicopatici dell'estremismo extraparlamentare."
[39]

Per "l'Unità" "gli otto personaggi di cui si chiede lo scambio sono dei delinquenti comuni,' [...] ricattatori

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professionali."[40]

Il PLI, forse rimembrando i tempi del liceo e ricollegando il principio aristotelico del terzo escluso all'amletico
dilemma shakespeariano, sentenzia: "lo stato o esiste o non esiste."

Anche FUMI, l'associazione di destra dei magistrati, è favorevole alla linea dura.

Viceversa le correnti piú progressiste della magistratura genovese prendono posizione a favore dello scambio
diffondendo un documento in cui si critica la tesi della difesa del prestigio dello stato.

Terracini, ponendosi al di fuori della linea del suo partito dichiara: "La vita di Sossi è una posta talmente alta che lo
stato ha una sola scelta, salvarlo." A questa conclusione aveva posto una singolare premessa "dopo via Rasella i
nazisti chiesero 10 vite per ogni soldato tedesco, le BR si accontentano di 8, ma la struttura mentale è la stessa," non
tenendo conto però che per i tedeschi i 10 erano da ammazzare, per le BR gli 8 sono da liberare.

Manlio Lupinacci chiede la legge marziale: "poiché le BR parlano di guerra si affidi il processo ai tribunali militari
come nei casi di stato d'assedio."

Luciano Lama auspica che lo stato democratico non "capitoli liberando comuni criminali. 30 anni fa siamo andati
nelle carceri e abbiamo liberato i prigionieri politici lasciando chiuse le celle dei comuni. Le `Brigate Rosse' fanno
l'opposto."

Riccardo Lombardi affida ogni decisione alla magistratura.

Per il giurista Costantino Mortati invece lo stato non può abdicare.

Per salvare la vita di Sossi vengono raccolti, almeno cosí si dice, in maniera insolitamente rapida, lire 300.000.000
da offrire ai rapitori in cambio della vita del magistrato. Della trattativa è incaricato un sacerdote, ma le BR non
prenderanno nemmeno in considerazione l'offerta.

A Torino dove Caccia ha da poco annunciato la decisione di non tenere piú conferenze stampa, viene setacciato un
intero quartiere con il pretesto che Sossi si potrebbe trovare nella prigione di Amerio.

Grazia Sossi, vistasi abbandonata dall'autorità, pensa di mettersi direttamente in contatto con le BR, cui invia
tramite i giornali un messaggio: "Alle BR. Ho da sottoporvi delle proposte concrete, chiedo un dialogo o un contatto
diretto [...]. Assicuro comunque il piú assoluto segreto: la garanzia maggiore per voi è sapere mio marito nelle
vostre mani." A Genova ha luogo una marcia silenziosa per "salvare" la vita di Sossi.

Composta da alcune migliaia di elementi eterogenei dal punto di vista politico, trova la sua linea di convergenza
nell'attacco alla passività dello stato.

Il giorno 9 arriva il 5° comunicato delle BR:

Comunicato n. 5

Non trattiamo con i delinquenti!



1. Perché Taviani vuole fare di Mario Sossi un "eroe morto"? Taviani non è un "uomo forte." È un uomo che trema, un uomo che ha paura.
Dietro la sua difesa dello stato democratico non ci sono tanto motivi morali e politici, ma bassi motivi di delinquenza comune.

È vergognoso per le "istituzioni democratiche" che sia cosí; ma è piú vergognoso ancora che forze presunte di sinistra tacciano come gangs
mafiose e si raccolgano intorno a lui. E ora diciamo perché.

2. Tutto il traffico clandestino di armi di Genova (e non solo di Genova, perché vi sono solidi contatti anche con Milano) è controllato, diretto e
rifornito dal dottor Umberto Catalano. Attraverso questa "rete" che passa per una serie di armerie genovesi, di cui una è la armeria Diana di
Traverso Renzo e del fascista Lantieri entrambi confidenti e strumenti dell'ufficio politico, viene rifornita la delinquenza comune e viene
tentata l'infiltrazione nei gruppi rivoluzionari. È anche con questo strumento che si è cercato di incastrare i compagni del 22 Ottobre.
Questo traffico consente al dottor Catalano e ad una serie di sottoufficiali dell'ufficio politico di Genova di incamerare lauti guadagni. E'
direttamente dalla questura di Genova che escono i mitra "Mab" perfettamente efficienti che riforniscono il mercato. Esiste a tale riguardo un
procedimento penale, che finora è stato tenuto coperto dagli alti vertici della magistratura (Coco e Castellano).

Questo fatto è a conoscenza del ministro Taviani il quale fornisce la sua autorevole copertura a questa attività criminale dell'ufficio politico di
Genova. Adesso si capisce perché nelle cosí sbandierate "operazioni di ordine pubblico" vengono trovati tanti depositi di armi. E si capisce

anche perché Taviani preferirebbe oggi fare di Sossi un "eroe morto"; se necessario su questa squallida vicenda potremo fornire anche una
documentazione dettagliata. Per questo rispondiamo al ministro di polizia: non trattiamo con i delinquenti!

3. È il momento in cui ciascuno si deve assumere le sue responsabilità. Spetta alla magistratura concedere la libertà provvisoria agli 8
compagni del 22 Ottobre. Nella fase attuale è la corte di appello di Genova che deve decidere. In uno "stato di diritto" fondato sulla
separazione dei poteri, il governo non può minimamente intervenire. Spetta alla magistratura decidere se rendersi complice o meno della
volontà criminale del ministro degli Interni.

Ripetiamo: vogliamo libertà per Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Rinaldo Fiorani, Silvio Malagoli, Cesare Maino, Gino
Piccardo, Aldo De Scisciolo.

4. Anche sotto il fascismo i compagni comunisti venivano tacciati come delinquenti, criminali e banditi. La classe operaia di Genova deve
scioperare non al fianco di Taviani ma per la liberazione degli 8 compagni del 22 Ottobre! Per il comunismo."[41]

Il 5° comunicato è forse quello piú efficace, certamente il piú sprezzante. Taviani è trattato come un volgare

delinquente. Rivelazioni vengono fatte sul traffico di armi, argomento sul quale le BR avevano indagato utilizzando
le «confessioni" rese loro da Sossi. Il terrore corre sulla schiena di magistrati e poliziotti di Genova. Sossi ha

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capitolo 15

parlato.

Cosí osserva il "Corriere della Sera": "Sossi ha collaborato? E in che modo? [...]. Che cosa ha raccontato Sossi alle
BR [...]. Pensiamo per esempio al dramma di Catalano. O al dramma del giudice Castellano ormai bersaglio abituale
dei volantini delle BR. Stamane abbiamo visto il magistrato sconvolto, ha detto `Sono pieno di amarezza, non riesco
ad afferrare cosa stia accadendo, non ne posso piú! Vengo in ufficio solo per dimostrare che non ho paura...'

Davvero non soltanto Sossi è prigioniero delle BR."[42]

Cosí "Paese Sera" riporta alcuni commenti: "Un giudice dice `chissà perché ce l'ha tanto con noi...' E un altro ancora
'con quello che sta avvenendo c'è da vergognarsi a venire in ufficio.' Tutti i suoi dubbi i suoi sospetti, Sossi li sta
raccontando ai carcerieri."[43]

Gli appunti di Sossi e il verbale di interrogatorio saranno rielaborati dalle BR le quali alcune settimane piú tardi
manderanno una relazione all"'Espresso":

Nell'aprile del '72 Angelo Costa, capo della mobile di Genova, ritrova in un magazzino del lungo argine Polcevera di un dipendente dell'armeria
"Diana" del Lantieri, un baule pieno di armi. Verificando la matricola si scopre che erano le stesse armi che erano state denunciate come

disperse nell'alluvione dell'ottobre-novembre del '70 dall'armeria "Diana" di via Canevari. Viene fatto un sopralluogo nell'armeria, e leggendo
nei registri si vede che moltissimi erano i casi di sparizione di armi (nota: il compito di controllare i registri delle armerie è della polizia).
Questa causa viene affidata al Sossi. Sossi denuncia i due proprietari dell'armeria: Traverso Renzo e Lantieri Giuseppe (proprietari anche di
un'altra armeria di via Donghi) per simulazione di reato e traffico di armi. Indagando piú a fondo scopre che il commesso dell'armeria Alessi
Ferdinando, 30 anni, è amico di Carlo Piccardo, fratello di Gino Piccardo del 22 Ottobre. In una perquisizione nella casa di Gino Piccardo,
Scisciolo e Maino, a proposito dell'indagine sul 22 Ottobre, erano state scoperte alcune pistole e un mitra che erano stati forniti proprio da
Alessi Ferdinando.

Altro imputato nel traffico di armi è Bonafini Walter, 52 anni, di Milano, che aveva il compito di smerciare le armi a Milano. A questo punto
interviene l'avvocato Silvio Romanelli, difensore di Traverso, che dice a Sossi: "Stia attento perché in questo caso ci sono responsabilità ben
piú alte di quelle del mio difeso, conviene mettere tutto a tacere."

Allora Sossi va in carcere a interrogare Traverso, il quale dichiara: "Una volta ho dato un pistola a Catalano, capo della politica, in cambio di 4
mitra Mab." Questa dichiarazione è a verbale. Viene chiamato Catalano. Interrogato sul fatto nega, arrossendo in volto. Fattegli vedere le
dichiarazioni del Traverso, ammette di aver fatto quel cambio, ma aggiunge che i 4 mab erano rottami. (Questa dichiarazione di Catalano è a
verbale.)

Alcuni giorni dopo arriva un tale Profumo, proprietario di un locale notturno di Nervi, che dice di aver comprato lui la pistola e di averla poi
data a Catalano. Racconta una storia confusa e incredibile. Richiamato Catalano questi ammette che i due proprietari dell'armeria sono suoi
confidenti, che con loro non era l'unico ad avere rapporti (anche altri sottufficiali dell'ufficio politico erano in contatto con i due) e che il
traffico di armi gli serviva per infiltrarsi nella sinistra. Per questo la cosa andava messa a tacere.

A questo punto Sossi manda tutto al giudice istruttore Castellano, affinché sia lui a proseguire l'inchiesta. Castellano dopo alcuni giorni mette
tutti gli imputati in libertà provvisoria. Sossi viene a sapere che, proprio in quei giorni, Catalano era stato a parlare con Castellano. Sossi si reca
allora da Castellano dicendogli che il fatto era troppo grave per poter essere taciuto. Castellano gli risponde che se questo episodio veniva
conosciuto prima del processo al 22 Ottobre poteva rischiare di mandare a monte tutta l'istruttoria sul 22 Ottobre.

Si arriva al processo d'assise e la cosa non salta fuori. Terminato anche il processo d'appello Sossi torna alla carica. Ne parla prima con il
tenente colonnello Franciosa [capo dell'ufficio di polizia giudiziaria dei carabinieri. N.d.RJ, poi con il sostituto procuratore Meloni, poi con il
prefetto. Il prefetto dice che si vedrà quel che si può fare e ne parla con Taviani. Ma la cosa resta insabbiata.[44]

Altro elemento importante del quinto comunicato è la mancanza di un qualsiasi accenno a Cuba, Algeria e alla Corea
del Nord. In realtà, alla base della scelta dei tre paesi stava un grave errore di valutazione. Secondo Lotta Continua
non c'erano possibilità concrete di risposta politica, secondo Avanguardia Comunista si era creato imbarazzo a tre
paesi socialisti, secondo "l'Unità" era una vera provocazione. Cosí quando, come era scontato, giunge il diniego di
Fidel, molti giornali borghesi lo saluteranno con compiacimento commentando che "questi delinquenti non li vuole
nemmeno Castro."

Il rifiuto di Cuba non era evidentemente dettato dalla riluttanza ad accogliere dei "delinquenti." Accuse simili -
insieme a quelle di provocatore, piccolo borghese ecc. - lo stesso Castra se le era sentite formulare tante volte

all'inizio della sua lotta non solo dalle forze borghesi ma dallo stesso Partito comunista. Nella realtà quello che
entrava in gioco era il complesso sistema di alleanze internazionali e la ormai evidente mancanza di autonomia di
Cuba dall'URSS. Va riconosciuto tuttavia che piú tardi le BR comprenderanno il loro errore e tracceranno un'ampia'
autocritica che le porterà a "ridiscutere il problema della liberazione dei prigionieri politici" e a studiare altri metodi,
che piú tardi, saranno messi in pratica per esempio con la liberazione di Curcio a Casale:

Il rifiuto di Cuba di concedere asilo politico agli 8 va interpretato come un rifiuto generale della intera area socialimperialista e della fascia dei
paesi non allineati a che si sviluppi sul teatro europeo un processo rivoluzionario armato, che metta in discussione l'equilibrio tra i due grandi
blocchi USA e URSS. Il PCI, espressione nazionale della strategia socialimperialista, ha assunto di conseguenza un ruolo attivo di netta
opposizione a che la trattativa con Cuba avesse uno sbocco positivo. L'isolamento a livello internazíonale che abbiamo verificato e che non
ammette soluzioni in tempi brevi ha un carattere strategico, che deve essere attentamente analizzato. Esso infatti, in qualche misura, ci
accomuna alla esperienza dei fedayn sul teatro mediorientale [...]. I compagni sono ora impegnati a ridiscutere il problema della liberazione dei
prigionieri politici tenendo presente questa esperienza.[45]

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capitolo 15

Insieme al quinto comunicato delle BR viene diffuso un ennesimo messaggio di Sossi alla moglie. Il magistrato,
dopo essere stato evidentemente informato dall'atteggiamento tenuto dall'UMI nei suoi confronti, comunica
l'intenzione di dimettersi da questa associazione:

Cara Grazia stai tranquilla e tieni tranquille le bambine e la mamma. Sto bene e riconfermo i miei precedenti messaggi. Ora per mia esclusiva

iniziativa, ti prego di comunicare al segretario generale dell'UMI, a Roma, dottor De Matteo, Palazzo di Giustizia, la mia irrevocabile decisione
di dimettermi dall'UMI con effetto immediato. Prosegui la tua battaglia. Baci a voi tutti Mario.[46]

De Matteo piú tardi commenterà seccato: "Se il messaggio è autografo sono felice che egli sia vivo e che possa
pensare in un momento cosí grave a dimettersi dalla nostra associazione."

Il giorno 10 maggio ha luogo a Genova il preannunciato breve sciopero generale contro il "ricatto dei brigatisti." I
sindacati confederali portano tutto il peso della loro organizzazione, istituendo addirittura squadre apposite per
disinfestare la città e le fabbriche da scritte favorevoli alle BR. Ettore Benassi, segretario della Camera del lavoro,
dopo aver espresso soddisfazione per la buona riuscita dello sciopero, cosí commenta: "Abbiamo isolato totalmente
i rapitori. Piú si sentiranno soli piú sentiranno crescere il disprezzo della classe operaia, piú si renderanno conto
della loro atroce azione."[47]

Di diverso avviso Lotta Continua: "L'iniziativa delle confederazioni sindacali [...] è stata ovunque praticamente
disertata dagli operai, che ne hanno colto l'ambiguità. Ambiguità accentuata dal fatto che l'iniziativa abbia
consentito, a due giorni dal referendum, ai piú squalificati elementi democristiani di andare a parlare alle assemblee
aperte in fabbrica come paladini della difesa delle istituzioni dello stato.[48]

Ma c'è anche chi ha un atteggiamento ancora piú nettamente contrario. È il caso dei compagni "autonomi"
dell'Ansaldo che diffondono un volantino:

Nessuna solidarietà

Lo sciopero di questa mattina è stato indetto per difendere le cosiddette istituzioni democratiche dello stato ma ci si è dimenticati di dire che
questo stato, queste istituzioni democratiche, sono quelle che permettono lo sfruttamento, la miseria, l'oppressione di molti da parte di pochi e
che ci affamano con magri salari e con continui aumenti di prezzi: che permettono le trame nere e danno l'impunità ai criminali fascisti, che ci
sbattono in galera appena rivendichiamo i nostri diritti; che ci fanno morire sul lavoro. Certi atti di solidarietà li facciano i padroni, noi non
abbiamo niente in comune con loro e perciò che non ci venga chiesto un sacrificio che la classe operaia non sente (che non ci è stato nemmeno

richiesto per il massacro degli operai in Cile né per l'assassinio del compagno Pinelli) [...]. A nessuno di noi operai ha mai fatto paura lo
sciopero ma questo sciopero lo riteniamo dannoso e controproducente.[49]

Il periodico "Rosso" rincarerà la dose con un editoriale in cui vengono spiegati i motivi che hanno indotto i sindacati
a organizzare lo sciopero:

Non ha convinto gli operai genovesi lo sciopero. Neppure per la morte di Pinelli né per quella dell'anarchico spagnolo Puig garrotato da Franco
[...] si era chiamata alla lotta la classe operaia genovese che non sarebbe mancata di certo. Ma si era alla vigilia del referendum, alla vigilia di
una scadenza che il PCI non aveva voluto, una scadenza che rischiava di finire in uno spregevole calcio alla proposta di compromesso storico
[...] per cui occorreva immediatamente offrire una vera e propria forzatura che dimostrasse la piena capacità del PCI di controllo sulla classe
operaia fino al punto di ridurla ad un pietoso ossequio nei confronti dello stato democratico.[50]

Interessanti e significative le parole di apprezzamento sullo sciopero del quotidiano di destra "Il Tempo": "È la
prima volta che in Italia [...] si è perduta la gran bussola nazionale del manicheismo, della faziosità partigiana. I
sindacati ad esempio controllati a sinistra, parlano un linguaggio opposto, simile a quello che viene da destra dai
fautori dello stato forte [...]. Hanno indetto `una giornata di lotta' perché `venga respinto con decisione e in via
prioritaria ogni ricatto nei confronti della democrazia e delle sue basi costituzionali.'"[51]

Come ringraziamento la signora Sossi invia una lettera ai sindacati, nella quale tra l'altro si legge: "La vostra lotta
per la democrazia e la giustizia è anche la mia... Non è democratico coprire oscure trame, oscuri interessi di una
inconsistente minoranza con il nome del popolo e con ideali politici."[52]

Intanto si delineano sempre piú nettamente tre orientamenti in seno alla magistratura: 1) la linea dura di non cedere
al ricatto, rappresentata dall'UMI; 2) la linea morbida dei magistrati progressisti che ha la sua punta avanzata in
Magistratura Democratica la quale "vorrebbe approfondire i fatti che sono all'origine di certi fenomeni"; 3) gli amici
di Sossi cui non interessa approfondire nulla ma che propendono per un documento che tratti solo del caso Sossi e
della sua salvezza.

Si giunge a una mediazione fra le due ultime tendenze. In un documento firmato dai "magistrati liguri" si auspica
"l'adozione di tutte le iniziative idonee a restituire il collega alla famiglia."

Il giorno 10 maggio una rivolta di alcuni detenuti nel carcere di Alessandria viene soffocata col sangue di 6 morti. A

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dare ai carabinieri di Della Chiesa l'ordine di sparare è il ben noto avocatone del processo delle BR, il PG Reviglio
della Veneria. Dichiara infatti Della Chiesa alla "Stampa": "...È stato a questo punto che si è avuta la sensazione che
i banditi stessero dando attuazione alle piú volte minacciate ritorsioni [...] ed è stato allora che il PG ha ordinato ai
miei uomini di irrompere nel locale..."[53]

Dopo aver dato l'ordine, lo stesso Reviglio di fronte a sei cadaveri ancora caldi, commenterà, con compiacimento:
"Non si poteva ammettere che lo stato venisse ancora calpestato. È stata un'azione meravigliosa condotta in modo
magistrale. "[54]

Il ministro della Giustizia Zagari che promette un'inchiesta seria e rigorosa non batterà ciglio quando il solito
Reviglio Della Veneria, responsabile diretto del massacro, avocherà due giorni piú tardi a se stesso l'inchiesta per la
strage, con il motivo "umanitario," che la procura di Alessandria, dopo la morte dell'assistente sociale non
disporrebbe piú della serenità di giudizio richiesta per 1'occasione.

Questa strage, forse unica nella sua gravità, viene compiuta due giorni prima del referendum per tentare di seminare
il panico fra gli elettori. Organizzata di concerto da Taviani, da Reviglio, e da Della Chiesa, essa dimostra che lo

stato non intende piegarsi a nessuna trattativa e che considera ormai Sossi come agnello sacrificale.

Questi assassinii danno una svolta alla "trattativa." Secondo un rapporto di Girotto, la spia del SID, Curcio avrebbe
detto che le BR "avevano capito che la strage nel carcere di Alessandria si prestava ad essere sfruttata dal Ministero
dell'interno come alibi nei confronti dell'opinione pubblica per un'azione radicale contro qualsiasi tipo di
delinquenza e che c'era stato l'ordine per i carabinieri di uccidere tutti, compreso Sossi. Durante la prigionia dunque

Sossi sapeva che, se ci fosse stata un'imboscata, sarebbe stato ucciso anche lui. Perciò aveva cominciato a tremare, e
si era messo di buona lena a scrivere appelli."[55]

Del resto il giorno successivo alla strage, il ministro degli Interni Taviani conferma al presidente del Consiglio
Rumor il rifiuto alle trattative, sostenendo la necessità di un atteggiamento intransigente dello stato "anche alla luce
della rivolta esplosa nelle carceri di Alessandria."

Il giorno 12 si vota per il referendum sul divorzio.

Il sostituto procuratore di Torino Caccia e quello di Genova Marvulli rivolgono un invito formale "a tutti i cittadini
che ricevono messaggi dalle BR di non ritirare il plico, ma di avvertire la polizia." La ragione pretestuale di tale
invito sarebbe quello di consentire il rilievo delle impronte digitali dei brigatisti. Appare chiaro che il vero scopo è
quello di imporre il silenzio alla stampa.

La risposta non si fa attendere. I giornalisti di 18 testate, presenti a Genova, inviano un documento al consiglio
dell'Ordine e alla Federazione della stampa in cui "denunciano e respingono il tentativo da tempo incorso di
soffocare la libertà di stampa [...]. Respingono pertanto l'invito rivolto dagli inquirenti [...] protestano per il totale
blocco delle informazioni [...]. Rilevano che tale comportamento potrebbe nuocere all'incolumità del magistrato,

anche perché i rapitori chiedono che le trattative avvengano senza segretezza." Piú tardi, rendendo ancora piú palese
che le impronte digitali erano solamente un pretesto, cosí replicherà Marvulli: "Possiamo acconsentire alle BR di
servirsi dei giornali come di nastri di trasmissione delle loro velenose false campagne denigratorie?"

Grazia Sossi commenta: "Se prima avevo la sensazione di essere stata lasciata sola, ora ne ho la certezza. La stampa
è a mio parere l'unico mezzo per mantenere un vivo contatto con i rapitori." La sera del 13 maggio vengono resi noti
i risultati del referendum. È la piú grossa sconfitta per Fanfani che vede battuto il progetto di creare un grande
blocco di destra attorno alla DC.

Viene anche sconfitto l'uso elettorale che la Democrazia cristiana aveva fatto dell'episodio Sossi e della strage di
Alessandria. Genova (72%) ed Alessandria (70%) risultano infatti tra le città con piú alta percentuale di NO.

A questo punto molti di quelli che ritenevano il sequestro Sossi una manovra elettorale e avevano pronosticalo
l'uccisione del magistrato subito prima del referendum, cominciano a convincersi che forse, per lo meno dal punto
di vista "soggettivo," le BR non sono poi dei provocatori.

Il giorno 14, Sossi che sempre piú teme di essere ucciso, non dalle BR, ma dalle forze dell'ordine, come egli stesso
verrà a dichiarare, manda un lungo messaggio al presidente Leone. Dopo aver ricordato i motivi giuridici che
avrebbero consentito di liberare gli 8 del 22 Ottobre e quindi permettere lo scambio, ribadisce che: "Qualsiasi atto
dei sostituti fa legalmente capo a chi dirige l'ufficio [...] per anni mi sono esposto quasi temerariamente e [...]
nessuna adeguata protezione mi venne prestata, [...] per quanto mi consta nessuno degli 'intransigenti' si è offerto
fino ad oggi di 'sostituirmi' nella prigione del popolo [...] ciascuno deve assumere le proprie responsabilità."

Conclude il messaggio esprimendo la fiducia che "Ella, capo dello stato e capo della magistratura, possa
autorevolmente richiamare ciascuno alle proprie responsabilità."

Il procuratore Coco, oggetto della pesante allusione di Sossi, cosí commenta: "È una questione di serenità mentale."
Neppure la risposta di Leone tarda. In una nota del servizio stampa del Quirinale, viene riferito che "il presidente
della repubblica non può che riconfermare la dignità dello stato e delle istituzioni che deve comunque essere
salvaguardata anche perché nei cittadini non dilaghino sfiducia ed insicurezza."

Alcuni commenti.

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capitolo 15


Grazia Sossi: "Sono abbandonata da tutti. Lo stato ha condannato a morte mio marito."[56]

LC: "Il fronte di quelli che lo vorrebbero morto si fa piú ampio."

Il giorno 16 il Papa invia un altro telegramma alla signora Sossi: "Assistiamo suo dolore e sue speranze con nostre
particolari preghiere, inviando anche per le sue figliole confortatrice benedizione."

Mentre la presidenza della repubblica e il governo sembrano aver condannato a morte Mario Sossi, gli stessi
avvocati difensori degli 8 del 22 Ottobre appaiono divisi ed indecisi a presentare l'istanza di scarcerazione. Il
difensore di Viel per esempio si fa promotore di una singolare iniziativa: gli imputati del 22 Ottobre, in assemblea
plenaria alla presenza degli avvocati, dovrebbero rinunciare alla liberazione e nello stesso tempo raccomandare la
vita di Sossi alle BR, in cambio della promessa di una revisione del processo.

Intanto le indagini che avevano preso come si ricorda la via del mare sono alla deriva e non si sa piú che pesci
prendere. Sul "Giornale d'Italia" appare un articolo sconsolatissimo dal titolo: LE INDAGINI A 26 GIORNI DAL
SEQUESTRO SOSSI RESTANO A ZERO. SI SPERA IN UN ERRORE DELLE BRIGATE ROSSE."[57]

Ma se le indagini sono ferme, la trama della provocazione continua a tessere le sue fila: dopo l'episodio della foto di
Lazagna sul cruscotto delle auto dei carabinieri, ora è "Candido" che accosta la foto del valoroso partigiano
comunista a quella del provocatore Girotto. Quest'ultimo era stato lanciato in grande stile in Italia da Maurizio
Chierici del "Corriere della Sera" con la pubblicazione di un libro e da "Panorama" con un memoriale a puntate. Se
ne voleva accreditare cosí un'immagine di eroico "guerrigliero." Il settimanale fascista "Candido," di concerto col
"Secolo d'Italia," sostiene che il "guerrigliero" Girotto sia in contatto con le BR e che essendo anche frate, è l'ideale
per intercedere per la vita del magistrato. È a questo punto che Grazia Sossi lo invita, dalle colonne del quotidiano
parafascista "Il Tempo," a mettersi in contatto con lei. Ma in verità il frate spia era già da tempo in contatto con i
servizi segreti.

Vengono messe in atto anche altre provocazioni di piú breve respiro come quella di un presunto collegamento BR -
Rosa dei Venti suggerita dalla "Stampa" e ripresa dal "Corriere della Sera" in base ad una prova la cui validità la
lasciamo giudicare al lettore: "Ieri Catalano si è incontrato con il sostituto procuratore Tamburino (che si occupa
dell'inchiesta della Rosa dei Venti...). Uscito Tamburino dall'ufficio di Catalano vi è entrato il sostituto procuratore
Basile che si è occupato delle indagini sul fallito attentato al treno Genova-Roma e su Nico Azzi.”[58]

Andreotti tenta di dare una dimensione europea alla provocazione, con un'intervista su "Epoca" che verrà
abbondantemente ripresa dalla stampa fascista: "Vi è nel mondo una serie di fatti criminosi che da qualche indizio

sembrano coordinati da una centrale anarchica europea."[59]

Il 16 maggio 1"`Espresso" pubblica un'intervista nella quale le BR, oltre a ripetere alcuni concetti già espressi nei
due precedenti documenti politici (settembre 1971 e gennaio 1973), danno una spiegazione sugli obiettivi, le ragioni
e i modi di questa loro azione.

Il redattore dell'"Espresso" Scialoja sarà in seguito interrogato dal magistrato. Riportiamo integralmente l'intervista:

Domanda: Perché tra i rappresentanti della controrivoluzione avete scelto proprio Sossi?

Risposta: Per tre motivi:

1. Perché è contro il gruppo 22 Ottobre che per la prima volta si sono messe a punto le tattiche e le contromosse dell'antiguerriglia. Questi

modi di operare del potere ci interessavano particolarmente. Sossi in quanto "uomo del potere" ne era al corrente. Dunque poteva raccontarceli.
E ce li ha raccontati.

2. Perché Sossi è un magistrato e la magistratura in questo momento è l'anello piú debole, anche se il piú vivo, della catena del potere.

3. Perché Sossi è un bersaglio dell'odio proletario, avendo egli "fabbricato" le prove e le accuse contro i compagni comunisti del gruppo 22
Ottobre, ed essendo stato nella sua pur breve carriera un persecutore fanatico della sinistra rivoluzionaria.
D. Quando avete deciso il sequestro? L'operazione è stata preparata a lungo?

R. Abbiamo lavorato un anno a questa azione. Abbiamo atteso però le conclusioni del processo d'appello prima di metterla a segno perché
nella sinistra qualcuno credeva ancora possibile fare qualcosa legalmente. Non è stato cosí. I giudici non hanno neppure preso in
considerazione la tesi dell'omicidio preterintenzionale, non hanno voluto saperne di scavare sulla questione Gadolla, e cioè hanno fatto la loro
parte in quello che a tutti gli effetti può essere definito il primo importante processo di regime. Rossi e compagni sono stati condannati per
motivi politici. La sentenza volutamente rispondeva al bisogno del potere di scoraggiare e terrorizzare chiunque avesse per l'animo di
intraprendere la strada della lotta armata. Bisognava invertire la tendenza e noi lo abbiamo fatto.
D. Perché avete deciso di agire adesso? Solo per motivi tecnici oppure per un riferimento preciso al referendum? Oppure come i tupamaros
pensate che il momento migliore per attaccare è quello in cui la credibilità delle istituzioni è scesa piú in basso?

R. Evidentemente non può essere un criterio esclusivamente tecnico a consigliare un'azione come l'arresto di Sossi e tutto ciò che ne è

conseguito. Abbiamo deciso di intervenire in questo momento perché in questo momento si preparano i giochi per la seconda repubblica. E
perché portare l'attacco allo stato è oggi indispensabile per rompere l'accerchiamento della lotta operaia. Noi valutiamo che sia in incubazione
un progetto di stravolgimento delle istituzioni repubblicane che va nel senso, pur salvando le apparenze e gli scenari della democrazia
borghese, di realizzare nel periodo successivo al referendum una situazione che potremmo definire di "fascismo neogollista." In questa luce
vanno interpretate anche le perquisizioni alla sede dei centri Sturzo di Torino e del CRI) (Comitato di resistenza democratica) di Milano.

L'obiettivo fondamentale è stato quello di iniziare una ricostruzione organica di quelle forze, persone e organizzazioni che in questo momento
stanno gettando "clandestinamente" le basi della seconda repubblica. Ora però, questo progetto per compiersi ha bisogno di una condizione
fondamentale: una forte concentrazione di tutti i poteri a partire da quello politico. Il referendum doveva perciò essere nelle intenzioni del

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"partito della seconda repubblica" l'occasione per verificare le sue capacità di controllo e di manovra sulle forze dell'opposizione e il grado di
accettazione e di subordinazione di queste ultime. Cosí è stato. La nostra organizzazione, però, rifiutando la scelta "tattica" del
"compromesso," propria dei partiti della sinistra costituzionale, con l'azione Sossi ha cercato di impedire la ricomposizione completa delle
contraddizioni che si erano aperte nel regime in seguito alla repressione delle lotte operaie in questi ultimi anni. Se, come riteniamo, la crisi di
regime è prima di tutto crisi di egemonia della borghesia sul proletariato, il compito delle forze rivoluzionarie deve essere quello di
approfondire questa crisi e condurla verso il punto piú basso, costruendo nello stesso tempo e nella lotta gli strumenti politico-militari necessari
a consentire uno sbocco rivoluzionario.
D. Come si è svolto il processo?

R. Abbiamo interrogato il prigioniero Sossi sulle iniziative che ha preso e il significato politico di ognuna di esse. Non si è trattato tanto di un
interrogatorio poliziesco ma di capire come ragionano gli uomini piú esposti del potere e di che uomini si servano quelli meno esposti. Sossi è

un buon "tecnico" ma non ha una grande autonomia politica. Un ottimo strumento per le sporche manovre. Attraverso gli interrogatori siamo
riusciti a ricostruire fatti, persone e metodi propri del fascio di forze della controrivoluzione.
D. Renderete noto l'interrogatorio?

R. Renderemo noto volta a volta ciò che serve nella lotta che stiamo conducendo. Renderemo noti inoltre i nomi degli infiltrati e dei confidenti

nei gruppi della sinistra extraparlamentare genovese. Sempre che a questi gruppi interessi saperlo!
D. Vi sarà una sentenza? Sulla base di quali elementi deciderete cosa fare di Sossi e cosa chiederete in cambio?

R. Una sentenza contro Sossi ne presuppone un'altra contro il potere che lo ha pilotato, e questa ancora un'altra contro lo stato. E allo stato
perciò che abbiamo chiesto tino scambio tra il prigioniero politico Sossi e i compagni del 22 Ottobre. Non accetteremo controproposte.
Rifiuteremo ogni offerta di un riscatto in denaro. La vita di un uomo non può essere comprata.
D. Vi aspettavate da parte dei maggiori gruppi della sinistra extraparlamentare (Manifesto, Lotta Continua, ecc.) una cosí violenta condanna?
Come la spiegate?

R. Nel 71 rispondendo ad un'altra intervista dicevamo: "Non ci interessa sviluppare una sterile polemica ideologica. Il nostro atteggiamento nei
confronti dei gruppi extraparlamentarl è innanzitutto determinato dalla loro posizione sulla lotta armata. In realtà nonostante le definizioni che
essi si attribuiscono; al loro interno prospera una forte corrente neopacifista con la quale non abbiamo niente a che spartire ed anzi riteniamo
che si costituirà al momento opportuno in una forte opposizione all'organizzazione armata del proletariato. Mentre invece un'altra parte di
militanti accetterà questa prospettiva; con essi il discorso è aperto." Oggi possiamo aggiungere che a misura in cui il loro ruolo di forze
subalterne ai partiti del 'Compromesso si è fatto piú marcato ed evidente, la contraddizioni al loro interno si sono fatte piú violente. Il caso
Sossi ha messo in piazza la profondità di queste contraddizioni.
D. Non vi ponete il problema, come si ponevano i tupamaros, di mantenere buoni i rapporti con le altre organizzazioni rivoluzionarie?

R. I buoni rapporti con le altre organizzazioni rivoluzionarie presuppongono "altre organizzazioni rivoluzionarie." Evidentemente non è il caso
dei maggiori gruppi della sinistra extraparlamentare. Esiste però un'area di forze realmente rivoluzionarie, tutta interna al proletariato
industriale delle grandi fabbriche, rispetto alla quale abbiamo stabilito un confronto politico ricco di sviluppi.
D. Pensate che la lotta armata in un paese a capitalismo avanzato come l'Italia e con il partito comunista piú forte d'Europa, abbia veramente
delle possibilità di sviluppo e di successo? Perché?

R. La lotta armata è oggi un'esigenza che nasce dalle grandi fabbriche urbane. E un bisogno politico di quelle avanguardie della classe operaia
che hanno rifiutato, il riformismo come progetto di stabilizzazione del sistema. Sono queste avanguardie che, con le loro lotte hanno incrinato
la struttura di comando dei padroni nelle officine, fatto saltare i meccanismi del terrore e dell'egemonia borghese e cioè hanno aperto e resa
acuta la crisi di regime. Inoltre andiamo incontro ad una radicalizzazione dello scontro politico e sociale -e noi crediamo che la sinistra subirà
inevitabilmente, con il progredire di questo scontro, un processo di polarizzazione in cui la discriminante sarà la posizione sulla lotta armata. In
questo processo verrà coinvolto anche il PCI o per lo meno la sua anima comunista:
D. Credete comunque che l'azione armata di un gruppetto di avanguardia sganciato dalle masse abbia un'utilità?

R. L'azione . armata di un gruppetto sganciato dalle masse certo non ha possibilità di sorta. Altro è l'azione di un'avanguardia armata anche se
molto piccola. Le BR non sono un gruppo. La nostra iniziativa armata è il frutto di un costante lavoro all'interno dello strato piú avanzato
dell'autonomia operaia in tutte le piú grandi fabbriche del Nord. Un lavoro cominciato 4 anni fa alla Pirelli. Un lavoro poco clamoroso ma
certamente -decisivo nel processo di formazione di una reale avanguardia rivoluzionaria.
D.. Pensate di poter costruire un'alternativa alla gestione sindacale?

R. Non si tratta di costruire un'alternativa alla gestione sindacale ma di costruire un quadro politico strategico diverso entro il, quale orientare
la lotta sindacale.
D. A quale tipo di organizzazione clandestina di fabbrica mirate?

R. I nostri militanti nelle fabbriche operano per favorire la crescita a tutti i livelli dell'autonomia operaia. Siamo convinti, che questa crescita
vada nel senso della costruzione di organismi di potere operaio.
D. Come rispondete a chi, e sono quasi tutti, sulla base del ragionamento del "a chi giova?" sostiene che siete dei provocatori perché

oggettivamente fate il gioco delle destre?

R. Ci hanno mosso questa critica contemporaneamente il governo e l'opposizione, la destra e la sinistra, quasi tutti appunto! In generale chi ci
muove queste accuse da sinistra parte da questo ragionamento: "Voi intervenite. sempre in prossimità di importanti scadenze politiche,
dunque..." Ma può essere la tempestività del nostro intervento oggetto di una critica seria? Certamente no. Un intervento intempestivo sarebbe
solo un intervento sbagliato. In realtà ci viene rimproverato il fatto che l'iniziativa armata introduce nel gioco politico istituzionale una
variabile non prevista. Che questo `faccia `ì1 gioco della destra è un'affermazione niente affatto dialettica. Chi fa il gioco della destra, e lo fa
fino in fondo, è chi si rifiuta di vedere che è in atto un processo controrivoluzionario; è chi si pone di fronte ad esso compiti solo difensivi; è
chi ha: rinunciato a costruire e ad opporre un efficace movimento di resistenza.
D. Come rispondete a chi accettando la vostra collocazione politica sostiene comunque che non vi è nessuna possibilità di sviluppo del vostro

disegno rivoluzionario?

R. Abbiamo fatto una scommessa con la storia e non l'abbiamo ancora vinta; questo è vero. Mala nostra esperienza di questi ultimi due anni
taglia corto, con il pessimismo. È soprattutto esperienza delle lotte operaie: basti ricordare Mirafiori, il blocco di marzo-aprile '73, i "fazzoletti
rossi" nell'ultimo contratto aziendale. Sono queste lotte, lo strato di avanguardie che esse hanno espresso, che stanno alla base dell'attuale

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capitolo 15

possibilità rivoluzionaria nel nostro paese.


D. Quali misure adottate per garantirvi dall'infiltrazione di elementi provocatori nel vostro gruppo?

R. Il criterio fondamentale è il livello di coscienza politica e di militanza pratica che i compagni che si avvicinano a noi hanno dimostrato nelle
lotte di massa. Tutti i nostri militanti hanno lavorato a lungo nel movimento di massa. La composizione sociale della nostra organizzazione è
precisa: la quasi totalità dei nostri quadri sono operai. Nessun criterio è però infallibile, dunque neppure questo. Provocatori e confidenti però
devono sapere che alla nostra giustizia non si sfugge facilmente...
D. Spesso è stato detto che la vostra matrice ideologica è marxista-leninista, cattolica e operaista: vi riconoscete in questo impasto?

R. La nostra matrice ideologica è comunista. I nostri punti di riferimento sono il marxismo-leninismo, la rivoluzione culturale cinese e le
esperienze in atto dei movimenti guerriglieri metropolitani.
D. E' vero che il vostro modello politico-organizzativo è il movimento dei tupamaros?

R. No, non è esatto. Nessuna esperienza è ripetibile e l'Italia non è l'Uruguay; della esperienza dei tupamaros abbiamo però tenuto presenti
importanti principi di organizzazione come la costruzione per colonne e la compartimentazione.
D. Potete delineare un vostro modello di organizzazione?

R. Il nostro punto di vista è che la lotta armata in Italia debba essere condotta da un'organizzazione che sia diretta espressione del movimento
di classe. Il popolo è all'origine di tutto dunque bisogna unirlo, mobilitarlo e armarlo. Lo sviluppo di una prima -fase di guerra di guerriglia, in
situazioni urbane e nelle grandi metropoli industriali europee ci sembra possibile guardando l'esperienza e i limiti dei primi gruppi armati
tedeschi, francesi e italiani a due condizioni: la crescita di momenti reali di potere operaio armato nelle piú grandi fabbriche, nei poli di classe
piú significativi e nei rioni popolari dove maggiormente si concentrano rivolte e sfruttamenti; la costruzione di una "forza regolare strategica»
addestrata ad affrontare dal punto di vista della lotta armata tutti i compiti che si presentano ai diversi livelli di scontro.[60]

Nell'arco di tutta la sinistra, l'unica componente a dare una risposta politica all'intervista, è la IV Internazionale
(GCR), che sul periodico "Bandiera Rossa," pubblica un articolo firmato da Maitan in cui viene analizzato il
documento delle BR.

È un raro esempio di critica negativa seria e documentata. Si riconosce innanzitutto l'appartenenza :delle BR al
campo della sinistra rivoluzionaria, e ci si rifiuta di unirsi "al coro impudico di esecrazioni ipocrite e di denunce
opportunistiche che ha caratterizzato anche le prese di posizioni delle organizzazioni della estrema sinistra." Si
passa poi a discutere il documento delle BR. Secondo Maitan non è corretto parlare di "fascismo neogollista" come
la via per, salvare le apparenze della democrazia borghese: "In Italia sussiste un regime di democrazia borghese
parlamentare in cui la classe operaia può imporre il rispetto di una serie di elementari diritti [.,.]. 1 risultati del
referendum del 12 maggio [...] dimostrano che per la classe operaia il terreno della lotta legale non è affatto chiuso."

È inoltre generico, secondo Maitan, affermare che la lotta armata sia una esigenza che nasce dalle grandi fabbriche
urbane. Cosí come generica è l'allusione al tipo di organizzazione clandestina in fabbrica, cosí come il richiamo al
marxismo-leninismo (in quale versione?) e ai suoi "miti guerriglieri" (quali e in quale periodo?).

Alcune formulazioni, come quelle della crescita di momenti reali di potere proletario in fabbrica, riecheggiano
secondo il giornale della IV Internazionale, certe idee avanzate dall'ERP argentino "non siamo di fronte ad una
concezione militarista o fochista allo stato puro, alla Debray del '67, per esempio," ma ciò non toglie che l'analisi
della situazione è troppo generica.

In particolare, alcune enunciazioni sembrano racchiudere "una concezione gradualistica: come se un potere armato
alternativo potesse venire costruito poco a poco cominciando da qualche fabbrica o da qualche quartiere

[...]. Il problema dell'armamento del proletariato a livello di massa non si potrà porre che in una situazione
rivoluzionaria di dualismo di potere."

Infine "nel contesto di crisi generale del sistema, non è affatto escluso che gruppi ridotti di militanti impegnati in
azioni armate possano conseguire qualche successo [...], ma i rivoluzionari devono avere un disegno strategico

complessivo, delineare un'alternativa globale" che, sempre secondo "Bandiera Rossa," sembra mancare alle BR.[61]

Il 18 maggio viene diffuso il sesto comunicato. In esso, per la prima volta, si parla esplicitamente di condanna a
morte:

Comunicato n. 6

1) E un mese che Mario Sossi è nostro prigioniero. È un mese che vi guardiamo in faccia. Nessuna maschera può piú nascondere il vostro volto
disumano e fascista. Abbiamo preso uno di voi e voi lo avete abbandonato. Egli ha ammesso macchinazioni e intrighi a danno dei compagni
comunisti del 22 Ottobre e voi avete risposto che è un soggetto psicoflebile. Egli ha denunciato personaggi e responsabilità e voi avete chiesto
la censura della stampa e della Rai TV come i peggiori regimi fascisti. È una ributtante ottusità la vostra, e tanta, tanta viltà che non ci consente
di rispettarvi neanche come nemici. Ma avete dimostrato soprattutto un'altra cosa: che siete sensibili ad una sola legge, quella della forza. Ed è
con quella moneta che intendiamo pagarvi.

2) Abbiamo prove puntuali e fotocopie di atti istruttori che riguardano il già citato traffico di armi. Mario Sossi ha reso ampia testimonianza su
tutto ciò- Inoltre egli ha scritto e sottoscritto un atto di accusa preciso e circostanziato contro chi, oggi, lo ha abbandonato al suo destino. Noi
non crediamo alle vostre leggi e lasciamo ai "democratici" le illusioni sulla vostra giustizia. Ma per noi, ciò che egli ha detto e scritto è come
un grande specchio in cui compaiono facce note e meno note che non intendiamo dimenticare. Questa battaglia sta ormai per concludersi, ma
non la guerra. Presto verrà anche il loro turno.

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capitolo 15


3) Alcuni tra gli avvocati dei compagni del 22 Ottobre stanno frapponendo ogni genere di ostacoli alla loro liberazione. E' un comportamento
che non tollereremo oltre perché questa gente ha venduto i compagni alle varie polizie. Un invito ad essere piú precisi ed espliciti verrà
accolto!

4) Alla legge della forza rispondiamo con la ragione e con la forza. Ha sbagliato i suoi calcoli chi ha ritenuto che non avremmo combattuto
fino in fondo. Ci assumiamo tutte le responsabilità di fronte al movimento rivoluzionario affermando che, se entro 48 ore - a partire dalle ore
24 di sabato 18 maggio - non saranno liberati gli 8 compagni del 22 Ottobre secondo le modalità del nostro comunicato n. 4,. Mario Sossi verrà
giustiziato. Verrà giustiziato per i reati di cui si è reso personalmente responsabile.

5) Riaffermiamo che, comunque si concluda questa battaglia, punto irrinunciabile del programma politico della nostra organizzazione è la
liberazione di tutti i compagni detenuti politici.[62]

Mario Sossi, come abbiamo già rilevato, si rende perfettamente conto che a condannarlo a morte non sono le BR. In
un diario, tenuto in carcere e corredato di vignette, chiarisce molto bene questa convinzione e l'acquisita

consapevolezza di come siano profonde le contraddizioni all'interno delle istituzioni statali:

Dottor Coco, perché non vieni al mio posto? E' o non è, in base all'ordinamento giudiziario, il procuratore della repubblica responsabile di tutti
(senza distinzione) gli atti dei suoi sostituti? Perché hai rifiutato di dirlo? Vieni, Umberto Catalano, tu sei uomo di fegato, e uomo d'onore. C'è
posto anche per te! Credo, Taviani, nella tua fermezza "democratica e antifascista"; non bisogna transigere! Allora vieni al mio posto, o almeno
a tenermi compagnia. Ti aspetto! Dovrei parlarti di qualche fatterello che forse già conoscerai... Ma potrei rinfrescarti la memoria, no?
...Opportunisti, sfruttatori, manutengoli, ruffiani e vigliacchi, fanno vita comoda e nessuno li va a rapire. Per di piú, qualcuno di essi ha la
sfrontatezza di recitare la miserabile commedia del "cittadino intransigente"! Voglio essere sottoposto a procedimento disciplinare: cosí tutti
dovranno sentire. Se ne parlerà in magistratura, se ne discuterà in parlamento; e verrà, forse, fatta finalmente luce su oscuri episodi di
clientelismo, provocazione, corruzione, irresponsabilità. E ,allora, volente o nolente, ciascuno dovrà riconoscere le proprie responsabilità!!!

Sono stato utilizzato dal potere politico attraverso gli organi di polizia, e attraverso lo stesso apparato giudiziario, in realtà "condotto per mano"
dal potere politico. Ora, nel momento del bisogno, tale potere, al quale fanno coro i "vertici" della magistratura e dell'esecutivo, mi getta via,
come una scarpa vecchia, e cerca di "insabbiarmi," come tanti casi arcinoti, preoccupato esclusivamente di difendere le posizioni di "prestigio"
raggiunte a prezzo di enormi sacrifici (altrui!!!)...

Qualunque cosa accada, c'è qualcuno che moralmente, in ogni caso, mi ha già ucciso. Non intendo fare l'eroe per compiacere coloro che oggi,

cinicamente, e contraddicendo se stessi, si augurano soltanto la mia morte, la mia follia, o una interminabile reclusione! Compiano quelli un
gesto "eroico" sulla propria pelle, e allora potrò anche accettare di diventare un "eroe" [..]

P.E.T. [Paolo Emilio Taviani. N.d.RJ: "Si accomodi, prego!" M.S. (Mario Sossi [N.d.RJ): "La prego, prima Lei, Eccellenza!" Se credi che
morire sia bene, allora prego, vacci tu a morire... PENSIERI. Una scelta "équipe" di psichiatri e di psicologi, guidati dall'ineffabile P.E.T. ha
sentenziato che, se non sono pazzo; poco ci manca; sono pazzo. quel tanto che occorre per falsare il significato delle parole che dirò se uscirò
di qui... Se avrò salva la vita, lo dovrò al nemico che mi ha catturato; non ai miei mancati (spero) assassini! …[63]

Voci e smentite si intrecciano sulla volontà dei detenuti del 22 Ottobre e dei loro avvocati di presentare l'istanza di
libertà provvisoria. Alcuni giornali si domandano: può un avvocato opporsi alla volontà del cliente e rifiutarsi di
chiedere la libertà provvisoria? Se un tale caso si verificasse, si dice, bisognerebbe sentire il parere dell'Ordine.

In realtà si tratta di un falso problema sollevato non si sa se per malafede o insipienza tecnica: non è infatti
necessario, perché il giudice conceda la libertà, provvisoria a un imputato, che questi o il suo difensore ne facciano
domanda.

L'avvocato Marcellini, che assiste Grazia Sossi, taglia la testa al toro presentando in prima persona l'istanza di
scarcerazione. Alla stampa dichiara: "Aspettavo si muovessero i difensori degli imputati ma ci sono stati rifiuti,
incertezze, polemiche."

Nel caso di ordinanza favorevole alla scarcerazione, osserva la stampa, un'eventuale impugnazione di Coco non
fermerebbe il provvedimento che è per legge automaticamente e immediatamente esecutivo. Solo il governo
potrebbe frapporre ostacoli per il trasferimento all'estero degli 8 detenuti negando il nulla osta per il passaporto.

Il 20 maggio avviene il fatto che dà una svolta decisiva alla vicenda. La corte d'assise d'appello di Genova,
insediatasi con due giudici togati e sei popolari e con la presidenza di Beniamino De Vita, concede d'ufficio la

libertà provvisoria agli 8 del 22 Ottobre, e il nulla osta per il passaporto, "subordinatamente alla condizione che sia
assicurata la incolumità personale e la liberazione del dottor Mario Sossi.”[64]

Mentre la parola spetta al governo, si intrecciano commenti e prese di posizione.

"Corriere della Sera": "Ai criminali della banda della stella a cinque punte non interessa affatto la vita di Sossi e non
molto la libertà dei detenuti del 22 Ottobre. L'uno el'altra sono le leve di un enorme ricatto che ha come fine ultimo
il discredito dello stato, l'esasperazione dei conflitti che dividono già in modo lacerante la magistratura dal potere
politico, la dimostrazione clamorosa del crollo dello stato borghese."[65]

"Il Tempo": "Le Brigate Rosse hanno vinto, lo stato italiano ha perso. Quella dei giudici di Genova è una diagnosi
che, sia pure per motivi opposti a quelli dei fedayn di magistratura democratica [sic! N.d.RJ, trova orecchie docili
anche da certi settori della destra delusi da cedimenti precedenti, e perciò non disposti a veder rifiutare proprio
l'ultimo che va a beneficio di uno di loro."[66]

"Paese Sera": "L'inutilità delle indagini, l'impunità di fatto di cui godono i criminali, rende possibile anche
l'ordinanza di ieri, il cedimento al piú ignobile dei ricatti."[67]

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Magistratura Democratica di Genova: "Sente il bisogno di esprimere tutta la sua solidarietà ai giudici che hanno
saputo prendere una cosí difficile decisione [...] evidentemente non è stato sufficiente l'esempio doloroso della
strage del carcere di Alessandria, e si ritiene che 5 vite non bastino a salvare un malinteso prestigio di stato."

Branca: "Lo stato è veramente forte solo quando riesce a frenare i propri nervi [...]. Lo stato giusto sacrifica il suo
potere repressivo alla necessità di salvare una vita umana."

Nenni: "Lasciamoli arrivare fino in fondo. Nessuno può assumersi la responsabilità di decidere sulla vita di un
uomo."

Reale: "Il mio giudizio è nettamente negativo [...] il provvedimento provoca piú sgomento che sorpresa." Preti:
"Quando lo stato abdica e cede di fronte al ricatto esso commette il piú spaventoso degli errori." Romita: "La
decisione della corte ci mette di fronte all'immagine di uno stato debole con i deboli e prepotente con i prepotenti."

Almirante: "Si tratta di crisi di regime, di capitolazione di regime, di resa senza condizioni [...] di uno stato che da
molti anni non esiste piú."

Giomo (PLI): "Ultimo passò e progressivo deterioramento del rapporto tra società civile e delinquenza."

L'"Unità": L'ordinanza di Genova "espone tutta la vita dello stato e della società a rischi che sono evidenti. Ogni
banda di criminali :può, se si segue questa linea, tentare di rovesciare una giusta tendenza."[68]

Costantino Mortati (costituzionalista): "Un vero abuso di potere che assume l'aspetto di una pressione sull'autorità
politica."

Giorgio Benvenuto: "Il governo italiano ha scelto tra tutti quelli possibili il modo peggiore di affrontarlo e
risolverlo."

Terracini, a titolo personale:. "Ho sempre espresso la mia opzione per la vita del giudice Sossi contro il sollecito
rispetto reverente dei sacri testi della legge."

Ramat (Magistratura Democratica): "La debolezza delle istituzioni non si riscatta ma si accentua con momenti di
durezza."

Bianco (DC, ma a titolo personale): "Agli altri poteri dello stato tocca soltanto eseguire le decisioni adottate dalla
corte d'assise d'appello di Genova."

Del problema discute anche il governo. Secondo l' "Espresso": "Appena seppe dell'ordinanza Taviani si precipitò da
Rumor minacciando di dimettersi se si fosse ceduto al ricatto. Rumor si disse d'accordo ma lo invitò alla cautela:
'tieni conto,' gli disse, `che i socialisti sembrano incerti. Nenni ha fatto una dichiarazione favorevole allo scambio,
gli altri esitano.' Poco dopo arrivò Zagari. Il ministro socialista della Giustizia pur fra dubbi e tentennamenti si
schierò con Taviani: 'Ma tenete conto,' osservò, 'che secondo molti giudici la concessione del passaporto agli 8
detenuti, dopo il nulla osta della corte d'assise, è un atto dovuto.’”[69]

Al Senato il presidente del Consiglio Rumor dichiara: "Lo stato non abdica e pertanto non verranno compiuti atti
che possano significare inammissibili patteggiamenti con un gruppo di criminali che ha lanciato una sfida diretta

all'autorità dello stato."

Altre prese di posizione.

Perna (PCI): Esprime "apprezzamento politico per la decisione di non scendere a patti con una banda di criminali
[...] il cui modo di agire è fascismo."

Zuccalà (PSI): "La decisione -dei giudici genovesi è un errore politico."

Mariotti: "L'ordinanza conduce a una sorta di istituzionalizzazione del ricatto."

"Il Tempo" osserva: ".Il conflitto dei poteri è in atto. In un paese ordinato si può ritenere che il governo si ribelli
legittimamente e impedisca l'esecuzione dell'ordinanza [...] La magistratura può umiliare se stessa, non lo stato e i
reggitori dello stato."[70]

Ma le contraddizioni passano anche all'interno della magistratura. Dice Coco: "Sebbene contrario al provvedimento
[...] una volta avveratala condizione in essa contenuta [...] non mi sottrarrò al dovere indeclinabile di eseguire

l'ordinanza. Presenterò ricorso, se possibile, contestualmente ai motivi che lo legittimano.""[71]

"Il Tempo" commenta: "Coco può considerarsi il vero arbitro della situazione. Contro la sua intransigenza e contro
il tempo che stringe se la devono vedere le Brigate Rosse ma anche gli altri magistrati che si trovano in contrasto
con lui. Il braccio di ferro non è soltanto tra i criminali e la legge, è anche tra chi interpreta la legge in modo
difforme."[72]

Il giorno 21 viene diffuso dalle BR il comunicato n. 7, nel quale allo scopo di vanificare le difficoltà frapposte dal
governo per la concessione del passaporto, viene fissato come luogo di asilo per i detenuti liberati l'ambasciata

cubana presso la S. Sede. Insieme al comunicato viene consegnato un messaggio autografo in cui Sossi assicura di
stare bene mettendo cosí fine a certe voci circa il suo stato di salute.

Avute notizie dell'avvenuta concessione della libertà provvisoria agli imputati del gruppo 22 Ottobre ed avuta notizia della condizione
consistente nella garanzia della mia incolumità attuale, confermo di essere in buona salute.

Mario Sossi

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capitolo 15

Comunicato n. 7

Ci vengono chieste garanzie sulla incolumità e sulla liberazione del prigioniero MARIO SOSSI. Rispondiamo che la sua incolumità e la sua
liberazione sono garantite innanzitutto dall'esecuzione dell'ordinanza di libertà provvisoria, nonché dal fatto che gli 8 compagni del 22 Ottobre
trovino asilo nell'ambasciata cubana presso lo stato della città del Vaticano. Questo affinché sia garantita la loro incolumità, data la posizione
assunta dal governo italiano. Riconfermiamo che nelle 24 ore successive alla liberazione dei compagni secondo le modalità indicate, il
prigioniero Mario Sossi verrà senz'altro posto in libertà. Questa è la nostra parola.[73]


Ora veramente tutto dipende da Coco. Tuttavia, siccome l'impugnazione da lui proposta, non ha effetti sospensivi,
può solo appellarsi ai "margini discrezionali sulle modalità di esecuzione e di accertamento."

"Ci ridiano Sossi vivo, e poi attueremo l'ordinanza." Il motivo appare a tutti dilatorio.

Gli avvocati Di Giovanni e Guiso, difensori di alcuni detenuti del 22 Ottobre, sollecitano la liberazione con una
nuova istanza, riferendosi alle esplicite dichiarazioni di Beniamino De Vita, presidente della corte che aveva emesso
l'ordinanza, secondo le quali l'espressione "sia assicurata (e non sia realizzata) la libertà" era stata adottata in quanto
sembrava la piú rispondente a qualsiasi evenienza e non casualmente.

Ma Coco non si muove. È evidente che cerca di temporeggiare per aspettare che sia accolta la sua impugnazione. Di
questa tattica si rendono perfettamente conto le BR le quali, piú tardi, analizzeranno quello che chiamano "progetto

Coco."

Il "progetto Coco" era quello di costringerci in una situazione di stallo fino al momento in cui sarebbe stata invalidata dalla cassazione
l'ordinanza di libertà provvisoria. Questo era il senso della sua affermazione "libereremo quelli del 22 Ottobre solo quando sarà liberato il
dottor Sossi." In questa situazione le scelte erano obbligate: o liberare Sossi e costringere Coco a rimangiarsi le sue promesse dimostrando cosf
che la legge è un puro strumento di potere, o tenere prigioniero Sossi, con la prospettiva di doverlo liberare o giustiziare qualche giorno dopo
senza nessuna contropartita politica [...] La scelta di giustiziare Sossi dopo la concessione della libertà provvisoria sarebbe stata sbagliata

perché avrebbe favorito l'immediata ricomposizione delle contraddizioni su una linea di destra intransigente e avrebbe consentito il formarsi di
uno schieramento in grado di realizzarla.

Taviani in accordo con gli alti vertici della magistratura e della polizia genovese stava costruendo la situazione in modo da chiuderci ogni via
di uscita per costringerci a giustiziare Sossi. Un'eventualità di questo genere gli avrebbe permesso: - di attaccare ed emarginare quelle forze
disponibili ad una linea morbida e alla trattativa, - di scatenare una campagna che, presentandoci come puri criminali ed assassini, mirasse al
piú ampio isolamento politico possibile, - di seppellire per sempre gli scandali che la vicenda Sossi aveva portato alla luce (traffico d'armi,
sequestro Gadolla, processo 22 Ottobre, falchi neri, infiltrazioni ecc.). Verificata l'impossibilità di uno sbocco internazionale dell'azione e
valutato che giustiziare Sossi in questa fase avrebbe senz'altro favorito la ricomposizione di tutte le contraddizioni a destra, rimaneva, come
unica scelta politica responsabile, la sua liberazione. Scelta questa che avrebbe spinto ulteriormente e allungato nel tempo l'effetto politico
della azione stessa. Scelta inoltre che avrebbe dimostrato in modo lampante come la legge sia un fatto di classe: uno strumento di difesa per gli
interessi della classe dominante.[74]

Per tutti questi motivi le BR il 23 maggio liberano Sossi.



Dopo averlo fatto sedere su una panchina in un quartiere periferico di Milano e avergli messo in tasca un biglietto
ferroviario per Genova e un comunicato da rendere pubblico, lo salutano dicendogli "Va bè, arrivederci, metti
giudizio!"[75]

Il rilascio

La mossa delle BR giunge improvvisa e sorprende un po' tutti.


Le forze dell'ordine hnno subíto uno smacco. Sossi è stato liberato come, quando e dove hanno deciso le BR mentre
polizia e carabinieri stavano a guardare. La questura, per cercare di giustificare la propria inettitudine, parla di "caso
poliziesco anomalo," "mancavano canali tradizionali, gli informatori, i 'canarini' che cantavano ai tempi del 22
Ottobre. Le BR hanno assunto l'eredità dei GAP genovesi, ma ne hanno enucleato i 'soffioni.' "[76]

Il messaggio che le BR avevano messo in tasca a Sossi, verrà da questi affidato al collega pretore Sansa con
l'incarico di recapitarlo al "Corriere della Sera":

Comunicato delle BR n. 8

Perché rilasciamo Mario Sossi

Primo: la Corte d'Assise d'Appello di Genova ha concesso la libertà provvisoria agli 8 compagni comunisti del 22 Ottobre subordinandola a
garanzie sulla incolumità e la liberazione del prigioniero; queste garanzie sono state volutamente ignorate da Coco, servo fedele di Taviani e
del governo. Coco vorrebbe cosí costringerci ad un braccio di ferro che si protragga nel tempo, in modo da poter invalidare il preciso
significato politico della ordinanza della Corte d'Assise d'Appello. Non intendiamo fornire nessun pretesto a questo gioco. Liberando Sossi
mettiamo Coco e chi lo copre di fronte a precise responsabilità: o liberare immediatamente i compagni, o non rispettare le loro stesse leggi.

Secondo: in ogni battaglia bisogna "combattere fino in fondo." Combattere fino in fondo in questo momento significa sviluppare al massimo le

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capitolo 15

contraddizioni che in questi 35 giorni si sono manifestate all'interno e fra i vari organi dello stato, e non fornire pretesti per una loro sicura
ricomposizione. Questa battaglia ci ha fatto conoscere piú a fondo il nostro nemico: la sua forza tattica e la sua debolezza strategica: la sua
maschera democratica e il volto sanguinario e fascista. Questa battaglia ha riconfermato che tutte le contraddizioni in questa società si
risolvono solo sulla base di precisi rapporti di forza. Mai come ora dunque diventa chiaro il senso strategico della nostra scelta: la classe
operaia prenderà il potere solo con la lotta armata. Riconfermiamo che punto irrinunciabile del nostro programma politico è la liberazione di
tutti i compagni detenuti politici.[77]

Sossi nel suo ritorno a casa tiene un comportamento assai strano.



Durante il viaggio Milano-Genova si nasconde a tutti. Solo poco prima dell'arrivo si rivela a un compagno di
viaggio e lo prega di accompagnarlo, avendo paura di rimanere solo. Giunto a Genova, anziché telefonare alla
famiglia o alla polizia, telefona a un suo amico medico legale e si fa rilasciare un certificato che attesta la sua sanità
mentale.

Piú tardi dichiarerà: "Non ho telefonato a mia moglie perché il mio telefono è controllato [...]. Non volevo arrivare a
casa da solo e per giunta preannunciandomi col risultato di far correre polizia e carabinieri."[78] Per non tornare a
caso solo infatti si procura la scorta di due amici avvocati, uno dei quali piú tardi dirà "Che forse dovevo servire a

parargli una pallottola l'ho pensato piú tardi, e mi tremano ancora le gambe."[79]

In una conferenza stampa alla domanda "Lei... ha paura dottor Sossi, lo dice e si vede anche, ma di che ha paura?"
cosí risponde: "delle BR no." "E allora di chi?" "È una cosa vaga, non posso dire di chi... Forse voi lo capite."[80]

Riferisce "Panorama" che Sossi: "Rifiuta la scorta della polizia e esce soltanto se lo accompagnano 4 guardie di
finanza che conosce da tempo. Evita di parlare al telefono 'perché,' spiega, 'è controllato.' Si sposta su un'alfetta blu
della finanza che appena possibile semina le giulie della questura incaricate di pedinarlo."[81]

Quando dovrà fugare alcuni sospetti sorti sul suo viaggio Milano-Genova e sullo strano comportamento da lui
tenuto, fornirà dei testimoni "solo in un secondo tempo, chiedendo interrogatori immediati, quasi temesse che chi

era in grado di confermare il suo racconto potesse essere fatto sparire."[82]

Le sue prime dichiarazioni sono di rispetto per le BR: "Nessuno mi ha imposto di scrivere messaggi, sono io che ho
chiesto di farlo." [83] "Non sono mai stato costretto con la violenza a dire cose importanti alle BR. Non ho subito
cioè maltrattamenti o torture... Alla fine i rapporti tra me e i due brigatisti erano se non cordiali almeno civili."[84]

Pone anche l'accento sul carattere pedagogico della sua detenzione "per dura che sia stata la drammatica esperienza
da me vissuta, essa è pur sempre un'esperienza."[85] "In una cosa eravamo assolutamente d'accordo, che
l'indipendenza della magistratura è un'utopia... questo le BR lo sapevamo già. Io l'ho capito in quei 35 giorni."[86]

Quanto alla polemica con Taviani, Catalano e Coco, iniziata durante la sua prigionia e alimentata con i suoi
messaggi dal carcere, la riprende non solo confermando di averli scritti spontaneamente ma aggiungendo
dichiarazioni polemiche del tipo: "Il mio ringraziamento riconoscente non può estendersi a coloro che, pur
consapevoli dei pericoli, [...] hanno evitato accuratamente di assumere determinate e dovute responsabilità.”[87]
Coco replica tentando di farlo passare per matto: "Il trauma psichico perdura per un tempo variabile anche dopo la
liberazione."[88]

Ma Sossi, che si rifiuta -persino di parlare al telefono col suo antagonista; risponde sprezzante !'il, dottor Coco -è
piú stanco di me e anziano; per lui è stato un brutto periodo."[89]

Intanto Coco, che pure aveva pubblicamente assicurato di scarcerare gli -8 detenuti del 22 Ottobre, dopo la
liberazione di Sossi, si adopera per non mantenere la parola data e prende tempo in attesa che la cassazione annulli
l'ordinanza di Genova. Da un lato il giudice istruttore Scolastico emette nuovi_ e pretestuosi mandati di cattura
contro Rossi e Battaglia per "associazione sovversiva," dall'altro Coco dà una interpretazione tutta personale
all'ordinanza: "L'ordinanza di scarcerazione è ineseguibile perché non sono state rispettate le modalità dello
scambio. Sossi è liberò fisicamente ma non spiritualmente." Cosí commenta il "Corriere della Sera": "Questi dubbi
sull'equilibrio psico-fisico di Sossi solo soltanto l'inizio di una manovra per dichiararlo folle o non sano di mente ed

invalidare tutto ciò che egli può aver detto o fatto durante i giorni della prigionia."[90]

Appare chiaro a tutti come la legge sia diventata per Coco una questione, privata.

Il presidente della corte d'appello Riccomagno, in polemica con Coco, si congratula con "gli 8 galantuomini che
hanno messo l'ordinanza."

Alcuni giuristi, confrontando la parola delle BR e quella dello stato, giungono ad amare conclusioni. È il caso di
Conso, e dell'ex presidente della Corte costituzionale Giuseppe Branca. Quest'ultimo dichiara: "Mancando alla
parola data, quello stato cui- si chiede di essere autorevole, finisce col perdere ogni credibilità. Lo stato non deve
attaccarsi a cavilli e usare del potere dei propri organi costituzionali per tenere in galera coloro ai quali, attraverso il
potere di altri organi altrettanto costituzionali, ha 'in precedenza garantito la libertà [...] Chi ci garantisce che uno
stato incapace di mantenere oggi la parola data ai delinquenti saprà mantenerla domani ai cittadini onesti?"[91]

In contrasto con questa presa di posizione ed anche con l'impopolarità di Coco (peraltro noto col soprannome
"l'insabbiatore" per aver intralciato i pretori che indagavano sui petrolieri), appare un'affermazione contenuta su

"Paese Sera," nella rubrica Benelux. "Coco fa il suo dovere. Il governo e il parlamento hanno fatto il loro dovere

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capitolo 15

con giusta fermezza."



Con queste ultime lacerazioni all'interno dello stato e dell'establishment, le BR ottengono il risultato di prolungare
l'effetto della loro azione. Commenta l`Espresso":

L'ultima mossa dei brigatisti, quella di fare arrivare il giudice Mario Sossi sano e salvo a casa, si sta rivelando la piú scaltra del loro lungo
duello con lo stato italiano [...]. Se lo avessero ucciso si sarebbero isolati totalmente [...] essi volevano porre l'opinione pubblica di fronte a una
nuova drammatica domanda: è giusto reagire alla illegalità e alla violenza fisica di un sequestro con l'illegalità e la violenza della menzogna di
stato? Ci sono riusciti.[92]

Giorgio Galli, su "Panorama," cosí traccia il consuntivo della vicenda Sossi:

E' questo Stato lo stato che mette legittimamente in libertà i mafiosi e tiene in carcere i suoi cittadini per 8 anni senza avere accertato che siano
colpevoli, che per non cedere al ricatto ha lasciato ammazzare chi fedelmente lo serve (le 5 vittime di Alessandria oltre ai due detenuti). E che
vorrebbe lasciare uccidere Mario Sossi per non trattare con le misteriose Brigate Rosse, che hanno pur tuttavia rivolto al ministro dell'Interno

Taviani, al PG Coco (che ha intralciato fin che ha potuto i pretori che indagavano sui petrolieri) e al capo dell'ufficio politico della questura di
Genova dottor Catalano, accuse che, il meno che si può dire è che lasciano disorientata l'opinione pubblica.[93]

Anche le BR tracceranno piú tardi un bilancio di questa esperienza:

Con la concessione della libertà provvisoria agli 8 del 22 Ottobre, la magistratura si attesta su posizioni autonome di disponibilità alla trattativa
pur di salvare la vita di Sossi. Il potere politico, ed in particolare il governo, esprime invece compattamente (dalla DC al PCI) un netto rifiuto

ad ogni trattativa ed è disposto a sacrificare la vita di Sossi. Questo atteggiamento, è chiaro, va al di là del caso specifico ed investe una
questione di fondo: il rapporto tra potere politico e magistratura.

E infatti sulla subordinazione della magistratura alle direttive del potere politico che si intende costruire il progetto di ristrutturazione
neogollista [ ...]. Con la campagna Sossi ci proponevamo come obbiettivo fondamentale il rendere evidente l'approfondimento delle
contraddizioni politiche all'interno e fra i vari organi dell'apparato statale. Con questa campagna intendevamo far risaltare la sostanza del
progetto neogollista.

La richiesta della liberazione dei detenuti politici è stata quindi avanzata con due obbiettivi: - portare alle conseguenze piú estreme le
contraddizioni del potere; - verificare una via di soluzione a questo problema.

ENTRAMBI QUESTI OBBIETTIVI SONO STATI REALIZZATI.[94]

AtteggIamento della grande stampe

Il tema svolto dalla grande stampa è stato ancora una volta quello della paura: le BR sono dei delinquenti che fanno
il gioco dei fascisti, il cui colore non è rosso ma nero. Tuttavia molto piú che a proposito delle azioni precedenti, si
trovano analogie e affinità con le posizioni espresse dalle formazioni di sinistra e dai loro organi di informazione.

Questa accentuazione della consonanza tra la grande stampa di informazione borghese e gli organi di stampa di
sinistra da un lato è una tendenza strategica della grande borghesia e dall'altro è dovuta a una convergenza di natura

piú contingente, tattica, sulla campagna del referendum, che vede schierati insieme per il NO "il Manifesto," "Lotta
Continua," "l'Unità," l'"Avanti!" ed anche la "Stampa," il "Corriere della Sera," "Il Messaggero," ecc.

Va solo rilevato che queste affinità nel trattare la vicenda non solo non vengono nascoste ma sono addirittura
sottolineate dalla grande stampa padronale.

Cosí osserva Arrigo Levi sulla "Stampa":

"È ora che il paese sia informato e rassicurato, che la giustizia possa fare piena luce [...] che gli organi dello stato agiscano con la massima
energia per prevenire e stroncare le nuove attività criminose..." sono parole dell'onorevole Berlinguer [...]. Esse, a noi sembra, esprimono
correttamente la rabbia di chi vuole difendere questa repubblica nata dalla battaglia antifascista della Resistenza contro chi, sia poi erede del
fascismo o dissennato seguace di teorie estremistiche di "sinistra" [...], mette oggi in pericolo questa libertà.[95]

A sua volta commenta Andrea Barbato sulla "Stampa":

Una volta tanto si può condividere l'opinione espressa stamane da un movimento estremo, quello di Lotta Continua. Le ipotesi 'di quel gruppo
sono tre:

- che le Brigate Rosse siano manovrate a fini reazionari;

che esse ignorino irresponsabilmente il legame fra le loro azioni e il referendum sul `divorzio;

- infine che la loro analisi sbagliata le porti a puntare su una sconfitta del NO per la vecchia regola del "tanto peggio tanto meglio."

Neppure noi sappiamo quale delle tre ipotesi sia la piú giusta: in fondo esse finiscono per somigliarsi. Chi usa il terrore come arma politica può
trovarsi a suo agio solo in uno stato totalitario.. [96]

Da un editoriale del "Corriere della Sera":

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capitolo 15

Nessuno piú dubita che il rapimento del giudice Sossi sia un atto deliberato di provocazione. C'è una strategia della tensione in atto dal 1969, e
si fonda sul senso di insicurezza diffuso ovunque per alimentare sempre nuove paure [...] inutilmente, come desperados di un'avventura fallita,
gruppi emarginati tentano di esasperare per uno scontro frontale una questione di vita civile.[97]

Va da sé che, con questa impostazione, anche la correttezza della informazione trova dei limiti invalicabili
nell'ostacolo posto dalla questione cromatica (sono rossi o sono neri?). Una eccezione è costituita dall" `Espresso" e
anche da "Panorama." Quest'ultimo però ha giocato un ruolo di favoreggiamento "obbiettivo" della provocazione

lanciando Girotto come "eroico guerrigliero." Questa attivita "promozionale" verrà ripagata a "Panorama" dal SID e
dai carabinieri con la consegna in esclusiva di materiale sequestrato a Robbiano di Mediglia. La regola era invece
che i materiali sulle BR venissero forniti da CC e SID al settimanale fascista "Il Borghese."

"L'identikit delle Brigate Rosse" secondo la grande stampa

Se i nazisti socialdemocratici della RFT hanno tentato alcuni anni fa di aprire il cervello di Ulrike Meinhof, per
vedere come era fatto, i borghesi nostrani, sono forse meno macellai, ma altrettanto curiosi. Ecco un estratto
dell'articolo Un identikit per le Brigate Rosse pubblicato sulla terza pagina del "Corriere della Sera." Non ha
bisogno di commenti:

Nessuno li ha visti. Di loro, di quelli delle Brigate Rosse, abbiamo l'unico connotato delle parole contenute nei messaggi... Tutto questo può
offrire materia per un identikit?...

I comportamenti rientrano negli schemi della tensione politica o debordano in quelli della follia? E la cultura? [...]. Siamo, nonostante tutto, nel
terreno dell'umano o in quello del disumano? "Uomini e no" fu l'ormai proverbiale sintesi di Vittorini sulla guerra civile. Le Brigate Rosse
sono oggi l'emblema del "non uomo"? [...]. Tra le ipotesi c'è quella che vorrebbe. dietro le Brigate Rosse un unico cervello, una mente che
guida i rapitori e "postini" [...]. Interrogo un grande maestro della psicologia, Cesare Musatti. "Si può solo esprimere qualche impressione,"
dice Musatti. "La persona la quale dirige l'attività del gruppo [...] è proprio quale si presenta: cioè colto, con una impostazione ideologica
sicura anche se incomprensibile, dotato di capacità organizzativa ed esecutiva, e con una preparazione giuridica. Il tutto è pervaso da una vena
di follia: paranoia lucida, e questo giustifica ogni preoccupazione."

Roberto Guiducci insegna sociologia all'istituto universitario dì lingue moderne di Milano. Gli chiedo di aggiungere una "tessera" all'identikit

delle "Brigate." Il discorso, per forza di cose, esce dalla procedura dell'introspezione, ma resta in quella gelida zona che Musatti ha chiamato
"paranoia lucida" e Guiducci chiama "anomia," cioè "assenza di regole" come avrebbe detto il sociologo Durkheim...

Su quei messaggi si è costruita la cronaca allucinante di questi giorni. Sono battuti a macchina, e chi scrive questo articolo compiendo gli stessi
gesti, lo stesso premere di tasti, quasi gli stessi ordinati allineamenti di righe, non può sottrarsi ad un brivido. Chissà quale silenzio sarà rotto
dal dattilografo che, a imprevedibili scadenze, infila i fogli nel rullo e sfida l'intero paese...

Corrado Grassi è ordinario di dialettologia italiana all'università di Torino: ":.. Colpisce fin dalla prima lettura l'assoluta prevalenza di
proposizioni semplicemente giustapposte l'una all'altra, secondo un tipo di costruzione che gli specialisti definiscono 'paratattica asindetica'
[...]. Questo tipo di costruzione ha precise ascendenze letterarie. Basti ricordare Luca: 'Questo mio figlio era morto ed è risuscitato; era perduto
ed è stato ritrovato'..."

Enrico Calenda è un giovane filologo di Venezia [...] Calenda passa un'intera giornata tra i proclami delle "Brigate." Le sue conclusioni sono
queste. "L'insistito rapporto fortemente contrastante fra le coppie dei pronomi noi-voi e degli aggettivi possessivi nostro-vostro [...] a cui
corrisponde appunto l'opposizione di due giustizie, due stati [...] mette sulla pista di un'alternativa che dal profondo si ripercuote sui livelli
logici e illogici investendoli di una visione in definitiva realmente sfiduciata. A ciò si collega forse la genericità della terminologia politica:
non sono poche, in fondo, le organizzazioni nazi-maoiste che usano indifferentemente espressioni come 'lotta di classe,' 'lotta di popolo,' [...].
Alla magistratura borghese si oppone un 'tribunale del popolo,' alle carceri repubblicane, una 'prigione del proletariato.' Il che in fondo equivale
ad un'accettazione dello stato borghese stesso, rovesciato..."

Il lettore ha materia per trarre delle conclusioni. L'identikit registra la nota allucinata della follia, l'assenza di una vera regola rivoluzionaria,
l'eco di una cultura, il moralismo che è compagno di ogni negazione. C'è perfino il rintocco di una costruzione di parole frequente nel Vangelo.
Quest'ultimo rilievo, forse piú di ogni altro, dice come il nostro tempo e il nostro mondo siano ormai drammaticamente ribaltati e mostrino,
come corpi morti, piaghe fino ad oggi ignote.[98]

Tre giorni dopo cosí Franco Fortini sullo stesso giornale replicherà all"'identikit":

Si legge come "un giovane filologo di Venezia" abbia passato "un'intera giornata" sui proclami delle BR, per scoprirvi l'opposizione del "noi-
voi" e di "due giustizie." E aggiunge - giovane ma già chiaramente orientato - "non sono poche le organizzazioni nazimaoiste che usano
indifferentemente espressioni come 'lotta di classe' e 'lotta di popolo."' Forse l'età impedisce al nostro filologo di rammentare che quella
indistinzione è da 30 anni nel linguaggio dei partiti comunisti occidentali ma non gli toglie l'uso della dialettica. "Il che in fondo equivale ad
un'accettazione dello stato borghese stesso rovesciato, visto che poi non si produce (nei documenti delle BR) alcuna analisi della situazione
socio-economica": peccato che le BR non abbiano allegato uno studio "socio-economico" ai loro messaggi, magari con appendice

bibliografica. Ma che dire quando i contributi piú o meno innocenti degli specialisti diventano, per il giornalista che conclude, "la nota
allucinante della follia, l'assenza di una vera regola rivoluzionaria, l'eco di una cultura, il moralismo che è compagno di ogni negazione"!
Vogliate contare anche me per favore tra quei negatori e moralisti. "Dalle casse degli zuccherieri, cosí due miliardi finirono alla DC e al PSI,"
leggo sulla pagina di quello stesso venerdí 24 maggio che vede alcuni seri studiosi contendere il mestiere alle forze dell'ordine.[99]

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capitolo 15

Sempre sul "Corriere" compare un'intervista in cui Furio Colombo, di ritorno dagli Stati Uniti, si sbizzarisce per dare
sfogo alla sua vena socio-letteraria. Comincia col mostrare paura delle BR: "L'espressione 'Brigate Rosse' [...] è una
firma minacciosa [...] non solo la totale segretezza, ma il tipo di gesti [sic! N.d.R.] sembrano fatti per avere
un'immagine 'dura' e 'odiosa."' Furio Colombo passa poi a trattare l'aspetto neurologico: "Qui il marchio esclusivo è
una distruzione disperata, pazzesca, romantica e deliberatamente senza ritorno. I loro gesti non promettevano alcun

disegno ma solo una disperata e suicida testimonianza. Era un fascio di nervi saltati, residuo sanguinoso di una
rivolta intellettuale."[100]

Dall'interpretazione Sturm und Drang a quella decadente dannunziana di tal Frescobaldo Chiocci del "Tempo," il
quale cosí commenta il 7° comunicato delle BR: "Il linguaggio, letterariamente è scaduto di tono. Siamo ormai alle
comunicazioni concitate. Mancano gli accenni politici, le rodomontate ideologiche, le invettive e i sarcasmi, le
minacce. La escalation si è ingrigita in uno stile quasi mercantile, essenziale [...]. C'è soltanto, alla fine, un sussulto
romantico e guascone ('questa è la nostra parola'), caratteristico della temperie, tutto sommato dannunziana, un
dannunzianesimo da tempi tupamari..."[101]

C'è però anche chi rimane con i piedi per terra, e, dalle colonne dei giornali, fa un discorso piú semplice e forse
anche piú coraggioso. ,

E' il caso di Leonardo Sciascia lo scrittore siciliano che un anno piú tardi sarà eletto consigliere regionale per il PCI:

... Secondo l'ordodossia rivoluzionaria, non c'è dubbio che l'azione delle BR è stata, nel caso Sossi, assolutamente ineccepibile sia in ordine alla
tempestività che agli effetti. Se un movimento rivoluzionario non sa insinuarsi nelle crepe che la società, il regime, lo stato che combatte gli
offrono e allargarle; se non sa fare in modo che le contraddizioni interne di quella società, di quel regime, di quello stato si inaspriscano ed
esplodano, non si capisce perché e in che cosa possa dirsi rivoluzionario. Eppure nell'arco nominalmente rivoluzionario del nostro paese
l'azione delle BR è stata intesa e spiegata in tanti modi, tranne che in quello piú ovvio: e cioè come il modo di preparare o di cominciare a fare
una rivoluzione. La piú benevola interpretazione è stata quella dell'estremismo infantilistico in un senso che non mi pare sia quello di Lenin...

Non riconoscere come rivoluzionaria l'azione delle BR non è dunque un sintomo del mutato rapporto tra le classi proletarie e rivoluzionarie,
cosí come sono oggi rappresentate e si rappresentano,

e il potere, e lo stato? È possibile parlare ancora di rivoluzione se il gesto rivoluzionario è temuto nell'ambito stesso delle forze che dovrebbero

generarlo non solo per la risposta del gesto controrivoluzionario, che potrebbe facilmente e sproporzionatamente arrivare, ma anche perché in
sé, intrinsecamente, controrivoluzionario? Non c'è dunque da pensare, da riflettere?[102]

Questa presa di posizione di Sciascia provocherà una dura reazione di Giorgio Bocca il quale propende, come la
quasi totalità dei giornalisti "di professione," per la tesi che le Brigate Rosse siano in realtà nere.

Le posizioni di alcune formazioni di sinistra

Riportiamo di seguito alcune prese di posizione di alcune formazioni di sinistra le quali, non disponendo di organi di
stampa quotidiani hanno potuto esprimere il loro atteggiamento con ritardo rispetto al succedersi degli eventi.

Avanguardia Operaia

Le posizioni di AO a proposito del sequestro Sossi sono esposte soprattutto in due articoli comparsi a distanza di
tempo su "Avanguardia Operaia" settimanale.

Nel primo articolo Le brigate di stato si fa chiaramente riferimento a collegamenti con il SID: "Si tratta di
provocatori manovrati dalle centrali reazionarie che si propongono una sterzata eversiva e l'attacco al movimento e
alle conquiste del proletariato [...]. Le Brigate Rosse sono nere [...]. Infine emerge il ruolo del SID. E qui occorre
dire che 40 'puri' non sono in grado [...] a meno che puri non siano e che abbiano dietro ampi apparati esperti nelle
attività terroristiche [...], di effettuare le loro imprese. Il SID è un apparato che ha queste caratteristiche."[103]

Alcune settimane piú tardi, di fronte all'evidenza del comportamento delle BR, AO correggerà il tiro delle sue
critiche sfumando l'accusa da quella della provocazione soggettiva all'altra, solo in apparenza meno grave, di
provocazione oggettiva: "Al di là della coloritura soggettiva [...], il loro intervento si colloca nel quadro oggettivo
della campagna di provocazioni che da anni i 'corpi separati' dello stato preparano e portano avanti.[104]

Gli `anarchici

Gli anarchici prendono le distanze dalle BR, ma si guardano bene dal considerarle dei provocatori. Anzi, attaccano
violentemente, per questo motivo, la sinistra di opportunismo.

Da "Umanità Nova":

L'esperienza insegna che la -lotta clandestina, violenta, ha ragione di essere allorché si colloca in un contesto politico già sensibilizzato [...].
Adesso, con buona pace dei trionfalisti [...1 il popolo italiano [:..] è lontano [...] dall'aver maturato una coscienza rivoluzionaria.

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Se questa è l'analisi giusta, noi ci chiediamo se le BR credono veramente che per invertire questa tendenza basti una azione dimostrativa...

Queste le obiezioni di fondo. Non ci si chieda però di condannarle...

Non uniremo [...] la nostra voce alla generale e assai sospetta esecrazione per il sequestro Sossi, né ci preoccupiamo dei rischi che corrono le

patrie istituzioni, alle quali non crediamo, e la cui sorte ci lascia indifferenti.[105]

Piú tardi "Umanità Nova" tornerà sull'argomento per tracciare un consuntivo:

Lo stato innanzitutto ne esce a pezzi. Incapace di svolgere indagini serie, ha saputo soltanto invadere Genova e tutta la regione circostante con
qualche migliaio fra poliziotti e carabinieri che, in tenuta da campagna e col mitra spianato, hanno tenuto quella città in uno stato d'assedio
durato 35 giorni senza interruzione. Sossi non è stato trovato, la ridicola messinscena è. fallita completamente e, se a uno scopo è servita, è
stato probabilmente quello di attirare l'odio della popolazione non sulle Brigate Rosse ma sulla polizia e i carabinieri. Lo stato è inoltre
miseramente fallito in un'altra fra quelle che erano le sue specialità: l'infiltrazione e le spiate. Le migliaia di confidenti di cui il SID, la finanza,

i carabinieri, la polizia ecc. dispongono, non sono riusciti a produrre il minimo risultato...

Ma non è lo stato l'unica istituzione coinvolta in questo naufragio: che dire dei partiti politici, della nostra sinistra parlamentare, extra ed ex, dei
nostri sindacati, tutti uniti nell"`orrore per questa inaudita provocazione"? Lo spettacolo è desolante: nessun tentativo di analisi seria e
argomentata, nessuna interpretazione dei fatti alla luce dei principi che costoro affermano di sostenere: al contrario piatta, strumentale
opportunistica e senza fantasia è stata l'opinione, se cosí si può chiamare, espressa. Provocazione, "a chi giova?", fascisti, strategia della

tensione, strumentalizzazione del referendum e poi, a referendum passato, strumentalizzazione di qualcosa d'altro: quale meschinità, ma
soprattutto quale estrema povertà di idee in gente che conta a milioni suoi adeptil Noi non siamo, in linea di principio d'accordo con la strategia
delle Brigate Rosse: sappiamo bene che il giorno in cui fosse in discussione l'abbattimento di ogni potere, noi e loro non saremmo dalla stessa
parte, come non lo siamo stati in Ucraina, in Spagna e così via; ma non intendiamo però con questo unirci al coro dei latrati che hanno
accompagnato questo fatto.[106]

La rivista anarchica "A" osserva che le azioni delle BR non sembrano di natura fascista, e, seppure criticabili, lo
sono da sinistra e non da destra. Quanto all'argomento che farebbero aumentare la tensione, si osserva che:

Anche le manifestazioni di piazza "combattive," anche. gli scioperi selvaggi, ogni azione politica extraistituzionale aumenta la tensione. Ma lo
scopo dei rivoluzionari è quello di attenuare le tensioni? E' buffo che si debba noi anarchici difendere dei marxistileninísti dai loro confratelli.
Di questo passo sarà provocatorio tutto ciò che è illegale. E la rivoluzione è, a occhio e croce, illegale.[107]

L'Autonomia Operaia

Di particolare importanza le posizioni emerse dall'Autonomia Operaia, l'area da cui hanno preso origine le Brigate
Rosse. Data la situazione amorfa dell'" autonomia" il ventaglio di posizioni è assai vario. Vengono portate una serie
di critiche di diverso tenore. Alcune rivelano, a nostro avviso, quanto meno una affrettata lettura dei documenti
delle BR stesse. Per es. l'insistenza con la quale si attribuisce alle BR la teorizzazione del braccio armato separato
dal partito.

Da "Controinformazione":

Intervista operaia a Porto Marghera: "Se il caso Sossi ha esaltato tutta una serie di contraddizioni, è venuto a
mancare però in termini immediati il collegamento con la situazione di classe genovese [...]. Il pericolo serio non è
il neogollismo ma una socialdemocrazia col mitra, dove il sindacato assume fino in fondo la funzione di istituzione
dello stato."

Lettera di un militante della sinistra rivoluzionaria: "Non pensano i compagni delle BR che avrebbero dovuto
spiegare in modo approfondito e completo le motivazioni che hanno spinto a scegliere la fase politica della lotta per
il referendum? [...I. I compagni delle BR hanno parlato di documenti di un'importanza esplosiva su vari traffici
illegali e reati vari commessi da porci grossi e piccoli. Non si è persa un'occasione grossa, non documentando in
modo preciso e puntuale questi reati?”[108]

CPO Alfa Romeo Arese:

Alle Brigate Rosse va il merito indiscutibile di aver rimesso al centro dell'attenzione politica là teoria e la pratica della lotta armata e di aver
sviluppato sulle contraddizioni interne allo stato la propaganda di fatto contro di esso. Il richiamo al "livello di coscienza medio delle masse"
per accusare le BR di provocazione sa fin troppo di opportunismo. Al contrario il nostro dissenso dalle BR è politico.

Credere di poter sviluppare forme di lotta armata contro il "neogollismo" marciante e il golpismo fa nascere un credo politico per il quale ciò

che è necessario fondamentalmente è costruire un "braccio armato" di uno schieramento che, al momento buono, comprenderà tutti, riformisti
compresi. Da qui anche un concetto di militanza e di clandestinità che finisce per essere distaccato dal lavoro politico di massa e non lavoro di
massa per la clandestinità. Noi crediamo che lo sviluppo della violenza rivoluzionaria debba avvenire in stretto rapporto col movimento sotto
la direzione politica dell'autonomia operaia organizzata e che solo questa sia la condizione per sbagliare il meno possibile nella scelta degli
obbiettivi e dei tempi.[109]

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capitolo 15

CPO Face-Standard:

Il passaggio alla violenza di massa organizzata è per molte situazioni un problema di prospettiva politica. Per noi questo vuol dire sviluppare
queste prospettive e partire dalla costruzione dei comitati di reparto.

L'appropriazione può nascere solo da rapporti di forza costruiti in fabbrica se non vogliamo operare fughe alla LC vecchio stile (prendiamoci la
città). Da questa concezione nasce la nostra critica alle BR: non "complesso di inferiorità." Se infatti l'aspetto positivo dell'azione delle BR

consiste nell'aver posto nella pratica il problema della lotta armata in un quadro di generale opportunismo dei gruppi, va affermato però, con
altrettanta chiarezza, che, dalla analisi sbagliata della situazione politica (neogollismo), i compagni delle BR derivano errori di fondo su
obbiettivi della loro azione, livelli organizzativi, tempi dell'azione militare. Questi errori portano ad una logica gruppettistica (braccio armato,
mancata organizzazione dei livelli di violenza spontanea di massa, nessun programma politico) e insurrezionale (attesa del momento fatidico
della crisi del regime).[110]

Collettivo Policlinico e Comitato Politico ENEL (Roma):

Dell'autonomia ne parlano tutti grazie anche alle BR. Ringraziamo le BR e il referendum per aver chiarito da quale parte sta oggi l'autonomia
operaia reale, che è forza politica e non soltanto qualcosa di spontaneo in grado tutt'al piú di spingere piú a sinistra una rivendicazione
sindacale di fabbrica. Questo è il tipo di chiarezza che i compagni delle BR hanno saputo determinare all'interno della cosiddetta sinistra
extraparlamentare rispetto alla capacità di essere oggi forza politica coerente con le esigenze proletarie.[111]

Da "Rivolta di Classe":

Le Brigate che siano rosse non c'è dubbio, sono il punto di riferimento degli attacchi di tutto il sistema democratico [...]. Il rapimento di Sossi
ha significato questo, mettere in guardia il proletariato da uno stato che nonostante si fregi delle insegne della. resistenza, è rimasto nelle sue
strutture, nel suo agire, marcatamente fascista, ha rappresentato un monito per qualsiasi avventura ai danni del movimento operaio.[112]

Da "Rosso":

Le Brigate Rosse e le loro azioni "violente" costringono oggi la sinistra a prendere posizione nei confronti della violenza, ad uscire allo
scoperto. E questo ci sta bene. A troppi sedicenti rivoluzionari sono bastate poche settimane di segregazione dorata di un magistrato per
dimenticare la segregazione della classe operaia nelle fabbriche: le morti bianche, i morti sotto i colpi della polizia, gli assalti e le bombe
fasciste, per recuperare in fondo una facciata "democratica" che passava attraverso la condanna delle BR. Quello che non ci va bene, invece, è
la violenza clandestina anche alle masse. Il nostro dissenso è tutto e solo politico: non esiste il golpe neogollista da fronteggiare; il nemico da
abbattere è il partito del lavoro che lega borghesia e riformisti.

La teoria del braccio armato al di là di una pratica e di un comando politico da parte dell'autonomia operaia organizzata è una prospettiva

impotente di fronte alla domanda di organizzazione che il comportamento di classe e le avanguardie esprimono oggi. E' inefficace- dare
soluzione alla prospettiva di uso della violenza rivoluzionaria se non al livello di massa, cosí come questa prospettiva si è aperta alla FIAT
questo anno e in altre lotte nei momenti piú alti"[113]

1. il Manifesto," 15 marzo 1974.


2. "il Manifesto," 16 marzo 1974.
3. "i1 Manifesto,'" 21 marzo 1974.
4. Contro il neogollismo portare l'attacco al cuore dello stato, pubblicato nel "Giornale d'Italia," 13 maggio 1974
e nel "Tempo" dello stesso giorno.
5. Documento BR, citato nella requisitoria del PM Bruno Caccia.
6. Contro il neogollismo..., cit.
7. "Il Messaggero," 24 aprile 1974.
8. "Il Mondo," 2 maggio 1974.
9. "il Manifesto," 20 aprile 1974.
10. "Il Messaggero," 20 aprile 1974.
11. "Paese Sera," 22 aprile 1974.
12. "Il Messaggero," 24 aprile 1974.
13. Il "Paese Sera," 24 aprile 1974.
14. "Il Messaggero," 24 aprile 1974.
15. Ibidem.
16. Il "Paese Sera," 26 aprile 1974.
17. Controprocesso Rossi a cura del comitato per la difesa del 22 Ottobre, 1975.
18. "Il Tempo," 28 aprile 1974.
19. "Panorama," 10 luglio 1975.
20. Citato nella requisitoria del PM Dottor Bruno Caccia.
21. "Corriere della Sera," 29 aprile 1974.
22. "Corriere della Sera," 1 maggio 1974.

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capitolo 15

23. "Panorama," n. 420, 9 maggio 1974.


24. "Corriere della sera," 1 maggio 1974.
25. "Controinformazione," n. 3-4, 1974. Sullo stesso numero viene pubblicata una ricca documentazione delle BR
su CRI) e Centro Sturzo.
26. "Paese Sera," 5 maggio 1974.
27. Ibidem.
28. Ibidem.
29. "Il Giornale d'Italia," 3-4 maggio 1974.
30. "Lotta Continua," 5 maggio 1974.
31. "Il Tempo," 6 maggio 1974.
32. "Il Messaggero," 6 maggio 1974.
33. "Il Tempo," 7 maggio 1974.
34. "Il Messaggero," 7 maggio 1974.
35. "Il Messaggero," 8 maggio 1974.
36. "Il Giornale d'Italia," 8 maggio 1974.
37. "La Stampa," 9 maggio 1974.
38. "Paese Sera," 9 maggio 1974.
39. "Avanti!," 7 maggio 1974.
40. "l'Unità," 7 maggio 1974.
41. "Paese Sera," 10 maggio 1974.
42. "Corriere della Sera," 11 maggio 1974.
43. "Paese Sera," 11 maggio 1974.
44. "L'Espresso," n. 27, 1974.
45. Citato nella requisitoria del PM Bruno Caccia.
46. "Il Tempo," 10 maggio 1974.
47. "Paese Sera," 11 maggio 1974.
48. "Lotta Continua," 11 maggio 1974.
49. Volantino del 9 maggio 1974 del gruppo operai comunisti autonomi dell'Ansaldo Meccanica Porto Italcantieri.
"Paese Sera," 11 maggio 1974.
50. "Rosso," n. 11, giugno 1974.
51. "Il Tempo," Il maggio 1974.
52. "Paese Sera," 11 maggio 1974.
53. "La Stampa," 11 maggio 1974.
54. "Panorama," n. 422, 23 maggio 1974.
55. "Il Tempo," n. 16, 18 aprile 1974.
56. "Panorama," 23 maggio 1974.
57. "Il Giornale d'Italia," 14 maggio 1974.
58. "Corriere della Sera," 10 maggio 1974. "Il Tempo;" 14 maggio 1974.
59. "Il Tempo;" 14 maggio 1974.
60. "L'Espresso," n. 20, 1974.
61. "Bandiera Rossa," n. 9, 1974.
62. "Paese Sera," 19 maggio 1974.
63. "L'Espresso," n. 25, 23 giugno 1974.
64. "Il Tempo," 21 maggio 1974.
65. "Corriere della Sera," 21 maggio 1974.
66. "Il Tempo," 21 maggio 1974.
67. "Paese Sera," 20 maggio 1974.
68. "l'Unità," 21 maggio 1974.
69. "l'Unità," 21 maggio 1974.
70. "II Tempo," 22 maggio 1974.
71. Ibidem.
72. Ibidem.
73. Ibidem.
74. Documento delle BR citato nella requisitoria del PM Bruno Caccia.
75. "Corriere della Sera," 28 maggio 1974.
76. "Il Tempo," 24 maggio 1974.
77. "Il Giornale d'Italia," 2425 maggio 1974.

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capitolo 15

78. "Corriere della Sera," 28 maggio 1974.


79. "Panorama," 6 giugno 1974.
80. "Corriere della Sera," 28 maggio 1974.
81. "Panorama," 6 giugno 1974.
82. "Paese Sera," 27 maggio 1974.
83. "Corriere della Sera," 25 maggio 1974.
84. "L'Europeo," 6 giugno 1974.
85. "Corriere della Sera," 25 maggio 1974.
86. "L'Europeo," 6 giugno 1974.
87. "Paese Sera," 25 maggio 1974.
88. "Il Giornale d'Italia," 28 maggio 1974.
89. "La Stampa," 1 giugno 1974.
90. "Corriere della Sera," 25 maggio 1974.
91. "L'Espresso," 2 giugno 1974.
92. "L'Espresso," 2 giugno 1974.
93. "Panorama," 30 maggio 1974.
94. Documento delle BR citato nella requisitoria del PM Bruno Caccia.
95. "La Stampa," 28 aprile 1974.
96. "la Stampa," 4 maggio 1974.
97. "Corriere della Sera," 21 aprile 1974.
98. "Corriere della Sera," 24 maggid 1974.
99. "Corriere della Sera," 27 maggio 1974.
100. "Corriere della Sera," 28 maggio 1974.
101. "Il Tempo," 22 maggio 1974.
102. "L'Espresso," n. 25, 2 giugno 1974.
103. "Avanguardia Operaia," 1 maggio 1974.
104. "Avanguardia Operaia," 24 maggio 1974
105. "Umanità Nova," 4 maggio 1974,
106. "Umanità Nova," 1 giugno 1974.
107. “A," giugno 1974.
108. "Controinformazione," n. 3-4, luglio, 1974.
109. "Rosso," n. 11, giugno 1974.
110. "Rosso," n. 11, giugno 1974.
111. "Rosso," n. 11, giugno 1974.
112. "Rivolta di classe," n. unico, 28 giugno 1974.
113. "Rosso," n. 11, giugno 1974.

SoccorsoRosso
Autori
Biblioteca Multimediale Marxista

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capitolo 16

16
Dall'Incidente sul lavoro" di Padova alla liberazione di Curcio
"L'incidente" di Padova

Dalla "campagna Sossi" le BR escono con l'immagine dei banditi gentiluomini, di coloro che mettono in scacco
l'intero apparato dello stato, senza spargimento di sangue.

Da Padova, però, giunge una notizia che sembra contraddire questa fama. Il 17 giugno, a meno di un mese dalla
strage di Brescia, due fascisti vengono trovati uccisi in una sede del MSI di Padova. Si scatena una ridda di ipotesi

su piste nere e regolamenti di conti tra fascisti, fino a che non viene diffuso un comunicato, firmato "BR," in cui ci
si assume la responsabilità dell'accaduto:

Lunedí 17 giugno 1974, un nucleo armato delle Brigate Rosse ha occupato la sede provinciale del MSI di Padova in via Zabarella. 1 due fascisti
presenti, avendo violentemente reagito, sono stati giustiziati.

Il MSI di Padova è la fucina da cui escono e sono usciti gruppi e personaggi protagonisti del terrorismo antiproletario di questi ultimi anni.
Freda e Fachini hanno imparato lí il mestiere di assassini e i dirigenti di questa federazione (Luci, Switch, Marinoni) hanno diretto le trame
nere dalla strage di piazza Fontana in poi, Il loro piú recente delitto è la strage di Brescia.

Questa strage è stata voluta dalla Democrazia cristiana e da Taviani per tentare di ricomporre le laceranti contraddizioni aperte al suo interno

dalla secca sconfitta del referendum e dal "caso Sossi": piú in generale per rilanciare anche attraverso le "leggi speciali" sull'ordine pubblico il
progetto neogollista. Gli otto compagni trucidati a Brescia non possono essere cancellati con un colpo di spugna dalla coscienza del
proletariato. Essi segnano una tappa decisiva della guerra di classe, sia perché per la prima volta il potere democristiano attraverso i sicari
fascisti scatena il suo terrorismo bestiale direttamente contro la classe operaia e le sue organizzazioni, sia perché le forze rivoluzionarie sono da
Brescia in poi legittimate a rispondere alla barbarie fascista con la giustizia armata del proletariato.

Non colpisce nel segno chi continua a lottare contro il fascismo vedendolo come forza politica autonoma che si può battere isolatamente senza
coinvolgere lo stato che lo produce. Non colpisce affatto chi non si muove contro i fascisti con la scusa che sono "solo servi."

Al progetto controrivoluzionario che mira ad accerchiare e battere la classe operaia, dobbiamo opporre un'iniziativa rivoluzionaria armata che
si organizzi a partire dalle fabbriche contro lo stato ed i suoi bracci armati. Le sedi del MSI non sono piú inviolabili roccaforti nere! Nessun
fascista può piú considerarsi sicuro! Nessun crimine fascista rimarrà impunito! Portare l'attacco al cuore dello stato! Lotta armata per il
comunismo!

Martedí 18 giugno 1974.


BRIGATE ROSSE.[1]

Non siamo in grado di valutare con esattezza l'autenticità del volantino che pure come stile appare attendibile. Anche
se non ci troviamo di fronte ad un falso è, tuttavia, molto probabile che si tratti di un'iniziativa "autonoma" di un
gruppo collegato con le Brigate Rosse e conclusasi con un "incidente sul lavoro." L'azione sarebbe stata compiuta
senza, o addirittura contro, il parere dell`esecutivo" e della "direzione strategica," secondo la quale, già da qualche
tempo, la lotta va portata contro la DC ed il fascismo in camicia bianca.

Sta di fatto, tuttavia, che dalle BR non è giunta smentita, e anche di questo bisogna tenere conto.

Esiste sull'episodio di Padova una testimonianza della spia Girotto che, seppure da prendere con beneficio di
inventario, è giusto registrare. Secondo frate Mitra, Curcio avrebbe detto che "la colonna veneta aveva chiesto di
fare un'azione contro la sede del MSI, ma noi non pensavamo che volessero attaccare Padova, sede ben
guardata.”[2]

Sull'episodio ha preso posizione la rivista "Controinformazione":

Quanto all'opinione di sinistra essa è rimasta sconcertata: credere alla responsabilità delle BR voleva dire distruggere un'immagine cara,
constatare che le BR potevano anche interrompere la loro "tradizione cavalleresca" con la violenza delle armi [...]. Non sono mancati nemmeno
quelli che hanno ipotizzato il sopravvento nelle BR di una linea militarista: accanto ai colonnelli spuntano i samurai [...]. Solo qualcuno ha
avanzato l'unica ipotesi che sembra accettabile: che il comunicato delle BR era diretto ad evitare lo scatenarsi della caccia al rosso. Le BR,

sottoponendosi ad un giudizio generale inevitabilmente non tenero, hanno ammesso la doro responsabilità per quanto è accaduto nella sede del
MSI. Non una inaccettabile sfida all'opinione pubblica ed al consenso delle avanguardie: né la sottovalutazione del momento storico, dunque;
ma il riconoscimento di quello che noi riteniamo sia stato uno sbaglio: questo appare da una lettura attenta del comunicato: rivendicare anche

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capitolo 16

gli sbagli [...]. È questa una lezione inedita che rimarrà in gran parte incompresa [...]. A chi pensava che si potesse procedere all'infinito con
azioni di propaganda armata innocue, simpatiche, alla tupamaros prima maniera, le BR hanno risposto che quando si agisce davvero gli
incidenti sono sempre in agguato. Nonostante tutto questo le BR non hanno voluto trasformare in indicazione politica un'azione che non
perseguiva l'esecuzione dei fascisti.[3]

Si può osservare che, per quanto funestata da "un incidente sul lavoro," l'azione di Padova non modifica certamente
la linea strategica né l'impostazione tattica delle BR. Essa infatti va ricollegata, per gli obbiettivi che si poneva, alle
altre incursioni incruente compiute contro il CRI) ed il Centro Sturzo a fini "di inchiesta."

Non si può sottovalutare, tuttavia, che l'immagine delle BR ne risulterà alterata e che, a partire da questo momento,
non poche simpatie verranno loro a mancare.

L'arresto di Curcio

L'estate è un fuoco di fila di fermi, perquisizioni, arresti, ecc.



Una serie di militanti delle BR, o presunti tali, vengono perseguiti.

Altri, anche completamente estranei all'organizzazione, vengono coinvolti come misura di rappresaglia.

Il SID e le sue articolazioni armate riescono ad infiltrare la spia Girotto. L'operazione, che vuole essere di grossa
portata, tende a distruggere l'intero apparato delle BR. Tuttavia la provocazione non verrà spinta alle estreme

conseguenze da parte di chi l'aveva promossa. A settembre, proprio all'inizio dell'operazione "frate spia," scoppia la
bomba dell'arresto del generale Miceli. Vengono alla luce, in modo chiaro, le complicità del SID con le forze piú
reazionarie del paese nella preparazione di un golpe fascista. Nasce la necessità per il SID di un colpo a sensazione,
che serva a ristabilire l'equilibrio, se non a fare riconsiderare il golpe nero come un antidoto preventivo al pericolo
rosso incombente.

Per questo 1'8 settembre, e non dopo, viene arrestato Curcio insieme a Franceschini che si trovava con lui. In quel
periodo era stato fatto circolare in Italia un numero speciale di "Politica e Strategia," la rivista diretta dal consigliere
regionale democristiano Filippo de Iorio, golpista attualmente ricercato e dal suo collega di indizio, generale Duilio
Fanali, ex capo di stato maggiore dell'aeronautica. L'argomento della pubblicazione, già in preparazione da alcuni
mesi, era lo stesso - già elaborato da Sossi, dal SID, dal libretto azzurro dei CC - dell"`iceberg polipiforme" rosso
che estende i tentacoli in tutte le articolazioni dello stato, non escluso l'esercito.

Piú tardi lo stesso Curcio, ammettendo alcuni suoi errori, riconoscerà:

Gli uomini dell'antiguerriglia del generale Della Chiesa, servendosi di una guida e sfruttando un mio errore di valutazione avevano portato a
termine proprio in quel periodo [settembre. N.d.R.] una manovra di agganciamento che ha consentito la trappola e l'arresto. Ma dietro alla
semplice operazione di polizia c'era dell'altro: ventilare il pericolo di una prova di forza della sinistra per giustificare un controgolpe preventivo
nero e, in via subordinata, proporre un contraltare all'attacco alle trame nere che si rifaceva via via piú consistente. Il SID era pesantemente
implicato in quelle losche vicende e bisognava distrarre l'attenzione. Le BR entravano in questo disegno nella misura in cui potevano essere
presentate come punta armata emergente di un iceberg polipiforme ramificato, oltre che nelle grandi fabbriche del Nord, nel mondo della
cultura, nell'apparato della magistratura, negli ambienti piú quotati del giornalismo, nelle forze armate e addirittura nei Ministeri dell'interno e
della difesa. Dopo Sossi l'ideaforza che le BR rappresentavano si era fatta pericolosa perché trovava consensi e simpatie in strati sempre
maggiori di avanguardie e di movimento. Dunque da parte dell'antiguerriglia bisognava colpire urgentemente e clamorosamente per dimostrare
che questa organizzazione non era invincibile, per inquinarne l'immagine con ignobili .trucchi, e per anticiparne le probabili iniziative
d'autunno.[4]

Un comunicato delle BR denuncia prontamente e pubblicamente l'attività di spia di Girotto:

Compagni, domenica 8 settembre i compagni Renato Curcio e Alberto Franceschini sono caduti nelle mani del SID. I comunicati che questo ha
emesso e le manipolazioni della stampa ci inducono ad alcune precisazioni: la cattura di Curcio e Franceschini non è avvenuta, nel modo piú

assoluto, in seguito alla delazione o defezione di membri della nostra organizzazione, né quantomeno per opera, di infiltrati. Ma essa non è
neanche da attribuire alle. tanto sbandierate virtù investigative dei carabinieri e dei poliziotti torinesi, che non sono mai stati in grado di attuare
alcun controllo sui movimenti dei due compagni.

La loro cattura è avvenuta in seguito ad un'imboscata tesagli attraverso Silvano Girotto, piú noto come "Padre Leone," il quale sfruttando la
fama di rivoluzionario, costruita ad arte in America latina, presta l'infame opera di provocazione al soldo dei servizi antiguerriglia
dell'imperialismo.

Ma se il potere riesce con "brillanti operazioni" a colpire qualche nostro militante non riuscirà a neutralizzare la forza politica della nostra
proposta strategica: la lotta armata per il comunismo.

Compagni, se la borghesia usa le stragi nei comizi e,sui treni, scatena sempre piú la polizia contro i proletari, ricorre ai servizi antiguerriglia

internazionali, questo non è una prova di forza, ma dimostra la sua paura e la sua incapacità a risolvere la crisi di regime che, oggi piú che mai,
è la crisi della sua egemonia sul proletariato.

Alla richiesta di potere che sale dalle lotte del proletariato i servi nostrani dell'imperialismo USA rispondono con le bombe, la polizia e la
disoccupazione.

Ii movimento ha un'unica strada per rispondere: organizzarsi sul terreno della lotta armata per portare l'attacco al cuore dello stato.

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capitolo 16

BRIGATE ROSSE.[5]

Un mese piú tardi, in questo quadro di provocazione, scatta l'operazione contro il compagno Lazagna, partigiano e
comunista di antica milizia. Con lui si vuole colpire l'intera sinistra, dal PCI ai gruppi extraparlamentari, alle
organizzazioni che hanno scelto le forme di lotta armata.

Una serie di altre operazioni vengono portate avanti. Alcuni "covi" delle BR vengono individuati e perseguiti.
Molto materiale di natura informativa cade nelle mani dei carabinieri. Durante una di queste azioni, a Robbiano di

Mediglia, una sparatoria provoca il ferimento di un militante delle BR e la morte di un maresciallo dei carabinieri.

Le Brigate Rosse in carcere

In carcere i brigatisti, o presunti tali, si comportano con dignità, secondo le regole comuniste. Si rifiutano di
rispondere durante gli interrogatori, e si appellano alla Convenzione di Ginevra, ritenendosi prigionieri di "una
guerra che è stata dichiarata dalla borghesia.”[6]

Continuano la lotta anche in carcere: "Da sempre le galere sono terreno rivoluzionario. Non mancherò certamente
dunque di essere al mio posto di lotta, forte della esperienza politica cosí accumulata."[7]

Altre volte ostentano disprezzo verso i loro carcerieri. È il caso di Franceschini che prende a schiaffi il giudice
Caselli, il quale pretendeva di interrogarlo senza difensori, e si rifiuta di intervenire ad un processo "senza prove in
cui la condanna è già scontata in partenza" dichiarando ai giudici per iscritto: "Controbattere alle vostre calunnie
non mi interessa, significa accettare la vostra logica infame. Del resto, non é a voi 'egregíe eccellenze' che devo
spiegare perché sono un combattente comunista [...]. La crisi accelera sempre più i tempi della fine del vostro
dominio di classe e rende ormai matura la inevitabile rivoluzione comunista. Allora, e sarà molto presto, anche io
mi presenterò da voi.”[8]

Curcio, a sua volta, produce in carcere due importanti documenti. Il primo, che viene parzialmente e non del tutto
fedelmente pubblicato dall` Espresso" sotto la forma di intervista, ci fornisce un aggiornamento delle sue posizioni

politiche:

D. Il progetto golpista è stato rimandato?



R. Il governo Moro non può aspirare a risolvere lo scontro di potere in atto nel paese, e la macabra tendenza controrivoluzionaria che dal 1969
si snoda nel paese in questi mesi non è stata liquidata, ma solo disturbata. Del resto non poteva esserlo. Essa infatti è parte della crisi profonda

che attraversano i paesi capitalistici e risponde all'esigenza che questi manifestano di non vedere modificati i confini politici del sistema
democratico occidentale. In particolare in Italia il ciclo crisi-recessione-ristrutturazione non può essere gestito con strumenti politici di
ordinaria amministrazione.
La crisi dello stato, del partito di maggioranza e del modello di sviluppo sono ormai tali da esigere una "rottura storica" piú che un
compromesso.

La situazione evolve verso un punto limite oltre il quale le regole del gioco non valgono piú per nessuno. Oppure dovranno essere fatte valere
per tutti.

Io credo che non siano giustificati né il pessimismo di molti intellettuali né la proposta di compromesso dei revisionisti. Esistono le condizioni

e le forze per trasformare questa crisi in una "svolta storica per il socialismo." Ma occorre preparare in tutti i sensi le masse proletarie ai nuovi
compiti, ovvero all'inevitabile scontro coi progetti e con le forze della controrivoluzione nazionale e imperialista.

Il socialismo non è inevitabile, ma è inevitabile che l'intera sinistra sarà chiamata a definirsi rispetto a questo scontro.

D. C'è chi sostiene che l'esperienza BR ha subito un colpo forse decisivo con l'arresto di un certo numero di compagni. Insomma, cosa resta
delle BR?

R. È vero che l'arresto di alcuni compagni ha fatto tirare un sospiro di sollievo a certe sette della sinistra che, non sapendo piú come giustificare
la propria posizione parassitaria e subalterna, non hanno esitato a farsi complici della controrivoluzione nello sparare a zero sulla giovane
esperienza di guerriglia.

È altrettanto vero che la delusione per questa gente sarà grande quanto quel sospiro.

L'arresto di alcuni compagni non significa la sconfitta della necessità della guerra di classe. E nemmeno della necessità della sua
organizzazione da parte proletaria. Ciò è dimostrato dalla continuazione delle attività offensive. Ad esempio le due recenti incursioni armate
nelle centrali spionistiche del SIDA di Mirafiori e Rivalta.

La guerriglia è ormai un dato oggettivo della situazione politica italiana ed europea, un bisogno politico delle avanguardie proletarie. Il suo
sviluppo può essere ritardato ma non impedito.

In tutti i poli di classe esistono avanguardie che, superata la fase della protesta, hanno fatto propria la tesi - sostenuta dalle BR - che nell'Europa
occidentale l'improponibilità attuale dell'ipotesi insurrezionale classica non significa rinuncia alla guerra di classe ma sviluppo della medesima
nella forma di guerriglia urbana.

I "gruppi," le varie forze della sinistra devono capire, pur facendo salve le differenze di valutazione anche rilevanti, che l'indebolimento
dell'esperienza delle BR non è nell'interesse del movimento di sinistra.

L'attacco ai livelli di organizzazione clandestina e armata, il tentativo di relegare i nuclei combattenti nella sfera prepolitica della marginalità

criminale, segnano solo il bisogno della borghesia di distruggere ogni ipotesi di organizzazione della violenza proletaria, di annientare ogni

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capitolo 16

insorgenza antagonistica, di limitare progressivamente ogni forma di lotta e infine di canalizzare e controllare l'urto tra le classi.

Mi sembra un prezzo troppo alto per la soddisfazione di qualche capriccio polemico o di qualche esigenza tattica.

D. Scrive "l'Unità". "Vi sono alcuni che hanno teorizzato 'l'azione armata' in odio e in lotta contro i comunisti." Cosa ne pensi?

R. È una frase forse di effetto, ma priva di senso. Intanto stabilisce una identità impropria tra i comunisti e il PCI. Poi contrappone "l'azione

armata" ai comunisti. Infine presuppone un odio nei confronti dei "comunisti-PCI."

Vediamo di sbrogliare la matassa.

Primo: il comunismo è, prima che un partito, una concezione del mondo. In questo senso, anche in Italia vi sono molti comunisti che non sono
iscritti al PCI (e alcuni iscritti al PCI che è difficile pensare comunisti).

Secondo: parte dei rivoluzionari comunisti italiani non condivide la linea strategica del compromesso e ha scelto di battersi per una diversa
prospettiva di svolta storica per il socialismo.

Terzo: ciò non significa e non presuppone alcun "odio," bensì una lotta politica tra due strategie divergenti. Non l'odio, ripeto, non l'insulto, ma
una lotta politica, perché anche le forze che hanno teorizzato il passaggio alle guerriglia urbana come forma specifica storica della guerra di

classe sono parte integrante del movimento di sinistra, che piaccia o meno al signor Berlinguer.

D. A Firenze, a Bologna, per non citare che i piú clamorosi, si sono verificati episodi di "criminalità" che qualcuno definisce "comune," altri
"politica." Illusi? Disperati? Guerriglieri?

R. Non condivido l'opinione di chi liquida la questione come "aberrante follia provocatoria." Non vi è nulla di aberrante, di folle, di

provocatorio in ciò che hanno fatto quei compagni. Vi sono invece degli errori di impianto politico e di tecnica militare. Per trasformare queste
sconfitte, questi errori, in una piccola vittoria, bisogna individuare la lezione politica che da quei fatti emerge, di modo che anche gli errori
siano, come acquisizione di esperienza, parte del patrimonio positivo del movimento di sinistra.

Una lezione - che è poi una conferma di una tesi sempre sostenuta dalle BR - e cioè: guerra di classe non vuol dire "imbracciare un fucile" ma
interpretare, in termini organizzativi e politicomilitari l'antagonismo ribollente nei grandi poli industriali e metropolitani sotto la crosta
pacifista e legalitaria della sinistra ufficiale.

Perché credo abbia ragione Mahler quando sostiene che rispetto alla realtà l'immagine che i comunisti europei hanno del capitalismo è idilliaca
e pertanto sono idilliaci i metodi di lotta anticapitalistici che essi teorizzano: mentre questa realtà idillica non è, e di qui nasce la
contraddizione, lo spazio politico e la base sociale della tendenza rivoluzionaria.

D. Insomma, quali sono i confini tra "delinquenza comune" e "rapina per fini politici"?

R. Bertolt Brecht mette in bocca a un suo personaggio un interrogativo di questo genere: "chi è veramente criminale: chi fonda le banche o chi
le sfonda?"

Per la gente perbene la risposta è scontata: chi le sfonda è un delinquente comune; chi le fonda è un signore rispettabile! L'espropriazione è
però esterna a questa dialettica della miseria. In altre parole, non può essere definita "rapina per fini politici."

Per quanto ciò possa apparire paradossale, l'espropriazione non è calibrata sulle esigenze di sussistenza della organizzazione di guerriglia che

la pratica, bensí sull'effettiva capacità offensiva che essa ha raggiunto. Tanto piú solida è l'organizzazione, tanto piú incisiva è la sua attività di
espropriazione.

Per questo si dice che l'espropriazione è una componente strategica (non tattica) di ogni guerriglia. Anche in una fase iniziale, essa è già

praticata come tassazione che il movimento rivoluzionario impone alla borghesia; mentre, alla fine del processo, assumerà la forma di
espropriazione generale di ogni proprietà sulla quale possano essere costruiti rapporti di sfruttamento, parassitismo od oppressione.

Nell'espropriazione dunque si oggettivano una legalità ed una moralità rivoluzionaria che, in condizioni "normali," emergono con chiarezza

anche nella forma della sua realizzazione.

D. Rimane il fatto che, all'interno della classe operaia, la maggioranza o molti non condividono la scelta del passaggio alla lotta armata.

R. La classe operaia non è un mito. Il giudizio del "proletario condizionato" la cui coscienza è manipolata ed espropriata, non può far testo. E'
un proletario teleguidato, telediretto. O, se preferisci, in termini piú teorici, "in sé, ma non per sé."

Oggi, il messaggio che lanciano le avanguardie armate si rivolge e può essere compreso principalmente dalle fasce proletarie di avanguardia
che per la definizione dei loro interessi reali non hanno bisogno di suggerimenti premasticati. L'approfondimento della crisi e lo sviluppo della
guerra di classe porranno poi anche gli attuali proletari condizionati di fronte alla realtà del loro interesse di classe ed il loro giudizio sarà allora
genuino.

Renato Curcio, dicembre 1974 dal carcere di Casale Monferrato.[9]

Un altro documento, scritto da Curcio in occasione dell'uccisione in carcere di Holgher Meins, militante della RAF,
dà l'occasione per ribadire la dimensione europea

e mondiale dello scontro in atto: l'Italia e la Germania sono rispettivamente "l'anello debole e l'anello forte della
stessa catena: il sistema democratico occidentale":

La RAF ha posto una questione politica e cioè la questione della rivoluzione proletaria in una società tecnologica-metropolitana...

La RAF ha costretto da un lato la borghesia tedesca a svelare senza reticenze la sua natura ferocemente controrivoluzionaria, dall'altro si è
assunta la funzione di nucleo strategico politico-militare del movimento di resistenza e di polo di aggregazione delle forze rivoluzionarie
disperse [...]. In una società tecnologica, altamente industrializzata e urbanizzata, nessuno ha mai fatto una rivoluzione [...]. I militanti della
RAF [...] combattendo nel cuore della metropoli, dove pochi ancora credevano fosse possibile, hanno messo in crisi il meccanismo
paralizzante: in ciò sta la rottura storica che essi hanno realizzato e la loro prima e piú importante vittoria. Di qui parte anche "la necessità" di

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capitolo 16

annientare la RAF come obbiettivo ossessivo e confessato dalla controrivoluzione tedesca [...] La controrivoluzione in Germania occidentale
esprime meglio che altrove l'essenza del fascismo tecnologico imperialista [...]. La RAF si è opposta a tutto ciò e non solo con le armi della
critica [...] ha avuto cioè quel coraggio intellettuale, politico e militare che a troppi altri purtroppo manca ed è mancato.

Si è sporcata le mani impugnando le armi, ma è come se avesse messo davanti alla borghesia tedesca e alla sua "intellighenzia" frustrata e
volubile piú che un revolver un grande specchio della verità. Uno specchio in cui sono riflessi i contorni agghiaccianti di un nuovo fascismo

[...]. Tra i pessimi commenti apparsi sulla stampa leggibile nel nostro paese vi è un piú o meno esplicito denominatore comune. Si tratta della

tesi seguente: la RAF ha tentato una impossibile e isolata svolta nel cuore del capitalismo europeo. La sua è stata la recita di uno scontro tra

pochi e isolati estremisti e lo stato. L'apparente ovvietà di queste argomentazioni nasconde la loro sostanziale falsità. Chi le sostiene senza
l'aggravante della malafede deve ammettere di non aver capito una questione abbastanza rilevante e cioè che una linea di massa rivoluzionaria
si costruisce solo intorno a una guerra rivoluzionaria e una guerra rivoluzionaria non è mai un prodotto "naturale," spontaneo dell'urto tra le

classi, ma il progetto e l'intervento cosciente nella storia di un partito combattente...

Il limite piú rilevante della RAF [...] sta a mio avviso nell'impianto del rapporto politico-militare con lo stato da un lato e del rapporto politico-
organizzativo con il movimento operaio e rivoluzionario tedesco dall'altro. Un limite di tattica e di organizzazione [...]. C'è poi la questione del
rapporto politico-organizzativo con il movimento. In sostanza la critica che viene mossa è questa: la RAF ha iniziato a costruire la sua
organizzazione per linee esterne al movimento ed è stata assente nel suo lavoro una indicazione, anche embrionale, anche solo di tendenza,
della strada da percorrere per la costruzione di un potere proletario e popolare non delegato. Questo vuol forse significare che per la RAF la
"questione operaia" non si pone? Che un irrimediabile pessimismo nei confronti della possibilità rivoluzionaria del proletariato industriale
tedesco sta alla radice delle sue scelte? La RAF vuole forse una rivoluzione sociale senza la classe operaia?

Io non credo che la scelta tattica della RAF di svolgere nella prima fase della sua guerriglia un'azione di potenziamento logistico e di attacco
sul terreno parziale della controrivoluzione voglia dire il rifiuto di affrontare la questione operaia. Queste sue scelte vanno misurate sulla
situazione tedesca indubbiamente molto diversa da quella italiana e francese. È un fatto che la "coscienza possibile" del proletariato industriale
tedesco occidentale, oggi non va oltre la difesa degli interessi immediati.

Indicando nella controrivoluzione organizzata direttamente dallo stato la contraddizione principale, la RAF non esaurisce certo l'area politica
dei bisogni reali ma non ha neppure la pretesa di farlo.

La battaglia che dentro e fuori delle carceri tedesche viene combattuta dalla RAF non è solo eroica, ma ha un'importanza eccezionale per le
forze rivoluzionarie di tutto il continente europeo. È nostro dovere sostenerla con ogni mezzo. Dal suo esito dipende il rafforzamento o
l'indebolimento della guerra rivoluzionaria in Europa.

Bisogna che ci diventi familiare il concetto che Berlino e Stoccarda sono piú vicine a Roma o a Milano di quanto non lo siano Frascati e
Vigevano.

Il fenomeno della controrivoluzione assume nelle metropoli europee una specificità differente solo per intensità e per forma, non per qualità.
Perciò la resistenza deve essere continentale e prendere l'avvio dai grandi poli di oppressione e di sfruttamento. Perché questi sono i crogioli
del fascismo metropolitano e i punti da cui esso si irradia. Il fascismo metropolitano è la risposta che le classi dominanti europee e teleguidate
dagli USA si preparano a dare alla richiesta di potere che sta alla base dei "movimenti" di "forze comuniste" che si registrano nei vari paesi.

William Colby, il famigerato direttore della CIA, parlando della situazione in Europa ha detto recentemente: "Certo noi non diciamo non
importa se i comunisti partecipano al potere."

Il volto politico dell'Europa sta mutando. Gli equilibri di Yalta sono sempre piú instabili. La loro ridefinizione a medio termine è inevitabile e
non sarà indolore. L'alternativa non è tra Europa dei 9 autonoma ed equidistante ed Europa degli USA subalterna e servile. La contraddizione

passa all'interno di ogni paese. Si chiama socialismo. Si chiama comunismo.
Questa è la tendenza principale. La controtendenza è il nuovo fascismo. In mezzo c'è lo sgretolamento lento ma irreversibile di ciò che resta
del "sistema democratico occidentale" [...1 L'Italia

è l'anello debole del "sistema democratico occidentale." La RFT quello piú forte.

Dunque se in Italia i compiti delle avanguardie armate si pon-gono ormai dentro uno scontro aperto tra il movimento proletario e il regime in
agonia, nella RFT si tratta ancora di logorare il cervello, di aprire contraddizioni nello "Stato Forte," e di coinvolgere, attraverso un'attenta fase
di propaganda armata, un numero crescente di avanguardie proletarie nella prospettiva della guerra di classe.

Mi sembra che una strategia continentale unitaria deve stare alla base dell'azione delle diverse organizzazioni che combattono in Europa
l'ultima guerra: per il comunismo.[10]

Durante la seconda metà del 1974 si registra una proliferazione di gruppi che sviluppano una serie di azioni armate e
di sabotaggio.

Alcune di queste colpiscono nel segno: per esempio l'incendio alla Face Standard, firmato "Senza tregua per il
comunismo," che provoca 8 miliardi di danni.

Altre, al contrario, finiscono in modo tragico, come la tentata "rapina" in cui vengono fucilati dalle forze dell'ordine
Luca Mantini e Sergio Romeo, dei NAP, o come lo scontro a fuoco di Argelato, in seguito al quale verrà suicidato
Bruno Valli.

La liberazione di Curcio

L'11 dicembre, con due assalti quasi contemporanei alle sedi SIDA di Mirafiori e Rivalta, le BR danno una smentita
a chi, come il "Corriere della Sera," le riteneva "definitivamente debellate." Una parola d'ordine nuova viene
lanciata in questa occasione: "COSTRUIRE NUCLEI ARMATI CLANDESTINI."

Un'altra incursione viene compiuta dalle BR alla Singer di Leiní, il 3 febbraio 1975. In questa occasione vengono
"puniti" due dirigenti.

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capitolo 16


Ma l'azione piú clamorosa di questo periodo è senza dubbio la liberazione di Curcio dal carcere di Casale, che riesce
nuovamente a scatenare una serie di contraddizioni fra i vari organi dello stato che si palleggiano le responsabilità
della "fuga."

Nel comunicato delle BR relativo all'azione viene portato un violento attacco alla DC:

Il 18 febbraio un nucleo armato delle Brigate Rosse ha assalito e occupato il carcere di Casale Monferrato liberando il compagno Renato
Curcio.

Questa azione si inquadra nella guerra di resistenza al fascio di forze della controrivoluzione che oggi nel nostro paese sta attuando un vero e
proprio "golpe bianco" seguendo le istruzioni dei superpadroni imperialisti Ford e Kissinger. Queste forze, usando il paravento
dell'antifascismo "democratico," tentano di far credere che il grosso pericolo al quale si va incontro sia la ricaduta nel fascismo tradizionale.
Per questa via esse ricattano le sinistre mentre attuano il vero fascismo imperialista. Siamo giunti cioè al punto in cui la drammatica crisi di
egemonia della borghesia sul proletariato sfocia nell'uso terroristico dell'intero apparato di coercizione dello stato.

La campagna costruita ad arte e scatenata negli ultimi mesi in principal modo dalla DC sull'ordine pubblico lo dimostra. Le caratteristiche
fondamentali di questo attacco controrivoluzionario sono due:

1) la volontà di ridurre ad una funzione neocorporativa il movimento sindacale e la sinistra;

2) la pratica di annientamento per via militare di ogni focolaio di resistenza.

La crisi di regime non evolve dunque verso la catastrofica dissoluzione delle istituzioni, ma al contrario gli elementi di dissoluzione sono gli
anticorpi di una ristrutturazione efficientistica e militare dell'intero apparato statale. Il terreno della resistenza alla controrivoluzione si pone
cosí come terreno principale per lo sviluppo della lotta operaia.

Il movimento operaio ha infatti di fronte a sé il problema di trasformare l'egemonia politica, che già oggi esercita in tutti i campi, in un'effettiva
pratica di potere e cioè deve porre all'ordine del giorno la necessità della rottura storica con la DC e della sconfitta della strategia del
compromesso storico. Deve porre all'ordine del giorno la questione del potere, della dittatura del proletariato.

Compito dell'avanguardia rivoluzionaria oggi è quello di combattere, a partire dalle fabbriche, il golpismo bianco in tutte le sue manifestazioni;
battere nello stesso tempo la repressione armata dello stato e il neocorporativismo dell'accordo sindacale.

La liberazione dei detenuti politici fa parte di questo program

ma.

Liberiamo e organizziamo tutte le forze rivoluzionarie per la resistenza al golpe bianco. Lotta armata per il comunismo.

BRIGATE ROSSE.[11]

Questo documento sarà oggetto di alcune interessanti critiche da parte di "Bandiera Rossa," organo dei Gruppi
Comunisti Rivoluzionari, sezione italiana della IV Internazionale.

Scrivono i compagni dei GCR:

... non possiamo che rallegrarci che un compagno sia stato liberato...

Tutto sembra indicare che questa organizzazione stia superando il momento di "impasse" che l'aveva colpita fin dall'estate scorsa, dopo la
conclusione del caso Sossi e l'incidente della Federazione del MSI di Padova [...]. Oggi le Brigate Rosse prendono atto di una certa
rivitalizzazione di tutta l'area della cosiddetta "autonomia," di una sua maggiore capacità di intervento a livello sociale [...1 e si ripropongono
come un elemento di questa area, come un catalizzatore di questi processi. In realtà ci sarebbe da discutere sul carattere estremamente
contraddittorio ed effimero del rilancio dei gruppi "autonomi," che corrisponde piú a un rifiuto crescente dell'accomodamento dei centristi alla
burocrazia che non all'effettiva rispondenza di una linea estremista alle caratteristiche dell'attuale fase. Ma - è questo il punto su cui è piú
interessante soffermarsi - l'analisi e le proposte di cui sono portatrici le Brigate Rosse rivelano l'inesistenza di una alternativa strategica [...].
Per respingere le schematizzazioni eccessive sulla dialettica "ala avanzata-ala arretrata" della borghesia, rispolverano la vecchia tesi, cara
all'ala piú radicale dell'operaismo italiano, di un progetto organico del capitalismo in cui tutte le posizioni hanno un ruolo preciso,
predeterminato.

... Tutti gli elementi di analisi della crisi e della risposta della borghesia e dello stato sono appiattiti in un unico disegno onnicomprensivo. Fa
da contraltare a questa visione deformata delle iniziative borghesi una valutazione ingiustificata e ottimistica della situazione della classe
operaia. Sorprendentemente leggiamo nel comunicato: "Il movimento operaio ha infatti davanti a sé il problema di trasformare l'egemonia
politica, che già oggi esercita in tutti i campi, in una effettiva pratica di potere." Passando sopra ancora una volta all'astrusità della formula, non
possiamo che riconoscere la coerenza delle posizioni: è chiaro che, se il movimento operaio esercitasse "un'egemonia politica in tutti i campi"
l'armamento delle masse sarebbe già concretamente all'ordine del giorno (non solo come parola d'ordine propagandistica) e anche iniziative
armate delle avanguardie avrebbero un senso. Purtroppo non siamo ancora a questo stadio di avanzamento della crisi, e lo stesso comunicato è
costretto ad avanzare un obiettivo ben piú modesto (in linea con l'andazzo centrista), cioè "la necessità della rottura storica con la DC." La
resistenza al "golpe bianco" è una prospettiva ben misera, e ancora una volta le Brigate Rosse non si rivelano capaci di contrapporre alla "via
pacifica al socialismo" altro che "la via armata alle riforme."[12]

La sinistra in genere rimane peraltro incredula di fronte alla liberazione di Curcio.



"Avanguardia Operaia" e "l'Unità" non hanno dubbi: sono stati i servizi segreti. Il quotidiano del PCI, con uno
slancio di fantasia, arriva ad evocare l'immagine di un Curcio spia fin da giovinetto e con i pantaloni corti,
formulando ipotesi di legami con Ordine Nuovo, CIA, SID, KYP, perfino con l'ormai da tempo disciolta OAS.

Per "Lotta Continua," invece, la liberazione di Curcio "è un fatto sospetto solo per chi è definitivamente vittima
d,=1 mito dell'onnipotenza dello stato."

Cosí le BR stesse in un loro documento commenteranno la liberazione di Curcio:

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capitolo 16

L'assalto al carcere di Casale per la liberazione di un compagno è un'azione di propaganda armata nel senso che:

- ha prodotto una disarticolazione profonda nello stato; ribaltamento della campagna di propaganda con cui si tentava di darci per "spacciati";

vanificazione di progetti democristiani di un "processo esemplare" sotto le elezioni; accentuazione delle contraddizioni tra magistratura e CC,

tra magistratura di Milano e di Torino, tra alti e bassi gradi della magistratura, tra DC e altre forze politiche, e via elencando;

- ha battuto la pista al movimento di resistenza nei due sensi: di aver realizzato una parola d'ordine del programma rivoluzionario (liberazione
dei prigionieri politici) e perciò aver creato un clima di fiducia nella massa dei prigionieri politici oltre che tra le avanguardie rivoluzionarie;
aver esplorato un nuovo terreno di scontro ed aver tratto indicazioni ed esperienze che nei prossimi tempi risulteranno decisive;

- ha creato le premesse reali per organizzare l'avanguardia rivoluzionaria rinchiusa nelle carceri del regime su un programma rivoluzionario di
attacco allo stato.[13]

-

Tra discussioni e recriminazioni, le forze dell'ordine danno in lungo e in largo, ma invano, la caccia a Curcio il
quale in breve diviene un divo da rotocalco: nel giro di una settimana, almeno quattro settimanali gli dedicano la
copertina.[14]

Nel momento in cui sono piú "braccate," le BR portano a compimento un'altra azione che si inquadra nella "lotta
contro il fascismo in camicia bianca."

Il 26 febbraio, a Milano, perquisiscono l'IDI (Istituto dirigenti italiani) e rilasciano un comunicato:

Mercoledí 26 febbraio un nucleo armato delle Brigate Rosse ha occupato e perquisito la sede della fondazione IDI (Istituto dirigenti italiani) in
via Chiaravalle 2.

Questa fondazione, collegata alle associazioni dei dirigenti, contribuisce alla loro qualificazione e alla loro specializzazione nella politica di
sfruttamento e di repressione della classe operaia.

Compagni, attraverso la ristrutturazione delle fabbriche, i licenziamenti, la cassa integrazione, il padronato vuole ristabilire il suo dominio e
distruggere l'organizzazione di lotta del movimento operaio.

La restaurazione dell'egemonia e del controllo dei padroni passa anche attraverso una riqualificazione dei dirigenti ed il ristabilimento della
loro "autorità," che le nostre lotte di questi anni hanno messo duramente in crisi. Per questo oggi i dirigenti mentre da una parte attuano le
manovre antioperaie nella fabbrica, mentre decretano la cassa integrazione per migliaia di lavoratori, mentre denunciano e licenziano le
avanguardie operaie, mentre ristrutturano la fabbrica in funzione antioperaia, dall'altra parte cercano di mascherare il loro ruolo effettivo, di
farsi passare per una categoria di lavoratori e di costruirsi una patente di neutralità. In sostanza i dirigenti cercano di nascondere la loro vera
funzione di struttura di comando padronale e di artefici dell'attacco antioperaio dietro una loro pretesa funzione puramente tecnica e neutrale,
estranea cioè ai rapporti di sfruttamento.

In realtà attraverso queste manovre si cerca di bloccare la lotta operaia contro la struttura di comando della fabbrica, si cerca di ripristinare ad
un nuovo livello l'egemonia e il controllo dei pa

droni, e di cancellare le conquiste e gli spazi di potere dei lavoratori. In questo caso la riqualificazione del ruolo dei dirigenti si inserisce nella
strategia delle forze reazionarie. Si inserisce nel golpe strisciante che queste forze stanno attuando nel paese attraverso la crisi economica, la
militarizzazione dei quartieri popolari, l'incarceramento delle avanguardie rivoluzionarie, per piegare la resistenza dei lavoratori e stroncare la
loro lotta.

Contro questa offensiva reazionaria dobbiamo rispondere organizzando nelle fabbriche e sul territorio nuclei armati di resistenza. COLPIRE I
NEMICI DELLA CLASSE OPERAIA! ORGANIZZARE OVUNQUE NUCLEI ARMATI CLANDESTINI! LOTTA ARMATA PER IL

COMUNISMO!

Milano 28 febbraio 1975


BRIGATE ROSSE[15]

Nuove rappresaglie del regime

Dopo la liberazione di Curcio il regime adotta nuove rappresaglie contro i brigatisti detenuti. È a questo punto che i
militanti delle BR in carcere vengono autorizzati dalla loro organizzazione ad assumere la propria identità politica,
anche per rifiutare "ogni tentativo di frantumare l'insieme delle iniziative politiche dell'organizzazione in mille
episodi separati" e per esigere un unico processo "politico" all'intera organizzazione.

In proposito le BR diffondono un documento datato 11 aprile 1975:

Le carceri

Nelle carceri del regime sono oggi rinchiusi molti militanti tutti accomunati dalla stessa generica accusa: Brigate Rosse. 1 compagni delle BR,
per neutralizzare le manovre del potere contro altri compagni ingiustamente incarcerati ed estranei all'organizzazione, sono stati autorizzati ad
assumere pubblicamente la propria identità politica.

Il trattamento dei nostri compagni nelle carceri ha attraversato due fasi: prima dell'assalto al carcere di Casale, dopo l'assalto.

Prima: i nostri militanti sono stati dispersi nei diversi carceri giudiziari periferici allo scopo di evitare che potessero svolgere attività politica tra
le masse carcerate degli istituti maggiori.

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capitolo 16


Si è voluto cioè evitare, formalmente, un isolamento di tipo tedesco che avrebbe dato spunto ai compagni incarcerati per un movimento di lotta
dannoso al regime.

Nei carceri periferici ogni nostro militante è stato sottoposto ad un regime di "sorveglianza speciale." Ciò è accaduto anche per Curcio, tanto a
Novara che a Casale.

Se nonostante ciò egli è stato liberato è perché il nucleo di liberazione ha realizzato un progetto scientifico, concentrando forze sufficienti e
ben addestrate al combattimento.

Dopo: i nostri militanti sono stati trasferiti in "istituti penali" (Porto Azzurro, Saluzzo ecc.) e ciò nonostante essi rimangono a tutti gli effetti "in
attesa di giudizio." Ciò vuol dire che il giudizio

è già stato dato: senza bisogno di processo. Inoltre gravissime provocazioni sono state inscenate contro alcuni militanti mentre altri sono stati
ridotti ad un regime di assoluto isolamento che non ha giustificazioni.

Dobbiamo credere che queste misure, evidentemente persecutorie, siano volute dal ministro di polizia e di giustizia (si fa per dire) oltre che dal
solito generale e dal solito procuratore. Rappresaglia? A rappresaglia, rappresaglia!

I processi

I militanti delle BR rifiutano e rifiuteranno ogni tentativo di frantumare l'insieme dell'iniziativa politica dell'organizzazione in mille episodi
separati, che staccati dal loro contesto vengono presentati all'opinione pubblica come "reati comuni," "fatti criminali." L'obiettivo del regime è
quello di dividere uno dall'altro i nostri compagni per pesarli e giudicarli separatamente. Noi non accettiamo questo modo di procedere [...].
Pertanto s'ha da fare un unico processo. Nessun compagno, che sia stato catturato o meno, ha responsabilità piú grande o piú piccola di fronte
al nemico di classe perché ognuno ha posto, secondo le direttive dell'organizzazione, la sua tessera nel grande mosaico della rivoluzione
proletaria.

La liberazione dei compagni detenuti politici è un punto irrinunciabile del nostro programma! Niente resterà impunito! Costruire il potere
proletario! Lotta armata per il comunismo!

11 Aprile 1975[16]

1. "Paese Sera," 19 giugno 1974.


2. "Tempo," n. 16, 18 aprile 1975.
3. "Controinformazione," n. 3/4, 15 luglio 1974.
4. Dalla intervista a Curcio, parzialmente pubblicata su "L'Espresso," n. 1, 1975,
5. "L'Espresso," n. 38, 22 settembre 1974.
6. Dalla dichiarazione resa da Roberto Ognibene di fronte alla Corte, prima della sentenza che lo avrebbe
condannato a 28 anni di carcere, ciclostilato a cura del Soccorso Rosso Militante.
7. Lettera ai compagni dal carcere di Cuneo, di Paolo Maurizio Ferrari, da "Controinformazione," n. 516, 1974.
8. Dalla lettera di Alberto Franceschini ai giudici, messa agli atti il 15 maggio 1975.
9. Intervista a Curcio, riprodotta nella sua versione originale e integrale, parzialmente pubblicata su
«L'Espresso," n. 1, 1975.
10. Lettera dal carcere di Casale, pubblicata su "ABC," n. 9, 6 marzo 1975 e su "Rosso," n. 15, marzo-aprile 1975.
11. "Corriere della Sera," 21 febbraio 1975.
12. "Bandiera Rossa," n. 4, 1975.
13. BRIGATE ROSSE, Risoluzione della direzione strategica, aprile 1975: ampi stralci sono stati riportati - tra gli
altri - da "Gente," n. 40 del 6 ottobre 1975 e "L'Espresso," n. 41 del 12 ottobre 1975.
14. Le 4 riviste sono "Aut," l'ABC," "Panorama," "Il Settimanale."
15. Il "Corriere d'Informazione," 27 febbraio 1975.
16. "L'Espresso" n. 21, 25 maggio 1975.

SoccorsoRosso
Autori
Biblioteca Multimediale Marxista

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capitolo 17

17
Ultimo aggiornamento teorico (aprile '75)
Nell'aprile 1975 le BR producono il documento teoricocomplessivo Risoluzione della direzione strategica[1] che
costituisce a tutt'oggi il loro aggiornamento politico piú recente. Abbandonano per l'occasione il metodo "tupamaro"
dell'intervista già adottato nelle tre precedenti occasioni (settembre '71, gennaio '73, maggio '74).

Aspetti economici e sociali della crisi

La nuova forma di esposizione consente di trattare, in maniera piú articolata, gli aspetti economici e sociali della
crisi di regime la quale presenta secondo le BR tre caratteri fondamentali:

- sovrapproduzione;

- aumento dei costi delle materie prime (petrolio);

- caduta del saggio medio di profitto.

Dopo aver portato a sostegno delle loro tesi una serie di argomentazioni, su cui non ci soffermiamo, le BR arrivano
a concludere che "lo stato assume in campo economico le funzioni di una grossa banca al servizio dei grandi gruppi

imperialistici multinazionali [...]. Lo stato diventa espressione diretta dei grandi gruppi imperialistici multinazionali,
con polo nazionale.

"Lo stato diventa cioè funzione specifica dello sviluppo capitalistico nella fase dell'imperialísmo delle
multinazionali; diventa: STATO IMPERIALISTA DELLE MULTINAZIONALI; cioè anche in Italia si tenta di
percorrere il modello americano-tedesco. "[2]

Si passa poi a discutere delle modificazioni sul tessuto di classe intervenute in Italia in questi ultimi anni.

La forte caduta del saggio medio di profitto produce una notevole diminuzione della forza lavoro utilizzata in rapporto alla popolazione
complessiva. Tutto ciò produce e produrrà sul tessuto di classe modificazioni stabili che si possono cosí schematizzare. Rispetto alla
popolazione complessiva si avrà:
a) una diminuzione continua di salariati con occupazione stabile; b) un aumento dell'esercito di riserva, cioè dei salariati con occupazione
instabile;
c) un aumento di emarginati (quella parte della popolazione che sarà espulsa in modo definitivo dal processo capitalista); Rispetto ai
comportamenti di classe si può cosí ipotizzare: a) salariati con occupazione stabile: una parte riflette il livello di coscienza immediata di difesa
della loro condizione. Costoro formano la base materiale del riformismo. Un'altra parte, ed è lo strato piú produttivo (l'operaio della catena),

sviluppa la coscienza rivoluzionaria, dell'abolizione del lavoro salariato.
b) emarginati: sono utilizzati dalla società dei consumi come consumatori senza salario. Da questa contraddizione nasce la "criminalità."

L'utilizzo "economico" della criminalità da parte del capitalismo consiste nel fatto che essa contribuisce alla distruzione delle merci necessarie

per poter continuare il ciclo. Per intenderci: si potrebbero benissimo costruire automobili a prova di ladro, ma ciò va contro gli interessi della
FIAT. Una parte degli emarginati riflette a livello immediato la coscienza borghese: estremo individualismo, aspirazione ad un sempre
maggior consumo. Un'altra parte riflette la coscienza rivoluzionaria dell'abolizione della loro condizione di emarginati, da cui l'abolizione della
società fondata sul lavoro salariato;
c) esercito di riserva: i livelli di coscienza sono dati dall'intreccio dei livelli riscontrabili all'interno dei salariati con occupazione stabile e degli

emarginati.[3]

Il progetto politico democristiano

Si passa poi a illustrare la sostanza del progetto politico democristiano che vede, nell'aprile 1975, in Fanfani il
principale protagonista. Gli argomenti sono in gran parte gli stessi riportati nell'opuscolo Contro il neogollismo,

dell'aprile 1974:

Se gli anni 1970-74 sono stati caratterizzati da forti contraddizioni all'interno della borghesia (per esemplificare scontro Montedison-FIAT),
contraddizioni che hanno spaccato verticalmente la struttura dello stato, del partiti, delle forze sindacali, il periodo attuale sembra caratterizzato
da una raggiunta fase di "armistizio" fra i vari gruppi capitalistici italiani: cioè di fronte all'acutizzarsi della crisi, i vari gruppi capitalistici
hanno serrato le fila...

Armistizio non significa però fino delle contraddizioni all'interno del fronte borghese, significa semplicemente un congelamento momentaneo
di queste contraddizioni...

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capitolo 17


Sarebbe comunque un errore pensare che le contraddizioni che dividono il fronte della borghesia siano contraddizioni di carattere antagonista.
Esse sono semplicemente varianti tattiche dello stesso progetto: la costruzione dello Stato Imperialista delle Multinazionali...

Il progetto politico della DC, che trova in questo momento il suo piú autorevole interprete in Fanfani, mira a fare della DC stessa l'asse portante
di questo progetto dello Stato Imperialista.

Ponendosi in ogni momento come gestore dell"`armistizio" raggiunto, la DC cerca di essere l'elemento di continua mediazione dialettica fra gli
interessi dei vari gruppi capitalisti...

È chiaro che questo processo però non avverrà in modo certamente pacifico, ma andrà assumendo sempre piú i caratteri della "guerra civile"...

Piú in particolare il progetto politico democristiano, apertamente sostenuto anche da Tanassi, da Sogno e da Almirante, si propone di costruire
intorno al blocco integralista della DC un piú vasto e articolato "blocco storico" apertamente reazionario e controrivoluzionario, funzionale allo
Stato Imperialista... Emblematica a riguardo è la questione dell"`ordine pubblico" e della guerra alla "criminalità politica" che, piú che a
guadagnare voti, punta alla militarizzazione preventiva del territorio e della lotta di classe, ovvero è direttamente strumentale alla necessità di
ricostruire un quadro di valori di massa che consentano la ristrutturazione e la concentrazione di tutti i poteri dello stato nella prospettiva della
guerra civile controrivoluzionaria...

Ciò che la DC vuole è uno scontro aperto tra le forze rivoluzionarie e progressive ed il blocco storico controrivoluzionario [...]. Essa si propone
di garantire ai padroni delle Multinazionali Imperialiste:

1) il rafforzamento delle strutture e dell'organico militare nei due sensi di una funzionalizzazione ai progetti NATO e della specializzazione
antiguerriglia contro la sovversione interna;

2) la creazione di una "magistratura di regime" e l'irrigidimento dei provvedimenti penali su quei capitoli particolarmente inerenti alla guerra di
classe, dalle norme sulla detenzione delle armi, a quelle sulla carcerazione preventiva, al fermo di polizia, al confino, alle pene esemplari per i
militanti rivoluzionari;

3) l'adozione di misure "preventive" come la militarizzazione delle grandi città, delle istituzioni, degli uomini piú esposti del regime.

E piú in generale, proprio per realizzare questi obiettivi col minor numero di contraddizioni, essa punta ad una precisa riforma costituzionale,

all'elezione diretta del presidente della repubblica e ad un deciso aumento di potere dell'esecutivo: in breve alla cosiddetta "Repubblica
Presidenziale."

Ristrutturare lo stato per battere il movimento operaio sul terreno della guerra civile: questa è l'essenza del progetto politico democristiano.[4]

II "patto corporativo"

Mentre Fanfani vuole uno scontro aperto con il movimento operaio e la creazione di un blocco controrivoluzionario,
Agnelli propone un patto sociale, di conciliazione tra le classi, che le BR definiscono "patto corporativo."

Questa tendenza del grande capitale secondo le Brigate Rosse non solo non è in contrasto con il progetto fanfaniano,
ma ne costituisce addirittura una variante funzionale. Essa non è tattica, ma strategica:

Il tentativo di costruire legami corporativi tra la classe imprenditoriale del regime e le organizzazioni sindacali dei lavoratori è funzionale piú di
quanto si creda alla formazione dello Stato Imperialista.

Agnelli, in quanto portavoce dell'intero padronato, lo aveva anticipato nel suo primo discorso da presidente della Confindustria, quando
sostenne la necessità di "addivenire ad un patto sociale che, a trent'anni dall'aprile '45, ridifinisca gli obiettivi nazionali del popolo italiano in
vista degli anni '80 e '90..."

Ciò che ci interessa è che il "patto sociale" viene giustificato non in funzione "anticongiunturale," dunque come accordo tattico, ma come
esigenza intrinseca della società industriale avanzata e perciò come progetto di stabilizzazione per gli anni '80!

L'operazione di ingabbiamento che esso presuppone può essere definita: incorporazione organica della classe operaia dentro il capitale e dentro
lo stato. Essa segue la logica che la classe operaia per salvare se stessa, deve salvare il padrone; per salvare il padrone, deve salvare lo stato;
per salvare lo stato, deve assumersi i costi economici della riconversione produttiva ed i sacrifici della ristrutturazione imperialista. È una
logica miserabile e val la pena di tenerne conto solo perché essa è fatta propria dai vertici sindacali e da quelli del Partito comunista.[5]

II compromesso storico

Secondo le BR, il PCI non individua l'antagonismo esistente tra socialimperialismo e rivoluzione. Di qui la proposta
del compromesso storico, di cui però le Brigate Rosse non sottovalutano "la funzione ambivalente che nei tempi

brevi questa linea svolge entro la crisi del regime":

Nella sinistra ufficiale non vi è comprensione delle profonde trasformazioni strutturali e politiche che si stanno compiendo per opera della DC e
della Confindustria all'interno della controrivoluzione globale imperialista.

Soprattutto il PCI dimostra la sua incapacità ad indicare una strategia di classe alternativa. La linea ribadita al XIV Congresso ne è una
dimostrazione definitiva.

La "strategia" del compromesso storico affonda i suoi presupposti in due incomprensioni decisive: il carattere guerrafondaio dell'imperialismo,

e il carattere reazionario e imperialista della DC.

Berlinguer, questo Kautskij in sedicesimo, indica come tendenza a livello mondiale, e ne scorge perfino conferme dal comportamento degli
USA, la politica della "coesistenza" e della "cooperazione" giungendo a profetizzare "un sistema di cooperazione e integrazione cosí vasto da
superare progressivamente la logica dell'imperialismo e del capitalismo e da comprendere i piú vari aspetti dello sviluppo economico e civile
dell'intera umanità."

Non c'è antagonismo per Berlinguer tra imperialismo, socialimperialismo e rivoluzione, ma contraddizioni in via di soluzione «pacifica" e

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"civile."

La realtà lo smentisce.

La tendenza generale oggi nel mondo è quella che indicano i compagni cinesi: è la rivoluzione.

Imperialismo e socialimperialismo si trovano sempre piú spesso in aperta contraddizione e le guerre di liberazione dei popoli conoscono nuove
vittorie. Cosí è in Vietnam, in Cambogia o per altro verso in Portogallo...

... Il compromesso storico non corrisponde ad un bisogno politico di classe, ma piú riduttivamente ad un tornaconto opportunista di uno strato
di classe che dal rafforzamento del sistema imperialista realizza alcuni miserabili vantaggi.

Per questo il PCI si oppone ormai violentemente al movimento rivoluzionario e alle forze di classe da cui quest'ultimo trae forza ed alimento.

Per questo i disegni revisionisti verranno certamente sconfitti. Non bisogna tuttavia sottovalutare la funzione ambivalente che nei tempi brevi
la linea del "compromesso storico" svolge entro la crisi di regime:

- da un lato costituisce un potente fattore di crisi politica del regime; incute terrore ed accelera contraddizioni nei settori piú conservatori e piú

reazionari;

- dall'altro evita che il paese diventi ingovernabile, e cioè ostacola lo sviluppo della guerra di classe.

Perché ciò significa che, mentre i settori conservatori o reazionari, preoccupati della piega degli avvenimenti, progettano e alimentano disegni
di sopravvivenza apertamente controrivoluzionari, larghi settori del movimento operaio e popolare rimangono catturati nella trappola
paralizzante della linea del "compromesso." E questa linea, congelando le forze di classe, ritarda ed ostacola la presa di coscienza a livello di
massa della necessità della guerra, e questo proprio nel momento in cui la situazione è assai favorevole per le forze rivoluzionarie.[6]

La linea delle BR: l'attacco al cuore dello stato

Oltre alle già note argomentazioni sull'attacco al cuore dello stato, contenute in documenti precedentemente diffusi,
si sottolineano, quasi come risposta alle accuse di "megalomania" da piú parti espresse, i limiti dell'accumulazione
di forze rivoluzionarie sul terreno della lotta armata, che non consentono il passaggio ad una nuova fase di guerra:

La nostra linea entro questo quadro generale di progetti e di contraddizioni resta quella di unificare e di rovesciare ogni manifestazione parziale
de11'antagonismo proletario in un attacco convergente al "cuore dello stato."

Essa prende l'avvio dalla considerazione del tutto evidente che è lo Stato Imperialista [...] ad imporre il progetto complessivo di ristrutturazione
[...] e che perciò al di fuori del rapporto classe operaia-stato, non si dà, come del resto non è mai data, lotta rivoluzionaria.

Obbiettivo intermedio è il collasso e la crisi definitiva del regime democristiano, premessa necessaria per una "svolta storica" per il

comunismo.

Compito principale dell'azione rivoluzionaria in questa fase è dunque la massima disarticolazione politica possibile tanto del regime, che dello
stato. E cioè il massimo sviluppo possibile di contraddizioni politiche tra le istituzioni e all'interno di ognuna di esse; tra i diversi progetti
tattici di soluzione della crisi e all'interno di ciascuno di essi.

Il passaggio ad una fase piú avanzata di disarticolazione militare dello stato e del Regime è prematuro e dunque sbagliato per due ordini di
motivi:

1) la crisi politica del regime è molto avanzata, ma ancora non siamo vicini al "punto di tracollo";
2) l'accumulazione di forze rivoluzionarie sul terreno della lotta armata, seppure ha visto negli ultimi due anni una grande accelerazione,
ancora non è tale per espansione sul territorio e per maturità politica e militare da consentire il passaggio ad una nuova fase della guerra.

La distruzione del nemico e la mobilitazione politica e militare delle forze popolari non possono che andare di pari passo. Il rafforzamento del
potere proletario è in altri termini condizione e premessa del passaggio alla fase piú avanzata della disarticolazione militare del regime e dello
stato nemico.[7]

La guerriglia urbana e le "assemblee autonome"

I capitoli riguardanti la guerriglia urbana e le "assemblee autonome," sono di gran lunga i piú importanti del
documento. Seppure la critica della dicotomia tra partito e braccio armato è vecchia di anni, il rifiuto ora ribadito
dalle Brigate Rosse a considerarsi "braccio armato" della autonomia, introduce un elemento dinamico nella
discussione in atto nelle "assemblee autonome" e nel "movimento" in genere:

La guerriglia urbana gioca un ruolo decisivo nell'azione di disarticolazione politica del regime e dello stato. Essa colpisce direttamente il
nemico e spiana la strada al movimento di resistenza.

È intorno alla guerriglia che si costruisce ed articola il movimento di resistenza e l'area dell'autonomia e non viceversa. Allargare quest'area

vuol dire dunque in primo luogo sviluppare l'organizzazione della guerriglia, la sua capacità politica e di fuoco.

Sono sbagliate tutte quelle posizioni che vedono la crescita della guerriglia come conseguenza dello sviluppo dell'area legale o semilegale della
cosiddetta "autonomia."

È bene far chiarezza su questo punto. Entro quella che viene definita "area dell'autonomia" si ammucchiano e stratificano posizioni
diversissime. Alcuni, che definiscono la loro collocazione all'interno dello scontro di classe per via "soggettiva," si riconoscono parte di questa
area piú per imporre al suo interno bisogni e problemi ad essa estranei e cioè per "recuperarla sul terreno della politica" che per favorirne la

progressiva definizione rivoluzionaria, strategica, tattica ed organizzativa.

A nostro giudizio l'intera questione va affrontata a partire dallo `strato di classe che piú di ogni altro subisce l'intensificazione dello
sfruttamento conseguente ai progetti di ristrutturazione capitalistica ed imperialistica...

... Le "assemblee autonome" non sono l'avanguardia di questo strato di classe [...]. Al loro sorgere esse hanno costituito un fattore decisivo nel

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capitolo 17


processo di superamento del "gruppismo," ma oggi rischiano di finire esse stesse nel culo di sacco di quella impostazione.

Ciò che le predispone a questo pericolo è il "feticcio della legalità" e cioè l'incapacità di uscire dalla falsa contrapposizione tra "legalità" e
"illegalità." In altre parole le assemblee autonome

non riescono a porre la questione della organizzazione a partire dai bisogni politici reali e cosí finiscono per delimitare questi ultimi entro il

tipo di organizzazione legale che si sono date.

Tagliano il piede per farlo entrare nella scarpa!

Alcuni maggiormente consapevoli della contraddizione in cui si dibattono, giungono ad ammettere un dualismo d'organizzazione e cosí a
riproporre l'improponibile teoria del "braccio armato," nell'antica logica fallimentare terzinternazionalista.

Ma, pena l'estinzione della loro funzione rivoluzionaria, esse in questa nuova situazione devono fare un salto dialettico se vogliono rimanere
aderenti all'assunto fondamentale di organizzare sul terreno della guerra di classe l'antagonismo proprio dello strato "oggettivamente"
rivoluzionario.

Fuori di questa prospettiva non c'è che minoritarismo o subalternità al revisionismo.

La guerriglia urbana organizza il "nucleo strategico" del movimento di classe, non il braccio armato.

Nella guerriglia urbana non ci sono contraddizioni tra pensare ed agire militarmente e dare il primo posto alla politica. Essa svolge la sua
iniziativa rivoluzionaria secondo una linea di massa politicomilitare.

Linea di massa per la guerriglia non vuol dire, come qualcuno fraintende, "organizzare il movimento di massa sul terreno della lotta armata," o
perlomeno non vuol dire questo in questo momento.

Nell'immediato, l'aspetto fondamentale della questione rimane la costruzione del Partito Combattente come reale interprete dei bisogni politici
e militari dello strato di classe "oggettivamente" rivoluzionario e l'articolazione di organismi di combattimento a livello di classe sui vari fronti
della guerra rivoluzionaria.

La differenza non è da poco e vale la pena di esplicitarla poiché essa nasconde una divergenza sulla questione dell'organizzazione che non è

secondaria.

La sostanza della divergenza sta nel fatto che la prima tesi appiattisce fino a dissolverla l'organizzazione del "movimento," che nello stesso
tempo viene gonfiato fino a raggiungere dimensioni mitiche; la seconda concepisce organizzazione e movimento come realtà nettamente
distinte e in perenne dialettica tra loro.

Il Partito Combattente è partito di quadri combattenti. È dunque reparto avanzato e armato della classe operaia e perciò nello stesso tempo
distinto e parte organica di essa.

Il movimento è una realtà complessa e disomogenea in cui coesistono e si combattono molteplici livelli di coscienza. E' impensabile, e
soprattutto impossibile, "organizzare" questa molteplicità di livelli di coscienza sul "terreno della lotta armata." Vuoi perché questo terreno, pur
essendo strategico, non è ancora quello principale; vuoi perché il nucleo che costruisce il Partito Combattente, e cioè le BR, non ha certamente
maturato le capacità politiche, militari e organizzative necessarie allo scopo.

Non si tratta di "organizzare il movimento di massa sul terreno della lotta armata" ma di radicare l'organizzazione della lotta armata e la
coscienza politica della sua necessità storica nel movimento di classe.

Questo rimane il principale obbiettivo del Partito Combattente in costruzione in questa fase.

Per l'insieme di motivi che abbiamo discusso, il livello di scontro adeguato a questa fase resta quello della propaganda armata.

Gli obiettivi principali dell'azione di propaganda armata sono

tre:

- creare il maggior numero possibile di contraddizioni politiche all'interno dello schieramento nemico e cioè disarticolarlo, disfunzionarlo;

- battere la pista al movimento di resistenza praticando terreni di scontro spesso sconosciuti ma non per questo meno essenziali;

- organizzare lo strato di classe avanzato nel partito e in organismi di combattimento a livello di classe sui vari fronti della guerra.

La propaganda armata realizzata attraverso l'azione di guerriglia indica una fase della guerra di classe e non come qualcuno ritiene una "forma
di lotta." A questa fase segue quella della "guerra civile guerreggiata," in cui compito principale dell'avanguardia armata sarà quello di
disarticolare, anche militarmente, la macchina burocratica e militare dello stato e spezzarla.[8]

1. Risoluzione della direzione strategica, aprile 1975. Ampi stralci sono stati riportati in "Gente," n. 40, 6 ottobre
1975 e in "L'Espresso," n. 41, 12 ottobre 1975.
2. Ibidem
3. Ibidem
4. Ibidem
5. Ibidem
6. Ibidem
7. Ibidem
8. Ibidem

SoccorsoRosso
Autori
Biblioteca Multimediale Marxista

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capitolo 18

18
Le ultime azioni e la morte di Margherita Cagol
L'attacco verbale contro la DC, contenuto nel volantino del 20 febbraio e ribadito ampiamente nel documento teorico
d'aprile, si concretizza in una spettacolare serie di azioni che avvengono, quasi contemporaneamente, il 15 maggio
in tre diverse città.

A Mestre viene "perquisita" una sede della DC.

A Torino vengono incendiate nove auto di sindacalisti

"gialli."

Ma l'azione piú clamorosa avviene a Milano, dove viene "visitata" dalle BR la sede di Iniziativa Democratica,
organizzazione di destra, strettamente legata al democristiano De Carolis, uno dei leaders della maggioranza
silenziosa. In questa occasione viene per la prima volta deliberatamente sparato un colpo di pistola, sia pure a scopo
dimostrativo. Nel documento che accompagna l'azione le Brigate Rosse esprimono anche un giudizio sui NAP, che
da pochi giorni sono alla ribalta della cronaca per il sequestro del giudice Di Gennaro, ponendo cosí fine alle
insinuazioni fatte circolare dallo stesso Di Gennaro su presunti collegamenti operativi tra BR e NAP;

Un nucleo armato delle Brigate Rosse ha perquisito e distrutto il covo democristiano di via Monte di Pietà, 15, sede di Iniziativa Democratica,
gruppo di provocazione anticomunista, piú noto come "banda De Carolis."

La Democrazia cristiana è il vettore politico principale del progetto di ristrutturazione imperialista dello stato. È il punto di unificazione del
fascio di forze reazionarie e controrivoluzionarie che unisce Fanfani a Tanassi, a Sogno, a Pacciardi, ad Almirante ed ai gruppi terroristici.

LA DC È IL NEMICO PRINCIPALE DEL MOMENTO: è il partito organico della borghesia, delle classi dominanti e dell'imperialismo. È il
centro politico ed organizzativo della reazione e del terrorismo. È il motore della controrivoluzione globale e la forza portante del fascismo
moderno: il fascismo imperialista. Non ci si deve lasciare ingannare dalle "professioni di fede democratica ed antifascista" che talvolta
vengono da taluni dirigenti di questo partito, perché esse rispondono al bisogno tattico di mantenere aperta la finta dialettica tra "fascismo" e
"antifascismo" che consente alla DC di rastrellare voti, facendo credere che contro il pericolo "fascista" sia meglio la "democrazia riformata" e
cioè lo stato imperialista. Il problema delle avanguardie rivoluzionarie è quello di fare chiarezza sull'intero gioco, colpendo covi, collegamenti,
connivenze e progetti. La DC non è solo un partito, ma l'anima nera di un regime che da 30 anni opprime le masse popolari ed operaie del
paese. Non ha senso comune dichiarare a parole la necessità di battere il regime e proporre nei fatti un compromesso storico con la DC. Ne ha
ancora meno chiacchierare su come riformarla.

LA DC VA LIQUIDATA, BATTUTA E DISPERSA. La disfatta del regime deve trascinare con sé anche questo immondo partito e l'insieme
dei suoi dirigenti; come è avvenuto nel '45 per il regime fascista e per il partito di Mussolini. Liquidare la DC e il suo regime è la premessa
indispensabile per giungere ad un'effettiva "svolta storica" nel nostro paese. Questo è il compito principale del momento. Iniziativa
Democratica è una centrale reazionaria e controrivoluzionaria molto articolata nelle strutture politiche ed economiche della metropoli
milanese. Gli uomini di questa centrale che, secondo il suo leader Massimo De Carolis, rappresenta oggi "la forza piú importante nella DC
cittadina e regionale, ed il gruppo numericamente piú forte nel consiglio comunale," sono tutti apertamente e scopertamente compromessi con
la reazione piú bieca:..

In questi giorni la banda De Carolis si prepara nel suo covo ad una campagna elettorale indirizzata "a far convergere i voti milanesi verso la
DC e nella DC verso i candidati piú sicuri." Con questa azione gli abbiamo anticipato il giudizio che i proletari danno di lui, dei suoi compari e
del suo immondo partito. Ma è solo un anticipo. Il resto lo potrà riscuotere direttamente sulle piazze proletarie se proverà a metterci anche un
solo piede. Le leggi speciali sull'ordine pubblico volute dalla Democrazia cristiana incitano all'uso delle armi contro la "criminalità politica."

Abbiamo raccolto, per una volta, il suggerimento, colpendo alle gambe uno dei piú convinti sostenitori di queste leggi liberticide.

Certo meritava di piú, ma in queste cose non c'è fretta. Ad alzare il tiro si fa presto e ad individuare i veri "criminali" pure! PORTARE

L'ATTACCO AI COVI DEMOCRISTIANI, CENTRI DI DELINQUENZA POLITICA E COMUNE, DI REAZIONE, DI
CONTRORIVOLUZIONE. BRIGATE ROSSE.

15 maggio 1975

Precisiamo che non esiste alcun legame operativo né organizzativa tra Nuclei Armati Proletari (NAP) e le Brigate Rosse. Viva la lotta dei
Nuclei Armati Proletari![1]

A dimostrazione che il tempo molto spesso passa invano, la stampa di destra, di centro e di sinistra, dal "Gazzettino"
al "Quotidiano dei Lavoratori," immutabile propende per la tesi della provocazione in vista delle elezioni. Spunta
anche come variazione sul tema la tesi dell'autolesionismo. Se Amerio si è autorapito ("Avanguardia Operaia") e
Labate si è autorapato ("il Manifesto"), basta solo un pizzico di fantasia per far dire al "Quotidiano dei Lavoratori"
che De Carolis 'si è autosparato una rivoltellata.

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capitolo 18


Del resto, c'è anche il precedente del missino Brivio ("ultima raffica") che a bella posta si era procurato una decina
di anni fa una scalfittura in periodo elettorale. La ghiotta notiziola fa il giro d'Europa e perviene al quotidiano

parigino "Liberation," che la pubblica mostrando il parallelismo storico.

Le nuove azioni delle BR fanno scattare un meccanismo oramai noto. Grossolane provocazioni vengono tentate
dalla stampa e dai carabinieri. Quasi ogni episodio di "criminalità" viene attribuito alle BR, Curcio viene visto un
po' dovunque. Il rotocalco parafascista "Il Settimanale" insinua il dubbio che sia stato Curcio a mettere le bombe in
piazza della Loggia a Brescia. La prova è "inoppugnabile": viene pubblicata una fotografia di un tizio con i baffi
scattata a Brescia, e presentata in occasione di una manifestazione organizzata dal Comitato per la libertà di
opinione. In realtà l'uomo non è Curcio, ma un baffuto lavoratore di Comacchio, e la foto era stata scattata qualche
giorno dopo la strage. Ma "Il Settimanale" tirerà diritto, senza smentire i suoi falsi. In tutta questa storia, intanto, il
GI Caselli nuota come un pesce nell'acqua e ordina una perquisizione nella sede del Comitato. Per cercare che cosa
non si sa, ma col chiaro intento di coinvolgere il Partito comunista (m-1), cui questa organizzazione è legata.

Intimidazioni e provocazioni vengono compiute, sullo esempio della Germania e della RAF, a danno degli avvocati
dei militanti delle BR, o presunti tali: numerose perquisizioni nello studio dell'avvocato Costa; avviso di reato
contro l'avvocato Stasi, cui si chiede di testimoniare su circostanze coperte da segreto professionale; una bomba da
1 kg di plastico viene fatta esplodere presso lo studio dell'avvocato Di Giovanni, il quale, piú tardi, riceverà a sua
volta l'avviso di reato dal giudice Caselli.

Attacchi e intimidazioni vengono portati da CC, magistratura e stampa reazionaria ad alcuni giornali, soprattutto a
"L'Espresso." Un'intera redazione, o quasi, per la prima volta nella storia dell'Italia post-fascista, viene messa in
galera o incriminata: è il caso di "Controinformazione."

Della Chiesa invia un rapporto alla procura generale, in cui si denunciano le presunte complicità del GI De
Vincenzo con le BR. Quest'ultimo viene costretto a rinunciare all'inchiesta.

"Il Borghese," "Candido," "Il Settimanale," riprendono a grandi titoli la notizia, propagata dai provocatori di Stella
Rossa parecchi mesi prima, secondo la quale le BR altro non sarebbero che una emanazione della KGB e della
tendenza filosovietica del PCI che fa capo a Cossutta. Anche il materiale ritrovato nei "covi" è oggetto di
speculazione e provocazioni. A queste manovre si prestano molto bene i soliti pennivendoli della borghesia. Nasce
quindi una esigenza di chiarezza, cui le BR tentano di dare una risposta con la diffusione di un documento:

1. La guerra psicologica

In termini "militari" la funzione di un certo giornalismo si chiama "azione psicologica." Mediante questa azione le forze raccolte intorno al
regime organizzano il discredito sulle organizzazioni rivoluzionarie, sui loro dirigenti, sui loro militanti. Rispetto a noi questa azione viene
esercitata con l'obbiettivo di condizionare l'opinione del semiproletariato e delle aristocrazie operaie. Chi c'è dietro le BR?

Ma saranno veramente rosse? E se fosse Brigate di regime? Domande a cui non viene data una risposta, ma solo indotta, selezionando dati
stravolti che però conducono il lettore sulla spiaggia voluta. Ora ogni combattente ha certo valutato interessi e rischi impliciti nelle scelte.

Cosí crediamo abbiano fatto anche quei giornalisti che fino ad oggi hanno alimentato questo fronte. Ciò nonostante a questi seminatori di odio,

dubbi, insinuazioni e sospetti, diamo un ultimo consiglio: riflettano prima di stendere l'ultimo pezzo. È un esercizio che non costa nulla e se
esercitato con moderazione può anche giovare. Perché alla guerra psicologica risponderemo con la guerra psicologica e con la rappresaglia.

2. Robbiano di Mediglia

E veniamo a Robbiano [il rifugio delle BR scoperto dai carabinieri e nel quale è stato trovato molto "materiale compromettente,", N.d.R.].

Che il "covo" sia caduto portando con sé alcuni materiali dell'organizzazione, peraltro periferici, ci costringe a riconoscere errori certamente
commessi sul terreno della compartimentazione e dello stile di lavoro. Errori commessi e anche duramente pagati [...]. Ma siamo combattenti e
sappiamo imparare dagli errori, dalle delusioni e dalle sconfitte che la lotta inevitabilmente porta con sé. Siamo marxisti-leninisti e sappiamo
che "combattere, soccombere, ancora combattere, ancora soccombere, combattere di nuovo fino alla vittoria finale" è una legge della storia.
Riconoscere i nostri errori non significa però avallare le favole che su Robbiano si fanno circolare. A Robbiano non è caduta nessuna inchiesta
fatta dalle BR, ma materiale di inchieste fatte pervenire alle BR. Le BR in nessuna occasione hanno fatto inchieste su Pinelli, Calabresi o su
Bertoli. Hanno condotto, è vero, una inchiesta sulla morte del compagno Feltrinelli. Ma questa inchiesta non è caduta a Robbiano né è stata
rinvenuta dalle forze antiguerriglia. Tutto ciò che è stato rinvenuto a Robbiano su Feltrinelli, Calabresi e Bertoli esprime il lavoro e gli
eventuali punti di vista di chi lo ha realizzato autonomamente e non per conto dell'organizzazione.

E del resto l'autore se ne è già assunto pubblicamente la responsabilità ("Abc" n. 14, 10 aprile 1975).[2]

La morte di Margherita Cagoi ("Mara")

Nel corso di una perlustrazione dei CC per ricercare Vittorio Vallarino Gancia, l'industriale del liquore da pochi
giorni rapito, il 4 giugno 1975 a 11 giorni dalle elezioni regionali, ha luogo, presso Acqui, uno scontro a fuoco in
seguito al quale muore una donna. Piú tardi si viene a sapere che la donna è Margherita Cagol, e che a sequestrare
Gancia erano state le Brigate Rosse. Un comunicato delle BR conferma l'identità di Margherita "Mara," e le rende
l'onore dovuto a un rivoluzionario caduto:

Ai compagni dell'organizzazione, alle forze sinceramente rivoluzionarie, a tutti i proletari. E' caduta combattendo MARGHERITA CAGOL,

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capitolo 18

"MARA," dirigente comunista e membro del comitato esecutivo delle Brigate Rosse. La sua vita e la sua morte sono un esempio che nessun
combattente per la libertà potrà piú dimenticare. Fondatrice della nostra organizzazione, "MARA" ha dato un inestimabile contributo di

intelligenza, di abnegazione e di umanità alla nascita e alla crescita dell'autonomia operaia e della lotta armata per il comunismo. Comandante
politico-militare di colonna, "MARA" ha saputo guidare vittoriosamente alcune tra le piú importanti operazioni dell'organizzazione.

Valga per tutte la liberazione di un nostro compagno dal carcere di Casale Monferrato. Non possiamo permetterci di versare lacrime sui nostri
caduti, ma dobbiamo impararne la lezione di lealtà, coerenza, coraggio ed eroismo!

E' la guerra che decide in ultima analisi, della questione del potere: la guerra di classe rivoluzionaria. E questa guerra ha un prezzo: un prezzo
alto certamente, ma non cosí alto da farci preferire la schiavitú del lavoro salariato, la dittatura della borghesia nelle sue varianti fasciste o
socialdemocratiche. Non è il voto che decide la questione del potere; non è con una scheda che si conquista la libertà. Che tutti i sinceri
rivoluzionari onorino la memoria di "MARA" meditando l'insegnamento politico che ha saputo dare con la sua scelta, con il suo lavoro, con la
sua vita. Che mille braccia si protendano per raccogliere il suo fucile! Noi, come ultimo saluto le diciamo: "Mara" un fiore è sbocciato, e
questo fiore di libertà le Brigate Rosse continueranno a coltivarlo fino alla vittoria!

LOTTA ARMATA PER IL COMUNISMO

5 giugno 1975


BRIGATE ROSSE[3]

La morte di "Mara" si presta a vari commenti da parte della stampa di sinistra. Per il PCI e Avanguardia Operaia,
entrambi impegnatissimi nella campagna elettorale, si tratta ancora una volta di fascisti e servizi segreti.
Il "Quotidiano dei Lavoratori" spiega la sua posizione in un articolo dal titolo "UNA MORTE PER FANFANI": "La
criminalità del bandito e quella del carabiniere sono complementari, sono due facce della stessa medaglia. La morte
di Margherita Cagol è una morte `fanfaniana."[4]

In tutti questi anni l'atteggiamento di AO è rimasto fermo alle indicazioni contenute nelle vignette di Chiappori,
candidato del PCI alle elezioni, collaboratore fisso di "Panorama," rivista peraltro da molte parti chiacchierata di
infiltrazione sia per aver contribuito al "lancio" di GirottoFrate Mitra, sia perché, al tempo in cui a capo del SID era
l'ammiraglio Henke, aveva come segretaria di redazione Marina Henke, figliola di tanto padre.

L`Unità" a sua volta, dopo aver acutamente notato che Acqui è sulla strada di Savona e che a Savona i fascisti
hanno già buttato le bombe, esprime il desiderio, dal momento che se ne è già uccisa una militante, di "vedere
finalmente finire questa incredibile storia delle Brigate Rosse"[5] e aggiunge: "La gente è stufa di provocatori che,
si qualifichino come neri o come rossi, portano tutti acqua al mulino dei nemici della democrazia e dei lavoratori."
[6]

Il "Manifesto," forse per la prima volta, sottolinea perlomeno la buona fede di Margherita: "'Il Popolo' ha pensato
bene di accusare niente di meno che la KGB [...].

'1 'Unità!' gli ha replicato 'sono criminali comuni, prendeteli, siete voi lo stato.' Né 'Il Popolo' né 'l'Unità' si chiedono
come sia avvenuto che una ragazza trentina di buona famiglia, cattolica praticante - il suo corpo è stato benedetto al
cimitero di Trento, da monsignor Bertolini - sia finita crivellata [...] mentre credeva di lottare contro il capitalismo."
[7]

C'è anche chi la considera una militante rivoluzionaria e, come tale, pur nella divergenza di linea strategica, le rende
l'onore quale compagna caduta in combattimento. È il caso, ad esempio, di LC:

Leggiamo con disgusto le frasi di scoperta esultanza, o di deplorazione pietistica - e perfino razzistica: una donna fragile, piccolo borghese,
travolta dal destino del suo uomo - che vengono dedicate alla morte di Margherita Cagol. Leggiamo con rispetto, ma con un ancor piú fermo
dissenso politico, le parole con le quali i suoi compagni l'hanno salutata, che parlano di eroismo e della vittoria.

Non c'era la vittoria in fondo alla strada intrapresa dalle Brigate Rosse: al contrario, c'era la loro sconfitta, la dimostrazione del loro errore. Ma
non bisogna consentire che a denunciare e a far tesoro di quell'errore sia il nemico di classe, che cerca nelle debolezze dei rivoluzionari forza e
legittimità per il proprio dominio oppressivo [...] Cosí, da ogni parte, la ripulsa o la dissociazione politica verso le Brigate Rosse - e chiunque
con una analoga linea si identifichi - esclude ogni volontà (e capacità) di capirne le radici, le domande, gli errori, le lezioni...

... [Le BR] sembrano citare solo ritualmente il lavoro salariato, e testimoniare invece molto piú nettamente la concezione di una ribellione di
uomini liberi contro la schiavitú...

Oltre la tristezza per la morte di Margherita Cagol, c'è nel suo destino - e di altri prima di lei - una misura indiretta della strada che ancora resta
da percorrere alla politica rivoluzionaria, a una trasformazione del mondo che non consente forzature soggettiviste, distaccate dalla fiducia
razionale nella lotta di classe; e nemmeno la faciloneria di nuovi miti, che fingono una nascita senza dolore dal vecchio mondo, e un destino
senza dolore del mondo nuovo. Il primato della politica non può essere altro se non un'ininterrotta lotta e conquista collettiva e personale.[8]

Naturalmente, in seguito all'episodio di Acqui, la stampa borghese dà fiato alle trombe, dando ormai per spacciate le
BR: "Le Brigate Rosse [...] hanno ricevuto un colpo mortale." Ritenendo di aver ottenuto ormai la "prova regina"
della loro natura delinquenziale, cosí prosegue Andrea Barbato sulla "Stampa": "È caduto l'ultimo esile diaframma
che separava le Brigate Rosse dalla criminalità comune piú crudele e sfrontata [...] tutto l'impianto è di pura
malavita, un'anonima sequestri che sventola bandiere stracciate."[9]

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capitolo 18


Peccato però che l'ex speaker del Telegiornale ora ingaggiato da Agnelli, che ne ha fatto un portavoce della FIAT,
sia poco informato. Se infatti avesse letto i documenti delle BR resi pubblici avrebbe scoperto che nulla di
sensazionale c'è in questo episodio. Le Brigate Rosse già da tempo avevano reso nota la loro posizione in proposito:
"L'espropriazione è una componente strategica (non tattica) della guerriglia [...]. Nell'espropriazione dunque si
oggettivano dei valori di legalità e moralità rivoluzionarie."[10]

Quindi nessuna scoperta sensazionale da parte degli scrivani della borghesia. Resta invece da spiegare ai compagni
come mai fino a quel momento, e nemmeno in quell'occasione, se non fossero state scoperte, le BR non avessero
ritenuto di firmare le loro azioni di "esproprio." La risposta, che ci viene dalle stesse BR, è contenuta in una
circolare interna di alcuni anni precedente l'episodio di Acqui:

Espropri

... L'esproprio non deve essere affrontato semplicemente per necessità contingenti di autofinanziamento, ma va considerato come uno degli
aspetti fondamentali della lotta per la costruzione del potere proletario e come una delle vie obbligate per la quale deve passare la crescita del
movimento rivoluzionario. Sino a ora, per valutazione di carattere tattico, si è preferito rinunciare a fare delle azioni di esproprio oggetto di

propaganda armata a livello di massa per evitare, per quanto possibile, di fornire al potere il destro per una repressione e un attacco politico
che, date le nostre attuali condizioni di debolezza, sarebbe stato difficile parare. Ora valutando anche che comunque sarà il potere quanto prima
a prendere l'iniziativa su questo terreno (tentando di criminalizzare il movimento faranno a gara a dipingerci come una banda di rapinatori), è
necssario riconsiderare la situazione.

Sebbene siamo dell'avviso che sarebbe nostro interesse "esporci" in condizioni di maggior radicamento delle BR nel movimento di massa,
essendoci costretti, dovremo prendere posizione su questo argomento. Riteniamo che è intellettualistico e politicamente infantile sperare di
ottenere una vittoria politica sul terreno degli espropri semplicemente pubblicando un documento che spieghi come la pensiamo su questo
argomento. Per avere una posizione dialettica, che abbia forza nel movimento, è necessaria un'azione di esproprio avente dei connotati
organizzativi inequivocabili politicamente, e tali da costituire un punto di riferimento a livello generale. Solo cosí un eventuale documento

avrebbe efficacia a livello di massa e non solo per i gruppi della sinistra.

Tutto sta a vedere se abbiamo la sufficiente forza organizzativa per un esproprio del genere, ma se non ci proviamo e non lo costruiamo non
l'avremo.[11]

Il clamoroso fallimento del sequestro Gancia e la violenta campagna promossa dallo stato, nel tentativo di
criminalizzare l'intero movimento, convincono le BR che ormai non restano piú motivi validi per continuare a non
firmare le azioni di esproprio. Il 14 luglio a Lonigo (Vicenza) portano a compimento un'azione di esproprio.

Si tratta di un'azione di limitate dimensioni e con effetto "pedagogico" modesto. Tuttavia l'azione appare rilevante,
perché, compiuta in un momento di crisi dell'organizzazione, ne ribadisce l'esistenza e l'efficienza.

In questa occasione per la prima volta le BR firmano con un comunicato un esproprio:

Lunedí 14 luglio un nucleo armato delle Brigate Rosse ha occupato ed espropriato la sede centrale della Banca Popolare di Lonigo (Vicenza).
Nel corso dell'azione sono stati requisiti alcuni documenti sull'attività della banca e sono stati espropriati 42 milioni di lire. Presidente della
banca è tale Enrico Della Grana, vicepresidente nazionale delle Banche Popolari e tirapiedi di Rumor nella zona. Vicepresidente è tale
Guglielmo Cappelletti che presiede il centro studi vicentino "Nicolò Rezzara," cinghia di trasmissione tra il potere economico (rappresentato

da questa e da altre banche) e la palude clientelare dell'autostrada di Piccoli-Rumor-Bisaglia. Chiude il cerchio del controllo mafioso che
questa banda esercita su tutta la regione il possesso azionario del "Gazzettino" che ha assunto il monopolio nel Triveneto della menzogna e
della provocazione antiproletaria.

Compagni, la borghesia ha approntato una serie di strumenti e di organismi a livello politico, militare ed economico, attraverso i quali esercita
la sua feroce dittatura sul proletariato. Le banche sono i perni del suo apparato economico e gestiscono i frutti della continua e sistematica
rapina che i padroni hanno organizzato ai danni della classe operaia. Attaccare, perquisire ed espropriare queste istituzioni è compito di ogni
organizzazione rivoluzionaria. Perquisire perché gli autori delle manovre speculative e degli intrallazzi clientelari devono essere individuati e
colpiti. Espropriare perché la guerra di classe per una società comunista condurrà all'espropriazione completa di tutti i mezzi di produzione
attualmente in mano alla borghesia, e oggi i costi economici di questa guerra devono già ricadere su di essa, con la tassazione che le forze
rivoluzionarie sono in grado di imporre. Tutto il potere al popolo armato! LOTTA ARMATA PER IL COMUNISMO. BRIGATE
ROSSE.[12]

Un'altra azione di esproprio che frutta 118 milioni viene compiuta 1'8 ottobre a Genova. Questa volta è lo sportello
della Cassa di Risparmio situato all'interno di un grosso complesso ospedaliero ad essere preso di mira. Non manca
nel volantino che firma l'azione una spiegazione politica della scelta dell'obiettivo: "Il sistema sanitario nella società
capitalistica è un anello essenziale dello sfruttamento del proletariato. Infatti il sistema dei padroni dopo aver creato
la maggior parte delle malattie attuali, non ha alcun interesse a curare decentemente un lavoratore ammalato,
preferisce cinicamente sostituirlo con uno nuovo di zecca, produce certamente di piú."[13]

Le azioni di Lonigo e Genova sono fino ad ora i soli espropri firmati. Certamente in nessuna delle due occasioni si è
raggiunto l'obbiettivo descritto in una loro circolare interna ("un'azione di esproprio avente dei connotati

organizzativi inequivocabili politicamente e tale da costituire un punto di riferimento generale")[14] Piuttosto
sembra trattarsi di una mera tassazione, dettata da esigenze logistiche e da uno stato di necessità impellente.

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capitolo 18


Seppure non debellate, non esistono dubbi della profonda crisi in cui attualmente si dibattono le Brigate Rosse, una
crisi che è insieme organizzativa e di prospettive politiche. Come già in passato, il periodo di silenzio potrebbe
coincidere con un momento di riflessione o di ripensamento.

Non siamo in grado di formulare ipotesi sull'oggetto della discussione in atto al loro interno anche se ci sembra
assai riduttivo ricondurre il dibattito, come hanno insinuato alcuni giornali borghesi, a uno scontro tra linea "dura" e
linea "morbida." Non si possono, allo stato, trarre conclusioni o formulare pronostici sulle possibilità di sviluppi
ottimali delle tendenze o delle prospettive delle ipotesi di pratica politica proposte in questi anni da questi
compagni.

Quello che, invece, ci sembra un dovere a cui è impossibile sottrarsi è la discussione consapevole,
l'approfondimento e l'allargamento del dibattito sui temi interni alla lotta di classe e alla milizia per il comunismo

che questi compagni con la loro analisi e la loro pratica hanno riproposto e continuano a riproporre.

1. Corriere della Sera," 16 maggio 1975.


2. "L'Espresso," n. 21, 25 maggio 1975.
3. "Corriere della Sera," 7 giugno 1975.
4. "Quotidiano dei Lavoratori," 8 giugno 1975.
5. "l'Unità," 8 giugno 1975.
6. "l'Unità," 9 giugno 1975.
7. "il Manifesto," 8 giugno 1975.
8. "Lotta continua," 8 giugno 1975.
9. "La Stampa," 8 giugno 1975.
10. Intervista di Curcio, in "L'Espresso," n. 1, 1975.
11. "Panorama," 29 giugno 1975.
12. "Corriere della Sera," 16 luglio 1975.
13. "La Stampa," 10 ottobre 1975.
14. "Panorama," 29 maggio 1975.

SoccorsoRosso
Autori
Biblioteca Multimediale Marxista

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appendice cromìnologica

Appendice cronologica


1966
24 gennaio Inizio della prima occupazione all'Università di Trento. Terminerà il 10 febbraio.

1967
autunno Pubblicazione del manifesto per una Università Negativa.

1969
8 settembre Pubblicazione del primo bollettino del Collettivo Politico Metropolitano (CPM).
fine anno Convegno di Chiavari del CPM.
12 dicembre Strage di stato.

1970
primavera Comizio volante BR al quartiere proletario di Lorenteggio (Milano).
luglio Esce il primo numero della rivista "Sinistra Proletaria."
30 luglio Gogna proletaria ai fascisti a Trento.
fine agosto Milano. Diffusi manifestini ciclostilati firmati BR alla Sit-Siemens di piazza Zavattari.
settembre Settimo Milanese. Lancio di manifestini BR davanti alla Sit-Siemens.
17 settembre Milano. Bruciata l'auto del dirigente della Sit-Siemens Giuseppe Leoni.
20 ottobre Un foglio di lotta di Sinistra Proletaria annuncia la nascita delle BR.
inizio novembre Viene diffuso alla Pirelli Bicocca un volantino con elenco di capi e crumiri da punire.
27 novembre Milano. Incendio della macchina di Ermanno Pellegrini (Pirelli).
8 dicembre Milano. Incendio della macchina di Enrico Loriga (Pirelli).
13 dicembre Roma. Incendio dello studio di J. Valerio Borghese.

1971
21 gennaio Lainate (Milano). Incendio di tre camion alla Pirelli.
23 febbraio Roma. Attacco alla sezione MSI Quadraro-Cinecittà.
3 marzo Roma. Lancio di molotov contro il negozio di Pietro Maulorico (Avanguardia Nazionale). Una settimana
piú tardi incendio dell'auto dello stesso.
marzo Roma. Incendio della sede di Avanguardia Nazionale a via Arco della Ciambella.
aprile Esce il primo numero di "Nuova Resistenza."
23 aprile Milano. Incendio delle auto di Franco Moiana (Giovane Italia) e Paolo Romeo.
30 aprile Incendio della sezione MSI Prenestino-Labicano.
1° luglio Milano. Incendio dell'auto di Carmelo La Malfa, segretario di Servello.
14 luglio Milano. Requisizione e perquisizione dell'auto di Raffaele Àntoni.
settembre Viene diffuso il primo documento teorico delle BR.

1972
20 gennaio Milano. Incendiate le auto di Attilio Carelli (MSI) e Ignazio La Russa (FdG).

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appendice cromìnologica

18 febbraio Torino. Ordigno contro il sindacato SIDA.


19 febbraio Quarto Oggiaro. Incendio delle auto di Casagrande (MSI) e Liparoti.
27 febbraio Poirino (Torino). Irruzione e incendio nella villa del signor Maina (vicesegretario provinciale del MSI e
consigliere comunale di Torino).
3 marzo Sequestro Macchiarini.
11 marzo Milano. Manifestazione contro la strage di stato.
13 marzo Cesano Boscone (Milano). Incursione nella sede del MSI e sequestro di Bartolomeo Di Mino.
15 marzo Segrate. Morte di Feltrinelli.
2 maggio Milano. Scoperto il covo di via Boiardo dove viene "ufficialmente" arrestato Pisetta.
26 novembre Torino. Incendio simultaneo di 9 auto di fascisti FIAT.
17 dicembre Torino. Incendio di 6 auto di fascisti FIAT.

1973
gennaio Le BR diffondono il loro secondo documento teorico.
15 gennaio Milano. Irruzione all'UCID.
12 febbraio Torino. Sequestro di Labate.
28 giugno Milano. Sequestro dell'ingegner Mincuzzi, dirigente dell'Alfa.
10 dicembre Torino. Sequestro Amerio.

1974
4 marzo Mestre. Irruzione nella sede della CISNAL.
18 aprile Genova. Sequestro Sossi.
2 maggio Milano. Incursione al CRI) di E. Sogno.
2 maggio Torino. Incursione al Centro studi di Costamagna.
10 maggio Strage nel carcere di Alessandria ad opera dei carabinieri del generale Della Chiesa, su ordine di Reviglio
della Veneria.
23 maggio Milano. Le BR rilasciano Sossi.
28 maggio Brescia. Strage fascista a piazza della Loggia.
17 giugno Padova. Incursione ad una sede del MSI. Restano uccisi due fascisti.
4 agosto Strage sul treno "Italicus" ad opera dei fascisti.
8 settembre Pinerolo. Arresto di Curcio e Franceschini.
9 ottobre Como. In base alla montatura creata da Frate Girotto, viene arrestato il comandante partigiano Lazagna.
15 ottobre Robbiano di Mediglia. In un agguato teso dai CC nei pressi di un "covo" viene ferito Roberto Ognibene.
Resta ucciso il maresciallo dei CC Felice Maritano.
29 ottobre Firenze. Fucilati dai carabinieri Luca Mantini e Giuseppe Romeo, durante un tentativo di "rapina."
9 dicembre Trovato impiccato in carcere Bruno Valli, uno degli arrestati per i fatti di Argelato (Bologna).
23 novembre Pavia. Viene incendiato un magazzino della SNIA VISCOSA.
11 dicembre Torino. Doppia incursione al SIDA di Nichelino e di Rivalta.

1975
2 febbraio Leiní (Torino). Incursione alla Singer: vengono "puniti" i dirigenti Boffa e La Sala.
18 febbraio Casale. Liberazione di Curcio.
26 febbraio Milano. Incursione all'IDI.
aprile Le BR stampano la Risoluzione strategica.
15 maggio Mestre. Attacco a una sezione della DC.
15 maggio Torino. Incendio simultaneo di numerose auto di fascisti FIAT.
15 maggio Milano. Incursione presso la sede di Iniziativa Democratica del democristiano De Carolis.
4 giugno Acqui. "Mara" Cagol viene uccisa dai carabinieri durante il fallito sequestro Gancia. Muore anche un
carabiniere.
15 luglio Lonigo (Vicenza). Esproprio della Banca Popolare Agricola, 42 milioni.
8 ottobre Genova. Rapina alla Cassa di Risparmio presso l'Ospedale S. Martino, 118 milioni.
21 ottobre Torino. Sequestrato Enrico Boffa, dirigente della Singer di Leiní, e capogruppo democristiano al

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appendice cromìnologica

consiglio comunale di Rivoli.


22 ottobre Genova. Sequestrato Vincenzo Casabona, capo del personale dell'Ansaldo Meccanico.
29 ottobre Milano. Viene perquisito un centro studi della Confindustria.
10 dicembre Milano. Viene attaccata la caserma dei CC di via Montecatini, e distrutto un automezzo militare.
17 dicembre Torino. Viene "punito" con una revolverata alla gamba il dottor Luigi Solera, medico della FIAT.
Alcuni giorni prima erano state incendiate le auto di 6 fascisti FIAT.

1976
13 gennaio Milano. È attaccata con ordigni incendiari una caserma dei carabinieri a Quarto Oggiaro: distrutto un
automezzo militare.
14 gennaio Genova. Vengono attaccate con ordigni incendiari ed esplosivi a distanza di pochi minuti due caserme
dei carabinieri: cinque automezzi distrutti.
18 gennaio Milano. I carabinieri infliggono una pesante sconfitta alle Brigate Rosse: arrestati cinque militanti. Tra
questi Renato Curcio che è catturato mentre si trova in un appartamento a Porta Ticinese.