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Interventi (Lineamenti-quale marxismo oggi n.

11, 1986)

QUALE MARXISMO SECONDO CLAUDIO NAPOLEONI


Massimo Bontempelli
Il libro che Claudio Napoleoni ha pubblicato la scorsa primavera, cioè il Discorso sull'economia politica, è di
grande rilievo culturale e politico. Il suo impianto volutamente discorsivo, l'essenzialità sintetica delle sue
argomentazioni, e 1a sua struttura apparentemente asistematica, non debbono, infatti, trarre in inganno. Si
tratta di un ambizioso tentativo di fare il punto su che cosa possa oggi significare il marxismo, inteso come
interpretazione economico-dialettica della realtà umana, sotto il profilo sia della conoscenza teorica della
realtà del nostro tempo, sia della possibilità umana di trascendere le contraddizioni di un presente alienante e
distruttivo, e sia anche delle fondamentali problematiche esistenziali contemporanee, di fronte alla crisi che
gli è imputata, al fallimento storico di tutti i riformismi, ad un mondo complesso e disorientante, e
all'evoluzione delle teorie economiche. Napoleoni comincia il suo discorso appunto dalle teorie economiche,
e in particolare da quella di Sraffa. Perciò, per rendere comprensibile tale discorso, e discuterlo a nostra volta,
conviene preliminarmente accennare, soprattutto per il lettore non esperto di dottrine economiche, al posto
occupato dall’opera di Piero Sraffa.

1. Teorie economiche e modello di Sraffa

Nel 1960 uscì, contemporaneamente in una edizione inglese ed in una italiana, Produzione di merci a mezzo
di merci. "Un libro che farà epoca", scrisse subito Maurice Dobb. E difatti il libro è stato al centro dei più
importanti dibattiti di dottrina economica dal 1960 fino ad oggi. Il suo autore, Piero Sraffa, un torinese che
aveva cominciato ad insegnare economia politica all'università di Cagliari, ma che era poi emigrato in
Inghilterra nel 1926, perché oppositore del fascismo, aveva raggiunto una notorietà internazionale sin da
quello stesso 1926, allorché aveva pubblicato sul Economic Journal un famoso saggio, successivamente
tradotto in italiano con il titolo Le leggi della produttività in regime di concorrenza, in cui risultava demolita,
con brillanti argomentazioni, la teoria della concorrenza allora in voga tra gli economisti borghesi. Da allora
Sraffa era stato uno dei più prestigiosi docenti di economia presso la Cambridge University, dove rimase anche
nel secondo dopoguerra. Il suo libro del 1960 rappresentò una presa di posizione rispetto all'intera tradizione
del pensiero economico. Convenzionalmente si riconoscevano allora due grandi fasi nello sviluppo del
pensiero economico. Una prima fase, denominata "classica", era considerata quella che aveva aperto, nel
secondo Settecento, Adam Smith, e che era giunta, oltre la metà dell'Ottocento, fino a Karl Marx, passando
attraverso David Ricardo. Una seconda fase, denominata "neoclassica", era individuata nel nuovo indirizzo di
pensiero economico iniziato, nella seconda metà dell'Ottocento, con Karl Menger in Austria e con Leon
Walras in Francia, e sviluppato poi, tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento, dall'inglese Alfred
Marshall, dall'americano Irving Fisher e dall'italiano Vilfredo Pareto, per culminare, nel 1932, con il saggio
sulla natura della scienza economica di Lionel Robbins. Nella fase classica si era affermata la teoria cosiddetta
del valore-lavoro, cioè la teoria secondo cui i valori economici delle merci sarebbero stati determinati dalle
quantità di lavoro sociale impiegate per produrre le merci stesse. L'individuazione nel lavoro di una misura
fissa dei valori economici era servita ai "classici" per misurare in termini di valore quello che il fondatore
dell'economia politica moderna, François Quesnay, aveva sin dal 1758 chiamato il prodotto netto di una
società, ovvero l'eccedenza di produzione rispetto ai prodotti impiegati come mezzi di sussistenza e di lavoro
dei lavoratori impegnati nella produzione medesima. Questa utilizzazione della teoria del valore-lavoro aveva
consentito di riconoscere nei salari dei lavoratori il prezzo delle loro prestazioni lavorative ridotte al rango di
merci, e nei profitti dei capitalisti, invece, non già dei prezzi, bensì dei ricavi derivati dal prodotto netto, ovvero
dal plusprodotto sociale, chiamato anche semplicemente sovrappiù, del quale i capitalisti potevano
appropriarsi in virtù della loro posizione di forza all'interno della società. Questo sovrappiù risultava così come
un valore corrispondente a quantità di lavoro non pagate ai lavoratori e disponibili perciò a tradursi in profitti.
Nella fase neoclassica invece il pensiero economico si caratterizza per il ripudio della teoria del valore-lavoro,
e per l'interpretazione del profitto come il prezzo del servizio reso dal capitale alla produzione (nel medesimo
senso in cui il salario rappresenta il prezzo del servizio di lavoro reso dal lavoratore), nel quadro di una teoria
dei prezzi concepiti come interamente determinati dal mercato con il suo giuoco della domanda e dell'offerta
dei beni. Il capitale trarrebbe il suo valore di merce, tale da determinare la domanda dei suoi servizi, dal
differimento del consumo dei beni di cui consiste. Il profitto verrebbe così a rappresentare la remunerazione
dell’“astinenza” del capitalista, remunerazione proporzionale alla quantità di beni al cui consumo egli ha
"rinunciato" per porli al servizio della produzione sociale. Come si vede siamo, con l'economia cosiddetta
neoclassica, al livello della più piatta ideologia apologetica del capitalismo. In Produzione di merci a mezzo
di merci Sraffa rende trasparente l'errore, contenuto nella teoria neoclassica, di considerare il capitale come
una merce, e, quindi, il profitto come il prezzo del servizio da essa reso. Tanto è vero che il sistema di equazioni
costruito da Walras per descrivere una configurazione di equilibrio economico in cui, date determinate
quantità di risorse, determinate tecniche di trasformazione di tali risorse in prodotti finiti, e una determinata
scala di preferenze dei consumatori, possano essere calcolate le quantità di beni offerti e domandati, e i prezzi
che ne derivano, è, come rivela Sraffa, un sistema che non può matematicamente soddisfare la condizione che
i profitti dei capitali siano proporzionali alla grandezza dei capitali stessi. Ma, senza questa condizione, nella
realtà delle cose non può darsi alcun processo di produzione capitalistica, dato che un eguale saggio di
remunerazione dei capitali in tutti i settori produttivi in cui sono investiti è il presupposto necessario degli
investimenti stessi (nessun capitalista investirebbe infatti il proprio capitale in nessun settore ove il suo
rendimento fosse inferiore a quello ottenibile da altri investimenti). Non solo, ma la condizione della
proporzionalità dei profitti alla grandezza dei capitali, ovvero di un eguale saggio di remunerazione del
capitale in tutto il sistema produttivo, è presupposta anche dal concetto, da cui muove la teoria neoclassica,
del profitto come remunerazione del differimento del consumo (dato che la quantità del consumo differito, a
cui soltanto, secondo questo concetto, il profitto è commisurato, non può corrispondere ad altro che alla
grandezza del capitale, la quale, d'altra parte, non è diversa se il capitale è investito in un settore produttivo
piuttosto che in un altro). Ne consegue che il fatto che le equazioni walrasiane dell'equilibrio economico non
permettano di vincolare il calcolo dei prezzi, oltre che alle quantità domandate ed offerte, anche a saggi di
rendimento eguali per eguali quantità di capitali, pone la teoria neoclassica in contraddizione con se medesima
e ne inficia quindi la validità. In Produzione di merci a mezzo di merci, perciò, Sraffa, respinta come
matematicamente contraddittoria la determinazione neoclassica dei prezzi in funzione di una determinazione
dei profitti intesi come remunerazioni del differimento del consumo, torna a definire i profitti come un
sovrappiù dato dalle differenze tra le quantità di beni prodotte e quelle impiegate per produrle. Entro questa
impostazione egli costruisce un modello matematicamente coerente di attribuzione dei rispettivi valori di
scambio, ovvero dei prezzi relativi, alle quantità di beni che così entrano in gioco. Questo modello differisce
dallo schema della teoria neoclassica anche perché è un modello di produzione circolare, in cui cioè i medesimi
beni compaiono sia come prodotti di determinati mezzi di produzione sia essi stessi come mezzi di produzione
di altri prodotti, e perché in esso le quantità dei beni prodotti sono prese come date e non come variabili (in
modo da evitare arbitrarie determinazioni dello stato delle tecniche produttive, inevitabili invece nello schema
neoclassico, dato che esso assume determinati rapporti di trasformazione delle risorse date in prodotti finiti da
offrire sul mercato che dipendono dalle tecniche di produzione utilizzate). Il modello di Sraffa è chiamato ad
assolvere la funzione specifica di determinare, data una produzione circolare di beni e date le quantità di tali
beni, tanto i rispettivi valori di scambio quanto il valore di scambio di un eventuale sovrappiù e delle variabili
distributive che da esso dipendono. Se manca il sovrappiù tale determinazione è molto semplice. Sraffa, nel
primo capitolo del suo libro, comincia da un modello, estremamente semplificato rispetto a qualsiasi realtà, in
cui esista soltanto una produzione puramente reintegrativa (cioè senza sovrappiù) di grano e di ferro, e in cui
il ferro serva come mezzo di produzione del grano (sotto forma di attrezzature agricole), ed il grano serva
come mezzo di produzione del ferro (sotto forma di sussistenza per i lavoratori usciti dall'agricoltura per
produrre ferro). Siano date le seguenti quantità in quintali di grano e tonnellate di ferro:
Settore del grano: 280 q. grano (sussistenze) + 12 t. ferro (attrezzature) producono 400 q. grano.
Settore del ferro: 120 q. grano (sussistenze) + 8 t. ferro (attrezzature) producono 20 t. ferro.
Dove è evidente che il settore del grano ha bisogno, per ricominciare lo stesso ciclo produttivo, di acquistare
12 t. di ferro dal settore del ferro, il quale ha bisogno, per lo stesso motivo, dell'eccedenza della produzione
granaria rispetto alle sue sussistenze di 120 q. di grano, con la conseguenza che il valore di scambio di 1
tonnellata di ferro non potrà che corrispondere a 10 quintali di grano. Sraffa introduce poi il sovrappiù, e
costruisce un sistema di equazioni per determinare simultaneamente la distribuzione del sovrappiù tra i diversi
settori inclusi nel suo modello ed i valori di scambio delle quantità di beni scambiate tra quei settori stessi, in
funzione di una riproduzione allargata dei loro cicli produttivi. Tale determinazione risulta, per unanime
riconoscimento, perfettamente riuscita, dato che le equazioni di Produzione di merci a mezzo di merci
consentono di calcolare tutte le variabili del modello.
2. Il significato teorico del modello economico di Sraffa secondo Napoleoni
Napoleoni comincia il suo Discorso sull'economia politica spiegando come Sraffa, nel proporre il suo modello
economico di determinazione simultanea dei valori di scambio delle merci, del sovrappiù, e delle altre variabili
distributive, di un processo produttivo dato nei suoi elementi quantitativi, suggerisca implicitamente una
particolare ricostruzione della storia delle teorie economiche, poi esplicitata dai suoi seguaci. Secondo questa
ricostruzione la teoria classica ha avuto il merito storico di scoprire come soltanto la categoria di sovrappiù
sia in grado di spiegare la distribuzione del prodotto sociale, e possa quindi stare a fondamento di una scienza
economica, che peraltro nessuno degli economisti classici avrebbe saputo adeguatamente formulare, per
mancanza di una giusta concezione del modo in cui si determinano i prezzi. La teoria neoclassica, invece,
sempre secondo questa ricostruzione, abbandonando la categoria di sovrappiù, ha reso incomprensibile la
natura del processo produttivo e contraddittoria la determinazione della distribuzione dei suoi prodotti. Di
fronte alla teoria classica ed a quella neoclassica Sraffa rappresenterebbe la terza ed ultima fase della storia
del pensiero economico, caratterizzata da una reintroduzione della categoria di sovrappiù, e dalla sua piena
utilizzazione scientifica attraverso la formulazione di una coerente teoria dei prezzi, che svincolerebbe la
determinazione del sovrappiù dalle incongruenze contenute nella sua definizione da parte degli economisti
classici. Sraffa sarebbe dunque l'artefice di una teoria che, niente di meno, avrebbe superato, ma inverandola,
quella marxiana. Questo crede oggi tutta una influente scuola di pensiero. Napoleoni, invece, riesce a mostrare
che, in economia, "il prodotto netto non contiene in sé il principio della propria spiegazione" e che "una volta
che lo si sia rivelato, resta da capire perché c'è" (1). Ne consegue che "il sovrappiù è un fatto del tutto neutrale
rispetto a qualsiasi teoria economica; ossia è una realtà accertabile empiricamente in qualsiasi situazione
economica determinata ... è cioè compatibile con qualunque teoria" (2). In particolare, Napoleoni riesce a
dimostrare, con ragionamenti molto efficaci, la compatibilità del modello sraffiano di determinazione del
sovrappiù Con la teoria neoclassica, rispetto alla quale è invece solitamente considerato un modello
antagonistico di spiegazione dell'economia. Che infatti il sovrappiù non compaia nell'economia neoclassica è
soltanto un pregiudizio. Non vi compare il termine, ma il suo concetto è implicito nella rappresentazione
neoclassica dei servizi di capitale come risultanti dal differimento del consumo. In quanto derivante da merce
non consumata, l'investimento che allarga la produzione costituisce, di fatto, anche per i neoclassici, un
sovrappiù del processo produttivo. E la teoria neoclassica del differimento del consumo come origine dei
capitali che forniscono al lavoro umano i mezzi per essere produttivo, nel quadro di una concezione del
processo produttivo come applicazione mediata del lavoro alla natura, è appunto una teoria della formazione
del sovrappiù. Non è tale, invece, il modello di Sraffa, che rappresenta una semplice formalizzazione
matematica, per quanto elegante, ben riuscita ed originale, di relazioni quantitative date in un processo
circolare di produzione di beni. Si tratta, dunque, di un modello puramente formale entro il quale possono
venire espressi i più diversi contenuti teorici. Di conseguenza "Sraffa non può essere considerato come una
critica della teoria neoclassica" (3), anche se entro il suo modello "non tutto della teoria neoclassica può venire
conservato" (4). Entro il suo modello non può infatti trovare posto, perché, come si è visto, è matematicamente
contraddittoria, la pretesa che il sovrappiù sia dato da merci i cui prezzi siano contemporaneamente determinati
dalla domanda e dall'offerta dei loro servizi e costituiti come remunerazioni proporzionali alle quantità di
consumo di cui rappresentano il differimento. Ma, benché questo aspetto della teoria neoclassica non possa
trovar posto nel modello di Sraffa, Napoleoni mostra, con un ragionamento stringente che fa piazza pulita di
tanti luoghi comuni, come tale modello sia non solo non incompatibile, ma addirittura particolarmente
omogeneo, con altri aspetti essenziali della medesima teoria, in quanto la formalizzazione matematica di cui
consiste esprime i valori economici come integralmente determinati dal mercato, ed è conforme, quindi,
all'esigenza neoclassica di concepire l'economia come regolata soltanto da forze di mercato. Il significato che
Napoleoni attribuisce all'opera di Sraffa rispetto alla teoria neoclassica è chiaramente espresso da queste
parole: “La caduta (nel modello matematico di Sraffa, n.d.r.) dello schema distributivo contenuto nella teoria
neoclassica non comporta affatto la fine di questa teoria, ma significa solo che la spiegazione neoclassica del

1 C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica – Boringhieri, Torino 1985, pag. 39.

2 Ibid., pag. 16.

3 Ibid., pag. 32.

4 Ibid., pag. 33.

5 Ibid., pag. 22.


sovrappiù non può essere prolungata in quella particolare spiegazione della distribuzione che fa parte della
tradizione neoclassica. D'altra parte, lo schema matematico che consente di rilevare l'inaccettabilità della
teoria neoclassica della distribuzione, ossia lo schema di Sraffa, è anche quello che consente di dare alla
visione neoclassica del processo economico il suo sbocco più proprio” (5).

3. La spiegazione marxiana della formazione del sovrappiù


A questo punto, al termine dei primi sei capitoletti della prima parte del suo libro, si può ritenere che Napoleoni
sia brillantemente riuscito a dimostrare che:

a) la teoria neoclassica è, nella sua intrinseca natura ed al di là della consapevolezza che possiede di se
medesima, una teoria della formazione del sovrappiù come derivante dalla distribuzione del consumo
sociale lungo un arco temporale maggiore di quello del ciclo produttivo, ed una teoria della distribuzione
del sovrappiù medesimo come data dall'offerta e dalla domanda dei suoi servizi e da una remunerazione
del differimento del consumo proporzionale alle quantità differite di esso.

b) Il modello costruito da Sraffa non rappresenta una teoria economica in senso proprio ma uno schema di
determinazione matematica dei prezzi delle merci e della distribuzione del sovrappiù a partire da quantità
date di beni di un processo economico dato.

c) Attraverso il modello di Sraffa è possibile dare una coerente veste matematica alla teoria neoclassica della
formazione del sovrappiù, ma non a quella della sua distribuzione, perché anzi proprio il modello di Sraffa
rivela l'incongruenza matematica della teoria neoclassica della distribuzione del reddito.

d) Il modello di Sraffa costringe quindi a rinunciare all'idea neoclassica di una distribuzione del sovrappiù
determinata da prezzi dei suoi servizi congiuntamente derivanti dalla condizione dell'eguaglianza della
domanda e dell'offerta di essi, e dalla condizione di una remunerazione del differimento del consumo. La
prima condizione è infatti meramente tautologica, e la seconda è matematicamente in contrasto con la
prima.

e) I prezzi che risultano nel modello di Sraffa in funzione di determinate variabili distributive e di un
uniforme saggio di rendimento dei capitali, entro una determinata configurazione produttiva, non sono
perciò in alcun modo collegabili ad una remunerazione del differimento del consumo, per cui le grandezze
dei capitali e i rendimenti dei capitali stessi in proporzione alla loro grandezza, che essi misurano,
rappresentano un'appropriazione di sovrappiù non determinata da altro che dalla posizione di forza
detenuta nella società dai proprietari dei mezzi della produzione sociale.

Quest'ultimo punto pone il problema se il modello matematico di Sraffa possa esprimere altrettanto bene che
la sostanza della teoria economica neoclassica anche quella della teoria economica marxiana. Come è noto,
infatti, la spiegazione marxiana della formazione del sovrappiù riconduce proprio alla separazione, su cui
secondo Marx si fonda la natura stessa del modo di produzione capitalistico, tra lavoratori e mezzi di
produzione, ovvero tra lavoro e capitale. A prima vista, dunque, parrebbe di constatare una particolare
omogeneità tra il modello formale di Sraffa ed il contenuto teorico della scienza marxiana, dato che il
sovrappiù compare in quel modello non come remunerazione di un fattore produttivo diverso dal lavoro, ma
solo come eccedenza di prodotto sul consumo produttivo. Infatti i seguaci di Sraffa sono convinti che il
modello sraffiano da un lato metta fuori giuoco ogni teoria neoclassica (assunto di cui Napoleoni, come si è
visto, mostra l'infondatezza), e dall'altro inveri la teoria classica ed in particolare quella di Marx. Secondo
Marx, tuttavia, la formazione del sovrappiù trae origine da uno sfruttamento di classe che è a sua volta spiegato
da una teoria del valore-lavoro diversamente declinata rispetto ai precedenti economisti classici (Smith e
Ricardo), in quanto il valore determinato dal lavoro non coincide, per Marx, con il valore di scambio, e non
risulta, quindi, dal giuoco delle forze di mercato. Ma il modello di Sraffa non può dare alcuna espressione ad
una simile teoria del valore, trattandosi di un modello che formalizza le relazioni di mercato secondo la loro
immanente coerenza matematica. Ciò però non significa, secondo i seguaci di Sraffa, che il modello sraffiano
sia incompatibile con la teoria marxiana, ma significa semplicemente che la teoria del valore-lavoro costituisce
una formulazione errata della concezione marxiana dello sfruttamento, della quale il modello sraffiano
darebbe l'unica corretta rappresentazione, rappresentando matematicamente il variare del salario come
funzione inversa del variare del profitto. Questa idea ha trovato nell'ultimo decennio un larghissimo credito,
portando a credere che la spiegazione marxiana della formazione del sovrappiù attraverso la teoria del valore-
lavoro debba essere abbandonata, proprio per poter conservare la nozione di sovrappiù come concetto
rappresentativo dello sfruttamento capitalistico. Si tratta di vedere se tutto questo ha un fondamento.

4. Teoria marxiana del valore e natura dello sfruttamento capitalistico


secondo Napoleoni
Sono in molti, ormai, a credere, sulla scia di Sraffa, che la teoria marxiana del valore-lavoro sia, per un verso,
diventata scientificamente insostenibile alla luce degli sviluppi del pensiero economico contemporaneo, e,
d'altra parte, non costituisca affatto, per un altro verso, un presupposto indispensabile né per dare una
definizione adeguata della nozione di sovrappiù (o prodotto netto), né per rappresentare il sovrappiù come
traente origine dallo sfruttamento capitalistico. La rappresentazione meglio aderente alla realtà delle cose e
logicamente più corretta dello sfruttamento capitalistico sarebbe, anzi, quella fornita dalle equazioni del
modello di Sraffa che mostrano come il profitto cresca al decrescere del salario e sia perciò antagonistico ad
esso. Contro queste opinioni Napoleoni ha il merito di chiarire come, se cade la teoria marxiana del valore-
lavoro, cada anche, con essa, l'intera concezione marxiana dello sfruttamento capitalistico. Argomentazioni
che dovrebbero essere meditate da quanti, anche sedicenti marxisti, ritengono di poter far fuori la teoria del
valore-lavoro senza che succeda nulla di teoricamente rilevante nell'impianto del marxismo, e senza che debba
essere modificata l'immagine che Marx ci ha insegnato ad avere del capitalismo. Per ragioni di spazio è
possibile qui soltanto in maniera molto limitata riprodurre il ragionamento a questo proposito condotto da
Napoleoni. Conviene comunque farlo con le sue stesse parole: "Per Marx lo sfruttamento significa lavoro non
pagato, cioè pluslavoro. Il pluslavoro è la differenza tra la quantità di lavoro complessivamente prestata
dall'operaio in un certo tempo e la quantità di lavoro contenuta nei beni consumati dall'operaio in quel tempo.
Così definito il pluslavoro, in se stesso, non può in alcun modo costituire l'indicazione della presenza di uno
sfruttamento. Diventa invece tale indicazione all'interno di una teoria secondo la quale il valore dei beni-
salario è costituito dal lavoro in essi contenuto e da nient'altro: in questo caso, infatti, com'è chiaro, è possibile
stabilire una differenza tra ciò che il lavoratore dà e ciò che egli riceve. Ma al di fuori di una tale teoria la
quantità di lavoro contenuta nei beni-salario non è la misura di ciò che il lavoratore riceve, e quindi la
differenza tra quelle due quantità di lavoro è priva di significato, ancorché nulla vieti di continuarla a chiamare
pluslavoro". (6) Quindi, lo sfruttamento capitalistico così come è definito da Marx, ovvero quale lavoro non
pagato all'operaio di cui il capitalista si appropria sotto forma di plusvalore, "non è neppure pensabile senza
la teoria del valore-lavoro" (7). Napoleoni, però, ritiene che di tale teoria il pensiero economico abbia ormai
dimostrato l'infondatezza, rilevando matematicamente come essa "non sia una spiegazione dei valori di
scambio" (8). Egli, di conseguenza, con molta maggiore serietà intellettuale dei seguaci di Sraffa, non sfugge
alla consapevolezza che, una volta caduta la teoria del valore-lavoro, l'intera nozione marxiana di sfruttamento
come origine del plusvalore capitalistico nel pluslavoro operaio diventa insostenibile. Parlare infatti di
sfruttamento capitalistico nei termini di un antagonismo distributivo tra salario e profitto quali compaiono nel
modello di Sraffa significa fare del vuoto nominalismo. Se l'operaio è sfruttato dal capitalista soltanto perché,
in una configurazione produttiva data, il profitto capitalistico cresce solo se il suo salario diminuisce, allora
si dovrebbe dire che, ad esempio, anche il gestore di un cinematografo sfrutta gli spettatori, dato che quanto
più i loro portafogli vengono alleggeriti nel pagare i biglietti di ingresso tanto più aumentano i suoi incassi. Il
mero conflitto nella distribuzione in quote di risorse date, insomma, non individua alcuna forma di
sfruttamento, a meno di non voler chiamare sfruttamento ogni situazione in cui quanto più uno guadagna tanto
meno guadagna l'altro. Si deve allora concludere che il capitalismo non rappresenta un regime di sfruttamento
del lavoro umano, e che Marx, dipingendolo come tale, ha avanzato una denuncia morale priva di ogni validità
conoscitiva? Napoleoni non vuole spingersi a tanto, avvertendo egli profondamente quanto la descrizione
marxiana del sistema capitalistico penetri nel cuore della realtà effettiva delle cose. Arriva allora a sostenere
che nel capitalismo non ci sono soltanto conflitti distributivi, ma c'è anche un vero e proprio sistema di

6 Ibid., pag. 50-51.

7 Ibid., pag. 51.

8 Ibid., pag. 53.


sfruttamento del lavoro umano, rispetto al quale, però, la specifica nozione marxiana di sfruttamento, quella
cioè che, secondo lui, cade scientificamente per l'erroneità della teoria del valore-lavoro, sarebbe sfasata. La
nozione di sfruttamento derivabile dalla teoria del valore-lavoro, infatti, individua la sostanza ultima dello
sfruttamento nel lavoro che una classe sociale eroga per mantenere privilegi e poteri di un'altra classe, per cui
si tratterebbe, secondo Napoleoni, di una nozione capace di descrivere lo sfruttamento proprio delle società
precapitalistiche, e di quelle capitalistiche nella misura in cui conservano aspetti precapitalistici, ma non lo
sfruttamento del capitalismo pienamente sviluppato, dove "il dominio del capitalista sull'operaio è in realtà il
dominio della cosa sull'uomo, del prodotto sul produttore, perché le merci che diventano mezzo di dominio
(ma solo come mezzi di dominio del capitale in quanto tale) non sono a loro volta che risultati del processo
di produzione, che suoi prodotti. Certo la posizione dell'operaio e quella del capitalista sono profondamente
diverse ... ma questa differenza è tutta interna e un'identità, che consiste nell'essere, l'uno e l'altro, figure e
maschere di una medesima subordinazione alla cosa" (9). Da ciò Napoleoni conclude che: "Lo sfruttamento
specificamente capitalistico non è altro in realtà che quella inversione di soggetto e predicato per la quale
l'uomo, il soggetto, non è altro che il predicato del proprio lavoro, con la conseguenza che la produzione mette
capo a un prodotto, assolutamente peculiare dell'assetto capitalistico, che è la ricchezza astratta, dominatrice
attraverso il meccanismo impersonale del mercato, la quale è dominatrice dello stesso capitalista" (10). Un tale
meccanismo di sfruttamento sfuggirebbe del tutto, secondo Napoleoni, alla nozione di sfruttamento come
pluslavoro, ovvero alla nozione marxiana dello sfruttamento inscritta nella teoria del valore-lavoro. "Ma -
aggiunge Napoleoni - questa nozione di sfruttamento può, all'interno dello stesso pensiero di Marx, essere
messa in questione" (11). Secondo lui, infatti, la concezione marxiana della sottomissione reale del lavoro al
capitale come risultato ultimo dello sviluppo capitalistico, ed il trasferimento, che ne deriva, della produttività
dal lavoro al capitale, implicano logicamente che lo sfruttamento capitalistico consista non in
un'appropriazione di pluslavoro ma in una "sottomissione di tutti all'astrazione della ricchezza e quindi al
meccanismo oggettivo del mercato" (12). Quale marxismo ci propone in tal maniera Napoleoni? In pratica, un
marxismo che, ripudiata tanto la teoria del valore-lavoro quanto la concezione dello sfruttamento che ne
deriva, assuma l'alienazione capitalistica del produttore nel suo prodotto come l'unica vera specifica forma di
sfruttamento propria del capitalismo pienamente sviluppato, e come la principale contraddizione del nostro
tempo sulla strada della progressiva liberazione dell’uomo. Ma può considerarsi questo ancora marxismo?
Credo proprio di no, che non sia più marxismo. L'alienazione del produttore nel suo prodotto, che Marx ha
validamente descritto, non può in alcun modo essere scambiata per una forma di sfruttamento alternativa a
quella derivante dalla teoria del valore-lavoro, in quanto costituisce una forma di oggettivazione del lavoro (e
quindi di rapporto dell'uomo con la sua essenza sociale, attinente ad una sfera di significato diversa da quella
in cui può essere definita la nozione di sfruttamento) che è logicamente implicata dalla natura dello sfrutta
mento secondo la teoria del valore-lavoro. Se dunque la teoria del valore-lavoro fosse davvero insostenibile,
come vuole Napoleoni, sarebbe vano pretendere di salvare la categoria di alienazione e concepirla come una
forma di sfruttamento, perché l'alienazione, in quanto è l'alienazione specificamente prodotta dal capitalismo,
e non un generico concetto filosofico, dipende anch'essa, sia pure indirettamente, dalla teoria del valore-
lavoro. Soltanto, infatti, entro una concezione del valore economico della merce quale espressione del lavoro
sociale estrinsecato in essa, ha senso dire che i valori di scambio, in quanto forme fenomeniche dei valori
nelle quali i valori stessi sono occultati nel loro essere e determinati nel loro operare, dominano l'attività
lavorativa umana. Vale a dire che il lavoro sociale è alienato nella ricchezza astratta in quanto la ricchezza
astratta è la fenomenizzazione alienante del valore che lo esprime. Se così non fosse, se il valore economico
non fosse, conformemente alla teoria del valore-lavoro, un "medio" tra il lavoro sociale come sua condizione
e il valore di scambio come sua esistenza fenomenica - nel significato preciso che tutte queste espressioni
hanno nella logica dialettica hegeliana - allora la sottomissione alienante del lavoratore al prodotto del suo
lavoro non corrisponderebbe ad altro che a quella generica alienazione filosofica respinta definitivamente da
Marx come strumento conoscitivo capace di giungere alle radici della realtà fin dalle Tesi su Feuerbach. A
parte, poi, quel che ne abbia pensato Marx, questo genere di alienazione costituisce una nozione del tutto
inadeguata a cogliere quelle differenze specifiche della subordinazione umana al regime del capitale, rispetto

9 Ibid., pag. 54.

10 Ibid., pag. 53.

11 Ibid., pag. 55.

12 Ibid., pag. 56.


alle forme precapitalistiche di sottomissione e di dominio, che Napoleoni cerca di mettere a fuoco. Alla luce
di essa, infatti, il meccanismo mediante cui tutti gli uomini, costretti ad agire in funzione delle esigenze del
capitale, vengono a dipendere da un'oggettività astratta di cui essi stessi producono il potere schiacciante, è il
medesimo meccanismo di sottomissione dell'uomo medioevale al suo Dio. Basta del resto leggere la
Fenomenologia dello spirito di Hegel per rendersi conto come questa alienazione attraversi tutta la storia
umana, e come di "cose" dominanti i loro stessi produttori ce ne siano state molto prima del denaro e del
capitale. Certo, questa alienazione ha una specifica declinazione nel capitalismo. Che però rimanda, allora,
alla teoria del valore-lavoro. Dalla quale, quindi, dipendono, all'interno del pensiero di Marx, molti più
concetti di quanti non credano non solo i seguaci di Sraffa, ma lo stesso Napoleoni.

5. La trasformazione dei valori nei prezzi: un problema male impostato


Alla fin fine la situazione è questa: oggi i più danno per scontato che 1a teoria del valore-lavoro sia diventata
insostenibile, pur conservando l'idea che altri concetti dell'analisi marxiana del capitalismo siano più che
mai validi sul piano descrittivo (e chi, in effetti, se non per interesse di parte e conseguente deformazione
ideologica, potrebbe negare che il capitalismo produce alienazione, denaro come fine e uomo come mezzo
ecc.?), senza rendersi conto che proprio la teoria del valore-lavoro costituisce l'unica spiegazione
logicamente coerente anche di quei concetti del marxismo che essi accettano. Così i seguaci di Sraffa
pretendono di conservare la nozione marxiana di sfruttamento pur ripudiando la teoria del valore-lavoro, che
di quella nozione rappresenta l'unico possibile fondamento. Lo stesso Napoleoni, che tanto chiaramente
mostra l'incongruenza di questa posizione, crede di poter recuperare, al di fuori della teoria del valore-lavoro
e della nozione tradizionale di sfruttamento, altri concetti marxiani, di evidente efficacia conoscitiva, che
dipendono invece anch'essi da quella teoria e da quella nozione. Ma sarà poi vero, allora, che la teoria del
valore-lavoro è diventata scientificamente insostenibile? Per poter rispondere a questa domanda occorre
vedere su quali basi tale teoria sia stata negli ultimi decenni generalmente respinta. Ciò ci conduce alla
famosa trasformazione dei valori nei prezzi di produzione, trattata da Marx, come è noto, sia nel terzo
volume del Capitale sia nelle Teorie del plusvalore. Secondo la trattazione marxiana, infatti, i prezzi di
mercato, anche a prescindere dalle oscillazioni determinate dalle variazioni della domanda e dell'offerta, e
anche considerati, quindi, in un contesto ideale di perfetto equilibrio della domanda e dell'offerta e perciò di
completo annullamento di ogni loro azione alteratrice dei valori di scambio, non possono essere ugualmente
l'esatto rispecchiamento quantitativo dei valori costituiti dal lavoro contenuto, ma esprimono
necessariamente una trasformazione di tali valori. I valori determinati secondò la teoria del valore-lavoro
risultano quindi, alla luce di questa concezione marxiana, invisibili, per così dire, nella concreta esistenza
del mercato capitalistico, in quanto i prezzi di tale mercato non possono esprimerli se non divergendone.
Riassumiamo brevemente il perché, secondo Marx, di questa divergenza. Se i prezzi, dunque, fossero l'esatto
rispecchiamento quantitativo dei valori, i saggi di profitto dei capitali investiti in settori produttivi
tecnologicamente diversi dovrebbero essere tra loro molto diversi, come Marx ci chiarisce, con un semplice
prospetto numerico esemplificativo, all'inizio del nono capitolo del terzo libro del Capitale.La grandezza
del plusvalore prodotto da ciascun capitale, infatti, corrisponde, secondo 1a teoria marxiana, alla quantità di
pluslavoro, ovvero di lavoro non pagato, da esso estorto ai lavoratori, e sta perciò in una proporzione definita
con il numero dei lavoratori da esso impiegati. Ma il saggio del profitto esprime il rapporto di questo
plusvalore non con il capitale investito per impiegare lavoratori ai quali estorcere pluslavoro, ma con il
capitale investito complessivamente dal capitalista, anche cioè, per l'acquisto di materie prime, fonti di
energia, macchinari, ecc. Del resto è proprio questo investimento complessivo che dà la spesa effettivamente
sostenuta dal capitalista, alla quale, quindi, devono venire comparati i suoi guadagni. Ma allora, quanto
maggiore è la proporzione, sul capitale complessivamente investito, del capitale investito nella forza-lavoro
da cui viene ricavato il pluslavoro, tanto maggiore risulta, a pari grandezza di capitale complessivamente
investito, il rapporto con esso del plusvalore, e dunque il saggio del profitto. Tuttavia la concorrenza
capitalistica per natura sua non può che annullare sul mercato queste potenziali differenze di saggio del
profitto, livellandole a un saggio medio del profitto. Da questo livellamento deriva necessariamente quella
differenza dei prezzi dai valori di cui stiamo parlando, perché appunto il valore complessivo delle merci
prodotte è redistribuito tra le varie merci sotto forma di prezzo in modo tale che il prezzo di ciascuna diverga
dal valore di quel tanto che le permetta di contenere, in quanto prodotto del capitale, il saggio medio del
profitto. Soltanto la somma di tutti i prezzi coincide quindi con la somma di tutti i valori, ma non il singolo
prezzo con il singolo valore. Questo il discorso di Marx. Solitamente per gli interpreti esso vuol dire che,
dato un sistema di valori delle merci, sarebbe possibile, per Marx, calcolare un saggio generale del profitto
come media matematica dei rapporti tra tuti i plusvalori contenuti nei valori ed i valori stessi, e derivare poi
da questo saggio del profitto, rapportato alla grandezza dei capitali e aggiunto al prezzo di costo delle loro
merci, il prezzo di produzione, ossia l'effettivo prezzo di equilibrio sul mercato, delle merci medesime. A
prima vista, sembra, impostando così il problema della trasformazione dei valori nei prezzi, che il
ragionamento di Marx sia stato fedelmente riprodotto, mentre invece è proprio in questo modo che la sua
logica profonda risulta tradita. Esso diventa, inoltre, in questo modo, un problema insolubile nei termini in
cui è posto. Il saggio del profitto medio, infatti, non può venire così presupposto ai prezzi in maniera da
costituire un dato a partire dal quale essi possano essere calcolati, in quanto un tale saggio non è affatto
matematicamente determinabile senza la preventiva conoscenza di quei prezzi che dovrebbero ricavarsi da
esso. Esso è infatti determinato in rapporto alla grandezza dell'investimento complessivo dei capitali,
investimento che è costituito da merci il cui costo di mercato è dato evidentemente in termini di prezzi, non
di valori. Non sarebbe infatti logico trasformare in prezzi i valori dei prodotti dei capitali e non quelli degli
elementi dei capitali stessi, in quanto anche tali elementi sono merci, prodotte da altri capitali (ivi compresa
la forza-lavoro, dato che il costo di capitale che essa rappresenta è dato dal costo delle merci che formano i
beni-salario). D'altra parte si osserva che una determinazione simultanea, per mezzo di un opportuno sistema
di equazioni, dei prezzi e del saggio del profitto che essi includono, se è ottenuta a partire da grandezze di
valore date, dà matematicamente luogo ad un ammontare complessivo dei profitti, in termini di prezzo,
divergente dall'ammontare complessivo dei plusvalori in termini di valore, cosicché i prezzi risultanti dalla
distribuzione dei profitti tra le merci prodotte non risultano a loro volta matematicamente derivabili da
rapporti di valore. Se ne conclude che i prezzi non sono valori trasformati, che dunque la nozione di un
valore della merce distinto dal suo prezzo esprime una grandezza perfettamente ininfluente rispetto alla
grandezza del prezzo, e che perciò la teoria del valore-lavoro non ha alcun rilievo scientifico. Tutto questo
sarebbe vero se tale fosse la logica sottesa alla trasformazione marxiana del valore nel prezzo ed il significato
scientifico della teoria del valore-lavoro nel pensiero di Marx. Ma le cose non stanno affatto così. Ciò che,
nel problema della trasformazione, è veramente essenziale all'impianto logico della scienza economica
marxiana, è che i prezzi, attraverso il meccanismo mediante cui sono attribuiti alle merci, distribuiscano
valori, per cui ogni mutamento provocato dallo sviluppo sociale nell'organizzazione e nella tecnologia della
produzione economica, da cui risultino modificate le proporzioni di lavoro contenuto nelle merci, non possa
non influire in maniera decisiva sul movimento dei prezzi. Tutto questo presuppone, evidentemente, che la
somma complessiva dei prezzi delle merci prodotte da un determinato sistema produttivo non sia altro che
la somma complessiva dei valori, in termini di quantità di lavoro contenuto, di quelle stesse merci. Ma non
presuppone affatto anche, come generalmente invece si crede, derivandone l'individuazione dell’“errore”
commesso da Marx nella trasformazione, in quanto si tratta di un assunto matematicamente impossibile, che
la somma dei profitti realizzati nel sistema in termini di prezzi sia eguale alla somma dei plusvalori contenuti
nelle merci in termini di valori, perché, anzi, proprio se, per assurdo, tali due somme fossero eguali, allora
la trasformazione non reggerebbe (13). Ragioniamo, infatti. Posto che, conforme alla logica del problema
della trasformazione, la somma dei prezzi di tutte le merci di un sistema produttivo realizzi la somma dei
loro lavori mediante una distribuzione tale dei prezzi per cui il prezzo di ciascuna merce diverga del valore
corrispondente, è escluso dalla probabilità matematica che il prezzo complessivo del "paniere" di una parte
soltanto delle merci del sistema sia perfettamente eguale al valore di tale "paniere". Ora i beni-salario
formano appunto un simile "paniere". Ne consegue che il loro prezzo complessivo, e quindi il prezzo di tutta
la forza-lavoro sociale, è diverso dal loro valore complessivo, e quindi dal valore della medesima forza-
lavoro. Ma allora anche l'ammontare complessivo dei profitti in termini dei prezzi non può che essere diverso
dall'ammontare complessivo dei plusvalori in termini di plusvalori, dato che entrambi rappresentano

13 Marx, per la verità, dopo aver parlato di una somma dei prezzi di produzione eguale alla somma dei valori
nella trasformazione dei valori in prezzi, all'inizio del decimo capitolo del libro terzo del Capitale pone anche,
accanto a questa eguaglianza, una eguaglianza tra la somma dei profitti e la somma dei plusvalori. Si tratta,
però, di un semplice errore incidentale estraneo alla logica effettiva della trasformazione, commesso da Marx
in quanto egli non dà che una mera importanza esemplificativa alla veste matematica del problema, di cui si
avvale, qui come in altri punti, con cosciente approssimazione, ben sapendo che il problema della
trasformazione non è un problema matematico. Il piccolo errore matematico di Marx risulta invece molto
chiaramente oggi, in seguito al grande errore che abbiamo commesso noi nel matematizzare integralmente
il suo problema.
grandezze residuali rispetto al costo della forza-lavoro, e non possono perciò che modificarsi al variare di
tale costo con la sua trasformazione da costo in valore a costo in prezzo. La trasformazione dei valori nei
prezzi incide insomma sul rapporto profitto/salario esattamente come vi inciderebbe una variazione della
produttività del lavoro. Quindi, come sarebbe assurdo attendersi che l'ammontare complessivo dei profitti
dopo una trasformazione nella forza produttiva del 1avoro fosse eguale all'ammontare complessivo di essi
prima di tale trasformazione, ugualmente è assurdo attendersi che la somma dei profitti di un sistema dopo
la trasformazione dei valori nei prezzi sia eguale alla somma dei suoi plusvalori prima di tale trasformazione.
Eppure è proprio dall'impossibilità del verificarsi di una simile assurdità che è stata dedotta l'erroneità della
trasformazione marxiana dei valori nei prezzi. Infatti, se si abbandona, come è nella logica della
trasformazione, la condizione che la somma dei profitti "trasformati" sia eguale alla somma dei valori
"trasformandi", la trasformazione dei valori nei prezzi può essere coerentemente formulata in funzione
dell'unica sua condizione veramente essenziale, e cioè l'identità della somma dei valori con la somma dei
prezzi. D'altra parte l'errore di impostazione insito nella critica solitamente condotta riguardo alla
trasformazione marxiana dei valori nei prezzi sta molto più a monte dell'errore fin qui rilevato. L'errore di
fondo sta infatti nel credere che il saggio generale del profitto ed i prezzi di produzione, ad esso correlati, di
un sistema economico, debbano essere calcolati a partire da grandezze di valore date, e che in questa
determinazione matematica dei prezzi mediante i valori esprimenti il lavoro contenuto stia il significato
scientifico della teoria marxiana del valore-lavoro. Ora, se i valori fossero grandezze date, assumibili come
elementi di un calcolo matematico, sarebbero non più valori, bensì già, essi stessi, prezzi! La trasformazione
marxiana dei valori nei prezzi, infatti, è oggi generalmente considerata erronea perché la si interpreta come
se fosse la trasformazione da un sistema di prezzi ad un altro sistema di prezzi, scambiando i prospetti
puramente esemplificativi di Marx sui valori come determinazioni di grandezza matematica necessarie per
individuare i valori. D'altra parte, come potrebbe essere diversamente, nel nostro secolo? Di fronte ad un
problema come quello della trasformazione, estremamente complesso già di per se stesso per le sue
molteplici ed intricatissime connessioni con tutti quanti i presupposti categoriali della scienza e reso di
ancora più ardua decifrazione dal suo essere trattato in sti non originariamente editi da Marx, e quindi non
ancora da lui riveduti, corretti, precisati, coerenziati, l'unica via per comprenderlo sarebbe quella di leggerlo
alla luce della logica hegeliana e della nozione di scienza che è contenuta in tale logica. Non si dovrebbe
dimenticare, infatti, che Marx è appartenuto ad una generazione di intellettuali tedeschi per la quale la logica
dialettica hegeliana ha rappresentato un ineludibile sistema di coordinate nella concezione della scienza. Ma
quando, dalla fine del secolo scorso, sono cominciati ad uscire i testi di Marx in cui è trattata la
trasformazione dei valori nei prezzi, la concezione hegeliana della scienza era già stata rimossa dalla cultura
dell'Occidente in seguito al trionfo tecnologico della scienza positiva. Così il problema della trasformazione
dei valori nei prezzi è stato fin da principio deformato e banalizzato, tanto dagli avversari di Marx quanto
dai sedicenti marxisti, nel problema della trasformazione matematica di una serie di grandezze date (quella
dei valori) in un'altra (quella dei prezzi). È soltanto questa falsa impostazione del problema della
trasformazione, erroneamente considerata propria dalla scienza economica marxiana, che il pensiero
economico contemporaneo ha demolito. Se il nostro secolo avesse avuto ancora la capacità di comprendere
la Scienza della logica di Hegel e di interpretare la funzione dei valori rispetto ai prezzi secondo l'insieme
delle categorie hegeliane dell'essenza, conformemente alle indicazioni della terminologia marxiana che
definisce i prezzi forma fenomenica dei valori, non sarebbe stato difficile capire come i valori, essendo
l'essenza dei prezzi nel senso hegeliano del termine, non possano essere determinati matematicamente se
non in un loro ammontare complessivo dato dall'ammontare complessivo dei prezzi. Del resto Marx scrive
che il valore si manifesta nel prezzo "solo in un modo assai complicato e approssimativo, sotto forma di una
media che non è mai possibile determinare di oscillazioni incessanti" (14). E limita la determinazione del
valore rispetto al prezzo al fatto che "un aumento o una diminuzione del tempo di lavoro necessario alla
produzione fa aumentare o diminuire i prezzi di produzione" (15). Come si vede siamo lontani da un calcolo
matematico a partire dai valori come grandezze date. La teoria del valore-lavoro di Marx, dunque, risulta
teoreticamente tutt'altro che confutata. Forse deve essere ancora capita nella sua reale portata. Forse l'enorme
mole di letteratura marxista tra tutti i possibili marxismi ha lasciato maggiormente nell'oscurità proprio il
marxismo di Marx. Il marxismo di Marx: è stato superato dalla realtà del nostro tempo o dall'incapacità del

14 Marx, Il Capitale, Ed. Riuniti 1973, Libro terzo, vol. I, pag. 206.

15 Ibid., pag. 226.


nostro tempo di comprendere la sua propria realtà? Neppure il libro di Napoleoni di cui abbiamo qui parlato,
pur così interessante e suggestivo, contiene la vera risposta a questa domanda.