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CLIVE CUSSLER

TESORO
(Treasure, 1988)

In memoria di Robert Esbenson:


nessuno ha mai avuto un amico più fedele

La Biblioteca di Alessandria esistette veramente, e se non fosse stata de-


vastata dalle guerre e dal fanatismo religioso ci avrebbe donato non soltan-
to il patrimonio della conoscenza degli imperi dell'Egitto, della Grecia e di
Roma, ma anche delle civiltà poco note che nacquero e tramontarono mol-
to lontano dalle rive del Mediterraneo.
Nel 391 d.C. l'imperatore cristiano Teodosio ordinò di bruciare tutti i vo-
lumi e le opere d'arte che avevano contenuti sia pur lontanamente pagani e
che includevano gli insegnamenti degli immortali filosofi greci.
Si ritenne tuttavia che gran parte della raccolta venisse portata segreta-
mente in salvo. Dopo sedici secoli, sono tuttora ignoti la sua sorte e il suo
nascondiglio.

I PRECURSORI

15 luglio 391 d.C.


Una terra sconosciuta

Una luce fioca e palpitante guizzava bizzarramente nella tenebra della


galleria. Un uomo vestito d'una tunica di lana che gli scendeva sotto il gi-
nocchio si fermò e alzò sopra la testa una lampada a olio. Il chiarore fievo-
le illuminò una figura umana racchiusa in una bara d'oro e cristallo e gettò
un'ombra grottesca e tremula contro la parete levigata. L'uomo dalla tunica
fissò per qualche attimo gli occhi ciechi, quindi abbassò la lampada e si
voltò.
Studiò la lunga fila delle figure immobili immerse in un silenzio di mor-
te, così numerose che sembravano allinearsi all'infinito prima di sparire
nell'oscurità della grande caverna.
Junius Venator riprese il cammino. I sandali scalpicciarono sul pavimen-
to irregolare con un fruscio sommesso. A poco a poco la galleria si allargò.
La volta, alta quasi dieci metri, era divisa da una serie di archi che le dava-
no maggior forza strutturale. I canaletti incisi nel calcare scendevano tor-
tuosamente lungo le pareti perché l'acqua filtrata dalla roccia potesse scor-
rere nei profondi bacini di drenaggio. Le pareti erano costellate di cavità
piene di strani recipienti circolari di bronzo. Se non si teneva conto delle
grandi casse lignee ammonticchiate ordinatamente al centro della camera,
quel luogo sarebbe apparso molto simile alle catacombe scavate sotto la
città di Roma.
Venator esaminò le etichette di rame fissate alle casse e controllò i nu-
meri corrispondenti sul rotolo che teneva steso su un tavolinetto pieghevo-
le. L'aria era secca e opprimente, e il sudore incominciava a scorrere fra gli
strati di polvere che gli coprivano la pelle. Due ore più tardi, quando ebbe
accertato che tutto era catalogato e in perfetto ordine, riavvolse il rotolo e
l'infilò nella fascia che gli cingeva la vita.
Diede un'ultima occhiata agli oggetti contenuti nella galleria ed emise un
sospiro di rammarico. Sapeva che non li avrebbe più visti né toccati. Si
voltò e, stancamente, reggendo la piccola lampada, ritornò verso la galle-
ria.
Venator non era più giovane: stava per compiere cinquantasette anni...
molti, per quei tempi. Il viso cinereo e segnato dalle rughe, le guance in-
fossate, i passi affaticati rispecchiavano la stanchezza di un uomo che non
aveva più voglia di vivere. Eppure, nel profondo dell'animo, provava il ca-
lore della soddisfazione. Il piano immenso era completato: l'onere immane
non gravava più sulle sue spalle curve. Ormai non gli restava altro che so-
pravvivere al lungo viaggio fino a Roma.
Passò accanto ad altre quattro gallerie che si addentravano nella collina.
Una era ostruita da un grande mucchio di detriti. Dodici schiavi che stava-
no scavando all'interno erano morti quando la volta era crollata. Erano an-
cora là dentro, sfracellati e sepolti dov'erano caduti. Venator non provava
rimorso per la loro sorte. Per loro era meglio essere morti rapidamente an-
ziché soffrire anni di tormenti nelle miniere dell'impero, avendo a stento di
che nutrirsi, prima di crollare vittime di qualche malattia o di venire ab-
bandonati quando fossero diventati troppo vecchi per lavorare.
Svoltò nell'ultimo corridoio a sinistra e si avviò verso il fioco barlume
della luce del giorno. Il pozzo d'entrata era stato scavato all'interno di una
piccola grotta e aveva un diametro di due braccia e mezzo... appena suffi-
ciente per permettere il passaggio delle casse più voluminose.
All'improvviso giunse dall'esterno l'eco di un urlo lontano. Venator ag-
grottò la fronte, preoccupato, e affrettò il passo. Per abitudine, quando uscì
nella luce del sole, socchiuse le palpebre per riparare gli occhi. Esitò e stu-
diò l'accampamento che si trovava a poca distanza, su un declivio. Un
gruppo di legionari romani attorniava alcune donne barbare. Una di queste,
una ragazza molto giovane, urlò di nuovo e tentò di fuggire. Riuscì quasi a
passare attraverso la cerchia dei soldati, ma uno l'afferrò per i lunghi capel-
li neri e la strattonò all'indietro: la ragazza barcollò e cadde in ginocchio.
Un uomo vide Venator e si avvicinò. Era un gigante, più alto degli altri
di tutta la testa, con le spalle ampie e i fianchi stretti, e due braccia simili a
tronchi di quercia che arrivavano quasi alle ginocchia.
Latinius Macer era originario della Gallia, ed era il sovrintendente degli
schiavi. Salutò Venator con un cenno e parlò con voce sorprendentemente
acuta.
«È tutto pronto?» chiese.
L'altro annuì. «L'inventario è terminato. Puoi far chiudere l'entrata.»
«Consideralo già fatto.»
«Che cos'è tutto quel chiasso nell'accampamento?»
Macer girò verso i soldati i freddi occhi neri e sputò in terra. «Quegli
stupidi legionari si annoiano e hanno fatto razzia in un villaggio cinque le-
ghe a nord. È stato un massacro insensato. Hanno ucciso almeno quaranta
barbari: soltanto dieci erano uomini, gli altri donne e bambini. Così, senza
un motivo. Non c'era oro, non c'era alcunché, neppure un po' di sterco di
mulo. Sono tornati con poche donne, per giunta brutte, per giocarsele ai
dadi. E poco di più.»
Il volto di Venator si tese. «Ci sono stati altri superstiti?»
«Mi hanno riferito che due uomini sono scappati nella boscaglia.»
«Daranno l'allarme agli altri villaggi. Temo che Severus abbia stuzzicato
un nido di calabroni.»
«Severus!» Macer sputò il nome con un altro grumo di saliva. «Quel
maledetto centurione e i suoi non fanno altro che dormire e dare fondo alla
nostra scorta di vino. Secondo me sono soltanto una grossa seccatura.»
«Sono stati ingaggiati per proteggerci», gli rammentò Venator.
«Da che cosa?» ribatté Macer. «Dai selvaggi primitivi che mangiano in-
setti e rettili?»
«Raduna gli schiavi e fai chiudere in fretta la galleria. Dovrete fare un
buon lavoro: i barbari non dovranno essere in grado di scavarla dopo che
ce ne saremo andati.»
«Non c'è pericolo. A giudicare da quanto ho visto, in questa terra male-
detta nessuno conosce l'arte di lavorare il metallo.» Macer s'interruppe e
indicò il mucchio massiccio di detriti, in equilibrio sopra l'ingresso del
pozzo, precariamente trattenuto da una gigantesca struttura di tronchi.
«Quando quello cadrà, non dovrai più preoccuparti per le tue preziose an-
ticaglie. Nessun barbaro riuscirà mai a raggiungerle. Non ci riuscirà certo
scavando con le mani.»
Rassicurato, Venator congedò il sovrintendente e si avviò a passo deciso
verso la tenda di Domitius Severus. Passò accanto al simbolo del distac-
camento militare, la figura argentea di un toro issata su un'asta, e scostò la
sentinella che cercava di bloccarlo.
Trovò il centurione che, seduto su una sedia da campo, contemplava una
barbara nuda e sporca. La donna era accoccolata ed emetteva una succes-
sione di strani suoni vocalici. Era giovane; non doveva avere più di quat-
tordici anni. Severus indossava una corta tunica rossa fermata da una fibu-
la sulla spalla sinistra. Le braccia nude erano ornate da fasce bronzee in-
torno ai bicipiti. Erano le braccia muscolose di un soldato, abituato a ma-
neggiare la spada e lo scudo. Severus non si degnò di alzare la testa quan-
do Venator entrò.
«È così che passi il tempo, Domitius?» chiese in tono freddo e sarcasti-
co. «Ti fai beffe del volere di Dio violentando una ragazzina pagana?»
Severus girò lentamente verso di lui gli occhi grigi e duri. «Fa troppo
caldo per ascoltare le tue sciocchezze cristiane. Il mio Dio è più tollerante
del tuo.»
«È vero, ma tu adori un Dio pagano.»
«Una semplice questione di preferenza. Nessuno di noi ha mai avuto un
incontro a faccia a faccia con il suo Dio. Chi può dire chi ha ragione?»
«Cristo era il figlio del vero Dio.»
Severus gli lanciò uno sguardo esasperato. «Mi stai disturbando. Dimmi
che cosa vuoi e vattene.»
«Perché tu possa violentare questa povera pagana?»
Severus non rispose. Si alzò, afferrò per il braccio la ragazza che conti-
nuava a gemere e la buttò bruscamente sul letto da campo.
«Vuoi farlo anche tu, Junius? Puoi accomodarti per primo.»
Venator fissò il centurione, e un brivido di paura gli corse lungo la
schiena. Il centurione romano che comandava un'unità di fanteria doveva
essere un tipo duro, ma quello era un selvaggio spietato.
«La nostra missione qui è terminata», disse. «Macer e gli schiavi si pre-
parano a bloccare la grotta. Possiamo togliere il campo e tornare alle na-
vi.»
«Domani saranno undici mesi da quando siamo partiti dall'Egitto. Un
giorno in più per godere dei piaceri locali non farà una grande differenza.»
«Non avevamo l'ordine di abbandonarci ai saccheggi. I barbari vorranno
vendicarsi. Noi siamo pochi, loro sono numerosi.»
«Sono pronto a opporre i miei legionari alle orde che i barbari possono
scagliare contro di noi», ribatté Severus.
«I tuoi uomini sono diventati molli e fiacchi come tutti i mercenari.»
«Non hanno dimenticato come si combatte», replicò l'altro con un sorri-
so sicuro.
«Ma sono disposti a morire per l'onore di Roma?»
«E perché dovrebbero? Perché dovremmo farlo noi? Gli anni grandiosi
dell'impero sono passati. La nostra capitale sul Tevere, un tempo così
splendida, è diventata una topaia. Nelle nostre vene scorre ben poco san-
gue romano. Quasi tutti i miei uomini vengono dalle province. Io sono i-
spanico e tu sei greco, Junius. In questi tempi caotici, chi può provare leal-
tà verso un imperatore che regna lontano, a oriente, in una città che nessu-
no di noi ha mai visto? No, Junius, i miei soldati combatteranno perché
sono professionisti e perché sono pagati per farlo.»
«Forse i barbari non gli lasceranno scelta», disse Venator.
«Ci occuperemo di quella marmaglia quando verrà il momento.»
«È meglio evitare ogni scontro. Dobbiamo partire prima che scenda la
notte...»
Venator fu interrotto da un rombo che fece tremare il suolo. Uscì cor-
rendo dalla tenda e guardò in direzione del dirupo. Gli schiavi avevano ri-
mosso i puntelli e liberato una valanga tonante che precipitava sopra l'im-
boccatura della grotta seppellendola sotto una quantità enorme di macigni.
Una grande nube di polvere s'innalzò, riversandosi nella gola. L'eco del
fragore fu seguito dalle acclamazioni degli schiavi e dei legionari.
«È fatta», disse Venator in tono solenne. «Il sapere dei secoli è al sicu-
ro.»
Severus lo raggiunse. «È un peccato che non si possa dire altrettanto di
noi.»
Venator si voltò: «Se Dio ci concederà un felice viaggio di ritorno, che
cosa dovremo temere?»
«La tortura e l'esecuzione», rispose seccamente Severus. «Abbiamo sfi-
dato l'imperatore, e Teodosio non perdona facilmente. Non troveremo un
posto dove nasconderci in tutto l'impero. È meglio che cerchiamo rifugio
in terra straniera.»
«Mia moglie e mia figlia... devono attendermi nella villa della nostra
famiglia ad Antiochia.»
«Probabilmente a quest'ora gli agenti dell'imperatore le avranno già tro-
vate. Saranno morte, o forse sono state vendute come schiave.»
Venator scosse la testa, incredulo. «Ho amici potenti che le proteggeran-
no fino al mio ritorno.»
«Anche gli amici si possono comprare o piegare con le minacce.»
Gli occhi di Venator si schiusero in un'improvvisa espressione di sfida.
«Nessun sacrificio è troppo grave per ciò che abbiamo realizzato. E sareb-
be tutto inutile se non tornassimo con un resoconto e una mappa del viag-
gio.»
Severus stava per ribattere quando notò il suo luogotenente, Artorius
Noricus, che saliva correndo il pendio per raggiungere la tenda. Il giovane
legionario aveva il volto scuro lucido di sudore nel caldo meridiano mentre
si sbracciava per indicare l'orlo dei bassi dirupi.
Venator alzò una mano per ripararsi gli occhi dal sole e guardò in alto,
poi strinse le labbra.
«I barbari, Severus. Sono venuti a vendicare il sacco del loro villaggio.»
Sembrava che le colline brulicassero di formiche. Più di mille barbari,
uomini e donne, guardavano gli intrusi. Erano armati di archi e frecce,
scudi di cuoio e lance con le punte d'ossidiana. Alcuni stringevano clave di
pietra legate a corti manici lignei. Gli uomini indossavano soltanto i peri-
zomi.
Stavano immobili, in silenzio, impassibili e selvaggi, e minacciosi come
l'avvicinarsi di una tempesta.
«Un altro contingente di barbari si è ammassato fra noi e le navi!» gridò
Noricus.
Venator si voltò. Era cinereo. «Ecco il risultato della tua stupidità, Seve-
rus.» La sua voce era incrinata dalla collera. «Ci hai uccisi tutti.» Poi cad-
de in ginocchio e incominciò a pregare.
«Il tuo Dio non trasformerà i barbari in pecore, vecchio», ribatté Severus
in tono sarcastico. «Solo la spada potrà liberarci.» Si voltò, strinse il brac-
cio di Noricus e cominciò a impartire i comandi. «Ordina al bucinator di
suonare l'adunata per la battaglia. Di' a Latinius Macer di armare gli schia-
vi. Disponi gli uomini in quadrato. Marceremo in formazione verso il fiu-
me.»
Noricus salutò e corse verso il centro del campo.
I sessanta soldati dell'unità di fanteria si schierarono in un quadrato. Gli
arcieri siriani si piazzarono sui fianchi, fra gli schiavi armati, mentre i ro-
mani formavano il fronte e la retroguardia. Al centro stava Venator con il
suo gruppo di collaboratori egizi e greci e tre medici.
Le armi principali dei romani, nel quarto secolo dopo Cristo, erano il
gladio, una spada appuntita e a doppio taglio lunga ottantadue centimetri, e
il pilo, una lancia di due metri che si poteva scagliare o brandire per gli af-
fondi. Le armi difensive erano un elmo di ferro che aveva i paraguance in-
cardinati legati sotto il mento con un lacciuolo e sembrava un berretto da
fantino con la visiera all'indietro; una corazza formata da lamine metalli-
che sovrapposte che cingeva il torace e copriva le spalle, e gli schinieri che
proteggevano gli stinchi. In più c'era lo scudo ovale di legno laminato.
Invece di avventarsi all'attacco, i barbari si mossero lentamente e accer-
chiarono la colonna. All'inizio cercarono di indurre i soldati a rompere le
righe: mandarono avanti alcuni uomini che si avvicinarono, gridando paro-
le incomprensibili accompagnate da gesti minacciosi. Ma i nemici, per
quanto numericamente inferiori, non cedettero al panico e non fuggirono.
Il centurione Severus era un veterano troppo esperto per avere paura.
Precedette i suoi di qualche passo e scrutò il terreno che pullulava di bar-
bari.
Agitò il braccio in un gesto irridente. Non era la prima volta che si tro-
vava a combattere in condizioni d'inferiorità. Era entrato volontario nella
legione a sedici anni; e da soldato semplice aveva fatto carriera conqui-
stando diverse decorazioni al valore nelle battaglie contro i goti lungo il
Danubio e contro i franchi sul Reno. Quando aveva terminato il servizio
militare era diventato mercenario al soldo del miglior offerente... che in
quel caso era Junius Venator.
Severus aveva una fiducia incrollabile nei suoi legionari. Il sole dorava i
loro elmi e le spade sguainate. Erano forti combattenti, uomini induriti dal-
le battaglie, che non avevano mai conosciuto la sconfitta.
Quasi tutti gli animali, incluso il suo cavallo, erano morti durante il ter-
ribile viaggio dall'Egitto: perciò procedeva a piedi alla testa del quadrato, e
si voltava a intervalli di pochi passi per sorvegliare continuamente i nemi-
ci.
Con un ruggito che ingigantì e irruppe come un maremoto, i barbari sce-
sero correndo il declivio assolato e si avventarono sui romani. Quelli della
prima ondata furono decimati, trapassati dalle lunghe lance dei soldati e
dalle frecce degli arcieri siriani. La seconda ondata avanzò, piombò contro
lo schieramento e fu abbattuta come il grano tagliato da una falce. Le spa-
de lucenti si arrossarono di sangue. Spronati da un torrente d'imprecazioni
e minacciati dalla sferza di Latinius Macer, gli schiavi si fecero valere e
non cedettero d'un passo.
La formazione avanzava molto lentamente mentre i barbari premevano
da ogni lato, rafforzati dal continuo afflusso delle riserve. Grandi macchie
rosse si formarono sulla terra arida del pendio. I corpi nudi cadevano sem-
pre più numerosi e restavano immobili. Coloro che avanzavano dalle re-
trovie combattevano sopra i cadaveri dei compagni, si ferivano i piedi nudi
sulle armi spezzate, si avventavano contro le terribili punte di ferro che af-
fondavano nel petto e nello stomaco, e stramazzavano sui mucchi dei mor-
ti. Negli scontri diretti non erano in grado di avere la meglio contro la di-
sciplina dei romani.
Poi vi fu una svolta nella battaglia. I barbari compresero che non l'a-
vrebbero spuntata contro le spade e le lance degli stranieri e indietreggia-
rono, raggruppandosi. Incominciarono a scagliare nugoli di frecce e lance
primitive, mentre le donne tiravano sassi.
I romani nella formazione a testuggine alzarono gli scudi sopra le teste e
continuarono a marciare verso il fiume, le navi e la salvezza. Solo gli ar-
cieri siriani riuscivano a far vittime fra i barbari. Non c'erano invece scudi
a sufficienza per gli schiavi che dovevano battersi allo scoperto e senza
protezione contro la grandinata di sassi. Erano indeboliti dal lungo viaggio
massacrante e dagli scavi nella caverna. Molti di loro caddero e vennero
abbandonati a se stessi. I barbari si avventarono su di loro per spogliarli e
mutilarli nel modo più orribile.
Severus era un esperto in quel genere di combattimento. Aveva fatto e-
sperienza contro i britanni. Notò che i nemici agivano in modo disordinato
e confuso: ordinò quindi ai suoi di fermarsi e di gettare a terra tutte le armi.
I barbari l'interpretarono come un atto di resa e si lanciarono alla carica.
Allora, a un nuovo comando di Severus, i legionari ripresero le spade e
contrattaccarono.
Il centurione, piazzato su due grosse pietre, mulinava la spada con colpi
regolari, misurati. Quattro barbari stramazzarono ai suoi piedi. Ne stese un
altro con un colpo di piatto e tagliò la gola a un sesto che si avventava con-
tro il suo fianco. Poi la marea impazzita indietreggiò: l'orda dei nemici nu-
di si portò a una certa distanza.
Severus approfittò di quella breve pausa per contare i suoi caduti. Su
sessanta soldati, dodici erano morti o in agonia. Altri quattordici erano sta-
ti feriti. Le perdite più gravi si erano avute tra gli schiavi: oltre la metà e-
rano morti o mancavano all'appello.
Si avvicinò a Venator, che si stava fasciando una ferita al braccio con
una striscia di stoffa strappata dalla tunica. Il greco aveva sempre il prezio-
so rotolo dell'inventario infilato nella cintura.
«Sei ancora con noi, vecchio?»
Venator alzò la testa. Gli occhi erano colmi di paura, ma anche di un'in-
flessibile determinazione. «Tu morirai prima di me, Severus.»
«È una minaccia o una profezia?»
«Che cosa importa? Nessuno di noi rivedrà più l'impero.»
Severus non rispose. La battaglia riprese all'improvviso quando i barbari
scagliarono altre lance e altri sassi che oscurarono l'aria e martellarono
contro gli scudi. Si affrettò a tornare al suo posto, nella prima fila del qua-
drato.
I romani combattevano con accanimento, ma erano sempre meno nume-
rosi. Quasi tutti gli arcieri siriani erano caduti. Il quadrato si stava chiu-
dendo su se stesso, mentre l'assalto continuava implacabile. I superstiti, in
gran parte feriti, erano esausti e tormentati dal caldo e dalla sete. Stentava-
no a brandire le spade e le passavano da una mano all'altra.
Anche i barbari erano stremati e stavano subendo perdite gravissime; e
tuttavia lottavano ostinatamente per ogni spanna del pendio che scendeva
al fiume. Intorno a ogni legionario caduto si poteva contare una dozzina di
cadaveri dei nemici. I corpi dei legionari, trafitti da decine di frecce, sem-
bravano puntaspilli.
Macer, il gigantesco sovrintendente, fu colpito a un ginocchio e alla co-
scia. Restò in piedi, ma non riuscì a reggere l'andatura della formazione in
movimento. Rimase distanziato e fu circondato quasi subito da una ventina
di barbari. Si voltò, mulinò la spada e ne tranciò a metà tre prima che gli
altri indietreggiassero, esitando di fronte alla sua forza prodigiosa. Macer
gridò e li sfidò a cenni ad avvicinarsi per battersi.
I barbari, tuttavia, avevano imparato la lezione e non si lasciarono attira-
re in uno scontro a corpo a corpo. Rimasero a distanza scagliando contro
Macer un torrente di lance: cinque di esse lo colpirono. Il sangue sgorgò
copioso quando l'uomo afferrò le aste e divelse le punte. Un barbaro allora
gli si avvicinò correndo e avventò la lancia, riuscendo a colpirlo alla gola:
Macer stramazzò, ormai quasi dissanguato, e giacque nella polvere. Le
donne barbare accorsero come un branco di lupi rabbiosi e lo sfracellarono
a colpi di pietre.
Soltanto un'altura di arenaria separava i romani dal fiume. Sembrava che
il cielo, oltre il dosso, avesse cambiato colore di colpo, passando dall'az-
zurro all'arancio. Poi una colonna di fumo si levò, nera e pesante, e il vento
portò l'odore del legno che bruciava.
L'orrore che assalì Venator lasciò subito il posto alla disperazione.
«Le navi!» gridò. «I barbari stanno attaccando le navi!»
Gli schiavi sanguinanti cedettero al panico e tentarono una corsa suicida
verso il fiume. I barbari li assaltarono ferocemente dai fianchi. Molti
schiavi gettarono le armi in segno di resa e furono massacrati. Gli altri ten-
tarono di aprirsi un varco combattendo dietro una macchia di alberi non
molto alti, ma gli inseguitori li sterminarono. La polvere di quella terra
sconosciuta divenne il loro sudario, la boscaglia fu il loro sepolcro.
Severus e i legionari superstiti continuarono a battersi e raggiunsero la
sommità dell'altura. Si fermarono, ignorando il massacro che si compiva
tutto intorno, e fissarono allibiti la scena del disastro.
Colonne di fumo salivano verso il cielo e si fondevano in un'unica spira
che si snodava e si attorceva come un serpente. La flotta, l'unica speranza
di fuga, bruciava in riva al fiume. Le gigantesche navi onerarie, requisite in
Egitto, si stavano trasformando in enormi mucchi di cenere.
Venator si fece largo nella prima fila e si fermò accanto a Severus. Il
centurione taceva. Sangue e sudore gli macchiavano la tunica e la corazza.
Guardava esasperato e deluso il mare di fiamme e di fumo, le vele che si
disintegravano in un vortice di scintille: la realtà spaventosa della sconfitta
sembrava impressa nei suoi occhi.
Le navi erano state ancorate sulla riva, indifese ed esposte. Un contin-
gente di barbari aveva travolto i marinai, incendiando tutto ciò che poteva
bruciare. Solo un piccolo mercantile era sfuggito alla conflagrazione, e l'e-
quipaggio era riuscito a respingere gli assalitori. Quattro marinai si sforza-
vano di issare le vele, mentre i compagni azionavano i remi per cercare di
portarsi in salvo dove l'acqua era più alta.
Venator sentiva in bocca il sapore della fuliggine e l'amaro della cata-
strofe. Persino il cielo gli sembrava arrossato. Stava immobile, sopraffatto
da un senso di rabbia impotente. La fiducia che aveva riposto nel suo piano
meticoloso per salvaguardare l'inestimabile sapienza del passato gli si
spense nel cuore.
Sentì una mano posarsi sulla sua spalla. Si voltò e vide la strana espres-
sione di gelido divertimento sul volto di Severus.
«Avevo sempre sperato», disse il centurione, «di morire ebbro di buon
vino mentre mi godevo una bella donna.»
«Solo Dio può scegliere il modo in cui deve morire un uomo», rispose
Venator.
«Io credo che sia questione di fortuna.»
«Che spreco. Che spreco terribile.»
«Almeno i tuoi tesori sono al sicuro», ribatté Severus. «E i marinai che
sono riusciti a fuggire diranno ai sapienti dell'impero ciò che abbiamo fat-
to.»
«No.» Venator scosse la testa. «Nessuno crederà ai racconti fantasiosi di
marinai ignoranti.» Si voltò a guardare le colline basse, in lontananza. «Sa-
rà tutto perduto per sempre.»
«Sai nuotare?»
Venator girò di nuovo lo sguardo verso Severus. «Nuotare?»
«Ti darò cinque dei miei uomini migliori perché ti aprano un varco fino
all'acqua, se credi di farcela a raggiungere la nave.»
«Non... non ne sono sicuro.» Lo studioso scrutò il fiume e la distanza
crescente che separava la nave dalla riva.
«Usa un'asse come zattera, se è necessario», disse Severus in tono aspro.
«Ma affrettati, perché fra pochi minuti tutti noi saremo alla presenza dei
nostri Dei.»
«E tu?»
«Questa collina è un posto adatto per tentare l'ultima resistenza.»
Venator abbracciò il centurione. «Dio sia con te.»
«Sarà meglio che Dio accompagni te.»
Severus si voltò e scelse cinque soldati illesi. Ordinò loro di proteggere
Venator nella corsa verso il fiume. Poi incominciò a schierare ciò che re-
stava dell'unità decimata per la difesa finale.
I legionari si strinsero intorno a Venator, poi corsero verso il fiume, gri-
dando e aprendosi un passaggio a colpi di spada in mezzo ai barbari scon-
certati. Sferravano affondi e fendenti come pazzi scatenati.
Venator era prostrato e intorpidito, ma la sua spada non esitava mai, il
suo passo non vacillava. L'uomo di scienza era diventato uno sterminatore.
Ormai aveva superato il punto del non ritorno: gli era rimasta soltanto l'o-
stinazione. Non aveva più paura della morte.
I soldati caddero, proteggendolo fino all'ultimo respiro. All'improvviso
Venator si trovò con i piedi nell'acqua. Si slanciò, tuffandosi nel momento
in cui gli arrivò sopra le ginocchia. Vide un pennone caduto da una nave
incendiata e si mosse a nuoto, affannosamente, per raggiungerlo. Non osa-
va voltarsi a guardare.
I soldati che si trovavano sull'altura continuavano a resistere. I barbari
schivavano i colpi e cantilenavano frasi di sfida, cercando un punto debole
nelle difese dei romani. Per quattro volte si raggrupparono in formazioni
compatte e caricarono; e per quattro volte furono respinti, ma non prima di
aver abbattuto altri legionari esausti. Il quadrato divenne un gruppo serrato
quando i pochi superstiti chiusero le file e combatterono a spalla a spalla. I
mucchi cruenti di morti e di moribondi coprivano la sommità, e il sangue
scorreva a rivoli giù per il declivio. E i romani continuavano ancora a resi-
stere.
La battaglia infuriava senza soste da quasi due ore, ma i barbari attacca-
vano con lo stesso accanimento dell'inizio. Sentivano l'odore della vittoria
e si ammassavano per l'ultima carica.
Severus spezzò le aste delle frecce che gli spuntavano dalla carne e ri-
prese a combattere. Intorno a lui, il terreno era coperto dai cadaveri dei
barbari. Al suo fianco erano rimasti soltanto pochi legionari. Caddero a
uno a uno, con le spade in pugno, sepolti sotto una tempesta di pietre, frec-
ce e lance.
Severus fu l'ultimo a cadere. Le gambe gli cedettero e il braccio non riu-
scì più a sollevare la spada. Finì in ginocchio, barcollando, tentò invano di
rialzarsi, poi guardò il cielo e mormorò: «Madre, padre, accoglietemi fra le
vostre braccia».
Come in risposta all'invocazione, i barbari si avventarono e lo percosse-
ro selvaggiamente con le clave fino a quando la morte pose fine alla sua
sofferenza.
Nel fiume, Venator si aggrappò convulsamente al pennone e mosse le
gambe nel tentativo disperato di raggiungere la nave che si allontanava. Fu
uno sforzo vano. La corrente e un refolo di vento spingevano sempre più
lontano il mercantile.
Gridò per chiamare l'equipaggio e agitò freneticamente il braccio libero.
A poppa, un gruppo di marinai e una ragazzina che teneva in braccio un
cane lo fissavano senza compassione, senza cercare di far virare la nave.
Continuarono la fuga verso il mare come se Venator non esistesse.
L'avevano abbandonato, pensò. Non si sarebbero fermati per salvarlo.
Batté rabbiosamente il pugno sul pennone e proruppe in singhiozzi irrefre-
nabili, convinto che il suo Dio l'avesse abbandonato. Poi girò gli occhi ver-
so la riva, verso la scena di carneficina e di devastazione.
La spedizione era perduta, svanita in un incubo.

PARTE PRIMA
VOLO NEBULA 106

1.

12 ottobre 1991
Aeroporto di Heathrow, Londra

Nessuno badò al pilota mentre girava intorno alla folla dei giornalisti
che si ammassavano all'interno della sala dei VIP. E nessuno dei passegge-
ri seduti nell'area di attesa dell'uscita 14 si accorse che portava una grossa
sacca di tela anziché una borsa. L'uomo teneva la testa bassa, lo sguardo
fisso davanti a sé, ed evitava scrupolosamente la serie di telecamere punta-
te su una donna alta e piacente dal viso scuro levigato e dagli occhi neris-
simi che era al centro di tutta quella chiassosa attenzione.
Il pilota attraversò in fretta la rampa chiusa e si fermò davanti a due a-
genti del servizio di sicurezza in borghese che bloccavano il portello del-
l'aereo. Li salutò con un cenno disinvolto e cercò di passare in mezzo a lo-
ro, ma una mano gli strinse un braccio.
«Un momento, comandante.»
Il pilota si fermò: un'espressione interrogativa e amichevole a un tempo
comparve sul volto dalla carnagione scura. Sembrava quasi divertito dal
contrattempo.
Gli occhi olivastri erano penetranti come quelli di uno zingaro. Il naso
aveva subito più di una frattura, e una lunga cicatrice segnava la mandibola
sinistra. I capelli grigi e corti e le rughe sul viso facevano pensare a un'età
di poco inferiore alla sessantina. Era alto più di un metro e novanta, mas-
siccio e con un accenno di pancia. Sicuro di sé, eretto nell'uniforme confe-
zionata su misura, somigliava ad altri diecimila piloti di linea che co-
mandavano i jet passeggeri delle linee internazionali.
Il pilota tolse dal taschino il documento d'identità e lo porse all'agente.
«Abbiamo a bordo qualche VIP, in questo viaggio?» chiese con aria in-
nocente.
L'agente britannico, vestito con eleganza immacolata, annuì. «Un grup-
po di pezzi grossi dell'ONU che tornano a New York... incluso il nuovo
segretario generale.»
«Hala Kamil?»
«Sì.»
«Non è un incarico per una donna.»
«Il fatto di essere una donna non era certo un ostacolo per il primo mini-
stro Thatcher.»
«Quella non si trovava in acque così brutte.»
«La Kamil è molto sveglia. Se la caverà benissimo.»
«Purché i fanatici musulmani del suo paese non la facciano saltare in a-
ria», rispose il pilota con un marcato accento americano.
Il britannico gli lanciò un'occhiata strana, ma non fece commenti mentre
confrontava la foto del documento d'identità con la faccia che aveva da-
vanti e leggeva il nome a voce alta. «Comandante Dale Lemke.»
«Ci sono problemi?»
«No, stiamo solo cercando di prevenirli», rispose l'agente senza scom-
porsi.
Lemke allargò le braccia. «Vuole perquisirmi?»
«Non è necessario. È un po' difficile che un pilota dirotti il proprio aere-
o. Ma dobbiamo controllare le sue credenziali per essere certi che fa vera-
mente parte dell'equipaggio.»
«Non ho messo quest'uniforme per andare a una festa in costume.»
«Possiamo dare un'occhiata alla borsa?»
«Certo.» Lemke posò la sacca di nylon blu sul pavimento e l'aprì. Il se-
condo agente estrasse i manuali di volo, li sfogliò, poi tirò fuori un conge-
gno meccanico con un piccolo cilindro idraulico.»
«Le dispiace spiegarmi che cos'è?»
«L'attivatore di un portello per il raffreddamento dell'olio. Si è bloccato,
e i nostri addetti alla manutenzione, all'aeroporto Kennedy, mi hanno chie-
sto di portarlo a casa per controllarlo.»
L'agente tastò un oggetto voluminoso sul fondo della sacca. «Ehi, e que-
sto che cos'è?» Poi alzò gli occhi con un'espressione incuriosita. «Da
quando i piloti di linea viaggiano con il paracadute?»
Lemke rise. «Il paracadutismo è il mio hobby. Quando c'è una sosta pro-
lungata, faccio i lanci con i miei amici a Croydon.»
«Immagino che non penserà di lanciarsi da un jet di linea.»
«Non certo dà uno che vola sull'oceano Atlantico alla velocità di cinque-
cento nodi e a un'altitudine di più di diecimila metri.»
Gli agenti si scambiarono occhiate convinte. La sacca di tela venne ri-
chiusa, il documento d'identità restituito.
«Ci scusi se le abbiamo fatto perdere tempo, comandante Lemke.»
«È stata una chiacchierata piacevole.»
«Faccia buon volo per New York.»
«Grazie.»
Lemke salì a bordo ed entrò nella cabina di comando. Chiuse la porta e
spense le luci in modo che un eventuale osservatore non potesse vedere i
suoi movimenti dall'aerostazione. In una sequenza ormai imparata a me-
moria, s'inginocchiò dietro i sedili, prese dalla tasca della giacca una minu-
scola torcia elettrica e sollevò una botola che portava allo spazio riservato
agli impianti elettronici, un compartimento che un buontempone di-
menticato ormai da molto tempo aveva soprannominato «pozzo dell'infer-
no». Scese la scaletta nell'oscurità, accompagnato dal brusio delle voci de-
gli assistenti di volo che preparavano la cabina passeggeri e dai tonfi dei
bagagli che venivano caricati a bordo.
Lemke alzò le braccia e si trascinò dietro la sacca, poi accese la torcia
elettrica. Un'occhiata all'orologio gli rivelò che aveva a disposizione cin-
que minuti prima dell'arrivo dell'equipaggio. Ripeté i movimenti che aveva
provato almeno cinquanta volte; prese il braccio attivatore dalla sacca e lo
collegò a un minuscolo timer che aveva nascosto nel berretto. Fissò il con-
gegno ai cardini di una porticina di accesso verso l'esterno che veniva uti-
lizzata dai meccanici della manutenzione a terra. Poi sistemò il paracadute.
Quando arrivarono il primo e il secondo ufficiale, Lemke era seduto al
posto del pilota, con la faccia china su un manuale d'informazioni aeropor-
tuali. Si scambiarono un saluto distratto e incominciarono la consueta pro-
cedura di controllo. Il copilota e l'ufficiale motorista non si accorsero che
Lemke sembrava insolitamente chiuso e taciturno.
Forse sarebbero stati più attenti se avessero saputo che quella doveva es-
sere l'ultima notte della loro vita.

Nella sala affollata, Hala Kamil fronteggiava una foresta di microfoni e


di telecamere. Con pazienza inesauribile, teneva testa al torrente delle do-
mande che le venivano lanciate da una folla di giornalisti curiosi.
Ben pochi le chiesero del suo viaggio attraverso l'Europa e dei numerosi
incontri con vari capi di Stato. Quasi tutti volevano sapere qualcosa del-
l'imminente caduta del governo egiziano a opera dei fondamentalisti mu-
sulmani.
Hala Kamil non aveva un panorama molto chiaro della situazione. I
mullah fanatici capeggiati da Akhmad Yazid, uno studioso della legge i-
slamica, avevano scatenato passioni religiose che divampavano fra i milio-
ni di contadini poveri della valle del Nilo e fra le masse miserabili delle
baraccopoli del Cairo. Molti alti ufficiali dell'esercito e dell'aeronautica
militare cospiravano con i radicali islamici per spodestare il presidente
Nadav Hasan, insediato da poco. La situazione era estremamente fluida,
ma Hala non aveva ricevuto informazioni recenti dal suo governo e perciò
era costretta a dare risposte vaghe e ambigue.
In apparenza, Hala era infinitamente calma: rispondeva senza manifesta-
re la minima emozione, quasi fosse la sfinge. In realtà si dibatteva tra la
confusione e il trauma spirituale. Si sentiva distante e sola, come se quegli
avvenimenti incontrollabili turbinassero intorno a qualcun altro, qualcuno
che non poteva essere aiutato e per il quale lei provava soltanto commise-
razione.
Hala Kamil avrebbe potuto posare per il ritratto della regina Nefertiti,
custodito nel museo di Berlino. Aveva lo stesso collo esile, gli stessi line-
amenti delicati, lo stesso sguardo profondo. A quarantadue anni, snella,
con gli occhi neri, la perfetta carnagione dorata e i lunghi, serici capelli ne-
rissimi pettinati all'indietro e ricadenti sulle spalle, era aita un metro e set-
tantanove con i tacchi, e la figura agile e ben modellata era messa in risalto
dal tailleur con la gonna pieghettata.
Nel corso degli anni Hala aveva avuto quattro amanti, ma non si era spo-
sata. L'idea di un marito e dei figli le sembrava estranea. Rifiutava di tro-
vare tempo per i legami a lungo termine, e fare l'amore non l'affascinava
molto di più dell'idea di assistere a un balletto classico.
Quand'era bambina, al Cairo dove la madre era insegnante e il padre re-
gista cinematografico, aveva dedicato ogni minuto del suo tempo libero a
eseguire disegni e a effettuare scavi fra le antiche rovine che poteva rag-
giungere da casa con la bicicletta. Era un'ottima cuoca, un'artista, vantava
la libera docenza in antichità egizie, e aveva ottenuto uno dei pochi posti
accessibili alle donne musulmane, come ricercatrice del ministero della
Cultura.
Con grande impegno ed energia prodigiosa, si era battuta con successo
contro le discriminazioni islamiche e aveva fatto carriera fino a diventare
direttore delle Antichità e, successivamente, capo del dipartimento delle
Informazioni. Aveva attirato l'attenzione del presidente Mubarak, che l'a-
veva inclusa nella delegazione egiziana presso l'assemblea generale del-
l'ONU. Cinque anni più tardi era stata nominata vicepresidente: Javier Pé-
rez de Cuellar aveva infatti abbandonato la carica a metà del secondo
mandato dopo che cinque nazioni dominate dai musulmani si erano ritirate
dall'organizzazione durante una controversia per questioni di riforme reli-
giose. E dato che gli uomini che la precedevano nell'elenco dei candidati
avevano rifiutato l'incarico, era stata designata come segretario generale
nella remota speranza che riuscisse a sanare le spaccature sempre più gravi
nelle fondamenta dell'ONU.
Ora, mentre il suo governo vacillava sull'orlo della disgregazione, sem-
brava molto probabile che fosse destinata a diventare il primo massimo
rappresentante delle Nazioni Unite senza una patria.
Un collaboratore si avvicinò e le bisbigliò qualcosa all'orecchio. Hala
annuì e alzò una mano.
«Mi hanno avvertita che l'aereo è pronto per il decollo», disse. «Posso
rispondere ancora a una sola domanda.»
Molte mani si alzarono, una dozzina di domande saturò l'aria. Hala indi-
cò un uomo che stava sulla soglia e teneva fra le mani un registratore.
«Leigh Hunt della BBC, madame Kamil. Se Akhmad Yazid sostituirà
una repubblica islamica al governo democratico del presidente Hasan, lei
ritornerà in Egitto?»
«Sono egiziana e musulmana. Se i dirigenti del mio Paese, quale che sia
il governo al potere, vogliono che torni in patria, lo farò.»
«Anche se Akhmad Yazid l'ha definita un'eretica e una traditrice?»
«Sì», rispose con calma Hala.
«Se quello è fanatico anche soltanto la metà dell'ayatollah Khomeini, lei
potrebbe andare incontro alla morte sicura. Può dirci che cosa ne pensa?»
Hala scosse la testa, sorrise garbatamente e disse: «Ora devo andare. Gra-
zie».
Una schiera di agenti del servizio di sicurezza la scortarono lontano dalla
folla dei giornalisti fino alla rampa di partenza. I suoi collaboratori e i
membri di una numerosa delegazione dell'UNESCO erano già seduti ai ri-
spettivi posti. Quattro alti funzionari della World Bank bevevano una bot-
tiglia di champagne e conversavano sottovoce nella dispensa. Nella cabina
passeggeri aleggiavano gli odori del carburante e del filetto alla Wellin-
gton.
Hala agganciò la cintura di sicurezza e guardò dal finestrino. C'era una
nebbia leggera. Le luci azzurre lungo le piste si smorzarono in un chiarore
fioco prima di scomparire completamente. Hala si tolse le scarpe, chiuse
gli occhi e si assopì prima ancora che la hostess avesse il tempo di venire a
offrirle un cocktail.

Dopo aver atteso il suo turno dietro un TWA 747, il volo charter 106
delle Nazioni Unite si portò finalmente in fondo alla pista. Quando la torre
di controllo diede l'autorizzazione a decollare, Lemke spinse in avanti le
leve e il Boeing 720-B avanzò sul cemento bagnato e s'innalzò nell'aria
umida.
Appena ebbe raggiunto l'altezza di crociera di 10.500 metri ed inserito il
pilota automatico, Lemke sganciò la cintura e si alzò.
«Una necessità impellente», disse, e si avviò verso la porta. Il secondo
ufficiale, un uomo dalla faccia lentigginosa e i capelli color stoppa, sorrise
senza staccare gli occhi dal quadro degli strumenti. «Tanto io non scappo.»
Lemke rise seccamente ed entrò nella cabina passeggeri. Gli assistenti di
volo si stavano preparando a servire il pasto. Il profumo del filetto alla
Wellington era più intenso che mai. Lemke fece un cenno e prese in di-
sparte il capo steward.
«Desidera qualcosa, comandante?»
«Solo un caffè», rispose Lemke. «Ma non disturbarti, mi arrangio da so-
lo.»
«Nessun disturbo.» Lo steward entrò nella dispensa e riempì una tazza.
«Un'altra cosa.»
«Sì, signore?»
«La compagnia ci ha chiesto di partecipare a uno studio meteorologico
sponsorizzato dal governo. Quando saremo a duemilaottocento chilometri
da Londra, scenderò a millecinquecento metri per una decina di minuti, e
registreremo il vento e la temperatura. Poi ritorneremo all'altitudine nor-
male.»
«Non riesco a credere che la compagnia abbia accettato. Vorrei tanto che
il mio conto in banca ammontasse a quello che verrà a costare il consumo
del carburante.»
«Puoi scommettere che quegli avaracci dei nostri capi manderanno il
conto a Washington.»
«Informerò i passeggeri quando verrà il momento, così non si spavente-
ranno.»
«Dacché ci sei, annuncia che, se qualcuno vedrà qualche luce attraverso
i finestrini, saranno quelle di una flotta di pescherecci.»
«Provvederci.»
Lemke girò lo sguardo sulla cabina passeggeri e indugiò per un istante
su Hala Kamil che stava dormendo. Poi proseguì: «Non ti è sembrato che
le misure di sicurezza fossero molto rigorose?» chiese in tono discorsivo.
«Un giornalista mi ha detto che a Scotland Yard hanno avuto notizia di
un complotto per assassinare il segretario generale.»
«Si comportano come se ci fosse un terrorista in ogni angolo. Ho dovuto
mostrargli il documento d'identità mentre perquisivano la mia borsa.»
Lo steward alzò le spalle. «Diavolo, è per proteggere anche noi, non sol-
tanto i passeggeri.»
Lemke indicò la corsia. «Se non altro, nessuno di loro ha l'aria del dirot-
tatorc»
«No, a meno che adesso abbiano perso l'abitudine di indossare giacca e
cravatta.»
«Comunque, per prudenza, terrò chiusa a chiave la porta della cabina di
comando. Chiamami con l'intercom solo se c'è qualcosa d'importante.»
«Senz'altro.»
Lemke bevve un sorso di caffè, posò la tazza e tornò in cabina di co-
mando. Il primo ufficiale, il copilota, guardava dal finestrino laterale le lu-
ci del Galles, a nord, mentre dietro di lui il motorista stava calcolando il
consumo del carburante.
Lemke voltò le spalle agli altri ed estrasse un minuscolo astuccio dal ta-
schino della giacca. L'aprì e preparò una siringa che conteneva un agente
nervino letale chiamato sarin. Poi si girò di nuovo, mosse un passo incerto
come se avesse perso l'equilibrio e si aggrappò al braccio del secondo uffi-
ciale.
«Scusa, Frank. Ho inciampato nel tappeto.»
Frank Hartley aveva un paio di baffi foltissimi, radi capelli grigi e un vi-
so lungo, piuttosto bello. Non sentì l'ago penetrargli nella spalla. Alzò gli
occhi dai contatori e dalle spie del quadro dei suoi strumenti e rise. «Do-
vresti smettere di bere, Dale.»
«So volare diritto», rispose bonariamente Lemke. «Per me è faticoso
camminare.»
Hartley aprì la bocca come se volesse dire qualcosa, ma di colpo il suo
volto perse ogni espressione. Scosse il capo come per schiarirsi la vista.
Poi alzò gli occhi al cielo e si accasciò.
Lemke si appoggiò contro il corpo di Hartley perché non cadesse, recu-
però la siringa e si affrettò a sostituirla con un'altra. «Mi pare che Frank si
senta male.»
Jerry Oswald si girò di scatto sul sedile del copilota. Era un uomo impo-
nente con i lineamenti taglienti di un cercatore minerario abituato a lavora-
re nel deserto. Guardò Lemke con aria interrogativa. «Che cosa gli è suc-
cesso?»
«È meglio che venga qui a dare un'occhiata.»
Oswald girò intorno al sedile e si chinò su Hartley. Lemke lo colpì con
l'ago e premette lo stantuffo, ma Oswald sentì la trafittura.
«Che cosa diavolo è?» gridò. Si voltò di scatto e fissò senza capire la si-
ringa che Lemke teneva in mano. Era molto più massiccio e muscoloso di
Hartley, e la tossina non aveva avuto un effetto immediato. Spalancò gli
occhi come se avesse compreso tutto, avanzò e afferrò Lemke per il collo.
«Tu non sei Dale Lemke», ringhiò. «Perché sei truccato in modo da so-
migliargli?»
L'uomo che si faceva chiamare Lemke non avrebbe potuto rispondere
neppure se avesse voluto. Le mani poderose di Oswald lo soffocavano.
Bloccato contro una paratia dal peso del primo ufficiale, tentò di balbettare
una menzogna ma le parole non gli uscirono dalle labbra. Alzò il ginoc-
chio di scatto e colpì il motorista all'inguine. L'unica reazione fu un gru-
gnito soffocato, mentre la sua vista incominciava a offuscarsi.
Poi, a poco a poco, la pressione si attenuò e Oswald arretrò barcollando.
I suoi occhi si riempirono di terrore quando si rese conto che stava per mo-
rire. Fissò Lemke con un'espressione d'odio e di confusione. Quando al suo
cuore restavano pochi battiti, avventò il pugno e centrò Lemke allo stoma-
co.
Lemke piombò in ginocchio, stordito e senza fiato. Con gli occhi anneb-
biati vide Oswald cadere contro il sedile del pilota e stramazzare sul pavi-
mento. Lemke si lasciò scivolare in posizione seduta e riposò per qualche
istante. Ansimava e si massaggiava lo stomaco dolorante.
Si alzò a fatica e ascoltò, temendo di sentire un suono di voci incuriosite
dall'altro lato della porta. Nella cabina passeggeri regnava il silenzio. Nes-
suno dei viaggiatori o dei membri dell'equipaggio aveva udito qualcosa
d'insolito nel rombo monotono dei motori.
Lemke grondava sudore quando sollevò Oswald sul sedile del copilota e
agganciò la cintura. Quella di Hartley era già agganciata, e Lemke lo igno-
rò. Finalmente sedette alla guida dell'aereo e calcolò la posizione.
Quarantacinque minuti più tardi, Lemke fece deviare l'aereo dalla rotta
prestabilita per New York e puntò verso il gelido Artico.

2.

È uno dei luoghi più desolati della terra, mai visto o conosciuto dai turi-
sti. Negli ultimi cent'anni, solo pochi esploratori e scienziati si sono aggi-
rati in quel territorio proibitivo. Il mare, lungo la costa accidentata, è gelato
per tutto l'anno eccettuate poche settimane e all'inizio dell'autunno la tem-
peratura scende intorno ai 70 gradi sotto lo zero. L'oscurità domina il cielo
freddo per tutti i lunghi mesi invernali e persino durante l'estate il sole ab-
bagliante può lasciare il posto in meno di un'ora a una tormenta impenetra-
bile.
Eppure, ombreggiata dalle sfregiate montagne glaciali e spazzata da un
vento costante, questa magnifica terra desolata nel tratto superiore dell'Ar-
dencaple Fjord sulla costa nord-orientale della Groenlandia fu abitata quasi
duemila anni or sono da tribù di cacciatori. La datazione con il radiocarbo-
nio effettuata sui reperti estratti dagli scavi indica che il sito venne occupa-
to dal 200 al 400 d.C, un periodo di tempo piuttosto breve per l'orologio
dell'archeologia. Ma quei cacciatori lasciarono venti abitazioni che furono
conservate splendidamente dal clima glaciale.
Una struttura di alluminio prefabbricata era stata trasportata per mezzo
di elicotteri e montata sopra l'antico villaggio da un gruppo di scienziati
dell'università del Colorado. Un impianto di riscaldamento non troppo ef-
ficiente e gli strati isolanti di lana di vetro combattevano una battaglia in-
certa contro il freddo, ma almeno impedivano l'accesso al vento che ulula-
va senza tregua intorno alle pareti esterne. Quel riparo, inoltre, permetteva
a un team di archeologi di continuare a lavorare sul sito anche durante le
fasi iniziali dell'inverno.
Lily Sharp, docente di antropologia all'università del Colorado, non ba-
dava al freddo che si insinuava nel villaggio coperto. Era inginocchiata sul
pavimento di un'abitazione monofamiliare, e raschiava cautamente il ter-
riccio ghiacciato con una minuscola cazzuola. Era sola e completamente
assorta mentre sondava il remoto passato appartenuto a un popolo preisto-
rico.
Erano stati cacciatori di mammiferi marini e avevano trascorso gli spie-
tati inverni artici in abitazioni scavate parzialmente nel terreno, con bassi
muri di pietra e tetti di zolle, spesso sostenuti da ossa di balena. Si riscal-
davano con lampade a olio e passavano i lunghi mesi di oscurità scolpendo
minuscole statuine di avorio, corno e legno gettato a terra dalle correnti.
Avevano popolato parte della Groenlandia durante i primi secoli dopo
Cristo. Poi, impiegabilmente, al culmine della loro cultura, erano scompar-
si lasciando quel tesoro rivelatore.
La perseveranza di Lily diede buoni frutti. Mentre i tre uomini del team
si rilassavano dopo il pasto nella baracca che serviva come alloggio, era
tornata all'insediamento protetto e aveva continuato a scavare, dissotter-
rando un pezzo di corno di caribù con venti figure d'orso scolpite sulla su-
perficie, un pettine da donna delicatamente intagliato e una pentola di pie-
tra.
All'improvviso la cazzuola urtò qualcosa. Lily ripeté il movimento e a-
scoltò con attenzione. Batté di nuovo, affascinata. Non era il suono abitua-
le della cazzuola che urtava contro una pietra. Sebbene fosse piuttosto
smorzato, aveva un eco metallico.
Lily si raddrizzò e si stirò. Un paio di ciocche dei lunghi capelli rosso-
scuri che scintillavano nella luce della lanterna Coleman sfuggirono al pe-
sante berretto di lana. Gli occhi verdazzurri esprimevano curiosità e scetti-
cismo mentre fissavano il minuscolo oggetto che sporgeva dalla terra nera.
Qui viveva un popolo preistorico, pensò. Non conosceva il ferro o il
bronzo.
Lily si sforzò di conservare la calma, ma era assalita dallo sbalordimen-
to. Poi sopravvenne un'eccitazione tale da farle dimenticare quella passio-
ne per la prudenza così comune agli archeologi. Raschiò e scavò furiosa-
mente il suolo incrostato. A intervalli di pochi minuti si interrompeva per
rimuovere attentamente con un pennellino da pittore il terriccio smosso.
E finalmente il manufatto apparve allo scoperto. Lily si chinò per osser-
varlo meglio, stupefatta. Brillava d'un colore giallo sotto la fulgida luce
bianca della lanterna Coleman.
Lily aveva scoperto una moneta d'oro.
Era molto vecchia, a giudicare dai bordi consunti. Da un lato c'era un
piccolo foro con un pezzo di cinghiolo imputridito: e questo faceva pensa-
re che fosse stata portata come pendente o come amuleto personale.
Trasse un profondo respiro. Aveva quasi paura di tendere le mani per
prenderla.
Dopo cinque minuti Lily era ancora inginocchiata e cercava di trovare
una spiegazione, quando all'improvviso la porta del riparo si aprì e un uo-
mo con la pancia, i baffi neri e l'aria mite entrò, accompagnato da un turbi-
ne di neve. Respirava esalando nuvole di vapore. Le sopracciglia e la barba
erano incrostate di ghiaccio che lo faceva somigliare a un mostro congelato
uscito da un film di fantascienza. Poi sfoggiò un ampio sorriso tutto denti.
Era il dottor Hiram Gronquist, l'archeologo che dirigeva gli scavi.
«Scusa il disturbo, Lily», disse con voce profonda, «ma stai esagerando.
Riposati un po'. Torna alla baracca a scaldarti, e io ti servirò una bella ra-
zione di brandy.»
«Hiram.» Lily si sforzava di dominare l'emozione. «Voglio mostrarti
qualcosa.»
Gronquist si avvicinò e s'inginocchiò accanto a lei. «Che cos'hai trova-
to?»
«Guarda un po' tu.»
Gronquist cercò gli occhiali nel taschino interno del parka e li inforcò. Si
chinò sulla moneta fin quasi a sfiorarla e la studiò da ogni angolo. Dopo
lunghi istanti, alzò gli occhi verso Lily con aria divertita.
«Vuoi prendermi in giro, signora mia?»
Lily lo guardò severamente, poi rise. «Oh, mio Dio, credi che l'abbia
messa qui apposta?»
«Vorrai ammettere che è come trovare una vergine in un bordello.»
«Che paragone carino.»
Gronquist le diede una pacca amichevole sul ginocchio. «Congratula-
zioni. È una scoperta eccezionale.»
«Come pensi che sia finita qui?»
«Non esiste un giacimento d'oro sfruttabile entro un raggio di millesei-
cento chilometri, e di sicuro non è stata coniata dagli abitanti primitivi. Il
loro livello evolutivo superava di poco quello dell'età della pietra. È evi-
dente che la moneta è arrivata qui da un'altra fonte e in un'epoca successi-
va.»
«E come spieghi che sia sepolta assieme a manufatti che abbiamo datato
tra il 200 e il 400 dopo Cristo?»
Gronquist alzò le spalle. «Non so spiegarlo.»
«Dimmi almeno la tua ipotesi», insistette Lily.
«Così sul momento, direi che probabilmente la moneta fu perduta o ba-
rattata da un vichingo.»
«Non ci sono prove che i vichinghi si siano spinti tanto a nord lungo la
costa orientale», disse Lily.
«D'accordo. Allora forse in tempi più recenti gli eschimesi scambiavano
merci con gli insediamenti norreni più a sud e si servivano di questo sito
per accamparsi durante le spedizioni di caccia.»
«Sai bene che non può essere così, Hiram. Non abbiamo trovato tracce
d'insediamenti posteriori al 400 dopo Cristo.»
Gronquist le lanciò un'occhiata di rimprovero. «Non ti arrendi mai, eh?
Non conosciamo neppure la data della moneta.»
«Mike Graham è un esperto di monete antiche. Una delle sue specialità è
la datazione dei siti sulle rive del Mediterraneo. Lui potrebbe identificar-
la.»
«E la perizia non ci costerà un soldo», disse allegramente Gronquist.
«Vieni. Mike potrà esaminare la moneta mentre beviamo il brandy.»
Lily mise i guanti foderati di pelliccia, si assestò il cappuccio del parka e
spense la Coleman. Gronquist accese una torcia elettrica e aprì la porta.
Lily uscì nel freddo tremendo e fu investita dal vento che ululava come
uno spettro in un camposanto. L'aria gelida le schiaffeggiò le guance e la
fece rabbrividire, una reazione che sembrava coglierla sempre alla sprov-
vista, anche se ormai avrebbe dovuto esserci abituata.
Afferrò la fune che conduceva all'alloggio e avanzò a tentoni dietro la
mole protettrice di Gronquist. Lanciò un'occhiata verso l'alto. Non c'erano
nubi e le stelle sembravano fondersi in un unico, immenso tappeto di dia-
manti che illuminava le montagne brulle a ovest e la coltre di ghiaccio e-
stesa dal fiordo al mare, a est. La strana bellezza dell'Artide era avvincen-
te, pensò Lily. Poteva capire perché tanti uomini perdevano l'anima a cau-
sa del suo incantesimo.
Dopo una marcia di trenta metri nel buio, entrarono nel corridoio anti-
tormenta della baracca, proseguirono per altri, tre metri e aprirono una se-
conda porta che immetteva nell'alloggio. Per Lily, dopo il freddo abomine-
vole dell'esterno, fu come entrare in una fornace. L'aroma del caffè le acca-
rezzò le narici come un profumo squisito. Si sbarazzò immediatamente dei
guanti e del parka e riempì una tazza.
Sam Hoskins, con i lunghi capelli biondi e un paio di baffoni a manu-
brio, era chino su un tavolo da disegno. Era un architetto di New York in-
namorato dell'archeologia e ogni anno abbandonava per due mesi la pro-
fessione per partecipare agli scavi intorno al mondo. In quel momento sta-
va disegnando quello che aveva dovuto essere millesettecento anni prima il
villaggio preistorico, fornendo preziose indicazioni alla spedizione.
L'altro componente della spedizione era un uomo dalla carnagione chia-
ra e dai radi capelli color stoppa. Stava sdraiato su una branda e leggeva un
romanzo, un'edizione tascabile molto sciupata. Lily non ricordava di aver
mai visto Mike Graham senza un libro d'avventure in mano o in tasca.
Graham, che era uno dei più autorevoli archeologi del Paese, aveva l'aria
mesta di un impresario delle pompe funebri.
«Ehi, Mike!» tuonò Gronquist. «Dai un'occhiata a quello che ha trovato
Lily.»
Lanciò la moneta attraverso la stanza. Lily si lasciò sfuggire un'esclama-
zione sgomenta, ma Graham l'afferrò al volo e la scrutò.
Dopo un momento alzò la testa e socchiuse gli occhi in un'espressione
diffidente. «Mi state prendendo in giro.»
Gronquist rise. «L'ho pensato anch'io appena l'ho vista. No, non è uno
scherzo. Lily l'ha trovata nel sito otto.»
Graham tirò fuori una valigia che stava sotto la branda e prese una lente
d'ingrandimento. Tenne la moneta sotto la lente e l'esaminò da ogni ango-
lo.
«Allora, qual è il verdetto?» chiese spazientita Lily.
«Incredibile», mormorò affascinato Graham. «Un miliarense d'oro. Circa
tredici grammi e mezzo. Non ne avevo mai visto uno. Sono molto rari. Un
collezionista sarebbe disposto a pagarlo dai sei agli ottomila dollari.»
«Chi rappresenta?»
«È una figura in piedi di Teodosio il Grande, imperatore di Roma e Bi-
sanzio. La posa è comune nelle monete dell'epoca. Se osservate con atten-
zione, potete distinguere i prigionieri ai suoi piedi, mentre le mani reggono
un globo e un labaro.»
«Un labaro?»
«Sì, un vessillo con le lettere greche XP, cioè chi e rho, una specie di
monogramma che sta a significare 'in nome di Cristo'. L'adottò l'imperato-
re Costantino dopo la conversione al cristianesimo, e poi fu usato anche
dai successori.»
«Riesci a capire la scritta sull'altra faccia?» chiese Gronquist.
L'occhio di Graham parve ingigantire attraverso la lente mentre studiava
la moneta. «Tre parole. La prima sembra TRIVMFATOR. Non riesco a
decifrare le altre due. Sono quasi consunte. Un catalogo dovrebbe dare la
descrizione e la traduzione della legenda. Ma dovrò aspettare di essere tor-
nato nel mondo civile prima di poter controllare.»
«Sei in grado di assegnarle una data?»
Graham fissò il soffitto con aria pensierosa. «È stata coniata durante il
regno di Teodosio che, se non ricordo male, durò dal 379 al 395 dopo Cri-
sto.»
Lily fissò Gronquist. «Proprio nel periodo del nostro insediamento.»
Gronquist scosse la testa. «È pura fantasia pensare che gli eschimesi del
quarto secolo avessero contatti con l'impero romano.»
«Non possiamo escludere tutte le possibilità», insistette Lily.
«Non appena lo si saprà, i media si lanceranno in una pioggia di ipotesi
e di esagerazioni», disse Hoskins, mentre esaminava la moneta per la pri-
ma volta.
Gronquist trangugiò un sorso di brandy. «È già successo di trovare mo-
nete antiche nei posti più impensati. Ma la datazione e la provenienza solo
raramente vengono provate con un grado di certezza tale da convincere la
comunità degli archeologi.»
«Può darsi», mormorò Graham. «Ma io darei la mia Mercedes decappot-
tabile per sapere com'è finita qui.»
Tutti fissarono la moneta in silenzio per qualche istante. Ognuno era
perduto nei suoi pensieri.
Finalmente Gronquist spezzò il silenzio. «L'unica cosa sicura, sembra, è
che ci troviamo per le mani un autentico mistero.»

3.

Poco prima di mezzanotte, l'impostore incominciò a mettere in atto il


piano appreso a memoria per abbandonare il jet di linea. L'aria era limpida,
e la macchia indistinta dell'Islanda spuntava sopra l'orizzonte piatto e nero
del mare. L'isola era delineata dal chiarore fievole e verdognolo dell'aurora
boreale.
Non pensava ai morti che gli stavano accanto. Era abituato all'odore del
sangue e non gli dava più fastidio. La morte e le stragi facevano parte del
suo lavoro. Era indifferente ai cadaveri mutilati quanto un patologo o un
macellaio.
Quando si trattava di uccidere; l'impostore aveva una mentalità clinica. I
numeri dei morti erano soltanto somme matematiche. Lo pagavano bene:
era un mercenario e un fanatico religioso che assassinava per la sua causa.
Stranamente, l'unica cosa che l'offendeva era essere chiamato attentatore o
terrorista. Detestava quelle parole. Avevano un suono politico; e lui prova-
va una ripugnanza assoluta per i politici.
Era un uomo con mille identità, un perfezionista che rifiutava di sparare
a casaccio in mezzo alla folla o di installare bombe nelle automobili: li
considerava espedienti buoni per ragazzetti idioti. I suoi metodi erano mol-
to più sottili. Non lasciava mai nulla al caso. Per gli investigatori di tutte le
nazioni era assai difficile distinguere molti dei suoi attentati dai semplici
incidenti.
L'uccisione di Hala Kamil era qualcosa di più di un compito assegnato-
gli: era un dovere. Erano stati necessari cinque mesi per perfezionare il suo
piano, e poi era venuta l'attesa paziente del momento opportuno.
Era quasi un peccato, pensava. La Kamil era una bella donna. Ma era un
pericolo che doveva essere eliminato.
Regolò con delicatezza le cloche e spinse leggermente in avanti la barra
di comando per incominciare una discesa graduale. Solo un altro pilota a-
vrebbe notato l'impercettibile diminuzione della velocità e dell'altitudine.
L'equipaggio in servizio nella cabina passeggeri non era venuto a distur-
barlo. In quanto ai passeggeri, sonnecchiavano e cercavano invano di spro-
fondare nel sonno quasi sempre impossibile durante i lunghi voli.
Per la ventesima volta controllò la rotta e studiò i numeri sul computer
che aveva riprogrammato perché indicasse il tempo e la distanza dalla zona
di lancio.
Dopo quindici minuti il jet sorvolò un tratto disabitato della costa meri-
dionale dell'Islanda e puntò verso l'entroterra. Il paesaggio sottostante di-
ventò un mosaico di rocce grigie e di neve candida. L'impostore abbassò
gli alettoni e ridusse la velocità fino a che il Boeing 720-B prese a volare a
352 chilometri orari.
Innestò il pilota automatico su una nuova frequenza radio irradiata dal
faro sull'Hofsjökull, un ghiacciaio alto 1737 metri e situato al centro dell'i-
sola. Poi regolò l'altitudine in modo che l'aereo andasse a sbattere 150 me-
tri al di sotto della vetta.
Metodicamente, fracassò gli indicatori di direzione e gli apparecchi di
comunicazione. Infine cominciò a scaricare carburante, nell'eventualità che
si verificasse un inconveniente nel suo piano minuzioso.
Ancora otto minuti.
Si calò attraverso la botola e scese nel «pozzo dell'inferno». Portava un
paio di stivali francesi da paracadutista con le suole molto spesse ed elasti-
che. Prese la tuta dalla sacca e l'indossò. Non aveva avuto la possibilità di
portare un casco, e dovette accontentarsi di un passamontagna e di un ber-
retto di lana. Poi mise i guanti e gli occhiali, e si affibbiò l'altimetro al pol-
so.
Fece scattare i moschettoni dell'imbracatura e controllò le cinghie. Il pa-
racadute di riserva poggiava contro le scapole, quello principale aderiva al-
le reni. Era un paracadute rettangolare, di quelli che permettono una disce-
sa molto dolce.
Diede un'occhiata all'orologio. Un minuto e venti secondi. Aprì il portel-
lo di sicurezza e fu investito da un violento getto d'aria. Fissò la lancetta
dei secondi e incominciò il conto alla rovescia. Quando arrivò a zero si
lanciò con i piedi in avanti attraverso la stretta apertura. La velocità dell'a-
ria lo investì con la violenza gelida di una valanga e gli mozzò il respiro
nei polmoni. L'aereo passò sopra di lui con un rombo assordante. Per una
frazione di secondo sentì il calore che usciva dagli ugelli della turbina. Poi
l'aereo si allontanò, e Lemke continuò a precipitare.
A faccia in giù, a braccia protese, con le ginocchia leggermente flesse e
le mani aperte, guardò in basso e vide soltanto tenebra. A terra non si scor-
geva neppure una luce.
Pensò al peggio. La sua squadra non era riuscita a raggiungere il luogo
esatto del rendez-vous. Senza una zona-bersaglio ben definita non poteva
valutare la direzione della discesa e lo spostamento causato dal vento. A-
vrebbe potuto atterrare a chilometri e chilometri di distanza o, peggio an-
cora, piombare sul ghiaccio accidentato, ferirsi seriamente e non essere
trovato in tempo.
In dieci secondi era già precipitato per quasi 360 metri. L'ago del qua-
drante luminoso dell'altimetro stava passando sul rosso. Non poteva più at-
tendere. Estrasse il paracadute pilota da una borsa e lo lanciò nel vento, in
modo che si ancorasse nel cielo e facesse aprire il paracadute principale.
Il paracadute si aprì con uno schiocco rassicurante, e l'uomo fu strattona-
to in una posizione eretta. Prese la torcia elettrica e la puntò verso l'alto. Il
paracadute era sbocciato sopra di lui.
Improvvisamente un piccolo cerchio di luci balenò sulla destra, alla di-
stanza di poco più di un chilometro e mezzo. Poi un razzo salì nel cielo e
brillò per alcuni secondi, il tempo sufficiente per permettergli di giudicare
la direzione e la velocità del vento. Regolò l'inclinazione del paracadute e
incominciò a planare verso le luci.
Un altro razzo salì nel cielo. Il vento era costante, senza fluttuazioni,
mentre l'uomo si avvicinava al suolo. Adesso poteva vedere chiaramente la
squadra. Avevano acceso un'altra fila di luci che portava al cerchio già il-
luminato. Regolò di nuovo l'inclinazione del paracadute e iniziò una virata
di centottanta gradi nel vento.
Lemke si preparò a toccare terra. La squadra aveva scelto bene il punto.
Toccò con i piedi il terreno soffice della tundra, e compì un perfetto atter-
raggio al centro del cerchio.
Senza una parola, sganciò l'imbracatura e uscì dal cerchio abbagliante.
Guardò il cielo.
L'aereo, con l'equipaggio e i passeggeri ignari di tutto, continuava a vo-
lare verso il ghiacciaio che saliva gradualmente. La distanza fra il ghiaccio
e il metallo si riduceva sempre di più.
Lemke restò a guardare mentre il rombo smorzato dei motori a reazione
si spegneva e le luci di navigazione sparivano nel buio della notte.

4.

Nella dispensa, un'hostess inclinò la testa e ascoltò.


«Cos'è questo rumore strano che viene dalla cabina di comando?» chie-
se.
Gary Rubin, il capo steward, uscì nel corridoio e si girò verso il muso
dell'aereo. Sentì qualcosa che sembrava un rombo continuo e smorzato,
simile allo scorrere fragoroso di acqua in lontananza.
Dieci secondi dopo che l'impostore si era lanciato, il timer dell'attivatore
mise in funzione il braccio idraulico, e chiuse il portello del «pozzo dell'in-
ferno». Lo strano rumore cessò.
«Ha smesso», disse lo steward. «Non lo sento più.»
«Che cosa credi che fosse?»
«Non lo so. Non avevo mai sentito niente di simile. Per un momento ho
pensato che ci fosse una perdita di pressione.»
In quel momento si accese una spia luminosa per indicare che uno dei
passeggeri aveva chiamato. La hostess si assestò i capelli biondi e passò
nella cabina principale. «Forse sarà meglio che lo chieda al comandante»,
disse girando la testa.
Rubin esitò. Ricordava che Lemke aveva ordinato di non disturbarlo se
non per ragioni della massima importanza. Ma la prudenza non era mai
troppa, e la sicurezza dei passeggeri veniva al primo posto. Prese il micro-
fono dell'intercom e premette il tasto per chiamare la cabina di comando.
«Comandante, sono il capo steward. Abbiamo appena sentito un rumore
strano a prua. C'è qualche problema?»
Non ebbe risposta.
Ritentò tre volte, ma il ricevitore rimase muto. Per qualche istante restò
nell'incertezza, chiedendosi perché nella cabina di comando non risponde-
va nessuno. Volava da dodici anni, e quella era per lui un'esperienza del
tutto nuova.
Stava ancora cercando una spiegazione all'enigma quando l'hostess tornò
in fretta e gli disse qualcosa. In un primo momento non le badò; ma poi si
rese conto del tono concitato della sua voce.
«Che... che cos'hai detto?»
«Stiamo sorvolando la terraferma!»
«La terraferma?»
«È proprio sotto di noi», disse la donna, confusa. «Me l'ha indicata un
passeggero.»
Rubin scrollò la testa. «Impossibile. Dobbiamo essere in mezzo all'ocea-
no. Probabilmente avrà visto le luci di qualche peschereccio. Il comandan-
te aveva detto che avremmo potuto vederne durante la discesa per il pro-
gramma di studi meteorologici.»
«Guarda tu», insistette la hostess. «Ci stiamo avvicinando al suolo. Cre-
do che stiamo per atterrare.»
Rubin si avvicinò al finestrino della dispensa e guardò in basso. Sotto di
lui non c'erano le acque buie dell'Atlantico, ma un brillio bianco. Un'im-
mensa distesa di ghiaccio scorreva sotto l'aereo a una distanza che non su-
perava i duecentoquaranta metri, abbastanza vicino perché i cristalli di
ghiaccio rispecchiassero i lampi stroboscopici delle luci di navigazione.
Rubin rimase immobile, senza capire, e si sforzò di ricavare un senso da
ciò che gli rivelavano i suoi occhi.
Se si trattava di un atterraggio d'emergenza, perché il comandante non
aveva avvertito il personale? Le scritte «Allacciate le cinture» e «Vietato
fumare» non s'erano accese.
Quasi tutti i funzionari dell'ONU erano svegli, e leggevano o parlavano
tra loro. Soltanto Hala Kamil dormiva profondamente. Alcuni delegati
messicani, di ritorno da una missione alla sede della World Bank, erano
seduti intorno a un tavolino nel settore di coda. Il direttore dei Finanzia-
menti Esteri, Miguel Salazar, parlava sottovoce in tono irritato. Intorno al
tavolo regnava un'atmosfera di sconfitta. Il Messico aveva subito un col-
lasso economico disastroso e si avvicinava ormai alla bancarotta senza che
ci fosse in vista la possibilità di aiuti monetari.
Rubin fu assalito dalla paura. «Che cosa diavolo succede?» furono le pa-
role che gli uscirono impulsivamente dalle labbra.
L'hostess era altrettanto spaventata. Impallidì e sgrano gli occhi. «Non
dovremmo incominciare la procedura d'emergenza?»
«Non allarmiamo i passeggeri. Almeno per ora. Dammi il tempo di sen-
tire il comandante.»
«Ma abbiamo davvero il tempo?»
«Non lo so.»
Con uno sforzo Rubin dominò la paura: si avviò quasi correndo verso la
cabina di comando e simulò uno sbadiglio annoiato per sopire la curiosità
che i passeggeri potevano provare nel notare il suo passo rapido. Chiuse la
tenda che separava il vano d'entrata dalla cabina principale. Poi provò ad
aprire la porta. Era bloccata dall'interno.
Bussò convulsamente. Nessuno rispose. Fissò stordito la sottile barriera
che chiudeva la cabina di comando. La sua mente non riusciva a formulare
un solo pensiero. Poi, in uno scatto di disperazione, sferrò un calcio e forzò
la porta.
Era un uscio fragile, montato in modo da aprirsi verso l'esterno, ma il
colpo lo mandò a sbattere contro la paratia interna. Rubin varcò la soglia e
girò lo sguardo sullo spazio ristretto.
Incredulità, sbalordimento, paura e orrore turbinarono nella sua mente
come una piena che travolge una diga crollata.
Bastò un'occhiata per scorgere Hartley accasciato sulla plancia, Oswald
steso riverso sul pavimento con gli occhi vitrei fissi verso il soffitto della
cabina. Lemke era sparito.
Rubin scavalcò il corpo di Oswald, si sporse al di sopra del sedile vuoto
del pilota e, in preda al terrore, guardò all'esterno.
La vetta massiccia dell'Hofsjökull torreggiava davanti al muso dell'aere-
o, a meno di quindici chilometri di distanza. La luce palpitante dell'aurora
boreale delineava i bastioni di ghiaccio e chiazzava la superficie irregolare
di sfumature spettrali grigie e verdi.
Spinto dalla disperazione e dal panico, lo steward si buttò sul sedile del
pilota e strinse convulsamente la barra di comando, tirandola verso il petto.
E non successe nulla.
La barra non cedeva, eppure, stranamente, l'altimetro indicava una ridu-
zione lenta ma costante della quota. Rubin strattonò di nuovo la barra, con
maggiore forza, e la sentì cedere leggermente.
Non c'era il tempo per riflettere. Rubin era troppo inesperto per rendersi
conto del fatto che stava cercando di dominare con la forza bruta il pilota
automatico quando sarebbe stata sufficiente una pressione di undici chili.
L'aria fredda e limpida faceva sembrare il ghiacciaio abbastanza vicino
da toccarlo. Rubin spinse in avanti le cloche e tirò indietro la barra di co-
mando. Ancora una volta, la sentì cedere lentamente, come il volante di
una macchina lanciata a velocità folle che ha perso la capacità di sterzare.
Con lentezza torturante, il Boeing sollevò il muso e superò la vetta del
ghiaccialo con un margine inferiore a una trentina di metri.

Sulle balze più basse del ghiacciaio l'uomo che a Londra aveva assassi-
nato il vero Dale Lemke, comandante del volo 106, e ne aveva preso il po-
sto, scrutò in distanza con un binocolo per la visione notturna. L'aurora bo-
reale era sbiadita in un riverbero fioco, ma il profilo irregolare dell'Hofsjö-
kull spiccava ancora contro il cielo.
Regnava il grande silenzio dell'attesa. Gli unici suoni erano quelli dei
due uomini che stavano caricando i riflettori e il radiofaro a bordo di un e-
licottero.
Gli occhi di Suleiman Aziz Ammar si adattarono al buio e riuscirono a
distinguere le balze accidentate che sfregiavano la muraglia di ghiaccio.
L'uomo stava immobile come una statua e contava i secondi, in attesa
del lampo di fiamma che avrebbe segnato lo schianto del volo 106.
Ma la vampata lontana non apparve.
Alla fine Ammar abbassò il binocolo e respirò. Intorno a lui si estendeva
il silenzio freddo e remoto del ghiacciaio. Si tolse la parrucca grìgia e la
scagliò via, nel buio. Poi si tolse anche gli stivali confezionati su misura e
tolse i rialzi interni dai tacchi. E vide che il suo servitore e amico, Ibn
Telmuk, gli si era affiancato.
«Una truccatura eccellente, Suleiman. Neppure io ti avrei riconosciuto»,
disse Ibn, un uomo dalla carnagione olivastra con una massa di capelli ric-
ciuti color ebano.
«Avete caricato l'attrezzatura?» chiese Ammar.
«Tutto a posto. La missione è riuscita?»
«C'è stato un trascurabile errore di calcolo. Chissà come, l'aereo ha supe-
rato la cresta del ghiacciaio. Allah ha concesso a Hala Kamil qualche mi-
nuto di vita in più.»
«Akhmad Yazidnon sarà contento.»
«Hala Kamil morirà come è stato deciso», ribatté Ammar in tono sicuro.
«Niente è stato lasciato al caso.»
«Ma l'aereo sta ancora volando.»
«Neppure Allah potrà tenerlo in volo all'infinito.»
«Hai fallito la missione», disse un'altra voce.
Ammar si voltò di scatto e si trovò di fronte alla smorfia gelida di Mu-
hammad Ismail. La faccia tonda dell'egiziano era uno strano miscuglio di
malevolenza e d'innocenza infantile. Gli occhietti neri brillavano con in-
tensità perversa sopra i baffi folti, ma non avevano forza di penetrazione.
La spavalderia senza sostanza, una facciata di durezza, la capacità di pre-
mere un grilletto erano le sue uniche qualità.
Ammar era stato costretto a collaborare con Ismail. L'oscuro mullah di
villaggio gli era stato imposto da Akhmad Yazid. L'idolo dei musulmani
concedeva la sua fiducia con parsimonia, e la dispensava solo a coloro che
gli sembravano dotati di spirito battagliero e di devozione tradizionalista
alle leggi originarie dell'Isiam. Per Yazid le convinzioni religiose erano più
importanti della competenza e della professionalità.
Ammar si proclamava un vero credente, ma Yazid diffidava di lui. Il si-
cario aveva l'abitudine di parlare con i capi musulmani come se fossero
comuni mortali, e questo Yazid non lo gradiva. Insisteva perché Ammar
svolgesse le sue missioni di morte sotto l'occhio vigile di Ismail.
Ammar aveva accettato il suo cane da guardia senza protestare. Era un
maestro nel gioco dell'inganno. E aveva prontamente rovesciato il ruolo di
Ismail, usandolo come strumento per i suoi scopi spionistici.
Ma la stupidità degli arabi costituiva per lui un continuo motivo d'irrita-
zione. Erano incapaci di un ragionamento freddo e analitico. Scosse stan-
camente la testa e poi, con pazienza, spiegò a Ismail la situazione.
«Possono sempre accadere avvenimenti che sfuggono al nostro control-
lo. Una corrente ascendente, un'avaria nel pilota automatico o negli altime-
tri, un cambiamento improvviso del vento. Ci sono cento variabili diverse
che potrebbero avere evitato all'aereo di sfracellarsi contro la vetta. Ma tut-
te le probabilità erano state prese in considerazione. Il pilota automatico è
bloccato su una rotta verso il polo. L'aereo non rimarrà in aria più di no-
vanta minuti.»
«E se qualcuno scoprisse i cadaveri nella cabina di comando e uno dei
passeggeri sapesse pilotare un aereo?»
«Abbiamo esaminato attentamente i fascicoli personali di tutti coloro
che ora si trovano a bordo dell'aereo. Nessuno ha esperienza come pilota.
Ho fracassato la radio e gli strumenti di navigazione. Se qualcuno tentasse
di prendere il comando sarebbe perduto. Non avrebbe una bussola e non
potrebbe orientarsi con qualche punto di riferimento. Hala Kamil e i suoi
amici dell'ONU scompariranno nelle acque dell'oceano Artico.»
«Non c'è alcuna possibilità che sopravvivano?» chiese Muhammad I-
smail.
«No», rispose Ammar in tono sicuro. «Assolutamente no.»

5.

Dirk Pitt si rilasciò sulla poltroncina girevole e allungò le gambe fino a


portarsi su un piano quasi orizzontale in tutta la lunghezza del suo metro e
novanta. Poi sbadigliò e si passò le mani tra i folti capelli neri e ondulati.
Pitt era magro e muscoloso, in ottima forma fisica anche se non correva
ogni giorno per sedici chilometri e non considerava il sudore del body-
building come un tonico divino contro la vecchiaia. Aveva il volto abbron-
zato di chi ama la vita all'aria aperta e preferisce il sole alle luci fluore-
scenti di un ufficio. Gli occhi d'un verde intenso irradiavano una strana
combinazione di calore e di crudeltà, mentre le labbra sembravano eterna-
mente atteggiate in un sorriso amichevole.
Si trovava a suo agio fra i ricchi e i potenti, ma prediligeva la compagnia
di uomini e donne che bevevano i liquori senza annacquarli e non sdegna-
vano di sporcarsi le mani.
Era uscito dall'accademia aeronautica e figurava in servizio attivo con il
grado di maggiore sebbene fosse «in prestito» da quasi sei anni alla Natio-
nal Underwater & Marine Agency, la NUMA, come direttore dei Progetti
Speciali.
In compagnia di Al Giordino, suo amico fin dall'infanzia, si era avventu-
rato in tutti i mari, in superficie e negli abissi, e in un lustro aveva cono-
sciuto più esperienze incredibili di quante possano averne tanti altri uomini
anche se vivessero dieci volte più a lungo del normale.
Aveva scoperto il treno scomparso della Manhattan Limited dopo aver
attraversato a nuoto una caverna sotterranea di New York, aveva recupera-
to il transatlantico Empress of Ireland, affondato nel fiume San Lorenzo
con mille persone a bordo. Aveva ritrovato il sottomarino nucleare perduto
Starbuck in mezzo al Pacifico e la nave fantasma Cyclops nella sua tomba
caraibica. E aveva riportato a galla il Titanic.
Come diceva spesso Giordino, era un uomo votato alla riscoperta del
passato e nato con ottant'anni di ritardo.
«Immagino che questo vorrai vederlo», lo chiamò all'improvviso Gior-
dino dall'altra parte del locale.
Pitt staccò gli occhi dal monitor a colori che mostrava il fondo marino
cento metri al di sotto dello scafo del rompighiaccio Polar Explorer, una
nave nuova e solida costruita per solcare le acque coperte dai ghiacci. La
massiccia sovrastruttura torreggiante sembrava un palazzo d'uffici a cinque
piani, e la grossa prua, spinta da motori che sviluppavano una potenza di
ottantamila cavalli, era in grado di aprirsi un varco attraverso il ghiaccio
dello spessore di un metro e mezzo.
Pitt appoggiò un piede contro un banco, piegò un ginocchio e spinse. Era
un movimento perfezionato in settimane di pratica e armonizzato con il
lieve rollio della nave. Virò di centottanta gradi sulla poltroncina a rotelle e
si spostò di tre metri sul ponte inclinato del compartimento elettronico.
«Sembra un cratere in formazione.»
Al Giordino stava alla console e studiava un'immagine del sonar Klein.
Al era basso, non più di un metro e sessantadue, con i piedi grandi, le spal-
le robuste che davano alla sua figura la bizzarra forma di un cuneo: sem-
brava costruito con i pezzi di ricambio di un bulldozer. I capelli scuri e ric-
ciuti erano un'eredità dei suoi antenati italiani, e, se avesse portato un faz-
zoletto al collo e un orecchino d'oro, avrebbe potuto passare per un suona-
tore d'organetto. Deciso, dotato di un pungente senso dell'umorismo affi-
dabile come una marea, Giordino rappresentava per Pitt la polizza d'assi-
curazione contro la legge di Murphy, secondo la quale se qualcosa può an-
dar male, lo farà.
E la concentrazione di Giordino non venne meno mentre Pitt, con i piedi
protesi per ammortizzare l'urto, andava a fermarsi bruscamente contro la
console accanto a lui.
Pitt osservò la sonografia ingrandita dal computer mentre il fianco d'un
cratere saliva lentamente, diventava una cresta e quindi discendeva ripido
nel vuoto.
«È una caduta brusca», disse Giordino.
Pitt lanciò un'occhiata all'ecoscandaglio. «Dai 140 ai 180 metri.»
«Non c'è quasi pendenza sull'orlo esterno.»
«200 metri, e continua a scendere.»
«È una formazione strana per un vulcano», notò Giordino. «Non ci sono
tracce di rocce laviche.»
Un uomo alto, dal viso florido e dai folti capelli bruni brizzolati che cer-
cavano di sfuggire dal berretto da baseball inclinato all'indietro, aprì la
porta e si affacciò.
«Vecchi gufi, volete qualcosa da mangiare o da bere?»
«Un sandwich al burro d'arachidi e una tazza di caffè senza panna an-
drebbero bene», rispose Pitt senza voltarsi. «Ecco, si sta appianando a 220
metri.»
«Un paio di ciambelle e latte», aggiunse Giordino.
Il comandante Byron Knight, capitano della nave, annuì. Oltre a Pitt e a
Giordino, era l'unico che avesse accesso al compartimento elettronico, vie-
tato al resto degli ufficiali e dell'equipaggio.
«Passerò le ordinazioni in cambusa.»
«Sei un essere meraviglioso, Byron», disse Pitt con un sorriso sarcastico.
«Qualunque cosa dica di te il resto della Marina.»
«Hai mai assaggiato il burro d'arachidi con l'arsenico?» ribatté Knight
prima di uscire.
Giordino continuò a osservare con attenzione mentre l'arco della forma-
zione si allargava. «Il diametro è di circa due chilometri.»
«L'interno è sedimento liscio», disse Pitt. «Il fondo non presenta frattu-
re.»
«Doveva essere un vulcano gigantesco.»
«Non era un vulcano.»
Giordino si voltò con un'espressione incuriosita negli occhi. «Che altro
nome daresti, tu, a un cratere sommerso?»
«Non andrebbe bene 'cratere da impatto meteoritico'?»
Giordino fece una smorfia scettica. «Un cratere meteoritico a questa pro-
fondità sul fondo marino?»
«Probabilmente si è formato migliaia o milioni di anni fa, in un'epoca in
cui il livello del mare era più basso.»
«Che cosa te lo fa pensare?»
«Ci sono tre indizi», spiegò Pitt. «Innanzi tutto abbiamo un orlo ben de-
finito senza un pendio esterno prominente. In secondo luogo, il profiler in-
dica una sezione a conca. Infine...» S'interruppe, e additò un ago che si
muoveva a scatti furiosi su un rotolo di carta millimetrata. «Infine il ma-
gnetometro ha le convulsioni. Là sotto c'è tanto ferro da costruirci una flot-
ta di corazzate.»
Giordino s'irrigidì di colpo. «Abbiamo un bersaglio!»
«E dove?»
«Duecento metri a dritta, perpendicolare al pendio del cratere. La lettura
è piuttosto vaga. L'oggetto è mascherato in parte dalla struttura geologica.»
Pitt prese il telefono e chiamò la sala comando. «Abbiamo un'avaria al-
l'equipaggiamento. Continuate a procedere sino alla fine del percorso. Se
riusciremo a effettuare la riparazione in tempo, potremo tornare indietro
sulla stessa direttrice.»
«Sì, signore», rispose l'ufficiale di turno.
«Avresti dovuto fare il venditore d'olio di serpente», disse Giordino con
un sorriso.
«Non possiamo sapere quanto siano grandi le orecchie dei sovietici.»
«Le videocamere mostrano qualcosa?»
Pitt lanciò un'occhiata ai monitor. «È appena fuori portata. Dovrebbero
inquadrarlo al prossimo passaggio.»
L'immagine sonar iniziale apparsa sul grafico sembrava una chiazza
marrone sullo sfondo più chiaro della parete del cratere. Poi passò oltre il
mirino del sidescan e sparì in un computer che ingrandì il particolare.
L'immagine apparve su un monitor a colori ad alta risoluzione. La chiazza
aveva assunto una sagoma nettamente delineata.
Pitt azionò un joystick, puntò il collimatore al centro dell'immagine e
premette il pulsante per l'ingrandimento.
Il computer lavorò in silenzio per qualche secondo, poi mostrò sullo
schermo un'immagine nuova, più grande e ancor più particolareggiata. In-
torno al bersaglio apparve automaticamente un rettangolo che ne indicava
le dimensioni. Nello stesso tempo, un altro apparecchio riprodusse l'imma-
gine a colori su un foglio di carta patinata.
Il comandante Knight tornò precipitosamente nel compartimento. Dopo
giorni e giorni di noia trascorsi andando avanti e indietro, come per falcia-
re un immenso prato, e osservando per ore intere il video e i dati del side-
scan, adesso si sentiva galvanizzato. L'attesa e l'eccitazione sembravano
trasparire da ogni ruga del suo volto.
«Mi hanno passato il vostro messaggio a proposito di un'avaria. Avete
trovato un bersaglio?»
Pitt e Giordino non risposero. Sorrisero come cercatori d'oro che hanno
scoperto un ricco filone. A Knight bastò guardarli per capire.
«Buon Dio del cielo!» esclamò. «L'abbiamo trovato? L'abbiamo trovato
veramente?»
«Si nasconde sul fondale», disse Pitt e indicò il monitor mentre gli por-
geva la riproduzione. «L'immagine perfetta di un sottomarino sovietico
classe Alfa.»
Knight fissò affascinato le due immagini sonar. «I russi hanno sondato
tutto questo tratto di mare. È incredibile che non fossero riusciti a trovar-
lo.»
«È facile lasciarselo sfuggire», spiegò Pitt. «Nel periodo in cui i sovieti-
ci hanno condotto le loro ricerche, lo strato del pack era più pesante. Non
potevano procedere in linea retta. È probabile che abbiano aggirato il lato
opposto del pendio, e il loro sonar ha mostrato soltanto un'ombra dove si
trovava il sottomarino. E comunque, l'eccezionale concentrazione di ferro
sotto il cratere deve aver confuso il loro profilo magnetico.»
«I nostri servizi segreti faranno salti di gioia quando vedranno le foto.»
«No, se i rossi fiutano qualcosa», disse Giordino. «Non credo che sta-
ranno con le mani in mano mentre noi ripetiamo lo scherzetto che fece nel
1975 la Glomar Explorer con il loro sottomarino della classe Golf.»
«Vuoi insinuare che non hanno bevuto la storia che stiamo svolgendo un
rilevamento geologico del fondo marino?» chiese Pitt in tono sarcastico.
Giordino gli lanciò un'occhiata fulminante. «Lo spionaggio è una strana
faccenda», disse. «L'equipaggio che sta al di là di queste paratie non ha la
più pallida idea di quello che stiamo facendo, ma gli agenti sovietici a Wa-
shington hanno fiutato il vero scopo della nostra missione già parecchie
settimane fa. Se non si sono intromessi è solo perché la nostra tecnologia
subacquea è più efficiente, e vogliono che siamo noi a guidarli al loro sot-
tomarino.»
«Non sarà facile imbrogliarli», ammise Knight. «Due loro pescherecci
hanno seguito ogni nostra mossa da quando abbiamo lasciato il porto.»
«E anche i loro satelliti spia», soggiunse Giordino.
«È per questo che ho chiesto alla sala comando di arrivare sino in fondo
al percorso prima di tornare indietro a dare un'occhiata da vicino» concluse
Pitt.
«Ottima idea, tuttavia ai russi non sfuggiranno i nostri movimenti.»
«Senza dubbio; ma quando passeremo sopra il sottomarino, proseguire-
mo e passeremo al prossimo percorso, e continueremo come al solito. Poi
comunicherò via radio ai nostri ingegneri a Washington che abbiamo pro-
blemi alle apparecchiature e chiederò istruzioni per la manutenzione. E a
intervalli di circa tre chilometri, rifaremo un percorso per rendere più vero-
simile la cosa.»
Giordino lanciò un'occhiata a Knight. «Può darsi che la bevano. È abba-
stanza credibile.»
Knight rifletté. «D'accordo, non resteremo in zona. Sarà l'ultima occhiata
al bersaglio. Poi proseguiremo e ci comporteremo come se non avessimo
trovato niente.»
«E quando avremo finito con questa griglia», disse Pitt, «potremo inco-
minciarne una nuova a cinquanta chilometri di distanza e fare una scoper-
ta.»
«Un'abile mossa», approvò Giordino. «Semineremo una falsa pista die-
tro di noi.»
Knight sorrise ironicamente. «Mi sembra un copione accettabile. Proce-
diamo.»
Il rompighiaccio rollò e la tolda s'inclinò leggermente a dritta quando il
timoniere invertì la rotta per tornare indietro. Lontano, a poppa, come un
segugio ostinato tenuto da un lungo guinzaglio, un sommergibile robot
chiamato Sherlock orientò automaticamente le sue cineprese e la macchina
fotografica, mentre continuava a sondare il fondo con onde sonar. Lo Sher-
lock, che l'ideatore aveva chiamato così in omaggio al celebre detective,
rivelava particolari del fondo marino che nessun essere umano aveva mai
visto.
I minuti trascorrevano lentissimi. Finalmente la cresta del cratere inco-
minciò ad apparire sul sidescan. La rotta del Polar Explorer rimorchiava lo
Sherlock lungo il pendio scosceso dell'interno del cratere. Tre paia d'occhi
erano fissi sull'immagine.
«Eccolo», disse Giordino con un fremito d'emozione nella voce.
Il sottomarino sovietico riempiva quasi completamente il lato sinistro
del sonografo. Giaceva ad angolo, con la poppa verso il centro del cratere e
la prua verso l'orlo. Lo scafo era diritto e tutto d'un pezzo, diversamente
dai sommergibili americani Thresher e Scorpion che erano implosi in cen-
tinaia di frammenti quando erano affondati, negli anni '60. La leggera in-
clinazione sulla destra non superava i due o tre gradi. Erano passati dieci
mesi da quando era stato dato per disperso, ma nelle gelide acque dell'Ar-
tico le strutture esterne non erano incrostate di ruggine o di creature mari-
ne.
«Non c'è dubbio, è proprio un classe Alfa», disse Knight. «Propulsione
atomica, scafo al titanio, non magnetico e non corrodibile dall'acqua mari-
na, tecnologia con eliche silenziose ultimo modello. Sono i sottomarini più
veloci che esistano, nonché in grado di immergersi alle massime profondi-
tà, e questo vale non soltanto per la Marina sovietica, ma anche per quella
americana.»
L'intervallo fra la registrazione sonar e l'immagine video era di circa
trenta secondi. Come se seguissero un incontro di tennis, i tre giravano la
testa all'unisono dal sonar ai monitor televisivi.
Le linee levigate del sottomarino apparvero sotto le luci delle telecame-
re, rivelate in uno spettrale grigioazzurro. Per gli americani era difficile
credere che il sommergibile russo fosse la tomba di centocinquanta uomini
ancora chiusi là dentro. Sembrava un giocattolo posato sul fondo di una pi-
scina.
«Qualche indicazione di radioattività insolita?» si informò Knight.
«C'è un aumento, ma è lievissimo», rispose Al Giordino. «Probabilmen-
te è causato dal reattore del sottomarino.»
«Non c'è stata una fusione», commentò Pitt.
«No, secondo tutte le indicazioni.»
Knight fissò i monitor e fece una stima approssimativa dei danni. «Am-
maccature a prua. Il timone di profondità di sinistra è stato strappato via.
C'è un lungo squarcio sul fondo a sinistra, circa venti metri.»
«Sembra anche profondo», osservò Pitt. «È penetrato nei serbatoi della
zavorra e ha raggiunto lo scafo pressurizzato interno. Deve aver urtato
contro l'orlo opposto del cratere, e l'impatto l'ha sventrato. Non è difficile
immaginare che l'equipaggio abbia tentato di riportarlo in superficie men-
tre continuava la corsa attraverso il cratere. Ma ha imbarcato più acqua di
quanta poteva eliminare con le pompe, è sceso ancora, ed è andato a sbat-
tere a metà del pendio, da questa parte.»
Nel compartimento scese il silenzio mentre il sottomarino veniva supe-
rato dallo Sherlock e spariva lentamente dai teleschermi. I tre continuarono
a guardare i monitor mentre il profilo accidentato del fondo marino passa-
va sotto di loro. Visualizzavano la morte orribile che minacciava gli uomi-
ni quando osavano navigare nelle profondità ostili degli abissi.
Per circa mezzo minuto nessuno parlò. Respiravano appena. Poi ognuno
di loro si scrollò di dosso l'incubo e distolse lo sguardo dai monitor. Il
ghiaccio era rotto. Cominciarono a rilassarsi e a ridere con l'entusiasmo
spontaneo dei tifosi che celebrano una vittoria della squadra del cuore.
Adesso Pitt e Giordino potevano mettersi tranquilli e prendersela calma
per il resto del viaggio. Avevano completato la loro parte del progetto, tro-
vando il proverbiale ago nel pagliaio. Poi Pitt assunse di nuovo un'espres-
sione seria e guardò nel vuoto.
A Giordino quei sintomi non sfuggirono: li conosceva per esperienza.
Quando un progetto veniva portato a termine con successo, Pitt si depri-
meva. La sfida s'era dissolta, e la sua mente irrequieta ne cercava pronta-
mente un'altra.
«Ottimo lavoro, Dirk, e questo vale anche per te, Al», disse calorosa-
mente Knight. «Voi della NUMA conoscete bene le tecniche della ricerca.
Deve essere il colpo più sensazionale dei servizi segreti negli ultimi ven-
t'anni.»
«Non entusiasmarti troppo», lo frenò Pitt. «La parte più difficile deve
ancora venire. Sarà un'operazione delicata recuperare il sottomarino sotto
lo sguardo vigile dei russi. Niente Glomar Explorer, questa volta. Niente
recuperi per mezzo di navi di superficie ben visibili. L'intera operazione
dovrà svolgersi sott'acqua...»
«E quello che cosa diavolo è?» Gli occhi di Giordino erano rivolti di
nuovo verso il monitor. «Sembra una fiasca.»
«Direi piuttosto un'urna», confermò Knight.
Pitt fissò a lungo il monitor con aria pensierosa. Gli occhi stanchi e ar-
rossati assunsero un'intensità improvvisa. L'oggetto era diritto. Due manici
sporgevano dai lati opposti del collo stretto, e si allargavano in un largo
corpo ovale che a sua volta si assottigliava verso la base affondata nei se-
dimenti.
«Un'anfora di terracotta», annunciò alla fine Pitt.
«Credo che abbia ragione», disse Knight. «I greci e i romani le usavano
per trasportare vino e olio d'oliva. Ne hanno recuperate dappertutto, nel
Mediterraneo.»
«E quella che cosa ci fa, nel mare di Groenlandia?» chiese Giordino.
«Ecco là, sulla sinistra dello schermo. Ce n'è un'altra.»
Poi la telecamera inquadrò un gruppo di tre anfore, seguite da altre cin-
que sgranate in una linea irregolare da sud-est a nord-ovest.
Knight si rivolse a Pitt. «L'esperto di naufragi sei tu. Come l'interpreti?»
Trascorsero almeno dieci secondi prima che Pitt si decidesse a risponde-
re. Quando finalménte lo fece, la sua voce era distante, come se giungesse
dal compartimento accanto.
«Secondo me, portano verso il relitto di un antico naufragio che, a quan-
to affermano i libri di storia, non dovrebbe trovarsi qui.»

6.

Rubin avrebbe dato l'anima pur di poter abbandonare quel compito im-
possibile, togliere le mani madide di sudore dalla barra di comando, chiu-
dere gli occhi stanchi e rassegnarsi a morire. Ma il senso di responsabilità
nei confronti dei passeggeri e dei compagni d'equipaggio lo spronava a
continuare.
Neppure nei suoi incubi più neri s'era mai trovato in una situazione così
pazzesca. Un movimento sbagliato, un minimo errore di giudizio, e cin-
quanta persone avrebbero trovato nel mare una tomba profonda e scono-
sciuta. Non era giusto, gridava la sua mente. Non era giusto.
Gli strumenti di navigazione non funzionavano. Gli apparecchi radio e-
rano inservibili. Nessuno dei passeggeri aveva mai pilotato un aereo, nep-
pure uno di quelli leggeri da turismo. Rubin era completamente disorienta-
to e smarrito. Senza apparente motivo, gli aghi degli indicatori del carbu-
rante tremolavano sull'indicazione «Vuoto». La mente dell'uomo era tra-
volta dalla confusione.
Dov'era il pilota? Che cosa aveva causato la morte dei due ufficiali? Chi
era il responsabile di quella follia?
Le domande turbinavano nella sua mente, ma le risposte si perdevano
nello sconforto.
L'unica consolazione, per Rubin, stava nel fatto che non era solo. Nella
cabina di comando c'era un altro uomo.
Eduardo Ybarra, membro della delegazione messicana, un tempo aveva
prestato servizio come meccanico nelle forze aeree del suo Paese. Erano
passati trent'anni dall'ultima volta che aveva usato una chiave inglese per
la manutenzione di un aereo a elica, ma qualche ricordo frammentario gli
era tornato in mente e adesso, seduto al posto del copilota, leggeva gli
strumenti per Rubin e azionava le cloche.
Ybarra aveva un viso tondo e scuro, i capelli folti, neri, sfumati di gri-
gio, gli occhi castani distanti e privi d'espressione. Indossava un abito ele-
gante che appariva fuori posto nella cabina di comando. Stranamente, non
aveva la fronte sudata, non aveva allentato la cravatta e non s'era tolto la
giacca.
Indicò il cielo attraverso il parabrezza. «A giudicare dalle stelle, direi
che stiamo volando verso il polo Nord.»
«Probabilmente stiamo volando a est sopra la Russia, per quello che ne
so», disse in tono rabbioso Rubin. «Non ho la più vaga idea della nostra di-
rezione.»
«Ci siamo lasciati un'isola alle spalle.»
«Crede che fosse la Groenlandia?»
Ybarra scosse la testa. «Da diverse ore c'è il mare sotto di noi. Se fosse
stata la Groenlandia, saremmo ancora sulla banchisa. Secondo me abbiamo
sorvolato l'Islanda.»
«Mio Dio, da quanto tempo ci stiamo dirigendo a nord?»
«È impossibile capire in quale momento il pilota ha abbandonato la rotta
Londra-New York.»
Un'altra paura aggravò la confusione straziata di Rubin. Le calamità
continuavano a susseguirsi. Se prima c'era una probabilità su mille di u-
scirne vivi, adesso era al massimo una su un milione. Doveva prendere una
decisione disperata... l'unica possibile.
«Farò virare l'aereo di novanta gradi a sinistra.»
«Non abbiamo altra scelta», riconobbe Ybarra in tono solenne.
«Qualcuno potrà sopravvivere, se tentiamo un atterraggio sulla terrafer-
ma. È quasi impossibile scendere sull'acqua al buio con le onde alte, anche
per un pilota esperto. E se per un miracolo ce la facessimo ad ammarare
senza danni, nessun essere umano con indosso abiti da città resisterebbe
più di qualche minuto nel mare gelato.»
«Forse è già groppo tardi.» Il delegato messicano all'ONU indicò con un
cenno il quadro degli strumenti. Le spie rosse del carburante lampeggiava-
no. «Temo che non ce la facciamo più a stare in aria.»
Sgomento, Rubin fissò gli strumenti. Non si rendeva conto che volando
a 200 nodi all'altitudine di 1500 metri il Boeing consumava la stessa quan-
tità di carburante che usava volando a 500 nodi a 10.500 metri. «D'accor-
do. Continueremo a volare verso ovest fino a quando precipiteremo.»
Si strofinò le mani sui pantaloni e strinse la barra di comando. Non pilo-
tava l'aereo da quando avevano superato la vetta del ghiacciaio. Respirò
profondamente e premette il pulsante con la scritta Autopilote Release. Era
troppo insicuro per far virare il Boeing con gli alettoni, e quindi usò soltan-
to i comandi del timone per cambiare direzione. Non appena furono su una
rotta rettilinea, si accorse che qualcosa non andava.
«Il motore numero quattro perde giri», disse Ybarra con un tremito nella
voce. «È senza carburante.»
«Non dovremmo spegnerlo?»
«Non conosco la procedura», rispose Ybarra.
Oh, buon Dio, pensò Rubin: un cieco che guida un altro cieco. L'altime-
tro cominciò a registrare una netta perdita d'altitudine. La velocità era e-
gualmente in diminuzione. Con un irragionevole sforzo mentale, Rubin
tentava di sostenere in volo l'aereo con la volontà, invece di guidarlo.
E intanto la distanza fra il Boeing e il mare si stava implacabilmente ri-
ducendo. Poi, all'improvviso, la barra di comando cominciò a vibrargli fra
le mani.
«Siamo in stallo», gridò Ybarra. Il volto, fino ad allora impassibile, tra-
diva ormai la paura.
Rubin spinse in avanti la barra di comando, sebbene si rendesse conto di
affrettare l'inevitabile. «Abbassi i flap per aumentare la potenza!» ordinò a
Ybarra.
«Flap abbassati», rispose Ybarra stringendo le labbra.
«Ci siamo», mormorò Rubin. «Ci siamo.»
Un'hostess era apparsa sulla soglia della cabina di comando. Ascoltava
con gli occhi sbarrati per la paura, il volto pallido come un foglio di carta.
«Stiamo precipitando?» chiese con un filo di voce.
Rubin si tese sul sedile. Era troppo assorto per voltarsi. «Sì, accidenti!»
esclamò. «Allacciati la cintura!»
L'hostess si voltò e, barcollando, tornò di corsa nella cabina principale
per avvertire gli altri assistenti di volo e i passeggeri. Tutti si resero conto
che era impossibile sfuggire all'inevitabile, e non ci furono scene di pani-
co. Persino le preghiere furono sussurrate a voce bassa.
Ybarra si girò sul sedile e si voltò a guardare. Hala Kamil stava facendo
coraggio a un uomo anziano assalito da un tremito irrefrenabile. Il suo viso
era calmissimo e sembrava avere una strana espressione soddisfatta. Era
davvero molto bella, pensò Ybarra. Peccato che la sua bellezza fosse desti-
nata a scomparire. Sospirò e si voltò verso il quadro degli strumenti.
L'altimetro stava scendendo sotto i duecento metri. Ybarra decise di ri-
schiare e aumentò l'alimentazione dei tre motori ancora funzionanti. Era un
gesto inutile, dettato dalla disperazione. I motori avrebbero bruciato gli ul-
timi litri di carburante con un ritmo accelerato e si sarebbero spenti prima.
Ma Ybarra non ragionava: non poteva semplicemente restare immobile
senza fare alcunché. Si sentiva in dovere di compiere un ultimo gesto di
sfida, quale che fosse, a costo di affrettare la propria morte.
Trascorsero cinque minuti torturanti. Il mare nero continuò a salire come
se volesse afferrare l'aereo.
«Vedo una fila di luci!» gridò all'improvviso Rubin. «Proprio davanti a
noi!»
Ybarra alzò di scatto gli occhi e guardò davanti a sé. «Una nave!» gridò.
«È una nave!»
Quasi nello stesso istante l'aereo sorvolò rombando il Polar Explorer e
mancò di meno di dieci metri l'asta del radar.

7.

L'equipaggio del rompighiaccio era stato avvertito dal radar dell'avvici-


narsi dell'aereo. Gli uomini che si trovavano in sala comando si chinarono
istintivamente quando, con gli ugelli di due motori che ululavano come
spettri annunciatori di sventura, l'aereo passò sopra di loro e si diresse ver-
so ovest, verso la costa della Groenlandia.
Il rombo invase il compartimento elettronico e poi si svuotò come un la-
go attraverso la falla di una diga. Knight si precipitò in sala comando, se-
guito da Pitt e Giordino. Nessuno degli uomini che si trovavano in plancia
si voltò quando il comandante fece irruzione.
«Che cosa diavolo era?» chiese Knight all'ufficiale di turno.
«Un aereo non identificato che per poco non ha speronato la nave, co-
mandante.»
«Un aereo militare?»
«No, signore. Ho intravisto la parte inferiore delle ali quando è passato
sopra di noi. Non c'erano contrassegni.»
«Forse era un aereo-spia?»
«Ne dubito. I finestrini erano illuminati.»
«Un aereo di linea?» suggerì Giordino.
Knight assunse un'espressione vaga, un po' irritata. «Come si è permes-
so, quel pilota, di mettere in pericolo la mia nave? E poi, che cosa ci fa da
queste parti? Siamo lontani centinaia di chilometri dalle rotte commercia-
li.»
«L'aereo sta perdendo quota», spiegò Pitt, mentre seguiva con gli occhi
le luci che si allontanavano verso est. «Direi che fra poco scenderà in ma-
re.»
«Dio li aiuti, se finiscono in mare con questo buio.»
«È strano che il pilota non abbia acceso le luci per l'atterraggio.»
L'ufficiale di turno annuì. «Sì, è davvero strano. Un pilota in difficoltà
avrebbe trasmesso una richiesta di soccorso. Ma la nostra sala comunica-
zioni non ha ricevuto alcunché.»
«Avete cercato di contattarlo?» chiese Knight.
«Sì, non appena l'abbiamo avvistato sul radar. Nessuna risposta.»
Knight andò alla finestra e guardò all'esterno. Tamburellò pensosamente
con le dita per qualche secondo, poi si girò verso l'ufficiale di turno.
«Manteniamo la rotta. Continuiamo a seguire la griglia.»
Pitt lo guardò. «Capisco la decisione, ma non posso dire che l'approvo.»
«Siamo a bordo di una nave della Marina, Pitt», disse Knight in tono se-
vero. «Non siamo la Guardia Costiera. La nostra missione ha la preceden-
za assoluta.»
«Potrebbero esserci donne e bambini su quell'aereo.»
«I fatti non indicano che sia in atto una tragedia. Se il Polar Explorer è
l'unica speranza di salvezza in questa zona del mare, perché non hanno
chiesto aiuto, perché non hanno tentato di farci segnali con le luci di atter-
raggio e di farci capire quel che stavano per fare? Tu voli: spiegami un po'
perché il pilota non ha girato in cerchio sulla nave, se era in difficoltà.»
«Forse sta cercando di atterrare.»
«Chiedo scusa, comandante», intervenne l'ufficiale di turno. «Avevo
dimenticato di dire che gli alettoni erano abbassati.»
«Questo, comunque, non prova che stesse per precipitare», disse ostina-
tamente Knight.
«Al diavolo la compassione e avanti a tutta forza!» commentò con fred-
dezza Pitt. «Non siamo in guerra, Byron. Stiamo parlando di una missione
umanitaria. Non vorrei avere sulla coscienza la morte di cento persone solo
perché non sono intervenuto. La Marina può anche permettersi di consu-
mare il carburante che occorrerà per andare a vedere.»
Knight indicò con la testa la sala delle carte nautiche dove non c'era nes-
suno. Quando Pitt e Giordino furono entrati, chiuse la porta. «Dobbiamo
pensare alla nostra missione», insistette con calma. «Se abbandoniamo la
rotta proprio adesso, i russi sospetteranno che abbiamo trovato il loro sot-
tomarino e piomberanno in quest'area.»
«Giustissimo», ammise Pitt. «Ma puoi comunque mandare me e Giordi-
no.»
«Sentiamo.»
«Prenderemo il nostro elicottero della NUMA, e tu ci darai il medico e
gli infermieri e un paio di marinai robusti. Inseguiremo l'aereo mentre il
Polar Explorer continua la sua missione.»
«E i russi? Che cosa penseranno i loro analisti dei servizi segreti?»
«All'inizio non la considereranno una coincidenza, anzi con ogni proba-
bilità staranno già cercando di stabilire un nesso. Ma se l'aereo precipita,
Dio non voglia, e risulta che è un aereo di linea, allora avrai almeno una
ragione legittima per abbandonare la rotta e iniziare un'operazione di soc-
corso. Poi riprenderemo la ricerca, imbroglieremo i russi e cercheremo di
trasformare un disastro in un successo.»
«Ma il volo dell'elicottero... sorveglieranno tutti i vostri movimenti.»
«Io e Al useremo le comunicazioni aperte e continueremo a parlare della
nostra ricerca dell'aereo misterioso. Dovrebbe bastare per sopire i loro so-
spetti.»
Knight abbassò gli occhi. Poi sospirò, rialzò la testa e fissò Pitt.
«Stiamo sprecando tempo. Andate a scaldare il vostro eli. Vi manderò il
personale medico e una squadra di volontari.»

Rubin non aveva tentato di girare in cerchio sopra il Polar Explorer per-
ché era a quota troppo bassa e comunque non sapeva volare. Era quasi cer-
to che avrebbe mandato in stallo l'aereo e lo avrebbe fatto piombare fra le
onde.
La vista della nave, comunque, aveva acceso un barlume di speranza.
Erano stati avvistati e i soccorritori avrebbero saputo dove cercare i super-
stiti. Non era una grande consolazione, ma era sempre meglio che niente.
Il mare nero lasciò bruscamente il posto al ghiaccio del pack che, sotto
la luce delle stelle, vorticò all'impazzata al di sotto dell'aereo, tanto che
Rubin aveva quasi la sensazione di slittare sulla superficie. Mancavano
pochi minuti all'impatto quando finalmente si ricordò di ordinare a Ybarra
di accendere le luci per l'atterraggio.
Il messicano scrutò febbrilmente il quadro degli strumenti, trovò gli in-
terruttori contrassegnati e li fece scattare. Un orso polare venne inquadrato
per un momento dal chiarore improvviso, poi sparì. Stavano sfrecciando
sopra una piana desolata e gelida.
«Madonna santa», mormorò Ybarra. «Vedo una fila di colline sulla no-
stra destra. Siamo sopra la terraferma.»
Il pendolo della fortuna aveva finalmente cambiato direzione in favore
di Rubin. Le colline indicate da Ybarra erano una catena di montagne che
sovrastava la costa accidentata della Groenlandia per centocinquanta chi-
lometri nell'una e nell'altra direzione. Ma Rubin le aveva evitate, e miraco-
losamente aveva portato il Boeing nel centro dell'Ardencaple Fjord. Stava
sorvolando la stretta baia, fra le sommità dei dirupi scoscesi che la fian-
cheggiavano. E la fortuna faceva spirare un vento frontale che contribuiva
a sostenere in aria il Boeing.
Il ghiaccio sembrava così vicino da dargli l'impressione di poterlo tocca-
re con la mano. Le luci si riflettevano su un caleidoscopio di colori vibran-
ti. Una massa scura torreggiava davanti a lui. Premette delicatamente il pe-
dale del timone di destra e la massa scivolò via, sulla sinistra.
«Giù il carrello!» gridò Rubin.
Ybarra obbedì in silenzio. Secondo le normali procedure per un atterrag-
gio d'emergenza quella era la decisione peggiore: ma, nella loro ignoranza,
i due uomini avevano compiuto la scelta più adatta a quel tipo di terreno. Il
carrello si abbassò e l'aereo perse velocità a causa dell'accresciuta resisten-
za del vento.
Rubin strinse convulsamente la barra dei comandi e lanciò un'occhiata in
basso, verso il ghiaccio che sfrecciava sotto di lui. I cristalli sfolgoranti di-
ventavano sempre più grandi e sembravano salire per andargli incontro.
Chiuse gli occhi e si augurò che l'aereo scendesse sulla neve soffice an-
ziché sul ghiaccio durissimo. Ormai lui e Ybarra non potevano fare di più.
La fine si avvicinava a velocità spaventosa.
Per sua fortuna non sapeva e non poteva sapere che il ghiaccio aveva lo
spessore di un metro soltanto. Era troppo sottile per reggere il peso di un
Boeing 720-B.
Le innumerevoli spie degli strumenti erano impazzite e lampeggiavano
di luci rosse. Il ghiaccio salì precipitosamente dalla tenebra. Rubin ebbe la
sensazione di squarciare un sipario nero e di giungere in un vuoto assoluto
e bianchissimo. Tirò all'indietro la barra di comando e la velocità del Bo-
eing si ridusse di colpo mentre il muso si alzava per l'ultima volta nel vano
tentativo di risalire nel cielo.
Ybarra rimase immobile, impietrito. Dimenticò la velocità di trecento-
venti chilometri orari e, raggelato dallo shock, non tentò di tirare indietro
le cloche. La sua mente stordita non pensò a spegnere gli interruttori del
carburante e dell'impianto elettrico.
Poi ci fu l'impatto.
Istintivamente, Rubin e Ybarra alzarono le mani e chiusero gli occhi. Le
ruote toccarono, slittarono, scavarono solchi gemelli nel ghiaccio. Il moto-
re interno di destra si piegò, fu strappato via e si perse roteando nell'oscuri-
tà. I due motori di destra affondarono nel ghiaccio nello stesso istante e di-
storsero l'ala in una massa contorta. Poi l'energia venne a mancare e tutte le
luci si spensero.
Il Boeing continuò la corsa sul ghiaccio del fiordo lasciando dietro di sé
pezzi stridenti di metallo simili a particelle di una cometa, poi si schiantò
contro una cresta formata dalla pressione quando il ghiaccio del pack era
entrato in collisione. Il muso cozzò, rientrò su se stesso e sfondò il «pozzo
dell'inferno». La prua si abbassò e affondò nel ghiaccio, ripiegando contro
la cabina di comando le sottili lastre di alluminio. Finalmente la forza d'i-
nerzia si esaurì e l'aereo, distorto e smembrato, giunse alla fine del viaggio
disastroso. Si fermò a trenta metri da un ammasso di grossi macigni nei
pressi della riva.
Per qualche secondo regnò un silenzio di morte. Poi il ghiaccio emise
una serie fragorosa di crepitii, il metallo stridette contro il metallo e l'aereo
semidistrutto affondò lentamente attraverso il ghiaccio nell'acqua gelida.

8.

Gli archeologi sentirono il Boeing che volava sul fiordo.


Uscirono correndo dalla baracca in tempo per scorgere fuggevolmente la
sagoma dell'aereo riflessa sul ghiaccio dalle luci per l'atterraggio e distin-
sero chiaramente le finestre illuminate della cabina e il carrello abbassato.
Quasi immediatamente giunse il suono del metallo dilaniato, e una frazio-
ne di secondo più tardi la vibrazione dell'impatto arrivò attraverso la super-
ficie gelata. Le luci si spensero, ma la protesta del metallo torturato conti-
nuò per diversi secondi. Poi, bruscamente, un silenzio di morte calò dalla
tenebra, un silenzio che soffocava anche il gemito doloroso del vento.
Gli archeologi rimasero immobili, sopraffatti dall'incredulità. Storditi,
insensibili al freddo, scrutavano la notte nera come statue stregate.
«Mio Dio», mormorò finalmente Gronquist. «È precipitato nel fiordo.»
Lily non riuscì a nascondere l'orrore. «È terribile! Non è possibile che
qualcuno sia rimasto illeso.»
«Molto probabilmente sono morti tutti, se l'aereo è finito in acqua.»
«Dev'essere andata così perché non si vedono fiamme», soggiunse Gra-
ham.
«Qualcuno ha visto che aereo era?» chiese Hoskins.
Graham scosse la testa. «È successo troppo in fretta. Ma era piuttosto
grosso e aveva diversi motori. Forse era in servizio di ricognizione sul
ghiaccio.»
«Pensate che sia molto lontano da qui?» chiese Gronquist.
«Direi un chilometro, o poco più.»
Lily era pallida e tesa. «Dobbiamo fare qualcosa per aiutarli.»
Gronquist valutò la direzione, poi si passò le mani sul viso. «Torniamo
dentro prima di morire assiderati e facciamo un piano preciso. Non pos-
siamo andare allo sbaraglio.»
Lily si avviò. «Prendete coperte e tutti gli indumenti pesanti che abbia-
mo», ordinò. «Io provvedere ai medicinali.»
«Mike, tu va' alla radio», disse Gronquist. «Informa la stazione meteoro-
logica di Daneborg. Penseranno loro a informare le unità di soccorso del-
l'aeronautica a Thule.»
Graham fece un cenno affermativo con la mano ed entrò per primo nella
baracca.
«È meglio portare anche gli attrezzi per liberare i superstiti bloccati dai
rottami», disse Hoskins.
Gronquist annuì e indossò il parka e i guanti. «Buona idea. Cerchiamo di
farci venire in mente che cos'altro può servire. Attaccherò il rimorchio a
una delle motoslitte. Potremo caricare tutto il materiale.»
Cinque minuti prima stavano tutti dormendo; adesso invece erano sve-
glissimi, e si affrettavano a indossare gli indumenti protettivi e a svolgere i
loro compiti. Avevano dimenticato l'enigmatica moneta bizantina e il calo-
re confortevole del sonno: la sola cosa importante era raggiungere l'aereo
precipitato, e al più presto possibile.
Gronquist uscì di nuovo e, affrontando il vento che era cambiato di col-
po, girò intorno alla baracca e raggiunse il piccolo capannone coperto di
neve che proteggeva le due motoslitte. Scrostò a calci il ghiaccio che s'era
formato alla base della porta e l'aprì. All'interno, una piccola stufa a petro-
lio lottava, con la stessa efficienza di una candela dentro un congelatore,
per mantenere una temperatura di venti gradi superiore a quella esterna.
Premette i pulsanti dell'avviamento, ma le batterie erano semiscariche do-
po i mesi di uso continuo, e i due motori non volevano saperne di avviarsi.
Lanciando imprecazioni che si concretizzavano in sbuffi di vapore conden-
sato, Gronquist si sfilò i guanti con i denti e cominciò a tirare le cordicelle
per l'accensione manuale. Il motore della prima motoslitta si accese al
quinto tentativo, ma il secondo fu più ostinato. Finalmente, dopo che
Gronquist ebbe tentato per trentadue volte, il motore si avviò tossendo.
Gronquist fissò una grossa slitta al gancio del veicolo il cui motore ave-
va avuto più tempo per scaldarsi. Finì appena in tempo: cominciava a sen-
tire le dita intirizzite.
Gli altri avevano già accatastato materiale e attrezzi davanti all'ingresso
della baracca quando Gronquist li raggiunse. A parte lui, erano tutti infa-
gottati in tute di piumino. Il rimorchio fu caricato completamente in meno
di due minuti. Graham distribuì a tutti una grossa torcia elettrica. Ormai
erano pronti per la partenza.
«Se precipitando hanno sfondato il ghiaccio», gridò Hoskins nel vento,
«tanto varrebbe lasciar perdere.»
«Ha ragione», gridò Graham. «A quest'ora saranno morti a causa dell'i-
potermia.»
Dietro la visiera, gli occhi di Lily s'indurirono. «Il pessimismo non ha
mai salvato nessuno. Muovetevi.»
Gronquist le passò un braccio intorno alla vita e la sollevò a bordo della
motoslitta. «Obbedite alla signora, ragazzi. C'è gente che sta morendo, là
fuori.»
Balzò sul sedile davanti a Lily e azionò la leva del cambio mentre Ho-
skins e Graham correvano verso l'altro veicolo che era ancora nel capan-
none con il motore acceso. Con un rombo smorzato, i cingoli addentarono
la neve. Gronquist invertì la marcia e si diresse verso la riva, trascinando il
rimorchio sobbalzante.
Passarono sulle pietre della spiaggia e si spinsero sul ghiaccio del fiordo.
Il fascio luminoso dell'unico faro tremolava sul pack in un caos di lampi
candidi contro le ombre nere; era quindi impossibile vedere le creste di
pressione la cui presenza risultava chiara solo dal movimento ascendente e
discendente delle motoslitte, che oscillavano come scialuppe di salvatag-
gio fra le onde. E per quanto Gronquist fosse abile nella guida, non poteva
impedire che la pesantissima slitta di rimorchio sbandasse di continuo nel-
la loro scia.
Lily serrava le braccia intorno allo stomaco abbondante di Gronquist:
teneva la testa contro una spalla di lui, a occhi chiusi. Gli gridò di rallenta-
re, ma inutilmente. Si voltò e vide la luce ondeggiante dell'altra motoslitta
che li seguiva a poca distanza.
Il secondo veicolo, che non era intralciato dal rimorchio e aveva Hoskins
ai comandi e Graham dietro, li raggiunse e li superò poco dopo. Ancora
qualche istante, e Lily riuscì a vedere soltanto la chiazza indistinta di due
figure curve attraverso una nuvola turbinante di neve finissima.
Lily sentì Gronquist tendersi quando un grande oggetto metallico appar-
ve nella tenebra all'estremità del raggio luminoso. L'uomo sterzò brusca-
mente verso sinistra. Gli sci anteriori affondarono nel ghiaccio e la moto-
slitta sterzò, evitando per un metro appena di andare a cozzare contro l'ala
accartocciata dell'aereo. Gronquist tentò freneticamente di raddrizzare il
veicolo, ma la forza centrifuga fece scattare con violenza la slitta a traino
come un serpente a sonagli infuriato. Il rimorchio troppo carico sbandò,
scivolò contro la motoslitta e spezzò il gancio. Le punte dei pattini s'im-
piantarono: il veicolo si capovolse, spargendo nell'aria il carico come i de-
triti di un'esplosione.
Gronquist urlò qualcosa, ma s'interruppe quando la parte piatta di un pat-
tino lo colpì alla spalla e lo sbalzò dalla motoslitta, lo scagliò in un grande
arco come la sfera di una macchina per la demolizione che si avventa per
sfondare un muro. Il cappuccio si rovesciò all'indietro e il ghiaccio volò e
lo colpì alla testa.
Lily si sentì strappare Gronquist dalle braccia nell'istante in cui l'uomo
svaniva nell'oscurità e pensò che sarebbe stata sbalzata via. Il rimorchio la
mancò, si fermò con un tonfo a pochi metri di distanza, ma la motoslitta
sembra avere altre intenzioni. Senza Gronquist alla guida si arrestò, barcol-
lando precariamente a un angolo di quarantacinque gradi: il motore rimase
in folle.
La motoslitta restò in bilico per un momento, poi s'inclinò lentamente,
cadde sulle gambe di Lily e la bloccò sul ghiaccio dai fianchi in giù.
Hoskins e Graham non si accorsero subito dell'incidente, ma stavano per
incorrere a loro volta in un disastro. Dopo altri duecento metri, Graham si
voltò, per curiosità più che per intuizione, per controllare di quanto aveva-
no distanziato Lily e Gronquist. Solo allora si accorse, sbalordito, che la
luce del loro faro era molto più indietro, immobile e puntata verso il basso.
Batté la mano sulla spalla di Hoskins e gli gridò in un orecchio: «Credo
che agli altri sia successo qualcosa».
Hoskins aveva avuto intenzione di cercare la depressione scavata nel
ghiaccio dall'aereo dopo che aveva toccato terra, e di seguirla fino al punto
dove s'era arrestato. Cercava di penetrare l'oscurità con lo sguardo, quando
Graham spezzò la sua concentrazione.
Le parole suonavano indistinte nel rombo della motoslitta. Girò la testa e
gridò a Graham: «Non ti sento».
«Torna indietro. È successo qualcosa.»
Hoskins annuì e tornò a concentrare l'attenzione sul terreno che si esten-
deva davanti a lui. Quella distrazione doveva costare cara a entrambi.
Troppo tardi, quando ormai stava per piombarvi dentro, vide uno dei sol-
chi scavati dal carrello.
La motoslitta volò sopra l'apertura di due metri nel ghiaccio; il peso dei
due passeggeri fece abbassare il muso del veicolo che andò a urtare contro
la parete di fronte con un suono secco come un colpo di pistola. Hoskins e
Graham furono scaraventati oltre l'orlo sulla superficie ghiacciata e rotola-
rono all'impazzata come pupazzi imbottiti di ovatta e lanciati su un pavi-
mento incerato.
Trenta secondi più tardi Graham, intontito, si mosse adagio come un
vecchio novantenne e si sollevò sulle mani e sulle ginocchia. Rimase im-
mobile, stordito, quasi senza rendersi conto di come fosse finito li. Poi sen-
tì uno strano sibilo e si guardò intorno.
Hoskins era seduto, e stava piegato in due con le mani premute sull'in-
guine. Aspirava l'aria e l'esalava attraverso i denti serrati, dondolandosi a-
vanti e indietro.
Graham si sfilò la muffola esterna e si toccò cautamente il naso. Non
sembrava rotto, ma il sangue scorreva dalle narici e lo costringeva a respi-
rare attraverso la bocca. Si stirò e si accorse che non aveva fratture e che
poteva ancora muoversi. Non era troppo strano, tenuto conto del fatto che
portava indumenti imbottiti. Si trascinò fino a Hoskins, che adesso non si-
bilava più, ma emetteva una successione di gemiti lamentosi.
«Che cos'è successo?» chiese Graham, e si accorse della stupidità della
domanda nel momento stesso in cui la fece.
«Abbiamo urtato un solco aperto nel ghiaccio dall'aereo», mormorò Ho-
skins fra un lamento e l'altro. «Gesù, credo di essermi castrato.»
«Fammi dare un'occhiata.» Graham gli scostò le mani e gli aprì la tuta.
Prese dalla tasca una torcia elettrica, premette il pulsante e non seppe trat-
tenere un sorriso. «Tua moglie avrà bisogno di un'altra scusa per piantarti.
Non c'è traccia di sangue. La tua vita sessuale è al sicuro.»
«Dove sono Lily... e Gronquist?» chiese Hoskins ansimando.
«Duecento metri più indietro. Dobbiamo girare intorno allo squarcio e
controllare la situazione.»
Hoskins si alzò faticosamente e, zoppicando, si avvicinò all'orlo dell'a-
pertura nel ghiaccio. Il faro della motoslitta era ancora acceso, e il chiarore
fioco puntava sul fondo del fiordo illuminando le bollicine che salivano
per sei metri fino alla superficie. I due si scambiarono un'occhiata.
«Come soccorritori», commentò avvilito Hoskins, «è meglio che ci limi-
tiamo all'archeologia...»
«Zitto!» ordinò all'improvviso Graham. Si portò le mani agli orecchi e
girò la testa come un'antenna radar. Poi si fermò e indicò le luci che lam-
peggiavano in lontananza. «Accidenti!» gridò. «C'è un elicottero che risale
il fiordo.»

Lily si trovava in uno stato di semincoscienza.


Non capiva perché diventasse sempre più difficile pensare in modo luci-
do. Alzò la testa e si guardò intorno per cercare Gronquist. Lo vide: giace-
va immobile a qualche metro di distanza. Gridò, cercando disperatamente
di ottenere una risposta; ma sembrava che fosse morto. Lily desistette e a
poco a poco si lasciò andare, abbandonandosi al mondo quasi onirico che
le invadeva la mente, mentre le gambe perdevano completamente la sensi-
bilità. Solo quando incominciò a rabbrividire si rese conto di essere in un
lieve stato di shock.
Era certa che Graham e Hoskins sarebbero tornati da un momento all'al-
tro: ma i secondi divennero minuti e i due non comparivano. Era stanchis-
sima e stava per abbandonarsi definitivamente all'incoscienza quando sentì
uno strano suono martellante che giungeva dall'alto. Poi una luce molto
forte fendette il cielo buio e l'accecò. La neve fu sollevata in un vortice da
una ventata improvvisa che la fece turbinare intorno a lei. Il suono martel-
lante perse d'intensità e una figura indistinta e alonata di luce si avvicinò.
La figura divenne un uomo dal pesante parka di pelliccia che valutò
fulmineamente la situazione, afferrò la motoslitta, la sollevò e la rimise di-
ritta, togliendola dalle gambe di Lily.
Le girò intorno fino a che la luce gli rischiarò la faccia. Gli occhi di Lily
erano piuttosto appannati; ma quando fissò gli scintillanti occhi verdi del-
l'uomo si sentì mancare il respiro. Sembravano rispecchiare durezza, genti-
lezza e sincera preoccupazione, tutto nello stesso tempo. Si socchiusero
leggermente, quando lo sconosciuto si accorse che era una donna. Stordita,
Lily si chiese da dove era arrivato.
Lily non seppe che dire, se non: «Oh, sono molto contenta di vederla».
«Mi chiamo Dirk Pitt», rispose una voce calda. «Se non è impegnata,
perché non viene a cena con me domani sera?»

9.

Lily guardò Pitt e cercò di scrutarlo. Non era sicura di aver sentito bene.
«Forse non sarò in condizioni di accettare.»
Pitt ributtò all'indietro il cappuccio del parka e le passò le mani sulle
gambe, stringendole delicatamente le caviglie. «Non mi sembra che ci sia-
no fratture o gonfiori», disse in tono amichevole. «Le fa male?»
«Ho troppo freddo per accorgermene.»
Pitt prese due coperte cadute dalla slitta-rimorchio e la coprì. «Lei non
poteva essere sull'aereo. Come è arrivata fin qui?» chiese.
«Faccio parte di una squadra di archeologi. Stiamo scavando in un anti-
co villaggio eschimese. Abbiamo sentito l'aereo che risaliva il fiordo, sia-
mo usciti dalla baracca e abbiamo fatto in tempo a vederlo atterrare sul
ghiaccio. Eravamo diretti sul punto dell'incidente con le coperte e i medi-
cinali quando...» Con un gesto fiacco, Lily indicò la motoslitta rovesciata.
«Eravate?»
Nella luce irradiata dall'elicottero, Pitt si rese immediatamente conto dei
segni dell'incidente sulla neve che copriva il ghiaccio: la traccia in linea
retta della motoslitta, la brusca deviazione intorno all'ala tranciata dell'ae-
reo, i tagli netti scavati dai pattini del rimorchio... e solo allora scorse u-
n'altra figura umana che giaceva una decina di metri più in là.
«Un momento.»
Pitt andò a inginocchiarsi a fianco di Gronquist. L'archeologo respirava
in modo regolare, e Pitt lo esaminò rapidamente.
Lily l'osservò per qualche istante, poi chiese, ansiosa: «È morto?»
«No, no. Ha preso una brutta botta alla fronte. È probabile una commo-
zione cerebrale; forse c'è anche una frattura, ma non credo. Ha una testa
solida come il caveau di una banca.»
Graham si avvicinò a passo pesante, seguito da Hoskins che zoppicava.
Sembravano due pupazzi di neve, con le tute impolverate di bianco, i pas-
samontagna incrostati dai cristalli di ghiaccio dell'alito. Graham sollevò il
passamontagna rivelando la faccia insanguinata, scrutò Pitt per un momen-
to, poi accennò un sorriso.
«Benvenuto, straniero. Che tempismo perfetto.»
Nessuno, a bordo dell'elicottero, aveva visto dall'alto gli altri due archeo-
logi, e Pitt cominciò a chiedersi quanti altri individui malconci si stavano
aggirando nel fiordo.
«Qui abbiamo due feriti, un uomo e una donna», disse senza badare alle
formalità. «Fanno parte del vostro gruppo?»
Il sorriso sparì dalla faccia di Graham. «Che cosa è successo?»
«Una brutta caduta.»
«Siamo caduti anche noi.»
«Avete visto l'aereo?»
«L'abbiamo visto scendere, ma non l'abbiamo raggiunto.»
Hoskins girò intorno a Graham, guardò Lily, poi sbirciò tutto intorno fi-
no a che scorse Gronquist. «Sono gravi?»
«Ne sapremo di più dopo le radiografie.»
«Dobbiamo aiutarli.»
«Abbiamo personale medico a bordo dell'elicottero...»
«E allora che cosa diavolo aspetta?» l'interruppe Hoskins. «Li chiami.»
Fece per passare davanti a Pitt, ma si sentì trattenere da una stretta ferrea al
braccio. Girò la testa, senza capire, e si trovò a fissare un paio di occhi de-
cisi.
«I suoi amici dovranno aspettare», disse Pitt in tono fermo. «I superstiti
dell'aereo caduto hanno la precedenza. Il vostro campo è lontano?»
«Un chilometro più a sud», rispose Hoskins.
«La motoslitta funziona ancora. Voi due farete bene a riagganciare il ri-
morchio e a portare i vostri colleghi al campo. Andate piano, nell'eventua-
lità che abbiano lesioni interne. Avete una radio?»
«Sì.»
«La regoli sulla frequenza trentadue e resti in attesa», gli ordinò Pitt. «Se
l'aereo era un jet di linea con passeggeri, ci troveremo per le mani un bel
guaio.»
«Staremo in attesa», gli assicurò Graham.
Pitt si chinò su Lily e le strinse la mano. «Non dimentichi il nostro ap-
puntamento», mormorò.
Poi si assestò sulla testa il cappuccio del parka, si voltò e tornò correndo
all'elicottero.

Rubin sentì un peso enorme che lo stringeva da ogni parte, come se una
forza inarrestabile lo spingesse all'indietro. La cintura di sicurezza preme-
va dolorosamente contro il ventre e le spalle. Aprì gli occhi e scorse sol-
tanto immagini vaghe, indistinte. Mentre attendeva che la vista si schiaris-
se, cercò di muovere le mani e le braccia, ma sembravano bloccate.
Poi a poco a poco i suoi occhi si abituarono all'oscurità e comprese.
Una valanga di neve e di ghiaccio era penetrata attraverso il parabrezza
sfondato e l'aveva imprigionato fino al petto. Fece un tentativo disperato
per liberarsi, ma desistette dopo qualche minuto. La pressione lo tratteneva
come una camicia di forza. Non poteva uscire dalla cabina di comando
senza un aiuto.
Lentamente lo shock si attenuò, e Rubin strinse i denti per resistere ai
dolori lancinanti alle gambe fratturate. Gli sembrava strano: aveva la sen-
sazione che i suoi piedi fossero immersi nell'acqua. Pensò che fosse san-
gue.
Ma aveva torto. L'aereo aveva sfondato il ghiaccio ed era finito nell'ac-
qua profonda circa tre metri che aveva inondato la cabina fino all'altezza
dei sedili.
Solo in quel momento si ricordò di Ybarra. Girò la testa sulla destra e
socchiuse gli occhi per scrutare nell'oscurità. Il lato destro del muso dell'a-
ereo era stato schiacciato fin quasi all'altezza del quadro degli strumenti
del motorista. La sola cosa che poteva vedere del delegato messicano era
un braccio rigido e sollevato che affiorava dalla neve e dai rottami.
Rubin si voltò, sopraffatto dalla nausea all'idea che l'uomo rimasto al
suo fianco durante i terribili momenti conclusivi del volo fosse morto stri-
tolato. E si rese conto che anche a lui restava poco tempo prima di morire
per il freddo.
Pianse.

«Dovrebbe essere visibile!» gridò Giordino per farsi sentire nel rombo
dei motori.
Pitt annuì e guardò lo squarcio che si apriva nel ghiaccio, circondato da
frammenti e rottami. Adesso lo vedeva. Un oggetto individuabile perché
delimitato da linee rette innaturali che si intravedeva a malapena nell'oscu-
rità. Poi vi furono sopra.
L'aereo accartocciato aveva un aspetto triste e minaccioso. Un'ala era
stata strappata via completamente, l'altra era ripiegata all'indietro contro la
fusoliera. La sezione di coda era inclinata in un angolo impossibile. Sem-
brava un insetto schiacciato su un tappeto bianco.
«La fusoliera ha sfondato il ghiaccio ed è immersa nell'acqua per due
terzi», commentò Pitt.
«Non si è incendiato», soggiunse Giordino. «È già una fortuna.» Alzò la
mano per ripararsi gli occhi dal riflesso abbagliante, mentre i riflettori del-
l'elicottero spazzavano l'aereo in tutta la sua lunghezza. «Guarda com'è lu-
cido. Gli addetti alla manutenzione lo curavano bene. Scommetto che era
un Boeing 720-B. Nessun segno di vita?»
«No», rispose Pitt. «Non promette niente di buono.»
«Niente di utile per l'identificazione?»
«Tre linee lungo la fusoliera: celeste e violaceo separato da una fascia
dorata.»
«Non conosco alcuna linea aerea che abbia quei colori.»
«Abbassiamoci e giriamogli intorno», propose Pitt. «Mentre tu cerchi un
punto per atterrare, tenterò di leggere la sigla.»
Giordino virò e scese a spirale verso il relitto. Le luci per l'atterraggio
montate sul muso e sulla coda dell'elicottero inondavano l'aereo semisom-
merso d'un mare di luce. Il nome dipinto sopra le fasce decorative era in
corsivo, anziché nelle solite maiuscole così facili da leggere.
«NEBULA», disse Pitt. «NEBULA AIR.»
«Mai sentita», replicò Giordino senza staccare gli occhi dal ghiaccio.
«Una linea aerea di lusso al servizio dei VIP. Fa soltanto voli charter.»
«E che diavolo ci faceva, così lontano dalla rotta?»
«Lo scopriremo presto, se troveremo qualcuno vivo che possa spiegarce-
lo.»
Pitt si girò verso gli otto uomini seduti nel ventre caldo dell'elicottero,
tutti adeguatamente abbigliati per affrontare il clima artico. Uno era il me-
dico di bordo, tre erano infermieri, e quattro erano esperti di controllo dei
danni. Chiacchieravano tranquilli fra loro come se fossero su un autobus in
viaggio per Denver. Sul pavimento, fissati da cinghie, c'erano cassette di
medicinali e mucchi di coperte, mentre numerose barelle erano ammontic-
chiate accanto alle tute di asbesto e a una cassa di materiale antincendio.
Un'unità ausiliaria di riscaldamento era fissata di fronte al portello prin-
cipale: i cavi erano collegati a un argano, e al fianco c'era una motoslitta
con la cabina chiusa e i cingoli laterali.
Alle spalle di Giordino era seduto un uomo con barba, baffi e capelli
grigi che guardò Pitt e sorrise. «Era ora che ci guadagnassimo la paga,
eh?» osservò allegramente.
A quanto pareva, nulla poteva guastare il buon umore del dottor Jack
Gale.
«Stiamo per scendere», annunciò Pitt. «Nessun movimento intorno all'a-
ereo. Nessuna traccia d'incendio. La cabina di comando è affondata e la fu-
soliera appare storta ma intatta.»
«Non c'è mai niente di facile.» Gale alzò le spalle. «Comunque, sempre
meglio che dover curare persone ustionate.»
«E questa è la buona notizia. Quella brutta è che la cabina passeggeri è
invasa da almeno un metro d'acqua e noi non abbiamo portato le galosce.»
Gale ridivenne serio. «Dio aiuti i feriti che non sono rimasti all'asciutto.
Non possono essere sopravvissuti neppure otto minuti nell'acqua gelata.»
«Se nessuno dei superstiti è in grado di aprire un portello dell'uscita di
sicurezza, dovremo entrare tagliando la fusoliera.»
«Le scintille hanno la pessima abitudine d'incendiare il carburante che
galleggia», commentò il tenente Cork Simon, il massiccio capo del team di
esperti di controllo dei danni del Polar Explorer. Aveva l'aria sicura di chi
conosce alla perfezione il suo mestiere. «È meglio entrare dal portello del-
la cabina passeggeri. Doc Gale avrà bisogno di spazio per portar via i feri-
ti.»
«D'accordo», disse Pitt. «Ma ci vorrà parecchio tempo per forzare un
portello pressurizzato che l'impatto con il suolo ha certamente incastrato. E
intanto, se ci sono superstiti, moriranno assiderati. Il nostro primo compito
è praticare un'apertura per inserire il tubo dell'impianto di riscaldamento...»
S'interruppe mentre Giordino virava bruscamente e scendeva verso un
tratto pianeggiante in prossimità del relitto. Tutti si tesero. All'esterno, il
turbinare dei rotori sollevò una piccola tormenta di neve e di particelle di
ghiaccio, trasformando il sito dell'atterraggio in un pulviscolo color alaba-
stro che riduceva di molto la visibilità.
Giordino aveva appena posato le ruote sul ghiaccio e messo i motori in
folle quando Pitt spalancò il portellone, balzò nell'oscurità e si avviò verso
il relitto. Doc Gale incominciò a dirigere le operazioni di scarico del mate-
riale, mentre Cork Simon e la sua squadra calavano sul ghiaccio, per mez-
zo dell'argano, l'unità di riscaldamento e la motoslitta.
Correndo e scivolando, Pitt girò intorno alla fusoliera ed evitò pruden-
temente le aperture nel ghiaccio. L'aria era satura dell'odore minaccioso
del carburante. Salì sul mucchio di ghiaccio che si ammassava per circa un
metro contro i finestrini della cabina di comando: muoversi su quella su-
perficie scivolosa era come strisciare su una rampa lubrificata. Tentò di a-
prire un varco, ma vi rinunciò quasi subito. Ci sarebbe voluta un'ora e an-
che più per scavare nel ghiaccio e riuscire a penetrare all'interno.
Pitt si lasciò scivolare alla base del mucchio e corse a esaminare l'unica
ala rimasta. La sezione principale era contorta e spezzata, la punta era ri-
volta verso la coda: giaceva sul ghiaccio, schiacciata contro la fusoliera
sprofondata, appena un braccio al di sotto della fila dei finestrini. Pitt si
servì dell'ala come di una piattaforma per evitare di calarsi nell'acqua, si
mise carponi e cercò di scrutare all'interno. Le luci dell'elicottero si rispec-
chiavano sul plexiglas: dovette ripararsi gli occhi con le mani per sfuggire
al riverbero.
Sulle prime non scorse il minimo movimento: c'erano soltanto la tenebra
e un'immobilità di morte.
Poi, all'improvviso, un volto grottesco si materializzò al di là del fine-
strino, a pochi centimetri dai suoi occhi.
D'istinto, Pitt indietreggiò. L'apparizione improvvisa di una donna con
un taglio sopra un occhio e il sangue che le colava su metà del viso, in u-
n'immagine distorta dalle infinite esilissime crepe che incrinavano il vetro,
lo lasciò per un momento allibito.
Poi cercò di scuotersi dallo shock e studiò la metà illesa del volto. Gli
zigomi alti, i lunghi capelli bruni, un occhio scurissimo bastavano a far
supporre che fosse una donna molto bella, pensò.
Si chinò verso il finestrino e gridò: «È in grado di aprire uno dei portelli
di sicurezza?»
Il sopracciglio depilato s'inarcò lievemente, ma l'occhio rimase privo
d'espressione.
«Mi sente?»
In quell'istante, gli uomini di Simon misero in funzione il generatore au-
siliario: una batteria di riflettori si accese, illuminando l'aereo di un chiaro-
re fulgido. Collegarono in fretta il riscaldamento, e Simon incominciò a
trascinare sul ghiaccio il tubo flessibile.
«Qui, sopra l'ala», gridò Pitt agitando le braccia. «E portate qualcosa per
aprire un varco nel finestrino.»
La squadra per il controllo dei danni era attrezzata per le riparazioni
d'emergenza; si mise subito all'opera con competenza e precisione in ogni
movimento, come se fosse abituata a salvare ogni giorno i passeggeri di
aerei precipitati.
Quando Pitt si voltò, la faccia della donna era sparita.
Simon e uno dei suoi uomini si inerpicarono sull'ala contorta e cercarono
di non perdere l'equilibrio mentre si tiravano dietro il grosso tubo del ri-
scaldamento. Pitt sentì un soffio di aria quasi bollente e si stupì che l'im-
pianto avesse richiesto così poco tempo per funzionare al massimo.
«Avremo bisogno di una scure da pompieri», disse rivolto a Simon.
L'altro gli lanciò un'occhiata di superiorità. «La Marina degli Stati Uniti
sa fare di meglio. Abbiamo superato quei metodi rudimentali.» Pescò dalla
tasca del giubbotto imbottito un utensile compatto e alimentato da una bat-
teria. Fece scattare l'interruttore e il piccolo disco abrasivo cominciò a gi-
rare. «Questo taglia l'alluminio e il plexiglas come se fossero burro.»
«Procedi pure», disse Pitt in tono asciutto, e si scostò.
Simon mantenne la parola. Il piccolo utensile tagliò lo spessore del fine-
strino esterno in meno di due minuti. La lastra interna, più sottile, richiese
appena trenta secondi.
Pitt si accostò, tese il braccio all'interno e puntò la torcia elettrica. Non
c'era traccia della donna. Sotto il fascio luminoso brillava l'acqua gelida
del fiordo che lambiva il bordo dei sedili vuoti.
Simon e Pitt fecero passare l'imboccatura del tubo attraverso il finestri-
no, quindi accorsero nella sezione di prua dell'aereo. Gli uomini della Ma-
rina avevano operato sott'acqua, riuscendo a forzare la serratura del portel-
lo principale che tuttavia, com'era prevedibile, era bloccato. Allora si af-
frettarono ad aprire fori con i trapani e a inserire i ganci di acciaio inossi-
dabile, fissati ai cavi che portavano alla motoslitta.
Il guidatore innestò la marcia e il veicolo avanzò lentamente fino a ten-
dere i cavi. Poi diede la massima potenza al motore, i cingoli affondarono
nel ghiaccio, e la piccola motoslitta si sforzò di procedere. Per qualche se-
condo parve che non accadesse nulla. Si sentivano solo il rìnghio del mo-
tore e il suono strìdente dei cingoli che addentavano il ghiaccio.
Dopo un'attesa carica d'ansia, un nuovo suono lacerò il freddo... l'urlio
lacerante del metallo. Poi l'orlo inferiore del portello si sollevò dall'acqua.
I cavi furono sganciati e gli uomini si chinarono, appoggiando le spalle
contro il portello e spingendo verso l'alto fino ad aprirlo quasi completa-
mente.
L'interno dell'aereo era buio, minaccioso.
Pitt si sporse attraverso il breve tratto d'acqua e scrutò nell'ignoto, men-
tre una curiosità morbosa gli attanagliava lo stomaco. La sua figura gettava
un'ombra sull'acqua che riempiva la cabina passeggeri e in un primo mo-
mento non scorse altro che il luccichio riflesso dalle pareti della dispensa.
C'era uno strano silenzio. E non c'era traccia di resti umani.
Pitt esitò, poi si guardò alle spalle. Doc Gale e gli infermieri erano dietro
di lui, seri e intenti, mentre gli uomini di Simon srotolavano il cavo del ge-
neratore per illuminare l'interno dell'aereo.
«Io vado», disse Pitt.
Balzò attraverso il varco e atterrò nell'acqua che gli arrivava alle ginoc-
chia. Ebbe l'impressione che mille aghi gli trapassassero all'improvviso le
gambe. Avanzò a guado intorno alla paratia, giunse nella corsia che sepa-
rava i sedili della cabina passeggeri. Quello strano silenzio era snervante.
L'unico suono era lo sciabordio causato dai suoi movimenti.
Poi si fermò, inorridito. Le sue peggiori paure si schiusero come i petali
di un fiore velenoso.
Pitt si trovò di fronte a un mare di pallide facce spettrali. Nessuno si
muoveva, nessuno batteva le palpebre, nessuno parlava. Erano legati sui
sedili e lo fissavano con gli occhi accecati dalla morte.

10.

Un gelo ancora più intenso di quello dell'aria alitò sulla nuca di Pitt. La
luce proveniente dall'esterno filtrava dai finestrini e gettava ombre bizzarre
sulle pareti. Girò lo sguardo da un sedile all'altro come se si aspettasse che
uno dei passeggeri agitasse una mano in segno di saluto o dicesse qualco-
sa. Ma erano tutti immobili come mummie.
Si chinò su un uomo dai capelli biondorossicci divisi da una scriminatu-
ra centrale, seduto in un posto a fianco della corsia. Il volto non aveva u-
n'espressione di sofferenza. Gli occhi erano semiaperti come se stessero
per chiudersi nel sonno, le labbra erano accostate con naturalezza, la man-
dibola era un po' cascante.
Pitt sollevò una mano inerte, posò le dita sotto la base del pollice e pre-
mette l'arteria che passava all'interno del polso. Non sentì la minima pulsa-
zione. Il cuore s'era fermato.
«C'è qualcosa?» chiese Doc Gale mentre gli passava accanto per esami-
nare un altro passeggero.
«È andato», rispose Pitt.
«Anche questo.»
«La causa?»
«Non saprei dirlo, per il momento. Non ci sono ferite evidenti. Sono
morti da poco e non ci sono segni di sofferenze intense o di lotta. Il colori-
to non fa sospettare che si sia trattato di asfissia.»
«Questo sembra logico», disse Pitt. «Le maschere a ossigeno sono anco-
ra al loro posto.»
Gale passò da un cadavere all'altro. «Ne saprò di più dopo un controllo
più completo.»
Si fermò per un momento mentre Simon terminava di montare una lam-
pada sopra l'entrata, molto più in alto dell'acqua. Poi rivolse un cenno agli
uomini rimasti all'esterno e la cabina passeggeri fu inondata dalla luce.
Pitt si guardò intorno. L'unico danno notevole era una distorsione del
soffittò. Tutti i sedili erano in posizione eretta, con le cinture agganciate.
«È impossibile credere che siano rimasti seduti nell'acqua gelata a mori-
re per l'ipotermia senza tentare di muoversi», disse mentre esaminava una
donna anziana e bruna cercando in lei un segno di vita. Il volto non mo-
strava tracce di sofferenza. Sembrava addormentata. Teneva fra le dita un
piccolo rosario.
«Evidentemente erano morti tutti prima che l'aereo urtasse il ghiaccio»,
suggerì Gale.
«È una spiegazione valida», mormorò Pitt mentre scrutava le file dei se-
dili.
«La morte è stata causata probabilmente da vapori tossici.»
«Senti qualche odore strano?»
«No.»
«Neppure io.»
«E questo che cosa ti fa pensare?»
«Che avessero ingerito un veleno.»
Gale fissò Pitt per un lungo istante. «Stai parlando di un massacro.»
«Sembra che sia l'unica deduzione possibile.»
«Sarebbe utile avere un testimone.»
«L'abbiamo.»
Gale s'irrigidì e si voltò a guardare le facce sbiancate. «Vedi qualcuno
che respira ancora? Indicalo.»
«Prima che entrassimo», spiegò Pitt, «una donna mi ha guardato attra-
verso un finestrino. Era viva. Adesso non la vedo più.»
Prima che Dale potesse rispondere, Simon si avvicinò e si fermò. Aveva
gli occhi stralunati per lo shock e l'incredulità. «Ma che diavolo è succes-
so?» S'irrigidì e si guardò intorno convulsamente. «Sembrano le statue di
un museo delle cere.»
«Sarebbe più esatto dire i cadaveri di un obitorio», lo corresse brusca-
mente Pitt.
«Sono morti? Tutti? Siete sicuri?»
«Qualcuno è vivo», rispose Pitt. «È nella cabina di comando, o forse si
nasconde in uno dei bagni in fondo.»
«Allora hanno bisogno delle mie cure», concluse Gale.
Pitt annuì. «Credo sia meglio che continui a esaminarli, nell'eventualità
che qualcuno sia ancora vivo. Simon può controllare la cabina di comando
e io andrò a vedere i bagni.»
«E tutti questi cari defunti?» chiese Simon in tono irriverente. «Non do-
vremmo informare il comandante Knight e cominciare a portarli via?»
«Lasciali dove sono», disse Pitt senza alzare la voce. «E non usare la ra-
dio. Faremo rapporto di persona al comandante Knight. Tieni fuori i tuoi
uomini. Chiudi il portello e vieta l'accesso all'interno dell'aereo. Lo stesso
vale per i tuoi collaboratori, Doc. Non toccate niente se non è assolutamen-
te necessario. È successo qualcosa che non possiamo capire. La notizia
dell'incidente si è già diffusa. Fra poche ore gli investigatori e i media
piomberanno qui come cavallette. È meglio tener segreto quel che abbiamo
trovato fino a che le autorità competenti non ci diranno che cosa fare.»
Simon rifletté per un momento. «Capito.»
«Allora muoviamoci e cerchiamo un superstite.»
Quello che normalmente sarebbe stato un percorso di venti secondi ri-
chiese quasi due minuti di faticosa avanzata nell'acqua alta: tuttavia, alla
fine Pitt raggiunse i bagni. Aveva già i piedi intirizziti, e non aveva biso-
gno d'interpellare Doc Gale per sapere che doveva asciugarli e riscaldarli
entro mezz'ora per non rischiare il congelamento.
I morti sarebbero stati ancora più numerosi se tutti i posti fossero stati
occupati. Ma anche se molti sedili erano vuoti, Pitt contò cinquantatré ca-
daveri.
Si fermò per esaminare una hostess seduta contro la paratia di fondo.
Teneva la testa inclinata in avanti e i capelli biondi le nascondevano il vol-
to. Il polso non batteva più.
Raggiunse il compartimento che comprendeva i bagni. Tre avevano la
scritta LIBERO. Guardò all'interno. Erano vuoti. Il quarto indicava OC-
CUPATO ed era chiuso dall'interno. Doveva esserci dentro qualcuno.
Bussò energicamente alla porta. «Mi può sentire? Siamo una squadra di
soccorso. Per favore, cerchi di sbloccare l'uscio.»
Accostò l'orecchio ed ebbe l'impressione di sentire un singhiozzo soffo-
cato, seguito da un mormorio sommesso, come se due persone stessero bi-
sbigliando.
Pitt alzò la voce. «Stia indietro. Ora sfonderò la porta.»
Sollevò la gamba grondante e sferrò un calcio energico ma controllato,
sufficiente per spezzare il catenaccio senza mandare a sbattere la porta
contro chi stava all'interno. Colpì con il tacco poco al di sopra della mano-
pola e la serratura si staccò. La porta cedette di un paio di centimetri. Una
spinta non troppo violenta con la spalla bastò a spostarla verso l'interno.
C'erano due donne: stavano in piedi sull'asse del gabinetto per non ba-
gnarsi. Erano scosse da brividi e si stringevano l'una all'altra per sostenersi.
Per la precisione, quella che si aggrappava era una hostess in uniforme,
con lo sguardo simile a quello di una cerbiatta in trappola, colmo di allar-
me e di paura. Si reggeva sulla gamba destra, e teneva la sinistra protesa
rigidamente di lato. Doveva avere il ginocchio slogato, pensò Pitt.
L'altra donna si raddrizzò e lo guardò con aria di sfida. Pitt la riconobbe
immediatamente: era la stessa che aveva visto attraverso il finestrino. Parte
del viso era ancora incrostato dal sangue coagulato, ma gli occhi erano a-
perti e avevano una fredda espressione d'odio. Pitt rimase sbalordito di
fronte a quell'ostilità.
«Chi è e che cosa vuole?» chiese la donna con una voce un po' roca e
lievemente accentata.
Il primo pensiero che passò per la mente di Pitt fu che si trattava di una
domanda stupida; poi attribuì quel comportaménto allo shock, e sfoggiò il
suo più convincente sorriso da boy-scout.
«Mi chiamo Dirk Pitt. Faccio parte di una squadra di soccorso inviata
dalla nave americana Polar Explorer.»
«Può provarlo?»
«Mi dispiace, ma ho lasciato a casa la patente.» La scena sfiorava il ridi-
colo. Pitt tentò un approccio diverso. Si appoggiò allo stipite e incrociò le
braccia. «State tranquille», disse in tono suadente. «Voglio aiutarvi, non
farvi del male.»
L'hostess sembrò rilassarsi per un istante. I suoi occhi si addolcirono e
gli angoli delle labbra s'incurvarono in un sorriso timido. Poi fu riassalita
dalla paura e singhiozzò istericamente.
«Sono tutti morti. Assassinati.»
«Sì, lo so», disse Pitt, gentilmente. Tese la mano. «Venite. Vi accompa-
gnerò in un posto caldo, dove il medico di bordo potrà curare le vostre fe-
rite.»
Il viso di Pitt era immerso nell'ombra formata dai riflettori installati nella
cabina, e la più energica delle due donne non poteva leggergli negli occhi.
«Lei potrebbe essere uno dei terroristi che hanno causato tutto questo orro-
re», disse in tono fermo. «Perché dovremmo fidarci?»
«Perché, se non lo farete, morirete assiderate.»
Pitt s'era stancato di quelle schermaglie verbali. Avanzò cautamente, sol-
levò fra le braccia la hostess e la portò nella corsia. La giovane donna non
oppose resistenza; ma era irrigidita dall'apprensione.
«Si rilassi», disse. «Faccia finta di essere Rossella O'Hara. Io sono Rhett
Butler venuto a sedurla.»
«Non mi sento come Rossella. Devo essere orrenda.»
«Non direi.» Pitt sorrise. «Perché non andiamo a cena insieme, una di
queste sere?»
«Può venire anche mio marito?»
«Solo se sarà lui a pagare il conto.»
La hostess, stremata, finalmente si rilassò. Gli cinse il collo con le brac-
cia e gli appoggiò la testa su una spalla. Pitt si fermò e si rivolse all'altra
donna. La luce rivelò il suo sorriso e il brillio degli occhi. «Mi aspetti.
Tornerò subito a prenderla.»
Per la prima volta, Hala si rese conto di essere salva. E in quel momento
crollò la diga che aveva trattenuto l'incubo della paura, l'incapacità di cre-
dere che tutto questo potesse accadere proprio a lei.
Le emozioni represse l'assalirono. Pianse.

Rubin sapeva che stava perdendo i sensi. Il freddo e la sofferenza aveva-


no cessato di esistere. Le voci sconosciute, le luci improvvise non avevano
un significato. Per la sua mente confusa erano come ricordi oscuri di un
luogo remoto, di un tempo passato. Si sentiva lontano, distante da tutto.
All'improvviso una luce bianca invase la cabina di comando devastata.
Rubin si chiese se era quella la luce all'estremità del tunnel che quanti era-
no tornati in vita dopo una morte temporanea affermavano di aver visto.
Accanto a lui una voce disse: «Stia tranquillo, stia tranquillo».
Rubin cercò di mettere a fuoco una figura vaga che torreggiava al suo
fianco. «Lei è Dio?»
Per un attimo, il viso di Simon perse ogni espressione. Poi sorrise, com-
prensivo. «Sono un comune mortale che si è trovato da queste parti per ca-
so.»
«Allora non sono morto?»
«Be', se non ho sbagliato a giudicare la sua età, credo che dovrà aspetta-
re almeno cinquant'anni.»
«Non posso muovermi. Ho le gambe bloccate. Credo che siano frattura-
te. La prego... mi tiri fuori.»
«Sono qui apposta», rispose allegramente Simon. Rimosse con le mani
una trentina di centimetri di ghiaccio e neve dal corpo di Rubin e gli liberò
le braccia intrappolate. «Ecco, adesso può grattarsi il naso fino a quando
tornerò con un badile e gli attrezzi per tagliare il metallo.»
Simon rientrò nella cabina passeggeri. Pitt, nel frattempo, passava l'ho-
stess attraverso il portello e la affidava agli infermieri di Gale che la siste-
marono delicatamente su una barella.
«Ehi, Doc, ne ho trovato uno vivo nella cabina di comando.»
«Vengo subito», rispose Gale.
«Mi farebbe comodo anche il tuo aiuto», disse Simon a Pitt.
Pitt annuì. «Lasciami un paio di minuti per portare un'altra superstite dal
settore di coda.»
Hala si lasciò scivolare in ginocchio e si guardò allo specchio. La luce
era sufficiente per permetterle di vedere la sua immagine riflessa. Il viso
era inespressivo, gli occhi opachi. Era ridotta come una prostituta già a-
vanti negli anni dopo un pestaggio del suo magnaccia.
Tese la mano e prese alcuni asciugamani di carta, li immerse nell'acqua
fredda e rimosse il sangue raggrumato e il rossetto sbavato intorno alla
bocca. Il mascara e l'ombretto sembravano applicati da Jackson Pollock su
un quadro sgocciolato. Hala rimosse anche quelli. I capelli erano quasi in-
tatti, e si limitò a rassettarli.
Aveva ancora un aspetto orribile, pensò. S'impose di sorridere quando
Pitt tornò, e si augurò di sembrare un po' più presentabile.
Pitt la fissò a lungo, quindi assunse un'espressione di curiosità intimidita.
«Mi scusi, bella signora, ha forse visto da qualche parte una vecchia mege-
ra?»
Con le lacrime agli occhi, Hala rispose tra il riso e il pianto: «È davvero
un brav'uomo, signor Pitt. La ringrazio».
«Cerco di fare del mio meglio», rispose lui.
Aveva portato alcune coperte e le usò per avvolgerla; poi le passò un
braccio sotto le ginocchia, l'altro intorno alla vita e la sollevò senza sforzo.
Mentre la portava lungo la corsia, le gambe intirizzite cominciarono a tra-
dirlo. Barcollò per qualche passo prima di riprendersi.
«Tutto bene?» chiese Hala.
«Non ho niente che non possa guarire con un bicchierino di whisky Jack
Daniel's.»
«Appena tornerò a casa gliene manderò una cassa.»
«Dov'è casa sua?»
«Per il momento a New York.»
«La prima volta che ci verrò andremo a cena insieme.»
«Sarà un onore, signor Pitt.»
«Anche per me, signorina Kamil.»
Hala inarcò le sopracciglia. «Mi ha riconosciuta anche se sono ridotta in
questo stato?»
«Devo ammettere che l'ho riconosciuta solo dopo che si è ripulita un po'
la faccia.»
«Mi perdoni per tutti gli inconvenienti che le ho causato. Immagino che
avrà le gambe congelate.»
«Una cosa da nulla, se pensa che potrò dire di aver tenuto fra le braccia
il segretario generale dell'ONU.»
Era davvero sorprendente, pensò Pitt. Era una giornata eccezionale. Do-
veva essere una specie di primato: nel giro di mezz'ora aveva dato appun-
tamento alle uniche tre donne, per giunta tutte belle, esistenti entro un rag-
gio di tremila chilometri di gelido deserto. Per lui era molto più importante
della scoperta del sottomarino russo.

Un quarto d'ora più tardi, dopo che Hala, Rubin e la hostess furono si-
stemati a bordo dell'elicottero, Pitt si piazzò davanti all'apparecchio e agitò
le braccia per dare il segnale a Giordino, che rispose alzando i pollici. I ro-
tori girarono più in fretta e l'elicottero s'innalzò al di sopra di una nuvola
turbinante di neve, virò di centottanta gradi e si diresse verso il Polar E-
xplorer. Solo quando lo vide allontanarsi, Pitt si avviò zoppicando verso
l'impianto di riscaldamento ausiliario.
Si tolse gli stivali e i calzettoni fradici; tenne i piedi davanti allo scarico
per assorbire il calore e accolse con sollievo la sensazione di pungente
formicolio che gli segnalava il riattivarsi della circolazione. Poi si accorse
che Simon si stava avvicinando.
Simon si fermò a guardare la fiancata accartocciata dell'aereo. Non ave-
va più l'aria desolata. Ai suoi occhi, la certezza che all'interno erano tutti
morti dava all'apparecchio l'aspetto di un carnaio.
«Delegati delle Nazioni Unite», disse Simon in tono distaccato. «È que-
sto che erano?»
«C'erano diversi membri dell'Assemblea Generale», rispose Pitt. «Gli al-
tri erano dirigenti e collaboratori di varie organizzazioni specializzate del-
l'ONU. Secondo quanto ha detto la Kamil, molti tornavano da un giro d'i-
spezione.»
«E chi poteva guadagnarci assassinandoli tutti?»
Pitt strizzò i calzettoni e li mise ad asciugare sopra il tubo. «Non ne ho
idea.»
«I terroristi del Medio Oriente?» insistette Simon.
«Non sapevo che avessero cominciato a usare il veleno per assassinare i
loro nemici.»
«Come vanno i piedi?»
«Si stanno scongelando. E i tuoi?»
«La Marina ci fornisce stivali impermeabili, e i miei piedi sono caldi e
asciutti.»
«Evviva gli ammiragli premurosi», borbottò Pitt in tono sardonico.
«Direi che a fare il lavoro sporco è stato uno dei tre superstiti.»
Pitt scosse la testa. «Se davvero quelli sono morti di veleno, probabil-
mente è stato messo nel cibo già nella cucina che prepara i pasti, prima che
venisse caricato sull'aereo.»
«Il capo steward o un assistente di volo avrebbe potuto farlo tranquilla-
mente nella dispensa.»
«È un po' troppo difficile avvelenare cinquanta pasti in una volta sola
senza farsi scoprire.»
«E le bevande?» chiese Simon.
«Sei proprio insistente, eh?»
«Possiamo vagliare tutte le ipotesi fino a che verranno a darci il cam-
bio.»
Pitt esaminò i suoi calzettoni. Erano ancora umidi. «D'accordo, può darsi
che abbiano avvelenato le bevande, soprattutto il caffè e il tè.»
Simon sembrava soddisfatto perché una delle sue teorie era stata accetta-
ta. «Bene, furbacchione, fra i tre superstiti chi è il tuo sospetto?»
«Nessuno.»
«Vuoi dire che il colpevole ha preso il veleno consapevolmente e si è
suicidato?»
«No. Voglio dire che è stato il quarto superstite.»
«Io ne ho visti tre soli.»
«Dopo l'atterraggio. Ma prima erano quattro.»
«Stai alludendo al piccolo messicano che stava sul sedile del copilota?»
«Appunto.»
Simon fece una smorfia scettica. «E quale brillante ragionamento logico
ti ha portato a questa conclusione?»
«Elementare», disse Pitt con un sorriso malizioso. «Secondo la miglior
tradizione dei gialli l'assassino è sempre l'individuo meno sospetto.»

11.

«Chi ha dato questo schifo di carte?»


Julius Schiller, sottosegretario per gli Affari Politici, fece una smorfia
bonaria e studiò la sua mano. Strinse i denti sul sigaro spento, alzò gli oc-
chi azzurri e scrutò uno dopo l'altro i compagni di gioco.
Con lui, al tavolo da poker, erano seduti quattro uomini. Nessuno fuma-
va, e per questo Schiller si asteneva diplomaticamente dall'accendere il si-
garo. I ceppi di legno di cedro scoppiettavano in un'antica stufa e attenua-
vano il freddo dell'inizio d'autunno. Il cedro che bruciava diffondeva un
profumo piacevole nella sala da pranzo rivestita di pannelli di tek, a bordo
dello yacht di Schiller. La bella motobarca di trentacinque metri era or-
meggiata sul fiume Potomac nei pressi di South Island, proprio di fronte ad
Alexandria, in Virginia.
Il vicecapo della missione sovietica Aleksej Korolenko, massiccio e
composto, ostentava l'immutabile espressione gioviale che era diventata
notissima nella società di Washington.
«È un peccato che non siamo a Mosca», disse in tono fintamente severo.
«Conosco un bel posticino in Siberia dove potremmo mandare chi ha dato
le carte.»
«Mi associo alla mozione», disse Schiller, e guardò l'uomo che le aveva
distribuite. «La prossima volta, Dale, vedi di mischiarle.»
«Se avete carte tanto disastrose», borbottò Dale Nichols, assistente per-
sonale del presidente degli Stati Uniti, «perché non rinunciate a giocare?»
Il senatore George Pitt, presidente della commissione senatoriale per le
Relazioni Estere, si alzò e si tolse la giacca sportiva color salmone, l'ap-
poggiò sulla spalliera della sedia e si rivolse a Jurij Vyhouskij.
«Non so proprio di che si lamentino, questi qui. Io e te non abbiamo an-
cora vinto.»
Il consigliere speciale per gli Affari Americani presso l'ambasciata so-
vietica annuì. «Io non ho ancora visto una buona mano da quando abbiamo
cominciato a giocare tutti insieme cinque anni fa.»
Le partite a poker del giovedì sera si svolgevano, dal 1986, a bordo dello
yacht di Schiller, e andavano ben al di là di un semplice gioco fra amici
che avevano bisogno di rilassarsi una sera la settimana. All'inizio erano
state una piccola crepa nel muro che separava le due superpotenze. Soli,
senza uno sfondo ufficiale, inaccessibili ai media, potevano scambiarsi i
loro punti di vista in modo informale ignorando la burocrazia e il protocol-
lo diplomatico. E tutto questo aveva portato a scambi di idee e di informa-
zioni che spesso riguardavano direttamente le relazioni sovietico-
americane.
«Apro per cinquanta cent», annunciò Schiller.
«Rialzo a un dollaro», disse Korolenko.
«E poi si meravigliano perché non ci fidiamo di loro», gemette Nichols.
Il senatore parlò a Korolenko senza guardarlo. «Quali sono le previsioni
della vostra parte su una rivolta aperta in Egitto, Aleksej?»
«Non credo che al presidente Hasan restino più di trenta giorni prima
che il suo governo venga rovesciato da Akhmad Yazid.»
«Non prevedete una lotta prolungata?»
«No, se dalla parte di Yazid si schiereranno i militari.»
«Ci stai, senatore?» chiese Nichols.
«Ci sto.»
«Jurij?»
Vyhouskij buttò sul piatto tre monete da cinquanta cent.
«Da quando Hasan ha preso il potere dopo le dimissioni di Mubarak, ha
raggiunto un livello di stabilità. Io credo che potrà durare», affermò Schil-
ler.
«Lo dicevi anche dello scià dell'Iran», commentò Korolenko.
«Non posso negare che avevamo puntato sulle carte sbagliate.» Schiller
s'interruppe per buttare sul tavolo le sue carte. «Due», chiese.
Korolenko alzò un indice per chiedere una carta. «Per me, è come se get-
taste gli aiuti in un pozzo senza fondo. Le masse egiziane sono sull'orlo
della fame. È una situazione che fomenta il fanatismo religioso nelle ba-
raccopoli e nei villaggi. Non potrete fermare Yazid come non avete ferma-
to Khomeini.»
«E qual è la posizione del Cremlino?» chiese il senatore Pitt.
«Noi aspettiamo», rispose impassibile Korolenko. «Aspettiamo che il
polverone ricada.»
Schiller esaminò le sue carte e le mescolò. «Qualunque sia il risultato,
non vincerà nessuno^»
«È vero, perderemo tutti. È vero che i fondamentalisti islamici vi vedono
come Satana, ma neppure noi comunisti atei siamo molto amati. Non ho
bisogno di dirvi che chi ci rimetterà di più sarà Israele. Dopo la sconfitta
disastrosa dell'Iraq a opera dell'Iran e l'assassinio del presidente Saddam
Hussein, adesso Iran e Siria possono minacciare le nazioni arabe moderate
e costringerle a unire le loro forze per un massiccio attacco trilaterale con-
tro Israele. Questa volta gli ebrei verranno sicuramente sconfitti.»
Il senatore scosse la testa con fare dubbioso. «Gli israeliani hanno la più
efficiente macchina bellica del Medio Oriente. Hanno sempre vinto, e sono
preparati per vincere ancora.»
«Non ci riusciranno contro attacchi di ondate umane di due milioni di
arabi», disse Vyhouskij. «Le forze di Assad si spingeranno verso sud men-
tre l'Egitto di Yazid attaccherà verso nord attraverso il Sinai, come ha fatto
nel 1967 e nel 1973. Ma questa volta l'esercito iraniano invaderà l'Arabia
Saudita e la Giordania, e varcherà il Giordano. Nonostante il loro valore di
combattenti e le tecnologie superiori, gli israeliani verranno sopraffatti.»
«E quando finirà il massacro», soggiunse Korolenko con aria cupa,
«l'Occidente precipiterà in uno stato di depressione economica, perché i
governi musulmani che controllano il cinquantacinque per cento delle ri-
serve petrolifere mondiali imporranno prezzi astronomici e lo faranno di
certo.»
«Tocca a te puntare», disse Nichols a Schiller.
«Due dollari.»
«Altri due», ribatté Korolenko.
Vyhouskij buttò le carte sul tavolo. «Io mi ritiro.»
Il senatore contemplò per un momento la sua mano. «Vada per i tuoi
quattro... e rilancio di altri quattro.»
«Ecco gli squali in azione», commentò Nichols con un sorriso a denti
stretti. «Io mi ritiro.»
«Non facciamoci illusioni», riprese il senatore. «Non è un segreto che
gli israeliani abbiano un piccolo arsenale di armi nucleari. E non esiteran-
no a usarle, se si troveranno con le spalle al muro.»
Schiller sospirò. «Non voglio neppure pensare alle conseguenze.» Poi
alzò la testa quando il comandante dello yacht bussò alla porta ed entrò e-
sitando.
«Mi scusi se disturbo, signor Schiller, ma c'è una telefonata urgente per
lei.»
Schiller spinse le sue carte verso Nichols. «Non ha senso prolungare la
tortura con questa mano. Volete scusarmi?»
Una delle regole ferree delle partite settimanali stabiliva che non erano
ammesse telefonate a meno che si trattasse di qualcosa d'urgente che ri-
guardava tutti i presenti. La partita continuò, ma i quattro giocavano auto-
maticamente, mentre la loro curiosità cresceva.
«Tocca a te puntare, Alekseij», disse il senatore.
«Rilancio di altri quattro dollari.»
«Vedo.»
Korolenko alzò le spalle con aria rassegnata e posò le sue carte scoperte.
Aveva soltanto una coppia di quattro.
Il senatore sorrise ironicamente e scoprì le sue. Aveva vinto con una
coppia di sei!»
«Ho, mio Dio», gemette Nichols. «E io che mi sono ritirato con una
coppia di re!»
«Ci hai rimesso i quattrini del pranzo, Alekseij», rise Vyhouskij.
«È stato tutto un bluff», disse Korolenko. «Ora capisco perché non com-
prerei mai una macchina usata da un politico americano.»
Il senatore si appoggiò alla spalliera della sedia e si passò una mano tra i
folti capelli argentei. «Per la verità, io mi sono pagato gli studi alla facoltà
di legge vendendo automobili. È stato l'allenamento migliore per la candi-
datura al Senato.»
Schiller rientrò e sedette al tavolo. «Dovete scusarmi, ma mi hanno ap-
pena comunicato che un aereo noleggiato dalle Nazioni Unite è precipitato
sulla costa settentrionale della Groenlandia. Ci sono cinquanta morti accer-
tati, e non si sa se ci sono superstiti.»
«C'era qualche rappresentante sovietico a bordo?» chiese Vyhouskij.
«L'elenco dei passeggeri non è ancora pervenuto.»
«Un attentato terroristico?»
«È troppo presto per dirlo, ma secondo i primi rapporti non è stato un
incidente.»
«Che volo era?» chiese Nichols.
«Londra-New York.»
«La Groenlandia settentrionale?» mormorò pensieroso Nichols. «Dove-
vano aver deviato dalla rotta per più di millecinquecento chilometri.»
«Per me, puzza di dirottamento», commentò Vyhouskij.
«Ci sono sul posto le squadre di soccorso», spiegò Schiller. «Dovremmo
saperne di più entro un'ora.»
Il senatore Pitt si oscurò. «Mi è venuto il sospetto terribile che a bordo ci
fosse Hala Kamil. Doveva tornare alla sede dell'ONU dall'Europa per la
riunione dell'Assemblea Generale che si terrà la settimana prossima.»
«Temo che George abbia ragione», disse Vyhouskij. «E con lei viaggia-
vano due nostri delegati.»
«È una pazzia», mormorò Schiller scuotendo la testa. «Una pazzia e-
norme. Chi ci guadagnerebbe assassinando una schiera di dirigenti dell'O-
NU?»
Nessuno rispose immediatamente. Vi fu un lungo attimo di silenzio. Ko-
rolenko fissò il centro del tavolo. Poi, a voce bassa, disse:
«Akhmad Yazid».
Il senatore lo guardò negli occhi. «Lo sapevi!»
«L'ho immaginato.»
«Credi che sia stato Yazid a ordinare di uccidere Hala Kamil?»
«Posso dire soltanto che, secondo le nostre fonti, al Cairo una fazione i-
slamica stava preparando un attentato.»
«E siete rimasti zitti mentre morivano cinquanta innocenti!»
«È stato un errore di calcolo», ammise Korolenko. «Non sapevamo co-
me e quando sarebbe avvenuto l'attentato. Pensavamo che la vita della
Kamil sarebbe stata in pericolo solo se fosse tornata in Egitto, e che non
sarebbe stato Yazid ad agire, bensì qualcuno dei suoi seguaci fanatici. Ya-
zid non è mai stato collegato ad atti terroristici. Il profilo che ne avete fatto
voi corrisponde al nostro: un uomo geniale che si considera un Gandhi
musulmano.»
«Il che dimostra quanto siano attendibili i profili realizzati dal KGB e
dalla CIA», dichiarò Vyhouskij.
«Un altro caso classico in cui gli esperti si sono lasciati infinocchiare da
un'abile campagna di relazioni pubbliche», sospirò il senatore. «Quell'in-
dividuo è più psicopatico di quanto immaginassimo.»
Schiller annuì. «Deve essere Yazid, il responsabile della tragedia. I suoi
seguaci non sarebbero mai giunti a tanto senza la sua benedizione.»
«Il movente l'aveva», aggiunse Nichols. «La Kamil ha un immenso cari-
sma, e la sua popolarità agli occhi del popolo e dei militari supera quella
del presidente Hasan. Era un grosso ostacolo. Se è morta, in Egitto manca-
no poche ore all'insediamento di un governo dominato dai mullah estremi-
sti.»
«E quando Hasan sarà caduto?» chiese Korolenko. «Quale sarà la posi-
zione della Casa Bianca?»
Schiller e Nichols si scambiarono un'occhiata. «La stessa del Cremlino»,
rispose Schiller. «Aspetteremo che ricada il polverone.»
Per un momento il sorriso svanì dal viso di Korolenko. «E se... anzi,
quando le nazioni arabe attaccheranno lo Stato ebraico?»
«Appoggeremo Israele come è avvenuto in passato.»
«Manderete in campo le forze americane?»
«Probabilmente no.»
«I dirigenti arabi potrebbero essere meno prudenti, se lo sapessero.»
«Si accomodino. Ma ricorda, Alekseij.... questa volta non useremo la
nostra influenza per impedire agli israeliani di occupare il Cairo, Beirut e
Damasco.»
«Vuoi dire che il presidente non li fermerà se dovessero ricorrere alle
armi nucleari?»
«Qualcosa del genere», rispose Schiller con studiata indifferenza. Poi si
rivolse a Nichols. «A chi tocca dare le carte?»
«A me, credo», disse il senatore, sforzandosi di assumere un tono casua-
le. Quella svolta nella politica mediorientale del presidente gli giungeva
nuova. «Vogliamo fare una puntata preliminare di cinquanta cent?»
I russi non intendevano lasciar cadere l'argomento.
«Trovo che sia una cosa molto preoccupante», disse Vyhouskij.
«Prima o poi bisogna assumere una posizione diversa», ammise Nichols.
«Secondo le ultime proiezioni, le riserve di petrolio degli Stati Uniti am-
montano a ottanta miliardi di barili. Con i prezzi che sfiorano i cinquanta
dollari al barile, le nostre compagnie petrolifere possono permettersi di or-
ganizzare un massiccio programma esplorativo. E naturalmente possiamo
fare ancora affidamento sulle riserve messicane e sudamericane. Insomma,
non dobbiamo più contare per forza sul petrolio del Medio Oriente. Perciò
abbiamo intenzione di darci un taglio. Se il governo sovietico vuole eredi-
tare le grane arabe, si accomodi.»
Korolenko non riusciva a credere alle proprie orecchie. L'innata diffi-
denza lo rendeva scettico. Ma conosceva troppo bene gli americani per so-
spettare che bluffassero o cercassero di portarlo fuori strada in una que-
stione di quella portata.
Anche il senatore Pitt aveva qualche dubbio sul piano che il presidente
stava facendo pervenire ai rappresentanti sovietici. C'era la possibilità che
il petrolio non affluisse oltre il Rio Grande quando l'America ne avesse
avuto bisogno. Il Messico era una rivoluzione che attendeva soltanto il se-
gnale di partenza per esplodere.
L'Egitto aveva la disgrazia di un fanatico medievale come Yazid. Ma
anche il Messico aveva il suo pazzo: Topiltzin, una specie di Benito Juarez
o di Emiliano Zapata, un messia che predicava il ritorno a uno Stato teo-
cratico basato sulla cultura azteca. Come Yazid, Topiltzin era sostenuto da
milioni di miserabili del suo Paese, e stava per travolgere il governo esi-
stente.
Da dove venivano tutti quei pazzi? si chiese il senatore. Chi generava
quei demoni? Fece uno sforzo per impedire che gli tremassero le mani
mentre cominciava a distribuire le carte.
«Stud a cinque carte, signori, e i jolly possono assumere qualunque valo-
re.»

12.
Le enormi figure si ergevano nel silenzio misterioso della notte e guar-
davano con occhi ciechi il paesaggio brullo, come se attendessero che una
presenza sconosciuta desse loro vita. Erano rigide e alte come costruzioni a
due piani, e le loro facce torve e inespressive erano rischiarate dalla luna
piena.
Mille anni prima avevano sostenuto il tetto del tempio situato alla som-
mità della piramide di Quetzalcoatl nella città tolteca di Tula. Il tempio era
scomparso, ma la piramide era rimasta: era stata ricostruita dagli archeolo-
gi e le rovine si estendevano lungo una bassa cresta. Durante il suo periodo
di massimo splendore la città era stata abitata da sessantamila persone.
Erano pochi i visitatori che vi giungevano, e quei pochi che si addossa-
vano la fatica erano sopraffatti dalla desolazione ossessiva di Tula.
La luna gettava ombre spettrali sulla città morta, mentre un uomo saliva
i ripidi gradini della piramide per raggiungere le statue di pietra alla som-
mità. Portava un doppiopetto con cravatta e aveva in mano una borsa.
Si soffermò per qualche istante su ognuna delle cinque terrazze e scrutò i
fregi macabri che decoravano i muri. Le facce umane sporgevano dalle
fauci spalancate dei serpenti, le aquile dilaniavano con i rostri cuori umani.
L'uomo proseguì, passò davanti a un altare scolpito a motivi di teschi e di
ossa incrociate, i simboli usati secoli più tardi dai pirati dei Caraibi.
Era tutto sudato quando arrivò finalmente in cima alla piramide e si
guardò intorno. Non era solo. Due uomini si avvicinarono e lo perquisiro-
no, poi indicarono la borsa. Il visitatore l'aprì e i due la frugarono. Non
trovarono armi e si ritirarono in silenzio sul bordo della piattaforma.
Rivas si rilassò e premette un pulsante nascosto nel manico della borsa.
Un registratore miniaturizzato nascosto all'interno entrò in funzione.
Dopo un minuto, una figura uscì dall'ombra delle grandi statue di pietra.
Indossava una lunga tunica bianca e portava i capelli legati in modo da ri-
cordare una coda di gallo. I piedi erano nascosti dalla veste, ma il chiaro di
luna rivelava i bracciali scolpiti in oro e tempestati di turchesi.
L'uomo era basso: la faccia ovale e glabra faceva pensare a una discen-
denza india. Gli occhi scrutarono il visitatore alto, dalla carnagione chiara
e abbigliato in modo decisamente insolito. Incrociò le braccia e pronunciò
strane parole che avevano un suono quasi lirico.
«Io sono Topiltzin.»
«Io mi chiamo Guy Rivas, e sono un rappresentante del presidente degli
Stati Uniti.»
Rivas s'era aspettato d'incontrare un uomo più vecchio. Era difficile in-
dovinare l'età di quella sorta di messia messicano, ma l'uomo non dimo-
strava più di trent'anni.
Topiltzin indicò un muretto. «Vogliamo sederci per parlare?»
Rivas fece un cenno di ringraziamento e sedette. «Ha scelto un luogo
molto insolito.»
«Sì, ho pensato che Tula fosse appropriata.» Il tono di Topiltzin divenne
sprezzante. «Il suo presidente aveva paura che questo incontro diventasse
di dominio pubblico. Non voleva causare imbarazzo e irritazione ai suoi
amici di Città di Messico.»
Rivas sapeva che non era il caso di abboccare all'amo. «Il presidente mi
ha incaricato di esprimerle la sua gratitudine per avermi permesso di parla-
re con lei.»
«Mi aspettavo qualcuno di rango più importante.»
«Lei aveva posto come condizione di parlare con un solo interlocutore.
E noi l'abbiamo inteso nel senso che non volesse interpreti dalla nostra par-
te. E dato che non vuole parlare né inglese né spagnolo, io sono l'unico
funzionario governativo che conosca il nahuátl, la lingua degli aztechi.»
«La parla molto bene.»
«La mia famiglia è emigrata negli Stati Uniti da Escampo. Me l'hanno
insegnata quando ero piccolo.»
«Conosco Escampo. Un piccolo villaggio abitato da gente orgogliosa
che stenta a sopravvivere.»
«Lei afferma che porrà fine alla miseria del Messico. Il presidente è mol-
to interessato ai suoi programmi.»
«Perciò ha mandato lei?» chiese Topiltzin.
Rivas annuì. «Desidera aprire una linea di comunicazione.»
Vi fu un silenzio. Un sorriso truce apparve sulle labbra di Topiltzin.
«Molto astuto. Lui sa che, a causa del collasso economico del mio paese, il
mio movimento travolgerà il Partido Revolucionario Institucional oggi al
potere e teme un rivolgimento nelle relazioni fra Stati Uniti e Messico.
Perciò gioca con i due estremi contro il centro.»
«Non posso leggere i pensieri del presidente.»
«Presto scoprirà che la stragrande maggioranza del popolo messicano ha
finito di fare da zerbino alla classe dei ricchi e dei potenti. Sono tutti stan-
chi delle frodi e della corruzione, stanchi di scavare tra i rifiuti delle barac-
copoli. Non vogliono più soffrire.»
«E costruiranno un'utopia sulle ceneri degli aztechi?»
«Anche la vostra nazione farebbe bene a tornare alle usanze dei vostri
padri fondatori.»
«Gli aztechi erano i peggiori macellai delle due Americhe. Creare un
governo moderno sulla base di antiche credenze barbariche sarebbe...» Ri-
vas s'interruppe. Stava per dire «demenziale», ma si trattenne e disse inve-
ce: «da ingenui».
Il volto ovale di Topiltzin si tese, le mani si contrassero convulsamente.
«Dimentica che furono i conquistadores spagnoli a massacrare i nostri
comuni antenati.»
«La Spagna potrebbe dire lo stesso dei mori, ma questo non giustifiche-
rebbe il reinsediamento dell'Inquisizione.»
«Che cosa vuole da me il suo presidente?»
«Nient'altro che la pace e la prosperità del Messico», rispose Rivas. «E
la promessa che non vi avvicinerete al comunismo.»
«Non sono marxista. Detesto i comunisti quanto lui. Fra i miei seguaci
non esistono guerriglieri armati.»
«Il presidente sarà lieto di saperlo.»
«La nostra nuova nazione azteca raggiungerà la grandezza non appena
avremo sacrificato i ricchi criminali, i funzionarii corrotti e gli attuali capi
del governo e dell'esercito.»
Rivas non era sicuro di aver interpretato esattamente la risposta. «Sta
parlando dell'esecuzione di migliaia di persone.»
«No, signor Rivas. Sto parlando di vittime sacrificate ai nostri venerati
dei, Quetzalcoatl, Huitzilopochtli e Tezcatlipoca.»
Rivas lo fissò senza capire. «Vittime sacrificate?»
Topiltzin non rispose.
All'improvviso, mentre scrutava quella faccia impassibile, Rivas com-
prese. «No!» esclamò. «Non può parlare sul serio.»
«Il nostro Paese riprenderà il suo nome azteco, Tenochtitlán», continuò
Topiltzin. «Sarà uno Stato religioso. Il nahuátl diventerà la nostra lingua
ufficiale. La popolazione verrà dominata con misure severe. Le industrie
straniere saranno nazionalizzate. Solo i nativi potranno vivere entro i nostri
confini. Tutti gli altri verranno espulsi dal Paese.»
Rivas era allibito. Rimase ad ascoltare, pallidissimo.
Topiltzin continuò senza pause. «Non vorranno più acquistare merci ne-
gli Stati Uniti, e voi non potrete più acquistare il nostro petrolio. I nostri
debiti verso le banche mondiali saranno annullati, e tutti i beni stranieri
confiscati. Inoltre, esigo la restituzione delle nostre terre della California,
del Texas, del Nuovo Messico e dell'Arizona. Per riaverle, intendo scate-
nare milioni di miei compatrioti oltre il confine.»
Le minacce di Topiltzin erano spaventose. Rivas non riusciva a conce-
pirne le conseguenze.
«È una pazzia», disse, disperatamente. «Il presidente non ascolterà mai
richieste tanto assurde.»
«Non crederà a ciò che dico?»
«Nessun uomo sano di mente lo crederebbe.»
Spinto dall'inquietudine, Rivas era andato troppo in là.
Topiltzin si alzò lentamente, con gli occhi sbarrati e la testa abbassata.
Parlò con voce atona. «Allora dovrò mandargli un messaggio che potrà ca-
pire.»
Alzò le mani sopra la testa, tendendole verso il cielo buio. Quattro indios
vestiti di mantelli bianchi annodati al collo si avvicinarono e sopraffecero
Rivas, che era rimasto paralizzato dallo sbalordimento. Lo portarono all'al-
tare di pietra scolpita a fregi di teschi e ossa incrociate e lo gettarono river-
so, trattenendolo per le braccia e le gambe.
In un primo momento Rivas rimase troppo stordito per protestare, troppo
incredulo per comprendere le intenzioni di Topiltzin. Poi, quando capì, ur-
lò inorridito.
«Oh, Dio! No! No!»
Freddamente, Topiltzin ignorò le grida dell'americano terrorizzato e si
accostò all'altare. Fece un cenno, e uno dei suoi seguaci strappò la camicia
di Rivas e gli scoprì il petto.
«No!» implorò Rivas.
Un coltello di ossidiana affilato come un rasoio parve materializzarsi
nella mano sinistra di Topiltzin. Il chiaro di luna brillò sulla lama nera e
vitrea.
Rivas urlò: e fu l'ultimo suono della sua vita.
Poi il coltello saettò.
Le statue assistettero alla scena sanguinosa con fredda indifferenza. A-
vevano visto migliaia di volte quell'orribile manifestazione della crudeltà
umana, molti secoli prima. Non c'era pietà negli occhi logorati dal tempo
mentre il cuore ancora palpitante veniva strappato dal petto di Rivas.

13.

Nonostante la gente e l'attività intorno a lui, Pitt era affascinato dal si-
lenzio profondo del grande nord. Era un silenzio incredibile che sembrava
sopraffare le voci e i rumori delle macchine. Aveva l'impressione di tro-
varsi in piena solitudine all'interno di un frigorifero in un mondo desolato.
Finalmente spuntò la luce del giorno, filtrata da una strana nebbia grigia
che non lasciava ombre. A metà mattina il sole cominciò a cancellare la
foschia gelida e il cielo si colorò d'un tenero bianco-arancio. La luce eterea
che investiva i picchi rocciosi intorno al fiordo li faceva apparire come la-
pidi funerarie in un cimitero coperto di neve.
La scena intorno al luogo dell'atterraggio disastroso cominciava a somi-
gliare a un'invasione militare. I primi ad arrivare erano stati cinque elicot-
teri dell'Aeronautica: avevano portato un contingente dei servizi speciali
dell'Esercito, uomini armati fino ai denti e con l'aria molto decisa, che ave-
vano circondato la fusoliera e pattugliavano l'intera area. Un'ora dopo, gli
inquirenti dell'aviazione federale erano atterrati e avevano cominciato a
marcare i rottami per farli portar via. Poi era arrivata una squadra di pato-
logi che avevano etichettato i cadaveri e li avevano caricati sugli elicotteri
per trasportarli al più presto all'obitorio della base aerea di Thule.
La Marina era rappresentata dal comandante Knight e dalla comparsa
inaspettata del Polar Explorer. Tutti avevano interrotto il lavoro e s'erano
voltati a guardare il mare quando gli ululati della sirena della nave erano
echeggiati fra le montagne scoscese.
Il Polar Explorer evitò le nuove formazioni di ghiaccio basse e opache
che galleggiavano sull'acqua e i primi iceberg dell'inverno, simili a rovine
di castelli gotici, e avanzò lentamente nell'imboccatura del fiordo. Per
qualche tempo il mare azzurro-cenere frusciò sommessamente intorno alla
prua sfregiata, poi si colorò di bianco.
La prua enorme del rompighiaccio aprì agevolmente un percorso attra-
verso il pack, e s'arrestò a meno di cinquanta metri dal relitto. Knight ordi-
nò di fermare i motori, fece scendere una scaletta e mise la sua nave a di-
sposizione come posto di comando per le squadre addette alla sicurezza e
alle indagini... e l'offerta fu accettata con gratitudine, senza un attimo di e-
sitazione.
Pitt era molto impressionato dall'efficienza del servizio di sicurezza. Il
blackout delle notizie non era stato ancora violato; la versione diffusa al-
l'aeroporto Kennedy rivelava solo che il volo delle Nazioni Unite era in ri-
tardo. Ma ormai era questione di un'altra ora al massimo prima che un cor-
rispondente sveglio intuisse che qualcosa non andava e desse l'allarme.
«Credo che i miei occhi si siano gelati dietro le palpebre», disse lugu-
bremente Giordino. Era seduto ai comandi dell'elicottero della NUMA e
cercava di bere un caffè prima che si gelasse. «Dev'essere più freddo delle
tette d'una vacca del Minnesota in gennaio.»
Pitt gli lanciò un'occhiata dubbiosa. «E come fai a saperlo? Non sei usci-
to dalla cabina riscaldata per tutta la notte.»
«A me vengono i geloni solo se guardo un cubetto di ghiaccio in un bic-
chiere di scotch.» Giordino alzò una mano a dita aperte. «Vedi? Sono così
gelato che non, riesco a stringere il pugno.»
Pitt guardò dal finestrino laterale e vide il comandante Knight che arri-
vava dalla direzione della nave. Tornò nella cabina passeggeri e aprì il por-
tello del carico quando Knight raggiunse la scaletta. Giordino gemette nel
sentire il caldo che fuggiva e un soffio d'aria gelida che penetrava nell'eli-
cottero.
Knight accennò un saluto e salì a bordo alitando nuvolette di vapore. In-
filò una mano all'interno del parka e tirò fuori una borraccia ricoperta di
pelle.
«L'ho portato dall'infermeria. Cognac. Non conosco la marca. Ho pensa-
to che potrebbe servirvi.»
«Hai appena mandato Giordino in paradiso», rise Pitt.
«Io preferirei essere all'inferno», borbottò Giordino. Inclinò la borraccia
e assaporò il cognac mentre gli scendeva nelle viscere. Poi alzò di nuovo la
mano e la strinse a pugno. «Credo d'essere guarito.»
«Tanto vale che ci mettiamo comodi», disse Knight. «Ci hanno ordinato
di restare qui per le prossime ventiquattr'ore. Se mi perdonate l'atroce gio-
co di parole, vogliono tenerci in ghiaccio fino a quando avranno finito di
far pulizia.»
«Come stanno i superstiti?» chiese Pitt.
«La signorina Kamil sta riposando. A proposito, ha chiesto di vederti.
Ha parlato di un appuntamento per cena a New York.»
«Per cena?» chiese Pitt con aria innocente.
«È strano», continuò Knight. «Poco prima che Doc Gale operasse i le-
gamenti lacerati del ginocchio della hostess, anche lei ha detto di aver ap-
puntamento a cena con te.»
Pitt aveva assunto un'espressione candida. «Immagino che avranno mol-
ta fame.»
Giordino alzò gli occhi al cielo e si attaccò di nuovo alla borraccia. «Mi
pare di aver già sentito questa storia.»
«E lo steward?»
«È conciato piuttosto male», rispose Knight. «Ma Doc è convinto che se
la caverà. Si chiama Rubin. Prima di addormentarsi sotto l'effetto dell'ane-
stetico ha detto qualcosa di incredibile a proposito del comandante che a-
vrebbe assassinato il primo e il secondo ufficiale e poi sarebbe sparito du-
rante il volo.»
«Forse non è tanto incredibile», disse Pitt. «Il cadavere del pilota non è
stato ancora trovato.»
«Non è di mia competenza.» Knight alzò le spalle. «Ho già tante cose di
cui preoccuparmi, e non ho bisogno di impegolarmi in un giallo senza so-
luzione.»
«Come stiamo con il sottomarino russo?» chiese Giordino.
«Terremo nascosta la scoperta fino a quando potremo riferire di persona
ai pezzi grossi del Pentagono. Sarebbe da stupidi buttare al vento il risulta-
to per una fuga di notizie. L'incidente dell'aereo è stato un colpo di fortuna,
almeno per noi. Ci ha offerto il pretesto logico per fare rotta verso casa e
attraccare a Portsmouth non appena i superstiti saranno stati portati in un
ospedale con un aereo. Speriamo che questa diversione imprevista confon-
da gli analisti dei servizi segreti sovietici quanto basta per toglierceli dalle
costole.»
«Non ci contare», lo ammonì Giordino, che cominciava ad avere la fac-
cia lucida. «Se i russi hanno anche solo un vago sospetto che abbiamo tro-
vato il sottomarino, sono abbastanza paranoici da credere che abbiamo or-
ganizzato l'incidente come diversione: accorreranno quindi con navi per il
recupero, una flotta di corazzate, uno stormo di aerei e, quando individue-
ranno il sottomarino, lo riporteranno a galla e lo rimorchieranno alla base
di Severomorsk nella penisola di Kola.»
«O lo faranno saltare», soggiunse Pitt.
«Pensi che lo distruggeranno?»
«I sovietici non dispongono di una grande tecnologia per i recuperi. Il
loro primo obiettivo sarebbe assicurarsi che nessun altro possa mettere le
mani sul sottomarino.»
Giordino passò il cognac a Pitt. «È inutile stare a discutere di guerra
fredda. Perché non torniamo a bordo della nave, dove c'è un bel calduc-
cio?»
«È un'idea», disse Knight. «Voi due avete già fatto più del vostro dove-
re.»
Pitt si stiracchiò e chiuse la lampo del parka. «Credo che andrò a fare
due passi.»
«Non vieni con noi?»
«Fra un po'. Voglio andare a trovare gli archeologi per vedere come
stanno.»
«È un viaggio inutile. Doc ha mandato al loro campo un infermiere che è
già rientrato. A parte i lividi e qualche strappo muscolare, stanno tutti be-
none.»
«Potrebbe essere interessante vedere che cosa hanno trovato negli sca-
vi», insistette Pitt.
Giordino aveva imparato da tempo a leggere nella mente di Pitt. «Forse
hanno trovato qualche antica anfora greca.»
«Perché non chiederlo?»
Knight fissò Pitt con fermezza. «Attento a quello che dici.»
«Conosco bene la favola del rilevamento geologico.»
«E i passeggeri e l'equipaggio dell'aereo?»
«Sono rimasti intrappolati nella fusoliera e sono morti per l'ipotermia in
seguito all'immersione nell'acqua gelata.»
«Credo che sia stato imbeccato a dovere», commentò Giordino in tono
asciutto.
«Bene.» Knight annuì. «Hai capito tutto. Basta che non ti lasci sfuggire
qualcosa che quelli non hanno motivo di sapere.»
Pitt aprì il portello del carico e fece un cenno disinvolto. «Non restate
alzati ad aspettarmi.» E uscì nel freddo.
«Un tipo ostinato», borbottò Knight. «Non sapevo che Pitt s'interessasse
alle anticaglie.»
Giordino guardò all'esterno mentre Pitt si avviava attraverso il fiordo.
Poi sospirò.
«Non lo sapeva neppure lui.»

La distesa di ghiaccio era solida e piatta, e Pitt attraversò il fiordo abba-


stanza in fretta. Scrutò le minacciose nubi grigie che avanzavano da nord-
ovest. In pochi minuti il sole fulgido avrebbe lasciato il posto a una tor-
menta così forte e accecante da cancellare tutti i punti di riferimento, e Pitt
non aveva proprio voglia di smarrirsi. Non aveva neppure la bussola e
quindi affrettò il passo.
Due girifalchi bianchi volteggiarono sopra di lui. Sembravano immuni al
gelo artico, e facevano parte del gruppo poco numeroso di uccelli che re-
stavano al nord anche durante il durissimo inverno.
Pitt avanzò in direzione sud, attraversò la linea della costa e si orientò
con il fumo che saliva dalla baracca degli archeologi. La chiazza lontana e
indistinta sembrava inquadrata in un telescopio rovesciato.
Gli mancavano dieci minuti appena per arrivare al campo quando la
tempesta lo investì. Un attimo prima poteva vedere a una distanza di circa
venti chilometri, un attimo dopo la visibilità si era ridotta a meno di cinque
metri.
Incominciò a correre, sperando con tutto il cuore di procedere in linea
quasi retta. La neve che l'investiva orizzontalmente gli batteva contro la
spalla sinistra, e Pitt si tendeva in avanti per compensare la deviazione.
Il vento divenne forte e lo martellò sino a che gli fu difficile reggersi in
piedi. Continuò a scalpicciare alla cieca, guardandosi i piedi e contando i
passi, con le braccia strette intorno alla testa. Sapeva che era impossibile
procedere in quel modo senza finire per muoversi in cerchio. E sapeva che
avrebbe potuto passare accanto alla baracca degli archeologi a una distanza
di pochi metri e insistere nella marcia fino a quando fosse crollato per lo
sfinimento.
Tuttavia, anche con quel vento gelido, sentì che gli abiti pesanti gli per-
mettevano di stare abbastanza al caldo; il battito del cuore, poi, gli assicu-
rava che non si stava sforzando troppo.
Quando, secondo i suoi calcoli, pensò di essere arrivato ap-
prossimativamente nelle vicinanze della baracca si fermò un attimo. Pro-
cedette poi per altri trenta passi prima di fermarsi di nuovo.
Svoltò verso destra, avanzò per circa tre metri, fino a che poté continua-
re a vedere le sue impronte che si perdevano nel turbine di neve dalla dire-
zione opposta. Poi riprese a camminare parallelamente al percorso origina-
le, con la massima metodicità, come se cercasse un oggetto sotto il mare.
Dopo una sessantina di passi le vecchie impronte svanirono nella neve.
Seguì cinque percorsi paralleli prima di deviare ancora verso destra: al-
lora ripeté il procedimento fino a quando fu sicuro di aver ripercorso la li-
nea centrale ormai cancellata. Poi continuò dall'altra parte. Al terzo percor-
so inciampò in un mucchio di neve e cadde contro una parete di metallo.
La seguì intorno a due angoli prima d'incontrare una fune che conduceva
a una porta. L'aprì con un gran respiro di sollievo, assaporando la certezza
di aver corso un pericolo mortale e di averlo superato. Entrò e s'irrigidì.
Non era un alloggio, ma una grande baracca che copriva una serie di
scavi. La temperatura non era molto superiore allo zero, tuttavia era già
molto trovarsi al riparo dal vento furioso.
L'unica luce era quella che giungeva da una lanterna Coleman. In un
primo momento Pitt pensò che la struttura fosse deserta. Ma poi una testa e
due spalle emersero da una trincea. La figura stava inginocchiata e gli vol-
tava le spalle. Sembrava impegnatissima a raschiar via la ghiaia smossa da
un piccolo cornicione.
Pitt uscì dall'ombra e guardò verso il basso.
«È pronta?» chiese.
Lily si voltò di scatto, più perplessa che allarmata. Aveva la luce negli
occhi e riusciva a scorgere soltanto una forma indistinta.
«Pronta per che cosa?»
«Per venire in città a divertirsi.»
Quando le giunse la risposta, Lily alzò la lampada e si rimise lentamente
in piedi. Lo guardò in faccia, affascinata ancora una volta dagli occhi di
Pitt, mentre lui ammirava i capelli rossoscuri che brillavano come il fuoco
sotto la luce fulgida della lampada sibilante.
«Il signor Pitt... vero?» Lily si sfilò il guanto destro e tese la mano.
Anche Pitt si tolse il guanto e le strinse la mano energicamente. «Prefe-
risco che le belle signore mi chiamino Dirk e mi diano del tu.»
Lily si sentiva come una ragazzina intimidita. Le dispiaceva di non esse-
re truccata e si chiedeva se Pitt s'era accorto che aveva le mani callose. I-
noltre, per aggravare la situazione, si sentì arrossire.
«Lily... Sharp», balbettò. «Io e i miei amici ci auguravamo di poterti rin-
graziare per questa notte. Pensavo che scherzassi, quando hai parlato del-
l'invito a cena. Davvero, non credevo che ti avrei rivisto.»
«Come puoi sentire...» Pitt s'interruppe e inclinò la testa verso il gemito
del vento. «...neppure una tormenta è stata sufficiente per tenermi lonta-
no.»
«Devi essere proprio matto.»
«No, solo tanto stupido da illudermi di poter battere in velocità una tem-
pesta artica.»
Risero entrambi e la tensione si dileguò. Lily si mosse per uscire dalla
trincea. Pitt le prese il braccio e l'aiutò, poi si affrettò a lasciarla quando la
vide rabbrividire.
«Non dovresti restare alzata.»
Lily sorrise con aria coraggiosa. «Sono indolenzita per un mare di lividi
blu e neri che non posso mostrarti. Ma sopravvivrò.»
Pitt sollevò la lanterna e girò lo sguardo sulle pietre e sugli scavi. «Che
cos'è?» chiese.
«Un antico villaggio eschimese che fu abitato dal 100 al 500 dopo Cri-
sto.»
«E come si chiama?»
«L'abbiamo battezzato Gronquist Bay Village in onore del dottor Hiram
Gronquist che l'ha scoperto, cinque anni fa.»
«È uno dei tre uomini che ho conosciuto stanotte?»
«Quello grande e grosso che aveva perso i sensi.»
«Cosa sta, adesso?»
«Ha un grosso bozzo violaceo sulla fronte, ma lui giura di non avere mal
di testa né capogiri. Quando ho lasciato la baracca, stava arrostendo un
tacchino.»
«Un tacchino?» ripeté Pitt, sorpreso. «Dovete avere un sistema di rifor-
nimenti di primissimo ordine.»
«Un aereo Minerva a decollo verticale, prestato all'università da un ricco
ex allievo. Arriva da Thule ogni due settimane.»
«Pensavo che, a queste latitudini, il periodo degli scavi fosse limitato al
cuore dell'estate, quando le temperature sopra lo zero scongelano il terre-
no.»
«In generale è così. Ma con il riparo prefabbricato e riscaldato sopra la
sezione principale del villaggio, possiamo lavorare da aprile fino a tutto ot-
tobre.»
«Avete trovato niente di straordinario, per esempio un oggetto che non
avrebbe dovuto esserci?»
Lily lanciò a Pitt un'occhiata strana. «Perché vuoi saperlo?»
«Per curiosità.»
«Abbiamo ritrovato centinaia di manufatti interessanti per ricostruire il
tenore di vita e la tecnologia degli eschimesi preistorici. Li abbiamo nella
baracca, se vuoi vederli.»
«Posso sperare di vederli davanti a una porzione di tacchino?»
«Certamente. E il dottor Gronquist è un ottimo cuoco.»
«Avrei voluto invitarvi tutti a cena a bordo della nave, ma questa tor-
menta ha sconvolto i miei progetti.»
«E noi siamo sempre contenti di vedere una faccia nuova al nostro tavo-
lo.»
«Avete scoperto qualcosa di eccezionale, non è vero?» chiese brusca-
mente Pitt.
Lily sgranò gli occhi in un'espressione sospettosa. «Come fai a saperlo?»
«Greco o romano?»
«Impero romano. Per la precisione, di Bisanzio.»
«Di Bisanzio... ma che cosa?» insistette Pitt con un'espressione dura ne-
gli occhi. «È molto antico?»
«È una moneta d'oro della fine del quarto secolo.»
Pitt parve rilassarsi. Trasse un respiro profondo e lo esalò mentre Lily lo
fissava confusa e piuttosto irritata.
«Avanti, sentiamo!» esclamò la donna.
«E se ti dicessi», cominciò lentamente Pitt, «che c'è una fila di anfore
sparse sul fondo marino, proprio davanti al fiordo?»
«Anfore?» ripeté sbalordita Lily.
«Ho una registrazione effettuata dalle nostre telecamere subacquee.»
«Erano arrivati veramente fin qui.» Lily sembrava in trance. «Avevano
veramente attraversato l'Atlantico. I romani erano sbarcati in Groenlandia
prima dei vichinghi.»
«Le prove sembrano confermarlo.» Pitt passò il braccio intorno alla vita
di Lily e la guidò verso la porta. «A proposito, devi restare bloccata qui
dentro per tutta la durata della tempesta oppure la corda là fuori conduce
alla baracca?»
Lily annuì. «Sì, è tesa fra le due costruzioni.» Si fermò a guardare il
punto dove aveva scoperto la moneta. «Pitea, il navigatore greco, aveva
compiuto un viaggio epico nel 350 avanti Cristo. Secondo le leggende, na-
vigò l'Atlantico in direzione nord e finì per raggiungere l'Islanda. È strano
che non esistano leggende o documenti su un viaggio dei romani qui a
nord-ovest, settecentocinquant'anni più tardi.»
«Pitea fu fortunato. Riuscì a tornare a casa per raccontare la sua avventu-
ra.»
«Credi che i romani, dopo essere venuti fin qui, si siano persi durante il
viaggio di ritorno?»
«No, credo che siano ancora qui.» Pitt guardò Lily con un sorriso ener-
gico. «E noi due, mia bella signora, li troveremo.»

PARTE SECONDA
LA »SERAPIS«

14.

14 ottobre 1991
Washington, D.C.

Un'acquerugiola fredda e uggiosa avvolgeva la capitale degli Stati Uniti


nel momento in cui un taxi si fermava all'incrocio fra la Diciassettesima e
la Pennsylvania Avenue, davanti al vecchio Executive Office Building. Un
uomo in uniforme da fattorino ne scese e disse al tassista di aspettare. Poi
si chinò, prendendo dall'interno dell'auto un pacco avvolto nella seta rossa.
Attraversò a passo svelto il marciapiedi, scese alcuni gradini, varcò una
porta ed entrò nell'anticamera dell'ufficio postale.
«Per il presidente», disse con accento spagnolo.
Un impiegato annotò la consegna del pacco e l'orario. Poi alzò gli occhi
e sorrise. «Piove ancora?»
«Una pioggerella.»
«Quanto basta per rovinare l'esistenza.»
«E rallentare il traffico», replicò il fattorino con aria acida.
«Comunque, buona giornata.»
«Grazie, altrettanto.»
Il fattorino uscì mentre l'impiegato prendeva il pacco e lo passava al
fluoroscopio. Poi indietreggiò d'un passo e osservò lo schermo mentre i
raggi x rivelavano l'oggetto sotto l'incarto.
Lo identificò senza difficoltà. Era una borsa, ma l'immagine lo sconcer-
tava. Niente indicava che contenesse fascicoli ó documenti, né oggetti so-
lidi dal contorno caratteristico, o qualcosa che sembrasse un esplosivo.
L'uomo era un esperto nelle identificazioni ai raggi x, ma il contenuto del
pacco lo sconcertava.
Prese il telefono e rivolse una richiesta alla persona che gli rispose. Non
erano passati neppure due minuti quando un agente del servizio di sicurez-
za comparve in compagnia di un cane.
«C'è qualcosa per Sweetpea?» chiese l'agente.
L'impiegato annuì e posò il pacco sul pavimento. «Non riesco a identifi-
carlo con il fluoroscopio.»
Sweetpea era una bastarda, frutto di un breve incontro fra un bracchetto
e un bassotto. Aveva enormi occhi castani, un corpo piccolo e grasso so-
stenuto da corte zampette. Era stata addestrata per riconoscere al fiuto tutti
i tipi di esplosivo, dal più comune al più raro. Mentre i due uomini la os-
servavano, la bestiola girò intorno al pacco con il naso fremente come
quello di un'anziana e ricca vedova davanti a un'esposizione di profumi.
All'improvviso la cagna s'irrigidì, rizzò il pelo del collo e della schiena e
incominciò a indietreggiare. Il muso assunse una strana espressione di di-
sgusto e di sospetto. Poi incominciò a ringhiare.
L'agente era sorpreso. «Di solito non reagisce così.»
«Lì dentro dev'esserci qualcosa di strano», disse l'impiegato postale.
«A chi è indirizzato?»
«Al presidente.»
L'agente si mosse e compose un numero al telefono. «È meglio che fac-
ciamo venire Jim Gerhart.»
L'agente speciale Gerhart, responsabile del servizio di sicurezza della
Casa Bianca, ricevette la telefonata mentre, seduto alla scrivania, stava
mangiando. Andò immediatamente all'ufficio della posta in arrivo.
Osservò la reazione del cane, ed esaminò il pacco al fluoroscopio. «Non
vedo fili né congegni detonatori», disse con l'accento strascicato della Ge-
orgia.
«Non è una bomba», convenne l'impiegato postale.
«D'accordo, apriamo.»
L'involucro di seta rossa fu rimosso con estrema attenzione e rivelò una
borsa di pelle nera. Non c'erano monogrammi, o il marchio del fabbricante
o il numero del modello. C'erano solo serrature a combinazione, apribile
con una chiave.
Gerhart provò a far scattare le due serrature. Si aprirono entrambe.
«Il momento della verità», disse con un sorriso diffidente.
Posò le mani sugli angoli del coperchio e lo sollevò piano piano fino a
scoprirne il contenuto.
«Gesù!» esclamò Gerhart.
L'agente del servizio di sicurezza impallidì e si girò dall'altra parte.
L'impiegato postale soffocò un conato di vomito e corse barcollando verso
il bagno.
Gerhart richiuse la borsa. «Portalo immediatamente al George Washin-
gton Hospital.»
L'agente non riuscì a rispondere fino a che non ebbe ingoiato il fiotto di
bile che gli era salito alla gola. Infine tossì. «È proprio vera, oppure è una
specie di pesce d'aprile?»
«È autentica», disse cupamente Gerhart. «E, credimi, non è uno scher-
zo.»

Nel suo ufficio alla Casa Bianca, Dale Nichols si assestò sulla poltronci-
na girevole e inforcò gli occhiali da lettura. Per la decima volta ricominciò
a esaminare il contenuto di un grosso fascicolo che gli era stato inviato da
Armando Lopez, direttore degli Affari Latino-Americani.
Nichols aveva l'aspetto del professore universitario, e in effetti lo era al
tempo in cui il presidente l'aveva convinto ad abbandonare la tranquillità
delle aule per la bolgia politica di Washington. La riluttanza iniziale si era
comunque trasformata ben presto in stupore quando Nichols aveva scoper-
to di possedere il talento segreto necessario per manovrare la burocrazia
della Casa Bianca.
I folti capelli color caffè erano spartiti da una scriminatura centrale. Gli
occhiali antiquati, con le piccole lenti rotonde e la montatura metallica, ri-
specchiavano un temperamento metodico e determinato che lo rendeva ca-
pace di isolarsi dal mondo per concentrarsi sui compiti che gli venivano af-
fidati. E infine ostentava altri due attributi caratteristici dell'uomo accade-
mico: la cravatta a farfalla e la pipa.
Accese la pipa senza staccare gli occhi dagli articoli ritagliati da quoti-
diani e riviste messicani, tutti sullo stesso argomento.
Topiltzin.
Erano incluse anche numerose interviste concesse dal messia carismati-
co ad alti rappresentanti dei Paesi del Centro e del Sud America; Topiltzin
però si era rifiutato di parlare ai giornalisti e agli incaricati del governo de-
gli Stati Uniti. Nessuno era riuscito a superare il suo esercito di guardie del
corpo.
Nichols aveva imparato lo spagnolo durante due anni di servizio in Perù
con il Peace Corps, e quindi non aveva difficoltà a leggere gli articoli.
Prese un bloc-notes e cominciò a redigere un elenco delle pretese e delle
affermazioni venute alla luce nel corso delle interviste.

1. Topiltzin afferma di provenire da una famiglia poverissima, di essere


nato in una baracca di cartone ai margini dell'immensa discarica dei ri-
fiuti alla periferia di Città di Messico e di non conoscere il giorno, il me-
se e l'anno della nascita. È sopravvissuto e ha imparato che cosa signifi-
ca vivere tra il puzzo, le mosche, il letame e la sporcizia degli affamati
senza casa.
2. Dichiara di non aver studiato. La sua storia, dall'infanzia al momento
in cui si è presentato come sedicente sommo sacerdote dell'arcaica reli-
gione tolteco-azteca, è avvolta nel buio più totale.
3. Pretende d'essere la reincarnazione di Topiltzin, sovrano tolteco vissu-
to nel decimo secolo e identificato con il leggendario dio Quetzalcoatl.
4. La sua filosofia politica è un miscuglio pazzesco tra la cultura e la re-
ligione antiche da una parte e una specie di autocrazia senza partiti dal-
l'altra. Intende recitare il ruolo del padre benevolo per il popolo messi-
cano. Non risponde a chi gli chiede come si propone di ricostruire l'eco-
nomia disastrata. Rifiuta di discutere il modo in cui ristrutturerà il go-
verno se prenderà il potere,
5. È un oratore carismatico. Stabilisce uno strano rapporto con gli ascol-
tatori. Parla soltanto nell'antica lingua azteca e usa gli interpreti. Si tratta
di una lingua ancora usata da molti indios del Messico centrale.
6. I suoi sostenitori sono fanatici. La sua popolarità è dilagata nel Paese
come una marea. Gli analisti politici prevedono che potrebbe vincere le
elezioni nazionali con quasi sei punti di vantaggio. Tuttavia rifiuta di
partecipare alle elezioni libere perché afferma, non a torto, che i dirigenti
corrotti non cederebbero mai il potere anche se perdessero. Topiltzin è
sicuro di impadronirsi del Paese per mezzo d'una specie di plebiscito
popolare.

Nichols posò la pipa sul portacenere, fissò pensieroso il soffitto per


qualche momento e ricominciò a scrivere.

SOMMARIO: Topiltzin è incredibilmente ignorante o incredibilmente


dotato. È ignorante se è ciò che dice di essere. È dotato se nella sua paz-
zia ci sono un metodo e un fine che lui solo riesce a vedere. Guai, guai,
guai.

Nichols aveva cominciato a rileggere gli articoli alla ricerca di una chia-
ve che permettesse di decifrare il carattere di Topiltzin, quando il telefono
squillò. Sollevò il ricevitore.
«Il presidente sulla uno», annunciò la segretaria.
Nichols premette il pulsante. «Sì, signor presidente.»
«Abbiamo notizie di Guy Rivas?»
«No, niente.»
Il presidente tacque per qualche attimo. Poi disse: «Doveva venire da me
due ore fa. Sono preoccupato. Se ha avuto problemi, a quest'ora il suo pilo-
ta ci avrebbe avvertiti».
«Non è andato a Città di Messico con un jet della Casa Bianca», spiegò
Nichols. «Per ragioni di segretezza ha viaggiato su un aereo di linea come
turista.»
«Capisco», rispose il presidente. «Se il presidente De Lorenzo venisse a
sapere che ho mandato un mio rappresentante personale a contattare l'op-
posizione, la prenderebbe come un'offesa e annullerebbe la nostra confe-
renza della settimana prossima in Arizona.»
«È la nostra preoccupazione principale», assicurò Nichols.
«Ha avuto notizie dell'incidente del volo charter dell'ONU?» chiese il
presidente cambiando argomento.
«No, signore», rispose Nichols. «So soltanto che Hala Kamil è soprav-
vissuta.»
«Sì, oltre a due membri dell'equipaggio. Gli altri sono morti avvelenati.»
«Avvelenati?» chiese incredulo Nichols.
«Così riferiscono gli inquirenti. Pensano che il pilota abbia cercato di
avvelenare tutti coloro che si trovavano a bordo prima di lanciarsi con il
paracadute sopra l'Islanda.»
«Il pilota doveva essere un impostore.»
«Non lo sapremo fino a che non l'avremo ritrovato vivo o morto.»
«Cristo! Quale movimento terroristico avrebbe avuto un motivo per
sterminare più di cinquanta rappresentanti dell'ONU?»
«Finora nessuno ha rivendicato l'attentato. Secondo Martin Brogan della
CIA, se è opera dei terroristi, questa volta hanno agito secondo schemi di-
versi dal solito.»
«È possibile che il bersaglio fosse Hala Kamil», suggerì Nichols. «A-
khmad Yazid ha giurato di eliminarla.»
«È una possibilità che non possiamo ignorare», ammise il presidente.
«I media hanno saputo qualcosa?»
«La notizia sarà diffusa dalla stampa e dalla TV entro un'ora. Non mi pa-
reva che avesse senso tenerlo nascosto.»
«Vuole che faccia qualcosa, signor presidente?»
«Le sarei grato, Dale, se sondasse le reazioni dei collaboratori del presi-
dente De Lorenzo. Su quel volo c'erano undici delegati e altri rappresen-
tanti del governo messicano. Presenti le mie condoglianze e offra tutta la
collaborazione possibile entro certi limiti. Oh, sì, è meglio che tenga in-
formato Julius Schiller al Dipartimento di Stato, in modo da non pestarci i
piedi l'uno con l'altro.»
«Me ne occuperò subito.»
«E m'informi immediatamente non appena ha notizie di Rivas.»
«Sì, signor presidente.»
Nichols riattaccò e tornò a concentrare l'attenzione sul dossier. Comin-
ciava a domandarsi se Topiltzin avesse qualcosa a che fare con lo stermi-
nio dei delegati dell'ONU, e stava cercando qualcosa di concreto cui affer-
rarsi.
Nichols non era un investigatore. Non aveva l'abilità di sezionare fred-
damente, strato per strato, un personaggio sospetto, nel tentativo di com-
prenderlo. La sua specializzazione accademica era focalizzata sulle proie-
zioni dei sistemi dei movimenti politici internazionali.
Per lui Topiltzin era un enigma. Hitler aveva avuto una visione distorta
della supremazia ariana. Travolto dal fanatismo religioso, Khomeini aveva
cercato di far piombare il Medio Oriente nel fondamentalismo musulmano
più oscurantista. Lenin aveva predicato la crociata del comunismo mondia-
le.
Qual era l'obiettivo di Topiltzin?
Il Messico degli aztechi? Un ritorno al passato? Nessuna società moder-
na poteva funzionare con regole così arcaiche. Il Messico non era una na-
zione che si poteva governare con le fantasie di un don Chisciotte. Dietro
quell'uomo doveva esserci un'altra forza motrice. Nichols stava facendo
congetture nel vuoto. Vedeva Topiltzin soltanto come una caricatura, un
cattivo da cartone animato.
La segretaria entrò senza annunciarsi e posò un fascicolo sulla scrivania.
«Il rapporto che ha chiesto alla CIA... e c'è una chiamata per lei sulla tre.»
«Chi è?»
«Un certo James Gerhart», rispose la segretaria.
«Fa parte del servizio di sicurezza della Casa Bianca», disse Nichols.
«Ha spiegato che cosa vuole?»
«Ha detto solo che è urgente.»
Incuriosito, Nichols prese la chiamata. «Dale Nichols.»
«Sono Jim Gerhart, signore, responsabile del...»
«Sì, lo so», interruppe Nichols. «C'è qualche problema?»
«Penso che farebbe bene a venire al laboratorio di patologia del George
Washington.»
«L'ospedale dell'università?»
«Sì, signore.»
«E perché?»
«Preferirei non dirlo al telefono.»
«Ho molto da fare, signor Gerhart. Si spieghi meglio.»
Vi fu un breve silenzio. «È una questione che riguarda lei e il presidente.
È tutto ciò che posso dirle.»
«Non può darmi un'indicazione più precisa?»
Gerhart ignorò la richiesta. «Uno dei miei uomini sta aspettando davanti
al suo ufficio per condurla al laboratorio. Ci vedremo nella sala d'aspetto.»
«Stia a sentire, Gerhart...» Nichols s'interruppe. L'altro aveva interrotto
la comunicazione.

L'acquerugiola s'era trasformata in una pioggia insistente e l'umore di


Nichols era intonato al maltempo quando entrò nell'ospedale e si avviò
verso il laboratorio di patologia. L'odore d'etere che pervadeva i corridoi lo
disgustava.
Come aveva promesso, Gerhart lo attendeva in anticamera. Si conosce-
vano di vista, ma non s'erano mai parlati. Gerhart si avvicinò senza però
tendere la mano.
«La ringrazio per essere venuto», disse in tono ufficiale.
«Perché sono qui?» chiese Nichols.
«Per un'identificazione.»
Nichols fu assalito da uno spiacevole presentimento. «Di chi si tratta?»
«Preferirei che fosse lei a dirmelo.»
«Non me la sento di guardare cadaveri.»
«Non è esattamente un cadavere, ma avrà bisogno di uno stomaco for-
te.»
Nichols alzò le spalle. «D'accordo, sbrighiamoci.»
Gerhart aprì la porta e lo guidò in fondo a un lungo corridoio e in una
grande stanza piastrellata di bianco. Il pavimento era leggermente concavo,
con un tombino al centro. Un tavolo d'acciaio inossidabile spiccava solita-
rio nel mezzo, e un telo opaco di plastica bianca copriva un lungo oggetto
che non doveva avere uno spessore superiore a un paio di centimetri.
Nichols si voltò sbalordito verso Gerhart. «Che cosa dovrei identifica-
re?»
Senza una parola, Gerhart sollevò il telo e lo rimosse, lasciandolo cadere
sul pavimento.
Nichols fissò l'oggetto sul tavolo. In un primo momento pensò che fosse
l'immagine di carta della figura di un uomo. Poi, con un tremito, comprese
la macabra verità. Si chinò sul tombino e vomitò.
Gerhart uscì e tornò subito dopo con una sedia pieghevole e una salviet-
ta.
Fece sedere Nichols e gli porse l'asciugamano. «Ecco», disse fredda-
mente. «Usi questo.»
Nichols rimase seduto per un paio di minuti. Tenne la salvietta premuta
contro la faccia, scosso da conati a vuoto. Infine si riprese un po', guardò
Gerhart e balbettò:
«Mio Dio... non è altro che...»
«Pelle», concluse Gerhart. «Pelle umana.»
Nichols dovette fare uno sforzo per guardare l'oggetto macabro steso sul
tavolo.
Sembrava un pallone sgonfio. Era l'unico modo per descriverlo. Era stata
fatta un'incisione dalla nuca fino alle caviglie, e la pelle era stata staccata
dal corpo come la pelliccia di un animale. Sul petto c'era una lunga fendi-
tura verticale ricucita rozzamente. Gli occhi non c'erano, ma c'era tutto il
derma, e includeva anche le mani e i piedi raggrinziti.
«È in grado di dirmi chi potrebbe essere?» chiese Gerhart a voce bassa.
Nichols fece uno sforzo, ma i lineamenti distorti del volto rendevano
impossibile l'identificazione. Solo i capelli sembravano vagamente familia-
ri. Eppure... eppure aveva compreso.
«Guy Rivas», mormorò.
Gerhart non parlò. Prese Nichols per il braccio e lo condusse in un'altra
stanza, dove c'erano alcune poltrone comode e una macchina per il caffè.
Ne versò una tazza e gliela porse.
«Beva. Torno fra un momento.»
Nichols sedette. Aveva la sensazione di vivere in un incubo. Era ancora
sconvolto e nauseato da ciò che aveva visto nell'altra stanza. Non riusciva
a capacitarsi della realtà della morte orribile di Rivas.
Gerhart tornò. Aveva con sé una borsa. La posò su un tavolino. «È stata
lasciata all'ufficio postale. La pelle era piegata all'interno. In un primo
momento ho pensato che fosse opera di uno psicopatico. Poi ho cercato
meglio e ho trovato un registratore miniaturizzato nascosto dentro la fode-
ra.»
«E ha ascoltato il nastro?»
«Non è servito a molto. Sembra la conversazione fra due uomini che
parlano in codice.»
«Come mai è risalito da Rivas a me?»
«La carta d'identità governativa di Rivas era stata messa all'interno della
pelle. Chi l'ha assassinato voleva essere sicuro che identificassimo i resti.
Sono andato all'ufficio di Rivas e ho interrogato la segretaria, e alla fine mi
ha detto che Rivas aveva avuto un incontro di due ore con lei e il presiden-
te prima di andare all'aeroporto per partire per una destinazione ignota.
Quest'ultimo particolare mi è sembrato strano e quindi ho dedotto che Ri-
vas fosse in missione segreta. Perciò ho contattato lei.»
Nichols lo fissò socchiudendo le palpebre. «Ha detto che c'è una conver-
sazione registrata?»
Gerhart annuì. «La conversazione e le urla di Rivas mentre stavano per
farlo a pezzi.»
Nichols chiuse gli occhi e cercò di scacciare la visione che era apparsa
nella sua mente.
«È necessario informare la famiglia», continuò Gerhart. «Era sposato?»
«Sì. E aveva quattro figli.»
«Lo conosceva bene?»
«Guy Rivas era un brav'uomo. Una delle poche persone veramente one-
ste che ho conosciuto da quando sono arrivato a Washington. Avevamo la-
vorato insieme in varie missioni diplomatiche.»
Per la prima volta la faccia impassibile di Gerhart s'intenerì. «Mi dispia-
ce.»
Nichols non l'ascoltava. I suoi occhi assunsero una luce fredda e amara.
L'incubo era svanito. Non sentiva più il sapore del vomito, la nausea del-
l'orrore. La brutale barbarie di cui era stato vittima qualcuno che conosce-
va bene aveva scatenato una valanga di collera, una collera che Nichols
non aveva mai provato.
Il professore dal potere limitato alle quattro pareti di un'aula universita-
ria non esisteva più. Al suo posto c'era un collaboratore del presidente, uno
del piccolo gruppo eletto dei mediatori del potere, capaci di cambiare gli
eventi e di creare scompiglio in tutto il mondo.
Con tutti i mezzi e i poteri di cui disponeva alla Casa Bianca, con o sen-
za l'approvazione ufficiale del presidente, Nichols era deciso a vendicare
l'assassinio di Rivas. Topiltzin doveva morire.

15.

Il piccolo executive jet Beechcraft atterrò con un leggero stridore di


pneumatici e rallentò sulla pista di un aeroporto privato una ventina di chi-
lometri a sud di Alessandria d'Egitto. Meno d'un minuto più tardi si arrestò
davanti a una Volvo verde con la scritta TAXI sulle portiere. Il rombo dei
motori cessò e il portello della cabina passeggeri si aprì.
L'uomo che scese a terra portava un abito bianco con la cravatta bianca e
la camicia blu. Era alto circa un metro e ottanta e aveva una corporatura
snella. Si fermò per un momento, passandosi un fazzoletto sulla fronte
stempiata, e poi si accarezzò con l'indice i vistosi baffi neri. Gli occhi era-
no nascosti dalle lenti scure, e le mani erano coperte da guanti di pelle
candida.
Suleiman Aziz Ammar non somigliava affatto al pilota che era salito sul
volo 106 a Londra.
Si avvicinò alla Volvo e salutò l'autista basso e muscoloso che aveva la-
sciato il volante. «Buongiorno, Ibn. Hai avuto qualche difficoltà per il ri-
torno?»
«È tutto in ordine», rispose Ibn. Aprì la portiera posteriore senza cercare
di nascondere l'arma nella fondina sotto l'ascella.
«Portami da Yazid.»
Ibn annuì in silenzio, mentre Ammar prendeva posto sul sedile posterio-
re.
L'esterno del taxi era ingannevole quanto i numerosi travestimenti di
Ammar: i vetri scuri e la carrozzeria erano a prova di proiettile. A bordo,
Ammar stava su una comoda poltroncina di pelle davanti a una piccola
scrivania dotata di una completa attrezzatura elettronica che comprendeva
due telefoni, un computer, una radiotrasmittente e un monitor TV. C'erano
anche un mobiletto bar e una rastrelliera con due fucili automatici.
Mentre la macchina aggirava il centro affollato di Alessandria e svoltava
sulla strada della spiaggia di al-Jaysh, Ammar controllò i suoi investimen-
ti. Possedeva una ricchezza enorme, nota a lui solo. I suoi successi finan-
ziari erano dovuti più alla spietatezza che all'astuzia. Se un dirigente d'a-
zienda o un funzionario governativo ostacolavano un affare redditizio per
Ammar, il loro destino era quello di essere eliminati.
Dopo una ventina di chilometri, Ibn rallentò, fermandosi davanti al can-
cello di una piccola villa che coronava una collinetta, affacciata sull'ampio
lido sabbioso.
Ammar spense il computer e scese dalla macchina. Quattro guardie in
tenuta da fatica color sabbia lo circondarono e lo perquisirono. Per mag-
gior precauzione lo fecero passare attraverso un detector a raggi x del tipo
usato negli aeroporti.
Poi le guardie del corpo di Yazid lo condussero per una scalinata di pie-
tra, eretta fra le costruzioni di cemento. Ammar sorrise quando passarono
davanti all'arcata principale, l'accesso riservato agli ospiti d'onore, ed en-
trarono da una porticina laterale. Accantonò con il pensiero quell'insulto;
sapeva che Yazid, con la sua mentalità meschina, tendeva a umiliare colo-
ro che facevano per lui i lavori più sporchi, ma che non appartenevano alla
cerchia intima dei suoi adoratori fanatici.
Ammar fu fatto entrare in una stanza spoglia, dove c'erano soltanto uno
sgabello di legno e un grande tappeto di Kāshā'n appeso a una parete. L'a-
ria era calda e soffocante. Non c'erano finestre e la luce filtrava dal lucer-
nario. Le guardie uscirono senza pronunciare una parola e chiusero la por-
ta.
Ammar sbadigliò e alzò il polso come per controllare l'orologio. Poi si
tolse gli occhiali scuri e si soffregò gli occhi. Quei gesti studiati gli permi-
sero di localizzare il minuscolo obiettivo di una telecamera nascosta tra i
fregi del tappeto, senza per questo tradire la sua scoperta.
Rimase ad attendere per quasi un'ora prima che il tappeto si scostasse e
Akhmad Yazid entrasse dalla piccola arcata nascosta.
Il capo spirituale dei musulmani egiziani era giovane: non aveva più di
trentacinque anni. Era piccolo di statura ed era costretto ad alzare la testa
per guardare Ammar negli occhi. Il viso non aveva i lineamenti ben deli-
neati della maggior parte degli egiziani: il mento e gli zigomi erano più
morbidi e arrotondati. La testa era coperta da un drappo bianco avvolto a
turbante e la figura esile era drappeggiata in un caffettano di seta candida.
Quando passò dall'ombra alla luce, il colore degli occhi sfumò dal nero al
castano scuro.
In segno di rispetto, Ammar accennò un lieve inchino senza guardarlo
negli occhi.
«Ah, amico mio», disse calorosamente Yazid, «sono felice di rivederti.»
Ammar alzò la testa, sorrise e incominciò a giocare la sua partita. «È un
onore trovarmi alla sua presenza, Akhmad Yazid.»
«Siedi, prego», disse Yazid. Era un ordine, non un invito.
Ammar obbedì e sedette sullo sgabello in modo che Yazid potesse guar-
darlo dall'alto in basso. Yazid aveva studiato anche un'altra forma di umi-
liazione. Cominciò a girare intorno alla stanza mentre parlava, e costrinse
Ammar a voltarsi di continuo per seguirlo.
«Ogni settimana porta una nuova, grande sfida alla fragile autorità del
presidente Hasan. Solo la fedeltà dei militari impedisce la sua caduta. Può
ancora contare su trecentocinquantamila uomini dell'Esercito. Per il mo-
mento il ministro della Difesa Abu Hamid sta alla finestra. Mi ha assicura-
to che darà il suo appoggio al nostro movimento per una repubblica isla-
mica, ma soltanto se vinceremo un referendum nazionale senza spar-
gimenti di sangue.»
«È una prospettiva spiacevole?» chiese Ammar con aria innocente.
Yazid lo fissò con freddezza. «Quell'uomo è un ciarlatano filoccidentale,
troppo vigliacco per rinunciare agli aiuti americani. Per lui contano soltan-
to i reattori, gli elicotteri da combattimento e i carri armati. Teme che l'E-
gitto prenda la stessa strada dell'Iran, e da quell'idiota che è insiste per una
transizione ordinata da un governo all'altro, in modo che continuino ad af-
fluire i prestiti delle banche mondiali e gli aiuti finanziari americani.»
S'interruppe e guardò Ammar negli occhi, come se sfidasse il suo sicario
numero uno a contraddirlo di nuovo. Ammar rimase in silenzio. Aveva la
sensazione che la stanza soffocante si stringesse intorno a lui.
«Inoltre, Abu Hamid pretende da me la promessa che Hala Kamil conti-
nuerà a essere segretario generale delle Nazioni Unite», soggiunse Yazid.
«Eppure lei mi aveva ordinato di eliminarla», osservò incuriosito Am-
mar.
Yazid annuì. «Sì, la volevo morta perché si serve della sua posizione al-
l'ONU come di una piattaforma per esprimere la sua opposizione al nostro
movimento e per istigare contro di me l'opinione pubblica mondiale. Abu
Hamid, però, mi avrebbe sbattuto la porta in faccia se fosse stata uccisa
apertamente... e per questa ragione contavo che tu, Suleiman, la togliessi di
mezzo con un incidente tale da non suscitare sospetti. Purtroppo hai fallito.
Sei riuscito a uccidere tutti coloro che erano a bordo di quell'aereo tranne
Hala Kamil.»
Le ultime parole furono come un colpo di maglio. La calma apparente di
Ammar si disintegrò. Alzò gli occhi verso Yazid in preda alla confusione.
«È ancora viva?»
Lo sguardo di Yazid divenne ancora più freddo. «La notizia è arrivata a
Washington meno di un'ora fa. L'aereo è precipitato in Groenlandia. Tutti i
passeggeri, tranne Hala Kamil, e tutti i membri dell'equipaggio tranne due
sono stati uccisi dal veleno.»
«Veleno?» mormorò Ammar in tono scettico.
«I nostri informatori nei media americani lo hanno confermato. Che cosa
avevi pensato di fare, Suleiman? Mi avevi assicurato che l'aereo sarebbe
sparito in mare.»
«Hanno detto com'è arrivato fino in Groenlandia?»
«Uno steward ha scoperto i cadaveri dei due ufficiali. Con l'aiuto di un
delegato messicano, ha preso i comandi ed è riuscito a compiere un atter-
raggio d'emergenza in un fiordo lungo la costa. Hala Kamil sarebbe morta
congelata, togliendoti dall'imbarazzo, se non ci fosse stata nei pressi una
nave della Marina militare americana. Sono accorsi immediatamente e
l'hanno salvata.»
Ammar era sbalordito. Non era abituato all'insuccesso. Non riusciva a
immaginare come il suo incarico meticolosamente studiato fosse fallito in
modo tanto clamoroso. Chiuse gli occhi e rivide l'aereo che quasi sfiorava
la sommità del ghiacciaio e la superava. Subito cominciò a valutare i fatto-
ri imponderabili, concentrandosi su un frammento del rompicapo che non
collimava.
Yazid rimase in silenzio per qualche istante, poi spezzò la concentrazio-
ne di Ammar. «Naturalmente ti rendi conto che io sarò accusato di questo
disastro.»
«Non esistono prove che possono collegare l'attentato a me o a lei», dis-
se con fermezza Ammar.
«Può darsi. Ma io avevo un movente. Le voci e le ipotesi mi indicheran-
no come colpevole, e ciò avverrà soprattutto per mezzo dei media occiden-
tali. Dovrei farti giustiziare.»
Ammar non pensò ad alcunché e alzò le spalle con indifferenza. «Sareb-
be uno spreco. Sono pur sempre il più abile sicario del Medio Oriente.»
«E anche il più pagato.»
«Non ho l'abitudine di presentare il conto per gli incarichi non portati a
termine.»
«Lo spero», disse Yazid in tono acido. Girò bruscamente sui tacchi e si
avviò verso il tappeto. Tese la mano sinistra e lo scostò, poi si voltò di
nuovo verso Ammar. «Ora devo preparare la mente alla preghiera. Puoi
andare, Suleiman Aziz Ammar.»
«E Hala Kamil? Il lavoro non è stato completato.»
«Affiderò la sua eliminazione a Muhammad Ismail.»
«Ismail», borbottò Ammar. «È un cretino.»
«Posso fidarmi di lui.»
«Per che cosa? Per pulire le fogne?»
Gli occhi freddi di Yazid fissarono minacciosamente Ammar. «Hala
Kamil non ti riguarda più. Rimarrai in Egitto al mio fianco. Io e i miei fe-
deli consiglieri abbiamo messo a punto un altro progetto per favorire la no-
stra causa. Avrai un'occasione per riscattarti agli occhi di Allah.»
Prima che Yazid passasse oltre l'arcata, Ammar si alzò. «Il delegato
messicano che ha aiutato lo steward a pilotare l'aereo... anche lui è morto
avvelenato?»
Yazid si voltò e scosse la testa. «Secondo il rapporto, è rimasto ucciso
nell'atterraggio.»
Il tappeto ricadde.
Ammar tornò a sedere sullo sgabello. A poco a poco la rivelazione affio-
rò tra le nebbie dell'enigma. Avrebbe dovuto infuriarsi, ma non provava il
minimo sentimento di collera. Un sorriso divertito gli incurvò le labbra
sotto i baffi.
«Allora eravamo in due», mormorò rivolgendosi alla stanza vuota. «E
l'altro ha avvelenato i pasti.» Poi scosse la testa, meravigliato. «Veleno nel
filetto alla Wellington. Mio Dio, che strano.»

16.

In un primo momento nessuno prestò attenzione alla macchiolina che si


spostava lentamente lungo il margine esterno della carta millimetrata del
sonar.
Dopo sei ore di ricerche avevano trovato numerosi manufatti. C'erano
pezzi dell'aereo precipitato che venivano identificati per il recupero, un pe-
schereccio affondato, rottami gettati in mare da altri pescherecci che ave-
vano cercato rifugio dalle tempeste all'interno del fiordo. Tutto era stato
identificato dalla videocamera ed eliminato.
L'ultima anomalia non stava sul fondo del fiordo come era prevedibile.
Si trovava in una piccola cala circondata da dirupi ripidissimi, quasi per-
pendicolari. Soltanto un'estremità sporgeva nell'acqua limpida: il resto era
sepolto sotto un muro di ghiaccio.
Pitt fu il primo a comprenderne il significato. Era seduto davanti al regi-
stratore. Intorno a lui c'erano Giordino, il comandante Knight e gli archeo-
logi. Parlò nella trasmittente.
«Girate il pesce. Uno-cinque-zero gradi.»
Il Polar Explorer era ancora fermo nel fiordo ghiacciato. Fuori, sul pack,
una squadra comandata da Cork Simon aveva trivellato il ghiaccio e calato
nell'acqua l'apparecchio ricettore. Facevano girare lentamente il «pesce»,
come lo chiamavano, per esaminare una griglia di trecentosessanta gradi.
Dopo aver esplorato un'area, srotolavano ancora di più il cavo e provavano
in un altro punto più lontano dalla nave.
Simon diede il ricevuto all'ordine di Pitt e girò il cavo fino a che le son-
de sonar del «pesce» puntarono a centocinquanta gradi.
«Come va?» chiese.
«Sei esattamente sul bersaglio», rispose Pitt dalla nave.
Visto da un angolo più favorevole, il bersaglio divenne più nitido. Pitt lo
segnò con un pennarello nero.
«Credo che abbiamo trovato qualcosa.»
Gronquist si avvicinò e annuì. «Non si vede abbastanza per identificarlo.
Che ne pensa?»
«È indistinto», rispose Pitt. «Dobbiamo ricorrere all'immaginazione per-
ché l'oggetto è coperto in gran parte dal ghiaccio caduto dai dirupi. Ma la
parte che sporge sott'acqua fa pensare a una nave di legno. È una forma
nettamente angolata che termina in quella che potrebbe essere una poppa
alta e curva.»
«Sì», disse Lily, animandosi. «Alta ed elegante. Tipica di un mercantile
del quarto secolo.»
«Non si lasci trasportare troppo dall'entusiasmo», l'ammonì Knight. «Po-
trebbe anche essere un vecchio peschereccio a vela.»
«È possibile.» Giordino aveva un'aria pensierosa. «Ma se la memoria
non mi tradisce, i danesi, gli islandesi e i norvegesi che hanno pescato per
secoli in queste acque usavano navi più strette e con le due estremità molto
simili.»
«Hai ragione», ammise Pitt. «La prua e la poppa affilate risalgono alla
tradizione vichinga. Quella che vediamo potrebbe avere anch'essa le due
estremità simili, ma molto più ampie.»
«Non riesco ad avere un'immagine chiara della sezione dello scafo co-
perta dal ghiaccio», disse Gronquist. «Ma potremmo calare una telecamera
dietro la poppa nell'acqua libera, per vedere se riusciamo a identificarla
meglio.»
Giordino gli lanciò un'occhiata dubbiosa. «Una telecamera potrebbe
confermare che è la sezione poppiera di una nave naufragata, ma poco di
più.»
«A bordo abbiamo una schiera di uomini robusti», commentò Lily. «Po-
tremmo scavare nel ghiaccio e andare a vedere con i nostri occhi.»
Gronquist prese un binocolo, uscì dalla sala elettronica e salì in plancia.
Dopo mezzo minuto ritornò. «Secondo me, lo strato di ghiaccio che copre
il relitto ha uno spessore di almeno tre metri. Ci vorranno come minimo
due giorni per aprire un passaggio.»
«Purtroppo dovrete scavare senza la nostra collaborazione», disse
Knight. «Ho l'ordine di partire prima delle diciotto. Non resta molto tempo
per uno scavo.»
Gronquist fece una smorfia di stupore. «Mancano cinque ore appena.»
Knight allargò le braccia, rassegnato. «Mi dispiace. Non spetta a me de-
cidere.»
Pitt studiò la chiazza nera sulla carta millimetrata. Poi si rivolse a
Knight. «Se potessi dimostrare senza ombra di dubbio che si tratta di una
nave romana del quarto secolo, riusciresti a convincere il Comando del
Nord Atlantico a tenerci qui ancora per un giorno o due?»
Gli occhi di Knight brillarono d'astuzia. «Che cosa hai intenzione di
combinare?»
«Ci stai?» chiese Pitt.
«Sì», rispose con fermezza Knight. «Ma solo se dimostrerai senz'ombra
di dubbio che si tratta di un relitto di mille anni fa.»
«Allora siamo d'accordo.»
«Come pensi di riuscirci?»
«È semplice», rispose Pitt, ormai certo di aver preso Knight all'amo. «Mi
immergerò sotto il ghiaccio ed entrerò nello scafo.»

Cork Simon e i suoi lavorarono in fretta e aprirono un foro d'accesso con


le seghe a catena nel ghiaccio spesso un metro. Estrassero una quantità di
cubi di ghiaccio fino a quando arrivarono all'ultimo strato; lo sfondarono
con un maglio montato su un lungo tubo, rimuovendo poi i frammenti a-
cuminati con i grappini, in modo che Pitt potesse immergersi senza perico-
lo.
Quando ebbe constatato che il passaggio era pronto, Simon percorse po-
chi passi ed entrò in un piccolo riparo coperto da un telone. L'interno era
riscaldato, e affollato di uomini e di materiale per le immersioni. Un com-
pressore stava accanto all'impianto di riscaldamento e funzionava ansi-
mando.
Lily e gli altri archeologi erano seduti a un tavolo pieghevole in un an-
golo del riparo: facevano un disegno dppo l'altro e li discutevano con Pitt
che stava indossando la muta.
«Noi siamo pronti», annunciò Simon.
«Ancora cinque minuti», rispose Giordino mentre controllava le valvole
e il regolatore della maschera Mark I in dotazione alla Marina.
Pitt aveva indossato una muta impermeabile speciale sopra il sottotuta di
nylon pesante con i pesi a sganciamento rapido mentre cercava di imparare
in tutta fretta i dati relativi alla costruzione delle navi antiche.
«Nei primi vascelli mercantili i costruttori preferivano il cedro e il ci-
presso e spesso utilizzavano il pino per il fasciame», gli stava spiegando
Gronquist. «Per la chiglia usavano quasi sempre la quercia.»
«Non sono in grado di distinguere un legno dall'altro», obiettò Pitt.
«Allora studi lo scafo. Le tavole venivano unite per mezzo di tenoni e
mortase. In molte navi, la superficie subacquea era rivestita di lastre di
piombo. Le parti metalliche potrebbero essere di ferro o di rame.»
«E il timone?» chiese Pitt. «Devo controllare se ha qualcosa di particola-
re nel disegno e nel modo in cui è fissato?»
«Non troverà un timone centrato a poppa», spiegò Sam Hoskins. «Quel
tipo fu adottato otto secoli più tardi. Tutti gli antichi mercantili del Medi-
terraneo usavano come timoni due speciali remi gemelli che si estendeva-
no da poppa.»
«Vuoi una bombola d'aria di riserva?» intervenne Giordino.
Pitt scosse la testa. «Non è necessaria per un'immersione a poca profon-
dità, purché io sia legato a un cavo di sicurezza.»
Giordino prese la maschera e aiutò Pitt a indossarla. Controllò che si a-
dattasse esattamente al viso, regolò la posizione e strinse i cinghioli. La
valvola della bombola venne aperta e quando Pitt segnalò che l'aria gli ar-
rivava regolarmente, Giordino fissò alla maschera il cavo per le comunica-
zioni.
Mentre uno degli uomini della Marina srotolava e raddrizzava il tubo
dell'aria e il cavo per le comunicazioni, Giordino legò una cima di sicurez-
za intorno alla vita di Pitt; poi eseguì i soliti controlli che precedevano o-
gni immersione e mise la cuffia con microfono.
«Mi senti bene?» chiese.
«Chiaro ma debole», rispose Pitt. «Alza un po' il volume.»
«Così va meglio?»
«Molto meglio.»
«Tutto bene?»
«Benone, finché respiro aria riscaldata.»
«Tutto a posto?»
Pitt rispose facendo il segnale di okay con pollice e indice. Poi si sof-
fermò per agganciarsi alla cintura una torcia subacquea.
Lily l'abbracciò e lo scrutò attraverso il vetro della maschera. «Buona
caccia, e sii prudente.»
Pitt le strizzò l'occhio.
Si voltò e lasciò il riparo. Uscì nell'aria gelida, seguito da due uomini
della Marina che badavano al tubo e ai cavi.
Giordino si mosse per andare con loro, ma Lily gli strinse il braccio.
«Potremo sentirlo?» chiese ansiosamente.
«Sì. L'ho collegato con un altoparlante. Lei può restare qui al calduccio
con il dottor Gronquist e ascoltare. Se ha un messaggio per Pitt, basterà
che lo dica a me e io glielo passerò.»
A passi rigidi, Pitt arrivò all'orlo del foro nel ghiaccio e sedette. La tem-
peratura dell'aria era bassissima. Era una giornata di novembre pungente e
cristallina a causa del vento che soffiava a sedici chilometri orari.
Mentre calzava le pinne, Pitt alzò lo sguardo verso i fianchi ripidi delle
montagne che torreggiavano sopra la cala. Le tonnellate di neve e di ghiac-
cio, aggrappate alle pareti perpendicolari, sembravano sul punto di precipi-
tare da un momento all'altro. Si girò verso la parte alta del fiordo, dove i
bracci del ghiacciaio si attorcevano scendendo verso il mare. Poi guardò in
basso.
L'acqua all'interno del foro sembrava di giada, minacciosa e gelida.
Il comandante Knight si avvicinò e gli posò la mano sulla spalla. Non
riuscì a vedere altro che un paio di intensi occhi verdi attraverso il vetro
della maschera. Parlò alzando la voce perché Pitt potesse sentirlo.
«Restano un'ora e ventitré minuti. Ho pensato che fosse il caso di ricor-
dartelo.»
Pitt gli lanciò un'occhiata tagliente ma non rispose. Alzò i pollici per se-
gnalare che andava tutto bene e scivolò attraverso il foro nell'acqua fred-
dissima.
Scese lentamente tra le pareti candide. Gli sembrava di calarsi in un poz-
zo. Quando ne uscì, fu abbagliato dal caleidoscopio dei colori creati dai
raggi solari attraverso il ghiaccio. Lo strato inferiore era irregolare e acci-
dentato, costellato da minuscole stalattiti formate dall'acqua pura portata
nel fiordo dai ghiacciai.
Sott'acqua, la visibilità orizzontale era di un'ottantina di metri. Guardò in
basso e vide una piccola colonia di alghe aggrappate alle rocce che tappez-
zavano il fondo. Migliaia di minuscoli crostacei simili a gamberetti e so-
spesi nell'acqua immota passarono turbinando davanti ai suoi occhi.
Una grossa foca barbata di tre metri lo sbirciò incuriosita da una certa
distanza. I ciuffi di setole spuntavano irti dal muso. Pitt agitò le braccia e
la foca gli lanciò uno sguardo diffidente e poi si allontanò.
Pitt toccò il fondo e si fermò per compensare gli orecchi. Era pericoloso
immergersi con un giubbotto salvagente sotto il ghiaccio, e quindi Pitt non
lo portava. Si sentiva un po' troppo pesante, e perciò sganciò dalla cintura
un peso di piombo. L'aria che fluiva dal compressore attraverso un filtro e
un accumulatore e gli arrivava nella maschera era tiepida ma pura.
Alzò gli occhi e si orientò con il chiarore del foro nel ghiaccio. Controllò
la bussola. Non aveva portato un profondimetro, dato che doveva lavorare
nell'acqua alta non più di quattro metri.
«Parla.» La voce di Al Giordino gli giunse attraverso gli auricolari della
maschera.
«Sono arrivato sul fondo», rispose Pitt. «Tutti i sistemi funzionano.»
Poi si voltò a scrutare il vuoto verde. «Il relitto è dieci metri a nord. Ora
mi avvicino. Mollate un po' i cavi.»
Pitt si mosse lentamente a nuoto per evitare che i cavi s'impigliassero
nelle sporgenze di roccia. Il freddo intenso dell'acqua incominciava a fil-
trare sino al suo corpo. Era una fortuna che Giordino avesse avuto l'ispira-
zione di pompare aria riscaldata.
«Riferisci a Lily e a Doc Gronquist che vedo uno scafo di legno senza
timone a poppa, ma anche senza tracce di remi timonieri.»
«Ricevuto», disse Giordino.
Pitt estrasse il coltello dal fodero legato alla gamba e scalfì la parte infe-
riore dello scafo, presso la chiglia. Il graffio rivelò un metallo tenero.
«Mi sembra promettente», rispose Giordino. «Doc Gronquist vuol sape-
re se c'è qualcosa scolpito sul dritto di poppa.»
«Un momento.»
Pitt rimosse meticolosamente le alghe su un tratto del dritto di poppa,
vicino al punto dove spariva nel ghiaccio, e attese con pazienza che i mi-
nuscoli frammenti vegetali ricadessero sul fondo.
«C'è una targa di legno duro fissata al dritto di poppa. Riesco a distin-
guere una scritta e una faccia.»
«Una faccia?»
«Sì, con i capelli ricci e la barba.»
«Che cosa c'è scritto?»
«Mi dispiace, non conosco il greco.»
«Non è latino?» chiese Giordino in tono scettico.
Le lettere in rilievo erano indistinte nella luce tremula che filtrava attra-
verso il ghiaccio. Pitt si accostò fin quasi a toccare la targa con la masche-
ra.
«È greco», confermò.
«Sicuro?»
«Una volta uscivo con una ragazza della confraternita universitaria Al-
pha Delta Pi.»
«Aspetta. Hai fatto venire le convulsioni ai nostri scavaossa.»
Dopo un paio di minuti la voce di Giordino si fece sentire di nuovo.
«Secondo Gronquist, tu hai le allucinazioni, ma Mike Graham dice che ha
studiato il greco classico al college e vuol sapere se sei in grado di descri-
vergli le lettere.»
«La prima somiglia a una S tracciata come un fulmine. Poi c'è una A con
la gambetta destra mancante. Poi una P seguita da un'altra A zoppa e qual-
cosa che sembra una L capovolta o una forca. E c'è una I. L'ultima lettera è
un'altra S tracciata a fulmine. Questo è il massimo che posso dirvi.»
Graham, che ascoltava attraverso l'altoparlante nel riparo, trascrisse le
lettere dettate da Pitt su un foglio di quaderno fino a che ottenne

Fissò a lungo quella che sembrava una parola. C'era qualcosa che non
andava. Si sforzò di frugare nella memoria, e finalmente comprese. Le let-
tere appartenevano sì alla lingua greca classica ma orientale.
La sua espressione pensierosa lasciò il posto all'incredulità. Scrisse fu-
riosamente una parola, strappò il foglio e lo guardò. In maiuscole moderne,
era

SARAPIS

Lily lo fissò con aria interrogativa. «Ha un significato?»


Gronquist disse: «Mi pare che sia il nome di un dio greco-egizio».
«Era una divinità molto popolare nell'area mediterranea», confermò Ho-
skins. «Di solito la grafia moderna, però, è 'Serapis'.»
«Dunque la nostra nave è la Serapis», mormorò Lily.
Knight borbottò: «Abbiamo un relitto che potrebbe essere romano, greco
o egiziano. Che cos'è, per la precisione?»
«Non lo sappiamo», rispose Gronquist. «Per risolvere l'enigma abbiamo
bisogno della consulenza di uno specialista di archeologia marina che co-
nosca bene le antiche navi del Mediterraneo.»
Al di sotto del pack, Pitt si mosse sul lato destro dello scafo. Si fermò
nel punto dove il fasciame spariva nel ghiaccio. Nuotò intorno al dritto di
poppa, verso sinistra. Il fasciame appariva distorto e piegato verso l'ester-
no. In breve, pinneggiando, riuscì a scorgere la sezione che era stritolata
dal lastrone compatto.
Si sollevò fino all'apertura e infilò la testa all'interno. Era come guardare
in uno sgabuzzino buio. Scorse soltanto sagome vaghe, irriconoscibili. Al-
lungò una mano all'interno e toccò qualcosa di duro e rotondo. Valutò allo-
ra la distanza fra le assi spezzate e capì che il varco era troppo stretto per
infilarvi le spalle.
Si afferrò all'asse superiore, puntellò un piede contro lo scafo e tirò. Il
legno era ben conservato; si piegò leggermente ma non cedette. Pitt puntò
entrambi i piedi e strattonò con tutte le sue forze: l'asse continuò a resiste-
re. Tuttavia, proprio quando Pitt stava per rinunciare, i chiodi si staccarono
d'un colpo dalla costolatura interna e il legno zuppo d'acqua gli rimase fra
le mani. L'uomo fu scagliato all'indietro, contro una grossa roccia.
Qualunque archeologo marino avrebbe avuto un arresto cardiaco di fron-
te a quella brutalità irriverente commessa ai danni di un manufatto antico,
ma Pitt non aveva scrupoli accademici. Aveva freddo, sempre più freddo, e
la spalla gli doleva per l'urto contro la roccia. Sapeva che non poteva resi-
stere sott'acqua ancora per molto tempo.
«Ho trovato una falla nello scafo», disse, ansimando come un maratone-
ta. «Mandatemi giù una telecamera.»
«Ricevuto», rispose la voce impassibile di Giordino. «Torna indietro, te
la passerò.»
Pitt tornò al foro dal quale si era calato e seguì fino alla superficie la scia
delle sue bollicine. Giordino era sdraiato bocconi sul ghiaccio. Si tese e gli
passò una telecamera subacquea.
«Gira qualche metro e poi esci», disse Giordino. «Hai già fatto abba-
stanza.»
«E il comandante Knight?»
«Aspetta, te lo passo.»
La voce di Knight arrivò attraverso gli otofoni. «Dirk?»
«Parla pure, Byron.»
«Sei sicuro al cento per cento che abbiamo trovato una nave millenaria
in ottime condizioni?»
«Tutti gli indizi concordano.»
«Avrò bisogno di qualcosa di tangibile per convincere il Comando del
Nord Atlantico a tenerci qui per altre quarantotto ore.»
«Resta in attesa e chiuderò il messaggio con un bacio.»
«Mi basta un'anticaglia identificabile», ribatté Knight.
Pitt agitò una mano e sparì.
Non penetrò subito nel relitto. Non seppe mai con certezza per quanto
tempo rimase immobile davanti all'apertura triangolare. Probabilmente per
un minuto all'incirca, ma non più di due. Non sapeva perché esitava tanto.
Forse attendeva che una mano scheletrita lo invitasse con un cenno, forse
temeva di non trovare altro che i resti di un peschereccio islandese vecchio
di ottant'anni, o forse era riluttante a penetrare in quella che poteva essere
una tomba.
Finalmente abbassò la testa, strinse le spalle e scalciò adagio con le pin-
ne.
L'ignoto tenebroso si spalancò davanti a lui.

17.

Quando Pitt fu entrato, si fermò e restò immobile. Si posò lentamente


sulle ginocchia e ascoltò il battito del cuore e il suono del respiro che usci-
va dalla valvola di scarico mentre attendeva che i suoi occhi si abituassero
alla semioscurità fluida.
Non sapeva più che cosa avesse previsto di trovare; ma vide una serie di
giare, brocche, coppe e piatti di terracotta ammonticchiati in ordine sugli
scaffali fissati alle paratie. C'era anche la grossa pentola di rame che aveva
toccato quando aveva teso la mano attraverso il varco: era coperta da una
spessa patina verde.
In un primo momento credette di aver posato le ginocchia sulla superfi-
cie dura del ponte. Tastò con le mani e scoprì d'essere su di un focolare a
piastrelle. Alzò gli occhi e vide le bollicine che salivano e si disperdevano
ondeggiando. Si risollevò ed emerse nell'aria limpida: era uscito con la te-
sta e le spalle al di sopra del livello dell'acqua del fiordo.
«Sono nella cambusa della nave», comunicò agli ascoltatori in attesa sul
pack. «La metà superiore è asciutta. La telecamera è in funzione.»
«Ricevuto», rispose Giordino.
Pitt sfruttò i minuti successivi per filmare l'interno della cambusa al di
sopra e al di sotto del livello dell'acqua, mentre continuava a comunicare
l'inventario. Trovò uno stipo aperto pieno di eleganti recipienti di vetro. Ne
sollevò uno e guardò all'interno. Conteneva una certa quantità di monete.
Ne estrasse una, la liberò dalle alghe con le dita guantate mentre conti-
nuava ad azionare la telecamera con l'altra mano. La moneta rivelò un co-
lore dorato.
Si sentì invadere da un senso di reverenza e di apprensione. Si guardò
intorno come se si aspettasse che un equipaggio fantasma o almeno un'ap-
parizione scheletrica facesse irruzione per accusarlo di furto. Ma non c'era
nessuno. Era solo, e toccava oggetti appartenuti a uomini che avevano
camminato sullo stesso ponte, avevano preparato il cibo e l'avevano con-
sumato lì dentro... uomini che erano morti da sedici secoli.
Incominciò a domandarsi quale era stata la loro sorte. Com'erano giunti
nel gelido nord se non esistevano tracce di quel viaggio storico? Dovevano
essere morti di freddo, ma dov'erano finiti i corpi?
«Ti conviene risalire», disse Giordino. «Sei in acqua da quasi mezz'ora.»
«Ancora un momento», rispose Pitt. Mezz'ora, pensò. Gli sembravano
cinque minuti. Il tempo gli sfuggiva e il freddo cominciava a influire sui
suoi pensieri. Lasciò ricadere la moneta nel recipiente di vetro e proseguì
l'ispezione.
Il soffitto della cambusa saliva mezzo metro al di sopra del ponte princi-
pale, e le piccole finestre ad arco che normalmente permettevano la venti-
lazione erano sventrate nella parte superiore della paratia di prua. Pitt ne
aprì parzialmente una e si trovò di fronte una compatta muraglia di ghiac-
cio.
Eseguì una misurazione approssimativa e si accorse che il livello del-
l'acqua era più alto verso poppa. Questo, pensò, doveva indicare che la
prua e la sezione centrale dello scafo erano posate sul pendio della riva co-
perta di ghiaccio.
«Trovato qualcos'altro?» chiese Giordino che bruciava per la curiosità.
«Per esempio?»
«Ci sono resti dell'equipaggio?»
«Mi dispiace, ma qui non vedo ossa.» Pitt si immerse e scrutò il ponte
per assicurarsene. Non c'era nulla.
«Probabilmente sono stati presi dal panico e hanno abbandonato la na-
ve», suggerì Giordino.
«Niente, qui, fa pensare al panico», ribatté Pitt. «La cambusa è così in
ordine che potrebbe superare un'ispezione generale.»
«Puoi entrare nel resto della nave?»
«C'è un boccaporto nella paratia di prua. Vado a vedere che cosa c'è dal-
l'altra parte.»
Pitt si chinò e s'infilò nell'apertura bassa e stretta, trascinandosi dietro
cautamente la cima di sicurezza e il tubo dell'aria. Il buio era opprimente.
Sganciò la torcia elettrica dalla cintura e fece scorrere il raggio nel piccolo
compartimento.
«Ora sono in una specie di magazzino. Qui l'acqua è più bassa, mi arriva
poco al di sopra delle ginocchia. Vedo vari attrezzi, sì, gli utensili del car-
pentiere di bordo, una grossa stadera...»
«Una stadera?» l'interruppe Giordino.
«Una bilancia a un piatto, appesa a un gancio.»
«Capito.»
«C'è anche un assortimento di scuri, pesi di piombo e reti da pesca. A-
spetta, filmo tutto.»
Una stretta scala di legno saliva attraverso un'apertura nel ponte princi-
pale. Pitt fece qualche ripresa, poi controllò e, con sua meraviglia, scoprì
che la scala era ancora abbastanza solida per reggere il suo peso.
Salì lentamente e si affacciò fra i resti della cabina del ponte. C'era poco
da vedere, a parte alcuni detriti sepolti. La cabina era stata quasi comple-
tamente stritolata dall'accumularsi del ghiaccio.
Si lasciò cadere sul ponte e avanzò verso un altro portello che si apriva
nella stiva. Girò il fascio luminoso da dritta a sinistra e subito si sentì man-
care.
Non era soltanto una stiva.
Era una cripta.
Il freddo estremo aveva trasformato la stiva asciutta in una camera crio-
genica. Otto corpi in stato quasi perfetto di conservazione erano raggrup-
pati intorno a una piccola stufa di ferro, verso prua. Erano tutti coperti da
un sudario di ghiaccio, e si aveva l'impressione che ognuno fosse stato me-
ticolosamente avvolto in un grosso foglio di plastica trasparente.
Le espressioni dei volti erano pacifiche, gli occhi spalancati. Come ma-
nichini nella vetrina di un negozio, gli uomini erano atteggiati in pose di-
verse, quasi studiate. Quattro erano seduti a un tavolo e mangiavano, con i
piatti in mano, le coppe sollevate verso la bocca. Due erano sdraiati contro
lo scafo e sembrava stessero leggendo i rotoli che tenevano fra le dita. Uno
era chino su una cassapanca di legno, e l'ultimo era seduto nell'atto di scri-
vere.
Pitt ebbe la sensazione di essere entrato in una macchina del tempo. Non
poteva credere di avere sotto gli occhi uomini che erano stati cittadini della
Roma imperiale, antichi marinai che avevano navigato in porti sepolti sot-
to le macerie di civiltà più tarde, antenati vissuti sessanta generazioni pri-
ma.
Non erano preparati al freddo dell'Artico. Nessuno portava indumenti
pesanti; erano infagottati in ruvide coperte. Sembravano piccoli di statura
in confronto a Pitt; dovevano essere più bassi di tutta la testa. Un ometto
era quasi calvo, con pochi capelli grigi e lanosi. Un altro era fulvo e aveva
una gran barba. Quasi tutti avevano la faccia rasata. Per quel che poteva
capire attraverso lo strato di ghiaccio, il più giovane era sui diciotto anni, il
più vecchio era prossimo alla quarantina.
Il marinaio che era morto mentre scriveva aveva una calotta di cuoio sul-
la testa, e lunghe strisce di lana avvolte intorno alle mani e ai piedi. Stava
chino su un mucchietto di tavolette incerate, posate sulla superficie sfregia-
ta di un tavolino pieghevole. Nella destra stringeva ancora uno stilo.
I membri dell'equipaggio non avevano l'aria di essere morti di fame o di
freddo. La fine era giunta all'improvviso, inaspettata.
Pitt ne intuiva la causa. Tutti i boccaporti erano stati chiusi ermetica-
mente per tener fuori il freddo, e l'unica apertura per la ventilazione era
stata ostruita dal ghiaccio. Le pentole con l'ultimo pasto erano ancora sul
piccolo fornello a olio. Il caldo e il fumo non avevano avuto la possibilità
di fuoriuscire. Nella stiva s'era accumulato il letale monossido di carbonio.
Quegli uomini avevano perso i sensi senza accorgersene, e ognuno era
morto dove si trovava.
Come se temesse di svegliare il marinaio defunto da tanto tempo, Pitt
scrostò delicatamente il ghiaccio dalle tavolette incerate fino a che le ebbe
liberate. Poi aprì la tuta impermeabile e le ripose all'interno.
Non si accorgeva più del freddo tormentoso, del sudore nervoso che gli
sgorgava dai pori, dei brividi che lo scuotevano. Era così assorto in quella
scena che non sentiva la voce di Giordino chiedere con insistenza una ri-
sposta.
«Mi senti ancora?» chiese Giordino. «Rispondi, accidenti!»
Pitt mormorò poche parole inintelligibili.
«Ripeti. Sei in difficoltà?»
Il tono preoccupato dell'amico strappò finalmente Pitt dalla trance.
«Informa il comandante Knight che il suo timore ha avuto conferma»,
rispose Pitt. «La nave è veramente antica. E a proposito», continuò con
voce monotona, «puoi anche dirgli che, se ha bisogno di testimoni, posso
presentargli l'equipaggio.»

18.

«Ti vogliono al telefono», chiamò la moglie di Julius Schiller attraverso


la finestra della cucina.
Schiller alzò gli occhi dal barbecue nel giardino alberato di Chevy Cha-
se. «Ha detto chi è?»
«No, ma mi sembra Dale Nichols.»
Schiller sospirò e posò le pinze. «Vieni a tener d'occhio le bistecche per-
ché non brucino.»
La signora Schiller diede un bacio frettoloso al marito quando s'incrocia-
rono sotto il portico. Schiller entrò nello studio, chiuse la porta e prese il
ricevitore.
«Sì?»
«Julius, sono Dale.»
«È successo qualcosa?»
«Mi dispiace disturbarti di domenica», disse Nichols. «Ho interrotto
qualcosa d'importante?»
«Solo un barbecue in famiglia.»
«Sei davvero irriducibile. Fuori ci saranno sì e no cinque gradi.»
«È sempre meglio che affumicare il garage.»
«Bistecca e uova strapazzate sono il mio piatto preferito.»
Schiller capì l'allusione alle uova e regolò il telefono su una linea di si-
curezza antintercettazioni. «Allora, Dale, che cosa è successo?»
«Hala Kamil. Lo scambio è andato bene.»
«La sua sosia è al Walter Reed Hospital?» chiese Schiller.
«Sotto strette misure di sicurezza, per rendere la commedia più credibi-
le.»
«Chi la impersona?»
«L'attrice Teri Rooney. Ha fatto un ottimo lavoro con il trucco. Non riu-
sciresti a distinguerla dal vero segretario generale se non ti trovassi a naso
a naso con lei. Poi abbiamo organizzato una conferenza stampa dei medici
dell'ospedale, e hanno parlato di condizioni piuttosto gravi.»
«E la vera Kamil?»
«È rimasta a bordo dell'aereo militare che l'ha portata dalla Groenlandia.
Dopo il rifornimento, è proseguito fino al Buckley presso Denver; e da lì,
la Kamil è stata trasportata con l'elicottero a Breckenridge.»
«La località sciistica nel Colorado?»
«Sì, ora sta riposando tranquilla nello chalet del senatore Pitt, appena
fuori città. Non ha niente di serio: solo qualche livido e un leggero princi-
pio di congelamento.»
«Come ha preso questa convalescenza forzata?»
«Finora non ha detto niente. Era sotto l'effetto dei sedativi quando l'han-
no portata via dall'ospedale di Thule. Ma starà al gioco quando saprà che
lo scopo della nostra operazione è condurla sana e salva al palazzo dell'O-
NU per tenere il discorso dell'Assemblea Generale. Una fonte attendibile e
molto vicina a lei riferisce che intende pronunciare un rovente atto d'accu-
sa contro Yazid, smascherarlo come ciarlatano e fornire le prove delle sue
attività terroristiche clandestine.»
«Anch'io ho letto un rapporto della stessa fonte», ammise Schiller.
«Mancano cinque giorni alla seduta inaugurale», disse Nichols. «Yazid
non si fermerà di fronte ad alcunché per cercare di eliminarla.»
«Sarà necessario tenerla in ghiaccio fino a quando salirà sul podio», dis-
se Schiller.
«È al sicuro», dichiarò Nichols. «E tu, hai saputo nulla dal governo egi-
ziano?»
«Il presidente Hasan ci sta dando la più completa collaborazione per
quanto riguarda Hala Kamil. Cerca di affrettare il lancio delle nuove ri-
forme economiche e di sostituire i pezzi grossi militari con uomini di sua
fiducia. Hala Kamil è la sola cosa che impedisce a Yazid di tentare di im-
padronirsi del governo egiziano. Se i suoi sicari la fermassero prima che il
discorso venisse diffuso via satellite in tutto il mondo, ci sarebbe vera-
mente il pericolo che, entro la fine del mese, l'Egitto diventasse un secondo
Iran.»
«Stai tranquillo. Yazid non si accorgerà del trucco prima che sia troppo
tardi», disse Nichols in tono fiducioso.
«Immagino che Hala Kamil sarà ben protetta.»
«Sì, da una squadra di agenti del servizio segreto. Il presidente segue di
persona l'operazione.»
La moglie di Schiller bussò alla porta e annunciò: «Le bistecche sono
pronte, Julius».
«Vengo subito», rispose Schiller.
Nichols aveva sentito. «Per il momento è tutto. Torna pure alle tue bi-
stecche.»
«Mi sentirei più tranquillo se ci desse una mano anche l'FBI.»
«Il servizio di sicurezza della Casa Bianca ha considerato ogni possibile
evenienza. Il presidente è convinto che sia meglio tenere l'intera faccenda
entro una cerchia ristretta.»
Schiller tacque per un momento. Poi disse: «Non combinare pasticci,
Dale».
«Non preoccuparti. Ti prometto che Hala Kamil arriverà alla sede del-
l'ONU a New York in condizioni perfette e piena di fuoco.»
«Me lo auguro.»
«Il sole non tramonta forse a occidente?»
Schiller posò il telefono. Era assillato da un senso d'inquietudine. Spera-
va con tutto il suo cuore che alla Casa Bianca sapessero cosa facevano.

Dall'altra parte della strada, tre uomini erano a bordo d'un furgoncino
Ford con la scritta «Idraulico Capitol - Servizio 24 ore su 24». Lo spazio
limitato era ingombro di apparecchi per lo spionaggio elettronico.
La noia aveva incominciato ad assalirli cinque ore prima. La sorveglian-
za era forse il compito più tedioso, secondo soltanto al guardare i binari
mentre arrugginiscono. Uno dei tre fumava, gli altri due no, e non soppor-
tavano l'aria viziata. Erano tutti infreddoliti. Ed erano ex agenti del contro-
spionaggio che avevano dato le dimissioni per mettersi in proprio.
Moltissimi agenti dimissionari o in pensione accettano ogni tanto un in-
carico per conto del governo, ma quei tre erano fra i pochi che rispettavano
il denaro più del patriottismo, e vendevano al miglior offerente tutte le in-
formazioni riservate che riuscivano a scoprire.
Uno dei tre, un tipo biondo che somigliava a uno spaventapasseri, scrutò
con il binocolo attraverso una finestra azzurrata della casa di Schiller. «Sta
uscendo dallo studio.»
Il grassone curvo sul registratore e con la cuffia in testa annuì. «Sì, ha
smesso di parlare.»
Il terzo, che aveva due enormi baffi imbrillantinati, azionò una parabola
laser, un microfono sensibilissimo che riceveva i suoni prodotti all'interno
di una stanza per mezzo delle vibrazioni dei vetri delle finestre e li poten-
ziava passandoli attraverso le fibre ottiche in un canale audio.
«C'è qualcosa d'interessante?» chiese il biondo.
Il grassone si tolse la cuffia e si asciugò la fronte sudata. «Credo che la
mia parte in questa faccenda basterà a pagarmi la barca da pesca.»
«Mi piace avere merce da vendere.»
«E queste informazioni valgono parecchio per l'acquirente giusto.»
«A chi stai pensando?» chiese l'uomo dai baffoni.
Il grassone ghignò come un coyote famelico. «A un imbecille ricco e al-
tolocato che vuole fare bella figura con Akhmad Yazid.»

19.

Il presidente si alzò dalla scrivania e accennò un saluto quando Martin


Brogan, il direttore della CIA, entrò nella Sala Ovale per il briefing mattu-
tino.
La formalità della stretta di mano fra i due s'era persa per la strada poco
dopo l'inizio di quegli incontri quotidiani. All'esile, raffinato Brogan non
dispiaceva affatto. Aveva mani affusolate da violinista mentre il presiden-
te, che era molto alto e pesava novanta chili, aveva due manacce enormi e
una stretta che stritolava le ossa.
Brogan attese che il presidente si fosse seduto prima di prendere posto
su una poltrona di cuoio. Come se fosse un rito, il presidente versò una
tazza di caffè, aggiunse un cucchiaino di zucchero e la porse a Brogan.
Poi il presidente si passò la mano sui capelli argentei e fissò il visitatore
con i limpidi occhi grigi. «Dunque, quali segreti ha il mondo questa matti-
na?»
Brogan scrollò le spalle e posò sulla scrivania un dossier rilegato in pel-
le. «Alle nove, fuso orario di Mosca, il presidente sovietico Georgij Anto-
nov si è sbattuto l'amante sul sedile posteriore della berlina che lo portava
al Cremlino.»
«Invidio il suo metodo per iniziare la giornata», disse il presidente con
un gran sorriso.
«E ha fatto due chiamate con il radiotelefono. Una a Sergeij Kornilov,
capo del programma spaziale sovietico, l'altra al figlio che lavora nell'uffi-
cio commerciale dell'ambasciata a Città di Messico. Troverà la trascrizione
del colloquio alle pagine quattro e cinque.»
Il presidente aprì la cartelletta, inforcò gli occhiali da vista e diede una
scorsa alla trascrizione. Come sempre, provava un senso di stupore per
l'efficienza dei servizi segreti.
«E com'è andato il resto della giornata di Georgij?»
«Ha dedicato quasi tutto il tempo agli affari interni. Immagino che lei
non vorrebbe essere nei suoi panni per nulla al mondo. Le prospettive del-
l'economia sovietica peggiorano di giorno in giorno. Le riforme nell'agri-
coltura e nell'industria sono finite in niente. La vecchia guardia del Poli-
tburo sta cercando di tagliargli l'erba sotto i piedi. I militari sono insoddi-
sfatti delle sue proposte per gli armamenti e hanno espresso pubblicamente
la loro opposizione. I cittadini sovietici si fanno sentire sempre più spesso,
via via che le code davanti ai negozi si allungano. Con qualche spintarella
da parte dei nostri operatori, incominciano ad apparire in tutte le città scrit-
te che attaccano il governo. La crescita economica complessiva si è ridotta
al due per cento. C'è la forte possibilità che Antonov sia cacciato dal potere
prima della prossima estate.»
«E se il nostro deficit non si riduce, può darsi che finisca anch'io nella
stessa barca», concluse il presidente con un moto d'irritazione.
Brogan non fece commenti. Non era compito suo.
«Quali sono le ultime notizie dall'Egitto?» chiese poi il presidente.
«Anche il presidente Hasan è in una posizione molto difficile. L'Avia-
zione gli è rimasta fedele, ma i generali dell'Esercito stanno per schierarsi
con Yazid. Il ministro della Difesa Abu Hamid ha avuto un incontro segre-
to con Yazid a Port Said. Secondo i nostri informatori, Hamid non si schie-
rerà dalla sua parte se non gli verrà assicurata una forte posizione politica.
Non intende subire le imposizioni dei mullah fanatici di Yazid.»
«Crede che Yazid cederà?»
Brogan scosse la testa. «No, non ha alcuna intenzione di spartire il pote-
re. Hamid ha sottovalutato la sua ferocia. Abbiamo già scoperto una cospi-
razione per piazzate una bomba a bordo dell'aereo privato di Hamid.»
«Ha già avvertito Hamid?»
«Ho bisogno della sua autorizzazione.»
«Concessa», disse il presidente. «Hamid è furbo. Potrebbe pensare che
sia un nostro trucco per impedire che si schieri dalla parte di Yazid.»
«Possiamo fare i nomi dei sicari di Yazid. Se Hamid vuole le prove, può
approfondire la cosa.»
Il presidente si appoggiò alla spalliera e fissò il soffitto per un momento.
«Possiamo collegare Yazid all'incidente dell'aereo dell'ONU su cui viag-
giava Hala Kamil?»
«Abbiamo prove indiziarie, niente di più», ammise Brogan. «Non di-
sporremo di conclusioni concrete fino a che gli inquirenti non avranno
terminato le indagini e presentato il rapporto. Per il momento, il disastro è
un vero enigma. Sono stati accertati pochissimi fatti. Sappiamo che il vero
pilota è stato assassinato. Il cadavere è stato trovato nel portabagagli di una
macchina parcheggiata all'aeroporto di Heathrow.»
«Sembrerebbe un delitto di mafia.»
«Sì, quasi; ma il pilota ha fatto un lavoro magistrale, si è camuffato così
bene da passare per il pilota. Dopo il decollo, ha assassinato il primo e il
secondo ufficiale iniettando loro un agente tossico nervino chiamato sarin,
ha deviato dalla rotta e ha abbandonato l'aereo mentre sorvolava l'Islanda.»
«Deve aver lavorato con una squadra di professionisti molto preparati»,
commentò il presidente.
«Abbiamo motivo di credere che abbia agito da solo», disse Brogan.
«Da solo?» Il presidente lo guardò con aria incredula. «Deve essere un
individuo molto efficiente.»
«La sottigliezza e la complessità sono caratteristiche tipiche di un arabo
che si chiama Suleiman Aziz Ammar.»
«Un terrorista?»
«Non certo nel senso più rozzo. Ammar è uno dei sicari più abili che e-
sistano sulla piazza. Vorrei che fosse dalla nostra parte.»
«Non si faccia sentire dai progressisti del Congresso», commentò ironi-
co il presidente.
«O dai media», soggiunse Brogan.
«Avete un dossier su Ammar?»
«Un dossier lungo un metro. È un maestro dei travestimenti. È un mu-
sulmano praticante che s'interessa poco di politica, un mercenario senza
legami noti con i fanatici islamici. Chiede cifre enormi e le ottiene. È un
abile uomo d'affari, e la sua ricchezza è stimata oltre i sessanta milioni di
dollari. Raramente segue i metodi tradizionali. Le sue azioni sono pianifi-
cate ed eseguite sempre in modo molto ingegnoso, e studiate in modo da
sembrare incidenti. È impossibile attribuirgliene qualcuna con certezza.
Non si preoccupa delle vittime innocenti pur di togliere di mezzo il bersa-
glio designato. Sospettiamo che sia responsabile di più di cento morti negli
ultimi dieci anni. Se venisse provato, il tentativo di uccidere Hala Kamil
sarebbe il suo primo fallimento documentato.»
Il presidente si assestò gli occhiali ed esaminò il rapporto sull'incidente
aereo. «Deve essermi sfuggito qualcosa. Se questo Ammar voleva che l'ae-
reo sparisse nell'oceano, perché si è preso il disturbo di avvelenare i pas-
seggeri? Che ragione poteva avere per ucciderli due volte?»
«Il problema è proprio questo», spiegò Brogan. «I miei analisti pensano
che non sia stato Ammar ad avvelenare i passeggeri.»
Lo sguardo del presidente assunse un'espressione di stupore. «Non rie-
sco a seguirla, Martin. Di che diavolo sta parlando?»
«I patologi dell'FBI hanno raggiunto Thule in aereo e hanno fatto l'au-
topsia delle vittime. Hanno trovato nei corpi del primo e del secondo uffi-
ciale una quantità di sarin cinquanta volte superiore a quella necessaria per
uccidere, ma le analisi hanno dimostrato che i passeggeri sono morti per
aver ingerito succo di mancinella nel pasto consumato durante il volo.»
Brogan s'interruppe per bere un sorso di caffè.
Il presidente attese e batté nervosamente una penna contro il calendario
da tavolo.
«La mancinella, o guava velenosa come viene anche chiamata, è un'eu-
forbiacea dei Caraibi e della costa messicana del Golfo», continuò Brogan.
«Una pianta che dà frutti a forma di mela, dolci e letali. Gli indios caraibici
usavano la linfa di questa pianta per avvelenare le frecce. Molti marinai
naufragati nei secoli scorsi e molti turisti moderni sono moni per aver
mangiato questi frutti velenosi.»
«E i suoi ritengono che un sicario del calibro di Ammar non si sarebbe
abbassato a usare la mancinella.»
«Qualcosa del genere.» Brogan annuì. «Gli amici di Ammar non avreb-
bero faticato a comprare o a rubare il sarin presso un'industria chimica eu-
ropea. Ma la mancinella è tutta un'altra cosa. Non si trova in vendita. E ha
un effetto molto lento. Non credo che Ammar avrebbe mai pensato di ser-
virsene.»
«E se non è stato l'arabo, chi è stato?»
«Non lo sappiamo», rispose Brogan. «Certo non è stato uno dei tre su-
perstiti. L'unica pista, comunque molto debole, porta a un delegato messi-
cano, un certo Eduardo Ybarra. Era l'unico passeggero, oltre a Hala Kamil,
che non aveva mangiato la carne.»
«Qui c'è scritto che è morto nell'atterraggio.» Il presidente alzò gli occhi
dal dossier. «Com'è possibile che avesse messo il veleno nelle porzioni
senza che nessuno lo vedesse?»
«Il veleno è stato messo nella cucina della ditta che serve la linea aerea.
Gli investigatori britannici stanno controllando questa pista.»
«Forse Ybarra era innocente. Forse non aveva mangiato per una ragione
molto semplice.»
«Secondo l'assistente di volo superstite, Hala dormiva quando è stato
servito il pasto, ma Ybarra aveva dichiarato di aver lo stomaco sottoso-
pra.»
«E questo è possibile.»
«L'assistente di volo, però, l'ha visto mangiare un sandwich che aveva
portato nella borsa.»
«Allora sapeva.»
«Sembra proprio di sì.»
«Perché ha corso il rischio di salire a bordo se sapeva che tutti sarebbero
morti tranne lui?»
«È partito per precauzione, nell'eventualità che il bersaglio principale o i
bersagli che erano probabilmente tutti i messicani non ingerissero il vele-
no.»
Il presidente alzò di nuovo lo sguardo al soffitto. «D'accordo, la Kamil è
una spina nel fianco di Yazid. Yazid paga Ammar perché la tolga di mez-
zo. La missione fallisce e l'aereo non sparisce in mezzo al mar Glaciale Ar-
tico ma atterra in Groenlandia. Questo risolve il primo enigma. Ci sono
fatti concreti e convincenti. Chiamiamola la pista egiziana. Enigma nume-
ro due, la pista messicana. È molto più nebulosa. Non c'è un movente per
un massacro, e l'unica persona sospetta è morta. Se fossi un giudice, di-
chiarerei il non luogo a procedere per mancanza di indizi.»
«Sono d'accordo», concordò Brogan. «Non abbiamo prove dell'esistenza
di un movimento terroristico con base in Messico.»
«Ha dimenticato Topiltzin», disse il presidente.
Brogan fu sorpreso nel vedere l'espressione fredda e furiosa apparsa sul
volto del suo interlocutore.
«La CIA non ha dimenticato Topiltzin», dichiarò. «Né quel che ha fatto
a Guy Rivas. Lo farò togliere di mezzo non appena lei mi darà l'ordine.»
Il presidente sospirò e si rilasciò sulla poltrona. «Se fosse tanto sempli-
ce... Io faccio schioccare le dita e la CIA elimina un capo dell'opposizione
straniera. È un rischio troppo grande. Kennedy se ne accorse quando auto-
rizzò la mafia a tentare di assassinare Fidel Castro.»
«Reagan non fece obiezioni ai tentativi di colpire Gheddafi.»
«Già», disse il presidente in tono stanco. «Non sapeva che Gheddafi a-
vrebbe fregato tutti e sarebbe morto di cancro.»
«Con Topiltzin non avremo la stessa fortuna. Secondo i rapporti medici,
è sano e forte come un mulo del Missouri.»
«È un pazzo furioso. Se s'impadronirà del Messico, ci troveremo ad af-
frontare un disastro.»
«Ha ascoltato la registrazione fatta da Rivas?» chiese Brogan che cono-
sceva già la risposta.
«Quattro volte», disse il presidente in tono amareggiato. «Ce n'è abba-
stanza per farsi venire gli incubi.»
«E se Topiltzin rovesciasse il governo attuale e mettesse in atto la mi-
naccia di mandare milioni di suoi compatrioti oltre il confine nel tentativo
folle di impadronirsi del sud-ovest americano...?» Brogan non terminò la
domanda.
Il presidente rispose in tono stranamente blando. «Allora non potrò far
altro che ordinare alle nostre forze armate di trattare come invasori gli im-
migranti illegali.»

Brogan tornò nel suo ufficio alla sede centrale della CIA, a Langley, e
trovò ad aspettarlo il vicesegretario della Marina, Elmer Shaw.
«Scusi il disturbo», disse Shaw, «ma ho diverse notizie che dovrebbero
interessarle.»
«Devono essere importanti, se è venuto di persona.»
«Sì, sono importanti.»
«Venga, si accomodi. Sono notizie buone o cattive?»
«Ottime.»
«Da un po' di tempo non ne va bene una», disse Brogan con aria cupa.
«Sarà un piacere sentire qualcosa di decente, per una volta.»
«La nostra nave da ricognizione, il Polar Explorer, stava cercando il sot-
tomarino sovietico della classe Alfa che era stato dato per disperso...»
«Sono informato della missione.»
«Bene, l'hanno trovato.»
Brogan sgranò gli occhi e batté la mano sulla scrivania in una manifesta-
zione di gioia piuttosto rara in lui. «Congratulazioni. I sottomarini della
classe Alfa sono i migliori che esistano. I suoi hanno fatto un colpo magi-
strale.»
«Non abbiamo ancora messo le mani sul sottomarino», precisò Shaw.
Brogan socchiuse le palpebre. «E i russi? Si sono accorti della scoper-
ta?»
«Pensiamo di no. Poco dopo che gli strumenti hanno individuato il sot-
tomarino, e fra parentesi abbiamo il videotape del relitto, la nave ha ab-
bandonato la rotta della ricerca per contribuire alle operazioni di salvatag-
gio dell'aereo dell'ONU. Una cortina fumogena inviata dal cielo. Le infor-
mazioni che ci pervengono dalla Marina sovietica confermano che per loro
tutto procede normalmente. Anche il KGB non sospetta di nulla. E il no-
stro servizio di sorveglianza spaziale sulla loro flotta nell'Atlantico setten-
trionale non ha rilevato alcun cambiamento di rotta in direzione dell'area
della ricerca.»
«È strano che non avessero mandato un peschereccio-spia a pedinare il
Polar Explorer.»
«Oh, l'avevano mandato», spiegò Shaw. «E tenevano d'occhio le nostre
operazioni. Seguivano i movimenti e le comunicazioni della nave per mez-
zo dei satelliti. L'hanno lasciata fare, nella speranza che la nostra tecnolo-
gia più avanzata per le ricerche subacquee desse risultati dove la loro era
fallita. Poi hanno puntato tutto sulla possibilità che il nostro equipaggio ri-
velasse involontariamente la posizione esatta con qualche piccolo errore.»
«Ma non è andata così.»
«No», rispose Shaw con fermezza. «Il servizio di sicurezza da parte no-
stra era impenetrabile. Esclusi il comandante e due esperti della NUMA,
tutto l'equipaggio era convinto che si trattasse di una ricerca geologica sul
fondale marino e sugli iceberg. Il rapporto che ho ricevuto sul successo
della missione mi è stato portato personalmente dalla Groenlandia dall'uf-
ficiale esecutivo del Polar Explorer, e quindi non c'è stato il rischio che le
comunicazioni venissero intercettate.»
«Molto bene, e adesso?» chiese Brogan. «Ovviamente i sovietici non ci
lascerebbero ripetere un'altra impresa come quella della Glomar Explorer.
E hanno ancora una nave che pattuglia l'area dove hanno perso nell'86 il
sottomarino lanciamissili al largo della Costa Orientale.»
«Stiamo pensando a un'operazione di recupero subacqueo», disse Shaw.
«Quando?»
«Se cominciamo a preparare l'operazione adesso, ridisegnando e modifi-
cando i sommergibili e l'equipaggiamento esistenti, dovremmo essere
pronti al recupero fra sei mesi.»
«Perciò ignoreremo il sottomarino fino a quella data o fingeremo di i-
gnorarlo?»
«Appunto», rispose Shaw. «Nel frattempo, ci è caduto nel piatto un altro
avvenimento che confonderà i sovietici. La Marina ha bisogno della vostra
collaborazione per procedere.»
«La sto ascoltando.»
«Durante il salvataggio dei superstiti dell'aereo e le successive indagini,
quelli della NUMA che collaborano con noi nella ricerca si sono imbattuti
casualmente in qualcosa che sembra il relitto di un'antica nave romana im-
prigionata nei ghiacci.»
Brogan fissò Shaw con aria scettica. «In Groenlandia?»
Shaw annuì. «Secondo gli esperti, è autentica.»
«E che cosa può fare la CIA per aiutare la Marina in questa faccenda del
relitto?»
«Può aiutarci con la disinformazione. Vorremmo far credere ai russi che
il Polar Explorer fosse andato a cercare proprio la nave romana.»
Brogan notò una spia luminosa che lampeggiava sull'intercom. «Mi
sembra una buona idea. Mentre la Marina si prepara a soffiargli il som-
mergibile più moderno, noi spargiamo briciole di pane per condurli nella
direzione opposta.»
«Qualcosa del genere.»
«E voi, come vi comporterete con il relitto romano?»
«Istituiremo un progetto archeologico come copertura per una base delle
operazioni sul posto. Il Polar Explorer resterà là, in modo che l'equipaggio
possa dare una mano negli scavi.»
«Il sottomarino è molto vicino?»
«Una quindicina di chilometri.»
«Avete un'idea delle sue condizioni?»
«Ci sono danni strutturali per la collisione contro una sporgenza del fon-
do marino, ma a parte questo è intatto.»
«E la nave romana?»
«I nostri che sono sul posto dicono di aver trovato i corpi congelati del-
l'equipaggio in eccellente stato di conservazione.»
Brogan si alzò dalla scrivania e accompagnò Shaw alla porta. «Incredibi-
le», mormorò affascinato. Poi sorrise maliziosamente. «Chissà se riusci-
remo a scoprire anche qualche antico segreto di Stato?»
Shaw ricambiò il sorriso. «Sarebbe meglio se fosse un tesoro.»
Nessuno dei due avrebbe immaginato che quello scambio di battute
scherzose sarebbe tornato a ossessionarli entro le successive quarantotto
ore.

20.

Sotto la direzione degli archeologi, l'equipaggio del Polar Explorer aprì


un passaggio nel ghiaccio che imprigionava la nave, strato per strato, fino
a che il ponte superiore fu messo allo scoperto dalla prua al dritto di pop-
pa.
Tutti coloro che si trovavano nel fiordo erano accorsi sul posto, spinti
dalla curiosità. Soltanto Pitt e Lily non c'erano. Erano a bordo del rompi-
ghiaccio e studiavano le tavolette incerate.
Un silenzio impressionante dominava la folla dei marinai, degli archeo-
logi e degli investigatori venuti a indagare sull'incidente aereo. Stavano in-
torno allo scafo e guardavano il vascello parzialmente liberato come se
fosse la tomba segreta di un antico sovrano.
Hoskins e Graham misurarono la scafo e giunsero a stabilire una lun-
ghezza complessiva poco inferiore a una ventina di metri, con una larghez-
za massima di sette. L'albero maestro s'era spezzato all'altezza di due me-
tri, e la parte superiore era scomparsa. I resti del sartiame di canapa ser-
peggiavano sul ponte e sulle fiancate come se fossero stati raggomitolati e
poi lasciati cadere da un uccello gigantesco. Alcuni brandelli di tela erano
quanto restava dell'ampia vela.
L'assito del ponte, a un accurato controllo, risultò solido come il giorno
in cui la nave era stata varata in qualche cantiere mediterraneo dimenticato
ormai da molto tempo. I manufatti sparsi sul ponte furono fotografati, eti-
chettati, trasportati alla superficie e trasferiti a bordo del Polar Explorer
per essere puliti e catalogati. Poi ogni oggetto venne riposto nella cella fri-
gorifera per evitare che si deteriorasse nel corso del viaggio verso una na-
zione che ancora non esisteva quando l'antico mercantile era salpato per
l'ultimo viaggio.
Gronquist, Hoskins e Graham non toccarono la cabina del ponte e non
entrarono nella cambusa. Lentamente e con estrema delicatezza, sollevaro-
no un lato del portello della stiva e lo puntellarono.
Gronquist si stese bocconi e infilò la testa e le spalle nel varco per scru-
tare al di sotto delle travature.
«Sono lì?» chiese Graham, emozionatissimo. «Sono come li ha descritti
Pitt?»
Gronquist scrutò gli spettrali volti bianchi, le espressioni da maschere.
Gli sembrava che, se avesse raschiato via il ghiaccio e li avesse scrollati,
avrebbero sbattuto le palpebre e ripreso a vivere.
Esitò prima di rispondere. La luce viva del giorno gli permetteva di ve-
dere chiaramente l'intera stiva. Scorse due figure raggomitolate vicine nel-
l'angolo estremo della prua. A Pitt erano sfuggite.
«Sono esattamente come li ha descritti Pitt», disse. «A parte il cane e la
ragazzina.»

Al riparo della gru, Pitt rimase a guardare mentre Giordino portava l'eli-
cottero della NUMA sopra la poppa del Polar Explorer. Quindici secondi
più tardi i pattini toccarono i cerchi concentrici dipinti sul ponte, il ronzio
stridulo della turbina si spense e le pale si arrestarono lentamente.
Il portello di destra si aprì, e balzò sul ponte un uomo alto che portava
un maglione verde dolcevita sotto una giacca sportiva di velluto a coste
marrone. Si guardò intorno per un momento come se cercasse di orientarsi,
poi vide Pitt che aveva alzato la mano. Si avviò a passo svelto, con le spal-
le curve, le mani infilate nelle tasche per proteggersi dal freddo.
Pitt gli andò incontro e lo fece entrare al caldo.
«Il dottor Redfern?»
«Lei è Dirk Pitt?»
«Sì.»
«Ho letto le sue imprese.»
«Grazie per aver trovato il tempo di venire.»
«Vuol scherzare?» esclamò Redfern. Gli occhi gli brillavano d'entusia-
smo. «Mi sono subito buttato sul suo invito. Non c'è al mondo un archeo-
logo che non darebbe un occhio per partecipare alla scoperta. Quando po-
trò dare un'occhiata?»
«Fra dieci minuti farà buio. Credo che sarebbe meglio se si facesse met-
tere al corrente dal dottor Gronquist, l'archeologo che ha diretto gli scavi.
Le mostrerà i manufatti che ha recuperato sul ponte principale. Poi, alle
prime luci, potrà mettere piede sulla nave e assumersi la responsabilità del
progetto.»
«Benissimo.»
«Ha bagagli?» chiese Pitt.
«Non molti. Solo una borsa e una sacca.»
«Al Giordino...»
«Il pilota dell'elicottero?»
«Sì. Al farà portare tutto nel suo alloggio. Ora, se vuole seguirmi, le of-
frirò qualcosa per scaldarsi lo stomaco e comincerò ad assediarla per sape-
re che cosa ne pensa, di questo enigma.»
«La seguo.»
Il dottor Redfern era ancora più alto di Pitt, e doveva chinarsi per passa-
re dalle porte. I capelli biondi e un po' radi sul davanti avevano l'attaccatu-
ra a punta sulla fronte; portava un paio di occhiali firmati che riparavano
gli occhi grigiazzurri. Era ancora abbastanza snello per un quarantenne, ma
aveva un accenno di pancia.
Redfern era stato un asso della pallacanestro ed era passato al professio-
nismo per pagarsi gli studi fino al dottorato in antropologia. Più tardi s'era
dedicato alle esplorazioni subacquee ed era diventato uno dei maggiori e-
sperti mondiali nel campo dell'archeologia classica marina.
«Ha fatto un buon volo da Atene a Reykjavik?» chiese Pitt.
«Ho dormito quasi sempre. Ma il volo sull'aereo della Marina dall'Islan-
da all'abitato eschimese centocinquanta chilometri a sud di qui mi ha tra-
sformato in un ghiacciolo. Spero di farmi prestare qualcosa di pesante da
mettermi addosso. Avevo fatto i bagagli per le isole assolate della Grecia,
e non avevo previsto un viaggio urgente al Circolo Polare Artico.»
«Il comandante Knight, il capitano del rompighiaccio, potrà sistemare
tutto. Su che cosa stava lavorando?»
«Su un mercantile greco del secondo secolo avanti Cristo, affondato con
un carico di sculture di marmo.» Redfern non resistette alla tentazione
d'incominciare a interrogare Pitt. «Nel messaggio radio non ha precisato
che cosa trasportava la nave.»
«A parte i cadaveri dei membri dell'equipaggio, ho trovato la stiva vuo-
ta.»
«Non può andare sempre bene», commentò filosoficamente Redfern.
«Ma ha detto che là nave è in pratica intatta.»
«Sì, è vero. Se ripariamo lo squarcio nello scafo, mettiamo un albero
nuovo e il sartiame nuovo e aggiungiamo due remi timonieri, potremmo
farla navigare fino al porto di New York.»
«Dio, è sbalorditivo. Il dottor Gronquist è riuscito a stabilire una data-
zione approssimativa?»
«Sì, grazie alle monete coniate intorno al 390 dopo Cristo. Conosciamo
persino il nome, Serapis. È scolpito in greco sul dritto di poppa.»
«Una nave mercantile bizantina del quarto secolo conservata perfetta-
mente», mormorò Redfern. «Credo che sia la più grande scoperta archeo-
logica del secolo. Non vedo l'ora di metterci le mani.»
Pitt lo condusse nel quadrato degli ufficiali, dove Lily era seduta a un
tavolo e copiava sulla carta le parole scritte sulle tavolette incerate. Pitt fe-
ce le presentazioni.
«La dottoressa Lily Sharp. Il dottor Mel Redfern.»
Lily si alzò e tese la mano. «È un onore, dottore. Anche se il mio campo
riguarda gli scavi terrestri, sono sempre stata una grande ammiratrice del
suo lavoro subacqueo.»
«L'onore è tutto mio», disse Redfern. «Ma lasciamo perdere i titoli e
diamoci del tu.»
«Che cosa possiamo offrirti?» chiese Pitt.
«Quattro litri di cioccolata bollente e una scodella di zuppa basteranno a
scongelarmi.»
Pitt passò l'ordine a uno steward.
«Bene, qual è l'enigma al quale hai accennato?» chiese Redfern, smanio-
so come un ragazzino che balza dal letto la mattina di Natale.
Pitt lo fissò e sorrise. «Come stai a latino, Mel?»
«Lo conosco abbastanza bene. Ma mi pareva che la nave fosse greca.»
«Infatti», rispose Lily. «Ma il capitano aveva scritto in latino il diario di
bordo sulle tavolette incerate. Sei di esse sono scritte, ma sulla settima so-
no state tracciate linee come se si volesse realizzare una mappa. Dirk le ha
recuperate quando è penetrato per primo nella nave. Ho trasposto gli scritti
sulla carta in forma più leggibile, in modo che sia possibile farne copia a
macchina. Ho riportato su scala ampliata quella specie di mappa, ma finora
non siamo riusciti a farla corrispondere a una località geografica perché
non ci sono indicazioni.»
Redfern sedette e prese una tavoletta. La studiò con aria reverente per
lunghi istanti, poi la posò. Quindi prese i fogli con le trascrizioni di Lily e
incominciò a leggere.
Lo steward portò una tazza di cioccolata calda e una razione abbondante
di zuppa di frutti di mare alla bostoniana. Redfern era così assorto nella
traduzione da dimenticare l'appetito. Si portò la tazza alle labbra come un
robot e assaggiò la cioccolata senza staccare gli occhi dalle pagine. Dopo
una decina di minuti si alzò e incominciò a camminare avanti e indietro fra
i tavoli, mormorando fra sé frasi latine, completamente dimentico del suo
pubblico attentissimo.
Pitt e Lily rimasero in silenzio per non disturbare i suoi pensieri, e spia-
rono incuriositi le sue reazioni. Redfern si fermò come se, d'un tratto, riu-
scisse a inquadrare il problema nell'esatta prospettiva. Tornò al tavolo ed
esaminò di nuovo i fogli. L'atmosfera era satura di un'attesa fremente.
Altri minuti trascorsero, interminabili, poi Redfern posò sul tavolo i fo-
gli con mani tremanti. Alzò la testa e guardò nel vuoto con occhi strana-
mente velati.
Non era difficile capire che era profondamente scosso.
«A guardarti si direbbe che hai appena trovato il Santo Graal», disse Pitt.
«Di che si tratta?» chiese Lily. «Che cosa hai scoperto?»
Redfern aveva abbassato la testa. Riuscirono a stento a sentire la rispo-
sta.
«È possibile, è almeno lontanamente possibile, che la vostra scoperta ca-
suale possa portare alla più grande collezione di tesori artistici e letterari
che il mondo abbia conosciuto.»

21.

«Ora che pendiamo dalle tue labbra», disse Pitt, «ti dispiacerebbe met-
terci a parte della grande rivelazione?»
Redfern scosse la testa come se volesse schiarirsi le idee. «È una storia...
una vicenda incredibile. Non riesco a comprenderla.»
Lily chiese: «Le tavolette spiegano perché una nave greco-romana si era
spinta tanto lontano dalle rotte abituali?»
«Non era greco-romana. Era bizantina», la corresse Redfern. «Quando la
Serapis partì, la capitale dell'impero era stata trasferita da Costantino il
Grande da Roma alle rive del Bosforo, dove un tempo stava la città greca
di Bisanzio.»
«Che poi diventò Costantinopoli», disse Pitt.
«E successivamente Istanbul.» Redfern si rivolse a Lily. «Scusa se non ti
ho dato una risposta diretta. Ma sì, le tavolette rivelano come e perché la
nave venne qui. Per spiegare meglio la situazione, dobbiamo fare un qua-
dro più ampio, a partire dal 323 avanti Cristo, l'anno in cui Alessandro il
Grande morì a Babilonia. I suoi generali si divisero l'impero e uno di loro,
Tolomeo, tenne per sé l'Egitto e ne divenne re. Tolomeo era un uomo abile
e astuto. Riuscì a impadronirsi anche della salma di Alessandro e la fece
chiudere in una bara d'oro e cristallo. Più tardi collocò il feretro in un ele-
gante mausoleo e vi costruì intorno una città che superava Atene in magni-
ficenza. In onore del suo re, Tolomeo la chiamò Alessandria.»
«E la Serapis che cosa c'entra?» chiese Lily.
«Abbi pazienza un momento», rispose Redfern in tono gioviale. «Tolo-
meo fondò un immenso museo-biblioteca. L'inventario era monumentale. I
suoi discendenti fino a Cleopatra, e in seguito anche i successori, gli impe-
ratori romani, continuarono ad acquistare manoscritti e oggetti d'arte fino a
che il museo e soprattutto la biblioteca divennero uno dei massimi reperto-
ri d'arte, scienza e letteratura che siano mai esistiti. La collezione durò fino
al 391 dopo Cristo. In quell'anno l'imperatore Teodosio e il patriarca di A-
lessandria, Teofilo, che era un maniaco religioso, decisero che tutto ciò che
non si riferiva al cristianesimo era pagano. Così progettarono la distruzio-
ne del contenuto della biblioteca. Le statue, le opere d'arte favolose di
marmo, bronzo, oro e avorio, quadri e tappezzerie incredibili, innumerevo-
li libri scritti su pergamene e papiri, persino la salma di Alessandro, tutto
doveva essere ridotto in cenere o in polvere.»
«I libri erano davvero innumerevoli?» chiese Pitt.
«Erano centinaia di migliaia.»
Lily scosse mestamente la testa. «Una perdita terribile.»
«Rimasero solo gli scritti biblici ed ecclesiastici», continuò Redfern.
«Poi la biblioteca e il museo furono rasi al suolo quando le orde islamiche
arabe travolsero l'Egitto intorno al 646 dopo Cristo.»
«Gli antichi capolavori raccolti nel corso dei secoli andarono perduti per
sempre», commentò Pitt.
«Sì», ammise Redfern. «O almeno gli storici l'hanno creduto fino a oggi.
Ma se quello che ho appena finito di leggere è vero, il fior fiore della col-
lezione non è sparito per sempre. Si trova nascosto in qualche posto.»
Lily lo guardò, confusa. «Esiste ancora oggi? Fu portato via di nascosto
da Alessandria a bordo della Serapis?»
«Sì, secondo quanto è scritto sulle tavolette.»
Pitt fece una smorfia dubbiosa. «È impossibile che la Serapis abbia por-
tato via più di una minima frazione del tesoro. Non ha senso. È troppo pic-
cola. Poteva trasportare un carico inferiore alle quaranta tonnellate. L'e-
quipaggio poteva aver stipato qualche migliaio di rotoli e un paio di statue
nella stiva, ma non si trattava certo delle quantità di cui stai parlando.»
Redfern gli lanciò un'occhiata rispettosa. «È un'osservazione acuta. Hai
una buona conoscenza delle navi antiche.»
«Torniamo alla Serapis e al fatto che finì in Groenlandia», insistette Pitt
mentre Redfern prendeva i fogli trascritti da Lily e li metteva in ordine.
«Non starò a fare una traduzione letterale del latino del quarto secolo. È
troppo formale. Cercherò di renderlo in una forma discorsiva. La prima
annotazione si riferisce alle Idi di aprile del 107: l'anno, calcolato in base
al calendario di Diocleziano, corrisponde al 391 dopo Cristo. Comincia co-
sì:

Io, Cuccius Rufinus, capitano della Serapis al servizio di Nicia, mercan-


te greco della città di Rodi, ho accettato di trasportare un carico per con-
to di Junius Venator di Alessandria. Mi è stato detto che il viaggio sarà
lungo e arduo, e Venator non ha rivelato la destinazione. Mia figlia
Hypatia è partita con me e sua madre sarà molto preoccupata per questa
lunga separazione. Ma Venator paga venti volte più della tariffa consue-
ta, una somma enorme che arrecherà un grande beneficio a Nicia, a me e
all'equipaggio.
Il carico è stato portato a bordo di notte con una scorta armata, e inspie-
gabilmente mi è stato ordinato di restare sul molo con l'equipaggio du-
rante le operazioni di carico. Quattro soldati al comando del centurione
Domitius Severus sono rimasti sulla nave e sono partiti con noi.
La situazione non mi piace, ma Venator mi ha pagato in anticipo e non
posso rimangiarmi il contratto.»

«Un uomo onesto», commentò Pitt. «È difficile credere che non avesse
scoperto la vera natura del carico.»
«Ne parla pù avanti. Le righe seguenti sono una cronaca del viaggio.
Accenna anche al dio omonimo della nave. Taglierò corto per arrivare al
primo scalo.
Ringrazio il dio Serapide che ci ha permesso di arrivare in quattordici
giorni, con il tempo propizio, a Nuova Cartagine, dove abbiamo riposato
cinque giorni e abbiamo caricato provviste in quantità quattro volte su-
periore al normale. Qui siamo stati raggiunti dalle altre navi di Junius
Venator. Quasi tutti possono trasportare carichi molto ingenti. In totale,
con l'ammiraglia di Venator, sono sedici. La nostra Serapis è la più pic-
cola della flotta.»

«Una flotta!» esclamò Lily. Le brillavano gli occhi. «Allora portarono in


salvo la collezione!»
Redfern annuì sorridendo. «O almeno una buona parte. A quell'epoca i
mercantili più grossi potevano portare dalle duecento alle trecento tonnel-
late. Calcoliamo che due navi trasportassero uomini e provviste e che le al-
tre quattordici avessero un carico medio di duecento tonnellate: il totale
doveva essere intorno alle duemilaottocento. Quanto bastava per mettere al
sicuro un terzo dei volumi della biblioteca e una quantità ragguardevole
dei tesori d'arte del museo.»
Pitt chiese una breve pausa. Andò al banco della cambusa e portò due
tazze di caffè. Ne mise una davanti a Lily, poi tornò a prendere un piatto di
ciambelle. Non sedette. In piedi riusciva a concentrarsi meglio.
«Finora il trasferimento della biblioteca è una teoria», disse. «Non ho
sentito nulla a conferma del fatto che il materiale venisse veramente porta-
to via.»
«Rufinus ne parla più avanti», disse Redfern. «La descrizione del carico
della Serapis è quasi alla conclusione del diario.»
Pitt gli lanciò un'occhiata impaziente. Tornò a sedere e attese.
«Nella tavoletta seguente, Rufinus accenna a qualche riparazione e ai
pettegolezzi del porto, e descrive con l'occhio del turista Nuova Cartagine,
che oggi si chiama Cartagena. È in Spagna. Stranamente, non esprime più
inquietudine per il viaggio che l'attende. Non annota neppure la data della
partenza della flotta dal porto. Ma la parte più bizzarra riguarda la censura.
Sentite l'annotazione successiva.

Oggi siamo salpati verso il grande mare. Le navi più veloci rimorchiano
le più lente. Non posso scrivere altro. I soldati mi sorvegliano. Per ordini
precisi di Junius Venator non devono esserci documentazioni del viag-
gio.»
«Proprio quando stavamo per mettere insieme i pezzi del rompicapo»,
borbottò Pitt, «manca la parte centrale.»
«Dev'esserci qualcosa di più», insistette Lily. «Ricordo di aver copiato
altro.»
«Infatti», ammise Redfern mentre girava le pagine. «Rufinus riprende il
racconto undici mesi più tardi.

Ora sono libero di parlare del nostro viaggio terribile senza timore di
punizioni. Venator e il suo piccolo esercito di schiavi, Severus e i suoi
legionari, gli equipaggi di tutte le navi sono stati sterminati dai barbari e
la flotta è stata incendiata. La Serapis si è salvata perché la paura di Ve-
nator mi aveva reso prudente.
Ho scoperto la provenienza e il contenuto del carico e conosco dov'è na-
scosto fra le colline. Sono segreti che devono essere celati ai mortali.
Sospettavo che Venator e Severus intendessero assassinare tutti quanti,
tranne i soldati più fidi e l'equipaggio di una sola nave, per assicurarsi il
ritorno in patria.
Temevo per la vita di mia figlia; perciò ho armato i miei uomini e ho or-
dinato loro di restare vicino alla nave, in modo da poter salpare al primo
segno di tradimento. Ma i barbari hanno attaccato per primi, e hanno
massacrato gli schiavi di Venator e la legione di Severus. Le nostre guar-
die sono morte nella battaglia, e noi abbiamo tagliato gli ormeggi e al-
lontanato la nave dalla riva. Venator ha cercato di salvarsi buttandosi in
acqua e ha gridato per invocare aiuto. Non potevo rischiare la vita di
Hypatia e dei miei uomini per salvarlo, e mi sono rifiutato di tornare in-
dietro. Sarebbe stato un suicidio compiere una manovra del genere con-
trocorrente.»

Redfern fece una pausa nella traduzione prima di continuare. «A questo


punto Rufinus fa una specie di salto indietro e parla della partenza della
flotta da Cartagena.

Il viaggio dalla Spagna alla nostra destinazione nella terra sconosciuta


ha richiesto cinquantotto giorni. Il tempo è stato favorevole, con il vento
alle spalle. In cambio di questa fortuna, Serapide ha preteso un sacrifi-
cio. Due uomini del nostro equipaggio sono morti di un'infermità a noi
sconosciuta.»
«Deve riferirsi allo scorbuto», disse Lily.
«I marinai antichi navigavano raramente per più di una settimana o due
senza toccare terra», precisò Pitt. «Lo scorbuto divenne comune solo du-
rante i lunghi viaggi degli spagnoli. Comunque, potrebbero esser morti per
qualche altra ragione.»
Lily fece un cenno a Redfern. «Scusa se ti ho interrotto. Continua, ti
prego.»

Siamo sbarcati dapprima in una grande isola popolata da barbari che


somigliavano agli sciti ma avevano la carnagione più scura. Si sono
comportati amichevolmente e hanno aiutato la flotta a rinnovare le prov-
viste di viveri e di acqua dolce.
Abbiamo avvistato altre isole, ma l'ammiraglia ha proseguito. Solo Ve-
nator sapeva dove avremmo dovuto prendere terra. Finalmente abbiamo
avvistato una spiaggia brulla e siamo giunti all'ampia foce di un fiume.
Siamo rimasti al largo per cinque giorni e cinque notti fino a che i venti
hanno incominciato a soffiare in nostro favore. Poi abbiamo risalito il
fiume, remando a tratti, fino a quando abbiamo raggiunto i colli di Ro-
ma.

«I colli di Roma?» ripeté distrattamente Lily. «Non capisco.»


«Probabilmente lo intendeva come un paragone», interloquì Pitt.
«È un enigma che non sarà facile risolvere», ammise Redfern.

Agli ordini dell'intendente Latinus Macer gli schiavi hanno scavato nelle
colline sopra il fiume. Otto mesi più tardi il carico è stato trasportato dal-
le navi al nascondiglio.

«Rufinus descrive questo nascondiglio?» chiese Pitt.


Redfern prese una tavoletta e la confrontò con la copia eseguita da Lily.
«Le parole sono in parte indecifrabili. Dovrò integrarle come posso.

Così il segreto dei segreti giace nelle viscere della collina entro una ca-
mera scavata dagli schiavi. Il luogo non può essere visto a causa dei di-
rupi. Dopo che tutto è stato riposto, l'orda dei barbari è discesa dalle col-
line. Non so se la camera fosse già stata sigillata perché in quel momen-
to stavo aiutando il mio equipaggio a spingere la nave lontano dalla sab-
bia.»

«Rufinus non ha mai annotato le distanze», commentò Pitt, deluso. «E


non fornisce mai indicazioni. Adesso c'è anche la possibilità che i barbari,
quali che fossero, avessero saccheggiato il nascondiglio.»
Redfern si oscurò. «È una possibilità che non possiamo trascurare.»
«Io non credo che sia accaduto il peggio», disse ottimisticamente Lily.
«Cinquantotto giorni alla velocità media di... facciamo tre nodi e mezzo
per un vascello progettato come la Serapis... Ecco, potrebbe aver coperto
quattromila miglia marine.»
«Sì, se hanno navigato in linea retta», osservò Redfern. «E non è proba-
bile. Rufinus dice solo che avevano viaggiato per cinquantotto giorni pri-
ma di scendere a terra. Dato che navigavano in acque sconosciute, si può
presumere che si tenessero vicini alla costa.»
«E dove andavano?» chiese Lily.
«La destinazione più logica è la costa meridionale dell'Africa occidenta-
le», rispose Redfern. «Nel quinto secolo avanti Cristo un equipaggio di fe-
nici circumnavigò l'Africa in senso orario. Una parte di quelle coste figu-
rava sulle carte dei tempi di Rufinus. Secondo la logica, Venator dovrebbe
aver puntato verso sud con la flotta, dopo aver varcato lo stretto di Gibil-
terra.»
«Non riusciresti mai a convincere una giuria», disse Pitt. «Rufinus parla
di isole.»
«Potrebbe trattarsi di Madera, delle Canarie o delle isole del Capo Ver-
de.»
«Non è convincente neppure questo. Non riesci a spiegare come mai la
Serapis sia finita praticamente dall'altra parte del mondo, in Groenlandia.
Stai parlando di una distanza di quasi tredicimila chilometri.»
«È vero. Mi sono confuso con i calcoli.»
«Per me avevano seguito una rotta settentrionale», disse Lily. «Le isole
potrebbero anche essere le Shetland o le Färøer. Quindi la località degli
scavi dovrebbe essere sulle coste della Norvegia o meglio ancora dell'I-
slanda.»
«Così va meglio», ammise Pitt. «Questa teoria spiegherebbe perché la
Serapis andò ad arenarsi in Groenlandia.»
«Che cosa dice Rufinus, dopo essersi salvato dai barbari?» chiese Lily.
Redfern s'interruppe per finire la cioccolata calda. «Ecco che cosa rac-
conta:
Abbiamo raggiunto il mare aperto. La navigazione era difficile. Le stelle
hanno posizioni diverse. Anche il sole non è più lo stesso. Tempeste ter-
ribili ci assalgono dal sud. Un marinaio è finito in mare. Siamo stati so-
spinti di continuo verso il nord. Il trentunesimo giorno il nostro Dio ci ha
guidati in una baia sicura dove abbiamo effettuato le riparazioni e carica-
to le provviste che siamo riusciti a trovare sulla terraferma. Abbiamo ca-
ricato anche pietre come zavorra. A una certa distanza dalla spiaggia c'è
una grande distesa di pini nani. L'acqua pura filtra dalla sabbia appena vi
si infila un bastone.
Dopo sei giorni di navigazione tranquilla è venuta un'altra tempesta più
violenta della precedente. Le vele sono lacerate e inservibili. La tremen-
da bufera ha spezzato l'albero e trascinato via i remi timonieri. Siamo
andati alla deriva spinti dal vento spietato, per molti giorni, non so per
quanti. È diventato impossibile dormire. L'aria è freddissima, e sul ponte
si è formato il ghiaccio. La nave è ora molto instabile. Ho ordinato ai
miei uomini, esausti e infreddoliti, di gettare fuori bordo le anfore del-
l'acqua e del vino.

«Le anfore che avete trovato sul fondale, fuori del fiordo.» Redfern s'in-
terruppe e fece un cenno a Pitt. Poi continuò la lettura.

Poco dopo essere stati sospinti nella lunga baia, siamo riusciti a far are-
nare la nave e siamo piombati in un sonno profondo per due giorni e due
notti.
Il dio Serapide è crudele. È incominciato l'inverno e il ghiaccio ha im-
prigionato la nave. Non ci resta altro che resistere durante l'inverno fino
a che ritornerà il caldo. Dall'altra parte della baia c'è un villaggio di bar-
bari, e commerciamo con loro. Facciamo baratti per procurarci il cibo. I
barbari usano le nostre monete d'oro come gingilli perché non ne imma-
ginano il valore. Ci hanno insegnato a scaldarci bruciando l'olio di un
pesce mostruoso. Siamo sazi e credo che riusciremo a sopravvivere.
Mentre me ne sto tranquillo e ho molto tempo a disposizione, scriverò
ogni giorno qualche parola. Questa volta annoterò le caratteristiche del
carico che gli schiavi di Venator hanno prelevato dalla stiva della Sera-
pis mentre io assistevo inosservato dalla cambusa e facevo una specie
d'inventario. Alla vista del grande oggetto, tutti sono caduti rispettosa-
mente in ginocchio.
«A che cosa allude?» chiese Lily.
«Un attimo di pazienza», disse Redfern.

Trecentoventi cilindri di rame con la dicitura Carte geologiche. Sessan-


tatré arazzi. Tutti questi erano ammucchiati intorno alla grande bara di
oro e cristallo di Alessandro. Mi tremavano le ginocchia. Riuscivo a
scorgere il suo volto attraverso...

«Rufinus non scrisse altro», disse tristemente Redfern. «Non finì mai la
frase. L'ultima tavoletta è un disegno che mostra la configurazione genera-
le della costa e il corso del fiume.»
«La bara perduta di Alessandro il Grande», disse Lily con un filo di vo-
ce. «È possibile che sia ancora sepolta in una caverna, chissà dove?»
«Assieme ai tesori della Biblioteca di Alessandria?» soggiunse Redfern.
«Non possiamo far altro che sperare.»
La reazione di Pitt fu molto diversa, ispirata a una profonda sicurezza.
«La speranza va bene per gli spettatori. Credo di poter trovare le tue anti-
chità entro trenta... no, entro venti giorni.»
Lily e Redfern sgranarono gli occhi e lo guardarono con l'aria sospettosa
riservata di solito a un politico che promette di ridurre le tasse. Molto sem-
plicemente, non gli credevano.
Ma avrebbero fatto meglio a credergli.
«Mi sembri molto sicuro», disse Lily.
Gli occhi verdi di Pitt avevano una luce di assoluta sincerità. «Diamo u-
n'occhiata alla mappa.»
Redfern gli porse il foglio su cui l'aveva trascritta Lily. Non c'era molto
da vedere, a parte una serie di linee ondulate.
«Non dicono molto. Rufinus non ha fornito alcuna indicazione.»
«A me basta», disse Pitt, imperturbabile. «È sufficiente per condurci alla
meta.»

Erano le quattro del mattino quando Pitt si svegliò. Si girò automatica-


mente per riaddormentarsi ma si rese conto vagamente che qualcuno aveva
acceso la luce e gli stava parlando.
«Mi dispiace, amico, ma devi alzarti.»
Stordito, Pitt alzò lo sguardo verso la faccia seria del comandante
Knight. «Che cos'è successo?»
«Ordini dall'alto. Devi partire immediatamente per Washington.»
«Hanno spiegato il motivo?»
«L'ha ordinato il Pentagono, ma non si è degnato di fornirmi spiegazio-
ni.»
Pitt si sollevò a sedere e posò i piedi nudi sul pavimento. «Speravo di re-
stare ancora un po' per seguire gli scavi.»
«Niente da fare, purtroppo», disse Knight. «Tu, Giordino e la dottoressa
Sharp dovete partire entro un'ora.»
«Lily?» Pitt si alzò e si avviò verso il bagno. «Posso capire che i pezzi
grossi vogliano interrogare me e Al sul sottomarino sovietico, ma perché
s'interessano a Lily?»
«I capi di stato maggiore non si confidano con gli schiavi.» Knight sorri-
se ironicamente. «Non ne ho la più pallida idea.»
«E il mezzo di trasporto?»
«Partirete com'è arrivato Redfern. In elicottero fino al villaggio eschime-
se e alla stazione meteorologica, poi con un aereo della Marina fino all'I-
slanda, e là salirete su un bombardiere B-52 che deve tornare negli Stati
Uniti per la revisione.»
«Non è così che si fa», borbottò Pitt mentre si puliva i denti. «Se voglio-
no la mia collaborazione più totale, devono mettermi a disposizione un jet
privato, o niente.»
«Sei molto impertinente per quest'ora del mattino.»
«Quando mi buttano giù dal letto prima dell'alba non esito a dire ai capi
di stato maggiore che cosa dovrebbero mettersi fra le emorroidi.»
«Posso dire addio alla mia prossima promozione», gemette Knight. «Mi
riterranno tuo complice.»
«Stai dalla mia parte e finirai per diventare ammiraglio.»
«Ci scommetto.»
Pitt si batté lo spazzolino sulla fronte. «Il genio ha colpito ancora. Tra-
smetti un messaggio. Comunica che gli andremo incontro a metà strada. Io
e Giordino raggiungeremo con l'elicottero della NUMA la base aerea di
Thule. E loro ci faranno trovare un jet del governo pronto per portarci alla
capitale.»
«Ti converrebbe di più stuzzicare un doberman mentre sta mangiando.»
Pitt alzò le mani. «Perché non c'è nessuno che abbia fiducia nelle mie a-
stuzie creative?»

22.
Washington stava chiudendo i battenti dopo una giornata serena e lumi-
nosa. Il freddo pungente dell'autunno rendeva l'aria frizzante mentre il sole
al tramonto trasformava in porcellana dorata il granito bianco dei palazzi
governativi. Il cielo era costellato di nuvole bianche e soffici che sembra-
vano abbastanza solide per permettere l'atterraggio del Gulfstream IV.
L'aereo poteva trasportare fino a diciannove passeggeri ma Pitt, Giordi-
no e Lily avevano a loro disposizione l'intera cabina. Giordino si era ad-
dormentato prima ancora che le ruote si staccassero dalla pista della base
di Thule e non aveva più aperto gli occhi, Lily aveva dormicchiato un po' e
poi aveva letto qualche pagina della Soglia di Marlys Millhiser.
Pitt rimase sveglio, perduto nei suoi pensieri. Ogni tanto annotava qual-
cosa su un taccuino. Si voltò a guardare dal finestrino il traffico che si
snodava lentamente verso la periferia dal cuore della capitale.
Tornò con il pensiero all'equipaggio della Serapis, al comandante Rufi-
nus e a sua figlia Hypatia. Pitt si rammaricava di non aver visto la ragazza
nell'oscurità della stiva, anche se la sua telecamera l'aveva inquadrata mol-
to chiaramente, con le braccia strette intorno a un cagnetto a pelo lungo.
Per poco Gronquist non aveva pianto quando l'aveva descritta. Pitt si
chiese se sarebbe finita in una vetrina refrigerata in un museo, dove file in-
terminabili di curiosi l'avrebbero osservata in silenzio.
Pitt guardò il Mall mentre il Gulfstream volava in cerchio per prepararsi
all'atterraggio. Distolse i pensieri dalla Serapis e si concentrò sulla ricerca
di tesori della Biblioteca di Alessandria. Sapeva esattamente come avrebbe
fatto. La parte del piano che non lo entusiasmava era la prospettiva di met-
tere tutte le sue uova in un unico paniere. Doveva puntare l'esito della ri-
cerca su poche linee tracciate rozzamente sulla cera dalla mano semiassi-
derata di un morente. La legge di Murphy (se qualcosa può andar male, lo
farà) stava già erigendo barricate contro di lui.
Le linee della mappa potevano non corrispondere a un sito geografico
conosciuto, per molte ragioni diverse: la distorsione della cera per i rapidi
cambiamenti di temperatura durante il congelamento iniziale della Serapis
e il successivo disgelo a bordo del Polar Explorer; Rufinus poteva aver
sbagliato la scala e piazzato erroneamente le curve e gli angoli della costa
e del fiume; e c'era l'ipotesi peggiore, la più verosimile... potevano esserci
stati grandi cambiamenti nel paesaggio, dovuti al sollevamento o all'ero-
sione del suolo, ai terremoti o ai mutamenti climatici degli ultimi millesei-
cento anni. Nessun fiume al mondo aveva mantenuto immutato il suo cor-
so per un millennio.
Pitt sentiva l'odore inebriante della sfida. Per un uomo irrequieto è come
un odore autentico, che si situa fra quello di una donna eccitata e quello
dell'erba appena tagliata dopo la pioggia. È tentatore al punto da far di-
menticare ogni pensiero di fallimento e di pericolo. Per Pitt, l'emozione
della caccia aveva quasi la stessa importanza del successo. Eppure, quando
realizzava qualcosa di molto prossimo all'impossibile, poi si sentiva sem-
pre assalire da una depressione inevitabile.
Il primo ostacolo era la mancanza di tempo per svolgere una ricerca. Il
secondo era il sottomarino sovietico. Lui e Giordino erano i principali can-
didati alla direzione dell'operazione di recupero subacqueo.
I pensieri di Pitt furono interrotti dalla voce del pilota che ordinava di
agganciare le cinture di sicurezza. Guardò l'ombra minuscola dell'aereo
che si ingrandiva sopra gli alberi spogli. L'erba bruniccia passò sotto di lui
e lasciò il posto al cemento. Il Gulfstream toccò terra, si staccò dalla pista
principale della base aerea di Andrews e frenò davanti a una Ford Taunus
station-wagon.
Pitt aiutò Lily a scendere. Poi, con Giordino, scaricò i bagagli e li siste-
mò sulla Taunus. L'autista, un giovane adetico che sembrava appena uscito
da una scuola di lusso, si teneva a distanza come se non osasse disturbare
quei due tipi rudi che maneggiavano valigie e sacche come se fossero cu-
scini.
«Qual è il programma?» chiese Pitt all'autista.
«Cena con l'ammiraglio Sandecker al suo club.»
«Quale ammiraglio?» chiese Lily.
«Sandecker», rispose Giordino. «È il capo della NUMA. Dobbiamo aver
fatto qualcosa di buono. È molto difficile che inviti a cena qualcuno.»
«Per non parlare dell'invito al John Paul Jones Club», aggiunse Pitt.
«È un club esclusivo?»
Giordino annuì. «È un deposito per vecchi pezzi grossi arrugginiti della
Marina con l'acqua della sentina nella vescica.»
Era già buio quando finalmente l'autista svoltò in una tranquilla via resi-
denziale di Georgetown. Dopo cinque isolati si fermò su un vialetto, sotto
il portico di una imponente costruzione vittoriana di mattoni rossi.
Nell'atrio, un ometto che sembrava un gallo da combattimento venne
verso di loro. Indossava un abito di seta con panciotto, tagliato su misura.
Si muoveva a passi svelti ed energici, come un gatto che s'infila oltre una
porta socchiusa. I lineamenti aguzzi ricordavano un grifone. I capelli ros-
soscuri si intonavano con la barbetta meticolosamente curata. Gli occhi
sembravano sprizzare scintille.
L'ammiraglio James Sandecker non era il tipo che entrava con discrezio-
ne in una stanza: la prendeva d'assalto.
«Lieto di rivedervi, ragazzi», dichiarò in tono più ufficiale che amiche-
vole. «Ho saputo che la vostra scoperta di quella nave antica potrebbe
cambiare i libri di storia. I media stanno facendo un gran chiasso.»
«Sì, abbiamo avuto fortuna», disse Pitt. «Posso presentarle la dottoressa
Lily Sharp? Lily, questo è l'ammiraglio James Sandecker.»
Sandecker si accendeva sempre come un faro in presenza di una bella
donna, e infatti s'illuminò. «Dottoressa, lei è la signora più incantevole che
abbia mai onorato questo club.»
«Mi fa piacere constatare che il club non opera discriminazioni contro le
donne.»
«Non certo perché i soci hanno una mentalità aperta», insinuò Giordino.
«Molte donne preferirebbero farsi l'antitetanica piuttosto di venire qui ad
ascoltare vecchi relitti che continuano a parlare dei loro ricordi di guerra.»
Sandecker gli lanciò un'occhiata fulminante.
Lily guardò entrambi, e si chiese se non era capitata in mezzo a una vec-
chia faida.
Pitt represse una risata ma non riuscì a nascondere un sorriso. Da dieci
anni assisteva a quegli scambi di battute. Tutti coloro che li conoscevano
bene sapevano che Giordino e Sandecker erano ottimi amici.
Lily preferì una ritirata strategica. «Signori, se uno di voi vuol dirmi do-
ve si trova la toilette per le signore, andrei a rinfrescarmi.»
Sandecker indicò un corridoio. «Prima porta a destra. Faccia pure con
comodo.» Appena Lily si fu allontanata, l'ammiraglio fece segno a Pitt e
Giordino di seguirlo in un salottino. Poi chiuse la porta. «Fra un'ora dovrò
andare a una riunione con il segretario della Marina, e questa sarà la nostra
unica occasione di parlare in privato. Quindi dovrò sbrigarmi prima del ri-
torno della dottoressa Sharp. Tanto per cominciare, lasciatemi dire che a-
vete fatto un ottimo lavoro ritrovando il sottomarino sovietico e tenendo
segreta la scoperta. Il presidente è stato molto soddisfatto quando l'ha sa-
puto e mi ha incaricato di ringraziarvi.»
«Quando incominciamo?» chiese Giordino.
«Incominciamo... che cosa?»
«L'operazione segreta per il recupero.»
«I nostri servizi segreti insistono perché aspettiamo. Hanno intenzione di
rifilare ai sovietici una serie di informazioni fuorvianti. Vogliono fargli
credere che un'ulteriore ricerca sarebbe uno spreco di soldi dei contribuenti
e che ormai l'abbiamo data come una causa persa.»
«Per quanto tempo?» chiese Pitt.
«Forse per un anno. Il tempo necessario perché gli specialisti preparino i
piani e costruiscano le attrezzature per il progetto.»
Pitt fissò l'ammiraglio con aria insospettita. «Ho l'impressione che non
saremo inclusi.»
«Indovinato», rispose Sandecker in tono secco. «Come dicono nei co-
mandi di polizia, il caso non è più vostro.»
«Posso sapere il perché?»
«Perché ho un incarico più importante da affidare a voi due.»
«Che cosa può esserci di più importante che rubare i segreti del più te-
mibile sottomarino sovietico?» insistette Pitt.
«Una vacanza in montagna», rispose Sandecker. «Non c'è niente di me-
glio dell'aria tonificante e della neve delle Montagne Rocciose. Vi abbia-
mo prenotato tre posti su un volo commerciale per Denver, domattina alle
dieci e tre quarti. La dottoressa Sharp vi accompagnerà.»
Pitt lanciò un'occhiata a Giordino che si limitò ad alzare le spalle. Si ri-
volse di nuovo a Sandecker. «È un premio o un esilio?»
«Diciamo che è una vacanza di lavoro. Il senatore Pitt vi spiegherà i par-
ticolari.»
«Mio padre?»
«L'aspetta questa sera a casa sua.» Sandecker tirò fuori dal taschino del
panciotto un orologio d'oro dal quadrante d'avorio. «Non dobbiamo far a-
spettare una bella signora.»
Sandecker si avviò verso la porta mentre Pitt e Giordino restavano in-
chiodati al centro del salotto.
«Non faccia il misterioso, ammiraglio!» disse bruscamente Pitt. «Se non
si decide a giocare a carte scoperte, niente al mondo potrà farmi salire do-
mani su quell'aereo.»
«Accetti anche le mie scuse», disse Giordino. «Sento che sta per arri-
varmi un attacco di micosi del Borneo.»
Sandecker si fermò di colpo, si voltò, inarcò un sopracciglio e fissò Pitt.
«Non m'imbroglia neanche per un momento, giovanotto. Non le importa
niente del sottomarino sovietico, ma smania di scoprire le reliquie della
Biblioteca di Alessandria. Ci tiene tanto che sarebbe disposto a rinunciare
per sempre al sesso.»
Pitt assunse un'aria tollerante. «Ottima intuizione, come al solito. E ot-
timo servizio informazioni. Avevo intenzione di consegnarle la trascrizio-
ne del diario di bordo della Serapis al nostro ritorno a Washington. È chia-
ro che qualcuno mi ha battuto sul tempo.»
«È stato il comandante Knight. Ha trasmesso in codice via radio la tra-
duzione del dottor Redfern al dipartimento della Marina, che l'ha inoltrata
al Consiglio Nazionale per la Sicurezza e al presidente. Ne ho letto una
copia prima che voi partiste dall'Islanda. Avevate scoperchiato il vaso di
Pandora e non ve ne rendevate conto. Se quel nascondiglio esiste e se è
possibile ritrovarlo, scatenerà il finimondo. Ma non è il caso di parlarne.
Questo compito è stato affidato a suo padre per ragioni che potrà spiegarle
meglio lui stesso.»
«E Lily che cosa c'entra?»
«Fa parte della vostra copertura, nell'eventualità che ci sia una fuga di
notizie o che il KGB sospetti che il sottomarino è stato effettivamente ri-
trovato. Martin Brogan vuol fare sapere a tutti che state lavorando, in asso-
luta legalità, a un progetto archeologico. Perciò vi ho invitati al club, e suo
padre le riferirà tutto più tardi. I vostri movimenti devono apparire norma-
lissimi, nel caso che foste pedinati.»
«Mi sembra un'esagerazione.»
«La burocrazia opera in modi misteriosi», disse Giordino in tono rasse-
gnato. «Chissà se potrò procurarmi i biglietti per una partita dei Denver
Broncos.»
«Mi fa piacere vedere che la pensiamo allo stesso modo», disse Sande-
cker con aria soddisfatta. «Adesso andiamo a tavola. Ho fame.»

Lasciarono Lily al Jefferson Hotel. Lei li abbracciò entrambi ed entrò


nell'atrio, seguita da un facchino che le portava i bagagli. Pitt e Giordino
dissero all'autista di condurli al palazzo a vetri alto dieci piani che era la
sede centrale della NUMA.
Giordino andò direttamente al suo ufficio al quarto piano mentre Pitt ri-
mase in ascensore e salì al reparto comunicazioni e informazioni all'ultimo
piano. Lasciò la borsa all'impiegata ma ne prese una busta che mise nella
tasca della giacca.
Si aggirò tra le file interminabili di apparecchi elettronici e di computer
fino a quando trovò un uomo che, seduto a gambe incrociate sul pavimento
piastrellato, contemplava un registratore in miniatura estratto da un grosso
canguro di peluche.
«Canta Waltzing Matilda con voce stonata?» chiese Pitt.
«Come fai a saperlo?»
«Ho tirato a indovinare.»
Hiram Yaeger alzò la testa e sorrise. Aveva una faccia maliziosa e i ca-
pelli biondi e lisci raccolti in una coda di cavallo. La barba riccia sembrava
presa a nolo in un magazzino di costumi. Portava un paio di occhialetti ro-
tondi dalla montatura metallica ed era vestito come uno scalcagnato co-
wboy da rodeo, con vecchi Levi's e stivali che persino un barbone avrebbe
buttato nella spazzatura.
Sandecker aveva rapito Yaeger a una industria di computer di Silicon
Valley in California e gli aveva dato mano libera per creare dal niente il
complesso dati della NUMA. Era un matrimonio ideale fra la genialità
umana le CPU. Yaeger era il supervisore di una sterminata biblioteca d'in-
formazioni che conteneva tutti i rapporti conosciuti e tutti i libri scritti su-
gli oceani terrestri.
Yaeger studiò il registratore e l'altoparlante del pupazzo con aria critica.
«Io avrei potuto realizzare un sistema migliore servendomi degli utensili di
cucina.»
«Puoi ripararlo?»
«Probabilmente no.»
Pitt scosse la testa e indicò i computer. «Hai realizzato tutto questo ma
non puoi riparare un semplice mangiacassette?»
«Non mi va.» Yaeger si alzò, entrò in un ufficio e mise il canguro sulla
scrivania. «Forse un giorno, quando mi verrà l'ispirazione, lo modificherò
in una lampada parlante.»
Pitt lo seguì e chiuse la porta. «Ti andrebbe un progetto più interessan-
te?»
«Di che genere?»
«Ricerca.»
«Vediamo.»
Pitt prese la busta dalla tasca e la porse a Yaeger. Il mago dei computer
della NUMA si abbandonò su una sedia, aprì la busta ed estrasse il conte-
nuto. Esaminò in fretta la trascrizione battuta a macchina, poi la rilesse,
più lentamente. Dopo un lungo silenzio sbirciò Pitt al di sopra degli oc-
chiali.
«Questa roba viene dalla vecchia nave che avete trovato?»
«Lo sai già?»
«Dovrei essere cieco e sordo per non saperlo. Giornali e televisione non
parlano d'altro.»
Pitt indicò con un cenno i fogli che Yaeger teneva in mano. «È una tra-
duzione del diario di bordo di quella nave.»
«Che cosa vuoi che faccia?»
«Dai un'occhiata alla pagina con la mappa.»
Yaeger sollevò il foglio e studiò le linee prive di indicazioni. «Vuoi che
stabilisca una corrispondenza con una località geografica conosciuta?»
«Se è possibile», disse Pitt.
«Non c'è molto su cui basarmi. Che cos'è?»
«Un tratto di costa dell'oceano e un fiume.»
«Quando fu disegnata?»
«Nel 391 dopo Cristo.»
Yaeger lanciò a Pitt un'occhiata pensierosa. «Tanto varrebbe chiedermi
di trovarti i nomi delle vie di Atlantide.»
«Programma i tuoi amichetti elettronici per una proiezione della rotta
della nave dopo la partenza della flotta da Cartagena. Potresti anche proce-
dere a ritroso dal luogo del naufragio in Groenlandia. Ho incluso la posi-
zione.»
«Devi renderti conto che il fiume potrebbe non esistere più.»
«Ci avevo pensato anch'io.»
«E ho bisogno dell'autorizzazione dell'ammiraglio.»
«Te la farò avere domattina.»
«D'accordo», promise Yaeger con aria cupa. «Farò del mio meglio. Qual
è la scadenza?»
«Insisti finché non avrai trovato qualcosa», rispose Pitt. «Io dovrò la-
sciare Washington per un po'. Mi farò vivo dopodomani per vedere come
va.»
«Posso fare una domanda?»
«Sicuro.»
«È davvero molto importante?»
«Sì», rispose Pitt. «Credo di sì. Forse è molto più importante di quanto
io e te possiamo immaginare.»

23.

Quando il padre di Pitt aprì la porta della casa di stile coloniale in Mas-
sachusetts Avenue a Bethesda, Maryland, indossava un paio di pantaloni
kaki stinti e un maglione sciupato. Il Socrate del Senato era famoso per i
suoi doppiopetto eleganti, sempre ornati all'occhiello da un papavero dora-
to della California. Ma quando era lontano dagli sguardi del pubblico si
vestiva come un allevatore accampato in mezzo ai pascoli.
«Dirk!» esclamò abbracciando calorosamente il figlio. «Ti vedo troppo
di rado, di questi tempi.»
Pitt gli passò un braccio intorno alle spalle. Entrarono in uno studio dalle
pareti rivestite di legno e con gli scaffali dei libri che andavano dal pavi-
mento al soffitto. Sotto l'elegante mensola di tek scolpito scoppiettava al-
legramente un fuoco.
Il senatore indicò una poltrona al figlio e andò dietro il banco del bar.
«Bombay gin martini con uno spruzzo di limone, non è vero?»
«Fa un po' freschetto per il gin. Preferirei un Jack Daniel's liscio.»
«A ciascuno il suo veleno.»
«Come sta mamma?»
«È in un centro salutista alla moda, una fattoria in California, per la sua
crociata annuale di dimagrimento. Tornerà dopodomani, ingrassata d'un
chilo.»
«Non si arrende mai, eh?»
«Ma almeno così è contenta.»
Il senatore porse al figlio il bourbon e si versò un porto. Alzò il bicchie-
re: «Al tuo viaggio in Colorado».
Pitt non bevve. «Chi ha avuto l'idea geniale di mandarmi a sciare?»
«Io.»
Pitt bevve un sorso di Jack Daniel's e fissò il padre. «Che interesse hai
per i manufatti della Biblioteca di Alessandria?»
«Un grosso interesse, se esistono davvero.»
«Parli come privato cittadino o come burocrate?»
«Come patriota.»
«E va bene.» Pitt sospirò. «Mettimi al corrente. Perché l'arte e la lettera-
tura classiche e la bara di Alessandro il Grande hanno un'importanza tanto
grande per gli Stati Uniti?»
«Questo non c'entra affatto», disse il senatore. «La parte più interessante
dell'inventario è costituita dalle mappe che mostrano le ricerche geologi-
che del mondo antico. Le perdute miniere d'oro dei faraoni, le miniere di
smeraldi dimenticate di Cleopatra, la favolosa terra di Punt, celebre per
l'abbondanza dell'argento, dell'antimonio e del suo eccezionale oro verde:
tutte località conosciute due e tremila anni fa ma poi sepolte nell'oblio del
tempo. E c'era anche la leggendaria terra di Ophir con i suoi minerali pre-
ziosi: la sua ubicazione è tuttora un mistero. Le miniere di re Salomone, di
Nabucodonosor di Babilonia, e della regina di Saba, il cui regno oggi è so-
lo un ricordo biblico. La ricchezza dei secoli è ancora sepolta sotto le sab-
bie del Medio Oriente.»
«E se anche venisse scoperta? Come possono interessare al nostro go-
verno i giacimenti di minerali preziosi appartenenti ad altri Paesi?»
«Possono servire come pedine di scambio», rispose il senatore. «Se sa-
remo in grado di indicare la strada, potremo intavolare trattative e organiz-
zare joint ventures per lo sfruttamento di questi giacimenti. Inoltre potre-
mo acquistare merito agli occhi dei vari dirigenti nazionali e garantirci
quelle simpatie di cui abbiamo tanto bisogno.»
Pitt scosse la testa. «Per me è una novità che il Congresso si dedichi alle
prospezioni minerarie in nome dei buoni rapporti con l'estero. Deve esserci
sotto qualcosa d'altro.»
Il senatore annuì, un po' sorpreso dall'intuito del figlio. «È vero. Conosci
il termine 'trappola stratigrafica'?»
«Direi.» Pitt sorrise. «Ne ho trovata una nel mare del Labrador al largo
della provincia del Quebec, pochi anni fa.»
«Sì, il progetto Doodlebug. Lo ricordo.»
«Una trappola stratigrafica è uno dei giacimenti petroliferi più difficili
da scoprire. La normale esplorazione sismica non serve. Eppure molto
spesso sono giacimenti ricchissimi.»
«E questo ci porta al bitume, che veniva usato in Mesopotamia già cin-
quemila anni fa per impermeabilizzare le costruzioni, i canali, i tubi di
drenaggio in argilla e le imbarcazioni. Era utilizzato anche per costruire le
strade, curare le ferite, produrre adesivi. Molto più tardi i greci parlarono
di sorgenti di petrolio lungo la costa nordafricana. I romani segnalarono
una località del Sinai che chiamarono Monte del Petrolio. E la Bibbia dice
che Dio ordinò a Giacobbe di estrarre l'olio da una roccia simile alla selce,
e descrive la valle di Siddim piena di pozze di fanghiglia, che possono es-
sere interpretate come pozze di catrame.»
«Nessuna di quelle aree è stata riscoperta o trivellata?» chiese Pitt.
«Ci sono state trivellazioni, sì, ma finora i risultati non sono significati-
vi. I geologi sostengono che ci sono novanta probabilità su cento di trovare
cinquecento milioni di barili di greggio soltanto sotto Israele. Purtroppo i
siti antichi sono andati perduti e coperti nel corso dei secoli a causa dei ter-
remoti e degli sconvolgimenti.»
«Allora lo scopo principale è trovare un mare di petrolio in Israele.»
«Devi ammettere che risolverebbe una quantità di problemi.»
«Sì, credo di sì.»
Il senatore e Pitt rimasero in silenzio per un minuto, con gli sguardi fissi
sul fuoco. Se Yaeger e i suoi computer non avessero scoperto una pista,
non c'erano molte speranze. Pitt provò un senso d'irritazione al pensiero
che i detentori del potere della Casa Bianca e del Congresso fossero inte-
ressati al petrolio e all'oro più che all'arte e alla letteratura grazie alle quali
sarebbe stato possibile colmare le lacune della storia.
E questo, pensò, non getta una luce molto fulgida sugli affari di Stato.
Il silenzio fu spezzato dal trillo del telefono. Il senatore andò alla scriva-
nia e sollevò il ricevitore. Non disse nulla. Rimase in ascolto per un mo-
mento e riattaccò.
«Mi chiedo se troverò nel Colorado la biblioteca perduta», commentò
Pitt in tono brusco.
«Tutti gli interessati se ne meraviglierebbero», disse il senatore. «Il mio
staff ti ha organizzato un briefing con la massima autorità sull'argomento.
Il dottor Bertram Rothberg, professore di storia antica all'università del
Colorado, ha dedicato l'intera esistenza allo studio della Biblioteca di A-
lessandria. Ti fornirà i dati di base che potrebbero aiutarti nella ricerca.»
«Perché devo andare io da lui? Mi sembra che sarebbe molto più pratico
se venisse a Washington.»
«Hai parlato con l'ammiraglio Sandecker?»
«Sì.»
«Allora sai quanto sia importante separare il più nettamente possibile te
e Al Giordino e la scoperta del sottomarino sovietico. La telefonata di un
momento fa era di un agente dell'FBI; sta pedinando un agente del KGB il
quale sta pedinando te.»
«Mi fa piacere sapere di essere così popolare.»
«Non devi fare mosse che destino sospetti.»
Pitt annuì in segno d'approvazione. «Magnifico. Ma supponiamo che i
russi vengano a sapere della missione. Anche loro avrebbero tutto da gua-
dagnare se riuscissero a mettere le mani sui dati della biblioteca.»
«La possibilità esiste ma è estremamente remota», disse il senatore con
aria guardinga. «Abbiamo preso tutte le precauzioni possibili per tenere
segrete le tavolette di cera.»
«Un'altra domanda.»
«Sentiamo.»
«Io sono sorvegliato», disse Pitt. «Che cosa impedirà al KGB di seguir-
mi fin dal dottor Rothberg?»
«Niente», rispose il senatore. «Abbiamo intenzione di star seduti ad ap-
plaudirli ai bordi del campo.»
«Per mettere in scena la commedia dello status quo.»
«Esattamente.»
«Perché deve toccare a me?»
«Per la tua L-29 Cord.»
«La mia Cord?»
«La macchina d'epoca che hai fatto restaurare a Denver. Il carrozziere al
quale l'hai affidata ha telefonato a me la settimana scorsa e ha detto di rife-
rirti che il lavoro è ultimato e che il risultato è una meraviglia.»
«Quindi io vado in Colorado sotto la luce dei riflettori per ritirare la mia
auto da collezione, ne approfitto per sciare un po' e per partecipare a qual-
che festa in compagnia della dottoressa Sharp.»
«Esattamente», ripeté il senatore. «Prenderai alloggio all'Hotel Brecken-
ridge. Troverai un messaggio che spiegherà dove e quando dovrai metterti
in contatto con il dottor Rothberg.»
«Ricordami che non dovrò mai comprare un cavallo da te.»
Il senatore rise. «Anche tu hai combinato la tua parte di piccoli imbro-
gli.»
Pitt finì il bourbon, si alzò e posò il bicchiere sulla mensola. «Ti dispiace
se alloggio nello chalet di famiglia?»
«Preferirei che restassi alla larga.»
«Ma gli sci e gli scarponi li ho messi nel garage.»
«Puoi prendere l'attrezzatura a nolo.»
«È ridicolo!»
«Non è tanto ridicolo», disse il senatore con voce calma. «Tieni presente
che se aprissi la porta dello chalet ti sparerebbero addosso.»

«È proprio sicuro di voler scendere qui, amico?» chiese il tassista fer-


mandosi davanti a quello che sembrava un hangar abbandonato in. un an-
golo dell'aeroporto internazionale di Washington.
«Il posto è questo», rispose Pitt.
Il tassista girò lo sguardo sull'area buia e deserta. Aveva tutta l'aria di un
tentativo di rapina, pensò. Si chinò per prendere sotto il sedile anteriore un
pezzo di tubo metallico che teneva a portata di mano per quell'eventualità.
Continuò a fissare con aria apprensiva lo specchietto retrovisore mentre
Pitt prendeva il portafogli dalla tasca interna. Poi si rilassò un poco. Il
cliente non si comportava come un rapinatore.
«Quanto le devo?»
«Il tassametro segna otto e sessanta.»
Pitt pagò, lasciò il resto come mancia e scese. Poi aspettò che il tassista
aprisse il baule e scaricasse il bagaglio.
«Che razza di posto», borbottò il tassista.
«C'è qualcuno che mi aspetta.»
Pitt attese fino a quando vide i faretti rossi del taxi sparire in lontananza,
poi disattivò il sistema d'allarme dell'hangar con il telecomando tascabile
ed entrò da una porta laterale. Premette un codice sul telecomando e l'in-
terno fu inondato da una vivida luce fluorescente.
L'hangar era la casa di Pitt. Il piano terreno era occupato da una scintil-
lante collezione di automobili d'epoca e storiche. C'erano persino una vec-
chia carrozza ferroviaria Pullman e un aereo, un trimotore Ford. L'oggetto
più bizzarro era una vasca da bagno di ghisa con il motore fuoribordo at-
taccato allo schienale.
Pitt si avviò verso l'alloggio, situato al piano rialzato contro la parete di
fondo. Salì una scaletta a chiocciola di ferro battuto e arrivò alla porta che
dava in un soggiorno fiancheggiato da una parte da una camera da letto e
uno studio e dall'altra da una saletta da pranzo e una cucina.
Disfece il bagaglio e andò sotto la doccia. Fece scorrere l'acqua calda e
orientò il getto contro la parete piastrellata. Si sdraiò con i piedi sollevati
sotto le manopole per poter controllare la temperatura dell'acqua. Poi si as-
sopì.
Quarantacinque minuti più tardi indossò una vestaglia e accese il televi-
sore. Stava per riscaldare un tegame di chili texano quando suonò il cicali-
no del citofono. Premette il pulsante, immaginando che gli avrebbe rispo-
sto Al Giordino.
«Sì?»
«Servizio ristoro Groenlandia», rispose una voce femminile.
Pitt rise e premette il pulsante che apriva la porta laterale. Andò sul bal-
latoio e guardò in basso.
Lily entrò con un grosso cesto da picnic. Si fermò e si guardò intorno
sbalordita, abbagliata dalla luce che si specchiava sul mare di cromature e
di vernici brillanti.
«L'ammiraglio Sandecker ha tentato di descrivermi la tua tana», disse in
tono d'ammirazione. «Ma non credo che le abbia reso giustizia.»
Pitt scese la scala per andarle incontro. Prese il cesto da picnic e per po-
co non lo lasciò cadere. «Pesa una tonnellata. Che cosa c'è dentro?»
«La nostra cena di mezzanotte. Ho fatto tappa a un delicatessen per
comprare qualcosa.»
«A giudicare dagli odori dev'essere un menù appetitoso.»
«Incominciamo con salmone affumicato seguito da zuppa di funghi di
bosco, insalata di spinaci con fagiano e noci, linguine in salsa d'ostriche al
vino bianco, il tutto accompagnato da una bottiglia di Principessa Gavi.
Per dessert c'è una zuppa inglese al cioccolato e al caffè.»
Pitt guardò Lily e sorrise con sincera ammirazione. Il volto era mobilis-
simo, gli occhi splendenti, accesi da una vibrazione che non aveva mai no-
tato. I capelli erano lunghi e lisci. L'abito aderente lasciava scoperta la
schiena e i lustrini neri lampeggiavano a ogni passo. Non più nascosti dal
pesante cappotto che aveva indossato dalla partenza dalla Groenlandia, i
seni sembravano più colmi, i fianchi più snelli di quanto Pitt avesse im-
maginato. Le gambe erano lunghe e provocanti, e ogni movimento aveva
una vivacità sensuale.
Quando entrarono in soggiorno, Pitt posò il cesto su una sedia, poi le
prese una mano. «Possiamo mangiare più tardi», disse con voce sommes-
sa.
Con un gesto automatico di timidezza Lily abbassò lo sguardo e poi lo
rialzò, come attratta da una forza irresistibile. Gli occhi verdi di Pitt erano
così penetranti che Lily si sentì piegare le ginocchia e tremare le mani. Ar-
rossì.
Era una reazione stupida, pensò. Aveva pianificato con molta calma la
seduzione, fino alla scelta del vino, dell'abito e del reggiseno e delle mu-
tandine di pizzo nero. Adesso, però, era travolta dalla confusione e dal
dubbio. Non aveva immaginato che tutto procedesse tanto in fretta.
Senza una parola, Pitt fece scivolare le spalline e lasciò cadere l'abito a
lustrini in una gora scintillante intorno ai tacchi alti. Le passò le mani in-
torno alla vita e sotto le ginocchia, e la sollevò con un movimento fluido.
Mentre la portava nella camera da letto Lily gli nascose il volto contro il
petto. «Mi sembra d'essere una sgualdrina spudorata», mormorò.
Pitt l'adagiò teneramente sul letto, la guardò e si sentì pervadere da un
fuoco ardente.
«Sarà meglio», disse con voce rauca, «che ti comporti come se lo fossi.»

24.
Yazid entrò nella sala da pranzo della sua villa. Si soffermò e annuì nel
vedere il lungo tavolo coperto di piatti, vassoi, posate e calici, tutti di
bronzo.
«Spero che i miei amici abbiano gradito la cena.»
Mohammed al-Hakim, un dotto mullah che era l'ombra di Yazid, scostò
la sedia e si alzò. «Ottima come sempre, Akhmad. Ma ci è mancata la sua
illuminata presenza.»
«Allah non mi rivela i suoi voleri quando ho lo stomaco pieno», disse
Yazid con un lieve sorriso. Girò lo sguardo sui cinque uomini che si erano
alzati in piedi e rendevano omaggio alla sua autorità con diverse manife-
stazioni di rispetto.
Erano tutti vestiti in modo diverso. Il colonnello Naguib Bashir, capo di
un'organizzazione clandestina di ufficiali fedeli a Yazid, aveva indossato
una gellaba con le maniche lunghe e il cappuccio per nascondere la sua i-
dentità quando aveva lasciato il Cairo. Un turbante dominava grottesca-
mente la testa di al-Hakim, e la figura fragile era coperta dalle spalle ai
piedi da una veste di cotone nero ormai liso. Mussa Moheidin, un gior-
nalista che era il capo della Propaganda di Yazid, portava pantaloni e ca-
micia sportiva aperta sul collo, mentre il giovane turco del gruppo, Khaled
Fawzy, anima del consiglio rivoluzionario, ostentava l'uniforme da com-
battimento. Soltanto Suleiman Ammar era vestito impeccabilmente d'un
abito da safari confezionato su misura.
«Vi sarete chiesti perché ho indetto d'urgenza questa riunione», disse
Yazid. «Quindi non perderò tempo. Allah mi ha ispirato un piano per libe-
rarci del presidente Hasan e della sua banda di ladri corrotti con un sol
colpo magistrale. Ora sedete, prego, e finite il caffè.»
Yazid andò a una parete e premette un interruttore: una grande carta ge-
ografica colorata si srotolò lentamente. Ammar la riconobbe: era una tipica
carta dell'America meridionale, usata nelle scuole egiziane. Un ingrandi-
mento della città costiera di Punta del Este, in Uruguay, era circondato da
un cerchio rosso. Alla metà inferiore della mappa era fissata una foto in-
grandita di una lussuosa nave da crociera.
Gli uomini sedettero di nuovo intorno al tavolo, senza cambiare espres-
sione. Erano incuriositi, interessati. Attesero con pazienza la rivelazione
che Allah aveva concesso al loro capo religioso.
Soltanto Ammar mascherò lo scetticismo. Era troppo realista per credere
a quelle pie invenzioni.
«Fra sei giorni», esordì Yazid, «gli incontri internazionali per l'econo-
mia, resi inevitabili dalla crisi monetaria mondiale, avranno inizio nella lo-
calità di villeggiatura di Punta del Este, già sede della conferenza del Con-
siglio Economico e Sociale Interamericano che proclamò l'Alleanza per il
Progresso. Le nazioni debitrici, eccettuato l'Egitto, hanno deciso di ripu-
diare tutti i prestiti ricevuti e di rifiutarsi di pagarli. Questo atto costringerà
al fallimento centinaia di banche negli Stati Uniti e in Europa. I banchieri
occidentali e i loro esperti finanziari hanno chiesto colloqui ininterrotti in
un ultimo tentativo di scongiurare la catastrofe economica. Il nostro presi-
dente, servo degli imperialisti, è l'unico che non si è associato. Hasan par-
teciperà al colloquio e minerà la posizione dei nostri fratelli islamici e dei
nostri amici del Terzo Mondo implorando i banchieri occidentali di conce-
dere altri prestiti per conservare sull'Egitto quel potere che ormai gli sfug-
ge. Ma noi non lo permetteremo. Bis Millah, con l'aiuto di Dio, approfitte-
remo di questo momento per imporre al nostro popolo un vero governo i-
slamico.»
«Uccidiamo il tiranno e facciamola finita», disse Khaled Fawzy in tono
aspro. Era giovane, arrogante e privo di tatto, e la sua impazienza aveva
già portato al fallimento di un tentativo di colpo di Stato da parte dei suoi
studenti rivoluzionari che era costato trenta vite. Girò gli occhi scuri sui
presenti. «Un missile terra-aria ben diretto, quando l'aereo di Hasan partirà
per l'Uruguay, e ci saremo liberati per sempre del suo regime corrotto.»
«E avremo aperto al ministro della Difesa Abu Hamid la strada per im-
porsi come dittatore prima che noi siamo pronti», concluse Mussa Mohei-
din. Il famoso scrittore egiziano aveva sessantacinque anni; era un uomo
posato, eloquente e spiritoso, dai modi garbati. Moheidin era l'unico tra i
presenti che Ammar rispettasse veramente.
Yazid si rivolse a Bashir: «È una previsione valida, colonnello?»
Bashir annuì. Era un individuo vanitoso e superficiale che si affrettò a
esporre il suo punto di vista limitato. «Mussa ha ragione. Abu Hamid le fa
penzolare davanti agli occhi la promessa del suo aiuto con la scusa che si
attende da lei un mandato del popolo. È solo una tattica per prendere tem-
po. Hamid è ambizioso. Conta sulla possibilità di servirsi dell'esercito per
proclamarsi presidente.»
«È verissimo», disse Fawzy. «Uno dei suoi collaboratori più stretti fa
parte del movimento, e ha rivelato che Hamid progetta di diventare presi-
dente e di consolidare la sua posizione sposando Hala Kamil, che è benvo-
luta dalla popolazione.»
Yazid sorrise. «Ha costruito un castello di sabbia. Hala Kamil non sarà
disponibile per la cerimonia nuziale.»
«È proprio certo?» chiese Ammar.
«Sì», rispose con calma Yazid. «Allah vuole che non viva oltre il pros-
simo sole.»
«La prego di dividere con noi la rivelazione, Akhmad», implorò al-
Hakim. Diversamente dagli altri che gli stavano intorno, al-Hakim aveva la
faccia di chi ha trascorso metà della vita in una segreta. La carnagione pal-
lida era quasi trasparente. Ma gli occhi, ingranditi dalle lenti spesse, ave-
vano un'espressione decisa, incrollabile.
Yazid annuì. «Le mie fonti messicane mi hanno informato che, in segui-
to a un imprevisto afflusso di turisti, a Punta del Este scarseggiano le stan-
ze negli alberghi di lusso e nelle residenze principesche. Per evitare che il
loro Paese perda l'occasione di ospitare i colloqui internazionali, i dirigenti
uruguaiani hanno deciso che i governanti stranieri e i loro seguiti siano o-
spitati su navi da crociera prese a nolo e ancorate nel porto. Hasan e la de-
legazione egiziana saranno su un transatlantico britannico, il Lady Flam-
borough. A bordo ci saranno anche il presidente messicano De Lorenzo e i
suoi collaboratori.»
Yazid s'interruppe e girò lo sguardo sugli ascoltatori. Poi disse: «Allah
mi è apparso in una visione e mi ha ordinato d'impadronirmi della nave».
«Allah sia lodato!» esclamò Fawzy.
Gli altri si scambiarono occhiate incredule. Poi rivolsero di nuovo l'at-
tenzione a Yazid senza formulare domande.
«Vedo dalla vostra espressione, amici miei, che dubitate della mia visio-
ne.»
«Mai!» rispose al-Hakim in tono solenne. «Ma forse ha interpretato er-
roneamente il comando di Allah.»
«No, era chiarissimo. È necessario impadronirci della nave con il presi-
dente Hasan e i suoi ministri.»
«A quale scopo?» chiese Mussa Moheidin.
«Per isolare Hasan e impedire il suo ritorno al Cairo mentre le forze i-
slamiche prendono il potere.»
«Abu Hamid impiegherà l'esercito per sventare un colpo di Stato se non
sarà lui a organizzarlo», ammonì il colonnello Bashir. «Questo lo so con
certezza.»
«Hamid non potrà arrestare la marea del fervore rivoluzionario», replicò
Yazid. «L'inquietudine è al massimo. Le masse sono stanche dell'austerità
imposta dalla restituzione dei prestiti stranieri. Lui e Hassan stanno com-
mettendo un suicidio perché non denunciano gli empi prestatori di denaro.
L'Egitto può essere salvato solo se abbraccerà la purezza della legge isla-
mica.»
Khaled Fawzy balzò in piedi e alzò un pugno. «Basta che mi dia l'ordi-
ne, Akhmad, e farò scendere per le strade un milione di persone.»
Yazid tacque per un istante, ansimando. Poi disse: «Il popolo aprirà la
via. Io lo seguirò».
Al-Hakim aveva assunto un'espressione grave. «Devo ammetterlo... ho
presentimenti spiacevoli.»
«Questa è vigliaccheria!» esclamò Fawzy in tono di sfida.
«Mohammed al-Hakim è molto più saggio di lei», disse Moheidin in to-
no paziente. «E so quel che pensa. Non vuole che si ripeta il fiasco dell'A-
chille Lauro dell'85, quando i palestinesi sequestrarono la nave da crociera
italiana e assassinarono un vecchio ebreo invalido su una sedia a rotelle.»
Bashir intervenne. «Un massacro terroristico non aiuterà la nostra cau-
sa.»
«Vorreste andare contro la volontà di Allah?» chiese Yazid in tono irri-
tato.
Tutti cominciarono a parlare contemporaneamente. L'atmosfera si arro-
ventò sempre più mentre infuriava la discussione.
Ammar era l'unico che si manteneva distaccato. Sono idioti, pensava.
Maledetti idioti. Si astrasse dal dibattito e fissò la foto della nave da cro-
ciera. Gli ingranaggi della sua mente cominciarono a mettersi in moto.
«Non siamo soltanto egiziani», disse Bashir. «Siamo arabi. Le altre na-
zioni arabe si schiereranno contro di noi se assassineremo i nostri gover-
nanti e i loro che si ritroveranno in mezzo. Non lo considereranno un dono
di Allah, ma un complotto terroristico politico.»
Moheidin indicò Fawzy. «Khaled ha ragione. È meglio uccidere Hasan
sul territorio nazionale piuttosto che causare un bagno di sangue a bordo di
una nave dove si trovano anche il presidente messicano e la sua delegazio-
ne.»
«Non possiamo ammettere un atto di terrorismo di massa», disse al-
Hakim. «Le conseguenze negative sarebbero disastrose per il nostro go-
verno.»
«Siete tutti vermi degni di Hasan», sibilò Fawzy. «Io dico che dobbiamo
attaccare la nave e mostrare al mondo intero la nostra potenza.»
Nessuno prestò attenzione al fanatico militante che odiava con la stessa
ferocia gli ebrei e i cristiani.
«Non capisce, Akhmad?» insistette Bashir. «Sarà impossibile penetrare
gli sbarramenti di sicurezza di Punta del Este. Le motovedette uruguaiane
saranno più numerose delle locuste. Tutte le navi che ospiteranno i parte-
cipanti al vertice saranno ben protette. Lei sta parlando dell'assalto suicida
di un commando. Non è possibile.»
«Avremo l'aiuto di una fonte che deve restare protetta dal segreto», disse
Yazid. Si voltò e fissò Ammar. «Tu, Suleiman... sei il nostro esperto in
materia di operazioni clandestine. Se fosse possibile introdurre a bordo del
Lady Flamborough una squadra dei nostri combattenti migliori senza che
vengano scoperti, si potrebbe impadronirsi della nave e tenerla fino a
quando noi avremo istituito una repubblica islamica?»
«Sì», rispose Ammar senza staccare gli occhi dalla foto della nave da
crociera. La voce era bassa, ma carica di una convinzione assoluta. «Sei
giorni non sono molti, ma la nave può essere sequestrata con dieci guerri-
glieri esperti e cinque marinai, e senza spargimento di sangue, se potremo
contare sul fattore sorpresa.»
Gli occhi di Yazid s'illuminarono. «Ah, sapevo di poter contare su di
te!»
«Impossibile!» ruggì Bashir. «Non riuscireste mai a far entrare tanti uo-
mini in Uruguay senza destare sospetti. E anche se per miracolo vi impa-
droniste della nave e riduceste all'impotenza l'equipaggio, tutte le squadre
speciali d'assalto dell'Occidente vi piomberebbero addosso entro ventiquat-
tr'ore. Potreste considerarvi fortunati se riusciste a resistere più di qualche
ora.»
«Io posso prendere il Lady Flamborough e tenerlo per due settimane.»
Bashir scosse la testa. «Sta sognando.»
«E come sarebbe possibile?» chiese Moheidin. «M'interessa sapere co-
me si propone di battere un esercito di esperti della sicurezza internaziona-
le senza una battaglia campale.»
«Io non intendo combattere.»
«Ma è assurdo!» esclamò Yazid.
«Non proprio», disse Ammar. «Basta conoscere il trucco.»
«Il trucco?»
«Precisamente.» Ammar sorrise. «Vedete, io intendo far scomparire il
Lady Flamborough con l'equipaggio e i passeggeri.»

25.
«La mia è una visita non ufficiale», disse Julius Schiller a Hala Kamil
mentre entravano nel salotto rustico dello chalet del senatore Pitt. «I miei
collaboratori stanno dicendo a tutti che sono andato a pescare a Key
West.»
«Capisco», disse Hala. «Sono lieta di avere la possibilità di parlare con
qualcuno, a parte il cuoco e le guardie del servizio segreto.»
Hala era molto elegante nella giacca islandese di lana marrone con i pan-
taloni in tinta, e sembrava ancora più giovane di quanto la ricordasse
Schiller.
In quanto a lui, si sentiva un po' fuori posto in una località sciistica con
l'abito da passeggio, le scarpe a punta e la borsa portadocumenti. «Posso
fare qualcosa per rendere più sopportabile il suo soggiorno forzato?»
«No, grazie. Non c'è niente che possa alleviare la frustrazione dell'inatti-
vità quando avrei tanto da fare.»
«Fra pochi giorni sarà tutto finito», disse Schiller per consolarla.
«Non mi aspettavo di vederla qui, Julius.»
«È emerso all'improvviso qualcosa che riguarda l'Egitto. Il nostro presi-
dente ritiene opportuno che lei venga consultata per quanto riguarda un re-
cente avvenimento.»
Hala ripiegò le gambe e bevve un sorso di tè. «Dovrei sentirmi lusinga-
ta?»
«Diciamo che il presidente le sarebbe grato per la sua collaborazione.»
«A quale proposito?»
Schiller aprì la borsa, consegnò a Hala un fascicolo e riprese a bere il
suo tè. Rimase a osservare mentre il volto angelico si contraeva durante la
lettura. Quando terminò l'ultima pagina, Hala chiuse la cartelletta e rivolse
a Schiller uno sguardo penetrante.
«Il pubblico è stato informato?»
Schiller annuì. «La scoperta della nave sarà annunciata questo pomerig-
gio. Ma non parleremo dei tesori della Biblioteca di Alessandria.»
Hala guardò dalla finestra. «La perdita della biblioteca, sedici secoli fa, è
paragonabile a quello che succederebbe se all'improvviso il vostro presi-
dente ordinasse di bruciare gli archivi di Washington, la Smithsonian Insti-
tution e la National Art Gallery.»
Schiller annuì. «È un paragone calzante.»
«C'è speranza di recuperare gli antichi libri?»
«Per ora non lo sappiamo. Le tavolette incerate trovate sulla nave hanno
fornito poche indicazioni. Il nascondiglio potrebbe essere in qualunque lo-
calità fra l'Islanda e il Sud Africa.»
«Comunque, avete intenzione di cercarlo», disse Hala, con interesse cre-
scente.
«Il progetto per la scoperta è già in corso.»
«Chi altri lo sa?»
«Soltanto il presidente, io e pochi membri fidati del nostro governo. E
ora lo sa anche lei.»
«Perché avete incluso me e non il presidente Hasan?»
Schiller si alzò e attraversò la stanza. Poi si girò di nuovo verso Hala.
«Forse non resterà al potere ancora per molto tempo. Riteniamo che in-
formazioni di tale importanza non debbano cadere nelle mani sbagliate.»
«Akhmad Yazid?»
«Per essere sincero, sì.»
«Il suo governo dovrà trattare con lui, prima o poi», osservò Hala. «Se
sarà possibile ritrovare i tesori della biblioteca e i preziosi dati geologici,
Yazid pretenderà che vengano consegnati all'Egitto.»
«Ce ne rendiamo conto», disse Schiller. «E questo è lo scopo del nostro
incontro qui a Breckenridge. Il presidente desidera che lei annunci la sco-
perta imminente nel suo discorso alle Nazioni Unite.»
Hala fissò Schiller per un momento con aria pensierosa. Poi la collera
s'insinuò nella sua voce.
«Come posso dire che la scoperta è dietro l'angolo quando la ricerca po-
trebbe richiedere anni e anni e concludersi senza successo? Mi sembra
vergognoso che il presidente e i suoi consiglieri si ostinino a fabbricare
una menzogna e mi chiedano di avallarla. È un altro dei vostri stupidi gio-
chi di politica estera mediorientale, Julius? Un tentativo dell'ultimo mo-
mento per tenere al potere il presidente Hasan ed erodere l'influenza di
Akhmad Yazid? Dovrei essere lo strumento usato per ingannare il popolo
egiziano e indurlo a credere che nel suo territorio stanno per venire scoper-
ti ricchi giacimenti minerari, tali da trasformare un'economia depressa ed
eliminare la miseria?»
Schiller rimase in silenzio, senza smentire.
«Si è rivolto alla donna sbagliata, Julius. Preferisco veder cadere il mio
governo e morire per mano di carnefici di Yazid, piuttosto che illudere il
mio popolo con false speranze.»
«Nobili sentimenti», commentò Schiller. «Ammiro i suoi princìpi. Ma
sono convinto della validità del piano.»
«Il rischio è troppo grande. Se il presidente non sarà in grado di fornire
dati attendibili riguardo all'ubicazione della biblioteca, provocherà un disa-
stro politico. Yazid ne approfitterà con una campagna propagandistica che
allargherà la base del suo potere e lo renderà molto più forte di quanto rie-
scano a immaginare i vostri esperti. Per la decima volta in dieci anni, gli
esperti di politica estera degli Stati Uniti faranno la figura di buffoni dilet-
tanti agli occhi del mondo.»
«Sono stati commessi diversi errori», ammise Schiller.
«Se almeno non vi foste intromessi nei nostri affari!»
«Non sono venuto a discutere la politica mediorientale, Hala. Sono ve-
nuto a chiedere il suo aiuto.»
Hala scosse la testa e la girò verso di lui. «Mi dispiace. Non posso pie-
garmi a una simile menzogna.»
Schiller le lanciò uno sguardo carico di comprensione. Non insistette;
pensava che fosse più prudente far marcia indietro.
«Riferirò la sua risposta al presidente», disse. Riprese la borsa e si avviò
verso la porta. «Resterà molto deluso.»
«Aspetti!»
Schiller si voltò e attese.
Hala si alzò e gli andò vicino. «Mi provi che i suoi hanno una pista vali-
da per individuare l'ubicazione dei manufatti della biblioteca, e io farò ciò
che desidera la Casa Bianca.»
«Darà l'annuncio?»
«Sì.»
«Mancano quattro giorni al suo discorso. Non abbiamo molto tempo.»
«Sono le mie condizioni», disse bruscamente Hala.
Schiller annuì. «Accetto.»
Poi si voltò e uscì dalla porta.

Muhammad Ismail guardò la berlina di Schiller che usciva dalla strada


privata dello chalet del senatore Pitt e s'immetteva sulla 9 per dirigersi ver-
so la stazione di Breckenridge. Non vide chi c'era sul sedile posteriore; e
comunque non gli interessava.
La macchina ufficiale, gli uomini che pattugliavano la zona e si parlava-
no a intervalli regolari con le ricetrasmittenti e le due guardie armate a
bordo di un furgone Dodge all'entrata della strada privata gli bastavano per
confermare l'informazione che gli agenti di Yazid avevano comprato a
Washington.
Ismail si appoggiò con noncuranza alla grossa Mercedes diesel, nascon-
dendo l'uomo che, seduto a bordo, scrutava con il binocolo dal finestrino
aperto. Sul tettuccio, il portasci conteneva diverse paia di sci. Ismail indos-
sava una tuta bianca da sciatore e un passamontagna dello stesso colore gli
nascondeva la faccia.
«Visto abbastanza?» chiese mentre fingeva di sistemare gli sci.
«Ancora un minuto», rispose l'osservatore. Scrutava lo chalet parzial-
mente visibile fra gli alberi. Intorno al binocolo si poteva scorgere soltanto
una folta barba nera e una massa di capelli in disordine.
«Sbrighiamoci. Sto gelando.»
«Ancora un minuto.»
«Quanti sono?» chiese Ismail.
«Non più di cinque uomini. Tre nella casa. Due sul furgone. Un uomo
solo alla volta fa il giro all'esterno, e per non più di mezz'ora. Non lo fanno
tutti i giorni. Il freddo dà fastidio anche a loro. Seguono lo stesso percorso
sulla neve. Non c'è traccia di telecamere, ma probabilmente ne hanno una
montata nel furgone, e il monitor è nella casa.»
«Ci muoveremo in due gruppi», disse Ismail. «Uno entrerà nella casa,
l'altro ucciderà la guardia all'esterno e distruggerà il furgone agendo da
dietro, dove meno se l'aspettano.»
L'osservatore abbassò il binocolo. «Hai intenzione di agire questa notte,
Muhammad?»
«No», rispose Ismail. «Domani, quando i porci americani si rimpinze-
ranno con il pasto del mattino.»
«Un attacco di giorno è pericoloso.»
«Non agiremo furtivamente al buio come fanno le donne.»
«Ma la nostra unica via di fuga per raggiungere l'aeroporto passa per il
centro della cittadina», protestò l'osservatore. «Le strade saranno piene di
traffico e di centinaia di sciatori. Suleiman Ammar non rischierebbe un'av-
ventura simile.»
Ismail si voltò di scatto e schiaffeggiò l'osservatore con la mano guanta-
ta. «Sono io che comando, qui!» esclamò. «Suleiman è uno sciacallo so-
pravvalutato. Non pronunciare il suo nome in mia presenza.»
L'osservatore non si lasciò intimorire. Un lampo ostile balenò negli oc-
chi scuri. «Ci farai ammazzare tutti», disse senza alzare la voce.
«Così sia», sibilò Ismail in un tono gelido come la neve. «Se moriremo
perché muoia Hala Kamil, ne varrà la pena.»

26.
«Magnifica», disse Pitt.
«Splendida, davvero splendida», mormorò Lily.
Giordino annuì. «Un vero gioiello.»
Erano in un'officina specializzata nel restauro di automobili d'epoca, e i
loro sguardi di ammirazione erano rivolti a una L-29 Cord del 1930, un
modello con il compartimento aperto per l'autista.
La carrozzeria era bordeaux, i parafanghi di un color camoscio intonato
al tettuccio di pelle che copriva lo scompartimento passeggeri. Elegante e
slanciata, la macchina aveva le ruote anteriori motrici e questo contribuiva
a darle un profilo basso. Il carrozziere che l'aveva costruita aveva allungato
lo chassis al punto che misurava quasi cinque metri e mezzo dal muso al
paraurti posteriore. All'incirca metà della lunghezza era occupata dal cofa-
no, che incominciava con un radiatore tipo macchina sportiva e terminava
con un parabrezza ad angolo.
Era una macchina enorme e agile, un oggetto bellissimo appartenuto a
un'epoca venerata dalle generazioni più anziane ma sconosciuta a coloro
che erano venuti più tardi.
L'uomo che aveva trovato la macchina in un vecchio garage, nascosta
sotto il ciarpame di quarant'anni, e l'aveva restaurata, era fiero del risultato
del suo lavoro. Robert Esbenson, un individuo alto dalla faccia da folletto
e i limpidi occhi azzurri, lustrò affettuosamente il cofano per l'ultima volta
con uno straccio e consegnò la Cord a Pitt.
«Mi dispiace che se ne vada.»
«Ha fatto un lavoro straordinario», commentò Pitt.
«Ha intenzione di spedirla a casa sua?»
«Non subito. Vorrei guidarla per qualche giorno.»
Esbenson annuì. «Bene, allora lasci che regoli la carburazione e la di-
stribuzione per questa altitudine. Qui siamo a milleseicento metri. Poi,
quando tornerà in officina, darò disposizioni per spedirla a Washington.»
«Posso salire anch'io?» chiese Lily.
«Fino a Breckenridge», rispose Pitt. Si rivolse a Giordino. «Vieni con
noi, Al?»
«Perché no? La macchina presa a nolo possiamo lasciarla davanti al par-
cheggio.»
Trasferirono i bagagli e dieci minuti più tardi Pitt fece svoltare la Cord
nell'Interstatale 70 e puntò il muso lunghissimo della macchina verso le
colline che conducevano alle Montagne Rocciose incappucciate di neve.
Lily e Al erano nel lussuoso compartimento passeggeri, e il vetro diviso-
rio li separava da Pitt. Pitt non aveva alzato il tettuccio che proteggeva il
posto dello chauffeur; stava allo scoperto, infagottato in un massiccio
giaccone d'agnello, e assaporava il vento gelido che gli investiva la faccia.
Per il momento pensava soltanto a guidare: scrutava gli strumenti per es-
sere sicuro che la macchina, vecchia di sessant'anni, si comportasse a do-
vere. Si teneva sulla corsia di destra e lasciava che gli altri automobilisti lo
superassero e si voltassero a guardare sbalorditi.
Era soddisfatto ed euforico, mentre ascoltava il mormorio regolare del
motore a otto cilindri e il tono smorzato della marmitta. Aveva l'impres-
sione di controllare una creatura vivente.
Se avesse avuto il più remoto presentimento di ciò cui andava incontro,
avrebbe fatto dietro-front e sarebbe tornato a Denver.

L'oscurità era scesa sullo Spartiacque Continentale quando la Cord entrò


nella leggendaria cittadina mineraria del Colorado trasformata in una sta-
zione sciistica. Si avviò lungo la strada principale dove le vecchie costru-
zioni conservavano ancora uno storico sapore western. I marciapiedi erano
affollati dalla gente che veniva dalle piste e portava sulle spalle sci e ba-
stoncini.
Pitt parcheggiò vicino all'entrata dell'Hotel Breckenridge. Firmò il regi-
stro e ritirò al banco due messaggi telefonici. Lesse i due foglietti e li mise
in tasca.
«Il dottor Rothberg?» chiese Lily.
«Sì, ci invita a cena nel suo appartamento. Il condominio è proprio di
fronte all'albergo.»
«A che ora?» chiese Giordino.
«Alle sette e mezzo.»
Lily diede un'occhiata all'orologio. «Ho appena quaranta minuti per fare
la doccia e mettermi in ordine i capelli. È meglio che mi sbrighi.»
Pitt le consegnò la chiave della stanza. «Tu sei alla duecentouno. Io e Al
abbiamo le stanze adiacenti, a destra e a sinistra.»
Appena Lily fu salita in ascensore con il facchino, Pitt accennò a Gior-
dino di seguirlo nella cocktail lounge. Attese che la barista avesse preso le
ordinazioni prima di passare il secondo messaggio all'amico.
Giordino lesse a voce bassa. «'Il progetto biblioteca ha la precedenza as-
soluta. È urgente che trovi un indirizzo permanente per Alex entro i pros-
simi quattro giorni. Buona fortuna. Papà.'» Alzò gli occhi, confuso. «Ho
capito bene? Abbiamo solo quattro giorni per identificare l'ubicazione?»
Pitt annuì. «Leggo il panico tra le righe e sento un brontolio di tuono ne-
gli ambienti altolocati di Washington.»
«Tanto varrebbe che ci chiedessero di inventare una cura comune per
l'herpes, l'AIDS e l'acne», borbottò Giordino. «Possiamo dire addio alla
vacanza sugli sci.»
«No, resteremo», ribatté Pitt in tono deciso. «Non possiamo far niente
fino a che Yaeger non avrà un colpo di fortuna.» Poi si alzò. «A proposito
di Yaeger, devo chiamarlo.»
Trovò un telefono pubblico nell'atrio dell'albergo e chiamò con la carta
di credito. Dopo quattro squilli sentì una voce che sembrava impegnata in
uno sbadiglio.
«Qui Yaeger.»
«Hiram, sono Dirk. Come va la ricerca?»
«Procede.»
«Trovato niente?»
«I miei tesorucci hanno setacciato tutti i dati geologici da Casablanca fi-
no a Zanzibar. Non hanno trovato un solo punto lungo la costa africana che
corrisponda al tuo disegno. C'erano tre possibilità remote, ma quando ho
programmato i profili sulle trasformazioni delle masse continentali che po-
trebbero essere avvenute durante gli ultimi milleseicento anni, nessuno è
risultato incoraggiante. Mi dispiace.»
«E adesso che farai?»
«Mi sto già dirigendo verso nord. Ci vorrà più tempo, data la frastaglia-
tura delle coste che includono l'arcipelago Britannico, il Baltico e i Paesi
scandinavi fino alla Siberia.»
«Puoi farcela in quattro giorni?»
«Solo se insisterai perché faccia lavorare ventiquattr'ore al giorno i col-
laboratori esterni.»
«Insisto», disse Pitt. «Mi è stato appena comunicato che il progetto ha
assunto la precedenza.»
«Ce la metteremo tutta», asserì Yaeger, in un tono più gioviale che serio.
«Sono a Breckenridge, nel Colorado. Se trovi qualcosa, chiamami al-
l'Hotel Breckenridge.» Pitt comunicò il numero di telefono dell'albergo e
quello della camera.
Yaeger ripeté i numeri. «Bene, li ho segnati.»
«Mi sembri di buon umore», commentò Pitt.
«Perché non dovrei? Abbiamo già fatto parecchio.»
«Che cosa? Non sai ancora dove si trova il nostro fiume.»
«È vero», rispose allegramente Yaeger. «Ma almeno sappiamo dove non
è.»

Cadevano fiocchi di neve enormi mentre i tre attraversavano la strada


dall'albergo a un condominio a due piani rivestito in legno di cedro. Una
scritta luminosa diceva SKIQUEEN. Salirono una scala e bussarono alla
porta dell'appartamento 22B.
Bertram Rothberg li accolse con un sorriso cordiale. Aveva una splendi-
da barba grigia e vivaci occhi azzurri. Gli orecchi si ergevano come vele
nel mare dei capelli grigi, e la figura massiccia era abbigliata d'una camicia
rossa a scacchi e un paio di calzoni di velluto a coste. Se avesse avuto una
scure in una mano e una sega nell'altra, avrebbe potuto passare per un bo-
scaiolo.
Strinse le mani ai tre calorosamente, senza presentazioni, come se cono-
scesse tutti da anni. Poi li condusse su per una stretta scala in un soggior-
no-pranzo sotto un alto soffitto spiovente con lucernari.
«Vi andrebbe un bottiglione di bordeaux scadente prima di cena?» chie-
se con un sorriso malizioso.
Lily rise. «Io ci sto.»
Giordino alzò le spalle. «Per me non fa alcuna differenza, purché sia be-
vibile.»
«E lei, Dirk?»
«Mi sembra una buona idea.»
Pitt non chiese a Rothberg come li aveva riconosciuti; senza dubbio suo
padre aveva comunicato le descrizioni. Il comportamento era quasi perfet-
to: Pitt sospettava che lo studioso di storia antica avesse lavorato in passato
per qualcuno dei tanti servizi segreti governativi.
Rothberg andò in cucina per versare il vino. Lily lo seguì.
«Posso darle una mano a preparare...?» S'interruppe quando vide i piani
di lavoro vuoti e i fornelli spenti.
Rothberg notò la sua occhiata. «Sono un pessimo cuoco, quindi ho ordi-
nato una cena pronta. Dovrebbero portarla verso le otto.» Indicò il divano
del soggiorno. «Su, mettiamoci comodi attorno al fuoco.»
Distribuì i bicchieri e sedette su una poltrona di pelle. Poi propose un
brindisi.
«Al successo della ricerca.»
«Evviva!» esclamò Lily.
Pitt intervenne. «Mio padre mi ha detto che lei ha dedicato la vita allo
studio della Biblioteca di Alessandria.»
«Trentadue anni. Probabilmente avrei fatto meglio se mi fossi sposato,
invece di frugare negli scaffali polverosi e rovinarmi gli occhi sui vecchi
manoscritti. Per me è come avere un'amante. Donare senza chiedere. Non
mi sono mai disamorato.»
«Posso capire questa attrazione», disse Lily.
Rothberg sorrise. «È logico che capisca, dato che è un'archeologa.»
Si alzò e riattizzò il fuoco. Poi, quando fu certo che i ceppi bruciavano a
dovere, tornò a sedere e continuò.
«Sì, la biblioteca non era soltanto uno splendido monumento del sapere:
era anche la più grande meraviglia del mondo antico e conteneva il patri-
monio culturale di intere civiltà.» Rothberg parlava come se fosse in tran-
ce, come se la sua mente vedesse le ombre del passato. «L'arte e la lettera-
tura dei greci, degli egizi, dei romani, gli scritti sacri degli ebrei, il sapere
degli uomini più straordinari che il mondo abbia mai conosciuto, le opere
divine della filosofia, le musiche di bellezza incredibile, gli antichi libri di
successo, i capolavori della medicina e della scienza: era il più splendido
repertorio di materiali e di conoscenza che fosse stato raccolto nell'antichi-
tà.»
«Era aperta al pubblico?» chiese Giordino.
«Non lo era certo a tutti i vagabondi», rispose Rothberg. «Ma gli studio-
si e i ricercatori erano liberi di esaminare, catalogare, tradurre, riassumere
e pubblicare ciò che volevano. Vedete, la biblioteca e l'annesso museo non
erano semplici depositi. Là fu lanciata la vera scienza dell'erudiziene crea-
tiva. La biblioteca divenne il primo, vero luogo di consultazione, così co-
me lo concepiamo oggi; i libri erano catalogati e ordinati sistematicamen-
te. Il complesso veniva chiamato la Sede delle Muse.» Rothberg s'inter-
ruppe per controllare i bicchieri degli ospiti. «Al, direi che le andrebbe un
altro po' di vino.»
Giordino sorrise. «Non rifiuto mai.»
«Lily? Dirk?»
«Io non ho quasi assaggiato il mio», disse Lily.
Dirk scosse la testa. «Per me basta così.»
Rothberg riempì il bicchiere di Giordino e il proprio prima di proseguire.
«Gli imperi e le nazioni che sono esistiti più tardi hanno un debito e-
norme con la Biblioteca di Alessandria. Poche istituzioni del sapere hanno
prodotto tanto. Plinio, nel primo secolo dopo Cristo, scrisse la Storia natu-
rale che si può considerare la prima enciclopedia del mondo. Aristofane di
Bisanzio, che diresse la biblioteca duecento anni prima di Cristo, fu il pa-
dre del dizionario. Callimaco, scrittore famoso ed esperto della tragedia
greca, compilò il primo Chi è in centoventi libri. Il grande matematico Eu-
clide ideò il primo testo di geometria che si conosca. Dionisio Trace orga-
nizzò la grammatica in un sistema coerente e pubblicò l'Arte grammatica
che divenne il modello per tutte le lingue scritte e parlate. Questi uomini, e
migliaia di altri, realizzarono risultati eccezionali mentre lavoravano alla
biblioteca.»
«Mi sembra che lei stia descrivendo un'università», osservò Pitt.
«Infatti. La biblioteca e il museo, presi insieme, erano considerati l'uni-
versità del mondo ellenistico. Le immense strutture di marmo bianco con-
tenevano gallerie di quadri e di statue, teatri per la lettura delle poesie e le
lezioni su ogni argomento, dall'astronomia alla geologia. C'erano anche
dormitori, un refettorio, chiostri per la meditazione, un giardino zoologico
e un orto botanico. Dieci grandi sale accoglievano le diverse categorie di
volumi. Erano centinaia di migliaia, scritti a mano su papiro o su pergame-
na, quindi arrotolati e custoditi in cilindri di bronzo.»
«Che differenza c'era?» chiese Giordino.
«Il papiro è una pianta tropicale, e dai suoi steli gli egizi ricavavano una
specie di carta. La pergamena, invece, era prodotta con la pelle di animali
giovani, soprattutto vitelli, capretti e agnellini.»
«È possibile che siano sopravvissuti per tanti secoli?» chiese Pitt.
«La pergamena dovrebbe durare più del papiro», rispose Rothberg. Poi
guardò Pitt. «Dopo milleseicento anni, le condizioni dipenderebbero dal
posto dove sono custoditi. I rotoli di papiro provenienti dalle tombe egizie
sono ancora leggibili dopo più di tre millenni.»
«Grazie all'atmosfera calda e secca.»
«Sì.»
«E se i rotoli fossero stati sepolti lungo la costa settentrionale della Nor-
vegia o della Russia?»
Rodiberg chinò la testa, pensosamente. «Immagino che il gelo invernale
li avrebbe conservati, ma durante l'estate sarebbero marciti per l'umidità.»
Pitt sentiva profilarsi la sconfitta. Quella era l'ultima goccia. Le speranze
di trovare intatti i manoscritti della biblioteca sembravano più esili che
mai.
Lily non condivideva il suo pessimismo. Era animata dall'eccitazione.
«Se lei fosse stato al posto di Junius Venator, dottor Rothberg, quali libri
avrebbe salvato?»
«È un interrogativo difficile», rispose Rothberg, e strizzò l'occhio. «Im-
magino che innanzi tutto avrei cercato di salvare le opere complete di So-
focle, Euripide, Aristotele e Piatone. Oltre a Omero, ovviamente. Aveva
scritto quarantotto libri, ma a noi è giunto ben poco. Credo che avrei salva-
to tutti i volumi sulla storia della Grecia, degli etruschi, di Roma e dell'E-
gitto, fra i cinquantamila esistenti su questi temi, che si sarebbero potuti
caricare sulle navi. Dovrebbero avere un interesse estremo, poiché l'intero
patrimonio della letteratura, del materiale religioso e scientifico dell'Egitto
è andato perduto. Non sappiamo quasi nulla degli etruschi, sebbene l'impe-
ratore Claudio avesse scritto un'opera storica su di loro che doveva figura-
re nella biblioteca. Inoltre, avrei certamente portato via molte opere reli-
giose sulle leggi e le tradizioni ebraiche e cristiane. Le rivelazioni di quei
rotoli lascerebbero probabilmente di sasso gli studiosi moderni della Bib-
bia.»
«E le opere scientifiche?» chiese Giordino.
«Questo va da sé.»
«E non dimentichiamo i libri di cucina», disse Lily.
Rothberg rise. «Venator era un uomo efficiente. Avrebbe salvato un
campionario generale della conoscenza dei suoi tempi, inclusi libri di cu-
cina e di economica domestica. Qualcosa per tutti, diciamo.»
«Soprattutto gli antichi dati geologici», puntualizzò Pitt.
«Soprattutto quelli», ammise Rothberg.
«Sappiamo che genere di uomo fosse?» chiese Lily.
«Venator?»
«Sì.»
«Era il più noto intellettuale dei suoi tempi, un erudito e un insegnante
famoso che proveniva da uno dei centri della cultura di Atene ed era diven-
tato l'ultimo dei grandi curatori della Biblioteca di Alessandria. Fu il prin-
cipale cronista della sua epoca. Sappiamo che scrisse più di cento opere di
commenti politici e sociali sul mondo conosciuto, che coprivano quattro-
mila anni. Nessuna di esse è giunta fino a noi.»
«I ricercatori andrebbero a nozze se avessero per le mani i dati compilati
da qualcuno più vicino di duemila anni al nostro passato», osservò Lily.
«Che cos'altro sappiamo di lui?» s'informò Pitt.
«Non molto. Aveva un gran numero di allievi che diventarono illustri
esponenti della letteratura e della scienza. Uno di loro, Diocle di Antio-
chia, parla di lui in uno dei suoi scritti. Descrive Venator come un innova-
tore audace, pronto ad avventurarsi in campi che altri studiosi non osavano
affrontare. Sebbene fosse cristiano, vedeva la religione soprattutto come
una scienza sociale: e fu appunto questa la causa principale dell'attrito tra
lui e il cristiano Teofilo, il fanatico vescovo di Alessandria. Teofilo si sca-
gliò contro Venator e affermò che il museo e la biblioteca erano ricettacoli
del paganesimo; alla fine, convinse l'imperatore Teodosio, un altro cristia-
no fanatico, a incendiare tutto. A quanto sembra, nei disordini che scoppia-
rono fra cristiani e non cristiani durante la distruzione Junius Venator fu
assassinato dai seguaci di Teofilo.»
«Ma ora sappiamo che riuscì a fuggire e a portar via il meglio della col-
lezione», si intromise Lily.
«Quando il senatore Pitt ha telefonato per comunicarmi ciò che avevate
scoperto in Groenlandia», disse Rothberg, «mi sono emozionato come uno
spazzino che scopre di aver vinto un milione di dollari alla lotteria.»
«Potrebbe dirci dove crede che Venator avesse nascosto il tesoro?» chie-
se Pitt.
Rothberg rifletté a lungo e alla fine disse a voce bassa: «Junius Venator
non era un individuo comune. Seguiva una sua linea. Aveva accesso a una
montagna di conoscenza. Doveva aver pianificato scientificamente la sua
rotta, lasciando al caso solo le incognite. Fece senza dubbio un lavoro mol-
to efficiente, se si considera che tutto è rimasto nascosto per milleseicento
anni». Rothberg alzò le mani in un gesto rassegnato. «Non saprei darvi in-
dicazioni. È troppo difficile immaginare che cosa avesse in mente Vena-
tor.»
«Però un'idea dovrà pure averla», insistette Pitt.
Rothberg fissò a lungo le fiamme che guizzavano nel camino. «Posso di-
re solo questo: il nascondiglio scelto da Venator dev'essere in un posto do-
ve nessuno penserebbe mai di cercare.»

27.

L'orologio di Ismail segnava le 7.58. Si nascose dietro un piccolo abete


blu e scrutò lo chalet. Il fumo saliva da uno dei due comignoli, e il vapore
usciva dagli sfiatatoi del riscaldamento. Sapeva che la Kamil aveva l'abi-
tudine di alzarsi presto ed era una brava cuoca. Era logico immaginare che
fosse già in piedi e che stesse preparando la colazione per le guardie.
Ismail era un uomo del deserto, non abituato al freddo gelido che lo as-
saliva. Avrebbe voluto alzarsi, agitare le braccia e pestare i piedi. Aveva le
gambe doloranti, le dita che s'intorpidivano nonostante i guanti. Il tormen-
to del freddo gli riempiva la mente e rallentava i tempi di reazione. Una
paura subdola si insinuava in lui, la paura di fallire la missione e di morire
senza uno scopo.
La sua inesperienza era evidente. Nella fase cruciale dell'operazione si
stava innervosendo. Adesso cominciava a chiedersi se gli odiati americani
conoscevano o sospettavano la sua presenza. Agitato e impaurito, stava
perdendo la capacità di prendere decisioni fulminee.
Le 7.59. Un'occhiata al furgone fermo poco oltre l'ingresso sulla strada.
Ogni quattro ore, le guardie che stavano nella casa al calduccio davano il
cambio a quelle installate nel furgone. Due uomini avrebbero percorso da
un momento all'altro i cento metri dallo chalet al furgone.
Ismail concentrò l'attenzione sulla guardia che camminava sulla neve,
come al solito. Si stava avvicinando alla cassetta della posta. L'alito gli u-
sciva dalle labbra in nuvole di vapore, e l'uomo si guardava intorno per
scoprire se c'era qualcosa di anormale.
La monotonia dell'incarico e il freddo pungente non avevano allentato la
vigilanza dell'agente del servizio segreto. I suoi occhi scrutavano il terreno
come un radar. Ancora un minuto, e avrebbe visto le orme di Ismail nella
neve.
Ismail bestemmiò sottovoce e si acquattò ancora di più. Sapeva d'essere
terribilmente esposto. Gli aghi di pino che lo riparavano dalla vista non a-
vrebbero fermato i proiettili.
Le otto. La porta dello chalet si aprì e ne uscirono due uomini che porta-
vano berretti di lana e giubbotti di piumino. Scrutarono automaticamente il
paesaggio innevato mentre s'incamminavano parlando fra loro.
Ismail aveva deciso di attendere sino a quando i due fossero arrivati al
furgone per eliminare contemporaneamente le quattro guardie. Ma aveva
sbagliato i calcoli e si era piazzato in posizione troppo presto. I due uomini
avevano percorso appena cinquanta metri quando la guardia che stava fa-
cendo il giro intorno allo chalet scorse le impronte dell'intruso.
Si fermò e si portò alle labbra la ricetrasmittente. Le sue parole furono
stroncate da una serie di spari del fucile semiautomatico Heckler & Koch
MP5 di Ismail.
Il piano dilettantesco di Ismail aveva avuto un brutto inizio. Un profes-
sionista avrebbe eliminato la guardia con un unico colpo in mezzo agli oc-
chi, sparato con il silenziatore. Ismail gli aveva crivellato il petto con dieci
proiettili e altri venti erano finiti nel bosco.
Uno degli arabi incominciò a lanciare freneticamente le bombe a mano
contro il furgone, mentre un altro sparava alle fiancate. Le sofisticate tec-
niche d'assalto erano al di fuori della portata della maggior parte dei terro-
risti. L'astuzia gli era sconosciuta quanto il sapone liquido. Fu la fortuna a
salvarli. Una delle bombe a mano riuscì a penetrare dal parabrezza ed e-
splose con un rombo violento. L'esplosione non aveva nulla di simile agli
effetti speciali cinematografici. Il serbatoio non scoppiò in un globo di
fuoco. La carrozzeria si gonfiò e si schiantò come se un petardo fosse de-
flagrato all'interno d'una lattina.
I due uomini morirono sul colpo.
Inebriati dalla sete di sangue, i due sicari, entrambi meno che ventenni,
continuarono ad attaccare il furgone sventrato fino a scaricare le armi, an-
ziché concentrarsi sugli agenti del servizio segreto che si trovavano sulla
strada e che, dopo essersi messi al riparo fra gli alberi, incominciarono a
sparare con gli Uzi e li falciarono in pochi istanti.
Poi, certi che i colleghi a bordo del furgone fossero morti, in-
cominciarono a ripiegare verso lo chalet. Correvano schiena contro schie-
na, di traverso, e uno di loro continuava a sparare contro Ismail, che s'era
messo al coperto dietro un grosso macigno.
La strategia di Ismail fu rovinata dalla confusione.
Gli altri dieci uomini del gruppo terroristico avrebbero dovuto far irru-
zione dall'entrata posteriore quando avessero sentito sparare Ismail: ma
persero tempo prezioso perché la neve, alta fino al ginocchio, rallentava i
movimenti. Il loro assalto fu tardivo, e gli agenti all'interno riuscirono a in-
chiodarli.
Un arabo riuscì a mettersi temporaneamente al sicuro sotto il muro nord
dello chalet. Strappò la sicura a una bomba a mano e la scagliò contro una
grande finestra scorrevole. Ma aveva sbagliato nel valutare lo spessore dei
doppi vetri e la bomba a mano rimbalzò e tornò indietro. Per un attimo la
sua faccia fu stravolta dall'orrore prima che l'esplosione lo dilaniasse.
I due agenti salirono precipitosamente gli scalini e balzarono all'interno.
Gli arabi incominciarono un fuoco di sbarramento che ne colpì uno alla
schiena: stramazzò con i piedi che sporgevano dalla soglia. Il compagno lo
trascinò all'interno e sbatté la porta nell'istante in cui tre dozzine di proiet-
tili e una bomba a mano la mandavano in frantumi.
Le finestre si disintegrarono in una pioggia di vetri, ma le massicce pare-
ti di tronchi resistettero. Gli agenti uccisero altri due uomini di Ismail, ma
gli altri riuscirono ad avvicinarsi usando come copertura i pini e le rocce.
Quando arrivarono a meno di venti metri dalla loggia, cominciarono a sca-
gliare bombe a mano attraverso le finestre.
All'interno, un agente spinse bruscamente Hala sul camino spento. Stava
issando sul focolare una scrivania per proteggerla quando una gragnola di
colpi rimbalzò contro la mensola di pietra e tre proiettili gli penetrarono
nel collo e nelle spalle. Hala non poteva vederlo, ma lo sentì stramazzare
sul pavimento.
Le bombe a mano avevano ormai un effetto letale. A distanza ravvicina-
ta, le schegge erano molto più devastanti dei proiettili. L'unica difesa degli
agenti era una mira precisa: ma non avevano previsto un assalto tanto mas-
siccio e la loro scorta limitata di munizioni era ridotta agli ultimi caricato-
ri.
Non appena Ismail aveva cominciato a sparare era stata trasmessa una
richiesta d'aiuto: ma arrivò all'ufficio del servizio segreto a Denver, e così
si perse tempo prezioso prima che venisse informato lo sceriffo della citta-
dina.
Una bomba a mano esplose in un magazzino e incendiò una latta di di-
luente per vernici. Poi fu la volta di un bidone di benzina usato per riempi-
re il serbatoio di un piccolo spazzaneve, e un intero lato dello chalet fu av-
volto dalle fiamme.
Gli spari diminuirono mentre il fuoco si diffondeva. Cautamente gli ara-
bi strinsero la rete. Si disposero in cerchio intorno alla costruzione e co-
minciarono a sparare contro le porte e le finestre. Adesso attendevano che
l'incendio costringesse i superstiti a uscire.
Erano rimasti in piedi due soli agenti del servizio segreto. Gli altri gia-
cevano nel sangue fra i mobili sventrati. Le fiamme dilagarono nella cuci-
na, salirono la scala posteriore e si diffusero nelle camere dal letto. Ormai
era impensabile spegnerle. Il caldo divenne ben presto insopportabile per i
difensori al piano terreno.
Il suono delle sirene giunse echeggiando nella valle dalla direzione della
cittadina, e si avvicinò.
Un agente spostò la scrivania che aveva protetto Hala, e la condusse car-
poni a una finestra bassa.
«Stanno arrivando gli uomini dello sceriffo», le disse. «Non appena atti-
reranno il fuoco dei terroristi, cercheremo di fuggire, prima di morire bru-
ciati.»
Hala non poté far altro che annuire. Lo sentiva a stento; i timpani le do-
levano per il fragore delle bombe a mano. Aveva gli occhi pieni di lacrime
e premeva un fazzoletto contro il naso e la bocca per proteggersi dal fumo.
All'esterno, Ismail era steso bocconi e stringeva l'H & K. Era in preda al-
l'indecisione. Lo chalet era diventato un inferno, il fumo e le fiamme erut-
tavano dalle finestre. Chiunque fosse ancora vivo là dentro doveva fuggire
entro pochi secondi o sarebbe morto.
Ma Ismail non poteva attendere. Vedeva già le luci rosse e azzurre che
lampeggiavano fra gli alberi. Una macchina della polizia, la prima, stava
sfrecciando sulla strada.
Erano rimasti soltanto in sette, di dodici che erano. I feriti dovevano es-
sere uccisi perché gli americani non potessero interrogarli. Gridò un ordine
ai suoi, e quelli si allontanarono dallo chalet e corsero verso la strada d'ac-
cesso.
La prima macchina della polizia si fermò e bloccò la via per lo chalet.
Mentre uno comunicava via radio, l'altro poliziotto aprì cautamente la por-
tiera, scrutò il furgone e lo chalet che bruciava. Impugnava una pistola.
Avevano l'ordine di limitarsi a osservare, riferire e attendere i rinforzi.
Era una tattica razionale quando si aveva a che fare con criminali armati
e pericolosi: purtroppo non funzionò con un piccolo esercito di terroristi
invisibili che aprirono improvvisamente il fuoco con una tempesta di
proiettili, crivellarono la macchina e uccisero i due poliziotti prima che po-
tessero reagire.
A un segnale di uno degli agenti che scrutava dalla finestra, Hala si sentì
sollevare di peso e lanciare sul terreno. Gli uomini del servizio segreto la
seguirono, la presero per le braccia e cominciarono a correre sulla neve,
tagliando in direzione della strada.
Avevano percorso appena trenta passi quando uno degli uomini di Ismail
li vide e diede l'allarme. Una raffica di colpi investì gli alberi, molti rami
caddero intorno ai superstiti in fuga. All'improvviso uno degli agenti alzò
le mani, parve artigliare il cielo, avanzò barcollando di qualche passo e
stramazzò bocconi nella neve.
«Cercano di impedirci di raggiungere la strada», gridò l'altro agente.
«Vada! Io tenterò di trattenerli.»
Hala fece per dire qualcosa, ma l'agente le diede un brusco spintone per
farla muovere.
«Corra! Maledizione, corra!» urlò.
Ma l'agente si rendeva conto che era già troppo tardi. Le speranze di sal-
vezza avevano subito un colpo mortale. S'erano avviati nella direzione
sbagliata per allontanarsi dallo chalet incendiato ed erano avviati verso due
Mercedes parcheggiate nel bosco, sul bordo della strada. Stordito e rasse-
gnato, l'agente comprese che appartenevano ai terroristi. Non aveva alter-
native. Non poteva fermarli, però li avrebbe almeno costretti a rallentare
abbastanza a lungo perché Hala potesse ottenere un passaggio da una mac-
china. In uno slancio suicida, l'agente corse verso gli arabi, con il dito
premuto sul grilletto dell'Uzi, urlando tutte le oscenità che conosceva.
Per un momento Ismail e i suoi rimasero immobilizzati da quella carica
furiosa. Per due secondi d'incredulità esitarono: poi si ripresero e spararo-
no a raffica contro l'agente del servizio segreto, falciandolo nella corsa.
Ma l'agente era riuscito a ucciderne tre.
Anche Hala vide le macchine. Vide i terroristi che si lanciavano per rag-
giungerle. Sentì alle spalle il crepitio degli spari. Ansimando, con gli abiti
e i capelli strinati, piombò in un fossatello e risalì dall'altra parte prima di
stramazzare su una superficie dura.
Alzò leggermente la testa e vide l'asfalto nero. Si sollevò con uno sforzo
e cominciò a correre, sebbene sapesse che stava solo procrastinando l'ine-
vitabile, sebbene sapesse con certezza agghiacciante che sarebbe morta en-
tro pochi minuti.

28.

La Cord procedeva maestosa lungo la strada di Breckenridge, sotto il so-


le mattutino che faceva brillare le cromature e la vernice nuova. Gli sciato-
ri avviati a piedi verso gli skilift salutavano con la mano l'elegante auto
d'epoca. Giordino dormicchiava sul sedile posteriore, mentre Lily era da-
vanti con Pitt, allo scoperto.
Quella mattina Pitt s'era svegliato di malumore. Non aveva alcuna inten-
zione di prendere a nolo gli sci quando i suoi Olin 921 erano in un riposti-
glio a cinque chilometri appena dall'albergo. E poi, aveva pensato, poteva
andare allo chalet di famiglia, prendere la sua roba e salire sulla seggiovia
impiegando assai meno tempo di quello che avrebbe sprecato per attendere
il suo turno in un negozio di sci a nolo.
Pitt non aveva preso troppo sul serio l'avvertimento del padre, che gli
aveva ingiunto di stare alla larga dallo chalet. Aveva immaginato che fosse
un'esagerazione burocratica. Il senatore avrebbe ottenuto lo stesso risultato
se avesse invitato Hulk Hagen, il campione di wrestling, a porgere l'altra
guancia a un avversario che l'aveva preso a calci nell'inguine.
«Chi è che lancia i fuochi d'artificio a quest'ora di mattina?» chiese me-
ravigliata Lily.
«Non sono fuochi d'artificio,» Pitt ascoltò il crepitio secco degli spari e
gli schianti delle bombe a mano che echeggiavano fra i pendii della valle.
«Sembra un combattimento di fanteria.»
«Viene dal bosco, là avanti...» Lily indicò con la mano. «Sulla destra
della strada.»
Pitt socchiuse le palpebre, accelerò e bussò sul divisorio. Giordino si
svegliò e abbassò il vetro.
«Mi hai disturbato proprio quando stava cominciando l'orgia», disse fra
uno sbadiglio e l'altro.
«Ascolta», ordinò Pitt.
Giordino rabbrividì al soffio d'aria fredda, e si portò le mani alle orec-
chie. Sul suo volto apparve un'espressione sbalordita.
«Sono atterrati i russi?»
«Guardate!» gridò Lily. «La foresta brucia!»
Giordino scrutò il fumo che eruttava sopra le cime degli alberi, seguito
da alte lingue di fiamma. «È troppo concentrato», commentò. «Direi che è
un edificio che brucia. Probabilmente uno chalet o un condominio.»
Pitt sapeva che l'ipotesi di Al era esatta. Imprecò e batté la mano sul vo-
lante. Aveva la certezza assoluta che era lo chalet della sua famiglia ad a-
limentare il grande fungo di fuoco e di fumo.
«Se ci fermassimo sarebbe come andare in cerca di guai. Passeremo ol-
tre e vedremo come vanno le cose. Al, tu vieni davanti. Lily, vai dietro e
tieni giù la testa. Non voglio che ti succeda niente.»
«E io?» chiese Giordino in tono di indignazione rassegnata. «Non merito
un po' di riguardo? Spiegami un po' perché dovrei sedere allo scoperto as-
sieme a te.»
«Per proteggere il tuo fido autista da ogni male e dai delinquenti.»
«Non è una buona ragione.»
Pitt tentò un altro approccio. «Naturalmente, ci sono anche quei cin-
quanta dollari che mi hai prestato a Panama e che non ti ho mai restituito.
«Più gli interessi.»
«Più gli interessi», confermò Pitt.
«Che cosa non devo fare per proteggere le mie misere sostanze!» La di-
sperazione di Giordino sembrava quasi autentica mentre passava attraverso
il divisorio abbassato e si scambiava di posto con Lily.
Più avanti lungo la strada, ottocento metri prima dell'ingresso dello cha-
let, la gente si fermava e si acquattava dietro le macchine per guardare i
vortici di fumo e ascoltare il crepitio delle armi automatiche. Pitt pensò
che era strano che lo sceriffo non fosse comparso: poi vide la macchina
della polizia crivellata di proiettili che barricava la via d'accesso.
Girò la testa verso destra, verso l'inferno di fiamme, quando all'improv-
viso, con la coda dell'occhio, scorse una figura che arrivava correndo sulla
strada, in rotta di collisione con la Cord.
Frenò bruscamente e sterzò verso destra. La Cord deviò di novanta gradi
e slittò di traverso. I pneumatici alti e stretti stridettero sull'asfalto. La vet-
tura si fermò bloccando le due corsie, a meno di un metro da una donna
che adesso stava immobile.
Il cuore di Pitt raddoppiò i battiti. Esalò un respiro profondo e guardò la
donna che per poco non aveva travolto. Vide la paura e lo shock nei suoi
occhi trasformarsi lentamente in un'espressione incredula.
«Lei!» esclamò la donna. «È proprio lei?»
Pitt la fissò, stordito. «La signora Kamil?»
«Credo nel déjà vu», mormorò Giordino. «Ci credo, ci credo, ci credo.»
«Oh, Dio sia ringraziato», mormorò Hala Kamil. «La prego, mi aiuti.
Sono morti tutti. M'inseguono per uccidermi.»
Pitt scese dal posto di guida nel momento stesso in cui Lily lasciava il
compartimento passeggeri. Aiutarono Hala a salire e la sistemarono sul se-
dile posteriore.
«Chi è che vuole ucciderla?» chiese Pitt.
«I sicari di Yazid. Hanno assassinato gli uomini del servizio segreto che
mi proteggevano. Dobbiamo andar via, presto. Ci raggiungeranno da un
momento all'altro.»
«Stia tranquilla», disse Lily, che aveva notato per la prima volta il viso
annerito dal fumo e i capelli strinati. «La porteremo all'ospedale.»
«Facciamo in fretta», ansimò Hala, e indicò all'esterno con mano tre-
mante. «Presto, vi prego, o uccideranno anche voi!»
Pitt si voltò in tempo per vedere due Mercedes nere che erompevano dal
bosco e s'immettevano sulla strada. Le fissò per un secondo, poi balzò al
volante. Innestò la prima e premette l'acceleratore. Girò il volante e lanciò
la Cord nell'unica direzione aperta... verso il centro di Breckenridge.
Guardò per un momento lo specchietto fissato alla ruota di scorta latera-
le. La distanza fra la Cord e le auto dei terroristi non superava i trecento
metri. Non ebbe la possibilità di continuare a guardare. Un proiettile tra-
passò lo specchietto e mandò in frantumi l'immagine.
«Giù!» gridò alle due donne.
La Cord non aveva l'albero che attraversava il compartimento posteriore,
e le donne poterono accucciarsi sul pavimento piatto. Hala guardò in faccia
Lily e cominciò a tremare. Lily le passò un braccio intorno alle spalle e o-
stentò un sorriso coraggioso.
«Non deve cedere al panico», mormorò. «Quando arriveremo in città sa-
remo al sicuro.»
«No», mormorò Hala, sopraffatta dallo shock. «Non saremo al sicuro in
alcun posto.»
Giordino, sul sedile anteriore, stava curvo per cercare di proteggersi da-
gli spari e dal vento gelido che sibilava intorno al parabrezza. «A che velo-
cità può andare questo coso?» domandò.
«La velocità massima registrata per una L-29 è settantasette», rispose
Pitt.
«Miglia o chilometri?»
«Miglia.»
«Ho la spiacevole sensazione che siamo surclassati.» Giordino era co-
stretto a gridare all'orecchio dell'amico per farsi sentire nel rombo della se-
conda marcia della Cord.
«Con che cosa abbiamo a che fare?»
Giordino si voltò, si sporse al di sopra della portiera e lanciò cautamente
un'occhiata all'indietro. «È difficile capire che modello è una Mercedes
guardandola davanti, ma direi che sono due 300 SDL.»
«Diesel?»
«Sono turbodiesel, per la precisione, capaci di fare duecentoventi all'o-
ra.»
«E stanno riducendo le distanze?»
«Come tigri che rincorrono un bradipo», rispose Giordino in tono deso-
lato. «Ci azzanneranno la coda prima che arriviamo al bar preferito dallo
sceriffo.»
Pitt premette il pedale della frizione, strinse la leva del cambio e innestò
la terza. «È meglio tenerci a distanza. Quei delinquenti sono capaci di
massacrare cento innocenti, pur di assassinare la Kamil.»
Giordino si voltò di nuovo indietro. «Adesso posso vedergli il bianco
degli occhi.»

Ismail proruppe in una dozzina di imprecazioni quando la sua arma s'in-


ceppò. In preda alla rabbia, la scagliò in mezzo alla strada, e ne strappò u-
n'altra dalle mani del compagno che stava sul sedile posteriore. Si sporse
dal finestrino e sparò una raffica contro la Cord. Solo cinque proiettili erut-
tarono dalla canna prima che il caricatore si vuotasse. Bestemmiò di nuo-
vo, si frugò in tasca per prenderne un altro, lo estrasse e lo inserì.
«Non agitarti», disse con calma l'autista. «Li raggiungeremo al prossimo
chilometro. Io girerò sulla sinistra mentre Omar e i suoi con l'altra macchi-
na passeranno sulla destra. Li falceremo con un fuoco incrociato a distanza
ravvicinata.»
«Voglio uccidere quei porci che si sono intromessi», ringhiò Ismail.
«Avrai la tua occasione. Pazienza.»
Come un bambino capriccioso che non riesce a spuntarla, Ismail si ab-
bandonò sul sedile e guardò rabbiosamente la macchina che li precedeva.
Ismail era il killer del tipo peggiore. Era assolutamente incapace di pro-
vare rimorso. Sarebbe stato capace di festeggiare dopo aver fatto saltare in
aria un reparto maternità. I sicari di prim'ordine registravano le loro azioni
e studiavano i modi per migliorarle. Ismail non si prendeva mai il disturbo
di riesaminarle o di contare i cadaveri. I suoi piani erano superficiali, e in
due occasioni aveva eliminato la preda sbagliata: e questo rendeva ancora
più pericoloso un fanatico come lui. Era imprevedibile come uno squalo, e
colpiva indiscriminatamente e senza misericordia le vittime innocenti che
avevano il torto di mettersi sulla sua strada. Giustificava le sue imprese
sanguinarie con la scusa che uccideva per una causa religiosa: ma in altri
tempi e in altri luoghi sarebbe stato un assassino capace di lasciarsi dietro
una scia di morti per il gusto di farlo. Ismail sarebbe riuscito a ispirare di-
sgusto persino a John Dillinger e a Bonnie e Clyde.
Continuò a passare le dita sull'arma come se fosse un oggetto sensuale,
in attesa di sparare una raffica di colpi attraverso la carrozzeria sottile della
macchina e contro gli individui che gli avevano sottratto temporaneamente
la sua preda.

«Credo che vogliano risparmiare le munizioni», disse Giordino in tono


di sollievo.
«Aspettano di averci raggiunti, per essere sicuri di non mancarci», rispo-
se Pitt. Teneva gli occhi fissi sulla strada, ma i suoi pensieri cercavano af-
fannosamente una possibile via di scampo.
«Il mio regno per un bazooka.»
«Questo mi ricorda che, quando sono salito in macchina stamattina, ho
urtato qualcosa sotto il sedile.»
Giordino si chinò e cercò a tentoni. Toccò un oggetto freddo e duro e lo
estrasse. «È solo una chiave a bussola», annunciò in tono di rammarico.
«Per quel che servirà, tanto varrebbe che fosse un osso di prosciutto.»
«Più avanti c'è un sentiero che sale fino all'inizio delle piste. Qualche
volta i fuoristrada degli addetti alla manutenzione lo percorrono per porta-
re materiale e rifornimenti. Potrebbe offrirci la possibilità di seminarli nei
boschi o in un burrone. Se restiamo sulla strada siamo spacciati.»
«È molto lontano?
«Dopo la prossima curva.»
«Possiamo farcela?»
«Non lo so.»
Giordino si voltò ancora. «Sono a settantacinque metri e continuano a
ridurre le distanze.»
«Troppo vicini», commentò Pitt. «Dobbiamo farli rallentare.»
«Potrei mostrare la mia brutta faccia e fare gesti osceni», disse Giordino
in tono asciutto.
«Si arrabbierebbero ancora di più. Dobbiamo adottare il piano uno.»
«Non ho assistito al briefing», disse sarcasticamente Giordino.
«Come te la cavi con i lanci?»
Giordino annuì. Aveva capito. «Tieni in riga il vecchio catorcio, e il
grande Giordino concerà per le feste la squadra avversaria.»
La macchina scoperta era una piattaforma ideale. Giordino s'inginocchiò
sul sedile rivolgendosi all'indietro, con la testa e le spalle esposte al di so-
pra del tettuccio. Prese la mira, alzò il braccio e scagliò la chiave a bussola
in un arco contro la prima Mercedes.
Per un istante gli mancò il cuore. Temette di aver fatto un lancio troppo
corto quando vide la chiave che piombava sul cofano. Ma poi l'attrezzo
rimbalzò e sfondò il parabrezza.
L'autista arabo aveva visto Giordino nell'atto di lanciare la chiave. La
sua reazione fu pronta, ma non abbastanza. Frenò e sterzò bruscamente
proprio nell'attimo in cui il parabrezza esplodeva in mille frammenti e gli
grandmava in faccia. La chiave urtò il volante e cadde sulle ginocchia di
Ismail.
L'autista della seconda Mercedes era vicinissimo al paraurti posteriore
della macchina di Ismail, e non vide l'attrezzo che volava nell'aria. Fu colto
alla sprovvista quando all'improvviso gli stop della prima Mercedes si ac-
cesero e restò a occhi sbarrati mentre la sua macchina la urtava e la faceva
sbandare e roteare sino a fermarsi con il muso rivolto nella direzione oppo-
sta.
«Era questo che avevi in mente?» chiese tutto allegro Giordano.
«Appunto. Tieniti forte, ci stiamo avvicinando alla svolta.» Pitt rallentò
e fece girare la Cord su una strada stretta e coperta di neve che saliva il
fianco della montagna in una serie di tornanti.
Il motore, otto cilindri in linea con una potenza di 115 cavalli, si sforza-
va di trascinare la macchina pesante sulla superficie irregolare e sdruccio-
levole. Le balestre rigide dello chassis facevano sobbalzare i passeggeri
come tante palle da tennis in una lavatrice mentre la parte posteriore, più
leggera, sbandava a destra e a sinistra. Pitt compensava quei difetti azio-
nando abilmente l'acceleratore e il volante e servendosi della potenza della
trazione anteriore per tenere il lungo muso puntato al centro di una strada
che aveva tutte le caratteristiche d'un viottolo per escursionisti.
Lily e Hala si erano rialzate e adesso stavano sul sedile, con i piedi pun-
tellati contro il divisorio, e si tenevano aggrappate disperatamente alle ma-
niglie.
Dopo sei minuti si lasciarono alle spalle il bosco e salirono oltre il limite
degli alberi. La strada correva fra pendii ripidi tempestati di rocce e tap-
pezzati di neve alta. Pitt aveva avuto intenzione di abbandonare la Cord e
di proseguire la fuga a piedi fra i boschi e il terreno accidentato. Ma la fa-
mosa neve del Colorado era molto alta a quelle quote, e rendeva pressoché
impossibile il cammino. Non restava altro che raggiungere la cima con un
margine di tempo sufficiente per scendere con la seggiovia, arrivare in cit-
tà e perdersi tra la folla.
«Stiamo bollendo», commentò Giordino.
Pitt non aveva bisogno di guardare il vapore che cominciava a uscire in-
torno al tappo del radiatore: aveva visto l'ago della temperatura salire e sa-
lire fino alla linea rossa.
«Il motore è stato costruito con un margine di tolleranza limitato», spie-
gò. «L'abbiamo sforzato troppo prima che avesse la possibilità di rodarsi.»
«Che faremo quando finirà la strada?» chiese Giordino.
«Piano due», rispose Pitt. «Scenderemo comodamente con la seggiovia
fino al prossimo saloon.»
«Il tuo stile mi piace, ma la guerra non è finita.» Giordino indicò alle sue
spalle. «Riecco gli amici.»
Pitt era stato troppo indaffarato per tener d'occhio gli inseguitori: s'erano
ripresi dall'incidente e stavano salendo la montagna dietro la Cord. Prima
che avesse la possibilità di guardare indietro, i proiettili schiantarono il lu-
notto posteriore fra la testa di Lily e quella di Hala, attraversarono la mac-
china e trapassarono il parabrezza, lasciando tre piccoli fori stellati. Non fu
necessario dire alle donne di acquattarsi di nuovo. Questa volta si appiatti-
rono sul pavimento.
«Credo che si siano arrabbiati per lo scherzetto della chiave», disse
Giordino.
«Sono più arrabbiato io per il modo in cui trattano la mia macchina.»
Pitt superò un ripido tornante e, quando poté proseguire in linea retta, si
voltò per lanciare un'occhiata alle macchine inseguitrici. Era uno spettaco-
lo scoraggiante.
Le due Mercedes sbandavano di continuo sulla strada coperta di neve.
La loro velocità superiore era in parte controbilanciata dalla trazione ante-
riore della Cord. Pitt se la cavava bene nelle curve strette, ma gli arabi ri-
ducevano le distanze nei tratti rettilinei.
Pitt vide l'autista della prima Mercedes che girava il volante come un
pazzo, ignorando la prudenza e tenendo in continua sbandata le ruote po-
steriori. A ogni tornante sembrava essere sul punto di finire nella neve alta
dove sarebbe rimasto bloccato.
Era strano che le Mercedes non avessero le gomme da neve: ma Pitt non
sapeva che gli arabi avevano portato le due macchine dal Messico per con-
fondere le tracce. Erano intestate a un'industria tessile inesistente di Mata-
maros, e dovevano essere abbandonate all'aeroporto di Breckenridge dopo
l'assassinio di Hala Kamil.
A Pitt la situazione non piaceva affatto. Le Mercedes si avvicinavano
implacabilmente. Erano arrivate a una cinquantina di metri da lui. E non
gli piaceva neppure la vista di un uomo che puntava un fucile automatico
attraverso il parabrezza fracassato.
«Attenti!» gridò, e si chinò sotto il volante, in modo da poter sbirciare
appena al di sopra del cruscotto. «Giù tutti quanti!»
Aveva appena finito di parlare che i proiettili incominciarono a martella-
re la Cord. Una raffica squarciò la ruota di scorta montata sul parafanghi di
destra. Un'altra dilaniò il tettuccio, sbrindellò l'imbottitura di cuoio e le
lamine di metallo.
Pitt si tese e cercò di chinarsi ancora di più, mentre il lato sinistro della
macchina si apriva come se fosse stato attaccato da un esercito di aprisca-
tole. I cardini schizzarono via dalla portiera posteriore che sbatté grotte-
scamente per qualche momento, poi cadde quando la Cord sfiorò un albe-
ro. I frammenti di vetro volavano come gocce di pioggia. Una delle donne
urlò. Poi si accorse che uno spruzzo di sangue macchiava il cruscotto. Un
proiettile aveva aperto un solco in uno degli orecchi di Giordino, ma il pic-
colo italiano non fiatava.
Si tastò la ferita quasi con indifferenza, come se fosse l'orecchio di un al-
tro. Poi inclinò la testa e sogghignò: «Temo che il vino di ieri sera stia
zampillando».
«È grave?» chiese Pitt.
«Non è niente che uno specialista di chirurgia plastica non possa riparare
per duemila dollari. E le donne?»
Pitt gridò senza voltarsi: «Siete ancora intere?»
«Qualche graffio per le schegge di vetro», rispose Lily. «A parte questo,
tutto bene.» Era spaventata, ma non sull'orlo del panico.
Il vapore, adesso, usciva dal radiatore della Cord come un getto a pres-
sione. Pitt sentiva che il motore perdeva giri. Come un fantino che monta
un vecchio ronzino stanco, continuava a spingere la macchina per quanto
osava farlo.
Si concentrò per lanciare la Cord oltre l'ultimo tornante prima della vet-
ta. Aveva tentato di sfuggire ai sicari e non c'era riuscito. Stavano attaccati
al suo paraurti posteriore come se fossero incatenati.
Il motore cominciò a sferragliare e a protestare contro il calore e lo sfor-
zo eccessivi. Un'altra raffica trapassò il parafanghi posteriore di sinistra e
sgonfiò la gomma. Pitt strinse il volante per evitare che la coda sbandasse
e trascinasse la macchina giù per il pendio fortemente inclinato, costellato
di macigni acuminati.
La Cord stava agonizzando. Il fumo blu filtrava attraverso le feritoie del
cofano. Sotto il motore, l'olio colava da uno squarcio aperto nella coppa da
un sasso che Pitt non aveva potuto evitare. L'indicatore della pressione del-
l'olio era sceso a zero. La speranza di raggiungere la sicurezza temporanea
della vetta diventava più remota a ogni colpo dei pistoni.
La prima Mercedes affrontò il tornante con una slittata. Pitt strinse di-
speratamente il volante. Immaginava l'espressione di trionfo degli insegui-
tori, ormai certi di poter piombare sulla preda entro pochi secondi.
Non c'era la possibilità di fuggire a piedi: erano intrappolati sullo stretto
sentiero fra uno strapiombo da un lato e un ripido pendio roccioso dall'al-
tro. Non potevano far altro che continuare fino a che il motore della Cord
si fosse arreso.
Pitt premette il pedale dell'acceleratore con tutte le sue forze e pregò.
Per quanto fosse incredibile, la vecchia automobile sembrava aveva an-
cora qualcosa da dare. Come se fosse dotata di una volontà indipendente,
attinse dal profondo delle sue strutture di ferro e d'acciaio la capacità di un
ultimo, magnifico sforzo. I giri del motore aumentarono, le ruote anteriori
addentarono la neve e la Cord si inerpicò sull'ultima salita. Un minuto più
tardi, circondata da nuvole di fumo azzurro e di vapore candido, fece irru-
zione sulla cresta scoperta della pista per sciatori.
A meno di cento metri c'era il terminale della seggiovia. In un primo
momento a Pitt parve strano che nessuno sciasse sulla pista direttamente
sotto la Cord. La gente scendeva dalla seggiovia e si girava verso il lato
opposto prima di incominciare la discesa su una pista parallela.
Poi vide che la sua sezione del pendio era chiusa dai cordoni. Numerosi
cartelli appesi a una fune festonata di vistosi nastri arancione avvertivano
gli sciatori che quella pista era ghiacciata e pericolosa.
«Siamo arrivati al capolinea», disse Giordino in tono solenne.
Pitt annuì, esasperato. «Non possiamo raggiungere la seggiovia. Ci fal-
cerebbero prima che avessimo percorso dieci metri.»
«Non ci resta che combattere a pallate di neve oppure correre il rischio
di arrenderci.»
«Possiamo mettere in atto il piano tre.»
Giordino scrutò l'amico con aria incuriosita. «Non può essere peggio dei
primi due.» Poi spalancò gli occhi e gemette. «Non vorrai... oh, Dio, no!»
Le due Mercedes erano ormai vicinissime. Si erano affiancate per piom-
bare sulla Cord quando Pitt girò il volante e si lanciò giù per la pista.

29.

«Allah ci aiuti!» mormorò l'autista di Ismail. «Sono pazzi! Non possia-


mo fermarli.»
«Inseguili!» gridò istericamente Ismail. «Non lasciarteli scappare!»
«Tanto moriranno comunque. Nessuno può sopravvivere a bordo di una
macchina incontrollabile lanciata giù per una montagna.»
Ismail si mosse di scatto e puntò la canna dell'arma contro l'orecchio del-
l'autista. «Prendi quei porci!» ringhiò. «O vedrai Allah prima di quanto
credi.»
L'autista esitò. Pensava che la morte era sicura, qualunque cosa facesse.
Poi si arrese e girò la Mercedes per seguire la Cord giù per la discesa.
«Allah guidi le mie azioni», mormorò in preda alla paura.
Ismail abbassò l'arma e indicò oltre il parabrezza sfondato. «Stai zitto e
pensa a guidare.»
I compagni di Ismail a bordo della seconda Mercedes non si fermarono.
Seguirono doverosamente il capo.

La Cord sfrecciava sulla neve compatta come un treno merci impazzito,


e accelerava paurosamente. Era impossibile farla rallentare. Pitt guidava
con un tocco leggero e sfiorava appena i freni, attento a non bloccarli per
non lanciare la macchina in un incontrollabile testacoda. Se fosse scivolata
di sbieco giù per il pendio ripido, avrebbe finito per cappottare e piombare
alla base della montagna in una scia di frammenti di metallo e di corpi
straziati.
«Non ti sembra il momento di parlare delle cinture di sicurezza?» chiese
Giordino, che teneva i piedi sollevati e puntellati contro il cruscotto.
Pitt scosse la testa. «Nel 1930 gli optional non esistevano.»
Ebbe l'improvvisa sensazione che la fortuna lo assistesse quando il
pneumatico crivellato dai proiettili si staccò dalla ruota posteriore. Libera-
to dalla gomma, il doppio orlo del cerchione gli assicurava un certo con-
trollo perché affondava nella superficie gelata e faceva schizzare particelle
di ghiaccio.
Il tachimetro indicava cento chilometri all'ora quando Pitt vide che si
stavano avvicinando a una distesa di minuscoli rialzi. Gli sciatori esperti li
giudicavano un interessante percorso a ostacoli: e la pensava così anche
Pitt quando affrontava una pista a tutta velocità. Ma adesso stava piom-
bando verso valle a bordo di un'automobile che pesava duemilacentoventi
chili.
Con un abile tocco leggero portò la macchina sul lato della pista, dove il
fondo era più liscio. Aveva l'impressione di cercare d'infilare un ago con
un bob da competizione. Si tese inconsciamente per affrontare l'urto vio-
lento che sarebbe stato immancabile se avesse compiuto un movimento
sbagliato, e che avrebbe scagliato la macchina contro un albero sfracellan-
do tutti coloro che si trovavano a bordo.
Ma l'impatto non ci fu. Chissà come, la Cord saettò attraverso lo stretto
varco, fra i rialzi da una parte e gli alberi dall'altra che passavano loro ac-
canto come una scena confusa.
L'autista della prima Mercedes era abile. Aveva seguito le tracce delle
ruote della Cord intorno ai rialzi. L'autista della seconda non li vide o non
li considerò pericolosi. Si rese conto troppo tardi dell'errore e lo aggravò
lanciando all'impazzata la Mercedes da una parte all'altra nel tentativo di-
sperato di evitare le gobbe alte un metro.
L'arabo riuscì a evitarne tre o quattro prima di cozzare a capofitto. Il mu-
so della macchina affondò, la coda si sollevò e restò immobile a un angolo
di novanta gradi. Rimase così per un istante, poi si capovolse come un ba-
stoncello rovesciato da un bambino. Urtò di nuovo contro la neve compat-
ta, più volte, con un fragore di metallo e di vetri schiantati.
Gli occupanti sarebbero sopravvissuti se fossero stati sbalzati fuori, ma
la serie di impatti violenti aveva bloccato le portiere. La macchina comin-
ciò a disintegrarsi. Il motore si staccò e rotolò verso il bosco. Le ruote, le
sospensioni anteriori, il treno posteriore non erano stati costruiti per resi-
stere a quella tortura devastante. I pezzi si staccarono dallo chassis e ruzzo-
larono all'impazzata verso valle.
Pitt non ebbe il tempo di osservare la Mercedes che roteava e si accar-
tocciava in un mucchio irriconoscibile prima di finire capovolta in un bur-
roncello.
«Sembrerei scortese», disse Giordino, che parlava per la prima volta da
quando aveva superato la cresta, «se dicessi: uno di meno?»
«Stai zitto, per scaramanzia», borbottò Pitt a denti stretti. «Guarda!»
Staccò una mano dal volante e indicò.
Giordino si tese nel vedere la pista che si biforcava e si univa a un'altra
brulicante di gente dalle coloratissime tenute da sci. Si alzò di scatto ag-
grappandosi a quel che restava del parabrezza, gridò e agitò freneticamente
le braccia mentre Pitt suonava i due clacson della Cord.
Sbalorditi, gli sciatori si voltarono e videro le due macchine che scende-
vano lanciatissime la pista. Si spostarono appena in tempo e restarono a
guardare a bocca aperta mente la Cord passava oltre, inseguita dalla Mer-
cedes.
Sulla pista si ergeva un trampolino. Pitt ebbe appena il tempo di distin-
guere la rampa che si confondeva con il fianco della collina. Senza esitare,
puntò in quella direzione.
«Non vorrai...?» balbettò Giordino.
«Piano quattro», rispose Pitt. «Tieniti forte. Può darsi che perda il con-
trollo.»
«Mi pareva che l'avessi già perso.»
Il trampolino, molto più piccolo di quelli costruiti per le gare olimpiche,
veniva usato soltanto per le esibizioni acrobatiche. La rampa era abbastan-
za ampia per far passare la Cord con un buon margine. Si estendeva per
trenta metri in una curva concava prima di finire bruscamente a un'altezza
di venti metri dal terreno.
Pitt puntò verso la linea delle partenze, e sfruttò la larghezza della car-
rozzeria della Cord per nascondere il trampolino alla vista degli occupanti
della Mercedes.
All'ultimo istante, prima che le ruote anteriori varcassero la linea di par-
tenza, Pitt sterzò e mandò la Cord in testacoda, allontanandola dalla rampa
discendente del trampolino. L'autista di Ismail, che seguiva con attenzione
ogni suo movimento, sterzò per evitare una collisione, e superò la linea.
Mentre Pitt riportava faticosamente la macchina su un percorso diritto,
Giordino si voltò a guardare la Mercedes e scorse una faccia contratta in
una strana espressione di rabbia e di paura. Poi la faccia sparì quando la
macchina dei terroristi sfrecciò giù per il pendio, ormai incontrollabile.
Avrebbe dovuto spiccare un balzo nel cielo come un grosso uccello privo
d'ali. Ma l'estremità posteriore scivolò, posò le ruote di destra fuori del
bordo del trampolino pochi metri prima dell'orlo, e la macchina volò a spi-
rale nell'aria come un pallone da football ben lanciato.
La Mercedes doveva sfiorare i centoventi chilometri orari quando decol-
lò. Spinta dalla tremenda forza d'inerzia, roteò nel cielo per una distanza
incredibile prima di curvare verso destra e piombare nella neve compatta
sulle quattro ruote con un impatto violentissimo. Come se proseguisse al
rallentatore, rimbalzò e sfrecciò contro un alto pino ponderoso, fracassan-
dosi contro il tronco. Lo stridore lacerante del metallo dilaniato riempì l'a-
ria rarefatta mentre lo chassis e la carrozzeria si accartocciavano intorno
all'albero e il paraurti anteriore e quello posteriore s'incontravano come le
estremità di un ferro di cavallo lanciato contro un paletto di acciaio. I vetri
esplosero come una pioggia di coriandoli, e i passeggeri vennero spiaccica-
ti come mosche.
Giordino scosse la testa, meravigliato. «È lo spettacolo più incredibile
che abbia mai visto.»
«E ne vedremo altri», disse Pitt. Era riuscito a raddrizzare la Cord ma
non a ridurne la velocità. I freni s'erano bruciati a metà del pendio e la bar-
ra del volante era storta. Il percorso era inequivocabile. La Cord stava pun-
tando verso la stazione e il ristorante della seggiovia. Pitt non poteva far
altro che suonare il clacson e cercare di evitare gli sciatori troppo allibiti
per mettersi al riparo.
Le due donne avevano assistito alla distruzione della seconda Mercedes
con curiosità morbosa e immenso sollievo. Ma il sollievo durò poco. Si
voltarono e sgranarono gli occhi nel vedere che si stavano avvicinando
fulmineamente a una costruzione.
«Non possiamo fare qualcosa? chiese Hala.
«Accetto qualunque suggerimento», ribatté Pitt. Poi ammutolì nel tenta-
tivo di evitare un gruppo di ragazzini d'una scuola di sci: piombò sopra un
banco di neve e li aggirò. Quasi tutti gli sciatori avevano visto o sentito la
fine della Mercedes ed erano galvanizzati dal comportamento della Cord.
Si affrettarono a portarsi sui bordi della pista e rimasero a guardare, senza
capire, la macchina che passava fra loro come un razzo.
Dalla stazione superiore della seggiovia qualcuno aveva segnalato la di-
scesa dei veicoli impazziti e gli istruttori avevano fatto allontanare gran
parte della folla. Sulla destra del centro sciistico c'era un laghetto ghiaccia-
to e poco profondo. Pitt sperava di poter tagliare in quella direzione e di
piombare sul ghiaccio che si sarebbe spaccato e avrebbe sommerso la
macchina fino ai predellini costringendola a fermarsi. L'unico problema
era che i curiosi avevano formato involontariamente un corridoio che por-
tava verso il ristorante.
«Immagino che non ci sarà un piano cinque», disse Giordino, mentre si
puntellava per affrontare la collisione.
«Mi dispiace, abbiamo esaurito i piani», disse Pitt.
Lily e Hala assistevano, impotenti e inorridite. S'erano acquattate dietro
il divisorio e si tenevano abbracciate.
Pitt s'irrigidì mentre la macchina investiva una serie di rastrelliere che
contenevano sci e bastoncini. Gli sci parvero esplodere e volarono in aria
come stuzzicadenti. Per un istante sembrò che seppellissero la Cord; ma
subito questa schizzò via e salì la scalinata di cemento, mancò il ristorante
ma sfondò la parete di legno della cocktail lounge.
La sala era stata vuotata, e c'erano soltanto il pianista, che sedeva para-
lizzato davanti alla tastiera, e il barista, che preferì rifugiarsi freneticamen-
te dietro il banco nel momento in cui la Cord faceva il suo ingresso esplo-
sivo e avanzava come un bulldozer in un mare di sedie e di tavolini.
Per poco non arrivò a sfondare la parete di fondo e a precipitare dall'al-
tezza del secondo piano. Miracolosamente, dopo aver esaurito lo slancio,
la macchina mutilata si arrestò con il paraurti anteriore distorto che spor-
geva all'esterno. La cocktail lounge sembrava aver subito un bombarda-
mento d'artiglieria.
Il salone era pervaso da uno strano silenzio, rotto soltanto dal sibilo del
radiatore e dallo scoppiettio del motore surriscaldato. Pitt aveva battuto la
testa contro l'intelaiatura del parabrezza; il sangue gli sgorgava da un ta-
glio al di sopra dell'attaccatura dei capelli e gli inondava la faccia. Si voltò
a guardare Giordino che fissava impietrito la parete. Poi si girò verso le
donne. Avevano l'aria di chiedersi se erano ancora vive, ma tutto sommato
non erano malconce.
Il barista era ancora acquattato dietro il banco, e perciò Pitt si rivolse al
pianista che sembrava in trance sullo sgabello a tre gambe. Aveva in testa
una bombetta, e la sigaretta che gli penzolava dall'angolo della bocca non
aveva neppure perduto la cenere. Le mani erano protese sopra i tasti, il
corpo irrigidito come se fosse in uno stato di animazione sospesa. Fissò
sconvolto l'apparizione insanguinata che stava sorridendo.
«Mi scusi», disse educatamente Pitt, «potrebbe suonare Fly me to the
Moon?»

PARTE TERZA
IL »LADY FLAMBOROUGH«
30.

19 ottobre 1991
Uxmal, Yucatán

Le pietre della massiccia struttura riflettevano un chiarore ultraterreno


sotto la batteria dei riflettori colorati. L'azzurro tingeva i muri della grande
piramide, l'arancione inondava il Tempio del Mago alla sommità. I rifletto-
ri rossi spazzavano l'ampia scalinata e creavano l'effetto di una cascata di
sangue. In alto, sul tetto del tempio, spiccava una figura snella alonata di
bianco.
Topiltzin allargò le braccia e le mani in un gesto divino e abbassò lo
sguardo sulle centinaia di migliaia di facce che circondavano il tempio-
piramide dell'antica città maya di Uxmal, nella penisola dello Yucatán.
Concluse come sempre il discorso con una cantilena nella lingua azteca. Il
pubblico sterminato riprese ogni frase e la ripeté all'unisono.
«La forza e il coraggio della nostra nazione sono riposti in noi che non
saremo mai grandi o ricchi. Soffriamo la fame, fatichiamo per i governanti
che sono meno nobili e onesti di noi. Non potranno esservi gloria e gran-
dezza nel Messico fino a che il falso governo non sarà caduto. Non tollere-
remo più la schiavitù. Gli dei si radunano di nuovo per sacrificare i corrotti
agli onesti. Il loro dono è una civiltà nuova e noi dobbiamo accettarla.»
Mentre le parole si disperdevano, le luci colorate si affievolirono e sol-
tanto Topiltzin rimase illuminato. Poi anche i riflettori bianchi si spensero
e lo fecero scomparire.
Furono accesi grandi falò e un camion cominciò a distribuire cassette di
viveri al popolo riconoscente. Ogni cassetta conteneva la stessa quantità di
farina e di scatolame e un volumetto pieno di illustrazioni e con poche di-
dascalie. Il presidente De Lorenzo e i suoi ministri erano rappresentati co-
me diavoli che venivano cacciati lontano dal Messico, fra le braccia d'un
infernale Zio Sam, da Topiltzin e dai quattro massimi dei aztechi.
Era allegato anche un elenco d'istruzioni che descrivevano modi pacifici
ma efficaci per minare l'influenza del governo.
Durante la distribuzione dei viveri, uomini e donne si aggiravano tra la
folla e reclutavano nuovi seguaci per Topiltzin. L'evento era organizzato e
gestito con il professionismo di un concerto rock. Uxmal era una delle tap-
pe nella campagna di Topiltzin per rovesciare il governo di Città di Messi-
co.
Predicava alle masse solo nei grandi centri monumentali del passato:
Teotihuacan, Monte Alban, Tula e Chichen Itza. Non si presentava mai
nelle città del Messico moderno.
Il popolo lo applaudiva e gridava il suo nome. Ma Topiltzin non ascolta-
va più. Appena i riflettori si spensero, le guardie del corpo gli si affianca-
rono: il gruppetto scese per una scala posteriore per salire poi su un grosso
camion. Il motore si accese e il veicolo, preceduto da una macchina e se-
guito da un'altra, avanzò lentamente fra la folla sino a raggiungere la stra-
da. Poi svoltò verso la capitale dello Yucatán, Mérida, e accelerò.
L'interno del camion era arredato lussuosamente e diviso fra una sala per
le conferenze e l'alloggio privato di Topiltzin.
Topiltzin discusse brevemente il programma dell'indomani con i seguaci
più devoti. Al termine della riunione il camion si fermò e tutti gli augura-
rono la buonanotte. I seguaci, esausti, salirono sulle due macchine che li
portarono negli alberghi di Mérida.
Topiltzin chiuse la porta e si isolò da un mondo per entrare in un altro.
Si tolse l'acconciatura piumata e la veste candida, rivelando un paio di
pantaloni elegantissimi e una camicia sportiva. Aprì un armadietto, prese
una bottiglia di Schramsberg Blanc de Blanc ghiacciato e la stappò. Bevve
il primo bicchiere per placare la sete, ma assaporò lentamente il secondo.
Poi entrò in uno stanzino che conteneva gli impianti per le comunicazio-
ni, batté un numero in codice sul telefono olografico e si voltò verso il cen-
tro del locale. Una figura indistinta incominciò a materializzarsi in tre di-
mensioni. Nello stesso momento, anche Topiltzin diventò visibile a mi-
gliaia di chilometri di distanza.
Quando l'immagine si definì, un uomo seduto su un'ottomana fissò To-
piltzin. Aveva la carnagione scura e i capelli radi pettinati all'indietro luc-
cicavano di brillantina. Gli occhi avevano uno splendore duro. Indossava
una vestaglia di seta a disegni minuti sopra il pigiama. Studiò per un mo-
mento la camicia e i pantaloni di Topiltzin e aggrottò la fronte nel vedere
che teneva in mano il bicchiere.
«Tu vivi pericolosamente», gli disse in inglese americano. «Abiti firma-
ti, champagne... fra poco comincerai con le donne.»
Topiltzin rise. «Non indurmi in tentazione. È già abbastanza tremendo
comportarmi come il papa e portare un costume ridicolo per diciotto ore al
giorno anche senza praticare la castità.»
«Anch'io devo sopportare gli stessi inconvenienti.»
«Tutti e due abbiamo la nostra croce», disse Topiltzin in tono annoiato.
«Non commettere imprudenze quando sei così vicino al successo.»
«Non ne ho l'intenzione. Nessuno dei miei oserebbe disturbarmi nell'in-
timità. Quando sono solo, credono che sia in comunicazione con gli dei.»
L'altro sorrise. «Mi sembra di conoscerla, questa routine.»
«Bene, qual è la situazione?»
«Gli accordi sono conclusi. Tutti saranno al loro posto quando verrà il
momento. Ho pagato più di dieci milioni di pesos per organizzare l'incon-
tro. Quando gli imbecilli hanno terminato il loro lavoro sono stati sacrifi-
cati, non soltanto per garantire il silenzio ma anche come avvertimento per
quelli che attendono di mettere in pratica le nostre istruzioni.»
«Complimenti. Sei stato molto meticoloso.»
«Lascio l'astuzia a te.»
Dopo quelle parole vi fu un silenzio amichevole che durò qualche istan-
te. Poi l'interlocutore di Topiltzin sorrise furbescamente ed estrasse da una
piega della vestaglia un bicchiere di cognac.
«Alla salute.»
Topiltzin rise e alzò il bicchiere di champagne. «Alla riuscita dell'impre-
sa.»
Il visitatore incorporeo tacque per un momento. «Alla riuscita dell'im-
presa», ripeté quindi; poi aggiunse: «Senza inconvenienti». Dopo una pau-
sa ancora più lunga disse in tono pensieroso: «Sarà interessante vedere in
che modo i nostri sforzi cambieranno il futuro».

31.

Il rombo dei motori si attuti quando il Beechcraft privo di contrassegni si


alzò dal Buckley Field nei pressi di Denver e raggiunse l'altitudine di cro-
ciera. Le Montagne Rocciose incappucciate di neve rimasero indietro e l'a-
ereo puntò verso le grandi pianure.
«Il presidente invia i suoi più fervidi auguri per una rapida guarigione»,
disse Dale Nichols. «Si è molto irritato quando gli è stato riferito quanto è
accaduto...»
«Diciamo pure che era furibondo», intervenne Schiller.
«Diciamo che non si è rallegrato», continuò Nichols. «Mi ha chiesto di
esprimere le scuse più sentite perché non abbiamo saputo fornire maggiori
misure di sicurezza e ha promesso che farà quanto è in suo potere per ga-
rantire la sua incolumità fino a che lei resterà negli Stati Uniti.»
«Gli dica che gli sono grata», rispose Hala, «e che lo prego di dimostrare
concretamente la massima gratitudine alle famiglie degli uomini che sono
morti per salvarmi.»
«Sarà provveduto a loro nel modo migliore», le assicurò Nichols.
Hala era semisdraiata su un letto, e indossava una tuta di velour bianco a
righe color giada con il colletto di maglia. La caviglia destra era ingessata.
Guardò Nichols, poi Julius Schiller e il senatore Pitt, che erano tutti seduti
di fronte al letto. «È un onore che tre personaggi tanto illustri abbiano ab-
bandonato i loro compiti per venire in Colorado e riaccompagnarmi a New
York.»
«Se c'è qualcosa che possiamo fare...»
«Avete già fatto molto più di quanto possa aspettarsi uno straniero ospite
del vostro Paese.»
«Lei ha più vite d'un gatto», commentò il senatore Pitt.
Hala accennò un sorriso. «E ne devo due a suo figlio. Ha il dono di ap-
parire nel posto giusto quando meno lo si aspetta.»
«Ho visto la vecchia macchina di Dirk. È un miracolo che siate soprav-
vissuti tutti e quattro.»
«Una macchina splendida», sospirò Hala. «È un peccato che sia stata di-
strutta.»
Nichols si schiarì la gola. «Se possiamo parlare del suo discorso di do-
mani alle Nazioni Unite...»
«I vostri hanno scoperto qualche dato concreto che porti ai manufatti
della Biblioteca di Alessandria?» chiese bruscamente Hala.
Nichols lanciò al senatore e a Schiller l'occhiata di chi ha messo all'im-
provviso un piede nelle sabbie mobili. Il senatore gli gettò una fune e diede
la risposta.
«Non abbiamo avuto il tempo di organizzare una ricerca intensiva»,
ammise sinceramente. «Sappiamo ben poco più di quel che sapevamo
quattro giorni fa.»
Nichols disse, in tono esitante: «Il presidente... per la verità, sperava...»
«Le farò risparmiare tempo, signor Nichols.» Hala girò gli occhi verso
Schiller. «Stia tranquillo, Julius, il mio discorso conterrà un breve riferi-
mento alla scoperta imminente delle antichità della Biblioteca di Alessan-
dria.»
«Sono lieto di constatare che ha cambiato idea.»
«Dopo quello che è successo, sono in debito con il suo governo.»
Nichols sospirò di sollievo. «Il suo annuncio darà al presidente Hasan un
netto vantaggio politico su Akhmad Yazid, e un'ottima occasione per esal-
tare il nazionalismo egiziano a scapito del fondamentalismo islamico.»
«Non si aspetti troppo», intervenne il senatore. «Noi non facciamo altro
che turare le crepe di una fortezza in rovina.»
Schiller schiuse le labbra in un sorriso freddo. «Darei un mese di stipen-
dio per vedere la faccia di Yazid quando si accorgerà d'essere stato messo
nel sacco.»
«Temo che si accanirà ancora di più contro Hala», sospirò Schiller.
«Non credo», disse Nichols. «Se l'FBI potrà stabilire un collegamento
fra i terroristi morti e Yazid e il sicario responsabile dell'incidente aereo e
della morte di sessanta persone, molti egiziani moderati che non ammetto-
no il terrorismo ritireranno il loro appoggio al suo movimento. E quando si
vedrà attribuire pubblicamente un attentato del genere, dovrà pensarci due
volte prima di ordinarne un altro contro la vita della signora Kamil.»
«Il signor Nichols ha ragione su una cosa», disse Hala. «In maggioranza
gli egiziani sono musulmani sunniti che non seguono i sanguinari ideali ri-
voluzionari degli sciiti iraniani. Preferiscono una linea evolutiva che sposti
lentamente la devozione del popolo da un governo democratico a un'auto-
crazia religiosa. Non accetteranno i metodi di Yazid.» Hala tacque per un
momento. «Non sono d'accordo sul secondo punto. Yazid non si darà pace
fino a che non sarò morta. È troppo fanatico per desistere. Con ogni pro-
babilità, già in questo momento starà tramando un nuovo attentato contro
di me.»
«Probabilmente è così. Dobbiamo tener d'occhio Yazid», commentò il
senatore.
«Che progetti ha dopo il discorso all'ONU?» chiese Schiller.
«Questa mattina, prima che lasciassimo l'ospedale, un addetto della no-
stra ambasciata a Washington mi ha consegnato una lettera del presidente
Hasan. Vuole che m'incontri con lui.»
«Se lascerà i nostri confini, non potremo più garantire la sua incolumi-
tà», disse Nichols.
«Lo capisco», rispose Hala. «Ma non è il caso di preoccuparsi. Dopo
l'assassinio del presidente Sadat, il servizio di sicurezza egiziano è diventa-
to molto efficiente.»
«Posso chiedere dove si svolgerà l'incontro?» chiese Schiller. «Oppure
non è affar mio?»
«Non è un segreto. Anzi, sarà seguito dai media di tutto il mondo», ri-
spose Hala in tono noncurante. «Io e il presidente Hasan ci incontreremo
durante la prossima conferenza economica di Punta del Este, in Uruguay.»

La Cord, sfasciata e crivellata dai proiettili, era al centro dell'officina.


Esbenson le girò intorno a passo lento e scosse la testa con aria triste.
«È la prima volta che mi succede di dover restaurare un'auto d'epoca due
giorni dopo averla finita.»
«È stata una gran brutta giornata», rispose Giordino, che aveva un colla-
re rigido, un braccio al collo e un orecchio coperto dalle bende.
«È già un miracolo che ne siate usciti vivi.»
A parte sei punti di sutura, nascosti quasi tutti dai capelli, Pitt era illeso.
Batté affettuosamente la mano sul radiatore contorto come se fosse un a-
nimale domestico ferito.
«Per nostra fortuna, a quei tempi costruivano le macchine perché duras-
sero», disse a voce bassa.
Lily uscì zoppicando dall'ufficio. Aveva un livido sulla guancia sinistra
e un altro intorno all'occhio destro.
«Mi sono messa in contatto con Hiram Yaeger», annunciò.
Pitt annuì e posò la mano sulla spalla di Esbenson. «Deve renderla anco-
ra più bella di quanto fosse prima.»
«Sarà questione di sei mesi di lavoro e di un mucchio di soldi», disse
Esbenson.
«Il tempo non è un problema, i soldi neppure.» Pitt sorrise. «Questa vol-
ta sarà il governo a saldare il conto.» Andò nell'ufficio e prese il telefono.
«Hiram, hai qualcosa per me?»
«Solo un rapporto sullo stato delle ricerche», rispose Yaeger da Washin-
gton. «Ho esaminato il mar Baltico e la costa della Norvegia.»
«E non hai trovato niente?»
«Niente di buono. Non c'è nulla che corrisponda ai contorni geologici e
alle descrizioni geografiche del giornale di bordo della Serapis. I barbari di
cui parla Rufinus non possono corrispondere agli antichi vichinghi. Dice
che sembravano sciti ma avevano la pelle più scura.»
«Questo preoccupa anche me», ammise Pitt. «Gli sciti venivano dall'A-
sia centrale. Non è molto probabile che avessero la carnagione chiara e i
capelli biondi.»
«Non vedo la ragione per continuare la ricerca con il computer intorno
alla Norvegia e nelle acque settentrionali della Russia.»
«Sono d'accordo. E l'Islanda? I vichinghi vi arrivarono mezzo millennio
più tardi. Forse Rufinus si riferiva agli eschimesi.»
«No, è impossibile», disse Yaeger. «Ho controllato. Gli, eschimesi non
arrivarono mai in Islanda. E poi Rufinus ha aggiunto anche l'enigma della
'grande distesa di pini nani'. Non può averli trovati in Islanda: e non di-
menticare che stai parlando di un viaggio di mille chilometri attraverso
uno dei peggiori mari del mondo. La documentazione storica è molto pre-
cisa. - Le navi romane si allontanavano raramente fuori di vista della terra
per più di due giorni. Il viaggio dalla massa continentale europea più vici-
na avrebbe richiesto a una nave del quarto secolo, anche in condizioni ide-
ali, quattro giorni e mezzo.»
«E allora come proseguiamo?»
«Tornerò a passare in rassegna la costa dell'Africa occidentale. Forse ci
è sfuggito qualcosa. Gli africani dalla pelle scura e un clima più caldo mi
sembrano possibilità più logiche dei territori nordici, soprattutto per uomi-
ni che provenivano dal Mediterraneo.»
«Devi ancora spiegare come mai la Serapis arrivò fino alla Groenlan-
dia.»
«Una proiezione del vento e delle correnti potrebbe darci un indizio.»
«Stasera tornerò a Washington», disse Pitt. «E domani verrò a trovarti.»
«Forse avrò scoperto qualcosa», fece Yaeger, ma non aveva un tono ot-
timista.
Pitt riattaccò e uscì dall'ufficio. Lily lo guardò con un'espressione di spe-
ranza, fino a che non gli lesse negli occhi il disappunto.
«Nessuna buona notizia?» chiese.
Pitt scrollò le spalle. «A quanto pare, siamo ancora al punto di parten-
za.»
Lei gli prese il braccio. «Yaeger ce la farà», disse in tono incoraggiante.
«Ma non può fare miracoli.»
Giordino mostrò l'orologio che portava al polso illeso. «Non ci resta
molto tempo per prendere il nostro volo. È meglio che ci sbrighiamo.»
Pitt andò a stringere la mano a Esbenson. «La rimetta in sesto. Ci ha sal-
vato la vita.»
Esbenson lo squadrò. «Solo se promette che la terrà lontana dai proiettili
volanti e dalle piste di sci.»
«D'accordo.»
Dopo che i tre se ne furono andati per raggiungere l'aeroporto, Esbenson
aprì una delle portiere posteriori della Cord, e la maniglia gli restò fra le
dita.
«Dio», mormorò tristemente. «Che disastro.»

32.

Un applauso fragoroso esplose nelle gallerie del pubblico e fra i delegati


quando Hala rifiutò ogni aiuto e si avviò lentamente verso il podio soste-
nendosi con le grucce. Poi si fermò, calma e serena, e cominciò a parlare
con voce energica e convincente. Il suo discorso fu sobrio e abilissimo.
Commosse gli ascoltatori con un appello perché si ponesse fine alle inutili
uccisioni di tanti innocenti in nome della religione. Solo quando invocò
una censura a carico dei governi che tolleravano con troppa benevolenza le
organizzazioni terroristiche, alcuni delegati si agitarono nei loro posti e
guardarono nel vuoto.
Un mormorio accolse l'annuncio della prossima scoperta della Biblioteca
di Alessandria mentre gli ascoltatori mettevano a fuoco le immense poten-
zialità dell'avvenimento. Poi Hala attaccò Akhmad Yazid, accusandolo a-
pertamente degli attentati alla sua vita.
Hala concluse in tono fermo. Dichiarò che le minacce non l'avrebbero
spinta ad abbandonare la carica di segretario generale: sarebbe rimasta fino
a che gli altri delegati non avessero chiesto le sue dimissioni.
La risposta fu un'ovazione che divenne fragorosa quando Hala si spostò
su un lato del podio e la caviglia ingessata divenne visibile a tutti.

«È davvero straordinaria», disse il presidente in tono d'ammirazione.


«Che cosa non darei per averla nel mio governo.» Premette un tasto del te-
lecomando e lo schermo del televisore si spense.
«Un ottimo discorso», disse il senatore Pitt. «Ha fatto a pezzi Yazid... e
ha fatto un'ottima propaganda al progetto di ricerca della biblioteca.»
Il presidente annuì. «Sì, ci ha fatto un favore anche in questo.»
«Naturalmente lei sa che sta per partire per l'Uruguay allo scopo di in-
contrarsi con il presidente Mubarak.»
«Dale Nichols mi ha riferito la conversazione che avete avuto con lei a
bordo dell'aereo», disse il presidente che era alla sua scrivania della Sala
Ovale. «Come vanno le ricerche?»
«I computer della NUMA stanno cercando di identificare l'ubicazione»,
rispose il senatore.
«Sono arrivati vicini a un risultato?»
Il senatore scosse la testa. «Non sono più vicini di quanto lo fossero
quattro giorni fa.»
«Non possiamo accelerare il procedimento? Chiamare in causa un grup-
po di esperti, specialisti universitari, organi governativi?»
Il senatore Pitt fece una smorfia dubbiosa. «La NUMA ha la miglior bi-
blioteca del mondo per quanto riguarda gli oceani, i laghi e i fiumi. È tutto
nei computer. Se non riusciranno a scoprire la destinazione della flotta egi-
ziana, non ci riuscirà nessuno.»
«E la documentazione archeologica e storica?» suggerì il presidente.
«Forse in passato è stato scoperto qualcosa che potrebbe offrire un indi-
zio.»
«Può darsi che valga la pena di tentare. Conosco un tale all'università
statale della Pennsylvania che è un ottimo ricercatore. Entro domani, po-
trebbe aver messo al lavoro trenta persone, qui e in Europa, per frugare ne-
gli archivi.»
«Bene. Allora lo avverta.»
«Ora che i media e Hala hanno diffuso l'annuncio», disse il senatore,
«metà dei governi e quasi tutti i cacciatori di tesori del mondo si saranno
messi in cerca della biblioteca.»
«Sì, lo ritengo probabile», disse il presidente. «Ma dobbiamo appoggiare
il governo del presidente Hasan, e questo ha la precedenza assoluta. Se
prima faremo la scoperta e poi fingeremo di fare marcia indietro dopo che
Hasan avrà chiesto teatralmente la restituzione dell'intero tesoro all'Egitto,
la sua popolarità all'interno del Paese farà un gran balzo in avanti. Divente-
rà un eroe agli occhi del popolo egiziano.»
«E in questo modo si bloccherebbe il pericolo di una presa del potere da
parte di Yazid e dei suoi seguaci», soggiunse il senatore. «L'unico proble-
ma è proprio Yazid. È imprevedibile. Neppure i nostri migliori esperti rie-
scono a capirlo. È capace di tirar fuori un coniglio dal cappello e di rubare
la scena a tutti.»
Il presidente lo guardò con fermezza. «Non ci saranno problemi ad al-
lontanarlo dalle luci della ribalta quando i tesori verranno consegnati al
presidente Hasan.»
«Sono d'accordo con lei, signor presidente, ma è pericoloso sottovalutare
Yazid.»
«Non è invincibile.»
«È vero. Ma diversamente dall'ayatollah Khomeini è molto intelligente.
È quello che le agenzie pubblicitarie definiscono un uomo esperto nei con-
cetti.»
«Forse in politica, ma non certo negli attentati.»
Il senatore alzò le spalle e sorrise. «Senza dubbio sono stati i suoi colla-
boratori a rovinare i piani. Lei sa meglio di chiunque altro con quanta faci-
lità un consigliere o un assistente può far franare anche il progetto più
semplice.»
Il presidente ricambiò il sorriso senza allegria. Si assestò sulla sedia e
giocherellò con la penna. «Sappiamo pochissimo di Yazid. Ignoriamo da
dove viene e che cosa pensi in realtà.»
«Sostiene di aver trascorso i primi trent'anni della sua vita vagando nel
deserto del Sinai e parlando con Allah.»
«Allora ha rubato un'idea a Gesù Cristo. Che cos'altro sappiamo sul suo
conto?»
«È meglio che lo chieda a Dale Nichols», rispose il senatore. «Mi risulta
che stia lavorando con la CIA per preparare un profilo biografico e psico-
logico.»
«Vediamo se hanno scoperto qualcosa.» Il presidente premette un tasto
dell'intercorri. «Dale, può venire un momento da me?»
«Subito», rispose la voce di Nichols.
Nella Sala Ovale il silenzio durò quindici secondi, il tempo che Nichols
impiegò per arrivare dal suo ufficio. Bussò, aprì la porta ed entrò.
«Stavamo parlando di Akhmad Yazid», disse il presidente. «Gli uomini
di Brogan hanno fornito qualche dato sui suoi precedenti?»
«Ho parlato con Martin appena un'ora fa», rispose Nichols. «Ha detto
che i suoi analisti dovrebbero preparare un dossier entro un giorno o due.»
«Voglio vederlo non appena sarà stato completato», disse il presidente.
«Non è per cambiare argomento», disse il senatore Pitt, «ma non sarebbe
giusto che qualcuno informasse il presidente Hasan di ciò che abbiamo in
mente nell'eventualità che la collezione della biblioteca possa essere ritro-
vata entro le prossime settimane?»
Il presidente annui. «Senza dubbio.» Fissò il senatore. «George, potreb-
be filarsela per quarantotto ore e provvedere a tutto?»
«Vuole che m'incontri con Hasan in Uruguay.» Era un'affermazione più
che una domanda.
«Le dispiace?»
«Per la verità, sarebbe un compito più adatto a Doug Oates al diparti-
mento di Stato. Lui e Joe Arnold del Tesoro sono già a Kington per gli in-
contri preliminari con gli esperti economici stranieri. Ritiene opportuno
scavalcarlo in questo modo?»
«In una situazione normale, no. Ma lei conosce i dettagli del progetto di
ricerca. Si è già incontrato con il presidente Hasan in quattro diverse occa-
sioni ed è in buoni rapporti con Hala Kamil. Per dirla in poche parole, è
l'uomo più adatto per questa missione.»
Il senatore alzò le mani in un gesto rassegnato. «Al Senato non ci sono
in vista votazioni importanti. I miei collaboratori potranno sbrigare l'ordi-
naria amministrazione. Se metterà a mia disposizione un aereo del gover-
no, potrò partire martedì sul presto, incontrare Hasan la sera stessa e riferi-
re a lei nel pomeriggio seguente.»
«La ringrazio, George.» Il presidente tacque per un momento, poi fece
scattare la trappola. «C'è un'altra cosa.»
«È sempre così», sospirò il senatore.
«Vorrei che informasse il presidente Hasan, in privato e con la massima
segretezza, che collaborerò pienamente con lui nel caso che decidesse di
togliere di mezzo Yazid.»
La voce del senatore assunse un tono scandalizzato. «Da quando la Casa
Bianca s'immischia negli assassinii politici? La supplico, signor presidente,
non si abbassi al livello di Yazid e degli altri terroristi.»
«Se qualcuno avesse avuto la preveggenza di portare Khomeini a fare
una passeggiata dodici anni fa, il Medio Oriente sarebbe un posto molto
più tranquillo.»
«Il re Giorgio d'Inghilterra doveva pensarla allo stesso modo nel 1775 a
proposito di Washington e delle colonie.»
«Oh, andiamo, potremmo sprecare tutto il giorno a fare confronti. La de-
cisione finale spetta a Hasan. È lui che dovrà dare il via.»
«È una pessima idea», disse il senatore con fermezza. «Ho molti e gravi
dubbi sulla proposta. Se si risapesse, potrebbe essere la rovina per la sua
presidenza.»
«Rispetto il suo consiglio e la sua sincerità. Perciò è l'unico di cui mi fi-
do per comunicare il messaggio.»
Il senatore cedette. «Farò quel che mi chiede e informerò Hasan della
proposta relativa alla biblioteca, ma non si aspetti che gli suggerisca di as-
sassinare Yazid, anche se quello lo meriterebbe.»
«Farò avvertire del tuo arrivo i collaboratori di Hasan», disse Nichols,
diplomaticamente.
Il presidente si alzò dalla scrivania per indicare che l'incontro era termi-
nato. Strinse la mano al senatore.
«Le sono grato, amico mio. Aspetto il suo rapporto per mercoledì sera.
Ceneremo insieme.»
«Allora arrivederci, signor presidente.»
«Faccia un buon volo.»
Mentre lasciava la Sala Ovale, il senatore Pitt ebbe lo spiacevole presen-
timento che mercoledì sera il presidente avrebbe cenato da solo.

33.

Il Lady Flamborough entrò nel piccolo porto di Punta del Este pochi mi-
nuti prima che il sole scendesse nell'entroterra. Una brezza leggera spirava
da sud e agitava leggermente l'Union Jack issata a poppa.
Era una bella nave da crociera, agile e splendidamente progettata, con le
sovrastrutture aerodinamiche. Non seguiva la tradizione britannica che im-
poneva lo scafo nero e il bianco per la parte superiore. Era dipinta intera-
mente di un azzurro ardesia, con il fumaiolo angolato e ornato da bande
porpora e bordeaux.
Il Lady Flamborough apparteneva al nuovo tipo di navi da crociera ele-
ganti e piuttosto piccole, e somigliava a un grande yacht. Lo scafo, lungo
centoun metri, offriva tutti i lussi che si potevano trovare a bordo d'un
mezzo galleggiante, contava cinquanta suite, e poteva trasportare soltanto
cento passeggeri, serviti da un eguai numero di membri dell'equipaggio.
Ma in quel viaggio in partenza dal porto abituale di San Juan di Portori-
co, aveva navigato senza passeggeri.
«Due gradi a sinistra», disse il pilota dalla pelle scura.
«Due gradi a sinistra», ripeté il timoniere.
Il pilota, che indossava calzoncini e camicia kaki, tenne d'occhio la pun-
ta che riparava la baia fino a quando la vide passare dietro la poppa del
Lady Flamborough.
«Cominci a girare verso dritta e continui a zero otto zero.»
Il timoniere ripeté il comando e la nave, lentamente, si inserì nella nuova
rotta.
Il porto era affollato di yacht e altre navi da crociera che ostentavano
bandierine coloratissime, a punta e a coda di rondine. Alcuni erano stati
noleggiati come hotel galleggianti per la conferenza, altri ospitavano i soli-
ti passeggeri in vacanza.
Quando arrivarono a mezzo chilometro dall'ormeggio il pilota ordinò di
fermare i motori. La nave avanzò sull'acqua tranquilla, spinta dalla forza
d'inerzia, ridusse la distanza e si fermò.
Il pilota parlò nella trasmittente portatile. «Siamo in posizione. Adagio a
poppa e calare l'ancora.»
L'ordine arrivò a prua, e l'ancora scese in mare mentre la nave si sposta-
va leggermente a poppa. Quando l'ancora toccò i sedimenti del fondo, la
catena venne tesa e fu dato l'ordine di spegnere i motori.
Il comandante Oliver Collins, un uomo snello e diritto come un filo a
piombo nell'impeccabile uniforme bianca, fece un cenno con la testa al pi-
lota e gli tese la mano.
«Ottimo lavoro come sempre, signor Campos.» Il comandante Collins
conosceva il pilota da quasi vent'anni, ma non chiamava per nome nessu-
no, neppure gli amici intimi.
«Se fosse trenta metri più lunga non sarei riuscito a farla entrare.» Harry
Campos sorrise scoprendo i denti ingialliti dal tabacco. Aveva un accento
più irlandese che spagnolo. «Mi dispiace che non possiamo attraccare al
molo, comandante, ma mi è stato detto di ormeggiare nel porto.»
«Per ragioni di sicurezza, immagino», disse Collins.
Campos accese un mozzicone di sigaro. «La conferenza dei pezzi grossi
ha messo sottosopra tutta l'isola. A vedere come si comporta la polizia, ci
sarebbe da giurare che ci sia un cecchino dietro ogni palma.»
Collins guardò dalle finestre della sala comando la famosa località di
villeggiatura del Sud America. «Non posso lamentarmi. Questa nave ospi-
terà i presidenti del Messico e dell'Egitto durante la conferenza.»
«È proprio vero?» mormorò Campos. «Non mi meraviglia che vogliano
tenere la barca lontano dalla riva, allora.»
«Posso offrirle un drink nella mia cabina... o meglio, data l'ora, mi fa-
rebbe l'onore di cenare con me?»
Campos scosse la testa. «Grazie dell'invito, comandante.» Indicò le navi
che riempivano il porto. «Ma c'è parecchio da fare. Magari potrò accettare
la prossima volta che tornerà qui.»
Campos compilò il mandato di pagamento e lo fece firmare al coman-
dante Collins; poi guardò dalle finestre di poppa i ponti immacolati della
nave.
«Uno di questi giorni mi prenderò una vacanza e m'imbarcherò come
passeggero.»
«Me lo faccia sapere», disse Collins. «Farò in modo che la compagnia
copra tutte le spese.»
«È un'offerta molto gentile. Se lo dico a mia moglie, non mi darà pace
finché non ne avrò approfittato.»
«Sarà un piacere, signor Campos. Non ha che da dirlo.»
La lancia del pilota si affiancò alla nave e Campos scese la scaletta e sal-
tò a bordo. Fece un gesto di saluto con la mano mentre la lancia si allonta-
nava e puntava verso il largo per andare incontro a un'altra nave in arrivo.
«È stato il viaggio più piacevole che abbia mai fatto», disse Michael
Finney, il primo ufficiale. «Equipaggio al completo e niente passeggeri.
Per sei giorni ho avuto l'impressione di essere in paradiso.»
La compagnia imponeva agli ufficiali di passare gran parte del tempo a
intrattenere i passeggeri, un compito che Finney detestava con tutte le sue
forze. Era un ottimo marinaio, e stava lontano il più possibile dalla sala da
pranzo: preferiva mangiare in compagnia degli altri ufficiali e fare continui
giri d'ispezione.
Finney non aveva l'aspetto adatto a un frequentatore di avvenimenti
mondani. Era grande e grosso, con un torace a botte che minacciava di e-
splodere dalla costrizione dell'uniforme.
«Non posso credere che non abbia sentito la mancanza delle conversa-
zioni con i passeggeri», disse Collins in tono sarcastico.
Finney fece una smorfia. «Non sarebbe così tremendo se non facessero
sempre le solite, stupide domande.»
«Ci vogliono cortesia e rispetto quando si tratta con i passeggeri, signor
Finney», l'ammonì Collins. «È inevitabile. Si comporti bene, nei prossimi
giorni. Avremo a bordo personaggi stranieri molto importanti.»
Finney non rispose. Alzò gli occhi verso i grattacieli moderni che tor-
reggiavano sopra le villette lungo la spiaggia.
«Ogni volta che rivedo questa città», disse malinconicamente, «hanno
aggiunto un altro albergo.»
«Già, lei è uruguaiano.»
«Sono nato poco lontano da Montevideo. Mio padre era rappresentante
di un'industria di macchinari belga.»
«Le farà piacere tornare a casa», disse Collins.
«Non proprio. Avevo sedici anni quando m'imbarcai su una nave pana-
mense che trasportava minerali. Mia madre e mio padre sono morti. Non è
rimasto nessuno di quelli con cui sono cresciuto.» Finney s'interruppe per
indicare un'imbarcazione che si avvicinava. «Ecco gli stramaledetti ispet-
tori della dogana e dell'immigrazione.»
«Dato che non abbiamo passeggeri e che l'equipaggio non scenderà a
terra», disse Collins, «dovrebbe bastare un timbro.»
«La seccatura peggiore sono gli ispettori sanitari.»
«Informi il commissario di bordo, signor Finney. Poi li mandi nella mia
cabina.»
«Mi scusi, signore, ma non è un po' troppo... voglio dire, ricevere nella
sua cabina semplici ispettori della dogana?»
«Può darsi, ma voglio che tutto fili liscio con la burocrazia finché siamo
in porto. Non si sa mai, prima o poi potremmo aver bisogno di un favore.»
«Sì, signore.»
Era già l'imbrunire quando i funzionari della dogana e dell'immigrazione
si affiancarono al Lady Flamborough e salirono la scaletta. Le luci della
nave si accesero all'improvviso e illuminarono i ponti superiori e le sovra-
strutture. Ormeggiata in mezzo alle luci della città e delle altre navi da cro-
ciera, essa brillava come un diamante in un astuccio da gioielliere.
Gli uruguaiani, preceduti da Finney, si avvicinarono alla porta della ca-
bina del comandante. Collins studiò i cinque. Era molto attento e perspica-
ce, e notò subito qualcosa di strano in uno di loro: aveva un cappello di
paglia calato sugli occhi e indossava una tuta, mentre gli altri erano vestiti
in modo abbastanza accettabile: portavano le uniformi piuttosto casual ca-
ratteristiche delle isole dei Caraibi.
L'uomo dal cappello di paglia entrò senza alzare la testa. Quando arriva-
rono alla porta, Finney si tirò da parte per lasciarli passare per primi.
Collins andò loro incontro. «Buonasera, signori. Benvenuti a bordo del
Lady Flamborough. Sono il comandante Oliver Collins.»
I cinque continuarono a tacere, e Collins e Finney si scambiarono un'oc-
chiata incuriosita. Poi l'uomo con la tuta si fece avanti e la tolse, rivelando
un'uniforme bianca con i galloni dorati che era una copia esatta di quella
del comandante. Si tolse il cappello di paglia e lo sostituì con un berretto
intonato all'uniforme.
Collins, che normalmente era un tipo imperturbabile, rimase sconcertato.
Aveva l'impressione di guardarsi allo specchio. Lo sconosciuto avrebbe
potuto passare facilmente per il suo gemello.
«Lei chi è?» chiese Collins. «Che cosa sta succedendo?»
«I nomi non sono necessari», disse Suleiman Aziz Ammar con un sorri-
so disarmante. «Assumo il comando della sua nave.»

34.

La sorpresa è il fattore chiave per la riuscita di un'operazione segreta. E


la sorpresa, nel caso del Lady Flamborough, fu totale. Eccettuato il co-
mandante Collins, il primo ufficiale Finney e lo sbalordito commissario di
bordo, che erano legati, imbavagliati e tenuti sotto sorveglianza nella cabi-
na di Finney, nessuno degli altri ufficiali o dei membri dell'equipaggio so-
spettava che la nave fosse stata sequestrata.
Animar aveva dimostrato un ottimo tempismo. I veri ispettori doganali
uruguaiani arrivarono dopo dodici minuti. Li accolse come vecchie cono-
scenze, nel suo travestimento quasi perfetto. Gli uomini che aveva scelto
personalmente per impersonare Finney e il commissario di bordo si tene-
vano all'ombra. Erano entrambi ufficiali di Marina esperti e somigliavano
in modo notevole alle controparti. Pochi membri dell'equipaggio avrebbero
notato le differenze nei volti a più di tre metri di distanza.
Gli ispettori uruguaiani lasciarono la nave e si allontanarono. Ammar
chiamò il secondo e il terzo ufficiale di Collins nella cabina del comandan-
te. Doveva essere la prima prova decisiva. Se l'avesse superata senza de-
stare sospetti, sarebbero diventati preziosi per lui come complici ignari
nella realizzazione del complicato complotto per le successive ventiquattro
ore.
Non era stato difficile assumere le sembianze di Dale Lemke, il pilota
del volo Nebula 106. Ammar aveva fatto un calco in gesso della faccia del
pilota dopo averlo assassinato. Ma era diverso passare per il comandante
del Lady Flamborough. Era stato costretto a lavorare in base a otto foto-
grafie di Collins, fornite quasi all'ultimo momento da uno dei suoi agenti
in Gran Bretagna. Inoltre aveva dovuto iniettarsi una sostanza che aveva
alzato la sua voce allo stesso livello delle registrazioni della voce di Col-
lins.
Si era rivolto a un artista perché scolpisse il volto di Collins in base alle
foto; dal modello erano stati ricavati due stampi, positivo e negativo. Poi
un lattice naturale, dello stesso colore della pelle di Collins, era stato pres-
sato fra gli stampi fino a quando si era solidificato; quindi era stato cotto.
Ammar aveva rifinito e adattato la maschera, usando un miscuglio di resi-
na e di cera per nascondere le leggere diversità della struttura facciale.
Infine si era applicato protesi di gommapiuma alle orecchie e al naso e
aveva aggiunto il trucco. Aveva messo una parrucca del colore esatto, lenti
a contatto della stessa tinta degli occhi di Collins, le capsule sui denti, ed
era diventato l'immagine vivente del comandante della nave da crociera.
Ammar non aveva avuto il tempo di studiare in modo approfondito la
personalità di Oliver Collins o il suo comportamento. S'era limitato a un
corso accelerato sulle sue mansioni e aveva imparato a memoria i nomi e
le facce degli ufficiali. Non poteva far altro che tentare un bluff, puntando
sul fatto che l'equipaggio non aveva alcun motivo di dubitare. Appena i
due ufficiali entrarono nella cabina, Ammar provvide immediatamente a
truccare i dadi in proprio favore.
«Scusatemi, signori, se ho la voce e l'aria un po' strane, ma ho preso l'in-
fluenza.»
«Devo chiamare il medico di bordo?» chiese il secondo ufficiale Herbert
Parker, che era abbronzato, in ottima forma e aveva una faccia liscia da ra-
gazzo che vedeva il rasoio soltanto il sabato sera.
Era stato quasi un errore, pensò Ammar. Un medico che conosceva Col-
lins lo avrebbe smascherato in un attimo.
«Mi ha già dato tante pillole da soffocare un elefante. Mi sento in grado
di cavarmela.»
Il terzo ufficiale, uno scozzese che portava un nome inverosimile, Isaac
Jones, si scostò dalla fronte un ciuffo di capelli rossi. «Possiamo fare qual-
cosa, signore?»
«Sì, signor Jones», rispose Ammar. «Domani arriveranno i nostri pas-
seggeri VIP. Lei si occuperà delle accoglienze. Non abbiamo spesso l'ono-
re di ospitare due presidenti, e credo che la compagnia si aspetti da noi una
cerimonia di prim'ordine.»
«Sì, signore», rispose Jones. «Ci può contare.»
«Signor Parker...»
«Comandante?»
«Fra un'ora arriverà un pontone per trasferire un carico per conto della
compagnia. Lei si occuperà dell'operazione. Questa sera salirà a bordo an-
che un gruppo di addetti alla sicurezza. Provveda ad alloggiarli.»
«Non ci hanno dato un grande preavviso per il carico, no, signore? E
credevo che gli agenti della sicurezza egiziani e messicani non arrivassero
prima di domattina.»
«I dirigenti della nostra compagnia agiscono in modi misteriosi», disse
Ammar con aria filosofica. «In quanto ai nostri ospiti armati, anche questo
è un ordine superiore. Vogliono che il personale del servizio di sicurezza
sia a bordo, nell'eventualità che insorgano guai.»
«Una squadra del servizio di sicurezza che sovrintende l'altra?»
«Qualcosa del genere. Credo che i Lloyds abbiano preteso ulteriori pre-
cauzioni o abbiano minacciato di innalzare a livelli astronomici i nostri
premi assicurativi.»
«Capisco.»
«Qualche domanda, signori?»
I due ufficiali non avevano nulla da chiedere. Si voltarono per andarse-
ne.
«Herbert, c'è un'altra cosa», disse Hammar. «Faccia sistemare a bordo il
carico al più presto possibile e con la massima discrezione.»
«Sì, signore.»
Quando si furono allontanati dalla cabina di comando, Parker si rivolse a
Jones: «L'hai sentito? Mi ha chiamato per nome. Non ti sembra molto stra-
no?»
Jones alzò le spalle, noncurante. «Deve stare peggio di quanto credeva-
mo.»

Il pontone si affiancò alla nave, ed entrò in funzione una piccola gru.


L'operazione si svolse senza inconvenienti. Gli altri uomini di Ammar, in
abiti da passeggio, salirono a bordo poco dopo e furono sistemati in quat-
tro suite libere.
Verso mezzanotte il pontone si allontanò nell'oscurità. La gru del Lady
Flamborough rientrò nella stiva e i grandi portelloni si richiusero.
Ammar bussò cinque volte alla porta della cabina di Finney e attese. La
porta si socchiuse e la guardia si scostò. Ammar diede un'occhiata al corri-
doio ed entrò.
Fece un cenno con la testa per indicare il comandante. La guardia tolse il
cerotto dalla bocca di Collins. «Mi dispiace causare tanto disturbo, coman-
dante. Ma immagino sarebbe fiato sprecato chiederle di darmi la sua parola
che non tenterà di fuggire e di avvertire l'equipaggio.»
Collins stava seduto rigido, con le braccia e le gambe incatenate, e fissa-
va Ammar con occhi pieni d'odio. «Sordido rifiuto da fogna.»
«Voi britannici avete un garbo letterario nell'insulto che è molto diver-
tente. Un americano avrebbe usato semplicemente una parola sola e dallo
stesso significato.»
«Non avrà la mia collaborazione né quella dei miei ufficiali.»
«Neppure se ordinassi ai miei uomini di tagliare la gola alle donne del-
l'equipaggio e di gettarle agli squali una ad una?»
Finney cercò di scattare, ma la guardia gli affondò nell'inguine il calcio
del fucile automatico. Finney ricadde sulla sedia con un gemito soffocato e
gli occhi resi vitrei dalla sofferenza.
Collins non aveva staccato gli occhi da Ammar. «Non c'è da aspettarsi
altro da una banda di terroristi subumani.»
«Non siamo ragazzotti ignoranti intenzionati a massacrare gli infedeli»,
spiegò Ammar in tono paziente. «Siamo professionisti di prim'ordine. Non
si ripeterà lo sfortunato episodio dell'Achille Lauro di qualche anno fa.
Non abbiamo intenzione di assassinare nessuno. Il nostro scopo è sempli-
cemente chiedere un riscatto per i presidenti Hasan e De Lorenzo e i loro
collaboratori. Se non vi metterete in mezzo, ci accorderemo con i rispettivi
governi e ce ne andremo per i fatti nostri.»
Collins studiò la faccia di Ammar, cercando le tracce della menzogna,
ma gli occhi dell'arabo rispecchiavano la più assoluta sincerità. Non poteva
sapere che Ammar era un maestro dell'inganno.
«Ma non esiterebbe a massacrare il mio equipaggio.»
«E anche lei, naturalmente.»
«Che cosa vuole da me?»
«Da lei, niente. Il signor Parker e il signor Jones mi hanno accettato co-
me Oliver Collins. Ho bisogno dei servigi del primo ufficiale Finney. Lei
gli ordinerà di obbedirmi.»
«Perché ha bisogno di Finney?»
«Ho aperto lo schedario nella sua cabina e ho letto i dossier personali
degli ufficiali. Finney conosce queste acque.»
«Non capisco dove voglia arrivare.»
«Non possiamo correre il rischio di chiedere un pilota», spiegò Ammar.
«Domani, quando sarà buio, Finney si metterà al timone e guiderà la nave
attraverso il canale fino al mare aperto.»
Collins rifletté. Poi scosse la testa. «Appena le autorità portuali se ne ac-
corgeranno, bloccheranno l'entrata del porto, anche se lei minaccerà di
sterminare tutti coloro che sono a bordo.»
«Una nave a luci spente può uscire inosservata in una notte buia», gli as-
sicurò Ammar.
«E fin dove pensa di arrivare? Tutte le motovedette nel raggio di cento-
cinquanta chilometri avranno circondato la nave prima che faccia giorno.»
«Non ci troveranno.»
Collins lo fissò, sbalordito. «È pazzesco. Non si può nascondere una na-
ve come il Lady Flamborough.»
«È vero», concordò Ammar con un freddo sorriso. «Ma io posso render-
la invisibile.»

Jones era chino sulla scrivania nella sua cabina e prendeva appunti per le
cerimonie di benvenuto dell'indomani mattina quando Parker bussò alla
porta ed entrò. Aveva l'aria stanca e l'uniforme macchiata di sudore.
Jones si voltò. «Sono finite le operazioni di carico?»
«Sì, grazie a Dio.»
«Ti andrebbe un bicchierino?»
«Il tuo ottimo whisky di malto scozzese?»
Jones si alzò e prese una bottiglia da un cassetto. Riempì due bicchieri e
ne porse uno a Parker.
«Cerca di vederla così», disse. «Domattina non dovrei entrare in servizio
presto.»
«L'avrei preferito», disse Parker con voce stanca. «E tu?»
«Sono appena smontato.»
«Non ti avrei disturbato se non avessi visto la luce accesa.»
«Sto sgobbando fino a notte alta per assicurarmi che domani tutto vada
liscio.»
«Finney non è in giro, e avevo voglia di parlare con qualcuno.»
Per la prima volta, Jones notò l'espressione confusa degli occhi di Par-
ker. «C'è qualcosa che ti preoccupa?»
Parker bevve lo scotch e fissò il bicchiere vuoto.
«Ho appena preso a bordo il carico più strano che abbia mai visto per
una nave da crociera.»
«E che cos'hai caricato?» chiese Jones, assalito dalla curiosità.
Parker rimase in silenzio per qualche istante e scosse la testa. «Materiale
per dipingere. Pistole a spruzzo, pennelli, rulli, e cinquanta bidoni che im-
magino siano di vernice.»
«Di che colore?» chiese Jones.
Parker scosse di nuovo la testa. «Non saprei. Le scritte sui bidoni sono
in spagnolo.»
«Non c'è niente di strano. La compagnia vorrà averli sottomano quando
il Lady Flamborough andrà in cantiere per la manutenzione.»
«Ma non è tutto. Abbiamo caricato anche rotoli enormi di plastica.»
«Plastica?»
«E grandi fogli di fibra», continuò Parker. «Dobbiamo aver caricato chi-
lometri e chilometri di roba. Anzi, abbiamo stentato a farla passare attra-
verso i portelloni. Abbiamo sgobbato tre ore buone per sistemare tutto.»
Jones fissò il bicchiere a occhi socchiusi. «Che cosa credi che voglia far-
sene la compagnia?»
Parker alzò la testa con aria perplessa. «Non ne ho la più pallida idea.»

35.

Gli agenti egiziani e messicani del servizio di sicurezza salirono a bordo


poco dopo il levar del sole, ispezionarono la nave in cerca di esplosivi na-
scosti e controllarono i fascicoli personali dei membri dell'equipaggio per
scoprire un eventuale sicario. A parte alcuni indiani e pakistani, erano tutti
britannici e non avevano alcun motivo di rancore contro i governi dell'E-
gitto e del Messico.
I terroristi di Ammar parlavano tutti perfettamente l'inglese. Si mostra-
rono pronti a collaborare, esibirono i passaporti britannici falsi e i docu-
menti dell'assicurazione e offrirono la loro assistenza per l'ispezione.
Il presidente De Lorenzo salì a bordo quella mattina, più tardi. Era un
uomo poco oltre la sessantina, basso e robusto, con i capelli grigi spettina-
ti, i mesti occhi scuri, e l'aria sofferente di un intellettuale rinchiuso in ma-
nicomio.
Ammar, che impersonava il comandante Collins, lo accolse con un'in-
terpretazione che avrebbe meritato un premio. L'orchestra di bordo suonò
l'inno nazionale messicano, poi il presidente e il suo seguito furono scortati
nelle loro suite, sul lato di destra del Lady Flamborough.
A metà pomeriggio lo yacht di un ricco esportatore egiziano si affiancò
alla nave, e salì a bordo il presidente Hasan. L'egiziano era l'esatto contra-
rio del collega messicano. Era più giovane, cinquantaquattro anni, e aveva
i capelli neri e radi. Era alto ed esile e si muoveva come se fosse ammala-
to. Gli occhi scuri erano acquosi e avevano un'espressione di sospetto.
La cerimonia di benvenuto si ripeté e il presidente Hasan e il suo seguito
furono sistemati nelle suite di sinistra.
Più di cinquanta capi di Stato del Terzo Mondo erano arrivati a Punta
del Este per il vertice economico. Alcuni avevano preferito alloggiare nelle
tenute principesche dei loro compatrioti o all'esclusivo Cantegril Country
Club. Altri avevano scelto la tranquillità della nave da crociera ancora in
porto.
Diplomatici e giornalisti affollarono ben presto strade e ristoranti. I fun-
zionari uruguaiani non sapevano come sbrigarsela con quella massa di
stranieri importanti venuti ad aggiungersi ai soliti turisti. Le forze armate e
la polizia del Paese facevano del loro meglio per controllare la situazione,
ma venivano sopraffatte dalla marea umana che invadeva le strade e dove-
vano rinunciare ai tentativi di controllare il traffico, limitandosi a vegliare
sugli alti personaggi che partecipavano alla riunione.
Dal ponte di comando, Ammar scrutava la città attraverso il binocolo.
L'abbassò per un momento e consultò l'orologio.
Il suo amico Ibn lo studiò con attenzione. «Stai contando i minuti che
mancano al cader della notte, Suleiman Aziz?»
«Il sole tramonterà fra quarantatré minuti», rispose Ammar senza voltar-
si.
«C'è molto movimento sull'acqua», disse Ibn, indicando la flotta delle
piccole imbarcazioni che sfrecciavano nel porto, con i ponti carichi di
giornalisti in cerca d'interviste e di turisti ansiosi di vedere qualche celebri-
tà.
«Non far salire a bordo nessuno, tranne i delegati egiziani e messicani al
seguito di De Lorenzo e di Hasan.»
«E se qualcuno vuol scendere a terra prima che partiamo?»
«Lascialo fare», disse Ammar. «Tutto deve sembrare normale. La confu-
sione in città torna a nostro vantaggio. Non si accorgeranno della nostra
sparizione fino a che sarà troppo tardi.»
«Le autorità portuali non sono stupide. Cominceranno a indagare quan-
do, dopo l'imbrunire, non accenderemo le luci.»
«Li informeremo che il nostro generatore principale è in riparazione.»
Ammar indicò un'altra nave da crociera ancorata un po' più al largo, tra il
Lady Flamborough e la penisola. «Da riva, le loro luci sembreranno le no-
stre.»
«A meno che qualcuno voglia controllare più da vicino.»
Ammar alzò le spalle. «Ci basta un'ora per raggiungere il mare aperto. Il
servizio di sicurezza uruguaiano non prenderà in considerazione la possibi-
lità di una ricerca fuori del porto prima che faccia giorno.»
«Se dobbiamo eliminare in tempo utile gli agenti messicani ed egiziani»,
disse Ibn, «bisogna incominciare subito.»
«Le armi hanno il silenziatore?»
«Non faranno più rumore di uno schiocco di dita.»
Ammar gli lanciò un'occhiata penetrante. «Furtività e discrezione, amico
mio. Ricorrete a tutti gli inganni necessari per isolarli ed eliminarli uno al-
la volta. Niente chiasso, niente scompiglio. Se qualcuno riuscisse ad ab-
bandonare la nave e ad avvertire le forze di sicurezza a terra, moriremo tut-
ti. Assicurati che i tuoi uomini l'abbiano capito bene.»
«Avremo bisogno di tutti, per sbrigare il lavoro di questa notte.»
«Allora è venuto il momento di guadagnarci la paga e di fare di Yazid il
padrone dell'Egitto.»

Le prime a essere eliminate furono le guardie egiziane. Non avevano


motivo di diffidare dei falsi agenti di Ammar e si lasciarono attirare facil-
mente nelle suite vuote dove furono sterminate.
Furono usati tutti i trucchi per trarre in inganno gli uomini del servizio di
sicurezza. La menzogna che funzionava meglio consisteva nel far credere
che uno dei superiori era stato colpito da avvelenamento da cibo e che il
comandante della nave voleva parlare con loro.
Non appena un agente egiziano varcava la soglia, la porta si chiudeva e
uno dei terroristi gli sparava al cuore. Poi il sangue veniva ripulito in fretta
e i cadaveri venivano ammucchiati nella camera da letto adiacente.
Quando fu il turno dei messicani, due delle guardie di De Lorenzo s'in-
sospettirono e rifiutarono di entrare nella suite; ma furono sopraffatte e ac-
coltellate in un corridoio deserto prima che potessero dare l'allarme.
A uno a uno gli agenti di sicurezza furono uccisi: dodici in tutto. Alla fi-
ne rimasero soltanto due egiziani e tre messicani che montavano di senti-
nella davanti alle suite dei rispettivi presidenti.
L'oscurità stava calando quando Ammar si tolse l'uniforme di coman-
dante della nave e indossò una tuta di cotone nero. Poi si tolse la maschera
di lattice e ne mise una da clown.
Si stava allacciando una cintura con due pistole automatiche e una radio
portatile quando Ibn bussò ed entrò nella cabina.
«Ne restano cinque», annunciò. «Possiamo eliminarli solo con un assalto
diretto.»
«Ottimo lavoro», disse Ammar. Fissò Ibn con fermezza. «Non abbiamo
più bisogno di ricorrere ai sotterfugi. Attaccateli. Ma raccomanda ai tuoi di
essere prudenti. Non voglio che Hasan e De Lorenzo rimangano acciden-
talmente uccisi.»
Ibn annuì e passò l'ordine a uno dei suoi uomini che attendeva fuori del-
la porta. Poi si voltò verso Ammar con un sorriso baldanzoso. «Puoi con-
siderare la nave in mano nostra.»
Ammar indicò un grosso cronometro di ottone appeso sopra la scrivania
del comandante Collins. «Partiremo fra trentasette minuti. Raduna tutti i
passeggeri e i membri dell'equipaggio, eccettuati i macchinisti. Fai in mo-
do che quelli siano pronti a partire quando darò l'ordine. Raduna gli altri
nella sala da pranzo principale. È ora che ci riveliamo e che facciamo co-
noscere le nostre richieste.»
Ibn non rispose. Rimase immobile e sorrise fino a scoprire tutti i denti.
«Allah ci ha accordato una grande fortuna», disse finalmente.
Ammar lo fissò. «Questo lo sapremo meglio fra cinque giorni.»
«Ci ha già mandato un segno del suo favore. Lei è qui.»
«Lei? Di chi stai parlando?»
«Di Hala Kamil.»
In un primo momento Ammar non comprese. Poi non riuscì a credere a
ciò che aveva sentito. «La Kamil? È su questa nave?»
«È salita a bordo meno di dieci minuti fa», annunciò Ibn, raggiante.
«L'ho messa sotto guardia in uno degli alloggi per l'equipaggio.»
«Allah è davvero magnanimo», esultò Ammar.
«Sì, ha mandato la mosca al ragno», disse Ibn. «E ti ha offerto una se-
conda possibilità di ucciderla in nome di Akhmad Yazid.»

All'avvicinarsi dell'oscurità, una leggera pioggia tropicale sgombrò il


cielo per dirigersi poi verso nord. Le luci si accendevano nelle vie di Punta
del Este e sulle navi nel porto, e lanciavano sull'acqua riflessi guizzanti.
Al senatore Pitt sembrava strano che del Lady Flamborough si vedesse
soltanto il profilo contro le luci della nave ancorata poco più indietro.
Sembrava buio e deserto mentre la lancia descriveva un arco davanti alla
prua e si accostava alla scaletta.
Il senatore, che portava una borsa, balzò agilmente sulla stretta piatta-
forma. Aveva salito appena due gradini quando la lancia si staccò e si di-
resse verso il molo. Quando arrivò sul ponte si accorse d'essere solo. C'era
qualcosa che non andava, assolutamente. Il suo primo pensiero fu il timore
di essere salito a bordo della nave sbagliata.
Gli unici suoni di vita erano una voce che giungeva attraverso un alto-
parlante dalla sovrastruttura, e il rombo dei generatori in funzione nelle vi-
scere della nave.
Si voltò per richiamare la lancia, ma ormai era troppo lontano perché po-
tessero sentirlo nel fragore del vecchio motore diesel. Poi una figura in tuta
nera uscì dalle ombre e gli puntò un fucile automatico allo stomaco.
«È questo il Lady Flamborough?» chiese il senatore Pitt.
«Lei chi è?» La voce era poco più di un sussurro. «Che cosa vuole?» La
guardia continuava a imbracciare l'arma, con la testa inclinata ad angolo
mentre il senatore spiegava la sua presenza.
«Dice di essere il senatore George Pitt, americano. Non era atteso.»
«Il presidente Hasan è stato informato del mio arrivo», ribatté con impa-
zienza il senatore. «Abbassi l'arma e mi porti da lui.»
Negli occhi della guardia balenò un lampo sospettoso nel riflesso delle
luci della terraferma. «C'è qualcun altro con lei?»
«No. Sono solo.»
«Deve tornare a terra.»
Il senatore indicò con la testa la lancia che si allontanava. «Il mio mezzo
di trasporto è ripartito.»
La guardia sembrò riflettere. Alla fine abbassò l'arma, percorse pochi
passi e si fermò davanti a una porta. Tese la mano libera verso la borsa.
«Qui dentro», mormorò come se confidasse un segreto. «La borsa la dia
a me.»
«Sono documenti ufficiali», ribatté il senatore. Strinse la borsa con en-
trambe le mani.
Andò a urtare contro una pesante tenda nera, la scostò bruscamente e si
trovò nell'immenso salone-sala da pranzo. Le pareti erano rivestite di pan-
nelli di quercia, nello stile di un maniero inglese. Una piccola folla di per-
sone, alcune in piedi, altre sedute, in uniforme o in borghese, si voltò all'u-
nisono per guardarlo come se fosse la palla in una partita a tennis.
C'erano nove uomini schierati lungo le pareti, silenziosi e seri, in tute ne-
re e scarpe da jogging. Ognuno di loro faceva girare lentamente la canna di
un'arma automatica verso il gruppo dei prigionieri.
«Benvenuto», disse la voce di qualcuno che stava su un podio davanti a
un microfono. L'uomo era identico agli altri, a parte la maschera comica
che gli copriva la faccia. «Ci dica chi è, prego.»
Il senatore Pitt sgranò gli occhi, confuso. «Che cosa sta succedendo?»
«Risponda alla mia domanda», insistette Ammar con gelida cortesia.
«Sono il senatore George Pitt del Congresso degli Stati Uniti. Sono ve-
nuto per conferire con il presidente egiziano Hasan. Mi è stato detto che
era a bordo di questa nave.»
«Troverà il presidente Hasan seduto in prima fila.»
«Perché quegli uomini tengono le armi puntate contro tutti?»
Ammar rispose con simulata pazienza. «Mi sembra ovvio, senatore. Lei
è capitato per caso nel mezzo di un dirottamento.»
Lo sbalordimento e la paura cominciarono ad affiorare nella mente del
senatore Pitt. Si mosse come ipnotizzato, passò davanti al comandante
Collins e ai suoi ufficiali, e fissò i volti pallidi e noti dei presidenti Hasan e
De Lorenzo. Poi si fermò di colpo quando incontrò gli occhi sgomenti di
Hala Kamil.
E in quel momento si rese conto che sarebbe morta parecchia gente.
Passò un braccio intorno alle spalle di Hala, e si sentì travolgere da una
collera improvvisa. «In nome di Dio, si rende conto di quel che sta facen-
do?» urlò, rivolto al dirottatorc
«So benissimo che cosa sto facendo», disse Ammar. «Allah mi ha assi-
stito in ogni passo di questo cammino. Per dirla nel linguaggio del poker,
ha rialzato la posta con l'arrivo inaspettato del segretario generale delle
Nazioni Unite e con quello di un illustre senatore degli Stati Uniti.»
«Ha commesso un errore gravissimo», sibilò il senatore in tono di sfida.
«Non sopravvivrà per potersi vantare di questa impresa.»
«Ah, e invece ci riuscirò.»
«Impossibile!»
«Non è affatto impossibile», ribatté Ammar con un tono minaccioso. «E
lo vedrete tutti.»

36.
Nichols aveva indossato il cappotto e stava riponendo i documenti nella
borsa prima di andare a casa quando la segretaria si affacciò alla porta.
«C'è un tale di Langley che è venuto a consegnare qualcosa.»
«Lo faccia entrare.»
Un agente della CIA che Nichols riconobbe immediatamente entrò con
un'antiquata cartella da contabile.
«Mi ha trovato appena in tempo, Keith», disse Nichols. «Stavo per tor-
nare a casa.»
Keith Farquar aveva un gran paio di baffi ispidi, folti capelli neri e oc-
chiali dalla montatura d'osso. Era un uomo grande e grosso dagli occhi
contemplativi: il tipo di agente, pensò Nichols, che costituiva il classico
baluardo dell'Agenzia.
Farquar sedette senza attendere l'invito, mise la cartella sulle ginocchia e
regolò la combinazione che sbloccava la serratura disattivando così il cir-
cuito della piccola carica esplosiva interna. Estrasse un fascicoletto e lo
mise sulla scrivania di fronte a Nichols.
«Il signor Brogan mi ha incaricato di dirle che i dati certi su Akhmad
Yazid sono molto scarsi. Non esistono documenti biografici riguardanti la
nascita, i genitori, gli antenati, gli studi, il matrimonio, i figli, i precedenti
penali o civili. Gran parte di ciò che la nostra sezione mediorientale è riu-
scita a raccogliere proviene dalle descrizioni di individui che lo hanno co-
nosciuto. Purtroppo quasi tutti, per una ragione o per l'altra, sono diventati
nemici di Yazid e quindi le indicazioni fornite da loro sono abbastanza di
parte.»
«La vostra sezione psicologica ha preparato un profilo?» chiese Nichols.
«Hanno realizzato una proiezione approssimativa. Yazid è impenetrabile
come una tempesta di sabbia nel deserto. Un sipario protettivo l'ha avvolto
nel mistero. Le interviste dei giornalisti con i suoi seguaci sono dissemina-
te di ambiguità e di vaghe alzate di spalle.»
«E questo accentua l'effetto miraggio», commentò Nichols.
Farquar sorrise. «È la descrizione esatta di Yazid fatta dal signor Bro-
gan. 'Un miraggio sfuggente.'»
«Grazie per avermi portato il fascicolo», disse Nichols. «E ringrazi tutti
coloro che si sono dati da fare per raccogliere queste informazioni.»
«Sempre a disposizione dei clienti.» Farquar fece scattare i fermagli del-
la cartella e si avviò alla porta. «Buonasera.»
«Buonasera anche a lei.»
Nichols suonò per chiamare la segretaria che comparve con il cappotto
indosso e la borsetta in mano. «Posso fare qualcosa prima di andare?»
chiese preoccupata di doversi fermare a fare gli straordinari per la terza se-
ra consecutiva.
«Può chiamare mia moglie prima di uscire?» chiese Nichols. «Le dica di
non preoccuparsi. Arriverò per la cena, ma con un ritardo di mezz'ora.»
La segretaria sospirò, sollevata. «Sì, signore, glielo dirò. Buonanotte.»
«Buonanotte.»
Nichols mise la pipa fra i denti ma non la caricò e non l'accese. Posò la
borsa su un angolo della scrivania e poi, senza togliersi il cappotto, sedette
ed esaminò il dossier di Yazid.
Farquar non aveva esagerato. C'era pochissimo. Anche se negli ultimi
sei anni le notizie non scarseggiavano, la vita di Yazid prima della rapida
ascesa occupava poco più di un capoverso. Il suo debutto nei media inco-
minciava con il suo arresto da parte della polizia egiziana durante un sit-in
di protesta delle masse affamate del Cairo nell'atrio d'un lussuoso hotel per
turisti. Si era distinto predicando nelle aree più miserabili del Paese.
Akhmad Yazid affermava d'essere nato nella povertà più squallida, in
una capanna d'argilla fra i mausolei cadenti della Città dei Morti che dila-
gava nelle discariche d'immondizia del Cairo. La sua famiglia aveva tirato
avanti ai margini tra la sopravvivenza e la morte fino a che le sorelle e il
padre erano stati uccisi da malattie causate dalla denutrizione e dalle pes-
sime condizioni igieniche.
Non aveva ricevuto istruzione, a parte quella datagli durante l'adolescen-
za da santoni islamici, nessuno dei quali era stato rintracciato perché con-
fermasse l'affermazione. Yazid sosteneva che il profeta Maometto parlava
per suo tramite, faceva rivelazioni divine ai fedeli e li esortava a trasforma-
re l'Egitto in uno stato utopico musulmano.
Yazid aveva una voce sonante, l'abilità e l'eloquenza necessarie per affa-
scinare una folla di ascoltatori, e portarla lentamente a vertici febbrili. Af-
fermava che la filosofia occidentale non poteva risolvere i problemi socio-
economici dell'Egitto, Predicava che tutti gli egiziani appartenevano a una
generazione perduta e dovevano ritrovare se stessi tramite la sua visione
morale.
Sebbene dichiarasse con veemenza il contrario, era ormai chiaro che Ya-
zid non esitava a ricorrere al terrorismo per realizzare i suoi scopi. Cinque
incidenti diversi, inclusi l'assassinio di un generale delle forze aeree, l'e-
splosione di un camion davanti all'ambasciata sovietica, l'assassinio di
quattro docenti universitari che avevano parlato in favore dello stile di vita
dell'Occidente, erano stati fatti risalire a Yazid. Non c'erano prove ma,
tramite le scarse notizie fornite da informatori musulmani, gli analisti della
CIA erano arrivati alla conclusione che Yazid stesse preparando un colpo
decisivo per eliminare il presidente Hasan e, sulle ali del consenso popola-
re, prendere il potere.
Nichols posò il rapporto e finalmente riempì la pipa e l'accese. Un'intui-
zione gli sfiorò la mente.
C'era qualcosa, nel rapporto, che gli sembrava vagamente familiare. Po-
sò una foto di Yazid che fissava con aria malevola l'obiettivo.
E Nichols trovò la soluzione. Era semplice e sconvolgente.
Prese il telefono e fece il numero di una linea diretta, poi rimase a tam-
burellare con le dita sul piano della scrivania fino a quando gli rispose una
voce.
«Qui Brogan.»
«Martin, grazie al cielo sei ancora in ufficio. Sono Dale Nichols.»
«Che cosa posso fare per te, Dale?» chiese il direttore della CIA. «Hai
avuto il materiale su Akhmad Yazid?»
«Sì, grazie», disse Nichols. «L'ho esaminato e ho trovato qualcosa per
cui mi serve il tuo aiuto.»
«Sicuro. Che cosa?»
«Ho bisogno di due serie di impronte digitali e di gruppi sanguigni.»
«Impronte digitali?»
«Esatto.»
«Oggi noi usiamo i codici genetici e il DNA», rispose Brogan in tono
indulgente. «C'è una ragione particolare?»
Nichols fece una pausa per raccogliere i suoi pensieri. «Se te lo dicessi,
lo giuro, penseresti che sono matto da legare.»

Yaeger si tolse gli occhialetti da lettura, li mise nella tasca del giubbotto,
riordinò un mucchio di rapporti dei computer, e finalmente si assestò sulla
sedia e cominciò a bere una diet soda.
«Niente», disse in tono avvilito. «Fatica sprecata su tutta la linea. Una
pista vecchia di milleseicento anni è troppo fredda perché sia possibile se-
guirla senza dati concreti. Un computer non può tornare indietro nel tempo
e dirti esattamente come stavano le cose.»
«Forse il dottor Gronquist potrà accertare dove aveva fatto scalo la Se-
rapis, dopo che avrà studiato i manufatti», ipotizzò Lily in uno slancio
d'ottimismo.
Pitt era seduto un po' in disparte dagli altri due nel piccolo emiciclo della
NUMA. «Gli ho parlato per radio un'ora fa. Non ha trovato niente che non
sia d'origine mediterranea.»
Lo schermo sopra il podio era occupato da una proiezione tridimensio-
nale dell'oceano Atlantico che mostrava i corrugamenti della terra e la geo-
logia irregolare del fondo marino. Tutti sembravano affascinati. I loro oc-
chi ritornavano sempre a quelle immagini mentre parlavano.
Tutti, cioè, a eccezione dell'ammiraglio James Sandecker che scrutava
sospettoso Al Giordino, e soprattutto il grosso sigaro che gli spuntava da
una parte della bocca come se fosse cresciuto da un seme.
«Quando ha cominciato a comprare gli Hoyo de Monterrey Excalibur?»
Giordino guardò l'ammiraglio con aria innocente. «Sta parlando con
me?»
«Dato che siamo gli unici, qui dentro, a fumare gli Excalibur e io non ho
l'abitudine di parlare a me stesso... sì.»
«Ottimo, gusto pieno», disse Giordino. Si tolse il sigaro dalla bocca e
lanciò uno sbuffo di fumo azzurro. «Lei è un autentico intenditore.»
«Dove l'ha preso?»
«In un negozietto di Baltimora. Ho dimenticato il nome.»
Sandecker non si lasciò imbrogliare. Giordino gli rubava da anni i suoi
preziosi sigari. L'ammiraglio era furioso soprattutto perché non era mai
riuscito a scoprire come facesse. Per quanto li nascondesse o li tenesse sot-
tochiave, ogni settimana ne sparivano due.
Giordino teneva il segreto con Pitt perché il suo migliore amico non fos-
se costretto a mentire se gli fossero state chieste spiegazioni in merito. So-
lo Giordino e un suo vecchio collega dell'Aeronautica, che faceva di pro-
fessione il ladro per conto di un servizio segreto, conoscevano la verità
sull'Operazione Sigaro.
«Quasi quasi vorrei vedere la ricevuta», ringhiò Sandecker.
«Abbiamo affrontato il problema da un punto di vista sbagliato», inter-
venne Pitt per tornare in argomento.
«C'è un altro punto di vista?» ribatté Yaeger. «Abbiamo seguito l'unico
metodo logico possibile.»
«Senza indicazioni della direzione era un lavoro impossibile», confermò
Lily.
«È un vero peccato che Rufinus non annotasse sul diario di bordo la sua
posizione e le distanze percorse ogni giorno.»
«Aveva l'ordine preciso di non registrare niente.»
«Ma a quei tempi erano in grado di accertare una posizione?» chiese
Giordino.
Lily annuì. «Il greco Ipparco determinò le posizioni di certi punti di rife-
rimento terrestri calcolandone la latitudine e la longitudine... e lo fece cen-
totrent'anni prima di Cristo.»
Sandecker intrecciò le mani sullo stomaco e scrutò Pitt al di sopra degli
occhiali. «Conosco bene quell'espressione assorta. C'è qualcosa che l'assil-
la.»
Pitt si assestò sulla poltroncina. «Abbiamo giudicato i fatti e tirato a in-
dovinare senza tenere in considerazione l'uomo che aveva ideato il piano.»
«Junius Venator?»
«Un individuo geniale», continuò Pitt. «Un contemporaneo lo descrisse
come 'un audace innovatore che si avventurava in campi dove altri studiosi
non osavano'. Abbiamo dimenticato di porci una domanda: se fossimo stati
al posto di Venator, dove avremmo nascosto i più grandi tesori d'arte e del-
la letteratura del nostro tempo?»
«Io insisto: in Africa», disse Yaeger. «Preferibilmente oltre il Capo, e ri-
salendo un fiume della costa orientale.»
«Ma i tuoi computer non sono riusciti a stabilire una corrispondenza.»
«Non ci si sono neppure avvicinati», ammise Yaeger. «Ma Dio sa quan-
to sono cambiate le formazioni geografiche dai tempi di Venator.»
«È possibile che Venator avesse portato la flotta a nord-est, nel Mar Ne-
ro?» chiese Lily.
«Rufinus parla molto chiaramente di un viaggio durato cinquantotto
giorni», disse Giordino.
Sandecker tirò una boccata dal sigaro e annuì. «Sì, ma se la flotta fu in-
vestita dalle tempeste o dai venti contrari, in cinquantotto giorni potrebbe
aver coperto molto meno di milleseicento chilometri.»
«L'ammiraglio ha ragione», ammise Yaeger. «Le navi di quel periodo
erano costruite per sfruttare il vento e non avevano la velatura adatta per
navigare bordeggiando. Il maltempo potrebbe aver ridotto la velocità del-
l'ottanta per cento.»
«Però», obiettò a questo punto Pitt, «Venator aveva fatto caricare sulle
navi un quantitativo di provviste quadruplo rispetto al normale.»
«Quindi prevedeva un viaggio molto lungo», disse Lily. «Venator non
contava certo di prendere terra dopo pochi giorni per rifornire la flotta.»
«Per me», interloquì Sandecker, «tutto questo dimostra che Venator vo-
leva mantenere segreto il viaggio per quanto era possibile evitando di
prendere terra e di lasciare tracce.»
Pitt scosse la testa. «Quando le navi avessero superato lo stretto di Gibil-
terra, la segretezza non avrebbe più avuto ragione di esistere. Venator sa-
rebbe stato libero di fare tutto ciò che voleva. Le navi da guerra bizantine
mandate eventualmente all'inseguimento sarebbero state all'oscuro della
sua rotta come lo siamo noi.»
Yaeger gli lanciò un'occhiata. «E allora mettiamoci nei panni di Venator.
Che cosa contiamo di fare?»
«Senza volere il dottor Rothberg ha trovato la chiave del mistero», spie-
gò Pitt. «Pensa che Venator avesse sepolto il tesoro in un luogo dove nes-
suno, ai suoi tempi, avrebbe pensato di cercarlo.»
Yaeger lo fissò senza capire. «Allora può averlo nascosto in qualunque
località del mondo antico.»
«Oppure fuori dei confini del mondo conosciuto dai romani.»
«La cartografia non si estendeva molto più a sud del Nord Africa o a est
del Mar Nero e del Golfo Persico», disse Lily. «Più oltre, nessuno aveva
mai fatto esplorazioni.»
«Questo non lo sappiamo», obiettò Pitt. «Junius Venator aveva accesso a
quattromila anni di scibile umano. Conosceva l'esistenza del continente a-
fricano e delle grandi steppe russe. Doveva essere informato dei commerci
con l'India, che a sua volta importava ed esportava merci dalla Cina. E do-
veva aver studiato le cronache di viaggi effettuati molto al di là delle rotte
commerciali romano-bizantine.»
«Abbiamo la certezza che la Biblioteca di Alessandria includeva una in-
tera sezione riservata alle documentazioni geografiche», disse Lily. «Vena-
tor potrebbe essersi servito di mappe compilate in tempi molto più anti-
chi.»
«E credi che avesse scoperto qualcosa che lo influenzò?» chiese Sande-
cker.
«Una direzione», rispose Pitt.
Tutti lo guardavano incuriositi.
Non li deluse. Si avvicinò al podio, prese un puntatore laser e sulla
proiezione tridimensionale apparve una minuscola freccia.
«L'unico interrogativo, per me», disse Giordino, «è se la flotta svoltò
verso sud o verso nord.»
«Né l'uno né l'altro.» Pitt spostò la freccia attraverso lo stretto di Gibil-
terra e l'Atlantico. «Venator condusse la flotta a occidente, verso le Ameri-
che.»
L'affermazione fu accolta con il più grande stupore.
«Non ci sono prove archeologiche che confermino l'esistenza di contatti
precolombiani con l'America», dichiarò Lily.
«La Serapis dimostra incontrovertibilmente che potrebbero aver com-
piuto il viaggio», disse Sandecker.
«È una questione controversa, è vero», ammise Pitt. «Ma nell'arte e nella
cultura maya ci sono troppe similarità che non si possono ignorare. L'anti-
ca America non doveva essere del tutto isolata dall'influenza europea e a-
siatica come pensavamo una volta.»
«Ecco, io ci credo», disse Yaeger con rinnovato entusiasmo. «Sono
pronto a scommettere la mia collezione di dischi di Willie Nelson che i fe-
nici, gli egizi, i greci, i romani e i vichinghi sbarcarono tutti in Sud Ameri-
ca e in Nord America molto prima di Colombo.»
«Nessun archeologo degno di questo nome sarebbe disposto ad accettare
la scommessa», disse Lily.
Giordino sorrise. «Solo perché non vorrebbe rischiare la reputazione.»
Sandecker si girò verso Yaeger. «Facciamo un altro tentativo.»
Yaeger guardò Pitt. «Quali coste vuoi che controlli?» Pitt si grattò il
mento e ricordò che aveva un gran bisogno di farsi la barba. «Incomincia
dal fiordo in Groenlandia e scendi fino a Panama.» S'interruppe e fissò con
curiosità pensierosa la proiezione geografica.
«Deve essere lì, da qualche parte», concluse.

37.

Il comandante Oliver Collins batté la nocca contro il barometro del pon-


te e socchiuse gli occhi per vedere l'ago, appena visibile nella luce che
proveniva da terra. Poi imprecò fra sé nel vedere che preannunciava bel
tempo. Se ci fosse stata una tempesta, pensava, la nave non avrebbe potuto
lasciare il porto. Il comandante Collins era un ottimo marinaio, ma un pes-
simo giudice della natura umana.
Suleiman Aziz Ammar avrebbe ordinato al Lady Flamborough di pren-
dere il largo anche durante un uragano con i venti a novanta nodi. Stava
seduto al posto di comando dietro le finestre, della plancia e si asciugava il
sudore che gli colava dal mento al collo.
La maschera era una tortura nel clima umido, e lo erano anche i guanti
che non si toglieva mai. Ma sopportava stoicamente quei disagi. Se il di-
rottamento fosse fallito e lui fosse riuscito a fuggire, i servizi segreti inter-
nazionali non avrebbero potuto identificarlo grazie alle testimonianze e al-
le impronte digitali.
Uno dei suoi uomini aveva preso il timone e lo guardava con aria d'atte-
sa nella sala comando oscurata. Altri due sorvegliavano le porte, con le
armi puntate contro Collins e il primo ufficiale Finney, che era accanto al
timoniere di Ammar.
Era salita la marea che aveva fatto girare la nave all'ancora fino a che la
prua s'era puntata verso l'imboccatura del porto. Ammar scrutò per l'ultima
volta l'area dei moli con il binocolo, quindi fece a Finney un cenno con la
mano mentre parlava in una radio portatile.
«Via», ordinò. «Si parte.»
Finney, con la faccia contratta per la collera, lanciò un'occhiata implo-
rante a Collins, in cerca d'una reazione di sfida. Ma il comandante alzò le
spalle rassegnato, e il primo ufficiale impartì l'ordine di salpare l'ancora.
Due minuti più tardi l'ancora, che grondava sedimenti del fondale, emer-
se dall'acqua nera e fu issata contro la cubia. Il timoniere stava accanto alla
ruota, ma non la toccava. Nelle navi moderne si ricorre ai comandi manua-
li quasi esclusivamente durante il maltempo o quando si è agli ordini di un
pilota per entrare e uscire dal porto. Era Finney che guidava la nave e re-
golava la velocità da un quadro collegato per mezzo di fibre ottiche al si-
stema di controllo automatizzato. E intanto teneva d'occhio lo schermo ra-
dar.
Quando la nave era uscita dal porto, il timone veniva collegato all'auto-
matico e il fatto di comunicare al primo ufficiale di macchina «avanti ada-
gio» per mezzo del telegrafo del ponte di comando era ormai diventato più
una tradizione che una necessità.
Il Lady Flamborough si mosse come un fantasma nell'oscurità, appena
visibile per contrasto quando nascondeva le luci della riva. Passò attraver-
so il porto affollato senza che nessuno lo notasse. I motori diesel sussurra-
vano sommessamente mentre le grandi eliche di bronzo azzannavano l'ac-
qua.
Come uno spettro che si muove a tentoni tra le tombe di un cimitero, gi-
rò intorno alle altre navi all'ancora e si immise nello stretto canale che co-
municava con il mare aperto.
Ammar prese il telefono della plancia e chiamò la sala comunicazioni.
«Niente?» chiese.
«Niente, per ora», rispose il suo uomo che sorvegliava le frequenze radio
delle motovedette uruguaiane.
«Trasmetti ogni eventuale comunicazione agli altoparlanti della plan-
cia.»
«Affermativo.»
«Un'imbarcazione ci taglia la strada», annunciò Finney. «Dobbiamo la-
sciarla passare.»
Ammar puntò la canna della pistola automatica contro la nuca di Finney.
«Mantenga la rotta e la velocità.»
«Siamo su una rotta di collisione», protestò Finney. «La nave ha le luci
spente. Non possono vederci.»
Per tutta risposta, Ammar accentuò la pressione.
Adesso si vedeva chiaramente l'imbarcazione che si avvicinava. Era un
lussuoso motor-yacht, lungo quaranta metri e largo al massimo otto. Era
molto bello ed elegante, e sfolgorava di luci. A bordo c'era una festa, e gli
invitati conversavano o ballavano sui ponti. Collins, che la stava guardan-
do, rimase allibito nel vedere che l'antenna radar non era in funzione.
«Suonate la sirena», implorò. «Avvertiteli finché hanno ancora la possi-
bilità di spostarsi.»
Ammar non gli badò.
I secondi trascorsero in una nube di paura fino a che la collisione diven-
ne inevitabile. La gente che si divertiva sullo yacht e l'uomo che stava al
timone non s'erano accorti del mostro d'acciaio che si stava avventando su
di loro nell'oscurità.
«È disumano!» gemette Collins. «Disumano!»
Il Lady Flamborough cozzò con la prua contro la fiancata di dritta del
grosso yacht. Non vi furono sobbalzi, né stridori di metallo contro il metal-
lo. Gli uomini nella plancia della nave da crociera sentirono solo un legge-
ro tremore mentre la prua, alta come un palazzo di quattro piani, spingeva
l'imbarcazione più piccola sott'acqua prima di tranciare in due lo scafo.
La distruzione fu devastante, come se un maglio avesse schiacciato un
giocattolo.
Collins stringeva i pugni sul parapetto mentre assisteva inorridito al di-
sastro. Sentì le urla di terrore delle donne quando le sezioni di prua e di
poppa dello yacht strusciarono contro le fiancate del Lady Flamborough
prima di affondare a meno di cinquanta metri. La superficie scura dell'ac-
qua, nella scia della nave da crociera, era costellata di rottami e di cadave-
ri.
Alcuni passeggeri erano stati scagliati via e stavano cercando di allonta-
narsi a nuoto mentre i feriti si aggrappavano a tutto ciò che poteva servire
per tenerli a galla. Poi furono tutti inghiottiti nella notte.
L'amarezza e la rabbia salirono alla gola di Finney. «Bastardo assassi-
no!» sibilò rivolgendosi ad Ammar.
«Soltanto Allah conosce l'imprevisto», disse Ammar, con indifferenza. E
allontanò la pistola automatica dalla nuca di Finney. «Appena avremo su-
perato il canale, punti su uno-cinque-cinque gradi magnetici e innesti il pi-
lota automatico.»
Con il volto cinereo sotto l'abbronzatura tropicale, Collins si girò verso
Ammar. «In nome di Dio, chiami alla radio il servizio soccorso uruguaiano
e gli dia una possibilità di salvare quei poveretti.»
«Niente comunicazioni.»
«Non è necessario far sapere chi ha dato l'allarme.»
Ammar scosse la testa. «Meno di un'ora dopo che le autorità locali sa-
ranno state informate dell'incidente, i servizi di sicurezza incominceranno
un'indagine. Scopriranno la nostra assenza e ci inseguiranno. Mi dispiace,
ma ogni miglio nautico che mettiamo fra noi e Punta del Este può essere
decisivo. La risposta è no.»
Collins lo fissò negli occhi senza parlare mentre cercava disperatamente
di orientarsi. Poi disse: «Che prezzo dovrà essere pagato prima che lasciate
la mia nave?»
«Se lei e l'equipaggio faranno ciò che ordino, non succederà niente di
male.»
«E i passeggeri? I presidenti De Lorenzo e Hasan e i loro seguiti? Che
intenzioni ha verso di loro?»
«Alla fine saranno liberati dietro pagamento di un riscatto. Ma per le
prossime dieci ore dovranno sporcarsi tutti le mani.»
Collins aveva in bocca un sapore di bile, ma la sua voce rimase impassi-
bile. «Non ha alcuna intenzione di tenerli in ostaggio per farsi pagare un
riscatto.»
«È un lettore del pensiero, per caso?» chiese Ammar con interesse di-
staccato.
«Non occorre un antropologo per capire che i suoi uomini sono del Me-
dio Oriente. Secondo me, ha intenzione di assassinare gli egiziani.»
Ammar sorrise. «È Allah che decide il destino degli uomini. Io mi limito
a eseguire le istruzioni.»
«Le istruzioni di chi?»
Prima che Ammar potesse rispondere, una voce uscì dagli altoparlanti.
«Rendez-vous approssimativamente a zero due-trenta, comandante.»
Ammar diede il ricevuto con la trasmittente portatile. Poi guardò Col-
lins. «Non ho più tempo per le conversazioni, comandante. Abbiamo pa-
recchio da fare prima che venga giorno.»
«Che piani ha per la mia nave?» chiese Collins. «Mi deve una risposta a
questa domanda.»
«Sì, certo», mormorò automaticamente Ammar. Stava già pensando ad
altro. «Domani sera a quest'ora le agenzie d'informazione internazionale
comunicheranno che il Lady Flamborough è disperso, presumibilmente
sepolto con tutti i passeggeri e l'equipaggio in duecento braccia d'acqua.»

38.

«Senti qualcosa, Carlos?» chiese il vecchio pescatore mentre stringeva i


raggi logori del timone di un vecchio peschereccio.
Il figlio si portò una mano all'orecchio e scrutò nel buio oltre la prua.
«Tu hai un udito migliore del mio, papà. Io sento soltanto il nostro moto-
re.»
«Mi è sembrato di sentire qualcuno... come una donna che chiedeva aiu-
to.»
Il figlio ascoltò di nuovo, poi alzò le spalle. «Mi dispiace, ma non sento
niente.»
«Era là.» Luis Chavez si strofinò contro una manica la barba grigia, poi
mise il motore in folle. «Non ho sognato.»
Chavez era di buon umore. Aveva fatto buona pesca. Le stive erano pie-
ne solo a metà, ma le reti avevano catturato pesci della qualità migliore che
avrebbero spuntato i prezzi più alti nei ristoranti. Le sei bottiglie di birra
che aveva bevuto contribuivano alla sua gaiezza.
«Papà, vedo qualcosa in acqua.»
«Dove?»
Carlos tese il braccio. «Di prua, a sinistra. Sembrano pezzi di un'imbar-
cazione.»
La vista del vecchio pescatore non era più molto acuta, al buio. Socchiu-
se gli occhi e scrutò nella direzione indicata dal figlio. Poi le luci del pe-
schereccio cominciarono a rivelare i rottami. Erano verniciati di bianco, e
dovevano appartenere a uno yacht. Un'esplosione o una collisione, pensò.
Una collisione, probabilmente. Le luci più vicine del porto erano a due chi-
lometri appena. Un'esplosione non sarebbe sfuggita all'attenzione. E non
vedeva traccia di luci che convergessero verso il canale... Quindi i mezzi di
soccorso non si erano mossi.
Il peschereccio stava avanzando fra i rottami quando sentì di nuovo il
suono. In un primo momento gli era sembrato un urlo, ma adesso somi-
gliava a un singhiozzo. Ed era molto vicino.
«Chiama Raul, Justino e Manuel dalla cambusa. Presto! Di' che si prepa-
rino a tuffarsi per recuperare i superstiti.»
Il ragazzo corse via mentre Chavez portava la leva su Stop. Uscì dalla
timoneria, accese un riflettore e fece girare lentamente sull'acqua il raggio
luminoso.
Scorse due figure che giacevano per metà su una sezione di fasciame di
tek e per metà in acqua. Erano a meno di venti metri. L'uomo sembrava i-
nerte. La donna, pallidissima, fissava la luce e agitava freneticamente un
braccio. All'improvviso cominciò a urlare e a percuotere l'acqua.
«Stia calma!» gridò Chavez. «Non abbia paura! Veniamo a prenderla.»
Poi si voltò nel sentire i passi frettolosi che si avvicinavano. I suoi uo-
mini si raccolsero intorno a lui.
«Vedete qualcosa?» chiese Luis.
«Due superstiti su un rottame. Preparatevi a tirarli a bordo. Uno di voi
dovrebbe immergersi per dargli una mano.»
«Nessuno scenderà in acqua stanotte», disse uno dell'equipaggio. Era
impallidito.
Chavez si voltò a guardare di nuovo i superstiti. In quel momento udì la
donna lanciare un urlo di terrore e si sentì agghiacciare quando vide la pin-
na falcata, la testa spaventosa, l'occhio nero, le fauci serrate intorno alle
gambe della donna.
«Santa Maria, madre di Dio!» mormorò Luis, e si fece il segno della
croce.
Chavez rabbrividì ma non seppe distogliere lo sguardo mentre lo squalo
trascinava completamente la donna in acqua. Altri squali nuotavano intor-
no, attratti dal sangue, e urtavano contro la tolda schiantata. Alla fine, il
corpo dell'uomo rotolò via. Uno dei pescatori si voltò e vomitò mentre l'ur-
lo si trasformava in un orribile gorgoglio.
Poi nella notte scese il silenzio.

Meno di un'ora dopo il colonnello José Rojas, coordinatore capo della


Sicurezza Speciale uruguaiana, stava davanti a un gruppo di ufficiali in te-
nuta da combattimento. Dopo il diploma all'accademia militare del suo Pa-
ese aveva fatto parte dei granatieri britannici e aveva preso l'abitudine ré-
tro di portare un frustino.
Stava accanto a un tavolo che conteneva un diorama del porto di Punta
del Este e parlava ai presenti. «Ci organizzeremo in tre squadre mobili per
pattugliare i moli in turni di otto ore», esordì battendo il frustino sul palmo
della mano. «La nostra missione è stare continuamente in guardia per in-
tervenire come rinforzi nell'eventualità di un attacco terroristico. So che
per voi sarà difficile passare inosservati, ma fate il possibile. Restate nel-
l'ombra di notte, e di giorno tenetevi lontani dalle strade più frequentate.
Non vogliamo spaventare i turisti e dare loro l'impressione che l'Uruguay
sia una dittatura militare. Qualche domanda?»
Il tenente Eduardo Vazquez alzò una mano. «Colonnello?»
«Sì, Vazquez?»
«Se vediamo qualcuno che ha l'aria sospetta, che cosa dobbiamo fare?»
«Limitatevi a segnalarlo. Probabilmente risulterà che si tratta di un agen-
te dei servizi di sicurezza internazionali.»
«E se fosse armato?»
Rojas sospirò. «Allora avrete la certezza che è un agente. Lasciamo gli
incidenti internazionali ai diplomatici. È tutto chiaro?»
Nessuno alzò la mano.
Rojas congedò gli uomini ed entrò nel suo ufficio provvisorio, alla capi-
taneria di porto. Si fermò davanti a una macchina per il caffè e se ne versò
una tazza. In quel momento il suo aiutante si avvicinò.
«Il capitano Flores degli Affari Navali vuol sapere se può scendere a
parlare con lui.»
«Ha detto perché?»
«Ha detto solo che è urgente.»
Rojas non voleva far traboccare il caffè, perciò prese l'ascensore anziché
scendere la scala. Flores, impeccabile nell'alta uniforme bianca della Mari-
na, lo attendeva al piano terreno; ma non gli diede spiegazioni mentre lo
guidava dall'altra parte della strada, verso un capannone che ospitava i
mezzi del soccorso costiero. All'interno, alcuni uomini esaminavano nume-
rosi frammenti che sembravano provenire da un'imbarcazione.
Il capitano Flores gli presentò Chavez e il figlio. «Questi pescatori han-
no appena portato a terra i rottami che vede. Li hanno scoperti nel canale»,
spiegò. «Hanno avuto l'impressione che uno yacht sia stato stritolato dalla
collisione con una grossa nave.»
«E perché mai un incidente del genere dovrebbe interessare alla Sicurez-
za Speciale?» chiese Rojas.
Il comandante della capitaneria di porto, un uomo dai capelli corti e dai
baffi ispidi, intervenne. «L'incidente potrebbe gettare una nube sul vertice
economico.» S'interruppe per un momento, poi soggiunse: «I mezzi di sal-
vataggio sono sul posto. Finora non sono stati trovati superstiti».
«Lo yacht è stato identificato?»
«Uno dei rottami ripescati nell'acqua dal signor Chavez e dai suoi ha la
targa con il nome. Lo yacht era il Lola.»
Rojas scosse la testa. «Sono un militare e non conosco le imbarcazioni
da diporto. Il nome dovrebbe dirmi qualcosa?»
«Era stato dato allo yacht in onore della moglie di Victor Rivera», rispo-
se Flores. «Lo conosce?»
Rojas s'irrigidì. «Conosco il presidente della nostra Camera dei deputati.
Lo yacht era suo?»
«Era intestato a suo nome», confermò Flores. «Abbiamo già contattato a
casa la segretaria. Non le abbiamo riferito quel che è successo, naturalmen-
te. Abbiamo solo chiesto dove si trovava il signor Rivera. Ha risposto che
era sul suo yacht, dove aveva invitato numerosi diplomatici argentini e
brasiliani.»
«Quanti?» chiese Rojas, assalito da una paura improvvisa.
«C'erano Rivera, la moglie, ventitré ospiti e cinque membri dell'equi-
paggio. Trenta in tutto.»
«I nomi?»
«La segretaria non aveva sottomano l'elenco degli invitati. Mi sono pre-
so la libertà di mandare il mio aiutante all'ufficio di Rivera per ritirare una
copia.»
«Credo sia meglio che a questo punto io assuma il comando delle inda-
gini», dichiarò Rojas in tono ufficiale.
«La Marina è pronta a fornire tutta l'assistenza», disse Flores, felice di
liberarsi da ogni responsabilità.
Rojas si rivolse al comandante della capitaneria di porto. «Qual è la nave
coinvolta nella collisione?»
«È un mistero. Nessuna nave è entrata o uscita dal porto nelle ultime
dieci ore.»
«Una nave può entrare a vostra insaputa?»
«Un comandante dovrebbe essere molto stupido, per tentare di farlo sen-
za chiedere un pilota.»
«Ma è possibile?» insistette Rojas.
«No», rispose con fermezza il comandante della capitaneria di porto.
«Nessuna nave potrebbe attraccare od ormeggiare nel porto senza che io lo
sapessi.»
Rojas annuì. «Allora supponiamo che ne sia partita una.»
Il comandante della capitaneria di porto rifletté per qualche istante. Poi
fece segno di sì con la testa. «Non potrebbe lasciare l'attracco a mia insa-
puta. Tuttavia, se fosse ancorata in rada, se il comandante o gli ufficiali
conoscessero il canale e se navigassero a luci spente, potrebbero raggiun-
gere inosservati il mare aperto. Ma devo dire che sarebbe quasi un miraco-
lo.»
«Può fornire al capitano Flores un elenco delle navi ormeggiate?»
«Gliene farò avere una copia entro dieci minuti.»
«Capitano Flores?»
«Colonnello?»
«Dato che la sparizione di una nave è un problema che riguarda la Mari-
na, vorrei che prendesse il comando delle ricerche.»
«Con piacere, colonnello. Incomincerò immediatamente.»
Rojas fissò con aria pensierosa i rottami che costellavano il pavimento.
«Prima di domattina si scatenerà il finimondo», mormorò.

Poco prima di mezzanotte, quando il capitano Flores ebbe effettuato una


ricerca meticolosa nel porto e nelle acque all'esterno del canale, comunicò
a Rojas che l'unica nave irreperibile risultava il Lady Flamborough.
Il colonnello Rojas rimase allibito quando lesse l'elenco dei passeggeri
della nave da crociera. Chiese che le indagini proseguissero, nella vana
speranza che il presidente egiziano e quello messicano fossero sbarcati per
prendere alloggio a terra. Quando arrivò la conferma che erano scomparsi
insieme con la nave si profilò lo spettro di un'azione terroristica.
All'alba ebbe inizio una vastissima ricerca aerea. Tutti gli apparecchi che
l'Aviazione di Uruguay, Argentina e Brasile poterono lanciare in volo bat-
terono più di quattrocentomila chilometri quadrati di Atlantico meridiona-
le.
E non trovarono traccia del Lady Flamborough.
Sembrava che la nave fosse stata inghiottita dal mare.

39.

Due mani gli passarono sotto la camicia e risalirono sulla schiena. Cercò
di svegliarsi dal sogno in cui era immerso nell'acqua e saliva a nuoto verso
la superficie scintillante ma non riusciva mai a raggiungerla. Si stropicciò
gli occhi, vide che era sul divano nell'ufficio, si girò e si trovò davanti un
paio di bellissime gambe.
Pitt si sollevò a sedere e incontrò gli occhi ammalianti di Lily. Sollevò il
polso: ma poi ricordò che s'era tolto l'orologio e l'aveva messo sulla scri-
vania con le chiavi, gli spiccioli e il portafogli.
«Che ore sono?» chiese.
«Le cinque e mezzo», rispose dolcemente Lily. Gli passò le mani sulle
spalle e gli massaggiò il collo.
«Notte o giorno?»
«Pomeriggio inoltrato. Hai dormito tre ore appena.»
«E tu non crolli mai?»
«Sono capace di tirare avanti dormendo solo quattro ore su ventiquat-
tro.»
Pitt sbadigliò. «Non invidio il tuo futuro marito.»
«Ti ho portato il caffè.» Lily posò una tazza sul tavolino.
Pitt calzò le scarpe e infilò la camicia nei pantaloni. «Yaeger ha trovato
qualcosa?»
«Sì.»
«Il fiume?»
«Non ancora. Fa il misterioso, ma dice che avevi ragione tu. Venator a-
veva attraversato l'Atlantico prima dei vichinghi e di Colombo.»
Pitt bevve un sorso di caffè e fece una smorfia. «È troppo zuccherato.»
Lily lo guardò sorpresa. «Al ha detto che ce ne metti sempre quattro
cucchiaini.»
«Al ha mentito. Bevo sempre il caffè amaro.»
«Scusami», disse lei con un sorriso. «Sono cascata nella trappola di un
burlone.»
«Non sei la prima», disse Pitt, con lo sguardo fisso oltre la porta dell'uf-
ficio.

Giordino era seduto con i piedi sulla scrivania di Yaeger e divorava l'ul-
tima fetta di pizza mentre studiava una mappa topografica particolareggia-
ta di una costa.
Yaeger teneva gli occhi arrossati fissi sul monitor di un computer e
prendeva appunti su un blocco. Non ebbe bisogno di voltarsi quando entra-
rono Pitt e Lily. Aveva visto le loro immagini riflesse sullo schermo.
«Abbiamo trovato qualcosa», disse in tono soddisfatto.
«Che cosa?» chiese Pitt.
«Invece di concentrarmi su tutte le baie e le calette a sud della tomba
della Serapis in Groenlandia, sono saltato al Maine e ho cominciato a cer-
care un posto che corrispondesse alle descrizioni.»
«Ed è andata bene?» disse Pitt.
«Sì. Se lo ricordi, Rufinus scrive che dopo aver abbandonato Venator al
suo destino furono assaliti da tempeste che spiravano dal sud per trentun
giorni, prima di trovare una baia sicura dove avrebbero potuto effettuare le
riparazioni. Durante la tappa successiva, altre tempeste strapparono via le
vele e i remi timonieri. Poi la nave andò alla deriva per un numero impre-
cisato di giorni prima di finire nel fiordo groenlandese.»
Yaeger s'interruppe e fece apparire una carta della costa americana del-
l'Atlantico settentrionale. Poi batté sulla tastiera una serie di codici. Una
linea sottile si formò e cominciò a scendere dalla costa orientale della Gro-
enlandia verso il sud in un percorso spezzato e zigzagante intorno a Terra-
nova, oltre la Nova Scotia e il New England, fino a un punto poco al di so-
pra di Atlantic City.
«Il New Jersey?» mormorò Pitt, perplesso.
«Barnegat Bay, per la precisione», disse Giordino. Prese una carta topo-
grafica e la stese sul tavolo. Poi segnò un tratto della costa con un penna-
rello rosso.
«Barnegat Bay, New Jersey?» ripeté Pitt.
«Nel 391 dopo Cristo l'aspetto della zona era diverso», disse Yaeger in
tono deciso. «La riva sabbiosa era più frastagliata e la baia più profonda e
meno esposta.»
«Come siete arrivati al punto esatto?» chiese Pitt.
«Quando descrive la baia, Rufinus parla di una grande distesa di pini
nani, in un punto dove l'acqua pura fuoriusciva dalla sabbia se vi si infilava
un bastone. Nel New Jersey c'è una foresta di pini nani che corrisponde al-
la descrizione. Si chiama Pine Barrens, e si estende nella parte centromeri-
dionale dello Stato, fino alla costa, a est. Il livello dell'acqua è poco infe-
riore a quello della superficie. Durante le piene di primavera o dopo una
forte pioggia, si può fare un buco nel terreno sabbioso con un bastone e far
scaturire l'acqua.»
«Mi sembra promettente», disse Pitt. «Ma Rufinus non aggiunge anche
che avevano caricato pietre come zavorra?»
«Sì, ammetto che questo mi ha sconcertato. Allora ho telefonato a un
geologo del Genio, il quale mi ha segnalato una cava di pietre che corri-
sponde quasi esattamente al punto dove penso fosse sbarcato l'equipaggio
della Serapis.»
«Ottimo lavoro», disse Pitt. «Hai trovato la strada giusta.»
«E adesso, come proseguiamo?» chiese Lily.
«Io continuerò a procedere verso sud», rispose Yaeger. «Nello stesso
tempo dirò ai miei collaboratori di calcolare una possibile traccia della rot-
ta di Venator in partenza dalla Spagna. Con il senno di poi, appare eviden-
te che le isole dove la flotta fece la prima sosta dopo aver lasciato il Medi-
terraneo furono le Indie Occidentali. Continuando il percorso della Serapis
dal New Jersey e proiettando la rotta seguita per arrivare in America, do-
vremmo arrivare a un'intersezione approssimativa a meno di ottocento chi-
lometri da un fiume che corrisponda ai dati in nostro possesso.»
Lily sembrava poco convinta. «Non so come possiate sperare di rico-
struire la rotta di Venator, dato che aveva vietato di annotare tutte le indi-
cazioni relative a direzioni, correnti, venti e distanze.»
«Non è un grosso problema», rispose Yaeger in tono asciutto. «Prenderò
i dati dei viaggi di Colombo al Nuovo Mondo, esaminerò la sua rotta cal-
colata e l'adatterò tenendo conto delle differenze nel disegno dello scafo e
nell'attrito con l'acqua, nella superficie delle vele fra le sue navi e una flot-
ta bizantina di mille anni prima.»
«A sentirti sembra molto semplice.»
«Credimi, non lo è. Forse arriveremo a destinazione, ma per farlo ci vor-
ranno altri quattro giorni di studio.»
Tutti parevano aver dimenticato le lunghe ore di lavoro noioso. Gli occhi
arrossati di Yaeger sfolgoravano. Lily sembrava galvanizzata. Erano pronti
per il segnale di partenza.
«Bene», disse Pitt. «Trovate la biblioteca.»

Pitt pensava che Sandecker l'avesse mandato a chiamare perché gli rife-
risse l'andamento delle ricerche. Ma non appena vide l'espressione del-
l'ammiraglio, sospettò che fosse successo qualcosa. Ciò che lo allarmava di
più era lo sguardo mite di Sandecker, di solito duro e gelido.
Poi, quando Sandecker gli andò incontro, lo prese per il braccio, lo con-
dusse a un divano e gli sedette accanto, ebbe la certezza che qualcosa di
spiacevole era accaduto davvero.
«Ho appena ricevuto notizie preoccupanti dalla Casa Bianca», esordì
l'ammiraglio. «La nave da crociera che ospitava i presidenti De Lorenzo e
Hasan al vertice economico in Uruguay sarebbe stata sequestrata.»
«Mi dispiace moltissimo», disse Pitt. «Ma la NUMA che cosa c'entra?»
«A bordo c'era Hala Kamil.»
«Accidenti!»
«E c'era anche il senatore.»
«Mio padre?» mormorò Pitt, sbalordito. «Gli ho parlato al telefono l'altra
sera. Come mai è finito in Uruguay?»
«Era in missione per incarico del presidente.»
Pitt si alzò, mosse qualche passo avanti e indietro, poi tornò a sedere.
«Qual è la situazione?»
«Il Lady Flamborough... è il nome della nave da crociera britannica...
ecco, è scomparso questa notte dal porto di Punta del Este.»
«E adesso dov'è?»
«È in corso una vasta ricerca aerea ma finora non se n'è trovata traccia.
Secondo le autorità locali, il Lady Flamborough è finito in fondo al mare.»
«Non posso crederlo senza prove concrete.»
«Sono d'accordo con lei.»
«Le condizioni meteorologiche?»
«Secondo il rapporto il tempo era bello, il mare calmo.»
«Le navi possono sparire durante le tempeste», commentò Pitt. «Con il
mare calmo succede molto raramente.»
Sandecker allargò le mani in un gesto rassegnato. «Fino a che non arri-
veranno altri particolari, possiamo solo fare ipotesi.»
Pitt non riusciva a credere che suo padre fosse morto. Ciò che gli era sta-
to detto non costituiva una prova. «E la Casa Bianca che cosa sta facen-
do?»
«Il presidente ha le mani legate.»
«È ridicolo», ribatté bruscamente Pitt. «Potrebbe ordinare a tutte le unità
della Marina di recarsi in zona per partecipare alle ricerche.»
«Il guaio è proprio questo», disse Sandecker. «Tranne che in occasione
delle manovre, e al momento non ce n'è alcuna in corso, non ci sono unità
navali degli Stati Uniti che stazionino nell'Atlantico meridionale.»
Pitt si alzò di nuovo, andò alla finestra e guardò le luci di Washington.
Poi si girò verso Sandecker e lo fissò con occhi penetranti. «Mi sta dicendo
che il governo degli Stati Uniti non partecipa in alcun modo alle ricerche?»
«Sembra proprio così.»
«E che cosa impedisce alla NUMA di intervenire?»
«Niente, a parte il fatto che non abbiamo una flotta di guardacoste e una
portaerei.»
«Abbiamo il Sounder.»
Sandecker lo fissò per un momento con aria pensosa. Poi sul suo volto
apparve un'espressione interrogativa. «Uno dei nostri vascelli per le ricer-
che?»
«Sta effettuando un rilevamento sonar della scarpata continentale al lar-
go del Brasile del sud-ovest.»
Sandecker annuì. «Sì, ho capito. Ma il Sounder è troppo lento per essere
d'aiuto in un'operazione di tale vastità. Che cosa si aspetta di realizzare?»
«Se la nave su cui si trova mio padre non è in superficie, la cercherò sui
fondali.»
«Potrebbe essere costretto a cercarla in mille miglia quadrate o anche di
più.»
«Il sonar del Sounder ha una fascia d'azione di due miglia. E trasporta un
sommergibile. Mi occorre solo la sua autorizzazione a prenderne il coman-
do.»
«Avrà bisogno anche di qualcuno che collabori con lei.»
«Giordino è Rudi Gunn. Siamo un team efficiente.»
«Rudi sta effettuando un'operazione mineraria sottomarina al largo delle
Canarie.»
«Potrebbe arrivare in Uruguay entro diciotto ore.»
Sandecker intrecciò le mani dietro la testa e fissò il soffitto. Aveva la
sensazione che Pitt volesse dare la caccia alle ombre, ma sapeva quale sa-
rebbe stata comunque la sua risposta.
«Decida lei», disse in tono calmo. «Io l'appoggerò.»
«Grazie, ammiraglio», esclamò Pitt. «Le sono molto riconoscente.»
«Come va la caccia alla Biblioteca di Alessandria?»
«Yaeger e la dottoressa Sharp sono vicini a una soluzione. Non hanno
bisogno che io e Al gli stiamo fra i piedi.»
Sandecker si alzò e posò le mani sulle spalle di Pitt. «Può darsi che non
sia morto, sa?»
«Sarà meglio che papà non sia morto», disse Pitt con un sorriso cupo.
«Non lo perdonerei mai.»

40.

«Accidenti, Martin!» esclamò il presidente in tono brusco. «I suoi spe-


cialisti del Medio Oriente non avevano fiutato l'esistenza di un complotto
per sequestrare il Lady Flamborough?»
Martin Brogan, direttore della CIA, scrollò le spalle. Era allenato a sen-
tirsi rimproverare per tutte le azioni dei terroristi che uccidevano o prende-
vano in ostaggio gli americani. I successi della CIA venivano sbandierati
di rado, ma i suoi errori diventavano oggetto di inchieste del Congresso e
di clamorose rivelazioni dei media.
«La nave, con tutti i passeggeri e l'equipaggio, è stata fatta sparire sotto
il naso dei più abili agenti del mondo», rispose. «Chi ha ideato e realizzato
l'impresa è molto efficiente. Già la sua portata supera i limiti di tutte le at-
tività terroristiche che abbiamo visto in passato. Alla luce di tutto questo,
non mi pare sorprendente che la nostra rete antiterrorismo non sia stata av-
vertita in anticipo.»
Alan Mercier, consigliere per la Sicurezza Nazionale, si tolse gli occhiali
e pulì le lenti con un fazzoletto. «Anche noi non abbiamo saputo niente»,
dichiarò a sostegno di Brogan. «Le analisi dei nostri sistemi di ascolto non
avevano rivelato nulla che potesse far sospettare il potenziale sequestro di
una nave da crociera e il rapimento di due capi di Stato stranieri.»
«Quando ho mandato George Pitt a incontrarsi con il presidente Hasan
ho condannato a morte un vecchio amico», disse il presidente in tono di
rammarico.
«Non è stata colpa sua», lo consolò Mercier.
Il presidente batté un pugno sulla scrivania. «Il senatore, Hala Kamil, De
Lorenzo e Hasan. Non posso credere che non ci siano più.»
«Questo non lo sappiamo con certezza», lo corresse Mercier.
Il presidente lo fissò. «Non è possibile nascondere una nave da crociera
con tutti quelli che stanno a bordo, Alan. Lo capisce persino un politico
stupido come me.»
«C'è ancora una possibilità...»
«Un corno! È stata una missione suicida pura e semplice. Tutti quei po-
veretti erano probabilmente rinchiusi mentre la nave veniva affondata. E i
terroristi non avevano alcuna intenzione di scappare. Sono colati a picco
anche loro.»
«Non sono ancora arrivati tutti i dati», ribatté Mercier.
«Che cosa sappiamo, per la precisione?» chiese il presidente.
«I nostri esperti sono già a Punta del Este e collaborano con le forze di
sicurezza uruguaiane», spiegò Brogan. «Finora abbiamo solo le conclusio-
ni preliminari. Innanzi tutto, il sequestro viene attribuito a un gruppo ara-
bo. Si sono presentati due testimoni che erano su una lancia di passaggio e
hanno visto il Lady Flamborough prendere a bordo il carico di un pontone.
Hanno sentito gli uomini dei due natanti che parlavano arabo. Il pontone
non è stato ritrovato, quindi si presume che sia stato affondato nel porto.»
«Abbiamo un'idea del carico?» chiese Mercier.
«I testimoni ricordano solo di aver visto un certo numero di bidoni», ri-
spose Brogan. «In secondo luogo, alla capitaneria di porto era arrivata una
comunicazione falsa dalla nave da crociera, secondo la quale il generatore
principale era in avaria e quindi si sarebbero potute accendere solo le luci
di navigazione fino al termine delle riparazioni. Poi, non appena si è fatto
buio, la nave ha levato l'ancora e a luci spente è uscita dal porto, speronan-
do uno yacht privato su cui si trovavano importanti uomini d'affari e di-
plomatici sudamericani. L'unica lacuna in un piano altrimenti perfetto. E
alla fine la nave è scomparsa.»
«Un lavoro accurato», ammise Mercier. «Molto diverso dal pasticcio del
secondo attentato contro Hala Kamil.»
«Senza dubbio si trattava di un altro gruppo», soggiunse Brogan.
Dale Nichols intervenne per la prima volta dall'inizio della riunione.
«Che avete collegato direttamente ad Akhmad Yazid.»
«Sì, i sicari non erano stati molto prudenti. Sui loro cadaveri sono stati
trovati passaporti egiziani. Uno, il capo, è stato identificato come un
mullah, un seguace fanatico di Yazid.»
«Ritenete che sia Yazid il responsabile del sequestro della nave?»
«Senza dubbio aveva il movente», rispose Brogan. «Tolto di mezzo il
presidente Hasan, le sue possibilità di impadronirsi del potere in Egitto
aumentano notevolmente.»
«E lo stesso vale per il presidente De Lorenzo, Topiltzin e il Messico»,
osservò Nichols in tono secco.
«È un legame interessante», disse Mercier.
«Che cosa possiamo fare, oltre a mandare in Uruguay qualche agente
della CIA specializzato nella caccia ai terroristi?» chiese il presidente.
«Come possiamo contribuire alle ricerche del Lady Flamborough?»
«La risposta alla sua prima domanda: è 'molto poco'», disse Brogan. «Le
indagini sono in buone mani. I dirigenti della polizia e dei servizi segreti
uruguaiani hanno seguito corsi qui o in Gran Bretagna. Conoscono il loro
mestiere e collaborano senza riserve con i nostri esperti.» S'interruppe ed
evitò lo sguardo del presidente. «In quanto alla seconda domanda, possia-
mo fare egualmente molto poco. La nostra Marina non ha navi in servizio
di pattuglia nell'Atlantico al largo del Sud America. Il vascello più vicino
all'area è un sottomarino nucleare che sta effettuando un'esercitazione al
largo dell'Antartide. I nostri amici latini se la cavano benissimo senza di
noi. Più di ottanta aerei militari e commerciali e almeno quattordici navi
argentine, brasiliane e uruguaiane stanno setacciando il mare al largo di
Punta del Este fin dall'alba.»
«E non hanno trovato nulla che indichi quale fine abbia fatto il Lady
Flamborough», terminò per lui il presidente. Il suo scarso ottimismo ini-
ziale stava cedendo all'avvilimento.
«Lo troveranno», gli assicurò Mercier.
«Senza dubbio si scopriranno rottami e cadaveri», fece presente Brogan.
«Una nave di quella grandezza non può svanire senza lasciar tracce.»
«La stampa non ha ancora saputo nulla?» chiese il presidente.
«Sono stato informato che un'ora fa la notizia è arrivata alle agenzie», ri-
spose Nichols.
Il presidente intrecciò le dita e le contrasse. «Al Congresso scoppierà
l'inferno quando scopriranno che uno di loro è stato vittima di un'azione
terroristica. Impossibile prevedere quale genere di vendetta esigeranno.»
«Basterebbe la rivelazione dello scopo della missione del senatore per
far scoppiare uno scandalo di proporzioni enormi», disse Nichols.
«È strano: i terroristi possono assassinare statisti e diplomatici e un eser-
cito di vittime innocenti, e poi se la cavano con pochi anni di carcere»,
mormorò il presidente. «Ma se noi giochiamo allo stesso gioco e comin-
ciamo a sparargli, ci bollano come immorali vendicatori assetati di sangue,
I media vanno a nozze e il Congresso apre un'inchiesta.»
«È un guaio, essere i buoni», fu il commento di Brogan che cominciava
ad avere un tono stanco.
Nichols si alzò e si stirò. «Non credo che abbiamo da preoccuparci. Non
era stato scritto o registrato nulla. E solo i presenti sanno perché il senatore
Pitt aveva raggiunto Punta del Este per conferire con il presidente Hasan.»
«Dale ha ragione», disse Mercier. «Possiamo trovare una quantità di pre-
testi per giustificare la sua missione.»
Il presidente si soffregò gli occhi. «George Pitt è morto da meno di un
giorno, e noi stiamo già cercando di coprirci le spalle.»
«È un problema trascurabile, comunque, in confronto ai disastri politici
che dovremo affrontare in Egitto e in Messico», disse Nichols. «Ora che
sono morti anche De Lorenzo e Hasan, l'Egitto prenderà la strada dell'Iran
e sarà irrimediabilmente perduto per l'Occidente. Poi, il Messico...» Esitò.
«Ci troveremo una bomba a orologeria pronta a esplodere ai nostri confi-
ni.»
«Quale capo del mio staff e mio consigliere, che misure propone di adot-
tare?»
Nichols fu assalito da un crampo allo stomaco. Il suo cuore batté più for-
te. Gli sembrava che il presidente e i due consiglieri studiassero i suoi oc-
chi. Si chiese se lo stress che gli torceva le viscere era dovuto al fatto di
sentirsi con le spalle al muro o al presentimento di una catastrofe imminen-
te.
«Io propongo di aspettare la prova che il Lady Flamborough e tutti colo-
ro che erano a bordo sono finiti in fondo all'oceano.»
«E se le prove non arrivassero?» chiese il presidente. «Continueremo ad
attendere fino a che l'Egitto e il Messico, con i presidenti dati per dispersi e
presumibilmente morti, cadranno nelle mani di Topiltzin e di Akhmad Ya-
zid, due pazzi megalomani? E poi? Che cosa possiamo fare per fermarli
prima che sia troppo tardi?»
«Non possiamo fare niente, a meno di ricorrere all'assassinio politico.»
Nichols si passò nervosamente la mano sullo stomaco dolorante. «Possia-
mo soltanto prepararci al peggio.»
«Cioè?»
«Diamo per perso l'Egitto», rispose Nichols in tono grave, «e invadiamo
il Messico.»

41.

La pioggia martellava Montevideo, la capitale dell'Uruguay, mentre il


piccolo jet scendeva attraverso le nubi e si portava sopra la pista. Dopo
l'atterraggio si allontanò dal terminal commerciale e si avviò su una pista
in direzione di un gruppo di hangar, fiancheggiati da file di caccia a rea-
zione. Una berlina Ford con i contrassegni militari si fece avanti e guidò il
pilota in un'area di parcheggio riservata agli aerei VIP in visita.
Il colonnello Rojas, che era nell'ufficio di un hangar, scrutò attraverso
una finestra striata di pioggia. Mentre l'aereo si avvicinava, scorse la scritta
NUMA sullo sfondo color acquamarina della fusoliera. Il rombo dei moto-
ri si spense, e un minuto più tardi tre uomini scesero a terra, presero posto
in fretta sulla Ford per sfuggire al diluvio e furono portati all'interno del-
l'hangar.
Il colonnello andò sulla soglia dell'ufficio e li seguì con gli occhi mentre
venivano scortati dal suo aiutante, un giovane tenente.
Il più basso aveva una selva di capelli neri e ricciuti e un torace da co-
razzata, e camminava con energia disinvolta. Le mani e le braccia sembra-
vano prese in prestito da un orso. Gli occhi erano torvi, ma le labbra sco-
privano i denti candidi e regolari in un sorriso ironico.
L'uomo magro con gli occhiali dalla montatura d'osso, i fianchi e le spal-
le ossuti aveva l'aria del ragioniere venuto a controllare i registri dell'a-
zienda. Portava sotto un braccio una borsa e due libri. Anche lui sfoggiava
un sorriso, ma sembrava più malizioso che allegro. Rojas lo giudicò un ti-
po simpatico, facile al divertimento ma anche molto efficiente.
Il più alto dei tre, che veniva alla retroguardia, aveva i capelli neri e on-
dulati, le sopracciglia folte, il viso energico e abbronzato. Aveva un'aria
indifferente, come se fosse pronto ad accogliere una condanna al carcere
con lo stesso interesse di una vacanza a Tahiti. Rojas non si lasciò ingan-
nare. Lo sguardo penetrante dell'uomo lo tradiva. Mentre gli altri due
camminavano guardandosi intorno, fissava Rojas con uno sguardo rovente
come il sole visto attraverso una lente d'ingrandimento.
Rojas si fece avanti e salutò. «Benvenuti in Uruguay, signori. Sono il co-
lonnello José Rojas, al loro servizio.» Poi si rivolse al più alto dei tre e gli
parlò in un inglese perfetto con una sfumatura cockney che aveva imparato
dai britannici. «Ero ansioso di conoscerla dopo la nostra conversazione te-
lefonica, signor Pitt.»
Pitt gli strinse la mano. «La ringrazio per aver trovato il tempo di rice-
verci.» Si voltò e presentò l'uomo dagli occhiali. «Questo è Rudi Gunn,
mentre l'energumeno alla mia destra è Al Giordino.»
Rojas accennò un inchino con la testa e si batté il frustino contro i panta-
loni perfettamente stirati. «Li prego di perdonare l'ambiente spartano, ma
un esercito di giornalisti di tutto il mondo ha invaso il nostro Paese come
cavallette, dopo il sequestro della nave. Ho pensato che fosse meglio in-
contrarsi lontano dall'orda.»
«Un'ottima idea», disse Pitt.
«Vogliono rilassarsi un po' dopo il lungo volo e cenare al nostro circolo
ufficiali?»
«Grazie per l'invito, colonnello», rispose garbatamente Pitt. «Ma, se non
le dispiace, vorremmo metterci al lavoro.»
«Allora, se vogliono accomodarsi da questa parte, li metterò al corrente
delle operazioni di ricerca.»
Nell'ufficio, Rojas presentò il capitano Ignacio Flores che aveva coordi-
nato la caccia in mare e in cielo. Poi accennò ai tre americani di prendere
posto intorno a un grande tavolo coperto di carte nautiche e di foto scattate
dai satelliti.
Prima d'incominciare, Rojas fissò Pitt con aria solenne. «Mi è molto di-
spiaciuto sapere che suo padre si trovava a bordo della nave. Quando ab-
biamo parlato al telefono, non ha accennato al legame di parentela.»
«Vedo che è ben informato», disse Pitt.
«Sono continuamente in contatto con il consigliere per la Sicurezza del
presidente degli Stati Uniti.»
«Le farà piacere sapere che i dirigenti dei servizi segreti di Washington
hanno molto elogiato la sua efficienza.»
Rojas incominciò a sgelarsi. Non si era aspettato quel complimento.
«Purtroppo non posso darle notizie incoraggianti. Non è emerso niente di
nuovo da quando loro sono partiti dagli Stati Uniti... Però posso offrire lo-
ro il nostro ottimo brandy uruguaiano.»
«Mi sembra un'eccellente idea», disse Giordino senza esitare. «Soprat-
tutto con questa pioggia.»
Rojas fece un cenno all'aiutante. «Tenente, faccia lei gli onori di casa.»
Poi si curvò sul tavolo e allineò diverse foto in bianco e nero ingrandite,
riprese da un satellite, fino a comporre un mosaico delle acque che si e-
stendevano sino a trecento chilometri dalla costa. «Immagino che tutti loro
conosceranno bene le foto dei satelliti.»
Rudi Gunn annuì. «Attualmente la NUMA ha in corso tre programmi
oceanografici che si servono dei satelliti, per studiare le correnti, i riflussi,
i venti in superficie e i ghiacci marini.»
«Ma nessuno inquadra l'Atlantico meridionale», disse Rojas. «Quasi tutti
i sistemi d'informazione geografica sono puntati verso il nord.»
«Sì, ha ragione.» Gunn si assestò gli occhiali ed esaminò gli ingrandi-
menti. «Vedo che vi siete serviti dell'Earth Resources Tech Satellite.»
«Sì, il Landsat.»
«E avete usato un potente sistema grafico che mostra le navi in mare.»
«Abbiamo avuto un colpo di fortuna», affermò Rojas. «L'orbita polare
del satellite passa sull'oceano al largo dell'Uruguay ogni sedici giorni. È
capitato nel momento più opportuno.»
«Il Landsat è usato soprattutto per i rilevamenti geologici», disse Gunn.
«Di solito le telecamere sono spente quando orbita sopra gli oceani, per ri-
sparmiare energia. Come avete ottenuto le immagini?»
«Subito dopo l'inizio delle ricerche», spiegò Rojas, «la nostra sezione
meteorologica della Difesa è stata incaricata di fornire previsioni del tem-
po alle motovedette e agli aerei. Uno dei meteorologi ha avuto un'ispira-
zione: ha controllato l'orbita del Landsat e ha scoperto che sarebbe passato
sopra l'area della ricerca. Ha inviato al vostro governo la richiesta urgente
di metterlo in funzione. Le telecamere sono state attivate in tempo e i se-
gnali sono pervenuti a una stazione ricevente di Buenos Aires.»
«E un bersaglio delle dimensioni del Lady Flamborough può essere vi-
sibile nelle immagini del Landsat?» chiese Giordino.
«Certo, i particolari non si vedono come in una foto ad alta risoluzione
di un satellite della Difesa», rispose Pitt. «Ma dovrebbe essere visibile co-
me un puntolino.»
«L'ha descritto perfettamente», disse Rojas. «Come si può vedere.»
Sistemò una grossa lente d'ingrandimento con luce interna sopra una se-
zione del mosaico delle foto trasmesse dal satellite. Poi si scostò.
Pitt guardò per primo. «Distinguo due natanti... no, tre.»
«Li abbiamo identificati tutti e tre.»
Rojas si voltò e fece un cenno al capitano Flores, che cominciò a leggere
a voce alta un foglio, un po' a disagio con l'inglese, come se recitasse da-
vanti a una scolaresca. «La nave più grande è cilena e trasporta minerali. È
il Cabo Gallegos, diretto da Punta Arenas a Dakar con un carico di carbo-
ne.»
«È la nave diretta a nord che si vede al margine inferiore dell'immagi-
ne?» chiese Pitt.
«Sì», confermò Flores. «È il Cabo Gallegos. L'altra più in alto è diretta
verso sud, e batte bandiera messicana. È una portacontainer, il General
Bravo, e porta a San Pablo provviste e attrezzature per le trivellazioni pe-
trolifere.»
«Dov'è San Pablo?» chiese Giordino.
«È un piccolo porto all'estremità meridionale dell'Argentina», rispose
Rojas. «Un anno fa vi hanno scoperto il petrolio.»
«La nave che si trova in mezzo, più vicina alla costa, è il Lady Flambo-
rough.» Flores pronunciò il nome come se ne facesse l'elogio funebre.
L'aiutante di Rojas arrivò con la bottiglia di brandy e cinque bicchieri. Il
colonnello alzò il suo. «Saludos.»
«Salute», risposero gli americani.
Pitt tracannò un sorso che, come giurò più tardi, gli incenerì le tonsille;
riprese a studiare il puntolino per qualche secondo prima di cedere la lente
a Gunn. «Non riesco a capire dove sia diretta.»
«Dopo aver abbandonato Punta del Este ha navigato verso est senza
cambiare rotta.»
«Vi siete messi in contatto con le altre navi?»
Flores annuì. «Nessuna delle due ha segnalato di averla avvistata.»
«A che ora l'ha sorvolata il satellite?»
«Esattamente alle tre e dieci.»
«Le foto sono a infrarossi.»
«Sì.»
«L'uomo che ha pensato di usare il Landsat meriterebbe una medaglia»,
disse Giordino mentre prendeva posto al visore.
«È già stato designato per una promozione», rispose Rojas con un sorri-
so.
Pitt lo guardò. «A che ora ha avuto inizio la ricognizione aerea?»
«I nostri aerei hanno incominciato le ricerche alle prime luci. Prima di
mezzogiorno avevamo ricevuto e analizzato le immagini del Landsat. Poi
abbiamo calcolato la velocità e la rotta del Lady Flamborough e abbiamo
mandato le nostre navi e i nostri aerei verso un punto d'intercettazione.»
«Ma hanno trovato il mare deserto.»
«Infatti.»
«E nessun relitto?»
Fu il capitano Flores a rispondere: «Le nostre motovedette hanno trovato
vario materiale».
«È stato identificato?»
«Alcuni oggetti sono stati issati a bordo e scartati immediatamente.
Sembra che provenissero da un mercantile, più che da una lussuosa nave
da crociera.»
«Di che cosa si trattava?»
Flores aprì una borsa ed estrasse un fascicoletto. «Ho qui un breve in-
ventario trasmesso dal comandante della motovedetta. Ha elencato una
poltrona malconcia, due giubbotti salvagente stinti e vecchi almeno di
quindici anni, con le istruzioni per l'uso stampigliate in spagnolo e quasi il-
leggibili; diverse casse prive di scritte; un materasso per cuccetta; conteni-
tori di generi alimentari; tre giornali, uno di Veracruz, Messico, e gli altri
due di Recife, Brasile...»
«Le date?» l'interruppe Pitt.
Flores lo guardò per un attimo con aria interrogativa, poi distolse gli oc-
chi. «Il comandante non le ha riferite.»
«Una dimenticanza da correggere», disse in tono severo Rojas, che ave-
va capito il significato della domanda di Pitt.
«Purché non sia troppo tardi», osservò Flores, un po' impacciato. «Vorrà
ammettere, colonnello, che sembra trattarsi di rifiuti gettati in mare, non di
rottami.»
«Potrebbe darmi le coordinate delle navi così come appaiono nelle foto
del satellite?» chiese Pitt.
Flores annuì e cominciò a tracciare le posizioni su una carta nautica.
«Un altro brandy, signori?» propose Rojas.
«È molto forte», disse Gunn, e porse il bicchiere al tenente. «Ho notato
un leggerissimo aroma di caffè.»
Il colonnello Rojas sorrise. «Vedo che è un intenditore, signor Gunn. Ha
proprio ragione. Mio zio lo distilla nella sua piantagione di caffè.»
«Per me è troppo dolce», disse Giordino. «Mi ricorda la liquirizia.»
«Infatti contiene anche anisette.» Rojas si rivolse a Pitt. «E lei, signor
Pitt? Come lo trova?»
Pitt alzò il bicchiere e lo studiò alla luce. «Direi che è un liquore a due-
cento gradi.»
I nordamericani non finivano mai di sorprendere Rojas. Un attimo prima
erano serissimi, un attimo dopo si mettevano a scherzare. Spesso si do-
mandava come avessero potuto diventare una superpotenza.
Poi Pitt rise d'una risata contagiosa. «Stavo solo scherzando. Dica a suo
zio che, se decidesse di esportarlo negli Stati Uniti, mi offrirò di distribuir-
lo.»
Il capitano Flores batté l'indice su un riquadro a matita che aveva trac-
ciato sulla carta nautica. «Ieri mattina alle 3.10 erano qui.»
Tutti tornarono intorno al tavolo per esaminare la carta.
«E tutte e tre le navi erano su rotte convergenti», commentò Gunn. Prese
dalla tasca un minicalcolatore e cominciò a premerne i tasti. «Se faccio una
stima approssimativa delle velocità, diciamo trenta nodi per il Lady Flam-
borough, diciotto per il Cabo Gallegos e ventidue per il General Bravo...»
S'interruppe per scrivere sul bordo della carta. Dopo qualche attimo batté
una matita sulle cifre. «Non è sorprendente che i cileni non abbiano stabili-
to un contatto visivo. Sono passati a prua della nave da crociera a una di-
stanza di sessantaquattro chilometri più a est.»
Pitt fissò pensosamente le linee tracciate sulla carta. «Ma la nave porta-
container messicana non deve essere passata a più di tre o quattro chilome-
tri dal Lady Flamborough.»
«Non è strano, però, che non l'abbia visto», disse Rojas. «Dopotutto, la
nave da crociera navigava a luci spente.»
Pitt guardò Flores. «Ricorda la fase della luna, capitano?»
«Sì, fra il novilunio e il primo quarto.»
Giordino scosse la testa. «Non c'era abbastanza luce, se gli uomini di
turno in plancia non guardavano nella direzione giusta.»
«Immagino che avrete fatto partire le ricerche da questo punto», disse
Pitt.
Flores annuì. «Sì, gli aerei hanno sorvolato l'oceano sistematicamente
per trecentoventi chilometri a est, nord e sud.»
«E non hanno trovato niente.»
«Solo la portacontainer e la nave con il carico di carbone.»
«È possibile che il Lady Flamborough sia tornato indietro e poi si sia di-
retto verso nord o verso sud», suggerì Gunn.
«Abbiamo pensato anche a questo», riferì Flores. «Gli aerei hanno con-
trollato tutti i possibili percorsi verso la terraferma quando sono rientrati
per fare il pieno di carburante e sono ripartiti.»
«Dopo aver considerato i fatti», disse cupamente Gunn, «temo che il
Lady Flamborough possa essere andato in un'unica direzione... in fondo al-
l'oceano.»
«Prendi la sua ultima posizione, Rudi, e calcola quale distanza potrebbe
aver percorso prima dell'arrivo degli aerei.»
Rojas fissò Pitt con aria incuriosita. «Posso chiederle che cosa intende
fare? Altre ricerche sarebbero inutili. Abbiamo battuto a palmo a palmo la
superficie dell'area dov'è scomparsa la nave.»
Pitt lo guardò come se fosse trasparente. «Come ha appena detto il mio
collega, può essere finita soltanto in fondo al mare. Ed è appunto là che la
cercheremo.»
«In che modo posso esserle utile?»
«Questa sera dovrebbe arrivare nella zona delle ricerche il Sounder, una
nave della NUMA specializzata nelle osservazioni a grandi profondità. Le
saremmo grati se potesse mettere a nostra disposizione un elicottero per
trasferirci a bordo.»
Rojas annuì. «Darò l'ordine di tenerne pronto uno.» Poi soggiunse: «Si
renderà conto che sarà come dare la caccia a un particolare pesce in dieci-
mila chilometri quadrati di mare. Potrebbe impiegare tutta una vita».
«No», ribatté Pitt, in tono sicuro. «Ci vorranno venti ore al massimo.»
Rojas era un uomo pratico, e non credeva molto ai sogni che si avvera-
vano. Guardò Giordino e Gunn, sicuro di vedere lo scetticismo rispecchia-
to nei loro occhi. Invece si accorse che sembravano perfettamente d'accor-
do.
«Ma non crederanno davvero alla possibilità di scoprire qualcosa in un
tempo tanto breve?» chiese.
Giordino alzò una mano e si guardò con noncuranza le unghie. «In base
alla mia esperienza», rispose, «Dirk ha ecceduto nella valutazione.»

42.

Esattamente quattordici ore e quarantadue minuti dopo che l'elicottero


militare uruguaiano li aveva portati a bordo del Sounder, trovarono un re-
litto che corrispondeva alle dimensioni del Lady Flamborough in mille-
venti metri d'acqua.
Durante il passaggio che portò alla scoperta, il bersaglio apparve come
una macchiolina scura su una piana alla base dello zoccolo continentale.
Quando il Sounder si avvicinò, l'operatore sonar ridusse il campo fino a
che l'immagine indistinta di una nave diventò una forma discernibile.
Il Sounder non aveva il sistema ottico da cinque milioni di dollari che
Pitt e Giordino avevano a disposizione a bordo del Polar Explorer. Non
c'erano telecamere a colori montate sul sensore sonar. La missione degli
scienziati oceanografici consisteva semplicemente nel preparare le mappe
di ampie sezioni del fondo marino. Gli apparecchi elettronici erano stati
progettati per i rilevamenti a distanza e non per i particolari ravvicinati di
oggetti artificiali colati a picco.
«Sì, la configurazione è quella», disse Gunn. «Piuttosto vaga. Potrebbe
essere uno scherzo della mia immaginazione ma sembra che abbia un fu-
maiolo inclinato all'indietro sulla sovrastruttura di poppa. Le fiancate sono
alte e diritte. È posata con un'inclinazione che non supera i dieci gradi.»
Giordino non era del tutto convinto. «Dovremo far avvicinare le teleca-
mere per ottenere un'identificazione sicura.»
Pitt non disse nulla. Continuò a osservare le registrazioni sonar molto
tempo dopo che il bersaglio era sparito dietro la poppa del Sounder. Le
speranze di ritrovar vivo il padre si assottigliavano. Aveva la sensazione di
fissare una bara mentre qualcuno spalava la terra sul coperchio.
«Ottimo lavoro, amico», disse Giordino. «Ci hai portati proprio sul po-
sto.»
«Come sapeva dove cercare?» chiese Frank Stewart, il comandante del
Sounder.
«Ho immaginato che il Lady Flamborough non avesse cambiato dire-
zione dopo aver tagliato la rotta del General Bravo», spiegò Pitt. «E dato
che non era stato avvistato dagli aerei all'esterno della rotta del Cabo Gal-
legos, ho pensato che il punto migliore per concentrare le ricerche era una
linea che si estendesse a est dall'ultima direzione conosciuta rivelata dal
Landsat.»
«Insomma, uno stretto corridoio fra il General Bravo e il Cabo Galle-
gos», disse Giordino.
«Più o meno», ammise Pitt.
Gunn lo fissò. «Mi dispiace che non ci sia una ragione per rallegrarce-
ne.»
«Vuole mandare giù un ROV?» chiese Stewart. Un ROV, Remote Ope-
rated Vehicle, era un sistema visore subacqueo.
«Possiamo risparmiare tempo», rispose Pitt, «rinunciando a una ricogni-
zione con la telecamera e passare direttamente a un'esplorazione. I bracci
del batiscafo potranno essere utili se avremo bisogno di prelevare qualcosa
dal relitto.»
«L'equipaggio preparerà il Deep Rover per l'immersione entro mezz'o-
ra», promise Stewart. «Ha intenzione di pilotarlo lei?»
Pitt annuì. «Certamente.»
«A mille metri arriverà al limite massimo della profondità possibile.»
«Non si preoccupi», disse Rudi Gunn. «Il Deep Rover, a quella profon-
dità, ha un fattore di sicurezza quattro a uno.»
«Io preferirei lanciarmi dalle cascate del Niagara con una Volkswagen»,
disse il comandante, «piuttosto che scendere a mille metri dentro una bolla
di plastica.»
Con le spalle strette, i lunghi capelli neri e lisci, aveva l'aria del gestore
di un negozio di mangimi d'un paesetto o del capo scout. Era un marinaio
esperto che sapeva nuotare ma diffidava degli abissi marini e non aveva
mai voluto imparare a immergersi. Soddisfaceva le richieste e i capricci
degli scienziati per quanto riguardava i loro progetti oceanografici come se
fosse un normale rapporto tra una ditta e i clienti. Ma il funzionamento
della nave era il suo regno, e se un accademico si azzardava a fare il prepo-
tente con il suo equipaggio veniva rimesso bruscamente al suo posto.
«La bolla di plastica», disse Pitt, «è una sfera di acrilico dello spessore
di dodici centimetri.»
«Sarò ben lieto di starmene seduto al sole sul ponte e di fare ciao-ciao a
chi ha il coraggio di immergersi in quel catorcio», borbottò Stewart mentre
usciva.
«Mi è simpatico», disse cupamente Giordino. «Manca di savoir faire, ma
mi è simpatico.»
«Voi due avete qualcosa in comune», disse Pitt con un sorriso.
Gunn bloccò un'immagine del relitto trasmessa dal sonar e la studiò con
attenzione. Rialzò gli occhiali sulla fronte e socchiuse gli occhi. «Lo scafo
sembra intatto. Non ci sono falle. Perché diavolo è affondato?»
«E perché non abbiamo trovato rottami in superficie?» soggiunse Gior-
dino.
Anche Pitt fissava l'immagine indistinta. «Ricordate il Cyclops? Anche
quello andò perduto senza lasciare tracce.»
«E come potremmo dimenticarlo?» gemette Giordino. «Portiamo ancora
addosso le cicatrici.»
Gunn alzò gli occhi verso di lui. «Onestamente, non puoi mettere a con-
fronto una nave caricata malamente e costruita all'inizio del secolo con un
moderno transatlantico da crociera con mille accorgimenti di sicurezza.»
«Non è stata una tempesta a farlo affondare», disse Pitt.
«Forse un'onda anomala?»
«O magari qualcosa che ha sfondato lo scafo», disse Giordino.
«Lo scopriremo presto», disse Pitt a voce bassa. «Fra due ore saremo sul
suo ponte.»

Il Deep Rover aveva l'aria di essere fatto per orbitare nello spazio più
che per affrontare le profondità dell'oceano. Aveva una forma che poteva
piacere solo a un marziano. La sfera aveva un diametro di due metri e qua-
ranta, era divisa da un grande anello e posava su gondole rettangolari che
contenevano le batterie da 120 volt. Dietro la sfera spuntavano strane ap-
pendici d'ogni tipo: propulsori e motori, bombole d'ossigeno, assorbitori di
anidride carbonica, meccanismi per l'attracco, telecamere, unità sonar. Ma
i manipolatori anteriori avrebbero fatto diventare verde d'invidia qualun-
que robot degno di questo nome. Erano bracci meccanici dotati di mani e
stranamente capaci di fare tutto ciò che potevano due mani in carne e os-
sa... e anche qualcosa di più. Un sistema a sensori permetteva di con-
trollare i movimenti di bracci e mani con una precisione di un millesimo di
centimetro, mentre la forza consentiva alle mani di reggere con delicatezza
una tazza e un piattino di porcellana come di afferrare e sollevare una stufa
di ferro.
Pitt e Giordino girarono intorno al Deep Rover mentre due tecnici lo
controllavano. Era posato su un supporto, in una camera molto ampia
chiamata moon pool. La piattaforma che conteneva il supporto faceva parte
dello scafo del Sounder e poteva essere calata in mare per circa sei metri.
Uno dei tecnici annuì. «Tutto pronto.»
Pitt batté la mano sulla schiena di Giordino. «Dopo di te.»
«D'accordo, io mi occuperò dei manipolatori e delle telecamere», disse
quello, giovialmente. «Guida tu, ma stai attento al traffico dell'ora di pun-
ta.»
«Bravo», gridò Stewart dall'alto di una balconata con una voce che e-
cheggiava nella camera spaziosa. «Riportatelo a galla intero e vi darò un
bacio.»
«Anche a me?» gridò di rimando Giordino.
«Sicuro.»
«Posso togliermi la dentiera?»
«Si tolga tutto quello che vuole.»
«E questo sarebbe un incentivo?» esclamò Pitt. Era grato al comandante
perché cercava di distogliere il suo pensiero da ciò che avrebbero potuto
trovare. «Forse scapperò in Africa, piuttosto che tornare qui.»
«Le servirebbe un altro carico di ossigeno», disse Stewart.
Gunn si avvicinò senza badare a quello scambio di battute. Aveva in te-
sta una cuffia con il cavo che gli penzolava lungo la gamba.
Si sforzò di impartire le istruzioni in tono sbrigativo, ma non riuscì a na-
scondere una sfumatura di commozione. «Terrò d'occhio il vostro localiz-
zatore audio e le comunicazioni. Non appena vedete il fondo, fai fare al
sonar un giro di trecentosessanta gradi fino a che inquadrerà il relitto. Poi
trasmettimi la direzione. Voglio che mi tenga informato passo per passo.»
Pitt gli strinse la mano. «Ci terremo in contatto.»
Gunn lo fissò. «Non pensi che sarebbe meglio se tu restassi qui e la-
sciassi scendere me?»
«Voglio vedere con i miei occhi.»
«Buona fortuna», mormorò Gunn. Si voltò e salì una scaletta che porta-
va fuori del moon pool.
Pitt e Giordino presero posto sui sedili, simili a quelli di un aereo. I tec-
nici chiusero la metà superiore della sfera: la fecero combaciare contro il
cerchio impermeabile e strinsero le morse.
Giordino incominciò a effettuare i controlli prima dell'immersione. «E-
nergia?»
«Energia in funzione», disse Pitt.
«Radio?»
«Come ci senti, Rudi?»
«Forte e chiaro», rispose Gunn.
«Ossigeno?»
«Ventuno virgola cinque per cento.»
Quando ebbero terminato, Giordino disse: «Noi siamo pronti, Sounder».
«Siete autorizzati al decollo, Deep Rover», rispose Stewart con il solito
tono ironico. «E portate un'aragosta per la cena.»
Due sommozzatori si tenevano pronti mentre la piattaforma veniva cala-
ta lentamente in mare. L'acqua salì intorno al Deep Rover e l'avviluppò in
pochi istanti. Pitt alzò lo sguardo verso le luci del moon pool e vide le figu-
re indistinte che si sporgevano dalle balconate. Tutti gli oceanografi e gli
uomini dell'equipaggio erano venuti per seguire l'immersione. Stavano af-
follati intorno a Gunn e ascoltavano le comunicazioni provenienti dal bati-
scafo. Pitt si sentiva come un pesce in mostra in un acquario.
Quando furono immersi completamente, i sommozzatori intervennero e
sganciarono la sfera dal supporto. Uno alzò la mano e fece il segno di
«okay». Pitt sorrise, alzò i pollici, poi indicò davanti a sé.
Le maniglie all'estremità dei braccioli guidavano i manipolatori, mentre i
braccioli veri e propri controllavano i quattro motori di spinta. Pitt pilotava
il Deep Rover come se fosse un elicottero subacqueo. Una leggera pressio-
ne dei gomiti bastò perché il batiscafo si sollevasse dal supporto. Poi spin-
se le braccia in avanti e i propulsori orizzontali fecero muovere la sfera.
Pitt si allontanò d'una trentina di metri dalla piattaforma, si fermò per o-
rientarsi con la bussola. Finalmente inserì i propulsori verticali e incomin-
ciò la discesa.
Il Deep Rover sprofondò nel vuoto privo di dimensioni, e l'acqua sempre
più buia lo seppellì. Il verdazzurro vibrante della superficie lasciò il posto
a un grigio pallido. Uno squalo lungo un metro si avvicinò, girò intorno al
batiscafo e poi, non trovando nulla d'invitante, continuò a nuotare nella fo-
schia fluida.
Non si avvertiva la sensazione del movimento. Gli unici suoni erano il
crepitio sommesso della radio e il ping del faro localizzatore. L'acqua di-
venne una cortina tenebrosa che circondava il piccolo cerchio di luce.
«Stiamo passando i quattrocento metri», riferì Pitt con la calma di un pi-
lota che annuncia l'altitudine del volo.
«Quattrocento metri», ripeté Gunn.
In condizioni normali, all'interno del batiscafo ci sarebbe stato uno
scambio di battute sarcastiche per far passare il tempo, ma questa volta Pitt
e Giordino erano taciturni. La loro conversazione era limitata a poche pa-
role.
«Guarda che bellezza», disse Giordino tendendo la mano.
Pitt lo vide nello stesso momento: era uno dei più brutti abitanti degli a-
bissi. Un lungo corpo d'anguilla, luminescente come un'insegna al neon.
Le fauci non si chiudevano mai in modo completo: erano tenute aperte da
denti seghettati, utili per intrappolare le prede più che per masticarle. Un
occhio lanciava un brillio maligno mentre un'appendice tubiforme, attacca-
ta a una specie di barba, pendeva dalla mascella inferiore per attirare la
prossima vittima.
«Ti andrebbe di infilare un braccio in gola a quella creatura?» chiese
Pitt.
Prima che Giordino avesse il tempo di rispondere, Gunn intervenne. «U-
no degli scienziati vuoi sapere che cosa avete visto.»
«Un pesce-drago», rispose Pitt.
«Vuole una descrizione», disse Giordino.
«Digli che gli faremo un disegno quando risaliremo», borbottò Pitt.
«Riferirò.»
«Stiamo superando gli ottocento metri», annunciò Pitt.
«Attenti a non sbattere sul fondo», raccomandò Gunn.
«Terremo gli occhi aperti. Nessuno dei due ha voglia di fare un viaggio
di sola andata.»
«Non è male avere qualcuno che si preoccupa per voi. Come state a os-
sigeno?»
«Benone.»
«Ormai dovreste essere vicini.»
Pitt rallentò la discesa del Deep Rover con un leggero tocco sul braccio-
lo scorrevole. Giordino guardò in basso, cercando di individuare l'eventua-
le presenza di rocce. Pitt avrebbe giurato che il suo amico non avesse bat-
tuto ciglio per gli otto minuti necessari perché il fondale si materializzasse
gradualmente sotto di loro.
«Siamo arrivati», annunciò Giordino. «Profondità millequindici metri.»
Pitt diede energia ai propulsori verticali e portò il batiscafo a fermarsi tre
metri al di sopra dei sedimenti grigi. A causa della pressione dell'acqua, il
peso era aumentato durante la discesa. Pitt girò una valvola del serbatoio
della zavorra, tenendo d'occhio il contatore della pressione, e lo riempì di
una quantità d'aria necessaria per raggiungere una spinta idrostatica neutra.
«Ora effettuiamo la scansione», comunicò a Gunn.
«Il relitto dovrebbe trovarsi approssimativamente a uno uno zero gradi»,
disse la voce di Gunn,
«Affermativo, ti sento», disse Pitt. «Abbiamo un bersaglio radar a due-
centoventi metri, uno uno due gradi.»
«Ricevuto, Deep Rover.»
Pitt si rivolse a Giordino. «Bene, vediamo quel che c'è da vedere.»
Aumentò la potenza dei propulsori orizzontali ed eseguì una virata, stu-
diando il fondale deserto mentre Giordino leggeva le indicazioni della bus-
sola.
«Un paio di punti a sinistra. Troppo. Bene, ora ci sei. Continua diritto.»
Non c'erano lampi di emozione negli occhi di Pitt. Il suo viso era stra-
namente inespressivo. Si chiedeva, con una paura crescente, che cosa a-
vrebbe trovato.
Ricordava l'episodio agghiacciante di un sub sceso per recuperare un
traghetto affondato dopo una collisione. Stava lavorando sul relitto a una
profondità di trenta metri quando s'era sentito toccare la spalla. S'era girato
e s'era trovato di fronte al cadavere di una bella ragazza che lo fissava con
gli occhi ciechi e lo toccava come se gli chiedesse di prenderle la mano. Il
sommozzatore era stato perseguitato per anni dagli incubi.
Pitt aveva già visto molti cadaveri, congelati come l'equipaggio della Se-
rapis, gonfi e grotteschi come gli uomini dello yacht presidenziale Eagle,
decomposti e semidisintegrati come quelli negli aerei affondati al largo
dell'Islanda e in un lago tra i monti del Colorado. Se chiudeva gli occhi,
aveva l'impressione di rivederli tutti.
Si augurava di non vedere suo padre ridotto a un corpo galleggiante.
Chiuse le palpebre per qualche istante, e per poco non mandò il Deep Ro-
ver a sbattere contro il fondo. Voleva ricordare il padre ancora vivo e pie-
no d'energia... non come un oggetto spettrale nel mare o come un defunto
ridicolmente truccato in una bara.
«Oggetto nei sedimenti a destra», disse Giordino, strappandolo alle sue
fantasticherie morbose.
Pitt si tese. «Un bidone da duecento litri. E ce ne sono altri due sulla si-
nistra.»
«Ce n'è dappertutto», disse Giordino. «Sembra una discarica di immon-
dizie.»
«Vedi qualche scritta?»
«Solo poche lettere stampigliate in spagnolo. Probabilmente dati su peso
e volume.»
«Mi avvicinerò a quello che abbiamo davanti. Una traccia del contenuto
continua ancora a salire alla superficie.»
Pitt accostò il Deep Rover a pochi centimetri dal bidone. La luce mo-
strava una sostanza scura che usciva dal foro.
«Petrolio?» chiese Giordino.
Pitt scosse la testa. «Il colore è quello della ruggine. No, aspetta. È ros-
so. Perdio, è vernice rossa.
«Vicino c'è un altro oggetto cilindrico.»
«Che cosa ti sembra?»
«Direi che è un grosso rotolo di materiale plastico.»
«Sì, hai ragione.»
«Non sarebbe una cattiva idea portarlo a bordo del Sounder per farlo e-
saminare. Mantieni la posizione. Lo afferrerò con i manipolatori.»
Pitt annuì e tenne fermo il Deep Rover nonostante la leggera corrente sul
fondo. Giordino strinse i comandi, fece piegare il braccio intorno al rotolo
di plastica come un umano avrebbe piegato entrambi i gomiti per abbrac-
ciare un amico. Poi mise in posizione le mani perché stringessero il bordo
inferiore.
«Preso», annunciò. «Dai una piccola spinta verticale per toglierlo dai se-
dimenti.»
Pitt obbedì e il Deep Rover si sollevò lentamente portando con sé il roto-
lo, seguito da una nube vorticante di sedimenti. Per qualche attimo non vi-
dero nulla. Poi Pitt fece muovere il batiscafo in avanti fino a riportarlo nel-
l'acqua limpida.
«Dovremmo essere vicinissimi», disse Giordino. «Il sonar mostra un
bersaglio massiccio davanti a noi, un po' sulla destra.»
«A quanto risulta a noi, ci siete praticamente sopra», disse la voce di
Gunn.
Come un'immagine spettrale in uno specchio scuro, la nave emerse dal
buio. Ingrandita dalla distorsione causata dall'acqua, era impressionante.
«Siamo in contatto visivo», riferì Giordino.
Pitt fermò il Deep Rover a sette metri dallo scafo. Manovrò per affian-
carsi al ponte di prua del relitto.
«Che cosa diavolo...» esclamò all'improvviso. Poi: «Rudi, che colori a-
veva il Lady Flamborough?»
«Un momento.» Dopo meno di dieci secondi, Gunn rispose: «Scafo e
sovrastruttura celesti.»
«Questa nave ha lo scafo rosso e le sovrastrutture bianche.»
Funn non rispose immediatamente. Quando lo fece, la sua voce era stan-
ca, depressa. «Mi dispiace, Dirk. Dobbiamo esserci imbattuti in una nave
silurata da un U-boot tedesco durante la seconda guerra mondiale.»
«Non è possibile», mormorò Giordino. «Il relitto è in ottime condizioni.
Non ci sono segni di corrosione né incrostazioni. Vedo salire bolle di car-
burante e d'aria. Non può essere qua sotto da più di una settimana.»
«Negativo», intervenne attraverso la radio la voce di Stewart. «L'unica
nave dispersa negli ultimi sei mesi in questa parte dell'Atlantico è la vo-
stra.»
«Questa non è una nave da crociera», ribatté Giordino.
«Aspetta un momento», disse Pitt. «Ora girerò intorno alla poppa per
vedere se è possibile identificarla.»
Fece virare il Deep Rover e proseguì parallelamente alla fiancata della
nave. Quando raggiunsero la poppa, si fermò. Il batiscafo restò immobile a
meno di un metro dal nome dipinto.
«Oh, mio Dio», mormorò incredulo Giordino. «Ci hanno imbrogliati.»
Pitt non rimase paralizzato dallo stupore. Sorrise come un pazzo. Il rom-
picapo non era ancora completo, ma i pezzi più importanti erano a posto.
Le lettere bianche in rilievo sulle lastre d'acciaio dipinte di rosso non erano
Lady Flamborough.
Erano General Bravo.

43.

Da quattrocento metri di distanza neppure i progettisti e i costruttori a-


vrebbero riconosciuto il Lady Flamborough. Il fumaiolo era stato modifi-
cato, ogni centimetro quadrato era stato riverniciato. Per completare la
messinscena, lo scafo era striato di finta ruggine.
La sovrastruttura elegante, le finestre delle cabine e il ponte della pas-
seggiata erano nascosti da grandi fogli di fibra, montati in modo da sem-
brare container.
Dove le strutture moderne della plancia non si potevano eliminare o na-
scondere, erano state mascherate con intelaiature di legno e di tela su cui
erano dipinti oblò e boccaporti finti.
Prima che le luci di Punta del Este scomparissero a poppa, tutti i membri
dell'equipaggio e i passeggeri erano stati divisi in squadre e costretti a la-
vorare sino allo sfinimento sotto la minaccia delle armi. Gli ufficiali, i di-
rettori di crociera, gli steward, i cuochi e i camerieri e i marinai avevano
dovuto lavorare di martello tutta la notte per montare i container prefabbri-
cati.
Neppure gli ospiti VIP furono risparmiati. Il senatore Pitt e Hala Kamil,
i presidenti Hasan e De Lorenzo, con i loro ministri e collaboratori, erano
stati costretti a rendersi utili come carpentieri e verniciatori.
Quando la nave da crociera arrivò al rendez-vous con il General Bravo, i
finti container erano al loro posto e la nave ostentava colori e configura-
zione quasi identici.
Dal bagnasciuga in su, il Lady Flamborough poteva passare facilmente
per la portacontainer. Un'ispezione aerea avrebbe rivelato poche discre-
panze. Solo un esame ravvicinato dal mare avrebbe permesso di scoprire le
differenze più ovvie.
Il capitano Juan Machado e i diciotto uomini del General Bravo si tra-
sferirono sulla nave da crociera dopo aver aperto tutte le valvole e i portel-
loni e aver fatto esplodere le cariche piazzate strategicamente in vari punti
dello scafo. Con una serie di scoppi attutiti la nave portacontainer affondò
nel mare fra gorgoglii di protesta.
Quando il cielo cominciò a schiarirsi a oriente, il Lady Flamborough
stava procedendo verso la destinazione ufficiale del General Bravo. Ma
quando arrivò a quaranta chilometri dal porto di San Pablo, in Argentina,
passò oltre e continuò la rotta verso sud.
Il piano ingegnoso di Ammar aveva funzionato. Erano passati tre giorni
e il mondo continuava a credere che il Lady Flamborough e i suoi illustri
passeggeri fossero finiti in fondo all'oceano.
Ammar, seduto a un tavolo, segnò sulla carta nautica l'ultima posizione
della nave. Poi tracciò una linea retta verso la destinazione finale e la indi-
cò con una x. Con un sorriso soddisfatto, lasciò cadere la matita e accese
una sigaretta Dunhill lanciando sbuffi di fumo sulla carta come un banco
di nebbia.
Sedici ore, calcolò. Ancora sedici ore di navigazione senza che nessuno
li inseguisse e la nave sarebbe stata nascosta al sicuro, dove nessuno a-
vrebbe potuto scoprirla.
Il comandante Machado arrivò dalla plancia. Teneva in equilibrio sulla
mano un vassoietto. «Vuole una tazza di tè e un croissant?» domandò in
inglese.
«Grazie, comandante. Ora che ci penso, non ho mangiato da quando
siamo partiti da Punta del Este.»
Machado posò il vassoio sul tavolo e versò il tè. «So che non ha dormito
da quando siamo saliti a bordo il mio equipaggio e io.»
«C'è ancora parecchio da fare.»
«Forse dovremmo incominciare presentandoci ufficialmente.»
«So chi è lei, o almeno conosco il nome che usa», disse Ammar in tono
indifferente. «Non m'interessano le biografie.»
«Davvero?»
«Sì.»
«Le dispiace informarmi dei suoi piani?» disse Machado. «A me non è
stato comunicato nulla a parte l'ordine di trasferirci sulla sua nave dopo
aver affondato il General Bravo. M'interesserebbe molto conoscere la
prossima fase della missione, soprattutto il modo in cui i nostri equipaggi
dovranno abbandonare la nave per sottrarsi all'arresto da parte delle forze
armate internazionali.»
«Mi dispiace di aver avuto troppo da fare per illuminarla.»
«Questo potrebbe essere' il momento più adatto», insistette Machado.
Ammar bevve con calma il tè e finì il croissant prima di rispondere.
Guardò Machado e restò impassibile.
«Non intendo abbandonare la nave, per ora», disse. «Le istruzioni che ho
ricevuto dal suo superiore e dal mio sono: prendere tempo e ritardare la di-
struzione finale del Lady Flamborough fino a che avranno avuto la possi-
bilità di valutare la situazione e sfruttarla a loro vantaggio.»
Machado si rilassò, guardò i freddi occhi scuri dell'egiziano sotto la ma-
schera, e comprese che quell'uomo aveva il pieno controllo della situazio-
ne. «Nessun problema.» Prese la teiera. «Un altro po' di tè?»
Ammar gli porse la tazza. «Che cosa fa, quando non affonda le navi?»
«Mi dedico agli assassinii politici», disse Machado in tono discorsivo.
«Esattamente come lei, Suleiman Aziz Ammar.»
Machado non poteva vedere la smorfia diffidente nascosta dalla masche-
ra, ma non faticava a immaginarla.
«L'hanno mandata per uccidermi?» chiese Ammar. Fece cadere la cenere
dalla sigaretta e spianò una minuscola pistola automatica apparsa come per
magia nella sua mano.
Machado sorrise e incrociò le braccia tenendo le mani in piena vista.
«Stia tranquillo. Ho l'ordine di collaborare con lei nella massima armonia.»
Ammar fece rientrare nella manica destra la pistola montata su un con-
gegno a molla. «Come mai mi conosce?»
«I nostri capi hanno ben pochi segreti fra loro.»
Maledetto Yazid, pensò rabbiosamente Ammar. L'aveva tradito rivelan-
do la sua identità. Non aveva creduto neppure per un istante alla menzogna
di Machado. Una volta tolto di mezzo il presidente Hasan, Maometto rein-
carnato non avrebbe più saputo che farsene del suo sicario prezzolato.
Ammar non intendeva confidare il suo piano di fuga all'assassino messica-
no. Si rendeva conto che la sua controparte non aveva altra possibilità che
stringere un'alleanza d'interesse. Lo tranquillizzava la certezza di poter uc-
cidere Machado in qualunque momento, mentre il messicano sarebbe stato
costretto ad attendere fino a che ci fosse stata la garanzia della sopravvi-
venza.
Ammar conosceva molto bene la propria posizione.
Alzò la tazza. «Alla salute di Akhmad Yazid.»
Machado fece altrettanto. «Alla salute di Topiltzin.»

Hala e il senatore Pitt erano stati rinchiusi in una suite in compagnia del
presidente Hasan. Erano sporchi e macchiati di vernice, troppo sfiniti per
dormire. Avevano le mani piene di vesciche, i muscoli indolenziti per la
fatica fisica cui non erano abituati. E avevano fame.
Dopo la convulsa trasformazione delle strutture esterne della nave da
crociera, i sequestratori non avevano dato loro da mangiare. Per bere ave-
vano a disposizione soltanto l'acqua del rubinetto. E per aggravare la situa-
zione, la temperatura continuava a scendere e dalle ventole non arrivava
aria calda.
Il presidente Hasan era steso su uno dei letti. Soffriva di una malattia
cronica alla schiena, e gli sforzi di quelle dieci ore ininterrotte passate a
chinarsi e a tendersi gli avevano causato dolori tremendi che cercava di
sopportare con stoicismo.
Hala e il senatore non si muovevano: sembravano statue di legno. Hala
era seduta accanto a un tavolo, con la testa fra le mani. Per quanto fosse
scarmigliata, era sempre bella e serena.
Il senatore Pitt era sdraiato su un divano e fissava il lampadario. Solo il
battito delle palpebre dimostrava che era vivo.
Finalmente Hala alzò la testa e lo guardò. «Se almeno potessimo fare
qualcosa», disse con un filo di voce.
Il senatore si sollevò a sedere. Era ancora in buona forma, per la sua età.
Era indolenzito dal collo ai piedi, ma il suo cuore batteva ancora regolar-
mente come quello di un uomo di vent'anni più giovane.
«Quel diavolo con la maschera è troppo furbo», disse. «Non ci dà da
mangiare per tenerci in uno stato di debolezza. Tutti sono rinchiusi separa-
tamente in modo che non possano comunicare e organizzare una contro-
mossa. E lui e i suoi terroristi non hanno avuto contatti con noi da due
giorni. È tutto calcolato per mantenerci in uno stato di impotenza e di ner-
vosismo.»
«Non potremmo almeno tentare di uscire di qui?»
«Probabilmente c'è una guardia in fondo al corridoio, in attesa di uccide-
re il primo che riesce a sfondare una porta. E anche se riuscissimo a supe-
rarlo, dove potremmo andare?»
«Forse potremmo impadronirci di una scialuppa di salvataggio», suggerì
Hala.
Il senatore scosse la testa e sorrise. «Ormai è troppo tardi per un tentati-
vo del genere. Il numero dei sequestratori è raddoppiato da quando sono
saliti a bordo gli uomini del mercantile messicano.»
«E se sfondassimo la finestra e lasciassimo una scia di mobili, lenzuola e
tutto quello che possiamo gettare fuori bordo?» insistette Hala.
«Tanto varrebbe lanciare bottiglie con i messaggi. Le correnti li porte-
rebbero a cento chilometri dalla nostra rotta prima di domattina.» Il senato-
re scosse la testa. «Quelli che ci cercano non li troverebbero in tempo.»
«Senatore, anche lei sa bene che nessuno ci cerca. Tutto il mondo crede
che la nostra nave sia affondata e che siamo tutti morti. A quest'ora tutte le
ricerche saranno state interrotte.»
«Io conosco qualcuno che non desisterà mai.»
Hala lo guardò con aria interrogativa. «Chi è?»
«Mio figlio Dirk.»
Hala si alzò, si avvicinò zoppicando alla finestra e fissò il foglio di fibra
che le nascondeva il mare. «Deve essere molto fiero di lui. È coraggioso e
pieno di risorse, ma dopotutto è soltanto un essere umano. Non potrà mai
intuire la verità dietro l'inganno...» S'interruppe all'improvviso e scrutò at-
traverso una crepa che mostrava un tratto d'acqua. «C'è qualcosa che sta
passando accanto alla nave.»
Il senatore si alzò e si affiancò a Hala. Riuscì a distinguere a stento di-
versi oggetti bianchi contro l'azzurro del mare. «È ghiaccio», mormorò
sbalordito. «Questo spiega il freddo. Dobbiamo essere diretti verso l'Antar-
tico.»
Hala si appoggiò a lui e gli nascose il viso contro il petto. «Nessuno po-
trà salvarci», bisbigliò rassegnata. «Nessuno penserà a venire a cercarci
qui.»
44.

Nessuno sapeva che il Sounder potesse viaggiare a una simile velocità. I


ponti tremavano al rombo del motore e lo scafo sussultava a ogni sobbalzo
sulle onde.
Era stato varato a Boston nell'estate del 1961, e per quasi tre decenni era
stato noleggiato agli istituti oceanografici per vari progetti di ricerca a
grandi profondità in tutti i mari del mondo. Dopo essere stato acquistato
dalla NUMA nel 1990, era stato completamente ristrutturato. Il nuovo mo-
tore diesel da 4000 cavalli era stato studiato per una velocità massima di
quattordici nodi, ma Stewart e i suoi ufficiali di macchina riuscivano a far-
gli raggiungere i diciassette.
Il Sounder era l'unica nave lanciata sulle tracce del Lady Flamborough e
aveva le stesse probabilità di ridurre le distanze che poteva avere un basset
hound nei confronti di un leopardo. Le navi da guerra argentine e le unità
britanniche stazionate alle Falkland avrebbero potuto intercettare la nave
da crociera, ma non erano state avvertite.
Dopo che Pitt aveva inviato all'ammiraglio Sandecker un messaggio in
codice per annunciare la sbalorditiva scoperta del General Bravo al posto
del Lady Flamborough, i capi di stato maggiore e i dirigenti dei servizi se-
greti della Casa Bianca avevano raccomandato al presidente di tenere na-
scosta la rivelazione fino a quando le forze speciali americane avessero po-
tuto raggiungere l'area e coordinare un'operazione di salvataggio.
Quindi il vecchio Sounder solcava il mare tutto solo e senza autorizza-
zioni ufficiali. L'equipaggio e gli scienziati erano tutti contagiati dall'ecci-
tazione della caccia.
Pitt e Giordino erano nella sala da pranzo e studiavano una carta dell'e-
stremità meridionale dell'oceano Atlantico che Gunn aveva spiegato e
bloccato con le tazzine da caffè.
«Sei convinto che siano diretti a sud?» chiese Gunn a Pitt.
«Un'inversione di marcia verso nord li avrebbe riportati entro la griglia
delle ricerche», rispose Pitt. «E non è possibile che abbiano deviato verso
ovest, verso la costa argentina.»
«Potrebbero aver puntato verso il mare aperto.»
«Con tre giorni di vantaggio, a quest'ora sarebbero quasi arrivati in Afri-
ca», soggiunse Giordino.
«Troppo rischioso», disse Pitt. «Il regista di questo spettacolo non è stu-
pido. Se avesse tagliato verso est attraverso l'oceano, la nave si sarebbe e-
sposta all'avvistamento da parte degli aerei e di qualunque natante di pas-
saggio. No, l'unica possibilità per sfuggire all'attenzione era continuare sul-
la rotta annunciata del General Bravo fino a San Pablo nella Terra del
Fuoco.»
«Ma le autorità portuali avrebbero dato l'allarme, se la nave portacontai-
ner fosse risultata in ritardo», insistette Giordino.
«Non sottovalutare quell'individuo. Vuoi scommettere che ha inviato un
messaggio alla capitaneria di porto di San Pablo per comunicare che il Ge-
neral Bravo aveva un'avaria al motore?»
«Un tocco da maestro», riconobbe Giordino. «In questo modo potrebbe
guadagnare facilmente altre quarantotto ore.»
«D'accordo», disse Gunn. «Che cosa rimane? Dove sta andando? Ci so-
no mille isole disabitate dove può far perdere le sue tracce, intorno allo
stretto di Magellano.»
«Oppure...» Giordino indugiò un momento. «Oppure potrebbe spingersi
nell'Antartico, nella convinzione che nessuno andrà mai a cercarlo là.»
«Stiamo tutti parlando al presente», osservò Pitt. «Ma per quanto ne
sappiamo, potrebbe aver già attraccato in qualche cala deserta.»
«Ormai abbiamo scoperto i suoi trucchi», disse Gunn. «Le telecamere
del Landsat verranno attivate al prossimo passaggio e il Lady Flambo-
rough, alias General Bravo, verrà rivelato in tutto il suo splendore.»
Giordino guardò Pitt in attesa di un commento, ma vide che il suo vec-
chio amico aveva lo sguardo fisso nel vuoto. Ormai sapeva che Pitt aveva
l'abitudine di isolarsi, e riconosceva quei segnali fin troppo bene.
Pitt non era più a bordo del Sounder. Era sul ponte del Lady Flambo-
rough e tentava di entrare nella mente dell'avversario. Non era un compito
facile. L'uomo che aveva organizzato il dirottamento doveva essere il tipo
più astuto con il quale si fosse mai trovato a combattere.
«Lui lo sa», disse alla fine Pitt.
«Che cosa sa?» chiese incuriosito Gunn.
«Sa che può essere individuato per mezzo delle foto scattate dal satelli-
te.»
«Allora sa che può scappare ma non nascondersi.»
«Io credo che possa farlo.»
«Mi piacerebbe sapere in che modo.»
Pitt si alzò e si stirò. Gunn adesso era ansioso, impaziente.
Pitt si bilanciò per contrastare il beccheggiare della nave e rivolse a
Gunn un mezzo sorriso. «Se fossi in lui», disse come se parlasse di qual-
cuno che conosceva bene, «farei scomparire la nave per la seconda volta.»
Gunn restò a bocca aperta mentre Giordino gli lanciava un'occhiata co-
me per ricordargli: «Te l'avevo detto». Ma prima che potesse chiedere
spiegazioni, Pitt era uscito dalla sala da pranzo.
Andò a poppa e scese nel moon pool. Girò intorno al Deep Rover e si
fermò davanti al grosso rotolo di plastica che aveva ripescato sul fondo
dell'oceano. Era alto quasi quanto lui ed era trattenuto dalle corde che lo
legavano a una trave.
Pitt lo fissò per quasi cinque minuti, poi si alzò e lo toccò con una mano.
Un'intuizione che si trasformò rapidamente in certezza fece spuntare nei
suoi occhi un'espressione machiavellica.
Pronunciò due sole parole, così sommessamente che un tecnico, al lavo-
ro a pochi metri da lui, non sentì.
«Ci sono!»

45.

Una marea d'informazioni riguardante quella che ormai veniva chiamata


«la crisi del Flamborough» continuava ad affluire attraverso telescriventi e
computer nel Centro del Comando Militare del Pentagono, nel Centro O-
perazioni al settimo piano del dipartimento di Stato e nella sala detta dei
War Games nel vecchio Executive Office Building.
Ognuno dei centri strategici collezionava e analizzava i dati con rapidità
quasi fulminea. Poi la versione, condensata e completata da una serie di
indicazioni, veniva inoltrata alla Situation Room nei sotterranei della Casa
Bianca per la valutazione finale.
Il presidente, in pantaloni sportivi e maglione di lana, era entrato nella
sala e s'era seduto a un'estremità del lungo tavolo delle conferenze. Dopo
essere stato aggiornato sulla situazione, chiedeva ai consiglieri suggeri-
menti per un'azione adeguata. Anche se le decisioni finali spettavano a lui
solo, aveva la collaborazione dei suoi esperti, tutti veterani della gestione
delle crisi, che si prodigavano alla ricerca di un consenso politico e si te-
nevano pronti a operare non appena avessero ottenuto la sua approvazione
nonostante le opinioni contrarie.
I rapporti dei servizi segreti che giungevano dall'Egitto erano quasi tutti
scoraggianti. Regnava uno stato di anarchia, la situazione peggiorava d'ora
in ora. La polizia e le forze armate erano consegnate nelle caserme mentre
migliaia di seguaci di Akhmad Yazid inscenavano scioperi e boicottaggi in
tutto il Paese. L'unica notizia positiva era il fatto che le dimostrazioni non
erano caratterizzate dalla violenza.
Il segretario di Stato Douglas Oates stava esaminando un rapporto che
un collaboratore gli aveva messo davanti. «Ci mancava solo questa», bor-
bottò.
Il presidente lo guardò in silenzio e attese.
«I ribelli musulmani hanno appena occupato la principale stazione tele-
visiva del Cairo.»
«Yazid è comparso?»
«Per ora no.» Il direttore della CIA, Brogan, lasciò uno dei monitor dei
computer e si avvicinò. «Secondo le ultime informazioni è ancora rintana-
to nella villa nei pressi di Alessandria e attende di formare un nuovo go-
verno in virtù dell'acclamazione popolare.»
«Ormai non ci vorrà molto.» Il presidente sospirò. «Che posizione hanno
assunto i ministri israeliani?»
Oates rimise in ordine alcune carte mentre rispondeva. «Un atteggia-
mento di attesa. Non vedono Yazid come una minaccia immediata.»
«Cambieranno idea quando farà a pezzi gli accordi di Camp David.» Il
presidente si voltò e fissò freddamente Brogan. «Possiamo eliminarlo?»
«Sì.» La risposta di Brogan fu secca, decisa.
«Come?»
«Nell'eventualità che la cosa finisca un giorno o l'altro per ripercuotersi
sulla sua amministrazione, signor presidente, con tutto il rispetto le ricordo
che sarebbe meglio se lei non lo sapesse.»
Il presidente chinò la testa in segno d'assenso. «Credo che abbia ragione.
Comunque, lei non potrà agire se non le darò l'ordine.»
«Le raccomando di non ricorrere a un attentato», disse Oates.
«Doug Oates ha ragione», intervenne Julius Schiller. «Potrebbe avere
l'effetto di un boomerang. Se si risapesse, lei sarebbe considerato un ber-
saglio libero per tutti i capi del terrorismo mediorientale.»
«Per non parlare dell'indignazione del Congresso», soggiunse Dale Ni-
chols, che era seduto al centro del tavolo. «E la stampa la farebbe a pezzi.»
Il presidente soppesò le conseguenze. Poi annuì. «D'accordo. Dato che
Yazid odia il premier sovietico Antonov quanto odia me, per il momento
terremo di riserva la possibilità di eliminarlo. Ma ricordatelo, signori, non
ho alcuna intenzione di sopportare neppure la metà dei rospi che Khomeini
ha fatto ingoiare ai miei predecessori.»
Brogan fece una smorfia, ma Oates e Schiller si scambiarono un'occhiata
di sollievo. Nichols si accontentò di aspirare il fumo della pipa con aria
soddisfatta.
Gli attori del dramma erano uomini energici, con punti di vista precisi e
spesso conflittuali. La vittoria era accettata come una cosa normale, ma la
sconfitta bruciava.
Il presidente sfogliò gli appunti. «Qualche novità dal Messico?»
«La situazione è troppo tranquilla», rispose Brogan. «Niente dimostra-
zioni, niente disordini. Sembra che Topiltzin stia aspettando, proprio come
il fratello.»
Il presidente alzò la testa con aria sconcertata. «Ho sentito bene? Ha det-
to 'fratello'?»
Brogan inclinò la testa in direzione di Nichols. «Dale ha avuto un'intui-
zione interessante. Yazid e Topiltzin sono fratelli, e non sono né egiziani
né messicani.»
«Avete la certezza che ci sia un legame familiare fra loro?» intervenne
Schiller, sbalordito. «Avete le prove?»
«I nostri agenti si sono procurati i loro codici genetici e li hanno abbina-
ti.»
«Questa è la prima che sento», mormorò il presidente. «Avreste dovuto
informarmi già da tempo.»
«La documentazione finale è ancora in corso di valutazione e ci verrà
inviata molto presto da Langley. Mi dispiace, signor presidente: ma, a ri-
schio di sembrare troppo cauto, non volevo rivelare una scoperta così
sconvolgente prima che avessimo in mano prove concrete.»
«E come diavolo vi siete procurati i codici genetici?» chiese Nichols.
«Sono entrambi molto vanitosi», spiegò Brogan. «La nostra sezione fal-
sificazioni ha inviato un Corano a Yazid e una foto a Topiltzin... una foto
che lo mostrava in costume azteco. E in allegato c'erano le richieste per en-
trambi perché scrivessero una breve preghiera sui due oggetti e li riman-
dassero. Per la verità è stato abbastanza complicato scrivere le richieste
nella grafia dei loro noti adoratori... seguaci influenti con molto potere fi-
nanziario e politico. Tutti e due sono caduti in trappola. La cosa più delica-
ta è stata intercettare i plichi prima che arrivassero agli indirizzi esatti. Poi
c'è stato il problema di scartare le varie impronte sui due oggetti: collabo-
ratori, segretari e così via. Un'impronta di un pollice sul Corano corrispon-
deva a una serie già nota di impronte di Yazid, prese dalla polizia egiziana
quando fu arrestato diversi anni fa. Poi siamo risaliti al DNA attravèrso le
sostanze oleose presenti nell'impronta.
«Con Topiltzin è stato anche più difficile. Non aveva precedenti in Mes-
sico; ma il laboratorio ha abbinato il suo codice a quello del fratello in base
alle impronte rilevate dalla fotografia. E finalmente una scoperta casuale
nello schedario centrale dell'Interpol a Parigi ci ha permesso di far centro.
Era tutto chiaro. Ci siamo imbattuti in un'organizzazione familiare, una di-
nastia del crimine che si è imposta dopo la seconda guerra mondiale. Un
impero da un miliardo di dollari governato da padre e madre, tre fratelli e
una sorella, e gestito da un esercito di zii, cugini e altri parenti diretti o ac-
quisiti. È un'associazione impenetrabile, dove per gli investigatori interna-
zionali è quasi impossibile infiltrarsi.»
Intorno al tavolo scese un silenzio allibito, interrotto solo dal ticchettio
delle telescriventi e dai mormoni sommessi dei collaboratori. Brogan girò
lo sguardo da Nichols a Schiller, a Oates e al presidente.
«Come si chiamano?» chiese il presidente a voce bassa.
«Capesterre», rispose Brogan. «Roland e Joséphine Capesterre sono il
padre e la madre. Il figlio maggiore è Robert, che noi conosciamo come
Topiltzin. Il secondogenito è Paul.»
«Cioè Yazid?»
«Sì.»
«Penso che ci interesserà moltissimo sentire tutto quello che sa», l'invitò
il presidente.
«Come ho già precisato», cominciò Brogan, «non conosco esattamente
tutti i dati, come l'ubicazione attuale di Charles e Marie, il fratello minore
e la sorella, o i nomi dei vari parenti. Finora abbiamo solo grattato la su-
perficie. A quanto ricordo, i Capesterre sono una famiglia di criminali
molto legata alla tradizione, che incominciò un'ottantina di anni fa quando
il nonno emigrò dalla Francia ai Caraibi e organizzò un'attività di con-
trabbando: trasferiva negli Stati Uniti merci rubate e alcolici durante il
proibizionismo. All'inizio aveva la base a Port of Spain, Trinidad: tuttavia,
dopo essersi arricchito, acquistò un'isoletta vicina e ne fece la sua sede.
Quando il vecchio morì, Roland ne prese il posto e, insieme con la moglie
Joséphine, che secondo alcuni sarebbe la vera eminenza grigia, si diede
anche al traffico della droga. Prima crearono sull'isola una piantagione di
banane perfettamente in regola, che rendeva piuttosto bene. Poi fecero un
colpo grosso dedicandosi anche a una seconda coltura. Si trattava di mari-
juana che veniva coltivata sotto le piante di banane perché fosse più diffi-
cile scoprirla. Crearono sull'isola anche una raffineria. Ho fatto un quadro
abbastanza chiaro?»
«Sì...» disse il presidente. «È molto chiaro. Grazie, Martin.»
«Avevano organizzato tutto», mormorò Schiller. «I Capesterre produce-
vano, raffinavano ed esportavano la droga con un sistema molto efficien-
te.»
«E provvedevano anche alla distribuzione», continuò Brogan. «Ma non
negli Stati Uniti, e questo è interessante. Vendevano la droga solo in Euro-
pa e nell'Estremo Oriente.»
«E sono ancora nel giro della droga?» chiese Nichols.
«No.» Brogan scosse la testa. «Tramite i loro contatti, furono informati
che la loro isola stava per subire un'incursione da parte delle forze di sicu-
rezza delle Indie Occidentali. La famiglia bruciò il raccolto di marijuana,
tenne la piantagione di banane e cominciò ad acquistare i pacchetti di mag-
gioranza di aziende finanziariamente traballanti. Ebbero un grande succes-
so: riuscirono a rimetterle in piedi e a ottenere profitti astronomici. Forse
questo era dovuto al loro metodo di gestione piuttosto inconsueto.»
Nichols abboccò all'amo. «E che metodo era?»
Brogan sogghignò. «I Capesterre ricorrevano al ricatto, all'estorsione e
all'omicidio. Ogni volta che una società concorrente li ostacolava, i mas-
simi dirigenti incominciavano per qualche strana ragione ad avviare nego-
ziati per la fusione con qualche attività dei Capesterre, e naturalmente ci
rimettevano anche la camicia. I costruttori che davano fastidio, gli avvocati
di parte avversa, i politici ostili finivano tutti per amare i Capesterre, altri-
menti un bel giorno le loro mogli e i loro figli subivano qualche incidente,
le loro case bruciavano o loro stessi scomparivano.»
«Sarebbe come se la mafia gestisse la General Motors o la Gulf & We-
stern», commentò in tono sardonico il presidente.
«Un paragone calzante.» Brogan annuì e continuò. «Oggi la famiglia
controlla un'immensa conglomerata mondiale di attività finanziarie e indu-
striali valutate intorno ai dodici miliardi di dollari.»
«Proprio miliardi, non milioni?» mormorò incredulo Oates. «Forse per
l'avvenire non andrò mai più in chiesa.»
Schiller scrollò le spalle. «E chi ha detto che il crimine non paga?»
«Non mi sorprende che siano loro a tirare i fili in Egitto e in Messico»,
disse Oates. «Devono aver comprato, ricattato e terrorizzato un po' tutti i
politici e i militari dei due Paesi.»
«Comincio a capire il loro piano», disse il presidente. «Ma non so come
sia possibile che i figli si facciano passare per egiziani o messicani. Non si
può imbrogliare in questo modo milioni di persone senza che nessuno se
ne accorga.»
«La madre discende dagli schiavi negri, e questo spiega perché hanno la
pelle scura», disse Brogan in tono paziente. «Circa il loro passato, possia-
mo solo formulare ipotesi. Roland e Joséphine dovevano aver gettato le
fondamenta più di quarant'anni fa. Via via che i figli nascevano, mettevano
in atto un programma per dare loro una credibile nazionalità straniera. Paul
senza dubbio ha imparato a parlare l'arabo prima che a camminare, mentre
Robert ha imparato l'antico azteco. Più tardi hanno frequentato con ogni
probabilità scuole private, uno in Egitto e l'altro in Messico, sotto falso
nome.»
«Un piano grandioso», mormorò Oates in tono di ammirazione. «Invece
di infiltrare qualche talpa hanno agito ai massimi livelli, con l'aggiunta di
immagini messianiche.»
«A me sembra diabolico», disse Nichols.
«Sono d'accordo con Doug», intervenne il presidente con un cenno a Oa-
tes. «È un piano grandioso, sì. Preparare i figli fin dalla nascita, servirsi
della ricchezza e del potere per impadronirsi di una o più nazioni... Ci tro-
viamo di fronte a una dimostrazione di pazienza e di tenacia enormi.»
«Bisogna ammetterlo», disse Schiller. «Quei delinquenti hanno seguito
il copione fino a che gli avvenimenti si sono orientati in loro favore. Ades-
so stanno per prendere il potere di due degli Stati più importanti del Terzo
Mondo.»
«Non possiamo permetterlo», fece brusco, il presidente. «Se il fratello
che sta in Messico diventa capo dello Stato e mette in atto la minaccia di
spedire due milioni di suoi compatrioti oltre il nostro confine, non vedo
che altro potremmo fare se non mettere in campo le forze armate.»
«Sconsiglio ogni azione aggressiva», disse Oates. «La storia recente di-
mostra che agli invasori le cose non vanno bene. L'eliminazione di Yazid e
Topiltzin, comunque si chiamino, e un attacco contro il Messico non risol-
veranno il problema a lungo termine.»
«Forse no», borbottò il presidente, «ma ci darebbe il tempo di alleggeri-
re la situazione.»
«Potrebbe esserci un'altra soluzione», s'intromise Nichols. «Servirci dei
Capesterre in modo da rovinarli.»
«Sono molto stanco», disse il presidente, che aveva gli occhi cerchiati.
«Per favore, lasciamo perdere gli indovinelli.»
Nichols guardò Brogan per chiedere il suo appoggio. «Quegli individui
erano trafficanti di droga. Devono essere criminali ricercati. È esatto?»
«La risposta è sì alla prima domanda, no alla seconda», rispose Brogan.
«Non sono piccoli spacciatori di quartiere. Da anni l'intera famiglia viene
tenuta d'occhio. Ma non ci sono mai stati arresti o condanne. Hanno un e-
sercito di avvocati civilisti e penalisti da far sfigurare il più grande studio
legale di Washington. Hanno amici e protezioni che coinvolgono almeno
dieci governi importanti. Vorrebbe catturarli e processarli? Tanto varrebbe
cercare di demolire le piramidi con una piccozza da ghiaccio.»
«Allora smascheriamoli agli occhi del mondo, dimostriamo che sono
criminali», insistette Nichols.
«È inutile», sospirò il presidente. «Ogni tentativo finirebbe per sembrare
una menzogna, un trucco propagandistico.»
«Forse Nichols non ha torto», disse Schiller a voce bassa. Era un uomo
che preferiva ascoltare più che parlare. «Sarebbe sufficiente una base che
non si possa incrinare o demolire.»
Il presidente lo guardò con aria interrogativa. «Dove vuole arrivare?»
«Il Lady Flamborough», rispose Schiller con aria assorta. «Se troviamo
la prova incontestabile che è stato Yazid a ordinare il sequestro della nave,
potremo sfondare il muro eretto dai Capesterre.»
Brogan annuì. «Lo scandalo che seguirebbe contribuirebbe a strappare
l'aureola mistica a Yazid e Topiltzin e la maschera alle innumerevoli attivi-
tà criminali della famiglia.»
«E non dimentichiamo i media. Diventeranno feroci come squali non
appena affonderanno i denti nel passato sanguinario dei Capesterre.» Ni-
chols rabbrividì per l'involontaria violenza dell'immagine che aveva adot-
tato.
«Ma tutti voi trascurate un fatto importante», disse Schiller con un lungo
sospiro. «Per il momento ogni legame tra la sparizione della nave e i Cape-
sterre è puramente indiziario.»
Nichols aggrottò la fronte. «Chi altro avrebbe un movente per eliminare
i presidenti Hasan e De Lorenzo e il segretario generale dell'ONU Hala
Kamil?»
«Nessuno!» esclamò Brogan.
«Un momento», intervenne il presidente. «Julius ha ragione. I sequestra-
tori non si comportano come i soliti terroristi del Medio Oriente. Non si
sono ancora identificati. Non hanno avanzato pretese o minacce. Non si
sono serviti dell'equipaggio e dei passeggeri come di ostaggi per un ricatto
internazionale. Non mi vergogno di ammettere che il loro silenzio mi fa
paura.»
«Questa volta abbiamo a che fare con una razza diversa», ammise Bro-
gan. «I Capesterre giocano all'attesa nella speranza che i governi di De Lo-
renzo e di Hasan crollino durante la loro assenza.»
«Non si è più saputo niente della nave da crociera, dopo che il figlio di
George Pitt ha scoperto lo scambio?» chiese Oates, per scongiurare la pos-
sibilità di uno scontro.
«Si trova a est della Terra del Fuoco», rispose Schiller. «Naviga a tutto
vapore verso sud. La stiamo cercando con il satellite ed entro domani a
quest'ora dovremmo averla inchiodata.»
Il presidente non sembrava molto rassicurato. «Prima di allora i seque-
stratori potrebbero aver assassinato tutti coloro che si trovano a bordo.»
«Purché non l'abbiano già fatto», disse Brogan.
«Che forze abbiamo in quell'area?»
«In pratica non abbiamo nulla, signor presidente», rispose Nichols.
«Non abbiamo una giustificazione per mantenere una presenza tanto a sud.
A parte pochi aerei da trasporto militari che forniscono materiali e provvi-
ste alle stazioni di ricerca al polo, l'unico mezzo americano relativamente
vicino al Lady Flamborough è il Sounder della NUMA.»
«E sul Sounder c'è Dirk Pitt?»
«Sì, signor presidente.»»
«E le nostre Forze Speciali?»
«Venti minuti fa ho parlato al telefono con il generale Keith al Pentago-
no», intervenne Schiller. «Una squadra scelta completamente equipaggiata
è salita sui C-140 a reazione ed è partita da un'ora. Sono accompagnati da
una squadra di aerei d'assalto Osprey.»
Il presidente intrecciò le dita. «Dove stabiliranno il loro posto di coman-
do?»
Brogan fece apparire su uno schermo gigante una mappa che mostrava la
punta estrema del Sud America e, servendosi di un puntatore laser, indicò
una località.
«Se non riceveremo nuove informazioni che modifichino il nostro pia-
no», spiegò, «atterreranno in un aeroporto nei pressi della piccola città ci-
lena di Punta Arenas nella penisola di Brunswick e l'useranno come base
per le operazioni.»
«È un volo molto lungo», mormorò il presidente. «Quando arriveran-
no?»
«Entro quindici ore.»
Il presidente guardò Oates. «Doug, lascio a lei il compito di risolvere
con il governo cileno e quello argentino gli eventuali problemi di sovrani-
tà.»
«Ci penserò io.»
«È necessario trovare il Lady Flamborough prima che le Forze Speciali
possano iniziare un tentativo di salvataggio», disse Schiller, con logica la-
palissiana.
«In quanto a questo, siamo nei pasticci.» Nella voce di Brogan c'era una
strana rassegnazione. «La flotta di portaerei più vicina è a circa ottomila
chilometri di distanza. Non è possibile organizzare una ricerca su vasta
scala per mare e per aria.»
Schiller fissò pensosamente il tavolo. «Un tentativo di salvataggio po-
trebbe richiedere molte settimane se i sequestratori nasconderanno il Lady
Flamborough nelle baie deserte lungo la costa antartica. La nebbia e il cie-
lo coperto non faciliterebbero le cose.»
«La nostra unica carta è la sorveglianza per mezzo dei satelliti», disse
Nichols. «Il guaio è che non abbiamo satelliti-spia che tengano d'occhio
quella regione.»
«È vero», confermò Schiller. «I mari dell'estremo sud non hanno un po-
sto privilegiato nell'elenco della sorveglianza strategica. Se stessimo par-
lando dell'emisfero settentrionale, potremmo puntare tutta una serie di sa-
telliti e riuscire a sentire le conversazioni a bordo della nave e a leggere un
giornale che si trova sul ponte.»
«Che cosa abbiamo a disposizione?» chiese il presidente.
«Il Landsat», rispose Brogan. «Qualche satellite meteorologico della Di-
fesa e un Seasat usato dalla NUMA per seguire le correnti e i ghiacci an-
tartici. Ma il nostro strumento più utile è l'SR-90 Casper.»
«Abbiamo aerei da ricognizione SR-90 nell'America Latina?»
«La base più vicina è un aeroporto segretissimo nel Texas.»
«Quanto ci vuole per portarne uno fin laggiù e tornare indietro?»
«Un Casper può raggiungere Mach cinque, poco meno di cinquemila
chilometri orari. Può arrivare fino alla punta dell'Antartide, fare una serie
di foto e tornare a consegnare la pellicola entro cinque ore.»
Il presidente scosse la testa. «Qualcuno può spiegarmi perché il governo
degli Stati Uniti si fa sempre cogliere impreparato? Lo giuro, non c'è nes-
suno che combini più pasticci di noi. Costruiamo i sistemi di rilevamento
più sofisticati che esistano al mondo, ma quando ne abbiamo bisogno sono
tutti concentrati nel posto sbagliato al momento sbagliato.»
Nessuno parlò. Nessuno si mosse. Gli uomini del presidente evitarono il
suo sguardo e fissarono imbarazzati il tavolo, le carte, le pareti.
Finalmente Nichols disse, con voce bassa e sicura: «Troveremo la nave,
signor presidente. E se è possibile salvare gli ostaggi, le Forze Speciali ci
riusciranno».
«Sì», mormorò il presidente. «Sono addestrate per missioni del genere.
Per me l'unico interrogativo è se l'equipaggio e i passeggeri saranno ancora
vivi, o se le Forze Speciali troveranno una nave piena di cadaveri.»

46.

Il colonnello Morton Hollis non era molto lieto di aver dovuto lasciare la
famiglia durante la festa per il compleanno della moglie. L'espressione che
le aveva letto negli occhi lo straziava. Sapeva che gli sarebbe costato ca-
ro... alla collana di corallo rosso si sarebbe aggiunta la crociera di cinque
giorni alle Bahamas che lei chiedeva da tempo con insistenza.
Adesso era seduto alla scrivania di un compartimento attrezzato a ufficio
a bordo del trasporto C-140 in volo sopra il Venezuela, e aspirava il fumo
di un grosso Avana che aveva acquistato allo spaccio della base, dato che
era stato tolto l'embargo sulle importazioni dei prodotti cubani.
Hollis studiò gli ultimi bollettini meteorologici relativi alla penisola An-
tartica e scrutò le foto che mostravano la costa gelida e accidentata. Aveva
già considerato le difficoltà una dozzina di volte da quando era decollato.
Durante la loro breve storia, le nuove Forze Speciali avevano già acquisito
notevoli successi, ma dovevano ancora intraprendere una operazione in
grande stile come il salvataggio del Lady Flamborough.
Le Forze Speciali, figlie orfane del Pentagono, non erano state poste sot-
to un comando unificato fino all'autunno del 1989. A quel tempo la Delta
Force dell'esercito, i cui effettivi provenivano dalle unità scelte dei Ranger
e dei Berretti Verdi e da un'unità segreta dell'Aeronautica militare cono-
sciuta come Task Force 160, si era fusa con il SEAL Team Six della Mari-
na e lo Special Operations Wing dell'Aeronautica.
Queste forze unificate costituivano una formazione trasversale rispetto
alle rivalità e ai limiti delle varie armi, sotto un comando unificato: conta-
vano dodicimila uomini e un quartier generale in una base inaccessibile nel
sud-est della Virginia. Gli uomini erano esperti delle tattiche della guerri-
glia, i lanci con il paracadute, la sopravvivenza nella giungla e le immer-
sioni subacquee, e in particolare dell'assalto a edifici, navi e aerei per le
missioni di salvataggio.
Hollis era basso (raggiungeva appena l'altezza minima richiesta per far
parte delle Forze Speciali) e aveva le spalle di un'ampiezza enorme. A qua-
rant'anni era duro e solido: era sopravvissuto a una rigorosa simulazione di
guerriglia nelle paludi della Florida per tre settimane, e subito si era lancia-
to con il paracadute per un'altra esercitazione. I capelli bruni e cortissimi
erano radi e già un po' grigi. Gli occhi erano verdazzurri, con il bianco un
po' ingiallito per il troppo tempo passato al sole senza occhiali adatti.
Era un uomo abile che scrutava sempre al di là della prossima collina e
preparava i suoi piani di conseguenza, lasciando ben poco al caso. Lanciò
un anello di fumo dal sigaro con una certa euforia. Non avrebbe potuto
guidare una squadra migliore neppure se avesse scelto i vincitori di un'O-
limpiade militare. Erano il meglio del meglio per i conflitti a bassa intensi-
tà. Gli ottanta uomini del suo contingente, chiamati Demon Stalkers, erano
stati scelti per il salvataggio del Lady Flamborough perché avevano parte-
cipato a una manovra invernale contro finti terroristi che tenevano in o-
staggio una nave e l'equipaggio al largo delle coste della Norvegia. Qua-
ranta erano «tiratori» mentre gli altri avevano ruoli logistici e di supporto.
Il suo vice, il maggiore John Dillinger, bussò alla porta e si affacciò.
«Sei occupato, Mort?» chiese con un forte accento texano.
Hollis agitò una mano con noncuranza. «Il mio ufficio è anche tuo», di-
chiarò. «Entra e accomodati sulla mia nuova poltrona di lusso.»
Dillinger, un uomo magro e teso dalla faccia contratta, ma solido come
un'incudine, fissò con aria dubbiosa il seggiolino di tela fissato al pavimen-
to e sedette. Tutti lo prendevano in giro perché portava lo stesso nome del
famigerato gangster, ma in realtà era un maestro nell'arte dei piani tattici e
della penetrazione di difese quasi inespugnabili.
«Studi la situazione?» chiese a Hollis.
«Sto esaminando le previsioni meteorologiche, le condizioni del ghiac-
cio e del terreno.»
«Vedi qualcosa di divertente nella sfera di cristallo?»
«È troppo presto.» Hollis inarcò un sopracciglio. «Che piani stanno
prendendo forma in quella tua mente depravata?»
«Posso spiegarti con tanto di disegni sei modi diversi per abbordare fur-
tivamente una nave. Ho già imparato a memoria le planimetrie del Lady
Flamborough, ma fino a che non sapremo se dovremo agire con i paraca-
dute, le mute da sommozzatori oppure a piedi dalla spiaggia o dal ghiac-
cio, posso solo tracciare un piano molto vago.»
Hollis annuì con aria solenne. «Su quella nave ci sono più di cento per-
sone innocenti, compresi due presidenti e il segretario generale dell'ONU.
Dio ci aiuti se uno di loro viene a trovarsi sulla linea di fuoco.»
«Non possiamo certo entrare in azione con le armi caricate a salve»,
commentò ironicamente Dillinger.
«No, e non possiamo neppure lanciarci sparando dagli elicotteri che fan-
no un chiasso tremendo. Dobbiamo infiltrarci prima che i sequestratori si
accorgano della nostra presenza; Il fattore sorpresa sarà decisivo.»
«Allora attaccheremo di notte con i paracadute.»
«Può essere un'idea», ammise Hollis.
Dillinger si dimenò sulla sedia di tela. «Un atterraggio notturno è già
abbastanza pericoloso, ma lanciarsi alla cieca su una nave a luci spente sa-
rebbe un suicidio. Lo sai bene, Mort, e lo so anch'io. Su quaranta uomini,
quindici non arriveranno sul bersaglio e cadranno in mare. Venti subiranno
lesioni nell'impatto contro le superfici dure e sporgenti della nave. Potrò
considerarmi fortunato se potrò contare su cinque uomini perfettamente in
grado di combattere.»
«Non possiamo escluderlo.»
«Aspettiamo che arrivino altre informazioni», suggerì Dillinger. «Tutto
dipende da dove si trova la nave... se è ormeggiata o in navigazione. Non
appena avremo notizie definitive sulla sua posizione, preparerò un piano
d'assalto e te lo presenterò perché lo approvi.»
«Mi sembra giusto», disse Hollis. «E gli uomini?»
«Stanno studiando. Prima che atterriamo a Punta Arenas, avranno impa-
rato a memoria la planimetria del Lady Flamborough così bene da poter
correre avanti e indietro sui ponti a occhi bendati.»
«Questa volta dipende tutto da loro.»
«Faranno il loro dovere. L'importante è riuscire a farli arrivare a bordo
tutti d'un pezzo.»
«C'è una cosa», disse Hollis con una voce carica di apprensione. «L'ul-
tima stima fornita dalle fonti dei servizi segreti circa l'entità del gruppo dei
sequestratori... l'ha appena trasmessa il Pentagono.»
«Quanti sono? Cinque? Dieci? Oppure dodici?»
Hollis esitò. «Se presumiamo che siano armati anche gli uomini del
mercantile messicano passati a bordo della nave da crociera... è possibile
che siano una quarantina.»
Dillinger lo fissò, allibito. «Oh, mio Dio. Ci troveremo di fronte a un
numero così grande di terroristi?»
«A quanto pare.» Hollis annuì, cupo.
Dillinger scosse la testa e si passò una mano sulla fronte. Poi fissò Hol-
lis.
«Qualcuno», disse in tono disgustato, «ci lascerà le penne, prima che
questa storia sia finita.»

In un bunker nelle viscere di una collina nei pressi di Washington, il te-


nente Samuel T. Jones si precipitò in un grande ufficio. Ansimava come se
avesse appena corso per duecento metri... più o meno la distanza esatta che
separava la sala comunicazioni dall'ufficio per l'analisi delle fotografie.
Era rosso in viso per l'emozione e reggeva con entrambe le mani una fo-
to enorme.
Jones aveva dovuto correre spesso durante le esercitazioni in previsione
di qualche crisi, ma lui e gli altri trecento fra uomini e donne che lavorava-
no al Comando delle Forze Speciali non si erano mai impegnati con tutto il
cuore prima di quel momento. Un'esercitazione non può mettere in moto la
produzione dell'adrenalina come lo può la realtà. Dopo aver atteso come
marmotte ibernate, erano tornati alla vita quando il Pentagono aveva dato
l'allarme in seguito al sequestro della nave da crociera Lady Flamborough.
Il maggior generale Frank Dodge era il comandante delle Forze Speciali.
Assieme a diversi collaboratori attendeva nervosamente l'arrivo delle più
recenti immagini dei satelliti che mostravano le acque a nord della Terra
del Fuoco, quando Jones fece irruzione.
«Eccola!»
Dodge lanciò al giovane ufficiale un'occhiata di disapprovazione per
quell'entusiasmo indegno di un militare. «Doveva essere qui otto minuti
fa», borbottò.
«È colpa mia, generale. Mi sono preso la libertà di ritoccare i perimetri
esterni e di ingrandire l'area immediata della ricerca prima di passarla al
computer.»
L'espressione severa di Dodge si placò in un cenno di assenso.
«Buona idea, tenente.»
Jones sospirò e attaccò la nuova immagine del satellite a un lungo tabel-
lone sotto una fila di piccoli riflettori. C'era già una foto precedente che
mostrava l'ultima posizione conosciuta del Lady Flamborough cerchiata in
rosso, la rotta precedente tracciata in verde e quella prevista in arancio.
Jones si scostò mentre il generale Dodge e i suoi ufficiali si affollavano
intorno alla foto e cercavano con lo sguardo il puntolino che indicava la
nave da crociera.
«L'ultimo avvistamento del satellite dava la nave un centinaio di chilo-
metri a sud di Capo Horn», disse un maggiore, e segnò la rotta della carta
precedente. «A quest'ora dovrebbe essere nello stretto di Drake, ormai di-
retta alle isole al largo della penisola Antartica.»
Dopo quasi un minuto di concentrazione, il generale Dodge si rivolse a
Jones. «Ha studiato la foto, tenente?»
«No, signore. Non ne ho avuto il tempo. Mi sono affrettato a portarla
qui.»
«È certo che sia l'ultima trasmissione?»
Jones sembrava perplesso. «Sì, signore.»
«Non ci sono errori?»
«No», rispose Jones senza esitare. «Il Seasat della NUMA ha sondato
l'area con impulsi elettronici digitali che sono stati trasmessi istantanea-
mente alle stazioni a terra. L'immagine che vede risale a sei minuti fa.»
«Quando arriverà la prossima foto?»
«Il Landsat dovrebbe passare sulla regione tra quaranta minuti.»
«E il Casper?»
Jones diede un'occhiata all'orologio.
«Se tornerà all'ora prevista», osservò, «dovremmo vedere il filmato fra
quattro ore.»
«Me lo porti non appena arriverà.»
«Sì, signore.»
Dodge si rivolse ai suoi subordinati.
«Bene, signori», disse loro, con un sospiro, «questo non piacerà affatto
alla Casa Bianca.»
Poi andò a un telefono. «Mi passi Alan Mercier.»
Dopo venti secondi arrivò la voce del consigliere per la Sicurezza Na-
zionale. «Spero che abbia qualche buona notizia, Frank.»
«No, purtroppo», rispose seccamente Dodge. «Sembra che la nave da
crociera...»
«È affondata?» l'interruppe Mercier. «Non possiamo dirlo con certezza.»
«Che cosa significa?»
Dodge trasse un respiro profondo. «Informa il presidente che il Lady
Flamborough è scomparso di nuovo.»

47.

All'inizio degli anni '90 gli apparecchi per trasmettere fotografie, scritti e
disegni in tutto il mondo a mezzo di micro-onde via satellite oppure, su di-
stanze più ridotte, per mezzo di fibre ottiche erano diventati comuni quanto
le fotocopiatrici negli uffici commerciali e governativi. Trasmessa da un
laser a una ricevente, l'immagine veniva riprodotta quasi istantaneamente a
colori con una straordinaria precisione di particolari.
Quindi, dieci minuti dopo la telefonata del generale Dodge, il presidente
e Dale Nichols erano chini sulla scrivania della Sala Ovale ed esaminavano
l'immagine trasmessa dal Seasat che mostrava le acque al largo della punta
estrema dell'America meridionale.
«Questa volta può essere finito davvero in fondo al mare», disse Ni-
chols, che era stanco e confuso.
«Non lo credo», disse il presidente. Il suo viso era una maschera di furo-
re represso. «I sequestratori avevano la possibilità di distruggere la nave al
largo di Punta del Este e di fuggire a bordo del General Bravo. Perché af-
fondarla proprio ora?»
«Potrebbero essere fuggiti con un sottomarino.»
Sembrava che il presidente non avesse sentito. «La nostra incapacità di
affrontare questa crisi è spaventosa. Tutte le nostre reazioni si arenano nel-
l'inerzia.»
«Siamo stati colti impreparati», mormorò Nichols.
«Succede un po' troppo spesso», replicò il presidente. Alzò la testa con
un lampo negli occhi. «Mi rifiuto di considerare perduta tutta quella gente.
Lo devo a George Pitt. Senza il suo appoggio, non sarei qui, nella Sala
Ovale.» Fece una pausa per dare maggior risalto a ciò che stava per ag-
giungere. «Non correremo dietro per la seconda volta a una finta esca.»

Anche Sid Green stava esaminando le immagini del satellite. Era uno
specialista della sezione fotografica alle dipendenze dell'Agenzia per la Si-
curezza Nazionale; e nella sede centrale di Fort Meyer aveva proiettato su
uno schermo le ultime due foto pervenute. Affascinato, ignorò la più re-
cente, quella che non mostrava la nave, e si concentrò sull'altra. Zumò con
una lente computerizzata sul minuscolo blip che rappresentava il Lady
Flamborough.
Il contorno era confuso, troppo indistinto per rivelare qualcosa di più del
profilo della nave. Sid Green si girò verso il computer alla sua sinistra e
batté una serie di istruzioni. Alcuni particolari divennero più nitidi: riuscì a
scorgere il fumaiolo, la forma della sovrastruttura e le sezioni nebulose dei
ponti superiori.
Continuò a lavorare sulla tastiera cercando di rendere più chiara l'imma-
gine. Insistette per circa un'ora, e alla fine si appoggiò alla spalliera, incro-
ciò le braccia dietro la testa e si riposò gli occhi.
La porta della stanza semibuia si aprì: entrò Vic Patton, il supervisore di
Green, che si fermò per un momento alle sue spalle e guardò le proiezioni.
«E come cercare di leggere un giornale che si trova sulla strada, stando
sul tetto del World Trade Center», commentò.
Green rispose senza voltarsi. «Un'immagine che riprende un'area di set-
tanta chilometri per centotrenta non offre una grande risoluzione, anche
con gli ingrandimenti.»
«C'è qualche traccia della nave nell'ultima immagine?»
«Neppure l'ombra.»
«È un peccato che non possiamo far scendere abbastanza i nostri satelli-
ti-spia KH.»
«Un KH-15 potrebbe fornirci un'immagine utile.»
«La situazione in Medio Oriente si sta surriscaldando. Non potrò farne
deviare uno dall'orbita prima che sia tornata la calma.»
«Allora manda un Casper.»
«Ce n'è già uno in volo», disse Patton. «Prima di pranzo dovresti essere
in grado di leggere il colore degli occhi dei sequestratori.»
Green indicò la lente del computer. «Dai un'occhiata e dimmi se c'è
qualcosa che ti sembra fuori posto.»
Patton si chinò sull'oculare e scrutò il puntolino che era il Lady Flambo-
rough. «È troppo sfuocato per scorgere qualcosa di preciso. Che cosa mi è
sfuggito?»
«Controlla la sezione di prua.»
«Come riesci a distinguere la poppa dalla prua?»
«A poppa si vede la scia», rispose Green senza perdere la pazienza.
«Bene, ho capito. Il ponte dietro la prua è oscurato, come se fosse coper-
to.»
«Hai vinto il primo premio», disse Green.
«Che cosa hanno intenzione di fare?» mormorò Patton.
«Lo sapremo quando arriverà il filmato del Casper.»

A bordo del C-140 che in quel momento sorvolava la Bolivia regnava


un'atmosfera di disappunto. La foto senza la nave da crociera era arrivata
attraverso la ricevente laser dell'aereo e aveva causato nel piccolo posto di
comando la stessa agitazione che aveva suscitato in alto loco a Washin-
gton.
«Dove diavolo è finito?» chiese Hollis.
Dillinger mormorò: «Non può essere scomparso».
«E invece sì. Guarda.»
«Ho guardato. Non riesco a individuarlo neppure io.»
«Per la terza volta consecutiva ci troviamo bloccati da informazioni in-
sufficienti, condizioni meteorologiche impossibili o avarie delle attrezzatu-
re. Adesso il nostro bersaglio si è messo a giocare a rimpiattino.»
«Deve essere affondato», borbottò Dillinger. «Non so immaginare altre
spiegazioni.»
«E io non so immaginare quaranta sequestratori tutti uniti da un patto
suicida.»
«E allora?»
«Oltre a richiedere istruzioni al comando, non so cos'altro posso fare.»
«Dobbiamo rinunciare alla missione?» chiese Dillinger.
«No, a meno che riceviamo l'ordine di tornare indietro.»
«Quindi andiamo avanti.»
Hollis annuì, depresso. «Continueremo il volo verso sud fino a nuovo
ordine.»

L'ultimo a saperlo fu Pitt. Stava dormendo come un sasso quando Rudi


Gunn entrò nella sua cabina e lo svegliò.
«Risuscita in fretta», disse Gunn. «Abbiamo un grosso problema.»
Pitt spalancò gli occhi e guardò l'orologio. «Abbiamo preso la multa per
eccesso di velocità entrando nel porto di Punta Arenas?»
Gunn lo guardò, angosciato. Un individuo che si svegliava dal sonno di
buon umore e cominciava a dire pessime battute di spirito doveva apparte-
nere a un ramo sbagliato dell'evoluzione.
«La nave non entrerà nel porto prima di un'ora.»
«Bene, così potrò dormire ancora un po'.»
«Sii serio!» esclamò Gunn. «È appena arrivata l'ultima foto trasmessa
dal satellite. Il Lady Flamborough è sparito per la seconda volta.»
«È scomparso davvero?»
«Gli ingrandimenti non sono serviti a trovarlo. Ho appena parlato con
l'ammiraglio Sandecker. La Casa Bianca e il Pentagono stanno sparando
ordini come se fossero impazziti. È partita una squadra delle Forze Specia-
li; è pronta per entrare in azione, ma senza un bersaglio. Stanno mandando
sul posto anche un aereo-spia perché fornisca qualche foto decente.»
«Chiedi all'ammiraglio se può combinarmi un incontro con il comandan-
te del contingente delle Forze Speciali non appena atterrerà.»
«Perché non glielo chiedi tu?»
«Perché io torno a dormire», rispose Pitt con un vistoso sbadiglio.
Gunn era sbigottito. «Su quella nave c'è tuo padre. Non t'importa nien-
te?»
«No, m'importa», disse Pitt con un lampo negli occhi. «Ma non vedo che
cosa potrei fare per il momento.»
Gunn fece un passo indietro. «C'è qualcos'altro che devo riferire all'am-
miraglio?»
Pitt si tirò la coperta sotto le ascelle e si girò verso la paratia. «Sì, puoi
dirgli che so dov'è scomparso il Lady Flamborough. E posso immaginare
dove si nasconde.»
Se fosse stato un altro a pronunciare quelle parole, Gunn avrebbe pensa-
to che fossero tutte sciocchezze. Ma trattandosi di Pitt non poteva certo es-
sere così.
«Ti dispiace darmi un'indicazione?»
Pitt si girò a mezzo. «Tu sei collezionista d'opere d'arte, no, Rudi?»
«La mia piccola collezione di astrattisti non può reggere la concorrenza
con il Museo d'Arte Moderna di New York, ma è rispettabile.» Gunn fissò
Pitt senza capire. «Ma questo che c'entra?»
«Se quel che penso è esatto, può darsi che ci troviamo di fronte a un'ope-
ra d'arte.»
«Sei sicuro che siamo sulla stessa lunghezza d'onda?»
«Christo», disse Pitt. Si girò di nuovo verso la paratia. «Stiamo per im-
batterci in una scultura alla Christo.»

48.

La neve leggera s'era trasformata in un nevischio battente sopra la città


più meridionale del mondo. Punta Arenas era diventata un porto importan-
te prima della costruzione del Canale di Panama, e più tardi era morta. A
poco a poco era risorta come centro dell'allevamento delle pecore, e adesso
era in pieno boom in seguito alla scoperta di ricchi giacimenti petroliferi
nelle vicinanze.
Hollis e Dillinger erano su un molo e attendevano di salire a bordo del
Sounder. La temperatura era scesa diversi gradi sotto lo zero, e il freddo
umido e crudo azzannava i volti scoperti. I due si sentivano come cammel-
li nell'Artico. Grazie alla cooperazione delle autorità cilene erano passati
alla clandestinità: avevano abbandonato le uniformi da combattimento per
indossare quelle di funzionari dell'immigrazione.
L'aereo era atterrato in un vicino aeroporto militare mentre era ancora
buio. La nevicata era una fortuna, perché aveva ridotto la visibilità a poche
centinaia di metri e aveva permesso che il loro arrivo passasse inosservato.
Il comando militare cileno aveva offerto un'ospitalità generosa e aveva
messo a disposizione un buon numero di hangar in modo che i C-140 e gli
Osprey di Hollis potessero parcheggiare senza dare nell'occhio.
I due uscirono dal riparo di un magazzino quando le gomene del Soun-
der vennero legate alle bitte e fu calata la passerella. Il vento gelido che li
investiva li fece rabbrividire.
Un uomo alto dal volto ossuto e dal sorriso amichevole apparve all'e-
stremità scoperta della plancia. Indossava un giubbotto da sciatore. Si fece
portavoce con le mani.
«Señor Lopez?» gridò.
«¡Sì!» rispose Hollis.
«Chi è il suo amico?»
«Mi amigo es señor Jones», rispose Hollis indicando Dillinger.
«Ho sentito parlare molto meglio lo spagnolo nei ristoranti cinesi», bor-
bottò Dillinger.
«Prego, venite a bordo. Quando siete sul ponte principale, salite la sca-
letta sulla destra e arriverete in sala comando.»
«Gracias.»
I due comandanti del contingente delle Forze Speciali salirono la passe-
rella e poi la scaletta. Hollis era divorato dalla curiosità. Un'ora prima del-
l'arrivo a Punta Arenas aveva ricevuto una comunicazione urgente in codi-
ce dal generale Dodge che gli ordinava di andare ad attendere in segreto il
Sounder. Non c'erano spiegazioni né altre istruzioni. Sapeva soltanto, dalle
informazioni ricevute in Virginia, che la nave oceanografica e il suo equi-
paggio avevano scoperto lo scambio tra la portacontainer messicana e il
Lady Flamborough. Niente altro. Smaniava di sapere perché il Sounder era
comparso all'improvviso a Punta Arenas quasi contemporaneamente all'ar-
rivo del suo gruppo.
A Hollis non piaceva essere tenuto all'oscuro, ed era notevolmente irrita-
to.
L'uomo che l'aveva chiamato era ancora all'estremità della plancia. Hol-
lis incontrò due ipnotici occhi verdi, di un verde opalescente, che apparte-
nevano a un uomo snello con le spalle ampie e i capelli neri incipriati da
cristalli di ghiaccio. L'uomo fissò i due ufficiali per cinque secondi, come
se gli bastassero per valutarli. Poi estrasse la mano destra dalla tasca del
giubbotto e la tese.
«Colonnello Hollis, maggiore Dillinger, io sono Dirk Pitt.»
«A quanto sembra, lei sa sul nostro conto molto più di quanto noi sap-
piamo di lei, signor Pitt.»
«È una situazione cui rimedieremo in fretta», rispose allegramente Pitt.
«Prego, seguitemi nella cabina del comandante. Il caffè è pronto e potremo
parlare al calduccio e in privato.»
I due seguirono Pitt fino all'alloggio di Stewart, dove furono presentati a
Gunn, a Giordino e al comandante. Dopo aver stretto la mano a tutti, accet-
tarono con piacere il caffè.
«Prego, accomodatevi», disse Stewart.
Dillinger sedette, ma Hollis scosse la testa.
«Grazie, preferisco stare in piedi.» Lanciò un'occhiata interrogativa ai
quattro della NUMA. «Se mi è permesso parlare francamente, vi dispiace
dirmi che diavolo succede?»
«Ovviamente è una cosa che riguarda il Lady Flamborough», rispose
Pitt.
«Che cosa c'è da discutere? I terroristi l'hanno distrutta.»
«È ancora a galla», gli assicurò Pitt.
«Non ho ricevuto notizie che lo confermino», disse Hollis. «L'ultima fo-
to trasmessa dal satellite non ne mostra traccia.»
«Può credermi sulla parola.»
«Mi mostri le prove.»
«Non scherza, eh?»
«Io e i miei uomini siamo venuti qui per salvare molte vite umane», ri-
spose bruscamente Hollis. «E nessuno, neppure i miei superiori, mi ha di-
mostrato che a bordo di quella nave ci sia ancora gente che possa essere
salvata.»
«Deve rendersi conto, colonnello», disse Pitt con voce sferzante, «che
non abbiamo a che fare con i soliti terroristi dal grilletto facile. Il loro capo
è molto abile e astuto. Finora è riuscito a battere le menti migliori dei ser-
vizi di sicurezza. E continua a farlo.»
«Eppure qualcuno ha scoperto la mimetizzazione», fece Hollis con un
complimento involontario.
«Abbiamo avuto fortuna. Se il Sounder non si fosse trovato a esplorare
quella parte dell'oceano, avremmo potuto impiegarci un mese per scoprire
il General Bravo. Così, abbiamo ridotto il vantaggio dei sequestratori a un
giorno o due.»
Il pessimismo di Hollis incominciò ad attenuarsi. Il suo interlocutore
non cedeva. Si chiese se, dopotutto, sarebbe stato possibile realizzare l'o-
perazione di salvataggio. «Dov'è la nave?» chiese.
«Non lo sappiamo», disse Gunn.
«Non conoscete neppure la posizione approssimativa?»
«Possiamo solo formulare un'ipotesi attendibile», disse Giordino.
«Su quale base?»
Gunn guardò Pitt, che sorrise e accettò di rispondere.
«Intuizione.»
Le speranze di Hollis incominciarono a sgretolarsi. «Si serve dei taroc-
chi o di una sfera di cristallo?» chiese in tono sarcastico.
«Per la verità preferisco le foglie di tè», replicò Pitt.
Vi fu un lungo, gelido silenzio. Hollis immaginava che l'aggressività non
avrebbe dato risultati. Finì di bere il caffè e rigirò la tazza.
«Sta bene, signori. Mi dispiace di aver usato toni troppo forti. Non sono
abituato a trattare con i civili.»
Sul viso di Pitt apparve un'espressione divertita ma priva di malizia. «Se
questo può farla sentire più a suo agio, io ho il grado di maggiore dell'Ae-
ronautica.»
Hollis aggrottò la fronte. «Posso chiederle che cosa ci fa a bordo di una
nave della NUMA?»
«Diciamo che è un incarico permanente... una lunga storia che ora non
abbiamo tempo di approfondire.»
Dillinger fu il primo a capire. Hollis avrebbe dovuto immaginarlo fin dal
momento delle presentazioni, ma aveva la mente troppo piena di interroga-
tivi.
«Per caso è parente del senatore George Pitt?» chiese Dillinger.
«Sono suo figlio.»
I due ufficiali incominciarono a scorgere un filo di luce. Hollis prese una
sedia e sedette. «Bene, signor Pitt, la prego di dirmi quello che sa.»
Dillinger intervenne. «L'ultimo rapporto mostrava il Lady Flamborough
diretto verso l'Antartide. Lei afferma che è tuttora a galla. Le prossime fo-
tografie dovrebbero rivelarlo facilmente in mezzo ai ghiacci.»
«Se sta contando sul Casper SR-90», disse Pitt, «può risparmiarsi il di-
sturbo.»
Dillinger lanciò un'occhiata a Hollis. Si sentiva in svantaggio. Quel
gruppo di tecnici dell'oceano disponeva delle stesse informazioni cui pote-
vano fare riferimento loro stessi.
«Da una distanza di centomila chilometri un SR-90 può rivelare imma-
gini tridimensionali così nitide che permettono di contare le cuciture di un
pallone da football», osservò Hollis.
«Senza il minimo dubbio. Ma immagini che il pallone sia stato mimetiz-
zato in modo da sembrare un sasso.»
«Non capisco...»
«Capirà quando glielo avremo fatto vedere», asserì Pitt. «L'equipaggio
ha preparato una dimostrazione sul ponte.»

Il ponte di poppa era stato coperto da un enorme foglio opaco di plastica


bianca, fissato in modo da rimanere teso senza agitarsi nel vento incessan-
te. Il comandante Stewart gli stava accanto in compagnia di due membri
dell'equipaggio che dovevano azionare una pompa antincendio.
«Durante l'esplorazione intorno al General Bravo abbiamo recuperato un
grosso rotolo di questa plastica», spiegò Pitt. «Ritengo che fosse caduta
accidentalmente dal Lady Flamborough quando le due navi si erano incon-
trate. Si trovava sul fondo marino fra i bidoni vuoti della vernice che i se-
questratori hanno usato per camuffare la nave da crociera e farla somiglia-
re alla portacontainer messicana. D'accordo, non è una prova conclusiva.
Dovrete credermi sulla parola. L'ultima foto trasmessa dal satellite non
mostra niente perché tutti cercavano una nave. Il Lady Flamborough non
ne ha più l'aspetto. Il capo dei terroristi dev'essere un intenditore d'arte. Ha
preso l'ispirazione dal discusso scultore Christo, che è famoso per le sue
creazioni in plastica all'aperto: avvolge palazzi, coste, isole, monumenti
con fogli di plastica. Una volta ha teso un tendaggio mostruoso nel Rifle
Gap del Colorado, e ha eretto uno steccato lungo chilometri a Marin
County, in California. Il capo dei dirottatoti ha fatto di meglio e ha incarta-
to una nave da crociera. Non è una nave troppo grande. Il contorno dello
scafo poteva essere modificato con aggiunte e impalcature. Con i fogli di
plastica già tagliati e numerati, i cento ostaggi e i terroristi avrebbero potu-
to completare il lavoro in dieci ore. È ciò che stavano facendo quando il
Landsat è passato sopra di loro. L'ingrandimento non era abbastanza chiaro
per rivelare i particolari dell'attività. Quando è passato il Seasat, mezza
giornata più tardi, non c'era più niente da identificare, nulla che facesse
pensare a una nave... a qualunque nave. Sto correndo troppo?»
«No...» mormorò Hollis. «Ma tutto questo non ha senso.»
«Forse non ama l'arte contemporanea», commentò ironicamente Giordi-
no. «Vogliamo mostrargli come si fa?»
Pitt rivolse un cenno al comandante.
«Bene, ragazzi», disse Stewart ai due marinai. «Ora spruzzate tutto, leg-
germente.»
Uno dei due aprì la valvola mentre l'altro puntava il tubo e uno spruzzo
cadeva sul telo di plastica. All'inizio il vento portò via quasi tutto il pulvi-
scolo e lo disperse in mare. L'uomo regolò il getto e poco dopo la plastica
si coprì di un velo d'acqua.
Non era passato un minuto prima che l'atmosfera gelida trasformasse
l'acqua in ghiaccio.
Hollis assistette alla trasformazione con aria pensierosa. Poi si avvicinò
a Pitt e gli tese la mano. «Devo riconoscerlo, signore. Ha avuto un'idea ge-
niale.»
Dillinger stava a bocca aperta come un cliente gonzo imbrogliato in un
luna park. «Un iceberg», mormorò rabbiosamente. «Quei figli di puttana
hanno trasformato la nave in un iceberg.»

49.

Hala si svegliò infreddolita e indolenzita. Era metà mattina, ma era anco-


ra buio. La facciata da portacontainer e la plastica incrostata di ghiaccio
che avvolgeva la nave da crociera filtravano gran parte della luce. Quel
poco che penetrava nelle suite dei VIP bastava appena per rivelare le figu-
re dei presidenti Hasan e De Lorenzo stesi sul letto. Sotto un'unica coperta
troppo leggera stavano stretti uno all'altro per scaldarsi, e il loro alito for-
mava piccole nubi sopra le teste prima di condensarsi e di ghiacciare sulle
pareti.
Il freddo sarebbe stato ancora tollerabile, ma l'alto tasso di umidità ren-
deva insopportabile la temperatura, e la situazione era aggravata dal fatto
che non avevano mangiato nulla da quando avevano lasciato Punta del E-
ste. I sequestratori non avevano fornito cibo ai passeggeri e all'equipaggio.
L'insensibilità disumana di Ammar faceva sentire il suo peso via via che il
freddo minava le forze e la paura dell'ignoto intorpidiva le menti.
Durante la prima parte del viaggio, i prigionieri avevano avuto a dispo-
sizione soltanto l'acqua dei rubinetti delle docce e dei lavabi. Poi le tuba-
zioni s'erano ghiacciate e il tormento della sete si aggiungeva ai morsi del-
la fame.
Il Lady Flamborough era stato approvvigionato per navigare nei mari
tropicali, e aveva a bordo poche coperte. Tutti coloro che s'erano imbarcati
a Portorico o a Punta del Este avevano portato indumenti adatti al clima
dei tropici e avevano lasciato a casa il guardaroba invernale. I prigionieri si
erano coperti alla meglio, indossando diversi strati di camicie, pantaloni e
calzini leggeri. Si avvolgevano gli asciugamani intorno alla testa per non
disperdere il calore corporeo. E rimpiangevano soprattutto di non avere i
guanti.
Non c'era riscaldamento. Ammar aveva rifiutato di metterlo in funzione.
Era un lusso che non poteva permettersi. Il calore all'interno avrebbe sciol-
to la pellicola di ghiaccio sui teli di plastica e avrebbe reso inutile l'ingan-
no.
Hala non era l'unica sveglia fra i prigionieri. Per molti era impossibile
addormentarsi profondamente. Stavano distesi come se fossero immersi in
una trance ipnotica: erano coscienti del luogo in cui si trovavano ma non
erano in grado di compiere sforzi fisici. Ogni proposito di resistenza era
sfumato rapidamente. Anziché lottare contro i dirottatori, il comandante
Collins e i suoi erano ridotti a sforzarsi per restare in vita nonostante il
freddo che li intorpidiva.
Hala si sollevò sui gomiti quando il senatore Pitt entrò nella cabina.
Era un'apparizione strana: indossava un doppiopetto grigio sopra un ges-
sato blu. Rivolse a Hala un sorriso d'incoraggiamento, ma il suo fu uno
sforzo patetico. Lo sfinimento degli ultimi cinque giorni aveva cancellato
il suo aspetto giovanile: adesso sembrava più vicino alla sua vera età.
«Come va?» chiese.
«Darei il braccio destro per una tazza di tè bollente», rispose Hala.
«Io darei anche di più.»
Il presidente De Lorenzo si sollevò a sedere e posò i piedi sul pavimen-
to. «Qualcuno ha parlato di tè bollente?»
«È solo una fantasia, signor presidente», rispose il senatore.
«Non avevo mai immaginato che sarei morto di fame e di freddo a bordo
di una nave di lusso.»
«Neppure io», confessò Hala.
Il presidente Hasan si lasciò sfuggire un gemito, cambiò posizione e sol-
levò la testa.
«Le fa male la schiena?» chiese premuroso il presidente De Lorenzo.
«Ho troppo freddo per sentire i dolori», rispose Hasan con un sorriso
forzato.
«Posso aiutarla ad alzarsi?»
«No, grazie. Resterò a letto e cercherò di conservare le poche energie
che mi restano.» Hasan guardò De Lorenzo e sorrise a denti stretti. «Vorrei
che ci fossimo incontrati e fossimo diventati amici in circostanze più pia-
cevoli.»
«Gli americani dicono: 'La politica crea strane vicinanze'. Sembra che
sia proprio il nostro caso.»
«Quando questa storia sarà finita, dovrà essere mio ospite in Egitto.»
De Lorenzo annuì. «A una condizione: lei dovrà venire a visitare il Mes-
sico.»
«È un onore che accetto con piacere.»
I due presidenti si strinsero la mano solennemente... Non erano più due
capi di Stato circondati d'attenzioni, ma due uomini accomunati da un de-
stino che non potevano controllare e decisi a finire con dignità.
«Le macchine si sono fermate», osservò all'improvviso Hala.
Il senatore Pitt annuì. «Sì, e hanno appena calato le ancore. Siamo or-
meggiati, e hanno spento le macchine.»
«Dobbiamo essere vicini alla terraferma.»
«È impossibile capirlo. Le finestre sono oscurate.»
«Purtroppo siamo come ciechi», constatò Hasan.
«Se uno di voi sta di guardia alla porta, cercherò di forzare la finestra»,
disse Pitt. «Quando avrò rotto il vetro senza allarmare la sentinella, aprirò
un foro nella tavola di truciolato. Con un po' di fortuna potremmo riuscire
a vedere dove siamo.»
«Starò in ascolto alla porta», propose Hala.
«Il freddo è già abbastanza tremendo anche senza farne entrare di più»,
disse De Lorenzo in tono depresso.
«All'esterno c'è la stessa temperatura di qui», ribatté il senatore.
Non aveva intenzione di perder tempo in discussioni. Andò subito alla
grande finestra panoramica del salotto, che era alta due metri e larga uno.
All'esterno non c'era il ponte della passeggiata: le entrate delle cabine e
delle suite erano rivolte verso l'interno della nave; le finestre si aprivano
direttamente nello scafo.
Le uniche zone scoperte pattugliate dai dirottatori erano il ponte della pi-
scina e della lounge, più in alto, e i ponti d'osservazione a prua e a poppa.
Il senatore batté le nocche sul vetro. Il suono che ottenne fu un tonfo
sordo. Il vetro era piuttosto spesso: doveva esserlo, per resistere alla vio-
lenza delle onde enormi e dei venti d'uragano.
«Qualcuno ha un anello con un diamante?» chiese.
Hala tolse le mani dalle tasche dell'impermeabile, le alzò e mosse le dita,
mostrando due anellini di opali e turchesi. «I corteggiatori musulmani non
hanno l'abitudine di viziare le loro donne con doni generosi.»
«Mi servirebbe un diamante di un carato.»
Il presidente Hasan si sfilò dal mignolo un grosso anello. «Questo è di
tre carati.»
Il senatore esaminò la pietra nella luce fioca. «Dovrebbe andare bene.
Grazie.»
Lavorò in fretta ma con cautela, senza far rumore. Aprì un varco suffi-
ciente per infilare un dito. Ogni tanto s'interrompeva per alitarsi sulle ma-
ni. Quando le dita cominciavano a intorpidirsi, le teneva sotto le ascelle fi-
no a che riacquistavano agilità.
Preferiva non pensare a ciò che avrebbero fatto i dirottatori se l'avessero
scoperto. Gli sembrava di vedere il suo corpo crivellato di proiettili che
galleggiava nella corrente.
Tagliò una linea circolare intorno al foro centrale, insistendo fino a che il
solco diventò più profondo. La cosa più difficile era evitare che un fram-
mento di vetro cadesse lungo la fiancata d'acciaio e tintinnasse.
Girò l'indice nel foro e tirò. Il disco di vetro cedette. Lo estrasse con cau-
tela e lo posò sul tappeto. Niente male. Adesso l'apertura era abbastanza
ampia per permettergli di sporgere la testa.
La tavola di truciolato che simulava i finti container era a una distanza di
mezzo braccio dalla finestra e copriva l'intera lunghezza della sovrastruttu-
ra centrale. Il senatore protese la testa oltre l'apertura, stando attento a non
ferirsi le orecchie contro gli orli affilati come rasoi. Scrutò a destra e a si-
nistra, ma vide solo lo stretto varco tra i falsi container e la fiancata della
nave. In alto scorse una striscia luminosa che era il cielo, ma che sembrava
velata dalla nebbia. In basso avrebbe dovuto esserci un nastro sottile di ac-
qua in movimento. Invece c'era un immenso telo di plastica fissato ai sup-
porti lungo il bagnasciuga. Lo fissò sbalordito. Non riusciva a immaginar-
ne la funzione.
Il senatore si sentiva sicuro. Se non poteva vedere i dirottatori che mon-
tavano di guardia sui ponti, neppure loro potevano vederlo. Tornò nella
camera da letto e frugò nella valigia.
«Che cosa cerca?» chiese Hala.
Il senatore Pitt mostrò un coltello dell'esercito svizzero. «Ne porto sem-
pre uno nel nécessaire da barba.» Sorrise. «Il cavatappi è molto utile per le
festicciole improvvisate.»
Si scaldò con cura le mani prima di riprendere il lavoro. Strinse l'impu-
gnatura rossa, infilò il braccio attraverso l'apertura nel vetro e cominciò a
usare la lama piccola come un succhiello e poi la lama grande per allargare
la circonferenza.
Era una procedura d'una lentezza tormentosa. Non osava spingere la la-
ma più d'un millimetro oltre l'esterno della tavola: temeva che una senti-
nella si sporgesse dall'alto e notasse il minuscolo movimento metallico.
Continuò a incidere meticolosamente, rimuovendo ogni strato di fibra pri-
ma di attaccare il successivo.
La mano aveva perduto la sensibilità, ma non s'interruppe per scaldarla.
Il pugno era irrigidito intorno all'impugnatura del coltello che sembrava
diventato un'estensione del suo braccio.
Alla fine il senatore riuscì a raschiar via una quantità di trucioli suffi-
ciente per aprire un foro che gli permettesse di osservare un'area abbastan-
za ampia. Sporse la testa oltre il vetro e accostò la guancia alla fredda su-
perficie della tavola.
Qualcosa gli bloccava la vista. Inserì l'indice nel foro e toccò il telo di
plastica. Era sconcertante scoprire che rivestiva i finti container e non sol-
tanto la parte inferiore dello scafo.
Imprecò sottovoce. Non avrebbe dovuto temere di sfondare il legno.
Nessuno avrebbe visto comunque la lama del coltello sotto il rivestimento
di plastica. Rinunciò alla prudenza e aprì una fenditura nel materiale opa-
co. Poi tornò a sbirciare.
Non vide il mare aperto, e neppure la linea della costa.
Vide una parete torreggiante di ghiaccio che si estendeva oltre la sua vi-
suale limitata. La muraglia scintillante era così vicina che se avesse potuto
protendere un ombrello l'avrebbe toccata.
All'improvviso sentì un rombo sordo che gli ricordava quello di un ter-
remoto.
Indietreggiò di scatto, sconvolto dal significato della sua scoperta.
Hala lo vide irrigidirsi. «Che cosa c'è?» gli chiese ansiosamente. «Che
cos'ha visto?»
Il senatore si voltò e mosse le labbra a fatica fino a che riuscì a formula-
re le parole. «Siamo ancorati sotto un ghiacciaio enorme», disse. «La mu-
raglia di ghiaccio può staccarsi da un momento all'altro e schiacciare la
nave come se fosse di carta.»
50.

A un'altitudine di ventimila metri sopra la penisola Antartica, l'aereo con


l'ala a delta sfrecciava nell'aria rarefatta alla velocità di tremiladuecento
chilometri orari. Era stato progettato per volare a un'altitudine e a una ve-
locità doppie, ma il pilota limitava l'alimentazione del motore al quaranta
per cento per conservare il carburante e dare alle macchine da presa la pos-
sibilità di riprendere immagini più nitide.
Diversamente dal suo antenato, il blackbird SR-71 le cui ali e la cui fu-
soliera di titanio naturale avevano un color indaco scuro, la tecnologia del-
l'invisibilità del più avanzato SR-90 aveva creato un guscio incredibilmen-
te duro di plastica leggera colorato di bianco-grigio. Soprannominato «Ca-
sper» come il piccolo fantasma dei cartoni animati, era quasi invisibile per
gli occhi umani e per il radar.
Le cinque macchine da presa potevano catturare in un'ora metà della
lunghezza degli Stati Uniti in un unico passaggio. L'attrezzatura fotografi-
ca provvedeva a filmare in bianco e nero, a colori, all'infrarosso, in tre di-
mensioni e con alcune tecniche segretissime e del tutto sconosciute ai fo-
tografi commerciali.
Il tenente colonnello James Slade aveva poco da fare. Era un volo di ri-
cognizione lungo e noioso dalla sua base nel deserto di Mojave in Califor-
nia. L'unica volta in cui usava i comandi manuali durante il volo era in oc-
casione dei rifornimenti. I motori del Casper bevevano parecchio. Era ne-
cessario rifornirlo due volte in volo per una tratta della missione.
Slade esaminava gli strumenti con occhio critico. Il Casper era un aereo
nuovo, e doveva ancora rivelare tutti i suoi difetti. Soddisfatto nel vedere
che tutto era normale, sospirò e prese dalla tasca della tuta un videogame
miniaturizzato. Premette i pulsanti sotto il piccolo schermo per sottrarre un
minuscolo sommozzatore ai tentacoli di una piovra gigantesca e portarlo a
raggiungere lo scrigno del tesoro.
Dopo pochi minuti si stancò del gioco e guardò la gelida desolazione
dell'Antartide. Laggiù, in basso, il dito curvo della penisola settentrionale e
le isole vicine scintillavano sotto un cielo limpido come un diamante.
Il ghiaccio, le rocce e il mare creavano un panorama magnifico che ispi-
rava ammirazione all'occhio e soggezione all'anima. Da un'altitudine di
venti chilometri poteva apparire una scena bellissima, ma Slade conosceva
bene la verità. Una volta aveva trasportato le provviste a una stazione
scientifica al polo Sud e aveva imparato molto in fretta che la bellezza e
l'ostilità, nel regno del freddo eterno, procedevano di pari passo.
Ricordava le temperature tremende. Non aveva creduto che fosse possi-
bile sputare e vedere la saliva che ghiacciava prima di toccare il suolo. E
non aveva dimenticato i venti feroci che sferzavano il più gelido di tutti i
continenti. Le raffiche a centosessanta chilometri orari erano inimmagina-
bili fino a che non se ne faceva l'esperienza per la prima volta.
Slade non capiva perché certi uomini erano così attratti da quell'inferno.
Ogni volta che rientrava alla base provava l'impulso ironico di chiamare
un'agenzia di viaggi e di chiedere se era possibile prenotare in un buon al-
bergo turistico vicino al polo.
All'improvviso una voce femminile parlò attraverso uno dei tre altopar-
lanti dell'abitacolo.
«Attenzione, prego. Sta per superare il limite estremo della rotta dove
s'intersecano i settanta gradi di longitudine e i settanta di latitudine. Disin-
nesti il pilota automatico e inizi una virata di centottanta gradi a partire da
questo momento. I dati per il ritorno sono programmati nel computer. Bat-
ta il codice appropriato. Buon viaggio fino a casa.»
Slade seguì le istruzioni e compì la virata; non appena il computer ebbe
inserito la rotta di ritorno, innestò di nuovo il pilota automatico e si assestò
in una posizione più comoda.
Come tanti altri che effettuavano missioni di ricognizione, fantasticava
sul viso e sul corpo che accompagnavano la voce disincarnata. Secondo
certe chiacchiere, la donna pesava centotrenta chili, aveva sessant'anni ed
era dodici volte nonna. Nessun pilota sano di mente poteva prestar fede a
una simile violazione del mito. Forse somigliava a Sigourney Weaver.
Forse era Sigourney Weaver. Slade decise di accertarsene non appena fos-
se rientrato a casa.
Risolto quel problema delicato, Slade ricontrollò il quadro degli stru-
menti e si rilassò mentre la terra imprigionata dai ghiacci svaniva dietro la
coda dell'aereo. Quando fu di nuovo sopra il mare, riprese il giochetto elet-
tronico.
Non aveva motivo di continuare a guardare il mondo che scorreva sotto
di lui, soprattutto perché la Terra del Fuoco era coperta da una fitta coltre
di nubi nere. Aveva studiato la geografia quanto bastava per sapere che
quella era una terra desolata di venti incessanti, pioggia e neve.
Per Slade era quasi un sollievo non vedere il paesaggio monotono. La-
sciava alla telecamera a infrarossi del Casper il compito di penetrare attra-
verso le nubi e di registrare l'estremità morta e desolata del continente.

Il comandante Collins fissò la maschera di Ammar e s'impose di non di-


stogliere lo sguardo. C'era qualcosa di malefico e d'inumano negli occhi
del capo dei dirottatori. Collins percepiva in lui un agghiacciante disinte-
resse per la vita umana.
«Esigo di sapere quando lascerà libera la mia nave», disse Collins in to-
no fermo.
Ammar posò la tazza di tè sul piattino, si asciugò le labbra con un tova-
gliolo e guardò Collins con distacco.
«Posso offrirle un tè?»
«No, se non lo offre anche ai passeggeri e all'equipaggio», rispose Col-
lins. Stava eretto nella bianca uniforme estiva e tremava per il freddo.
«È la risposta che mi aspettavo.» Ammar capovolse la tazza vuota. «Sarà
felice di sapere che io e i miei uomini prevediamo di andarcene domani se-
ra. Se mi darà la sua parola che non ci saranno stupidi tentativi di riprende-
re la nave o di raggiungere la riva prima della nostra partenza, non accadrà
niente di male a nessuno e lei potrà riavere il comando.»
«Preferirei che facesse riscaldare la nave e desse da mangiare a tutti.
Siamo disperatamente a corto di indumenti pesanti e di coperte per difen-
derci dal freddo. Nessuno mangia da giorni. I tubi sono gelati e l'acqua non
arriva più. Ed è superfluo parlare dei problemi igienici.»
«La sofferenza fa bene all'anima», disse filosoficamente Ammar.
Collins lo fissò, sprezzante. «Fesserie.»
Ammar scrollò le spalle. «Se lo dice lei.»
«In nome di Dio, a bordo c'è gente malata o moribonda.»
«Non credo che moriranno di freddo o di fame prima della mia parten-
za», disse bruscamente Ammar. «Dovranno sopportare qualche disagio per
le prossime trenta ore, fino a quando riaccenderete i motori e riscalderete
la nave.»
«Potrebbe essere troppo tardi per tutti noi, se la parete del ghiacciaio si
staccasse.»
«A me sembra abbastanza solida.»
«Non si rende conto del pericolo? Un'enorme lastra di ghiaccio potrebbe
cadere da un momento all'altro. Il peso schiaccerebbe il Lady Flambo-
rough come un palazzo di dieci piani che crolla su un'automobile. Deve
spostare la nave.»
«È un rischio che non posso evitare. L'incrostazione di ghiaccio sulla
plastica si scioglierebbe, rivelerebbe la nostra posizione e le telecamere a
infrarossi dei satelliti potrebbero scoprire il caldo che irradiamo.»
Il viso di Collins era segnato da una rabbia impotente. «Lei è sciocco o
pazzo. A che cosa può servire tutto ciò? Che cosa ci guadagnerà? Ci tiene
prigionieri per chiedere un riscatto o la liberazione di qualche suo compa-
gno terrorista? Se non farà altro che andarsene lasciandoci qui, non so che
scopo possa avere.»
«Lei è troppo curioso, comandante, ma mi piace la sua dedizione a uno
scopo. Conoscerà abbastanza presto le ragioni del sequestro della nave.»
Ammar si alzò e fece un cenno alla guardia che stava dietro Collins. «Ri-
conduci il comandante nella sua cabina.»
Collins non si mosse. «Perché non fornisce tè caldo, caffè, brodo, qual-
cosa che possa alleviare le sofferenze dei prigionieri?»
Ammar non si degnò di voltarsi mentre usciva dalla sala da pranzo.
«Addio, comandante. Non ci vedremo più.»
Ammar andò in sala comunicazioni. Ibn era in piedi e guardava una tele-
scrivente che sfornava le ultime notizie d'agenzia. Lo specialista d'elettro-
nica era seduto alla radio e ascoltava una trasmissione che un voice
recorder copiava sulla carta. La radio e la telescrivente erano alimentate da
un generatore portatile.
Ibn si voltò quando sentì arrivare Ammar, gli fece un cenno di saluto e
strappò dalla telescrivente un lungo foglio di carta.
«I media internazionali continuano a dare per perso il Lady Flambo-
rough», riferì. «Le navi per il recupero stanno arrivando solo adesso al lar-
go dell'Uruguay per svolgere le ricerche subacquee. I miei complimenti,
Suleiman: hai ingannato tutto il mondo. Saremo di ritorno al Cairo sani e
salvi prima che l'Occidente scopra la verità.»
«Notizie dall'Egitto?» chiese Ammar.
«Per ora niente di entusiasmante. I ministri di Hasan continuano a con-
trollare il governo. Si aggrappano tenacemente al potere. Sono stati tanto
furbi da non far intervenire le forze della Sicurezza per disperdere le mani-
festazioni. L'unico spargimento di sangue è stato causato dai nostri fratelli
fondamentalisti che per errore hanno fatto saltare un autobus pieno di
pompieri algerini arrivati al Cairo per un congresso. Credevano che l'auto-
bus facesse parte di un convoglio della polizia. I network del Cairo sosten-
gono che il movimento di Akhmad Yazid è solo una facciata dei fanatici
iraniani. Molti sostenitori esitano e finora le masse non hanno chiesto lo
scioglimento del governo di Hasan.»
«È stato quell'idiota di Khaled Fawzy a far saltare l'autobus», ringhiò
Ammar. «E i militari? Che posizione hanno assunto?»
«Il ministro della Difesa Abu Hamid non s'impegnerà fino a che non ve-
drà i cadaveri del presidente Hasan e di Hala Kamil.»
«Quindi Yazid non ha ancora compiuto una trionfale presa di potere.»
Ibn annuì con aria grave. «C'è un'altra notizia. Yazid ha annunciato che
l'equipaggio e i passeggeri della nave sono ancora vivi e che negozierà
personalmente con i terroristi per ottenere che tutti vengano rilasciati. È ar-
rivato al punto di offrire la sua vita in cambio del senatore George Pitt, per
far colpo sugli americani.»
Una rabbia paralizzante s'impadronì di Ammar, acuì i suoi sensi e schiu-
se i pensieri come tante buste entro la sua mente. Dopo qualche istante fis-
sò Ibn.
«Per Allah, quel traditore ci ha portati al macello», disse in tono incredu-
lo. «Yazid ha venduto la missione.»
Ibn annuì. «Yazid si è servito di te e ti ha tradito.»
«Questo spiega perché ha continuato a rinviare l'ordine di uccidere Ha-
san, la Kamil e gli altri. Voleva che restassero illesi fino a che Machado e
la sua feccia potessero togliere di mezzo me, te e i nostri.»
«Che cosa ci guadagnano Yazid e Topiltzin tenendo in vita gli ostaggi?»
chiese Ibn.
«Yazid e Topiltzin reciteranno la parte dei salvatori di due presidenti,
del segretario generale dell'ONU e di un importante uomo politico ameri-
cano, e così conquisteranno l'ammirazione dei governi di tutto il mondo.
Diventeranno automaticamente più forti mentre i loro avversari perderanno
terreno. Allora potranno prendere il potere pacificamente, ampliare la loro
base e accentuare le loro immagini benevole agli occhi di tutti.»
Ibn chinò la testa, rassegnato. «Quindi ci hanno buttati in pasto agli av-
voltoi.»
Ammar annuì. «Yazid aveva deciso fin dall'inizio che dovevamo morire,
per garantirsi il silenzio su questa missione e le altre che abbiamo compiu-
to per lui.»
«E il comandante Machado e i suoi messicani? Che ne sarà di loro dopo
che ci avranno eliminati?»
«Topiltzin li farà sparire dopo il rientro in Messico.»
«Ma prima dovranno lasciare la nave e l'isola.»
«Sì», rispose pensosamente Ammar, aggirandosi nella sala comunica-
zioni a passi rabbiosi. «Sembra che io abbia sottovalutato l'astuzia di Ya-
zid. Pensavo che Machado non potesse far nulla perché ignorava i nostri
accordi per raggiungere un aeroporto sicuro in Argentina. Ma grazie a Ya-
zid il nostro compagno messicano ha preparato i suoi piani di fuga.»
«Perché non ci ha ancora eliminati?»
«Perché Yazid e Topiltzin non gli daranno l'ordine prima di essere pronti
a iniziare i loro finti negoziati per la liberazione degli ostaggi.» Ammar si
voltò di scatto e strinse la spalla dell'operatore radio, che si tolse subito la
cuffia. «Hai ricevuto qualche messaggio insolito diretto alla nave?»
L'esperto egiziano di comunicazioni lo guardò con aria incuriosita. «È
strano che me lo chieda. I nostri amici latini continuano a entrare e uscire
di qui e a fare la stessa domanda. Pensavo che fossero stupidi. Il 'ricevuto'
di una trasmissione diretta verrebbe intercettato dai sistemi d'ascolto dei
servizi segreti americano ed europeo. Individuerebbero la nostra posizione
in pochi secondi.»
«Quindi non hai intercettato niente di sospetto.»
L'altro scosse la testa. «E in ogni caso, sarebbe sicuramente un messag-
gio in codice.»
«Spegni tutto. Lascia credere ai messicani che sei ancora in ascolto. Se ti
chiedono di un messaggio in arrivo, fai il finto tonto e ripeti che non hai
sentito niente.»
Ibn fissò Ammar con aria d'attesa. «Quali sono gli ordini per me, Sulei-
man?»
«Sorveglia attentamente l'equipaggio di Machado. Confondili compor-
tandoti amichevolmente. Apri il bar della lounge e invitali a bere. Assegna
ai nostri uomini i turni di guardia peggiori, in modo che i latini possano ri-
lassarsi. In questo modo abbasseranno la guardia.»
«Dobbiamo ucciderli prima che siano loro a uccidere noi?»
«No», rispose Ammar, con un lampo di soddisfazione sadica negli oc-
chi. «È un compito che lasceremo al ghiacciaio.»

51.

«Laggiù ci sarà almeno un milione di iceberg», disse Giordino. «Sarebbe


più facile scoprire un cameriere lillipuziano in mezzo a una colonia di pin-
guini. Ci vorranno giorni e giorni.»
Il colonnello Hollis era del solito umore. «Deve essercene uno che corri-
sponda ai contorni e alle dimensioni del Lady Flamborough. Continui a
cercare.»
«Tenete presente», intervenne Gunn, «che gli iceberg antartici tendono a
essere piatti. La sovrastruttura sotto il telo di plastica deve dare alla nave
una sagoma con molti pinnacoli.»
Dillinger stava guardando con una lente d'ingrandimento. «La definizio-
ne è straordinaria», mormorò. «E sarà anche migliore quando vedremo che
cosa c'è al di là di quelle nubi.»
Erano tutti intorno a un tavolo della sala comunicazioni del Sounder ed
esaminavano un'enorme foto a colori trasmessa dal Casper. La pellicola
era stata sviluppata e inviata attraverso la ricevente laser della nave meno
di quaranta minuti dopo che l'aereo era atterrato.
I particolari nettamente definiti mostravano un mare di iceberg che si e-
rano staccati dal Larsen Ice Shelf sul lato orientale della penisola, mentre
altre centinaia si distinguevano presso i ghiacciai della Terra di Graham a
occidente.
Pitt pensava ad altro. Sedeva in disparte e studiava una carta nautica che
teneva aperta sulle ginocchia. Ogni tanto alzava la testa e ascoltava ma
senza intervenire.
Hollis si girò verso il comandante Stewart che stava accanto al ricevitore
e portava una cuffia con microfono. «Quando possiamo aspettarci la foto a
infrarossi del Casper?»
Stewart alzò la mano per invitarlo a non interrompere. Si premette la
cuffia sulle orecchie e ascoltò la voce che giungeva dalla sede centrale del-
la CIA a Washington. Poi fece un cenno a Hollis. «Il laboratorio fotografi-
co di Langley dice che cominceranno a trasmettere fra mezzo minuto.»
Hollis camminava avanti e indietro come un gatto in attesa del rumore di
un apriscatole. Poi si fermò e guardò incuriosito Pitt che stava misurando
le distanze con un compasso.
Nelle ultime ore il colonnello aveva scoperto molte cose sul conto del-
l'ufficiale della NUMA: non l'aveva saputo da Pitt ma dall'equipaggio della
nave che parlava di lui come se fosse una specie di leggenda vivente.
«Sta arrivando», annunciò Stewart. Si tolse la cuffia e attese con pazien-
za mentre la foto grande come un giornale usciva dalla ricevente. Non ap-
pena il foglio si staccò, lo prese e lo posò sul tavolo. Tutti cominciarono a
esaminare con attenzione la costa intorno all'estremità superiore della pe-
nisola.
«I tecnici del laboratorio fotografico hanno convertito la pellicola iper-
sensibile in un termogramma per mezzo del computer», spiegò Stewart.
«Le differenze delle radiazioni infrarosse sono rivelate dai vari colori. Il
nero rappresenta le temperature più fredde. Blu, celeste, verde, giallo e
rosso formano una scala crescente fino al bianco, il più caldo.»
«Che colori ci aspettiamo dal Lady Flamborough?» chiese Dillinger.
«Più o meno della gamma fra il giallo e il rosso.»
«Io direi più vicino al blu», intervenne Pitt.
Tutti si volsero a guardarlo come se avesse sternutito durante una partita
a scacchi.
«In questo caso non si distinguerà dal resto», protestò Hollis. «Non lo
troveremo mai.»
«La radiazione del calore dei motori e dei generatori mostrerà chiara-
mente la nave, come una palla da golf su un green», insistette Gunn.
«No, se hanno spento le macchine.»
«Non vorrà dire che a bordo è tutto spento?» chiese Dillinger in tono in-
credulo.
Pitt annuì. Girò sugli altri uno sguardo distratto, più sconvolgente che se
avesse gettato un secchio d'acqua sul loro entusiasmo.
«Noi», disse con un sorriso, «abbiamo la tendenza a sottovalutare l'alle-
natore dell'altra squadra.»
I cinque si guardarono, poi guardarono di nuovo Pitt in attesa di una
spiegazione.
Pitt posò le carte nautiche e si alzò. Si avvicinò al tavolo, prese la foto a
infrarossi e la piegò in due in modo da lasciare scoperta solo l'estremità più
meridionale del Cile.
«Dunque», continuò, «non avete notato che ogni volta che la nave ha
cambiato aspetto o rotta, è successo subito dopo il passaggio di uno dei no-
stri satelliti?»
«Un altro esempio di pianificazione meticolosa», convenne Gunn. «Le
orbite dei satelliti per la raccolta dei dati sono seguite da metà dei Paesi del
mondo. Sono informazioni facilmente accessibili come le fasi della luna.»
«Bene, allora il capo dei dirottatoli conosceva le orbite e sapeva quando
le telecamere dei satelliti sarebbero state puntate nella sua direzione», disse
Hollis. «E con questo?»
«E con questo ha tenuto conto di tutte le possibilità e ha spento i motori
per evitare di essere scoperto dalle fotografie a infrarossi. E soprattutto per
impedire che il calore sciogliesse il sottile strato di ghiaccio sui teli di pla-
stica.»
Quattro ascoltatori su cinque accettarono come plausibile la teoria di
Pitt. L'unico scettico era Gunn, il più sveglio di tutti. Si rese conto prima
degli altri della lacuna in quel ragionamento.
«Dimentichi le temperature della penisola», disse. «Niente energia, nien-
te riscaldamento. Tutti, a bordo, morirebbero congelati in poche ore. I di-
rottatori commetterebbero un suicidio collettivo proprio mentre uccidono i
prigionieri.»
«Rudi ha ragione», disse Giordino. «Non potrebbero sopravvivere senza
un minimo di riscaldamento e senza indumenti protettivi.»
Pitt sorrise come se avesse appena vinto alla lotteria. «Sono d'accordo
con Rudi al cento per cento.»
«Che razza di ragionamenti», disse Hollis in tono irritato. «Si spieghi
meglio.»
«Non è per niente complicato. Il Lady Flamborough non è entrato nel-
l'Antartico.»
«Non è entrato nell'Antartico», ripeté meccanicamente Hollis. «Cerchi di
rendersi conto della realtà. L'ultima foto della nave trasmessa dal satellite
la mostrava a metà strada fra Capo Horn e la punta della penisola. Viag-
giava a tutta potenza verso sud.»
«Non poteva andare in alcun altro posto», protestò Dillinger.
Pitt batté l'indice sulle isole sparse intorno allo stretto di Magellano.
«Volete scommettere?»
Hollis si alzò e aggrottò la fronte, sconcertato. Poi comprese. La confu-
sione svanì e un lampo gli passò negli occhi. «È tornata indietro», disse
seccamente.
«Rudi aveva capito tutto», disse Pitt. «I dirottatori non avevano inten-
zione di suicidarsi, e non volevano neppure farsi scoprire dalle foto a infra-
rossi. Non pensavano certo a inoltrarsi in mezzo al pack. Hanno tagliato
verso nord-ovest e hanno aggirato le isole deserte sopra Capo Horn.»
Gunn sembrava sollevato. «Intorno alla Terra del Fuoco le temperature
sono meno tremende. Tutti, a bordo, soffriranno per la mancanza del ri-
scaldamento, ma sopravvivranno.»
«Per questo hanno usato il trucco dell'iceberg?» chiese Giordino.
«Per dare l'impressione di essersi staccati da un ghiacciaio.»
«E cioè?»
«Gli iceberg si staccano da una parete di ghiaccio», precisò Gunn.
Giordino fissò la foto a infrarossi. «Ci sono ghiacciai così a nord?»
«Ce ne sono parecchi che scendono dalle montagne al mare entro un
raggio di ottocento chilometri dal punto dove siamo attraccati noi, qui a
Punta Arenas», rispose Pitt.
«Dove pensa che sia la nave?» chiese Hollis.
Pitt prese una carta che mostrava le isole desolate a ovest della Terra del
Fuoco. «Ci sono due possibilità alla portata del Lady Flamborough dopo
che è stato avvistato l'ultima volta dal satellite.» Tracciò una x accanto a
due nomi. «Direttamente a sud di qui, i ghiacciai scendono dal Monte Ita-
lia e dal Sarmiento.»
Hollis disse: «Sono molto lontani dalle rotte battute».
«Ma troppo vicini ai giacimenti di petrolio», disse Pitt. «Un aereo della
compagnia petrolifera in volo a bassa quota per i rilevamenti potrebbe no-
tare la finta incrostazione di ghiaccio. Io, se fossi al posto dei dirottatori,
avrei proseguito per altri centosessanta chilometri a nord-ovest. Quindi
dovrebbero essere vicino a un ghiacciaio dell'isola di Santa Ines.»
Dillinger studiò sulla carta i contorni irregolari dell'isola. Diede un'oc-
chiata alla foto a colori, ma l'estremità meridionale del Cile era nascosta
dalle nubi. Scostò la carta e guardò con la lente d'ingrandimento la metà
superiore dell'immagine a infrarossi che Pitt aveva piegato per ridurre la
zona delle ricerche.
Dopo qualche secondo alzò gli occhi, sorpreso e soddisfatto. «A meno
che madre Natura faccia gli iceberg con la prua appuntita e la poppa arro-
tondata, credo che abbiamo trovato la nostra nave fantasma.»
Hollis prese la lente ed esaminò la minuscola sagoma allungata. «Il con-
torno è giusto. E, come ha detto Pitt, non c'è traccia di radiazioni di calore.
Sembra fredda quasi quanto il ghiaccio. Non è esattamente nera, ma di un
blu molto scuro.»
Gunn si sporse per vedere. «Sicuro. Il ghiaccio fluisce in un fiordo, che
sbocca in una baia piena di piccole isole. Uno o due iceberg di media
grandezza che si sono staccati dalla parete di ghiaccio. Niente altro. Le ac-
que sono abbastanza libere.» S'interruppe con un'espressione curiosa negli
occhi. «Mi domando perché hanno ormeggiato direttamente il Lady Flam-
borough sotto la parete del ghiacciaio.»
Pitt socchiuse le palpebre. «Fatemi dare un'occhiata.» S'infilò fra Dillin-
ger e Gunn, si chinò e guardò attraverso la lente. Dopo qualche istante si
raddrizzò. Il suo volto era oscurato dalla collera.
«Che cosa c'è?» chiese il comandante Stewart.
«Vogliono far morire tutti.»
Stewart guardò gli altri, sconcertato. «E com'è possibile?»
«Quando un lastrone di ghiaccio si staccherà e piomberà sulla nave», in-
tervenne Giordino in tono gelido, «la spingerà sott'acqua e la stritolerà sul
fondo. Nessuno la ritroverà mai.»
Dillinger lanciò un'occhiata a Pitt. «Dopo tutte le occasioni perdute, cre-
de che abbiano deciso di massacrare l'equipaggio e i passeggeri?»
«Sì.»
«Perché non l'hanno fatto finora?»
«Tutti i loro trucchi miravano a guadagnare tempo. Chi ha ordinato il di-
rottamento aveva le sue ragioni per tenere in vita i presidenti Hasan e De
Lorenzo. Non so il perché.»
«Lo so io», disse Hollis. «L'ispiratore è Akhmad Yazid. Aveva intenzio-
ne di prendere il potere in Egitto poco dopo l'annuncio che il presidente
Hasan e il segretario generale dell'ONU Hala Kamil erano stati sequestrati
e probabilmente uccisi in mare da terroristi sconosciuti. Dopo che lui e i
suoi sostenitori avessero creato una solida base di potere, intendeva dichia-
rare che i suoi agenti avevano trovato la nave; e poi, da benevolo uomo di
Dio, contava di negoziare la liberazione degli ostaggi.»
«Furbo, il bastardo», mormorò Giordino. «Nessuno gli toglierebbe la
candidatura al Nobel per la pace se salvasse il presidente De Lorenzo e il
senatore Pitt.»
«Naturalmente, Yazid farebbe in modo che a Hasan e alla Kamil capi-
tasse un tragico incidente al loro ritorno in Egitto.»
«E ne uscirebbe comunque candido come la neve», borbottò Giordino.
«Un fior di mascalzone», commentò Pitt. «Ma, secondo le ultime noti-
zie, i militari hanno mantenuto una posizione neutrale e il governo di Ha-
san ha rifiutato di dimettersi.»
Hollis annuì. «Sì, e il piano studiato con tanta cura da Yazid è volato
dalla finestra.»
«Così si è messo con le spalle al muro», disse Pitt. «Fine delle tattiche
dilatorie, fine delle mascherate. Questa volta deve eliminare il Lady Flam-
borough o correre il rischio che i servizi segreti scoprano il suo ruolo del-
l'intrigo.»
«È una teoria solida», ammise Hollis.
«E mentre noi stiamo qui, il capo dei dirottatori gioca alla roulette russa
con il ghiacciaio», disse Gunn a voce bassa. «Lui e i suoi terroristi potreb-
bero avere già abbandonato la nave ed essersi messi al sicuro con una bar-
ca o un elicottero, lasciando passeggeri ed equipaggio imprigionati e impo-
tenti.»
«Forse la barca ci è sfuggita», commentò malinconicamente Dillinger.
Hollis la pensava diversamente. Scarabocchiò un numero su un foglietto
e lo passò a Stewart. «Comandante, la prego di inviare un messaggio su
questa frequenza al mio ufficiale delle Comunicazioni. Gli dica che io e il
maggiore stiamo per tornare all'aeroporto e che deve radunare gli uomini
per un briefing immediato.»
«Vorremmo venire anche noi», disse Pitt in tono deciso.
Hollis scosse la testa. «Assolutamente no. Voi siete civili. Non siete ad-
destrati per l'assalto. La sua richiesta è inaccettabile.»
«Mio padre è su quella nave.»
«Mi dispiace», disse Hollis; ma non sembrava molto addolorato. «L'at-
tribuisca alla sfortuna.»
Pitt lo fissò freddamente. «Mi basterebbe una telefonata a Washington
per rovinarle la carriera.»
Hollis strinse le labbra. «Si diverte a sparare minacce, signor Pitt?» A-
vanzò di un passo. «Non stiamo giocando a football. Entro le prossime do-
dici ore i ponti di quella nave si copriranno di cadaveri. Se io e i miei uo-
mini faremo il nostro lavoro nel modo in cui siamo abituati, neppure mille
telefonate alla Casa Bianca e al Congresso cambieranno la situazione.»
Avanzò di un altro passo verso Pitt. «Conosco più trucchi sporchi io di
quanti lei può impararne in tutta una vita. Potrei farla a pezzi a mani nu-
de...»
Nessuno vide il movimento.
Un attimo prima, Pitt stava tranquillamente in piedi con le braccia lungo
i fianchi; un attimo dopo, premeva una Colt automatica calibro quaranta-
cinque contro l'inguine del colonnello Hollis.
Dillinger si tese per scattare. Ma non poté far altro. Giordino gli andò al-
le spalle e gli bloccò le braccia con una stretta degna di una trappola d'ac-
ciaio.
«Non starò ad annoiarvi con i nostri curriculum», disse Pitt con calma.
«Credetemi sulla parola. Rudi, Al e io abbiamo esperienza sufficiente per
cavarcela in una guerra. Prometto che non interferiremo. Immagino che
guiderà le sue forze speciali contro il Lady Flamborough in un assalto
combinato dall'aria e dal mare. Non vi staremo fra i piedi e vi seguiremo
per via di terra.»
Hollis non era spaventato, ma era allibito. Non riusciva a capire come
avesse fatto Pitt a estrarre un'arma di quel calibro con rapidità fulminea.
«Dirk non le chiede molto, colonnello», disse Gunn in tono conciliante.
«Le consiglio di dar prova di un po' di logica e di accontentarlo.»
«Non credo che sarebbe capace di uccidermi», ringhiò Hollis a Pitt.
«No, ma posso garantirle che non avrà una vita sessuale molto attiva.»
«Ma voi chi siete? Fate parte della Ditta?»
«La CIA?» disse Giordino. «No, non eravamo qualificati. Perciò siamo
andati alla NUMA.»
Hollis scosse la testa. «Non riesco a capire.»
«Non è necessario», disse Pitt. «Siamo d'accordo?»
Hollis rifletté per mezzo secondo, poi si tese verso Pitt e parlò con il to-
no di un sergente istruttore che si rivolge a una recluta.
«Vi farò portare da un Osprey a meno di dieci chilometri dalla nave.
Non più vicino, altrimenti salterebbe il fattore sorpresa. E da lì potrete pro-
seguire a piedi. Se avrò un po' di fortuna, arriverete quando tutto sarà fini-
to.»
«Mi sembra giusto», disse Pitt.
Hollis indietreggiò, guardò Giordino e scattò: «Le sarei grato se lascias-
se libero il maggiore Dillinger». Poi si girò di nuovo verso Pitt. «Noi ce ne
andiamo immediatamente. Anzi, se non verrete con il maggiore e me, re-
sterete qui. Cinque minuti dopo che sarò salito a bordo del mio aereo, l'in-
tera squadra decollerà.»
Pitt scostò l'automatica dall'inguine di Hollis. «Veniamo con voi.»
«Io starò con il maggiore», disse Giordino, e diede una pacca amichevo-
le sulla spalla di Dillinger. «Le grandi menti funzionano sulla stessa lun-
ghezza d'onda.»
Dillinger gli lanciò un'occhiata acida. «La sua sarà sulla lunghezza d'on-
da delle fogne, ma la mia no.»
Tutti uscirono.
Pitt andò nella sua cabina e prese una sacca, poi salì in plancia a parlare
con il comandante Stewart.
«Quanto tempo impiegherà il Sounder per raggiungere Santa Ines?»
Stewart entrò nella sala delle carte nautiche e fece un rapido calcolo.
«Se andremo alla velocità massima», spiegò, «i nostri diesel dovrebbero
portarci al ghiacciaio in nove o dieci ore.»
«Allora proceda», ordinò Pitt. «Vi aspetteremo verso l'alba.»
Stewart gli strinse la mano. «Sia prudente, chiaro?»
«Cercherò di non bagnarmi i piedi.»
Uno degli scienziati della nave si avvicinò. Era un negro di media statura
e aveva un'espressione severa. Si chiamava Clayton Findley e parlava con
una profonda voce di basso.
«Non ho origliato di proposito, signori, ma giurerei di aver sentito parla-
re dell'isola di Santa Ines.»
Pitt annuì. «Esatto.»
«C'è una vecchia miniera di zinco presso il ghiacciaio. Fu chiusa quando
il Cile interruppe la produzione sovvenzionata dal governo.»
«Conosce l'isola?» chiese meravigliato Pitt.
«Ero il capo geologo di una compagnia mineraria dell'Arizona convinta
di poter fare rendere una miniera con l'efficienza e la riduzione dei costi.
Mi mandarono con un paio d'ingegneri a effettuare un rilevamento, e pas-
sammo tre mesi in quella tana infernale. Il minerale era già quasi esaurito.
Poco dopo la miniera fu chiusa e l'equipaggio abbandonato.»
«Sa usare un fucile?»
«Sono un discreto cacciatore.»
Pitt lo prese per un braccio. «Clayton, amico mio, è il cielo che l'ha
mandata.»

52.

Clayton Findley era stato veramente mandato dal cielo. Mentre Hollis
impartiva le istruzioni ai suoi uomini in un magazzino in disuso, Pitt, Gunn
e Giordino aiutarono Findley a plasmare su un vecchio tavolo da ping-
pong un diorama dell'isola di Santa Ines con il fango prelevato ai bordi
della pista dell'aeroporto. Quando non ricordava esattamente qualcosa,
Findley si rinfrescava la memoria con la carta nautica di Pitt.
Fece indurire il plastico in miniatura con una stufetta portatile e lo colo-
rò con le bombolette di vernice spray fornite da uno degli uomini di Hollis.
Grigio per il terreno roccioso, bianco per la neve e il ghiaccio. Fece addi-
rittura un modello in scala del Lady Flamborough e lo collocò ai piedi del
ghiacciaio. Finalmente arretrò d'un passo e ammirò la sua opera.
«Ecco Santa Ines», annunciò.
Hollis interruppe il briefing e radunò i suoi uomini intorno al tavolo.
Tutti osservarono il diorama per qualche istante in un silenzio pensieroso.
L'isola aveva la forma del pezzo centrale di un puzzle inventato da un
ubriaco. La costa irregolare era un incubo di speroni e promontori squar-
ciati da fiordi e baie tortuose. A est si estendeva nello stretto di Magellano
e a ovest era rivolta verso il Pacifico. Era un territorio morto, inadatto per-
sino per un cimitero, ampio sessantacinque chilometri e lungo novantacin-
que, dominato dal monte Wharton, che era alto 1320 metri.
Non c'erano spiagge o tratti pianeggianti. I monti bassi sembravano navi
imprigionate fra gli scogli, e i pendii scoscesi digradavano tormentosamen-
te per raggiungere il mare.
L'antico ghiacciaio stava sull'isola come una sella. Era il risultato delle
estati fredde e nuvolose che non riuscivano a sciogliere il ghiaccio. Le
scarpate di roccia brulla fiancheggiavano quella massa gelida in un silen-
zio torvo mentre il ghiaccio si apriva irresistibilmente un passaggio verso
l'acqua, dove cadeva a strati nello stesso modo in cui un salumiere affetta
una salsiccia.
Vi sono al mondo poche zone più ostili all'uomo. La catena delle isole
era priva di abitati permanenti. Nel corso dei secoli, gli uomini erano venu-
ti ed erano ripartiti lasciando nomi carichi di rancore come «Penisola del
Collo Spezzato», «Isola dell'Inganno», «Baia della Sventura», «Isola della
Desolazione» e «Porto della Carestia». Era un luogo spietato. L'unica flora
che vi sopravviveva era formata da sempreverdi nani e stenti che si alter-
navano a una specie di erica cespugliosa.
Findley passò una mano sul plastico. «Immaginate un paesaggio spoglio
con la neve alle quote più alte, e vi farete un'idea di quel che è.»
Hollis annuì. «Grazie, signor Findley. Le siamo molto grati.»
«Lieto di essere utile.»
«Bene, ora veniamo ai fatti. Il maggiore Dillinger comanderà i paracadu-
tisti, io i sommozzatori.»
Hollis s'interruppe per squadrare i suoi uomini. Magri, solidi e decisi,
tutti vestiti di nero: combattenti selezionati, sopravvissuti a un tremendo
addestramento per guadagnarsi l'onore di prestare servizio nelle Forze
Speciali. Un contingente formidabile, pensò Hollis con orgoglio. Il miglio-
re del mondo.
«Ci siamo addestrati a lungo per occupare una nave con un'operazione
notturna», continuò. «Ma non era mai capitato che il nemico avesse tanti
vantaggi. Ci mancano le informazioni decisive, le condizioni meteorologi-
che sono schifose, e avremo di fronte un ghiacciaio che può crollare da un
momento all'altro. Sono problemi inquietanti che sbarrano la strada al suc-
cesso. Mancano poche ore all'assalto, e quindi vogliamo tutte le in-
formazioni possibili. Se per voi c'è qualche grave lacuna nell'operazione,
ditelo. Incominciamo.»
«Quanti abitanti ha l'isola?» chiese subito Dillinger a Findley.
«Nessuno, dopo la chiusura della miniera.»
«Condizioni climatiche?»
«Piogge quasi continue. È una delle regioni più umide del continente. Il
sole si vede di rado. In questa stagione le temperature sono qualche grado
sotto lo zero. Il vento è un tremendo fattore di disturbo, e quasi sicuramen-
te pioverà.»
Dillinger guardò Hollis. «Non abbiamo una sola speranza di lanciarci
esattamente sul bersaglio durante la notte.»
Hollis era scuro in viso. «Dovremo andare con i minielicotteri e scende-
re con le funi.»
«Avete portato gli elicotteri?» chiese Gunn con aria incredula. «Non
pensavo che avessero la velocità e l'autonomia...»
«... per arrivare qui tanto in fretta», concluse Hollis. «La sigla militare ha
troppe lettere e troppi numeri perché sia possibile impararla a memoria.
Noi li chiamiamo Carrier Pigeon. Sono piccoli e compatti, e portano un pi-
lota in un abitacolo chiuso e due uomini allo scoperto. Hanno la cupola a
infrarossi e rotori di coda con silenziatore. Si possono smontare e montare
in un quarto d'ora. Uno dei nostri C-140 può trasportarne sei.»
«Avrete un altro problema», sintromise Pitt.
«Sentiamo.»
«Il radar di navigazione del Lady Flamborough può essere regolato per
avvistare gli aerei. I vostri Carrier Pigeon avranno un basso profilo, ma si
vedranno sullo schermo in tempo perché i dirottatori possano prepararvi
un'accoglienza spiacevole.»
«Con tanti saluti all'attacco di sorpresa dall'alto», commentò Dillinger.
Hollis si rivolse a Findley. «Ci sono condizioni avverse che dobbiamo
conoscere per un attacco dal fiordo?»
Findley accennò un sorriso. «Voi dovreste avere la vita più facile del
maggiore e dei suoi uomini. Sarete avvantaggiati dal fumo del ghiaccio.»
«Il fumo del ghiaccio?»
«Una nebbia densa come una nube che si forma al contatto dell'aria
fredda con l'acqua meno gelida vicino alla muraglia glaciale. Può essere al-
ta dai due ai dieci metri. Se ci sarà anche la pioggia, com'è praticamente
inevitabile, la squadra dei sub dovrebbe risultare coperta dal momento in
cui incomincia ad avvicinarsi a quello in cui salirà sui ponti.»
«Meno male che qualcuno avrà un po' di fortuna», commentò Dillinger.
Hollis si soffregò il mento. «Qui non abbiamo a che fare con un'opera-
zione da manuale. Potrebbe diventare un disastro se il lancio andasse male.
Il fattore sorpresa andrebbe perduto, e senza quello i venti sub non sareb-
bero abbastanza forti per impegnare da soli quaranta dirottatori armati.»
«Dato che sarebbe un suicidio per i vostri uomini paracadutarsi sulla na-
ve», disse Pitt, «perché non li lanciate a una certa distanza, sul ghiacciaio?
Di là potrebbero raggiungere l'orlo e calarsi con le funi sino al ponte prin-
cipale.»
«Sarebbe una discesa facile», ammise Dillinger. «La muraglia di ghiac-
cio torreggia sulle sovrastrutture della nave ed è abbastanza vicina per con-
sentirci di superare la distanza.»
Hollis annuì. «Ci avevo pensato anch'io. Qualcuno prevede che ci saran-
no ostacoli per questa tattica?»
«Il pericolo maggiore, secondo me», disse Gunn, «è lo stesso ghiacciaio.
Potrebbe essere un labirinto di crepacci e di croste di neve che cedono sot-
to il peso di un uomo. Dovrete muovervi lentamente e con estrema pru-
denza per attraversarlo al buio.»
«Altri commenti?» Nessuno disse nulla. Hollis lanciò un'occhiata a Dil-
linger. «Quanto tempo ti occorre dal momento del lancio per preparare l'at-
tacco?»
«Potrei calcolarlo meglio se conoscessi la velocità e la direzione del ven-
to.»
«Nove giorni su dieci soffia da sud-est», rispose Findley. «La velocità
media è di circa dieci chilometri orari, ma può arrivare anche a cento.»
Dillinger fissò con aria pensierosa le piccole montagne che si ergevano
dietro il ghiacciaio. Cercò di visualizzare la scena di notte, di immaginare
la violenza del vento. Calcolò mentalmente il tempo. Poi alzò la testa.
«Quaranta-quarantacinque minuti dal lancio all'attacco contro la nave.»
«Mi scusi se m'intrometto, maggiore», disse Pitt. «Ma sta calcolando un
margine troppo stretto.»
Findley annuì. «Sono d'accordo. Ho attraversato a piedi il ghiacciaio in
molte occasioni. Con quelle creste di ghiaccio non ci si può muovere in
fretta.»
Con un movimento fluido, Dillinger estrasse un lungo coltello Bowie,
angolato tra l'impugnatura e la lama, dal fodero che portava dietro la
schiena e usò la punta acuminata per indicare. «Secondo me, ci converrà
lanciarci sull'altro versante della montagna, a destra del ghiacciaio. In que-
sto modo il nostro C-140 dovrebbe restare nascosto al radar della nave.
Sfruttando i venti prevalenti, che spero si comporteranno come al solito,
planeremo con i nostri paracadute 'invisibili' intorno alla montagna per set-
te chilometri, e atterreremo a meno di un chilometro dalla parete anteriore
del ghiacciaio. Penso che ci vorranno diciotto minuti dal lancio al momen-
to in cui ci raggrupperemo. Altri venti minuti per raggiungere a piedi l'or-
lo. E altri sei per preparare la discesa. Totale, quarantaquattro minuti.»
«Io li raddoppierei, se fossi al suo posto», disse Giordino in tono di di-
sapprovazione. «Non riuscirà a rispettare i tempi se uno dei suoi uomini
cadrà in un crepaccio. La squadra dei sub non potrà sapere del ritardo.»
Hollis lanciò a Giordino un'occhiata che di solito riservava ai dimostran-
ti pacifisti. «Non stiamo combattendo la prima guerra mondiale. Non sia-
mo costretti a sincronizzare gli orologi prima di uscire dalla trincea. Ogni
uomo è dotato di una radio ricevente miniaturizzata all'orecchio e di un
microfono all'interno del passamontagna. Anche se il maggiore Dillinger e
i suoi saranno in ritardo e i miei saranno in anticipo, purché siano in co-
municazione costante potremo coordinare un attacco congiunto...»
«Un'altra cosa», l'interruppe Pitt. «Presumo che le vostre armi abbiano
un silenziatore.»
«Sì», gli assicurò Hollis. «Perché?»
«Perché la raffica di un mitra senza silenziatore potrebbe far crollare la
parete del ghiacciaio.»
«Non posso sapere quel che faranno i dirottatori.»
«Allora sarà meglio che li uccidiate in fretta», borbottò Giordino.
«Non siamo stati addestrati per fare prigionieri i terroristi», disse Hollis
con un sorriso gelido. «E adesso, se i nostri visitatori vogliono mettere un
freno alle critiche, c'è qualche domanda?»
Il capo della squadra dei sommozzatori, Richard Benning, alzò la mano.
«Signore?»
«Benning?»
«Ci avvicineremo alla nave sott'acqua o in superficie?»
Hollis strinse una biro e la batté su un'isoletta nel fiordo dietro un pro-
montorio, invisibile dalla nave. «La nostra squadra verrà trasportata su
quest'isola con i Pigeon Carrier. La distanza dal Lady Flamborough è circa
tre chilometri. L'acqua è troppo fredda per una nuotata del genere, quindi
resteremo all'asciutto e ci avvicineremo con i gommoni. Se il signor Fin-
dley ha ragione per quel che riguarda il fumo del ghiaccio, dovremmo riu-
scire ad accostarci senza essere scoperti. Se invece si sarà dissipato, ci
immergeremo a duecento metri e raggiungeremo lo scafo in questo modo.»
«Si geleranno le palle a parecchi se dovremo aspettare a lungo l'arrivo
della squadra del maggiore Dillinger.»
Tutti risero.
Hollis sospirò e sfoggiò un gran sorriso. «Io non ho intenzione di gelar-
mele. Daremo al maggiore un buon margine di vantaggio.»
Gunn alzò la mano.
«Sì, signor Gunn», disse Hollis. «Che altro le è venuto in mente? Ho
dimenticato qualcosa?»
«È solo una curiosità, colonnello. Come potrà sapere se i dirottatori fiu-
teranno l'attacco e tenderanno una trappola?»
«Uno dei nostri aerei è dotato di apparecchiature avanzate per la sorve-
glianza elettronica. Volerà in cerchio undici chilometri al di sopra del Lady
Flamborough e capterà le eventuali trasmissioni radio inviate dai seque-
stratori ai loro complici che si trovano fuori della zona. Strilleranno come
pazzi se penseranno che un contingente delle Forze Speciali sta stringendo
la rete intorno a loro. Gli addetti alle comunicazioni e i traduttori possono
intercettare tutte le trasmissioni e avvertirci in tempo.»
Pitt fece un gesto noncurante.
«Sì, signor Pitt?»
«Spero che non avrà dimenticato la squadra della NUMA.»
Hollis inarcò un sopracciglio. «No, non l'ho dimenticata.» Si girò verso
il geologo. «Signor Findley, dove ha detto che si trova la vecchia miniera
abbandonata?»
«Ho dimenticato di indicare l'ubicazione», rispose Findley. «Ma dato
che le interessa...» S'interruppe per posare una bustina di fiammiferi sul
fianco di una piccola montagna che sovrastava il ghiacciaio e il fiordo. «Si
trova qui, a circa due chilometri e mezzo dall'orlo avanzato del ghiacciaio
e della nave.»
Hollis si rivolse a Pitt. «Voi andrete là. Potrete usarla come posto d'os-
servazione.»
«Bel posto d'osservazione», borbottò Giordino. «Al buio, sotto la piog-
gia e il nevischio, sarà già tanto se riusciremo a vedere i lacci delle nostre
scarpe.»
«Un posto comodo, sicuro e tranquillo», disse Pitt in tono solenne. «Po-
tremmo accendere il fuoco della stufa e organizzare un picnic.»
«Appunto», replicò Hollis in tono soddisfatto. Girò lo sguardo sui pre-
senti. «Bene, signori, non starò ad annoiarvi con un discorsetto incorag-
giante. Facciamo il nostro lavoro e vediamo di salvare un buon numero di
esseri umani.»
«E vinciamo la partita per divertire gli spettatori», mormorò Giordino.
«Come ha detto?»
«Al dice che sarà un onore far parte di un contingente di élite», spiegò
Pitt.
Hollis lanciò a Giordino un'occhiata tagliente. «Le Forze Speciali non
concedono partecipazioni onorarie. Voi civili dovrete stare lontani.» Poi, a
Dillinger: «Se qualcuno della NUMA tenterà di mettere piede sulla nave
prima che io dia il permesso, sparate. È un ordine».
«Sarà un piacere.» Dillinger sfoggiò un sogghigno degno di uno squalo.
Giordino alzò le spalle. «Certo che qui sanno come sfogare la rabbia.»
Pitt non condivideva l'umore caustico di Giordino: capiva troppo bene la
posizione di Hollis. I suoi erano professionisti. Erano uomini massicci e
taciturni, schierati in cerchio intorno al plastico. Nessuno di loro aveva più
di venticinque anni.
E mentre li guardava in faccia non poté fare a meno di chiedersi quanti
sarebbero morti entro le prossime ore.

53.

«Quanto manca?» chiese Machado ad Ammar sdraiandosi sul divano del


comandante Collins.
Dato che a bordo l'energia elettrica non funzionava, la cabina del co-
mandante era illuminata da quattro torce elettriche appese al soffitto. Am-
mar alzò gli occhi con indifferenza e continuò a leggere il Corano. «Passa
più tempo di me in sala comunicazioni. Dovrebbe essere lei a dirmelo.»
Machado sputò. «Sono stufo di stare ad aspettare come un'anitra gravida.
La mia proposta è questa: ammazziamoli tutti e andiamocene da questo in-
ferno di ghiaccio.»
Ammar squadrò il collega. Machado era una persona trascurata, coi ca-
pelli unti e le unghie sporche. Bastava fiutare l'aria a due passi di distanza
per capire che faceva il bagno di rado. Ammar lo considerava pericoloso,
ma a parte questo provava solo disgusto.
Machado si alzò dal divano e si aggirò per la cabina prima di andare a
sedere su una sedia. «Avremmo dovuto ricevere istruzioni ventiquattr'ore
fa», disse. «Topiltzin non è un individuo che esita.»
«Non lo è neppure Akhmad Yazid», disse Ammar senza distogliere gli
occhi dal Corano. «Lui e Allah provvederanno.»
«Prowederanno che cosa? Elicotteri, una nave, un sottomarino prima che
veniamo scoperti? Conosce bene la risposta, caro amico egiziano, eppure
se ne sta lì impassibile come la Sfinge.»
Ammar girò una pagina senza alzare la testa. «Domani a quest'ora lei e i
suoi uomini saranno al sicuro in Messico.»
«Può garantirmi che non saremo sacrificati tutti nell'interesse della cau-
sa?»
«Yazid e Topiltzin non possono rischiare che veniamo catturati da forze
internazionali», rispose Ammar. «Temono che parleremmo sotto la tortura.
I loro imperi andrebbero a pezzi se uno di noi rivelasse che sono coinvolti.
Mi creda, sono state date tutte le disposizioni necessarie per la nostra fuga.
Deve avere pazienza.»
«Quali disposizioni?»
«Conoscerà questa parte del piano non appena arriveranno le istruzioni
sulla sorte degli ostaggi.»
La menzogna incominciava a sgretolarsi, e Machado avrebbe potuto
comprendere da un momento all'altro come stavano le cose. Finché era uno
degli uomini di Ammar a far funzionare le comunicazioni, non si potevano
ricevere messaggi, con la radio regolata su una sequenza sbagliata. Yazid e
probabilmente Topiltzin, si diceva Ammar, stavano sudando se pensavano
che lui avesse ignorato il piano iniziale e avesse assassinato tutti coloro
che si trovavano a bordo, invece di tenerli in vita a scopi di propaganda.
«Perché non agisce di sua iniziativa? Potrebbe rinchiuderli tutti sottoco-
perta, affondare la nave e farla finita.» La voce di Machado era carica d'e-
sasperazione.
«Non sarebbe prudente uccidere tutto l'equipaggio britannico, il senatore
americano e altri passeggeri che non sono né messicani né egiziani. A lei,
capitano, può piacere l'emozione di essere il bersaglio di una caccia al-
l'uomo su scala internazionale. Ma io preferisco continuare a vivere la mia
vita fra gli agi e le comodità.»
«È molto stupido lasciare testimoni.»
Quell'imbecille non immaginava fino a che punto avesse ragione, pensò
Ammar. Sospirò e posò il Corano. «L'unica cosa che le interessa è il presi-
dente De Lorenzo. A. me importano il presidente Hasan e Hala Kamil. I
nostri rapporti finiscono qui.»
Machado si alzò di nuovo, attraversò la cabina e spalancò la porta. «Sarà
meglio che riceviamo notizie molto in fretta», sibilò. «Non potrò tenere a
freno i miei uomini ancora per molto. Vorrebbero mettermi a capo della
missione.»
Ammar sorrise amabilmente. «Mezzogiorno... se entro mezzogiorno non
avremo ricevuto istruzioni dai nostri superiori, passerò le consegne a lei.»
Machado spalancò gli occhi per un istante con un'espressione insospetti-
ta. «È d'accordo a lasciarmi il comando?»
«Perché no? Ho fatto ciò che dovevo. A parte l'eliminazione del presi-
dente Hasan e della Kamil, il mio compito è terminato. Sarò felice di la-
sciare a lei le ultime preoccupazioni.»
Machado sfoggiò un sorriso diabolico. «Mi ricorderò della promessa, e-
giziano. Forse allora vedrò la faccia nascosta dalla maschera.» E uscì.
La porta si era appena richiusa alle spalle di Machado quando Ammar ti-
rò fuori dal cappotto la radio miniaturizzata e premette il pulsante per la
trasmissione.
«Ibn?»
«Sì, Suleiman Aziz?»
«Dove ti trovi?»
«A poppa.»
«Quanti sono scesi a terra?»
«Sei sono già stati trasferiti al molo della vecchia miniera. A bordo sia-
mo rimasti in quindici, te incluso. Non possiamo muoverci in fretta: ab-
biamo a disposizione solo una barca a tre posti. Il gommone a otto posti ha
un grosso squarcio e non è riparabile.»
«Sabotaggio?»
«Può essere stata solo opera degli uomini di Machado.»
«Hanno causato altri guai?»
«Per ora no. Il freddo li tiene lontani dai ponti esterni. Quasi tutti sono
nella lounge a bere tequila. Gli altri dormono. Hai fatto bene a ordinare ai
nostri di comportarsi amichevolmente con loro. Hanno allentato la disci-
plina in modo considerevole.»
«Le cariche?»
«Gli esplosivi sono stati piazzati in una frattura parallela alla parete del
ghiacciaio. La detonazione la farà precipitare sulla nave.»
«Fra quanto potremo completare la ritirata?»
«Dobbiamo usare i remi e quindi ci sposteremo lentamente, con questa
marea. Non possiamo accendere il motore per non mettere in allarme gli
uomini di Machado. Credo che ci vorranno altri tre quarti d'ora per portare
via tutti dalla nave.»
«Dobbiamo essere al sicuro prima che spunti il giorno.»
«Tutti faranno del loro meglio, Suleiman Aziz.»
«Sono in grado di provvedere al trasferimento a terra senza di te?»
«Sì.»
«Porta con te un uomo e raggiungimi nella cabina di Hasan.»
«Dobbiamo eliminarli?»
«No», rispose Ammar. «Li porteremo con noi.»
Poi spense la radio e infilò il Corano in una tasca del cappotto.
Era deciso a vendicarsi del tradimento di Akhmad Yazid. Era esasperan-
te vedere rovinato il suo piano magnifico. Ammar non intendeva portare a
termine l'operazione originale: sapeva che Machado era stato ingaggiato
per eliminare lui e i suoi sequestratori. L'idea di perdere la somma che gli
spettava lo incolleriva ancor più della pugnalata alle spalle.
Quindi, pensò, avrebbe tenuto in vita Hasan e la Kamil, e anche De Lo-
renzo, almeno temporaneamente, come merce di scambio. Forse avrebbe
potuto rifarsi cambiando le carte in tavola e gettando tutte le responsabilità
su Yazid e Topiltzin.
Aveva bisogno di tempo per riflettere e ideare un nuovo piano. Ma pri-
ma venivano le cose più importanti.
Doveva far scendere di nascosto gli ostaggi dalla nave prima che Ma-
chado e il resto della banda scoprissero le sue intenzioni.

Hala provò una stretta al cuore quando la porta si aprì e il capo dei dirot-
tatori entrò nella suite. Lo fissò per un momento e vide solo gli occhi die-
tro la maschera ridicola e il mitra che teneva con una mano. Con curiosità
femminile si chiese che tipo d'uomo poteva essere in circostanze diverse.
L'uomo entrò e disse con voce bassa e imperiosa: «Tutti voi verrete con
me».
Hala tremò e abbassò lo sguardo sul pavimento. Era in collera con se
stessa perché non riusciva a nascondere la paura.
Il senatore Pitt non si lasciò intimidire. Si alzò di scatto, attraversò la ca-
bina in tre passi e si fermò a pochi centimetri da Ammar.
«Dove ha intenzione di portarci e a che scopo?» chiese con fermezza.
«Non mi trovo di fronte a una delle stupide commissioni d'inchiesta del
Senato americano», ribatté Ammar in tono gelido. «Non faccia domande.»
«Abbiamo il diritto di sapere», insistette il senatore.
«Non avete alcun diritto!» ribatté Ammar. Lo spinse da parte brusca-
mente e avanzò girando lo sguardo sulle facce pallide e allarmate dei pre-
senti.
«Ora farete una piccola gita in barca seguita da un breve viaggio in tre-
no. I miei uomini distribuiranno le coperte per proteggervi dal freddo.»
Tutti lo fissarono come se lo giudicassero pazzo, ma nessuno parlò.
Con un senso di disperazione rassegnata, Hala aiutò il presidente Hasan
ad alzarsi. Era stanca di vivere sotto la minaccia continua della morte. Or-
mai non le importava più di nulla.
Eppure qualcosa ardeva ancora dentro di lei, una scintilla, una volontà di
sfida.
Era il coraggio intrepido di un soldato che va in battaglia, sa che deve
morire e non ha nulla da perdere combattendo sino alla fine. Era decisa a
sopravvivere.

Il capitano Machado entrò in sala comunicazioni e scoprì che era deser-


ta. In un primo momento pensò che l'operatore di Ammar fosse andato in
bagno; ma quando controllò vide che era deserto anche quello.
Machado fissò a lungo la radio con gli occhi arrossati dalla lunga veglia.
Un'espressione sconcertata gli apparve sul viso. Salì in plancia e si avvici-
nò a uno dei suoi che stava sorvegliando il radar.
«Dov'è l'operatore radio?» chiese.
L'uomo si voltò e alzò le spalle. «Non l'ho visto, capitano. Non è in sala
comunicazioni?»
«No, non c'è nessuno.»
«Vuole che lo chieda al capo degli arabi?»
Machado scosse la testa. Non riusciva a spiegarsi la scomparsa dell'ope-
ratore egiziano. «Cerca Jorge Delgado e portalo qui. Lui s'intende di radio.
È meglio che a controllare le comunicazioni siamo noi e non quegli stupidi
arabi.»
Mentre parlavano, i due non notarono il blip che apparve sullo schermo
del radar e che segnalava un mezzo aereo di passaggio a bassa quota sul
centro dell'isola.
Ma anche se fossero stati in guardia, era impossibile individuare i «para-
cadute invisibili» che gli uomini delle Forze Speciali di Dillinger stavano
aprendo per incominciare la planata in direzione del ghiacciaio.

54.

Pitt era a bordo dell'Osprey. L'apparecchio, che aveva la forma di un


proiettile, si alzava da terra come un elicottero ma volava come un aereo a
più di seicento chilometri orari. Era sveglio: solo un morto avrebbe potuto
dormire su quegli scomodi sedili di alluminio scarsamente imbottiti, con i
vuoti d'aria e il fragore del motore. Solo un morto... oppure Giordino. Sta-
va abbandonato come un pupazzo di gomma a grandezza naturale, con
quel tanto d'aria necessario per dargli forma. A intervalli di pochi minuti,
come se il suo cervello fosse regolato con un timer, cambiava posizione
senza socchiudere un occhio o saltare un respiro.
«Come ci riesce?» chiese Findley con sincero stupore.
«È una dote ereditaria», rispose Pitt.
Gunn scosse la testa con aria d'ammirazione. «Io l'ho visto dormire nelle
pose più assurde e contorte nei posti peggiori, e ancora non riesco a crede-
re ai miei occhi.»
Il giovane copilota si voltò a guardare. «Non è un tipo che soffre di sin-
drome da stress, vero?»
Pitt e gli altri risero. Poi tornò il silenzio. Tutti rimpiangevano di dover
abbandonare il tepore dell'aereo per avventurarsi nell'incubo di ghiaccio.
Pitt si rilassava come poteva. Era piuttosto soddisfatto. Anche se non era
incluso nell'assalto (era meglio lasciare quel compito ai professionisti del
salvataggio degli ostaggi), era abbastanza vicino a Hollis e alle sue squa-
dre, e aveva intenzione di seguire gli uomini di Dillinger quando si fossero
calati con le corde e avessero iniziato l'attacco.
Non aveva presentimenti e non gli sembrava che vi fossero presagi di
morte. Non dubitava che suo padre fosse vivo. Non riusciva a spiegarselo,
ma gli pareva di sentire la presenza del senatore. Tra loro c'era un forte le-
game affettivo, e quasi riuscivano a leggere l'uno nei pensieri dell'altro.
«Fra sei minuti saremo al punto di atterraggio», annunciò il pilota con
un tono allegro che fece rabbrividire Pitt.
Il pilota sembrava beatamente dimentico del fatto che stava sorvolando
vette acuminate e incappucciate di neve senza riuscire a scorgerle. Attra-
verso il parabrezza erano visibili solo il nevischio che batteva sul vetro e
l'oscurità che si estendeva più oltre.
«Come fa a sapere dove siamo?» chiese Pitt.
Il pilota, un tipo alla Burt Reynolds, scrollò le spalle. «Lo sento con i
polsi», rispose scherzando.
Pitt si sporse per guardare. Il pilota non teneva le mani sui comandi; a-
veva le braccia incrociate e osservava un piccolo schermo che sembrava un
videogame. Sul fondo del display si vedeva solo il muso dell'Osprey, men-
tre le immagini dei monti e delle valli scorrevano sotto la sagoma. Su un
pannello multiplo, nell'angolo in alto, le distanze e le altitudini apparivano
in numeri digitali rossi.
«Senza il minimo intervento dell'uomo...» rifletté Pitt. «I computer stan-
no per sostituire un po' tutti.»
«Per fortuna non hanno ancora la passione per il sesso.» Il pilota rise.
Tese una mano e regolò leggermente un pulsante. «Gli scanner radar e in-
frarossi leggono il terreno e il computer converte i dati in immagini tridi-
mensionali. Innesto il pilota automatico e mentre l'apparecchio sfreccia
come un running-back dei Los Angeles Raiders, penso a cose meravigliose
come il bilancio del Congresso e la politica estera del dipartimento di Sta-
to.»
«Questo mi giunge nuovo», mormorò ironicamente il copilota.
«Senza la nostra piccola guida elettronica», continuò il pilota, impertur-
bato, «saremmo ancora a terra a Punta Arenas ad aspettare che venisse
giorno e che il tempo migliorasse...» Dal display uscì un trillo e il pilota
s'irrigidì. «Ci stiamo avvicinando al punto dell'atterraggio. È meglio che vi
prepariate a scendere.»
«Che ordini ha dato il colonnello Hollis?»
«Ha detto di sbarcarvi dietro la vetta della montagna, al di sopra della
miniera, per nasconderci al radar della nave. Dovrete fare il resto del per-
corso a piedi.»
Pitt si rivolse a Findley. «Qualche problema?»
Findley sorrise. «Conosco quella montagna come il sedere di mia mo-
glie. La vetta è a soli tre chilometri dall'entrata della miniera. Una comoda
discesa. Potrei farla anche a occhi bendati.»
«A giudicare da questo tempo schifoso», borbottò Pitt, «è proprio ciò
che dovrà fare.»

L'ululato del vento sostituì il rombo delle turbine dell'Osprey mentre gli
uomini della NUMA uscivano in fretta dal portellone. Non parlarono: si
limitarono a fare cenni di saluto ai piloti. Meno di un minuto dopo i quat-
tro, che portavano soltanto due borse, avanzarono sotto il nevischio verso
la cima della montagna.
In silenzio, Findley procedeva per primo. A terra la visibilità era pessi-
ma come in volo. La torcia elettrica che teneva in mano era quasi inutile. Il
nevischio sferzante rifletteva il fascio di luce e rivelava il terreno acciden-
tato per un raggio massimo d'un paio di metri.
I quattro non avevano affatto l'aria d'una squadra d'assalto. Non sembra-
vano armati, ed erano tutti vestiti in modo diverso. Pitt aveva una tuta gri-
gia da sciatore, Giordino l'aveva blu. Gunn era infagottato in una tuta aran-
cione da sopravvivenza troppo grande, Findley era equipaggiato come un
taglialegna canadese, con tanto di berretto di lana sulle orecchie. Avevano
in comune una sola cosa: tutti portavano occhialoni da neve con le lenti
gialle.
Il vento, calcolò Pitt, soffiava a una ventina di chilometri orari: era pun-
gente ma sopportabile. Il terreno roccioso e diseguale era reso sdrucciole-
vole dall'umidità; i quattro scivolavano e inciampavano, e spesso perdeva-
no l'equilibrio e cadevano.
A intervalli di pochi minuti erano costretti a ripulire gli occhiali per libe-
rarli dalle incrostazioni di nevischio. Ormai, visti di fronte, sembravano al-
trettanti pupazzi di neve, mentre avevano la schiena asciutta.
Findley girava il raggio della torcia sul terreno per evitare i macigni e i
radi cespugli. Comprese di aver raggiunto la sommità quando arrivò su un
affioramento di roccia nuda e fu investito da tutta la forza del vento.
«Ormai non siamo lontani», disse. «Ed è tutto in discesa.»
«È un peccato che non possiamo noleggiare uno slittino», disse cupa-
mente Giordino.
Pitt scostò il guanto e guardò le lancette luminose del vecchio orologio
Doxa da sub. L'assalto era fissato per le zero-cinque zero-zero. Mancavano
ventotto minuti. Erano in ritardo.
«Cerchiamo di sbrigarci», gridò. «Non ho intenzione di perdermi la fe-
sta!»
Si mossero piuttosto velocemente per un quarto d'ora. Il declivio diven-
ne più graduale e Findley trovò uno stretto sentiero tortuoso che conduce-
va alla miniera. Più a valle, i pini stenti diventarono più fitti, le pietre più
piccole, e i quattro riuscirono a procedere abbastanza agevolmente.
Il vento sferzante e il nevischio si attenuarono. Fra le nubi apparve qual-
che squarcio che rivelò le stelle. Adesso potevano vedere senza il fastidio
degli occhialoni.
Findley acquistò una maggiore sicurezza quando nell'oscurità si materia-
lizzò un alto mucchio di scorie. Gli girò intorno, trovò un binario a scarta-
mento ridotto e incominciò a seguirlo.
Stava per voltarsi a gridare: «Siamo arrivati!» quando all'improvviso Pitt
lo afferrò per il colletto e lo costrinse a fermarsi così bruscamente da farlo
slittare e cadere seduto al suolo. Pitt s'impadronì della torcia elettrica e la
spense.
«Che cosa diavolo...?»
«Zitto!» sibilò Pitt.
«Hai sentito un rumore?» chiese Gunn a voce bassa.
«No, solo un odore che conosco.»
«Un odore?»
«Agnello. Qualcuno sta arrostendo un cosciotto d'agnello.»
Tutti alzarono la testa e fiutarono l'aria.
«Hai ragione, perdio», mormorò Giordino. «È proprio l'odore dell'agnel-
lo alla griglia.»
Pitt aiutò Findley a rialzarsi. «Sembra che qualcuno abbia occupato la
sua miniera.»
«Devono essere cretini se pensano che qui ci siano minerali da sfrutta-
re.»
«Non credo che siano venuti a estrarre lo zinco.»
Giordino si spostò da una parte. «Prima che spegnessi la torcia, ho visto
qualcosa che luccicava.» Spostò un piede per tastare il terreno e urtò un
oggetto. Lo raccolse, si girò per voltare le spalle alla miniera e accese una
minuscola lampada tascabile. «Una bottiglia di Château Margaux del
1966. Questi rudi minatori hanno gusti raffinati.»
«Qui succede qualcosa di strano», osservò Findley. «Chi si è insediato
nella miniera non è il tipo che si sporca le mani.»
«L'agnello e il bordeaux d'annata devono venire dal Lady Flambo-
rough», concluse Gunn.
«Siamo molto lontani dal punto dove il ghiacciaio incontra il fiordo?»
chiese Pitt a Findley.
«Il ghiacciaio è cinquecento metri più a nord, e la parete rivolta verso il
fiordo è a meno di due chilometri, più a ovest.»
«Come trasportavano il minerale estratto?»
Findley indicò nella direzione del fiordo. «Con la ferrovia a scartamento
ridotto. Il binario va dall'ingresso della miniera al frantoio, poi prosegue
fino al molo, dove il minerale veniva caricato sulle navi.»
«Non aveva mai parlato di un molo.»
«Nessuno me l'ha chiesto.» Findley alzò le spalle. «In realtà è un piccolo
pontile. I piloni si estendono in una cala a lato del ghiacciaio.»
«La distanza approssimativa dalla nave?»
«Un buon giocatore di baseball ce la farebbe a lanciare una palla dal mo-
lo allo scafo.»
«Avrei dovuto capirlo», mormorò rabbiosamente Pitt. «Ma mi è sfuggi-
to, è sfuggito a tutti.»
«Che cosa sta dicendo?» chiese Findley.
«La squadra di supporto dei terroristi», rispose Pitt. «I sequestratori che
si trovano a bordo della nave hanno bisogno di una base avanzata per fug-
gire. Non potevano scendere in mare senza essere scoperti e catturati a
meno che disponessero di un sottomarino, ma non potevano procurarselo
senza l'approvazione di un governo legittimo. Una miniera abbandonata è
un nascondiglio ideale per gli elicotteri. E possono servirsi della ferrovia a
scartamento ridotto per andare e tornare dal fiordo.»
«Hollis», disse Gunn. «Dobbiamo avvertirlo.»
«Non possiamo», disse Giordino. «L'amico colonnello ha rifiutato di
fornirci una radio.»
«E allora come informiamo Hollis?» chiese Gunn.
«Niente da fare.» Pitt alzò le spalle. «Però potremmo renderci utili tro-
vando gli elicotteri, mettendoli fuori uso e bloccando i terroristi nell'ac-
campamento della miniera per impedire che stringano in una morsa Hollis
e le sue squadre.»
«Potrebbero essere cinquanta», protestò Findley. «E noi siamo solo
quattro.»
«La loro sorveglianza non è rigorosa», commentò Gunn. «Non si aspet-
tano che qualcuno arrivi dall'interno di un'isola deserta nel mezzo d'una
bufera.»
«Rudi ha ragione», disse Giordino. «Se stessero in guardia a quest'ora ci
avrebbero scoperti. Io direi di sfrattare quei bastardi.»
«Abbiamo dalla nostra il fattore sorpresa», continuò Pitt. «Se siamo pru-
denti e ci teniamo al coperto nel buio, possiamo disorientarli.»
«E se vengono a cercarci», chiese Findley, «come ci difendiamo? Lan-
ciando sassi?»
«La mia vita è guidata dal motto dei boy-scout 'Sii preparato'», rispose
Pitt.
Pitt e Giordino s'inginocchiarono e aprirono le borse. Giordino distribuì i
giubbotti antiproiettile, Pitt le armi.
Porse a Findley un fucile semiautomatico. «Mi ha detto che va a caccia,
Clayton. Ecco un regalo di Natale in anticipo. Un Benelli Super Novanta
calibro dodici.»
A Findley brillarono gli occhi. «Mi piace.» Passò le mani sul calcio con
delicatezza, come se fosse la coscia di una donna. «Sì, mi piace.» Poi notò
che Gunn e Giordino avevano fucili mitragliatori Heckler & Koch modifi-
cati con silenziatore. «Ehi, quella non è roba che si può comprare dal fer-
ramenta all'angolo. Dove li avete presi?»
«Sono in dotazione alle Forze Speciali», rispose Giordino con noncuran-
za. «Li abbiamo presi in prestito mentre Hollis e Dillinger non guardava-
no.»
Findley rimase ancora più sbalordito quando Pitt inserì un caricatore ro-
tondo in un vecchio Thompson. «Vedo che le piacciono i pezzi d'antiqua-
riato.»
«I fabbricanti d'armi d'una volta sapevano il fatto loro», disse Pitt. Guar-
dò di nuovo l'orologio. Restavano appena sei minuti prima che Hollis e
Dillinger attaccassero la nave. «Non sparate prima del mio ordine. Non
vogliamo far fallire l'assalto delle Forze Speciali. Già così, hanno poche
speranze che la sorpresa riesca.»
«E il ghiacciaio?» chiese Findley. «Quando spareremo, le onde d'urto
non frattureranno la parete?»
«No, non a questa distanza», lo rassicurò Gunn. «Sembrerà piuttosto il
crepitio lontano di mortaretti.»
«Ricordate», ordinò Pitt, «dobbiamo evitare il più a lungo possibile uno
scontro a fuoco. Il nostro compito principale è trovate gli elicotteri.»
«È un peccato che non abbiamo esplosivi», borbottò Giordino.
«Non si può avere tutto.»
Pitt lasciò a Findley qualche secondo per orientarsi. Poi il geologo an-
nuì. Si avviarono girando intorno alle vecchie costruzioni malridotte. Pro-
cedevano nell'ombra, cercando di non far rumore. Lo scricchiolio dei passi
sulla ghiaia era mascherato dalla brezza tesa che aveva cambiato direzione
e adesso scendeva dall'alto della montagna.
Le costruzioni intorno alla miniera erano quasi tutte di travi di legno co-
perte da lamiere ondulate che mostravano segni di corrosione e di ruggine.
Alcune erano piccole baracche, altre erano alte dai due ai quattro piani e
sembravano svanire nel buio del cielo. A parte l'odore dell'arrosto di agnel-
lo, sembrava una vecchia città fantasma del West americano.
Poi Findley si fermò dietro un capannone, alzò una mano e attese che gli
altri tre lo circondassero. Sbirciò un paio di volte oltre l'angolo e si rivolse
a Pitt.
«La mensa e la sala ricreazione sono a pochi passi sulla mia destra», bi-
sbigliò. «Vedo la luce che filtra dalle tende.»
Giordino fiutò l'aria. «Direi che la carne gli piace ben cotta.»
«Ci sono sentinelle?» chiese Pitt.
«L'area sembra deserta.»
«Dove possono aver nascosto gli elicotteri?»
«La miniera principale è un pozzo verticale che scende per sei livelli.
Come rimessa, possiamo escluderla.»
«E allora?»
Findley tese la mano verso l'oscurità. «Lo spazio aperto più ampio è il
frantoio per il minerale. C'è anche una porta scorrevole per far passare l'e-
quipaggiamento pesante. Se hanno piegato le pale, possono aver nascosto
facilmente anche tre elicotteri.»
«Allora sono là dentro», mormorò Pitt.
Non c'era tempo da perdere. Gli attacchi coordinati di Hollis e Dillinger
sarebbero incominciati da un momento all'altro. Stavano passando davanti
alla mensa quando la porta si aprì all'improvviso e filtrò un raggio di luce
che li investì al di sotto delle ginocchia e illuminò loro i piedi. I quattro
rimasero immobili, con le armi pronte a sparare.
Per qualche secondo una figura rimase profilata contro la luce. Varcò la
soglia e buttò a terra qualche avanzo da un piatto. Poi si voltò e chiuse la
porta. Dopo pochi attimi, Pitt e gli altri si acquattarono contro il muro del
frantoio.
Pitt si voltò e accostò la bocca all'orecchio di Findley.
«Come facciamo a entrare?»
«I nastri trasportatori passavano attraverso le aperture, per portare il mi-
nerale al frantoio e poi alla ferrovia. Ma c'è un inconveniente. Sono molto
in alto.»
«Non ci sono porte d'accesso più basse?»
«La grande porta per immagazzinare l'attrezzatura», rispose sottovoce
Findley. «E l'entrata principale. Se non ricordo male, c'è anche una scala
che conduce a un ufficio, su un lato.»
«Senza dubbio sarà chiuso a chiave», borbottò Giordino.
«Senza dubbio», ripeté Pitt. «D'accordo, passiamo dalla porta principale.
Nessuno, là dentro, si aspetta visite di sconosciuti. Entreremo con calma,
come se fosse la cosa più normale del mondo. Niente azioni di sorpresa.
Qauttro di loro che arrivano dalla mensa.»
«Scommetto che la porta scricchiola», borbottò Giordino.
Girarono intorno all'angolo del frantoio ed entrarono da una grande porta
malandata che girò sui cardini senza far rumore.
«Accidenti», bisbigliò Giordino a denti stretti.
L'interno della costruzione era enorme, com'era logico aspettarsi. Una
gigantesca macchina stava al centro, simile a una piovra ciclopica. Al po-
sto dei tentacoli aveva nastri trasportatori, tubi e cavi elettrici. Il frantoio
consisteva di un massiccio cilindro orizzontale contenente sfere d'acciaio
di varia grandezza che frantumavano e polverizzavano il minerale.
Lungo una parete c'erano le enormi vasche di flottazione dove finiva il
fanghiccio. In alto, le passerelle per la manutenzione raggiungevano le sca-
lette d'acciaio incrociate al di sopra del macchinario. Dalle ringhiere pen-
devano le lampade alimentate da un generatore portatile in funzione in un
angolo.
Pitt aveva sbagliato le previsioni. Aveva immaginato che ci fossero due
elicotteri, forse tre, per evacuare i dirottatori. Ma ce n'era uno solo, un
grosso Westland Commando britannico, vecchio ma affidabile, creato per
il trasporto del personale e il supporto logistico. Poteva portare anche tren-
ta o più passeggeri. Due uomini in tenuta da combattimento stavano su una
scala a ruote e scrutavano all'interno di un pannello d'accesso accanto al
motore. Erano assorti nel lavoro e non si accorsero della presenza degli in-
trusi.
Pitt avanzò lentamente e cautamente, con Findley sulla destra, Giordino
a sinistra e Gunn che lo seguiva. I due che lavoravano al motore dell'elicot-
tero non si voltarono. Solo in quel momento Pitt scorse una sentinella se-
duta su una cassetta rovesciata dietro una trave di sostegno, con la schiena
rivolta alla porta.
Pitt indicò a Giordino e Findley di girare intorno all'elicottero tenendosi
nell'ombra e di cercare altri eventuali dirottatori. La sentinella aveva senti-
to il soffio d'aria fredda proveniente dalla porta che s'era aperta e richiusa;
e accennò a voltarsi per vedere chi era entrato.
Pitt si avvicinò lentamente alla sentinella che era in tenuta da combatti-
mento nero e aveva in testa un passamontagna. Pitt, ormai a soli due metri,
sorrise e alzò una mano in un vago gesto di saluto.
La sentinella lo guardò, con aria perplessa, e disse qualcosa in arabo.
Pitt alzò le spalle e rispose con un borbottio incomprensibile, soffocato
dal rombo del generatore.
Poi l'uomo fissò lo sguardo sul vecchio Thompson. I due secondi che
trascorsero fra la perplessità allarmata e la reazione fisica gli costarono ca-
ri. Prima che potesse brandire l'arma e spostarsi, Pitt lo colpì alla testa con
il calcio del Thompson.
Afferrò la sentinella mentre si accasciava a terra e l'appoggiò di nuovo
contro la trave, come se stesse dormicchiando. Si chinò per passare sotto la
parte anteriore della fusoliera e si avvicinò ai due meccanici. Quando arri-
vò alla scala metallica, si afferrò ai gradini con tutte le sue forze e tirò al-
l'indietro.
I meccanici volarono in aria, troppo sbalorditi per gridare. La loro unica
reazione fu alzare le mani nel vano tentativo di aggrapparsi a chissà cosa
prima di piombare sul duro pavimento di legno. Uno batté la testa e perse i
sensi. Un altro atterrò sul fianco: si sentì un suono secco quando il braccio
destro si fratturò nell'urto. Un gemito di dolore gli sfuggì dalle labbra ma
fu subito troncato da un colpo del calcio del Thompson contro la tempia.
«Ottima azione», disse Findley spezzando il silenzio.
«Ogni mossa un capolavoro», mormorò Pitt.
«Mi auguro che non ce ne siano altri.»
«Non proprio. Al ne ha trovati quattro dietro l'elicottero.»
Findley passò sotto l'apparecchio e rimase stupito nel vedere Giordino
che, seduto comodamente su una sedia pieghevole, fissava i quattro pri-
gionieri infilati fino al collo nei sacchi a pelo.
«Tu hai sempre avuto la passione per le confezioni ben fatte», disse Pitt.
Giordino non staccò gli occhi dai prigionieri. «E tu hai sempre fatto
troppo rumore. Che cos'era tutto quel chiasso?»
«I meccanici sono caduti dalla scaletta.»
«Quanti ne abbiamo presi?»
«Sette in tutto.»
«Quattro devono far parte dell'equipaggio dell'elicottero.»
«Un pilota e un copilota di riserva e due meccanici. Non volevano corre-
re rischi.»
Findley indicò uno dei meccanici. «Quello sta rinvenendo.»
Pitt si appese il Thompson alla spalla. «Dobbiamo sistemarli in modo
che per un po' non possano andare in alcun posto. A lei l'onore, Clayton. Li
leghi e li imbavagli. Dovrebbe trovare qualche cinghia a bordo dell'elicot-
tero. Al, sorvegliali. Io e Rudi andiamo a dare un'occhiata fuori.»
«Assicureremo la loro completa immobilizzazione», disse Giordino,
scimmiottando il linguaggio burocratico.
«Sarà meglio. Altrimenti vi uccideranno.»
Pitt chiamò Gunn con un cenno; insieme spogliarono parzialmente due
prigionieri. Pitt prese il passamontagna e il maglione alla sentinella svenu-
ta. Arricciò il naso nel sentire l'odore del maglione, ma lo indossò.
Uscirono senza cercare di nascondersi. Camminavano a passo sicuro e
deciso, tenendosi al centro della strada che si snodava fra le costruzioni.
Quando arrivarono alla mensa si addentrarono nell'ombra e sbirciarono al-
l'interno di una finestra.
«Devono essere una dozzina», bisbigliò Gunn. «Tutti armati fino ai den-
ti. Sembra che si stiano preparando ad andarsene.»
«Accidenti a Hollis», mormorò Pitt. «Se almeno ci avesse dato un mez-
zo per comunicare con lui!»
«Ormai è troppo tardi.»
«Troppo tardi?»
«Sono le cinque e dodici», rispose Gunn. «Se l'assalto fosse incomincia-
to in orario, in questo momento le forze di Hollis e i paramedici sarebbero
in volo verso la nave.»
Gunn aveva ragione. Gli elicotteri delle Forze Speciali non si sentivano.
«Cerchiamo il treno per il trasporto del minerale», disse Pitt. «Sarà me-
glio che lo mettiamo fuori uso e tronchiamo ogni comunicazione fra la mi-
niera e la nave.»
Gunn annuì. Proseguirono senza far rumore lungo l'esterno della mensa,
chinandosi per passare sotto le finestre. Si fermarono all'angolo per scruta-
re cautamente i dintorni. Poi si lanciarono attraverso un tratto scoperto fino
a che raggiunsero il binario e cominciarono a correre fra le traversine.
Pitt si sentiva agghiacciare mentre seguiva Gunn. Stringeva convulsa-
mente il Thompson, in preda a un senso di disperazione crescente. Il vento
e la pioggia erano cessati e le stelle sbiadivano nel cielo orientale.
Doveva essere successo qualcosa di terribile.

55.

Hollis aveva l'impressione che fossero trascorse ore da quando avevano


messo in acqua i gommoni.
I piccoli elicotteri Carrier Pigeon avevano volato a bassa quota lungo la
costa, e avevano depositato la squadra di Hollis su un'isoletta all'imbocca-
tura del fiordo. Le imbarcazioni erano state messe in acqua con efficienza,
ma la corrente di quattro nodi era molto più forte del previsto.
E il silenzioso motore elettrico del primo gommone che doveva traspor-
tare cinque uomini s'era fermato inspiegabilmente dopo i primi cinque mi-
nuti. Gli uomini delle Forze Speciali avevano perso tempo prezioso per ti-
rar fuori i remi e incominciare a vogare in una disperata corsa contro il
tempo per raggiungere il Lady Flamborough prima dello spuntar del gior-
no.
La situazione era stata complicata dal disastro delle comunicazioni. Hol-
lis non era riuscito a contattare Dillinger o altri della squadra a terra, e non
sapeva se Dillinger aveva abbordato la nave o si era perso sul ghiacciaio.
Hollis remava e imprecava contro il motore defunto, la corrente e Dil-
linger. La tabella di marcia calcolata con tanta minuziosità era saltata. L'at-
tacco era in forte ritardo; ma non poteva correre il rischio di rinunciare.
L'unica possibilità di salvezza stava nel «fumo del ghiaccio» che Findley
aveva descritto. Turbinava intorno alle piccole imbarcazioni e agli uomini
e li avvolgeva in una coltre protettiva.
La nebbia e il buio impedivano a Hollis di vedere davanti a sé per più di
pochi metri. Si orientava e sorvegliava la sua flottiglia con un binocolo a
infrarossi, teneva i compagni raggruppati entro un raggio di tre metri e
forniva indicazioni con la radio ogni volta che un gommone tendeva ad al-
lontanarsi.
Puntò il binocolo sul Lady Flamborough. Il profilo elegante appariva
come una grottesca scultura di ghiaccio che galleggiasse davanti alla pare-
te di porcellana incrinata di un'antica vasca da bagno. Hollis calcolò che
doveva essere distante ancora un chilometro almeno.
La marea, che fino a quel momento li aveva contrastati, cominciò ad at-
tenuarsi; ben presto la velocità aumentò di circa un nodo. Quel sollievo,
per quanto gradito, giunse quasi troppo tardi. Hollis vedeva che i suoi uo-
mini si stavano stancando a forza di remare. Erano temprati da un duro al-
lenamento e tutti praticavano regolarmente il sollevamento pesi, quindi af-
fondavano i remi nell'acqua senza far rumore e lottavano energicamente
contro la marea; ma i loro muscoli cominciavano a irrigidirsi e ogni vogata
diventava uno sforzo.
La nebbia accennava a diradarsi. Hollis temeva che fra poco sarebbero
diventati facili bersagli. Alzò gli occhi, e la sua sicurezza calò come la ma-
rea. Attraverso gli squarci nella nebbia si scorgeva il cielo che trascolorava
dal nero a un blu sempre più chiaro.
Le barche erano al centro del fiordo, e la riva più vicina che offrisse un
minimo di copertura era di mezzo chilometro più distante del Lady Flam-
borough.
«Forza, uomini!» esortò. «Siamo alla dirittura finale. Dateci dentro!»
Gli uomini esausti attinsero alle energie di riserva e allungarono la voga-
ta. Hollis ebbe la sensazione che i gommoni stessero per schizzare dall'ac-
qua. Posò il binocolo a infrarossi e cominciò a remare furiosamente.
Forse ce l'avrebbero fatta, ce l'avrebbero fatta appena appena, pensò
mentre si avvicinavano rapidamente alla nave.
Ma dov'era Dillinger? si chiese. Che cosa diavolo era successo sul
ghiacciaio alla seconda squadra?

Anche Dillinger era in difficoltà. Aveva un panorama ancora più vago


della situazione. Subito dopo essersi lanciati dal C-140, lui e i suoi uomini
erano stati dispersi nel cielo dai venti forti e incostanti.
Cupo in volto, si guardò intorno per vedere come se la cavava la squa-
dra. Ognuno degli uomini aveva una minuscola lampada azzurra, ma il ne-
vischio gli impediva di vederli. Li perse quasi nello stesso istante in cui si
aprì il paracadute.
Abbassò la mano e premette l'interruttore della scatoletta nera legata a
una gamba. E parlò nella piccola trasmittente.
«Qui il maggiore Dillinger. Ho attivato il mio radiofaro. Faremo una
planata di sette chilometri, quindi cercate di restarmi vicini e di dirigervi
verso la mia posizione quando sarete atterrati.»
«Con questo tempo schifoso potremo considerarci fortunati se riuscire-
mo a scendere sull'isola», borbottò qualcuno.
«Mantenete il silenzio radio, esclusi i casi d'emergenza», ordinò Dillin-
ger.
Abbassò lo sguardo e non vide altro che il suo zaino appeso a un cavo di
due metri. Si orientò grazie al quadrante luminoso della combinazione
formata da bussola e altimetro che si protendeva dalla sua fronte come lo
specchietto degli otorinolaringoiatri.
Senza punti di riferimento, senza un radiofaro lanciato in anticipo sul
luogo dell'atterraggio (un lusso che sarebbe stato pericoloso perché avreb-
be potuto mettere in allarme i dirottatori), Dillinger era costretto a calcola-
re mentalmente l'angolo e la distanza della planata.
Il suo timore più grande era di superare il margine del ghiacciaio e finire
nel fiordo. Per maggiore sicurezza decise di atterrare prima... circa un chi-
lometro prima.
Il ghiacciaio si materializzò nell'oscurità e Dillinger si accorse che stava
scendendo direttamente su un crepaccio. Un colpo di vento investì il para-
cadute rettangolare e lo fece oscillare. Regolò le corde per compensare e
assunse la posa indispensabile per atterrare nel momento in cui lo zaino ur-
tava contro la parete interna del crepaccio e rimbalzava oltre l'orlo. Un sot-
tile strato di neve attuti l'impatto e Dillinger compì un atterraggio perfetto
in piedi, a due metri dalla frattura nel ghiaccio.
Sganciò il paracadute che si afflosciò prima che il vento lo trascinasse
via. Non si preoccupò di arrotolarlo e di nasconderlo nel ghiaccio per re-
cuperarlo più tardi. Non c'era tempo da perdere. I contribuenti avrebbero
dovuto pagare il paracadute sacrificato.
«Qui Dillinger. Sono a terra. Puntate sulla mia posizione.»
Estrasse da una tasca un fischietto di plastica e cominciò a soffiarvi a in-
tervalli di dieci secondi, sempre in una direzione diversa. Per qualche mi-
nuto non vide nessuno.
Poi i primi dei suoi uomini apparvero e si diressero verso di lui. S'erano
dispersi nella discesa, e l'avanzata sulla superficie irregolare del ghiacciaio
aveva richiesto più tempo di quanto avesse previsto Dillinger.
Poco dopo anche gli altri arrivarono alla spicciolata. Uno si era fratturato
una spalla, un altro aveva una caviglia incrinata. Il sergente si stringeva un
polso e Dillinger sospettava che fosse rotto; ma dato che il sergente si
comportava come se si trattasse di una lieve storta, il maggiore pensò che
aveva troppo bisogno di lui per rinunciare alla sua collaborazione.
Si rivolse ai due feriti. «Non ce la farete a procedere con noi, ma seguite
le nostre tracce meglio che potete. Mascherate le torce.» Poi fece un cenno
al sergente Jack Foster. «Leghiamoci in cordata e andiamo. Io andrò in te-
sta.»
Foster accennò un saluto e si mise all'opera.
Per quanto la superficie accidentata del ghiaccio rendeva il percorso in-
fido, gli uomini procedettero al trotto. Dillinger non temeva di precipitare
in un crepaccio. La corda che gli cingeva la vita era assicurata a un numero
di individui robusti sufficiente per sollevare un camion. Diede l'alt due vol-
te per orientarsi; quindi la marcia fu ripresa.
Superarono creste di ghiaccio acuminato e un crepaccio aperto che ri-
schiò di bloccarli definitivamente. Sprecarono sette minuti prima che il
grappino agganciasse la parete di fronte e l'uomo più leggero della squadra
compisse la traversata aggrappandosi alla corda per andare a fissare sal-
damente l'attrezzo. Poi trascorsero altri dieci minuti prima che passassero
tutti gli uomini,
Dillinger era assillato da un senso d'urgenza. La squadra aveva perso due
elementi e rimaneva sempre più indietro rispetto alla tabella di marcia pre-
stabilita. Adesso rimpiangeva di non aver seguito il consiglio di Giordino e
di non aver raddoppiato il tempo previsto fra il lancio e l'attacco.
Si augurava che la squadra dei sommozzatori non stesse aspettando nel-
l'acqua gelida sotto lo scafo del Lady Flamborough. Più volte cercò di co-
municare con Hollis per informarlo del ritardo, ma non ebbe risposta. Le
prime tracce dell'alba spuntavano dietro di lui e rivelavano la superficie del
ghiacciaio, desolato e terrificante. Poi vide il baluginio delle acque del
fiordo... e comprese perché era impossibile comunicare.
Ormai Hollis vedeva chiaramente la nave anche senza il binocolo a in-
frarossi. E se un dirottatore dalla vista acuta avesse guardato nella direzio-
ne giusta, avrebbe scorto le ombre dei gommoni profilate sull'acqua gri-
gioscura. Hollis quasi non osava respirare mentre le distanze si riducevano.
Si aggrappava a una speranza impossibile e non rinunciava ai tentativi di
comunicare con Dillinger. «Squalo a Falcone, rispondete, per favore.»
Stava per tentare per la centesima volta quando la voce di Dillinger gli ri-
suonò nell'auricolare.
«Qui Falcone, parla.»
«Siete in ritardo!» sibilò Hollis. «E perché non hai risposto alle mie
chiamate?»
«Siamo appena arrivati