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ECKHART TOLLE

Il nuovo mondo

Il libro
Eckhart Tolle rappresenta la sintesi perfetta fra millenni di saggezza e il sentire
contemporaneo, condensando chiaramente nelle sue pagine gli insegnamenti dei
grandi della storia del pensiero, da Buddha a Gesù, ma anche Shakespeare e i
Rolling Stones. Il suo messaggio è semplice e rivoluzionario: basta spegnere il
rumore di fondo che affolla di pensieri la nostra mente per abbracciare il presente
liberi dell’ingombro del nostro ego. È proprio il modello egocentrico di pensiero,
l’eccessiva importanza data al nostro io, uno dei maggiori nemici. Da lì deriva quel
senso costante di insufficienza, di mancanza che deve essere in qualche modo
colmata. Se invece si vive nel momento, ci si accorge che le cose positive iniziano
ad accadere da sole, e se tutti lasciano da parte il proprio ego e si risvegliano verso
una nuova consapevolezza, ecco che un nuovo mondo, davvero migliore e pieno di
amore, diventa magicamente possibile. L’autore
Eckhart Tolle è un maestro spirituale contemporaneo, slegato da qualsiasi tipo di
religione o movimento. Considerato dal «New York Times» come «l’autore di
spiritualità più famoso d’America», vive a Vancouver, in Canada, ma viaggia
ovunque con i suoi seminari. I suoi libri hanno venduto milioni di copie in tutto il
mondo, compreso il nostro Paese dove sono usciti Il potere di Adesso, Come
mettere in pratica il potere di Adesso e Parole dalla quiete.
Introduzione
Abbiamo perso nella nostra cultura il senso della funzione di un illuminato, lo abbiamo
allontanato dal nostro quotidiano e lo abbiamo rinchiuso in uno spazio devozionale, spesso
esclusivamente intimo e personale.

Eckhart Tolle è un maestro spirituale. Appartiene alla nostra cultura ma, e questo è il gioiello,
i suoi insegnamenti sono impregnati di altre dottrine tradizionali e contemporanee, religiose e
mistiche, senza tuttavia identificarsi con nessuna di esse. Il suo è un insegnamento che usa la
forma, le parole del sapere antico, per accedere alla non-forma: la Coscienza.
Tolle è un occidentale che unisce e sintetizza mirabilmente Oriente e Occidente, rendendo
l’insegnamento spirituale attuale, e adeguandolo alla nostra vita contemporanea. Come la
maggioranza dei maestri spirituali stanno facendo, oggi è qui per mostrarci quell’unica via, che
vi è sempre stata, al di là delle strutture mentali, al di là delle dottrine di separazione.
Le sue parole ci aiutano a fare un passo avanti, perché concentrano, esplicitano, rendono
possibile proprio quell’apertura che porta finalmente la devozione, la contemplazione, lo
spazio nella frenetica attività della nostra vita quotidiana. Tolle ci prende per mano e svolge
davanti a noi la consapevolezza di un percorso attento nelle piccole e “difficili” cose di tutti i
giorni.
La traduzione di Un nuovo mondo è stata un’avventura. È stata il praticare l’essenza di
questo libro. Dove il tradurre si manifestava in un doppio lavoro in contemporanea: la
traduzione a livello della forma, cioè le parole e, a livello della non- forma (per citare Tolle), il
vuoto, l’intervallo tra le parole stesse, aprendole a un senso più alto. E quindi l’effetto e la
trasformazione che le parole producevano su di noi. Questo accadeva sia quando ciascuna di

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noi traduceva per conto suo, sia quando lavoravamo insieme. C’era, per così dire, un “reale”
affascinante in cui le parole diventavano vive e in movimento.
Lampi di comprensione e di infinito, intuizioni sul meccanismo dell’ego che si verificavano,
per esempio, nella scelta di una parola su cui non eravamo d’accordo, nel voler aver ragione e
non vedere “l’altra”. E la colpa e il giudizio su noi stesse, quando contemporaneamente ne
diventavamo consapevoli, si stemperavano nel silenzio o in una risata senza, a volte, neanche
il bisogno di parlarne.
Un apprendimento di collaborazione, un’esperienza di comunicazione e di trasformazione
nella forma al di là della forma, che può avvenire solo nell’Adesso: un’esperienza d’amore.
Stella
Marina Borruso
UN NUOVO MONDO
Il fiorire della coscienza umana
Rievocazione
Terra, 114 milioni di anni fa, in una mattina appena dopo l’alba: il primo fiore mai apparso sul
pianeta si schiude a ricevere i raggi del sole. Il pianeta era ricoperto di vegetazione già da
milioni di anni prima di questo importante evento che preannunciava una grande
trasformazione evolutiva nella vita delle piante; considerando che le condizioni non erano
ancora favorevoli perché si diffondesse una fioritura più estesa, probabilmente il primo fiore
non è sopravvissuto per molto tempo e i fiori devono essere rimasti un fenomeno raro e
isolato. Eppure un giorno una soglia estremamente importante è stata superata e
improvvisamente deve esservi stata un’esplosione di colori e di profumi su tutto il pianeta se
solo la percezione della consapevolezza fosse stata là a testimoniare l’evento.
Molto più tardi, quegli esseri delicati e fragranti che chiamiamo fiori avrebbero giocato un
ruolo essenziale nell’evoluzione della coscienza di altre specie. Gli umani ne sarebbero stati
sempre più attratti e affascinati. Mentre la consapevolezza degli esseri umani si sviluppava, i
fiori sono stati molto probabilmente la prima cosa che non avesse uno scopo utilitario alla
quale essi hanno dato valore, una cosa che non fosse in alcun modo legata alla
sopravvivenza. Sono stati una fonte di ispirazione per innumerevoli artisti, poeti e mistici.
Gesù ha detto di contemplare i fiori per imparare da loro a vivere. Si racconta che il Buddha
abbia tenuto una volta un sermone silenzioso durante il quale ha solamente guardato un fiore.
Dopo un po’, uno dei presenti, un monaco chiamato Maha-Kâshyapa, ha cominciato a
sorridere. Si dice che sia stato l’unico a comprendere il sermone. Secondo la leggenda, quel
sorriso (che viene detto “realizzazione”) è passato successivamente attraverso ventotto
maestri fino a divenire più tardi l’origine dello Zen.
Vedere la bellezza in un fiore può, anche se brevemente, risvegliare gli umani alla bellezza
perché questa è una parte essenziale del loro più profondo essere, della loro vera natura.
L’iniziale riconoscimento della bellezza è stato uno degli eventi più significativi nell’evoluzione
della coscienza umana. I sentimenti di gioia e di amore sono intrinsecamente connessi con
quel riconoscimento. Senza che ce ne rendessimo completamente conto, i fiori sarebbero
diventati per noi un’espressione della forma di ciò che è più alto e più sacro, in definitiva di
una non-forma dentro di noi. I fiori, più fragili, più eterei e più delicati delle piante dalle quali
spuntano, sarebbero diventati quasi dei messaggeri di un altro regno; quasi un ponte fra il
mondo della forma e quello della non-forma. Non solamente avevano un aroma soave e
piacevole per gli umani ma avevano in sé anche una fragranza del mondo dello spirito.
Usando la parola “illuminazione” in un senso più ampio di quello convenzionalmente accettato,
potremmo vedere i fiori come l’illuminazione delle piante.
Qualunque forma di vita in ogni regno, sia esso minerale, vegetale o animale può essere
soggetta all’“illuminazione”. Ma è in ogni caso un avvenimento estremamente raro poiché è
più che una progressione nell’evoluzione: comporta anche una discontinuità nello sviluppo, un
balzo a un livello ben differente dell’Essere e, molto più importante, una diminuzione della
materialità.

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Cosa può essere più pesante e più impenetrabile di una pietra, la più densa di tutte le
forme? Eppure alcune pietre subiscono un cambiamento nella loro struttura molecolare
trasformandosi in cristalli, e così diventano trasparenti alla luce. Alcuni carboni, sotto l’azione
di un calore e di una pressione inimmaginabili, si trasformano in diamanti e alcuni minerali
pesanti in pietre preziose.
Molti rettili che strisciano, fra tutte le creature quelle più legate alla terra, non sono cambiati
per milioni di anni. Ma ad alcuni sono spuntate le piume e le ali e sono diventati uccelli,
sfidando in tal modo la forza di gravità che li aveva trattenuti per così tanto tempo. Non hanno
imparato a strisciare o a camminare meglio, hanno invece trasceso completamente lo
strisciare e il camminare.
Fin da tempi immemorabili, i fiori, i cristalli, le pietre preziose e gli uccelli hanno avuto, per lo
spirito umano, uno speciale significato. Come tutte le forme di vita, sono ovviamente
manifestazioni temporanee di una sola Vita che contiene tutto, di una sola Coscienza. La
ragione e lo speciale significato per cui gli umani ne sono affascinati e sentono quest’affinità
possono attribuirsi alla loro qualità eterea.
Quando vi è un certo grado di Presenza, di quiete e di attenzione vigile, gli esseri umani
possono percepire in ogni creatura, in ogni forma vitale, l’essenza divina della vita, la
consapevolezza infusa o lo spirito, e possono riconoscerla come la loro stessa essenza e così
amarla come loro stessi. Fino a che ciò non accade, molti umani vedono solamente la forma
esterna, e quindi si identificano solo con la forma fisica e psicologica, inconsapevoli
dell’essenza interiore, proprio come sono inconsapevoli della loro stessa essenza.
Nel caso di un fiore, di un cristallo, di una pietra preziosa o di un uccello, anche qualcuno
con poca o nessuna Presenza può di tanto in tanto percepire che vi è in quella forma più della
mera esistenza fisica e sentire un’affinità senza sapere che questa è la ragione per la quale
ne è attratto. Per la loro natura incorporea, quelle forme oscurano lo spirito che le abita meno
di quanto accada in altre forme di vita.
Fanno eccezione tutte le forme di vita appena nate: i bambini, i cagnolini, i gattini, gli agnelli
e così via. Sono fragili, delicati, non ancora stabilizzati nella materia. In loro risplendono
ancora una innocenza, una dolcezza, una bellezza che non sono di questo mondo. Sono una
fonte di grande gioia persino per umani relativamente insensibili.
Quando siete in uno stato vigile e contemplate un fiore, un cristallo o un uccello, senza
etichettarlo mentalmente, ciò diventa per voi una finestra sulla non -forma. Vi è allora
un’apertura interiore, anche se piccola, verso il regno dello spirito. Questo è il motivo per il
quale queste tre forme di vita illuminata hanno avuto una parte così importante nell’evoluzione
della coscienza umana fin dai tempi più antichi; per esempio, il gioiello nel fior di loto è un
simbolo fondamentale nel Buddhismo, e un uccello bianco, la colomba, simboleggia per il
Cristianesimo lo Spirito Santo.
Hanno preparato il terreno per un più profondo cambiamento nella coscienza planetaria
destinato ad accadere alla specie umana. Questo è il risveglio spirituale del quale siamo
testimoni adesso.
Il proposito di questo libro
L’umanità è pronta per una trasformazione della coscienza, per una fioritura interiore così
radicale e profonda che, in confronto, il fiorire delle piante, per quanto bello, è solo un pallido
riflesso? Gli esseri umani possono perdere la densità delle strutture condizionate della mente
e diventare, per così dire, come cristalli o pietre preziose, trasparenti alla luce della
coscienza? Sono in grado di resistere alla sfida dell’attrazione gravitazionale del materialismo
e della materialità per innalzarsi al di sopra dell’identificazione con la forma che mantiene l’ego
al suo posto e li condanna a essere imprigionati nella loro stessa personalità?
La possibilità di una tale trasformazione è stata al centro degli insegnamenti della saggezza
più alta nella storia dell’uomo. I messaggeri, Buddha, Gesù e altri – e non tutti sono conosciuti

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– sono stati i primi fiori dell’umanità. Erano dei precursori, esseri umani rari e preziosi. Una
fioritura più estesa non era ancora possibile a quel tempo e il loro messaggio fu in gran parte
frainteso e spesso largamente distorto. Certamente non trasformò il comportamento umano,
fatta eccezione per una piccola minoranza di persone.
L’umanità, ora, è più pronta che al tempo di quei primi insegnamenti? Perché dovrebbe essere
così? E voi cosa potete fare, se qualcosa può essere fatto, per aiutare o accelerare questo
cambiamento interiore? Cos’è che caratterizza il vecchio stato egoico di coscienza e
attraverso quali segni si può riconoscere l’emergere della nuova coscienza? A queste e ad
altre domande essenziali verrà data risposta in questo libro. E, cosa ancora più significativa,
questo libro in se stesso è un espediente per la trasformazione che è sorto dalla nuova
coscienza emergente. Le idee e i concetti che vi sono esposti possono essere importanti e
tuttavia sono secondari. Non sono altro che segnali indicatori che puntano nella direzione del
risveglio. Mentre leggete, in voi accade un cambiamento.
Il proposito principale di questo libro non è quello di aggiungere nuovi credo o nuove
informazioni alla mente oppure di convincervi di qualcosa, ma quello di portare a un
cambiamento nella coscienza, in altre parole, quello di svegliarvi. In questo senso, questo libro
non è “interessante”. Interessante significa che potete mantenere le distanze, giocare
mentalmente con le idee e i concetti, essere d’accordo oppure no. Invece questo libro si
occupa di voi. O cambierà il vostro stato di coscienza o non avrà significato alcuno. Può
svegliare solo chi è pronto. Non tutti sono pronti, non ancora, ma molti lo sono, e per ogni
persona che si risveglia, tutto il livello della coscienza collettiva cresce e facilita il compito agli
altri. Se non sapete cosa significa “risveglio”, continuate a leggere. Solamente risvegliandovi
potrete conoscere il vero significato di questa parola. Un’improvvisa intuizione, anche solo un
lampo, è sufficiente per iniziare il processo del risveglio, che è irreversibile. Per qualcuno
questa luce improvvisa giungerà leggendo questo libro. Per molti altri, il processo è già iniziato
anche se non se ne sono resi conto. E questa lettura li aiuterà a esserne consapevoli. Per
qualcuno, il processo può aver avuto inizio a causa di una perdita o attraverso la sofferenza,
per altri entrando in contatto con un maestro o con un insegnamento spirituale, con la lettura
del Potere di Adesso o grazie a qualche altro libro spiritualmente vivo, quindi con la capacità
di indurre una trasformazione. Oppure con qualsiasi altra combinazione delle cose citate
sopra. Se il processo del risveglio è già iniziato in voi, la lettura di questo libro lo accelererà e
lo intensificherà.
Una parte essenziale del risveglio è il riconoscimento di quel “voi” che non è risvegliato:
l’ego che pensa, parla, agisce, così come il riconoscimento dei processi mentali
collettivamente condizionati che perpetuano lo stato di inconsapevolezza. Ecco perché questo
libro mostra gli aspetti principali dell’ego e come questi operano sia a livello individuale sia a
livello collettivo. Ciò è importante per due ragioni in relazione tra loro: la prima è che, fino a
quando non conoscerete il meccanismo di base che c’è dietro al lavoro del vostro ego, non
sarete in grado di riconoscerlo, e l’ego vi ingannerà facendovi identificare con lui ancora e
ancora. Questo significa che vi sopraffà, un impostore che fa finta di essere voi. La seconda
ragione è che l’atto stesso del riconoscimento è una delle vie attraverso la quale avviene il
risveglio. Nel momento in cui riconoscete in voi l’inconsapevolezza – quello che rende
possibile il riconoscimento è proprio la consapevolezza emergente – è il risveglio. Non potete
lottare contro l’ego e vincere, allo stesso modo in cui non potete lottare contro l’oscurità. La
luce della coscienza è tutto quello di cui c’è bisogno. Voi siete quella luce.
La disfunzionalità che abbiamo ereditato
Se osserviamo più attentamente le antiche religioni e le tradizioni spirituali dell’umanità,
troveremo che, sotto le molte differenze superficiali, ci sono due intuizioni fondamentali che le
accomunano. Le parole usate per descrivere queste intuizioni sono diverse, eppure tutte loro
puntano verso una fondamentale doppia verità. La prima parte di questa verità è il
riconoscimento che il “normale” stato della mente della maggior parte degli esseri umani
contiene un fortissimo elemento di quello che potremmo chiamare disfunzionalità o, perfino,

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pazzia. Certi insegnamenti al cuore dell’Induismo sono forse quelli che meglio vedono questa
disfunzione come una forma di malattia mentale collettiva. Viene chiamata maya, il velo
dell’illusione. Ramana Maharshi, uno dei più grandi saggi indiani, afferma chiaramente: “La
mente è maya”.
Il Buddhismo usa termini diversi. Per il Buddha, la mente umana nel suo stato normale
genera dukkha, che può essere tradotto come sofferenza, insoddisfazione o semplicemente
miseria. Egli vede tutto ciò come una caratteristica della condizione umana. Dovunque voi
andiate, qualsiasi cosa facciate, dice il Buddha, incontrerete dukkha, e questo si manifesterà
prima o poi in qualsiasi situazione.
In accordo con gli insegnamenti cristiani, il normale stato collettivo dell’umanità è quello del
“peccato originale”. Peccato è una parola che è stata grandemente fraintesa e mal
interpretata. Tradotta letteralmente dal greco antico in cui fu scritto il Nuovo Testamento,
peccare significa mancare l’obiettivo come un arciere che manca il bersaglio e così, peccare
significa mancare il punto dell’esistenza umana. Significa vivere senza qualità, ciecamente e
così soffrire e causare sofferenza. Di nuovo il termine, spogliato del suo bagaglio culturale e
dei fraintendimenti, punta alla disfunzione inerente alla condizione umana.
Le realizzazioni dell’umanità sono senza dubbio notevoli e innegabili. Abbiamo creato opere
sublimi di musica, letteratura, pittura, architettura e scultura. In tempi più recenti, la scienza e
la tecnologia hanno apportato cambiamenti radicali nel nostro modo di vivere, rendendoci
capaci di fare e di creare cose che, anche solo duecento anni fa, sarebbero state considerate
miracolose. Non è dubbio: la mente umana è veramente intelligente. Questa sua intelligenza
tuttavia è contaminata dalla pazzia. La scienza e la tecnologia hanno incredibilmente
amplificato l’impatto distruttivo che la disfunzione della mente umana ha sul pianeta, sulle altre
forme di vita e sugli umani stessi. Questo è il motivo per il quale tale disfunzione, tale follia
collettiva può essere più chiaramente riconosciuta nella storia del ventesimo secolo. Un fattore
ulteriore è che questa disfunzione si sta attualmente intensificando e sta accelerando.
La Prima guerra mondiale è scoppiata nel 1914. Guerre distruttive e crudeli, motivate dalla
paura, dall’avidità e dal desiderio di potere sono state avvenimenti comuni nella storia
dell’umanità, così come lo sono state la schiavitù, la tortura, la violenza diffusa, inflitte per
ragioni religiose e ideologiche. Gli umani hanno sofferto più per mano gli uni degli altri che a
causa di disastri naturali. E comunque nel 1914, l’intelligente e brillante mente umana aveva
inventato non soltanto il motore a combustione interna, ma anche bombe, fucili automatici,
sottomarini, lanciafiamme e gas venefici. Intelligenza al servizio della pazzia! Nelle trincee in
Francia e in Belgio, milioni di uomini sono morti per conquistare pochi metri di fango. Quando
la guerra finì, nel 1918, i sopravvissuti guardarono con orrore e incredulità alla devastazione
rimasta: dieci milioni di esseri umani uccisi e moltissimi altri mutilati o sfigurati. Mai prima di
all’ora la pazzia umana aveva avuto degli effetti così distruttivi, così evidenti. Non si
sospettava che fosse solo l’inizio.
Alla fine del ventesimo secolo il numero di persone perite di morte violenta per mano dei
loro simili supererà i cento milioni. Morti non solo a causa delle guerre tra nazioni, ma anche
per gli stermini di massa e i genocidi, come l’assassinio dei venti milioni di persone classificate
come “nemici di classe, spie e traditori” in Unione Sovietica sotto Stalin, o per gli indicibili
orrori dell’Olocausto nella Germania nazista. Molti sono morti anche in innumerevoli conflitti
interni minori, come nella guerra civile spagnola, o durante il regime dei Khmer rossi in
Cambogia, dove un quarto della popolazione è stata assassinata.
Dobbiamo solo guardare i notiziari alla televisione per renderci conto che la pazzia non è
diminuita ma che sta continuando nel ventunesimo secolo. Un altro aspetto della disfunzione
collettiva della mente umana è la violenza senza precedenti che gli umani stanno infliggendo
alle altre forme di vita e allo stesso pianeta: la distruzione di foreste che producono ossigeno,
e la distruzione della vita di altre piante e di animali, la crudeltà sugli animali negli allevamenti,
l’avvelenamento dei fiumi, degli oceani e dell’aria. Gli umani, guidati dall’avidità, inconsapevoli

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della loro connessione con il tutto, persistono in un comportamento che, se continua a essere
incontrollato, può solo condurre alla loro stessa distruzione.
Le manifestazioni collettive della follia che è alla base della condizione umana costituiscono
la maggior parte della storia dell’umanità. È in gran parte una storia di pazzia. Se la storia
dell’umanità fosse la storia di un caso clinico di un singolo essere umano, la diagnosi
dovrebbe essere: fissazione cronica a sfondo paranoico, propensione patologica a
commettere omicidi, atti di
estrema violenza e crudeltà contro coloro che vengono percepiti come “nemici”. È la sua
stessa inconsapevolezza proiettata all’esterno. È follia criminale con qualche breve intervallo
di lucidità.
Paura, avidità, sete di potere sono quelle forze motrici psicologiche che non solo stanno
dietro le guerre e la violenza fra le nazioni, le tribù, le religioni e le ideologie, ma sono anche la
causa di conflitti incessanti nelle relazioni personali. Sono quelle forze a causare una
distorsione nella vostra percezione degli altri e di voi stessi. In questo modo fraintendete ogni
situazione, il che conduce a compiere azioni sconsiderate per liberarvi dalla paura e per
soddisfare il vostro bisogno di avere di più: un buco senza fondo che non potrà mai essere
riempito.
È importante comprendere, comunque, che la paura, l’avidità, la sete di potere non sono la
disfunzione di cui stiamo parlando, ma sono esse stesse create dalla disfunzione, che è la
fissazione collettiva profondamente radicata che esiste nella mente di ogni essere umano.
Molti insegnamenti spirituali ci dicono di lasciar andare la paura e il desiderio, ma queste
pratiche spirituali di solito non hanno successo perché non vanno alla radice della disfunzione.
Paura, avidità e desiderio di potere non sono i fattori ultimi. Cercare di diventare un essere
umano buono o migliore sembra una cosa senz’altro raccomandabile e degna di
considerazione, tuttavia è un tentativo destinato al fallimento fino a che non accade un
cambiamento nella consapevolezza. Questo è perché fa ancora parte della stessa
disfunzione, cioè una forma più sottile e rarefatta del rafforzamento del sé, del desiderio di
avere di più, e di un consolidamento della propria identità concettuale dell’immagine di se
stesso. Voi non diventate buoni cercando di essere buoni, ma cercando il buono che è già in
voi e permettendo che questo buono emerga. Ma questo può emergere solo se qualcosa di
fondamentale cambia nel vostro stato di coscienza.
La storia del comunismo, in origine ispirato da nobili ideali, illustra con chiarezza ciò che
accade quando le persone tentano di cambiare la realtà esterna per creare una nuova terra,
senza nessun cambiamento precedente nella loro realtà interiore, nel loro stato di coscienza.
Queste persone fanno dei piani senza considerare l’impronta della disfunzione che ogni
essere umano porta in sé: l’ego.
La nuova coscienza emergente
La maggior parte delle antiche religioni e delle tradizioni spirituali condivide la visione comune
che lo stato normale della mente sia guastato da una fondamentale imperfezione. Da questa
visione della natura della condizione umana, che potremmo definire la cattiva notizia, emerge
una seconda visione: la buona notizia della possibilità di una trasformazione radicale della
coscienza umana. Nell’insegnamento dell’Induismo (e qualche volta anche nel Buddhismo),
questa trasformazione è chiamata illuminazione . Nelle parole di Gesù, è la salvezza, e nel
Buddhismo, è la fine della sofferenza. Liberazione e risveglio sono altri termini usati per
descrivere questa trasformazione.
La più grande realizzazione dell’umanità non sono le opere d’arte, le scoperte scientifiche o le
invenzioni tecnologiche, bensì il riconoscimento della propria disfunzione, della propria pazzia.
In un lontano passato, questo riconoscimento era già avvenuto ad alcuni individui. Un uomo,
chiamato Gautama Siddharta, vissuto in India 2600 anni fa, è stato forse il primo a vederlo con
assoluta chiarezza. Più tardi gli fu conferito il titolo di Buddha. Buddha significa “il risvegliato”.

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All’incirca nello stesso periodo, un altro fra i primi risvegliati dell’umanità emerse in Cina. Egli
ha lasciato una testimonianza del suo insegnamento in uno dei più profondi libri spirituali mai
scritti, il Tao Te Ching.
Riconoscere la propria pazzia è, naturalmente, sintomo di salute, l’inizio della guarigione e
della trascendenza. Una nuova dimensione di coscienza aveva cominciato a emergere sul
pianeta, un primo tentativo di fioritura. Quei pochi individui allora parlarono ai loro
contemporanei. Parlarono del peccato, della sofferenza, dell’illusione. Dissero: “Guardate
come vivete. Vedete quello che state facendo, la sofferenza che create”. E quindi indicarono la
possibilità di risvegliarsi dall’incubo collettivo della “normale” esistenza umana. Mostrarono la
via.
Il mondo non era ancora pronto per loro, eppure furono una parte vitale e necessaria per il
risveglio umano. Inevitabilmente furono in gran parte fraintesi dai contemporanei, come anche
dalle generazioni successive. I loro insegnamenti, anche se semplici e allo stesso tempo
potenti, sono stati distorti e mal interpretati, in qualche caso anche quelli trascritti dai discepoli
stessi. Nel corso dei secoli, sono state aggiunte molte cose che non avevano nulla a che fare
con l’insegnamento originale, ma che riflettevano un fraintendimento fondamentale. Alcuni dei
maestri sono stati ridicolizzati, insultati o uccisi; altri adorati come dèi. Gli insegnamenti che
indicavano la via al di là della disfunzione della mente, la via d’uscita dalla pazzia collettiva,
erano stati distorti e divennero anche questi parte della pazzia.
E così le religioni diventarono per lo più motivo di divisione invece che di unificazione.
Anziché contribuire alla fine della violenza e dell’odio attraverso la consapevolezza dell’unità
fondamentale di ogni forma di vita, portarono più violenza e odio, più divisione fra la gente, tra
differenti religioni e perfino in una stessa religione. Divennero ideologie, sistemi di credenze
con cui le persone potevano identificarsi e che potevano usare per rinforzare il loro falso
senso del sé. Grazie a queste, gli uomini potevano sentirsi nel “giusto” o far sentire gli altri
“sbagliati” e così definire la propria identità attraverso i loro nemici, gli “altri”, i “non credenti” o i
“miscredenti”, e non era raro che si sentissero giustificati nell’ucciderli. L’uomo ha fatto “Dio” a
sua immagine e somiglianza. L’eterno, l’infinito, il senza nome, fu ridotto a un idolo mentale in
cui dover credere e da adorare come il “mio dio” o il “nostro dio”.
E tuttavia… e tuttavia… nonostante gli atti insani perpetrati in nome delle religioni, la Verità
che queste indicano splende ancora nel profondo. Splende, anche se debolmente, sotto strati
e strati di distorsioni e fraintendimenti. È difficile comunque che voi siate in grado di percepirla
a meno che non abbiate già avuto qualche bagliore di quella Verità dentro voi stessi. Nell’arco
di tutta la storia,
vi sono stati alcuni individui che hanno sperimentato un cambiamento di coscienza e hanno
così realizzato interiormente ciò che tutte le religioni indicano. Per descrivere quella Verità non
concettuale hanno poi usato la forma concettuale della propria religione.
Con l’apporto di alcuni di questi uomini e di queste donne si sono sviluppate, all’interno delle
maggiori religioni, scuole o movimenti che hanno rappresentato non solo una riscoperta, ma in
alcuni casi una intensificazione della luce degli insegnamenti originali. In questo modo nel
primo periodo cristiano e poi durante il Medioevo, sono nati Gnosticismo e Misticismo, nella
religione islamica il Sufismo, l’Hasidismo e la Cabala nel Giudaismo, l’Advaita Vedanta
nell’Induismo, lo Zen e lo Dzogchen nel Buddhismo. Essi abolirono livelli su livelli di
concettualizzazioni – la maggioranza di queste scuole era iconoclasta – e di strutture di
credenze mentali ormai morte e per questa ragione molte di queste scuole erano viste con
sospetto e spesso con ostilità dalle gerarchie religiose istituzionali. A differenza delle principali
religioni, i loro insegnamenti enfatizzavano la realizzazione e la trasformazione interiore. È
stato attraverso queste scuole o movimenti esoterici che le principali religioni hanno ritrovato il
potere di trasformazione degli insegnamenti originali, anche se nella maggioranza dei casi vi
ha avuto accesso solamente una minoranza di persone. Il loro numero non è mai stato
abbastanza elevato da avere un qualche impatto significativo sulla profonda inconsapevolezza

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collettiva della maggioranza. Nel tempo, alcune di queste scuole sono diventate esse stesse
troppo rigidamente formalizzate o concettualizzate per rimanere valide.
Spiritualità e religione
Qual è il ruolo delle religioni istituzionali nel risvegliarsi della nuova coscienza? Molti di voi
sono già consapevoli della differenza fra spiritualità e religione. Hanno compreso che avere un
sistema di credo, un insieme di pensieri che considerano come verità assoluta, non li rende
spirituali, qualunque sia la natura di queste credenze. Infatti più voi costruite la vostra identità
sui vostri pensieri (credenze), più vi tagliate fuori dalla dimensione spirituale che è in voi. Molte
persone “religiose” sono bloccate a questo livello. Per loro la verità e il pensiero si
equivalgono, e siccome sono totalmente identificati con il pensiero (la loro mente), pretendono
di essere gli unici depositari della verità in un tentativo inconscio di proteggere la propria
identità. Non si rendono conto delle limitazioni del pensiero. A meno che voi non crediate
(pensiate) esattamente come loro, ai loro occhi siete sbagliati, e in un passato non troppo
lontano, si sarebbero sentiti giustificati a uccidervi per questo. E qualcuno lo fa tuttora.
Una nuova spiritualità, la trasformazione della coscienza, sta emergendo in gran parte al di
fuori delle strutture delle religioni istituzionalizzate esistenti. Vi sono sempre state sacche di
spiritualità perfino nelle religioni dominate dalla mente, anche se le gerarchie istituzionalizzate
le hanno percepite come minacce e spesso hanno cercato di sopprimerle. Una grande
apertura di spiritualità al di fuori delle strutture religiose sta avendo uno sviluppo
completamente nuovo. Nel passato questo sarebbe stato inconcepibile, specialmente in
Occidente, fra tutte le culture quella più dominata dalla mente, nella quale la Chiesa cristiana
ha virtualmente l’esclusiva sulla spiritualità. Non potevate semplicemente alzarvi e parlare di
spiritualità o pubblicare un libro spirituale a meno che non aveste l’avallo della Chiesa e, se
non lo avevate, vi avrebbe zittito molto in fretta. Ma ora, anche all’interno di certe chiese o
religioni, vi sono segni di cambiamento. Riscalda il cuore e si è grati anche per il più piccolo
segno di apertura, come la visita alla sinagoga e alla moschea di papa Giovanni Paolo II.
Grazie in parte agli insegnamenti spirituali che sono emersi al di fuori delle religioni
istituzionalizzate, ma anche all’influenza dei saggi insegnamenti dell’antico Oriente, un
numero crescente di seguaci ha potuto abbandonare l’identificazione con la forma, con il
dogma e con i rigidi sistemi di credo per scoprire la profondità originale che si cela nella
stessa tradizione spirituale mentre contemporaneamente ha scoperto quella stessa profondità
trovandola dentro di sé. Giungendo alla consapevolezza che essere “spirituali” non ha niente
a che fare con ciò in cui si crede, ma ha tutto a che fare con lo stato di coscienza. Questo
stato a sua volta determina come voi vivete nel mondo e come interagite con gli altri.
Coloro che sono incapaci di guardare al di là della forma si trincerano ancora più
profondamente nei loro credo, che è come dire nella loro mente. Siamo oggi testimoni non
solo di un afflusso di coscienza senza precedenti, ma anche di un trincerarsi e di
un’intensificazione dell’ego. Alcune istituzioni religiose si apriranno alla nuova coscienza, altre
si irrigidiranno sulle loro posizioni dottrinali e diventeranno parte di tutte quelle strutture
artificiali attraverso le quali l’ego difende se stesso e contrattacca. Alcune chiese, sette, culti o
movimenti religiosi sono fondamentalmente entità egoiche collettive, identificate rigidamente
con le loro posizioni mentali così come i seguaci di un’ideologia politica chiusa a ogni
interpretazione alternativa della realtà.
Ma l’ego è destinato a dissolversi e tutte le sue strutture ossificate, sia che si tratti di
istituzioni religiose, di corporazioni o di governi, si disintegreranno dall’interno, e non importa
quanto profondamente resistenti possano apparire. Le strutture più rigide, le più impermeabili
al cambiamento, saranno le prime a cadere. Questo è già successo nel caso del comunismo
sovietico. Si è disintegrato dall’interno in pochi anni, malgrado apparisse profondamente
resistente, solido, monolitico. Nessuno poteva prevederlo. Tutti furono colti di sorpresa. Vi
sono molte altre sorprese in serbo per noi.
L’urgenza della trasformazione

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Quando una forma di vita individuale, o una specie, è colpita da una crisi radicale, quando il
suo vecchio modo di essere nel mondo, di interagire con gli altri e con il regno della natura
non funziona più, quando la sua sopravvivenza è minacciata da problemi apparentemente
insormontabili, può morire o estinguersi, oppure elevarsi al di sopra delle limitazioni del suo
condizionamento con un salto evolutivo.
Si crede che le forme di vita su questo pianeta si siano dapprima evolute nel mare. Quando
non c’erano ancora animali sulla terra, il mare era già pullulante di vita. A un certo punto, una
delle creature marine deve aver iniziato ad avventurarsi sulla terraferma. Può darsi che
dapprincipio abbia strisciato per qualche centimetro, e che poi, esausta per l’enorme forza di
attrazione gravitazionale del pianeta, sia ritornata all’acqua dove la gravità quasi non esiste e
dove poteva vivere molto più facilmente. E poi ha tentato ancora, ancora e ancora, per poi,
molto più tardi, adattarsi a vivere sulla terra, far crescere zampe al posto di pinne, sviluppare
polmoni al posto di branchie. Sembra incredibile che una specie si avventuri in un ambiente
così alieno e sopporti una tale trasformazione evolutiva a meno che non sia obbligata a fare
così da una situazione di crisi. Deve esserci stata una grande area del mare che si è separata
dall’oceano nella quale le acque si sono ritirate gradualmente per migliaia di anni, obbligando i
pesci ad abbandonare il loro habitat e a evolversi.
Questa è la sfida dell’umanità ora: rispondere alla crisi radicale che minaccia la nostra
stessa sopravvivenza. La disfunzione dell’egoica mente umana, riconosciuta già più di 2500
anni fa dagli antichi maestri di saggezza e ora messa sempre più in evidenza dalla scienza e
dalla tecnologia, sta minacciando per la prima volta la sopravvivenza del pianeta. Fino a tempi
molto recenti, la trasformazione della coscienza umana, indicata anche dagli antichi maestri,
non è stata niente più di una possibilità, realizzata da pochi rari individui in diverse parti del
mondo, a prescindere dal loro ambiente culturale o religioso. Una fioritura estesa della
coscienza umana non accadde perché non era ancora impellente.
Una parte significativa della popolazione della terra riconoscerà presto, se non lo ha ancora
fatto, che l’umanità ora si confronta con una difficile scelta: evolversi o morire. Una
percentuale ancora relativamente piccola di umanità, che però sta crescendo rapidamente, sta
già sperimentando interiormente il frammentarsi degli schemi della vecchia mente egoica e
l’emergere di una nuova dimensione di coscienza.
Ciò che sta ora emergendo non è un nuovo sistema di credenze, una nuova religione,
un’ideologia spirituale o una mitologia. Stiamo arrivando alla fine non solamente delle
mitologie ma anche delle ideologie e dei sistemi di credenze. Il cambiamento avviene più
profondamente del contenuto della vostra mente e più profondamente dei vostri pensieri.
Infatti, al cuore della nuova coscienza giace la trascendenza del pensiero, la capacità nuova di
innalzarsi al di sopra del pensiero, di incontrare una dimensione interiore che è infinitamente
più vasta del pensiero. In questo modo non ricavate più il senso della vostra identità, di chi
siete, dall’incessante flusso di pensiero che nella vecchia coscienza scambiavate per voi
stessi. Quale liberazione accorgersi che “la voce nella mia testa” non sono io. E allora chi
sono io? Colui che vede questo. La consapevolezza che precede il pensiero, lo spazio nel
quale il pensiero, o l’emozione, o la percezione sensoriale accade.
L’ego non è niente altro che questo: l’identificazione con la forma, che in primo luogo
significa le forme di pensiero. Se il male è in qualche modo reale, una realtà relativa e non
assoluta, questa è anche la sua definizione: la completa identificazione con la forma, le forme
fisiche, le forme di pensiero, le forme emozionali. Ne deriva una totale inconsapevolezza della
mia connessione con il tutto, della mia intrinseca unione con l’“altro”, della mia connessione
con la Fonte. Questa dimenticanza è il peccato originale, la sofferenza, l’illusione. Quando
quest’illusione di completa separazione è alla base e governa qualsiasi cosa io pensi, dica o
faccia, che genere di mondo sto creando? Per trovare una risposta a questa domanda,
osservate come si relazionano gli umani l’uno con l’altro, leggete un libro di storia o guardate
questa sera il notiziario alla televisione.

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Se le strutture della mente umana rimangono immutate, finiremo sempre per ricreare lo
stesso mondo, gli stessi mali, la stessa disfunzione.
Un nuovo cielo e una nuova terra
L’ispirazione per questo libro è venuta da una profezia della Bibbia che sembra più calzante
ora che in qualunque altro tempo nella storia dell’umanità. C’è sia nel Vecchio sia nel Nuovo
Testamento e parla del crollo dell’ordine esistente del mondo e dell’emergere di “un nuovo
cielo e una nuova terra”. 1 Dobbiamo comprendere che il paradiso non è un luogo fisico ma
che si riferisce al regno interiore della coscienza. Questo è il significato esoterico della parola
e anche il senso che ha nell’insegnamento di Gesù. La terra d’altronde è la manifestazione
esteriore nella forma, che è sempre un riflesso dell’interiore. La coscienza collettiva umana e
la vita sul nostro pianeta sono intrinsecamente connesse. “Un nuovo cielo” è l’emergere di
uno stato trasformato della coscienza umana, e “una nuova terra” è il suo riflesso nel regno
fisico. Poiché la vita e la coscienza umana sono intrinsecamente una sola cosa con la vita del
pianeta, mentre la vecchia coscienza si dissolve,
vi saranno necessariamente sovvertimenti naturali, geografici e climatici, sincronici in molti
luoghi del pianeta, di alcuni dei quali siamo già testimoni.
1. Apocalisse 21,1 e Isaia 65,17.II
L’ego: lo stato attuale dell’umanità
Le parole, sia che vengano pronunciate ed espresse verbalmente sia che rimangano pensieri
inespressi, hanno sempre un effetto quasi ipnotico. È facile che vi perdiate in esse e che vi
facciate ipnotizzare e che, di conseguenza, vi convinciate automaticamente che, una volta
attaccata una parola a qualcosa, sapete di che si tratta. La verità è che non lo sapete. Avete
solo coperto il mistero con una etichetta. Ogni cosa – un uccello, un albero, perfino una
semplice pietra e, di sicuro, un essere umano – è in definitiva non conoscibile. Questo perché
ha una profondità imperscrutabile. Quello che riusciamo a percepire, sperimentare, su cui
riflettiamo, è lo strato superficiale della realtà, meno della punta di un iceberg.
Sotto l’apparenza superficiale, non solo ogni cosa è collegata con ogni altra, ma anche con
quella Fonte di tutta la vita da cui proviene. Persino una pietra e, in maniera più evidente, un
fiore o un uccello vi possono mostrare la via che vi riconduce a Dio, alla Fonte, a voi stessi.
Quando guardate una cosa o la prendete e la lasciate essere senza imporle un nome o una
etichetta mentale, nasce in voi un senso di riverenza, di meraviglia. La sua essenza vi viene
comunicata in silenzio e rispecchia la vostra stessa essenza. Questo è ciò che i grandi artisti
percepiscono e riescono a trasmettere nella loro arte. Van Gogh non disse: “Questa è solo
una vecchia sedia”. L’ha guardata, guardata e guardata. Ha percepito lo stato dell’Essere della
sedia. Poi si è seduto davanti alla tela e ha preso il pennello. Una sedia che poteva essere
venduta per pochi soldi. Il dipinto di quella stessa sedia sarebbe stato venduto per più di
venticinque milioni di dollari.
Se non coprite il mondo con parole ed etichette, quel senso di miracoloso che l’umanità
perse tanto tempo fa, quando invece di usare il pensiero cominciò a esserne posseduta,
ritorna nella vostra vita. Alla vita viene restituita profondità. Le cose riacquistano la loro novità,
la loro freschezza. Il più grande miracolo è sperimentare il vostro sé essenziale, che precede
ogni parola, pensiero, etichetta mentale e immagine. Perché questo accada, c’è bisogno di
liberare il proprio senso dell’io, dell’Essere, da tutte le cose con le quali è rimasto invischiato,
cioè identificato. Tale liberazione è il tema di questo libro.
Più siete veloci ad attaccare etichette verbali o mentali alle cose, alle persone o alle
situazioni, più la vostra realtà diventa superficiale e piatta, e ancora di più voi diventate
indifferenti alla realtà, al miracolo della vita che di continuo si dispiega in voi e intorno a voi. In
questo modo si può forse progredire in intelligenza, ma la saggezza andrà perduta così come
andranno perduti la gioia, l’amore, la creatività e la vitalità. Essi sono nascosti nella immobile
pausa fra la percezione e l’interpretazione. Naturalmente dobbiamo usare parole e pensieri.
Hanno una bellezza propria ma abbiamo bisogno di rimanerne imprigionati?

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Le parole riducono la realtà a qualcosa che la mente umana può afferrare, il che non è
granché. Il linguaggio è fatto da cinque suoni principali, prodotti dalle corde vocali. Sono le
vocali a, e, i, o, u. Gli altri suoni sono consonanti prodotti dalla pressione dell’aria: s, f, g , e
così via. Potete mai pensare che una certa combinazione di questi suoni di base possa
spiegare chi siamo o il fine ultimo dell’universo, o anche cosa sia nella sua essenza un albero
o una pietra?
Il sé illusorio
La parola “io” rappresenta, a seconda di come viene usata, il più grande errore o la verità più
profonda. Nell’uso convenzionale, essa non solo è una delle parole adoperate più spesso nel
linguaggio (insieme alle altre a essa collegate: “me”, “mio” e “me stesso”), ma anche una delle
più fuorvianti. Nell’uso comune “io” rappresenta l’errore essenziale, una errata percezione di
chi siete, un senso illusorio di identità. Questo è l’ego. Questo senso illusorio del sé è ciò a cui
Albert Einstein, che aveva profonde intuizioni non solo sulla realtà del tempo e dello spazio
ma anche sulla natura umana, si riferiva quando parlava di “un’illusione ottica della
coscienza”.
Quel sé illusorio diventa la base per ogni altro modo di intendere – o meglio di fraintendere
la realtà – con tutti i processi di pensiero, interazioni e relazioni. La vostra realtà diventa un
riflesso dell’illusione originaria.
La buona notizia è: se potete riconoscere l’illusione come tale, essa si dissolve. Il
riconoscimento dell’illusione è anche la sua fine. La sua sopravvivenza è legata al fatto che la
confondete con la realtà. Quando vedete quello che non siete, la realtà di chi siete emerge
spontaneamente. Questo è ciò che succede mentre leggete lentamente e con attenzione
questo capitolo e il successivo, che trattano dei meccanismi di quel falso sé chiamato ego. E
allora qual è la natura di questo sé illusorio?
Quello a cui vi riferite quando dite “io” non è quello che voi siete. Con un mostruoso atto
riduttivo, l’infinita profondità di quello che siete viene confusa con un suono prodotto dalle
corde vocali, o con il pensiero dell’“io” nella vostra mente e con tutto quello con cui l’“io” si è
identificato. Allora a cosa si riferisce quello che comunemente viene chiamato “io” e i termini a
esso collegati “me” e “mio”?
Quando un bambino piccolo impara che quella sequenza di suoni prodotta dalle corde
vocali dei genitori è il suo nome, allora comincia a far corrispondere una parola, che nella
mente diventa un pensiero, a ciò che lui o lei è. In questo stadio alcuni bambini si riferiscono a
se stessi in terza persona. “Giovanni ha fame.” Subito dopo imparano la parola magica “io” e
la fanno corrispondere al proprio nome che hanno già fatto equivalere a chi sono. Poi vengono
altri pensieri e si fondono all’originario pensiero dell’“io”. Il passo successivo sono i pensieri
“me” e “mio” che in un modo o nell’altro indicano cose che sono parte dell’“io”. Questa è
l’identificazione con gli oggetti, che significa sì attribuire un senso alle cose, ma soprattutto ai
pensieri che rappresentano queste cose. Da questa identificazione nasce così un senso
d’identità. Quando il “mio” giocattolo si rompe o viene portato via nasce una grande
sofferenza. Non perché il giocattolo abbia un valore in se stesso – presto il bambino perderà
ogni tipo di interesse ed esso sarà rimpiazzato da altri giocattoli, altri oggetti – ma a causa del
pensiero “mio”. Il giocattolo diventa parte dello sviluppo del senso del sé o dell’“io”.
Così man mano che il bambino cresce, l’“io pensiero originario” attrae a sé altri pensieri:
comincia a identificarsi con un genere, con le cose che possiede, con il corpo percepito dai
sensi, con la nazionalità, la razza, la religione, la professione. Si identifica anche con i ruoli –
madre, padre, marito, moglie e così via – conoscenze o opinioni accumulate, simpatie e
antipatie, e anche cose che sono successe a “me”, il cui ricordo sono pensieri che definiscono
ancora di più il mio senso del sé, come “me e la mia storia”. Questi sono solo alcuni degli
elementi da cui la gente ricava il proprio senso di identità. Alla fine non sono altro che pensieri
tenuti insieme in maniera precaria dalla caratteristica di essere investiti da un senso del sé. A
questa costruzione mentale vi riferite quando dite “io”. A essere precisi, spesso quando dite o

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pensate “io” non siete voi che parlate ma è qualche aspetto di quella costruzione mentale, il
“sé egoico”.
Una volta risvegliati, invece, userete ancora la parola “io”, ma verrà da uno spazio interiore
più profondo.
La maggior parte delle persone sono totalmente identificate con un incessante flusso
mentale di pensieri incontrollati, in gran parte ripetitivi e senza senso. Non esiste un “io”
separato dai propri processi mentali e dalle emozioni che lo accompagnano. Questo è il senso
di essere spiritualmente inconsapevoli. Quando si spiega a queste persone che nella loro
testa c’è una voce che non smette mai di parlare, vi risponderanno: “Che voce?”, oppure
negheranno astiosamente, e a parlare è proprio quella voce, è colui che pensa, è la mente
non osservata. Si potrebbe quasi considerarla come un’entità che si è impossessata di loro.
Alcune persone non dimenticano mai la prima volta che si sono disidentificate dai propri
pensieri, sperimentando così uno spostamento di identità dall’essere il contenuto della loro
mente all’essere la consapevolezza che c’è dietro. Per altre si verifica in un modo tanto sottile
che se ne accorgono appena, o avvertono soltanto un afflusso di gioia o di pace interiore,
senza saperne il motivo.
La voce nella testa
Il mio primo barlume di consapevolezza avvenne quando ero uno studente al primo anno di
università a Londra. Due mattine alla settimana, di solito intorno alle nove, verso la fine
dell’ora di punta, prendevo la metropolitana per andare alla biblioteca universitaria. Una volta
una donna appena trentenne si sedette di fronte a me. L’avevo vista altre volte su quel treno.
Non si poteva fare a meno di notarla. Nonostante il treno fosse pieno, i sedili accanto a lei, su
entrambi i lati, erano vuoti. Questo perché aveva indubbiamente un aspetto da folle. Appariva
estremamente tesa e parlava senza sosta da sola con una voce forte e arrabbiata. Era tanto
assorbita dai suoi pensieri da sembrare totalmente inconsapevole della gente o di ciò che la
circondava. La sua testa era piegata verso il basso e leggermente a sinistra, come se si
rivolgesse a qualcuno seduto nel sedile vuoto accanto a lei. Sebbene non ne ricordi il
contenuto preciso, il suo monologo suonava pressappoco così: “E poi lei mi disse… e allora io
le dissi sei una bugiarda, come osi accusarmi di… quando sei tu quella che hai approfittato di
me, io avevo fiducia in te e tu hai tradito la mia fiducia…”. Nella sua voce c’era il tono astioso
di chi è stato offeso, di chi deve difendere la sua posizione se non vuole essere annientato.
Mentre il treno si avvicinava alla stazione di Tottenham Court Road, si alzò incamminandosi
verso le porte, senza che il flusso di parole che uscivano dalla sua bocca subisse alcuna
interruzione. Quella era anche la mia fermata, così scesi dietro di lei. Una volta arrivati in
strada, cominciò a camminare verso Bedford Square, ancora immersa nel suo dialogo
immaginario, continuando ad accusare rabbiosamente e a difendere la propria posizione. Ero
incuriosito, e decisi di seguirla finché avesse continuato nella mia stessa direzione.
Nonostante fosse totalmente presa dalla sua conversazione immaginaria, sembrava sapere
dove stava andando. Presto ci trovammo nei pressi dell’imponente struttura della Casa del
Senato, una costruzione a più piani del 1930, che comprendeva l’edificio centrale
amministrativo dell’università e la biblioteca. Ero sconcertato. Possibile che fossimo diretti
verso lo stesso posto? Sì, era lì che entrò. Era forse un’insegnante, una studentessa,
un’impiegata, una bibliotecaria? Forse faceva parte di un progetto di ricerca psicologica. Non
lo seppi mai. Camminavo dieci passi dietro di lei e mentre entravo nell’edificio (che
ironicamente era il set della centrale della “Mind Police” nella versione cinematografica del
romanzo di George Orwell, 1984), lei era già stata inghiottita da uno degli ascensori.
Quello che avevo appena visto mi aveva colto alla sprovvista. Ero una matricola di
venticinque anni, mi immaginavo come un futuro intellettuale, ed ero convinto che tutte le
risposte ai dilemmi dell’esistenza umana potessero venir trovate attraverso l’intelletto, cioè
attraverso il pensiero. Non mi rendevo ancora conto che il pensiero privo di consapevolezza è
il problema principale dell’essere umano. Consideravo i professori dei saggi che possedevano

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tutte le risposte e guardavo all’università come al tempio della conoscenza. Come poteva una
persona come lei essere parte di tutto ciò?
Stavo ancora riflettendo su questo mentre entravo nel bagno che si trova prima della
biblioteca. Mentre mi lavavo le mani mi trovai a pensare: speriamo di non fare la stessa fine.
L’uomo accanto a me mi lanciò uno sguardo veloce, e mi resi conto con sgomento che non
avevo solo pensato questa frase, ma l’avevo borbottata ad alta voce. “Oh mio Dio! sono già
come lei!” Non era forse la mia mente incessantemente attiva come la sua? C’erano solo delle
differenze minime fra noi. Dietro i suoi pensieri, l’emozione predominante sembrava essere la
rabbia. Nel mio caso si trattava principalmente di ansia. Lei pensava ad alta voce. Io pensavo,
quasi sempre, nella mia testa. Se lei era pazza, allora tutti erano pazzi, me compreso. C’erano
solo differenze di intensità.
Per un momento fui in grado di fare un passo indietro e guardare la mia mente e vederla da
una prospettiva per così dire più ampia. Ci fu un piccolo spostamento dal pensiero alla
consapevolezza. Ero ancora nel bagno, adesso ero solo, e osservavo il mio viso allo
specchio. In quel momento di disidentificazione dalla mente, scoppiai a ridere forte. Poteva
sembrare folle, ma era una risata sana, la risata del Buddha dalla gran pancia. “La vita non è
così seria come la mia mente mi fa credere.” Questo era quello che sembrava dire la mia
risata. Ma fu solo una breve apertura che sarebbe stata presto dimenticata. Avrei passato altri
tre anni della mia vita nell’ansia e nella depressione, completamente identificato con la mente.
Dovevo andare vicino al suicidio prima che questa consapevolezza ritornasse, e poi fu molto
più che una breve apertura. Mi liberai dal pensiero compulsivo e del falso “io” costruito dalla
mente.
Questo avvenimento non solo provocò una prima intuizione di consapevolezza, ma insinuò
il primo dubbio sulla validità assoluta dell’intelletto. Qualche mese più tardi un tragico evento
fece crescere ulteriormente questo dubbio. Un lunedì mattina andammo ad ascoltare la
lezione di un professore, il cui pensiero ammiravo profondamente, ma ci fu detto che durante il
fine settimana si era suicidato sparandosi un colpo di rivoltella. Ero sbalordito. Era un
insegnante molto rispettato e sembrava possedere tutte le risposte.
In quel periodo, non riuscivo ancora a vedere un’alternativa a coltivare il pensiero. Non mi
rendevo conto che pensare è solo un aspetto minimo della coscienza che siamo, non
conoscevo l’ego e tanto meno ero in grado di riconoscerlo dentro di me.
Il contenuto e la struttura dell’ego
La mente egoica è totalmente condizionata dal passato. Il suo condizionamento è duplice.
Consiste di contenuto e struttura.
Nel caso di un bimbo che piange disperatamente perché gli è stato tolto il suo giocattolo, ciò
rappresenta il contenuto. È sostituibile con qualsiasi altro contenuto, qualsiasi altro giocattolo
o oggetto. Il contenuto con cui vi identificate è condizionato dall’ambiente, dall’educazione e
dalla cultura che vi circonda. La sofferenza causata da questa perdita non è diversa sia che si
tratti di un bambino ricco o di uno povero, oppure che il giocattolo sia un pezzo di legno a
forma di animale o un sofisticato gadget elettronico. La causa di questa profonda sofferenza è
nascosta nella parola “mio” ed è strutturale. La compulsione inconscia di esaltare la propria
identità mediante l’associazione con un oggetto è insita nella struttura stessa della mente
egoica.
Una delle strutture mentali più essenziali attraverso cui l’ego si manifesta è l’identificazione. La
parola “identificazione” deriva dalla parola latina idem che vuol dire “stesso” e facere che vuol
dire “fare”. Dunque identificarsi con qualcosa significa “farla uguale, farla la stessa”. La stessa
di cosa? “La stessa di me”, come me. Le attribuisco un senso del sé, e per questo essa
diventa parte della mia “identità”. Uno dei livelli di identificazione principali è l’identificazione
con le cose: il mio giocattolo diventa più tardi la mia macchina, la mia casa, i miei vestiti e così
via. Cerco, senza riuscirci, di trovare me stesso nelle cose ma finisco per perdermi in esse.
Quello è il destino dell’ego.

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L’identificazione con le cose
Quelli che lavorano nel campo della pubblicità sanno molto bene che, per vendere alle
persone ciò di cui non hanno un reale bisogno, è necessario convincerle che quello
aggiungerà qualcosa al modo in cui vedono loro stesse o sono viste dagli altri; in altre parole,
aggiungerà qualcosa al loro senso del sé. Per ottenerlo vi dicono che vi distinguerete dalla
massa se usate quel prodotto, implicando di conseguenza che sarete più pienamente voi
stessi. Potranno anche creare un’associazione mentale fra quel prodotto e una persona
famosa o una persona giovane, attraente, con un aspetto felice. Anche fotografie di
personaggi celebri, ormai maturi o anche defunti, fotografie di quando erano nel fiore degli
anni, funzionano bene allo scopo. Il messaggio tacito è che, comprando questo prodotto
grazie a un atto magico di appropriazione, diventerete come loro, o meglio come la loro
immagine esteriore. Dunque, in molti casi non comprate un prodotto ma qualcosa che
“valorizza la vostra identità”. I prodotti firmati sono principalmente identità collettive in cui
investite. Sono costosi e di conseguenza “esclusivi”. Se tutti potessero comprarseli,
perderebbero il loro valore psicologico, e a tutti voi non rimarrebbe altro che il valore materiale
che ammonta probabilmente a una piccola percentuale di quanto li avete pagati.
Il tipo di cose con cui vi identificate varierà da persona a persona, a seconda dell’età, del
sesso, del reddito, della classe sociale, della moda e ambiente culturale e così via. Queste
cose hanno a che fare con il contenuto, mentre la compulsione inconscia all’identificazione è
strutturale. È questo uno dei modi principali in cui la mente egoica funziona.
Paradossalmente ciò che fa andare avanti la cosiddetta “società dei consumi” è che il
tentativo di trovare se stessi attraverso le cose non funziona. La soddisfazione dell’ego ha vita
breve e allora si continua ancora a cercare qualcos’altro, a comprare, a consumare.
Di certo, nella dimensione fisica in cui i nostri sé superficiali dimorano, le cose sono una
parte necessaria e imprescindibile delle nostre esistenze. Abbiamo bisogno di abitazioni,
vestiti, mobili, strumenti, trasporti. Nelle nostre vite ci possono essere cose a cui diamo valore
per la loro bellezza o le loro qualità intrinseche. Dobbiamo onorare il mondo delle cose e non
disprezzarlo. Ogni cosa è Essenza, è una forma temporanea che ha origine in quella Vita
unica al di là della forma, che è l’origine di tutte le cose, di tutti i corpi, di tutte le forme. In
quasi tutte le culture antiche, le persone credevano che ogni cosa, anche quello che
chiamiamo un oggetto inanimato, avesse uno spirito che la possedeva, e in un certo senso
erano più vicini alla verità di quanto lo siamo noi oggi. Quando si vive in un mondo reso
insensibile dalle astrazioni mentali, non si riesce più a percepire la vitalità dell’universo. La
maggior parte delle persone non vive una realtà viva, ma una realtà concettualizzata.
Non possiamo però onorare veramente le cose se le usiamo per un’auto-esaltazione, cioè
se cerchiamo di trovare noi stessi attraverso queste. E ciò è proprio quello che fa l’ego.
L’identificazione dell’ego con le cose crea l’attaccamento alle cose, l’ossessione con le cose
da cui nasce la nostra società dei consumi e la struttura economica nella quale l’unica misura
del progresso è sempre il di più. Questa corsa incontrollata per avere di più, per una crescita
senza fine,
è una disfunzione e una malattia. È la stessa disfunzione che manifesta la cellula cancerosa, il
cui solo fine è moltiplicarsi, inconsapevole di provocare la propria morte, distruggendo
l’organismo di cui è parte. Alcuni economisti sono così attaccati al concetto di crescita che non
riescono a liberarsi di quella parola, e per questo si riferiscono alla recessione come al tempo
della “crescita negativa”.
Gran parte della vita di molte persone si consuma in un’eccessiva preoccupazione per le
cose. Ecco perché uno dei mali dei nostri tempi è la proliferazione degli oggetti. Se non
riuscite più a sentire la vita che c’è in voi, probabilmente cercherete di riempire la vostra
quotidianità di cose. Come pratica spirituale vi suggerisco di investigare la vostra relazione
con il mondo delle cose mediante l’auto-osservazione, in particolare di quelle cose che sono
definite dalla parola “mio”. Dovete essere molto attenti e onesti nell’esaminare, per esempio,

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se il valore che attribuite a voi stessi è legato a ciò che possedete. Certe cose vi trasmettono
un sottile senso di importanza o di superiorità? Il non possederle vi fa sentire inferiore ad altri
che hanno di più? Vi capita di accennare, come per caso o per darvi importanza, a cose che
possedete per aumentare la vostra immagine agli occhi di qualcuno e, grazie a questo, a voi
stessi? Provate risentimento o astio e in qualche modo vi sentite impoveriti nella percezione
del vostro sé quando vedete qualcuno che ha più di voi o quando perdete una cosa a cui date
valore?
L’anello perduto
Quando mi occupavo delle persone come counselor e insegnante spirituale, andavo a trovare
due volte alla settimana una donna il cui corpo era devastato dal cancro. Era un’insegnante
sulla quarantina e i dottori non le avevano dato che pochi mesi di vita. Durante le mie visite, a
volte scambiavamo qualche parola, ma il più delle volte rimanevamo seduti in silenzio. In
queste occasioni lei ha avuto le prime intuizioni di quella quiete interiore di cui non aveva mai
conosciuto l’esistenza nella sua indaffarata vita di insegnante.
Tuttavia un giorno arrivando la trovai in uno stato di grande rabbia e agitazione. “Cosa
succede?” le domandai. Il suo anello di diamanti, di grande valore economico ma anche
affettivo, era scomparso e lei si diceva sicura che fosse stato rubato dalla donna che veniva
ad assisterla per alcune ore ogni giorno. Disse di non riuscire a comprendere come qualcuno
potesse essere tanto insensibile e senza cuore da fare proprio a lei una cosa simile. Mi chiese
se dovesse avere un confronto con la donna o piuttosto chiamare direttamente la polizia. Le
dissi che non potevo dirle cosa fare, ma le chiesi di scoprire quanto un anello o qualsiasi altra
cosa fosse importante a questo punto della sua vita. “Tu non capisci” mi rispose. “Era l’anello
di mia nonna. Lo mettevo ogni giorno fino a quando non mi sono ammalata e le mie mani
sono diventate troppo gonfie. È più che un semplice anello per me. Come faccio a non essere
agitata?”
La rapidità della sua risposta e i toni adirati e difensivi della sua voce indicavano che non
era ancora abbastanza presente da essere in grado di guardarsi dentro, da separare la sua
reazione dall’accaduto e osservarli entrambi. Il suo atteggiamento astioso e difensivo
dimostrava che l’ego stava ancora parlando attraverso di lei. Le dissi: “Adesso ti faccio delle
domande, ma invece di rispondere subito, cerca di trovare le risposte dentro di te. Farò una
breve pausa dopo ogni domanda. La risposta potrebbe anche non arrivare in forma verbale”.
Disse di essere pronta ad ascoltare. Le chiesi: “Ti rendi conto che dovrai a un certo punto
abbandonare l’anello, forse molto presto? Di quanto tempo hai ancora bisogno, prima di
essere pronta a lasciarlo andare? E quando lo lascerai andare, sarai qualcosa in meno? Forse
che chi sei tu potrà essere sminuito da questa perdita?”. Ci furono alcuni minuti di silenzio
dopo l’ultima domanda.
Quando riprese a parlare aveva un sorriso sul volto e sembrava in pace. “L’ultima domanda
mi ha fatto comprendere qualcosa di importante. All’inizio sono andata nella mente in cerca di
una risposta, e la mente ha detto ‘Sì, certo che mi sento sminuita’, poi mi sono fatta di nuovo
la domanda: ‘Chi sono io è stato sminuito?’. Questa volta ho cercato di sentire piuttosto che
pensare alla risposta. E improvvisamente sono riuscita a sentire l’essenza dell’IO SONO. Non
l’avevo mai percepita prima. Se riesco a sentire l’IO SONO con una tale forza, allora chi sono
io non è affatto diminuito. Lo sento ancora adesso, questo qualcosa pieno di pace ma vivo e
vibrante.”
“Questa è la gioia dell’Essere” le dissi. “Lo puoi percepire solo quando esci dalla mente.
L’Essere deve essere sentito. Non può essere pensato. L’ego non lo conosce perché l’ego è
fatto di pensiero. L’anello era in realtà nella tua mente come un pensiero che avevi confuso
con la percezione dell’IO SONO. Hai pensato che l’IO SONO o una parte di esso fosse
nell’anello.

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“Ogni cosa che l’ego persegue e a cui si attacca sostituisce quell’Essere che non riesce a
percepire. Puoi dare valore alle cose e prendertene cura, ma ogni volta che c’è un
attaccamento nei loro confronti, allora sai che è l’ego. E tu non sei mai realmente attaccato
alle cose, ma a un pensiero che ha in sé: ‘Io’, ‘me’, ‘mio’. Ogni volta che tu accetti totalmente
una perdita, vai al di là dell’ego, e chi sei tu, quell’IO SONO che è coscienza in se stessa
emerge.”
“Ora comprendo” aggiunse lei “qualcosa che Gesù ha detto e che prima non aveva mai
avuto molto senso per me: se qualcuno vuole la tua camicia, lascia che prenda anche il tuo
mantello.” “Proprio così” dissi. “Questo non vuol dire che non dovrai più chiudere la porta a
chiave, ma che a volte lasciare andare le cose è un atto di potere superiore che difenderle o
restarvi attaccato.”
Nelle sue ultime settimane di vita, mentre il suo corpo diventava sempre più debole, lei
diventava sempre più radiosa come se una luce splendesse attraverso di lei. Si liberò di molte
delle cose che possedeva, dandone alcune alla donna che credeva avesse preso l’anello, e
per ogni cosa che dava via, la sua gioia diventava più profonda. Quando sua madre mi
chiamò per farmi sapere che era spirata, disse anche che dopo la sua morte avevano trovato
il suo anello nel bagno, nell’armadietto delle medicine. Fu la donna che l’assisteva a riportarlo
o era sempre stato lì tutto il tempo? Nessuno lo saprà mai. Una cosa è certa: la Vita vi fornirà
qualsiasi esperienza vi sia necessaria per l’evoluzione della vostra coscienza. Come fate a
sapere che questa è l’esperienza di cui avete bisogno? Perché questa è l’esperienza che vi
sta accadendo in questo momento.
Allora è sbagliato essere orgogliosi di quello che si possiede o sentire risentimento verso le
persone che hanno più di te? Assolutamente no. Quel senso di orgoglio, quel bisogno di
apparire, quell’apparente potenziamento del proprio sé attraverso l’avere “più di” o quel senso
di diminuzione proveniente dall’avere “meno di” non è né giusto né sbagliato, è l’ego. L’ego
non è sbagliato, è solo inconsapevole. Quando osservate l’ego dentro di voi, state
cominciando ad andare al di là di esso. Non prendete l’ego troppo seriamente. Quando
scoprite in voi un comportamento egoico, sorridete. A volte potrete perfino farvi delle belle
risate. Come può l’umanità essersi ingannata per tanto
tempo su questo? Soprattutto, ricordate che l’ego non è personale. Non è chi siete voi. Se
considerate l’ego come un vostro problema personale, questo è ancora più ego.

L’illusione del possesso


Cosa vuol dire in realtà possedere qualcosa? Cosa vuol dire fare “mio” qualcosa? Se vi
fermate in una strada di New York, indicate un enorme grattacielo e dite “Quel grattacielo è
mio. Lo possiedo” o siete molto ricchi o siete pazzi, oppure bugiardi. In ogni caso, state
raccontando una storia in cui la forma-pensiero “io” e la forma- pensiero “edificio” si fondono in
una sola cosa. Ecco come funziona il concetto mentale del possesso. Se tutti sono d’accordo
con la vostra storia si firmeranno dei pezzi di carta in cui si certificherà questo accordo. Sarete
ricchi. Se nessuno è d’accordo con la storia, vi manderanno da uno psichiatra. Siete una
persona disturbata o un bugiardo compulsivo.
È importante riconoscere qui che questa storia e le forme-pensiero che hanno formato
questa storia, che la gente sia d’accordo con esse o no, non hanno assolutamente niente a
che fare con chi siete. Anche se la gente è d’accordo, questo è in ultima analisi un’invenzione.
Molta gente comprende solo sul letto di morte, quando tutte le cose esteriori scompaiono, che
niente ha mai avuto relazione con chi sono veramente. In prossimità della morte, l’intero
concetto del possesso alla fine rivela chiaramente tutta la sua mancanza di significato. Negli
ultimi momenti di vita tutti si rendono anche conto che, mentre per l’intera vita avevano
cercato un più completo senso di sé, quello che stavano in realtà cercando, il loro Essere, era
sempre stato lì, in gran parte oscurato dalla loro identificazione con le cose, che alla fine vuol
dire identificazione con la mente.

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“Siano benedetti i poveri di spirito” disse Gesù “perché loro è il Regno dei Cieli.” 1 Cosa vuol
dire “povero di spirito”? Nessun bagaglio interiore, nessuna identificazione. Né con le cose, né
con alcun concetto mentale che abbia un senso del sé. E cosa è il “Regno dei Cieli”? Quella
semplice ma profonda gioia dell’Essere che esiste quando lasciate andare tutte le
identificazioni e diventate così “poveri di spirito”.
Ecco perché la rinuncia a tutti i propri averi è stata un’antica pratica spirituale sia in Oriente
sia in Occidente. La rinuncia ai propri beni, tuttavia, non vi libererà automaticamente dall’ego.
Esso cercherà di assicurarsi la sopravvivenza trovando qualcos’altro con cui identificarsi, per
esempio un’immagine mentale di se stesso come qualcuno che ha trasceso ogni interesse nei
beni materiali, ed è dunque superiore, più spirituale degli altri. Vi sono persone che hanno
rinunciato a tutto ma che hanno un ego più grande di alcuni miliardari. Se togliete un certo tipo
di identificazione, l’ego ne troverà subito un’altra. In definitiva non gli importa con cosa si
identifica, basta che abbia un’identità. L’opporsi al consumismo o alla proprietà privata è solo
un’altra forma-pensiero, un’altra posizione mentale che può prendere il posto
dell’identificazione col possedere. Grazie a questo potreste darvi ragione e dar torto agli altri.
Come vedremo più avanti darsi ragione e dare torto agli altri è uno dei principali schemi della
mente egoica, una delle forme principali di inconsapevolezza. In altre parole, il contenuto
dell’ego può cambiare, ma la struttura mentale che lo mantiene in vita non cambia.
Uno dei presupposti dettati dall’inconsapevolezza è che, identificandosi con un oggetto
attraverso l’inganno della proprietà, l’apparente solidità e permanenza di quell’oggetto
materiale fornirà anche il vostro senso di sé di una maggiore solidità e permanenza. Ciò si
riferisce in particolar modo alle case e ancora di più alla terra, proprio perché credete che sia
l’unica cosa che non possa essere distrutta. L’assurdità di possedere qualcosa diventa ancora
più evidente nel caso della terra. Nei giorni della colonizzazione dei bianchi, i nativi del Nord
America trovavano la proprietà della terra un concetto incomprensibile. Fu così che l’hanno
persa quando gli europei fecero firmare loro pezzi di carta che erano altrettanto
incomprensibili. Essi sentivano di appartenere alla terra, ma che la terra non apparteneva a
loro.
L’ego tende a equiparare l’avere con l’Essere: io ho, dunque sono. E più ho, più sono. L’ego
vive attraverso il paragone. Il modo in cui vi vedono gli altri diventa il modo in cui vedete voi
stessi. Se ognuno vivesse in un palazzo e fosse ricco, il vostro palazzo o la vostra ricchezza
non vi servirebbero ad accrescere il vostro senso del sé. In quel caso vi potreste trasferire in
una semplice capanna, dare via la vostra ricchezza e riconquistare un’identità considerandovi
e venendo considerati più spirituali degli altri. Come siete visti dagli altri diventa lo specchio
che vi dice come siete e chi siete. La percezione che l’ego ha della propria importanza è, nella
maggioranza dei casi, legata all’importanza che avete agli occhi degli altri. Avete bisogno degli
altri per avere un senso del sé e se vivete in una cultura che lo fa equivalere in gran misura
con quanto e cosa possedete, se non riuscite a leggere attraverso questa illusione collettiva,
sarete condannati a rincorrere il possesso delle cose per il resto della vostra vita nella vana
speranza di trovare in esse il valore e la pienezza del vostro senso del sé.
Come liberarsi dall’attaccamento alle cose? Non provateci nemmeno. È impossibile.
L’attaccamento alle cose cade da solo nel momento in cui non cercate più di trovare voi stessi
in esse. Nel frattempo, siate solamente consapevoli del vostro attaccamento alle cose. A volte
potrete anche non sapere di essere attaccati a una cosa, vale a dire identificati con questa,
fino al momento in cui la perdete, o temete di perderla. Se allora vi turbate, diventate ansiosi e
via dicendo, vuol dire che siete attaccati. Se siete consapevoli di essere identificati con una
cosa, l’identificazione non è
più totale. “Io sono la consapevolezza che è consapevole che vi è attaccamento.” Questo è
l’inizio della trasformazione della coscienza.

La bramosia: il bisogno di avere di più

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L’ego si identifica con l’avere, ma la sua soddisfazione di avere è relativamente superficiale e
di breve durata. Al suo interno rimane nascosto un senso di insoddisfazione profondamente
radicato, un’incompletezza, un “non abbastanza”. “Non ho ancora abbastanza” che per l’ego
significa “Non sono ancora abbastanza”.
Come abbiamo visto, l’avere, il concetto di proprietà, è un inganno creato dall’ego per darsi
solidità e permanenza e rendersi unico, speciale. Poiché non potete in ogni caso trovare voi
stessi attraverso l’avere, vi è un’altra spinta più potente che appartiene alla struttura dell’ego: il
bisogno di avere di più, che possiamo anche chiamare “bramosia”. Nessun ego può
sopravvivere a lungo senza il bisogno di avere di più. Dunque la bramosia mantiene vitale
l’ego più che l’avere. L’ego vuole più volere di quanto vuole avere. Così la soddisfazione
superficiale di avere è sempre rimpiazzata da maggior bramosia. Questo è il bisogno
psicologico di avere di più, cioè più cose con le quali identificarsi. È un bisogno indotto, non è
autentico.

In alcuni casi il bisogno psicologico di avere di più o la sensazione di non avere abbastanza,
tanto caratteristica dell’ego, vengono trasferiti sul piano fisico e si trasformano in fame
insaziabile. Le persone bulimiche spesso si costringeranno a vomitare, così da poter
continuare a mangiare. È la loro mente che ha fame, non il loro corpo. Questo disturbo
dell’alimentazione potrebbe essere curato se chi ne soffre, invece di identificarsi con la mente,
potesse entrare in contatto con il proprio corpo e così sentirne i bisogni reali, invece dei falsi
bisogni della mente egoica.
Alcuni ego sanno quello che vogliono e perseguono il loro fine con una determinazione
feroce e senza scrupoli, Gengis Khan, Stalin, Hitler, tanto per dare qualche esempio eclatante.
Tuttavia l’energia dietro alla loro bramosia genera una energia contrastante di eguale intensità
che alla fine li porta alla rovina. Nel frattempo rendono infelici se stessi e molti altri o nei casi
più eclatanti creano un inferno in terra. La maggior parte degli ego hanno desideri
contraddittori. Vogliono cose diverse in momenti diversi e possono anche non sapere quello
che vogliono, eccetto che non vogliono quello che c’è: il momento presente. Disagio,
inquietudine, noia, ansietà, insoddisfazione sono il risultato di una bramosia non soddisfatta.
La bramosia è strutturale e dunque non vi è contenuto che possa dare un appagamento
durevole, fino a che quella struttura mentale rimane al suo posto. Un’intensa bramosia che
non ha uno specifico oggetto si può spesso trovare nell’ego non ancora sviluppato di alcuni
adolescenti, che si trovano in uno stato di insoddisfazione e di negatività permanente.
I bisogni fisici di cibo, di acqua, di un tetto, di vestiti e di comodità elementari potrebbero
essere facilmente soddisfatti per tutta l’umanità, se non fosse per lo squilibrio delle risorse
creato dal folle e rapace bisogno di avere di più, dall’avidità dell’ego. Esso trova la sua
espressione collettiva nelle strutture economiche mondiali, come per esempio le smisurate
società di capitali, che sono entità egoiche che si sfidano l’una con l’altra per avere di più.
Esse inseguono ciecamente un unico scopo: il profitto, e lo perseguono con assoluta
mancanza di scrupoli. La natura, gli animali, la gente e persino i loro stessi dipendenti non
sono altro che cifre in un libro contabile, oggetti inanimati che una volta usati, verranno
scartati.

Le forme-pensiero “me”, “mio”, “più di” o “voglio”, “ho bisogno”, “devo avere” e “non
abbastanza” non appartengono al contenuto, ma alla struttura stessa dell’ego. Il contenuto è
intercambiabile. Fino a che non riconoscete in voi queste forme-pensiero, finché rimangono
inconsce, crederete in quello che vi dicono; sarete condannati ad agire seguendo quei
pensieri inconsci, condannati a cercare senza trovare, perché quando queste forme -pensiero
sono in azione, nessuna proprietà, luogo, persona o condizione vi potrà mai soddisfare.
Finché la struttura egoica rimane immutata, nessun contenuto vi soddisferà mai. Qualunque
cosa abbiate o otteniate, non sarete mai felici. Continuerete sempre a cercare qualcosa che vi

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promette un appagamento più grande, che vi promette di dare pienezza a questo senso
incompleto del sé, e di riempire quella mancanza che sentite dentro di voi.
L’identificazione con il corpo
Oltre che con gli oggetti, un’altra forma elementare d’identificazione è quella con il “mio”
corpo. Innanzitutto il corpo è maschile o femminile e quindi il senso di essere un uomo o una
donna ha, nella maggior parte delle persone, un ruolo fondamentale nella percezione del
proprio sé. Il genere maschile o femminile diventa identità. L’identificazione con il sesso viene
incoraggiata fin dalla prima infanzia, e vi spinge dentro un ruolo, in uno schema condizionato
di comportamento, che influenza non soltanto la sessualità ma tutti gli aspetti della vostra vita.
È un ruolo nel quale molta gente resta completamente intrappolata, cosa che accade ancora
di più in alcune società tradizionali che nella cultura occidentale, dove l’identificazione con il
sesso sta cominciando in qualche modo a diminuire. In alcune culture tradizionali il peggior
destino per una donna è quello di rimanere vedova o di non essere fertile e per un uomo di
non avere potenza sessuale e di non essere in grado di generare dei figli. La realizzazione
della vita è intesa come la realizzazione dell’identificazione con il proprio sesso.
In Occidente è la vostra apparenza fisica, il corpo, che contribuisce enormemente al senso
di chi credete di essere; la sua forza o la sua debolezza, la sua bellezza o la sua bruttezza
così come appaiono agli occhi degli altri. Per molta gente il senso del proprio valore è
intimamente connesso con la forza fisica, la bella presenza, l’essere in forma e le apparenze
esteriori. Molti hanno uno scarso senso del proprio valore perché percepiscono il loro corpo
come brutto o imperfetto.
In qualche caso l’immagine mentale o il concetto del “mio corpo” è una completa distorsione
della realtà. Una giovane donna può credere di essere sovrappeso e per questo ridursi alla
fame quando in realtà è magra. Non è più in grado di vedere il suo corpo. Tutto quello che
“vede” è il concetto mentale del suo corpo, che dice: “Sono grassa” o “Diventerò grassa”. Alla
radice di questo condizionamento c’è l’identificazione con la mente. Man mano che le persone
si sono sempre più identificate con la mente, che è poi l’intensificarsi della disfunzione egoica,
vi è stato in tempi recenti, un aumento drammatico di casi d’anoressia. Se quella persona che
soffre di anoressia, invece di soffrire, potesse vedere il suo corpo senza l’interferenza dei
giudizi della mente, o anche solo riconoscere quei giudizi per quello che sono, invece di
crederli veri, o meglio ancora se potesse sentire il suo corpo dall’interno, questo sarebbe
l’inizio della guarigione.
Coloro che sono identificati con la bella presenza, la forza fisica o con le loro capacità,
soffrono quando tutto ciò comincia a indebolirsi, come naturalmente accade. In questo caso il
collasso minaccia quella falsa identità. Le persone, sia belle sia brutte, traggono una parte
importante della propria identità, sia in negativo sia in positivo, dal corpo. Per essere più esatti
traggono la propria identità dal pensiero che hanno dell’io, lo uniscono erroneamente
all’immagine mentale o al concetto del loro corpo, che dopo tutto non è altro che una forma
fisica, che condivide il destino di tutte le altre forme, l’impermanenza e il declino finale.
Eguagliare l’io con il corpo fisico percepito dai sensi, destinato a invecchiare, a perdere vitalità
e a morire, presto o tardi conduce alla sofferenza. Evitare l’identificazione con il corpo non
significa trascurarlo o disprezzarlo o non prendersene cura. Se è forte, bello o vigoroso, potete
godervelo e apprezzare queste qualità finché durano. Potete anche migliorare le condizioni
del corpo con il movimento e con una dieta sana. Se non scambiate il vostro corpo con chi
siete realmente, quando la bellezza svanisce, il vigore diminuisce, e le sue capacità
decrescono, questo non avrà alcuna influenza sul senso del vostro valore o sulla vostra
identità. Infatti, quando il corpo comincia a indebolirsi, la dimensione senza forma, la luce della
coscienza, può risplendere più facilmente attraverso la forma che si sta indebolendo.
Non sono solamente le persone che hanno un corpo perfetto che lo identificano con chi sono.
Potete altrettanto facilmente identificarvi con un corpo “problematico” e fare delle imperfezioni,
della malattia o dell’invalidità la vostra identità. Allora penserete o parlerete di voi stessi come

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“sofferenti” di questa o quella malattia o invalidità cronica. E in questo modo riceverete grandi
attenzioni dai medici e dagli altri, che vi confermeranno costantemente la vostra identità
concettuale di sofferente o di paziente. Quindi vi afferrate alla malattia perché è diventata la
parte più importante di chi percepite essere voi stessi. È diventata un’altra forma di pensiero
con la quale l’ego si può identificare. Una volta che l’ego ha trovato un’identità, non la
abbandona tanto facilmente. È sorprendente, ma non infrequente, che l’ego in cerca di
un’identità più forte possa creare una malattia per rinforzarsi grazie a questa.
Sentire il corpo interiore
Benché l’identificazione con il corpo sia una delle più elementari forme dell’ego, la buona
notizia è che questa è anche la più facile da lasciare andare. Questo si fa non cercando di
convincere voi stessi che non siete il vostro corpo, bensì spostando la vostra attenzione dalla
forma esterna e dai pensieri sul corpo – bello, brutto, forte, debole, troppo grasso, troppo
magro – alla sensazione di vibrante vitalità che vi è all’interno. Qualunque sia l’apparenza del
vostro corpo, al di là della forma esterna vi è un intenso campo energetico di vitalità.
Se non avete familiarità con la consapevolezza del corpo interiore, chiudete gli occhi per un
momento e cercate di sentire se vi è vita dentro le vostre mani. Non chiedetelo alla vostra
mente perché vi direbbe: “Non sento niente”. O anche: “Dammi qualcosa di più interessante a
cui pensare”. Allora invece di chiedere alla mente, rivolgete l’attenzione direttamente alle
mani. Con questo voglio dirvi di diventare consapevoli della sottile sensazione di vitalità che vi
è in esse. È lì. Dovete solamente focalizzare lì la vostra attenzione per accorgervene. Potreste
provare dapprima una leggera sensazione di vibrazione e quindi una sensazione di energia o
di vitalità. Se mantenete per un po’ la vostra attenzione sulle mani, il senso di vitalità si
intensificherà. Alcuni non devono neppure chiudere gli occhi per sentirlo. Sono in grado di
percepire le loro “mani interiori” anche mentre stanno leggendo queste parole. Poi rivolgete
l’attenzione ai piedi e mantenetela lì per qualche minuto, e cominciate a percepire mani e piedi
contemporaneamente. Includete nella vostra attenzione anche altre parti del corpo, gambe,
braccia, addome, petto e così via, fino a che non sarete consapevoli dell’intero corpo come un
unico campo di vitalità.
Quello che io chiamo “corpo interiore” in realtà non è più il corpo, ma energia vitale, il ponte
tra la forma e la non-forma. Prendete l’abitudine di sentire il corpo interiore più spesso che
potete. Dopo un po’ non avrete più bisogno di chiudere gli occhi per sentirlo. Osservate, per
esempio, se potete percepire il corpo interiore mentre ascoltate qualcuno. Sembra quasi un
paradosso: quando siete in contatto con il corpo interiore, non siete più identificati con il corpo,
ma neppure con la mente. Questo significa che non siete più identificati con la forma, ma vi
state staccando dall’identificazione con essa per andare verso la non-forma, che si può anche
chiamare Essere. È la vostra vera identità, la vostra essenza. La consapevolezza del corpo
non solo vi àncora al presente, ma è la porta di uscita da quella prigione che è l’ego. La
consapevolezza del proprio corpo, inoltre, rinforza il sistema immunitario e la vostra capacità
di autoguarigione.
L’oblio dell’essere
L’ego è sempre l’identificazione con la forma; sempre alla ricerca di se stesso si perde sempre
in qualche forma. Le forme non sono solo oggetti materiali e corpi fisici. Le più importanti sono
le forme di pensiero che continuamente si ergono nel campo della consapevolezza. Sono
formazioni di energia, più sottile e meno densa della materia fisica, ma sono anch’esse forme.
Potete forse essere consapevoli di una voce nella vostra testa che non smette mai di parlare,
e quello è il flusso incessante e compulsivo del pensiero. Quando la vostra attenzione è
assorbita completamente dai pensieri, quando siete così identificati con quella voce nella testa
e con le emozioni che l’accompagnano, al punto di perdervi in ogni pensiero e in ogni
emozione, allora siete completamente identificati con la forma e così imprigionati nella morsa
dell’ego. L’ego è un agglomerato di forme di pensiero ricorrenti e di schemi condizionati

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mentali ed emozionali investiti da un senso dell’io, da un senso del sé. L’ego emerge quando il
vostro senso dell’Essere, dell’IO SONO che è coscienza senza forma, si mescola con la
forma. Questo è il significato dell’identificazione. Questo è l’oblio dell’Essere, l’errore primario,
l’illusione della separazione assoluta che trasforma la realtà in un incubo.
Dall’errore di Cartesio all’intuizione di Sartre
Il filosofo del diciassettesimo secolo, Cartesio, considerato come il fondatore della moderna
filosofia, nel suo famoso detto “Penso, dunque sono” che egli credeva una verità
fondamentale, espresse invece un errore di base. Questa era la risposta che egli diede alla
domanda: “Vi è nulla che io possa affermare con assoluta certezza?”. Credeva che il fatto che
egli stesse sempre pensando era indubitabile, e così equiparò il pensare con l’Essere, che è
come dire l’identità, l’IO SONO, con il pensiero. Invece della verità assoluta aveva trovato le
radici dell’ego, ma non lo sapeva.
Ci sono voluti circa trecento anni prima che un altro famoso filosofo vedesse qualcosa di cui
Cartesio, come tutti gli altri, non si era accorto. Il suo nome era Jean-Paul Sartre. Si rese
improvvisamente conto, considerando attentamente la dichiarazione “Penso, dunque sono”
che, per dirlo con le sue parole, “la coscienza che dice IO SONO non è la coscienza che
pensa”. Che cosa intendeva con questo? Quando siete consapevoli che state pensando,
quella consapevolezza non è parte del pensiero. È una diversa dimensione della coscienza.
Ed è quella consapevolezza che dice “IO SONO”. Se in voi non ci fossero altro che pensieri,
non sapreste nemmeno che state pensando. Sareste come u n sognatore che non sa di stare
sognando. Sareste così identificati con ogni pensiero come il sognatore lo è con ogni
immagine del sogno.
Molte persone vivono ancora in questo modo, come sonnambuli, intrappolati in vecchi giochi
mentali disfunzionali che ricreano la stessa realtà da incubo. Quando sapete che state
sognando, vi siete risvegliati dentro il sogno. Siete in un’altra dimensione di coscienza.
L’implicazione dell’intuizione di Sartre è profonda, anche se lui stesso era ancora troppo
identificato con il pensiero per comprendere il pieno significato di ciò che aveva scoperto: una
nuova dimensione emergente di coscienza.
La pace che sorpassa ogni comprensione
Vi sono molte testimonianze di persone che hanno sperimentato questa nuova coscienza
emergente dopo aver vissuto una tragica perdita. Alcuni hanno perso tutti i loro averi, altri i
loro figli o i consorti, la posizione sociale, la reputazione o la salute. In alcuni casi hanno
perduto tutte queste cose contemporaneamente a causa di un disastro o di una guerra e si
sono ritrovati senza “niente”. Potremmo chiamare questa una situazione limite. Con
qualunque cosa si siano identificati, qualunque cosa desse loro un senso del sé, era stata
portata via. Poi improvvisamente e senza motivo, l’angoscia o l’intensa paura che avevano
sentito inizialmente ha lasciato il posto a un sacro senso di Presenza, a una pace e a una
serenità profonde e a una totale libertà dalla paura. Questo fenomeno deve essere stato molto
familiare a san Paolo, il quale ha usato l’espressione: “La pace di Dio che sorpassa ogni
preoccupazione umana”. 2 È senza dubbio una pace che sembra non avere senso e le
persone che l’hanno sperimentata si sono chieste: “Perché sento una tale pace di fronte a
questo?”.
Una volta che vi rendete conto di che cosa sia l’ego e di come funzioni, la risposta è
semplice. Quando le forme con le quali vi siete identificati, e che vi hanno dato un senso del
sé, crollano o vi sono tolte, ciò può fare crollare anche l’ego, visto che questo è identificazione
con la forma. Ma quando non c’è più nulla con cui identificarsi, allora voi chi siete? Quando le
forme intorno a voi muoiono o quando si avvicina la morte, allora il vostro senso dell’Essere,
dell’IO SONO, si libera dal suo legame con la forma. Lo Spirito si libera dal suo
imprigionamento nella materia. E vi rendete conto della vostra identità essenziale, quella
senza forma, come una Presenza che tutto pervade, dell’Essere che era prima di ogni forma,

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di ogni identificazione. Vi rendete conto della vostra vera identità come coscienza pura, invece
che come coscienza identificata con qualcosa. Questa è la pace di Dio. La verità ultima di chi
siete non è: io sono questo o io sono quello, ma è: IO SONO.

Non tutti quelli che vivono grandi perdite sperimentano questo risveglio, questa
disidentificazione dalla forma. Qualcuno crea immediatamente una forte immagine mentale, o
una forma di pensiero nella quale vede se stesso come vittima, delle circostanze o degli altri o
di un destino avverso, o anche di Dio. Questa forma di pensiero insieme alle emozioni che
crea e con le quali si identifica – rabbia, risentimento, autocommiserazione e così via – prende
immediatamente il posto di ogni altra identificazione spazzata via precedentemente dalla
perdita. In altre parole, l’ego trova velocemente una nuova forma. Il fatto che questa nuova
forma sia profondamente infelice non preoccupa molto l’ego, basta infatti che questo abbia
una identità, buona o cattiva che sia. Questo nuovo ego sarà più contratto, più rigido e
impenetrabile del vecchio.
Nel caso di una tragica perdita, voi o resistete o vi arrendete. Alcune persone diventano
amareggiate e provano un profondo risentimento, altre diventano compassionevoli, sagge e
amorevoli. Arrendersi vuol dire una profonda accettazione di ciò che accade. Aprirsi alla vita.
La resistenza è una contrazione interiore, un indurirsi della corazza dell’ego. Siete chiusi. E
qualunque azione intraprendiate in uno stato di resistenza interiore, che potremmo anche
chiamare negatività, creerà ancor più resistenza all’esterno e l’universo non sarà dalla vostra
parte. La vita non vi sarà d’aiuto. Se le imposte sono chiuse, la luce del sole non può entrare.
Una nuova dimensione di coscienza si apre quando non opponete resistenza interiormente,
quando vi arrendete. Nel caso in cui l’azione sia possibile o necessaria, questa sarà in
sintonia con il tutto, sostenuta dall’intelligenza creativa, da quella coscienza incondizionata,
con la quale divenite una sola cosa quando siete in uno stato di apertura interiore. Le
circostanze e le persone allora vi aiutano e collaborano con voi. Avvengono delle coincidenze.
Se non è possibile alcuna azione, rimanete nella pace e nella quiete interiore che si
accompagna all’arrendersi. Voi riposate in Dio.
1. Matteo 5,3.
2. Lettera ai Filippesi 4,7.II
Il nucleo dell’ego

La maggior parte delle persone è così completamente identificata con la voce nella testa, con
quell’incessante flusso di pensiero involontario e compulsivo e con l’emozione che lo
accompagna, che potremmo definirla posseduta dalla propria mente. Fino a che ne siete
completamente inconsapevoli, credete che colui che pensa sia chi siete. Questa è la mente
egoica. La chiamiamo egoica, perché vi è un senso del sé, dell’io (l’ego), in ogni pensiero, in
ogni memoria, in ogni interpretazione, opinione, punto di vista, reazione, emozione. E
spiritualmente parlando questa è l’inconsapevolezza. Il vostro pensare, il contenuto della
vostra mente, è ovviamente condizionato dal passato, dalla maniera in cui siete stati educati,
dalla vostra cultura, dalla situazione familiare e così via. Il nucleo centrale di tutta la vostra
attività mentale consiste in pensieri ed emozioni ripetitivi, in schemi reattivi con i quali siete
fortemente identificati. Questa entità è l’ego stesso.

Come abbiamo già visto, in molti casi, quando dite “io”, non siete voi ma è l’ego che parla. È
costituito da pensiero ed emozione, con un insieme di memorie che identificate come “me e la
mia storia”, di ruoli abituali che interpretate senza neppure saperlo, di identificazioni collettive
come nazionalità, religione, razza, classe sociale, fede politica. Non è solamente
identificazione personale con ciò che si possiede, ma anche con le opinioni, le apparenze, i
vecchi risentimenti, e le idee su voi stessi (sono meglio degli altri o non sono così bravo, sono
uno che ha successo o sono un fallito).
Anche se la struttura di tutti gli ego è la stessa, il suo contenuto varia da persona a persona.
In altre parole, l’ego differisce solamente nell’aspetto superficiale, nel profondo sono tutti

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uguali. In che modo sono uguali? Esistono tutti grazie all’identificazione e alla separazione. Se
vivete attraverso il sé creato dalla mente – l’ego, che è fatto di pensieri ed emozioni – le basi
della vostra identità sono instabili perché pensiero ed emozione sono per loro natura effimeri,
passeggeri. Per questo, ogni ego si sforza continuamente di sopravvivere, cercando di
proteggersi e di ingrandirsi. E per confermare il pensiero che ha su di sé ha bisogno del
pensiero opposto, che è poi quello “dell’altro”. Il concetto “io” non può sopravvivere senza il
concetto “altro”. E quando guardo gli altri come nemici, gli altri sono soprattutto l’altro. A
un’estremità della scala di valori di questo schema egoico inconscio c’è l’abitudine compulsiva
di cercare manchevolezze e di lamentarsi degli altri. Gesù si riferiva proprio a questo quando
diceva: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello e non ti accorgi della trave
che è nel tuo?”. 1
All’altra estremità di quella scala di valori vi sono la violenza fisica fra le persone e gli atti
belligeranti fra le nazioni. Nel Vangelo la domanda di Gesù rimane sospesa, ma ovviamente la
risposta è: perché quando critico o condanno un altro, mi sento superiore.
Lamentarsi e risentirsi
Il lamentarsi è una delle strategie favorite dall’ego per acquisire forza. Ogni lamentela è una
storiella che la vostra mente si costruisce e alla quale voi credete ciecamente. E non fa
differenza che la esprimiate ad alta voce o che la pensiate soltanto. Alcuni ego che non hanno
altro con cui identificarsi, sopravvivono facilmente ed esclusivamente grazie alla lamentela.
Quando siete nella morsa di un ego come questo, il lamentarsi, soprattutto degli altri, è
abituale ed è ovviamente inconsapevole, e questo significa che lo fate senza saperlo. Spesso
è parte di questo schema l’appiccicare mentalmente etichette negative agli altri, sia mentre li
avete davanti, sia quando parlate di loro, o anche pensando a loro. Affibbiare epiteti è forse la
forma più crudele di quest’attività e della necessità dell’ego di aver ragione e di aver la meglio
sugli altri; allora parole come “maiale”, “bastardo”, “strega” diventano dichiarazioni contro le
quali non si può discutere.
A un livello più basso dell’inconsapevolezza si urla e si strilla, e ancora un po’ più giù, ma
non troppo, c’è la violenza fisica.
Il risentimento è l’emozione che si accompagna alla lamentela e al giudizio sugli altri, e che
dà ancora più energia all’ego. Essere risentiti significa essere amareggiati, indignati, offesi o
feriti. Vi risentite dell’avidità degli altri, della loro disonestà, dell’assenza di integrità, di ciò che
stanno facendo, di ciò che hanno fatto nel passato, di ciò che dicono, di ciò che hanno
mancato di fare, di ciò che avrebbero o non avrebbero dovuto fare. L’ego ama questo. Invece
di essere tolleranti con l’inconsapevolezza degli altri, ne ricavate la loro identità. E chi lo sta
facendo? L’inconsapevolezza che è in voi, l’ego. A volte le “mancanze” che percepite negli altri
non esistono neppure. È una proiezione della mente condizionata dall’abitudine a vedere
nemici, una cattiva interpretazione per sentirvi superiori o per essere nel giusto. Altre volte
possono esservi effettivamente delle mancanze, ma focalizzandovi solo su queste, le
amplificate, escludendo ogni altra cosa. E in questo modo rafforzate in voi stessi proprio
quelle cose dell’altro alle quali state reagendo.
Una delle vie più efficaci per andare al di là del vostro ego, ma anche per dissolvere l’ego
collettivo umano, è proprio il non reagire all’ego degli altri. Quando siete in uno stato non
reattivo vi rendete conto che non vi è nulla di personale e allora potete riconoscere un
comportamento dell’altro come un moto dell’ego, come una espressione della disfunzione
collettiva umana. A questo punto non vi è più nessuna compulsione a reagire. Non reagendo
all’ego, spesso potrete permettere all’aspetto sano dell’altro di manifestarsi. Questa è la
consapevolezza incondizionata che si oppone al condizionamento. Certe volte però dovete
prendere delle precauzioni per proteggervi da persone molto inconsapevoli, e potete farlo
senza considerarli dei nemici. E comunque la vostra protezione più grande è l’essere
coscienti. L’altro diventa un nemico quando ne personalizzate l’inconsapevolezza che poi è
l’ego. Non reagire è forza e non debolezza. Un’altra parola per la non reazione è il perdono.

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Perdonare è non vedere, o meglio guardare oltre; guardate oltre l’ego a quella parte sana che
vi è in ogni essere umano, nell’essenza di lui o di lei.
L’ego ama lamentarsi e risentirsi non solo degli altri, ma anche delle situazioni. Ciò che potete
fare con una persona, lo potete anche fare con una situazione: farne un nemico.
L’implicazione è sempre la stessa: questo non dovrebbe succedere; io non voglio essere qui;
io non voglio farlo; mi trattano ingiustamente. E il più grande nemico dell’ego è, naturalmente,
il momento presente, che è come dire, la vita stessa.
Il lamentarsi non deve essere confuso con l’informare l’altro di un errore o di una mancanza
così da poterla correggere. E trattenersi dall’esprimere la lamentela non significa
necessariamente tollerare le cattive qualità o i cattivi comportamenti. Non vi è ego nel dire al
cameriere che la minestra è fredda e bisogna che la scaldi, e questo se vi attenete ai fatti, che
sono neutri. “Come osa servirmi una minestra fredda…” questo è invece lamentarsi, perché vi
è un “me” che ama sentirsi offeso personalmente da una minestra fredda, un “me” che gode
nel giudicare sbagliato il comportamento dell’altro. Il lamentarsi di cui stiamo parlando è al
servizio dell’ego e non del cambiamento. Qualche volta infatti è evidente che l’ego non vuole
un cambiamento perché così può continuare a lamentarsi.
Provate a fare attenzione alla voce nella vostra testa, magari proprio nel momento in cui si
lamenta di qualcosa, e se potete riconoscerla per quella che è: la voce dell’ego, niente altro
che uno schema mentale condizionato, un pensiero. Ogniqualvolta sentite quella voce, vi
renderete anche conto che non siete la voce, ma chi ne è consapevole. Siete la
consapevolezza che ne è consapevole. Dietro vi è la consapevolezza, davanti c’è la voce,
colui o colei che pensa. In questo modo diventate liberi dall’ego, liberi dalla mente inosservata.
Il momento in cui diventate consapevoli dell’ego che è in voi, strettamente parlando non è più
l’ego, ma solo un vecchio schema mentale condizionato. L’ego comporta inconsapevolezza.
La consapevolezza e l’ego non possono coesistere. Il vecchio schema mentale o l’abitudine
mentale possono ancora sopravvivere, riapparire per un po’, perché vi sono dietro migliaia di
anni di inconsapevolezza collettiva umana, ma ogni volta che viene riconosciuta si va
indebolendo.
Reattività e rancore
Anche se il risentimento è l’emozione che più frequentemente si accompagna alla lamentela,
può anche accompagnarsi a una emozione ancora più forte, come per esempio la rabbia
oppure il sentirsi offesi. In questo modo quel lamentarsi si carica ancora più di energia,
diventando reattività, un’altra forma che usa l’ego per farsi più forte. Vi sono molte persone
che stanno solo aspettando un’occasione per reagire, per sentirsi infastidite o seccate e non ci
mettono molto per trovarla. “Questo è un oltraggio” dicono. “Come osi…”, “Questo mi irrita”.
Sono dipendenti dalla rabbia e dal sentirsi offesi così come altri lo sono dalla droga.
Reagendo a questo o a quello, confermano e rinforzano il loro senso del sé.
Un risentimento che dura da molto tempo viene detto rancore. Portarsi dentro un rancore vuol
dire essere sempre contro e questo è il motivo per il quale i rancori costituiscono una parte
importante dell’ego di molta gente. Rancori collettivi possono sopravvivere per secoli nella
psiche di una nazione o di una tribù, e alimentare un ciclo senza fine di violenza.
Un rancore è una forte emozione negativa legata a un avvenimento che appartiene al
passato e che viene mantenuto vivo da un pensare compulsivo, raccontando la storia oppure
ripetendola solo nella mente, “ciò che qualcuno mi ha fatto” o “ciò che qualcuno ci ha fatto”.
Un rancore contaminerà anche altre aree della vostra vita. Per esempio, mentre pensate o
sentite il vostro rancore, quella energia emozionale negativa può distorcere la vostra
percezione di un evento che sta accadendo, o influenzare il modo in cui parlate o vi
comportate nei confronti di qualcuno, nel presente. Un solo forte rancore è sufficiente a
contaminare grandi aree della vostra vita e a mantenervi nella morsa dell’ego.
Si richiede onestà da parte vostra per riconoscere se siete ancora prigionieri del rancore, se
vi è qualcuno nella vostra vita che non avete completamente perdonato, un “nemico”. Se c’è,

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diventate consapevoli del rancore, sia a livello del pensiero che di quello dell’emozione,
diventate consapevoli dei pensieri che lo mantengono in vita e sentite l’emozione che è la
risposta del corpo a quei pensieri. Non cercate di liberarvi dal rancore. Cercare di lasciar
andare, di perdonare, non funziona. Il perdono arriva naturalmente quando vi accorgete che
non vi è nessun altro proposito che quello di rinforzare un falso senso del sé, di mantenere
l’ego al suo posto. Il vederlo ve ne libera. L’insegnamento di Gesù sul “Perdonare i vostri
nemici” è fondamentale per disfare una delle strutture più importanti della mente umana.
Il passato non ha il potere di impedirvi di essere presenti adesso. Solamente il vostro
rancore verso il passato può farlo. E cos’è poi il rancore se non un bagaglio di vecchi pensieri
ed emozioni?
Avere ragione, dare torto
Lamentarsi, cercare difetti e reagire sono atteggiamenti che rinforzano i confini e il senso di
separazione dell’ego, elementi, questi ultimi, dai quali dipende la sua sopravvivenza. Tali
atteggiamenti fortificano l’ego anche fornendogli un senso di superiorità grazie al quale cresce
vigoroso. Anche se può non apparire immediatamente evidente, il lamentarsi – per esempio
del traffico, dei politici, dei “ricchi avidi” o della “pigrizia dei disoccupati”, dei vostri colleghi, del
vostro ex consorte, degli uomini o delle donne – può darvi un senso di superiorità. Ecco il
perché: quando vi lamentate, implicitamente siete voi ad avere ragione e la persona o la
situazione per la quale vi risentite ad avere torto.
E non vi è nulla che dia forza all’ego più che l’aver ragione. Aver ragione è una
identificazione con una posizione mentale, un punto di vista, un’opinione, un giudizio, una
storia. Per aver ragione, avete bisogno di qualcuno che abbia torto, e così l’ego ama dar torto
per aver ragione. In altre parole, avete bisogno di dar torto a qualcuno per rinforzare il senso
di chi siete. Si può dar torto a una persona ma anche a una situazione, reagendo o
lamentandosene, il che è come dire che “questo non dovrebbe succedere”. Aver ragione vi
pone in una posizione di superiorità morale immaginaria in relazione alla persona o alla
situazione giudicata e trovata non all’altezza. È proprio quel senso di superiorità che l’ego
vuole intensamente e grazie al quale si rafforza.
Difendendo un’illusione
Non vi è dubbio che i fatti esistano. Se voi dite che la luce viaggia più velocemente del suono,
e qualcun altro dice il contrario, è ovvio che voi avete ragione e l’altro torto. E la semplice
osservazione che il fulmine precede il tuono lo conferma. Quindi non solo avete ragione, ma
sapete di aver ragione. In questo caso vi è coinvolto l’ego? È possibile ma non è
necessariamente così. Se affermate semplicemente ciò che sapete essere vero, l’ego non è
coinvolto, perché non vi è alcuna identificazione. Identificazione con che cosa? Con la mente
e con le posizioni mentali. Una tale identificazione può però infiltrarsi facilmente. Se infatti dite:
“Credimi io lo so” oppure “Perché non mi credi mai?” in questo caso l’ego si è già infiltrato. Si
sta nascondendo nella parolina “io”. Una semplice dichiarazione come quella che la luce è più
veloce del suono, malgrado sia vera, ora è entrata al servizio dell’illusione, dell’ego. È stata
contaminata da un falso senso dell’“io”; è divenuta personale, è diventata una posizione
mentale. L’“io” si sente diminuito o offeso solo perché qualcuno non crede in ciò che “io” ho
detto.
L’ego prende tutto personalmente. E l’emozione si alza in un moto di difesa o magari di
aggressività. State forse difendendo la verità? No, perché in nessun caso la verità ha bisogno
di difesa. Alla luce o al suono non importa ciò che voi credete o chiunque altro crede. Voi state
difendendo voi stessi, o meglio l’illusione di voi stessi, un sostituto fatto dalla mente. Sarebbe
più preciso dire che l’illusione sta difendendo se stessa. Se perfino il semplice e diretto mondo
dei fatti può essere portato a una distorsione o a una illusione egoica, tanto più facilmente
questo può accadere con il mondo meno tangibile delle opinioni, dei punti di vista, dei giudizi,
che sono tutte forme-pensiero che possono essere facilmente imbevute di un senso dell’“io”.

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Ogni ego confonde le opinioni e i punti di vista con i fatti. E ancora di più, non vede la
differenza fra un evento e la sua reazione a quell’evento. Ogni ego è maestro nella percezione
selettiva e nell’interpretazione distorta. Non attraverso il pensiero ma solamente attraverso la
consapevolezza potete notare la differenza tra il fatto e l’opinione. Solo attraverso la
consapevolezza sarete capaci di distinguere una situazione e la rabbia che provate per questa
situazione e quindi rendervi conto che
vi sono altri modi di avvicinarsi alla situazione stessa, altre maniere di vederla e di affrontarla.
Solamente attraverso la consapevolezza potete vedere o l’intera situazione o la totalità della
persona, invece di aderire a una prospettiva limitata.
La verità relativa o la verità assoluta?
Al di là del mondo dei fatti semplici e verificabili, la certezza di aver ragione, e che gli altri
abbiano torto, è una cosa pericolosa tanto nelle relazioni personali, quanto nella interazione
fra nazioni, tribù, religioni, e così via.
Ma se la convinzione di aver ragione, e che gli altri abbiano torto, è uno dei modi in cui l’ego
si rinforza, se questa convinzione è una disfunzione mentale che mantiene la separazione e i
conflitti fra gli esseri umani, significa forse che non esiste giusto o sbagliato nel
comportamento, nell’azione, o nelle credenze? E non sarebbe forse questo il relativismo
morale che alcuni insegnamenti cristiani contemporanei vedono come il grande demone dei
nostri tempi?
La storia del Cristianesimo è evidentemente uno dei più grandi esempi di come il credere di
essere gli unici possessori della verità, di essere nel giusto, possa distorcere il vostro
comportamento e la vostra azione fino alla follia. Per secoli, torturare e bruciare viva la gente
quando la sua opinione divergeva anche poco dalla dottrina della Chiesa o da una
interpretazione limitata delle Scritture, quindi la Verità, fu considerato giusto in quanto le
vittime “avevano torto”. Erano così in torto che era necessario ucciderle. La Verità era
considerata più importante della vita umana. E quale era la Verità? Una storia alla quale
bisognava credere, il che vuol dire un insieme di pensieri.
Quel milione di persone che il folle dittatore della Cambogia Pol Pot ordinò di uccidere
includeva coloro che portavano occhiali. E perché? Per lui, un’interpretazione marxista della
storia era l’assoluta verità e, secondo la sua versione, coloro che portavano gli occhiali
appartenevano a una classe sociale colta, la borghesia, gli sfruttatori dei contadini. C’era
bisogno di eliminarli per far posto a un nuovo ordine sociale. Anche la sua verità era solo un
insieme di pensieri.
Sia i cattolici che le altre Chiese hanno ragione quando identificano il relativismo – l’idea che
non
vi sia una assoluta verità a guidare il comportamento umano – come uno dei demoni dei nostri
tempi. Ma non potete trovare la verità assoluta se la cercate lì dove non può essere trovata:
nelle dottrine, nelle ideologie, nell’insieme di regole o nelle storie. E tutte queste cose hanno in
comune il fatto di essere costituite dal pensiero. Un pensiero può, nella migliore delle ipotesi,
indicare la verità, ma non è mai la verità. Per questo nel Buddhismo si dice: “Il dito che punta
verso la luna non è la luna”. Le religioni sono tutte ugualmente vere e ugualmente false,
dipende da come sono usate. Potete usarle al servizio dell’ego o al servizio della Verità. Se
credete che la vostra religione sia l’unica Verità, allora la state utilizzando al servizio dell’ego.
In questo modo, la religione diventa una ideologia e crea un illusorio senso di superiorità e
così divisione e conflitti fra la gente. Gli insegnamenti religiosi al servizio della Verità
rappresentano indicazioni o mappe lasciate da esseri consapevoli per aiutare a risvegliarvi o a
liberarvi dall’identificazione con la forma.
Vi è solamente una Verità assoluta e ogni altra verità è l’emanazione di quella. Quando
trovate quella Verità, le vostre azioni vi si allineeranno. Le azioni umane possono riflettere la
Verità o possono riflettere le illusioni. Ma può la Verità essere espressa in parole? Certo, ma le
parole ovviamente non sono la Verità, la indicano solamente.

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La Verità non può essere separata da chi siete. Sì, voi siete Verità. Se la cercate da qualche
altra parte, sarete costantemente ingannati. L’Essenza di chi siete veramente è Verità. Gesù
ha cercato di comunicarcelo: “Io sono la Via, la Verità e la Vita”. 2
Queste parole pronunciate da Gesù sono le più potenti fra quelle che ci indicano la Verità,
se sono comprese correttamente, ma se sono fraintese, divengono un grande ostacolo. Gesù
parla dell’importanza dell’IO SONO, dell’essenza dell’identità di ogni donna e di ogni uomo, in
realtà di ogni forma di vita. Egli parla della vita che siete. Alcuni mistici cristiani lo hanno
chiamato il Cristo interiore. Il Buddhismo lo ha chiamato “la vostra natura buddhica”, e per gli
induisti è l’Atman, il Dio infuso. Quando siete in contatto con quella dimensione dentro di voi, e
questo non è un risultato miracoloso ma il vostro stato naturale, tutte le vostre azioni e le
vostre relazioni rifletteranno quella unità con la vita stessa che sentite profondamente dentro
di voi. Questo è l’amore. Le leggi, i comandamenti, le regole, sono necessari per coloro che
sono tagliati fuori da chi sono, dalla Verità interiore. Prevengono i peggiori eccessi dell’ego e
molto spesso non ci riescono neppure. “Amate e fate ciò che volete” ha detto sant’Agostino e
non vi possono essere parole più vicine alla Verità di queste.
L’ego non è personale
A un livello collettivo, lo status mentale “Noi abbiamo ragione e loro torto” è fermamente
stabilizzato proprio in quelle parti del mondo dove i conflitti fra nazioni, razze, tribù religioni o
ideologie sono antichi, estremi ed endemici. Ambedue le parti in conflitto sono ugualmente
identificate con il proprio punto di vista, con la propria “storia”, come dire identificate con il
pensiero. Entrambi sono ugualmente incapaci di vedere che non solo può esistere un’altra
prospettiva, un’altra storia, ma che questa può anche essere valida. Lo scrittore israeliano
Yossi Halevi parla della possibilità di “far coesistere interpretazioni contrastanti”, 3 ma in molte
parti del mondo la gente non può ancora o non vuole fare questo. Ambedue le parti si credono
depositarie della verità. Entrambe vedono se stesse come vittime e gli altri come demoni e
poiché hanno concettualizzato, e per questo disumanizzato l’altro, considerandolo come il
nemico, possono uccidere e infliggere ogni genere di violenza all’altro, anche ai bambini,
senza sentire né la loro umanità e neppure la sofferenza. Sono rimasti intrappolati nell’insana
spirale del perpetrare e punire, dell’azione e reazione.
Qui appare ovvio come l’ego umano nel suo aspetto collettivo come “noi” contro “loro” è
ancora più folle dell’ego individuale, del “me”, anche se il meccanismo è lo stesso. La maggior
parte della violenza che gli umani hanno inflitto gli uni agli altri non è opera di criminali o di
squilibrati mentali, ma di cittadini normali e rispettabili, al servizio dell’ego collettivo. Si
potrebbe dire che si è andati così tanto oltre che, su questo pianeta, “normale” equivale a
folle. Che cosa c’è alla radice di questa follia? C’è una completa identificazione con il pensiero
e con l’emozione, che è come dire con l’ego.
Su questo pianeta dilagano ancora dappertutto avidità, egoismo, sfruttamento, crudeltà e
violenza. Ma quando voi non riconoscete queste manifestazioni, sia quelle individuali sia
quelle collettive, come una disfunzione di fondo, come una malattia mentale, allora cadete
nell’errore di personalizzarle. E costruite così un’identità concettuale, sia per un individuo sia
per un gruppo, dicendo a voi stessi che così è questa persona, così è questo gruppo. Quando
confondete l’ego che percepite nell’altro con la sua identità, a parlare è il vostro ego che sta
usando il suo errore di valutazione per rinsaldarsi e lo fa credendo di aver ragione e
sentendosi comunque superiore, reagendo con una condanna, indignandosi con chi
percepisce come un nemico. Tutto questo è enormemente soddisfacente per l’ego. Rinforza il
suo senso di separazione fra voi e gli altri, e questo essere diversi è cresciuto così tanto che
non siete più capaci di sentire la vostra umanità comune, e neppure l’essere radicati in
un’unica Vita che condividete con ogni altro essere umano, la vostra divinità comune.
Quegli schemi egoici, che vi fanno reagire più intensamente quando li vedete negli altri e
che scambiate con la loro identità, generalmente tendono a essere gli stessi che sono in voi,
ma che non potete o non volete vedere in voi stessi. In questo senso avete molto da imparare
dai vostri nemici. Che cosa vi infastidisce di più in loro? Forse l’egoismo, l’avidità, la loro sete

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di potere e di controllo? O la mancanza di sincerità, la disonestà, la tendenza alla violenza?
Qualunque cosa vi faccia risentire e vi faccia reagire intensamente è anche in voi. Ma non è
altro che una forma di ego e, per questo, totalmente impersonale. Non ha niente a che vedere
con chi è quella persona, e non ha neppure nulla a che vedere con chi siete voi. Quando la
scambiate per chi siete, potete osservare in voi stessi come il senso del vostro sé ne sia
minacciato.
La guerra è un film mentale
In certi casi potete aver bisogno di proteggere voi stessi o qualcun altro dall’essere aggrediti,
ma attenzione a non farne la vostra missione per “eliminare il demonio”, perché correreste il
rischio di diventare ciò contro cui state lottando. Lottare contro l’inconsapevolezza trascina voi
stessi nell’inconsapevolezza. L’inconsapevolezza, il comportamento egoico disfunzionale, non
può mai essere vinto attaccandolo. Anche se sconfiggete il vostro avversario,
l’inconsapevolezza semplicemente sarà passata in voi, oppure il vostro avversario apparirà
sotto un’altra veste. Date nuova forza a qualunque cosa contro la quale combattete, e ogni
cosa alla quale resistete persiste.
Oggigiorno si ascolta spesso l’espressione “la guerra contro” questo o quello, e ogni volta
che la sento so che è condannata al fallimento. Vi è la guerra contro la droga, la guerra contro
il crimine, quella contro il terrorismo, contro il cancro, la guerra contro la povertà e così via.
Per esempio, malgrado la guerra contro il crimine e la droga, negli ultimi venticinque anni vi è
stato un drammatico incremento della criminalità e dei reati legati alla droga. La popolazione
carceraria negli Stati Uniti è cresciuta, dal 1980, da meno di 300 mila persone alla cifra
incredibile di 2.100.000 nel 2004. 4 La guerra contro le malattie ci ha dato, fra le altre cose, gli
antibiotici. All’inizio erano un successo straordinario, sembrava che ci permettessero di
vincere la guerra contro qualunque malattia infettiva. Oggi, molti esperti sono d’accordo sul
fatto che l’uso diffuso e indiscriminato di antibiotici ha creato una bomba a orologeria, cioè
quei tipi di batteri resistenti agli antibiotici chiamati super bugs, che probabilmente faranno
riemergere quelle malattie e quindi la possibilità di epidemie. Secondo il “Journal of the
American Medical Association”, i trattamenti medici sono negli Stati Uniti al terzo posto fra le
cause di morte dopo le malattie cardiovascolari e il cancro. L’omeopatia e la medicina cinese
sono due esempi di possibili approcci alternativi alla malattia che non curano la malattia come
un nemico e per questo non ne creano di nuove.
La guerra è un film mentale, e qualunque azione provenga da questo film, rinforzerà il
nemico, colui che viene percepito come demone. Se questa guerra si vincerà si creerà un
nuovo nemico, un nuovo demone, uguale o perfino peggiore di quello sconfitto. Vi è una
correlazione profonda fra il vostro stato di coscienza e la realtà esterna. Quando siete nella
morsa di un film mentale di guerra, la vostra percezione diviene non solo estremamente
selettiva, ma anche distorta. In altre parole, vedete solamente ciò che volete vedere e ne
distorcete il senso. Potete immaginare che genere di azione nasca da un sistema
ingannevole, illusorio come questo. O, invece di immaginarlo, guardate le notizie alla
televisione questa sera.
Riconoscete l’ego per quello che è: una disfunzione collettiva, la malattia della mente
umana. Quando lo riconoscete per quello che è, smettete di scambiarlo per l’identità di
qualcuno. Quando vedete l’ego per quello che è, diventa molto più facile non reagire. Non ne
farete più un fatto personale. Non vi saranno più lamentele, accuse o giudizi negativi.
Nessuno ha sbagliato. È solamente l’ego. La compassione arriva quando riconoscete che
tutto è sofferenza che deriva dalla stessa malattia della mente, in modo più o meno intenso. A
quel punto non alimentate più il dramma, che è parte di tutte le relazioni egoiche. E cosa è che
lo alimenta? La reattività. L’ego su questa, prospera.
Volete la pace o il dramma?

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Voi volete la pace. Non vi è nessuno che non voglia la pace. Ma vi è comunque qualcosa in
voi che vuole il dramma, che vuole il conflitto. Può darsi che per ora non siate in grado di
rendervene conto. Forse dovrete aspettare una situazione oppure un pensiero che faccia
partire in voi una reazione: magari qualcuno che vi accusi di questo o di quello, qualcuno che
non vi riconosca, che invada il vostro territorio, mettendo in discussione la maniera in cui
agite, magari un diverbio a proposito di soldi… Potete in quel momento sentire la potente
ondata che si alza in voi, la paura, magari mascherata dalla rabbia e dall’ostilità? Sentite la
vostra voce diventare roca o penetrante, o più alta o più bassa di qualche ottava? Potete
essere consapevoli della vostra mente che si slancia a difendere le sue posizioni, a
giustificare, ad attaccare, a ferire? In altre parole, potete in quel momento d’inconsapevolezza,
risvegliarvi? Potete sentire che vi è qualcosa in voi che è in guerra, qualcosa che si sente
minacciato e vuole sopravvivere a ogni costo, che ha bisogno del dramma per confermare la
propria identità come un personaggio vittorioso di una produzione teatrale? Sentite che vi è
qualcosa in voi che vuole aver ragione piuttosto che essere in pace?
Al di là dell’ego: la vostra identità
Quando l’ego è in guerra, sappiate che ciò che sta lottando per sopravvivere non è niente altro
che un’illusione. Quell’illusione crede di essere voi. Non è facile all’inizio essere lì
testimoniando la Presenza, specialmente quando l’ego è in uno stato d’animo di
sopravvivenza o quando si è attivato un qualche schema emozionale che viene dal passato,
ma una volta che ne avete avuto un assaggio, il potere della vostra Presenza crescerà e l’ego
perderà la sua presa su di voi. A quel punto nella vostra vita vedrete arrivare un potere che è
molto più grande dell’ego, più grande della mente. Tutto ciò che è necessario per liberarsi
dall’ego è esserne consapevoli, infatti consapevolezza ed ego sono incompatibili. La
consapevolezza è il potere che è nascosto nel momento presente. Ecco il motivo per cui la
possiamo anche chiamare Presenza. Il vero e ultimo obiettivo dell’esistenza umana, il vostro
proposito, è portare quel potere in questo mondo. E ciò perché liberarsi dell’ego non può
essere un obiettivo da raggiungere in un certo momento nel futuro. Solamente la Presenza
può liberarvi dall’ego, e voi potete soltanto essere presenti Adesso, non ieri e non domani.
Solo la Presenza è in grado di sciogliere in voi il passato e trasformare così il vostro stato di
coscienza.
Cosa è la realizzazione spirituale? Il credere che siete spirito? No, quello è un pensiero. Un
po’ più vicino alla verità del pensiero che crede che voi siete chi dice il vostro certificato di
nascita, ma comunque sempre un pensiero. La realizzazione spirituale è vedere chiaramente
che ciò che io percepisco, sperimento, penso o sento non è chi sono veramente, e che non
posso trovare me stesso in tutte quelle cose che costantemente muoiono. Il Buddha è stato
forse il primo essere umano che si
è reso chiaramente conto di questo, e quindi l’anatta, il non-sé, divenne uno dei punti centrali
del suo insegnamento. E quando Gesù ha detto: “Negate voi stessi” ciò che intendeva è:
negate, quindi disfate, l’illusione del sé. Se il sé, l’ego, fosse veramente chi sono io, sarebbe
assurdo negarlo.
Ciò che resta è la luce della coscienza nella quale le percezioni, le esperienze, i pensieri e i
sentimenti vanno e vengono. Quello è l’Essere, che è il vero e più profondo io. Quando
conosco me stesso come quello, qualunque cosa accada nella mia vita non è più di assoluta
ma soltanto di relativa importanza. Lo onoro ma perde la sua assoluta serietà, la sua
pesantezza. L’unica cosa che realmente importa è questa: posso sentire il mio Essere
essenziale, quell’IO SONO, sullo sfondo della mia vita, tutto il tempo? Per essere più precisi,
posso sentire l’IO SONO che IO SONO in questo momento? Posso sentire la mia identità
essenziale come la coscienza stessa? Oppure mi perdo in quello che sta accadendo, mi
perdo nella mente, nel mondo?
Tutte le strutture sono instabili

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Qualunque forma prenda l’inconsapevolezza che guida l’ego, questa tende a rinsaldare
l’immagine di chi penso di essere, il sé fantasma che esiste quando il pensiero, questa gran
benedizione ma anche gran maledizione, comincia a prendere il controllo oscurando così la
semplice ma profonda gioia della connessione con l’Essere, la Fonte, Dio. Qualunque
comportamento l’ego manifesti, la forza motivante nascosta è sempre la stessa, è la necessità
di mettersi in evidenza, di essere speciale, di avere il controllo, la necessità di avere potere, di
avere attenzione, di avere di più; e naturalmente, di sentire la separazione, che è come dire la
necessità di opporsi, di avere nemici.
L’ego vuole sempre qualcosa dagli altri, o dalle situazioni. Vi è sempre un programma
nascosto, sempre un senso di non averne ancora abbastanza, di insufficienza, di mancanza
che ha bisogno di essere soddisfatta. Usa la gente e le situazioni per avere ciò che vuole, e
anche quando gli va bene, questo non lo soddisfa per molto. Spesso è ostacolato nei suoi
piani e l’intervallo fra il voglio e ciò che invece è, diventa una fonte di angoscia e di malessere.
Quella famosa e ormai classica canzone (I can’t get no) Satisfaction è la canzone dell’ego.
L’emozione che sta dietro l’ego e che governa ogni sua attività è la paura. Paura di non essere
nessuno, paura di non esistere, paura della morte. E ogni sua azione è in fondo progettata per
eliminare questa paura, ma il massimo che l’ego può fare è di coprirla temporaneamente con
una nuova relazione intima, con un nuovo acquisto o con il vincere su questo o su quello.
L’illusione non vi soddisferà mai. Solamente la verità di chi siete, se realizzata, vi libererà.
Perché la paura? Perché l’ego si manifesta nell’identificazione con la forma, ma sa che, in
fondo, nessuna forma è permanente, che sono tutte illusorie. Per questo vi è sempre un senso
di insicurezza intorno all’ego anche quando all’esterno appare fiducioso.
Un giorno mentre camminavo con un amico in una bellissima riserva naturale in California,
vicino a Malibu, siamo arrivati a quella che era stata una casa di campagna e che ora era in
rovina, distrutta dalle fiamme molti decenni prima. Avvicinandoci alla proprietà, circondata
dagli alberi e da ogni tipo di magnifiche piante, abbiamo trovato un cartello messo lì dai
responsabili del parco. Diceva: PERICOLO, TUTTE LE STRUTTURE SONO INSTABILI. Così
dissi al mio amico che quello era un profondo sutra (una scrittura sacra). E siamo rimasti lì,
riverenti.
Quando vi rendete conto e accettate che tutte le strutture (forme) sono instabili, anche quelle
che appaiono materia solida, allora in voi si manifesta la pace. Questo perché il riconoscere
l’impermanenza di tutte le forme, risveglia in voi la dimensione della non-forma, che è oltre la
morte. Gesù l’ha chiamata “vita eterna”.
La necessità dell’ego di sentirsi superiore
Vi sono molte forme sottili di ego che possono facilmente non essere colte, che potete
osservare negli altri ma, cosa molto più importante, in voi stessi. Ricordate: nel momento in
cui diventate consapevoli dell’ego, quella consapevolezza che emerge è chi siete voi al di là
dell’ego, l’IO più profondo. Il riconoscimento del falso è già l’innalzarsi del reale.
Per esempio, quando state per raccontare a qualcuno le ultime novità: “Indovina un po’?
Ancora non lo sai? Lascia che te lo racconti”. Se siete sufficientemente all’erta,
sufficientemente presenti, potete individuare in voi un momentaneo senso di soddisfazione,
appena prima di comunicare le ultime notizie, anche se sono delle cattive notizie. Si deve al
fatto che per un breve istante c’è, agli occhi dell’ego, fra voi e l’altro, uno squilibrio in vostro
favore. Per quel breve istante voi ne sapete più dell’altro.
La soddisfazione che provate è dell’ego e proviene dal sentimento di un senso di un sé più
forte di quello dell’altro. Anche se lui o lei è il presidente o il papa, in quel momento vi sentite
superiori perché sapete di più. Molta gente ha l’abitudine di spettegolare anche per questo
motivo. Inoltre c’è il fatto che il pettegolezzo spesso ha un elemento di critica maligna e di
giudizio sugli altri, e che per questo rinforza l’ego grazie all’implicita, ma immaginaria,
superiorità morale che c’è ogni volta che giudichiamo negativamente gli altri.

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Se qualcuno ha di più, sa di più, o può fare più di me, l’ego si sente minacciato, perché il
sentimento di essere da meno sminuisce il suo immaginario senso del sé nel confronto con gli
altri. E allora può tentare di ritrovarlo criticando o sminuendo il valore delle cose, delle
conoscenze, delle abilità degli altri; oppure l’ego può cambiare strategia e, invece di
competere con l’altra persona, migliorerà se stesso associandosi con quella persona, se lui o
lei sono importanti agli occhi degli altri.
L’ego e la fama
Il fenomeno ben noto del lasciar cadere un nome, di far menzione casualmente di qualcuno
d’importante che conoscete, è parte della strategia dell’ego di guadagnarsi un’identità più
grande agli occhi degli altri e anche ai propri. La disgrazia dell’essere famosi in questo mondo
è che chi siete veramente viene totalmente oscurato da una immagine mentale collettiva. La
maggior parte delle persone che incontrate vuole accrescere la propria immagine, l’immagine
mentale di chi sono, grazie all’associazione con voi. Può darsi che loro stessi non sappiano
neppure di non essere affatto interessati a voi, ma solo a rafforzare il loro fittizio senso del sé.
Credono che, insieme a voi, possono essere di più. Stanno cercando di completare loro stessi
grazie a voi, o piuttosto grazie all’immagine mentale che hanno di voi come persone famose,
un’eccezionale identità concettuale collettiva.
L’assurda supervalutazione della fama è soltanto una delle molte manifestazioni dell’egoica
follia del nostro mondo. Alcune fra le persone famose cadono nello stesso errore e si
identificano con quell’immagine che la gente e i media hanno creato di loro, con quella fiction
collettiva, e cominciano a credere di essere superiori ai comuni mortali. Come risultato si
allontanano sempre più da loro stessi e dagli altri, ritrovandosi sempre più infelici, sempre più
dipendenti dalla loro popolarità. Circondati solamente da persone che si nutrono della propria
immagine gonfiata, diventano incapaci di avere relazioni genuine.
Albert Einstein, che era ammirato quasi come un superuomo e il cui destino è stato quello di
diventare una delle persone più famose del pianeta, non si identificò mai con l’immagine che
la mente collettiva aveva creato di lui. È sempre rimasto umile, senza ego. Parlava infatti della
“contraddizione grottesca fra quelle che la gente considera essere le mie abilità e i miei
risultati, e la realtà di quello che sono e di quello di cui sono capace”. 5

Questo è il motivo per cui è così difficile per una persona famosa instaurare una vera
relazione con gli altri. Una relazione genuina è quella non dominata dall’ego con la sua
creazione di immagine e la sua ricerca di sé. In una relazione genuina c’è un fluire di aperta,
vigile attenzione verso l’altra persona, e non c’è alcun tipo di desiderio. Quell’attenzione vigile
è Presenza. È il requisito per ogni relazione autentica. L’ego vuole comunque qualcosa,
oppure se crede che non vi sia niente da ottenere dall’altro, è in uno stato di completa
indifferenza. Non si cura di voi. I tre predominanti stati egoici nelle relazioni sono: il desiderio,
il desiderio non soddisfatto (rabbia, risentimento, recriminazione, lamentela) e l’indifferenza.
1. Luca 6,41.
2. Giovanni 14,6.
3. Yossi K. Halevi, Introspective as Prerequisite for Peace, “New York Times”, 7 settembre
2002.
4. U.S. Department of Justice, Bureau of Justice Statistics, Prison Statistics, giugno 2004.
5. Albert Einstein, Come io vedo il mondo, Newton Compton, Roma 2002.
IV
La rappresentazione dei ruoli: le molte facce dell’ego
Un ego che vuole qualcosa da un altro (e quale ego non ne vuole?) interpreterà un ruolo
affinché le sue necessità vengano soddisfatte, sia che si tratti di guadagni materiali, di potere,
di superiorità, di essere speciali, o di qualche gratificazione, sia fisica sia psicologica. In
genere, la gente è totalmente inconsapevole dei ruoli che interpreta. Crede di essere quei
ruoli. Alcuni sono ruoli dissimulati, altri sono sfacciatamente ovvi, salvo che per le persone che

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li interpretano. Alcuni ruoli sono semplicemente creati per ottenere l’attenzione degli altri.
L’ego si rinforza grazie all’attenzione degli altri, che è, dopo tutto, una forma di energia
psichica. L’ego non sa che la fonte di ogni energia è dentro di voi e così la cerca fuori. L’ego
non cerca l’attenzione senza forma che è la Presenza, ma l’attenzione in una certa forma,
come l’essere riconosciuti, apprezzati, ammirati o l’essere in qualche modo notati, aver
riconosciuta la propria esistenza.

Una persona timida che ha paura dell’attenzione degli altri non è libera dall’ego, ma ha un
ego ambivalente che vuole e teme l’attenzione degli altri. Ha paura che questa prenda la
forma della disapprovazione o della critica, qualcosa che, per così dire, diminuisca il senso del
sé piuttosto che accrescerlo. La paura che un timido ha dell’attenzione è più grande della sua
necessità di attenzione. La timidezza spesso si accompagna a un concetto di sé negativo,
all’idea di essere inadeguati. Qualunque senso del sé concettuale – vedere me stesso come
questo o quello – è ego, sia esso positivo (io sono il migliore) o negativo (io non vado bene).
Dietro ogni senso del sé concettuale positivo, vi è la paura nascosta di non andare
abbastanza bene. Dietro ogni senso del sé concettuale negativo vi è il desiderio nascosto di
essere il più grande o il migliore. Dietro il sentimento di sicurezza e la continua necessità di
essere superiori che ha l’ego, vi è la paura inconscia di essere inferiore. Di contro, il timido,
l’ego inadeguato che si sente inferiore, ha un forte e nascosto desiderio di superiorità. Molta
gente oscilla fra i sentimenti di superiorità e quelli di inferiorità, dipendendo dalle situazioni o
dalle persone con le quali entra in contatto. Tutto ciò che avete bisogno di osservare e di
sapere di voi stessi è questo: ogni volta che vi sentite superiori o inferiori a un altro, quello è
l’ego in voi.
Il cattivo, la vittima, l’amante
Alcuni ego, se non possono avere lodi o ammirazione, cercheranno nuove forme di attenzione
interpretando altri ruoli per ottenerle. Se non possono avere attenzione positiva, allora
possono cercarne una negativa provocando, per esempio, una reazione di quel tipo in qualcun
altro. Si fa questo fin da bambini. Si fanno i capricci per avere attenzione. Si interpretano ruoli
negativi soprattutto quando l’ego è accresciuto da un corpo di dolore attivo, cioè da un dolore
emozionale che proviene dal passato e che vuole rinnovarsi sperimentando ancora dolore.
Alcuni ego commettono crimini alla ricerca di fama. Cercano attenzione grazie alla notorietà e
grazie alla condanna degli altri. Sembrano chiedere: “Ditemi, per favore, che esisto, che non
sono insignificante”. Questa forma patologica di ego è soltanto una forma più estrema degli
ego normali.
Un ruolo molto comune è quello di vittima, e la forma di attenzione che questa cerca è la
comprensione o la pietà: che gli altri si interessino ai miei problemi, “me e la mia storia”.
Vedere se stesso come vittima appartiene a molti schemi egoici, come chi si lamenta, si
offende, si sdegna. Quando mi identifico con una storia nella quale mi sono dato il ruolo di
vittima, non voglio che questa finisca perché, come ogni terapista sa, l’ego non vuole che i
suoi “problemi” si risolvano, perché sono parte della sua identità. Se nessuno ascolterà la mia
triste storia, posso ripetermela ancora e ancora da solo mentalmente, e aver pena di me, e
così avere l’identità di qualcuno che è stato trattato ingiustamente dalla vita o dagli altri, dal
fato o da Dio. Definisce l’immagine di me stesso, mi rende qualcuno, e questo è tutto ciò che
importa all’ego.
All’inizio di molte relazioni cosiddette “romantiche”, è abbastanza comune rivestire un ruolo,
per attrarre e mantenere chi viene percepito dall’ego come colui o colei che mi farà felice, che
mi farà sentire speciale, e che soddisferà tutte le mie necessità. “Sarò chiunque vuoi che sia,
e tu sarai chi voglio che tu sia.” Questo è l’accordo tacito e inconsapevole. Ma rappresentare
un ruolo è un lavoro duro, e per questo non può essere mantenuto per sempre, specialmente
quando si inizia a vivere insieme. E allora quando questo ruolo scivola via, cosa vedete? In
molti casi sfortunatamente, non vedete ancora la vera essenza di quell’essere, ma solo quello

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che copre la vera essenza: il nudo ego svestito dei suoi ruoli, che è il corpo di dolore, e il suo
desiderio insoddisfatto che ora è diventato rabbia, diretta soprattutto verso il partner per aver
fallito nell’allontanare la paura che vi è sotto, e quel senso di mancanza che è una parte
intrinseca dell’egoico senso del sé.
Ciò che comunemente viene definito come “innamorarsi” è in molti casi un’intensificazione del
desiderio e dell’aver bisogno dell’ego. Diventate dipendenti da un’altra persona, o piuttosto
dall’immagine che avete dell’altra persona. Non ha niente a che vedere con il vero amore che
non contiene nessun tipo di bramosia.
La lingua spagnola è la più onesta riguardo alle nozioni convenzionali di amore, perché te
quero vuol dire ti voglio, così come ti amo. L’altra espressione te amo, che non ha nessuna
ambiguità, viene usata raramente, può darsi perché il vero amore è ugualmente raro.
Lasciar andare le definizioni di sé
Nelle antiche culture tribali vennero assegnate determinate funzioni a determinate persone:
sovrani, sacerdoti, sacerdotesse, guerrieri, contadini, mercanti, artigiani, braccianti e così via.
Si sviluppò così un sistema di classe. La vostra funzione, nella maggior parte dei casi
ereditata dalla famiglia, determinava la vostra identità, chi eravate agli occhi degli altri e anche
ai vostri stessi occhi. La funzione diveniva un ruolo, ma non era riconosciuta come tale: era
chi eravate o pensavate di essere. A quel tempo solamente poche persone, come Buddha o
Gesù, videro l’estrema irrilevanza della casta o della classe sociale, e la riconobbero come
un’identificazione con la forma, rendendosi conto che una tale identificazione con il
condizionamento e la temporalità oscurava la luce dell’incondizionato e dell’eterno che
risplende in ogni essere umano.
Le strutture sociali del nostro mondo contemporaneo sono meno rigide, meno chiaramente
definite di come erano nel passato. E anche se molte persone sono naturalmente ancora
condizionate dal loro ambiente, non viene più attribuita loro automaticamente una funzione e
un’identità. Infatti nel mondo moderno un numero sempre maggiore di persone sono confuse
sull’appartenenza, su quale sia il loro scopo e anche su chi siano. In genere io mi congratulo
con le persone che mi dicono di non sapere più chi sono. E a quel punto mi guardano
perplesse e mi domandano se sto dicendo che essere confusi è una buona cosa e io
suggerisco loro di indagare. Cosa significa essere confusi? L’“Io non so” non è confusione.
Confusione è invece l’“Io non so ma dovrei saperlo” oppure il “Non lo so ma ho bisogno di
saperlo”. È possibile abbandonare l’idea che dovete o avete bisogno di sapere chi siete? In
altre parole, potete smettere di cercare definizioni concettuali per dare a voi stessi un senso
del sé? Potete smettere di sperare in un pensiero per avere un’identità? Quando lasciate
andare la convinzione che avete bisogno o dovreste sapere chi siete, cosa accade alla vostra
confusione? Improvvisamente scompare. Quando accettate pienamente di non sapere,
entrate subito in uno stato di pace e di chiarezza che è più vicino a chi siete veramente, più di
quanto un pensiero lo possa mai essere. Definire voi stessi con un pensiero è limitarvi.
I ruoli prestabiliti
Naturalmente a questo mondo persone diverse hanno funzioni diverse. Non può essere
altrimenti. Gli esseri umani differiscono enormemente sia per le abilità fisiche sia per quelle
intellettuali, le conoscenze, le capacità, i talenti e i livelli di energia. Ciò che realmente importa
non è la funzione che svolgete in questo mondo, ma il fatto che vi identificate con quella
funzione fino al punto da esserne posseduti e da diventare il ruolo che svolgete. Quando
interpretate un ruolo siete inconsapevoli. Quando vi scoprite a interpretare un ruolo, quel
riconoscimento genera uno spazio fra voi e il ruolo stesso. È l’inizio della liberazione dal ruolo.
Quando siete completamente identificati con un ruolo, confondete uno schema di
comportamento con chi siete, e vi prendete molto sul serio. E automaticamente assegnate dei
ruoli anche agli altri, che si relazionano con i vostri. Per esempio, quando andate dai medici

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che sono completamente identificati nel ruolo, per loro non siete un essere umano ma un
paziente o un caso clinico.
Malgrado le strutture sociali nel mondo contemporaneo siano meno rigide che nelle culture
antiche, vi sono ancora molte funzioni prestabilite o ruoli con i quali la gente è pronta a
identificarsi e che divengono anche parti dell’ego.
Questo fa sì che le relazioni umane perdano autenticità diventando alienate e disumane.
Questi ruoli prestabiliti possono comunque darvi un confortante senso d’identità, ma in essi
finite per perdere voi stessi. Le funzioni che la gente ha nelle organizzazioni gerarchiche,
come quelle militari, quelle ecclesiastiche, le istituzioni governative, le grandi società si
prestano facilmente ad assumere l’identità da quel ruolo. È impossibile avere interazioni
umane autentiche quando perdete voi stessi in un ruolo.
Alcuni ruoli prestabiliti potremmo chiamarli archetipi sociali. Per menzionarne solamente
alcuni: la casalinga di classe media (non così diffusa come una volta ma ancora abbastanza
comune), il maschio cosiddetto “macho”, la femmina seduttrice, l’artista anticonformista,
l’intellettuale (un ruolo abbastanza comune in Europa) che mostra di avere una conoscenza
nel campo letterario, artistico, musicale così come altri mostrano un abito o una vettura
costosa. E poi c’è il ruolo universale dell’adulto. Quando lo interpretate, prendete voi stessi e
la vita molto seriamente. La spontaneità, la spensieratezza e la gioia non fanno parte di
questo ruolo.
Il movimento hippie, che è cominciato sulla West Coast degli Stati Uniti negli anni Sessanta
e che si è poi diffuso nel mondo occidentale, ha preso le mosse dal rifiuto da parte dei giovani
degli archetipi sociali, dei ruoli e degli schemi prestabiliti di comportamento così come delle
strutture economiche e sociali basate sull’ego. Si rifiutarono di interpretare quei ruoli che la
famiglia e la società volevano loro imporre. È simbolico che questo abbia coinciso con gli
orrori della guerra nel Vietnam, nella quale sono morti più di 58 mila giovani americani e 3
milioni di vietnamiti e attraverso la quale la follia del sistema e il conseguente film mentale
sono stati esposti alla vista di tutti. Malgrado il fatto che negli anni Cinquanta la maggior parte
degli americani fosse estremamente conformista nei comportamenti e nel pensiero, negli anni
Sessanta milioni di persone cominciarono a rifiutare l’identificazione con l’identità concettuale
collettiva, perché la follia della collettività era ormai ovvia. Il movimento hippie rappresentò un
ammorbidimento delle rigide strutture egoiche nella psiche dell’umanità. Il movimento
degenerò e terminò ma non senza lasciare un’apertura, e non solo per coloro che vi avevano
fatto parte. Grazie al movimento hippie, l’antica saggezza e spiritualità orientale è stata
conosciuta in Occidente e ha giocato un ruolo essenziale nel risveglio della coscienza globale.
I ruoli temporanei
Se siete abbastanza svegli, abbastanza consapevoli, da osservarvi interagire con gli altri,
potete rendervi conto di sottili mutamenti nella vostra maniera di parlare, nell’attitudine e nel
comportamento, che cambia a seconda della persona con cui state interagendo. All’inizio può
essere più facile osservarlo negli altri e, solo dopo, vederlo in voi stessi. La maniera in cui
parlate con il vostro capo può essere sottilmente differente da come parlate al portiere. Come
vi rivolgete a un bambino può essere diverso da come vi rivolgete a un adulto. Perché?
Perché state interpretando ruoli. Non siete voi stessi, né con il presidente, né con il portiere e
neppure con il bambino. Quando entrate in un negozio per comprare qualcosa, quando
entrate al ristorante, in banca, nell’ufficio postale, potete vedervi scivolare in ruoli sociali
prestabiliti. Diventate un cliente e parlate e agite come tale. E potete essere trattato come tale
dal commesso o dal cameriere che stanno anche loro interpretando un ruolo. Entra in azione
una gamma di schemi condizionati di comportamento che determinano la natura di interazione
fra due esseri umani. Ciò che interagisce non sono gli esseri umani, ma le immagini mentali
concettuali. Più la gente è identificata con i suoi rispettivi ruoli, più la relazione diventa non
autentica.

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Voi avete un’immagine mentale non solo di chi è l’altro, ma anche di chi siete voi,
specialmente riguardo alla persona con cui state interagendo. Quindi non vi state
relazionando per niente con quella persona, ma chi pensate che siete si sta relazionando con
chi pensate che sia l’altro. L’immagine concettuale che la vostra mente ha creato di voi stessi
si sta relazionando con la propria creazione, che è l’immagine concettuale che ha creato
dell’altra persona. La mente dell’altro ha probabilmente fatto lo stesso, così ogni interazione
egoica fra due persone è in realtà una interazione fra quattro identità concettuali create dalla
mente, che sono alla fin fine “fiction”. Non è affatto sorprendente che vi siano così tanti conflitti
nelle relazioni. Non vi è una vera relazione.
Il monaco dalle mani sudate
Kasan, un monaco e maestro zen, stava officiando il funerale di un nobile famoso. Mentre
aspettava che il governatore della provincia e altri signori e signore arrivassero, notò che
aveva le palme delle mani sudate.
Il giorno seguente radunò i suoi discepoli e confessò loro di non essere ancora pronto per
essere un vero maestro. Spiegò che gli mancava ancora la capacità di comportarsi
ugualmente di fronte a tutti gli esseri umani, fossero essi mendicanti o re. Non era ancora
capace di guardare oltre i ruoli sociali e le identità concettuali e vedere come tutti gli esseri
umani fossero uguali. Così se ne andò e diventò discepolo di un altro maestro. Ritornò da
quelli che erano stati i suoi discepoli otto anni più tardi, illuminato.
La felicità come ruolo verso la vera felicità
“Come stai?” “Benissimo, non potrei stare meglio.” Vero o falso?
In molte occasioni l’esser felice è un ruolo che la gente rappresenta mentre dietro alla
facciata sorridente vi è un grande dolore. Sentirsi abbattuti, depressi e avere reazioni
eccessive è comune quando si copre l’infelicità con un aspetto esteriore sorridente e bianchi
denti brillanti, mentre invece vi è il mancato riconoscimento, a volte perfino con se stessi, di
quanta infelicità vi sia.
“Benissimo” è un ruolo che l’ego interpreta più comunemente in Nord America che in altri
paesi dove l’essere e apparire infelice è quasi la norma e persino più socialmente accettabile.
È probabilmente un’esagerazione ma mi è stato detto che nella capitale di un paese del Nord
si corre il rischio di essere arrestati per comportamento molesto se si sorride agli sconosciuti
per strada.
Se vi è in voi infelicità bisogna per prima cosa riconoscere che c’è. Ma senza dire: “Io sono
infelice”. L’infelicità non ha niente a che vedere con chi siete. Dite invece: “Vi è infelicità in me”
e dopo indagate. Può darsi che una situazione nella quale vi trovate abbia a che vedere con
questo. Può essere necessario intraprendere un’azione per cambiare questa situazione o per
riuscire a uscirne.
Se non vi è nulla che potete fare, affrontate quello che c’è e dite a voi stessi: “Bene, in
questo momento le cose stanno così, posso accettarle o sentirmi infelice”. La causa primaria
di infelicità sono i vostri pensieri sulla situazione, non è mai la situazione in sé. Siate
consapevoli dei pensieri che avete. Separateli dalla situazione, che è sempre neutrale, che è
sempre così come è. Vi è la situazione o il fatto e vi sono i miei pensieri a questo proposito.
Invece di creare storie, state ai fatti. Per esempio “Sono rovinato” è una storia che vi limita e vi
impedisce di intraprendere le azioni necessarie. “Mi sono rimasti cinquanta centesimi nel mio
conto in banca” è un fatto. Guardare in faccia i fatti dà sempre potere. Siate consapevoli che
quello che pensate crea in gran parte le emozioni che provate. Sentite la connessione fra i
pensieri e le emozioni. E invece di essere i pensieri e le emozioni, siate la consapevolezza
che vi è dietro.
Non cercate la felicità, se la cercate non la troverete perché cercare è l’antitesi della felicità.
La felicità è sempre sfuggente, ma si può ottenere adesso la liberazione dall’infelicità,

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fronteggiando ciò che è invece di inventarvi delle storie. L’infelicità copre il vostro naturale
stato di benessere e di pace interiore, la fonte della vera felicità.
L’essere genitori: ruolo o funzione?
Molti adulti interpretano un ruolo quando parlano con i bambini piccoli, facendo uso di suoni o
di parole sciocche. Parlano dall’alto in basso, non trattano il bambino come un loro pari. Il fatto
che temporaneamente sappiate di più e che siate più grandi non significa che il bambino non
sia un vostro pari. La maggioranza degli adulti a un certo punto della vita, diventa genitore,
uno dei ruoli più comuni. La domanda importante è: siete in grado di compiere la funzione di
genitore e di compierla bene senza identificarvi con essa, cioè senza farla diventare un ruolo?
Parte della necessaria funzione di genitore è quella di provvedere alle necessità del piccolo,
proteggerlo dai pericoli e dire al bambino ciò che deve o non deve fare. Quando essere
genitore diventa un’identità, quando insomma il vostro senso del sé interamente o in gran
parte deriva da questo, allora la funzione viene enormemente enfatizzata, esagerata e ha il
sopravvento su di voi. In quel caso il dare al bambino ciò di cui ha bisogno si fa eccessivo e
diventa un viziare; e proteggerlo dal pericolo diventa un eccesso di tutela che finisce per
interferire con la necessità di esplorare il mondo e di scoprire le cose da solo. Dire ai bambini
cosa fare o cosa non fare diventa prepotenza e controllo.
Ma c’è di più: l’identità collegata a quel ruolo permane anche quando non vi è più la
necessità di quelle particolari funzioni. I genitori in questo caso non possono smettere di fare i
genitori anche quando il bambino è diventato adulto. Non possono fare a meno di sentirsi
indispensabili al loro figlio. Anche quando l’adulto-bambino ha quarant’anni, i genitori non
smettono di credere di sapere ciò che è meglio per lui. Il ruolo di genitore è ancora messo in
atto compulsivamente e per questo non si crea una relazione autentica. I genitori definiscono
se stessi grazie a quel ruolo e sono inconsciamente spaventati dal perdere la loro identità se
smettono di ricoprirlo. Se il desiderio di controllare o di influenzare le azioni del loro adulto
-bambino viene minacciato, come normalmente accade, cominciano a criticare o a mostrare la
loro disapprovazione, o a cercare di farlo sentire in colpa, tutto questo in un tentativo
inconsapevole di mantenere il loro ruolo, la loro identità. Possono superficialmente apparire
preoccupati per il loro figlio, e loro stessi lo credono, ma in realtà sono preoccupati di
conservare il loro ruolo, la loro identità. Tutte le motivazioni dell’ego hanno un interesse
personale, qualcosa mascherato intelligentemente, anche per la persona nella quale l’ego
opera.
Una madre o un padre che si identificano con il ruolo di genitori possono anche cercare di
diventare più completi grazie ai loro bambini. La necessità dell’ego di manipolare gli altri per
riempire quel senso di mancanza che prova continuamente si dirige verso i figli. Se le
motivazioni e i presupposti, per la maggior parte inconsapevoli, che ci sono dietro alla
compulsione dei genitori a manipolare i loro bambini, divenissero coscienti e fossero espressi,
probabilmente includerebbero qualcosa di simile: “Voglio che tu realizzi ciò che non ho
realizzato io, voglio che tu sia qualcuno agli occhi del mondo, così che anch’io, grazie a te,
possa diventare qualcuno. Non mi deludere. Mi sono sacrificato così tanto per te. La mia
disapprovazione vuole farti sentire così colpevole e così scomodo da farti conformare ai miei
desideri. E non c’è bisogno di dire che io so cosa è meglio per te. Io ti voglio bene e
continuerò a volertene se tu fai ciò che io so essere meglio per te”.
Vedete immediatamente come sono assurde queste motivazioni inconsapevoli quando
permettete che diventino coscienti. Allora l’ego che si cela dietro di esse diventa visibile così
come la sua disfunzione. Alcuni genitori con i quali ho parlato si sono improvvisamente resi
conto: “Oh Dio mio, è questo quello che ho fatto?”.
Non appena vi rendete conto di come avete agito, ne vedete anche la futilità, e allora quello
schema inconsapevole finisce da solo. La consapevolezza è il più grande mezzo per il
cambiamento.

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Se i vostri genitori vi stanno facendo questo, non dite loro che sono inconsapevoli e che
sono posseduti dall’ego, perché questo li renderebbe ancora più inconsapevoli; infatti l’ego
assumerebbe una posizione di difesa. È sufficiente che riconosciate che questo non è chi
sono, ma che è il loro ego. Gli schemi dell’ego, anche quelli più vecchi, a volte si dissolvono
quasi miracolosamente, quando interiormente non vi opponete, poiché l’opposizione non fa
che dare nuova forza agli schemi stessi. Ma anche se questo non accade, potete accettare il
comportamento dei vostri genitori con compassione, senza necessità di reagire, cioè senza
farne un fatto personale.

Siate anche consapevoli della vostra convinzione inconscia o delle aspettative che ci sono
dietro alle vecchie abituali reazioni contro di loro. “I miei genitori dovrebbero approvare ciò che
faccio. Dovrebbero comprendermi e accettarmi per quello che sono.” Veramente? E perché
dovrebbero? Il fatto è che non lo fanno perché non possono. Il livello evolutivo della loro
coscienza non ha ancora fatto un salto di consapevolezza. Non sono ancora capaci di
disidentificarsi dal loro ruolo. “Però io non posso sentirmi felice e in pace con ciò che sono
veramente a meno di non avere la loro approvazione e la loro comprensione.” Veramente?
Che differenza fa realmente la loro approvazione o la loro disapprovazione su chi siete? Tutte
queste supposizioni che non indaghiamo causano un gran movimento emozionale, una inutile
infelicità.
State attenti. Alcuni dei pensieri che vi attraversano la mente sono forse la voce
interiorizzata di vostro padre o di vostra madre che magari dicono qualcosa come “Non sei
abbastanza in gamba. Non concluderai mai niente”, o qualche altro giudizio o condizione
mentale? Se vi è consapevolezza
in voi, allora sarete capaci di riconoscere quella voce nella testa per ciò che è: un vecchio
pensiero, influenzato dal passato. Se vi è consapevolezza in voi, non avete più bisogno di
credere a ogni vostro pensiero. Non è niente altro che un vecchio pensiero. Consapevolezza
vuol dire Presenza e solamente la Presenza può dissolvere in voi l’inconsapevolezza del
passato.
Ram Dass ha detto che se credete di essere illuminati, allora andate a passare una
settimana con i vostri genitori. Questo è un buon consiglio. La relazione con i vostri genitori
non è solamente la relazione primaria che condiziona tutte le relazioni seguenti, ma è anche
un buon test per il vostro grado di Presenza. Più una relazione ha un passato condiviso, più
avete bisogno di essere presenti, altrimenti vedrete necessariamente risollevarsi di nuovo il
passato.
Soffrire coscientemente
Se avete dei bambini piccoli fate del vostro meglio per essere loro d’aiuto, di guida, e per
proteggerli, ma soprattutto, date loro spazio, spazio di essere. Sono venuti al mondo grazie a
voi, ma non sono “vostri”. La convinzione che “Io so quello che è meglio per te” può
corrispondere a verità quando sono piccoli ma, man mano che crescono, diventa sempre
meno vero. Quanto maggiori sono le aspettative sul come si dovrebbe svolgere la loro vita
tanto più invece di essere presenti per loro, siete nella vostra mente. Alla fine essi
commetteranno degli errori e sperimenteranno inevitabilmente qualche forma di sofferenza
come succede a tutti gli umani; in realtà possono essere errori solamente dalla vostra
prospettiva. Quello che per voi rappresenta un errore può essere esattamente quello che i
vostri figli hanno bisogno di fare o di sperimentare. Fate del vostro meglio per dare loro aiuto e
guida, ma comprendete anche che, a volte, ci possono essere circostanze nelle quali dovete
permettere che commettano degli errori, specialmente quando si avvicinano all’età adulta. A
volte dovete permettere anche che soffrano. La sofferenza può nascere in modo del tutto
inaspettato oppure come conseguenza dei loro errori.
Non sarebbe meraviglioso se foste in grado di risparmiare loro tutta la sofferenza? No, non
lo sarebbe. Non si evolverebbero come esseri umani e rimarrebbero superficiali, identificati

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con la forma esteriore delle cose. La sofferenza ci porta in profondità. Il paradosso è che la
sofferenza è causata dall’identificazione con la forma ma, contemporaneamente, erode
l’identificazione con la forma. Gran parte di essa è causata dall’ego, benché alla fine sia
proprio la sofferenza a distruggere l’ego, ma questo non accade finché non soffrite
coscientemente.
L’umanità è destinata ad andare al di là della sofferenza, ma non nel modo che pensa l’ego.
Una delle molte assunzioni errate dell’ego, uno dei suoi molti pensieri ingannevoli è: “Non
dovrei soffrire”. A volte tale pensiero viene trasferito su qualcuno vicino a voi: “Il mio bambino
non dovrebbe soffrire”. E proprio questo pensiero è alla radice della sofferenza.
La sofferenza ha un nobile scopo: l’evoluzione della coscienza e la dissoluzione dell’ego.
L’uomo in croce è un archetipo. Rappresenta ogni uomo, ogni donna. Quanto più opponete
resistenza alla sofferenza, tanto più il processo è lento perché la resistenza crea ancora più
ego da dissolvere. Quando invece voi accettate la sofferenza, vi è un’accelerazione del
processo perché soffrite consapevolmente. Potete accettare la sofferenza per voi stessi o per
qualcun altro, come per vostro figlio o per un vostro genitore. Nel mezzo della sofferenza
consapevole vi è già la trasmutazione. Il fuoco della sofferenza diventa la luce della
coscienza.
L’ego dice: “Non dovrei soffrire”, e questo pensiero vi fa soffrire ancora di più. È una
distorsione della verità, che è sempre paradossale. La verità è che avete bisogno di dire sì alla
sofferenza prima che possiate trascenderla.
Essere genitori coscienti
Molti bambini provano rabbia e risentimento nascosti verso i loro genitori e spesso la causa ha
origine nella non autenticità della relazione. Il bambino desidera profondamente che il genitore
sia presente per lui come essere umano e non come ruolo, non importa quanto
coscienziosamente questo ruolo sia interpretato. Voi potete fare tutte le cose giuste e
mettercela tutta per il vostro bambino, ma anche se fate del vostro meglio non è abbastanza.
Infatti, il fare non è mai abbastanza se trascurate l’Essere. L’ego non sa nulla dell’Essere, ma
crede che, alla fine, voi sarete salvati dal fare. Se siete nella morsa dell’ego, credete che se
fate sempre di più, alla fine accumulerete abbastanza “fare” per potervi sentire completi in un
momento futuro. Non succederà. Perderete solo voi stessi nel fare. L’intera civiltà sta
perdendo se stessa in un fare che non è radicato nell’Essere e quindi diventa futile.
Come si fa a portare l’Essere nella vita di una persona, a portare l’Essere nella relazione
con il vostro bambino? La chiave sta nel dargli attenzione. Vi sono due tipi di attenzione. Una
potremmo chiamarla attenzione basata sulla forma. L’altra è attenzione senza forma.
L’attenzione basata sulla forma è sempre collegata in qualche modo con il fare o con criteri di
valutazione. “Hai fatto i compiti? Mangia la tua cena. Metti in ordine la tua stanza. Lavati i
denti. Fai questo. Smetti di fare questo. Sbrigati, preparati.”
Qual è la prossima cosa da fare? Questa domanda riassume bene cos’è la vita familiare in
molte case. L’attenzione basata sulla forma è naturalmente necessaria e ha la sua
importanza, ma se è tutto quello che c’è nella relazione con il vostro bambino, manca la
dimensione più vitale. In questo caso l’Essere è completamente oscurato dal fare, dalle “cure
del mondo”, come disse Gesù. L’attenzione senza forma è inseparabile dalla dimensione
dell’Essere.
E come accade questo? Mentre guardate, ascoltate, toccate, o aiutate il vostro bambino, voi
siete svegli, quieti, completamente presenti, non volendo null’altro che questo momento così
com’è. State facendo spazio all’Essere. Se siete presenti, non siete né madre né padre. Siete
l’attenzione, la quiete, la Presenza che sta ascoltando, guardando, toccando, perfino
parlando. Siete l’Essere dietro il fare.
Riconoscere il vostro bambino

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Siete un essere umano. Cosa significa? La maestria della vita non si basa sul controllo, ma
sul trovare un equilibrio fra l’umano e l’Essere. Madre, padre, marito, moglie, giovane,
vecchio, i ruoli che voi rappresentate, la funzione che assolvete, qualsiasi cosa facciate, tutto
ciò appartiene alla dimensione umana. L’umano deve avere la sua parte e bisogna onorarla,
ma non è sufficiente per una relazione o una vita completa e significativa. Non importa che
cosa abbiate raggiunto o quanto duramente abbiate tentato, l’umano da solo non è mai
sufficiente. Allora vi è l’Essere. Lo trovate nella quieta, vigile presenza della Coscienza stessa,
la Coscienza che siete voi. L’umano è forma. L’Essere è non-forma. L’umano e l’Essere non
sono separati ma strettamente connessi.
Nella dimensione umana, voi, senza alcun dubbio, siete superiori al vostro bambino. Siete più
grandi, più forti, ne sapete di più, potete fare di più. Se conoscete solo questa dimensione vi
sentirete superiori a lui, anche se in modo inconscio; e lo farete sentire inferiore, anche se in
modo inconscio. Non c’è uguaglianza tra voi e il vostro bambino perché nella vostra relazione
c’è solo forma e, nella forma, naturalmente non siete alla pari. Potete amare il vostro bambino,
ma il vostro amore sarà solamente umano, che è come dire, condizionato, possessivo,
intermittente. Solo al di là della forma siete in uno stato di uguaglianza e solo quando trovate
in voi stessi la dimensione della non-forma vi può essere vero amore nella relazione. La
Presenza che siete voi, l’IO SONO senza tempo, riconosce se stesso nell’altro, e l’altro, in
questo caso il vostro bambino, si sente amato, che è come dire, riconosciuto.
Amare significa riconoscere voi stessi nell’altro. Allora l’estraneità dell’altro si rivela come
un’illusione appartenente al regno puramente umano, il regno della forma. L’aspirazione
profonda che è in ogni bambino è l’aspirazione a essere riconosciuto, non a livello della forma,
ma a livello dell’Essere. Se i genitori onorano solamente la dimensione umana del bambino
ma trascurano l’Essere, il bambino sentirà che la relazione è insoddisfacente, che manca
qualcosa di assolutamente vitale e vi sarà in lui un dolore crescente e qualche volta un
inconscio risentimento verso i genitori. “Perché non mi riconoscete?” Questo è quello che
sembra dire il dolore o il risentimento.
Quando un altro vi riconosce, quel riconoscimento attira ancora di più la dimensione
dell’Essere in questo mondo, grazie a entrambi. Questo è l’amore che redime il mondo. Ho
parlato di ciò facendo riferimento specifico alla relazione con i vostri bambini, ma naturalmente
si applica a tutte le relazioni.
È stato detto “Dio è amore” ma questo non è assolutamente corretto. Dio è l’Unica Vita, al di
fuori e dentro tutte le innumerevoli forme di vita. L’amore implica la dualità: chi ama e chi è
amato, soggetto e oggetto.
Così l’amore è il riconoscimento dell’unità nel mondo della dualità. Questa è la nascita di
Dio nel mondo della forma. L’amore rende il mondo meno mondano, meno denso, più
trasparente alla dimensione divina, la luce della coscienza stessa.
La rinuncia a interpretare dei ruoli
Una lezione essenziale dell’arte del vivere che ognuno di voi è qui a imparare è quella di fare
qualsiasi cosa vi venga richiesta in ogni situazione, senza che diventi un ruolo nel quale vi
identificate. Avrete molto più potere in tutte le cose che fate, se l’azione è compiuta per
l’interesse dell’azione in se stessa invece che come un mezzo per proteggere, rinforzare, o
conformarsi al ruolo nel quale vi identificate. Ogni ruolo è un senso del sé fittizio, e in questo
modo ogni cosa si personalizza, e quindi viene corrotta e distorta, dal “piccolo me” mentale e
da qualsiasi ruolo stia interpretando in quel momento. La maggior parte delle persone che
ricoprono una posizione di potere nel mondo, come politici, personalità della televisione, sia
che si tratti di uomini d’affari sia di capi religiosi è, a parte qualche notevole eccezione,
completamente identificata con il proprio ruolo. Possono essere considerati dei VIP, ma non
sono altro che giocatori inconsapevoli del gioco dell’ego, che appare così importante ma che,
alla fine, manca di un vero proposito. Per dirla con le parole di Shakespeare, “una favola di un
idiota, piena di suoni e furia, che non significa nulla”. 1 Sorprendentemente, Shakespeare

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arrivò a questa conclusione senza godere del beneficio della televisione. Se il dramma egoico
della terra ha qualche ragion d’essere, questa è una ragione indiretta: crea sempre più
sofferenza sul pianeta, e sebbene la sofferenza sia in gran parte creata dall’ego, alla fine è
anche la sua distruzione. È il fuoco sul quale l’ego brucia se stesso.
In un mondo di personalità che interpretano un ruolo, quelle poche persone che non
proiettano un’immagine mentale, e ve ne sono alcune perfino in televisione, nei media e nel
mondo degli affari, e che invece funzionano dal profondo del loro Essere, quelli che non
cercano di apparire più di quello che sono, ma sono semplicemente loro stessi, spiccano tra
gli altri e sono i soli che veramente fanno una differenza in questo mondo. Essi sono coloro
che portano la nuova coscienza. Ogni cosa che fanno ha grande potere perché è allineata con
il proposito del tutto. La loro influenza, in ogni modo, va al di là di quello che fanno, molto al di
là della loro funzione. La loro pura presenza, semplice, naturale, non pretenziosa, ha un
effetto di trasformazione su tutti quelli con i quali vengono in contatto.
Quando non interpretate un ruolo, significa che non c’è il sé (l’ego) in quello che fate. Non
c’è un secondo fine, la protezione o il rafforzamento del vostro sé. Come risultato le vostre
azioni hanno molto più potere. Siete totalmente focalizzati sulla situazione. Diventate una cosa
sola con essa. Non cercate di essere qualcuno in particolare. Avete molto più potere; siete più
efficaci quando siete completamente voi stessi. Ma non cercate di essere voi stessi. Questo è
ancora un altro ruolo. Si chiama “il me, spontaneo e naturale”. Fino a che cercate di essere
questo o quello, state ancora interpretando un ruolo. “Siate solo voi stessi” è un buon
consiglio, ma può anche essere ingannevole. La mente interverrà e dirà: “Vediamo. Come
posso essere me stesso?”. Quindi svilupperà qualche tipo di strategia: “Come essere me
stesso”. Un altro ruolo. “Come posso essere me stesso?” è in realtà la domanda sbagliata.
Implica che dobbiate fare qualcosa per essere voi stessi. Ma questo non è il caso, perché voi
siete già voi stessi. Smettete solamente di aggiungere altro bagaglio a chi siete già. “Ma non
so chi sono. Non so cosa significhi essere me stesso.” Se potete essere assolutamente a
vostro agio con il non sapere chi siete, allora quello che rimane è chi siete, l’Essere dietro
l’umano, un campo di pura potenzialità invece di qualcosa che è già definito.
Rinunciate a dare qualsiasi definizione di voi stessi, a voi stessi e agli altri. Non morirete.
Risorgerete alla vita. E non fate caso a come gli altri vi definiscono. Quando loro vi
definiscono, stanno limitando se stessi, e quindi è un loro problema. Ogni volta che interagite
con la gente, non siate lì principalmente come una funzione o un ruolo, ma come un campo di
Presenza consapevole.
Perché l’ego interpreta dei ruoli? Per una indiscussa assunzione, un errore fondamentale,
un pensiero inconscio. Quel pensiero è: io non sono abbastanza. Seguono altri pensieri: ho
bisogno di interpretare un ruolo per poter avere quello di cui ho bisogno per essere
pienamente me stesso; ho bisogno di avere di più così posso essere di più. Ma non potete
essere di più perché sotto la forma fisica e psicologica, voi siete una cosa sola con la Vita
stessa, una cosa sola con l’Essere. Nella forma siete e sarete sempre inferiori a qualcuno e
superiori a qualcun altro. Nell’essenza non siete né inferiori né superiori a nessuno. La vera
stima di se stessi e la vera umiltà nascono da questa comprensione. Agli occhi dell’ego la
stima di sé e l’umiltà sono contraddittorie. In verità sono una cosa sola e uguale.
L’ego patologico
Nel senso lato della parola, l’ego in se stesso è patologico, non importa che forma prenda.
Quando consideriamo l’antica radice greca della parola “patologico”, scopriamo quanto sia
appropriato questo termine applicato all’ego. Sebbene questo termine sia normalmente usato
per descrivere una condizione di malattia, è derivato da pathos, che significa sofferenza.
Questo è esattamente ciò che scoprì il Buddha già 2600 anni fa, una caratteristica della
condizione umana.
Una persona nella morsa dell’ego, comunque, non riconosce la sofferenza come sofferenza,
ma la vede come la sola risposta appropriata in ogni situazione che si presenta. L’ego nella

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sua cecità è incapace di vedere la sofferenza che infligge a se stesso e agli altri. L’infelicità è
una malattia mentale ed emozionale creata dall’ego che ha raggiunto proporzioni epidemiche.
È l’equivalente interiore dell’inquinamento ambientale del nostro pianeta. Stati negativi come
la rabbia, l’ansia, l’odio, il risentimento, la scontentezza, l’invidia, la gelosia e così via, non
sono riconosciuti come negativi ma totalmente giustificati e ulteriormente fraintesi come
fossero causati da qualcuno o da qualche fattore esterno invece che creati da voi stessi. “Ti
ritengo responsabile del mio dolore.” Questo è quello che implicitamente l’ego afferma.
L’ego non è in grado di distinguere fra una situazione e la sua interpretazione e la reazione
a quella situazione. Potete dire: “Che giornata spaventosa” senza comprendere che il freddo,
il vento o qualsiasi sia la situazione a cui reagite non sono spaventosi. Sono come sono.
Quella che è spaventosa è la vostra reazione, la vostra resistenza interiore alla situazione e
l’emozione creata dalla resistenza. Per dirla con le parole di Shakespeare: “Non c’è nulla che
sia buono o cattivo, ma il pensiero lo rende tale”. 2 Per di più, la sofferenza o la negatività sono
spesso percepite erroneamente come piacere perché fino a un certo punto l’ego, grazie a loro,
si potenzia.
Per esempio, la rabbia e il risentimento rafforzano incredibilmente l’ego aumentando il
senso di separazione, enfatizzando l’estraneità degli altri e creando una fortezza,
all’apparenza inespugnabile, costituita da una posizione mentale di “io sono nel giusto”. Se
foste in grado di osservare i cambiamenti fisiologici che accadono nel corpo quando siete
posseduti da tali stati negativi, la cattiva influenza che hanno sul funzionamento del cuore, del
sistema digestivo e immunitario e di altre innumerevoli funzioni del corpo, vi sarebbe chiaro
che tali stati sono in verità patologici, sono forme di sofferenza e non di piacere.
Ogni volta che siete in uno stato negativo, vi è qualcosa in voi che vuole la negatività, che la
percepisce come piacere o che crede che vi darà quello che volete. Se fosse altrimenti, chi
vorrebbe attaccarsi alla negatività, rendere se stessi e gli altri infelici e far ammalare il corpo?
Così, ogni volta che vi è della negatività in voi, se potete essere consapevoli in quel momento
che c’è qualcosa in voi che ricava piacere o che crede che abbia uno scopo utile, potete
diventare direttamente consapevoli dell’ego. Nel momento in cui questo avviene, la vostra
identità si è spostata dall’ego alla consapevolezza. Significa che l’ego si sta restringendo e la
consapevolezza sta crescendo.
Se nel mezzo della negatività siete capaci di comprendere: “In questo momento sto creando
sofferenza per me stesso”, questo sarà sufficiente per innalzarvi al di sopra delle limitazioni
degli stati condizionati dell’ego e delle reazioni. Vi si schiuderanno infinite possibilità, le quali
vengono a voi quando vi è la consapevolezza, vie molto più intelligenti per rispondere a
qualsiasi situazione. Sarete liberi di lasciar andare la vostra infelicità nel momento in cui
riconoscete la sua mancanza di intelligenza. La negatività non è intelligente. Appartiene
sempre all’ego. L’ego può essere abile, ma non è intelligente. L’abilità persegue le sue piccole
mire. L’intelligenza vede la vastità della totalità nella quale tutte le cose sono connesse.
L’abilità è motivata da interessi personali ed è estremamente miope. La maggior parte dei
politici e degli uomini d’affari è abile. Solamente pochi sono intelligenti. Qualunque cosa sia
ottenuta con l’abilità ha vita breve e, alla fine, si rivela sempre controproducente. L’abilità
divide; l’intelligenza include.
L’infelicità di fondo
L’ego crea separazione e la separazione crea sofferenza. L’ego perciò è chiaramente
patologico. A parte le emozioni negative più ovvie come la rabbia e l’odio, vi sono altre forme
più sottili di negatività che sono così comuni che di solito non sono riconosciute come tali,
come l’impazienza, l’irritazione, il nervosismo e l’“essere stufi”. Costituiscono l’infelicità di
fondo che, in molte persone,
è lo stato interiore predominante. Dovete essere molto attenti e assolutamente presenti per
riuscire a scoprirli. Ogni volta che lo fate è un momento di risveglio, nel quale non siete
identificati con la mente.

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Ecco qui uno degli stati negativi più comuni che facilmente vi può sfuggire, proprio perché è
così comune, così normale. Sperimentate spesso un senso di scontentezza che potrebbe
definirsi meglio come un generico senso di risentimento di fondo? Può essere specifico o no.
Molte persone passano gran parte della loro vita in questo stato. Sono così identificate con
questo che non sono in grado di staccarsi e di osservarlo. Sotto questa sensazione vi sono
credenze inconsciamente mantenute, come dire, certi pensieri. Pensate quei pensieri nello
stesso modo in cui sognate i vostri sogni quando dormite. In altre parole, non sapete che li
state pensando, proprio come il sognatore non sa che sta sognando.
Qui vi sono alcuni dei pensieri più comuni, dei quali non siamo consapevoli, che nutrono il
senso di scontentezza o il risentimento di fondo. Ho tolto il contenuto da questi pensieri così
da lasciare la nuda struttura. In questo modo diventano più chiaramente visibili. Ogni volta che
vi è dell’infelicità di fondo nella vostra vita (o anche evidente all’esterno) potete vedere quale
di questi pensieri si applica e si adatta al vostro personale contenuto in accordo con la vostra
situazione personale:
Deve accadere qualcosa nella mia vita prima che possa essere in pace
felice,soddisfatto ecc.). E ho risentimento perché non è ancora accaduto. Forse il mio
risentimento lo farà finalmente accadere.

Sono risentito perché nel passato è accaduto qualcosa che non sarebbe dovuto
accadere. Se non fosse successo, adesso sarei in pace.
Sta accadendo qualcosa, adesso, che non dovrebbe accadere e ciò mi impedisce di
essere in pace.
Spesso le credenze inconsce sono dirette verso una persona e così l’“accadere” diventa il
“fare”:
Dovresti fare questo o quello così io potrei essere in pace. E sono risentito perché non
l’hai ancora fatto.
Forse il mio risentimento ti indurrà a farlo.
Qualcosa che tu (o io) hai fatto, detto, o non hai fatto nel passato mi impedisce di
essere in pace, adesso.
Qualcosa che stai facendo o non facendo adesso mi impedisce di essere in pace.
Il segreto della felicità
Tutte le cose dette sopra sono asserzioni, pensieri più o meno inconsapevoli che sono confusi
con la realtà. Sono storie che l’ego crea per convincervi che non potete essere in pace adesso
o che non potete essere pienamente voi stessi, adesso. Essere in pace ed essere chi siete,
cioè essere voi stessi, sono un’unica cosa. L’ego dice: “Forse, in qualche momento nel futuro,
posso essere in pace se questo accade oppure ottenendo una cosa o diventando così”.
Oppure: “Non posso mai essere in pace perché è successo qualcosa nel passato”.
Ascoltate le storie della gente e tutte possono essere intitolate “Perché non posso essere
felice adesso”. L’ego non sa che la vostra sola opportunità per essere in pace è adesso. O
forse lo sa e ha paura che voi possiate scoprirlo. La pace, dopotutto, è la fine dell’ego.
Come essere in pace adesso? Facendo la pace con il momento presente. Il momento
presente è il campo in cui si svolge il gioco della vita. Non può avvenire in nessun altro luogo.
Quando avete fatto la pace con il momento presente, osservate cosa accade, cosa potete fare
o scegliere di fare, o piuttosto cosa fa la vita attraverso di voi. Vi sono quattro parole che
racchiudono il segreto dell’arte di vivere, il segreto di ogni successo e della felicità: UNO CON
LA VITA. Essere una cosa sola con la vita
è essere una sola cosa con l’Adesso. Allora comprendete che voi non vivete la vita, ma che la
vita vive voi. La vita è il danzatore e voi siete la danza.
L’ego ama il suo risentimento verso la realtà. Cosa è la realtà? Qualsiasi cosa vi sia.
Buddha la chiama tatata, la qualità intrinseca della vita, che non è altro che “l’essere così” di
questo momento. L’opposizione all’“essere così” della vita è una delle principali caratteristiche
dell’ego. Crea la negatività su cui l’ego prospera, l’infelicità che ama tanto. In questo modo,

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fate soffrire voi stessi e gli altri e non sapete nemmeno che lo state facendo, non sapete che
state creando l’inferno in terra. Creare sofferenza senza riconoscerlo è l’essenza di un vivere
inconscio; significa essere totalmente nella morsa dell’ego. È sbalorditivo e incredibile quanto
l’ego sia incapace di vedere se stesso e quello che fa. Farà esattamente quello che condanna
negli altri e non lo vedrà. Quando glielo si fa notare, negherà rabbiosamente, userà argomenti
abilissimi e giustificazioni per distorcere i fatti. Lo fa la gente, lo fanno le associazioni e i
governi. Quando tutto il resto fallisce, l’ego risorgerà gridando e ricorrerà perfino alla violenza
fisica. Manderà i marines. Possiamo ora comprendere la profonda saggezza delle parole di
Gesù sulla croce: “Perdona loro perché non sanno quello che fanno”.
Per porre termine alla miseria che ha afflitto la condizione umana per migliaia di anni dovete
cominciare da voi stessi e assumervi la responsabilità del vostro stato interiore in ogni singolo
momento. Cioè: adesso. Chiedetevi: “C’è negatività in me in questo momento?”. Quindi siate
vigili, attenti ai vostri pensieri così come alle vostre emozioni. Fate caso all’infelicità di fondo,
di cui vi ho parlato prima, in qualsiasi forma si presenti: scontentezza, nervosismo, “l’essere
stufi” e così via. State attenti specialmente ai pensieri che sembrano giustificare o spiegare
questa infelicità ma che in realtà ne sono la causa. Nel momento in cui diventate consapevoli
di uno stato negativo in voi stessi, non vuol dire che avete fallito. Vuol dire che avete avuto
successo. Fino a che questa consapevolezza non accade vi è un’identificazione con gli stati
interiori, e quell’identificazione è l’ego. Con la consapevolezza giunge la disidentificazione dai
pensieri, dalle emozioni e dalle reazioni. Questo non va confuso con la negazione. I pensieri,
le emozioni e le reazioni sono riconosciuti e nel momento stesso del riconoscimento, la
disidentificazione avviene automaticamente. Il vostro senso di sé, di chi siete, subisce un
cambiamento: prima eravate i pensieri, le emozioni e le reazioni; adesso siete la
consapevolezza, la Presenza cosciente che testimonia questi stati.
“Un giorno sarò libero dall’ego.” Chi sta parlando? L’ego. Liberarsi dall’ego non è un grosso
lavoro ma un lavoro molto piccolo. Tutto quello che dovete fare è essere consapevoli dei vostri
pensieri ed emozioni, nel momento in cui accadono. Questo non è realmente un “fare” ma un
vigile “vedere”. In questo senso è vero che non c’è nulla che potete fare per liberarvi dall’ego.
Quando avviene questo cambiamento, che implica uno spostamento dal pensiero alla
consapevolezza, un’intelligenza molto più grande dell’abilità dell’ego inizia a operare nella
vostra vita. Grazie alla consapevolezza, le emozioni, e perfino i pensieri si spersonalizzano.
La loro natura impersonale è riconosciuta. Non vi è più un senso del sé in essi. Sono solo
emozioni umane, umani pensieri. La vostra intera storia personale, che in fondo non è altro
che una storia, un fascio di pensieri e di emozioni, diventa di secondaria importanza e non
occupa più il posto in prima fila nella vostra coscienza. Non costituisce più a lungo la base
della vostra identità. Siete la luce della Presenza, la consapevolezza che viene prima ed è più
profonda di ogni pensiero ed emozione.
Le forme patologiche dell’ego
Come abbiamo visto, la natura dell’ego è essenzialmente patologica, se usiamo questa parola
nel senso più ampio, cioè per denotare disfunzione e sofferenza. Molti disordini mentali
consistono negli stessi aspetti egoici che operano in una persona normale, salvo che sono
diventati così pronunciati che la loro natura patologica è ora evidente a tutti, tranne alla
persona che ne soffre.
Per esempio, molte persone normali dicono ogni tanto certe bugie per apparire più
importanti, più speciali, e per rinforzare la propria immagine nella mente degli altri: chi
conoscono, quali sono le cose che hanno raggiunto, le loro abilità, i loro possedimenti e
qualsiasi altra cosa che l’ego usi per identificarsi. Alcune persone, comunque, spinte dalla
sensazione di insufficienza dell’ego e dal suo bisogno di avere o di essere “di più”, mentono in
modo abituale e compulsivo. La maggior parte di quello che vi dicono riguardo a se stesse,
alla loro storia, è una completa fantasia, un edificio fittizio che l’ego ha costruito per sentirsi più
grande, più speciale. L’immagine gonfiata che hanno di se stessi può qualche volta ingannare

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gli altri, ma di solito non a lungo. Spesso è riconosciuta abbastanza in fretta dalla maggior
parte delle persone come una completa invenzione
La malattia mentale chiamata schizofrenia paranoica o, in breve, paranoia, è
essenzialmente una forma esasperata di ego. Di solito consiste in una storia fittizia che la
mente ha inventato per giustificare una persistente, sotterranea sensazione di paura.
L’elemento più importante della storia
è il credere che certe persone (qualche volta un gran numero o praticamente quasi tutti)
stanno complottando contro di me o stanno cospirando per controllarmi o uccidermi. Spesso
l’invenzione ha una sua consistenza e una sua logica così che qualche volta induce anche gli
altri a credere che sia vera. Qualche volta anche organizzazioni o intere nazioni sono basate
su sistemi di credenze paranoiche.
La paura dell’ego e la sfiducia negli altri, la sua tendenza a enfatizzare l’estraneità degli altri,
focalizzandosi sulle loro supposte colpe e facendo di queste colpe la loro identità, si spinge
ancora più in là e fa degli altri dei mostri inumani. L’ego ha bisogno degli altri, ma il suo
dilemma è che nel profondo li odia e li teme. L’affermazione di Jean-Paul Sartre, “l’inferno
sono le altre persone”, è la voce dell’ego. Chi soffre di paranoia sperimenta questo inferno più
acutamente, ma ogni persona in cui lo schema dell’ego sta ancora operando lo sentirà, anche
se con intensità differente. Più l’ego è forte in voi, più le altre persone sono, nella vostra
percezione, la fonte principale dei vostri problemi. È anche probabile che renderete la vita
difficile agli altri. Ma naturalmente non ve ne accorgerete. Sembra sempre che siano gli altri a
farlo a voi.
La paranoia si manifesta anche attraverso un altro sintomo che è un elemento di ogni ego, ma
che nella paranoia prende una forma più estrema. Più la persona sofferente vede se stessa
perseguitata, spiata o minacciata dagli altri, più si rafforza il suo senso di essere il centro
dell’universo intorno al quale tutto ruota, e più si sente speciale e importante perché è il punto
focale immaginario dell’attenzione di così tante persone. Il suo senso di essere una vittima, di
essere giudicata male da così tanta gente la fa sentire molto speciale. Nella storia che è alla
base del suo sistema illusorio, spesso assegna a se stessa sia il ruolo di vittima sia quello di
eroe potenziale, destinato a salvare il mondo o a sconfiggere le forze del male.
Anche l’ego collettivo di tribù, nazioni e organizzazioni religiose contiene frequentemente un
forte elemento di paranoia: noi contro gli altri cattivi. È la causa di molta sofferenza umana.
L’Inquisizione spagnola, le persecuzioni e i roghi di eretici e di streghe, le relazioni tra nazioni
che hanno portato alla Prima e alla Seconda guerra mondiale, il comunismo e la sua storia, la
Guerra Fredda, il maccartismo in America negli anni Cinquanta, il prolungato conflitto in Medio
Oriente sono tutti episodi dolorosi nella storia umana dominata da un’estrema paranoia
collettiva.
Quanto più gli individui, i gruppi o le nazioni sono inconsapevoli, più è probabile che la
patologia dell’ego assuma la forma della violenza fisica. La violenza è primitiva ma tuttora è un
modo molto diffuso con cui l’ego cerca di asserire se stesso, di sentirsi nel giusto rendendo
l’altro sbagliato. Fra persone molto inconsapevoli le discussioni possono portare facilmente
alla violenza fisica.
Che cosa è una discussione? Due o più persone che esprimono opinioni diverse. Ogni
persona è così identificata con i pensieri che formano la sua opinione che quei pensieri si
condensano in una posizione mentale che è investita da un senso del sé. In altre parole:
l’identità e il pensiero si fondono. Quando difendo le mie opinioni (pensieri), mi sento e agisco
come se difendessi me stesso. Inconsciamente mi sento e agisco come se stessi lottando per
la sopravvivenza e le mie emozioni rifletteranno questa credenza inconscia, diventando
turbolente. Sono sconvolto, arrabbiato, sulla difensiva o aggressivo. Ho bisogno di vincere a
tutti i costi o sarò annientato. Questa è l’illusione. L’ego non sa che la mente e le posizioni
mentali non hanno nulla a che fare con chi siete voi perché l’ego è la mente inosservata.

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Nello Zen si dice: “Non cercare la verità. Smetti solamente di nutrire le opinioni”. Cosa
significa? Lascia andare le identificazioni con la mente. Allora chi siete voi al di là della mente
emerge da solo.
Il lavoro, con e senza l’ego
Molte persone hanno momenti nei quali sono libere dall’ego. Le persone che sono
eccezionalmente brave in quello che fanno possono essere completamente o in gran parte
libere dall’ego, mentre stanno svolgendo il loro lavoro. Forse non lo sanno, ma il loro lavoro è
diventato una pratica spirituale. La maggior parte di loro è presente a se stessa mentre fa il
proprio lavoro e ricade in una relativa inconsapevolezza nella vita privata. Questo significa che
il loro stato di Presenza è limitato a un tempo e a un’area della vita.
Ho incontrato insegnanti, artisti, infermiere, dottori, scienziati, operatori sociali, camerieri,
parrucchieri, uomini d’affari e venditori che svolgono il loro lavoro in modo ammirevole senza
alcuna ricerca di conferme, rispondendo totalmente a qualsiasi cosa richiedesse loro il
momento. Essi sono una cosa sola con ciò che fanno, una cosa sola con l’Adesso e con gli
altri, o con il loro compito. L’influenza che queste persone hanno sugli altri va molto al di là
della funzione che svolgono. Esse trasmettono un allentamento dell’ego a tutti quelli con cui
entrano in contatto.

Perfino persone con un ego pesante qualche volta incominciano a rilassarsi, abbassano la
guardia e smettono di interpretare i loro ruoli quando interagiscono con loro. Non sorprende
che queste persone che lavorano senza ego abbiano un incredibile successo in ciò che fanno.
Chiunque sia una cosa sola con quello che fa sta costruendo la nuova terra.
Ho incontrato anche molti altri che possono essere tecnicamente bravi, ma il cui ego sabota
costantemente il lavoro. Solo parte della loro attenzione è concentrata sul lavoro che stanno
svolgendo; l’altra è rivolta a loro stessi. Il loro ego domanda un riconoscimento personale e
spreca energia in risentimento se non ne riceve abbastanza. E non è mai abbastanza.
“Qualcun altro ha ottenuto più riconoscimento di me?” Oppure cercano il profitto o il potere e il
loro lavoro non è altro che un mezzo per raggiungere un fine. Quando il lavoro è solo un
mezzo non può essere di alta qualità. Quando sorgono ostacoli o difficoltà, quando le cose
non vanno secondo le aspettative, quando le altre persone o le circostanze non sono d’aiuto e
non cooperano, invece di diventare una cosa sola con la nuova situazione e rispondere alle
richieste del momento presente, reagiscono contro la situazione e così se ne separano. Vi è
un “me” che si sente personalmente offeso o risentito, e un’enorme quantità di energia viene
bruciata in inutili proteste o in rabbia, energia che potrebbe essere usata per risolvere il
problema. E per di più, questa “anti-energia” crea nuovi ostacoli, nuove opposizioni. Molte
persone sono veramente i peggiori nemici di se stessi.
Le persone inconsapevolmente sabotano il loro stesso lavoro quando si trattengono
dall’aiutare o dal dare informazioni agli altri o provano a boicottare chi ha più successo o ha
più credito di “me”. La cooperazione è estranea all’ego, eccetto quando nasconde un secondo
fine. L’ego non sa che più includete gli altri e più le cose vengono a voi in modo facile e fluido.
Quando date poco o addirittura nessun aiuto agli altri o mettete ostacoli sul loro cammino,
l’universo, in forma di persone o circostanze, vi dà poco o nessun aiuto perché vi siete tagliati
fuori dal tutto. L’inconscio e più profondo senso dell’ego del “non abbastanza”, di fronte al
successo di qualcun altro, causa una reazione come se questo successo avesse portato via
qualcosa a “me”. Non sa che il vostro risentimento per il successo di un’altra persona riduce
proprio le vostre possibilità di successo. Per attrarre il successo, avete bisogno di dargli il
benvenuto dovunque lo vediate.
L’ego nella malattia
Una malattia può rafforzare o indebolire l’ego. Se vi lamentate, vi autocompiangete, o siete
risentiti perché siete malati, il vostro ego si rafforza e si rafforza anche nel caso facciate

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diventare la malattia parte della vostra identità concettuale: “Sono un malato di questa o di
quella malattia”. Ah, così adesso sapete chi siete. Alcuni altri, invece, che nella vita normale
hanno un grande ego, improvvisamente nella malattia diventano persone molto più piacevoli,
gentili e benevoli. Possono avere delle intuizioni che non avrebbero mai avuto in una vita
sana. Possono aver accesso alla loro conoscenza e letizia interiori e pronunciare parole di
saggezza. Poi, quando si sentono meglio, l’energia ritorna e così fa l’ego.
Quando vi ammalate, il vostro livello di energia è piuttosto basso e l’intelligenza dell’organismo
può prendere il comando e usare l’energia rimanente per la guarigione del corpo, e così non
ne rimane abbastanza per la mente, quindi per il pensiero egoico e per le emozioni. L’ego
brucia una quantità considerevole di energia. Anche nel caso di una malattia, l’ego può
trattenere la piccola quantità di energia che rimane e usarla per i suoi scopi. Inutile dire che le
persone che sperimentano un rafforzamento dell’ego nella malattia, ci mettono molto più
tempo a guarire. Qualcuno non guarisce mai e la malattia diventa cronica e parte permanente
del loro falso senso del sé.
L’ego collettivo
Come è duro vivere con voi stessi! Una delle vie con cui l’ego prova a sfuggire
all’insoddisfazione del senso personale del sé è quella di allargare e rafforzare il suo senso di
sé identificandosi con un gruppo, una nazione, un partito politico, un’associazione, istituzione,
setta, club, banda, squadra di calcio.
In qualche caso l’ego personale sembra dissolversi completamente se si dedica la propria
vita a lavorare altruisticamente per il bene superiore della collettività, senza chiedere
ricompense personali, riconoscimenti o promozioni. Che sollievo essersi liberati dal peso
spaventoso del sé personale. I membri della collettività si sentono felici e soddisfatti, malgrado
lavorino duramente, o debbano fare sacrifici. Sembra che siano andati al di là dell’ego. La
domanda è: si sono veramente liberati o l’ego si è semplicemente spostato dal personale al
collettivo?
Una collettività manifesta le stesse caratteristiche dell’ego personale, come il bisogno del
conflitto e dei nemici, il bisogno di ottenere di più, il bisogno di avere ragione contro altri che
hanno torto e così via. Prima o poi la collettività entrerà in conflitto con altri ego collettivi,
perché inconsciamente ha bisogno di opposizione per definire i suoi limiti e così la sua
identità. I suoi membri sperimenteranno la sofferenza che arriva inevitabilmente nella scia di
ogni azione motivata dall’ego. A quel punto, si possono risvegliare e comprendere che la loro
collettività ha un forte elemento di follia.
All’inizio può essere doloroso risvegliarsi improvvisamente e comprendere che il collettivo
con cui
vi siete identificati e per il quale avete lavorato è effettivamente folle. Qualcuno diventa cinico
o amaro, e da quel punto in poi nega tutti i valori, tutti i meriti. Questo significa che adotta
velocemente un altro sistema di credenze quando quello di prima è stato riconosciuto come
illusorio e perciò è crollato. Queste persone non affrontano la morte del loro ego, ma
scappano e si reincarnano in uno nuovo.
Un ego collettivo in genere è più inconscio dei singoli individui che lo compongono. Per
esempio, le folle (che sono entità egoiche collettive temporanee) sono capaci di commettere
atrocità che l’individuo al di fuori della folla non commetterebbe. Non è raro che le nazioni
abbiano un comportamento che in un individuo sarebbe immediatamente riconoscibile come
psicopatico.
Nel momento in cui la nuova coscienza emerge, delle persone sentiranno l’esigenza di
formare gruppi che riflettano la coscienza illuminata. Questi gruppi non saranno un collettivo di
ego. Gli individui che danno vita a questi gruppi non avranno bisogno di definire la loro identità
grazie a essi. Queste persone non cercano più alcuna forma per definire chi sono. Anche se i
membri che hanno formato questi gruppi non sono ancora totalmente liberi dall’ego, vi sarà

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abbastanza consapevolezza in loro per riconoscere l’ego in loro stessi o in altri, appena si
manifesterà.
Comunque, a quel punto è richiesta una vigilanza costante perché l’ego cercherà di prevalere
e riaffermare se stesso in ogni modo possibile. Uno dei propositi principali di questi gruppi, sia
che si tratti di affari illuminati, di organizzazioni di carità, di scuole o comunità di persone che
vivono insieme, sarà il dissolvimento dell’ego umano di fronte alla luce della consapevolezza. I
collettivi illuminati avranno una funzione importante nel sorgere della nuova coscienza. Proprio
come i collettivi basati sull’ego vi attirano nell’inconsapevolezza, i collettivi illuminati possono
essere un vortice per la coscienza che accelererà il cambiamento planetario.
Le prove incontrovertibili dell’immortalità
L’ego accade grazie a una scissione nella psiche umana nella quale l’identità si separa in due
parti che potremmo chiamare “io” e “me” o “me” e “me stesso”. Ogni ego è quindi
schizofrenico, per usare questo termine nel suo significato popolare di personalità divisa.
Vivete con un’immagine mentale di voi stessi, con un sé concettuale con il quale avete una
relazione. La vita in se stessa diventa concettuale e separata da chi siete voi quando pensate
o parlate della “mia vita”. Nel momento in cui dite o pensate “la mia vita” e credete in quello
che state dicendo (invece di usare solo una convenzione linguistica), siete entrati nel mondo
dell’illusione.
Se vi è una cosa simile come “la mia vita”, ne viene di conseguenza che io e la vita siamo due
cose separate e così posso anche perdere la vita, il mio immaginario possesso custodito
gelosamente. La morte diventa un’apparente realtà e una minaccia.
Parole e concetti separano la vita in frammenti che non hanno alcuna realtà. Possiamo
perfino dire che la nozione “la mia vita” è l’illusione primaria di separazione, l’origine dell’ego.
Se io e la vita siamo due, se io sono separato dalla vita, allora io sono separato da tutte le
cose, da tutti gli esseri, da tutte le persone. Ma come posso essere separato dalla vita? Quale
“io” può essere disgiunto dalla vita, disgiunto dall’Essere? È assolutamente impossibile.
Così, non esiste una cosa come “la mia vita”, e non ho una vita. Io sono la vita. Io e la vita
siamo un’unica cosa. Non può essere altrimenti. Così, come posso perdere la mia vita? In
primo luogo come posso perdere qualcosa che non ho? Come posso perdere qualcosa che IO
SONO?
È impossibile.
1. W. Shakespeare, Macbeth.
2. William Shakespeare, Amleto.
Il corpo di dolore
Gran parte del pensiero della maggioranza delle persone è involontario, automatico e
ripetitivo. Non nulla di più di un’energia statica mentale e non ha nessuno scopo reale. Si può
dire più esattamente che non siete voi a pensare ma il pensiero vi accade. L’affermazione “io
penso” implica un atto di volontà. Implica che avete qualcosa da dire sull’argomento, che vi è
una scelta da parte vostra. Per la maggior parte delle persone, questo non è ancora il caso.
“Io penso” è un’affermazione altrettanto falsa di quella di “Io digerisco” o “Io faccio circolare il
mio sangue”. La digestione avviene, la circolazione avviene, il pensiero avviene.
La voce nella testa ha una vita sua. La maggior parte delle persone sono alla mercé di
quella voce; sono possedute dal pensiero, dalla mente. E poiché la mente è condizionata dal
passato, siete quindi forzati a rappresentare di nuovo il passato ancora e ancora. Il termine
orientale per questo è karma. Quando siete identificati con quella voce, naturalmente voi non
lo sapete. Se lo sapeste, non ne sareste posseduti più a lungo perché siete veramente
posseduti solo quando scambiate l’entità che vi possiede con chi siete, che è come dire,
quando diventate l’entità stessa.
Nel corso dei millenni, l’umanità è stata sempre più posseduta dalla mente, senza riuscire a
riconoscere l’entità che la possiede come un “non sé”. Grazie a una completa identificazione
con la mente, un falso senso del sé, l’ego, si è manifestato nell’esistenza. La densità dell’ego

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dipende dal grado in cui voi, la coscienza, siete identificati con la mente, con il pensiero. Il
pensiero non è altro che un minuscolo aspetto della totalità della coscienza, la totalità che voi
siete.
Il grado di identificazione con la mente varia da persona a persona. Alcune godono di
periodi di libertà dalla mente, che sono comunque brevi, e la pace, la gioia e la vitalità che
sperimentano in quei momenti rendono la vita degna di essere vissuta. Questi sono anche i
momenti nei quali sorgono la creatività, l’amore e la compassione. Altri sono costantemente
intrappolati nello stato egoico. Sono alienati da loro stessi, così come dagli altri e dal mondo
che li circonda. Quando li guardate, potete vedere la tensione nei loro visi, forse le
sopracciglia aggrottate o l’espressione dello sguardo fissa o assente. La maggior parte della
loro attenzione è assorbita dal pensiero e così non vi vedono veramente, e non vi stanno
veramente ascoltando. Non sono presenti in ogni situazione perché la loro attenzione è nel
passato o nel futuro che, naturalmente, esiste solo nella mente in forma di pensieri. Oppure si
relazionano a voi attraverso qualche ruolo che interpretano e così non sono loro stessi. Molte
persone sono alienate da chi sono e alcune sono alienate a un grado tale che il loro modo di
comportarsi e di interagire è riconosciuto come non autentico, da quasi tutti, eccetto da quelli
che sono egualmente non autentici, egualmente alienati da loro stessi.
Alienazione significa che non vi sentite a vostro agio in nessuna situazione, luogo, o in
compagnia di nessun altro, nemmeno di voi stessi. State sempre provando ad andare a “casa”
ma non vi sentite mai a casa. Alcuni dei più grandi scrittori del ventesimo secolo, come Franz
Kafka, Albert Camus, T.S. Eliot e James Joyce, riconobbero l’alienazione come il dilemma
universale dell’esistenza umana, e la sentirono probabilmente in modo così profondo da
essere in grado di esprimerla brillantemente nelle loro opere. Essi non offrono una soluzione.
Il loro contributo è di mostrarci un riflesso della difficile condizione umana in modo che la
possiamo vedere più chiaramente. Vedere la situazione difficile nella quale siamo è il primo
passo per andare al di là della situazione stessa.
La nascita dell’emozione
In aggiunta al movimento del pensiero, sebbene non separata completamente da questo, vi è
un’altra dimensione dell’ego: l’emozione. Questo non vuol dire che ogni pensiero e ogni
emozione appartengano all’ego. Diventano dell’ego solo quando vi identificate con essi
facendovi sopraffare completamente, che è come dire, quando diventano l’io.
L’organismo fisico, il vostro corpo, ha una sua propria intelligenza, come qualsiasi
organismo di ogni altra forma di vita. E quest’intelligenza reagisce a quello che dice la vostra
mente, reagisce ai vostri pensieri. Così l’emozione è la reazione del corpo alla mente.
L’intelligenza del corpo è naturalmente una parte inseparabile dell’intelligenza universale, una
delle sue innumerevoli manifestazioni. Dà una coesione temporanea agli atomi e alle molecole
che compongono il vostro organismo fisico. È il principio organizzatore che sta dietro al lavoro
di tutti gli organi del corpo, la conversione dell’ossigeno e del cibo in energia, il battito del
cuore e la circolazione del sangue, il sistema immunitario che protegge il corpo dagli invasori,
la trasmissione di input sensoriali in impulsi nervosi che sono inviati al cervello, lì decodificati e
rimessi insieme in una immagine interiore coerente della realtà esterna. Tutto questo, come
migliaia di altre funzioni che accadono simultaneamente, è coordinato perfettamente da quella
intelligenza. Voi non siete al comando del vostro corpo, lo è l’intelligenza, che si incarica
anche delle risposte dell’organismo al suo ambiente.
Questo è vero per ogni forma di vita. È la stessa intelligenza che ha portato le piante ad
assumere una forma fisica e che poi si è manifestata come fiore che nasce dalla pianta, il fiore
che apre i suoi petali al mattino per ricevere i raggi del sole e li richiude alla sera. È la stessa
intelligenza che si manifesta come Gaia, il complesso essere vivente che è il pianeta Terra.
Questa intelligenza fa sì che l’organismo abbia delle reazioni istintive a ogni minaccia o
sfida. Produce negli animali delle risposte che appaiono simili a emozioni umane: rabbia,
paura, piacere. Queste risposte istintive si possono considerare forme primordiali di emozione.

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In certe situazioni, gli esseri umani sperimentano risposte istintive allo stesso modo degli
animali. Di fronte al pericolo, quando la sopravvivenza dell’organismo è minacciata, il cuore
batte più velocemente, i muscoli si contraggono, il respiro accelera in preparazione alla lotta o
alla fuga. È la paura primordiale. Quando l’essere viene messo alle strette, un improvviso
flusso di intensa energia dà una forza al corpo che prima non aveva. È la rabbia primordiale.
Queste risposte istintive appaiono simili alle emozioni, ma non sono emozioni nel vero senso
della parola. La differenza fondamentale è questa: una risposta istintiva è la risposta diretta
del corpo a una situazione esterna. Un’emozione, invece, è la risposta del corpo a un
pensiero.
Indirettamente un’emozione può essere anche una risposta a una situazione attuale o a un
evento, ma sarà una risposta a un evento vista attraverso il filtro dell’interpretazione mentale,
il filtro del pensiero, cioè attraverso il concetto mentale di buono o cattivo, mi piace o non mi
piace, me e mio. Per esempio, è probabile che non sentiate nessuna emozione quando vi
dicono che l’auto di qualcuno è stata rubata, ma quando l’auto è la vostra, probabilmente ne
sarete sconvolti. È incredibile quanta emozione può generare un piccolo concetto mentale
come “mio”.
Sebbene il corpo sia molto intelligente, non può dire la differenza tra una situazione attuale
e un pensiero. Reagisce a qualsiasi pensiero come fosse una realtà. Non sa che è solo un
pensiero. Per il corpo, una preoccupazione, un ricordo pauroso significano che è in pericolo
ed esso risponde di conseguenza, anche se è notte e siete in un letto caldo e confortevole. Il
cuore batte più forte, i muscoli si contraggono, il respiro accelera. Vi è un crescendo di
energia, ma poiché il pericolo è solo una finzione mentale, l’energia non ha sfogo. Parte di
essa è rimandata alla mente e genera pensieri ancora più ansiosi. Il resto dell’energia diventa
tossico e interferisce con il funzionamento armonioso del corpo.
Le emozioni e l’ego
L’ego non è solo la mente inconsapevole, la voce nella testa che finge di essere voi, ma è
anche le emozioni inconsapevoli che sono la reazione del corpo a quello che la voce nella
testa sta dicendo.
Abbiamo già visto in che tipo di pensiero la voce dell’ego è ingaggiata la maggior parte del
tempo e la disfunzione inerente alla struttura dei suoi processi di pensiero, quale che sia il
contenuto. Il pensiero disfunzionale è quello a cui reagisce il corpo con le emozioni negative.
La voce nella testa racconta una storia a cui il corpo crede e alla quale reagisce. Queste
reazioni sono le emozioni. Le emozioni, a loro volta, nutrono energeticamente i pensieri stessi
che le hanno create in origine. Questo è il circolo vizioso tra pensieri inconsapevoli ed
emozioni e così nasce il pensiero emozionale e si costruisce la storia emozionale.
La componente emozionale dell’ego varia da persona a persona. In qualche ego è più
grande che in altri. I pensieri che innescano delle risposte emozionali nel corpo possono,
qualche volta, arrivare così velocemente che, prima che la mente abbia avuto il tempo di
esprimerli, il corpo ha già risposto con un’emozione e l’emozione si è trasformata in reazione.
Quei pensieri esistono a uno stadio preverbale e possono essere chiamati “convinzioni non
verbalizzate”, inconsce. Hanno la loro origine nel condizionamento del passato di una
persona, di solito nella prima infanzia. “Meglio non fidarsi della gente” potrebbe essere un
esempio di tale inconscia convinzione in una persona le cui relazioni primarie, per esempio,
con i genitori o i consanguinei, non sono state di supporto e non hanno ispirato fiducia. Ecco
qui alcune delle più comuni convinzioni: “Nessuno mi rispetta e mi apprezza. Devo lottare per
sopravvivere. Non ci sono abbastanza soldi. La vita ti tradisce sempre. Non merito
l’abbondanza. Non merito amore”. Le convinzioni inconsce creano nel corpo emozioni che
generano a loro volta un’attività mentale e/o reazioni istantanee. In questo modo create la
vostra realtà personale.
La voce dell’ego distrugge continuamente il naturale stato di benessere del corpo. Quasi
ogni essere umano è sotto la pressione dello sforzo e dello stress, non perché sia minacciato

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da qualche fattore esterno, ma perché lo è dall’interno, da fattori mentali. Il corpo è anche
collegato all’ego e non può che rispondere a tutti gli schemi del pensiero disfunzionale che
formano l’ego. Quindi anche una corrente di emozioni negative si accompagna alla corrente
del pensiero incessante e compulsivo.
Che cos’è un’emozione negativa? Un’emozione che è tossica per il corpo e che interferisce
con il suo funzionamento armonico e bilanciato. Paura, ansia, rabbia, rancore, tristezza, odio o
repulsione, gelosia, invidia, tutte queste emozioni disturbano l’energia che fluisce nel corpo, e
hanno un influsso negativo sul cuore, sul sistema immunitario, sulla digestione, sulla
produzione di ormoni e così via. Perfino la medicina ufficiale, anche se ne sa ancora poco su
come operi l’ego, comincia a riconoscere la connessione tra gli stati negativi e le malattie
fisiche. Un’emozione che fa male al corpo influenza anche le persone con le quali entrate in
contatto e indirettamente, attraverso un processo di reazioni a catena, innumerevoli altri che
non incontrate nemmeno. Vi è un termine generico per tutte le emozioni negative: infelicità.
Allora si può dire che le emozioni positive hanno l’effetto opposto sul corpo fisico? Che
rafforzano il sistema immunitario, rinvigoriscono e guariscono il corpo? Sì, lo fanno, davvero,
ma dobbiamo distinguere tra emozioni positive, che sono generate dall’ego, ed emozioni più
profonde che emanano dal vostro stato di connessione con l’Essere.
Emozioni positive generate dall’ego contengono sempre in se stesse il loro opposto, nel
quale possono rapidamente trasformarsi. Ecco qualche esempio: quello che l’ego chiama
amore è possessività e attaccamento dipendente che può trasformarsi in odio in un secondo.
L’aspettativa di un evento atteso, che è la sopravvalutazione da parte dell’ego del futuro, può
facilmente sfociare nell’opposto, nel tradimento o nella delusione, quando l’evento è passato o
non ha soddisfatto le aspettative. Lodi e riconoscimenti vi fanno sentire vivi e felici un giorno;
l’essere criticati e ignorati
vi fa sentire abbattuti e infelici il giorno seguente. Il piacere di un party selvaggio si trasforma il
mattino dopo in depressione e mal di testa. Non vi è bene senza male, non vi è alto senza
basso.
Le emozioni generate dall’ego derivano dall’identificazione della mente con fattori esterni
che sono, naturalmente, instabili e soggetti al cambiamento da un momento all’altro. Le
emozioni più profonde non sono realmente emozioni, ma stati dell’Essere. Le emozioni
esistono nel regno degli opposti. Gli stati dell’Essere possono essere oscurati, ma non hanno
opposti. Emanano dal vostro intimo in forma di amore, gioia e pace che sono aspetti della
vostra vera natura.
L’anatra con una mente umana
Nel Potere di Adesso, ho raccontato la mia osservazione su due anatre, che, dopo uno
scontro (che non dura mai a lungo), si separano e se ne vanno in direzioni opposte. Poi
ognuna delle due sbatte vigorosamente le ali un paio di volte e così rilascia il sovrappiù di
energia che si era creato durante lo scontro. Dopo che hanno sbattuto le ali, riprendono a
nuotare pacificamente come se niente fosse successo.
Se l’anatra avesse una mente umana, manterrebbe vivo lo scontro pensando e
costruendoci sopra una storia. Questa sarebbe probabilmente la storia dell’anatra: “Non riesco
a credere a quello che ha appena fatto. È entrato nel mio territorio per più di dieci centimetri.
Pensa che questo stagno sia suo. Non ha considerazione per il mio spazio privato. Non mi
fiderò più di lui. La prossima volta troverà qualcos’altro solo per darmi fastidio. Sono sicuro
che sta già complottando qualcosa. Ma non lo sopporterò. Gli darò una lezione che non
dimenticherà”. E avanti di questo passo, la mente racconta le sue storie, ancora lì a pensarci e
a parlarne per giorni, mesi o anni dopo. Per quello che riguarda il corpo, la lotta sta ancora
continuando e l’energia che genera in risposta a tutti quei pensieri è l’emozione, che a sua
volta genera ancora più pensiero. Questo diventa il pensiero emozionale dell’ego. Ecco come
diverrebbe problematica la vita dell’anatra se avesse una mente umana. Ma questo è il modo
nel quale la maggior parte degli umani vivono tutto il tempo. Non vi sono situazioni o eventi

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che siano mai veramente compiuti. La mente e la storia fatta dalla mente, il “me e la mia
storia”, continuano.
Siamo una specie che ha perso la strada. Tutto quello che è naturale, ogni fiore o albero e
ogni animale, ha importanti lezioni da darci se solo ci fermiamo, guardiamo e ascoltiamo. Per
voi la lezione dell’anatra è questa: sbattete le ali. Questo, tradotto, vuol dire “lasciate andare la
storia” e ritornate al solo luogo di potere: il momento presente.
Portarsi dietro il passato
L’incapacità, o meglio la non volontà della mente umana di lasciar andare il passato, è
illustrata magnificamente nella storia dei due monaci zen, Tanzan ed Ekido, che stavano
camminando lungo una strada molto fangosa dopo una forte pioggia. Vicino a un villaggio,
incontrarono una giovane donna che cercava di attraversare la strada, ma c’era così tanto
fango che avrebbe rovinato il kimono di seta che indossava. Tanzan senza esitazione la prese
in braccio e la portò dall’altra parte.
I monaci proseguirono in silenzio. Cinque ore dopo, nelle vicinanze del tempio che li
avrebbe ospitati, Ekido non fu più capace di trattenersi. “Perché hai portato quella ragazza al
di là della strada?” chiese. “Si suppone che noi monaci non facciamo cose simili.”
“Ho deposto la ragazza a terra ore fa” disse Tanzan. “Tu la stai ancora portando?”
Immaginate ora che vita farebbe qualcuno che vivesse come Ekido tutto il tempo, non
essendo in grado o non volendo lasciar andare internamente le situazioni, accumulando
sempre più cose dentro e avrete un’idea di come è la vita per la maggioranza delle persone
sul nostro pianeta. Che pesante fardello di passato si portano in giro nella mente!
Il passato vive in voi come memoria, ma la memoria in se stessa non è un problema. Infatti
è grazie alla memoria che impariamo dal passato e dagli errori passati. È solo quando le
memorie, che come dire i pensieri sul passato, prendono completamente il sopravvento su di
voi che si trasformano in un peso, in un problema e diventano parte del vostro senso del sé.
La vostra personalità, che è condizionata dal passato, diventa la vostra prigione. Le vostre
memorie sono investite da un senso del sé e la vostra storia diventa chi percepite di essere.
Questo “piccolo me” è un’illusione che oscura la vostra vera identità come Presenza senza
forma e senza tempo.
Comunque la vostra storia consiste non solo in memorie mentali ma anche in memorie
emozionali, vecchie emozioni che sono rivissute continuamente. Come nel caso del monaco
che aveva portato il peso del suo risentimento per cinque ore, nutrendolo con i suoi pensieri,
la maggior parte delle persone portano una grande quantità di bagaglio non necessario, sia
mentale sia emozionale per tutta la vita. Limitano loro stessi attraverso lamentele, rimpianti,
ostilità, colpe. Il loro pensiero emozionale è diventato il loro sé e così si tengono attaccati alle
vecchie emozioni perché questo rafforza la loro identità.

A causa della tendenza umana a perpetuare le vecchie emozioni, quasi tutti portano nel loro
campo energetico un accumulo di vecchio dolore emozionale, che io chiamo “il corpo di
dolore”.
Possiamo comunque smettere di aggiungere nuovo dolore al corpo di dolore che già
abbiamo. Possiamo imparare a spezzare l’abitudine di accumulare e di perpetuare vecchie
emozioni “sbattendo le ali” (parlando metaforicamente) e a trattenerci dall’abitare mentalmente
nel passato, non importa se sia qualcosa accaduto ieri o trent’anni fa; possiamo imparare a
non mantenere vivi situazioni o eventi nella nostra mente, ma a riportare di continuo
l’attenzione all’originario momento presente senza tempo, invece di essere imprigionati nel
rivedere vecchi film mentali. Allora la nostra vera Presenza diviene la nostra identità,
sostituendo pensieri ed emozioni.
Nulla è mai avvenuto nel passato che può impedirvi di essere presenti adesso; e se il
passato non vi può impedire di essere presenti adesso, che potere ha?
L’individuale e il collettivo

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Qualsiasi emozione negativa che non sia completamente confrontata e vista per quello che è
nel momento in cui nasce, non si dissolve completamente. Si lascia dietro un resto di dolore.
I bambini in particolare trovano troppo opprimente avere a che fare con forti emozioni
negative e tentano di non sentirle. In assenza di un adulto completamente consapevole che li
guidi con amore, compassione e comprensione a confrontarsi direttamente con l’emozione,
scegliere di non sentirla è la sola opzione disponibile al bambino in quel momento.
Sfortunatamente questi primi meccanismi di difesa rimangono fino a quando il bambino non
diventa adulto. L’emozione vive ancora in lui o in lei non riconosciuta e si manifesta
indirettamente, per esempio in forma di ansia, rabbia, scoppi di violenza, cattivo umore o,
perfino, in una malattia del corpo. In qualche caso interferisce o sabota qualsiasi relazione
intima. La maggior parte degli psicoterapeuti ha incontrato pazienti che all’inizio avevano
dichiarato di aver avuto una infanzia felice e solo più tardi è venuto fuori proprio l’opposto.
Questi possono essere casi estremi, ma nessuno può attraversare l’infanzia senza provare
dolore emozionale. Perfino se fossero illuminati entrambi i vostri genitori, vi trovereste
comunque a crescere in un mondo per lo più inconscio.
I resti del dolore rimasto da una qualsiasi forte emozione negativa non affrontata, non
accettata, e quindi non lasciata andare, si uniscono per formare un campo energetico che vive
in ogni cellula del vostro corpo. Questo consiste non solamente di dolore infantile, ma anche
di emozioni dolorose che sono state aggiunte più tardi nell’adolescenza e durante la vita
adulta. È il dolore emozionale che è inevitabilmente il vostro compagno, in buona parte creato
dalla voce dell’ego, quando la vostra vita è basata su un falso senso del sé.
Questo campo energetico di emozioni vecchie, ma ancora molto, molto presenti e che
vivono in quasi tutti gli esseri umani, è il corpo di dolore.
La natura del corpo di dolore, comunque, non è soltanto individuale. È anche in parte dolore
sofferto da innumerevoli umani attraverso la storia dell’umanità, che è una storia di continue
guerre tribali, di schiavitù, saccheggi, stupri, torture e altre forme di violenza. Questo dolore
vive ancora nella psiche collettiva dell’umanità e viene alimentato quotidianamente, come
potete verificare questa sera ascoltando le notizie al telegiornale o seguendo il dramma nelle
relazioni tra le persone. Il corpo di dolore collettivo è probabilmente inscritto nel codice del
DNA di ogni umano, anche se non è stato ancora scoperto.
Ogni neonato che viene al mondo porta già in sé un corpo di dolore emozionale. In alcuni è
più pesante, più denso. Vi sono bambini che sono abbastanza felici la maggior parte del
tempo.
Altri sembra che portino in sé un’enorme infelicità. È vero che qualche bambino piange
molto perché non ha abbastanza amore e attenzione, ma alcuni piangono senza apparente
ragione, quasi come se volessero rendere anche gli altri infelici come loro, e spesso hanno
successo. Essi sono venuti a questo mondo con una parte consistente del dolore umano.
Alcuni bambini piangono frequentemente perché percepiscono l’emozione negativa della
madre o del padre, e questo causa loro dolore e inoltre accresce il loro corpo di dolore,
assorbendo l’energia dal corpo di dolore dei genitori. Di qualsiasi cosa si tratti, alla crescita del
corpo del bambino corrisponde una crescita del suo corpo di dolore.

Un bambino con un corpo di dolore leggero non è necessariamente destinato a essere un


uomo o una donna spiritualmente “più avanzato/a” di qualcun altro con un corpo di dolore
pesante. Infatti spesso è proprio l’opposto. Le persone con un corpo di dolore pesante di solito
hanno più probabilità di risvegliarsi spiritualmente di quelle che l’hanno relativamente leggero.
Perché, anche se alcuni rimangono intrappolati nei loro corpi di dolore pesanti, molti
raggiungono un punto dove non possono vivere con la loro infelicità più a lungo, e così la loro
motivazione a risvegliarsi diventa più forte.
Perché il Cristo sofferente, il viso distorto nell’agonia e il corpo sanguinante per innumerevoli
ferite, è un’immagine così significativa nel nostro inconscio collettivo? Milioni di persone,

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soprattutto nel Medioevo, non si sarebbero relazionate così profondamente con
quell’immagine se qualcosa dentro di loro non avesse risuonato, se inconsciamente non
avessero riconosciuto in quell’immagine una rappresentazione esterna della loro realtà
interiore, il corpo di dolore. Non erano ancora abbastanza coscienti da riconoscerlo
direttamente in loro stessi, ma era l’inizio del loro diventarne consapevoli. Cristo può essere
visto come un archetipo umano, che li incarna ambedue: il dolore e la possibilità della
trascendenza.
Come si rinnova il corpo di dolore
Il corpo di dolore è una forma di energia semi -autonoma che vive nella maggior parte degli
esseri umani, un’entità fatta di emozioni. Ha una sua intelligenza primitiva, non dissimile dalla
furbizia di un animale, diretta principalmente alla sopravvivenza. Come tutte le forme di vita,
periodicamente ha bisogno di nutrirsi, di prendere nuova energia, e il cibo che richiede,
consiste di energia compatibile con la propria, che è come dire, un’energia che vibra a una
frequenza simile. Ogni esperienza emozionale dolorosa può essere usata come cibo dal corpo
di dolore; ecco perché prospera con il pensiero negativo così come nel dramma delle
relazioni. Il corpo di dolore è dipendente dall’infelicità.
Può essere uno shock quando comprendete per la prima volta che vi è qualcosa in voi che
periodicamente cerca emozioni negative, cerca l’infelicità. Per vederlo in voi stessi avete
perfino bisogno di più consapevolezza che per riconoscerlo in un’altra persona. Una volta che
l’infelicità ha avuto la meglio su di voi, non solo non desiderate che finisca, ma volete rendere
anche gli altri miserabili come voi per potervi nutrire anche delle loro emozioni negative.
Nella maggior parte delle persone, il corpo di dolore ha uno stadio latente e uno attivo.
Quando è nello stadio latente, dimenticate facilmente che portate in voi una nube oscura o un
vulcano dormiente, che dipende dal campo energetico del tipo particolare del vostro corpo di
dolore. Quanto a lungo stia nello stadio latente varia da persona a persona. Alcune settimane
è il caso più comune, ma può essere anche solo qualche giorno o perfino mesi. In qualche
raro caso il corpo di dolore può stare in ibernazione per anni, prima che qualche evento
inneschi la fase attiva.
Come il corpo di dolore si nutre dei vostri pensieri
Il corpo di dolore si risveglia dallo stadio latente quando ha fame, quando è tempo di
alimentarsi; ma certe volte, può anche attivarsi a causa di un evento. Quando è pronto ad
alimentarsi, può usare la cosa più insignificante come pretesto per attivarsi, qualcosa che uno
dice o fa, o perfino solamente un pensiero. Se vivete soli o in quel momento non c’è nessuno
intorno, il corpo di dolore si nutrirà dei vostri pensieri. Improvvisamente i pensieri diventeranno
profondamente negativi. Probabilmente non siete neppure consapevoli che proprio un
momento prima del flusso di pensieri negativi, un’onda di emozione aveva invaso la vostra
mente, un umore nero e pesante, un’ansia o una rabbia ardenti. Il pensiero è energia e il
corpo di dolore si sta nutrendo in questo momento dell’energia dei vostri pensieri. Ma non si
può nutrire di qualsiasi pensiero. Non avete bisogno di essere particolarmente sensibili per
notare che un pensiero positivo ha un senso, un tono, totalmente differente da uno negativo. È
la stessa energia, ma vibra a una frequenza differente. Un pensiero felice, positivo, è indigesto
per il corpo di dolore che può solo nutrirsi di pensieri negativi perché solo quei pensieri sono
compatibili con il suo campo energetico.
Tutte le cose sono campi di energia vibrante in incessante movimento. La sedia dove siete
seduti, il libro che tenete in mano appaiono solidi e fermi solo perché questo è il modo con il
quale i vostri sensi percepiscono la loro frequenza vibrazionale, che è come dire, il movimento
incessante delle molecole, degli atomi, degli elettroni e delle particelle subatomiche che
insieme creano ciò che percepite come sedia, libro, albero o corpo. Quello che percepiamo
come materia fisica è energia vibrante (in movimento) in una particolare serie di frequenze. I
pensieri consistono della stessa energia che vibra a una frequenza più alta della materia,

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ragion per cui non possono essere né visti né toccati. I pensieri hanno la loro serie di
frequenze, con i pensieri negativi al gradino più basso della scala e i pensieri positivi al più
alto. La frequenza vibrazionale del corpo di dolore risuona con quella dei pensieri negativi,
ecco perché solo quei pensieri possono nutrirlo.
Lo schema abituale del pensiero che crea l’emozione è invertito nel caso del corpo di
dolore, almeno inizialmente. In questo caso l’emozione guadagna rapidamente il controllo del
vostro pensiero e, una volta che la mente è stata sopraffatta dal corpo di dolore, il pensiero
diventa negativo. La voce nella testa vi racconterà storie tristi, oppure piene di ansia o di
rabbia, su voi stessi o sulla vita, sugli altri, sul passato, sul futuro, o su eventi immaginari. La
voce starà incolpando, accusando, lamentandosi, immaginando. E voi sarete totalmente
identificati con qualsiasi cosa vi dica quella voce, credendo ai suoi pensieri distorti. A quel
punto, la dipendenza dall’infelicità è in atto.
Non è tanto che voi non possiate fermare la successione dei pensieri negativi, il fatto è che
voi non volete. Questo perché il corpo di dolore in quel momento vive attraverso di voi,
fingendo di essere voi. E per il corpo di dolore, il dolore è piacere. Con zelo divora ogni
pensiero negativo e infatti la voce nella testa diventa la voce del corpo di dolore. Si è
impadronito del dialogo interiore. Si stabilisce un circolo vizioso tra il corpo di dolore e il
pensiero. Ogni pensiero nutre il corpo di dolore e a sua volta il corpo di dolore genera più
pensieri. A un certo punto, dopo qualche ora o perfino dopo qualche giorno, si è rifocillato e
ritorna allo stadio latente, lasciandosi dietro un organismo esaurito e un corpo molto più
suscettibile alla malattia. Se vi sembra come un parassita psichico, avete ragione. È
esattamente quello che è.
Come il corpo di dolore si nutre del dramma
Se vi sono intorno altre persone, preferibilmente il vostro partner o un membro della famiglia, il
corpo di dolore tenterà di provocarli, di schiacciare i “bottoni giusti”, come si usa dire, così da
potersi nutrire e garantirsi un dramma. I corpi di dolore amano le relazioni intime e le famiglie
perché è lì che prendono la maggior parte del loro cibo. È difficile resistere a un corpo di
dolore di un’altra persona determinata ad attirarvi in una reazione. Istintivamente conosce i
vostri punti deboli, quelli più vulnerabili. Se non ha successo la prima volta, ci proverà ancora
e ancora. È un’emozione rozza che cerca di avere più emozione. Il corpo di dolore dell’altra
persona vuole risvegliare il vostro, così che entrambi possano darsi energia a vicenda.
Molte relazioni attraversano episodi violenti e distruttivi a intervalli regolari. È quasi
insopportabilmente doloroso per un bambino piccolo dover assistere alla violenza emozionale
dei corpi di dolore dei genitori e tuttavia è il destino di milioni di bambini in tutto il mondo, è
l’incubo della loro esistenza quotidiana. Questa è anche una delle modalità più frequenti con
la quale il corpo di dolore viene trasmesso da generazione a generazione. Dopo ogni
episodio, i partner si ricompongono, e vi è un intervallo di relativa pace fino al limite massimo
consentito dall’ego.
Un consumo eccessivo di alcol spesso attiva il corpo di dolore, particolarmente negli uomini,
ma alle volte anche nelle donne. Quando una persona si ubriaca, nel momento in cui il corpo
di dolore ha il sopravvento, subisce un cambiamento completo di personalità. Una persona
profondamente inconsapevole, il cui corpo di dolore solitamente si nutre di violenza fisica,
spesso la dirige contro il coniuge o i figli. Quando ritorna sobria, è veramente dispiaciuta e può
dire che non lo farà mai più, e ne è convinta. Questa persona che parla e promette,
comunque, non è l’entità che commette le violenze e potete stare sicuri che continuerà a
ripeterle ancora fino a che diventerà presente, riconoscendo in se stessa il corpo di dolore
così da rompere l’identificazione. In qualche caso, una terapia appropriata può essere d’aiuto.
La maggior parte dei corpi di dolore vogliono sia infliggere sia subire dolore, ma certi sono
prevalentemente carnefici o vittime. In entrambe le situazioni si nutrono di violenza,
emozionale o fisica. Ci sono coppie che pensano di essere molto innamorate ma in verità
entrambi i partner si sentono attratti l’una verso l’altro perché i rispettivi corpi di dolore sono

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complementari. Qualche volta i ruoli del carnefice e della vittima sono già chiaramente definiti
fin dal primo incontro. Alcuni matrimoni che si pensa siano stati creati dal cielo sono in realtà
creati dall’inferno.
Se avete mai vissuto con un gatto, saprete che, perfino quando sembra addormentato, sa
comunque tutto quello che succede, perché al più piccolo rumore insolito muoverà le orecchie
in quella direzione e aprirà forse anche leggermente gli occhi. I corpi di dolore nello stadio
latente sono così. A un certo livello sono ancora svegli, pronti a mettersi in azione quando
sono stimolati nella maniera appropriata.
Nelle relazioni intime, i corpi di dolore sono abbastanza abili da rimanere in sordina finché i
partner non cominciano a vivere insieme o magari firmano un contratto che li impegna a stare
con l’altra persona per il resto della vita. Voi non sposate solo vostra moglie o vostro marito,
sposate anche il suo corpo di dolore e l’altro coniuge sposa il vostro. Può essere davvero uno
shock quando, probabilmente non molto tempo dopo l’inizio della convivenza oppure dopo la
luna di miele, un giorno improvvisamente vi trovate di fronte a un completo cambiamento nella
personalità del vostro partner. Le voci diventano stridenti e acute mentre i due si accusano a
vicenda, si danno la colpa o si mettono a gridare, probabilmente riguardo a cose relativamente
banali. O uno dei due si rinchiude in se stesso completamente. “Cosa c’è che non va?”
chiedete. “Niente!” è la risposta di lui o di lei. Ma l’energia emanata dall’altro/a è intensamente
ostile quando la replica è: “Tutto non va!”. Quando
vi guardate negli occhi, non c’è più luce, è come se fosse disceso un velo pesante e l’essere
che conoscevate e amavate e che prima era in grado di risplendere attraverso l’ego, ora è
totalmente oscurato. Una persona completamente sconosciuta sembra guardarvi e nei suoi
occhi vi è odio, ostilità, amarezza o rabbia. Quando lui o lei vi parla, non è il partner che sta
parlando ma il suo corpo di dolore che parla attraverso lui o lei. Qualsiasi cosa lui o lei dicano,
è la versione della realtà del corpo di dolore, una realtà completamente distorta dalla paura,
dall’ostilità, dalla rabbia e da un desiderio di infliggere e ricevere più dolore.
A questo punto vi potrete chiedere se questo è l’aspetto reale del vostro partner che non
avevate mai visto prima, o se avete fatto uno spaventoso errore nello scegliere questa
persona. Non è naturalmente il suo aspetto reale, è solo il corpo di dolore che
temporaneamente ha preso il suo posto. Sarebbe difficile trovare un partner che non abbia un
corpo di dolore, ma sarebbe forse saggio scegliere qualcuno il cui corpo di dolore non sia
eccessivamente denso.
I corpi di dolore densi
Vi sono persone che hanno corpi di dolore così densi che non sono mai completamente
inattivi. Possono essere persone che sorridono e sostengono conversazioni educate, ma non
avete bisogno di una grande intuizione per sentire la palla di emozioni infelici che ribolle in loro
appena sotto la superficie, in attesa del prossimo evento per reagire, la prossima persona da
incolpare o con cui confrontarsi, la prossima cosa per cui essere infelici. Il loro corpo di dolore
non ne ha mai abbastanza, è sempre affamato. Essi danno un valore eccessivo al bisogno
dell’ego di avere dei nemici.
Grazie alla loro reattività, delle cose relativamente insignificanti sono gonfiate in modo
sproporzionato per attirare gli altri nel loro dramma, inducendoli ad avere delle reazioni. Alcuni
sono coinvolti in battaglie che si protraggono nel tempo e che, alla fine, non hanno senso, o in
cause giudiziarie contro organizzazioni oppure individui. Altri sono consumati da un odio
ossessivo verso un ex coniuge o partner. Inconsapevoli del dolore che si portano dentro, con
le loro reazioni lo proiettano su eventi o situazioni. A causa di una completa mancanza di
consapevolezza di sé, non possono vedere la differenza tra un evento e la loro reazione
all’evento stesso. Per loro l’infelicità e perfino il dolore sono sempre fuori, nell’evento o nella
situazione. Inconsapevoli del loro stato interiore, non sanno nemmeno di essere
profondamente infelici, di stare soffrendo.

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Qualche volta le persone con un corpo di dolore così denso diventano attiviste, lottando per
una causa. La causa può essere assolutamente valida, e in un primo tempo queste persone
possono avere successo e far funzionare le cose; comunque, l’energia negativa che fluisce in
quello che dicono e fanno e il loro inconscio bisogno di avere nemici e di creare conflitti, tende
a generare delle opposizioni crescenti alla loro causa. Di solito finiscono per crearsi dei nemici
dentro la loro stessa organizzazione, perché, dovunque vadano, trovano ragioni per stare
male, e in questo modo il loro corpo di dolore continua a trovare esattamente quello di cui
andava in cerca.
L’intrattenimento, i media e il corpo di dolore
Se la civiltà contemporanea non vi fosse familiare, se foste arrivati qui da un altro pianeta, una
delle cose che vi meraviglierebbe di più sarebbe il fatto che milioni di persone amino e
paghino per guardare degli umani uccidersi e infliggersi dolore a vicenda, e che chiamino
questo “intrattenimento”.
Perché i film violenti hanno così tanto successo di pubblico? È nata un’intera industria che
incentiva la dipendenza umana dall’infelicità. La gente ovviamente guarda questi film perché
desidera stare male. Cosa c’è nell’umano che ama sentirsi male e chiamarlo bene? Il corpo di
dolore naturalmente. Una grande parte dell’industria dello spettacolo vive su questo. Così, in
aggiunta alla reattività, al pensiero negativo e al dramma personale, il corpo di dolore rinnova
se stesso col cinema e la televisione. Corpi di dolore scrivono e producono questi film e altri
corpi di dolore pagano per vederli.
È sempre “sbagliato” far vedere e guardare la violenza in televisione e al cinema? Tale
violenza nutre il corpo di dolore? Allo stadio corrente dell’evoluzione dell’umanità, la violenza
non solo pervade tutti gli aspetti della vita, ma sta perfino incrementandosi, così come la
vecchia coscienza egoica. Amplificata dal corpo di dolore collettivo sta intensificandosi prima
della sua inevitabile e prevedibile caduta. Se un film mostra la violenza nel suo contesto più
ampio, fa vedere la sua origine e le sue conseguenze, descrive cosa fa alla vittima e al
carnefice, rivela la collettiva inconsapevolezza che c’è dietro e che passa da generazione a
generazione (la rabbia e l’odio che vive nell’umano come corpo di dolore), allora questo tipo di
film può avere una funzione vitale nel risveglio dell’umanità. Questi film possono agire come
specchi in cui l’umanità vede la propria follia. Quello che in voi riconosce la pazzia come
pazzia (anche se è la vostra stessa pazzia) è la salute, la consapevolezza emergente, la fine
della pazzia.
Tali pellicole esistono e non alimentano il corpo di dolore. I migliori film contro la guerra sono
film che mostrano la realtà della guerra piuttosto che una sua versione romantica. Il corpo di
dolore si può solo nutrire con film nei quali la violenza è ritratta come normale o perfino come
un comportamento umano desiderabile, o è glorificata con il solo scopo di generare emozioni
negative nello spettatore fino a essere un’overdose per il corpo di dolore dipendente dalla
sofferenza.
I quotidiani non pubblicano principalmente notizie ma emozioni negative, cibo per il corpo di
dolore. Oltraggio! tuona il titolo alto sette centimetri o Bastardi!. La stampa popolare inglese
eccelle in questo. Sa che le emozioni negative fanno vendere molto più delle notizie.
Vi è una tendenza nei media in generale, inclusa la televisione, a trarre profitto dalle notizie
negative. Peggio vanno le cose e più i presentatori si eccitano e, spesso, a generare
l’eccitazione negativa, sono proprio i media. Il corpo di dolore ama molto tutto ciò!
Il corpo di dolore femminile
La dimensione collettiva del corpo di dolore ha caratteristiche diverse. Tribù, nazioni, razze,
tutte hanno il loro corpo di dolore collettivo, qualcuno più pesante di altri, e la maggior parte
dei membri di quella particolare tribù, nazione o razza, in misura maggiore o minore condivide
quel tipo di dolore.

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Quasi ogni donna ha la sua parte di corpo di dolore collettivo femminile, che tende ad
attivarsi particolarmente prima del ciclo mestruale. In quel periodo molte donne sono
sopraffatte da intense emozioni negative.
La soppressione del principio femminile, specialmente durante gli ultimi duemila anni, ha
dato all’ego la supremazia assoluta sulla psiche collettiva umana. Naturalmente, anche le
donne hanno un ego, ma questo può mettere radici e crescere più facilmente in una forma
maschile che in una femminile. Ciò avviene perché le donne sono meno identificate dell’uomo
con la mente. Esse sono più in contatto con il corpo interiore e con l’intelligenza
dell’organismo dove hanno origine le facoltà intuitive. La forma femminile è meno rigidamente
incapsulata di quella maschile, ha un’apertura e una sensibilità maggiori verso le altre forme di
vita ed è più in sintonia con il mondo della natura.
Se l’equilibrio tra il maschile e il femminile non fosse stato distrutto sul nostro pianeta, la
crescita dell’ego sarebbe stata molto più ridotta. Non avremmo dichiarato guerra alla natura e
non saremmo così completamente alienati dal nostro Essere.
Nessuno sa la cifra esatta perché non esiste una documentazione precisa, ma sembra
accertato che durante un periodo di trecento anni, da tre a cinque milioni di donne siano state
torturate e uccise dalla Santa Inquisizione, una istituzione fondata dalla Chiesa cattolica per
sopprimere l’eresia. Questo sicuramente spicca insieme all’Olocausto come uno dei capitoli
più oscuri della storia umana. Era sufficiente per una donna manifestare amore per gli animali,
camminare da sola per i campi o per i boschi o raccogliere piante medicinali, per essere
bollata come strega e quindi torturata e bruciata sul rogo. Il sacro femminino fu dichiarato
demoniaco e un’intera dimensione è quasi scomparsa dall’esperienza umana. Altre culture e
religioni, come il Giudaismo, l’Islamismo e perfino il Buddhismo, soppressero la dimensione
femminile, anche se in modi meno violenti. Lo status delle donne fu confinato alla cura dei
bambini e a essere una proprietà maschile. Uomini che avevano negato il femminile perfino
dentro di loro, adesso dirigevano il mondo, un mondo totalmente sbilanciato. Il resto è storia, o
meglio, un caso storico di pazzia.
Chi fu responsabile di questa paura del femminile, che può essere descritta solo come un
caso acuto di paranoia collettiva? Potremmo dire: ovviamente gli uomini. Ma allora perché in
molte civiltà antiche pre-cristiane, come quella dei sumeri, degli egiziani e dei celti, le donne
erano rispettate e il principio femminino, invece di essere temuto, era riverito? Cos’è successo
che improvvisamente ha fatto sentire gli uomini minacciati dal femminile? L’ego che si stava
evolvendo in loro. L’ego sapeva che avrebbe guadagnato il pieno controllo del nostro pianeta
solo attraverso la forma maschile e, per fare questo, doveva rendere il femminile privo di
potere.
Nel tempo l’ego ha avuto la meglio sulla maggioranza delle donne, anche se non è divenuto
mai così profondamente radicato in loro come negli uomini.
Adesso abbiamo una situazione nella quale la soppressione del femminile si è interiorizzata
anche nella maggior parte delle donne. Il sacro femminino, poiché è soppresso, è percepito da
molte donne come dolore emozionale. Infatti è diventato parte del loro corpo di dolore,
insieme con il dolore accumulato sofferto dalle donne nel corso dei millenni, attraverso il parto,
gli stupri, la schiavitù, la tortura e la morte violenta.
Ma le cose ora stanno cambiando rapidamente. Grazie al fatto che molte persone stanno
diventando più coscienti, l’ego sta perdendo la sua presa sulla mente umana. E poiché non è
mai stato così profondamente radicato nella donna, l’ego perde la sua presa più rapidamente
nelle donne che negli uomini.
I corpi di dolore nazionali e razziali
Certi paesi, dove sono stati perpetrati o subiti molti atti di violenza collettiva, hanno un corpo di
dolore collettivo più pesante di altri. Questa è la ragione per la quale le nazioni più vecchie
tendono ad avere corpi di dolore più forti. Ed è anche il motivo per cui paesi più giovani, come
il Canada o l’Australia, e quelli che sono rimasti più al riparo dalla pazzia circostante, come la

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Svizzera, tendono ad avere dei corpi di dolore collettivo più leggeri. Naturalmente, anche lì la
gente ha ancora a che fare con il suo personale corpo di dolore. Se siete abbastanza sensibili,
potete sentire una pesantezza nel campo energetico di certi paesi non appena scendete
dall’aereo. In altri, potete percepire un campo energetico di violenza latente appena sotto la
superficie della vita di ogni giorno. Per esempio, in Medio Oriente il corpo di dolore collettivo è
così acuto che una gran parte della popolazione si trova forzata ad agire in un ciclo senza fine
di perpetrazione e risentimento, grazie al quale il corpo di dolore si rinnova continuamente.
Nei paesi dove il corpo di dolore è pesante ma non è più acuto, vi è una tendenza a tentare di
desensibilizzarsi dal dolore collettivo emozionale, in Germania e in Giappone attraverso il
lavoro, in qualche altro paese attraverso l’assai diffuso consumo di alcolici (che peraltro
possono avere anche l’effetto opposto di stimolare il corpo di dolore, specialmente se sono
consumati in eccesso). Il pesante corpo di dolore della Cina è parzialmente mitigato dalla
pratica molto diffusa del tai chi, che sorprendentemente non è mai stato dichiarato illegale dal
governo comunista, che di solito si sente minacciato da qualsiasi cosa non possa controllare.
Ogni giorno, per strada e nei parchi della città, milioni di persone praticano questa
meditazione di movimento che acquieta la mente. Questo fa una differenza considerevole nel
campo energetico collettivo e in qualche modo diminuisce il corpo di dolore, riducendo il
pensiero e generando Presenza.
Pratiche spirituali che coinvolgono il corpo fisico, come il tai chi, il qigong e lo yoga hanno in
questo momento uno sviluppo notevole nel mondo occidentale. Queste pratiche non creano
una separazione tra il corpo e lo spirito e sono importanti nell’indebolire il corpo di dolore.
Giocheranno un ruolo primario nel risveglio globale.
Il corpo di dolore collettivo razziale è molto presente negli ebrei, che hanno sofferto di
persecuzione per secoli. È altrettanto forte, e non c’è da stupirsi, nei nativi americani, che
sono stati decimati e hanno visto la loro cultura distrutta dai coloni europei. Anche nei neri
americani il corpo di dolore è forte. I loro antenati, sradicati violentemente, percossi e
sottomessi, sono stati venduti come schiavi. La prosperità economica americana ha alla base,
in origine, il lavoro di quattro/cinque milioni di schiavi neri. Infatti, la sofferenza inflitta ai nativi
e ai neri americani non è rimasta confinata a queste due razze, ma è diventata parte del corpo
di dolore collettivo americano. Succede sempre così, che la vittima e il carnefice soffrono
entrambi le conseguenze di ogni atto di violenza, di oppressione o di brutalità. Perché quello
che fate agli altri lo fate a voi stessi.
In realtà non ha importanza la quantità del corpo di dolore che appartiene alla nazione o alla
razza e quella che è personale. In ogni caso, potete andare oltre solo prendendovi la
responsabilità per il vostro stato interiore, adesso. Anche se il biasimo sembra più che
giustificato, fino a che biasimate gli altri state continuando a nutrire il corpo di dolore con i
vostri pensieri e così rimanete intrappolati nel vostro ego. L’inconsapevolezza umana è la sola
responsabile del male sul pianeta. Questa comprensione è il vero perdono. Con il perdono, la
vostra identità di vittima si dissolve e il vostro vero potere viene alla luce, il potere della
Presenza. Invece di biasimare il buio, portateci la luce.VI
Liberarsi

L’inizio della liberazione dal corpo di dolore sta prima di tutto nel rendersi conto del fatto che
avete un corpo di dolore. Poi, ancora più importante, consiste nell’abilità di mantenersi così
presenti e così vigili da notare la piena di emozioni negative che il corpo di dolore porta con sé
quando si attiva. Quando riuscite a riconoscere questo, il corpo di dolore non può fingere più a
lungo di essere voi, né può vivere attingendo forza e nutrimento da voi.
È la vostra Presenza consapevole che interrompe l’identificazione con il corpo di dolore.
Quando si pone termine a questa identificazione, il corpo di dolore non può più a lungo
controllare il vostro pensiero e quindi rafforzarsi traendo nutrimento da lì. Nella maggior parte
dei casi il corpo di dolore non si dissolve immediatamente ma, nel momento in cui recidete il
collegamento tra questo e il vostro pensiero, inizia a perdere energia. Il pensiero cessa di

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essere offuscato dalle emozioni e le percezioni del presente non vengono più distorte dal
passato. Allora l’energia che era fino a quel momento nel corpo di dolore, cambia di frequenza
e viene trasmutata in Presenza. In questo modo, il corpo di dolore diventa carburante per la
coscienza. Ecco perché molti degli uomini e delle donne più saggi e illuminati di questo
pianeta hanno avuto in passato un corpo di dolore molto pesante.
Al di là di quello che potete dire o fare o mostrare al mondo come vostra immagine, non
potete tenere nascosto il vostro stato mentale-emozionale. Ogni essere umano emana uno
specifico campo energetico corrispondente al proprio stato interiore e la maggior parte delle
persone può percepirlo, magari solo a un livello subliminale. In altre parole: nonostante
costoro non si rendano conto di quello che stanno percependo, questa percezione influenza
grandemente i loro sentimenti e le loro reazioni verso la persona con cui vengono in contatto.
Molta gente ha una chiara consapevolezza di ciò quando fa la conoscenza di qualcuno,
ancora prima di qualunque scambio verbale. Poco dopo, tuttavia, le parole prendono il
sopravvento nella relazione e così fanno i ruoli che la maggior parte delle persone interpreta.
Allora l’attenzione si sposta a livello della mente e questo determina una gran diminuzione
dell’abilità di percepire il campo energetico dell’altro. Nondimeno, a un livello inconsapevole
questo campo energetico continua a essere percepito.
Nel momento in cui vi rendete conto che inconsciamente i corpi di dolore cercano altro
dolore, ovvero che vogliono che accada qualcosa di male, potete anche capire come molti
incidenti stradali siano provocati da guidatori il cui corpo di dolore in quel momento era attivo.
Quando due guidatori con un corpo di dolore attivo giungono contemporaneamente a un
incrocio, la probabilità di un incidente è molto più alta che in circostanze normali. In modo
inconsapevole, entrambi vogliono che accada. Il ruolo dei corpi di dolore negli incidenti d’auto
è particolarmente evidente nel caso di gente che, durante la guida, assume atteggiamenti
violenti all’indirizzo di qualcuno che, per esempio, è accusato di andare troppo piano.
Molti atti di violenza sono commessi da persone “normali” diventate temporaneamente folli.
Nei procedimenti giudiziari in tutto il mondo si possono sentire gli avvocati difensori dire:
“Questo comportamento è del tutto estraneo alla personalità del mio cliente” e la persona
accusata: “Non capisco cosa mi sia successo”. Per quello che ne so io, finora, nessun
difensore ha mai detto al giudice (anche se ciò potrebbe succedere in un tempo non lontano):
“Siamo di fronte a un caso di responsabilità limitata. Il corpo di dolore del mio cliente era attivo
e lui non era cosciente di quello che stava facendo. Di fatto, non è stato lui a farlo, ma il suo
corpo di dolore”.
Questo significa forse che le persone non possono essere ritenute responsabili di ciò che
fanno quando sono possedute dal corpo di dolore? La mia risposta è: e in che modo possono
esserlo? Come potete essere responsabili quando siete inconsapevoli, quando non vi rendete
conto di quello che state facendo? Nonostante ciò, all’interno di un disegno più ampio gli
esseri umani sono destinati a diventare esseri coscienti e quelli che non vorranno ciò
dovranno sopportare le conseguenze della loro inconsapevolezza. Queste persone sono
infatti non allineate con la spinta evolutiva universale.
Ma anche questo è vero fino a un certo punto. Se vediamo le cose da una prospettiva più
alta, non
è realmente possibile essere non allineati rispetto all’evoluzione dell’universo, e anche
l’inconsapevolezza umana e la sofferenza che ne consegue fanno parte di questa evoluzione.
Quando non siete più in grado di sostenere l’interminabile ciclo di sofferenze, inizia il vostro
risveglio. Nella prospettiva di questo disegno più ampio, anche il corpo di dolore occupa un
posto necessario.
La Presenza
Una volta venne da me una donna fra i trenta e i quarant’anni. Fin dal primo momento, mentre
mi salutava, potei percepire il dolore dietro il suo sorriso educato e superficiale. Iniziò
raccontandomi la sua storia e nel giro di un secondo il suo sorriso si trasformò in una smorfia

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di dolore. Allora, incominciò a singhiozzare senza controllo. Mi disse che si sentiva sola e
insoddisfatta. In lei c’erano una gran rabbia e tristezza. Da bambina era stata vittima di abusi
da parte di un padre fisicamente violento. Mi resi conto rapidamente che il suo dolore non era
causato dalla sua attuale situazione di vita, ma piuttosto da un corpo di dolore estremamente
pesante. Questo corpo di dolore era diventato il filtro attraverso il quale lei vedeva la sua
situazione di vita. Non era ancora in grado di cogliere il legame tra il dolore emozionale e i
propri pensieri, dal momento che era completamente identificata con entrambi. Non era
ancora in grado di vedere che stava nutrendo il corpo di dolore con i propri pensieri. In altre
parole stava vivendo con il peso di un sé molto infelice, anche se in qualche modo doveva
avere intuito che questo dolore nasceva al suo interno, che lei era un fardello per se stessa.
Era pronta per risvegliarsi e per questo era venuta.
Guidai la sua attenzione verso ciò che stava sentendo all’interno del suo corpo e le chiesi di
sentire direttamente quest’emozione, invece che attraverso il filtro dei suoi pensieri infelici,
della sua storia infelice. Mi disse che era venuta da me perché le mostrassi come uscire dalla
propria infelicità e non come entrarvi. Solo a malincuore accettò di fare come le chiedevo. Le
lacrime le scorrevano sul volto, mentre tutto il corpo era scosso da brividi. “In questo
momento, questo è quello che senti” dissi. “Non puoi fare niente rispetto al fatto che questo è
ciò che senti in questo momento. Quindi, invece di volere che questo momento sia diverso da
quello che è, cosa che accrescerebbe il dolore già presente, sarebbe possibile per te
accettare completamente che questo è ciò che senti in questo momento?”
Per un momento si quietò, ma improvvisamente divenne impaziente, come se stesse per
alzarsi, e disse rabbiosamente: “No, non lo voglio accettare”.
“Chi dice questo?” le chiesi. “Tu o l’infelicità che ti porti dentro? Riesci a vedere come
l’infelicità che ti deriva dall’essere infelice crei in te un nuovo strato di infelicità?” Si quietò di
nuovo. “Non ti sto chiedendo di fare niente. Quello che ti chiedo è di scoprire se per te è
possibile permettere che quei sentimenti ci siano. In altre parole, ti farò una domanda che
potrà sembrarti strana e cioè: cosa ne sarebbe della tua infelicità se non ti importasse di
averla? Non vuoi scoprirlo?”
Mi guardò perplessa per un istante e rimase seduta in silenzio più o meno per un minuto,
dopodiché improvvisamente avvertii un significativo cambiamento nel suo campo energetico.
Disse: “È strano. Sono sempre infelice, ma ora intorno a questa infelicità c’è dello spazio.
Sembra che la cosa sia meno importante”. Fu la prima volta che udii qualcuno esprimersi in
questo modo: c’è più spazio intorno alla mia infelicità. Ovviamente, quello spazio si crea
quando c’è un’accettazione interiore di quello che si sta sperimentando nel momento
presente.
Non dissi molto di più, in modo da permetterle di stare nell’esperienza. Più tardi arrivò a capire
che nel momento in cui aveva smesso di identificarsi con quel sentimento, con quella vecchia
emozione di dolore che viveva in lei, ponendo invece la propria attenzione direttamente su tale
sentimento senza resistergli, il sentimento stesso aveva perso il potere di controllare il suo
pensiero e così di mescolarsi con una storia costruita dalla sua mente, chiamata “Il me
infelice”. Nella sua vita era entrata un’altra dimensione, una dimensione che trascendeva il
suo passato personale, la dimensione della Presenza. Poiché non si può essere infelici senza
una storia infelice, questa fu la fine della sua infelicità. E fu anche l’inizio della fine del suo
corpo di dolore. L’emozione in se stessa non è infelicità. Infelicità è solo l’emozione insieme a
una storia infelice.
Dopo la conclusione della sessione, per me fu molto bello rendermi conto che ero stato
testimone dell’emergere della Presenza in un altro essere umano. La vera ragione per la
quale esistiamo in questa forma umana è di portare questa dimensione di coscienza nel
mondo. Ero stato anche testimone di una diminuzione del corpo di dolore, non attraverso una
lotta ma portandovi la luce della coscienza.
Qualche minuto dopo la partenza della mia visitatrice, arrivò un’amica per lasciare qualcosa.
Appena all’interno della stanza, disse: “Cos’è successo qui? L’energia sembra greve e densa.

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Mi fa quasi sentire male. Devi aprire le finestre e bruciare dell’incenso”. Le spiegai che avevo
appena assistito a una straordinaria liberazione di energia in qualcuno che aveva un corpo di
dolore molto denso e che quello che sentiva doveva essere appunto l’energia liberata nel
corso della sessione. A ogni modo, la mia amica non volle starmi ad ascoltare e se ne andò
appena possibile.
Aprii le finestre e uscii a pranzare in un piccolo ristorante indiano nelle vicinanze, dove
successe qualcosa che fu una chiara, ulteriore conferma di quanto già sapevo: che a un
qualche livello, tutti i corpi di dolore, che sembrano individuali, sono in realtà connessi tra loro.
Tuttavia, questa conferma assunse una forma piuttosto scioccante.
Il ritorno del corpo di dolore
Mi sedetti e ordinai da mangiare. C’erano pochi altri ospiti. A un tavolo molto vicino c’era un
signore di mezza età in una sedia a rotelle, che aveva appena finito il suo pranzo. Mi lanciò
uno sguardo breve ma intenso. Passarono alcuni minuti. All’improvviso l’uomo divenne
inquieto, agitato e il suo corpo iniziò a contrarsi. Il cameriere venne a ritirare il suo piatto.
L’uomo iniziò a discutere con lui. “Il cibo non era buono, era terribile.” “Perché l’ha mangiato
allora?” chiese il cameriere. Questo lo fece letteralmente esplodere. Iniziò a gridare, divenne
ingiurioso. Dalla sua bocca uscivano parole spregevoli, la stanza si riempì di un intenso e
violento odio. Si poteva percepire quell’energia entrare nelle cellule del corpo e cercare
qualcosa a cui aggrapparsi. Ora l’uomo stava gridando anche all’indirizzo degli altri clienti, ma
per qualche strana ragione ignorò completamente me che sedevo in uno stato di intensa
Presenza. Ebbi il sospetto che il corpo di dolore umano universale fosse ritornato per dirmi:
“Pensavi di avermi sconfitto. Guarda, sono ancora qui”. Presi anche in considerazione la
possibilità che il campo energetico rilasciato nel corso della nostra sessione, mi avesse
seguito al ristorante e si fosse attaccato alla sola persona nella quale aveva trovato una
frequenza di vibrazione compatibile, e cioè un corpo di dolore pesante.
Il responsabile del ristorante aprì la porta ripetendo: “Se ne vada, se ne vada”. L’uomo si
precipitò fuori sulla sua sedia a rotelle, lasciando tutti sbalorditi. Ma un minuto dopo era di
ritorno. Il suo corpo di dolore non aveva ancora finito, aveva bisogno di altro. Aprì la porta
spingendola con la sedia a rotelle e gridando oscenità. Una cameriera tentò di fermarlo prima
che entrasse, ma l’uomo azionò il comando di massima velocità in avanti e la costrinse con le
spalle al muro. Altri clienti balzarono su e tentarono di mandarlo via: grida, urla, un
pandemonio. Un po’ più tardi arrivò un poliziotto; l’uomo si calmò, gli fu chiesto di andarsene e
di non tornare. Per fortuna la cameriera non era ferita, a parte dei lividi alle gambe. Quando fu
tutto finito, il responsabile venne al mio tavolo e mi chiese, un po’ scherzosamente ma forse
avvertendo intuitivamente che c’era qualche connessione: “Lei ha qualcosa a che fare con
questo?”.
Il corpo di dolore nei bambini
Il corpo di dolore nei bambini talvolta si manifesta con il broncio o con la chiusura in loro
stessi. I bambini diventano scontrosi, rifiutano di interagire, magari vanno a sedersi in un
angolo abbracciando una bambola o succhiandosi il pollice. Può anche manifestarsi con
attacchi di pianto o crisi di rabbia. Il bambino strilla, si butta a terra o diventa distruttivo.
Desideri frustrati possono facilmente scatenare il corpo di dolore, e in un ego in sviluppo la
forza del desiderio può essere intensa. I genitori osservano disorientati, increduli e senza
capire, il loro piccolo angelo trasformarsi in pochi secondi in un piccolo mostro. Si chiedono da
dove venga tutta quell’infelicità. Più o meno è la parte che il bambino condivide del corpo di
dolore collettivo dell’umanità che risale fino all’origine dell’ego umano.
Ma il bambino può anche avere già preso su di sé la sofferenza dal corpo di dolore dei
propri genitori, e in tal modo i genitori possono vedere nel loro piccolo un riflesso di ciò che è
anche in loro stessi. I bambini molto sensibili sono colpiti in modo particolare dai corpi di
dolore dei propri genitori. Il dover essere testimoni della follia dei propri genitori produce un

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dolore emozionale quasi insopportabile, e così questi figli sensibili diventano spesso adulti con
corpi di dolore pesanti. I bambini non si fanno imbrogliare dai genitori che tentano di
nascondere il proprio corpo di dolore cercando di non litigare di fronte a loro. Mentre
conversano educatamente tra loro, la casa è piena di energia negativa. I corpi di dolore
repressi sono estremamente tossici, anche più di quelli che agiscono apertamente, e questa
tossicità psichica è assorbita dai piccoli e contribuisce allo sviluppo del loro corpo di dolore.
Alcuni bambini acquisiscono una conoscenza subliminale dell’ego e del corpo di dolore
semplicemente vivendo con genitori inconsapevoli. Una donna i cui genitori avevano entrambi
un ego forte e un corpo di dolore pesante mi disse che spesso quando i genitori urlavano e
strillavano l’uno contro l’altra, lei li guardava e, nonostante li amasse, diceva a se stessa:
“Questa gente è matta. Come sono finita qui?”. C’era già in lei una consapevolezza della follia
del vivere in quel modo. Quella consapevolezza l’aiutò a limitare la quantità di dolore
assorbita.
I genitori si chiedono spesso come comportarsi con il corpo di dolore del proprio bambino.
La questione fondamentale naturalmente è: si stanno facendo carico del proprio corpo di
dolore? Lo stanno riconoscendo in loro stessi? Sono in grado di mantenere una presenza
sufficiente quando il corpo di dolore diventa attivo, in modo da essere consapevoli della
emozione a livello del sentire, prima che questa abbia avuto la possibilità di trasformarsi in
pensiero e di conseguenza di trasformarli in una “persona infelice”?
Mentre il bambino sta avendo un attacco del corpo di dolore, non potete fare granché tranne
che essere presenti in modo da non venire trascinati in una reazione emotiva, che non
farebbe che alimentare il corpo di dolore del bambino. I corpi di dolore possono essere
estremamente drammatici. Non entrate in quel dramma e non prendetelo troppo sul serio. Se
il corpo di dolore è scatenato da un desiderio frustrato, non cedete ora a quel desiderio.
Perché se lo fate il bambino ne trarrebbe questa lezione: “Più divento infelice, più alta è la
probabilità di ottenere quello che voglio”. Questa sarebbe una ricetta per una disfunzione
futura. Il corpo di dolore verrà frustrato dalla vostra non-reazione e potrà anche accentuarsi,
prima di calmarsi. Per fortuna, nei bambini questi episodi hanno di solito una durata più breve
che negli adulti.
Potete parlare col bambino di ciò che gli è accaduto, dopo che tutto è finito o forse il giorno
successivo. Ma non parlategli del corpo di dolore. Fategli invece delle domande. Per esempio:
“Cosa ti è successo ieri quando continuavi a urlare? Ricordi? Cosa sentivi? Era una
sensazione buona? Si potrebbe dare un nome a quello che ti è successo? No? Se avesse un
nome, come potremmo chiamarlo? Se potessi vederlo, a cosa assomiglierebbe? Potresti fare
un disegno di quello a cui assomigliava? Cosa gli è successo quando se n’è andato via? È
andato a dormire? Pensi che possa ritornare?”.
Queste sono solo alcune domande che vi suggerisco. Sono orientate a risvegliare nel
bambino la capacità di osservare, cioè la Presenza. Tali domande lo aiuteranno a
disidentificarsi dal corpo di dolore. Potete anche decidere di parlare al bambino del vostro
corpo di dolore usando la sua terminologia. La prossima volta che il bambino viene posseduto
dal corpo di dolore, potete dire: “È tornato, vero?”. Quando parlate di questo, servitevi di
qualsiasi parola abbia usato il bambino. Dirigete la sua attenzione sulla qualità delle
sensazioni. Siate animati da interesse e curiosità piuttosto che esprimere critica o condanna.

È poco probabile che questo impedisca al corpo di dolore di ripresentarsi; può sembrare che
il bambino non ascolti, invece nel fondo della sua coscienza rimarrà un qualche tipo di
consapevolezza anche quando il corpo di dolore è attivo. Dopo alcune volte, la
consapevolezza diventerà più forte e il corpo di dolore più debole. Il bambino sta crescendo in
Presenza. Un giorno potreste scoprire che vostro figlio è in grado di segnalarvi che il vostro
corpo di dolore ha preso il controllo su di voi.
L’infelicità

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Non tutta l’infelicità deriva dal corpo di dolore. Una parte è infelicità nuova, che viene creata
tutte le volte che non siete allineati con il momento presente, quando in un modo o nell’altro
state negando l’Adesso. Quando riconoscete che il momento presente è sempre così com’è
ed è perciò inevitabile, potete dirgli interiormente un “sì” senza riserve e in tal modo non solo
eviterete di creare ulteriore infelicità, ma avendo lasciato andare la resistenza interna,
scoprirete anche tutto il potere che la Vita stessa vi dà.
L’infelicità connessa al corpo di dolore è sempre chiaramente sproporzionata rispetto alla
sua causa apparente. In altre parole, si tratta di una reazione esagerata. È questo che
consente di riconoscerla, anche se normalmente non da chi ne sta soffrendo, cioè dalla
persona posseduta. Chi è portatore di un corpo di dolore pesante trova facilmente delle
ragioni per essere sconvolto, arrabbiato, colpito, triste o spaventato. Cose relativamente
insignificanti, a cui altri reagirebbero con una scrollata di spalle e un sorriso o che neppure
noterebbero, diventano il motivo apparente di un’intensa infelicità. Queste cose non sono
ovviamente la vera causa, ma agiscono piuttosto come un evento scatenante, dando nuova
vita all’emozione accumulata in passato. Allora l’emozione si sposta nella testa, amplificando e
dando energia alle strutture della mente egoica.
Il corpo di dolore e l’ego sono parenti stretti: hanno bisogno l’uno dell’altro. Si interpreta e si
reagisce all’evento o alla situazione scatenante attraverso lo schermo di un ego fortemente
emozionale. Come dire che il loro significato intrinseco viene completamente distorto.
Guardate al presente attraverso gli occhi del passato emozionale dentro di voi. In altre parole:
voi vedete e sperimentate non qualcosa che è nell’evento o nella situazione, ma qualcosa che
è dentro di voi o che, in alcuni casi, può far parte dell’evento o della situazione, ma che voi
amplificate attraverso la vostra reazione. Questa reazione, questa amplificazione è ciò che il
corpo di dolore vuole, di cui ha bisogno e di cui si alimenta.

Per una persona posseduta da un pesante corpo di dolore, è spesso impossibile tirarsi fuori
dalla propria interpretazione distorta, dalla propria pesante “storia” emozionale. Più è negativa
l’emozione contenuta, più essa diventa pesante e inestricabile. In questo modo, la storia non
viene riconosciuta come tale ma viene vissuta come realtà. Quando siete completamente
intrappolati nel movimento del pensiero e nell’emozione che lo accompagna, tirarsene fuori è
impossibile perché non sapete che esiste un fuori. Siete prigionieri nel vostro film o sogno, nel
vostro proprio inferno. Per voi tutto questo è realtà e nessun’altra realtà è possibile. E per
quanto vi riguarda, la vostra reazione è l’unica possibile.
Rompere l’identificazione con il corpo di dolore
Una persona con un corpo di dolore forte e attivo ha una particolare emanazione energetica
che le altre persone percepiscono come estremamente spiacevole. Quando si incontrano
queste persone, alcuni vorranno immediatamente allontanarsi o limitare al minimo
l’interazione con lui o con lei, perché si sentono respingere dal loro campo energetico; altri
sentiranno un’ondata di aggressività, diventeranno sgarbati e attaccheranno lui o lei
verbalmente o, in certi casi, anche fisicamente. Questo significa che dentro queste persone
c’è qualcosa che entra in risonanza con il corpo di dolore degli altri. Ciò a cui queste persone
reagiscono in modo così forte è anche al loro interno: è il loro proprio corpo di dolore.
Non sorprende che le persone con un corpo di dolore pesante e frequentemente attivo si
trovino spesso in situazioni conflittuali. Naturalmente, qualche volta sono loro stessi a
provocarle attivamente, ma altre volte invece non fanno proprio nulla. La negatività che
emanano è sufficiente ad attrarre ostilità e a generare conflitti. È necessario un elevato livello
di Presenza per evitare di reagire incontrando qualcuno con un corpo di dolore così attivo. Se
siete in grado di essere presenti, può talvolta succedere che la vostra Presenza renda
possibile all’altra persona di disidentificarsi dal proprio corpo di dolore e di fare così
l’esperienza del miracolo di un repentino risveglio. Anche se il risveglio è di breve durata, il
processo di risveglio avrà avuto inizio.

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Uno dei primi risvegli di questo tipo a cui ho assistito avvenne molti anni fa. Il mio
campanello di casa suonò verso le undici di notte e dal citofono giunse la voce carica di ansia
della mia vicina Ethel. “Devo parlarti. È importante, ti prego fammi entrare.”
Ethel era una donna di mezza età, intelligente e molto colta. Aveva anche un ego molto
forte e un pesante corpo di dolore. Da adolescente era scappata dalla Germania nazista e
molti membri della sua famiglia erano morti nei campi di concentramento.
Ethel sedette sul divano agitata e con le mani tremanti. Tirò fuori lettere e documenti da una
cartella che aveva portato con sé e li sparpagliò tutto intorno, sul divano e sul pavimento.
Immediatamente ebbi una strana sensazione, come se un interruttore si fosse accesso
portando l’interno di tutto il mio corpo al livello di massima potenza. Non c’era nient’altro da
fare se non rimanere aperto, vigile, intensamente presente, presente con tutte le cellule del
corpo. La guardai senza pensieri né giudizi e ascoltai quietamente senza nessun commento
mentale. Dalla sua bocca uscì un fiume di parole: “Oggi mi hanno spedito un’altra lettera che
mi ha proprio disturbato. Si stanno vendicando di me. Devi aiutarmi. Noi due dobbiamo
affrontarli insieme. I loro loschi avvocati non si fermeranno di fronte a niente. Perderò la casa:
stanno minacciando di togliermela”.
Venne fuori che aveva rifiutato di pagare delle spese all’amministrazione della sua casa,
sostenendo che alcune riparazioni non erano state effettuate correttamente; in risposta, quelli
avevano minacciato di farle causa.
Parlò più o meno per dieci minuti. Io stavo seduto, guardavo e ascoltavo. All’improvviso
smise di parlare e guardò le carte tutt’intorno come se si fosse appena svegliata da un sogno.
Divenne calma e gentile. Tutto il suo campo energetico cambiò completamente. Quindi mi
guardò e disse: “Questa cosa non ha alcuna importanza, non è vero?”. “No, nessuna” risposi.
Rimase tranquillamente seduta ancora per un paio di minuti, quindi raccolse le sue carte e se
ne andò. La mattina seguente mi fermò per strada, guardandomi con aria un po’ sospettosa.
“Che cosa mi hai fatto? Stanotte ho dormito bene per la prima volta dopo anni: ho dormito
proprio come un bambino.”
Credeva che io le “avessi fatto qualcosa”, mentre io non avevo fatto niente. Invece che
chiedere che cosa io le avevo fatto, forse avrebbe dovuto chiedere che cosa io non avevo
fatto. Io non avevo reagito, non avevo confermato la realtà della sua storia, non avevo nutrito
la sua mente con altri pensieri e il suo corpo di dolore con altra emozione. Le avevo dato il
permesso di sperimentare tutto quello che stava sperimentando in quel momento, e il potere
di permettere sta nel non interferire, non fare. Essere presente è infinitamente più potente di
tutto quello che uno possa dire o fare, anche se qualche volta dall’essere presente possono
scaturire parole o azioni.
Ciò che le era successo non era ancora un cambiamento permanente, ma solo un barlume di
ciò che è possibile, un barlume di ciò che era già dentro di lei. Nello Zen, un tale barlume è
chiamato satori. Il satori è un momento di Presenza, un breve uscir fuori dalla voce nella
testa, dai processi di pensiero e dal loro riflesso nel corpo sotto forma di emozioni. È il sorgere
di una spaziosità interiore dove prima c’era un rumore confuso di pensieri e il tumulto delle
emozioni.
La mente pensante non può capire la Presenza e quindi spesso la interpreta in modo
scorretto. Dirà che non state prestando attenzione, che siete distanti, senza compassione, che
non vi relazionate. La verità è che voi siete in relazione, ma a un livello più profondo di quello
del pensiero e delle emozioni. In realtà a quel livello c’è un vero incontro, una vera unione che
va molto oltre l’essere in relazione. Nella quiete della Presenza, potete avvertire che in voi e
nell’altro l’essenza senza forma è Una. Conoscere “l’essere uno” di voi stessi con l’altro è vero
amore, vera attenzione, vera compassione.
I fattori di attivazione
Alcuni corpi di dolore reagiscono solamente a un tipo particolare di fattori di attivazione o di
situazioni, normalmente a quello che entra in risonanza con un certo tipo di dolore emotivo

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sofferto in passato. Per esempio, se un bambino o una bambina cresce con genitori per i quali
le questioni economiche sono spesso causa di drammi e conflitti, può assorbire la loro paura
riguardo al denaro e sviluppare un corpo di dolore che si attiva tutte le volte che si ha a che
fare con storie economiche. Da adulto, il bambino potrà provare turbamento o rabbia anche
per somme di denaro insignificanti. Dietro il turbamento o la rabbia ci sono storie di
sopravvivenza e paura intensa. Ho visto persone cosiddette “spirituali”, cioè relativamente
consapevoli, mettersi a gridare, incolpare e rivolgere accuse, nel momento stesso in cui
prendevano in mano il telefono per parlare con i propri consulenti finanziari o immobiliari.
Come per gli avvisi di pericolosità per la salute posti su ogni pacchetto di sigarette, dovrebbe
forse esserci un monito di questo tipo sopra ogni banconota o estratto conto: “I soldi possono
attivare il corpo di dolore e causare una totale inconsapevolezza”.
Qualcuno che nell’infanzia sia stato trascurato o abbandonato da uno o da entrambi i
genitori potrebbe facilmente sviluppare un corpo di dolore che si attiva in qualsiasi situazione
che entra anche vagamente in risonanza con quell’antico dolore di abbandono. Un amico che
arriva a prenderli all’aeroporto con qualche minuto di ritardo o il coniuge che rincasa tardi
possono scatenare un forte attacco da parte del corpo di dolore. Se il partner li abbandona o
muore, il dolore emotivo provato va molto al di là di quanto sarebbe naturale in una simile
situazione. Può esserci intensa angoscia, depressione duratura e paralizzante, o rabbia
ossessiva.
Una donna abusata sessualmente durante l’infanzia dal padre può scoprire che il proprio
corpo di dolore si attiva facilmente in ogni relazione di intimità con un uomo. In alternativa,
l’emozione caratteristica del suo corpo di dolore può spingerla verso un uomo con un corpo di
dolore simile a quello del padre. Il suo corpo di dolore può sentire un’attrazione magnetica
verso qualcuno percepito come in grado di darle ancora quella medesima qualità di dolore.
Talvolta, quel dolore è scambiato per innamoramento.
Un uomo che sia stato un bambino non voluto e non abbia avuto né amore né un minimo di
cura e attenzione da parte della propria madre può sviluppare un corpo di dolore pesante e
ambivalente, consistente in un incolmabile e intenso desiderio di amore e attenzione da parte
della madre, unito a un intenso odio verso di lei per avergli rifiutato ciò di cui aveva
disperatamente bisogno. Da adulto, quasi ogni donna potrebbe innescare in lui il bisogno del
corpo di dolore, una forma di dolore emozionale che si manifesta come una forma irresistibile
di compulsione a “conquistare e a sedurre” tutte le donne che incontra e in tal modo ottenere
quel tipo di amore e attenzione femminili, agognati dal suo corpo di dolore. Diventa un vero
esperto di seduzione, ma quando le relazioni diventano intime o le sue avance vengono
respinte, potrebbe venir fuori la rabbia del corpo di dolore verso la madre, che sabota la
relazione.
Quando riconoscete il vostro corpo di dolore al suo sorgere, potete anche rapidamente
imparare quali sono i fattori da cui è più frequentemente attivato, nel caso di certe situazioni o
di cose che gli altri fanno o dicono. Quando questi fattori si presenteranno, potrete riconoscerli
immediatamente per quello che sono ed entrare in uno stato più elevato di vigilanza. Nel giro
di uno o due secondi potete anche notare la reazione emozionale che corrisponde all’attivarsi
del corpo di dolore ma, nello stato di Presenza vigile, eviterete di identificarvi, il che significa
che il corpo di dolore non potrà impadronirsi di voi e diventare la voce nella vostra testa. Se in
quel momento siete col vostro partner, potete dirgli o dirle: “Quello che hai appena detto, o
fatto, ha attivato il mio corpo di dolore”. Stabilite col vostro partner un patto in base al quale
tutte le volte che uno di voi dice o fa qualcosa che attiva il corpo di dolore dell’altro, ciò verrà
fatto immediatamente notare. In tal modo, il corpo di dolore non potrà più rivitalizzarsi
attraverso i drammi della relazione e, in luogo di attirarvi nell’inconsapevolezza, vi aiuterà a
diventare pienamente presenti.
Tutte le volte che sarete presenti quando sorge il corpo di dolore un po’ dell’energia
emozionale negativa verrà, per così dire, bruciata, e quindi trasmutata in Presenza. Il corpo di
dolore rimanente si ritirerà rapidamente, in attesa di un’opportunità più favorevole per

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ripresentarsi, cioè quando sarete meno consapevoli. Il corpo di dolore può avere una migliore
opportunità allorquando perdete la vostra Presenza, magari dopo qualche bicchiere o mentre
guardate un film violento.
Perfino la più piccola emozione negativa, come l’essere irritati o ansiosi, può funzionare
come porta di accesso per il ritorno del corpo di dolore. Il corpo di dolore ha bisogno della
vostra inconsapevolezza. Non può tollerare la luce della Presenza.
Il corpo di dolore come mezzo per risvegliarsi
A prima vista, può sembrare che il corpo di dolore sia il più grande ostacolo alla nascita di una
nuova coscienza dell’umanità. S’impossessa della vostra mente, controlla e distorce il vostro
pensiero, disgrega le vostre relazioni e assomiglia a una nuvola scura che occupa per intero il
vostro campo energetico; tende a rendervi inconsapevoli in senso spirituale, cioè totalmente
identificati con la mente e l’emozione. Vi rende reattivi, vi fa dire e fare cose finalizzate
unicamente ad accrescere l’infelicità vostra e del mondo.
Tuttavia, questa crescente infelicità produce una progressiva disgregazione nella vostra vita.
Può succedere che il corpo non sia più in grado di reggere lo stress e da ciò derivi una
malattia o una disfunzione. Può capitarvi di essere coinvolti in un incidente, in qualche
situazione conflittuale o drammatica causati dal desiderio di qualcosa di male da parte del
corpo di dolore. Oppure potete diventare una persona che infligge violenza fisica. A un certo
momento tutto questo potrebbe diventare troppo e voi potreste non farcela più a vivere con il
vostro “sé infelice”. Ovviamente, il corpo di dolore è parte di quel falso sé.
Tutte le volte che ne diventate preda e non lo riconoscete per quello che è, il corpo di dolore
diventa parte del vostro ego. Tutto ciò con cui vi identificate si trasforma in ego. Il corpo di
dolore è una delle cose più potenti con cui l’ego può identificarsi, proprio come il corpo di
dolore ha bisogno dell’ego per trarne nuova vita. Tuttavia, quest’alleanza sacrilega alla fine si
rompe, nei casi in cui il corpo di dolore è così pesante che le strutture egoiche della mente,
invece di venirne potenziate, subiscono un progressivo sgretolamento causato dai continui
attacchi furibondi del carico energetico del corpo di dolore. E proprio come un congegno
elettronico può ricevere carica dalla corrente elettrica, può anche essere distrutto se il
voltaggio è troppo alto.
Spesso le persone con un forte corpo di dolore raggiungono un punto in cui sentono che la
propria vita sta diventando intollerabile, che non possono caricarsi di altro dolore, di altro
dramma. Una persona ha espresso ciò dicendo chiaramente e semplicemente che “era stufa
di essere infelice”. Alcuni possono sentire, come è successo a me, che non possono più
vivere con se stessi. La pace interiore diventa quindi la loro priorità. Il loro acuto dolore
emozionale li spinge a disidentificarsi dal contenuto della loro mente e dalle strutture mentali-
emozionali che danno origine e perpetuano il sé infelice. Allora capiscono che né la loro storia
infelice né l’emozione che sentono è chi essi sono. Si rendono conto che essi sono il
conoscere e non ciò che si conosce. Invece di trascinarli nell’inconsapevolezza, il corpo di
dolore diventa un fattore decisivo di risveglio che li costringe a uno stato di Presenza.
Tuttavia, a causa del flusso senza precedenti di consapevolezza a cui stiamo attualmente
assistendo sul pianeta, molte persone non hanno più bisogno di passare attraverso una
profonda e acuta sofferenza per essere in grado di disidentificarsi dal corpo di dolore.
Ogniqualvolta avvertono di essere scivolati in uno stato disfunzionale, sono in grado di
scegliere di uscire dall’identificazione con il pensiero e l’emozione e di entrare nello stato di
Presenza. Rinunciano alla resistenza, diventando quieti e vigili, diventando una sola cosa con
quello che c’è, dentro e fuori.
Il passo successivo nell’evoluzione umana non è inevitabile ma, per la prima volta nella storia
del nostro pianeta, questa può essere una scelta consapevole. Chi sta facendo questa scelta?
Voi! E voi chi siete? Coscienza che è diventata cosciente di se stessa.
Liberarsi dal corpo di dolore

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Una domanda che le persone pongono frequentemente è: “Quanto tempo è necessario per
liberarsi dal corpo di dolore?”. La risposta ovvia è che questo dipende sia dalla densità del
corpo di dolore della singola persona, sia dall’intensità con cui cresce la sua Presenza. Però,
non è tanto il corpo di dolore, quanto piuttosto l’identificazione con questo a causare le
sofferenze che voi infliggete a voi stessi e agli altri. Non è il corpo di dolore, ma
l’identificazione con esso che vi costringe a rivivere ripetutamente il passato e vi mantiene in
uno stato d’inconsapevolezza. Quindi, una domanda ancora più importante da porre potrebbe
essere questa: “Quanto tempo occorre per potersi liberare dall’identificazione con il corpo di
dolore?”.
E la risposta a questa domanda è la seguente: Non è questione di tempo. Quando il corpo
di dolore diventa attivo, sappiate che ciò che state sentendo è il corpo di dolore dentro di voi. Il
saperlo
è tutto quello che serve per rompere la vostra identificazione con esso. E quando cessa
questa identificazione, inizia la trasmutazione. Il saperlo impedisce alla vecchia emozione di
salirvi alla testa e di impadronirsi non solo dei dialoghi interni, ma anche delle vostre azioni e
interazioni con gli altri.
Ciò significa che il corpo di dolore non può più servirsi di voi e rivitalizzarsi attraverso di voi.
La vecchia emozione può allora continuare a vivere in voi per un po’ e ripresentarsi
periodicamente. Di quando in quando può ancora occasionalmente imbrogliarvi, inducendovi
nuovamente a identificarvi con essa, oscurando quindi il vostro sapere, ma non a lungo. Il non
proiettare la vecchia emozione nelle situazioni significa confrontarla direttamente al vostro
stesso interno. Può non essere piacevole, ma questo non vi ucciderà. La vostra Presenza è
più che capace di contenere tutto ciò. L’emozione non è chi siete.
Quando sentite il corpo di dolore, non cadete nell’errore di pensare che c’è qualcosa di
sbagliato in voi. All’ego piace trasformarvi in un problema. Il saperlo ha bisogno di essere
seguito dall’accettazione. Allora nient’altro potrà più oscurarlo. Accettare significa che vi date il
permesso di sentire qualunque cosa stiate sentendo in quel momento. Questo è parte
dell’Essere così come è dell’Adesso. Non potete lottare con ciò che è. O meglio, potete farlo
ma, se lo fate, soffrirete. Attraverso il permettere, diventate ciò che siete: ampi, spaziosi.
Diventate integri. Ora non siete più un frammento, che è come l’ego percepisce se stesso.
Emerge la vostra vera natura, che è una cosa sola con la natura di Dio.
Gesù si riferisce a questo quando dice: “Voi dunque sarete integri come integro è il Padre
vostro che è nei Cieli”. 1
Ma la versione “sarete perfetti” del Nuovo Testamento non è la traduzione esatta. Infatti il
termine originale greco significa integro. Questo per dire che non dovete diventare integri, ma
essere ciò che già siete, con o senza il corpo di dolore.
1. Matteo 5,48.
VII
Scoprire chi siete veramente
Gnôthi seautón: “Conosci te stesso”. Queste parole erano incise all’entrata del tempio di Delfi,
nell’antica Grecia, sede dell’oracolo sacro ad Apollo. La gente vi si recava sperando di
scoprire che cosa avesse in serbo per loro il destino o quale azione intraprendere in una
particolare situazione. È possibile che molti visitatori, entrando nell’edificio, abbiano letto
quelle parole senza rendersi conto che indicavano una verità più profonda di qualunque altra
che avrebbe potuto dir loro l’oracolo. Per quanto grande fosse la rivelazione, per quanto fosse
esatta l’informazione che avrebbero ricevuto, non avrebbero in nessun modo potuto evitare la
futura infelicità e la sofferenza causata a loro stessi, se non fossero riusciti a trovare la verità
contenuta in quell’imperativo: Conosci te stesso. Quelle parole implicavano che, prima ancora
di chiedere qualunque altra cosa, è necessario porsi la domanda fondamentale: “Chi sono
io?”.
La gente inconsapevole, e molti restano inconsapevoli, intrappolati nei loro ego per tutta la
vita, vi direbbe subito chi è: il nome, l’occupazione, la storia personale, la forma o la

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condizione del corpo, o qualunque altra cosa con la quale si identifica. Altri possono apparire
più evoluti perché pensano a loro stessi come anime immortali o spiriti divini. Ma conoscono
realmente se stessi oppure hanno solamente aggiunto al contenuto della loro mente qualche
concetto che risuona spirituale? Conoscere se stessi va molto al di là dell’adottare una serie di
idee o di credenze. Idee e credenze spirituali possono tutt’al più essere indicazioni che
aiutano. Ma hanno raramente il potere di espellere il nucleo solidamente stabilizzato di chi
pensate di essere, che è parte del condizionamento della mente umana. Conoscere voi stessi
profondamente non ha niente a che vedere con qualunque idea stia fluttuando nella vostra
mente. Il conoscere voi stessi è radicato nell’Essere, invece di essere perso nella vostra
mente.
Chi credete di essere
Il senso di chi siete determina quelle che percepite essere le vostre necessità e anche ciò che
nella vita è importante, e qualunque cosa sia importante avrà il potere di infastidirvi o
disturbarvi. Potete usare proprio questo per scoprire quanto conosciate profondamente voi
stessi. Ciò che per voi è importante non è necessariamente ciò che dite o a cui credete, ma
ciò che le vostre azioni e reazioni rivelano essere serio e importante per voi. Per questo forse
è il caso di chiedervi quali siano le cose che vi disturbano e vi infastidiscono. Se sono le
piccole cose a disturbarvi, allora il chi credete di essere è esattamente questo: piccolo. Questo
è il vostro credo inconsapevole. E quali sono le cose piccole? Alla fin fine tutte le cose sono
piccole cose, perché tutte sono transitorie.
Ma voi potete dire che sapete di essere uno spirito immortale, oppure che siete stanchi di
questo mondo pazzo e che la pace è tutto ciò che volete, e questo fino al momento in cui
squilla il telefono. Cattive notizie: il mercato è crollato, l’accordo può fallire, l’auto è stata
rubata, è arrivata vostra suocera, il viaggio è stato cancellato, il contratto è stato sciolto, il
vostro partner vi ha lasciato, vogliono più soldi, vi dicono che la responsabilità è vostra.
Improvvisamente vi è un impeto di rabbia, di ansietà. Una durezza affiora nella vostra voce e
non sopportate più questa situazione. Accusate e colpevolizzate, attaccate e vi difendete o vi
giustificate e tutto ciò sta accadendo in automatico. C’è qualcosa che in questo momento per
voi è evidentemente molto più importante della pace interiore, che invece un momento prima
avete detto essere l’unica cosa che volevate, e non siete neppure più uno spirito immortale.
L’accordo, i soldi, il contratto, la perdita o la minaccia di perdere sono più importanti. Ma per
chi? Per lo spirito immortale che dite di essere? No, per me. Per il piccolo “me” che cerca
sicurezza o completamento in cose che sono transitorie e che diventa ansioso o si arrabbia
perché non riesce ad averle. Bene, perlomeno ora sapete chi credete veramente di essere.
Se la pace fosse realmente ciò che volete, allora scegliereste la pace. Se la pace vi
importasse di più di ogni altra cosa, se conosceste voi stessi più come uno spirito che come
un piccolo me, allora quando siete provocati da una persona o da una situazione, non
reagireste e rimarreste in uno stato di assoluta vigilanza. Accettereste immediatamente la
situazione e diventereste una cosa sola con la situazione stessa, invece di separarvene. E da
quello stato di vigilanza arriverebbe una risposta. La risposta giungerebbe da chi siete, la
coscienza, e non da chi pensate di essere, un piccolo me. Sarebbe potente ed efficace e non
trasformerebbe persone o situazioni in nemici.
Il mondo si occupa di non farvi illudere per molto tempo su chi pensate di essere,
mostrandovi ciò che realmente vi importa. Il miglior indice di quanto profondamente conoscete
voi stessi è il modo in cui reagite alle persone e alle situazioni, specialmente quando arrivano
le sfide.
Più limitata, più strettamente egoica è la visione di voi stessi, più vedrete, metterete a fuoco
o reagirete alle limitazioni dell’ego degli altri, alla loro inconsapevolezza. Le loro “mancanze”,
o ciò che ai vostri occhi sono le loro mancanze, diventano le loro identità. Questo significa che
vedrete in loro solamente l’ego e questo rinsalderà il vostro ego. Invece di vedere “oltre l’ego”,
guardate “all’ego” degli altri. E chi sta guardando all’ego è proprio l’ego in voi.

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La gente molto inconsapevole sperimenta il proprio ego attraverso il suo riflesso nelle altre
persone. Quando vi rendete conto che ciò che vi fa reagire negli altri è anche in voi ed è a
volte solamente in voi, cominciate a diventare consapevoli del vostro proprio ego. A questo
stadio, potete anche rendervi conto che state facendo agli altri ciò che credete gli altri stiano
facendo a voi. E smettere così di vedervi come vittime.
Visto che non siete l’ego, quando diventate consapevoli dell’ego in voi non significa che
sapete chi siete, ma che sapete chi non siete. Ma proprio attraverso questa conoscenza di chi
non siete avete rimosso l’ostacolo più grande a conoscere veramente voi stessi.
Nessuno può dirvi chi siete. Sarebbe un altro concetto, quindi non vi cambierebbe. Chi siete
non necessita di un concetto. Ogni credenza è infatti un ostacolo. Non c’è bisogno neppure
che vi realizziate, perché siete già chi siete. Ma senza la realizzazione, allora chi siete voi
veramente non risplenderà in questo mondo. Rimarrà nel regno del non manifestato, che
ovviamente è la vostra vera casa. E sarete allora come una persona apparentemente povera
che non sa di avere un conto in banca con cento milioni di dollari, la cui ricchezza rimane un
potenziale inespresso.
L’abbondanza
Il chi credete di essere è anche intimamente connesso con il come credete che vi trattino gli
altri. Molte persone si lamentano di non essere trattate bene dagli altri. Dicono di non ricevere
abbastanza rispetto, attenzione, riconoscimento e considerazione, dicono anche di essere
date per scontate. E quando la gente è gentile con loro, allora pensano a un secondo fine, di
venire manipolate, o che ci si voglia prendere un vantaggio su di loro. Che nessuno le ami.
Pensano di essere un “povero piccolo me” bisognoso, dalle necessità insoddisfatte. Questa
confusione di base su chi sono, crea una disfunzione in ogni loro relazione. Credono di non
avere niente da dare e che il mondo o gli altri stiano negando loro ciò di cui hanno bisogno.
Tutta la loro realtà è basata su un senso illusorio di chi sono. Questo boicotta le situazioni e
vizia le loro relazioni. Se l’idea di perdere, sia che si tratti di soldi, di riconoscimento o
d’amore, è diventata parte di chi credete di essere, allora sperimenterete sempre un senso di
perdita. Invece di riconoscere tutto il buono che c’è già nella vostra vita, tutto ciò che vedete è
perdita. Il riconoscimento di tutto il buono che c’è nella vostra vita è l’inizio di ogni
abbondanza. Il fatto è che qualunque cosa voi pensiate che il mondo vi stia negando voi la
state negando al mondo. Ve la state negando perché profondamente dentro di voi pensate
che siete piccoli e che non avete niente da dare.
Provate questo per qualche settimana e vedrete come cambierà la vostra realtà: qualunque
cosa state pensando che gli altri vi neghino – lodi, apprezzamenti, assistenza, cure affettuose
–, datela voi a loro. Non ne avete? Fate come se ne aveste e verranno. E non appena avrete
cominciato a dare, comincerete a ricevere. Non potete ricevere ciò che non date. Il flusso
verso l’esterno determina il flusso verso l’interno. Qualunque cosa pensiate che il mondo vi
neghi l’avete già, ma fino a che non ne permettete il fluire verso l’esterno, non saprete
neppure quello che avete. Gesù ha espresso in questa potente immagine la legge che il fluire
verso l’esterno determina un ritorno del flusso: “Date e vi sarà dato: ne riceverete in misura
buona, pigiata, scossa e traboccante, perché con la stessa misura con cui misurate, sarà
misurato anche a voi”. 1
La fonte di ogni abbondanza non è fuori di voi. È parte di chi siete. In ogni modo cominciate
vedendo e riconoscendo l’abbondanza al di fuori. Vedete l’abbondanza della vita tutto intorno
a voi. Il calore del sole sulla vostra pelle, lo spettacolo della magnificenza dei fiori in mostra
davanti a un fioraio, mordete un frutto succulento, o lasciatevi inzuppare dall’abbondanza
dell’acqua che cade dal cielo. La pienezza della vita è lì a ogni passo. Il riconoscimento di
quell’abbondanza che è intorno a voi risveglia l’abbondanza interiore dormiente. E poi
lasciatela fluire fuori. Quando sorridete a una persona che non conoscete, per un istante
l’energia fluisce verso l’esterno. Diventate qualcuno che dà. Domandatevi spesso cosa potete
dare in quel momento, come potete essere al servizio di quella persona, di quella situazione.

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Non avete bisogno di possedere nulla per sentire l’abbondanza, ma se la sentite vi arriverà
certamente una grande abbondanza. L’abbondanza arriva solo a coloro che già ce l’hanno.
Sembra quasi ingiusto, ma naturalmente non lo è. È una legge universale. Sia l’abbondanza
sia la scarsezza sono stati interiori che si manifestano come la vostra realtà. Gesù l’ha
espresso in questo modo: “Poiché a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche ciò
che ha”. 2
Conoscere voi stessi e conoscere “di” voi stessi
Potete non voler conoscere voi stessi perché avete paura di ciò che potete scoprire. Molta
gente ha una segreta paura di essere cattiva. Ma nulla che potete scoprire su di voi è voi.
Nulla di ciò che potete conoscere di voi, è voi.
Mentre alcuni non vogliono sapere chi sono per paura, altri hanno un’insaziabile curiosità di
sapere di loro stessi e vogliono saperne sempre di più. Potete essere così affascinati da voi
stessi da passare anni psicoanalizzandovi, ricercando ogni dettaglio della vostra infanzia,
mettendo a nudo segreti desideri e paure per scoprire strati dopo strati di complessità nella
maschera della vostra personalità e del vostro carattere. Dopo dieci anni il terapista può
essere così stanco di voi e della vostra storia da arrivare a dirvi che l’analisi è finita. Può darsi
che vi mandi via con un dossier di cinquemila pagine intitolato: “Tutto su di te. Questo è chi
sei”, e mentre vi portate a casa il pesante volume, la soddisfazione iniziale di conoscere
finalmente voi stessi lascerà rapidamente il posto a un senso di incompletezza e a un oscuro
sospetto che vi debba essere di più su chi siete. E senza dubbio vi è molto di più, magari non
proprio in termini quantitativi di fatti, ma in una dimensione qualitativa di profondità.
Non vi è nulla di sbagliato nella psicoanalisi o nello scoprire di più del vostro passato se non
confondete il conoscere voi stessi con il conoscere di voi stessi. Il dossier di cinquemila
pagine è su di voi: è il contenuto della vostra mente che è condizionato dal passato.
Qualunque cosa impariate attraverso la psicoanalisi o l’autosservazione è su di voi. Non siete
voi. È contenuto, non essenza. Andare al di là dell’ego è fare un passo fuori dal contenuto.
Conoscere voi stessi è essere voi stessi ed essere voi stessi è smettere di identificarvi con il
contenuto.
La maggior parte delle persone definisce se stessa in base al contenuto della propria vita.
Qualunque cosa percepite, sperimentate, fate, pensate o sentite, è contenuto. Contenuto è ciò
che assorbe completamente l’attenzione della maggior parte della gente, è ciò con cui si
identifica. Quando pensate o dite “la mia vita”, non vi state riferendo alla vita che siete, ma alla
vita che avete, o sembra che abbiate. State riferendovi al contenuto, alla vostra età, salute,
relazioni, finanze, lavoro e situazione di vita, e anche al vostro stato emozionale e mentale. Le
circostanze interiori ed esteriori della vostra vita, il vostro passato e il vostro futuro, tutto
appartiene all’universo del contenuto, così come gli eventi, cioè qualunque cosa accada.

Che cosa vi è al di là del contenuto? Ciò che permette al contenuto di essere, lo spazio
interno della coscienza.
Il caos e l’ordine più alto
Quando conoscete voi stessi solamente attraverso il contenuto, pensate anche di sapere ciò
che è bene e ciò che è male per voi. Fate una differenza fra gli eventi che vanno bene e quelli
che vanno male. Questa è una percezione frammentaria della completezza della vita nella
quale ogni cosa è interconnessa, dove ogni evento ha il suo luogo e la sua funzione,
necessari all’interno della totalità. La totalità comunque è più della superficiale apparenza
delle cose, più della somma totale delle sue parti, più di qualunque cosa che la vostra vita o
tutto il mondo contenga.
Dietro quella che a volte sembra essere una irregolare o persino caotica successione di
eventi, sia nelle nostre vite sia nei fatti del mondo, vi è nascosta la possibilità del rivelarsi di un
ordine e di un proposito più alti. Questo è espresso in maniera bellissima nel detto zen: “Cade

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la neve, ogni fiocco nel suo luogo appropriato”. Non possiamo mai comprendere questo ordine
più alto pensandoci, perché qualunque cosa a cui pensiamo è contenuto; l’ordine più alto
emana dal reame senza forma della coscienza, dall’intelligenza universale. Ma possiamo
intravederlo e, ancora di più, allinearci con questo, che significa essere partecipanti coscienti
del dispiegarsi di quel proposito più alto.
Se entrassimo in una foresta nella quale nessun uomo ha mai messo piede, la nostra mente
pensante vedrebbe intorno solo disordine e caos. Non sarebbe neppure capace di
differenziare più fra la vita (bene) e la morte (male), perché dappertutto una nuova vita cresce
dalla materia marcia e decomposta. Solo se siamo ancora abbastanza quieti interiormente e il
rumore del pensiero smette, possiamo diventare consapevoli che lì vi sono un’armonia
nascosta, una sacralità, un ordine più alto nel quale ogni cosa ha un posto perfetto e non
potrebbe essere altro che quello che è e nel modo in cui è.
La mente è più a suo agio nel paesaggio di un parco perché non è cresciuto organicamente
ma è stato progettato mentalmente. Vi è un ordine che la mente può capire. In una foresta vi è
un ordine incomprensibile che appare come un caos. Va oltre le categorie mentali del buono e
del cattivo. E non lo potete comprendere attraverso il pensiero, ma lo potete percepire quando
siete fuori dal pensiero, quando divenite quieti e all’erta e non cercate di comprendere o di
spiegare. Solamente allora divenite consapevoli della sacralità della foresta. E non appena
sentite quell’armonia nascosta, quella sacralità, vi accorgete che non ne siete separati e
quando ve ne rendete conto ne diventate partecipi consapevolmente. In questo modo la
natura vi può aiutare a riallinearvi con la totalità della vita.
Bene e male
Molte persone a un certo punto della vita divengono consapevoli che non vi è solo nascita,
crescita, successo, buona salute, piacere e vincita, ma anche perdita, fallimento, malattia,
vecchiaia, deterioramento, dolore e morte. Convenzionalmente queste cose sono etichettate
come buone e cattive, ordine e disordine. Il significato della vita è generalmente associato con
ciò che si definisce “bene”, ma questo è continuamente minacciato dal crollo, dal guastarsi,
dal disordine. Minacciato dal non aver senso e dal “male” quando non vi è spiegazione e
quando la vita smette di avere senso. Prima o poi il disordine irromperà nella vita di ognuno,
per quante polizze di assicurazione lui o lei abbiano sottoscritto. Può arrivare sotto forma di
perdita, di incidente, di malattia, invalidità, vecchiaia, morte. Comunque l’irrompere del
disordine nella vita di una persona e il risultante crollo di una mentalità che definisce se stessa
sensata possono rappresentare l’apertura a un ordine più alto.
“Perché la sapienza di questo mondo è follia davanti a Dio” 3 dice la Bibbia. Cos’è la
saggezza di questo mondo? È il moto del pensiero, quello che viene definito solo dal pensiero.
Il pensiero isola una situazione o un evento e lo definisce buono o cattivo come se avesse
un’esistenza a sé. Un’eccessiva fiducia nel pensiero frammenta la realtà. Questa
frammentazione è un’illusione, ma mentre ne siete intrappolati, vi appare reale. L’universo è
un’unità indivisibile nella quale tutte le cose sono interconnesse, dove niente esiste
isolatamente.
La più profonda interconnessione di tutte le cose e di tutti gli eventi implica che l’etichetta o
la definizione di bene o di male è, in ultima istanza, illusoria. Implica sempre una prospettiva
limitata e quindi è vera solo relativamente e temporaneamente. Questo è illustrato molto bene
nella storia di un uomo saggio che vinse un’auto di lusso alla lotteria. I suoi amici e la sua
famiglia erano molto contenti per lui e vennero a celebrare l’avvenimento dicendogli quanto
fosse fantastico, quanto fosse stato fortunato. Ma l’uomo sorrise e rispose: “Può darsi” e per
un paio di settimane si divertì a guidarla. Ma un giorno a un incrocio, un guidatore ubriaco si
scontrò con la sua auto nuova e lui finì all’ospedale con ferite multiple. Sia la sua famiglia sia
gli amici vennero a fargli visita e gli dissero quanto fosse stato sfortunato. Ma di nuovo l’uomo
sorridendo rispose: “Può darsi”. Una notte, mentre si trovava ancora in ospedale, vi fu una

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frana e la sua casa scivolò in mare. E di nuovo il giorno seguente i suoi amici vennero a dirgli
quanto fosse stato fortunato a essere all’ospedale. E di nuovo l’uomo rispose: “Può darsi.”
Quel “può darsi” di quell’uomo saggio esprime il rifiuto a giudicare qualunque cosa accada.
Invece di giudicare si limitava ad accettarla, allineandosi così con un ordine più alto. Egli
sapeva come sia spesso impossibile per la mente comprendere che un luogo, un proposito,
un evento, che possono apparire fortuiti, fanno parte del disegno della totalità. Ma non vi sono
eventi fortuiti, non vi sono eventi o cose che esistono per loro stesse isolatamente. Gli atomi
che compongono il vostro corpo erano una volta nelle stelle, e le cause anche del più piccolo
evento sono virtualmente infinite e connesse in maniere incomprensibili con la totalità. Se
volete risalire alle cause di ogni evento, dovete tornare indietro all’inizio della creazione. Il
cosmo non è caos. La parola stessa kosmos vuol dire ordine. Ma non è un ordine che la
mente umana possa comprendere, anche se talvolta può intravederlo.
Non dare importanza a ciò che accade
Jiddu Krishnamurti, il grande filosofo e maestro spirituale indiano, ha parlato e viaggiato quasi
costantemente per più di cinquant’anni in tutto il mondo, nel tentativo di trasmettere, attraverso
le sue parole, che sono contenuto, ciò che è al di là delle parole, al di là del contenuto.
Nell’ultima parte della sua vita, durante uno dei suoi discorsi sorprese tutti chiedendo se
volessero sapere quale fosse il suo segreto. E tutti si fecero molto attenti. Molte persone
nell’uditorio erano venute ad ascoltarlo per venti o trent’anni senza cogliere il senso del suo
insegnamento. E finalmente dopo tutti quegli anni il maestro avrebbe dato loro la chiave per
capire. “Questo è il mio segreto” disse “non mi importa nulla di ciò che accade.”
Ma non sviluppò ciò che aveva detto, per questo sospetto che la maggior parte del pubblico
rimase ancora più perplessa di prima. Ma le implicazioni del suo semplice enunciato sono
profonde.
Cosa implica il non dare importanza a ciò che accade? Implica che interiormente sono
allineato con ciò che accade. “Ciò che sta accadendo” si riferisce alla qualità intrinseca del
momento, che è sempre già così come è. Si riferisce al contenuto, alla forma che prende
questo momento, il solo momento che c’è. Essere allineato con ciò che è significa essere in
una relazione di non resistenza interiore con ciò che accade. Significa non etichettarlo
mentalmente come buono o cattivo, ma lasciarlo essere. Questo forse vuol dire che non
potete intraprendere più alcuna azione per portare nella vostra vita qualche cambiamento? Al
contrario. Quando la base per la vostra azione è allineata interiormente con il momento
presente, la vostra azione viene potenziata dall’intelligenza della Vita stessa.
Ah! È così?
Il maestro zen Hakuin viveva in una città del Giappone, era tenuto in alta considerazione e
molte persone venivano per incontrarlo e ricevere un insegnamento spirituale. Accadde che la
figlia adolescente del suo dirimpettaio rimase incinta. Sgridata dai suoi genitori arrabbiati,
quando le fu chiesto chi fosse il padre, alla fine confessò che era Hakuin, il maestro zen. I
genitori infuriati si precipitarono da lui gridando che la figlia aveva confessato che il padre era
lui. Tutto ciò che egli disse fu: “Ah! È così?”.
La notizia dello scandalo si sparse in città e oltre. Il maestro perdette la sua reputazione ma
questo non lo preoccupò. Nessuno venne più da lui. Ma egli rimase dove era. Quando nacque
il bambino i genitori lo portarono da Hakuin, dicendogli che lui era il padre e lui doveva
occuparsene. Il maestro si prese amorevole cura del bambino. Un anno dopo, la madre piena
di rimorso confessò ai genitori che il vero padre del bambino era il giovane che lavorava nel
negozio del macellaio. Sconvolti si recarono da Hakuin per chiedergli scusa e implorare il suo
perdono. Dissero di essere molto spiacenti e di essere venuti a riprendersi il bambino perché
la figlia aveva confessato che lui non era il padre. Mentre porgeva loro il bambino tutto quello
che disse fu: “Ah! È così?”.

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Il maestro risponde alla falsità e alla verità, alle buone notizie e a quelle cattive, esattamente
allo stesso modo. “Ah! è così?” Poiché permette alla forma del momento, buona o cattiva, di
essere proprio come è, non diventa partecipe del dramma umano. Per lui esiste solamente
questo momento e questo momento è così come è. Non personalizza gli eventi. Non si fa
vittima di nessuno. È così completamente unito con ciò che accade, che ciò che accade non
ha più nessun potere su di lui. Solamente se resistete a ciò che accade siete alla sua mercé e
in questo modo il mondo determinerà la vostra felicità e la vostra infelicità.
Hakuin si era preso cura del bambino amorevolmente. Il male diventa bene, grazie al potere
della non resistenza. Rispondendo sempre a ciò che il momento richiede, lascia che il
bambino vada quando è tempo di farlo.

Immaginate come avrebbe reagito l’ego allo svolgersi di questi eventi!


L’ego e il momento presente
La relazione più importante, primordiale della vostra vita è con l’Adesso, o con qualunque
forma l’Adesso prenda, cioè ciò che è e ciò che accade. Se la vostra relazione con l’Adesso è
disfunzionale, quella disfunzione si rifletterà in ogni relazione e in ogni situazione che
affronterete. L’ego potrebbe definirsi semplicemente in questo modo: una relazione
disfunzionale con il momento presente. È in questo momento che potete decidere che tipo di
relazione volete avere con il momento presente.
Una volta che avrete raggiunto un certo livello di coscienza, e se state leggendo questo libro
quasi certamente l’avete raggiunto, siete in grado di decidere che tipo di relazione volete
avere con il momento presente. Voglio che il momento presente sia mio amico o mio nemico?
Il momento presente è inseparabile dalla vita, quindi state veramente decidendo quale tipo di
relazione volete avere con la vita. Una volta che avete deciso che volete che il momento
presente sia vostro amico, sta a voi fare la prima mossa: essergli amico, dargli il benvenuto
qualunque sia la forma in cui si manifesta, e allora vedrete presto i risultati. La vita vi diviene
amica, la gente vi aiuta, le circostanze collaborano. Una sola decisione cambia tutta la vostra
realtà. Ma questa decisione dovrete prenderla di continuo, fino a che diventerà naturale vivere
in questo modo.

La decisione di essere amico del momento presente è la fine dell’ego. L’ego non può mai
essere allineato con il presente, che vuol dire allineato con la vita, perché la sua vera natura lo
costringe a ignorare, resistere o svalutare l’Adesso. L’ego vive di tempo. Più forte è l’ego, più il
tempo si impossessa della vostra vita. Quasi ogni pensiero che pensate ha a che vedere con il
passato e il futuro e il vostro senso del sé dipende dal passato per la sua identità e dal futuro
per la sua realizzazione. Paura, ansietà, aspettativa, rimpianto, colpa, rabbia sono disfunzioni
dello stato di coscienza dipendente dal tempo.
Vi sono tre modi attraverso i quali l’ego si relaziona con il momento presente: come un mezzo
per un fine, come un ostacolo o come un nemico. Guardiamoli uno per uno, così che quando
questo schema opererà in voi, lo potrete riconoscere e prendere di nuovo la decisione.
Per l’ego il momento presente è, nella migliore delle ipotesi, utile solamente come un mezzo
per un fine. Vi porta verso un momento futuro che viene considerato più importante. Anche se
il futuro arriva soltanto come un momento presente ed è, comunque, niente altro che un
pensiero nella vostra testa. In altre parole voi non siete mai completamente qui perché siete
sempre impegnati a tentare di arrivare da qualche altra parte.
Quando questo schema diventa più evidente, e questo è abbastanza comune, il momento
presente viene visto e trattato come se fosse un ostacolo da superare. E a quel punto
vengono fuori impazienza, frustrazione e stress, e nella nostra cultura questa è la realtà
quotidiana di molta gente, il suo stato normale. La vita, che è adesso, è vista come un
“problema” e voi finite per vivere in un mondo di problemi che hanno bisogno di essere risolti
tutti, prima di essere felici, soddisfatti o di cominciare veramente a vivere, o perlomeno questo
è quello che pensate. La questione è che per ogni problema che risolvete, ne spunta fuori un

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altro. Fino a che il momento presente è visto come un ostacolo, non vi può essere fine ai
problemi. La Vita o l’Adesso vi dicono: “Vi tratterò come mi trattate voi, se mi vedete come un
problema, sarò un problema per voi. Se mi trattate come un ostacolo, sarò un ostacolo”.
L’aspetto peggiore, ma anche molto comune, è quello di trattare il momento presente come
un nemico. Quando odiate ciò che fate, quando vi lamentate di ciò che vi circonda, quando
maledite le cose che stanno accadendo o che sono accadute, o quando il vostro dialogo
interno è fatto di “dovrebbe” o “non dovrebbe”, di colpe e di accuse, allora state litigando con
ciò che è, litigando con ciò che comunque è già. State facendo della Vita un nemico e la Vita
vi risponde: “La guerra è ciò che volete, e la guerra è ciò che avete”. La realtà esterna, che
riflette sempre il vostro stato interiore, viene sperimentata come ostile.
Una domanda vitale che vale la pena porsi frequentemente è: “Qual è la mia relazione con il
momento presente?”. E state attenti a trovare la risposta. Sto trattando l’Adesso soltanto come
un mezzo per un fine? Lo vedo come un ostacolo? Ne faccio un nemico? Poiché il momento
presente è tutto ciò che avete, visto che la Vita è inseparabile dall’Adesso, quello che la
domanda significa realmente è: “Qual è la mia relazione con la Vita?”. Questa domanda è una
eccellente maniera di smascherare l’ego in voi e portarvi in uno stato di Presenza. Malgrado la
domanda non esprima l’assoluta verità (alla fin fine l’io e il momento presente sono uno) è
un’utile indicazione verso la giusta direzione. Domandatevelo spesso fino a che non ne avrete
più bisogno.
Come fate a smettere di avere una relazione disfunzionale con il momento presente? La cosa
più importante è vederlo in voi stessi, nei vostri pensieri e nelle vostre azioni. Nel momento in
cui lo vedete, notate che la vostra relazione con l’Adesso è disfunzionale, siete presenti. Il
vederlo è l’innalzarsi della Presenza. Nel momento in cui vedete la disfunzione, questa
comincia a dissolversi. Alcune persone scoppiano in una risata quando se ne rendono conto.
È allora che arriva anche il potere della scelta, la scelta di dire sì all’Adesso, di farne il vostro
amico.
Il paradosso del tempo
A un livello superficiale il momento presente è ciò che sta accadendo. Ma siccome ciò che
accade cambia costantemente, può sembrare che ogni giorno della vostra vita sia fatto di
migliaia di momenti nei quali accadono cose diverse. Il tempo viene visto come una
successione senza fine di momenti, alcuni buoni, alcuni cattivi. Invece, da una osservazione
più attenta (si fa per dire) della vostra propria e immediata esperienza, scoprirete che non vi
sono affatto molti momenti. Scoprirete che vi è soltanto e sempre questo momento. La vita è
sempre adesso. Tutta la vostra vita si svolge in questo costante Adesso. Anche i momenti
passati o quelli futuri esistono solamente quando li ricordate o li anticipate e lo fate pensandoli
nel solo momento che c’è. Questo. Allora perché i momenti sembrano essere molti? Perché il
momento presente viene confuso con ciò che accade, confuso con il contenuto. Lo spazio
dell’Adesso viene confuso con quello che accade in quello spazio. Confondere il momento
presente con il suo contenuto genera non solamente l’illusione del tempo, ma anche l’illusione
dell’ego.
Vi è un paradosso in questo. Da una parte come si può negare la realtà del tempo? Ne
avete bisogno per andare da qui a lì, per preparare un pasto, per costruire una casa, per
leggere questo libro. Avete bisogno di tempo per crescere, per imparare cose nuove.
Qualunque cosa facciate, sembra richiedere tempo. Ogni cosa vi è soggetta e alla fine “questo
sanguinario tempo tiranno” come lo ha chiamato Shakespeare, vi ucciderà. Lo potete
confrontare con un fiume in piena che vi tira dentro o con un fuoco dal quale tutto viene
consumato.
Ho rincontrato da poco alcuni vecchi amici, una famiglia che non vedevo da molto tempo. E,
quando li ho visti, sono rimasto veramente colpito, sono stato sul punto di chiedere se fossero
malati, cosa fosse successo o chi avesse fatto loro questo. La madre, che veniva avanti
appoggiandosi a un bastone sembrava essersi ristretta, e il suo viso era raggrinzito come una

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mela vecchia. La figlia, che l’ultima volta che l’avevo incontrata era piena di energia, di
entusiasmo e di quelle aspettative che si hanno quando si è giovani, sembrava estenuata
dall’aver cresciuto tre bambini. E poi mi sono ricordato che erano passati quasi trent’anni da
quando ci eravamo visti l’ultima volta. Era il tempo che aveva fatto loro questo. E sono certo
che anche loro saranno rimasti impressionati dal mio aspetto.
Ogni cosa sembra soggetta al tempo, eppure tutto avviene nell’Adesso. Questo è il
paradosso. Dovunque guardate, vi sono molte evidenze circostanziali della realtà del tempo,
una mela marcia, la vostra faccia riflessa nello specchio del bagno confrontata con una vostra
foto di trent’anni fa, eppure non trovate mai nessuna evidenza diretta, non sperimentate mai il
tempo. Sperimentate sempre e solo il momento presente o ciò che vi accade. Se seguite
solamente la diretta evidenza allora non vi è tempo e l’Adesso è tutto quello che c’è.
Eliminare il tempo
Non potete fare dello stato senza ego un obiettivo futuro, e cercare di raggiungerlo. Perché
tutto quello che otterreste è più frustrazione, più conflitto interiore. Vi sembrerebbe sempre di
non esserci ancora, di non aver ancora ottenuto quello stato. Quando il vostro obiettivo futuro
è la libertà dall’ego, vi state dando più tempo, e più tempo significa più ego. Guardate
attentamente per scoprire se la vostra ricerca spirituale non sia una forma nascosta di ego.
Persino il tentare di liberarvi del vostro “sé” può essere un obiettivo nascosto per avere di più,
se fate del liberarvi del vostro “sé” un obiettivo futuro. Darvi più tempo è esattamente questo:
dare al vostro “sé” più tempo. Tempo, sarebbe a dire passato e futuro, è ciò di cui vive il falso
“sé” creato dalla mente, l’ego, e il tempo è nella vostra mente. Non è qualcosa che ha una
esistenza obiettiva “là fuori”. È una struttura mentale della quale si ha bisogno per la
percezione sensoriale, indispensabile per propositi pratici, ma di grande ostacolo per
conoscere voi stessi. Il tempo è la dimensione orizzontale della vita, lo strato superficiale della
realtà. E poi vi è la dimensione verticale della profondità, alla quale potete accedere solo
attraverso il portale del momento presente.
Quindi invece di darvi più tempo, toglietevelo. L’eliminazione del tempo dalla vostra
coscienza è l’eliminazione dell’ego. È la sola vera pratica spirituale.
Quando parliamo di eliminare il tempo, non ci stiamo riferendo ovviamente al tempo
dell’orologio, che ci è utile per motivi pratici, come per esempio fissare un appuntamento o
progettare un viaggio. Sarebbe del tutto impossibile funzionare in questo mondo senza il
tempo dell’orologio. Ciò di cui stiamo parlando è l’eliminazione del tempo psicologico, che è la
preoccupazione che non ha fine della mente egoica riguardo al passato e al futuro, e il suo
rifiuto di essere uno con la vita vivendo allineato con l’inevitabile “essere così” del momento
presente.
Ogni volta che un abituale no alla vita diventa un sì, ogni volta che permettete a questo
momento di essere come è, dissolvete non solo il tempo ma anche l’ego. Per la sua
sopravvivenza l’ego deve rendere il tempo, passato e futuro, più importante del momento
presente. L’ego non può tollerare di divenire amico del presente, tranne che per poco, giusto
dopo che ha avuto ciò che voleva. Ma niente può soddisfare l’ego per molto. Fino a che dirige
la vostra vita, avete due maniere di essere infelici. Una è non avere ciò che volete. L’altra è
avere ciò che volete.
Qualunque cosa sia o accada, questa è la forma che l’Adesso prende. Fino a che resistete
interiormente, la forma o, potremmo dire, il mondo diviene una barriera impenetrabile che vi
separa da chi siete al di là della forma. Vi separa dalla Vita che è una e senza forma, dalla
Vita che siete. Quando dite un sì interiore alla forma che l’Adesso ha preso, quella stessa
forma diventa una porta alla non-forma. E la separazione fra il mondo e Dio si dissolve.
Quando reagite contro la forma che la Vita ha preso in questo momento, quando trattate
l’Adesso come un mezzo, come un ostacolo o come un nemico, state rinsaldando la vostra
forma-identità: l’ego. Da questo la reattività dell’ego. Cosa è la reattività? Divenire dipendente
dalla reazione. Più siete reattivi più siete impigliati nella forma. Più siete identificati con la

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forma, più forte è l’ego. E allora il vostro Essere non brilla più attraverso la forma, o lo fa solo
raramente.
Grazie alla non-resistenza alla forma, ciò che in voi è al di là della forma emerge come
Presenza che tutto comprende, un silenzioso potere molto più grande della vostra transitoria
forma-identità, della persona. Chi voi siete è molto più profondo di qualunque altra cosa che
appartenga al mondo delle forme.
Il sognatore e il sogno
Non resistere è la chiave per accedere al più grande potere nell’universo. Attraverso questo, la
coscienza, lo spirito, si libera dal suo essere prigioniero della forma. La non-resistenza
interiore alla forma, a qualunque cosa è o accade, rappresenta la negazione dell’assoluta
realtà della forma. La resistenza fa apparire il mondo e le cose del mondo più reali, più solide
e durature di quello che sono, inclusa la vostra propria forma-identità, l’ego. Riveste il mondo
e l’ego di pesantezza e di importanza assoluta e questo vi fa prendere voi stessi e il mondo
molto sul serio. Allora il gioco della forma viene erroneamente interpretato come uno sforzo
per sopravvivere, e quando la vostra percezione è questa, allora diventa la vostra realtà.
Le molte cose che accadono, le molte forme che la vita prende, sono di natura effimera.
Sono tutte passeggere. Cose, corpi ed ego, eventi, situazioni, pensieri, emozioni, desideri,
ambizioni, paure, drammi… arrivano, fingendo di essere della massima importanza, e prima
che ve ne accorgiate sono scomparsi, dissolti in quell’assenza di cose dalla quale sono venuti.
Sono mai stati reali? Sono mai stati qualcosa di più di un sogno, del sogno della forma?
Quando ci svegliamo la mattina, i sogni della notte si dissolvono e allora diciamo: “Oh, era
solo un sogno. Non era vero”. Ma qualcosa del sogno doveva pur essere reale altrimenti non
avrebbe potuto essere. Quando si avvicina la morte, possiamo guardare indietro alla nostra
vita e chiederci se è stata solo un altro sogno. Anche adesso potete guardare alla vacanza
dell’anno passato oppure al dramma di ieri e vedere che è molto simile al sogno dell’altra
notte.
Vi è il sogno e vi è il sognatore del sogno. Il sogno è una breve rappresentazione di forme. È il
mondo, abbastanza reale, ma non assolutamente reale. E poi vi è il sognatore, l’assoluta
realtà nella quale il sogno va e viene. Il sognatore non è la persona. La persona è parte del
sogno. Il sognatore è lo schermo sul quale il sogno appare, colui che rende il sogno possibile.
È l’assoluto dietro il relativo, l’assenza di tempo dietro il tempo, la coscienza dentro e dietro la
forma. Il sognatore è la coscienza stessa, è chi siete.
Ora il vostro proposito è quello di risvegliarvi all’interno del sogno. Quando ci svegliamo
all’interno del sogno, l’ego che ha creato il dramma della terra finisce e lascia il posto a un
sogno benevolo e ispiratore. Questa è la nuova terra.
Andare oltre le limitazioni
Nella vita di ogni persona arriva il momento in cui lui o lei perseguono una crescita e
un’espansione sul piano della forma. Questo accade quando vi sforzate di superare limitazioni
quali la debolezza fisica o la scarsezza economica, o quando cercate di acquisire nuove
abilità e conoscenze, oppure di ottenere attraverso un atto creativo qualcosa di nuovo che
migliori sia la vostra vita sia quella degli altri. Può essere un brano musicale, un’opera d’arte,
un libro, un servizio che offrite, una funzione che volete svolgere, un affare o una
organizzazione che cercate di mettere su o alla quale date un vitale contributo.
Quando siete presenti, quando la vostra attenzione è pienamente nell’Adesso, la Presenza
fluirà e trasformerà quello che fate. In questo caso ciò che fate avrà qualità e potere. Siete
presenti quando ciò che state facendo non è un mezzo per un fine, per ottenere soldi,
prestigio, per vincere, ma un completamento in se stesso, quando vi sono gioia e vitalità in ciò
che fate. E naturalmente non potete essere presenti a meno che non diventiate amici con il
momento presente. Questa è la base per un’azione efficace non contaminata dalla negatività.

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La forma è limitazione. Siamo qui non solamente per sperimentare la limitazione, ma
soprattutto per crescere in consapevolezza andando oltre la limitazione. Alcune limitazioni
possono essere superate esternamente. Però se vi sono altre limitazioni nella vostra vita con
le quali dovete imparare a convivere, queste possono essere superate solo interiormente. E
prima o poi ognuno di noi dovrà farci i conti. Queste limitazioni possono mantenervi
intrappolati in una reazione egoica che si manifesta in una intensa infelicità. In alternativa
potete però elevarvi interiormente al di sopra di queste, arrendendovi senza condizioni a ciò
che è. Ci sono per insegnarci questo. Lo stato di coscienza dell’arrendersi apre la vostra vita
alla dimensione verticale, la dimensione della profondità. Allora qualcosa si muoverà da quella
dimensione verso il mondo, qualcosa di un valore infinito che altrimenti non si sarebbe
manifestato. Alcune persone che si arrendono a gravi limitazioni diventano guaritori o maestri
spirituali. Altre lavorano con abnegazione per alleggerire la sofferenza umana oppure per
portare doni di creatività a questo mondo.
Alla fine degli anni Settanta, pranzavo spesso con uno o due amici alla caffetteria
dell’Università di Cambridge, dove studiavo. Vedevo spesso, al tavolo vicino, un uomo sulla
sedia a rotelle, generalmente accompagnato da tre o quattro persone. Un giorno che era
seduto proprio al tavolo di fronte al mio, non ho potuto fare a meno di guardarlo da vicino e
sono rimasto impressionato da ciò che ho visto. Sembrava essere quasi completamente
paralizzato, il suo corpo appariva emaciato con la testa sempre piegata in avanti. Una delle
persone che lo accompagnava cercava con gran cura di imboccarlo, anche se buona parte del
cibo gli cadeva dalla bocca su un piattino che un’altra persona gli teneva sotto il mento. Di
quando in quando l’uomo sulla sedia a rotelle emetteva un suono gracchiante e
incomprensibile e qualcuno, dopo aver avvicinato l’orecchio alla sua bocca, interpretava
miracolosamente ciò che lui aveva tentato di dire.
Domandai più tardi a un amico se sapeva chi fosse. “Certo” mi rispose “è un professore di
matematica e le persone che sono con lui sono i suoi studenti. Ha una malattia dei neuroni
motori che paralizza progressivamente ogni parte del corpo. Gli sono stati dati al massimo
cinque anni di vita. Deve essere uno fra i destini più atroci che possa capitare a un essere
umano.”
Qualche settimana dopo, uscivo dall’edificio nel momento in cui lui stava entrando e mentre
gli tenevo la porta aperta perché potesse passare con la sua sedia a rotelle, i nostri occhi si
incontrarono. Vidi con sorpresa quanto i suoi fossero limpidi. Non vi era nessuna traccia
d’infelicità. Seppi istantaneamente che aveva abbandonato ogni resistenza, che viveva in uno
stato di resa.
Alcuni anni dopo mentre compravo un giornale a un chiosco, mi sono stupito nel vederlo
sulla copertina di una famosa rivista internazionale. Non solo era ancora vivo, ma era
diventato il più famoso fisico teorico del mondo, Stephen Hawking. Nell’articolo vi era una
frase molto bella che mi confermava ciò che avevo percepito anni prima quando lo avevo
guardato negli occhi. Commentando la sua vita, con l’aiuto ora di un sintetizzatore della voce,
diceva: “Chi avrebbe potuto desiderare di più?”.
La gioia di essere
L’infelicità o la negatività sono una malattia sul nostro pianeta. Ciò che l’inquinamento è a un
livello esterno, la negatività lo è a uno interiore. Si trova dappertutto, non soltanto è presente
nei luoghi nei quali la gente non ha a sufficienza per vivere, ma anche dove ce n’è più che
abbastanza. Vi sorprende? No. Il mondo del benessere è ancora più profondamente
identificato con la forma, maggiormente perso nel contenuto, più intrappolato nell’ego.
La gente crede di dipendere da ciò che accade per la propria felicità, il che sarebbe come
dire, di dipendere dalla forma. Non si rende conto che gli avvenimenti sono la cosa più
instabile dell’universo. Cambiano costantemente. Le persone vedono il momento presente
definito da qualcosa che è accaduto, ma che non avrebbe dovuto accadere, o da qualcosa
che non è accaduto, ma avrebbe dovuto invece accadere. Perdono così la profonda

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perfezione che è inerente alla vita stessa e che è già qui, sempre, e che è dietro a ciò che sta
o che non sta accadendo, dietro la forma. Accettate il momento presente e troverete quella
perfezione che è più profonda di qualunque forma, e che non è sfiorata dal tempo.
La gioia dell’Essere, che è la sola vera felicità, non può arrivarvi da nessuna forma, da nessun
possedimento, acquisizione, persona o evento, non può arrivarvi da nessuna delle cose che
accadono. Quella gioia non può mai arrivare. Proviene dalla dimensione senza forma che è
dentro di voi, dalla coscienza stessa, che è una sola cosa con chi siete.
Permettere che l’ego venga sminuito
L’ego sta sempre in guardia contro ogni possibilità di essere sminuito. E mette in funzione
automaticamente i meccanismi di riparazione egoici, per reintegrare di nuovo la forma mentale
del “me”. Quando qualcuno mi accusa o mi critica, quello è per l’ego una diminuzione del sé
ed esso cercherà immediatamente di riparare il suo sminuito senso del sé giustificandosi,
difendendosi o accusando. È irrilevante per l’ego che l’altro abbia torto o ragione. È molto più
preoccupato di preservare se stesso che della verità. In questo modo preserva la forma
psicologica del “me”. Anche una cosa che accade normalmente, come quella di rispondere
urlando a un altro guidatore che vi ha dato dello stupido, è un meccanismo automatico e
inconscio per riparare l’ego. E uno dei meccanismi più comuni è far esplodere la rabbia.
Questo infatti genera un temporaneo ma enorme gonfiarsi dell’ego. Tutti i meccanismi di
riparazione, anchese hanno senso per l’ego, sono totalmente disfunzionali. Le disfunzioni più
estreme sono le violenze fisiche e quelle forme illusorie di grandiose fantasie.
Una potente pratica spirituale è quella di permettere consapevolmente che l’ego resti
sminuito senza cercare di ripararlo. Vi raccomando di praticare questo di quando in quando.
Per esempio, se qualcuno vi critica, vi accusa, vi offende, invece di aggredirlo di rimando o di
difendervi, non fate nulla. Permettete alla vostra immagine di rimanere sminuita e state
all’erta, osservando come vi sentite profondamente dentro di voi. Per qualche momento potete
provare disagio, come se vi foste ristretti. Ma poi percepirete una spaziosità interiore che vi
farà sentire intensamente vitali. Non vi siete per nulla diminuiti, anzi vi siete espansi. E allora
avrete una stupefacente comprensione: quando vi sembra di essere in un certo modo sminuiti,
e quando rimanete in uno stato assolutamente non reattivo, non solo esteriormente ma anche
interiormente, vi rendete conto che niente di reale è stato sminuito, che diventando “meno”
siete diventati di più.

Non difendendo o non tentando di consolidare la vostra forma, siete usciti


dall’identificazione con la forma, con l’immagine mentale del sé. Diventando meno, nella
percezione dell’ego, in realtà avete permesso un’espansione e avete dato spazio al venire
avanti dell’Essere. Dalla forma apparentemente indebolita, risplende allora un potere vero,
quello di chi siete al di là della forma. Questo è ciò che intendeva Gesù dicendo: “Rinunciate a
voi stessi” o “Porgete l’altra guancia”.
Questo ovviamente non vuol dire dare il benvenuto all’abuso o farvi vittime di gente
inconsapevole. Qualche volta la situazione richiede di dire a qualcuno di farsi indietro e non
certo con mezzi termini. Senza una difesa egoica, le vostre parole conterranno potere anche
se saranno prive di una forza reattiva. Se è necessario potrete dire fermamente e chiaramente
di no a qualcuno, e sarà quello che io chiamo un no di alta qualità, libero da ogni negatività.
Se siete contenti di non essere nessuno, contenti di non emergere, sarete allineati con il
potere dell’universo. Ciò che l’ego vede come debolezza è in realtà la sola e unica forza.
Questa verità spirituale è diametralmente opposta ai valori della nostra cultura contemporanea
e alla maniera nella quale questa condiziona il comportamento della gente.
Invece di tentare di essere una montagna, insegna l’antico testo del Tao Te Ching, “Egli è la
valle del mondo”. 4 In questo modo voi siete restituiti alla totalità e allora: “Tutto ritorna a ciò
che è veramente intero”. 5

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È questo che Gesù insegna in una delle sue parabole “Quando sei invitato a nozze, va a
metterti all’ultimo posto. Quando arriverà colui che ti ha invitato, ti dirà: ‘Amico, vieni, prendi un
posto migliore’. Allora ciò sarà per te motivo di onore davanti a tutti gli invitati. Infatti chiunque
si innalza sarà abbassato, chi invece si abbassa sarà innalzato”. 6
Un altro aspetto di questa pratica è quello di trattenersi dal rafforzare il proprio sé
mostrandosi, mettendosi in evidenza cercando di impressionare, o di essere speciale, o di
richiamare l’attenzione. In qualche occasione può essere il trattenersi dall’esprimere la propria
opinione, quando tutti stanno esprimendo la loro, e osservare come ci si sente.
Come fuori, così dentro
Quando di notte guardate verso il cielo stellato, potete facilmente riconoscere una verità che è
allo stesso tempo del tutto semplice e straordinariamente profonda. Che cosa vedete? La
luna, i pianeti, le stelle, la striscia luminosa della Via Lattea, forse una cometa, o magari la
vicina galassia di Andromeda che dista due milioni di anni luce. Sì, ma se semplificate ancora
di più, cosa vedete? Oggetti che fluttuano nello spazio. Allora in che cosa consiste l’universo?
Oggetti e spazio.
Se non rimanete senza parole quando guardate lo spazio in una notte chiara, allora non
state realmente guardando, non siete consapevoli della totalità di ciò che vi è là fuori. Magari
state solo guardando gli oggetti e forse cercando di dar loro un nome. Se qualche volta,
guardando lo spazio, avete provato un senso di stupore o avete magari persino sentito un
senso di profonda riverenza davanti a questo incomprensibile mistero, questo significa che per
un momento avete abbandonato il vostro desiderio di spiegare, di etichettare, e che siete
diventati consapevoli non solo degli oggetti nello spazio ma dell’infinita profondità dello spazio
stesso. Dovete essere diventati abbastanza quieti interiormente per notare la vastità nella
quale questi innumerevoli mondi esistono. Il sentimento di stupore non deriva dal fatto che là
fuori vi sono milioni di mondi, ma dalla profondità che li contiene tutti.
Non potete ovviamente vedere lo spazio, non potete ascoltarlo, toccarlo, assaporarlo e
neppure odorarlo, allora come fate a sapere che esiste? Questa che appare come una
domanda logica, contiene già in sé un errore fondamentale. L’essenza dello spazio è assenza
di cose, quindi non “esiste” nel senso normale del termine. Solamente le cose, le forme,
esistono. Può essere fuorviante anche chiamarlo spazio, perché, attribuendogli un nome, lo si
rende un oggetto.
Mettiamola in questi termini: vi è qualcosa in voi che ha affinità con lo spazio e questo è il
motivo per il quale ne potete essere consapevoli. Esserne consapevoli? Neppure questo è
completamente vero. Come potete essere consapevoli dello spazio, quando non vi è nulla lì di
cui essere consapevoli?
La risposta è insieme semplice e profonda. Quando siete consapevoli dello spazio, non siete
realmente consapevoli di nulla, tranne che della consapevolezza stessa, dello spazio interiore
della coscienza. Attraverso di voi l’universo sta diventando consapevole di se stesso!
Quando l’occhio non ha nulla da vedere, quell’assenza di cose viene percepita come
spazio. Quando l’orecchio non ha nulla da ascoltare quell’assenza di suoni è percepita come
quiete. Quando i sensi, che sono fatti per percepire la forma, incontrano un’assenza di forma,
cioè la coscienza che non ha forma e che è dietro la percezione, ma che rende possibile ogni
percezione e ogni esperienza, allora questa non viene più oscurata dalla forma. Quando
contemplate l’imperscrutabile profondità dello spazio o ascoltate il silenzio nelle prime ore del
mattino, prima dello spuntar del sole, qualcosa risuona in voi, come un riconoscere. Allora
percepite la vasta profondità dello spazio come la vostra propria profondità, e sapete che la
quiete preziosa che non ha forma è chi siete, più profondamente di qualunque altra cosa che
costituisce il contenuto della vostra vita.
Le Upanishad, le antiche scritture indiane, indicano la stessa verità con queste parole:

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Ciò che non può essere visto con gli occhi, ma per cui gli occhi possono vedere:
sappi che quello solo è Brahma, lo Spirito, e non quello che la gente qui adora. Ciò
che non può essere ascoltato con le orecchie ma per cui le orecchie possono
ascoltare: sappi che quello solamente è Brahma, lo Spirito, e non quello che la
gente qui adora… Ciò che non può essere pensato con la mente, ma per cui la
mente può pensare: sappi che quello solamente è Brahma, lo Spirito, e non quello
che la gente qui adora. 7
Dio, dicono le Scritture, è coscienza senza forma ed è l’essenza che siete, tutto il resto è
forma, ed è “ciò che la gente qui adora”.
La doppia realtà dell’universo, che consiste di cose e di spazio, di presenza e di assenza di
cose, è anche la vostra realtà. Una vita sana, bilanciata e fruttuosa è una danza fra le due
dimensioni che costituiscono la realtà: la forma e lo spazio. La maggior parte delle persone è
così identificata con la dimensione della forma, con la percezione dei sensi, con i pensieri e le
emozioni, che nella loro vita, quella metà nascosta e vitale è andata perduta. L’identificazione
con la forma le mantiene intrappolate nell’ego.
Ciò che vedete, che ascoltate, sentite, toccate, o pensate è, per così dire, solo una parte
della realtà. È la forma. Nell’insegnamento di Gesù viene chiamata “il mondo”, e l’altra
dimensione è “il regno dei Cieli o della vita eterna”.
Così come lo spazio permette a tutte le cose di esistere, e proprio come senza il silenzio non
vi potrebbe essere suono, voi non potreste esistere senza la dimensione vitale senza forma
che è l’essenza di chi siete. Potremmo chiamarla Dio, se la parola non fosse stata così
abusata. Io preferisco chiamarla Essere, l’Essere è precedente all’esistenza. L’esistenza è la
forma, il contenuto, è ciò che accade. L’esistenza è ciò che nella vita è in primo piano.
L’Essere è sullo sfondo.
La malattia collettiva dell’umanità è che la gente è così immersa in ciò che accade, così
ipnotizzata dal mondo delle forme fluttuanti, così assorbita dal contenuto della sua vita, da
dimenticare l’essenza, ciò che è al di là del contenuto, al di là della forma, al di là del pensiero.
È così consumata dal tempo da aver dimenticato l’eternità che è la sua origine, la sua casa, il
suo destino. L’eternità è la viva realtà che siete.Qualche anno fa ho visitato la Cina, e sulla
cima di una montagna vicino a Guilin mi sono fermato davanti a uno stupa. Vi era una scritta
sbalzata in oro, così ho chiesto al mio accompagnatore cinese cosa significasse. “Significa
Buddha” mi ha detto. E io gli ho domandato perché vi fossero due caratteri invece di uno solo.
Mi ha risposto che uno significa Uomo e l’altro No e che i due insieme significano Buddha.
Sono rimasto stupito. Il carattere con il quale si scrive Buddha contiene già tutto
l’insegnamento del Buddha e, per coloro che hanno occhi per vedere, il segreto stesso della
vita. Vi sono qui le due dimensioni che costituiscono la realtà: la presenza e l’assenza di cose,
la forma e la negazione della forma, che è come riconoscere che la forma non è ciò che siete.

1. Luca 6,38.
2. Marco 4,25.
3. Corinzi 3,19.
4. Lao Tzu, Tao te Ching, cap. 28.
5. Ibid., cap. 22.
6. Luca 14,10-11.
7. Kena Upanishad.VIII
Scoprire lo spazio interiore
In un’antica storia sufi si racconta di un re di una terra in Medio Oriente, che era sempre
combattuto tra la felicità e l’avvilimento. La minima cosa lo turbava o gli provocava un’intensa
reazione e la sua felicità si tramutava in delusione e disperazione. Giunse finalmente il

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momento in cui il re fu stanco di se stesso e della sua vita e iniziò a cercare una via di uscita.
Mandò a chiamare un saggio che viveva nel suo regno e che era considerato un illuminato.
Quando il saggio arrivò, il re gli disse: “Voglio essere come te. Puoi darmi qualcosa che porti
nella mia vita equilibrio, serenità e saggezza? Ti pagherò qualunque somma tu mi chieda”.Il
saggio rispose: “Potrei essere in grado di aiutarti. Ma il prezzo è talmente alto che tutto il tuo
regno potrebbe non bastare a pagarlo. Ma se tu lo onorerai, allora potrebbe essere un regalo
per te”. Il re si dichiarò d’accordo e il saggio se ne andò.
Qualche settimana dopo ritornò e porse al re una scatola di giada intarsiata. Il re aprì la
scatola e
vi trovò un semplice anello d’oro con un’incisione nella quale si leggeva: “Anche questo
passerà”. Il re chiese quale fosse il suo significato. “Portalo sempre al dito” disse il saggio
“qualunque cosa accada, prima di definirla buona o cattiva, toccalo e leggine l’iscrizione. In
questo modo sarai sempre in pace.”
Anche questo passerà. Cos’è che rende queste parole così semplici tanto potenti? Da un
punto di vista superficiale potrebbero sembrare di consolazione in una situazione difficile, ma
anche sminuire il godimento delle cose buone della vita. Il senso di queste parole, se applicate
alle situazioni percepite come buone, sembra essere “Non siate troppo contenti, perché non
durerà”.Ma il vero significato di queste parole diviene chiaro quando le consideriamo nel
contesto delle due altre storie che abbiamo visto prima. La storia del maestro zen la cui sola
risposta era sempre “Ah! È così?”, e che ci mostra come ci possa venire del bene non
resistendo agli eventi, dall’essere uno con ciò che accade. E la storia dell’uomo il cui
commento era invariabilmente un laconico “Può darsi”, che illustra la saggezza del non
giudicare. Il racconto dell’anello indica l’impermanenza che, se riconosciuta, porta al non
attaccamento. Non resistere, non giudicare e non avere attaccamento sono i tre aspetti della
vera libertà e di un vivere illuminato.
Quelle parole, incise sull’anello, non vi stanno dicendo di non godere del buono che c’è nella
vostra vita, e il loro senso non è quello di esservi di consolazione nei momenti di sofferenza.
Hanno un proposito più profondo: quello di rendervi consapevoli della temporaneità di ogni
situazione, grazie alla trascendenza di tutte le forme, buone o cattive. Quando voi divenite
consapevoli della trascendenza di tutte le forme, il vostro attaccamento a queste diminuisce e
in un certo modo voi vi disidentificate da esse. Essere distaccato non vuol dire non poter gioire
delle cose buone che la vita ha da offrire. Anzi, in realtà ne godrete di più. Una volta che
vedete e accettate la trascendenza di ogni cosa e l’inevitabilità del cambiamento, potete
godere dei piaceri del mondo mentre ci sono, senza la paura di perderli e senza l’ansietà del
futuro. Quando siete distaccati, guadagnate un punto di osservazione più alto dal quale
vedrete gli eventi della vostra vita invece di esserne prigionieri. Siete allora come un
astronauta che vede il pianeta Terra circondato dalla vastità dello spazio e che si rende conto
di una paradossale verità: che la Terra è preziosa e allo stesso tempo insignificante. Il
riconoscere che Anche questo passerà, porta al distaccarsi e, con il distaccarsi, un’altra
dimensione entra nella vostra vita: lo spazio interiore. Grazie al distacco, al non giudicare e
alla non-resistenza, accedete a quella dimensione.
Quando voi non siete più totalmente identificati con la forma, il “chi siete”, la coscienza,
viene liberato dal suo imprigionamento nella forma. Questa libertà è il risvegliarsi dello spazio
interiore. Arriva come una quiete, una pace sottile che è profondamente dentro di voi, anche di
fronte a qualcosa che potrebbe sembrare cattiva. Anche questo passerà. E improvvisamente
vi è spazio intorno all’evento. Vi è spazio anche intorno agli alti e bassi emozionali, e anche
intorno al dolore. E soprattutto vi è spazio fra i vostri pensieri. E da quello spazio proviene una
pace che non è “di questo mondo”, perché questo mondo è forma e la pace è spazio. Questa
è la pace di Dio.
Ora potete godere e onorare le cose di questo mondo senza dar loro un’importanza o un
significato che non hanno. Potete partecipare alla danza della creazione ed essere attivi
senza necessità di superare l’attaccamento, e senza fare troppe richieste irragionevoli al

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mondo: soddisfami, rendimi felice, fammi sentire al sicuro, dimmi chi sono. Il mondo non può
darvi queste cose, e quando tali aspettative cadono, allora termina tutta la sofferenza che vi
create. Questa sofferenza è dovuta a una sopravvalutazione della forma e a una
inconsapevolezza della dimensione dello spazio interiore. Quando quella dimensione è
presente nella vostra vita, potete godervi le cose, le esperienze e i piaceri dei sensi senza
perdervi in essi, senza attaccamento interiore, cioè senza diventare dipendenti dal mondo.
Le parole Anche questo passerà indicano la realtà. Indicando l’impermanenza di tutte le
forme, stanno implicitamente indicando l’eterno. Ma solo l’eterno che è in voi può riconoscere
l’impermanente come impermanente.
Quando si perde o non si conosce la dimensione dello spazio, le cose del mondo assumono
un’importanza assoluta, una serietà e una pesantezza che in realtà non hanno. Quando si
guarda al mondo da una prospettiva della forma, questo diviene un luogo minaccioso, un
luogo di disperazione. Il profeta del Vecchio Testamento deve aver sentito questo, quando ha
scritto: “Tutte le cose sono in travaglio e nessuno potrebbe spiegarne il motivo”. 1
La coscienza degli oggetti e la coscienza dello spazio
La vita di molte persone è piena di cose: cose materiali, cose da fare e cose a cui pensare. È
come la storia dell’umanità che Winston Churchill definiva “una dannata cosa dopo l’altra”. La
loro mente è piena di una quantità di cose, di un pensiero dopo l’altro. Questa è la dimensione
della coscienza dell’oggetto, che è la realtà predominante di molte persone ed è questo il
motivo per il quale la loro vita è così disequilibrata. La consapevolezza oggettuale ha bisogno
di essere equilibrata dalla coscienza della dimensione spaziale perché si possa sanare il
pianeta e l’umanità possa ritornare a realizzare il suo destino.
L’elevarsi della coscienza della dimensione spaziale è il prossimo stadio nell’evoluzione
dell’umanità. La coscienza della dimensione dello spazio significa che, oltre ad avere una
coscienza delle cose, che è la percezione dei sensi, dei pensieri e delle emozioni, vi è una
corrente sotterranea di consapevolezza. La consapevolezza implica che voi siate non
solamente consapevoli delle cose (oggetti), ma che siate coscienti di esserne coscienti.
Quando voi sentite una vigile quiete interiore di sottofondo, mentre le cose accadono su un
piano superficiale, questo è proprio quello che è! Questa dimensione è lì in ognuno di noi, ma
la maggior parte delle persone ne è completamente inconsapevole. Qualche volta io la indico,
chiedendo se sentite la vostra stessa Presenza.
La consapevolezza dello spazio rappresenta non soltanto la liberazione dall’ego, ma anche
dalla dipendenza delle cose di questo mondo, dal materialismo e dalla materialità. È la
dimensione spirituale che può dare il vero senso trascendente del mondo.
Ogniqualvolta siete turbati da un evento, da una persona o da una situazione, la causa reale
non è l’evento, la persona o la situazione, ma la perdita di una vera prospettiva che solamente
lo spazio può dare. Siete intrappolati in una coscienza oggettuale, inconsapevoli dello spazio
interiore senza tempo della coscienza stessa. Le parole Anche questo passerà quando sono
usate come indicazione, possono riportarvi a quella dimensione di consapevolezza.
Un altro mezzo per indicare la direzione interiore è espresso dalle parole: “Non sono mai
turbato per la ragione che penso io”. 2
Cadere al di sotto o innalzarsi al di sopra del pensiero
Quando siete molto stanchi, a volte diventate più tranquilli, più rilassati che nel vostro stato
normale. Questo accade perché l’attività del pensare è diminuita e così non potete più
ricordare il vostro sé problematico creato dalla mente. Vi state muovendo verso il sonno.
Anche quando bevete alcolici o assumete droga, potete sentirvi più rilassati, meno
preoccupati, e per un po’ anche più vitali, sempre che queste sostanze non attivino il vostro
corpo di dolore. Potete cominciare a cantare o a ballare, che fin dai tempi più antichi sono
sempre state espressioni della gioia di vivere. Poiché siete meno appesantiti dalla vostra

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mente, potete vedere la gioia dell’Essere. Può darsi che questo sia il motivo per il quale l’alcol
in inglese si chiama spirit. Ma vi è un alto prezzo da pagare: l’inconsapevolezza. Invece di
innalzarvi al di sopra dei pensieri, siete caduti al di sotto. Un altro paio di bicchieri in più e vi
sarete ridotti allo stato di vegetale.
Lo spazio della coscienza ha poco a che vedere con “l’essere fuori di sé”. Entrambi gli stati
hanno questo in comune: sono al di là del pensiero. La differenza fondamentale sta nel fatto
che nel primo siete al di sopra dei pensieri, nel secondo siete caduti al di sotto. Uno è il passo
successivo verso l’evoluzione della coscienza umana, l’altro è una regressione a uno stato
che ci siamo lasciati dietro moltissimo tempo fa.
La televisione
Per milioni di persone in tutto il mondo, guardare la televisione è un’attività, o meglio una “non
attività”, del tempo libero. Un americano medio che abbia sessant’anni ne ha passati quindici
a fissare lo schermo della TV. E le percentuali sono simili in molti altri paesi.
Molta gente trova che guardare la televisione sia “rilassante”. Se osservate voi stessi
attentamente, noterete che più a lungo fissate lo schermo, più la vostra attività mentale si
arresta. Potete guardare anche a lungo i talk-show, i giochi, le interviste, o anche la pubblicità
e la vostra mente non genera quasi nessun pensiero. Non solamente non vi ricordate più dei
vostri problemi, ma siete anche temporaneamente liberi da voi stessi. E che cosa potrebbe
esserci di più rilassante?
Ma guardare la televisione crea forse uno spazio interiore? Vi fa essere presenti a voi
stessi? Sfortunatamente no. Anche se la vostra mente può per qualche tempo non generare
alcun pensiero, si aggancia all’attività mentale dello spettacolo televisivo. Si è connessa con la
versione televisiva della mente collettiva e sta pensando quei pensieri. La vostra mente è
inattiva solamente nel senso che non sta producendo dei pensieri. Ma sta assorbendo
continuamente pensieri e immagini che le vengono dallo schermo televisivo. Questo induce
uno stato passivo, simile alla trance, cioè uno stato appena più alto dell’ipnosi. Questo è il
motivo per il quale la televisione si presta alla manipolazione della “pubblica opinione”, come
ben sanno i politici, i gruppi che hanno particolari interessi, coloro che fanno pubblicità, che
pagheranno milioni per catturarvi in quello stato di inconsapevolezza ricettiva. Vogliono che i
loro pensieri diventino i vostri, e generalmente hanno successo.
Quindi, quando guardate la televisione la vostra tendenza è quella di scendere al di sotto e
non quella di innalzarvi al di sopra del pensiero. La televisione ha questo in comune con l’alcol
e con certe droghe. Se da una parte vi sta offrendo una certa liberazione dalla mente,
dall’altra la pagate cara: pagate con la perdita di coscienza. Come le droghe, anche questa ha
una qualità di forte dipendenza. Allungate la mano per spegnere e invece vi ritrovate a fare
zapping. Mezz’ora o un’ora dopo, siete ancora lì a guardare, a cambiare canale. Il pulsante
per spegnere è l’unico che il vostro dito sembra incapace di premere. State ancora
guardando, quasi sempre non perché qualcosa di interessante abbia catturato la vostra
attenzione, ma proprio perché non vi è nulla di interessante da guardare. Una volta che siete
stati catturati, più il programma è superficiale, più manca di significato, e più crea dipendenza.
Se fosse interessante, se provocasse pensieri, stimolerebbe la vostra mente a ricominciare a
pensare di nuovo, il che sarebbe uno stato più cosciente e per questo preferibile a una trance
indotta dalla TV. E in quel caso la vostra attenzione non sarebbe totalmente catturata dalle
immagini sullo schermo.
Il contenuto del programma, quando ha una certa qualità, può contrastare e qualche volta
persino interrompere quell’effetto che ha la TV di annullare la mente. Vi sono programmi che
sono stati di grande aiuto a molte persone; hanno cambiato in meglio la loro vita, hanno
aperto il loro cuore, li hanno resi più consapevoli. Anche alcune commedie possono, anche
senza essere niente di speciale e anche se non intenzionalmente spirituali, mostrare una
versione caricaturale dell’umana follia e dell’ego. Ci insegnano a non prendere nulla troppo
seriamente, ad affrontare la vita a cuor leggero e, soprattutto, ce lo insegnano facendoci

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ridere. La risata è straordinariamente liberatoria e anche risanatrice. Ma quasi tutte le
televisioni sono invece controllate da persone a loro volta controllate dall’ego, e per questo lo
scopo segreto è quello di controllarvi mettendovi a dormire, cioè di rendervi inconsapevoli.
Nel mezzo televisivo vi è un incredibile e ancora inesplorato potenziale.
Evitate di guardare programmi e pubblicità che vi bombardano con una rapida successione
di immagini che cambiano ogni due o tre secondi o ancora meno.
Guardare troppa televisione, e soprattutto guardare questi programmi, è la causa della
diminuzione di capacità di attenzione, e delle disfunzioni mentali che ora colpiscono molti
bambini in tutto il mondo. Una capacità di attenzione limitata nel tempo rende tutte le vostre
percezioni e tutte le vostre relazioni superficiali e insoddisfacenti.
Stare davanti alla televisione troppo spesso e troppo a lungo vi rende non solo
inconsapevoli, ma porta anche alla passività e vi toglie energia. Invece di guardarla a caso,
scegliete il programma che volete vedere. E mentre la guardate, quando ve ne ricordate,
portate l’attenzione sulla vitalità all’interno del vostro corpo. Oppure, di tanto in tanto, portate
l’attenzione sul vostro respiro. A intervalli regolari distogliete gli occhi dallo schermo, così che
non prenda possesso del vostro senso visivo.
Non tenete il volume più alto di quanto sia necessario perché la televisione non si
sovrapponga a voi a livello uditivo. Premete il tasto muto durante la pubblicità. E cercate di
non andare a dormire non appena la spegnete, o peggio ancora di addormentarvi mentre è
ancora accesa.
Riconoscere lo spazio interiore
È probabile che uno spazio tra i pensieri si verifichi già di tanto in tanto nella vostra vita, senza
che nemmeno ve ne rendiate conto. Una coscienza affascinata dalle esperienze e
condizionata a identificarsi esclusivamente con la forma, cioè una coscienza oggettuale,
dapprincipio trova quasi impossibile essere consapevole dello spazio. Ciò vuol dire che, in
ultima analisi, non potete essere consapevoli di voi stessi perché siete sempre consapevoli di
qualcos’altro. Siete continuamente distratti dalla forma. Anche quando sembrate consapevoli,
avete fatto di voi stessi un oggetto, una forma-pensiero e dunque quello di cui siete
consapevoli è un pensiero, non voi stessi.
Quando sentite parlare di spazio interiore, comincerete a cercarlo, ma poiché lo cercherete
come se fosse un oggetto o un’esperienza, non riuscirete a trovarlo. Questo è il dilemma di
tutti quelli che cercano la realizzazione spirituale o l’illuminazione. Perciò Gesù ha detto: “Il
regno di Dio non viene in modo che si possa osservare. Nessuno potrà dire: ‘Eccolo qui’ o:
‘Eccolo là’, perché il regno di Dio è già in mezzo a voi”. 3
Se riuscite a non trascorrere tutta la vostra vita nello scontento, nella preoccupazione,
nell’ansietà, nella depressione e nella disperazione, o a logorarvi in altri stati mentali negativi;
se siete in grado di godere delle cose semplici come ascoltare il suono della pioggia o del
vento; se riuscite a vedere la bellezza delle nuvole che attraversano il cielo o a essere talvolta
soli senza sentirvi abbandonati, senza aver bisogno dello stimolo mentale di un passatempo;
se vi trovate a trattare un completo sconosciuto con grande gentilezza senza volere niente in
cambio da lui o da lei… vuol dire che si è aperto uno spazio, non importa quanto breve, in
quel flusso di pensieri altrimenti incessante che è la mente umana. Quando questo accade c’è
un senso, anche se lieve, di benessere, di pace piena di vita. L’intensità varierà da un senso
appena percepibile di contentezza in sottofondo, a quello che gli antichi saggi dell’India
chiamavano ananda, la beatitudine dell’Essere. Poiché siete stati condizionati a non prestare
attenzione ad altro che alla forma, non ne sarete consapevoli che indirettamente. Per
esempio, c’è un elemento comune nell’abilità di vedere la bellezza, di apprezzare cose
semplici, di godere della compagnia di voi stessi, o di relazionarsi agli altri con affettuosa
gentilezza. Questo elemento comune è un senso di appagamento, di pace, di vitalità che è il
sottofondo invisibile senza il quale tutte queste esperienze non sarebbero possibili.

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Ogni volta che c’è bellezza, gentilezza, il riconoscere la piacevolezza delle cose semplici
nella vostra vita, cercate il sottofondo di quell’esperienza dentro di voi. Ma non cercartelo
come se foste a caccia di una cosa. Non potrete fermarlo con precisione e dire “Ora ce l’ho in
mano”, o afferrarlo mentalmente e definirlo in qualche modo. È come un cielo senza nuvole,
non ha forma. È spazio, è quiete, la dolcezza dell’Essere, infinitamente di più di queste parole,
che sono solo indicazioni. Quando siete in grado di percepirlo direttamente dentro di voi,
diventa più profondo. Così ogni volta che apprezzate qualcosa di semplice, un suono,
un’immagine, un tocco, quando vedete la bellezza, o sentite dell’affettuosa gentilezza verso
qualcun altro, percepite la spaziosità interiore che è la fonte e il sottofondo di quell’esperienza.
Molti saggi e poeti attraverso i secoli hanno osservato che la vera felicità, che io chiamo la
gioia dell’Essere, si trova in cose semplici, all’apparenza irrilevanti. La maggior parte delle
persone, nella loro instancabile ricerca che accada loro un evento significativo, perdono
continuamente cose irrilevanti che potrebbero non essere affatto irrilevanti. Il filosofo
Nietzsche, in un raro momento di profonda quiete, scrisse: “Quanto poco basta alla felicità!
[…] appunto del minimo, del più lieve, del più silenzioso, del fruscio di una lucertola, d’un
soffio, d’un guizzo, d’un batter d’occhi è formata la migliore felicità. Silenzio!”. 4
Perché è la cosa “più piccola” a provocare “la più grande felicità”? Perché la vera felicità non
è causata da una cosa o da un evento, anche se così può sembrare. La cosa o l’evento è così
sottile, così poco appariscente, che occupa solo una piccola parte della vostra coscienza. Il
resto è spazio interiore, la coscienza in se stessa, liberata dalla forma. Lo spazio interiore
della coscienza, e quello che voi siete nella vostra vera essenza, sono esattamente una cosa
sola. In altre parole, la forma delle piccole cose lascia del posto allo spazio interiore. Ed è
dallo spazio interiore, dalla coscienza incondizionata in se stessa che emana la vera felicità, la
gioia dell’Essere. Per essere consapevoli di piccole cose silenziose, dovete essere silenziosi
dentro. Ci vuole un alto grado di vigilanza. Rimanete quieti. Guardate. Ascoltate. Siate
presenti.
Ecco un altro modo per trovare lo spazio interiore. Diventate coscienti di essere coscienti.
Dite o pensate IO SONO senza aggiungere altro. Siate consapevoli del silenzio che segue l’IO
SONO. Percepite la vostra presenza, l’essenza nuda, senza veli, senza coperture. Non è
intaccata dal concetto di giovane o vecchio, ricco o povero, buono o cattivo, o da altri attributi.
È il vasto grembo dell’intera creazione, della forma tutta.
Puoi sentire il torrente di montagna?
Un maestro zen camminava in silenzio con uno dei suoi discepoli lungo un sentiero di
montagna. Arrivati a un antico albero di cedro, si sedettero sotto di esso per consumare un
pasto semplice di riso e verdure. Dopo che ebbero mangiato, il discepolo, un giovane monaco
che non aveva ancora trovato la chiave al mistero dello Zen, ruppe il silenzio per chiedere al
maestro: “Maestro, come posso entrare nello Zen?”.
Naturalmente egli stava indagando su come entrare in quello stato di coscienza che è lo
Zen.
Il maestro rimase in silenzio. Passarono quasi cinque minuti in cui il discepolo aspettò con
ansia una risposta. Era sul punto di fare un’altra domanda, quando il maestro all’improvviso
parlò. “Senti il suono di quel torrente di montagna?”
Il discepolo non aveva avuto consapevolezza di nessun torrente di montagna. Era stato
troppo occupato a pensare al significato dello Zen. In quel momento, mentre cominciava ad
ascoltare i suoni, il rumore della sua mente si acquietò. All’inizio non riuscì a sentire nulla. Poi i
suoi pensieri fecero posto a una attenzione più alta, e finalmente riuscì davvero a udire il
mormorio appena percettibile di un piccolo torrente in lontananza.

“Sì” disse, “ora riesco a sentirlo.”


Il maestro alzò l’indice e con uno sguardo che era insieme intenso e gentile disse: “Da lì
entra nello Zen”.

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Il discepolo rimase senza parole, basito. Era il suo primo satori, uno sprazzo di
illuminazione. Seppe cos’era lo Zen senza sapere cosa fosse quello che sapeva!
Continuarono il loro viaggio in silenzio. Il discepolo era stupito dalla vitalità del mondo
intorno a lui. Sperimentava ogni cosa come se fosse la prima volta. A poco a poco, tuttavia,
ricominciò di nuovo a pensare. Quella quiete vigile fu coperta di nuovo dal rumore della
mente. Dopo un po’ fece un’altra domanda. “Maestro” disse “stavo pensando: cosa avresti
detto se non fossi riuscito a sentire il torrente di montagna?”
Il maestro si fermò, lo guardò, alzò l’indice e gli disse: “Da lì entra nello Zen”.
La giusta azione
L’ego chiede: “Come posso far sì che questa situazione soddisfi i miei bisogni o come posso
arrivare a un’altra situazione che potrà in futuro soddisfare i miei bisogni?”.
La presenza è uno stato di vastità interiore. Nel momento in cui siete presenti, vi chiedete:
“Come posso rispondere ai bisogni di questa situazione, di questo momento?”. In realtà non
avete nemmeno bisogno di questa domanda. Siate quieti, vigili, aperti a ciò che è. Portate in
quella situazione una nuova dimensione: lo spazio. Poi guardate e ascoltate. Così diventate
uno con la situazione. Quando, invece di reagire a una situazione, vi fondete con essa, la
soluzione scaturisce dalla situazione stessa. In realtà non siete voi la persona che guarda e
ascolta, ma è la quiete vigile stessa. In seguito, se un’azione è possibile o necessaria, la
intraprenderete o, per meglio dire, l’azione giusta avverrà attraverso di voi. L’azione giusta è
quella che va bene per il tutto. Quando l’azione è compiuta, la quiete vasta e vigile rimane.
Non c’è nessuno che alzi le braccia in un gesto di trionfo e di sfida gridando “Sì!”. Non c’è
nessuno che dica: “Guarda, l’ho fatto io”.
Tutta la creatività viene fuori da una vastità interiore. Una volta che è avvenuta la creazione, e
qualcosa ha preso forma, dovete stare attenti che non sorga la nozione di “me” o “mio”. Nel
momento in cui vi prendete il merito per quello che avete ottenuto, l’ego è tornato e la vastità è
stata offuscata.
Percepire senza attribuire nomi
La maggior parte delle persone è consapevole solo superficialmente del mondo che le
circonda, soprattutto se quello che le circonda è a loro familiare. La voce nella testa assorbe
gran parte della loro attenzione. Alcuni si sentono più vivi quando viaggiano e visitano luoghi a
loro sconosciuti o paesi stranieri, perché in queste occasioni le percezioni dei sensi, l’avere
delle esperienze è, nella loro coscienza, preponderante rispetto al pensiero. Diventano più
presenti. Altri, anche in quell’occasione, rimangono completamente posseduti dalla voce nella
testa. Le loro percezioni e le loro esperienze sono distorte dal giudizio immediato. Non sono
mai andati veramente da nessuna parte. Solo il loro corpo ha viaggiato, ma essi sono rimasti
dove sono sempre stati: nella testa.
Per la maggior parte delle persone, questa è la realtà. Non appena qualcosa viene percepito,
gli viene dato un nome, viene interpretato, paragonato a qualcos’altro, apprezzato,
disprezzato, definito buono o cattivo dal fantasma del sé, l’ego. Sono imprigionati nelle forme-
pensiero, nella coscienza oggettuale.

Non potete risvegliarvi spiritualmente finché la compulsione inconscia a dare nomi non
cesserà, o per lo meno finché non ne diventerete consapevoli e dunque sarete in grado di
osservarla mentre accade. È attraverso questo costante attribuire nomi che l’ego rimane al
suo posto sotto forma di mente non osservata. Qualora essa si fermi, o anche solo nel caso
che ne diventiate consapevoli, ecco che vi è spazio interiore e non siete più posseduti dalla
mente.
Scegliete un oggetto a voi vicino, una penna, una sedia, una tazza, una pianta, ed
esplorateli visivamente, cioè guardateli con grande interesse, quasi con curiosità. Evitate tutti
gli oggetti che abbiano forti associazioni personali che vi ricordino il passato, per esempio

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dove li avete comprati, chi ve li ha dati e così via. Evitate anche ogni cosa con scritte, come un
libro o una bottiglia. Attiverebbe i pensieri. Senza tensione, rilassati ma attenti, date la vostra
completa attenzione all’oggetto, a ogni suo dettaglio. Se sorgono dei pensieri, non
lasciatevene coinvolgere. Non sono i pensieri ai quali siete interessati, ma l’atto del percepire
in se stesso. Potete scindere il pensare dal percepire? Potete guardare senza che la voce
nella vostra testa commenti, tragga conclusioni, faccia paragoni o cerchi di capire qualcosa?
Dopo qualche minuto lasciate vagare lo sguardo nella stanza o dovunque voi siate,
illuminando con la vostra vigile attenzione tutto quello su cui si posa.
Poi ascoltate tutti i suoni che vi possono essere. Ascoltateli allo stesso modo in cui avete
guardato le cose intorno a voi. Alcuni suoni apparterranno alla natura: acqua, vento, uccelli,
mentre altri saranno prodotti dall’uomo. Alcuni potranno essere gradevoli, altri sgradevoli. In
ogni caso, non fate differenza fra buono e cattivo. Lasciate che ogni suono sia quello che è,
senza interpretazione. Anche in questo caso, l’attenzione vigile ma rilassata è la chiave.
Quando guardate e ascoltate in questo modo, potrete diventare consapevoli di una
sensazione di calma sottile e, all’inizio, appena percepibile. Alcuni l’avvertono come una
quiete di sottofondo. Altri la chiamano pace. Quando la coscienza non è più completamente
assorbita dai pensieri, una parte rimane allo stato originario, incondizionato, privo di forma.
Questo è lo spazio interiore.
Chi è colui che sperimenta?
Le cose che vedete e udite, che gustate, toccate e odorate, sono naturalmente gli oggetti dei
sensi. Essi sono ciò di cui avete esperienza. Ma chi è il soggetto, colui che sperimenta? Se voi
adesso dite per esempio: “Be’, naturalmente, io, Jane Smith, ragioniera capo, di
quarantacinque anni, divorziata, con due figli, americana, sono il soggetto, colei che
sperimenta”, allora sarete in errore. Jane Smith e tutto quello che viene identificato con il
concetto mentale di Jane Smith, sono oggetti dell’esperienza, non il soggetto che sperimenta.
Ogni esperienza ha tre possibili ingredienti: percezione sensoriale, pensieri o immagini mentali
ed emozioni. Jane Smith, ragioniera capo, quarantacinque anni, con due figli, divorziata,
americana, questi sono tutti pensieri e dunque parte di quello di cui fate l’esperienza nel
momento in cui pensate quei pensieri. Essi e qualsiasi altra cosa voi possiate dire e pensare
di voi stessi sono gli oggetti, non il soggetto. Sono l’esperienza, non colui che fa l’esperienza.
Potrete aggiungerci ancora mille definizioni (pensieri) di chi voi siete, e nel farlo aumenterete
di certo la complessità dell’esperienza di voi stessi (insieme ai guadagni del vostro psichiatra),
ma in questo modo non arriverete al soggetto, a colui che fa l’esperienza, che è precedente a
tutte le esperienze, ma senza il quale non potrebbe esservi alcuna esperienza.

Allora chi è colui che sperimenta? Voi. E voi chi siete? Coscienza. E cos’è la coscienza? A
questa domanda non si può rispondere. Nel momento in cui rispondete l’avete falsificata,
l’avete trasformata in un altro oggetto. La coscienza, la cui definizione tradizionale è spirito,
non può essere conosciuta nel senso comune della parola, e cercarla è inutile. Tutta la
conoscenza esiste nel reame della dualità, soggetto e oggetto, colui che conosce e il
conosciuto. Il soggetto, l’Io, colui che conosce e senza il quale niente può essere conosciuto,
percepito, pensato o sentito, deve rimanere per sempre inconoscibile.
Questo perché l’Io non ha forma. Solo le forme possono essere conosciute e tuttavia, senza la
dimensione priva di forma, il mondo della forma non potrebbe esistere. È lo spazio luminoso in
cui il mondo emerge e scompare. Quello spazio è la vita dell’IO SONO. È senza tempo. L’IO
SONO, senza tempo, eterno. Ciò che accade nello spazio del mondo delle forme è relativo e
provvisorio: piacere e dolore, guadagno e perdita, vita e morteIl più grande impedimento alla
scoperta dello spazio interiore, il più grande impedimento a trovare colui che sperimenta, è il
rimanere così incantato dall’esperienza da perdervisi dentro. Vuol dire che la coscienza si è
persa nel suo stesso sogno. Rimarrete ingannati da ogni pensiero, da ogni emozione, da ogni

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esperienza a tal punto da essere veramente in uno stato di sogno. Questa è stata la
condizione normale dell’umanità per migliaia di anni.
Sebbene non possiate conoscere la coscienza, potete essere coscienti di essa come ciò che
è: voi stessi. Potete percepirla direttamente in ogni situazione, non importa dove siete. Potete
percepirla qui e adesso proprio come la vostra Presenza, quello spazio interiore in cui le
parole su questa pagina vengono percepite e diventano pensieri. È l’IO SONO di sottofondo.
Le parole che state leggendo e pensando sono in evidenza, l’IO SONO è il substrato, il
sottofondo che sta alla base di ogni esperienza, di ogni pensiero, di ogni sentimento.
Il respiro
Scoprite lo spazio interiore creando degli intervalli nel flusso dei pensieri. Senza questi
intervalli, il vostro pensiero diventa ripetitivo, non ispirato, privo di ogni scintilla creativa, come
è tuttora per la maggior parte delle persone sul pianeta. Non avete bisogno di preoccuparvi
della durata di questi intervalli, pochi secondi basteranno. A poco a poco aumenteranno da
soli, senza alcuno sforzo da parte vostra. Più che la loro lunghezza è importante farli accadere
frequentemente, così che le vostre attività giornaliere e il flusso dei vostri pensieri si alternino
con lo spazio.
Recentemente qualcuno mi ha mostrato il programma annuale di una vasta organizzazione
spirituale. Mentre lo esaminavo, ero colpito dalla grande scelta di interessanti seminari e
gruppi di lavoro. Mi ricordava uno smorgasbord, uno di quei buffet scandinavi dove si può
scegliere fra un’enorme varietà di cibi allettanti. Quella persona mi chiese se potevo
raccomandargliene uno o due. “Non so” dissi. “Questi seminari sembrano tutti molto
interessanti. Ma una cosa so di sicuro” aggiunsi. “Rimani consapevole del tuo respiro più
spesso che puoi, ogni volta che te ne ricordi. Fai questo per un anno e ciò produrrà una
trasformazione più potente che non la partecipazione a tutti questi corsi. E non costa niente.”
Essere consapevoli del respiro sposta l’attenzione dai pensieri e crea spazio. È un modo di
generare consapevolezza. Sebbene la pienezza della coscienza esista già in forma non
manifestata, siamo qui per portare la coscienza in questa dimensione.
Siate consapevoli del respiro. Fate attenzione alla sensazione del respiro. Sentite l’aria che
entra ed esce dal corpo. Osservate come il petto e l’addome si espandono e si contraggono
leggermente con l’inspirazione e l’espirazione. Un respiro consapevole è sufficiente a creare
spazio lì dove prima c’era un’ininterrotta successione di un pensiero dopo l’altro. Un respiro
consapevole, due o tre sarebbe ancora meglio, molte volte al giorno, è un modo eccellente
per portare spazio nella vostra vita. Anche se meditate sul respiro per due ore o più, cosa che
alcuni fanno, un solo respiro è tutto ciò di cui avete bisogno per essere consapevoli o meglio,
tutto ciò di cui potete essere consapevoli. Il resto è memoria o anticipazione, cioè pensiero. Il
respirare non è in realtà qualcosa che si fa, ma qualcosa che si può osservare mentre accade.
Il respirare accade da solo. È l’intelligenza interna del corpo che lo fa. Tutto quello che dovete
fare è osservarlo mentre accade. Non implica alcuno sforzo o tensione. Fate attenzione,
inoltre, alla breve pausa nel respiro, in particolare al punto di quiete alla fine dell’espirazione,
prima dell’inizio di una nuova inspirazione.
In molte persone il respiro è innaturalmente superficiale. Quanto più sarete consapevoli del
respiro, tanto più questo ritroverà la sua naturale profondità.
Poiché il respiro in sé non ha forma, è stato fin dall’antichità considerato uguale allo spirito:
l’unica Vita senza forma. “Allora il Signore Dio modellò l’uomo con la polvere del terreno e
soffiò nelle sue narici un alito di vita; così l’uomo divenne un essere vivente.” 5 La parola
respiro in tedesco, Atmen, deriva dall’antica parola indiana (sanscrito) atman, il cui significato
è lo spirito divino innato o Dio dentro di noi.
Il fatto che il respiro non abbia forma è una delle ragioni per cui la consapevolezza del respiro
è un modo straordinariamente efficace di portare spazio nella vostra vita, di generare
consapevolezza.

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È un eccellente oggetto di meditazione proprio perché non è un oggetto, non ha struttura né
forma. L’altro motivo è che il respiro è uno dei fenomeni più sottili e apparentemente più
insignificanti, “la cosa più piccola” che, secondo Nietzsche, crea “la più grande felicità”.
Praticare o meno la consapevolezza del respiro come forma di meditazione vera e propria è
una vostra scelta. La meditazione praticata regolarmente, comunque, non è un sostituto del
portare la coscienza dello spazio nella vita di ogni giorno.
Essere consapevoli del vostro respiro vi costringe a stare nel momento presente, che è la
chiave di tutte le trasformazioni interiori. Ogni volta che siete consapevoli del respiro, siete
assolutamente presenti. Potrete anche rendervi conto che non potete pensare e, allo stesso
tempo, essere consapevoli del vostro respiro. Il respiro cosciente ferma la mente. Ma lungi
dall’essere in trance o mezzo addormentati, siete completamente svegli e totalmente vigili.
Non state cadendo al di sotto del pensiero, ma vi state elevando sopra di esso. E se guardate
più attentamente troverete che queste due cose, arrivare pienamente nel presente e smettere
di pensare senza perdere consapevolezza, sono in realtà una sola e unica cosa, il sorgere
della coscienza dello spazio.
Le dipendenze
Un modello comportamentale compulsivo di lunga durata si può chiamare dipendenza, e una
dipendenza vive dentro di voi quasi come un’altra identità o un’altra personalità, come un
campo energetico che periodicamente prende totalmente il sopravvento su di voi. Prende
persino possesso della vostra mente, della voce nella testa che diventa allora la voce della
dipendenza. Può dirvi: “Hai avuto una giornataccia. Ti meriti una ricompensa. Perché negarti
l’unico piacere che ti è rimasto nella vita?”. E così se per mancanza di consapevolezza vi
identificate con quella voce interna, vi troverete ad avvicinarvi al frigo e prendere quella
succulenta torta di cioccolato. Altre volte la dipendenza potrà aggirare del tutto la mente
pensante e potrete improvvisamente trovarvi a tirare una boccata da una sigaretta, o a tenere
in mano una bibita alcolica. “Come mi sarà arrivata in mano?” Prendere la sigaretta dal
pacchetto e accenderla, oppure versarvi da bere sono state azioni compiute in totale
inconsapevolezza.
Se avete un modello comportamentale compulsivo come fumare, alimentarvi in eccesso, bere,
guardare la televisione, dipendenza da Internet o da qualsiasi altra cosa, questo è quello che
potete fare: quando osservate sorgere in voi il bisogno compulsivo, fermatevi e fate tre respiri
consapevoli. Questo genera consapevolezza. Dopo, per alcuni minuti, siate consapevoli di
questa stessa urgenza compulsiva, come un campo energetico dentro di voi. Sentite
coscientemente, mentalmente o fisicamente quel bisogno di assumere una certa sostanza, o il
desiderio di mettere in atto una qualche forma di comportamento compulsivo. Poi fate ancora
alcuni respiri consapevoli.

Dopo di ciò potreste scoprire che lo stimolo compulsivo è per il momento scomparso.
Oppure vi renderete conto che vi domina ancora e che non potrete fare a meno di indulgervi o
di metterlo in atto. Non fatevene un problema. Fate della dipendenza una parte della vostra
pratica di consapevolezza nel modo descritto prima. Col crescere della consapevolezza i
modelli di dipendenza si indeboliranno e alla fine scompariranno. Ricordatevi comunque di
catturare, non appena si presenta alla vostra mente, ogni pensiero che giustifichi, spesso con
abili argomentazioni, il comportamento di dipendenza. Chiedetevi: “Chi sta parlando in questo
momento?”. E vi accorgerete che è la dipendenza a parlare. Nel momento in cui ne siete
consapevoli, e siete presenti come osservatori della vostra mente, ci sono meno probabilità
che essa vi inganni e vi porti a fare quello che vuole.
La consapevolezza del corpo interiore
Un altro modo semplice ma incredibilmente efficace di trovare spazio nella vostra vita è
intimamente legato al respiro. Scoprirete che, quando percepite il sottile flusso di aria che

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entra ed esce dal corpo, assieme all’alzarsi e all’abbassarsi del torace e dell’addome,
diventate anche consapevoli del vostro corpo interiore. La vostra attenzione potrà allora
spostarsi dal respiro a quella percepita vitalità in voi, diffusa in tutto il corpo.
Molte persone sono così distratte dai loro pensieri, così identificate con la voce nella loro
testa, che non riescono a percepire la vitalità che è in loro. Essere incapaci di avvertire la vita
che anima il corpo fisico, proprio quella vita che voi siete, è la più grave perdita che potete
subire. Comincerete allora a cercare non solo dei sostituti a quel senso naturale di benessere
interiore, ma anche a cercare qualcosa che mascheri il continuo disagio avvertito quando non
siete in contatto con la vitalità che è sempre lì, ma normalmente non viene vista. In
sostituzione la gente può cercare “sballi” prodotti dalle droghe, stimoli sensoriali eccessivi,
come musica esageratamente alta, emozioni eccitanti, attività pericolose o ossessione per il
sesso.

Perfino le situazioni drammatiche in un rapporto vengono usate come sostitutive di quel


genuino senso di vitalità. La sostituzione più comune per coprire il disagio di base sono le
relazioni intime: un uomo o una donna che “mi farà felice”. Cosa che naturalmente porta una
delle disillusioni che si verifica più di frequente. E ogni volta che il disagio riappare, la colpa
sarà attribuita al partner.
Fate due o tre respiri consapevoli. Ora vedete se riuscite a percepire un sottile senso di
vitalità che pervade tutto il vostro corpo interiore. Potete sentire, per così dire, il corpo
dall’interno? Percepite per un po’ parti specifiche del vostro corpo. Le vostre mani, poi le
braccia, i piedi e le gambe. Potete sentire il vostro addome, il petto, il collo e la testa? E le
labbra? C’è vita dentro? Ridiventate poi consapevoli del corpo interiore come un tutt’uno.
All’inizio forse vorrete tenere gli occhi chiusi durante questa pratica, per poi, una volta
percepito il vostro corpo, aprirli, guardarvi intorno e nello stesso tempo continuare a sentirlo.
Alcuni lettori potranno scoprire che non c’è bisogno di chiudere gli occhi; possono in realtà
percepire il loro corpo interiore anche mentre leggono queste parole.
Lo spazio interiore ed esteriore
Il vostro corpo interiore non è solido ma è spazio. Non è la vostra forma fisica, ma la vita che
anima questa forma fisica. È l’intelligenza che ha creato il corpo e lo sostiene, coordinando
simultaneamente centinaia di funzioni diverse, di una tale straordinaria complessità, che la
mente umana può comprenderne solo una minima parte. Quando ne diventate consapevoli,
quello che accade veramente è che l’intelligenza diventa consapevole di se stessa. È quella
inafferrabile vita che nessuno scienziato ha mai trovato perché quella vita è quella stessa
coscienza che sta cercando di trovarla.
I fisici hanno scoperto che l’apparente solidità della materia è un’illusione creata dai nostri
sensi. Ciò comprende anche il corpo fisico che noi percepiamo e a cui pensiamo come forma,
ma che, per il 99,99 per cento è in realtà spazio vuoto. Lo spazio fra gli atomi, paragonato alle
loro dimensioni, è proprio così vasto. E persino all’interno di ogni atomo vi è altrettanto spazio.
Il corpo fisico altro non
è che un’errata interpretazione di chi siete. In molti sensi è una versione microcosmica dello
spazio esterno. Per darvi un’idea di quanto sia grande lo spazio fra i corpi celesti, considerate
che la luce, che viaggia a una velocità costante di trecentomila chilometri al secondo impiega
poco più di un secondo per viaggiare fra la Terra e la Luna; impiega circa 8 minuti per
raggiungere la Terra dal Sole. Dalla stella più vicina a noi nello spazio, chiamata Proxima
Centauri, che è il sole più vicino al nostro Sole, la luce viaggia per 4 anni e mezzo prima di
raggiungere la Terra. Così vasto è lo spazio che ci circonda. Poi c’è lo spazio intergalattico, la
cui vastità sfugge a ogni comprensione. Dalla galassia più vicina alla nostra, la Galassia
Andromeda, la luce impiega due milioni e quattrocentomila anni per raggiungerci. Non è
incredibile che il corpo sia spazioso quanto l’universo?

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Dunque il vostro corpo fisico, che è forma, si rivela essenzialmente senza forma, quando
andate più profondamente al suo interno. Diventa una via d’accesso allo spazio interiore.
Sebbene lo spazio interiore non abbia forma, è intensamente vivo. Quello “spazio vuoto” è vita
nella sua pienezza, la Fonte non manifestata da cui sgorgano tutte le manifestazioni. La
definizione tradizionale per quella Fonte è Dio. Pensieri e parole appartengono al mondo della
forma, non possono esprimere la non-forma. Perciò quando dite: “Posso percepire il mio
corpo interiore”, questa è una percezione errata creata dal pensiero. Quello che in realtà sta
accadendo è che la coscienza che si presenta come corpo, la coscienza che IO SONO, è
divenuta cosciente di se stessa. Quando non confondo più chi sono con una forma
temporanea di “me”, allora la dimensione dell’illimitato e dell’eterno, Dio, può esprimersi
attraverso di “me” e guidare “me”. Mi libera anche della dipendenza dalla forma. In ogni caso,
un riconoscimento puramente intellettuale o la convinzione che “io non sono questa forma”,
non è d’aiuto. La domanda più importante è: “In questo momento, posso sentire la presenza
dello spazio interiore, cioè posso sentire la mia stessa Presenza, che significa in realtà la
Presenza dell’IO

SONO?”.
Possiamo anche avvicinarci a questa verità con un approccio diverso. Chiedetevi: “Sono
consapevole non solo di ciò che accade in questo momento, ma anche dell’Adesso come
spazio interiore vivo e senza tempo, nel quale ogni cosa accade?”. Anche se questa domanda
sembra non aver niente a che fare con il corpo interiore, potrete notare con sorpresa che
nell’essere consapevole dello spazio dell’Adesso, vi sentirete interiormente più vivi. State
sentendo la vitalità del corpo interiore, la vitalità che è una parte intrinseca della gioia
dell’Essere. Dobbiamo entrare nel corpo per andare al di là di esso e scoprire che non siamo il
corpo.
Nella vita di ogni giorno cercate, per quanto possibile, di creare spazio usando la
consapevolezza del corpo interiore. Mentre siete in attesa, o state ascoltando qualcuno,
mentre vi fermate a guardare il cielo, un albero, un fiore, il vostro partner o un bambino,
sentite nello stesso tempo la consapevolezza dentro di voi. Questo vuol dire che una parte
della vostra attenzione o coscienza rimane senza forma, mentre il resto rimane disponibile al
mondo esterno della forma. Ogniqualvolta state nel vostro corpo in questo modo, esso
funziona come un’ancora che vi fa rimanere presente nell’Adesso. Vi impedisce di perdervi nei
pensieri, nelle emozioni o nelle situazioni esterne.
Quando voi pensate, sentite, percepite e sperimentate, la coscienza si manifesta nella forma.
Si reincarna in un pensiero, un sentimento, una percezione sensoriale, un’esperienza. Il ciclo
di rinascite da cui i buddhisti sperano un giorno di uscire accade ininterrottamente, ed è solo in
questo momento, attraverso il potere dell’Adesso, che potete uscirne. Attraverso la completa
accettazione della forma che prende l’Adesso, diventate allineati internamente con lo spazio,
che è l’essenza dell’Adesso. Accettando questo, diventate spazio interiore, allineati con lo
spazio invece che con la forma. Questo porta un punto di vista reale e un equilibrio nella
vostra vita.
Accorgersi degli intervalli
Durante il giorno c’è una successione delle cose che vedete e ascoltate che muta in
continuazione. Nel momento iniziale in cui vedete qualcosa o ascoltate un suono, soprattutto
se non vi è familiare, prima che la mente interpreti e dia un nome a quello che vedete o
sentite, c’è di solito un intervallo di attenzione vigile in cui avviene la percezione. Questo è lo
spazio interiore. La sua durata differisce da persona a persona. È facile trascurarlo perché in
molte persone questi intervalli sono estremamente brevi, forse solo un secondo, o anche
meno.
Questo è ciò che accade: quando si vede o si ascolta qualcosa di nuovo, nel primo momento
della percezione c’è una breve pausa nel flusso abituale dei pensieri. La coscienza viene

91
distolta dal pensiero perché è richiesta per la percezione sensoriale. Una visione o un suono
particolarmente insoliti possono lasciarvi, anche interiormente, “senza parole”, cioè creare un
intervallo più lungo.
La frequenza e la durata di quegli spazi determinano la vostra capacità di gioire della vita, di
sentire una connessione interiore sia con gli altri essere umani sia con la natura. Determinano
anche il grado della vostra libertà dall’ego, poiché l’ego implica una inconsapevolezza totale
della dimensione dello spazio.
Una volta consapevoli di questi brevi spazi mentre accadono naturalmente, essi diventeranno
più lunghi, e quando ciò accade, allora sperimenterete sempre più frequentemente la gioia di
percepire, con un’interferenza del pensiero minima o nulla. Il mondo intorno a voi apparirà
allora vivido, nuovo e pieno di vita. Più percepite la vita attraverso uno schermo mentale di
astrazioni e concettualizzazioni, e più il mondo intorno a voi diviene spento e senza vita.
Perdete voi stessi per ritrovare voi stessi
Lo spazio interiore emerge anche ogni volta che abbandonate il bisogno di enfatizzare la
vostra forma-identità. È un bisogno che viene dall’ego. Non è un bisogno reale. Ne abbiamo
già parlato brevemente. Ogni volta che abbandonate uno di questi modelli di comportamento,
lo spazio interiore emerge. Diventate più profondamente voi stessi. All’ego sembrerà che
stiate perdendo voi stessi, ma sarà in realtà l’opposto. Gesù ha già insegnato che dovete
perdere voi stessi per ritrovare voi stessi. Ogni volta che lasciate andare uno di questi schemi,
indebolite l’immagine di chi siete a livello della forma, e allora chi siete al di là della forma si
manifesta più pienamente. Diventare meno per poter essere di più.

Ecco alcuni modi in cui si cerca inconsciamente di mettere l’accento sulla forma-identità; se
siete abbastanza attenti riuscirete a identificare alcuni di questi schemi inconsci dentro di voi.
Pretendere riconoscimento per qualcosa che avete fatto e arrabbiarvi o agitarvi se non lo
ottenete; cercare l’attenzione parlando dei vostri problemi, delle vostre malattie, o facendo una
scenata; dare la vostra opinione quando nessuno l’ha chiesta e non fa nessuna differenza per
la situazione; essere più interessati a come gli altri vi vedono, che non agli altri, cioè usare gli
altri per un riflesso egoico o per potenziare l’ego; cercare di impressionare gli altri attraverso le
cose che si possiedono, la cultura, la bellezza fisica, lo stato sociale, la forza fisica e così via;
produrre un temporaneo gonfiarsi dell’ego, reagendo con rabbia contro qualcosa o qualcuno;
prendere le cose in maniera troppo personale, sentirsi offesi; cercare di avere ragione e dare
torto agli altri lamentandosi inutilmente a parole o mentalmente; cercare di essere notato o di
apparire importante.
Una volta che avete scoperto questi schemi dentro di voi, vi suggerisco di fare un
esperimento. Cercate di scoprire come ci si sente e cosa avviene abbandonandoli. Lasciateli
cadere e guardate cosa succede.
Indebolire l’immagine di chi siete a livello della forma è un altro modo per generare coscienza.
Scoprite il potere enorme che passa da voi al mondo quando smettete di mettere in evidenza
la vostra forma-identità.
La quiete
È stato detto che la quiete è il linguaggio in cui Dio parla, ogni altra cosa è una cattiva
traduzione. La quiete è davvero un’altra parola per spazio. Diventare cosciente della quiete
ogni volta che la incontriamo nella nostra vita ci metterà in contatto con la dimensione senza
forma e senza tempo dentro di noi, che è al di là del pensiero, al di là dell’ego. Può essere la
quiete che pervade il mondo della natura o la quiete della vostra stanza nelle prime ore del
mattino o gli spazi di silenzio fra un suono e l’altro. La quiete non ha forma, per questo non
possiamo esserne consapevoli attraverso il pensiero. Il pensiero è forma. Essere consapevoli
della quiete vuol dire essere quieti. Essere quieti vuol dire essere coscienti senza il pensiero.
Quando siete in uno stato di quiete, allora, come non mai, siete veramente, essenzialmente e
profondamente voi stessi. Quando siete quieti diventate ciò che eravate prima di assumere
temporaneamente la forma mentale e fisica chiamata persona. Siete anche quello che sarete
quando quella forma si dissolverà. Quando siete quieti siete chi siete, al di là della vostra
esistenza temporale: coscienza incondizionata, senza forma, eterna.

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1. Qohelet 1,8.
2. Un corso in miracoli, Libro degli Esercizi, lezione 5, Foundation for Inner Peace, Armenia,
1999.
3. Luca, 17,20-21.
4. Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Mursia, Milano 1965.
5. Genesi 2,7.
IX
Il vostro proposito interiore
Appena siete andati al di sopra della mera sopravvivenza, il senso del significato e del
proposito diventa di somma importanza nella vostra vita. Molta gente si sente intrappolata
nella routine del vivere quotidiano che sembra privare la loro vita di significato. Alcuni credono
che la vita passi loro accanto o che sia già passata. Altri si sentono molto limitati dalle richieste
del loro lavoro e dal fatto di dover mantenere la famiglia, dalla loro situazione finanziaria o dal
vivere quotidiano. Alcuni sono consumati da uno stress acuto, altri da una noia acuta. Alcuni
sono persi in un frenetico fare, altri nell’inattività. Molta gente aspira alla libertà e
all’espansione che la prosperità promette. Altri, che già godono della relativa libertà che viene
dalla prosperità, scoprono che anche questo non è sufficiente perché le loro vite acquistino
significato. Il vero proposito non può essere sostituito da niente altro. Il vero e primario
proposito della vostra vita non può essere trovato all’esterno. Non ha nulla a che vedere con
quello che fate ma ha tutto a che vedere con ciò che siete, cioè con il vostro stato di
coscienza.
Questa è la cosa più importante da comprendere: la vostra vita ha un proposito interiore e
uno esteriore. Il proposito interiore concerne l’Essere ed è primario. Il proposito esteriore
concerne il fare ed è secondario. Benché questo libro tratti principalmente del vostro proposito
interiore, questo capitolo e il prossimo si occuperanno anche di come allineare nella vostra
vita il proposito interiore con quello esteriore. Interno ed esterno, comunque, sono così
strettamente intrecciati che è quasi impossibile parlare di uno senza parlare dell’altro.
l vostro proposito interiore è quello di risvegliarvi. È proprio così semplice. Condividete lo
stesso proposito con tutte le altre persone sul pianeta, perché è il proposito dell’umanità. Il
vostro proposito interiore è una parte essenziale del proposito del tutto, dell’universo e della
sua intelligenza emergente. Quello esteriore, invece, può cambiare nel tempo. Varia
grandemente da persona a persona. Trovare e vivere in allineamento con il vostro proposito
interiore è la base per soddisfare il vostro proposito esteriore. È il fondamento per un vero
successo. Senza questo allineamento, potete lo stesso raggiungere certe cose attraverso
sforzo, lotta, determinazione, semplice e duro lavoro o furbizia. Ma non vi è gioia in questo
sforzo e invariabilmente finisce in qualche forma di sofferenza.
Il risveglio
Il risveglio è un cambiamento nella coscienza, nel quale il pensiero e la consapevolezza si
separano. Per la maggior parte delle persone non è un evento, ma un processo attraverso cui
passano. Perfino quei rari esseri che sperimentano un risveglio improvviso, drammatico e
apparentemente irreversibile, passeranno attraverso un processo in cui il nuovo stato di
coscienza fluisce gradualmente in ogni cosa che fanno trasformandola, e questo è il modo in
cui viene integrato nella loro vita.
Invece di essere persi nel pensiero, quando siete svegli riconoscete voi stessi come la
consapevolezza che c’è dietro. A quel punto il pensiero cessa di essere un’attività autonoma
fine a se stessa, che ha preso possesso di voi e che conduce la vostra vita. La
consapevolezza subentra al pensiero. Invece di essere al comando della vostra vita, il
pensiero diventa il servitore della consapevolezza. La consapevolezza è la connessione
cosciente con l’intelligenza universale. Un’altra parola per questo è Presenza: la
consapevolezza senza il pensiero.L’iniziazione al processo del risveglio è un atto di grazia.

93
Non potete farla accadere, né potete prepararvi o accumulare crediti per ottenerla. Non vi è
una sequenza ordinata di passi logici che conducano verso il risveglio, anche se la mente
amerebbe molto che fosse così. Non dovete chiedervi se lo meritate. Può giungere al
peccatore prima che al santo, ma non è necessariamente così. Ecco perché Gesù si avvicinò
a tutti i tipi di persone, non solo a quelle rispettabili. Non vi è nulla che potete fare per
risvegliarvi. Qualsiasi cosa facciate l’ego proverà ad aggiungere il risveglio o l’illuminazione a
se stesso, come una sua proprietà più preziosa per farsi più bello e più importante. Invece di
risvegliarvi, aggiungereste il concetto di risveglio alla vostra mente, o l’immagine mentale di
come è una persona risvegliata o illuminata, e quindi provereste a vivere all’altezza di
quell’immagine. Vivere all’altezza di un’immagine che avete di voi stessi o che altre persone
hanno di voi è un vivere privo di autenticità, un altro ruolo inconscio che l’ego gioca.
Ma se non c’è nulla che potete fare per risvegliarvi, se questo è già avvenuto oppure non lo è
ancora, come può essere il proposito principale della vostra vita? Avere un proposito non
implica che potete fare qualcosa per raggiungerlo?
Solamente il primo risveglio, il primo lampo di coscienza senza pensiero avviene per grazia,
senza che voi da parte vostra facciate nulla. Se trovate questo libro incomprensibile o senza
significato, a voi non è ancora successo. Se qualcosa in voi risponde comunque, se in
qualche modo riconoscete la verità in esso, significa che il processo di risveglio è iniziato, e
una volta iniziato non può essere invertito, anche se l’ego è in grado di ritardarlo. Per certe
persone la lettura di questo libro rappresenterà l’inizio del processo di risveglio, per altre la
funzione di questo libro è quella di aiutarle a riconoscere che hanno già cominciato a
risvegliarsi, e aiutarle a intensificare e accelerare il processo. Una funzione ulteriore di questo
libro è di aiutare le persone a riconoscere l’ego in loro, tutte le volte che l’ego tenta di
riguadagnare il controllo e di oscurare la consapevolezza emergente. Per alcuni, il risveglio
avviene nel momento in cui diventano consapevoli del tipo di pensieri che hanno
abitualmente, specialmente pensieri negativi e persistenti, con i quali possono essersi
identificati tutta la vita. Improvvisamente vi è una consapevolezza che è consapevole del
pensiero, ma non ne fa parte.
Qual è la relazione tra consapevolezza e pensiero? La consapevolezza è lo spazio in cui i
pensieri esistono, quando quello spazio è diventato cosciente di se stesso.
Una volta che avete avuto un lampo di consapevolezza o di Presenza, la conoscete
direttamente. Non è più solo un concetto nella vostra mente. Potete allora fare una scelta
cosciente per essere presente, invece che indulgere in un pensare inutile. Potete invitare la
Presenza nella vostra vita, cioè fare spazio. Con la grazia del risveglio viene la responsabilità.
Potete provare ad andare avanti come se nulla fosse accaduto, o invece vederne il significato
e riconoscere l’emergere della consapevolezza come la cosa più importante che possa
accadervi. Allora il proposito principale della vostra vita diventa aprire voi stessi alla coscienza
emergente e portare la sua luce nel mondo.
“Voglio conoscere la mente di Dio” disse Einstein, “il resto sono dettagli.” Che cosa è la
mente di Dio? La Coscienza. Cosa significa conoscere la mente di Dio? Essere consapevoli.
Cosa sono i dettagli? Il vostro proposito esteriore, e tutto quello che avviene all’esterno.
Così, mentre state forse ancora aspettando che qualcosa di significativo accada nella vostra
vita, potete non avere compreso che la cosa più significativa che possa accadere a un essere
umano è già accaduta in voi: l’inizio del processo di separazione tra il pensiero e la
consapevolezza.
Molte persone che stanno attraversando i primi stadi del processo di risveglio non sono più
sicure di quale sia il loro proposito esteriore. Ciò che guida il mondo, ciò che è importante per
il mondo, non guida più loro. Vedendo la pazzia della nostra civiltà così chiaramente, essi si
sentono alienati dalla cultura che li circonda. Ad alcuni sembra di abitare in una terra di
nessuno tra due mondi. Non sono più guidati dall’ego e, tuttavia, la consapevolezza
emergente non si è ancora integrata completamente nelle loro vite. Il proposito interiore e
quello esteriore non si sono fusi.

94
Un dialogo sul proposito interiore
Il dialogo che segue è un condensato di numerose conversazioni che ho avuto con persone
che cercavano il vero proposito della loro vita. Una cosa è vera quando risuona ed esprime il
vostro Essere più profondo, quando è in allineamento con il vostro proposito interiore. Questa
è la ragione per cui, come prima cosa, ho diretto la loro attenzione al proposito primario
interiore.
Non so esattamente cos’è, ma voglio qualche cambiamento nella mia vita. Voglio espansione;
voglio fare qualcosa di significativo e, sì, voglio la prosperità e la libertà che ne deriva. Voglio
fare qualcosa che abbia un significato, qualcosa che faccia una differenza nel mondo. Ma se
tu mi chiedessi cosa voglio esattamente, dovrei dirti che non lo so. Mi puoi aiutare a scoprire il
proposito della mia vita?
Il tuo proposito è di stare seduto qui e parlare con me, perché questo è dove sei ora e questo
è quello che stai facendo. Fino a quando non ti alzerai e farai qualcos’altro. Allora, quello
diventerà il tuo proposito.
Così il mio proposito sarebbe di stare seduto nel mio ufficio per i prossimi trent’anni fino alla
pensione o fino a che sarò licenziato?
Non sei nel tuo ufficio adesso, e così questo non è il tuo proposito. Quando sei seduto nel
tuo ufficio e stai facendo qualsiasi cosa ci sia da fare, allora quello è il tuo proposito. Non per i
prossimi trent’anni, ma per adesso.

Penso che ci sia un equivoco. Per te, il proposito vuol dire cosa stai facendo adesso; per
me significa avere una direzione generale nella vita, qualcosa di grande e significativo che dia
un senso a quello che faccio, qualcosa che faccia la differenza. Spostare carte in ufficio non lo
è. Lo so.
Fino a che sei inconsapevole dell’Essere, cercherai il significato solo nella dimensione del
fare e in quella del futuro, che è come dire, la dimensione del tempo. E qualsiasi significato o
soddisfazione troverai, si dissolverà o si trasformerà in una delusione. Invariabilmente sarà
distrutta dal tempo. Ogni significato che troviamo in questa dimensione è vera solo in senso
relativo e temporaneo.
Per esempio, se il prenderti cura dei tuoi bambini dà un significato alla tua vita, cosa
accadrà quando essi non avranno più bisogno di te e forse non ti ascolteranno neanche più?
Se aiutare gli altri dà significato alla tua vita, dipendi dal fatto che gli altri stiano peggio di te, in
modo che la tua vita abbia significato e tu possa sentirti bene con te stesso. Se il desiderio di
eccellere, di vincere o di avere successo in questa o in quell’attività dà significato alla tua vita,
cosa succede se non vinci mai o se la serie dei tuoi successi un giorno si esaurisce, come è
destinato a succedere? Allora dovresti, per dare un misero significato alla tua vita, cercare in
un posto molto insoddisfacente: nella tua immaginazione o nelle tue memorie. “Farcela” in
qualsiasi campo ha un significato solo a condizione che vi siano altre migliaia o milioni di
persone che non ce la fanno. Avrai bisogno che altri esseri umani “falliscano” perché la tua
vita abbia un senso.
Non sto dicendo qui che aiutare gli altri, occuparti dei tuoi bambini o fare ogni sforzo per
eccellere in qualsiasi campo non siano cose che valga la pena di fare. Per molte persone è
una parte importante del loro proposito esteriore. Ma il proposito esteriore è sempre relativo,
instabile e impermanente. Questo non significa che tu non debba svolgere queste attività.
Significa che devi connetterle al tuo proposito primario interiore, così che un significato più
profondo fluisca in ciò che fai.
Se la vita non è in allineamento con il tuo proposito primario, qualsiasi proposito tu stia
perseguendo, perfino quello di creare il paradiso in terra, sarà dell’ego o verrà distrutto dal
tempo, condurrà, prima o poi, alla sofferenza. Se ignori il tuo proposito interiore, non importa

95
quello che fai, anche se sembra essere spirituale, l’ego si insinuerà nel come lo fai, e così il
significato corromperà il fine. Il detto comune “la strada che porta all’inferno è lastricata di
buone intenzioni” si riferisce a questa verità. In altre parole: non sono i tuoi obiettivi o le tue
azioni a essere primari, ma lo è lo stato di coscienza da cui provengono. Soddisfare il tuo
proposito primario mette le fondamenta per una nuova realtà, una nuova terra. Una volta
messe quelle fondamenta, il tuo proposito esteriore si carica di potere spirituale, perché il tuo
scopo e la tua intenzione saranno una sola cosa con l’impulso evolutivo dell’universo.
La separazione tra il pensiero e la consapevolezza, che sta nel punto più profondo del tuo
proposito primario, avviene grazie alla negazione del tempo. Non stiamo parlando
naturalmente del tempo per uso pratico, come prendere un appuntamento o pianificare un
viaggio. Non stiamo parlando del tempo cronologico, ma del tempo psicologico, che è
un’abitudine profondamente radicata della mente, di cercare la pienezza della vita nel futuro,
dove non può essere trovata, ignorando il solo punto d’accesso: il momento presente.
Quando la cosa che fai o il posto dove sei sono il proposito principale della tua vita, neghi il
tempo. Questo è un potenziamento enorme. La negazione del tempo in quello che fai
provvede al collegamento tra i tuoi propositi, interiore ed esteriore, tra l’Essere e il fare.
Quando neghi il tempo,
neghi l’ego. Qualsiasi cosa tu faccia, sarà fatta straordinariamente bene, perché il fare in se
stesso diventa il punto focale della tua attenzione. Allora il tuo fare diviene un canale grazie al
quale la coscienza entra nel mondo. Questo significa che c’è una qualità in quello che fai,
anche nell’azione più semplice, come sfogliare le pagine della guida telefonica o attraversare
la stanza. Il principale proposito dello sfogliare le pagine è quello di sfogliare le pagine; quello
secondario è di trovare un numero di telefono. Il proposito principale dell’attraversare la stanza
è quello di attraversare la stanza; il proposito secondario è di prendere un libro e il momento in
cui prendi in mano il libro, quello diventa il tuo proposito principale.
Puoi ricordare il paradosso del tempo di cui abbiamo parlato prima: qualsiasi cosa tu faccia,
prende tempo, e tuttavia è sempre adesso. Così mentre il tuo proposito interiore è di negare il
tempo, il tuo proposito esteriore coinvolge necessariamente il futuro e quindi non può esistere
senza il tempo. Ma è sempre secondario. Ogni volta che diventi ansioso o stressato, il
proposito esteriore ha avuto la meglio, e hai perso di vista il tuo proposito interiore. Hai
dimenticato che il tuo stato di consapevolezza è primario e tutto il resto è secondario.
Vivere così non mi impedirebbe di cercare di raggiungere qualcosa di grande? La mia paura è
quella di rimanere bloccato facendo piccole cose per il resto della mia vita, cose non
importanti. Ho paura di non innalzarmi mai al di sopra della mediocrità, senza mai osare
raggiungere qualcosa di grande, non adempiendo il mio potenziale.
Il grande sorge dalle piccole cose che sono onorate e delle quali ci si prende cura. La vita di
ognuno è fatta di piccole cose. La grandezza è un’astrazione mentale ed è una delle fantasie
favorite dell’ego. Il paradosso è che il fondamento per la grandezza è proprio l’onorare le
piccole cose del momento presente, invece di inseguire l’idea della grandezza. Il momento
presente è sempre piccolo nel senso che è sempre semplice, ma racchiuso in esso vi è il
potere più grande. Come l’atomo, che è una delle cose più piccole e che tuttavia contiene un
enorme potere. Solamente quando ci si allinea al momento presente si ha accesso a quel
potere. O forse è più vero dire che il potere ha accesso a te e attraverso di te in questo
mondo. Gesù si riferiva a questo potere quando disse: “Le parole che io vi dico, non le dico da
me stesso; il Padre che dimora in me fa le sue opere”. E: “Io non posso fare nulla da me
stesso”. 1
Ansietà, stress e negatività ti tagliano fuori da quel potere. Ritorna l’illusione che tu sia
separato dal potere che guida l’universo. Ancora, ti senti solo, lottando contro qualcosa o
tentando di raggiungere questo o quello. Ma come sono sorti l’ansietà, lo stress o la
negatività? Perché te ne sei andato dal momento presente. E perché lo hai fatto? Hai pensato
che qualcos’altro fosse più importante. Hai dimenticato il tuo proposito principale. Un piccolo
errore, una percezione errata creano un mondo di sofferenza.

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Attraverso il momento presente, hai accesso al potere della vita stessa, quello che
tradizionalmente è stato chiamato “Dio”. Appena ti allontani dal presente, Dio cessa di essere
una realtà nella tua vita e tutto quello che vi rimane è un concetto mentale di Dio, in cui delle
persone credono e altre no. Perfino credere in Dio è solo un misero sostituto della vivente
realtà di Dio che si manifesta in ogni momento della tua vita.
La completa armonia con il momento presente non implica la cessazione di tutti i movimenti?
L’esistenza di un obiettivo non implica che vi è un temporaneo disordine in quell’armonia con il
momento presente e forse una nuova stabilizzazione di armonia a un livello più alto e più
complesso una volta che l’obiettivo è stato raggiunto? Immagino che l’alberello che spinge per
farsi strada attraverso il terreno non possa essere in totale armonia con il momento presente
perché ha un obiettivo: vuole diventare un grande albero. Forse quando avrà raggiunto la
maturità vivrà in armonia con il momento presente.
L’alberello non vuole nulla perché è una cosa sola con la totalità, e la totalità agisce attraverso
di esso. “Osservate i gigli del campo, come crescono” disse Gesù. “Non faticano, non tessono.
Eppure
vi dico che neanche Salomone in tutta la sua magnificenza vestiva come uno di essi.” 2
Possiamo dire che la totalità, la Vita, vuole che l’alberello diventi un albero, ma l’alberello
non si
vede separato dalla vita e così non vuole nulla per sé. È una cosa sola con quello che vuole la
Vita. Ecco perché non è preoccupato o stressato. E se deve morire prematuramente, muore
con facilità. Si arrende alla morte come alla vita. Sente, non importa quanto oscuramente, il
suo radicamento nell’Essere, l’unica Vita eterna e senza forma. Come i vecchi saggi taoisti
dell’antica Cina, Gesù ama richiamare la nostra attenzione sulla natura perché vede un potere
in azione con il quale gli umani hanno perso il contatto. È il potere creativo dell’universo. Gesù
va avanti e dice che, se Dio ha rivestito dei semplici fiori di tale bellezza, tanto più Dio rivestirà
voi. Questo per dire che, mentre la natura è una bellissima espressione dell’impulso evolutivo
dell’universo, quando gli umani si allineano con l’intelligenza che vi è al di sotto esprimeranno
quello stesso impulso a un più alto, mirabile livello.
Così siete autentici con la vita, essendo autentici nel vostro proposito primario. Nel
momento in cui diventate presenti, e in tal modo totali, in quello che fate, la vostra azione si
carica di potere spirituale. All’inizio possono non esservi cambiamenti percettibili in quello che
fate, solo il come cambia. Ora il vostro proposito primario è quello di mettere la coscienza in
grado di fluire in ciò che
fate. Il proposito secondario è qualsiasi cosa vogliate raggiungere attraverso il fare. Poiché
prima, la nozione di proposito è sempre stata associata al futuro, vi è ora un proposito più
profondo che può essere trovato solamente nel presente, attraverso la negazione del tempo.
Quando incontrate delle persone, al lavoro o da altre parti, date loro la vostra completa
attenzione. Innanzitutto, non siate lì come persona, ma come campo di consapevolezza, di
vigile Presenza. La ragione originale per interagire con l’altra persona, il comprare o vendere
qualcosa, il chiedere o dare informazioni e così via, ora diventa secondaria. Il campo di
consapevolezza che nasce tra voi diventa il proposito primario per l’interazione. Quello spazio
di consapevolezza diventa più importante di quello di cui parlare, più importante degli oggetti
fisici o del pensiero. L’Essere umano diventa più importante delle cose di questo mondo.
Questo non significa che trascuriate ciò che deve essere fatto a un livello pratico. Infatti il fare
non solo si svolge più facilmente, ma ha anche più potere, quando la dimensione dell’Essere è
riconosciuta e diventa così primaria. Il sorgere di questo campo unificato di consapevolezza
tra gli esseri umani è il fattore essenziale nelle relazioni della nuova terra.
La nozione di successo è solo una illusione dell’ego? Come misuriamo il vero successo?
Il mondo vi dirà che il successo è ottenere quello che avete deciso di fare. Vi dirà che il
successo è vincere, che avere riconoscimento e/o prosperità sono ingredienti essenziali di
ogni successo. Tutte o alcune di queste cose sono di solito qualità che derivano dal successo,
ma non sono il successo. La nozione convenzionale di successo ha a che fare con il risultato

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di quello che fate. Qualcuno dice che il successo è il risultato di una combinazione fra il lavoro
duro e la fortuna o la determinazione e il talento o l’essere al posto giusto al momento giusto.
Mentre una qualsiasi di queste cose può essere determinante ma non è l’essenza del
successo. Quello che il mondo non vi dice, perché non lo sa, è che voi non potete avere
successo. Potete solamente essere di successo. Non permettete che un mondo pazzo vi dica
che il successo è qualsiasi altra cosa che un momento presente di successo. E cos’è quello?
Vi è un senso di qualità in quello che fate, anche nell’azione più semplice. Qualità implica cura
e attenzione, che viene con la consapevolezza. La qualità richiede la vostra Presenza.
Diciamo che siete una persona d’affari e dopo due anni di intenso stress e sforzo finalmente
ce la fate a uscire con un prodotto o un servizio che vende bene e fa soldi. Successo? In
termini convenzionali, sì. In realtà, passate due anni inquinando il vostro corpo e anche la
terra con energia negativa, rendendo miserabili voi stessi e quelli intorno a voi e influendo su
molti altri che non avete nemmeno incontrato. L’assunto inconscio dietro ogni azione di questo
tipo è che il successo è un evento futuro e che il fine giustifica i mezzi. Ma il fine e i mezzi
sono una sola cosa. E se il mezzo non contribuisce alla felicità umana, nemmeno il fine lo
farà. Il risultato, che è inseparabile dalle azioni che lo producono, è già contaminato da quelle
azioni e così creerà ulteriore infelicità. Questa è un’azione karmica, che è l’inconscia
perpetuazione dell’infelicità.
Come già sapete, il vostro proposito secondario o esteriore esiste nella dimensione del tempo,
mentre il vostro proposito interiore principale è inseparabile dall’Adesso e quindi richiede la
negazione del tempo. Come si possono conciliare? Comprendendo che l’intero viaggio della
vostra vita consiste alla fin fine nel passo che state facendo in questo momento.
Vi è sempre solo questo unico passo, e così dategli la vostra piena attenzione. Non significa
che non sapete dove state andando, significa solamente che questo passo è primario, mentre
la destinazione è secondaria. E quello che incontrate una volta arrivati a destinazione dipende
dalla qualità di questo unico passo. Un altro modo di dirlo: quello che il futuro ha in serbo per
voi dipende dal vostro stato di coscienza adesso.
Quando la qualità senza tempo dell’Essere permea il fare, quello è il successo. Fintanto che
l’Essere non fluisce nel fare, fintanto che non siete presenti, perdete voi stessi in qualunque
cosa fate. Perdete voi stessi nel pensiero, allo stesso modo in cui perdete voi stessi nelle
vostre reazioni a ciò che accade all’esterno
Cosa vuoi dire esattamente con: “Perdete voi stessi?”.
L’essenza di chi siete voi è la coscienza. Quando la coscienza (voi) si identifica
completamente con il pensiero e quindi dimentica la sua natura essenziale, perde se stessa
nel pensiero. Quando la coscienza si identifica con le formazioni mentali- emozionali come la
bramosia e la paura, cioè le forze primarie che motivano l’ego, perde se stessa in quelle
formazioni. Inoltre la coscienza perde se stessa quando si identifica con l’agire e il reagire a
quello che avviene. Allora ogni pensiero, ogni desiderio o paura, ogni azione o reazione sono
permeati da un falso senso del sé che è incapace di sentire la semplice gioia dell’Essere, e
così in sostituzione cerca il piacere, e qualche volta persino il dolore. Questo è vivere nell’oblio
dell’Essere. In tale stato di oblio di chi siete voi, ogni successo non
è altro che un’illusione effimera. Qualsiasi cosa raggiungiate, sarete comunque e di nuovo
infelici oppure sarete attirati completamente in qualche nuovo problema o dilemma.
Come posso passare dal comprendere cosa è il mio proposito interiore al trovare quello che si
suppone io debba fare a livello esteriore?
Il proposito esteriore varia molto da persona a persona, e nessun proposito esteriore dura
per sempre. Quando vi dedicate al proposito del risveglio, accadono dei cambiamenti nelle
circostanze
esterne della vostra vita, la cui portata varia grandemente. Per alcuni, vi è un’interruzione
improvvisa o graduale con il passato: il lavoro, la situazione di vita, le relazioni, tutto subisce
un profondo cambiamento. Ci può essere qualche mutamento spontaneo, non attraverso un

98
processo difficile di decisioni da prendere, ma con un’improvvisa comprensione o
riconoscimento: questo è ciò che devo fare. Per così dire, la decisione arriva “già presa”. E
arriva grazie alla consapevolezza, non attraverso il pensiero. Vi svegliate una mattina e
sapete cosa fare. Qualcuno si ritrova a lasciare un ambiente di lavoro nocivo o una situazione
di vita insana. Così, prima di scoprire cosa è giusto per voi a livello esterno, prima di scoprire
cosa funziona, cosa è compatibile con la coscienza del risveglio, dovete forse scoprire quello
che non è giusto, che non funziona più, che è incompatibile con il vostro proposito interiore.
Altri tipi di cambiamento possono giungervi improvvisamente dall’esterno. Un incontro
inaspettato porta una nuova opportunità e un’occasione di espansione nella vostra vita. Un
ostacolo o un conflitto che erano lì da molto tempo si dissolvono. I vostri amici che
attraversano un processo interiore di trasformazione o che escono dalla vostra vita. Qualche
relazione che si dissolve, altre che si approfondiscono. Potete essere licenziati o diventare un
elemento per generare cambiamenti positivi nel vostro posto di lavoro. Il coniuge può lasciarvi
o potete raggiungere un nuovo livello d’intimità. Qualche cambiamento vi può sembrare
negativo superficialmente, ma presto comprenderete che è stato creato dello spazio per
qualcosa di nuovo che sta emergendo.
Vi può essere un periodo d’insicurezza e incertezza. Cosa devo fare? Dal momento in cui
l’ego non dirige più la vostra vita, il bisogno psicologico di sicurezza esteriore, che comunque
è illusorio, diminuisce. Quando siete in grado di vivere nell’incertezza, potete perfino gioirne.
Quando vi sentite a vostro agio nell’incertezza, si aprono infinite possibilità nella vostra vita.
Significa che la paura non è più un fattore predominante in ciò che fate e non vi impedisce più
di intraprendere delle azioni per iniziare il cambiamento. Tacito osserva giustamente che “il
desiderio della sicurezza è contro ogni impresa grande e nobile”. Se l’incertezza è per voi
inaccettabile, allora si trasforma in paura. Se è perfettamente accettabile si trasforma in vitalità
crescente, vigilanza e creatività.
Molti anni fa, seguendo un forte impulso interiore, ho lasciato una carriera accademica che il
mondo avrebbe chiamato “promettente”, entrando nella più completa incertezza; e da quello,
diversi anni dopo, emerse la mia nuova incarnazione come maestro spirituale. Molto più tardi,
qualcosa di simile accadde di nuovo. Mi giunse l’impulso di lasciare la mia casa in Inghilterra e
mi spostai sulla costa occidentale del Nord America. Seguii quell’impulso, anche se non ne
sapevo la ragione. Da quell’entrare nell’incertezza venne fuori Il potere di Adesso, la maggior
parte del quale fu scritto in California e nella British Columbia, in Canada, dove non avevo
neanche una mia casa. Non avevo praticamente nessuna entrata e vivevo dei miei risparmi,
che stavano rapidamente finendo. Ma tutto andò a posto in un modo bellissimo. Terminai i
soldi proprio quando avevo quasi finito di scrivere. Comprai un biglietto della lotteria e vinsi
mille dollari che mi bastarono per un altro mese.
Non tutti, comunque, devono passare attraverso cambiamenti così drastici nella loro
situazione esterna. All’altro capo dello spettro ci sono persone che rimangono esattamente
dove sono e continuano a fare le stesse cose di prima. Per loro cambia solo il come e non il
cosa. Questo non è dovuto alla paura o all’inerzia. Quello che stanno facendo è già un canale
perfetto per la venuta della Coscienza in questo mondo, e non c’è bisogno d’altro. Anch’essi
contribuiscono alla manifestazione della nuova terra. Non sarebbe lo stesso per tutti? Se il
compimento del vostro proposito interiore è di essere un’unica cosa con il momento presente,
perché qualcuno dovrebbe sentire la necessità di lasciare il proprio posto di lavoro e cambiare
la propria situazione di vita?
Essere un’unica cosa con quello che è non significa che non iniziate più dei cambiamenti o
che diventiate incapaci di intraprendere un’azione. Ma la motivazione a intraprendere
un’azione nasce da un livello più profondo, non da una bramosia o da una paura dell’ego.
L’allineamento interiore con il momento presente apre la vostra coscienza e la porta ad
allinearsi con il tutto, di cui il momento presente è parte integrante. Il tutto, la totalità della vita,
allora agisce grazie a voi.

99
Cosa intendi quando dici “il tutto”?
Da una parte, il tutto comprende ogni cosa. È il mondo o il cosmo. Ma tutte le cose
dell’esistenza, dai microbi agli esseri umani, alle galassie, non sono realmente cose o entità
separate, ma forme che fanno parte di una rete di processi interconnessi e multidimensionali.
Vi sono due ragioni perché non vediamo questa unità, perché vediamo le cose come se
fossero separate. Una è la percezione, che riduce la realtà a quello che ci è accessibile
attraverso la piccola gamma dei nostri sensi: quello che possiamo vedere, udire, odorare,
assaggiare e toccare. Ma quando percepiamo senza interpretare o etichettare mentalmente,
cioè senza aggiungere il pensiero alla percezione, allora possiamo veramente sentire ancora
la connessione profonda dietro la nostra percezione di cose apparentemente separate.
L’altra ragione più seria per l’illusione della separazione è il pensiero compulsivo. Quando
siamo intrappolati in flussi incessanti di pensiero, l’universo si disintegra realmente per noi, e
perdiamo l’abilità di percepire il senso dell’interconnessione di tutto ciò che esiste. Il pensiero
taglia la realtà
in frammenti senza vita. Azioni totalmente prive di intelligenza e distruttive nascono da una
visione della realtà così frammentata.
L’interconnessione di ogni cosa nell’esistenza ha comunque un livello ancora più profondo
della totalità. A quel livello più profondo, tutte le cose sono un’unica cosa. È la Fonte, la vita
non manifestata. È l’intelligenza senza tempo che si manifesta in un universo che si svolge nel
tempo.
Il tutto è fatto di esistenza e di Essere, il manifestato e il non-manifestato, il mondo e Dio.
Così, quando vi allineate con il tutto, diventate una parte cosciente della interconnessione del
tutto e del suo proposito: l’emergere della coscienza in questo mondo. Come risultato,
avvenimenti spontanei che vi aiutano, incontri casuali, coincidenze e avvenimenti in sincronia
succedono molto più frequentemente. Carl Jung chiama la sincronia un “principio di
connessione a-causale”. Questo significa che non c’è una connessione causale tra eventi
sincronici al nostro livello superficiale di realtà. È una manifestazione esterna di una
intelligenza sotterranea al di là del mondo delle apparenze e di una connessione più profonda
che la nostra mente non può comprendere. Ma noi possiamo partecipare coscientemente allo
svolgersi di quell’intelligenza, al fiorire della coscienza.
La natura esiste in uno stato di unità inconscia con il tutto. Questa, per esempio, è la ragione
per cui virtualmente nessun animale selvaggio è stato ucciso nel disastro dello tsunami del
2004. Siccome sono in contatto con la totalità molto più degli umani, gli animali hanno potuto
sentire l’avvicinarsi dello tsunami prima che potesse essere visto o udito, e così hanno avuto il
tempo di mettersi in salvo spostandosi in luoghi più alti. Probabilmente anche questo è visto
da una prospettiva umana. Forse gli animali si sono semplicemente trovati a muoversi verso le
colline. Fare questo a causa di quello è la via della mente di frammentare la realtà. La natura
vive in un’inconscia unità con il tutto.
È il nostro proposito e il nostro destino portare una nuova dimensione in questo mondo,
vivendo in una unità cosciente con la totalità e in un cosciente allineamento con l’intelligenza
universale.
Può la totalità usare la mente umana per creare cose o manifestare situazioni che sono in
allineamento con il suo proposito?
Sì, ogni volta che c’è un’ispirazione, che si traduce come “in spirito”, ed entusiasmo, che
significa “in Dio”, vi è un potenziamento creativo che va ben al di là di quello di cui una
semplice persona è capace.

1. Giovanni 5,3 e 14,10.


2. Matteo 6,28-29.
Una nuova terra

100
Gli astronomi hanno scoperto tracce evidenti che suggeriscono che l’universo iniziò la sua
esistenza circa quindici miliardi di anni fa con una esplosione gigantesca e da allora non ha
mai smesso di espandersi. Non solamente si sta espandendo, ma sta anche crescendo in
complessità e si differenzia sempre di più. Qualche scienziato fa anche l’ipotesi che questo
movimento dall’unità alla complessità alla fine si invertirà. Allora l’universo smetterà di
espandersi e inizierà a contrarsi di nuovo e alla fine ritornerà al non-manifestato, il nulla
inconcepibile dal quale è venuto, e forse si ripeterà il ciclo di nascita, espansione, contrazione
e morte ancora e ancora. Per quale proposito? “Perché l’universo si prende la briga di
esistere?” si chiede il fisico Stephen Hawking, comprendendo allo stesso tempo che non vi è
un modello matematico per questa domanda.
Comunque se guardate dentro invece che solamente all’esterno, scoprite che avete un
proposito interiore e uno esteriore e, poiché siete un riflesso microcosmico del macrocosmo,
ne consegue che anche l’universo ha un proposito interiore e uno esteriore inseparabile dai
vostri. Il proposito esteriore dell’universo è di creare forme e di sperimentare l’interazione delle
forme, il gioco, il sogno, il dramma o in qualsiasi altro modo vogliate chiamarlo. Il suo
proposito interiore è quello di risvegliarsi alla sua essenza senza forma. Allora avviene la
riconciliazione del proposito esteriore e di quello interiore: portare quell’essenza, la coscienza,
nel mondo della forma e così trasformare il mondo. Il fine ultimo di quella trasformazione va
molto al di là di qualsiasi cosa la mente umana possa immaginare o comprendere. E tuttavia,
su questo pianeta e in questo tempo, quella trasformazione è il compito che ci è stato
assegnato. È la riconciliazione del proposito esterno con quello interno, la riconciliazione del
mondo e di Dio.
Prima di guardare che rilevanza hanno l’espansione e la contrazione dell’universo nella
vostra vita, bisogna qui tenere bene in mente che nulla di quello che diciamo sulla natura
dell’universo deve essere inteso come verità assoluta. Né concetti, né formule matematiche
possono spiegare l’infinito. Nessun pensiero può incapsulare la vastità della totalità. La realtà
è un tutto unificato, ma il pensiero lo spezzetta in frammenti. Questo dà origine a malintesi
fondamentali, per esempio, che
vi siano cose ed eventi separati, o che questo sia la causa di quello. Ogni pensiero implica
una prospettiva, e ogni prospettiva, per sua natura, implica delle limitazioni, il che significa che
non è vero o almeno non lo è in senso assoluto. Solo il tutto è vero, ma il tutto non può essere
pensato o non se ne può parlare. Ogni cosa sta accadendo adesso, se la si guarda al di là
delle limitazioni del pensiero e quindi è incomprensibile alla mente umana. Tutto quello che è
mai stato e mai sarà è adesso, al di fuori del tempo che è una costruzione mentale.
Come esempio di verità assoluta e relativa, considerate l’alba e il tramonto. Quando diciamo
che il sole sorge al mattino e tramonta alla sera, questo è vero, ma solo in senso relativo. In
termini assoluti è falso. Solamente dalla prospettiva limitata di un osservatore che sia sulla
superficie del pianeta, o almeno vicino, il sole sorge e tramonta. Se foste lontani nello spazio,
non vedreste né sorgere né tramontare il sole, ma lo vedreste splendere continuamente. E
tuttavia, anche dopo aver compreso questo, possiamo continuare a parlare di alba o di
tramonto, vedere lo stesso la loro bellezza, dipingerli, scrivere poemi su di essi, anche se
sappiamo ora che si tratta di una verità relativa e non assoluta.
Così, continuiamo a parlare per un momento di un’altra verità relativa: la comparsa nella
forma e il suo ritorno alla non-forma dell’universo, che implica la prospettiva limitata del tempo.
Vedete quale rilevanza ha questo sulla vostra vita. La nozione della “mia propria vita” è,
naturalmente, un’altra prospettiva limitata creata dal pensiero, un’altra verità relativa. In
definitiva non vi è una cosa come la “vostra” vita, poiché voi e la vita non siete due, ma una
sola cosa.
Una breve storia della vostra vita
Il manifestarsi del mondo così come il suo ritorno al non-manifestato, la sua espansione o
contrazione, sono due movimenti universali che potremmo chiamare l’andar fuori e il ritornare
a casa. Questi due movimenti sono riflessi nell’universo in molti modi, come l’incessante

101
espansione e contrazione del vostro cuore, e come l’inalazione e l’esalazione del respiro.
Sono riflessi anche nel ciclo del sonno e della veglia.
Ogni notte, senza saperlo, quando entrate nello stadio del sonno, del sonno senza sogni per
poi riemergere di nuovo al mattino ristorati, siete tornati alla Fonte non-manifestata di tutta la
vita.
Questi due movimenti, l’andare fuori e il ritornare, sono riflessi anche nei cicli della vita di
ogni persona. Dal nulla, per così dire, “voi” improvvisamente apparite in questo mondo. La
nascita è seguita dall’espansione. Non vi è solo una crescita fisica, ma anche una crescita di
conoscenze, attività, possedimenti, esperienze. La vostra sfera di influenza si espande e la
vita diventa sempre più complessa. Questo è un tempo in cui il vostro maggiore interesse è
trovare o perseguire il vostro proposito esteriore. Di solito vi è anche una corrispondente
crescita dell’ego, che è una identificazione con tutte le cose dette sopra, e in questo modo la
vostra forma-identità diventa sempre più definita. Questo è anche un tempo in cui il proposito
esteriore, la crescita, tende a essere usurpato dall’ego, che in maniera diversa dalla natura,
non sa quando fermarsi nel suo perseguire l’espansione e ha un appetito vorace che vuole di
più.
E allora, proprio quando pensate che ce l’avete fatta o che vi fermerete qui, inizia il
movimento di ritorno. Forse incominciano a morire delle persone vicino a voi, persone che
facevano parte del vostro mondo. Quindi la vostra forma fisica si indebolisce, la vostra sfera di
influenza si restringe. Invece di diventare di più, adesso diventate di meno e l’ego reagisce a
tutto ciò con crescente ansia e depressione. Il vostro mondo inizia a contrarsi, e potete
scoprire di non avere più il controllo. Invece di agire sulla vita, la vita ora agisce su di voi
riducendo lentamente il vostro mondo. La coscienza identificata con la forma sta ora
sperimentando il tramonto, la dissoluzione della forma. E un giorno anche voi scomparite. La
vostra poltrona è ancora lì. Ma dove eravate seduti voi vi è solo uno spazio vuoto. Siete tornati
da dove siete venuti solo pochi anni prima.
La vita di ogni persona, ogni forma di vita, infatti, rappresenta un mondo, un modo unico, in
cui l’universo sperimenta se stesso. E quando la vostra forma si dissolve, un mondo giunge
alla fine, uno degli innumerevoli mondi.
Il risveglio e il movimento di ritorno
Il movimento di ritorno nella vita di una persona, l’indebolimento o la dissoluzione della forma,
che avvenga attraverso la vecchiaia, la malattia, l’inabilità, la perdita o qualche tipo di tragedia
personale, porta comunque con sé un grande potenziale per il risveglio spirituale: la
disidentificazione della coscienza dalla forma. Poiché nella nostra cultura contemporanea vi è
pochissima verità spirituale, non molte persone riconoscono in questo una opportunità e così,
quando accade a loro o a qualcuno vicino a loro, pensano che sia qualcosa di
spaventosamente sbagliato, qualcosa che non dovrebbe accadere.
Nella nostra civiltà vi è molta ignoranza sulla condizione umana, e più siete ignoranti
spiritualmente, più soffrite. Per diverse persone, soprattutto in Occidente, la morte non è altro
che un concetto astratto; loro non hanno idea di cosa accada alla forma umana quando si
avvicina alla dissoluzione. La maggior parte degli anziani è confinata nelle case di riposo. I
corpi dei morti, che in certe culture antiche erano alla vista di tutti, sono nascosti e chiusi in
luoghi appositi. Provate ad andare a vedere un cadavere e scoprirete che è effettivamente
illegale, fatta eccezione se il defunto
è un vostro parente stretto. Nelle imprese di pompe funebri, i morti sono perfino truccati. Vi è
solo permesso di vedere una versione della morte resa “salubre”.
Fino a che la morte sarà solo un concetto astratto la maggior parte delle persone sarà
totalmente impreparata alla dissoluzione della forma che la attende. Quando la morte si
avvicina, produce uno shock, incomprensione, disperazione e una gran paura. Niente ha più
senso, perché tutto il significato e il proposito della vita sono stati associati all’accumulare, al
successo, al costruire, al proteggere e a un senso di gratificazione. Ogni cosa è stata

102
connessa con il movimento esterno e con l’identificazione con la forma, che è come dire con
l’ego. La maggior parte delle persone non riesce a immaginare un senso quando la sua vita, il
suo mondo sono stati demoliti. E tuttavia, potenzialmente, vi è perfino un senso più profondo
qui che nel movimento esterno.
È precisamente grazie all’inizio della vecchiaia, grazie a una perdita o a una tragedia
personale, che tradizionalmente la dimensione spirituale giunge nella vita delle persone.
Significa che il loro proposito interiore può emergere solo nel momento in cui il proposito
esteriore collassa e il guscio dell’ego comincia a frantumarsi. Questi eventi rappresentano
l’inizio del movimento di ritorno verso la dissoluzione della forma. Nella maggior parte delle
culture antiche deve esserci stata una comprensione intuitiva di questo processo, ed ecco il
motivo per cui le persone anziane erano rispettate e riverite. Esse erano le depositarie della
saggezza e provvedevano alla dimensione di profondità senza la quale nessuna civiltà può
sopravvivere a lungo. Nella nostra civiltà, che è totalmente identificata con l’esteriore e ignora
la dimensione interiore dello spirito, la parola vecchio ha prevalentemente una connotazione
negativa. Corrisponde a inutile, è considerata quasi un insulto. Per evitarla, usiamo degli
eufemismi come anziano o senior. Al contrario, la “nonna” dei nativi americani è una figura di
grande dignità. Oggi la “nonnina” è tutt’al più graziosa. Perché il vecchio è considerato inutile?
Perché nei tempi antichi l’enfasi era spostata dal fare all’Essere, e la nostra civiltà, che è
persa nel fare, non sa nulla dell’Essere. Si chiede: “L’Essere? Che cosa te ne fai?”.
In certe persone, il movimento di crescita e di espansione all’esterno viene fortemente
intaccato e interrotto da quello che sembra un prematuro inizio del movimento di ritorno, il
dissolversi della forma. In qualche caso, è un’interruzione temporanea; in altri è permanente.
Noi crediamo che un bambino piccolo non dovrebbe incontrare la morte. A volte, però, qualche
bambino deve affrontare la morte di uno o di entrambi i genitori per malattia o incidente, o
deve affrontare la sua stessa morte. Ci sono bambini che nascono disabili, e questo restringe
molto la naturale espansione della loro vita. Ci sono anche persone che, ancora in giovane
età, incontrano grosse limitazioni nella loro vita.
L’interruzione del movimento verso l’esterno a una età in cui questo “non dovrebbe
succedere” può anche potenzialmente portare una persona molto presto verso un risveglio
spirituale. In ultima analisi, nulla accade che non debba accadere, nulla accade che non sia
parte del grande tutto e del suo proposito. Quindi, la distruzione o l’interruzione del proposito
esteriore può condurvi a trovare il proposito interiore e di conseguenza al sorgere di un
proposito esteriore più alto, allineato con l’interiore. I bambini che hanno grandemente sofferto
spesso diventano adulti molto prima del tempo.
Quello che si perde a livello della forma si guadagna a livello dell’essenza. Nella figura
tradizionale del “veggente cieco” o del “guaritore menomato” delle antiche culture e leggende,
una grossa perdita o invalidità a livello della forma è diventata un’apertura per lo spirito.
Quando avrete avuto un’esperienza diretta della natura instabile di tutte le forme,
probabilmente non le sopravvaluterete più e quindi non vi perderete in esse inseguendole
ciecamente o rimanendovi attaccati.
L’opportunità che rappresenta la dissoluzione della forma, e in particolare la vecchiaia, sta
solo ora incominciando a essere riconosciuta nella nostra cultura contemporanea. Per la
maggioranza delle persone, quella opportunità è ancora tragicamente persa, perché l’ego si
identifica con il
movimento di ritorno, proprio come si identificava con il movimento all’esterno. Questo ha
come risultato un indurimento della corazza dell’ego, una contrazione invece di un’apertura.
L’ego sminuito allora passa il resto dei suoi giorni a piagnucolare o a lamentarsi, intrappolato
nella paura o nella rabbia, nell’autocompatimento, nella colpa, nel biasimo o in altri stati
negativi mentali-emozionali o in strategie di fuga, come l’attaccamento alle memorie, allora
pensa e parla continuamente del passato.
Quando l’ego nella vita di una persona non è più identificato con il movimento di ritorno, la
vecchiaia o l’avvicinamento della morte diventano quello che dovrebbero essere: un’apertura

103
al regno dello spirito. Ho incontrato persone anziane che erano l’incarnazione vivente di
questo processo. Erano radiose. Le loro forme indebolite erano diventate trasparenti alla luce
della coscienza.
Sulla nuova terra, la vecchiaia sarà universalmente riconosciuta e altamente stimata come un
tempo per il fiorire della coscienza. Per quelli che sono ancora persi nelle circostanze esterne
della loro vita, sarà l’occasione per un tardivo ritorno a casa, quando si risveglieranno e
riconosceranno il loro proposito interiore. Per molti altri rappresenterà un’intensificazione e un
culmine del processo di risveglio.
Il risveglio e il movimento esteriore
L’espansione naturale di una vita che accade con il movimento verso l’esterno è stata
tradizionalmente usurpata dall’ego e usata per la sua stessa espansione. “Guarda cosa io
posso fare. Scommetto che tu non puoi farlo” dice un bambino piccolo a un altro nel momento
in cui scopre la forza e l’abilità crescente del suo corpo. Quello è uno dei primi tentativi
dell’ego di valorizzare se stesso attraverso l’identificazione con il movimento esterno e con il
concetto del “più di te”, e di rafforzare se stesso sminuendo gli altri. È naturalmente solo
l’inizio delle molte percezioni errate dell’ego.
Comunque, mentre la vostra consapevolezza cresce e l’ego non sta più dirigendo la vostra
vita, non dovete attendere che il vostro mondo si restringa o collassi per la vecchiaia o per una
tragedia personale, per risvegliarvi e riconoscere il vostro proposito interiore. Mentre la nuova
coscienza sta cominciando a emergere sul pianeta, un numero crescente di persone non ha
più bisogno di essere scrollato per avere un risveglio. Esse abbracciano il processo di
risveglio volontariamente anche mentre sono ancora impegnate nel ciclo esteriore di crescita
ed espansione. Quando quel ciclo non è più usurpato dall’ego, la dimensione spirituale giunge
in questo mondo grazie all’ormai potente movimento esterno, come pensiero, parola, azione,
creazione. Così come il movimento di ritorno giunge, grazie alla quiete, all’Essere e alla
dissoluzione della forma.
Fino a ora, l’intelligenza umana, che non è niente di più che un aspetto minuscolo
dell’intelligenza universale, è stata distorta e abusata dall’ego. Chiamo questo “l’intelligenza al
servizio della pazzia”. Dividere l’atomo richiede grande intelligenza. Usare questa intelligenza
per costruire e impilare nei magazzini bombe atomiche è folle o per lo meno estremamente
stupido. La stupidità è relativamente innocua, ma la stupidità intelligente è altamente
pericolosa. Questa stupidità intelligente, per la quale si possono trovare innumerevoli esempi,
sta minacciando la sopravvivenza della nostra specie.
Senza il danno della disfunzione dell’ego, la nostra intelligenza è in completo allineamento
con il ciclo del movimento esterno dell’intelligenza universale e del suo impulso a creare.
Partecipiamo coscientemente alla creazione della forma. Non siamo noi che creiamo, ma è
l’intelligenza universale che crea attraverso di noi. Noi non ci identifichiamo con quello che
creiamo e così non perdiamo noi stessi in quello che facciamo. Stiamo imparando che l’atto
della creazione può coinvolgere energia della più alta intensità, ma non si tratta di duro o
stressante lavoro. Dobbiamo imparare a distinguere fra stress e intensità, come vedremo.
Lotta o stress sono un segno che l’ego è ritornato, come anche le reazioni negative quando
incontriamo degli ostacoli.
La forza dietro la bramosia dell’ego crea “nemici”, cioè reazioni nella forma di una forza
opposta di eguale intensità. Più forte è l’ego, maggiore è il senso di separazione tra le
persone. Le sole azioni che non causano reazioni opposte sono quelle indirizzate al bene di
tutti. Esse includono, non escludono. Uniscono, non separano. Non sono per il “mio” paese
ma per tutta l’umanità, non per la “mia” religione ma per l’emergere della coscienza in tutti gli
esseri umani, non per la “mia” specie ma per tutti gli esseri senzienti e per tutta la natura.
Stiamo anche imparando che l’azione, sebbene necessaria, è solo un fattore secondario nel
manifestare la nostra realtà esterna. Il fattore primario nella creazione è la coscienza. Non
importa quanto siamo attivi, quanto sforzo facciamo, il nostro stato di coscienza crea il nostro

104
mondo, e se non vi è un cambiamento a quel livello interiore, non vi è azione che faccia
differenza. Ricreeremmo solo delle versioni modificate dello stesso mondo ancora e ancora,
un mondo che è un riflesso esterno dell’ego.
La coscienza
La coscienza è già cosciente. È il non-manifestato, l’eterno. L’universo, comunque, sta solo
gradualmente diventando cosciente. La coscienza in se stessa è senza tempo e perciò non
evolve. Non è mai nata e non muore. Quando la coscienza diventa l’universo manifestato è
soggetta al tempo e a passare attraverso un processo evolutivo. Nessuna mente umana è in
grado di comprendere completamente la ragione di tale processo. Ma possiamo averne un
lampo d’intuizione dentro di noi e parteciparne coscientemente.
La coscienza è l’intelligenza, il principio organizzatore dietro il sorgere della forma. La
coscienza ha preparato forme per milioni di anni in modo da poter esprimere se stessa in esse
nel manifestato.
Anche se il regno non- manifestato della pura coscienza potrebbe essere considerato una
dimensione diversa, non è separato da questa dimensione della forma. Forma e non-forma si
compenetrano. Il non-manifestato fluisce in questa dimensione come consapevolezza, spazio
interiore, Presenza. Come fa? Attraverso la forma umana che diventa cosciente e quindi
adempie il suo destino. La forma umana fu creata per questo proposito più alto, e milioni di
altre forme ne prepararono il terreno.
La coscienza s’incarna nella dimensione manifestata, che è come dire che diventa forma.
Quando fa così, entra in uno stato di sogno. L’intelligenza rimane, ma la coscienza diventa
inconsapevole di se stessa. Questo può essere descritto come la discesa del divino nella
materia. A quello stadio nell’evoluzione dell’universo, l’intero movimento rivolto all’esterno
accade in quello stato di sogno. Barlumi di risveglio vengono solo al momento della
dissoluzione di una forma individuale, cioè della morte. E poi comincia la successiva
incarnazione, la successiva identificazione con la forma, il successivo sogno individuale che è
parte del sogno collettivo. Quando il leone strazia il corpo della zebra, la coscienza incarnata
nella forma-zebra si distacca dalla forma che si dissolve e per un breve momento si risveglia
alla sua natura essenziale e immortale come coscienza; poi immediatamente ritorna nel sonno
e si reincarna in un’altra forma. Quando il leone diventa vecchio e non può più cacciare, come
esala il suo ultimo respiro, ancora vi è un brevissimo barlume di risveglio, seguito da un altro
sogno di forma.
Sul nostro pianeta, l’ego umano rappresenta lo stadio finale del sonno universale,
l’identificazione della coscienza con la forma. È stato uno stadio necessario nell’evoluzione
della coscienza.
Il cervello umano è una forma altamente differenziata grazie alla quale la coscienza entra in
questa dimensione. Contiene approssimativamente un centinaio di miliardi di cellule nervose, i
neuroni, più o meno lo stesso numero delle stelle che sono nella nostra galassia, che può
essere vista come un cervello macroscopico. Il cervello non crea la coscienza, ma la
coscienza ha creato il cervello, la forma fisica più complessa sulla Terra, per la sua
espressione. Quando il cervello viene danneggiato, non significa che perdete la coscienza.
Significa che la coscienza non può usare più quella forma per entrare in questa dimensione.
Non potete perdere la coscienza perché è, in essenza, chi siete voi. Potete solo perdere
qualcosa che avete, ma non potete perdere qualcosa che siete.
Il fare risvegliato
Il fare risvegliato è l’aspetto esteriore del prossimo stadio nell’evoluzione della coscienza sul
nostro pianeta. Più ci avviciniamo alla fine del nostro presente stadio evolutivo, e più l’ego
diventa meno funzionale, allo stesso modo di un bruco che – appena prima di trasformarsi in
farfalla – diventa meno funzionale. Ma la nuova coscienza sta sorgendo anche mentre il
vecchio si dissolve.

105
Siamo nel mezzo di un importante evento nell’evoluzione della coscienza umana, ma non
se ne parlerà al telegiornale stasera. Sul nostro pianeta, e forse simultaneamente in molte
parti della nostra galassia e ancora più in là, la coscienza si sta risvegliando dal sogno della
forma. Questo non significa che tutte le forme (il mondo) si dissolveranno, anche se parecchie
quasi certamente lo faranno. Significa che la coscienza può ora cominciare a creare forme
senza perdersi in esse. Può rimanere cosciente di se stessa, anche mentre crea e sperimenta
forme. Perché dovrebbe continuare a creare e a sperimentare forme? Per la gioia di farlo. E
come fa? Grazie agli umani risvegliati che hanno imparato il significato del fare risvegliato.
Il fare risvegliato è l’allineamento del vostro proposito esteriore, di quello che fate, con il vostro
proposito interiore: risvegliarsi e stare svegli. Attraverso il fare risvegliato, diventate un’unica
cosa con il proposito esteriore dell’universo. La coscienza fluisce nei vostri pensieri e li ispira.
Fluisce in quello che fate, lo guida e gli dà potere.
Non è quello che fate, ma come lo fate che determina se state realizzando il vostro destino. E
il come è determinato dal vostro stato di coscienza.
Un’inversione delle vostre priorità accade quando il proposito principale per fare ciò che fate
diventa il fare stesso, o piuttosto la corrente della coscienza che fluisce in ciò che fate. Quella
corrente di coscienza è ciò che determina la qualità. Un altro modo di dirlo: in ogni situazione
e in qualsiasi cosa fate, il fattore primario è il vostro stato di coscienza; la situazione e ciò che
fate sono secondari. Il successo “futuro” dipende ed è inseparabile dalla coscienza dalla quale
le azioni emanano. Vi può essere sia la forza reattiva dell’ego sia l’attenzione vigile della
coscienza risvegliata. Tutte le azioni veramente di successo nascono da quel campo di
attenzione vigile, invece che dall’ego e dal pensiero condizionato e inconscio.
Le tre modalità del fare risvegliato
Vi sono tre vie in cui la coscienza può fluire in quello che fate e così attraverso di voi in questo
mondo, tre modalità con le quali potete allineare la vostra vita con il potere creativo
dell’universo. Modalità significa la frequenza di energia sotterranea che fluisce in quello che
fate, e connette la vostra azione con la coscienza risvegliata che sta emergendo in questo
mondo. Quello che fate non sarà funzionale e sarà dell’ego fino a che non sorgerà da una di
queste tre modalità. Esse possono cambiare nel corso di una giornata, anche se una di loro
sarà dominante durante un certo stadio della vostra vita. Ogni modalità è appropriata a certe
situazioni.
Le modalità del fare risvegliato sono: l’accettazione, il gioire e l’entusiasmo. Ognuna di esse
rappresenta una certa frequenza vibrazionale della coscienza. Avete bisogno di essere vigili
per essere sicuri che una di esse operi ogni volta che siete impegnati in qualsiasi cosa stiate
facendo, dal compito più semplice al più complesso. Se non siete nello stato o
dell’accettazione o del gioire o dell’entusiasmo, guardate attentamente e scoprirete che state
creando sofferenza per voi e per gli altri.
L’ACCETTAZIONE
Quando non potete gioire nel fare una cosa, potete almeno accettare che questo è quello che
dovete fare. Accettazione significa: per adesso, questo è ciò che questa situazione, questo
momento mi richiedono di fare, e così lo faccio volentieri. Abbiamo già parlato a lungo
dell’importanza dell’accettazione interiore di cosa accade, e l’accettazione di cosa dovete fare
è solo un altro aspetto della stessa cosa. Per esempio, probabilmente non sarete capaci di
gioire cambiando la gomma bucata della vostra auto, di notte, nel mezzo di “chissà dove” e
sotto una pioggia battente – per cui lasciamo perdere l’entusiasmo – ma potete portarvi
l’accettazione. Compiere un’azione in uno stato di accettazione significa essere in pace
mentre la state facendo. La pace è una sottile vibrazione di energia che allora fluisce in quello
che fate. In superficie, l’accettazione sembra uno stato passivo, ma in realtà è attiva e creativa
perché porta in questo mondo qualcosa di completamente nuovo. Quella pace, quella sottile

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vibrazione di energia, è coscienza, e una delle vie in cui entra in questo mondo è attraverso
un’azione “arresa”, un aspetto della quale è l’accettazione.
Se non potete né gioire, né portare l’accettazione in quello che state facendo, fermatevi.
Altrimenti, non vi state prendendo la responsabilità della sola cosa di cui potete realmente
prendervi la responsabilità, che è anche la sola cosa, guarda caso, che conta realmente: il
vostro stato di coscienza. E se voi non vi state prendendo la responsabilità del vostro stato di
coscienza, non vi state prendendo la responsabilità della vita.
IL GIOIRE
La pace che arriva con un’azione arresa si trasforma in un senso di vitalità quando voi
realmente gioite di quello che state facendo. Il gioire è la seconda modalità del fare risvegliato.
Sulla nuova terra il gioire rimpiazzerà la bramosia, come potere che fornisce la motivazione
dietro le azioni delle persone. La bramosia deriva dall’illusione dell’ego di essere un
frammento separato, disconnesso dal potere che è alla base di tutta la creazione. Attraverso il
gioire, vi collegate con quello stesso potere creativo.
Quando il momento presente diventa il punto focale della vostra vita, invece del passato e del
futuro, la vostra abilità di gioire di quello che fate, e con essa la qualità della vostra vita, cresce
incredibilmente. La gioia è un aspetto dinamico dell’Essere. Quando il potere creativo
dell’universo diventa cosciente di se stesso, si manifesta come gioia. Non dovete attendere
che qualcosa di “significativo” entri nelle vostre vite così per poter finalmente gioire di quello
che fate. Nella gioia vi
è molto più significato di quello di cui potrete mai aver bisogno. La sindrome di “aspettare per
incominciare a vivere” è una delle illusioni più comuni dello stato inconscio. L’espansione e i
cambiamenti positivi, d’altro canto, è più probabile che entrino nella vostra vita se potete già
gioire di ciò che state facendo, invece di aspettare qualche cambiamento per poter
incominciare a gioire di ciò che fate. Non chiedete alla mente il permesso di gioire. Tutto
quello che otterrete saranno un sacco di ragioni del perché non potete gioirne. “Non ora” dirà
la mente “non vedi che sono occupata? Non c’è tempo. Forse domani potrai cominciare a
gioire…” Quel domani non giungerà mai, fino a che non incominciate a gioire di ciò che fate,
adesso.
Quando dite: “Gioisco quando faccio questo o quello”, in realtà è una falsa percezione. Fa
apparire la gioia come se provenisse da ciò che fate, ma non è così. La gioia fluisce dalla
vostra profonda interiorità in quello che fate e quindi nel mondo. La falsa percezione che la
gioia derivi da quello che fate è normale, ed è anche pericolosa perché genera la credenza
che la gioia sia qualcosa che possa derivare da qualcosa d’altro, da un’attività o da un
oggetto. Allora vi aspettate che il mondo vi porti gioia e felicità. Ma non può farlo. Ecco perché
molte persone vivono in una frustrazione costante. Il mondo non dà loro quello di cui pensano
di aver bisogno.
Allora, qual è la relazione tra qualcosa che fate e lo stato di gioia? Voi gioirete di qualsiasi
attività
nella quale siete completamente presenti, qualsiasi attività che non sia solo un mezzo per un
fine. Non è l’azione che state facendo che vi dà veramente gioia, ma il profondo senso di
vitalità che vi fluisce. Quella vitalità è una cosa sola con chi siete. Significa che, quando gioite
nel fare qualcosa, state realmente sperimentando la gioia dell’Essere nel suo aspetto
dinamico. Ecco perché ogni cosa di cui gioite vi connette con il potere che sta dietro tutta la
creazione.
Ecco qui, una pratica spirituale che porterà un potenziamento e un’espansione creativa nella
vostra vita. Fate una lista di un certo numero di attività quotidiane di routine che svolgete di
frequente. Includete attività che potete considerare poco interessanti, noiose, irritanti o
stressanti. Non includete niente che detestate o odiate fare. Quello è il caso in cui o accettate
o smettete di fare ciò che fate. La lista può includere il viaggio per andare e tornare dal posto

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di lavoro, lo shopping, il bucato o qualsiasi cosa che trovate tediosa o stressante nella vita
quotidiana.
Poi, tutte le volte che siete impegnati in queste attività, lasciate che siano un veicolo per la
vigilanza. Siate assolutamente presenti in quello che fate e sentite la vigile, viva quiete dentro
di voi nel sottofondo delle attività. Scoprirete presto che quello che fate in tale stato di elevata
consapevolezza, invece di essere stressante, tedioso o irritante, in realtà è diventato
divertente. Per essere più precisi, quello di cui state gioendo non è realmente l’azione esterna,
ma la dimensione interiore della coscienza che fluisce nell’azione. Questo è trovare la gioia
dell’Essere in ciò che state facendo. Se sentite che la vostra vita manca di significato o è
troppo stressante o noiosa, è perché non avete portato quella dimensione nella vostra vita.
Essere coscienti di quello che fate non è ancora diventato il vostro scopo principale.
Mentre la nuova terra sorge, sempre più persone scoprono che il loro proposito principale
nella vita è portare la luce della coscienza in questo mondo, e così usare qualunque cosa
facciano come un veicolo per la coscienza.
La gioia dell’Essere è la gioia di essere coscienti.
Quindi la coscienza risvegliata sostituisce l’ego e incomincia a dirigere la vostra vita. Potete
allora scoprire che un’attività che svolgevate da molto tempo, inizia naturalmente a espandersi
in qualcosa di molto più grande quando è potenziata dalla coscienza.
Le persone che, attraverso un’azione creativa, arricchiscono la vita degli altri fanno
semplicemente quello di cui gioiscono senza voler raggiungere o diventare qualcosa di
speciale attraverso quell’attività. Possono essere musicisti, artisti, scrittori, scienziati,
insegnanti o costruttori, o possono manifestare nuove strutture sociali o nuove strutture
imprenditoriali, risvegliate. Qualche volta, per alcuni anni, la loro sfera di influenza può
rimanere piccola; poi può accadere che, improvvisamente o gradualmente, un’onda di
potenziamento creativo fluisca in ciò che fanno, e che la loro attività si espanda al di là di
qualsiasi cosa abbiano mai immaginato e che tocchi innumerevoli altre persone. In aggiunta al
gioire, vi è ora un’intensità in ciò che fanno, e con questo arriva una creatività che va oltre
qualunque cosa un umano comune possa mai realizzare.
Ma non lasciate che questo vi dia alla testa, perché è là che si può nascondere un resto di
ego. Siete ancora un uomo comune. Ciò che è fuori dal comune è cosa passa attraverso di voi
nel mondo. Ma condividete quell’essenza con tutti gli esseri. Il poeta persiano e maestro sufi
del quattordicesimo secolo, Hafiz, espresse questa verità in modo molto bello: “Io sono un foro
in un flauto attraverso il quale si muove il respiro di Cristo. Ascoltate questa musica”. 1
L’ENTUSIASMO
Vi è anche un’altra via di manifestazione creativa che può sorgere in coloro che rimangono
fedeli al loro proposito interiore del risveglio. Improvvisamente un giorno sanno cosa è il loro
proposito esteriore. Hanno una grande visione, un obiettivo, e da allora in poi lavorano per
raggiungerlo. Il loro obiettivo o visione è di solito connesso in qualche modo con qualcosa che
stanno già facendo, sia pure in scala minore, e di cui gioiscono. Questo è dove il terzo
modello di fare risvegliato sorge: l’entusiasmo.
L’entusiasmo significa che vi è un gioire profondo in quello che fate con in più una visione in
direzione della quale lavorate. Quando aggiungete un obiettivo al gioire, il campo di energia o
la frequenza vibrazionale cambia. Un certo grado di quello che potremmo chiamare tensione
strutturale viene ora aggiunto al gioire, che così diventa entusiasmo. Al culmine dell’attività
creativa, alimentata dall’entusiasmo, dietro quello che fate vi saranno una incredibile intensità
ed energia. Vi sentirete come una freccia lanciata verso l’obiettivo, e vi godrete il viaggio.
All’osservatore esterno potreste apparire sotto stress, ma l’intensità dell’entusiasmo non ha
niente a che vedere con lo stress. Diventate stressati quando volete arrivare al vostro obiettivo
più di quanto vogliate fare ciò che state facendo. In quel caso, l’equilibrio tra il gioire e la
tensione strutturale manca, e quest’ultima ha vinto. Quando vi è stress, di solito è un segno
che l’ego è ritornato, e voi vi state tagliando fuori dal potere creativo dell’universo. Al suo posto

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vi sono solo la forza e la tensione della bramosia dell’ego, e così dovete lottare e “lavorare
duramente” per farcela. Lo stress diminuisce sempre sia la qualità sia l’efficienza di ciò che
fate sotto la sua influenza. Inoltre vi è anche un forte legame tra stress ed emozioni negative,
come l’ansietà e la rabbia. È tossico per il corpo e si comincia ora a riconoscerlo come una
delle cause principali delle malattie cosiddette “degenerative”, come il cancro e le patologie
cardiache.
A differenza dello stress, l’entusiasmo ha una frequenza di alta energia e così risuona con il
potere creativo dell’universo. Ecco perché Ralph Waldo Emerson disse che “Niente di grande
è stato mai raggiunto senza entusiasmo”. 2
La parola “entusiasmo” deriva dal greco antico, en e theós che significa “in dio”. E la parola
che ne deriva è enthousiàzein che significa “essere posseduti da un dio”. Con l’entusiasmo
scoprirete che non dovete fare tutto da soli. Infatti, non vi è niente di significativo che potete
fare da soli. L’entusiasmo duraturo porta nell’esistenza un’onda di energia creativa, e tutto
quello che dovete fare a quel punto è solo “cavalcare l’onda”.
L’entusiasmo genera un potenziamento incredibile in ciò che fate, così che tutti quelli che
non hanno accesso a quel potere guarderanno ai “vostri” risultati con ammirata soggezione e
vedranno questi risultati come ottenuti da voi. Comunque, voi sapete la verità che Gesù ha
indicato quando ha detto: “Io non posso fare nulla da me stesso”. 3
A differenza dalla bramosia dell’ego, che crea opposizioni proporzionalmente alla sua
intensità, l’entusiasmo non si oppone mai. Non si confronta. La sua attività non crea vincitori e
perdenti. È basata sull’inclusione, non sull’esclusione, degli altri. Non ha bisogno di usare e
manipolare le persone perché è il potere della creazione stessa e così non ha bisogno di
prendere energia da qualche fonte secondaria. La bramosia dell’ego tenta sempre di prendere
da qualcosa o da qualcuno; l’entusiasmo al contrario dà dalla sua abbondanza. Quando
l’entusiasmo incontra degli ostacoli in forma di situazioni avverse o di persone che non
cooperano, non attacca mai ma ci gira intorno e, grazie alla flessibilità o con l’apertura,
trasforma l’energia di opposizione in qualcosa di utile, trasforma il nemico in amico.
L’entusiasmo e l’ego non possono coesistere. Uno implica l’assenza dell’altro. L’entusiasmo
sa dove sta andando, ma allo stesso tempo, è profondamente in unione con il momento
presente: la fonte della sua vitalità, la sua gioia e il suo potere. L’entusiasmo non vuole nulla
perché non gli manca niente. È una sola cosa con la vita e per quanto siano dinamiche le
attività ispirate dall’entusiasmo, voi non perdete voi stessi in esse. E rimane sempre uno
spazio quieto ma intensamente vivo al centro della ruota, un nucleo di pace nel mezzo
dell’attività che comprende sia la fonte di tutto sia il tutto da cui la fonte non è toccata.
Grazie all’entusiasmo entrate in un totale allineamento con il principio creativo esteriore
dell’universo, ma senza identificarvi con le sue creazioni, come dire senza l’ego. Dove non vi è
identificazione, non vi è attaccamento, una delle grandi fonti di sofferenza. Una volta che
un’onda di energia creativa è passata, la tensione strutturale diminuisce di nuovo e rimane la
gioia in quello che state facendo. Nessuno può vivere nell’entusiasmo tutto il tempo. Una
nuova onda di energia creativa può arrivare più tardi e portare un rinnovato entusiasmo.
Quando il movimento di ritorno verso la dissoluzione della forma si è stabilizzato,
l’entusiasmo non vi serve più. L’entusiasmo appartiene al ciclo rivolto all’esterno della vita. È
solo attraverso l’arrendersi che potete allineare voi stessi con il movimento di ritorno, il ritorno
a casa.
Per riassumere: il gioire di quello che state facendo, combinato con un obiettivo o una
visione verso cui lavorate, diventa entusiasmo. Anche se avete un obiettivo, quello che fate
nel momento presente deve rimanere il punto focale della vostra attenzione; altrimenti,
cadrete fuori dall’allineamento con il proposito universale. Assicuratevi che la vostra visione o
obiettivo non sia un’immagine gonfiata di voi stessi e quindi una forma nascosta di ego, come
il desiderio di diventare una stella del cinema, un famoso scrittore o un ricco imprenditore.
Assicuratevi anche che il vostro obiettivo non sia focalizzato sull’avere questo o quello, come
una villa al mare, la vostra azienda o dieci milioni di dollari in banca. Un’immagine ingrandita o

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una visione di voi stessi come chi possiede questo o quello, sono tutti obiettivi statici e quindi
non vi danno alcun potere. Invece, assicuratevi che i vostri obiettivi siano dinamici, vale a dire
puntate su una attività in cui siete coinvolti e grazie alla quale siete connessi ad altri esseri
umani così come al tutto. Invece di vedervi come un famoso attore o scrittore o qualcosa di
simile, vedete voi stessi come fonte d’ispirazione per molte altre persone, e arricchite così la
loro vita mediante il vostro lavoro. Sentite come quell’attività arricchisca o approfondisca non
solo la vostra vita ma anche quella di moltissimi altri. Sentite voi stessi come un’apertura
attraverso la quale l’energia fluisce dalla Fonte non manifestata di tutta la vita per il bene di
tutti.
Ciò implica che il vostro obiettivo o visione sia quindi già una realtà dentro di voi, a livello
mentale ed emozionale. L’entusiasmo è il potere che trasferisce l’impronta mentale nella
dimensione fisica. Questo è l’uso creativo della mente, ed è per questo che non vi è coinvolta
bramosia. Voi non potete manifestare quello che volete; potete solo manifestare ciò che già
avete. Potete avere ciò che volete attraverso il duro lavoro e lo stress, ma non è la modalità
della nuova terra. Gesù diede la chiave all’uso creativo della mente e alla manifestazione
cosciente della forma quando disse: “Perciò vi dico: tutto quello che chiedete nella preghiera,
credete di averlo già ottenuto e vi sarà concesso”. 4
I sostenitori della frequenza
Il movimento verso l’esterno nella forma non si esprime in tutte le persone, con uguale
intensità. Alcuni sentono una forte urgenza di costruire, creare, essere coinvolti, avere un
impatto sul mondo. Se sono inconsapevoli, il loro ego naturalmente avrà la meglio e userà
l’energia del ciclo esteriore per i suoi fini privati. Questo, comunque, ridurrà anche
enormemente il flusso di energia creativa disponibile e sempre di più avranno bisogno di
contare sullo “sforzo” per avere quello che vogliono. Se sono coscienti, queste persone nelle
quali il movimento esteriore è forte, saranno veramente creative.
Altri, dopo che la naturale espansione che giunge con la crescita ha fatto il suo corso,
conducono un’esistenza esteriore ordinaria, apparentemente più passiva e priva di eventi
particolari. Essi sono per natura più rivolti all’interno, e per loro il movimento esteriore nella
forma è minimo. Ritornerebbero a casa più che uscirne. Non hanno un gran desiderio di
essere fortemente coinvolti o di cambiare il mondo. Se hanno qualche ambizione, di solito non
vanno oltre il trovarsi qualcosa da fare che dia loro un certo grado di indipendenza. Qualcuno
di loro si adatta con difficoltà a questo mondo. Alcuni sono abbastanza fortunati da trovare una
nicchia dove possono condurre una vita relativamente protetta, un lavoro che dia loro una
entrata regolare o un piccolo commercio in proprio. Altri possono sentirsi attratti dal vivere in
una comunità spirituale o in un monastero. Altri ancora possono diventare degli emarginati e
vivere ai limiti di una società con la quale sentono di avere molto poco in comune. Alcuni
fanno uso di droghe perché trovano troppo doloroso il vivere in questo mondo. Altri alla fine
diventano guaritori o insegnanti spirituali, cioè insegnanti dell’Essere.
Nel passato, essi sarebbero stati probabilmente chiamati contemplativi. Non vi è spazio per
loro, sembra, nella nostra civiltà contemporanea. Nel sorgere della nuova terra, comunque, il
loro ruolo è altrettanto vitale di quello dei creatori, delle persone d’azione, dei riformatori. La
loro funzione è di ancorare la frequenza della nuova coscienza a questo pianeta. Li chiamo “i
sostenitori della frequenza”. Sono qui per generare coscienza attraverso le attività della vita
quotidiana, attraverso le loro interazioni con gli altri così come attraverso il “semplice essere”.
Così essi dotano di un significato profondo quello che sembra insignificante. Il loro compito
è di portare una spaziosa quiete in questo mondo essendo assolutamente presenti in qualsiasi
cosa facciano. Vi è coscienza e quindi qualità in ciò che fanno, anche nel più piccolo lavoro. Il
loro proposito è di fare qualunque cosa in maniera sacra. Poiché ogni essere umano è parte
integrante della coscienza umana collettiva, essi hanno un’influenza sul mondo molto più
profonda di quanto sia visibile alla superficie della loro vita.
La nuova terra non è un’utopia

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La nozione di una terra nuova, non è soltanto un’altra visione utopistica? Per niente! Tutte le
utopie hanno questo in comune: la proiezione mentale in un tempo futuro dove tutto andrà
bene, saremo salvati, ci sarà pace e armonia e finiranno i nostri problemi. Vi sono state molte
utopie di questo tipo. Certe sono finite in delusione, altre in disastri.
Al nocciolo di tutte le visioni utopistiche vi è una delle principali disfunzioni strutturali della
vecchia coscienza: guardare al futuro per la salvezza. La sola esistenza che il futuro ha, in
realtà, è una forma di pensiero nella vostra mente, così quando sperate che il futuro vi salvi,
state inconsciamente sperando che sia la vostra mente a salvarvi. Siete intrappolati nella
forma, e quello è l’ego.
“Poi vidi un cielo nuovo e una terra nuova” 5 scrive il profeta biblico. Le fondamenta per una
nuova terra sono un nuovo cielo, la coscienza risvegliata. La terra, la realtà esterna, è solo il
suo riflesso esteriore. Il sorgere di un nuovo cielo e, di conseguenza, di una nuova terra non
sono eventi futuri che ci libereranno. Niente ci libererà perché solo il momento presente ci può
liberare. Questa comprensione è il risveglio. Il risveglio come evento futuro non significa nulla
perché il risveglio è la realizzazione della Presenza. Così il nuovo cielo, la coscienza
risvegliata, non è uno stato futuro da raggiungere. Un nuovo cielo e una nuova terra stanno
sorgendo in voi in questo momento, e se non stanno sorgendo in questo momento, non sono
altro che un pensiero nella testa e quindi non sorgono per niente. Cosa disse Gesù ai suoi
discepoli? “Il regno di Dio è già in mezzo a voi.” 6
Nel Discorso della Montagna, Gesù fece una predizione che fino a oggi poche persone hanno
compreso. Egli disse: “Beati i miti, perché erediteranno la terra”. 7
Nella versione moderna della Bibbia, “mite” è tradotto con umile. Chi sono i mansueti e gli
umili, e cosa significa: essi erediteranno la terra?
I miti sono quelli senza ego. Sono quelli che si sono risvegliati alla loro vera natura
essenziale come coscienza, e riconoscono quell’essenza in tutti gli “altri” in tutte le forme di
vita. Essi vivono in uno stato di resa e così percepiscono la loro unità con il tutto e con la
Fonte. Incarnano la coscienza risvegliata che sta cambiando tutti gli aspetti della vita sul
nostro pianeta, inclusa la natura, perché la vita sulla terra è inseparabile dalla coscienza
umana che percepisce e interagisce con essa. Questo è il senso delle parole: gli umili
erediteranno la terra.
Una nuova specie sta sorgendo sul pianeta. Sta sorgendo adesso, e siete voi!
1. Hafiz, The Gift, Arkana, New York 1999.
2. Ralph Waldo Emerson, Circles in Ralph Waldo Emerson: Selected Essays, Lectures, and
Poems, Bantam Classics, New York.
3. Giovanni 5,3.
4. Marco 11,24.
5. Apocalisse 21,1.
6. Luca 17,21.
7. Matteo 5,5
Indice
Il libro
L’autore
Frontespizio
Introduzione
UN NUOVO MONDO
I. Il fiorire della coscienza umana
II.L’ego: lo stato attuale dell’umanità
III. Il nucleo dell’ego
IV. La rappresentazione dei ruoli:le molte facce
dell’ego V. Il corpo di dolore
VI. Liberarsi

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VII. Scoprire chi siete veramente
VIII. Scoprire lo spazio interiore
IX. Il vostro proposito interiore X.
Una nuova terra

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