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l'editoriale

50 anni di "Musicam Sacram"


don Antonio Parisi - Carlo Paniccià Maggio 2017

Presentiamo il secondo numero della rivista Psallite!. I riscontri del numero zero e del numero uno sono stati più che
positivi; addetti ai lavori, amici, animatori sparsi in tutta Italia hanno apprezzato questa pubblicazione e ci hanno
incoraggiato a proseguire in questa avventura.

Il numero due della rivista è un dossier sui cinquant’anni dalla pubblicazione dell’Istruzione Musicam Sacram emanata
dalla Sacra Congregazione dei Riti il 5 marzo 1967. Non potevamo far passare sotto silenzio questa circostanza: è un
dovere far conoscere questa Istruzione e ancora di più fare il possibile per metterla  in pratica. Siamo sempre più
convinti che bisogna conoscere i vari documenti e le varie indicazione emanate dalla Chiesa per poter vivere meglio le
nostre celebrazioni liturgiche.

La questione è sempre la stessa: prepararsi, formarsi, educarsi ad essere dei veri ed autentici animatori musicali
all’interno della liturgia. È una vocazione che va scoperta, approfondita e vissuta come servizio alle nostre assemblee
cristiane.

Il Dossier presenta tutti e nove i capitoli, mettendo l’accento soprattutto su quelle questioni che faticano ad entrare nel
bagaglio formativo degli animatori. Assemblea e coro, cantare la Messa e l’U힁�cio divino, la lingua, i testi e le melodie
da ricercare, il patrimonio della musica sacra, gli strumenti, le commissioni di musica sacra: sono tutti argomenti
ancora attuali e che vanno a힠�rontati con umiltà e competenza.

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Ribadiamo ancora una volta, che non vogliamo fare crociate o lanciare scomuniche contro nessuno: siamo guidati
dalla consapevolezza di metterci a servizio dei vari animatori sparsi in tutta Italia. Desideriamo che questo tema della
musica liturgica venga recepito sia dai nostri sacerdoti e sia da coloro che svolgono questo servizio ancora in maniera
limitata; siamo convinti che la musica all’interno della celebrazione, può dare un apporto signi힐�cativo e insostituibile
per una preghiera liturgica più vera e profonda. È vero l’adagio: “dimmi come canti in chiesa e ti dirò che cristiano sei”.

Come avete notato, nei primi numeri abbiamo corredato la Rivista di splendide foto che vogliono far conoscere le
nostre meravigliose chiese sparse per l’Italia. In questo numero abbiamo inserito le foto abbaglianti del Duomo di
Monreale, la Domus Aurea. Chi è entrato in quella chiesa si ritrova immerso e quasi accecato da una ricchezza di colori,
immagini, atmosfere; ti senti avvolto da una indescrivibile bellezza che ti fa esclamare “che meraviglia!”.

Come non ricordare lo stupore di Romano Guardini (“Viaggio in Sicilia”, 1929) il Giovedì Santo e la notte di Pasqua,
mentre era presente in quella chiesa; o come non citare la spiegazione fatta da mons. Crispino Valenziano lì sul posto
in occasione di tanti convegni?  Un grazie al maestro Marco Intravaia, organista del Duomo, che ci ha inviato queste
foto che ci lasciano senza parole.

Nella seconda parte della Rivista  presentiamo i documenti della Chiesa circa il culto eucaristico fuori della Messa.
Alcuni canti, (Mario Lanaro e una rielaborazione di Davide Cantino) insieme ad un testo di suor Anna Maria Galliano,
che ringraziamo di cuore, accompagnano l’articolo di Fabio Trudu. Questa seconda parte comprende anche una
semplice Adorazione Eucaristica.
Il maestro Impagliatelli ha musicato il testo – A te, Padre santo, veniamo – della comunità di Bose, testo che abbiamo
pubblicato nel numero uno della rivista del mese di gennaio.

Un grazie ai vari collaboratori che hanno o힠�erto il loro contributo chiaro, profondo e appropriato. La loro presenza
quali힐�cata è per noi motivo di garanzia scienti힐�ca e liturgica.

Anche le foto scelte da Valeria Di Grigoli fanno da contorno ad alcune pagine.

Una ultima consegna: divulgate e fate conoscere questa rivista “Psallite!” fra i vari animatori musicali della liturgia;
insieme vogliamo creare una rete di persone che svolgono questo ministero liturgico-musicale con serietà e
preparazione. Inviateci vostri commenti, osservazioni, critiche, in modo che possiamo migliorare questo nostro
servizio.

N:B. Sul seguente link http://new.psallite.net/audio si possono ascoltare i brani musicali inseriti nella Rivista.

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musicam sacram

Uno sguardo alla storia


Gianfranco Gomiero Maggio 2017

L'Istruzione "MUSICAM SACRAM"

Cinquant’anni fa, il 5 marzo 1967, la Sacra Congregazione dei Riti pubblicava l'Istruzione “Musicam sacram”,
preparata dal Consilium per l'applicazione della Costituzione conciliare sulla Liturgia con il titolo  “Istruzione sulla
musica nella sacra Liturgia”.

Era da poco concluso il Concilio Vaticano II, 8 dicembre 1965, e si cominciava a promulgare i primi decreti attuativi e
le prime applicazioni specialmente in ambito liturgico. Già nel 1963 le comunità cattoliche avevano ricevuto il testo
della costituzione sulla liturgia Sacrosanctum Concilium (4 dicembre 1963). Un primo documento della Congregazione
dei Riti, nel settembre 1964, aveva dato un timido avvio ad alcune riforme, non solo di riti ma anche di mentalità e di
modi di fare. Il tema canto e musica, però, era rimasto fuori dalla porta. Pochi mesi dopo, appunto nel gennaio 1965, a
Roma si cominciò a lavorare per stendere un testo che promovesse la riforma anche nel campo musicale. Ci vorranno
due interi anni perché tale documento veda la luce (Musicam sacram, 1967), e furono anni di dure battaglie. Poi, sulla
sua scia, vennero i nuovi libri liturgici, con i loro “Principi e norme”, una vera miniera per mettere in atto, anche
musicalmente, la “nuova” liturgia: specialmente il Messale e la Liturgia delle Ore. Furono gli anni '70, che furono anni
di grande vitalità e di generosa seminagione. Anche in Italia comincia una lenta crescita di qualità dei testi, delle
musiche, in qualche misura delle stesse realizzazioni concrete nella celebrazione.

I padri conciliari del Concilio Vaticano II ritennero la musica sacra e l'arte cristiana in genere degna di essere presa in
considerazione in un capitolo apposito di un documento conciliare sulla liturgia. La struttura di questo capitolo, il VI,
era già stata stabilita nei primi schemi e seguiva la gerarchia degli stili indicata nel Motu proprio di Pio X: 1.
Gregoriano; 2. Polifonia classica; 3. Musica moderna; 4. Canto religioso popolare.

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Se non si fossero seguiti questi binari prestabiliti, tale Dall'altro lato le caratteristiche della tradizione
capitolo avrebbe anche potuto essere concepito in musicale occidentale sono in parte messe
maniera diversa: «La musica sacra avrebbe potuto eccessivamente in risalto, come il tesoro (thesaurus)
essere trattata in maniera più fruttuosa partendo dal della musica sacra (art. 114), il canto gregoriano (art.
suo carattere simbolico funzionale nella liturgia, cosa 116) e l'organo a canne (art. 120). Questa prospettiva
che include sia la sua funzione liturgica, sia anche la eurocentrica fa apparire come meno valide le forme
sua autenticità e comprensibilità per una comunità indigene di musica delle giovani chiese.
concreta».(J. Lenherr)
L'Istruzione Inter Oecumenici (26.9.1964), la prima di
Il capitolo VI della Sacrosanctum Concilium cinque Istruzioni «per un'esatta applicazione della
Costituzione del concilio Vaticano II sulla sacra
Comunque il capitolo VI, piuttosto conservatore, non liturgia», diceva in e韞�etti qualcosa a proposito del
poté sottrarsi del tutto allo spirito riformatore del tema della musica e del canto, ma tralasciava di parlare
capitolo I della Sacrosanctum Concilium, come del capitolo VI, perché di esso si sarebbe occupata una
dimostrano i corrispondenti rimandi ai temi della Istruzione speci韺�ca.
partecipazione attiva della comunità (art. 14 e 21), alla
giusta ripartizione dei ruoli (art. 28), alla dignità Tale Istruzione fu pubblicata nel 1967, dopo dodici
liturgica della lingua volgare (art. 36) e all'adattamento stesure, con il titolo di Musicam sacram. La sua
della liturgia a condizioni etniche, culturali e concezione complessiva fu fortemente in韺�uenzata da
sociologiche (art. 34; 37-40). Perciò «il Concilio ha un congresso sulla musica sacra tenuto a Friburgo in
assegnato alla musica sacra un nuovo compito e le ha Svizzera nell'agosto del 1965, a cui avevano partecipato
impresso un nuovo indirizzo ponendo in primo piano liturgisti, pastori e compositori di musica sacra di
l'aspetto pastorale, al cui servizio sta anche la musica diversi paesi europei, che poi fondarono il gruppo di
sacra. Di conseguenza, secondo il Concilio, essa non studio internazionale Universa Laus. Ma poiché
deve concepirsi tanto come musica della chiesa, quanto bisognava anche arrivare a un compromesso con
piuttosto come musica per la chiesa, così come essa si opzioni conservatrici, nel testo 韺�nale con韺�uirono pure
manifesta concretamente negli uomini» (id.). a韞�ermazioni disorganiche.

A conti fatti, il capitolo VI 韺�nì per essere un testo di Tutto sommato, comunque, l'Istruzione conserva un
compromesso, fatto di una successione di a韞�ermazioni valore permanente, perché in essa prevale la nuova
fedeli alla tradizione e di a韞�ermazioni aperte alle concezione del carattere simbolico-funzionale della
riforme. Da un lato la musica non è 'sacra' a motivo di musica liturgica: nell'organizzazione della celebrazione
un determinato stile o repertorio, ma nella misura in liturgica bisogna tener conto della funzione e della
cui essa è consona all'azione liturgica. Il criterio di speci韺�cità dei singoli elementi. Gli elementi che
distinzione dalla musica profana è il riferimento al riguardano il canto vanno attuati nel modo debito sia
testo, senza però che qui sia menzionata o sostenuta per quanto riguarda la sostanza che per quanto riguarda
l'idea riduttiva della comprensibilità del testo della la forma. La concezione del proprio e dell'ordinario
musica sacra, così come essa era stata discussa nel come cicli musicali non è più rilevante;
concilio di Trento (1562-1563). Il canto liturgico è l'organizzazione musicale della celebrazione della
considerato «parte necessaria e integrante della messa deve tenere in primo luogo conto del ruolo della
liturgia solenne» e non semplicemente un ingrediente comunità. La lingua volgare e il latino possono essere
decorativo. Similmente anche il nome non proprio adoperati in un'unica e medesima celebrazione.
nobile di ancilla, serva, dato alla musica per indicare la
sua funzione al servizio della liturgia, è sostituito con Originariamente era stata piani韺�cata anche
l'espressione più dignitosa di munus ministeriale, un'introduzione piuttosto lunga sulla teologia e sulla
compito ministeriale. spiritualità della musica. Ma non si riuscì a trovare
l'accordo sullo schema del padre gesuita francese
Joseph Gelineau, e così si rinunciò in larga misura a
fare delle a韞�ermazioni teologiche.

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Altri documenti postconciliari

Per quanto riguarda la celebrazione della messa, i


Principi e norme per l'uso del Messale romano (1970)
confermarono la tendenza liturgico-pastorale
dell'Istruzione sulla musica. La redazione, riveduta
sotto forma di documento di accompagnamento della
terza edizione del Missale Romanum (2000), ribadisce a
grandi linee le a韞�ermazioni dell'Introduzione del 1970.
Il documento rinuncia de韺�nitivamente a una classi韺�-
cazione rigida delle forme di messa e pone a base una
forma normale da organizzare in maniera 韺�essibile, la
celebrazione della messa con la comunità. Il ruolo della
comunità è trattato in maniera speci韺�ca; della comunità
fa parte anche il coro. I canti spettano in linea di
principio a tutta l'assemblea, alcuni addirittura in
maniera esclusiva, come il Credo e il Sanctus; altri canti
possono essere eseguiti dal coro o dal cantore. Per
alcuni canti c'è libera facoltà di scelta, eventualmente
韺�no a scostarsi da testi 韺�ssi. Le preghiere u韉�ciali del
sacerdote, cioè le orazioni e la preghiera eucaristica,
vanno sempre lette ad alta voce e non possono quindi
essere sovrastate musicalmente o testualmente.

Le a韞�ermazioni dell'Introduzione del 1970 furono


completate da considerazioni più dettagliate sulla
liturgia della Parola nella celebrazione della messa,
contenute nell'Introduzione pastorale al Lezionario della
messa (2a ed. 1981). Quale «elemento essenziale della
liturgia della Parola» viene per esempio designato,
nell'ordinamento delle letture, il salmo responsoriale. I Principi e norme per la liturgia delle Ore (1971) mostrano
Esso va possibilmente cantato in modo consono al suo in maniera ancora più decisa e concreta quanto la
carattere. musica sia parte integrale della liturgia: soltanto con il
canto le singole parti come i salmi, i cantici e gli inni
esprimono, dato il loro carattere lirico, il loro senso più
pieno: «Nella celebrazione della liturgia delle Ore il
canto, dunque, non si deve considerare come un
semplice ornamento che si aggiunge alla preghiera
dall'esterno, ma piuttosto come qualcosa che scaturi
sce dal profondo dell'anima che prega e loda Dio, e
manifesta in modo pieno e perfetto il carattere
comunitario del culto cristiano» (n. 270).

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Quali parti siano adatte a essere cantate, nel senso di
una festosità graduata, lo si può dedurre dal giusto
ordinamento della celebrazione della liturgia; questa
esigerebbe che siano salvaguardati il senso e la
speci韺�cità di ogni singola parte e di ogni singolo canto.
Alcuni elementi come le acclamazioni, le antifone, i
salmi, i responsori, gli inni e i cantici esigerebbero
addirittura il canto.

Nel complesso la riforma della liturgia ha rivalutato la


musica sacra come musica legata alla liturgia. Ciò che
conta non è tanto uno stile ideale (musica sacra) o un
determinato repertorio (thesaurus), quanto piuttosto
l'organizzazione dell'elemento liturgico e il suo
inquadramento nel contesto generale. La musica non si
aggiunge arbitrariamente dall'esterno, bensì è la
liturgia a richiederla dal suo interno. A ciò corrisponde
una nuova valutazione dei titolari dei ruoli musicali: il
cantore e il coro sono visti in prevalenza come partner
che dialogano con la comunità. I diversi repertori
nazionali, regionali e diocesani avallano questa
concezione.

Inoltre le a韞�ermazioni sulla musica sacra fatte per tutta


la chiesa costituirono la cornice per documenti
complementari delle chiese locali. Anche alcune
associazioni ecclesiali misero per iscritto le loro
ri韺�essioni.

In campo europeo abbiamo avuto per esempio due


importanti documenti dell’Associazione "Universa Già Pio X, infatti, nel Motu Proprio dichiarava la musica
Laus": Musica-Liturgia-Cultura del 1980 e La musica nelle 'parte integrante della solenne liturgia'. Sennonché, tale
liturgie cristiane del 2003. solennità era quella 'giuridicamente' determinata, che
chiamava in causa la presenza dei ministri
E prima che cosa c’era stato? (volgarmente la 'Messa in terzo') e la necessità di
cantare, oltre i dialoghi, anche il Proprium e
Dal punto di vista dottrinale si può dire ci sia stato tutto l'Ordinarium, in qualche modo.
o quasi tutto quello che è con韺�uito nell’Istruzione del
1967, riletto ovviamente alla luce della Costituzione Dal Motu proprio e dall’ enciclica Musicae sacrae disciplina
sulla Liturgia Sacrosanctum Concilium. è ripresa anche la nota di 'arte' che appartiene alla
musica. Ma il concetto di arte formulato da Pio X non
I documenti ponti韺�ci particolarmente citati sono il coincide esattamente con quello condiviso dagli artisti
Motu proprio di Pio X: “Tra le sollecitudini” (1903), la con i quali dialogava Pio XII in Musicae sacrae disciplina.
Costituzione apostolica di Pio XI: “Divini cultus
sanctitatem” (1928), l’Enciclica di Pio XII: “Musicae Resteranno intatti i principi-novità del Motu proprio di
sacrae disciplina” (1955) e la successiva Istruzione della Pio X enunciati ai numeri 1 e 2:
S. Congregazione dei Riti: “La musica sacra e la sacra
liturgia” (1958).

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“La musica sacra, come parte integrante della solenne Santa, cioè non macchiata - nè in se stessa, nè nei
liturgia, ne partecipa il ᢼne generale, che è la gloria di Dio e mezzi di esecuzione - da quelle profanità che Pio X
la santiᢼcazione ed ediᢼcazione dei fedeli. Essa concorre ad ravvisava, per il suo tempo, nel cosiddetto
accrescere il decoro e lo splendore delle cerimonie "convenzionalismo" o stile teatrale (n. 6), che "per sua
ecclesiastiche, e siccome suo uᢼcio principale è di rivestire natura presenta la massima opposizione al canto
con acconcia melodia il testo liturgico che viene proposto gregoriano ed alla classica polifonia e però alla legge
all'intelligenza dei fedeli, così il suo proprio ᢼne è di più importante di ogni buona musica sacra...".
aggiungere maggiore eᢼcacia al testo medesimo...» (n. 1)
Vera arte, nel senso appunto di "bontà di forme", di
L'a韞�ermazione iniziale, completata e meglio articolata perfezione degli elementi che la costituiscono, opera
nella costituzione liturgica del Concilio Vaticano II, è quindi di capaci, seri ed ispirati professionisti delle
nuova. La musica, da ornamento esterno, comincia ad note. Solo così potrà avere "quell'e韉�cacia che la chiesa
essere considerata parte vitale, un tutt’uno con la intende".
liturgia.
Universale: pur non rinunciando ai caratteri speci韺�ci di
Ragione per cui deve essere santa, dotata di bontà di ogni nazione o cultura, la musica di chiesa deve basarsi
forme e universale. (n. 2) sui medesimi e comuni principi che la rendono unica;
come una è la fede e l'oggetto della celebrazione
cantata.

Immutati rimangono pure i tre generi musicali che la


Chiesa riconosce come "sacri", quindi ammissibili nelle
celebrazioni liturgiche. Anzitutto il canto gregoriano (n.
3) "che gli studi più recenti hanno sì felicemente
restituito alla sua integrità e purezza". "Supremo
modello" cui deve ispirarsi ogni altro tipo di musica che
pretenda di varcare le soglie del tempio; da "restituirsi
largamente nelle funzioni del culto" e "nell'uso del
popolo".

Poi la polifonia classica (n. 4), specialmente quella del


secolo XVI (Palestrina), che "assai bene si accosta al
supremo modello che è il canto gregoriano... anch'essa
da restituirsi largamente nelle funzioni ecclesiastiche,
specialmente nelle più insigni basiliche, nelle chiese
cattedrali, in quelle dei seminari e degli altri istituti
ecclesiastici, dove i mezzi necessari non sogliono fare
difetto".

Però anche "la musica più moderna è pure ammessa in


chiesa, o韞�rendo anche essa composizioni di tale bontà,
serietà e gravità, che non sono per nulla indegne delle
funzioni liturgiche". Ovviamente con maggiore cautela
dal momento che "la musica moderna, è sorta
precipuamente per servigio profano" e può più
facilmente contenere elementi di profanità. Per il resto
la Chiesa è disposta ad accogliere "tutto ciò che il genio
ha saputo trovare di buono e di bello...".

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La conclusione del documento (n. 29) è un accorato appello a tutti i responsabili della musica sacra a sostenere
"queste sagge riforme da molto tempo desiderate e da tutti concordemente invocate"; che ancora una volta non
cadano nel nulla di fatto con conseguente "dispregio dell'autorità della Chiesa".
Rivela una volontà di cambiare mai riscontrata nella storia della musica ecclesiastica; un entusiasmo che si andò
di韞�ondendo a macchia d'olio. Ci fu una indubbia ripresa caratterizzata da una produzione musicale più confacente.
Una fra tutte quella di Lorenzo Perosi. Si moltiplicarono le Scholae cantorum a base largamente popolare, fu ripreso il
canto gregoriano dopo secoli di abbandono, nei seminari si cominciò ad educare i futuri sacerdoti sia nel canto fermo
che in quello 韺�gurato, nacque il Ponti韺�cio Istituto di musica sacra e furono fondate le Scuole diocesane, si
organizzarono concorsi, si celebrarono congressi...

Ovunque le Commissioni diocesane lavorarono alacremente promovendo iniziative e vigilando sulle composizioni.

Non tutto andò per il verso giusto. Ci fu qualche eccesso di entusiasmo. Vi era il condizionamento di millenni di storia
e di prassi contrarie. Veniva chiesta, in termini espliciti, la partecipazione popolare attiva "come anticamente
solevasi" (n. 3). Era un primo traguardo. Ed era una sensibilità che si andava maturando nei liturgisti e nei musicisti
più sensibili.

"Che il popolo canti", fu il celebre slogan del vescovo di Vicenza mons. Rodol韺�.

Si trattava di passare dall'egemonia delle Cappelle al canto popolare. Non si è però avvertita la necessità di accogliere
il canto popolare in lingua volgare tra le espressioni legittimamente liturgiche. I tempi non erano ancora maturi. Se il
popolo voleva cantare era costretto a farlo con i canti latini, gregoriani o 韺�gurati. Il Motu proprio di Pio X non cessa
comunque di essere una tappa: nel senso positivo, in quanto taglio deciso col passato e inizio di un'era nuova, ed
anche nel senso negativo, in quanto rispecchia un'epoca e ne è in qualche modo culturalmente condizionato. Come
tutti i documenti del resto. Anche la Instructio de musica sacra et sacra liturgia del 1958 sembrava avesse detto quasi tutto
sulla musica. Ma poi ci fu il Concilio Vaticano II e appena dieci anni dopo l’ Istruzione “Musicam sacram”.

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musicam sacram

Capitolo I: alcune norme generali


Luigi Girardi Maggio 2017

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Il primo capitolo presenta alcune indicazioni generali che riguardano la musica liturgica, senza entrare nello speciબco
delle diverse celebrazioni. Ispirate ai principi conciliari, queste indicazioni si muovono dalla forma liturgica che
precedeva la riforma verso la nuova forma conciliare della liturgia. Esse sono ancor oggi preziose per la direzione che
indicano. Presentiamo il contenuto del capitolo non secondo l'ordine dei numeri, ma secondo una griglia di
argomenti.

La forma più nobile della celebrazione e le funzioni del canto

Il primo numero del capitolo (il n. 5) funge da premessa e introduzione generale. Si apre con una citazione quasi
letterale di SC 113, che a sua volta intendeva proporre un ripensamento della forma solenne della liturgia: «l'azione
liturgica riveste una forma più nobile quando i divini uબci sono celebrati solennemente con il canto, con i sacri
ministri e la partecipazione attiva del popolo» (SC 113).
 

Rispetto al concetto all'apparato cerimoniale solenne e si aggiunge, invece, la partecipazione attiva dei fedeli:
anch'essa è un elemento di solennità! Nel riprendere questa citazione, però, MS toglie l'espressione
«solennemente»: sembra che si voglia descrivere non una "categoria" della liturgia (secondo la
tradizionale distinzione tra messa "letta", "in canto", "solenne"), ma un ideale verso cui tendere, in ogni celebrazione e
con tutti i modi e la gradualità possibile. Per questo si spronano i pastori a realizzare questa forma di celebrazione. Il
criterio più rilevante viene dalla presenza del popolo: quando c'è, si devono valorizzare i ministeri presenti e le forme
di canto che consentono la partecipazione attiva.

Il testo indica diverse ragioni per le quali la liturgia con il canto ha una forma più nobile. In questo modo esplicita
anche le funzioni del canto liturgico:

- la preghiera si esprime in modo più gioioso;

- il mistero della liturgia e la sua natura ministeriale sono manifestate più chiaramente con il coinvolgimento dei vari
ministri e i loro interventi canori;

- l'unità delle voci (con l'attenzione ad ascoltare gli altri e a sintonizzarsi con loro) si fa simbolo che mostra e realizza
l'unità dei cuori;

- gli animi sono portati a percepire la dimensione più spirituale della liturgia;

- il canto "trasporta" la celebrazione nella "Gerusalemme celeste" e preબgura il mondo futuro.

Queste funzioni del canto liturgico (e quante altre potremo rilevarne) traducono in atto il «compito ministeriale della
musica sacra nel culto divino» (SC 112).
Tuttavia esse non derivano da una decisione dell'autorità e non si realizzano in forza di una prescrizione: esse
appartengono all'«esperienza» del canto liturgico e si danno nella misura in cui sappiamo promuovere tale
esperienza nel modo più corretto e pieno. È giusto quindi che il documento le ricordi, in modo che ciascuno si sforzi di
promuoverle con la propria competenza e con la scelta di un repertorio adeguato.

A chiudere questo numero sta proprio l'invito a preparare ogni celebrazione liturgica insieme tra coloro che si
occupano della parte rituale, pastorale e musicale, sotto la guida del rettore della chiesa. Si può vedere in ciò una
esigenza non solo organizzativa, ma anche di condivisione di obiettivi, tale per cui le scelte sono condivise e non
seguono le logiche o i gusti di una parte. In altri termini, chi ha cura del canto deve sapere che il suo servizio è reso
anzitutto alla liturgia (la parte rituale) e non all’arte, e risponde a una બnalità pastorale, non puramente musicale.

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La solennità progressiva

Ora si può precisare come dev'essere intesa e attuata la


solennità della celebrazione. Il concetto di solennità è
chiarito al n.11 di MS: essa non deriva dall’apparato più
ricco e fastoso delle cerimonie o della musica; si dà
invece quando ogni parte della celebrazione è eseguita
secondo la sua natura. In altre parole, c’è solennità
quando ciascun atto liturgico viene compiuto nel
rispetto delle caratteristiche che esso richiede: il
ministro appropriato, la forma musicale corretta, la
durata necessaria, il giusto legame con gli altri  gesti
liturgici. Una grande orchestra rispetto a un piccolo
coro accresce il fasto, non la solennità; ciò può essere
addirittura pericoloso se comporta una sproporzione o La suddivisione dei compiti e la capacità esecutiva

una sovrapposizione tra le parti della celebrazione.


Il n.6 ricorda che la liturgia suppone il principio di una

Il n.7 insiste, poi, sul fatto che questa solennità può giusta valorizzazione dei vari ministeri, ciascuno per

realizzarsi in gradi diversi, escludendo l’alternativa secca l’uબcio che deve compiere: né di più né di meno.

di “tutto o niente”. Ciò si è eબettivamente diબuso nella


nostra prassi, per cui anche le messe “feriali” (un Si vuole evitare che una o poche persone assolvano a

tempo erano “messe lette”) hanno normalmente alcune tutti i compiti che possono invece essere assegnati a

parti proprie cantate. Rimane largamente disattesa ministri appositi. Nello stesso tempo, è necessario che

invece l’indicazione che attribuisce maggiore si rispettino «il senso e la natura propria di ciascuna

importanza e dà la precedenza al canto dei dialoghi tra i parte e di ciascun canto» (MS 6). Questo è un invito

ministri e il popolo, rispetto al canto delle parti che ancora molto importante e pressante: ogni intervento di

sono proprie dei fedeli o della schola cantorum. Forse per canto ha una funzione propria, e quindi un genere e una

mancanza di educazione o per il cambiamento della forma che lo caratterizza anche sul piano musicale. Si

sensibilità… deve saper salmodiare, cantare una acclamazione o una


invocazione, inneggiare o sostenere il dialogo tra

In ogni caso, il n.10 suggerisce di variare le forme e i ministro e assemblea. È una "perdita" il fatto che oggi

gradi di partecipazione dei fedeli tenendo conto delle si cantino poche parti della celebrazione e che tutto si

diverse solennità dei giorni e delle assemblee, al બne di riduca spesso ad un’unica forma (canzone con strofe e

rendere più vivace e fruttuosa la partecipazione stessa. ritornello).

In altre parole, non si propone uno schema બsso, ma si


invita a cercare volta a volta alcuni criteri liturgici Perciò si dà grande importanza alla capacità esecutiva

(alternanza tra festivo e feriale, aderenza al tema della musicale sia dei ministri (n.8) sia dei cori e dei fedeli

celebrazione, valorizzazione di alcune parti o gesti (n.9). Per i ministri, si esprime una preferenza chiara:

propri della liturgia...) e pastorali (attenzione quando la messa prevede il canto dei ministri, è bene

all'assemblea, alla  sua composizione, alle sensibilità scegliere tra loro quelli che sono in grado di eseguire

presenti...) per evitare una piatta monotonia, ma senza bene le loro parti. In mancanza di ministri adeguati, è

cedere ad un disorientante cambiamento continuo. preferibile che si proclamino i testi senza


cantarli. Sarebbe controproducente una forma musicale
che risultasse indecorosa da sentire.

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Riguardo ai cori e ai fedeli, invece, si raccomanda la Perciò intervenire sulla musica liturgica implica
scelta di un repertorio che non sia troppo diબcile, intervenire sulla liturgia. Naturalmente l'autorità
sproporzionato rispetto alle loro capacità, ma adatto stabilisce i principi generali, rifacendosi alla tradizione e
alle loro possibilità, fermo restando che ogni canto specialmente alle autorevoli indicazioni di SC. Resta un
scelto (di qualsiasi stile e genere) dovrà corrispondere ampio margine di possibilità quanto all'attuazione e
alle esigenze della liturgia e favorire la partecipazione alla ricerca delle forme musicali più adeguate. La
dei fedeli. musica è parte viva di una storia e della cultura di un
popolo. Per questo (in linea con l'apertura
Come si nota, si dà importanza alla competenza all'adattamento liturgico: SC 37-40) si fa spazio alla
musicale che ciascuno, per la sua parte, deve avere e dimensione territoriale delle Conferenze episcopali e,
per la quale occorre adeguare anche le scelte. Tuttavia da ultimo, al cammino di ogni singola diocesi. Resta il
sarebbe sbagliato usare questo criterio prudenziale per fatto che, anche nella legittima creatività musicale, si
ridurre al minimo e al "facile" ogni scelta musicale Non dovrà essere attenti a non mutare i principi generali a
si deve favorire la "pigra" comodità dei ministri (n.8), cui ci si deve sempre ispirare. Da questo punto di vista,
mentre è opportuno promuovere sempre più e secondo la Costituzione liturgica SC è ancora il faro più
le possibilità di ciascuno una buona competenza luminoso che la Chiesa possiede per illuminare il nostro
musicale, anche nell'assemblea. Insegnare un canto e, di tempo.
più, insegnare a cantare è un compito arduo ma
importante, che dà onore e soddisfazione ai destinatari
perché li rende capaci di gustare con maggiore
ampiezza tutte le funzioni della musica liturgica (cfr.
n.5).

L'autorità ecclesiale competente

Da ultimo, MS 12 ricorda che i principi generali e


fondamentali della musica liturgica sono stabiliti dalla
Sede Apostolica e, per la parte di competenza propria,
alle Conferenze Episcopali e a ciascun Vescovo. Il
riferimento alle massime autorità ecclesiali per ciò che
riguarda il canto liturgico deriva dal fatto che esso è
strettamente unito alla liturgia: è la liturgia nella sua
veste sonora.

new.psallite.net Pag. 12
musicam sacram

Capitolo II: Gli attori cantanti della


celebrazione liturgica
Domenico Donatelli Maggio 2017

Celebrare è partecipare Già il Movimento liturgico sorto alla తne del XIX secolo
aveva sollevato il problema della forte clericalizzazione
Il capitolo secondo dell’ Istruzione Musicam Sacram della liturgia e del conseguente allontanamento dei fe-
(=MS), dedicato agli attori cantanti della celebrazione deli dal culto pubblico uతciale della Chiesa.
liturgica, si apre con delle precisazioni di merito sulla
celebrazione stessa e sullo spirito con cui ad essa La liturgia in sostanza non toccava più la vita della
bisogna partecipare. Difatti il numero 13 chiarisce che gente, non nutriva la sua spiritualità, non costituiva più
«le azioni liturgiche sono celebrazioni della Chiesa, cioè del la fonte della sua fede.
popolo santo radunato e ordinato sotto la guida del Vescovo o
del sacerdote. In esse hanno un posto particolare, per il sacro Per queste ragioni i Padri conciliari vollero esprimere in
ordine ricevuto, il sacerdote e i suoi ministri; e, per l’u៝�cio maniera ricorrente il principio della partecipazione
che svolgono, i ministranti, il lettore, il commentatore e i attiva dei fedeli nella Costituzione liturgica
membri della schola cantorum» (MS 13). Questo articolo, Sacrosanctum Concilium (=SC) quale nuova via per sanare
insieme a quello dedicato al principio della la frattura secolare tra popolo di Dio e azione liturgica:
partecipazione attiva dei fedeli alla celebrazione «È ardente desiderio della madre Chiesa che tutti i fedeli
liturgica (cf. MS 15), oతre per così dire le nuove vengano formati a quella piena, consapevole e attiva
coordinate entro cui poter rideతnire ruoli e funzioni dei partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta
partecipanti all’azione liturgica, che è sempre azione dalla natura stessa della liturgia e alla quale il popolo
del popolo. Azione a cui il popolo deve partecipare. La cristiano, “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa,
partecipazione attiva dei fedeli è la chiave di volta popolo acquistato” (1Pt 2,9; cfr 2,4-5), ha diritto e dovere in
dell’intera riforma liturgica, il suo punto di forza, il suo forza del battesimo» (SC 14).
motivo fondante.

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I Padri inoltre raccomandano di preferire «una L’ Istruzione avverte, prima ancora di parlare del
celebrazione comunitaria caratterizzata dalla presenza e ministero proprio della schola cantorum, che «non è da
dalla partecipazione attiva dei fedeli […] alla celebrazione approvarsi l’uso di aతdare per intero alla sola schola
individuale e quasi privata» (SC 27) e, nelle istruzioni cantorum tutte le parti cantate del “Proprio” e
oతerte per la riforma dei libri e dei riti, al తne di dell’“Ordinario”, escludendo completamente il popolo
promuovere tale partecipazione attiva esortano a curare dalla partecipazione nel canto» (MS 16).
«le acclamazioni dei fedeli, le risposte, il canto dei
salmi, le antifone, i canti, nonché le azioni e i gesti e La schola vede così rideతnita la sua funzione e
l’atteggiamento del corpo. […] anche, a tempo debito, vocazione: essa è assemblea, parte integrante del
un sacro silenzio» (SC 30). popolo di Dio celebrante; i cantori che ne fanno parte
sono fedeli chiamati, per inclinazione e talento, a
Queste istanze della Costituzione conciliare sulla svolgere un servizio all’intera comunità. Non più
liturgia, interamente riprese e sintetizzate nei nn. 13 e dunque dei semplici performers o mestieranti ma
15 della nostra Istruzione, intendono ribadire con ministri del canto e della musica.
fermezza quanto il Concilio e la riforma liturgica si
ponevano come obiettivo centrale: porre తne alla
situazione precedente che vedeva i fedeli “assistere”
passivamente alla liturgia «come estranei o muti
spettatori» (SC 48) per passare a diventare “attori”,
cioè “soggetti” della celebrazione.

Gli attori cantanti della celebrazione formano un’unica


assemblea

La liturgia riformata dunque pone al centro del suo


celebrare l’assemblea, un’assemblea tutta ministeriale,
con diversi attori interagenti e cantanti : essa è
presieduta da un ministro ordinato e servita da diaconi,
accoliti, lettori, cantori, strumentisti. Un’assemblea
capace di far తorire al suo interno vocazioni e ministeri
e che, nell’azione liturgica, lasci trasparire la ritrovata
immagine di Chiesa-Corpo di Cristo dove, secondo
l’Apostolo, tutte le membra, ben compaginate, ciascuna
secondo le proprie peculiarità, partecipano al buon
funzionamento dell’intero corpo.

Questo nuovo assetto è chiaramente deతnito al n. 16


della nostra Istruzione, quando si ribadisce l’importanza
della partecipazione del popolo «che si manifesta con il
canto [… comprendendo prima di tutto le acclamazioni,
le risposte ai saluti del sacerdote e dei ministri e alle
preghiere litaniche» (MS 16). Una liturgia dialogica, già
intrinsecamente assembleare, dove anche le preghiere
che il sacerdote presidente «canta o dice ad alta voce,
poiché proferite in nome di tutto il popolo santo e di
tutti gli astanti, devono essere da tutti ascoltate
religiosamente» (MS 14). Colui che presiede intona,
invita al canto che eleva i cuori. Nasce così una
celebrazione pienamente partecipata, che non ammette
deleghe o abdicazioni in ordine alla sua struttura.

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Il ministero della schola cantorum Insomma il post-concilio è stato in prevalenza
dominato da questi eccessi, estremismi deformanti,
Il coro (e sotto questo termine intendiamo inglobare le salvo alcune felici e benauguranti eccezioni. Tuttavia gli
antiche scholae cantorum, le cappelle musicali, i cori errori commessi da alcuni soprattutto nella prima fase
parrocchiali, a voci pari, a voci dispari, o anche un di ricezione della riforma liturgica non inతciano aతatto
minuscolo gruppo di poche voci), nella mens della la bontà del progetto originario, come taluni nostalgici
riforma liturgica, deve «curare l’esecuzione esatta delle banditori di sventura amano far credere.
parti sue proprie, secondo i vari generi di canto, e
favorire la partecipazione attiva dei fedeli nel canto» La partecipazione attiva auspicata da SC, e anche dall’
(MS 19). Esso «fa parte dell’assemblea dei fedeli e Istruzione MS, resta assolutamente un valore da
svolge un suo particolare uతcio» (MS 23) all’interno custodire e promuovere, anzitutto attraverso la
della celebrazione. Pertanto «sia assicurata a ciascuno formazione del clero e dei laici. Gli stessi Padri
dei suoi membri la comodità di partecipare alla Messa conciliari ci avevano avvertito: «non si può sperare di
nel modo più pieno, cioè attraverso la partecipazione ottenere questo risultato, se gli stessi pastori d’anime
sacramentale» (MS 23) e, oltre a quella musicale, non saranno impregnati, loro per primi, dello spirito e
«anche un’adeguata formazione liturgica e spirituale, della forza della liturgia e se non ne diventeranno
in modo che dalla esatta esecuzione del loro uతcio maestri, [per questo] è assolutamente necessario dare il
liturgico, derivi non soltanto il decoro dell’azione sacra primo posto alla formazione liturgica del clero» (SC
e l’ediతcazione dei fedeli, ma anche un vero bene 14).
spirituale per gli stessi cantori» (MS 24).
Partecipare è ancora possibile 
Per questo il rapporto tra coro e assemblea è osmotico,
l’uno non può non tener conto dell’altra e viceversa. Nella sua esortazione apostolica postsinodale
Sacramentum caritatis, il Papa Benedetto XVI precisava a
Purtroppo bisogna ammettere che a 50 anni dalla riguardo: «Ancora pienamente valida è la
promulgazione dell’Istruzione questo ideale alto non è raccomandazione della Costituzione conciliare
sempre pienamente attuato e realizzato. Assistiamo Sacrosanctum Concilium, che esortava i fedeli a non
spesso a celebrazioni solenni accompagnate da assistere alla liturgia eucaristica “come estranei o muti
“supercori”, capaci di cantare anche a 4, 5 o 6 voci, spettatori”, ma a partecipare “all’azione sacra
magari timbricamente vicini a sonorità operistiche, ma consapevolmente, piamente e attivamente”
lontani anni luce dal sonum che sostiene e promuove il ("Sacramentum caritatis" 52).
canto assembleare. Qui l’assemblea è schiacciata in
un’anacronistica assistenza alla celebrazione, quale Questo non signiతca ingenerare dell’attivismo sfrenato
muta spettatrice. Nondimeno conosciamo celebrazioni nell’assemblea liturgica, e neppure scadere in quel
parrocchiali (questo aggettivo purtroppo è passato a “comunismo” livellante che vuole tutti uguali e
deతnire in senso dispregiativo diverse realtà nonché necessariamente impegnati allo stesso modo, ma
quella musicale) dove, in forza di una malintesa promuovere una ministerialità il più possibile diతusa e
partecipazione attiva dei fedeli (dove tutti fanno tutto e qualiతcata, dove ognuno ha una sua vocazione e
non esiste alcuna ministerialità), non vi è un gruppo competenza e in forza di ciò esercita il suo servizio.
musicalmente qualiతcato capace di guidare il canto dei
fedeli e tutto viene delegato a un volontario (o gruppo
di volontari) sovente giovane strimpellatore
estemporaneo. Questo gioco al ribasso chiaramente
coinvolge anche la scelta del repertorio: si opta per
musica sciatta e banale, testi teologicamente poveri,
canti inadeguati e non pertinenti all’azione rituale. 

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In quest’ottica l’assemblea può partecipare attivamente
all’azione liturgica anche attraverso un ascolto del coro,
laddove l’ordo celebrandi lo preveda.

A tal proposito ho ancora vivo il ricordo della Messa


della notte presieduta da Papa Francesco nel Natale del
2014. In quell’occasione fu eseguito all’interno del
Credo III l’Et incarnatus est della Messa in DO minore (K
427) di Mozart. Il maestro direttore della Cappella
Musicale Pontiతcia “Sistina”, Mons. Palombella, nella
presentazione del CD che contiene il live di quella
celebrazione annota: «L’esecuzione di tale musica […] fu
una speci៉�ca richiesta di Papa Francesco, che portò
necessariamente a studiare - per quanto possibile - la
migliore modalità di proporre questa musica secondo una
“pertinenza celebrativa”, sottraendola quindi a una mera
comprensione “concertistica” all’interno della Celebrazione
Eucaristica». E benché la sequenza rituale in quella
occasione abbia subito un notevole squilibrio temporale
(il solo Et incarnatus di Mozart dura 13’36’’!) bisogna
riconoscere che il grado di partecipazione
dell’assemblea, in quella sorta di sospensione del ritmo
celebrativo, è stato altissimo: tutti i presenti ricordano
lo straordinario silenzio orante venutosi a creare in
Basilica che, accompagnato dal gesto
dell’inginocchiarsi, permise di gustare, attraverso un
ascolto empatico, le parole della fede sul mistero
dell’incarnazione.

La partecipazione dell’assemblea al canto liturgico


conosce quindi diverse declinazioni, che l’animatore
(questo titolo non risulta particolarmente felice)
liturgico-musicale, sia egli organista, direttore di coro,
cantore o guida del canto assembleare deve saper
sapientemente armonizzare.

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La guida del canto assembleare, un ministro sconosciuto

Al termine di queste note mi preme sottolineare che l’Istruzione, tra i ministri cantanti, prevede l’istituzione,
specialmente in quelle chiese dove non sia presente una schola, di «uno o due cantori, convenientemente istruiti, che
propongano almeno dei canti semplici per la partecipazione del popolo e guidino e sostengano opportunamente i
fedeli nell’esecuzione di quanto loro spetta» (MS 21). Possiamo riconoscere in questo identikit la తgura della guida
del canto assembleare, ministero così deతnito dalla musicologia liturgica successiva. A volte questa తgura viene
confusa con l’antico commentatore, il cui nome lascia rabbrividire chi è consapevole che l’azione liturgica non ha
bisogno di commenti. Ma spesso viene anche deతnito animatore musicale tout court. Anche qui la nomenclatura non
suona felice per i liturgisti contemporanei: l’immagine del moribondo o, peggio ancora, del cadavere da ri-animare
applicato all’azione liturgica non convince aతatto e desta qualche perplessità.

Ma al di là delle questioni di linguaggio bisogna riconoscere che questa తgura, più opportunamente indicata col nome
di guida del canto assembleare, almeno nella nostra Italia, risulta essere ancor poco conosciuta e diతusa.

Circa i suoi compiti e le sue funzioni rimando al noto manuale pratico di padre Eugenio Costa (sj), Celebrare cantando
(San Paolo 1999). E in merito all’eతcacia del suo servizio rinvio all’esperienza positiva delle Chiese di Francia, già
parecchio avanti in questo cammino musicale conciliare.

Auguro inతne, con le parole di Papa Francesco ai «vari protagonisti di questo ambito, musicisti e compositori,
direttori e coristi di scholae cantorum, animatori della liturgia» a cui MS dedica il suo secondo capitolo di poter «dare
un prezioso contributo al rinnovamento, soprattutto qualitativo, della musica sacra e del canto liturgico. Per favorire
questo percorso, occorre promuovere un’adeguata formazione musicale, anche in quanti si preparano a diventare
sacerdoti, nel dialogo con le correnti musicali del nostro tempo, con le istanze delle diverse aree culturali, e in
atteggiamento ecumenico» (Papa Francesco, Discorso ai partecipanti al Convegno Internazionale sulla Musica Sacra, 4
marzo 2017).

Non vi è altra strada.

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musicam sacram

Capitolo III: Il canto nella


celebrazione della Messa
Paolo Gozzi Maggio 2017

Nel capitolo terzo dell’Istruzione vengono fornite A riguardo vengono proposti tre gradi di
indicazioni concrete circa lo svolgersi in canto della partecipazione  (n. 28), che intendono condurre una
celebrazione dell’Eucaristia. In base ai principi partecipazione più agevole, la quale potrà essere attuata
enunciati nei capitoli precedenti sono presentate una attraverso forme diversi cate a seconda delle e ettive
serie di indicazioni concrete per la realizzazione della “possibilità di ogni assemblea liturgica”. Questi gradi sono
stessa: ogni Messa, infatti, dovrà essere adeguata al da intendere come esempli cazioni e al loro uso viene
tempo e al luogo, alle persone che compongono data una regolamentazione perché, in modo
l’assemblea, alle forze disponibili. Per fare questo ci si progressivo, sia favorita un’educazione dei “fedeli alla
dovrà avvalere di una graduazione di interventi cantati partecipazione piena al canto”. Si va da una base
e di una conduzione secondo stili e modelli originali.  su ciente perché vi sia una “Messa cantata”
Il capitolo è formato da dieci articoli che possono essere (riprendendo i principi dei nn. 7 e 16a) no ad un
suddivisi in due sezioni: i nn. 27-31 riguardano i gradi ampliamento di interventi cantati in vista di una
della celebrazione e i nn. 32-36 le indicazioni sulle pienezza partecipativa canora. 
varie parti da cantare. 
Il primo grado (n.29) è proposto a partire da due
Al n.27 appare chiaro che il programma rituale da elementi  quali principi fondamentali: le   parti che
preferire e attuare, quando una comunità è radunata nel esigono il canto per la loro natura (cfr. n.6) e le parti
Giorno del Signore, è “la forma della Messa in canto”. che lo esigono per la loro importanza (cfr. n.7) Questi
Da sempre,   infatti, la Chiesa nelle domeniche e feste interventi risultano essere dei “gesti vocali” che
celebra l’Eucaristia comunitaria cantando; la forma richiedono un coinvolgimento intenso poiché sono tesi
cantata, allora, è la forma della celebrazione festiva che a favorire una adesione spirituale unanime al mistero
ne rivela, così, l’importanza e la natura. celebrato.

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Limitare queste parti al solo recitato rischierebbe di dimenticare la loro portata relazionale. L’uso della cantillazione o
di una semplice melodia, invece, permetterebbe di evidenziarne questo particolare aspetto nella dinamica dialogica
dell’intera celebrazione. 

Nel secondo grado (n.30) è prevista l’aggiunta dei canti dell’Ordinario, ad esclusione del Santo che viene menzionato
come acclamazione, parte integrante della Preghiera eucaristica, e perciò eseguito sempre da tutti come deve essere.
Vi è aggiunta anche la Preghiera dei fedeli: nella formulazione di una risposta comune essa permette la partecipazione
nel canto, soprattutto in forma litanica.  I canti dell’Ordinario sono da considerarsi come parti “ sse” dove i testi non
cambiano e questo può favorire la memorizzazione.    

Il terzo grado (n.31) prevede i canti del Proprio, quelli La “speci cazione” dei tre gradi partecipativi è
che per i loro testi speci cavano la solennità o la festa proposta come esempli cazione di modelli base per una
celebrata. A ben pensare oggi questo è generalmente il forma di canto più agevole e nel contempo fruttuosa;
punto di partenza nella scelta del repertorio di una non dobbiamo però dimenticare che l’elenco verrà
celebrazione; il problema è la poca conoscenza di quei successivamente corretto dalle indicazioni del Messale
testi che compongono il Proprio! (OGMR) il quale darà ad ogni canto la sua propria
speci ca funzione e il giusto posto.
Interessante è l’inserimento del “canto” delle Letture Nel n.32 si pone la questione di sostituire i canti del
con l’annotazione prudente di opportunità e Graduale con altri testi. Si riconosce la possibilità di
convenienza. Le di coltà legate a tale pratica sono farlo là dove lo si è già fatto ma a condizione che siano
concrete e non di semplice realizzazione sia per rispettati due criteri di fondo,  ovvero che i testi
l’esecuzione ma soprattutto per la ricezione da parte alternativi siano in armonia con il mistero celebrato
dei fedeli. Ciò non toglie che vi possano essere contesti (“con il particolare momento della Messa, con la festa e il
festivi in cui certi testi vengano drammatizzati con tempo liturgico”) e che siano stati approvati dalla
l’ausilio della musica e del canto (ad esempio il competente autorità territoriale (il Vescovo diocesano). 
racconto di Atti nel giorno di Pentecoste). 

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S’impone da sé che ciò che guida la scelta dei canti per
l’azione celebrativa sia la verità dei contenuti espressa e
dichiarata nella liturgia. Di conseguenza quelli che sono
ritenuti validi verranno poi accolti, dopo attento
discernimento, e raccolti in un repertorio per l’uso
liturgico al quale attingere. 

L’intervento assembleare (n.33) è auspicato e


necessario ai canti del Proprio. La forma che viene
privilegiata è quella del ritornello  per la sua facilità e
immediatezza. La tecnica del ritornello è quella che
meglio si adatta alle diverse forme musicali poiché
permette, con la brevità, una pronta risposta cantata.
Ma seppur questa forma sia di vantaggio alla
partecipazione dei fedeli non deve essere la soluzione a
tutte le situazioni, pena l’appiattimento celebrativo
(senza contare che andrebbe a discapito di altre forme
musicali presenti nel rito).  C’è, però, un posto signi -
cativo in cui il ritornello ben si adatta alla sua funzione:
il canto interlezionale o salmo responsoriale, dove la
funzione ripetitiva del testo ritornellato  permette
meglio l’assimilazione e la meditazione della Parola di
Dio. 

L’ultima parte del n.34 è preziosa perché, in qualche


modo, per alcuni canti anticipa la loro importanza,
valenza e funzione.  Il Credo è la professione di fede e il
Sanctus è acclamazione nale del Prefazio: questi
esigono la partecipazione di tutti. Si può notare che
quando un particolare momento celebrativo è o diventa
di tutti la preferenza è quella di eseguirli in canto; di fatti se partecipa l’assemblea questa ha il diritto di
questo è davvero signi cativo!  All’Agnus Dei viene esprimersi attraverso la partecipazione nel canto. 
attribuita la funzione di accompagnamento del rito
della frazione del Pane, ne consegue che può essere Nell’annotazione nale viene rimarcata una cosa
ridotto o allungato a seconda dell’esigenza dell’azione importante: non basta cantare scegliendo canti generici
in atto.  ma occorre stare attenti alla pertinenza rituale così da
orientare ad una scelta oculata del repertorio. L’uso
Il canto del Padre nostro, esplicitato al n.35, viene rituale infatti, nella valenza evangelizzatrice della
normato in due direzione: sia cantato da tutti che liturgia, richiede una preoccupazione di comunicazione
secondo una melodia comune approvata. Ciò che appare coerente: parole e concetti siano integrati col messaggio
è la dimensione dell’u cialità del testo non tanto in dei gesti e dei contenuti liturgici del mistero celebrato. 
senso giuridico ma in senso teologico: la Preghiera del
Signore è stata da Lui stabilita (non si inventa il testo) e Attraverso alcune minime sottolineature di questo
consegnata alla sua Chiesa come dono;  ogni battezzato capitolo e nello sguardo complessivo delle motivazioni e
ha il diritto e dovere di rivolgersi a Dio Padre cantando dello spirito di fondo della Musicam Sacram sono emerse
con la propria voce ma all’unisono con gli altri fratelli.  preoccupazioni ancora attuali: far ri ettere sulle
Nell’ultimo articolo, n.36, viene posta in discussione la priorità concrete nella scelta dei canti, sulla loro
categoria di “Messa letta” – pur essendone stata importanza e pertinenza rituale, sul coinvolgimento
mantenuta la terminologia –  perché di fatto in ogni dell’assemblea per una attiva e piena partecipazione
Messa si possono cantare parti tratte dal Proprio e all’Eucaristia attraverso il canto.
dall’Ordinario;

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musicam sacram

Capitolo IV: Il canto dell’U cio


Divino. Un popolo salmodiante
Morena Baldacci Maggio 2017

A partire dall’ insegnamento di Gesù di “pregare "La Chiesa che cosa è? È una comunità che prega. Pensate: è
sempre senza stancarsi mai” (Lc 18,1; Ts 5,16.) la un Popolo salmodiante e pregante, un Popolo di Dio! […]
comunità cristiana ha fatto della preghiera comune una Piacerà o non piacerà, ma questo è il volto della Chiesa,
“architettura del tempo”, l’edi힕�cazione di un edi힕�cio quello del grande coro ordinato e inneggiante dell’umanità,
spirituale, la manifestazione del volto sponsale della che adora il Padre “in spirito e verità” (Gv 4,23). Ed è un
Chiesa. Questo tema costituisce un punto nodale e volto splendido, irradiante spiritualità e socialità, vigore
decisivo della costituzione conciliare Sacrosanctum morale e bontà caritatevole, mistero e chiarezza, quali
Concilium, e dall’Istruzione Musicam Sacram: nessuna altra istituzione terrena può o pretende o rire alla
gente del nostro tempo." (Paolo VI, 03/11/1971 - Città del
"Si invitino i fedeli, e si educhino con una conveniente Vaticano - Udienza Generale).
catechesi, a celebrare in comune, la domenica e i giorni
festivi, alcune parti dell’U cio divino, specialmente i Vespri Nella visione di Paolo VI, la chiesa è come un coro che
o altre Ore, secondo la consuetudine dei luoghi e delle varie rivela se stessa del gesto misterioso del cantare; è un
comunità." (MS 39) popolo salmodiante, che ritrova se stessa nella
dimensione responsoriale della lode. La chiesa orante è
La liturgia delle Ore secondo la costituzione conciliare è il segno di quell’anelito che spinge ogni uomo a
la voce orante della Chiesa, preghiera di tutto il corpo sollevare lo sguardo a Dio. Ma a distanza di cinquanta
ecclesiale, prolungamento dell’u힅�cio sacerdotale di anni dalla riforma liturgica possiamo chiederci: «Dove
Cristo. In altre parole, (usando una bella espressione di è visibile, oggi, una comunità salmodiante? Come mai
Paolo VI) la Chiesa è il popolo salmodiante:

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l’esperienza del “pregare cantando” é praticata solo da
determinate categorie di persone e in luoghi particolari?
Di fronte ai mutamenti ecclesiali del nostro tempo, la
liturgia delle Ore può costituire un’esperienza pasquale
della fede? In de힕�nitiva, la Liturgia delle Ore è da
considerarsi una riforma incompiuta del Concilio
Vaticano II?». Prendendo spunto da questi
interrogativi, proponiamo una ri힌�essione a partire
dall’analisi dei testi conciliari e dall’Istruzione Musicam
sacram , per o힡�rire, a partire dalla loro interpretazione,
una serie di ri힌�essioni e alcune prospettive pastorali
per il nostro tempo.

La Costituzione Sacrosanctum Concilium dedica il capitolo


IV all’U힅�cio Divino. Nei primi due capitoli troviamo
una breve sintesi teologica della Liturgia delle Ore:

- La Liturgia delle Ore: l’inno delle sedi celesti che


Cristo Gesù, assumendo la natura umana, introduce in
questo esilio terrestre (n. 83)

- La LdO, u힅�cio sacerdotale di Cristo per mezzo della


sua Chiesa (n. 83)

- La LdO: il sacri힕�cio della Lode per la santi힕�cazione


del giorno e della notte (n.84)
La celebrazione di tutta la Chiesa

- La LdO la voce della Sposa che parla allo Sposo (n.


Se nei primi capitoli della Sacrosanctum Concilium, tutta
85).
la Liturgia è stata riscoperta come azione della Chiesa, è
comprensibile che il desiderio dei padri conciliari sia
Il lavoro di riforma dell’U힅�cio Divino fu a힅�dato ad
stato quello di ritrovare l’autentico senso della Liturgia
otto gruppi di studio e il lavoro fu piuttosto laborioso.
delle Ore quale preghiera di tutto il popolo di Dio.
Tuttavia, l’orientamento del gruppo di lavoro era chiaro
Diversi sono stati gli interventi a questo riguardo:
sin dall’inizio. Così il 10 novembre 1966 il gruppo di
- ristrutturazione delle Ore della preghiera: l’abolizione
lavoro relaziona il lavoro fatto al Papa:
dell’Ora prima, la distribuzione dei salmi in quattro
settimane, la trasformazione del Mattutino nell’u힅�cio
«Il problema fondamentale che oggi si pone, e che la
delle Letture, (da potersi pregare durante tutto il corso
presente relazione ha cercato di a rontare e risolvere, è come
della giornata); la tanto “discussa” abolizione di alcuni
fare a nchè l’U cio divino, pur restando eseguito in modo e
salmi imprecatori, la traduzione dell’u힅�cio nella lingua
in misura precipua dal clero e dai religiosi, sia aperto anche
parlata, la di힡�erenziazione in Ore principali e
ai fedeli in modo che essi vi trovino una inserzione che non
secondarie, la sempli힕�cazione;
sia quasi una concessione, ma l’esercizio di un vero compito
-  dell’u힅�cio; la cura dei testi, (soprattutto delle
che anche loro come membri della comunità ecclesiale orante
invocazioni ed intercessioni), la forma comunitaria, il
tutta insieme».
recupero dei diversi linguaggi rituali (gesti, luoghi,
ministri, canti, oggetti, ecc).
Successivamente, questi stessi principi vengono
ulteriormente ripresi, ampliati e sviluppati nella
Un lavoro di riforma che non si è accontentata di piccoli
Costituzione apostolica Laudis canticum con cui Paolo VI
ritocchi o di sempli힕�cazioni, ma che ha avuto il
promulga il 1 novembre 1970 la Liturgia delle Ore e i
coraggio di plasmare una preghiera per la Chiesa di
Principi e norme per la Liturgia delle Ore (=PNLO).
oggi che vive e celebra il mistero di Cristo nel ritmo
quotidiano.

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Così, infatti, a힡�erma la Costituzione Conciliare Laudis La SC riprende questo stesso testo ma vi inserisce una
canticum: piccola ma sostanziale novità (I fedeli che pregano
insieme ai sacerdoti)
La nuova LdO è stata pensata in modo che «pervada
profondamente, ravvivi,  quindi esprima tutta la preghiera «Il divino u cio, secondo la tradizione cristiana, è
cristiana e alimenti e cacemente la vita spirituale del strutturato in modo da santi care tutto il corso del giorno e
popolo di Dio….in modo da divenire preghiera personale di della notte per mezzo della lode divina. Quando poi a
tutti i fedeli» (Laudis Canticum 1.2). Così sarà ulteriormente celebrare debitamente quel mirabile canto di lode sono i
ampliato e ribadito dai Principi e Norme della Liturgia delle sacerdoti o altri a ciò deputati per istituzione della Chiesa, o
Ore:  «La lode della Chiesa non è riservata né per sua anche i fedeli che pregano insieme col sacerdote secondo le
origine, né per sua natura, ai chierici o ai monaci ma forme approvate, allora è veramente la voce della sposa che
appartiene a tutta la comunità cristiana» (PNLO 270). parla allo sposo, anzi è la preghiera che Cristo unito al suo
corpo eleva al Padre» (SC 84)
Il progresso dottrinale di Principi e Norme per la
Liturgia delle Ore appare chiaro se comparato con i Permane il linguaggio giuridico della Mediator Dei,
documenti magisteriali che lo hanno receduto: tuttavia, accoglie una importante novità, che il
documento successivo PNLO approfondisce e
Nella Mediator Dei di Pio XII (20-11-1947) - e che ulteriormente elabora, grazie anche alla stesure delle
riprende il concetto di culto liturgico del Codice di successive Costituzioni Conciliari, in particolare il
Diritto Canonico – si legge: capitolo II di Lumen Gentium sul popolo di Dio.

«L’U cio Divino è, dunque, la preghiera del corpo mistico di


Cristo, rivolta a Dio a nome di tutti i cristiani e a loro
bene cio, essendo fatta dai sacerdoti, dagli altri ministri
della Chiesa e dai religiosi, a ciò dalla Chiesa stessa
delegati».

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Infatti PNLO ribalta completamente la visione Di conseguenza, «la celebrazione comunitaria è sempre
ecclesiale: Nella Laudis Canticum si a힡�erma come dato da preferirsi alla celebrazione individuale e quasi
fondamentale che:  «l’U韉�cio è preghiera di TUTTO IL privata» (SC 27). Ogni celebrazione comunitaria, poi,
POPOLO DI DIO» esige la partecipazione attiva dei fedeli attraverso le
acclamazioni, le risposte, la salmodia, le antifone, i
In PNLO 1 si ribadisce: canti nonché le azioni e i gesti e l’atteggiamento del
corpo, e l’osservanza del silenzio» (SC 30)
«La preghiera pubblica e comune del popolo di Dio è
giustamente ritenuta tra i principali compiti della Chiesa»  e Il capitolo IV della Sacrosanctum Concilium è dunque una
che «La LO, come le altre azioni liturgiche, non è un’azione testimonianza eloquente di quel processo virtuoso che
privata, ma appartiene a tutto il corpo della Chiesa» (n. 20). annoda insieme l’evento conciliare, la sua
Il testo, esplicita ulteriormente verso la ne del documento: interpretazione e maturazione, la sua attuazione. Un
«La lode della Chiesa non è riservata, né per sua origine, né percorso fecondo che ci permette di vedere come da un
per sua natura, ai chierici e ai monaci, ma appartiene a tutta germoglio (il testo conciliare) si sviluppa una pianta
la comunità cristiana (PNLO 270), di conseguenza «i ricca di frutti (l’attuazione e recezione della riforma
ministri sacri devono curare che «i fedeli siano invitati e liturgica) il cui succo non può che trarre linfa dalle
istruiti con opportuna catechesi a celebrare in comune, stesse radici che lo hanno generato.
specialmente nei giorni di domenica e di festa, le parti
principali della Liturgia delle Ore» (PNLO 23). Il documento Principi e Norme della Liturgia delle Ore è
dunque l’albero buono germogliato dal buon seme del
Stabilito questo principio teologico fondamentale, si testo conciliare che ha prodotto frutti abbondanti, frutti
parla, in seconda istanza di mandato ai ministri sacri che attendono ancora di maturare, rami secchi che la
(PNLO 28-32) Infatti, si dice che «perché il compito di storia e il tempo hanno naturalmente fatto seccare.
tutta la comunità sia adempiuto in modo sicuro e
costante almeno per mezzo loro e la preghiera di Cristo
continui incessantemente nella Chiesa» (PNLO 28). Lo
stesso principio sarà ribadito nel Codice di Diritto
Canonico 1174 «La liturgia delle Ore è la preghiera
pubblica della Chiesa nella quale i fedeli (chierici,
religiosi e laici) esercitano il sacerdozio regale dei
battezzati».

La Liturgia delle Ore è dunque preghiera della Chiesa


anche senza la presenza del ministro ordinato:

«Anche i laici riuniti in convegno, sono invitati ad assolvere


la missione della Chiesa, celebrando qualche parte della
Liturgia delle Ore (n. 27). I laici possono dunque presiedere
questa preghiera in virtù del loro sacerdozio battesimale
(CCC 1669).

La celebrazione comunitaria e in canto non costituisce


la forma straordinaria legata al concetto di solennità
inteso come apparato esteriore, ma la sua naturale
conseguenza che ne manifesta la sua più autentica
natura.

Così come ribadito da SC 26: «Le azioni liturgiche non


sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa, che è
sacramento di unità, cioè popolo santo radunato e
ordinato sotto la guida dei vescovi».

new.psallite.net Pag. 24
A questo punto possiamo chiederci: «La riforma della
Liturgia delle Ore così come è stata ripristinata ha
soddisfatto la Chiesa italiana? »:

Così commentava nel 1975 Domenico Mosso:

«Il nuovo libro della Liturgia delle Ore in italiano sembra


ereditare tal quale il posto e la funzione del breviario latino.
Uno strumento nuovo e aggiornato, destinato, però a
compiere lo stesso tipo di operazione che si faceva con lo
strumento vecchio. Anche esternamente il nuovo libro risulta
molto simile ai vecchi breviari: sembra destinato alle stesse
persone, per essere usato allo stesso modo, anche se il
contenuto è alquanto diverso…

Di fatto l’edizione italiana del volume non sembra essere


stata pensata «per tutto il popolo di Dio» bensì solo per
quelle categorie di persone che hanno ricevuto il mandato
dalla chiesa.

E’ di cile pensare che possa andare in mano ai laici. Non è


un libro destinato a diventare popolare come libro di
preghiera comune per i cristiani di oggi e questo non soltanto
a motivo della mole (4 volumi) e del prezzo, ma prima
ancora a motivo della complessità e della rigidità strutturale
di questa proposta di preghiera, nonché per il carattere Tuttavia, nell’autentico spirito della riforma conciliare,
fondamentalmente monastico-ecclesiastico del mondo ci sembra che il cammino aperto dalla SC ci suggerisca i
religioso che vi si esprime. passi che ancora possiamo compiere perché la “fedeltà
alla tradizione” sia non solo puro adempimento ma
Tutto sommato potremmo paragonare la nuova Liturgia ascolto incessante della Voce dello Spirito che continua
delle Ore in italiano al restauro di un vecchio edi cio, a so힅�are nella Chiesa di oggi. Con questa 힕�ducia
nell’intento di renderlo agibile. Non ad una costruzione possiamo quindi intravedere i passi ancora da
nuova, studiata appositamente per rispondere a determinate compiere:
esigenze e per inserirsi armonicamente nel contesto
presente. Una maggiore consapevolezza della dignità della
Liturgia delle Ore. Essa, infatti, come ci ricordano i
Il nuovo breviario contiene certamente un materiale di Praenotanda (=PNLO) «estende alle diverse parti del
preghiera molto ricco, ma per entrarci dentro  e poterlo giorno la lode, il rendimento di grazie, il memoriale dei
assimilare bisogna perlomento aver studiato teologia. misteri salvi힕�ci, le suppliche, la pregustazione della
gloria celeste, che si veri힕�cano nel mistero eucaristico
E’ indubbio che la nuova Liturgia delle ore sia molto migliore “centro e culmine di tutta la vita della comunità
del vecchio Breviario. Ma temo che nella pratica rimanga cristiana”» (PNLO 12).
ancora troppo “breviario” e non diventi abbastanza “liturgia
delle Ore”…». (Nota 1) La cura dei testi: i testi dei salmi sono ancora di힅�cili da
cantare (i versetti sono irregolari); gli inni sono scarsi e
A distanza di alcuni anni possiamo chiederci se non di bella fattura;; alcune preghiere di
concordiamo con il pensiero di Domenico Mosso. Per intecessione/invocazione hanno un linguaggio obsoleto
alcuni versi sì, per altri, la liturgia delle Ore conosce e ripetitivo.
certamente una certa di힡�usione e pratica. L’impianto generale risente ancora di una preghiera ”da
recitare” più che di una celebrazione da vivere; bisogna
considerare che la gestualità è ancora molto scarsa.

new.psallite.net Pag. 25
Sono molte le comunità parrocchiali che celebrano la liturgia delle Ore, ma spesso si tratta più di una “recita” preparatoria
alla celebrazione eucaristica, che di una vera celebrazione liturgica. Forse il numero ancora eccessivo delle
celebrazione eucaristiche (in particolare delle messe feriali) non permette ancora uno spazio “dignitoso” per una
autentica celebrazione.

Con coraggio verrebbe da chiedersi se obbedendo a ciò che SC 88 a proposito dell’adattabilità al tempo presente, la
Liturgia delle Ore, così come oggi è sia davvero corrispondente ai tempi. Non risente ancora di una struttura
“monastica”?

A livello musicale siamo ancora lontani da un recupero del “salmodiare”; scarseggiano gli inni in lingua italiana, non
si è ancora il criterio “corale” della recita a cori a alterni. In힕�ne, occorre constatare come i tempi di silenzio sono per
lo più ignorati.

In conclusione, possiamo a힡�ermare come la dignità sacramentale della Liturgia delle Ore (PNLO 13), ma al contempo
la diversità dal modello rituale della celebrazione eucaristica, costituisce un’opportunità per restituire alla comunità
cristiana il suo volto orante, per favorire e suscitare carismi e ministeri, per nutrire e alimentare l’ascolto della Parola
di Dio. Tuttavia, la celebrazione della Liturgia delle Ore richiede una dignità celebrativa spesso carente e inadeguata,
troppo spesso è più recitata che celebrata! Essa esige una formazione liturgica all’arte del salmodiare, una
ministerialità laicale adeguata, la valorizzazione dello spazio celebrativo (l’Ambone e l’Altare) il recupero di una
ritualità dei gesti e degli atteggiamenti del corpo. La s힕�da è certamente ambiziosa, ma costituisce anche
un’opportunità, per riscoprire l’arte misteriosa della preghiera ed o힡�rire, in questo nostro tempo, la presenza del
volto orante della Chiesa.

NOTE

1. D. MOSSO, Liturgia delle Ore: l’edizione italiana, in RL 1975/3, p. 35-38.

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musicam sacram

Capitolo V: Non solo Messa


Angelo Lameri Maggio 2017

Il capitolo V dell’Istruzione Musicam sacram si occupa, in pochi paragra韺� (42-46), di un ambito piuttosto vasto. Si
spazia infatti dai Sacramenti ai Sacramentali, dall’Anno liturgico alle celebrazioni della Parola di Dio, per giungere
in韺�ne ai Pii esercizi. Non intendo qui a韞�rontare tutte le questioni che possono nascere da questi ambiti, anche perché
in questi cinquant’anni esse in parte si sono ampliate, in parte hanno trovato linee condivise di soluzione, altre
ancora sono state riprese con equilibrio nella pubblicazione dei rispettivi libri liturgici o in altri documenti del
magistero, specie a livello di Conferenze Episcopali.
In questo contributo preferisco so韞�ermarmi su alcune a韞�ermazioni contenute nell’Istruzione, mostrandone lo
sviluppo nel successivo magistero.
La prima a韞�ermazione è posta nel primo paragrafo del capitolo, il n. 46. È interessante qui notare come dalla
citazione di SC 27, in cui si dichiara con chiarezza il valore comunitario-ecclesiale di ogni celebrazione liturgica, si
giunga ad a韞�ermare l’importanza del canto. Un legame che viene espresso in termini decisi: «ne consegue
necessariamente l’importanza da attribuire al canto». In questo contesto l’importanza da attribuire al canto è legata
alla sua innata capacità di “unire” e quindi di «manifestare l’aspetto ecclesiale della celebrazione». Il Catechismo
della Chiesa Cattolica infatti indica nell’assemblea liturgica il soggetto della celebrazione: «È tutta la comunità, il corpo
di Cristo unito al suo Capo, che celebra» (n. 1140) e più precisamente «L’assemblea che celebra è la comunità dei
battezzati» (n. 1141). La tota communitas, unita al suo Capo, soggetto della celebrazione dei sacramenti, si manifesta
dunque nella celebrans congregatio. Joseph Ratzinger osserva a questo proposito che il senso originario della parola
ecclesia è “assemblea”:

new.psallite.net Pag. 27
«Il luogo vero dell’esistenza della Chiesa non è una qualche La seconda a韞�ermazione su cui desidero rivolgere
burocrazia, nemmeno l’attività di un gruppo che dichiara di l’attenzione si trova nel paragrafo 43. In esso il
essere la “base”, ma “l’assemblea”.  Essa è Chiesa in atto riferimento al canto è di natura pastorale. Si dice infatti
[…]. Più esattamente: il contenuto dell’assemblea è che la solennità del rito, creata dal canto, contribuisce
l’accoglienza della parola di Dio, che culmina nel memoriale «ad una maggiore e韉�cacia pastorale».
della morte di Gesù, in un memoriale che realizza la sua
presenza e signiᚨca missione. Risulta da ciò che ogni Nel paragrafo vengono citate a titolo esempli韺�cato
assemblea è interamente Chiesa, poiché il Corpo del Signore alcune celebrazioni particolarmente importanti nella
non può che essere ogni volta tutto e la parola di Dio a sua vita di una comunità parrocchiale. 
volta non può che essere tutta. Ne risulta però, allo stesso
tempo, che la singola assemblea, la singola comunità, Tra di esse troviamo elencate esplicitamente quelle del
rimane Chiesa soltanto se essa è nel tutto, nell’unità con le Matrimonio e delle Esequie. Mi so韞�ermo su queste due
altre» (J. Ratzinger, Sacriᚨcio, sacramento e sacerdozio celebrazioni non solo perché, dal punto di vista
nello sviluppo della Chiesa, in Annunciatori della Parola e dell’esperienza umana sono particolarmente
servitori della vostra gioia, Libreria Editrice Vaticana, signi韺�cative, ma anche perché alle note controversie,
Città del Vaticano 2013, p. 82). polemiche, decretazioni di vescovi diocesani, oggi si
aggiunge un segnale di non trascurabile importanza
Il canto dunque si pone a servizio dell’unità contenuto nelle seconde edizioni in lingua italiana dei
dell’assemblea liturgica e al tempo stesso attiva questa due rituali. Il Rito del Matrimonio (4 ottobre 2004)
unità. L’Ordinamento generale del Messale Romano dirà contiene un’appendice intitolata «Melodie per il Rito
infatti che il canto, come segno della gioia del cuore, è del Matrimonio» nella quale vengono proposti non
linguaggio che contribuisce a dare senso all’essere “canti” da inserire nella celebrazione, ma suggerite
radunati in assemblea, perché il cantare è proprio di chi melodie per cantare i testi propri del Rito. È un
ama (n. 39) e favorisce l’unione dei fedeli riuniti (n. tentativo che cerca, anche se timidamente, di dar
47). seguito all’indicazione del n. 30 delle Premesse
generali: «I canti da eseguire siano adatti al rito del
Matrimonio ed esprimano la fede della Chiesa, in modo
particolare si dia importanza al canto del salmo
responsoriale nella liturgia della Parola».

new.psallite.net Pag. 28
Analoga appendice è presente anche nel Lezionario del Rito del Matrimonio e propone ritornelli per il canto del salmo
responsoriale. Il segnale, forse non sempre colto e raccolto da pastori e musicisti, appare importante e richiama tutti
al valore del canto dei testi propri del rito proprio in ordine alla sua solennità e soprattutto della sua e韉�cacia
pastorale, perché in questo modo davvero si esprime la fede della Chiesa e non il gusto e la sensibilità dei singoli. La
liturgia infatti, come a韞�erma Romano Guardini, non dice mai “io”, ma sempre “noi”.

Scelta simile si trova anche nella seconda edizione italiana del Rito delle Esequie (2 novembre 2011), che propone
un’appendice molto più abbondante rispetto a quella del Rito del Matrimonio (circa 60 pagine) e arricchita da una
introduzione nella quale non solo sono contenute indicazioni tecniche per l’esecuzione di salmi, responsori e
antifone, ma si rende anche ragione del valore e dell’importanza del canto nella celebrazione esequiale: «Anche nella
celebrazione delle esequie il canto riveste una particolare importanza: può aiutare ad esprimere il dolore di fronte alla
morte, la speranza che anima la vita del cristiano, la consolazione della fede. Proprio per questi motivi, per quanto è
possibile, è bene che le esequie siano celebrate con il canto» (n. 1). 

La terza a韞�ermazione riguarda il valore del canto nei pii esercizi, dove se ne riconosce l’e韉�cacia nell’alimentare la
pietà dei fedeli (n. 46). Il testo allude all’invito, contenuto in SC 118, a promuovere con impegno il canto religioso
popolare in modo che i fedeli possano far sentire le loro voci. È interessante qui notare come l’idea abbia trovato
conferma e sviluppo nel Direttorio su pietà popolare e liturgia, nel quale si riconosce il canto come espressione naturale
dell’anima di un popolo e, proprio per questo, si raccomanda di conservare l’eredità dei canti ricevuti dalla tradizione,
coniugandola con il sentire biblico ed ecclesiale (n. 17).

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Lo stesso Direttorio si spinge poi oltre, riconoscendo, con prudenza ed equilibrio, il valore del movimento del corpo
associato al canto: «Il canto si associa istintivamente presso alcuni popoli col battito delle mani, il movimento del
corpo e passi di danza. Tali forme di esprimere il sentire interiore fanno parte delle tradizioni popolari, specie in
occasione delle feste dei santi Patroni; è chiaro che devono essere manifestazioni di vera preghiera comune e non
semplicemente spettacolo» (n. 17). Tornando alla nostra Istruzione notiamo in韺�ne che la conclusione del cap. V
segnala la possibilità di utilizzare nelle celebrazioni della parola di Dio e nei pii esercizi «alcune opere musicali le
quali, benché non abbiano più posto nella liturgia, possono tuttavia nutrire lo spirito religioso e favorire la
meditazione dei misteri sacri» (n. 46). Le grandi opere musicali della secolare tradizione della Chiesa possono trovare
quindi una loro collocazione anche all’interno di alcune celebrazioni, non solo in concerti. A questo proposito a
conclusione di queste brevi ri韺�essioni segnalo come interessante il fatto che la Congregazione per il Culto Divino nella
sua lettera circolare sui Concerti nelle Chiese (5 novembre 1987), assimila signi韺�cativamente ai pii esercizi quelle forme
di esecuzione denominate “concerti spirituali”, «tali perché la musica eseguita in essi può considerarsi religiosa, per
il tema che essa tratta, per i testi che le melodie rivestono, per l’ambito in cui tali esecuzioni avvengono. Essi possono
comportare, in alcuni casi, letture, preghiere e silenzi. Per questa loro caratteristica possono essere assimilati a un
“pio esercizio”» (n. 2).

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musicam sacram

Capitolo VI: Quale lingua usare nelle


azioni liturgiche celebrate in canto
Graziano Ghisolfi Maggio 2017

E come conservare il patrimonio di musica sacra

Il capitolo VI dell'Istruzione "Musicam Sacram" (n. 47- Per fugare ogni dubbio sulle scelte fatte, i motivi di tale
53) a힠�ronta il tema della lingua da usarsi nelle cambiamento vengono di nuovo ribaditi da Papa Paolo
celebrazioni liturgiche e, di conseguenza, del problema VI nel discorso proferito davanti al "Consilium ad
di come conservare il grande patrimonio della musica Exequendam Constitutionem De Sacra Liturgia"
sacra. (l'organismo che aveva redatto l'Istruzione), ricevuto in
udienza il 19 aprile 1967: «La conservazione della lingua
Appare subito chiaro che il testo in questione cerca di latina nella liturgia; questione questa degna certamente
muoversi con discrezione ed equilibrio tra due fronti d’ogni attenzione, ma non risolubile in senso contrario al
opposti: quello dei custodi della tradizione che cercano grande principio, riaᤄermato dal Concilio, della
di mantenere l'uso della lingua latina («A norma della intelligibilità, a livello di popolo, della preghiera liturgica,
Costituzione sulla sacra Liturgia, l’uso della lingua latina, non che a quell’altro principio, oggi rivendicato dalla cultura
salvo diritti particolari, venga conservato nei riti della collettività, di poter esprimere i propri sentimenti, più
latini»n.47) e quello dei fautori dell'innovazione («Dato profondi e più sinceri, in linguaggio vivo».
però che non di rado l’uso della lingua volgare può riuscire di
grande utilità per il popolo, spetta alla competente autorità Dopo queste a힠�ermazioni potrebbe sembrare che, al di
ecclesiastica territoriale, decidere circa l’adozione e la misura là delle dichiarazioni iniziali («l’uso della lingua latina
della lingua volgare ... venga conservato nei riti latini»), l'uso della lingua viva
rimanga l'unica possibilità ammessa dalla Liturgia.
Perciò, nel pieno rispetto di queste norme, si  sceglierà la
forma di partecipazione che meglio risponde alle possibilità
di ciascuna assemblea» n.47).

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Non è così. La lingua latina, o meglio, i canti in lingua
latina possono ancora svolgere una funzione
importante nelle nostre celebrazioni.

Un Credo III gregoriano, solo per fare un esempio, può


essere, in certi casi, l'unica possibilità concreta
percorribile quando emerge la necessità di cantare
insieme la professione di fede in un contesto di
assemblea multilingue. La strada del latino è
certamente la più facile da utilizzare in contesti
internazionali: pensiamo solo al repertorio del
Santuario di Lourdes o a quello della comunità di Taizé.
Potrebbe sembrare un  fatto strettamente funzionale,
ma in queste occasioni si apprezza moltissimo la
risorsa del latino come lingua u힁�ciale della Chiesa.

Non possiamo dimenticare, allora, quanto prescrive


l'Istruzione al n. 50: «Nelle azioni liturgiche in canto
celebrate in lingua latina:
a) Al canto gregoriano, come canto proprio della liturgia
romana, si riservi, a parità di condizioni, il primo posto. Le
melodie esistenti nelle edizioni tipiche si usino nel modo più
opportuno».

Il canto gregoriano rimane tuttora il frutto più alto del


grande patrimonio di musica sacra che ci è stato
tramandato nella storia della Chiesa. Questo repertorio
ci ha fornito non solo un'immensa miniera di melodie
che coprono tutti i momenti dell'anno liturgico, ma è
stato in grado di trovare per essi i testi più adatti, più
confacenti e più teologicamente corretti. Non per nulla,   Non tutti capiranno immediatamente i testi, ma la
ancora oggi, il "Graduale Romanum" è il punto di musica sacra non è solo testo. Oltretutto, con i mezzi
riferimento normativo per la scelta dei testi giusti nelle che abbiamo oggi (riempiamo le nostre assemblee di
celebrazioni eucaristiche. foglietti per seguire meglio le celebrazioni) nulla vieta
di dedicare qualche spazio alle traduzioni dei canti.
In alcune occasioni, poi, ho l'impressione (capisco che
questo ragionamento è un punto di vista strettamente Cito solo un piccolo aneddoto che mi ha fatto pensare:
personale) che possa dare quel qualcosa di più che il una domenica mattina, mentre passavo davanti ai
testo in lingua viva non riesce ad imprimere. Penso alle banchi della navata centrale della mia Cattedrale per
liturgie dei "Tempi Forti", alla Quaresima soprattutto. portarmi in presbiterio a preparare il messale per la
In questi momenti può giovare grandemente un Messa che avrei presieduto appena dopo, mi ferma una
repertorio come quello gregoriano che richiama vecchietta appostata nel primo banco.
immediatamente all'essenzialità musicale e
all'austerità.

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Pensavo fosse la solita scocciatura, invece, tutta felice,
mi fa i complimenti e mi porge i suoi ringraziamenti
perché la domenica precedente avevamo cantato le
"orazioni" in latino. Questo le era piaciuto molto e
l'aveva aiutata a pregare e a partecipare più
intensamente. Avevamo cantato, infatti, delle semplici
antifone con salmo ricavate dal Graduale Simplex
(«Conviene inoltre che si prepari un’edizione che contenga
melodie più semplici, ad uso delle chiese minori» n. 50b).

L'Istruzione "Musicam Sacram" si occupa, poi, del


grande repertorio di musica sacra in lingua latina:
«Inoltre, tenendo presenti le condizioni dell’ambiente,
l’utilità pastorale dei fedeli e la natura di ogni lingua,
vedano i pastori di anime se — oltre che nelle azioni
liturgiche celebrate in latino — parti del patrimonio di
musica sacra, composta nei secoli precedenti per testi in
lingua latina, possano usarsi anche nelle celebrazioni fatte in
lingua volgare. Niente infatti impedisce che in una stessa
celebrazione si cantino alcune parti in un’altra lingua».
(n.51)

Molto probabilmente si sta pensando a tutto il


repertorio corale in latino, mettendo al primo posto la
grande polifonia classica. Una grande risorsa musicale
da non dimenticare.
Non è più il tempo delle "Messe-Concerto", dove il
primo criterio di scelta del repertorio era la bellezza di
Naturalmente l'esecuzione nella liturgia di questo
alcune composizioni. Ormai abbiamo capito che occorre
grande tesoro non può prescindere da quanto a힠�ermato
guardare prima di tutto al rito, per fare in modo che
dalla stessa Istruzione nei primi paragra힐�: «Nello
ogni singola parte sia vissuta nel miglior modo
scegliere il genere di musica sacra, sia per la «schola
possibile. Anche in quest'ottica c'è spazio per il
cantorum» che per i fedeli, si tenga conto delle possibilità di
repertorio del passato, che va sempre più recuperato e
coloro che devono cantare. La Chiesa non esclude dalle azioni
valorizzato.
liturgiche nessun genere di musica sacra, purché corrisponda
allo spirito dell’azione liturgica e alla natura delle singole
Non è detto che l'assemblea debba cantare sempre
parti, e non impedisca una giusta partecipazione dei fedeli»
tutto. Ci sono dei momenti in cui è importante l'apporto
(n.9).
festoso di un bel mottetto, con una veste musicale che
parla molto di più di tanti nostri testi attuali.
E ancora, poco più avanti: «Si tenga presente che la vera
solennità di un’azione liturgica dipende non tanto dalla
forma più ricca del canto e dall’apparato più fastoso delle
cerimonie, quanto piuttosto dal modo degno e religioso della
celebrazione, che tiene conto dell’integrità dell’azione
liturgica, dell’esecuzione cioè di tutte le sue parti, secondo la
loro natura».(n.11)

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musicam sacram

Capitolo VII: La preparazione delle


melodie per i testi in lingua volgare
Antonio Parisi Maggio 2017

“Forniteci testi da musicare”, è il ritornello che tanti musicisti rivolgono ai vari responsabili della liturgia e della musica
sacra. Mancano testi in italiano da mettere in musica. È un’operazione che da tanto tempo richiedeva il nostro caro
don Felice Rainoldi, ma non è stato ascoltato. Prima delle melodie, era necessario avere una raccolta di testi liturgici
che fossero ᣀnalizzati alle varie celebrazioni cantate. Fin dalla Costituzione Conciliare Sacrosanctum Concilium, si
auspicava che “i testi destinati al canto sacro siano conformi alla dottrina cattolica, anzi siano presi di preferenza
dalla Sacra Scrittura e dalle fonti liturgiche” (SC, 121). Naturalmente si tratta di testi non dell’Ordinario, ma del
Proprio delle varie festività e domeniche dell’Anno Liturgico; sono i canti che devono accompagnare un rito: ingresso,
oᢈertorio, comunione e ᣀnale (quest’ultimo canto non previsto, ma neppure è proibito eseguirlo).
Musicam Sacram al numero 54 invitava gli esperti alla fedeltà al testo latino da tradurre e l’adattabilità al canto, con
una attenzione particolare alla natura e alle leggi di ciascuna lingua e tenendo in giusto conto l’indole e le
caratteristiche di ciascun popolo. In una parola, forse non più di moda oggi, l’inculturazione, cioè incarnare il Vangelo
nelle culture autoctone ed insieme l’introduzione di esse nella vita della Chiesa (Papa san Giovanni Paolo II, enciclica
Slavorum Apostoli, 1985).

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Lo stesso numero di MS invitava l’autorità territoriale
competente a “stabilire se un testo in lingua volgare,
tramandato dal passato, e legato ad una melodia, possa
essere usato anche quando non concordi
completamente con la versione dei testi liturgici
legittimamente approvati”. Questa raccomandazione è
purtroppo caduta nel vuoto. Per cui sono stati introdotti
nella liturgia cantata testi prosaici, dolciastro-
sentimentali, individualisti-pietistici; invece i testi
devono essere teologicamente precisi, ritualmente
pertinenti e funzionali, inᣀne “atti a ricevere una veste
melodica, secondo la diversità delle situazioni in cui
verranno utilizzati (inno, acclamazione…); il che esige
dal testo diᢈerenti e speciᣀche strutture ritmiche,
metriche, formali” (Felice Rainoldi).

La produzione di un testo richiede una competenza


speciᣀca e una attenzione a molteplici problemi di
carattere linguistico, contenutistico, musicale,
pastorale. Qual è il testo più appropriato ad un solista,
ad un coro, ad un’assemblea? Come trattare un salmo
destinato ad una salmodia salmodiante, o ad un canto
corale o alla proclamazione? Alcuni testi utilizzano
licenze letterarie, accentuazioni variate, diᢈerenze
ritmiche tra una strofa e l’altra; cose lecite quando sono
destinate ad una recitazione, diᢠcili da applicarsi ad
Per la terza edizione del Messale, partendo dalle
una esecuzione cantata.
melodie già inserite nel Messale dell’83, un gruppo di
musicisti nominati dalla segreteria generale della Cei,
In questi 50 anni di riforma liturgica, sono stati creati
ha lavorato ad ampliare quelle melodie per tutte e
in italiano testi di buona fattura; il Repertorio
quattro le preghiere eucaristiche. Praticamente,
Nazionale di canti approvato dalla CEI, comprende
assecondando la terza editio tipica, sarà possibile cantare
parecchi testi buoni e musicalmente apprezzabili. Ma, a
tutta la Messa dall’inizio ᣀno alla ᣀne della
mio giudizio, bisogna ancora investire energie per
celebrazione. Naturalmente il lavoro musicale deve
creare un corpus di testi liturgicamente e musicalmente
essere ancora approvato dall’assemblea generale dei
idonei.
vescovi. Col nuovo messale si avrà a disposizione un
buon corredo musicale che renderà la partecipazione
I numeri 56 e 57 fanno riferimento alle melodie e toni
dei fedeli più piena, attiva e consapevole, così come
uᢠciali. L’edizione del 1983 del Messale Romano
auspicava Sacrosanctum Concilium.
comprende due melodie, l’una di nuova composizione e
l’altra che richiama gli stilemi gregoriani. Sono melodie
Il numero 59 richiama l’impegno dei compositori.
semplici che il sacerdote e i vari ministri possono
Studiare e conoscere la tradizione musicale che ha
eseguire senza alcuna diᢠcoltà.
donato alla Chiesa un vero patrimonio per il culto
divino, ma considerare anche le nuove esigenze della
sacra Liturgia, così che “le nuove forme risultino come
uno sviluppo organico di quelle già esistenti”. 

È la regola del Nova et Vetera; ogni generazione non può


fare tabula rasa della propria storia e della propria
tradizione, come pure non può adagiarsi nella staticità
di un culto archeologico.

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La celebrazione non è né un museo, né una accademia In conclusione, lancio un appello ai responsabili
musicale, ma è una realtà viva che si sviluppa musicali perché aᢈrontino questo argomento
continuamente in un divenire progressivo. L’amore alla importante per lo sviluppo del canto sacro all’interno
tradizione ci fa vivere la contemporaneità con della chiesa italiana. Riprendere in mano il Repertorio
responsabilità e proiettati verso la gloria ᣀnale.  Nazionale per aggiornarlo e ampliarlo; proseguire nella
formazione degli operatori musicali delle varie Diocesi
Come allora giudicare le tante composizioni e le italiane; l’educazione musicale nei Seminari; sostenere
rispettive realizzazioni di gruppi giovanili e movimenti e incentivare varie pubblicazioni di canti per la liturgia,
vari che producono in continuazione canti liturgici alla scoperta di nuovi autori e compositori. Occorre un
scorretti, inadatti, che occhieggiano alla canzone del progetto nazionale che si faccia carico di una seria
momento? Testi e melodie privi di aᢠato sacro, di programmazione liturgico-musicale. Faccio mio
pertinenza rituale , di eᢈettiva cantabilità per le nostre l’auspicio di don Felice Rainoldi “la Chiesa, nella sua
assemblee?  Perché si permette che vengano inserite cattolicità, dovrà apparire un mondiale (anzi
nella liturgia testi e musiche non vagliate da esperti, universale) tessuto polifonico e sinfonico, diretto dallo
non approvate da una commissione ad hoc istituita, che Spirito della Pentecoste”.
portano il timbro della improvvisazione e del
pressapochismo? Come pure, d’altra parte, in che modo
giudicare la produzione di canti che ricalcano modelli
del passato ormai superati e non attuali, sia nel
linguaggio musicale e sia per quanto riguarda una vera
partecipazione delle nostre assemblee?  Scrivere un
mottetto alla maniera di Palestrina o di Perosi è segno
di novità e di ricerca di un nuovo stile, o non
rappresenta un modo stanco e debole  di guardare al
passato? Perché allora non prendere l’originale invece
delle copie?

La cura del repertorio musicale da inserire nelle


celebrazioni è un problema serio e importante, da non
lasciare al caso o alla libera determinazione del singolo
musicista; quel canto è un segno della fede e della
preghiera della chiesa riunita ed è l’autorità
ecclesiastica che deve avere cura e preoccuparsi del suo
utilizzo e inserimento appropriato nella celebrazione.

Qualche parola sul numero 60 che parla degli


esperimenti liturgici. Non è serio fare dei tentativi che
sono contrari “alla santità del luogo, alla dignità
dell’azione liturgica e alla pietà dei fedeli”. Anche il
canto deve essere rispettoso del luogo, dell’azione
liturgica e delle persone. Il canto non deve sconcertare
nessuno, cioè mettere fuori concerto qualcuno. Occorre
perciò una solida preparazione per scegliere il canto più
adatto e appropriato all’azione liturgica; ogni canto
nuovo è sempre un tentativo ed una scommessa che si
può vincere o perdere.

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musicam sacram

Capitolo VIII: La musica sacra


strumentale
Gian Vito Tannoia Maggio 2017

Articolo 62. Legittimità degli strumenti nel culto

62. Gli strumenti musicali possono essere di grande utilità nelle sacre celebrazioni, sia che accompagnino il canto sia che si
suonino soli. «Nella Chiesa latina si abbia in grande onore l'organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in
grado di aggiungere una notevole grandiosa solennità alle cerimonie della Chiesa e di elevare potentemente gli animi a Dio e
alle cose celesti.

Altri strumenti, poi, si possono ammettere nel culto divino, a giudizio e con il consenso della competente autorità ecclesiastica
territoriale, purché siano adatti alI'uso sacro o vi si possano adattare, convengano alla dignità del luogo sacro e favoriscano
veramente l'ediꖉ�cazione dei fedeli» (43).

Negli articoli precedenti della Istruzione è emerso più volte il taglio preferenziale della dimensione ministeriale,
evitando saggiamente attribuzioni di “sacralità” agli strumenti musicali. Tale de鵌�nizione di munus-servizio,
all'interno dell'assemblea-comunità-celebrante, che compirebbe lo strumentista (persona), perché si realizzi,
richiede a garanzia l'esigenza di una vita cristiana pienamente vissuta che accompagni la pur necessaria valentìa
artistica e tecnico-strumentale.

“Elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti” richiama inequivocabilmente questo tipo di responsabilità a
tutti gli strumentisti coinvolti nell'azione liturgica, anche se MS 62 attribuisce all'organo a canne un particolare onore
(riprendendo letteralmente SC 120). Un apprezzamento, per la verità, che non va oltre il generico “suono dell'organo”.
Mentre le molteplici potenzialità foniche che compongono questo strumento musicale meriterebbero una ulteriore e
speci鵌�ca valorizzazione a livello sia organologico (tecnica) che liturgico (forme di gestualità e signi鵌�cati).

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Ma in questo senso  tutti gli strumenti musicali, oltre
all'organo, sono incoraggiati a servire l'azione liturgica
se rispettosi di ciò che si intende realizzare (livello
comunicativo e orante). In alcuni casi essi, fungendo da
“segnale”, danno un apporto alla “verità” del
signi鵌�cato segnico del gesto liturgico-musicale; ad
esempio: gli ottoni sottolineeranno meglio le
acclamazioni con forte impatto emotivo (Alleluia, Inni
processionali e rituali), così come uno strumento a
corde pizzicate è di grande aiuto nell'accompagnamento
salmodico (meglio se in ambienti piccoli e raccolti); gli
strumenti a percussione, complessi dal punto di vista
tecnico  e spesso suonati male con approssimazione e
super鵌�cialità, andrebbero meglio inseriti nel contesto
liturgico quando le esigenze liturgico-musicali lo
esigeranno, in base alle caratteristiche loro peculiari.

Nel tempo  il percorso, diciamo così, di riappropriazione


da parte degli strumenti musicali nell'azione liturgica,
è stato graduale e discontinuo. Dapprima largamente
utilizzati nel culto ebraico (cf. G. Ravasi, Il canto della
rana. Musica e Teologia nella Bibbia, Casale Monferrato
1990), poi vietati nei primi tempi del cristianesimo
(epoca del “canto monodico”), sino al riconoscimento Tutti gli strumenti musicali ammessi al culto divino, si usino

di essi “di grande utilità”, in riferimento alla duplice in modo da rispondere alle esigenze dell'azione sacra e

competenza di accompagnamento del canto e di uso servire al decoro del culto divino e alla ediꖉ�cazione dei fedeli.

solistico.
Il “si deve” che auspica il n. 63 dell'Istruzione ci

Nell'attualità, sulla scia di MS, si vengono ad aprire sembra pastoralmente rilevante. L'indole e le tradizioni

nuove prospettive, da tenere in considerazione, dei popoli, variando nel tempo e nello spazio, portano

prospettate dai progressi dell'elettronica e dalla con e dentro di sé signi鵌�cati e valori che in de鵌�nitiva

creazione di nuovi strumenti musicali, ma anche dalla aiutano gli uomini e le popolazioni ad esprimere

spazialità delle nuove Chiese con relative acustiche e realisticamente la propria fede, entrando in sincera e

sonorizzazioni ambientali (piccole-medie-grandi- schietta relazione con il Dio della salvezza. Ma il

molto grandi), sino alle celebrazioni che si svolgono rispetto culturale non guarda musicalmente solo la

all'aperto. Il discernimento rimane aᧁ�dato all'autorità diversità geogra鵌�ca bensì anche la sensibilità e

ecclesiale che, dal punto di vista tecnico e organologico, l'approccio musicale dovuto alla di�erenza di età

deve sempre più avvalersi della consulenza di colla- (ragazzi, giovani, adulti, anziani). Ambiti meritevoli di

boratori competenti e illuminati. studio e ulteriore approfondimento.

Articolo 63. Precisazioni «restrittive» Pensiamo che il termine musica “profana” vada, in
questo contesto, interpretato piuttosto che nel

63. Nel permettere l'uso degli strumenti musicali e nella loro signi鵌�cato sociologico (Durkheim riconosceva la

utilizzazione si deve tener conto dell'indole e delle tradizioni contrapposizione dualistica sacro-profano secondo una

dei singoli popoli. spiegazione riduzionista biologico-psicologica), nel


signi鵌�cato spirituale del termine, cioè di ciò che

Tuttavia gli strumenti che, secondo il giudizio e l'uso “rimane fuori” (dalla relazione con Dio), creando una

comune, sono propri della musica profana, siano tenuti mancanza di autenticità nella preghiera.

completamente al di fuori di ogni azione liturgica e dai pii e


sacri esercizi (44).

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L'ipocrisia potrebbe essere un esempio di “profanità”, Articolo 64. L'accompagnamento strumentale
quindi di idolatria, che si realizzerebbe anche attraverso
un uso decontestualizzato degli “oggetti sacri”, come il Il primo requisito di un buon accompagnamento del
vitello d'oro che realizzò Aronne (fu un grande successo canto è quello della discrezione (cf. anche OGMR 12 e
pastorale). Anche il musicista liturgico è previamente OGMR 18), come suggeriscono i verbi iniziali di questo
chiamato a puri鵌�care il proprio cuore dalle articolo 64: accompagnare, sostenere, facilitare, rendere
intemperanze, dagli eccessi, dagli usi smodati, più profonda. Ma perché ciò si realizzi non si dovrà
accettando l'assunto che il proprio strumento può trascurare il lavoro di regia (sorta di intelligente
rivelare potenzialità espressive atte alla comunicabilità orchestrazione previa). È evidente che tutto si gioca
delle varie forme di preghiera. Non philautia, amore sulla relazionalità, valutando di�erenti situazioni e
“smodato per sé stessi” (narcisistico ripiegamento), soggetti (il canto, le voci, la partecipazione, l'unità
che può insinuarsi nel cuore dell'organista, dello dell'assemblea).
strumentista o dell'animatore liturgico, minacciando la
serietà del rapporto con Dio, bensì aiuto alla preghiera Nel servizio di accompagnamento del canto
sincera dell'intera comunità cristiana che celebra. C'è dell'assemblea si dovrà tenere conto di dinamiche
però anche da sottolineare che il professionismo, in sé, complesse: la tendenza a rallentare (risolvendo
non è costituito, senza eccezioni, sempre e soltanto, da precedendola quasi impercettibilente, per stimolarla a
freddo tecnicismo e mancanza di fede. riprendere il giusto tempo), nonché, con spigliata
dimestichezza, prestare attenzione a:
La strada da seguire è quella del riconoscere i carismi,
dono di Cristo all'amata Chiesa, che si riuniscono e 1) L'attacco del canto (facendo ascoltare la nota iniziale,
“preparano” l'evento-Cristo, sempre nuovo nell'azione eventualmente sostenuta dal corrispondente accordo,
liturgica, in varie ed articolate fasi. La preparazione unitamente alla rappresentazione della traduzione
(remota) di una celebrazione, anche per gli sonora del “gesto sonoro”, immagine del movimento
strumentisti, va svolta in un giorno diverso da quello in dell'animatore del canto);
cui si celebra, cercando di organizzare al meglio i vari
interventi musicali (regia celebrativa), prendendo 2) La conclusione del canto (in perfetta sincronia);
consapevolezza di eventuali limiti dell'insieme (vocali e
strumentali), a�rontando le eventuali divergenze di 3) La tipologia del sistema di scrittura (soprattutto se
interpretazione musicale o liturgica (normali quando si un canto non è stato pensato originariamente per lo/gli
lavora “in collaborazione”) nel reciproco rispetto. In strumento/i in uso. È necessario soprattutto evitare
questa fase andrebbero stabiliti, tra gli animatori, le situazioni di “vuoto armonico”).
modalità di intesa (attacchi e conclusione del canto,
andamento, cambi di tempo, proporzioni sonore). La scelta sonora pertinente rispetta prima di tutto le
foniche a disposizione (tipo di organo con i registri che
Ad essa segue sempre un'altra tipologia di preparazione lo caratterizzano, eventuali altri strumenti) e le
(prossima), immediatamente precedente l'inizio della competenze a disposizione del servizio ministeriale,
celebrazione, coinvolgendo nell'insieme anche la stessa arte che si impara e si perfeziona con l'esperienza e con
assemblea ormai riunita e pronta ad “entrare” nella il diuturno contatto musicale con gli animatori.
preghiera liturgica cantata. L'esperienza insegna che è richiesto a volte il raddoppio
della linea melodica del canto, oppure la scansione più
chiara delle parti armoniche (accentuazione). Non
mancherà la situazione opposta di vedersi costretti a
correggere eccessi di entusiasmo di un'assemblea
abituata al canto.

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Per quanto riguarda i ministri o lo stesso sacerdote Così come l'organista cambia completamente il proprio
celebrante che presiede la preghiera liturgica, la nota intervento musicale se suona insieme a una chitarra
d'intonazione servirà a facilitare la risposta seguente (strumento a corde pizzicate) o a un'arpa, piuttosto che
dell'assemblea (l'istruzione consiglia esplicitamente di con i timpani oppure con strumenti a percussione
non accompagnare musicalmente il celebrante, ma se “leggeri”, diminuendo proporzionatamente la
dovesse presentarsi la “necessità” di farlo? E se un “presenza sonora”, oppure riformulando la propria
accompagnamento estremamente accorto e attento parte, utilizzando ad hoc le risorse a disposizione (ad
potesse invece, al contrario, far risaltare la voce e il esempio ai manuali accordi tenuti o note lunghe,
testo?). oppure con una maggior profondità del pedale), se
Un accompagnamento sobrio al solista prevede invece necessario, in favore di un impasto strumentale
registri organistici di 8' oppure di 8' e 4' sul secondo armonico e chiaro che valorizzi il ruolo di ciascuno
manuale, in modo da preparare una registrazione più strumento.
corposa per l'eventuale risposta (tutti gli 8' e i 4' con
almeno un 2'). Stesse proporzioni se si accompagna un Le di�erenti forme liturgico-musicali necessiterebbero
coro, avendo però cura di distinguere la situazione di di altrettanti attenzioni musicali. Ad esempio, la forma
voci in polifonia  (l'organo dovrà rimanere in netto dell'inno stro鵌�co, con o senza ritornello, prevede una
secondo piano per permettere una maggiore presenza strumentale diversi鵌�cata il più possibile nelle
intelligibilità delle parti vocali per non parti: in crescendo, proponendo piani sonori
sovrapporsi) oppure sostenendo l'architettura armonica progressivi (variando i registri organistici oppure
del canto (maggiore presenza in termini di sonorità, inserimento graduale di strumenti), in crescendo o in
magari quelle più chiare come il principale 8' e/o gli alternanza. Nelle forme litaniche e nelle suppliche, gli
armonici della stessa famiglia). Nell'uso degli strumenti strumenti e lo stesso organo intervengono con molta
si escludi l'uso di suonare “sempre” e/o “tutti discrezione evitando inutili primi piani e quasi
insieme”. Ogni strumento va valorizzato per le “scomparendo” facendosi … dimenticare.
peculiarità che lo contraddistinguono.

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Ma se troppo lunghe, si rendono necessari alcuni accorgimenti che valorizzino lo stesso modello melodico ripetuto
attraverso variazioni improvvisate (melodicamente o armonicamente) e cambi di registri organistici, nonché
l'utilizzazione o meno di strumenti. Al contrario, le acclamazioni corte (amen, tuo è il regno), medie (alleluia), e lunghe
(Gloria, Santo) richiedono una sonorità poderosa, incisiva, che spinga l'assemblea a un intervento convinto e assertivo.

Articolo 65. Tipi di intervento strumentale

65. Nelle Messe cantate o lette si può usare l'organo, o altro strumento legittimamente permesso per accompagnare il canto della
«Schola cantorum» e dei fedeli;  gli stessi strumenti musicali, soli, possono suonarsi all'inizio, prima che il sacerdote si rechi
all'altare, all'o杉�ertorio, alla comunione e al termine della Messa. La stessa norma vale, fatte le debite applicazioni, anche per le
altre azioni sacre.

L'organo o, in alternativa, un altro strumento opportunamente suonato, ovvero suonati insieme, oltre che
accompagnare la Schola cantorum e l'Assemblea, possono integrarsi in particolari momenti liturgici:
- Prima che il sacerdote si rechi all'altare (preludiare): da solista oppure prima dell'inizio di un canto. Nel primo caso si
può variare da una breve introduzione di poche battute sino ad un intrattenimento musicale. Nel secondo caso lo
scopo è pratico perché permetterebbe di impostare la tonalità, il ritmo e l'andamento. Liturgicamente è, questo, un
momento molto importante perché gli strumentisti compirebbero il servizio di accoglienza, attraverso l'ambiente
opportunamente insonorizzato e preparato “climaticamente” (il fedele che entra in chiesa distratto o turbato dalle
preoccupazioni del vivere quotidiano, ha bisogno di essere aiutato a cambiare la disposizione interiore. Ma anche si
tratta di favorire il formarsi dell'assemblea per prepararsi all'inizio prossimo della preghiera liturgica);
- Alla Presentazione dei doni (sarebbe interessante proporre un brano di assolo strumentale. Ci troviamo in una fase di
passaggio dalla liturgia della Parola alla liturgia Eucaristica);
- Alla Comunione (l’eventuale brano strumentale, sostitutivo del canto, dovrebbe sottolineare e favorire il momento
processionale, quindi “di movimento”). Può andare anche bene un brano opportunamente scelto dal repertorio
organistico (al termine della Messa, di carattere festivo, eventualmente seguito o collegato a un postludio).

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La prassi della musica solistica strumentale e della Articolo 67. Quali힐�cazione professionale dei musicisti
musica di sottofondo (a un testo ovvero al silenzio),
sono richiesti necessariamente anche in contesti 67. È indispensabile che gli organisti e gli altri musicisti,
liturgici di pari importanza come: oltre a possedere un'adeguata perizia nell'usare il loro
strumento, conoscano e penetrino intimamente lo spirito
- L'accoglienza del lezionario o dell’evangeliario: della sacra liturgia in modo che, anche dovendo
l’organo e/o altri strumenti sostengono con improvvisare, assicurino il decoro della sacra celebrazione,
registrazione forte e solenne tutto il momento facendo secondo la vera natura delle sue varie parti, e favoriscano la
sì che non si vengano a creare momenti di “vuoto” partecipazione dei fedeli (45).
sonoro.
La perentorietà iniziale sembra richiamare un'esigenza
- Meditazione prima o dopo l’ascolto della Parola, o oggettiva. Il servizio alla liturgia non può essere legato
dopo l’omelia, o dopo la Comunione: il suono degli al “capriccio” personale, sia pure vagamente
strumenti favorisce l’interiorizzazione, quasi un giusti鵌�cato da motivazioni senza radici.
“ritornare ad ascoltare” individualmente la Parola L'atteggiamento corretto sarebbe quello dell'ascolto
proclamata. Dopo la comunione, l’ideale sarebbe una obbediente alla Chiesa. Tutti svolgono un servizio con la
adeguata improvvisazione organistica sul tema del stessa responsabilità e dignità ministeriale in
canto. collaborazione e dialogo reciproco, nessun musicista
liturgico può sentirsene dispensato.
- Confessioni individuali nell’ambito di una
celebrazione penitenziale comunitaria: consigliabile Il termine “adeguata perizia” vuole pertanto
l’alternarsi dell’organo col canto ovvero con brani sottolineare che a ciascuno è aᧁ�data la responsabilità
eseguiti da organici strumentali di�erenziati. Qualora si di prepararsi nel migliore dei modi proporzionatamente
disponesse del solo organo, ogni brano dovrà (adeguatamente) alle possibilità tecniche e allo
distinguersi nel carattere e nella registrazione (facendo strumento a disposizione. È lo spirito della liturgia,
attenzione a non disturbare il ministero dei presbiteri quello interiore, spiritualmente profondo (non quello
con sonorità… invadenti). meramente formale o formalistico), secondo MS 15, che
esalta l'aderenza allo spirito dell'anno liturgico.
- Momenti di adorazione (Eucaristica, ovvero della
croce al Venerdì Santo, ecc.): il momento è Solo così la “piena partecipazione” acquista signi鵌�cato
caratterizzato dalla contemplazione. Eventuali brani in forza del battesimo ricevuto. Nella celebrazione ciò
proposti si potrebbero alternare a invocazioni cantate può anche non escludere la gratuità economica del
dall’assemblea. Non sono da escludere cuscini sonori servizio (il musicista si pone spiritualmente sullo stesso
giocati con sonorità non troppo chiare. piano di coloro che nell'assemblea cantano e celebrano
lo stesso Dio). Un ministero che, pur non valutando una
Questi momenti, comunque, prevederebbero un eventuale retribuzione (soprattutto in presenza di
intervento sonoro di durata sempre variabile. L’ideale situazioni di gravoso impegno pastorale e cultuale, da
sarebbe saper improvvisare, avendo cura di creare il valutare caso per caso), si fonda tuttavia su uno spirito
clima sonoro idoneo al signi鵌�cato del momento di dedizione che dovrebbe sorpassare regole e contratti
celebrativo. sindacali.

Articolo 66. Quando gli strumenti tacciono

66. Il suono, da solo, di questi stessi strumenti musicali non è


consentito in Avvento, in Quaresima, durante il Triduo sacro,
nelle Messe e negli uὌ�ci dei defunti.

Il commento al seguente articolo 66 dell'Istruzione MS


può essere letto nel mio saggio precedente: G. Tannoia,
Organo in Quaresima, in Psallite.net, 1 (2017).

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Si tratta di essere capaci di valorizzare “in spirito e verità” la grazia di ciascuna festa dell'anno liturgico. Lo avevano
capito bene eminenti organisti liturgici: Bach (Orgelbuchlein), Tournemire (L'Orgue mystique) e Messiaen (cicli di
composizioni dedicati a: Nativité, Ascension, Pentecote, Sainte Trinité). Essi hanno ampiamente dimostrato di conoscere
nell'intimo il signi鵌�cato teologico dei misteri liturgici. Ad esempio, per Messiaen il ruolo di organista era
strettamente legato a quello di compositore ed improvvisatore. Egli improvvisava all’organo sperimentando ciò che
poi scriveva sul pentagramma. Certamente non mancava, tra gli ascoltatori, chi rimanesse sbigottito o scandalizzato
nell’ascoltare le improvvisazioni di Messiaen durante la Liturgia, addirittura de鵌�nendole “diaboliche” (A. Copland),
con conseguente denuncia alle autorità ecclesiastiche perché non consentissero di suonare “quelle cose in chiesa”.

Ma egli, grande organista e compositore teneva saldamente stretto il rapporto tra fede, tecnica compositiva e ideali
estetici, durante il fedele servizio liturgico-musicale alla Sainte-Trinité di Parigi dal 1931 al 1992, assicurando ogni
domenica l’habitat musicale a tre messe e ai vespri, oltre a funerali e matrimoni durante la settimana.

L'antica arte dell'improvvisazione (non improvvisata), gli permetteva di creare atmosfere musicali in sintonia con il
momento liturgico, plasmando e modellando musicalmente le situazioni celebrative da un semplice collegamento di
accordi armonici (variando il più possibile e avvalendosi di modulazioni), sino alle forme musicali più complesse e
ricche di sfumature, una “summa” della musica organistica francese, dal semplice canto ornato sino alla toccata e
agli stili del Novecento, alternando brani descrittivi a meditazioni e passando da atmosfere “rarefatte ed impalpabili”
a cantabili espressivi.

Nel rivalutare le più belle melodie gregoriane negli sviluppi formali, sempre teso a rendere in musica concetti di
altissimo spessore teologico, rimaneva salda la sua consapevolezza dell’hic et nunc del mistero liturgico. Un esempio
moderno di ministerialità liturgico-musicale vissuta nella consapevolezza di una vita radicalmente cristiana (cf. Gian
Vito Tannoia, Quando la musica colora il tempo. Linguaggio musicale e fede cristiana in Olivier Messiaen, edizioni La Scala,
Noci 2017).

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musicam sacram

Capitolo IX: Le commissioni per la


promozione della musica sacra
Mariella Spada Maggio 2017

Il documento che stiamo analizzando insieme, si È bene che questa commissione si tenga in relazione non solo
conclude con questi due articoli, che ci proiettano nel con le Commissioni diocesane, ma anche con le altre
futuro della musica sacra. Al n. 68 leggiamo: “Le associazioni musicali esistenti nella regione. Lo stesso vale
Commissioni diocesane di musica sacra sono di valido aiuto anche per l’Istituto pastorale liturgico di cui si tratta nell’art.
nel promuovere in diocesi la musica sacra in accordo con 44 della Costituzione.”
l’azione liturgica pastorale. Devono perciò esistere, per
quanto è possibile, in ogni diocesi, e operare in stretta Mi piace iniziare citando mons. Felice Rainoldi riguardo
collaborazione con la Commissione liturgica. Anzi sarà l’ articolo n.68: “Si noti l'imperativo che riguarda la loro
spesso opportuno che delle due commissioni se ne formi una costituzione, possibilmente in ogni diocesi. Quando in una
sola, composta di esperti nell’una e nell’altra disciplina; ciò diocesi la commissione di musica non fosse unita, come
aiuterà a conseguire più facilmente il risultato voluto. Si sottosezione, a quella liturgica (come è auspicabile) si
raccomanda anche vivamente che più diocesi insieme impone la collaborazione strettissima, l'unità di intenti, di
costituiscano una unica Commissione, se ciò sembrerà più programmazione, di linee operative … Se necessitasse un
utile, per creare maggiore uniformità in una stessa regione e lavoro promozionale a livello di regione, le varie
collocare più fruttuosamente le forze disponibili ”. commissioni diocesane sarebbero chiamate ad associarsi e a
coordinarsi” (nota 1). La Commissione di  Musica Sacra
Al n. 69  “La Commissione liturgica, che si consiglia di “deve esistere”! Perché ancora 50 anni dopo la
istituire presso la Conferenza episcopale si interessi anche promulgazione del documento, sentiamo l’urgenza di
della musica sacra; includa perciò tra i suoi membri degli porre, agli addetti ai lavori e non, tale ri히�essione?
esperti di musica sacra.

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Perché la Commissione diocesana di musica Sacra è, e
deve essere, il cuore pulsante per l’attualizzazione della
riforma del Concilio Vaticano II (nota 2)  e in questo
caso, della formazione liturgico-musicale dei ministri
della musica e canto nelle diverse parrocchie di
ciascuna diocesi. Non è questa la sede per una veri힐�ca a
tappeto del territorio della Chiesa italiana, ma il tema
della formazione è urgente, un segnale di questo è stata
sicuramente la partecipazione ai corsi di base
dell'U힁�cio Liturgico Nazionale della CEI  (Musica
Liturgica on line), che in questi dieci anni ha supplito
alla mancanza di una formazione di base da parte di
alcune diocesi.

“La Commissione liturgica, che si consiglia di istituire presso


la Conferenza episcopale si interessi anche della musica
sacra; includa perciò tra i suoi membri degli esperti di musica
sacra” (n.69). Oltre trent’anni fa tutte le diocesi italiane
furono invitate, con una articolata proposta, a
promuovere e coordinare la formazione liturgico-
musicale (nota 3); eccone una presentazione sintetica:

Proposte per una iniziazione Liturgico-musicale a


livello diocesano:

1. Valorizzazione di momenti già esistenti (Liturgici


ed Ecclesiali )

2. Proposte di formazione (Per una Giornata- Per più


Ancora:  una competenza musicale dell'animatore
Giornate- Per Incontri articolati)
dovrebbe essere la guida del canto dell'assemblea, che è
una cosa diversa dalla direzione del coro. È diverso far
cantare un'assemblea dal far cantare un coro; sono due
3. Altre proposte (Manifestazioni, Rassegne, Concerti
pratiche diverse che richiedono tecniche diverse.
di musica religiosa, Concerti Spirituali, Recitals,
Associazione diocesana organisti e/o Direttori di coro,
Oltre al versante musicale, possiamo individuare anche
Incontri periodici di aggiornamento per gli animatori
un versante che chiamerei "ministeriale" cioè relativo
formati alla Scuola diocesana di Musica e Liturgia,
al ministero da compiere, versante che comprende una
coro diocesano, inventario di canti).
formazione liturgica e biblica per essere capaci di
valutare i progetti liturgici e i contenuti teologico-
Sia per gli esecutori che per gli animatori sicuramente
spirituali del nostri canti. Che fede cantiamo? (nota 4).
una formazione musicale, sia pur con delle di힠�erenze
secondo che si abbia a che fare con l'uno o l'altro
Un’esperienza
compito. A questa formazione deve aggiungersi
sicuramente anche una formazione liturgica perché Per più di 10 anni ho insegnato nella Scuola Diocesana
quell'oggetto che sto suonando o cantando o dirigendo è di Musica Sacra a Bologna, da cinque anni questa
un "gesto liturgico": non un abbellimento della istituzione ha chiuso i battenti non senza so힠�erenza da
cerimonia, un ornamento, un monile, non è una cosa in parte dei sacerdoti che l’avevano creata e vi avevano
più ma è qualcosa che realizza una funzione liturgica creduto fortemente più di trent’anni fa.
all'interno della celebrazione. Ecco perché non si può
suonare o cantare semplicemente delle note, senza
sapere che cosa si sta facendo liturgicamente.

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Purtroppo anche la formazione liturgico-musicale ha subìto la crisi partecipativa, com’è capitato in altri settori delle
comunità parrocchiali. Dal 2010 la Commissione Liturgica ha pensato di ‘riaccendere’ l’entusiasmo per la formazione
liturgico-musicale con quattro giornate nell’arco dell’anno, giornate nelle quali vi è una buona partecipazione. Varie
le tematiche  a힠�rontate a힁�ancate sempre dal linguaggio della musica nella sua valenza ministeriale.

Una speranza

Al di la delle di힁�coltà oggettive, sarebbe bello creare uno spazio vitale, tra Commissione Liturgica-Musica Sacra e
singole Parrocchie di ogni Diocesi, perché possa ri힐�orire, dalla base, il desiderio di bellezza per la liturgia in canto!

Note

1. Cfr F. Rainoldi in Cantare la nostra fede, ELLE DI CI 1992 P. 128-129

2. Cfr SC ai nn. 46, 115. 

3. Cfr A. Parisi “La formazione di animatori musicali nella liturgia” in Musica Liturgica ieri e oggi   Atti del 2° Convegno
Nazionale degli incaricati diocesani per la Musica Sacra- Assisi 1988, pp 48-51. Molto utile la lettura delle pagine seguenti,
sulla costituzione dell’Istituto di Musica Sacra pp. 52-68.

4. Cfr. J. Tafuri in “Una Fede da cantare”. Atti del convegno nazionale degli incaricati diocesani per la musica sacra – Loreto
 1985 pp. 73-79.

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formazione

Il Culto Eucaristico fuori della Messa


Fabio Trudu Maggio 2017

Cosa dicono i documenti della Chiesa per un sano e corretto uso di tale culto

Fino ad alcuni decenni fa l’adorazione e le devozioni Sono due i documenti magisteriali di riferimento:
eucaristiche erano molto comuni nelle parrocchie e - l’istruzione “Eucharisticum mysterium” (= EM, del
compiute con grande solennità, al punto da apparire 25 maggio 1967) 
quasi più importanti della stessa messa. Dopo un tempo -  il libro liturgico “Rito della comunione fuori della
di crisi in cui queste pratiche hanno rischiato quasi di Messa e Culto eucaristico” (= RCCE, del 21 giugno 1973,
scomparire, ultimamente vi è una loro riscoperta, pubblicato nell’edizione italiana solo nel 1979).
soprattutto della preghiera silenziosa davanti al SS.
Sacramento. La storia attesta n dall’antichità forme di adorazione
all’interno della celebrazione eucaristica, ma solo nei
Con l’espressione “culto eucaristico” si intendono tutte secoli XI-XII troviamo i primi segni di un culto
le pratiche di pietà rivolte a Cristo pre-sente nel eucaristico fuori della messa. Questa nuova devozione
sacramento dell’Eucaristia che si compiono al di fuori infatti nasce come reazione a di use eresie eucaristiche
della messa, in particolare l’esposizione con sulla presenza di Cristo nel pane e vino consacrati;
l’adorazione, la benedizione, la processione, i congressi siamo anche in un’epoca dove la comunione
eucaristici. sacramentale è divenuta sempre più rara presso i fedeli,
che invece si contentano di “vedere l’ostia”, secondo
Qui ci concentriamo principalmente sull’esposizione una dicitura comune in quei secoli.
con l’adorazione eucaristica.

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In questo contesto nasce il gesto dell’elevazione del Tra i due atti celebrativi ci dovrebbe essere continuità
pane e del vino dopo la consacrazione, come anche anche nello stile rituale, per esempio evitando che una
l’esposizione prolungata e la festa del Corpus Domini, solenne esposizione con tanto di ori, candele e incenso
quest’ultima istituita a Liegi nel 1246. Il Concilio di segua immediatamente una messa celebrata
Trento dà un grande impulso al culto eucaristico fuori “ferialmente”, magari di fretta e senza canti. Questo
della messa come a ermazione della dottrina cattolica atteggiamento è sotteso nella norma che stabilisce
sulla presenza di Cristo nelle specie consacrate. Il addirittura il numero delle candele, previste nel numero
percorso storico mostra un progressivo distacco del massimo di quattro o sei per le occasioni più solenni.
culto eucaristico dalla sua fonte che è la messa, no a Nella stessa ottica è l’indicazione per l’ostia da esporre,
sostituire la comunione sacramentale con l’adorazione perché sia consacrata «nella Messa che precede
e la comunione spirituale. immediatamente l’esposizione stessa e si colloca
nell’ostensorio sull’altare dopo la comunione» (RCCE 111).
Il Concilio Vaticano II a erma con chiarezza che la
celebrazione dell’Eucaristia costituisce il centro della La preoccupazione che soggiace a queste norme, che
vita della Chiesa (cfr. Lumen gentium 11 e Presbyterorum possono apparire esageratamente minuziose, è quella di
ordinis 5). Sullo stesso orizzonte si situano l’EM e il sottolineare sempre il legame costitutivo tra
RCCE, riproponendo la totalità del mistero eucaristico l’esposizione e la celebrazione eucaristica, così che non
nell’equilibrio tra messa e adorazione: «La celebrazione si perda mai di vista la giusta proporzione tra le due.
dell’Eucaristia nel sacri韺�cio della Messa è veramente
l’origine e il 韺�ne del culto che si rende ad essa al di fuori Non sarebbe una prassi liturgica virtuosa quella che
della Messa» (EM 3e; RCCE 2). facesse apparire l’adorazione come uno degli eventi più
solenni della vita comunitaria, mentre la messa
È questo il nodo centrale del culto eucaristico e di una rientrerebbe nell’ordinarietà.
sua corretta attuazione: il giusto equilibrio rispetto alla
celebrazione eucaristica, cuore della vita liturgica della
Chiesa. L’adorazione, quindi, sgorga dalla comunione
sacramentale nella messa ed è sempre nalizzata alla
crescita dell’unione con il Signore, che nella
celebrazione eucaristica trova l’origine e il fondamento.

A partire da questi valori teologici, quali sono i corretti


atteggiamenti celebrativi e le giuste attenzioni
liturgico-pastorali?

Un criterio fondamentale è che il rapporto con la messa


deve essere chiaro anche dagli elementi simbolico-
rituali dell’adorazione.
Per questo le norme prevedono il divieto assoluto di
celebrare l’Eucaristia mentre il SS. Sacramento è
esposto, prassi di usa in passato ma oggi
de nitivamente scomparsa.  Il luogo dell’esposizione è
l’altare sul quale ordinariamente si celebra, non invece
altri altari presenti in chiesa e non più in uso, seppure
monumentali e di pregio artistico.

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Un’altra attenzione riguarda le concrete modalità di preghiera durante l’esposizione eucaristica. Anzitutto
l’adorazione deve essere una preghiera prolungata, tanto è vero che la norma vieta «l’esposizione fatta unicamente per
impartire la benedizione» (EM 66; RCCE 97). Tale preghiera prolungata nel tempo è caratterizzata soprattutto dal
silenzio, eventualmente alternato a letture bibliche, meditazioni, canti e preghiere intonate al mistero eucaristico o al
tempo liturgico o a un’occasione speci ca.

Le norme prevedono che dinanzi al SS. Sacramento esposto si possa celebrare anche la Liturgia delle Ore, soprattutto
le lodi mattutine e i vespri. RCCE 113 sottolinea che nella celebrazione delle ore liturgiche «si estende alle varie ore della
giornata la lode e il rendimento di grazie della celebrazione eucaristica e la Chiesa rivolge a Cristo, e per mezzo suo al Padre,
preghiere e suppliche a nome del mondo intero».

Un altro caso è la recita del Rosario durante l’esposizione eucaristica. Sebbene né l’EM né il RCCE vi facciano
riferimento, questa pratica permane costantemente sino a oggi.

Documenti successivi ne giusti cano la pertinenza in quanto il Rosario, preghiera mariana per eccellenza, è
caratterizzata anche da una profonda dimensione cristologica. È chiara ed equilibrata l’argomentazione del Direttorio
su pietà popolare e liturgia, pubblicato nel 2002: «Durante l’adorazione del Santissimo Sacramento non si devono compiere
altre pratiche devozionali in onore della Vergine Maria e dei Santi. Tuttavia, per lo stretto vincolo che unisce Maria a Cristo, la
recita del Rosario potrebbe aiutare a dare alla preghiera un profondo orientamento cristologico, meditando in esso i misteri
dell’Incarnazione e della Redenzione» (n. 165). Da un punto di vista celebrativo è importante custodire la dimensione
contemplativa dell’adorazione con opportuni tempi di silenzio tra un mistero e l’altro evitando una recita frettolosa,
che invece pregiudicherebbe il clima meditativo e non aiuterebbe l’incontro dei fedeli con il Signore presente nel
Sacramento.

Il culto eucaristico è un momento importante nella preghiera della Chiesa, anima del suo impegno nella carità e nella
missione: «La Chiesa non può fare a meno del polmone della preghiera, e mi rallegra immensamente che si moltiplichino in
tutte le istituzioni ecclesiali i gruppi di preghiera, di intercessione, di lettura orante della Parola, le adorazioni perpetue
dell’Eucaristia» (Papa Francesco, Evangelii gaudium 262).

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canto per assemblea

Pane vivo,
spezzato per noi
Davide Cantino Maggio 2017

Risale al 1981 la melodia di questo canto, composta da Jo Akepsimas (nato ad Atene nel 1940) e al 1982 risale il testo di
Eugenio Costa, inserita nel Repertorio nazionale di canti per la liturgia (CEI 2008) con il titolo di Pane vivo, spezzato
per noi. Si tratta di un canto di comunione e il gran numero di strofe (ben sette) lo testimonia: i tempi della
processione di comunione possono essere lunghi. Quanto alla forma c’è un ritornello di sedici battute (8+8) al quale si
alternano le strofe. Metricamente il tempo non permette di apporre una misura unitaria univocamente valida per tutto
il brano: si inizia infatti con il tempo tagliato del ritornello e si passa per 2/2 e 2/3 delle strofe; segno che il rapporto
fra accenti verbali e ritmo musicale non è né monotono né regolare. Questo canto è un bell’alter ego italiano del nobile
Pange lingua, l’inno eucaristico composto da San Tommaso d'Aquino.
Tre è il numero di voci che ho scelto per rendere a mio modo questo Pane vivo, spezzato per noi. Ho sempre inseguito il
sogno di una “bella semplicità”, quando come maestro di cappella mettevo mano ai canti del repertorio liturgico
“Nella casa del Padre” per o rire ai cori parrocchiali qualcosa di facile ma possibilmente non banale. Mezzosoprani,
Contralti e Baritoni. Le voci maschili essendo raggruppate tutte insieme in una sola, consentono di far fronte al solito
vecchio problema dei cori parrocchiali: la scarsità di uomini; le voci femminili, invece, possono essere “divise in due”
proprio perché è notoriamente più facile trovare delle donne piuttosto che degli uomini  quando si vuol fare un coro
che canti in chiesa.

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Si incomincia con il ritornello che va cantato con una
sonorità mezzo-forte (non urlata) per le prime otto
battute, poi forte dalla nona battuta no a una graduale
discesa che torna al mezzo-forte alla ne della
sedicesima battuta. Ma il piatto forte del pezzo sta nella
“seconda portata”: la strofa; perché è qui che la
melodia passa ai baritoni dribblando la consuetudine
che la vorrebbe sempre alla voce superiore. Ebbene sì: le
voci maschili hanno nelle strofe l’onore della melodia!
È una bella responsabilità - ma anche una grande
soddisfazione - sapere che per qualche momento si ha
in mano (cioè in gola) il gioco, che si diventa attori
principali, protagonisti della rappresentazione.

Quando un compositore deve armonizzare o addirittura


elaborare una melodia data, il suo problema è sempre
quello di analizzare quali sono le potenzialità, i talenti
– per così dire – di questa melodia: l’abilità del
compositore è in questo caso un po’ come quella
dell’educatore, che deve appunto “(d)e-durre”, trarre
fuori, le potenziali abilità dell’educando. A me è parso
che questo educando celasse la possibilità di abbozzare
uno stile imitato: l’imitazione. Questa carta me la sono
giocata utilizzando il vecchio trucco del fugato a mo’ di
canone (vedi Fra’ Martino). 
Quando i baritoni iniziano a cantare le prime sei note di
Alla ne  le strofe restano appese a un accordo di
ogni strofa sono soli, danno l’esempio; ma  queste sei
dominante senza terza che, con la sua malferma
note “esemplari” – o res mirabilis! – sono ripetute,
stabilità, fa sentire un grande bisogno di riprendere il
imitate, da tutte le voci femminili divise in due voci che
ritornello, che infatti ricomincia sino a che, qualora si
procedono facilissimamente per terze. Cantare “per
voglia terminare il canto, esso non accede più a nessuna
terze” è qualcosa di poco consigliato dal contrappunto
strofa.
– lo sappiamo –, perché impedisce all’arte e alla
Spero che la semplicità alla quale ho mirato riesca anche
maestria contrappuntistica di mostrare la sua capacità
bella a coloro che ne faranno esperienza. Se si prova a
di imprimere direzioni diverse alle sue linee (moto
cantare ogni singola voce, si noterà lo sforzo che ho
contrario, oppure obliquo…); pure nel moto retto che
fatto per far sì che essa “canti bene” – come si dice –,
coinvolge le voci femminili in risposta a quelle maschili
cioè che abbia delle note facilmente memorizzabili in
ho voluto dare solo il senso di una risposta naturale,
virtù di una successione capace di con gurare una
come quella che segue a una domanda in un discorso
melodia cantabile: è in ultima analisi la cantabilità di
verbale fra due persone.
ogni parte ciò che fa di una partitura corale un insieme
in cui l’orizzontalità contrappuntistica si sposa bene
Questo schema “botta-risposta” si ripete nella seconda
con la verticalità armonica; bisogna che gli accordi
metà di ognuna delle sette strofe, le quali, essendo
escano dalla somma verticale delle melodia un po’
composte di dodici battute l’una, ripropongono dalla
come... Atena dalla testa di Zeus. Atena, simbolo
settima alla dodicesima l’assolo dei baritoni e la
dell’arte, deve cioè essere come procreata dalla divinità,
coralità per terze delle donne.
senza però che a quest’ultima debba per forza sempre
venire la cefalea!

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canto per cori

Vi adoro
Mario Lanaro Maggio 2017

"Vi adoro" è un canto popolare eucaristico molto noto soprattutto nel Veneto: un gesto sonoro dal testo semplice, devozionale che
Mario Lanaro, compositore, organista, direttore di coro e di orchestra, ha rielaborato per coro a voci dispari recuperando le
suggestioni sonore memorizzate n da piccolo quando ascoltava questo canto dalla cantoria della chiesa. Lui stesso ce lo presenta
con una serie di lezioni originali e note critiche.

Esempio n.1

Parrocchiano Cantore, Edizioni M.Capra, Torino 1924

Esempio n.2

Liber Cantus, Vicenza 1932

Esempio n.3

Versione ASAC (Associazione per lo Sviluppo delle Attività Corali del Veneto)

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Esempio n.4

Versione di Mario Lanaro con semplice elaborazione per coro misto

Le quattro versioni qui riportate del "Vi adoro" (canto popolare devozionale, un tempo molto eseguito), presentano
tutte lo stesso svolgimento melodico; ciò non accade per la realizzazione ritmica, dove abbiamo scritture diverse. 
A di힡�erenza dall'esempio 1, le versioni 2 e 3 usano un metro 힕�sso e precise durate.
La mia versione (esempio  4) non prevede scansione 힕�ssa: ho dato precedenza all'accento tonico della parola, ora in
metro binario, ora ternario.  Ciò porta ad una lieve forzatura, riscontrabile specialmente nel procedimento polifonico
sul I movimento delle battute 3/6/9:

L'esecuzione della versione elaborata successiva sarà perciò "lungimirante", evitando ogni rigidità ritmica di
pulsazione (già mitigata dall'andamento lento), interpretando con una certa libertà ciò che la grafìa impone. Nell'uso
del cluster vive il mio ricordo del "Vi adoro", quando gli ampi spazi del Duomo di Malo (VI) venivano riempiti non da
una nitida esecuzione, ma dalla somma dei suoni dell'organo e dei fedeli,  con quel ritardo e prolungamento delle
durate, tipico dell'assemblea cantante dentro un grande spazio acustico.

Ringraziamo l'Associazione per lo Sviluppo delle Attività Corali del Veneto (ASAC Veneto http://www.asac-cori.it/) per la gentile concessione alla

pubblicazione della partitura "Vi adoro" di Mario Lanaro.

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canto proposta

A te, Padre santo, veniamo


Pasquale Impagliatelli Maggio 2017

Nel numero precedente di Psallite! sono stati pubblicati ben due testi da musicare tratti dall'innario di Bose. Pasquale
Impagliatelli, organista titolare del Santuario di Santa Maria delle grazie e della Chiesa San Pio di San Giovanni Rotondo, ha
trovato uno dei due inni particolarmente signi힐�cativi e li ha messi in musica in una duplice versione: per assemblea e organo e
per coro a cappella. Presentiamo il duplice lavoro compositivo nella speranza che possa essere da stimolo per tanti altri
compositori liturgici.

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1. A te, Padre santo, veniamo
la luce si spegne nel cielo
Gesù il Risorto rimane
lucerna che brilla di notte.

2. A te, nostro Dio, veniamo


la notte è già segno di morte
il Verbo ci resta vicino
donandoci il Consolatore.

3. A te, Dio santo, veniamo


ci assedia il peccato nascosto
con te il nostro cuore sia desto
e accolga il Verbo di grazia.

4. A te, nostro Padre del cielo


i ៉�gli si a៝�dano amati
l'amore raggiunga chi so៩�re
rallegri ogni carne mortale.

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testi da musicare

In memoria del tuo Amore


Anna Maria Galliano Maggio 2017

Proponiamo ai compositori un testo da musicare; ci è stato inviato da suor Anna Maria Galliano, autrice di numerosi testi liturgici
che si cantano in tante chiese italiane. 

Per un inno eucaristico

In memoria del tuo amore, Il tuo pane è vita nuova,


radunati nel tuo nome, il tuo calice è salvezza,
o Signore, t’invochiamo, alleanza senza ne    
tu ci parlerai, che ci unisce a te,
e nel cuore sentiremo la sorgente d’ogni bene
che tu sei con noi. che tu doni a noi.

   

La tua mensa è nuova Pasqua, La tua umile presenza


il banchetto della festa, adoriamo nel mistero
sacramento della vita della santa Eucaristia,
che tu o ri a noi, cuore di unità:
nell’attesa in nita nella nostra comunione    
che ritornerai. ti rivelerai. 

   

Annunziando la tua morte Nel tuo Spirito d’amore


e la tua risurrezione, noi possiamo già cantare
accogliamo il tuo corpo l’invincibile speranza
che consegni a noi: di vedere te,
se il tuo amore in noi rimane quando in ne il tuo volto
noi vivremo in te. tu ci mostrerai.

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proposta liturgica

Adorazione eucaristica
redazione Maggio 2017

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Canto d’inizio: La creazione giubili (RN 287)

Segno di croce e saluto

Monizione

Carissimi fratelli e sorelle,


Dio nostro Padre ama tutto ciò che esiste e nulla disprezza di quanto ha fatto.
A sua immagine ha creato l’uomo e gli ha a dato la terra perché la coltivasse e la custodisse come un giardino. Il
Santo Padre Francesco ci esorta, come discepoli di Cristo, ad essere vigilanti sulla creazione e a prendercene cura.
Celebriamo questa sera la bellezza di Dio che rifulge nel creato, poniamoci in ascolto della sua Parola e gustiamo la
presenza del Figlio suo in mezzo a noi nel segno del pane, frutto della terra e del nostro lavoro, che Egli ci ha lasciato
come cibo pasquale.

Orazione

Preghiamo.
O Dio, Creatore e Signore del mondo,
insegnaci a custodire e governare,
nel rispetto di ogni uomo e di ogni creatura
quanto tu ci hai a dato sulla terra e nel rmamento
e ispiraci la condivisione dei frutti della terra e del nostro lavoro
con i poveri e i bisognosi,
a nché prepariamo ogni cosa per la venuta del tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Ascolto della Parola

Ascoltate la Parola di Dio dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8,18-27)

Fratelli,
ritengo (…) che le so erenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi.
L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei gli di Dio. La creazione infatti è stata
sottoposta alla caducità - non per sua volontà, ma per volontà di colui che l'ha sottoposta - nella speranza che anche
la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei gli di Dio.
Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e so re le doglie del parto no ad oggi.
Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a
gli, la redenzione del nostro corpo. Ora ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti ciò che uno
già vede, come potrebbe sperarlo?

Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.


Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo
conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo
Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.

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Antifona

Lettura magisteriale

Dalla Lettera Enciclica Laudato sii del Santo Padre Francesco sulla cura della casa comune (236).

Nell’Eucaristia il creato trova la sua maggiore elevazione. La grazia, che tende a manifestarsi in modo sensibile,
raggiunge un’espressione meravigliosa quando Dio stesso, fatto uomo, arriva a farsi mangiare dalla sua creatura. Il
Signore, al culmine del mistero dell’Incarnazione, volle raggiungere la nostra intimità attraverso un frammento di
materia. Non dall’alto, ma da dentro, a nché nel nostro stesso mondo potessimo incontrare Lui. Nell’Eucaristia è già
realizzata la pienezza, ed è il centro vitale dell’universo, il centro traboccante di amore e di vita inesauribile. Unito al
Figlio incarnato, presente nell’Eucaristia, tutto il cosmo rende grazie a Dio. In e etti l’Eucaristia è di per sé un atto di
amore cosmico: «Sì, cosmico! Perché anche quando viene celebrata sul piccolo altare di una chiesa di campagna,
l’Eucaristia è sempre celebrata, in certo senso, sull’altare del mondo». L’Eucaristia unisce il cielo e la terra, abbraccia e
penetra tutto il creato. Il mondo, che è uscito dalle mani di Dio, ritorna a Lui in gioiosa e piena adorazione: nel Pane
eucaristico «la creazione è protesa verso la divinizzazione, verso le sante nozze, verso l’uni cazione con il Creatore
stesso». Perciò l’Eucaristia è anche fonte di luce e di motivazione per le nostre preoccupazioni per l’ambiente, e ci
orienta ad essere custodi di tutto il creato.

Antifona

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Silenzio per la preghiera personale.

Rito dell’esposizione e della benedizione eucaristica

Mentre colui che presiede espone il Santissimo Sacramento, tutti cantano il


Canto di esposizione: Mistero della cena (RN 364)

Adorazione

Silenzio per la preghiera personale.

Canto: O Gesù tu sei il pane (RN 367)

Intercessioni

Preghiamo insieme il Padre, che nel suo Figlio Gesù, ha creato tutte le cose, e in Lui le redime. Diciamo con fede: Sii
benedetto, Signore!

Noi ti benediciamo e ti rendiamo grazie, Dio di bontà in nita,


per i grandi segni del tuo amore
e per la tua compassione verso ogni creatura. R.

Tu hai creato tutte le cose,


le hai giudicate tutte belle e buone,
poiché il tuo Spirito è in tutte le cose
e tutte sono tue, o amante della vita. R.

Noi riconosciamo la tua gloria


Negli immensi spazi stellari del cosmo
E nel più piccolo seme di vita
Che spunta nel grembo della madre terra. R.

Sii benedetto per l’aria che ci fa vivere,


sii benedetto per la terra che ci nutre,
sii benedetto per l’acqua che ci disseta,
sii benedetto per il fuoco che ci riscalda. R.

Tu hai voluto l’uomo quale custode del creato,


vuoi che egli regni con rispetto e amore su tutte le creature,
a lui doni gli animali come aiuto e compagnia,
fai vivere piante e ori per il suo sostentamento e la sua gioia. R.

Fatti voce di ogni gemito e di ogni grido,


fatti voce di ogni creatura animata e inanimata,
a te, Signore e creatore, rendiamo gloria
e da te attendiamo la tras gurazione di tutto ciò che hai creato. R.

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Padre nostro

Benedizione eucaristica

Mentre colui che presiede incensa il Santissimo Sacramento, si canta l’inno


Canto: Adoro te devote (RN 345)

Orazione
Preghiamo.
O Dio,
che in questo sacramento della nostra redenzione
ci comunichi la dolcezza del tuo amore,
ravviva in noi l’ardente desiderio
di partecipare al convito eterno del tuo regno.
Per Cristo nostro Signore.

T. Amen.

Colui che presiede, detta l’orazione, indossa il velo omerale bianco, prende l’ostensorio e traccia con il Sacramento un segno di
croce sui presenti, senza dire nulla.

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Terminata la benedizione, tutti cantano le acclamazioni.

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per conoscere

Il Duomo di Monreale
Marco Intravaia Maggio 2017

Benedette le lotte per il potere quando, anziché Nell’ambito di questo obiettivo si iscrivono la
snodarsi tra contrasti sanguinosi, complotti e costruzione di un monastero, dotato del meraviglioso
assassinii, si combattono a colpi di opere d’arte e di chiostro e del Duomo, ricco di mosaici, e la fondazione
monumenti che s dano i secoli! Anche se sembrerà dell’Arcivescovado di Monreale, dotato di pingui
strano, c’è una tesi storica che collega proprio alle rendite, tratto dal vasto territorio assegnato alla sede
guerre per il potere la nascita del più grandioso arcivescovile nella Sicilia occidentale soprattutto ma
monumento dell’epoca normanna in Sicilia: il Duomo di anche in Calabria, in Basilicata e per no in Puglia.
Monreale, famoso per la sua struttura, per la ricchezza Per svolgere quella missione politico religiosa e per
degli interni, per la magni cenza dei mosaici, per il o ciare nel Duomo, re Guglielmo fa venire un folto
chiostro che lo a anca e per l’intero complesso stuolo di benedettini dalla grande abbazia di Cava dei
monumentale entro cui si trova incastonato come perla Tirreni. Al loro superiore, l’abate, elevato ben presto
preziosa. Famoso nel mondo quale capolavoro dell’arte alla dignità di Arcivescovo, sono conferiti non solo i
normanna in Sicilia, è stato centro di intensa attività poteri spirituali, ma anche quelli temporali, civili e
non solo religiosa, ma anche culturale. giudiziari. Non solo, ma egli è anche metropolita nei
confronti delle antiche e venerande diocesi di Catania e
La sua fondazione si deve alla volontà del re Guglielmo di Siracusa. Ben presto attorno al Duomo si sviluppa un
II, nel momento culminante della potenza e del centro abitato, Monreale, detto così appunto perché
prestigio della Monarchia normanna di Sicilia. Uno sorge ai piedi del monte riservato al re quale parco di
degli obiettivi di fondo della politica interna dei sovrani caccia e, anche per questo motivo, oltre ai benedettini
normanni era la latinizzazione e la cristianizzazione dei che si dedicavano prevalentemente all’u ciatura sacra
numerosi saraceni che popolavano la Sicilia occidentale. nel Duomo, si forma un certo numero di sacerdoti
secolari per occuparsi della cura delle anime. 

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Tra i due corpi ecclesiastici, com’era prevedibile e per
diversi motivi, negli anni si apre un contrasto che
diverrà insanabile e si protrarrà sino ai primi del
novecento; la litigiosità è abbondantemente
documentata negli archivi storici ecclesiastici di
Monreale. I benedettini lasciarono Monreale per e etto
della legge di soppressione delle corporazioni religiose
del 1866 e non vi sono più tornati. Alcuni storici hanno
quindi tramandato tesi e dicerie secondo cui la
fondazione di Guglielmo si deve a motivi di contrasto in
seno alla corte, all’interno della Chiesa stessa e al
desiderio del Re di creare un argine o un contro altare
alla eccessiva potenza del suo precettore Walter of the
Mill  (italianizzato in Gualtiero O amilio) nominato
Arcivescovo di Palermo durante il periodo della
reggenza.   Proprio negli anni della minore età del
sovrano, Gualtiero aveva saputo crearsi un’immensa
autorità, tale da sovrastare quasi le prerogative dello
Stato e da recare disturbo allo stesso papato. Quando
Guglielmo II raggiunge la maggiore età e assume il
potere, esplode la rivalità tra i due personaggi, si
accentua il con itto tra Stato e Chiesa palermitana e,
nell’ombra, quello sottile tra questa e il papa. Il
contrasto portò a una s da singolare, all’a ermazione
delle rispettive in uenze con l’edi cazione di
monumenti che del potere erano l’espressione più
Guglielmo II fondò il convento nell’anno 1174 ed ebbe
visibile e concreta.  Queste voci non sono state raccolte
gran cura di potenziare questa sua nuova fondazione;
dal popolo che ama attribuire la nascita del Duomo
nel 1176 veniva pubblicato l’atto di donazione nel quale
all’antica leggenda del “sogno di Guglielmo” che,
erano citati i ricchi doni del re al nuovo convento e
stanco dalla caccia, dormendo all’ombra di un albero di
nello stesso anno il papa Alessandro III, uno dei più
carrubo, vede la Vergine Maria rivelargli il luogo dove si
valenti giuristi del suo tempo, asseconda i propositi di
trova un tesoro con cui edi care il sontuoso tempio in
re Guglielmo e, riconfermando i privilegi concessi
suo onore o un’altra leggenda ancora secondo cui Gesù
all’abbazia, con bolla del 30 dicembre, ne loda la
Cristo in persona, sotto le sembianze di un operaio, di
realizzazione, rende autonomo il monastero
giorno prendeva parte ai lavori e la sera, al momento
sottomettendolo alla giurisdizione diretta della Santa
della paga, spariva misteriosamente: allusione ad una
Sede e conferendo una serie di prerogative tese a
non improbabile partecipazione sica del Re ai lavori
elevare il prestigio e la funzionalità dell’istituzione di
della costruzione. Monreale è stata fondata come
Guglielmo.  Sempre nel 1176 vengono menzionati per la
Abbazia Benedettina e come tale è una fondazione regia.
prima volta i cento monaci del convento benedettino di
Lo stesso nome, la posizione e l’eccezionalità di tutto il
Cava dei Tirreni che vengono ad insediarsi nel nuovo
complesso monumentale proclamano, ancora oggi in
monastero.
maniera esplicita, questo carattere storico; Monreale
sarà come la capitale di un piccolo stato, creatura
Non vi sono notizie dirette sulla costruzione, ma la
prediletta del sovrano che verso di essa rivolgerà tutte
grandiosità dell’opera intrapresa spiega la bolla di papa
le sue attenzioni, dotandola di numerosi privilegi e
Lucio III, il quale, venendo incontro al desiderio del re
bene ci.
fondatore, nell’anno 1183 eleva Monreale ad
Arcivescovado, usando, per la prima volta, questo nome
“Monreale” e magni cando la splendida opera con
eloquenti parole:

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“…il re Guglielmo II ha tanto esaltato quel luogo che simile Illustrare in maniera esaustiva il Duomo di Monreale
opera non è stata fatta da nessun Re, dai tempi antichi, da non è impresa semplice: tanti ed emeriti studiosi gli
indurre alla meraviglia tutti coloro che ne vengono a hanno dedicato vari volumi, articoli, pubblicazioni,
conoscenza…”.  approfondimenti, teorie e storie più o meno
documentate, interpretazioni e itinerari storico-
L’ammirazione e la meraviglia di Lucio III le ritroviamo teologici; impresa complessa anche perché nel corso dei
sulle labbra del suo successore Clemente III, uomo secoli agli elementi originari si sono aggiunte
politico di altissimo livello, diligente amministratore, il modi che, sostituzioni, rifacimenti, che però non
quale con sua bolla del 28 ottobre 1188 conferma hanno minimamente intaccato la maestosità e la
l’operato dei suoi predecessori e il re vede attuarsi di grandiosità dell’opera.
giorno in giorno il progetto che gli sta a cuore:
realizzare l’opera più sontuosa della dinastia L’edi cio è a pianta basilicale, a croce latina, lunga 102
normanna, farne un imponente mausoleo per la sua metri e larga 40 metri, a tre navate separate da due le
famiglia, creare un potente faro di di usione della di nove colonne ciascuna, tutte di granito ad eccezione
civiltà latino cristiana nella Sicilia occidentale, ancora della prima a destra entrando che è di marmo cipollino:
popolata da tanti saraceni. Il carattere di fondazione è la solenne forma della basilica paleocristiana da
regale è quello che emerge per primo agli occhi; devono Costantino in poi. Le colonne, di diverse dimensioni,
essere compresi più di ogni altra cosa qualità e così come i capitelli con immagini di Cerere e
destinazione del complesso edilizio e della sua chiesa, Proserpina fra foglie d’acanto e cornucopie, provengono
le quali possono essere de nite solo subordinatamente: da edi ci romani e pagani. È qui possibile solo
Monreale è chiesa regale, chiesa conventuale, chiesa accennare al sublime e profondo signi cato teologico di
episcopale. Il segno particolare di fondazione regale si tutto l’elemento visibile, data la straordinaria ricchezza
manifesta, inoltre, nel collegamento architettonico fra costruttivo-ornamentale.
tre corpi diversi: chiesa, convento e palazzo reale; nelle
dimensioni maestose di tali corpi e dei loro singoli
elementi e in ne nella elaborazione estremamente
curata del progetto d’insieme, nonché nella ricchezza e
varietà artistica della decorazione.

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Porta del cielo

L’ingresso dalla porta principale lascia senza parole: di fronte splende il Pantokrator e da lui prende movimento tutta
la costruzione e l’apparato musivo (cioè dei mosaici), non si può non restare sulla soglia e lasciarsi sorprendere dallo
stupore! L’immensa navata centrale, tre volte più ampia delle due laterali, culmina nella grande abside maggiore da
dove domina la possente gura del Cristo che costituisce il motivo principale e al contempo il punto d’arrivo di tutto
l’edi cio. Tale signi cato viene conferito anche dal posto particolare che la ra gurazione occupa e dalle sue
dimensioni; essa infatti è asse e centro, così come il Cristo è asse e centro della fede cristiana. La gura è umana e
divina al contempo, è un ardito tentativo dei mosaicisti quello di interpretare visivamente questo mistero della fede
valendosi di un’immagine umana e di dimensioni che oltrepassano l’umano; entrando si avverte che l’immensità
dell’abbraccio del Pantokrator, la sequenza ordinata delle colonne e degli archi oltre l’ampio svolgersi della grande
narrazione dei mosaici, si reggono su una proporzionata simmetria e lasciano intuire che qualcosa di vivo palpita in
ogni pietra e in ogni tassello. Il Cristo tiene nella mano sinistra il vangelo aperto con la scritta in latino e greco “Io
sono la luce del mondo, chi crede in me non cammina nelle tenebre”, mentre con la mano destra benedice secondo uno dei
gesti tipici della tradizione bizantina (l’indice e il medio si riferiscono alle due nature umana e divina, unite nell’unica
persona del Verbo incarnato, mentre il pollice, l’indice e l’anulare si riferiscono alle tre divine persone che
condividono l’unica vita divina); anche la veste color porpora e oro indica la divinità ricoperta dal manto azzurro
dell’umanità, così pure i due ciu etti di capelli al centro della fronte come punto di partenza e di arrivo di tutta la
narrazione illustrata dai mosaici. 

I mosaici di Monreale sono nati con lo scopo di far conoscere la rivelazione biblica a chi non sapeva leggere. Dunque,
la destinazione primaria dei capolavori architettonici e musivi riguarda i poveri, gli umili, gli illetterati di una volta.
Pertanto, a distanza di nove secoli, occorre accostarvisi con lo stesso spirito di ascolto umile, di accoglienza attiva e
distaccata con cui furono concepiti… bisogna “entrare” il più intensamente possibile nel mistero di fede ed arte che
promana dallo splendore dei mosaici monrealesi.

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Ogni itinerario di catechesi biblica non può che iniziare
e alla ne terminare con la contemplazione del riquadro
più grande dell’insieme dei mosaici ra gurati nel
Duomo: il Pantokrator. In esso c’è come racchiusa la
sintesi di tutto ciò che gli artisti hanno voluto
esprimere; è lui, d’altronde, il Principio e la Fine, l’Alfa
e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il “Dominatore
dell’universo” (Ap. 1, 8). Dinanzi al suo cospetto la
mente s’inchina con fede e il cuore si riempie di gioia.

Così Bruno Forte: “Quella dei mosaici non è teologia


sovrapposta all’arte, ma arte nel senso più puro, e proprio
così arte religiosa, teologia visiva: peraltro, l’artista
autenticamente tale non può non desiderare di esprimere
con la sua stessa opera l’in nitamente bello, e quindi Dio
stesso…la misura dell’arte è raggiunta a Monreale, perché
nel tessuto musivo del Duomo è palese non tanto che non c’è
più nulla da aggiungere, quanto che non c’è più nulla da
togliere…”.

Se quindi la ricchezza di forme della basilica, la


magni cenza dei suoi interni, la fastosità delle sue
cappelle e degli arredi destano stupore e ammirazione,
ancor più sono i mosaici, che rivestono tutto l’interno,
a suscitare meraviglia. “Sopra un cielo d’oro che si apre
attorno alle navate, orizzonte fantastico, si sviluppano le
Infatti, restando sulla soglia d’ingresso, possiamo
immagini dei profeti che annunziano Cristo e di quanti
volgere lo sguardo per cogliere la movenza di tutta la
vissero accanto a lui. Al fondo del coro la gura immensa di
narrazione musiva; il movimento prende il via dalla
Cristo domina la chiesa tutta intera, sembra riempirla e
sinistra del Pantokrator  e tende a tornare a lui, dopo
quasi schiacciarla, tanto questa immagine è enorme e
avere percorso tutto lo svolgimento degli eventi
possente”; così in “La vie errante”  Guy de Maupassant
salvi ci.
descriveva i mosaici del Duomo di Monreale. La
decorazione musiva si estende per 6.340 metri quadrati
La scelta del programma iconogra co è chiara: da un
ed è la più vasta d’Italia: realizzata, probabilmente tra
lato esso si caratterizza per lo svolgimento lineare degli
il 1180 e il 1190, da squadre di mosaicisti bizantini
avvenimenti della storia sacra, dall’altro lato
a ancati anche da maestranze siciliane. 
particolare attenzione viene riservata alla lettura dei
testi biblici secondo la scansione dei cicli liturgici.
Nel tempio, carico di suggestioni, la magia è suggerita
Così, i mosaici dell’abside centrale (nei due ordini) sono
principalmente dalla luce: i raggi del sole che ltrano
dedicati agli avvenimenti più signi cativi dell’Antico
dalle nestre danno alle gure dell’arazzo musivo una
Testamento, i mosaici del transetto sono dedicati ai
misteriosa mobilità che l’oro carica di splendore e,
vangeli dell’infanzia e quindi al ciclo dell’avvento e di
anche se è stata sicuramente dettata per i mosaici di
Natale.
Ravenna, l’iscrizione che si legge nel palazzo
arcivescovile di quella città ben si può citare, anzi a
maggior ragione, per le decorazioni del Duomo di
Monreale: “O la luce è nata qui, oppure imprigionata qui
liberamente regna”.

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I mosaici delle navate laterali sono dedicati alla vita pubblica di Gesù, in corrispondenza con tempo ordinario della
liturgia, i mosaici della parete laterale sinistra ed interna del transetto vengono riservati al ciclo quaresimale secondo
la tradizione medievale della Settuagesima.

Il ciclo quaresimale culmina nella settimana santa e, continuando dal lato opposto, si sviluppa nel triduo pasquale, nel
tempo dopo Pasqua e nella Pentecoste; collegati a quest’ultima, nelle absidi laterali, troviamo i due cicli degli apostoli
Pietro e Paolo, rispettivamente nel diaconico (destra) e nella protesi (sinistra); siamo nel tempo della Chiesa ed in
particolare nel tempo-luogo privilegiato della celebrazione liturgica.  

Da una parte all’altra scorre la storia della salvezza: dalla Creazione, Adamo ed Eva, Caino e Abele, Noè, la torre di
Babele, Sodoma e Gomorra; e ancora, l’annuncio della venuta del Cristo, la sua nascita, i suoi miracoli, la sua morte e
la sua resurrezione, gli apostoli, la loro missione nel mondo, sino alla solenne abside centrale dove con il Cristo
Pantocratore ammiriamo le schiere dei cherubini e dei sera ni, la Vergine, i santi, l’o erta del tempio alla Vergine da
parte di Guglielmo II. 

Nel 1595 il cardinale Ludovico II de Torres a ancò la Cappella di San Castrense (Patrono della Città e dell’Arcidiocesi).
Tra il 1687 e il 1690 l’Arcivescovo Roano fece erigere la Cappella del Croci sso. Nella prima metà del Settecento venne
aperta la Cappella di San Benedetto. Nella seconda metà del medesimo secolo l’Arcivescovo Mons. Francesco Testa,
considerato il più importante mecenate della città, fece eseguire numerosi restauri e sistemazioni, soprattutto volle
un nuovo altare maggiore che fu realizzato a Roma tra il 1770 e il 1773, in argento, da Luigi Valadier che riuscì a
inserire perfettamente l’opera nella cornice medioevale della Cattedrale. 

L’altare è corredato dalla croce centrale e sei candelabri di bronzo del XVI secolo e da sei statue in bronzo dorato, dello
stesso Valadier, con i santi Pietro e Paolo, Luigi IX, Rosalia, Benedetto e Castrense. Nei secoli, il Duomo ha accolto le
spoglie di vari personaggi: la regina Margherita di Navarra, i suoi gli Ruggero ed Enrico, i re Guglielmo I e Guglielmo
II, Luigi IX re di Francia che dopo essere stato seppellito temporaneamente a Monreale, fu portato a Parigi da Filippo
III che lasciò al duomo le viscere e il cuore, sono queste le uniche reliquie rimaste del re francese poiché il resto andò
disperso in Francia a causa di guerre e saccheggiamenti; all’interno poi sono seppelliti anche diversi arcivescovi. 

Anche l’esterno della Basilica è di grande suggestione e pregio; a partire dalle tre grandi absidi decorate dall’incrocio
di archi ciechi ogivali di diversa altezza e vivacizzate dai contrasti di colore forniti dal calcare bruno-dorato del fondo
absidale, dal tufo lavico proveniente dal Vesuvio e dai laterizi rossi usati per le fasce orizzontali. La facciata principale
è chiusa fra due torri angolari, una più bassa dell’altra per essere stata in parte abbattuta da un fulmine nel 1807; fra
le due torri, il portico eretto nel 1770 in sostituzione di quello originario, crollato. Nel portale riccamente decorato da
cornici architettoniche, un’altra delle meraviglie del tempio: la grande porta in bronzo di Bonanno da Pisa, datata
1186, a due battenti divisi in quarantadue formelle che illustrano episodi del Vecchio e Nuovo Testamento. Altro
portico e altra splendida porta bronzea sul lato settentrionale: il primo, voluto dal cardinale Alessandro Farnese,
venne realizzato tra il 1546 e il 1562 da Gian Domenico e Fazio Gagini; la porta in bronzo, a due battenti, è opera di
Barisano da Trani realizzata intorno al 1190; ciascuna imposta è divisa in quattordici riquadri con tre episodi della vita
di Gesù alternati con scene di battaglie e vite di santi.

Il 25 aprile 1267 la Cattedrale viene dedicata alla Madre di Dio, sotto il titolo di Santa Maria la Nuova: in fondo alla
navata destra, nella Cappella di san Pietro, trovasi collocata una bellissima statua di Maria risalente al secolo XV che,
secondo una credenza popolare, fu scolpita sul tronco dell’albero di carrubo all’ombra del quale Guglielmo II sognò la
Madonna che gli indicò il tesoro con cui costruire la Basilica, essa è venerata sotto il titolo di Madonna del Popolo.

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Risale al 15 agosto 1176 la prima festa mariana, giorno in cui, alla presenza di Guglielmo II, viene inaugurata la
Basilica; dopo circa un secolo essa viene trasferita all’otto settembre, giorno liturgico che celebra la Natività di Maria.
Proprio sotto la gura del Cristo Pantokrator  la solenne immagine della “Theotokos”,  la Madre di Dio con il Bambino
benedicente in grembo; è la dignità che spetta a Maria in quanto madre del Redentore, che la distingue e la eleva tra
gli altri santi della Chiesa. Anche all’ingresso, sulla parete occidentale interna vediamo nella lunetta sul portale
un’altra immagine della Madonna, anche questa collocata intenzionalmente: si tratta della venerabile forma
iconogra ca dell’oriente cristiano che ci presenta Maria sotto la denominazione dell’Odigitria, cioè di Maria che indica
la via per il bambino Gesù nelle sue braccia. In tal modo la via sacra si svolge da occidente ad oriente, fra l’immagine
di Maria che indica la via all’ingresso e Maria sul trono nel punto dove converge l’intera Basilica. 

Tutto questo ci conferma che tutte le “ gurazioni” acquistano, per il posto particolare che occupano, un ulteriore e
profondo signi cato. Nella navata centrale è ra gurato il grandioso ciclo del Vecchio Testamento, mentre il grande
ciclo cristologico è riservato alla parte orientale della chiesa. Per i Cristiani, infatti, il Vecchio Testamento pre gura il
Nuovo; allo stesso modo nella basilica cristiana i sacri riti si celebrano nella parte orientale del luogo d’altare.
Tuttavia nella navata centrale, assieme al ciclo del Vecchio Testamento ritroviamo anche la rappresentazione dei
miracoli di Cristo che circondano le navate laterali. Mentre nell’avancorpo basilicale e nella parte orientale della
chiesa i grandi cicli del Vecchio e Nuovo Testamento hanno un carattere narrativo, nel santuario propriamente detto,
sede dell’altare in quanto luogo più degno, si ritenne possibile e adeguata soltanto una ra gurazione di carattere
rappresentativa. Solo l’immagine dell’Annunciazione a Maria compare sopra sull’arco d’ingresso nell’abside centrale:
essa sta a signi care che l’Annunciazione della nascita del Redentore si trova all’inizio del Nuovo Testamento,
all’inizio della storia della salvezza dell’umanità, e questa ra gurazione per il suo alto signi cato deve
necessariamente occupare, nell’ambito della basilica, il posto all’ingresso dell’altare, il luogo più santo. 

A parte il committente e patrono dell’opera, non si conosce l’artista capo maestro che seppe realizzare questa perfetta
armonia tra architettura, decorazione musiva e signi cato teologico all’interno del duomo, così, a prescindere da
questo irrisolto enigma, l’interno del duomo si rivela ai nostri occhi come un esempio della fusione singolarmente
felice di tradizioni e modi orientali e occidentali, bizantini e siciliani e, soprattutto, come uno degli scenari più
splendidi, armoniosi e drammatici per la celebrazione del servizio divino che mai il medioevo abbia saputo creare.

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per conoscere

“Allora mi divenne chiaro qual è il


fondamento di una vera pietà
liturgica...” di Romano Guardini
tratto da: http://www.chiesa.espressonline.it/dettaglio.jsp,id=49404 Maggio 2017

Pensiamo di far cosa gradita ai lettori nel pubblicare il racconto che Romano Guardini fece del Duomo di Monreale.

Guardini visitò la basilica di Monreale nel 1929 e ne raccontò nel suo “Viaggio in Sicilia”. La visitò nei giorni della Settimana
Santa: il giovedì durante la messa crismale e il sabato, durante la veglia che all’epoca si celebrava di mattina. Il defunto
arcivescovo di Monreale, Cataldo Naro, ha ripreso quel racconto di Guardini dall’originale tedesco, l’ha tradotto e l’ha riproposto
ai fedeli all’interno di una lettera pastorale dal titolo “Amiamo la nostra Chiesa”. Come a far da guida alle celebrazioni liturgiche
d’oggi.  Ecco qui di seguito il racconto della visita di Guardini a Monreale tradotto dal suo “Reise nach Sizilien [Viaggio in
Sicilia]”.

“Allora mi divenne chiaro qual è il fondamento di una vera pietà liturgica...”

di Romano Guardini

Oggi ho visto qualcosa di grandioso: Monreale. Sono colmo di un senso di gratitudine per la sua esistenza. La giornata
era piovosa. Quando ci arrivammo – era giovedì santo – la messa solenne era oltre la consacrazione. L’arcivescovo per
la benedizione degli olii sacri stava seduto su un posto elevato sotto l’arco trionfale del coro. L’ampio spazio era
aƯollato. Ovunque le persone stavano sedute sulle loro sedie, silenziose, e guardavano.

Che dovrei dire dello splendore di questo luogo? Dapprima lo sguardo del visitatore vede una basilica di proporzioni
armoniose. Poi percepisce un movimento nella sua struttura, e questa si arricchisce di qualcosa di nuovo, un desiderio
di trascendenza l’attraversa sino a trapassarla; ma tutto ciò procede 題�no a culminare in quella splendida luminosità.

Un breve istante storico, dunque. Non dura a lungo, gli subentra qualcosa di completamente Altro. Ma questo istante,
pur breve, è di un’ineƯabile bellezza. Oro su tutte le pareti. Figure sopra 題�gure, in tutte le volte e in tutte le arcate.
Fuoriuscivano dallo sfondo aureo come da un cosmo.

Dall’oro irrompevano ovunque colori che hanno in sé qualcosa di radioso.

Tuttavia la luce era attutita. L’oro dormiva, e tutti i colori dormivano. Si vedeva che c’erano e attendevano. E quali
sarebbero se rifulgesse il loro splendore! Solo qui o là un bordo luccicava, e un’aura chiaroscura si spalmava sul
mantello blu della 題�gura del Cristo nell’abside.

Quando portarono gli olii sacri alla sagrestia, mentre la processione, accompagnata dall’insistente melodia dell’antico
inno, si snodava attraverso quella folla di 題�gure del duomo, questo si rianimò.

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Le sue forme si mossero. Entrando in relazione con le persone che avanzavano con solennità, nello s題�orarsi delle vesti
e dei colori alle pareti e nelle arcate, gli spazi si misero in movimento. Gli spazi vennero incontro alle orecchie tese in
ascolto e agli occhi in contemplazione.

La folla stava seduta e guardava. Le donne portavano il velo. Nei loro vestiti e nei loro panni i colori aspettavano il
sole per poter risplendere. I volti marcati degli uomini erano belli. Quasi nessuno leggeva. Tutti vivevano nello
sguardo, tutti erano protesi a contemplare.

Allora mi divenne chiaro qual è il fondamento di una vera pietà liturgica: la capacità di cogliere il “santo”
nell’immagine e nel suo dinamismo.

Monreale, sabato santo. Al nostro arrivo la cerimonia sacra era alla benedizione del cero pasquale. Subito dopo il
diacono avanzò solennemente lungo la navata principale e portò il Lumen Christi.

L’Exsultet fu cantato davanti all’altare maggiore. Il vescovo stava seduto sul suo trono di pietra elevato alla destra
dell’altare e ascoltava. Seguirono le letture tratte dai profeti, ed io vi ritrovai il signi題�cato sublime di quelle immagini
musive.

Poi la benedizione dell’acqua battesimale in mezzo alla chiesa. Intorno al fonte stavano seduti tutti gli assistenti, al
centro il vescovo, la gente stava attorno. Portarono dei bambini, si notava la 題�erezza commossa dei loro genitori, ed il
vescovo li battezzò.

Tutto era così familiare. La condotta del popolo era allo stesso tempo disinvolta e devota, e quando uno parlava al
vicino, non disturbava. In questo modo la sacra cerimonia continuò il suo corso. Si dislocava un po’ in tutta la grande
chiesa: ora si svolgeva nel coro, ora nelle navate, ora sotto l’arco trionfale. L’ampiezza e la maestosità del luogo
abbracciarono ogni movimento e ogni 題�gura, li fecero reciprocamente compenetrare sino ad unirsi.

Di tanto in tanto un raggio di sole penetrava nella volta, e allora un sorriso aureo pervadeva lo spazio in alto. E
ovunque su un vestito o un velo ci fosse un colore in attesa, esso era richiamato dall’oro che riempiva ogni angolo,
veniva condotto alla sua vera forza e assunto in una trama armoniosa che colmava il cuore di felicità.

La cosa più bella però era il popolo. Le donne con i loro fazzoletti, gli uomini con i loro mantelli sulle spalle. Ovunque
volti marcati e un comportamento sereno. Quasi nessuno che leggeva, quasi nessuno chino a pregare da solo. Tutti
guardavano.

La sacra cerimonia si protrasse per più di quattro ore, eppure sempre ci fu una viva partecipazione. Ci sono modi
diversi di partecipazione orante. L’uno si realizza ascoltando, parlando, gesticolando. L’altro invece si svolge
guardando. Il primo è buono, e noi del Nord Europa non ne conosciamo altro. Ma abbiamo perso qualcosa che a
Monreale ancora c’era: la capacità di vivere-nello-sguardo, di stare nella visione, di accogliere il sacro dalla forma e
dall’evento, contemplando.

Me ne stavo per andare, quando improvvisamente scorsi tutti quegli occhi rivolti a me. Quasi spaventato distolsi lo
sguardo, come se provassi pudore a scrutare in quegli occhi ch’erano già stati dischiusi sull’altare .

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new.psallite.net Pag. 79
in libreria

Proposta editoriale
Maggio 2017

Mistero della Fede

canti per l’Eucaristia 


di Fabio Massimillo e Anna Maria Galliano
Edizioni Paoline 2012

Davanti al mistero non resta che lo stupore. Non si può Ed è cosi che troviamo nella forma la qualità di ciò che è
raccontare ciò che non si può dire, ciò che è ine abile. arte. La musica di Fabio Massimillo è eminentemente
Possiamo solo restarne ammirati. E da questa ammira- armonica ed anche ispiratamente melodica. La
zione nasce l’abbaglio dei sensi e il battito del cuore che semplicità delle linee melodiche, facilmente eseguibili,
vuole esprimersi in parole. E lì che nasce il canto, il si vede arricchita dall'estro della polifonia, dalle voci
canto della fede. Parole non vane, fatte poesia e musica. soliste e dagli strumenti che nascono dal naturale
svolgimento melodico. 
Ed è proprio cosi che nascono questi canti per
l’Eucaristia, dalla contemplazione del "Mistero della Anche la strumentazione parla con le stesse parole;
Fede": il Corpo e il Sangue di Cristo; il Signore Gesù soluzioni musicali di qualità e di bontà formale,
Cristo, che si da ai suoi rinnovando l’Antica Alleanza tra imprescindibili per il loro ruolo liturgico.  I canti
Dio e il suo popolo per farne un popolo nuovo, cioè la pubblicati sono attualizzazione del "Mistero della
Chiesa, noi battezzati, che contempliamo con stupore il Fede". Basta ascoltare, o meglio cantare «Mite Agnello
mistero eucaristico. di Dio immolato» con le enarmonie ascendenti,
pregustazione pasquale dell'Eucaristia.
Così nasce la poesia di Anna Maria Galliano, che
contempla liturgicamente la radicale o erta di Cristo al Oppure lasciarsi coinvolgere dallo sconvolgente inno di
Padre per la forza dello Spirito Santo. E cosi nasce la confessione pasquale «Nostra Pasqua, o Cristo
musica di Fabio Massimillo, che fa musica delle parole e Signore» con un ritmo ternario evocante l’opera
ne fa signi cante il suono con la sua musica. Tutto è trinitaria della Redenzione di Cristo.
uno stupore adorante davanti all’Eucaristia: è la Chiesa
che esprime nella poesia, nel canto, nell’ascolto la
meraviglia del mistero eucaristico; mistero della fede
che va al di la dei sensi, mistero di carità del Padre che
ama il Figlio, del Figlio che è amato dal Padre e lo ama
senza limiti, e dell’Amore che li unisce, lo Spirito Santo,
che operando in noi ci rende "capaci" di questo
mistero, senza poterlo mai svelare. Dunque una teologia
adorante e meravigliata che si fa canto, si fa poesia e
musica. Questo progetto presenta dieci canti, con forme
e generi diversi. Il suo scopo è o rire una proposta per
le celebrazioni liturgiche e l’adorazione eucaristica nei
diversi momenti dell’anno.

Ma sempre con lo stesso scopo: manifestare la bellezza


della fede, dare ragione compiutamente della propria
speranza, esprimere con bellezza ed empatia la carità.

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Accogliere l'invito alla meditazione adorante del corale «Sei con noi, tu Maestro e Signore», dove il ritmo ternario
pasquale si fa adagio e solennità, dove il canto a bocca chiusa lascia soltanto intuire le armonie che sgorgano dal
culmine e fonte sacramentale che è l'Eucaristia. Una grazia che trova la sua realtà soltanto nella vita della Chiesa,
mite Sposa che canta allo Sposo: «Nella Chiesa tua splendida Sposa». Dal primo canto «Tu, Parola e Pane del cielo»
all’ultimo «Sei mistero di fede e di amore», si esprime questa gioiosa realtà della Chiesa adorante che canta allo
Sposo, celebrando l'Eucaristia nella carità.

Tutto il progetto - poesia e musica — è pervaso da questo fatto: un testo e una musica che nascono dall’ascolto
profondo della Parola e dal Sacramento, e ne fanno preghiera e liturgia. Ecco il fascino della musica: un intuito di
grazia, un dialogo che riempie tutto lo spazio dell'ambito sonoro per far vibrare l’intima emozione di chi canta e di
chi ascolta. Musica che fa comprendere qualcosa di trascendente, perché contempla il mistero di Dio, ne canta il senso
e lo vive nella Chiesa.

dall'introduzione di P. Jordi-A. Piqué i Collado OSB, Abbazia di Montserrat

Indice della pubblicazione

- Tu, Parola e Pane del cielo


- Tu, o Figlio di Dio incarnato
- Mite Agnello di Dio immolato
- Noi abbiamo creduto al tuo amore
- Nostra pasqua, o Cristo Signore
- Nella notte dell’ultima Cena
- Ti sei fatto con noi pellegrino
- Sei con noi, tu Maestro e Signore
- Nella Chiesa tua splendida sposa

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