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SU UNA NUOVA LETTURA DELLA GENESI

Published on 5 luglio 2010 | 23 Responses

di Luca Lamonaca (www.simmetria.org)

Pubblichiamo volentieri una relazione pervenutaci da Luca Lamonaca sulla Genesi, (o


sul Genesi se ne parliamo come libro). Lamonaca riporta il pensiero di Carlo Enzo
pubblicato nel libro “Adamo dove sei” in cui viene proposto che il primo libro biblico
rappresenti, sinteticamente, un “codice di vita” per un uomo nuovo. Da vecchi
tradizionalisti noi concordiamo poco con tale interpretazione che, a nostro avviso
riduce un po’ troppo ad un livello etico-psichico un messaggio spirituale e
trascendente. Ne deriva una visione antropocentrica in cui l’uomo diventa il senso, il
fine e il termine dell’evoluzione. E qui ricadiamo nel solito tentativo di
antropomorfizzare l’opera divina per renderla, in qualche modo, traducibile con
termini umani e di… confinare l’infinito. La interpretazione metastorica di Gianni
Cappelletto nel testo sulla Genesi ricordato da Lamonaca, è, a nostro avviso, assai più
interessante anche se la riduzione ad una “Lectio popolare” ci sembra di nuovo
limitativa. Insomma se trascuriamo il fatto che, nella parola “sapienziale” non esiste
soltanto un messaggio metafisico e metastorico ma soprattutto un insegnamento
iniziatico (di cui il testo scritto rappresenta solo un aspetto) come al solito ci troviamo
di fronte a problemi filologici su cui si può seguitare a “parlare” per il resto dei nostri
giorni trovando sempre nuove soluzioni “ad usum” della cultura del momento. Ma la
relazione di Lamonaca ha termini assai interessanti e non prende “posizioni”
apodittiche. Propone e fornisce un sistema semplice e assai efficaci per analizzare i
primi versetti biblici. Da leggere con attenzione.
C.L.
Chi traduce in modo letterale è un bugiardo
ma colui che aggiunge qualcosa è un blasfemo.
Megillah della Tosefta (III, 21
La verità era uno specchio che cadendo si ruppe.
Ciascuno ne prese un pezzo
e vedendo riflessa in esso la propria immagine
credette di possedere l’intera verità.
(Jalal al-Din Rumi)
Premessa
Molte persone oggi, anche credenti, rifiutano di leggere la Bibbia e, soprattutto, i primi
capitoli del libro della Genes1] perché li ritengono pura fantasia, privi di qualsiasi
nozione scientifica, una fiaba per bambini. Il loro rifiuto dipende dal fatto che non
ammettono la possibilità che, attraverso questi testi, possa giungere un messaggio che
contribuisca in qualche modo a rivelarci il mistero dell’esistere, anche se in un
linguaggio diverso da quello contemporaneo.
Gli studiosi biblici affermano che il
linguaggio poetico[2] con il quale questo
libro è espresso, risulta oggi
incomprensibile perché parlava agli uomini
antichi ed usava il loro linguaggio; è
necessario pertanto fornirsi di un’adeguata
conoscenza della lingua, delle usanze, del
modo di rapportarsi con il mondo e la realtà
adoperati nei diversi tempi in cui è stato
scritto; prendere atto della necessità di
un’inevitabile mediazione culturale in
grado di mostrarci l’autenticità e la
possibile validità del messaggio contenuto.
Non si tratta di affrontare il testo con una
metodologia scientifica o solo razionale,
ma di fare propria la capacità di
comprendere e interpretare il “mito”
(ovvero la struttura espressiva del racconto)
come una possibilità di accesso al possibile
mistero. L’analisi di questi antichi testi evidenzia una palese contraddizione: da un lato
mette in crisi la convinzione che con l’evoluzione scientifica e tecnologica
dell’umanità tutte le forme di espressione e di conoscenza siano oggi non solo diverse
ma più efficaci di quelle del passato; dall’altro ci rende consapevoli che la forma, il
significato, la capacità espressiva e la suggestione delle lingue degli uomini, quanto
più si va indietro nel tempo, tanto più appaiono profondi e complessi, al punto da
ridurre le nostre moderne lingue occidentali a semplici strumenti di comunicazione
tecnica e di servizio. Come è possibile tutto ciò? Com’è possibile conciliare il
miracolo dello sviluppo tecnologico con la perdita della comprensione delle
potenzialità espressive delle lingue antiche? Ma, ancora più importante, com’è
possibile che le caratteristiche proprie delle lingue antiche lascino intuire una
“conoscenza” non solo diversa ma più profonda di quella contemporanea?[3]
Ma forse è possibile. Per comprendere questo possibile, almeno nell’ambito della nostra
indagine sul Genesi, è necessario prima di tutto considerare che i capitoli iniziali del
primo libro della Bibbia non ci presentano storie vere, come le intendiamo oggi,
oppure cronache giornalistiche, ma sono narrazioni che dicono un vero su determinati
problemi e secondo l’ottica della fede di chi le racconta; e soprattutto – anche
ammesso che intendano descrivere l’origine e la formazione dell’universo e lo
svilupparsi dell’umanità – non sono scritte con intenti scientifici[4] o realistici,
secondo la metodologia della nostra scienza moderna; si tratta invece di narrazioni
simboliche, ispirate, mitiche, compilate non solo con l’uso della ragione, capaci di
evocare quanto non si conosceva scientificamente e di farlo sperimentare quale proposta
di significato al vivere di chi ascoltava. In questo senso, i racconti del libro della Genesi
si accostano – nell’ambito delle opere scritte – ai grandi poemi antichi come l’Enuma
Elish (Quando in alto), alle storie di Atrahasis e di Ghilgamesh, ai libri dei King o dei
Veda, al Libro delle Piramidi ed altri testi di altre culture e civiltà antiche che hanno
cercato di rispondere alle eterne domande dell’uomo sulla sua identità, sulla sua
origine e sul destino futuro, messi in relazione con un mondo divino, ma percorrendo
strade diverse.

Tutti questi racconti si collocano (o partono) in un Allora o in un In principio perché siano archetipi o modelli di
riferimento per coloro che li accostano; si presentano come un tentativo di andare al cuore, alla radice autentica del
mistero del mondo, non solo a livello temporale quanto soprattutto esistenziale; sono racconti di origine perché
fondano e spiegano il presente.

Un processo misterioso di conoscenza portava l’uomo antico a parlare della realtà


attraverso racconti collocati fuori della storia, per spiegare la storia; quello che gli
studiosi chiamano etiologia metastorica.Lo scopo di questo lavoro è dunque quello di
capire, approfondire, cercare significati che le parole scritte nascondono, per ragioni
diverse e complesse, anche involontariamente. Un punto di partenza è quello di
mettere a confronto l’interpretazione tradizionale del Genesi con alcune
nuove interpretazioni, in particolar modo quella scritta da Carlo Enzo nel
libro Adamo, dove sei? (ed. Il Saggiatore, Milano 2002). Si tratta di uno studio
suggestivo per la complessità del tema e le particolari competenze filologiche. In
questa sede ci limiteremo tuttavia ad un semplice accenno, confrontando
l’interpretazione delle prime cinque parole che costituiscono il versetto 1 del primo
capitolo del Genesi.

In principio (Be-resh-it) crea (bara’) Dio (El-ohim)


il cielo e la terra (eth-ha-shamaim w’eth-ha-aretz).

Questa è – grosso modo – la traduzione italiana delle prime cinque parole della
Bibbia. Tutti le conosciamo e tutti abbiamo sempre pensato che queste parole si
riferiscono al racconto della creazione dello spazio, del tempo e del mondo da parte di
Dio. Il libro di Carlo Enzo, in base a precisi riferimenti linguistici e a comparazioni
con l’intero corpo letterario della Bibbia ebraica, propone invece un’interpretazione
nuova, le indica come l’inizio di un “codice di vita” scritto in linguaggio simbolico,
rivolto ad un tipo d’uomo nuovo, un giusto, che si deve distinguere da tutti gli altri
giusti (di 310 mondi diversi[5]) perché destinato alla Torah. Per comprendere ciò è
necessario partire dalle interpretazioni tradizionali, numerose e spesso distanti tra
loro, anche per via delle traduzioni nelle diverse lingue storiche che ci hanno
tramandato il testo biblico: ebraico, aramaico, greco, latino, italiano. Tutte queste
traduzioni si succedono l’un l’altra nel corso della storia a partire dall’ebraico Ma il
testo ebraico originario si ispira – forse – ad altri testi, diversi per lingua, luogo ed
epoche storiche in cui sono stati redatti; questi testi, a loro volta, sono il risultato finale
(talvolta approssimativo o sintetico) di una lunga e complessa tradizione orale durata
non si sa quanto e andata probabilmente in gran parte perduta. La Bibbia
ebraica,[6] come oggi la conosciamo, fu fissata dagli Ebrei di Palestina agli inizi
dell’era cristiana.[7] E’ dunque essenziale conoscere i criteri con cui sono state scritte e
poi tradotte le parole che costituiscono questo libro; e magari sapere anche da chi e
quando. Ma ritornando a quanto di scritto ci ha lasciato la tradizione, dobbiamo
chiederci: con quali criteri sono state realizzate le diverse traduzioni della Bibbia e,
nel caso che stiamo esaminando, di queste prime cinque parole del Genesi? E, in linea
generale, come leggere questo testo?[8] E soprattutto: l’interpretazione della dottrina
contenuta in questo libro (e in particolare in Genesi 1-3) è in grado di dimostrare che
essa è ancora valida per un abitante di questo pianeta oppure, come tante altre, ha fatto
il suo tempo, fa parte delle tante dottrine religiose sul mondo e sull’uomo?
L’interpretazione tradizionale
Secondo l’interpretazione tradizionale, le prime cinque parole del Genesi costituiscono
l’inizio del racconto di creazione del mondo, attribuito alla fonte sacerdotale (P), che
intende fornire una classificazione logica ed esauriente degli esseri, creati in una
settimana che si conclude col sabato (shabbat, cioè cessò).[9] L’interpretazione ufficiale
della Chiesa[10] ci è data dal testo della Bibbia detta della CEI, del 1971, la cui
versione italiana è stata curata da un gruppo di biblisti sotto la direzione di F. Vattioni.
Il testo è accompagnato da una guida, la celebre Bible de Jerusalem, del 1984, opera
dei migliori esegeti cattolici francesi. La traduzione è stata fatta a partire dai testi
originali ebraico, aramaico e greco. Per l’ebraico si è seguito il testo Masoretico ™.
L’interpretazione della CEI afferma che le parole iniziali del Genesi aprono il racconto
della creazione degli esseri viventi da parte di Dio, secondo un ordine crescente di
dignità, fino all’uomo, immagine di Dio e re della creazione. Il testo utilizza una scienza
ancora in fasce. Non bisogna ingegnarsi a stabilire concordanze tra questo quadro e la nostra
scienza moderna, ma piuttosto leggervi, sotto una forma che porta l’impronta della sua epoca, un
insegnamento rivelato, con valore permanente, su Dio, unico, trascendente, anteriore al mondo,
creatore […]. Il testo afferma che ci fu un inizio del mondo: la creazione non è un mito
atemporale: essa è integrata nella storia, di cui è l’inizio assoluto (vedi Allegato 1). Il racconto
del Genesi 1 – 2, che culmina in Adamo creato direttamente da Dio, per la Chiesa
sarebbe la prefigurazione del nuovo Adamo, Gesù Cristo, Figlio di Dio, attraverso il
quale ha inizio l’umanità nuova; e attraverso il quale si aprono per l’umanità cieli nuovi
e terre nuove.
Nuove proposte esegetiche
Dopo il Concilio Vaticano II si allargarono in certo qual modo le maglie
dell’interpretazione biblica e frotte di esegeti e studiosi si gettarono a capofitto nello
studio di ciò che, fino allora, era considerato un pericoloso tabù. Le conseguenze sono
state spesso nefaste e confuse e non pochi studiosi di genio hanno finito col rasentare
l’eterodossia o abbandonare l’abito sacerdotale! Dopo l’entusiasmo iniziale, gli
studiosi oggi procedono con armi esegetiche più obiettive e prudenti ma con risultati
spesso di grande valore. Molti hanno cominciato a leggere la Bibbia (e Genesi in
particolare) con maggiore attenzione alla lingua originale, l’ebraico, al contesto storico
e narrativo (il mondo semitico del II/I millennio a. C.), senza preclusioni o preconcetti
religiosi. Secondo l’esegetica moderna, con un’attenta lettura letterale, le prime
cinque parole della Genesi potrebbero essere interpretate in questo modo:
A partire da quel momento (bereshit) dà inizio (bara’) la pluralità di Dio (El-hoim) all’universo (ai cieli e alla terra) [ordinato (aggiunta del r.)].
Bereshit corrisponderebbe infatti all’espressione da quel momento in poi e quindi indicherebbe non un inizio ma una
continuazione.
Bara’ è verbo che indica mettere ordine ad una cosa, cominciare una cosa nuova; è singolare ed è sempre associato all’azione di
Dio; e quindi non significa creare da nulla ma mettere ordine, far sì che una cosa assuma un aspetto nuovo rispetto a
quello precedente.
El-hoim indicherebbe non Dio ma la divinità propria di ogni popolo del medioriente; è costituito da El o Il con la
desinenza plurale hoim: sarebbe cioè il complesso degli dei semiti e/o la potenza di El in tutti i suoi aspetti. El
significherebbe Lui, il Signore, l’Essere supremo, indicato con un pronome dimostrativo corrispondente al latino Il-est (egli è)
= Ille; in arabo è Al-lah. Il nome dell’El di Israele sarà Ja-whè, ovvero: Io sono – chi è, rivelato a Mosé da El sul monte
Oreb.[11] I cieli e la terra, rappresentano infine l’universo nella sua totalità. Si tratterebbe di un’espressione tipicamente
semitica che semplificava i concetti complessi con l’opposizione di due termini: se cielo e Terra indica il complesso
dell’universo, l’albero del bene e del male indica la conoscenza del tutto, l’uomo e la donna indicano l’umanità intera
e così via.

Fatto salvo il senso religioso e sacro dato dalla Chiesa al testo biblico, gli esegeti sono
dunque propensi ad interpretare il racconto della creazione, proposto in Genesi 1 – 2,
come un momento di inizio per l’umanità in cui la forza creatrice di Dio mette ordine
all’universo e ne finalizza il senso, rappresentato dalla nascita della vita, di cui l’uomo
sarebbe il punto di arrivo in quanto ne diventa la coscienza consapevole. Attraverso
l’uomo si realizzerebbero i cieli nuovi e le terre nuove.

Proposta di interpretazione etiologica metastorica


* L’interpretazione di Gianni Cappelletto
Un’interpretazione equilibrata e attenta dei primi capitoli del libro della Genesi è
quella del biblista Gianni Cappelletto[12] che propone un percorso di lettura come
una Lectio divina popolare. Egli attribuisce la compilazione di questa prima parte della
Bibbia al momento dell’esilio babilonese. L’autore (o gli autori) del testo scritto si
preoccupa infatti non tanto di rispondere alle domande su come è avvenuta la
creazione, da quando esiste, da dove e quando ha avuto inizio l’universo, quanto
piuttosto di interrogarsi sul senso della sua realtà, della sua condizione di esiliato a
Babilonia, sul significato della sua esistenza alla luce dell’atto di fede nel Signore
Liberatore e Creatore. La condizione di schiavitù in cui viveva a Babilonia si accende
di speranza al ricordo che chi scrive fa parte del popolo che Dio ha già liberato dalla
schiavitù, quando era in Egitto, e lo ha guidato progressivamente verso la terra
promessa, stabilendo con lui un’alleanza. L’autore biblico, attraverso la riflessione
sulla tradizione religiosa del suo popolo, confrontata con i miti religiosi della civiltà
babilonese, desidera esprimere la propria fede in forma di lode a colui che ha creato
tutti gli esseri e tutte le persone mediante la forza della sua parola, capace di realizzare
quanto dice (Dio disse… e fu). Se Dio ci ha liberati dall’Egitto, anche ora saprà fare
altrettanto, perché è Signore non solo della storia ma anche del creato, capace di
separare le acque superiori ed inferiori perché appaia la terra asciutta su cui l’umanità
possa vivere libera. Nessuna subordinazione quindi del suo Elohim semita rispetto agli
dei di Babilonia. Nel testo di Genesi 1, 1-2,4a l’autore raccoglie e sintetizza la
mitologia mesopotamica[13] che ha conosciuto, vivendo in esilio, sul Dio Creatore e
sul senso delle realtà create; la rielabora con la storia del suo popolo, adoperando uno
stile narrativo ricco di ripetizioni, espressioni, immagini peculiari. Tutto il racconto si
snoda attraverso l’intreccio di due schemi: quello temporale di sette giorni (sei volte “e
fu sera e fu mattina”), quello operativo dell’agire (10 volte si adopera il verbofare),
quello del parlare di Dio (10 volte si usa l’espressione Dio disse). Dio che ha creato il
suo popolo come popolo dell’alleanza (con i dieci comandamenti) nel racconto del
Genesi dà vita all’universo con dieci parole. La liberazione dalla schiavitù d’Egitto
sfocia in un atto creativo che, al Sinai, costituisce il popolo ebraico come famiglia di
Dio; la creazione del mondo in Genesi è vista come liberazione della vita dal caos
iniziale perché sia possibile all’umanità – la grande famiglia di Dio – vivere sulla
terra. Per l’autore del Genesi si tratta dunque di un’interpretazione della vicenda del
suo esilio utilizzata per ricostruire una storia più antica, sconosciuta ma intuita per
analogia, confrontando le vicende della storia del suo popolo e i miti della
Mesopotamia antica. Riguardo alle prime cinque parole in esame, anche Cappelletto
afferma che l’autore biblico non intende parlare di un’azione creatrice di Dio dal nulla,
concezione entrata nella mentalità ebraica solo in età ellenistica; l’autore biblico
desidera affermare che all’inizio di tutto (non solo temporale ma soprattutto
esistenziale) c’è Dio e la sua azione creatrice; non vuole dimostrare l’origine
ontologica dell’esistenza della terra: essa c’era già e da qui inizia il suo sguardo
sull’azione di Dio: non il mondo e neppure gli esseri viventi sono l’inizio. L’universo
(indicato con l’espressione cielo e terra) è il luogo dove Dio sta per mettere
ordineattraverso la sua azione creatrice. Lo spirito di Dio aleggiava sulle acque
primordiali. Allora Dio crea. Il verbo bara’, creare, viene utilizzato 49 volte nella
Sacra Scrittura e ha sempre Dio come agente. Esso non indica tanto il modo di
originare le cose quanto il risultato dell’opera di Dio. Etimologicamente significa fare
tagliando, separando, dar inizio a qualcosa di inedito, novità assoluta rispetto a quanto
già esiste. Si tratta di compiere un’azione sorprendente che suscita gioia e un senso di
ordine e di bellezza. Nel primo versetto del Genesi bara’ descrive il passaggio da un
universo caotico a un mondo ordinato, buono e bello, nel quale è possibile la vita degli
esseri viventi. Dio entra così in azione nel cosmo mettendo ordine nelle sue tre parti
principali (secondo la concezione tipica del mondo semitico di allora): il cielo, le
acque, la terra. L ’unità e l’armonia della realtà è data da due principi: quello della
differenza “secondo la propria specie”(differenza di vita, dunque, di tempo e di spazio)
e quello di essere “a sua immagine e somiglianza” (dipendenza della creatura dal
proprio Creatore).
* L’interpretazione di Carlo Enzo
Per prima cosa Carlo Enzo chiarisce che l’interpretazione che vuole dare a Genesi 1 –
4 non è un commentario, cioè una spiegazione, bensì un midrash, un’investigazione su
ciò che il Tanakh (cioè la raccolta dei testi biblici) dice su questo testo, cioè su
Bereshit. Solo attraverso la chiave di lettura di tutto il linguaggio biblico è possibile
intendere il significato di questo libro (Genesi) e delle sue parole, delle cose narrate,
degli eventi descritti, l’uso sacro, quello che, alla maniera dei geroglifici, mira a
rivelare ai figli di Israele (e a nascondere agli occhi degli altri) la Da’aT, cioè
la conoscenza di YHWH a loro destinata, al fine di divenire un popolo di santi.

Midrash, dalla radice DaRaSh (che significa ricercare), è la spiegazione del testo sacro fornita dagli antichi maestri dei
testi biblici; la spiegazione (o meglio interpretazione) era fornita attraverso gli stessi libri biblici.[14]

Questa investigazione non può essere fatta senza la conoscenza della lingua (e della
“forma” in cui questa lingua è stata scritta), che non è semplicemente la lingua ebraica,
ma la lingua ebraica propria di questo Libro sacro (vedi allegato 2). Genesi 1-4 è come
la struttura originaria della storia di Israele, il luogo dello svelamento del suo disegno,
quello in cui tutta la storia di questo popolo trova il suo senso, il suo linguaggio, la sua
finalità.
Presso i popoli che hanno inventato il pensiero metafisico, il concetto di creazione è
soprattutto quello di un Dio che realizza in essere un universo partendo dal nulla.
Presso i popoli mesopotamici, invece,creare indica l’azione che chiama all’apparire le
modalità di esistenza mai apparse prima. Creare un mondo e un uomo è inventare per un
popolo una modalità di esistenza nuova rispetto a quelle che già ci sono. Ovvero: tra
gli Elohim mesopotamici che hanno creato uomini e mondi diversi, l’Elohim di Israele
– YHWH – ha dato una nuova modalità di esistenza, una diversa qualità di vita al suo
popolo. Gli Elohim sono gli Dei dei popoli mesopotamici, un dio per ciascun popolo;
sono Enti pensati dai popoli al di sopra degli uomini; che abitano sopra i cieli di
ciascun popolo e che hanno i desideri, i pensieri, i sentimenti, i progetti, le scelte, le
decisioni, che ciascun popolo sente, produce, esprime durante lo svolgimento e in
funzione del suo esistere. In Genesi 1-4, pertanto, non si intende parlare dell’azione
del Dio dell’essere, che fa apparire dal niente l’universo come si mostra agli occhi di
coloro che lo abitano, bensì si intende parlare dell’invenzione, in una zona della
Terra, di cieli nuovi e di terra nuova, di nuovi regni dei giusti e di nuove comunità che li
generano, di un mondo nuovo come nuovo modo di vivere! Si tratta di una creazione
non dall’assenza di ogni esistenza ma dall’assenza di quella forma di esistenza o di
modo di vivere; mentre esistono altri universi e altri mondi e altri modi di vivere. In
definitiva, in Genesi 1-4 al verbo creare è dato il significato di progettare, nell’ente
che è questa piccola Terra, un nuovo modo di esserci per l’uomo, un mondo mai visto
prima, migliore di tutti gli altri che già esistono, un mondo esclusivo per il popolo
dell’Elohim YHWH. Attraverso questa chiave interpretativa Carlo Enzo analizza le
prime cinque parole che ci interessano:

Be-resh-it (in principio) bara’ (crea) El-ohim (Dio)


BeRe’ShiT: è la prima parola di tutta la Bibbia nella redazione attuale. E’ usata in assoluto,
ovvero non è detto di che cosa principia in quanto lo dà per scontato, suppone che chi legge
sappia del principio di che cosa si tratta. Cosa poteva pensare un Israelita di quel tempo?
Certamente non avrebbe pensato che si intendesse In principio del cosmo in quanto sapeva bene
il significato del termine cieli e terra, ovvero mondo proprio di un Dio e di un
popolo. BeRe’ShiT, nella Bibbia, si usa sempre per indicare l’inizio di un regno, il punto di
partenza di una nuova monarchia. E’ quindi da intendersi come “come prima cosa”, ovvero come
primo inizio della generazione dell’aDaM riguardo al progetto del suo nuovo mondo.
BaRa’: voce verbale che appartiene alla riflessione della letteratura post-esilica. Il verbo si riferisce alle azioni degli
Elohim per le opere dei cieli e della terra. Non è mai seguito da espressioni che indichino la materia di cui El si
serve, poiché le opere riguardano il “mondo adamico”. E’ un’azione che non ha nulla a che fare con l’origine del
cosmo ma che, nel pianeta su cui si svolge l’azione dell’uomo, inizia e accompagna l’origine di un “mondo di
divenienti adamo”.

‘eLoHiM: plurale grammaticale di eLoHa, nome comune, designa tutto quanto è ritenuto divino, cioè potente e vero
presso un popolo. Può essere soggetto sia di un verbo plurale che singolare. Può indicare sia YHWH che il Dio o gli
Dei di altri popoli. Non può essere tradotto con Deus, ovvero Dio, perché il volume di senso che un tale sostantivo
veicola per un uomo dell’Occidente gli è estraneo (ovvero l’essere assoluto, che esiste di per sé, che non esiste in
virtù di ciò che esiste già, che non ha un rapporto necessario con l’esistente, ma ne è indipendente, quindi assoluto).
In greco è tradotto impropriamente theòs, in latino Deus, nel Targum palestinese “figlio di YHWH”. In questo primo
versetto del Genesi designa tutta la Divinità dei popoli che nella Bibbia hanno “cieli e terra” e un aDaM.
‘eT Ha-ShaMa-YiM We’eT Ha’-aReTs: l’espressione indica l’insieme non di due “luoghi” ma delle due dimensioni, delle
due condizioni di esistenza proprie del mondo dell’aDaM, con tutto ciò che ciascuna contiene. Non designa pertanto le
cose che formano il cielo astronomico e la Terra come pianeta; è quanto genera l’aDaM con il suo buon operare; e
non comprende gli inferi (She’ol) opera dell’aDaM malvagio (altra condizione d’esistenza e non luogo geografico).
ShaMa-YiM è il nome che l’Elohim dà allo scudo che separa le acque che sono in alto dalle acque che rimangono in
basso. E’ il luogo in cui appaiono il luminare maggiore e minore, Dio e la sua RuaCh (spirito), il re e la regina, il
padre e la madre, il forte e il debole, i giusti e i potenti. E’ il luogo in cui l’aDaM è destinato a salire per diventare
stella e dar vita a quel “regno dei cieli” che è sinonimo di “regno dei giusti”.

aReTs : è il nome che l’Elohim dà all’asciutto; è la totalità degli elementi che costituiscono il “mondo” degli Elohim,
il “sicuro” dentro al quale crescerà l’aDaM e sul quale potranno “salire” tutti i viventi. Il termine, da solo, indica
anche nazione, popolo, comunità. Sulla eReTs, l’aDaM coltiva la sostanza adamica e custodisce la conoscenza del
suo Elohim.
Conclusione
Confrontando le diverse proposte di interpretazione, mi sembra di poter concludere
che le prime cinque parole che danno inizio al racconto biblico del Genesi ci vogliono
parlare non tanto della creazione dell’universo ex nihilo[16] quanto della “creazione di
un nuovo universo”, diverso da quelli esistenti prima, espressione di una vita in
evoluzione di cui l’uomo è il punto momentaneo di arrivo, e la vita è un’esigenza
stessa della creazione; e nell’uomo, soltanto nell’uomo, nel progresso libero e
indefinito della sua coscienza, questa esigenza di creazione si afferma. L’uomo
esprime il significato e l’essenza più profonda della vita, costituisce il “termine” e il
“fine” dell’evoluzione stessa. Questa sarebbe allora la nuova creazione.
Arrivati alla fine di questa relazione non possiamo che riproporci la domanda
iniziale: vale ancora la pena metterci di fronte a questo antico testo, vale la pena
sobbarcarci di questa improba fatica linguistica, storica, antropologica, culturale per
interpretare la dottrina contenuta in questo libro (e in particolare in Genesi 1-3)? E’ un
messaggio ancora valido per un abitante di questo pianeta oppure, come tante altre
dottrine, ha fatto il suo tempo, fa parte delle tante rivelazioni sul mondo e sull’uomo
che non hanno più alcun impatto con le nostre urgenze quotidiane? Potremmo
rispondere prendendo in prestito le parole di Romano Madera, nell’introduzione al
libro di Carlo Enzo:
“Solo continuando a tornare su queste pagine, avvicinandole con nuove parole, le
rivelazioni o i miti originari possono continuare a vivere per noi e intessere, con noi, la
storia presente…”.
Lo dimostra quali possibili nuove interpretazioni possono scaturire già dall’analisi
documentata e approfondita della lingua in cui il racconto biblico è stato scritto. Come
ha scritto A. Rosmini[17], dalla Sacra Scrittura noi impariamo che Dio fu il primo a
nominare le diverse realtà create, applicando a ciascuna un proprio nome, affinché
ognuna fosse interamente conoscibile dall’uomo. Col crearle le aveva rese percettibili
all’uomo, ma col nominarle le aveva rese conoscibili. Così Dio, nella prima istituzione
del linguaggio umano, lo ordinò a due scopi e lo stabilì quasi mediatore tra i due
grandi ordini delle cose visibili e di quelle invisibili; in questo modo il primo scopo
del linguaggio fu di rendere intelligibile l’universo sensibile; il secondo scopo fu
quello che il linguaggio fosse il mezzo attraverso il quale l’uomo trapassasse oltre i
confini dell’universo sensibile. E da qui, prendendo il volo, pervenisse a conoscere
cose maggiori, che non cadevano sotto i suoi sensi ma che erano per lui sommamente
importanti, fine ultimo di tutto il senso della sua esistenza e della sua compiuta felicità.
“Non è qui in questione” – continua Romano Madera – “il rapporto fede-scienza, non
si vuole in alcun modo accennare alle polemiche fra creazionisti ed evoluzionisti; non
si vuole in alcun modo confutare o discutere o contrapporre qualsiasi indagine e
concezione scientifica: né la teoria del big bang né la sua confutazione, né le possibili
nuove scoperte sulla massa del neutrino e sulle sue implicazioni cosmologiche. Nulla
di tutto ciò può in alcun modo toccare il senso dell’affermazione di fede che ci fa
riconoscere come creature di Dio in un mondo di creature di Dio” .
Un’altra conclusione mi sembra altresì opportuna, questa volta tratta dalle parole di H.
Bergson, nel suo studio sull’evoluzione creatrice precedentemente citato:
“Come il più piccolo granello di polvere è solidale con tutto il nostro sistema solare,
ed è trascinato con esso in quel movimento indiviso di discesa che è la materialità
stessa; così tutti gli esseri organici, dal più umile al più elevato, dalle prime origini
della vita sino ad oggi, e in tutti i luoghi come in tutti i tempi, non fanno che
manifestare in modo sensibile un impulso unico, inverso al movimento della materia e,
in se stesso, indivisibile. Tutti gli esseri viventi sono congiunti insieme, e tutti cedono
alla medesima formidabile spinta. L’animale ha il suo punto di appoggio nella pianta,
l’uomo nell’animalità, e, l’umanità intera – nello spazio e nel tempo – è come un
immenso esercito che galoppa al fianco di ciascuno di noi, avanti e dietro a noi, in una
carica travolgente, capace di rovesciare tutte le resistenze e di superare moltissimi
ostacoli, forse anche la morte”.
Allegato I
Genesi 1 è il luogo privilegiato della dottrina cosmologica e antropologica delle
Chiese cristiane, che il Catechismo della Chiesa Cattolica così sintetizza:
La prima parola della Bibbia è Bereshit.
Cosa significa in ebraico? Ovvero, quale senso ha per un ebreo di oggi e quale senso
poteva avere per un ebreo dell’età di Cristo, per un ebreo dell’età di Davide ( 1000 a .
C.) o per un ebreo dell’età di Mosè ( 1250 a . C)?.
Bereshit in ebraico è scritta con questi caratteri ‫[ב ראשית‬18] (si legge da destra verso sinistra).
in greco è reso con εν αρχη

ce ne accorgiamo, se procediamo all’indietro, da alcuni particolari:


in principio in italiano vuol dire letteralmente “dentro il principio” (in questo caso del tempo),
cioè “nel momento dell’inizio” ed esprime un’idea di stato;
in principium in latino non vuol dire “dentro il principio”, quanto “nel percorso del principio, da
un punto del principio in poi”, essendo un evidente complemento di moto (in accusativo) e non di
stato (in ablativo) come in italiano; in greco l’espressione è resa da εν con il dativo αρχη ed
esprime nuovamente l’idea di stato in luogo;
in ebraico la labiale iniziale ‫( ב‬beth) di ‫( ב ראשית‬be-resh-it) costituisce una sorta di articolo
mediativo o integrale che esprime non solo uno stato ma anche un movimento, analogo alle
preposizioni in, nel, con, grazie al, ecc. e potrebbe tornare allora l’idea di movimento.
Riassumendo:
ebraico = idea di stato o moto
greco = idea di stato
latino = idea di moto
italiano = idea di stato

E’ evidente che se l’intendiamo come stato, suggerisce l’idea di un inizio ex nihilo; se lo


consideriamo come moto, è da intendersi come continuazione di un processo già
iniziato.
‫ ב ראשית‬, anche esso assume sfumature diverse di
Quanto poi al sostantivo che costituisce l’espressione
significato da lingua a lingua, a confermare quanto già detto per la preposizione iniziale.

‫( ראש‬rash) significa testa, capo, causa agente e quindi potenza in essere che si esprime nel
divenire.
La traduzione greca è αρχη = sommità, causa prima, origine, capo. In
latino: principium deriva da prin– capio = prendo per cominciare, derivato
di princeps composto da pris e mo e seguito da cap (che prende il primo posto). Ma non
si tratta solo di etimologia: a renderne più complessa la lettura e l’interpretazione,
bisognerebbe tener presente la triplice modalità di lettura suggerita dallo studioso
Fabre d’Olivet nel suo lavoro “La lingua ebraica restituita” [19]. Costui, a pag. 46, afferma, a
proposito della parola ‫ ב ראשית‬:
“… questa parola, nel posto in cui si trova, offre tre sensi distinti di lettura e
interpretazione: uno proprio, l’altro figurato e il terzo geroglifico”
Era il metodo dei sacerdoti egizi. La stessa parola assumeva, a secondo delle loro
intenzioni, uno dei tre sensi, quelli che Eraclito
definisce parlante, significante, occultante. I primi due erano oratori, il terzo non esisteva
che per gli occhi e non si usava che scrivendo. Le nostre lingue moderne sono del tutto
inidonee a far sentire questo modo. Dopo aver dato il senso proprio e figurato della
parola, lo studioso prova a darci quello geroglifico:
“La parola ‫ ראש‬sulla quale si eleva il modificativo ‫ ב ראשית‬, significa sì la testa, ma solo in senso
restrittivo e particolare. In senso più lato e generale essa significa il principio. Ora, cos’è un
principio? Dirò in che modo lo avevano concepito i primi autori della parola ‫ ראש‬. Essi avevano
concepito una sorta di potenza assoluta, per mezzo della quale ogni essere relativo è costituito
come tale e avevano espresso la loro idea attraverso il segno potenziale ‫( א‬aleph) e il segno
relativo ‫( ש‬shin) riuniti. Nella scrittura geroglifica esso veniva rappresentato da un punto al centro
di un cerchio ‫ סּ‬. Il punto centrale, che dispiega la circonferenza, era l’immagine del principio. La
scrittura letterale rendeva il punto con ‫ א‬e il cerchio con ‫ ס‬o ‫ ש‬. La lettera ‫(ס‬samek) rappresentava il
cerchio sensibile, la lettera ‫ ש‬rappresentava il cerchio intelligibile (che veniva rappresentato alato
o contornato di fiamme). Un principio così concepito era, in senso universale, applicabile a tutte
le cose, tanto fisiche che metafisiche; ma in senso più restrittivo veniva applicato al fuoco
elementare; e, secondo che la parola radicale ‫ אש‬venisse assunta in senso proprio o figurato, stava
a significare il fuoco sensibile o intelligibile, il fuoco della materia o dello spirito. Prendendo
quindi questa stessa parola ‫ אש‬e facendola reggere dal segno del movimento proprio e
determinante ‫( ר‬resh), si otteneva un composto ‫ ראש‬, cioè, in linguaggio geroglifico, ogni
principio dotato di movimento proprio e determinante, di forza innata, buona o cattiva. Questa
lettera ‫ ר‬si potrebbe rappresentare, in scrittura sacra, con l’immagine di un serpente, in piedi
oppure secante il cerchio. Nel linguaggio ordinario si vedeva in ‫ ראש‬un capo, una guida, la testa di
ogni essere o cosa; nellinguaggio figurato si intendeva il primo motore, un principio agente, un genio
buono o cattivo, una volontà retta o perversa, un demone ecc.; nel linguaggio geroglifico si segnalava
il Principio primo universale, di cui non era consentito divulgare la conoscenza”.
L’esempio proposto, pur se in modo approssimativo e confuso, rende evidente la
difficoltà di interpretare un testo antico senza l’adeguata conoscenza linguistica; e per
il testo biblico questo è tanto più vero visto che il testo greco appare molto lontano da
quello ebraico, giacché la lingua ebraica, quando il testo greco fu redatto, era stata
sostituita dall’aramaico e non era più usata come lingua comune da almeno trecento
anni.
AA. VV. La Bibbia di Gerusalemme, EDB, Bologna 1988
Bibbia ebraica, a cura di Rav Dario Disegni
Carlo Enzo, Abramo dove sei?, Saggiatore, Milano 2002
Genesi 1 – 11, a cura di Gianni Cappelletto, Edizioni Messaggero, Padova 2000
Fabre-d’Olivet, La lingua ebraica restituita, a cura del collettivo officina
Munk E., La voix de la Torah, Genèse, Ed. Colbo
Testa E., Introduzione – Storia primitiva, Marietti, 1969
Soggin, J. A., Genesi 1- 11, Marietti 1991
Westermann C., Genesi, Commentario, Piemme, 1990
Enrico Bergson, L’evoluzione creatrice, Signorelli, Roma, 1980
Massimo Baldacci, Prima della Bibbia, Mondatori, 2000
Giacomo Devoto, Avviamento alla etimologia italiana, Mondadori, 1985
Jhon L. McKenzie, Dizionario biblico, Cittadella editrice, 1981

[1] Intendiamo la parola al femminile perché tale è il genere in italiano e tale in greco. Quando si
dice il Genesi si intende Il libro della Genesi. Pertanto non si può dire Il libro del Genesi.
[2] Sono infatti dei versi con un ritmo cadenzato e ripetitivo, dal tono solenne, tipico
delle celebrazioni cultuali; una sorta di poema liturgico, vero inno al Principio che dà
inizio al mondo in cui viviamo.
[3] Cfr. Enrico Bergson, L’evoluzione creatrice, Signorelli, Roma, 1980. In questo
testo il filosofo parla dell’uomo come culmine dell’evoluzione; il suo modo di
conoscere (attraverso l’intelligenza, attraversola ragione, attraverso l’intuizione) si
esprime con modalità e intensità diverse lungo la linea dell’evoluzione della vita.
[4] Uso il termine nella sua accezione contemporanea.
[5] Cfr. Ginzberg, L. Le leggende ebraiche (1925), Adelphi, vol. I, X
[6] In ebraico è chiamata Tanakh, parola costituita dalle iniziali dei libri che la
compongono:
T = Torah, cioè Legge. Corrisponde al Pentateuco.
N = Nebh’im, cioè Profeti
K = Ketubh’im, cioè Agiografi
[7] Questo testo palestinese tuttavia non ci è pervenuto, ma è probabile che si rifacesse a
redazioni precedenti tra le quali, le più importanti furono, in ordine, quella del primo regno (IX
/VIII a. C.), quella post esilica (VI /V a. C.), infine quella di Esdra, redatta tra il 400 e il 300 a .
C. L’attuale versione ebraica del testo biblico parte da quella masoretica (TM), fissata nei secoli
VIII e IX della nostra era dai rabbini ebrei. Il testo latino della nostra Bibbia, detto Vulgata, è
stato scritto da San Girolamo nel IV secolo e si rifà a quello greco promulgato in età ellenistica
per gli ebrei della diaspora e chiamato dei Settanta (non dal numero degli scrittori, che erano
cinque, ma dal consiglio del Sinedrio che l’aveva approvato).
[8] Alcuni studiosi suggeriscono una metodologia che prevede tre momenti centrali:
– lettura del testo: analisi della struttura narrativa (lettura sincronica) con la ricerca di eventuali
tradizioni teologiche (lettura diacronica);
– interpretazione: per far emergere i significati culturali e religiosi del testo;
– applicazione dei significati emersi alla vita di ogni giorno, cercando di prolungare nell’oggi i
significati del testo mediante l’analogia delle situazioni
[9] Il primo testo scritto della Bibbia ebraica, che chiameremo da ora in poi del
Tanakh, secondo la tradizione (Graf e Welhausen) parte da quattro documenti
posteriori all’epoca di Mosé (XIII secolo a. C.):
1. Tradizione Jahvista (J), redatta nel IX secolo a. C. in Giuda
2. Tradizione Eloista (E), redatta nell’VIII secolo a. C. in Israele
3. Tradizione Deuteronomista (JED), redatta dopo il re Giosia (640- 609 a . C.)
4. Tradizione Sacerdotale (P), redatta dopo l’esilio babilonese ( 537 a . C.)
Dopo il 722 a . C. J ed E furono fusi in un unico testo.
Oggi si ritiene che tutte queste tradizioni risalgano a fonti orali molto più antiche e
sono considerate cristallizzazioni di correnti di tradizioni che hanno origini non
conosciute e che sono continuate a sgorgare per centinaia di anni.
La sovrapposizione delle diverse tradizioni è ancora rintracciabile nelle redazioni
definitive; vi sono infatti:
2 racconti di creazione
2 genealogie di Caino
2 racconti del diluvio
2 testi del decalogo
4 calendari liturgici e così via.
[10] Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, ed. 1992, al punto 115 e seguenti si
afferma che la Sacra Scrittura va letta secondo diversi sensi: letterale, spirituale,
allegorico, morale, anagogico. E’ compito degli studiosi contribuire alla più profonda
intelligenza ed esposizione del senso della Sacra Scrittura, per contribuire a maturare il
giudizio della Chiesa (ma nuovamente sottoposto, in ultima istanza, al suo giudizio).
[11] L’espressione proclamata con forza da YHWH fu “Ehyeh asher ehyeh”, tradizionalmente
tradotta con “Io sono colui che sono”. Interessante ci appare – tra le tante shakespeariane
astruserie – l’interpretazione di Harold Bloom (Gesù e Jahvè, Rizzoli, 2006): “Io sarò presente
ogni qualvolta e ovunque sarò presente”.
[12] Cappelletto Gianni, Genesi (Capitoli 1 – 11), Messaggero di Sant’Antonio, 2000)
[13] Nelle prime sette tavolette d’argilla dell’Enuma Elish, conservate nel British
Museum, sono descritte la creazione dei cieli e della terra e di tutto ciò che vi è in essa,
compreso l’uomo (nelle prime sei tavolette), e la lode al dio Marduk (settima tavoletta)
che nel settimo giorno si riposò (cessò ogni suo lavoro).
[14] Vedi SPINOZA, Baruch, Trattato teologico-politico, Einaudi 1972, pagg. 185-228
[15] E’ il nome dell’uomo e del mondo (aDaMaH) di Genesi. Non va confuso con
l’uomo di altri mondi, con l’uomo sinonimo di specie umana o con il maschio della
specie umana. ‘aDaM è l’uomo degli Elohim e di YHWH, quello che si sono scelti e
al quale hanno affidato l’elaborazione del loro progetto del mondo.
‘aDaMaH è la sostanza adamica (il corrispondente femminile di ‘aDaM) che una
‘eReTs o un ‘aDaM devono venerare, servire, coltivare per raggiungere la dimensione
di nazione o di uomo che piace a Dio.
[16] “Il mito non conosce alcuna creazione dal nulla […]. Il mito presuppone sempre
un caos dai cui elementi prende forma l’opera della creazione” . Creazione dal nulla e
auto-limitazione di Dio, in G. Scholem, Concetti fondamentali dell’ebraismo, Marietti,
Genova 1896.
[17] A. Rosmini, Teodicea, Città Nuova, 1977, pagg. 90-91
[18] Secondo il Fabre-d’Olivet la scrittura ebraica ha tre diversi modi di essere letta:
due sono sonori ed uno visivo; i primi due hanno significato letterale e figurale, il
terzo ha significato geroglifico.
[19] Fabre d’Olivet, La lingua ebraica restituita, Parigi 1825. Traduzione italiana a
cura di Maria Luisa Mazzini, Arché, Milano, 1980