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ET Saggi

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Titolo originale Kommandant in Auschwitz

© 1958 Deutsche Verlags-Anstalt, Stuttgart

© 1960, 1985 e 1997 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

Prima edizione «Saggi» 1960

ISBN 978-88-06-17384-5
Rudolf Hoss
Comandante ad Auschwitz

Traduzione di Giuseppina Panzieri Saija


Prefazione di Primo Levi
Con un articolo di Alberto Moravia

Einaudi
Prefazione

Di solito, chi accetta di scrivere la prefazione di un libro


lo fa perché il libro gli sembra bello: gradevole da leggersi,
di nobile livello letterario, tale da suscitare simpatia o al­
meno ammirazione per chi lo ha scritto. Questo libro sta
all'estremo opposto. È pieno di nefandezze raccontate con
una ottusità burocratica che sconvolge; la sua lettura op­
prime, il suo livello letterario è scadente, ed il suo autore, a
dispetto dei suoi sforzi di difesa, appare qual è, un furfante
stupido, verboso, rozzo, pieno di boria, ed a tratti palese­
mente mendace. Eppure questa autobiografia del Coman­
dante di Auschwitz è uno dei libri piu istruttivi che mai
siano stati pubblicati, perché descrive con precisione un
itinerario umano che è, a suo modo, esemplare: in un clima
diverso da quello in cui gli è toccato di crescere, secondo
ogni previsione Rudolf Hoss sarebbe diventato un grigio
funzionario qualunque, ligio alla disciplina ed amante del­
l'ordine: tutt'al piu un carrierista dalle ambizioni moderate.
Invece, passo dopo passo, si è trasformato in uno dei mag­
giori criminali della storia umana.
A noi superstiti dei Lager nazionalsocialisti viene spe:;so
rivolta, specialmente dai giovani, una domanda sintomati­
ca: com'erano, chi erano « quelli dall'altra parte » ? Possibile
che fossero tutti dei malvagi, che nei loro occhi non si
leggesse mai una luce umana? A questa domanda il libro
risponde in modo esauriente: mostra con quale facilità il
bene possa cedere al male, esserne assediato e infine som­
merso, e sopravvivere in piccole isole grottesche: un' ordi­
nata vita famigliare, l'amore per la natura, un moralismo
vittoriano. Appunto perché il suo autore è un incolto, non
lo si può sospettare di una colossale e sapiente falsificazione
della storia: non ne sarebbe stato capace. Nelle sue pagine
affiorano bensf ritorni meccanici alla retorica nazista, bugie
vr PRIMO LEVI

piccole e grosse, sforzi di autogiustificazione, tentativi di


abbellimento, ma sono talmente ingenui e trasparenti che
anche il lettore piu sprovveduto non ha difficoltà ad identi­
ficarli: spiccano sul tessuto del racconto come mosche nel
latte.
· Il libro è insomma un'autobiografia sostanzialmente ve­
ridica, ed è l'autobiografia di un uomo che non era un
mostro, né lo è diventato, neppure al culmine della sua
carriera, quando per suo ordine si uccidevano ad Ausch­
witz migliaia di innocenti al giorno. Intendo dire che gli si
può credere quando afferma di non aver mai goduto nel­
l'infliggere dolore e nell'uccidere: non è stato un sadico,
non ha nulla di satanico (qualche tratto satanico si coglie
invece nel ritratto che egli traccia di Eichmann, suo pari
grado ed amico: ma Eichmann era molto piu intelligente di
Hoss, e si ha l'impressione che Hoss abbia prese per buone
certe vanterie di Eichmann che non reggono ad un'analisi
seria). È stato uno dei massimi criminali mai esistiti, ma
non era fatto di una sostanza diversa da quella di qualsiasi
altro borghese di qualsiasi altro paese; la sua colpa, non
scritta nel suo patrimonio genetico né nel suo esser nato
tedesco, sta tutta nel non aver saputo resistere alla pressio­
ne che un ambiente violento aveva esercitato su di lui, già
prima della salita di Hitler al potere.
Se vogliamo essere leali, dobbiamo ammettere che il gio­
vane parte male. Suo padre, commerciante, è un « cattolico
fa natico » (ma attenzione: nel vocabolario di Hoss, e piu in
generale in quello nazista, questo aggettivo ha sempre una
connotazione positiva), vuol fare di lui un sacerdote, ma
allo stesso tempo lo assoggetta ad una rigida educazione di
tipo militare: delle sue inclinazioni e tendenze non si tiene
alcun conto. È comprensibile che non provi affetto per i
genitori, e che cresca chiuso ed introverso. Resta orfano
presto, attraversa una crisi religiosa, ed allo scoppio della
Grande Guerra non ha esitazioni: il suo universo morale è
ormai ridotto ad una singola costellazione, il Dovere, la
Patria, il C ameratismo, il Coraggio. Parte volontario, e lo
scaraventano diciassettenne sul selvaggio fronte iracheno;
uccide, resta ferito, e si sente diventato uomo, cioè soldato:
per lui i due termini sono sinonimi.
La guerra è (dappertutto: ma in specie nella Germania
sconfitta ed umiliata) una pessima scuola. Hoss non tenta
neppure di reinserirsi nella vita normale; nel clima terribile
PREFAZIONE VII

del dopoguerra tedesco, s i arruola i n uno d e i tanti Corpi


Volontari dai compiti sostanzialmente repressivi, è coinvol­
to in un assassinio politico e condannato a dieci anni di
prigione. Il regime carcerario è duro, ma gli si confà: non è
un ribelle, la disciplina e l'ordine gli piacciono, anche
espiare gli piace; è un carcerato modello. O stenta buoni
sentimenti: aveva accettato la violenza della guerra perché
era sta�a ordinata dall'Autorità, ma lo disgustano le violen­
ze dei suoi compagni di prigionia perché sono spontanee.
Sarà questa una delle sue costanti: ordine ci vuole, in tutto;
le direttive devono venire dall'alto, sono buone per defini­
zione, vanno eseguite senza discuterle ma coscienziosamen­
te; l'iniziativa è ammessa solo al fine di una piu efficiente
esecuzione degli ordini. L'amicizia, l'amore e il sesso gli
sono sospetti; Hoss è un uomo solo.
Dopo sei anni è amnistiato; trova lavoro in una comunità
agricola, si sposa, ma ammette di non essere mai riuscito,
né allora né poi, quando piu ne avrebbe avuto bisogno, a
comunicare confidenzialmente con la moglie. È questo il
punto in cui gli si apre davanti la trappola: gli viene offerto
di entrare nelle SS, e lui accetta, attirato dalla « prospettiva
di una carriera rapida » e dai « vantaggi finanziari ad essa
collegati ». È anche questo il punto in cui dice al lettore la
prima bugia: « Leggendo l'appello di Himmler ad entrare
tra le SS in servizio nei campi di concentramento, non
avevo minimamente riflettuto alla realtà vera di questi
campi. . . ; era un concetto assolutamente sconosciuto, né
riuscivo a farmene un'idea ». Via, comandante Hoss, per
mentire ci vuole piu agilità mentale: siamo nel 1934, Hitler
è già al potere ed ha sempre parlato chiaro ; il termine
« Lager » nella sua nuova accezione è già ben noto, pochi
sanno esattamente che cosa vi avviene, ma tutti sanno che
sono luoghi di terrore ed orrore: ed assai di piu se ne sa
nell'ambiente delle SS. Il « concetto » è tutt'altro che « sco­
nosciuto », viene già cinicamente sfruttato dalla propagan­
da del regime: « se non righi dritto finisci in Lager », è un
modo di dire quasi proverbiale.
La sua carriera è infatti rapida. La sua esperienza carce­
raria non è stata inutile, non a torto, i superiori vedono in
lui uno specialista, e rifiutano le sue deboli richieste di
ritornare fra la truppa: un servizio vale l'altro, il nemico è
dappertutto, alle frontiere ed all'interno; Hoss non deve
sentirsi sminuito. Hoss accetta; se il suo dovere è fare l'a-
VIII P R I M O LEVI

guzzino, farà laguzzino con tutta la diligenza possibile:


« devo confessare di aver assolto il mio compito con co­
scienza ed attenzione, di non aver avuto riguardi verso i
prigionieri, di esser stato severo e spesso duro ». Che sia
stato duro, nessuno ne dubita; ma che dietro alla sua « ma­
schera di pietra » si nascondesse un cuore dolorante, come
afferma, è una menzogna non solo indecente, ma anche
puerile.
Non è invece una menzogna la sua ripetuta affermazione
che, una volta entrati nell'ingranaggio, fosse difficile uscir­
ne. Non si rischiava certo la morte e neppure una punizione
severa, ma. il distacco era obiettivamente difficile. La milizia
presso le SS comprendeva una « rieducazione » intensiva ed
abile, che lusingava l'ambizione degli adepti: questi, per lo
piu incolti, frustrati, reietti, si sentivano rivalutati ed esal­
tati. La divisa era elegante, la paga buona, i poteri quasi
illimitati, l'impunità garantita; erano oggi i padroni del pae­
se, e domani (lo diceva uno dei loro inni) del mondo intero.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale Hoss è già
Schutzhaftlagerfuhrer a Sachsenhausen, che non è dire po­
co, ma merita una promozione; accetta con sorpresa e
gioia la nomina a comandante: si tratta di un campo nuovo,
ancora in costruzione, lontano dalla Germania, vicino ad
una cittadina polacca che si chiama Auschwitz.
È veramente un esperto, lo dico senza ironia. A questo
punto le sue pagine diventano concitate e piene di parteci­
pazione: l'Hoss che scrive è già stato condannato a morte
da un tribunale polacco, anche questa condanna viene da
un'autorità e va quindi accettata, ma non è questa una
ragione per rinunciare a descrivere la sua ora piu bella. Ci dà
un vero trattato di urbanistica, sale in cattedra, la sua sa­
pienza non deve andare perduta, non dispersa la sua eredi­
tà; ci insegna come va pianificato, costruito, gestito un
campo di concentramento in modo che funzioni bene, rei­
bungslos, nonostante l'inettitudine dei sottoposti e la cecità
dei superiori, discordi fra loro, che gli mandano piu treni di
quanti il campo possa accettare. È lui il comandante? eb­
bene, che si arrangi. Qui Hoss diventa epico: chiede al
lettore ammirazione, lode, perfino commiserazione; è stato
un funzionario di grande competenza e diligenza, a questo
suo Lager ha sacrificato tutto, i giorni e le notti di riposo, gli
affetti famigliari. L'Ispettorato non ha comprensione per
lui, non gli manda i rifornimenti, tanto che lui, il funziona-
PREFAZ I ON E IX

rio modello, stretto fra le due mascelle dell'Autorità, deve


« letteralmente andare a rubare il quantitativo di filo spina­
to pili urgente. . . Dovevo pure pensare ai casi miei! »
E meno convincente quando si erge a maestro nella so­
ciologia del Lager. Depreca con virtuoso disgusto le lotte
interne fra i prigionieri: che gentaglia, non conoscono l' o­
nore né la solidarietà, le grandi virtli del popolo tedesco;
ma poche righe dopo si lascia sfuggire l'ammissione che
« queste lotte erano accuratamente coltivate e stimolate dal­
la direzione », cioè da lui. Descrive con sussiego professio­
nale le varie categorie di prigionieri, interpolando nell'anti­
co disprezzo stonate apostrofi di ipocrita pietà retrospetti­
va. Meglio i politici dei criminali comuni, meglio gli zingari
( « erano. . . per me i prigionieri pili cari ») degli omosessuali;
i prigionieri di guerra russi sono animaleschi, e gli ebrei
non gli sono mai piaciuti.
Proprio sul tema degli ebrei le stonature diventano pili
stridule. Non si tratta di un conflitto: non è che l'indottri­
namento nazista venga a collidere con una nuova e pili
umana visione del mondo. Semplicemente, Hoss non ha
capito nulla, non ha superato il suo passato, non è guarito:
quando dice (e lo dice spesso) « ora mi rendo conto. . . ora
ho capito che. . . », mente in modo vistoso, come mentono
oggi quasi tutti i « pentiti » politici, e tutti coloro che espri­
mono il loro pentimento con le parole invece che con i fatti.
Mente perché? Forse per lasciare una migliore immagine di
sé; forse solo perché i suoi giudici, che sono i suoi nuovi
superiori, gli hanno detto che le opinioni corrette non sono
pili quelle di prima ma altre.
Proprio il tema degli ebrei ci fa vedere quanto abbia
pesato sulla Germania la propaganda di Gobbels, e quanto
sia difficile, anche su un individuo arrendevole come Hoss,
cancellarne gli effetti. Hoss ammette che gli ebrei erano
in Germania « abbastanza » perseguitati, ma si affretta a
precisare che il loro ingresso in massa è stato pernicioso
per il livello morale dei Lager: gli ebrei, come è noto, sono
ricchi, e col denaro si può corrompere chiunque, perfino i
moralissimi ufficiali delle SS. Ma il puritano Hoss (che in
Auschwitz aveva avuto una prigioniera come amante, ed
aveva tentato di liberarsene mandandola a morte) non è
d'accordo con l'antisemitismo pornografico dello « Stiir­
mer » di Streicher: questo giornale « ha arrecato molti mali;
non ha giovato affatto all'antisemitismo serio»; ma non c'è
X PRIMO LEVI

da stupirsene, dato che, improvvisa Hoss, era « un ebreo a


redigerlo ». Sono stati gli ebrei a diffondere (Hoss non osa
dire « inventare ») le notizie sulle atrocità in Germania, e di
questo è giusto punirli; ma Hoss il virtuoso non è d' accor­
do col suo superiore Eicke, che vorrebbe stroncare la fuga
di notizie con l'intelligente sistema delle punizioni colletti­
ve. La campagna sulle atrocità, nota Hoss, « sarebbe prose­
guita anche se si fossero fucilate centinaia o migliaia di
persone»; il corsivo di quell'anche, gemma della logica na­
zista, è mio.
Nell'estate del r941 Himmler gli comunica « personal­
mente » che Auschwitz sarà qualcosa di diverso da un luogo
d'afflizione: deve diventare « il piu grande centro di stermi­
nio di tutti i tempi »: si aggiusti lui, con i suoi collaboratori,
a trovare la tecnica migliore. Hoss non batte ciglio, è un
ordine come gli altri, e gli ordini non si discutono. Ci sono
già esperienze condotte in altri campi, ma i mitragliamenti
in massa e le iniezioni tossiche non sono convenienti, ci
vuole qualcosa di piu rapido e sicuro; soprattutto, bisogna
evitare « i bagni di sangue », perché demoralizzano gli ese­
cutori. Dopo le azioni piu sanguinose, alcuni SS si sono
uccisi, altri si ubriacano metodicamente; ci vuole qualcosa
di asettico, di impersonale, per salvaguardare la salute men­
tale dei militi. L'asfissia collettiva con gas di scarico dei
motori è un buon inizio, ma va perfezionata: Hoss ed il suo
vice hanno l'idea geniale di usare il Cyclon B, il veleno che
si usa per i topi e le blatte, e tutto va per il meglio. Hoss,
dopo il collaudo eseguito su 900 prigionieri russi, prova
« un grande conforto »: l'uccisione in massa è andata bene,
sia come quantità sia come qualità; niente sangue, niente
traumi. Tra il mitragliare gente nuda sull'orlo della fossa da
loro stessi scavata, e il buttare una scatoletta di veleno
dentro un condotto d 'aria, la differenza è fondamentale. La
sua massima aspirazione è raggiunta: la sua professionalità
è dimostrata, è lui il miglior tecnico della strage. I colleghi
invidiosi sono sconfitti.
Le pagine piu ripugnanti del libro sono quelle in cui
Hoss si attarda a descrivere la brutalità e l'indifferenza con
cui gli ebrei incaricati dello sgombero dei cadaveri atten­
dono al loro lavoro. Contengono un immondo atto d'accu­
sa, una chiamata di correo, quasi che quegli infelici (non
erano « esecutori d'ordini » anche loro?) p otessero addos­
sarsi la colpa di chi li aveva inventati e delegati. Il nodo del
P R EFAZIONE XI

libro, e la sua bugia meno credibile, sta a p . 136: davanti


all'uccisione dei bambini, dice Hoss, « provavo una pietà
cosi immensa che avrei voluto scomparire dalla faccia della
terra, eppure non mi fu lecito mostrare la minima emozio­
ne » . Chi gli avrebbe impedito di « scomparire » ? Neppure
Himmler, il suo capo supremo, che, malgrado l'ossequio
che Hoss gli tributa, traspare da queste pagine nel doppio
aspetto del demiurgo e di un idiota pedante, incoerente ed
intrattabile.
Neppure nelle ultime pagine, che assumono il tono di un
testamento !iPirituale, Hoss riesce a misurare l'orrore di
quanto ha commesso, ed a trovare l'accento della sincerità.
« Oggi comprendo che lo sterminio degli ebrei fu un errore,
un colossale errore » ( si noti, non « una colpa »). « L'anti­
semitismo non è servito a nulla; al contrario, il giudaismo se
ne è giovato per avvicinarsi maggiormente al suo obiettivo
finale ». Poco dopo, afferma di sentirsi « venir meno » nel-
1' « apprendere quali spaventose torture si applicassero in
Auschwitz e anche in altri campi »: se si p ensa che chi
scrive cosi sa già che sarà impiccato, si rimane attoniti da­
vanti a questa sua ostinazione nel mentire fino all'ultimo
respiro. L'unica spiegazione possibile è questa: Hoss, come
tutti i suoi congeneri ( non solo tedeschi: penso anche alle
confessioni dei terroristi pentiti o dissociati), ha trascorso la
vita facendo sue le menzogne che impregnavano l'aria a cui
attingeva, e quindi mentendo a se stesso.

Ci si può domandare, e certamente qualcuno se lo do­


manderà, o lo domanderà, se esiste un motivo per ripubbli­
care questo libro oggi, a 40 anni dalla fìne della guerra ed a
38 dall'esecuzione dell'autore. A mio parere, i motivi sono
almeno due.
Il primo motivo è contingente. Pochi anni fa ha preso
inizio un'operazione insidiosa: il numero delle vittime dei
campi di sterminio sarebbe stato enormemente minore di
quanto afferma « la storia ufficiale »; nei campi non si sa­
rebbe mai usato gas tossico per uccidere esseri umani. Su
entrambi questi punti la testimonianza di Hoss è completa
ed esplicita, né si vedrebbe perché avrebbe dovuto formu­
larla in modo cosi preciso ed articolato, e con tanti dettagli
conformi a quelli dei sopravvissuti ed ai reperti materiali, se
si fosse trovato in stato di costrizione come pretendono i
XII PREFAZIONE

«revisionisti». Hoss mente spesso per giustificarsi, ma mai


sui dati di fatto: anzi, della sua opera di organizzatore appa­
re fiero. Avrebbero dovuto essere ben sottili, lui ed i suoi
pretesi mandanti, per architettare dal nulla una storia cosi
coerente e verosimile. Le confessioni estorte dall'Inquisi­
zione, o nei processi di Mosca degli anni '30, o nei processi
delle streghe, avevano tutt'altro tono.
Il secondo motivo è essenziale e di validità permanente.
Si spandono oggi molte lacrime sulla fine delle ideologie;
mi pare che questo libro dimostri in modo esemplare a che
cosa possa portare un'ideologia che viene accettata con la
radicalità dei tedeschi di Hitler, e degli estremisti in genera­
le. Le ideologie possono essere buone o cattive; è bene
conoscerle, confrontarle e cercare di valutarle; è sempre
male sposarne una, anche se si ammanta di parole rispetta­
bili quali Patria e Dovere. Dove conduca il Dovere cieca­
mente accettato, cioè il Fuhrerprinzip della Germania nazi­
sta, Io dimostra la storia di Rudolf Hoss.
PRIMO LEVI
Comandante ad Auschwitz
Autobiografia
La mia psiche. Sviluppo, vita, esperienze
I.

Infanzia e giovinezza
r900-19r6

Nelle pagine che seguiranno voglio tentare di scrivere


della mia vita interiore. Voglio tentare di ricostruire, attra­
verso i ricordi, attenendomi fedelmente alla realtà, tutti i
processi essenziali, le vette e gli abissi della mia vita e della
mia esperienza psichica.
Per abbracciare il quadro della mia vita in modo davvero
completo, devo rifarmi ai primi avvenimenti della mia in­
fanzia.
Fino a sei anni, abitai con i miei alla periferia della città
di Baden-Baden. Tutto intorno alla nostra casa c'erano sol­
tanto fattorie di contadini. In quell'epoca non ebbi compa­
gni di giochi, perché i bambini dei vicini erano tutti molto
piu grandi di me, e dovevo perciò accontentarmi della com­
pagnia degli adulti. Naturalmente, non era molto piacevole,
e cosi cercavo di sottrarmi il piu possibile alla sorveglianza,
intraprendendo da solo lunghe gite di esplorazione. In parti­
colare, ero affascinato dal gran bosco che si estendeva nelle
vicinanze, con i suoi giganteschi abeti. Ma non mi avventurai
troppo nell'interno, solo quel tanto che mi consentiva di
scorgere dalle pendici del monte la nostra valle. Del resto, mi
era proibito andare da solo per il bosco, da quando, piccolis­
simo, ero stato sorpreso a giocare là in mezzo tutto solo da
una compagnia di zingari, che mi aveva portato via con sé.
Fortunatamente ci imbattemmo in un contadino del vicina­
to, che passava di li per caso, e che poté riprendermi agli
zingari e riportarmi a casa.
Un luogo particolarmente ricco di fascino era il grande
bacino idrico della città. Ero capace di stare per ore dietro
le sue mura massicce, ad ascoltare il misterioso sussurrio
dell'acqua; nonostante le spiegazioni degli adulti, non riu­
scivo a capire che cosa potesse essere. Ma la maggior parte
del mio tempo la trascorrevo nelle stalle dei contadini, e
6 AUTOB I OGRAFIA

quello era il primo luogo in cui mi venivano a cercare, per


essere sicuri di trovarmi. Mi affascinavano soprattutto i
cavalli. Non mi saziavo mai di lisciarli, di parlare con loro e
di portargli delle leccornie. Se riuscivo a impadronirmi de­
gli arnesi adatti, subito mi mettevo a strigliarli. Nonostante
il timore dei contadini, mi infilavo anche tra le loro zampe,
ma non è mai avvenuto che un animale mi abbia calciato,
colpito o morso. Avevo stretto una vera amicizia perfino
con il feroce toro di un contadino. Non avevo nessuna
paura dei cani, e, del resto, nessun cane mi fece mai del
male. Abbandonavo immediatamente anche i miei giocatto­
li preferiti, appena mi si presentava la possibilità di sguscia­
re nelle stalle. Mia madre aveva tentato di tutto per disto­
gliermi da questo amore per gli animali, troppo pericoloso,
a suo giudizio. Invano. Ero e rimasi un passeggiatore solita­
rio, e sopra ogni cosa preferivo giocare o lavorare da solo e
senza essere guardato. Non amavo essere osservato.
Avevo anche una passione irresistibile per l'acqua, e tro­
vavo ogni scusa per lavarmi o fare il bagno. Correvo a
lavare tutti gli oggetti che trovavo, nel bagno, o nel rus_çello
che scorreva nel nostro giardino; cosi ho rovinato una
quantità di cose, abiti o giocattoli. Del resto, questa mania
dell'acqua mi è rimasta anche oggi.
Quando avevo sette anni, ci trasferimmo nelle vicinanze
di Mannheim. Anche qui abitavamo fuori città, ma, con
mio grande dolore, non c'erano stalle né bestiame. Come
spesso mi raccontò in seguito mia madre, la nostalgia delle
mie bestie e del mio bosco sulla montagna fu cosi forte che
caddi ammalato per parecchie settimane. In quell'epoca i
miei genitori fecero di tutto per distogliermi dal mio esage­
rato amore per gli animali, ma senza risultato. Ero sempre
in cerca di libri con riproduzioni di animali, e mi nasconde­
vo a sognare dei miei beniamini.
Per il mio settimo compleanno mi fu regalato Hans, un
pony nero come il carbone, con gli occhi ardenti e una
lunga criniera. Mi sentii quasi impazzire dalla gioia: final­
mente avevo trovato un vero compagno. Hans aveva un
carattere cosi fiducioso che mi seguiva dovunque, come un
cagnolino. Una volta, durante un'assenza dei miei genitori,
lo portai addirittura in camera mia. Poiché andavo molto
d'accordo con le persone di servizio, chiusero un occhio
sulla mia debolezza e non mi tradirono mai.
Nella zona in cui ora abitavamo c'erano parecchi ragazzi
I N FAN ZIA E GIOV INEZZA 7

della mia età. Insieme abbiamo giocato a tutti i giochi in­


fantili, che sono gli stessi in tutto il mondo e in tutte le
epoche, insieme abbiamo combinato le nostre marachelle.
Ma sopra ogni cosa amavo andare solo col mio Hans nel
grande bosco di Haardt, dove potevamo correre per ore
intere senza incontrare anima viva.
Cominciò infine la parte seria della vita, la scuola. In quei
primi anni di scuola non vi furono avvenimenti degni di
nota. Studiavo con zelo e sbrigavo i miei compiti piu in
fretta che potevo, per poter avere piu tempo da dedicare ai
miei vagabondaggi con Hans; i miei genitori mi accordava­
no piena libertà.
Mio padre aveva fatto voto di fare di me un sacerdote, e
cosf la mia futura professione era saldamente tracciata; la
mia educazione venne perciò informata a tale proposito.
Fui allevato secondo rigidi principi militari, e contempora­
neamente subii l'influenza dell'atmosfera profondamente
religiosa della mia famiglia. Mio padre era un cattolico
fanatico. Durante il periodo di Baden-Baden lo avevo vedu­
to raramente, perché per lo piu era in viaggio, e talvolta i
suoi affari lo tenevano lontano da casa per mesi interi'.
Tutto questo cambiò dopo il trasferimento a Mannheim.
Da allora egli trovò il tempo di occuparsi di me quasi ogni
giorno, sia per rivedermi i compiti sia per discorrere con
me della mia futura professione. Sopra ogni cosa preferivo i
suoi racconti del servizio militare nell'Africa orientale, le
sue descrizioni delle battaglie contro gli indigeni in rivolta,
della vita, dei costumi, del misterioso culto degli idoli di
questi indigeni. Ascoltavo, fremendo di ammirazione, i suoi
racconti sull'attività benefica e civilizzatrice delle missioni;
ero fermamente deciso a diventare anch'io un missionario,
e a recarmi nell'Africa piu misteriosa, possibilmente nel
cuore delle fo reste impenetrabili. Consideravo perciò una
festa la visita di un vecchio missionario d'Africa, dalla lunga
barba, che mio padre aveva conosciuto appunto laggiu.
Quando arrivava, non mi allontanavo di un passo per non
perdere neppure una parola della conversazione: arrivavo
perfino a dimenticare il mio Hans.
I miei genitori erano molto ospitali, sebbene a loro volta
si recassero raramente in società. I nostri ospiti erano so­
prattutto religiosi, di ogni ambiente.

1 Il padre di Rudolf Hoss, Franz Xaver Hoss, era commerciante.


8 AUTOBIOGRAFIA

Infatti, col passare del tempo, mio padre diventava sem­


pre pili bigotto. Non appena il tempo glielo consentiva, mi
portava con sé a visitare i luoghi di pellegrinaggio, i luoghi
sacri in patria e anche in Svizzera, e in Francia a Lourdes.
Pregava ardentemente che il cielo riversasse su di me la sua
grazia, affinché un giorno io diventassi un sacerdote bene­
detto da Dio. Anch'io ero profondamente credente, quanto
è possibile ad un fanciullo di quell'età, e prendevo molto
sul serio i miei doveri religiosi. Pregavo con una serietà
davvero infantile, ed ero pieno di zelo nel servir messa. I
miei genitori mi avevano allevato nel rispetto e nell'osse­
quio verso gli adulti, in specie i pili anziani, qualunque
fosse la loro classe sociale.
II mio primissimo dovere era di intervenire a portare
aiuto dovunque fosse necessario. In particolare, non tra­
scuravano mai di ricordarmi che era: mio dovere obbedire
immediatamente ai desideri e agli ordini dei genitori,· dei
maestri, dei preti ecc., insomma di tutti gli adulti, anche
quando si trattava di servigi personali, e che non mi era
lecito rifiutare. Ciò che dicevano gli adulti era sempre giu­
sto.
Questi fondamenti pedagogici sono diventati una parte
di me stesso. Rammento benissimo che mio padre - il quale
nel suo fanatismo di cattolico era un deciso avversario del
governo imperiale e della sua politica - tral �sciava mai di
ammonire i suoi amici che, per quanto forte potesse essere
la loro ostilità, obbedire alle leggi e ai decreti dello Stato era
comunque un dovere incondizionato.
Fin da piccolo mi educarono a una salda coscienza del
dovere. I miei erano molto rigorosi nell'esigere che tutti gli
incarichi fossero eseguiti con esattezza e coscienziosamen­
te. In particolare, mio padre badava a che io obbedissi
scrupolosamente a tutti i suoi ordini e ai suoi desideri.
Ricordo ancora che una notte mi tirò giu dal letto perché
avevo lasciato in giardino la coperta della sella, anziché
appenderla ad asciugare nella rimessa, secondo le sue di­
sposizioni. Me n'ero semplicemente dimenticato. Ma egli
non si stancava mai di ripetermi che le piccole negligenze,
spesso apparentemente trascurabili, sono spesso fonte di
gravi danni. In quel tempo questi concetti mi apparivano
oscuri, ma in seguito, ammaestrato da amare esperienze,
imparai a far tesoro di quei principi.
Tra i miei genitori c'era un rapporto benevolo e affettuo-
INFANZIA E G IOVINEZZA 9

so, pieno di reciproco rispetto e di comprensione; con tutto


ciò non li ho mai visti in atteggiamento tenero fra loro,
sebbene, d'altra parte, non abbia mai inteso che si scam­
biassero una parola adirata o cattiva. Menfre le mie due
sorelle, piu giovani di me di quattro e sei anni, erano molto
espansive e stavano sempre attaccate alla mamma, fìn dalla
piu tenera infanzia io fui nemico di ogni manifestazione
affettuosa, con gran dispiacere di mia madre, delle zie e
degli altri parenti. Una stretta di mano e qualche avara
parola di ringraziamento erano tutto ciò che potevano
aspettarsi da me.
Nonostante il mio profondo attaccamento ai genitori,
non riuscii mai a trovare il modo di rivolgermi a loro in tutti
i dispiaceri piccoli e grossi che tanto spesso travagliano un
cuore infantile. Me la sbrigavo da solo. Il mio unico confi­
dente, il solo che mi comprendesse, pensavo, era il mio
Hans. Le mie sorelle mi volevano molto bene e cercavano
continuamente di stabilire con me rapporti piu affettuosi,
ma io non avevo voglia di occuparmi di loro, e partecipavo
ai loro giochi soltanto se vi ero costretto. In queste occasio­
ni, però, le tormentavo talmente che alla fìne correvano a
piangere dalla mamma. Eppure, nonostante tutte le mie
angherie, mi rimasero affezionatissime, e ancor oggi si
rammaricano che io non abbia mai provato per loro senti­
menti piu caldi. Per me, rimasero sempre delle estranee.
Nutrivo grande rispetto e venerazione per mio padre e
per mia madre, ma non ho mai provato l'amore, I' amore dei
figli per i genitori, che la vita mi ha fatto conoscere piu
tardi. Non seppi mai spiegarmene la causa, e ancor oggi
non riesco a comprendere quale possa essere stata.
Non sono mai stato un bravo ragazzo, e tanto meno un
ragazzo modello. Ho commesso tutte le monellerie proprie
dell'età; ho giocato con gli altri ragazzi ai giochi piu violen­
ti, e ali'occasione mi sono anche battuto. Sebbene ci siano
sempre stati per me periodi di forzata solitudine, ebbi sem­
pre parecchi compagni di gioco.
Non ho mai lasciato passare un'offesa, e mi sono sempre
fatto valere; se ricevevo un torto, non avevo pace finché, a
mio giudizio, non me n'ero vendicato. Sotto quest'aspetto,
ero inflessibile e i miei compagni mi temevano molto. Cu­
riosamente, per tutto il periodo del ginnasio ebbi come
compagna di banco una ragazza, una svedese che voleva
diventare medico. I nostri rapporti rimasero dal principio
IO AUTOB I OG RAFIA

alla fine molto camerateschi, e non ci fu mai un litigio tra


noi. Nel nostro ginnasio, era consuetudine che si conservas­
se dal primo all'ultimo anno lo stesso compagno di banco.
Verso i tredici anni mi accadde un incidente che consi­
dero la prima rottura con quel mondo religioso che fino a
quel momento avevo preso tanto sul serio.
Durante una delle solite lotte che noi scolari intrapren­
devamo per essere i primi ad entrare in palestra, inawerti­
tamente feci rotolare dalle scale un mio compagno, che si
ruppe il malleolo. Per anni e anni centinaia di ragazzi erano
rotolati da quella scala, io compreso, senza che succedesse
nulla di grave. Il mio compagno, invece, fu sfortunato, ed io
venni punito con due ore di segregazione a scuola. Era un
sabato mattina. Nel pomeriggio, come di consueto tutte le
settimane, andai a confessarmi, e naturalmente riferii anche
questo incidente. Ma, arrivato a casa, non dissi nulla per
non guastare la domenica ai miei genitori. Ne sarebbero
stati informati per fìlo e per segno il lunedi seguente. La
sera a cena venne il mio confessore, che era un buon amico
di mio padre. Il mattino seguente mio padre mi interrogò
sull'incidente awenuto a scuola, e mi punf perché non
gliene avevo parlato subito. Mi sentii annientato, non già
per la punizione, ma per l'inaudito tradimento verso la mia
fiducia, commesso dal mio confessore. Mi avevano sempre
insegnato che il segreto della confessione era inviolabile, e
che il sacerdote non poteva rivelare neppure i piu gravi
misfatti che gli fossero confidati durante la santa confessio­
ne. E proprio il sacerdote nel quale riponevo tanta fiducia e
che era il mio confessore abituale, che conosceva a fondo
tutti i miei peccatucci, aveva rotto il segreto confessionale,
e per una stupidaggine simile!
Egli era il solo che potesse aver raccontato l'incidente a
mio padre. Infatti, né questi né mia madre né nessun altro
della famiglia era sceso in città durante la giornata; il nostro
telefono, per di piu, era guasto, e nessuno dei miei compa­
gni di classe abitava nelle vicinanze. Per quanto tempo ho
continuato a rimuginare su tutta la vicenda, domandando­
mi perché mai mi fosse successo un fatto cosi mostruoso!
Infine dovetti persuadermi - e lo sono tuttora - che quel
sacerdote aveva violato il segreto confessionale.
La mia fiducia nei preti consacrati venne cosi distrutta, e
il dubbio cominciò a insinuarsi in me. Non andai piu a
confessarmi da colui che era stato fino allora il mio padre
INFANZIA E G I OV I N EZZA II

spirituale; e quando mio padre me ne chiese il motivo, me


la cavai dicendogli che andavo a confessarmi nella cappella
della scuola, dall'insegnante di religione. A mio padre que­
sta spiegazione parve plausibile, ma sono persuaso che il
mio ex confessore ne abbia intuito i veri motivi. Di fatto,
non tralasciò gli sforzi per riconquistarmi, ma furono vani.
Feci anche di piu: ogniqualvolta mi fu possibile, evitai la
confessione, perché dopo quell'incidente ritenevo che i sa­
cerdoti non fossero degni di fiducia.
Nel catechismo era scritto che coloro i quali si recavano a
fare la comunione senza essersi prima confessati, sarebbero
stati puniti severamente da Dio. Si era anche verificato che
uno di questi peccatori era caduto morto al banco della
comunione.
Nella mia ignoranza infantile, imploravo umilmente Dio
nostro Signore di usare indulgenza verso di me, che non
riuscivo piu a confessarmi con fede, e di perdonarmi i
peccati che da me stesso gli rivelavo. Credetti cosi che i
miei peccati mi fossero stati rimessi, e con cuore tremante,
poiché in fondo a me dubitavo che la mia azione fosse
giusta, mi diressi al banco della comunione, in una chiesa
che non era la mia solita. Non accadde nulla! Ed io, mise­
rabile verme della terra, credetti che Dio avesse ascoltato le
mie preghiere e approvasse il mio comportamento.
Il mio spirito, che in materia di fede era stato sino allora
tranquillo e ben indirizzato, ne fu gravemente sconvolto:
perdetti cosi la fede profonda e sincera dell'infanzia.
L'anno successivo mori improvvisamente mio padre.
Non ricordo di essere stato particolarmente colpito da
quella perdita. Forse ero troppo giovane per misurarne
tutta la portata. Pure, la morte di mio padre avrebbe dato
alla mia vita un indirizzo completamente diverso da quello
che egli aveva desiderato.
Il.

Volontario di guerra
r9r6-r9r8

Allo scoppio della guerra, la guarnigione di Mannheim


parti per il fronte. Vennero allestite formazioni di riserva, e
cominciarono a giungere dal fronte i primi trasporti di feri­
ti. Io non riuscivo pili a rimanermene a casa: c'era troppo
da vedere, e io non volevo trascurare nulla. Dietro le mie
continue insistenze, ricevetti da mia madre il permesso di
presentarmi come volontario alla Croce Rossa. Le impres­
sioni ricevute in quel tempo furono troppo intense perché
possa rammentare con esattezza quale effetto mi fecero i
primi feriti. Vedo ancora le bende insanguinate che fascia­
vano teste e braccia, le uniformi macchiate di sangue e di
fango, le grige uniformi dei nostri e le uniformi del tempo
di pace dei Francesi, azzurre con calzoni rossi. Odo ancora
i lamenti repressi, mentre i feriti venivano caricati sui tran­
vai fatti affluire in tutta fretta. Correvo dall'uno all'altro,
portando bevande e sigarette; nelle ore libere dalla scuola
ero sempre negli ospedali, nelle caserme, oppure alla sta­
zione, per veder giungere le tradotte militari o i treni ambu­
lanza, e per aiutare a distribuire viveri e doni. Vedevo negli
ospedali i feriti gravi, che si lamentavano tra sé, e nel passa­
re davanti ai loro letti mi sentivo intimidito. Vidi anche dei
moribondi, e dei morti. Strani sentimenti mi suscitava la
loro vista, ma oggi non saprei piu descriverli esattamente.
Ma queste immagini di tristezza venivano rapidamente
cancellate dall'inguaribile allegria dei soldati feriti legger­
mente, o che non soffrivano. Non mi saziavo mai di ascolta­
re i loro racconti del fronte, della loro vita militare. Per
molte generazioni, tutti i miei avi paterni erano stati ufficia­
li; mio nonno nel 1870 era caduto, col grado di colonnello,
alla testa del suo reggimento. Anche mio padre era stato un
vero soldato a suo tempo, ma, dopo il congedo, il suo
V OLONTARIO DI GUERRA 13

fanatismo religioso aveva avuto la meglio sul suo entusia­


smo. Anch'io volevo diventare un soldato: in ogni caso, non
intendevo perdere la grande occasione di quella guerra.
Mia madre, il mio tutore e tutti i parenti cercarono natu­
ralmente di dissuadermi: prima prendessi la licenza liceale,
dopo avremmo potuto riparlarne. Del resto, non dovevo
diventare sacerdote? Io li lasciavo parlare, ma intanto stu­
diavo tutte le vie per andare al fronte. Pili d'una volta riu­
scii a infilarmi in qualche tradotta militare, ma ogni volta fui
scoperto e, nonostante le mie ardenti preghiere, riportato a
casa dalla gendarmeria, a causa della mia giovanissima età.
In quel tempo tutti i miei pensieri e le mie aspirazioni si
riassumevano nella divisa militare. S cuola, futura profes­
sione, casa paterna, tutto rimaneva nello sfondo. Mia ma­
dre cercò, con pazienza e bontà infinite e commoventi, di
distogliermi da questi piani, ma io spiavo ostinatamente
ogni occasione che mi consentisse di raggiungere il mio
scopo, ed essa finf per sentirsi impotente di fronte a cosi
tenace decisione. I parenti volevano rinchiudermi in un
seminario per missionari, ma la mamma vi si oppose. La
mia religiosità era tiepida, sebbene assolvessi coscienziosa­
mente tutte le pratiche religiose; mancava, però, la ferma
mano di mio padre a guidarmi.
Nel 1916 riuscii finalmente- con l'aiuto di un capitano
di cavalleria che avevo conosciuto in ospedale- a raggiun­
gere il reggimento nel quale avevano prestato servizio mio
padre e mio nonno 1, e dopo una breve istruzione venni
inviato al fronte, all'insaputa della mia cara mamma, che
non dovevo pili rivedere, perché mori nel 19 1 7 . Data la mia
estrema giovinezza- non avevo ancora sedici anni-, l'ar­
ruolamento clandestino, nella continua ansia di essere sco­
perto e rimandato a casa, le innumerevoli novità nel lungo
viaggio per la Turchia attraverso tanti paesi suscitarono in
me impressioni varie e profonde.
In seguito, il soggiorno a Costantinopoli, che era allora
cosi fastosamente orientale, e il viaggio in treno e a cavallo
per il lontano fronte irakeno aggiunsero, a quelle prime,
altre innumerevoli nuove sensazioni. Tuttavia non furono
essenziali per me, e non lasciarono tracce.
Ricordo assai bene, invece, il mio primo combattimento,
il primo scontro col nemico.

1 Il 2 r0 reggimento dei Dragoni del Baden.


AUTOB I O G RAFIA

Poco dopo il nostro arrivo al fronte, fummo assegnati ad


una divisione turca, e il nostro distaccamento di cavalleria
fu ripartito fra i tre reggimenti. Non eravamo ancora ben
sistemati quando gli Inglesi- erano Neozelandesi e India­
ni - lanciarono un attacco; i Turchi, poiché la faccenda si
fa ceva scottante, arretrarono, e il nostro piccolo distacca­
mento di Tedeschi rimase isolato in mezzo al deserto, cir­
condato da rocce e dalle rovine di una civiltà un tempo
fiorente, costretti a difendere la nostra vita. Non avevamo
abbondanza di munizioni, poiché il grosso dei rifornimenti
era rimasto indietro con i cavalli. Cominciai ad accorgermi
che la nostra posizione si stava facendo maledettamente
seria quando il fuoco divenne sempre piu intenso e preciso.
Uno dopo l'altro i miei camerati cadevano feriti; a un certo
punto il mio vicino non mi rispose piu. Voltatomi verso di
lui, vidi che sanguinava da una larga ferita al cranio: era già
morto. Fui invaso dall'orrore e da una tremenda paura, mai
piu provata in seguito, di dover subire lo stesso destino.
Fossi stato solo, sarei scappato anch'io come i Turchi;
non facevo che voltarmi per vedere il mio compagno mor­
to. Improvvisamente, mentre ero al colmo della disperazio­
ne, vidi il nostro capitano, appostato dietro una roccia, che
con calma glaciale, come se fosse stato al poligono di tiro,
rispondeva colpo per colpo, col fucile del mio vicino cadu­
to. Una calma sconosciuta, una strana rigidità scese allo­
ra in me, e mi fu chiaro che anch'io dovevo sparare. Fino
allora, non avevo sparato un solo colpo, tutto preso di ango­
scia per il lento avvicinarsi degli Indiani. Proprio allora,
uno di essi balzò in piedi dietro un mucchio di pietre. Lo
vedo ancora davanti a me, un uomo grande e grosso con
una barba nera sporgente. Esitai ancora per un istante -
negli occhi avevo ancora l'immagine del morto accanto a
me - poi sparai, e con grande emozione vidi l'indiano rica­
dere in avanti a metà del suo balzo, e non muoversi piu. Il
ghiaccio era rotto. Continuai a sparare, anche se non mi
sentivo ancora sicuro, colpo su colpo, come avevo imparato
durante l'istruzione. Non pensavo piu al pericolo. Del re­
sto, il mio capitano era lf accanto e mi incoraggiava a gran
voce. Quando gli Indiani compresero che resistevamo sul
serio, interruppero il loro assalto. Intanto i Turchi erano
ritornati sulle posizioni di partenza, e passammo al contrat­
tacco. Quel giorno stesso rioccupammo parecchio del ter­
reno perduto. Passandogli accanto, guardai con esitazione
VOLONTARIO DI G U ERRA 15

e timore il mio morto, e in quel momento in verità non mi


sentii a mio agio. Non potei mai accertare se in quel primo
combattimento io abbia ferito o ucciso altri Indiani; certo è
che dopo quel primo colpo miravo attentamente a quelli
che balzavano allo scoperto, e poi sparavo. Ma tutto era
ancora troppo eccitante per me.
Il mio capitano espresse la sua ammirazione per la calma
dimostrata in quel primo combattimento, il mio battesimo
delfuoco. Se avesse saputo quello che avevo provato dentro
di me! Qualche tempo dopo gli descrissi il mio stato d'ani­
mo durante il primo incontro col nemico; ma egli rise, e
disse che ogni soldato aveva provato, pili o meno, le stesse
emozioni. Provavo, stranamente, una grande fiducia e addi­
rittura una venerazione per il mio capitano. Era un rappor­
to assai pili intimo che con mio padre. Anch'egli mi teneva
sempre vicino a sé, e sebbene non facesse preferenze, mi
era assai affezionato e si preoccupava di me come di un
figlio. Era restio a mandarmi in ricognizione, ma finf per
cedere sempre pili spesso alle mie insistenze, ed era molto
fiero quando venivo scelto per una menzione o per una
decorazione'. Tuttavia non ne fece mai direttamente la
proposta. Quando, nella primavera del 1 9 1 8 , cadde nella
seconda battaglia del Giordano, lo piansi amaramente, poi­
ché la sua morte rappresentò dawero una perdita per me.
Al principio del l 9 I7 , la nostra fbrmazione venne inviata
sul fronte palestinese. Percorremmo cosf i luoghi santi, in­
contrando ad ogni passo nomi ben noti a tutti dalla storia
della religione e dalle leggende sacre. Ma come tutto era
diverso da quel che la nostra fantasia infantile aveva imma­
ginato dai quadri e dalle descrizioni !
Dapprima prendemmo posizione presso la ferrovia del­
l'Heggiaz, in seguito ci trasferimmo al fronte presso Geru­
salemme.
Una mattina, di ritorno da una lunga ricognizione a ca­
vallo al di là del Giordano, nella valle ci imbattemmo in una
lunga fila di carri agricoli, carichi di muschio. Poiché ave­
vamo ordine di perquisire tutti i veicoli e gli animali da
traino, in cerca di armi - gli Inglesi rifornivano in continua­
zione di armi, con tutti i mezzi immaginabili, gli Arabi e

1 Hoss, che al fronte venne ferito due volte, in Mesopotamia e in Palestina,


negli anni 1917 e 1918 ricevette le seguenti decorazioni: Croce di ferro, di I e di II
classe, Mezzaluna di ferro e Medaglia di servizio del Baden.
16 AUTOB I OGRAFIA

le popolazioni miste della P alestina, anche troppo deside­


rose di scuotersi di dosso il giogo turco -, ordinammo ai
contadini di scaricare i carri, e li interrogammo tramite il
nostro interprete, un giovane ebreo. Alla nostra richiesta su
ciò che intendessero fare di quel muschio, ci spiegarono
che lo portavano ai conventi di Gerusalemme, perché fosse
venduto ai pellegrini. La cosa ci sembrò molto oscura.
Poco tempo dopo, essendo stato ferito, venni condotto ad
un ospedale a Wilhelma, una colonia tedesca tra Gerusalem­
me e Giaffa. Erano coloni emigrati alcune generazioni prima
dal Wiirttemberg, per questioni religiose. Da essi appresi che
il muschio, portato in grande quantità a Gerusalemme dai
contadini, serviva ad un lucroso commercio. Si tratta di una
specie di muschio islandese, un intreccio bianco-grigiastro
con macchie rosse. Questo muschio viene venduto a caro
prezzo ai pellegrini, spacciandolo come muschio raccolto sul
Golgota: le macchie rosse deriverebbero dal sangue di Gesti.
E i coloni mi raccontavano tranquillamente quanto fosse
redditizio il commercio coi pellegrini in tempo di pace, allor­
ché giungono a migliaia nei luoghi sacri. Si tratta in generale di
gente disposta ad acquistare qualunque cosa possa essere
minimamente ricollegata ai luoghi o alle p ersone sacre. In
questo commercio si distinguevano in particolare i grandi
conventi per i pellegrini a Gerusalemme, dove nulla era trala­
sciato per spillare ai pellegrini stessi quanto piu denaro possi­
bile. Dopo il congedo dall'ospedale, potei osservare con i miei
occhi lo svolgersi di questo commercio a Gerusalemme. Na­
turalmente, a causa della guerra, c'erano pochi pellegrini, ma
tanto piu numerosi erano i soldati tedeschi e austriaci. In
seguito vidi che le medesime cose awenivano anche a Naza­
reth. Ne ho discusso a lungo con molti compagni, perché mi
rivoltava profondamente il cinismo con cui i rappresentanti
delle chiese residenti sul posto facevano mercato di cose rite­
nute sacre.
Ma la maggioranza dei miei commilitoni si mostrò indif­
ferente; dicevano che se esistevano degli imbecilli capaci di
cascare in quelle trappole, era giusto che p agassero per la
loro imbecillità. Altri, invece, consideravano quel mercato
come una industria turistica, sul tipo di quelle che prospe­
rano dovunque nei luoghi piu famosi. Pochi soltanto, catto­
lici profondamente credenti come me, condannavano que­
sta attività della Chiesa, ed erano disgustati di quel mercato
esercitato in spregio ai piu profondi sentimenti religiosi dei
VOLONTARIO DI G UERRA

pellegrini, che spesso avevano venduto tutti i loro averi per


poter visitare, una volta nella vita, i luoghi sacri.
Per molto tempo non seppi distogliermi da queste consi­
derazioni, e probabilmente esse diedero il colpo decisivo al
mio allontanamento dalla Chiesa. A questo p roposito, devo
però osservare che i miei commilitoni erano tutti cattolici
convinti, provenienti dalle regioni rigidamente cattoliche
della Selva Nera. In quel tempo non ebbi mai occasione di
udire discorsi anticlericali.
Fu quello anche il periodo della mia prima esperienza
amorosa. Nell'ospedale di Wilhelma ero affidato alle cure
di una giovane infermiera tedesca. Avevo avuto un ginoc­
chio trapassato da una pallottola e contemporaneamente
soffrivo di un brutto attacco di malaria, interminabile. Era
necessario che fossi curato e sorvegliato con attenzione,
perché nei deliri della febbre avrei potuto farmi del male; e
l'infermiera ebbe cura di me come meglio non avrebbe
potuto fare neppure mia madre. Ma a poco a poco mi ac­
corsi che non era soltanto un sentimento materno a ispirar­
le tante cure, tanta amorosa sollecitudine.
Fino allora non avevo conosciuto l'amore per una donna,
l'amore per l'altro sesso. Certo, avevo sentito parlare molto
delle faccende del sesso nei discorsi dei miei camerati; e i
soldati non usano mezzi termini. Tuttavia l'impulso erotico
non si era mai manifestato, forse anche per mancanza di
occasioni; del resto, gli strapazzi di quella guerra non erano
i pili indicati a suscitare stimoli amorosi.
Nei p rimi tempi, le sue tenere carezze, la sua abitudine di
sorreggermi anche quando non era necessario, mi imbaraz­
zavano, dacché fin dalla primissima giovinezza avevo sem­
pre cercato di evitare ogni manifestazione di tenerezza. Ma
infine anch'io mi trovai prigioniero del cerchio magico del­
l'amore e cominciai a vedere la donna con altri occhi. Que­
sta inclinazione divenne per me un'esperienza meravigliosa,
incredibile, e arrivò fino al congiungimento carnale al quale
ella stessa mi indusse, poiché io, da me stesso, non ne avrei
avuto il coraggio. Questa prima esperienza amorosa, con la
sua piena tenerezza e la sua dolcezza, costituf un filo con­
duttore per tutto il resto della mia vita: non fui mai capace
di p arlare con trivialità di queste cose, e il rapporto sessua­
le, per me, non poté mai essere disgiunto da una profondis­
sima inclinazione. Questo mi aiutò anche a tenermi lontano
dalle avventure e dai bordelli.
18 AUTOB I O G RAFIA

La guerra fini. In essa e per essa ero ormai maturato


fisicamente e moralmente assai al di là dei miei anni, ero
diventato uomo. L'esperienza della guerra impresse su di
me il suo marchio indelebile. Mi ero ormai emancipato
dagli angusti confini della sicura casa paterna, il mio oriz­
zonte era diventato assai piii vasto. In quei due anni e
mezzo avevo visto e vissuto infinite cose in paesi stranieri,
avevo conosciuto una quantità di uomini di ogni strato
sociale, osservato i loro bisogni e le loro miserie.
Lo studente fuggito di casa, che tremava di paura al suo
primo combattimento, era diventato un soldato, ruvido e
deciso. Sottufficiale a diciassette anni - il piu giovane sot­
tufficiale dell'esercito - e insignito dell'EKI. Dopo la mia
promozione a sottufficiale venni impiegato quasi soltanto in
-vaste e importanti azioni di ricognizione e di sabotaggio. In
quel!'epoca imparai che il comando non dipende dal grado
ma dalle effettive capadtà, che la fredda calma del comandan­
te, l'imperturbabilità di fronte a qualunque avvenimento,
sono decisive nelle situazioni diffici li. Ma imparai anche
quanto sia difficile essere sempre un modello e mantenersi
impassibili ad onta dei propri sentimenti.
Ali' armistizio, che ci colse a Damasco, decisi fermamente
che non mi sarei lasciato internare a nessun costo, ma che
mi sarei fatto strada con le mie forze fì.no in patria. Il
comando ci aveva dissuasi dal farlo, ma, alla mia richiesta,
tutti gli uomini del mio plotone decisero volontariamente
di unirsi a me. Già dalla primavera del 1 9 1 8 comandavo un
plotone autonomo di cavalleria: erano tutti uomini sulla
trentina, e io avevo diciott'anni. Con una marcia avventuro­
sa traversammo l'Anatolia, poi, su un miserabile battello, il
Mar Nero fì.no a Varna, quindi cavalcammo senza posa
attraverso la Bulgaria, la Romania, nella neve fonda vali­
cammo le Alpi transilvane, passando per la Transilvania,
l'Ungheria e l'Austria, e dopo quasi tre mesi di peripezie
giungemmo infine in patria; avevamo compiuto tutto il
viaggio privi di carte, fidando soltanto nei ricordi della
geografi.a imparata a scuola, requisendo il vitto per i cavalli
e per gli uomini, guadagnandoci con le armi il passaggio
per una Romania divenuta ostile. Al deposito reggimenta­
le nessuno si aspettava il nostro ritorno; per quanto ne so,
nessuna altra formazione intera è tornata in patria dal no­
stro teatro di guerra.
III.

I l Corpo volontario e il Fememord


1919- 1923

Per tutto il periodo della guerra ero stato costantemente


tormentato dal dubbio intorno alla mia vocazione al sacerdo­
zio. Quell'antica, dolorosa esperienza con il confessore, e poi,
quando mi trovai sui luoghi sacri, la vista dell'abile e fruttuoso
commercio delle cose sacre, avevano distrutto la mia fiducia
nei preti. Altri dubbi nutrivo per molte istituzioni della Chie­
sa, cosicché, poco alla volta, maturò in me una decisa avver­
sione verso la professione tanto esaltata da mio padre. Tutta­
via per il momento non ne avevo in mente altre; di questi
problemi però non parlai mai con nessuno. Nella sua ultima
lettera prima di morire, mia madre mi aveva esortato a non
dimenticare la strada cui mi aveva destinato mio padre! In me
si combattevano il rispetto della volontà dei genitori e l' avver­
sione verso quella professione, e quando tornai in patria non
ero ancora riuscito a risolvere quel dissidio.
Dopo il mio ritorno, sia il tutore sia gli altri parenti
insistevano senza tregua perché entrassi in un seminario
ecclesiastico, dove avrei trovato l'ambiente e la preparazio­
ne adeguati alla p rofessione che mi era stata tracciata.
Ormai la nostra famiglia si era dissolta e le mie sorelle si
trovavano in una scuola claustrale. Soltanto allora sentii
profondamente la perdita di mia madre: ormai non avevo
piu una casa! Ero solo, abbandonato soltanto a me stesso. I
« cari parenti » avevano diviso tra loro tutti i cari ricordi,
tutto ciò che ci aveva reso cara e amata la casa paterna,
calcolando che io sarei diventato missionario e che le mie
sorelle sarebbero rimaste in convento: dunque, tutti quegli
oggetti « mondani » non ci sarebbero serviti; per il resto, la
sostanza ereditata era sufficiente ad acquistare una missione
per me e l'ingresso in convento per le mie sorelle.
Pieno d'ira contro questo arbitrio dei parenti, e di ango­
scia per la casa perduta, mi recai lo stesso giorno dallo zio,
20 AUTOBIOGRAFIA

che era anche mio tutore, e gli dichiarai chiaro e tondo che
non intendevo diventare sacerdote. Egli cercò di costrin­
germi a farlo, dichiarando che non mi avrebbe dato un
soldo per conseguire una professione diversa, avendo i miei
genitori scelto per me il sacerdozio. Su due piedi decisi
allora di rinunziare alla mia parte in favore delle mie sorel­
le, e il giorno dopo perfezionai tale disposizione presso un
notaio, respingendo fermamente tutte le insistenze dei pa­
renti. Me la sarei cavata da solo nel mondo. Acceso d'ira,
senza neppure congedarmi, abbandonai la casa dei « paren­
ti » e il giorno seguente partii per la Prussia orientale, per
presentarmi ad un corpo di volontari per il Baltico 1 •
Cosf il problema della mia professione fu improvvisa­
mente risolto, e nuovamente divenni soldato. Nuovamente
ritrovai una patria, una sicurezza nella solidarietà dei came­
rati. E, cosa strana, proprio io, il solitario che aveva dovuto
risolvere da solo tutti i problemi interiori e tutti i sentimen­
ti, mi sentii sempre attratto dallo spirito di corpo, nel quale
ciascuno poteva affidarsi ciecamente agli altri nel bisogno e
nel pericolo.
I combattimenti nel Baltico furono di una crudelta e di
un'asprezza mai viste in precedenza nella guerra mondiale
né, in seguito, in tutte le battaglie dei Corpi volontari. Non
esisteva un vero fronte, il nemico era dovunque; e quando
avveniva uno scontro, era un macello, fino alla distruzione
completa. In questo si distinguevano i Lettoni. Fu in quella
zona che vidi per la prima volta le atrocità contro la popo­
lazione civile. I Lettoni esercitavano vendette atroci contro
i loro compatrioti che avessero accolto presso di sé o sfa­
mato i soldati tedeschi o russi dell'Armata bianca. Dava­
no fuoco alle loro case, e facevano morire gli abitanti tra le
fiamme. Quante volte vidi lo spettacolo orribile delle ca­
panne incendiate e dentro i cadaveri carbonizzati o asfis­
siati di donne e bambini! La prima volta rimasi impietrito.

1 In un breve curriculum vitae manoscritto, presentato il 19 giugno 1936 da


Dachau all'Ufficio personale delle SS, Hoss scrisse, intorno a questi anni: « Non
appena congedato in patria, mi iscrissi subito al Corpo di volontari della Prussia
orientale per la guardia alla frontiera, poi passai al Corpo di volontari di Rossbach
e partecipai con esso a tutti i combattimenti sul Baltico, nel Meclenburgo, nel
territorio della Ruhr e nell'Alta Slesia. Tra un putsch e l'altro appresi lagricoltura
nelle campagne dell'Elba orientale, e lavorai anche da agricoltore». A ciò corri­
sponde anche il breve esposto autobiografico rilasciato nella sua dichiarazione del
14 marzo 1946. In esso, a completamento del periodo successivo alla fine dei
combattimenti nel Baltico, è detto: «Appartenevo allora alla compagnia di lavoro
Rossbach, ed ebbi poi, come membro di essa, un gruppo di lavoro nel Meden­
burgo».
IL CORPO VOLONTARIO E IL FEMEMORD 21

Credetti allora che l a furia annientatrice dell'uomo non


avrebbe mai potuto andar oltre.
Quantunque in seguito abbia dovuto spesso vedere spetta­
coli assai pili orrendi, ancor oggi ho dinanzi agli occhi vivida­
mente l'immagine di quella capanna mezzo incendiata, con
dentro l'intera famiglia uccisa, al margine del bosco presso la
Diina. In quel tempo riuscivo ancora a pregare, e lo feci 1 •
I Corpi volontari, tra gli anni 1 9 1 8 e 1 9 2 1 , furono un
fenomeno del tutto particolare del temp o. O gni governo li
utilizzava via via, ogni qualvolta la rivolta ardeva ai confini
o all'interno del Reich e le forze di polizia, e in seguito
l'esercito, non erano sufficienti a domarla, ovvero quando,
per motivi politici, era opp ortuno non comparissero. Natu­
ralmente il governo si affrettava a ripudiarli una volta eli­
minato il pericolo, o in seguito alle imperiose richieste
della Francia. Allora li scioglieva e perseguitava le organiz­
zazioni che si formavano con i loro resti e che erano in
attesa di essere impiegate da qualche parte. I membri di
questi Corpi di volontari erano soldati e ufficiali che, ritor­
nati dalla guerra mondiale, non riuscivano a reinserirsi nel­
la vita borghese, avventurieri in cerca di fortuna, disoccu­
pati che tentavano di sottrarsi ali' ozio e alla beneficenza
pubblica, e giovani, entusiasti volontari che accorrevano
alle armi per amor di patria. Tutti, senza eccezione, erano
legati da giuramento alla persona del comandante del Cor­
po. Il legame si reggeva su di lui e periva con lui. Nacque
cosi un sentimento di solidarietà, uno spirito di corpo che
nulla poteva infrangere. Quanto pili duramente eravamo
perseguitati dal governo in carica, tanto pili ci tenevamo
stretti gli uni agli altri: guai a colui che rompeva questo
legame della comunità, a colui che tradiva !
Poiché il governo era costretto a negare l'esistenza dei
Corpi di volontari, non poteva neppure perseg uire e punire
i delitti che venivano commessi nelle loro file, sia furti di
armi, sia rivelazione di segreti militari, sia alto tradimento,
ecc. Nacque cosi nei Corpi volontari e nelle o rganizzazioni
che ne derivarono, un'organizzazione autonoma della giu­
stizia, ispirata agli antichi modelli tedeschi, il Tribunale
della V ema. Ogni tradimento veniva punito con la morte;

1 Per l'esattezza storica dobbiamo osservare che i combattimenti fra le truppe


« bianche» e « rosse» nel Baltico furono condotti da entrambe le parti con ecce·
zionale asprezza e crudeltà. Ciò vale anche per i Corpi volontari tedeschi, e si
rileva anche dalle ufficiali Notizie sui combattimenti post-bellici di truppe e Corpi
volontari tedeschi, pubblicate nel 193 3 per incarico del Minister o della Guerra del
Reich.
22 AUTOB I OGRAFIA

cosi sono stati giustiziati molti traditori. Ma soltanto pochi


di questi casi furono conosciuti, e rarissimamente gli esecu­
tori poterono essere presi e giudicati dal Tribunale di Stato
per la difesa della Repubblica appositamente creato 1 •
Cosi avvenne appunto nel mio caso: il processo di Par­
chirn per un delit to della Verna, nel quale venni condanna­
to a dieci anni di penitenziario, come ispiratore e principale
responsabile. Avevamo giustiziato colui che aveva tradito
S chlageter presso i Francesi, e uno dei complici passò l'in­
formazione al « Vorwarts » - il giornale ufficiale so cialde­
mocratico - apparentemente per un rimorso di cos cienza,
ma in realtà, come venne accertato in seguito, per denaro.
Non fu mai possibile mettere in chiaro come si svolse ve­
ramente la vicenda. Il delatore, quando fu commesso il
delitto, non era abbastanza sobrio per ricordare con esat­
tezza i particolari, e coloro che li conoscevano tacquero.
Anch'io ero stato presente, ma non ero stato né l'ispiratore
né il principale responsabile. Ma quando, nel corso dell'in­
chiesta, compresi che io solo ero in grapo di accusare il
camerata che era stato il vero esecutore,·presi tutta la colpa
su di me, cosicché egli fu liberato durante l'inchiesta. Non
è necessario sottolineare che ero stato pienamente cJ.�àécor­
do sulla morte del traditore, per i motivi che ho/esposto
prima. Per di piu, Schlageter era da tempo mio buon came­
rata, insieme con lui avevo sostenuto tanti duri combatti­
menti nel Baltico e nella Ruhr, insieme avevamo lavorato
dietro le linee nemiche nella Slesia settentrionale e battuto
gli oscuri sentieri del traffico d'armi.

1 Il Tribunale di Stato per la difesa della Repubblica venne istituito in base


alla legge per la difesa della Repubblica del 26 giugno 1922. È inesatto che fosse
stato istituito « appositamente» per giudicare i delitti della Verna. Dal paragrafo 7
della legge per la difesa della Repubblica appare chiaramente che il Tribunale di
Stato si occupava soltanto di azioni criminali dirette contro la Repubblica, in
quanto forma dello Stato, e contro membri del governo. Fu l'assassinio del mini­
stro degli Esteri Rathenàu ( 24 giugno 1922) a provocare questa legge straordina­
ria, e l'istituzione del Tribunale di Stato per la difesa della Repubblica; tuttavia
esso non si occupava dei delitti della Vema in quanto tali. Il processo di Parchim
venne portato al Tribunale di Stato a Lipsia, anziché essere celebrato presso il
Tribunale locale (a Schwerin), perché le informazioni ( accertamenti) compiuti dal
Pubblico Ministero di Schwerin avevano indicato che H&s, e quasi tutti gli altri
personaggi implicati nel delitto, per la loro appartenenza alla «Lega per l'educa­
zione professionale agricola» ( un'organizzazione proibita della Comunità di lavo­
ro Rossbach derivante dal Corpo volontari Rossbach), erano sospetti di apparte­
nere ad un'organizzazione ostile alla forma di governo, che ricadeva sotto la legge
per la difesa della Repubblica ( cfr. in proposito la sentenza del Tribunale di Stato
per la difesa della Repubblica riguardo al delitto di Parchirn, p. 4; fotocopia
all'Inst. f. Zeitgesch. Arch. Sign. 1828-56).
IL CORPO VOLONTARIO E IL FEM E M O RD 23

In quel tempo ero fermamente persuaso - e lo sono ancor


oggi - che quel traditore avesse meritato la morte. Perché,
con ogni probabilità, nessun tribunale tedesco lo avrebbe con­
dannato, noi lo giustiziammo secondo una legge non scritta
creata da noi stessi� nata dalle necessità del tempo '.
Queste cose possono apparire comprensibili soltanto a
chi abbia personalmente vissuto, o sappia immaginare se
stesso vivere in un periodo cosf sconvolto e confuso.
In quei nove mesi di carcere preventivo ', e perfino du­
rante il processo, non credo di essermi mai reso conto della
mia reale posizione. Credevo fermamente che non ci sareb­
be stato nessun processo, e, anche ove si fosse arrivati a
questo, che non si sarebbe concluso con una condanna. In
quel 1 92 3 , i rapporti politici nel Reich erano diventati cosf
tesi che un rivolgimento appariva comunque inevitabile.
Confidavo perciò che, al momento opportuno, i miei came­
rati sarebbero riusciti a liberarmi. Il fallito putsch di Hitler

1 La descrizione dell'assassinio di Parchim fatta da Hoss appare troppo mani­


polata in suo favore, e in qualche punto evidentemente falsa, nel confronto con la
ricostruzione del fatto su cui si basò la sentenza del Tribunale di Stato. Gli
accertamenti del Tribunale durante il processo di Parchim per il delitto della
Verna, che ebbe luogo a Lipsia dal x 2 al x 5 marzo, dimostrarono che l'assassinio
era stato compiuto in modo particolarmente orrendo e brutale. Infatti Hoss e gli
altri complici, ai quali del resto apparteneva indirettamente anche Martin Bor­
mann, nella notte tra il 3 i maggio e il 1° giugno, dopo essersi ubriacati insieme,
avevano premeditatamente trascinato nel bosco un ex maestro elementare di
nome Kadow, che i membri della Rossbach sospettavano essere una spia comuni­
sta, e dopo averlo mezzo massacrato a colpi di mazza e di randello, gli avevano
tagliato la gola, per finirlo poi con due pistolettate. Non esiste la minima prova
che l'assassinio di Kadow fosse connesso in qualche modo col tradimento ai danni
di Schlageter, sebbene ciò sia stato concesso agli accusati come circostanza atte­
nuante. E poiché anche altrove, fra le testimonianze e la letteratura intorno ali' af­
fare Schlageter (che del resto storicamente non è ancora stato chiarito), non si
trova alcun riferimento a Kadow, la recisa affermazione di H&s, che era stato
Kadow a tradire Schlageter, deve essere considerata in ogni caso falsa. Del resto,
tale affermazione non è contenuta nel suo curriculum vitae del 1936, mentre lo è
nella sua dichiarazione del '4 marzo 1 946. Dato che l'esecuzione di Schlageter da
parte dei Francesi precedette di pochissimi giorni l'assassinio di Kadow, si può
ammettere che nell'eccitazione dovuta al tradimento contro Schlageter, Hé\ss
realmente abbia creduto di poter scorgere in Kadow « uno di quei traditori», e che
questa sua idea - del tutto ingiustificata oggettivamente - sia riemersa nelle di­
chiarazioni posteriori e poi nell'autobiografia. Anche l'affermazione di Hoss, se­
condo la quale le informazioni sull'assassinio di Kadow furono passate al « Vor­
warts » da uno dei complici (tale Jurisch) a scopo di lucro, è evidentemente falsa e
tende soltanto a scagionarlo. Invece il Tribunale di Stato venne alla conclusione
che Jurisch forni le informazioni, sebbene cosf facendo accusasse anche se stesso,
perché aveva motivo di temere che i complici nell'assassinio Kadow intendessero
eliminare anche lui, come testimone pericoloso.
2 Arrestato il 28 giugno 1923, Hoss fu condannato, il 15 marzo i924, a 10 anni
di carcere, detraendone i sei mesi di carcere preventivo già scontati.
24 AUTOB I OGRAFIA

del 9 novembre 1 9 23 avrebbe dovuto indurmi a riflessioni


ben diverse, e tuttavia continuai a sperare nella mia buona
stella'}i1Ambedue i miei difensori non avevano mancato di
aVV,ertirmi, senza mezzi termini, della gravità della mia po­
siziOne, che avrebbe potuto determinare perfino una con­
danna a morte, o almeno una lunghissima detenzione, data
la nuova composizione politica del Tribunale di Stato, e
l'inasprimento delle pene contro tutte le organizzazioni a
carattere nazionalistico. Ma io non vollì, o non seppi, cre­
dervi. Nel carcere preventivo godevamo di tutti i privilegi
possibili, dato che la grande maggioranza dei detenuti era
di sinistra, per lo piu comunisti. In prigione c'era perfino
il ministro sassone della Giustizia, Zeigner, accusato di
malversazione e di sùbornazione della giustizia'. Poteva­
mo scrivere e ricevere posta e pacchi, leggere i giornali e
quindi tenerci al corrente di quanto aweniva fuori. Ma
l'isolamento nella prigione era assai rigido; ad esempio,
ogni volta che ci conducevano fuori della cella ci bendava­
no gli occhi. Perciò i collegamenti con i camerati erano
possibili solo saltuariamente, qualche rapida frase dalla
finestra. Durante il processo, il fatto di gran lunga piu
interessante ed importante - piu del processo stesso- fu la
possibilità di stare insieme, la conversazione coi camerati
nelle pause e durante la traduzione in tribunale. Anche la
lettura della sentenza non fece nessuna impressione né a me
né a loro. Cosi partimmo per la nostra prigione allegri e
spensierati, cantando i nostri vecchi canti di battaglia. Era
l'allegria della disperazione? Non credo, almeno per quan­
to mi riguarda. Semplicemente, non volevo pensare alla
pena da espiare! Ma non tardò l'amaro risveglio : esatta­
mente subito dopo il nostro trasferimento nel peniten­
ziario.

1 Il dottor Erich Zeigner, che aveva collaborato al tentativo di stabilire in


Sassonia un governo comunista, fu destituito dalla sua carica di presidente dei
ministri e di ministro della Giustizia in Sassonia il 29 ottobre 1923; accusato
subito dopo di abuso di pubblico ufficio, il 29 mar20 1924 fu condannato a tre
anni di carcere per distruzione di documenti pubblici e per aver stornato fondi
pubblici per scopi politici di partito. La sua condanna relativamente severa per un
delitto sostanzialmente politico, se paragonata alle condanne spesso assai miti
contro gli assassini politici commessi dalle cosiddette organizzazioni patriottiche;
non è che un esempio di come la giustizia del governo di Weimar fosse assai piu
benevola verso la destra che non verso la sinistra. Assurdo è invece, da parte
di Hoss, il tentativo di far credere che la mitezza del trattamento nel carcere
·
di Lipsia fosse dovuta al fatto che la maggior parte dei detenuti era di sinistra.
IV.

Nel penitenziario brandeburghese


1924- 192 8

Feci conoscenza con un mondo nuovo e sconosciuto. I n


quel tempo, espiare u n a pena in u n penitenziario prussiano
non era davvero una villeggiatura.
La nostra vita era regolata fin nei minimi particolari e la
disciplina era rigidamente militare. Grande importanza era
annessa al rigoroso adempimento e all'esecuzione pili accu­
rata possibile della norma quotidiana di lavoro, che era
esattamente calcolata. Ogni infrazione era punita severa­
mente, e l'effetto di queste « punizioni interne » era ulte­
riormente rafforzato dal rifiuto di un condono - ove ve ne
fosse l'intenzione -, cioè di una riduzione della pena, da
parte della direzione.
Come prigioniero politico, reo di un « delitto dovuto a
convinzioni politiche » ( cosf ero stato definito) , godetti del­
l'unico privilegio allora possibile, cioè di una cella singola.
All' inizio mi dispiacque, perché ne avevo avuto abbastanza
dei nove mesi di isolamento a Lipsia. Ma in seguito ne fui
soddisfatto, nonostante i molti piccoli vantaggi offerti dalla
vita nelle grandi camerate comuni. Ma nella mia cella, da
solo, non dovevo stare in guardia contro nessuno, e soprat­
tutto non ero oppresso dal terrore della compagnia dei
delinquenti che popolavano i cameroni. Ho conosciuto, sia
pure ai margini e da lontano, questo terrore che colpiva
implacabilmente tutti coloro che non appartenevano alla
congrega dei delinquenti o non obbedivano alle sue leggi.
Neppure il ben organizzato penitenziario prussiano era in
grado di infrangere questo terrore.
Fino a quel momento avevo creduto di conoscere ogni
aspetto dell'umanità, dacché in tanti e diversi paesi e sotto ·
tutti gli aspetti avevo conosciuto uomini di ogni strato so­
ciale, i loro costumi e pili ancora i loro malcostumi; e in­
somma, nonostante la mia giovane età avevo già avuto espe­
rienze di ogni tipo.
AUTOB I O G RAFIA

Ma i delinquenti del penitenziario mi convinsero del


contrario. Pur isolato nella mia cella, venivo ogni giorno a
contatto con gli altri carcerati,' nelle passeggiate in cortile, o
quando mi presentavo all'uno o all'altro ufficio dell'ammi­
nistrazione, o al bagno, o attraverso gli inservienti o i bar­
bieri, o attraverso i p rigionieri che portavano i materiali da
lavoro o li riportavano via, e in molte altre circostanze.
Soprattutto alla sera udivo dalla finestra i loro discorsi, e ne
traevo una nuova comprensione del modo di pensare e
della psiche di quella gente: tutto un abisso di deviazioni,
vizi e passioni dell'uomo mi si spalancò dinanzi. Proprio
all'inizio della mia detenzione, una sera un mio vicino di
cella raccontò ad un altro come, durante una rapina ad una
casa forestale, dopo essersi accertato in precedenza che la
guardia stava tranquillamente all'osteria, aveva sgozzato
con la scure dapprima la domestica e poi la moglie della
guardia, in stato di avanzata gravidanza; quindi, poiché i
suoi quattro bambini gridavano, li aveva sfracellati ad uno
ad uno contro le pareti, finché avevano smesso di « grac­
chiare ». E raccontava questo delitto scellerato con espres­
sioni tanto sconce e brutali, che il mio unico impulso sa­
rebbe stato di strozzarlo. Quella notte non riuscii a dormi­
re. In seguito ebbi ad ascoltare cose anche piu orribili, ma
non turbarono la mia tranquillità quanto quel primo rac­
conto. L'autore era un rapinatore e assassino che era stato
condannato a morte piu volte, ma sempre era stato grazia­
to. Una sera, mentre rientravano nel dormitorio, egli fuggi,
abbatté con un'asta di ferro una guardia che gli sbarrava la
strada e riusci a scavalcare il muro. Scoperto dai poliziotti
dopo che aveva accoppato un pacifico passante per deru­
barlo degli abiti, si scagliò rabbiosamente contro di loro, e
venne abbattuto a fucilate.
In verità, il penitenziario brandeburghese raccoglieva il
fior fiore della criminalità berlinese: borseggiatori interna­
zionali, capi delle bande, scassinatori famosi, ruffiani, bari,
truffatori di alta classe, pervertiti dediti ai vizi piu bestiali.
Era una vera e propria scuola di delinquenza. I piu giovani,
i novizi delle singole specialità venivano iniziati con cura
dagli anziani ai segreti della categoria; ma i veri e propri
trucchi personali non venivano rivelati. Naturalmente, l'in­
segnamento se lo facevano pagare profumatamente: col
tabacco, la moneta corrente delle prigioni (fumare era seve­
ramente proibito, ma ogni fumatore riusciva a procurarsi il
NEL PENITENZIARIO B RANDEBU RGHESE 27

tabacco per vie traverse, facendo a metà con i sorveglianti


piu giovani), o con prestazioni di carattere sessuale, altro
mezzo usuale di pagamento, oppure con la promessa di una
compartecipazione ai « colpi » già progettati prima della
scarcerazione. Cosi molti crimini sensazionali nacquero pri­
ma ancora che fosse espiata la pena per crimini precedenti.
L'omosessualità era largamente diffusa. I carcerati piu
giovani e piacenti erano molto ricercati, e intorno a questi
« belli » scoppiavano intrighi e aspre lotte. I piu raffinati,
poi, si facevano pagare cara la loro fama. La mia opinione,
fondata su anni di esperienze e di osservazione, è che l' o­
mosessualità cosi diffusa nelle carceri soltanto in pochi casi
è una tendenza innata e p atologica; senza dubbio il bisogno
sessuale può pervertire gli individui dagli impulsi sessuali
molto forti, ma nella grandissima maggioranza dei casi è
provocata dalla ricerca di una esperienza eccitante, dal bi­
sogno di « avere-qualcosa-dalla-vita », e in un ambiente in
cui non esistono freni di nessun genere.
In questa massa di delinquenti per impulso proprio e per
tendenza, c'erano anche numerosi individui divenuti ladri e
truffatori a causa della miseria incalzante negli anni duris­
simi del dopoguerra e dell'inflazione, individui non abba­
stanza forti per resistere alle lusinghe di un guadagno facile,
che per circostanze avverse erano stati coinvolti nel vortice
di un crimine. Molti di essi hanno lottato onestamente e
coraggiosamente per sottrarsi all'influenza asociale di quel-
1' atmosfera criminale, per poter ricominciare una vita nor­
male dopo scontata la pena. Ma parecchi erano troppo
deboli per resistere alla lunga pressione asociale, al terrore
criminale, e soccombevano, pagando per tutta la vita il loro
scotto al male.
Sotto quest'aspetto, la divisione in celle era un vero con­
fessionale. Già nel carcere preventivo di Lipsia avevo ascol­
tato molti colloqui dalle finestre: colloqui nei quali uomini
e donne lamentavano le loro pene interiori e si prometteva­
no conforto: colloqui che sarebbero stati del massimo inte­
resse per il Pubblico Ministero e che avrebbero potuto far
luce su tanti delitti rimasti oscuri. Allora mi stupivo che il
carcerato potesse parlare tanto liberamente e senza precau­
zioni dalla finestra di cose spesso riservatissime. Era un
impulso a comunicare nato dalla segregazione, o corri­
spondeva ad un bisogno umano universale? Nel carcere
preventivo queste conversazioni dalle finestre erano però
AUTOBIOGRAFIA

molto limitate e minacciate dai continui controlli alle celle


compiuti dai sorveglianti; invece nel penitenziario le guar­
die non se ne curavano, tranne che quando le conversazioni
avvenivano a voce troppo alta.
Nella prigione cellulare brandeburghese l'isolamento era
limitato a tre tipi di carcerati: r) come forma di privilegio,
ai rei di delitti commessi per convinzione politica, e ai
giovani condannati per la prima volta; 2) ai criminali vio­
lenti e sobillatori, che era impossibile tenere nelle grandi
camerate comuni; 3 ) ai carcerati che si erano resi invisi
nelle camerate perché non intendevano subire il terrore dei
criminali, e a coloro che in qualche modo avevano tradito -
« avevano cantato »- e temevano le vendette, per assicurare
loro una certa protezione. Una sera dopo l'altra ascoltavo i
loro discorsi, e potei cosf gettare uno sguardo in profondità
nella psiche dei detenuti. Pili tardi, quando negli ultimi
anni della mia detenzione lavorai ogni giorno come primo
scrivano al magazzino, e potei cosf conoscerli anche meglio,
attraverso un contatto quotidiano e personale, le conoscen­
ze che avevo già su di essi vennero ulteriormente confer­
mate.
Il vero delinquente professionale, divenuto tale per di­
sposizione o scelta, si è sganciato dalla società borghese,
anzi la combatte con la sua attività. Non intende pili ritor­
nare in seno alla comunità, perché ormai si sente legato a
quella sua vita criminale, a quella sua « professione ». Ogni
sentimento di solidarietà tra di essi è basato soltanto sulla
convenienza, ma è anche una sorta di schiavitli, simile a
quella che la prostituta accetta dal suo protettore, nono­
stante i suoi maltrattamenti. Concetti morali come la fe­
deltà e la fede, come del resto ogni concetto di proprietà
sono per lui una buffonata. La condanna, la pena da scon­
tare sono soltanto un affare andato a male, un incidente sul
lavoro, una panne- non altro. E, in ogni caso, si sforza di
rendere la detenzione meno noiosa che gli sia possibile.
Conoscendo ormai parecchie carceri, le loro particolarità
e i loro funzionari pili influenti, cerca di farsi assegnare
a quello che pili gli conviene. Non credo che vi sia in lui
qualche residuo di sentimento; rifiuta ogni tentativo di
rieducazione, ogni sforzo altrui per ricondurlo sulla retta
strada mediante la bontà, anche se talvolta, per puri motivi
tattici, per ottenere una riduzione della pena, assume il
tono del peccatore pentito. Ma sostanzialmente resta un
NEL PENITENZIARIO BRANDEBU RGHESE

uomo rozzo e volgare, e prova una grande soddisfazione nel


calpestare ciò che può apparire sacro ad altri.
Un esempio servirà ad illustrare quanto ho detto. Nel
, 1 926-27 venne introdotto anche nelle carceri il concetto
umano-progressivo della pena. Tra l'altro, la domenica
mattina, nella chiesa del carcere, potevamo assistere a ese­
cuzioni musicali, cui collaboravano alcuni dei migliori arti­
sti di B erlino. Una volta una celebre artista berlinese cantò
l'Ave Maria di Gounod con tanta perfezione e dolcezza che
è raro udire l'eguale. La maggior parte dei carcerati ne fu
realmente commossa, e perfino alcuni tra i piu incalliti de­
linquenti furono scossi da quella musica. Ma non tutti. Le
ultime note erano appena spente che udii dietro di me un
brutto ceffo dire al suo vicino: - Di', Ede, quei brillanti
glieli fregherei volentieri! - Tale era stato l'effetto di quella
esecuzione cosf toccante su quei criminali, individui asocia­
li nel senso pili pieno della parola.
In questa massa di delinquenti professionali vi era tutta­
via un gran numero di individui che non ne facevano parte:
casi limite. Vi erano coloro che già avevano varcato la soglia
insidiosa del mondo adescatore e avventuroso del crimine,
e altri che si opponevano con tutte le forze contro gli irre­
timenti e le allettanti tentazioni. Infine coloro che erano al
loro primo errore, nature deboli, trascinate alternativamen­
te dalle influenze esterne del carcere e dai loro intimi sen­
timenti. La psiche di questi gruppi aveva un carattere assai
vario, che comprendeva tutte le possibili sfumature e gra­
dazioni della sensibilità umana; spesso oscillavano addirit­
tura da un estremo all'altro.
Sulle nature frivole e superficiali la pena non aveva alcun
effetto, perché costoro non ne risentivano una oppressione
spirituale; continuavano a vivere allegramente senza darsi
alcun pensiero del futuro e avrebbero continuato cosf, fìno
al prossimo infortunio. Assai diverso era invece il contegno
dei caratteri piu seri; per essi la pena era un'oppressione
indicibile e senza fine. Si sforzavano anche di sottrarsi alla
pessima influenza delle camerate comuni, ma, in generale,
non riuscivano a vivere in cella isolata per l'orrore della
solitudine e dei pensieri che essa suscita senza posa, e fini­
vano per chiedere di ritornare nel fango delle camerate. Nel
cellulare esisteva anche la possibilità di stare in una cella a
tre, m a era assai difficile trovare tre carcerati che s apessero
sopportare a lungo una convivenza cosf ristretta, e cosf
30 AUTOB I O G RAFIA

queste piccole comunità dovevano essere continuamente


variate. Non ne ho mai viste che durassero a lungo. La
lunga detenzione rende irritabile e intollerante, addirittura
brutale, anche l'uomo piu benevolo, e invece ci vuole molta
delicatezza reciproca quando si deve vivere in una comuni­
tà cosi ristretta.
Non è soltanto la detenzione in sé e per sé, non sono
soltanto la monotonia delle funzioni quotidiane, il peso e la
costrizione di tanti regolamenti, le urla e gli insulti continui
dei secondini per dei nonnulla, a deprimere questi caratteri
piu inclini alla serietà, ma piu ancora il pensiero del futuro,
di ciò che sarà la loro vita dopo scontata la pena. I loro
discorsi si aggirano sempre su questi argomenti; la loro
preoccupazione costante è se ritroveranno un ponte con la
società borghese o ne saranno respinti. Che se poi erano
sposati, si aggiungeva a tutto ciò la preoccupazione ango­
sciosa per la famiglia. E la moglie sarebbe rimasta fedele,
durante quella lunga separazione? Questi pensieri li depri­
mevano profondamente, e neppure il lavoro quotidiano o la
lettura di buoni libri nelle ore di libertà, riusciva a risolle­
varli. Non di rado finivano per impazzire o per tentare il
suicidio, senza che ve ne fosse un motivo immediato e acuto
come l'arrivo di cattive notizie da fuori, il divorzio, la morte
di qualche parente prossimo, il rifiuto della grazia ecc.
La p rigionia non era facile neppure per i caratteri oscil­
lanti, incerti, ma i loro moti interiori erano eccessivamente
influenzati dalle impressioni esterne. Una parolina di ade­
scamento di qualche gaglioffo incallito, un pacchetto di
tabacco riuscivano a indebolire e addirittura a cancellare
tutti i migliori proponimenti. Viceversa, un buon libro,
un'ora di ricreazione in buona compagnia potevano susci­
tare in essi il raccoglimento e la riflessione.
A mio giudizio, molti dei prigionieri avrebbero potuto
essere riportati sulla retta strada se i funzionari fossero stati
piu umani e meno burocrati, soprattutto i cappellani di
entrambe le confessioni, che attraverso la censura postale
conoscevano perfettamente il carattere e lo stato d'animo
del loro gregge. Invece quei funzionari, intristiti e incanutiti
nel loro servizio sempre uguale, non erano piu capaci di
scorgere le necessità intime di chi lottava realmente e se­
riamente per migliorarsi. E se talvolta un carcerato racco­
glieva tutto il suo coraggio per domandare al cappellano un
consiglio per qualche conflitto spirituale, quello pensava
N E L PENITENZIARIO BRANDEBU RGHESE 31

subito che stesse recitando la commedia del peccatore pen­


tito, per ottenere la grazia.
Non c'è dubbio che questi funzionari avevano avuto
amari disinganni da parte di individui indegni di compas­
sione e di comprensione. Perfino i delinquenti piu cinici
diventavano degli agnellini quando si avvicinava l'epoca
dell'esame delle domande di grazia, anche se le prospettive
per essi erano quasi inesistenti.
Quante volte ho sentito alcuni carcerati lamentare la
mancanza di aiuto e d i assistenza da parte delle autorità
carcerarie nei periodi di crisi! L'effetto psichico della pena,
su queste nature piu serie, realmente desiderose di emen­
darsi, era assai piu grave delle impressioni e delle esperien­
ze fisiche della prigionia. Rispetto alle nature piu superficia­
li, il castigo, per essi, era doppio.
Quando (dopo l'inflazione) i rapporti politici ed econo­
mici in Germania si consolidarono, si fece strada anche una
concezione democratica piu ampia; accanto ad altre misure
governative di quegli anni, venne introdotta anche una
concezione umano-progressiva della pena. Si ritenne, cioè,
che attraverso la bontà e l'educazione al bene potessero
essere riconquistati alla società quegli elementi che avevano
trasgredito alle leggi dello Stato. Partendo dalla tesi secon­
do cui ogni uomo è il prodotto del suo ambiente, si cercò di
offrire al trasgressore della legge, dopo l'espiazione della
pena, una condizione economica che gli desse lo stimolo a
salire socialmente e lo preservasse da altri passi falsi. Dimo­
strandogli opportunamente la propria fiducia, la società
avrebbe dovuto fargli dimenticare il suo passato atteggia­
mento asociale e impedire che venisse nuovamente attratto
nell'orbita del crimine. Il livello spirituale delle case di pena
avrebbe dovuto essere elevato attraverso iniziative pedago­
giche: esecuzioni musicali per elevare lo spirito e conferen­
ze sulle leggi morali fondamentali della società umana, sui
fondamenti dell'etica e simili.
I direttori delle case di pena avrebbero dovuto occuparsi
maggiormente di ogni carcerato e dei suoi bisogni spiritua­
li, e il carcerato stesso, attraverso un sistema a tre stadi, che
offriva dei privilegi fino allora sconosciuti, gradatamente,
mediante la buona condotta, l'assiduità nel lavoro e la di­
mostrazione esplicita della propria trasformazione interio­
re, avrebbe dovuto raggiungere il terzo stadio e quindi
ottenere di essere rilasciato anzitempo, per un periodo di
32 AUTOBI OGRAFIA

prova. Nei casi pili favorevoli poteva ottenere addirittura il


condono di metà della pena.
Tra gli 800 detenuti circa del penitenziario, io fui il pri­
mo à raggiungere il terzo stadio. Fino al momento del mio
rilascio, coloro che a giudizio della direzione meritavano di
portare sulla manica le tre strisce non furono pili di una
dozzina. Quanto a me, vi erano già a priori tutte le premes­
se favorevoli: non avevo mai meritato una p unizione né un
ammonimento, avevo sempre compiuto pili della mia ra­
zione di lavoro, ero al mio primo arresto e non avevo per­
duto i diritti civili; inoltre, il mio era considerato un delitto
per motivi politici. Ma poiché, in quanto criminale politico,
ero stato giudicato dal Tribunale di Stato, potevo essere
rilasciato soltanto con un atto di grazia del presidente del
Reich, o attraverso un'amnistia.
Fin dai primi giorni di detenzione la mia situazione mi
apparve finalmente chiara, e cominciai a riflettere seriamen­
te. Ero certo che avrei dovuto scontare dieci anni di peni­
tenziario, come mi aveva confermato anche una lettera del
mio avvocato. Volli perciò guardare realisticamente a quei
dieci anni, e riflettere su di me. Fino allora avevo vissuto
alla giornata, prendendo la vita come mi si presentava,
senza pensare seriamente al futuro. Ora avevo davanti a me
tutto il tempo per meditare sulla vita trascorsa, per ricono­
scere i miei errori e le mie debolezze e per prepararmi ad
una vita pili ricca e pili piena.
Nelle pause della mia attività nel Corpo volontari avevo
appreso un mestiere per il quale sentivo viva inclinazione e
che mi offriva possibilità di miglioramenti. Era nata in me la
passione per l'agricoltura, e avevo dato buone prove, come
confermavano anche le testimonianze a mio favore. Ma non
conoscevo, né in quel tempo mi sarebbe stato possibile, il
senso reale della vita, ciò che riempie realmente la vita.
Dentro le mura della prigione, per quanto ciò possa appari­
re assurdo, mi diedi a cercare quale potesse essere, e lo
trovai, pili tardi!
Cresciuto, fin dalla fanciullezza, all'obbedienza incondi­
zionata, all'ordine e alla pulizia pili scrupolosi, non trovai
troppo difficile, sotto questo rispetto, adattarmi alla dura
vita del penitenziario. Adempivo coscienziosamente ai do­
veri prescritti, eseguivo tutto il lavoro assegnato, e spesso
anche di pili, con grande soddisfazione del caposala, e la
mia cella era un modello di pulizia e di ordine, cosicché
NEL PENITENZIARIO BRANDEB U R GHESE 33

anche i l sorvegliante pili malevolo non avrebbe potuto tro­


var nulla a ridire.
Mi abituai anche al monotono trascorrere dei giorni
sempre uguali, rotto raramente da qualche avvenimento
straordinario, sebbene fosse una vita assai contraria alla mia
natura irrequieta. M a senza dubbio la mia vita fino allora
era stata anche troppo irrequieta e agitata.
Un avvenimento particolare fu , ad esempio, nei primi
due anni, l'arrivo della posta, ogni tre mesi. Cominciavo già
parecchio tempo prima a pensarci, a immaginarla e a pre­
vedere quel che poteva contenere. Erano lettere della mia
fidanzata, che però era tale soltanto per la direzione del
carcere. Non avevo mai visto quella ragazza, sorella di un
mio camerata, né avevo mai sentito parlare di lei. Ma poi­
ché potevo corrispondere solo con parenti, i miei camerati,
già nel carcere di Lipsia, mi avevano procurato questa
« fidanzata ». Per tutti quei lunghi anni la ragazza mi scrisse
fedelmente, cercando di accontentare i miei desideri e dan­
domi notizie particolareggiate su quanto avveniva nella cer­
chia dei miei conoscenti, ai quali forniva a sua volta le mie.
Ma non riuscii mai ad assuefarmi alle vessazioni meschi­
ne e puntigliose dei secondini, che mi turbavano profon­
damente soprattutto quando erano intenzionali e maligne.
Dai funzionari superiori al direttore del carcere fui trattato
sempre correttamente, e sostanzialmente anche dalla mag­
gioranza dei secondini con i quali ebbi a che fare. Ma ve
ne erano tre che, per motivi politici - erano socialdemocra­
tici -, non mancavano mai di angariarmi; spesso erano sol­
tanto piccole punzecchiature, ma che mi ferivano pili atro­
cemente di qualunque sevizia fisica. Qualsiasi prigioniero
dotato di una vita spirituale sensibile, soffre assai pili per le
angherie ingiustificate, maligne e intenzionali, per le violen­
ze psichiche, che non per quelle fisiche, poiché considera
quelle assai pili umilianti ed opprimenti che i maltratta­
menti fisici. Tutti i miei sforzi per divent.are insensibile
verso quelle umiliazioni sono sempre stati vani.
Mi abituai al linguaggio volgare dei secondini, che quan­
to pili erano primitivi tanto pili si inebriavano del senso del
potere. Mi abituai anche ad eseguire, volenterosamente e
senza ribellarmi interiormente, anzi con intima soddisfa­
zione, le disposizioni, spesso del tutto prive di senso, im­
partite da tali individui limitati sotto ogni punto di vista. Mi
abituai al linguaggio rozzo e disgustoso con cui si esprime-
34 AUTOBIOGRAFIA

va la maggior parte dei carcerati. Ma sebbene lo udissi ogni


giorno, non riuscii mai ad abituarmi al turpiloquio astioso e
irresponsabile con cui i carcerati offendevano tutto ciò che
nella vita è bello e buono, che per tanti uomini è sacro; e
con tanta maggior soddisfazione, quanto pili si accorgeva­
no di ferire cosi un compagno di prigionia. Ciò provocò
sempre in me una profonda esasperazione.
Un buon libro è stato per me in ogni tempo un buon
amico, ma fino allora la mia vita irrequieta ed errabonda
non mi aveva concesso il tempo né l'animo per leggere.
Nella solitudine della mia cella, particolarmente nei primi
due anni, la lettura fu tutto, per me, e immerso nella gioia
che mi dava, scordavo la mia situazione.
Dopo due anni trascorsi in modo sempre uguale, senza
avvenimenti particolari, caddi improvvisamente in uno sta­
to tutto particolare: divenni teso, nervoso ed eccitabile,
cominciai a odiare il lavoro (in quel tempo facevo il sarto, e
anche molto volentieri) . Non riuscivo pili a mangiare, ogni
boccone inghiottito a forza ritornava indietro; non potevo
pili leggere né concentrarmi in nessun modo. Non facevo
che aggirarmi su e gili nella mia cella come una bestia
selvaggia, non dormivo pili - mentre fino allora avevo sem­
pre dormito profondamente e senza sogni tutta la notte - e
di notte ero costretto ad alzarmi ed a riprendere il mio
avanti e indietro per la cella, senza trovar pace. Se, sfinito,
mi gettavo sul letto e infine mi addormentavo, dopo poco
mi risvegliavo bagnato di sudore per gli incubi angosciosi
che mi opprimevano. Mi vedevo continuamente braccato,
strangolato o ucciso a fucilate, o precipitavo in un abisso.
Cosi le notti divennero un tormento, udivo, un'ora dopo
l'altra, battere i rintocchi dell'orologio della torre. Quanto
pili si avvicinava il mattino, tanto pili mi atterriva il pensie­
ro del nuovo giorno, degli uomini che sarebbero ricompar­
si, e avrei voluto non veder pili nessuno. Cercai di strap­
p armi a questo stato d'animo, ma invano. Cercai di prega­
re, ma la mia preghiera fu soltanto un balbettio d'angoscia,
perché avevo dimenticato come si prega e non sapevo pili
ritrovare la strada verso Dio. In simili condizioni credetti
allora che Dio non volesse pili aiutarmi p erché lo avevo
abbandonato. La coscienza mi rimordeva per il distacco
definitivo dalla Chiesa avvenuto nel 1 922, che pure aveva
soltanto suggellato un dato di fatto che risaliva alla fine
della guerra. Anzi, il mio distacco dalla Chiesa era comin-
NEL PENITENZIARIO BRANDEBURGHESE 35

dato, sia pure gradatamente, già negli ultimi anni di guerra.


Mi rimproveravo acerbamente di non aver seguito la volon­
tà dei miei genitori e di non esser diventato sacerdote. È
strano che proprio questi pensieri mi tormentassero in quel
periodo.
La mia agitazione cresceva di giorno in giorno, di ora in
ora, e forse sarei presto arrivato al suicidio; fisicamente
deperivo sempre pili. Il mio caposala si accorse della mia
inconsueta distrazione, poiché eseguivo alla rovescia anche
i lavori pili semplici; e, nonostante i miei sforzi, non riusci­
vo a compiere la mia razione di lavoro. Da parecchi giorni
ormai non mangiavo piu, pensando che ciò potesse servire
a farmi tornare l'appetito. Un sorvegliante un giorno mi
sorprese appunto mentre versavo il pranzo nella tinozza, e
nonostante l'assoluta indifferenza con cui compiva il suo
servizio, senza curarsi minimamente dei carcerati, si im­
pressionò per il mio aspetto e il mio contegno, che aveva già
notato da qualche tempo, come mi disse in seguito. Venni
condotto subito dal medico. Costui, un vecchio che da
decenni esercitava nel carcere, mi ascoltò p azientemente,
sfogliò i miei atti e poi mi disse con la pili grande calma del
mondo: - Psicosi da carcere. Ti riprenderai, non sei molto
grave.
Venni condotto all'infermeria e posto in una cella di
osservazione, dove mi fecero una iniezione e poi mi avvol­
sero in panni gelati, cosicché caddi immediatamente in un
profondissimo sonno. Nei giorni successivi mi diedero dei
sedativi e una dieta speciale; il mio stato di agitazione co­
minciò a calmarsi e io stesso cominciai a riprendermi. Su
mia richiesta venni allora ricondotto nella mia cella, mentre
in precedenza avevano deciso di trasferirmi in una camera­
ta comune, ma io li pregai insistentemente di poter restare
da solo.
Proprio in quei giorni il direttore mi annunziò che per la
mia buona condotta e la mia diligenza nel lavoro ero stato
promosso al secondo stadio, e che quindi avrei goduto di
alcune facilitazioni. Da quel momento potei scrivere ogni
mese e ricevere liberamente posta, farmi mandare libri e
materiale di studio e tenere fiori sulla finestra; inoltre, la
sera potevo tenere la luce accesa fino alle 2 2, e, su mia
richiesta, le domeniche e i giorni festivi intrattenermi per
alcune ore con altri carcerati.
La vista della luce, insieme alla prospettiva di tutte que-
AUTOB I OGRAFIA

ste facilitazioni, mi aiutarono meglio di tutte le medicine a


superare il mio stato di depressione, ma le impressioni piu
profonde suscitate in me rimasero vive a lungo. Vi sono
cose tra cielo e terra che superano l'esperienza del trantran
quotidiano, e alle quali l'uomo può riflettere seriamente
soltanto nella solitudine completa. Esiste forse qualche le­
game fra noi e i morti? Nelle ore in cui la mia agitazione era
piu forte, prima che la confusione subentrasse nei miei
pensieri, piu volte mi parve di veder comparire i miei geni­
tori, e parlai con loro come se ancora fossi sotto la loro
protezione. Ancor oggi non riesco a spiegare simili feno­
meni, dei quali in tutti questi anni non ho parlato mai con
anima viva.
Negli anni che seguirono ebbi modo di osservare spesso
la psicosi da prigione. Molti casi finirono nella cella degli
agitati, ma furono molti di piu coloro che impazzirono
definitivamente. Coloro che avevano sofferto di questa psi­
cosi e l'avevano poi superata, per lungo tempo rimanevano
chiusi, depressi e pessimisti; qualcuno non si risollevò mai
del tutto da quella profonda depressione.
La maggior parte dei suicidi che si verificarono durante
la mia permanenza sono da attribuirsi, a mio giudizio, alla
psicosi da prigione; essa infrange tutte le riflessioni della
ragione, tutti gli ostacoli che nella vita normale impedisco­
no il suicidio. La tremenda agitazione di cui sono vittime, li
spinge ai passi estremi, pur di porre fine al tormento e di
trovare pace!
La mia esperienza è che in carcere sono rari i casi di
simulazione di suicidio e di pazzia compiuti per sottrar­
si alla detenzione, dato che dal momento in cui il malato
viene condotto al manicomio la pena viene sospesa, per
essere ripresa quando fa ritorno nel carcere, quando non
rimane in manicomio per tutta la vita. Sembrerà strano, ma
la maggior parte dei carcerati ha un terrore superstizioso
della pazzia !
Dopo l'abisso, dopo il crollo, la mia vita nel carcere
riprese il suo corso normale, senza avvenimenti particolari,
e divenni sempre piu tranquillo e sereno. Nelle mie ore
libere studiavo con passione l'inglese; dapprima mi ero
fatto venire delle grammatiche, in seguito libri e riviste
inglesi, e cosi nello spazio di un anno circa e senza l'aiuto di
alcuno imparai questa lingua. Fu, nello stesso tempo, uno
strumento di disciplina spirituale di primissimo ordine.
NEL PENITENZIARIO BRANDEBURGHESE 37

Ricevevo i n continuazione dai miei camerati e d a famiglie


di conoscenti molti buoni libri, di argomento vario, ma i
miei interessi vertevano soprattutto sulla storia, sulle teorie
razziste e sulla dottrina dell'ereditarietà, e queste discipline
curai sopra ogni altra. Le domeniche giocavo a scacchi coi
carcerati piu sopportabili. Questo gioco - sarebbe meglio
chiamarlo un difficile duello intellettuale è particolarmen­
-

te indicato per conservare ed alimentare l'elasticità dello


spirito, continuamente minacciata dall'uniformità della vita
dietro le sbarre.
Nuove impressioni, assai gradite, ricevevo ora dal legame
piu frequente e molteplice col mondo esterno, favorito dal­
le lettere, dai giornali e dalle riviste. E se talvolta ero colto
dall'abbattimento, dall'amarezza, dallo scontento, il ricor­
do del « punto morto » che avevo superato agiva su di me
come una frustata e dissipava rapidamente tutte le nuvole:
tanto era forte il terrore di una ricaduta.
La promozione al terzo stadio, avvenuta nel quarto anno
di detenzione, mi portò nuovi vantaggi: potevo scrivere
lettere ogni due settimane, su carta non intestata di cui
disponevo a volontà. Non ero piu tenuto al lavoro forzato,
ma soltanto volontario, che potevo scegliere da me e per il
quale ricevevo un salario piu alto. Fino allora, la « retribu­
zione del lavoro » - come la chiamavano - per la quota di
lavoro giornaliera era di 8 pfennig, dei quali solo 4 poteva­
no essere impiegati per r acquisto di viveri, una libbra di
grasso al mese nei casi piu favorevoli. Per il terzo stadio,
la quota giornaliera di lavoro veniva ricompensata con 5 0
pfennig, che potevano essere spesi interamente. Inoltre, era
consentito spendere fino a 20 marchi al mese del denaro
proprio. Tra le altre novità vi fu anche il permesso di ascol­
tare la radio e di fumare in ore determinate.
Poiché in quell'epoca si era reso vacante il posto di scri­
vano al deposito delle carceri, chiesi di occuparlo. Ebbi
cosi modo di svolgere molteplici incarichi e di conoscere
molte cose, grazie all'andirivieni dei carcerati di tutte le
sezioni che venivano ogni giorno al deposito a rifornirsi di
abiti, biancheria o utensili. Anche i funzionari che vi lavo­
ravano, o che venivano ad accompagnarli, mi tenevano al
corrente di tutti gli avvenimenti del carcere. Il deposito era
una vera centrale di notizie, di novità e di voci. Imparai
anche come queste voci nascano, e come si diffondano con
la velocità del lampo, e quali effetti possano produrre.
AUTOBIOGRAFIA

La novità, la diceria, sussurrate con la massima segretez­


za, sono l'elisir di vita del carcere. Quanto piu il carcerato è
isolato tanto piu è sensibile alle dicerie, quanto piu gli
individui sono primitivi tanto piu sono creduloni. Uno dei
miei « compagni di lavoro », un detenuto occupato come
me al deposito, che lavorava da oltre dieci anni all'inventa­
rio, trovava una gioia satanica nel diffondere assurde dice­
rie che inventava egli stesso, e nell'osservarne gli effetti. Ma
poiché si comportava con grande cautela non fu mai possi­
bile attribuirgli la colpa delle gravi conseguenze provocate
talvolta dalle sue invenzioni.
Anch'io una volta ne fu i vittima: si era sparsa infatti la
voce che di notte, con la complicità di qualche secondino,
ricevevo donne in cella. Un carcerato fece circolare fuori
del carcere questa notizia, sotto forma di protesta, e attra­
verso un funzionario la fece arrivare fino all'Ispettorato
delle carceri. Una notte comparvero nella mia cella, all'im­
provviso, l'ispettore in persona con molti funzionari supe­
riori e col direttore del carcere, tirato giu allora allora dal
letto, per controllare con i loro occhi la veridicità dell'in­
formazione! N onostante la severa inchiesta compiuta, non
fu mai possibile scoprire né il delatore né l'inventore della
diceria. Soltanto al momento del mio rilascio il mio « com­
pagno di lavoro » mi disse che aveva egli stesso inventato la
voce; il mio vicino di cella aveva scritto la denunzia ed egli
stesso aveva fatto circolare la lettera fuori del carcere, allo
scopo di creare dei fastidi al direttore, che gli aveva rifiuta­
to la grazia. Causa ed effetto! Con questo metodo i malvagi
possono suscitare seri guai.
La mia nuova occupazione mi offri un diversivo interessan­
te, cioè la possibilità di osservare i nuovi arrivati. Il criminale
di professione era insolente, sicuro di sé, disinvolto, e neppure
una condanna severa riusciva a deprimerlo: rimaneva sempre
ottimista, pensando che in qualche modo la sua situazione
sarebbe cambiata in meglio. Spesso il suo soggiorno « fuori »
era durato soltanto poche settimane, era stato, per cosi dire,
soltanto una licenza. A poco a poco il carcere era diventato la
sua vera « dimora ». Invece coloro che erano condannati per
la prima volta, o che per una sorte avversa lo erano per la
seconda o la terza, arrivavano abbattuti, chiusi, per lo piu tristi
e silenziosi, e dai loro volti trasparivano l'affanno, l'infelicità,
la miseria e la disperazione. Un buon materiale per gli psicana­
listi o per i sociologi!
NEL PENITENZIARIO BRANDEBURGHESE 39

Dopo I' andirivieni della giornata, ero felice di potermi


ritirare a sera nella solitudine della cella. In quella raccolta
quiete ripensavo agli avvenimenti della giornata e ne traevo
le nìie conclusioni. Oppure mi immergevo nella lettura di
libri e riviste, o rileggevo le lettere di amici buoni e affezio­
nati. Nel leggere i loro piani e i loro propositi per me dopo
la mia scarcerazione, non potevo non sorridere delle loro
buone intenzioni di infondermi coraggio e conforto. Ormai
non ne avevo piu bisogno; a poco a poco - erano trascorsi
ormai cinque anni - avevo imparato a considerare la pri­
gione con indifferenza e distacco.
Avevo davanti a me ancora cinque anni, senza alcuna
prospettiva di una minima riduzione della pena. Numerose
richieste di grazia da parte di personalità influenti, perfino
le pressioni personali di qualcuno molto vicino al presiden­
te von Hindenburg, erano state nettamente respinte da
questi, per motivi politici. Perciò non speravo di poter tor­
nare « fuori » prima che i dieci anni fossero trascorsi, e mi
auguravo soltanto di poter superare sano di mente e di
corpo il « resto » della condanna. Del resto avevo già fatto i
miei piani per continuare ad occupare il mio tempo: stu­
diavo le lingue e mi adoperavo per migliorare la mia istru­
zione professionale. A tutto pensavo fuorché alla possibilità
di essere rilasciato anticipatamente.
E ciò avvenne invece, una notte! All'improvviso, e del
tutto inaspettatamente, si era creata al Reichstag una mag­
gioranza di estrema destra e di estrema sinistra, ambedue
grandemente interessate al rilascio dei propri prigionieri
politici. Inopinatamente venne votata un'amnistia politica ' ,
e anch'io, come molti altri, fui libero.

1 L'amnistia in questione venne votata il 14 luglio 1928.


V.

Dopo il rilascio. Dagli Artamani alle SS


1929-1934

Dopo sei anni ero nuovamente libero, ritornavo a vivere!


Ancor oggi mi rivedo sulla grande scalinata del Potsdamer
Bahnhof di B erlino, mentre osservavo con interesse il traffi­
co nel Potsdamer Platz_ Credo di essere rimasto lf immobile
per molto tempo, perché a un certo punto mi si avvicinò un
signore per chiedermi dove volevo andare. Dovetti sem­
brargli molto stupido, e molto stupida la mia risposta; in­
fatti si allontanò in fretta. Tutto quel via vai non mi sem­
brava reale, mi pareva di essere al cinema, davanti a una
pellicola. Il mio rilascio era stato troppo improvviso e ina­
spettato, e ogni cosa mi appariva ancora inverosimile,
estranea.
Una famiglia di amici berlinesi mi aveva telegrafato per
invitarmi da loro. Sebbene conoscessi bene B erlino, e la
loro casa non fosse difficile da raggiungere, impiegai mol­
tissimo tempo per arrivarvi. I primi giorni fu necessario che
qualcuno mi accompagnasse quando uscivo, perché non
riuscivo a stare attento ai segnali del traffico, né ad abi­
tuarmi alla circolazione rapida e tumultuosa di una metro­
poli. Cammin avo come in sogno, e trascorsero parecchi
giorni prima che potessi rendermi conto di me stesso e
della dura realtà. Ero circondato di gentilezze, mi portava­
no al cinema, a teatro, in tutti i luoghi possibili di diverti­
mento, in mezzo alla gente, insomma mi offrivano tutto ciò
che l'abitante di una grande città considera necessario nella
vita. Ma era tutto eccessivo per me, serviva soltanto a con­
fondermi, mentre aspiravo soltanto alla tranquillità. Avevo
bisogno di togliermi al pili presto possibile dal frastuono,
dalla vivacità, dal tumulto della metropoli. Via, in cam­
pagna.
Dieci giorni dopo lasciai Berlino per assumere un posto
di impiegato in un'organizzazione agricola. Avevo rifiutato
DOPO IL RILASCIO. DAGLI ARTAM ANI ALLE SS 41

numerosi altri inviti perché ormai volevo lavorare; avevo


riposato abbastanza in carcere.
Amici e camerati non si stancavano di formulare piani
per me, con le migliori intenziòni: tutti volevano aiutarmi a
rifarmi un'esistenza, rendermi piu facile il passaggio alla
vita normale. Avrei dovuto andare nell'Africa del nord, nel
Messico, in Brasile, nel Paraguay, negli Stati Uniti. Tutto a
fin di bene, per allontanarmi dalla Germania e impedirmi
di essere nuovamente attratto nella lotta politica dell' estre­
ma destra.
Altri invece, soprattutto i miei vecchi camerati, mi
avrebbero voluto subito nelle prime file delle organizzazio­
ni militari della NSDAP (Partito nazionalsocialista tede­
sco).
Respinsi le une e le altre proposte. Anche se fin dal 1 922
ero iscritto al Partito e completamente d'accordo sugli
1,

scopi che esso perseguiva, respingevo tuttavia la propagan­


da di massa, i mercanteggiamenti per guadagnare il favore
della massa, la condiscendenza verso i piu bassi istinti della
massa e verso il suo linguaggio. Avevo conosciuto anche
troppo bene la « massa » negli anni ' 1 8-2 3 ! Indubbiamente
sarei restato nel partito, ma senza incarichi di nessun gene­
re, senza aggregarmi a nessuna organizzazione minore. Ben
altro avevo in mente. Né intendevo andarmene all'estero.
Volevo rimanere in Germania e collaborare alla sua rico­
struzione, una ricostruzione a largo respiro, con mete mol­
to avanzate - volevo mettere radici nel paese.
Nei lunghi anni trascorsi nell'isolamento della mia cella
ero arrivato a comprendere chiaramente che per me esisteva
una sola meta per la quale valesse la pena di lavorare e
lottare: avere una /attoria dove lavorare io stesso, insieme
con una grande e sana famiglia. Questo doveva essere il
contenuto, lo scopo della mia vita.
Subito dopo il rilascio dal carcere, entrai in contatto con
gli Artamani.
Durante la mia detenzione avevo conosciuto questa lega
ed i suoi scopi attraverso i suoi scritti, e me ne ero occupato
attivamente. Era una comunità di giovani di ambo i sessi
consapevolmente patriottici, provenienti dai movimenti
giovanili di tutti i partiti a tendenza nazionalistica; intende-

1 Fu Rossbach a chiamare a Monaco Hoss, dove egli si iscrisse alla NSDAP,


nel novembre i922, col numero di tessera 3240.
42 AUTOB I O G RAFIA

vano abbandonare la vita malsana, disgregatrice e superfi­


ciale delle città, soprattutto delle grandi città, per ritornare
ad un modo di vivere piu sano, anche se duro, piu confor­
me alla natura, in campagna. Rifiutavano l'alcool e la nico­
tina e tutto ciò che non serve a uno sviluppo sano del corpo
e della mente, volevano tornare alla terra dalla quale si
erano mossi i loro antenati, alle radici vitali del popolo
tedesco, insomma alla sana vita dei campi.
Era appunto ciò che desideravo e che per tanto tempo
avevo cercato. Perciò abbandonai il mio impiego e mi unii
alla comunità di coloro che condividevano il mio pensiero.
Dovetti rompere i rapporti con molti dei miei ex camerati e
con molte famiglie di conoscenti e di amici, perché nella
loro mentalità convenzionale non potevano assolutamente
comprendere la mia decisione, e anche perché volevo co­
minciare la mia nuova vita in assoluta libertà.
Conobbi subito colei che sarebbe diventata in breve mia
moglie, e che, animata dai medesimi ideali, aveva trovato
insieme col fratello la via degli Artamani.
Dal primo sguardo comprendemmo che eravamo fatti
realmente l'uno per l'altro: la nostra reciproca compren­
sione, la nostra reciproca fiducia non avrebbero potuto
essere piu perfette se fossimo cresciuti insieme fin dall'in­
fanzia. La nostra concezione della vita era identica in tutti i
campi, sotto ogni aspetto eravamo il reciproco complemen­
to. Avevo trovato finalmente la donna sognata nei lunghi
anni di solitudine. Per tutti gli anni della nostra vita in
comune, fino a questo momento, la nostra armonia non
venne mai meno, e rimase immutata attraverso tutti i casi
della vita, le gioie e le sventure, le influenze esterne. Un
solo punto costituf sempre una spina nel cuore di mia mo­
glie: la mia impossibilità ad esprimere perfino a lei le mie
emozioni piu profonde, i problemi che non potevo risolve­
re che da solo.
Ci sposammo appena possibile ' per iniziare insieme
quella vita di sacrificio che avevamo scelto per intima e
libera convinzione. Vedevamo ambedue chiaramente come
sarebbe stata lunga, difficile, faticosa la strada che portava
alla nostra meta; ma nulla avrebbe dovuto distoglierci da
essa. In verità, la nostra vita· nei cinque anni successivi non
fu fa cile; ma neppure le difficoltà piu gravi poterono sco-

I Nel 1929.
DOPO I L RILASCI O . DAGLI ARTAM ANI ALLE SS 43
raggiarci. Eravamo felici, e soddisfatti di conquistare nuovi
adepti alla nostra idea facendo conoscere i nostri ideali,
servendo da esempio.
Già erano venuti alla luce tre dei nostri figli, destinati a
vivere in quella nuova luce, in quel nuovo mondo. In breve
avremmo dovuto avere l'assegnazione della terra. Ma non
fu cosi. L'appello di Himmler, nel giugno del 1 9 3 4 , ad
entrare nel servizio attivo delle SS, doveva distogliermi dal­
la strada che avevamo percorso fino allora con tanta sicu­
rezza e consapevolezza '.
Per moltissimo tempo non seppi decidermi, contraria­
mente al solito. Pure ero fortemente tentato dal pensiero
di ritornare soldato, e questa tentazione fu pili forte anche
dei dubbi sollevati da mia moglie, se cioè tale professione
avrebbe potuto soddisfarmi pienamente. Ma anch'essa finf
per convincersi quando mi vide cosf attratto dall'idea di
ritornare soldato.
La prospettiva di una carrìera rapida e i vantaggi finan­
ziari ad essa collegati mi persuasero che avrei dovuto, sf,
abbandonare la mia vita attuale, ma che avrei potuto
ugualmente restare fedele al nostro scopo. E questo scopo,
di avere una fattoria che diventasse la nostra p atria, il foco­
lare per noi e per i nostri figli, rimase per noi un punto
fermo anche negli anni che seguirono, perché non abbiamo
mai deviato da esso. Dopo la guerra intendevo infatti ab­
bandonare il servizio attivo e acquistare una fattoria.
Cosf, dopo aver esitato a lungo, decisi di entrare tra le SS
attive. Oggi rimpiango profondamente di aver abbandona­
to la via già presa; la mia vita e quella della mia famiglia
sarebbero state completamente diverse, anche se avremmo
finito ugualmente per ritrovarci senza patria e senza la fat­
toria. Pure, avrei avuto dietro a me lunghi anni di un lavoro

1 È necessaria una precisazione. Secondo i suoi atti personali, Hoss entrò tra
le SS come « candidato» il 20 settembre r 93 3 ; il r0 aprile 1934 divenne SS-Mann e
il 20 aprile venne promosso a SS-Strmmnann. Nella sua deposizione del 14 marzo
r946 cosi descrisse il periodo tra l'uscita dal carcere e il suo ingresso al campo di
concentramento di Dachau: « Negli anni 1929-34 fui con diverse organizzazioni
agricole in Brandeburgo e Pomerania. Anche Heinrich Himmler era membro
della Lega degli Artamani (Gau/ubrer, o capodistretto, per la Baviera) . . . Nel 1 93 3 .
nella tenuta Sallentin in Pomerania, formai un gruppo di S S a cavallo; ciò m i era
stato chiesto dal Partito e dai proprietari della tenuta, nella mia qualità di ex
cavalleggero... Durante un'ispezione alle SS di Stettino, Himmler rivolse la sua
attenzione su di me- ci conoscevamo già dalla Lega degli Artamani - e mi spinse ad
entrare nell'amministrazione di un campo di concentramento. Cosi, nel novembre
r 934, mi recai a Dachau ».
44 AUTOB I OGRAFIA

ricco di soddisfazioni. Ma a chi è dato scorgere in anticipo


il corso dei destini umani, intrecciati fittamente tra loro?
Che cosa è giusto? Che cosa è sbagliato?
Leggendo lappello di Himmler ad entrare tra le SS in
servizio nei campi di concentramento, non avevo minima­
mente riflettuto alla realtà vera di questi campi di concen­
tramento; era un concetto assolutamente sconosciuto, né
riuscivo a farmene un'idea. Nell'isolamento in cui eravamo
vissuti in Pomerania non ne avevamo quasi sentito parlare.
Ciò che contava, per me, era di essere di nuovo un solda­
to attivo, di riprendere la vita militare.
VI.

Il campo di Dachau:
Blockfiihrer e Rapportfiihrer
1934-1938

Cosf giunsi a Dachau e fui di nuovo una recluta, con


tutte le gioie e i ç,lolori che questa vita comporta, e ben
presto divenni io stesso istruttore ' . La vita militare mi av­
vinse di nuovo completamente. Durante il periodo di istru­
zione, sentii parlare dei « nemici dello Stato », che erano poi
i prigionieri che stavano dietro il filo spinato, di come e
quando dovevamo usare le armi e di quanto fossero perico­
losi questi « nemici dello Stato » ( come li chiamava Eicke,
ispettore dei campi di concentramento) '.
Imparai ad osservarli al lavoro, durante le marce di en­
trata e uscita dal campo, ed appresi molte notizie su di loro
dai camerati che prestavano servizio al campo fin dal 1 93 3 .
Ho un ricordo molto vivo della prima punizione corpo­
rale alla quale assistetti. Secondo le disposizioni di Eicke, a
queste punizioni doveva assistere almeno una compagnia di
SS. Due prigionieri che avevano trafugato delle sigarette al
deposito, erano stati condannati a ventiquattro frustate. La
truppa venne schierata in quadrato aperto, armata; nel

1 Hoss entrò tra le truppe di guardia del campo di Dachau col grado di
caporale (Unterscharfiihrer).
2 L'unità di SS cui egli si aggregò (il 1° dicembre 1934) era stata creata al
principio di quello stesso anno da Eicke, come parte del Corpo generale delle SS,
e recava inizialmente il nome di « Truppe di guardia dell'Alta Baviera ». Eicke era
comandante di Dachau dalla fine del giugno 1 93 3 (apparteneva alle SA dal 1 927 e
alle SS dal 1 930). Nello stesso anno, trasformò radicalmente il sistema disciplinare
e punitivo in uso nel campo, abbandonato fino allora all'arbitrio, in un sistema
rigidamente regolato, in cui rientrava, di conseguenza, anche la regolamentazione
delle SS. In seguito a ciò, nel 1934, fu incaricato di dare una struttura razionale ai
campi di concentramento, alcuni dei quali, come Oranienburg presso Berlino,
erano stati creati dalle SA, mentre altri dalle SS. Eicke ebbe un ruolo di primo
piano nell'assassinio di Roehm e dei suoi seguaci e nell'eliminazione delle SA
come forza politica, il 3 0 giugno 1934; come risultato, nello stesso anno venne
creato ispettore dei campi di concentramento e quindi anche delle formazioni di
guardia SS-Totenkopf («Teste di morto»), nelle quali vennero incorporate anche
le unità di guardia dell'Alta Baviera.
AUTOB I OGRAFIA

mezzo, il ceppo a cui legare i condannati. Questi vennero


condotti fin li dai Block/uhrer '. Appena giunse il coman­
dante, lo Schutzha/tlage1fuhrer e il piu anziano comandante
di compagnia gli fecero rapporto. Il Rapport/iihrer lesse la
sentenza, e il primo prigioniero, un piccolo, irriducibile
fannullone, dovette chinarsi sul ceppo. Due militi gli tene­
vano ferme la testa e le braccia, e due Block/iihrer eseguiro­
no la sentenza, un colpo dopo l altro. Il prigioniero non
emise un grido. L'altro, invece, un politico grande e grosso,
fin dalla prima frustata cominciò a urlare selvaggiamente,
tentando di divincolarsi. Continuò ad urlare cosi fino alla
fine, sebbene il comandante gli avesse gridato pili volte di
smetterla. Quanto a me, stando in prima fila, fui costretto a
guardare l'intero spettacolo.
Dico che fui costretto, perché se fossi stato in una delle
file posteriori non avrei certo guardato. Quando l'uomo
cominciò ad urlare, provai ad un tempo freddo e caldo, e
l'intero spettacolo mi sconvolse, del resto, fin dal primo
istante. Piu tardi, all'inizio della guerra, assistendo alla
prima esecuzione non provai lo stesso orrore di questa pu­
nizione corporale, ma non saprei certo spiegare il perché.
La pena del bastone era stata in uso nel penitenziario
fino alla rivoluzione del 1 9 18; dopo la quale fu abolita. La
guardia che aveva eseguito questo lavoro era ancora in ser­
vizio; lo chiamavano « il rompitore d'ossa ». Era un indivi­
duo rozzo, dissoluto, sempre puzzolente d'alcool, per il
quale tutti i carcerati erano soltanto un numero. Aveva
proprio il tipo del bastonatore. Nella cella di rigore vidi una
volta il ceppo per le frustate e il bastone, ed ebbi un moto
d'orrore immaginando il « rompitore d'ossa » ali' opera.

1 Le SS di guardia ai campi avevano creato per sé tutta una gerarchia di


cariche, i cui titoli riportiamo in tedesco, perché riferibili soltanto alla realtà
di quei campi di concentramento. Ecco lo schema tracciato da H&s sulla divi­
sione delle singole sezioni all'interno dei campi di concentramento, abbozzato a
memoria:
L Comando (Kommandantur): comandante del campo; aiutante, Stabsschar­
fiihrer; censore sulla posta.
2. Se-Lione politica: capo della medesima; funzionario addetto al riconosci­
mento (Erkennungsdienst).
3. Schutzhaftlager (campo di custodia protettiva): Schutzhaftlagerfiihrer; Rap­
portfiihrer; Blockfiihrer; Arbeitsdienstfiihrer; Arb.-Kommando-Fuhrer.
4. Amministrazione: capo dell'amministrazione; amministrazione dei beni dei
prigionieri; ingegnere del campo.
5. Medico del campo.
6. Truppe di guardia: capo del servizio.
DACHAU : BLOCKFUHRER E RAPPORTFUHRER 47

Nelle punizioni corporali che seguirono, e alle quali do­


vetti assistere, finché feci parte della truppa, curai sempre
di mettermi nelle file posteriori. Piu tardi, come Block/uh­
rer 1 , ogni qualvolta mi fu possibile cercai di non essere
presente, o almeno di andarmene prima delle frustate. La
cosa non era troppo difficile, dato che altri Blockfuhrer lo
consideravano invece uno spettacolo ambito.
Come Rapportfuhrer invece, e piu tardi come Schutzha/t­
lagerfuhrer, dovetti essere sempre presente, ma lo feci sem­
pre contro voglia. Infine, quando divenni comandante e
quindi responsabile io stesso delle punizioni da infliggere,
fui presente assai di rado. Del resto non ho mai assegnato
questa pena con leggerezza.
Perché proprio quel tipo di punizione doveva suscitare
in me tanto orrore? Con tutta la migliore volontà non sa­
prei dirlo. In quello stesso periodo c'era un altro Block/uh­
rer che provava gli stessi sentimenti e cercava di evitare
quegli spettacoli; si chiamava S chwarzhuber, e piu tardi fu
Schutzha/tlagerfiihrer a Birkenau e Ravensbriick.
I Blockfuhrer che amavano assistere a quelle punizioni, e
che ho conosciuto sotto quest'aspetto, erano quasi senza
eccezione individui tardi, rozzi, violenti, spesso triviali, e il
loro contegno era identico anche verso i camerati e le pro­
prie famiglie. Per essi, i prigionieri non erano uomini.
Tre di loro si impiccarono in prigione, quando, alcuni
anni piu tardi, vennero accusati di aver maltrattato brutal­
mente i prigionieri di altri campi. Anche fra la truppa vi
erano parecchi SS per cui assistere alla bastonatura equiva­
leva a un piacevole spettacolo, quasi a un divertimento
popolare. Ma io non fui tra questi. Mentre ancora durava il

1 Il comandante era responsabile del campo di concentramento in generale,


mentre l'ufficiale responsabile del settore in cui venivano tenuti i prigionieri era
chiamato « addetto al campo di sicurezza» (Schutzhaftlager/iihrer), ed il suo assi­
stente in campo - che era l'ufficiale SS piu direttamente a contatto con i prigionie­
ri - era ilRapport/iihrer. Il r0 marzo 1935 Hoss fu nominatoB!ock/iihrer a Dachau;
venne quindi promosso sergente (SS-Schar/iihrer) il t0 aprile, furiere maggiore
(SS-Oberscharfiihrer) il 1° luglio 1935 e sergente maggiore (Hauptscharfiihrer) il 1°
marzo 1936. Dal 1° aprile 1936 fino al settembre dello stesso anno svolse attività
come Rapport/iihrer. Dietro raccomandazione personale di Himmler e di Bor­
mann, durante la loro ispezione a Dachau nel giugno 1936, venne promosso
tenente (Untersturmfiihrer) « per i suoi precedenti servigi» e in base ai giudizi
positivi del comandante di Dachau, Loritz, e di Eicke. Fu accolto cosi tra i
membri del corpo ufficiali delle SS. Da allora fino al 1938, quando fu trasferito a
Sachsenhausen, fu Effektenverwalter, cioè responsabile dell'amministrazione dei
magazzini e dei beni dei prigionieri a Dachau.
AUTOB I O G RAFIA

mio periodo di istruzione a Dachau, accadde il seguente


episodio: alcuni sottufficiali SS, con la complicità di alcuni
prigionieri, avevano compiuto dei grossi furti nel mattatoio.
Quattro SS vennero condannati da un tribunale di Monaco
- allora non esistevano ancora i tribunali delle SS - a lun­
ghissime pene detentive. Questi quattro, in uniforme com­
pleta, vennero condotti dinanzi all'intera truppa, degradati
personalmente da Eicke ed espulsi con ignominia dal corpo
delle SS. Egli con le sue mani strappò loro gli emblemi
nazionali, le mostrine e le insegne del grado, li fece sfilare
cosi davanti a tutta la compagnia e poi li consegnò alla
giustizia perché espiassero la condanna. Ciò gli forni anche
l'occasione per tenere un lungo discorso che servisse di
monito. Disse che avrebbe preferito far indossare ai quat­
tro la divisa dei prigionieri e, dopo averli frustati, inviarli
con gli altri prigionieri al di là del filo spinato. M a il coman­
dante generale (Reichsfuhrer) delle SS non glielo aveva per­
messo.
Una sorte analoga sarebbe toccata a chiunque avesse
stretto rapporti con i prigionieri, sia con intenzioni delit­
tuose, sia per pietà, poiché ambedue le cose erano merite­
voli di condanna. Ogni traccia di pietà verso i « nemici
dello Stato » sarebbe apparsa un segno di debolezza, del
quale non avrebbero mancato di profittare. Inoltre, ogni
pietà verso questi « nemici dello Stato » era indegna di un
milite SS. Nelle file delle SS non c'era posto per le femmi­
nucce; avrebbero fatto meglio a chiudersi in convento. Egli
poteva tollerare accanto a sé soltanto uomini duri e decisi,
pronti a obbedire ciecamente a qualsiasi ordine. Non per
nulla recavano l'emblema con il teschio, e le loro armi
sempre cariche! Erano i soli soldati che, anche in tempo di
pace, dovessero fronteggiare notte e giorno il nemico, il ne­
mico che stava dietro il filo spinato!
La degradazione e l'espulsione erano già stati un avve­
nimento penoso, che aveva colpito ogni soldato, e me in
particolare che vi assistevo per la prima volta. M a maggiore
impressione mi fece il monito di Eicke. Tuttavia non riusci­
vo ancora ad avere le idee chiare sui « nemici dello Stato »
- i nemici al di là del filo spinato - perché ancora . non li
conoscevo. Ben presto però avrei avuto occasione di cono­
scerli a fondo!
Già da un semestre prestavo servizio nella truppa, quan­
do venne improvvisamente un ordine di Eicke, per cui tutti
DACHAU: B LOCKFUHRER E RAPPORTFUHRER 49

gli ufficiali e sottufficiali piu anziani dovevano lasciare la


truppa e prestar servizio al campo. Anch'io fui tra questi, e
venni adibito come Blockfuhrer al servizio di sicurezza
(Schutzhaftlager) del campo. Era un incarico che non mi
piaceva affatto. Pregai Eicke di rimandarmi, in via eccezio­
nale, fra la truppa, perché ero anima e corpo un soldato, e
soltanto il miraggio di riprendere la vita militare mi aveva
spinto ad entrare fra le SS in servizio.
Ma la sua risposta fu che conoscendo molto bene il mio
curriculum vitae mi riteneva particolarmente adatto a quel
lavoro, date le mie personali esperienze dell'ambiente e del
modo di trattare i prigionieri. Nessun altro sarebbe stato
piu adatto di me a quel servizio. Inoltre non intendeva fare
eccezioni per nessuno, e le sue disposizioni erano assoluta­
mente irrevocabili. Ero un soldato: dunque ero tenuto al-
1' obbedienza! Del resto, io stesso l'avevo voluto. In quel
momento provai una violenta nostalgia e un vivo desiderio
di ritornare al faticoso lavoro dei campi, alla vita dura ma
libera che avevo vissuto fino allora.
Ma non si poteva tornare indietro! Cosi, in uno stato
d'animo turbato, iniziai la mia nuova attività, in un mondo
nuovo al quale dovevo rimanere strettamente legato per i
dieci anni che seguirono. Ero stato, si, per sei anni interi in
carcere io stesso, avevo conosciuto a sazietà la vita dei pri­
gionieri, le loro abitudini, i loro lati positivi e piu ancora
quelli oscuri, tutti i loro impulsi e le loro necessità. Ma il
campo di concentramento era una novità per me. Dovetti
imparare a conoscere l'incommensurabile differenza che vi
è tra la vita in una prigione o in un penitenziario, e quella in
un campo di concentramento. E la conobbi a fondo e assai
meglio di quanto avrei desiderato.
Insieme ad altri due novellini, Schwarzhuber e Remmele,
piu tardi comandante di Eintrachthiitte, venni quindi man­
dato tra i prigionieri, senza aver ricevuto eccessive istruzio­
ni dallo Schutzhaftlager/uhrer o dal Rapportfuhrer.
Alla sera assistetti, con un certo imbarazzo, all'appello
dei prigionieri addetti al lavoro forzato, che scrutavano con
curiosità il loro nuovo comandante di compagnia, come
allora si chiamavano i comandanti di blocco. Soltanto in
seguito imparai a capire quali erano le domande da leggere
sui loro visi.
Il mio sergente maggiore, come allora si chiamavano i
piu anziani del blocco, aveva in pugno la compagnia, piu
50 AUTOB I OGRAFIA

tardi chiamata blocco. Come i suoi cinque caporali - gli


anziani della camerata - era un prigioniero politico, un
vecchio comunista convinto, ma ex soldato, e raccontava
volentieri della sua vita militare. Questi uomini manteneva­
no rigorosamente la pulizia e I' ordine tra i forzati, che per
la maggior parte erano arrivati al campo in condizioni in­
credibili di sporcizia e trascuratezza, cosicché non ebbi mai
bisogno di intervenire personalmente. Del resto, i prigio­
nieri stessi stavano attenti a non commettere infrazioni in
questo senso, dacché soltanto dalla loro condotta e dalla
loro diligenza nel lavoro dipendeva se sarebbero stati rila­
sciati dopo un semestre o invece trattenuti ancora un trime­
stre o un semestre, per necessità di rieducazione!
In poco tempo riuscii a conoscere bene i 2 7 0 uomini
circa della mia compagnia e fui in grado di giudicare se
fossero o no maturi per il rilascio. Durante il periodo in cui
fui Blockfuhrer, furono molto pochi quelli che dovetti far
trasferire in carcere, perché irrimediabilmente asociali:
rubavano come gazze, rifuggivano da qualsiasi lavoro ed
erano negligenti sotto ogni aspetto. Invece la maggioranza
dei prigionieri, trascorso il periodo prescritto di detenzio­
ne, ne usci migliorata. Non si verificarono quasi mai delle
ricadute.
Coloro che non avevano subito già molte condanne, o che
comunque non erano degli asociali, provavano avvilimento
e vergogna per questa prigionia, particolarmente i pili an­
ziani che non erano mai entrati in conflitto con la legge.
D'improvviso ora si vedevano condannati, perché per ca­
parbietà, per ostinazione tutta b avarese, avevano abbando­
nato pili volte il loro posto di lavoro, o perché avevano fatto
troppo all'amore con la birra, o per altre cause che li aveva­
no resi infingardi; e l'Ufficio del lavoro li aveva spediti al
campo di concentramento. Ma tutti, pili o meno, erano in
grado di superare gli aspetti negativi del campo, perché
sapevano con sicurezza che una volta trascorso quel perio­
do sarebbero stati nuovamente liberi.
Le cose stavano diversamente con gli altri nove decimi
del campo: una compagnia comprendente ebrei, emigranti,
omosessuali, Testimoni di Geova; un'altra compagnia di
asociali, e sette compagnie di prigionieri politici, per lo pili
comunisti. La durata della detenzione, per questi ultimi,
non era fissata, e dipendeva da fattori che non erano calco­
labili. Essi ne erano consapevoli, e perciò sopportavano
DACHAU : B LOCKFUHRER E RAPPORTFUHRER 51

cosf male l a loro situazione incerta, che b astava d a sola a


rendere tormentosa la vita al campo. Ho avuto modo di
parlarne con parecchi prigionieri, tra i piu intelligenti e
avveduti, e tutti mi hanno sempre dichiarato, concorde­
mente, che non era difficile sopportare tutti i mali del cam­
po, l'arbitrio delle SS o dei prigionieri preposti agli altri, la
dura disciplina, la stretta convivenza che poteva durare
anche anni e anni, la monotonia del lavoro quotidiano;
tutto, ma non l'incertezza sulla durata della detenzione.
Questo era l'aspetto piu avvilente, che riusciva a paralizzare
le volontà piu ferme.
L'incertezza sulla durata della detenzione - spesso di­
pendente dall'arbitrio di alcuni poliziotti subalterni - era,
secondo la mia esperienza e le mie osservazioni, il fattore
che esercitava il p eggiore e piu forte influsso sullo spirito
dei prigionieri. Il delinquente professionale, condannato,
ad esempio, a quindici anni di penitenziario, sapeva che al
piu tardi alla fine di tale periodo, ma spesso anche molto
prima, sarebbe stato di nuovo libero.
Il prigioniero p olitico dei campi di concentramento, che
spesso era stato arrestato unicamente in base alle vaghe
denunzie di qualche nemico personale, veniva assegnato al
campo per un periodo indeterminato, che poteva durare
uno come dieci anni. La revisione trimestrale delle senten­
ze, che in Germania era prescritta per ogni carcerato, qui
era una pura formalità. In realtà, ciò che contava era soltan­
to il parere dell'ufficio che lo aveva spedito al campo, e,
naturalmente, in nessun caso questo avrebbe ammesso di
aver sbagliato. La vittima, perciò, era il prigioniero, per cui
la buona o la cattiva sorte dipendevano soltanto dall' « opi­
nione » dell'ufficio in questione. Per lui non esistevano
appelli né reclami; soltanto in circostanze particolarmente
favorevoli, e in casi eccezionali, avvenivano dei « riesami »
che finivano con un improvviso rilascio. Ma, queste, come
dissi, erano eccezioni, e di regola la durata della detenzione
restava affidata agli umori della sorte!
I poliziotti incaricati della sorveglianza e della custodia
dei prigionieri possono essere divisi in tre categorie, do­
vunque uguali, sia in un carcere preventivo sia in un peni­
tenziario sia in un campo di concentramento. Possono ren­
dere la vita dei prigionieri un inferno, ma possono anche
alleggerirgli e rendergli piu sopportabile un'esistenza già di
per sé dura.
52 AUTOB I O G RAFIA

Gli individui maligni, malvagi, fondamentalmente catti­


vi, rozzi, abbietti, vili, vedono nel prigioniero soltanto un
oggetto, sul quale sfogare sfrenatamente istinti spesso per­
versi, capricci, complessi d'inferiorità. Ignorano ogni sen­
timento di compassione, o meglio ogni sentimento buono, e
non si lasciano sfuggire nessuna occasione per tormentare i
prigionieri per i quali hanno piu antipatia. Percorrono tutta
la gamma possibile dalle minime vessazioni ai maltratta­
menti piu brutali, seguendo i propri impulsi e la propria
natura. Si compiacciono particolarmente di tormentare spi­
ritualmente le loro vittime, e non c'è divieto, per quanto
severo, che possa impedire questa attività demoniaca. Sol­
tanto una sorveglianza molto stretta può porre un limite ai
tormenti che infliggono. Sono perpetuamente in cerca di
nuovi metodi di torture, sia fisiche sia spirituali: sventurati i
prigionieri in loro balia, quando queste malvage creature
hanno sopra di sé dei superiori che tollerano le loro perver­
se tendenze, quando addirittura non le incoraggiano, poi­
ché rispondono �Ila propria stessa natura.
La seconda categoria - che comprende poi la maggioran­
za - è quella degli indifferenti, dei passivi, che fanno il loro
lavoro in modo anonimo, e, nei limiti necessari, adempiono
ai loro doveri con capacità o con trascuratezza. Per essi, i
prigionieri sono degli oggetti da sorvegliare e custodire,
non esseri umani con una vita propria. Per comodità, si
attengono alle disposizioni impartite, alla lettera morta.
Interpretarle secondo il sentimento sarebbe troppa fatica,
anche perché in generale sono nature assai limitate. Non
che intendano di proposito maltrattare i prigionieri, ma
spesso con la loro indifferenza, il loro opportunismo e la
loro limitatezza, possono fare del male, tormentare e vessa­
re i prigionieri fisicamente e moralmente, senza neppure
averne l'intenzione. Sono proprio costoro che rendono
possibile ad alcuni prigionieri di spadroneggiare sui loro
compagni di sventura.
La terza categoria, infine, è di coloro che sono benevoli
per natura, che hanno buon cuore e sentono pietà per le
miserie umane. Vi sono, innanzitutto, quelli che si attengo­
no rigidamente e coscienziosamente alle disposizioni rice­
vute, senza tollerare trasgressioni, ma che con il buon cuore
e la buona volontà volgono quelle disposizioni a vantaggio
dei prigionieri, e che, per quanto sta in loro, cercano di
alleggerirne la situazione, o quanto meno di non aggravarla
DACHAU : B LOCKFUHRER È RAPPORTFUHRER 53
senza necessità. Attraverso varie sfumature, arriviamo infi­
ne alle anime pili candide, la cui ingenuità confina col mira­
coloso: seguono costantemente la vita dei prigionieri, cer­
cano di esaudirne ogni desiderio, di aiutarli come possono,
per pura bontà e per una infinita compassione, e non rie­
scono a credere che tra i prigionieri vi siano degli individui
cattivi.
La severità, unita alla benevolenza e alla comprensione,
sono già sufficienti a confortare il prigioniero, che è tanto
pili ansioso di comprensione umana, quanto peggiore è la
sua situazione. Uno sguardo buono, un sorriso benevolo,
una parola gentile spesso operano miracoli, soprattutto sul­
le nature sensibili. Se poi il prigioniero si accorge che si ha
della considerazione per la sua condizione e il suo stato, gli
effetti sono addirittura incredibili. Perfino i pili disperati,
quelli che si erano già lasciati andare, riattingono nuovo
coraggio per vivere, al minimo segno di solidarietà umana.
Ogni prigioniero si sforza di rendere pili tollerabile la
sua sorte, pili facile la sua situazione, e per far ciò sfrutta la
bontà e comprensione umana che gli vengono dimostrate.
Naturalmente, gli individui privi di scrupoli vanno oltre, e
cercano di servirsene come di una breccia. Poiché in gene­
rale il prigioniero è intellettualmente superiore ai secondi­
ni, trova facilmente un punto debole negli individui di
buon cuore ma limitati, e questo è il lato negativo dell'at­
teggiamento benevolo e fiducioso verso i prigionieri. Spes­
so una sola dimostrazione di comprensione umana verso
prigionieri pili volitivi può dar luogo a tutta una serie di
infrazioni, che termina con punizioni gravi, spesso gravis­
sime. Si comincia con l'innocente traffico epistolare per
finire con la complicità nella fuga e nell'evasione.
Basteranno pochi esempi a dimostrare i diversi effetti
delle tre categorie che ho descritto, in situazioni uguali.
Nel carcere preventivo: il prigioniero prega il sorveglian­
te di aprire maggiormente i caloriferi perché è molto raf ·

freddato e sta gelando. Il sorvegliante, un malvagio, vice­


versa li chiude completamente e poi si diverte a osservare il
prigioniero che per il freddo cammina tutto il giorno su e
gili per la cella, agitandosi per riscaldarsi. Per il turno di
notte ecco un secondino del tipo indifferente; il prigioniero
gli rivolge la medesima preghiera, e costui apre completa­
mente il calorifero, poi per tutta la notte si disinteressa
completamente di quel che avviene nella cella. Dopo un'ora
54 AUTOBI OGRAFIA

questa è cosf surriscaldata che il prigioniero è costretto a


tenere la finestra aperta tutta la notte, e di conseguenza la
sua infreddatura peggiora.
Nel penitenziario: per il bagno vi sono degli orari stabili­
ti. La sezione viene condotta al bagno da un secondino
malvagio. Nello spogliatoio costui lascia aperta la finestra
- si è in pieno inverno - perché c'è troppa puzza. Stimo­
landoli a far presto a forza di urlacci, li spinge tutti sotto le
docce e apre interamente il rubinetto dell'acqua calda, co­
sicché nessuno può resistere sotto la doccia, poi quello
dell'acqua fredda, costringendoli a subirla per un bel pez­
zo. Assiste con un ghigno ironico allo spettacolo dei prigio­
nieri che dal gran freddo non riescono quasi a rivestirsi. La
volta seguente è un secondino indifferente ad accompa­
gnarli al bagno, sempre d'inverno. I prigionieri si spogliano
ed egli si siede a leggere il giornale. Finalmente, quando gli
fa comodo, si decide a interrompere la lettura e ad aprire il
rubinetto. Apre completamente quello dell'acqua calda e
riprende a leggere. Nessuno può resistere sotto quell'acqua
quasi bollente, ma le imprecazioni degli uomini non lo
turbano affatto. S oltanto dopo aver terminato il giornale si
alza e chiude l'acqua. Tutti si rivestono senza essersi lavati.
Il secondino guarda l'orologio: sf, ha fatto il suo dovere
entro l'orario prescritto.
In un campo di concentramento, in una cava di ghiaia. Il
buon capoguardia si preoccupa che i vagoncini non venga­
no sovraccaricati, che vi sia una squadra doppia a spingerli
su per la montagna, che le rotaie siano fissate bene e gli
scambi lubrificati. La giornata di lavoro trascorre senza
rimproveri e grida, e tuttavia viene raggiunta la norma pre­
scritta. Ma il capoguardia malvagio lascia sovraccaricare i
vagoncini e ordina che sia una sola squadra a spingerli su
per la montagna; per tutta la strada deve spingere a passo
di corsa. Elimina anche gli addetti alla sorveglianza e alla
lubrificazione delle rotaie. La conseguenza è che i vagonci­
ni deragliano di continuo, i capi hanno un buon motivo per
. usare il bastone e già a metà della giornata una parte dei
prigionieri non può pili continuare il lavoro perché ha i
piedi feriti. Per tutto il giorno si sentono gli urli delle guar­
die, col risultato che alla sera è stata raggiunta soltanto
metà della norma prescritta. Il capoguardia indifferente,
poi, non si preoccupa minimamente di dirigere, lascia
« lavorare » i capisquadra, e questi agiscono come meglio
DACHAU : B LOCKFUHRER E RAPPORTFUHRER 55

credono. I prigionieri benvisti stanno tutto il giorno in ozio,


gli altri devono lavorare il doppio. I sorveglianti non vedo­
no nulla, il capoguardia, a sua volta, è sempre assente.
Questi non sono che tre esempi di innumerevoli episodi,
in parte da me stesso vissuti, che potrebbero riempire
volumi interi. Servono soltanto a mostrare drasticamente
quanto l'intera esistenza dei prigionieri dipenda dal com­
portamento e dalla natura dei singoli sorveglianti e poliziot­
ti, nonostante tutti i regolamenti e tutte le migliori disposi­
zioni !
Non sono le sofferenze fisiche a rendere tanto dura l'esi­
stenza del prigioniero, ma principalmente e in modo decisivo
le impressioni indelebili dovute all'arbitrio, alla malvagità e
alla bassezza di individui indi/ferenti o perversi tra i secondi­
ni e i poliziotti. Contro la severità inesorabile ma giusta ogni
prigioniero è armato, ma l'arbitrio e l'ingiustizia palese lo
feriscono piu delle bastonate. Deve subirli, impotente.
Guardando alla cruda realtà, secondini e prigionieri rap­
presentano due mondi opposti e ostili, e i secondi sono per
lo piu le vittime, sia per il fatto stesso di essere in carcere sia
perché devono subire il volere dei primi. Se il prigioniero
vuole restare a galla deve difendere la pelle, e p oiché non
può attaccare ad armi pari, deve escogitare altri mezzi e
altre vie di difesa. A seconda del suo carattere, lascerà che il
nemico urti contro una corazza di insensibilità, e procede­
rà, piu o meno indisturbato, per la via che ha scelto; oppure
diventerà astuto, malizioso, infido, riuscendo a ingannare
l'avversario e a ottenere cosi qualche vantaggio; oppure
ancora passerà al nemico, diventando delatore, sorveglian­
te, preposto alle camerate e cosi via, creandosi cosi un'esi­
stenza sopportabile, ma a spese dei compagni di pena; o,
puntando tutto su una sola carta, si rivolterà; oppure, infi­
ne, si spezzerà, si lascerà andare, anche fisicamente, e spes­
so finirà la sua esistenza nel suicidio.
Tutto questo suonerà duro e sembrerà inverosimile, ma è
cosi, e credo di poter giudicare giustamente, in base alla
mia vita, alle mie esperienze di anni e alle mie osservazioni.
Il lavoro occupa uno spazio considerevole nella vita del
detenuto; può servire a rendergliela piu tollerabile, ma può
condurre anche alla sua rovina. Per ogni prigioniero sano,
in condizioni normali, il lavoro è un bisogno, una necessità
interna. Questo non vale però per i fannulloni di professio­
ne, gli scioperati e tutti i parassiti asociali, che possono
AUTOB I O G RAFIA

benissimo continuare a vegetare nell'ozio senza provare la


minima sofferenza. Per gli altri, invece, il lavoro serve a
colmare il vuoto della prigionia, a superare il disgusto della
monotonia; quando il detenuto lo accetta, quando lo com­
pie volentieri - per disposizione interiore -, esso gli dà
soddisfazione. Se poi riesce a esercitare il suo mestiere, o
almeno un lavoro congeniale e conforme alle sue attitudini,
questo significa per lui una solida base interiore che neppu­
re circostanze avverse riescono facilmente a distruggere.
Senza dubbio, il lavoro in prigione e nel campo di concen­
tramento è un dovere, una costrizione. Ma, in generale,
quando sia instradato al lavoro giusto, ogni prigioniero lo
compie volentieri, e la soddisfazione che ne ritrae influisce
beneficamente sulle sue condizioni generali. Inversamente,
l'insoddisfazione del lavoro gli fa sembrare l'intera esisten­
za un peso.
Quanti dolori, quante avversioni, quante sventure addi­
rittura, si sarebbero potuti evitare se gli ispettori del lavoro
e i capi del servizio del lavoro avessero considerato questi
fatti e avessero tenuto gli occhi aperti nelle officine e in tutti
i luoghi di lavoro ! Quanto a me, ho lavorato volentieri e di
buona voglia per tutta la vita. Ho compiuto lavoro fisico
duro, spesso durissimo, in condizioni altrettanto dure, nelle
miniere di carbone, nelle raffinerie, nelle fornaci, ho taglia­
to legna, spianato alture, scavato torba. Nell'agricoltura
non c'è lavoro importante che non abbia fatto. Ma non mi
sono limitato a lavorare, bensf ho osservato con attenzione
quelli che lavoravano con me, le loro azioni e le loro abitu­
dini, le loro condizioni di vita.
Posso quindi affermare con pieno diritto che so bene ciò
che significa lavorare, e che sono perfettamente in grado di
valutare l'efficienza nel lavoro. Sono stato contento di me
soltanto quando ho potuto compiere del lavoro, ma non ho
mai preteso dai miei sottoposti pili che da me stesso.
Perfino nel carcere preventivo, a Lipsia, dove tra le con­
versazioni, la posta frequente, la lettura dei giornali e le
visite avevo distrazioni a sufficienza, sentivo sempre la
mancanza di un lavoro. Alla fine chiesi di poter lavorare e
mi fu concesso. Mi diedero da incollare buste, e sebbene
fosse un'occupazione monotona pure servf a riempire una
gran parte della mia giornata e mi costrinse a regolare il mio
tempo. Mi ero proposto da me una norma fissa, e questo
era l'essenziale.
DACHAU : B LOCKFUHRER E RAPPORTFUHRER 57

Nel penitenziario, poi, scelsi dei lavori che, per quanto era
possibile, richiedessero anche la mia attenzione e non fossero
puramente meccanici. Cosi ho potuto evitare di passare tante
ore della giornata in pensieri sterili ed estenuanti, e a sera
provavo la soddisfazione di pensare non soltanto che un'altra
giornata era trascorsa, ma che avevo compiuto una buona
quantità di lavoro. La punizione peggiore che avrebbero
potuto infliggermi sarebbe stata di sottrarmi il lavoro.
Nell'attuale prigionia soffro appunto della sua mancanza,
e sono infinitamente grato per avermi concesso la possibili­
tà di scrivere, attività che mi occupa interamente.
Nel penitenziario ho discusso a lungo con gli altri dete­
nuti sul problema del lavoro, e lo stesso nel campo di Da­
chau, con i prigionieri. Tutti si sono sempre mostrati per­
suasi che la vita dietro le sbarre o dietro il filo spinato, alla
lunga, senza il lavoro, diventa intollerabile, anzi: la peggiore
delle punizioni.
Il lavoro, in prigione, non è soltanto un efficace mezzo di
correzione, in senso buono, dacché impone al detenuto di
disciplinarsi da sé al fine di reagire agli effetti deprimenti
della detenzione stessa; è anche un mezzo educativo nei
confronti di quegli individui che in sé sono privi di caratte­
re, di quelli che hanno bisogno di assuefarsi alla regolarità e
alla costanza; infine, di coloro che la benefica influenza del
lavoro può ancora sottrarre al delitto. Ma tutto ciò è valido
soltanto in condizioni normali.
Cosi è da interpretare anche il motto: « Il lavoro rende
liberi » ' . Era ferma intenzione di Eicke di rimettere in liber­
tà quei prigionieri, a qualunque categoria appartenessero,
che avessero saputo emergere dalla massa per la loro co­
stante e diligente efficienza nel lavoro, anche contro il pare­
re contrario della Gestapo e della Polizia criminale di Stato.
Alcuni di questi casi si verificarono. Ma la guerra distrusse
queste buone intenzioni.
Mi sono diffus o cosi a lungo sul lavoro, perché ho imparato
io stesso ad apprezzarne pienamente il valore morale, e perché
voglio mostrare quanto efficacemente influisca il lavoro sulla
psiche del detenuto, e come io stesso abbia assistito all' espli­
carsi di questi effetti. Riferirò piii tardi che cosa avvenne in
seguito nel settore del lavoro e dell'impiego dei prigionieri.

1 Arbeit macht /rei, era il motto che Hoss fece appendere sopra il portone
principale del campo di Auschwitz.
AUTOBIOGRAFIA

Come capoblocco, a Dachau entrai in contatto diretto


con molti prigionieri, non soltanto del mio blocco. In quel
tempo tale carica comportava anche la censura sulla posta
in partenza dal campo; e chiunque abbia modo per un
certo periodo di leggere le lettere di un detenuto, purché
sia dotato di una certa conoscenza degli uomini, potrà for­
marsi un'immagine assai fedele del suo spirito. Qualsiasi
detenuto, nelle lettere alla moglie, alla madre, cerca di de­
scrivere i suoi pensieri e i suoi affanni, piu o meno aperta­
mente a seconda della sua natura. A lungo andare, nessuno
riesce a nascondere i suoi veri pensieri; a lungo andare, chi
sta in prigione non riesce a mascherarsi e ad ingannare
l'occhio esercitato di un osservatore esperto; ciò vale anche
per le lettere.
Eicke aveva continuato a ripetere ai suoi SS il concetto di
« nemici pericolosi dello Stato », con tanta persuasiva insi­
stenza, e continuò a predicarlo anche negli anni successivi
da convincere chiunque non avesse la possibilità di una
migliore informazione. Cosi accadde anche a me. Cercai di
studiare chi fossero questi « pericolosi nemici dello Stato » e
che cosa li rendesse cosi pericolosi, e trovai un piccolo
numero di comunisti e socialdemocratici arrabbiati, che, se
avessero potuto tornare liberi, avrebbero senza dubbio
portato l'agitazione tra la popolazione e avrebbero fatto di
tutto per compiere efficacemente dell'attività clandestina.
Del resto, non si curavano affatto di nasconderlo.
Ma la massa, sebbene si trattasse di funzionari comunisti
o socialdemocratici che avevano lavorato e combattuto per
le loro idee, e inferto gravi colpi all'idea nazionale e al
Partito nazionalsocialista, visti piu da vicino, considerati
nel rapporto quotidiano, erano poi individui innocui e pa­
cifici, che, dopo aver visto crollare il loro mondo, non desi­
deravano che trovare un lavoro conveniente e tornare al piu
presto alle loro famiglie. A mio giudizio, negli anni 1935-36
si sarebbero potuti tranquillamente rilasciare i tre quarti
dei prigionieri politici di Dachau senza il minimo danno
per il Terzo Reich.
Il rimanente, invece, era composto di individui fanatica­
mente convinti che il loro mondo sarebbe risorto. Costoro
dovevano essere strettamente sorvegliati, perché erano
appunto essi i pericolosi nemici dello Stato. Ma non era
difficile individuarli, anche quando non facevano aperta
professione di fede, ma, al contrario, cercavano abilmente
DACHAU : B LOCKFUHRER E RAPPORTFUHRER 59

di mascherarsi. M a per l o Stato, per il popolo, erano assai


piu pericolosi i delinquenti di professione, gli asociali, che
avevano alle spalle già venti o trenta condanne.
Era intenzione di Eicke, attraverso la sistematica ripeti­
zione delle sue teorie e le disposizioni destinate a neutraliz­
zare la pericolosità criminale dei prigionieri, mobilitare ra­
dicalmente i suoi SS contro i prigionieri, « renderli duri » ,
cancellare i n loro ogni p i u piccolo moto d i compassione. La
sua prolungata influenza favorf, soprattutto nelle nature
piu primitive, la nascita di un cosi profondo sentimento di
odio verso i prigionieri, che un estraneo non potrebbe
immaginarlo. Esso si diffuse fra tutte le SS e i loro capi che
lavoravano nei campi di concentramento, e continuò ad
operare anche quando Eicke non era piu ispettore '.
Questa fondamentale ostilità contro i prigionieri fu anco­
ra rafforzata dall'influenza di vecchi comandanti come Lo­
ritz e Koch 2 , per i quali i prigionieri erano non uomini ma
« russi » o « canachi ». Naturalmente quest'odio artificiosa­
mente creato contro di essi non poteva sfuggire ai prigio­
nieri; i fanatici, gli arrabbiati ne trassero uno stimolo a
rafforzare il loro atteggiamento, i piu miti invece ne furono
vivamente feriti. Nel campo era possibile capire al volo
quando c'era stata un'altra delle « prediche » di Eicke, per­
ché immediatamente si awertiva un'atmosfera di paura, e i
prigionieri osservavano con terrore ogni movimento delle
SS. Si incrociavano le piu disparate dicerie su nuove dispo­
sizioni imminenti, e insieme si diffondeva un generale stato
di allarme. Di fatto, il loro trattamento poteva anche non
essere molto peggiorato, ma essi sentivano vivamente che vi
era una maggiore ostilità nei loro confronti da parte della
grande maggioranza dei poliziotti e dei sorveglianti.
Ripeto ancora una volta che non sono tanto le impressio­
ni e gli effetti fisici, ma soprattutto quelli psichici, a oppri-

1 Nominato, alla fine del r 93 9, SS-Obergruppenfuhrer e tenente generale delle


Waf/en-SS, Eicke abbandonò la carica di ispettore dei campi di concentramento
per diventare soltanto comandante militare della divisione «Teste di morto»
(Totenkopfverbiinde).
2 Loritz Hans, già comandante del campo d i Esterwegen, divenne poi coman­
dante di quello di Dachau, e dal principio del 1940 al settembre del 1942, di
quello di Sachsenhausen. Koch, Karl-Otto, successo a Loritz nel comando del
campo di Esterwegen, nel 1937 divenne SS-Standartenfiihrer di Buchenwald, la
cui costruzione si deve in gran parte a lui, e vi rimase fino al dicembre r94r. Per le
sue inaudite crudeltà, nel 1943 fu condannato a morte da un tribunale SS e
giustiziato all'inizio del 1945·
60 AUTOB I O G RAFIA

mere, tormentare, portare alla disperazione i prigionieri, in


particolare quelli del campo di concentramento.
Per la maggioranza di essi non è affatto indifferente che il
sorvegliante abbia un atteggiamento ostile, neutrale o be­
nevolo; anche se non li tocca neppure con un dito, la dispo­
sizione ostile, anzi l'odio, lo sguardo fosco del sorvegliante,
sono di per sé sufficienti a preoccuparli, opprimerli, tor­
mentarli. Quanto spesso ho sentito dei prigionieri a Dachau
chiedere: - Ma perché le SS ci odiano tanto? Siamo uomini
come loro -. Basterebbe questo per spiegare quale fosse in
generale il rapporto tra SS e prigionieri.
Non credo che Eicke personalmente odiasse e disprez­
zasse cosi violentemente i « pericolosi nemici dello Stato »,
come voleva far credere alle truppe. Credo invece che il suo
costante « incitamento alla durezza » dovesse servire a co­
stringere le SS a un'attenzione piu intensa, ad essere pronte
in qualunque momento. Ma certamente egli non rifletté mai
alle conseguenze della sua azione, agli effetti di questa co­
stante opera di istigazione.
Cosi, educato e allevato nello spirito di Eicke, dovetti
compiere il mio servizio nel campo, come Blockfuhrer, co­
me Rapportfuhrer, come amministratore. E devo confes­
sare di aver assolto il mio servizio con coscienza e attenzio­
ne, di non aver avuto riguardi verso i prigionieri, di essere
stato severo e spesso duro.
Ma ero stato io stesso troppo a lungo in prigione per
ignorarne le sofferenze. E non senza partecipazione interio­
re consideravo gli « avvenimenti » del campo. Esteriormen­
te freddo, anzi di pietra, ma nel mio intimo profondamente
turbato, presenziavo agli interrogatori e esaminavo i corpi
di coloro che si erano uccisi o che erano stati uccisi in un
tentativo di fuga (mi accorgevo benissimo se si trattava di
casi genuini o no) , o erano morti per un incidente sul lavo­
ro, o erano « fìniti sul filo spinato », o erano stati giustiziati
legalmente; ero presente nelle sale delle autopsie, alle puni­
zioni con la frusta, a tutte le altre misure p unitive ordinate
da Loritz, alle quali il piu delle volte assisteva egli stesso.
Erano i « suoi » lavori, le pene inflitte da « lui ». La mia
maschera di pietra lo aveva persuaso che non aveva bisogno
di « indurirmi » , come amava fare con quegli SS che gli
sembravano troppo molli.
E qui, senza dubbio, sta la mia colpa. Ormai avevo capi­
to benissimo di non essere adatto a quel servizio, perché
DACHAU : B LOCKFUHRER E RAPPORTFUHRER 61

non ero affatto d'accordo col sistema con cui Eicke inten­
deva organizzare la vita del campo. Ero troppo intimamen­
te legato ai prigionieri, perché per troppo tempo avevo
provato la loro vita, vissuto le loro stesse miserie. Avrei
dovuto andare da Eicke o dal capo supremo delle SS e
dichiarargli che non ero adatto per il servizio in un campo
di concentramento perché sentivo troppa pietà verso i pri­
gionieri. Non seppi trovare il coraggio di farlo. Non potevo
mettermi da me stesso alla berlina, confessare la mia debo­
lezza; ero troppo ostinato per ammettere che avevo imboc­
cato la strada sbagliata, quando avevo abbandonato il mio
progetto di stabilirmi in campagna. Ero entrato liberamen­
te al servizio delle SS attive, la divisa nera mi era diventata
troppo cara perché potessi desiderare di spogliarmene.
La mia confessione di non essere indicato per quel servi­
zio avrebbe provocato inevitabilmente la mia espulsione, o
almeno un pessimo congedo, e questo non lo p otevo sop­
portare. Per molto tempo mi sono dibattutto cosf tra le mie
convinzioni intime e la coscienza del dovere verso il giu­
ramento di fedeltà fatto alle SS, al Fiihrer. Dovevo forse
diventare un disertore? Ma di questi miei tormenti e dubbi
nessuno seppe nulla, neppure mia moglie, poiché li ho
tenuti gelosamente chiusi in me.
Come vecchio membro del Partito, ero pienamente per­
suaso della necessità di un campo di concentramento. I
nemici dello Stato dovevano essere messi in condizione di
non nuocere, gli asociali e i delinquenti di professione, che
le leggi vigenti non permettevano di arrestare, dovevano
essere privati della libertà, per proteggere il popolo dalle
loro azioni dannose. Ero anche fermamente persuaso che
soltanto le SS avrebbero potuto assolvere a questo compito
di protezione del nuovo Stato. Ma non ero d'accordo con le
concezioni di Eicke sui prigionieri dei campi, non ero d' ac­
cordo che egli aizzasse i pili bassi sentimenti d'odio delle
truppe, né con la sua p olitica personale, per cui affidava i
prigionieri a persone incapaci e manteneva ai loro posti
individui non solo inadatti ma intollerabili. Non ero d'ac­
cordo, infine, con il metodo arbitrario con cui si stabiliva il
periodo di detenzione.
Ciononostante, rimanendo al campo accettai le conce­
zioni, le disposizioni e i sistemi in esso vigenti, riconcilian­
domi nello stesso tempo con la sorte che io stesso mi ero
liberamente scelto. Dentro di me, tuttavia, continuavo a
AUTOB I OGRAFIA

sperare che una volta o laltra sarei stato trasferito ad un


incarico diverso, ma per il momento non c'era da pensarci.
Infatti era opinione di Eicke che io fossi molto indicato per
trattare con i prigionieri. Finii cosi per adattarmi a tutto ciò
che non si poteva modificare, ma non divenni mai sordo
alle sofferenze umane: le ho sempre viste chiaramente e ne
ho sofferto. Dovetti calpestarle perché non potevo permet­
termi di essere molle. Preferii acquistare fama di duro anzi­
ché passare per un molle.
VII.

Aiutante e Schutzhaftlageefilhrer
nel campo di Sachsenhausen '

1938- 1 940

Infine fui trasferito a Sachsenhausen come aiutante. Qui


imparai a conoscere l'Ispettorato dei campi di concentra­
mento, il suo lavoro e le sue consuetudini. Imparai a cono­
scere meglio Eicke e la sua influenza sul campo e sulla
truppa. Venni anche a contatto con la Gestapo (Geheimes
Staatspolizeùzmt cioè Polizia segreta di Stato) . Attraverso il
lavoro di corrispondenza cominciai anche a intravvedere le
relazioni intercorrenti tra le alte cariche delle SS; insomma,
il mio orizzonte si allargò notevolmente.
Attraverso un vecchio camerata che apparteneva all'Uffi­
cio di collegamento di Hess venni a sapere una quantità di
notizie sui circoli che contornavano il Fi.ihrer; un altro
camerata occupava un posto importante nell'Organizza­
zione della gioventu del Reich, un altro era responsabile
della stampa nell'ufficio di Rosenberg, un altro ancora lavo­
rava alla Camera di medicina del Reich (Reichsarztekam­
mer) . Con questi vecchi camerati del Corpo volontari mi
recai di frequente a Berlino; potei cosi accostarmi piu che
in passato al patrimonio spirituale del Partito e assimilarne
le idee e gli scopi. In quegli anni la Germania dava l' esem­
pio di uno slancio poderoso; le industrie e il commercio
non erano mai stati tanto fiorenti, e la politica estera di
Hitler era abbastanza sensazionale da ridurre al silenzio
anche gli scettici e gli avversari. Il Partito dominava lo
Stato, e non si potevano certo negare i successi conseguiti.
La via e gli scopi della NSDAP erano giusti, cosi almeno
credevo fermamente, senza l'ombra di un dubbio.

1 Il campo di Sachsenhausen venne creato nel 1935-36 al posto di quello di


Oranienburg (che era stato creato dalle SA), dal quale distava solo una ventina di
chilometri. Era molto piu grande del precedente. H&s vi fu trasferito il 1° agosto
1938; come aiutante, i suoi compiti erano quelli di amministratore del comandan·
te; inoltre si occupava del disbrigo della corrispondenza ufficiale con le autorità
esterne.
AUTOBIOGRAFIA

Gli scrupoli che mi avevano tormentato sull'opportunità


della mia permanenza al campo nonostante il mio disac­
cordo su molti punti, passarono in secondo piano, dacché a
Sachsenhausen non ero piu in contatto diretto con i dete­
nuti, come a Dachau. Inoltre, qui non c'era quella atmosfe­
ra di odio, sebbene gli uffici di Eicke fossero nel campo. Ma
la truppa era diversa; vi erano molte giovani reclute, molti
giovani capi delle scuole Junkers, mentre i « vecchi di Da­
chau » erano elementi isolati. Anche il comandante era di­
verso Anch'egli era severo e duro, ma aveva uno scrupo­
1•

loso senso di giustizia e una coscienza del dovere addirittu­


ra fanatica. Egli fu per me il modello del vecchio capo SS e
nazionalsocialista, e guardai sempre a lui come ad un'im­
magine ingrandita di me stesso. Anch'egli aveva momenti
in cui venivano in luce la sua bonarietà, la sua mitezza, e
tuttavia era duro e inflessibilmente rigoroso in tutte le que­
stioni di lavoro. Egli fu sempre per me un modello del
senso del « dovere » , che in un SS deve sempre far tacere i
piu teneri impulsi.
Lo scoppio della guerra portò con sé grandi trasforma­
zioni nella vita del campo. Ma nessuno avrebbe potuto
prevedere quali spaventosi compiti sarebbero stati assegna­
ti ai campi di concentramento nel corso della guerra.
Il primo giorno di guerra Eicke tenne un discorso agli
ufficiali delle formazioni di riserva, che avevano sostituito
nei campi le unità di SS attive. Egli accentuò il fatto che da
quel momento le dure leggi della guerra esigevano i loro
diritti, ed ogni SS doveva ormai impegnarsi anima e corpo,
dimenticando la sua vita precedente. Qualsiasi ordine, per
lui, doveva essere sacro; egli doveva obbedire senza esita­
re anche agli ordini piu difficili e duri. L'SS-Reichs/iihrer
(capo supremo delle SS) pretendeva da ciascuno dei suoi
uomini una esemplare coscienza del dovere ed un impegno
per il popolo e per la patria che andasse fìno al sacrifìcio di
sé. In questa guerra, le SS avevano il compito fondamentale
di proteggere lo Stato di Adolf Hitler da qualsiasi pericolo,
soprattutto interno. Una rivoluzione come quella del 1 9 18,
uno sciopero delle fabbriche di munizioni come nel 1 9 1 7 2

1 Dall'inizio dd 1938 era comandante a Sachsenhausen Hermann Baranowski,


SS-Standartenfuhrer. Era stato a Dachau dal r936 come Schutzhaftlager/iihrer,
sotto Loritz, e in tale occasione conobbe bene Hoss, che fece poi trasferire presso
di sé a Sachsenhausen.
' Probabilmente allude allo sciopero del gennaio r 9 18 .
SACHSENHAU SEN: AIUTANTE DI CAMPO

erano addirittura fuori questione. Si dovevano distruggere


tutti i possibili nemici dello Stato, tutti i possibili sabotatori
della guerra. Il Fiihrer esigeva dalle SS che esse protegges­
sero la patria contro tutte le manovre nemiche. Perciò egli -
Eicke - esigeva che essi, i militi delle formazioni di riserva
adibiti da quel momento ai campi, si educassero ad una
inflessibile durezza contro i prigionieri. Avrebbero avuto
un servizio piu difficile, ordini piu duri. Ma erano là pro­
prio per questo. Le SS dovevano mostrare a chiunque che
la dura educazione ricevuta in tempo di pace era stata
giusta. Soltanto le SS potevano proteggere lo Stato nazio­
nalsocialista da tutti i pericoli interni, perché tutte le altre
organizzazioni non erano abbastanza temprate per farlo.
La sera stessa vi fu a Sachsenhausen la prima esecuzione
del tempo di guerra. Si trattava di un comunista, che nelle
officine Junkers di Dessau si era rifiutato di eseguire lavori
per la difesa antiaerea. Su denunzia delle autorità respon­
sabili delle officine, venne arrestato dalla locale polizia e
condotto a Berlino presso la Gestapo, dove fu interrogato.
L'SS-Reichsfuhrer ricevette il rapporto in proposito e ordi­
nò la fucilazione immediata.
Secondo un ordine segreto di mobilitazione, tutte le ese­
cuzioni ordinate dall'SS-Reichs/iihrer e dalla Gestapo do­
vevano essere eseguite nel piu vicino campo di concentra­
mento.
Verso le 22 Miiller della Gestapo ci telefonò che stava
per giungere un corriere portando ordini da eseguire im­
mediatamente. Poco dopo arrivò una macchina con due
ufficiali di polizia ed un civile ammanettato. Il comandante
aperse la busta e lesse il breve scritto: « Il prigioniero tal dei
tali deve essere giustiziato per ordine dell'SS-Reichsfuhrer.
Tale sentenza deve essergli notificata non appena giunto,
ed eseguita un'ora dop o ».
Il comandante notificò al condannato l'ordine ricevuto;
questi era pienamente rassegnato, sebbene non si fosse
aspettato l'esecuzione, come disse subito dopo. Glì fu con­
cesso di scrivere alla famiglia e di ottenere le sigarette che
aveva richiesto. Avvertito dal comandante, Eicke arrivò
prima che fosse trascorsa l'ora stabilita.
In qualità di aiutante, ero capo dell'ufficio del comando,
e quindi - secondo l'ordine segreto di mobilitazione - spet­
tava a me far eseguire la sentenza. Quando, la mattina
stessa dopo la dichiarazione di guerra, il comandante aveva
66 AUTOB I O G RAFIA

aperto e letto I' ordine di mobilitazione, nessuno di noi ave­


va pensato che le disposizioni sulle esecuzioni sarebbero
state applicate quello stesso giorno.
Radunai in fretta tre anziani e tranquilli sottufficiali del
comando, li misi al corrente e li istruii su quanto avrebbero
dovuto fare.
Venne piantato rapidamente un palo nella cava di sabbia
presso le fabbriche e subito dopo arrivarono le automobili.
Il comandante disse al condannato di collocarsi accanto al
palo, ed io ve lo condussi. Era tranquillo. Tornai indietro e
ordinai il fuoco: cadde su se stesso e io gli sparai il colpo di
grazia. Il medico certificò poi che aveva ricevuto tre palle
nel cuore. All'esecuzione, oltre ad Eicke, assistettero anche
alcuni ufficiali delle formazioni di riserva.
Nessuno di noi, ascoltando il discorso di Eicke al matti­
no, aveva pensato che quell'annunzio sarebbe diventato
cosi presto una cruda realtà : neppure Eicke, come disse
egli stesso dopo I' esecuzione. I preparativi mi avevano tal­
mente assorbito che soltanto dopo l'esecuzione potei riflet­
tere su quanto era avvenuto. Tutti gli ufficiali che avevano
assistito ali'esecuzione si trattennero per un po' al nostro
circolo. Stranamente, però, non si riusci a mettere insieme
una conversazione: tutti erano immersi nei loro pensieri,
tutti rievocavano dentro di sé il monito di Eicke. E ognuno
cominciò a guardare con occhi aperti e consapevoli l'immi­
nente realtà della guerra. Tranne me, tutti i presenti erano
uomini anziani, che avevano già combattuto come ufficiali
nella grande guerra, che erano, per di piu, vecchi ufficiali
SS e che nei combattimenti per le strade, durante il periodo
di lotta della NSDAP, avevano saputo mostrare il proprio
coraggio. Eppure tutti erano profondamente impressionati
dall'accaduto, e io non meno degli altri. Ma, nei giorni che
seguirono, il fatto si ripeté piu volte, e si può dire che non
passò giorno senza che io dovessi comandare un'esecuzio­
ne. Si trattava, per lo piu, di renitenti e di sabotatori, in
ogni caso il motivo dell'esecuzione si conosceva soltanto
attraverso l'ufficiale di polizia che li accompagnava; infatti
sull'ordine di esecuzione non era indicato.
Un caso mi impressionò in modo p articolare. Una notte
venne condotto da noi, per essere immediatamente giusti­
ziato, un ufficiale delle SS, funzionario di p olizia, col quale
avevo avuto frequenti contatti perché molto spesso ci con­
duceva i prigionieri piu importanti o aveva da consegnare al
SACHSENHAUSEN: AIUTANTE DI CAMPO

comandante importanti documenti segreti. Soltanto il gior­


no precedente eravamo stati insieme al nostro circolo, par­
lando anche delle esecuzioni. Ed ora doveva essere giusti­
ziato, e toccava proprio a me portare a termine l'ordine.
Era troppo anche per il mio comandante. Dopo l' esecuzio­
ne passeggiammo a lungo nei dintorni, in silenzio, per ri­
trovare un certo equilibrio. Come ci avevano detto i fun­
zionari che l'accompagnavano, questo ufficiale SS aveva ri­
cevuto l'incarico di arrestare un ex funzionario comunista e
di condurlo al campo di concentramento. Egli lo conosceva
da tempo, fin da quando Io aveva avuto sotto la sua sorve­
glianza. Poiché Io aveva sempre visto comportarsi con leal­
tà, per pura bontà gli concesse di recarsi ancora una volta a
casa per cambiarsi e salutare la moglie. Mentre il funziona­
rio con la guardia che l'accompagnava discorrevano con la
signora nel soggiorno, l'uomo era fuggito per un'altra stan­
za, e quando i due scopersero la fuga, era troppo tardi.
L'ufficiale SS, subito dopo il rapporto, venne arrestato dalla
Gestapo, e Himmler ordinò l'immediata convocazione del­
la Corte marziale. Un'ora dopo il responsabile era con­
dannato a morte e il suo compagno all'ergastolo. Neppure
l'intervento favorevole di Heydrich e di Miiller riuscirono a
strappare a Himmler la grazia: a suo giudizio, la prima
grave infrazione al servizio compiuta in tempo di guerra da
un ufficiale SS doveva essere punita in modo da suscitare il
terrore. Il condannato era un uomo normale, sulla trentina,
sposato e con tre figli, fino a quel momento si era dimostra­
to coscienzioso e fedele nel servizio ed ora doveva perire a
causa del suo buon cuore e della sua credulità. Andò alla
morte calmo e rassegnato.
Quello che non riesco a concepire è come io abbia potu­
to dare con la stessa calma l'ordine del fuoco. I tre uomini
che sparavano, ignoravano chi era l'uomo che dovevano
uccidere, ed era un bene, perché in caso diverso avrebbero
tremato. Ero cosi sconvolto che dovetti fare uno sforzo per
estrarre la mia pistola e dargli il colpo di grazia alla tempia.
Riuscii tuttavia a contenermi in modo che i presenti non si
accorsero di nulla, come seppi da uno dei tre sottufficiali
del comando di esecuzione, col quale entrai nel discorso
alcuni giorni piu tardi. Questa esecuzione è sempre davanti
ai miei occhi, legata indissolubilmente alla richiesta che ci
era stata fatta, di un autocontrollo assoluto e di un'inflessi­
bile severità.
68 AUTOB I O G RAFIA

Tutto ciò era disumano - pensavo in quel tempo. E in­


tanto Eicke continuava a predicare che bisognava diventare
ancora piu duri. Un SS avrebbe dovuto essere pronto a
sterminare anche i parenti, se si fossero messi contro lo
Stato o contro l'Idea di Adolf Hitler. « Non c'è che una
cosa che conti: l'ordine ricevuto! » Questo era il motto
sopra le sue lettere.
Che cosa ciò significhi, e che cosa Eicke intendesse con
esso, lo appresi in queste prime settimane di guerra. E non
io soltanto, ma anche molti vecchi ufficiali SS. Alcuni di
essi, che avevano un alto grado nelle SS generali e un nu­
mero di tessera fra i primi, e abbastanza coraggiosi da ma­
nifestare le proprie idee, dissero in pieno circolo che questo
lavoro da carnefici insudiciava la nera divisa delle SS. Que­
sto discorso venne riportato ad Eicke, il quale li chiamò a
rapporto, e, convocata un'adunanza di ufficiali del suo di­
stretto di Oranienburg, disse press' a poco quanto segue: Le
frasi sul lavoro da carnefici delle SS testimoniano che co­
loro che le hanno pronunziate, sebbene appartengano da
lungo tempo alle SS, non ne hanno ancora compreso i
compiti. Il compito piu importante delle SS è di difendere
il nuovo Stato con tutti i mezzi utili. Ogni nemico, secondo
il grado della sua pericolosità, dev'essere o messo in condi­
zioni di non nuocere o annientato, e ambedue questi com­
piti possono essere assolti soltanto dalle SS. Soltanto cosi è
possibile garantire la sicurezza dello Stato, fino a che non
vengano create nuove leggi capaci di proteggere realmente
lo Stato ed il popolo. Annientare i nemici interni è un
dovere pari a quello di annientare i nemici esterni, al fron­
te, e perciò non se ne può parlare con disprezzo. Le espres­
sioni usate da quegli ufficiali denotano che essi sono ancora
influenzati dalle vecchie concezioni del mondo borghese,
superate da tempo grazie alla rivoluzione di Adolf Hitler, e
indicano una mollezza e un sentimentalismo non soltanto
indegni di ufficiali SS ma addirittura pericolosi. Il suo dove­
re era quindi di proporli al Reichs/uhrer per una punizione;
nel suo distretto non avrebbe mai tollerato atteggiamenti
cosi imbelli. Nelle sue file poteva impiegare soltanto indivi­
dui assolutamente duri, che comprendessero perfettamente
il significato del teschio che portavano addosso come un
particolare segno d'onore.
Himmler non punf direttamente gli accusati, ma si limitò
a rivolgere loro personalmente un'ammonizione grave. In
SACHSENHAU SEN: AIUTANTE DI CAMPO

compenso, non godettero piu di alcuna promozione e per


tutta la guerra rimasero rispettivamente Ober- o Haupt­
sturmfuhrer 1 • Inoltre, rimasero subordinati all'Ispettorato
dei campi di concentramento fino alla fine della guerra; fu
una sorte dura, ma cosi impararono a tacere e a compiere
rigorosamente il loro dovere.
All'inizio della guerra, anche i prigionieri dei campi con­
siderati degni di portare le armi furono esaminati dalle
commissioni di reclutamento dei vari distretti militari.
Quelli considerati abili furono affidati alla Gestapo o alla
Polizia criminale, i cui ufficiali dovevano decidere di volta
in volta se inviarli alle armi o rimandarli nei campi. A Sach­
senhausen vi erano parecchi Testimoni di Geova, una gran
parte dei quali rifiutò di prestare servizio militare; vennero
perciò condannati a morte dal Reichsfuhrer come ribelli.
Furono giustiziati alla presenza di tutti gli altri prigionieri,
all'interno del campo, e tra questi in prima fila erano stati
collocati i loro confratelli. Ho conosciuto parecchi fanatici
religiosi, nei pellegrinaggi, nei conventi, in Palestina, sulla
strada dell'Heggiaz, in Irak, in Armenia; cattolici, sia ro­
mani sia ortodossi, mussulmani, sciiti e sunniti. Ma i Testi­
moni di Geova di Sachsenhausen, e due di essi in particola­
re, superarono quanto avevo visto fino allora. Questi due
fanatici rifiutarono di compiere qualunque cosa avesse il
minimo rapporto con le faccende militari. Ricusavano di
stare sull'attenti, vale a dire non battevano i tacchi, non
tenevano le mani lungo le cuciture dei pantaloni, non si
toglievano il berretto. Per essi non esistevano leggi, poiché
consideravano Geova il loro unico legislatore. Fummo co­
stretti ad allontanarli dal block dei loro confratelli e a tener­
li in segregazione, poiché incitavano continuamente gli altri
ad imitarli. Eicke li aveva condannati parecchie volte alla
pena del bastone per il loro contegno indisciplinato, ma
accoglievano le frustate con tanta gioia da far supporre in
essi una sorta di perversione. Pregavano il comandante di
farli frustare ancora, per poter cosi meglio testimoniare in
favore della loro idea, in favore di Geova. Dopo la visita
militare, alla quale, è inutile dirlo, si rifiutarono assoluta­
mente - non vollero nemmeno mettere la firma sotto un
documento militare -, vennero anch'essi condannati a mor­
te dal Reichsfuhrer. Quando la condanna gli venne annun-

1 Equivalenti al grado di tenente e capitano.


AUTOB I O G RAFIA

ziata in cella, ebbero un'esplosione di gioia irrefrenabile, e


avrebbero voluto in ogni modo affrettare il giorno dell'esè­
cuzione. Torcendo le mani levavano gli occhi al cielo con
espressione estatica ed esclamavano senza posa: - In breve
saremo presso Geova, quale felicità essere eletti a ciò -.
Alcuni giorni prima avevano assistito all'esecuzione di al­
cuni confratelli, e si era stentato a trattenerli, tanto irresi­
stibile era il loro desiderio di essere immediatamente giu­
stiziati. La vista di tanta frenesia era quasi insostenibile,
e dovettero essere riportati quasi a forza nelle loro celle.
Quando venne il loro giorno, si avviarono quasi di corsa.
Non vollero essere legati, per poter alzare le mani a Geova,
e stettero davanti al palo con un'espressione luminosa e
rapita che non aveva piu nulla d 'umano. Cosi immaginai
dovessero essere i primi martiri cristiani, condotti nell'are­
na per essere dilaniati dalle belve. Andarono dunque alla
morte coi visi illuminati, gli occhi rivolti al cielo e le mani
congiunte nella preghiera e levate in su. Tutti coloro che
assistettero alla loro morte ne furono turbati, perfino il
plotone d'esecuzione.
Questa fine gloriosa dei loro confratelli esaltò ancor di
piu gli altri Testimoni di Geova, e ancor pili li rafforzò nella
loro fede. Parecchi che avevano già firmato una rinunzia
al proselitismo, che avrebbe guadagnato loro la libertà, la
ritrattarono, preferendo continuare a soffrire per Geova.
Nella vita quotidiana erano individui tranquilli, diligenti e
socievoli, sia gli uomini sia le donne, e sempre pronti ad
aiutare il prossimo. Erano per lo pili artigiani, ma vi erano
anche parecchi contadini della Prussia orientale. Finché si
limitavano, in tempo di pace, alle loro preghiere, al servizio
divino e alle riunioni di fratelli, non erano affatto pericolo­
si per lo Stato, ma quando nel 1 93 7 la loro setta prese a
diffondersi in misura crescente, si cominciò a svolgere in­
chieste su di essa; si vide cosi che i nemici collaboravano
attivamente alla diffusione delle loro idee per minare su un
piano religioso lo spirito militare del popolo. L'inizio della
guerra mostrò chiaramente guanto grave sarebbe stato il
pericolo se fin dal 193 7 i capi e i propagandisti pili fanatici
non fossero stati messi al sicuro, troncando cosi il proseliti­
smo dei Testimoni di Geova. Nei campi di concentramen­
to, essi erano lavoratori diligenti e coscienziosi, e potevano
essere mandati fuori anche senza sorveglianti. Ma ricusava­
no ogni cosa che avesse qualche attinenza con cose militari,
SACHSENHAUSEN : AIUTANTE DI CAMPO 71

con la guerra; ad esempio, le loro donne a Ravensbriick si


rifiutarono di preparare i pacchi di bende per il pronto
soccorso; alcune di queste fanatiche non acconsentivano a
presentarsi ali' appello, e si potevano contare soltanto non
allineate.
I nostri prigionieri di questa setta erano certamente
membri dell'Unione internazionale dei Testimoni di Geo­
va, ma in realtà non conoscevano affatto l'organizzazione
della loro Unione. Conoscevano bene i funzionari che di­
stribuivano le bibbie e tenevano le riunioni e le letture della
Bibbia, ma ignoravano completamente gli scopi politici per
i quali veniva sfruttata la loro fanatica fede. Quando gliene
parlavamo, ridevano perché non riuscivano a comprendere.
Il loro dovere era semplicemente di seguire la chiamata di
Geova e di essergli fedeli. Geova parlava ad essi attraverso
le ispirazioni, le visioni, la Bibbia - a saperla leggere in
modo giusto -, i predicatori e gli scritti della loro Unione.
Tutto ciò era verità sacrosanta, indubitabile. La loro mas­
sima aspirazione era soffrire per Geova, per la sua dottrina,
fino ad accettare la morte; credevano cosi di innalzarsi a
testimoni eletti di Geova. Cosf consideravano anche la pri­
gionia, anche quella nei campi di concentramento, acco­
gliendo di buon animo tutte le avversità. Il loro fraterno
amore reciproco era commovente; si preoccupavano l'uno
per l'altro e si prestavano tutto l'aiuto possibile.
Tuttavia si verificarono numerosi casi di « abiura », come
essi la chiamavano. In tal caso essi sottoscrivevano una
dichiarazione in cui si impegnavano a distaccarsi dall'U­
nione internazionale dei Testimoni di Geova, impegnan­
dosi a riconoscere e adempiere tutte le leggi e le disposizio­
ni dello Stato e a non svolgere ulteriore opera di proseliti­
smo. In base a tale distacco, dopo un certo tempo - e in
seguito immediatamente - venivano rilasciati. Originaria­
mente, infatti, l'SS-Reìchs/iihrer voleva assicurarsi, attraver­
so la loro ulteriore permanenza nei campi, che il distacco
fosse reale e basato su una convinzione. I rinnegati erano
tribolati dai « confratelli » per aver tradito Geova, cosicché
parecchi di essi, soprattutto donne, colpite dai rimorsi ri­
trattarono la dichiarazione. Troppo forte era ancora la
pressione morale, e in realtà era impossibile scuoterli dalla
loro fede; anche i cosiddetti apostati intendevano mantenere
una fede incondizionata in Geova, anche se si staccavano
dalla comunità. Ad ogni tentativo di richiamare la loro
72 AUTOB I OGRAFIA

attenzione sulle contraddizioni della loro dottrina, della


Bibbia, dichiaravano semplicemente che cosi appariva sol­
tanto agli occhi degli uomini, ma che non vi erano contraddi­
zioni in Geova poiché egli e la sua dottrina erano infallibili.
In molte occasioni sia Himmler sia Eicke ci portarono a
esempio la fede fanatica di costoro. L'SS doveva nutrire,
verso il nazionalsocialismo e verso Adolf Hitler, la stessa
fede fanatica e indistruttibile dei Testimoni di Geova verso
il loro dio. S oltanto quando tutte le SS fossero diventate
ugualmente fanatiche della loro concezione del mondo, si
avrebbe avuta la certezza che lo Stato di Hitler sarebbe
durato. Una concezione del mondo poteva affermarsi e
durare eterna soltanto attraverso dei fanatici, pronti a ri­
nunziare interamente al proprio Io in favore dell'Idea.
Devo tornare ora alle esecuzioni che avvennero a Sach­
senhausen all'inizio della guerra. Come erano differenti le
attitudini di coloro che si avviavano a morire!
I Testimoni di Geova con uno stato d'animo particola­
re, gioioso, quasi luminoso, incrollabilmente persuasi che
avrebbero potuto entrare cosf nel regno di Geova. I reni­
tenti e i sabotatori per convinzione politica, saldi, tranquil­
lamente rassegnati alla loro ineluttabile sorte. I criminali di
professione, i veri asociali, con atteggiamento spavaldo e
quasi cinico, falsamente indifferenti, ma terrorizzati nel
loro intimo di fronte alla Grande Incognita; oppure anche
dibattendosi e divincolandosi, o anche implorando qualche
conforto spirituale.
Ed eccone due esempi assai drastici. I fratelli Sass venne­
ro arrestati in Danimarca durante una retata della p olizia, e
secondo gli accordi internazionali rinviati in Germania. Era­
no due famosi ladri internazionali, la cui specialità era quel­
la di scassinare le casseforti. Ambedue pili volte pregiudica­
ti, non avevano scontato mai una condanna per intero,
poiché erano sempre riusciti ad evadere. Nonostante tutte
le misure di precauzione, erano sempre riusciti a farla fran­
ca. Il loro « lavoro » pili sensazionale era stata la rapina a
una moderna e munitissima camera blindata in una banca
di Berlino; partendo da una tomba situata in un cimitero
vicino alla banca, avevano scavato una galleria sotto la stra­
da e, dopo aver accuratamente rimosso tutti i congegni di
sicurezza, lavorando con tutta tranquillità, erano arrivati
fino ai sotterranei della banca, dove avevano accumulato un
grosso bottino di oro, valuta e gioielli. Avevano nascosto il
SACHSENHAUSEN: AIUTANTE DI CAMPO 73

bottino in differenti buche e attingevano cosi a questa loro


« banca privata », secondo le necessità, fino a quando ven­
nero acciuffati.
Dopo l'estradizione questi due assi della rapina erano
stati condannati da un tribunale di Berlino rispettivamente
a dodici e dieci anni di penitenziario, vale a dire alla massi­
ma pena possibile, secondo le leggi tedesche, per simili
reati. Due giorni dopo la sentenza, Himmler, valendosi dei
pieni poteri concessigli, ordinò che fossero prelevati dal
carcere e condotti a Sachsenhausen per essere immediata­
mente fucilati. Furono condotti in automobile fino alla cava
di sabbia della fabbrica; i poliziotti che li accompagnavano
riferirono che lungo la strada avevano tenuto un contegno
impudente e provocante, domandando a piu riprese dove li
conducevano. Giunti sul luogo dell'esecuzione, venne loro
letto l'ordine di fucilazione. Allora cominciarono a urlare:
- È impossibile, come potete far questo? Vogliamo un prete,
- e simili. Non volevano assolutamente mettersi contro il pa-
lo, e dovetti farli legare, mentre si divincolavano con tutte le
forze. Fui veramente felice quando potei ordinare il fuoco.
Un altro, un individuo condannato piu volte per atti in­
nominabili, a Berlino aveva attratto una ragazzina di otto
anni in un pianerottolo, aveva abusato di lei e poi l'aveva
strangolata. Il tribunale lo condannò a quindici anni di
reclusione; ma il giorno stesso venne condotto a Sachsen­
hausen per la fucilazione. Lo vedo ancor oggi scendere
dalla macchina all'ingresso della fabbrica. Un ghigno cini­
co, un individuo di mezza età, dall'aspetto torbido e vizio­
so, un tipico asociale. L'SS-Rez"chsfiihrer aveva ordinato di
non concedere alcuna dilazione a questo tipo di criminali
professionali. Quando gli lessi la sentenza, divenne livido in
volto e cominciò a gemere e a divincolarsi; poi si mise a
implorare la grazia - uno spettacolo ripugnante. Dovetti
legare anche lui al palo. Che questi amorali abbiano pau­
ra dell' « aldilà » ? Non saprei spiegare diversamente il loro
comportamento.
Prima delle Olimpiadi in Germania si ripulirono le stra­
de non soltanto dei mendicanti e dei vagabondi, condotti
nelle case di correzione e nei campi di concentramento per
essere rieducati; le città e i luoghi di villeggiatura vennero
ripuliti anche dalle troppe prostitute e dagli omosessuali.
Anche costoro dovevano apprendere un lavoro utile nei
campi di concentramento.
74 AUTOBI O G RAFIA

Già a Dachau gli omosessuali erano stati un problema


per il campo, sebbene non fossero cosi numerosi come a
Sachsenhausen. Il comandante e lo Schutzhaftlager/uhrer
erano dell'opinione che fosse molto piu opportuno suddi­
viderli per tutte le camerate del campo, mentre io ero d' av­
viso contrario, avendoli conosciuti molto bene in carcere.
Non passò molto tempo che da tutti i blocchi cominciarono
a giungere denunce di rapporti omosessuali, e le punizioni
non servirono a nulla, perché il contagio si diffondeva do­
vunque. Su mia proposta, tutti gli omosessuali vennero al­
lora messi insieme e isolati dagli altri, sotto la guida di un
anziano che sapeva come trattarli. Anche sul lavoro venne­
ro separati dagli altri prigionieri, e adibiti per un lungo
periodo a lavorare con i rulli compressori, insieme ad altri
prigionieri di altre categorie, affetti dal medesimo vizio.
Di colpo il contagio del loro vizio cessò, e anche se qua e
là si verificarono questi rapporti contro natura, si trattò
sempre di casi sporadici. Del resto, costoro vennero sorve­
gliati rigorosamente nei loro alloggiamenti, in modo che
non potessero ricominciare. . . ' .
A Sachsenhausen, fin dal principio gli omosessuali ven­
nero posti in un blocco isolato, e ugualmente vennero isola­
ti dagli altri prigionieri durante il lavoro. Erano adibiti ad
una cava di argilla di una grande fabbrica di mattonelle; era
un lavoro duro, e ciascuno doveva assolvere una determina­
ta norma. Inoltre, erano esposti a tutte le intemperie, per­
ché ogni giorno doveva essere fornita una determinata
quantità di materiale finito, e il processo di cottura non
poteva essere interrotto per mancanza di materia prima.
Cosi, estate o inverno, erano costretti a lavorare con qua­
lunque tempo.
L'effetto di quel duro lavoro, che avrebbe dovuto servire
a riportarli alla « normalità », era differente a seconda delle
diverse categorie di omosessuali. I risultati migliori si otte­
nevano con i cosiddetti « Strichjungen ». Nel dialetto berli-

1 Le tre facciate manoscritte che seguono (una pagina e mezzo) sono state o­
messe; in esse Hoss narra di un caso awenuto a Dachau, di un prigioniero estre­
mamente anormale dal punto di vista sessuale il quale, ormai totalmente preda
dei suoi impulsi, mori poche settimane dopo il suo internamento, letteralmente
consumato dai suoi eccessi. La rappresentazione che Héiss fa di questo caso limite,
del quale, egli dice, si interessò molto anche Himmler personalmente, è, dal pun­
to di vista storico, del tutto priva di interesse; d'altra parte, la prolissità con cui
si addentra nei particolari pili ripugnanti, getta cettamente una luce particolare
sulla personalità di chi scrive. Ciò vale anche, in parte, per le pagine che seguor.o.
SACHSENHAU SEN: AIUTANTE DI CAMPO 75
nese erano chiamati cosi quei giovani dediti alla prostitu­
zione, che intendevano per tal via guadagnarsi facilmente
da vivere, rifiutando di compiere qualunque lavoro, sia
pure leggero. Costoro non potevano assolutamente essere
considerati dei veri omosessuali, poiché il vizio era per essi
soltanto un mestiere, e quindi la dura vita del campo e il
lavoro faticoso furono per essi di grande utilità. Infatti,
nella maggioranza, lavoravano con diligenza e cercavano
con ogni cura di non ricadere nell'antico mestiere, poiché
speravano cosi di essere rilasciati al piu presto. Arrivavano
al punto di evitare addirittura la vicinanza dei veri viziosi,
volendo in tal modo dimostrare che non avevano nulla a
che fare con gli omosessuali.
Molti di questi giovani cosi rieducati vennero rilasciati
senza che si verificassero delle ricadute; la scuola che ave­
vano fatto al campo era stata abbastanza efficace, tanto piu
che si trattava in maggioranza di ragazzi molto giovani.
Anche una parte di coloro che erano diventati omosessuali
per una certa inclinazione - coloro che, saturi di provare il
piacere con le donne, andavano in cerca di nuovi eccita­
menti, nella loro vita da parassiti - poté essere rieducata e
liberata dal vizio. Non cosi quelli ormai troppo incancreniti
nel vizio, cui si erano volti per inclinazione. Questi ormai
non potevano piu essere distinti dagli omosessuali per di­
sposizione naturale, che in realtà erano pochi.
Per questi non servi né il lavoro, per quanto duro, né la
sorveglianza piu rigorosa: alla minima occasione erano su­
bito · uno nelle braccia dell'altro, e anche se fisicamente
erano ormai mal ridotti, perseveravano nel · loro vizio. Del
resto, era facile riconoscerli. Per la leziosità femminea, per
la civetteria, per l'espressione sdolcinata e per la gentilezza
eccessiva verso i loro affini, si distinguevano assai bene da
coloro che avevano voltato le spalle al vizio, che volevano
liberarsene, e la cui guarigione, ad una attenta osservazio­
ne, si poteva seguire passo passo.
Mentre quelli che intendevano realmente guarire, che lo
volevano fortemente, sopportavano anche i lavori piu duri,
gli altri decadevano fisicamente giorno per giorno, piu o
meno lentamente secondo la loro costituzione. Non volen­
do, o non potendo, liberarsi del loro vizio, sapevano benis­
simo che non sarebbero piu tornati in libertà, e questo
pesante fardello psichico affrettava, in queste nature in
genere anormalmente sensibili, la decadenza fisica. Quando
AUTOB I O G RAFIA

poi vi si aggiungeva la perdita dell'« amico », per una malat­


tia o addirittura per la morte di questi, era facile prevedere
l'esito finale; parecchi, infatti, si uccisero. L '« amico » era
tutto per costoro, nel campo. Parecchie volte si verificò
anche il doppio suicidio di due amici. Nel 1 944 l'SS-Reichs­
fiihrer fece compiere a Ravensbri.ick degli esami di « riabili­
tazione ». Gli omosessuali della cui guarigione non si era
perfettamente convinti, vennero messi a lavorare, come per
caso, insieme a prostitute, e tenuti sotto osservazione. Le
prostitute avevano il compito di avvicinarsi come per caso
ad essi e di eccitarli sessualmente. Quelli che erano real­
mente guariti approfittavano senz'altro dell'occasione, sen­
za neppure bisogno di essere stimolati, mentre gli incurabili
non guardavano neppure le donne. Anzi, se esse si avvici­
navano loro in modo troppo evidente, si allontanavano con
manifesto disgusto. Secondo la procedura, a quelli che sta­
vano per essere rilasciati venivano offerte occasioni di stare
con individui del loro sesso. Quasi tutti rifiutavano questa
possibilità e respingevano energicamente tutti i tentativi di
avvicinamento dei veri omosessuali. Vi furono però anche
dei casi limite, che accettarono e l'una e l'altra occasione.
Non so se costoro potrebbero essere definiti dei bisessuali.
In ogni caso, fu molto istruttivo per me poter studiare la
vita e gli stimoli degli omosessuali di ogni genere e osserva­
re le loro reazioni psichiche in relazione alla prigionia.
A Sachsenhausen vi erano parecchie personalità, e anche
alcuni prigionieri speciali. Erano indicati come « personali­
tà » quei prigionieri che avevano sostenuto a suo tempo un
certo ruolo nella vita pubblica. Erano considerati per lo piu
prigionieri politici, e nel campo erano messi insieme ad altri
del loro tipo, senza particolari privilegi. All'inizio della
guerra il loro numero aumentò considerevolmente, poiché
furono nuovamente rinchiusi nel campo gli ex funzionari
della KPD (Partito comunista tedesco) e della SPD (Partito
socialdemocratico) ' .
I prigionieri speciali erano coloro che, per motivi d i poli­
zia statale, erano da tenere separati nei campi o accanto ad

' Il 3 settembre 1939 il Gruppenfuhrer delle SS, Heydrich, d'accordo con


Hitler e Himmler, emanò una circolare agli uffici di polizia, in cui esortava a
procedere piu decisamente contro tutti i cosiddetti nemici dello Stato, sabotatori
ecc. Già dal giugno dello stesso anno aveva compilato una lista dei « dirigenti del
periodo del sistema» che si trovavano ancora a piede libero in Germania. La
prima categoria era quella dei marxisti-comunisti.
SACHSENHAUSEN: AIUTANTE DI CAM P O 77
essi. Non era loro permesso mescolarsi agli altri prigionieri,
e, tranne i nostri dirigenti, nessuno poteva sapere dove
fossero rinchiusi, e neppure che fossero stati arrestati. Pri­
ma della guerra erano pochi, ma nel corso della guerra an­
che il loro numero divenne considerevole. Avrò occasione
di riparlarne in seguito.
Nel 1939 vennero arrestati e condotti a Sachsenhausen
anche professori e studenti cecoslovacchi 1 , e anche un
gruppo di professori polacchi, di Cracovia, che furono si­
stemati in un block particolare. Per quanto mi ricordo, non
potevano essere messi al lavoro, né era previsto per essi un
trattamento speciale.
Dopo alcune settimane i professori di Cracovia furono
rilasciati, perché numerosi professori tedeschi si erano in­
terposti presso Hitler, attraverso Gùring, per ottenere la
loro liberazione. Per quanto ricordo, erano un centinaio.
Assistetti al loro arrivo, ma durante il periodo della loro
detenzione non ne seppi piu nulla.
Desidero parlare ora piu diffusamente di un prigioniero
speciale, perché il suo comportamento in prigionia fu del
tutto peculiare, e io ebbi modo di osservarlo in ogni cir­
costanza. Era il pastore evangelico Niemoller. Durante la
guerra era stato un famoso comandante di marina; dopo
la guerra divenne pastore. La Chiesa evangelica tedesca era
suddivisa in numerosi gruppi, tra i quali rivestiva particola­
re importanza la Bekenntniskirche, guidata da Niemoller. Il
Fiihrer, volendo riunifìcàre e raccogliere tutti i diversi tron­
coni, nominò un vescovo evangelico di Stato. Ma molti dei
gruppi evangelici non lo riconobbero e lo osteggiarono vio­
lentemente, e tra essi anche Niemoller. La sua congrega­
zione era a Dahlem, un sobborgo di Berlino; qui si raduna­
va tutta l'opposizione reazionaria evangelica di Berlino e di
Potsdam, tutta la vecchia aristocrazia imperiale e tutti gli
scontenti del regime nazionalsocialista. Ad essi Niemoller
predicava la resistenza, e fu questa appunto la causa del suo
arresto. Venne condotto nel cellulare di Sachsenhausen,
dove godette di tutti i privilegi possibili. Poteva scrivere alla

1 Parallelamente all'azione contro i nemici politici del regime in Germania,


anche nel Protettorato di Boemia e Moravia vi fu un grande ondata di arresti
durante il primo anno di guerra, con un totale di circa 8000 arrestati. Poco dopo,
verso la metà di novembre r939, l'ondata si ripeté, anche in seguito a dimostra­
zioni di studenti a Praga. Alcune centinaia di essi furono inviati dalla Gestapo a
Sachsenhausen-Oranienburg; la maggioranza venne rilasciata entro il 194 r .
AUTOB I OGRAFIA

moglie a suo piacere, e la moglie fargli visita ogni mese e


portargli tutto ciò che desiderava quanto a libri, tabacco e
viveri. Se lo desiderava, poteva passeggiare nel cortile del
cellulare, e la sua cella non era sfornita di comodità. In­
somma, gli fu concesso guanto era possibile. Il comandante
era tenuto ad occuparsi di lui di frequente e ad informarsi
dei suoi desideri.
Era interesse personale del Fiihrer riuscire a ottenere da
Niemoller che rinunziasse alla sua resistenza ; personalità di
primo piano si recarono a Sachsenhausen per convincerlo,
perfino il suo vecchio superiore e seguace della sua Chiesa,
l'ammiraglio Lans, ma tutto fu vano. Niemoller non si sco­
stò d'un filo dal suo punto di vista, che cioè nessuno Stato
ha il diritto di emanare leggi sulla Chiesa, tanto meno, poi,
leggi che la riguardino da vicino, poiché ciò è una faccenda
di mera pertinenza delle congregazioni ecclesiastiche. La
Bekenntniskirche continuò cosi a prosperare e Niemoller
divenne ufficialmente il suo martire. Del resto, la moglie
continuava tranquillamente ad operare secondo le sue di­
rettive. Potei seguire bene il corso della vicenda, perché
leggevo tutta la sua posta e assistevo anche alle visite, che
avevano luogo presso il comandante. Nel 1938 il pastore
scrisse al comandante in capo delle forze navali, grande
ammiraglio Raeder, che rinunziava al diritto di indossare
l'uniforme di ufficiale di marina, perché non era d'accordo
con lo Stato al quale questa marina doveva servire.
Allo scoppio della guerra si offri volontario e pregò di
essere addetto al comando di un U-Boot ( sottomarino ) . Ma
il Fiihrer allora rifiutò, poiché Niemoller aveva detto di non
voler pili portare l'uniforme dello Stato nazionalsocialista.
Col tempo, il pastore cominciò ad amoreggiare con l'idea di
un suo passaggio alla Chiesa cattolica, adducendo in pro­
posito gli argomenti pili singolari, tra cui, per esempio, che
nelle cose essenziali la Bekenntniskirche era d'accordo con
la Chiesa cattolica. Ma la moglie lo dissuase energicamente
da quel passo. A mio giudizio, egli riteneva che passando
alla Chiesa cattolica avrebbe potuto ottenere di tornare in
libertà. Ma i suoi seguaci non lo avrebbero mai seguito.
Con Niemoller ebbi frequenti e lunghe conversazioni;
era aperto a tutti i problemi della vita e la sua comprensio­
ne si estendeva anche alle cose pili remote. Ma non appena
si veniva a parlare di cose ecclesiastiche, era come se si
rizzasse di colpo una cortina di ferro. Si irrigidiva sul suo
SACHSENHAUSEN: AIUTANTE DI CAM P O 79

punto di vista e rifiutava ogni accenno di critica, anche la


pili equilibrata, alla sua ostinazione. Sebbene il suo proget­
to di passare alla Chiesa cattolica dovesse includere, da par­
te sua, anche la volontà di riconoscere lo Stato, come la
Chiesa cattolica aveva fatto attraverso il Concordato . . . ' .
Quando, nel 1 9 4 1 , per ordine d i Himmler tutti i religiosi
dovettero essere trasferiti a Dachau, anch'egli subf la stessa
sorte. Lo vidi a Dachau, nel cellulare, nel 1944· Godeva di
una libertà di movimento ancor maggiore, ed era insieme
ali' ex vescovo di Posen, \Xlurm 2 • Fisicamente, aveva sop-

1 A questo punto segue una breve descrizione di un incidente awenuto nella


famiglia del pastore Niemi:iller, e concernente l'arruolamento di sua figlia. Ma
poiché non offre alcun interesse per il pubblico, e non ha nulla a che fare con
l'argomento di questo libro, è stata omessa.
2 Il pastore Wilhelm Niemoller, fratello di Martin e autore del libro Kampf
umi Zeugnis der Bekennenden Kirche (Bielefeld 1948), dopo una conversazione
con il fratello inviò all'Institut fiir Zeitgeschichte la seguente precisazione:
1 J Naturalmente, non è esatto che a Dahlem si radunasse « lopposizione rea­
zionaria». Per circostanze esterne, il numero delle persone colte tra i fedeli di
quella congregazione era superiore a quello di molte altre di Berlino. Il fenomeno
della grande vitalità della congregazione di Dahlem non può assolutamente essere
minimizzato con le parole « reazione» e « scontentezza»; infatti quella vitalità ha
continuato a esistere ben oltre il nazionalsocialismo. Si veda in proposito il mio
libro: Kampf und Zeugnis der Beke1111enden Kirche, p. 1 97·
2) Niemoller non ha mai predicato la resistenza; i nazionalsocialisti non han­
no mai neppure compreso che cosa fosse realmente la sua predicazione. La Be­
kennende Kirche ha cercato di predicare che gli uomini sono uomini (anche se si
chiamano Hitler) , ma Dio è Dio. Niemoller ha sempre affermato nettamente che
anche un ebreo è un uomo.
3) Non è vero che Niemoller potesse scrivere a suo piacimento. In generale,
gli era concesso inviar!'! alla moglie due lettere al mese, ma vi furono parecchi mesi
di « blocco postale ». E assai dubbio che Hoss abbia mai potuto leggere una lette·
ra di Niemoller, poiché la censura postale era un compito spettante alla « sezione
politica». La signora Niemoller non poté mai portare libri a suo marito a Sach­
senhausen; ciò le fu consentito (con alcune limitazioni} soltanto dopo il suo
trasferimento a Dachau, naturalmente sotto un rigoroso controllo della censura.
L'uscita all'aria aperta - dapprima venti minuti, in seguito un'ora - era rigorosa­
mente misurata; anche per questo, vi furono dei mutamenti soltanto a Dachau.
4) Secondo la descrizione di Hoss, sembrerebbe che la caratteristica della
situazione del prigioniero fosse il regolare intert.'Ssamento delle autorità per i suoi
desideri. Durante la visita che mi fu concesso fare a mio fratello a Sachsenhausen
(29 agosto i938) ebbi un'impressione del tutto diversa; infatti il comandante non
si interessò mai di conoscere i « desideri» del detenuto, né questi si ricorda di
averlo mai veduto. Quanto poi alle « comodità» che gli sarebbero state concesse
nella cella, sono una mera invenzione di Hoss.
5) Hitler non dimostrò nessun interesse verso Niemoller. Il visitatore impor­
tante era l'ammiraglio von Lans, che andò di sua iniziativa a trovare Niemoller e
cercò di indurlo a non occuparsi piu di « problemi politici». L'ammiraglio, tra
l'altro, non apparteneva alla Bekennende Kirche.
6) La domanda di volontario di Martin Niemoller è del 7 settembre 1939,
ma non contiene affatto la richiesta di essere « impiegato come comandante di
80 AUTOB I O G RAFI A

portato bene tutti quegli anni di prigionia; del resto, si


era posto ogni cura per soddisfare largamente le sue ne­
cessità fisiche, e certamente non venne usato alcun mal­
trattamento contro di lui. Anzi, venne trattato sempre con
cortesia.
Mentre a Dachau era prevalente il rosso, vale a dire i
prigionieri politici, a Sachsenhausen prevaleva il verde ' .
L'atmosfera del campo corrispondeva naturalmente alla
sua composizione, anche se gli incarichi piu importanti
erano assolti da prigionieri politici. A Dachau esisteva un
certo spirito di corpo tra i prigionieri, che era invece com­
pletamente assente a Sachsenhausen. Vi era una lotta vio­
lenta tra le due categorie dei rossi e dei verdi, e per le
autorità del campo fu molto facile sfruttare per i propri
scopi questa rivalità e aizzarli gli uni contro gli altri.
Anche le fughe erano relativamente piu numerose che
a Dachau, e soprattutto, preparate ed attuate con molta
maggiore abilità e calcolo.
Se una fuga era già un avvenimento eccezionale a Da­
chau, a Sachsenhausen lo era ancor di piu, per la presenza
di Eicke. Non appena risuonava l'ululato della sirena, Eic-

U-Boot». Anche la frase sul rifiuto di Hitler, e soprattutto la sua motivazione,


sono inventate. Il 27 settembre i939, Keitel scrisse al « Rev. Capitano (fuori
servizio) Niemoller, Oranienburg presso Berlino, Campo di Sachsenhausen» la
seguente lettera: «In risposta alla vostra domanda del 7 settembre r 93 9, sono
spiacente di dovervi informare che non è previsto un vostro reinserimento nel
servizio militare attivo. Heil Hitler! Keitel, Generaloberst ». Per quanto ne so, fu
soltant? in seguito a questo che egli rinunciò al diritto di indossare l'uniforme.
7) E assurdo affermare che Niemoller, con il passaggio al cattolicesimo, in­
tendesse guadagnarsi la libertà. Com'è noto, vi erano a Dachau parecchi cattolici
osservami, tre dei quali (tra gli altri NeuhauslerJ furono insieme con lui fin dal
1 94 1 . Niemoller si occupò per anni, e a fondo, della dottrina della Chiesa cattoli­
ca, ma si trattò sempre di problemi di fede, dei quali senza dubbio Hoss non
poteva _capire nulla.
8) E una ridicola invenzione che a Dachau vi fosse il vescovo regionale dottor
Wurm. Questi, vescovo del Wurttemberg, non fu mai rinchiuso, nemmeno a
Posen; subi unicamente un arresto in casa, e cioè a Stoccarda, nel 1934· Nell'edi­
ficio delle carceri di Dachau, Niemoller era l'unico pastore evangelico, poiché gli
altri erano tutti rinchiusi nella baracca 26, nel «blocco dei preti». La confusione,
evidentemente, deriva dal fa tto che nella stessa epoca di Martin Niemoller si
trovava a Sachsenhausen, dove mori, anche il soprintendente generale dott. Bur­
sche, capo della Chiesa evangelica in Polonia. Ma certo il comandante addetto alla
sicurezza del campo di Sachsenhausen avrebbe dovuto conoscere bene questi
particolari.
' Il contrassegno dei criminali, come pure dei delinquenti di professione, era
verde; quello dei politici era rosso, quello degli asociali era nero, quello degli
ebrei giallo, e quello degli omosessuali era mauve. Il contrassegno era un triangolo
di stoffa cucito sull'uniforme del campo.
SACHSENHAUSEN: AIUTANTE DI CAMPO 81

ke, anche s e s i trovava a Oranienburg, accorreva a l campo.


Immediatamente si informava di tutti i particolari della
fuga e svolgeva una minuziosa indagine per appurare chi
fossero i colpevoli che l'avevano resa possibile con la loro
disattenzione o negligenza. La linea di sentinelle veniva
mantenuta spesso anche per tre o quattro giorni, quando vi
erano ragioni per credere che i fuggiaschi si trovassero an­
cora entro tale linea, e giorno e notte l'opera di ricerca
continuava instancabile e inesorabile. A questo lavoro veni­
vano addetti tutti i militi SS; gli ufficiali, soprattutto il co­
mandante, lo Schutzhaftlager/uhrer e gli ufficiali di servizio
non avevano un istante di tregua, poiché Eicke si informava
senza posa degli sviluppi della situazione. Era sua opinione
che nessuna fuga potesse riuscire, e il mantenimento della
linea delle sentinelle aveva come risultato, nella maggior
parte dei casi, che il fuggiasco veniva ritrovato dovunque
si fosse nascosto o addirittura infilato sotto terra. Ma che
aggravio di fatica per il campo! Le guardie dovevano stare
in piedi spesso anche 1 6-20 ore; i prigionieri dovevano
fermarsi dove si trovavano fino al primo cambio della linea
delle sentinelle. Inoltre, finché erano in corso le ricerche, i
lavori venivano interrotti, tranne quelli essenziali per il fun­
zionamento del campo. Se un fuggiasco riusciva a oltrepas­
sare la linea delle sentinelle, o se era fuggito da un comando
esterno, veniva messa in opera una gigantesca azione per
ritrovarlo, utilizzando tutte le SS e tutte le forze di polizia
disponibili. Le strade e le ferrovie venivano sorvegliate, le
unità motorizzate di polizia passavano al pettine fitto tut­
te le vie e tutti i sentieri, usando il collegamento radio; si
presidiavano tutti i ponti sui numerosi corsi d'acqua dei
dintorni di Oranienburg, e gli abitanti delle case circostanti
erano avvisati e messi in guardia. Del resto, quasi tutti al
primo ululato della sirena capivano subito che cosa era
accaduto. Alcuni dei fuggiaschi vennero appunto ripresi
con l'aiuto della popolazione; gli abitanti dei dintorni sape­
vano che la maggioranza dei prigionieri del campo erano
criminali di professione, la cui fuga costituiva per essi moti­
vo di terrore. Perciò si affrettavano a riferire tutte le notizie
utili al campo e alle squadre di ricerca.
Quando il fuggiasco veniva ritrovato, lo conducevano
davanti ai prigionieri radunati, possibilmente alla presenza
di Eicke, con addosso un grande cartello: « Sono di nuovo
qui ». Doveva inoltre battere un grosso tamburo, appeso al
AUTOB I O G RAFIA

collo. Dopo esser cosi sfilato davanti agli uomini, veniva


punito con venticinque frustate e inviato in una compagnia
di disciplina.
Il milite SS che l'aveva ritrovato o riacciuffato, veniva
elogiato in un ordine del giorno e riceveva una licenza
straordinaria. Gli estranei al campo, poliziotti o civili, rice­
vevano invece un premio in denaro. Se una SS, grazie alla
sua diligenza ed attenzione, riusciva a prevenire una fuga,
Eicke la ricompensava in modo speciale, con una licenza e
un avanzamento, poiché gli stava particolarmente a cuore
che si facesse di tutto per evitare le fughe. Se poi avveniva­
no ugualmente, nulla doveva essere lasciato intentato per
riprendere i fuggitivi.
Duramente erano punite le SS che avevano reso possibile
una fuga, anche se la loro colpa era minima; ancor piu
duramente i prigionieri che avevano collaborato alla fuga.
Alcune di queste fughe furono cosi insolite che vale la
pena di raccontarle. Sette criminali di professione, tutti
giovani robusti, riuscirono a scavare una galleria partendo
dalla loro baracca, molto prossima al recinto di filo spinato,
che passava sotto il recinto stesso e arrivava fino al bosco;
cosi una notte fuggirono. Avevano nascosto la terra dello
scavo sotto la baracca, costruita su pilastri, e l'entrata della
galleria sotto un letto. Avevano lavorato per parecchie notti
senza che nessuno degli altri inquilini della baracca si fosse
accorto di nulla. Dopo una settimana, uno dei fuggiaschi
venne riconosciuto e arrestato una sera in una strada di
Berlino da un Blockfiihrer; nel corso dell'interrogatorio,
svelò il nascondiglio degli altri che furono tutti ripresi.
Una volta un omosessuale riuscf a fuggire dalla cava di
argilla, nonostante la sorveglianza e la presenza di sentinelle
e del fìlo spinato. Non si riusciva a comprendere come fosse
avvenuta quella fuga; i convogli che trasportavano largilla
venivano, infatti, controllati personalmente da due SS. Si
organizzò una gigantesca caccia all'uomo che durò giorni e
giorni, nelle boscaglie circostanti, ma invano. Dopo dieci
giorni un telegramma dal posto di frontiera di Warnemiin­
de ci avverti che il ricercato era stato ricondotto li da alcuni
pescatori. Riportato al campo, fu costretto a svelare per
quale via aveva realizzato la sua fuga. Per settimane intere,
ci disse, aveva pensato a fuggire, e vagliato tutte le possibili­
tà, finché gli parve che l'unica via fosse quella dei trasporti
di materiale. L avorando con grande diligenza riusci a met-
SACHSENHAU SEN : AIUTANTE D I CAM P O

tersi in vista e fu cosi assegnato al lavoro di lubrificare i


vagoni e controllare i binari. Dedicò molti e molti giorni ad
osservare come venivano eseguiti i controlli dei treni in
partenza. Ogni vagone veniva controllato da ogni parte, e
cosi la locomotiva Diesel, ma nessuno andava a guardare
sotto la macchina, perché le lamiere di protezione arrivava­
no fin quasi ai binari. Egli però si accorse che la lamiera
posteriore non era attaccata saldamente. Cosi, mentre il
treno subiva il solito controllo prima della partenza, si insi­
nuò rapidamente sotto la macchina, aggrappandosi nello
spazio tra le coppie di ruote, e il treno parti trascinandolo
con sé. Alla prima curva difficile, quando il treno dovette
rallentare, si lasciò cadere a terra e, dopo che tutto il treno
gli fu passato di sopra, si rialzò e fuggi nel bosco. S apeva di
dover andare verso nord. Non appena scoperta la fuga, il
comandante diramò telefonicamente l'allarme, e, come di
consueto in questi casi, il primo provvedimento fu di occu­
pare i ponti mediante forze motorizzate. Quando il fuggia­
sco arrivò al grande canale navigabile Berlino-Stettino, vide
che il ponte era già occupato, e si nascose nella cavità di un
tronco di salice, in modo da avere sempre sott'occhio il
canale e il ponte. Io stesso sono passato pii.i volte davanti a
quel salice. Nella notte traversò a nuoto il canale e continuò
poi a correre verso nord, tenendosi lontano dalle strade e
dai villaggi e poté procurarsi degli abiti civili che trovò nel
capanno di attrezzi di una cava di sabbia. Continuò cosi,
nutrendosi di latte - mungeva le mucche al pascolo - e di
frutti trovati nei campi, finché giunse al Mar Baltico, attra­
versando il Meclenburgo. In un villaggio di pescatori poté
impossessarsi di una barca a vela e si diresse verso la Dani­
marca.
Poco prima di arrivare entro le acque territoriali danesi,
si imbatté nei pescatori del villaggio, che conoscevano quel
battello. Questi lo presero e, sospettando in lui un evaso, lo
condussero a Warnemiinde.
Un berlinese, un criminale di professione, che faceva il
pittore, lavorava nelle abitazioni private delle SS entro la
linea delle sentinelle. Aveva stretto una relazione intima
con la domestica di un medico che risiedeva là, e si recava
di frequente nella sua casa dove aveva sempre qualche lavo­
ro da fare. Né il medico né sua moglie si erano accorti della
relazione tra la loro domestica e il detenuto. Un giorno i
due coniugi dovettero assentarsi da casa per un certo tem-
AUTOBIOGRAFIA

po, durante il quale anche la ragazza avrebbe avuto una


licenza. Questa fu l'occasione buona per il criminale. Poi­
ché la domestica, anziché chiuderla, aveva soltanto accosta­
to una finestra della cantina, quando seppe che tutti erano
partiti egli penetrò in casa per quella via. Al piano superio­
re della casa tolse una tavola dal rivestimento di una parete
e si creò un nascondiglio nel vano cosi ottenuto. Inoltre,
forando la parete esterna, di legno, poté avere sott'occhio la
maggior parte della catena di sentinelle e delle abitazioni. Si
era procurato da mangiare e da bere, e una pistola per tutte
le evenienze. Appena la sirena annunziò che la sua fuga era
stata scoperta, si ritirò nel suo nascondiglio, tirando contro
la parete un grosso mobile, e attese gli avvenimenti. In caso
di fuga, anche le abitazioni private erano sottoposte a con­
trollo, e io stesso fin dal primo giorno andai a ispezionare la
casa in questione, che mi pareva sospetta dato che la sapevo
deserta. Ma non riuscii a scoprire nulla di nulla, benché
fossi entrato anche nella stanza dietro la cui parete era na­
scosto il criminale, la pistola con il cane alzato. In seguito,
disse che non avrebbe esitato a sparare, se fosse stato sco­
perto. Voleva tornare libero a ogni costo, perché era in
corso una inchiesta contro di lui per un assassinio a scopo
di rapina commesso parecchi anni prima, e il suo complice,
nel campo, l'aveva tradito per gelosia tra omosessuali. La
linea di sentinelle venne mantenuta per quattro giorni. Il
quinto giorno egli parti per Berlino con il primo treno del
mattino; si era tranquillamente rivestito con gli abiti del
medico, e per tutti quei giorni aveva comodamente sac­
cheggiato dispensa e cantina, come testimoniavano le nu­
merose bottiglie vuote di liquore e di vino. Si era preparato
e portato dietro, inoltre, due pesanti valige cariche di ar­
genteria, b iancheria, macchine fotografiche e altri oggetti di
valore. Aveva avuto, del resto, tutto il tempo per fare la sua
scelta. Alcuni giorni dopo, venne arrestato casualmente da
un poliziotto in un'oscura bettola di Berlino, proprio men­
tre era in procinto di cambiare in moneta sonante il resto
della refurtiva. La domestica, alla quale aveva addirittura
fissato un appuntamento, venne mandata a Ravensbriick.
Non fu una sorpresa piacevole per il dottore vedere lo stato
della sua casa, quando vi ritornò. Per di piu, Eicke voleva
fare i conti con lui a causa della pistola, ma lasciò cadere la
cosa quando il medico offri una forte somma, quale risar­
cimento.
SACHSENHAU SEN: AIUTANTE DI C AM P O

Questi non sono che tre esempi che mi sono venuti a


mente, un piccolo saggio della complessa e v ariata vita di
un campo di concentramento.
Se non ricordo male, verso il Natale del 1939 divenni
Schutzha/tlagerfiihrer a S achsenhausen. Nel gennaio del
1 940 vi fu la visita improvvisa dell'SS-Reichs/iihrer , che eb­
be come conseguenza il cambiamento del comandante 1 •
Cosi arrivò Loritz. La sua preoccupazione principale fu
di riportare « in linea » il campo che, secondo l'opinione di
Himmler, era diventato indisciplinato. Senza dubbio Loritz
era in grado di farlo. Quanto a me, nel 1936 come Rapport­
fiihrer a Dachau avevo già avuto modo di assistere a una di
queste operazioni.
Fu un brutto periodo per me, perché avevo continua­
mente Loritz alle spalle. Innanzitutto, la mia partenza dal
suo campo nel 1938, per diventare aiutante del suo piu
acerrimo nemico ' , lo aveva profondamente irritato, soprat­
tutto perché credeva che io stesso avessi sollecitato il trasfe­
rimento, mentre in realtà non era cosf. La richiesta era
venuta dal comandante di Sachsenhausen, il quale si era
accorto che, a causa della mia eccessiva fedeltà verso di lui
- era stato Schutzha/tlager/iihrer a Dachau -, la mia carriera
rischiava di terminare su un binario morto.
In ogni caso, Loritz fu pieno di risentimento e non trala­
sciò di dimostrarmi anche troppo spesso il suo sfavore. A
suo giudizio, poi, a Sachsenhausen tutti erano trattati con
troppa mollezza, sia le SS sia i prigionieri.
Nel frattempo era morto il vecchio comandante Bara­
nowski, ed Eicke, troppo occupato a creare nuove divisio­
ni, concesse mano libera in tutto a Loritz. Gliicks ', che non
aveva mai avuto eccessiva simpatia per Baranowski, vide
con soddisfazione il ritorno di Loritz al lavoro dei campi di
concentramento, sperando di avere in lui un ottimo appog­
gio, ora che egli stesso era divenuto ispettore.

1 L'SS-Sturmbann/uhrer Eisfeld, successore del defunto Baranowski, venne


sostituito dall'Ober,fuhrer delle SS, Loritz.
2 Lo Standarten/uhrer delle SS, Baranowski.
' L'Ober/uhrer delle SS, Gllicks, subentrò ad Eicke nella carica di ispettore
dei campi di concentramento.
VIII.

Comandante ad Auschwitz
1940- 1943

Quando apparve evidente la necessità di istituire un


campo ad Auschwitz, l'Ispettorato non dovette andar lon­
tano per cercare un comandante; infatti Loritz fu ben felice
di liberarsi di me, per poter assumere uno Schutzha/tlager­
/uhrer piu di suo gradimento. Costui fu Suhren, piu tardi
comandante a Ravensbriick, che era stato aiutante di Loritz
alle SS generali. Divenni dunque comandante del nuovo
campo di quarantena in costruzione, Auschwitz. Era molto
lontano: in Polonia. Quel noioso di Hoss avrebbe avuto
modo, cosf, di sfogare a suo talento la sua mania del lavoro:
tale fu il pensiero dell'ispettore Gliicks. Sotto questi auspici
ebbe dunque inizio il mio nuovo lavoro.
Quanto a me, non avrei mai pensato di essere promosso
comandante cosi in fretta, dato che vi erano alcuni miei
pari grado, piu anziani, che ancora aspettavano che si ren­
desse vacante un posto di comandante. Il mio compito non
era fa cile. In uno spazio di tempo brevissimo dovevo crea­
re, dal complesso già esistente (un gruppo di edifici ben
conservati ma completamente trascurati e pullulanti di pa­
rassiti) , un campo di transito per diecimila prigionieri. Dal
punto di vista igienico mancava praticamente tutto. Già a
Oranienburg avevo compreso che non avrei dovuto aspet­
tarmi molto aiuto; dovevo perciò imparare a cavarmela da
me. Avrei dovuto trovare sul posto tutto ciò che nel Reich
mancava ormai da anni.
È molto piu facile metter su un campo completamente
nuovo, che non ricavare nel piu breve tempo possibile un
campo efficiente da un conglomerato di edifici e baracche,
assolutamente inadatto alla bisogna, e senza apportare
grandi cambiamenti edilizi, ché tale era stato all'inizio I' or­
dine. Ero appena arrivato ad Auschwitz che già l'ispettore
della polizia di sicurezza (Sicherheitspolizei) e del servizio di
COMANDANTE AD AUSCHWITZ

sicurezza (Sicherheitsdienst) di Breslavia mi chiedeva quan­


do avrei potuto accogliere i primi trasporti. Fin dall'inizio
mi fu chiaro che Auschwitz avrebbe potuto diventare un
campo efficiente soltanto se tutti quanti, dal comandante
all'ultimo prigioniero, avessero adoperato a tal fine tutte le
loro forze. E per poter ottenere questi risultati, bisognava
romperla con tutte le vecchie consuetudini, divenute ormai
tradizione. Se volevo ottenere il massimo rendimento dagli
ufficiali e dai militi, dovevo per primo dare il buon esem­
pio. Quando all'alba suonava la sveglia per le SS mi alzavo
anch'io, e prima che esse cominciassero il loro lavoro, io già
lavoravo. Prima che avessi finito, era già sera, e soltanto di
rado accadde che le mie notti ad Auschwitz non venissero
turbate da qualche telefonata urgente.
Se volevo ottenere dai prigionieri prestazioni buone ed
utili, era necessario che fossero trattati meglio, contro le
abitudini di tutti gli altri campi. Contavo che mi sarebbe
riuscito di migliorare notevolmente le loro condizioni, sia
per quanto riguarda l'alloggio sia per il vitto, rispetto ai
vecchi campi. Intendevo modificare tutto ciò che in quelli
mi era apparso sbagliato; con tali premesse pensavo che
avrei potuto indurre i prigionieri a collaborare volontaria­
mente alla costruzione, tanto fermamente contavo su code­
sti fattori.
Ma fin dai primi mesi, dovrei dire anzi fin dalle prime set­
timane, dovetti tristemente convincermi che tutta la migliore
volontà, tutte le migliori intenzioni erano destinate a nau­
fragare di fronte all'insufficienza umana e alla protervia
degli ufficiali e dei militi assegnatimi. Mi sforzai con tutti i
mezzi di convincere i miei collaboratori a comprendere la
mia volontà e le mie intenzioni, cercai di far capire loro che
soltanto per questa via avremmo guadagnato la collabora­
zione di tutti, necessaria per assolvere al compito proposto­
ci. Premura sprecata! I « vecchi » erano stati per troppi anni
alla scuola degli Eicke, dei Koch, dei Loritz, ne avevano
troppo assimilato lo spirito, cosicché neanche i migliori
riuscivano piu ad agire diversamente da quel che avevano
appreso per tutti quegli anni nei campi. I « nuovi » a loro
volta imparavano molto in fretta dai vecchi, ma purtroppo
non il meglio. Tutti i miei sforzi per ottenere che l'Ispetto­
rato dei campi mi fornisse anche pochi buoni ufficiali e
militi suscettibili di essere utilizzati ad Auschwitz, fallirono.
Gliicks non ne volle sapere. Lo stesso accadde per i prigio-
88 AUTOB I O GRAFIA

nieri con funzioni direttive 1 • Il Rapportfiihrer Palitzsch '


dovette scovare trenta criminali professionali utilizzabili, di
tutti i mestieri, perché il Reichssicherheitshauptamt (abbre­
viato in RSHA Alto Comando per la Sicurezza del Reich)
=

non concedeva per Auschwitz i prigionieri politici. Mi por­


tò quelli che a sùo giudizio erano i trenta migliori, almeno
tra quelli che erano disponibili a Sachsenhausen. Neppure
dieci erano minimamente adatti a realizzare quelle che era­
no le mie intenzioni, la mia volontà. Infatti, Palitzsch aveva
cercato i prigionieri secondo il proprio criterio, secondo il
proprio concetto del modo in cui si dovevano trattare i
prigionieri, cosf come si era avvezzato, cosf come aveva
imparato. Per sua intima natura, era incapace di agire in
modo diverso.
A questo modo, tutta lossatura per la costruzione inter­
na del campo fìn dall'inizio fu un fallimento. Vennero subi­
to introdotti dei principì che in seguito avrebbero dato
risultati crudeli e sinistri. E tuttavia sarebbe ancora stato
possibile contenerli entro stretti limiti, o addirittura ca­
povolgerli, se gli Schutzhaftlager/iihrer ' e il Rapportfiihrer
avessero condiviso le mie vedute e la mia volontà. Ma né lo
volevano né lo potevano, per limitatezza mentale, per la
loro ostinazione e malvagità e, non ultimo motivo, per
comodità. Quei trenta delinquenti erano esattamente quel
che faceva per loro, per i loro intendimenti e per le loro
attitudini.

1 Erano i prigionieri che venivano adibiti alle funzioni di « capo», cioè di


anziani di baracca e dei campi, o ai quali, in base alle loro qualifiche professionali,
si attribuivano nel campo funzioni in parte anche importanti.
2 Sullo Hauptscharfiihrer delle SS, Palitzsch, Hoss si è espresso in modo dra·
stico, anche prima di scrivere questa autobiografia, in una deposizione fatta a
Cracovia nel novembre r 946, descrivendolo come il peggiore tra tutti i Rapporl·
/iihrer, per la crudeltà e per la capacità di intessere, con minacce e lusinghe, tutta
una rete di relazioni che aumentavano continuamente il suo potere. « Camminava
letteralmente sui cadaveri, per soddisfare la sua sete di potere».
' Data la sua grande estensione, il campo di Auschwitz aveva un primo e un
secondo Schutzhaftlagerfiihrer. Il primo Schutzha/tlagerfiihrer fu lo Hauptsturm·
/iihrer delle SS Karl Fritsch, cui segui dal gennaio 1942 al 1943 il pari grado Hans
Aumeier. Ambedue, vecchi membri delle SS e dei veterani delle guardie di Da­
chau, non furono certo migliori del loro sottoposto Palitzsch. Vennero trasferiti
perché Hoss li considerava incapaci. Aumeier venne condannato e giustiziato
dalle autorità polacche nel 1947. Come secondoSchutzhaftlagerfiihrer vi fu prima
Meier, cui successe Seidler. Il primo era, come riferf Hiiss, una « creatura di
Koch », proveniente da Buchenwald, « capace di ogni porcheria, un vero gang·
sten>, ed egli lo deferf dopo poche settimane al tribunale SS; il secondo, un po'
meno malvagio, era tuttavia un vecchio complice di Palitzsch a Sachsenhausen, e
tenne mano a cosrui nelle sevizie ai prigionieri e negli intrighi, anche ad Auschwitz.
COMANDANTE AD AUSCHWITZ

In ogni campo di concentramento il vero padrone del


campo dei prigionieri è lo Schutzha/tlagerfuhrer. È ben vero
che il comandante imprime la sua impronta sugli aspetti
esteriori della vita dei prigionieri in generale, e ciò appare
con maggiore o minore evidenza a seconda della sua capacità
e del suo interesse; è ben vero che è il comandante a dare
l'indirizzo generale e ad avere l'autorità finale, poiché in
ultima analisi è il responsabile di tutto. Tuttavia, chi di fatto
domina per intero la vita dei prigionieri, la struttura interna
del campo, è lo Schutzhaftlagerfuhrer; oppure il Rapport/uh­
r_er, se è piu intelligente e dotato di una personalità piu forte.
E ben vero che il comandante dà le direttive, impartisce le
disposizioni e gli ordini per l'andamento generale della vita
dei prigionieri, assolutamente secondo il proprio criterio.
Ma il modo con cui tutto ciò viene eseguito dipende unica­
mente e solamente da colui che ha in mano l'andamento del
campo. Insomma, il comandante deve affidarsi in tutto e per
tutto alla buona volontà e intelligenza del suo Schutzha/tla­
ger/uhrer, a meno che non ne assuma egli stesso le funzioni,
perché non se ne fida, o perché non lo ritiene capace.
Soltanto a questo modo, infatti, può aver la garanzia che le
sue disposizioni e i suoi ordini vengono eseguiti nel senso da
lui voluto. È già abbastanza difficile per un comandante di
reggimento veder eseguiti correttamente i suoi ordini da
tutti, fino all'ultimo gruppo, e nel senso in cui li ha concepiti,
soprattutto se si tratta di cose che riguardano la vita di tutti i
giorni. Ma quanto piu difficile è per un comandante veder
correttamente intesi e incondizionatamente eseguiti i suoi
ordini relativi ai prigionieri, e che spesso rivestono un signi­
ficato di lunga portata. Ed è proprio nel trattamento verso i
prigionieri che si ha minori possibilità di controllo. Sia per
ragioni di prestigio sia per motivi disciplinari, il comandante
non può mai interrogare i prigionieri sul conto delle SS ad
essi preposte, tranne che nel caso estremo dell'inchiesta per
un delitto. Ma anche in tal caso il prigioniero, quasi senza
eccezione, risponderà di non saper nulla, o comunque sarà
evasivo, per non dover temere rappresaglie.
Tutte queste cose ormai le conoscevo bene, dopo gli anni
di attività a Dachau e Sachsenhausen come Blockfuhrer e
poi Rapportfuhrer e Schutzhaftlagerfahrer. Sapevo perfet­
tamente come sia possibile modificare, e addirittura capo­
volgere, gli ordini sgraditi riguardanti il campo prigionieri,
e senza che se ne accorga colui che ha emanato gli ordini.
90 AUTOBIOGRAFIA

Non ebbi quindi il minimo dubbio che anche ad Ausch­


witz le cose sarebbero andate cosi. Un mutamento radicale,
infatti, sarebbe stato possibile soltanto cambiando imme­
diatamente tutto il comando addetto alla sicurezza del
campo, cosa, come abbiamo visto, impossibile ad ottenere
dall'Ispettorato dei campi. Né sarei mai stato in grado di
controllare personalmente che i miei ordini venissero ese­
guiti fino ai minimi particolari, a meno di lasciar perdere il
mio compito principale - cioè quello di attrezzare nel piu
breve tempo possibile un campo efficiente - e di assumere
io stesso funzioni esecutive. Proprio nel periodo iniziale,
mentre il campo andava aumentando, avrei dovuto rimane­
re nel campo ininterrottamente, data la mentalità dominan­
te nell'intero comando. E invece proprio in quel periodo, a
ciò costretto dalla inettitudine della maggior parte degli
ufficiali addetti, dovetti spostarmi quasi di continuo al di
fuori del campo. Per cominciare a mettere in movimento la
vita del campo, per assicurargli i rifornimenti, dovetti inta­
volare trattative coi diversi uffici economici, con le varie
autorità locali e regionali. Poiché il mio amministratore era
un perfetto cretino, dovetti in sua vece condurre tutte le
trattative per i rifornimenti di viveri per la truppa e i pri­
gionieri, anche se si trattava del pane, della carne o delle
patate. Dovetti perfino girare le fattorie in cerca di paglia.
Poiché dall'Ispettorato non potevo attendermi nessun aiuto
in nessun campo, dovetti sbrigarmela con le mie forze. Da
solo mi procurai le macchine e gli autocarri e il combusti­
bile necessario; per ottenere delle caldaie per la cucina dei
prigionieri, dovetti andare fino a Zakopane e Rabka ', per i
letti e i sacchi di paglia mi spinsi fino ai Sudeti. Poiché il
mio architetto non fu capace di procurarsi neppure le ma­
terie prime pili urgenti, anche per questo dovetti muovermi
io stesso per andare a cercarle.
Intanto, a Berlino continuavano a discutere a chi spettas­
se la costruzione di Auschwitz, poiché, secondo gli accordi,
tutto il complesso apparteneva ancora alla Wehrmacht, ed
era concesso in prestito alle SS soltanto per la durata della
guerra.
L'RSHA ', il comandante della polizia di Cracovia, l'i-

1 Ambedue le località sono nel distretto di Nowy Targ, all'estremo sud del
distretto di Cracovia, presso la frontiera slovacca, a piu di cento chilometri da
Auschwitz.
2 Reichssicherheitshauptamt = Alto Comando di Sicurezza del Reich. Era
COMAN DANTE AD AUSCHWITZ 91

spettore della Polizia d i sicurezza e del Servizio d i sicure-1: za


di Breslavia non cessavano di chiedere quando saremmo
stati pronti a ricevere maggiori contingenti di prigionieri, e
intanto io non sapevo ancora dove avrei potuto procurarmi
anche soltanto cento metri di filo spinato. A Gleiwitz esi­
stevano montagne di filo spinato nei depositi del Genio,
presso il porto, ma non potevo toccarne neppure un pez­
zetto, perché dovevo prima ottenere il permesso dal Co­
mando superiore del Genio a Berlino. L'Ispettorato rifiuta­
va di muovere un dito, cosicché dovetti letteralmente anda­
re a rubare il quantitativo di filo spinato pili urgente. Do­
vunque trovassi resti di fortificazioni volanti, le facevo
smontare, e abbattere i bunker per ottenere il ferro delle
armature. Dovunque trovassi depositi coi materiali piu indi­
spensabili, li facevo senz'altro saccheggiare, senza preoccu­
parmi delle competenze. Dovevo pure pensare ai casi miei!
Frattanto, ebbe luogo l'evacuazione della prima zona
circostante il territorio del campo, e si iniziò l'evacuazione
della seconda zona ' . Dovetti quindi occuparmi di sfruttare
il terreno coltivabile cosi ottenuto. Alla fine di novembre
del 1940 feci il primo rapporto al Reichs/uhrer delle SS,
Himmler, e iniziai l'ampliamento dell'intera area del cam­
po, secondo gli ordini.
Ritenevo di avere già anche troppo lavoro con la rico­
struzione e l'edificazione del campo vero e proprio; invece
quel primo rapporto diede l'avvio ad una catena infinita di
sempre nuovi compiti, di sempre nuovi progetti. Fin dall'i­
nizio fui completamente preso, anzi addirittura invasato,
dal mio compito e incarico. Tutte le difficoltà che via via si
frapponevano non facevano che eccitarmi a raddoppiare di
zelo. Non intendevo essere battuto, il mio orgoglio non me
lo permetteva. Non vedevo piu che il mio lavoro. Quindi è
piu che comprensibile che, data l'enorme mole di lavoro,
mi rimanesse ben poco tempo per occuparmi dei prigionie­
ri e del loro campo. Dovetti abbandonarli completamente
alle cure di individui spiacevoli come Fritsch, Meier, Seid-

rappresentato regionalmente dall'ispettore della Polizia di sicurezza e del Servizio


di sicurezza a Breslavia. Il comandante della Polizia di sicurezza a Cracovia, il
Brigadefohrer delle SS, Bruno Streckenbach, era pure responsabile dell'invio ad
Auschwitz dei prigionieri da tutti gli ex territori polacchi che, sotto l'occupazione
tedesca, costituivano il Genera! Gouvernement.
1 Un'area di quaranta chilometri quadrati, comprendente tre villaggi polacchi,
tra i quali Brzezinka < Birkenau).
AUTOB I OG RAFIA

ler, Palitzsch, pur sapendo benissimo che non avrebbero


affatto guidato il campo dei prigionieri secondo la mia vo­
lontà e le mie intenzioni. Ma potevo dedicarmi per intero a
un solo compito, per cui dovetti scegliere tra occuparmi
unicamente dei prigionieri o portare innanzi con tutte le
mie forze e la mia capacità la ricostruzione del campo.
Erano ambedue compiti che richiedevano la piena dedizio­
ne di tutta la personalità, senza la possibilità di dividerla. Il
mio compito era e rimaneva pur sempre quello di ricostrui­
re ed edificare un campo efficiente; nel corso degli anni se
ne aggiunsero altri, ma esso rimase quello principale, che
richiedeva da me le cure piu assorbenti. Tutte le mie facoltà
mentali, tutte le mie aspirazioni erano per esso, e ogni altro
compito doveva necessariamente essergli subordinato. Per­
ciò nel mio lavoro di direzione dovevo considerare ogni
cosa a partire da questo punto di vista.
Gliicks mi ha detto spesso che il mio errore piu gros­
so era di fare tutto da me, anziché far lavorare in mia vece
i miei sottoposti. Gli errori che essi potevano commette­
re per insufficienza, dovevo considerarli in partenza come
scontati e rassegnarmi. Dopo tutto, non era possibile che
ogni cosa andasse secondo i propri desideri. Né considera­
va valide le mie obbiezioni, che cioè ad Auschwitz dovevo
fa re i conti coi peggiori elementi tra i funzionari e i subal­
terni, e che non era soltanto la loro incapacità ma anche la
loro trascuratezza e cattiva volontà a costringermi ad assu­
mere personalmente tutti gli incarichi piu importanti e piu
urgenti. A suo giudizio, il comandante doveva dirigere l'in­
tero campo dal suo ufficio mediante ordini e attraverso il
telefono, e cosi tenerlo in pugno. Era piu che sufficiente
compiere di tanto in tanto un giro d'ispezione per il campo
stesso! Santa semplicità !
Del resto, era abbastanza comprensibile che Gliicks la
pensasse cosf, perché non aveva mai lavorato in un campo
di concentramento; per lo stesso motivo, quindi, non poté
mai comprendere né concepire le mie necessità. E questa
impossibilità di essere compreso dai miei superiori mi
portava quasi alla disperazione. Dedicavo al mio compito
tutte le mie capacità, tutta la mia volontà, mi identificavo
interamente con esso... ed egli lo considerava semplice­
mente un mio capriccio, un giochetto: Secondo lui, ero
troppo immerso nel mio compito, e non riuscivo a vede­
re altro.
COMANDANTE AD AUSCHWITZ 93

Quando, dopo la visita di Himmler, nel marzo del 1941,


nuovi e piu grossi compiti mi si presentarono senza che
ricevessi il minimo aiuto per le piu urgenti necessità, cadde
anche la mia ultima speranza di poter ottenere migliori e
piu fidati collaboratori. Dovetti perciò rassegnarmi a con­
servare i « grossi calibri » che avevo, continuando a discute­
re acerbamente con essi. Avevo, bensf, al fianco dei colla­
boratori buoni e fidati, ma purtroppo non ricoprivano gli
incarichi di maggiore responsabilità. Spesso fui costretto a
caricarli di lavoro, anzi a oberarli oltre misura, talché do­
vetti poi comprendere, spesso troppo tardi, che il troppo a
volte è causa di danno.
Questa generale impossibilità di avere intorno persone
fidate fece sf che ad Auschwitz mi trasformassi radicalmen­
te. Fino allora, avevo sempre visto nei miei simili, soprattut­
to nei m iei camerati, i lati positivi, almeno finché non ero
costretto a convincermi del contrario. La mia credulità mi
ha spesso giocato pessimi tiri. Ma ad Auschwitz, dove mi
vidi ingannato ad ogni passo dai miei cosiddetti collabora­
tori, dove ogni giorno mi riserbava nuove delusioni, mutai
completamente. Divenni diffidente, cominciai a sospettare
dovunque inganni, a vedere dovunque il peggio. In ogni
nuovo venuto cercavo subito il male, il peggio, e cosf mi è
accaduto di offendere e di respingere tante brave persone
oneste. Non nutrivo piu in me sentimenti di confidenza e di
fiducia. Proprio perché ero stato cosi deluso e ingannato
dai vecchi camerati, lo spirito cameratesco, che fino allora
avevo considerato sacro, mi divenne una farsa, e ogni con­
tatto cameratesco mi ripugnò. Da allora rifiutai ripetuta·
mente ogni incontro tra camerati, felice se potevo trovare
un pretesto plausibile per giustificare la mia assenza. Lo
stesso Gliicks mi fece notare piu volte che ad Auschwitz era
completamente assente ogni legame d'amicizia tra il co­
mandante e i suoi ufficiali. E tuttavia non riuscii a ristabi­
lirli, perché ero stato troppo disingannato. Cosf mi ritirai
sempre piu in me stesso, divènni ogni giorno piu teso,
inavvicinabile, e visibilmente sempre piu duro.
Chi ne soffrf fu la mia famiglia, in particolare mia moglie,
poiché spesso ero intrattabile. Non vedevo ormai che il mio
lavoro, il mio compito, e ricacciavo tutti gli impulsi umani.
Mia moglie cercò instancabilmente di liberarmi da questa
specie di ossessione, invitando presso di noi vecchi cono­
scenti di fu ori insieme a camerati del campo, affinché po-
94 AUTOB I O G RAFIA

tessi riaprirmi a questi ultimi, organizzò incontri fuori del


campo con le medesime intenzioni, sebbene quella vita so­
ciale fosse estranea a lei quanto a me.
Di tanto in tanto riuscivo a strapparmi cosi al mio consa­
pevole desiderio di solitudine, ma presto nuove delusioni
mi respingevano dietro la mia parete di ghiaccio. Anche gli
estranei deploravano il mio contegno; quanto a me, non
desideravo piu nulla, le terribili delusioni subite mi avevano
reso in un certo senso misantropo. Spesso accadde che, in
qualche riunione con camerati piu vicini da me stesso orga­
nizzata, di colpo ammutolissi, apparissi assente; in quei
momenti avrei preferito fuggire e star solo, perché d'im­
provviso non volevo piu vedere anima viva. Con uno sforzo
penoso mi riprendevo e cercavo di annegare nell'alcool
l'improvviso malumore, e riuscivo a riacquistare una certa
loquacità ed allegria, ad abbandonarmi. Come avviene in
generale, l'alcool creava subito in me uno stato d'animo
euforico, di simpatia verso il mondo intero. Non mi è mai
successo di litigare con qualcuno sotto i fumi dell'alcool.
Ma in simili stati d 'animo mi sono state strappate delle
confessioni che, da sobrio, non mi sarei mai lasciato sfuggi­
re. Tuttavia non sono mai stato un bevitore solitario, non
ne ho mai sentito il bisogno, come, in generale, non sono
mai stato veramente ubriaco, non mi sono mai lasciato an­
dare a eccessi nel. bere. Quando ne avevo abbastanza,
scomparivo silenziosamente. Non vi è mai stata da parte
mia una trascuratezza sul lavoro dovuta ad abuso di alcool:
per quanto tardi potessi rincasare la notte, all'inizio del
servizio ero già pronto, fresco e attento. Lo stesso compor­
tamento esigevo sempre anche dai miei ufficiali, per ragio­
ni di disciplina; poiché non vi è nulla che demoralizza di
piu i subalterni che l'assenza dei superiori all'inizio del
lavoro, quando è dovuta all'abuso di alcool. Naturalmen­
te, su questo punto trovavo scarsa comprensione. Soltan­
to la mia presenza li costringeva a comportarsi cosi, ma
non mancavano di bestemmiare contro le « manie del
vecchio ».
M a se volevo che il mio compito procedesse a dovere,
dovevo essere io il motore che infaticabilmente stimolava al
lavoro, che senza posa spingeva avanti gli altri e li trascina­
va con sé, sia che si trattasse di SS sia di prigionieri. Non
erano soltanto le difficoltà dovute alla guerra, non erano
soltanto i fastidiosi impedimenti che ostacolavano il mio
COMANDANTE AD AUSCHWITZ 95

lavoro di costruzione; dovevo combattere una lotta quotidia­


na contro l'indifferenza, la trascuratezza e lo scarso spirito di
cooperazione dei miei collaboratori. Non è difficile combatte­
re la resistenza attiva, e anche vincerla, ma contro la resistenza
passiva si è impotenti, non è possibile aggredirla perché sfug­
ge ad ogni tentativo. Eppure dovevo spingere avanti i renitenti
anche con la violenza, se non c'era altro mezzo.
Se prima della guerra i campi di concentramento erano
stati fine a se stessi, ora che eravamo in guerra, secondo la
volontà di Himmler, erano diventati mezzi per raggiungere
un fine. Dovevano, infatti, servire in primo luogo alle ne­
cessità stesse della guerra, agli armamenti. Per quanto era
possibile, ogni prigioniero doveva diventare un operaio del­
la produzione bellica. Ogni comandante doveva assoluta­
mente mettere il proprio campo in condizioni di servire a
questo scopo, e, secondo la sua volontà, anche Auschwitz
doveva diventare una immensa fabbrica di armamenti, oc­
cupando i prigionieri. I discorsi tenuti durante la sua visita
nel marzo del 1941 erano stati chiarissimi in questo senso, e
altrettanto chiaramente parlavano il campo per lOo ooo
prigionieri di guerra, il riattamento del vecchio campo per
30 000 prigionieri, l'allestimento per Buna di lO ooo prigio­
nieri '. Tutti questi erano ordini di grandezza fino allora
sconosciuti nella storia dei campi di concentramento. Fino
allora, infatti, un campo con IO ooo prigionieri sembrava

1 Secondo le disposizioni impartite da Hìmmler durante la sua ispezione ad


Auschwitz nel marzo 1 94 1 , nell'ottobre dello stesso anno sì iniziò a Bìrkenau (in
polacco Brzezinka), a circa tre chilometri dal campo di Auschwitz, la costruzione
del « Campo dei prigionieri di guerra di Auschwitz» ( campo di Birkenau), che
doveva diventare il campo di concentramento pili vasto tra tutti quelli costruiti
dal nazionalsocialismo. Mentre all'inizio Hìmmler aveva in mente un campo della
capacità di 100000 prigionieri, tale capacità fu poi raddoppiata nei piani presenta­
ti dagli appositi uffici. Perciò Birkenau doveva comprendere circa 600 baracche,
con un totale di 200000 prigionieri; ma il piano venne realizzato soltanto a metà.
Infatti, alla fine della guerra erano stati allestiti il settore B I (pili tardi chiamato
campo di concentramento femminile di Auschwitz = FKL Auschwitz) , per 20 ooo
prigioniere, il settore B II (per uomini) con 60000, e una piccola parte del settore
B III , pure preventivato per 60 ooo. Comunque, anche incompiuto, costituf una
vera città-campo di concentramento, con una superficie di 175 ettari; nel periodo
della massima occupazione ( 194 3) contenne anche 140 ooo prigionieri, mentre
Auschwitz non arrivò mai ad una media superiore ai 1 8 000, anche dopo gli
ampliamenti subiti. Nelle immediate vicinanze di Birkenau furono costruiti anche
gli edifici delle camere a gas e i fornì crematori. Prima ancora della costruzione di
Birkenau, dalla primavera del 1941 i prigionieri di Auschwitz iniziarono la costru­
zione di una fabbrica dì Buna della IG-Farben, a circa sette chilometri dal campo.
La scelta della località fu dovuta alla possibilità di impiegare per la costruzione
lavoratori a basso costo.
AUTOB I OGRAFIA

già straordinariamente grande. L'insistenza con cui egli


aveva sollecitato il pili rapido e deciso compimento della
costruzione, la sua indifferenza verso le difficoltà che si
sarebbero frapposte e quelle già esistenti e difficilmente
superabili, mi avevano dato fin d'allora materia di riflessio­
ne. Il modo, poi, con cui aveva scartato le obbiezioni, pure
assai fondate, del Gauleiter e delle autorità locali, stava a
indicare che avevamo di fronte fatti eccezionali. Non ero
certo un novellino dei procedimenti delle SS e del loro
capo, ma quell'asprezza, e l'inesorabilità con cui egli esi­
geva l'attuazione pili rapida possibile degli ordini appena
impartiti, erano un fatto nuovo. Perfino Gliicks ne fu im­
pressionato. E di tutto quel lavoro io ero l'unico e solo
responsabile. Dal nulla e con nulla dovevo costruire nel pili
breve tempo possibile - secondo i criteri di allora - un
complesso gigantesco, con quei « collaboratori » che avevo,
senza un aiuto appena valido dall'alto, a giudicare dalle
esperienze testè compiute. E qual era la situazione delle
mie forze di lavoro? Che cos'era diventato nel frattempo il
« campo di custodia » (Schutzhaftlager) ?
La sua direzione si era data ogni pena per conservare le
tradizioni di Eicke riguardo al trattamento dei prigionieri.
Anzi Fritsch di Dachau, Palitzsch di Sachsenhausen e an­
cora Meier di Buchenwald, si sforzavano di superarsi reci­
procamente nell'impiego di « mezzi migliori ». Le mie ripe­
tute istruzioni tendenti a chiarire che le concezioni di Eicke
erano state da tempo superate, data la trasformazione subi­
ta dai campi di concentramento, non erano accettate. Non
era possibile estirpare da quei cervelli limitati gli insegna­
menti di Eicke, che, del resto, erano assai pili conformi alla
loro stessa mentalità. Perciò i miei ordini e le mie dispo­
sizioni, se apparivano contrari a quei principi, venivano
semplicemente « trasformati ». Non ero io ma essi a dirigere
il campo dei prigionieri. Erano essi che allevavano i prigio­
nieri con funzioni direttive, dagli anziani del campo fino
all'ultimo scrivano dei blocks. Erano essi che sceglievano i
Blockfiihrer e li istruivano sul modo di trattare i prigionieri.
Ma, a questo proposito, ho già parlato e scritto abbastanza.
Contro quella resistenza passiva ero impotente, ma ciò può
apparire comprensibile e credibile solo a chi per parecchi
anni abbia prestato servizio in un campo.
Ho già illustrato nelle pagine precedenti quale influenza
abbiano sui compagni di prigionia i prigionieri con incari-
COMANDANTE AD· AU SCHWITZ 97

chi di comando ' ; tale influenza è particolarmente accentua­


ta nella vita di un campo. Nelle masse sterminate di prigio­
nieri di Auschwitz-Birkenau, era addirittura un fattore di
importanza decisiva.
Si sarebbe potuto credere che la sorte comune, le comuni
sofferenze, dovessero condurre ad una solidarietà calda e
indistruttibile, ad una solida cooperazione. Niente di piu
errato ! Non vi è luogo dove il piu crudo egoismo si manife­
sti con tanta evidenza come in prigione. E quanto piu è
dura la vita, tanto piu evidente si mostra l'egoismo, sotto
l'impulso dello spirito di conservazione. Perfino quelle na­
ture che nella vita comune, di fuori, sono sempre state
buone e compassionevoli, nella durezza della prigionia pos­
sono indursi a tiranneggiare senza misericordia i compagni
di sventura, se questo serve a rendere un po' piu tollerabile
la loro vita. Quanto piu disumano era poi il comportamen­
to degli individui già freddi ed egoisti di per sé, anzi addi­
rittura volti al crimine, come ignoravano inesorabilmente le
miserie dei loro simili, di fronte alla minima prospettiva di
vantaggi! Anche a prescindere completamente dalle conse­
guenze fisiche di questo trattamento indegno verso i com­
pagni di prigionia, gli individui ancora sensibili, non ancora
resi ottusi dalla durezza della vita del campo, provavano
indicibili sofferenze morali di fronte a tale comportamento.
Non vi è cinico arbitrio né maltrattamento da parte delle
guardie che li ferisca cosf duramente, che abbia cosf gravi
conseguenze psichiche su di essi, come questo contegno dei
compagni di prigionia. L'esser costretti ad assistere inermi,
e perciò impotenti, alle angherie di questi « capi » contro gli
stessi compagni ha un effetto tremendamente deprimente
sulla psiche dei prigionieri. Ma guai a colui che osa interve­
nire in difesa dell'oppresso ! Del resto, il terrore imperante
nel campo dei prigionieri era troppo grande perché qual­
cuno osasse farlo.
Ma perché i kapos, i prigionieri con funzioni direttive,
trattano cosf i loro simili, i loro compagni di sventura?
Perché vogliono mettere in buona luce se stessi presso i
guardiani e i sorveglianti del medesimo tipo, dimostrare
quanto sono diligenti. Per ottenere dei privilegi, per poter
vivere meglio nel campo: Ma tutto ciò sempre a spese dei
compagni di prigionia. E però vero che la possibilità di

1 I prigionieri nominati kapos, cioè anziani di baracca e del campo.


AUTOBIOGRAFIA

agire cosi è offerta loro dai sorveglianti, dalle guardie, che,


o assistono indifferenti e sono troppo pigri per porre un
freno a questi maltrattamenti, oppure per la loro stessa
natura bassa e malvagia li approvano, anzi li provocano, e
provano una vera gioia satanica nell'aizzare i prigionieri
uno contro l'altro. Ma anche tra i prigionieri kapos sono
frequenti gli individui che per proprio impulso, per la loro
mente cinica, rozza e bassa e per i loro istinti criminali,
tormentano i propri compagni di prigionia fisicamente e
psichicamente, quando addirittura, per puro sadismo, non
li aizzano fino a spingerli alla morte.
Proprio durante questa mia prigionia ho avuto, ed ho
tuttora, la piu ampia opportunità di confermare nuovamen­
te, dal mio piccolo angolo visuale, anche se in misura ne­
cessariamente ridotta, la verità di quanto son venuto dicen­
do. Soltanto in prigione il vero Adamo appare con tanta
evidenza; tutto ciò che il prigioniero ha appreso mediante
l'educazione e l'imitazione, tutto ciò che non fa parte della
sua stessa natura, scompare. A lungo andare, la prigionia lo
costringe a lasciar cadere ogni simulazione e ogni masche­
ramento. L'uomo allora si presenta nudo, qual è in realtà:
buono o cattivo.
Quali effetti aveva dunque la vita comune del campo di
Auschwitz sulle singole categorie di prigionieri? Per tutti i
Tedeschi del Reich, di qualsiasi colore ', non era un proble­
ma. Quasi senza eccezione, occupavano tutti posti « eleva­
ti», e cosi erano perfettamente in grado di provvedere alle
prime necessità fisiche; ciò che non riuscivano a ottenere
per via ufficiale se lo « procuravano » da sé. Questo « arran­
giarsi » era un costume generale per tutti i funzionari piu
elevati di Auschwitz, a qualunque colore e nazionalità ap­
partenessero. Il successo dipendeva soltanto dall'intelligen­
za, dal coraggio e dalla mancanza di scrupoli, poiché le
occasioni non mancarono mai. Dopo l'inizio dell'azione
contro gli ebrei, poi, fu praticamente possibile procurarsi
qualsiasi cosa, e i funzionari piu elevati in grado godevano
anche della necessaria libertà di movimento.
Il contingente principale dei prigionieri, fino all'inizio
del 1 942, fu composto da Polacchi. Essi sapevano tutti che
avrebbero dovuto rimanere nel campo almeno per tutta la

1 Allude al colore del contrassegno, che distingueva le varie categorie di pri·


gionieri.
COMANDANTE AD AUSCH WITZ 99

durata della guerra. Inoltre la maggioranza di essi, e si può


dire tutti, dopo Stalingrado, credevano anche che la Ger­
mania avrebbe perduto la guerra. Infatti, attraverso i noti­
ziari delle radio nemiche, erano tutti esattamente al corren­
te della « vera situazione » della Germania. Non era difficile
ascoltare le radio nemiche, poiché gli apparecchi radio era­
no numerosi ad Auschwitz. Si ascoltavano perfino in casa
mia. Inoltre, avevano parecchie occasioni di tenere un'am­
pia corrispondenza clandestina, servendosi dei lavoratori
civili e perfino delle SS. Quindi erano molte le fonti di
notizie, anche attraverso gli arrivi quotidiani di trasporti.
Poiché, secondo la propaganda nemica, la sconfitta delle
Nazioni dell'Asse non era che questione di tempo, da que­
sto punto di vista non vi erano motivi di disperazione per i
prigionieri polacchi. L'unica domanda era: chi avrà la for­
tuna di sopravvivere alla prigionia? Ed era quest'incertezza
a rendere cosf dura moralmente la prigionia per i Polacchi.
Era l'angoscia per gli incidenti che quotidianamente pote­
vano colpire ciascuno di essi: potevano essere uccisi da
un'epidemia che le loro condizioni fisiche non avrebbero
consentito loro di superare. Potevano essere improvvisa­
mente fucilati come ostaggi, o impiccati. Oppure, a loro
insaputa, essere sospettati di far parte di una congiura,
processati e condannati a morte. Potevano essere liquidati
per una rappresaglia, o perire in un incidente sul lavoro,
provocato da qualche nemico. O ancora morire sotto i mal­
trattamenti ricevuti, o per qualcuno dei tanti incidenti ai
quali erano costantemente esposti. La domanda angosciosa
era sempre una: avrebbe potuto, ciascuno di essi, sopravvi­
vere fisicamente nonostante il nutrimento sempre peggiore,
gli alloggiamenti sempre piu stipati, le installazioni igieni­
che generali sempre piu insufficienti, il durissimo lavoro,
esposti a tutte le intemperie? Vi erano poi le continue ansie
per la famiglia e i parenti. Avevano potuto rimanere al loro
paese? O non erano stati anch'essi arrestati e inviati chissà
dove a lavorare? Erano ancora vivi? Molti si lasciavano
attrarre dall'idea della fuga, per sottrarsi a quella infelicità.
Non ci voleva molto per fuggire, ad Auschwitz, perché le
possibilità di fuga erano innumerevoli. Era facile · crearne
le premesse, perché era abbastanza agevole eludere la sor­
veglianza. Con una certa dose di coraggio e con un po' di
fortuna, era possibile riuscire. Quando si punta tutto su
una sola carta, bisogna anche mettere in conto un fallimen-
100 AUTOBIOGRAFIA

to, che potrebbe anche finire con la morte. M a contro


questi pensieri di fuga stavano le rappresaglie, l'arresto dei
familiari ' , la liquidazione di dieci e anche piu compagni di
sventura. Molti fuggiaschi non si preoccuparono affatto
delle rappresaglie, osarono nonostante tutto. Una volta tra­
versata la linea delle guardie, la popolazione civile dei din­
torni era sempre pronta a prestare il suo aiuto. Il resto non
era piu un problema. Se poi avevano sfortuna, era finita, ma
in un modo o nell'altro era sempre una soluzione. Ma i loro
compagni di sventura, i prigionieri rimasti, erano costretti a
sfilare davanti al cadavere di colui che era stato ucciso
durante la fuga, perché si rendessero conto che simili tenta­
tivi potevano finire cosi. Indubbiamente quegli spettacoli
hanno distolto parecchi dai propositi di fuga e hanno atter­
rito parecchi. Ma i piu impavidi hanno osato ugualmente;
potevano sempre avere fortuna, essere tra quel 90 per cento
che riuscivano a fuggire.
Quali potevano essere i sentimenti di coloro che erano
. costretti a sfilare davanti a quei cadaveri? Per quanto mi era
dato comprendere dall'espressione di quei volti, vi erano
l'orrore per un simile destino, la compassione verso quegli
sventurati, il desiderio di vendetta, quando il tempo fosse
venuto. Le stesse impressioni vidi sui volti dei prigionieri
durante le impiccagioni; ma forse in quest'occasione erano
piu evidenti il terrore e l'angoscia di poter incorrere nella
stessa sorte.
A questo punto, devo parlare anche della corte marziale
e della liquidazione degli ostaggi, poiché ambedue riguar­
darono esclusivamente i prigionieri polacchi. Nella loro
maggioranza, gli ostaggi erano da tempo al campo; ma che
fossero 1f in qualità diostaggi non era noto né ad essi né alla
stessa direzione del campo. All'improvviso, un giorno arri­
vava un telegramma della Polizia di sicurezza o dell'Alto
Comando per la Sicurezza del Reich: i seguenti detenuti
devono essere fucilati o impiccati come ostaggi. Eravamo
tenuti a notificare entro poche ore l'avvenuta esecuzione
degli ordini. I prigionieri in questione venivano allora ri-

1 Una volta lo stesso Hoss fece arrestare i genitori di un prigioniero fuggito da


Auschwitz; condotti nel campo furono costretti a stare in piedi, alla vista di tutti,
con appeso al collo un cartello dove era scritto che sarebbero rimasti lf in quella
posizione finché il fuggiasco non fosse stato ricondotto. Rappresaglie ancor piu
feroci furono ordinate da Fritzsch, che arrestò indiscriminatamente alcuni prigio­
nieri e li fece rinchiudere in celle di rigore e morire di fame. .
COMANDANTE AD AUSCHWITZ IO!

chiamati dai loro posti di lavoro, o chiamati fuori durante


I'appello, e messi nell'edificio del carcere. Coloro che si
trovavano da molto tempo nel campo sapevano bene, o
almeno intuivano, quale sorte li attendeva. In carcere rice­
vevano lettura dell'ordine di esecuzione.
Nel primo periodo, 1 940-41 , venivano fucilati dal ploto­
ne d'esecuzione; in seguito furono impiccati, o uccisi uno
alla volta mediante il colpo alla nuca con un fu cile di picco­
lo calibro. I malati ricoverati a letto erano liquidati all'o­
spedale stesso, mediante iniezioni.
La Corte marziale di Kattowitz di solito veniva ad
Auschwitz ogni quattro-sei settimane, e si riuniva nell' edifi­
cio del carcere. I prigionieri sotto processo, per la maggior
parte detenuti da tempo, benché ve ne fossero anche alcuni
giunti da poco, venivano condotti davanti al tribunale e
interrogati, mediante un interprete, sulle loro affermazioni
o sulle confessioni fatte. I prigionieri che io vidi ammette­
vano liberamente, apertamente e con fermezza le loro azio­
ni. Particolarmente alcune donne difesero coraggiosamente
ciò che avevano fatto. Nella maggioranza dei casi era decre­
tata la pena di morte, che veniva eseguita immediatamente.
Come gli ostaggi, anch'essi andarono tutti alla morte con
fermezza e coraggio, persuasi di essersi sacrificati per la
patria. Spesso vidi nei loro occhi lo stesso fanatismo che
avevo visto nei Testimoni di Geova condannati a morte.
Invece i criminali condannati dalla corte marziale, colpevoli
di rapine a mano armata, associazione a delinquere ecc.,
morivano assai diversamente. Ottusi, induriti anche di
fronte al momento supremo, oppure gementi e piangenti,
imploranti la grazia. Anche qui, come a Sachsenhausen, il
quadro che presentavano questi condannati a morte era lo
stesso: coraggiosi e forti quelli che morivano per un'idea;
istupiditi o ribelli gli asociali.
Sebbene in realtà le condizioni generali ad Auschwitz
fossero tutt'altro che buone, nessun prigioniero polacco
desiderava essere trasferito in un altro campo. Quando fu
loro reso noto che sarebbero stati condotti altrove, fecero
di tutto per essere esclusi, e quindi per rimanere. Quando,
nel 1943, giunse l'ordine generale di inviare tutti i Polacchi
nei campi che si trovavano nel Reich, venni letteralmente
assalito di richieste da tutti i settori di lavoro perché tratte­
nessi i prigionieri come indispensabili. Nessuno voleva di­
sfarsi dei Polacchi. Finalmente si dovette procedere per
102 AUTOBIOGRAFIA

forza, stabilendo una percentuale di trasferimento. Non ho


mai sentito dire che un prigioniero polacco si sia mai offer­
to volontario per andare in un altro campo, ma non ho mai
potuto accertare i motivi del loro attaccamento ad Ausch­
witz.
Tra i prigionieri polacchi vi erano tre grandi gruppi poli­
tici, i cui seguaci erano violentemente ostili gli uni agli altri.
Il gruppo piu forte era quello dei nazionalisti-sciovinisti, e
tutti e tre lottavano per conquistarsi i posti piu influenti.
Quando un polacco aveva raggiunto nel campo una posi­
zione importante, subito chiamava a sé gli appartenenti al
suo gruppo, e nel suo campo d'influenza eliminava gli ap­
partenenti agli altri gruppi. Molto spesso ciò avveniva me­
diante bassi intrighi. Oserei dire, anzi, che parecchi casi di
febbre petecchiale o di tifo, con esito letale, e altri simili
incidenti, siano da mettere in conto a queste lotte per la
supremazia.
I medici mi riferirono di frequente che appunto nell' o­
spedale vi era sempre una lotta feroce per la supremazia, e
lo stesso avveniva nel settore del controllo del lavoro. Infat­
ti l'ospedale e l'organizzazione del lavoro erano le posizio­
ni-chiave di tutta la vita del campo: chi li dominava domi­
nava tutto. E vi era chi dominava, e non certo con mezze
misure. Stando nei posti importanti era possibile collocare i
propri amici a proprio piacimento, ma anche allontanare, o
addirittura eliminare, gli elementi sgraditi. Tutto ciò era
possibile ad Auschwitz. Queste lotte per il potere politi­
co avvenivano non soltanto tra i prigionieri polacchi di
Auschwitz; le rivalità politiche sussistevano in tutti i campi,
in mezzo a tutte le nazionalità. Perfino tra i rossi Spagnoli
di Mauthausen esistevano due gruppi violentemente ostili
tra loro. Perfino in prigione e nel penitenziario ho potuto io
stesso constatare come la destra e la sinistra si combattesse­
ro incessantemente.
Nei campi di concentramento queste lotte erano accura­
tamente coltivate e stimolate dalla direzione, per impedire
cosi che tra i prigionieri si formasse una salda unità. E in
tutto questo avevano un ruolo importante non soltanto i
colori politici, ma anche i colori dei contrassegni esterni.
Nessuna direzione del campo, per quanto energica, sareb­
be stata in grado di tenere a freno e guidare migliaia di
prigionieri, se non fosse stata aiutata da tali contrasti.
Quanto piu si moltiplicavano le rivalità, e di conseguenza
COMAN DANTE AD AUSCHWITZ

quanto pili violente erano le lotte per il potere, tanto pili


facile era condurre il campo.
Divide et impera è un fattore importante e da non sotto­
valutare non soltanto nell'alta politica, ma anche nella vita
di un campo di concentramento.
Il secondo contingente, in ordine di numero, erano i
prigionieri di guerra russi, che dovevano costruire il campo
dei prigionieri di guerra di Birkenau. Arrivarono dal campo
dei prigionieri di guerra della Wehrmacht di Lamsdorf
(Alta Slesia) in condizioni addirittura disperate. Erano stati
condotti colà con una marcia di parecchie settimane; lungo
il cammino non avevano quasi ricevuto nutrimento; solo
nelle soste li portavano semplicemente per i campi pili vi­
cini, dove divoravano come bestie qualsiasi cosa comme­
stibile.
Nel campo di Lamsdorf dovevano esserci stati circa
200 000 prigionieri di guerra russi. Per la m aggior parte
erano alloggiati in capanne di terra, costruite da loro stessi,
racchiuse in un'area quadrata. Il vitto era del tutto insuffi­
ciente, e anche somministrato in modo irregolare. Si face­
vano da mangiare da sé in buche scavate per terra; ma i pili
divoravano - non è possibile usare altra parola - la loro
razione cruda, li per IL La Wehrmacht non era preparata
ad accogliere le grandi masse di prigionieri del 1 94 1 ; per di
pili, l'allestimento dei campi per prigionieri di guerra era
troppo schematico e fisso perché potesse essere improvvisa­
to entro breve tempo. Del resto, nel maggio del 1 945, al
momento del crollo, le cose non andarono diversamente
per i prigionieri di guerra tedeschi. Neppure gli Alleati
erano preparati ad accogliere tali masse di individui, e
cosf questi vennero semplicemente ammassati in una zona
sufficiente a contenerli, circondati di filo spinato e abban­
donati a se stessi. Lo stesso avvenne dunque anche per
i Russi.
Ed era con questi individui che a malapena si reggevano
in piedi, che dovevo costruire il campo di prigionia di Bir­
kenau. Secondo le disposizioni di Himmler, dovevano esse­
re condotti da noi soltanto i prigionieri russi robusti e pie­
namente atti al lavoro. Gli ufficiali incaricati del trasporto
mi riferirono che quelli che mi avevano portato erano il
meglio che avevano potuto trovare a Lamsdorf. In verità,
quanto al lavoro erano volenterosi, ma talmente indeboliti
da non poter fare nulla. Ricordo perfettamente che, mentre
AUTOB I O G RAFIA

ancora si trovavano nel campo base 1 , per qualche tempo


feci loro dare un supplemento di vitto, ma senza alcun
risultato. I loro corpi ormai consunti non erano pili in
grado di compiere nessun lavoro; erano organismi finiti,
inetti a qualunque attività. Morivano come le mosche per
l'eccessiva debolezza o alla minima malattia, che non erano
pili in grado di superare. Quanti ne vidi morire mentre
inghiottivano avidamente rape e patate! Per un certo pe­
riodo impiegai quasi giornalmente 5 000 Russi a scaricare i
trasporti di rape. Le ferrovie erano completamente blocca­
te, e per terra, fra le rotaie, le rape formavano vere monta­
gne. Niente da fare: i Russi fisicamente non ce la facevano
piu. Si trascinavano apaticamente, senza senso, senza meta,
o si acquattavano in qualche angolo riparato per inghiottire
qualcosa di commestibile che avevano trovato, o per vomi­
tare, o per morire in pace.
Pili terribile di tutto fu il periodo di pioggia e fango
dell'inverno 1941-42. I Russi riuscivano a sopportare abba­
stanza bene il freddo, ma l'umidità, l'impossibilità di essere
mai asciutti, e per giunta la vita nelle primitive baracche di
pietra ancora incompiute, raffazzonate alla svelta, nel pri­
mo periodo di Birkenau, compirono il resto, e fecero salire
continuamente le cifre della mortalità. Anche il numero di
quelli che fino allora avevano resistito, diminuf di giorno in
giorno; né i supplementi di cibo potevano pili servire a
qualcosa. Inghiottivano avidamente tutto quello che pote­
vano afferrare, ma non erano mai sazi.
Una volta, sulla strada da Auschwitz a Birkenau, una
colonna di parecchie centinaia di Russi all'improvviso rup­
pe le file e si precipitò su dei mucchi di patate che si
trovavano nei pressi, con tanta decisione e rapidità da sor­
prendere e travolgere le guardie, che non sapevano piu cosa
fare. Per fortuna mi trovavo a passare di li in macchina, e
potei ristabilire la situazione. I Russi razzolavano in mezzo
ai mucchi di patate e fu difficile strapparli di li. Alcuni
morirono mentre razzolavano, con le mani piene di patate,
o mentre masticavano. Non avevano pili nessun riguardo

1 Circa roooo prigionieri di guerra russi vennero spostati da Lamsdorf (Stalag


VITIBJ ad Auschwitz ai primi di ottobre del r 94 r . Inizialmente furono alloggiati
in nove blocks, cioè capanne di pietra e baracche, ad Auschwitz I, zona separata
dal resto del campo base. Nel febbraio 1942 la maggioranza di essi era già morta
di tifo, fame e altre malattie. Ne rimasero in vita circa r 200, che furono poi
spostati al nuovo campo di Birkenau (Auschwitz IlJ.
COMAN DANTE AD AU SCHWITZ I 05

reciproco, il cieco istinto di conservazione non permetteva


piu loro di provare sentimenti di umanità.
I casi di cannibalismo non furono rari a Birkenau. Io
stesso trovai un Russo che giaceva in mezzo a mucchi di
mattoni, il corpo massacrato da qualche oggetto contun­
dente: gli avevano strappato il fegato. Si ammazzavano a
vicenda pur di afferrare qualcosa da mangiare. Un giorno,
mentre cavalcavo, ne vidi uno colpire al capo con un mat­
tone un compagno che dietro un mucchio di pietre masti­
cava un pezzo di pane. Nel tempo che impiegai per arrivare
all'ingresso, poiché mi trovavo al di fuori del recinto, quello
dietro le pietre era già morto, col cranio sfracellato, né mi
riusd di rintracciare il colpevole tra la massa dei Russi che
si aggiravano là intorno. Mentre si spianava il terreno per le
prime costruzioni, scavando trovammo parecchi cadaveri
di Russi che erano stati uccisi dagli altri, e in parte divorati,
e poi sotterrati in qualche buca di fango. Soltanto allora ci
spiegammo la misteriosa scomparsa di tanti di loro. Una
volta dalla mia abitazione vidi un Russo portarsi la sua
ciotola per il cibo dietro il blocco accanto al comando e
mettersi a raschiarla avidamente. Improvvisamente un altro
comparve dietro I' angolo, si fermò un attimo e poi balzò sul
primo e lo scaraventò contro i fili ad alta tensione; quindi
fuggf con la ciotola. La sentinella della torre aveva assistito
anch'essa al fatto, ma non riusd a sparare in tempo sul
fuggiasco. Chiamai immediatamente al telefono il Blockfiih­
rer di servizio, feci togliere la corrente al filo e mi recai in

persona nel campo per rintracciare il colpevole. Ma il Rus­


so contro il filo ormai era morto, né fu possibile trovare
l'altro.
Non erano piu uomini: erano diventati delle bestie
preoccupate soltanto del cibo. Dei r n ooo prigionieri russi e
piu, che dovevano rappresentare il nerbo delle forze addet­
te alla costruzione del campo di Birkenau, nell'estate del
'42 ne erano rimasti in vita soltanto alcune centinaia, che
costituivano il fior fiore della massa. Lavoravano in modo
eccellente e venivano spostati dovunque, come unità lavo­
rative volanti, quando c'era da ultimare rapidamente un
lavoro. Ma non potei mai liberarmi dal pensiero che fossero
sopravvissuti a spese dei loro compagni, perché erano piu
aggressivi e privi di scrupoli, « piu duri ».
Nell'estate del 1 942, se non erro, questo gruppo di so­
pravvissuti tentò una fuga in massa. Una gran parte venne
ro6 AUTOB I O G RAFIA

uccisa, ma parecchi riuscirono a fuggire 1 • Il motivo di que­


sta fuga in massa, come affermarono quelli che furono ri­
catturati, era stato il loro timore di essere condotti alle
camere a gas, sorto alla notizia del loro imminente trasferi­
mento in un nuovo settore appena ultimato. Avevano cre­
duto che questo trasferimento fosse un inganno; in realtà,
non vi fu mai il proposito di sterminarli col gas. Ma senza
dubbio avevano saputo che i politruks e i commissari russi
erano stati liquidati ' e temevano perciò di dover subire la
stessa sorte. A questo modo può nascere e operare una
psicosi di massa.
Il terzo contingente, per numero, era rappresentato da­
gli zingari. M olto prima dell'inizio della guerra, durante le
azioni contro gli asociali, erano stati condotti nei campi di
concentramento anche gli zingari. Una sezione dell'Ufficio
di Polizia criminale del Reich si occupava esclusivamente di
sorvegliare gli zingari; negli accampamenti zingareschi si
compivano frequenti incursioni per ricercare individui che
non appartenevano realmente alle tribu, e che venivano poi
inviati nei campi di concentramento come renitenti al lavo­
ro o asociali. Inoltre gli accampamenti degli zingari era­
no continuamente sottoposti ad esami biologici, poiché
Himmler voleva che venissero assolutamente conservate le
due grosse stirpi principali degli zingari, delle quali non
ricordo piu la denominazione. Era sua opinione, infatti, che
queste discendessero in linea diretta dagli antichissimi
popoli indogermanici, e che si fossero conservate abbastan­
za pure come specie e come costumi. Questi zingari dove­
vano essere raccolti tutti insieme, a scopo di studio, esat­
tamente catalogati e protetti come monumenti storici. In
seguito, si sarebbe dovuto raccoglierli in tutte le parti
d'Europa e sistemarli in alcune zone residenziali loro as­
segnate.
Negli anni 193 7 -38, tutti gli zingari vagabondi furono
raccolti in cosiddetti campi di abitazione, perché fosse piu
facile sorvegliarli.
Nel 1 942 venne l'ordine di arrestare tutti gli individui di
tipo zingaresco, compresi gli zingari di sangue misto, che si

1 Il r8 agosto r94i, dopo il tentativo di fuga accennato, ad Auschwitz non


rimanevano che 163 prigionieri di guerra sovietici; ne sopravvissero soltanto 96.
2 Dai r o ooo prigionieri russi, nel novembre del 1941, erano stati prelevati, da
una Commissione speciale dell'Ufficio della Gestapo di Kattowitz, circa 300
commissari o comunisti qualificati, che erano stati poi giustiziati.
COMANDANTE AD AUSCHWITZ

trovavano nel Reich, e di trasportarli ad Auschwitz, a qua­


lunque età e sesso appartenessero. Ne furono esclusi sol­
tanto gli zingari riconosciuti puri appartenenti alle due
stirpi anzidette, che vennero sistemati presso il lago di
Neusiedl, nel distretto di Odenburg. Quelli portati ad
Auschwitz sarebbero rimasti in un campo per famiglie fino
alla fine della guerra. Ma le direttive che avrebbero dovuto
guidare questa selezione non erano state date con sufficien­
te esattezza. Cosf i diversi uffici della Polizia criminale si
regolarono in modo diverso e perciò vennero arrestate mol­
te persone che non potevano minimamente essere conside­
rate da internare.
Vennero arrestati molti soldati in licenza dal fronte,
spesso grandi decorati e pili volte feriti, il cui padre o
madre o nonno ecc. erano zingari o sangue-misti zingari. Vi
fu tra questi perfino un vecchio membro del Partito, il cui
nonno era emigrato a Lipsia come zingaro, che possedeva
un grosso negozio a Lipsia ed era stato pluridecorato alla
prima guerra mondiale. Vi fu anche il caso di una studen­
tessa, che a Berlino era dirigente del Bund der Mi:idchen
(Lega delle ragazze) , e molti altri. Feci rapporto in proposi­
to all'Ufficio di Polizia criminale del Reich, e in seguito a
ciò venne ordinata un'immediata inchiesta negli accampa­
menti degli zingari e si procedette al rilascio di numerose
persone, sebbene nella massa fossero un numero irrisorio.
Non sono pili in grado di riferire quanti fossero gli zingari e
i sangue-misti di Auschwitz. So benissimo, però, che ave­
vano completamente occupato il settore che era calcolato
per ro ooo persone ' . Ma le condizioni generali a Birkenau
erano tutt'altro che adatte ad un campo per famiglie. Man­
cavano le pili elementari premesse, soprattutto se si aveva
l'intenzione di tenervi questi zingari per tutta la durata
della guerra. Cosf non era già pili possibile nutrire in modo
appropriato i bambini, sebbene per un certo tempo, appel­
landomi all'ordine di Himmler, mi fossi dato da fare per
tutti gli uffici di approvvigionamento, ottenendo cibi adatti

1 Lucie Adelsberger, un'ebrea che dal maggio 1943 per piu di un anno prestò
servizio come medico nel campo degli zingari, nel suo libro Auschwitz. Ein Tatsa­
chenbericht, Berlin 1956, riferisce che nella primavera del '43 il numero degli
zingari a Birkenau era di circa 16000; inoltre, che le baracche erano sovraffol­
late: «800, 1000 persone in un solo block era la regola» (in teoria, ogni block
avrebbe dovuto contenerne 300). Secondo i libri contabili del campo zingari,
dall'inizio del '43 vennero registrati a Birkenau 20 943 zingari; soltanto dal marzo
al settembre dello stesso anno ne morirono nel camp\l circa 7000.
108 AUTOB I OGRAFIA

per bambini. Ma tutto questo cessò non appena il Ministe­


ro dell'Alimentazione decretò che non dovevano piu essere
dati alimenti per l'infanzia ai campi di concentramento.
Nel luglio del 1 942, Himmler venne a visitare il campo.
Gli feci percorrere in lungo e in largo il campo degli zinga­
ri, ed egli esaminò attentamente ogni cosa: le baracche
d 'abitazione sovraffollate, i malati colpiti da epidemie, vide
i bambini colpiti dall'epidemia infantile Noma 1 , che non
potevo mai guardare senza orrore e che mi ricordavano i
lebbrosi che avevo visto a suo tempo in Palestina: i loro
piccoli corpi erano consunti, e nella pelle delle guance
grossi buchi permettevano addirittura di guardare da parte
a parte; vivi ancora, imputridivano lentamente.
Si fece dare le cifre della mortalità tra gli zingari, che
tuttavia erano relativamente basse, rispetto alla media del
campo, tranne che per i bambini, fra i quali la mortalità era
straordinariamente alta: ad esempio, non credo che fossero
molti i neonati a sopravvivere oltre le prime settimane di
vita. Dopo aver visto tutto questo ed essersi reso conto
della realtà, diede l'ordine di annientarli, dopo aver scelto
tra loro gli abili al lavoro, come tra gli ebrei. Gli feci notare
che gli abitanti del campo zingari non erano prigionieri del
tipo di quelli di Auschwitz, ma egli ordinò ugualmente
all'Ufficio di Polizia criminale del Reich di p rocedere il piu
rapidamente possibile alla selezione. L 'operazione durò
due anni. Gli zingari atti al lavoro vennero trasferiti in altri
campi, e alla fìne rimasero da noi (era l'agosto del 1 944)
circa 4000 individui da mandare nelle camere a gas 2 • Co­
storo, fìno a quel momento, non sapevano affatto la loro
sorte imminente; solo quando furono avviati, divisi per
baracche, al crematorio I, compresero. Non fu facile farli
arrivare fìno alle camere a gas. Personalmente non vi assi­
stetti, ma Schwarzhuber ' mi disse che, fìno allora, nessuna
operazione di sterminio degli ebrei era stata cosf difficile, e
tanto piu dura per lui in quanto li conosceva benissimo
quasi tutti, anzi era stato in buoni rapporti con loro. Infatti,
a modo loro, erano gente straordinariamente fiduciosa;

1 Un tumore canceroso che si sviluppa per lo piu nel viso come conseguenza
della denutrizione e della debolezza fisica, ed è per lo piu mortale.
2 Lucie Adelsberger (op. dt. ) concorda sulla cifra degli zingari che vennero
sterminati a Birkenau, nelle camere a gas, in una sola notte.
' Era primo Schutzha/tlagerfiihrer a Birkenau.
COMANDANTE AD AUSCHWITZ

nonostante le condizioni avverse, la maggioranza degli zin­


gari, per quanto ho potuto osservare, non ha sofferto psi­
chicamente in modo particolare nella prigionia, a parte
l'impossibilità di continuare la loro vita errabonda. Gli al­
loggi angusti, le condizioni igieniche cattive, in p arte anche
lo scarso nutrimento, erano abituali per essi, data la vita
primitiva condotta sin li, né li atterrivano le malattie e l'alta
mortalità. Erano rimasti dei bambini sotto tutti gli aspetti,
incostanti nei loro pensieri e nelle azioni; giocavano volen­
tieri, anche durante il lavoro, che, del resto, non prende­
vano mai sul serio. Erano capaci di prendere con legge­
rezza anche i fatti pili gravi; insomma, erano degli ottimi­
sti. Non ho mai visto tra gli zingari sguardi cupi, carichi
d'odio. Quando si arrivava nel campo, uscivano subito dal­
le baracche, suonavano sui loro strumenti, incitavano i
bambini a ballare o esercitavano le loro arti tradiziona­
li. C 'era un grande giardino d'infanzia, dove i piccoli po­
tevano divertirsi a sazietà con giocattoli di ogni specie. A
rivolger loro la parola, rispondevano disinvolti e fiducio­
si, assediandoci con mille richieste. Ho sempre avuto l'im­
pressione che non si fossero mai ben resi conto di essere
in prigionia.
Invece fra loro esistevano lotte violente, suscitate dalla
rivalità fra le numerose stirpi, ma soprattutto dal loro san­
gue ardente e litigioso. All'interno delle tribli, tuttavia, re­
gnava una grande solidarietà e un forte legame reciproco.
Quando si dovette intraprendere la selezione degli indivi­
dui atti al lavoro, e quindi si rese necessaria la separazione
in seno alle tribli, avvennero scene toccanti, lacrime e soffe­
renze. Si consolarono alquanto, tuttavia, a sentire che in
seguito sarebbero stati nuovamente riuniti. Per un certo
periodo, gli zingari abili al lavoro rimasero nel campo base
di Auschwitz ; essi escogitavano tutti i trucchi per p oter
rivedere di quando in quando i loro cari, magari da lonta­
no. Spesso durante l'appello fummo costretti a cercare al­
cuni dei pili giovani, che, spinti dalla nostalgia, si erano
introdotti di soppiatto nel campo degli zingari, per rivedere
la propria tribli. Anche quando ero già passato a Oranien­
burg, all'Ispettorato dei campi di concentramento, mi suc­
cesse spesso di essere avvicinato da zingari che mi conosce­
vano dai tempi di Auschwitz, e che mi chiedevano notizie
dei membri della loro tribli, che magari erano già stati
uccisi da parecchio tempo. Confesso che p rovai sempre
I IO AUTOBI OGRAFIA

qualche difficoltà a rispondere evasivamente, proprio per la


grande fiducia che essi mostravano. Sebbene ad Auschwitz
mi avessero dato parecchio filo da torcere, erano tuttavia
per me i prigionieri pili cari - se cosi posso esprimermi.
Non era possibile màntenerli a lungo nello stesso lavoro,
perché erano sempre pronti a gironzolare; il posto pili am­
bito erano i comandi addetti ai trasporti, poiché cosf pote­
vano viaggiare, soddisfare la loro curiosità, e, per di pili,
avevano la possibilità di rubare. La tendenza al furto e al
vagabondaggio è davvero innata in questa gente, né è pos­
sibile estinguerla. Del resto, anche le loro concezioni morali
sono affatto diverse dalle nostre: ad esempio, il furto non è
assolutamente un male. Cosi la punizione per un furto è per
loro del tutto incomprensibile.
Tutte queste osservazioni si riferiscono alla maggioranza
dei detenuti, ai veri zingari, sempre in cammino seguendo il
loro incoercibile impulso, a cui si possono aggiungere an­
che i sangue-misti. Non valgono invece per quelli divenu­
ti sedentari, e insediati nelle città. Costoro avevano già ac­
colto molti aspetti della civiltà, anche se, purtroppo, non i
migliori.
Sarebbe stato molto interessante studiare la loro vita e i
loro costumi, se non avessi avuto sempre davanti l'orrore
dell'ordine di annientamento che ad Auschwitz, oltre che
da me, era conosciuto soltanto dai medici, almeno fino alla
metà del 1944. I medici infatti, secondo le disposizioni di
Himmler, dovevano eliminare senza dare nell'occhio tutti i
malati, e particolarmente i bambini. Ed erano proprio loro
che dimostravano tanta fiducia nei medici. Non c'è cosa pili
dura che dover passare sopra queste cose con freddezza e
senza pietà né sentimento.
Quale effetto ebbe la prigionia sugli ebrei, che dal 1942
costituirono la massa principale dei prigionieri ad Ausch­
witz? Come si comportarono?
Fin dalla costituzione dei campi di concentramento, que­
sti avevano contenuto prigionieri ebrei. Ormai li conoscevo
abbastanza, fin dai tempi di Dachau. Tuttavia in quel pe­
riodo gli ebrei avevano ancora la possibilità di emigrare, se
qualche Stato dava loro il visto d'ingresso. Perciò la loro
permanenza nel campo era soltanto questione di tempo, o
anche di denaro e di relazioni con l'estero. M olti riuscirono
a ottenere i visti in poche settimane, e si sottrassero cosi alla
prigionia. Rimasero invece nel campo coloro che avevano
COMANDANTE AD AUSCHWITZ III

commesso delitti contro la razza ', o quelJi che s i erano


dimostrati particolarmente attivi politicamente· durante il
periodo del sistema ' . Quelli che avevano la prospettiva di
poter emigrare, si preoccupavano soltanto che la loro vita al
campo trascorresse « senza attriti »; perciò lavoravano con
diligenza, nei limiti delle loro forze (poiché nella maggio­
ranza non erano avvezzi a nessuna specie di lavoro fisico),
si mostravano tranquillissimi, e adempivano i loro doveri
con calma operosità. Non era facile a Dachau la vita per
gli ebrei. Erano addetti al lavoro nelle cave di pietra, as­
sai gravoso per loro; la sorveglianza esercitata nei loro
confronti era particolarmente rigorosa, per l'influenza di
Himmler e dello « Stiirmer »' che veniva diffuso dappertut­
to, nelle caserme come nelle osterie. Erano abbastanza per­
seguitati e tormentati, anche dai loro compagni di prigio­
nia, come « corruttori del popolo tedesco ». Quando anche
nel campo di custodia venne esposto nella bacheca un
numero dello « Stiirmer », le conseguenze furono visibili
anche in quei prigionieri che fìno allora non erano stati
affatto antisemiti. Ma gli ebrei sapevano difendersi a .modo
loro, cioè al modo tipicamente ebraico della corruzione dei
compagni di prigionia. Essendo tutti abbastanza provvisti
di denaro, erano in grado di acquistare al magazzino tutto
ciò che volevano. Perciò, attraverso l'offerta di tabacco,
dolciumi, salsicce e simili, trovavano sempre tra i prigionie­
ri privi di denaro dei volenterosi che si prestavano di buon
grado a ricambiarli con servigi: riuscivano cosi a ottenere
dai « capi » lavori pili leggeri, o un ricovero in ospedale dal
personale sanitario. Una volta un ebreo si fece estrarre
l'unghia dell'alluce da un altro prigioniero, dietro compen­
so di un pacchetto di sigarette, per essere cosf ammesso
all'ospedale.
Ma le persecuzioni pili gravi erano dovute ai loro stessi
compagni di razza, sia che fossero loro superiori nei lavoro,
sia che fossero gli anziani di baracca. In questo si distinse
soprattutto il loro anziano di blocco, Eschen. Pili tardi
questi si impiccò, perché, coinvolto in un affare tra omoses-

1 Si intendono coloro che avevano avuto relazioni sessuali con individui non
ebrei, fatto considerato criminale nella Germania nazista.
2 I nazisti indicavano, con l'espressione « periodo del sistema», la Repubblica
di Weimar.
' Una pubblicazione settimanale pornografica, antisemita, edita da Julius
Streicher.
I I2 AUTOB I OGRAFIA

suali, temette di dover subire una pena. Costui li tormenta­


va non soltanto fisicamente, con ogni sorta di vessazioni,
ma soprattutto psichicamente. Li opprimeva di continuo, li
induceva a trasgredire gli ordinamenti del campo e poi
faceva rapporto, li aizzava ad atti di violenza gli uni contro
gli altri, o addirittura contro i kapos, in modo da avere un
motivo per fare rapporto e farli punire. Questi rapporti,
poi, non venivano consegnati, ma tenuti in sospeso come
una minaccia perenne e quindi uno strumento di oppres­
sione. Era dawero l'incarnazione del « male » . Verso i militi
delle SS si mostrava di uno zelo addirittura ripugnante,
mentre era disposto a qualsiasi crimine verso i suoi compa­
gni di prigionia e di razza. Piu volte fui sul punto di desti­
tuirlo, ma non mi fu mai possibile; lo stesso Eicke vegliava
a che fosse mantenuto al suo posto.
Eicke escogitò per gli ebrei una particolare punizione
collettiva: in seguito a una nuova campagna di stampa in
tutto il mondo contro gli orrori dei campi di concentra­
mento, gli ebrei furono costretti a rimanere sdraiati a letto
per un mese o addirittura per tre mesi; potevano alzarsi e
uscire dal blocco soltanto per i pasti e per gli appelli. Le
camerate non potevano essere arieggiate, perché le finestre
erano state sbarrate. Fu una dura punizione, soprattutto
dal punto di vista morale. L'essere costretti a stare cosi
sdraiati li rendeva cosi nervosi, cosi irritabili, che non pote­
vano piu vedersi né tollerarsi l'un l'altro. Awennero fra
loro liti furiose. Eicke era d'opinione che soltanto gli ebrei
che da Dachau avevano potuto emigrare all'estero, fossero
responsabili della campagna di stampa contro le atrocità
dei campi: perciò chi doveva soffrirne erano gli ebrei stessi.
A questo punto tengo ad aggiungere che fui sempre osti­
le allo « Stiirmer » per la pessima influenza che esercitava,
scatenando i piu bassi istinti del popolo. A ciò si aggiunga
la continua ostentazione del sesso, spesso fatta in modo
ripugnante e pornografico. Quella pubblicazione ha arreca­
to molti mali; non ha giovato affatto all'antisemitismo serio,
al contrario lo ha profondamente danneggiato. Non c'è da
stupirsi che, secondo quanto si apprese dopo il crollo, fosse
un ebreo a redigerlo e a scriverne gli articoli piu violente­
mente infiammati 1 •

1 Non si sa donde Hoss abbia tratto questa notizia, a favore della quale non
esiste la minima prova.
COMANDANTE AD AU SCHWITZ I I3

Da nazionalsocialista fanatico, ero fermamente persuaso


che la nostra idea si sarebbe fatta strada in tutti i paesi,
opportunamente trasformata secondo il carattere dei diver­
si popoli, e sarebbe progressivamente diventata dominante.
In tal modo sarebbe stata anche debellata la supremazia
degli ebrei. Del resto, l'antisemitismo non era una novità
nel mondo, e riappariva sempre in tutto il suo vigore ogni
qualvolta gli ebrei si erano spinti troppo in là nella ricerca
del potere, e le loro subdole macchinazioni apparivano
troppo evidenti all'opinione pubblica. Ma, a mio giudizio,
la selvaggia persecuzione dello « Stiirmer » non serviva cer­
to alla causa dell'antisemitismo. Per combattere spiritual­
mente l'ebraismo bisognava servirsi di armi piu raffinate.
Ero convinto che la nostra idea si sarebbe affermata sempre
di piu per la sua migliore e piu efficiente forza. Non mi
aspettavo dunque il minimo risultato dalle punizioni collet­
tive di Eicke nella lotta contro la campagna sulle atrocità;
che sarebbe proseguita anche se si fossero fucilate centinaia
o migliaia di persone. Ma, a quel tempo, ritenevo che fosse
giusto punire gli ebrei che erano in mano nostra per la
campagna sulle atrocità diffusa dai loro correligionari.
Venne poi la « notte di cristallo », deliberata da Goebbels
nel novembre del 1938 , in segno di rappresaglia per l'ucci­
sione di von Rath a Parigi ad opera di un ebreo; per tutto il
Reich i negozi degli ebrei furono devastati, come minimo si
fracassarono le vetrine e si proibf ai pompieri di intervenire
a domare gli . incendi delle sinagoghe, che erano sorti do­
vunque. « Per proteggerli dall'ira del popolo », tutti gli
ebrei che ancora operavano nell'industria, nel commercio,
negli affari in genere, vennero arrestati e portati nei campi
di concentramento come « ebrei in custodia protettiva ». Fu
cosf che potei conoscerli in massa. Fino allora, Sachsenhau­
sen era stata immune dagli ebrei: ora, d'improvviso, una
vera invasione semita. Fino allora, la corruzione a Sachsen­
hausen era sconosciuta; ora si manifestò in tutte le forme,
in tutti i campi. Per i « verdi » (i criminali), gli ebrei erano
un oggetto di sfruttamento, e per questo il loro arrivo fu
salutato con gioia. Si dovette confiscare il denaro di questi
ebrei, per evitare che nel campo si diffondesse uno stato di
caos inarrestabile.
Gli ebrei cercavano di danneggiarsi l'un l'altro come
potevano; ciascuno cercava di conquistare per sé un posti­
cino; anzi, con la corruzione di qualche kapo compiacente,
r r4 AUTOB I OGRAFIA

inventavano sempre nuovi posti per potersi sottrarre al la­


voro. Per ottenere un incarico comodo, non esitavano ad
allontanarne gli altri prigionieri mediante false accuse. Se
riuscivano a « diventare qualcuno », allora vessavano e cal­
pestavano senza alcuna pietà i correligionari, superando
sotto ogni aspetto i « verdi » .
In quel periodo, parecchi ebrei mossi dalla disperazione
per questo stato di cose, per trovar pace ai tormenti, si
gettarono contro i fili elettrificati del recinto, intrapresero
tentativi di fuga per farsi sparare addosso, si impiccarono.
La risposta di Eicke, quando il comandante gli fece il suo
rapporto su quanto aweniva, fu: « Lasciate fare. Che gli
ebrei si divorino pure a vicenda ».
Vorrei far notare, ancora una volta, che, personalmente,
non ho mai odiato gli ebrei. Li consideravo, bensf, i nemici
del mio popolo, ma, proprio per questo, ai miei occhi erano
uguali a tutti gli altri prigionieri, e dovevano essere trattati
allo stesso modo. Quanto a me, non feci mai delle differen­
ze, tanto piu che, in generale, il sentimento dell'odio mi fu
sempre estraneo. Ma conosco bene l'odio e le sue manife­
stazioni: le ho viste e ne ho fatto io stesso la prova.
Quando Himmler modificò le sue precedenti disposizio­
ni del 1941 relative all'annientamento degli ebrei, secon­
do le quali tutti gli ebrei senza distinzione dovevano esse­
re sterminati, decretando invece che tutti gli ebrei abili al
lavoro dovessero essere impiegati nelle industrie belliche,
Auschwitz divenne un campo di ebrei, un campo di raccol­
ta degli ebrei in misura fino allora sconosciuta. Mentre gli
ebrei detenuti nei primi anni contavano sempre sulla possi­
bilità di poter. essere un giorno rilasciati, e perciò la loro
resistenza spirituale alla durezza della prigionia era assai
piu facile, per gli ebrei di Auschwitz non vi era l'ombra di
una speranza. Sapevano tutti, senza eccezione, di essere
destinati a morire, e che sarebbero vissuti soltanto finché
fossero abili al lavoro. La maggioranza di essi non sperava
neppure che potessero awenire dei mutamenti alla loro
terribile situazione. Erano fatalisti. Muti e rassegnati subi­
rono tutte le miserie, le oppressioni, i tormenti della prigio­
nia. L'impossibilità di sottrarsi alla morte imminente li rese
completamente insensibili all'ambiente che li circondava.
Questo crollo spirituale affrettò il crollo fisico. Non aveva­
no piu nessuna volontà di vivere, erano ormai indifferenti a
tutto, cosicché la minima malattia li stroncava. Prima o poi,
COMAN DANTE AD AUSCHWITZ I I5

la morte era ormai un fatto certo per essi. Ritengo per


fermo - dopo quanto ho avuto modo di osservare - che
l'alta mortalità fra gli ebrei fosse dovuta non soltanto alla
durezza di un lavoro inconsueto, alla nutrizione insufficien­
te, agli alloggi sovraffollati, e neppure a tutte le altre avver­
sità e difficoltà della vita nel campo, ma anche e in modo
decisivo alle loro condizioni psichiche. Poiché la mortalità
degli ebrei non fu di molto inferiore neppure in altri luoghi
di lavoro, in altri campi e in condizioni generali assai mi­
gliori, e, in proporzione, fu sempre assai piu alta di quella
degli altri prigionieri, come ho potuto notare nei miei viaggi
di ispezione ai campi di concentramento. Il fenomeno era
ancor piu evidente tra le donne ebree, che morivano piu
rapidamente degli uomini, sebbene, secondo le mie osser­
vazioni, in generale, le donne siano assai piu robuste e
resistenti degli uomini, sia fisicamente sia psichicamente.
Quanto ho detto sin qui vale per la maggioranza dei
prigionieri ebrei. In modo assai diverso reagirono invece gli
individui piu intelligenti, gli ebrei spiritualmente piu forti e
piu vitali, soprattutto quelli dei paesi occidentali. Di fatto.
costoro, soprattutto se medici, si rendevano conto meglio
degli altri della sorte che li attendeva; ciononostante conti­
nuavano a sperare, attendendo qualche circostanza favore­
vole che avrebbe potuto verificarsi chissà come e chissà
quando, e che avrebbe resa possibile la salvezza. Si aggiun­
ga che fidavano molto nel crollo della Germania, la propa­
ganda nemica arrivando facilmente anche a loro. Tutto il
problema, quindi, era di conquistare un posto che li isolas­
se dalla massa, che procurasse loro privilegi particolari, li
proteggesse in qualche misura dagli accidenti e dai pericoli
mortali, e migliorasse le loro condizioni generali di vita. Ed
impegnavano tutte le loro forze e tutta la loro tenace volon­
tà nella conquista di una posizione « vitale » nel senso pro­
prio della parola. Ma quanto piu il posto era sicuro, tanto
piu era ambito e quindi tanto piu violente erano le lotte che
si accendevano per la sua conquista. Non c'erano scrupoli,
era una lotta a coltello, e perciò nessun mezzo, per quanto
riprovevole, era scartato, quando si trattava di rendere libe­
ro uno di questi posti, o di conservarlo per sé. Naturalmen­
te vincevano i piu cinici. Queste lotte per soppiantare gli
altri dai loro posti non erano certo una novità, per me; nei
vari campi dove avevo lavorato avevo conosciuto tutti i
metodi adoperati nelle lotte per la supremazia tra i vari
I I6 AUTOB I OGRAFIA

colori e gruppi politici, e gli intrighi per conquistare posi­


zioni di privilegio. Ma gli ebrei di Auschwitz in questo
campo mi insegnarono parecchio. « Il bisogno aguzza l'inge­
gno », e qui si trattava, di fatto, della cruda sopravvivenza.
Tuttavia accadde di frequente che coloro che erano riu­
sciti ad accaparrarsi un posto sicuro, improvvisamente di­
ventassero fiacchi, o deperissero lentamente, apprendendo
la morte di stretti familiari, senza che vi fosse a ciò una
causa fisica, né malattia né cattive condizioni fisiche genera­
li. Ma gli ebrei, in generale, hanno un fortissimo senso della
famiglia, e la morte di un familiare sembrava spegnere in
loro qualsiasi desiderio di vivere, per cui non volevano piu
lottare per la sopravvivenza. Ho visto anche casi opposti, in
occasione degli stermini in massa, ma ne parlerò in seguito.
Quanto ho detto sin qui vale anche per le prigioniere di
tutte le categorie. Ma per le donne ogni cosa era assai piu
dura, piu oppressiva e piu tremenda, perché le condizioni
generali di vita erano assai peggiori nel campo femmini­
le. Erano ancora piu fittamente stipate nelle baracche, e le
istallazioni igieniche e sanitarie erano molto piu difettose.
Inoltre, fin dall'inizio, non fu mai possibile stabilire nel
campo femminile un ordinamento regolare, dato l'afflusso
massiccio che si verificò, con le conseguenze facilmente
immaginabili. L'affollamento era assai maggiore che nel
campo maschile; e quando le donne avevano raggiunto il
limite estremo, si lasciavano letteralmente morire. Allora
vagavano per il recinto come fantasmi inerti, e dovevano
essere spinte avanti dalle altre, finché si abbandonavano
quietamente alla morte. Quei cadaveri ambulanti erano una
visione orribile.
Le « verdi » ( cioè le criminali) erano una razza a parte tra
le prigioniere. Credo veramente che in quel periodo Ra­
vensbriick avesse raccolto la schiuma 1 , per inviarla ad
Auschwitz. Quelle donne superavano di gran lunga i colle-

1 Dalla metà di maggio del 1942, il nuovo campo femminile costruito a Birke­
nau venne adibito a principale campo femminile per le prigioniere tedesche e
straniere. Nel luglio 1942, l'Alto Comando di Sicurezza del Reich informò tutti i
capi di polizia e gli uffici di sicurezza che da quel momento tutte le prigioniere
dovevano essere inviate ad Auschwitz. Nel settembre dello stesso anno, Himmler
ordinò che tutte le ebree rinchiuse nel campo femminile di Ravensbriiek fossero
trasferite ad Auschwitz, e che Ravensbriick fosse « epurato dagli ebrei». Un certo
numero di prigioniere non ebree era già stato trasferito ad Auschwitz, dove di­
vennero i kapos del nuovo campo femminile; erano soprattutto criminali ed aso­
ciali.
COMAN DANTE AD AUSCHWITZ r 17

ghi maschi per resistenza, bassezza, trivialità e depravazio­


ne. Per lo pili erano prostitute, che avevano subito già
molte condanne; alcune erano proprio repellenti. Era natu­
rale, ma inevitabile, che simili esseri sfogassero le loro basse
voglie sulle sottoposte. Nella sua visita ad Auschwitz nel
1942, Himmler decise che costoro erano particolarmente
indicate a diventare kapos delle donne ebree. Tra le crimi­
nali la mortalità fu bassa, tranne nel caso di epidemie: cer­
tamente per loro non esistevano sofferenze spirituali. Il
bagno di sangue di Budy ' mi sta ancora davanti agli occhi.
Non credo che degli uomini avrebbero mai potuto trasfor­
marsi a tal punto in belve feroci. Il modo in cui le « verdi »
infierirono contro le ebree francesi, le dilaniarono, le mas­
sacrarono con le scuri, le strangolarono, è semplicemente
spaventoso.
Fortunatamente, non tutte le « verdi » e le « nere » erano
simili mostri. Vi erano tra esse anche creature possibili,
capaci di nutrire sentimenti umani verso le compagne di
prigionia. Naturalmente, ciò le esponeva a crudeli persecu­
zioni da parte delle peggiori tra loro, né le sorveglianti '
mostravano l a minima comprensione per simili casi.
Un contrasto confortante era offerto invece dalle Testi­
moni di Geova, soprannominate api della Bibbia, o anche
vermi della Bibbia. Sfortunatamente, erano troppo poche.
Nonostante il loro atteggiamento pili o meno fanatico, era­
no molto ricercate; erano impiegate come domestiche nelle
famiglie di SS con molti bambini, nei club delle SS e perfi­
no alla mensa degli ufficiali, ma soprattutto nei lavori agri­
coli.
Ad esempio, lavoravano negli allevamenti di pollame di
Harmense ' e in molte altre fattorie. Non c'era bisogno di
sorveglianti né di sentinelle; queste donne lavoravano con
zelo e di buona voglia, ritenendo cosi di seguire il coman­
damento di Geova. Per lo pili erano delle tedesche anziane,

1 Budy era un villaggio a circa otto chilometri dal campo base di Auschwitz,
dove era di stanza una compagnia di punizione dei prigionieri, adibita a lavori di
canalizzazione della Vistola. Questa compagnia di punizione era completamente
tagliata fuori dagli altri campi, e i kapos di ambo i sessi, reclutati fra i criminali, vi
avevano instaurato un sanguinoso regno del terrore contro i prigionieri.
2 L'equivalente femminile delle guardie SS.
' Una delle fattorie agricole nei dintorni del campo di Auschwitz, che utilizza.
va il lavoro dei prigionieri. Oltre all'allevamento del pollame, vi era anche una
fabbrica per la conservazione dcl pesce, e anche questo lavoro era svolto d a
prigionieri d i Auschwitz.
II8 AUTOB I O G RAFIA

ma vi si aggiunsero poi anche delle giovani olandesi. Per


pili di tre anni ebbi come domestiche due anziane; mia
moglie diceva spesso che non avrebbe potuto essere pili
accurata e coscienziosa di loro. Erano particolarmente, e in
modo commovente, legate ai bambini, sia ai maggiori che ai
pili piccoli, ed essi le amavano come se facessero parte della
famiglia. Da principio nutrivamo il timore che volessero
conquistare i bambini alla loro fede, ma esso si dimostrò
del tutto infondato. Infatti non tennero mai discorsi religio­
si ai bambini, cosa tanto pili straordinaria se si pensa al loro
intenso fanatismo.
C'erano anche dei tipi singolari, tra loro. Ad esempio
una, impiegata presso un ufficiale delle SS ; faceva tutti i
lavori possibili e immaginabili, ma si rifiutava ostinatamen­
te e decisamente di pulire uniformi, berretti, stivali, in­
somma tutto ciò che sapeva di militare; non li toccava nep­
pure. Nel complesso, però, erano abbastanza contente del­
la loro sorte. Sopportare i dolori della prigionia per amore
di Geova significava per loro la speranza di conquistare u:n
posto nel suo regno, che presto sarebbe venuto. Fatto ab­
bastanza strano, erano tutte persuase che era giusto che gli
ebrei soffrissero e morissero, dacché i loro avi avevano tra­
dito Geova.
Ho sempre considerato che i Testimoni di Geova fosse­
ro delle povere creature esaltate e un po' pazze, ma, a loro
modo, felici.
Le altre prigioniere, di nazionalità polacca, cecoslovacca,
ucraina e russa, venivano pure adibite a lavori agricoli, per
quanto era possibile. Era comunque un modo per sfuggire
all'affollamento del campo, con le sue tristi conseguenze:
gli alloggiamenti nelle fattorie e a Raisko '. erano infinita­
mente migliori. Ho sempre notato che tutti i prigionieri
addetti all'agricoltura e alloggiati separatamente dagli altri
avevano un aspetto assai diverso. Essi non erano sottoposti
alle stesse oppressioni psicologiche dei loro compagni nei
campi affollati; né avrebbero mostrato, altrimenti, tanta
operosità e tanto zelo nel lavoro. Il campo femminile, so­
vraffollato fin dalla sua creazione, significò per le donne in

1 La fattoria di Raisko, nei dintorni di Auschwitz, era una delle imprese


agricole appartenenti alle SS. Aveva un vivaio di alberi, istituito dal dottor Caesar,
che nel febbraio del 1942 era stato nominato da Himmler responsabile di tutta
l'attività agricola svolta dai prigionieri di Auschwitz.
COMANDANTE AD AUSCHWITZ 1 19

massa un vero annientamento psichico, al quale presto o


tardi seguiva il crollo fisico.
Come già dissi, le condizioni nel campo femminile erano
di gran . lunga peggiori, sotto tutti gli aspetti, e cosf fu fin
dall'inizio, quando ancora faceva parte del campo base. Fin
da quando cominciarono a giungere i contingenti di ebrei
dalla Slovacchia ' , in pochi giorni l'affollamento divenne
tale che le baracche si riempirono fino al soffitto, mentre i
servizi igienici e sanitari avrebbero potuto bastare al mas­
simo per un terzo del numero dei detenuti. Per poter stabi­
lire un certo ordine in questo brulichio di gente avrei avuto
bisogno di ben altre forze che non le poche sorveglianti
inviate da Ravensbriick. Devo nuovamente premettere che
anche questa volta non mi fu certo assegnato il meglio del
personale. A Ravensbriick le sorveglianti erano state molto
viziate: era stato fatto ogni sforzo per trattenerle a lavorare
nel campo di concentramento femminile, e per far affluire
nuove sorveglianti col miraggio di comodità assai ambite. Il
trattamento era ottimo, e la paga era maggiore di quel che
avrebbero potuto ottenere lavorando fuori. Né gli incarichi
di lavoro erano onerosi; insomma, era desiderio di Himm­
ler, e particolarmente di Pohl ', che queste sorveglianti fos­
sero trattate col maggior riguardo possibile. A quel tempo,
per di piu, le condizioni del campo a Ravensbriick erano
normali, né si poteva parlare in nessun modo di sovraffol­
lamento.
Trasferite ad Auschwitz, queste sorveglianti - nessuna
delle quali vi andò volontariamente -· dovettero assogget­
tarsi al lavoro di costruzione del campo, nelle peggiori con­
dizioni possibili. Fin dal principio la maggioranza di loro
avrebbe voluto scappare per tornare alla tranquilla e co­
moda vita di Ravensbriick. La sorvegliante in capo, signora
Langefeldt, non era affatto all'altezza della situazione, ma
testardamente rifiutò di accettare qualunque suggerimento
dallo Schutzha/tlager/uhrer. Di mia iniziativa, allora, affidai
senz'altro l'intero campo femminile alla sorveglianza di
quest'ultimo, avendo capito che altrimenti la confusione e
la disorganizzazione non sarebbero mai cessate. Ad esem-

1 Questi arrivi si verificarono dalla fine di mano alla fine di aprile del l 942,
per un totale di circa 1 2 000 ebrei slovacchi.
2 L'Obergruppenfuhrer delle SS, Oswald Pohl, fin dall'aprile del 1942 fu inca·
ricato dell'amministrazione dei campi di concentramento.
1 20 AUTOB IOGRAFIA

pio, non c'era giorno che non sorgessero discrepanze sul


numero delle detenute. Le sorveglianti, in quella confusio­
ne, correvano avanti e indietro come galline impazzite, sen­
za sapere che fare. Anche le tre o quattro migliori furono
contagiate dall'esempio delle altre. La sorvegliante in capo,
che si sentiva un comandante di campo autonomo, non
sopportava di essere subordinata ad un suo pari grado, e
alla fìne dovetti sopprimere tale disposizione. In occasione
della visita di Himmler, nel luglio 1 942, in presenza della
sorvegliante in capo, feci un rapporto su tutti gli inconve­
nienti rilevati e gli dichiarai francamente che la signora
Langefeldt non sarebbe mai stata in grado di dirigere de­
gnamente il campo femminile e tanto meno di cooperare
alla sua costruzione, e lo pregai di conseguenza di preporre
ad essa il primo Schutzha/tlager/uhrer. Ma, nonostante le
piu impressionanti testimonianze fornitegli sull'inettitudine
della sorvegliante in capo e delle altre, egli rifiutò netta­
mente, poiché desiderava che il campo femminile fosse di­
retto da una donna; mi suggeri però di darle come aiutante
un ufficiale delle SS.
Ma quale degli ufficiali avrebbe accettato di lavorare agli
ordini di una donna? Uno dopo l'altro, tutti quelli che
incaricai d'ufficio di tale lavoro mi pregarono di esonerarli
al piu presto. Quando arrivavano i contingenti piu grossi
cercavo di essere presente io stesso, per quanto me lo con­
sentiva il mio lavoro, al fìne di dirigere meglio le operazioni
di smistamento. Cosf fìn dal principio il campo femmini­
le fìni nelle mani delle prigioniere stesse. E quanto piu il
campo cresceva, e diventava incontrollabile per le sorve­
glianti, e tanto piu si manifestava l'autogoverno delle pri­
gioniere. Ma poiché in tale governo le « verdi » spadroneg­
giavano, essendo inoltre le piu scaltre e ciniche, di fatto
furono esse a dominare il campo femminile, sebbene le
anziane del campo e le altre funzionarie fossero « rosse ».
Le « istruttrici », come erano chiamate le donne con fun­
zioni di kapos, erano per lo piu « verdi » o « nere ». Solo cosf
si spiega perché nel campo femminile regnassero le condi­
zioni piu miserabili.
E tuttavia queste prime sorveglianti furono di gran lun­
ga migliori di tutte quelle che vennero in seguito. Poiché,
nonostante gli assidui tentativi di reclutamento da parte
delle organizzazioni femminili nazionalsocialiste, erano
pochissime le candidate che si presentavano per il servizio
COMANDANTE AD AUSCHWITZ 121

nei campi d i concentramento, si rese necessario provvedere


d'ufficio alle necessità sempre crescenti. Tutte le f abbriche
belliche, nelle quali erano state messe a lavorare le prigio­
niere, dovettero rilasciare una certa percentuale di operaie
J?erché fossero adibite all'ufficio di sorveglianti nei campi.
E comprensibile che queste fabbriche, data la generale ca­
renza di forze femminili dovuta alla guerra, rilasciassero
soltanto gli elementi peggiori. Queste nuove sorveglianti
venivano « istruite » per qualche settimana a Ravensbriick e
poi inviate presso le prigioniere. E, ancora una volta, poi­
ché la scelta e lassegnazione dipendevano dal comando di
Ravensbriick, Auschwitz era sempre in coda. Era piu che
naturale che là trattenessero per sé le migliori per adibirle
ai nuovi campi femminili da costruire.
Cosi stavano le cose per il reparto di sorveglianza del
campo femminile di Auschwitz. Com'era da aspettarsi, il
livello morale di queste donne era, quasi senza eccezioni,
molto basso. Parecchie sorveglianti furono messe sotto
processo, presso il Tribunale delle SS, per i furti compiuti
durante la Aktion Reinhardt Naturalmente, ciò avvenne
'.

soltanto per le poche che furono scoperte. Nonostante le


gravissime pene comminate, si continuò a rubare a man
salva, utilizzando anche i prigionieri come strumenti. Un
solo caso basterà a illustrare quanto ho detto.
Una di queste sorveglianti era scesa cosf in basso da
stringere relazioni sessuali con prigionieri, per lo piu kapos
« verdi ». In ricompensa di questo commercio sessuale, al
quale, del resto, era anche troppo incline, si faceva dare
gioielli preziosi, oro ecc. Per coprire questa sua vergognosa
attività, intrecciò una relazione con un sottufficiale della
truppa, presso il quale custodiva indisturbata i tesori cosf
guadagnati. Il poveraccio ignorava totalmente l'attività del­
la sua bella, e fu addirittura sbalordito quando nella sua
casa vennero scoperti quei tesori. La sorvegliante venne
condannata da Himmler alla prigione nel campo di concen­
tramento, e le furono somministrate venticinque frustate.
Analogamente all'omosessualità tra gli uomini, nel cam­
po femminile si diffuse una vera epidemia di amori lesbici,
che neppure le gravissime punizioni comminate, neppure la

1 Aktion Reinhardt era la sigla che designava le operazioni di raccolta e smi·


stamemo degli abiti, dei beni e dei preziosi degli ebrei gasati, compresi i denti
d'oro e i capelli femminili, tagliati alle prigioniere morte.
122 AUTOB I OGRAFIA

compagnia di disciplina, valsero a frenare. Mi furono ripe­


tutamente segnalati casi di rapporti intimi tra le sorveglianti
e le prigioniere, e ciò dimostra il basso livello morale delle
prime.
È evidente che costoro non solo non prendevano sul
serio il loro lavoro e i loro doveri, ma addirittura li trascu­
ravano; del resto, le possibilità di punire le mancanze nel
servizio erano poche. Gli arresti in camera erano considera­
ti non una punizione, ma un privilegio, perché cosf non si
era costretti a uscire col maltempo. Tutte le punizioni do­
vevano avere l'approvazione dell'ispettore dei campi, op­
pure di Pohl, ma le direttive erano che se ne desse il minor
numero possibile. Tutti questi « inconvenienti » avrebbero
dovuto essere risolti con benevoli insegnamenti e un'op­
portuna direzione. Naturalmente le sorveglianti lo sapeva­
no benissimo e, nella maggioranza, si comportavano di
conseguenza. In generale, ho sempre nutrito un grande
rispetto per la donna; ma ad Auschwitz imparai a modifica­
re tale mia concezione, e che bisognava conoscere bene la
donna prima di testimoniarle il pieno rispetto.
Quanto ho detto fin qui vale evidentemente per la mag­
gior parte delle sorveglianti; ma tra di esse c'erano anche
alcune, se pur poche, donne buone, degne di fiducia e dota­
te di nobili sentimenti. E non è necessario aggiungere che
queste rare creature soffrivano duramente in quell'ambien�
te, in mezzo ai rapporti vigenti ad Auschwitz. Ma non
potevano andarsene, essendo legate dall'obbligo del servi­
zio militare. Molte venivano da me a lamentare le loro
sofferenze, e pili spesso da mia moglie. M a l'unica consola­
zione che potevamo loro dare era che un giorno la guerra
sarebbe pur finita. Magra consolazione, in verità.
Al campo femminile erano annessi i guardiani dei cani,
addetti al servizio di sorveglianza per il lavoro fuori del
campo. Già a Ravensbriick, per alleggerire un poco il loro
lavoro, le sorveglianti addette al lavoro fuori del campo
avevano avuto in dotazione i cani. In verità, erano armate
anche di pistola, ma Himmler si riprometteva effetti pili
drastici dall'impiego dei cani. Poiché le donne, in generale,
hanno un grande timore dei cani, mentre gli uomini se ne
preoccupano meno.
Ad Auschwitz la sorveglianza delle unità di lavoro fuori
campo era sempre un problema, data la grande massa di
prigionieri. La truppa non era sufficiente; le catene di sen-
COMAN DANTE AD AUSCHWITZ 123

tinelle erano bensf molto utili per sorvegliare vaste aree di


lavoro, ma i continui spostamenti delle compagnie di lavoro
da un luogo all'altro, anche nel corso della giornata, ne
rendevano impossibile l'impiego nell'agricoltura, nei lavori
delle miniere ed in altri ancora. Era necessario, perciò,
l'impiego piu nutrito possibile di addestratori di cani, dato
soprattutto lo scarso numero delle sorveglianti. Ma neppu­
re i cani, circa centocinquanta, bastavano. Himmler calcolò
che un cane poteva sostituire due sentinelle, soprattutto
per il timore suscitato dalla presenza dei cani tra le squadre
di lavoro femminili.
La Hundesta/fel (reparto dotato di cani) di Auschwitz era
quanto di piu spettacoloso potesse esserci in campo milita­
re, ma in senso negativo. Quando si dovettero cercare vo­
lontari per istruirli come guardiani dei cani, metà del reg­
gimento si era presentato spontaneamente, ripromettendosi
un servizio piu facile e piu variato. Poiché, evidentemente,
non era possibile accettare tutti i volontari, le compagnie
ebbero l'intelligente trovata di scegliere tutte le pecore
nere, per p otersene cosi disfare. Che se ne occupassero un
po' gli altri! Tra essi, pochi erano immuni da condanne
disciplinari. Se il comandante della truppa avesse conside­
rato meglio le loro domande, non avrebbe mai e poi mai
inviato proprio questi uomini all'addestramento.
Già durante il periodo di istruzione e di impiego speri­
mentale, a Oranienburg, parecchi furono rinviati alle com­
pagnie, perché non erano utilizzabili. Quando, ricevuta l'i­
struzione, i volontari ritornarono ad Auschwitz, dove furo­
no riuniti in un reparto, detto appunto Hundestaffel, ci
accorgemmo subito di che razza di individui si trattava.
Finalmente vennero messi al lavoro. In realtà giocavano coi
cani o si nascondevano in un angolo a dormire; tanto il
cane li avrebbe svegliati all' « awicinarsi del nemico », op­
pure se la spassavano allegramente con la sorvegliante o
con le prigioniere. Una buona parte di loro strinse vere e
proprie relazioni con le istruttrici « verdi ». E poiché il lo­
ro reparto era continuamente impiegato nel campo femmi­
nile, non era difficile trovarsi sempre presso il « proprio »
gruppo.
Quando si annoiavano, quando avevano bisogno di di­
vertirsi, aizzavano i cani contro i prigionieri. S coperti, si
difendevano affermando che il cane aveva agito sponta­
neamente, a causa del contegno sospetto del prigioniero,
1 24 AUTOB I OGRAFIA

o che era loro sfuggito il guinzaglio e cosi via. Una scusa la


trovavano sempre. Ogni giorno, secondo il regolamento,
dovevano praticare l'allenamento del proprio cane. Per evi­
tare la fatica di istruire nuovi guardiani, il comando aveva
stabilito che fossero rimossi dal loro posto soltanto in segui­
to a mancanze gravissime, vale a dire a punizioni inflitte dal
Tribunale delle SS, oppure se maltrattavano il cane o lo
trascuravano troppo. Il custode dei cani, un vecchio ser­
gente di polizia, che per oltre venticinque anni si era occu­
pato di cani, a volte era disperato per il comportamento di
questi guardiani. Ma costoro sapevano bene che non pote­
va succedere loro gran che, e che non sarebbero stati sosti­
tuiti cosf facilmente. Un comandante di reggimento piu
serio avrebbe riportato alla ragione anche questa banda di
mascalzoni, ma quei signori avevano troppi altri compiti
piu importanti. Quanta rabbia ho dovuto ingoiare con que­
sta Hundestajfel, e quanti scontri ho avuto col comandante
del reggimento! ' . Ma, secondo Gliicks, io non avevo la
minima comprensione per le condizioni attuali della trup­
pa; per cui non riuscii mai ad ottenere da lui il tempestivo
allontanamento dei guardiani che si erano resi insopporta­
bili ad Auschwitz.
Quanti, quanti mali si sarebbero potuti evitare se Gliicks
avesse avuto un altro atteggiamento verso di me!
Da quando era scoppiata la guerra, Himmler pretendeva
che le forze di sorveglianza fossero sempre piu sostituite da
mezzi meccanici, come recinti spinati mobili o fili spinati
fissi con corrente elettrica intorno ai luoghi di lavoro, o
addirittura da campi minati, e, inoltre, dall'impiego sempre
piu numeroso dei cani. Il comandante che avesse saputo
escogitare un mezzo realmente efficace per economizzare
gli uomini di guardia, avrebbe avuto immediatamente una
promozione. Ma tutto ciò non servi a nulla.
La sua trovata personale fu di disporre i cani in modo
che circondassero in permanenza i prigionieri come se fos­
sero un gregge, per impedire cosf le fughe. Una sentinella
fornita di parecchi cani avrebbe dovuto quindi essere in
grado di sorvegliare fino a cento prigionieri. Ma questi
tentativi non approdarono a nulla. Gli uomini non sono
pecore. Anche se i cani erano ottimamente addestrati a

1 A partire dal 1942, il comandante del reggimento di SS di guardia ad


Auschwitz era Friedrich Hartjenstein.
COMANDANTE AD AUSCHWITZ 1 25

riconoscere i prigionieri dall'uniforme, dall'odore e cosi


via, anche se mostravano di sapere perfettamente fino a
quale distanza i prigionieri si potevano avvicinare, erano e
restavano pur sempre degli animali, incapaci di seguire il
pensiero dell'uomo. Mentre alcuni prigionieri li allontana­
vano e li trattenevano in una direzione, rimaneva incustodi­
to uno spazio di terreno sufficiente a permettere una fuga.
Né i cani sarebbero stati di qualche utilità in occasione di
una rivolta in massa. Avrebbero potuto, bensf, sbranare
alcuni prigionieri, ma sarebbero stati ben presto massacrati
insieme ai loro « pastori » .
Un'altra trovata d i Himmler fu che i cani sostituissero le
sentinelle delle torri di guardia. I cani avrebbero dovuto
poter correre liberamente tutto intorno al campo, o ai luo­
ghi di lavoro, nello spazio tra i due recinti spinati, e denun­
ziare cosi l'avvicinarsi di eventuali fuggiaschi, o impedire
loro di tagliare il filo spinato. Ma anche questo non diede
risultati. Col vento contrario, il cane non sentiva nulla e
non abbaiava; oppure i suoi ululati non erano uditi dalle
sentinelle apposite.
I campi minati, poi, erano un'arma a doppio taglio. Le
mine devono essere deposte con esattezza, secondo un pia­
no ben preciso, perché dopo tre mesi circa diventano inser­
vibili e devono essere sostituite. Perciò di tanto in tanto,
per un motivo qualsiasi, era necessario che qualcuno si
recasse in questi campi minati, e i prigionieri avevano cosi
l'opportunità di osservare quali erano i passaggi liberi.
Globocnik ' aveva applicato questo sistema di mine nei
suoi centri di sterminio. Ma nonostante l'impiego accurato
dei campi minati intorno a Sobibor, gli ebrei poterono or­
ganizzare la rivolta generale - nella quale venne sterminato
quasi per intero il personale di sorveglianza - perché cono­
scevano i sentieri liberi '. Contro l'intelligenza umana non
servono i mezzi meccanici né gli animali. Perfino il doppio
recinto elettrificato· può essere superato, quando è tempo
asciutto, mediante l'uso di strumenti assai semplici, purché

1 L'SS-Gruppenfiihrer Odilo Globocnik, nella sua qualità di capo delle SS e


della polizia del distretto di Lublino, nel 1941·42 diresse i campi di sterminio
degli ebrei di questo territorio: Sobibor, Belzec, Treblinka e Majdanek, nei quali
gli ebrei vennero uccisi mediante gas di scappamento.
2 La rivolta di Sobibor, cui allude Hoss, alla quale parteciparono circa 150
ebrei tra Russi, Polacchi e Olandesi, scoppiò il 14 ottobre 1943; precedentemen·
te, il 2 settembre dello stesso anno. vi era stata un'analoga rivolta a Treblinka.
1 26 AUTOB IOGRAFIA

si abbiano sufficiente intelligenza e sangue freddo. E ciò si è


verificato pili volte. Ed è accaduto spesso che le sentinelle,
che dal di fuori si erano avvicinate troppo ai fili, pagassero
con la vita la loro imprudenza.
Ho ripetuto pili volte quale fosse, a mio giudizio, il mio
compito principale: portare avanti con tutti i mezzi la co­
struzione di tutte le istallazioni delle SS riguardanti il cam­
po di Auschwitz.
A volte, in un momento di tranquillità, credevo di poter
scorgere ormai la fine del lavoro di costruzione prescritto
dagli schemi e dai piani di Himmler, e insieme quello delle
altre opere che si erano mostrate necessarie; ma ecco che
sopravvenivano nuovi piani, aventi tutti carattere di stretta
urgenza. Lo stato di perpetua eccitazione in cui vivevo,
dovuto alle richieste dello stesso Himmler, alle difficoltà
causate dalla guerra, ai problemi sempre nuovi che nasce­
vano giornalmente nei campi, e soprattutto all'incessante
fiume di prigionieri in arrivo, mi costringevano a pensare
esclusivamente al mio lavoro, ad immergermi esclusivamen­
te in esso.
Pressato da tutte queste circostanze, a mia volta non
concedevo tregua ai miei sottoposti, fossero SS, impiegati
civili, ufficiali, ditte o prigionieri. Un pensiero soltanto era
fisso nella mia mente: proseguire, far avanzare il lavoro per
creare condizioni generali migliori, per poter attuare le di­
sposizioni ricevute. Himmler esigeva l'adempimento del
dovere, l'impegno dell'intera personalità, fino al sacrificio
di sé. Ciascuno in Germania doveva impegnarsi fino in
fondo perché potessimo vincere la guerra. Per sua volontà,
i campi di concentramento erano diventati vere fabbriche
belliche, e a questa attività si doveva subordinare ogni cosa,
di fronte ad essa dovevano cadere tutte le considerazioni di
qualsiasi genere.
Era sintomatica, a questo riguardo, la sua assoluta e con­
sapevole indifferenza verso le condizioni generali dei cam­
pi, divenute ormai intollerabili. Lo sforzo bellico era la
prima cosa: tutto ciò che intralciava la strada doveva essere
eliminato. Non mi era lecito pensare diversamente; dovevo
farmi sempre pili duro, pili freddo, piu inesorabile verso le
sofferenze dei prigionieri. Vedevo ogni cosa molto chiara­
mente, spesso anche troppo, ma non potevo lasciarmi vin­
cere, non potevo permettere che i miei sentimenti mi arre­
stassero. Ogni altra cosa era superflua di fronte allo scopo
COMANDANTE AD AUSCH WITZ 1 27

finale: la vittoria in guerra. Cosf, a quel tempo, io vedevo il


mio compito. Non potevo andare al fronte: dunque, dove­
vo fare in patria il massimo sforzo per sostenere il fronte.
Oggi mi accorgo che nonostante i miei frenetici sforzi per
lavorare e far lavorare, non potevamo comunque vincere la
guerra; ma a quel tempo credevo con assoluta convinzione
nella vittoria finale, e ritenevo di dover lavorare per questo
fine, senza trascurare la minima cosa.
Per volontà di Himmler, Auschwitz divenne il piu gran­
de centro di sterminio di tutti i tempi. Allorché, nell'estate
del 1 94 1 , mi comunicò personalmente l'ordine di allestire
ad Auschwitz un luogo che servisse allo sterminio in massa,
e di realizzare io stesso tale operazione, non fui in grado di
immaginarne minimamente la portata e gli effetti. In effetti,
era un ordine straordinario e mostruoso, ma le ragioni che
mi fornf mi fecero apparire giusto questo processo di an­
nientamento. A quel tempo non riflettevo: avevo ricevuto
un ordine ed era mio dovere eseguirlo. Non potevo permet­
termi di giudicare se questo sterminio in massa degli ebrei
fosse o no necessario, la mia mente non arrivava tanto in là.
Se il Fi.ihrer in persona aveva ordinato la « soluzione finale
della questione ebraica », un vecchio nazionalsocialista, e
tanto piu un ufficiale delle SS, non poteva neppure pensare
di entrare nel merito. « Il Fi.ihrer comanda, noi obbedia­
mo », non era certo una frase né uno slogan, per noi. Era un
concetto preso terribilmente sul serio.
Dal momento del mio arresto, mi è stato detto ripetuta­
mente che avrei potuto benissimo rifiutare di eseguire que­
sti ordini, che avrei potuto perfino assassinare Himmler.
Non credo che, tra le migliaia di ufficiali delle SS, ve ne
fosse anche solo uno capace di formulare un simile pensie­
ro. Semplicemente, non sarebbe stato possibile. È vero che
molti ufficiali delle SS hanno spesso brontolato e imprecato
contro qualche ordine particolarmente duro da lui imparti­
to, ma hanno sempre finito per eseguirli tutti. Parecchi
ufficiali delle SS hanno molto sofferto per la sua inesorabile
durezza, ma neppure uno, ne sono certo, avrebbe mai osato
alzare la mano contro di lui, neppure nell'intimo dei suoi
pensieri. Come capo supremo delle SS, la sua persona era
inviolabile, e i suoi ordini, impartiti in nome del Fi.ihrer,
erano sacri. Non era p ossibile riflettere, discutere, interpre­
tare questi ordini. Dovevano essere eseguiti fino in fondo,
quali che si fossero le conseguenze, anche col sacrificio
128 AUTOBIOGRAFIA

consapevole della propria vita, come non pochi ufficiali SS


hanno fa tto in guerra. Non per nulla, alla scuola delle SS, i
Giapponesi venivano esaltati come un luminoso esempio di
sacrificio di sé per lo Stato, per l'Imperatore, che per essi
era anche dio. La scuola delle SS lasciava nei suoi allievi
tracce ben piu profonde di quelle delle lezioni universitarie
sugli studenti; li influenzava a fondo, e H immler sapeva
benissimo che cosa poteva chiedere ai suoi uomini.
Ma quelli di fuori non possono capire che non vi fosse
neppure un ufficiale SS che rifiutasse di eseguire gli ordini
di Himmler; tanto meno, poi, che pensasse di assassinarlo
a causa della crudeltà e inesorabilità di questi ordini. Ciò
che il Fiihrer ordinava - e, per noi, ciò che ordinava il
suo secondo, cioè Himmler - era sempre giusto. Anche la
democratica Inghilterra ha un motto nazionale: Right or
wrong, my country!, a cui si uniforma ogni inglese amante
della patria.
Prima ancora che cominciasse lo sterminio in massa degli
ebrei, in quasi tutti i campi di concentramento, negli anni
1 94 r e 1 942, furono liquidati i politruks russi e i commissari
politici. Secondo una disposizione segreta del Fiihrer 1 , in
tutti i campi di prigionieri di guerra unità speciali della
Gestapo trascelsero i politruks russi ed i commissari politi­
ci, che vennero inviati al piu vicino campo di concentra­
mento per essere liquidati. Questa misura venne motivata
dicendo che i Russi ammazzavano immediatamente ogni
soldato tedesco che fosse membro del Partito o appartenes­
se a qualche organizzazione del Partito, in particolare poi
le SS, e che i funzionari politici dell'Armata rossa avevano
l'incarico, nel caso che cadessero prigionieri, di creare di­
sordini nei campi di prigionia e nei luoghi di lavoro, co­
munque fosse possibile, e di sabotare il lavoro stesso.
Anche ad Auschwitz giunsero questi funzionari politici
dell'Armata rossa, destinati alla liquidazione. I primi grup­
pi meno numerosi vennero uccisi dai plotoni d'esecuzione.
Ma, durante una mia assenza, il mio sostituto, lo Schutz­
ha/tlagerfuhrer Fritsch adoperò a questo scopo un gas, e
precisamente un preparato di acido prussico, Cyclon B ',
che veniva correntemente usato al campo per la disinfesta-

1 Si riferisce indubbiamente alle note istruzioni dì Hitler, del 30 marzo 1 94 1 e


del 6 giugno 194 i : « Direttive per il trattamento dei commissari politici».
2 Una polvere cristallina.
COMANDANTE AD AU SCHWITZ 1 29

zione dei parassiti, e che vi si trovava in grosse quantità. Al


mio ritorno, Fritsch mi riferi quanto aveva fatto, ed il gas
venne impiegato anche per il trasporto successivo.
La gasazione venne effettuata nelle celle di detenzione
del block II. Io stesso, proteggendomi il viso con una ma­
schera antigas, assistetti all'uccisione. La morte sopravveni­
va nelle celle stipate, subito dopo l'immissione del gas. Un
breve grido, subito soffocato, e tutto era finito. Durante la
prima esperienza di gasazione cui assistetti, non riuscii a
realizzare appieno ciò che accadeva, forse perché troppo
impressionato dall'insieme delle operazioni. Ricordo invece
piu nitidamente la gasazione, immediatamente successiva,
di 900 Russi nel vecchio forno crematorio, dacché l'utiliz­
zazione del block II comportava troppe difficoltà. Mentre
ancora durava lo sbarco dal treno, nella copertura di terra e
cemento armato della camera mortuaria vennero pratica­
te delle aperture. I Russi vennero obbligati a spogliarsi
nell'anticamera, e poi entrarono tutti tranquillamente nella
camera mortuaria, dove era stato detto loro che sarebbero
stati spidocchiati. Lo spazio conteneva giusto l'intero tra­
sporto. La porta venne sbarrata e dalle aperture venne fatto
entrare il gas. Non so quanto sia durata questa uccisione,
ma per un certo tempo si intese ancora come un ronzio. Al
momento dell'immissione, alcuni urlarono « gas! » e si levò
come un ruggito, mentre gli uomini cercavano di forzare
le porte, che tuttavia non cedettero. Parecchie ore dopo, le
porte vennero aperte e fu fatta entrare I' aria. Allora per la
prima volta vidi in grande quantità i cadaveri di individui
gasati, e ciò provocò in me un malessere, un brivido, ben­
ché mi fossi figurata peggiore la morte col gas. Avevo sem­
pre immaginato un orribile soffocamento, mentre invece i
cadaveri non mostravano affatto tracce di contrazioni o di
spasimi. Come mi spiegarono poi i medici, l'acido prussico
agiva sui polmoni con un effetto paralizzante, ma talmente
repentino e violento da non provocare fenomeni di vero
soffocamento, come avviene per il gas illuminante o, in
generale, per l'assenza di ossigeno nell'aria.
Sull'uccisione dei prigionieri di guerra russi, non formu­
lavo, a quel tempo, alcun giudizio: era un ordine, e dovevo
eseguirlo. Ma devo dire apertamente che la loro gasazione
mi recò un grande conforto, perché entro un termine pre­
vedibile avrebbe dovuto cominciare lo sterminio in massa
degli ebrei, e né Eichmann, né io, sapevamo ancora bene
130 AUTOB I OGRAFIA

in qual modo vi avremmo provveduto. Evidentemente,


avremmo dovuto servirci di un gas, ma di quale? Ma ora
avevamo scoperto il gas e il modo di usarlo.
Le fucilazioni mi atterrivano, soprattutto pensando alle
masse, alle donne e ai bambini. Ne avevo abbastanza, or­
mai, delle esecuzioni di ostaggi, delle fucilazioni in gruppo
ordinate da Himmler o dall'Alto Comando della polizia del
Reich. Ma ora ero tranquillo perché questi b agni di sangue
sarebbero stati evitati, e perché le vittime avrebbero potuto
essere risparmiate fino all'ultimo momento. Era proprio
questo che mi turbava di pili, quando pensavo alle descri­
zioni che Eichmann ci aveva fatto dello sterminio di ebrei,
mediante mitragliatrici e mitra, compiuto dalle squadre spe­
ciali (Einsatzkommandos) '. Pare che vi si svolgessero scene
spaventose: i tentativi di fuga da parte dei condannati, l'uc­
cisione dei feriti, soprattutto delle donne e dei bambini. I
frequenti suicidi nelle file delle squadre speciali, da parte di
coloro che non erano pili in grado di sopportare quei bagni
di sangue. Alcuni sono impazziti. La maggioranza dei
membri di queste squadre hanno cercato di dimenticare il
loro triste lavoro annegando nell'alcool. Secondo le descri­
zioni di Hofle ', anche i militi di Globocnik addetti ai luoghi
di sterminio consumavano quantità inverosimili di alcool.
Nella primavera del 1942 giunsero i primi trasporti di
ebrei dall'Alta Slesia ', tutti individui da sterminare. Venne­
ro condotti dal luogo dell'arrivo alla fattoria - il primo
bunker - attraverso i prati di quello che sarebbe poi stato il
settore numero 2. Aumeier, Palitzsch e altri Block/uhrer li
guidavano, discorrendo con loro degli argomenti pili inno­
cui e informandosi delle loro professioni e mestieri, per
meglio ingannarli. Giunti alla fattoria, gli ebrei dovettero
spogliarsi. All'inizio entrarono tranquillamente nelle sale
dove dovevano subire la disinfestazione, ma in breve alcuni
cominciarono ad agitarsi e a parlare di soffocamento, di
sterminio. Nacque cosi un'atmosfera di panico, ma subito
quelli che erano ancora fuori vennero spinti nelle sale e le

' Gli Eìnsatzkommandos erano al seguito delle armate germaniche che invase·
ro la Russia, e il loro-compito era lo sterminio degli ebrei russL
2 Lo Hauptsturm/iihrer delle SS, Hans I-IOfle, a quel tempo capo di stato
maggiore di Globocnik a Lublino, Venne poi trasferito ad Oranienburg, dove
divenne amico di Hoss,
' La deportazione degli ebrei dell'Alta Slesia ad Auschwitz avvenne all'inizio
del 1942. Ad esempio, gli ebrei di Beuthen furono deportati il 15 febbraio 1942,
COMAN DANTE AD AUSCHWITZ l3l

porte sbarrate. Per i trasporti success1v1, si provvide in


tempo a individuare gli elementi pili irrequieti, per poter­
li tenere d'occhio. Se cominciavano disordini, gli elementi
turbolenti venivano portati dietro la casa senza dare nel-
1' occhio, e qui uccisi con armi di piccolo calibro, affinché
gli altri non si accorgessero di nulla. Anche la presenza del
Sonderkommando e il suo contegno tranquillizzante servf a
1

calmare gli irrequieti e i sospettosi. Ancor pili induceva alla


tranquillità il fatto che alcuni uomini del Sonderkommando
entrassero coi deportati nelle sale e rimanessero con loro
fino all'ultimo momento; anche un milite SS restava fino
all'ultimo sulla porta.
Era della massima importanza che tutta l'operazione del-
1'arrivo e della svestizione avvenisse in tutta calma, che non
ci fossero grida, eccitazione. Se qualcuno non voleva spo­
gliarsi, altri che già l'avevano fatto, oppure quelli del Son­
derkommando , dovevano intervenire per aiutarli. Anche i
piu ostinati venivano cosf persuasi e spogliati, con le buone
maniere. I prigionieri del Sonderkommando badavano an­
che a che l'operazione procedesse con grande rapidità,
affinché le vittime non avessero troppo tempo per meditare
su quanto sarebbe avvenuto.
In generale, lo zelo con cui costoro provvedevano a far
spogliare i deportati e a condurli dentro era assai singolare.
Non ho mai saputo né visto che dicessero una mezza parola
ai deportati sulla sorte che li attendeva. Al contrario, face­
vano di tutto per ingannarli, e soprattutto per calmare i
sospettosi. Anche se non credevano ai militi delle SS, costo­
ro dovevano pur credere con piena fiducia ai loro compa­
gni di razza (infatti i Sonderkommandos , appunto per infon­
dere fiducia e tranquillità, erano composti sempre di ebrei
provenienti dalle stesse regioni in cui erano in corso volta
per volta le deportazioni) . Si fa cevano raccontare della vita
nel campo e, per lo piu, si informavano delle condizioni di
conoscenti o di familiari giunti con trasporti precedenti. Ed
erano interessanti la capacità di mentire da parte degli uo­
mini del Sonderkommando e la loro forza di persuasione, i
gesti con cui sottolineavano le proprie parole. Molte donne
nascondevano i bambini lattanti nei mucchi di abiti. Ma gli
uomini del Sonderkommando vigilavano, e a forza di parole
riuscivano a persuaderle a riprendersi i bambini. Esse ere-

1 Era un reparto speciale composto di prigionieri ebrei.


!32 AUTOBIOGRAFIA

devano che la disinfestazione potesse essere nociva ai picco­


li, e per questo li nascondevano. I bambini piccoli per lo
piu piangevano durante la svestizione, impressionati da
tante novità, ma quando le madri, oppure quelli del Son­
derkommando, gli parlavano dolcemente, si calmavano e si
avviavano tranquilli nelle camere a gas, stuzzicandosi l'un
l'altro o tenendo in mano dei giocattoli. Ho notato spesso
che donne le quali intuivano o addirittura sapevano ciò che
le attendeva, pur con l'angoscia della morte negli occhi,
trovavano la forza di scherzare coi figli, di parlargli amore­
volmente. Una volta una donna passando mi venne vicina e
mi sussurrò, indicandomi i suoi quattro figli, che aiutavano
fraternamente i piu piccoli a superare gli ostacoli del terre­
no: - Come potete avere il coraggio di ammazzare questi
bambini? Ma non avete un cuore nel petto? - Un altro,
un vecchio, nel passarmi davanti mormorò: - La Germa­
nia sconterà duramente questo assassinio in massa degli
ebrei -. E i suoi occhi ardevano di odio. Pure, entrò corag­
giosamente nella · camera a gas, senza curarsi degli altri.
Sopra tutti gli altri mi colpf una giovane, che correva frene­
ticamente avanti e indietro, aiutando i bambini e gli anzia­
ni a spogliarsi. Durante la selezione aveva accanto a sé due
bambini piccoli; mi avevano colpito la sua eccitazione e in
generale il suo aspetto: non sembrava affatto un'ebrea. Ora
non aveva piu i bambini accanto a sé. Fino all'ultimo si
diede da fare per aiutare alcune donne che avevano parec­
chi bambini, parlando loro gentilmente, calmando i bam­
bini. Fu tra gli ultimi a entrare nel bunker. Sulla porta si
fermò e disse: - Ho saputo fin dal principio che ad Ausch­
witz saremmo stati gasati. Quando avete fatto la selezione,
ho evitato di essere messa tra gli abili al lavoro, perché
volevo seguire i bambini. Volevo fare questa esperienza in
piena coscienza. Spero che presto tutto sarà finito. Addio.
Talvolta avveniva anche che alcune donne, mentre si
spogliavano, rompessero d'improvviso in grida laceranti,
strappandosi i capelli e comportandosi come isteriche. Su­
bito venivano allontanate dalla massa e p ortate dietro la
casa per essere uccise con un'arma di piccolo calibro, me­
diante il colpo alla nuca. Avveniva anche che, nel momento
in cui quelli del Sonderkommando lasciavano il locale, le
donne, intuendo perfettamente ciò che stava per accadere,
ci urlassero dietro tutte le maledizioni possibili. Mi ricordo
anche di una donna che, mentre stavano per chiudere le
COMANDANTE AD AUSCHWITZ 133

porte, cercò di spingere fuori i figli, e gridava piangendo:


- Lasciate in vita almeno i miei bambini!
Molte furono le scene commoventi, e colpivano tutti i
presenti. Nella primavera del 1 942 centinaia di uomini e
donne nel fiore degli anni andarono cosi alla morte tra i
frutteti in fiore della fattoria, nella camera a gas, senza per
lo piu intuire nulla. Questa immagine di vita e di morte
rivive ancor oggi nitidamente davanti ai miei occhi.
Già l'operazione di selezione nel cortile era piena di in­
cidenti. La divisione delle famiglie, la separazione degli
uomini dalle donne e dai bambini, diffondeva eccitazione e
inquietudine in tutto il trasporto, e questo stato d'animo
era accentuato dalla selezione degli abili al lavoro. Le fami­
glie volevano restare unite a ogni costo, e cosi i seleziona- .
ti correvano di nuovo a raggiungere gli altri membri dell/
famiglia, o la madre e i figli correvano in cerca dei loro
uomini o dei figli maggiori considerati abili. Nasceva cosi
una confusione tale che spesso bisognava ricominciare tut­
to daccapo. Inoltre, lo spazio angusto impediva che la sele­
zione avvenisse con maggiore ordine, e tutti i tentativi di
riportare la tranquillità naufragavano contro l'eccitazione
della massa. Cosi, spesso bisognava impiegare la forza.
Come ho già detto altre volte, gli ebrei hanno un senti­
mento della famiglia profondamente radicato, e sono lega­
tissimi gli uni agli altri. Ma, per quanto ho potuto osserva­
re, mancano invece del sentimento di solidarietà reciproca.
Si sarebbe potuto supporre che in una simile situazione
avrebbero dovuto proteggersi tra loro; al contrario, ho sa­
puto di frequente che ebrei - particolarmente quelli del­
l'Occidente - fornirono i nominativi di altri membri della
loro razza, ancora nascosti. Una volta, una donna che già si
trovava nella camera a gas trovò ancora la forza di gridare
al sottufficiale l'indirizzo di una famiglia ebrea. Un altro,
un uomo che dagli abiti e dall'aspetto appariva di ottime
condizioni, mentre si spogliava mi consegnò un biglietto
contenente i nominativi di numerose famiglie olandesi che
nascondevano ebrei. Che cosa mai spingesse gli ebrei a que­
ste denunzie, quali sentimenti li muovessero, non riesco a
spiegarmi. Era forse vendetta personale? Oppure invidia
per il fatto che altri non seguivano la loro sorte?
Anche il contegno del Sonderkommando era perlomeno
singolare. Tutti quanti sapevano benissimo che, alla fine di
quelle operazioni, anche a loro sarebbe toccata la medesi-
134 AUTOBIOGRAFIA

ma sorte di tutti i correligionari al cui sterminio avevano


contribuito con tanta sollecitudine. Eppure portavano in
questo lavoro uno zelo che non mancò mai di meravigliar­
mi. Non soltanto non accennavano minimamente a quanto
stava per accadere, non soltanto prestavano gentilmente il
loro aiuto durante le operazioni di svestizione, ma all' oc­
correnza impiegavano anche la forza contro chi si ribellava.
In questi casi, portavano via i tipi irrequieti, e li tenevano
fermi perché i soldati potessero sparargli, ma lo facevano in
modo che le vittime non si accorgessero neppure della pre­
senza dei sottufficiali pronti con i fucili, e che questi potes­
sero, inavvertiti, puntare l'arma alla nuca.
Allo stesso modo si comportavano con i malati e gli
invalidi che non potevano essere portati nelle camere a gas,
e facevano ogni cosa con tanta naturalezza che si sarebbe
detto appartenessero anch'essi agli sterminatori.
Poi dovevano estrarre i cadaveri dalle camere, estrarre
i denti d'oro, tagliare i capelli, trascinare i cadaveri nelle
fosse o nei forni crematori, mantenere vivo il fuoco nel­
le fosse, versarvi sopra il grasso che colava e rimuovere
costantemente le cataste di corpi che bruciavano, per far
penetrare meglio l'aria. Compivano tutti questi lavori con
una sorta di ottusa indifferenza, come se si trattasse di cose
normali. M entre trascinavano i cadaveri, mangiavano o fu ­
mavano. Non smettevano di mangiare neppure durante
l'orribile lavoro di cremazione dei cadaveri che giacevano
da tempo nelle fosse comuni.
Avvenne di frequente che gli ebrei del Sonderkommando
riconoscessero dei parenti tra i cadaveri, e cosi pure tra
coloro che stavano per entrare nelle camere a gas. Eviden­
temente, apparivano scossi, ma non per questo avvenne mai
un incidente.
Assistei io stesso ad un caso di questi: nell'estrarre i
cadaveri da una camera a gas, improvvisamente uno del
Sonderkommando si arrestò, rimase per un istante come
fulminato, quindi riprese il lavoro con gli altri. Chiesi al
kapo che cosa fosse successo: disse che l'ebreo aveva sco­
perto tra gli altri il cadavere della moglie. Continuai ancora
ad osservarlo per un certo tempo, ma non riuscii a scorgere
in lui nessun atteggiamento particolare. Continuava a tra­
scinare i suoi cadaveri, come aveva fatto fino allora. Quan­
do, dopo un poco, ritornai al comando, lo vidi seduto a
mangiare in mezzo agli altri, come se nulla fosse accadu-
COMANDANTE AD AUSCHWITZ 1 35

to. Possedeva una capacità sovrumana di celare le proprie


emozioni, o era diventato talmente insensibile da non saper
pili reagire?
Che cosa dava agli ebrei deI Sonderkommando la forza di
assolvere giorno e notte ad un compito cosi orrendo? Spe­
ravano forse in un evento particolare che li salvasse dalla
morte all'ultimo momento? O gli orrori cui avevano assisti­
to avevano ucciso in loro la sensibilità, oppure, ancora,
erano troppo deboli per farla finita da sé e sottrarsi cosi a
quell'« esistenza » ? Li ho osservati molto a lungo e attenta­
mente, ma non sono in grado di dare spiegazioni sul loro
comportamento ' .
Il modo i n cui vivevano e morivano questi ebrei costitui­
va per me un enigma che non sapevo risolvere. Tutti i casi e
i fatti che ho illustrato, e potrei citarne addirittura a mi­
gliaia, non sono che particolari dell'intero quadro rappre­
sentato dall'opera di sterminio, non sono che brevi sprazzi
di luce.
Questo sterminio in massa, con tutti i fenomeni che lo
accompagnarono, per quanto so, non mancò di lasciare
tracce in coloro che vi presero parte. In verità, tranne po­
chissime eccezioni, tutti coloro che erano comandati a que­
sto mostruoso « lavoro », a questo « servizio », ed io stesso,
ebbero abbondante materia di riflessioni, e ne serbarono
impressioni assai profonde. La maggioranza di essi, quando
compivo i giri d'ispezione agli edifici destinati allo stermi­
nio, mi si avvicinavano per sfogare con me le loro impres­
sioni e le loro angosce, nella speranza che potessi aiutarli.
La domanda che inevitabilmente sgorgava dalle loro con­
versazioni confidenziali era sempre una: è proprio necessa­
rio ciò che dobbiamo fare? È proprio necessario sterminare
cosi centinaia di migliaia di donne e di bambini? E io, che
nel mio intimo mi ero posto infinite volte le stesse doman­
de, ero costretto a rammentar loro il comando del Fi.ihrer,
perché ne traessero conforto. Dovevo affermare che questo
sterminio degli ebrei era veramente necessario, affinché la
Germania, affinché i nostri discendenti, per il futuro fosse­
ro finalmente liberati dai loro nemici pili accaniti.

1 A questo punto è bene rammentare che il 7 ottobre 1944 un Sonderkomman­


do di ebrei, con laiuto di altri prigionieri del carcere femminile e di altri settori,
all'improvviso si rivoltò con la violenza, impiegando anche le armi. La rivolta tuttavia
falli. Nel corso di essa furono uccisi 455 prigionieri e 4 sottufficiali delle SS.
AUTOB I OGRAFIA

È vero che l'ordine del Fiihrer era indiscutibile per tutti


noi, cosf come il fatto che questo compito dovesse essere
assolto dalle SS. Ma ciascuno era tormentato da dubbi se­
greti. Quanto a me, in nessun caso avrei potuto esternare
i miei dubbi. Per costringere i miei collaboratori a tener
duro, dovevo a mia volta mostrarmi incrollabilmente per­
suaso della necessità di realizzare quell'ordine cosf spaven­
tosamente crudele. Gli occhi di tutti erano fissi su di me;
tutti scrutavano le impressioni suscitate in me dalle scene
che ho descritto, tutti studiavano le mie reazioni. Insomma,
ero al centro dèll' attenzione di tutti, e ogni mia parola era
oggetto di discussione. Dovevo perciò controllarmi all'e­
stremo, perché sotto l'impressione di simili avvenimenti
non venissero alla luce dubbi ed angosce. D ovevo apparire
freddo e senza cuore, di fronte a fatti che avrebbero spezza­
to il cuore di ogni essere dotato di sentimenti umani. Non
potevo neppure voltarmi dall'altra parte, quando sentivo
prorompere in me emozioni anche troppo comprensibili.
Dovevo assistere impassibile allo spettacolo delle madri che
entravano nelle camere a gas coi loro bambini che piange­
vano o ridevano.
Una volta vidi due bambini talmente immersi nei loro
giochi da non udire neppure la madre, che cercava di por­
tarli via. Perfino gli ebrei del Sonderkommando non ebbero
cuore di afferrare quei bambini. Lo sguardo implorante
della madre, che certamente sapeva che cosa sarebbe acca­
duto di lf a poco, è qualcosa che non potrò mai dimentica­
re. Quelli che già erano entrati nelle camere a gas comin­
ciavano a diventare irrequieti, e fu giocoforza agire. Tutti
guardavano me: feci un cenno al sottufficiale di servizio e
questi afferrò i due bambini che si dibattevano violente­
mente e li portò dentro, insieme alla madre che singhiozza­
va da spezzare il cuore. Provavo una pietà cosf immens.a
che avrei voluto scomparire dalla faccia della terra, eppure
non mi fu lecito mostrare la minima emozione. Era mio
dovere assistere a tutte le operazioni. Era mio dovere, fosse
giorno o notte, assistere quando li estraevano dalle camere,
quando bruciavano i cadaveri, . quando estraevano i denti
d'oro, tagliavano i capelli; dovevo assistere per ore e ore a
questi spettacoli orrendi. Nonostante la puzza orribile, di­
sgustosa, dovevo essere presente anche quando si aprivano
le immense fosse comuni, si estraevano i cadaveri e si bru­
ciavano. Attraverso le spie aperte nelle camere a gas dovevo
C O M AN DANTE AD AUSCH WITZ 137

assistere anche alla morte, perché i medici richiedevano


anche la mia presenza. Dovevo fare tutte queste cose per­
ché ero colui al quale tutti guardavano, perché dovevo mo­
strare a tutti che non soltanto impartivo gli ordini e pren­
devo le disposizioni, ma ero pronto io stesso ad assistere ad
ogni cosa, cosi come dovevo pretendere dai miei sottoposti.
Il Reichs/iihrer delle SS inviava spesso alti funzionari del
Partito e delle SS ad Auschwitz, affinché assistessero alle
operazioni di sterminio degli ebrei. Alcuni di costoro, che
per l'innanzi erano stati zelanti assertori della necessità di
queste stragi, assistendo a questa « soluzione finale della
questione ebraica » diventavano molto silenziosi e pensosi.
Spesso mi venne chiesto come potevo io, come potevano i
miei uomini assistere di continuo a queste operazioni, come
facevamo a resistere. Rispondevo sempre che tutte le emo­
zioni umane dovevano tacere di fronte alla ferrea coerenza
con la quale dovevamo attuare gli ordini del F iihrrer. Cia­
scuno di quei signori dichiarava che non avrebbe voluto
ricevere un compito analogo.
Perfino Mildner ' ed Eichmann, che senza dubbio erano
tra i piu « corazzati », non avrebbero affatto voluto prende­
re il mio posto: era un compito che nessuno mi invidiava.
Spesso ho discorso a lungo, e a fondo, con Eichmann, su
tutte le conseguenze legate alla soluzione finale della que­
stione ebraica, senza però esternargli mai le mie intime
angosce. Ho cercato anche, con tutti i mezzi, di scoprire
quali fossero le sue vere convinzioni riguardo a questa
« soluzione finale >>; ma perfino sotto l'influenza dell'alcool
- ciò che avveniva soltanto quando eravamo tra noi - egli
sosteneva, in modo addirittura fanatico, la necessità di
sterminare incondizionatamente tutti gli ebrei di cui pote­
vamo impadronirci. Senza pietà, a sangue freddo, doveva­
mo eseguire il loro sterminio nel piu breve tempo possibile.
Ogni esitazione o compromesso, sia pure il minimo, un
giorno sarebbe stato scontato amaramente.
Di fronte a tanta dura coerenza, dovevo seppellire nel
profondo anche i miei « impulsi » umani. E devo confessare
francamente che questi sentimenti umani mi apparivano
quasi un tradimento contro il Fi.ihrer, dopo queste conver�
sazioni con Eichmann. Non c'era possibilità di sfuggire a

1 Capo degli uffici della Gestapo per il distretto di Kattowitz, dove si trovava
Auschwitz.
AUTOBIOGRAFIA

questo dissidio. Dovevo quindi continuare a compiere le


mie operazioni di sterminio, gli assassini in massa, dovevo
continuare a vivere tutto ciò, e contemplare freddamente le
angosce che ribollivano in me. D ovevo assistere con fred­
dezza ad ogni evento. Ma non riuscivo a togliermi dalla
mente anche i pili piccoli fatti, che forse gli altri non consi­
deravano neppure. E, in verità, ad Auschwitz non potevo
lamentarmi della noia.
Quando un avvenimento mi impressionava oltre misura,
non mi era possibile tornare a casa mia, alla mia famiglia.
Allora montavo a cavallo e cercavo con una folle galoppata
di scacciare dalla mente quelle orrende immagini, oppu­
re, di notte, andavo nelle scuderie, e la vicinanza dei miei
beniamini mi procurava un certo conforto.
Spesso accadde che, mentre ero a casa, d'improvviso il
mio pensiero corresse a qualche fatto, alle scene dello ster­
minio. Allora dovevo alzarmi ed uscire, non potevo conti­
nuare a stare nella cerchia affettuosa della famiglia. Spesso
ancora, nel contemplare i nostri figli che giocavano alle­
gramente, mentre mia moglie sorrideva felice ai piu picci­
ni, mi coglieva un pensiero: fino a quando durerà la vostra
felicità?
Mia moglie non p oteva in alcun modo spiegarsi questi
miei stati di turbamento, e li attribuiva a faccende di lavoro.
Quando di notte stavo presso i trasporti, presso le camere a
gas, presso il fuoco, spesso mi veniva fatto di pensare a mia
moglie e ai bambini, senza perciò collegarli piu strettamen­
te a quanto avveniva davanti a me. Del resto, la stessa cosa
mi venne confidata dagli ammogliati che prestavano servi­
zio ai forni crematori o alle fosse. Quando vedevamo entra­
re nelle camere a gas le donne con i bambini, involontaria­
mente ognuno di noi pensava alla propria famiglia.
Da quando cominciarono ad Auschwitz le operazioni di
sterminio, non riuscii piu ad essere felice. Ero scontento di
me stesso, e tuttavia avevo su di me il compito principale, e
c'era il lavoro che non conosceva soste e lo scarso affida­
mento che potevo fare sui miei collaboratori. C'erano l'in­
comprensione e la sordità da parte dei miei superiori.
Non era davvero una condizione né felice né desiderabi­
le, e tuttavia ad Auschwitz tutti erano persuasi che il co­
mandante avesse una gran bella vita. In verità, la mia fami­
glia stava bene ad Auschwitz. Ogni desiderio di mia moglie
o dei bambini era esaudito. I bambini vivevano liberi e
COMAN DANTE AD AUSCHWITZ 139

all'aperto, e mia moglie aveva i l lusso di un giardino fiorito


che era un vero paradiso. I prigionieri facevano di tutto per
compiacere mia moglie e i bambini, per usar loro delle
cortesie. Del resto, nessun prig ioniero potrebbe affermare
di essere stato minimamente maltrattato a casa mia. Mia
moglie avrebbe regalato volentieri qualcosa a ogni prigio­
niero che faceva un lavoro a casa nostra, e i bambini erano
sempre a mendicare sigarette per loro. Volevano bene so­
prattutto ai giardinieri, dato anche il grande amore che
tutta la nostra famiglia nutriva per la campagna e in partico­
lare per gli animali.
Ogni domenica i bambini mi costringevano a fare lunghe
passeggiate per i campi, a passare in rassegna le stalle, né
potevo trascurare i canili. Un affetto particolare dedicavano
ai nostri due cavalli e al puledro. In giardino avevano sem­
pre qualche animale, dono dei prigionieri. Fossero tartaru­
ghe o martore o gatti o lucertole, nel giardino c'era sempre
qualcosa di nuovo e di interessante.
D'estate, sguazzavano nella vasca del giardino, o nella
Sola 1 • Ma la loro gioia piu grande era di poter avere con sé
al bagno il paparino. Purtroppo, questi aveva poco tempo
da dedicare ai giochi infantili. Oggi rimpiango amaramente
di non aver serbato pili tempo libero per la famiglia. Pur­
troppo la mia preoccupazione costante era di essere sempre
in servizio, e con questa esagerata coscienza del dovere ho
reso la mia vita pili difficile di quanto non fosse già di per
sé. Spesso mia moglie mi ammoniva: non pensare conti­
nuamente al servizio, pensa un poco anche alla tua famiglia.
Ma che ne sapeva mia moglie di tutte le cose che mi ango­
sciavano? Per sua fortuna le ha sempre ignorate.

1 Il corso del fiume Sola, che a pochi chilometri a nord dì Auschwitz si getta
nella Vistola, formava il confine orientale del territorio del campo di Auschwitz.
IX.

Capo servizio all'Ispettorato dei campi


di concentramento
Novembre 1943 - maggio 1945

Quando, su proposta di Pohl, si procedette alla suddivi­


sione di Auschwitz ' , ebbi da lui la facoltà di scegliere tra
l'incarico di comandante a Sachsenhausen e quello di capo
del D I '. Era già un favore straordinario da parte di Pohl
permettere ad un ufficiale di scegliere la propria destina­
zione; ma fece anche di piu, e mi lasciò ventiquattr'ore per
riflettere. In effetti, si trattava soltanto di un gesto di bene­
volenza, una specie di ricompensa, a suo giudizio, per il
compito assolto ad Auschwitz.
Al primo momento, il pensiero del distacco mi fu assai
penoso, proprio perché ormai ero divenuto tutt'uno con
Auschwitz, dopo tutte le difficoltà incontrate, gli incidenti,
i molti e difficili compiti.
Ma presto mi sentii felice di poter abbandonare tutto ciò.
In ogni caso, non intendevo pili avere il comando di un
campo. Ne avevo abbastanza, dopo nove anni di attività nei
campi in generale, e in particolare dopo tre anni e mezzo di
Auschwitz.
Cosi scelsi l'incarico di capo del D I; del resto, non c'era
altro da fare. Al fronte non mi era permesso andare, il
Reichs/uhrer delle SS per ben due volte aveva recisamente
respinto la mia domanda.

' Poiché il numero dei deportati ad Auschwitz era in continuo aumento ( nel­
l'autunno del 1943 era di circa 140000 persone), per disposizione dell'SS-Ober­
gruppenfiihrer, Pohl, nel novembre dello stesso anno i vari campi compresi nel
territorio di Auschwitz, e fino allora sottoposti ad un comando unico, vennero
suddivisi in tre unità amministrative autonome. Sorsero cosi Ausch\\�tz I (il cam­
po base di A.l, Auschwitz II !Birkenaul e Auschwitz III (Monowitz e gli altri
campi di lavoro esternii.
2 Hèiss fu incaricato dapprima, con disposizione in vigore dal 1 0 novembre
1943, di occuparsi degli affari dell'Ufficio DI (Sezione politica dell'Ispettorato dei
campi di concentramento). Venne nominato ufficialmente capo dell'Ufficio DI il
1° maggio 1 944.
CAPO SERVIZIO ALL' ISPETTORATO DEI CAMPI

In verità, il lavoro burocratico non mi andava affatto a


genio, ma Pohl mi disse di sistemarmi pure il lavoro come
meglio mi piaceva. Quando, il r0 dicembre 1943, mi inse­
diai nel mio incarico, anche Gliicks mi diede mano libera.
Egli non era contento della mia scelta, che mi collocava
tanto vicino a lui; tuttavia dovette acconciarsi al fatto com­
piuto, poiché tale era la volontà di Pohl.
Quanto a me, ritenni che il mio ufficio - dacché non
intendevo accettarlo come un'occupazione di comodo -
dovesse essere quello di aiutare innanzi tutto il coman­
dante, e di considerare tutti i compiti dal punto di vi­
sta del funzionamento del campo. In sostanza, decisi di
comportarmi esattamente in modo opposto a quello fino
allora in uso presso il D I 1 • Soprattutto avrei dovuto cu­
rare un continuo contatto coi campi, per poter giudicare
con cognizione di causa le difficoltà e gli inconvenienti,
ed essere quindi in condizione di ottenere qualcosa, facen­
do pressioni sulle autorità superiori. Il mio ufficio mi per­
metteva inoltre di rendermi conto, attraverso tutti i docu­
menti, le disposizioni e il carteggio ivi conservati, dello svi­
luppo di tutti i campi - dall'epoca in cui Eicke era diven­
tato ispettore - e di farmene un quadro preciso. Molti,
infatti, erano i campi che ancora non conoscevo personal­
mente.
Al D I veniva protocollata tutta la corrispondenza dell'I­
spettorato dei campi di concentramento coi campi stessi, a ·

meno che si trattasse di semplici problemi di distribuzione


del lavoro o sanitari o amministrativi. Ciò consentiva quin­
di di avere uno sguardo d'insieme su tutti i campi, ma non
di piu. I documenti e la corrispondenza non fornivano al­
cuna nozione su quanto avveniva nei campi, su come erano
in realtà. A questo scopo, era necessario girare personal­
mente per i campi, tenendo gli occhi ben aperti. Era pro­
prio quello che mi ripromettevo. Perciò i miei viaggi per
servizio furono assai frequenti, soprattutto per desiderio di
Pohl, che vedeva in me uno specialista rìguardo a quanto
avveniva nei campi stessi.

1 Il predecessore di Hi:iss all'ufficio DI era l'Obersturmbann/uhrer Arthur


Liebehenschel, il quale, in cambio, divenne comandante del Campo I di Ausch­
witz. Per inciso, va notato che egli si dimostrò un comandante assai meno crudele
e brutale di Hi:iss; dopo la sua nomina, vi furono parecchi rilasci dal famigerato
bunker del blocco II, e furono anche sospese le fu cilazioni che ivi awenivano,
davanti alla « parete nera».
AUTOB I OGRAFIA

Potei perciò vedere bene la realtà vera dei campi, sco­


prirne le deficienze e gli inconvenienti nascosti. Insieme
con Maurer del D II ' , che era il rappresentante di Gliicks e,
di fatto, il vero ispettore, siamo riusciti a risolvere parecchi
problemi. Ma nel 1944 ormai era difficile modificare qual­
cosa. I campi continuavano a ri<:;mpirsi oltre misura, con
tutte le inevitabili conseguenze. E vero che da Auschwitz
erano stati fatti partire decine di migliaia di ebrei per le
nuove industrie belliche, ma per essi era come cadere dalla
padella nella brace. Le nuove, squallide costruzioni, messe
insieme in tutta fretta in mezzo a difficoltà appena immagi­
nabili - essendo state costruite dai funzionari con una pe­
destre fedeltà alle direttive impartite -, offrivano uno spet­
tacolo davvero desolante. A ciò si aggiungeva il lavoro du­
rissimo e inconsueto per i prigionieri, e le razioni di viveri
in costante diminuzione. Se questi prigionieri fossero stati
mandati subito nelle camere a gas di Auschwitz, si sarebbe­
ro risparmiati loro molti tormenti. Morirono in brevissi­
mo tempo, senza aver apportato un contributo essenziale
allo sforzo bellico, anzi, spesso, senza averne apportato
nessuno.
Nelle mie relazioni feci spesso presente questo stato di
cose, ma troppo forte era la pressione da parte di Himmler
per ottenere « un numero sempre maggiore di prigionieri
per lo sforzo bellico ». Egli si compiaceva vivamente del
numero sempre crescente di prigionieri impiegati, ma non
si curava minimamente delle cifre della mortalità. Negli
anni precedenti si infuriava nel constatare come tali cifre
fossero in aumento; ora non ne parlava neppure.
Se si fosse applicata la teoria che avevo costantemente
sostenuta ad Auschwitz, e cioè che si scegliessero tra gli
ebrei soltanto i piu sani e vigorosi, avremm o avuto, bensf,
un numero inferiore di abili al lavoro, ma in compenso
avremmo avuto a disposizione per un periodo maggiore
degli individui realmente utilizzabili. Cosi, invece, poteva­
mo allineare sulla carta cifre molto alte, ma nella maggior
parte dei casi avremmo dovuto detrarne p ercentuali altis­
sime, per ottenere un quadro reale. Costoro non erano che
un aggravio per i campi, sottraevano il posto e il vitto ai
realmente validi, non lavoravano e la loro stessa presenza
rendeva inetti al lavoro parecchi che erano invece validi.

' Lo Standartenfuhrer Gerhard Maurer, vecchio collaboratore di Pohl.


CAPO SERVIZIO ALL'ISP ETTORATO DEI CAMPI 143

Ma a questo proposito ho già detto abbastanza 1 , e soprat­


tutto ne ho scritto nelle varie biografie '.
Dato il mio incarico, ero entrato in rapporti pili stretti e
immediati con l'Alto Comando di Sicurezza del Reich
(RSHA) . Ne conobbi cosi tutti gli uffici ed i relativi funzio­
nari che avevano a che fare coi campi di concentramento e
che esercitavano una reale influenza. Imparai a conoscere
anche le opinioni dell'Alto Comando sui compiti dei campi
stessi. Esse differivano da ufficio ad ufficio, secondo la p osi­
zione del rispettivo funzionario. Quanto al capo dell'ufficio
IV, ne ho scritto diffusamente ', ma non riuscii mai a cono­
scere a fondo le sue opinioni perché si nascondeva dietro
Himmler. La sottosezione IVb (Custodia protettiva, Schutz­
haft) ' era rimasta ancora attaccata ai vecchi sistemi di pri­
ma della guerra; si annetteva molta importanza alla guerra
della carta, ma non ci si preoccupava abbastanza delle ne­
cessità della guerra: diversamente, si sarebbero potuti la­
sciar liberi molti ufficiali.
A mio giudizio, l'arresto dei funzionari un tempo ostili,
compiuto allo scoppio della guerra, era stato un errore.
Esso servi soltanto a procurare nuovi nemici allo Stato. Gli
elementi infidi avrebbero dovuto essere messi al sicuro già
prima, poiché negli anni di pace c'era stato tempo a suffi­
cienza. Ma la sottosezione per la custodia protettiva consi­
derava decisivi i rapporti degli uffici di controllo. Ho avu­
to molti e aspri scontri con questa sottosezione, nonostante
la buona amicizia che mi legava personalmente al suo capo.

1 Hoss si riferisce al suo scritto, precedente ali'autobiografia, e che risale al


novembre 1946, sulla « Soluzione finale della questione ebraica», che riportiamo a
p. 1 7 x .
2 Allude ai singoli profili di capi delle SS, che ebbero a che fare con Auschwitz
o con l'organizzazione dei campi di concentramento, da lui tracciati nel carcere di
Cracovia alla fine del x 946.
' Capo dell'ufficio IV (Gestapo) erà il Gruppenfuhrer delle SS Heinrich Miil­
ler. Hiiss affermò già a Norimberga che la maggior parte degli ordini di istallazio­
ne e di esecuzione, riguardanti i campi di concentramento, portavano la firma di
Miiller. Costui, dopo la morte di Heydrich, fu il vero capo del RSHA.
• Inesplicabilmente, Hiiss fa confusione tra le organizzazioni in cui lavorava.
Secondo il piano organizzativo del RSHA ( 1° ottobre 1943 ), non esisteva una
sottosezione IVb. Vi era un dipartimento (Amtsgruppe) Vlb del RSHA, com­
prendente quattro sottosezioni, di cui le prime tre si occupavano del cattolicesi­
mo, del protestantesimo, delle sette e della massoneria, mentre la quarta (Eich­
mann) era responsabile del problema ebraico. Una speciale sottosezione ammini­
strativa per i problemi della custodia protettiva faceva parte del dipartimento IV c,
di cui era responsabile il dottor Berndorff, ed era chiamata anche sottosezione
IVC2.
144 AUTOB I O G RAFIA

La sottosezione dei territori occidentali e settentrionali,


comprendente anche i prigionieri speciali di questi territo­
ri, era assai suscettibile, dato che l'Occidente e il Nord
erano controllati direttamente da Himmler. Si impone­
va quindi la massima prudenza. Quei prigionieri dove­
vano essere considerati in modo speciale, collocati per
quanto era possibile in luoghi di lavoro non faticoso, e via
dicendo.
Le cose stavano molto diversamente per la sottosezione
dei territori orientali. I prigionieri di questi territori - an­
che a prescindere dagli ebrei - costituivano il grosso di tutti
i campi di concentramento; di conseguenza, dovevano es­
sere impiegati in lavori di massa, e in particolare per l'indu­
stria bellica.
Gli ordini di esecuzione arrivavano senza interruzione,
uno dopo laltro. Oggi sono in grado di vedere tutto con
maggiore chiarezza. Le mie preghiere volte a ottenere degli.
aiuti per sanare i mali che affliggevano Auschwitz, cioè
ponendo un freno agli arrivi incessanti di trasporti, erano
semplicemente messe agli atti dall'Alto Comando, perché
non c'era nessuna ragione di darsi pensiero dei Polacchi, o
forse non si voleva. L'importante era che si potessero attua­
re le azioni di polizia e di prevenzione; l'Alto Comando se
ne infischiava di quello che ne sarebbe stato in seguito dei
prigionieri, dal momento che Himmler non annetteva mol­
to peso a questo problema.
La sottosezione per gli ebrei - Eichmann-Giinther 1 -
aveva un programma molto chiaro. Secondo le disposizioni
di Himmler, dell'estate r94r, tutti gli ebrei erano da ster­
minare. Il RSHA avanzò serie obbiezioni quando, su pro­
posta di Pohl, Himmler ordinò che tra gli ebrei venissero
selezionati gli abili al lavoro. Poiché il RSHA sosteneva
incondizionatamente l'eliminazione totale degli ebrei, e
considerava che ogni nuovo campo di lavoro, ogni nuovo
contingente di abili al lavoro, fossero un pericolo probabi­
le, nel senso che circostanze imprevedibili avrebbero potu­
to favorirne la liberazione, e quindi la sopravvivenza degli
ebrei. Nessun altro ufficio portava tanto interesse all'au­
mento delle cifre di mortalità degli ebrei quanto il RSHA, e

1 Lo St11rmbann/uhrer Hans Giinther, per lunghi anni collaboratore di Eich­


mann, operò particolarmente a Praga, ed esercitò grande influenza sulle sorti del
campo di Theresienstadt.
CAPO SERV I ZI O ALL'ISPETTORATO DEI CAMPI 145

in particolare la sottosezione per gli ebrei. Viceversa, Pohl


aveva da Himmler l'incarico di utilizzare il maggior nume­
ro possibile di prigionieri per le industrie belliche; quindi
anche il maggior numero possibile di ebrei validi, prove­
nienti dai trasporti destinati allo sterminio. Egli annetteva
grande importanza anche alla conservazione di queste forze
lavorative, sebbene con scarso successo. Di conseguenza, il
RSHA e il WVHA (Alto Comando economico-amministra­
tivo) sostenevano concezioni diametralmente opposte. Ma
Pohl appariva il piu forte, perché dietro di lui c'era Himm­
ler, che esigeva sempre piu imperiosamente l'afflusso di
prigionieri nelle industrie belliche, pressato dalle sue stesse
promesse al Fiihrer.
D 'altra parte, anche Himmler voleva arrivare a stermina­
re il maggior numero possibile di ebrei.
A partire dal 1 94 1 , allorché Pohl prese la direzione dei
campi di concentramento, gli ebrei vennero inclusi nel pro­
gramma di armamenti del Reichs/iihrer, e quanto piu la
guerra si faceva difficile, tanto piu questi pretendeva che
si fa cessero lavorare senza alcun riguardo i prigionieri. Il
grosso, come si disse, era formato di abitanti delle regioni
orientali e di ebrei, ed essi furono in larga misura sacrificati
al programma di armamenti.
I campi di concentramento divennero cosf un oggetto di
contesa tra il RSHA e il WVHA. Il primo ufficio forniva
prigionieri allo scopo preciso di sterminarli; ed era indiffe­
rente se ciò avveniva immediatamente attraverso le esecu­
zioni o le camere a gas, o, un po' piu lentamente, per le
epidemie ( provocate dalle condizioni ormai insostenibili
che regnavano nei campi, e che di proposito non venivano
modificate) . Il WVHA voleva che i prigionieri venissero
conservati per le industrie belliche; ma poiché Pohl si lasciò
fuorviare dalle esigenze sempre crescenti del Reichs/iihrer,
che esigeva cifre sempre piu alte di prigionieri utilizzati,
senza volerlo finf per favorire i disegni del RSHA. Le sue
continue pressioni perché si fornissero i contingenti richie­
sti provocarono la morte di innumerevoli migliaia di pri­
gionieri adibiti al lavoro, perché di fatto mancavano tutte le
condizioni di vita indispensabili per una simile massa di
prigionieri.
A quel tempo intuivo perfettamente l'esistenza di questo
stato di cose, ma non potevo e non volevo prestarvi real­
mente fede. Oggi vedo molto piu chiaro. Questi, e non
.
AUTOB I OG RAFIA

altri, erano i retroscena reali, le grandi ombre che stavano


dietro i campi di concentramento.
Cosi questi campi divennero consapevolmente (a volte
anche inconsapevolmente) i luoghi di sterminio di masse
enormi di individui. Il RSHA aveva diffuso tra i comandan­
ti dei campi un ampio rapporto sui campi russi di concen­
tramento. Alcuni prigionieri che ne erano fuggiti, riferivano
fìn nei particolari le condizioni e il tipo di organizzazione in
essi vigenti. Particolare evidenza veniva data al fa tto che i
Russi annientavano intere popolazioni mediante la grande
organizzazione del lavoro forzato. Cosi, dopo aver consu­
mato i detenuti di un campo nella costruzione di un canale,
facevano venire altre migliaia di kulaki o di altri elementi
malfidi, i quali, dopo un certo periodo, erano a loro volta
logorati.
Si intendeva forse, con questa propaganda, preparare
lentamente i comandanti ai loro nuovi compiti, o renderli
insensibili alle condizioni che mano a mano andavano in­
staurandosi nei campi? Dato il mio incarico al D I, dovetti
compiere tra l'altro continue, penose ispezioni nei diversi
campi di concentramento, e piu ancora nei campi di lavoro,
ispezioni sempre sgradite per i comandanti. Dovetti anche
deporre e nominare il personale, come ad esempio a Ber­
gen-Belsen. Fino allora, l'Ispettorato non si era curato mi­
nimamente di questo campo; serviva di preferenza al
RSHA per i cosiddetti ebrei « delicati », ed era stato creato,
nelle intenzioni, come un campo temporaneo '. Il coman­
dante, Io Sturmbannfuhrer Haas, un individuo cupo, opaco,
faceva e disfaceva a suo piacere. Per qualche tempo ( 1 939)
era stato Schutzhaftlagerfuhrer a Sachsenhausen, ma veniva
dalle SS generali e non aveva alcuna conoscenza dei campi

' Il campo di Bergen-Belsen, costruito nella primavera del 1943, era adibito a
campo di concentramento per gli ebrei privilegiati, i cosiddetti ebrei di scambio,
che possedevano la cittadinanza inglese o americana oppure passaporti di stati
neutrali, e per quegli ebrei con i quali si pensava di poter concludere degli affari.
Fino alla fine del l 944, il numero degli ebrei in esso deportati non superò mai i
r 5 ooo individui, e fino alla stessa epoca le condizioni generali del campo furono
relativamente buone e differirono in senso positivo da quelle degli altri. Soltanto
nell'inverno 1944-45, quando Bergen-Belsen venne destinato ad accogliere i pri­
gionieri ammalati e quando, nel corso dell'evacuazione dei campi troppo decen­
trati sia a Oriente sia a Occidente (Auschwitz, Sachsenhausen, Natzweiler, ecc.)
un vero e incessante fiume di prigionieri, per lo pili ammalati, si diresse verso
Bergen-Belsen (il numero dei prigionieri sali allora a oltre 5 0 000), esso divenne
un luogo di orrori, dove la media della mortalità quotidiana sali a 250-300; venne
infine liberato dalle truppe inglesi il 15 aprile 1945.
CAPO SERV I Z I O ALL'ISPETTORATO DEI CAM P I 1 47

di concentramento. A Bergen-Belsen non migliorò in nulla


lo stato generale degli edifici, né gli impianti igienico-sani­
tari di questo campo di prigionieri di guerra, che era stato
requisito alla Wehrmacht. Quando nell'autunno del 1 944
venne deposto, perché non era piu tollerabile il modo in cui
trascurava gli interessi del campo, e anche per storie di
donne, dovetti intervenire insieme a Kramer, che fino allora
era stato il comandante di Auschwitz II 1 • Il campo offriva
uno spettacolo desolante. Gli alloggi, le baracche dell'am­
ministrazione, perfino i quartieri dei militi, erano comple­
tamente in rovina. Quanto alle istallazioni igieniche, erano
assai peggiori che ad Auschwitz.
Ma ormai, alla fine del 1 944, non c'era quasi nulla da
ricostruire, sebbene cercassi di improvvisare in Kammler
un abile architetto. Si dovette rattoppare e improvvisare,
ma Kramer non poté in alcun modo riparare alla malefatte
di Haas, nonostante tutti i suoi sforzi. Quando poi, dopo
l'evacuazione di Auschwitz, una gran parte dei prigionieri
di questo campo si trasferf a Bergen-Belsen ', in un b aleno il
campo si riempf, e le condizioni che si verificarono allora
furono tali che, sebbene abituato ad Auschwitz, non posso
che definirle spaventevoli. Kramer ormai era impotente di
fronte a questo stato di cose. Perfino Pohl ne rimase colpi­
to, quando ne prese visione durante il nostro viaggio-lampo
compiuto per ordine di Himmler attraverso tutti i campi di
concentramento.
Senza esitare si impadronf di un campo vicino, apparte­
nente alla Wehrmacht, per diminuire in parte l' affollamen­
to, ma neppure questo era in condizioni migliori. Non c'era
quasi acqua; le fognature sboccavano senza nessuna pre­
cauzione nella campagna circostante, nonostante la presen­
za del tifo e della febbre petecchiale. Si cominciarono subi­
to a costruire casupole di terra, che servissero da alloggia­
menti provvisori.
Ma tutto era pressoché inutile, e comunque era troppo
tardi. Alcune settimane dopo giunsero ulteriori contingenti

1 Joseph Kramer, membro della organizzazione SS «Teste di morto» (Toten­


kopfeìnheiten) venne adibito ad incarichi riguardanti i campi di concentramento
fin dal 1934· Nel 1940 fu per cinque mesi l'aiutante di Hoss ad Auschwitz.
Trasferito a Natzweiler, ritornò ad Auschwitz nel maggio 1944, succedendo ad
Hartjenstein quando questi divenne comandante di Natzweiler. Divenne cosi
comandante di Auschwitz Il o Auschwitz-Birkenau. Nel dicembre 1944 venne
nominato comandante di Bergen-Belsen, dove rimase fino alla fine della guerra.
2 L'evacuazione di Auschwitz awenne il 18 gennaio 1945·
AUTOB I O G RAFIA

di prigionieri, questa volta dal Mittelbau '; non c'è da mera­


vigliarsi che gli Inglesi al loro arrivo trovassero soltanto
morti, moribondi, malati di epidemie e soltanto pochi pri­
gionieri abbastanza sani, mentre l'intero campo era in con­
dizioni tali che sarebbe stato impossibile trovare di peggio.
La guerra, e soprattutto la guerra aerea, si faceva sentire in
modo sempre piu duro in tutti i campi. Tutte le limitazioni,
che ormai erano inevitabili, peggioravano ulteriormente la
situazione generale. Chi ne soffriva maggiormente erano
le nuove affrettate costruzioni dei campi di lavoro presso le
piu importanti fabbriche di armi. La guerra aerea, gli attac­
chi aerei degli Alleati .sulle fabbriche di armi, mietevano
innumerevoli vittime tra i prigionieri. Anche se gli Alleati
non hanno mai attaccato i campi di concentramento in
quanto tali, ho già detto che dovunque, nelle piu importan­
ti industrie belliche, erano utilizzati prigionieri, ed essi
morirono come la popolazione civile.
Dall'inizio della grande offensiva aerea, nel 1 944, non
passò giorno che i campi di concentramento non annun­
ziassero di aver subito perdite ad opera degli attacchi aerei.
Tuttavia non sono in grado, neppure approssimativamente,
di fornire una cifra di queste vittime. Non c'è dubbio che
dovettero ammontare a parecchie migliaia. Io stesso ho
subito numerosi attacchi aerei e in massima parte senza
la possibilità di ripararmi in un rifugio sicuro, attacchi di
inaudita violenza alle fabbriche dove erano impiegati i pri­
gionieri; ho visto cosi il loro comportamento, ho visto come
le guardie e i prigionieri spesso si riparassero insieme e
insieme perissero in qualche rifugio improvvisato e come i
prigionieri aiutassero a trasportare le guardie ferite.

1 Mittelbau era la denominazione data, nell'estate r943, a tutto il complesso


dei campi di lavoro, fabbriche sotterranee ecc., controllati dalla ditta Mittelwerke
e situati nell'Erzgebirge, soprattutto presso Salza. Esse servivano in primo luogo
ad assicurare la produzione di armi V, e vi era impiegato un gran numero di
prigionieri, provenienti in massima parte dal campo di Buchenwald. Questo com­
plesso di campi era conosciuto anche come Dora, e le condizioni di vita e di lavoro
in esso dominanti erano, fin dal 1943 , catastrofiche. Il 28 ottobre 1 944, la maggio­
ranza dei prigionieri impiegati in tale lavoro venne concentrata in un solo campo,
chiamato appunto Dora, e che radunò cosi circa 24 ooo persone, perché altri 8000
prigionieri, che continuarono a vivere nel campo di lavoro, erano anch'essi sotto il
controllo del campo Dora. Nella primavera del 1945, Dora-Mittelbau arrivò a
contenere fino a 50 ooo prigionieri, nonostante il livello altissimo della mortalità
giornaliera. Quando, al principio di aprile, le truppe americane si approssimarono
all'Erzgebirge, Himmler diede ordine di gasare tutti i prigionieri in una galleria
sotterranea. Solo per una serie di circostanze casuali questo piano non poté essere
attuato, e alla metà di aprile i prigionieri
·
del Mittelbau vennero evacuati verso
Bergen·Belsen.
CAPO SERV I Z I O ALL'ISPETTORATO DEI CAMP I 149

Durante quei violenti attacchi, in quella confusione ge­


nerale, non esistevano pili sorveglianti e sorvegliati: c'erano
soltanto uomini che cercavano di sfuggire alla grandine di
bombe. Io stesso ho subito senza danni - ma non senza
rovina intorno a me - innumerevoli attacchi aerei. Ho vis­
suto gli attacchi aerei ad Amburgo, a Dresda e pili spesso a
Berlino, a Vienna sono scampato alla morte per un puro
caso, durante i miei viaggi di servizio ho subito attacchi in
picchiata sul treno, sulla macchina. Anche il WVHA e il
RSHA sono stati spesso distrutti dalle bombe, ma sono stati
sempre rimessi in piedi. Né Mi.iller né Pohl si lasciavano
impressionare. Anche il paese, almeno le città maggiori, era
diventato prima linea. Sarà ben difficile stabilire il numero
totale delle vittime dei bombardamenti aerei, ma secondo i
miei calcoli dovrebbero essere parecchi milioni ' . In ogni
caso, le cifre delle perdite non venivano mai pubblicate ma
tenute rigorosamente segrete.
Mi si rimprovera senza posa di non aver respinto l'ordine
di sterminio, di non essermi rifiutato di massacr?tre cosi
crudelmente donne e bambini. Ho già risposto a Norim­
berga: che ne sarebbe stato di un comandante di squadra
aerea se avesse rifiutato di attaccare una città perché sapeva
benissimo che non vi erano industrie belliche né fabbriche
importanti né postazioni militari di qualche importanza, e
perché sapeva benissimo che le sue bombe avrebbero ucci­
so principalmente donne e bambini? Sarebbe stato sicura­
mente deferito al Tribunale militare. Ma questo paragone
non è mai stato ritenuto valido, mentre sono dell'opinione
che si tratta di due situazioni perfettamente comparabili. Io
ero un soldato, un ufficiale come gli altri, anche se oggi ci si
rifiuta di considerare le SS come soldati, ma come una sorta
di milizia di partito. Invece eravamo veri e propri soldati,
come quelli delle altre tre armi della Wehrmacht.
I continui attacchi aerei tormentavano duramente la
popolazione civile, soprattutto le donne. I bambini erano
stati sfollati in lontane regioni di montagna, non minacciate
dall'aria. Ma gli effetti degli attacchi erano non soltanto
fisici - tutta la vita delle grandi città era ormai sconvolta -,
ma anche e fortemente psichici. Chi osservava attentamente

1 L'Ufficio di Statistica della Germania federale nel 1956 ha calcolato il nume­


ro totale dei civili uccisi per azioni aeree, durante la guerra, in tutta la Germania, a
circa 4 10 ooo.
150 AUTOB I OG RAFIA

i visi, il comportamento nei rifugi pubblici e privati, poteva


cogliervi, pili o meno controllato, il turbamento, il terrore
della morte, mentre sempre pili si avvicinavano l'attacco, il
bombardamento a tappeto. Come si stringevano gli uni agli
altri, le donne cercando la protezione dei m ariti, se l'intero
edificio barcollava o crollava in parte!
Perfino i berlinesi, che non si avviliscono facilmente, co­
minciavano a cedere. Giorno e notte, notte e giorno conti­
nuava il logorio dei nervi nelle cantine; il popolo tedesco
non avrebbe piu potuto sopportare a lungo questa guerra
dei nervi, questo tormento psichico.
Ho già descritto a sufficienza l'attività del dipartimen­
to D I, cioè dell'Ispettorato dei campi di concentramento,
nella mia descrizione dei capi del dipartimento e di nu­
merosi funzionari ' . Non ho altro da aggiungere a quan­
to dissi.
Avrebbero avuto un indirizzo diverso i campi di concen­
tramento, se fossero stati affidati ad un altro ispettore?
Probabilmente no, credo. Nessuno, per quanto grandi fos­
sero state la sua energia e la sua forza di volontà, avreb­
be potuto frenare le conseguenze della guerra, e nessuno
avrebbe potuto spuntarla contro la volontà inesorabile di
Himmler. Nessun ufficiale delle SS avrebbe osato ostaco­
lare i suoi disegni o eluderli, neppure quando i campi di
concentramento vennero creati e orientati da un uomo di
fortissima volontà come Eicke. Dietro di lui, vi era tuttavia
sempre l'implacabile volontà del Reichs/uhrer, e ciò che i
campi divennero durante la guerra dipese solamente e uni­
camente dalla sua volontà. Il RSHA era soltanto l'esecutivo.
Credo fermamente che neppure un'azione di polizia di
qualche rilievo e importanza sia stata attuata senza il con­
senso di Himmler; nella maggioranza dei casi, poi, egli
stesso ne era il promotore. L'intero corpo delle SS non era
che lo strumento mediante il quale Heinrich Himmler,
Reichs/uhrer delle SS, realizzava la propria volontà. E
non muta nulla alla sostanza dei fatti, che nel 1 944 egli
sia stato travolto da una forza superiore alla sua, e cioè dal­
la guerra.
Nelle mie ispezioni alle industrie belliche che occupava­
no prigionieri potei farmi un'idea dei nostri armamenti.

1 H&s si riferisce qui ai profili già citati nelle note precedenti, ma non pubbli­
cati in questo libro, su Eicke, Gliicks, Liebehenschel, Maurer e Kammler.
CAPO SERV I Z I O ALL'ISPETTORATO DEI CAMPI r5 r

Presso i dirigenti delle industrie in questione vidi ed ascol­


tai cose che mi colmarono di stupore, particolarmente nel­
l'industria aerea. Venni a sapere da Maurer, che b azzicava
spesso col Ministero degli Armamenti, di ritardi divenuti
ormai incolmabili, di gravi insuccessi, di errori nella piani­
ficazione, che rendevano necessari interi mesi di lavoro per
porvi riparo. Seppi di arresti e perfino di esecuzioni di
dirigenti industriali che avevano riportato degli insuccessi.
Tutto questo mi dava p arecchio da pensare. Sebbene i no­
stri gerarchi parlassero continuamente di nuove invenzioni
e di nuove armi, non se ne vedevano tracce nell'andamento
della guerra. Nonostante i nostri nuovi caccia a reazione,
l'offensiva aerea si faceva sempre piu violenta. Poche doz­
zine di squadriglie da caccia avrebbero dovuto arrestare
stormi di bombardieri, di duemila, duemilacinquecento
aerei. Senza dubbio le nostre nuove armi erano in via di
costruzione, e alcune anche già impiegate a titolo di espe­
rimento; ma per poter vincere la guerra, avrebbe dovuto
esserci un altro gettito di armi. A volte, fabbriche che pro­
ducevano a ritmo accelerato prodotti finiti, venivano rase al
suolo nello spazio di p ochi minuti. Il trasferimento in locali
sotterranei delle fabbriche che producevano le armi « deci­
sive per la vittoria » non avrebbe potuto essere effettuato
prima del 1 946. Ma neppure questo avrebbe potuto giova­
re molto, poiché il rifornimento dei materiali necessari e
il trasporto dei prodotti finiti sarebbero stati comunque
esposti alle azioni dell'arma aerea nemica. Esemplare in
questo senso è il caso della costruzione delle armi V a
Mittelbau. Le bombe distrussero tutte le linee ferroviarie
che raggiungevano le fabbriche situate nelle montagne; e
cosi tutto il faticoso lavoro di interi mesi fu reso inutile. Le
pesanti V 1 e V2 giacevano immobilizzate al suolo. Le linee
ferroviarie di fortuna venivano distrutte appena attivate.
Cosi stavano le cose, quasi dappertutto, alla fine del
1 944.
Il fronte orientale veniva continuamente « retrocesso » ;
i n Oriente, i l soldato tedesco non opponeva p i u resistenza.
E anche in Occidente si indietreggiava.
Eppure il Fiihrer continuava a parlare di resistenza a
ogni costo. Goebbels nei suoi discorsi parlava della fede nei
miracoli. La Germania avrebbe vinto!
Quanto a me, cominciavo a nutrire seri dubbi sulla no­
stra possibilità di vincere la guerra. Avevo visto e udito
AUTOB I OGRAFIA

troppe cose che indicavano il contrario. Continuando cosi,


non avremmo certo potuto vincere. Eppure non potevo
dubitare della vittoria finale, dovevo credervi anche se il
mio sano buonsenso mi diceva chiaro e tondo che ormai
non potevamo piu vincere. In cuor mio restavo legato al
Fiihrer e all'Idea: essi non potevano essere sconfitti.
Spesso, nella primavera del 1 945 , quando già tutti vede­
vano chiaramente che la fine era prossima, mia moglie mi
chiedeva: - M a come potremo vincere la guerra? Abbiamo
veramente in riserva qualcosa di decisivo? - Col cuore pe­
sante, potevo soltanto cercare di ravvivare in lei la fede,
poiché non potevo rivelarle ciò che sapevo. Non mi era
lecito parlare con anima viva di quanto conoscevo, di quan­
to avevo veduto e udito. Sono fermamente persuaso che
anche Pohl e Maurer, che avevano una visuale piu ampia
della mia, nutrivano gli stessi pensieri, ma nessuno di noi
osò mai parlarne con gli altri, e non tanto per paura di
essere accusato di disfattismo, quanto perché nessuno vole­
va crederci. Non era possibile che il nostro mondo perisse.
Noi dovevamo vincere.
Ciascuno di noi continuava a lavorare, nonostante la sua
amarezza, come se la vittoria dipendesse dal suo lavoro.
M entre già, nell'aprile, il fronte dell'Oder crollava, noi
compivamo ancora tutti gli sforzi possibili per far funziona­
re a pieno regime coi prigionieri tutte le fabbriche belliche
esistenti e ancora funzionanti. Non si poteva trascurare
nulla. Ancora studiavamo se non fosse possibile mettere in
piedi altre industrie belliche d'emergenza nei nostri piu che
primitivi campi di ripiego. Chiunque, nel nostro ambito, si
mostrasse un po' trascurato, perché affermava che ormai
tutto era inutile, veniva addirittura maltrattato. Quando già
Berlino era accerchiata, e noi ci preparavamo a partire,
M aurer pretendeva ancora di deferire al Tribunale delle SS
un membro del suo stato maggiore, che si era espresso in
tal senso.
Ho già scritto ripetutamente intorno alla follia di eva­
cuare i campi di concentramento. Ma le scene cui assi­
stetti, come conseguenza dell'ordine di evacuazione, mi
hanno impressionato a tal punto che non potrò mai di­
menticarle.
Quando Pohl non ricevette piu rapporti da Baer, al
momento dell'evacuazione di Auschwitz, mi spedi subito in
Slesia, perché vedessi che cosa c'era da fare. Come prima
CAPO SERV I Z I O ALL'ISPETTORATO DEI CAMPI 153

cosa trovai Baer a Gross-Rosen 1 , mentre si preparava ad


accogliere i deportati. Non aveva idea dove il suo campo
avrebbe potuto trasferirsi. Il piano originale era stato forza­
tamente abbandonato, causa l'avanzata dei Russi verso sud.
Proseguii il mio viaggio per Auschwitz, per constatare di
persona che avessero distrutto quanto vi era di importante,
secondo gli ordini. Ma riuscii ad arrivare soltanto all'Oder,
nelle vicinanze di Ratibor, mentre sull'altra sponda già
spuntavano le torrette dei carri armati sovietici. Per tutte le
strade piccole e grandi dell'Alta Slesia a occidente dell'O­
der, incontravo colonne di prigionieri che lottavano per
avanzare nella neve alta. Non avevano viveri. I sottufficiali
che guidavano quel corteo di cadaveri ambulanti, non sa­
pevano affatto, per la maggior parte, dove condurli. Sape­
vano vagamente che la meta finale doveva essere Gross-Ro­
sen, ma come arrivarci era un mistero. Di propria iniziativa,
requisivano viveri nei villaggi che attraversavano, si ferma­
vano per qualche ora e poi si rimettevano in cammino. Non
si poteva pensare a pernottare nelle scuole o nei granai,
perché erano già tutti occupati dagli sfollati. Era facile se­
guire la strada di quelle colonne di infelici, perché ogni due
o trecento metri si incontrava il corpo di un prigioniero
morto di stenti o fucilato. Dirottai verso occidente, verso i
Sudeti, tutte le colonne che riuscii a raggiungere, perché
non incappassero nell'immane ingorgo che si era creato
presso Neisse. Proibii severissimamente a tutti i responsabi­
li di queste colonne di fucilare i prigionieri che non era­
no piu in grado di proseguire. L'ordine era di affidarli al
Volkssturm 2 nei villaggi. La prima notte, sulla strada nei
pressi di Leobschiitz, mi imbattevo ad ogni passo nei corpi
di prigionieri fu cilati, che sanguinavano ancora, segno che
l'uccisione era molto recente. A un certo punto, sceso di
macchina per osservarne un altro, udii molto vicino dei
colpi di pistola. Accorsi e vidi un soldato che, deposta la
motocicletta, sparava ad un prigioniero appoggiato a un

1 Gross-Rosen, presso Schweidnitz nella Bassa Slesia, divenne un campo di


concentramento fin dal 194r. Nel 1944 conteneva circa 12000 deportati. Gross­
Rosen, insieme a tutti i suoi numerosi campi sussidiari della Bassa Slesia, della
Sassonia orientale e dei Sudeti, secondo il piano di evacuazione avrebbe dovuto
accogliere i prigionieri di Auschwitz. Ma il 21 marzo 1945 esso stesso dovette
essere evacuato e spostato a Reichenau, in Boemia, dove i prigionieri furono
finalmente liberati il 5 aprile r 94 5.
2 Il Volkssturm era una specie di milizia cittadina, creata proprio verso la fine
della guerra.
r5 4 AUTOB I OGRAFIA

albero. Gli chiesi perché lo faceva, quale fastidio gli davano


i prigionieri, ma quello mi rise in faccia, e mi domandò con
insolenza che cosa avevo da dirgli. Allora estrassi la pistola
e gli sparai. Era un sergente maggiore della Luftwaffe.
Di tanto in tanto incontravo anche degli ufficiali di
Auschwitz che viaggiavano con mezzi motorizzati. Li di­
sposi agli incroci perché radunassero le colonne sparpaglia­
te di prigionieri e le dirigessero verso occidente, possibil­
mente con qualche tradotta ferroviaria. Vidi anche su va­
goni aperti intere colonne di prigionieri morti di freddo: vi
erano stati caricati alla rinfusa e senza viveri e poi abban­
donati in qualche binario morto in aperta campagna. In­
contrai anche colonne di prigionieri senza alcun sorveglian­
te, che erano fuggiti o avevano ucciso le guardie, e che ora
marciavano pacificamente verso occidente. C 'erano anche
colonne di prigionieri di guerra inglesi, anch'essi senza sor­
veglianti. In nessun caso volevano cadere nelle mani dei
Russi. Vidi militi delle SS e prigionieri mescolati tra loro,
aggrappati a veicoli degli sfollati, colonne di operai edili e
di contadini. Ma nessuno sapeva dove andava. Gross-Rosen
era per tutti la meta finale.
La neve era alta e il freddo intenso. Le strade erano
ingombre di colonne della Wehrmacht e di masse di gente
in fuga. Ai lati delle strade non c'erano soltanto cadaveri di
prigionieri, ma anche di fuggiaschi, donne e bambini. Al­
l'uscita di un villaggio vidi una donna seduta presso un
tronco d'albero, che cullava il suo bambino e cantava. Il
bambino era morto da tempo, la donna era impazzita. Mol­
tissime donne avanzavano penosamente nella neve, spin­
gendo carrozzelle da bambini, cariche fino all'inverosimile
degli oggetti piu necessari. Purché si andasse avanti, purché
non si cadesse nelle mani dei Russi.
Gross-Rosen era gremito fino all'inverosimile, ma
Schmauser ' aveva già fatto tutti i preparativi per l'evacua­
zione. Proseguii per Breslavia, per esporgli quanto avevo
visto e indurlo a non far sgombrare Gross-Rosen. Ma egli
mi mostrò il telegramma di Himmler, che gli imponeva,

1 L'Obergruppenfahrer delle SS, Heinrich Schmauser, era capo del distretto


sud-orientale (Slesia) e nello stesso tempo la massima autorità delle SS e il capo
della polizia del territorio. Come tale, in base agli ordini precedentemente emana­
ti da Himmler, era responsabile dell'evacuazione di Auschwitz e dei campi di
concentramento della Slesia.
CAPO SERV I Z I O ALL'ISPETTORATO DEI CAMPI 1 55

sotto sua responsabilità, di non lasciare nessun prigioniero


valido nei campi a lui affidati. Alla stazione di Gross-Rosen
i trasporti in arrivo venivano fatti immediatamente prose­
guire. Ma erano pochissimi quelli ai quali si poteva distri­
buire del cibo: anche Gross-Rosen ormai ne era sprovvisto.
Nei vagoni aperti, militi SS morti giacevano pacificamen­
te in mezzo a prigionieri morti. I vivi, seduti sopra di lo­
ro, masticavano il loro pezzo di pane. Scene orribili, che
avrebbero potuto essere evitate. Assistetti anche all'evacua­
zione di Sachsenhausen e Ravensbri.ick: le medesime scene.
Per fortuna la temperatura era già pili calda e asciutta,
cosicché le colonne potevano anche pernottare all'aperto.
Ma a volte i viveri mancavano per due, tre giorni. La Croce
Rossa dava il suo aiuto sotto forma di pacchi di viveri, ma
nei villaggi non si trovava pili nulla, perché per intere set­
timane erano transitate colonne di fuggiaschi; per di pili, vi
era la minaccia costante degli apparecchi da caccia, che
ormai sorvegliavano tutte le strade.
Fino all'ultimo tentai di tutto per portare un po' d'ordine
in quel caos, ma inutilmente. Infine dovemmo fuggire an­
che noi. Fin dalla fine del 1944, la mia famiglia si era trasfe­
rita nelle immediate vicinanze di Ravensbri.ick; cosi potei
portarli con me quando l'Ispettorato dei campi si « trasfe­
rf » anch'esso. Dapprima andammo verso il Nord, a Darss ' ;
due giorni dopo proseguimmo per lo Schleswig-Holstein,
sempre seguendo gli ordini di Himmler. Non riuscivamo a
comprendere che cosa avremmo potuto fare ancora per lui , ·
e , i n generale, a che cosa avremmo potuto ancora servire.
Mi avevano affidato anche la signora Eicke con la figlia e i
figli e altre famiglie, perché non cadessero in mano ai nemi­
ci. Quella fuga fu qualcosa di angoscioso: viaggiavamo di
notte, senza luce, sulle strade sovraffollate, e io vivevo nel
timore costante che qualcuno lasciasse la sua macchina,
dato che ero responsabile dell'intera colonna. Gli.icks e
Maurer per un'altra via si diressero a Warnemi.inde. A Ro­
stock due grossi autocarri con tutti gli impianti radio rima­
sero bloccati da una p anne, e quando finalmente furono
riparati erano già circondati dai carri armati nemici. Di
giorno percorrevamo brevi tratti, da un bosco ali' altro, per­
ché gli aerei nemici mitragliavano senza posa le strade pili
importanti della ritirata.

1 Penisola sulla costa del Mar Baltico, a occidente di Riigen.


AUTOB I OG RAFIA

A Wismar, lo stesso Keitel in mezzo alla strada ricercava


i fuggiaschi dal fronte. Strada facendo, in una fattoria, ap­
prendemmo la notizia della morte del Fiihrer.
All'udirla, mia moglie ed io pensammo contemporanea­
mente: « Ora tocca a noi ! » Col Fiihrer era perito anche
tutto il nostro mondo. Che senso aveva continuare a vivere?
Saremmo stati perseguitati, ricercati dovunque. Per qual­
che tempo pensammo di ricorrere al veleno: ne avevo pro­
curato un po' anche a mia moglie, affinché, nel caso di un
inatteso balzo in avanti dei Russi, non cadesse viva nelle
mani del nemico coi nostri figli. Ma proprio per amor loro
vi rinunziammo. Per amor loro avremmo sopportato ciò
che il futuro poteva riserbarci. Invece sarebbe stato meglio
bere il veleno. In seguito, ho rimpianto amaramente di non
averlo fatto. Quanti dolori ci sarebbero stati risparmiati,
soprattutto a mia moglie e ai miei figli! E quanti dovran­
no ancora sopportarne? Eravamo legati, incatenati a quel
mondo, avremmo dovuto perire con esso.
La signora Thomsen, la nostra governante di Auschwitz,
dopo la fuga si trovava presso la madre, a St. Michaelis­
donn nello Holstein. Fu là che mandai la mia famiglia;
quanto a noi, dell'Ispettorato dei campi, in quel momento
non sapevo ancora dove avremmo dovuto andare. Asse­
condando il suo desiderio presi con me il figliolo piu gran­
de, perché ancora speravamo di poter fare qualcosa, sia
pure nell'ultimo lembo di Germania non occupata, sia pure
all'ultima ora.
X.

Dopo il crollo
1945-1947

Per l'ultima volta ci riunimmo a rapporto a Flensburg,


dove Himmler si era ritirato col governo del Reich. Di
combattere non era pili il caso di parlare. Si salvi chi può,
era la parola d'ordine.
L'ultimo rapporto e il congedo da Himmler sono per me
un ricordo incancellabile. Era raggiante e di ottimo umore,
e intanto il mondo, il nostro mondo, era crollato. Se ci
avesse detto: signori miei, tutto è finito, voi tutti sapete qual
è il vostro dovere, avrei potuto comprenderlo, dopotutto
sarebbe stato coerente con quanto aveva predicato per anni
e anni alle SS: dedizione totale all'Idea! Invece il suo ultimo
ordine fu: cercate di nascondervi nella Wehrmacht!
Cosi si congedò da noi l'uomo al quale avevo tributato
tanto rispetto, nel quale avevo avuto completa fiducia, i cui
ordini, le cui parole erano stati per me vangelo. Maurer ed
io ci guardammo in silenzio, pensando la stessa cosa: era­
vamo ambedue vecchi nazisti ed ufficiali delle SS, cresciuti
e imbevuti dell'Idea. Se fossimo stati soli, avremmo tentato
qualche azione disperata; ma dovevamo prowedere ai capi
del nostro dipartimento, agli ufficiali e ai militi del nostro
stato maggiore, alle nostre sventurate famiglie.
Gliicks era già mezzo morto; lo ricoverammo sotto falso
nome in un ospedale militare della marina. Gebhardt ' si
occupò delle donne e dei bambini, che avrebbero dovuto

1 Il professor Karl Gebhardt era un runico d'infanzia di Himmler. Membro


dell'Oberland Bund, prese parte al fallito putsch di Monaco del 1923. Nel 1933 ,
Himmler l o accolse nelle SS. Come direttore dell'Istituto medico d i Hohenlyn­
chen, piu tardi un ospedale delle SS, divenne una delle massime autorità mediche
della Germania. Fu anche uno dei principali consiglieri di Himmler in materia
medica. Poco prima della fine della guerra venne nominato presidente della Croce
Rossa tedesca. Al cosiddetto « Processo dei medici» di Norimberga, venne con­
dannato a morte per la parte sostenuta negli esperimenti di medicina compiuti ai
danni dei prigionieri dei campi di concentrainento.
AUTOB I OGRAFIA

fuggire in Danimarca. Il resto del dipartimento, munito di


documenti falsi, si nascose nella marina. Quanto a me, sotto
il nome di Franz Lang, quartiermastro, mi diressi con un
ordine di servizio alla Scuola di informazioni della marina,
all'isola di Sylt, e rimandai a mia moglie il ragazzo insieme
con l'autista e la macchina. Poiché non ero del tutto digiu­
no della vita in marina, riuscii a non dare nell'occhio. Il
servizio mi occupava ben poco; cosi, ebbi p arecchio tempo
per meditare sugli avvenimenti.
Un giorno udii alla radio la notizia dell'arresto di Himm­
ler e del suo suicidio col veleno. Anch'io tenevo sempre su
di me la . mia fìala di veleno, ma decisi di attendere gli
eventi.
La Scuola di informazioni della marina venne trasferita
nel campo di internamento tra il canale di Kiel e la Schlei.
Gli Inglesi inviarono alla Scuola, soprattutto alle isole Fri­
soni, gli SS da loro catturati. Cosi mi trovai vicinissimo alla
mia famiglia, che potei visitare parecchie volte. Il ragazzo
pili grande veniva a trovarmi ogni due giorni.
Poiché risultavo di professione agricoltore, venni rila­
sciato entro b revissimo tempo, superai senza difficoltà tutti
i controlli inglesi e venni inviato dall'Ufficio del lavoro ad
una fattoria presso Flensburg, come lavorante. Il lavoro mi
piaceva ed ero completamente indipendente, perché il pro­
prietario della fattoria era ancora prigioniero degli Ame­
ricani. Vi rimasi per otto mesi, e tramite il fratello di mia
moglie, che lavorava a Flensburg, potei stabilire un colle­
gamento coi miei.
Mio cognato mi avverti che ero ricercato dalla polizia
militare inglese, e anche che la mia famiglia era molto sor­
vegliata e doveva subire frequenti perquisizioni in casa.
Venni arrestato l' I I marzo 1 946, alle 23. La mia fìala di
veleno si era spezzata due giorni prima. L 'arresto riusci
perché, nello spavento provocato dal brusco risveglio, pen­
sai che si trattasse di un'aggressione per rapina, caso fre­
quentissimo in quel periodo. La polizia mi fece subire gravi
maltrattamenti.
Venni inviato a Heide, dove mi rinchiusero nella stessa
caserma dove, otto mesi prima, ero stato rilasciato dalle
truppe inglesi.
Il mio primo interrogatorio si concluse con una confes­
sione, dati gli argomenti pili che persuasivi usati contro di
me. Non so che cosa contenga la deposizione, sebbene
DOPO IL CROLLO 159

l'abbia firmata ' . Ma l'alcool e la frusta furono troppo, an­


che per me. La frusta era di mia proprietà, per caso era
finita nel bagaglio di mia moglie. Probabilmente non I' ave­
vo mai usata per un cavallo, tanto meno poi per un prigio­
niero. Ma uno dei miei inquisitori era persuaso che avessi
passato il mio tempo a frustare i prigionieri.
Dopo qualche giorno venni trasferito a Minden sul We­
ser, il centro principale d'inchiesta per la zona inglese. Qui
dovetti subire altri maltrattamenti per opera di un maggio­
re inglese, Pubblico Ministero. Le condizioni della prigione
furono in tutto degne del suo comportamento.
Dopo tre settimane, con mia sorpresa, mi rasarono, mi
tagliarono i capelli e mi consentirono anche di lavarmi. Era
la prima volta, dal momento dell'arresto, che mi toglievano
le manette. Il giorno seguente venni inviato a Norimberga,
insieme con un prigioniero di guerra fatto arrivare da Lon­
dra, testimone a discarico per Fritsche'. Dopo quanto ave­
vo subito, la prigionia presso il Tribunale Militare Interna­
zionale fu addirittura come un soggiorno in una casa di
cura. Fui posto nell'edificio riservato ai principali accusati,
e potei vederli tutti i giorni, quando venivano condotti alle
sedute del tribunale. Quasi ogni giorno avevamo la visita di
rappresentanti di tutti i Paesi alleati; io venivo additato da
tutti come un animale molto strano.
La mia venuta a Norimberga era dovuta al fatto che il
difensore di Kaltenbrunner mi aveva citato come teste a
discarico. Non sono mai riuscito a capire, e ancora oggi
non saprei spiegare, perché proprio io tra tanti dovessi
deporre in difesa di Kaltenbrunner. Le condizioni generali
in prigione erano buone ( potevo anche leggere a volontà
durante il tempo libero, perché avevamo a disposizione una
nutrita biblioteca) , ma gli interrogatori erano dawero mol­
to spiacevoli, non dal punto di vista fisico, ma psichico,
cosa anche peggiore. Ma non posso certo prendermela con
quelli che mi interrogavano: erano tutti ebrei. Spiritual­
mente fui come vivisezionato: i miei inquisitori volevano

1 Si tratta di un documento dattiloscritto, di otto pagine, che Hoss sottoscrisse


il 14 marzo 1946, alle 2,30. Il suo contenuto non differisce sostanzialmente dalle
sue deposizioni a Norimberga e piu tardi a Cracovia.
2 Hans Fritsche, che dal 1933 lavorò al Ministero per la propaganda, dove dal
1938 diresse la sezione stampa e radio. Dal 1939 fu noto ovunque per i suoi
quotidiani commenti alla radio. Fu uno dei principali imputati al Tribunale Mili­
tare Internazionale di Norimberga, e venne assolto il 1° ottobre 1947·
r 6o AUTOB I O G RAFIA

conoscere tutti i particolari: perfino gli ebrei. Non mi la­


sciarono alcun dubbio sulla sorte che mi attendeva.
Il 2 5 maggio - era giusto l'anniversario del mio matrimo­
nio - fui condotto all'aeroporto con von Burgsdorff1 e Bih­
ler' e dato in consegna ad ufficiali polacchi. Con una mac­
china americana, oltrepassata Berlino, ci dirigemmo verso
Varsavia. Sebbene, durante il viaggio, fossimo trattati mol­
to correttamente, pensando ai maltrattamenti subiti nella
zona inglese e al modo in cui, a sentire le voci, venivano
trattati i nostri in Oriente, temevo il peggio. Anche le facce
e gli sguardi degli spettatori all'aeroporto, al nostro arrivo,
non erano stati affatto rassicuranti. Nel carcere vennero da
me numerosi secondini, mostrandomi i numeri tattuati loro
sulle braccia ad Auschwitz. Non riuscii a capire quanto mi
dicevano, ma certamente non erano benedizioni. Tuttavia
non venni bastonato. La prigionia era molto dura e l'isola­
mento totale. Gli interrogatori erano frequenti. Rimasi là
nove settimane, che furono particolarmente dure perché
non avevo nulla da leggere, né mi era consentito scrivere.
Il 30 luglio fui trasferito a Cracovia, insieme ad altri sette
tedeschi. Alla stazione dovemmo attendere a lungo il treno.
Nel frattempo si era radunata intorno a noi una folla che ci
copriva di ingiurie. Avevano riconosciuto Goth '. Se il treno
non fosse arrivato in breve tempo, ci avrebbero linciato a
sassate. Durante le prime settimane la prigionia fu invero
sopportabile, ma d'improvviso l'atteggiamento dei secon­
dini mutò completamente. Dal loro contegno e dai discorsi,
che non comprendevo ma potevo intuire, mi fu chiaro che
volevano « farmi fuori » . Il mio vitto si ridusse ad un pezzet­
to piccolissimo di pane e a una scarsa scodella di minestra.

1 Il dottor Curt von Burgsdorff fu sottosegretario di Stato per l'Amministra­


zione del Protettorato di Boemia-Moravia dal 1939 al 1942. Dal dicembre 1943 al
gennaio 194 5, fu governatore del distretto di Cracovia nel Generai Gouvernement.
Il Tribunale polacco, giudicandolo colpevole di aver partecipato al « criminale
governo fascista», lo condannò al minimo della pena, e poiché aveva già scontato
tre anni di carcere in attesa del processo, venne subito scarcerato e rinviato in
Germania.
2 Si riferisce, evidentemente, al segretario di Stato, dottor Josef Bi.ihler, ex
deputato al Generai Gouvernement di Cracovia. Venne condannato a morte a
Varsavia il 20 luglio 1948.
' Lo Sturmbannfohrer delle SS, Amon Leopolt Goth, direttamente responsa·
bile della liquidazione del ghetto di Cracovia nel marzo del 1943· Piu tardi diresse
il campo degli ebrei a Plaszow, presso Cracovia. Nell'autunno del 1944 fu sotto­
posto a processo per appropriazione fraudolenta, da parte del Tribunale delle SS.
Il 5 settembre 1946 fu condannato a morte dal Tribunale popolare polacco, a
Cracovia.
DOPO IL CROLLO 161

Non mi fu mai data una seconda porzione, sebbene tutti i


giorni avanzasse del cibo, che veniva distribuito fra i dete­
nuti delle celle vicine alla mia. Se un secondino faceva l'atto
di aprire la mia porta, veniva fatto allontanare a suon d i
fischi.
Fu qui che imparai a conoscere la potenza dei secondini:
essi regnavano su tutto. Nello stesso tempo, ebbi ancora
una volta la conferma irrefutabile delle mie affermazioni sul
potere smisurato, e spesso nefando, che i prigionieri prepo­
sti a qualche incarico possono esercitare sui loro compagni
di prigione. Conobbi inoltre fino in fondo le tre categorie di
sorveglianti.
Se il Pubblico Ministero non fosse intervenuto, in breve
tempo mi avrebbero finito, non solo fisicamente, ma anzi­
tutto psichicamente. Ero ridotto sull'orlo dell'abisso. Non
era isterismo da parte mia, ero veramente finito. Sono un
uomo resistente: la vita non mi ha risparmiato i colpi duri.
Ma il tormento psichico inflittomi da quei tre demoni era
veramente troppo. Né ero il solo contro il quale infierisse­
ro. Anche tra i prigionieri polacchi vi erano alcuni sottopo­
sti agli stessi maltrattamenti. Da parecchio tempo i tre non
sono pili qui, e sotto questo aspetto ora regna una piacevole
tranquillità.
Devo ammettere francamente che non mi sarei mai
aspettato di essere trattato con tanta correttezza e com­
prensione nelle prigioni polacche, da quando vi fu l'inter­
vento del Pubblico Ministero.
Quali sono oggi le mie opinioni sul Terzo Reich? Come
giudico Himmler, le SS, i campi di concentramento, la po­
lizia politica? Come considero tutto quanto è avvenuto nel
settore nel quale ho operato?
Io sono nazionalsocialista come prima, nel senso che
questa è la mia concezione della vita. Un ideale, una conce­
zione ai quali si è aderito per quasi venticinque anni, coi
quali si è cresciuti, ai quali si era uniti anima e corpo, non
possono essere lasciati cadere con tanta facilità, solo perché
l'incarnazione di questo ideale, lo Stato nazionalsocialista,
coloro che lo dirigevano, hanno agito in modo errato, addi­
rittura delittuoso, e perché attraverso questi errori e queste
azioni quel mondo è crollato e il popolo tedesco è stato
spinto, per decenni, in una miseria indicibile. Non posso
far questo.
Dai documenti ritrovati e che sono stati pubblicati, dal
AUTOB I OGRAFIA

processo di Norimberga, vedo chiaramente che i capi del


Terzo Reich, per la loro politica di violenza, recano la colpa
di questa immane guerra con tutte le sue conseguenze.
Vedo chiaramente che i capi, servendqsi di una propagan­
da straordinariamente efficace e del terrore, hanno reso il
popolo talmente docile che questo, tranne poche eccezioni,
li ha seguiti dove hanno voluto, senza esercitare nessuna
critica né esprimere una volontà propria.
A mio giudizio, l'ampliamento dello spazio vitale della
Germania, resosi ormai necessario, avrebb e potuto essere
raggiunto anche per via pacifica, sebbene io sia fermamente
persuaso che le guerre non possano essere evitate, e che ve
ne saranno anche in futuro.
Per mascherare la politica della violenza, ci si dovette
servire della propaganda per rendere accettabili, camuf­
fando abilmente tutti i fatti, la politica e le misure del go­
verno. Per impedire a priori i dubbi e le ostilità si dovette
impiegare il terrore, fin dal principio. Sono dell'opinio­
ne che gli awersari pericolosi avrebbero potuto essere
vinti dimostrando loro che noi rappresentavamo il me­
glio.
Himmler fu il piu tipico rappresentante del principio
dell'autorità. A suo giudizio ogni tedesco doveva subordi­
narsi incondizionatamente e acriticamente al governo dello
Stato, p oiché questo soltanto era capace di rappresentare i
bisogni reali del popolo, di guidarlo giustamente. Chiun­
que non si sottomettesse a questi principi doveva essere
eliminato dalla vita pubblica. In questo senso creò ed allevò
i suoi militi SS, creò i campi di concentramento, la polizia
tedesca, il RSHA. Per Himmler, la Germania era il solo
Stato che avesse il diritto di esercitare la supremazia in
Europa. Tutti gli altri popoli erano di rango inferiore. I
popoli prevalentemente a sangue nordico dovevano esse­
re trattati in modo privilegiato, al fine di incorporarli alla
Germania. I popoli di sangue orientale dovevano essere
spezzettati, privati di ogni importanza e degradati al livello
di iloti.
Cosi, tutti i campi di concentramento, prima della guer­
ra, dovevano servire a segregare i nemici dello Stato. Nel
corso del processo di epurazione, a questi compiti si ag­
giunse anche quello di diventare istituti di rieducazione per
asociali di tutte le specie, che nello stesso tempo avrebbero
svolto un lavoro utile a tutto il popolo. Allo stesso modo,
DOPO IL CROLLO

divennero necessari per combattere preventivamente il


crimine ' .
Con l a guerra, i campi divennero direttamente o indiret­
tamente i luoghi di sterminio delle popolazioni dei Paesi
occupati che osavano opporsi ai conquistatori e oppressori.
Ho già espresso la mia posizione nei confronti dei nemici
dello Stato. In ogni caso, era del tutto errato lo sterminio di
interi contingenti di popolazioni nemiche. Il movimento di
resistenza avrebbe potuto essere reso insignificante, se ver­
so le popolazioni dei Paesi occupati si fosse usato un trat­
tamento buono e ragionevole. Gli avversari veramente pe­
ricolosi sarebbero stati molto pochi.
Oggi comprendo anche che lo sterminio degli ebrei fu un
errore, un colossale errore. Proprio con queste stragi in
massa la Germania ha attirato su di sé l'odio del mondo
intero. L 'antisemitismo non è servito a nulla; al contrario, il
giudaismo se ne è giovato per avvicinarsi maggiormente al
suo obbiettivo finale. Il RSHA non era che l'esecutivo, la
longa manus della polizia di Himmler. RSHA e campi di
concentramento furono soltanto gli strumenti per l'attua­
zione della volontà di Himmler e degli scopi di Adolf
Hitler.
Ho già esposto ampiamente in questo scritto, e nei profili
dei vari personaggi, come si poté giungere agli orrori dei
campi di concentramento. Per quanto mi riguarda, non li
ho mai approvati. Personalmente non ho mai maltrattato, e
tanto meno ammazzato un prigioniero, né ho tollerato abu­
si da parte dei miei sottoposti. Quando, nelle sedute del­
l'inchiesta, apprendo quali spaventose torture si applicasse­
ro in Auschwitz e anche negli altri campi, mi sento venir
meno. Sapevo benissimo che ad Auschwitz i prigionieri
erano maltrattati dalle SS, dagli impiegati civili, e, in misura
non inferiore, dai loro stessi compagni. Ho cercato di op­
pormi a queste cose con tutti i mezzi a mia disposizione,
ma non sono stato in grado di eliminarle. Allo stesso mo-

1 La « lotta preventiva al crimine», che Hoss acriticamente presenta come un


fatto « necessario» e addirittura meritevole, era una di quelle etichette nazionalso­
cialiste che potevano essere adoperate utilmente per tutte le possibili illegali
misure repressive di polizia. Sotto il titolo di « lotta preventiva al crimine» pote­
vano essere arrestati non soltanto i cosiddetti « asociali», contro i quali la giustizia
in base alle leggi esistenti non aveva alcun potere, ma anche giustificati gli arresti
di persone che erano state assolte dal tribunale. Cosi il Terzo Reich, con l'etichet­
ta della lotta preventiva al crimine, realizzò fin dal principio la possibilità di
interferenze radicali della polizia negli affari della giustizia.
AUTOB I OGRAFIA

do, non poterono riuscirvi gli altri comandanti di campo


che la pensavano come me, ma che erano preposti a campi
molto ma molto pili piccoli, e quindi pili fa cilmente sorve­
gliabili di Auschwitz. Contro la malvagità, la crudeltà e la
bassezza dei vari sorveglianti, non c'è nulla da fare, a meno
di poterli tenere sempre sott'occhio. E quanto peggiore il
personale dei secondini e delle guardie, tanto pili gravi i
maltrattamenti contro i prigionieri.
Anche quest'affermazione ha avuto piena conferma nella
mia attuale detenzione. Nella zona inglese, ho avuto l'op­
portunità di studiare ampiamente le tre categorie di sorve­
glianti, data la strettissima, continua sorveglianza. A No­
rimberga i « maltrattamenti individuali » non erano possi­
bili perché tutti i prigionieri erano costantemente sotto
il controllo dei funzionari della prigione. Anche durante il
passaggio a Berlino ho evitato di esser maltrattato nel gabi­
netto solo per l'intervento di terze persone apparse per
caso.
Nel carcere di Varsavia, che, per quanto ho potuto os­
servare e giudicare dalla mia cella, era diretto in modo
rigido e preciso, c'era un sorvegliante, uno solo, che quan­
do entrava di servizio nel nostro reparto correva di cella in
cella dove c'erano dei tedeschi e li bastonava alla cieca. A
parte von Burgsdorff, che se la cavò con qualche schiaffo,
tutti i detenuti tedeschi ebbero la loro razione di bastonate.
Quel sorvegliante era un giovane di diciotto-vent'anni, di­
ceva di essere un ebreo polacco ma non ne aveva l'aspetto:
un freddo odio gli traspariva dagli occhi. Non si stancava di
bastonarci, e soltanto i segnali d'allarme del collega che
prestava servizio insieme a lui, e che indicavano l'avvicinar­
si di qualcuno, interrompevano la sua attività. Credo vera­
mente che nessuno dei funzionari superiori o dei direttori
del carcere avrebbero approvato la sua condotta. Spesso i
funzionari che compivano le ispezioni mi interrogarono sul
trattamento ricevuto, ma tenni sempre celati quei maltrat­
tamenti, dacché si trattava di un individuo isolato. Gli altri
sorveglianti si comportavano in modo severo e scostante,
ma nessuno mi mise mai le mani addosso. Cosf, perfino nel
piccolo carcere, il direttore non era in grado di impedire
simili abusi; tanto meno sarebbe stato possibile in un cam­
po di concentramento delle proporzioni di Auschwitz.
È vero, io ero duro e severo - oggi lo riconosco - spesso
anche eccessivamente. Senza dubbio in qualche scoppio di
DOPO I L CROLLO

collera dovuto alla scoperta di abusi o negligenze, posso


aver usato espressioni molto aspre, parole che non avrei
mai dovuto pronunziare. Ma non fui mai crudele, non mi
lasciai mai andare a compiere maltrattamenti. Molte cose
sono accadute ad Auschwitz, apparentemente in mio nome,
per mio incarico e disposizione, cose delle quali non soltan­
to non sapevo nulla, ma che non avrei tollerato né approva­
to. Ma poiché avvenivano ad Auschwitz, io ne sono respon­
sabile. Infatti l'ordinamento del campo dice: Il comandante
del campo è pienamente responsabile di quanto avviene
nell' ambito del suo campo.
Sono alla fìne della mia vita. Ho riportato in questo scrit­
to tutti i fatti essenziali che mi sono accaduti in questa vita,
ciò che piu mi ha impressionato, ciò che piu ho amato. Ho
scritto fedelmente secondo verità e realtà, cosi come vidi e
vissi gli avvenimenti. Ho tralasciato, talvolta anche dimen­
ticato, molte cose secondarie, di molte altre non mi ricordo
piu con sufficiente precisione. Dopotutto non sono uno
scrittore, non sono mai stato a mio agio con la penna. Senza
dubbio mi sono spesso ripetuto, e spesso, probabilmente,
non mi sono espresso in modo abbastanza comprensibile.
Mi mancavano anche la calma e l'equilibrio interiori, neces­
sari per potersi concentrare in un lavoro simile. Ho scritto
cosi come mi veniva - spesso in modo confuso - ma senza
artifìci. Ho descritto me stesso cosi com'ero, come sono. La
mia vita è stata molto varia e complessa. Il mio destino mi
ha fatto toccare tutte le vette e tutti gli abissi della vita. La
vita spesso mi ha afferrato e scrollato brutalmente, ma sono
sempre riuscito a cavarmela. Non mi sono mai scoraggiato.
Avevo due stelle polari che mi indicavano la direzione nella
vita, da quando, fatto uomo, ritornai da quella guerra alla
quale ero andato da adolescente: la mia patria e piu tardi
anche la mia famiglia. Il mio amore incondizionato per la
patria, la mia coscienza nazionale, mi guidarono al Partito
nazionalsocialista e alle SS. Ritenevo che la concezione na­
zionalsocialista del mondo fosse la sola conforme allo spiri­
to del popolo tedesco. La milizia delle SS fu per me il piu
strenuo campione di questa concezione della vita e il solo
strumento capace di ricondurre a poco a poco il popolo
tedesco ad una vita degna di esso.
La mia famiglia fu l'altro mio santuario. Il mio legarne
con essa fu saldissimo. Mia costante cura fu di provvedere
al suo futuro. La fattoria agricola avrebbe dovuto essere il
1 66 AUTOBIOGRAFIA

nostro focolare. Per mia moglie e per me, i figli erano lo


scopo della vita. Il nostro compito doveva essere quello di
impartire loro una buona educazione per la vita, di creare
per loro una patria forte.
Anche ora, i miei pensieri si aggirano principalmente
sulla mia famiglia. Che ne sarà di loro? Questa incertezza
per il loro futuro rende, pili di ogni altra cosa, cosi pesante
la mia prigionia.
Fin dal primo momento del mio arresto, mi sono consi­
derato perduto; per questo non mi preoccupo pili per me.
Ma mia moglie e i miei figli?
Il destino mi ha giocato degli strani tiri. Quante volte
sono sfuggito alla morte per un pelo. Nella prima guerra
mondiale, nei combattimenti del Corpo volontari, in inci­
denti sul lavoro, nell'incidente d'auto del 1 94 1 sull'auto­
strada, quando mi trovai d'improvviso davanti un autocar­
ro a luci spente, e proprio per la frazione di un secondo
riuscii a evitarlo e a passargli a lato. Cosi l'urto avvenne di
fianco, e noi ce la cavammo con escoriazioni e contusioni,
sebbene la parte anteriore della nostra macchina si fosse
schiacciata come una fisarmonica. Vi fu poi la caduta da
cavallo, nel 1 942, quando caddi proprio a un pelo da una
roccia, con il pesante stallone addosso. Me la cavai con la
rottura di qualche costola. Durante gli attacchi aerei, quan­
te volte non avrei dato un quattrino per la mia vita, e pure
riuscii a sopravvivere a tutto. Vi fu ancora un incidente au­
tomobilistico prima dell'evacuazione di Ravensbriick. Tutti
mi credevano già morto, e dato il modo come si era svolto
l'incidente, avrei dovuto esserlo, eppure non fu cosi. Vi fu
poi la rottura della fiala di veleno, prima del mio arresto.
In ogni occasione, il destino mi ha preservato dalla mor­
te, per annientarmi ora in modo cosi infamante.
Come invidio i miei camerati cui è toccata la morte ono­
rata del soldato. Inconsapevolmente, ero diventato un in­
granaggio nella grande macchina di sterminio del Terzo
Reich; la macchina si è spezzata, il motore è finito, e anch'io
devo perire. Il mondo lo esige.
Giammai mi sarei indotto a una simile confessione, a
mettere cosi a nudo il mio Io pili segreto, se non avessi
trovato qui tanta umanità, tanta comprensione, che mai e
poi mai mi sarei potuto aspettare. A questa comprensione
sono debitore di aver potuto fare il possibile, per mettere in
chiaro eventi che appaiono ancora oscuri.
D O P O IL CROLLO

Nel far uso di queste confessioni, vorrei pregare però di


non rendere pubblici i fatti relativi a mia moglie e alla mia
famiglia, i miei sentimenti piu delicati, i miei dubbi piu
intimi ' .
Continui pure l'opinione pubblica a vedere i n m e soltan­
to la belva assetata di sangue, il sadico crudele, lo stermina­
tore di milioni di individui: certo la massa non può figurarsi
diversamente il comandante di Auschwitz. Essa non com­
prenderà mai che anch'egli aveva un cuore, che non era
cattivo.
Queste confessioni constano di quarantun fogli. H o
scritto tutto questo d i mia spontanea volontà e senza costri­
zione alcuna.
RUD OLF HOSS

Cracovia, febbraio 1947.

1 Se si fosse voluto esaudire rigorosamente questa preghiera, si sarebbe dovuto


rinunziare del tutto a pubblicare ed utilizzare questa autobiografia. Ma ciò era in
contrasto con lo stesso proposito di Boss, di rivelare cioè la « psiche» del suo
autore. È naturale, d'altronde, che nel pubblicare questa autobiografia agli editori
interessasse non la persona privata di Biiss, ma esclusivamente il contenuto stori­
co della storia della sua vita, e ciò che nella persona di Boss merita di essere
conosciuto in quanto fenomeno tipico e rappresentativo. Per questo hanno omes­
so di commentare le espressioni di Hiiss concernenti la famiglia, e di pubblicare la
sua lettera d'addio alla moglie ed ai figli.
Appendice
I.

La « soluzione finale della questione ebraica »


nel campo di Auschwitz

Nell'estate del 1941 - al momento non potrei citare la


data esatta - venni improvvisamente convocato a Berlino
presso il Reichsfuhrer, tramite il suo aiutante. Contraria­
mente al solito, Himmler mi ricevette senza che fosse pre­
sente nessun aiutante, e mi disse sostanzialmente quanto
segue: - Il Fiihrer ha ordinato la soluzione finale della
questione ebraica, e noi SS dobbiamo eseguire quest' ordi­
ne. I centri di sterminio attualmente esistenti a Oriente non
sono assolutamente in condizione di far fronte alle grandio­
se azioni previste. Ho scelto perciò Auschwitz, sia per la
sua ottima posizione dal punto di vista delle comunicazioni,
sia perché il territorio ad esso appartenente può essere
facilmente isolato e camuffato. Per questo compito, avevo
pensato di scegliere un alto ufficiale delle SS; ma per evitare
fin dall'inizio difficoltà dovute a incompetenza, ho abban­
donato tale idea; il compito sarà dunque affidato a Lei. Si
tratta di un lavoro duro e difficile, che richiede l'impegno di
tutta la persona, quali che si possano essere le difficoltà
future. Apprenderà ulteriori particolari dallo Sturmbann­
/uhrer Eichmann, del RHSA, che Le invierò tra brevissimo
tempo.
- Tutti gli uffici che in un modo o nell'altro saranno
compartecipi di tale compito, verranno da me informati a
tempo debito. Lei ha il dovere di mantenere il pili assoluto
silenzio riguardo a quest'ordine, anche con i Suoi superiori.
Dopo il Suo colloquio con Eichmann, mi mandi immedia­
tamente i piani delle istallazioni previste.
- Gli ebrei sono gli eterni nemici del popolo tedesco, e
devono essere sterminati. Tutti gli ebrei su cui possiamo
mettere le mani in questo tempo di guerra, devono essere
ammazzati, senza eccezione. Se non riusciremo ora a di-
APPEN DICE

struggere le basi biologiche dell'ebraismo, un giorno saran­


no gli ebrei ad annientare il popolo tedesco.
Subito dopo aver ricevuto quest'ordine cosf grave, fed
ritorno ad Auschwitz, senza neppure recarmi a rapporto
dai miei superiori a Oranienburg. Poco tempo dopo venne
da me ad Auschwitz Eichmann, che mi espose il piano delle
azioni per i diversi paesi. Non saprei piu ridare con esattez­
za la successione.
In ogni modo, Auschwitz avrebbe dovuto occuparsi
prima di tutto dell'Alta Slesia orientale e delle zone ad essa
confinanti del Genera! Gouvernement. Contemporanea­
mente, e poi di seguito, secondo le possibilità, sarebbe
toccato agli ebrei della Germania e della Cecoslovacchia;
finalmente agli ebrei occidentali, della Francia, del Belgio,
dell'Olanda. Egli mi fece anche le cifre approssimative dei
trasporti che sarebbero arrivati, ma anche queste non sa­
prei piu ridire.
Quindi passammo a discutere le modalità per attuare il
piano di sterminio. Il mezzo non poteva essere che il gas,
perché sarebbe stato senz'altro impossibile eliminare le
masse di individui in arrivo con le fucilazioni; e, oltre tutto,
sarebbe stata una fatica troppo pesante per i militi delle SS
incaricati di eseguirle, data anche la presenza di donne e
bambini.
Eichmann mi parlò dell'uccisione con gas da scappamen­
to su autocarri, che era il metodo usato fino allora in Orien­
te. Ma era un metodo da scartare ad Auschwitz, dati i
trasporti di massa previsti. L 'uccisione mediante gas di os­
sido di carbonio filtrati attraverso le docce nelle stanze da
bagno (cioè il metodo con cui si sterminavano i malati di
mente in alcuni istituti nel Reich), richiedeva un numero
eccessivo di edifici; inoltre, era assai problematica la possi­
bilità di procurarsi il gas in quantità sufficiente per masse
cosf ingenti. Su questo punto, quindi, non fu possibile arri­
vare a una decisione. Eichmann promise che si sarebbe
informato sull'esistenza di qualche gas di facile produzione
e che non richiedesse istallazioni particolari, e che mi
avrebbe poi riferito in proposito.
Andammo a ispezionare il terreno per stabilire il posto
piu indicato, e stabilimmo che era senz'altro la fattoria
situata nell'angolo nordoccidentale del fu turo terzo settore
di edifici, Birkenau. Era una località fuori mano, protetta
contro sguardi indiscreti da boschi e siepi, e non troppo
AUSCHWITZ: LA « S O LU Z I ON E FINALE »

lontana dalla ferrovia. I cadaveri avrebbero potuto essere


interrati in lunghe e profonde fosse nel prato contiguo. In
quel momento non avevamo ancora pensato alla cremazio­
ne. Calcolammo che negli stanzoni già esistenti, dopo averli
resi a prova di gas, avremmo potuto uccidere contempora­
neamente 800 individui, servendoci di un gas appropriato.
Queste cifre furono poi confermate dalla pratica.
Eichmann non era ancora in grado di dirmi l'epoca in cui
sarebbero cominciate le azioni, poiché tutto era ancora in
fase di preparazione, e Himmler non aveva ancora dato il
Vla.
Eichmann fece quindi ritorno a Berlino, per riferirgli il
contenuto del nostro colloquio. Qualche giorno piu tardi
spedii a Himmler, a volta di corriere, un piano dettagliato
della situazione e una descrizione accurata delle istallazioni.
Non ho mai ricevuto da lui in proposito una risposta né una
decisione. In seguito, Eichmann una volta mi disse che si
era mostrato d'accordo su tutto.
Alla fine di novembre si tenne a Berlino, presso l'ufficio
di Eichmann, una conferenza dell'intera Sezione per gli
ebrei, alla quale venni invitato a partecipare. Gli emissari di
Eichmann nei singoli paesi riferirono sullo stato attuale
delle azioni e sulle difficoltà che si frapponevano alla loro
attuazione, come gli alloggiamenti per i prigionieri, la pre­
parazione dei treni per i trasporti, la pianificazione degli
orari e via dicendo. Non mi fu comunicato il momento
dell'inizio delle azioni, né Eichmann era ancora riuscito a
trovare il gas appropriato.
Nell'autunno del 1 94 1 , mediante un ordine segreto im­
partito a tutti i campi di prigionieri di guerra, la Gestapo
separò tutti i politruks russi, i commissari e alcuni funziona­
ri politici e li inviò al campo di concentramento piu vicino,
perché fossero liquidati. Ad Auschwitz arrivavano di conti­
nuo piccoli trasporti di questi uomini, che venivano poi
fucilati nella cava di ghiaia presso gli edifici del monopo­
lio ', o nel cortile del block II. In occasione di un mio viag­
gio di servizio, il mio sostituto, Hauptsturm/uhrer Fritzsch,
di sua iniziativa, usò il gas per sterminare questi prigionieri

1 Gli edifici del campo principale, sottoposti all'amministrazione del campo,


nei quali si conservavano i depositi di vestiario e di armi delle SS. Appartenevano
originariamente a un monopolio polacco di tabacchi.
1 74 APPENDICE

di guerra; fece stipare di Russi le celle situate nella cantina


e, proteggendosi con maschere antigas, fece immettere nel­
le celle il Cyclon B, che provocava la morte immediata delle
vittime 1 • Il gas Cyclon B veniva usato correntemente ad
Auschwitz dalla ditta Tesch & Stabenow per la disinfesta­
zione, e perciò l'amministrazione disponeva sempre di una
buona provvista. Nei primi tempi, questo gas velenoso, un
preparato di acido prussico, veniva adoperato soltanto dai
tecnici della Tesch & Stabenow e con mille precauzioni, ma
in seguito alcuni addetti al servizio sanitario furono istruiti
dalla ditta stessa, cosicché furono essi ad impiegare il gas
per la disinfestazione. Alla successiva visita di Eichmann,
gli riferii sull'impiego del Cyclon B, e decidemmo che quel­
lo sarebbe stato il gas da adoperare per le imminenti stragi
in massa. L 'uccisione dei prigionieri di guerra russi me­
diante il Cyclon B, cui ho accennato sopra, continuò, ma
non pili nel block II, perché dopo la gasazione l'intero
edificio dovette essere arieggiato per almeno due giorni.
Venne perciò utilizzata, come camera a gas, la carnera mor­
tuaria del crematorio presso l'ospedale, dopo che le porte
furono rese a prova di gas e nel tetto vennero aperti dei
buchi per l'immissione del gas.
Ora p erò non mi ricordo piii che di un trasporto di 900 .

prigionieri di guerra russi, che vennero ivi gasati e la cui


cremazione durò parecchi giorni. Nella fattoria adibita allo
sterminio degli ebrei non vennero gasati Russi.
Non saprei stabilire in quale epoca cominciò lo sterminio
degli ebrei; probabilmente già nel settembre del 1 9 4 1 , ma
forse anche solo nel gennaio del 1 942. La p rima operazione
riguardò gli ebrei dell'Alta Slesia orientale. Questi vennero
arrestati dal dipartimento di polizia di Kattowitz e condotti
per ferrovia a una deviazione posta sul lato occidentale
della linea Auschwitz-Dziedzice, e quivi fatti scendere. Per
quanto ne so, questi trasporti non comprendevano mai piii
di 1000 persone.
Sulla banchina, la polizia consegnava i prigionieri a un
distaccamento del campo; divisi in due gruppi venivano

1 Lo stesso Fritzsch si considerò apertamente l'ideatore dell'uso del Cyclon B


per la gasazione di massa, e l'inventore delle camere a gas di Auschwitz, come
risulta anche dalla testimonianza dell'ex Ha11ptst11rmfohrer Kahr, che in seguito
lavorò insieme a Fritzsch, in qualità di medico del campo, a Buchenwald e a Dora.
AUSCHWITZ: LA « SO LU ZI ONE FINALE » I 75

quindi condotti dal comandante del campo fino al bunker,


come era chiamato l'edificio dello sterminio. I bagagli era­
no lasciati sulla banchina, e in seguito trasportati al reparto
selezione, chiamato Canada, tra il DAW 1 e il cantiere ' .
Giunti presso il bunker gli ebrei erano costretti a spogliarsi,
essendo stato loro detto che dovevano entrare nelle stanze
per la disinfestazione. Tutte le camere - cinque in tutto -
venivano completamente riempite, le porte a prova di gas
sbarrate e il contenuto dei recipienti di gas immesso nelle
camere attraverso appositi fori.
Dopo una mezz'ora, le porte venivano riaperte - ogni
stanza ne aveva due -, i morti estratti e, mediante vagoncini
che correvano su rotaie, portati alle fosse. Gli autocarri
provvedevano a trasportare i capi di vestiario al reparto
selezione. L 'intera serie di operazioni, cioè aiutare durante
la svestizione, far riempire i bunker, svuotarli, trasportare i
cadaveri, scavare e riempire di cadaveri le grandi fosse
comuni, veniva compiuta da un reparto speciale di ebrei,
alloggiati separatamente, e che, secondo una disposizione
di Eichmann, dopo ognuna delle azioni piu in grande do­
vevano essere sterminati a loro volta. Mentre si effettuavano
i primi trasporti, giunse un'ordinanza di Himmler, per cui
bisognava estrarre ai cadaveri i denti d'oro, e tagliare i
capelli alle donne. Anche questo lavoro veniva compiuto
dagli ebrei del Sonderkommando.
A quel tempo l'incarico di sopraintendere alle operazio­
ni di sterminio era affidato allo Schutzha/tlager/uhrer o al
Rapport/uhrer. I malati, che non potevano essere condotti
nelle camere a gas, venivano uccisi con un colpo alla nuca
mediante armi di piccolo calibro. Era richiesta anche la
presenza di un medico delle SS. L'immissione del gas era
affidata ai disinfettatori già istruiti (addetti al servizio sa­
nitario) .
M entre nella primavera 1 942 le azioni erano ancora di
portata ridotta, i trasporti cominciarono a ingrossare du­
rante lestate, e fummo costretti a creare un altro edificio di
sterminio. Venne prescelta e attrezzata convenientemente

1 I «Deutsche Ausriistungswerke» (DAWl dopo la creazione di Auschwitz


costruirono dei capannoni entro il campo, dove erano impiegate maestranze di
prigionieri, in numero di circa 2 500.
2 Il cantiere dipendeva dall'architetto di Auschwitz. Esso era molto importan­
te, data la continua necessità di ampliare gli edifici del campo, di costruire crema­
tori, ecc.
q6 APPENDICE

la fattoria posta a occidente dei futuri crematori III e IV.


Per la svestizione sorsero due baracche presso il I bunker e
tre presso il II bunker. Questo secondo era pili capace,
potendo contenere circa l 200 persone.
Fino all'estate 1 942, i cadaveri venivano gettati nelle
grandi fosse comuni. Soltanto verso la fine dell'estate co­
minciammo a cremarli; dapprima su una catasta di legno -
circa 2000 cadaveri per volta -, quindi nelle fosse, insieme
ai cadaveri del primo periodo, riesumati dalle fosse. Dap­
prima i cadaveri furono cosparsi di residui di benzina, pili
tardi di metanolo. La cremazione non aveva soste, giorno e
notte.
Alla fine di novembre tutte le grandi fosse comuni erano
state vuotate. Il numero dei cadaveri sepolti in esse ammon­
tava a rn7 ooo. In questa cifra sono compresi non soltanto i
trasporti di ebrei sterminati dall'inizio fino all'epoca in cui
si cominciò la cremazione, ma anche i cadaveri dei prigio­
nieri morti nel campo di Auschwitz nell'inverno 1 9 4 1 -42,
quando il crematorio annesso all'ospedale era stato fuori
uso per un lungo periodo. Vi sono compresi anche tutti i
prigionieri morti nel campo di Birkenau.
In occasione di una sua visita, nell'estate 1 942, Himmler
assistette all'intera operazione di sterminio, dal momento in
cui gli ebrei venivano scaricati dal treno fino allo sgombero
del bunker. In quel periodo non eravamo ancora passati
alla cremazione. Non trovò critiche da muoverci, ma non
mostrò neppure di voler discutere. Era in compagnia del
Gauleiter Bracht ' e dell'Obergruppen/uhrer Schmauser.
Poco tempo dopo la sua visita, venne a trovarci lo Standar­
tenfuhrer Blobel, dell'ufficio di Eichmann, e ci comunicò
un ordine del Reichs/uhrer, secondo cui le fosse comuni
dovevano essere vuotate e i cadaveri cremati. Inoltre le
ceneri disperse, affinché pili tardi non si potesse ricostruire
in alcun modo le cifre dei cadaveri. Blobel stava già facendo
esperimenti sui diversi modi di cremazione a Kulmhof 2 .
Per incarico di Eichmann, doveva mostrarmi le sue istalla­
zioni.
Mi recai cosi con Hossler a Kulmhof, per prenderne

1 Presideme e Gauleiter dell"Alta Slesia.


2 Kulmhof (la polacca Chelmno) a circa 75 chilometri a nord-ovest di Lodz;
fin dal 1941, nelle cantine di un suo amico castello, vennero sistemate le prime
istallazioni per lo sterminio di massa in Polonia.
AUSCHWITZ: LA « SO LU Z I O N E FINALE »

visione. Blobel aveva fatto costruire numerosi forni adatti


allo scopo, e per la cremazione impiegava legna e residuati
di benzina. Cercò anche di distruggere i cadaveri mediante
scoppi di esplosivi, ma l'esito fu assai poco soddisfa cente.
Le ceneri erano sparse nella vasta boscaglia circostante,
dopo esser state ridotte in polvere in un mulino che maci­
nava le ossa.
Blobel venne incaricato di reperire in tutto il territorio
orientale tutte le fosse comuni e di sgomberarle. Il suo
reparto di lavoro recava la sigla convenzionale « 1005 ». Il
lavoro veniva svolto, anche qui, da Sonderkommandos di
ebrei, che, dopo aver terminato le operazioni in un settore,
venivano sterminati a loro volta. Il campo di Auschwitz
doveva tenere continuamente a disposizione del « 1005 » un
certo numero di ebrei per il Sonderkommando.
Durante la visita a Kulmhof vidi anche le istallazioni per
lo sterminio su autocarri, attrezzati in modo da provocare
la morte mediante i gas di scappamento. Tuttavia il coman­
dante non lo considerava un metodo soddisfa cente, perché
il gas si formava in modo assai irregolare e spesso non era
abbastanza forte da uccidere. Non mi fu possibile accerta­
re il numero dei cadaveri che ancora giacevano nelle fos­
se comuni di Kulmhof o che erano già stati cremati. Senza
dubbio, Blobel conosceva perfettamente il numero delle
fosse comuni nei territori orientali, ma era tenuto ad osser­
vare in proposito il piu rigoroso silenzio.
In origine, secondo le disposizioni di Himmler, tutti i
trasporti di ebrei condotti ad Auschwitz per incarico del­
l'ufficio di Eichmann, avrebbero dovuto essere sterminati
senza eccezione. Cosf avvenne infatti per gli ebrei dell'Alta
Slesia; ma già coi primi traasporti di ebrei tedeschi, venne
l'ordine di scegliere tutti gli ebrei, uomini e donne, abili al
lavoro e di impiegarli nelle fabbriche di armi. Questo acca­
deva ancora prima della creazione del campo femminile,
poiché la necessità di creare ad Auschwitz un campo fem­
minile sorse appunto da quest'ordine.
Date le ingenti e numerose industrie belliche che erano
sorte e si erano sviluppate nei campi di concentramento, e
cominciandosi ora ad impiegare i prigionieri nelle fabbri­
che belliche anche fuori dei campi, improvvisamente si
avverti una notevole carenza di prigionieri, mentre prima i
comandanti dei campi nel Reich dovevano spesso creare
possibilità di lavoro, per poterli occupare tutti.
1 78 APPENDICE

Tuttavia gli ebrei dovevano essere impiegati soltanto nel


campo di Auschwitz. Auschwitz-Birkenau avrebbe dovuto
diventare un campo esclusivamente per ebrei, e tutti i pri­
gionieri di altre nazionalità essere trasferiti in altri campi.
Quest'ordine non poté mai essere attuato fino in fondo, e in
seguito gli ebrei vennero impiegati anche nelle industrie
belliche fuori del campo, per mancanza di altre forze lavo­
rative.
La selezione degli ebrei abili al lavoro, in teoria, doveva
essere compiuta dai medici delle SS; ma è avvenuto di
frequente che, a mia insaputa o senza la mia approvazione,
se ne incaricassero anche i capi del campo di custodia pro­
tettiva o del dipartimento del lavoro. Ciò provocò attriti tra
i medici delle SS e questi ultimi. Nacque cosi un contrasto
di opinioni tra i capi di Auschwitz, ulteriormente alimenta­
to dalle contrastanti interpretazioni delle disposizioni di
Himmler, da parte degli alti funzionari di Berlino. Il RSHA
(Miiller-Eichmann), per motivi di sicurezza e di polizia,
aveva il massimo interesse a far ammazzare il maggior nu­
mero possibile di ebrei. Il Reichsarzt delle SS (la massima
autorità sanitaria delle SS) , cui spettava diramare ai medi­
ci le direttive per la selezione, era dell'opinione che si do­
vessero scegliere per l'impiego nelle fabbriche soltanto gli
ebrei veramente efficienti, perché gli individui deboli, an­
ziani o solo mediocremente validi entro breve tempo di­
ventavano totalmente inabili, peggiorando ancora il livello
generale di salute, già cosf basso; ciò provocava un affolla­
mento inutile negli ospedali e richiedeva un aumento del
personale medico e delle medicine, per individui che co­
munque avrebbero dovuto poi essere ammazzati.
L 'Alto Comando economico-amministrativo (WVHA)
(Pohl, Maurer) aveva invece interesse a conservare per
l'impiego nelle industrie belliche il maggior numero possi­
bile di forze lavorative, anche se dopo qualche tempo di­
ventavano inabili. Il contrasto era poi inasprito dalle inces­
santi e insistenti richieste di prigionieri provenienti dal
Ministero degli Armamenti e dall'Organizzazione Todt.
Il Reichs/uhrer prometteva continuamente a questi due
uffici quantitativi che non era possibile raggiungere; Mau­
rer ( capo del dipartimento D Il) si trovava nella difficile
posizione di dover soddisfare anche soltanto parzialmente
queste richieste, e di conseguenza premeva sugli uffici del
lavoro per ottenere il maggior numero di lavoratori.
AUSCHWITZ: LA « SO LU ZI O N E FINALE » 1 79

Non fu mai possibile ottenere che Himmler prendesse


una decisione chiara su questo punto.
Quanto a me, ero dell'opinione che la selezione dovesse
comprendere soltanto gli ebrei davvero vigorosi e sani, per
l'impiego nelle fabbriche.
La selezione stessa avveniva come segue: i vagoni veniva­
no fatti scaricare uno dopo l'altro. Dopo aver deposto i
bagagli, gli ebrei dovevano sfilare uno per volta davanti a
un medico SS che doveva giudicare della loro validità. Gli
abili venivano inviati immediatamente nel campo, in piccoli
gruppi. La loro percentuale era del 25- 3 0 per cento sulla
medìa totale di tutti i trasporti, ma all'interno di ciascun
trasporto era assai oscillante ' . Ad esempio, la media degli
ebrei greci validi era solo del 15 per cento, mentre vi erano
trasporti dalla Slovacchia col 100 per cento di individui
validi. I medici e il personale sanitario ebrei venivano con­
dotti senza eccezione nel campo.
Fin dalle prime cremazioni all'aperto, apparve chiaro che
questo sistema non poteva essere applicato durevolmente.
Col tempo cattivo, o con vento forte, la puzza della crema­
zione si diffondeva tutto intorno per chilometri e chilome­
tri, cosicché tutta la popolazione circostante parlava della
cremazione degli ebrei, nonostante la contropropaganda
svolta dal Partito e dagli uffici amministrativi. Tutti i militi
SS che partecipavano alle operazioni di sterminio erano
tenuti al piu rigoroso segreto su tutta l'azione, ma alcuni
processi tenuti in seguito al Tribunale delle SS dimostraro­
no che non avevano mantenuto il silenzio. Anche le puni­
zioni piu gravi non impedirono agli uomini di chiacchie­
rare.
Inoltre la difesa contraerea elevò le sue proteste per i
fuochi, visibili di notte da ogni parte. Ma non si poteva fa­
re a meno di continuare le cremazioni anche di notte, per
non creare intoppi ai trasporti in arrivo. Il calendario delle
singole operazioni, stabilito in un'apposita conferenza dal
Ministero delle Comunicazioni, doveva essere seguito pun­
tualmente per evitare ingorghi e confusione sulle linee fer­
roviarie interessate, soprattutto per motivi militari. Gli stes-

1 Questa percentuale media sembra troppo elevata. Diversamente da Hi:iss,


l'ex giudice istruttore polacco J. Sehn riferisce che, in media, soltanto il 10 per
cento degli ebrei arrivati ad Auschwitz erano considerati abili, gli altri gasati.
Altre fonti stabiliscono che, comunque, tale media era inferiore al 25 per cento.
r8o APPENDICE

si motivi portarono alla rapida pianificazione e alla definiti­


va costruzione dei due grandi crematori, e, nel 1 943 , alla
costruzione delle due istallazioni minori. Un'altra istal­
lazione assai piu ampia, progettata in seguito e la cui co­
struzione era già avviata, non poté essere realizzata perché
nell'autunno 1944 Himmler ordinò di sospendere imme­
diatamente lo sterminio degli ebrei '.
I due grandi crematori I e II furono costruiti nell'inverno
1 942-43 , ed entrarono in funzione nella primavera del
1 943 · Avevano ciascuno cinque forni a tre stanze, ed erano
in grado di cremare, nelle ventiquattr'ore, circa 2000 cada­
veri ciascuno. Per ragioni tecniche non fu possibile incre­
mentare la loro capacità, e i tentativi fatti in proposito
provocarono gravi lesioni agli edifici, che in molte occasioni
furono messi completamente fuori uso. Un montacarichi
trasportava i cadaveri fino ai forni che si trovavano in alto.
Le camere a gas avevano una capacità di circa 3000 persone
l'una, ma queste cifre non furono mai raggiunte, perché i
singoli trasporti non erano mai così numerosi.
I due crematori minori, III e IV, secondo i calcoli della
ditta Topf di Erfu rt, che li aveva costruiti, avrebbero dovu­
to cremare nelle ventiquattr'ore 1 5 00 persone ciascuno. Ma
la scarsità di materiale, dovuta alla guerra, costrinse i co­
struttori a lavorare in economia, cosicché i locali per la
svestizione e la gasazione furono a livello del suolo, mentre
i crematori fu rono costruiti meno solidamente. Ben presto
ci accorgemmo che a questo modo i forni, due ogni quattro
locali, non erano adatti alla bisogna. Il III crematorio crollò
completamente dopo poco tempo, e in seguito non fu piu
adoperato. Il IV dovette essere ripetutamente riparato,
perché, dopo un breve periodo di accensione, da quattro a
sei settimane, i forni o i camini erano bruciati. Cosi la
maggioranza dei gasati venne cremata in grandi fosse dietro
il crematorio IV.
L 'istallazione provvisoria I venne demolita quando si
cominciò a costruire la III sezione del campo di Birkenau.
La II istallazione, chiamata in seguito bunker V, restò in

' L'ordine di Himmler, relativo alla sospensione dello sterminio degli ebrei,
non ha avuto fino ad oggi la conferma di nessun documento; tuttavia il fatto in
quanto tale è confermato dalla dichiarazione di numerosi testimoni al di sopra di
ogni sospetto. Quanto ai motivi politici che indussero Himmler, nell'autunno
r 944, a sospendere lo sterminio degli ebrei, si possono esaminare anche in The
Schellenberg Memoirs, London 1956.
AUSCHWITZ: LA « SO LU Z I ONE FINALE » r8r

attività fino all'ultimo, per sostituire, in caso di avarie, i


crematori da I a IV. In occasione di trasporti piu numerosi,
le gasazioni venivano eseguite di giorno nel crematorio V,
mentre i trasporti che arrivavano di notte venivano condot­
ti in quelli da I a IV. Le possibilità di cremazione del
numero V furono praticamente quasi illimitate finché si
poterono azionare i forni giorno e notte. Ma con l'intensifi­
carsi dell'attività aerea nemica, a partire dal 1 944, non fu
piu possibile eseguire le cremazioni di notte. La massima
cifra di persone gasate e cremate in un giorno fu di un po'
piu di 9000, calcolando tutte le istallazioni tranne la III, e si
verificò nell'estate I 944 durante le azioni in Ungheria 1 , al­
lorché, per ritardi di treni, anziché i tre convogli previsti
nelle ventiquattr'ore, ne arrivarono cinque, e piu gremiti
del solito.
I crematori erano stati costruiti al termine delle due
grandi ali del campo di Birkenau, anzitutto per non accre­
scere ulteriormente l'area del campo, e non dover quindi
aumentare le necessarie misure di sicurezza; inoltre, perché
non dovevano essere troppo discosti dal campo, dato che,
alla fine delle operazioni di sterminio, i locali per la gasa­
zione e la svestizione avrebbero dovuto poter essere usati
come istallazioni igieniche.
Dovevano essere protetti alla vista per mezzo di un muro
o di siepi, ma non fu possibile realizzare questo piano per
mancanza di materiale. Provvisoriamente, tutti i luoghi di
sterminio furono celati con reti mimetizzanti.
I tre binari fra il I e il II settore del campo di Birkenau a
loro volta dovevano essere rimaneggiati a stazione e fatti
proseguire fino al III e IV crematorio, in modo che anche le
operazioni di scarico potessero essere compiute al riparo
dalla vista dei non· addetti. Ma la mancanza di materiale
costrinse ad abbandonare anche questo piano.
Date le crescenti richieste di Himmler perché venisse
impiegato nelle industrie belliche il maggior numero possi­
bile di prigionieri, Pohl si vide costretto a reclutare anche
gli ebrei già inabili al lavoro. Ricevemmo pertanto l'ordine

1 Dopo l'occupazione dell'Ungheria, il 19 marzo 1944, anche gli ebrei unghe­


resi, fino allora risparmiati, vennero inclusi nel programma della « soluzione fina·
le». Nello spazio di circa due mesi, a partire dal maggio 1944, vennero deportati e
sterminati, in massima parte ad Auschwitz, circa 400000 ebrei. Si tratta della pili
radicale e, per la pianificazione e la rapidità dell'attuazione, della pili drastica tra
le azioni contro gli ebrei intraprese nei paesi occupati dalle forze tedesche.
APPENDICE

di curare e nutrire convenientemente tutti gli inabili suscet­


tibili di migliorare e di ridiventare abili nello spazio di sei
settimane. Fino a quel momento, tutti gli ebrei inabili veni­
vano gasati coi trasporti successivi, oppure, se giacevano
malati all'ospedale, uccisi per mezzo di iniezioni.
Quell'ordine fu una vera e propria beffa per Auschwitz­
Birkenau. M ancavamo di tutto. Medicine zero, alloggi qua­
si lo stesso, tanto che anche i malati gravi riuscivano a
stento ad avere un giaciglio. Il vitto era del tutto insufficien­
te, e inoltre il Ministero dell'Alimentazione lo decurtava di
mese in mese. Ma tutte le nostre proteste non servirono a
nulla e fummo costretti a compiere il tentativo richiesto.
Ciò provocò nel campo una grave carenza alimentare per i
detenuti sani, che non fummo in grado di fronteggiare.
Cosf lo stato sanitario generale peggiorò ulteriormente, e le
epidemie cominciarono a infierire. La conseguenza di quel­
la disposizione fu un brusco b alzo in avanti delle cifre della
mortalità, un tremendo peggioramento delle condizioni
generali; e non credo che nemmeno uno degli ebrei ormai
inabili poté essere utilizzato per il lavoro in fabbrica.
In interrogatori precedenti, ho fatto ammontare a due
milioni e mezzo il numero degli ebrei condotti ad Ausch­
witz per essere sterminati. Questa cifra deriva da Eich­
mann, che la riferf a Gliicks, il mio superiore, quando fu
chiamato a rapporto ·da Himmler, poco prima che Berlino
fosse accerchiata. Eichmann, insieme al suo sostituto per­
manente, Giinther, erano i soli ad avere i dati necessari per
calcolare la cifra totale degli ebrei uccisi. Dopo ogni azione
pili in grande, per ordine del Reichsfuhrer, tutte le informa­
zioni che avrebbero potuto servire a calcolare la cifra delle
vittime di Auschwitz venivano bruciate. Come capo del
dipartimento D I, io stesso distrussi tutti i dati esistenti nel
mio ufficio. Gli altri fecero lo stesso. Secondo le dichiara­
zioni di Eichmann, anche presso il Reichsfuhrer e il RSHA
vennero distrutte tutte le informazioni in loro possesso.
Solo il suo incartamento personale poteva servire di base
per il calcolo. È possibile che, per la negligenza di qualche
funzionario, si siano conservate carte, telegrammi o mes­
saggi radio, ma non sono certo sufficienti a p ermettere illa­
zioni sulla cifra totale.
Quanto a me, non ho mai conosciuto la cifra complessi­
va, né ho documenti che permettano di calcolarla. Ricordo
AUSCHWITZ: LA « SO LU Z I ON E FINALE »

soltanto le cifre delle azioni pili vaste, che mi sono state


ripetutamente citate da Eichmann o dai suoi incaricati:
250 000 Alta Slesia e Generai Gouvernement
100000 Germania e Theresienstadt
95 ooo Olanda
20 ooo Belgio
1 10000 Francia
65 000 Grecia
400000 Ungheria
90 000 Slovacchia

Non ricordo piu le cifre delle azioni minori, ma erano


insignificanti rispetto a queste. Ritengo, ad ogni modo, che
la cifra di due milioni e mezzo sia eccessiva. Anche ad
Auschwitz le possibilità di sterminio erano limitate. Le cifre
date da ex prigionieri sono un p arto della fantasia, privo di
qualsiasi fondamento.
Aktion Reinhardt era il nome convenzionale per indicare
le operazioni di raccolta, selezione e utilizzazione di tutti gli
oggetti dei quali entravamo in possesso con i trasporti di
ebrei e il loro sterminio. Ogni membro delle SS che si
appropriasse di qualcuno di questi oggetti, per ordine di
Himmler era condannato a morte. La raccolta fruttò ogget­
ti preziosi per il valore di diversi milioni; valori enormi
furono trafugati dalle SS e dai poliziotti, dai prigionieri, dai
funzionari civili e dal personale ferroviario. U na parte no­
tevole deve ancora trovarsi sottoterra nella zona del campo
di Auschwitz-Birkenau.
Durante lo scarico dei trasporti di ebrei, tutto il loro
b agaglio rimaneva sulla banchina finché tutti gli ebrei non
erano stati condotti ai luoghi di sterminio, oppure al cam­
po. Quindi un reparto speciale trasportava tutto questo
bagaglio in un primo tempo nei locali per la selezione,
Canada!, dove erano disinfettati e selezionati. Anche il ve­
stiario dei gasati nel I e Il bunker, rispettivamente nei cre­
matori da I a IV, dopo l'uccisione delle vittime era portato
nei medesimi locali di cui sopra. Fin dal 1 942, C anada! non
fu pii.i in grado di lavorare ininterrottamente alla selezione.
Nonostante la continua costruzione di baracche e capan­
noni sussidiarii, e il lavoro continuo, giorno e notte, dei
prigionieri addetti alla selezione, nonostante l'aumento del
personale, il bagaglio non ancora selezionato si ammon­
ticchiava in altissimi cumuli, benché ogni giorno venisse-
APPEN D I C E

ro spediti parecchi vagoni carichi di materiale selezionato


(spesso fìno a venti) . Nel 1 942 si cominciò a costruire il
deposito CanadaII, a occidente dell'edificio II di Birkenau,
comprendente anche una istallazione per la disinfestazione
e il bagno dei nuovi arrivati. Ma le trenta baracche furono
riempite appena terminate. Montagne vere e proprie di ba­
gaglio non ancora selezionato torreggiavano fra le baracche.
Nonostante l'aumento degli effettivi delle unità di lavoro,
non c'era neppur da pensare che il lavoro potesse essere
completato nel corso delle singole azioni, che duravano
sempre da quattro a sei settimane. Soltanto in occasione
di pause prolungate era possibile arrivare a certi risultati.
Il vestiario e le scarpe venivano ispezionati in cerca dei
valori nascosti - certo non sistematicamente, data la quanti­
tà -, e dopo la selezione venivano immagazzinati o portati
al campo per completare l'abbigliamento dei prigionieri. In
seguito si spedirono anche ad altri campi. Una buona parte
del vestiario era destinata alle organizzazioni assistenziali
per gli sfollati, e piu tardi fu messa a disposizione dei dan­
neggiati dai bombardamenti. Altri quantitativi considerevo­
li erano consegnati ad alcune importanti fabbriche belliche,
per gli operai stranieri. Coperte, letti ecc. alle organizza­
zioni assistenziali (NSV). Il campo stesso era autorizzato
a trattenere per sé il fabbisogno di tali oggetti necessario a
coprire le deficienze, e grossi invii erano fatti ad altri campi.
Gli oggetti preziosi erano presi in consegna da un ufficio
speciale del comando del campo e suddivisi da esperti se­
condo il loro valore; lo stesso avveniva per il denaro.
Questi oggetti preziosi - particolarmente nel caso di tra­
sporti di ebrei occidentali - comprendevano valori ingen­
tissimi. Pietre preziose valutabili a parecchi milioni, orologi
tempestati di brillanti, orologi d'oro e di platino, dal valore
incalcolabile, e ancora anelli, orecchini, collane preziose e
rare. A milioni le valute di tutti i paesi del mondo. Spesso
una sola persona aveva addosso denaro per centinaia di
migliaia di lire, per lo piu in biglietti da rooo dollari. Non vi
era nascondiglio possibile nel bagaglio, negli abiti, nello
stesso corpo umano, che non fosse stato sfruttato.
Dopo la selezione, che si verificava a conclusione di
ognuna delle azioni piu grandi, gli oggetti preziosi e il de­
naro, debitamente impacchettati, erano trasportati in auto­
carro a Berlino all'Alto Comando economico-amministrati­
vo (WVHA), e di qui alla Reichsbank, dove una sezione
AU SCHWITZ: LA « SO LU ZI O N E FINALE »

speciale si occupava esclusivamente degli oggetti prove­


nienti dalle azioni contro gli ebrei. Come appresi una volta
da Eichmann, i preziosi e le divise estere erano venduti in
Svizzera, anzi, con questo mezzo dominavamo interamente
il mercato svizzero dei preziosi. Gli orologi comuni veniva­
no portati a migliaia a Sachsenhausen. Qui era stata impian­
tata una grossa officina di orologeria, forte di centinaia di
prigionieri-lavoratori, posti direttamente sotto la direzione
del dipartimento D II (Maurer) , dove gli orologi venivano
assortiti e, se necessario, riparati. La maggior parte era poi
spedita al fronte e distribuita alle SS e all'esercito, per ne­
cessità di servizio.
L'oro ricavato dai denti veniva fuso in forma di verghe
nell'ospedale SS dai dentisti, e consegnato ogni mese al
comando di sanità. A volte si trovarono pietre preziose di
valore incalcolabile anche nei denti impiombati. I capelli
femminili erano inviati a una industria bellica, in Baviera.
Tutti i capi di vestiario inutilizzabili come tali erano mes­
si a disposizione per il recupero del tessuto; le scarpe inser­
vibili disfatte e utilizzate com'era possibile, e gli avanzi
trasformati in farina di cuoio.
Per il campo, questi oggetti preziosi degli ebrei furono
causa di enormi, inevitabili difficoltà. Furono un elemento
di corruzione per i militi SS, che non sempre erano tanto
forti da resistere alla tentazione di arraffare quei tesori, cosi
a portata di mano. Neppure le condanne a morte e alla
detenzione furono sufficienti a porre un freno. Per i prigio­
nieri questi preziosi rappresentavano opportunità incredi­
bili. La maggior parte delle fughe è da ricollegare certa­
mente a questa possibilità di corrompere le SS o gli impie­
gati civili mediante quel · denaro facile da ottenere, o me­
diante orologi, anelli ecc. Alcool, tabacco, viveri, documen­
ti falsi, armi e munizioni, erano tutte cose all'ordine del
giorno. A Birkenau i prigionieri si procuravano l'accesso di
notte al campo femminile corrompendo perfino alcune sor­
veglianti, con gravissimo danno per la disciplina generale
del campo. Coloro che riuscivano a impadronirsi di prezio­
si potevano procurarsi i migliori posti di lavoro, guadagnar­
si la benevolenza dei capi e degli anziani del blocco, o
addirittura lunghi soggiorni all'ospedale, dove erano nutriti
assai meglio. Nonostante il rigore dei controlli, questo stato
di cose continuò: l'oro ebreo fu veramente una maledizione
per il campo.
186 APPENDICE

Oltre ad Auschwitz, i luoghi di sterminio per gli ebrei,


per quanto ne so, erano:
Kulmhof, presso Litzmannstadt gas da combustione
Treblinka sul Bug gas da combustione
Sobìbor, presso Lublìno gas da combustione
Belzec, presso Leopoli gas da combustione
Lublìno (Majdanek) Cyclon B

Vi erano altri luoghi nel territorio del Commissariato del


Reich per l'Oriente, ad esempio presso Riga. Qui gli ebrei
venivano fucilati e cremati su cataste di legno.
Ho conosciuto di p ersona soltanto Kulmhof e Treblinka,
ma il primo, quando lo vidi, non era piu in funzione. Invece
a Treblinka potei assistere all'intera operazione. C 'erano
p arecchie camere, della capacità di qualche centinaio di
persone, costruite proprio nelle vicinanze del binario ferro­
viario. Attraverso una rampa all'altezza dei vagoni, gli ebrei
- ancora vestiti - passavano direttamente nelle camere. In
una sala-motori immediatamente adiacente si trovavano
numerosi motori di autocarro e di carro armato, che veni­
vano accesi. I gas cosi fabbricati passavano mediante con­
dotti nelle varie camere e uccidevano le persone ivi rinchiu­
se. In genere passava oltre mezz'ora prima che nelle camere
cessasse ogni segno di vita. Dopo un'ora le porte venivano
aperte, i cadaveri estratti, spogliati e quindi bruciati in cata­
ste presso i binari. Il fuoco era appiccato al legno, e i ca­
daveri di tanto in tanto irrorati di residuati di benzina.
Nell'operazione cui assistetti, tutte le vittime erano già
morte quando furono estratte; ma mi fu detto che i motori
non avevano sempre un rendimento regolare, e perciò spes­
so i gas cosi prodotti non erano abbastanza forti da uccide­
re tutte le persone nelle camere. Parecchi erano soltanto
svenuti, e dovevano essere poi uccisi con un colpo di pisto­
la. Le stesse cose mi furono riferite anche a Kulmhof, e
Eichmann mi disse che anche in altri luoghi si erano verifi­
cati gli stessi inconvenienti. A Kulmhof è avvenuto anche
che gli ebrei riuscissero a rompere le pareti dei vagoni e a
tentare la fuga.
L'esperienza ha dimostrato che il preparato di acido
prussico, Cyclon B , provoca la morte con assoluta sicurezza
e rapidamente, soprattutto se usato in locali asciutti e a
prova di gas, ben stivati di persone e usando il maggior
numero possibile di condotti per l'immissione del gas. Non
AU SCHWITZ: LA « SO LU Z I O N E FINALE »

ho mai visto, e neppure udito, che una sola delle persone


gasate ad Auschwitz, al momento dell'apertura dei locali,
mezz'ora dopo l'immissione del gas, fosse trovata ancora in
vita.
Il processo di sterminio ad Auschwitz avveniva cosf.
Gli ebrei destinati alla morte - uomini e donne separa­
tamente - venivano condotti con la maggior calma possibile
ai crematori. Negli spogliatoi, i prigionieri del Sonderkom­
mando li inducevano a spogliarsi, dicendo che li avevano
portati li per il bagno e la disinfestazione; dovevano quindi
deporre i loro abiti con ordine, e non dimenticare dove li
avevano messi per poterli ritrovare piu fa cilmente dopo la
disinfestazione. Era nell'interesse di questi prigionieri del
Sonderkommando che tutto procedesse rapidamente, col
massimo ordine e con calma. Dopo la svestizione, gli ebrei
entravano nelle camere a gas, provviste di docce e di lavan­
dini per dar meglio l'impressione di stanze da bagno. Per
primi entravano le donne con i bambini, quindi gli uomini,
che di solito erano in numero inferiore. Questa operazione
avveniva sempre nella massima calma, perché gli irrequieti,
coloro che evidentemente capivano di che si trattava, veni­
vano tranquillizzati dagli uomini del Sonderkommando.
Inoltre questi ultimi e un milite SS restavano fino all'ultimo
momento nelle camere.
Quindi si chiudevano rapidamente le porte e il gas veniva
immediatamente fatto uscire dagli appositi serbatoi e im­
messo, attraverso fori praticati nel soffitto, in un pozzo
d'aerazione che li faceva arrivare fino al pavimento. Questo
assicurava l'immediato diffondersi del gas. Attraverso gli
spioncini praticati nelle porte, si poteva osservare come le
persone piu vicine al pozzo d'aerazione cadessero morte
all'istante. Si può dire che un terzo circa moriva subito. Gli
altri cominciavano ad agitarsi, a urlare, a lottare in cerca di
aria, ma ben presto le grida si trasformavano in rantoli, e
dopo pochi minuti tutti giacevano a terra. Non passavano
venti minuti, e già piu nessuno si muoveva. A seconda della
temperatura, umida o asciutta, fredda o calda, e inoltre
della qualità del gas, che non era sempre la stessa, della
composizione dei trasporti - molti sani, vecchi o malati,
bambini -, l'effetto del gas si manifestava in cinque o dieci
minuti. Ma lo stato di incoscienza subentrava dopo pochi
minuti, piu o meno secondo che si trovavano piu o meno
vicini al condotto d'immissione. Cadevano piu rapidamente
r88 APPENDICE

quelli che gridavano, gli anziani, i malati, i deboli e i bam­


bini; i sani e i piu giovani duravano piu a lungo.
Dopo una mezz'ora dal momento dell'immissione del
gas, si aprivano le porte e si azionavano gli apparecchi per
la ventilazione. Quindi si cominciava subito a portare fuori
i cadaverì. I corpi non recavano segni visibili di trasforma­
zioni fisiche, né convulsioni né scoloramenti; solo dopo
p arecchie ore si cominciavano a notare le solite macchie
cadaveriche sulle parti del corpo che erano state a lungo a
contatto col suolo. Era raro che vi fossero macchie di feci;
non scorgemmo mai segni di qualche lesione esterna. I vol­
ti non erano affatto sfigurati.
A questo punto, gli uomini del Sonderkommando estrae­
vano ai cadaveri i denti d'oro, e tagliavano i capelli alle
donne. Poi i cadaveri venivano portati col montacarichi
fino ai forni che intanto erano stati accesi. A seconda delle
proporzioni, da due a tre cadaveri potevano entrare nelle
aperture dei forni. Anche la durata della cremazione varia­
va secondo la qualità dei corpi; nella media durava circa
venti minuti. Come ho detto già in altre occasioni, i crema­
tori I e II potevano cremare circa 2000 cadaveri nelle venti­
quattr'ore, non di pili per evitare lesioni ai forni. Le istalla­
zioni III e N invece ne potevano cremare, sempre nelle
ventiquattr'ore, circa 1 5 00, ma per quanto ne so non rag­
giunsero mai tale cifra. Durante l'ininterrotto processo di
cremazione, le ceneri cadevano attraverso le grate e senza
interruzione venivano trasportate via e tritate. La polvere
che cosf risultava, caricata su autocarri, era p ortata fino alla
Vistola e gettata a palate nella corrente che subito la trasci­
nava via e la disperdeva. Lo stesso procedimento era adot­
tato per le ceneri delle fosse di cremazione del II bunker e
del N crematorio. Il processo di sterminio era identico nel
I e nel II bunker, ma gli influssi della temperatura qui si
fa cevano sentire maggiormente ' .

1 Le due pagine seguenti, fino alla fine di questo rapporto, sono escluse dall'e­
dizione tedesca con questa motivazione: «Hoss tratta qui dapprima della parte
svolta dal servizio speciale ebreo nell'annientamento degli ebrei, quasi con le
stesse parole della sua autobiografia. Questo passo rappresenta quindi una sem­
plice ripetizione. Segue quindi una serie d'informazioni che Hoss avrebbe avuto
da Eichmann relativamente ai progetti di quest'ultimo per lo sterminio degli ebrei
rumeni, bulgari, greci, italiani e spagnoli. Hoss dà, tra l'altro, dati completamente
errati sulla consistenza numerica di questi ebrei (parla, per esempio, di due milio­
ni e mezzo di ebrei bulgari). Già per questo non si possono considerare queste
informazioni come degne della minima fiducia».
AUSCHWITZ: LA « SO LU Z I O N E FINALE »

L'insieme di queste operazioni era eseguito dai prigio­


nieri ebrei del Sonderkommando.
Costoro assolvevano il loro tremendo compito con la pili
ottusa indifferenza; il loro unico scopo era di sbrigare il
lavoro piu in fretta che fosse possibile, per avere a disposi­
zione piu tempo per andare a frugare tra gli abiti delle
vittime, in cerca di tabacco o di viveri. Benché non fossero
affatto denutriti, poiché godevano anche di razioni sup­
plementari, non era difficile vederli spostare e maneggiare i
cadaveri con una sola mano, essendo l'altra occupata a
portare del cibo alla bocca. Non smettevano di m asticare
neppure durante le operazioni pili disgustose, quelle di
scavare le fosse e di cremare i corpi. Non notai mai sui loro
volti espressioni di orrore o di angoscia: neppure quando si
trattava dei loro parenti.
Quando, nell'estate del 1 943 , mi recai a Budapest a par­
lare con Eichmann, egli mi spiegò quali azioni erano state
programmate per il futuro, riguardo agli ebrei.
In quel periodo piu di 200000 ebrei dei Carpazi e del­
l'Ucraina, in attesa dei trasporti che dovevano condurli ad
Auschwitz, erano stati ivi alloggiati in alcune baracche.
Eichmann aspettava dall'Ungheria circa tre milioni di
ebrei, secondo i calcoli forniti dalla polizia ungherese in­
caricata degli arresti. Tali arresti, e i successivi trasporti,
avrebbero dovuto essere effettuati entro il 1 943 , ma date le
difficoltà politiche frapposte dal governo ungherese, tale
data dovette essere spostata. In particolare l'esercito un­
gherese, o meglio gli ufficiali piu anziani, si opponevano
alla deportazione, e assai frequentemente diedero asilo nel­
le compagnie di lavoro delle divisioni al fronte a ebrei di
sesso maschile, strappandoli cosi alla polizia. Quando, nel­
l' autunno del 1 944, iniziammo le deportazioni a Budapest,
in città non trovammo altri ebrei di sesso maschile che
vecchi o ammalati.
N ell' insieme, gli ebrei deportati dall'Ungheria non furo­
no, probabilmente, piu di mezzo milione.
Secondo i piani, dopo l'Ungheria doveva venire la Ru­
menia. In base ai rapporti dei suoi rappresentanti a Buca­
rest, Eichmann si aspettava di ricevere circa quattro milioni
di ebrei. Ma i negoziati con le autorità rumene non furono
facili: gli elementi antisemiti desideravano che lo sterminio
degli ebrei avvenisse nei loro stessi paesi. Erano già avvenu­
te violentissime manifestazioni antisemite, e gli ebrei arre-
APPENDICE

stati erano stati gettati e massacrati nei profondi e isolati


burroni dei Carpazi. Ma c'era una parte del governo favo­
revole a che gli indesiderati ebrei fossero trasportati in
Germania.
Doveva avvenire, nello stesso tempo, un invio dalla Bul­
garia di circa due milioni e mezzo di ebrei. Il governo era
favorevole alla loro deportazione in Germania, ma deside­
rava attendere i risultati dei negoziati con la Rumenia.
Infine, Mussolini, a quanto si sapeva, aveva promesso
l'estradizione degli ebrei italiani e di quelli che vivevano
nelle zone della Grecia occupate dalle truppe italiane, seb­
bene non fosse stato fatto un calcolo del loro numero. Ma il
Vaticano e la famiglia reale, e inoltre tutti i nemici di Mus­
solini, intendevano opporsi a ogni costo alla deportazione
di questi ebrei.
Eichmann, di conseguenza, ritenne di non poter contare
su questi ebrei.
Vi era infine la Spagna. Alcuni funzionari tedeschi prese­
ro contatto con influenti circoli spagnoli, circa la possibilità
che la Spagna intendesse sbarazzarsi dei suoi ebrei: ma
Franco e i suoi seguaci si dimostravano contrari, e perciò
Eichmann nutriva scarsissima fiducia di poter concordare
questa estradizione.
Ma 1' andamento ulteriore della guerra sconvolse tutti
questi piani, salvando cosi la vita di milioni di ebrei.
R U DOLF HOSS
Cracovia, novembre 1946.
II.

Heinrich Himmler, Reichsfuhrer delle SS '

Non è mai stata cosa facile comprendere l' atteggiamento


di Himmler verso i campi di concentramento e le sue idee
sul trattamento da usare verso i prigionieri, dato che l'uno e
le altre mutarono piu volte. Non vi furono mai direttive
fondamentali sul modo di trattare i prigionieri e sui pro­
blemi che ad esso si ricollegavano. Vi furono quindi, in
quegli anni, notevoli contraddizioni su questo problema, e
tutte derivanti dai suoi ordini. Anche nelle sue ispezioni ai
campi, i comandanti non riuscirono mai ad avere indica­
zioni chiare e precise sul trattamento da usare verso i pri­
gionieri.
A volte la parola d'ordine era: severità e durezza senza
remissione; a volte invece: essere miti, p reoccuparsi del
loro stato di salute, cercare di rieducarli al fine di poterli
rilasciare. A volte: prolungare a dodici ore la giornata lavo­
rativa e punire con la massima severità l'infingardaggine;
altre volte invece: aumentare i premi e istituire bordelli per
coloro che volontariamente aumentavano il rendimento. A
volte: è necessario abolire la consuetudine, invalsa in alcuni
campi, di distribuire ai prigionieri i viveri in sovrappiu,
perché in tal modo si sottrae nutrimento alla popolazione
civile che compie lavori pesanti. Altre volte: il comandante
è responsabile del fatto che si compia ogni sforzo perché
siano aumentate le razioni alimentari assegnate ai prigio­
nieri dagli appositi uffici, sia procurandosi altri viveri sia
mediante la raccolta di erbe selvatiche. A volte: data l'im­
portanza dei piani di armamento, bisogna ottenere dai
prigionieri il massimo rendimento sul lavoro, senza alcun

1 Sono omesse le pp. 1-9 del manoscritto, perché si occupano genericamente


della carriera di Himmler e delle misure da lui prese, e perché non rientrano nel
quadro delle notizie autobiografiche basate sulle esperienze stesse di Hèiss.
APPENDICE

riguardo alle loro condizioni di salute. Altre volte, inve­


ce: per conservare il piu a lungo possibile l 'efficienza dei
prigionieri addetti alla produzione bellica, le industrie
devono opporsi dovunque alla richiesta di superprodut­
tività.
Cosi mutavano le sue opinioni ! Lo stesso avveniva per le
punizioni. A volte giudicava che si somministravano troppe
bastonature; altre volte protestava che la disciplina in tutti i
campi era troppo rilassata e che si doveva intervenire e
punire piu duramente !
Voglio citare u n esempio. Nel 1 940, improvvisamente
Himmler giunse a Sachsenhausen. Poco prima del corpo di
guardia incontrò un kommando di prigionieri, che gli passò
davanti trascinando un carro merci. Né le guardie né i
prigionieri riconobbero il Reichs/uhrer che stava nell'auto­
mobile, e perciò non si tolsero i berretti. Oltrepassando il
posto di guardia, Himmler si diresse immediatamente verso
il campo di custodia. Poiché ero proprio in procinto di
recarmi al campo ( a quel tempo ero Schutzha/tlagerfuhrer),
mi misi subito a rapporto. - Dov'è il comandante? - fu la
sua prima domanda, dopo un breve, irritato saluto. Il co­
mandante, lo Sturmbannfuhrer Eisfeld, apparve dopo poco,
e nel frattempo Himmler era già nel campo di custodia,
protestando aspramente che lui, Himmler, era abituato
finora a vedere ben altra disciplina nei campi di concen­
tramento, e che ormai i prigionieri addirittura non saluta­
vano piu.
Rifiutò ogni spiegazione del comandante, e non gli rivol­
se piu la parola. Dopo una breve visita all'edificio delle
carceri, riparti immediatamente. Due giorni dopo Eisfeld
venne deposto da comandante di Sachsenhausen, e al suo
posto fu nominato l'Oberfiihrer Loritz, già comandante
a Dachau, poi caposezione delle SS generali a Klagen­
furt, che riprese cosf il suo lavoro ai campi di concentra­
mento. Hitler aveva tolto Loritz da Dachau perché era
troppo duro coi prigionieri, e per giunta si preoccupava
assai poco del campo. Nel 1942, su proposta di Pohl, per
gli stessi motivi Loritz fu nuovamente allontanato da Sach­
senhausen.
Per disposizione di Himmler, si doveva curare al massi­
mo la previdenza in favore delle famiglie dei prigionieri,
indipendentemente dai motivi del loro arresto. Le famiglie
non dovevano a causa dell'arresto. . . piombare nella miseria
H I M MLER, REICHSFUHRER DELLE SS 1 93

e. . . 1 • Subito dopo il suo ingresso nel campo di concentra­


mento, ogni prigioniero tedesco doveva compilare un que­
stionario, dal quale risultassero le sue condizioni econo­
miche.
Il capo della sezione politica ' era tenuto, su richiesta del
prigioniero, a comunicare alla locale federazione del p artito
e della NS-Volkswohlfahrt ' i bisogni e la necessità di aiuto
della famiglia del prigioniero. Ove ciò non avvenisse, l'Uffi­
cio locale di Polizia politica o di Polizia criminale era tenu­
to a intervenire. Inoltre il prigioniero doveva fare rapporto
se la famiglia gli faceva sapere che l'aiuto non era stato
dato, o almeno non in modo sufficiente.
Conosco anche casi nei quali Himmler fece assegnare a
figli capaci di prigionieri posti gratuiti nei collegi nazional­
socialisti. Inoltre, in tempo di pace, nessun prigioniero po­
teva essere rilasciato se prima non era stato chiarito il pro­
blema della sua esistenza economica. Al rilascio doveva
seguire la riabilitazione, e da quel momento il prigioniero
non doveva subire alcun danno economico, in quanto la
sua prigionia era segnata soltanto negli archivi del RSHA.
Informazioni in proposito potevano essere date soltanto a
uffici di partito e di polizia, dietro motivi ben fondati. M a
avveniva di frequente che gli e x prigionieri subissero gravi
maltrattamenti da p arte dei cari connazionali, che volevano
cosf dimostrare di essere nazionalsocialisti al cento per cen­
to, oppure di qualche meschino funzionario di partito; e
avvenne anche che costoro a volte, spinti dal bisogno, si
rivolgessero per aiuto al loro ex campo di concentramento.
Ogniqualvolta Himmler venne a conoscere casi consimili,
intervenne assai energicamente.
Il corso della guerra rese necessaria l'utilizzazione di tut­
te le forze lavorative disponibili per le industrie belliche.
Soltanto una riserva insignificante di prigionieri dei campi
di concentramento continuò a prestare attività in lavori che
non riguardavano gli armamenti. Himmler promise infatti
al Fiihrer che le SS si sarebbero incaricate degli « armamen-

1 Qui, e pili avanti, alcune parole sono illeggibili nel manoscritto. Le parole
illeggibili sono sostituite da puntini, o ricostruite a senso, quando era possibile (in
parentesi quadre).
' Ogni campo aveva una sezione politica, il cui capo era funzionario della
Gestapo o della Polizia criminale e dirigeva la sezione della Gestapo e della polizia
del campo stesso. Era responsabile dell'interrogatorio del prigioniero e della sua
registrazione, delle pratiche per il rilascio ecc.
' Organizzazione nazista di tipo assistenziale.
1 94 APPENDICE

ti che avrebbero deciso la vittoria », e i prigionieri avrebbe­


ro dovuto essere la mano d'opera.
In questo periodo l'unica parola d'ordine era, per
Himmler: impiego al lavoro per gli armamenti, senza alcun
riguardo, di tutti i prigionieri ancora disponibili.. . ; per il
RSHA: nuove [azioni] preventive di poli[zia] per procurare
un maggior numero di prigionieri; per Eichmann: [intensi­
ficare] le sue azioni contro gli ebrei.
Himmler dice alle industrie belliche: costru[ite] campi di
[lavoro] e esigete per me forze lavorative attraverso il Mini­
stero degli Ar[mamenti], ce ne sono a sufficienza ! Promette
decine, centinaia di miglia[ia di] prigionieri, frutto di azioni
non ancora [avvenute] e i cui risultati [non] possono ancora
essere [va]lutati. Né Pohl né Kaltenbrunner osano disto­
gliere Himmler dal promettere contingenti ancora ignoti
[di prigionieri].
Sebbene Himmler, attraverso i rapp[orti] mensili, [mi­
nuzio ]sissimi e chiarissimi, sui campi di concentramento,
abbia un quadro assai preciso del numero dei prigionieri,
del [loro] stato e della loro immissione al lavoro, continua
insistentemente a premere: armamenti! prigionieri! arma­
menti! Perfino Pohl appare contagiato dalle continue pres­
sioni di Himmler, e a sua volta insiste presso i comandanti e
gli ispettori dei campi e del D II (Maurer) , affinché dedi­
chino tutte le loro forze esclusivamente al compito impor­
tantissimo di far affluire prigionieri nelle industrie belliche,
di fare di tutto perché quest'opera venga portata avanti.
Ora avviene che, mentre le industrie belliche hanno an­
cora immensi vuoti da coprire con nuove forze lavorative,
la costruzione degli alloggiamenti non proceda come do­
vrebbe. L 'Organizzazione Todt è chiamata a occuparsi di
questo problema, e anch'essa, in mancanza di operai, chie­
de prigionieri. Ma dove procurarseli? Maurer è in viaggio
notte e giorno a compiere ispezioni, ed è costretto a boccia­
re la maggior parte degli alloggiamenti di fortuna, poiché
' privi anche delle istallazioni igieniche pili primitive. Ciò
provoca ulteriori ritardi nell'afflusso dei prigionieri al lavo­
ro. Himmler infuria, crea commissioni d'inchiesta con pieni
poteri p erché scoprano i colpevoli di questo stato di cose.
Auschwitz rigurgita di prigionieri che attendono i mezzi di
trasporto per recarsi ai campi di lavoro. Intanto sono in
arrfoo nuovi trasporti inviati da Eichmann, che provoche­
ranno nuovi ingorghi ad Auschwitz. Naturalmente il traslo-
HIMMLER, REICHSFUHRER DELLE SS 1 95

co in sedi sotterranee delle piu importanti industrie belli­


che procede a rilento - si sono perduti almeno due anni.
Himmler nomina il dottor Kammler suo commissario per
l'esecuzione di questi piani. Ma neppure Kammler può fare
miracoli, e trascorrono settimane, anzi mesi, senza che si
compia un passo avanti.
La guerra aerea ritarda, impedisce, provoca stasi di mesi
interi. Himmler continua a premere, le promesse fatte lo
pungolano. Intanto ad Auschwitz migliaia di prigionieri
abili al lavoro vanno in malora prima di aver neppure visto
il loro posto di lavoro nelle industrie belliche. Nei campi di
lavoro di fortuna deperiscono senza aver minimamente
contribuito a svolgere « lavoro decisivo per la vittoria ».
Vengono inviati nei campi di concentramento « per guarire
ed essere nuovamente abili al lavoro », ma in realtà per
peggiorare le loro condizioni generali, che comunque, a
causa delle restrizioni belliche, sarebbero già al disotto del­
le possibilità umane, e infine, spossati, perire per una qua­
lunque delle epidemie che infuriano dovunque.
Himmler è al corrente di tutto questo, sia attraverso le
ispezioni che compie sia attraverso i rapporti scritti e orali
di tutti i funzionari responsabili. Ma non se ne cura. Che i
funzionari se la sbrighino da sé. Egli continua a esigere
categoricamente un numero sempre piu grande di prigio­
nieri, maggior rendimento, impegno crescente! Minaccia di
deferire al Tribunale delle SS tutti coloro che esitano !
I miei incontri personali con Himmler, nel periodo della
mia appartenenza alle SS, furono i seguenti:
Nel giugno 1 93 4 a Stettino, durante un'ispezione alle SS
della Pomerania. In tale occasione, Himmler mi chiese se
non intendessi entrare tra le SS adibite ai campi di concen­
tramento. La mia decisione maturò dopo lunghe discussio­
ni con mia moglie - p oiché avevamo avuto l'idea di diventa­
re coloni -, attratto come fui dal desiderio di ritornare nella
vita militare attiva. Il 1° novembre 1 934 venni chiamato a
Dachau dall'ispettore dei campi di concentramento, Eicke.
Nel 1936: grande ispezione di tutte le unità SS, incluse
quelle del campo di Dachau, da parte di tutti i Gauleiter ,
Reichsleiter e Gruppenfuhrer delle SA ed SS, con alla testa
Himmler. A quel tempo ero Rapport/uhrer, e rappresentavo
loSchutzhaftlagerfuhrer , assente. Himmler è di ottimo umo­
re perché l'ispezione ha dato buoni risultati. In questo pe­
riodo, infatti, nel campo di Dachau tutto è in perfetto ordi-
APPENDICE

ne. I prigionieri sono ben nutriti, puliti, vestiti e alloggiati


bene, per lo pili lavorano nelle fabbriche e il contingente
dei malati è irrisorio. In numero di circa 2500 persone,
sono alloggiati in dieci baracche di pietra. L'igiene del
campo è sufficiente, di acqua ce n'è abbastanza. La bian­
cheria personale viene cambiata una volta alla settimana,
quella dei letti una volta al mese. Un terzo dei prigionieri
sono politici, due terzi sono criminali di professione, aso­
ciali e condannati ai lavori forzati, omosessuali e circa 200
ebrei.
Durante l'ispezione, Himmler mi rivolge la parola insie­
me a Bormann e [ambedue] mi chiedono se sono soddisfat­
to del mio lavoro e come sta la mia famiglia. Poco tempo
dopo venni promosso Unterstunn/uhrer. Durante questa
ispezione, Himmler, come di consueto, fece chiamare alcu­
ni prigionieri per chiedere loro il motivo della loro deten­
zione, davanti a tutti i commensali. Alcuni erano dirigenti
comunisti, che dichiararono lealmente di essere comunisti e
che tali sarebbero rimasti anche in avvenire. Alcuni crimi­
nali professionali, invece, tentarono di sminuire l'elenco dei
loro misfatti, tanto che dovemmo rinfrescare loro la memo­
ria presentando la lista delle loro precedenti condanne. Era
un modo di fare tipico dei criminali, come ho potuto osser­
vare pili volte. H immler punf coloro che avevano mentito,
condannandoli a lavorare per alcune domeniche. Allo stes­
so modo punf alcuni asociali che avevano consumato in
bevute tutto il loro salario, costringendo le famiglie a rivol­
gersi alla pubblica beneficenza. Interrogò poi anche un ex
ministro socialdemocratico del Braunschweig, il dottor
Jasper, e alcuni emigranti ebrei, ritornati dalla Palestina,
che con la prontezza propria degli ebrei risposero in modo
assai appropriato alle domande poste loro da ogni parte.
Il mio successivo incontro con Himmler avvenne nell'e­
state del 1938 nel campo di Sachsenhausen. Per la prima
volta il ministro degli Interni del Reich, dottor Frick, fece
un'ispezione a un campo di concentramento, accompagna­
to da numerosi Primi presidenti e prefetti, e dai capi della
polizia delle maggiori città. Erano guidati da Himmler, che
forniva le spiegazioni. In quel periodo ero aiutante del
comandante del campo, e per tutto il tempo d ell'ispezione
fui vicino a Himmler e potei osservarlo bene. Era di ottimo
umore e manifestamente soddisfatto di poter mostrare infi­
ne uno di quei misteriosi e famigerati campi di concentra-
H I M M LER, REICHSFUHRER DELLE SS 1 97

mento al ministro degli I nterni e ai capi dell'amministra­


zione centrale del Reich. Costoro lo assalivano di domande,
alle quali rispondeva con calma e amabilità, ma non senza
un certo sarcasmo a volte. Rispondeva però in modo evasi­
vo - ma non per questo meno amabile - alle domande per
lui importune, ad esempio sul numero dei detenuti e cosf
via (il numero totale dei prigionieri dei campi di concen­
tramento doveva essere tenuto segreto, secondo i suoi stessi
ordini) . A quel tempo, a Sachsenhausen, i prigionieri era­
no, credo, 4000, in massima parte criminali, alloggiati in
linde baracche di legno, suddivise all'interno in dormitori e
refettori. Il vitto era notoriamente buono e abbondante, il
vestiario sufficiente e sempre pulito, perché il campo era
dotato di una lavanderia moderna. L'infermeria, con le sue
corsie, era esemplare e il numero dei malati minimo. A
parte l'edificio delle carceri, che in nessun campo veniva
mostrato ai visitatori - poiché in generale vi erano rinchiusi
prigionieri speciali del RSHA -, furono visitate tutte le
istallazioni, e certamente allo sguardo critico di tutti questi
vecchi burocrati dell'amministrazione e della polizia non
sfuggf nulla. Frick mostrò il piu vivo interesse, e durante il
pranzo d ichiarò che era dawero una vergogna da parte sua
di aver visto soltanto ora ( 1938) per la prima volta un
campo di concentramento.
Eicke, ispettore generale dei campi, descrisse gli altri
campi e le loro caratteristiche p articolari. Nonostante il
poco tempo a disposizione, attorniato com'era da visitatori
che lo assediavano di domande, Himmler trovò il modo di
rivolgermi personalmente la parola, e di chiedermi notizie
particolareggiate della mia famiglia. Era un atto che non
trascurava mai di compiere, e si aveva la sensazione che non
lo facesse per pura cortesia.
Ho già descritto l'incontro successivo, del gennaio 1940,
quando avvenne l'incidente dei prigionieri che non lo salu­
tarono.
Nel novembre 1 940, feci il mio primo rapporto orale a
Himmler su Auschwitz, insieme allo Sturmbannfuhrer Vo­
gel, del WVHA. Feci una descrizione molto accurata, rap­
presentando al vivo tutti gli inconvenienti che accusavamo
in quel tempo, e che erano tuttavia ben poca cosa rispetto
alle disastrose condizioni che avremmo avuto negli anni
successivi. A questo riguardo, però, non si sbilanciò molto,
limitandosi a dire che, come comandante, dovevo per pri-
APPENDICE

mo imparare a provvedere, e il « come » era affar mio. Inol­


tre eravamo in guerra, ed era necessario abituarsi a improv­
visare, perché era ora che anche nei campi di concentra­
mento abbandonassimo i metodi del periodo di pace. An­
che il soldato al fronte doveva privarsi di tante cose; e
perché non i prigionieri?
Di fronte ai timori, da me ripetutamente espressi, sui
pericoli di epidemie, dovuti alle insufficienti istallazioni
igieniche, tagliò corto dicendomi: - Lei vede tutto troppo
nero !
Il suo interesse si ridestò quando gli spiegai, carte alla
mano, in che consisteva il territorio del campo. Il suo atteg­
giamento mutò improvvisamente. Cominciò a parlare con
grande vivacità dei futuri piani, dandomi una direttiva
dopo l'altra o indicando tutto ciò che avrebbe dovuto sor­
gere su questa zona. Auschwitz doveva diventare la stazio­
ne sperimentale agricola dell'Oriente, poiché esistevano
qui possibilità che fino ad oggi in Germania non avevamo.
Le forze lavorative a disposizione erano pili che bastevoli, e
perciò era necessario intraprendere tutti i necessari esperi­
menti agricoli. Dovevano sorgere grandi laboratori e vivai
di piante; allevamenti di bestiame di tutte le specie e razze
di qualche importanza. Vogel doveva occuparsi immedia­
tamente di trovare i tecnici necessari. Bisognava creare del­
le peschiere negli stagni e prosciugare le terre, costruire la
diga sulla Vistola: e tutti questi compiti presentavano diffi­
coltà tali che, al paragone, tutti gli inconvenienti del campo
che avevamo lamentato erano una buffonata. Tra non mol­
to sarebbe venuto egli stesso ad Auschwitz a riesaminare
ogni cosa. Continuò cosf per molto tempo a intrattenerci
fino ai minimi particolari sui suoi piani agricoli, finché I' aiu­
tante di servizio gli fece presente che un importante perso­
naggio lo stava aspettando già da tempo.
Cosi l'interesse di Himmler per Auschwitz si ridestò, ma
non già per porre rimedio alle tremende condizioni in esso
esistenti, o almeno evitare che si ripetessero in futuro, bensf
per aumentarle col suo ostinato rifiuto a guardare in faccia
la realtà !
Il mio camerata Vogel era entusiasta dei grandiosi piani
abbozzati per la creazione di stazioni agricole sperimentali.
Anch'io, come ex agricoltore; ma come comandante del
campo vidi svanire cosf tutte le speranze di p oter ripulire e
risanare Auschwitz. Riponevo un'ombra di speranza soltan-
HIM MLER, REICHSFUHRER DELLE SS 1 99

to nella sua promessa futura visita. Speravo infatti che,


constatando di persona le carenze e i mali cosi evidenti,
sarebbe stato indotto a venire in nostro aiuto. Nel frattem­
po, continuai a costruire e a « improvvisare », per prevenire
il peggio. Ma non servf a molto, perché mi era impossibile
tenere il passo col continuo aumento del campo e il numero
sempre crescente dei prigionieri. Un edificio, capace in
condizioni normali di contenere 200 prigionieri, era appena
terminato, ed ecco che alla stazione si trovava già un tra­
sporto di 1 000 e piu prigionieri. Tutte le mie proteste pres­
so l'Ispettorato dei campi e [il] RSHA o il capo della poli­
zia di Cracovia, non servivano a nulla. « Le azioni ordinate
dal Reichsfuhrer devono essere eseguite! » era sempre la ri­
sposta.
Il 1 ° marzo 1 94 1 , Himmler giunse infine ad Auschwitz.
Erano con lui il Gauleiter Bracht, i prefetti, il capo delle SS
e della polizia della Slesia, dirigenti della IG-Farben Indu­
strie e l'ispettore dei campi di concentramento, Gliicks.
Questi, che era arrivato per primo, mi esortò insistente­
mente a non dire cose sgradevoli al Reichs/uhrer. Ma io
avevo da dirgli soltanto cose sgradevoli. Sulla b ase dei piani
e delle carte, spiegai a Himmler lo stato in cui avevo trovato
il complesso quando lo avevo rilevato, gli ampliamenti ef­
fettuati e lo stato attuale. Naturalmente, in quella sede, in
presenza di tutti quei visitatori, non potei denunziare aper­
tamente i difetti e i mali che ci opprimevano. Ma durante il
giro compiuto attraverso tutto il territorio, trovandomi solo
nell' automobile con Himmler e Schmauser, non m ancai di
dire tutto, fino in fondo. Ma non ottenni l'effetto che mi ero
ripromesso. Himmler mi ascoltò appena anche quando,
passando attraverso il campo, richiamai nascostamente la
sua attenzione sui mali peggiori come il sovraffollamento, la
mancanza d'acqua ecc. Anzi, quando reiterai la mia richie­
sta di sospendere gli arrivi, mi respinse addirittura sgarba­
tamente. Non mi aspettassi da lui il minimo aiuto. Al con­
trario, dopo il pasto - nella sala da pranzo dell'ospedale
delle SS - cominciò subito a indicare i nuovi compiti per
Auschwitz.
Anzitutto la costruzione del campo per i prigionieri di
guerra, della capienza di 100000 u omini, del quale aveva
parlato già durante il nostro giro per la zona, indicando a
un dipresso il posto. Il Gauleiter cominciò a sollevare ob­
biezione, e il prefetto cercò di opporre a Himmler le dilli-
200 APPENDICE

coltà inerenti alla mancanza d'acqua e alla canalizzazione.


Ma Himmler ridendo replicò: - Signori miei, quel campo
sarà costruito, i miei motivi al riguardo sono piu importanti
delle vostre obbiezioni. Bisogna poi fornire IO ooo prigio­
nieri alla IG-Farben, secondo le sue esigenze e i progressi
delle costruzioni. Il campo di Auschwitz deve essere attrez­
zato in modo da poter accogliere, in tempo di pace, 3 0 000
prigionieri. Penso di trasferire qui alcune importanti fab­
briche belliche, per cui bisogna tenere lo spazio libero. Poi
vi sono le stazioni agricole sperimentali e gli allevamenti -.
E tutto questo mentre nell'Alta Slesia i materiali da costru­
zione diventavano sempre piu scarsi. Il Gauleiter richiamò
la sua attenzione anche su questo fatto, e Himmler, di
rimando: - A che cosa servono allora le fornaci e la fabbrica
di cemento requisite dalle SS? Bisogna che lavorino di piu,
oppure il campo assumerà alcune di esse in gestione diret­
ta! Il rifornimento d'acqua e la canalizzazione sono pro­
blemi puramente tecnici, che devono essere risolti dai tec­
nici, ma che non possono servire come obbiezioni. La co­
struzione deve essere accelerata con tutti i mezzi. Bisogna
imparare ad ogni costo a improvvisare, e impedire assolu­
tamente l'insorgere di epidemie! Ma, per principio, il cam­
po non può rifiutarsi di accogliere ulteriori trasporti. Le
azioni di polizia da me preordinate devono seguire il loro
corso! Non ammetto di riconoscere le difficoltà esistenti ad
Auschwitz! - E, rivolto a me: - In quanto a Lei, veda di
cavarsela come può.
Poco prima di ripartire, Himmler volle ancora visitare la
mia famiglia, e mi incaricò di compiere nella casa tutti gli
abbellimenti necessari, data la sua funzione rappresentati­
va. Era di nuovo amabilissimo e loquace, sebbene poco
prima, durante la discussione, fosse stato conciso e irritato.
Gliicks era molto preoccupato perché avevo continuato
a sollevare obbiezioni alle proposte del Reichsfiihrer. Egli,
mi disse, non era in grado di fornirmi alcun aiuto, neppure
quanto a trasferimenti di personale e cosi via; non aveva a
disposizione ufficiali e sottufficiali migliori, né poteva aspet­
tarsi che gli altri comandanti di campo fossero pronti a
scambiare personale buono con altro peggiore. - Vedrà che
le cose non andranno poi tanto male e che se la caverà
benissimo! - Cosi si concluse il mio colloquio con il mio
superiore.
Questa fu la fine dell'ispezione di Himmler, che avevo
H I MMLER, REICHSFUHRER DELLE SS 201

atteso con tante speranze! Nessun aiuto, da nessuna parte!


Dovevo sbrigarmela da solo, aiutarmi da me!
Ritornai al lavoro molto amareggiato. Non risparmiai
nessun milite SS e nessun prigioniero: tutte le possibilità
esistenti dovevano essere sfruttate fino in fondo. Da quel
momento non stetti mai fermo: ero sempre in giro per
comprare, rubare, requisire materiali di ogni genere! Dove­
vo sbrigarmela da me? E lo feci, senza mezzi termini ! Gra­
zie alle mie buone relazioni con alcune industrie, riuscii
cosf a mettere insieme considerevoli quantità di materiale.
Estate 1 94 r . Himmler mi fece chiamare a Berlino, per
comunicarmi il suo ordine, cosf infausto e cosf duro, di
provvedere allo sterminio in massa degli ebrei di quasi tutti
i paesi d'Europa; Auschwitz doveva quindi diventare il piu
grande luogo di sterminio di tutta la storia, e la conseguen­
za fu che - a causa della cernita e dell'ammassamento degli
ebrei atti al lavoro e del sovraffollamento che ne derivò, con
tutti i terribili mali ad esso connessi - migliaia e decine di
migliaia di non ebrei, che avrebbero potuto restare in vita,
soccombettero a causa delle malattie e delle epidemie pro­
vocate dalla carenza di alloggiamenti, dal nutrimento insuf­
ficiente, dal vestiario scarso e dalla mancanza assoluta di
istallazioni igieniche. La colpa di tutto ciò ricade unicamen­
te e soltanto su Himmler, che rifiutò sempre di prendere in
considerazione tutti i rapporti su questo stato di cose pre­
sentatigli dai funzionari responsabili, non si preoccupò di
rimuovere le cause di questo stato e non forni il minimo
aiuto.
Ho già riferito in altra parte, in succo, il contenuto di
quello spaventoso ordine. Nell'impartirmi quell'ordine,
Himmler fu straordinariamente e insolitamente serio e par­
co di parole. Del resto, tutto il colloquio fu breve e assolu­
tamente oggettivo.
Il mio successivo incontro con Himmler avvenne nell'e­
state del 1 942, quand'egli, per la seconda e ultima volta,
venne a visitare Auschwitz. L'ispezione durò due giorni, e
Himmler volle osservare attentamente ogni cosa. Erano
presenti anche il Gauleiter Bracht, l'Obergruppenfuhrer
Schmauser e il dottor Kammler.
Subito dopo l'arrivo al campo, li condussi alla sede del
comando, dove, carte alla mano, spiegai la situazione del
campo. Quindi si passò all'edilizia, e qui Kammler, anche
lui sulla base di documentazioni, progetti e modellini, spie-
202 APPENDICE

gò quali fossero gli edifici progettati e quali quelli già in via


di costruzione, ma non tacque le difficoltà che si oppone­
vano alla loro realizzazione, o che addirittura la rendevano
impossibile. Himmler ascoltava con vivo interesse, si in­
formò di alcuni particolari tecnici, si dimostrò d'accordo
coi piani generali, ma non si pronunciò affatto riguardo alle
difficoltà che Kammler continuava ad esporgli. Segui poi
un giro per tutta la zona in questione. Dapprima le fattorie
agricole e i lavori di miglioria, l'argine, i lavoratori e i vivai a
Raisko, gli allevamenti del bestiame e le piantagioni speri­
m entali. Poi Birkenau, il campo dei Russi, il settore degli
zingari, un settore degli ebrei. Dalla torre di guardia all'in­
gresso del campo si fece poi indicare la ripartizione del
campo e i lavori di irrigazione e di prosciugamento in cor­
so, come pure gli ampliamenti previsti. Vide i prigionieri al
lavoro, visitò alloggiamenti e cucine e infermerie. Quanto a
me, non mancai di fargli notare gli inconvenienti e i mali di
ogni settore, e del resto li vedeva da sé. Vide come erano
ridotti i prigionieri colpiti dalle epidemie - i medici spiega­
rono la situazione con grande chiarezza e sincerità -, vide le
infermerie sovraccariche, l'epidemia infantile, la Noma;
vide inoltre le baracche - sovraccariche fin da allora -, le
istallazioni igieniche e sanitarie primitive e già insufficienti.
Ascoltò dai medici le alte cifre riguardanti malattie e deces­
si, e quali ne erano le cause. Si fece spiegare tutto con la
massima precisione, vide egli stesso tutto guanto, senza che
nulla gli fosse celato, ma continuò a tacere. A Birkenau mi
investi con grande violenza, dacché non cessavo di sottoli­
neargli le disastrose condizioni del campo, dicendomi:
- Non voglio pili sentir parlare di difficoltà ! Per un ufficiale
delle SS le difficoltà non esistono, è Suo preciso compito
owiare subito e personalmente a tutte le difficoltà. Quanto
al « come », è compito Suo, non mio, rompersi la testa ! - Le
stesse cose ripeté anche a Kammler e Bischoff.
A Birkenau assistette all'intera operazione di sterminio
di un trasporto di ebrei appena arrivato, e stette per un
pezzo a guardare anche mentre facevamo la cernita degli
abili al lavoro, senza sollevare alcuna critica. Sul processo
di sterminio non si espresse in nessun modo, soltanto stette
muto a guardare. Ma pili di una volta, senza parere, si voltò
a guardare gli ufficiali e sottufficiali addetti allo sterminio,
e me.
Proseguendo l'ispezione visitò il Buna- Werk, osservando
H I M M LER , REICHSFU HRER DELLE SS

gli edifici con la stessa profonda attenzione con cui osser­


vava i prigionieri e il lavoro che svolgevano. Vide e ascoltò
le notizie sul loro stato di salute. K ammler lo udf dire:
- Voialtri continuate a lamentarvi delle difficoltà che in­
contrate: ma guardate un poco che cosa sono riusciti a fa­
re quelli della IG-Farben in un solo anno, e in mezzo alle
stesse difficoltà ! - Ma non disse una parola sul contingente
di lavoratori, sulle migliori possibilità, sulle migliaia di ope­
rai specializzati - circa 3 0 000 a quel tempo - di cui dispo­
neva la IG-Farben. Disse invece che dovevo aumentare a
ogni costo il rendimento ! Anche qui, il come era affar mio,
benché solo poco prima avesse appreso dal Gauleiter e dai
dirigenti della stessa IG che entro breve tempo c'era da
aspettarsi una notevole riduzione delle razioni per tutti i
prigionieri, e benché avesse ben visto da sé lo stato generale
di salute di costoro.
Dal B una-Werk passammo agli stabilimenti per la pro­
duzione di gas, dove, per difficoltà materiali insuperabili, il
lavoro non procedeva.
Era uno dei punti pili dolenti di Auschwitz, e di interesse
generale: le fognature del campo principale sfociavano di­
rettamente nella Sola, senza essere quasi state purificate.
Data l'esistenza quasi continua di epidemie nel campo, la
popolazione dei dintorni era perennemente esposta al peri­
colo del contagio. Il Gauleiter illustrò senza mezzi termini
questo stato di cose, e chiese con inequivocabile chiarezza
che si intervenisse. - Kammler impiegherà tutta la sua
energia in proposito, fu la risposta di Himmler.
-

Interesse assai maggiore suscitarono in lui le piantagio­


ni di koksaghyz (gomma naturale) . Per Himmler, era sem­
pre pili interessante e piacevole ascoltare cose p ositive an­
ziché negative. Bene accolti erano da lui quei capi delle
SS che avevano da fargli soltanto rapporti p ositivi, o che
abilmente sapevano trasformare in positive le cose nega­
tive!
La sera del primo giorno d'ispezione vi fu un gran pran­
zo, cui intervennero tutti i visitatori e tutti gli ufficiali di
Auschwitz. Himmler si fece prima presentare questi ultimi,
uno per uno, e, con quelli che evidentemente gli piacquero
di piu, si intrattenne sulle loro famiglie e sul loro lavoro.
Durante il pranzo mi rivolse molte domande sugli ufficiali
che lo avevano piu colpito. Cogliendo l'occasione, gli espo­
si il mio personale punto di vista, i difetti e l'incapacità di
204 APPEN DICE

adattamento al lavoro del campo di gran parte degli ufficia­


li, e lo pregai di volermi concedere delle sostituzioni e
anche un aumento delle truppe di guardia. - Lei stesso si
meraviglierà, - mi rispose, - degli individui impossibili che
Le toccheranno fra non molto ! Ho bisogno per il fronte di
tutti gli ufficiali, sottufficiali e militi delle SS piu capaci. Per
le stesse ragioni, non c'è neppure da pensare a un rafforza­
mento delle truppe di guardia. Cerchi di studiare tutti i
mezzi tecnici atti a economizzare gli uomini di guardia.
Impieghi un maggior numero di cani, per la sorveglianza.
Le manderò presto il mio esperto nell' addestramento dei
cani, che Le farà conoscere i nuovi metodi d'impiego dei
cani in sostituzione dei sorveglianti. Le cifre delle fughe da
Auschwitz sono incredibilmente alte, in nessun altro cam­
po sono mai state cosi alte. Qualsiasi mezzo, - ripeté, -
qualsiasi mezzo che Lei vorrà impiegare per evitare e impe­
dire le fughe, per me è buono! L' epidemia di fughe da
Auschwitz deve cessare!
Dopo questo pranzo, il Gauleiter aveva invitato Himm­
ler, Schmauser, K ammler, Caesar e me nella sua casa di
K attowitz, dove Himmler avrebbe dovuto anche pernotta­
re, perché il giorno seguente, di primo mattino, intendeva
discutere col Gauleiter alcuni importanti p roblemi riguar­
danti la lista del popolo e il trasferimento. Per desiderio di
Himmler, anche mia moglie dovette venire dal Gauleiter.
Mentre per tutta la giornata Himmler era stato a tratti di
pessimo umore, violento, e perfìno molto scostante, la sera,
in mezzo a quella ristretta compagnia, apparve come tra­
sformato. Di ottimo umore, quasi radioso, diresse la con­
versazione e fu straordinariamente amabile soprattutto con
le due signore, la moglie del Gauleiter e la mia. Parlò su
tutti gli argomenti che furono toccati via via, sull'educazio­
ne dei bambini e sulle nuove abitazioni, su quadri e su libri.
Raccontò di fatti avvenuti tra le divisioni SS al fronte e di
ispezioni al fronte fatte insieme con il Fi.ihrer. Evitò accura­
tamente di sfiorare anche solo con una parola gli avveni­
menti della giornata o comunque di ritornare su argomenti
di lavoro. Anzi, finse di non accorgersi neppure dei tentati­
vi del Gauleiter in proposito.
Ci congedammo abbastanza tardi. Durante la sera si era
bevuto assai poco. Himmler, che di solito non beveva qua­
si, bevve un paio di bicchieri di vino rosso e fumò, altro
fatto straordinario. Eravamo tutti sotto il fascino del suo
H I MMLER, REICHSFUHRER DELLE SS 205

vivace modo di raccontare e della sua giovialità. Non l'ave­


vo mai visto cosi!
Il giorno successivo mi recai a p renderlo dal Gauleiter,
insieme a Schmauser, e l'ispezione continuò. Visitò il cam­
po principale, le cucine, il campo femminile - che a quel-
1' epoca comprendeva la prima serie dei blocks, dal coman­
do fìno al block II - le officine, le stalle, Canada e DWA, la
macelleria e la panetteria, il cantiere e i magazzini delle
truppe. Guardò scrupolosamente tutto, vide assai bene i
prigionieri, si informò dei vari tipi di detenzione e delle
cifre relative.
Rifiutando di lasciarsi condurre da altri, fu egli stesso,
quel mattino, a chiedere di vedere questo e quello. Nel
campo femminile vide come lo spazio fosse ristretto, le
istallazioni igieniche insufficienti e l'acqua scarsa; si fece
dire dall'amministratore qual era l'inventario di vestiti e
biancheria, e vide che tutto era scarso. Si fece spiegare fìno
ne� dettagli il sistema di razionamento e delle razioni sup­
plementari per i lavori pesanti.
Nel campo femminile volle assistere all'esecuzione della
pena corporale su una criminale professionale (una prosti­
tuta ) , che entrava dappertutto, rubava tutto ciò che le capi­
tava sottomano, al fine di osservarne gli effetti. Aveva riser­
vato a se stesso l'approvazione delle pene corporali alle
donne. Gli furono presentate delle prigioniere, arrestate
per motivi insignificanti, ed egli le fece rilasciare. Si intrat­
tenne anche a discutere con alcune Testimoni di Geova,
riguardo alla loro fanatica fede.
Dopo l'ispezione, tenne un rapporto finale nella mia
stanza di lavoro. In presenza di Schmauser, mi disse press'a
poco quanto segue: - Ho visitato a fondo Auschwitz. Ho
visto tutto, ho osservato piu che a sufficienza tutti i mali e
tutte le difficoltà, e li ho sentiti illustrare da voi. Non sono
.
in grado di mutare nulla a questo stato di cose. Veda Lei
come può riuscire a cavarsela. Siamo in piena guerra, e
dobbiamo imparare a pensare in termini di guerra. Le azio­
ni poliziesche da me ordinate non possono essere assoluta­
mente interrotte, e tanto meno per la mancanza di allog­
giamenti che mi avete prospettato, e simili m otivi. Il pro­
gramma di Eichmann verrà applicato, anzi a ccresciuto di
mese in mese. Faccia in modo di procedere con la costru­
zione di Birkenau. Gli zingari devono essere sterminati, e
allo stesso modo, senza il minimo riguardo, si deve proce-
206 APPENDICE

dere verso gli ebrei inabili. Nei prossimi mesi i campi di


lavoro presso le industrie belliche accoglieranno i primi
contingenti piu numerosi di ebrei validi, e quindi anche qui
riavrete maggiore spazio. Anche ad Auschwitz bisognerà
istallare fabbriche di armamenti, perciò si prepari a questo
compito. Dal punto di vista costruttivo, K ammler conti­
nuerà a fornirLe il suo aiuto. Gli esperimenti agricoli devo­
no essere proseguiti intensivamente, perché ho bisogno
assoluto dei loro risultati. Ho avuto modo di osservare il
Suo lavoro e il Suo rendimento, ne sono soddisfatto e La
ringrazio, e La promuovo a Obersturmbann/uhrer !
Terminò cosi l'ispezione di Himmler ad Auschwitz. Egli
osservò ogni cosa e fu messo al corrente di quali sarebbero
stati i risultati. Le sue parole: « Non posso farci niente »
erano forse intenzionali?
Dopo il rapporto nel mio ufficio visitò la mia abitazione
osservandone anche il mobilio, se ne dimostrò entusiasta e
si intrattenne ancora per un poco con mia m oglie e i miei
bambini: era vivace e di ottimo umore. Lo ricondussi all' ae­
roporto, dove, dopo essersi brevemente congedato, riparti
in volo per Berlino.
La guerra si avvicinava alla fine. L'offensiva dei Russi nel
gennaio 1 945 costrinse il Reichs/uhrer a decidere se i campi
di concentramento dovessero essere sgomberati, all' avvici­
narsi del nemico, oppure abbandonati nelle sue mani.
Himmler ordinò lo sgombero e il trasporto dei prigionieri
in altri campi assai .distanti. Tale ordine significò la con­
danna a morte di decine di migliaia di prigionieri. Ben
pochi furono quelli che sopravvissero alle lunghe marce o
al viaggio in trasporti stipati o addirittura in vagoni aperti,
con 20° sotto zero e la neve, senza possibilità di nutrirsi.
E le loro condizioni peggiorarono ulteriormente, dato lo
stato spaventoso, disumano, in cui si trovavano i campi
che li accolsero. Non si riusciva piu nemmeno a cremare
i morti. Eppure quell'ordine non venne mai revocato, e
con l'avvicinarsi del nemico bisognò continuare a evacua­
re i campi.
Quando Buchenwald fu minacciata, P ohl, insieme col
RSHA, dietro pressanti richieste, ottenne da Himmler, in
via eccezionale, di abbandonare il campo al nemico, dopo
aver trasportato via tutti i prigionieri piu importanti. Infatti
sarebbe stato praticamente impossibile far compiere ai
100 000 e piu prigionieri, per la maggior p arte ammalati,
H I MMLER, REICHSFUHRER DELLE SS 207

una marcia attraverso la popolatissima Turingia ' , e le fer­


rovie erano ormai fuori uso, in seguito agli attacchi aerei
nemici.
Dopo I' occupazione di Buchenwald da parte degli Ame­
ricani, secondo quanto venne comunicato al Fi.ihrer, i pri­
gionieri si armarono e commisero saccheggi e violenze a
Weimar. Di conseguenza, egli ordinò a Himmler che ali' av­
vicinarsi del nemico tutti i campi di concentramento e quel­
li di lavoro, senza eccezione, venissero evacuati di tutti i
prigionieri ancora in grado di camminare. Cosi, in breve
tempo, tutti i campi furono in marcia per le strade provin­
ciali, per raggiungere altri campi pili prossimi. Il caos che
ne derivò fu spaventoso. I collegamenti non esistevano qua­
si pili, e quella terribile confusione non poteva pili essere
controllata.
Per S achsenhausen tentai ancora una volta attraverso il
RSHA (Miiller) di ottenere da Himmler la revoca di un
ordine cosi insensato. Nulla da fare. Himmler ordinò
espressamente I'evacuazione degli ultimi campi che ancora
esistevano. Ma non disse dove! E i comandanti sarebbero
stati responsabili personalmente della m�ncata esecuzione
o del ritardo nell'attuare gli ordini. Rappresentanti della
Croce Rossa Internazionale insediatisi presso di me preme­
vano affinché i campi fossero posti sotto la protezione della
loro organizzazione. Himmler rifiutò.
Ormai non c'era pili scampo. Su tutte le strade e vie
maestre ancora praticabili, e comunque ingombre di fug­
giaschi e di reparti della Wehrmacht in fuga, si vedevano
avanzare penosamente le miserabili colonne di prigionieri.
Per loro c'erano a disposizione viveri per due o tre giorni,
poi basta. La Croce Rossa lavorava a distribuire pacchi di
viveri, per evitare il peggio. Anch'io ero in movimento
giorno e notte, per improvvisare qua e là luoghi di ristoro e
infermerie.
Ma il nemico, la fame e le malattie sono pili rapidi. Le
colonne di quegli infelici vengono superate dagli automezzi
nemici. Migliaia di morti e di ammalati sono disseminati
per le strade da essi percorse.

1 .Le notizie di H&s sulla sorte di Buchenwald, prima della liberazione da


parte degli Americani, sono inesatte. Nell'aprile 1945 vi si trovavano non 100000
ma 47000 prigionieri; inoltre fa loro evacuazione fu impedita solo parzialmente.
Mentre nei giorni immediatamente precedenti la liberazione circa 26 ooo di essi
furono trasportati via, ne rimasero ad attendere gli Americani circa 21 ooo.
208 APPEN DICE

E nei campi di concentramento e di lavoro « evacuati »,


restano migliaia di morti e di moribondi per cui ormai non
c'è piu nulla da fare. Questa fu la fìne dei campi di concen­
tramento, questo fu il quadro tremendo e terrificante che
apparve al nemico che avanzava: conseguenza del folle or­
dine di evacuazione dato da Himmler!
Il 3 maggio 1 945 incontrai Himmler per l'ultima volta.
Secondo gli ordini ricevuti, i resti dell'Ispettorato dei campi
si recarono da lui a Flensburg. Qui Gliicks, Maurer ed io ci
presentammo a rapporto. Himmler era appena tornato da
un colloquio coi membri ancora presenti del governo del
Reich. Era fresco e allegro, di ottimo umore! Dopo averci
salutato ci comunicò subito gli ordini: Gliicks e Hoss, tra­
vestiti da sottufficiali dell'esercito e sotto falso nome, si
recheranno in D animarca oltrepassando la frontiera verde,
e si nasconderanno li. Anche Maurer, con gli altri dell'I­
spettorato, dovranno scomparire nella Wehrmacht. Di tut­
te le questioni pratiche si occuperà lo Standarten/iihrer
Hintz, capo della polizia di Flensburg. Quindi ci strinse
la mano e cosf fummo congedati. Con lui c'erano il profes­
sor Gebhardt e S chellenberg del RSHA. S econdo quanto
Gebhardt disse a Gliicks, Himmler aveva intenzione di
riparare in Svezia.
Era stata intenzione di Himmler fare delle SS la potentis­
sima e insuperabile organizzazione che garantisse la prote­
zione del futuro Stato nazionalsocialista. A questo fine fu­
rono indirizzate tutte le sue disposizioni relativamente al­
!' addestramento e alla scelta. Esigeva incessantemente du­
rezza e autocontrollo, dedizione della persona fino al sacri­
ficio supremo ! Bisognava eseguire gli ordini ricevuti, depo­
nendo tutte le riserve personali. Bisognava abdicare alla
propria volontà, di fronte alle richieste avanzate dall'idea
nazionalsocialista.
In tempo di pace si sforzò senza posa di epurare le SS di
tutti gli elementi malfidi e inetti, attraverso un continuo
vaglio, esercitato attraverso corsi e seminari che funziona­
rono dapprima per gli ufficiali; in un secondo tempo si
sarebbe fatto lo stesso coi sottufficiali e coi militi. Gli uffi­
ciali che venivano bocciati agli esami non potevano piu
essere promossi, e la miglior cosa per loro era dimettersi
volontariamente. Per tutti gli ufficiali, fìno ai cinquant'anni,
esigeva esami di controllo delle loro capacità sportive.
Ognuno di essi doveva saper cavalcare, tirare di scherma e
H I MMLER, REICHSFUHRER DELLE SS 209

guidare l'automobile. Poco prima che scoppiasse la guerra


si dovevano istituire gare sportive per le SS, nelle quali
erano richieste anche prove di coraggio, come lanci col
paracadute, salvataggi in acqua ecc. Quanto ai membri del­
l'arma SS, cioè delle formazioni attive, il servizio militare
otteneva già gli effetti voluti, cioè la necessaria durezza, e
gli ufficiali erano trattati con particolare severità. L 'intera
educazione era basata sulla durezza e l'autocontrollo. Inol­
tre, Himmler dedicò particolari cure alla scelta delle nuove
reclute, le quali dovevano passare continuamente attraver­
so esami e vagli, e corrispondere a esigenze sempre pili'
dure e gravose. Soltanto coloro che erano in grado di sop­
portare le prove pili dure, quasi disumane - sia fisiche sia
psichiche -, avrebbero potuto, dopo un lungo periodo di
osservazione, essere accolti nell'« Ordine delle SS ».
Attraverso le molteplici prestazioni nel servizio e i corsi
di studio all'Accademia delle SS, l'ufficiale delle SS doveva
acquistare l'esperienza necessaria e le cognizioni generali
che gli avrebbero permesso in seguito di essere utilizzato
nei posti pili importanti dello Stato futuro.
Ho tratto queste informazioni dalla memoria, ed esse
non sono affatto complete. Tuttavia possono dare un qua­
dro abbastanza preciso dell'opera dell'uomo che nel J'erzo
Reich sostenne indubbiamente il ruolo pili infausto. E pos­
sibile che esse non siano del tutto obbiettive, perché io
stesso mi trovai troppo mescolato a tutte queste cose. Ma
cosi mi apparve i1Reichs/uhrer delle SS, Heinrich Himmler,
è cosi che l'ho veduto!
R U DOLF HOSS

Cracovia, novembre 1946.


III.

Eichmann, Obersturmbannfuhrer delle SS


e capo della Sezione ebraica IV B 4 dell'Alto Comando
per la S icurezza del Reich (RSHA)

Originario di Linz, Eichmann era perciò in ottimi termi­


ni con Kaltenbrunner fin dall'epoca delle attività clandesti­
ne delle SS in Austria. Dopo l'occupazione fu chiamato alla
SD e pili tardi alla Gestapo. Infine si affiancò a Miiller al­
la IV Sezione del RSHA.
Fin dalla giovinezza si era occupato della questione
ebraica, e conosceva a fondo tutta la letteratura esistente in
merito. Visse a lungo in Palestina, allo scopo di apprendere
il pili possibile sui sionisti e sul nascente Stato ebraico.
Conosceva tutti i paesi dove erano insediati ebrei, e anche il
numero approssimativo di questi, che era considerato se­
greto dagli stessi ebrei. Conosceva inoltre gli usi e costumi
degli ebrei ortodossi, come pure le concezioni degli ebrei
assimilati dell'Occidente.
Fu proprio per merito di queste sue approfondite cono­
scenze che venne nominato capo della Sezione ebraica.
Quanto a me, ebbi occasione di conoscerlo dopo che
ebbi ricevuto da Himmler l'ordine di sterminare gli ebrei,
quando Eichmann venne a trovarmi ad Auschwitz per di­
scutere insieme i particolari precisi del processo di stermi­
nio.
Era sulla trentina, molto vivace e attivo, sempre pieno di
energia. Andava macchinando continuamente nuovi piani e
continuamente era a caccia di innovazioni e miglioramenti.
Era incapace di starsene quieto. La sua costante ossessione
erano la questione ebraica e l'ordine emesso per darle una
soluzione finale.
Era tenuto a fare continui rapporti al Reichsfìihrer, diret­
tamente e a voce, sulla preparazione e la realizzazione delle
varie azioni. Era anche l'unico in grado di darne le cifre
esatte.
Riteneva a memoria ogni cosa. I suoi appunti erano � olo
EICHMANN, OBERSTURMBANNFUHRER DELLE SS 21 I

dei foglietti che si portava sempre dietro, riempiti di una


scrittura intelligibile a lui soltanto. N eppure il suo rappre­
sentante permanente a Berlino, Giinther, era sempre in
grado di fornire informazioni particolareggiate. Eichmann
era quasi sempre in viaggio per ragioni di servizio, ed era
molto raro trovarlo nel suo ufficio berlinese.
L 'allestimento di ogni azione contro gli ebrei era fatto da
membri dello stato maggiore di Eichmann dislocati nei vari
paesi in questione, i quali conoscevano perciò perfettamen­
te il paese ed erano in grado di preparare le basi necessarie
all'azione. Ad esempio, Wisliceni operò in Slovacchia,
Grecia, Rumenia, Bulgaria e Ungheria. I negoziati coi go­
verni dei paesi in questione erano condotti da rappresen­
tanti diplomatici tedeschi, nella maggior parte dei casi da
delegati nominati all'uopo dal Ministero degli Esteri.
I governi che erano d'accordo sulla deportazione degli
ebrei, istituivano un ufficio addetto a organizzarne la cattu­
ra e la consegna. Quindi Eichmann discuteva direttamente
con tale ufficio i particolari riguardanti il trasporto, fornen­
dogli la propria esperienza in materia di arresti. Ad esem­
pio, in Ungheria l'azione venne condotta dal M inistero de­
gli Interni e dalla polizia. Eichmann e i suoi presiedettero
l'operazione, intervenendo soltanto quando questa era
condotta troppo lentamente o con troppo scarsa sollecitu­
dine. Lo stato maggiore di Eichmann aveva anche il compi­
to di fornire i trasporti e di concordare gli orari col Ministe­
ro dei Trasporti.
Per ordine di Pohl, compii tre visite a Budapest, allo
scopo di procurarmi le cifre approssimative degli ebrei abili
al lavoro sui quali potevamo contare. Ciò mi forni l'oppor­
tunità di osservare i metodi usati da Eichmann per negozia­
re col governo ungherese, con gli uffici e con l'esercito. Il
suo modo di trattare era estremamente deciso e spregiudi­
cato, ma non per questo meno amabile e cortese, cosicché
egli finiva col piacere e essere bene accolto dovunque an­
dasse, come era confermato, del resto, dai numerosissimi
inviti privati che riceveva dai capi di quegli uffici. Solo
l'esercito ungherese non mostrò mai di gradire le visite di
Eichmann. Esso sabotava con ogni mezzo la consegna degli
ebrei, ma agendo in modo tale che il governo ungherese
non era in grado di intervenire. La maggior parte della
popolazione, particolarmente nell'Ungheria orientale, era
mal disposta verso gli ebrei, e in queste regioni non furono
2I2 APPENDICE

molti gli ebrei che, nel 1943, sfuggirono alla deportazione.


Se vi riuscirono, fu soltanto perché furono abbastanza for­
tunati da valicare i Carpazi e rifugiarsi in Rumenia.
Eichmann era assolutamente persuaso che, se fosse riu­
scito a distruggere le basi biologiche dell'ebraismo in
Oriente, mediante lo sterminio totale, l'ebraismo in quanto
tale non si sarebbe piu risollevato dal colpo subito. A suo
giudizio, gli ebrei assimilati dell'Occidente, compresa l'A­
merica, non sarebbero stati in grado (o forse non I' avreb­
bero neppure desiderato) di rimediare a questa tremenda
emorragia, e perciò le generazioni future sarebbero state
un'entità insignificante. Tale sua concezione era continua­
mente rafforzata dagli sforzi del capo degli ebrei ungheresi,
sionista fanatico, volti a persuaderlo ad escludere dalla
deportazione gli ebrei con famiglia numerosa. A piu ripre­
se, Eichmann ebbe lunghe discussioni con questo leader
sionista su tutte le questioni riguardanti gli ebrei. Del resto,
è interessante sapere che costui aveva sempre notizie di
prima mano concernenti Auschwitz e il numero dei tra­
sporti, come pure i processi di selezione e di sterminio.
Anche i viaggi di Eichmann e i suoi rapporti con le autorità
dei vari paesi erano sotto continua osservazione da parte
sua. Il capo degli ebrei di Budapest era in grado di dire con
la massima esattezza ad Eichmann dove questi si era recato
nelle ultime settimane e con quali personaggi aveva avuto a
che fare.
Eichmann era completamente posseduto dalla fissazione
della sua missione, e ugualmente persuaso che questa azio­
ne di sterminio fosse necessaria, al fine di proteggere nel
futuro il popolo tedesco dalle mire distruttive degli ebrei.
Perciò vedeva il suo compito soltanto da questo punto di
vista, e adoperava tutta la sua energia nella realizzazione dei
piani di sterminio del Reichsfiihrer.
Per le stesse ragioni, era decisamente contrario a che
venissero selezionati dai trasporti gli ebrei abili al lavoro.
Considerava ciò come un pericolo costante per il suo sche­
ma di una « soluzione finale » della questione ebraica, per­
ché sia attraverso fughe in massa, sia a causa di altri eventi
che avrebbero potuto prodursi, gli ebrei avrebbero potuto
sopravvivere. Per lui, si dovevano intraprendere azioni per
catturare tutti gli ebrei cui fosse possibile arrivare, e tali
EICHMANN, OBERSTU RMBANNFUHRER DELLE SS 213

azioni dovevano essere attuate con la maggior rapidità pos­


sibile fìno alla conclusione, dal momento che non era possi­
bile prevedere l'esito fìnale della guerra. Infatti, fin dal 1 943
egli dubitava che la Germania potesse vincere comple­
tamente, e riteneva che la fìne non avrebbe p ortato a una
vera conclusione...
Nota di Martin Broszat alt'edizione tedesca
Genesi; caratteri esterni e edizione degli appunti di Hoss.

L'ex Obersturmbannfuhrer delle SS Rudolf Hoss, che per tre


anni e mezzo diresse continuativamente il campo di concentra­
mento di Auschwitz (che funzionò dall'estate 1940 al gennaio
1 945 ) , e che può essere quindi considerato a ragione il comandan­
te di Auschwitz, fu arrestato l' n marzo 1946 nei pressi di Flens­
burg, nello Schleswig-Holstein, dalla polizia militare britannica.
Dopo il primo interrogatorio protocollare, del 1 3 - 1 4 marzo 1 946,
da parte della britannica Field Security Section, vi furono altri
interrogatori a Norimberga, dove Hoss fu interrogato in aprile
come teste a discarico dell'imputato principale, Kaltenbrunner, e
alla metà di maggio dal Pubblico Ministero americano, in relazio­
ne al cosiddetto « Processo Pohl » e al « Processo della IG-Far­
ben ».
Il 25 maggio 1946, Hoss fu inviato in Polonia, dove la Procura
di Stato del Supremo Tribunale polacco del popolo, istituito ap­
punto per giudicare i criminali di guerra, elevò contro di lui le sue
accuse. Tuttavia, prima del processo, tenutosi a Varsavia, trascor­
sero dieci mesi. Soltanto il 2 aprile 1947 il Tribunale del popolo
pronunziò contro Hoss la condanna a morte, che fu eseguita due
settimane dopo ad Auschwitz, mediante impiccagione ( 16 aprile
1 947). Il periodo fra l'arrivo in Polonia e la condanna, Hoss lo
trascorse per la maggior parte nelle carceri di Cracovia, dove dal
settembre 1 946 al gennaio 1 947 venne svolta su di lui un'appro­
fondita istruttoria.
Durante la detenzione a Cracovia, Hoss ultimò la stesura di
questo ampio manoscritto, di cui la parte piu importante è ora
pubblicata per la prima volta nell'originale tedesco. Sono com­
plessivamente 237 fogli, scritti da ambedue le parti. In base all'e­
poca e al motivo per cui furono scritti, come pure per il contenu­
to, si possono distinguere due parti: la prima metà, complessiva­
mente u4 pagine, sono un resoconto della sua vita e delle sue
esperienze (autobiografia) e recano il titolo, dello stesso Hoss: La
mia psiche: sviluppo, vita ed esperienze. L'altra parte è composta di
34 scritti di lunghezza assai varia. Per lo piu si riferiscono a diri-
218 MARTIN B ROSZAT

genti delle SS (Himmler, Pohl, Eicke, Globocnik, Heinrich Miil­


ler, Eichmann, ecc.) e a un gruppo di funzionari delle SS che
ebbero posti di responsabilità ad Auschwitz. Vi è poi un picco­
lo gruppo di scritti su argomenti determinati. (Attuazione dello
sterminio degli ebrei ad Auschwitz. Immissione al lavoro dei pri­
gionieri. Ordinamento dei campi, ecc.) .
Mentre l'autobiografia fu scritta da Hoss dopo la conclusione
dell'istruttoria e senza un diretto riferimento ad essa, nel gennaio­
febbraio 1 947, mentre attendeva l'inizio del p rocesso, i singoli
profili, scritti fra l'ottobre 1 946 e il gennaio 1 947, sono tutti piu o
meno in relazione con gli interrogatori diretti dal giudice istrutto­
re di Cracovia, dottor Jan Sehn. Poiché da parte polacca, con
questa istruttoria contro Hoss, si intendeva non solo accumulare
rapidamente un materiale d'accusa sufficiente a giustificare una
condanna, ma, in considerazione dell'infausta importanza storica
di Auschwitz, si mirava a raccogliere la piu completa documenta­
zione possibile su questo campo, gli interrogatori di Hoss si este­
sero anche ad altri argomenti che non riguardavano lui soltanto.
Vi fu anche la concomitanza del fatto che a Cracovia era imminen­
te, da parte del Supremo Tribunale polacco del popolo, un piu
ampio processo contro 40 membri dello stato maggiore delle SS di
Auschwitz. È altrettanto certo, comunque, che il corso e la durata
della detenzione in fase istruttoria di Hoss furono influenzati da
una circostanza emersa già a Norimberga: il comandante di
Auschwitz, infatti, si dimostrò un imputato estremamente comu­
nicativo, che con inattesa coscienziosità e con l'aiuto di un'ottima
memoria rispose quasi sempre con grande esattezza e pertinenza
alle domande postegli.
Come già era apparso evidente dagli interrogatori dei pubblici
accusatori americani a Norimberga, e come fu poi confermato
dalle informazioni del dottor Sehn sugli interrogatori svolti a Cra­
covia, Hoss mostrò quasi un interesse oggettivo e professionale
all'oggetto del dibattimento, e mediante spontanee comunicazioni
e rettifiche di errori che gli erano sfuggiti si sforzò in modo addi­
rittura imbarazzante di essere d'aiuto agli inquirenti. Sebbene a
Cracovia lo avessero awertito che, secondo la procedura penale
polacca, aveva il diritto di rifiutare di rispondere, evidentemente
non fece uso di tale diritto. Al contrario, attraverso altre note
scritte che fece pervenire al giudice istruttore polacco, cercò di
propria volontà, e senza esserne minimamente sollecitato, di for­
nire spiegazioni dettagliatissime e pertinenti su numerose persone
ed eventi a lui noti. Scriveva queste note tra un interrogatorio e
l'altro. In parte rappresentano perciò quasi una preparazione a
udienze a venire, in parte aggiunte ulteriori a dichiarazioni fatte
sugli argomenti trattati durante le udienze, ma a volte non hanno
con queste nessun legame.
Ritorneremo ancora sui motivi psicologici di questo compor­
tamento. È certo tuttavia, come risulta anche da un controllo delle
NOTA ALL' EDIZIONE TEDESCA 219

dichiarazioni e degli scritti di Hoss, che questi non rappresentano


affatto il prodotto ambiguo di una vanità che si manifesta con la
verbosità orale o scritta, bensf, nonostante certe deformazioni di
prospettiva e certi abbellimenti, colpiscono in generale per la loro
oggettività concisa ed esatta.
Infine il bisogno di riempire in qualche modo il tempo in carce­
re descrivendo il suo passato, e di mettere al servizio del tribunale
le sue conoscenze ed esperienze, è stato per Hoss anche un' occa­
sione per dare un resoconto della propria vita. I colloqui col
giudice istruttore polacco e col medico e psichiatra della prigione
di Cracovia, professor Batawia, hanno sollecitato questa sua idea;
infatti, com'è naturale, Hoss si era subito reso conto del crescente
interesse che si accentrava sulla sua persona e sulla sua psicologia,
dopoché si era visto che il comandante di Auschwitz non poteva
essere annoverato fra i « criminali abituali».
L'Institut filr Zeìtgeschichte, per la cortese mediazione del dot­
tor Jan Sehn e dell'ex direttore del museo di Auschwitz, Mgr. K.
Smolén, possiede fotocopie di tutti gli scritti che Hoss ha redatto a
Cracovia, e appunto di queste ci si è serviti per la presente edizio­
ne. Gli originali si trovano a Varsavia presso il Ministero della
Giustizia, e insieme ad altri documenti tedeschi dell'epoca del­
l'occupazione tedesca rimasti in Polonia, sono amministrati dalla
polacca « Commissione per l'inchiesta sui crimini dei nazisti in
Polonia» (« Glowna Komisja Badania Zbrodni H itlerowskich w
Polsce ») . Nel novembre 1 956 il curatore della presente edizione
ebbe l'opportunità di esaminarli in loco. L'autenticità formale di
questi scritti è fuori dubbio, poiché essendo essi manoscritti, è
stato possibile eseguire confronti con altre testimonianze scritte di
Hoss di altri periodi. Quanto alla loro veridicità, essa risulta so­
prattutto dall'intima concordanza tra gli eventi storici e quelli
soggettivi. Ciò che Hoss scrive e il modo in cui scrive, provano
chiaramente che l'autore è stato dawero il comandante di Ausch­
witz, e che conosce bene l'argomento, oltre a mostrare con certez­
za che si tratta di appunti scritti liberamente e che non sono stati
minimamente influenzati né manipolati. Inoltre, molti particolari
di essi, e anche la facilità dell'autore a comunicare che da essi
risulta, per quanto sorprendente possa sembrare, è stata già am­
piamente confermata dai protocolli degli interrogatori di Norim­
berga e dalla relazione del dottor Gilbert su Hoss.
Come i singoli profili redatti durante le udienze a Craco­
via, anche l'autobiografia di Hoss nasce dal suo impulso di farsi
comprendere dagli inquirenti. L'efficientissimo comandante di
Auschwitz si dimostra dunque un detenuto esemplare, che non
soltanto rivela pedantemente tutto quello che sa sui campi di
concentramento e lo sterminio degli ebrei, ma si sforza anche di
facilitare il compito dello psichiatra, con un dettagliato rendiconto
della propria vita e della propria « psiche », quale egli la intende.
Si rivelano in ciò quei tratti, sorprendenti ma caratteristici per
220 MARTIN B ROSZAT

Boss, che emergono con evidenza ancora maggiore dalla sua au­
tobiografia: la sollecita e fervente coscienziosità di un uomo che è
sempre al servizio di qualche autorità, che fa sempre il suo dove­
re, sia in qualità di boia che di delinquente confesso, che vive pe­
rennemente solo di seconda mano, che ha sempre rinunziato al
proprio Io autonomo, e quindi è sempre pronto a consegnare
il proprio Io, un Io paurosamente vuoto, al Tribunale, sotto for­
ma di autobiografia, per servire la causa.
Ma per quanto deprimente possa essere il motivo cui è da
attribuire l'origine di questi scritti, come documento storico essi
rappresentano qualcosa di unico, proprio per la personalità e la
mentalità del loro autore. Il lettore si vedrà presentata non soltan­
to una massa di fatti, ma avrà contemporaneamente la possibilità
di scrutare fino in fondo la psicologia e la struttura mentale e
sentimentale, come normalmente è difficile ottenere in una testi­
monianza. Il carattere straordinario di questa fonte indusse ap­
punto la Commissione di Varsavia, sette anni fa, a curare la prima
pubblicazione degli scritti di Boss nella traduzione polacca. Que­
sta si trova nel VII volume del « Biuletyn Glownej Komisji Bada­
nia Zbrodni Bitlerowskich w Polsce », che usd nel r95 1 per le
edizioni del Ministero polacco della Giustizia, a Varsavia, e oltre
all'autobiografia contiene anche una parte degli scritti pili brevi.
L'introduzione a questa prima edizione polacca fu scritta dal cri­
minologo polacco professor Stanislaw Batawia, già nominato, il
quale, come egli stesso riferisce, ebbe con Boss complessivamente
r3 colloqui durati parecchie ore. Nel r956 apparve una seconda
edizione integrale polacca, per le edizioni giuridiche di Varsavia,
sotto il titolo Wspomnienia Rudol/a Hoessa, Komendanta Obozu
Oswiemskiego (Ricordi di Rudolf Hoss, comandante del campo di
Auschwitz). Contiene tutti i profili e l'autobiografia, e inoltre le
due lettere di congedo che Hèiss scrisse alla moglie e ai figli in
Germania l'u aprile 1 947, prima della sua esecuzione, e delle
quali venne eseguita la fotocopia prima che fossero spedite. L'in­
troduzione a questa seconda edizione polacca è del dottor Sehn;
reca inoltre un commento a parte ed è suddivisa secondo largo­
mento.
Le due edizioni suddette sono state fatte conoscere a studiosi
tedeschi e dell'Occidente, e lestremo interesse - misto ad orrore ­
di questi documenti ha indotto uno scrittore francese a trasferirli
in un romanzo '. Tuttavia la conoscenza degli scritti di Hoss non
oltrepassò questa cerchia abbastanza ristretta, e ciò è dovuto forse
anche alla traduzione in polacco.
Per questi motivi sembrò assai utile farne un'edizione nell'ori­
ginale tedesco. Si aggiunga che lo stile degli scritti, importantissi­
mo come testimonianza del loro autore, può essere rilevato appie-

1 RODERT MERLE, La mori est mon métier, Gallimard, Paris 1952.


NOTA ALL' EDIZIONE TEDESCA 221

n o soltanto nell'originale tedesco. L'affettazione nella scelta delle


parole e delle espressioni, con cui Hoss vorrebbe mostrarsi « un
letterato », le sue « rivelazioni intime» improntate al cliché dei
rotocalchi, e infine il gergo nazionalsocialista, nel quale inavverti­
tamente cade spesso, tutto va inevitabilmente perduto nella tradu­
zione.
Curando l'edizione tedesca, gli editori non ritennero necessario
di seguire l'esempio polacco e presentare tutti gli scritti. Per quan­
to, nella pubblicazione di fonti, sia importante presentare edizioni
integrali, non sembrò tuttavia che ciò fosse altrettanto importante
qui. Poiché frequentemente, nell'autobiografia, Hoss ritorna su
cose che, quasi con le stesse parole, ha già trattato in questo o quel
profilo, ci si sarebbe trovati di fronte a parecchie ripetizioni. Inol­
tre questi scritti di Cracovia non sono che una parte delle infor­
mazioni da lui fornite durante la detenzione. Perciò un'edizione
veramente integrale di tutte le sue dichiarazioni intorno ad
Auschwitz, i campi di concentramento ecc., avrebbe dovuto com­
prendere anche la pubblicazione di tutti i verbali degli interroga­
tori. Alcuni di questi scritti, poi, per mancanza di interesse reale e
anche perché nella descrizione di singoli personaggi entra eccessi­
vamente in gioco l'opinione personale dello scrivente, non meri­
tano realmente di essere pubblicati.
Perciò questa edizione si limita a riportare l'autobiografia, scrit­
ta nel gennaio-febbraio 1947, riportando in appendice soltanto
due dei profili scritti nel novembre 1946, importanti perché ser­
vono oggettivamente a completare l'autobiografia, soprattutto la
parte che si riferisce ad Auschwitz; inoltre sono anch'essi autobio­
grafici, tali cioè da contribuire a conoscere meglio la vita e le
esperienze di Hoss ' .
Quanto all'edizione stessa, notiamo ancora che sono stati omes­
si complessivamente soltanto quattro passi del testo, di alcune
pagine o capoversi, e di ciò si fa cenno in loco, con nota apposita '.
Sono stati corretti soltanto i non frequenti errori di ortografia e di
sintassi, come pure l'interpunzione assai arbitraria. Non è stato
mutato nulla, invece, alle espressioni e allo stile. Le pochissime
parole inserite per chiarire il senso, cosi come le ricostruzioni di
passi illeggibili, sono state poste in parentesi quadre. Pili compli­
cato fu invece il problema di sciogliere le numerose abbreviazioni
coniate da Hoss, anche se (ad esempio per i gradi) erano state
molto in uso fra le SS; ma certo alla maggior parte dei lettori
sarebbero state poco chiare. Sono state mantenute soltanto quelle
abbreviazioni ufficiali e ormai entrate nell'uso, e che inoltre ritor­
nano di frequente nel testo. Tranne poche eccezioni, sono state

1 Nell'edizione italiana è stato aggiunto anche un terzo profilo (quello di Eich­


mann), tratto dall'edizione inglese [N.d. T. ].
2 Uno di questi passi (alla fine della prima appendice) è stato ripristinato nell' e.
dizione italiana [N.d. T.].
222 M ARTIN B ROSZAT

conservate, e riprodotte in corsivo, anche le sottolineature di sin­


gole parole o di intere frasi, benché Hoss ne faccia un uso assai
frequente e non sempre logico ' .
Per facilitare la lettura del testo, che nell'originale non h a inter­
ruzioni, lo abbiamo suddiviso in dieci capitoli, secondo i periodi
dell a vita in essi raffigurati. I titoli dei capitoli non sono di Hoss,
ma del curatore dell'edizione. Inoltre è sembrato indispensabile
aggiungete, oltre il commento generale dell'introduzione, una se­
rie di osservazioni, spiegazioni, rettifiche e rinvii ad altre fonti.
Queste osservazioni si riferiscono intenzionalmente soltanto a
persone, luoghi, istituzioni e singoli fatti concreti, particolarmente
importanti per la comprensione dell'autobiografia. Ma esse non
potevano proporsi di rettificare ogni sfumatura dei giudizi e delle
rappresentazioni soggettive e spesso false contenute nel testo '.
Gli editori hanno trovato piena comprensione e preziosi ap­
poggi da parte polacca al proprio sforzo di ridare una edizione
rigorosa del testo di Hoss, e intendono porgere in questa sede i
propri ringraziamenti. Un ringraziamento particolare spetta al
dottor Jan Sehn (Cracovia), al Museo di Auschwitz e al signor
Hermann Langbein, del Comitato Internazionale per Auschwitz
(Vienna) .

Natura e significato dell'autobiografia di Hoss.

Documenti su Auschwitz e sullo sterminio degli ebrei non sono


certo una cosa nuova. Nei processi del dopoguerra se ne è parlato
spesso e dovunque, sono stati prodotti numerosi atti ufficiali,
numerose dichiarazioni di ex prigionieri e di membri delle SS.
Sono tutti a disposizione dell'indagine storica, e in buona parte
sono già stati pubblicati.
Ma la particolarità dell'autobiografia di Hoss rispetto a queste
testimonianze è che qui appare direttamente il comandante di
Auschwitz, che riferisce dettagliatamente e con coerenza sulla sua
carriera da Dachau a Sachsenhausen e poi ad Auschwitz, fornen­
do una grande quantità di particolari sui campi di concentramen­
to e sui procedimenti per lo sterminio degli ebrei. Fin da quando,
a Norimberga, Hoss con la stessa impressionante oggettività di
questo scritto riferf sugli awenimenti di Auschwitz, tutti i presenti
ne riportarono un'impressione sconvolgente, e insieme paralizzan­
te, anche se, a quel tempo, si conoscevano già molte cose su

1 Un certo numero di questi corsivi è stato lasciato cadere nella traduzione


italiana [N. d. T. J.
2 Queste note sono state parzialmente ridotte nella traduzione italiana. In parti­
colare sono state soppresse quasi tutte le referenze bibliografiche e documentarie,
che erano prive d'interesse per il comune lettore, e per cui lo storico potrà sempre
consultare l'edizione tedesca [N. d. T. ].
NOTA ALL'EDIZIONE TEDESCA 223
Auschwitz. Ma l'ingresso di Hoss, le sue spiegazioni - date col
tono con cui si parla di cose di ogni giorno - sulle gasazioni in
massa ad Auschwitz, provocarono un senso di disagio e di orrore
perfino sul banco dei principali imputati, come riferisce il dottor
Gilbert; orrore che durò a lungo, senza poter essere cancellato
neppure dall'indifferenza di Goring, teatralmente ostentata fino
all'ultimo. Tutti coloro che finora non avevano voluto credere a
ciò che, su Auschwitz, era trapelato all'estero già durante la guer­
ra, e si era diffuso come diceria ostinata anche in Germania, non
poterono piu dubitare che ad Auschwitz la perfidia del nazional­
socialismo, sotto forma di una tecnica raffinata e razionale per lo
sterminio di massa, fosse divenuta una realtà che superava qua­
lunque immaginazione umana.
Oggi queste pagine scritte da Hoss possono suscitare gli stes­
si effetti: poiché, nonostante tutte le testimonianze anche di al­
tre fonti, esiste ancora nei confronti di Auschwitz e dello stermi­
nio degli ebrei nelle camere a gas un dubbio diffuso, o quanto
meno una conoscenza assai imprecisa e malsicura. Cosf questa
pubblicazione che ci pone a confronto con l'inumanità piu abissa­
le, può contribuire a quella catarsi che, dopo l'èra del Terzo
Reich, è indispensabile perché la nazione ritrovi la stima di se
stessa.
Ma il valore dell'autobiografia di Hoss come fonte storica non
risiede soltanto nell'esposizione di fatti concreti e dettagliati sul
sistema dei campi di concentramento e sulla prassi di Auschwitz,
divenuta un'ossessione di sterminio. Non meno importante ci
sembra il fatto che essa, in quanto testimonianza resa da colui che
riorganizzò e diresse il campo di Auschwitz, riveli di quale specie
fossero gli individui che si servirono di quella macchina di morte,
per quale disposizione di spirito e di mente operassero cosi nel
campo, e quali impulsi, quali categorie sentimentali e spirituali
avessero preso in essi il sopravvento.
Il contributo fornito inconsapevolmente da Hoss alla compren­
sione di questi problemi è forse l'aspetto piu impressionante di
queste pagine. Nel suo caso è stato ampiamente provato come
l'eccidio di massa non debba necessariamente accompagnarsi con
la crudeltà personale, con un demoniaco sadismo, con la rozzezza
brutale e il cosiddetto « imbestiamento », tutti gli attributi che
ingenuamente si accompagnano all'idea dell'assassino.
Gli scritti di Hoss confutano radicalmente queste rappresenta­
zioni troppo semplicistiche, e rivelano invece l'immagine di un
uomo dal quale dipendeva la direzione dello sterminio quotidiano
di ebrei e che, tutto sommato, era un essere comune; non un
malvagio ma, al contrario, un uomo amante dell'ordine, consape­
vole del proprio dovere, amante degli animali e della natura, a suo
modo con una disposizione al!'« interiorità », e perfino dichiara­
tamente « morale». In una parola, Hoss è una prova vivente ed
esemplare del fatto che tali « qualità » non preservano dall'inuma-
224 MARTÌN BROSZAT

nità, ma possono invece essere pervertite e poste al servizio del


crimine politico.
Appunto perché provengono da un normalissimo piccolo-bor­
ghese, gli scritti di Hèiss sgomentano a tal punto; infatti non con­
sentono pili di stabilire una categorica differenza tra coloro che
furono complici in queste cose soltanto per idealismo e senso del
dovere, e coloro che presumibilmente crudeli per natura corrup­
pero la buona volontà degli altri con le proprie arti demoniache.
L'esempio di Hèiss dovrebbe anche mostrare chiaramente che
si equivocherebbe l'essenza della barbarie che dominò il Terzo
Reich, se si facessero risalire unicamente alla crudeltà teutonica le
camere a gas e i campi di concentramento.
Indiscutibilmente, i campi di concentramento sono diventati,
senza troppo sforzo, un centro di raccolta di tutte le figure pili
corrotte, brutali e disumane delle file delle SS, e a ciò contribui
anche in modo decisivo l'addestramento sistematico delle truppe
alla durezza pili assoluta e l'appello ideologico ai pili bassi istinti
di odio. Himmler, Heydrich o Eicke (quest'ultimo, ispettore dei
campi di concentramento) tollerarono, anzi coprirono spesso l' ar­
bitrio e la brutalità dei singoli comandanti e sorveglianti contro i
prigionieri, e all'occasione li calcolarono deliberatamente, come
un mezzo per accrescere il terrore. Ma questo diabolico calcolo
delle tendenze e impulsi pili bassi - anche se talvolta Himmler se
ne compiacque, intento com'era a recitare la parte del grande
machiavellico - non è tuttavia il dato tipico del sistema, e del resto
non corrispondeva in realtà neppure ai desideri di Himmler. Per
lui, i tormenti arbitrariamente inflitti ai prigionieri da parte di
singoli funzionari delle SS, e il piacere personale, o addirittura
l'arricchirsi sulla sorte dei prigionieri, erano « debolezze », cosi
come lo era, all'opposto, ogni moto di compassione. L'ideale era il
disciplinato comandante del tipo di Hèiss, che si uniformava senza
scrupoli, che non rifuggiva dall'eseguire nessun ordine, e che in
tutto ciò restava personalmente « corretto ».
Capo del campo di sterminio Auschwitz-Birkenau, Hèiss realiz­
zò nel modo migliore le idee di Himmler, il quale il 4 ottobre 1943
cosi si espresse, in presenza dei pili alti gradi delle SS, riguardo
allo sterminio degli ebrei: « La maggioranza di voi sa che cosa
significhi la presenza di mo cadaveri al suolo, di 500, di woo.
Aver saputo superare tutto ciò restando corretti - fatta eccezione
-
per alcune debolezze umane è ciò che ci ha reso duri. Questa è
una pagina gloriosa della nostra storia che non è mai stata scritta, e
che non sarà mai scritta in futuro ».
Nuovamente in queste parole, come negli scritti di Hèiss,
la meccanica disciplina di un robot si trasforma in un sacro con­
cetto di virru. Hèiss sottolinea ripetutamente quanto abbia dovu­
to lottare contro i « gangster» nelle file delle SS, e illustra con
piena consapevolezza quanto l'oppressione e larbitrio, cosi
come la « benevolenza negligente » dei sorveglianti, siano pari-
N OTA ALL'EDIZIONE TEDESCA 225
menti nocive al sistema dei campi di concentramento ed alla sua
efficienza.
In sostanza, i comandanti « ideali », nel senso del nazionalsocia­
lismo, non erano le SS brutali, dissolute e corrotte, ma Hoss e i
suoi simili. La loro « assoluta dedizione» al servizio nei campi di
concentramento e la loro insonne attività assicuravano la funzio­
nalità del sistema; grazie alla loro « coscienziosità » uno strumento
di terrore poteva apparire una istituzione creata per l'ordine e la
rieducazione. E questi erano anche gli esecutori piu indicati di
quella forma di assassinio igienico di massa che permise di assassi­
nare migliaia di uomini senza avere il senso dell'assassinio. Infatti,
pur dirigendo il lavoro delle camere a gas, essi si sentivano molto
al disopra dei normali assassini, rapinatori e asociali, ed erano
troppo delicati per maneggiare continuamente il sangue.
In questo senso è rivelatore il passo in cui Hoss descrive il
proprio enorme sollievo quando si rese conto che col Cyklon B si
potevano eseguire le uccisioni in massa senza rumore e senza
sangue, risparmiandosi cosf la vista, sempre deprimente, delle
esecuzioni di altro tipo ( dr. p. 129). Quanto piu, in queste ucci­
sioni, erano evitati il sangue, il tormento e lo sfiguramento, quanto
piu esse acquistavano un carattere ordinato, quasi industriale,
« pulitamente» militare, quanto piu diventavano un'attività meto­
dica eseguita da un meccanismo anonimo, tanto meno se ne resta­
va turbati. Tanto piu facilmente, quindi, lo sterminio in massa
degli ebrei poté rientrare nello schema, assimilato durante anni di
ammaestramento, della soppressione dei « corpi razzialmente e
biologicamente estranei e dei parassiti del popolo », per cui l'as­
sassinio degli ebrei diventò un atto necessario della « lotta nazio­
nal-popolare contro i parassiti».
Del resto le proporzioni stesse del procedimento, l 'inappari­
scenza esteriore di ogni massa uniforme di vittime martoriate,
unita a quella regia astuta e diabolica che sfruttava come organi
esecutivi delle azioni di sterminio gli ebrei deiSonderkommandos,
affidando alle SS unicamente la sorveglianza, operarono efficace­
mente, nel senso di estirpare ogni spontaneo moto di pietà e ogni
depressione psicologica.
L'autobiografia di Hoss rende chiaro che la tecnica e l'attua­
zione dell'assassinio di massa non furono l'invenzione e l'attua­
zione di qualche corrotto rifiuto dell'umanità, ma lopera di filistei
ambiziosi e solerti, pieni di fede nell'autorità e di pruderie, che,
educati a un'obbedienza cadaverica, privi di critica e di fantasia,
con la miglior coscienza e fede si persuasero, e si lasciarono per­
suadere, che la « liquidazione» di centinaia di migliaia di individui
fosse un servizio reso al popolo e alla patria.
Tra le manifestazioni piu paurose di questo documento ci sem­
bra proprio il rapporto già accennato tra presunzione filistea e
sentimentalismo da un lato, e la piu gelida implacabilità nell'a­
dempimento del dovere dall'altro. La camera a gas come strumen-
M A RTIN B ROSZAT

to dell'assassino sentimentale, perché non turba eccessivamente


l'animo, perché fa dell'assassinio una tecnica, una mera questione
organizzativa: a questo mostro della meccanica Hoss pagò fino in
fondo il suo scotto. Egli è uno di quegli uomini che possono
accettare come giuste, ragionevoli e indispensabili, come prescrit­
te dal dovere, le piu brutali misure di sterminio su larghissima
scala, ma che si scandalizzano e si indignano se sentono parlare di
« delitti criminali » e che torcono virtuosamente il naso di fronte
alle anomalie sessuali.
In questo, lo scrittore Hoss non si distingue affatto dal coman­
dante Hoss. La sua sensibile « vita interiore», su cui ritorna cosi
spesso nell'autobiografia, sembra avere sempre soltanto la funzio­
ne di sostituire la realtà, di essere come un ristoro « spirituale » a
un'attività disumana, ma senza alcun effetto e riferimento con
l'esterno; resta un sentimento introvertito, un gioco spirituale fine
a se stesso. Il significato di questa « psiche» e sensibilità diviene
chiaro là dove Hoss riferisce di aver dovuto cercare un rilassamen­
to della tensione nervosa provocata dalla gasazione di massa, nella
stalla tra i suoi cavalli; o dove, con accenti tra virtuosi e commo­
venti, abbozza un idillio folcloristico della vita dei bimbi zingari
ad Auschwitz, che, per la loro fiduciosa familiarità, erano i suoi
« prigionieri piu cari »; o dove, con una goffaggine insuperabile,
conclude il racconto della sua prima esperienza di gasazione di
massa con questa impressione « lirica »: « Centinaia di uomini e
donne nel fiore degli anni andarono cosi alla morte tra i frutteti in
fiore della fattoria (nella quale si trovavano le camere a gas), senza
per lo piu intuire nulla. Questa immagine di vita e di morte rivive
ancor oggi nitidamente davanti ai miei occhi » (cfr. p. 133).
Hoss non avverte minimamente l'ironia di questi « sfoghi del
cuore » in bocca al comandante di Auschwitz, e non ne avrebbe
mai capito la frivolezza. Tutte le sue rappresentazioni delle gasa­
zioni di massa sembrano provenire da un osservatore disinteressa­
to. Anche in seguito egli si è sempre risparmiata la fatica di com­
prendere che le operazioni che si svolgevano quasi quotidiana­
mente sotto la sua direzione erano un assassinio ripetuto migliaia
di volte. Tanto piu egli ritiene di potersi vantare dcl fatto che le
scene spaventose che avvenivano in tali occasioni lo « affliggeva­
no ». Questa contemporanea presenza di una assoluta mancanza
di fantasia e di sentimenti di fronte al fatto dell'assassinio di mas­
sa, e di una disinvolta descrizione di scene strazianti durante l'uc­
cisione, indica che Hoss appartiene a quel tipo di galantuomo al
quale una coscienza schizofrenica consente di considerare se stes­
so un uomo pietoso e ricco di sentimenti anche quando partecipa
al piu spaventoso genocidio.
Sotto questo riguardo, è caratteristico tra gli altri il passo (cfr.
p. no) in cui, in relazione all'ordine impartito da Himmler dello
sterminio degli zingari, descrive l'atteggiamento fiducioso dei loro
bambini verso i medici che dovevano ucciderli mediante iniezio-
NOTA ALL'EDIZIONE TEDESCA 22 7
ni, e conclude con le parole: « Non c'è cosa pili dura che dover
passare sopra queste cose con freddezza e senza pietà né sen­
timento ». n suo tipico egocentrismo gli permette di trasforma­
re l'assassinio di fanciulli indifesi, compiuto con l'inganno, nel
dramma dell'assassino.
Ugualmente infame è la compiacenza morale con cui Hoss
commenta la docile collaborazione degli ebrei dei Sonderkom­
mandos allo sterminio dei loro compagni di razza e di fede (cfr.
p. 134). Costui, che senza la minima obbiezione eseguf qualunque
ordine di sterminio, e che, in quanto comandante, era anche re­
sponsabile della cinica disposizione per cui il lato pili sudicio di
questo « lavoro » era stato assegnato agli stessi ebrei, si erge a
giudice morale di quegli ebrei che, costretti a collaborare alle
azioni di gasazione e cremazione, cercavano cosf di ottenere una
brevissima dilazione alla propria morte.
Nel caso limite di Hoss appare quindi evidente, in tutta la sua
asprezza, una parte di quella generale perversione del sentimento
e dei concetti morali, e di quella universale scissione della coscien­
za, che, nella Germania nazionalsocialista, resero possibile a un
grandissimo numero di individui di servire il regime di Hitler e di
Himmler col sentimento di una dedizione disinteressata e di una
coscienza tranquilla, anche se il carattere delittuoso di questo
regime non poteva pili essere disconosciuto. Inoltre l'autobiogra­
fia di Hoss chiarisce in modo esemplare perché le persone del suo
tipo fossero addirittura predestinate a diventare seguaci di Hitler.
Di fatto, nulla poteva turbare la loro sensazione di agire a fin di
bene. Una duplicità mentale ormai connaturata in essi, e perciò
quasi inconsapevole, ne faceva i propagandisti di se stessi, permet­
teva loro di darsi sempre ragione e sopprimeva ogni sentimento di
colpa. Questo processo è visibile in Hoss anche solo nella scelta
delle parole. Egli chiama « sbagliato» ciò che è « delittuoso », e
designa i metodi terroristici in uso a Dachau come « punizioni »
troppo dure, per stupirsi subito dopo della « campagna di orrori »
scatenata all'estero, che non si sarebbe potuta arrestare « neppure
se per rivalsa si fossero fucilati migliaia di ebrei » ( cfr. p. u3). Lo
stesso confuso paradosso appare dove ricorda la « notte di cristal­
lo », e scrive che dovunque nelle sinagoghe « erano scoppiati in­
cendi ». Tutto questo formulario di palliativi che Hoss spesso
adopera ingenuamente e senza una diretta intenzione apologetica,
sono comunque un sintomo dell'ambiguità di questa sua autobio­
grafia, in cui perfino l'ammissione oggettiva è espressa secondo lo
schema mentale e verbale dei nazisti.
Questa autobiografia contiene infatti rivelazioni sorprenden­
temente aperte, ma non è in realtà una vera confessione. Benché
l'autore giuri di aver compreso che lo sterminio degli ebrei fu un
crimine, numerosissimi passi confermano come in realtà anche a
posteriori egli abbia compreso assai poco. L'apatica oggettività
del suo resoconto mostra l'assoluta mancanza di vera angoscia.
228 MARTIN B ROSZAT

Hoss riconosce bensf, sia pure formalmente, le accuse elevate


contro di lui, ma la sua narrazione resta sempre quella di un
incolpevole, che alla fine arriva addirittura a considerare il suo
destino come una tragedia, e che nelle ultime parole del suo libro,
in tono tra ostinato e rassegnato, si lamenta che il mondo esiga la
sua morte e veda in lui l'assassino di milioni di creature, benché
anch'egli avesse « un cuore », e non fosse « cattivo » ( cfr. p. 167).
Ma i suoi stessi scritti dimostrano che in realtà egli non fu un
caso tragico, che non sofferse particolarmente del suo compito e
che non vi si ribellò interiormente.
Cosf egli racconta che, quando nel novembre 1 943 fu trasferito
da Auschwitz, ciò significò dapprima per lui una dolorosa lacera­
zione, perché era ormai « divenuto tutt'uno con Auschwitz» ( cfr.
p. 140). Perciò bisognerà valutare con molte riserve le esperienze
psichiche descritte da Hoss nella sua autobiografia. In esse, come
nella rappresentazione del suo sviluppo interiore dalla fanciullez­
za in poi, c'è molto vuoto narcisismo e stilizzazione retrospettiva,
anche se forse inconsapevole. Ad esempio, ciò che narra della sua
fanciullezza, quando respingeva aspramente tutte le manifestazio­
ni d'affetto delle espansive sorelle ( cfr. p. 9) , o quando ascoltava
« con ardente entusiasmo » le avventurose vicende del missionario
amico del padre; o quando parla del suo amore per i boschi e per
la solitudine in mezzo alla natura, o quando afferma che non era
« un bravo ragazzo e tanto meno un modello », ma volentieri face­
va il chiasso e partecipava a giochi violenti e ai tiri dei ragazzi,
evidentemente ricalca alla lettera lo schema ideale del monello
nazista.
Gli stessi ritocchi ha apportato anche alla descrizione dei suoi
rapporti col sesso femminile, omettendo accuratamente, e ciò è
assai indicativo, la relazione intima che, come comandante di
Auschwitz, ebbe con un'ebrea, e per la quale rischiò di essere
deferito al Tribunale delle SS. In questo caso - e anche ciò fa parte
della sua immagine reale - si smaschera per un ipocrita piccolo­
borghese, che non rifuggiva da nessun mezzo pur di negare, e fare
apparire inesistente, un errore conosciuto da tutti. Qualcosa di
simile troviamo anche nel capitolo che parla dei Freikorps e del
delitto compiuto per la Verna, dove attenua e deforma considere­
volmente i fatti per fare di se stesso un modello immacolato di
dedizione disinteressata.
Con ciò vogliamo solo mettere in chiaro che il sentimento di
sufficienza morale che pervade tutta la sua narrazione, e che po­
trebbe forse trarre in inganno i lettori meno critici, poggia su basi
assai malferme.
Ma anche solo i fatti incontestabili rivelati da questa autobio­
grafia sono già abbastanza indicativi, e contrassegnano assai piu
che una vita individuale. Già le singole tappe esteriori sono varia­
mente rappresentative della carriera di numerosissimi Tedeschi
della generazione di Hoss: dalle esperienze al fronte, come giova-
N OTA ALL'EDIZIONE TEDESCA 229

ne volontario della prima guerra mondiale, all'ingresso nei Frei­


korps e nelle formazioni militari del dopoguerra; e piu tardi il
passaggio dal movimento colonizzatore degli Artamani alle SS,
nessuno di questi fatti è un caso personale, mentre tutti insieme
documentano le linee storiche di sviluppo di tutta un'epoca.
E proprio perché Hoss si considera un isolato, è tanto piu
sintomatico che abbia percorso proprio questa strada.
Cosf è indicativa la domanda che egli pone a se stesso, cioè
perché mai si sia trovato sempre a suo agio nello spirito camerate­
sco della truppa. Hoss non capisce che un determinato tipo di
isolamento introvertito rappresenta addirittura una malattia col­
lettiva, e che la sua « interiorità », il suo abusato amore per gli
animali ecc., quali ci sono presentati nella sua autobiografia, non
sono che uno sviamento dai rapporti coi propri simili e un com­
penso all'impossibilità di creare come singolo individuo rapporti
con gli altri singoli individui. Anche il cameratismo assolutizzato
delle associazioni maschili ha evidentemente per Hoss la stessa
funzione di surrogato. È caratteristico del cameratismo il fatto che
esso, a prescindere dai suoi lati positivi, si fondi non sui lati
personali e individuali dei partner, ma sia determinato dalla pree­
sistente situazione del gruppo e dalla « entrata » in esso, e sia
assicurato indiscriminatamente a chiunque vi « appartenga ». Esso
è un codice e un dovere, che non richiede di entrare in rapporto
con ciò che vi è di particolare e individuale nel partner, ma, al
contrario dell'amicizia, vale indipendentemente dalla persona.
L'appartenenza a un'associazione, sia essa l'esercito, il Frei­
korps o le SS, divenuta per Hoss una forma di vita e favorita dal
suo sradicamento dalla famiglia e dalla vita borghese dopo la
prima guerra mondiale, può essere additata a ragione come un'e­
vasione dall'esistenza civile del singolo individuo responsabile tra
altri individui. Anche qui, si tratta di assai piu che un destino
individuale. A ciò si aggiunga che Hoss sa vivere soltanto in un
mondo di doveri rigidi e di rapporti ordinati gerarchicamente. È
questo il mondo dove egli meglio si ritrova e dà prova di sé. E in
fondo non fa quasi differenza, e comunque solo una differenza
formale, che si tratti dell'esercito al fronte e dei Freikorps, o del
penitenziario e infine dell' « ordine » delle SS. Hoss è ugualmente
esemplare e coscienzioso sia che si trovi nella buca di tiro del
fronte palestinese o che sia detenuto nel penitenziario brandebur­
ghese o piu tardi Blockfiihrer e comandante nel campo di concen­
tramento. Dovunque, è sempre lo zelante organo esecutivo di
qualche autorità.
Anche l'impressionante oggettività dei suoi scritti dal carcere di
Cracovia va considerata sotto questo profilo. Egli stesso, nella
autobiografia, designa l'occasione fornitagli di scrivere le sue
memorie come un compito e un lavoro che sono fonte di gioia e
che rendono piu sopportabile la detenzione ( cfr. p. 57). E ciò a
sua volta si rispecchia nel contenuto e nello stile d i questo reso-
NOTA ALL'EDI Z I ONE TEDESCA

conto, che è sostanzialmente il prodotto del diligente lavoro di un


prigioniero. Per farlo riuscire il meglio possibile, Hoss annota con
pedante coscienziosità anche tutto ciò che considera un proprio
specifico patrimonio di esperienza: la sua lunghissima familiarità
con la psicologia delle prigioni e dei campi di concentramento,
con la mentalità dei sorveglianti e dei prigionieri. Senza awertire
affatto quanto poco convenga al comandante di Auschwitz questo
didattico sentenziare, egli inserisce continuamente nel racconto
della sua vita queste dissertazioni « da esperto », espresse nello
stile di un solerte funzionario, e che hanno la stessa verbosità, ma
anche la stessa dilettantesca povertà, del tedesco burocratico delle
SS, dei tanti e tanti verbali ufficiali che quotidianamente arrivava­
no al RSHA. Dove il fatto pili interessante potrebbe essere che, in
fondo, tutti questi escorsi hanno un solo punto centrale: quasi
tutti infatti dibattono il problema tecnico-psicologico del modo
pili efficace di trattare i prigionieri. Rappresentano, per cosf dire,
istruzioni sul tema « trattamento dei prigionieri nelle carceri e nei
campi di concentramento », e avrebbero potuto benissimo essere
inviati come rapporto all'Ispettorato delle SS per i campi di con­
centramento.
Vorremmo interrompere qui queste osservazioni critiche, che
non pretendono certo la completezza. Il loro significato non vuole
essere quello di anticipare e fissare un'interpretazione dello scritto
di Hoss. Ma ci è parso che fosse necessario un avviamento ali' ana­
lisi critica, anche per richiamare l'attenzione sui molteplici aspetti
di ciò che si svela in questo documento, che nonostante il suo
orrore, la sua oggettività spesso spudorata e il modo di narrare a
volte insopportabile, ha il valore di una specifica testimonianza
storica. La considerazione di questi aspetti ci sembra quindi non
meno importante del resoconto paurosamente evidente dei fatti,
che Hoss ci fornisce su Auschwitz. La vita di Hoss rappresenta in
modo impressionante l'abissalità spettrale, eppure tremendamen­
te reale, di dodici anni di nazionalsocialismo. Quest'uomo dalla
cultura ridotta, coi suoi ideali confusi, sempre pronto a partire
ali' assalto, pieno di ingenua fede nelle autorità, che nella sua ottu­
sità spirituale e morale e nel suo zelo ambizioso diviene lo stru­
mento preferito di Himmler per i crimini del regime, e che infine
atterrito si rende conto, ma non capisce mai lino in fondo, che il
suo adempimento del dovere è stato un delitto, non è un caso
psicologico isolato, ma nonostante tutta la sua accentuazione indi­
viduale, è l'espressione degli errori, della cecità e della follia che
su scala assai pili vasta imperarono durante l'epoca di Hitler.

MARTIN BROSZAT
Il mostro mediocre
di Alberto Moravia
L'articolo di PJberto Moravia che qui pubblichiamo è apparso sul
«Corriere della Sera» del 15 luglio 1 960 .
I campi di sterminio nazisti suscitano generalmente
un sentimento di orrore. Ma in un caso simile l'orrore
non basta; perché i campi non furono soltanto una cosa
orribile ma anche l'espressione di una situazione sociale
e storica. Ora nel mondo moderno esistono purtroppo
tuttora le premesse per una ripetizione del fenomeno dei
campi. Per impedire che questo fenomeno si verifichi di
nuovo alla prima occasione favorevole, bisogna andare al
di là del semplice orrore e scendere con la riflessione fin
nella zona piu oscura della coscienza, là dove cultura e
psicologia si confondono e sono indistinguibili. Capire in
questo caso vorrà dire prevenire e impedire.
Per intendere ciò che furono i campi di sterminio, cer­
tamente nessuna lettura sarà piu utile di quella di Co­
mandante ad Auschwitz di Rudolf Hoss. Naturalmente
sarà utile soltanto a patto che ci si fermi piuttosto su da­
ti culturali e psicologici che sulle descrizioni, del resto
terrificanti, delle atrocità. Com'è noto, Auschwitz è una
località della Polonia situata in una pianura spopolata, al-
1' incrocio di quattro linee ferroviarie. A questa favore­
vole ubicazione si deve se Auschwitz sia stata scelta dal
capo della polizia Himmler per crearvi il piu grande cam­
po di sterminio nazista. Ad Auschwitz, infatti, per am­
missione dello stesso Hoss, soltanto nel periodo in cui
egli fu comandante, dal 1 94 1 al 1 943 , perirono nelle ca­
mere a gas due milioni di persone, cioè un sesto delle
vittime civili dell'hitlerismo che assommano a dodici mi­
lioni. Hoss, dopo la disfatta tedesca, fu arrestato dalla
polizia alleata e consegnato alle autorità polacche. In at­
tesa del processo, egli scrisse in carcere le memorie di
cui ci occupiamo . Reo confesso di genocidio, Hoss fu
impiccato ad Auschwitz il r 6 aprile del l 94 7 .
234 ALBERTO MORAVIA

Il titolo del libro originariamente era La mia psiche,


sviluppo, vita ed esperienze, assai caratteristico di una cer­
ta quale goffa pretesa spirituale. Chi era dunque Hoss ?
Era un uomo medio, di intelligenza mediocre, di medio­
cri capacità emotive, di importanza sociale media, in­
somma in tutto e per tutto un perfetto piccolo borghese
e dunque il cittadino ideale della civiltà di massa. Hoss
non era né un sadico né un ossesso ideologico; in altre
circostanze avrebbe potuto essere un buon burocrate.
Fu invece il piu grande boia che sia mai esistito al mon­
do. Martin Broszat, che ha scritto la prefazione all'edi­
zione tedesca, si affanna a dimostrare che Ho�s non era
un mostro bensi un uomo del tutto normale. E questio­
ne di intendersi. Secondo noi Hoss era un mostro, sen­
za del resto dare alla parola alcun senso pauroso, nel­
l'accezione scientifica del termine . La mostruosità di
Hoss, tutta culturale e storica, deriva dal fatto che ai
nostri tempi, per la prima volta forse, all'uomo medio so­
no stati proposti idoli e idee mediocri, in cui credere e
per cui morire; ossia, in altri termini, se stesso e le pro­
prie idee. Hoss, uomo medio, che avesse creduto nelle
sublimità del cristianesimo, non sarebbe mai diventato
comandante ad Auschwitz. Ma Hoss, uomo medio che
ebbe per idolo il mediocre Hitler e per ideologia il me­
diocre razzismo, diventò facilmente un mostro. Eviden­
temente le idee di Hitler oltre ad essere mediocri erano
anche distruttive; ci sono invece, nel mondo moderno,
idee mediocri che si limitano ad essere mortificanti e
stupide. Ma la mediocrità, ossia la limitazione meccani­
ca e utilitaria della persona umana, porta alla disuma­
nità e questa la ritroviamo cosi nei campi di sterminio
come in certi aspetti meno cruenti della vita moderna.
Hoss ebbe una carriera molto normale, almeno dal
punto di vista nazionalsocialista. Partecipò alla prima
guerra mondiale, si iscrisse molto presto al partito nazi­
sta, e, subito dopo essersi sposato, entrò nei ranghi del­
le S S . Dopo essersi fatto la mano nei campi di concen­
tramento di Dachau e di Sachsenhausen, allo scoppio
della guerra fu nominato da Himmler comandante ad
Auschwitz.
IL MOSTRO MEDIOCRE 235
Le memorie di Hoss sono scritte con agghiacciante
tecnicismo. Si immagini la relazione di un direttore del­
la Fiat sulla produzione della nostra maggiore fabbrica di
automobili; soltanto che in luogo dei vari padiglioni de­
gli stabilimenti, bisogna mettere le camere a gas e i for­
ni crematori, e in luogo delle automobili, i cadaveri.
Hoss è un fabbricante di morti che spiega con molti par­
ticolari e perfino con degli specchietti statistici, l' anda­
mento della sua fabbrica e i mezzi di cui si servi per ac­
cre�cerne la produzione .
E vero che Hoss ammette che spesso tanto lui che J
suoi aguzzini si ponevano domande di questp genere: « E
proprio necessario ciò che dobbiamo fare ? E proprio ne­
cessario sterminare cosi centinaia di migliaia di donne e
di bambini ?» Ma subito dopo Hoss dice testualmente:
« Ed io, che nel mio intimo mi ero posto infinite volte le
stesse domande, ero costretto a ricordar loro il comando
del Flihrer perché ne traessero conforto » . Dove il mec­
canismo della mediocrità in veste di fanatismo è colto
nel suo piu intimo sviluppo. Infatti: per andare sino in
fondo ai propri sentimenti di sbigottimento e di ripu­
gnanza e risalire alla teoria aberrante del n azismo e ri­
conoscerne la fallacia, ci voleva un impeto morale di cui
il mediocre Hoss non era capace. Egli aveva deciso una
volta per tutte che Hitler era il suo idolo e il razzismo il
suo credo e non se la sentiva di buttar per aria un mon­
do cosi perfetto e cosi comodo. Cosi niente esame, nien­
te ricerca della verità, niente rimorso bensi dissociazio­
ne e schizofrenia.
Di questa schizofrenia, Hoss ci dà nelle sue memorie
alcuni esempi impressionanti. A pagina 1 3 3 , con indub­
bia sincerità, egli esclama: « Molte furono le scene com­
moventi, e colpivano tutti i presenti. Nella primavera
del 1942 centinaia di uomini e donne nel fiore degli an­
ni andarono cosf alla morte tra i frutteti in fiore della fat­
toria, nella camera a gas, senza per lo piu intuire nulla.
Questa immagine di vita e di morte rivive ancor oggi ni­
tidamente davanti ai miei occhi». La dissociazione in
questo brano è perfetta: l'Hoss che si impietosisce di
fronte allo spettacolo della morte di tanti innocenti, è
lo stesso Hoss che li manda alle camere a gas e conti­
nuerà a mandarli fino alla fine. Questo ci ricorda il caso
di una pazza criminale, la cosiddetta saponificatrice
ALBERTO MORAVIA
Cianciulli che, anche lei nelle sue memorie, scrisse con
inconscio umorismo: «Afferrai l'accetta, le girai alle spal­
le e le vibrai un colpo alla nuca. La povera vittima cadde
senza un sospiro ». Anche qui, come nel libro di Hoss, ci
sono due persone: la Cianciulli che vibra il colpo d'ac­
cetta e la Cianciulli che nello stesso momento compian­
ge la povera vittima.
Altrove la dissociazione non si trova nella stessa frase
ma non per questo è meno eloquente. A pagina 108
Hoss descrive cosi i bambini zingari che languivano nel
campo in attesa della morte per gas: « . . . i bambini colpi­
ti dall'epidemia infantile Noma (una specie di cancro
che viene in seguito ad acuta denutrizione), che non po­
tevo mai guardare senza orrore (. . . ) : i loro piccoli corpi
erano consunti e nella pelle delle guance grossi buchi
permettevano addirittura di guardare da parte a parte;
vivi ancora, imputridivano lentamente ». Ma a pagina
r 3 9 , eccolo parlare dei propri bambini: « In verità la mia
famiglia stava bene ad Auschwitz . . . I bambini vivevano
liberi e all' aperto, e mia moglie aveva il lusso di un giar­
dino fiorito . . . Ogni domenica i bambini mi costringeva­
no a fare lunghe passeggiate per i campi, a passare in ras­
segna le stalle, né potevo trascurare i canili . . . D'estate
sguazzavano nella vasca del giardino . . . Ma la loro gioia
pili grande era di potere avere con sé al bagno il papari­
no. Purtroppo, questi aveva poco tempo da dedicare ai
giochi infantili». Come si vede, Hoss non è capace di
vedere il nesso pur cosi elementare tra quei bambini zin­
gari che imputridivano e i propri bambini allegri e ben
nutriti. Se lo vedesse, il suo facile e mediocre mondo
razzista crollerebbe.

C'è d'altra parte un altro aspetto della schizofrenia di


Hoss che va sottolineato; ed è il suo egocentrismo, la
sua solitudine. Hoss non ha rapporti con nessuno, nep­
pure con la moglie alla quale, per sua stessa ammissione,
non riusci mai a confidarsi e che, a quanto sembra, seb­
bene vivesse a pochi metri dai forni crematori, ignorò fi­
no alla fine le stragi di Auschwitz. Non avendo rappor­
ti con nessuno, Hoss cerca di crearsi dei rapporti fittizi
con il cameratismo prima nell'esercito e poi tra le S S .
ma sono rapporti che lasciano ovviamente intatta l a sua
solitudine. Non soltanto infatti Hoss non capisce nien-
IL MOSTRO MEDIOCRE 23 7
te dei suoi superiori verso i quali nutre un'ottusa idola­
tria, ma anche delle sue vittime. Per esempio eccolo de­
scrivere una scena di estrema tragicità: « . . . nell'estrarre
i cadaveri di una camera a gas, improvvisamente uno del
Sonderkommando (gruppi di condannati adibiti al servi­
zio dei forni crematori) si arrestò, rimase per un istante
come fulminato quindi riprese il lavoro con gli altri.
Chiesi al Kapo che cosa fosse successo: disse che l'ebreo
aveva scoperto tra gli altri il cadavere della moglie. Con­
tinuai ancora ad osservarlo per un certo tempo ma non
riuscii a scorgere in lui nessun atteggiamento particola­
re . . . Possedeva una capacità sovrumana di celare le pro­
prie emozioni o era diventato talmente insensibile da
non saper pili reagire ? »
Tutto il libro di Hoss è sparso d i dichiarazioni come:
« Non capivo » , oppure « Non mi spiegavo», oppure
« Non riuscivo a comprendere ». Hoss, insomma, è un
egocentrico in una società di egocentrici; quella società
che Riesman nel suo libro sulle masse americane ha chia­
mato la massa solitaria (The Lonely Crowd) . A riprova,
ecco cosa dice dei bambini che finivano nelle camere a
gas: « Non c 'è cosa pili dura che dover passare sopra que­
ste cose con freddezza e senza pietà né sentimento ». Do­
ve, oltre ad una parodia del dovere kantiano, si può ve­
dere il dramma dei bambini assassinati diventare, per
l'egocentrico Hoss, il dramma del carnefice che soffre
di essere costretto ad assassinarli.
Hoss si dichiara pentito e a pili riprese condanna le
stragi dei campi. Ma alla fine la conclusione sconcertan­
te è che le memorie di Hoss sono le memorie di un per­
fetto nazista. Ci troviamo cosi di nuovo al centro del
problema. Hoss continua ad essere un nazista benché si
dichiari pentito perché il pentimento è un mezzo di pu­
rificazione tipicamente cristiano ed Hoss non è un cri­
stiano. Perché Hoss si penta veramente egli dovrebbe
prima di tutto accettare la scala dei valori cristiani, cosa
che egli non fa certamente. Infatti alla fine del libro egli
dichiara : « Io sono nazionalsocialista come prima, nel
senso che questa è la mia concezione della vita». Il pen­
timento di Hoss in effetti si limita all' ammissione che le
stragi dei campi furono un « errore colossale » . Ossia non
ha alcun valore.
IL MOSTRO MEDIOCRE
La dissociazione e l'egocentrismo di Boss ci fanno
un'impressione spaventosa soltanto perché li troviamo
connessi con i campi di sterminio. Ma essi sono pur­
troppo presenti dovunque nel mondo moderno e forni­
scono l' argomento principale alla narrativa dei nostri
giorni. In Kafka, tanto per fare un solo esempio, l'uomo
medio dissociato ed egocentrico è addirittura l'eroe di
tutti i suoi libri. Nelle Metamorfosi vediamo, infatti, il
protagonista trasformarsi in insetto ripugnante pur con­
tinuando ad avere tutto il tempo l'illusione di essere an­
cora un uomo. Come Hoss, il quale diventa un boia col­
lettivo pur continuando, come dice alla fine delle sue
memorie, a considerarsi un uomo non cattivo e che ave­
va un cuore.
Quest'uomo medio non è dunque normale, come vo-'­
rebbe dimostrarci Martin Broszat nella sua prefazione. E
anzi profondamente anormale appunto in quanto medio
ossia amputato, dissociato, ridotto a rotella di un con­
gegno assurdo. L'uomo normale è l'uomo completo qua­
le via via seppero additarcelo le varie civiltà della storia.
Hoss non era normale se non al di dentro di un mondo
anormale. Come un pazzo dentro una casa di cura; in
genere un malato in un mondo di malati.
ALBERTO MORAVIA
Appendice storico-bibliografica
a cura di Frediano Sessi
Il complesso concentra:donario di Auschwitz .

Quando si parla di Auschwitz è necessario riferirsi al


complesso concentrazionario che formava questo grande
lager, la cui « zona di interesse» (Interessengebiet), pattu­
gliata da uomini delle SS, si estendeva per oltre 40 chi­
lometri quadrati e comprendeva piu di 40 sottocampi
(cart. I).
Il 14 giugno 1 940 dalla prigione di Tarnòw, in Polo­
nia, giunge ad Auschwitz il primo convoglio di prigio­
nieri (7 2 8 politici polacchi e alcuni ebrei deportati su di­
sposizione del Sipo e del SD di Cracovia) . A essi vengo­
no assegnati i numeri dal 3 1 al 758 (i numeri dall' r al 3 0
erano stati attribuiti a un gruppo d i prigionieri scelti tra
i delinquenti comuni di nazionalità tedesca e detenuti
nel lager di Sachsenhausen, che saranno i primi sorve­
glianti e collaboratori delle SS) .
Da questo momento Auschwitz funziona come campo
di concentramento e quarantena per politici, da desti­
nare in seguito a lager in territorio tedesco. N elle inten­
zioni delle autorità naziste avrebbe dovuto ospitare
1 0 000 internati, «in grado di migliorare » , come scrisse
Hydrich in un'ordinanza del 2 gennaio 1 9 4 r .
Il comandante delle SS Himmler visita per la prima
volta Auschwitz il r0 marzo 1 94 1 e dispone: di amplia­
re fino a 3 0 000 i posti per gli internati; di costruire un
secondo campo in località Brzezinka, a sei chilometri dal
campo base {Birkenau in tedesco, poi Auschwitz II), per
1 00 000 prigionieri di guerra; di fornire alla IG Farben­
industrie 1 o ooo detenuti per la costruzione di nuovi im­
pianti industriali (quando si istituirà il campo annesso
sarà denominato Monowitz-Buna, poi Auschwitz III); e
APPENDICE STORICO-BIBLIOGRAFICA

I.
Campo di
concentramento di .!
Auschwitz I
(campo principale)

Spiegazione dei segni

++++++ Linee ferroviarie

=::: === Alcune slrade

Confine dela .,zona d'interesse"


'\J Campi secondari

Grande catena di posti dì


guardia. Auschwitz I

Grande catena di posti d1


guardia Auschwitz Il

//////// Rampa per selezioni lino all


primavera 194'4.

Campi di
concenlramento
di Ausehwitz I e Il

Campo di concentramenlo c::J


di Auschwitz lii (Monowitz) \ Da Kely

Carta della «zona d'interesse» del campo di concentramento di Auschwitz.


APPENDICE STORICO-BIBLIOGRAFICA 243
infine di dare sviluppo alle officine artigianali del campo
e di sfruttare i terreni agricoli inglobati nella « Zona di in­
teresse» .
I l piano d i ampliamento del campo base (Stammlager
Auschwitz I) ebbe inizio nella seconda metà del r 94 r ,
mentre nell'aprile dello stesso anno iniziarono i lavori
della Buna-Werke nel villaggio di Dwory e poiché gli
operai internati si recavano a piedi sul luogo, percorren­
do 14 chilometri tra andata e ritorno, la IG Farbenin­
dustrie chiese che si costruisse un campo nel villaggio
evacuato di Monowice (Monowitz), ultimato nell'otto­
bre 1 94 2 e chiamato fino al novembre 1 943 �< Lager di
Buna» . La costruzione del campo di Birkenau fu avvia­
ta nell'ottobre del 1 94 1 , dopo che venne demolito il vil­
laggio di Brzezinka. Nel corso di questi lavori persero la
vita migliaia di internati polacchi e di prigionieri di guer­
ra sovietici (circa 20 565) .
Il 1 ° marzo del 1 94 2 venne liquidato il campo per pri­
gionieri di guerra russi, sito all'interno del campo base e
si provvide a isolare 1 o blocchi destinati a reparto fem­
minile.
Il 1 7 e il 1 8 luglio del r 9 4 2 , Himmler ispezionò di
nuovo il complesso di Auschwitz (campo base, aziende e
lavori in corso) e in quell'occasione ordinò a Hoss di af­
frettare i lavori a Birkenau, scelto come luogo di stermi­
nio degli Ebrei d'Europa. Fra il marzo e il giugno del
1 943 a Birkenau vennero costruiti quattro grandi cre­
matori con le camere a gas (in precedenza sempre a
Birkenau erano in funzione due camere a gas, il bunker
I o cascina rossa, e il bunker II o cascina bianca, funzio­
nanti dal luglio del 1 94 2 ) . Non si sa esattamente in che
giorno ebbe inizio lo sterminio di massa degli Ebrei. Tra­
sporti poco numerosi vennero gassati nel bunker I a par­
tire dall'autunno del r 9 4 i . Sappiamo invece che lo Zy­
klon B, dopo una serie di prove condotte sui prigionieri
di guerra russi e sui politici polacchi, nell' agosto del
1 94 1 , il 3 settembre venne impiegato su larga scala nei
sotterranei del Blocco 1 1 del campo base. A farne le spe­
se furono 600 prigionieri sovietici e 2 50 internati infer­
mi (il crematorio I del campo base era in funzione dal
settembre 1 940 e solo successivamente per ragioni di ef­
ficienza il suo obitorio venne trasformato in camera a
gas, la prima che funzionò nel complesso di Auschwitz) .
244 APPENDICE STORICO-BIBLIOGRAFICA
Dunque, fino al novembre del 1 943, Hoss comandò
un complesso concentrazionario di enormi proporzioni:
il campo base di Auschwitz, Birkenau (nel quale funzio­
navano settori destinati a uomini, donne, in prevalenza
Ebrei, Zingari e il campo di sterminio) ; i sottocampi in­
dustriali di cui Monowitz-Buna era il maggiore. La sua
revoca dalla direzione del campo costrinse i vertici delle
SS a suddividere il complesso di Auschwitz in tre cam­
pi: Auschwitz I (Stammlager - campo base); Auschwitz II
Birkenau, luogo di sterminio (Vemichtungslager); Au­
schwitz III Buna-Monowitz e i sottocampi (Au/Senlager) 1 •
Di seguito diamo l'elenco di tutti i sottocampi del KL
(Konzentrationslager) Auschwitz 2 (cfr. tabella p. 250).

Il numero dei registrati e degli sterminati ad Auschwitz.

Nei giorni immediatamente precedenti all'evacuazio­


ne (avvenuta tra il 1 7 e il 2 1 gennaio del 1 945), i nazisti
distrussero molti degli archivi che contenevano i nomi
degli Ebrei e delle altre vittime morte nel complesso con­
centrazionario di Auschwitz (nelle camere a gas, di ma­
lattia, di stenti, per tortura o fucilazioni, in seguito a
esperimenti medici, con iniezioni di fenolo ecc.) cosi da
impedire ogni valutazione quantitativa del loro crimine.

1 Le notizie riportate in questa parte si trovano oltre che nella rac­


colta di documenti sulla genesi di Auschwitz presso l 'Archivio del
Museo S tatale di Auschwitz-Birkenau (APMO - Archivum
Panstwowego Muzeum w Oswi{!cimiu) che ha sede a Oswiçcim nel
campo base, nel libro di: Danuta Czech, Kalendarz wydarzen w KL
Auschwitz [trad. tedesca: Kalendarium der Ereignisse im Konzentra­
tionslager Auschwitz-Birkenau r939-r945, Rowolth, Hamburg 1 9 89],
Oswiçcim 1 989 1 , 1992 2• Inoltre una parte di queste informazioni si
trova anche in Danuta C zech, Genesi, costruzione e ampliamento del
campo, in Auschwitz nazistowski ob6z smierci [in trad. it.: Auschwitz,
il campo nazista della morte], ed. del Museo Statale di Auschwitz­
Birkenau, Oswiçcim 1995·
2 I dati di questa tabella sono stati ricavati da: Franciszek Piper,
Zatrudniene wi{!ini6w KL Auschwitz . Organizacia pracy i metod ek­
sploatacji sily roboczej [L'impiego dei prigionieri del KL Auschwitz.
L'organizzazione del lavoro e dei metodi di sfruttamento della ma­
nodopera], Oswiçcim 1 9 8 1 e in F. Piper, Il lavoro dei prigionieri, in
Auschwitz nazistowski òb6z smierci [trad. it. Auschwitz il campo nazi­
sta della morte], ed. Museo S tatale di Auschwitz-Birkenau, Oswiçcim
r995, pp. 1 06-9).
APPENDICE STORICO-BIBLIOGRAFICA 2 45
Tuttavia, fin da subito i membri del movimento interno
di resistenza avevano tentato un calcolo approssimativo
delle vittime. Per esempio, Alfred Wetzler e Walter Ro­
senberg, due Ebrei evasi il 7 aprile 1 944, e quindi prima
della liquidazione dei circa 438 ooo Ebrei ungheresi, nel
loro rapporto scrissero che dall'aprile del 1 94 2 all'aprile
del 1 944, fra i soli Ebrei c'erano state 1 7 65 ooo vitti­
me 3 . Se sommiamo i dati contenuti nei vari documenti
del movimento di resistenza, otteniamo una cifra pari a
2 ooo ooo di vittime, in prevalenza Ebrei, seguiti dai Po­
lacchi, dai Russi e da internati di altre categorie (Zinga­
ri ecc.)4•
Anche le dichiarazioni di alcuni membri sopravvissu­
ti dei Sonderkommando (le squadre di uomini che estrae­
vano i cadaveri degli Ebrei morti nelle camere a gas),
parlano di Ebrei cremati e non registrati intorno ai due
milioni 5.
Le stesse SS stimavano nell'ordine di alcuni milioni il
numero dei morti (in maggioranza Ebrei) nel complesso
concentrazionario di Auschwitz6• Il 15 aprile 1 946, da­
vanti al Tribunale Militare di Norimberga, Hoss affermò
tra l'altro: « Secondo i miei calcoli [nel lager di Au­
schwitz] sono stati s terminati e poi cremati almeno
2 5 00 ooo ebrei; inoltre morirono 500 ooo altre vittime
per consunzione e malattie, per un totale di 3 000 000 di
individui» 7• Quale interesse avrebbe avuto Hoss a· di­
chiarare il falso in eccesso ? Nella sua posizione di co­
mandante del campo, doveva conoscere bene la « conta­
bilità » degli assassinati.
Dopo la liberazione del campo, i primi dati sullo ster­
minio furono quelli della Commissione d'Inchiesta So­
vietica, giunta ad Auschwitz il 4 febbraio 1 945 , una set-

3 I n Tadeusz Cyprian, Herzy Sawicki, Sprawy polskie w procesie


norymberskin [Le cause polacche al processo di Norimberga], Poznan
1 956, pp. 1 3 2-33. Testo presso l'APMO, O swiçcim.
4 APMO, Proces Hossa, t. 44, k. 24; APMO, Mat. RO, t. l , k. 50.
5 I n «Zeszyty Oswiçcimskie» del 1 9 7 1 , numero speciale II, dedi­
cato ai manoscritti ritrovati dei membri dei Sonderkommando, pp. 53
e 6r.
6 APMO, Proces Hossa, t . 3 , k . l 1 7 . Wlodzimierz Bilan, delle SS,
sezione politica del campo, al processo Héiss, dichiarò che tra il corpo
delle SS si stimavano le vittime (in prevalenza Ebrei) intorno ai 2 · 0 3
milioni, APMO, Proces Hossa, t. 1 7 , k. 1 4 8 .
7 In: T . Cyprian, H . Sawicki, Sprawy polskie cit. , p p . 438-39.
2 46 APPENDICE STORICO-BIBLIOGRAFICA
timana dopo la liberazione del campo. I suoi esperti con­
clusero che i nazisti avevano ucciso « non meno di 4 mi­
lioni» di Ebrei e di cittadini di religione e nazionalità
diverse d'Europa 8•
Qualche tempo dopo, la Commissione d'Inchiesta Po­
lacca accusò Hoss di avere eliminato « circa 3 00 000 de­
tenuti "registrati" nel campo [vale a dire destinati al la­
voro e con il numero sull' avambraccio destro], circa
4 000 000 di persone, in maggioranza Ebrei, deportati
ad Auschwitz da diversi Paesi d'Europa per esservi ster­
minati e perciò non inclusi nei registri del campo [ma
iscritti nelle liste di trasporto], e I 2 ooo prigionieri di
guerra sovietici»9• Per concludere, negli atti di accusa
dei processi davanti ai tribunali militari degli alleati si
menziona la cifra di 3 -4 milioni di vittime, in grande
maggioranza Ebrei 10 •
In seguito, gli storici dell'Olocausto fornirono altre
cifre, tentando calcoli o inferendo dati dai materiali d' ar­
chivio sulle deportazioni che emergevano nei singoli Pae­
si d'Europa, grazie all'opera di vari ricercatori. Alcuni di
loro, inoltre, hanno fornito solo la cifra degli Ebrei ster­
minati: Raul Hilberg, parla di I ooo ooo di Ebrei vittime
di Auschwitz 11 ; Léon Poliakov scrive di 2 ooo ooo 1 2 ;
Yehuda Bauer, riporta la cifra di 2 500 000 13 • Diversa­
mente articolati sono i conteggi di Gerald Reitlinger che
nel suo studio del 1 960 ottenne la cifra degli assassinati
(meno di I milione tra cui da 790 000 a 840 000 Ebrei)
sommando le cifre dei deportati conosciute all'epoca. I
suoi dati sono risultati approssimati per difetto 14 • Geor-

8 APMO, Proces Hossa, t. 8, k. 28-29.


9 APMO , Proces Hossa, t . 3 2 , k 6. C ontiene l a sentenza del Su­
premo Tribunale popolare nel processo contro Hoss.
10 Andrzej Pankowicz, Ofwùtcim w swietle akt procesow norymber­
skich lAuschwitz alla luce degli atti dei processi di Norimberga], « Ze­
szyty Oswiçcimskie», n. 1 8 , del 1 985, pp. 3 09- 1 2 .
1 1 Raul Hilberg, La distruzione degli Ebrei d'Europa, Einaudi, To­
rino 1 995 (a cura di F. Sessi).
1 2 Léon Poliakov, Il nazismo e lo sterminio degli Ebrei, Einaudi, To­
rino 1 95 5 ·
13 Yehuda Bauer, Auschwitz, in Der Mord a n den Juden zweiten
\Veltkrieg, Stuttgart 1 985 (l'autore nel suo saggio si riferisce anche
agli storici polacchi).
14 Gerald Reitlinger, The Pina! Solution, London 1 960 [trad. it. il
Saggiatore, Milano 1961].
APPENDICE STORICO-BIBLIOGRAFICA 2 47
ges Weller, autore di uno studio accurato dedicato solo
alle vittime di Auschwitz 15 arriva a concludere che dal
1 940 al 1 945 all'interno di quell'universo concentrazio­
nario vennero rinchiusi l 6 1 3 455 internati, di cui
1 433 405 Ebrei, 1 46 605 altri prigionieri in prevalenza
Polacchi, 2 l 655 Zingari e l 1 7 80 prigionieri di guerra
sovietici.

I dati recenti.

I deportati e le vittime del complesso concentraziona­


rio di Auschwitz devono essere divisi in due gruppi:
a) quello degli internati registrati e dotati di un nu­
mero di matricola di serie (prima serie, iniziata nel mag­
gio del 1 940, fino al gennaio 1 945, per un totale di
202 499 registrati uomini, compresi Ebrei selezionati per
il lavoro fino al maggio 1944; seconda serie, iniziata nel-
1' ottobre 1 9 4 1 e fino al 1 944, destinata ai prigionieri
russi - molti dei quali non registrati - per un totale di
l l 964; terza serie, internati « da educare», a partire dal

gennaio del 1 94 2 che comprendeva circa 9 193 uomini e


1 993 donne; quarta serie, inaugurata dal numero l il 26
marzo del 1942 per le donne ebree, che arriva fino a
89 3 25 ; quinta serie, con la Z che precedeva il numero,
per gli Zingari, a partire dal febbraio 1 943 e fino all'a­
gosto del 1944, per un totale di 1 0 094 uomini e 1 0 888
donne; sesta serie dalla metà di maggio del l 944, per evi­
tare cifre troppo elevate i deportati ebrei, uomini e don­
ne, ricevettero un numero che partiva da 1 , preceduto
dalla lettera « A » : uomini 20 000, donne 2 9 354; e poi
una numerazione preceduta dalla lettera « B » pari a
1 4 89 7 uomini. I bambini e i ragazzi quando erano sal­
vati dalla selezione, per gli esperimenti medici o il lavo­
ro, venivano registrati secondo il sesso);
b) il gruppo delle vittime che non vennero mai regi­
strate perché gassate o fucilate subito dopo il loro arrivo
al campo (con pochi altri non registrati, trasferiti imme­
diatamente in altri campi) .

15 Georges Wellers, Essai de détermination du nombre de morts au


camp d'Auschwitz, in « Le Monde Juif», n. 1 2 2 del 1 98 3 , Paris.
248 APPENDICE STORICO-BIBLIOGRAFICA
Il numero degli internati registrati, nonostante i do­
cumenti siano stati distrutti in molta parte, è stato ri­
costruito con precisione : totale complessivo 400 2 07
unità, tra i quali 205 ooo Ebrei destinati al lavoro,
r 3 0 000- 1 4 0 000 Polacchi, 2 r ooo Zingari, r 2 000 pri­
gionieri di guerra russi e circa 2 5 ooo internati di altre
nazionalità (Ucraini, Cechi, Bielorussi, Francesi, Au­
striaci ecc. ) 16•
Assai piu alto il numero degli Ebrei destinati allo ster­
minio e non registrati. In base ai documenti di traspor­
to ritrovati e ai rapporti sulla selezione dei singoli con­
vogli, inviati ai superiori SS dal Lager (se ne sono con­
servati tre) si può affermare che ad Auschwitz furono
deportati come minimo r r oo ooo Ebrei, cosi suddivisi
4 3 8 000 dall'Ungheria, 3 00 000 dalla Polonia, 69 000
dalla Francia, 60 000 dall'Olanda, 55 000 dalla Grecia,
46 ooo dalla Boemia e dalla Moravia, 2 3 ooo dalla Ger­
mania e dall'Austria, 2 7 ooo dalla Slovacchia, 2 5 ooo dal
Belgio, r o ooo dalla Jugoslavia, 7500 dall' Italia, 690 dal­
la Norvegia e 34 ooo da campi di concentramento e da
altre zone imprecisate 17 •
Dunque se togliamo gli Ebrei registrati possiamo af­
fermare che 900 ooo di loro furono gassati o assassinati
in poche ore. In seguito alle condizioni di vita e di lavo­
ro ne morirono altri 95 ooo circa tra quelli registrati, il
che porta la cifra degli Ebrei intorno al r ooo ooo di mor­
ti, se includiamo i periti nelle marce di evacuazione. Se
consideriamo poi che tra il r 940 e il r 945, r 8 8 ooo in­
ternati registrati e 25 ooo non registrati vennero tradot-

16 Franciszek Piper, Il numero delle vittime del KL Auschwitz, in


Auschwitz nazistowski, cit., pp. 1 7 1 sgg. Kazimierz Smolen, prece­
dente direttore dell'Archivio del campo e uno dei primi internati
politici che vive internato ad Auschwitz circa quattro anni e mez­
zo, in un suo studio del 1 9 75 arriva alla conclusione che i registra­
ti erano 405 2 2 2 , includendo anche i detenuti prigionieri della po­
lizia (in Alcune questioni di storia del KL A uschwitz, Oswi�cim
1 975, p. 1 7) . Inoltre, F. Piper, Die Zahl der Opfer von Auschwitz,
APMO, Oswiç:cim 1993, il saggio piu completo sul numero delle vit­
time e dei deportati nel lager.
17 F. Piper, Il numero delle vittime cit., p. 1 7 3 . Il calcolo di Piper
entra in dettagli che si soffermano sulla stima dei detenuti trasporta­
ti per ogni convoglio (stima sempre per difetto), quando non si trovi­
no le liste di trasporto, come nel caso degli Ebrei polacchi.
APPENDICE STORICO-BIBLIOGRAFICA 2 49
ti in altri campi, circa l 500 furono rilasciati, 500 riusci­
rono a evadere e intorno agli 8000 sopravvissero alla li­
berazione di Auschwitz e dei suoi sottocampi, raggiun­
giamo una cifra complessiva delle vittime non inferiore
a 1 4 1 7 595 18 •

18 APMO, Zesp6l Opracowanie. Lidia Krysta, Opracowanie staty­


styczne - Przeniesienia, ucieczki, rwolnienia z KL Auschwitz [Elabora­
�ione statistica - Trasferimenti, fughe, rilasci dal KL di Auschwitz].
E bene ricordare che tutte le rilevazioni statistiche sono effettuate per
difetto, ma sono altresf verificabili. Circa il numero degli Ebrei as­
sassinati ad Auschwitz insieme ad altre vittime non si raggiunge an­
cora il dato dichiarato da Hoss e dai responsabili delle SS ma, con
questi calcoli, che danno comunque uno spaccato dell'inferno rap­
presentato da quell'articolato complesso di lager intorno a Oswiçcim,
nessun negazionista o revisionista può pretendere di dimostrare le
proprie ragioni.
N
I sottocampi del KL di Auschwitz VI
o

Denominazione Descrizione Date di Numero


e colloca�ione geografica attività e gestione funzionamento internati

l. Aldorf a Stara Wie5, presso Attività di silvicultura, affittuario l'Ispettorato forestale di 1 942-43 una quindicina
Pzsczyna Pszczyna
2. Althammer a Stara Kuinia, Costruzione di centrale termoelettrica (oggi Halemba) settembre 1 944 486
nei pressi di Halemba gennaio 1 945
3. B abitz a Babice nei pressi Fattoria degli uomini del corpo SS con allevamento di ani- marzo 1 943 159 uomini
>
di Auschwitz mali e lavori pesanti agricoli - le donne trainavano l'aratro gennaio 1 945 1 80 donne '"O
'"O
4. Birkenau, fattoria nei pres- Fattoria agricola delle SS 1 943 204 l:Tl
si di Brzezinka vicino al z
gennaio 1 945
campo di sterminio 8
('}
l:Tl
5. Bismarckhi.itte a Chorz6w Gli internati lavoravano presso la fonderia Bismarck (oggi settembre l 944 192 (/)
Batory) nella produzione di cannoni, ditta appaltatrice: Berg- gennaio 1 945
hi.itte-Kéinigs und Bismarckhi.itte A.G. c5
e.l
('}
o
6. Blechhammer a Slawiçcice, Costruzione di fabbriche chimiche (oggi Zaklady Koksoche- aprile 1 944 3958 uomini �
nei pressi di Blachownia miczne) per conto della ditta O/S Hydrierwerke A.G. gennaio 1 945 1 5 7 donne
til
t""'
....
Sltiska
o
Cl
7. Bobrek nella omonima lo- Gli internati furono impiegati già dal dicembre del 1 943 il ca � o fu 2 1 3 uomini ?:'
calità v�cino ad Auschwitz in lavoro di fabbrica per la produzione di apparecchiature aperto a apri- 38 donne >
'1:!
....
elettriche per aerei e sottomarini: Ditta Siemens le-maggio 1 944 ('}
Schuckertwerke A.G. al gennaio '45 >
8 . Briinn nei ressi di Brno
tr Lavori di muratura dell'edificio dell'Accademia tecnica del- ottobre l 94 3 2 5 0 nel!' otto- �
oggi repubb ·ca Ceca le SS e della Polizia, ditta appaltatrice Ufficio C del WVHA gennaio 1 945 bre e 3 6 al gen- "O
l:I1
ss naio z
9. Budy l , omonima località Azienda agricola SS con lavori pesanti di sterro e pulizia e aprile 1 942 alcune centi- t::I
vicino ad Auschwitz ampliamento vivai autunno 1 944 naia di donne
n
l:I1
1 0. Budy 2, come sopra Azienda agricola SS - interruzione lavori autunno - inverno aprile 1942 3 1 3 uomini (/')
,..,
1 943 gennaio 1 945 o
rr. Budy 3, come sopra Azienda agricola S S giugno 1 942 400 donne del-
primavera 1943 · la compagnia
�o
penale tJ:,
....
tp
1 2 . Charlottegrnbe a Rydultowy Utilizzati nella miniera Charlotte (oggi Rydultowy) nell'e- settembre 1944 833 uomini !:'"'
strazione del carbone e nel suo ampliamento: ditta appalta- gennaio 1 945 ....
o
trice Hermann Goring Werke G"l

1 3 . Che!mek omonima località I detenuti eseguivano lavori per il calzaturificio (pulizia e ottobre 1 942 1 5 0 uomini >
'Il
....
scavo del bacino idrico) per la ditta Ota Schlesische dicembre 1 942 ()
Schuhwerke, già BATA >
1 4 . Eintrachthiitte a Fonderia Eintracht (oggi ZUT Z oda), produzione di arti-
\; maggio 1 943 l 297 internati
Swiçtochlowice glieria contraerea per la ditta Berg iitte-OSMAG e Ost-Ma- gennaio 1 945
schinenbau
1 5 . Freudenthal a Bruntal oggi Lavoro nella ditta Emmerich Machold 1 944 3 0 1 donne
in Rep. Ceca gennaio 1 945
1 5 a . Fiirstengrube a Wesola, Miniere Fiirsten estrazione del carbone e costruzione di una settembre 1 943 1 2 3 8 internati
presso Myslowice nuova miniera. Ditta Fiirstengrube GmbH gennaio 1945
16. Gleiwitz I a Glewice Ri arazione di materiale ferroviario rotaie per la ditta Reichs- marzo 1 944 l 3 36 internati
N
ah
b nausbessemngswerk gennaio 1 945 \.J]
H
Denominazione Descrizione Date di Numero N
VI
e collocazione geografica attività e gestione funzionamento internati N

1 7 . Gleiwitz II, come sopra Produzione fuliggine (donne); ri arazione, manutenzione


� maggio 1 944 740 uomini
macchine e ampliamento della fab rica (uomini) per la ditta gennaio 1 945 371 donne
Deutsche Gasrusswerke GmbH (oggi Gliwickie Zaklady
Chemiczne Carbochem)
1 8 . Gleiwitz III a Glewice Riparazione cannoni e in seguito produzione di armi, muni- luglio 1 944 609 internati
zioni e rotaie, presso la ditta Zieleniewski-Maschinen und gennaio 1 945
Waggonbau GmbH - Krakau
>
1 9 . Gleiwitz IV, come sopra Lavori di ampliamento della caserma e trasformazione di vet- giugno 1 944 444 internati '"ti
'il
ture militari per la Gleiwitzer Hi.itte (oggi Gliwickie Zaklady gennaio 1 9 4 5 tT1
UrZ?dzen Technicznych) z
ti
20. Golleschau a Golesz6w Utilizzati nel cementificio delle SS, e in a palto da ditta Ost-
h luglio 1 942 1 008 internati ('i
deutsche Baustoffwerke GmbH-Gollesc auer Portland Ze- gennaio 1 945 tT1
(/)
ment A.G.
2 r . Gi.inthergrube a Lçdziny Lavori nella miniera Piast, estrazione di carbone e costru- febbraio 1 944 586 internati C5
?:I
......
zione della miniera Gi.inther (oggi Ziemowit) per la ditta gennaio 1 945 n
Fi.irstlich Plessische Bergswerk A. G . o
2 2 . Harmense a Harmçze vici- Lavoro nell'azienda agricola SS (allevamento pollame, coni- dicembre 1 9 4 1 7 0 internati
b;
no al campo di Auschwitz gli e pesci) estate 1 943
ti:)
t:
2 3 . Harmense a Harmçze, co- Azienda agricola SS con allevamento di pollame e conigli giugno 1 942 50 donne o
G")
me sopra gennaio 1 945 ?:I
>
;:!l
n
>
24. Hindeburg, a Zabrze Lavori nella fonderia Donnersmark (oggi Zabrze), produ- agosto 1944 50 uomini
zione di armamenti e munizioni per la ditta Vereinigte Ober- gennaio 1 945 470 donne $trl
schlesische Hiittenwerke A.G. z
t:1
....
25. Hubertiishutte a Lagiew­ Lavori di fonderia presso la Hubertus (oggi Zygmunt), per la dicembre 1944 202 internati
()
niki ditta Berghiitte Konigs und Bismarckhiitte A.G. gennaio 1 945 trl
26. Janinagrube a Libitrl: Estrazione di carbone nella miniera Janina per conto della settembre 1 94 3 85 3 internati (/J
...,
ditta Fiirstengrube GmbH gennaio 1945 o
2 7 . Jawischowitz a Jawischo­ Estrazione del carbone nella miniera di Brzeszcze-Jawi- luglio 1942 l 988 internati �
()
wice schowitz e lavori di edilizia in superficie, per la ditta Reichs- gennaio 1 945 o
werke Hermann Goring t:Xl
2 8 . Kobior omonima località Lavori di silvicultura per conto della ditta Oberforstamt 1 94 2 1 5 8 internati 6:l
Pless 1943 i:::
o
29. Legischa a Lagisza C ostruzione della centrale termoelettrica Walter, per conto settembre 1943 1 000 internati 0
:x:i
della ditta Energie-Versorgung Oberschlesien A.G. settembre 1944

30. Laurahiitte a Siemianowice Lavori nella fonderia Laura (oggiJednosè) per la produzione aprile 1 944 9 3 7 internati (i
di artiglieria antiaerea, per la ditta Berghiitte-Konigs und gennaio 1945 >
Bismarckiitte
3 r . Lichtwerden a Svetla, Rep. Lavoro nella fabbrica di filati per conto della ditta Buhl und novembre 1 944 300 donne
Ceca Sohn A.G. gennaio 1 945
3 2 . Monowitz (Buna} a Mono­ Utilizzo a partire già da marzo-a rile 1 4 1 nella costruzione
� il campo fu atti- 1 0 23 3 interna-
wice vicino ad Auschwitz del com lesso chimico (oggi Zak ady C emiczne Oswiçcim),
fa L vo da ti reg. (Primo
con an ata e ritorno dal campo principale fino alla costru- ottobre 1 942 Levi parla di
zione del campo interno, per conto della IG Farbenindustrie gennaio 1 945 1 2 000)

N
V1
\)J
Denominazione Descrizione Date di Numero N
Vl
e collocazione geografica attività e gestione funzionamento internati .i:.

3 3 . Neu-Dach a Jaworzno Lavori nelle miniere di Jaworzno (oggi Komuna Paryska e giugno 1943 .3 664 internati
Jaworzno), e nei lavori di costruzione della centrale elettrica gennaio 1 945
« Wilhelm» (oggi Jaworzno), per conto della ditta Energie
Versorgung Oberschlesien A.G .
.34· Neustadt a Prudnik Lavoro nella fabbrica tessile (oggi Prudnikie Zal<lady Prze- settembre r 944 399 donne
myslu B awdnianego) per la ditta Schlesische Feinwerberei gennaio 1 945
A.G.
35. Plawy, vicino a d Auschwitz Azienda agricola degli uomini SS 1944 ? 1 3 8 uomini ?ti
'V
gennaio 1 945 200 donne ca. 1:11
3 6 . Radostowitz a Radostowi- z
Lavori di silvicultura, con una pausa nell'inverno 1942-43, 1 942 20 uomini circa t:i
ce nei pressi di Pszczyna appalto della ditta Oberforstamt Pless 1 943 n
1:11
.3 7. Raisko a Rajsko Lavori nell'azienda agricola SS (giardinaggio, colture speri- giugno 1943 300 donne ca.
(Il
mentali della kok-sagiz) gennaio 1 945 �
o
3 8 . Sonderkommando o Kat- Lavori di costruzione del rifugio e della baracca per la Ge- gennaio r 944 r o internati ::<:!
.....
towitz a Katowice stapo gennaio 1 945 ()
:i
39. Sosnowitz I a Sosnowiec Lavori di riparazione del blocco di uffici agosto 1 943 1 oo internati
tÌl
.....
febbraio r 944 tp
40. Sosnowitz II a Sosnowiec Lavori in fonderia (oggi Cedler), nella produzione di arti- maggio 1 944 863 internati t:::
glieria antiaerea e proiettili per la ditta Berghiitte-Ost gennaio1945 o
Cl
Maschinenbau GmbH ::<:!
>
4 r . Sosnica presso Gliwice Lavori di demolizione dell'ex campo per prigionieri di guerra luglio e agosto 30 internati 'Tl
.....
del 1 940 ()
>
4 2 . SS Htitte Porombka a Lavori di costruzione e successivamente di manutenzione autunno 1 940 I O uomini circa
Mi{!dzybrodzie della casa di riposo delle SS gennaio 1945 e alcune donne
43 . 2 SS Bauzug a Karlsruhe Sgombero macerie e riparazione della linea ferroviaria per settembre l 944 500 internati

z
conto dell'Ufficio C dell'SS WVHA. Tra i primi e i secondi ottobre r 944 ca. alloggiati in
dieci giorni di ottobre il sottocampo venne subordinato al vagoni merci
�tT1
Lager di Buchenwald e fu denominato 7 SS Eisenbahnbau­
brigade e trasferito a Stoccarda �
44. Trzebinia nella omonima Lavori di ampliamento della raffineria della ditta Erdol Raf­ agosto r 944 641 internati
località finerie GmbH gennaio 1 945 �o
45. Tschechowitz I Lavori di disinnesco degli ordigni dal terreno della raffineria agosto-settem­ 100 internati �
Bombensucherkommando e dintorni appaltati dalla Vacuum Oil Company bre 1 944 til
a Czechowice-Dziedzice t:
o
46. Tschechowitz 11 Vacuum, Lavori di sgombero delle macerie e protezione della raffine­ settembre 1 9 44 561 internati G"l
gennaio 1 945 :;;:i
come sopra ria eseguiti per la ditta Vacuum Oil Company


;:.

N
VI
VI
Bibliografia

Concludiamo questa breve appendice con una rassegna bi­


bliografica che si propone come strumento di ulteriori ap­
profondimenti.

I processi del dopoguerra e Rudolf Hoss.


La maggior parte dei processi al personale in servizio nel
complesso concentrazionario di Auschwitz ebbe luogo in Po­
lonia negli anni 1 946- 1 947, davanti al Tribunale Supremo del
popolo a Cracovia o a Varsavia. Su un totale di 67 3 accusati
(tra cui crocerossine tedesche, sorveglianti SS, radiotelefonisti
ecc.) in 2 3 casi la sentenza non venne pronunciata per insuffi­
cienza di prove, l 3 imputati morirono nel corso dell'istrutto­
ria e ci fu una sola archiviazione. Quello contro Rudolf Franz
Ferdinand Hoss ebbe luogo tra l ' u e il 29 marzo 1 947 e si
concluse con la sentenza di morte emessa il 2 aprile, eseguita·
il 16 all'interno del campo principale. L'imputato era stato
consegnato alla Polonia dalle forze britanniche di stanza in
Germania nel maggio del 1 946. I procedimenti giudiziari si
conclusero con 32 condanne a morte, 9 ergastoli e nel resto dei
casi con pene che andavano dai 6 mesi ai l 5 anni di reclusione.

1 . Gli atti del processo contro Rudolf Hoss si trovano nel-


1' Archivio del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau- (sigla
APMO, Archiwum Panstwowego Muzeum w Oswiçcimiu)
presso il quale il personale è disponibile a fornire materiale
in traduzione inglese, tedesca e francese.
APMO, Pl'Oces Hossa, costituito da piu di 3 0 raccoglitori.
2 . Un'ampia trattazione dei processi per i crimini commessi
ad Auschwitz si trova in:
Hermann Langbein, Der Auschwitz-Prozefi. Bine Dokumen­
tation, Europaische Verlagsanstalt, Wien-Frankfurt-Ziirich,
1 965, due tomi.
Bert N aumann, Auschwitz . Bericht iiber die Strafsache gegen
Mulka u . a . vor dem Schwurgericht, Frankfurt 1 965.
APPENDICE STORICO-BIBLIOGRAFICA 257
Tadeusz Cyprian, Herzy Sawicki, Siedem proces6w przed
Najwyzszym Trybunalem Narodowym [Sette processi davanti
al Supremo Tribunale del popolo], Poznan 1 96 2 .
Tadeusz Kulakowski, Zbrodniarze hitlerowscy przed Najwyz­
szym Trybunalem Narodowym [I criminali nazisti davanti al
Supremo Tribunale del popolo], Warszawa 1 967 .
3 . Molto materiale sul campo di lavoro e sterminio di Au­
schwitz è leggibile negli Atti del Processo di Norimberga
(Procès des grands criminels de guerre devant le Tribuna! mili­
taire internationalJ 1 4 novembre 1 945 - r 0 ottobre 1 946. Si
tratta di quarantuno volumi editi (il volume degli indici è
doppio e per questo molti fanno riferimento a quarantadue
tomi), in particolare dal III tomo al XXII è riportato il di­
battimento vero e proprio (il XXIII-XXIV contiene in un
solo volume l'indice dei nomi) e dal XXV al XLII i docu­
menti.
In lingua italiana, sul processo di Norimberga contro i cri­
minali nazisti sono disponibili:
Telford Taylor, Anatomia dei processi di Norimberga, Rizza­
li, Milano 1 993 .
Arkadi Poltorak, Il processo di Norimberga, Teti editore, Mi­
lano 1 976.
Giuseppe Mayda, I dossier segreti di Norimberga, Mursia, Mi­
lano 1997.
- Norimberga, processo al Terzo Reich, Mursia, Milano
1 9962.
Robert Jay Lifton, I medici nazisti, Rizzali, Milano r 986.
Alexander Mitscherlich e Fred Mielke, Medicina disumana .
Documenti del Processo ai medici di Norimberga, Feltrinelli,
Milano 1 967.
Sei milioni di accusatori. Relazione introduttiva delpmcuratore
generale G . Hausner al processo Eichmann (con un saggio di
Galante Garrone) , Einaudi, Torino r96r .
4. Una buona selezione dei documenti e di materiali docu­
mentari si trova in:
John Mendelson, The Holocaust Selected Documents (in di­
ciotto volumi), Garland Publishing, New York 1 9 8 2 .
P. Longherich (a cura di), Die Ermordung der europà'ischen
Juden . Bine un/assende Dokumentation der Holocaust 1 941-
1945, Piper, Miinchen 1 989 .
W. Benz (a cura di), Dimension des Volkermords. Die Zahl
der jiidischen Opfer des Nazionalsozialismus, Oldenbourg,
Miinchen 1 99 I .
APPENDICE STORICO-BIBLIOGRAFICA

Sul campo di Auschwitz .

I libri e gli studi prodotti dal Museo S ta tale di


Auschwitz-Birkenau

Il libro fondamentale è: Danuta Czech, Kalendarium der Erei­


gnisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau I939-
I945, Rowohlt, Hamburg 1 989 (Calendario degli avveni­
menti nel lager di Auschwitz-Birkenau: Kalendarz wydarzen
w KL Auschwitz-Birkenau, Oswi<;cim 1 9 9 2 ) . Il testo è di­
sponibile in una piu recente edizione con alcuni aggiorna­
menti in lingua polacca, edito dal Museo Statale di Au­
schwitz. Contiene tutto il resoconto, giorno per giorno dei
fatti documentabili accaduti ad Auschwitz.
Auschwitz vu par !es SS (Hoss, Broad, Kremer), ed. Museo Sta­
tale di Auschwitz-Birkenau, Oswi<;cim 1 99 4 (prefazione di
Jerzy Rawicz) .
F. Piper, T. Swiebocka (a cura di), Auschwitz, il campo nazista
della morte, Edizioni del Museo Statale di Auschwitz-Birke­
nau, Oswi<;cim 1995·
F . Piper, Zatrudnienie wi�ini6w KL Auschwitz . Organizacia
pracy i medot eksploatacii sili roboczei (L'impiego dei prigio­
nieri del KL Auschwitz. L'organizzazione del lavoro e dei
metodi di sfruttamento della manodopera), Edizioni del
Museo S tatale di Auschwitz-Birkenau, Oswi<;cim 1 982 1,
1 993 z (disponibile in tedesco).
F. Piper, Die Zahl der Opfer von Auschwitz, Oswi<;cim 1 993, la
ricerca piu completa sul numero delle vittime e dei deportati
nel lager di Auschwitz.
Jerzy Adam Brandhuber, Jency radzieccy w obozie koncen­
tracyinym w Ofwi�cimiu (I prigionieri di guerra sovietici nel
campo di concentramento di Auschwitz), Zeszyty
Oswi<;cimskie, Oswi<;cim 1 962, n. 4 .
Teresa Ceglowska, Kame kompanie in K L Auschwitz (Le com­
pagnie penali del KL di Auschwitz), Zeszyty Oswi<;cimskie,
Oswi<;cim 1975, n. 1 7.
Jan Mikulski, Eksperymenty farmacologiczne w obozie koncen­
tracy;nym Oswiç_cim - Brzezinka (Gli esperimenti farmaco­
logici nel campo di Auschwitz-Birkenau), Zeszyty
Oswi<;cimskie, Oswi<;cim 1 967, n. 1 0 .
Andrzej Pankowicz, KL Auschwitz w procesach norymberskich
(Il KL di Auschwitz nei processi di Norimberga) , Zeszyty
Oswi<;cimskie, Oswi<;cim 1983, n. 1 8 .
Andrzej Strzelecki, Ewakuacia, likwidacia i wyzwolonie KL
Auschwitz (Evacuazione, liquidazione e liberazione del KL
di Auschwitz), Oswi<;cim 1 9 8 2 .
APPENDICE STORICO-BIBLIOGRAFICA 2 59
Andrzej Strzelecki, Wyzwo!enie KL Auschwitz (La liberazione
del KL Auschwitz), Zeszyty Oswi�cimskie, Oswi�cim
1 974, numero speciale (III).
Henryk S wiebocki, Auschwitz - czy w czasie wo;ny swiat znal
prawdç o obozie ( Auschwitz - durante la guerra il mondo co­
nosceva la verità sul campo ?), Zeszyty Oswi�cimskie,
Oswi�cim .1992, numero speciale (II).
\Vsrod koszmame; zbrodni. Notatki wiezniow Sonderkommando
(Dentro un orribile delitto. Annotazioni dei prigionieri del
Sonderkommando) Oswi�cim 1975·
La vita del campo è stata indagata a fondo da molti studiosi
che operano nel Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, con
opere spesso solo in lingua polacca. Ricordiamo tuttavia la
estrema disponibilità degli storici e del personale del Museo
a favorire studi e consultazione di opere e documenti da
parte di studiosi di altre nazionalità .
La rivista a cura del Museo Statale d i Auschwitz-Birkenau:
« Zeszyty Oswi�cimskie » [I quaderni di Auschwitz],
Oswi�cim 1 95 7 - 1993, i numeri dall' 1 al 20. Si trovano stu­
di accurati sugli esperimenti medici, sui piu di quaranta sot­
tocampi che ruotavano intorno ad Auschwitz III, e sui pro­
.
cessi.

Opere di interesse generale su Auschwitz-Birkenau

Peter Helmann, Lili Meier, L'album d'Auschwitz, Seuil, Paris


1 98 3 .
Hermann Langbein, Uomini ad Auschwitz, Mursia, Milano
1 984.
Till Bastian, Auschwitz e la «menzagna su Auschwitw, Bollati
Boringhieri, Torino 1 995 ·
Otto Friedrich, Auschwitz, storia del lager 1940-1 945, Baldini
& Castoldi, Milano 1 994·
Frediano Sessi, La vita quotidiana ad Auschwitz, Rizzoli, Mi­
lano (di prossima edizione nel 1 998 - collana BUR).
Wolfgang Sofsky, L 'ordine del terrore, Laterza, Bari 1 995 ·
E. Wiesel, J. M. Lustiger, R. Siissmuth, W. Bartoszewski, Per
non dimenticare Auschwitz, Piemme, Alessandria 1993·
Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino 1 963 .
- I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1987.
Jean Améry, Intellettuale ad Auschwitz, Bollati Boringhieri
1 98 7 .
Jean-Claude Pressac, Le macchine dello sterminio, Feltrinelli,
Milano l 99 5 .
Pensare Auschwitz, in « Pardes», Ed. Talassa d e Paz, Luca
Gentili Editore, Tranchida 1995.
260 APPENDICE STORICO-BIBLIOGRAFICA
E. K9gan, H . Langbein, A Ruckerl, Les chambres à gaz, secret
d'Etat, Minuit, Paris 1 984, 1 986 2 •
Lore Shelley (a cura di), Criminal Experiments on Human Beings
in Auschwitz and War Research Laboratories, San Francisco
1992.
Krzysztof Dunin-Wasowicz, Ruch oporu w hitlerowskich obo­
zach koncertracyjnych 1933-1945 (Il movimento di resisten­
za nei campi di concentramento nazisti, 1 93 3 - 1 945), War­
szawa 1979·
Alwin Meyer, Die Kinder von Auschwitz, G0ttingen 1990.
Yves Ternon, Histoire de la médicine SS: le mythe du nazisme
biologique, Tournai, Casterman 1 969.
Tyrnauer Gabrielle, Gypsies and the Holocaust, Montréal,
Montréal Institute for Genocide Studies, 1 9 9 1 (il volume
contiene pili di 500 indicazioni bibliografiche sullo stermi­
nio degli Zingari) .
Elie Wiesel, La notte, La Giuntina, Firenze 1 980.
Georges Wellers, Essai de détermination du nombre de morts au
camp d1Auschwitz, in « Le Monde Juif», n. r r 2 , Paris 1 983 .
Auschwitz, Julliard, Paris 1 964.
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Miklos Nyiszli, Medico ad Auschwitz . Memorie di un deportato
assistente di Mengele, Sugar, Milano 1 96 2 .
G . Wellers, L a révolte du Sonderkommando à Auschwitz, in
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G. Wellers, Les chambres à gaz ont existées, G allimard, Paris
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La macchina dello sterminio nazista .

Raul Hilberg, La distruzione degli Ebrei d1 Eumpa, Einaudi, To­


rino 1 995 ·
- Carnefici, vittime, spettatori, Mondadori, Milano 1 994·
Léon Poliakov, Il nazismo e lo sterminio degli Ebrei, Einaudi,
Torino 1977·
Michel Marrus, L ' Olocausto nella storia, i l Mulino, Bologna
1 994·
F. Bédarida, La politique nazie d'extermination , Albin Michel,
Paris 1 989.
P. Burrin, Hitler et !es Juifs. Genèse d'un génocide, Seuil, Paris
1 989.
Ilya Erenbourg, Vassili Grossman, Le livre noir. Textes et té­
moignages, Actes Sud, Paris 1995 ·
Enzo Collotti, La Germania nazista, Einaudi, Torino 1 962.
- La soluzione finale, Newton Compton, Roma 1 995 ·
APPENDICE STORICO-BIBLIOGRAFICA
E . Klee, W. Dressen, V. Riess, «Bei tempi» . Lo sterminio degli
ebrei raccontato da chi l'ha seguito e da chi stava a guardare, La
Giuntina, Firenze 1 990.
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ten ìVeltkrieg, Deutsche Verlags-Anstalt, Stuttgart 1 985.
K. D . Bracher, La dittatura tedesca, il Mulino, Bologna 1973 ·
M. Broszat, Nazionalsozialistische Polenpolitik 1939-1945,
Deetsche Verlags-Anstalt, Stuttgart 1 96 i .
A . Mayer, Soluzione finale. L o sterminio degli Ebrei nella storia
d'Europa, Mondadori, Milano 1 990.
I. Kershaw, Che cos 'è il nazismo, Bollati Boringhieri, Torino
1 99 3 ·
- Popular Opinion and Politica! Dissent in the Third Reich, Cla­
rendon Press, Oxford 1 99 I .
I . Gutman ( a cura di), Encyclopaedia of the Holocaust, Mc­
Millan, New York, 1 990, 4 volumi.
G. Gozzini, La strada per Auschwitz, B . Mondadori, Milano
1 996 (un volume agile che fa il punto degli studi e fornisce
· un'ampia bibliogafia).
E. Neumann, Behemoth . Struttura e pratica del nazionalsociali­
smo, Feltrinelli, Milano 1977.
M. Novitch, Le Génocide des Tziganes sous le régime nazi, Pres­
ses du temps présent, Paris 1968.
Z . Bauman, Modernità e olocausto, il Mulino, B ologna 1992.
H . Bucheim, M. Broszat, H. A. Jacobsen, H . Krausnick, Ana­
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1 993 ·
P. Hayes, Industry and Ideology : I.G. Farben in the Nazi Era,
Cambridge University Press, New York 1987.
A. Wieviorka, Déportation et Génocide. Entre la mémoire et
l'oubli, Plon, Paris 1 992.

Per concludere questo elenco incompleto, ricordiamo che è


ancora disponibile l'opera di Andrea Devoto, Bibliografia del­
!'oppressione nazista , fino al 196 2 , Olschki ed. , Firenze 1 964;
e il secondo volume, L 'oppressione nazista, considerazioni e bi­
bliografia 1963-1981, Olschki, Firenze 1 983 . Questa ampia
rassegna bibliografica ha il pregio di segnalare saggi di rilievo
usciti in rivista.
Indice
p. v Prefazione di Primo Levi

Comandante ad Auschwitz

Autobiografia
5 I. Infanzia e giovinezza ( 1900-1916)
12 n. Volontario di guerra ( 19 16-1918)
19 m. Il Corpo volontario e il Fememord ( 19 1 9- 1923)
25 1 v . Nel penitenziario brandeburghese ( 1924-1928)
40 v. Dopo il rilascio. Dagli Artamani alle SS ( 1929-1934)
45 VI. Il campo di Dachau: Blockfiihrer e Rapport/iJhrer
( 1 934-1938)
63 v11. Aiutante e Schutzha/tlagelfuhrer nel campo di Sachsen-
hausen ( 1 93 8-1940)
86 v111. Comandante ad Auschwitz ( 1940-1943)
140 rx. Capo servizio all'Ispettorato dei campi di concentra-
mento (novembre 1943 - maggio 1945)
157 x. Dopo il crollo ( 1945-1947)

Appendice
' 17 l 1. La « soluzione finale della questione ebraica » nel
campo di Auschwitz
191 II. Heinrich Himmler, Reichs/iJhrer delle SS
210 m. Eichmann, ObersturmbannfiJhrer delle SS e capo della
Sezione ebraica IV B 4 del!' Alto Comando per la Sicu­
rezza del Reich (RSHA)

215 Nota di Martin Boszdt ali'edizione tedesca


23 r Il mostro mediocre di Alberto Moravia
23 9 Appendice storico-bibliografica a cura di Frediano Sessi
Stampato per conto della Casa editrice Einaudi
presso Mondadori Printing SpA., Stabilimento NSM., Cles (Trento)

CL. 1 7384
Edizione Anno

9 IO II I2 I3 14 2007 2008 2009 20!0