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Talete, primo filosofo


Fra definizioni di filosofia e limiti della storia

MAURO GHILARDINI

Contributo per la settimana n. 4


Corso: L’INVENZIONE DELLA RAZIONALITA’ FILOSOFICA

Anno 2018
1.1. Physis

Non ci si deve ingannare pensando che gli autori dei famosi miti greci non fossero già consapevoli di
un certo grado di mutevolezza del reale. La realtà si propone da sempre di fronte all’uomo con continui
fenomeni naturali misteriosi. Non si pensi solo ai fulmini o alle eclissi, ma anche al mistero della morte di un
caro o di una nuova vita: tutti eventi ai quali l’uomo stesso sente esigenza di fornire risposta.1 In questo
senso la realtà, con la sua mutevolezza, poneva domande anche agli uomini dell’antica Grecia, ai quali i miti
rispondevano mediante l’invenzione di “verità” o di figure sovrannaturali che, semplicemente, dovevano
essere credute.
Per capire la portata innovativa di Talete e di coloro che dai posteri furono chiamati “primi filosofi
dunque, è più giusto chiedersi quando le risposte a questa mutevole realtà e ai suoi misteri cambiarono e
perché. «La filosofia nacque quando, per un mutato atteggiamento di fronte al mondo, non si prestò più
fede a questo modo di prenderne consapevolezza. Si mise allora in dubbio la pertinenza del semplice, mitico
narrare in ordine all’espressione del vero e si sollevarono riserve circa il suo dire cose «reali», avvertendone
non tanto la falsità, almeno in prima istanza, quanto invece l’inaffidabilità, l’insicurezza, l’assenza di garanzia.
Un mondo veniva così spezzato per dar vita a un altro». 2
Per comprendere meglio questa novità può venire in aiuto l’analisi del termine “physis”, parola che
cominciò ad essere sempre più utilizzata nella Grecia del VI sec. Physis «deriva dalla radice phy, comune al
sostantivo verbale phyton (pianta) e al verbo phyein (germogliare)» 3 Il termine fu impiegato per la prima
volta proprio ad indicare una pianta e per altro in un contesto precritico, come dimostra il seguente passo
dell’Odissea: «Così detto, mi dava l'erba [medicinale] l'Argheifonte [Hermes], / da terra strappandola e la
natura me ne mostrò»4, Autori come il Naddaf sottolineano come, in questo passo, l’autore utilizzi il voca-
bolo physis anziché eidos (o altri) proprio per rivelare sia l’esteriorità della pianta che, attenzione, le sue
proprietà interne, nascoste.5

1.2. Verso una nuova mentalità

Questa straordinaria “intuizione di nascondimento” (che Naddaf chiama «notion of hiddenness») sarà
fondamentale in quel processo che si consoliderà con Eraclito (la natura «ama nascondersi» D.K. 22 B 123)
e via via arriverà fino ad Aristotele, portando il significato intrinseco del termine da «origine, processo, risul-
tato»6 (unicum in cui racchiudere tutto il reale con i suoi misteri) a “germoglio nascosto” (ma in un certo
senso comprensibile tramite logos), che indica il luogo della generazione, e quindi a «l’elemento primario
da cui scaturisce la cosa che nasce»7, cioè espressione di «essere stesso, inteso come un dischiudersi di

1
“In ancient Greece as in every culture, mythology was at the heart of everyday life, as well of its literature [...]. Cultures turn to myth, for example,
to explain the creation of the world, the existence of evil, and natural phenomena for which they have no scientific explanation. In Greece a
particular god was identified with every aspect of nature” in C. D. JOHNSON - V. E. JOHNSON, Understanding the Odyssey: A student casebook to
issues, sources, and historic documents, Greenwood Press, Westport, Conn., 2003, 15
2 M. ZANATTA, Storia della filosofia antica, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1997
3
P. BEVILACQUA - M. ALCARO, A che serve la storia?: I saperi umanistici alla prova della modernità, Donzelli, Roma, 2011, 46 (nota 72)
4
“«ὣς ἄρα φωνήσας πόρε φάρμακον ἀργεϊφόντης ἐκ γαίης ἐρύσας, καί μοι φύσιν αὐτοῦ ἔδειξε “ in OMERO, Odissea, libro X vv. 302-3, trad. di
Rosa Calzetti Onesti, Torino, Einaudi 1963
5
“This would mean Hermes reveals both the external (black root,13 milk white flower, etc.) and internal (that is, hidden) properties of the plant to
Odysseus, even though Homer only explicitly refers to the external properties (10.287–92)” in G. NADDAF, The Greek Concept of Nature, State Univer-
sity of New York Press, 2005
6
G. DEROME, Gérard Naddaf, L’origine et l'évolution du concept grec de phusis, Lewiston, N.Y./Queenston, Ontario, The Edwin Mellen Press, 1992, viii-
603 p.. Philosophiques 23 (1), 174–176. doi:10.7202/027379ar reperibile qui: https://www.erudit.org/fr/revues/philoso/1996-v23-n1-phi-
loso1802/027379ar.pdf
7
ARISTOTELE, Metafisica, VII, 4, 1014b in OPERE, Laterza, Roma-Bari 1959
forme. Anzi, come un dischiudersi da sé stesso»8. Dall’intuizione nella cultura greca dell’esistenza di una
natura che sottostà, come un germoglio sempre presente, alla mutabilità del reale, gli stessi fenomeni di
mutevolezza vennero sempre più osservati sotto un nuovo sguardo, che negli anni si identificò nel divenire.
Questo anche perché, secondo lo Zeller, l’imparzialità dei Greci nel considerare il mondo esterno, unita al
loro senso di realtà e alla loro capacità di astrazione che «li rese capaci di riconoscere molto presto le loro
idee religiose per quel che esse realmente erano: creazioni di un’immaginazione artistica»9.
Avvenne cosi in quel periodo un cambio di mentalità che rivoluzionò il modo di concepire il mondo e
che trova in Talete il suo primo grande antesignano: egli appariva, agli occhi dei suoi affascinati contempo-
ranei, un “sapiente” che «parlava di argomenti già noti, portando però in essi tutta la carica di un pensiero
innovatore che scopre nel già dato, nell'acquisito, significativi nuovi.»10 Una novità certamente attraente,
ben narrata dal cosiddetto Aneddoto di Apuleio11
Sorsero due novità nella cultura greca a motivo di tale cambio di paradigma, ben individuate dal Lloyd.
In primis quella che lo stesso studioso chiama, appunto, “scoperta della natura” e cioè il riconoscimento
«che i fenomeni naturali non sono prodotti dal caso o dall'arbitrio ma regolati e governati da accertabili
successioni di cause ed effetti». 12 Questo delicato passaggio dal “caso” (o dal giudizio di un dio mitologico)
alla successione comprensibile fra “causa ed effetti”, lo vedremo, è particolarmente importante per alcuni
autori, per comprendere il portato originale di Talete.
Il secondo tratto, conseguenza del precedente, è l’esistenza di dibattiti e dispute, sia fra le varie scuole
di pensiero che fra coloro che oggi definiamo “filosofi” e i poeti e indovini a loro precedenti. I filosofi greci
«affrontano gli stessi problemi e indagano sui medesimi fenomeni naturali, ma col tacito presupposto che
le diverse teorie e spiegazioni da essi proposte sono in diretta competizione. Quello che li spinge è la ricerca
della spiegazione migliore, della teoria più adeguata».13
Dal VI sec. a.C., nelle colonie greche, si fa strada una generazione di uomini che operano un cambio di
paradigma, elaborando una nuova impostazione culturale che «individua problemi laddove la tradizione
offriva miti, che offre soluzioni “razionali” e contemporaneamente spiegazione delle soluzioni, che dichiara
cioè i fondamenti ed i meccanismi che sono alla base del suo procedere e che possono essere provati e
seguiti da chiunque, laddove la tradizione si limitava semplicemente a “comunicare” delle «verità» che do-
vevano essere credute anche se non potevano essere provate».14

1.3. Talete osservato da vari autori

1.3.1. Il nesso causale


Secondo il citato Casertano è proprio la scoperta della causalità naturale la novità della prima scuola
filosofica, quella ionica, perfettamente incarnata da Talete: «[con lui] nasce l'idea fondamentale del mondo,
del cosmo, come una unità regolata ed ordinata da leggi.» 15 E ancora: «[…] con Talete […] ci troviamo di
fronte ad una mentalità che ha ormai acquisito meccanismi d'indagine e di spiegazione completamente

8
M. ZANATTA, Storia della filosofia antica, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1997
9
E. ZELLER, Compendio di storia della filosofia greca,,Vallecchi Editore Firenze, 1921, 35
10
G. CASERTANO, La nascita della filosofia vista dai greci, Petite plaisance, Pistoia, 2007, 120
11
F. PICCIONI, I Florida di Apuleio: Prolegomena, testo critico e traduzione, Sassari, 2013
12
G. E. R. LLOYD, La scienza dei Greci, tr. It. Di A. Salvador e L. Lubutti, Roma-Bari, 1978, 10
13
G. E. R. LLOYD, La scienza dei Greci, tr. It. Di A. Salvador e L. Lubutti, Roma-Bari, 1978, pp. 13-14
14
G. CASERTANO, La nascita della filosofia vista dai greci, Petite plaisance, Pistoia, 2007, 122
15
G. CASERTANO, La nascita della filosofia vista dai greci, Petite plaisance, Pistoia, 2007, 122
diversi […] La novità, quindi, della prima filosofia-scienza si manifesta nella impostazione stessa delle teorie
dei primi pensatori greci e nelle dimostrazioni che di esse vengono date». 16

1.3.2. La dottrina dell’arché


Ma basta la comprensione “scientifica” del nesso causale per additare a “Primo filosofo” Talete? Se-
condo la concezione di filosofia di alcuni autori no. Per Di Blasi infatti è necessario uno sguardo che non sia
particolare, come quello scientifico, bensì universale: «la filosofia non riguarda un modo particolare di guar-
dare all’uomo o all’essere, ma riguarda in generale l'uomo come uomo o l'essere come essere»17. Sotto
questo punto di vista Talete può ancora essere quindi considerato il primo filosofo?
Aristotele, narrando di come Talete sia giunto a sostenere che l'acqua sia il principio della realtà, ci
aiuta a dimostrare come il metodo utilizzato dal presocratico non solo sia antitetico rispetto alle narrazioni
mitologiche, non solo rappresenti una via d'indagine innovativa della natura mutevole, ma soprattutto illustri
una novità più raffinata, collegata all’idea sopra illustrata di physis.
È il punto cardine della questione secondo Fulvio di Blasi. Egli nota come il “nuovo metodo di ragio-
namento” (quel cambio di mentalità) di Talete sul nesso causale per spiegare la realtà, porta questo pensa-
tore a comprendere per primo «la logica del cambiamento»18 e cioè il fatto che il continuo mutamento sia
necessariamente dovuto all’esistenza di qualcosa di invariabile nella “natura” della realtà stessa: «quando si
predica il cambiamento lo si predica sempre di qualcosa che non cambia, rispetto a ciò che in essa cambia.
Questa è una necessità logica non solo rispetto alla predicazione ma anche rispetto all’esistenza stessa del
cambiamento.»19 In questo senso l’aver intuito questa necessità è come l’aver intuito una primitiva idea di
“sostanza”, solo ingenuamente raffigurata nell’acqua quale elemento fondante dell’esistente. È questo a
rende Talete il primo (geniale) filosofo. Questa interpretazione comporta certamente uno sguardo ai nessi
causa ed effetto di una realtà vista nella sua totalità, ma il vero sguardo filosofico è la “meraviglia ragionata”
che ha portato Talete a sorprendersi della mutevolezza del reale in quanto tale, scorgendone in essa l’esi-
genza di un fondamento generale che la esplichi, ne sia la causa. Ecco spiegato perché Talete risponderebbe
ad una definizione di filosofo come ricercatore con uno sguardo “universale”: «se mi interrogo […] su ciò
che sono in generale e senza alcuna limitazione in termini di oggetto formale, allora faccio filosofia. Questa
è la prospettiva decisiva della conoscenza filosofica»20.
Naturalmente anche altri autori hanno la medesima nozione di filosofia implicita e vedono in questa
incredibile intuizione il motivo per il quale considerare Talete il primo filosofo. Così il Boffi: «la grande con-
quista della filosofia presocratica, al di là della semplicità dei temi trattati e dell’ingenuità di alcune conce-
zioni, è aver concepito per la prima volta la natura come mondo ordinato, al cui fondamento vi è la sostanza
come principio dell’essere e del divenire. […] individuato non in un mito, ma nella natura stessa indagata
razionalmente».21 Cosi invece lo Zanatta: «è indubitabile che [Talete] abbia indagato la physis, individuando
l’origine di tutte le cose nell’acqua. Essa pertanto, nonostante l’assenza del nome, è l’arché, come hanno
espressamente riconosciuto le fonti antiche. »22.
E ancora il Copleston, che chiarisce le motivazioni per le quali questi pensatori debbano essere consi-
derati già filosofi e «non semplicemente degli scienziati rudimentali: l’acqua, l’aria o il fuoco possono essere

16
G. CASERTANO, La nascita della filosofia vista dai greci, Petite plaisance, Pistoia, 2007, 119
17
. DI BLASI, L'invenzione della razionalità filosofica (2018)
18
F. DI BLASI, L'invenzione della razionalità filosofica (2018)
19
F. DI BLASI, L'invenzione della razionalità filosofica (2018)
20
F. DI BLASI, L'invenzione della razionalità filosofica (2018)
21
C. LUNGHI RIZZI - G. BOFFI, Tutto filosofia: Schemi riassuntivi, parole chiave, glossari, De Agostini, Novara, 2004, 53
22
M. ZANATTA, Storia della filosofia antica, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1997, 21
designati come Urstoff, ma non appaiono mai come tale […] l’unità [dagli ionici] postulata è dunque si ma-
teriale, ma è postulata dal pensiero»23. A motivo di ciò, a tutti questi autori non interessa l’ingenua risposta
taletiana, ma la sua genialità intrinseca.
Ben sintetizza il quadro Nicola Abbagnano: «La filosofia presocratica, pur nella semplicità del suo tema
speculativo e nella grossolanità materialistica di molte sue concezioni, ha acquisito per la prima volta alla
speculazione la possibilità di intendere la natura come un mondo e ha messo a fondamento di questa pos-
sibilità la sostanza, concepita come principio dell'essere e del divenire». 24

1.3.3. Naturalista o metafisico? I limiti della scienza storica


Anche il Warren pone l’accento su questo punto: «I primi filosofi greci [furono] impegnati in una ricerca
della materia più fondamentale di cui tutte le cose sono fatte».25 Ma questo stesso autore introduce una
nuova problematica: non potrebbe essere questa novità una “interpretazione interessata” di Aristotele?
È un esempio dei limiti della ricerca storica la quale non potrà mai essere realmente autentica (al mas-
simo “storicamente accettabile”) e nemmeno assoluta, essendo la stessa in qualche modo riconducibile alla
concezione e alla storia culturale nella quale si inserisce il pensiero del ricercatore stesso. Continua il Warren:
«[i filosofi erano] essi stessi intenti a ritagliarsi una genealogia e un chiaro dominio di competenza e di
autorevolezza per la loro disciplina. [...] L'impressione complessiva è che Aristotele abbia dovuto produrre la
propria interpretazione e ricostruzione del pensiero di Talete per poterlo collocare all'interno del proprio
schema della storia e dello sviluppo di questo tipo di indagine metafisica».26 Infatti, continua il Warren, «le
altre informazioni a nostra disposizione a proposito di Talete sono coerenti con l'immagine che ne abbiamo
di una persona interessata in generale a spiegare i fenomeni naturali piuttosto che di un metafisico».27
Dello stesso parere anche il Vegetti – Fonnesu: «La difficoltà risiede nel fatto che Aristotele trasferisce
nel suo linguaggio, ossia nella sua terminologia e nei suoi schemi mentali, le concezioni dei suoi predeces-
sori. […] l’attribuzione a Talete della dottrina secondo cui l’acqua è principio di tutte le cose, risulta infatti
del tutto improbabile che Talete abbia effettivamente usato la parola archè.».28
Gli fa eco il già citato Casertano che ritiene quindi possa essere un errore storico l’idea di ascrivere una
primitiva dottrina dell’arché a Talete: «gli studiosi moderni hanno giustamente messo in luce che la dottrina
dell’arché, quale è qui formulata da Aristotele, e cioè come una sostanza che permane identica nel variare e
nel divenire della molteplicità dei fenomeni, è una dottrina molto più aristotelica che taletiana».29 Va da sé
che per lui Talete è un naturalista sensu scricto: egli va alla «[...] scoperta di una legge che regola non questo
terremoto qui e ora, ma tutti i possibili terremoti; si tratta inoltre di una legge che può essere compresa da
tutti e dimostrata ogni volta che il fenomeno si verifica […] proprio il tipo di mentalità che è alla base della
scienza della natura e della filosofia, quali ancora noi oggi le intendiamo».30 O per meglio dire, per come
alcuni di noi oggi le intendono.

23
F. COPLESTON - A. GRILLI, Storia della filosofia 1: Grecia e Roma, Paideia, Brescia, 50
24
N. ABBAGNANO, 1: La filosofia antica, la patristica e la scolastica, UTET libreria, Torino, 2007, 20
25
J. WARREN, I presocratici, Einaudi, Torino, 2009, 35–37
26
J. WARREN, I presocratici, Einaudi, Torino, 2009, 34–38
27
J. WARREN, I presocratici, Einaudi, Torino, 2009, 40
28
M. VEGETTI - L. FONNESU - F. FERRARI - E. SPINELLI - S. PERFETTI, L' età antica e medievale, Mondadori Education, Milano, Le Monnier Scuola, 2012 30
29
G. CASERTANO, I presocratici, Carocci, Roma, 2009
30
G. CASERTANO, I presocratici, Carocci, Roma, 2009
È lo stesso concetto ribadito da Sambursky «dare una interpretazione razionale agli eventi naturali,
precedentemente spiegati dalle antiche mitologie Liberando lo studio della natura dal controllo delle fan-
tasie mitologiche, si apriva la strada per lo sviluppo della scienza come sistema razionale».31
Questo non significa che per loro Talete non sia il primo filosofo, ma che lo è “solo” per aver ricercato
una spiegazione nella natura mediante il nesso causale e non per aver intuito, anche solo primitivamente,
l’esigenza di una sostanza nella logica del cambiamento. Questo fa comprendere bene come la definizione
stessa di filosofia non sia un assoluto e i limiti di una ricerca storica. A questi autori basta la visione “scienti-
fica” del nesso causale per nominare Talete “primo filosofo”, mentre altri lo definiscono tale in forza della
sua intuizione dell’arché, che presuppone un oggetto formale di tipo universale, ricerca “dell’essere in
quanto essere”.
Altri autori infine preferiscono sottolineare la visione “teoretica” e divina del pensiero di Talete. Secondo
Esposito e Porro, Talete «sembra interessato alla considerazione in sé della realtà e dei suoi fenomeni, ai
fini della sola conoscenza. Una seconda caratteristica […] è il distacco del filosofo dal sapere comune (ciò
che Platone chiamerà poi atopìa): il filosofo vede le cose diversamente, e si preoccupa di ciò che gli altri non
vedono. […] si può ipotizzare che Talète (come anche altri dei fisici ionici) abbia attribuito un carattere divino
a ciò che egli considerava come il principio di tutto il reale».32

Conclusioni
Nelle analisi dei vari autori citati abbiamo osservato Talete quale primo filosofo e sotto diversi punti di
vista, i quali per altro– sommati l’uno con l’altro – si possono ascrivere alla definizione generale di filosofia
Fulvio Di Blasi: «conoscenza scientifica teoretica dell’essere in quanto essere»33. Non c’è dubbio che per tutti
gli autori esaminati egli debba essere considerato il primo filosofo della storia. Cambia lo sguardo che gli
stessi autori posano sul “diamante Talete”, sguardo dettato dalla diversa concezione di cosa sia la “filosofia”.
Sul lato scientifico-naturalista abbiamo visto soffermarsi la vista di Casertano, Sambursky e in un certo
senso Warren, i quali tendono ad escludere la dottrina dell’arché fra le novità taletiane in quanto potrebbe
basarsi su una possibile lettura astorica ed interessata di Aristotele.
Esposito e Porro sottolineano l’aspetto teoretico, di contemplazione della verità in quanto tale, del
portato taletiano.
Infine personalmente non ritengo erroneo l’attribuzione del primato di Talete all’intuizione della neces-
sità di una unità sottostante la molteplicità dell’esperienza, come fanno Di Blasi, Zanatta e altri. D’altronde,
come ci ricorda il Copleston, «la tendenza dello storico a ricercare le “fonti” […] può spingersi fin troppo
oltre, fino a raggiungere risultati antiscientifici».34 Lo stesso prosegue: «dopo tutto dobbiamo riconoscere
che l’intelligenza umana possiede perfettamente la capacità di interpretare esperienze analoghe in modo
analogo […] senza bisogno d’interpretare reazioni similari come prova irrefutabile di plagio»35 o, aggiungo,
di contraffazione dell’originale.
Parole equilibrate che richiamano alla mente in conclusione l’esistenza di una natura umana universale
di cui, ovviamente, non si può non tener conto in questi studi filosofici.

31
S. SAMBURSKY, Il mondo fisico dei greci, Milano, 1954, 22
32
C. ESPOSITO - P. PORRO, 1: Antica e medievale, Laterza, Roma, Bari, 2009, 15
33
F. DI BLASI, L'invenzione della razionalità filosofica (2018)
34
Esempi di tali possibili risultati sono reperibili in F. COPLESTON - A. GRILLI, Storia della filosofia 1: Grecia e Roma, Paideia, Brescia, 35
35
F. COPLESTON - A. GRILLI, Storia della filosofia 1: Grecia e Roma, Paideia, Brescia, 36
References
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