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GIOVANNI NACCI

4/8/19
La “Letteratura Grigia” nella Teoria Generale per l’Intelligence delle Fonti Aperte

La “Letteratura Grigia” nella Teoria Generale per


l’Intelligence delle Fonti Aperte
Profili di integrazione e innovazione tra grey literature e OSINT
Giovanni Nacci

Originariamente pubblicato su Linkedin il 4/8/2019 https://www.linkedin.com/pulse/la-letteratura-grigia-nella-teoria-generale-per-delle-giovanni-nacci/


Webcast sull’articolo all’indirizzo: https://youtu.be/rd9EAd1nFg8

Nella visione tradizionale di OSINT la “letteratura grigia” viene di solito evocata come tipologia
di fonte ausiliaria, episodica, atipica nelle attività di intelligence delle fonti aperte.
Questo sulla base dell’errata convinzione che l’idea del “grigio” evochi entità informative dalla
natura ambigua, “aperte ma non troppo” o non del tutto, o non in ogni occasione, o non per ogni
interlocutore: fonti e informazioni non sempre sincere ecco.
Insomma fonti aperte – o bianche, come si dice nel caso della letteratura "ufficiale" - il cui
candore viene ingrigito, sporcato, da un qualche subdolo sistema di classifica che, in caso di necessità, è in
grado di offuscarne o peggio deviarne le narrazioni.

Lo stesso Glossario Intelligence edito della


Presidenza del Consiglio dei Ministri - Sistema di
Informazione per la Sicurezza della Repubblica
definisce la letteratura grigia come costituita da
“notizie e dati” che da un lato sono sì pubblicamente
disponibili ma che dall’altro sono anche
contemporaneamente “ad accesso limitato”, questo,
però, senza nemmeno tentare di spiegare in cosa
consista tale limitazione dell’accesso e il perché si
verifica in “notizie e dati” che invece dovrebbero
essere pubblicamente disponibile.

Le cose, al solito, stanno in modo abbastanza diverso.


Fonti ed informazioni o mantengono il proprio stato
originario di accessibilità e disponibilità (e quindi sono fonti
aperte o originarie) o sottostanno ad un qualche
dispositivo di classifica di riservatezza, variamente
dimensionato (e quindi non sono fonti aperte). La realtà è
che il “colore” della letteratura grigia non ha nulla a che
vedere con aspetti di riservatezza, segretezza o con una
qualche particolare natura ontologica insondabile, ma con
qualcosa che viene dopo.
Per quanto ci riguarda essendo lo scopo della Teoria
Generale per l'Intelligence delle Fonti Aperte quello di
sollecitare un irrobustimento dell'assetto teoretico
disciplinare di OSINT non possiamo davvero accontentarci
di definizioni così vaghe. È per questo motivo che nel
Microglossario Interdisciplinare per l’Intelligence delle Fonti
Aperte prevede una approfondita disamina interdisciplinare
del lemma, alla quale rimandiamo.

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Quello che vogliamo fare oggi, invece, è individuare la possibilità di attivare prestiti
disciplinari la letteratura grigia e la Teoria Generale per l’Intelligence delle Fonti Aperte. Una
definizione "minima" del concetto di “letteratura grigia” è perciò necessaria.
Diversamente dal solito, questa volta proviamo a procedere al contrario, cioè elencando prima le
tipologie di documenti che normalmente vengono comprese nel novero della letteratura grigia e poi
derivandone una definizione. Successivamente dalla definizione tenteremo di far emergere gli specifici
osservabili, ovvero le proprietà peculiari che fanno di qualcosa un oggetto documentale attinente alla
letteratura grigia.
Dunque entrano di diritto nella “letteratura grigia” almeno:
• i rapporti e le relazioni ad argomento scientifico e tecnologico (preliminari, preparatori, finali
o relativi agli step intermedi);
• i testi degli interventi presentati a convegni, seminari, conferenze o lezioni (quindi prolusioni,
relazioni, presentazioni, comunicazioni di vario tipo, abstract di ogni genere, eccetera);
• i discorsi delle autorità – pronunciati ad esempio in occasioni formali e ufficiali;
• le bibliografie, le statistiche;
• le traduzioni, le dispense rilasciate per i corsi universitari, o per i seminari di formazione e
aggiornamento professionale;
• le tesi di laurea, di dottorato e di specializzazione;
• le pubblicazioni di istituzioni internazionali, nazionali e locali (relazioni ufficiali, rapporti, libri
bianchi, indagini conoscitive, programmi, resoconti su lavori di commissioni e di gruppi di
studio, risultati di ricerche, dossier);
• i testi a vario titolo prodotti da imprese private ed organizzazioni (piani strategici, guide
esplicative, ricerche di mercato, descrizione di procedure e processi, descrizioni di strutture
organizzative);
• e ancora le linee guida, tutta la normativa tecnica (interna e non pubblicata), i protocolli
clinici, gli studi di fattibilità.
Tutti questi documenti evidenziano specifiche proprietà comuni che definiscono il vastissimo
insieme della cosiddetta “letteratura grigia”. Cerchiamo dunque di capire quali sono queste particolarità.
L’aspetto più evidente è che nessuno di questi oggetti documentali è prodotto ricorrendo a
servizi editoriali e di distribuzione erogati da “editori professionisti” o comunque da entità la cui
attività principale è l’editoria commerciale.
In secondo luogo – e la cosa è ovviamente relata a quanto appena detto – proprio perché tali
prodotti non si affidano ai canali della distribuzione commerciale (o “ufficiale”) risultano molto spesso
di difficile reperimento. Questo però non vuol affatto dire che siano affetti da una qualche sistema di
classifica di riservatezza (anzi, come avremo modo di vedere successivamente, è esattamente il
contrario).
In terzo luogo proprio per via dell’assenza del contributo professionale di un editore, tali
prodotti di solito presentano una certa semplicità nella forma tipografica (aspetto grafico poco
ricercato, rilegatura spesso non professionale o addirittura non rilegati, assenza della copertina nei i
prodotti cartacei o – per i prodotti digitali – una non eccessiva attenzione alla compatibilità tra i formati
dei file e le varie piattaforme di accesso).
Un altro elemento comune a tutta la letteratura grigia consiste in un originario contenimento
del numero e della tipologia dei destinatari. Questo come detto non per questioni di riservatezza,
ma perché materialmente l’autore o il produttore non vede la necessità di una copertura universale,
essendo la fruizione del prodotto per lo più originariamente circoscritta ad un determinato ambiente,

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uno specifico settore, una determinata organizzazione, una azienda o anche ad una determinata
disciplina.
Per contro, i contenuti informativi di questi prodotti possono spesso sorprendere per il buon
valore informativo e, qualche volta, possono rivelare anche una certa innovatività, proprio perché
realizzati al di fuori di quella che potremmo definire la nostra “zona di confort disciplinare”.
Altro elemento importante è che nella letteratura grigia tutto il processo di pubblicazione –
ovvero quello che in buona sostanza definisce il profilo della disponibilità e della accessibilità del
prodotto - rimane sempre in capo al produttore dei documenti, ovvero all'autore, che ne ha la
responsabilità diretta durante tutti i processi di lavorazione. L’autore, dunque, oltre ad essere
(ovviamente insieme ai suoi coautori, se e quando ci sono) l’unico responsabile del processo produttivo
del documento, è anche responsabile della sua edizione e della sua distribuzione, che effettua secondo le
possibilità e le capacità che possiede.
Infine l’ultimo, ma non meno importante, elemento in comune alla massima parte della
letteratura grigia è l’assenza del fine di lucro. Questo ovviamente non significa escludere a priori che
per l’acquisizione del prodotto non debba essere impiegata, dal fruitore, una certa quantità di risorse
(magari non solo economiche ma anche in termini di tempo, conoscenze, impegno, eccetera).
Riassumendo gli osservabili che fanno di un documento “letteratura grigia” sono:
1. la non professionalità della edizione e della distribuzione
2. Una certa difficoltà nella scoperta e nel reperimento.
3. Una veste grafica ed editoriale non eccessivamente complessa
4. Una buona utilità e un discreto valore informativo
5. La diffusione limitata ad un contesto specifico
6. La responsabilità diretta dell’Autore nella distribuzione
7. L’assenza di fine di lucro
Questo, in linea di massima, è il modello concettuale dei documenti che appartengono alla classe
della “letteratura grigia”, intesa nella sua accezione forte.
Ma, ampliando questa visione, è possibile
ipotizzare anche la presenza di una “accezione
debole” del concetto di letteratura grigia, che
finirà per ricomprendere - oltre ai tipi di
documenti elencati prima - anche tutti gli altri
“elementi documentali” che in qualche modo
contribuiscono alla creazione del documento vero
e proprio.
Senza avventurarci in complicate definizioni
formali per il momento possiamo chiamare questi
elementi “microdocumenti”. La Teoria della
Documentalità di Maurizio Ferraris, definisce il
documento come un oggetto composto da tre
elementi fondamentali: a) un supporto fisico, b)
una iscrizione, c) un contenuto idiomatico che ne garantisca l’autenticità (una firma, un codice, un
PIN, una impronta più o meno digitale e così via).
Questi tre elementi - unitamente ai simboli, alle grammatiche e alle tecnologie che realizzano la
iscrizione - formano un unico sistema organico, strutturato, a sé stante: il documento.
Quando in un oggetto documentale uno (o più d’uno) di questi elementi strutturali risulta in
qualche modo indebolito - ad esempio a causa della limitata durata del supporto fisico (la volatilità di
una vecchia memoria RAM) o della sua difficoltà ad ospitare iscrizioni complesse (scrivere con uno

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scalpello sulla pietra è cosa ben diversa dall’usare una moderna biro su un foglio) o della impossibilità di
dare definitività della iscrizione (pensiamo ad una iscrizione sul bagnasciuga, che dura esattamente il
tempo tra un’onda e l'altra) o per l’assenza del contenuto idiomatico (non necessariamente firmiamo
tutti i “pizzini” sui quali appuntiamo le idee dei nostri lavori) – ebbene in tutti questi casi stiamo
parlando di oggetti che certamente sono classificabili come “documentali” ma che – presi
individualmente - non presentano però l’organicità e la struttura e le proprietà del documento
propriamente detto.
Chiamiamo perciò questi oggetti documentali particolari con il nome di “microdocumenti”.
Se incardiniamo il concetto di “microdocumento” all’interno della Letteratura Grigia ci
accorgiamo che saranno in essa ricompresi anche oggetti micro-documentali come: appunti, post-it,
sunti, bozze, note a margine, risultati delle attività di documentazione, diagrammi esplicativi, schizzi,
annotazioni sullo stato di avanzamento di un documento, note di revisione, pareri estemporanei e
addirittura anche l’evidenziazione di parole, frasi o periodi e le sottolineature del testo.
Sono tutti oggetti documentali portatori di un qualche carico semantico che però “non sono”
né “compongono” il documento –non potendo vantare relazioni mereologiche di “part-of ” – ma
hanno in una qualche misura contribuito alla sua realizzazione.
Si potrebbe a questo punto anche discutere se le note a margine e
l’evidenziazione/sottolineatura di parole, frasi o interi periodi finiscano per realizzare una relazione di
“part-of ” con il documento, trattandosi appunto di iscrizioni realizzate sullo stesso medesimo
supporto fisico del documento, sebbene il più delle volte con tecnologia diversa (stampa vs. penna o
matita, ecc.).
Tuttavia, se consideriamo il documento nella sua accezione tripartita (supporto + iscrizione +
elemento idiomatico) ci accorgiamo che la “triade documentale” vale soltanto per l’oggetto nella sua
forma originaria. Questo vuol dire, ad esempio, che un atto ufficiale preparato e siglato da un notaio
non cambierà affatto il suo valore e la sua semantica intrinseca nel caso in cui un terzo soggetto si
mettesse ad aggiungere note a penna o a evidenziare i periodi che magari ritiene vadano più a suo
favore.
Anzi, qualora fosse il notaio a voler aggiungere precisazioni al suo atto egli deve farlo ponendo
in essere, nella successiva iscrizione, particolari prassi che vadano a garantire l’unicità del documento e
la validità/verificabilità dell’aspetto idiomatico.
Stessa cosa vale, ad esempio, per un certificato di matrimonio che sancirà sempre il medesimo
contenuto semantico anche se tentiamo di cambiare il nominativo dei coniugi con il bianchetto...
Questa visione tripartita del documento ci è anche utile per inquadrare la questione all’interno
della Teoria Generale per l’Intelligence delle Fonti Aperte. Prima di ogni cosa bisognerà dire che –
essendo i processi di edizione, pubblicazione e distribuzione "professionale" sempre successivi alla
realizzazione del documento da parte dell’autore – ogni documento nasce originariamente come
appartenente alla “letteratura grigia”.
Le norme e le leggi dello Stato ad esempio sono “letteratura grigia” fino al momento in cui
vengono pubblicate e distribuite nella Gazzetta Ufficiale: da quel momento cessano di essere letteratura
grigia e diventano “pubblicazioni”. Rimangono invece letteratura grigia tutti gli atti preparatori, le
annotazioni a margine, gli appunti, i discorsi parlamentari o le relazioni delle commissioni, che hanno
concorso alla realizzazione del documento al quale poi è stata data pubblicità. Allo stesso modo i
manoscritti degli autori rimangono “letteratura grigia” fino al momento in cui un editore non decida di
pubblicarli e di affidarli a un distributore.
In effetti qualcosa di molto simile accade, secondo la Teoria Generale, alle fonti e alle
informazioni: esse nascono originariamente aperte e con lo scopo originario di in-formare senza
limitazione alcuna. Soltanto poi può capitare che terzi soggetti le sottopongano ad un regime di
classifica di riservatezza più o meno stringente. A voler essere precisi è importante sottolineare che le
informazioni rimangono aperte in ogni caso: il sistema di classifica infatti non può in nessun caso

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essere applicato alle “informazioni” propriamente dette, bensì soltanto alle loro espressioni
documentali.
Questo processo di documentalizzazione delle informazioni ci porta a un’altra riflessione
importante, A pensarci bene, infatti, si può certamente sostenere che anche i processi di edizione e
pubblicazione “professionale” siano in qualche modo assimilabili a dei dispositivi di classifica.
In primo luogo perché, per certi versi un, un soggetto terzo all’autore – l’editore – deve
necessariamente “appropriarsi” del documento (sia in senso fisico, relativamente al documento
originario, che in senso documentale, cioè iscrivendolo ex-novo in un ulteriore documento o meglio
ancora in un certo numero di sue copie, tutte uguali) per poterne disporre la pubblicazione e la
distribuzione.
In secondo luogo perché il processo di edizione prevede la possibilità di far valere sul
documento (sia sul nuovo documento – e sulle relative copie – sia ovviamente sull’originale) particolari
regimi di normazione relativi ad esempio alle licenze per lo sfruttamento commerciale, l’adattamento
o il riuso dell’opera o del documento.
In terzo luogo perché nella fase di distribuzione l’Editore necessariamente opera una
selezione relativa al partizionamento dei potenziali destinatari dell’opera, e lo fa in linea di massima
sulla base di valutazioni relative al contenuto e alla destinazione del documento (un editore difficilmente
sceglierà di distribuire un trattato di fisica quantistica attraverso i canali previsti dedicati alla letteratura
per l’infanzia, anche se magari quei canali hanno una maggiore diffusione rispetto a quelli disciplinari
specifici).
Questa potrà forse sembrare una
prassi eccessivamente invasiva da parte di chi
si occupa professionalmente di edizione. Ma a
tal proposito è utile notare che anche la ampia
gradualità delle licenze Creative Commons –
che pure sono orientate più verso il pubblico
dominio che non verso il copyright… -
prevede comunque la presenza di sistemi di
concessione e/o restrizione della disponibilità,
della accessibilità e del riuso del documento.
Fatta questa ampia e doverosa
premessa, siamo ora in grado di tentare una
similitudine tra il documento da “letteratura
grigia” e le fonti, così come definite nella
Teoria Generale per l’Intelligence delle Fonti Aperte.
Come si può evincere meglio
dall’immagine di fianco, l’architettura del
documento offerta dalla Teoria della
Documentalità è in qualche modo – e non
c’è da stupirsi di ciò – comparabile con
l’architettura della fonte così come
enunciata all’interno della Teoria Generale
per l’Intelligence delle Fonti Aperte (e in
particolar modo nel volume Open Source
Intelligence Application Layer).
Il sistema mnestico di una fonte, infatti
(in alto a destra nell’immagine)
necessariamente si fonda – come nel caso
del documento - su un supporto fisico
(che siano dischi digitali o memorie

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biologiche, come il cervello, non fa alcuna differenza) destinato alla memorizzazione, cioè adatto ad
ospitare e dare persistenza nel tempo ad una iscrizione.
La capacità di “ospitare” una iscrizione si manifesta nella capacità del supporto di modificare la sua
struttura fisica reagendo alla azione di una tecnologia di iscrizione. La capacità di “dare persistenza”
invece di manifesta in primo luogo nella capacità del supporto fisico di mantenere intatta nel tempo la
modifica procurata dalla iscrizione e in secondo luogo dalla capacità di evitare che altre successive
iscrizioni vadano ad intaccare quella modifica.
Stessa cosa vale per sistema narrante della fonte che necessariamente deve avvalersi, come per
il documento, di una tecnologia che realizzi l’iscrizione e che soprattutto ne permetta la
rievocazione, cioè la lettura.
Infine anche il sistema relazionale – quello cioè che sovrintende alla accensione di nuove
relazioni sociali e alla apertura di fiducia verso altre fonti – non può non basarsi sul concetto di
identificazione e autenticazione dei soggetti in causa. È il concetto stesso di fiducia che lo richiede:
se infatti si decide di fidarsi della fonte A, bisogna necessariamente essere in grado di discriminare A da
B, da C e da tutti le altre eventuali fonti. Se non fosse possibile distinguere le fonti tra loro, se
apparissero cioè tutte uguali a loro stesse, non sarebbe in alcun modo nemmeno possibile attivare
relazioni sociali individualmente significative.
Come si può esportare il concetto di “letteratura grigia” verso le fonti e in particolar modo
verso le fonti “aperte”?
Diciamo subito che – contrariamente alla dottrina convenzionale degli studi di intelligence –
anche nella Teoria Generale per l’Intelligence delle Fonti Aperte una fonte “grigia” (e con “grigio”
intendiamo l’assenza di entità terze che si incarichino formalmente di edizione, pubblicazione e
distribuzione) NON è quella fonte che è “quasi classificata” o che eroga allo stesso tempo
informazioni aperte e informazioni classificate.
Una fonte “grigia” invece è, per l’appunto, quella fonte che in primo luogo è “aperta” e che in
secondo luogo sceglie deliberatamente di non affidarsi ad altre fonti “professioniste” per il
confezionamento, la pubblicazione e la distribuzione (in breve, l’ “edizione”) delle proprie
informazioni. La fonte aperta “grigia” quindi conserva la propria originarietà anche attraverso la
salvaguardia delle prassi con le quali narra e distribuisce la propria conoscenza, ovvero il proprio carico
pagante, mantenendo per sé il “controllo” su tutto il processo di erogazione e fruizione delle
informazioni.
Il risultato di questa diffusione “non professionista” (ma non per questo necessariamente “non
professionale”…) può non condurre ad un risultato di massima universalità. Ma è altrettanto possibile
che questa sia proprio l’intenzione originaria della fonte: essere disponibile in potenza per chiunque ma
espletare la propria funzione di fonte prioritariamente all’interno di un certo contesto.
Stiamo ovviamente parlando del concetto di “specializzazione” della fonte, che riguarda da un
lato il tipo di competenze e di conoscenza (carico pagante) di cui una fonte dispone e dall’altro,
come detto, la porzione di network sociale alla quale la fonte annuncia tali competenze.
In un contesto socio-informativo come quello odierno così fortemente caratterizzato dalla
comunicazione di massa, dai network sociali, dalla facilità nella produzione di contenuti da parte di
chiunque e dalla attivazione, senza soluzione di continuità, di un gran numero di relazioni sociali
tecnomediate, le possibilità di diffusione - diciamo così “amatoriale” – di materiale documentale “grigio”
sono quasi parificate a quelle di una edizione o distribuzione professionale. Questo, giocoforza,
amplifica la visibilità di documentazione “grigia” incrementandone la facilità di reperimento, che
talvolta può anche rivelarsi superiore anche a quella delle pubblicazioni ufficiali (pur non
volendo citare i network sociali propriamente detti basti pensare a risorse specializzate come Academia,
ResearchGate, Scribd, eccetera).
Questa facilità di produzione e distribuzione di materiale “grigio” concede visibilità anche ad
autori che non sono formalmente inquadrati in un contesto scientifico o accademico, il che il

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più delle volte è un fatto estremamente positivo. Tuttavia, il rischio è però che queste opportunità
finiscano per dare la stessa visibilità – e pertanto credito - anche a prodotti di bassa qualità o, peggio,
caratterizzati da un profilo scientifico “fantasioso”...
Nasce dunque l’esigenza di saper ben discriminare – di fronte ad una offerta di letteratura grigia
ormai vastissima e in continua crescita – i contenuti realmente affidabili da quelli che lo sono meno;
attività questa che, dati i numeri in gioco, può diventare un problema dalle dimensioni anche
considerevoli.
Esiste un metodo sostenibile che non preveda necessariamente l’analisi e la valutazione di
OGNI singolo contenuto offerto dalla “letteratura grigia” su un determinato argomento?
L’unica possibilità sta in una attenta e precisa valutazione della reputazione e della
affidabilità della fonte, proprio come indicato dalla Teoria Generale per l’Intelligence delle Fonti
Aperte, che prevede al suo interno l’istituzione di una vera e propria dottrina delle fonti, all’interno
della quale impostare solide prassi di validazione strutturale e prestazionale, oltre che di gestione e
interrogazione, delle fonti e del network delle fonti.
Volendo fare un paragone in effetti un po’ ardito, potremmo dire che la letteratura grigia sta alla
letteratura “ufficiale” come i piccoli birrifici locali a conduzione famigliare stanno alle grandi
multinazionali produttrici di fermentati di malto d’orzo aromatizzato al luppolo. Non è affatto detto
che le due tipologie di prodotto debbano essere per forza in competizione tra loro, così come non è
affatto detto che la qualità del prodotto debba necessariamente essere inferiore in uno dei due casi. Chi
consuma birra può allo stesso modo gradirne una artigianale non filtrata come apprezzarne una di gran
qualità imbottigliata da una multinazionale.
L’importante è la qualità delle proprietà organolettiche del prodotto, il che vuol dire che è
importante che chi produce quella birra – artigianale o di grande distribuzione che sia – sappia quello
che fa, e lo sappia fare bene. In entrambi i casi la Teoria Generale per l’Intelligence delle Fonti Aperte
potrà certamente essere utile alla valutazione delle proprietà strutturali, prestazionali e reputazionali di
tutti coloro che producono birra.
Concludendo, se è possibile scegliere di fidarsi della catena di edizione quando si parla di
letteratura “ufficiale” (ammesso che sia saggio farlo sempre) quando si ha a che fare con la letteratura
“grigia” (o con le fonti “grigie”, così come le abbiamo definite) è utile dotarsi di strumenti
concettuali che permettano di “validare” – ancor prima che il documento e il suo contenuto –
la fonte che ha prodotto il documento e con quali competenze, intenzioni e finalità l’ha avviato al
“mare magno” delle pubblicazioni grigie.
La Teoria Generale delle Fonti Aperte - e la sua Dottrina della Fonte – è certamente in grado di
fornire questo tipo di strumenti.
Una ampia parte del prossimo Open Source Intelligence Fusion Layer – che completerà la
trilogia sulla Teoria Generale composta da Open Source Intelligence Abstraction Layer, Open Source
Intelligence Application Layer e dal trasversale Microglossario Interdisciplinare per l’Intelligence delle
Fonti Aperte – verterà sul rapporto strategico tra la letteratura grigia, la Teoria Generale per
l’Intelligence delle Fonti Aperte e sulle modalità attraverso le quali la produzione di letteratura grigia
può agevolare la trasformazione della conoscenza cosiddetta tacita in conoscenza esplicita
(Nonaka-Takeuchi).