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Omero

e la storia

Pierre Carlier
Carocci editore @ Quality Paperbacks
Una collana per chi ritiene che nella vita
non si smetta mai di imparare

ISBN 978-88-430-7189-0

I 1111 11
9 788843 071890
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Pierre Carlier

Edizione italiana a cura di Stefania De Vido e Luca Mondin

Carocci editore GJ Quality Paperbacks


Traduzione di Stefania Dc Vido e Luca Mondin

T itolo originale: Pierre Carlier, Homère


© Librairic Arthème Fayard 1999

1' edizione italiana, giugno 2014


©copyright 2014 by Carocci editore s.p.a., Roma

Impaginazione: lmagine s.r.l., Trezzo sull'Adda (Ml)

Finito di scampare nel giugno 2014


da Eurolit s.r.l., Roma

Riproduzione vietata ai sensi di legge


(art. 171 della legge 2.2. aprile 1941, n. 633)

Senza regolare autorizzazione,


è vietato riprodurre questo volume
anche parzialmente e con qualsiasi mezzo,
compresa la fotocopia, anche per uso interno
o didattico.
Indice

Premessa all'edizione italiana Il

Introduzione 21

I. Dal mondo miceneo alle città arcaiche

La riscoperta delle civiltà minoica e micenea 29


L'Età del Bronzo nel mondo egeo 32
L' Età Oscura 51
L'epoca arcaica 60

i.. Genesi e trasmissione dei poemi 61

La tradizione orale della poesia


La composizione dei poemi omerici
La redazione scritta e la trasmissione
I poemi del ciclo troiano 70
I poemi attribuiti a Omero 73
Il poeta dell'Iliade e il poeta dell' Odissea 75

3. L'Iliade 77
Un riassunto commentato 79
4. L' Odissea 119

Struttura del poema 119


Le peripezie di Ulisse 123
Il mondo dei Feaci 136
La geografia del!' Odissea
I conflitti a Itaca

5. Le società omeriche 157

La grande dimora aristocratica (oikos) 157


Scambi e prestigio 161
La vita politica 165
Il lessico regale 1 67
I privilegi regali 170
L' ideologia regale 182

6. Omero e la storia

Vi fu una "guerra di Troia"?


La cultura materiale
Società omeriche e società storiche

Appendice 207

I. I documenti minoici 207


II. Una tavoletta di Micene 209
III. Gli scribi 212
IV. Classificazione delle tavolette in Lineare B 214
v. Le operaie del palazzo (saggio di analisi globale) 2.16
VI. Funzioni e titoli micenei 2.17

Note

Bibliografia 2.37

Indice dei nomi 2.53

Indice dei nomi geografici e di popoli 2.60


Premessa all'edizione italiana

La storicità del mondo omerico è una sorca di pietra di inciampo in qual­


siasi trattazione di scoria greca. Come si verifica facilmente anche nei
manuali di sintesi o nelle opere che considerano la grecità nell'interezza
della sua vicenda storica, "Omero" è uno snodo obbligato, sopraccucco
da quando si è acquisita la piena appartenenza del periodo miceneo allo
sviluppo della civiltà ellenica - sviluppo in cui, peraltro, la nascita della
polis continua a essere considerata come il momento più dirompente e
significativo, il "vero" inizio della compiuta esperienza greca.
Ma la definizione sociale e politica di polis resta era le sfide teoriche
più accattivanti e ardue per gli studiosi, canto più che alla "nascita" della
città si accompagnano - in un rapporto non sempre chiaro dal punto di
vista sia cronologico che causale - esperienze altrettanto fondanti per il
definirsi del Mediterraneo di età storica, quali l'acquisizione e l'adatta­
mento della scrittura alfabetica da parte dei Greci e tutti quei fenomeni
dinamici che vanno sotto il nome di colonizzazione. Il quadro d'insie­
me si fa così complesso e affascinante, tanto più che non è facile situare
con precisione questi processi, sia per la loro natura intrinsecamente re­
frattaria a una troppo rigida collocazione nel tempo, sia per quantità e
carattere delle testimonianze disponibili: sporadiche, frammentarie, di­
somogenee. E quanto più i risultati degli scavi disvelano alcuni elementi
della società o della cultura di un certo sito in un determinato periodo,
tanto più balzano evidenti due elementi quasi ineluttabili: la strutturale
pluralità del mondo greco, che a partire da una geografia aspra e fram­
mentata costruisce esperienze che solo a fatica e a posteriori possiamo
ridu rre a unità; la convenzionalità di una partizione cronologica che,
quando abbandona le datazioni scandite secondo gli stili ceramici per
tentare termini assoluti o storicamente più coerenti, è costretta ad allar­
gare sempre più la nozione di "arcaismo" dilatandolo all' indietro, fino
12. OMERO E LA STORIA

a lambire i primi segni di strutture sociali e politiche riconoscibili, già


definitivamente diverse dal palazzo miceneo.
Nell'incertezza delle cronologie e dei processi, nella sporadicità delle
testimonianze archeologiche, nella faticosa ricerca di un modello teorico
che sappia render conto di continuità e rotture tra II e I millennio, il testo
omerico è un riferimento imprescindibile. Esso, qualunque sia l'approc­
cio che si voglia adottare, suona come unica voce continua e compiuta di
una stagione del mondo greco altrimenti a noi nota solo per frammenti;
una voce il cui ascolto è in certo modo necessario, ma che pone più di una
domanda in merito al linguaggio e al codice che essa utilizza, nonché - ed
è questo che qui soprattutto interessa - alla coerenza e alla storicità del
mondo che essa descrive.
La risposta non è né facile né definitiva, e al lettore italiano non si
aprono molte alternative. Egli può certamente ricorrere a opere intro­
duttive a Omero e ai poemi omerici che per lo più, però, dedicano al
problema della storicità del mondo omerico sezioni specifiche, ben iso­
late e non sempre organiche alla lettura complessiva, ritenendolo forse
tema dissonante o comunque marginale rispetto alle questioni "interne"
e di più lunga tradizione che i poemi sollecitano.
Rivolgendosi invece ai lavori di sintesi storica, si verifica come Iliade
e Odissea costituiscano una sorta di passaggio obbligato, convenzional­
mente posto nello sviluppo cronologico dopo la caduta dei regni mice­
nei e prima della nascita della città, a siglare un momento lungo e invero
piuttosto indistinto, il cui dato più qualificante è la mistura tra ciò che
non esiste più e ciò che non esiste ancora. Anche in questi casi, e altret­
tanto comprensibilmente, la storicità del mondo omerico è evocata so­
prattutto come questione storiografica oggetto di dibattito, troppo nota
per essere del tutto ignorata, troppo ardua per essere affrontata davvero
sul piano del metodo e dei contenuti.
Ma il dibattito esiste, ed è assai vivace: sottile e complesso, esso resta
per lo più materia per specialisti, con la vistosa eccezione di un libro che
ha fatto epoca e che fino a oggi si è imposto come unica trattazione ri­
volta anche a un pubblico più vasto. Uscito nella prima edizione inglese
nel 1954, già nel titolo Il mondo di Odisseo di Moses I. Finley si annuncia­
va come lavoro affascinante e innovativo, diventando rapidamente una
vera pietra miliare negli studi omerici del Novecento e, più in generale,
nella riflessione storiografica su linee e sviluppi del mondo greco tra II
e I millennio. Esso ha conosciuto particolare fortuna presso il pubblico
italiano a partire dalla traduzione del 1978, presto divenuta un classico
PREMESSA ALL ' EDIZIONE ITALIANA ' 13

·
11ei percorsi di lettura e approfondimento per gli studenti e per i lettori
appassionati di Omero. Con il linguaggio netto e chiaro e il tono paca­
to che gli erano propri, Finley proponeva in realtà una tesi dirompente
( << eretica >> nelle sue stesse parole), specialmente lì dove infrangeva in
maniera irreversibile il dogma - o miraggio - storiografico che aveva
governato fino a quel momento gli studi, soprattutto alla luce delle stra­
ordinarie scoperte di Heinrich Schliemann, che nei siti archeologici di
Troia e Micene aveva voluto riconoscere le città degli eroi omerici: la
convinzione che il mondo descritto dai poemi fosse contemporaneo agli
eventi narrati e che quindi sostanzialmente coincidesse con la civiltà dei
meravigliosi e imponenti palazzi di Micene, Argo, Tirinto e Pilo.
In maniera del tutto eterodossa e in parte dissacrante, Finley suggeriva
invece di vedere nella società omerica lo specchio non già di un mon­
do miceneo pur ormai giunto alla fase finale, ma di quell'età di mezzo
più sfuggente e poco conosciuta da collocare tra x e IX secolo e chiamata
comunemente Dark Ages, Età Oscura. Questa e altre defin izioni simili
(''Medioevo ellenico", ad esempio) indicavano non solo il difetto di cono­
scenza per la carenza di testimonianze organiche, ma anche e soprattutto
il pregiudizio di fondo che dopo la caduta di grandi poteri strutturati non
vi potessero essere se non diluvio e recessione, povertà economica e cul­
turale. Ancor più scandaloso, dunque, riferire a questo contesto isolato
e assai poco eroico il mondo evocato nei poemi immortali (nell' Odissea
soprattutto, che meglio si prestava a tale lettura), guardato non attraverso
le gesta dei guerrieri ma nei gesti quotidiani, nella concretezza di spazi e
paesaggi, nei rapporti effettivi di forza e potere.
Mentre Finley scriveva, era ancora agli inizi l'acquisizione dei risul­
tati della decifrazione della scrittura Lineare B, la quale ha dimostrato
senza ombra di dubbio sia che nel mondo miceneo si parlava e scriveva
in greco, sia che esso era organizzato secondo un sistema politico, sociale
ed economico - il palazzo - certamente diverso da quello rappresenta­
to nei poemi. Se dunque Finley poteva contare su un primo immediato
riscontro della sua poderosa intuizione storica, gli mancavano ancora
gli esiti delle indagini sul terreno e soprattutto delle riflessioni che gli
archeologi cominciavano a condurre. Negli stessi anni, infatti, si avviava
la revisione profonda dell 'idea stessa di Età Oscura a favore di modelli
int erpretativi che, privilegiando ora gli elementi di continuità ora quelli
di rottura, comunque riconoscevano nei secoli a cavallo tra II e I millen­
nio un periodo di trasformazione e incubazione, la cui conoscenza era
(ed è) assolutamente necessaria per descrivere e comprendere quel feno-
14 OMERO E LA STORIA

meno che si impone come "nuovo inizio": la nascita della polis, appunto.
Anche al di là della tesi sostenuta, in quello studio Finley impartiva un
insegnamento forse implicito ma non più aggirabile, tanto più innova­
tivo in quanto offerto da uno storico dalla formazione eccentrica, sensi­
bile ai modelli teorici offerti dalla sociologia e dalle scienze umane: per
cogliere il profilo del mondo di Odisseo è opportuno dialogare con altre
discipline e con i risultati innovativi sia della filologia micenea sia delle
indagini archeologiche, nell'assunto - e questo è il punto essenziale -
che si tratti di un mondo reale e storicamente definito, e che dunque il
testo omerico possa essere trattato alla stregua di fonte storica.
La tesi di Finley è diventata presto communis opinio, vuoi per l'au­
torevolezza dello storico vuoi per la compattezza e l'organicità della
lettura proposta. Benché più spesso citata che sottoposta a vera discus­
sione, l' idea di un mondo di Odisseo da collocare nelle Dark Ages è
quella meglio acquisita e nota: anche e soprattutto presso il pubblico
non specialista.

Forse anche al di là delle intenzioni esplicite, il libro di Pierre Carlier rac­


coglie l'eredità della lezione di Finley non tanto, come vedremo, sul pia­
no dei contenuti, ma SL/- quello dello stile e dell'atteggiamento intellettua­
le. Il tono disteso, volutamente discorsivo, animato dal profondo piacere
della lettura di Omero mira a recuperare in primo luogo una verità tanto
ovvia quanto mai abbastanza rammentata: il testo dei poemi è bello, ricco
e melodioso; e la loro lettura (o rilettura) è già di per sé un'esperienza che
nessuno dovrebbe far mancare a sé stesso: <<Omero istruisce nel mentre
affascina: i Greci avevano ragione a porre il poeta al centro della loro cul­
tura, e noi dobbiamo mantenerlo nel cuore della nostra >> .
E proprio da questa lettura scaturiscono inevitabili le domande rela­
tive alla consistenza del mondo evocato, e dunque alla storicità non già
di "Omero" - questione che rimane qui piuttosto marginale - quanto
delle società descritte nei poemi a lui attribuiti. Trattandosi, appunto, di
storia, lo storico Carlier non può non tener conto delle migliori acqui­
sizioni della ricerca di tutta la seconda metà del Novecento e in parti­
colare - come già Finley aveva acutamente indicato - dei risultati della
decifrazione delle tavolette in Lineare B. Non a caso il mondo miceneo
e la sua scrittura hanno occupato un posto importante nell'esperienza
scientifica e didattica di Pierre Carlier, che oltre a essere professore di
Storia greca a Paris Nanterre, ha diretto a lungo e fino alla fine il Semi-
,

nario di Epigrafia micenea all'Ecole Normale Supérieure di Rue d'Ulm.


r>REMESSA ALL' EDIZIONE ITALIANA 15

Di tale competenza di prima mano resta traccia ben visibile non solo
in quest'opera dedicata a Omero ( in particolare nell'Appendice) , ma in
rutta la sua produzione scientifica, a partire dal monumentale lavoro sul­
la regalità nel mondo antico pubblicato nel 1984. La royauté en Grece
avant Alexandre è oggi un libro di riferimento, non solo per la grande
massa di documenti e testi che vi viene analizzata proprio a partire dall'e­
tà micenea, ma anche per l' interpretazione complessiva di una realtà non
soltanto strettamente istituzionale ( la basiléia greca non coincide neces­
sariamente con la monarchia) , ma politica e culturale in senso ampio.
Pur nella sua ricchezza e complessità, già quel volume permette di ri­
conoscere il tratto distintivo di Pierre Carlier come ricercatore e come
docente: il modo equilibrato, il rigore e la serenità nel giudizio, l'im­
mensa competenza al servizio di una riflessione teorica sempre sensibile
alle esperienze umane, del tempo antico come dei tempi moderni. Di
qui - e chi lo ha conosciuto lo ricorda bene - non solo la capacità di spie­
gare con semplicità le cose più ardue, ma anche di riportare il dettaglio
interpretativo al più generale piano del vivere. I suoi studi sulla regalità
nel mondo antico si alimentano così di un complessivo interesse per la
teoria e la prassi politica che, pur avendo nel mondo greco e in particola­
re in Aristotele il suo principale terreno di esercizio, si muove con agilità
anche nel pensiero politico moderno, con particolare riferimento, come
ovvio, alla tradizione francese.
Nel lavoro sulla regalità già emerge l'attenzione per il testo omerico,
che infatti vi occupa una sezione consistente posta proprio tra la regalità
micenea e quella delle città greche. Non sfuggono a Carlier i problemi di
1netodo posti dall'utilizzo dei poemi nella ricostruzione storica, e pro­
prio in quella sede prendono forma i termini della questione che trova
poi, nel libro su Omero, una risposta cauta ma sostanzialmente positiva.
Come dichiarato in apertura, <<l'obiettivo principale di questo libro è
di esaminare in quale misura i poemi possano essere utilizzati come fon­
ti storiche: quale valore storico hanno le indicazioni omeriche relative
all 'organizzazione sociale e alla vita politica? >>. Alla risposta si arriva
solo per gradi e solo in chiusura attraverso un percorso limpido e ben ca­
librato che, pur non trascurando nessuna delle più importanti questioni
relative a Omero, sceglie un taglio di lettura del tutto originale. Nono­
stante, infatti, il volume muova dalla stessa domanda che già Finley si
e ra posto, la diversa formazione dello studioso nonché l'acquisizione
defi nitiva di alcuni aspetti relativi alla civiltà micenea e soprattutto ai
16 OMERO E LA STORIA

secoli bui conferiscono alle tesi di Carlier un tratto di indubbia novità


che, forse, avrebbe meritato più attenzione.
Se infatti l' impronta lasciata da Il mondo di Odisseo è comprensibil­
mente indelebile, non altrettanto si può dire per il volume di cui, a più
di un decennio dalla sua pubblicazione in Francia, si propone qui la pri­
ma traduzione in italiano'. Si può riflettere, naturalmente, sulle ragioni
di questa disattenzione, che potrebbero essere ascritte al pragmatismo
delle strategie editoriali, ma forse con maggiore probabilità vanno ri­
condotte alle diverse correnti che sempre attraversano il mare immenso
degli studi omerici.

Oggi però il libro è di grande attualità: insieme a un ripensamento


sull'unità dei poemi e sulla possibilità di individuarne un "autore", tor­
na a essere centrale la domanda sulla storicità del mondo che in essi è
descritto, intesa come ricerca non tanto del "mondo di Omero" quale
complesso di valori, tradizioni e-pratiche culturali di cui i poemi sareb­
bero espressione, quanto appunto del ''mondo di Achille e di Odisseo'',
cioè del concreto contesto politico e sociale in cui il poeta fa muovere i
suoi eroi. L'attualità se non l'urgenza di tale questione è ben ravvisabile
negli studi degli ultimi anni ed è da collegare, ci pare, con la riflessione
più generale intorno alla nascita e allo sviluppo della polis. Oggi, infatti,
la ricostruzione di Finley soffre di un limite intrinseco che si comprende
e si spiega solo se correttamente ricondotto all'epoca in cui essa fu pro­
posta: al di là di qualunque sfumatura si riteneva infatti che nel mon­
do di Odisseo andasse individuata una realtà pre-poleica, che aveva nel
costituirsi della città e nell'inizio comunemente accettato del! 'arcaismo
propriamente inteso ( più,o meno la fine del IX secolo ) un limite crono­
logico invalicabile. Ma rispetto ad allora, come detto, sia la nozione di
arcaismo che la definizione di polis sono diventate alla coscienza degli
studiosi assai più fluide e problematiche, tanto più che persino agguerri­
ti sostenitori della tesi di una storia greca che si spacca in due nei secoli
bui sono indotti a rivedere le proprie posizioni alla luce delle nuove sco­
perte archeologiche. Pur nella loro inevitabile frammentarietà, tali sco­
perte hanno da più parti sollecitato un ripensamento delle prospettive,
non già per negare la centralità della "nascita della polis'' come momento
fondativo dell'esperienza greca (e occidentale ) , quanto per riconoscere
a questo fenomeno una natura processuale e di lungo periodo, che fa­
talmente si sottrae a una troppo definita collocazione nel tempo e nello
spazio. Del resto, anche la fine della civiltà micenea, che pure continua a
'
J>RE MESSA ALL EDIZIONE ITALIANA 17

1nostrarsi nella sua evidenza irreversibile, si configura ormai come pro­


cesso, non necessariamente lineare o uniforme, che ha conosciuto cause
diverse e differenti esiti; e anche i secoli successivi, soprattutto ali' alba
del I millennio, sono ora letti nel segno di una progressiva formazione di
cui noi cogliamo abbastanza bene soltanto le fasi finali, ma che dobbia-
1n o supporre lunga, contraddittoria e sovente disomogenea.
Vista così, la nozione di società "pre-poleica" si indebolisce e diventa
perfi no inopportuna, mentre i poemi omerici acquistano una loro inso­
spettata rilevanza proprio sul fronte storico e anche alla luce di quelle
presunte incoerenze che tradizionalmente vengono additate come sin­
tomo sicuro della loro astoricità e scarso valore sul fronte prettamente
testimoniale. Non stupisce, dunque, che proprio gli studiosi più inte­
ressati alla nozione teorica di polis nonché alle sue molteplici sedimen­
tazioni in sede fattuale mostrino un interesse sempre più evidente per i
poemi omerici e per il mondo da essi descritto, arrivando a formulare
ipotesi - che fino a non molto tempo fa sarebbero parse ardite e forse
poco accettabili - sulla consonanza del mondo omerico con le prime
fasi della strutturazione politica del mondo greco, la <<early polis >> (così,
ad esempio, Kurt A. Raaflaub) .

Questa linea interpretativa è già tutta contenuta nelle pagine di Pierre


Carlier, che dedica il primo capitolo del suo studio Dal mondo mice­
-

neo alle citta arcaiche - proprio a un breve affresco storico, che chiarisce
in maniera sintetica i più significativi tratti della civiltà micenea (anche
alla luce della decifrazione delle tavolette in Lineare B), dei cosiddetti
secoli bui e dell' inizio dell'arcaismo, dialogando fittamente con gli ar­
cheologi della transizione tra II e I millennio (su tutti A. Snodgrass) nel­
la prospettiva di un'evoluzione davvero epocale - da cogliere non solo
in alcuni aspetti della cultura materiale, quali la tecnologia dei metalli,
gli usi funerari, le produzioni ceramiche, ma anche nelle strutture sociali
e politiche -, alla fine della quale, se pur non dovunque o allo stesso

modo, possiamo finalmente parlare di polis.


Il piano descrittivo prelude alla proposta interpretativa discussa nella
p arte finale del lavoro, dove, con impostazione teorica di grande lucidi­
tà, Carlier distingue in maniera crediamo definitiva due livelli di analisi,
sol i dali ma diversi, l'uno tutto interno al mondo descritto da Omero
(Le societa omeriche), l'altro più generale e storicamente rilevante, teso
a verificare se quelle società possano corrispondere a un mondo reale

(Omero e la storia). L'analisi è serrata, percorre i testi nella loro interezza


18 OMERO E LA STORIA

e riguarda tutti gli aspetti sociali e politici che in essi emergono: la "casa"
aristocratica e le differenti categorie sociali, le forme politiche e le istitu­
zioni, le pratiche comunitarie, i culti e i sacrifici, la gestione della terra,
la guerra, la logica di scambio e doni, il matrimonio. Particolare atten­
zione viene rivolta al mondo dei re, al lessico utilizzato per designarne
funzioni e prerogative, ai molti privilegi loro assicurati ( parti d'onore
nei banchetti, possedimenti riservati, doni) , all' ideologia regale di cui i
poemi trasudano. Carlier arriva a concludere che non solo la rappresen­
tazione delle strutture sociali e politiche è del tutto coerente, anche se
con sensibili differenze tra Iliade e Odissea, ma che il sistema descritto è
quantomeno verosimile e realistico, anche se il "poeta" - ovvero la tradi­
zione poetica entro cui opera - può aver amalgamato elementi micenei,
elementi arcaici ed elementi del tutto inventati.
Lo studioso compie quindi il passo definitivo e fondamentale, in­
terrogandosi sul giusto confine tra "finzione" e "storia" e procedendo al
confronto con contesti noti per poter arrivare a situare il mondo omeri­
co nella storia greca: un mondo che, dunque, da realistico potrebbe rive­
larsi in molti suoi aspetti reale. Carlier rileva come siano numerosi i pun­
ti in comune tra questo quadro e le città greche arcaiche (organizzazione
dell' oikos, importanza dell'ospitalità e dei sacrifici, lessico politico, ruolo
di alcune istituzioni fondamentali) , concentrandosi poi sulla regalità. Le
numerose convergenze fra i tratti della regalità omerica e le regalità arcai­
che altrimenti documentate suggeriscono che tematiche e ideologia regale
dei poemi possano essere messe in relazione con uno sfondo storico reale,
da riconoscere proprio nell'alto arcaismo. Le differenze di rappresentazio­
ne tra i due poemi e i più marc�ti sintomi di crisi rilevabili nell' Odissea
potrebbero anzi coglieré il segnale di una fase di più acuto conflitto tra i
re e una parte dell'aristocrazia, nell'inesorabile passaggio verso comunità
di più netto stampo aristocratico. Nella prospettiva di Carlier non si tratta
ancora pienamente di polis (da intendersi come luogo della decisione col­
lettiva) , ma di un momento essenziale di cui proprio i poemi omerici sono
insostituibile specchio: <<L'Iliade e l' Odissea sono documenti eccezionali
per ricostruire sia la storia a breve termine dell'alto arcaismo che l'evo­
luzione a lungo termine che conduce dai regni micenei alle città greche
classiche>> . Ed è questa la tesi centrale del volume.

Nel ricostruire senza mai confonderli il contesto culturale in cui i poemi


sono stati composti e diffusi e l'ideologia sociale e politica di cui essi
sono espressione, Carlier tenta di rispondere ad alcune domande di ca-
'
pR EMESSA ALL EDIZIONE ITALIANA 19

rattere storico in una trattazione che coniuga costantemente sottigliez­


za e prudenza, ma che sa anche restituire al tempo stesso il pieno pia­

cere della lettura. Perché, come dichiarato fin da subito, <<Questo libro
avrà raggiunto il suo scopo se spingerà il lettore a leggere o a rileggere
Omero>> .

Venezia, ottobre i.013


STEFANIA DE VIDO
LUCA MONDIN

Avvertenza

Le tradu zioni omeriche proposte da Pierre Carlier nel corso della trattazione sono
dich iaratamente aderenti a quelle di Paul Mazon per l'Iliade e di Victor Bérard per
l'Odiss ea. Poiché esse sono strettamente legate al tenore del! 'esposizione, sarebbe
stato improprio sostituirle con traduzioni italiane seppur di pari autorevolezza; ci
si è dunque limitati a volgerle in italiano rispettando il più possibile I' interpretazio­
ne che del testo omerico esse sottendono.
Introduzione

Nell'antichità la biografia di Omero fu un genere fiorente; dodici esem­


pi di questo tipo di esercizio si sono conservati fino a noi. Si tratta per lo
più di racconti pieni di spirito che si dilettano a ripetere gli stessi aned­
doti pittoreschi e sottolineano le incoerenze della tradizione su Omero.
I loro autori non concordano sul luogo di nascita di Omero: molte
città della costa anatolica e delle isole vicine - Cuma, Smirne, Colofone e
in particolare Chio - pretendono di esserne la patria, ma alcuni lo fanno
n�1scere anche ad Atene, in Egitto e perfino a Roma. Le diverse rivendica­
zioni dimostrano, secondo alcuni commentatori, che il poeta è davvero
l·osmopolita, cittadino del mondo. Non vi è accordo nemmeno sull'epoca
in cui egli sarebbe vissuto: alcuni ne fanno lo spettatore della guerra di
Troia, altri un contemporaneo del re di Lidia Gige, cinque secoli più tar­
di, ma tra questi due estremi sono state proposte molte altre date.
Alcune versioni fanno di Omero il figlio della musa Calliope o gli
attribuiscono una paternità divina, ma la maggior parte lo vuole figlio
illegit timo di una fanciulla sedotta o violentata; poiché il parto avrebbe
�lvuto luogo nei pressi del fiume Meles, il bambino sarebbe stato chiama­
to Melesigene. Nella Vita pseudo-erodotea, la più dettagliata di tutte, la
madre e il piccolo trovano accoglienza presso un aedo maestro di scuola,
Fernio, che trasmette la sua arte al figlio adottivo; per gratitudine Ome­
ro avrebb e dato il nome di Femio ali' aedo di Itaca di cui celebra il talento

11 ell' Odissea.
Secondo la tradizione Omero fece a lungo la vita di un aedo itineran­
te. Si recò a Itaca, dove sentì narrare di Ulisse, e secondo alcuni persino
in Etru ria e in Spagna. Un agone lo vide in competizione con Esiodo
- l'altro grande nome della più antica poesia greca - in occasione dei
fu nerali di Anfidamante principe di Calcide, ma il figlio di Anfidamante
att ribuì il premio a Esiodo perché preferiva cantare la pace anziché la
gu erra'.
2.2. OMERO E LA STORIA

Melesigene sarebbe divenuto Omero in dialetto eolico "il Cieco"• -


-

dopo che fu colpito da cecità, ma le Vite divergono sulla data e sulle cau­
se dell' incidente. Che Omero, il poeta per eccellenza, sia cieco come
1' indovino Tiresia e come Demodoco, l'aedo dei Feaci nell' Odissea, si
spiega con una concezione alquanto naturale: il poeta e l'aedo, privaci
del comune senso della vista, vedono ciò che gli altri uomini non vedo­
no. Omero tuttavia non è sempre rappresentato cieco: rilievi di epoca
romana lo mostrano intento a leggere i rocoli di papiro che recano 1 'I­
liade e l' Odissea.
La tradizione è quasi unanime a proposito della morte e la colloca a
lo, una delle Cicladi meno note. Un gruppo di giovani pescatori propose
al poeta un enigma: <<Quelli che prendemmo li gettammo, quelli che
non prendemmo li portiamo con noi>> . Omero tentò invano di indo­
vinare di quale pesca potesse trattarsi. In realtà, a causa del maltempo,
i pescatori non si erano messi in mare e avevano trascorso la giornata
a spidocchiarsi sulla riva; ed erano i pidocchi catturati e uccisi che essi
avevano gettato, mentre gli altri continuavano a portarli su di sé. Non
avendo trovato la risposta, l'aedo sarebbe morto di disperazione o in se­
guito a una caduca fatale. Il più grande dei poeti, fonte di ogni sapere, era
stato messo in scacco da alcuni bambini: vanità delle vanità...
Le Vite di Omero, per lo più tarde - dal II al VI secolo d.C. - rie­
cheggiano con scetticismo e divertimento leggende popolari assai più
antiche, alcune risalenti senza dubbio all'epoca arcaica. Esse ci fornisco­
no preziose indicazioni sull' immagine di Omero, nonché su molti temi
prediletti dall 'affabulazione biografica greca, ma noi non possiamo trar­
ne alcuna informazione sull'autore dell'Iliade e dell' Odissea.
-

Già Luciano3, nel II secolo d.C., faceva osservare a uno dei suoi per­
sonaggi che era assai più facile cenere un discorso su Demostene che su
Omero. Nel primo caso non era necessario aver letto l'oratore per par­
lare di lui perché bastava menzionare suo padre, i suoi tutori, Filippo di
Macedonia e la democrazia ateniese. Per Omero, al contrario, non ab­
biamo altre fonti che il testo dell'Iliade e dell' Odissea. Parlare di Omero
significa parlare dei poemi omerici e di essi soli.
Esiodo, 1 'altro grande poeta dell'alto arcaismo greco, in uno dei suoi
poemi, Le opere e i giorni, evoca il padre venuto da Cuma eolica, il fra­
tello che gli ha intentato un processo per via dell'eredità paterna e gli sta
di nuovo muovendo lite, il suo paese natale, Ascra in Beozia, e i << re >>
corrotti e ingiusti della vicina città di Tespie : tutte indicazioni che ci
JNTRODUZIONE 23

C(Jnsentono di abbozzare una biografia. Nulla di simile in Omero, che


11ei suoi poemi non parla mai di sé.
Se per gli antichi la figura di Omero restava alquanto sfocata (a di­
spetto delle Vite romanzesche cui gli stessi autori non credevano dav­
\'ero ), i due grandi poemi omerici certamente fin dal VI secolo a.C., e
fJrobabilmente già dall'vIII, sono stati il fulcro dell'educazione e della
cL1lr ura greca. Nel v secolo i bambini ateniesi imparavano a leggere su
brani scelti di Omero e a suonare la cetra recitando i suoi versi. Nicerato,
il figlio del celebre stratego ateniese Nicia, si vantava alla fine del V seco­
lo di sapere l'Iliade e l' Odissea a memoria e di trarre dai due poemi ogni
conoscenza a lui necessaria4•
La posizione centrale che l'epopea omerica occupa in seno alla cul­
tltra greca è stata oggetto di critiche sin dalla fine del VI secolo. Il filoso­
fo Senofane di Colofone, per esempio, ironizza sull'antropomorfismo
degli dèi omerici1• Platone, che non perde occasione per citare Omero,
gli rimprovera immoralità ed empietà; rammaricandosi del fatto che le
r�1scinose illusioni inventate dal poeta distolgano i suoi ammiratori dalla
ricerca della verità, nella Repubblica egli propone di espellerlo dalla città
ideale6• La maggior parte dei filosofi. antichi, soprattutto pitagorici, stoi­
ci e neoplatonici, ebbe però un atteggiamento differente, sviluppando
interpretazioni allegoriche che miravano a svelare la sapienza nascosta
del poeta e che cercavano nell'autorità di Omero un fondamento alle
teorie delle rispettive scuole di pensiero7•
Questo tipo di esegesi omerica ha fornito ad alcuni padri della Chiesa
il modello per l' interpretazione dell'Antico Testamento: nella Vita di
fl,fose di Gregorio di Nissa (Iv secolo d.C.) ogni atto di Mosè è conside­
r�1to come il preannuncio dell'azione di Cristo, e la manna una prefigu­
razione dell' Eucarestia.
Durante l'antichità Omero ha avuto dei detrattori: il più celebre è un
t�1l e Zoilo di Anfipoli, filosofo cinico del IV secolo a.C., le cui asserzioni
Aris totele si impegnò a confutare. Dal canto suo, il poeta latino Ora­
zio nell'Arte Poetica (v. 359) accusa Omero di << sonnecchiare di tanto
1n tanto>> - noi diremmo oggi di << appisolarsi>> . Per i grandi filologi

�1 le ssandrini del III e del II secolo a.C. e per la schiera dei loro successori,
al con trario, l'aedo che ha concepito l'Iliade e l' Odissea era un poeta
d 'eccezione e nel contempo un saggio rispettoso degli dèi e della mo­
rale. Tutte quelle che gli alessandrini giudicavano incoerenze, cadute di
gusto, empietà o cose sconvenienti erano attribuite ad aggiunte, a inter-
OMERO E LA STORIA

polazioni. I commentatori antichi conciliavano così un'illimitata vene­


razione per il poeta con una critica talora severa del testo trasmesso.
Nel Rinascimento, Iliade e Odissea sono celebrate come i testi origi­
nali di un'antica cultura, essa stessa venerata come una fonte e un model­
lo. In quanto testi fondanti, tra la fine del XVII e l'inizio del XVIII secolo
i poemi omerici diventano i bersagli privilegiati di quanti ripudiano la
tradizione antica e la cultura classica. La denigrazione di Omero è uno
degli esercizi preferiti dei ''Moderni": i libelli che essi pubblicano duran­
te la Querelle des Anciens et des Modernes sono per la maggior parte assai
mediocri, testimoni a un tempo di una totale ignoranza del greco, di
una completa sottovalutazione della cultura greca e di un "buon gusto''
oltremodo asfittico. Les Conjectures académiques sur l'Iliade dell'abate
d'Aubignac si distinguono dal resto di questa letteratura per la loro au­
dacia. Nella prefazione del 1666 d'Aubignac scriveva che i poemi omeri­
ci non erano testi sacri e che si poteva ragionare su di essi in totale libertà
<< senza essere per questo esposti alla sanzione delle leggi e agli anatemi
della Chiesa>> 8• L'abate peccava di ottimismo: la sua opera fu interdetta
dalla censura durante tutto il regno di Luigi XIV e non fu pubblicata che
nel 1715.
Certo, l'epopea omerica non contiene verità rivelate e un commenta­
tore di Omero non corre il rischio di salire sul rogo. Iliade e Odissea sono
però abbastanza venerabili perché il criticarle sia stato a lungo considera­
to un atto sovversivo e perché numerosi autori abbiano provato il gusto
del sacrilegio nel fare a pezzi e nel denigrare Omero. I poemi omerici pur
senza essere sacri sono testi consacrati : sottoporli a critica non è dunque
un gesto indifferente, bensì un invito alla libera analisi delli Bibbia.
Centotrent' anni più tardi Friedrich August Wolf nei suoi Prolegome­
na ad Homerum ( 1795) prende esplicitamente a modello la critica testa­
mentaria sviluppatasi in terra luterana, in particolare a Gottingen. I sin­
goli canti omerici, così come le parole di Mosè, sarebbero stati per molto
tempo trasmessi oralmente prima di essere raccolti da un redattore, che
il filologo tedesco colloca all'epoca dei Pisistratidi (560-510 a.C.). Wolf
si fonda in larga misura sulle critiche puntuali dei testi omerici formula­
te dai filologi alessandrini, la cui conoscenza era stata rinverdita nel 1788
con la pubblicazione da parte del francese Jean-Baptiste Gaspard d 'Ansse
de Villoison di importanti scolii (i cosiddetti scolii A) di un manoscritto
della Biblioteca Marciana di Venezia9• Ma la sua opera è anche e soprat­
tutto il manifesto di una nuova filologia che non mira più soltanto a
individuare le interpolazioni in testi di riconosciuta unità generale, ma
INTRODUZIONE

a risalire alle origini e a far trasparire i testi primitivi dietro la superficie


di quelli conservati.
Nel giro di alcuni anni, la filologia di Wolf si impone come una delle
principali discipline intellettuali dell'università tedesca, sorella e rivale
della teologia. Di Wolf Goethe ammirava l'audacia intellettuale; Schil­
ler era assai più reticente, perché temeva che l'ossessione della genesi dei
poemi omerici potesse distogliere dalla cosa essenziale: comprendere e
ammirare. Dopo due secoli, durante i quali centinaia di grecisti, prima
tedeschi poi di ogni paese, hanno tentato di ricostruire l' Ur-llias (l' I­
liade originaria) o l' Ur-Odyssee e di distinguere gli Einzelnlieder (i canti
inizialmente isolati) saremmo tentati di dar ragione a Schiller. I filologi
liella cosiddetta scuola ''analitica'' hanno esaminato Iliade e Odissea con
la lente d'ingrandimento per scoprire le goffaggini e le incoerenze del
testo allo scopo di ritrovare i poemi primitivi. Il loro minuzioso esame
ha prodotto un gran numero di osservazioni giudiziose, ma, proprio in
ragione dell'angolazione prescelta, gli "analitici'' sono stati soprattutto
sensibili alle imperfezioni e le hanno notevolmente amplificate. L' in­
telligenza di questi filologi si è esercitata per lo più a spese di Omero.
Non solo dunque non sappiamo alcunché della personalità di Omero,
1na il poeta è stato vittima dell'ardore iconoclasta dei moderni, che a più
riprese hanno messo in questione le stesse Iliade e Odissea riducendole
alla stregua di tardi aggregati di poemi più antichi'0•

Ogni anno sono dedicati a Omero centinaia di studi, sicché si potrebbe


}Jensare che un autore che ha dato luogo a tante discussioni debba essere
di difficile lettura; ma non è così. L'Iliade e l' Odissea sono state compo­
ste per incantare i convitati di banchetti generosamente innaffiati, i cit­
tadini riuniti nelle grandi feste religiose o, più semplicemente, gente di
paese raccolta la sera sulla piazza principale per prendere il fresco. Il let­
tore moderno che si immerga nell'Iliade e nell' Odissea senza pregiudizi,
l asciandosi condurre dal poeta, sarà a sua volta affascinato dalle parole,
lialle immagini, dalla storia.
Il piacere che si prova a leggere - e più ancora ad ascoltare Omero
-

i n una buona traduzione fa rivivere almeno in parte l' impressione per­


cepita dal pubblico antico del poeta. Il testo omerico induce tuttavia il
lett ore moderno, così come l'ascoltatore antico, a porsi un certo nume­
ro di domande.
Qual è il senso dell'espressione << il mare vinoso>> ? Per­
ch é nel canto 9 dell'Iliade Achille rifiuta l'offerta di riconciliazione di
Agamennone ? La guerra di Troia ha veramente avuto luogo ? Le usanze
i6 OMERO E LA STORIA

matrimoniali descritte da Omero sono coerenti, sono verosimili, corri­


spondono a una realtà storica? Questo libro tenta di portare elementi di
risposta ad alcuni di tali interrogativi.
Il poeta - in greco poietés è un artigiano che "fabbrica" un'opera
-

grazie alla sua arte, alla sua tecnica (il greco non distingue i due concetti
indicati dalla medesima parola tékhne) . Studiare l'arte poetica di Omero
significa innanzitutto studiarne la metrica, l'uso dell' enjambement, le
allitterazioni, le assonanze, insomma il suo ritmo e la sua musica. La me­
trica greca si fonda sulla distinzione di sillabe lunghe ( ) e sillabe brevi
-

(U). Il verso epico è l'esametro dattilico composto di sei piedi, di cui i


primi quattro sono dattili ( UU) o spondei ( ) il quinto è gene­
- - - ,

ralmente un dattilo e l'ultimo, bisillabico, è uno spondeo o un trocheo


( U). Questa la struttura complessiva dell'esametro:
-

I 2. 3 4 5 6
ab
- UU - UU -IUIU - UU - UU --

oppure a
-- -- -1- -- - UU -U

La cesura principale non è al centro del verso, come quella dell'ales­


sandrino francese'', ma la sua posizione può variare. Le due cesure più
frequenti sono la cesura pentemimere, dopo il quinto semipiede (a), e
la cesura trocaica, tra la prima e la seconda breve del dattilo al terzo pie­
de (b). A questa cesura principale se ne aggiungono assai spesso una o
due secondarie, e ciò fa sì che un verso comprenda, a seconda dei casi,
tre o quattro unità ritmiche di lunghezza diseguale. Dal punto di vista
musicale l'esametro dattilico di Omero è dunque assai più flessibile e
più vario dell'alessandrino francese. Esso è anche assai più distante dal
ritmo della normale conversazione, nella quale domina il ritmo giam­
bico (U ) Numerose parole greche, per via della loro struttura metri­
- 11•

ca, sono dunque escluse dal vocabolario di Omero, in particolare quelle


che contengono una sillaba breve tra due lunghe: non ci si deve dunque
chiedere perché Omero non impieghi mai l'aggettivo ei>yev�ç (eugenés)
"nobile, bennato", perché una parola con struttura U non può trovar
- -

posto nell'esametro.
Già le sole costrizioni dell'esametro obbligano il poeta a utilizzare
una lingua artificiale, alquanto lontana dal linguaggio comune, nella
quale coesistono forme attinte a più dialetti, soprattutto all'eolico e allo
ionico. Il metro ha favorito inoltre la sopravvivenza nella lingua epica
1NT RODUZIONE

di forme assai antiche, risalenti all'epoca micenea, o perfino precedenti.


Se la sintassi omerica è abbastanza semplice, se il senso generale dei ver­
si è facilmente comprensibile anche a un grecista in erba, molte parole
ed espressioni cadute in disuso nel greco di età classica sono di difficile
interpretazione; alcune costituivano degli enigmi già per i commentato­
ri antichi. Perché Nestore è qualificato come gerénios? La parola evoca
,r.?,éron, "vegliardo, anziano� ma chiaramente i due termini non sono si­
nonimi ; qualcuno ha preferito tradurre "di Gerena", supponendo che un
episodio della vita di Nestore di cui non abbiamo più traccia si svolgesse
in questa località. Il mare << vinoso>> forse non è, con connotazione quasi
surrealista, "color feccia di vino", ma più semplicemente "spumeggiante",
che spumeggia cioè come il vino appena versato in un cratere. Che don­
ne o dee siano dette <<dalle bianche braccia >> o <<dalle belle guance >>
o <<dai bei riccioli >> non ha nulla di sorprendente, ma quando il poeta
dell'Iliade dice che le Troiane sono éuzonoi, <<dalla bella cinta>> , egli sta
semplicemente lodando la qualità di un loro capo di vestiario, o intende
dire che esse hanno una bella linea (bella, non necessariamente sottile) ?
E poi, qual è il significato dell'epiteto bathjkolpoi? Si deve intendere che
le donne così descritte indossano vestiti dalle profonde pieghe, o che
l'aggettivo si riferisce al loro fisico ? Nella seconda ipotesi la traduzione
<<dal seno profondo>> resta assai ambigua. L'icona omerica del corpo
femminile conserva tutto il suo mistero.
Lo stile omerico è caratterizzato da formule - ne parleremo nel se­
condo capitolo - e, soprattutto nell'Iliade, da numerose similitudini di
'

considerevole ampiezza. E interessante studiare i temi prediletti di que-


ste similitudini (le tempeste, il leone, il lupo, ma anche un gran nume­
ro di mestieri artigianali), il rapporto delle immagini con il contesto e i
sc>t tili effetti d'eco prodotti dalla loro ripetizione. I personaggi omerici
pronunciano molti discorsi e fin dall'antichità si sono cercati nei due
poem i esempi d'arte oratoria, ma non tutti parlano allo stesso modo e
1 'el oquen za di Achille non assomiglia affatto a quella di Ulisse. Anche
le tecn iche narrative del poeta sono state recentemente fatte oggetto di
analisi assai puntuali.
Questo vastissimo campo di studi metrici, linguistici, stilistici sui
p oem i omerici qui non sarà evocato che per sommi capi, non essendo
p ossi bile condurre ricerche approfondite in questi ambiti se non col
su pporto di un'analisi molto dettagliata del testo greco.
L'obiettivo principale di questo libro è di esaminare in quale misura i
P oemi possano.essere utilizzati come fonti storiche. Il principale rischio
OMERO E LA STORIA

di tale approccio è quello di un circolo vizioso: si interpretano i dati ar­


cheologici alla luce di Omero e poi si dichiara che la testimonianza ome­
rica conferma i dati archeologici. Perciò inizierò con un bilancio su ciò
che sappiamo della Grecia pre-classica indipendentemente da Omero.
Tratteremo in seguito della famosa questione omerica, relativa alla gene­
si dei poemi, perché il dibattito sulla datazione dell'Iliade e dell' Odissea
ha un'evidente ricaduta sull' interpretazione storica del testo omerico.
Il terzo capitolo propone una lettura commentata dell'Iliade secondo
il filo del racconto e si sofferma sui conflitti politici rappresentati nel
poema. Il quarto capitolo, dedicato ali' Odissea, pone l'accento sulla si­
tuazione di Itaca prima e dopo il ritorno di Ulisse. Nel quinto capitolo
tratteggio un quadro delle società descritte nei due poemi mostrandone
la coerenza, nell'ultimo propongo qualche ipotesi sui rapporti tra Ome­
ro e la storia.
Questo libro avrà raggiunto il suo scopo se spingerà il lettore a leggere
o a rileggere Omero.

Le analisi qui esposte devono molto alle conversazioni su Omero che ho


intrattenuto con un certo numero di amici, in particolare con Salvatore
Cerasuolo, Bernard Eck, Alexandre Farnoux, Madeleine Jost, Edmond
Lévy, Irad Malkin e Sylvie Rougier-Blanc. Più ancora esse devono ai due
primi lettori, mia moglie e mio padre.
I

Dal mondo miceneo alle città arcaiche

Fino al 1870 la maggior parte degli storici riteneva che il mondo de­
scritto da Omero fosse di pura fantasia. Il grande storico inglese George
Grote, ad esempio, faceva iniziare la storia greca nel 776 a.C. con 1' isti­
tuzione dei giochi olimpici. A suo avviso tutti i racconti della tradizione
antica sul periodo precedente non erano che leggende - leggende che
egli nondimeno si dedicò a raccogliere e ad analizzare regione per regio­
ne perché esse costituivano il passato immaginario dei Greci.

La riscoperta delle civiltà minoica e micenea

Il disvelamento del mondo miceneo è avvenuto con gli scavi intrapresi


dal commerciante tedesco Heinrich Schliemann (18i.i.-1890 ) . Arricchi­
tosi grazie a lucrosi affari durante la guerra di Crimea, questo autodi­
da tta animato da una fede ingenua in Omero cominciò col cercare, ma
senza risultati, il palazzo di Ulisse a Itaca. Poi, nel 1870, intraprese gli
scavi sulla collina di Hissarlik, dove una parte della tradizione antica
situava la Troia di Priamo, e vi scoprì tombe di favolosa ricchezza_diç
attribuì a Priamo e alla sua famiglia. Un archeologo che Schliemann as­
Sl)c iò all' impresa, Wilhelm Dorpfeld, dimostrò che queste sepolture ap­
i)�lrtenevano al livello della cosiddetta Troia II, databile intorno al i.300-
2.200 a.C., vale a dire mille anni prima della guerra di Troia. I tesori della

città, venduti da Schliemann al Museo di Berlino, sono successivamente


ric o mparsi a Mosca, dove sono stati presentati nel 1996 in una grande
esp osizione.
Nel 1876 Schliemann estese le sue indagini archeologiche alla Grecia.
Il sit o di Micene, i suoi baluardi e la Porta dei Leoni già menzionati da
Pausania nella Descrizione della Grecia (11 secolo d.C. ) erano noti a tut­
ti i viaggiatori, ma fu Schliemann a riportare alla luce le tombe a fossa
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La Grecia nell'Età del Bronzo o

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lJAL MONDO MICENEO ALLE CITTÀ ARCAICHE 31

del cosiddetto Circolo A. Le loro straordinarie ricchezze (gioielli, spade


dam ascate, maschere mortuarie d'oro) in un primo momento gli fecero
tJensare di aver scoperto il sepolcro di Agamennone ed egli scrisse una
celebre lettera al re di Grecia per comunicargli la notizia. Schliemann
dovette tuttavia riconoscere che queste sepolture erano di gran lunga più
;1ntiche (tra il 1600 e il 1500 circa). Seguirono gli scavi del palazzo e delle
rombe a cupola nella stessa Micene, poi quelli di T irinto e di Orcomeno
in Beozia.
L'esistenza di civiltà ricche e raffinate nel mondo egeo del II millen-
11io (e anche prima nel caso di Troia) non poteva più essere contestata.
Ma non tutti gli specialisti ammisero che il mondo scoperto da Schlie-
1nann fosse quello degli eroi omerici; alcuni ritenevano ad esempio che
J;1 civiltà micenea fosse pre-ellenica e che i primi Greci a insediarsi nel
inondo egeo fossero stati i Dori.
Schliemann aveva progettato di scavare la collina di Cnosso, dove
;1vrebbe regnato il celebre Minosse. Le pretese finanziarie del proprieta­
rio del terreno lo dissuasero e fu l'inglese Arthur Evans che nel 1900 vi
intraprese scavi su larga scala (indagini parziali erano già state condotte
dall'erudito greco Minos Kalokairinos). Come Schliemann, Evans era
ricco, perché il nonno materno aveva fatto fortuna come industriale del­
la carta, mentre il padre era un illustre specialista della preistoria delle
isole britanniche. Il suo interesse per Creta era stato suscitato da certi
amuleti portati dalle donne cretesi e chiamati "pietre da latte", perché
si attribuiva loro il potere di favorire l'allattamento. Egli giustamente
inte rpretò queste pietre come sigilli e, comparandone i simboli che vi
erano incisi, vi riconobbe sin dal 1894 le tracce di un sistema di scrittura.
l suoi scavi, volti in parte alla ricerca di documenti scritti, lo portarono
a sco prire a Cnosso archivi recanti tre differenti sistemi di scrittura: con

ra ra perspicacia egli pervenne rapidamente a distinguere il cosiddetto


min oico geroglifico, la Lineare A e la Lineare B.
Gli scavi di Cnosso rivelarono altresì un grande palazzo a più livelli,
cc>s truito attorno a una corte centrale con grandi sale d'apparato, appar­
tam enti privati dalle raffinate decorazioni, numerosi magazzini e offi-
ci ne. A

lcuni degli affreschi scoperti da Evans divennero subito celebri,


corne
la graziosa giovane vistosamente truccata, che venne chiamata "la
Pa rigi na"'. L'esempio di Evans fu presto imitato: gli italiani a Festo e
Poi i francesi a Malia riportarono alla luce palazzi con caratteristiche
analoghe a quello di Cnosso, mentre numerose missioni scavavano siti
rni noici di minore entità.
32 OMERO E LA STORIA

Tutte queste scoperte dimostrarono che la civiltà minoica era fiorita


a Creta assai prima delle più antiche manifestazioni di civiltà micenea
sul continente (i più antichi palazzi cretesi risalgono al i.000-1900 circa,
mentre le tombe a fossa di Micene sono del XVI secolo). Evans, persuaso
della primazia e della superiorità della realtà da lui scoperta a Creta, pre­
sentò la civiltà micenea come una versione tarda e provinciale di quella
minoica: per lui non v'era dubbio che i Cretesi avessero colonizzato il
continente greco.

Dato il prestigio di Evans, per tutta la prima metà del xx secolo la


teoria dominante fu che la civiltà micenea, così come quella minoica,
fossero pre-elleniche. Solo pochi specialisti sottolineavano le differenze
tra il mondo minoico e il mondo miceneo e insistevano ad accostare
Micene e Omero: tra essi ricordiamo lo svedese Martin Nilsson, grande
storico delle religioni, come pure gli archeologi Alan Wace e Cari Ble­
gen. Quest'ultimo nel 19 3 9 intraprese ad Ano Englianos, in Messenia,
gli scavi di un grande edificio che identificò con il palazzo di Nestore e
nel quale rinvenne, sin dal primo colpo di zappa, una sala d'archivio con
numerose tavolette in Lineare B, una scrittura considerata fino a quel
momento esclusivamente cretese. Gli scavi ripresero dopo la seconda
guerra mondiale: la comunità scientifica disponeva ormai di una solida
base per lo studio della Lineare B•.
Non fu un linguista esperto, ma un giovane architetto inglese appas­
sionato fin dall' infanzia di scritture egee, Michael Ventris, a decifrare nel
195i. la Lineare B. Convinto che a questa scrittura corrispondesse una
lingua pre-ellenica - forse l'etrusco -, egli cercò di individuarne le strut­
ture e con grande sorpresa scoprì che la lingua che andava cercando altro
non era che greco3• La decifrazione fu presto confermata in modo ecla­
tante dai testi successivamente scoperti e se ne poté rapidamente trarre
una prima capitale conclusione storica: i Micenei erano Greci. Questa
continuità linguistica con la Grecia arcaica e classica è fondamentale. La
decifrazione rivelò tuttavia società assai differenti rispetto sia alle descri­
zioni omeriche che alle città arcaiche.

L'Età del Bronzo nel mondo egeo

Grazie all'impulso di Schliemann ed Evans lo studio del mondo egeo


riposa oggi su evidenze archeologiche, ma anche, grazie a Ventris, su do­
cumenti scritti che riusciamo in certa misura a leggere e a comprendere.
!JAL MONDO MICENEO ALLE CITTÀ ARCAICHE 33

Le fasi cronologiche dell'Età del Bronzo

Nella storia dell'umanità uno dei cambiamenti più importanti fu l' in­
sorgere dell'agricoltura e dell'allevamento a fianco della raccolta e della
caccia. Questa "rivoluzione neolitican pare essersi verificata intorno al
1 0 0 0 0 a.C. in alcune regioni irrigue del Vicino Oriente, come la Pale­

scina, o nella pianura pedemontana a ovest dei Monti Zagros, in Iran.


Le nuove tecniche consentirono il sostentamento di una popolazione
scinp re più numerosa; l'agricoltura comportò una relativa sedentariz­
zazione e la nascita stessa delle città (la prima fortezza di Gerico risale
sc11za dubbio al X millennio a.C.).
Questi modi di produzione si diffusero con una certa lentezza e, per
t]L1;1nto riguarda il mondo egeo, esso non sembra essere stato coinvolto
dalla rivoluzione neolitica se non intorno al 6500 a.C. La Grecia ha cer­
t;1111ente subìto l'influsso del modello vicino-orientale, visto che i primi
cereali coltivati e i primi animali domestici appartengono a varietà e a
specie di origine asiatica (solo il maiale sembra essere autoctono), ma ciò
11t)11 significa che i primi agricoltori-pastori della Grecia fossero immi­
gr;1ti dal Vicino Oriente.
A partire almeno dal v millennio in alcune grandi pianure fluviali, in
l1;1rricolare in Mesopotamia, tra il Tigri e l'Eufrate, e nella valle del Nilo,
si svilt1ppò un'agricoltura assai più intensiva basata sullo sfruttamento
tfelle piene e sull'irrigazione. Il mantenimento dei canali, il coordina-
111i.:11ro delle attività agricole e la costituzione di riserve di viveri in vista
tii.:llc cattive annate furono progressivamente assicurati da grandi orga­
nis1ni gerarchizzati, i templi e i palazzi. Contemporaneamente fecero la
I :l ro comparsa tecniche di gestione contabile, le quali, perfezionandosi,
fi11irono per dare origine a sistemi di scrittura (il fenomeno è partico­
larn1ent e chiaro nel paese di Sumer, nella Mesopotamia sud-orientale).
Qtii.: sta doppia evoluzione risulta ultimata ali' inizio del III millennio,
;illtlrché potenti monarchie palaziali si imposero sia in Egitto che nelle
gr;1 i1 di città sumeriche, dove il controllo del palazzo si esercitava grazie a
ui1 am
'

ministrazione di tipo burocratico che padroneggiava la scrittura.


Tradizionalmente si ritiene che sia l'uso della scrittura a segnare il
p;iss ;1ggio dalla preistoria alla storia. Ora, se <<la Storia comincia a Su­
rner >> verso il 3 000 a.C., a Creta essa inizia solo un millennio dopo, e
4

as s a i
.

p iù tardi ancora nel continente greco. I testi minoici e micenei di


c u i dis
poniamo per il II millennio sono del resto assai più rari, più brevi,
meno ricchi e vari di quelli egizi, mesopotamici o ittiti.
34 OMERO E LA STORIA

L' "Età del Bronzo� che si fa iniziare alla fine del IV millennio secon­
do il più diffuso sistema cronologico, precede di poco la comparsa dei
grandi organismi monarchici del Vicino Oriente, ma nell'Egeo essa non
corrisponde ad alcuna innovazione di analoga importanza. La termino­
logia stessa è in parte ingannevole, perché se da un lato la lavorazione dei
metalli era apparsa fin dall'epoca neolitica, dall'altro il bronzo a base di
stagno divenne d'uso corrente nell'Egeo soltanto nel cosiddetto Bronzo
Antico II se non nella media Età del Bronzo. Tuttavia la metallurgia si
sviluppò nel mondo greco più o meno con lo stesso ritmo che in Orien­
te: le tecniche che hanno ricadute militari si diffondono spesso con una
certa velocità.
Nel Bronzo Antico II (verso il 2500-2200 a.C.) nelle Cicladi fiorì
una civiltà raffinata, la cui espressione più nota sono i famosi idoli ci­
�ladici (statue di culto secondo alcuni, secondo altri semplici bambole
di marmo). Sul continente, il sito più notevole è quello di Lerna, nel
sud dell'Argolide. È lì che si è potuta riportare alla luce la Casa delle
Tegole5, un edificio pavimentato (25 x 12 m) costituito da due grandi
locali separati e circondati da numerosi corridoi, con una pianta che
ricorda in scala ridotta certi palazzi mesopotamici. La presenza di nu­
merose impronte di sigilli mostra che la Casa delle Tegole era un cen­
tro di potere economico, forse un palazzo reale. Edifici di pianta simile
sono attestati in altre regioni della Grecia, in particolare ad Akovitika
jn Laconia.
-

Le fasi dell'età del bronzo nel mondo Egeo

Oriente mediterraneo Creta Grecia continentale


Bronzo Antico (BA) Minoico Antico (MA) Elladico Antico (HA)
3000-1000 a.e. ca. (MA I, Il, 111) (HA I, Il, III)
Bronzo Medio (BM) Minoico Medio (MM) Elladico Medio (HM)
1000-1600 a.e. ca. (MM I, Il, III)
Bronzo Recente (BR) Minoico Recente (MR) Elladico Recente (HR) = età
1 600-1075 a.C. ca. micenea

MR I A, MR I B HR I A, HR I B
MR Il HR II
MR III A HR III A (1400-1300 a.e. ca.)
MR III B HR III B (1300-1100 a.e. ca.)
MR III C HR 111 e (1100-1075 a.e. ca.)
Questo schema dal ritmo ternario è stato fissato all' inizio del secolo scorso da
Evans che vi ha inserito in qualche modo la successione degli stili della ceramica
MONDO MICENEO ALLE CITTA ARCAICHE 35

lJAL

egea. Da questa cronologia relativa si è potuti passare a una cronologia assoluta


grazie agli oggetti egizi o mesopotamici rinvenuti in Grecia e ai reperti di ceramica
e gea in Oriente (le fonti egizie e mesopotamiche offrono liste di re con indicazione
della durata dei relativi regni). Il metodo comporta un certo margine di incertezza:
tin o scarabeo di Amenophis III in una tomba micenea può esservi stato deposto
assai più tardi del regno di questo faraone.

L'arrivo dei primi Greci

La fine del Bronzo Antico è segnata da numerose ondate di distruzio-


11e e, soprattutto nella Grecia continentale, da innovazioni nell'ambito

della ceramica. E in questo periodo che molti storici collocano l'arrivo


dei Greci in Grecia. Questa ipotesi poggia su molteplici argomenti: già i
Micenei sono Greci e non v'è alcun indizio archeologico di invasioni tra
il z. o o o e il I 200 a.C.; la toponomastica della Grecia, inoltre, conserva
evidenti tracce di una precedente lingua non greca (il "sostrato"); infi­
ne, gli studiosi dell'Anatolia pensano perlopiù che l'arrivo di elementi

indoeuropei in Asia Minore non preceda la metà del 1 1 1 millennio. V 'è


dunque ogni ragione per credere che gli antenati dei Greci siano giunti
durante gli sconvolgimenti della fine del Bronzo Antico, verso il 2200-
2 0 0 0 a C E soltanto un'ipotesi, ma le altre teorie avanzate in proposito

. .

sono francamente inverosimili.

Creta minoica

Il Bro nzo Medio è caratterizzato da un netto contrasto tra il continente


greco, dove borghi e villaggi relativamente isolati conducono una vita
assai semplice, e l' isola di Creta, dove si sviluppa una civiltà palaziale di
parti colare splendore.
Le origini dei palazzi cretesi sono oscure. Forse alcuni di essi, come
ha proposto Olivier Pelon, hanno preso il posto di precedenti edifici di
rninori dimensioni. Quattro palazzi cretesi - Cnosso, Malia, Festo, Kato
Zakro - sono stati oggetto di scavi poi pubblicati; ciascuno di questi siti
ha subìto molti rimaneggiamenti architettonici e molti incendi parziali
sop rat tutto accidentali, ma si possono nondimeno distinguere nel com­
p le ss o dell'isola due grandi periodi: il periodo proto-palaziale {dal 2000
al 1 7 0 0 circa) e il periodo neo-palaziale o dei "Secondi Palazzi" {dal I700
OMERO E LA STORIA

al 1450 ) Intorno al 1700 si riscontra una grande ondata di distruzioni,


.

le quali toccano troppi siti, grandi e piccoli, perché si possano spiegare


semplicemente con un evento sismico. Si è pensato ad assalti di predoni,
ali' attacco di una potenza straniera, a una guerra intestina, a una rivolta
'

popolare, ma si tratta soltanto di supposizioni. E certo, in compenso,


che i palazzi sono stati ben presto ricostruiti più grandi ancora e che
hanno conosciuto una prosperità anche maggiore rispetto al passato.
I palazzi cretesi sono circondati da insediamenti urbani la cui pianta
ha spesso un asse differente dal loro. Molte abitazioni, di grandi dimen­
sioni e a più piani, come nel Quartier Mu di Malia, comprendono offi­
cine e depositi di archivi. Il loro rapporto con il palazzo non è chiaro, e
ancor meno si sa da quale palazzo dipendessero i centri amministrativi
secondari e i numerosi villaggi individuati dagli archeologi. La funzione
religiosa dei "santuari" sommitali e di alcune grotte è incontestabile, ma
le teorie sui riti e le credenze minoiche devono molto ali' immaginazio­
ne dei moderni, come nel caso della dea cretese della fecondità, di cui la
famosa statuetta femminile con i seni nudi che reca in ciascuna mano
un serpente dovrebbe essere una rappresentazione. Anche le relazioni
dei santuari con i palazzi e la funzione religiosa dei palazzi stessi sono
oggetto di ampio dibattito.
I palazzi cretesi erano con ogni evidenza centri di potere economico
e politico e senza dubbio anche residenze regali, benché alcuni l'abbiano
negato argomentando che questi "palazzi" potrebbero essere dei tem­
pli, con al vertice una sacerdotessa che deteneva un potere teocratico nel
nome della Grande Dea. Simili speculazioni contraddicono le tradizio­
ni greche relative al re Minosse, ma non si possono scartare del tutto.
Se, come sembra probabile, Creta minoica aveva dei re, le loro fun­
zioni rimangono incerte. La formula tradizionale di "re-sacerdote" sug­
gerisce l'idea di un gran sacerdote dotato di poteri magici, capace di
conversare con gli dèi e di mantenere l'ordine cosmico : teoria ispirata a
Evans da tre versi del!' Odissea ( 19, 17 8-18 o) e soprattutto dalle tesi di un
suo contemporaneo, il grande etnologo James George Frazer, ma non
suffragata in modo incontrovertibile dai dati archeologici.
Analogamente si ignora la posizione del re nei confronti del popolo e
dei notabili. Le città minoiche avevano senza dubbio pubbliche piazze,
come l' "area teatrale" di Cnosso e di Festo o la ''piazza a ortostati" di
Malia. L'esistenza di luoghi di adunanza non prova tuttavia che vi si riu­
nissero assemblee di cittadini. La cripta ipostila di Malia è forse una sala
di consiglio, ma anche questa è solo un' ipotesi. Le strutture politiche
MONDO MICENEO ALLE CITTA ARCAICHE 37
'

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JJi�in ta del palazzo di Cnosso

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E rL·tt(> 11cl X I X sec. a.C., il palazzo di Cnosso a Creta è per eccellenza il modello dcl palazzo minoico,
l'<)r1 la "tla corte centrale, i magazzini raggruppaci nell,ala occidentale e le sale di rappresentanza. Nel
.
1 � ) CJ tl1 (lCCltpato dai Micenei.

l.t;'!,<'>1rl,z : A . corte centrale ; B. spianata occidentale; 1. ingresso del palazzo; i . quartiere domestico;
111a�al.zin i ; 4. "teatro"; 5. corridoio delle processioni; 6. veranda; 7. propilei interni; 8. scala d 'acces·
'>< > al
lli�t 11<> superiore; 9. sala del trono; 10. quartiere cultuale; 1 1. sale colonnate; 1 i. dimore private.

dell e città minoiche preannunciano quelle delle città greche arcaiche e


cl�1ssi che, come ha sostenuto Henri Van Effenterre ? O, secondo la tesi
P1t 1 tr �1dizionale le regalità minoiche si devono piuttosto accostare alle
. \

,
111(> 11a rchie orientali ''autocratiche,, del 1 1 millennio ? Una risposta netta
11 0 11 è p
ossibile.
Non sono chiare nemmeno le relazioni tra i diversi palazzi di Creta.
'..
E poss ibile che alla fine del periodo dei Secondi Palazzi Cnosso abbia
OMERO E LA STORIA

esercitato la sua egemonia sull'intera isola. È ciò che suggerisce in par­


ticolare un testo egizio che menziona <<il re del paese di Keftiu >>, ma il
documento, che data al regno di Tuthmosis 1 1 1 (1479-1425 a.C.), potreb­
be riferirsi alla situazione creatasi con l' insediamento di una dinastia mi­
cenea a Cnosso alla metà del xv secolo.
Tucidide (1, 4) parla della talassocrazia minoica come del primo
esempio di impero marittimo senza fornire altri ragguagli, e non è possi­
bile che si tratti di una sua pura proiezione nel passato dell'imperialismo
ateniese del v secolo. La storia di Teseo e del Minotauro contiene molti
elementi folklorici, ma il quadro politico presupposto dall'episodio - la
dominazione di Minosse su Atene - è un dato storico o pseudo-storico
piuttosto che mitico e, al di là delle molteplici deformazioni, riflette in­
dubbiamente una memoria molto antica. La presenza minoica nell'E­
geo è comunque incontestabile, come provano documenti d'archivio
rinvenuti a Tera e perfino a Samotracia.
Tutti i palazzi cretesi, fatta eccezione per Cnosso, furono distrutti
intorno al 1450 a.C. (essi non sarebbero mai stati ricostruiti), e anche
numerosi altri siti di minore importanza furono danneggiati. In passato
molti storici hanno tentato di spiegare queste devastazioni con l'esplo­
sione del vulcano di Tera, che avrebbe isterilito il suolo con una pioggia
di cenere e distrutto le flotte con un'onda anomala. L'esplosione di Tera­
Santorini fu certo un cataclisma di eccezionali proporzioni ma avvenne
a una data decisamente anteriore6•
Lo scavo del sito di Akrotiri, iniziato nel 1967 dal grande archeolo­
go greco Spyridon Marinatos, ha svelato una Pompei egea dell' Età del
Bronzo. Gli affreschi di Tera, in particolare la "battaglia navale", costi­
tuiscono documenti eccezionali dal punto di vista sia artistico che sto­
rico. Tuttavia la ceramica minoica trovata nello strato di distruzione
del sito di Akrotiri precede di tre quarti di secolo quella utilizzata nei
palazzi cretesi ali'epoca della loro distruzione, il che dimostra che non
c'è alcun rapporto causale tra l'eruzione vulcanica e la distruzione dei
palazzi. Se la fine dei palazzi cretesi data al 1450, come è generalmente
riconosciuto, il cataclisma di Tera si sarebbe verificato intorno al 1525;
se invece l'esplosione di Tera ebbe luogo nel 1628, come propongono
alcuni vulcanologi, l' intera cronologia egea deve essere fatta arretrare
di un secolo.
Gli sconvolgimenti della fine del Minoico Recente (MR 1 ) a Creta
hanno dunque una causa diversa. La più verosimile è che in quel torno
di tempo l'isola sia stata conquistata dai Micenei, che distrussero tutti i
IJAL MONDO MICENEO ALLE CITTÀ ARCAICHE 39

palazzi salvo quello di Cnosso, di cui fecero il proprio centro di potere.


A q uest'epoca fanno la loro apparizione a Creta, e in particolar modo ad
Arkhanes, tombe a camera di tipo miceneo.

L;1 Grecia micenea


A lungo si è creduto che il contrasto tra la povertà del Bronzo Medio
11el continente greco e l'improvvisa accumulazione di ricchezze nelle
rombe a fossa del Circolo A di Micene si spiegasse con l'arrivo di nuovi
venuti - coloni cretesi o Hyksos cacciati dall' Egitto - o con il ritorno di
111ercenari arricchitisi al servizio dei faraoni. La scoperta nel 1952. di un
secondo Circolo di tombe - il Circolo B7 - sulle pendici dell'acropoli
di Micene, a poco più di 100 m a ovest della Porta dei Leoni, ha iniziato
;1 1nodificare le prospettive. Gli archeologi hanno inoltre potuto dimo­

srrare che lo sviluppo dell'architettura funeraria (in particolare con le


prime tombe a cupola - o tholoi - della Messenia e con le prime tombe a
camera) come pure la crescente ricchezza dei corredi sepolcrali sono fe­
nc)meni assai diffusi in tutta la Grecia peninsulare all'epoca della transi­
zione - intorno al 1 600 a.C. - dall'Elladico Medio all' Elladico Recente.
Questa evoluzione è legata allo sviluppo delle comunità: la produzione
;lgr i co la si accresce progressivamente e le aristocrazie guerriere, che se
ne accaparrano una parte considerevole, grazie ad essa sono in grado di
irnportare materie prime come oro e avorio e di far lavorare al proprio
se rvizio artigiani specializzati.
I primi artisti micenei hanno probabilmente appreso il loro mestiere
Ll ;1 rnaestri minoici: le tecniche degli orafi, degli incisori di sigilli e dei
pirt ori di affreschi - per non parlare degli scribi - provengono con ogni
evi denza da Creta. Tuttavia l'arte micenea si distingue immediatamente
tl;1 c1uella minoica, in particolare nella scelta dei temi (nel mondo mice­
neo abbondano le scene militari).
Numerose ricerche di archeologia micenea intraprese in Grecia han­
Il(l co
nsentito di giungere a molteplici conclusioni:
- Il numero e le dimensioni dei siti rinvenuti è in costante incremento
tr a il
160 0 e il 1300 a.C. circa (inizio dell'Elladico Recente III B): è evi­
d er1 te
che la popolazione aumenta e che alcune regioni del continente
gre co finiscono per essere popolate così densamente da far sospettare un
sovrasfruttamento del suolo.
- Il m ondo miceneo intrattiene strette relazioni con l'Oriente, soprat­
tutto con la cosca siro-palestinese e con l' Egitto. Lo provano gli oggetti
OMERO E LA STORIA

Piante comparate degli ambienti centrali dei palazzi di Tirinto, Pilo e Micene

• •
• • • •

• • • •


• •

TIRINT(J l'I/,() !11/C"ENE


- - -- -- --
JOM

Pianta del palazzo di Tirinto (metà del XIII sec. a.C.)

Legenda: A. porta; B. postierle; C. mégaron; D. corte interna; E. corte esterna; F. propilei; G. case­
matte.
(JAL MONDO MICENEO ALLE CITTÀ ARCAICHE

1\cropoli di Micene

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l. 1:(cr1da: a. porta dei Leoni; b. granaio; c. Circolo A; d. "centro cultuale"; e. quartiere sud-ovest;
f. 11alazzo; g. laboratori; h . casa delle Colonne; i. estensione nord-esc; j. discesa alla cisterna soccerra-
1 1 c a ; k . porca nord.

(Jrientali rinvenuti in Grecia, come la collezione di sigilli cilindrici sco­


f1erta a Tebe, o la ceramica micenea ritrovata in Oriente. Lo prova anche
il rinvenimento di due relitti di navi affondate al largo delle coste licie
lt1 11go la rotta dalla Siria verso l' Egeo (il relitto di Capo Gelidonya e
lj t1ello di Ulu-Burun). Si nota che dopo la morte di Amenophis III (1370
;1.C.) i testi egizi non menzionano più i Keftiu (Cretesi), apparentemen­
te soppia ntati dai Micenei, che gli Egiziani chiamano << gli abitanti dell�

is(J le al centro del Gran Verde >> . Il commercio miceneo non era total-
111e 11te assente nel Mediterraneo occidentale, come dimostrano i reperti
lii Vi vara nel Golfo di Napoli, delle isole Eolie e della regione di Taranto,
111;1 è poco probabile che in queste regioni la colonizzazione greca arcai­
c;1 sia stata preceduta da una colonizzazione micenea.
-
Le piante dei palazzi micenei di Micene, Tirinto e Pilo dell' Elladi­
C( Recente III B (1300-1:z.oo circa) sono notevolmente simili fin nelle
J
diin ensioni: uno dei tratti principali è la presenza di una grande sala tri­
p;ir tita, tradizionalmente chiamata mégaron per analogia con i palazzi
llI11e rici. Nel Peloponneso esiste visibilmente un modello di architettura
l1 al az iale ; non si può invece sapere se anche il palazzo di Tebe avesse una
OMERO E LA STORIA

pianta identica, dato che le costruzioni moderne impediscono di scavare


l'intera collina della Cadrnea, e sull'acropoli di Atene non è più possibi­
le rinvenire le tracce di un eventuale palazzo miceneo.
- Fino alla fine del XIV secolo sono le sepolture e non gli abitati a darci
le maggiori informazioni sulle élites della società micenea. I due prin­
cipali tipi di tombe sono quelle ipogee a carnera ( scavate generalmente
nel fianco di una collina) e quelle costruite a cupola (tholoi) e ricoperte
di un tumulo. In alcune regioni i personaggi più importanti e gli stessi
re furono forse seppelliti in tombe a camera, ma i due tipi di sepoltura
presentano una differenza fondamentale: le tholoi sono destinate a es­
sere viste, perché le famiglie che le utilizzano mirano a ostentare la loro
superiorità. L'interpretazione politica delle tholoi è piuttosto delicata e
il legarne tradizionalmente stabilito tra tholos e regalità non poggia su
alcuna evidenza. Se in Messenia in uno stesso sito dell'Elladico Recente
I si trovano numerose piccole tholoi, è evidente che esse non possono
appartenere tutte a dinastie regali di tipo monarchico. In compenso, si
è ancora tentati di ammettere con Alan J. B. Wace e Olivier Pelon che le
nove tholoi costruite a Micene di generazione in generazione tra il 1500
e il 1250 corrispondano alle sepolture di una successione di re.
L'eccezionale ricchezza delle tombe a fossa nonché il numero e le di­
mensioni delle tholoi di Micene ( la più grande delle quali, designata con
il nome di "tesoro di Atreo", ha un'altezza di 13,50 rn che sarà superata
soltanto dal Pantheon a Roma) suggeriscono che le tradizioni sull'ege­
monia dei re di Micene potrebbero avere un fondamento.

Le scritture egee

La scrittura propriamente detta è stata preceduta nel III millennio dall'u­


so di sigilli ç dall'impiego di singoli segni su vasi - marchi di vasaio - e s�i
blocchi di pietra - marchi di muratore. Il significato di questi "marchi''
resta oscuro: forse essi servivano a identificare gli artigiani o coloro da cui
dipendevano, venendo così a costituire un rudimento di firma.
L'uso di un sistema di segni la cui combinazione consente di mettere
per iscritto un qualsivoglia messaggio, cioè di una scrittura nel pieno
senso della parola, è attestato a Creta soltanto nel II millennio, vale a
dire mille anni più tardi rispetto alla bassa Mesopotamia e ali' Egitto.
Differenti sistemi di scrittura utilizzati nel mondo egeo non hanno nulla
in comune né con la scrittura cuneiforme - impiegata per scrivere il su-
DA L MONDO MICENEO ALLE CITTA ARCAICHE 43
'

rnero, l'accadico, l'elamita, l' ittita e molte altre lingue del Vicino Orien­
te asiatico - né, pare, con i geroglifici egizi. L'esempio delle burocrazie
orientali ha certamente stimolato i primi palazzi cretesi ad adottare que­
sto eccezionale mezzo di controllo che è la scrittura, ma i sistemi grafici
ritrovati nel mondo egeo paiono il risultato di un' invenzione locale e
non di un prestito da sistemi grafici preesistenti. Indipendenti da quelle

orientali, le cinque scritture del mondo egeo sono in compenso apparen­


tate tra loro. Esse sono le seguenti:
- il ''minoico geroglifico", cosi chiamato da Evans per via del carattere
�1ssai immaginoso di molti segni, ma che non ha niente a vedere con i
geroglifici egizi (cfr. Appendice, p. i.07);
- la Lineare A, principalmente cretese (cfr. Appendice, pp. i.07-8);
- la Lineare B, che Ventris ha dimostrato essere usata per scrivere il greco
e su cui riposa in gran parte la nostra conoscenza della società micenea;
- il cipro-minoico attestato a Cipro tra il 1500 e il 1i.oo, evidentemente
derivato dalla Lineare A8;
- il sillabario cipriota classico attestato da numerose iscrizioni dall'vIII
al 1 1 1 secolo prevalentemente per scrivere il greco, talora per notare
Lin 'altra lingua classificata come eteocipriota (in pai:ticolare ad Amatun­

te): i Ciprioti, contrariamente alle popolazioni dell'Egeo, hanno con­


servato l'uso di questa scrittura durante l'Età Oscura (xI-IX secolo). Lo
ha confermato la scoperta di una spada dell' xI secolo con l'indicazione
del proprietario, che porta il nome pienamente greco di Ofelta.
Quanto al celebre "disco di Festo� i suoi caratteri sono completa-
111en te differenti da quelli di tutte le altre scritture egee: un caso unico,
u n hapax. Nulla prova che sia stato fabbricato nell'Egeo, né che esso

dati ali' Età del Bronzo; le sue coordinate stratigrafiche non sono state
registrate : una sera del 1908 esso fu consegnato ali' archeologo italiano
responsabile dello scavo di Festo, in mezzo a un gran numero di reperti
1ni noici ... ed ellenistici. Tutte le proposte di decifrazione poggiano in
S<)mmo grado sulla fantasia.
'

I testi in Lineare B

La decifrazione della Lineare B ha profondamente modificato la nostra


vis ion e del mondo miceneo, un mondo che alcuni hanno voluto fosse il
m o dello di quello omerito. Anche se si mette in dubbio questa ipotesi,
la comparazione di tali documenti della fine del II millennio con il testo
44 OMERO E LA STORIA

dell'Iliade e dell' Odissea è interessante nella misura in cui ci consente di


situare meglio Omero. Qui ci limiteremo a qualche nozione generale sui
testi in Lineare B, che sono i più antichi documenti scritti in lingua gre­
ca; il lettore curioso di sapere ciò che essi ci permettono di intravedere
della società micenea si rivolgerà all 'Appendice (pp. 209 ss.).
I Micenei possedevano già, come vedremo, una poesia epiça, ma a
noi si è conservata soltanto la loro contabilità. I documenti in Lineare
B pubblicati fino a oggi9 sono tutti di carattere economico redatti quasi
sempre da scribi palaziali'0•

La lineare B

Tutti i documenti in Lineare B attualmente conosciuti datano all'ultimo periodo


dell'Elladico Recente (1450-12.00 ) La datazione precisa delle tavolette micenee
.

dipende da quella della ceramica cui esse sono associate, ma è necessario che le
associazioni siano state ben registrate nel corso degli scavi e che la ceramica stessa
sia ben datata. A oggi, si può dire che i diversi lotti di documenti rinvenuti nella
Grecia continentale - a Pilo (più di 1.2.00), a Micene (74), a Tirinto (2.7) e a Tebe
( 43 tavolette e 56 noduli pubblicati, 300 tavolette in corso di pubblicazione)• -
risalgono all'Elladico Recente III B (1300-12.00), senza sensibili scarti cronologici
tra di essi.
La datazione degli archivi in Lineare B di Cnosso ha suscitato un intenso dibat­
tito. Mentre Evans e molti archeologi dopo di lui datano agli inizi del XIV secolo
la grande distruzione del palazzo, durante la quale le tavolette di argilla cruda si
sarebbero cotte, il linguista Leonard R. Palmer ha voluto abbassarla alla fine del
XIII. Recentemente Jan Driessen ha suggerito che i testi in Lineare B di Cnosso non
siano tutti contemporanei: a diversi incendi parziali sarebbero seguite altrettan­
te ricostruzioni, in occasione delle quali lotti di tavolette sarebbero stati utilizzati
come materiale di riporto. D'altra parte nel 1990 si sono rinvenute a Chania due
tavolette in Lineare B, databili a colpo sicuro al Minoico Recente III B, la cui scrit­
tura assomiglia molto a quella dello scriba 115 di Cnosso: se si trattasse della stessa
mano, una parte consistente degli archivi di Cnosso andrebbe datata al XIII secolo;
ma sull' identità dei due scribi si è ben lungi dall'essere unanimi.
La Lineare B è derivata con ogni evidenza dalla Lineare A. Le differenze•• tra
i due sistemi di scrittura si spiegano senza dubbio con gli adattamenti necessari a
scrivere la lingua greca. Contrariamente ai testi in minoico-geroglifico e a quelli in
Lineare A, i testi micenei hanno un senso di lettura costante e sono destrorsi (come
la nostra scrittura). L' impaginazione dei documenti è assai più chiara: c'è un siste­
ma di rigatura, gli ideogrammi e le cifre appaiono quasi sempre in fondo alla linea.
Infine, e soprattutto, invece delle complesse frazioni minoiche i Micenei utilizzano
un sistema di misure di capacità e di peso assai semplice. Questa differenza ha sug­
gerito a Louis Godart che i Micenei possedessero un elementare sistema contabile
IJ AL MONDO MICENEO ALLE CITTA ARCAICHE 45
'

già prima di mutuare e di adattare la Lineare A; a suo avviso l' invenzione della Li-
11ca re B sarebbe coeva all'apparizione nella Grecia continentale di solide strutture
111o narchiche, vale a dire al periodo delle tombe a fossa, intorno al 1600 a.C.
· [ Alla data dell'edizione originale la parte più consistente dei documenti tebani non era stata ancora
1,11bblicata: oggi si veda V. L. Aravantinos, L. Godart, A. Sacconi, Thtbes,faui//es de la Cadmée. III.
(,ii1pus des documents d'archives en /inéaire B de Thtbes (1-433), Pisa-Roma 2.002.. Per un quadro più
.i bj; iornato della documentazione: J. Driessen, Chrono/ogy o/the Linear B texts, in Y. Duhoux, A.
,\[orpurgo Davies (eds.), A Companion lo Linear B. Mycenaean Greek Texts and their Wor/d, 1, Lou­
,·ai11-la-Neuve 2.008, pp. 69-79; per gli ulteriori rinvenimenti si veda la sezione "Nouveaux textes et
iiistru ments de travail" e in pare. la rassegna di M. Del Freo, Rapport 200/f-2010 sur /es textes en écriture
/1ilroglyphique crétoise, en /inéaire A et en /inéaire B, in P. Carlier, Ch. De Lamberterie, M. Egetmeyer
r1 11!. (éds.), Études mycéniennes 2010. Actes du XIII' co//oque inte1nationa/ sur /es textes égéens, Stvres,
/�iris, Nante11e, 20-23 septembre 2010, ("Biblioteca di Pasiphae", x), Pisa-Roma 2.012., pp. �-2.1).
·• Ì' verosimile che il mutamento non si lìmiti all' introduzione di una quindicina di sillabogrammi e
che molti dei segni omomorfi abbiano cambiato valore fonetico.

La morfologia e la sintassi del miceneo sono da ogni punto di vista


lJUelle di un dialetto greco, ma l'ambiguità della grafia rende a tracci
difficile l'interpretazione dei cesti. Casi grammaticali differenti si scri­
vono infatti allo stesso mod9 ( la forma do-e-ro della parola che significa
"schiavo" può essere al singolare nominativo, accusativo o dativo e, al
plurale, nominativo, accusativo o genitivo) . Inoltre, poiché le conso-
11a11ti in fine di parola non sono mai notate e la prima di un gruppo di
due consonanti è spesso omessa, parole differenti hanno sovente la sces­
s�1 grafia: a seconda dei contesti la forma pa-te deve essere letta pa(n)­

te(s) ''tutti", oppure pate(r) "padre". Il lettore miceneo era guidato dalla
C<>noscenza del contesto, ma per noi la scrittura micenea rimane fonte
di numerose difficoltà (si veda in Appendice la tavola dei sillabogram­
mi, p. 211 ) .

Le società micenee

Mentre le tavolette sumeriche e accadiche si contano a centinaia di mi­


gliaia , i testi in Lineare B a nostra disposizione sono meno di cinquemi­
la: si tratta di noduli'', tavolette e iscrizioni vascolari. Se alcune tavolette
"in formato pagina'' raggiungono la trentina di righe, la maggior parte
n o n supera le due linee di scrittura. Gli annali che celebrano le grandi
1 mp rese di un re, gli editti, le lettere, i trattati e gli inni su cui ci si basa
l) er tentare di ricostruire la storia evenemenziale, la diplomazia, il diritto
e l a religione dei regni orientali sono totalmente assenti nel mondo mi­
ce neo. Gli archivi in Lineare B fino a oggi ritrovati comprendono, come
OMERO E LA STORIA

si è detto, solo docum enti contabili. Inoltre, noduli e tavolette di argilla


cruda, conservatisi perché cotti a seguito di incendi, sono solo brogliacci
relativi a un arco temporale assai breve {meno di un anno per i docu­
menti fiscali). È probabile che i dati più importanti fossero riportati su
un diverso supporto, ad esempio il papiro; si aggiunga che le tavolette
sono spesso in pezzi e di lettura alquanto problematica.
Questi limiti e le difficoltà insite nella documentazione scritta mi­
cenea nll n devono scoraggiare lo storico. La decifrazione della Lineare
B da parte di Michael Ventris nel 195i. ha dimostrato che gli scribi
micenei parlavano greco, il che consente di far risalire la storia greca al
II millell nio. Essa ha altresì fatto apparire sotto i nostri occhi società
complesse e gerarchizzate di manovali, pastori, artigiani e di funziona­
ri che lavorano, pagano o incassano tributi, che talora rendono offerte
agli dèi, o ricevono equipaggiamenti militari, o sono arruolaci come
guardaco ste. John Chadwick ha paragonato il compito del miceno­
logo a quello di un agente dei servizi segreti che, ricomponendo una
folla di dettagl i apparentemente insignificanti, giunge a scoprire dei
segreti di Stato !
Le tavolette micenee, il cui contenuto appare così povero rispetto alle
iscrizio ni regali sumeriche o agli annali dei sovrani ittiti, hanno almeno
un vant'lggio: questi documenti di amministrazione quotidiana scritti
per l'uso interno sono esenti da qualsiasi forma di propaganda. Inoltre,
le indicazioni che essi forniscono, per quanto enigmatiche ai nostri oc­
chi, erano certamente chiare agli amministratori palaziali che le utilizza­
vano. A tt'oi mancherà sempre quella dimestichezza con luoghi e persone
che con sentiva ai funzionari micenei di integrare mentalmente le infor­
mazioni che ricevevano dai colleghi.
La società micenea è estremamente complessa e noi non possiamo
coglierne gli ingranaggi che in misura molto limitata {cfr. Appendice,
pp. 2.12. ss. ) . L' impiego senza sfumature di espressioni come ''feudalità'',
"modo cli produzion e asiatico" o "democrazia primitiva'' dà un' illu­
s i one di familiarità che può trarre in inganno. Dagli inizi della deci­
frazione. si è tentato di interpretare i dati micenei in base ad analogie
con l'O riente : in questo come in molti altri aspetti Michael Ventris e
John Ch adwick sono stati dei pionieri e da allora la ricerca di paralleli
orientali è proseguita senza sosta. Il problema è che l' Oriente offre
una doc \Imen tazione ricchissima e assai varia, con grandi differenze
tra un si to e l'altro e tra un periodo e l'altro ... e profondi dissensi tra
gli specictlisti.
DAL MONDO MICENEO ALLE CITTÀ ARCAICHE 47

La religione micenea

Al giorno d'oggi non disponiamo di alcun testo in Lineare B di carat­


tere espressamente religioso, né racconti mitologici, inni o preghiere, e
nemmeno quelle formule di consacrazione che sembrano figurare sulle
tavole da offerta iscritte in Lineare A. Unica eventuale eccezione la ta­
voletta V 280 di Cnosso, che potrebbe essere un calendario dei giorni
11•
fasti e nefasti
I testi relativi agli dèi sono documenti ecoi;iomici e si possono rag­
gruppare in quattro categorie : 1. liste o menzioni isolate di sacerdoti,
sacerdotesse, schiavi sacri e inservienti a diverso titolo, nonché artigia­
ni, in particolare fabbri, dipendenti dai santuari; 2. liste di terre con­
sacrate; 3. tributi richiesti ai santuari dal palazzo, ad esempio bronzo
templare requisito per scopi militari; 4. largizioni a favore dei santua­
ri e delle divinità. Per quanto riguarda quest'ultima categoria si deve
evitare di parlare con troppa facilità di offerte. Quando detentori di
una terra consacrata versano a Posidone importanti quantità di grano
o di altri prodotti agricoli a titolo di do-so-mo, si tratta di un' imposta
destinata al santuario del dio. Quando i testi menzionano la raccolta
di molti animali in vista di grandi sacrifici, è chiaro che questi ulti­
mi come nella Grecia classica saranno seguiti da grandi banchetti. In
compenso la descrizione minuziosa delle piccole quantità d'olio pro­
fumato destinate alle varie divinità in diverse occasioni suggerisce che
queste offerte obbedissero a norme rituali complesse i cui dettagli ci
sfuggono.
I nomi di numerose divinità greche di epoca classica appaiono già ne­
gli archivi micenei: Zeus, Era, Posidone, Artemide, Ermes, Ares, Ilizia,
Erinni, Dioniso (in questo caso i dati micenei impongono di rimettere '

in discussione tutte le teorie sul tardo arrivo della divinità in Grecia). E


possibile che Paidn (pa-ja-wo-ne: tavoletta KN V s 2, 2) sia già un epiteto
cultuale (epiclesi) di Apollo e che sulla stessa tavoletta, A-ta-na po-ti-ni­
ja debba essere inteso come "Atena Signora" secondo la formula attestata
in Omero. Alcune continuità sono impressionanti : Posidone è il gran
dio di Pilo come nell' Odissea; llizia, la dea del parto, è venerata ad Am-
11iso, dove il suo culto è attestato fino in epoca romana.
In compenso molti nomi di divinità micenee sono scomparsi nella
religione greca classica: è ad esempio il caso della dea cretese pi-pi-tu-na
o della dea di Pilo ma-na-sa. Inoltre il pantheon pilio conosce due dee,
di-wi-ja e po-si-da-e-ja, i cui nomi sono evidentemente derivati da quelli
OMERO E LA STORIA

di Zeus e di Posidone, ma di esse non sappiamo altro né tantomeno del


rapporto tra di-wija ed Era (quest'ultima già associata a Zeus in un te­
sto di Pilo, PY Tn 316 verso, 9 )
.

L'appellativo divino menzionato più spesso a Pilo ed egualmente at-


,

testato a Cnosso, a Micene e a Tebe è po-ti-nija, "la Signora''. E chiaro


che impiegato da solo il titolo designa sempre la grande dea locale, non
necessariamente la stessa da un regno all'altro (il contesto rende poco
probabile che il termine designi la regina umana come pure si è talora
supposto), ma quando po-ti-nija è associato a un altro termine, v'è ra­
gione d'esser cauti. Se un testo di Pilo (An 1281, 1) menzionapo-ti-nija
i-qeja, letteralmente "la Signora dei cavalli", bisogna pensare che i-qeja
sia un 'epiclesi della Grande Dea, che tra le altre funzioni avrebbe avuto
quella di proteggere i cavalli e i carri, oppure che esista una specifica dea
dei cavalli, i-qeja, qualificata come sovrana" ?
L' interpretazione dei riti pone problemi egualmente delicati. La ta­
voletta pilia Tn 316 menziona uomini e donne offerti alle divinità insie­
me a vasi d'oro: si tratta di sacrifici umani volti a stornare da Pilo scia­
gure imminenti, o più prosaicamente questi individui consacrati agli dèi
sono destinati alla funzione di inservienti o di schiavi ?

La storia politica del mondo miceneo

Oggi gli storici amano ripetere che la storia è lo studio di tutti gli aspet­
ti di una civiltà e non si limita all'enumerazione di trattati e di batta­
glie. La documentazione di cui disponiamo per il mondo miceneo è
tale da esaudire i voti degli adepti della nouvelle histoire. L'archeologia
ci permette di scrivere la storia del!' agricoltura, degli insediamenti, de­
gli armamenti, dei modi di vita e dei costumi funerari. Gli archivi in
,Lineare B ci aprono qualche spiraglio sulle strutture amministrative,
la società e la religione. In comps:nso non conosciamo con certezza
alcun nome di re miceneo, per non parlare delle dinastie e della cro­
nologia dei regni; non conosciamo in modo diretto alcun negoziato,
alcuna guerra, usurpazione o rivoluzione. Questo vuoto è dovuto uni­
camente alla natura delle nostre fonti, perché i Micenei, la cui attività
militare è evidente, non facevano parte dei <<popoli fortunati che non
hanno storia >> .
IJAL MONDO MiCENEO ALLE CITTÀ ARCAICHE 49

La fine della civiltà micenea

La fine del mondo miceneo è spesso rappresentata come una catastrofe


che colpì ali' improvviso la maggior parte dei siti intorno al 1200 a.C.,
;1nnientandoli definitivamente. Si può davvero parlare di un "crollo del
sistema palaziale"?
La storia dei siti micenei tra la fine dell' Elladico Recente III B e l'El­
ladico Recente III c, nel periodo che va ali' incirca dal 1250 al 1075 a.C.,
è in realtà assai più complessa, come ha dimostrato il prosieguo degli
scavi archeologici soprattutto in Argolide. Le prime distruzioni attesta­
te nella città bassa di Micene datano al 1250 a.C. circa: esse non sembra-
110 compromettere la potenza e la ricchezza dell'autorità palaziale, ma il

rafforzamento delle fortificazioni nel periodo successivo si spiega proba­


bilmente con un sentimento di insicurezza. Verso il 1 200 a.C. le rocche
stesse di Micene e di Tirinto subiscono importanti distruzioni, ma esse
vengono ricostruite, e la città bassa di Tirinto conosce la sua maggiore
estensione proprio all'inizio dell'Elladico Recente III c . L'abbando­
no di alcuni siti secondari dell'Argolide più che con lo spopolamento
del! ' area potrebbe spiegarsi con il concentrarsi della popolazione; sol­
tanto nell'ultimo terzo del XII secolo nuove distruzioni provocano il
progressivo abbandono dei due siti maggiori. A P ilo gli scavi condotti
da Blegen negli anni Cinquanta del secolo scorso sembravano mettere in
luce una situazione più semplice: il palazzo non fortificato sarebbe stato
distrutto brutalmente e definitivamente alla fine dell' Elladico Recente
1 1 1 B. Le conclusioni di Blegen, però, sono oggi contestate: sondaggi re­

centi suggeriscono che la città circostante il palazzo fosse fortificata, che


la distruzione del palazzo possa essere datata al 1300 a.C. circa e, soprat­
tutto, che il sito in seguito sia stato nuovamente occupato.
Alla fine di due secoli di una storia movimentata, differente di regio­
ne in regione e perfino tra l'uno e l'altro insediamento, la scomparsa dei
regni micenei e la trasformazione della civiltà micenea sono fatti incon­
testabili, ma non si è trattato né di un crollo improvviso e nemmeno di
un progressivo declino: la prima fase dell' Elladico Recente III c è nella
maggior parte dei siti un periodo di fioritura.
Nessun documento in Lineare B attualmente conosciuto è successivo
al 1200 a.C.: se ne è spesso concluso che la scrittura e tutto il sistema di
controllo palaziale siano scomparsi in seguito alle perturbazioni della
fine del XIII secolo. L'argomento è assai fragile : perché uno scavo possa
portare alla luce delle tavolette è necessario che questi documenti di ar-
so OMERO E LA STORIA

gilla cruda siano stati cotti da un incendio. Sarebbe sorprendente se tutti


gli amministratori micenei fossero stati uccisi nello stesso momento o se
avessero smesso di scrivere da un giorno all'altro. E probabile che nel XII
'

secolo qualche scriba abbia ancora tentato di tenere una contabilità, ma


che vi abbia progressivamente rinunciato, perché il controllo del centro
sul territorio si era indebolito e gli scribi non disponevano più delle ne­
cessarie informazioni. L'uso della Lineare B, e di qualsiasi altra forma di
scrittura, alla fine del 1 1 millennio in Grecia è del tutto perduto, ma può
essersi trattato di una scomparsa progressiva.
'

E dunque improprio parlare di una "caduta del mondo miceneo� dato


che il passaggio dall'apogeo dei palazzi micenei (Elladico Recente 111 B) a
un tipo di civiltà nettamente differente (quella caratterizzata dalla cerami­
ca protogeometrica) ha richieséo quasi due secoli. L'evoluzione politica e
sociale avvenuta nel corso di questo lungo periodo ci sfugge in larga mi­
sura, ma essa non pare essere stata né lineare né uniforme; eventi sismici
possono spiegare questa o quel!'altra distruzione, ma non possono render
conto del fenomeno nel suo insieme. L'ultima età micenea è un periodo
di intensa attività militare, ma non si sa se i signori delle cittadelle che
consolidavano le loro fortificazioni tentassero di difendersi dai pirati o da
invasori venuti da lontano, da ioro vicini o da sudditi in rivolta; la natura
del pericolo variava senza dubbio a seconda delle regioni e dei momenti.
Se si vuole comprendere la fine del 11 millennio nel mondo egeo, bisogna
cercare non già le cause di un unico avvenimento, ma i differenti fattori
che possono aver giocato un ruolo in un processo composito.
Il mondo egeo non è l'unico a conoscere un lungo periodo di turba­
menti alla fine del XIII e nel XII secolo. Nella stessa epoca si scompagina
l' impero ittita, molte città siriane tra cui Ugarit vengono distrutte e gli
Egizi devono respingere per due volte le invasioni dei "Popoli del Mare''.
Si devono forse attribuire ai ''Popoli del Mare" i primi attacchi che ini­
ziarono a scuotere i regni micenei ? La questione esige prudenza, perché
gli orientalisti tendono invece ad assegnare ai "Popoli del Mare" un'o­
rigine egea e a vedere nelle loro spedizioni in Oriente non la causa ma
la conseguenza degli scompigli avvenuti nell'Egeo. Di fatto, l'insedia­
mento di gruppi di origine micenea a Cipro è probabilmente un effetto
del!' instabilità che colpì alcune regioni della Grecia continentale.
L' interruzione almeno parziale delle vie commerciali che consenti­
vano ai Micenei l'approvvigionamento di rame e di stagno ha dovuto
anch'essa compromettere in maniera definitiva la loro capacità di ripresa.
o AL MONDO MICE0NEO ALLE CITTÀ ARCAICHE 51

L' Età Oscura

I più recenti testi in Lineare B oggi conosciuti datano alla fine del XIII
secolo, mentre le prime iscrizioni alfabetiche sono della metà dell'v11I.
Gli storici non dispongono dunque di alcuna documentazione scritta
per più di quattro secoli e mezzo. Per conoscere questo periodo si de­
vono comparare le successive tradizioni greche e i dati archeologici,
questi ultimi più rari e meno accuratamente indagati e studiati che per
l'epoca micenea.
Alcuni storici assumono come filo conduttore i racconti tradizionali,
limitandosi a scartarne gli aspetti giudicati inverosimili, e nell' archeo­
logia cercano soprattutto una "conferma" alla tradizione. Altri, oggi più
numerosi, tendono a respingere a priori l'intera tradizione antica e a in­
terpretare i dati archeologici in funzione di modelli di natura etnologi­
ca. Ora, i dati archeologici sono suscettibili di interpretazioni diverse;
per limitare l'arbitrarietà delle ipotesi è preferibile tener comunque con­
to delle tradizioni. I racconti tradizionali non riferiscono ifatti storici,
ma sono essi stessi dei fatti.

L'arrivo dei Dori

Quali sono i dati della tradizione ? Due generazioni dopo la guerra di


Troia gli Eraclidi, i discendenti di Eracle, riescono a riconquistare il Pe­
loponneso da cui Euristeo aveva espulso il loro antenato: al momento
di questo "ritorno" essi sono a capo dei Dori venuti dalla regione del
Parnaso chiamata Doride. Mentre gli Arcadi riescono a respingere l'in­
vasione, il che permette loro di definirsi "autoctoni", gli Achei, espulsi
dagli Eraclidi e dai Dori dall 'Argolide, dalla Laconia e dalla Messenia,
emigrano verso la regione montuosa a nord-ovest del Peloponneso che
prima si chiamava Egialea e che d'ora in avanti si chiamerà Acaia; questa
regione era occupata dagli Ioni, che, a loro volta cacciati dagli Achei, si
rifugiano ad Atene prima di andarsi a insediare sulle coste dell'Anatolia.
Gli Ateniesi respingono i Dori, ma cambiano la propria dinastia reale,
sostituendo i discendenti di Teseo, troppo poco combattivi, con i Nelei­
di originari di Pilo ; e sempre dei Neleidi s�no assunti dagli Ioni in par­
ten za per l'Asia come fondatori (ecisti) delle nuove città e come sovrani.
Asteniamoci per il momento da qualunque ipotesi sulla verosimi­
gli anza storica di queste tradizioni, limitandoci semplicemente a notare
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La Grecia nell'alto arcaismo .....

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ch e l'insieme è di notevole coerenza. Se i racconti più dettagliati sul ri­


tt)rno degli Eraclidi e sulla migrazione ionica compaiono in autori relati­
\',11n ente tardi (in particolare Strabone, Apollodoro e Pausania), è chiaro
che la loro elaborazione è assai anteriore, e incontestabili allusioni a que­
sti episodi si trovano in quantità nei poeti arcaici del VII e del VI secolo
,1 ,C., soprattutto Mimnermo di Colofone, Tirteo e Solone. Queste nar­
razioni non sono verosimilmente molto più tarde delle grandi tradizioni
epiche e mirano a spiegare le differenze tra la Grecia degli eroi evocata
dall'epopea e quella in cui vivono i Greci dell'alto arcaismo. Ovunque
in Grecia le tradizioni locali cercheranno di integrarsi in questo quadro
così ampiamente riconosciuto da potersi definire "panellenico".
Fino al IV-III secolo a.C. la situazione linguistica del mondo greco
è caratterizzata dalla coesistenza di numerosi dialetti che i Greci stessi
cl;1ssificavano in tre grandi gruppi: ionico, eolico, dorico. La ripartizione
di questi tre gruppi corrisponde grosso modo alla diffusione di alcune
caratteristiche istituzionali (la presenza di tre tribù nella maggior par­
te delle città doriche, quella di quattro tribù in molte città ioniche, il
frequente ripetersi degli stessi nomi di tribù) e di determinati culti (ad
esempio quello di Apollo Carneo presso i Dori o la festa delle Apatu­
rie tra gli Ioni). I Greci avevano coscienza di queste differenze, di cui i
racconti sulle migrazioni rendevano parzialmente conto, ma gli appelli
alla solidarietà etnica tra Dori o tra Ioni lanciati qualche volta durante la
gL1erra del Peloponneso ebbero scarsa eco.
Sono piuttosto gli storici moderni che hanno fatto dell'opposizione
tra Dori e Ioni la faglia principale del mondo greco. Mentre i primi lin­
guisti del XIX secolo spiegavano la coesistenza dei dialetti con l'arrivo in
Grecia di ondate successive di ellenofoni - prima gli Ioni, poi gli Eoli e
i nfi ne i Dori -, lo storico tedesco Karl Ottfried Miiller fin dal 1823 op­
pon eva le virtù ''nordiche'' dei Dori (ordine, disciplina, ardore guerrie­
r<>) alla decadenza degli Ioni contaminati dalle influenze corruttrici del
1ll <> ndo orientale. Il grande storico Edouard Will (1956) ha sottoposto
,

queste elucubrazioni a un'acerba critica: quello dorico è un mito moder­


no legato ad altre mitologie razziste del XIX e del xx secolo.
Fortunatamente questa fascinazione per i Dori come puri rappresen­
tanti della razza ariana non fu affatto generale, ma i dati archeologici rac­
col ti a partire da Schliemann in un primo momento hanno indotto molti
storic i a fare del!' invasione dorica una svolta fondamentale nella storia
d ell a civiltà greca: i Dori, si diceva fino a ieri, furono i responsabili della
54 OMERO E LA STORI A;)
1

distruzione dei palazzi micenei, dell'introduzione in Grecia della metal­


lurgia del ferro, della cremazione e della ceramica protogeometrica. .
I progressi dell'archeologia hanno tolto ai Dori la paternità di queste'.
innovazioni. La metallurgia del ferro viene dall'Anatolia : gli Ittiti la pa-,
droneggiavano fin dal XIV secolo e la distruzione del loro impero ha con4 •

sentito la diffusione di questo segreto prima ben custodito; la ceramic:\:


protogeometrica pare essersi sviluppata inizialmente in Attica, cioè in
una regione risparmiata dall'"invasione dorica"; infine, il passaggio dall'i­
numazione all'incinerazione, anch'esso particolarmente ben attestato in
Attica, sembra avviato già in epoca micenea: non si tratta di un fenomeno:
generale e in età geometrica si delinea anzi un'evoluzione in senso inverso.
Circa l'insediamento dei Greci sulle coste occidentali dell'Anatolia,
le tradizioni relative alle migrazioni, soprattutto a quella ionica, concor­
dano con i dati archeologici. Gli Ioni propriamente detti (i quali fin da
epoca molto antica si riunivano nel santuario del Panionion per celebra­
re il culto di Posidone Helikdnios) occupano solo la parte centrale .della
costa occidentale dell'Anatolia, da Focea a Didima, nonché le grandi
isole prospicienti di Chio e di Samo. Più a nord si insediano gli Eoli
(soprattutto a Lesbo), più a sud i Dori (in particolare a Rodi e a Cnido).
Sulla costa orientale dell' Egeo si ritrova così la stessa ripartizione dialet­
tale della sponda occidentale: da nord a sud si hanno successivamente
dialetti eolici, ionici, dorici. Una delle novità fondamentali di questo
periodo dell'Età Oscura è che ormai entrambe le sponde dell' Egeo sono
greche e lo resteranno fino alla guerra greco-turca del 19i.i..
L'arrivo dei Dori, in compenso, non ha lasciato tracce incontestabili.
Alcuni archeologi ne hanno concluso che si dovesse respingere l' ipotesi
di una migrazione dorica definendola un "archaeological non-fact''. Un
tale argomento è estremamente debole: nuovi arrivati che condividano
i costumi dei popoli invasi o che ne adottino rapidamente le usanze non
sono individuabili dall'archeologia. Non è affatto sicuro che si sarebbe-
,

ro potuti identificare gli Hyksos in Egitto o i Cassiti a Babilonia senza


disporre di documenti scritti a loro riguardo.
Cosa ci insegnano i dati dialettologici ? Senza rimettere in discussio­
ne la distinzione dei tre grandi gruppi dialettali (eolico, ionico, dorico),
i linguisti ne hanno identificati altri due, l'arcadico-cipriota da una parte
(la parentela tra il dialetto parlato sulle montagne dell'Arcadia e la lon­
tana Cipro è un fatto notevole) e dall'altra i dialetti greci del nord-ovest,
vicini a quelli dorici, ma da essi ben distinti. La genesi di queste differen­
ziazioni è stata oggetto di un lungo dibattito: molti tratti dialettali sono
!JAL MONDO MICENEO ALLE CITTÀ ARCAICHE ss

il risultato di evoluzioni linguistiche avvenute nella Grecia medesima


11el 1 1 o nel I· millennio, ma è possibile che il greco abbia sempre pre­
sentato varianti dialettali fin dall'epoca della sua formazione all' interno
lfella famiglia linguistica indoeuropea. L'evoluzione di una lingua non
;ivviene in modo arbitrario'l. Un dialetto ricco di forme primitive come
il dorico non può essere l'esito di dialetti più "evoluti"; il greco utilizzato
tf ;1gli scribi micenei è invece alquanto affine ali' arcadico-cipriota e pre­
senta tratti "evoluti" rispetto ai dialetti dorici: per lungo tempo se ne è
concluso che i Dori non possano essere i discendenti dei Micenei e che
tfL1nque siano giunti nel Peloponneso durante l'Età Oscura.
Questa interpretazione è stata contestata da John Chadwick (1976b).
I l linguista svizzero Ernst Risch aveva cercato di spiegare alcune (peraltro
rare) varianti fonetiche e grammaticali ali' interno degli archivi in Lineare
B con l'interferenza di due dialetti, il "miceneo normale", la lingua abi­
tualmente usata dalla cancelleria, e il "miceneo speciale", corrispondente
;1]la lingua parlata, di cui gli scribi avrebbero lasciato di tanto in tanto
penetrare qualche forma nei testi da loro stilati. I tratti peculiari del "mi­
ceneo speciale" secondo Chadwick sarebbero tipici del dialetto dorico;
il dorico sarebbe insomma la lingua parlata ·dagli strati popolari dei rea­
mi micenei e dalla maggior parte dei Greci di Creta, mentre il "miceneo
normale" sarebbe la lingua curiale di una ristretta élite il cui stile parlato e
scritto avrebbe subìto una forte influenza minoica. Sarebbe dunque inu­
tile, secondo Chadwick, ipotizzare un'invasione dorica: la caduta dei pa­
lazzi micenei, liberando le popolazioni del Peloponneso dai loro domina­
tori, avrebbe consentito ai Dori già presenti di emergere in primo piano.
La teoria di Chadwick crea più difficoltà di quante ne risolva. Come
spiegare che i poveri contadini d'Arcadia abbiano adottato e conservato un
dialetto affine a quello delle élites palaziali minoizzanti ? Come spiegare la
parentela tra il dorico e il greco nord-occidentale ? Come spiegare la genesi
delle tradizioni sul ritorno degli Eraclidi ? Aggiungiamo che molti linguisti
ritengono inutile ricorrere all'ipotesi di un "miceneo speciale" per render
conto di qualche variante presente nei testi in Lineare B, e che lo stesso
Risch non ammetteva che il "miceneo speciale" potesse essere dorico.
L' ipotesi più verosimile sul!' arrivo dei Dori si avvicina alquanto alle
tradizioni antiche. Gruppi di Dori provenienti dalla Grecia nord-occiden­
t�ll e, e in particolare dall' Epiro, si sarebbero progressivamente insedia­
ti in gran parte del Peloponneso, approfittando dell' indebolimento e
LJuindi della scomparsa delle organizzazioni palaziali nonché del rela­
tivo spopolamento della regione. Il loro arrivo è difficile da individuare
56 OMERO E LA STORIA.

dal punto di vista archeologico perché essi non sono totalmente estranei
al mondo miceneo e perché nelle loro file potevano persino trovarsi de­
gli esuli peloponnesiaci (gli Eraclidi).

Dark Ages

All'epoca che va dalla fine dell'Elladico Recente III B ali' inizio dell'vIII
secolo, o a una parte di essa, gli archeologi anglosassoni danno spesso il
nome di Dark Age o Dark Ages.
L'espressione ha due significati: il primo è incontestabile, perché su
queste "età oscure'' siamo male informati; il secondo, che suggerisce che
queste ''età buie" siano state un'epoca dalle condizioni di vita partico­
larmente grame, è più discutibile. Nel suo libro The Dark Age ofGreece
del 1971, che resta il fondamentale lavoro di sintesi sul periodo, Anthony
Snodgrass ha tracciato un quadro del tutto negativo: spopolamento, po­
vertà, minuscole comunità reciprocamente isolate, quasi totale interru­
zione dei rapporti tra la Grecia e il resto del mondo.
Il progresso delle ricerche archeologiche nel corso dell'ultimo venti­
cinquennio induce a sfumare questa analisi. Le tombe del sito di Lefkan­
di in Eubea testimoniano una grande ricchezza e duraturi contatti con
l'Oriente già dall 'xI secolo. In più, nel cuore della necropoli di Toumba,
a Lefkandi, si è scoperto un grande edificio absidale della prima metà
del X secolo, di proporzioni eccezionali (so x 1 4 m) e circondato da un
peristilio di colonne lignee, in cui si sono rinvenute due fosse funerarie
contenenti l'una i resti di quattro cavalli, l'altra uno scheletro femminile
coperto di gioielli e un'urna funeraria di bronzo di origine cipriota con
le ceneri di un uomo. Le circostanze della scoperta dovuta a lavori di
bulldozer non consentono di sapere se l'edificio fosse un heroon eretto
sopra le tombe dei personaggi venerati o se si trattasse di una dimora
principesca in cui i signori del luogo fossero stati sepolti dopo la morte.
Molti siti dell'Età Oscura sono stati scavati nel corso degli ultimi
anni, ma le pubblicazioni definitive sono ancora assai poche'4• Dalle in­
dicazioni attualmente disponibili si ricavano due conclusioni:
1. durante l'Età Oscura l'evoluzione delle diverse regioni non avviene
in modo parallelo; e per render conto di questa diversità non basta op­
porre una costa egea relativamente prospera e aperta a una Grecia occi­
dentale e meridionale spopolata e isolata;
IJAL MONDO MICENEO ALLE CITTÀ ARCAICHE 57

JJianta dell'edificio di Lefkandi


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PORTICO NORD
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� �----'= -��-"'°"'·

J·i1r1te: M . Kaplan, N. Richer, le monde grec, histoire ancienne, Bréal, Rosny 199s.

i. . anche lì dove il declino demografico, economico e tecnologico è evi­


dente nell'xI secolo, questa tendenza si inverte a partire dal X'1•
Le ipotesi sull'evoluzione delle strutture politiche nel corso dell'Età
Oscura si basano in gran parte sul testo omerico, come vedremo nel
CAP. 6. Ci preme qui osservare che la tesi secondo cui il mondo greco

sarebbe ricaduto in una situazione pre-politica, caratterizzata dalla giu­


stapposizione di piccole comunità isolate preoccupate esclusivamente
della sopravvivenza, è teoria contestabile, estrapolata da un quadro ar­
cheologico che lo stesso Snodgrass ha poi notevolmente sfumato.
In Grecia la cronologia dell'inizio dell'Età del Ferro, così come quella
dell'Età del Bronzo, si fonda principalmente sulla ceramica. Alle tarde
ceramiche micenee dell' Elladico Recente III B subentra in Attica uno
stile particolare che segna la transizione al protogeometrico, il submi­
ceneo ( 1075-102.5 a.C. circa); in altre regioni le modalità del passaggio
al protogeometrico sono meno chiare. La ceramica protogeometrica
(1o i.5-900 a.C. circa) si caratterizza per l' impiego di un tornio più ve­
loce e per una decorazione a semplici motivi geometrici tracciati con
gran cura. Quanto alla .ceramica geometrica (900-700 a.C.), essa è ca­
ratterizzata da forme via via più varie, dalla produzione di grandi anfore
come quelle del Dipylon ad Atene, da una combinazione sempre più
raffinata di motivi geometrici e, alla fine del periodo, dalla ricomparsa
lii scene figurate. L'espressione ''Grecia geometrica'' è una discutibile eti­
chetta ricavata dalla ceramica (come ha recentemente ricordato Claude
Rolley'6, la scultura di epoca geometrica non ha nulla di geometrico), ma
questa terminologia ha almeno il vantaggio di essere cronologicamente
t1nivoca, mentre la fine dell' Età Oscura e l' inizio dell'arcaismo vengono
58 OMERO E LA STORIA.

collocati in epoche diverse a seconda della data che si attribuisce alla.


ricomparsa della scrittura in Grecia.

Origini dell'alfabeto in Grecia

Dalla metà del II millennio almeno, alcune comunità parlanti lingue se­
mitiche occidentali avevano messo a punto un sistema di scrittura fone­
tica che notava le sole consonanti; una versione cuneiforme di questo si­
stema grafico destinato alla scrittura su argilla è ben attestata a Ugarit nel
XIV e nel XIII secolo (documenti di carattere scolastico mostrano che i
segni si susseguono già nell'ordine che sarà quello del nostro alfabeto).
A partire almeno dall' XI secolo, la maggior parte delle popolazioni di
Siria e Palestina - gli Arail}ei, gli Ebrei e i Fenici - utilizzano sistemi af­
fini di notazione delle consonanti, con segni grafici parzialmente curvi­
linei destinati a supporti diversi dall'argilla come il papiro, la pergamena
e le tavolette lignee coperte o meno di cera.
'

E indubbio che l'alfabeto greco sia derivato da queste scritture semi-


tiche occidentali, principalmente se non esclusivamente da quella feni­
cia: lo provano la forma dei segni, il loro valore fonetico e il loro ordine
negli alfabetari. La grande innovazione dei Greci è stata la notazione
delle vocali: alcuni segni che esprimevano consonanti fenicie estranee
al sistema fonetico greco hanno ricevuto un valore vocalico (a partire
dall' aleph che è divenuto alpha). E possibile che la via che condusse
'

ali' invenzione dell'alfabeto nel pieno senso della parola sia stata addi­
tata ai Greci dall'uso semitico di vaw e di yod come matres lectionis per
suggerire una vocalizzazione.
Il problema è sapere quando i Greci hanno mutuato e adattato la
scrittura fenicia, e perché.
Le prime iscrizioni greche alfabetiche datano alla seconda metà del­
l ' vIII secolo. Le più antiche, risalenti al periodo 750-650 a.C., sono ta­
lora dipinte su vasellame, assai più spesso graffite soprattutto su vasi, più
raramente su pietra. Tra le iscrizioni di breve estensione si trovano indi­
cazioni di possesso ( <<io appartengo al Tale >>), dediche e alcuni epitaffi.
Qualche iscrizione più lunga merita qui un commento a parte. Una
oinokhoe (brocca per versare il vino) geometrica dal Dipylon di Atene,
datata al 740-730 a.C., reca il seguente graffito che comincia con un
esametro: <<quello dei danzatori che balla con più agilità, a lui questo
vaso ... >> '7• La famosa "Coppa di Nestore� un'umile coppa geometrica di
IJA.L MONDO MICENEO ALLE CITTA ARCAICHE 59

tàbbricazione rodia di piccole dimensioni rinvenuta nella tomba di un


ragazzo di una necropoli di Ischia (720 a.C. circa), reca un graffito di tre
ve rsi, di cui due esametri: << io sono la coppa di Nestore piacevole a bersi;
chi m'avrà.vuotata, subito lo coglierà desiderio di Afrodite dalla bella co­
rona >> '8. Chi nella lontana colonia euboica di Pitecussa ha inciso questi

ere versi, forse alla fine di un banchetto, non solo conosce bene l'Iliade,
1na si è divertito a imitare le formule di maledizione come quella rinve­
nuta a Cuma: <<Sono la lékythos di Tataie. Chi mi ruba, sia colpito da
cecità >> ( 675-650 a.C. circa)'9• I giochi verbali del graffito della "Coppa di
Nestore" testimoniano un notevole virtuosismo nell'uso della scrittura.
A Tera, intorno al 700 a.C., alcune pareti rocciose sono state coperte
di dichiarazioni pederotiche: <<il Tizio è bello>> , <<il Tale danza bene
e mi ha dato piacere >> , <<è qui, per Apollo, che X ha posseduto Y>> (al

d i sopra di uno dei due nomi un compagno faceto ha aggiunto pornos,


"prostituto")10• E chiaro che lajeunesse dorée dell'isola di Tera sa leggere
'

e scrivere e fa dell'alfabeto un uso erotico e ludico.


Le prime iscrizioni greche in nostro possesso indicano il momento
in cui si è iniziato a scrivere su vaso o su pietra, per divertirsi e per darsi
lustro tra altri privilegiati in grado di apprezzarlo. In questi documenti
la padronanza della scrittura è così perfetta da presupporre una già lun­
ga esperienza nell'uso dell'alfabeto.' Anche in questo caso l'argomento
e silentio è fallace. Noi possediamo pochissime iscrizioni fenicie perché

i Fenici utilizzavano soprattutto il legno e il papiro. I Greci che hanno


inventato l'alfabeto non furono probabilmente né i simposiasti di Ischia
n é gli erastdi di Tera, ma mercanti greci in rapporti con commercianti
fenici, che utilizzarono gli stessi tipi di supporto dei loro interlocutori
per registrare lo stesso tipo di informazioni: titoli di proprietà, conteggi
e contratti. I luoghi dove Greci e Fenici si sono trovati a stretto contat­

to nel x e nel IX secolo sono numerosi: l'Eubea, Creta (si è rinvenuto


un vaso di bronzo con iscrizione fenicia del x secolo a Tekke, vicino a
Cnosso, nonché un santuario fenicio a Kommos del IX secol9), Cipro,
Al-Mina alla foce dell'Oronte in Siria, e anche le coste del Mediterraneo
o cci dentale, che Fenici ed Eubei andavano esplorando nello stesso torno
d i tempo (una presenza fenicia è ben attestata a Pitecussa fin dalla fine
d ei IX secolo).
Le prime iscrizioni sono vergate in alfabeti locali nettamente distinti
t ra loro. I tratti comuni sono abbastanza evidenti perché li si possa far
ris alire a un medesimo archetipo (un gruppo di Greci, in un dato luo­
go a una determinata data ha adattato la scrittura fenicia alla notazione
60 OMERO E LA STORIA.I '

'

'
'

del greco). Ma le differenze sono abbastanza rilevanti perché si debba�


supporre tra il momento dell'invenzione e i nostri primi documenti un
periodo di diffusione relativamente lungo, durante il quale presero piede
varianti regionali.

L 'epoca arcaica

L'alto arcaismo (fine IX-VIII secolo) è un periodo di molteplici innova­


zioni, ognuna delle quali amplifica gli effetti delle altre: intensificazio­
ne dei contatti con l'Oriente, esplorazione dei mari lontani e inizio del
movimento coloniale, crescita demografica, sviluppo dei grandi santuari
panellenici (le prime offerte a Olimpia paiono datarsi al x secolo), esal­
tazione del passato acheo e sviluppo dei culti eroici, costruzione dei pri­
mi templi (l'Heraion di Samo fin dall'v111 secolo), guerre tra vicini che
talora hanno comportato la creazione di vaste coalizioni (ad esempio la
'

guerra lelantina in Eubea e la prima guerra messenica). E altresì in questo


periodo che molti storici moderni collocano la ''nascita della città''. A
questo problema controverso l'analisi dell'epopea omerica apporta qual­
che indizio di soluzione cui accenneremo nel CAP. 6.
Una gran messe di tradizioni suggerisce che molte città greche siano
state inizialmente governate da re e che le dinastie regali siano state rove­
sciate o parzialmente esautorate in conseguenza di loro errori. Conoscia­
mo pochi dettagli sui regimi aristocratici nella maggior parte delle città
del VII secolo: possiamo immaginare lotte accanite tra le grandi famiglie
cui spesso si aggiungevano conflitti per il possesso della terra tra gran­
di proprietari e contadini poveri, e rivendicazioni per una distribuzione
meno ineguale dei diritti politici. Non sorprende che le due figure più
rappresentative dell'epoca arcaica siano il legislatore e il tiranno. Inizial­
mente la tirannide è una reazione di tipo monarchico: i tiranni si fanno
spesso chiamare ''re'' e tentano di ricondursi alle dinastie eroiche. I tiranni
sono anche aristocratici di successo, che dispiegano la loro magnificenza e

con i quali i nobili di tutta la Grecia cercano volentieri alleanze matrimo-


niali. Tuttavia, per avere la meglio sugli aristocratici della loro città - <<le
spighe più alte >> che, secondo il racconto di Erodoto (5, 92.), il tiranno
Trasibulo avrebbe consigliato al tiranno Periandro di tagliare -, i tiranni
sono spesso obbligati ad appoggiarsi al popolo; ragion per cui può acca­
dere che, dopo una tirannide come quella dei Pisistratidi ad Atene (560-
510 a.C.), la situazione sia propizia per una evoluzione__democratica.
2-
Genesi e trasmissione dei poemi

La tradizione orale della poesia

<<Ulisse dai mille inganni>>, <<Aurora dalle dita di rosa >> o <<Era dalle
bianche braccia>> : questi epiteti che ricorrono così spesso nell'epopea
omerica sono noti a tutti. Dobbiamo attribuire questo stile formulare
a carenza immaginativa del poeta o, al contrario, vedervi il marchio di

un'estetica raffinata, attenta a creare sottili effetti di eco ?


Come ha mostrato l'americano Milman Parry negli anni Venti del
Novecento, gli epiteti omerici costituiscono un insieme coerente e rigo­
roso, strettamente legato alla metrica. A seconda della cesura prescelta,
Achille è, al nominativo, <<dai piedi leggeri>> , <<divino>>, <<divino dai
rapidi piedi >> o << figlio di Teti dalla bella chioma>> ; al vocativo è << simile
agli dèi >> ; all'accusativo in fine di verso è <<conquistatore di città >> ; è
<< figlio di Peleo>> al genitivo dopo la cesura e << valoroso>> al dativo a
inizio di verso. A una determinata posizione metrica e a un certo caso
grammaticale corrisponde in genere un epiteto, e uno solo. Un simile
repertorio di formule, utilizzato in modo così ''economico� non può
essere la creazione di un giorno : Parry ne ha potuto concludere che i
poemi sono l'eredità di una lunga tradizione di improvvisazione orale.
Questa conclusione ha ricevuto conferma dalle ricerche che Parry e il
suo allievo Alan B. Lord hanno condotto nell' intervallo tra le due guer­
re mondiali sulla poesia orale iugoslava. In Serbia e in Bosnia bardi illet­
terati continuavano a cantare le imprese della lotta contro i Turchi nel
XIV secolo - in particolare la battaglia della Piana dei Merli in Kosovo -

e sviluppavano nuove varianti dei racconti tradizionali combinando con

virtuo sismo formule antiche'. Molti altri esempi di poesia epica orale
ancora vitale sono stati indagati da allora, soprattutto in Africa.
La composizione dei poemi omerici è stata certamente preceduta
da secoli di poesia orale. Ma è possibile essere più precisi ? Benché gli
OMERO E LA STORIA.

archivi in Lineare B non comprendano alcun documento di carattere


poetico, è probabile che nel mondo miceneo vi fossero degli aedi e che
costoro esercitassero la loro arte soprattutto nei palazzi: un affresco del
mégaron di Pilo rappresenta una lira e una tavoletta di Tebe menziona
due suonatori di lira (ru-ra-ta-e)'. Inoltre, come ha dimostrato il lingui­
sta olandese Cornelis J. Ruijgh, il greco di alcune formule dei poemi è
assai più antico della lingua delle tavolette; in altre parole, la tradizione
epica ha iniziato a costituirsi in epoca pre-micenea. Si è così ipotizzato
che i Minoici avessero sviluppato una poesia epica prima dei Micenei:
la famosa battaglia navale rappresentata su un affresco di Tera potrebbe
anche illustrare un episodio di questa epopea minoica. Alcuni, risalendo
ancora più indietro, arrivano a ipotizzare che Iliade e Odissea riprenda­
no formule e temi risalenti a prima della dispersione indoeuropea e che
si ritrovano nella tradizione sanscrita del Mahabharata3• Si tratta però
di un'ipotesi fragile: è davvero necessario invocare una comune eredità
indoeuropea per spiegare che l'epopea greca e quella indiana esaltino
parimenti la "gloria immortale" degli eroi ?
Si può supporre che già gli aedi pre-micenei e micenei celebrassero
assedi e combattimenti, addii e ritorni di guerrieri alla propria dimora,
benché nessun indizio consenta di ricostruire i miti eroici dell' Età del
Bronzo in cui questi episodi tradizionali potevano inserirsi. L' intento
di celebrare la guerra di Troia si situa probabilmente nel periodo di de­
cadenza di Micene, allorché alcuni aedi avrebbero esaltato il ricordo di
'

un remoto passato glorioso di cui il pubblico aveva nostalgia. E tuttavia


possibile che le origini-del ciclo troiano entro il quale si collocano Iliade
e Odissea siano insieme più antiche e più complesse. Un testo religio­
so ittita di Boghaz-Koi, a quanto pare del XIII secolo, menziona infatti
in un rituale la recita di un poema luvio4 ·di cui noi conosciamo solo
il primo verso : <<Quando essi tornarono dalla ripida Wilusa ... >> 1• Se la
<< ripida Wilusa>> è la << ripida Ilio>> , come è abbastanza verosimile, ciò
proverebbe che fin dal XIII secolo esisteva un poema anatolico su Troia.
Ben inteso, il titolo del poema non dice chi ritorni da Troia né dopo
quale impresa, ma suggerisce che un'epopea anatolica possa aver celebra­
to dei combattimenti intorno a Troia prima o contemporaneamente al
costituirsi della tradizione greca sulla guerra troiana.
'

E probabile che durante la genesi dei poemi qualche aedo abbia avuto
nozione di epopee orientali e ne abbia tratto ispirazione: a tal proposito
si è notato che Gilgamesh come Achille si dispera alla morte del suo
compagno d'armi, e che discende nel mondo dei defunti come Ulis-
GE NESI E TRASMISSIONE DEI POEMI

se. Alcune di queste affinità possono tuttavia spiegarsi con la semplice


;1nalogia degli schemi epici universali: l'influenza della poesia orientale
s ull'epopea omerica è meno evidente che sulla Teogonia di Esiodo.
Non c 'è dubbio che in Grecia vi furono molti poeti prima di Ome­
ro. I grecisti della scuola neo-analitica hanno indagato le fonti dei due
poemi: a loro avviso, ad esempio, il racconto della morte.di Patroclo, nel
canto 16 dell'Iliade, si ispirerebbe alla morte di Achille così come era
narrata in un poema perduto, I'Achilleide. Sarebbe appassionante poter
c omparare Omero con la tradizione epica anteriore, ma, nella quasi co­
rale assenza di indicazioni esterne ai poemi omerici, le ipotesi rimango­
no inverificabili. Inoltre, se è innegabile che Iliade e Odissea siano state
precedute da secoli di celebrazione degli eroi della guerra di Troia, non
si può concluderne che Omero si sia ispirato ai predecessori per imitarli
e per distinguersene, così come Virgilio ha fatto con Omero stesso. Si
può ben dubitare che alcun poema epico precedente l'epopea omerica
abbia mai acquisito la celebrità e la relativa fissità di un'opera letteraria
r1conosc1uta.
• •

Nelle diverse tradizioni di poesia orale, i bardi affermano costante­


mente di non inventare nulla, ma di celebrare gli eventi occorsi come li
hanno intesi narrare o come li detta loro la Musa. Di fatto, è abbastanza
raro che essi recitino un testo appreso a memoria; il più delle volte im­
provvisano, ancorché su temi tradizionali, aiutandosi con formule già
note. Quando un bardo riprende un racconto che è stato cantato da un
altro, si sforza di narrarlo meglio, aggiungendo dettagli, descrivendo in
modo più accurato le scene, facendo meglio comprendere l'azione dei
personaggi. Talora è il pubblico a indicargli i soggetti che vuole ascolta­
re : è ciò che fa Ulisse presso i Feaci quando chiede ali'aedo Demodoco
di cantare la presa di Troia (Odissea, 8, 49i.-498). I racconti tradizionali
si trasmettono così di generazione in generazione, ma continuamente
modificandosi.
Il più breve canto menzionato nell' Odissea, gli Amori di Ares e A.fro­
dite (8, i.66-366), non conta che un centinaio di versi; i Racconti presso
Alcinoo (canti da 9 a 1i.) constano di più di i..100 versi e la loro recita si
estende per buona parte della notte. La maggior parte dei canti di bardi
che improvvisano oralmente sono di lunghezza intermedia; è raro che
u n poema sia ampio a tal punto che la sua esecuzione si prolunghi per

p iù giornate. Non che la composizione di poemi molto lunghi sia al di


sopra delle capacità di un bardo privo dell'ausilio della scrittura: su ri­
chiesta di Milman Parry, itpiù dotato dei guzlari illetterati di Novi Pa-
OMERO E LA STORIA

zar, Avdo Mededovié, improvvisò in parecchi giorni un poema di 12.000


versi {lungo cioè quasi quanto l' Odissea); questo tour defarce eseguito su
richiesta di un osservatore straniero e non del pubblico abi tuale costi­
tuì tuttavia un'eccezione rispetto alla pratica tradizionale. Le occasioni
di riunione di uno stesso pubblico per più giorni di seguito non sono
frequenti, ma anche una festività di più giorni non basta a dare luogo a
lunghi poemi: nella Bosnia musulmana, dove il periodo del Ramadan
invitava a lunghe veglie per trenta notti consecutive, i guzlari incontrati
da Parry e Lord cantavano ogni notte una storia differente.

La composizione dei poemi omerici

La recita dell'Iliade richiedeva probabilmente quattro giorni, quella


dell' Odissea tre6• I poemi omerici si iscrivono in una tradizione di cre­
azione poetica orale che ha paralleli in numerose regioni del mondo,
ma essi si distinguono dalla consueta poesia orale soprattutto per la loro
eccezionale lunghezza.
Queste dimensioni sono state spesso spiegate come il risultato del
tardo assemblaggio di brevi poemi precedentemente separati avvenuto
su ispirazione dei Pisistratidi, tiranni di Atene tra il 560 e il 5 10 a.e. Tale
'

ipotesi risale ali' abate d'Aubignac, che nelle sue Conjectures académiques
sur ['Iliade del 1666 tentava così di spiegare quelli che giudicava erro­
ri flagranti di Omero e soprattutto le ripetizioni. La teoria fu ripresa
dal tedesco Friedrich August Wolf nei suoi Prolegomena ad Homerum
{1795): la scrittura non sarebbe comparsa in Grecia che verso il 650 a.e.
e Omero, un "poeta di genio" illetterato, avrebbe composto brevi poemi
che so.lo assai più tardi sarebbero stati riuniti e pubblicati da un ''poeta
di talento" della corte dei Pisistratidi7• Ispirandosi al tempo stesso a Wolf
e a Parry, alcuni grecisti contemporanei affermano che l' idea di un ''au­
tore'' nel campo della poesia orale non abbia senso e che dunque non si
dovrebbe più parlare di Omero, ma di una lunga catena di ''composizio­
ni performative'', che sarebbero rimaste a uno stato estremamente "flu­
ido" fino a che i Pisistratidi fecero riunire per iscritto alcune di queste
creazioni orali.
Questa tesi, che assegna a un "redattore" dell'ambiente dei Pisistra­
tidi un ruolo prevalente nella composizione dell'Iliade e dell'Odissea,
è spesso ripresa ancor oggi sotto forme diverse, ma è suscettibile di nu­
merose obiezioni. I suoi sostenitori infatti invocano impropriamente
c;ENESI E TRASMISSIONE DEI POEMI 65

alcune testimonianze antiche. Nell'Ipparco (i.i.8 B) lo Pseudo-Platone8


osser va che Ipparco, figlio di Pisistrato, <<introdusse ad Atene i poemi
omerici e costrinse i rapsodi a recitarli in forma continuativa durante le
Panatenee >> ; di una compilazione non si parla. Dal canto suo Cicerone
elogia Pisistrato per << aver per primo disposto i libri di Omero, prima in
disordine, nell'ordine che conosciamo>> (De Oratore, 3, 137 ): questa for-
1nulazione più che a una compilazione allude al restauro di opere la cui
integrità era stata compromessa. Infine e soprattutto, nel Contro Apione9
(1, 1 i. ) Flavio Giuseppe dichiara: <<Non si trovano presso i Greci scritti
anteriori alla poesia di Omero, ed è chiaro che il poeta ha vissuto molto
tempo dopo la guerra di Troia. Si dice perfino che Omero non abbia
lasciato per iscritto la sua poesia, ma che inizialmente la si sia trasmessa
con il canto prima di riunirla, ed è per questa ragione che vi si trovano
molte incongruenze >> . Questo testo, dall'argomentare assai serrato, ha
un carattere polemico: esso mira a dimostrare che le tradizioni giudai­
che sono assai più antiche di quelle greche, e comunque non fa alcuna
menzione dei Pisistratidi.
La tradizione antica prevalente da Erodoto ad Aristarco attribuisce
la composizione dei poemi a un Omero che precede di parecchi secoli
i Pisistratidi. La testimonianza di Erodoto ( i., 53) è particolarmente in­
teressante: lo storico di Alicarnasso riferisce che Omero ed Esiodo sono
vissuti non oltre quattro secoli prima di lui, vale a dire, se si data la reda­
zione di questo passo al 440 circa, verso 1'840 a.C. La data proposta da
Erodoto pare il risultato di ricerche personali (forse a partire da genea­
logie), ma egli non ne offre alcuna spiegazione. Ciò che è certo è che nel
contesto del II libro, in cui cerca di rintuzzare la presunzione dei Greci,
lo storico, se ne avesse avuto notizia, non avrebbe omesso di segnalare
una tradizione che abbassasse la composizione dei poemi omerici all'e­
p oca dei Pisistratidi.
Non è facile individuare nell'arte greca le prime rappresentazioni fi­
gurative dell'Iliade e dell' Odissea, perché gli artisti potrebbero essersi
ispirati a versioni pre-omeriche di un dato episodio. Il fatto che l' acce­
ca mento di Polifemo sia rappresentato su diversi vasi dell'inizio del VII
secolo non prova che i pittori conoscessero l' Odissea, perché la storia del
Ciclope, indubbiamente popolare da lungo tempo, doveva figurare nel
repertorio di numerosi narratori. In compenso, l'interesse per il duello
di Ettore e Menelao sopra il corpo di Euforbo, quale si può vedere su
Li na coppa di Camiro databile al 630 circa a.C., riguarda soprattutto il
contesto in cui l'episodio si inserisce nel canto 17 dell'Iliade, tra la morte
66 OMERO E LA STORIA

di Patroclo e quella di Ettore. Ugualmente il graffito inciso a Ischia ver­


so il 730-720 a.e. che assimila un modesto vaso geometrico alla "coppa
di Nestore" è un'evidente allusione allo straordinario oggetto descritto
nell'Iliade, la coppa d'oro a quattro anse sormontate da colombe (11,
,
632-635)10• A quest'epoca l'Iliade era celebre in tutto il mondo greco fin
nelle più lontane colonie occidentali.
Intorno al 600 a.e. il tiranno elistene di Sicione (il nonno del gran­
de legislatore ateniese) fece interdire dalla sua città la recita dei poemi
omerici perché gli Argivi nemici di Sicione vi erano troppo spesso cele­
brati (Erodoto, 5, 67 ). Numerose fonti riferiscono che intorno alla stessa'
epoca Solone si appellò ai due versi dell'Iliade in cui Aiace schiera le
sue navi dopo gli Ateniesi (2, 557-558) per sostenere le rivendicazioni di
Atene su Salamina, ma che i Megaresi ribatterono che era stato Solone
stesso a introdurre in modo fraudolento quei versi nel poema. Il testo
dell'Iliade aveva dunque un'autorità panellenica ben prima di Pisistrato
ed è questa ragione che rendeva utile modificarlo o accusare gli avversari
di interpolazione.
Anche l'esame della lingua dei poemi rinvia a una composizione assai
anteriore all'epoca dei Pisistratidi. Il dialetto che domina nella lingua
poetica di Omero è lo ionico: il linguista eornelis J. Ruijgh ha sottopo­
sto a sistematica comparazione lo ionico dei poemi omerici con quello
del poeta Archiloco di Paro, la cui opera data alla metà del VII secolo, e
ha dimostrato che lo ionico di Omero è assai più �caico; anche tenendo
conto del conservatorismo della lingua epica, è necessario ipotizzare uno
scarto cronologico di oltre un secolo''.
Infine, l'analisi dei due poemi omerici prova che non si tratta di
compilazioni ottenute giustapponendo e combinando numerosi episo­
di, ciascuno dei quali sarebbe in precedenza appartenuto a un'epopea
indipendente. La differenza tra il Mahabhdrata e ciò che sappiamo dei
poemi del ciclo troiano è assai marcata. Parry e Lord avevano notato
che i migliori bardi serbi e bosniaci criticavano i narratori che si accon­
tentavano di combinare racconti anteriori, ed erano molto fieri di saper
amplificare una storia. Allo stesso modo Iliade e Odissea sono le amplifi­
cazioni di racconti relativamente semplici, non compilazioni.
All' inizio dell 'vIII, se non alla fine del IX secolo, un aedo partico­
larmente dotato e che padroneggiava perfettamente un ricco repertorio
tradizionale relativo alla guerra di Troia decise di comporre un lungo
poema sull'ira di Achille. Fu senza dubbio in occasione di una festa
religiosa che egli presentò questa epopea di nuovo tipo davanti al mede-
GENESI E TRASMISSIONE DEI POEMI

sinio pubblico durante più giorni consecutivi''. Vi si ravvisò subito un


capolavoro che superava tutta la poesia epica precedente, e uditori di­
versi chiesero al poeta di ripeterlo davanti ad essi. Il successo dell 'Iliade
incitò altri aedi ad apprenderla per riproporla più o meno fedelmente.
Emerse così il primo grande classico della letteratura occidentale. Venti
o trent'anni più tardi un altro aedo assai dotato'3, nel tentativo di gareg­

giare con l'autore dell'Iliade, compose un altro lungo poema sul terna
del ritorno di Ulisse. Vinse la scommessa: l' Odissea fu salutata a sua
volta come un capolavoro.
Quando si parla dell' improvvisazione di un bardo illetterato, si in­
tende che egli trova le parole, le formule e una parte dei terni trattati nel
corso stesso della recitazione, ma ciò non significa che egli non prepari la
sua perfo1mance. Parry e Lord osservarono che molti dei migliori guzla­
ri chiedevano la dilazione di un giorno prima di "improvvisare" su un
dato terna. I bardi serbo-croati ponderavano soprattutto la scelta degli
episodi, la struttura dell' intreccio, il carattere dei personaggi, la parte da
assegnare ai combattimenti e ai discorsi. Durante ogni recita, notavano
quali passaggi avessero avuto più successo e quali riscuotessero più tiepi­
da accoglienza, e modificavano successivamente i loro canovacci tenen­
do conto delle reazioni del pubblico.
Un virtuoso della poesia orale è indubbiamente in grado di creare
poemi dalla composizione assai raffinata. Non si può dunque escludere
che il Maestro dell'Iliade e quello dell' Odissea fossero illetterati, anche
se all'epoca della composizione dei poemi l'alfabeto era stato inventato
già da qualche ternpo'4• Certo, si è spesso ripetuto che un bardo illette­
rato perde il suo talento allorché impara a leggere, ma questa idea riposa
su deduzioni discutibili tratte dai singoli casi di alcuni guzlari serbi e
bosniaci tra le due guerre. L'apprendimento della lettura aveva messo
questi poeti a contatto con un mondo che essi ignoravano totalmente
e la loro ispirazione ne era stata turbata, giacché ai tratti degli eroi tra­
dizionali venivano insidiosamente a mescolarsi quelli di Mussolini e di
Al Capone: ma qui la causa era l'urto di due culture, non l'uso della
scrittura di per sé. Nella Grecia dell'alto arcaismo non accadde nulla di
simile : per gli aedi greci la scrittura doveva costituire un mezzo di per­
fezionamento della loro arte, che tra l'altro consentiva di predisporre
con maggior precisione il canovaccio dei poemi. Gli autori dell'Iliade e
dell' Odissea erano probabilmente dei virtuosi della composizione orale,
che in più beneficiavano delle nuove possibilità offerte dalla scrittura: il
che non significa necessariamente che essi abbiano personalmente ver-
68 OMERO .E LA STORIA

gato su papiro o su pergamena i 15.000 versi del primo poema e i 12.000


del secondo.

La redazione scritta e la trasmissione

La questione della redazione scritta dei poemi omerici è essenziale per


comprenderne la trasmissione. Diverse ipotesi sono state avanzate:
1. "Omero" ha messo egli stesso per iscritto i suoi poemi;
2. "Omero" ha dettato i suoi poemi a un ascoltatore letterato (è la teoria
degli ora! dictated texts cara a Alan B. Lord);
3. un discepolo di "Omero" o un discepolo di un suo discepolo ha det­
tato i poemi. Più lungo è il tempo intercorso tra la composizione e la
redazione scritta, più la fase di trasmissione solamente orale che l'ha
preceduta diviene rilevante;
4. la recensione di età pisistratide costituisce la prima stesura scritta dei
poemi, assemblati proprio in quella circostanza (delle obiezioni a questa
ipotesi si è già detto).
Se in Grecia l'uso della scrittura è diffuso sin dalla fine del IX secolo,
e se l'Iliade e l' Odissea vengono immediatamente considerati dei capo­
lavori, è probabile che ricchi alfabetizzati e dotati di cultura in Eubea, in
Ionia e altrove non abbiano tardato a volerne possedere il testo'1• Alcuni
lo facevano dettare da un aedo, altri lo facevano forse trascrivere da un
esemplare precedente. Così per lungo tempo trasmissione scritta e tra­
smissione orale si sono strettamente mescolate'6•
I due poemi godono allora di un tale prestigio che numerosi rapsodi,
allorché dispongono del tempo necessario, preferiscono cantare episodi
dell'Iliade e dell' Odissea piuttosto che brevi poemi indipendenti. Alcu­
ni episodi più popolari di altri sono cantati più spesso e più spesso co­
piati. La trama complessiva dei poemi e un certo numero di parti scelte
sono dunque ben noti a un vasto pubblico, ma le recite integrali sono
eventi eccezionali, e i testi completi sono oggetti rari.
'

E proprio l'unità delle due grandi opere epiche che si propongono di


restaurare i Pisistratidi allorché decidono di organizzare agoni rapsodici
ogni quattro anni. A partire dalla riforma delle Panatenee, nella seconda
metà del VI secolo, i rapsodi che partecipano agli agoni devono iniziare
a recitare il testo là dove si è fermato il concorrente precedente, così che
gli Ateniesi abbiano modo di ascoltare l' intera Iliade e l' intera Odissea.
I concorrenti a quanto pare devono attenersi all'edizione dei poemi fis-
GENESI E TRASMISSIONE DEI POEMI

sata dalla città, e molte altre poleis stabiliscono proprie edizioni ufficiali:
le più celebri sono quelle delle lontane colonie di Marsiglia e di Sinope'7•
Contemporaneamente si moltiplicano gli esemplari completi o parzia­
li dei poemi omerici. Ricchi privati, rapsodi o maestri di scuola ne possie­
dono copia. Se si presta fede a Plutarco ( Vita di Alcibiade, 7, 1) Alcibia­
de avrebbe schiaffeggiato un insegnante che non possedeva un testo di
Omero. Ben inteso, non tutti coloro che si procurano degli esemplari dei
poemi fanno copiare quelli ufficiali delle città. Inoltre i· lettori - quanti
cioè leggono personalmente i poemi ad alta voce, o se li fanno leggere da
un amico o da uno schiavo - sono molto meno numerosi del pubblico dei
rapsodi. Ancora in epoca classica la trasmissione orale rimane fondamen­
tale e Platone, ad esempio, cita Omero a memoria. Di recita in copia e di
copia in recita, non c'è da stupirsi che numerose varianti si imponessero o
che se ne introducessero di nuove; i rapsodi o i copisti allungano spesso il
testo ripetendo a sproposito versi attinti da un altro passo. Questi fenome­
ni sono particolarmente ben attestati nei papiri della prima età ellenistica:
su trentatré frammenti omerici anteriori al 150 a.C., trentuno recano un
testo giudicato "eccentrico" rispetto alla nostra tradizione manoscritta'8•
La situazione cambia radicalmente alla metà del 1 1 secolo a.C.: quasi
tutti i frammenti posteriori al 150 a.C. recano un testo vicino alla nostra
'

vulgata. E soltanto a quest'epoca che in Egitto e poi in tutto il mondo


mediterraneo si impone un testo sostanzialmente uniforme dei due po­
emi omerici. Tale risultato è evidentemente legato alla costituzione di
grandi biblioteche che permettono di confrontare i poemi in diverse edi­
zioni. La via era stata indubbiamente additata da Aristotele: appassiona­
to di "problemi omerici" egli aveva stabilito per Alessandro un'edizione
dell'Iliade, la cosiddetta "edizione della cassetta" perché il condottiero
l'aveva messa in uno scrigno che portava sempre con sé. Il primo respon­
sabile della Biblioteca di Alessandria è Demetrio Falereo, già allievo di
Aristotele, che era stato tiranno di Atene dal 317 al 307 a.C.; egli spinge
il re Tolomeo I ad acquistare numerosi manoscritti di Omero creando
così le condizioni favorevoli al lavoro dei tre grandi eruditi alessandrini
Zenodoto di Efeso (fine del IV-inizio del 1 1 1 secolo a.C.), Aristofane di
Bisanzio (z.57-180 a.C.) e Aristarco di Samotracia (z.17-145 a.C. circa).
Zenodoto con ardore, i suoi due successori con maggiore moderazione
proposero di espungere un certo numero di versi che ritenevano essere
delle aggiunte, sia perché li giudicavano indegni di Omero, sia perché
p resentavano espressioni o concetti discordanti con il resto dei poemi: il
p rincipio fondamentale di Aristarco era <<chiarire Omero con Omero>>.
70 OMERO E LA STORIA

Grazie agli scolii conosciamo un gran numero di atetesi'9 dei filologi


alessandrini, soprattutto di Aristarco, e molte varianti da loro preferi�
te. Ciò che sorprende è che la vulgata rappresentata dai papiri tardi e
dai manoscritti medievali non abbia recepito quasi nessuna delle loro
correzioni e delle loro proposte. I filologi alessandrini hanno sancito
la divisione di entrambi i poemi in ventiquattro canti e hanno fissato
di ciascuno il numero di versi, ma non paiono aver proposto una loro
personale edizione di Omero. Essi annotavano le proprie osservazioni
a margine di un testo che in parte condannavano e che tuttavia serviva
loro da base di riferimento. Poiché gli Alessandrini nelle loro discussioni
testuali non citano mai il testo ufficiale ateniese come fonte di varianti, si
pensa che proprio esso fosse quello di riferimento.
Questo testo di lavoro dei filologi alessandrini è divenuto il fonda­
mento di tutte le successive edizioni, finendo per costituire la "vulgata".
In altri termini il testo di Omero che noi leggiamo, un testo che in certo
qual modo fu consacrato dagli Alessandrini, ha ottime probabilità di
essere assai simile a quello della recensione pisistratea. Di più non si può
dire. Non potremo mai essere sicuri di leggere le parole stesse di Omero,
ma è poco probabile che poemi divenuti immediatamente celebri abbia­
no potuto subire importanti modifiche nella loro struttura.

I poemi del ciclo troiano

La guerra di Troia - le sue origini, i dieci anni d'assedio e il movimentato


ritorno degli eroi achei è stata cantata mille volte nei secoli preceden­
-

ti la composizione dell'Iliade e dell' Odissea. Quando gli autori dei due


grandi poemi ebbero selezionato quegli episodi che avrebbero acquisitd
'

una celebrità eccezionale, altri aedi si proposero di raccogliere tutto ciò


che "Omero" aveva passato sotto silenzio. Di questi poemi che costitu­
iscono il "ciclo troiano" non restano che radi frammenti, insieme a un
prezioso riassunto del filosofo neoplatonico Proclo (410-484 d.C.).
I poemi del ciclo troiano, benché successivi a Omero, riprendono una
materia pre-omerica. Essi ci consentono di apprezzare le scelte dei Maestri
dell'Iliade e dell' Odissea, di misurarne l'originalità, e sono preziosi per ri­
costruire l'universo mitico familiare al pubblico dei due poemi maggiori.
Limitiamoci a un singolo esempio. L' Odissea evoca assai spesso il crimi­
ne di Clitennestra e di Egisto: molti personaggi ricordano a Telemaco
l'esempio di Oreste, che ha vendicato il padre Agamennone uccidendo
GENESI E TRASMISSIONE DEI POEMI 71

Egisto. Il pubblico sa anche che Oreste ha ucciso la madre, ma il poeta, a


differenza di Eschilo, non fa alcuna allusione a questo a:ssassinio.
I Canti Ciprii10, che molte fonti antiche attribuiscono a Stasino di
Cipro, secondo alcuni genero di Omero, narrano le origini della guerra
di Troia e i suoi primi nove anni. La Terra lamenta d'essere gravata dal
peso di un eccessivo numero di uomini e, poiché le guerre intorno a Tebe
non hanno fatto abbastanza vittime, Zeus decide di scatenare un nuovo
conflitto. Durante il banchetto nuziale di Teti e di Peleo, Eris, la dea
della discordia, lancia una mela destinata alla più bella delle dee. Si can­
didano Era, Atena e Afrodite e Zeus ordina loro di prendere per arbitro
il pastore troiano Paride. Afrodite promette a Paride la più bella delle
donne mortali, Elena, e il giovane troiano le accorda la sua preferenza.
Paride si teca a Sparta, ospite del re Menelao; ma questi deve partire per
Creta e Paride seduce Elena, la sua sposa; i due amanti spogliano il pa­
lazzo reale prima di prendere il mare. Dopo una tempesta che lo trascina
fino a Sidone11, Paride fa ritorno a Troia e celebra le nozze con Elena.
Menelao e suo fratello Agamennone decidono allora di riunire tutti
gli Achei in una spedizione contro Troia. Per rimanere a Itaca Ulisse fin­
ge la pazzia, ma è smascherato dall'eubeo Palamede, che mette dinanzi
al vomere del suo aratro il figlio infante Telemaco. La flotta achea inizial­
mente sbaglia destinazione e sbarca in Misia. Una volta che gli Achei si
sono nuovamente riuniti in Aulide, Agamennone durante una battuta
di caccia uccide una cerva e si vanta di aver colpito meglio di Artemi­
de. La dea, irritata, impedisce che soffino i venti necessari alla partenza.
L' indovino Calcante rivela che la dea esige il sacrificio di Ifigenia; Aga­
mennone accetta di immolare la figlia alla propria ambizione, ma Arte­
mide sottrae la fanciulla sostituendola con una cerva. Durante una tappa
a Tenedo, il tessalo Filottete è morso da un serpente e poiché la piaga
emana un odore insopportabile, i compagni lo abbandonano a Lemno.
Ali' arrivo in Troade il primo a sbarcare, Protesilao, è ucciso da Ettore,
ma grazie ad Achille gli Achei riescono a istallare il loro accampamento
·sulla riva. L'ambasciata di Menelao e di Ulisse a Troia per ottenere la re­
stituzione di Elena fallisce nonostante l' intervento di Antenore a favore
degli Achei, e così inizia il lungo assedio. Tra gli episodi notevoli dei pri­
mi nove anni di guerra, i Canti Ciprii insistono sulle imprese di Achille
e sulla morte di Palamede, vittima di una macchinazione di Ulisse.

Ai Canti Ciprii segue l'Iliade e dopo di essa viene I'Etiopide attribu­


ita ad Aretino di Mileto. L'Amazzone Pentesilea giunge in soccorso dei
Troiani suoi alleati. Achille la uccide in combattimento, poi s' avvede che
72 OMERO E LA STORIA

è bellissima e si innamora della sua vittima. Tersite, beffardo come il suo


solito, commenta che Achille avrebbe dovuto notarla prima; Achille lo
colpisce a morte e deve dunque essere purificato••. Giunge allora a Troia
il figlio dell'Aurora, Memnone, re bianco dei neri Etiopi (che danno il
loro nome al poema). Antiloco, figlio di Nestore e compagno di Achille,
è ucciso da Memnone come Patroclo da Ettore nell'Iliade; Achille ven­
dica l'amico uccidendo Memnone, poi si scaglia contro la città. Muore
per una freccia lanciata da Paride e guidata da Apollo che lo raggiunge al
tallone. Teti giunge insieme alle Muse a guidare il coro funebre in onore
del figlio e il poema termina con il funerale di Achille.
All'Etiopide segue la Piccola Iliade, attribuita a Lesche di Micilene.
Il poema inizia con una disputa tra Aiace e Ulisse per il possesso delle
armi di Achille. Le prigioniere troiane, alle quali si chiede quale dei due
eroi arrechi il maggior danno a Troia, indicano Ulisse. Aiace impazzisce;
credendo di uccidere i compagni fa una strage di montoni e accortÒsi
del proprio errore si suicida. Ulisse fa prigioniero durante un' imbosca­
ta l'indovino troiano Eleno e otti<;ne informazioni preziose su ciò che
abbisogna alla vittoria degli Achei. Filoccece è richiamato da Lemno e
Neottolemo, il figlio di Achille, giunge da Sciro. Ulisse e Diomede con
la complicità di Elena si impadroniscono del Palladio, la statua ancestra­
le di Atena che ha il potere magico di assicurare con la sua presenza la
salvezza di Troia. Quindi, su consiglio di Ulisse, gli Achei costruiscono
un grande cavallo di legno, nel quale prendono posto i migliori guerrieri.
I Greci fingono di fuggire, abbandonando il cavallo sulla riva.
Il racconto continua in un ulteriore poema, la Presa di Ilio, attribuito
ad Aretino di Mileco. L'acheo Sinone, che si presenta come un disertore,
afferma che il cavallo di legno deve conciliare agli Achei il favore di Atena e
che i Greci l'hanno costruito di grandi dimensioni per impedire ai Troiani
di farlo penetrare all'interno delle loro mura, perché secondo l'indovino
Calcante il possesso del cavallo assicurerebbe a Troia la superiorità sulla
Grecia. Alcuni Troiani sono diffidenti, soprattutto il sacerdote Laocoon­
te che mette in guardia i concittadini, ma due serpenti emergono in quel
momento dal mare e strangolano lui e i suoi figli: è un prodigio con cui gli
dèi cercano di fuorviare i Troiani. Il cavallo è portato all'interno della città.
Scesa la notte gli eroi escono dal cavallo di legno e aprono le porte della
'

città ai compatrioti che hanno facto ritorno da Tenedo. E un susseguirsi


di scene di orrore: il vecchio Priamo è colpito senza pietà e poi divorato
dai suoi stessi cani; il piccolo Astianatte, il figlio di Ettore, è scagliato da
Ulisse dall'alto dei bastioni; Cassandra, figlia di Priamo, è violentata da
GENESI E TRASMISSIONE DEI POEMI 73
'

Aiace, figlio di Oileo, nel santuario stesso di Atena; la giovane Polissena,


figlia vergine di Priamo, è sgozzata sulla tomba di Achille {secondo certe
tradizioni l'eroe ne era stato innamorato). I sacrilegi commessi dagli Achei
attirano loro l'odio degli dèi e soprattutto di Atena.
Si attribuiscono ad Agia di Trezene i Ritorni (Nostoi) degli eroi achei.
Solo alcuni, come Nestore o Neottolemo che sceglie la via di terra, rientrano
senza incidenti; una sorte funesta attende la maggior parte degli altri. Aiace
figlio di Oileo, riuscito a rifugiarsi su uno scoglio al te1111ine di una tempesta,
esclama che nonostante i loro sforzi gli dèi non hanno potuto raggiungerlo:
Zeus lo punisce immediatamente delle parole sacrileghe folgorandolo. La
flotta di Menelao è dirottata verso l'Egitto. Agamennone al ritorno nel suo
regno è ucciso da Egisto e Clitennestra in modo indegno di un eroe, intrap­
polato in una rete, come si fa con la selvaggina, mentre sta facendo il bagno.
: Il poema si chiude con la vendetta di Oreste aiutato dal compagno Pilade.
All'inizio dell' Odissea le parole di Zeus sul giusto castigo di Egisto
( 1, 3i.-43 ) costituiscono una felice transizione tra la storia degli Atridi e
quella di Ulisse'1• Nel VI secolo un certo Eugammon di Cirene ha dato
un seguito all' Odissea, la Telegonia. Ulisse, per obbedire alle prescrizioni
di Tiresia (Odissea, I I, I I9-I34 ) , si reca presso i Tesproti dell'Epiro, sposa
la regina <:;allidice, da cui ha un figlio, Polipete; quando questi succede
alla madre, Ulisse fa ritorno a Itaca. Un giorno Telegono, il figlio di Ulis­
se e di Circe, sbarca a Itaca alla ricerca del padre: scambiandolo per un

predone Ulisse lo attacca e Telegono nel difendersi lo uccide; scoperto


l'errore, va a seppellire Ulisse nel paese della madre e porta con sé Pe­
nelope e Telemaco. La dea conferisce l'immortalità a tutti i personaggi,
dopodiché Telegono sposa Penelope e Telemaco Circe.
Alcune delle risonanze romanzesche care ali' autore della Telegonia
sono forse invenzioni recenti, del VII o del VI secolo, estranee alla tra­
dizione epica propriamente detta; è chiaro che i personaggi principali
- Ulisse, Penelope, Telemaco - tengono una condotta che contraddice -

il carattere assegnato loro dal!' autore del]' Odissea.

I poemi attribuiti a Omero

Ifilologi alessandrini distinguevano nettamente Omero - secondo loro


autore dell'Iliade e dell' Odissea - dai poeti più tardi ai quali attribui­
vano i diversi poemi del ciclo. In precedenza pare che talora fosse stato
ascritto a Omero l' intero ciclo troiano, e anche altri poemi epici come
74 OMERO E LA STORIA

l 'Edipodia (relativa a Edipo) o la Presa di Ecalia (un episodio della saga


di Eracle). Erodoto ( i., 117) esprime.il parere che i Canti Ciprii non siano
di Omero, il che prova che l' idea opposta era diffusa nel v secolo.
La tradizione ha consegnato sotto il nome di Omero anche un certo nu­
mero di poemi che non appartengono al genere epico. I trentatré Inni ome­
rici costituiscono una raccolta assai eterogenea, la cui composizione sembra
andare dal VII secolo ali'età ellenistica. La loro attribuzione a Omero si può
spiegare innanzi tutto con il fatto che essi sono composti in esametri datti­
lici e che la lingua utilizzata imita più o meno felicemente la lingua epica;
inoltre la recita di questi Inni senza dubbio ha spesso preceduto nelle festi­
vità religiose quella dell'Iliade e dell' Odissea, il che ha indotto ad attribuire
al medesimo venerabile poeta questi canti in onore delle divinità. A ciò si
aggiunge il fatto che il poeta dell'Inno adApollo chiede alle giovani di Delo
di celebrare la sua gloria con queste parole: <<Quando uno di questi stranie­
ri che hanno molto sofferto verrà a chiedervi: "Fanciulle, chi è per voi tra i
poeti di qui l'autore dei canti più dolci e che vi piace di più?"; allora tutte,
'

sì tutte, in risposta ditegli di noi: "E un uomo cieco, che ha dimora a Chio
rocciosa; tutti i suoi canti sono i primi per sempre">> (vv. 167-173).
A Omero erano attribuiti egualmente diversi poemi burleschi. Ari­
stotele ammirava molto il più celebre tra essi, il Margite (Poetica, 4, 48b-
49a). Con questo poema, dichiara, Omero si può considerare anche
l' inventore della commedia; il genio del grande poeta non si limita dun­
que all'epopea. Il personaggio di Margite era il babbeo per eccellenza, le
cui disavventure divertivano gli ascoltatori. Da adolescente Margite igno­
rava se fosse il padre o la madre ad averlo portato in grembo prima della
nascita; nella sua prima notte di nozze non sa cosa fare, e non osa toccare
la sposa per paura di essere sgridato dalla madre. La sposa è più furba: in­
venta di avere ali' inguine una ferita che nessun rimedio vale a sanare e che
solo il membro virile può guarire, e alle parole fa seguire i gesti. L' ispira­
zione del poema pare accostarsi a quella deifabliaux medievali. Il Margite
era molto popolare: quando Demostene, pessimo profeta, sostiene che
il successore di Filippo � troppo stolto per essere pericoloso, compara
Alessandro a Margite (Plutarco, Vita di Demostene, i.3, i. ) .
Omero sarebbe anche l'autore di un poema burlesco, i Cercopi, su due
fratelli giganti dediti al brigantaggio. Un oracolo aveva preannunciato
loro che sarebbero stati vinti da Melampygos. Un giorno essi tentarono di
rapinare Eracle: l'eroe li appese a testa in giù a un ramo e se li mise in spalla
a mo' di agnelli portati al mercato. In quella posizione i Cercopi com­
presero il senso dell'oracolo, vedendo che Eracle aveva il di dietro nero
GENESI E TRASMISSIONE DEI POEMI 75

(questo il significato etimologico di Melampygos): la risata che li colse


fu contagiosa ed Eracle, messosi di buon umore, li lasciò andare. Poiché
i Cercopi proseguivano nelle loro ruberie, Zeus li trasformò in scimmie.
L'unico poema burlesco "omerico'' che ci sia stato trasmesso è la
Batracomiomachia, cioè La guerra delle rane e dei topi. Il re delle rane
propone a un principe della famiglia reale dei topi di fargli visitare uno
stagno portandolo sul dorso. La spedizione finisce male, il giovane topo
annega e i roditori dichiarano guerra ai batraci. Da entrambe le parti ci
si arma di lance di giunco, di armature di foglie e di caschi di baccello.
Gli dèi dividono il loro favore tra assedianti e assediati. Questa parodia
dell'Iliade, così come ci è trasmessa, non è probabilmente anteriore al 111
secolo a.C., ma è verosimile che il genere sia stato spesso praticato anche
in precedenza.

Il poeta del! ' Iliade e il poeta del!' Odissea

All'inizio dell'alto arcaismo, alcuni poemi si sono indubbiamente im­


posti ali'ammirazione del pubblico l'Iliade e l'Odissea certamente, ma
-

anche la Teogonia e Le opere e i giorni - senza che si prestasse grande


attenzione ai loro autori. In seguito, dal testo de Le opere e i giorni è
stata tratta una biografia di Esiodo, di una certa verosimiglianza; si sono
inventate delle Vite di Omero e si è finito per assegnare all'uno o ali'altro
dei due poeti tutto ciò che sembrava antico. Questa tend�nza è perdura­
ta per tutta l'antichità, anche se un'attitudine più critica, di cui abbiamo
il primo esempio in Erodoto, si è impegnata a distinguere ciò che era
veramente omerico e ciò che andava attribuito ad autori diversi.
La maggior parte dei critici letterari dell'antichità è stata più sensibile
alle somiglianze tra Iliade e Odissea e alle loro differenze da ogni altro tipo
di poesia che non a ciò che distingue tra loro i due poemi. Solo alcune voci
isolate - quelle dei khorizontes - separavano le due opere e attribuivano a
Omero soltanto l'Iliade. Tuttavia, poiché l'attribuzione dei due poemi al
medesimo autore pare più una deduzione a posteriori che una tradizione
contemporanea alla composizione dei due poemi stessi, sembra legittimo
riprendere la questione basandosi sulla sola comparazione dei due testi'4•
'

E incontestabile che Iliade e Odissea abbiano un'unità d'azione e un


rigore compositivo che le oppongono a tutti gli altri poemi del ciclo
troiano. La lingua è ali' incirca la stessa nei due poemi, benché alcuni
linguisti abbiano rilevato nel!' Odissea un maggior numero di tratti "re-
OMERO E LA STORIA

cenci"; entrambe le opere utilizzano un sistema coerente di formule, ma


esse sono notevolmente diverse, a:l punto che l' impiego di una formula
dell'Iliade ali' interno dell' Odissea corrisponde spesso alla ricerca di un
particolare effetto. Una differenza maggiore separa tuttavia i rispettivi
stili: nell' Odissea le similitudini sono molto più rare. Questa differenza,
già notata dai commentatori antichi, potrebbe spiegarsi con il diverso
soggetto: le variegate similitudini dell'Iliade avrebbero la funzione prin­
cipale di ravvivare i racconci di guerra e di evitare la monotonia.
Quanto alle istituzioni e ai costumi descritti, che si tratti di sacrifici,
di riti di ospitalità, di usanze matrimoniali o di assemblee politiche, essi
sono assolutamente identici. In compenso l'ideologia regale che compa­
re nel!' Odissea è sensibilmente diversa da quella dell'Iliade. Gli dèi, che
nell'Iliade si sfidano costantemente parteggiando gli uni per gli Achei gli
altri per i Troiani, nell' Odissea agiscono in modo assai più solidale; quan­
do Posidone perseguita Ulisse, gli altri Olimpi non vengono in soccor­
so dell'eroe; quando Atena ottiene l'assenso di Zeus in favore di Ulisse,
nessun dio ne ostacola l'azione. Da un poema all'altro l'autorità di Zeus
si è affermata e nell' Odissea le decisioni del re degli dèi e degli uomini
tendono a coincidere con l'instaurazione della Giustizia. Soprattutto, I' i­
deale di vita esaltato nell' Odissea (in particolare nell'episodio dei Feaci)
differisce profondamente da quello dell'Iliade e talora si ha perfino I' im­
pressione che il contrasto sia sottolineato ad arte: negli Inferi è Achille
stesso a dichiarare che preferirebbe essere un vivo di miserabile condizio­
ne piuttosto che un morto glorioso (Odissea, I I, 488-49I).
Ben inteso, la visione del mondo di un autore può modificarsi anche
notevolmente nel corso della sua vita, e c'è più distanza tra gli Orienta/es
e la Légende des siecles dello stesso Victor Hugo che tra Iliade e Odissea.
Se noi sapessimo da fonte sicura che i due poemi sono dello stesso auto­
re, si potrebbero allora spiegare le differenze politiche, religiose e mora­
li testé segnalate come un'evoluzione del poeta, in parte legata anche a
trasformazioni avvenute in Grecia negli anni intercorsi tra i due poemi.
Tuttavia, l'attribuzione dei due capolavori al medesimo poeta è solo una
congettura ancica11• Ora, se si considerano Iliade e Odissea come due po­
emi di autori sconosciuti, la loro analisi fa emergere un gran numero di
profonde divergenze. La soluzione più semplice è allora quella di attri­
buirli a due aedi differenti. Il poeta dell' Odissea, che conosce bene I ' Ilia­
de, si è impegnato a rivaleggiare con l'arte del grande predecessore, ma
anche a marcare la propria distanza per quanto concerne le concezioni
politiche e religiose.
3
L'Iliade

Secondo Aristotele (Poetica, 8, 51a) un buon poema epico, come una


buona tragedia, è la rappresentazione (mimesis) di un'unica azione e
non il racconto in versi di avvenimenti occorsi durante un certo pe- ,

riodo o delle varie imprese di un eroe come Teseo ed Eracle. E per


l 'appunto questa unità di azione che rende Iliade e Odissea superiori a
tutti i poemi del ciclo troiano. Aristotele osserva altresì che da ognuno
dei due poemi omerici non si può trarre che una sola tragedia, laddove
la Piccola Iliade ha fornito il soggetto per otto drammi diversi (Poeti­
ca, 23, 59b )
.

La semplicità della trama principale dell'Iliade consente di riassume­


re in poche frasi questo poema di 15.649 versi.
1 . Agamennone oltraggia Achille, <<il migliore degli Achei >>, che si riti­

ra dal combattimento (canto 1);


z. . Achille rifiuta la riconciliazione con Agamennone nonostante gli

splendidi doni offertigli (canto 9);


3. Patroclo ottiene dall'amico Achille il permesso di rientrare in batta­
glia (canto116) ed è ucciso da Ettore (canto 17 );
4 . Achille riprende le armi per vendicarlo, uccide molti Troiani e da ul­
timo Ettore, di cui oltraggia il cadavere (canto 22);
5. Priamo re di Troia ottiene da Achille la restituzione del corpo di Et-
'
tore (canto z.4).
L'unità drammatica dell Iliade è frutto dell'arte del poeta: gli episodi
'

sono strettamente legati e la morte di Patroclo - che coglie Achille di


sorpresa - costituisce il punto di svolta (peripéteia) dell'azione. Altri rac­
conti narrano i medesimi fatti dell'Iliade senza connetterli in una con­
catenazione drammatica: nelle sedicenti Cronache della Guerra di Troia
di Ditti Cretese', Achille entra in dissidio con Agamennone (z., 34), poi
si riconcilia con lui (z., 52) ; solamente in seguito Patroclo è ucciso da
Ettore (3. 10) e Achille lo vendica (3, 15).
OMERO E LA STORIA

L'Iliade costituisce il soggetto di un'unica tragedia, ma ha la lunghez­


za di dodici. Nel periodo della Querelle des Anciens et des Modernes, al­
cuni critici hanno spiegato l'estensione del poema con la prolissità dello
stile e con la presenza di numerose "digressioni", generalmente conside­
rate come "interpolazioni". Così nel I7I4 Antoine Houdar de la Motte
decise di sgombrare 1 'Iliade da << ripetizioni>> , << dettagli anatomici di
ferite >> e <<lunghe arringhe di guerrieri>> per farne un abrégé in dodici
canti (meno di 2.500 versi in totale), vantando che <<le parti essenziali
dell'azione>> vi << formano un tutto più regolare e meglio percepibile di
quanto sia in Omero>>'. Aristotele e gli uomini dell'antichità avevano
un atteggiamento opposto, e nell'Iliade ammiravano l'arte dell 'ampli ­

ficazione: grazie ai dettagli e agli episodi che inserisce, il poeta riesce a


evocare l'intera guerra di Troia pur salvaguardando l'unità drammatica
del poema. Il poema dell' ira di Achille è dunque al tempo stesso "il poe-·
ma di Troia": questo è il significato letterale della parola "Iliade".
Si è spesso detto che gli effetti dell' ira di Achille si fanno aspettare.
Effettivamente la rotta degli Achei non si compie che nel canto 15, ma i
canti 2-I4 dell' Iliade non sono affatto un riempitivo: l'attesa sottolinea
drammaticamente il ruolo di Achille senza mortificare il valore deg1i
altri eroi achei, che riescono, ma solo temporaneamente, a respingere
i Troiani. Laddove il poeta tragico ricorre volentieri al coup de théatre,
il poeta epico pone tutto il suo talento nel ritardare gli sviluppi attesi.
Secondo la tradizione la guerra di Troia durò dieci anni, ma 1 'azione
dell'Iliade si estende per cinquantasei giorni soltanto. Ecco la cronolo­
gia del poema:
- Giorno 1: Agamennone rifiuta di restituire Criseide.
- Giorni 2-10: pestilenza nel campo acheo.
- Giorno I l : disputa tra Agamennone e Achille.
- Giorni 12-22: banchetto degli dèi presso gli Etiopi.
- Giorno 23: Teti, la madre di Achille, ottiene l'appoggio di Zeus.
- Notte 23/ 24: sogno ingannatore di Agamennone.
- Giorno 24: primo giorno di combattimenti.
- Giorni 25 e 26: tregua.
- Giorno 27: combattimenti; successi troiani.
- Notte 27/28: ambasciata ad Achille; Dolonia.
- Giorno 28: il "giorno più lungo" dell'Iliade; da I I, I a 18, 240: disfatta
achea, impresa e morte di Patroclo; combattimento intorno al corpo di
Patroclo.
- Giorno 29: imprese di Achille; morte di Ettore.
'
L ILIADE 79

- Giorno 30: esequie di Patroclo.


- Giorno 31: giochi funebri in onore di Patroclo.
- Giorni 32-43: oltraggi di Achille al corpo di Ettore.
- Giorno 44: Priamo da Achille.
- Giorni 45-56: funerali di Ettore.

Un riassunto commentato

Dire tutto dell'Iliade è impossibile; il seguente riassunto dei principali epi­


sodi intende solo porre i fondamenti per uno studio del mondo omerico.
A una disamina dettagliata il testo rivela qualche bizzarria: queste
difficoltà, questi "problemi omerici", già materia di un trattato aristoteli­
co oggi perduto, sono spesso interpretati dagli "analitici'' come tracce di
poemi precedenti o come frutto di rimaneggiamenti. Avremo occasione
di constatare che alcune delle presunte incoerenze dell'Iliade sono solo
apparenti e possono ben spiegarsi con sottili intenti da parte del poeta;
in ogni caso è l'analisi dettagliata del poema che consente di porre in
luce il virtuosismo del "Maestro dell'Iliade".

Canto 1

<<Canta, o dea, l'ira d'Achille figlio di Peleo ; ira odiosa, che agli Achei
inflisse dolori infiniti [ . ] perché si compisse il disegno di Zeus>> (1, 1-5).
..

Fin dall'inizio dell'Iliade si pone un problema: qual è questo <<dise­


gno di Zeus>> ? Si tratta del compimento della promessa che il dio ha fatto
a Teti di far morire molti Achei per vendicare l'offesa subita da Achille ?
Questa spiegazione è senz'altro insufficiente, perché la fo1111ulazione del
testo suggerisce che la collera stessa di Achille sia un effetto del <<disegno
di Zeus>>. Ora, la medesima formula occorre all'inizio dei Canti Ciprii,
dove il suo significato non dà adito a dubbi: Zeus ha voluto ridurre il nu­
mero degli uomini sulla terra scatenando una grande guerra. I Canti Ci­
prii, nella forma nota ai Greci di epoca classica, sono stati probabilmente
composti dopo l'Iliade, ma facendo seguito a molti altri poemi dedicati
alle origini della guerra di Troia. Attraverso una sottile allusione il poeta
ha forse voluto ricondurre il terna dell'Iliade a quello dell'intera guerra.
Il destino degli uomini è il risultato di una complessa embricatura di
azioni umane e di volontà divine. Qu<:sta idea fondamentale è sottoli-
80 OMERO E LA STORIA

neata dal procedimento narrativo scelto dal poeta ali' inizio dell'Iliade:
<< Quale degli dèi suscitò la contesa ?>> (1, 8). Si tratta di Apollo, ma a
causa di un sacrilegio commesso da Agamennone. Per essere presentata,
la prima scena dell'Iliade richiede una narrazione retrospettiva, e i fatti
rievocati formano essi stessi una catena causale.
Durante la conquista della città di Crisa da parte di Achille la bel­
la Criseide, figlia di Crise, è stata fatta prigioniera. Crise, sacerdote di
Apollo, viene a chiedere la liberazione della figlia, scelta da Agamennone
come sua "parte d'onore" (géras)3, offrendo un immenso riscatto (1, 12.­
i.1). Gli Achei riuniti in assemblea accolgono la richiese�, ma Agamen­
none rifiuta di restituire la ragazza, spiegando che vuole portarsela ad
Argo <<perché accorra al suo letto>> secondo le sue voglie ( 1, 31). Il sacer­
dote, oltraggiato, supplica Apollo di colpire gli Achei con le sue frecce,
cioè con la peste. La descrizione suggerisce che il poeta abbia una certa
familiarità con le epidemie: <<prende di mira dapprima i muli, insieme ai
rapidi cani. Dopodiché comincia a colpire gli uomini>> (1, so-si.).
Il morbo infuria per nove giorni, il decimo Achille convoca l'assem­
blea. Come tutti i capi ha il diritto di farlo, il che non impedisce che
questa iniziativa basti di per sé a irritare Agamennone: Achille si erge a
protettore del popolo, e dunque a rivale del re. Omero spiega che l' idea
è stata ispirata ad Achille da Era, che cerca di salvare gli Achei (1, ss-s6),
ma è proprio l' intervento della dea a seminare la discordia tra gli Achei.
Alcuni commentatori antichi suggeriscono che Era covasse dei progetti
a lungo termine: provocando la defezione temporanea di Achille, essa
avrebbe inteso incitare i Troiani a riprendere lo scontro diretto, il che
avrebbe poi dovuto condurre alla caduta di Troia. Tale spiegazione è
certamente troppo complicata: Era non è onnisciente e non brilla per
intelligenza; desiderando porre fine al male immediato degli Achei, ella
ha scelto per scarsa lungimiranza un espediente foriero di nuovi mali.
Nell'assemblea Achille prende la parola per primo e, come d'abitudi­
ne, propone di consultare un indovino. Il celebre Calcante si alza e pro­
mette di rivelare ciò che sa, a patto che Achille gli assicuri protezione, vi­
sto che corre il rischio di irritare <<qualcuno di molto potente al quale gli
Achei obbediscono>> (1, 78-79 ) L'allusione è chiara, ma Achille, rispon­
.

dendogli, ha cura di dichiarare che proteggerà Calcante <<quand'anche


facesse il nome di Agamennone >> (1, 90 ) Questa precisazione, di per sé
.

superflua, rappresenta una nuova provocazione. Calcante dichiara allora


che Apollo <<non stornerà dagli Achei il flagello umiliante >> ( 1, 97) se
non in cambio della restituzione di Criseide al padre.
L'ILIADE 81

Agamennone si alza a sua volta, <<il cuore infuriato, gli occhi lampeg­
gianti>> (1, 103-104). Dopo aver insultato <<il profeta di sciagure >> e ri­
badito il suo attaccamento a Criseide, che egli preferisce <<per beltà e per
maniere>> alla stessa Clitennestra, l'Arride si presenta come un sovrano li­
gio al dovere e pronto a sacrificarsi per il suo popolo. Egli dichiara che re­
stituirà la fanciulla, ma a una condizione: gli Achei dovranno apprestargli
un altro géras. All'inizio dell'Iliade non v'è più bottino da distribuire,
ma Agamennone cerca di far pressione sugli Achei perché rimettano in
comune almeno una parte di ciò che hanno ricevuto. Achille fa fallire il
tentativo, rispondendo al re a nome di tutto il popolo: <<Non conviene
che i guerrieri rimettano in comune ciò che è stato loro assegnato>> ; che
Agamennone <<lasci questa donna al dio>> e dopo la presa di Troia gli
Achei <<lo risarciranno del triplo, del quadruplo >> ( 1, 126-129).
Agamennone replica ·dichiarando di non essere sciocco: o gli Achei
gli mettono insieme un nuovo géras, o egli andrà a prendersi quello di
Achille - o di Aiace, o di Ulisse. Egli spera forse che i capi sentendosi
minacciati appoggino la sua richiesta di una nuova parte d'onore. Ri­
prendendo il tono del re attento all' interesse comune, suggerisce poi
le misure concrete per rendere Criseide a suo padre, e per celebrare il
sacrificio di riconciliazione fa il nome di Aiace, di Idomeneo, di Ulisse
o di Achille, <<l'uomo tra tutti terribile>>. Agamennone crede forse di
blandire il suo avversario proponendogli un posto di privilegio tra i suoi
subordinati ? In ogni caso, le sue manovre falliscono nuovamente per­
ché Achille giudica la minaccia di Agamennone un oltraggio a tutti gli
eroi e in particolare a sé stesso: gli Achei sono venuti a combattere per
Agamennone, ed egli vuole sottrarre loro il géras; in battaglia è Achille a
fare tutto, ma al momento della divisione del bottino non ottiene quasi
nulla e gli si porta via perfino quel poco che ha avuto. Dunque, meglio
ripartire per Ftia (1, 169-170).
Lo scontro verbale prosegue sempre più aspro. Agamennone replica
che Achille può fuggire, egli certo non lo supplicherà di restare: ben altri
riconoscono il suo rango regale (timé), a cominciare dal saggio Zeus. <<Va,
regna sui tuoi Mirmidoni ! >> (1, 179-180 ) , esclama con disprezzo. Dopo di
che il re ripete la minaccia, aggiungendo che porterà via la graziosa Brisei­
de - ilgéras di Achille - perché quest'ultimo comprenda chi è il più forte
e perché nessuno in avvenire osi rivolgersi a lui come a un pari (1, 182-187 ).
L'offesa ad Achille si accompagna così a un'asserzione autocratica.
Achille è indeciso: uccidere Agamennone o calmare la propria colle­
ra ? Mentre si appresta a sguainare la spada, Atena, discesa dall'Olimpo,
OMERO E LA STORIA.

<<lo afferra per i biondi capelli>> (1, 197). Achille si volta, riconosce la
dea a lui solo visibile, e dichiara che ad Agamennone l'arroganza costerà
presto la vita, ma Atena gli chiede di limitarsi alle parole e gli promet­
te riparazione, e Achille si piega. Dopo aver invano cercato l'appoggio
dell'assemblea contro il << re divoratore del popolo>> (1, i.31), egli presta
un giuramento solenne: le sciagure degli Achei faranno rimpiangere ad
Agamennone di averlo oltraggiato.
Fin qui gli anziani sono rimasti silenziosi, sia perché colti alla sprov­
vista dalla disputa, sia per prudenza. Solo quando il conflitto tocca toni
parossistici il vecchio Nestore interviene nel tentativo di riconciliare i
due avversari: che Agamennone riconosca il valore di Achille e gli la­
sci il suo géras, che Achille dal canto suo riconosca l'autorità regale di
Agamennone (1, i.75-i.84). Il tentativo di Nestore fallisce: in due brevi
discorsi che si fanno eco, ciascuno dei due contendenti ripete che << non
obbedirà all'altro>> (1, i.85-303). La partenza simultanea dei due eroi
pone fine all'assemblea.
Mentre Ulisse si appresta a ricondurre Criseide al padre, Agamen­
none mette in atto le minacce e invia i suoi due araldi a impadronirsi di
Briseide. In realtà il re aveva minacciato di andare a prendere la fanciulla
di persona (1, 184), ma un suo intervento diretto avrebbe enfatizzato al
tempo stesso la sua brutalità e l'umiliazione inflitta ad Achille; la solu­
zione scelta dal poeta consente di sfumare il ritratto dell'eroe, che non
oppone resistenza e mostra anzi un'estrema cortesia nei confronti degli
araldi, i quali non sono responsabili della decisione del re. Achille è stato
offeso nel momento in cui Agamennone ha deciso di togliergli il suo
géras: impedire l'esecuzione di questa volontà non riparerebbe l'oltrag­
gio subìto. Quella di Achille è una collera lucida. Briseide lascia Achille
con rammarico (1, 348).
La defezione di Achille priva l'armata del suo guer1·iero migliore, ma
gli effetti non saranno disastrosi per gli Achei se non a condizione che
i combattimenti riprendano e che gli dèi siano favorevoli ai Troiani.
Achille deve dunque ottenere un intervento divino: si reca sulla spiaggia
e invoca la madre, la dea marina Teti, che lo ode e accorre (1, 348-361).
Achille le narra gli avvenimenti - sorvolando sulle proprie provocazio­
ni - e le chiede di implorare Zeus a proprio favore, rammentandole che
Zeus ha verso di lei un debito di riconoscenza, poiché ella lo ha aiutato a
sventare una congiura delle altre divinità (1, 396-406). Che Zeus accordi
dunque la vittoria ai Troiani, perché gli Achei massacrati << si godano il
loro re >> (1, 410) e Agamennone comprenda l'errore commesso offen-
L' ILIADE

dendo <<il migliore degli Achei>> (1, 41i.). Teti promette di recarsi da
Zeus quando sarà rientrato dal suo soggiorno presso gli Etiopi.
A questo punto il poeta descrive la restituzione di Criseide al padre e
i sacrifici ad Apollo che la suggellano ( 1, 42.8-487 ).
Dodici giorni dopo Teti va a supplicare Zeus. In un primo momento
il dio dell'Olimpo resta in silenzio, ma la madre di Achille esclama che
se egli respinge la sua richiesta ella saprà di essere <<la più disprezzata di
cutte le divinità >> (1, 516). Zeus, presagendo che la faccenda lo metterà
in conflitto con Era, si irrita e tuttavia promette solennemente a Teti di
esaudire la sua richiesta (1, 517-5i.7 )
.

Zeus non sfugge alla scenata domestica che aveva previsto: Era, che
ha subodorato l' intervento di Teti, lamenta di essere tenuta all'oscuro
dei disegni segreti del suo sposo. Zeus rifiuta fin da subito qualsiasi con­
cessione e minaccia la moglie <<delle sue mani temibili>> in caso di di­
sobbedienza (1, 567 ) : Efesto, figlio di Zeus e di Era, esorta la madre alla
rassegnazione e ricorda che durante un altro rabbuffo dei genitori ave­
va tentato di intromettersi per proteggerla e che Zeus l'aveva afferrato
per un piede e scagliato dall'alto dell'Olimpo (1, 584-594). Efesto serve
allora da bere zoppicando, il che scatena l' ilarità degli dèi: l'umorismo
degli Olimpi non è molto esigente! Questo intermezzo comico presso le
divinità offre agli ascoltatori un momento di distensione dopo la disputa
consumatasi tra gli uomini.

Canto 2.

La notte seguente Zeus medita su come mantenere la promessa fatta a


Teti e la miglior soluzione gli pare quella di inviare ad Agamennone il
<< Sogno funesto>>. Il Sogno deve ingiungere al re di radunare l'esercito
per la battaglia promettendogli prossima la vittoria; per dar forza alle
sue parole dovrà sostenere che tutti gli dèi hanno sposato il volere di Era.
Il Sogno prende le sembianze di Nestore, ma Agamennone riconosce
<< la voce divina>>.
Alcuni autori antichi, in particolare Aristarco, hanno voluto proscio­
gliere Omero dal!' accusa di empietà formulata soprattutto da Platone. A
loro avviso Zeus non avrebbe ingannato deliberatamente Agamennone
né la sua promessa era falsa, perché Troia sarebbe dovuta cadere di lì
a poco, ma Agamennone non l'avrebbe compresa. In realtà, questa pia
spiegazione non è convincente. Certo, il re non compie grandi sforzi in-
OMERO E LA STORIA.

tellettuali per interpretare il messaggio ricevuto in sogno, ma il contesto


mostra che Zeus vuole che Agamennone interpreti il sogno come una
promessa di vittoria immediata. Agamennone cade in un tranello, ma il
tranello gli è stato teso dal <<padre degli dèi e degli uomini>>.
Al risveglio Agamennone ordina agli araldi di convocare l'assemblea.
Egli riunisce in primo luogo il consiglio degli anziani al quale riferisce il
messaggio ricevuto in sogno. Sapendo che gli Achei sono maldisposti a
riprendere il combattimento, suggerisce quello che crede essere un abile
espediente: per mettere gli uomini alla prova, sarà lui stesso a proporre
la fuga, mentre gli anziani protesteranno e faranno in modo di trattene­
re l'esercito. Agamennone cerca così di trarre vantaggio dalla sua stessa
impopolarità.
Nestore è il solo a prendere la parola e, contrariamente al suo solito, si
limita a pronunciare poche frasi, come se fosse diffidente. <<Se qualcun
altro - dice - ci avesse raccontato questo sogno, non vi vedremmo altro
che menzogna>> (2, 80-81). Nestore sospetta un tranello, ma la sua abile
formulazione allontana il sospetto nel momento stesso in cui lo esprime.
Insinuare che il re possa ingannare gli anziani o che gli dèi possano ingan­
nare il re significherebbe mettere in discussione l'autorità regale e l'intero
sistema politico, e per Nestore un tale atteggiamento è inconcepibile.
L'assemblea che si riunisce è particolarmente burrascosa. Quando
infine viene ristabilita la calma, Agamennone si alza a parlare. Come
aveva preannunciato agli anziani, mette alla prova il popolo con discorsi
disfattisti: Zeus - dichiara - mi ha ingannato, gli Achei non prenderan­
no mai Troia. Siffatte parole sottolineano l'ironia della situazione: Aga­
mennone, ignorando di essere vittima di un inganno di Zeus, dichiara
per ingannare gli Achei che Zeus l'ha ingannato ... Pur simulando sco­
raggiamento, il re inserisce nel discorso numerosi dettagli per spingere
l'assemblea a reagire: ricorda che Zeus aveva promesso la vittoria agli
Achei (2, 112-113), rimarca che dopo nove anni di guerra la fuga è ver­
gognosa, rammenta che Zeus << ha decapitato >> le rocche di molte città
(2, 117 ), insiste sulla superiorità numerica degli Achei (2, 129-130 ) Tutti
.

questi cenni mirano a predisporre l'uditorio alle argomentazioni degli


anziani che interverranno a contraddire Agamennone.
Il discorso del re non è privo di abilità, ma non avendo ben valuta­
to lo stato di abbattimento dei guerrieri, egli commette due gravi errori
psicologici evocando le mogli e i figli lasciati in Grecia (2, 136-137) e poi
terminando il discorso con quello che suona come un ordine : << Fuggia­
mo>> (2, 140 ) Nessuno degli anziani ha il tempo di opporsi : la brama del
.
85

ritorno si impadronisce dell'esercito e tutti si precipitano verso le navi. li


test concepito da Agamennone provoca lo sbando generale e la guerra di
Troia sembra sul punto di finire in un modo inatteso.
'

E allora che intervengono le due divinità che vogliono la distruzio-


ne della città di Priamo. Su istanza di Era, Atena si reca da Ulisse e gli
ordina di trattenere gli Achei (2, 166-181). Ulisse impugna lo scettro di
Agamennone e attraversa il campo acheo; con i guerrieri che incontra il
suo tono cambia a seconda del loro rango sociale. A << re ed eroi insigni>>
egli rivolge <<parole serene >>, per spiegare <<l' idea dell'Atride >> che non
tutti hanno avuto modo di ascoltare in consiglio; pur cercando di non
urtare la suscettibilità dei maggiorenti, egli ricorda abilmente la premi­
nenza di Agamennone e termina con una minaccia: <<Grande l'ira dei re
allevati da Zeus >> (2, 196). Agli << schiamazzi >> del popolo, Ulisse pone
invece fine a colpi di scettro e di insulti con l'ordine di obbedire al re che
ha ricevuto lo scettro da Zeus.
Tutti si riavviano dunque al luogo del!' assemblea e alla fine si mettono
seduti tranne Tersite. Costui è <<l'uomo più brutto venuto sotto Ilio>>
(i., 216), ha le gambe storte e le spalle curve, sul suo cranio appuntito
<<sono sparsi radi capelli>>. Ha l'abitudine di questionare con i re, tenen­
do discorsi <<sconvenienti>>, ma ha anche il dono di far ridere gli Achei.
Il poeta dell'Iliade non dice nulla della sua famiglia né lo menziona tra
i capi achei enumerati nel Catalogo delle navi, tanto che si è spesso visto
in Tersite un uomo del popolo. Alcuni commentatori ne hanno perfino
fatto il primo contestatore levatosi contro l'ordine aristocratico, ma altre
tradizioni lo presentano come un principe etolico cugino di Diomede<1.
I rimbrotti di Tersite ad Agamennone sono al tempo stesso eco e pa­
rodia di quelli che Achille ha rivolto al re nel canto 1. Prendendo di mira
Agamennone, Tersite gli chiede <<di che si lamenti>> e <<cosa desideri an­
cora>>: le sue tende rigurgitano d'oro e di giovani prigioniere. A dire di
Tersite il re è al tempo stesso ingordo e lubrico. li suo consiglio è dunque
che gli Achei abbandonino da solo il re in Troade, a <<covare i suoi privi­
legi>> (i., 237). Ricordando l'oltraggio di Agamennone ad Achille, che è
guerriero assai migliore di lui, aggiunge che quest'ultimo ha << mancato di
coraggio>>, astenendosi dall'uccidere il re. Il discorso di Tersite è senz'al­
tro un appello alla ribellione, non meno che un elogio del regicidio.
Ulisse replica abilmente cominciando con lo screditare Tersite, <<il
p iù vile di tutti gli Achei>>. Nessuno, dice, può sapere se il ritorno avverrà
<< in buone o cattive condizioni >> (2, 253), formulazione prudentemente
ambigua che può dare al popolo l' illusione che nulla sia ancora deciso.
86 OMERO E LA STORIA

Ulisse insiste in compenso sul fatto che è << sconveniente >> rimproverare
<<l'Arride Agamennone protettore del suo popolo>> ; restituendo al re
la sua titolatura completa, egli contribuisce a ristabilirne l'autorità. Il
suo discorso termina con una minaccia umiliante: la prossima volta che
Tersite <<farà l'idiota >>, Ulisse gli strapperà i vestiti di dosso e lo caccerà
nudo dall'assemblea, in lacrime e malconcio di botte.
Per far mostra di determinazione, Ulisse colpisce con lo scettro il
dorso di Tersite, lasciandogli una tumefazione sanguinolenta, e quello
scoppia in singhiozzi. Tutti si mettono a ridere godendo nel vedere umi­
liato l' individuo che attaccava briga con i re. Tale reazione mostra che
il popolo non prova alcuna solidarietà con il "contestatore" che preten­
deva di farsene portavoce. Essa ha forse anche un altro significato: tutti
erano stati tentati dalla fuga e poi dalla disobbedienza; Tersite è il capro
espiatorio che paga per la colpa comune e il suo castigo ristabilisce le
normali relazioni tra i re e il popolo.
Soltanto ora inizia nell'assemblea un dibattito conforme alle regole:
Atena, preso l'aspetto di un araldo, invita il popolo al silenzio. Ulisse
prende la parola, questa volta in modo solenne e si rivolge innanzitutto
ad Agamennone per sottolineare la gravità dell'umiliazione che delibe­
ratamente gli infliggono gli Achei rifiutando di combattere come ave­
vano promesso (2, 284-288); i guerrieri si comportano come vedove o
bambini che non sanno far altro che gemere (2, 289-290 ). Poi Ulisse
depone il tono sarcastico: è naturale provare nostalgia della sposa dopo
un mese di lontananza, a maggior ragione dopo una guerra che è già du­
rata nove anni. Queste parole comprensive servono a dare vieppiù vigo­
re all'esortazione: abbandonare l'assedio di Troia sarebbe una vergogna
per tutti gli Achei, tanto più che un presagio spiegato da Calcante aveva
promesso la vittoria al decimo anno di guerra (2, 301-332). L'assemblea
applaude vigorosamente.
Nestore prende a sua volta la parola, per sviluppare parecchi degli ar­
gomenti accennati da Ulisse, soprattutto quello della vittoria promessa
da Zeus. Il vecchio capo conosce bene la psicologia delle truppe e chiede
ai soldati di non abbandonare Troia prima di essersi portati a letto la
donna di un troiano (2, 354-355). Dopo aver minacciato di morte i diser­
tori, consiglia ad Agamennone di adunare gli uomini <<per tribù e per
fratria >> (2, 362).
Agamennone si congratula con Nestore per gli eccellenti consigli e
poi ordina che ciascuno si prepari alla battaglia. Circondato dagli anzia­
ni, << fiore di tutti gli Achei>> - Nestore, Idomeneo, l'uno e l'altro Aiace,
L ' ILIADE

Diomede, Ulisse e Menelao -, Agamennone sacrifica a Zeus un toro di


cinque anni supplicando il dio di accordargli la distruzione di Troia e
l'uccisione di Ettore nel corso della giornata, ma Zeus non è disposto
a esaudire questa preghiera {2, 419 ). Finito il banchetto degli anziani,
Agamennone raduna gli Achei in assetto di combattimento e Atena in
persona, insieme ai re, si spende a riunire e a ordinare le truppe.
La presentazione dell'esercito greco è preceduta da una lunga se­
quenza di similitudini: il poeta compara il bagliore delle armi all' incen­
dio di una foresta, il movimento delle truppe all'arrivo di uno stormo
di uccelli migratori, il loro numero a un nugolo di mosche, i capi a dei
pastori, Agamennone a Zeus tonante e quindi a un toro in mezzo alle
vacche {2, 455-483).
Dopo una nuova invocazione alle Muse {2, 484-492) inizia il famo­
so Catalogo delle navi {2, 493-785), un pezzo di bravura che esige una
speciale ispirazione: il poeta presenta i ventinove contingenti achei con
i loro capi, enumerando per ciascuno i popoli e le città che lo compon­
gono e precisandone il numero di navi.
Questo Catalogo della flotta trovava il suo luogo naturale all'inizio del
racconto della guerra di Troia, allorché l'armata si concentrò in Aulide.
Il poeta l'ha ripreso nell'Iliade perché il quadro della Grecia eroica piace
agli ascoltatori, ma anche e soprattutto per sottolineare la grandiosità del
combattimento che seguirà di qui a poco. L'inserzione è fatta in modo
assai abile: il poeta ha tenuto conto degli avvenimenti più noti occorsi
dopo la partenza da Aulide - la morte di Protesilao { 698-702), la relega­
zione di Filottete a Lemno {721-725) o la defezione di Achille (686-694)
-, e v'è concordanza quasi perfetta tra i dati del Catalogo e quelli del resto
dell'Iliade circa l'origine e la genealogia di guerrieri grandi e piccoli.
L'ordine seguito nell'enumerazione dei ventinove contingenti non
è indifferente. I primi a essere menzionati sono i Beoti {che nel resto
dell'Iliade hanno un ruolo assai incolore): forse sono collocati in testa
perché Aulide si trova in Beozia. Il seguito del Catalogo corrisponde a tre
cerchi tracciati a partire dalla Beozia: 1) Grecia centrale, Eubea, Attica,
Peloponneso, Isole Ionie, Etolia; 2) Creta e isole; 3) Tessaglia. Le liste dei
teorodochi delfici seguono all' incirca lo stesso ordine, come ha notato
A. Giovannini1, ma non se ne deve concludere che il Catalogo delle navi
sia d'origine delfica e dati al VII secolo. La somiglianza tra i due testi
va semplicemente ascritta al fatto che entrambi descrivono gli itinerari
più agevoli per mettere in contatto l'intero mondo greco partendo dalla
Grecia centrale.
88 OMERO E LA STORIA

L'armata conta in tutto 1.266 navi. L'entità degli equipaggi è indicata


solo due volte: 120 uomini per nave per i Beoti (2, 510) e so per la gente
di Metone (2, 719). Poiché si tratta verosimilmente del numero rispet­
tivamente più alto e più basso, il corpo di spedizione acheo dovrebbe
contare tra 70.000 e 130.000 uomini. Tucidide (1, 10, 3-5) osserva che
Omero, da poeta, ha senza dubbio esagerato l' importanza della spedi­
zione, ma aggiunge che, anche prendendo alla lettera le cifre indicate
dall'Iliade, <<gli effettivi non erano numerosi per una spedizione in cui
si coalizzò la Grecia intera >>. A confronto della guerra del Peloponneso,
quella di Troia è stata una piccola spedizione. Il Catalogo termina con
una sorta di palmares, ricordando i migliori cavalli - le giumente del tes­
salo Eumelo - e il migliore guerriero - Aiace - dopo il ritiro di Achille
( 2, 760-779 ).
La scena si sposta a Troia. Perché la battaglia riprenda e l'onore di
Achille sia vendicato è necessario che i Troiani e i loro alleati abbandoni­
no il rifugio delle mura. Si potrebbe immaginare che essi prendano questa
decisione sapendo del ritiro di Achille, nel qual caso gli eventi si mette­
rebbero in moto senza intervento divino, ma il poeta ha deciso altrimen­
ti: Zeus invia Iride a esortare i Troiani al combattimento; Iride assume
l'aspetto di Polite, un fratello di Ettore incaricato di sorvegliare gli Achei.
Poiché Polite doveva in ogni caso informare i compatrioti dei movimenti
delle truppe achee, si è pensato che Iride non abbia altro ruolo che quello
di ispirare il discorso, ma tale interpretazione rompe il parallelismo tra
questa scena e il sogno di Agamennone: in entrambi i casi Zeus compie i
propri disegni inviando agli uomini una divinità che assume l'aspetto di
un mortale. La decisione dei Troiani di riprendere la battaglia è narrata
assai più brevemente di quella degli Achei: dal punto di vista strategico è
la più importante, ma il poeta ha voluto porre l'accento sull'accecamento
di Agamennone ingannato dalle divinità.
Il canto 2 termina con il catalogo dei Troiani e dei loro alleati (2, 816-
877 ) , in tutto sedici contingenti, ma la rassegna è assai meno dettagliata
di quella del Catalogo delle navi.

Canto 3

I due·eserciti muovono allo scontro. Paride si presenta dinanzi alle linee


troiane e sfida i campioni achei; Menelao avanza contro di lui per pu­
nirlo del suo misfatto e Paride spaventato indietreggia (3, 30-37 ). Ettore
'
L ILIADE

copre il fratello di ingiurie, tanto da indurlo a proporre un patto leale era


i due eserciti: lui stesso e Menelao si affronteranno a duello e chi risulterà
superiore si terrà Elena e i tesori. Ettore trasmette agli Achei la proposta
di Paride; Menelao accetta, ma pretende che Priamo venga a prestare
giuramento visto che i suoi figli sono << arroganti e sleali >> (3, 106).
Un araldo parte alla volta del vecchio Priamo, e la scena si sposta a
Troia. Elena, cagione della guerra, è inquadrata per prima. Iride, sotto le
sembianze della figlia di Priamo Laodice, le annuncia il duello imminen­
te ed Elena, nel cui cuore si è risvegliato il desiderio del primo marito,
si reca sugli spalti. Gli anziani di Troia che tengono consiglio presso le
mura della città la scorgono salire verso di loro e ne ammirano la bellez­
za, non senza deplorare le sciagure di cui è causa (3, 146-160 ) 6• Priamo le
si rivolge con dolcezza e le chiede dei guerrieri achei che essa scorge nel-
la piana - Agamennone, Ulisse, Aiace. E strano che Priamo dopo nove
,

anni di assedio non sappia ancora riconoscere i re nem.i ci; senza dubbio
il poeta ha scelto di inserire nell 'Ìliade una scena assai apprezzata relativa
all'inizio della guerra: il pubblico era assai più sensibile al fascino dell 'e­
pisodio che alla sua inverosimiglianza.
Informato dagli araldi, che hanno già radunato gli agnelli, il vino, il
cratere e le coppe necessarie alla stipula del patto, Priamo monta sul car­
ro e scende nella piana accompagnato da Antenore. Prima di sgozzare
gli agnelli Agamennone formula a nome di tutti una preghiera solenne
ed enuncia le clausole dell'accordo: se Paride ucciderà Menelao, terrà
Elena e i tesori, se Menelao ucciderà Paride, i Troiani restituiranno Elena
e i tesori e verseranno un adeguato indennizzo << a beneficio delle gene­

razioni future >> ; se non pagheranno l' indennizzo, la guerra proseguirà


fino alla caduca di Troia (3, 276-291). L'avido re di Micene introduce
nell'accordo questa nuova clausola, e su di essa insiste particolarmente,
ben sapendo che in questo solenne momento i Troiani, che ambiscono
alla pace, non protesteranno.
Priamo decide di rientrare nella rocca di Troia. Egli non vuole as­
sistere al combattimento del figlio: chiaramente si aspetta di vederlo
farsi ammazzare da Menelao. La prevedibile morte del vanitoso Paride
porrebbe fine alla guerra per la soddisfazione generale degli uomini, ma
Zeus non è disposto a esaudire i loro voci (3, 302).
Ettore e Ulisse agitano in un elmo di bronzo le sorti dei due avversari.
Quella di Paride esce per prima, dando al troiano il beneficio del pri­
mo colpo, ma nonostante questo vantaggio Paride ha la peggio. Mentre
Menelao trascina l'avversario per ucciderlo tirandolo per l'elmo, Afro-
OMERO E LA STORI.A

dite rompe il soggolo, sottrae il suo protetto e lo trasporta nella stanza di


Elena, quindi, assunto l'aspetto di una vecchia spartana, si reca da Ele­
na invitandola a raggiungere Paride. Elena riconosce la dea per via dello
splendido seno e insorge contro i suoi ordini, ma Afrodite minaccia di
abbandonarla al duplice odio degli Achei e dei Troiani, sicché la donna
obbedisce e, dopo qualche battuta ironica, segue Paride nel letto (3, 447 ) .
Questa scena ha dato luogo a un' interpretazione psicofisiologica:
Elena disprezza Paride, ma resta preda di un desiderio indomabile per
il bel troiano, che le è entrato per così dire nel sangue; Afrodite sareb­
be dunque soltanto la rappresentazione allegorica di questa passione
carnale. La lettera del testo si oppone a simili ipotesi. Il poeta dice chia­
ramente che Elena desidera di nuovo Menelao (3, 139 ) ; ella è divenuta
tuttavia la creatura di Afrodite ai cui voleri non può sottrarsi, e la dea
ha voluto non soltanto salvare Paride, ma anche riaffermarne i diritti
su Elena. Il congiungimento di Elena e Paride non è solo un intermez­
zo erotico, ma .rappresenta di fatto la rottura dell'accordo stipulato tra
Achei e Troiani.
Nel frattempo Menelao non smette di cercare Paride; Agamennone
proclama la vittoria del fratello e reclama Elena, i tesori e l'indennizzo
(3, 458-460 ) .

Canto 4

Una pace che corrisponda ai desideri di entrambi i belligeranti sembra


possibile, ma essa non è gradita alle divinità, soprattutto perché impe­
direbbe a Zeus di realizzare la promessa fatta a Teti. Per questo Zeus
<< tenta >> Era proponendo di porre fine alla guerra, ma Era protesta ener­
gicamente e Zeus, fingendo di cedere alla sua collera, spedisce Atena a
provocare la violazione dei patti. Come Agamennone nel canto 2., egli
formula un suggerimento contrario ai suoi desideri per ottenere il pro­
prio scopo con una finta concessione; la sua manovra, a differenza di
quella del re di Micene, riesce immediatamente.
Atena non si fa pregare: assume l'aspetto di un guerriero troiano e
consiglia al licio Pandaro di uccidere Menelao con una freccia per gua­
dagnarsi gli splendidi doni del <<re Alessandro >> 7 (4, 96-97 ) . Pandaro
si lascia convincere e così il patto subisce una flagrante violazione. Me­
nelao è ferito solo leggermente, perché Atena veglia su di lui, ma perde
sangue; Agamennone si lamenta per amore del fratello e soprattutto
L'ILIA.DE 91

perché la sua morte renderebbe vana la pi:osecuzione della guerra ( 4,


155-182.). Mentre Menelao riceve le cure di Macaone, l'eroe medico, Tro­
iani e Achei tornano a indossare le armi. Agamennone passa in rassegna
le truppe esortando i capi che vede pronti - Idomeneo, i due Aiace e
Nestore - e rimproverando a torto quelli che gli paiono attardarsi - Me­
nesteo, Ulisse, Diomede (4, i.23-421).
I due eserciti sono pronti ad affrontarsi; gli Achei marciano in si­
lenzio mentre i Troiani avanzano come un gregge belante (4, 433-436).
Il primo scambio di colpi tra gli eroi che si staccano dalle prime linee
(promakhoi) si trasforma in uno scontro generale durante il quale i guer­
rieri cadono a centinaia.

Canto s

Il canto s è dominato dalle gesta di Diomede guidato da Atena. L' impe­


to del figlio di Tideo trascina gli altri Achei e i Troiani sono spesso col­
piti alla schiena mentre fuggono. Diomede, raggiunto da una freccia di
Pandaro, implora Atena che gli restituisce il vigore. Egli appare temibile
come un leone ferito (s, 136-139 ): uccide Pandaro e porrebbe fine anche
alla vita di Enea, se la madre Afrodite non venisse a proteggerlo con un
lembo della sua veste. Mentre Stenelo, il suo compagno, si impadronisce
dei pregiati cavalli di Enea, Diomede con il consenso di Atena ferisce
Afrodite a un braccio. La dea dell'amore getta un urlo e corre a piangere
dalla madre Dione e da Zeus8• Nel frattempo Apollo ha steso su Enea
la sua protezione. Diomede infuriato balza nondimeno contro il suo
avversario, ma Apollo lo ferma con un ammonimento solenne: <<Non
pretendere di eguagliare nei tuoi disegni gli dèi>> (5, 440-442.). Apollo
sottrae così Enea, ma crea un fantasma dell'eroe troiano attorno al quale
si scatena la mischia dei due eserciti.
Ares, il dio della guerra, incita i Troiani alla controffensiva, che dura
fino a che Era e Atena intervengono a loro volta dalla parte degli Achei.
Atena rinfaccia a Diomede di non essere degno del padre Tideo; af­
ferrando ella stessa le redini del suo cocchio (s, 837), spinge l'eroe ad
affrontare Ares deviando il dardo che questi ha lanciato, e il figlio di
Tideo ferisce il dio della guerra, che se ne va urlando a piangere a sua
volta sull'Olimpo: per tutta consolazione Zeus lo apostrofa come << il
più odioso di tutti gli immortali>> (s, 890). Il brutale Ares si comporta
come la fragile Afrodite, ed è ancora più ridicolo.
92 OMERO E LA STORIA

Il canto s è l'unico passaggio dell'Iliade in cui un eroe affronti le divi­


nità; ciò non lo pone tuttavia in contraddizione con le concezioni reli­
giose diffuse nel resto del poema: i mortali devono astenersi dallo sfidare
gli dèi. Questa regola conosce però delle eccezioni: bisogna sempre ob­
bedire ad Apollo, ma è possibile con l'aiuto di Atena combattere contro
divinità meno venerabili come Afrodite o Ares. In ogni caso, l' interven­
to degli dèi nelle vicende umane non è del tutto privo di rischi: anche gli
immortali possono essere feriti, soffrire e subire umiliazioni.

Canto 6

Dopo che gli dèi hanno lasciato la battaglia, gli Achei guidati da Aiace e
Diomede hanno la meglio. L'indovino Eleno si rivolge al fratello Ettore
esortandolo a radunare i Troiani in posizione difensiva e a recarsi per­
sonalmente a Troia per chiedere a Ecuba, la regina loro madre, di levare
una supplica ad Atena.
Mentre Ettore lascia il fronte, Glauco e Diomede avanzano nello spa­
zio tra i due schieramenti. Diomede chiede a Glauco della sua origine,
per timore di trovarsi di nuovo a combattere contro una divinità. Glau­
co espone allora la sua genealogia narrando la storia del nonno Bellero­
fonte e i due guerrieri scoprono di avere vincoli ereditari di ospitalità:
rinunciano così a combattere e si scambiano dei doni, di valore peraltro
assai diseguale ( 6, 232-236).
Giunto a Troia, Ettore si reca innanzitutto al palazzo di Priamo dove
incontra la madre. Ecuba crede che egli sia venuto a pregare il grande
Zeus e gli offre del vino per versare una libagione al dio e per smaltire
la fatica, ma Ettore rifiuta: non vuole perdere un'oncia del suo slancio e
non può rivolgere preghiere a Zeus mentre è ancora insozzato di fango
e di sangue ( 6, 267-268). Egli prega la madre di andare a deporre un'of­
ferta al tempio di Atena; Ecuba va nella sala del tesoro, prende il velo
più bello e si reca a offrirlo alla dea; la sacerdotessa di Atena, la graziosa
Teano sposa di Antenore, supplica la divinità di aver pietà dei Troiani,
ma alla sua preghiera Atena << fa cenno di no >> ( 6, 311).
Ettore si reca quindi nella dimora di Paride per incitare il fratello a ri­
prendere la battaglia e gli chiede di deporre la sua collera, come se Paride
avesse abbandonato il combattimento per le stesse ragioni di Achille. Pari­
de non coglie l' ironia del fratello (o fa mostra di non avvertirla) e dichiara
che <<le molli parole >> (6, 337) di Elena hanno calmato il suo dolore e lo
'
L ILIADE 93

spingono a rientrare in azione. Elena si rivolge allora al cognato, rimpian­


gendo d'esser nata o di non essere almeno la compagna di letto di un pro­
de�. Dopo aver parlato di Paride con condiscendenza, ella invita Ettore a
sedersi, ma Ettore declina l'invito con gran cortesia e chiede a Elena di
congedare velocemente <<questo individuo>>, cioè suo fratello ( 6, 363).
Subito dopo Ettore muove in cerca di Andromaca. Non la trova in
casa, perché ella si è recata sugli spalti in preda a una profonda inquietu­
dine. Arrivato presso le Porte Scee egli vede corrergli incontro <<la sposa
per cui ha pagato così ricchi doni >> ( 6, 394) insieme al piccolo Astianat­
te. Andromaca gli si ferma accanto in lacrime e gli prende la mano. Il
coraggio di Ettore, dice, lo perderà ed ella allora sarà sola al mondo, per­
ché Achille ha ucciso tutta la sua famiglia: Ettore è per lei un padre, una
degna madre e un fratello non meno che uno sposo. Che abbia dunque
pietà di lei e rimanga sulle mura. A questa richiesta personale Andro­
maca aggiunge un consiglio strategico: che Ettore concentri l'esercito
troiano davanti al fico selvatico, là dove la cinta è più vulnerabile.
Ettore risponde con grande dolcezza. Le parole di Andromaca hanno
per lui un gran peso, ma egli si vergogna di rimanere lontano dalla batta­
glia. Il suo cuore e la sua educazione lo spingono a combattere in prima
linea per coprirsi di gloria: è la sola cosa che dipende da lui; per il resto sa e
sente intuitivamente che Troia cadrà. Nella sciagura della città ciò che più
lo affligge è la schiavitù che attende Andromaca. Il dialogo dei due sposi
sottolinea il profondo affetto che li unisce: la sorte di Andromaca è la
principale preoccupazione di Ettore e la sorte di Ettore è il primo pensiero
di Andromaca. Ettore conclude dicendo che preferisce morire prima della
fine di Troia ( 6, 464-465 ) . Con triste modestia, dichiara che la sua morte
non è il peggiore dei mali in agguato sulla città e su Andromaca.
A questi oscuri presagi segue un momento di felicità familiare. Ettore
tende le braccia verso Astianatte che si ritrae perché spaventato dall'el­
mo paterno; Ettore lo toglie, solleva il bambino e prega Zeus perché suo
figlio regni su Troia e rallegri sua madre con le proprie imprese ( 6, 476-
481 ). Questa invocazione suggerisce che Ettore speri ancora che le sue
previsioni pessimistiche non si realizzino; Andromaca ride e piange a un
tempo ( 6, 484); Ettore la accarezza teneramente, le ricorda che nessuno
può sfuggire al proprio destino e poi la rimanda al telaio, dichiarando
che la guerra è cosa da uomini ( 6, 492 ). Andromaca e le sue ancelle leva­
no un lamento, certe di non rivedere più Ettore vivo.
Ettore si dirige allora alla volta dell'esercito, dove è raggiunto da Pari­
de; il fratello, egli concede, è un <<prode>>, un prode << che rammollisce
94 OMERO E LA STORIA

a bella posta >> e a cui i Troiani muovono ingiusti rimproveri. Evidente,


qui, il dileggio. In tono conciliante, Ettore conclude dicendo che lui e
Paride regoleranno le loro divergenze più tardi, una volta che gli Achei
saranno stati respinti ( 6, 521-529 ).

Canto 7

Mentre i Troiani guidati da Ettore e Paride iniziano l'offensiva, Atena e


Apollo trovano un accordo perché la carneficina abbia un momento di
sosta. Ispirato dalle due divinità, l'indovino Eleno suggerisce a Ettore di
proporre agli eroi achei una singolar tenzone, un duello leale, nel rispet­
to delle tradizionali regole religiose, compreso il fatto che il vincitore
renda il corpo del vinto (7, 67-91).
A questa sfida gli Achei restano dapprima silenziosi, poi Menelao si
leva per affrontare Ettore, ma Agamennone fa risedere il fratello e lo dis­
suade dal <<combattere contro chi è più forte di lui >> (7, 1 11). Nestore si
indigna dell'assenza di un campione acheo e rimpiange il vigore della
giovinezza, il che gli consente di dilungarsi nel racconto di una delle sue
antiche imprese. Nove achei si fanno avanti e viene tirato a sorte Aiace.
Aiace ed Ettore incrociano tre serie di colpi: scagliano le loro aste, si af­
frontano con le lance, si gettano pesanti macigni. Ettore è ferito, ma non
fuori combattimento. Entrambi continuerebbero il duello con la spada,
se al calar della notte gli araldi non li separassero. Il duello finisce con
uno scambio di doni (7, 303-305).
La tenzone individuale di Aiace ed Ettore avviene poche ore dopo
quella di Menelao e Paride e la violazione dei patti. Una tale sequenza di
eventi è chiaramente inverosimile, ma, lungi dall'essere un maldestro dop­
pione, l'episodio ha una funzione importante nell'architettura generale
dell'Iliade: poiché Zeus non ha ratificato i patti (come si ricorda in 7, 69)
e non vuole la pace, alcune divinità e alcuni eroi tentano di far prevale­
re almeno temporaneamente un tipo di combattimento cavalleresco. U
duello del canto 6 interrompe provvisoriamente il crescendo di efferatezza.
Nel campo acheo, mentre gli anziani banchettano raccolti intorno
ad Agamennone, Nestore propone di chiedere una tregua per seppel­
lire i morti ed erigere una palizzata a riparo delle navi ( 7, 327-343). La
costruzione di questa difesa nove anni dopo lo sbarco acheo è sorpren­
dente; Tucidide ( 1, 1 1 ) riprende una tradizione che situa la costruzione
del muro subito dopo l'arrivo degli Achei in Troade. E possibile che la
'
'
L ILIADE 95

versione dell'Iliade miri a enfatizzare l'importanza di Achille, la cui pre­


senza in combattimento aveva reso superflua tale protezione. Nestore
evita abilmente di alludere a questo terna, ma Achille parlerà con sarca­
smo del!' inutile muro eretto dagli Achei (9, 349-350 ).
Contemporaneamente a Troia si tiene un' << assemblea burrascosa >>,
la prima dopo la stipula e la violazione dei patti. Antenore propone che
nel rispetto delle clausole i Troiani restituiscano Elena e i tesori agli
Achei (7, 345-353), ma Paride si oppone, rifiutando di rendere altro che i
tesori sottratti a Menelao con l'aggiunta di suoi beni personali. Priamo
si unisce al parere del figlio e ordina ali' araldo troiano Ideo di recarsi
presso gli Achei per comunicare l'offerta di Paride e chiedere una tregua
per la sepoltura dei morti.
Ideo si presenta ali' assemblea achea ali' alba del!' indomani. Diomede
respinge vigorosamente l'offerta troiana e rifiuta la stessa restituzione di
Elena, di cui peraltro non si è parlato. Gli Achei approvano rumorosa­
mente le parole di Diomede e Agamennone chiede a Ideo di prenderne
atto aggiungendo: << anche a me piace così >> (7, 407); in compenso ac­
cetta la tregua.
I due giorni seguenti sono consacrati alla cremazione dei morti. Dalla
parte achea si erige un muro, edificato senza i sacrifici abituali, che Zeus
e Posidone destinano a precoce distruzione (7, 446-463).

Canto 8

Il terzo giorno Zeus fa solenne divieto agli dèi di intervenire nei com­
battimenti. La proibizione sarà tolta solo nel canto i.o, ma il meno che
si possa dire è che non sarà sempre rispettata. La battaglia tra uomini
sarà punteggiata di tentativi divini più o meno coronati da successo di
infrangere l'ordine di Zeus.
Egli ha appena finito di parlare allorché Atena chiede al padre di mi­
tigare la sua interdizione: che almeno sia possibile ispirare agli Achei un
piano vantaggioso. Zeus si mostra assai conciliante: <<Non parlo del tut­
to seriamente, e voglio essere buono con te>> ( 8, 39-40 ). Di fatto Atena
non trarrà in seguito alcun profitto da questa concessione né fornirà agli
Achei alcuna ispirazione utile. Taluni commentatori ne hanno dedotto
che l' intervento della dea sia un' interpolazione (i versi 39-40 si ritrova­
no del tutto a proposito in 2.2., 183-184); è possibile tuttavia render conto
del passo così com'è: Atena non ha progetti precisi, ma intende saggiare
OMERO E LA STORIA

la determinazione del padre e ottiene una concessione che in futuro po­


trebbe essere preziosa.
Lo scontro tra i due eserciti è inizialmente equilibrato ; poi, quan­
do Zeus estrae la sua bilancia d'oro e scocca un lampo fiammeggiante
in direzione dell'armata achea, la maggior parte dei capi è spaventata.
Nestore e Diomede per un momento tengono testa a Ettore prima di
indietreggiare quando Zeus fa cadere la folgore dinanzi al loro carro ( 8,
134-135). Sensibile a una preghiera di Agamennone, Zeus concede agli
Achei qualche successo (8, 212-334), poi ispira nei Troiani una nuova
foga devastatrice ( 8, 335-349 ). Era e Atena si armano per il combatti­
mento, ma Zeus invia loro Iride con precise minacce ( <<fracasserò i loro
carri >> : 8, 403) e le due dee si rassegnano a obbedire.
La notte interrompe gli scontri. Ettore decide che l'armata troiana
dormirà nella pianura per evitare che gli Achei approfittino dell'oscurità
per reimbarcarsi. Questa decisione dimostra con chiarezza l 'arretramen­
to acheo; il combattimento si è spostato in prossimità delle navi e la sua
posta immediata è ormai la salvezza stessa degli Achei che si ritrovano
nella posizione di assediati.

Canto 9

La baldanza dei Troiani contrasta con lo scoramento degli Achei; Aga­


mennone cede alla sfiducia dinanzi all'assemblea: <<con un greve sin­
ghiozzo>> egli lamenta di essere stato ingannato da Zeus e - questa volta
senza retropensieri, contrariamente al canto 2. esorta le sue truppe a
-

prendere la fuga (9, 13-28). La proposta è disonorevole e insieme stra­


tegicamente pericolosa (l'uditorio sa che Ettore ha previsto questa eve­
nienza e che è risoluto a impedire il reimbarco degli Achei). Diomede
vi si oppone con forza rimproverando al re la sua mancanza di energia
morale (alké) e dichiara che, per quanto lo riguarda, continuerà l'asse­
dio di Troia solo con il compagno Stenelo (9, 31-49). Si leva un generale
grido di approvazione.
Nestore concorda con Diomede, ma aggiunge che il figlio di Tideo
è giovane e non ha detto tutto; il vecchio re passa quindi a censurare
<<chiunque auspica la guerra intestina >> (9, 63-64). L'allusione è vaga
e può riguardare Diomede come pure Agamennone e Achille. Nestore
ordina ai giovani di montare la guardia intorno al campo e invita Aga­
mennone a offrire un banchetto agli anziani.
'
L ILIADE 97

Dinanzi al consiglio dei capi riunito a porte chiuse, Nestore propo­


ne di inviare un'ambasceria ad Achille (9, 111-113): ha omesso di farlo
davanti all'assemblea per evitare che un rifiuto dell'eroe possa indebo­
lire il morale delle truppe. Agamennone ammette che la sua mente era
accecata allorché ha oltraggiato Achille, e vuole offrire al figlio di Peleo
a titolo di riparazione <<doni innumerevoli >> che si compiace di elenca­
re: subito sette tripodi, dieci talenti d'oro, venti calderoni, dodici cavalli
e sette belle schiave, senza contare la stessa Briseide che giura di non
aver toccato; dopo la presa di Troia, tanto oro quanto Achille vorrà e
venti prigioniere troiane; infine, a ritorno avvenuto, una delle sue figlie
senza hédna'0 da versare in contropartita e << sette floride città >> . Queste
splendide offerte non sono accompagnate da alcuna scusa o preghiera; al
contrario, Agamennone chiede ad Achille di riconoscere che egli è << re
più grande di lui>> (9, 160 ). Il re di Micene, che non ha affatto perduto la
sua tracotanza, non ha compreso lo stato d'animo di Achille. Nestore gli
aveva chiesto di placare la collera dell'eroe <<con doni amabili e parole
suadenti>> (9, 1 12-1 13), Agamennone ha elargito i doni, ma non le parole
richieste.
Nestore propone che Fenice, Aiace e Ulisse vadano a riferire ad Achil­
le le offerte di Agamennone. La presenza di Fenice, il vecchio precettore
'

di Achille, conferisce maggior peso ali' ambasciata. E strano tuttavia che


Fenice partecipi al banchetto degli anziani offerto da Agamennone in­
vece di tenere compagnia ad Achille, ma il poeta su questo dettaglio non
fornisce spiegazioni. Inoltre, numerosi verbi relativi ali' ambasciata sono
al duale: forse il nostro testo del!' Iliade combina due diverse versioni
dell'ambasceria, una in cui Fenice è presente, l'altra senza di lui.
La legazione achea trova Achille - aedo dilettante - intento a suo­
nare la cetra e a cantare le gesta degli eroi; in scrupoloso rispetto delle
regole dell'ospitalità egli invita gli ambasciatori a cena''. Allorché Aiace
fa un cenno a Fenice perché prenda la parola (9, 223), Ulisse anticipa i
compagni e si rivolge ad Achille per primo: l'astuto personaggio ritiene
probabilmente di essere il più adatto a convincere l'eroe. Il suo discorso
è un capolavoro di arte retorica: egli esordisce sottolineando i successi di
Ettore e il pericolo che corrono gli Achei; chiede l'aiuto di Achille senza
giungere di fatto a implorarlo e ricorda i consigli di moderazione che
Peleo aveva impartito al figlio; enumera poi i doni promessi da Agamen­
none, omettendo diplomaticamente la richiesta di sottomissione che
li accompagnava. E probabile che a questo punto Achille manifesti un
'

qualche fastidio, e Ulisse, comprendendo che i doni di Agamennone gli


OMERO E LA STORIA.

sono odiosi (9, 300), gli chiede di avere pietà dei compagni e conclude
insistendo sulla gloria che si guadagnerà trionfando su Ettore.
Ben lungi dal commuovere Achille, questo discorso fin troppo abile
ha l'effetto di condurlo al colmo dell'irritazione. La risposta è negativa:
né Agamennone (9, 315) né alcun altro degli Achei giungerà a convincer­
lo ; quindi, senza giustificare il suo rifiuto, egli dà libero sfogo alla colle­
ra e allo scoramento. Cercare la gloria è cosa vana: tutte le imprese che
ha compiuto non gli sono valse altro che un affronto. Gli Arridi fanno
la guerra per Elena, ma gli hanno sottratto la donna che lui amava (9,
340-345); che Agamennone provveda a contrastare Ettore senza di lui,
perché domani egli abbandonerà Troia per rientrare a Ftia (9, 358); Aga­
mennone non l'abbindolerà più (9, 376); i regali e la figlia dell'Arride
gli fanno orrore (9, 378-39l). Nulla vale quanto la vita (9, 401): se gli
mancherà la gloria, avrà in compenso una lunga esistenza tranquilla. In
un'amplificazione conclusiva Achille consiglia a tutti gli Achei di fare
come lui e di abbandonare l'assedio di Troia (9, 417-4l5).
Fenice prende allora la parola piangendo. Egli ricorda ad Achille, <<fi­
glio suo>> , che Peleo l'ha incaricato di vegliare su di lui. Dopo aver rac­
contato la propria storia - il conflitto con il padre, l'esilio, la mancanza
di discendenza - insiste sulle cure che ha dedicato ad Achille bambino''.
Assumendo il tono del precettore, gli chiede di sedare la sua coliera: gli
dèi stessi si lasciano piegare, le Preghiere sono figlie di Zeus e bisogna ri­
spettarle, e Agamennone adesso sta implorando Achille (9, 519-5lo: qui
Fenice attribuisce ali' approccio di Agamennone un senso che l' arrogan­
te sovrano non gli aveva dato). Gli eroi del passato sapevano rinunciare
al loro risentimento. Per chiarire il discorso Fenice narra la storia di Me­
leagro che, dopo aver rifiutato di salvare la sua città assediata a dispetto
dei doni che gli venivano offerti, fu poi costretto a intervenire per salva­
re la sposa Cleopatra'3, ma in cambio non ottenne nulla dal popolo. Pari­
menti Achille non otterrà gli stessi onori se tarderà a riprendere le armi.
Achille risponde che l'onore che viene dagli uomini non gli interessa
più; egli si cura soltanto di quello che viene dal destino fissato da Zeus e che
egli attenderà standosene accanto alle proprie navi (9, 607-609 ) Achille ha
.

dunque rinunciato aU' idea di ripartire per Ftia. Il discorso di Fenice, se pure
non 1' ha convinto a tornare a combattere, ha almeno in parte piegato i suoi
propositi. In cambio di questa concessione Achille ha posto una condizio­
ne: Fenice deve restare accanto a lui e non deve <<amare>> Agamennone.
Ignorando ostentatamente Achille, Aiace si rivolge dapprima a Ulisse
per segnalargli che è giunto il momento di andarsene dato che Achille ha
'
L ILIADE 99

rifiutato di seguire la fondamentale regola sociale che impone di accettare


la riparazione dei torti subiti; perfino per l'uccisione di un fratello si accet­
ta compensazione (9, 63i.-633). Poi, volgendosi ad Achille, gli rimprovera
di nutrire un rancore sproporzionato e di dimenticare i vincoli di amicizia.
Achille è toccato dal sobrio discorso di Aiace, ma torna a evocare con
collera l'affronto che gli ha fatto subire Agamennone e dichiara che ri­
prenderà a combattere solo quando Ettore durante il massacro degli Ar­
givi si volgerà contro i Mirmidoni. La sua risposta, che lascia intravedere
la possibilità di un ritorno in battaglia, è meno negativa delle preceden­
ti. La consapevolezza del pericolo comune comincia ad ammorbidire la
collera dell 'eroe e preannuncia il suo atteggiamento nel canto I6, allor­
ché autorizzerà l'amico Patroclo ad andare in soccorso degli Achei.
Resta comunque il fatto che il rifiuto della proposta è da parte di
Achille una prova di dismisura. Respingendo la riconciliazione che gli è
stata offerta, l'eroe diviene parzialmente responsabile delle sventure che
di qui seguiranno, soprattutto della morte di Patroclo.
Il canto 9 termina con il ritorno di Aiace e di Ulisse nel padiglione di
Agamennone dove sono attesi dagli anziani. Tutti sono sgomenti. Dio­
mede è il solo a reagire e rimprovera ad Agamennone di essersi ridotto
a supplicare Achille - cosa che in realtà egli non ha fatto - e di aver
così rinfocolato il suo orgoglio (9, 700 ). Evidentemente ritiene di poter
prendere il posto dell'eroe assente.

Canto IO

La preoccupazione per gli Achei impedisce ad Agamennone di trova­


re il sonno: assistito da Menelao e da Nestore egli convoca un nuovo
consiglio degli anziani. Nestore propone che un guerriero acheo appro­
fittando della notte vada come spia nel campo troiano per conoscere le
intenzioni del nemico (IO, i.04-2.IO ) . Diomede si offre volontario, ma
desidera avere un compagno. Agamennone, che terne egli possa volere
Menelao, chiede a Diomede di scegliere in considerazione del valore e
non del lignaggio. Diomede fa il nome di Ulisse, che è al contempo co­
raggioso e forte della protezione di Atena. I due eroi, pressati dall'urgen­
za, vestono le armi che cedono loro i giovani guerrieri messi di guardia
negli avamposti, in particolare, nel caso di Ulisse, il celebre elmo fatto
di zanne di cinghiale saldate insieme (Io, 2.6I-2.65). Atena invia ai due
uomini un presagio favorevole: il grido di un airone.
100 OMERO E LA STORIA.

Ettore ha la stessa idea di Agamennone e convoca a consiglio <<i capi e i


duci>> dei Troiani per proporre che una spia vada in osservazione del campo
acheo; Dolone, figlio di un araldo, non meno brutto che ricco (10, 315-316;
egli è con Tersite il solo personaggio fisicamente disgraziato dell'Iliade), si
offre come volontario e chiede come ricompensa i cavalli di Achille. Ettore
glieli promette e Dolone parte vestito della pelle di un lupo grigio.
Ulisse e Diomede si accorgono di Dolone, lo spiano e gli tagliano la
via del ritorno e a bella posta Diomede lo manca di poco con un colpo
della sua lancia. Dolone implora di aver salva la vita promettendo un
immenso riscatto. Ulisse finge di accettare e lo interroga; apprende così
che i Troiani stanno ali'erta, ma che molti dei loro alleati dormono senza
timore, in particolare i Traci del re Reso giunti da poco. Riconoscendo
che il resoconto di Dolone è <<utile >>, Diomede ammazza il supplice e
Ulisse ne consacra le spoglie ad Atena (10, 446-464).
Giunti all'accatnpamento dei Traci i due eroi achei uccidono dodici
guerrieri e lo stesso re Reso. Mentre Ulisse si impadronisce dei veloci
cavalli, Atena ingiunge ai due eroi di rientrare rapidamente: essi balzano
sui destrieri di Reso (si tratta dell'unico esempio di cavalleria montata
dell'Iliade) e tornano al campo acheo: qui sono accolti dagli anziani ai
quali raccontano le loro imprese senza far parola dello scopo della loro
missione, conoscere le intenzioni troiane.
Già alcuni commentatori antichi ritenevano che l'episodio fosse sta­
to inserito nel poema da Pisistrato. Le ragioni addotte erano più d'una.
Questa spedizione, la cosiddetta Dolonia, si distingue dal resto dell 'Ilia­
de per un buon numero di dettagli. Ma non è forse normale che la pras­
si della guerra notturna sia differente da quella della battaglia in pieno
giorno, soprattutto per una maggiore crudeltà, e che sia descritta con un
lessico parzialmente diverso ? L'Iliade menziona numerose imboscate e
molti agguati. Il poeta della guerra di Troia poté ritenere utile raccontare
almeno un episodio di questo tipo di operazioni per conferire all'opera
la grandiosità voluta.
La storia di Reso è certamente anteriore al nostro testo dell'Iliade.
Stando ad alcune tradizioni, un oracolo avrebbe predetto che Reso e i
suoi cavalli sarebbero divenuti invincibili abbeverandosi ali' acqua del­
lo Scamandro'4: era dunque indispensabile uccidere il re e sottrarre i
cavalli subito dopo il loro arrivo. Nell'Iliade questa azione capitale è
divenuta una semplice razzia. Tale cambiamento non implica necessa-
,

riamente un 'interpolazione. E comprensibile che il maestro dell'Iliade


volesse esaltare con una scena originale il valore di Ulisse e di Diomede,
'
L ILIADE IOI

ma più ancora gli stava a cuore l'unità del poema: era dunque necessa­
rio minimizzare l' importanza di Reso, per non introdurre un elemen­
to mitologico che avrebbe potuto distogliere l'attenzione dell'uditorio
dall'ira di Achille.

Canto I I

All' inizio del canto I I Zeus spedisce Eris, la dea della discordia, presso
gli Achei. Agamennone lancia l'ordine di guerra. Il poeta descrive det­
tagliatamente l'equipaggiamento del re (II, I5·46) e più succintamen­
te l'adunata troiana ( I I, 56-66). All' inizio lo scontro è equilibrato, poi
Agamennone avanza e semina il terrore fra i Troiani che uccide con spie­
tata crudeltà. Iride reca a Ettore l'ordine di Zeus: egli deve indietreggiare
fino a che Agamennone non sia ferito, dopo di che Zeus gli accorderà
la superiorità ( I I, 2.00-2.09 ) . Le gesta di Agamennone si protraggono
ancora un poco, ma, colpito presto al braccio, il re deve risalire sul car­
ro alla volta delle navi (II, 2.73-2.74). Ettore conduce allora una vigorosa
controffensiva durante la quale molti Achei - in particolare Diomede,
Ulisse, Macaone, Euripilo - sono feriti.
Achille assiste alla rotta degli Achei e chiede ali'amico Patroclo di an­
dare a controllare se il guerriero ferito che Nestore trasporta sia davvero
Macaone, l'eroe medico. Certo, egli spera che gli Achei non tardino a ve­
nire da supplici alle sue ginocchia ( I I, 609 ) ma pare ugualmente scosso
,

e turbato nel vedere ferito colui che è solito guarire le ferite altrui. Si ha
l'impressione che la simpatia di Achille per i compagni inizi a bilanciare
la sua collera contro Agamennone.
Patroclo si reca da Nestore, che traccia un quadro fosco della si­
tuazione e deplora l'indifferenza di Achille. Al solito, il vecchio eroe
rimpiange il vigore di un tempo ed evoca, in quasi un centinaio di
versi, una guerra vittoriosa da lui condotta un tempo contro gli Epei
(II, 668-762.). Tornando ad Achille, egli ricorda le raccomandazioni
di Peleo e di Menezio, il padre di Patroclo, al momento della partenza
per Troia; poi dà un consiglio cruciale che Patroclo farà proprio e che
Achille accoglierà nel canto I6: che l'eroe consenta almeno a Patroclo
di riprendere il combattimento permettendogli di vestire le sue armi
(II, 79I-803).
Patroclo, emozionato, corre verso le navi di Achille; scorge Euripilo
ferito e lo cura con perizia.
102. OMERO E LA STORIA

Canto 12.

La battaglia si svolge ormai intorno al muro che circonda il campo acheo


e che sarà presto distrutto dalla piena di più fiumi (12., 3-33). Mentre Et­
tore incita i Troiani a superare il fossato acheo, Polidamante11 gli dà il
consiglio strategicamente accorto di fermare i carri al di qua della trin­
cea. Attenendosi a questo parere i Troiani si lanciano all'assalto a piedi
in cinque battaglioni; soltanto Asio tenta di forzare una porta con il suo
carro, e fallisce. All'apparizione di un presagio sfavorevole, Polidamante
consiglia a Ettore di rinunciare a superare il muro acheo, ma l'eroe rifiu­
ta di tener conto di questo segno divino : << L'unico vero buon presagio
è difendere la propria patria >> (12., 2.43). Dopo aver minacciato Polida­
mante, Ettore guida energicamente l'assalto troiano. Nel campo acheo i
due Aiace animano la difesa e dall'una e dall'altra parte le pietre << vola­
no a migliaia come fiocchi di neve>> (12., 2.77-2.89).
Ettore, al quale Zeus conferisce il kjdos - un momentaneo slancio di
invincibile superiorità -, afferra un'enorme pietra, la scaglia con facilità
e fracassa una delle due porte achee. Alla fine del canto i Troiani varcano
le difese (12., 442.-471).

Canto 13

Zeus, soddisfatto del risultato, distoglie lo sguardo dalla Troade per oc­
cuparsi di altri popoli. Posidone ne approfitta per intervenire: assume
l'aspetto di Calcante, invita i due Aiace a un'energica resistenza e ne ac­
cresce il vigore. Egli incoraggia anche Idomeneo che, nonostante i capel­
li grigi, compie generose gesta (13, 2.06-539 ).
Il prosieguo del canto illustra quella tecnica narrativa che alcuni mo­
derni hanno definito "cinematografica": spostandosi da un punto all'al­
tro del fronte, Omero ci mostra successivamente le imprese di Antiloco
( 13, 540-580 ), quelle di Menelao ( 13, 581-672.) e quindi dei due Aiace che
si oppongono a Ettore (13, 701-72.2.).
Polidamante chiede a Ettore di riunire le truppe pericolosamente spar­
pagliate e consiglia di nuovo, prudentemente, di desistere dall'assalto del­
le navi achee senza attendere l'intervento di Achille (13, 740-747 ). Ettore
tiene conto solo del consiglio tattico: riunisce le truppe in ranghi serrati
e le passa in rivista. Prima del nuovo urto degli eserciti Ettore e Aiace si
scambiano insulti (13, 810-832.) e dai due schieramenti si leva un grido.
L'ILIADE 103

Canto 14

Udendo l'urlo, Nestore abbandona la sua tenda lasciando Macaone alle


cure del figlio Trasimede. Ai suoi occhi appare un triste spettacolo: il
muro acheo sfondato, le truppe travolte dai Troiani. Egli muove in cer­
ca di Agamennone e lo incontra insieme ad altri due re feriti, Ulisse e
Diomede. Agamennone si lamenta: Ettore sta per appiccare il fuoco alle
navi achee, tutti gli Achei si comportano come Achille e rifiutano di
combattere (14, 42-5 1). Nestore ammette che la situazione è grave, ma
obietta che gli Achei stanno lottando con accanimento.
Agamennone a questo punto formula di nuovo un piano disfattista:
poiché Zeus è ostile agli Achei bisogna tirare le navi in mare e prendere
la via della fuga (14, 65-81). Ulisse <<posa su di lui uno sguardo fosco>>
e rimarca che il consiglio non soltanto è disonorevole e indegno di un
re, ma strategicamente stupido: se gli Achei si dirigeranno verso le navi
smettendo di tener duro, i Troiani ne faranno strage (14, 82-102).
Agamennone riconosce subito che i rimproveri di Ulisse sono fon­
dati e sollecita << un parere migliore>> del proprio. Diomede, dopo aver
ricordato che la sua nascita gli dà diritto di parola nonostante la giovane
età, suggerisce che i re feriti spronino coloro che per collera tendono a
restate indietro (14, 1i,9-132)'6• Mentre essi si affrettano a seguire il con­
siglio, Posidone incoraggia Agamennone, poi si lancia con un gran grido
per ridare vigore agli Achei.
Era, che scorge Posidone dall'alto dell'Olimpo, decide di assecondar­
ne l' iniziativa stornando l'attenzione di Zeus, e il modo migliore le pare
quello di sedurre lo sposo e di farlo addormentare. La dea si reca nella
camera che Efesto ha costruito per lei; si lava, si profuma, si acconcia,
indossa una bella veste, degli orecchini, un velo splendente e dei sandali.
�ra è bella, ma la sua bellezza non basta più a sedurre il marito, sicché ha
bisogno dell'aiuto di Afrodite. Ella chiede alla dea dell'amore di render­
le un piccolo servigio nonostante il loro disaccordo a proposito di Troia
(14, 190-192). Questo esordio fa credere alla poco sospettosa Afrodite
che il favore richiesto non abbia nulla a che fare con il conflitto troia:
no. Era le chiede un incantesimo d'amore per consentire ai suoi genitori
adottivi Teti e Oceano'7 di gustare di nuovo i piaceri del letto. Afrodite
le consegna un cinto dalle virtù seduttrici che Era nasconde in seno.
Era si reca in visita dal dio Sonno, gli chiede di addormentare Zeus
e gli promette un tripode forgiato da Efesto. Sonno è riluttante: egli ri­
corda a Era che le ha già reso un servizio analogo al tempo in cui ella
104 OMERO E LA STORIA

perseguitava Eracle e che Zeus gli ha allora inflitto un castigo terribile.


Era ricorre allora a una promessa più attraente e giura di dare in sposa al
Sonno una delle Grazie, Pasitea (14, i.31-i.79).
Era può finalmente presentarsi a Zeus sulla vetta dell' Ida. Zeus ini­
zialmente si stupisce della sua pres�nza; Era gli spiega che si sta recando
da Teti e Oceano e che è venuta a chiedergli l'autorizzazione a fare que­
sta visita ai confini del mondo. La Era dell'Iliade non è l' Ulisse dell' O­
dissea: ella ricorre per due volte alla stessa menzogna. L'incantesimo ha
effetto, Zeus propone a Era di rinviare il viaggio e di gustare subito il
piacere d'amore. Aggiunge che non ha mai desiderato tanto alcuna don­
na o alcuna dea, il che gli offre l'occasione di elencare le sue conquiste
(14, 313-3i.8).
Il re degli dèi è il re degli zotici. Aristarco censurava questo passo : a
suo avviso era inverosimile che Zeus pronunciasse parole che, irritando
Era, avrebbero potuto intralciare la realizzazione dei suoi desideri. No­
tiamo che l' intera scena ha un carattere burlesco: la permalosa Era ha
tanta fretta di far addormentare Zeus da dimenticare ogni gelosia. La
sua unica riserva è che sarebbe meglio fare l'amore nella camera nuziale
piuttosto che sulla vetta del!' Ida alla portata dello sguardo di tutti gli
dèi, ma Zeus rimuove velocemente l'obiezione avvolgendo sé e la sposa
in una nube dorata.
Mentre Zeus è così occupato, Posidone, informato dal dio Sonno, si
pone personalmente alla testa dell'esercito acheo {14, 384). Ettore è fe­
rito da una pietra scagliata da Aiace e gli Achei riprendono il vantaggio.

Canto 15

Zeus si ridesta solo quando i Troiani sono ricacciati al di là del muro e


del fossato acheo; comprende di essere stato giocato, minaccia Era e le
ricorda quando l'aveva appesa in cielo per impedirle di nuocere all'e­
poca in cui ella perseguitava Eracle. Era giura che Posidone ha preso
da solo l'iniziativa di aiutare gli Achei - il che, in senso letterale, è vero
- e si offre di andargli a trasmettere l'ordine di Zeus. Zeus sorride di
questa pronta sottomissione ed espone il suo intero disegno: Posidone
abbandonerà la battaglia, Apollo infonderà coraggio a Ettore, Patroclo
interverrà nello scontro e sarà da lui ucciso; dopo di che Achille ucci­
derà Ettore e guiderà un'offensiva che avrà per risultato la presa di Troia
(15, 57-77).
'
L ILIADE 105

Posidone di primo acchito rifiuta di piegarsi facendo valere la sua


parità col fratello, ma, quando Iride gli ribatte che << sempre le Erinni
seguono i più anziani>>, accetta di obbedire, non senza minacciare Zeus
di rancore eterno se cercherà di risparmiare Troia ( 15, i.06-217 ).

Apollo, l'unico degli immortali a essere ormai autorizzato a interve­


nire, ispira a Ettore nuovo vigore. Quando il dio stesso si mostra sul cam­
po di battaglia con l'egida di Zeus in mano, gli Achei sono colti dal pani­
co. Per facilitare il passaggio dei Troiani Apollo interra il fossato acheo.
Nestore rivolge una supplica a Zeus che invia un presagio favorevole,
ma solo per il futuro; nell' immediato i Troiani giungono in prossimità
delle navi achee.
Patroclo lascia allora Euripilo per tentare di convincere Achille a ri­
prendere il combattimento (15, 390-404).
La battaglia infuria attorno alle poppe dei vascelli e gli Achei lottano
ormai per la sopravvivenza. Mentre Aiace figlio di Telamone guida ener­
gicamente la difesa, i Troiani avanzano verso le navi con le torce in mano.

Canto 16

Il canto 16, che gli antichi denominavano Patroclia, è dedicato alle gesta
di Patroclo. L'eroe, che nel canto 15 ha lasciato Euripilo (15, 390-404),
avvicina Achille piangendo. Achille ironizza; Patroclo si comporta
come una bimbetta: ha ricevuto tristi notizie da Ftia, oppure si lamen­
ta a causa degli Achei ? Achille ha intuito i sentimenti dell'amico, ma li
evoca soltanto in seconda istanza, come se ne fosse sorpreso e impressio­
nato. Così Patroclo inizia con il chiedere ad Achille di non indignarsi
del suo intervento: richiama la disfatta degli Achei, deplora la durezza
di Achille e poi tenta di suscitarne la reazi<:>ne attribuendo la sua inazio­
ne all' intento di sfuggire a un qualche responso divino relativo alla sua
morte imminente. Alla fine Patroclo chiede di poter almeno riprendere
il combattimento alla testa dei Mirmidoni rivestito delle armi di Achille.
Achille protesta con forza contro l' ipotesi di un << responso degli
dèi>> , ma rifiuta di tornare a combattere. La causa della sua ira, dice, è
l'oltraggio di Agamennone, che rievoca ancora una volta con indigna­
zione. Il tempo non ha affatto attenuato il suo rancore; come se di colpo
si rendesse conto che il suo atteggiamento è eccessivo, aggiunge però:
<<Lasciamo che il passato sia passato>> (16, 60), e accorda a Patroclo di
condurre in battaglia i Mirmidoni. Si sofferma per un attimo a immagi-
106 OMERO E LA STORIA

nare la fuga che egli stesso provocherebbe tra i Troiani, se Agamennone


volesse finalmente comportarsi <<con dolcezza >> ; poi impartisce a Patro­
clo precise istruzioni: respinga i Troiani lontano dalle navi, ma si astenga
dall ' inseguirli fin sulle mura di Ilio per paura di un intervento di Apollo.
Achille conclude il discorso augurando la morte a tutti i Troiani e a tutti
gli Achei: che lui e Patroclo possano essere gli unici a sopravvivere alla
rovina di Troia (16, 97-100).
Malgrado le violente parole finali pare che Achille preveda ormai di
riprendere a combattere, in due tappe. Per il tramite di Patroclo salverà le
navi achee, la sua gloria si accrescerà e gli Argivi gli renderanno Briseide
(16, 8s-86); egli stesso allora metterà in rotta i Troiani. Diversamente da
quanto pretendono alcuni analitici, questo passo non è in contraddizio­
ne con il canto 9: durante l'ambasciata gli Achei non avevano supplicato
Achille, né Agamennone aveva manifestato alcuna <<dolcezza >> .' Questo
compromesso, che consente ad Achille di salvare la faccia, provocherà la
perdita di Patroclo. Mentre Achille impartisce le sue istruzioni, Ettore
appicca il fuoco a una nave achea. Achille, la cui flotta è ugualmente mi­
nacciata, sollecita Patroclo a intervenire (16, 126-129 ), ma l'eroe ha preso
questa decisione già prima di esservi costretto dalle circostanze.
Patroclo veste le armi di Achille, a eccezione della robusta lancia di
legno del Pelio che il figlio di Peleo è l'unico a poter brandire. Achille
raduna e passa in rassegna le truppe, il che offre al poeta l'occasione di
descrivere i cinque battaglioni che costituiscono l'armata dei Mirmido­
ni (16, 168-197 ). Nella preghiera che accompagna una libagione solenne,
egli chiede a Zeus che Patroclo riesca a respingere Ettore e a tornare sano
e salvo. Il padre degli dèi accoglie la prima preghiera, ma respinge la se­
conda (16, 2so).
Gli Achei sotto l' impulso e la guida di Patroclo allontanano i Troiani
dalle navi e li mettono in fuga e l'eroe tenta di tagliare loro la via di ritor­
no verso la rocca (16, 394-398). Dopo aver abbattuto numerosi nemici,
egli affronta il re licio Sarpedone; per un momento Zeus è tentato di
salvare questo eroe che è suo figlio, ma l'opposizione di Era lo induce
a rinunciare (16, 431-461). Attorno al corpo di Sarpedone si scatena un
accanito combattimento fino a che Zeus toglie ogni valore ai Troiani
che si danno alla fuga, mentre Apollo sottrae la salma dell'ucciso e lo
trasporta in Licia. Patroclo si getta allora all'inseguimento dei Troiani e
dei Lici omettendo di obbedire all'ordine di Achille. Il poeta sottolinea
l'errore dell'eroe e insiste sul fatto che questo accecamento (dte) gli viene
da Zeus, alla cui volontà nessuno può resistere (16, 684-691).
'
L ILIADE 107

Per tre volte Patroclo si lancia contro gli spalti e, se Apollo non lo
fermasse, si impadronirebbe della città. Al quarto assalto il dio gli ordi­
na con voce terribile di far marcia indietro e subito dopo, sotto le sem­
bìanze di uno zio materno di Ettore, va dall'eroe troiano ordinandogli
di affrontare Patroclo. Mentre il carro di Ettore gli si avvicina, Patroclo
ne uccide con una pietra il cocchiere, Cebrione, attorno al cui corpo si
ingaggia il combattimento. Per tre volte Patroclo si getta nella mischia
uccidendo nove uomini, ma al quarto attacco Apollo, nascosto da una
nube, colpisce l'eroe, gli fa cadere elmo e scudo, spezza la sua lancia e
ne sgancia la corazza (16, 788-804). Colto da una vertigine, Patroclo è
colpito al dorso dal dardanio Euforbo (16, 805-809 ) ; solo allora Ettore
lo scorge e lo trafigge all'inguine (16, 818-822).
Davanti all'avversario che muore Ettore si abbandona a una gioia sel­
vaggia: Patroclo non è riuscito a mettere le mani sulle donne di Troia (ri­
suona qui la preoccupazione fondamentale espressa dal troiano nel canto 6
davanti ad Andromaca); il suo corpo sarà divorato dagli avvoltoi e a nulla
sarà servita l'amicizia di Achille (16, 830-842). Patroclo risponde che a tor­
to Ettore si fa bello di una morte inflitta da Apollo e da Euforbo; con la
virtù profetica che caratterizza i morenti, egli preannuncia al troiano la sua
morte imminente sotto i colpi di Achille (16, 851-854). Ettore respinge la
predizione e dichiara che sarà piuttosto lui a uccidere Achille (16, 859-861 ).
Secondo alcuni commentatori il poeta dell'Iliade per descrivere la
morte di Patroclo si sarebbe ispirato a un poema anteriore, l'Achilleide,
'

che narrava la morte dello stesso Achille. E soltanto un'ipotesi, ma, se


la si accetta, se ne deve concludere che il pubblico dell'Iliade vedeva in
Patroclo non soltanto l'amico e un doppio di Achille, ma anche un suo
sostituto, che moriva in sua vece un po' prima di lui.

Canto 17

Achei e Troiani si contendono il corpo di Patroclo per tutto il canto 17 e


fino a 18, 238. La lunghezza dell'episodio sottolinea l'importanza dell'e­
roe; è altresì possibile che il poeta dell'Iliade volesse competere con altri
poemi che narravano il combattimento intorno a caduti illustri.
Menelao uccide Euforbo ma indietreggia dinanzi a Ettore e fa appello
ad Aiace. Ettore, dopo aver spogliato Patroclo delle armi di Achille, si
appresta a fuggire sul suo carro, ma Glauco gli lancia aspri rimproveri
e chiede che i Troiani trascinino dentro le mura il corpo di Patroclo per
10 S OMERO E LA STORIA

scambiarlo con quello di Sarpedone (Glauco ignora che Apollo l'ha por­
tato via). Ettore incita le truppe e indossa le. �rmi immortali di Achille.
Zeus disapprova questo atto di tracotanza, ma accorda ai Troiani un ul­
timo trionfo ( 17, i.01-i.o S ) : uno scontro accanito si scatena allora attorno
a Patroclo e ai cavalli di Achille, rimasti per un poco pietrificati di dolore
per la morte del loro auriga ( 17, 43 i.-440 ) I Troiani acquistano vantaggio ;
.

nel frattempo Aiace e Menelao spediscono Antiloco a informare Achille.


Segue una celebre scena: mentre i due Aiace fronteggiano Ettore e i
Troiani, Merione e Menelao sottraggono il corpo di Patroclo ( 17, 715-
754 ) , il che peraltro non ferma la disfatta achea.

Canto 1 S

Vedendo gli Achei indietreggiare, Achille ha un cupo presentimento ( 1 S ,


1-14 ) . Quando Antiloco gli reca la funesta notizia, si rotola nella cenere
e si strappa i capelli ( 1 S, i.3 -i.7 ) ; le sue urla richiamano la madre Teti,
circondata dal corteggio delle Nereidi. Teti si sorprende del pianto del
figlio, dal momento che Zeus ha esaudito i suoi desideri infliggendo un
rovescio agli Achei ( 1 S , 73-77 ) .
Questo richiamo sottolinea a beneficio degli ascoltatori la responsa­
bilità di Achille. L'eroe riconosce che il dio dell'Olimpo ha realizzato in
pieno la sua richiesta, ma questo non è per lui motivo di gioia, <<perché
è morto il mio caro compagno Patroclo, che io onoravo più di tutti gli
altri, al pari della mia stessa testa; e sono io ad averne provocato la mor­
te ... >> ( 1 S , S o- S i.) . Inoltre Ettore si è impadronito delle armi che Peleo
aveva ricevuto in occasione del suo matrimonio, il che spinge Achille a
rimpiangere le nozze di Teti e di Peleo e quindi ad annunciare alla madre
un lutto imminente, cioè la sua stessa morte.
Achille non vuole più vivere, a meno di far espiare a Ettore la morte
di Patroclo. Teti gli ricorda che la sua fine dovrà seguire di poco quella
di Ettore e l'eroe replica: <<Potessi morire subito ! >> ( 1 S , 9 S ) . Egli adesso
deplora di non aver combattuto al fianco di Patroclo per salvarlo e ciò lo
porta a rimpiangere la lite con Agamennone, quindi annuncia l' inten­
zione di vendicare immediatamente l'amico. Teti lo prega di attendere
di avere nuove armi forgiate da Efesto.
I Troiani, che hanno continuato ad avanzare, sono sul punto di ri­
guadagnare il corpo di Patroclo. Iride inviata da Era consiglia ad Achille
'

di mostrarsi nelle vicinanze del fossato acheo. E sufficiente che l'eroe


'
L ILIADE 109

disarmato lanci tre volte un forte grido perché i Troiani fuggano abban­
donando il cadavere. Era pone fine ai combattimenti affrettando il tra­
monto del sole (18, 239-242).
C olpiti da terrore per la ricomparsa di Achille, i Troiani tengono as­
semblea in piedi. L'accorto Polidamante consiglia di ripiegare dietro le
mura di Troia, ma Ettore si oppone vigorosamente dichiarando che la
ritirata nella cittadella darebbe fondo alle risorse di Troia, e ordina che
l'esercito rimanga nella piana per mettere a frutto i successi già ottenuti. Il
suo discorso è autoritario e demagogico a un tempo: egli insinua che Poli­
damante sia troppo attaccato alle sue ricchezze e propone che le distribui­
sca ai soldati (18, 300-302), ma il vero motivo del suo atteggiamento è che
egli si crede capace di uccidere Achille (18, 308-309). I Troiani acclamano
Ettore e il poeta dice che Atena ha tolto loro il senno (18, 310-3 13).
Mentre Achille promette a Patroclo di portargli la testa di Ettore e di
sgozzare sul suo rogo dodici giovani troiani (18, 335-336), Zeus si rivolge
a Era per complimentarsi: ella ha indotto Achille a riprendere a combat­
tere perché ama gli Achei come fossero suoi discendenti. Era non dice
nulla a proposito degli Achei, ma dichiara che sarebbe una stortura se,
dato il suo rango, non potesse saziare il suo astio contro i Troiani (18,
360-367 ). L'odio degli dèi è più efficace della loro protezione.
Nel frattempo Teti è accolta da Kharis, la sposa di Efesto, e poi dal dio
stesso, che con lei ha un debito di riconoscenza. Lo <<Zoppo glorioso>>
fabbrica per Achille nuove armi, in particolare un grande scudo splendida­
mente decorato. Al centro Efesto rappresenta la terra, il cielo, il mare e gli
astri; dalle due parti raffigura <<due città umane>>, l'una in pace e l'altra in
guerra, che circonda con immagini agresti e pastorali, e poi con una scena
di danza. Sul bordo più esterno pone l'Oceano (18, 478-607 ). È interessan­
te comparare lo scudo di Achille con quello che nell'Eneide Vulcano fab­
brica per Enea ( 8, 626-731 ): il dio vi rappresenta la lupa che allatta Romolo
e Remo, il ratto delle Sabine, l'assalto dei Galli contro il Campidoglio...
e soprattutto la battaglia di Azio. L'esaltazione di Roma e di Augusto ha
sostituito la serena raffigurazione delle comuni attività umane.

Canto 19

Teti consegna al figlio le armi forgiate da Efesto e gli promette di con­


servare incorrotto il corpo di Patroclo, dopo di che Achille convoca l'as­
semblea lanciando grida spaventose. Egli prende la parola per primo, per
110 OMERO E LA STORIA

deplorare la disputa che l'ha opposto ad Agamennone <<per via di una


donna >> ( 19, 58 ) e giunge a rimpiangere che Artemide non abbia colpito
Briseide con i suoi dardi: la sua morte avrebbe risparmiato agli Achei tan­
te sventure. Egli dichiara dunque <<di mettere fine alla propria collera >>
( 19, 67 ), in modo unilaterale e senza far cenno a riparazioni, e chiede ad
Agamennone di ordinare agli Achei di riprendere il combattimento.
Dal suo scranno, perché le ferite gli impediscono di alzarsi in piedi, l 'A­
tride parla a sua volta: dichiara che non è lui il colpevole, ma che <<Zeus,
il destino e le Erinni>> l'hanno accecato; Zeus stesso fu vittima di Ate,
l'accecamento, allorché si lasciò ingannare da Era a proposito di Eracle
( 19, 95-133 ) . Invocare Ate consente ad Agamennone di non riconoscere le
proprie colpe. Stabilendo un'analogia tra Zeus e sé stesso, il re di Micene
mostra di non esser divenuto modesto. Egli non ha imparato nulla, e i suoi
rimpianti non implicano alcuna autocritica. In poche parole annuncia
quindi ad Achille che gli offrirà a titolo di riparazione gli <<innumerevoli
doni>> che Ulisse era andato a proporgli nel canto 9; Agamennone evita
accuratamente di enumerarli, perché la loro importanza rammenterebbe
al popolo la gravità dell'oltraggio inflitto ad Achille18•
Achille replica che Agamennone può dare o tenere i suoi doni a suo
piacimento, che il momento non è adatto alle parole e che gli Achei de­
vono immediatamente ingaggiare baccaglia ( 19, 145-153 ) .
Ulisse protesta: prima di una dura giornata di combattimento i guer­
rieri devono prendere il pasto ( 19, 155-17i. ) . Alcuni hanno giudicato si­
mili considerazioni di carattere troppo prosaico, indegno del!' Iliade, ma
dimenticano che gli eroi omerici sono << mangiatori di pane >> e che il
racconto epico è scandito dai loro due pasti quotidiani; inoltre Ulisse
tiene a che cucce le usanze siano rispettate. Per ragioni diverse, Achille e
Agamennone desiderano una riconciliazione rapida e discreta, verrebbe
da dire sottobanco. Ulisse al contrario insiste perché i doni di riparazio­
ne siano solennemente consegnaci ad Achille e che Agamennone giuri
pubblicamente di non essersi unito a Briseide; egli giunge anzi a trarre
la lezione politica del disastroso episodio della disputa: <<Quanto a ce,
figlio di Aereo, sappi ormai essere più giusto, anche verso un altro che
non sia Achille >> ( 19, 181-183 ) .
Agamennone approva, ma Achille rivolgendosi al re (e non a Ulisse)
insiste che si provveda immediatamente alla vendetta di Patroclo ( 19,
199-i.14) . E Ulisse a rispondergli e molto vivacemente: <<Tu mi superi di
'

gran lunga col giavellotto, ma io valgo assai più di te quanto a ragione >>
( 19, i.17-i.19 ) . Un altro episodio del ciclo troiano narrava la disputa tra
'
L ILIADE III

Achille, il migliore dei guerrieri, e Ulisse, il consigliere più intelligente


( Odissea, 8, 74-82): questo breve scambio tra Ulisse e Achille nell'Iliade
potrebbe esserne un'eco.
La cerimonia di riconciliazione si svolge secondo le regole e si conclu­
de con un breve discorso di Achille, che deplora l'accecamento con cui
Zeus colpisce gli uomini: l'eroe pare ammettere che il suo accesso di col­
lera sia stato effetto di una dte al pari dell'estorsione commessa da Aga­
mennon� (I9, 270-273). Briseide, tornata nella tenda di Achille, piange
sul corpo di Patroclo di cui commemora la dolcezza ( I9, 282-300 ).
Ricordando i pasti che gli preparava Patroclo, Achille rifiuta di toccar
cibo, ma Atena gli istilla in petto nettare e ambrosia (I9, 342-348).
Per il poeta è il momento di descrivere Achille che indossa le sue nuo­
ve armi (I9, 364-39I): la scena tipica della vestizione di un guerriero assu­
me qui una particolare ampiezza. L'eroe chiede ai suoi cavalli immortali
di riportarlo vivo dalla battaglia, diversamente da Patroclo, e uno di essi,
Xanto, al quale Era presta per l'occasione voce umana, gli promette che
questa volta tornerà sano e salvo, ma prosegue dicendo che è Apollo il
responsabile della morte di Patroclo e conclude annunciando la morte
imminente di Achille, ucciso <<da un dio e da un uomo>> (I9, 4I7 ). La
profezia è vaga, ma gli ascoltatori di Omero sanno che Achille cadrà vit­
tima di Apollo e di una freccia scoccata da Paride. Il reiterato annuncio
dell' imminente morte di Achille accresce l' intensità drammatica degli
ultimi canti dell'Iliade: ogni prodezza dell'eroe, ogni morte che egli in­
fliggerà, lo avvicinano alla sua stessa fine.

Canto 20

Zeus restituisce agli dèi libertà di intervento, abolendo così l' interdizio­
ne pronunciata all'inizio del canto 8. Le divinità si levano le une contro
le altre, ma non si affronteranno che nel canto 21 (383 ss.).
Mentre Achille si inoltra nelle linee troiane per uccidere Ettore,
Apollo ispira a Enea il coraggio di affrontarlo. Come avviene spesso, il
duello è preceduto da due discorsi: Achille ironizza sulle illusorie spe­
ranze di Enea di succedere a Priamo e gli ricorda un precedente scontro
in cui l'aveva messo in fuga (20, 178-I98); Enea replica con una lunga
tirata genealogica (20, 200-258).
Enea colpisce senza effetto lo scudo forgiato da Efesto, poi scansa la
lancia di Achille. Mentre questi gli si getta contro con la spada in mano,
112 OMERO E LA STORIA

afferra un'enorme pietra. Il poeta evoca ciò che sarebbe dovuto accadere
se Posidone non avesse deciso di salvarlo: la pietra di Enea sarebbe stata
respinta dallo scudo di Achille e l'eroe troiano sarebbe rimasto ucciso.
Ma Posidone diffonde una fitta nebbia, trasporta Enea ai margini della
battaglia e gli consiglia di evitare Achille d :Ora in avanti ( 20, 288-340 ).
Questo intervento a favore di un troiano da parte di un dio che gene­
ralmente parteggia per gli Achei è degno di nota. Forse Posidone era
considerato protettore degli Eneadi: il dio spiega infatti che Enea e i suoi
discendenti sono destinati a regnare sui Troiani (20, 307-308). Quel che
è certo, in ogni caso, è che con questo episodio il poeta ha voluto atte­
nuare l' impressione di sistematica parzialità della maggior parte degli
interventi divini.
Mentre Achille esorta gli Achei ed Ettore i Troiani, Apollo consiglia
a Ettore di evitare di combattere fuori dalle linee, ma la morte del giova­
ne fratello Polidoro lo aizza ad affrontare Achille. Ettore riconosce che
Achille gli è superiore (20, 434) e questa è una novità, ma aggiunge che
l'esito di un combattimento dipende dagli dèi. Il duello dura poco: Ate­
na devia la lancia di Ettore e Apollo lo sottrae dietro una densa nebbia.
Achille deve accontentarsi di far strage di guerrieri di minore importanza.

Canto 21

La battaglia tocca le rive dello Scamandro. Achille raddoppia la sua fe­


rocia: cattura dodici giovani troiani destinati a essere bruciati sul rogo
di Patroclo (21, 26-33); respinge le suppliche di Licaone che lo prega di
risparmiarlo e ne getta il corpo nel fiume a far da pasto ai pesci (21, 34-
135); affronta poi Asteropeo, nipote del fiume Assio, lo uccide ed esulta
dichiarando che Zeus, suo progenitore, è ben superiore a tutti i fiumi
(21, 184-199 ). Adirato di vedere insanguinate le sue acque, lo Scamandro
ordina ad Achille di fermare il massacro.
Poiché l'eroe ignora l'avvertimento, il fiume si gonfia e si lancia a in­
seguirlo. In pericolo di annegare, Achille implora Zeus di risparmiargli
la morte ignobile di un giovane porcaro trascinato via da un torrente
(21, 273-283). Era e Posidone assicurano ad Achille il loro aiuto, ma lo
Scamandro, ingrossato dalle acque del fratello e affluente Simoenta, du­
plica la propria furia. Era spinge il figlio Efesto a intervenire e la lotta era
fuoco e acqua volge a vantaggio del primo: il fiume brucia. Le sue acque
si mettono a bollire come grasso di porco sul fondo di una marmitta
'
L ILIADE 1 13

(21, 361-365). Solo quando il fiume promette di abbandonare i Troiani al


loro destino, Era ordina a Efesto di non tormentarlo oltre.
Riprende con grande piacere di Zeus la battaglia degli dèi (21, 388-
390 ). Ares attacca Atena, ma la dea lo colpisce con un enorme macigno
e lo atterra. Afrodite giunge in suo soccorso, ma Atena la stende al suolo
accanto al dio della guerra (il pubblico del poeta, che certo non ignora
la tresca amorosa tra Ares e Afrodite, doveva apprezzare l'ironia della
situazione). Posidone, rivolgendosi ad Apollo, si stupisce che egli abbia
dimenticato l'affronto inflitto a entrambi da Laomedonte, padre di Pria­
mo. Senza rispondere al rimprovero, Apollo replica che avrebbe perduto
il senno se si mettesse a far guerra a Posidone <<per dei poveri mortali
simili a foglie >> (i.1, 461-467). Artemide rimprovera allora al fratello la
sua fuga, ma Era la insulta e la colpisce. La dea si rifugia presso la madre
Latona, che Ermes rifiuta di affrontare (21, 497-501), e Artemide non ha
altra risorsa che andare a piangere tra le braccia del padre Zeus.
Questa battaglia degli dèi olimpi, nella quale non si scambiano colpi
mortali, ha soprattutto un carattere burlesco. L'episodio costituisce un
intermezzo prima del duello tra Achille ed Ettore. Si notano tuttavia
tra gli dèi differenze piuttosto nette. Alcune divinità, tutte favorevoli ai
Troiani - Ares, Afrodite, Artemide - sono ridicolizzate; Atena ed Era
spiccano per la loro aggressiva combattività; tre dèi mantengono una
certa dignitas: Posidone, Apollo ed Ermes. Sul piano drammatico la
sconfitta della maggior parte degli dèi protettori di Troia preannuncia
la morte di Ettore e la caduta della città.
Apollo è il solo dio favorevole ai Troiani a rimanere in lizza. Egli
spinge Agenore ad affrontare Achille, poi lo sottrae prendendone l'a­
spetto e attira Achille al suo inseguimento lontano dalle mura di Troia,
lasciando ai guerrieri troiani il tempo di ripiegare dentro la cinta della
città (21, 520-611).

Canto 22

Solo Ettore rimane fuori dalle mura. Quando Apollo rivela ad Achille
che l'ha ingannato, il Pelide si lancia alla volta di Troia <<come un cavallo
vincitore >> ( i.i., 22). Priamo, che è il primo a scorgerlo, supplica il figlio
di ripiegare dietro le difese: Ettore deve restare in vita per salvare gli uo­
mini e le donne di Troia (i.2, 56-58). In una visione profetica, Priamo
immagina gli orrori della presa della città e il suo stesso corpo divorato
114 OMERO E LA STORIA

dai cani (22, 59-76). Ecuba supplica a sua volta il figlio, scoprendo il seno
che lo ha nutrito.
Ettore ha un'esitazione; il suo soliloquio è il più lungo di tutta l' Ilia­
de. Egli terne i rimproveri di Polidarnante se rientrasse in città: rifiutan­
do di seguire i consigli del saggio troiano, egli ha causato la perdita di
molti guerrieri e ne ha vergogna (22, 99-107 ). Meglio allora affrontare
Achille, ucciderlo o soccombere gloriosamente (22, 108-110 ) . Se il mo­
nologo di Ettore finisse qui, potremmo concludere che l'eroe si preoccu­
pa unicamente della sua gloria e che non si cura della salvezza della città,
ma il prosieguo del discorso dimostra che non è così e che Ettore è con­
sapevole che la posta del duello con Achille è il destino stesso di Troia. È
per questo che egli contempla per un attimo la possibilità di proporre ad
Achille un accordo che metta fine alla guerra: i Troiani restituirebbero
Elena e i tesori trafugati da Paride e verserebbero agli Achei la metà delle
ricchezze di Troia (22, 111-121). Egli si rende conto però-che il progetto è
illusorio: Achille non è dell'umore per trattare. Il combattimento resta
l'unica via di uscita: <<Andiamo a vedere a chi tra i due il padre dell'O­
limpo intende dare la gloria >> (22, 130 ).
Ettore attende Achille a piè fermo, ma quando vede comparire l'av­
versario è colto da terrore e si mette a fuggire come una colomba attac­
cata da un nibbio (22, 13 1-142). Nella loro corsa i due eroi girano per tre
volte intorno alla città.
Gli Olimpi contemplano la scena e Zeus fa mostra d'esitare: gli dèi
salveranno il pio Ettore o lo faranno cadere sotto i colpi di Achille ? Ate­
na protesta con forza: se Zeus vuole sottrarre alla morte un uomo da
tempo votato al suo destino, non tutti gli dèi approveranno (22, 178-
181). Zeus autorizza Atena a intervenire << secondo i suoi disegni>> (22,
185). Ettore, però, cui Apollo sprona <<gli agili garretti >> , continua a
sfuggire ad Achille. Zeus allora dispiega la sua bilancia d'oro per pesare
i due destini e il risultato decreta il << giorno fatale >> di Ettore. Apollo
abbandona l'eroe troiano.
Atena, senza celare le sue fattezze, si accosta ad Achille e gli promet­
te la vittoria; assume quindi l'aspetto di Deifobo, un fratello di Ettore.
Così, credendosi assistito, Ettore riprende coraggio e affronta Achille.
Propone un accordo al Pelide - che il vincitore restituisca il corpo del
vinto -, ma Achille risponde che non v'è patto leale << tra uomini e leo­
ni>> (22, 262) e annuncia a Ettore che Atena sta per <<domarlo per mezzo
della sua lancia >> (22, 271). L'aiuto di Atena non sminuisce affatto la
gloria di Achille.
L'ILIADE 115

Ha inizio il duello. Ettore scansa la lancia di Achille, ma Atena, a sua


insaputa, la riporta al Pelide. La lancia di Ettore è invece respinta dallo
scudo forgiato da Efesto. Ettore si volge a Deifobo per chiedergli un al­
tro giavellotto, ma il fratello è scomparso ed egli comprende che gli dèi
l'hanno ingannato. Si lancia allora contro Achille armato della sola spa­
da. Achille cerca con lo sguardo un punto in cui 1 'avversario non sia pro­
tetto dalla corazza strappata a Patroclo e, avendolo individuato, trapassa
con la lancia << il collo delicato>> di Ettore. Trionfante, gli preannuncia
gli oltraggi che subirà il suo corpo, mentre Patroclo avrà esequie solenni
(22, 331-336). Ettore lo supplica di accettare un riscatto e di restituire le
sue spoglie ai Troiani, ma Achille respinge violentemente la preghiera
aggiungendo che vorrebbe <<divorare crudo>> il suo corpo (22, 347 ). An­
tropofagia e omofagia: l'efferatezza tocca qui il suo culmine.
Esalando l'ultimo respiro, Ettore preannuncia ad Achille la sua mor­
te imminente sotto i colpi di Apollo e di Paride (22, 356-360) e questa
profezia del moribondo fa eco a quella di Patroclo alla fine del canto 16.
Gli Achei accorrono e colpiscono a turno il corpo di Ettore (22, 371):
questo vile accanimento prefigura gli obbrobri che saranno perpetrati
durante la presa di Troia.
Achille pensa per un attimo di lanciare l'assalto contro la città (22,
381-384), ma sceglie di celebrare prima i funerali di Patroclo. Non aven­
do ancora saziato la sua sete di vendetta, immagina una nuova atrocità
e, legati al suo carro i piedi di Ettore, trascina per la pianura il cadavere
dell'eroe sotto gli occhi di tutti i Troiani. Il canto termina con i lamenti
di Priamo (22, 416-428), di Ecuba (22, 431-436) e di Andromaca. La
sposa di Ettore stava preparando un bagno caldo per il marito di ritorno
dal combattimento; ella ode le grida e si reca con due ancelle sugli spalti.
Alla vista del cadavere sviene. Ripresi i sensi, deplora la sorte di Ettore, la
propria e quella di Astianatte che, divenuto orfano, subirà mille ingiu­
stizie anche se Troia dovesse sopravvivere (22, 487-507 ); non potendo
onorare il corpo di Ettore, annuncia che almeno ne brucerà i vestiti in
suo onore (22, 508-514).

Canto 23

La sera stessa continua il compianto di Achille e dei compagni sul corpo


di Patroclo; scesa la notte, Achille si addormenta e gli appare l'ombra
del morto chiedendogli di compiere i riti funebri perché possa entrare
116 OMERO E LA STORIA

nell'Ade; Achille tenta invano di afferrare l'anima dell'amico che svani­


sce come nebbia con un flebile grido ( 23, 99-101 ) .
Il giorno successivo è consacrato ai funerali di Patroclo. Achille si ta­
glia i capelli e li offre al compagno defunto ( 23, 141-153 ). Fa erigere un
grande rogo, ricopre di grasso il cadavere e depone accanto all'eroe un
gran numero di montoni e di buoi uccisi, giare di miele e di olio, quattro
superbe cavalle, due dei nove cani cari ali'amico e dodici giovani troiani
che sgozza di sua mano ( 23, 166-183 ) . Il rogo fiammeggia per tutta la
notte e viene spento il mattino seguente con aspersioni di vino. Achille
fa quindi raccogliere con cura le ossa di Patroclo e le depone in un'urna
d'oro dove dovranno essere mescolate alle sue stesse ceneri.
A questo punto organizza i giochi funebri in onore dell'amico. Essi
comprendono otto prove: una corsa di carri (che occupa da sola q11asi quat­
trocento versi), il pugilato, la lotta, la corsa a piedi, il duello armato, il lancio
del disco, il tiro con l'arco e il lancio del giavellotto. Gli eroi achei non spen­
dono meno energia a battere i loro rivali che a combattere i nemici, e gli dèi
intervengono nella competizione così come nella battaglia. Per assicurare la
vittoria nella corsa a piedi al suo protetto Ulisse, che per di più l'ha suppli­
cata, Atena fa scivolare Aiace figlio di Oileo su uno sterco di vacca ( 23, 771-
783 ) . Nella corsa dei carri Apollo, per aiutare il tessalo Eumelo, fa cadere la
frusta dalle mani di Diomede, ma Atena gliene porge un'altra e fracassa il
giogo del carro di Eumelo che rotola a terra (23, 382-400 ).
Al momento della consegna dei premi Achille suggerisce di dare a Eume­
lo il secondo premio, perché aveva i migliori cavalli e avrebbe dovuto vincere
(23, 536-538 ) . Questa proposta, alla quale Achille rinuncia dinanzi alle pro­
teste di Antiloco arrivato secondo, mostra che i premi mirano a sancire una
superiorità costante nel tempo non meno che una singola prestazione.
Al lancio del giavellotto si presentano Agamennone e Merione, 1o
scudiero di Idomeneo. Achille dichiara che tutti sanno che Agamenno­
ne è il migliore, e gli conferisce il premio senza che la gara abbia luogo
( 23, 884-894) : meglio che l'onore del suscettibile sovrano sia tenuto al
riparo da qualsiasi incidente.

Canto 24

Mentre gli Achei dormono, Achille non riesce a prendere sonno. All'alba
attacca al carro il cadavere di Ettore e lo trascina intorno alla tomba di
Patroclo, tuttavia grazie ad Apollo il corpo dell'eroe troiano resta intatto.
'
L ILIADE 117

La maggior parte degli dèi vorrebbe sottrarre la salma di Ettore alla


collera di Achille, ma Era, Posidone e Atena vi si oppongono. All'alba
del dodicesimo giorno Apollo rimprovera agli dèi di lasciar trattare così
indegnamente il pio Ettore ( 24, 3 3-3 8) e denuncia l'efferatezza di Achille
(24, 39-54). Era protesta, dichiarando che non si può accordare lo stesso
onore ad Achille e a Ettore (24, 56-63). Zeus interpone il suo arbitra­
to: preoccupandosi di premiare la pietà di Ettore senza ledere l'onore
di Achille decide di convocare Teti e incarica la dea di riferire al figlio
l'ordine di restituire a Priamo il corpo di Ettore. Achille si piega imme­
diatamente alla volontà di Zeus (24, 139-140 ).
e 'è un'evidente simmetria tra la fine del canto I e l'inizio del 24. Nel
primo caso Achille chiede alla madre di implorare Zeus, nel secondo
Zeus chiede a Teti di convincere il figlio.
In questo frangente la condotta divina assume un tratto eccezionale.
Gli dèi non si peritano di ingannare i mortali e di metterli dinanzi al fatto
compiuto (cosa che sarebbe accaduta se essi avessero sottratto il corpo di
Ettore) , ma Achille è l'eroe senza pari di cui Zeus vuole ottenere l'assenso.
Zeus invia altresì Iride a Troia perché esorti Priamo a recarsi da Achil­
le per riscattare il figlio. Ecuba tenta di dissuadere Priamo da quella che
considera una follia, ma il vecchio re allontana i Troiani dal suo atrio e
rampogna i figli rimproverandoli di essere solo << ballerini>> e <<ladri di
agnelli nel loro stesso paese >> (24, 261-262). Priamo chiede a Zeus un
segno e un'aquila appare alla sua destra (24, 314-321).
Nella pianura egli incontra Ermes travestito da scudiero di Achille:
il dio lo scorta fino alla tenda dell'eroe, di cui apre le porte. Priamo si
getta ai piedi di Achille, gli abbraccia le ginocchia, gli bacia le mani ( 24,
477-479) e lo implora in nome del Peleo, della propria disgrazia e delle
divinità (24, 486-506). I due uomini piangono insieme. Achille invita
Priamo a sedersi, ma Priamo dapprincipio rifiuta chiedendo di riavere
immediatamente il corpo del figlio. Pur annunciando che ha intenzione
di restituire Ettore, Achille chiede al vecchio re di << non irritarlo>> (24,
560-570 ) . Egli ordina ai compagni di prendere il sontuoso riscatto, di
preparare il corpo di Ettore e di deporlo sul carro lontano dagli occhi
di Priamo: Achille teme che alla vista del figlio il re di Troia abbia un
accesso di collera, il che indurrebbe lui stesso a uccidere il suo supplice
(24, 583-586). Achille, la cui condotta è ormai dettata da pietà umana e
religiosa, diffida delle proprie pulsioni selvagge.
Achille e Priamo dividono il pasto ospitale e ciascuno dei due rivolge
all'altro sguardi di ammirazione (24, 629-632). Su preghiera di Priamo
118 OMERO E LA STORIA

Achille gli fa preparare un lecco nel vestibolo e concede ai Troiani undici


giorni di tregua per celebrare i funerali di Ettore.
Ermes, cernendo che Agamennone possa avvedersi della presenza
di Priamo, sveglia il vecchio re e lo scorta fuori del campo acheo (i.4,
679-692.).
Cassandra è la prima a scorgere dall'alto delle mura il padre che ripor­
ta il corpo di suo fratello e chiama Troiani e Troiane a far cerchio attorno
a Errore per piangerlo. Il poeta riferisce il pianto funebre di ere donne:
Andromaca che questa volta deplora la sorte che accenderà Ascianacce al
momento della presa di Troia (i.4, 7i.5-745); Ecuba che celebra Errore e
sottolinea la cura che gli dèi hanno avuto per lui (i.4, 748-759) ed Elena
che rievoca la dolcezza e la cortesia dell'eroe (i.4, 76i.-775). Sono le ere
donne con cui Errore si era intrattenuto nel canto 6.
Il poema si chiude con i suoi funerali (i.4, 78i.-804).
4
L' Odissea

Per evidenziare l'unità d'azione dell' Odissea Aristotele riassume il poema


così: <<C 'è un uomo che resta lontano dal suo paese per molti anni, osta­
colato da Posidone e rimasto solo, e poi, quando la situazione di casa è al
punto che i suoi beni sono consumati dai Proci ed essi tramano contro il
figlio, ecco che ritorna dopo il naufragio, e quando ha riconosciuto certu­
ni attacca; e lui è salvo, i nemici distrutti. Questo è il concetto specifico,
tutto il resto sono episodi>> (Poetica, 17, 1455b 17-23; trad. C. Gallavotti).
La struttura dell'Odissea, come Aristotele stesso riconosce, è tuttavia
più complessa di quella dell'Iliade. L' Odissea intreccia la storia di Ulisse
e quella del figlio Telemaco: i due racconti sono inizialmente distinti
e si svolgono in luoghi differenti, prima di convergere a Itaca a partire
dal canto 15. Questa tecnica di intreccio dei fili narrativi non è applica­
ta soltanto al padre e al figlio: gli altri personaggi, Nausicaa, Penelope,
i pretendenti, sono dapprima presentati isolatamente e giungono pro­
gressivamente a modificare il corso del racconto principale.

Struttura del poema

Turti i commentatori concordano nel riconoscere nell' Odissea tre parti


principali:
1. storia di Telemaco': canti 1-4;
2. avventure di Ulisse: canti 5-12;
3. vendetta di Ulisse, cui si associa Telemaco : canti 13-24.
All' inizio del poema, circa dieci anni dopo la presa di Troia, tutti gli
eroi achei hanno fatto ritorno in patria. Solo a Ulisse, prigioniero della
dea Calipso, è ancora negato il ritorno, perché l'eroe è vittima dell'odio
del dio Posidone di cui ha accecato il figlio, il ciclope Polifemo. Appro­
fittando dell'assenza di Posidone recatosi presso gli Etiopi, Atena ottie-
12.0 OMERO E LA STORIA

ne dall'assemblea degli dèi che Ulisse possa tornare in patria. Mentre


Ermes si reca da Calipso per comunicarle l'ordine degli Olimpi, Atena
scende a Itaca al fine di dar coraggio a Telemaco. Questa decisione divina
mette in moto la duplice serie di azioni che di qui seguiranno.
L' Odissea fa mostra di grande coerenza e di eccezionale maestria.
L'ordine della narrazione segue rigorosamente quello cronologico: il
poeta può raccontare successivamente eventi che si svolgono in luoghi
differenti, ma non narra mai avvenimenti tra loro simultanei. In virtù di
questa regola narrativa, se il poeta fa agire un personaggio in un luogo,
ad esempio Ulisse presso i Feaci, i protagonisti che si trovano altrove,
ad esempio Telemaco a Sparta, devono necessariamente essere inattivi.
È quella che Édouard Delebecque ha definito la legge della successione
cronologica e dei tempi morti <<che impedisce a due personaggi di agire
simultaneamente in due luoghi differenti >> '.
L'azione del!' Odissea dura in tutto quarantun giorni.
- Giorno 1: prima assemblea degli dèi; Atena a Itaca spinge Telemaco a
resistere ai pretendenti (canto 1).
- Giorno 2.: la mattina assemblea a Itaca, in cui Telemaco tenta di otte­
nere l'appoggio del popolo contro i pretendenti, ma fallisce (2., 1-2.59 ) ; la
sera partenza di Telemaco per Pilo (2., 2.60-434).
- Giorni 3-5: soggiorno di Telemaco a Pilo; tappa a Fere, arrivo a Sparta
(canto 3).
- Giorno 6: Telemaco a Sparta (4, 1-62.4); a Itaca i pretendenti prepa­
rano un' imboscata per ucciderlo al suo ritorno ( 4, 62.5-847 ) .

- Giorno 7: seconda assemblea degli dèi (5, 1-42.); Ermes da Calipso (5,
43-2.2.7 )
.

- Giorni 8-1 1 : Ulisse costruisce la zattera (5, 2.2.8-2.61).


- Giorni 12.-2.8: felice navigazione di Ulisse (5, 2.62.-2.8 1).
- Giorni 2.9-30: tempesta (5, 2.82.-389).
- Giorno 31: Ulisse approda a Scheria, presso i Feaci (5, 390-493).
- Notte del giorno 31: sogno di Nausicaa ( 6, 1-47 ).
- Giorno 32.: incontro di Ulisse e Nausicaa ( 6, 48-331 ), prima sera pres-
so Alcinoo (canto 7).
- Giorno 33: festa presso i Feaci (canto 8); sera, grande racconto innan­
zi ad Alcinoo (canti 9-12.).
- Giorno 34: preparativi della partenza (13, 1-69).
- Notte del giorno 34: viaggio notturno di Ulisse dalla terra dei Feaci a
Itaca (13, 70-95).
'
L ODISSEA 121

- Giorno 35: Ulisse a Itaca, incontro con Atena (13, 96-440); inizio del
soggiorno a casa di Eumeo ( canto 14).
- Notte del giorno 35: Atena sollecita Telemaco a rientrare a Itaca (15,
1-55).
- Giorni 36-37, notte del giorno 37: viaggio di ritorno di Telemaco (15,
56-557 ).
- Giorno 38: Telemaco e Ulisse a casa di Eumeo (16, 1-153); il padre si
fa riconoscere dal figlio (16, 154-321); Penelope, e quindi i pretendenti,
apprendono del ritorno di Telemaco (16, 322-451).
- Giorno 39: Telemaco, e poi Ulisse travestito da mendicante, nella
dimora di Ulisse (17, 1-355); insulti dei pretendenti (17, 356-491); Pene­
lope si informa del mendico (17, 492-606). Pugilato con il mendicante
lro (18, 1-157); apparizione di Penelope e rimproveri ai pretendenti (18,
158-303); ancora insulti dei pretendenti a Ulisse (18, 304-428). La sera
Telemaco e Ulisse nascondono le armi nel mégaron (19, 1-52) ; colloquio
tra Penelope e Ulisse travestito da mendicante (19, 53-360 ); Ulisse è rico­
nosciuto da Euriclea (19, 361-507 ); prosegue il colloquio tra Penelope e
Ulisse travestito (19, 508-604).
- Giorno 40: preparativi della strage (20, 1-239 ); ultimo banchetto dei
pretendenti (20, 240-394); gara con l'arco (tanto 21); massacro dei pre­
tendenti (22, 1-389); esecuzione delle ancelle infedeli e di Melanzio (22,
390-501). Penelope mette di nuovo alla prova Ulisse prima di ricono­
scerlo (23, 1-204); notte di riunione coniugale (23, 205-372).
- Giorno 41: discesa agli Inferi dei pretendenti (24, 1-204) ; Ulisse e
Telemaco nella casa di campagna di Laerte (24, 205-412); assemblea di
Itaca e tentativo di vendetta dei parenti dei pretendenti; riconciliazione
imposta da Atena (24, 413-548).
La durata dell' Odissea è più breve ancora di quella dell'Iliade; tutta­
via, così come il maestro dell'Iliade è riuscito a evocare nello spazio di
cinquantasei giorni i dieci anni della guerra di Troia, il maestro dell' O­
dissea ha saputo esporre nel suo racconto tutte le prove subite da Ulisse
dalla partenza da Troia fino al trionfo sui pretendenti. Con un procedi­
mento assai sapiente, il poeta narra in terza persona solo gli ultimi giorni
delle peripezie di Ulisse e fa raccontare all'eroe stesso le avventure dei
dieci anni precedenti.
Numerose avventure di Ulisse si ispirano a leggende molto antiche,
greche, fenicie, egizie o di altra origine ancora, o evocano racconti folk­
lorici di popoli diversi: il Ciclope può essere accostato a molti altri orchi,
12.2. OMERO E LA STORIA

Circe a tante altre maghe. Il poeta dell'Odissea non è certamente il pri­


mo a mettere in scena Polifemo o le Sirene.
La concatenazione degli episodi narrati nei Racconti alla corte di Alci­
noo delinea una progressione: il famoso Ulisse, il <<conquistatore di Tro­
ia>>, che perde successivamente tutti i suoi compagni, è via via sempre
più solo e indifeso fino a quando arriva da Alcinoo, al quale narra le pro­
prie traversie. Il momento prescelto dal punto di vista dell'architettura
dell' Odissea è particolarmente felice. I Feaci, che per primi, dopo molto
tempo, hanno riconosciuto la gloria e lo statuto di Ulisse, gli hanno ap­
pena offerto splendidi doni e si apprestano a ricondurlo a Itaca. Tutte le
avventure dell'eroe costituiscono così la prima parte di un dittico narra­
tivo fatto di vagabondaggio e di ritorno, di perdita e di riparazione.
Alcuni elementi folklorici si ritrovano anche nella storia della ven­
detta di Ulisse: il ritorno del guerriero dopo una lunga assenza, la com­
petizione per la mano di una bella principessa, la prova che abilita a
'

essere re. E verosimile che molti aedi si ispirassero a questi temi prima
dell'autore dell' Odissea e alcuni, a quanto pare, concepirono una diversa
versione della vendetta di Ulisse, in cui l'eroe si faceva riconoscere assai
per tempo da Penelope e i due sposi preparavano insieme la strage dei
pretendenti. Il poeta dell' Odissea ci mostra invece i due sposi recipro­
camente diffidenti, anche se alcuni dettagli, che egli ha mantenuto, si
spiegherebbero meglio se Ulisse e Penelope agissero di concerto. L'auto­
re del poema che noi leggiamo ha conferito alla storia della vendetta di
Ulisse un nuovo significato politico e religioso, precisando le ambizioni
e i progetti criminali dei pretendenti, moltiplicando le empietà di cui si
rendono colpevoli e soprattutto associando all'azione dell'eroe quella
del figlio Telemaco.
La presenza di due assemblee divine, che deliberano entrambe il ri­
torno di Ulisse all'inizio del canto 1 e del canto 5, è stata spesso invocata
dagli "analiticin per negare l'unità compositiva dell'Odissea: a loro avvi­
so questo doppione si spiegherebbe con una negligenza del compilatore
che avrebbe conservato i prologhi di due poemi maldestramente giustap­
posti. Ciò però significa dimenticare la "legge cronologican in virtù della
quale Ermes non può intervenire presso Calipso contemporaneamente
all' intervento di Atena presso Telemaco, ma deve attendere il canto 5. La
questione è piuttosto quella di sapere perché il poeta abbia optato per
un secondo concilio degli dèi, anziché limitarsi a mettere in scena Zeus
che ricorda a Ermes l'ordine degli Olimpi. Questa scelta riflette forse
una tenue ironia nei confronti delle divinità: il consiglio dell'Olimpo,
L' ODISSEA

come molte istituzioni umane, prende spesso decisioni inefficaci... Solo


il reiterato intervento di Atena, protettrice di Ulisse, costringe gli dèi a
passare da una benevolente inerzia a una benevolenza attiva.
Inoltre, la storia di Telemaco nei canti 1-4 non costituisce un poema
indipendente, perché ha senso solo in relazione a ciò che essa prepara. I
canti 1 e 2. che espongono la situazione a Itaca presentano il teatro della
futura vendetta di Ulisse; i canti 3 e 4 segnano l' ingresso del figlio di Ulis­
se non soltanto nel mondo degli adulti, ma anche nella cerchia ristretta di
coloro che si vedono riconosciuta dai propri pari una prerogativa regale
ereditaria. Le tre grandi parti dell' Odissea sono evidentemente comple­
mentari: Itaca senza Ulisse, Ulisse lontano da Itaca, Ulisse a Itaca.
Mentre l'Iliade presenta combattimenti tra eroi di comunità nemi­
che e conflitti tra eroi della stessa comunità, l' Odissea ci mostra un eroe
in lotta contro mostri e maghe in un mondo fantastico situato in mari
lontani, che poi, rientrato in patria, deve affrontare un gruppo di giovani
aristocratici, la cui boria mal dissimula la mediocrità e che ignorano il ri-

spetto delle regole e degli dèi. Ulisse è un eroe nella tradizione dell 'Ilia-
de, ma la sua intera azione si svolge in mondi che nulla hanno di eroico.
Noi lo vediamo prima attraversare una dimensione meravigliosa, talora
affascinante e spesso temibile, e poi riguadagnare la società di Itaca dove
domina il sordido calcolo.

Le peripezie di Ulisse

Se si vogliono seguire le avventure di Ulisse nel loro ordine cronologico,


bisogna leggere in successione i racconti fatti ad Alcinoo (canti 9-12.), in
cui l'eroe narra le proprie vicende fino ali'arrivo nell'isola di Calipso, poi
i canti da s a 8 che vanno dalla liberazione di Ulisse da parte di Calipso
fino al soggiorno presso i Feaci, e infine l'inizio del canto 13 che descrive
il viaggio da Scheria a Itaca. Qualche altro passo aggiunge informazioni
complementari (i racconti fatti a Telemaco da Nestore in 3, 1oi.-i.oo, e
soprattutto da Menelao in 4, 33i.-586) o scorci di diversa prospettiva (il
racconto di Ulisse ad Arete in 7, i.40-i.97, nel quale senza rivelare la pro­
pria identità egli rievoca il soggiorno presso Calipso, la tempesta e il suo
arrivo a Scheria, la città di Alcinoo, e naturalmente il racconto dell'eroe
a Penelope al momento del ricongiungimento in i.3, 310-343).
I Racconti alla corte di Alcinoo hanno affascinato il pubblico greco,
così come incantano il lettore moderno, perché ognuna delle avventure
124 OMERO E LA STORIA

di Ulisse è appassionante in sé e perché la composizione dell'insieme è


condotta con grande maestria. Il poeta alterna episodi narrati con dovi­
zia di dettagli (il Ciclope, Circe, l'evocazione dei morti) e altri trattati
più brevemente; vicende dall'esito fortunato (i Lotofagi, Circe, le Sire­
ne) e altre, più numerose, che finiscono male. Alcuni pericoli colgono
Ulisse e i suoi compagni alla sprovvista (il comportamento dei Lestrigo­
ni), di altri sono preavvertiti (le Sirene, Scilla e Cariddi). A volte Ulisse
e i compagni si trovano a fronteggiare un mostro contro il quale sono
impotenti (Scilla); dinanzi al Ciclope Ulisse è vittima della propria cu­
riosità e del proprio orgoglio, ma sono soprattutto i compagni a provo­
care catastrofi per disobbedienza ed empietà.
Allorché Ulisse parte da Troia, nonostante i sacrilegi che hanno ac­
compagnato la conquista della città e i d,issensi che ne sono seguiti, è un
re colmo di prestigio, con l'aureola della gloria di aver concepito l' ingan­
no del cavallo di legno; e le sue dodici navi sono cariche di preda.
La prima tappa costituisce un ovvio seguito della guerra: Ulisse fa so­
sta in Tracia, presso i Ciconi alleati dei Troiani, saccheggia la città e fa un
copioso bottino (9, 39-43). L' indisciplina degli equipaggi offre tuttavia
ai Ciconi l'occasione di un contrattacco e provoca qualche perdita (9.
'

44-61). E la prima manifestazione, fra i compagni di Ulisse, di un' incli-


nazione che si rivelerà disastrosa.
Una tempesta colpisce la flotta e la costringe a due giorni di attesa sul­
la terraferma. La squadra riprende il mare il terzo giorno, ma una nuova
tempesta che dura nove giorni al largo di Capo Malea la fa uscire dalle
rotte conosciute e la conduce nel paese dei Lotofagi. Questi ultimi non
conoscono il pane e si nutrono di un fiore, il lotos3; i compagni di Ulisse
che l'assaggiano non vogliono più lasciare il paese e devono essere reim­
barcati a forza (9. 85-104).
La tappa successiva è la terra dei Ciclopi (letteralmente ''Occhi ton­
di''), giganti con un unico occhio in mezzo alla fronte. Anticipando
quanto accadrà in seguito, Ulisse insiste sulla loro ferocia: essi non pra­
ticano l'agricoltura perché il suolo fornisce ogni cosa in abbondanza,
non hanno né leggi né assemblee e ognuno comanda alla moglie e ai figli
senza occuparsi degli altri (9. 105-1 15).
Ulisse e i compagni sbarcano in un' isola antistante il paese dei Ci­
clopi. L' isola è disabitata perché i Ciclopi ignorano la navigazione, ma
Ulisse, pur non avendo alcuna intenzione di insediare una colonia, nota
che la terra è fertile e la portuosità eccellente, e che vi si potrebbe fondare
una bella città (9, 11 6-141). Le capre che vivono sull' isola basterebbero
'
L ODISSEA

ampiamente a nutrire gli equipaggi e l' intera flotta potrebbe ripartire


senza pericolo, ma Ulisse vuole conoscere gli abitanti del luogo.
Egli lascia undici navi nel!' isola delle capre e parte con la sua sola
imbarcazione per soddisfare la propria curiosità. Nel doppiare il pri­
mo promontorio, scorge una grande caverna ombreggiata di lauri.
Portando con sé dodici uomini, vi penetra e trova un ovile modello.
I compagni di Ulisse vorrebbero saccheggiarlo e andarsene, ma Ulisse
rifiuta, perché spera in doni di ospitalità (xéinia: 9, 229 ). Una volta
tornato, il padrone fa rientrare le capre per mungerle e quindi chiude
la grotta con un immenso macigno. Terminata la mungitura, egli si ac­
corge di una presenza umana. Le sue prime parole mostrano che egli
ignora qualsiasi costumanza di ospitalità: << Stranieri, il vostro nome ?>>
'

(9, 252). E una domanda che si rivolge a un ospite solo dopo avergli
offerto del cibo.
La voce del Ciclope è spaventosa, ma Ulisse risponde guardandosi
bene dal fornirgli il proprio nome e troppe informazioni: <<Noi siamo
Achei, torniamo da Troia, abbiamo combattuto agli ordini di Agamen­
none>>. Questi titoli di gloria non impressionano il Ciclope, che non
conosce altro che i suoi montoni e mai ha sentito parlare della guerra di
Troia. Comprendendo con chi ha a che fare, Ulisse non si accontenta
di chiedere accoglienza, ma enuncia le regole dell'ospitalità e aggiunge
che gli ospiti sono sotto la protezione di Zeus. Polifemo risponde che i
Ciclopi non si curano di Zeus perché sono <<più forti >>, e aggiunge che
risparmierà Ulisse e i suoi compagni solo se gli aggraderà. Una dichiara­
zione per niente incoraggiante ! Quando Polifemo chiede a Ulisse dove
si trovi la sua nave, <<l'uomo dalle mille volute >> adotta l'ingannevole
atteggiamento che manterrà d'ora in avanti nei confronti del Ciclope, e
risponde che la nave si è spezzata. Polifemo afferra allora due compagni
di Ulisse, li sbatte a terra come cuccioli, li fa a pezzi, li divora crudi e
innaffia il pasto di latte (9, 288-297 ).
Una volta che il mostro si è addormentato, Ulisse <<prende consiglio
nel suo cuore valente >> (9, 299 ). Egli medita prima di uccidere il Ciclope
affondando la spada <<là dove il fegato si attacca sotto il diaframma >>
(9, 301), poi ci ripensa: una volta ucciso Polifemo, nessuno potrebbe più
spingere via la roccia che chiude la grotta e i prigionieri della caverna
sarebbero destinati a perire. Attende dunque il giorno. Per colazione il
Ciclope divora altri due uomini, quindi porta fuori il suo gregge.
Ulisse e i compagni si impadroniscono di un tronco di ulivo che il
Ciclope usa come clava e ne ricavano un lungo palo dall'estremità ap-
12.6 OMERO E LA STORIA

puntita che nascondono sotto il letame. La sera Polifemo fa entrare nella


grotta anche i caproni e gli arieti, munge pecore e capre, quindi << afferra
nuovamente per cena >> (9, 344) due dei compagni di Ulisse. Il figlio di
Laerte si accosta allora al Ciclope con una ciotola colma di eccellente
vino di Tracia e gli propone di gustare questa bevanda per innaffiare le
carni umane. Il Ciclope ingurgita il vino schietto4 e ne richiede.due vol­
te. Ulisse finge di seguire il rituale di ospitalità, come se il Ciclope avesse
ristorato i suoi compagni invece di divorarli: <<Vuoi sapere, Ciclope, il
mio nome illustre ? Io te lo dirò, ma tu dammi il dono ospitale che mi hai
promesso. Il mio nome è Nessuno1; Nessuno mi chiamano la madre e il
padre e tutti i compagni>> (9, 363-368).
Il vino non ha addolcito Polifemo, che mostra un'arrogante empie­
tà: il suo dono ospitale (xéinion) ad Ulisse sarà mangiarlo per ultimo.
Schiantato dal!' ubriachezza, il mostro s'addormenta, rutta e vomita.
Ulisse pone il palo ad arroventare nella brace e poi con quattro compa­
gni lo affonda nell'unico occhio del Ciclope. L'azione è descritta con
una similitudine attinta alla carpenteria navale: <<Avete visto forare con
il trapano delle travi di nave, e gli uomini tirare e tendere la correggia, e
uno fare peso dal!' alto, e la punta girare sempre nello stesso punto! Così
noi nel suo occhio tenevamo girando la nostra punta infuocata e il san­
gue ribolliva>> (9, 384-390 ) Polifemo lancia un urlo terribile e chiama
.

in aiuto gli altri Ciclopi, ma quando questi lo sentono dire che il suo
assassino è "Nessuno" ne concludono che egli è caduto in preda a una
crisi di follia inflittagli da Zeus e se ne vanno.
Assai prima del!' alba Polifemo rimuove il masso del!'entrata e si piaz­
za all'uscita della grotta. Alcuni commentatori si sono chiesti perché
non attenda l'alba, ma la ragione è semplice: divenuto cieco il Ciclope
non distingue più il giorno dalla notte. Ulisse raggruppa i montoni a tre
a tre e appende i compagni sotto la pancia della bestia che sta in mezzo ;
ed egli stesso scivola sotto il folto vello del montone più grande. Il Ci­
clope si stupisce che a uscire per ultimo sia il maschio capo del gregge e
crede che sia per compassione per lui ( 9. 446-461)6•
Una volta in mare, Ulisse non può trattenersi dal farsi beffe del Ci­
clope, che gli scaglia contro un'enorme roccia ; la nave evita di misura la
collisione con la costa. Malgrado gli sforzi dei compagni per trattenerlo,
Ulisse si mette di nuovo a chiamare Polifemo di lontano: <<Ciclope, se
qualcuno dei mortali vuol sapere da te la sciagura che ti ha privato del
tuo occhio, digli chi ti ha accecato: il figlio di Laerte, sì, il predatore di
Troia, l'uomo di Itaca, Ulisse >> (9, 5oi.-505).
'
L ODISSEA 12.7

Per orgoglio e per gusto di bravata Ulisse commette un errore fatale.


In virtù di un'antichissima concezione magica, fornire il proprio nome
significa mettersi in potere di qualcuno. Polifemo non poteva nulla con­
tro Nessuno, ma ora implorerà il padre Posidone ai danni di Ulisse e il dio
esaudirà la sua preghiera.
Al termine di una traversata di durata indefinita Ulisse giunge all' i­
sola fluttuante di Eolo, il signore dei venti. La famiglia di Eolo pratica
l'endogamia (i suoi sei figli hanno sposato le sue sei figlie) e trascorre
un'esistenza immersa nei banchetti e nell'abbondanza. Eolo, che vuo­
le sapere tutto della guerra di Troia, trattiene Ulisse per un mese nella
sua magione. Alla partenza gli consegna come dono ospitale un otre nel
quale ha rinchiuso tutti i venti tranne un dolce zefiro (vento da ovest).
La navigazione procede a forza di remi per nove giorni e nove notti sen­
za sosta; il decimo, quando già la costa di Itaca è in vista, Ulisse si assopi­
sce. I compagni, invidiosi della sua ricchezza, aprono l'otre che credono
colmo d'oro e d'argento: si scatena una terribile tempesta che riconduce
la flotta ali' isola di Eolo. Il signore dei venti, rendendosi conto che Ulis­
se è colpito da maledizione divina, questa volta ricusa di accoglierlo e di
aiutarlo ( 10, 71-76 ) .
Dopo sei giorni di navigazione, la flotta giunge al paese dei Lestrigoni
dove non scende mai la notte. I Lestrigoni sono esseri giganteschi come
i Ciclopi, non vivono però in reciproco isolamento, ma hanno una città,
un porto, un' agord e un re. Questa organizzazione li rende ancora più
temibili: essi si gettano in massa contro le undici navi che hanno calato
gli ormeggi in porto e afferrano gli uomini con gli arpioni, come fossero
tonni, per divorarli ( 10, 1i.1-1i.4 ) . Solo la nave di Ulisse attraccata fuori
del porto riesce a sfuggire al massacro.
Ulisse con l'unica nave superstite giunge allora ali' isola di Eea, ove è
la dimora della dea Circe. Il paese ali' inizio pare disabitato, ma Ulisse si
arrampica su un'altura da cui scorge del fumo che indica una presenza.
I compagni paventano una nuova prova simile a quelle inflitte loro dai
Ciclopi e dai Lestrigoni, ma Ulisse non si cura delle loro resistenze: divi­
de gli uomini in due gruppi, uno comandato da Euriloco e l'altro da lui
stesso, quindi tira a sorte per sapere quale dovrà andare in ricognizione.
Il sorteggio designa la squadra di Euriloco.
Giunti alla dimora da cui sale il fumo avvistato da Ulisse, i compagni
di Euriloco sono accolti da leoni e da lupi che affettuosamente si stru­
sciano loro addosso. Udendo cantare una bella voce di donna, chiedono
che sia loro aperto e Circe li fa entrare nella sua casa (a eccezione di
128 OMERO E LA STORIA

Euriloco che, non fidandosi, rimane all'esterno). Nella miscela di vino,


formaggio, farina e miele che offre loro7, la maga versa una droga che to­
glie il desiderio del ritorno. Quando poi li colpisce con la sua bacchetta,
essi si trasformano in maiali.
Filosofi stoici e neoplatonici, così come alcuni padri della Chiesa,
hanno spiegato che Circe rappresenta la tentazione della carne che tra­
sforma gli uomini in porci; tuttavia i compagni di Ulisse recuperano
successivamente forma umana e si ritrovano più giovani e più belli (10,
395-396). Spingendo l' interpretazione allegorica alle sue estreme conse­
guenze, questo passaggio significherebbe che una cura di dissolutezza è
un trattamento r1ng1ovanente...
• •

Euriloco, intuendo che è accaduto qualcosa di spaventoso, va ad avvi­


sare Ulisse, che decide di recarsi egli stesso sul luogo. Per strada incontra
Ermes (il dio ha assunto le sembianze di un giovane, ma Ulisse lo rico­
nosce subito), che gli spiega come sventare i malefizi della maga e gli
consegna un'erba che gli dèi chiamano moly che avrà il potere di togliere
qualsiasi effetto alla droga di Circe (10, 281-306)8•
Accolto nella casa di Circe, Ulisse beve alla coppa, ma l'incantesimo
è inefficace. Egli afferra la spada e minaccia di uccidere la maga, ma Circe
lo supplica e dichiara di riconoscere in lui <<Ulisse dalle mille volute >> ,
il cui arrivo le era stato predetto da Ermes; poi gli propone di unirsi a
lei per stabilire un rapporto di fiducia. Memore degli avvertimenti di
Ermes, Ulisse teme un inganno: ha paura che Circe approfitti di vederlo
disarmato per renderlo << vile e privo di virilità >> (10, 301 e 341)9• Egli
costringe dunque la dea a pronunciare un giuramento solenne invocan­
do l'acqua dello Stige. Una volta che ella ha giurato <<egli sale sul letto
sontuoso di Circe>> (10, 347).
Circe offre poi a Ulisse un bagno e un pranzo; l'unione sessuale pre­
cede così il rituale di ospitalità, anzi, ne è la condizione: Ermes ha chia­
ramente precisato a Ulisse che non avrebbe dovuto rifiutare il letto della
'

dea (10, 297 ). E solo divenendone l'amante che Ulisse ottiene l'amicizia
della maga, la sua alleanza e il suo appoggio.
Vedendo che Ulisse ha poco appetito, Circe su sua richiesta restituisce
la forma umana ai compagni trasformati in vecchi e grassi maiali (10, 390 ).
L'eroe va allora a chiamare quelli che sono rimasti sulla nave: Euriloco dap­
prima rifiuta di obbedire, ma finisce per seguire il gruppo (10, 447-448).
Ulisse trascorre un anno a spassarsela a casa di Circe. Il tempo non
gli pare lungo, visto che la primavera seguente sono i compagni a dover
insistere per far ritorno a Itaca (10, 467-474).
'
L ODISSEA I29

Le regole dell'ospitalità includono il dovere di aiutare l'ospite che


si è accolto a riguadagnare la propria dimora. Circe pone al servizio di
Ulisse le sue qualità profetiche e indica all'eroe quale dovrà essere la sua
prossima tappa: il regno dei morti, dove egli dovrà consultare l' indovino
tebano Tiresia'0• Circe sembra annunciare a Ulisse una vera e propria
discesa << nella dimora di Ade e della temibile Persefone >> (Io, 490-49I),
ma in seguito gli indica come evocare i morti dopo aver scavato una fossa
presso l'entrata degli Inferi (Io, 5I6-540 ). All' inizio del canto I2, al ritor­
no di Ulisse, Circe saluta i suoi ospiti con queste parole: << Sventurati !
Siete penetrati da vivi nella dimora di Ade e la morte, che coglie gli uo­
mini una volta sola, voi la subirete due volte>> (I2, 2I-22).
Poemi anteriori all' Odissea avevano verosimilmente cantato un'effet­
tiva discesa di Ulisse negli Inferi, analoga alle celebri katabdseis di Orfeo,
di Teseo, di Eracle o a quella che Virgilio attribuirà ad Enea nel libro 6
dell'Eneide. L'architetto dell' Odissea descrive soltanto un'evocazione dei
morti, ma attraverso le parole di Circe'' ricorda brevemente un'altra ver­
sione narrativa che egli ha scelto di scartare. Il racconto risulta così quasi
perfettamente coerente11, pur lasciando intravedere delle alternative.
Il rituale dell'evocazione dei morti è descritto con grande precisione
a due riprese (Io, 5I 6-540; I I, 34-50). Ulisse scava una fossa, compie tre
libagioni di latte e miele, vino dolce e acqua pura, versa bianca farina e
promette di sacrificare al suo ritorno a Itaca la migliore delle sue vacche
sterili a tutti i morti e un nero montone senza macchia al solo Tiresia;
poi afferra le vittime sacrificali e le sgozza in modo che il sangue coli nel­
la fossa. I suoi compagni bruciano interamente le vittime: è il sacrificio
che si chiama ''olocausto''. Tutti questi riti ricordano quelli celebrati da­
gli Ateniesi il terzo giorno della festa delle Antesterie, con la differenza
che nell' Odissea l'evocazione dei morti non può svolgersi che in un luo­
go preciso del brumoso paese dei Cimmeri, vicino alla porta degli Inferi.
La prima ombra che Ulisse incontra è quella del compagno Elpenore,
che è morto l'ultima notte del soggiorno a casa di Circe cadendo ubriaco
dal tetto. Non essendo stato sepolto, Elpenore continua a vagare all'en­
trata della dimora di Ade e non ha bisogno di bere sangue sacrificale per
entrare in comunicazione con i vivi. Ulisse gli promette di compiere i riti
funerari che gli sono dovuti ( I I, 5I-83).
Ulisse vede quindi affluire le ombre dei morti, tra cui quella di sua
madre, e le riconosce, ma le ombre non possono né vederlo né parlargli
fino a che non abbiano bevuto il sangue delle vittime. Qui come in molti
altri aspetti l'ombra di Tiresia possiede virtù eccezionali: essa riconosce
130 OMERO E LA STORIA
t

Ulisse e gli si rivolge prima di aver bevuto il sangue, ma non pronuncia


le sue predizioni se non dopo essersi saziata ( 11, 90-99 ).
Tiresia spiega ad Ulisse che egli è vittima del rancore di Posidone, ma
che il suo destino non è ancota del tutto stabilito. Se egli saprà dominare
il suo cuore e quello dei suoi compagni e rispettare le vacche del Sole,
è possibile che la sua nave faccia ritorno a Itaca. Diversamente, tutti i
compagni periranno ed egli rientrerà in patria assai più tardi e vi troverà
individui arroganti intenti a divorare i suoi beni e a corteggiare la sua
donna; dopo averli uccisi dovrà partire di nuovo, questa volta per un
viaggio terrestre fino a incontrare genti che ignorano l'uso dei remi (11,
100-125). Allora, fatto un sacrificio a Posidone'3, potrà tornare definiti­
vamente a Itaca dove dopo una felice vecchiezza troverà <<la più dolce
delle morti che gli verrà dal mare >> '4 (11, 134-135).
Tiresia si allontana e Ulisse attende che l'ombra di Anticlea, sua ma­
dre, << venga a bere il sangue fumante >> (11, 153). Appena l'ha fatto, ella
si rivolge gemendo al figlio e si stupisce della sua presenza << in queste
tenebre brumose >> (11, 155). Alle domande di Ulisse sulla situazione ad
Itaca, Anticlea risponde con ragguagli assai rassicuranti'1 e aggiunge di
essere morta di dolore per l'assenza del figlio. Per tre volte Ulisse tenta
di serrare tra le braccia l'ombra della madre e, non riuscendovi, chiede se
sia lei a sfuggirgli o se Persefone abbia creato un fantasma per ingannarlo
(11, 210-214). Anticlea risponde che non è così e che l'anima dei morti
non è che ombra che sfugge come sonno.
Al seguito di Anticlea si presenta a Ulisse una serie di celebri eroine
del mito che potremmo definire le <<dame del tempo andato>> (11, 225-
327 ). Il poeta offre per ciascuna di esse qualche dettaglio. Questo catalo­
go, che nell' Odissea non ha alcuna necessità drammatica, è stato spesso
considerato un'aggiunta, un pezzo di bravura inserito da qualche rapso­
do perché gradito al pubblico; non si può però escludere con certezza
che sia stato lo stesso poeta dell' Odissea a introdurre il passo. La conclu­
sione dell'episodio è forse ironica: dopo aver evocato, con crescente bre­
vità, quattordici eroine, Ulisse aggiunge che ci vorrebbe un'intera notte
per elencare tutte quelle che ha incontrato, e che <<è ora di dormire >> ( 1 1,
330-331). Il poeta suggerisce che i cataloghi di tipo esiodeo cominciano
affascinando e finiscono per addormentare.
I Feaci insistono perché Ulisse continui il suo racconto e Alcinoo
stesso propone il tema successivo: <<Vedesti qualcuno dei divini compa­
gni che combatterono con te sotto le mura di Troia e vi hanno trovato la
'
L ODISSEA 131

morte ?>> {11, 371-372). Ulisse è come un aedo al quale il pubblico richie­
da l'uno o l'altro pezzo del suo repertorio.
Egli risponde che non tutti coloro di cui ha rivisto le ombre erano
morti a Troia, ma che alcuni erano periti al ritorno per la malvagità di
una donna. Di fatto il primo a essergli apparso è Agamennone, che gli
ha narrato l'ignobile attentato tramato contro di lui da Egisto e Cliten­
nestra. Dopo aver contrapposto a Clitennestra la saggia Penelope, Aga­
mennone ha nondimeno consigliato a Ulisse di tornare a casa in inco­
gnito e di diffidare della slealtà delle donne {11, 440-456). Il consiglio
non verrà dimenticato.
Giunge quindi Achille, seguito da Patroclo, Antiloco e Aiace. Ulisse
celebra la felicità di Achille onorato sia da vivo che tra i morti. La rispo­
sta del figlio di Peleo giunge inattesa da parte di un eroe che aveva prefe­
rito la bella morte a una lunga esistenza ingloriosa: <<Oh, non abbellirmi
la morte, mio nobile Ulisse! Preferirei essere vivo e servire come teta16
a casa di un uomo privo di terra e senza grandi sostanze che regnare su
questi morti, sull'intero popolo dei trapassati >> {11, 488-491). La morte è
un tedio senza fine. Udendo buone notizie del figlio Neottolemo Achil­
le prova tuttavia un po' di gioia (11, 538-540).
Molti eroi si intrattengono quindi con Ulisse, ma Aiace rimane in
disparte: gli conserva rancore per averlo sconfitto nella contesa per le
armi di Achille (11, 541-564).
La Nékyia, l'evocazione dei morti, si conclude con la rassegna di al­
cune celebrità degli Inferi: il giudice Minosse, Orione, i grandi dannati
Tizio, Tantalo e Sisifo, e il fantasma di Eracle (di persona l'eroe è stato
accolto nell'Olimpo). Aristarco giudicava l'intero passo (11, 565-626)
un'interpolazione: come poteva Tantalo apparire nella fossa scavata da
Ulisse con il lago e i suoi alberi, o Sisifo con la sua rupe ? Il passo proviene
probabilmente da una Discesa agli Inferi e chi l'ha introdotto nell'evoca­
zione dei morti dell' Odissea non si è preoccupato troppo della coerenza.
Tornato da Circe, Ulisse apprende dalla dea le prossime prove che lo
attendono e i mezzi per fronteggiarle.
Sapendo che nessuno può resistere al canto delle Sirene, egli tura con
la cera le orecchie dei compagni; quanto a sé stesso si fa legare all'albero
maestro della nave e ordina di non liberarlo per alcuna ragione. Le voci
melodiose delle Sirene chiamano Ulisse per nome e lo invitano a rag­
giungerle per arricchire le sue conoscenze e per apprendere tutti i mali
che gli dèi hanno inflitto agli Achei e ai Troiani {12, 184-191). Le Sirene
ricordano il serpente della Genesi, perché causano la rovina degli uomini
132 OMERO j, LA STORIA

promettendo loro la conoscenza. Il sapere pernicioso che esse rivelano


con il canto concerne soprattutto la guerra di Troia: il poeta dell'Odissea
si diverte forse a suggerire che le Sirene cantano l'Iliade. L'iconografia
greca le rappresenta in forma di uccelli con testa di donna, ma 1' Odissea
non fa parola del loro aspetto.
Poco oltre i compagni di Ulisse scorgono l'abisso di Cariddi. Ulisse
sa da Circe che non può evitare contemporaneamente Cariddi e il mo­
stro Scilla: Cariddi minaccia di inghiottire 1' intera nave, mentre Scilla
divorerà solo sei compagni. L'eroe fa la sua scelta: ordina all'equipaggio
di passare il più lontano possibile da Cariddi senza dire nulla di Scilla.
L'enorme piovra a sei teste, ciascuna armata di tre file di denti, afferra
nella nave di Ulisse sei uomini che solleva in aria prima di divorarli sulla
soglia del suo antro (12, 234-259 ).
A questo punto la nave giunge in vista dell' isola del Sole, dove pa­
scolano le vacche sacre al dio. Secondo le raccomandazioni di Tiresia,
Ulisse chiede ai compagni di evitare 1' isola, ma Euriloco si ribella: può
darsi che Ulisse si senta fresco e riposato, ma 1'equipaggio è sfinito e non
vuole affrontare i rischi di una navigazione notturna. Ulisse deve piegar­
si; chiede ai compagni di giurare almeno di non abbattere alcuno degli
animali del Sole. La tempesta che infuria per più di un mese costringe
l'equipaggio sull' isola e i viveri cominciano a scarseggiare. Approfittan­
do di un momento in cui Ulisse si è allontanato per invocare gli dèi e si
è addormentato, Euriloco spinge i compagni a nutrirsi delle vacche del
Sole. Il sacrilegio si compie in forma di un banchetto preceduto da un
sacrificio, ma il Sole chiede a Zeus di punire i colpevoli di tale empietà,
minacciando di oscurare il suo splendore se non otterrà soddisfazione
(12, 377-383). Subito si manifestano segni spaventosi: le spoglie delle vac­
che si mettono a camminare e le carni cotte e crude muggiscono intorno
agli spiedi (12, 395-396).
L'equipaggio riprende il mare, ma Zeus colpisce la nave con il fulmi­
ne e solo Ulisse riesce a sopravvivere legando insieme l'albero e la chiglia.
La corrente lo trascina verso Cariddi: quando l'abisso inghiotte l' im­
barcazione, Ulisse si afferra ai rami del fico che sovrasta il gorgo; poi,
quando Cariddi rigetta il suo contenuto, ricade con un salto sulle assi
del relitto (12, 428-446).
Andato alla deriva per nove giorni, l'eroe approda ali' isola di Calipso.
La ninfa figlia di Atlante si innamora del naufrago e lo trattiene presso
di sé. Ulisse aveva goduto per un anno senza stancarsi delle attrattive di
Circe: il poeta non ci dice dopo quanto tempo egli si stanchi della vita
'
L ODISSEA 133

di gigolo che conduce a fianco di Calipso. Dopo sette anni acconsente


ancora a trascorrere le notti nel letto della dea perché essa lo desidera, ma
passa le giornate a contemplare il mare sulla punta di un promontorio e a
piangere (5. 151-158). Quando Ermes giunge per recare a Calipso l'ordine
degli Olimpi che le ingiungono di lasciar partire l'eroe prigioniero, la
ninfa protesta. Essa pronuncia parole di tenore "femminista", indignan­
dosi che gli dèi <<gelosi >> vietino alle dee di prendere per compagni i
mortali di loro gusto (5. 118-136), ma alla fine si piega alla volontà di
Zeus. Senza far parola della visita di Ermes propone a Ulisse di ripren­
dere il mare, ma l'eroe, sempre sospettoso, .):eme un inganno destinato a
perderlo e costringe Calipso a giurare con la formula più solenne per gli
dèi di non avere intenzioni malevole (5, 171-191).
I due amanti si ritrovano nella grotta della ninfa. Calipso cerca di
convincere Ulisse a restare con lei di sua volontà, insiste sulle nuove pro­
ve che lo attendono, gli promette l' immortalità se diverrà suo sposo, e
si stupisce del fatto che egli desideri così ardentemente ricongiungersi
a Penelope laddove ella stessa vanta una bellezza non inferiore (5, i.oi.­
i.13). Ulisse risponde agli argomenti di Calipso in ordine inverso: atten­
to a non ferire la suscettibilità della dea comincia col riconoscere che
Penelope, che è solo una donna mortale, non potrebbe gareggiare con
lei e tuttavia, aggiunge, il suo unico desiderio è rientrare in patria e in
cambio di ciò è pronto ad affrontare le prove che gli dèi vorranno ancora
infliggergli ( 5, i.15-i.i.4). L'indomani la dea fornisce a Ulisse gli strumen­
ti necessari per costruire una zattera: il poeta descrive minuziosamente il
lavoro dell 'eroe che si rivela un esperto carpentiere (5, i.34-i.61).
Per diciassette giorni Ulisse solca le vie del mare; il diciottesimo Po­
sidone fa ritorno dal paese degli Etiopi. Sa che Ulisse presto gli sfuggi­
rà, ma decide di infliggergli gli ultimi tormenti e scatena una terribile
tempesta che fa a pezzi la zattera. lno-Leucotea, una mortale divenuta
dea marina, ha pietà dell'eroe e gli dona un velo che lo salverà dall'an­
negamento (5, 333-350 ) Per due giorni e due notti Ulisse << va alla deriva
.

sull'onda rigonfia >> (5. 388-389) e il terzo giunge alla foce di un fiume.
Benché spossato, sceglie con cura un luogo dove dormire, nel cavo di un
olivo (5, 465-493).
La notte seguente Atena invia un sogno a Nausicaa, la figlia del re dei
Feaci. La dea prende l'aspetto di un'amica della fanciulla e le propone
di andare il mattino dopo a lavare la biancheria di casa, perché - le an­
nuncia - è prossimo il suo matrimonio e per l'occasione tutti i familiari
dovranno essere ben vestiti. Dapprima Nausicaa vorrebbe raccontare il
134 OMERO E LA STORIA

sogno ai genitori, poi giudica più conveniente non parlare del suo ma­
trimonio e si atteggia a figlia e sorella premurosa che vuole che il padre
abbia dei bei vestiti per presentarsi a consiglio e i suoi fratelli per recarsi
alle danze { 6, 56-65). Alcinoo intuisce tuttavia i pensieri della figlia ( 6,
67 ): in questo momento il matrimonio della bella principessa è chiara­
mente la maggior preoccupazione di tutta la famiglia.
Dopo aver lavato il corredo, Nausicaa e le compagne fanno il bagno,
si frizionano con olio raffinato'7, fanno uno spuntino e giocano a palla
(6, 93-101). Quando la palla cade in acqua le ragazze lanciano grida che
svegliano Ulisse. L'eroe ignora il paese in cui si trova. Malgrado la sua
inquietudine, si manifesta perché ha fame, non senza preoccuparsi di
nascondere la sua virilità dietro un ramo di ulivo ( 6, 1 19-136). <<L'or­
rore di questo corpo sfigurato dal mare>> fa fuggire le ancelle. Per non
spaventare Nausicaa, Ulisse si astiene dal consueto gesto di supplica che
consiste nell'abbracciare le ginocchia della persona che si implora; senza
avvicinarsi, si limita a dirle a parole che le cinge le ginocchia { 6, 149 ).
L'eroe sa come parlare alle donne e comincia col dichiarare che non sa se
si stia rivolgendo a una dea o a una mortale: se è una dea, deve trattarsi
di Artemide, la grande, la bella, la fiera Artemide; se inveco è una mor­
tale, beati i suoi genitori e i suoi fratelli, beato soprattutto il suo futuro
marito. Ulisse è così sorpreso davanti a tanta bellezza che non sa compa­
rarla se non alla palma che svetta solitaria sull' isola di Delo ( 6, 162-163).
Dopo questi complimenti, egli riprende sempre soltanto a parole la posa
del supplice con un'abile formula di transizione: <<lo ti ammiro, ma tre­
mando>> (6, 168); evoca quindi le prove che ha appena patito in mare,
poi le rivolge una preghiera assai modesta: che colei che egli sta suppli­
cando gli indichi la strada dell'abitato e gli dia un cencio per coprirsi ( 6,
178-179 ) ; in cambio, possano gli dèi colmarla di tutti i loro favori.
La risposta un po' sentenziosa di Nausicaa mostra che la fanciulla co­
nosce le regole dell'ospitalità, ma che ella non ha avuto spesso occasione di
applicarle. Dopo che Ulisse si è lavato, strofinato d'olio e vestito degli abiti
datigli dalla principessa, Atena lo fa risplendere di fascino e di bellezza.
Nausicaa non è insensibile e dice alle ancelle: <<Lo ammetto, poco fa mi
pareva un uomo volgare, ma ora somiglia agli dèi che popolano i campi del
cielo>> (6, 242-243), aggiungendo poi una frase che molti commentatori
hanno giudicato sconveniente: <<che io possa a uno così dare il nome di
sposo>> ( 6, 244). Ella ordina quindi che gli sia offerto del cibo.
La stretta osservanza delle norme di ospitalità avrebbe voluto che
Nausicaa conducesse Ulisse al palazzo del padre. Tuttavia, per timore
'
L ODISSEA 135

delle chiacchiere, la figlia di Alcinoo preferisce evitare di farsi vedere in


città con uno sconosciuto./! commenti malevoli che ella immagina le
danno modo di rivolgere un obliquo complimento al fisico del naufra­
go: <<la gente, dice, potrebbe chiedersi chi è quel gran bello straniero in
compagnia di Nausicaa >> (6, 276-277). Consiglia dunque all'ospite di
recarsi al palazzo del padre, di entrare nella sala principale, di passare
dinanzi al padre senza fermarsi e di andare a supplicare sua madre Arete,
quindi lo lascia vicino al bosco sacro di Atena in vista della città, ma al
di fuori delle mura.
Poiché i Feaci sono poco ospitali verso gli stranieri, Atena protegge
Ulisse celandolo dietro una nube e assume l'aspetto di una bambina per
guidarlo al palazzo di Alcinoo.
La nube si dissolve nel momento in cui Ulisse getta le braccia intor­
no alle ginocchia di Arete. Dopo aver augurato molta felicità a tutti i
convitati, Ulisse supplica di essere ricondotto nel paese dei suoi padri
(7, 1 5 1 15 2). Arete non risponde. Echeneo, il più vecchio degli anziani
-

feaci, rompe il silenzio per chiedere ad Alcinoo di far alzare l'ospite se­
duto nella cenere, di offrirgli una sedia e del cibo e di fare una libagione
a Zeus. Compiuti i riti Alcinoo congeda gli anziani annunciando per
l'indomani ulteriori festeggiamenti in onore dell'ospite.
Quando Ulisse rimane solo con la coppia regale, Arete riprende la
conversazione chiedendo all'ospite il suo nome, come è normale, e inter­
rogandolo sull'origine dei vestiti, che ha riconosciuto. La potente regina
mantiene un'estrema diffidenza. Ulisse narra la propria storia a partire
dall'arrivo presso Calipso, ma si ingegna di non rivelare il proprio nome
e termina con il suo incontro con Nausicaa. Alcinoo si rammarica che
la figlia, che pure era accompagnata dalle sue donne'8, non abbia con­
dotto l'ospite fino al palazzo. Ulisse giustifica Nausicaa con una menzo­
gna piena di delicatezza: è lui, dice, ad aver chiesto alla ragazza di non
accompagnarlo per non suscitare lo sdegno del padre. Alcinoo, colpito
dalla saggezza del naufrago, gli propone di sposare la figlia: << Se tu vo­
lessi restare, riceveresti da me e case e ricchezze >> ( 7, 314); tuttavia, se
l'ospite vuol partire, lo farà accompagnare. Ulisse ringrazia Alcinoo di
consentirgli il ritorno in patria; la sua risposta sottintende che egli non
desidera divenire suo genero, ma evita di formulare un rifiuto che suo­
nerebbe poco cortese.
L' indomani mattina Alcinoo si reca nell' agord con Ulisse: entrambi
prendono posto su pietre levigate e Atena, che funge da araldo, an­
nuncia a tutti i Feaci l'arrivo di un ospite d'eccezione. Nell'assemblea
OMERO E LA STORIA

Alcinoo convoca cinquantadue rematori per riaccompagnare l'ospite


al suo paese e invita i << re dotati di scettro>> a un banchetto nella sua
dimora. L'aedo Demodoco canta la disputa di Achille e di Ulisse e così
fa piangere l'eroe.
I convitati di Alcinoo tornano quindi nell 'agord dove hanno luogo
dei giochi. Laodamante, uno dei figli di Alcinoo, propone a Ulisse di
prendervi parte, ma poiché questi rifiuta a causa delle fatiche sopporta­
te, un giovane aristocratico, Eurialo, prende a insultarlo: l'ospite, dice, è
solo un mercante, non ha nulla dell 'atleta (8, 159-164). Punto sul vivo,
Ulisse afferra un disco e lo lancia ben al di là del segno degli altri, dopo
di che sfida i Feaci in tutte le prove eccetto che nella corsa a piedi e so­
prattutto a una gara di tiro con l'arco'9• Alcinoo interviene dichiarando
che ai Feaci non interessano gli sport marziali e propone che si passi alla
danza. Allora Demodoco canta gli amori di Ares e di Afrodite (8, 266-
369 ). Il re chiede ai dodici << re illustri >> dei regali per l'ospite e a Eurialo
un dono di riparazione; Alcinoo e Arete aggiungono uno scrigno, un
manto, una veste e la più bella delle coppe d'oro. Ulisse fa un bagno cal­
do, frizionato da ancelle; all'uscita dal bagno mentre torna a raggiungere
i convitati del re scorge Nausicaa che gli chiede di << ricordarsi di lei >> ;
Ulisse risponde che egli l' invocherà ogni giorno come una divinità (8,
461-468). Questa scena discreta chiude l' idillio appena accennato con
la bella principessa10•
Dopo pranzo Demodoco canta la presa di Troia e di nuovo Ulisse
non può trattenere le lacrime. Subissato di domande rivela la sua identità
e racconta le sue avventure. Già prima di aver detto chi era aveva ricevuto
splendidi doni, ma il grande Ulisse ne merita ben altri: Alcinoo chiede
a ciascuno dei re più illustri di aggiungere un tripode di bronzo (11, 335-
353; 13, 10-15). Ulisse si rallegra delle ricchezze così ottenute, superiori al
bottino di Troia, e giunge a dichiarare che per tornare con doni simili
avrebbe acconsentito a prolungare di un anno il suo soggiorno (11, 356).

Il mondo dei Feaci

I Feaci sono i primi uomini mangiatori di pane che Ulisse incontra dopo
la morte dei suoi compagni sette anni prima. Essi vivono in una società
pienamente umana e la loro comunità è la meglio organizzata di tut­
te quelle descritte da Omero. Tuttavia, il paese in cui sono insediati si
trova ancora al di fuori dei mari conosciuti, in un mondo parzialmente
'
L ODISSEA 137

favoloso. Gli dèi vengono assai spesso a mescolarsi ad essi (7, 199-206);
il verziere e la vigna di Alcinoo recano frutti tutto l'anno (7, 1 14-121); i
loro vascelli magici non hanno né pilota né timone'' e si dirigono senza
errore là dove i loro passeggeri desiderano (8, 557-563).
Il nome di "traghettatori" (pompoi) dato spesso ai Feaci ben conviene
a gente che accompagna i naufraghi nella loro patria e li riconduce dalle
acque sconosciute ai mari familiari. Alcuni commentatori si sono peral­
tro chiesti se questo nome non provenga da leggende assai anteriori alla
composizione dell' Odissea, che avrebbero visto i Feaci nel ruolo di "psi­
copompi� di coloro cioè che conducono le anime dalla vita alla morte o
dalla morte alla vita.
La posizione eccezionale della regina Arete rappresenta un altro
enigma. Sia Nausicaa che il poeta stesso indicano che la sorte di Ulisse
dipende da Arete. Alcuni hanno voluto vedere nel suo ruolo un vestigio
del "matriarcato primitivo", ma sarebbe necessario che questo concetto,
tanto caro ai discepoli di Bachofen11, non fosse soltanto un fantasma.
Il potere misterioso e temibile di Arete non impedisce che nel palazzo
di Alcinoo la divisione dei ruoli tra marito e moglie sia quella affatto
abituale. Il mattino Arete tesse al telaio, mentre Alcinoo si reca al con­
siglio ( 6, 51-55); Arete tesse anche mentre il suo sposo <<sorseggia vino>>
discorrendo con gli anziani ( 6, 305-309 ). L'influenza della regina si ri­
ferisce probabilmente a particolari tradizioni sui Feaci di cui noi non
abbiamo più traccia13•
Nausicaa è la sola ragazza evocata in modo dettagliato nei poemi
omerici e non si sa, dunque, se la relativa libertà che Alcinoo lascia alla
figlia sia o meno eccezionale. Ciò che è evidente è che il poeta ha descrit­
to Nausicaa con tanta simpatia e delicatezza che la prima fanciulla della
letteratura occidentale continua a incantare e a far sognare14•
L'originalità dell'arte di vivere dei Feaci è sottolineata dallo stesso
Alcinoo : << Quando, ritrovati i tuoi figli e la tua donna, avrai a tavola un
eroe che vorrà conoscere la nostra eccellenza, dovrai dirgli quali occupa­
zioni Zeus ci accorda dal tempo dei padri. No, il pugilato non è il nostro
forte e nemmeno la lotta. Noi siamo buoni corridori e marinai eccellen­
ti, ma per noi in qualsiasi momento niente vale quanto il banchetto, la
cetra e la danza, la biancheria sempre fresca, i bagni caldi e i piaceri del
letto>> (8, 241-249).
Questo manifesto edonista è stato giudicato con gran severità da al­
cuni commentatori antichi e innanzitutto dagli stoici, per i quali i Fea­
ci prefigurerebbero i "porci di Epicuro'': censura ben comprensibile da
OMERO E LA STORIA

parte di austeri moralisti che mettono in caricatura l'ideale esistenziale


epicureo cui sono ostili. Ma il poeta dell' Odissea, dal canto suo, presenta
in modo assai favorevole lo stile di vita dei Feaci benché diametralmente
opposto all'ideale eroico dell'Jliade21•
Partendo da questa constatazione alcuni storici moderni hanno
qualificato la descrizione omerica dell' isola dei Feaci come un'utopia.
A partire da lhomas More, nel XVI secolo, il termine "utopia" evoca
al tempo stesso una società perfetta (Eutopia) e una che non esiste in
alcun luogo, che è l'opposto delle società reali ed è spesso irrealizza­
bile ( Outopia). Ora, sul piano politico, la Feacia non ha nulla di un
mondo alla rovescia. Le istituzioni dei Feaci sono le stesse descritte
altrove da Omero, salvo il fatto di funzionare in modo particolarmente
armonioso. Alcinoo è pieno di riguardo per i diversi gruppi di basiléis
e costoro lo contraccambiano. Tutti i consigli di Alcinoo, anche quan­
do egli chiede ai "re" di offrire dei doni a Ulisse (8, 39i.-393) e poi di
aggiungerne altri (13, 13-14), sono accolti con favore. L'unanimità sem­
bra dunque essere la regola e questa concordia caratterizza non solo i
"re", ma l'intero popolo dei Feaci, tanto che Ulisse augura a sé stesso
<< questa vita di un intero popolo in buona concordia >> (9, 6). Più che
un'utopia, la cui organizzazione si opponga a quella delle altre comu­
nità omeriche, la Feacia mostra un equilibrio ideale, una situazione per
nulla inaccessibile, là dove il re, gli anziani e il popolo facciano prova
di moderazione e di cortesia.
Lo stesso vale per la realtà urbanistica: Scheria, la città del!' isola dei
Feaci, è bella e ben costruita. Essa ha due porti, delle mura, dei templi,
un' agord pavimentata attorno a un santuario di Posidone e un palazzo
reale che spicca tra tutte le altre dimore (6, 1-10; 6, i.6i.-i.68). Ora, tutto
ciò si ritrova sia a Troia che a Pilo, a Sparta e a Itaca. Scheria assomiglia
ali' antica Smirne del IX secolo e corrisponde alla città che tutti i fonda­
tori di colonie desiderano costruire.
La pace di cui godono i Feaci deriva dal loro isolamento, una situa­
zione evidentemente mitica. Questa tranquillità è recente e frutto di una
migrazione: prima che Nausitoo, il padre di Alcinoo, trasferisse il suo
popolo nel paese descritto da Omero, i Feaci abitavano vicino ai Ciclo­
pi e ne subivano la violenza ( 6, 4-6). Inoltre questa pace è considerata
fragile. Nausicaa ha un bel dire con fierezza alle ancelle che hanno torto
ad aver paura di Ulisse, <<perché non è ancora nato né mai nascerà il
temibile mortale che porterà distruzione nel paese dei Feaci >> ( 6, i.01-
i.03): i Feaci sono per la maggior parte xenofobi ( 7, 30-33), perché << assai
L ' ODISSEA 139
I

poco sopportano gli stranieri>>.: Oltre che dal loro mitico isolamento, la
sicurezza dei Feaci è garantita dalla superiorità sui mari: è la pace della
talassocrazia; quest' idea - che non ha nulla di utopico è destinata a un
-

grande avvenire.
Anche la pace civile dei Feaci è dipinta come fragile. L'arroganza
del giovane Eurialo ricorda quella dei Proci e come loro egli calpesta le
regole dell'ospitalità. Anche se la prestazione di Ulisse nel lancio del
disco e le decise parole di Alcinoo obbligano il giovane a un'onorevole
ammenda, una tale condotta rischia di compromettere la concordia. La
principale fonte di conflitti in Feacia al momento dell'arrivo di Ulis­
se è soltanto Nausicaa. La giovane principessa si considera superiore a
tutti i pretendenti feaci: il popolo lo sa ed ella sa che lo sa ( 6, 283). Suo
padre sembra pensarla allo stesso modo, e questa è la ragione per cui si
affretta a proporre la mano della figlia a un naufrago intelligente e di
bel portamento prima ancora di conoscerne il nome (?, 312-314). Alci­
noo ha un bel dichiarare che vi sono in Feacia dodici re di spicco e che
egli è soltanto il tredicesimo : in realtà non tiene affatto a mescolare il
suo sangue, che risale a Posidone, con quello degli altri nobili. Per una
famiglia reale che voglia evitare nozze impari con dei sudditi, non vi
sono che due soluzioni: l'endogamia (quella che ha scelto Alcinoo spo­
sando la nipote Arete'6) o il matrimonio con uno straniero (nel qual
caso un nobile naufrago costituisce il partito ideale). Insolenza della
nuova generazione, conflitti per il matrimonio di una principessa: in
Feacia si ritrovano allo stato latente due elementi della crisi politica di
Itaca.
Ugualmente fragile è il favore divino di cui godono i Feaci. Una pro­
fezia aveva annunciato a Nausitoo che un giorno Posidone, irritato con i
Feaci per la loro attività di "traghettatori", avrebbe pietrificato una delle
loro navi al rientro da una missione e fatto sorgere un'alta montagna
intorno alla loro città ( 8, 565-569 ). Quando Posidone vede che i Feaci
riaccompagnano a Itaca Ulisse coperto di doni, ritiene che si tratti di
un'onta alla sua dignità (timé), sicché decide, con il consenso di Zeus,
di punire i suoi antichi protetti (13, 125-169), trasformando in roccia il
vascello che ha ricondotto in patria Ulisse ed è ormai in vista della costa
feacia'7• Alcinoo offre un grande sacrificio a Posidone per implorarne la
pietà (13, 172-183). Il poeta non ci dice se il dio si faccia piegare e lascia
così in sospeso il destino dei Feaci. Non si sa dunque se il loro paese sia
ancora accessibile o se sia ormai isolato dal mondo da una cerchia di
montagne.
OMERO E LA STORIA
I

La geografi.a dell ' Odissea

Il grande movimento coloniale che dall'VIII al VI secolo ha portato i


Greci a insediarsi su gran parte delle sponde del Mediterraneo <<come
rane intorno a uno stagno>> (Platone, Fedone, 109B) ha trasformato
molte rive sconosciute in territori familiari. Così, fin dall'antichità, si
è cercato di situare le tappe del periplo di Ulisse nelle zone di recente
scoperta. Tali identificazioni certamente assecondavano l'amor proprio
delle città coloniali, ma nel contempo consentivano di collegare o ricon­
durre popolazioni non greche alla tradizione epica. Alla fine dell'vIII o
all'inizio del VII secolo, la Teogonia di Esiodo (vv. 1011-1016) si fa eco di
una tradizione che attribuisce a Circe due figli nati dall'amore di Ulisse,
Agrio e Latino18, <<che regnarono su tutto il paese degli illustri Tirreni >> ,
vale a dire degli Etruschi.
Alcune di queste identificazioni antiche si sono conservate fin nella
toponomastica moderna. Un promontorio sulla costa meridionale del
Lazio porta il nome di Monte Circeo; nella Sicilia orientale la Riviera
dei Ciclopi deve il suo nome all'accostamento che fu fatto tra Polifemo
e l'Etna: il mostro con un occhio solo sarebbe un'allegoria del vulcano;
Stromboli e Lipari sono chiamate Isole Eolie perché vi veniva situata la
dimora di Eolo, il signore dei venti; il paese dei Feaci era identificato con
l' isola di Corcira, la moderna Corfù, al punto che nel v secolo a.C. vi si
trovava consacrato un santuario ad Alcinoo (Tucidide, 3, 70, 4).
Ben inteso, nessuna localizzazione trovò nell'antichità un consenso
unanime. Alcuni collocavano l' isola di Circe, sorella di Eeta e zia di Me­
dea, in prossimità della Colchide; molti preferivano dislocare il caligi­
noso paese dei Cimmeri e l'entrata degli Inferi a nord del Mar Nero o in
Epiro piuttosto che sulle sponde del Lago Averno in Campania.
Ironizzando su tali numerose contraddizioni, il geografo alessandri­
no Eratostene (i.75-194 a.C.) dichiarava che si sarebbe trovato il luogo
dei viaggi di Ulisse il giorno in cui si fosse scoperto il cuoiaio che cucì
l'otre dei venti (Strabone, Geografia, 1, 2., 15), ma neanche una posizione
così fortemente critica trovò unanimi i geografi dell'antichità. Strabone
( 64 a.C.-i.1 d.C.) si indigna del fatto che Eratostene consideri i racconti
omerici come <<le favole di una nonna>> (1, 2., 3). I poemi omerici, affer­
ma, contengono informazioni geografiche preziose, anche se il poeta si
esprime talora per allegorie (1, 2., 7 ). Strabone ne cita degli esempi: Scilla
e Cariddi sarebbero le sponde calabrese e siciliana dello Stretto di Mes-
'
L ODISSEA

Periplo di Ulisse secondo Victor Bérard


------ --- --- -----
-- - -- -
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1
-----

i
I o 300 1cm
l
______ ____ _ _ __ _
----
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__ _ _ ___________ ___J

sina e la macabra pesca del mostro Scilla ricorderebbe le operazioni dei


pescatori di pesce spada assai numerosi nella regione {1, 2, 1 5 ) 9• '

Il dibattito è durato fino al xx secolo. Victor Bérard negli anni Ven­


ti del secolo scorso ha tracciato una carta assai dettagliata del periplo
di Ulisse fondandosi sulle tradizioni antiche e sulla ricerca da lui perso­
nalmente condotta dei paesaggi naturali corrispondenti alle descrizio­
ni omeriche. Avendo scoperto in Marocco una grotta in cui sgorgano
quattro sorgenti, non solo era convinto d'aver rinvenuto la dimora di
Calipso {s, 70-71), ma considerava ciò una prova del fatto che il poe­
ta disponeva di conoscenze precise derivanti da "istruzioni nautiche"
fenicie'0•
La maggior parte delle identificazioni antiche e moderne degli appro­
di di Ulisse poggia su fragili basi. Le avventure dell'eroe in mari periglio­
si evidentemente non corrispondono a un reale itinerario abbellito da
qualche elemento meraviglioso. Si deve pertanto affermare che il periplo
di Ulisse si svolge in un "altrove" o in un "mondo che non c'è"? Simili
espressioni implicherebbero che il poeta e il suo pubblico fossero indif­
ferenti alla geografia. In realtà basta una tempesta al largo di Capo Malea
perché la flotta di Ulisse passi da regioni conosciute a rive misteriose pur
rimanendo nel medesimo mare. Inoltre, il testo offre talora indicazioni
OMERO E LA STORIA

assai precise a proposito dei venti e quindi della posizione relativa dei
paesi evocati: l'isola di Eolo è a ovest di Itaca, quella di Calipso assai
lontano verso Occidente. L' Odissea, come la storia degli Argonauti, è
il riflesso dello sforzo di immaginare la geografia di mari remoti. Come
ha ricordato di recente Alain Ballabriga3', alcuni aedi pensavano che due
rotte rischiose consentissero di passare dal Mar Nero al Mediterraneo
occidentale, di cui almeno una comportava una circumnavigazione pas­
sando per il grande Nord.
Le avventure di Ulisse non sono la parafrasi allegorica di precise
istruzioni nautiche, ma recano il segno di antichissime speculazioni
geografiche.

I conflitti a Itaca

Già prima di sbarcare a Itaca Ulisse sa da Tiresia che a casa lo attendono


degli avversari (11, 115-117 ). La prima persona che egli incontra sull' isola
è Atena travestita da giovane pastore : Ulisse inventa allora il suo primo
racconto cretese, ma la dea si fa riconoscere dall'eroe, gli preannuncia i
pericoli che lo minacciano e lo trasforma in un vecchio dalla pelle avviz­
zita e dagli occhi cisposi, vestito di stracci (13, 392-403; 429-438).
Reso irriconoscibile, Ulisse va moltiplicando le menzogne e si presen­
ta a ciascuno dei suoi interlocutori sotto una diversa identità31• In un mo­
mento di autoironia l'eroe, travestito da mendicante, inventa che Ulisse
sia andato a consultare l'oracolo di Dodona per sapere se dovrà mostrarsi
apertamente a Itaca o <<tornare sotto mentite spoglie>> (14, 330 ).
A Itaca egli non è il solo a nascondere il proprio gioco e a menti­
re. Ben prima dell'arrivo del re sotto le spoglie di un mendicante, tutto
nella partita delicata che vi si gioca è già all' insegna dell' inganno e del
travestimento. I pretendenti non fanno che mentire con parole o omis­
sioni; Telemaco, man mano che si afferma come adulto, mente sempre
più e sempre meglio. In questo gioco di menzogne Penelope è la miglio­
re, giungendo perfino a superare il marito (23, 174-180 ). Ciascuno mente
per dissimulare identità, progetti, pensieri e retropensieri, ma anche per
costringere l' interlocutore a reagire., per indurlo a rivelare ciò che vor­
rebbe nascondere e per metterlo alla prova (il terna della péira è nel!' O­
dissea ancor più importante che nell'Iliade).
Ciascun discorso riflette un calcolo: oltre le intenzioni ostentate, ciò
che importa sono i risultati cui si mira. Cosa cerca di ottenere il tal per-
'
L ODISSEA

sonaggio pronunciando tali parole davanti a quell'uditorio in quella cir­


costanza? La risposta implica un confronto critico dei rispettivi discorsi.
In questo esercizio intellettuale il pubblico di Omero provava indubbia­
mente un piacere analogo a quello dei nostri contemporanei dinanzi a
un film poliziesco: scoprire la verità decrittando le menzogne.
Quando Ulisse incontra negli Inferi la madre, circa due anni dopo la
partenza da Troia e più di sette prima del ritorno a Itaca, per prima cosa
le chiede se il suo géras (il "privilegio regale") appartenga sempre a Laer­
te, suo padre, e al proprio figlio, o se in quel momento sia un altro a pos­
sederlo (11, 170-176). La menzione di Laerte è degna di nota: egli ha ri­
nunciato a esercitare l'autorità a vantaggio di Ulisse, ma non per questo
è completamente privo di qualsiasi dignità regale. Forse, fin tanto che la
gente di Itaca è fedele alla dinastia, egli riceve delle primizie come quelle
di cui Eteocle e Polinice hanno ingiustamente privato il padre Edipo
dopo la sua abdicazione. Soltanto in un secondo momento Ulisse chiede
di casa sua e di Penelope: Anticlea risponde che Telemaco fruisce delle
rendite dei suoi domini regali (teménea), che è invitato ai banchetti e che
nessun altro detiene ilgéras (11, 184-187). Telemaco, ancorché bambino,
non ha ancora subìto quella emarginazione che Andromaca temeva per
Astianatte una volta divenuto orfano ( <<chi ha padre e madre lo scaccia
brutalmente dal banchetto con percosse e con ingiurie: via, senza fare
storie, tuo padre non banchetta con noi >> : Iliade, 22, 496-498).
Da questo dialogo negli Inferi, scevro da qualsiasi ipocrisia (un caso
raro per quanto riguarda Itaca), si possono trarre due conclusioni: la pri­
ma è che sull'isola esiste una dignità regale e che Ulisse le attribuisce la
massima importanza33; l'altra è che Telemaco avrebbe ereditato in modo
del tutto naturale la regalità per forza di consuetudine, semplicemente
mantenendo i privilegi detenuti dal padre, se un potente gruppo di ari­
stocratici del regno non gli si fosse levato contro.

Le ambizioni dei pretendenti

Più di sedici anni dopo la partenza di Ulisse per Troia, poco più di tre
anni prima del suo ritorno, cento e otto nobili ( 16, 245-25 3 ), appartenen­
ti per lo più alla generazione divenuta adulta in assenza del re34, dichia­
rano l'intenzione di sposare Penelope e si piazzano ogni giorno nella
dimora di Ulisse. Nel palazzo del!' assente questi "pretendenti'' fanno la
bella vita. Ciascuno ha il suo seggio nel mégaron, si concedono grassi
144 OMERO E LA STORIA

porci, capre, montoni e buoi che i servi di Ulisse sono costretti a servire
loro; bevono il vino della cantina del re, nel cortile si esercitano al lancio
del disco e del giavellotto, si trastullano con i pessoi (1, 106: forse una
specie di backgammon o di dama); la notte fanno ritorno nelle proprie
case, ma alcune ancelle di Ulisse vanno a raggiungerli. Nel frattempo,
sottolinea Penelope, i loro beni personali << restano intatti >> ed essi <<li
accumulano >> (17, 532-533).
Quando Telemaco ingiunge ai pretendenti di <<sgombrare>> la casa,
essi fanno ricadere la responsabilità della loro presenza su Penelope che
'

si ostina a farli aspettare. E peraltro chiaro ad Atena e a Telemaco che i


pretendenti resteranno nella casa di Ulisse anche dopo che Penelope si
sarà risposata: la dea consiglia al giovane, qualora apprendesse che il pa­
dre è morto, di celebrare esequie solenni, di far sposare la madre e quindi
<<di considerare in cuore come uccidere i pretendenti nel suo palazzo>>
(1, 294-295). Il saccheggio dei beni di un compatriota è già di per sé un
delitto e un oltraggio. La dimora del re è indubbiamente luogo abituale
àel banchetto, ma i festini dei Proci non hanno nulla da spartire con quei
pranzi a spese del popolo ai quali i re invitano gli anziani. E se il matri­
monio di una nobile principessa è generalmente preceduto da festeggia­
menti cui partecipano tutti gli aspiranti, è il padre della giovane a fare gli
inviti e i pretendenti portano cibi e doni (18, 275-280 ). L'occupazione del
palazzo di Ulisse da parte dei Proci è dunque un fatto del tutto anomalo;
il loro atteggiamento scandalizza i visitatori già alla prima occhiata (1,
225-229 ), perché essi si comportano da padroni e non da invitati.
Penelope è molto bella, e a ogni sua apparizione i pretendenti la de­
siderano e si augurano di giacere con lei. La corte fatta a Penelope, che
rappresenta di per sé stessa una grave offesa a Ulisse, non è soltanto un
pretesto ; è chiaro tuttavia che i Proci hanno secondi fini e che il matri­
monio con Penelope costituisce per essi un mezzo per realizzare altri
scopi. Penelope lo sa (21, 72). Ella decide pertanto di incoraggiare ciascu­
no di essi (2, 91-92; 13, 380-381) per farli cadere nella loro stessa trappola:
se avesse rifiutato seccamente di risposarsi, i pretendenti avrebbero fatto
ricorso ad altri mezzi più brutali per realizzare i loro scopi.
Quando Telemaco per la prima volta si oppone apertamente ai pre­
tendenti e, seguendo i consigli di Atena, annuncia l'intenzione di convo­
care l'assemblea per chiedere pubblicamente agli avversari di << sgombra­
re la sua sala >>, Antinoo porta subito la discussione sul piano politico:
<<Telemaco, possano gli dèi non farti re nella nostra Itaca cinta dal mare,
come è tradizione ancestrale per la tua famiglia >> (1, 384-387 ).
L' ODISSEA 145

La dichiarazione di Antinoo mostra chiaramente che una delle prin­


cipali poste del conflitto che si svolge a Itaca è il potere regale in sé. Le sue
parole implicano una minaccia appena velata: se Telemaco diventasse re
o tentasse di divenirlo, gli capiterà una disgrazia. Antinoo riconosce che
in virtù del principio ereditario Telemaco dovrebbe regnare, ma insinua
che l'appoggio degli dèi, che è determinante, non va necessariamente
agli eredi di diritto. Telemaco finge di accettare il punto di vista dei pre­
tendenti : senza rinunciare alla regalità, riconosce che la competizione è
aperta. Ciò che chiede in compenso è che gli si lasci possedere in pace il
suo oikos. Eurimaco finge d'essere del tutto d'accordo: <<Lasciamo sulle
ginocchia degli dèi la scelta dell'acheo che deve regnare su Itaca cinta
dal mare. Ma, quanto ai tuoi beni, tienili e regna (andssois) in questo
palazzo>> (1, 400-4o i.).
Nel canto 15 Telemaco consiglia ali' indovino Teoclimeno, che chiede
ospitalità, di recarsi <<presso il nobile Eurimaco figlio del saggio Poli­
bo>>, e aggiunge: <<Il nostro popolo già lo onora come un dio ... ed egli è
così desideroso di divenire sposo di mia madre e di avere il géras di Ulis­
se >> (15, 5i.o-5i.i.). Le ambizioni politiche di Eurimaco, che secondo Te­
lemaco sono di pubblica notorietà, dovrebbero condurlo a un corretto
esercizio dell'ospitalità nella sua propria dimora. In questo breve giro di
versi Telemaco sembra quasi rassegnato ali' ascesa di Eurimaco, ma non
tarda a riprendersi: << Il signore dell'Olimpo potrebbe prima delle nozze
mandare a tutti il cattivo giorno>> (15, 5i.3-5i.4). A questo punto appare
un presagio favorevole e Teoclimeno vi vede il segno << che non c'è fami­
glia più regale della vostra >> (15, 533). Rinunciando al primo consiglio,
Telemaco affida allora Teoclimeno all'ospitalità dell'amico Pireo.
Nel canto i.1 i pretendenti accolgono dapprima con entusiasmo l'an­
nuncio della gara dell'arco fatto da Penelope (i.1, 85-100 ): oltre al matri­
monio con lei, il vincitore guadagnerà la reputazione di aver eguagliato
Ulisse. Benché nessuno lo dica, il gioco dell'arco è considerato da tutti
come una prova che abilita alla regalità, il che spiega perché Eurimaco
dopo il fallimento si scordi di qualsiasi galanteria: <<Non è tanto per le
nozze che mi dispiace, perché vi sono tante achee... ma vedere la nostra
'

forza superata di tale misura dal divino Ulisse ! >> (i.1, i.45-i.55). E la stessa
ragione per cui i pretendenti vogliono impedire a Ulisse, che continua­
no a non riconoscere, di partecipare alla competizione: un successo del
mendicante aggraverebbe vieppiù il loro disonore (i.1, 3i.5-3i.9 ).
All' inizio del massacro dei Proci, allorché Ulisse ha ucciso Antinoo
e si è fatto riconoscere, Eurimaco tenta di piegare la collera del re e getta
OMERO E LA STORIA

la colpa su Antinoo che non può più rispondere: <<Non erano tanto le
nozze che egli sognava nelle sue brame: egli voleva regnare su Itaca e
sulla tua bella città, e uccidere tuo figlio a tradimento>> (i.i., 48-54). Si
osservi la gradazione dei misfatti: aspirare alla regalità di Ulisse è più
grave che bramarne la sposa. Eurimaco, ovviamente, accusa Antinoo di
intenzioni che egli stesso ha nutrito.
L'esame dei testi lo mostra con chiarezza: i pretendenti non hanno
solo dilapidato i beni di Ulisse e cor�eggiato sua moglie, hanno anche
tentato di usurparne il potere regale; e non è la minore delle loro offese.
La competizione tra i Proci per la mano di Penelope implica quella, non
dichiarata, per la regalità.
Le due gare interferiscono tra loro, ma senza coincidere del tutto. La
scelta dello sposo di Penelope dipende formalmente dal suo kjrios, di
fatto dalla regina stessa31. La dignità regale invece è un privilegio accor­
dato, o quantomeno riconosciuto dal popolo, è ungéras. Le nozze con la
vedova del re precedente non conferirebbero ipsofacto la regalità, ma un
surplus di prestigio. Se il nuovo sposo di Penelope fosse ricco, potente e
rispettato, potrebbe tentare di presentarsi come nuovo Ulisse; ospiti e
adulatori si rivolgerebbero di preferenza a lui; doni e tributi affluirebbe­
ro nella sua casa; nell'assemblea prenderebbe posto sullo scranno del re
e sarebbe considerato il difensore della comunità. Antinoo ed Eurimaco
hanno già posto alcune premesse per accaparrarsi ilgéras regale e gli altri
pretendenti assegnano loro il titolo di basiléus (18, 64; i.4, 179). Le am­
bizioni di alcuni di loro possono apparire tanto più realistiche in quanto
il popolo di Itaca non manifesta alcun lealismo dinastico nei confronti
della famiglia di Arcesio, cosa che suscita l' indignazione di Penelope e di
Atena (4, 687-6 95; 5, 7-1i.).
Anche le modalità del nuovo matrimonio di Penelope hanno un loro
peso. Se la regina scegliesse di persona un secondo marito e lo insediasse
nella dimora di Ulisse come successore del re precedente, il nuovo sposo
avrebbe numerose credenziali per farsi riconoscere come re. Per questo
i pretendenti temono tanto che Penelope faccia ritorno dal proprio pa­
dre36: essi vogliono la moglie di Ulisse e non la figlia di lcario. I Proci
fanno pressione su Penelope perché agisca come Clitennestra - un cor­
teggiamento anomalo per ottenere un matrimonio anomalo.
Se i piani di Antinoo o di Eurimaco si fossero realizzati, Telemaco,
rovinato e screditato, incapace di esercitare l'ospitalità nella propria di­
mora, sarebbe stato escluso dalle prerogative paterne. Per assicurarsi un
regno tranquillo, l'aspirante alla regalità avrebbe peraltro scelto di elimi-
L ' ODISSEA 14i

nare 1 'ultimo rappresentante della vecchia famiglia reale ( 2.2., 5 3 ) . Allorch<


Telemaco comincia a manifestare 1' intenzione di opporsi ai loro soprusi,
pretendenti progettano a più riprese di assassinarlo senza attendere oltr<
(4, 658-786; 1 6, 3i.1-408; i.o, 240-i.47 ) Gli assassini di Telemaco si rende­
.

rebbero odiosi a Penelope e vedrebbero probabilmente compromessa 1�


loro popolarità; in compenso potrebbero spartirsi i beni di Ulisse ormai
privi di erede e tentare di imporre il loro potere con la forza.

I primi disegni di Telemaco

All' inizio dell' Odissea Telemaco assiste da spettatore impotente alle


ruberie dei Proci, limitandosi a proferire voti per il ritorno del padre:
potesse riprendere la dignità regale ed esercitare di nuovo 1' autorità sul­
la propria casa! ( 1, 1 15-117 ) . Atena, sotto forma di Mente, un ospite di
passaggio, e poi del compagno di Ulisse Mentore, sprona Telemaco a
cercare notizie del padre insinuando 1' idea che sia ancora vivo, ma anche
a tener testa ai pretendenti. Telemaco per prima cosa impone la propria
autorità sulla madre e, quando ella si lamenta con l'aedo Pernio perché
canta le sventure seguite alla presa di Troia, la rispedisce alla sua conoc­
chia ( 1, 346-359 ) . Penelope è colta da stupore per la metamorfosi del fi­
glio. Telemaco convoca quindi i pretendenti in assemblea e annuncia che
chiederà loro di << sgombrare la sala>> ( 1, 374) . Egli tenta di ottenere 1' ap­
poggio del popolo e vorrebbe che esso esprimesse in assemblea la propria
ostilità ai Proci e si schierasse al suo fianco per cacciarli di casa. Il popolo
ha pietà di Telemaco, ma resta muto. Come sottolinea ironicamente il
pretendente Leocrito, << anche se si è numerosi, è duro fare guerra per un
banchetto! >> ( i., i.44-i.45 ) . Lottando contro i pretendenti, i popolani
di Itaca rischierebbero la vita con la sola ricompensa di essere invitati a
pranzo da Telemaco. Il tentativo di Telemaco nell'assemblea del canto
i. è un fallimento, ma il popolo potrebbe abbandonare in qualsiasi mo­
mento la neutralità, ad esempio se venisse a sapere di un attentato contro
il figlio di Ulisse, ed è ciò che temono i pretendenti ( 16, 37i.-386 ) .
Atena spinge ugualmente Telemaco a recarsi da Nestore e da Mene­
lao per avere notizie del padre e acquisire gloria. Telemaco va dunque a
Pilo e a Sparta, dove si fa riconoscere dai due grandi re achei come degno
figlio di Ulisse <<conquistatore di Troia >> . Sul momento l'appoggio che
ottiene è puramente morale. Menelao offre a Telemaco di accompagnar­
lo in un itinerario di città in città che permetterà al giovane di accumu-
OMERO E LA STORIA

lare doni di ospitalità (15, 80-85), ma né lui né Nestore propongono di


inviare soldati a Itaca per cacciare i pretendenti. Evidentemente dopo la
guerra di Troia non vi sono più fra i re achei stretti legami di alleanza.
In ogni caso, riconosciuto dai suoi pari e arricchito di doni ospitali,
Telemaco sarebbe nelle condizioni di reclutare truppe contro i propri
avversari: i Racconti cretesi narrati da Ulisse mostrano che i guerrieri in
cerca di avventura non mancano. I pretendenti hanno colto il pericolo :
quando Telemaco nel canto 2. aveva chi� sto una nave, alcuni di essi ave­
vano immaginato, deridendolo, che egli sperasse di ottenere aiuto a Pilo
o a Sparta o che volesse recarsi a Efira per cercarvi un veleno (i., 3i.5-330 ) .
Allorché apprendono che Telemaco è partito loro malgrado, decidono
di tendergli un'imboscata per assassinarlo al suo ritorno (4, 663-67i.).
Al momento dello sbarco di Ulisse a Itaca, il conflitto tra Telemaco e
i pretendenti è divenuto così aspro che per vendicarsi, o anche solo per
sopravvivere, a Telemaco non rimane che una soluzione: massacrare gli
avversari. Su questo punto le intenzioni del padre e del figlio coincidono
esattamente, prima ancora che Atena faccia sì che si ritrovino nella capan­
na del porcaro Eumeo. Non resta che escogitare il modo di realizzare il
difficile progetto. Telemaco chiede al padre se abbia degli alleati (16, i.56-
i.57 ) , il che mostra che egli stava pensando di radunare delle truppe per
proprio conto. Ulisse risponde che ne ha due, Zeus e Atena. Suo figlio non
può evitare di esprimere un certo scetticismo : questi due alleati <<hanno
il trono un po' troppo in alto, tra le nuvole >> (16, i.64). Ulisse concepisce
allora il piano generale del massacro: i pretendenti devono essere rinchiusi
nel mégaron e non avere a disposizione alcuna arma (16, i.67-i.94).

Le astuzie di Penelope

L'occasione del massacro e la prima arma sono fornite da un'iniziativa


di Penelope. Il pretendente Anfimedonte giunto agli Inferi dichiara ad
Agamennone che Ulisse <<ha fatto portare da sua moglie l'arco e i ferri
lucenti, strumenti della gara, ma anche di morte per noi>> (i.4, 167-169).
Anfimedonte ricostruisce gli avvenimenti secondo la più semplice delle
ipotesi: Ulisse si sarebbe fatto riconoscere da Penelope prima della strage,
che i due sposi avrebbero organizzato di concerto. Può darsi che aedi pre­
cedenti l'autore del!' Odissea preferissero questo intrigo chiaro e coerente.
Nel testo dell' Odissea, il poeta indica espressamente due momenti in
cui Penelope avrebbe potuto riconoscere Ulisse: durante la lavanda dei
'
L ODISSEA
149

piedi, quando Euriclea, avendo visto la cicatrice sulla coscia del padrone,
volge gli occhi verso Penelope ( 19, 476 ) 37; e poi quando Ulisse, sentendo
la moglie piangere, crede che l'abbia riconosciuto e che si presenterà in
piedi accanto al suo giaciglio ( 20, 92-94 ) . Il poeta ha tuttavia preferito
una versione diversa. Atena ha ordinato a Ulisse di non rivelare la sua
identità a nessuno, uomo o donna che sia, ( 13, 308 ) e già Agamennone
negli Inferi aveva consigliato all'eroe di diffidare delle donne, anche del­
la saggia Penelope ( 1 1, 441-456 ) . Un uomo accorto come Ulisse non po­
trebbe fidarsi ciecamente della propria sposa dopo venti anni di assenza;
è logico che la osservi, che la metta alla prova, che nasconda la propria
identità e si guardi dal confidarle i propri progetti.
Atena spinge anche Telemaco a diffidare della madre. Quando la dea
appare al giovane a Sparta, lo esorta a rientrare rapidamente a Itaca << se
vuole ritrovare la nobile madre presso il focolare >> , perché il padre e i
fratelli insistono affinché Penelope sposi Eurimaco ed ella potrebbe por­
tarsi via qualcuno dei beni di Telemaco ( 15, 1 6-19 ) . La dea accompagna
il consiglio con argomenti misogini: << Conosci il cuore delle donne; è
sempre la casa del nuovo marito che esse vogliono servire. Il figlio del
primo letto, lo sposo della loro giovinezza per esse non contano più:
sono morti, dimenticati ! >> ( 15, 20-23 ) . Tornato a Itaca, Telemaco dichia­
ra a Eumeo: <<Due desideri dividono il cuore di mia madre: restare con
me, vegliare sulla mia casa, onorando il letto di suo marito... o seguire
l'acheo che meglio saprà corteggiarla >> ( 16, 73-77 ) .

Ulisse e Telemaco diffidano di Penelope, ma il poeta non fa aleggiare


alcun dubbio sui sentimenti della regina. Ella trascorre il tempo a pian­
gere lo sposo lontano ( 1, 341-34i.; 4, 722-726; 16, 450; 19, i.10 ) , si augura
la morte dei pretendenti ( 4, 684-685; 17, 494) , e, quando teme di esse­
re obbligata a risposarsi e a soddisfare i desideri di un uomo mediocre,
chiede ad Artemide di colpirla con le sue frecce, vale a dire con una mor­
te immediata ( i.o, 61-63 ) . L'unico suo altro pensiero è la sorte del figlio
( 4, 787-790 ).

Alcuni commentatori contemporanei, rifacendosi chi più chi meno


alla psicanalisi, hanno sostenuto che Penelope, una donna matura, non
poteva non sentirsi lusingata, turbata e attratta dai tanti giovani che le
facevano una corte focosa. Tali interpretazioni ricordano antiche tradi­
zioni non omeriche: numerosi autori hanno fatto di Penelope l'amante
di Antinoo38, altri hanno perfino immaginato che avesse dato alla luce
il dio Pan, in greco ''Tutto", dopo essersi unita a tutti i pretendenti39• La
situazione di Penelope in mezzo a costoro è tale da ispirare immagina-
150 OMERO E LA STORIA

zioni salaci e non stupisce che alla regina si siano attribuiti molti appetiti
e molte dissolutezze. Ma ciò che va sottolineato è che Omero ha scelto di
presentare Penelope come una donna assolutamente fedele.
Quanti attribuiscono a Penelope una certa attrazione per i preten­
denti invocano generalmente il sogno che ella racconta a Ulisse trave­
stito: <<Vedevo nel mio cortile le mie venti oche che uscendo dall'acqua
mangiavano il grano: mi rallegravo alla loro vista allorché giunse dalla
montagna una grande aquila che con il suo becco adunco spezzò il collo
a tutte. Esse giacevano ammucchiate, mentre essa risaliva verso l'azzurro
degli dèi... e io piangevo le mie oche che l'aquila aveva ucciso>> (19, 536-
543). Questa parte del sogno di Penelope può essere interpretata come
inconscio attaccamento della regina ai pretendenti, ma il prosieguo del
sogno induce a respingere tale interpretazione: 1 'aquila ha spiegato a Pe­
nelope che essa è Ulisse e che massacrerà i pretendenti. Penelope spera
senza troppa fiducia che si tratti di un sogno premonitore. Ella ha pianto
la morte delle oche fintanto che ha creduto a un significato immediato
del sogno: la sua tristezza era quella della buona fattoressa affezionata
al suo pollame, non quella di una donna matura tormentata da pulsioni
adultere mal represse.
Il maestro dell' Odissea ha fatto di Penelope una sposa e una madre
ideali. Secondo certe correnti femministe, soprattutto americane, Pene­
lope incarnerebbe il ruolo che gli uomini vorrebbero assegnare alle don­
ne. Una tale interpretazione è sostenibile, ma non conviene ridurre la
Penelope del!' Odissea alla caricatura di una sposa sottomessa. Di recente
alcuni esegeti hanno insistito sulla passività di Penelope, sulla sua inazio­
ne, sui suoi sterili lamenti. Il poeta, dal canto suo, ha attribuito all 'eroina
due principali epiteti ?replcppwv (periphron) e ÈXÉcppwv (ekhéphron ): "in­
-

telligente" e "abile'' -, entrambi deputati a esprimere l' intelligenza prati­


ca. Dinanzi ai pretendenti Penelope si trova indubbiamente in posizio­
ne di inferiorità: ella non può lottare contro di essi che con l' inganno,
ma in compenso lo sa fare benissimo.
La prima abilità di Penelope è saper lasciare i pretendenti nel!' incertez­
za circa le sue intenzioni: essi non sanno né se acconsentirà davvero a ri­
sposarsi né quando né con quale procedura. Penelope, come qualsiasi don­
na greca, è giuridicamente incapace e dipende da un tutore, un kjrios40:
il kjrios di una fanciulla è il padre, di una donna sposata è il marito. Una
vedova può scegliere o di tornare dal padre o di rimanere nel!' oikos del
marito e di dipendere dal!'autorità del figlio se maggiorenne. L' incertezza
sulla sorte di Ulisse complica la situazione, perché sta a Penelope decidere
'
L ODISSEA

se considerarsi la consorte di un assente o la vedova di un morto. Nel pri­


mo caso è normale che continui a vivere nell' oikos di Ulisse. Ben inteso,
Telemaco può rimandarla da suo padre lcario, ma una tale decisione, che
sarebbe l'equivalente del ripudio da partç di un marito, gli attirerebbe le
rappresaglie del nonno materno (2, 132-133); inoltre, un figlio che scaccias­
se la madre si macchierebbe di una grave empietà e si esporrebbe alla per­
secuzione delle Erinni, le terribili dee che vegliano sul rispetto dei diritti
dei genitori e soprattutto delle madri (2, 135-136).
Se Penelope tornasse nella casa del padre, significherebbe che ella
considera Ulisse morto e che è pronta a risposarsi; toccherebbe allora a
!cario scegliere il nuovo sposo, soprattutto in considerazione degli hédna
offerti4'. Si ha tuttavia l' impressione che la procedura del nuovo matri­
monio possa essere semplificata: se un pretendente ottenesse il consenso
di Icario, Penelope potrebbe trasferirsi direttamente dall' oikos di Ulisse
a quello del nuovo marito4'. Se ella può decidere al tempo stesso di la­
sciare la dimora di Ulisse e di entrare in quella di un altro, può di fatto
scegliere il nuovo marito. Così, anche rispettando le usanze tradiziona­
li, Penelope per via delle circostanze si trova a detenere un importante
potere decisionale. Ella potrebbe anche insediare uno dei pretendenti
nella dimora di Ulisse: sarebbe una decisione contraria al costume, ma
autorizzata dai rapporti di forza43• Se Telemaco si imponesse come pa­
drone dell' oikos di Ulisse, potrebbe anche assegnare alla madre un nuo­
vo marito, ma non senza il suo accordo. La prima astuzia di Penelope
è aver incoraggiato i pretendenti a continuare il loro corteggiamento,
facendo dipendere dalla propria volontà la realizzazione delle loro am­
bizioni. Stando al discorso che ella tiene loro nel canto 18 (259-270), al
momento di partire per Troia Ulisse avrebbe consigliato alla moglie di
lasciare la sua casa e di sposare chi avesse voluto nel momento in cui aves­
se visto spuntare la barba sul mento di Telemaco. Potrebbe trattarsi di un
consiglio immaginario, inventato da Penelope per ingannare i Proci, ma
tale raccomandazione corrisponde perfettamente ai ragionamenti che ci
si potrebbero attendere dall'accorto Ulisse.
Questi consigli, reali o immaginari che siano, sembrano aver costan­
temente indirizzato la condotta della sposa di Ulisse. Prima di risposarsi,
Penelope vuole assicurare a Telemaco il possesso del patrimonio paterno
e i privilegi regali dei suoi avi: così cerca di guadagnar tempo fino a che
Telemaco si sia affermato come adulto. Il celebre inganno concepito per
indurre i pretendenti a pazientare è raccontato nell' Odissea a tre ripre­
se: da Antinoo (2, 93-110), dalla stessa Penelope (19, 137-155) e da Anfi-
OMERO E LA STORIA

medonte negli Inferi (2.4, 12.8-146). Penelope dichiara ai pretendenti di


non poter lasciare la dimora di Ulisse prima di aver tessuto il lenzuolo
funebre di Laerte, ma ogni notte ella disfa la parte tessuta di giorno. I
Proci pazientano a lungo, mangiando nel frattempo il bestiame di Ulisse
e bevendo il suo vino, ma dopo tre anni lo stratagemma è rivelato loro
da una delle ancelle.
Nel canto 18, avendo saputo che Telemaco è minacciato da un com­
plotto di pretendenti (166-1 68), Penelope rimprovera i giovani di Itaca
di non saperla corteggiare secondo le regole: i pretendenti di una no­
bile principessa devono far gara di generosità (18, 2.75-2.80 ) . Facendo
balenare loro il miraggio di un matrimonio ormai prossimo, Penelope
storna il pericolo che incombe sul figlio e in più esorta i pretendenti a
offrirle splendidi doni. Alcuni commentatori hanno gridato allo scanda­
lo dinanzi a una Penelope che sollecita dei regali come una cortigiana,
dimenticando la psicologia degli eroi dell' Odissea, tutti estremamente
attaccati alle ricchezze materiali. L'astuzia di Penelope rallegra Ulisse e
accresce la sua stima per la sposa (18, 2.81-2.83).
La decisione di sottoporre i pretendenti a una prova di tiro con l'arco
è narrata in due circostanze. L' idea viene a Penelope dopo il sogno che
le annuncia il trionfo di Ulisse: ella la sottopone al falso mendicante che
'

approva risolutamente (19, 570-587). E però anche un' idea che Atena
ispira alla regina il mattino successivo (2.1, 1-4). Uno dei due moventi è
di troppo (anche se si può ammettere che Atena si limiti a spingere Pe­
nelope a eseguire un precedente disegno) e in ciò si è vista la traccia di un
tardo e maldestro rimaneggiamento. I due passi presentano l' iniziativa
di Penelope in modo assai secco, senza indicare le ragioni della regina.
Alcuni commentatori si sono stupiti che Penelope si sia così esposta al
rischio di dover sposare uno dei pretendenti, laddove numerosi segni le
annunciavano il ritorno dello sposo.
L'argomento deve senza dubbio essere capovolto: Penelope ha volu­
to sottoporre alla prova dei fatti i discorsi del mendicante e constatare
se il sogno che le annunciava il trionfo di Ulisse fosse veridico o meno,
se uscisse dalla Porta di Avorio o da quella di Corno (19, 560-569). Se
Ulisse deve riapparire, riapparirà per tendere il suo arco. La prova è un
modo per far uscire allo scoperto l'assente che si dice sia vicino. Un al­
tro calcolo, così evidente che il poeta non giudica nemmeno necessario
menzionarlo, spiega la condotta di Penelope. La moglie di Ulisse sa che
l'arco è difficilissimo da tendere: la prova che ella propone ai preten-
L' ODISSEA 153

denti ha dunque buone probabilità di screditarli e di differire ancora un


matrimonio che le è odioso.
All'inizio della gara Telemaco chiede a sua volta di tentare la fortuna:
in caso di vittoria terrà la madre nella propria casa (21, 1 13-117 ) Egli fal­
.

lisce tre volte e sarebbe riuscito probabilmente al quarto tentativo se il


padre non gli avesse fatto segno di fermarsi ( 21, 129). In assenza di Ulisse
la prova avrebbe certamente volto a vantaggio di Telemaco, ma la lotta
contro i pretendenti sarebbe durata ancora a lungo.

Il trionfo di Ulisse

Chiunque altro non fosse stato Ulisse, tornando in patria dopo vent'an­
ni di assenza si sarebbe precipitato al palazzo dalla sposa e sarebbe stato
subito ucciso ( il discorso di Leocrito in 2, 243-251 mostra che i preten­
denti non sarebbero indietreggiati davanti al regicidio). Ulisse invece
prende tempo: prima di recarsi al palazzo trascorre quattro giorni nella
porcilaia di Eumeo. Osserva, si informa. Si assicura l'appoggio di alcu­
ne persone fedeli e subisce pazientemente numerosi affronti nel mentre
medita la vendetta. L'eroe non rivela subito la sua identità se non al fi­
glio Telemaco.
Atena ha reso Ulisse irriconoscibile a qualsiasi sguardo umano. Solo
il suo cane Argo lo riconosce istintivamente senza bisogno di alcun se­
gno o di alcuna parola. Alla vista del padrone il vecchio cane, che Ulisse
aveva iniziato ad allevare prima di partire per Troia, drizza la coda, spia­
na le orecchie e muore (17, 291-327 ).
Grazie al travestimento Ulisse può mettere alla prova i pretenden­
ti in due modi: annota accuratamente le ruberie commesse a spese dei
suoi beni, ma osserva altreSÌ le infrazioni alle sacre regole dell'ospitalità.
Percuotendo Ulisse travestito da mendicante, i pretendenti e i servi in­
fedeli commettono un'empietà che ne giustifica l'uccisione. Il massacro
dei Proci non è solo una vendetta privata, ma un castigo in nome degli
dèi. Sotto questo aspetto, il ritorno di Ulisse in incognito assomiglia alla
visit� di un dio venuto tra i mortali a distinguere i giusti dagli empi.
Se Antinoo, Eurimaco e Ctesippo spiccano per alterigia e per bruta­
lità, uno dei pretendenti, Anfinomo, per due volte mostra rispetto per
il mendicante ed esorta gli altri alla moderazione (18, 119-123; 414-421).
Ulisse lo avverte della sciagura imminente e gli consiglia di allontanarsi
(18, 125-150 ) , ma Anfinomo non comprende e morirà come gli altri. Egli
154 OMERO E LA STORIA

non è un giusto e ha preso parte alle rapine commesse nella casa di Ulis­
se. La sua cura nell'osservare le regole dell'ospitalità, però, basta perché
Ulisse desideri risparmiargli la vita. Atena è meno pietosa {18, 155-156).
Quando tutti i pretendenti (salvo Antinoo che si è sottratto) hanno
fallito il tentativo di tendere l'arco, il falso mendicante chiede di provare
per vedere se ha conservato la forza di un tempo (21, 275-284). Antinoo
gli scaglia nuovi insulti per escluderlo dalla gara. La regina interviene
a favore dell'ospite, aggiungendo però che nessuno immagina che egli
possa condurla nella propria casa e averla come compagna di letto {21,
312-319). Da gran signora attaccata al suo rango qual essa è, Penelope
non concepisce di poter diventare la sposa di un mendicante coperto di
stracci, quali che siano i meriti dell'uomo ridotto in queste condizioni.
Il poeta sottolinea l'ironia della situazione: Penelope rifiuta a priori di
aver per marito colui che è già suo marito. Telemaco rimanda allora la
madre alla sua conocchia, come nel canto 1. La scena che ha qui inizio è
una faccenda da uomini.
Con facilità, <<come un cantore che maneggia la cetra >> (18, 406),
Ulisse tende l'arco e la sua freccia attraversa i fori delle asce allineate.
Girandosi verso i pretendenti mira ad Antinoo e lo uccide ; poi si fa ri­
conoscere.
Eurimaco propone che ciascuno dei pretendenti versi a Ulisse un ri­
sarcimento del valore di venti buoi prelevato tra il popolo (persino in
questo momento critico il personaggio non depone un grammo della
sua avarizia). Ulisse rifiuta e lo abbatte, ma non ha abbastanza frecce per
uccidere tutti i pretendenti. Telemaco si reca nella sala del tesoro e pren­
de lance, scudi ed elmi per il padre, per sé stesso, per il porcaro Eumeo e
per il bovaro Filezio. Trascura però di chiudere la porta, e il capraio Me­
lanzio ne approfitta per andare a cercare armi per dodici dei pretendenti.
Il massacro a colpi di freccia si trasforma in un combattimento tra guer­
rieri armati, in cui i Proci hanno il vantaggio della superiorità numerica.
La situazione offre al poeta del!' Odissea l'occasione per imitare i com­
battimenti del!' Iliade {22, 305-309 ). I guerrieri si scagliano da entrambe
le parti, ma Atena disperde i dardi dei pretendenti, mentre Ulisse e i suoi
tre compagni mettono sempre a segno colpi fatali. Quando i dodici Pre­
ci armati di lancia sono stati abbattuti, gli altri cadono in preda al panico
e riprende il massacro. Ulisse rifiuta di risparmiare la vita ali' aruspice
Leode accusandolo di avergli troppo spesso invocato la morte nelle sue
preghiere (22, 310-329); in compenso salva la vita all'aedo Femio, la cui
arte è preziosa, e ali' araldo Medone, di cui Telemaco attesta la lealtà.
L ' ODISSEA 155

Dopo che la vecchia Euriclea ha indicato a Ulisse le ancelle infedeli, il


padrone ordina che sia fatta loro lavare la sala, poi che siano uccise a col­
pi di spada (2.2., 417-445). Telemaco, a lungo umiliato dalla cattiva con­
dotta di queste serve, decide di farle morire di una morte più ignominio­
sa: fa passare una fune attorno al collo delle colpevoli e quindi la tende a
grande altezza da un capo all'altro del cortile; e per un istante si agitano
i piedi delle schiave così impiccate a grappolo (2.2., 462.-473). Melanzio,
il capraio che ha preso le parti dei pretendenti, è sottoposto a un tratta­
mento ancora più duro: prima gli vengono tagliati naso e orecchie, poi il
pene che è gettato ai cani e infine le mani e i piedi (2.2., 474-477 ).
Ulisse ordina allora a Euriclea di andare ad avvertire Penelope. La
vecchia serva gli suggerisce di cambiarsi d'abiti, sapendo che la regina
non ama gli stracci, ma Ulisse ignora il consiglio. Euriclea si reca da Pe­
nelope ad annunciarle il ritorno del marito, ma la sposa di Ulisse resta
diffidente. Di fronte a lui esita: << Ora i suoi occhi riconoscevano i tratti
di Ulisse, ora rifiutavano di ravvisarlo sotto gli orribili cenci >> (2.3, 94-
95). A Telemaco, indignato di tanta durezza, Penelope risponde che lei e
Ulisse condividono segni segreti ignoti a tutti che consentiranno la cer­
tezza del riconoscimento. Ulisse sorride (2.3, 111); fa allontanare il figlio
dicendogli di andare a ballare con le serve nella sala, per far credere ai
passanti che si stia celebrando il matrimonio di Penelope e per ritardare
il momento in cui si saprà della morte dei pretendenti (2.3, 130-152.).
Poi fa il bagno, indossa un bel vestito e Atena gli rende tutta la sua
bellezza, ma Penelope non muta atteggiamento: se prima la regina era
turbata dai cenci di Ulisse, è troppo accorta per fidarsi del tutto del suo
nuovo aspetto. Ulisse si spazientisce e chiede a Euriclea di preparargli un
letto per dormirvi da solo. Penelope finge allora di riconoscerlo per suo
sposo e ordina a Euriclea di approntare lì il letto nuziale. Ulisse è col­
to da indignazione: chi ha tagliato il tronco d'ulivo sul quale egli aveva
costruito il letto e l'intera alcova ? Ulisse si aspettava da Penelope delle
domande, ma la sua sposa lo mette alla prova con una menzogna. Senza
volerlo, egli dà il segno che Penelope cercava: lo scaltro eroe; ha trovato
nella moglie un'astuzia superiore alla propria.
Penelope si getta allora tra le braccia di Ulisse, e Atena fa tardare l 'au­
rora per consentire ai due sposi di godersi la notte del ricongiungimento
( 2.3 , 2.05-2.96).

Diversi commentatori alessandrini, e non tra i minori - in particolare


Aristofane di Bisanzio e Aristarco -, facevano finire l' Odissea con il v.
OMERO E LA STORIA

296 del canto 23, s�uiti in ciò da parecchi moderni - tra gli altri Victor
Bérard - che vedono nella fine del canto 23 e in tutto il canto 24 una
serie di aggiunte tarde e mal riuscite. Un tal giudizio di valore è quanto
mai soggettivo : il commentatore bizantino Eustazio (x11 secolo d.C.)
criticava ferocemente l'opinione di Aristarco e annoverava il riconosci­
mento tra Ulisse e Laerte (24, 205-360) tra le più belle scene di Omero.
Sono state altresì rilevate alcune discordanze tra il canto 24 e il resto
dei poemi omerici. L'arrivo dei pretendenti negli Inferi prima delle loro
esequie è motivo di sorpresa, allorché l'anima di Elpenore (11, 51-54) non
può essere ammessa nel regno di Ade se non dopo la celebrazione dei
riti funebri. Non è sicuro però che si possa parlare di contraddizione,
quantomeno ali' interno del!' Odissea44: per conciliare i due testi si po­
trebbe supporre che le anime dei morti arrivino negli Inferi poiché ve le
ha condotte Ermes e che esse possono subito intrattenersi con le ombre
degli altri defunti, ma che non troveranno riposo se non dopo i funerali;
Il ricongiungimento di Ulisse e di Penelope sarebbe una bella conclu::
sione per l' Odissea, ma si può credere che il poeta abbia lasciato ineva­
si due interrogativi fondamentali posti dal poema intero ? in che modo
Ulisse riotterrà la sua dignità regale ? e, prima ancora, come sfuggiranno
Ulisse e Telemaco ai familiari dei pretendenti ?
I due eroi guadagnano tempo recandosi in campagna a casa di Laerte,
il padre di Ulisse, dove .accrescono il numero dei loro partigiani aggiun­
gendovi ·Laerte e i suoi servi. Un nuovo scontro, inevitabile, non tarda
a metterli dinanzi alle famiglie dei Proci: Ulisse e i suoi sono destinati o
a morire o a mietere nuove vittime che susciteranno nuovi vendicatori.
Nessuna soluzione puramente umana può far sì che a Itaca si ristabilisca
la concordia. Perciò Atena interviene, con l'approvazione di Zeus. La
sua voce terrorizza i familiari dei pretendenti e non appena Ulisse si lan­
cia al loro inseguimento, Zeus colpisce con la folgore il suolo davanti a
lui e Atena gli ordina di porre fine alla lotta (24, 528-544).
<<Tra i due partiti furono suggellati dei patti (horkia) da Pallade Ate­
na, la figlia di Zeus che porta l'egida >> (24, 546-547 ). Malgrado Aristar­
co, la storia del!' Odissea non finisce prima di questi versi: il cerchio delle
vendette si interrompe e Ulisse recupera la propria autorità sulla sua casa
e sul suo popolo.
Le prove di Ulisse non sono però finite. Come egli ha ricordato a
Penelope (23, 248-284), conformemente alle istruzioni di Tiresia, dovrà
ancora errare sulla terra fino a trovare un popolo che ignora l'uso del
remo.
s
Le società omeriche

Da Schliemann in poi un gran numero di archeologi e di storici, parten­


do dal presupposto che Omero descriva il mondo miceneo, ha combina­
to i dati archeologici di epoca micenea con le indicazioni dei poemi per
tracciare il quadro di una società omerica che sotto molti punti di vista è
una chimera. Altri, trasferendo nel mondo omerico le usanze della feu-
,

dalità medievale, hanno assimilato i guerrieri omerici a "cavalieri", giun­


gendo a risultati altrettanto fantasiosi. Quanto all'approccio etnografi­
co, esso ha consentito di porre in evidenza un complesso sistema basato
sullo scambio di dqni; ma il fatto che Omero sia antico non comporta
che sia "primitivo" e che ignori qualsiasi forma di potere politico, come
vorrebbe una teoria oggi di moda che assimila i capi omerici ai big men
della Melanesia, "uomini forti'' dal potere instabile senza fondamenti
istituzionali.
Quali sono dunque le strutture sociali e politiche descritte o adombra­
te dai poemi omerici ? In che misura da un poema ali'altro il loro quadro
rimane costante o si completa? La maggior parte delle istituzioni o dei
costumi, come vedremo, mostra la coerenza del mondo omerico, anche
se le concezioni politiche che vi si esprimono sono notevolmente diverse.

La grande dimora aristocratica (oikos)

Al centro dell' Odissea è la grande casa aristocratica, l' oikos; l'azione del
poema si svolge principalmente nelle dimore di Ulisse, Nestore, Me­
nelao e Alcinoo. Anche nell'Iliade il poeta accenna frequentemente
all' oikos che il guerriero ucciso dovrà lasciare per sempre.
Il termine oikos designa al tempo stesso la famiglia e i beni che le ap­
partengono. Una grande dimora comprende il signore, la sua sposa, i
suoi figli legittimi e talvolta nuore e generi, talora dei bastardi (nothoi)
OMERO E LA STORIA.

nati dall'unione del padrone e di una schiava sua concubina, le ancelle


occupate a tessere o a macinare il grano, i servi impiegati nei lavori agri­
coli, la casa coh il tesoro (il thdlamos che custodisce i vini di pregio e
oggetti di lusso, i keimélia), gli armenti, i campi, le vigne e i frutteti.
Nei poemi omerici c'è un unico esempio di poligamia, quello di Pria­
mo a Troia. Ecuba, la consorte principale, ha uno statuto privilegiato,
ma il sovrano di Troia ha come mogli di grado inferiore le figlie di alcuni
piccoli signori suoi alleati, in particolare quella del vecchio Alte, re dei
Lelegi (Iliade, 21, 85-86). Gli altri eroi hanno una sola moglie, ma spesso
molte concubine. Un padrone può infatti chiamare nel suo letto tutte le
schiave che gli appartengono e, poiché la maggior parte dei servi vive in
campagna, la sua dimora ospita soprattutto donne. La convivenza del­
la sposa e delle concubine è talora causa di conflitti. Il padre di Fenice
aveva sposato una giovane e bella schiava per farne la sua compagna di
letto, ma la madre di Fenice persuase il figlio a godersi la ragazza prima
del padre affinché ella prendesse il vecchio a disgusto (Iliade, 9, 451-452).
Quanto a Laerte, dopo aver pagato il prezzo di venti buoi per Euriclea
rinunciò a farla salire nel suo letto per timore di liti coniugali (Odissea, 1,
429-433). Le schiave, siano o meno le concubine del padrone, gli devono
assoluta fedeltà: il fatto che Melantò e altre ancelle siano andate a letto
con i pretendenti è considerato da Ulisse e Telemaco come una gravissi­
ma offesa, e le colpevoli sono messe a morte (Odissea, 22, 437-473).
I figli delle schiave sono generalmente procreati dal padrone, il che
forse spiega perché essi siano liberi e beneficino finanche di una condi­
zione relativamente privilegiata, benché inferiore a quella dei fratellastri
legittimi. In uno dei Racconti cretesi di Ulisse il condottiero, figlio ba­
stardo (nothos) di un grande personaggio, lamenta di aver ricevuto solo
un'esigua parte dell'eredità paterna, il che non gli impedisce di fare un
bel matrimonio e di giocare un ruolo importante (Odissea, 14, 199-234).
Nei poemi omerici la guerra è la prima fonte di schiavitù, perché
quando una città viene conquistata donne e bambini fanno parte del
bottino del vincitore. Anche la pirateria gioca il suo ruolo : il giovane
Eumeo è stato rapito da mercanti-pirati fenici, con la complicità di una
schiava sidonia che era stata a sua volta rapita da pirati di Tafo (Odissea,
15, 412-484). L' Odissea accenna anche a una schiava nata in casa: si tratta
di Melantò, figlia di Dolio, così poco riconoscente a Penelope delle at­
tenzioni da lei ricevute sin dall'infanzia (Odissea, 18, 321-325).
I poemi non citano alcun caso di affrancamento (eccezion fatta per i
riscatti versati per la liberazione dei prigionieri, che rinviano però a una
SOCIETA OMERICHE 159
'

LE

situazione particolare e a una logica differente'), ma uno schiavo gode in


qualche caso di una certa autonomia - lo stesso Eumeo aveva acquistato
uno schiavo di propria iniziativa e con i propri beni (Odissea, 14, 449-
4 52 ) , e un buon padrone sa ricompensare i servitori più devoti conce­
-

dendo loro un lotto di terra, una casa e una moglie (Odissea, 14, 61-65;
i.1, 212-216 ) . Ugualmente, sembra che una prigioniera concubina possa
divenire sposa legittima: il dolce Patroclo consolava Briseide garanten­
dole che Achille, una volta tornato tra i Mirmidoni, sarebbe convolato a
nozze con lei (Iliade, 19, 295-299 ) . .

L' oikos omerico assomiglia sotto molti aspetti alla grande proprie­
tà di epoca classica così come la descrivono Senofonte nell'Economico
e Aristotele nel primo libro della Politica; tuttavia ali' oikos omerico si

attribuisce spesso un'importanza maggiore che a quello classico, in par­


ticolare insistendo non senza qualche esagerazione sull'autarchia del
primo. In realtà, se I' oikos è in grado di produrre il cibo e i vestiti che
vi si usano, non è però del tutto autosufficiente. Quando Achille offre
come premio della gara di lancio una massa di ferro grezzo, precisa: <<Per
quanto remoti il vincitore abbia i suoi fertili campi, potrà usare di questo
ferro per cinque anni interi, senza che mandriano o bracciante debba
andare in città a procurarsene: egli stesso lo fornirà loro>> (Iliade, 23,
831-835 ) . E chiaro che, in generale, I' oikos doveva rifornirsi all'esterno dei
'

metalli indispensabili.
Spesso si è attribuita all ' oikos omerico un'articolazione più ampia ri­
spetto a quello classico: la grande casa comprenderebbe un certo numero
di compagni nobili (hetdiroi) residenti presso il signore. Di fatto hetdiros,
''compagno� designa sia tutti coloro che combattono insieme, sia quanti
combattono o vivono a fianco di un eroe, e in questo secondo significato
il termine si alterna con quello di therdpon, "servitore, scudiero".
La maggior parte dei re o degli eroi di rilievo dell'Iliade ha in effetti
uno o più compagni scudieri, e questi hetdiroi hanno un ruolo essen­
ziale sul campo di battaglia: guidano il carro dell'eroe, restano al suo
fianco mentre egli combatte appiedato, portano via rapidamente le
armi, i cavalli e tutto il bottino di cui si è impadronito. Se l'eroe è ferito
o ucciso devono strapparlo alle mani dei nemici e portarlo fuori dalle
line e. Alcuni condividono la tenda dell'eroe, gli preparano il pasto e
approntano un letto per gli ospiti di passaggio', ma non tutti gli scudie­
ri del campo di battaglia compiono tali servizi domestici: ad esempio
Merione, therdpon di Idomeneo, ha una tenda distinta da quella del suo
re (Iliade, 13, 267-268 ) .
160 OMERO E LA STORIA

I compagni scudieri sono di origine diversa. Alcuni, come Patroclo,


sono nobili esiliati1: essi vivono nella casa dell'eroe e ne condividono l'e­
sistenza in pace come in guerra. Altri therdpontes, assai più numerosi,
sono figli di influenti personaggi del regno: ad esempio Stenelo, scudie­
ro di Diomede, è il figlio dell'eroe argivo Capaneo.
Nell' Odissea la funzione'1i scudiero e quella di compagno sembrano
dissociate. I <<rapidi scudieri >> menzionati a Sparta (Odissea, 4, 3 8) sono
sµbordinati alla famiglia reale, anche se il primo di essi, Eteoneo, è di
rango piuttosto elevato4• Un ristretto gruppo di hetdiroi compare anche
a Itaca: si tratta degli amici personali che Ulisse ha avuto sin dall' infan­
zia - Mentore, Aliterse, Antifo. Ognuno di questi compagni ha il pro­
prio palazzo e nulla suggerisce che essi abbiano mai compiuto alcun ser­
vizio di carattere domestico. La differenza tra Iliade e Odissea su questo
aspetto si spiega probabilmente con la diversa materia dei due poemi: in
tempo di guerra alcuni tra gli amici dei re divengono provvisoriamente
loro scudieri.
I poemi omerici, soprattutto l' Odissea, menzionano un certo nume­
ro di spedizioni private. Nel secondo dei suoi Racconti cretesi Ulisse si
presenta come un condottiero che recluta numerosi compagni, li invi­
ta a pranzo nella propria dimora e li ricompensa con generoso bottino
(Odissea, 14, 199-284). L'esistenza di queste bande guerriere è effimera o
quanto meno intermittente: il legame che unisce il capo e i suoi seguaci
non deriva da alcun obbligo e dura il tempo necessario alle operazioni,
anche se ovviamente il successo spinge a rinnovare l'associazione. Il caso
di Patroclo, che vive costantemente presso Achille in pace come in guer­
ra, nel mondo omerico sembra eccezionale: il compagnaggio omerico
non rappresenta un'embrionale forma di feudalesimo.
Si è parimenti ipotizzato che l' oikos avesse a disposizione un certo
numero di clienti che ne lavoravano le terre. In realtà i poemi omerici
sono relativamente poveri di dettagli sul modo in cui le grandi proprietà
venivano coltivate. Non è escluso che i "lavoratori" evocati da Achille
nel canto 23 dell' Iliade siano fittavoli o mezzadri1, ma nei possedimenti
di Ulisse sono impiegati direttamente servi (dmoes) e braccianti giorna­
lieri (thetes): sono dmoes di Ulisse che vengono a prendere dinanzi alla
porta del palazzo il letame necessario alla sua grande tenuta (Odissea, 17,
299 ). Quando Antinoo apprende che Telemaco è riuscito a reclutare un
equipaggio per recarsi a Pilo, chiede se si tratti di volontari raccolti fra
i giovani (kouroi) di Itaca o se siano << teti e servitori >> di sua proprietà
(Odissea, 4 643-644).
,
LE SOCIETA OMERICHE 161
'

I teti sono generalmente lavoratori liberi, la cui sopravvivenza di-


11ende dal magro salario che sono in grado di guadagnarsi, a patto di
crova lavoro. La loro condizione estremamente precaria è la peggiore
re
che si possa immaginare. Volendo esprimere a che punto la vita sia
preferibile alla morte, Achille negli Inferi dichiara a Ulisse che pre­
t-erirebbe << essere vivo e servire come teta a casa di un uomo privo di
terra e senza grandi sostanze >> (Odissea, 11, 49 0-49 1) piuttosto che
regnare sui morti. Alcuni teti sembrano avere tuttavia una condizio­
ne di dipendenza stabile piuttosto simile a quella degli dmoes. Questa
evoluzione potrebbe corrispondere agli interessi del padrone, allorché
aumentava il fabbisogno di manodopera del!' oikos (ad esempio a causa
dei lavori di dissodamento) : i teti annessi de facto fornivano braccia
supplementari che, diversamente dagli schiavi, non era necessario ac-
qu1stare.

Tra i non aristocratici, gli uomini liberi più frequentemente menzio­


nati nei poemi omerici sono da una parte i teti, dal!' altra i demiurghi.
Professionisti dediti ad attività di pubblica utilità, questi ultimi sono sia
artigiani - come il doratore Laerche, che ricopre di foglie d'oro le corna
della vacca che Nestore si accinge a sacrificare ad Atena (Odissea, 3, 425-
426; 432-438) , sia araldi, indovini o aedi.
-

La categoria che costituisce la massa del popolo in assemblea e che


fornisce la grande maggioranza dei guerrieri davanti a Troia è evocata
solo assai brevemente e per di più in modo molto vago. Il demos omerico
era indubbiamente composto soprattutto da quei piccoli agricoltori li­
beri la cui vita è descritta da Esiodo ne Le opere e igiorni: nulla indica che
questi contadini fossero legati ai nobili da qualche forma di servaggio.
La loro subordinazione al re era di natura politica.

Scambi e prestigio

I poemi omerici descrivono numerosi tipi di scambi ritualizzati in seno


all'aristocrazia: i doni d'ospitalità e i doni d'occasione, soprattutto per
1 matrimoni.

Ognuno offre ospitalità a chiunque la richieda. Il porcaio Eumeo si


mostra rispettoso delle regole accogliendo Ulisse travestito da mendi­
cante; Zeus Xénios veglia sul rispetto dell'ospitalità e le ripetute viola­
zio ni di questo principio sovrano da parte dei pretendenti attirano su di
essi il castigo divino.
OMERO E LA STORIA

La grande ospitalità aristocratica comporta l'offerta di un pranzo,


dell'alloggio, di abiti e soprattutto di splendidi doni al momento di con­
gedare l'ospite. Così Menelao dona a Telemaco una magnifica coppa, tre
cavalli e un carro, e poiché Telemaco è costretto a rifiutare i cavalli perché
Itaca non si presta al loro allevamento, Menelao li sostituisce con un cra­
tere istoriato tutto d'argento e con gli orli placcati d'oro, opera di Efesto
e dono del re di Sidone Fedimo (Odissea, 4, 589-619 ). Dai Feaci Ulisse
riceve due serie di doni: mantelli, tuniche, talenti d'oro, una coppa aurea
(Odissea, 8, 390-432) e poi, al momento della partenza, un grande tripode
e un calderone da ognuno dei re (Odissea, 13, 13-14). Questi doni danno
luogo a un obbligo: chi li ha ricevuti dovrà a sua volta accogliere l'ospite
nella sua dimora con pari magnificenza e offrirgli omaggi di pari valore.
Il dono d'ospitalità non è dunque un'uscita a fondo perduto, ma è la
prima parte di una transazione che richiede di norma un contraccambio.
Quando Ulisse si presenta al padre Laerte, si fa passare per uno straniero
che ha accolto Ulisse e l'ha colmato di doni, e Laerte gli risponde: << stra­
niero... tu hai perduto i regali di cui colmasti il tuo ospite. Ah, se vivesse
ancora! Non t'avrebbe rimandato a casa se non dopo averti coperto a
sua volta di doni>> (Odissea, 24, 283-286).
Per via della situazione di Itaca - l'occupazione del palazzo di Ulisse
da parte dei pretendenti - Laerte non prevede che Telemaco si assuma
gli obblighi contratti dal padre; il più delle volte tuttavia il vincolo d'o­
spitalità in seno all'aristocrazia è di carattere ereditario. Quando Atena
giunge a Itaca per consigliare Telemaco, si presenta come Mente re dei
Tafi e ospite ereditario della famiglia degli Arcesiadi (Odissea, 1, 187-
189 ). Quando ospiti ereditari si incontrano sul campo di battaglia su
fronti opposti, si astengono dall' incrociare le armi e rinnovano con doni
il vincolo di ospitalità: è ciò che fanno il licio Glauco e l'argivo Diomede
scambiandosi le armi (Iliade, 6, 215-236).
I legami di ospitalità ritualizzati creano nell'ambito dell'aristocrazia
reti di relazioni e di scambi che valicano le frontiere delle comunità poli­
tiche, ma non si tratta di rapporti soltanto privati. Se così fosse, Alcinoo
non potrebbe chiedere ai dodici re che lo circondano di partecipare agli
omaggi offerti a Ulisse : l'ospitalità di cui egli beneficia rende il re di Itaca
obbligato nei confronti di tutta la comunità feacia.
Più stretti ancora sono i legami che le alleanze matrimoniali creano
tra le grandi famiglie aristocratiche. Sposare una bella donna di alto li­
gnaggio è oggetto di accanita competizione tra gli eroi. Per ottenere dal
padre la mano della figlia i pretendenti possono fare una serie di regali
LE S OCIETÀ OMERICHE

(dora), ma devono soprattutto offrire degli hédna che costituiscono la


con tropartita del matrimonio, per così dire il suo "prezzo" (ma il lessico
del le transazioni matrimoniali e quello delle transazioni commerciali
sono completamente distinti). Una volta che il padre ha pronunciato la
sua scelta, il futuro marito versa gli hédna, generalmente un gran nume­
ro di buoi e di montoni, prima di ricevere la donna in sposa. Un padre
atten to agli obblighi di rango al momento del matrimonio dota la figlia
di gioielli, corredi e altri doni (i méilia, letteralmente "delicatezze") che
sanciscono l'alleanza conclusa. A' torto alcuni traduttori e commentato­
ri hanno impiegato per queste "delicatezze" il termine di "dote": Omero
non utilizza mai in contesto matrimoniale la parola proix, che in greco
classico designa la dote versata dal padre della sposa.
La molteplicità dei doni in occasione di un matrimonio non deve far
passare in secondo piano lo scambio più importante: nel mondo omeri­
co la sposa è una ricchezza ed è per questo che il marito deve versare gli
hédna. Può accadere che il padre prometta la figlia senza chiedere hédna,
ma allora si attende dal genero un'altra forma di contropartita; così, nel
canto 9 dell'Iliade, Agamennone offre ad Achille una figlia a sua scelta
a condizione che egli accetti di tornare a combattere. Contrariamente a
ciò che si è talora affermato, le usanze matrimoniali descritte da Omero
sono di perfetta coerenza.
I poemi omerici alludono più sommariamente ad altri tipi di scambio
meno prestigiosi. Sotto le mura di Troia gli Achei bevono vino che viene
dal re di Lemno, il giasonide Euneo; mentre gli Atridi ricevono in dono
mille misure di vino, gli altri Achei devono procurarsi da bere con una
sorta di baratto, dando in cambio <<bronzo, ferro lucente, pelli, buoi vivi
e schiavi>> (Iliade, 7, 467-475). Questi scambi "commerciali" sono spesso
preceduti da aspre discussioni: mercanti fenici rapiscono il giovane Eu­
meo approfittando del momento in cui sua madre, la regina di Siro, e le
sue compagne sono occupate a tastare una bella collana e a discuterne il
prezzo (Odissea, 15, 459-464). I commercianti di mestiere sono disprezza­
ti: il giovane feace Eurialo insulta Ulisse tacciandolo di essere il capitano
di U'1a nave mercantile, occupato a tener nota dei carichi e a controllare
i guadagni, e concludendo che non ha nulla dell'atleta (Odissea, 8, 159-
I 64 ) . Nessun
o però ritiene di degradarsi praticando commerci occasio­
nali: non il re di Lemno, e nemmeno il re dei Tafi Mente, in viaggio per
Temesa per barattare il suo carico di ferro con del bronzo (Odissea, 1, 184).
. I poemi omerici descrivono anche modalità di acquisizione che non
implicano scambi. Alcune sono prestigiose, come le vittorie atletiche e
OMERO E LA STORIA

i premi (dthla) che esse procurano, la guerra e i suoi numerosi proventi:


armi di un nemico battuto strappate sul campo di battaglia, riscatto di
prigionieri o di cadaveri, parti d'onore e dividendi di bottino. Le azio­
ni individuali di saccheggio non suscitano riprovazione sino a che non
attirano rappresaglie sull' intera comunità. Altri mezzi sono meno ono­
revoli senza essere per questo ignominiosi, come ad esempio le pressioni
esercitate sul popolo per ottenere dei ''doni''.
I beni preziosi (kei1'1lélia) che riempiono il tesoro (thdlamos) delle
dimore più prospere - vesti, armi, coppe, crateri, calderoni o tripodi -
devono il loro valore alla qualità del tessuto o del metallo, alla bellezza
dell'esecuzione artigianale, ma anche alla loro ''storia'', ai precedenti pro­
prietari e alle grandi occasioni che li hanno visti passare di mano. Questa
"genealogia" degli oggetti di prestigio solo raramente risale alla loro fab­
bricazione: il velo che Elena dona a Telemaco è stato tessuto dalla regina
stessa (Odissea, 15, 105); le armi di Achille, lo scettro di Agamennone e
il cratere di Fedimo sono opera di Efesto. I fabbri umani, in compenso,
non sono mai menz1onat1.
• • •

Nella descrizione dei doni ospitali dei Feaci, quando Alcinoo chiede
a ciascuno dei dodici re di offrire a Ulisse un grande tripode e un cal­
derone, a�iunge: <<Domani ci faremo risarcire dal popolo>> (Odissea,
1 3 , 14-15). E evidente che i basiléis non sono in grado di recuperare di­
rettamente dal popolo tripodi e calderoni: essi possono solo ottenere
capi di bestiame e forse prodotti agricoli grazie ai quali procurarsi nuove
quantità di metallo da far lavorare ai fabbri. Ogni scambio prestigioso
implica una serie di altre operazioni più umili, solamente accennate o
del tutto taciute.
I poemi omerici si dilungano a descrivere i doni tra pari e i privilegi
che il popolo accorda al basiléus e ai basiléis, mentre non fanno parola di
grandi distribuzioni elargite agli inferiori. Certo, la sordida avarizia che
Ulisse rinfaccia ad Antinoo (Odissea, 17, 455) non si addice a un re; un
basiléus deve dare esempio dell'elemosina che si deve al mendicante pro­
tetto da Zeus e un accorto padrone di casa sa anche ricompensare i servi
fedeli (Odissea, 14, 6i.-67 ) . Ciò non impedisce a un re di ricevere più di
quanto dà, ed è questo che assicura la prosperità della sua casa (Odissea,
1, 3 9 i.- 3 9 3 ) . Un re o un aristocratico non dona mai oggetti preziosi del
suo tesoro a qualcuno che non sia del suo stesso rango, ma li tiene in
serbo per i suoi pari e per le grandi occasioni. I re omerici più attenti ad
accumulare ricchezze che a distribuirle non assomigliano affatto ai big
men della Melanesia, la cui autorità riposa sulla generosità (un'autorità
LE SOCI ETÀ OMERICHE

t·ragile, giacché essi perdono la loro influenza nel momento in cui si tro­
vano impoveriti)6• La generosità non è una virtù omerica.

La vita politica

L' Odissea descrive con chiarezza una società che consiste in una sem­
plice giustapposizione di oikoi, quella dei Ciclopi, << bruti senza fede né
legge >> che il poeta rappresenta in questi termini: <<Presso di loro non
è assemblea che deliberi, non norme di consuetudine ; in cima a grandi
monti, nel profondo della propria caverna ciascuno detta legge ai figli e
alle mogli, né l'uno si dà pensiero dell'altro>> (Odissea, 9, 112.-115). L'as­
senza di assemblea e di thémistes, in breve l'assenza di vita politica, è per
Omero il marchio di una totale selvatichezza.
Il Catalogo delle navi (Iliade, 2., 484-759 ) presenta una carta politica
del mondo acheo che comporta tre distinti livelli:
- i borghi (qualche volta qualificati come poleis) e i piccoli éthne elen­
cati all' interno di ciascun contingente, in totale quasi trecento;
- i ventinove raggruppamenti politici corrispondenti ai contingenti. Si
tratta in genere, ma non sempre, di regni sottomessi a un unico sovra­
no, spesso designati con un etnico complessivo (ad esempio "Focidesi" o
''Arcadi'');
- la comunità di tutti gli Achei.
È l'armata pan-achea a essere in primo piano nel racconto principale
del!' Iliade, e le scene politiche più dettagliate dell' Odissea si svolgono
in poleis che sono altrettante capitali, nella fattispecie Itaca e Scheria. Le
altre poleis sono evocate con assai minor precisione; ma alcune di esse
hanno una loro propria dinastia7• Soprattutto, le scene descritte nello
scudo di Achille, compresa quella giudiziaria, sono presentate come si­
tuazioni tipiche di qualsiasi polis.
La Grecia di Omero sembra dunque caratterizzarsi come la sovrap­
posiz ione di tre tipi di comunità politica, ma essa non implica alcuna
organizzazione federale. Il consiglio pan-acheo non comprende tutti i
capi dei contingenti, ma solo i re riconosciuti come più potenti, più va­
lorosi o più saggi dall' insieme dell'armata pan-achea. L'Iliade menziona
a due riprese il gruppo degli anziani, élite di tutti gli Achei ( i., 404-408
e i o , 18-118 ) : esso riunisce, oltre ai due Arridi Agamennone e Menelao,

ldomeneo, Nestore, Diomede, Ulisse e i due Aiace. Achille prima della


sua secessione faceva evidentemente parte di questo consiglio.
166 OMERO E LA STORIA

Si è spesso e giustamente osservato che il catalogo delle navi è an­


nunciato dal consiglio di Nestore ad Agamennone: <<Agamennone, ri­
partisci gli uomini per phjlon e per phratria, ché la phratria sorregga la
phratria e ilphjlon ilphjlon>> (Iliade, 2, 362-363)8• Le comunità descritte
da Omero sono già suddivise in fratrie e forse anche in tribù.
Tutte le comunità politiche descritte nell'Iliade e nell'Odissea sono
dotate di istituzioni simili che funzionano in modo analogo, e ciò vale
anche per la comunità degli dèi. Tutte le comunità politiche dei poemi
omerici possiedono un'assemblea (agord) e un consiglio, o più d'uno,
essendo la composizione consiliare più o meno ampia a seconda delle
situazioni. In Feacia ad ese111pio il re Alcinoo, che è costantemente attor­
niato da dodici anziani, invita <<Un maggior numero di anziani >> ( Odis­
sea, 7, 189) a partecipare al banchetto in onore di Ulisse. I poemi omerici
contano più di quaranta scene di assemblea, di consiglio e di dibattito
di anziani dinanzi all'assemblea: si dovrà attendere la Atene del V secolo
per ritrovare una somma di dati politici di comparabile ricchezza.
Nel mondo omerico qualsiasi decisione è preceduta da una delibera,
la quale si svolge tanto a porte chiuse ali' interno del consiglio quanto in
pubblico dinanzi ali' assemblea popolare (la decisione in merito spetta al
re e ai più influenti membri del consiglio). Nel canto 9 dell 'Iliade ( 69-
78) Nestore consiglia ad Agamennone di sciogliere l'assemblea e di riu­
nire gli anziani nella sua tenda; propone quindi dinanzi a questo gruppo
ristretto di inviare un'ambasciata ad Achille. La ragione della condotta
di Nestore è chiara: essendovi il rischio di un rifiuto di Achille, è meglio
evitare di condurre pubblicamente un negoziato il cui fallimento inde­
bolirebbe il morale delle truppe.
Quando la delibera si svolge dinanzi ali' assemblea del demos, come è
il caso più frequente, solo i membri del consiglio ristretto - i boulephoroi,
letteralmente "coloro che recano il proprio parere" - possono prendere
la parola formalmente, vale a dire tenendo lo scettro in mano. Il popolo
accoglie talora un discorso con grida di approvazione, ma il re non è co­
stretto a tener conto dell'opinione popolare : nel canto 1 dell'Iliade Aga­
mennone rifiuta di rendere Criseide al padre benché il popolo abbia ma­
nifestato con acclamazioni il suo assenso alla richiesta di Crise (Iliade, 1,
22-34). Ovviamente il re può anche farsi forza del sentimento popolare.
Nel canto 7 dell' Iliade Diomede tiene un discorso fortemente ostile alle
proposte di pace dei Troiani e l'assemblea gli manifesta fragorosamente
la sua approvazione. Agamennone si volge allora al messo troiano e gli
chiede di prendere atto della risposta del popolo, ma aggiunge: <<Così
L E so CIETA OMERICHE
'

pi ace anche a me (éfLOÌ ò' é�LIX�Òtivet oiJTw ç emoi d'epia�ddnei houtos) >>
(Iliade, 7, 407 ). Con quest ultima frase Agamennone ricorda le proprie
prerogative: in ultima istanza la decisione spetta al re.
L'ass emblea disapprova una proposta con il silenzio o con un mor­
m rio, ma il dissenso del popolo è decisivo soltanto quando gli si chiede
o
di pren dere un' iniziativa che esorbiti dall'ambito dei suoi obblighi abi­
tual i, come quando Agamennone nel canto 1 dell' Iliade chiede all'eser­
cito di rimettere in comune il bottino già diviso al fine di costituirgli una
nuova parte d'onore (Iliade, 1, 116-1i.o).
Che l'assemblea acclami un intervento ovvero taccia, comunque non
vota mai, né vota mai il consiglio. Gli anziani parlano con grande fran­
chezza e non esitano a rivolgere al re violenti rimproveri. Lo scopo di
un oratore non è ottenere che la maggioranza degli anziani voti in suo
favore, ma che il re avalli la sua proposta. Ben inteso, il re talora tiene
conto della reazione degli anziani, ma egli solo ha il potere di trasforma­
re una proposta in decisione, ed è il potere espresso dal verbo krdinein9•
Il sistema politico descritto da Omero si può riassumere nella seguente
formula: ilpopolo ascolta, gli anziani propongono, il re dispone.
Si è talora minimizzata l'importanza della vita politica nel mondo
omerico con l'argomento che l'assemblea di Itaca non è stata riunita
per vent'anni, vale a dire dalla partenza di Ulisse alla convocazione del
demos fatta da Telemaco nel canto i. dell' Odissea. Questa sospensione si
spiega però con le circostanze: da una parte il re e l'esercito che lo accom­
pagna sono lontani, dall'altra l' isola non è minacciata da alcun pericolo
- invasione, epidemia o quant'altro - che esiga una decisione collettiva.
Quando l'assemblea è nuovamente convocata, gli Itacesi non hanno af­
fatto dimenticato il suo funzionamento: ciascuno prende posto nel luogo
abituale, il più anziano parla per primo e l' intera riunione si svolge secon­
do le regole tradizionali. A Itaca inoltre la vita politica non si è del tutto
interrotta: oltre alle assemblee formalmente convocate per discutere degli
affari pubblici, il mondo omerico conosce infatti numerose altre adunan­
ze del demos nell' agord: per i sacrifici'0, per i processi o più semplicemente,
soprattutto la sera, per discorrere prendendo il fresco''.

Il lessico regale

Si ritiene spesso che il titolo regale per eccellenza sia dnax, opinione rin­
forzata dal suo impiego nelle tavolette micenee, dove designa il signore
168 OMERO E LA STORIA

del palazzo. Di fatto il verbo andssein significa quasi sempre "esercitare


un potere regale'' su un popolo, su una città o, nel caso di Zeus, << sugli
dèi e sugli uomini>>, ed è anche vero che l'espressione << signore dei guer­
rieri>> (dnax andron) è nell'Iliade un epiteto assai frequente del sommo
re Agamennone (49 occorrenze a fronte delle 148 del solo dnax). Ma
dnax designa anche un cospicuo numero di "piccoli re'' nonché di ''si­
gnori" come Enea o Polidamante, che non sono affatto dei "re" nel senso
che noi intendiamo. Soprattutto, il campo semantico del termine dnax
eccede di gran lunga l'ambito della regalità: è un titolo frequentemente
..

attribuito agli dèi e spesso impiegato per designare il signore dell' oikos,
il padrone rispetto allo schiavo (si tratta dei due significati più ricorrenti
nell' Odissea) e perfino il proprietario di un animale. Il termine dnax è
soggetto dunque a tutti gli impieghi di maitre o seigneur in francese e di
dominus nel latino imperiale.
Certo, dnax e il verbo andssein esprimono il più delle volte l'idea di
un'autorità forte (si incontra spesso l'espressione iphi andssein, regnare
"con forza� piuttosto che ''con la forza") e di tipo monarchico (andssein
non si trova mai al plurale e dnax assai raramente), ma tale autorità può
esercitarsi tanto in un oikos che in un regno o tra gli dèi. Inoltre, come il
francese seigneur, dnax talvolta non è che un semplice titolo conferito a
sottolineare la maestà di un dio o l' importanza di un personaggio.
Contrariamente ad dnax, basiléus compare sia al singolare che al plu­
rale ed è titolo attribuito ora a un individuo ora a un gruppo; per conver­
so basiléus non è mai associato agli dèi, nemmeno a Zeus né al padrone
di un oikos''. Il plurale collettivo basiléis ( i.i. attestazioni) si riferisce sem­
pre a un gruppo di anziani che delibera sugli affari comuni. Il singolare
e il plurale non collettivo designano quasi sempre l' individuo a capo di
una comunità, colui che decide dopo aver sentito i pareri. Su 80 esempi
complessivi, 76 hanno incontrovertibilmente questo valore.
Esaminiamo le eccezioni'1• In Iliade 4, 96 Paride riceve il titolo di
basiléus: il contesto è sufficiente a spiegare l' impiego del termine. Atena
per incitare Pandaro a uccidere Menelao fa valere l'argomento che egli
si guadagnerà così il favore di Paride, sicché è normale che ella esageri il
potere di quest'ultimo. Nell' Odissea Anfimedonte negli Inferi racconta
ad Agamennone la strage dei pretendenti: Ulisse, dice, ha mirato dappri­
ma al basiléus Antinoo ( i. 4, 179). In un altro canto (18, 64-65) Telemaco
raccomanda pubblicamente a Ulisse, che assiste al banchetto dei pre­
tendenti sotto spoglie di mendicante, di confidare nella saggezza e nella
lealtà dei <<due re >> (�ctO'ÌÀ�E basilée) Antinoo ed Eurimaco. Infine nel
LE s o CIETÀ OMERICHE

c,111ro 1 ( 394-39 5 ) Telemaco si dichiara pronto a cedere la regalità a un al­


rro a condizione di conservare il suo oikos: << ma di re (basilees) abbonda

1,1 110 srra Itaca tra i due mari, tra noi Achei, giovani e vecchi... >> .
Poiché la lotta in corso ha come posta la regalità di Ulisse, questi
iin ieghi apparentemente sorprendenti del termine basiléus si spiegano
p
C()n una certa facilità. I primi due passi sono contrassegnati da ironia,
tin' ironia tragica: Antinoo si crede un re, Antinoo ed Eurimaco si fanno
chiamare << re >> , mentre il vero re ha fatto ritorno e si appresta a porre
fine alle loro illusioni e alle loro imposture. Alcuni scoliasti antichi com-
1nen tavano così i vv. 394-395 del canto 1: v 'erano a Itaca molte <<persone
con i requisiti per essere re >>, molti << aspiranti alla regalità>>.
Verosimili o meno che siano queste interpretazioni, non si può esclu­
dere che nel reame di Ulisse vi fossero comunità politiche locali aventi
a capo un basiléus. In tal caso Telemaco giocherebbe sull'ambiguità po­

litica del termine: coloro che sono già dei piccoli re locali potrebbero
;1vanzare pretese sulla regalità di Ulisse e porsi a capo dell'intero regno.
Ci si è spesso basati sul comparativo basiléuteros e sul superlativo ba­
siléutatos per negare che basiléus possa significare "sommo re": basiléus
liesignerebbe qualsiasi notabile più o meno influente, qualsiasi capo
più o meno potente. L'analisi dei cinque passi in cui compaiono queste
due forme non giustifica affatto tale conclusione. L'unico esempio di
basiléutatos e tre delle occorrenze di basiléuteros figurano nell'Iliade in
contesti di comparazione tra re achei: Agamennone è basiléutatos, <<il
più re >> dei re achei ( 9, 69 ) ed egli stesso proclama di essere <<più grande
re >>, basiléuteros, di Achille ( 9, 160 ) ; Achille dal canto suo rifiuta ener­
gicamente di sposare una figlia di Agamennone: che scelga, egli dice,
u n acheo << che sia più re (basiléuteros) di me >> ( 9, 392 ) ; Agamennone

i11fine chiede a Diomede di non scegliersi per compagno un eroe meno


valoroso, quand'anche fosse <<più re >> , basiléuteros ( 10, 239 ) , e il poeta
precisa che egli pensa a Menelao ( 10, 240 ) . Un re può essere più re di un
altro per lignaggio, per ricchezza o per numero di navi. Agamennone è
basiléutatos per tutte queste ragioni e perché ha in mano lo scettro dona­
to da Zeus a Pelope ( 2, 103-104 ) . I re achei sono più o meno re. Non solo
nessun passo dell'Iliade induce ad attribuire a basiléus il significato ge­
nerico di "capo" o di "nobile� ma una tale interpretazione indebolirebbe
notevolmente i confronti che i re achei fanno tra loro. Nell' Odissea si
trova un solo esempio del comparativo basiléuteros: << non c'è famiglia
p i ù regale (basiléuteron) della vostra nel paese di Itaca >> , dice l' indovino
Ìeoclimeno a Telemaco ( 15, 533-534 ) . Il contesto non dà adito a dubbi sul
OMERO E LA STORIA

significato di questa affermazione: un falco ha preso il volo alla destra di


Telemaco spennando una colomba; il presagio annuncia il massacro dei
pretendenti e la riconquista del potere regale da parte della discendenza
di Arcesio. È impossibile intendere basiléuteron come "più nobilen.
Va oggi di moda dichiarare che la traduzione di basiléus come "ren
debba essere abbandonata; tuttavia dal momento che il basiléus omerico
è sempre il capo di una comunità politica, che decide in ultima istanza,
regge lo scettro e ha un potere spesso ereditario, si fatica a individuare
un termine moderno che gli li adatti meglio di quello di "ren. Due pre­
cisazioni sono tuttavia doverose: questi re non sono mai a capo di Stati
nel senso proprio della parola, ma di comunità politiche stratificate; e
regalità non è affatto sinonimo di "monarchia". Al contrario, il tratto più
distintivo delle istituzioni omeriche è lo stretto legame tra il basiléus e i
basiléis, tra il re e i re.

I privilegi regali

Sia il re che i basiléis del consiglio degli anziani possiedono un géras,


vale a dire un privilegio che comporta a un tempo onore e vantaggi
materiali.
Il più delle volte, soprattutto nell Iliade géras si riferisce a privilegi
' ,

estremamente concreti: la parte scelta prelevata dal bottino a beneficio


di un re o di un guerriero eminente, la porzione migliore costituita dal fi­
letto di un animale, le coppe di vino destinate agli anziani. Ma almeno in
due passi il termine sembra riferirsi a prerogative politiche. << Guidare gli
aurighi con il consiglio e con la voce: questa - dice Nestore - la preroga­
tiva degli anziani (TÒ y!Ìp yipa.c; ea-TÌ yEp6vTwv to gdrgéras estigeronton) >>
(Iliade, 4, 3i.i.-3i.3)14• Allorché Achille comunica a Ulisse e ad Aiace il
suo rifiuto, chiede loro di riferirlo all' élite degli Achei, perché ricevere
messaggi è prerogativa degli anziani (Iliade, 9, 4i.i.). Géras, infine, indica
per metonimia la regalità suprema (quella di Priamo in Iliade, i.o, 18i.;
di Ulisse in Odissea, 11, 175 e 184; 15, 5i.i.) o lo statuto privilegiato degli
anziani: Ulisse augura ai convitati di Alcinoo di conservare << ilgéras che
il popolo ha loro conferito>> (Odissea, 7, 150 ). Quest'ultima espressione,
più volte ripetuta (Iliade, 1, 135, 161, i.76; 1 6, 54; 18, 444; Odissea, 7, 150 ),
mostra che ilgéras, anche se spesso è ereditario, anche se il re lo attribui­
sce e lo toglie in modo talvolta arbitrario, è fondamentalmente ritenuto
un privilegio che promana dal popolo.
LE S OCIETÀ OMERICHE

La parte d'onore nella divisione del bottino

La spartizione del bottino dà luogo alla convocazione di un'assemblea


che si svolge più o meno come tutte le altre. Il re e <<gli anziani che
h ann o voce in consiglio>> propongono pubblicamente di offrire al re
una determinata parte di sua scelta o di onorare solennemente questo
0 quell'eroe con l'offerta di un géras; il popolo approva con maggiore o

minore entusiasmo o leva un mormorio di disapprovazione; infine il re


decide. Successivamente egli divide il resto del bottino in parti uguali e
ognuno tira a sorte quella che gli spetterà.
Il re non è l'unico a ricevere una parte d'onore; alcuni anziani, alcuni
''valorosi" e altri personaggi ancora possono goderne la promessa e l'at­
tribuzione, ma è lui a distribuire i privilegi. Se si presta fede alle parole di
Achille, un re avido come Agamennone si accaparra una gran parte del
bottino a ogni spartizione (Iliade, 9, 333). Achille, conquistatore di ven­
titré città, non avrebbe ricevuto al contrario che un solo géras: Briseide;
ciò significa che nelle altre ventidue spartizioni si è dovuto accontentare
di una parte tirata a sorte.
Una volta suddiviso il bottino, attribuire una parte d'onore diviene
impossibile, a meno che i guerrieri non acconsentano a rimettere in co­
mune ciò che hanno ricevuto. Quando Agamennone chiede un nuovo
géras che lo compensi della perdita di Criseide, Achille in nome di tutto
l'esercito ricusa che gli uomini << rimettano nel mucchio>> la loro parte
(Iliade, 1 , 126). Agamennone nulla può contro tale rifiuto: la porzione
'

ottenuta per sorteggio è di piena proprietà di ciascuno. E questa un.a


delle ragioni che spingono Agamennone ad appropriarsi del géras di un
altro capo.
Achille, che in un primo moto di collera avrebbe voluto uccidere
Agamennone, rinuncia a Briseide senza opporre resistenza. Prima di ab­
bandonare l'assemblea lancia ad Agamennone un avvertimento: <<Per
la fanciulla le mie braccia non si batteranno ... , voi me l'avevate data, voi
ve la riprendete ... , ma di tutto il resto tu non porterai via nulla. Prova­
ci ... e subito il nero sangue scorrerà intorno alla mia lancia >> (Iliade, 1,
i.98-303). Qui Achille distingue con chiarezza i beni che gli appartengo­
no pienamente e che egli è pronto a difendere con le armi in mano e la
,,

p arte d'onore", precaria concessione che Agamennone e gli Achei pos-


so no riprendersi così come l'hanno assegnata. Questa distinzione non
attenua minimamente la gravità del vedersi sottratta la parte d'onore; a
essere danneggiato non è il patrimonio di Achille, ma la sua dignità. Egli
172. OMERO E LA STORIA

riceve un oltraggio nel momento in cui la decisione viene presa: cercare


di tenersi Briseide con la forza sarebbe un fatto irrilevante e l'affronto
subìto non per questo minore. Perché egli riacquisti il suo rango (timé)
è necessario che Agamennone e gli Achei siano costretti a riconoscere il
suo valore (areté) e a offrirgli una riparazione.

I banchetti regali

Gli aristocratici del mondo omerico passano parte del loro tempo a far
festa. Esistono più tipi di banchetto aristocratico: l' éranos in cui ciascu­
no porta il proprio contributo, gli inviti fatti a turno, i conviti di nozze e
quelli per i funerali. Può accadere che un re offra uno di questi banchetti
o che vi sia invitato, così come avviene che egli gusti un pranzo "in fa­
miglia" con i soli figli, i generi e gli scudieri. Non basta che un convito
si svolga in presenza del re ovvero nel palazzo reale perché si tratti di un
banchetto regale in senso proprio. Il banchetto regale ha un carattere
politico, giacché il re invita in quell'occasione gli anziani del popolo, più
o meno numerosi. Il banchetto degli anziani può prolungare (in Feacia :
Odissea, 7, 49-50) o precedere (a Siro: Odissea, 15, 466-468) una riunio­
ne del consiglio e può anche essere occasione di importanti decisioni
politiche come l'ambasciata ad Achille (Iliade, 9, 89-181).
I convitati dei banchetti regali non vi recano contributo né sono te­
nuti a ricambiare l' invito del re. Non che manchi però qualsiasi idea di
reciprocità: la partecipazione ai banchetti regali è infatti la controparti­
ta di un'attività politica, giudiziaria e soprattutto militare al servizio del-
,

la comunità. E un' ingiuria ricorrente sul campo di battaglia rinfacciare a


un eroe di non meritarsi le coppe di vino comunitario che egli beve alla
tavola del re o dichiarare che egli mostra più zelo a recarsi a banchet­
to che in combattimento. I re supremi devono a loro volta provare che
essi meritano i <<posti d'onore >>, le <<carni>> e le <<coppe ricolme >> con
cui il popolo li onora. Le carni e i vini serviti nei banchetti regali sono
descritti ora come doni del re ora come doni del popolo. Poiché molte
delle rendite regali provengono dal témenos concesso dal popolo o dai
molteplici <<doni>> più o meno spontanei che i laoi offrono al loro re,
la compresenza delle due formule si spiega facilmente. Nella concezione
omerica del banchetto regale il ruolo del popolo non si limita alla forni­
tura di vino e di vivande; la partecipazione ai pranzi regali non costitu­
isce solo un vantaggio materiale, ma è anche e soprattutto un onore che
L •-" .so CIETA OMERICH E
'

173

11rovi e�e � tempo stes�o �al r� e �al popolo: banchettare a c�sa del re e
_
<< bere il vino degli anziani>> significa vedere concretamente riconosciu­
te) il propri
o rango e i propri meriti da parte dell' intera comunità.

Il témenos (il possedimento riservato)

In Omero témenos designa quattro volte il santuario di una divinità. Il


significato più frequente della parola, tuttavia, è quello di possedimento
riservato di cui godono i re e alcuni eroi: di ampiezza abbastanza cospi­
CLJa, questo fondo si trova nelle vicinanze della città, nella parte più fer­

rile del territorio, e comprende generalmente colture a grano e vigneti.


L'Iliade menziona in tre circostanze il dono di un témenos a un eroe.
A Bellerofonte, distintosi per le sue imprese, il re di Licia offrì la figlia e
la metà di tutti i suoi privilegi regali, e << i Lici gli ritagliarono un posse­
dimento maggiore di tutti gli altri>> (Iliade, 6, 194 ) . Quando gli anziani
Etoli supplicano Meleagro di difendere il suo paese, lo invitano a sce­
gliersi un magnifico podere (Iliade, 9, 574-580 ), e quando Enea gli si fa
incontro per affrontarlo, Achille chiede beffardo se spera che Priamo gli
doni la sua regalità (géras) o se i Troiani gli abbiano già << ritagliato un
possedimento maggiore di tutti gli altri>> (Iliade, 20, 184) .
In questi tre passi il témenos è un possedimento nuovo, ''ritagliato"
in via eccezionale dagli anziani e dal popolo per ricompensare imprese
straordinarie: anche se "ritagliare un témenos" (TÉfLEvo ç TÉfLVELV témenos
témnein) è soltanto un'etimologia popolare, l'espressione è rivelatrice.
Come ha dimostrato M. I. Finley, il témenos indubbiamente non era ri­
cavato da riserve di terreni comuni: i poemi omerici non fanno alcuna
allusione a terreni coltivati di proprietà collettiva del popolo. La conces­
sion e di nuovi possedimenti comporta probabilmente uno sconvolgi­
tnento nella ripartizione della terra, ma non è inconcepibile che in circo­
stanze eccezionalmente gravi ciascuno accettasse di rimettere in comune
tina porzione del suolo di sua proprietà allo scopo di ricompensare con
l'attribuzione di un témenos colui che aveva salvato la comunità intera.
In modo analogo Agamennone cerca di ottenere che gli Achei rimetta-
110 in comune
il bottino già spartito perché gli sia assegnato un nuovo
cr.(éras in risarcimento della perdita di Criseide (Iliade, I, 116-126 ) .
Se i poemi evocano a tre riprese l'offerta di un témenos a un eroe, i re
P rop riamente detti risultano sempre godere di un témenos preesistente,
ch e si tratti di re lici (Iliade, 12, 3 13-314 ) , del basiléus che presiede alla sce-
I74 OMERO E LA STORIA

na di mietitura nello scudo di Achille (Iliade, I8, 550 ) , di Alcinoo ( Odis­


sea, 6, 2.93) o di Ulisse e Telemaco (Odissea, II, I85; I7, 2.99 ). Il témenos
regale il più delle volte è ereditario, ma solo perché considerato esito di
un "ritaglio" più o meno antico a beneficio della dinastia regnante : esso
è inteso come un dono del popolo al re in cambio della sua protezione.
Il témenos è un géras, ma si tratta di un privilegio più raro delle parti
scelte prelevate dal bottino o della partecipazione ai banchetti regali, e
ne beneficiano soltanto il re e qualche eroe d'eccezione.


Doni e thémistes

In cinque passi dell' Odissea è descritto il prelievo di << doni>> presso il


popolo da parte del re o degli aristocratici:
- in uno dei Racconti cretesi di Ulisse, Etone, fratello di Idomeneo,
quando Ulisse e la sua flotta fanno scalo a Creta, raccoglie dal popolo il
vino, il pane e i buoi necessari al sostentamento di un contingente nume­
roso (Odissea, I9, I96-I98);
- quando Alcinoo chiede agli anziani feaci di offrire a Ulisse un grande
tripode e un calderone a testa, aggiunge: << a nostra volta preleveremo
dal popolo di che rimborsarci, perché per ciascuno di noi questo esborso
sarebbe troppo pesante >> (Odissea, I3, I4-I5);
- nell'assemblea di Itaca, Telemaco dichiara che preferirebbe vedere i
suoi beni divorati dal popolo piuttosto che dai pretendenti, perché nel
primo caso, a forza di pressioni, potrebbe ottenere un completo risarci­
mento (Odissea, 2., 74-78) ;
- nel canto 2.3, Ulisse spiega a Penelope che egli ricostituirà le sue man­
drie con razzie e grazie ai <<doni degli Achei>> (Odissea, i.3, 357-358);
- infine, quando Eurimaco cerca di convincere Ulisse a rinunciare alla
sua vendetta, dichiara che i pretendenti gli rimborseranno in oro e in
bronzo l'equivalente dei beni che gli hanno consumato; benché il testo
sia incerto, Eurimaco sembra precisare che la somma sarà raccolta fra il
popolo (Odissea, i.i. , 55-58 ) .
In tutti questi passi, la riscossione presso il popolo è destinata a far fron­
te a spese eccezionali o a risarcimenti; in nessuno dei suddetti casi regalie e
prelievi mirano ad accrescere la ricchezza del palazzo, ma soltanto a man­
tenerla. Un unico passo descrive chiaramente i doni del popolo come una
fonte di reddito per il re. Nel canto 9 dell Iliade Agamennone conclude la
'

lista delle riparazioni che offre ad Achille con la promessa di << sette città
L
E soCIETÀ OMERICHE 175

po polose >> : <<uomini ricchi di montoni e ricchi di buoi vi abitano, che


l o on oreranno di offerte come un dio, e sotto il suo scettro pagheranno
trticcuosi tributi >> , letteralmente <<grasse thémistes>> (Iliade, 9, 154-156).
Il significato di "canoni abituali" che ha qui il plurale thémistes si spiega
con uno slittamento semantico frequente in numerose lingue, ma che in
greco compare solo in questo passo. Questo luogo del canto 9 dell Iliade '

è anche il solo in cui i doni fatti ai re siano esplicitamente assimilati alle


offerte per gli dèi. Può essere tuttavia che lo stesso accostamento sia im­
plicito nell'esortazione di Sarpedone a Glauco, la cui sequenza appare a
priori sorprendente (Iliade, 12., 310-314): 1) perché veniamo ossequiati con
posti d'onore, con porzioni di carne e coppe ricolme ? i.) perché laggiù
ci contemplano tutti come degli dèi ? 3) perché godiamo di un témenos
immenso? Interposta tra le coppe di vino e il témenos, la menzione del
rispetto quasi religioso del popolo si spiega forse con il fatto che tale am­
mirazione ha anche risvolti concreti e si esprime mediante offerte.
Il possesso del potere regale è certamente fonte di ricchezza, come di­
chiara Telemaco in modo inequivocabile: <<regnare non è un male: subito
la casa è ben fornita e l'uomo più stimato>> (Odissea, 1, 39i.-393). Tuttavia
gli eroi omerici parlano poco dei doni più o meno spontanei di cui benefi­
ciano i re. Quando non si tratta di un rimborso o di una spartizione delle
spese, essi si limitano ad alludere discretamente all'analogia religiosa (i re
sono <<considerati come dèi >>) che spiega questi doni o la ricchezza che ne
risulta. L'insistenza sulle <<grasse thémistes>> di Iliade, 9, 154-156 costituisce
un'eccezione motivata dal contesto: un re avido cerca di placare un eroe di
cui presume l'avidità con la promessa di importanti profitti.
Percepire dei canoni e ricevere dei doni sono prerogative importanti
dei re omerici, ma, contrariamente alla parte d'onore prelevata dal botti­
no o ai banchetti regali, tali prerogative non sono né affermate né ricono­
sciute di buon grado e paiono costituire privilegi relativamente impopola­
ri. In più, né il lessico utilizzato né l'accostamento con le offerte tributate
agli dèi dissimulano del tutto la brutalità: chiunque ne abbia la forza e
l'im punità può estorcere dei doni, i pretendenti non meno di Ulisse.

li culto degli dèi

Il re, com e qualsiasi padrone di casa, celebra nella propria dimora i sacri­
fici destinati ad assicurare alla famiglia la protezione degli dèi, ma nella
comunità politica di cui è il basiléus ha anche e soprattutto il compito
OMERO E LA STORIA

di vegliare sull'esecuzione di tutti i riti in onore delle divinità; in parti­


colare spett:a a lui far osservare scrupolosamente il calendario religioso.
La negligenza del re espone tutto il popolo a terribili vendette: poiché

Eneo ha dimenticato di offrire un'ecatombe ad Artemide, la dea manda


un grande cinghiale a devastare il paese di Calidone e poi scatena una
guerra intorno alle spoglie dell'animale (Iliade, 9, 533-549).
Il ruolo religioso del re non si limita al compimento dei riti tradizio­
nali. In qualsiasi momento lo giudichi utile ali' interesse generale, egli
può decretare offerte, libagioni o sacrifici eccezionali. Agamennone, ad
esempio, per sedare la peste inviata da Apollo offre al dio due ecatombi,
una presso l'armata achea, l'altra al cospetto di Crise (Iliade, 1, 308-317 ) .
Alcinoo, dopo che la nave &e ha riaccompagnato Ulisse è stata pietri­
ficata, decreta dinanzi ai Feaci adunati di offrire a Posidone dodici tori
scelti per tentare di scongiurare la collera del dio (Odissea, 13, 172.-184).
In tempo di pace come in tempo di guerra, il re gode di una larga facoltà
di iniziativa in fatto di culto divino.
L'offerta o il sacrificio in nome della comunità è sempre un atto col­
lettivo. Il re è circondato dal popolo riunito, soprattutto in occasione
di ecatombi (Iliade, 1, 314-317; Odissea, 3, 5-11), o almeno da un grup­
po di basiléis (Iliade, 2., 402.-418). Gli anziani hanno sempre un ruolo:
spargono sulle vittime grani d'orzo (Iliade, 2., 410) e recitano insieme la
preghiera al dio (Odissea, 13, 185). Nelle formule tradizionali pronuncia­
te durante gli atti sacrificali veri e propri tutti i verbi sono al plurale, il
che significa che in generale più persone partecipano all'uccisione del­
le vittime, alla loro macellazione e alla cremazione delle parti destinate
'

alla divinità. E altresì possibile che il re o l'officiante principale si limiti


talora a presiedere la cerimonia. Soltanto due volte il poeta mostra il
re che sgozza le vittime di propria mano: in occasione della stipula del
patto tra Achei e Troiani (Iliade, 3, 2.71-2.94) e al momento della solenne
riconciliazione tra Achille e Agamennone (Iliade, 19, 2.49-2.68). In en­
trambi i casi il sacrificio sancisce un giuramento: officiando di persona il
re manifesta dinanzi agli uomini e agli dèi che sta impegnando la propria
responsabilità.
L'assenza del re non comporta la sospensione dei riti periodici.
Vent'anni dopo la partenza di Ulisse, il giorno stesso del massacro dei
pretendenti, gli araldi di Itaca guidano un'ecatombe verso il bosco sacro
di Apollo e il popolo è riunito per partecipare al sacrificio (Odissea, 2.0,
2.76-2.78). Anche se i re per via dell'ascendenza divina e per il posses­
so dello scettro sono particolarmente qualificati a officiare il culto delle
L •, .s oCIETA OMERIC HE I77

•.

c�i vin ità, l'esempio di Itaca mostra che essi non sono intermediari indi­
si1e 11sabili tra gli dèi e gli uomini.
Gli anziani e gli araldi sono associati al re nella celebrazione del culto
e 110sso no occasionalmente sostituirlo: per essi, come per il re, funzioni
1 <) l i tiche e funzioni religiose vanno di pari passo.
1

L;1 guerra

Il poeta dell'Iliade descrive nei particolari due negoziati, in cui la posta


i11 gioco è l'alternativa tra la pace e la guerra: l'ambasciata di Menelao
e di Ulisse a Troia prima della guerra (Iliade, 3, 205-224; I I, I38-142) e
1'�11nbasciata dell'araldo troiano Ideo presso gli Achei nel canto 7 (380-
+ 1 2 ) . La procedura diplomatica si può ricostruire come segue:
1 . dinanzi al popolo adunato, dopo il dibattito dei re-consiglieri, il re
decide l' invio di un'ambasciata, definisce il messaggio da trasmettere o
il risultato da ottenere e designa l'araldo o l'ambasciatore;
i.. l'araldo o l'ambasciatore presenta dinanzi ali' assemblea del popolo

destinatario del messaggio l'ultimatum o le proposte che gli sono state


affidate. I re-consiglieri le discutono e il popolo a seconda dei casi tace
ovvero approva o disapprova con le sue grida. Il re decide la risposta.
L'ispezione delle truppe è l'attività militare dei re più frequentemen­
te descritta nell'Iliade. Ciascun re a capo di un contingente raduna i
propri uomini in ordine di battaglia. Agamennone ed Ettore passano
spesso in rassegna la totalità dei rispettivi eserciti per stimolare l'ardo­
re dei guerrieri, incoraggiare i più animosi, rimproverare o minacciare

quelli che vedono attardarsi. Si tratta di una delle occasioni in cui la


potenza del re appare con maggior risalto. Quando Agamennone, nel
can to 2 dell'Iliade, inquadra l'armata pan-achea in vista della ripresa del
combattimento, il poeta lo descrive << simile a Zeus tonante negli occhi
e 11ella fronte, ad Ares nella cintura, a Posidone nel petto>> (478-479).

I>it'1 tardi, allorché gli Achei sono in pieno sbandamento, Agamenno­


n e tenta di aumentare l'efficacia dei suoi incoraggiamenti girando tra le

te n de e le navi con un gran telo di porpora che è al tempo stesso simbolo


lli autorità e talismano che suscita obbedienza (Iliade, 8, 220-22I). Sul
c a mpo di battaglia, il re o il supremo capo dell'armata ha diritto di vita e
di morte su chiunque disobbedisca. Agamennone minaccia di far preda
<< d i cani e di uccelli >> chi scorgerà << intenzionato a restarsene fuori dalla
battaglia >> (Iliade, 2, 391-393).
OMERO E LA STORIA

Durante lo scontro vero e proprio, il ruolo dei re è quanto mai varia­


bile. Contrariamente a quanto comunemente si crede, il combattimen­
to omerico non è soltanto la giustapposizione di una serie di duelli tra
aristocratici di cui i guerrieri del popolo sarebbero semplicemente spet­
tatori. Come ha dimostrato il grecista svizzero Joachim Latacz {19 77,
pp. 116-223 ) , l'andirivieni degli Achei e dei Troiani attraverso la piana di
Troia è prodotto dall' iterazione delle medesime fasi di combattimento
che si susseguono secondo uno schema logico. I due contingenti iniziano
con uno scambio di colpi mentre ancora sono a una certa distanza, poi
alcuni campioni (promakhoi) escono dai ranghi per combattere davanti
alle linee: è il preludio di uno scontro generale corpo a corpo. Anche se
il poeta insiste sulle azioni di alcuni eroi, egli ricorda spesso che si com­
batte e si uccide da un capo ali' altro del campo di battaglia. Questa terza
fase termina quando uno dei due eserciti prende la fuga più o meno in
buon ordine. Spesso, sotto l' impulso di un dio, un guerriero dell'armata
in fuga raggruppa le sue truppe, che si volgono ad affrontare il nemico e
avanzano contro di esso scagliando dardi. E un nuovo ciclo ricomincia.
Questa minuziosa ricostruzione proposta da Latacz è convincente,
ma la descrizione dei combattimenti individuali tra i capi non è soltanto
un procedimento letterario: il poeta insiste sull'effetto di trascinamento
che esercita il comandante cui gli dèi abbiano momentaneamente con­
ferito l'ardore guerriero {il ménos) e un' irresistibile superiorità {il kjdos).
La sorte di un' intera armata dipende spesso dalla aristia di uno solo, vale
a dire dall'eccellenza che egli mostra in azione.
Il miglior guerriero dell 'armata troiana, quello che più spesso la tra­
scina alla vittoria, è incontestabilmente Ettore, il capo supremo. Nell 'ar­
mata achea, al contrario, Achille, Patroclo, Diomede e Aiace sono alla
testa delle truppe più spesso di Agamennone. Il peso militare di un eroe
omerico non è legato né al suo rango né al suo potere, ma dipende dal
valore personale e dal favore divino. Il re supremo non è necessariamente
il combattente migliore.
Oltre alle grandi battaglie campali che coinvolgono la totalità dell'e­
sercito, la guerra omerica implica assedi, imboscate e missioni di spio­
naggio. Il re dirige personalmente queste operazioni o le affida ad altri: è
Achille a conquistare per conto di Agamennone ventitré città alleate di
Troia (Iliade, 9, 325-329 ) Ulisse ha il comando della squadra di guerrieri
,

nascosta nel cavallo {Odissea, 1 1, 524 ) , sono Diomede e Ulisse che si reca­
no come spie nel campo troiano nel canto 10 dell' Iliade Tuttavia, un re
.

che si astenga sistematicamente dagli agguati e dagli assedi rischia di sen-


L E. s" oCIETÀ OMERICHE 179

come Agamennone, di rimanere sempre imboscato.


ci rsi ri mproverare,
Nell a sua esortazione a Glauco, dopo aver ricordato i privilegi materiali di
ctii godono i re di Licia, Sarpedone aggiunge che in cambio è loro dovere
com battere <<nelle prime file dell'esercito dei Lici>> (Iliade, 12, 315)•1.
Non tutti i re omerici hanno un concetto così impegnativo dei loro
doveri militari. Se da un lato il re detiene il comando supremo, decide in
ti I cim a istanza della pace e della guerra, dell'attacco e della ritirata, schie­
ra le eruppe e punisce con la morte i renitenti, dall'altro la sua azione
g tierriera in senso proprio varia molto a seconda degli individui.

La pratica della giustizia

Nel mondo omerico, l'attività giudiziaria è talmente integrata nella vita


quotidiana da servire da indicazione temporale : quando Ulisse riuscì a
scampare a Cariddi, era - ci dice il poeta - <<l'ora tarda in cui il giudi­
ce rientra per cena dall' agord avendo regolato molte liti tra querelan­
ti >> (Odissea, I2, 439-440 ) . Nell'Iliade (I6, 386-387) la fuga dei Troiani
è paragonata ai rovesci di pioggia che Zeus scatena dal cielo quando è
adirato contro gli uomini che << nell 'agord pronunciano con prepotenza
delle sentenze contorte >> .
La giustizia è il privilegio di un piccolo gruppo di aristocratici che si
identifica, a quanto pare, con quello degli "anziani� dei "consiglieri� dei
basiléis. L'esercizio della giustizia è legato al diritto di impugnare lo scet­
trl>: Achille presta giuramento sullo scettro con cui << i figli degli Achei
rendono giustizia e mantengono salde le thémistes in nome di Zeus >>
(Iliade, I, 237-239 ). Giudicare è un segno di status sociale e politico, tan­
tl> che il termine dikaspolos ("giudice del popolo") può essere impiegato
in t1n contesto che non ha nulla di giudiziario: quando Anticlea rassicu­
ra Ulisse sulla sorte di Telemaco, gli dice che egli partecipa << ai banchetti
comuni, cui un giudice del popolo deve attendere >> (Odissea, II, I86).
Altri individui oltre al re possono essere scelti come arbitri e forse
giu dicare delle questioni più importanti dopo aver ascoltato gli anziani.
li re tuttavia gode di uno statuto privilegiato in virtù del suo prestigio e
Sl>p rattut to del suo potere nella soluzione delle d ispute, e la sua sentenza
ha maggiori
possibilità di essere rispettata di quella di un altro.
Quand o Glauco fa l'elogio funebre di Sarpedone, lo encomia per
ave r pro tetto
la Licia con i suoi giudizi e con la sua forza (Iliade, I6 ,
542.). Il re omerico ha il dovere di mantenere la pace civile e la giustizia
180 OMERO E LA STORIA.

presso il suo popolo con rette sentenze e a tal fine è probabile che egli
non si limiti a giudicare delle cause che gli vengono sottoposte, ma che
talora intervenga per imporre una composizione. Il ruolo giudiziario del
re omerico travalica di gran lunga quello di un semplice arbitro.
I poemi omerici alludono spesso all'esercizio della giustiza, ma rara­
mente hanno occasione di descrivere delle controversie nei dettagli. Gli
Amori di Ares e Afrodite cantati da Demodoco nel canto 8 dell' Odissea
ci offrono tuttavia qualche ragguaglio sulla procedura seguita in caso
di adulterio. Efesto, il dio fabbro, ha ideato una trappola per cogliere in
flagrante delitto la sposa Afrodite e il suo amante Ares. Una volta che
la trappola è scattata, Efesto chiama gli altri dèi a testimoni e quindi
esige dal suocero la restituzione degli hédna che ha versato all'epoca del
matrimonio ( 8, 318-319 ) '6• Quanto ad Ares, egli deve pagare a Efesto l' in­
tero compenso (disima panta) previsto dalle norme, e il dio fabbro non
acconsente a liberare il colpevole prima che Posidone si sia fatto garante
del versamento di tale ammenda ( 8, 347-359 ) .

Il passo più importante sulla giustizia nel mondo omerico è la scena


giudiziaria raffigurata da Efesto sullo scudo di Achille (Iliade, 18, 497-
508 ). Senza dubbio la procedura descritta dal poeta era familiare al suo
uditorio e ciò spiega perché il testo sia così vago e dunque così enigmati­
co per noi, ponendoci alcune difficoltà di traduzione.
<<La gente era raccolta nell agord. Era sorta una lite e due uomini di­
'

sputavano sul prezzo di sangue per un altro che era stato ucciso. L'uno
pretendeva di aver pagato tutto [ovvero chiedeva di pagare tutto dichia­
randolo al popolo]; l'altro negava di aver niente ricevuto [ovvero rifiutava
di non ricevere nulla]. Entrambi ricorrevano a un giudice'7 [ovvero a un
testimone] per ottenere una sentenza. La gente gridava in favore dell'uno
o dell'altro, formando in loro sostegno due partiti. Degli araldi contene­
vano il popolo. Gli anziani erano assisi su seggi di pietra polita in sacro
cerchio e tenevano in mano lo scettro degli araldi dalla voce sonora. Con
esso poi'8 si levavano in piedi e sentenziavano a turno. In mezzo, per terra,
erano due talenti d'oro da dare a quello {dei giudici) che fra di essi (i giu­
dici) pronunciasse più retta giustizia [oppure a quello (dei litiganti) che
fra di essi (i giudici) perorasse la sua causa nel modo più retto] >> .
Secondo gli scoliasti antichi e molti commentatori moderni il con­
tenzioso verterebbe su una questione di fatto: l'uccisore ha pagato inte­
gralmente il prezzo del sangue preventivamente convenuto al momento
di una composizione tra le due parti ? Se il tribunale giudicasse che l'uc­
cisore non ha pagato la somma dovuta, il suo avversario riacquisirebbe
L E. s· o C I ETA OMERICHE
'

.1 f1rop rio
diritto di vendetta e la guerra tra le due famiglie, momenta-
1 . . .
.:a111en te sospesa, r1prenderebbe. Questa 1nterpretaz1one s1 armonizza
.

�c11 c conall'epoca
il disegno dell'evoluzione giuridica greca proposto da Gustave
di Omero la famiglia avrebbe conservato intatto il suo
c;Jo tz1 9:
di ritto di vendetta e soltanto alla fine del VII secolo, al tempo della le­
ri sJ,1z ione di Dracone ad Atene, i colpevoli di omicidio sarebbero stati
�r,1dotti dinanzi ai tribunali cittadini.
Tuttavia l'analisi del dettaglio linguistico induce a preferire 1 'altra in­
terpretazione. Inoltre, se si trattasse di una semplice questione di fatto, il
111e zzo più semplice per risolverla sarebbe stato chiedere alle due parti un
gi uramento 10• In particolare, un recente studio comparativo (Westbrook,
1 9 9 2) ha dimostrato che in Oriente fin dal II millennio a.C. i tribuna­
l i i11tervengono spesso nelle cause di omicidio per decidere, a seconda
delle circostanze, se la famiglia della vittima possa esercitare la propria
'

ve11detta o se debba accettare un risarcimento. E dunque verosimile che


nella scena giudiziaria dello Scudo di Achille l'uccisore chieda di pagare
il prezzo del sangue, ma che il parente più prossimo della vittima rifiuti
d i accettarlo per poter dare corso alla vendetta.
I due talenti menzionati alla fine del passo senza dubbio non co­
stituiscono il prezzo del sangue, ché la somma parrebbe estremamen­
te esigua11• Potrebbe trattarsi di un deposito (nel diritto greco classico
p11rakatabolé) destinato al contendente che avrà vinto la causa, o di un
compenso per il giudice la cui sentenza sarà stata la più retta, nel qual
caso al processo tra i litiganti seguirebbe un concorso tra i giudici.
Che vi sia o meno un concorso tra i gérontes, si pone il seguente pro­
ble ma: quando ciascuno degli anziani si è pronunciato, come scegliere
q11ale delle rispettive sentenze avrà valore di giudizio ?
Se la scena si svolgesse in epoca classica, il verdetto risulterebbe for­
rn11 lato nel momento in cui tutti i giudici si fossero pronunciati : la de­

lib era del tribunale sarebbe quella della maggioranza dei suoi membri,
ess en do la sentenza di ciascuno degli anziani equivalente di fatto a un
Vc) tc). Quanto al giudizio in parola, gli scoliasti suggeriscono per il voto
du e possib ili modalità: dopo essersi alzati a parlare con i loro scettri, i
gi ti dici o si spostavano in un luogo differente a seconda del loro avviso,
0 dep onev
ano il loro voto (psephos) nell'urna. Questa interpretazione è
se mplice e seducente, ma è anacronistica e urta contro una seria obiezio­
ne : n ei poemi omerici non si parla mai di voto.
S eco ndo molti commentatori moderni, a decidere della migliore sen­
te n z a
sarebbero le acclamazioni del popolo, ma nella scena giudiziaria
OMERO E LA STORIA

dello Scudo di Achille, nel momento in cui il pubblico si è diviso in due


gruppi, ciascuno a sostegno di una delle parti, una simile modalità di de­
cisione sarebbe quanto mai incerta. Inoltre, se è vero che in assemblea il
popolo applaude o rumoreggia, l'opinione così manifestata non ha mai
di per sé stessa valore deliberativo, e il re può tenerne conto o meno.
La soluzione dell'enigma sta, a quanto pare, nell'istor, il giudice
menzionato al verso 501: dopo aver ascoltato tutti gli anziani egli de­
cide quale sia la sentenza migliore e di conseguenza quale dei litiganti
abbia ragione. Nella scena giudiziaria si ritrova così quella suddivisione
dei ruoli abituale nelle assemblee omeriche: il popolo ascolta, applaude
o rumoreggia, gli anziani esprimono dei pareri, il re decide. Nulla prova
che il giudice, 1' istor, della scena giudiziaria sia un re, ma egli gioca un
ruolo analogo a quello dei re nelle assemblee politiche.
Presso i Feaci, Arete - dice Atena - è onorata dal popolo come una
divinità, e possiede tanta intelligenza e raziocinio che <<ella regola le con­
tese anche tra uomini>> (Odissea, 7, 74). Questo passo suggerisce che la
regina, per via del suo prestigio, fosse talvolta chiamata a dirimere i conflit­
ti. Nella scelta di un arbitro intervenivano al tempo stesso il prestigio del
personaggio e l'importanza della questione. Nella scena giudiziaria dello
Scudo di Achille, la presenza del popolo e la partecipazione degli araldi e
degli anziani conferiscono al processo qui rappresentato un incontesta­
'

bile dimensione politica. L' lstor è stato scelto forse dalle parti (cioè pro­
posto dall'uccisore e accettato dal suo avversariO), ma non è escluso che
un individuo abbia esercitato la funzione giudicante in virtù di un privi­
legio tradizionale e che il ricorso alla sua giurisdizione sia stato imposto
alle parti o dall'opinione pubblica o dall'autorità del giudice stesso. Se si
ammette questa ipotesi, il giudice doveva essere spesso il re... quando la
'

c1tta ne aveva uno.


.

L' ideologia regale

Le due qualità fondamentali del mondo omerico, quelle che assicurano


il maggior prestigio a un re o a un eroe di spicco, sono il coraggio nel
combattimento e la saggezza nel consiglio.
Agamennone, il più regale dei re achei, non è né il più prode né il più
intelligente, e vi è un divario assai netto tra il suo rango di sovrano e le
sue qualità. Egli manca drammaticamente di energia morale. Nel mo­
mento in cui la battaglia sembra volgere al peggio, parla di lasciare Troia
f scJCIETA OMERICHE
L
'

e l�i riprendere il mare (Iliade, 9, 26-28; 14, 65-81): una volta tocca a Dio­
in e opporsi a questi suggerimenti catastrofici, 1' altra a Ulisse. La pri­
de
in •l di queste regali crisi di scoramento avviene in assemblea e gli Achei
prefè riscono applaudire alle energiche parole di Diomede (Iliade, 9, 50-
5 1 ) . L' ironia del poeta ha voluto che i discorsi disfattisti di Agamennone
si•111o presi sul serio solo quando sono pronunciati per finta. Nel canto
2 d e l l ' Iliade il re cerca di <<saggiare >> l'armata e propone il reimbarco

iin mediato allo scopo di suscitare una vigorosa reazione in favore della
riiJ resa dei combattimenti, ma l'Atride ha valutato male lo stato d'animo
del popolo e il << Sottile disegno>> di Agamennone dà luogo a uno sban­
d.1mento generale. Senza l'intervento di Atena, che ordina a Ulisse di
ricondurre gli Achei in assemblea, la guerra di Troia sarebbe finita qui22•
Ettore, il capo supremo dell'armata troiana, ha difetti meno lampanti
rispetto a quelli di Agamennone. Egli è il miglior guerriero di Troia, ri-
1111endo in sé la superiorità di Agamennone e quella di Achille, non ma­
nifesta l'insaziabile cupidigia del re di Micene e non commette alcuna
ingiustizia contro eroi di riguardo. Come Agamennone, tuttavia, manca
di perspicacia. Questo suo tratto caratteriale è messo in netta evidenza
l{al poeta nel parallelo che istituisce tra Ettore e Polidamante. Polida­
mante è 1' hetdiros di Ettore23, nato nella sua stessa notte, ma <<è di gran
lunga superiore nel consiglio come Ettore lo è nella lancia >> (Iliade, 18,
2. 5 2.). Il confronto decisivo tra i due personaggi si ha nel canto 18, allorché
Patroclo è stato ucciso ed è evidente che Achille tornerà in battaglia. Po­
lidamante consiglia di far ripiegare l'esercito dietro i bastioni della città,
1na Ettore respinge brutalmente il suggerimento, rifiuta di riconoscere la
superiorità di Achille e si dichiara pronto ad affrontarlo in campo aperto.
I Troiani acclamano Ettore e ciò, commenta il poeta, è la prova che Atena
ha tolto loro la ragione: <<Essi approvano Ettore, il cui parere è per loro
causa di disgrazia e nessuno sta con Polidamante, che invece dà loro il
b11on consiglio! >> (Iliade, 18, 3 12-313). Nei canti 20 e 21 un gran numero
di Troia ni trova la morte perché il capo supremo ha mancato di intelli­
gen za pratica, di metis. Ettore stesso nel canto 22 riconosce il grave errore
che h a commesso, e se rifiuta di ritirarsi ali' interno delle mura, come lo
su ppl icano suo padre e sua madre, è per evitare le rampogne di Polida-
111 •1 nte e la vergogna dinanzi ai Troiani e alle Troiane, perché ha perduto
i l suo popolo a causa della propria follia (Iliade, 22, 99-107 ) .
Quando Agamennone dinanzi alla disfatta dell'armata achea propone
di ripre ndere il mare, Diomede lo strapazza con queste parole: <<A te il
figlio di Crono astuto ha elargito i suoi doni in stretta misura: ti ha dato
OMERO E LA STORIA

uno scettro onnipotente, ma ti ha rifiutato il valore (alké), che pure è la


forza suprema >> (Iliade, 9, 37-39 ) . Diomede descrive i difetti di Agamen­
none come fossero un prezzo imposto dalla volontà divina in cambio del­
la regalità; egli tuttavia non considera l'avarizia degli dèi verso i re come
una norma generale, ma, al contrario, insinua che Zeus si sia mostrato
particolarmente ingeneroso nei confronti di Agamennone. Polidamante
si spinge oltre ; volendo far prevalere il suo parere su quello di Ettore espri­
me il concetto di una generale, e necessaria, spartizione dei doni divini:
<< Siccome il cielo ha accordato a te più che a chiunque altro le gesta di
guerra, tu pretendi di saperne più degli altri anche in consiglio. Ma tu
non puoi esserti preso tutto da solo: all'uno il cielo accorda le gesta di
guerra, a un altro la cetra e il canto, a un altro ancora Zeus dalla voce pos­
sente mette in petto un valente pensiero (v6ov è<TID.6v, noon esthlon) che
reca il vantaggio e la salvezza di molti>> (Iliade, 13, 7i.7-734 ) . ,X,'
Il tema della spartizione dei doni divini ricorre nell'Iliade in diverse
forme. Nestore, rimpiangendo di non avere più la forza di un tempo,
dichiara che <<gli dèi non concedono mai agli uomini tutte le cose insie­
me>> (Iliade, 4 , 3i.o ) . Quando Ulisse vuole convincere Achille ad aspet­
tare che l'esercito abbia mangiato prima di attaccare battaglia, gli si ri­
volge in questi termini: <<Tu certo sei più forte di me e mi superi di gran
lunga con la lancia, ma io valgo assai più di te quanto a ragione (vo�fLctTt,
noémati) >> (Iliade, 19, i.17-i.19 ) . Nel canto 2.3 Epeo, che si vanta d'essere
il miglior pugile, si rammarica di non essere tra i primi nel combattimen­
to e conclude che non è possibile essere esperti di ogni cosa ( 669-671 ) .
Nel canto i.4, allorché accoglie Priamo venuto a riprendersi il corpo di
Ettore, Achille ricorre alla celebre immagine delle due giare: <<Due giare
sono infisse nel pavimento di Zeus: l'una racchiude i mali, l'altra i beni
di cui egli ci fa dono. Colui al quale Zeus tonante fa una miscela dei suoi
doni, oggi avrà la sfortuna e domani la buona sorte >> ( si.7-530 ) . Come
esempio di questa miscela Achille cita le vite di Peleo e di Priamo.
Il passo più interessante ai fini della nostra indagine si trova nel canto
1, alla fine del racconto della disputa tra Agamennone e Achille. <<Se gli
dèi immortali - dice Agamennone - hanno fatto di Achille un guerrie­
ro, gli ordinano forse per questo di parlare solo per ingiurie ?>> (Iliade, 1,
i.90-i.91 ) . Quest'ultima formula è piuttosto vaga, ma l'Arride ha appena
rimproverato Achille perché pretende <<di comandare su tutti, di essere
di tutti il re, di dare ordini a tutti>> ( i.88-i.89 ), sicché si comprende bene
ciò che vuol dire Agamennone: gli dèi hanno assegnato ad Achille il va­
lore guerriero, ma gli hanno rifiutato la regalità.
LE SOCIETÀ OMERICHE 185

Se si affiancano questi due temi, così spesso sviluppati nell'Iliade _

quello degli errori e dei difetti del re e quello della distribuzione dei doni
del cielo - ne risulta una vera e propria teologia dell' imperfezione regale:
il re, avendo ricevuto l'onore dello scettro, è necessariamente privo di al­
cune qualità essenziali. Questa ideologia regale che enfatizza le mancanze
del re e ne attribuisce la causa alla volontà degli dèi è agli antipodi delle
concezioni orientali o ellenistiche del sovrano "specchio di tutte le virtù''.
I re e i capi militari dell'Iliade, per quanto imperfetti essi siano, non
vedono per questo ricusata la loro autorità. Il potere regale di Agamen­
none è più volte contestato, ma mai scosso durevolmente. In tutto il
corso del poema ricorrono numerose asserzioni e ripetute giustificazio­
ni dell'autorità suprema di Agamennone non solo da parte dell' interes­
sato (ad esempio 1, 174-175; 1, 184-187; 9, 160), il che non sorprende, ma
anche da parte dei più saggi degli Achei, Nestore (1, 277-281; 9, 69) e
Ulisse (2, 203-206). Quest 'ultima apologia dell'autorità monarchica di
Agamennone è particolarmente interessante. Ulisse cerca di contenere
il panico dell'esercito e dà agli uomini del popolo la seguente strigliata:
<<Non è che ciascun acheo può mettersi qui a fare il re: avere troppi capi
a nulla giova. Che uno solo sia capo (koiranos), uno solo sia re (basiléus),
quello cui il figlio di Crono l'astuto ha dato lo scettro>> . In questo ri­
chiamo Ulisse invoca due argomenti. In primo luogo insiste sulla neces­
sità di un'unica autorità militare (koiranos significa etimologicamente
''capo dell'armata"): questa ragione di natura pragmatica va a favore
della monarchia in genere, ma non giustifica il diritto di Agamennone
ad avere il comando supremo. Per affermare quest'ultimo, Ulisse invoca
quindi l'investitura divina: Agamennone detiene il potere su tutti gli
Achei per grazia di Zeus. La timé, l' "onore" del re, è di natura diversa
da quella degli altri eroi: essa non è il riconoscimento sociale di una
superiorità personale e non dipende dalle azioni del re, perché proviene
direttamente da Zeus. Il rispetto del re (aidos) si impone quali che siano
i suoi difetti.
Il re dal canto suo deve esercitare la propria autorità con moderazio­
ne, deve prestare attenzione al parere degli anziani, alcuni dei quali sono
più saggi di lui, e deve curarsi di non offendere i guerrieri migliori di lui.

Diverso è il quadro dell' ideologia regale offertoci dall' Odissea. I re di


questo poema, anziché offrire la miscela di ombre e luci che caratterizza
gli imperfetti re dell'Iliade, o sono cattivi re - nel senso più netto, cioè
re che maltrattano i loro laoi14 o sono re dotati di tutte le virtù. Nei
-
186 OMERO E LA STORIA

bei vecchi tempi prima della guerra di Troia, Ulisse era uno di questi re
perfetti, << saggio, accomodante e dolce >> 's, che <<governava come un pa­
dre >> e << non faceva mai ingiustizia al popolo con azioni o parole>> : Pe­
nelope e Atena si indignano che il popolo itacese non testimoni a Ulisse
alcuna riconoscenza per i benefici di allora ( Odissea, 4, 687-695; 5, 7-12).
In queste nostalgiche rievocazioni, tuttavia, Ulisse non sembra assicura­
re la felicità del popolo se non con la giustizia del suo governo. In un al­
tro passo alla giustizia del re è attribuita la virtù di garantire la fecondità
del suolo : il falso mendicante paragona Penelope a un << re perfetto, che
temendo gli dèi vive secondo giustizia; grazie a lui i neri solchi recano il
grano e l'orzo e l'albero si carica di frutti, la mandria si moltiplica senza
posa, il mare placato dona i suoi pesci e le genti prosperano>> ( Odissea,
19, 109-114).
La vittoria finale di Ulisse mostra in modo lampante il favore degli
dèi alla stirpe di Arcesio, ma è anche e soprattutto il trionfo di un indivi­
duo eccezionale. Ulisse prevale in tutti i campi, per coraggio e per valore
atletico, per resistenza e per intelligenza, su ogni suo avversario.
La gara dell'arco svolge nell' Odissea il ruolo di una prova che abilita
alla regalità: Ulisse dimostra luminosamente di essere il solo a posse­
dere la forza necessaria a un re. Come in molti miti sulla sovranità,
la vittoria nella competizione è seguita dall'eliminazione fisica degli
sfortunati concorrenti e premio del vincitore sono al tempo stesso la
regalità e le nozze con la principessa o con la regina. Il poeta dell' O­
dissea motiva la restaurazione di Ulisse mediante temi tradizionali
relativi alla regalità quali si trovano nel folklore di molte culture, ma
che nell'Iliade sono assai rari. A Ulisse non è bastato beneficiare come
Agamennone di una timé ereditaria, ha dovuto anche dimostrare di
meritarla: la sua regalità si fonda al tempo stesso sulla legittimità dina­
stica e sul valore personale.
La regalità di Ulisse è doppiamente carismatica, perché egli possie­
de qualità eccezionali e perché gode di una particolare protezione divi­
na, assai diversa da quella che gli dèi esercitano sui re dell'Iliade. Ulisse
non beneficia soltanto di un' investitura divina in quanto basiléus, ma
anche del costante aiuto di Atena. Se Atena veglia su Ulisse come un
ddimon tutelare, è perché essa ha simpatia per questo eroe <<dai mille
inganni >> . L'accordo tra l'eroe e la divinità è tale che essi concepiscono
nello stesso momento i medesimi piani e Atena interviene non tanto
per dettare a Ulisse le azioni da compiere, quanto per aiutarlo a realiz­
zare i suoi disegni.
LE SOCIETÀ OMERICHE

L' Odissea come l'Iliade termina con una nota di pacificazione, ma


mentre lì gli dèi intervengono per imporre un compromesso, qui lo fan­
no per sancire il completo trionfo di un individuo regale. L' ideologia
dell' Odissea preannuncia per certi aspetti l'ideologia tirannica.

Tutte le istituzioni e le costumanze omeriche che abbiamo fin qui evo­


cato compongono l'immagine di un mondo coerente e verosimile. Ci
resta da verificare se le società descritte da Omero corrispondano effetti­
vamente a una società reale e a quale periodo della storia greca convenga
riferirle.
6
Omero e la storia

I poemi omerici costituiscono una fonte storica? La questione ha susci­


tato un intenso dibattito ben lungi dall'essere concluso.
Si tende spesso a contrapporre i "naif", i "fondamentalisti" che "cre­
dono'' a tutto ciò che dice Omero, che cercano l'olivo di Itaca alla cui
ombra Ulisse ha conversato con Atena (Heinrich Schliemann) o la grot­
ta di Calipso (Vietar Bérard), e gli spiriti critici che sanno che <<l'Iliade
non è un libro di storia >> (Franz Hampl), che <<Omero è un mentitore >>
(John Chadwick), che la regalità di Agamennone è << una regalità di di­
ritto poetico>> (Giinther Jachmann), o che Ulisse e Telemaco non sono
più reali del re e del principe della favola di Cenerentola (A. G. Geddes) '.
Questa rappresentazione polemica del dibattito non rende giustizia
alla complessità del problema. Quando si dice che i poemi omerici sono
innanzitutto opere di finzione e che non v'è alcuna ragione di conside­
rarli testimonianze storiche più fedeli delle tragedie di Shakespeare, si
usa un argomento reversibile: le tragedie di Shakespeare forniscono una
testimonianza assai preziosa sulle concezioni del potere nell' Inghilterra
elisabettiana.
La distinzione tra "finzione'' e storia, inoltre, non è pertinente a pro­
posito dell'epos tradizionale. Il cantore sostiene di narrare le imprese re­
almente compiute dagli eroi del passato, e l'ascoltatore si aspetta di udire
un racconto "veridico" su personaggi che gli sono familiari in guerre già
celebrate da altri poemi tradizionali. Ogni poeta amplifica secondo la
sua ispirazione aggiungendo dettagli "veri", ma deve evitare qualsiasi in­
novazione che possa suscitare l'incredulità del pubblico. Il margine di
libertà del narratore varia a seconda delle tradizioni, così come il tasso di
deformazione dei racconti. Il poeta e il suo uditorio sono convinti che
gli eroi del passato fossero differenti dagli "uomini d'oggi" - più grandi,
p iù belli, più forti, più ricchi -, ma tendono altresì a reinterpretare il
loro comportamento in funzione dei costumi, dei valori e delle credenze
OMERO E LA STORIA

della propria epoca. I poemi omerici recano il segno di tutti i secoli della
loro lunga genesi, dal passato miceneo - o perfino pre-miceneo - fino ai
secoli IX e VIII che ne hanno visto la fissazione nelle due monumentali
epopee.
Se la civiltà greca ci fosse nota soltanto attraverso i poemi omerici,
sarebbe impossibile discernere gli elementi antichi da quelli recenti, e
quelli antichi reinterpretati alla luce delle nuove concezioni: le specu­
lazioni sulla "stratigrafia" dei poemi sarebbero altrettanto arbitrarie e
fragili delle teorie analitiche sulla loro composizione. Per nostra fortuna
possediamo alcuni elementi di comparazione: l'archeologia e i testi in
Lineare B per l'epoca micenea, dati archeologici in rapido aumento per
la cosiddetta Età Oscura, e soprattutto una documentazione archeolo­
gica, epigrafica e letteraria piuttosto abbondante per la fine dell'epoca
arcaica e per l'epoca classica. Curiosamente tra il mondo omerico e la
Grecia classica si tende a postulare a priori una distanza così ampia, che
solo di rado ci si è preoccupati di mettere a confronto i testi omerici con
la civiltà d'età classica.
Tale confronto non può fornire solide indicazioni se non previa rac­
colta e analisi dell' insieme dei dati omerici. In prima istanza, allo storico
si impone la regola di Aristarco: << spiegare Omero con Omero>>.
Come si è mostrato nei capitoli precedenti, il quadro che emerge dai
poemi omerici è di notevole coerenza. Essa non comporta che le società
descritte rispondano a un unico modello storico, antico o recente che sia,
ma sta a significare che il susseguirsi di interpretazioni di numerose gene­
razioni di aedi è giunto a creare un amalgama pressoché perfetto.
In alcuni casi, le tracce di reinterpretazione sono visibili. Lo scambio
di doni tra Diomede e Glauco (Iliade, 6, 234-236) sorprende per la sua
dissimmetria: Glauco offre un'armatura d'oro del valore di cento buoi
e ne riceve una di bronzo del valore di nove. La sola spiegazione che
trova il poeta per il gesto di Glauco è che Zeus gli ha rubato il senno.
Si può supporre, sulla base di numerosi paralleli etnologici, che in una
versione anteriore dell'episodio, Glauco traesse vantaggio dalla superio­
rità del suo dono legando Diomede a un obbligo nei propri confronti. Il
maestro dell'Iliade ha conservato questo singolare scambio, ma, essendo
scomparsa l'antica concezione del dono, ha dovuto proporre una nuova
spiegazione, di fatto poco convincente. Senza dubbio, gli antichi episo­
di concernenti usi divenuti obsoleti sono stati progressivamente omessi,
o il poeta è riuscito a dar loro giustificazioni nuove e apparentemente
naturali.
O MERO E LA STORIA

Nell'amalgama dei poemi, le parti corrispondenti ai diversi periodi e i


mezzi utilizzati dalla tradizione epica per conciliarli tra loro variano a secon­
da dei testi e dei soggetti. Potremo constatarlo esaminando in successione gli
eventi celebrati da Omero, la civiltà materiale e la società che egli descrive.

Vi fu una "guerra di Troia" ?

Tale domanda, che ha dato il titolo a un celebre dramma di Jean Girau­


doux', continua ad alimentare appassionate discussioni. Dopo gli scavi
di Hissarlik compiuti da Heinrich Schliemann nel I870, nuove scoperte
hanno periodicamente riacceso il dibattito, le cui implicazioni spiegano la
vis polemica che lo contraddistingue: la più venerabile di tutte le tradizio­
ni greche ha un fondamento storico? Il lessico utilizzato è spesso quello
della fede: gli uni "credono� gli altri "non credono" alla guerra di Troia.
L'archeologo americano Cari W. Blegen dal I932 al I938 ha condotto
a Troia scavi assai metodici, i cui risultati ha presentato con molta preci­
sione e prudenza. Nondimeno, il suo libro di sintesi Troy and the Trojans
inizia con un capitolo su Troy and the Homeric Poems, in cui egli approva
vigorosamente i filologi che sostengono la storicità della guerra di Troia
con queste conclusioni: <<Non si può dubitare, considerando lo stato
attuale delle nostre conoscenze, del fatto che ci fu nella storia una vera
guerra di Troia in cui una coalizione di Achei, o Micenei, sotto la guida
di un re di cui si riconosceva la sovranità, combatté contro il popolo di
Troia e i suoi alleati >> 3• Questa "verità storica" guida Blegen nella sua
interpretazione dei dati archeologici; ecco la cronologia da lui proposta
per le successive cittadelle venute alla luce a Troia:

Cronologia del sito di Troia secondo Cari W. Blegen

Troia I 3000-:z.500 a.e.


Troia 11 :z.500-:z.:z.oo
Troia 111 :z.:z.oo-:z.050
Troia IV :z.050-1900
'Troia v 1 900-1800
Troia v1(a-h) 1 800-1300
Troia v11a 1300-1:z.60
Troia v1Ib1 1 :z.60-1 190
Troia v11b:z. 1 190-1100
Troia VIII 700-
OMERO E LA STORIA

Per la fine dell'Età del Bronzo le indicazioni tratte dalla ceramica micenea d' im­
portazione sono le seguenti (la ceramica locale è di più difficile datazione): lo strato
Troia v1h comprende soprattutto ceramica H R 111 A (cfr. tabella a p. 34 ) , lo strato
v11a soprattutto ceramica HR 111 B, lo strato v11b1 soprattutto HR 111 c. La ceramica
suggerisce dunque che la cronologia di Troia VII a coincida con l'apogeo dei palazzi
micenei, e la sua distruzione con la più importante ondata di calamità che colpì i
regni m1cene1.
• • •

Blegen giustifica la data molto più alta che egli attribuisce alla fine di Troia VII a
con indizi archeologici assai tenui: l' impressione che Troia VIIa sia durata per una
sola generazione e la presenza di qualche coccio H R III B nello strato successivo, Troia
v11b1. Si intuisce che Blegen ha scelto questa datazione alta perché essa si concilia più
facilmente con l' idea di una spedizione micenea a Troia condotta da regni prosperi
e potenti. Troia v1h fu distrutta da un terremoto e Troia v11a da un incendio - ma
un incendio può ben essere accidentale; Blegen ritiene che se i Troiani di Troia v11a
hanno interrato numerose giare nel pavimento delle loro case fu per fare provviste in
vista di un lungo assedio; egli aggiunge che nello strato Troia v11a si sono trovati una
punta di freccia e dei cadaveri che non paiono essere stati seppelliti.

Blegen ha dunque interpretato i dati archeologici in funzione delle


tradizioni sulla guerra di Troia, il che gli ha consentito di dichiarare in
seguito che l'archeologia conferma la tradizione e che Troia v11a è certa­
mente la sfortunata cittadella di cui Omero ha cantato l' assedio4•
In una serie di studi che suscitarono grande scalpore, Moses I. Finley
ha sottolineato la fragilità dell'argomentazione di Blegen1• Egli ricorda
innanzitutto che, là dove disponiamo di cronache e di documenti d'ar­
chivio, appare chiaro che le tradizioni epiche hanno sottoposto la storia
a sensibili deformazioni. La Chanson de Roland ad esempio ha trasfi­
gurato una scaramuccia con dei Baschi cristiani a Roncisvalle in una
grande battaglia contro i Saraceni; i poemi tradizionali serbi presentano
come un traditore colui che fu il principale alleato del principe Lazar
nella battaglia del Campo dei Merli, Vuk Brankovié.
L' interpretazione più ''economica'' dei dati archeologici secondo
Finley è che Troia v11a sia stata distrutta contemporaneamente a molti
siti micenei dagli stessi predoni provenienti da Nord. Fu la partecipazio­
ne di qualche banda di Achei a queste operazioni a costituire il punto di
partenza della tradizione epica. Finley insiste altresì sulla sproporzione
tra la Troia omerica <<dalle ampie strade >> e la piccola cittadella indagata
da Schliemann e Blegen.
Su quest'ultimo punto i nuovi scavi condotti da Manfred Korfmann a
partire dal 1982 hanno invece confermato la tradizione epica: Korfmann
oM ERO E LA STORIA 193

e la sua équipe hanno rinvenuto tracce di fortificazioni che racchiudevano


Lina città di grande estensione, più vasta di Micene6• La città fortificata
lf i Troia aveva una superficie assai inferiore a quella delle grandi capitali
orientali come Assur o la Hattusa degli Ittiti, per non parlare di Babilo-
11ia, ma le sue dimensioni dovevano impressionare i Micenei. La fortezza
scavata da Schliemann e Blegen non era che una rocca all' interno della
città, forse riservata alla famiglia reale e ad alcuni dignitari: la pianta mes­
sa in luce dagli scavi di Korfmann corrisponde al tempo stesso a uno sche-
111a urbano diffuso in Oriente e alla descrizione del!' Iliade, che distingue
[;1 città fortificata di Troia e la rocca di Pergamo. I dubbi espressi da Stra­
L1one (Geografia, 13, 1, 25-26) sulla localizzazione di Troia non appaiono
i1iù giustificati: contrariamente a quanto afferma il geografo greco7, sotto
[;1 Ilio greco-romana, nel luogo che oggi porta il nome turco di Hissarlik,
vi fu nell'Età del Bronzo una città di grandi dimensioni.
La tradizione epica deforma gli eventi che narra, ma pare conservare
;1[meno parzialmente il quadro politico in cui si collocano le imprese
cantate. La Chanson de Roland non ha inventato né il regno di Carlo
Magno né la dominazione araba in Spagna nell'vIII secolo né la spedi­
zione iberica del sovrano franco nel 778. Nel!'epopea serba il tradimento
erroneamente attribuito a Vuk Brankovié si spiega forse con il fatto che
il personaggio dopo la sconfitta passò dalla parte dei Turchi.
Circa l'egemonia che le tradizioni sulla guerra di Troia attribuiscono
al re di Micene, i documenti ittiti del XIV e del XIII secolo recano infor-
111azi oni interessanti. Ventuno testi degli archivi reali ittiti di Boghaz­
Koi, in Anatolia centrale, nominano effettivamente un regno di Ahhi­
jawa che si deve probabilmente identificare con il paese degli Achei. La
i1 ri ma menzione risale al regno di Suppiluliuma (1380-1346 a.C.): un'e­
siliata di rango, probabilmente la regina, è inviata nel paese di Ahhijawa.
Sorto il regno di Mursilis II (1 345-1315 a.C.) una tavoletta oracolare ci
i11forma che il << dio di Ahhijawa >> è stato invocato per ottenere la guari­
gion e del re. Un poco più tardi una serie di tavolette evoca un aspro con­
ten zioso tra il re degli Ittiti e il re di Ahhijawa soprattutto nella regione
<l i Millawanda, forse Mileto� Ecco il testo di una lettera indirizzata dal
sc)vrano ittita al re di Ahhijawa verso il 1300 a.C.:

Devo deplorare la condotta insolente e sleale di un certo Tawagalawas. Noi sia­


mo venuti in contatto nella terra di Luqqa ed egli mi ha proposto di diventare
vassallo dell ' impero ittita. Ho accettato e ho inviato un funzionario del più alto
rango per condurlo alla mia presenza: egli ha avuto l'ardire di lamentarsi che il
rango di questo funzionario non era abbastanza elevato, ha insultato in pub-
194 OMERO E LA STORIA

blico il mio ambasciatore e ha preteso di essere proclamato re vassallo lì su due


piedi senza formale colloquio. Benissimo: gli ordino che, se desidera diventare
uno dei miei vassalli, mi assicuri che nessuna delle sue truppe si trova a llayan­
da... Poiché le truppe di Tawagalawas combattevano a fianco dei miei nemici,
io infliggo loro una sconfitta, faccio molti prigionieri e devasto il territorio, ma
risparmiando scrupolosamente la fortezza di Atrija in virtù del mio trattato con
VOI.

È allora che un personaggio ittita di nome Piyamaradus sottrae i miei set­


temila prigionieri e si rifugia nella vostra città di Millawanda. Io gli ordino di
tornare ed egli disobbedisce. lo vi scrivo. Voi mi inviate un messaggio astioso,
senza omaggi e senza doni, per comunicarmi che avete ordinato al vostro rap­
presentante a Millawanda, un certo Atpas, di consegnarmi Piyamaradus. Poi­
ché nulla di tutto ciò avviene, vado io stesso a cercarlo. Entro nella vostra città
di Millawanda perché ho qualcosa da dire a Piyamaradus e sarebbe bene che i
vostri sudditi laggiù udissero il mio discorso. Ma la mia visita non ha successo.
Chiedo di Tawagalawas : "non c 'è". Vorrei vedere Piyamaradus : "si è imbarca­
to� Voi mi indirizzate al vostro rappresentante Atpas: scopro che egli stesso e
suo fratello sono sposati alle figlie di Piyamaradus; è poco probabile che essi
mi diano soddisfazione o che vi trasmettano un resoconto imparziale di que­
sta faccenda, benché abbiano avuto il piacere di ascoltare il discorso che avevo
preparato per loro suocero e benché mi abbiano promesso con giuramento di
farvi un rapporto veridico. Nel frattempo io ricevo da parte vostra un messaggio
estremamente insolente, di un tono ammissibile soltanto tra pari, che mi vieta
di portare via Piyamaradus da Millawanda.
Ora ho da farvi una proposta: consegnatemi Piyamaradus e vi prometto che
non subirà alcunché di male. Invierò in cambio come ostaggio un alto digni­
tario della corte ittita parente per matrimonio della regina mia sposa. Se addi­
vengo a un accordo soddisfacente con Piyamaradus, va bene; altrimenti, lo ri­
manderò nelle vostre terre sano e salvo e voi terrete il mio regale ostaggio fino a
quella data. Siete informato dei maneggi di Piyamaradus ? è con il vostro placito
che egli dice che lascerà sua moglie e la sua famiglia sotto la vostra protezione e
incidentalmente i miei settemila prigionieri mentre farà continue incursioni nei
miei territori ? Chiedetegli di scegliere: che si insedi pacificamente nel vostro
paese o che torni nel mio. Non permettete che Ahhijawa sia utilizzato come
base di operazioni contro di me.
Voi e io siamo amici. Non v'è stata disputa tra di noi da che siamo pervenuti
a un accordo a proposito di Wilusa: tutta la colpa allora era da parte mia, e io
vi prometto che ciò non si ripeterà. Per quanto concerne la mia occupazione
militare della vostra città di Millawanda vogliate considerarla come una visita
amichevole. Sono desolato che in passato abbiate avuto occasione di accusarmi
di aggressività e di messaggi sco�tesi: ero giovane allora e trascinato dal fuoco
dell'azione. Potrei aggiungere che anch'io ho ricevuto da parte vostra parole
offensive. Suggerisco che la colpa non gravi su di noi, ma sui nostri messaggeri:
OMERO E LA STORIA 19 s

giudichiamoli, tagliamo loro la testa, mutiliamo i loro corpi e viviamo per l' av­
venire in perfetta amicizia8•

Una lettera di Tudhaliyas IV (126 s -1239 a.C.)9 ci offre indicazioni inte­


ressanti ancorché ambigue sul rango del re di Ahhijawa. Il sovrano rim­
provera il re di Amurru in Siria di non rispettare le forme che si addico­
no a un vassallo e gli fornisce una lista limitativa <<dei re che sono pari ai
re degli Ittiti>> : il re d'Egitto, il re di Babilonia, il re d'Assiria e infine il
re di Ahhijawa. L'ultima menzione è stata cancellata: il re di Ahhijawa
è evidentemente potente e ciò spiega l'esitazione dello scriba, ma la can­
celleria ittita rifiuta di riconoscerlo come un pari.
Negli archivi ittiti si parla solo di un paese di Ahhijawa e di un re di
Ahhijawa. Questi re potenti e intraprendenti dei testi ittiti sono i signori
'

di Micene ? E soltanto un'ipotesi, tanto più probabile in quanto il regno


di Ahhijawa sembra trovarsi lontano verso ovest, al di là dei mari, fuori
della portata degli eserciti ittiti. Per chi conosca la storia greca classica e
le successive egemonie di Atene, di Sparta, di Tebe e della Macedonia,
è ragionevole supporre che alcuni re micenei in determinati momenti
abbiano esercitato una qualche forma di autorità sugli altri. Ben inteso,
nulla prova in alcun modo che una tale egemonia sia stata sempre eser­
citata dai re di Micene. Tutto ciò che per il momento si può affermare è
che il sito di Micene si distingue da tutti gli altri per i cerchi di tombe a
fossa e per una serie di nove grandi tholoi.
Direttamente o indirettamente il re degli Achei conduce ripetute cam­
pagne in Anatolia. Periodi di occupazione micenea sembrano essere atte­
stati a Mileto, forse alternandosi con periodi di dominazione ittita. Inol­
tre, la menzione negli archivi di Pilo di gruppi di artigiane designate come
''Milesie", "Cnidie� "Lemnie", "di Chio'', "di Zefira" (cioè di Alicarnasso)
indica forse che queste donne, o le loro madri o le loro nonne, furono
catturate in occasione di incursioni achee sulle coste dell'Egeo orientale'0•
Ricapitoliamo. Troia è una potente cittadella; i Micenei hanno una
forma di unità politica e hanno condotto spedizioni in Anatolia. Su nes­
sun o di questi punti fondamentali Omero è un "mentitore" '. La tradi­
zio ne epica sembra aver conservato un ricordo abbastanza fedele della
situazione politica alla fine dell'Età del Bronzo nelle sue grandi linee.
Possiamo andare oltre e dichiarare che Troia VIIa fu assediata e conqui­
stata da una coalizione di principi achei ?
Alcune delle obiezioni formulate sono assai deboli, Per quanto con­
cerne le cause della spedizione, si ha torto a considerare il ratto della
OMERO E LA STORIA

bella Elena come un motivo puramente folklorico. Lo storico olandese


Hans van Wees (199i., p. 160) ricorda la conversazione di un antropolo­
go americano con un capo indiano n;l 1944: << Perché siete in guerra con
i tedesch i ? - chiese quest'ultimo - perché vi hanno rapito delle don­
ne ?>>. Nelle società tradizionali gli uomini hanno guerreggiato più spes­
so per sottrarre o recuperare donne che per ragioni economiche come
ad esempio il controllo della via dello stagno, causa della guerra di Troia
secondo gli storici "seri". Quanto all'argomento, spesso invocato, secon­
do cui i Micenei non potevano inviare una spedizione contro Troia in un
momento in cui essi stessi erano minacciati, esso è as�ai esile: ragionando
così, si dovrebbe dichiarare che la spedizione in Sicilia del 415 a.C. non
ebbe luogo, perché all'epoca gli Ateniesi erano impegnati in un lungo
confl i tto con i loro nemici nella Grecia propriamente detta, con i quali
avevano concluso soltanto una pace assai precaria. In generale, si può
dire che le potenze minacciate sono spesso particolarmente aggressive.
Guerre d'assedio e di rapina simili alla guerra troiana della tradizione
epica ebbero certamente luogo alla fine del Bronzo Recente, condotte
'

sia dai Micenei che da altri popoli. E possibile che i Luvii e gli Ittiti aves-
sero già cantato una guerra di Troia nel XIII secolo. E quanto suggerisce
,

il titolo di un poema luvio la cui recitazione era inserita in un rituale itti­


ta: << Quando essi tornarono da Wilusa scoscesa ... >> ''. Può accadere che i
popoli scelgano di celebrare la propria sconfitta (tale fu il caso dei Serbi
a proposito della battaglia di Campo dei Merli nel Kosovo), ma è più
frequente che essi cantino una vittoria. L'epopea luvia celebrava la presa
di Troia da parte di un altro popolo anatolico o la vittoria dei Troiani
che riuscirono a respingere gli aggressori achei ? Si sa che Egizi e Ittiti
celebrarono entrambi la battaglia di Qadesh, del 1300 a.C. circa, come
un trionfo. Se una guerra di Troia era già celebre in Anatolia nel XIII
secolo, non è escluso che la tradizione epica greca su di essa abbia avuto
a sua volta inizio prima della distruzione della cittadella di Troia v11a1•.
L'evento preciso attorno al quale si è cristallizzato il ciclo troiano ri-
mane incerto. E possibile che la tradizione epica greca abbia immaginato
,

la guerra di Agamennone e di Menelao per recuperare la bella Elena a


partire da tre elementi reali: la vasta Troia, l'egemonia di Micene e le
numerose spedizioni di saccheggio condotte dai Micenei in Anatolia.
Non si può nemmeno escludere che gli aedi greci si siano appropriati di
una guerra di Troia precedentemente cantata da aedi orientali, modifi­
cando a proprio vantaggio le circostanze, i soggetti belligeranti e l'esito
del conflitto.
o MERO E LA STORIA 197

La cultura materiale

I primi scavi di Schliemann a Micene, in particolare quelli del Circo­


lo A, hanno riportato alla luce reperti eccezionali, sorprendentemente
simili a oggetti descritti con grande precisione da Omero: l'elmo fatto
di denti di cinghiale (Iliade, 10, 261-265) o la celebre coppa d'oro dalle
anse sormontate da colombe che corrisponde quasi esattamente a quella
di Nestore (Iliade, 1 1, 632-635). Questi spettacolari ritrovamenti hanno
indotto taluni a concludere che la tradizione epica avesse conservato un
ricordo preciso della cultura materiale del mondo miceneo e perfino del
suo periodo iniziale11• Non potendo questi pochi esempi dar adito a ge­
neralizzazioni, molti specialisti di Omero hanno a lungo cullato la spe­
ranza che i progressi dell'archeologia consentissero prima o poi di datare
i diversi usi descritti dal poeta e fornissero così dei "criteri cronologici
oggettivi" per datare lo stesso Omero.
Confronti sistematici tra testi omerici e dati archeologici sono stati
condotti a più riprese'4, ma comparare la testimonianza dei poemi con
ciò che emerge dagli scavi è meno semplice di quanto si potrebbe cre­
dere'1. Certo, Omero era celebrato dalla critica antica come un virtuoso
11elle descrizioni degli oggetti (ekphrdseis), ma esse, pur mostrandoci con
tanta evidenza armi, vesti, tripodi e vasi, hanno poco in comune con le
schede di un catalogo museale. Inoltre, più che descrivere il poeta evoca,
e le sue evocazioni non sono sempre realistiche.

L'arte del poeta dell' Odissea fa sì che l'ascoltatore e il lettore adottino


spontaneamente il punto di vista di Ulisse sul proprio palazzo: i luoghi
paiono loro familiari, nessuna stranezza viene a turbare la loro attenzio­
ne mentre ascoltano il racconto del massacro. In compenso, allorché si
tenta di tracciare su un foglio di carta la pianta del palazzo di Itaca ci si
trova in gravi difficoltà: come si scende nella stanza del tesoro, dove è
situata la scala che conduce agli "appartamenti", o semplicemente alla
camera, di Penelope, o dove si trova la famosa stanza nuziale di Ulisse
costruita intorno al tronco di un ulivo ?
I funerali descritti con maggior dovizia di dettagli sono quelli di Pa­
troclo, ma non è facile in essi distinguere gli elementi rituali consueti
da quelli eccezionali. Il confronto con altre esequie narrate più breve­
mente nel corso dei poemi consente di affermare che l' incinerazione dei
defunti è una regola pressoché generale. c 'è tuttavia un passo che vie­
Ile spesso interpretato come un'allusione a una pratica di inumazione:
quando Agamennone teme che il fratello possa soccombere alla ferita
OMERO E LA STORIA

inflittagli da Pandaro, lamenta che la terra di Troia << farà imputridire le


ossa >> di Menelao (Iliade, 4, 174) e che i Troiani salteranno di gioia sulla
sua tomba. L'incinerazione omerica, però, brucia le carni senza ridurre
a cenere le ossa: in un moto di macabra esagerazione Agamennone può
benissimo immaginare che le ossa cremate del fratello, benché collocate '

in un'urna, finiscano per imputridire vittime dell'ostile terra troiana. E


dunque ragionevole ammettere che gli eroi omerici pratichino stabil­
mente l'incinerazione.
Se si accetta questa interpretazione, all' interno del testo di Omero
si rileva una certa uniformità del rituale funerario, ma non v 'è alcuna
coincidenza tra le descrizioni omeriche e le inumazioni micenee nelle
tholoi o nelle tombe a camera d'uso collettivo. Le similitudini con certe
sepolture del periodo dell'Età Oscura sono più nette, ma non v'è mai
un'esatta corrispondenza. L'eroe di Lefkandi è cremato e collocato in
un'urna di bronzo, ma la donna che l'accompagna nella morte è inuma­
ta. Inoltre, non si può dire con certezza se sia la tradizione epica a essersi
ispirata agli usi di un determinato periodo o se al contrario sia essa ad
aver fornito il modello ad aristocratici desiderosi di prestigio.
Il pubblico che ascoltava l'Iliade o l' Odissea sapeva che alcuni usi
dell'età eroica differivano da quelli della propria epoca, e gli stessi aedi
badavano a non commettere stridenti anacronismi. Essi non potevano
tuttavia astrarsi totalmente dalla cultura materiale che era loro f; ilia­
re e dovevano farvi riferimento per essere compresi. Notevole a esco
proposito è la situazione mista che concerne l'uso del ferro: le armi degli
eroi sono generalmente di bronzo, tuttavia il poeta non si limita a evoca­
re il ferro nelle similitudini ( il che marca la distanza tra il tempo andato
e l'epoca presente), ma menziona anche con una certa frequenza utensili
di ferro. Il quadro che ne risulta è coerente, ma non corrisponde alle
usanze di alcun momento storico.

Società omeriche e società storiche

I carri

I carri rivestivano una grande importanza nel mondo miceneo16: essi ga­
rantivano comunicazioni rapide (si sono rinvenute numerose tracce di
strade micenee) e consentivano al palazzo di controllare il territorio e
di intervenire rapidamente in caso di pericolo. Non possediamo alcuna
o M ERO E LA STORIA 199

diretta attestazione di battaglie di carri nel mondo miceneo, ma è vero­


simile che i Micenei avessero mutuato dai loro vicini anatolici la tecnica
di squadroni compatti di carri lanciati alla carica a gran velocità.
Gli aedi delle epoche successive sapevano che i grandi guerrieri dei
rempi eroici disponevano di carri, ma non avevano più alcuna idea del
loro impiego militare. I soli che essi conoscevano erano i carri da corsa
e quelli da parata, quali si vedono sui vasi geometrici nelle rappresenta­

zioni dei cortei funebri. Essi hanno dunque immaginato che gli eroi uti­
lizzassero il carro come semplice mezzo di trasporto per spostarsi da un
capo ali'altro del campo di battaglia, ma che poi balzassero a terra al mo­
mento di combattere {un commentatore ha equiparato i carri omerici a
dei taxi ) . Lo storico inglese Peter A. L. Greenhalgh {1973) ha avanzato
L1n' ipotesi ingegnosa, secondo cui il poeta dell'Iliade avrebbe attribuito
al carro la funzione che alla sua epoca aveva la cavalleria montata, la cui
importanza, però, è tutt'altro che sicura nel IX e nell'v111 secolo. Può
essere, assai più semplicemente, che le descrizioni omeriche testimonino
lo sforzo di inserire il carro, che è un ricordo miceneo, nella tattica di
fanteria familiare al pubblico.

L'organizzazione economica

La tradizione epica, in compenso, non ha conservato alcun ricordo del


sistema economico miceneo né di quel tipico ruolo centrale di riscos­
sione e redistribuzione esercitato dal palazzo. Per spiegarlo non basta
;1ppellarsi alla reciproca estraneità delle testimonianze e affermare che
un poema epico non parla di contabilità. Alla fine dell' Odissea, un fedele
intendente avrebbe potuto presentare una serie di conteggi scritti con
l'ele nco dei danni inflitti ai beni di Ulisse dal saccheggio dei pretendenti
senza che l' intreccio ne fosse turbato o diminuita la dignità del raccon­
to. Se Omero non parla mai né di scribi né di contabilità non è perché

vuole dissimulare gli aspetti poco eroici della società micenea, ma per­
ché non ne ha alcuna nozione.
Vi sono alcuni elementi, però, su cui tra le indicazioni dell' Odis­
sea e quelle degli archivi micenei è possibile una comparazione. Nel

p alazzo di Itaca e in quello di Alcinoo, in Feacia, figurano cinquanta


an celle'7 occupate a tessere e a macinare il grano, mentre il palazzo mi­
ceneo di Pilo controlla almeno ottocento lavoranti destinate a compiti
tnolto specializzati. Le mandrie di Ulisse, la cui consistenza è com-
200 OMERO E LA STORIA

promessa dai banchetti dei pretendenti (che esigono una o due bestie
al giorno), probabilmente non contavano più di due o tremila capi:
pochi, a confronto con i centomila montoni del re di Cnosso. Queste
differenze di scala rinviano a sistemi assai diversi: il palazzo miceneo
è un grande centro di produzione che controlla una parte consistente
dell'attività economica del regno ed esegue rilevanti prelievi fiscali; il
palazzo omerico non è che un oikos aristocratico: più ricco degli altri,
ma della stessa natura.
Il poeta parla sempre del tesoro (thdlamos) in modo generale e mai
dei numerosi magazzini in cui i diversi prodotti sarebbero stati conser­
vati separatamente come avviene nei palazzi micenei. Poiché egli celebra
così spesso la ricchezza dei re, il suo silenzio sui magazzini sarebbe sor­
prendente se egli ne avesse conosciuto l'esistenza. Il palazzo di Ulisse
con il suo mucchio di letame davanti alla porta (Odissea, 17, 297-299)
assomiglia più a una fattoria fortificata che a quei grandi centri di pro­
duzione e di stoccaggio che sono i palazzi micenei.

Le usanze matrimoniali

Del matrimonio nel mondo miceneo non sappiamo nulla, mentre cono­
sciamo bene le usanze matrimoniali della Grecia classica. Il matri°1onio
omerico e quello greco classico presentano un certo numero di pu ti in
comune: in entrambi si tratta di una transazione tra due uomini, il p dre
e il futuro marito, mentre la donna è un' inferiore sottomessa per tutta la
vita ali' autorità di un kjrios, che al momento del matrimonio passa dalla
tutela del padre a quella del marito. V 'è tuttavia totale opposizione su
un aspetto fondamentale: nei poemi omerici è il futuro marito a versare
degli hédna al padre della sposa, mentre in epoca classica è il padre a ver­
sare una dote (proix). Questi due diversi tipi di matrimonio conoscono
numerosi paralleli in tutto il mondo.
I costumi matrimoniali descritti da Omero in modo assai coerente
corrispondono senza dubbio alla realtà contemporanea al poeta; tali
costumi si sono trasformati tra l'alto arcaismo e l'epoca classica, ma
di questo mutamento ignoriamo sia la data che le ragioni. Esso è forse
legato all'emergere della città ? La spiegazione è troppo vaga per essere
convincente. Quel che è sicuro è che si passa da una società in cui la
donna è considerata una ricchezza a una in cui è considerata come un
peso'8•
oME RO E LA STORIA 2.01

La vita politica

I poemi omerici descrivono un sistema politico perfettamente coerente e


;1ss ai verosimile. Leggendo Omero si ha l'impressione che a una qualche
epoca in Grecia le decisioni politiche si prendessero esattamente così. Si
può pensare che questa impressione di realtà non sia che un' illusione,
testim one soltanto della genialità del poeta: per fornire uno sfondo alle
imprese dei re e degli eroi dell'epopea, Omero avrebbe mescolato vaghi
ricordi delle monarchie micenee a elementi attinti alle città arcaiche ad
altri ancora inventati di sana pianta.
Alcuni tratti dell'organizzazione sociale e politica dei poemi sono
così strettamente connessi alla struttura narrativa dei racconti trasmessi
dalla tradizione epica che il poeta non può far altro che conservarli. La
questione dei re è per certi versi analoga a quella dei carri. I poemi ome­
rici evocherebbero senza dubbio Priamo, Agamennone e Ulisse anche
se all'epoca della loro composizione la regalità fosse già scomparsa. Di
per sé, l'isolata testimonianza omerica non prova l'esistenza di re nella
Grecia arcaica, ma se anche non v'erano più re, tuttavia i caratteri della
regalità eroica potrebbero essere influenzati da realtà e concezioni vi­
genti all'epoca della composizione dei poemi. I poeti tragici ateniesi del
v secolo continuano a mettere in scena le dinastie mitiche, ma questi re

del mito sono presentati ora come tiranni (ad esempio Edipo o Creon­
re), ora come i magistrati o gli oratori della democrazia (soprattutto i re
;1 reniesi come Egeo o Teseo).
'

E il confronto, là dove possibile, tra le strutture politiche dei


poemi e le testimonianze esterne ad essi che permette di abbozzare
qualche risposta alla controversa questione della storicità del mon­
do omerico.

1. Il mondo omerico e le città greche arcaiche e classiche hanno nume­


rosi punti in comune.
Il lessico politico è in gran parte lo stesso (demos, laoi, agord,gérontes,
!Joulé) ; soprattutto due istituzioni fondamentali delle città greche 1 as­
- '

sem blea e il consiglio - giocano un ruolo importante già nelle comunità


o meriche.
Per contro, si è talora messo in dubbio che all'epoca della composi­
zione dei poemi in Grecia vi fossero dei re'9• L'analisi dettagliata di tutte
le regalità attestate in epoca classica e delle tradizioni relative alle dina­
st ie regali arcaiche consente di spazzar via questi dubbi10•
2. 02. OMERO E LA STORIA

Un personaggio insignito del titolo di basiléus è attestato in epoca


classica in trenta città e in due federazioni (la dodecapoli ionica e la Tes­
saglia) e si tratta quasi sempre di un magistrato dotato di prerogative re­
ligiose coinvolto soprattutto nei culti più antichi e più segreti dellapolis.
Per Aristotele (Politica, 3, 14, 1285b) i basiléis delle città greche erano
gli eredi assai indeboliti di precedenti dinastie regali. Questa spiegazio­
ne rimane la più semplice e la più soddisfacente. Nella sua Guida della
Grecia del II secolo d.C. Pausania descrive come un fatto eccezionale
che la città di Platea non sia in grado di menzionare alcun proprio re (9,
1, 2). La storia locale della maggior parte delle città comporta un certo
numero di racconti su dinastie successive alla guerra di Troia. Queste
costruzioni - storiche o pseudo-storiche che siano - comprendono ge­
neralmente tre elementi facilmente identificabili.
- Narrazioni ricche di dettagli sono dedicate all'instaurarsi di nuove
dinastie, alle loro prime conquiste e alle loro imprese: così, per esempio,
il "ritorno" degli Eraclidi alla testa dei Dori nel Peloponneso, ad Atene
la sostituzione dei Teseidi con Melanto e Codro, la migrazione ionica in
Asia Minore sotto la guida dei Neleidi.
- Le dinastie regali cadono nel più completo oblio a partire dalla se­
conda o dalla terza generazione. Spesso le fonti antiche si limitano a dire
che la dinastia fondata a seguito di grandi migrazioni è durata ininter­
rottamente fino al suo rovesciamento avvenuto assai più tardi. In qual­
che caso genealogie o liste di re tentano di colmare il vuoto senza riuscire
a dissimulare l'assenza di racconti o di aneddoti. /\
- Dopo questo lungo periodo privo di tradizioni, un cospic nume­
ro di re compare in testi relativi all'vIII e al VII secolo: se ne ritrovano
racconti in venticinque città o éthne (l' éthnos è una comunità politica a
maglie larghe designata da un nome di popolo). Benché queste informa­
zioni ci siano il più delle volte trasmesse da autori relativamente tardi,
la loro diffusione e la loro diversità suggeriscono che esse provengono
in gran parte da antiche tradizioni locali reciprocamente indipendenti.
I racconti relativi all'èmarginazione delle dinastie regali, soprattutto le
tradizioni di Atene, di Corinto, della Messenia, dell'Arcadia e di mol­
te città ioniche che riferiscono violenti conflitti dalle molteplici conse­
guenze, mostrano chiaramente che nella storiografia antica le regalità
dell'alto arcaismo non sono scomparse senza far rumore.
Un'analisi delle fonti antiche a prescindere da Omero porta a ricono­
scere l'esistenza di re in molti éthne e in molte città in stato embrionale
del IX e VIII secolo'1• E pertanto verosimile che gli autori dell'Iliade e
'
oME RO E LA STORIA

dell ' Odissea abbiano potuto ispirarsi ai re dei loro tempi per descrivere
Je prerogative e la condotta di Agamennone, di Priamo e di Alcinoo. x
La regalità omerica e le regalità arcaiche presentano parimenti molte
convergenze. Anche in questo caso il lessico è più o meno lo stesso, come
mostra ad esempio l'impiego del termine géras, e identici sono spesso i
privilegi regali, che si tratti del témenos o delle porzioni di lombo (nota)
che spettano al re in occasione di banchetti e sacrifici. I re omerici sono
sacerdoti, capi militari e giudici. I documenti di cui disponiamo ci mo­
strano i re arcaici nell'esercizio di attività religiose, militari o giudiziarie.
Come il re omerico, il basiléus arcaico è circondato da uno o più consigli
aristocratici i quali spesso sono collettivamente designati, come in Ome­
ro, basiléis.
Le scene politiche dei poemi sono sovente rappresentate in modo
allusivo, il che fornisce un argomento ulteriore: il poeta si limita ad ac­
cenni perché si tratta di uno scenario familiare al pubblico. Certo, biso­
gna tener conto anche della dimestichezza che l'ascoltatore aveva con
l'universo epico: il pubblico di Omero era in grado di integrare e di in­
terpretare determinate scene descritte in modo ellittico per analogia con
altre, più dettagliate, di altri poemi (l'allusività epica è costituita in certa
misura da allusioni tra le diverse epopee). Questa spiegazione è tuttavia
insufficiente: una scena per noi oscura come il giudizio raffigurato sullo
scudo di Achille (Iliade, 18, 496-508) era probabilmente chiara per l'a­
scoltatore di Omero, perché apparteneva alla vita quotidiana dell' agord.

i. . Se la regalità ancora nell'v111 secolo è il regime più diffuso nel mon­

do greco, numerose tradizioni convergono nel rappresentarci il potere


regale conteso e messo in discussione. Sembra possibile interpretare le
tematiche politiche e l' ideologia regale di ciascuno dei due poemi in re­
lazione a questo sfondo storico.
Per tutto il corso dell'Iliade Omero sottolinea le disastrose con­
seguenze che ha per l'intera comunità il conflitto tra il basiléutatos
Agamennone e Achille, il migliore dei guerrieri. Il poeta consiglia mo­
derazione al re e rispetto obbediente (aidos) a tutti i suoi subordinati, in­
sistendo al tempo stesso sulla legittimità del potere regale - in virtù del
p rincipio ereditario e dell'investitura divina - e sull' imperfezione dei re,
sulla superiorità militare o l'eminente saggezza di alcuni eroi e sull' in­
feriorità del loro rango, sull' indispensabile consultazione del consiglio
e sulla sovranità del re. Nell 'Iliade l'equilibrio politico è estremamente

fragile, ma dà mostra di poter essere mantenuto o ristabilito se ciascuno,


OMERO E LA STORIA

consapevole della spartizione dei doni degli dèi, limita le proprie aspira­
zioni a ciò che gli è dovuto per rango gerarchico.
L'Odissea sembra recare il segno di una fase assai più acuta di con­
flitto tra i re e una parte dell'aristocrazia: conciliare le opposte esigenze
del re e dei basiléis pare essersi fatto più difficile; gli antichi fondamenti
dell'autorità regale - l'eredità, l' investitura divina della famiglia - non
sembrano più unanimemente riconosciuti, benché l'esito del conflitto a
Itaca li confermi. In primo piano sono i rapporti di forza: la hjbris11 si
scatena sia da parte dei "cattivi re", così spesso evocati, che da parte dei
pretendenti. Per ovviare a questa crisi l' Odissea propone due soluzioni
di natura assai diversa. La descrizione della Feacia offre come esempio
la stabile collaborazione del re e dei "re" e i rapporti cortesi con cui essi
garantiscono il perdurare della concordia in tutto il paese. Il racconto
della restaurazione di Ulisse, al contrario, esalta il trionfo di un indi­
viduo d'eccezione. Sotto questo aspetto l'ideologia regale dell'Odissea,
pur riprendendo i tradizionali miti di sovranità, preannuncia anche in
qualche misura l'ideologia tirannica.

3. La storia politica dell' Età Oscura rimane alquanto misteriosa. La


teoria attualmente in voga ipotizza la totale sparizione delle strutture
micenee, una duratura dispersione della popolazione in piccoli gruppi
di carattere pre-politico - famiglie più o meno allargate, borghi isolati,
bande di sodali armati - e infine l'improvviso emergere della polis. A
questo schema si possono muovere numerose obiezioni. La distruzio­
ne dei grandi organismi palaziali non ha necessari ente comportato
la fine delle comunità locali, la cui vitalità in quale caso si sarà persino
accresciuta con l'autonomia. Inoltre è chiaro che il ricordo di potenti
regni è rimasto assai vivo: la stessa tradizione epica, nel perpetuare la
memoria del passato acheo, dispiega l'aspirazione a nuove aggregazioni
politiche. Si può altresì pensare che il modello dei re orientali, ad esem­
pio i re di Sidone o i Faraoni, le relazioni con i quali non si sono mai
interrotte troppo a lungo, abbia esercitato un influsso nello stesso senso.
'

E probabile che la fine delle strutture palaziali micenee abbia dato


origine a forme politiche diverse e variamente sovrapposte a seconda
delle regioni: villaggi, borgate, i piccoli e i grandi éthne (Arcadi, Messeni,
Beoti, Ioni d'Asia e così via). In questa prospettiva l'emergere delle città
greche corrisponderebbe al tempo stesso a un raggruppamento di co­
munità più piccole (quel che si chiama sinecismo) e all'indebolimento
oME RO E LA STORIA 2.05

dei legami interni all' éthnos ( il quale tuttavia nella maggior parte delle
regioni continua a sussistere al di sopra delle poleis).
È ragionevole accogliere le indicazioni di Tucidide ( 1, 13, 1 ) e di Ari­
srotele (Politica, 3, 14, 1285b-1286a) , attribuendo un regime regale alle
prime città e alle comunità politiche che le hanno precedute. Molte re­
gioni greche hanno verosimilmente conosciuto regalità di tipo omerico
per molti secoli, mentre si andavano elaborando le tradizioni epiche e i
due poemi assumevano la loro forma monumentale. E poco probabile
'

che i Greci dell' Età Oscura siano mai precipitati in quello stato di sel­
vatichezza pre-politica che il poeta dell' Odissea attribuisce ai Ciclopi.

4 . Se l'evoluzione politica dell' Età Oscura si può soltanto abbozzare,


quella dell' eta arcaica può essere disegnata con tratto più fermo. La com­
parazione tra le comunità omeriche e le città di epoca classica consente
di evidenziare le affinità e al tempo stesso di misurare la portata delle
trasformazioni.
Le città greche arcaiche hanno profondamente modificato il funzio­
namento delle assemblee e dei consigli. L'assemblea del popolo si riuni­
sce nella maggior parte delle città a intervalli regolari e la sua convoca­
zione dipende sempre meno dalla buona volontà di uno solo o di pochi
individui. Lo svolgimento dell'assemblea ( il suo ordine del giorno, la
designazione del suo presidente e del relativo apparato, e così via) obbe­
disce a regole sempre più precise ; la partecipazione ai dibattiti si allarga,
e le città più democratiche tendono all' isegorta, quel diritto di parola

uguale per tutti di cui sono così fieri gli Ateniesi. Precise disposizioni
che variano da una città ali' altra fissano la composizione del consiglio
nonché l'accesso alle magistrature. Con la rotazione delle funzioni si af­
ferma l'idea che i cittadini devono esercitare a turno determinati poteri.
Di tutte le innovazioni politiche di epoca arcaica la più radicale e impor­
tante è l'invenzione del voto ; anche se la sua adozione è stata progressiva
e difficoltosa e se le sue procedure talora si accostano per modalità alle

;lcclamazioni omeriche ( ad esempio a Sparta) , importa sottolineare che


il ricorso al voto maggioritario comporta un'autentica rivoluzione in­
tellettuale: la legge del numero prende il posto della sanzione regale. Il
supremo potere decisionale non si incarna più in un re portatore di scet­
tro collocato al di sopra di un consiglio che a sua volta sta al di sopra del
dèmos: la sovranità è ormai per così dire astratta, non appartiene più ad
;llc uno, ma è, secondo l'espressione di Erodoto (3, 80, i. ) , << al centro>> :
al centro del consiglio e al centro dell' agord.
206 OMERO E LA STORIA

I poemi omerici e la religione greca

Ammiratori e detrattori di Omero hanno ugualmente sottolineato il


ruolo del poeta nella storia della religione greca.
I poemi omerici descrivono riti - come i solenni sacrifici cruenti -
che non sarebbero molto cambiati nelle epoche successive; i testi in Li­
neare B suggeriscono inoltre che il sacrificio accompagnato da banchet­
to fosse già una pratica micenea. I poemi offrono una rappresentazione
particolarmente nitida di costumi caratteristici di tutta la civiltà greca.
Erodoto (2, 53, 2) dice chiaramente che sono Omero ed Esiodo ad
aver fissato le genealogie e le attribuzioni divine. La maggior parte delle
divinità greche classiche è già menzionata nelle tavolette micenee, ma
l'organizzazione del pantheon, se si crede a Erodoto, è opera dei primi
poeti greci. La composizione dei poemi omerici è un momento impor­
tante nella storia degli dèi greci.
Infine, abbiamo già segnalato che gli interventi divini nelle vicende
umane mutano il loro carattere dall'Iliade all' Odissea; in quest'ultima
gli dèi non intervengono più principalmente per vendicarsi dei mortali
che hanno mancato loro di rispetto o per favorire i loro protetti, ma per
punire i delitti e far regnare la giustizia. La comparazione tra i due poe­
mi consente di cogliere un'evoluzione religiosa che probabilmente si è
verificata in meno di mezzo secolo.

Il mondo omerico è evidentemente un amalgama di ricordi di diversa da­


tazione, ma coerente e verosimile, che deve molto ali'esperienza del!' aedo
e del suo uditorio. A patto di tener sempre presenti i caratteri propri della
tradizione epica, lo storico può utilizzare i poemi omerici come fonti
storiche. L'Iliade e l' Odissea sono documenti eccezionali per ricostruire
sia la storia a breve termine dell'alto arcaismo che l'evoluzione a lungo
termine che conduce dai regni micenei alle città greche classiche, e più
in generale per studiare la civiltà greca nel suo insieme.

Omero istruisce mentre affascina: i Greci avevano ragione a porre il po­


eta al centro della loro cultura, e noi dobbiamo mantenerlo nel cuore
della nostra. '
Appendice

r. I documenti minoici

Il corpus documentario in minoico geroglifico' comprende 331 testi per


lo più assai brevi, tutti provenienti da Creta, eccezion fatta per tre im­
pronte di sigilli iscritti rinvenute a Samotracia, nell'Egeo nord-orientale.
Vi si contano 1 2 2 documenti d'archivio redatti su argilla cruda, la cui
conservazione si deve soltanto a un incendio, 194 tra sigilli e impronte
di sigilli iscritti e 15 iscrizioni vascolari. I documenti d'archivio proven­
gono principalmente da tre depositi, uno del palazzo di Cnosso (MM
11) e due di Malia (Quartier Mu, MM II e Palazzo, MM 1 1 1) ; sigilli iscritti
e impronte sono di varia provenienza e coprono un periodo assai più

esteso, dall'inizio di MM I al MR I B (l'impiego di alcuni sigilli può essere


continuato a lungo dopo la loro fabbricazione).
Il minoico geroglifico non è stato decifrato e la rarità dei testi non fa
sperare che possa esserlo in un prossimo futuro. Non è neppure certo che
questa scrittura serva sempre a notare la medesima lingua. Tuttavia il si­
stema numerico, assai semplice, è stato compreso, ed è altresì chiaro il
significato di alcuni ideogrammi, sia per via della loro forma (ad es. i vasi),
sia perché si ritrovano in Lineare A e B (ad es. l'ideogramma del vino).

I testi in Lineare A sono più numerosi (poco più di 1.500) e spesso più
estesi di quelli in minoico geroglifico•. I documenti d'archivio costitui­
sco no circa il 90% del corpus complessivo; possediamo anche un certo
numero di documenti non economici, come le formule iscritte sui bassi
altari che prendono il nome di "tavole da offerta", e alcuni gioielli de­
corati con splendida scrittura calligrafica. Gli archivi più antichi sono
quelli del primo palazzo di Festo, ma la maggior parte dei testi risale
alla fine del periodo dei Secondi Palazzi (MR I B). La Lineare A sembra
esser rimasta in uso in alcuni ambienti cretesi anche dopo l'occupazione
208 OMERO E LA STORI" '

micenea dell' isola: una statuetta di Poros, nei pressi di Cnosso, data­
ta al MR 111 A, reca un' iscrizione dipinta in questo tipo di scrittura. L�
Lineare A è attestata in numerosi siti cretesi, in alcune isole dell'Egeo a
finanche in Laconia, e la notevole ampiezza della sua diffusione suggeri..
sce che non fosse appannaggio di una ristretta casta di scribi di palazzo. ,
Benché la maggior parte dei sillabogrammi sia in comune con la Li­
neare B decrittata da Michael Ventris, la Lineare A non è stata decifrata,
e il compito si presenta assai delicato, dal momento che i segni di forma
uguale (omografi) non hanno necessariamente lo stesso valore fonetico
..

nei due sistemi. E possibile tuttavia comprendere il significato di alcune


"parole': come quella che indica il "totale" alla fine di un calcolo.
A Creta il minoico geroglifico coesiste con la Lineare A, tanto che entram­
be le scritture sono state rinvenute nel medesimo deposito d'archivio del
Quartier Mu di Malia. E possibile che i due sistemi servissero a notare due
'

lingue differenti, ma in questo caso i Minoici dovevano essere parzialmente


bilingui, perché tutti i sigilli iscritti recano iscrizioni in minoico geroglifico.

Fac-simile della tavoletta MY Au 102.

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Fonte: A. Sacconi, Corpus delle iscrizioni in Lineare B di Micene, Roma 1974, p. 22.. Traslitterazione
nella pagina a fronte.
APP ENDIC E 20 9

1 1. Una tavoletta di Micene

.1 wa-ra-p1-s1-ro 1-io-qe , VIR 1


• • • •

.1 na-su-to VIR 1
.3 te-ra-wo ka-ri-se-u-qe , VIR 1
.4 e-ke-ne e-u-po-ro-qe , VIR 1
au-ia-to ko-no-i:i9-du-ro-qe VIR 1

·S
.6 ke-re-no VIR 1
.7 wa-a,-ta de-u-ki-jo-qe VIR 1
.8 mo-i-da VIR 1
.9 o-ri-ko VIR 3
.10-13 vacant
.14 a-to-po-qo [ ] vacat

Le prime nove linee di testo contengono tre elementi chiaramente iden­


tificabili:
1 . delle parole scritte mediante sillabogrammi;

i. . degli ideogrammi, nella fattispecie una forma molto schematizzata

del l' ideogramma dell 'uomoi;


3 . delle cifre (1, 2 o 3 a seconda delle linee).
Il sistema numerico miceneo è quanto mai semplice ed esprime le
unità con tratti verticali, le decine con tratti orizzontali, le centinaia con
dei cerchi, le migliaia con cerchi dentati e le decine di migliaia mediante
cerchi dentati con un tratto orizzontale nel centro. Il numero 12.437 si
scriverebbe dunque:

+ -<>- o o - , , ,,

• ·-Q- 0 0 : I' I

Il testo che precede la cifra 1 è sempre breve: si tratta del nome di un


ind ividuo; quello che precede le cifre 2 e 3 può essere a sua volta breve
( linee 6 e 9), nel qual caso le persone registrate sono designate con un
termine collettivo; più spesso la cifra 2 è preceduta da un testo più lungo.
Si noceranno qui due elementi ricorrenti:
I . dopo il s e I' go sillabograrnma della linea 1, dopo il 3 e l' go sillabo­
0 °

gramma della linea 3 e così pure alle linee 4, s e 7 compare un minuscolo


tratto verticale : è un segno separatore che indica la fine di una parola e
sp esso - ma non sempre 1 inizio di un'altra;
'

2. . alle linee 1, 3, 4, s e 7 la seconda parola termina con uno stesso segno,


-

i l cu i valore fonetico è qe: si tratta di una congiunzione coordinante po-


210 OMERO E LA STORIA

sposta col valore di "e� simile al latino que in Senatus populusque Roma­
nus, "il Senato e il popolo romano".
Fornire la traduzione di un elenco di nomi propri non sarebbe di al­
cun interesse, sicché ci soffermeremo su due sole parole. Alla linea 1 i-jo-qe
significa probabilmente "e suo figlio": wa-ra-pi-si-ro è dunque registrato
con suo figlio, con il quale fa coppia. La parola isolata alla linea 1 4 , che
non è seguita da alcuna cifra, si riferisce all' insieme delle persone registra­
te nella tavoletta; il valore del te1111ine a-to-po-qo è etimologicamente per­
spicuo e significa "colui che fa cuocere il pane� qui impiegato al plurale.
Questa tavoletta contiene un elenco di panettieri.

Tavola dei sillabogrammi micenei in ordine di crescente complessità formale

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• Numeri 91
deleti liii'O

Ordine stabilito da E. L. Bennett prima della decifrazione.


A P P ENDICE 2. I I

Qtialche ideogramma miceneo

UOMO RUOTA f MONTONE GRANO

t DONNA PUGNALE f CAPRO ORZO

'7 ARCO
' '
{f4 CAVALLO 0 ANFORA BOVINO

...,.. CARRO 'i} CRATERE \k( OLIVA Q TESSUTO

fiinte: J. Chadwick, The Mycenean World, Cambridge 1976, p. 1>9.

Tavola dei sillabogrammi micenei secondo il valore fonetico

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....I.I.! ,. •C!.
tO � NuNIri
1 7 .-l_ lt
•• Q •• F. •

J!:.... 20 ..L 1lcltili


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Si 11ora l a presenza di alcuni "doppioni", almeno apparenti, e il farro che il valore fonetico di alcuni
segni non è ancora staro stabilito.

/:onte: M. S. Ruipérez (ed.), Acta Mycenaea. Proceedin s ojthe Fifih Inte1national Collo uium on My­
< eri aean Studies held in Salamanca, 30 March-3 Aprii Ip70, I. Minutes, resolutions and reports, Sala-
g q

111a11ca 197l, p. XVIII.


2.12. OMERO E LA STORIA

III. Gli scribi

La maggior parte delle "mani" che hanno vergato le tavolette sono


state identificate grazie a un minuzioso studio paleografico, che ha
consentito di individuare una trentina di scribi a Pilo e un centinaio a
Cnosso : numeri che contrastano con l'esiguità degli archivi rinvenuti.
Jean-Pierre Olivier ha osservato che una sola persona avrebbe potu­
to scrivere tutti i testi di Cnosso, e tanto più quelli di Pilo, in pochi
giorni. Anche se siamo ben lontani dal possedere l' intera produzione
dei differenti scribi, dal momento che sono andati perduti tutti i do­
cumenti su supporto diverso dall'argilla, è chiaro che i redattori delle
tavolette non erano degli scrivani a tempo pieno, ma probabilmente
amministratori istruiti che ricorrevano alla scrittura quando la loro at­
tività gestionale lo richiedeva.
Lo studio delle varie mani consente di ricostruire in qualche mi­
sura l'organizzazione burocratica dei palazzi micenei. Alcuni scribi
"specializzati" intervengono in un unico settore d'attività, altri in
numerosi campi; altri ancora, che talora correggono i testi dei loro
colleghi e sono gli autori di numerose tavolette riassuntive, sono forse
di livello gerarchico superiore : così lo "scriba 1" di Pilo, che da solo
è l'autore di i.50 testi su 1.i.00, è talora considerato il capo archivista
del palazzo.
Due nuovi elementi sono recentemente intervenuti a chiarire la bu­
rocrazia micenea. L'archeologo svedese Paul Astrom e un funzionario
della polizia di Stoccolma responsabile dell' Identità giudiziaria hanno
studiato le impronte palmari visibili sul verso di numerose tavolette: esse
appartengono a bambini o a vecchi, il che suggerisce che le tavolette fos­
sero preparate da un piccolo numero di "aiutanti" di età molto precoce
o avanzata, e poiché alcuni di questi "aiutanti" risultano lavorare per due
o più scribi, lo studio delle impronte palmari apre nuovi scorci sull 'orga­
nizzazione amministrativa dei palazzi.
Nel 198i. la scoperta a Tebe di un lotto completo di 56 noduli, di
cui 48 recanti ideogrammi di animali, ha consentito di ricostruire le
procedure amministrative che precedevano la redazione di una tavo­
letta. Gli animali registrati furono inviati da diverse località in virtù
di differenti obblighi amministrativi in vista di un grande sacrificio.
I noduli furono consegnati all'amministrazione palaziale come docu­
menti di accompagnamento insieme agli animali. Per compilare le sue
tavolette lo scriba non aveva bisogno di contare i buoi, i montoni e i
Ai' PENDICE 213

111 aiali, essendogli sufficiente raccogliere i dati registrati sui noduli. La


[JL1roc razia palaziale comportava dunque almeno tre livelli: i noduli, le
r,1volette e i consuntivi destinati alla conservazione redatti su un sup­
fJorto come il papiro.

Jli�1nra del palazzo di Pilo

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• •

V
• •

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• •

o Edificio
norli-esr

Archivi

EJificio 11rincipale

o 20 m
O M ERO E LA STO Jll

IV. Classificazione delle tavolette in Lineare B

Uno degli obiettivi dei "micenologi" è la ricostruzione degli archivi coslì1


come si presentavano al momento degli incendi, in seguito ai quali fur0w
no cotte le tavolette consentendone la conservazione. In altre parole, �
studiosi tentano di ricostituire i rispettivi lotti di docwnenti, risalenti ge­
neralmente a un medesimo scriba, riferentisi allo stesso argomento e col-:
locati nel medesimo paniere sullo stesso ripiano di un medesimo scaffalc,i
ristabilendo l'ordine dei testi all'interno di ogni singolo lotto. Nonostante
i progressi conseguiti in questa direzione, i risultati rimangono parziali e ta­
lora suscettibili di essere messi in discussione. CiascWl coryus continua così a
fondarsi su due criteri: il numero d'inventario della tavoletta assegnato una
volta per tutte al momento del rinvenimento e la presenza di un deter111 inato
ideogranuna. Ad esempio, la tavoletta PY An 1, la prima tavoletta ritrovata
a Pilo, è un registro di individui caratterizzato dall'ideogramma dell'uomo
� (che si traslittera con il nome latino maiuscolo VIR) .
Una breve descrizione della classificazione vigente consente di trac..
ciare una panoramica dei tipi documentari venuti in nostro possesso.
Le tavolette A e B, dette "tavolette di personale� registrano uomini o
donne (più raramente uomini e donne). Un importante lotto di tavolet­
te di Pilo, caratterizzate dalla presenza della parola o-ka, probabilmente
arkhé "comando� è un registro di gruppi militari di guardacoste.
Le tavolette C e D sono dedicate al bestiame. Più di un migliaio di
tavolette di Cnosso censiscono greggi di pecore, per un totale di oltre
100.000 capi.

Le tavolette E (e talora F) contengono gli ideogrammi del grano o


dell'orzo. Va notato che i Micenei, come i popoli mesopotamici, stimava­
no la superficie dei terreni in base alle quantità di semenza necessarie alla
loro seminagione; così numerose serie E di Pilo hanno carattere "catastale�
Molte tavolette F sono caratterizzate dall'ideogramma dell'olio. Le
tavolette Fr di Pilo, che registrano offerte di svariati oli profumati a di­
versi addetti sacri per il culto di diverse divinità in differenti festività
religiose, ci forniscono preziose informazioni sulla complessità della re­
ligione micenea e sul coinvolgimento del palazzo nella sfera religiosa.
Le tavolette G si riferiscono a diverse sostanze aromatiche.
Le tavolette J concernono i metalli. La serie Jn di Pilo è al tempo stes­
so una lista dei fabbri del regno (almeno 400 sparsi in oltre 25 località
diverse) e un rendiconto della distribuzione di una tonnellata di bronzo
a una parte di essi; ciascuno degli assegnatari ne riceve in media kg 3,5.
A P PE N DICE 215

È verosimile che questi fabbri non lavorassero per il palazzo a tempo


la corvée che viene loro imposta non rappresenta infatti che una
p i e n o:
quota delle loro attività.
p iccola
L e tavolette K sono elenchi di vasi, le tavolette L di tessuti: queste
tilrime costituiscono una parte importante degli archivi di Cnosso, dal
in om ento che l' industria tessile era oggetto di un controllo particolar­
ine nte stretto del palazzo.
Le tavolette M contengono parecchi ideogrammi, la cui interpreta­
zione non è sempre sicura. La serie Ma di Pilo è di carattere fiscale: regi­
stra i versamenti di ciascuno dei distretti pilii e le pendenze che restano
da saldare. In questo sistema di tassazione in natura la quota d' imposta
versata da ogni distretto è la medesima per ogni singolo prodotto: il di­
srretto meno tassato versa il 3 % dei tessuti rappresentati dall' ideogram-
1na *146, il 3% di pelli bovine e via dicendo, mentre il distretto soggetto
all' imposta più alta versa il 1 3 % di tutto.
Le tavolette N si riferiscono al lino. La serie Na di Pilo registra i ver­
samenti in lino e le ulteriori pendenze delle sole località in cui si coltiva
questa pianta. La tassazione del lino è organizzata in modo assai diverso
rispetto alla fiscalità rappresentata dalla serie Ma.
Le tavolette O sono caratterizzate da un certo numero di ideogrammi
legati alle materie tessili, ivi compreso quello della lana; le tavolette P e
Q sembrano riferirsi a un certo tipo di mobilia e la serie Ra di Cnosso
tratta della fabbricazione di pugnali. Le serie S di Cnosso e di Pilo con­
cernono carri e ruote; la serie Sd di Cnosso fornisce una descrizione assai
dettagliata del lussuoso equipaggiamento di parecchie decine di carri.
La serie Ta di Pilo è un inventario dell'arredamento regale. La co­
siddetta "tavoletta dei tripodi" Ta 641, scoperta da Blegen nel 1953, ha
fornito una luminosa conferma alla decifrazione di Ventris grazie alla
perfetta concordanza tra gli ideogrammi e il testo: un vaso visibilmente
p rivo di anse vi è chiamato a-no-we "senza anse� uno disegnato con tre
anse è detto ti-ri-jo-we "a tre anse", e così via.
Le tavolette U recano numerosi ideogrammi assai diversi; molte di
e sse sono grandi tavolette di offerte.
Le tavolette V non comportano ideogrammi: il contesto doveva ba­
st are a chiarire la natura dei conti agli occhi della burocrazia palaziale,

lll a lo stesso non vale per noi.


Nella serie W si sono riuniti i piccoli documenti di argilla iscritta -
eti che tte, rondelle e noduli - e nella classe X tutti i documenti in stato
ass ai frammentario. La lettera Z è stata assegnata alle iscrizioni vascolari.
216 OMERO E LA STORIA

v. Le operaie del palazzo (saggio di analisi globale)

La serie Aa di Pilo censisce circa 800 donne con i loro figli, le cui de­
signazioni professionali, assai diversificate, suggeriscono una capillare
suddivisione del lavoro soprattutto nel campo dell' "induscria tessile".
Nella serie Ab queste donne ricevono una razione mensile di grano e di
fichi, il che mostra la loro stretta dipendenza dal palazzo per il quale la­
vorano e dal quale ricevono i loro mezzi di sussistenza. Poiché gli uomi­
ni e i fanciulli (ko-wo) registrati nelle tavolette Ad sono identificati come
figli dei medesimi gruppi femminili (ad es. figli delle tessitrici di lino
della cale località), si può pensare che lo statuto delle madri determini in
qualche misura quello dei loro figli. Parecchi di questi gruppi di donne
sono designati da nomi etnici che evocano l'Anatolia occidentale (ad es.
"Cnidie'', "Lemnie", ''Milesie''): è possibile che si tratti di prigioniere cat­
turate sulle coste anatoliche o di schiave acquistate nei mercati di laggiù.
Le cifre meritano un'attenzione particolare. Se si considerano i totali
della serie Aa ci si accorge che il numero delle ragazze è assai superiore a
quello dei ragazzi ( 450 contro 350 ). Un simile scarto non si può spiegare
né come un caso né come il frutto di un'epidemia selettiva che abbia
'

colpito i soli maschi. E probabile che in ciascuna classe d'età si contas-


sero più o meno tanti maschi quante erano le femmine, ma che i ragazzi
lasciassero prima il gruppo delle loro madri per essere integrati in gruppi
maschili la cui attività, artigianale o militare, ci sfugge. Se si sommano le
cifre della serie Ad (i figli delle operaie) si perviene, tenendo conto delle
lacune, a un totale approssimativo di 350 uomini e di 100 ko-wo: questi
100 ko-wo corrispondono senza dubbio ai 100 ragazzi assenti in Aa.
Anche la formulazione delle tavolette Aa merita attenzione: le ragaz­
ze (ko-wa) vi sono menzionate subito dopo le loro madri e prima dei ra­
gazzi. Questo ordine, che contrasta col fatto che gli uomini sono sempre
menzionati prima delle donne e, nel caso degli animali, i maschi lo sono
prima delle femmine, è un fatto costante, che si può ugualmente osserva­
re negli archivi di Cnosso, e la cui spiegazione è forse di ordine giuridico
e amministrativo : lo statuto delle figlie sarebbe più strettamente legato a
quello delle madri rispetto allo statuto dei figli.
APPENDICE 217

v1. Funzioni e titoli micenei

Quando si esamina il vocabolario dei documenti micenei, si è colpiti dal


numero di termini che designano professioni, funzioni o dignità (la di­
stinzione tra le tre categorie è spesso delicata). Anna Morpurgo ne ha
'

contati 1 1?4. E una prova della complessità delle società micenee e delle
loro amministrazioni palaziali. Inoltre, soltanto un terzo di questa no­
menclatura funzionale riappare nella lingua greca del I millennio a.C.:
secondo A. Morpurgo si tratta per l'esattezza di 40 termini, molti dei
quali per giunta hanno mutato almeno in parte il loro significato. I 77
nomi di funzione scomparsi insieme al sistema palaziale miceneo sono
spesso di formazione greca. Le spiegazioni etimologiche che sono state
avanzate sono, dal punto di vista linguistico, più o meno convincenti,
ma l'etimologia non ci fornisce necessariamente il significato preciso
di un termine all'interno del sistema palaziale, poiché la singola parola
ha potuto specializzarsi o conoscere un'evoluzione semantica. Si deve
dunque evitare di trarre anche dalle etimologie più sicure conclusioni di
ordine storico troppo nette. Per tentare di precisare il significato di un
termine funzionale è preferibile prendere in esame l'insieme dei testi in
cui compare quel dato nome, analizzando ciascun documento nel suo
contesto insieme agli altri del medesimo lotto e della stessa serie.

Il re (wa-na-ka) negli archivi micenei

Indubbia l' identificazione di wa-na-ka con il titolo omerico di anax,


che designa spesso un sovrano, ma talora anche un padrone di casa e
abbastanza frequentemente un "signore" divino. Il titolo di ''re" e l'ag­
gettivo derivato wa-na-ka-te-ro compaiono trenta volte nel complesso
dei testi in Lineare B, il che, trattandosi di una documentazione pala­
ziale, è relativamente poco. Un solo testo presenta il wa-na-ka in azione.
L'inventario dell'arredamento pilio della serie Ta (PY Ta 711) si apre con
la formula:

o-wi-de, pu2-ke-qi-ri, o-te, wa-na-ka, te-ke, au-ke-wa, da-mo-ko-ro


<<Ecco ciò che vide pu2-ke-qi-ri quando il re nominò au-ke-wa come da-mo-ko-ro >> .

Secondo ogni verosimiglianza, il re ha promosso au-ke-wa dal posto di re­


sponsabile del mobilio regale a quello di da-mo-ko-ro (cioè, a quanto pare,
2. 18 OMERO E LA STORIA

di governatore di una delle due province del regno); pu2-ke-qi-ri è il succes­


sore di au-ke-wa nella cura del mobilio regale e, come di regola in simili casi
in tutte le anuninistrazioni, al passaggio delle consegne i due personaggi
'

redigono un inventario dettagliato. E chiaro che il re esercita un'autorità


effettiva sulla sua amministrazione, ma questa conclusione riposa su un
unico testo, senza il quale si sarebbe potuto immaginare che i re micenei
assomigliassero ai re fannulloni di età merovingia o al mikado giapponese
prima dell'era Meiji, che lasciava il potere reale nelle mani di uno shogun.

Fac-simile della tavoletta PY Ta 7 1 1

I V
-

Fonte: E. L. Bennett, 'Jhe Pylos Tab/ets, Princeton 1955. Il titolo compare nella prima linea di testo.

Il solo altro testo che potrebbe menzionare un intervento personale del


re, questa volta nella sfera religiosa, è l' intestazione della grande tavolet­
ta di offerte PY Un 2., in cui, tra le ipotesi, si può pensare ali' iniziazione
del re a determinati misteri o alla presidenza regale di una cerimonia
collettiva di iniziazione:

pa-ki-ja-si, mu-jo-me-no, e-pi, wa-na-ka-te


<<A Pa-ki-ja-ne durante l ' iniziazione del re >> , oppure
<<A Pa-ki-ja-ne. Uomini iniziati sotto il controllo del re>> .

I nove testi che menzionano offerte al wa-na-ka suggeriscono che i so­


vrani di Cnosso e di Pilo fossero fatti oggetto di culto come re diviniz­
zati o come intermediari tra gli dèi e gli uomini, ma non si può del tutto
escludere che il termine, come in Omero, serva talora a designare un
"signore" divino (ad es. Posidone a Pilo).
La sola terra esplicitamente presentata come pertinente al wa-na-ka
è il témenos regale della tenuta sa-ra-pe-da che appare essa stessa, nel suo
complesso, legata a Posidone. Poiché il termine témenos designa anche
le terre riservate ai re omerici e ai re di Sparta, il témenos è uno degli
elementi di continuità meglio attestati tra le regalità micenee e quelle
A PPEN DICE 219

fac- simile della tavoletta PY Un 1

,......., I
) '1
I II

II
·�, I\\
\

fi1nte: E. L. Bennett, The Py/os Tabkts, Princeton 1955.

arcaiche. È verosimile che i due documenti fiscali di Pylos Na 334 e Na


1 356 indichino un altro tipo di appropriazione terriera del wa-na-ka: in
due località l'esenzione dalle imposte sul lino è giustificata dalla formula
wa-na-ka e-ke "il re detiene� che si può accostare alle formule parallele
"il tale gruppo militare detiene". Si potrebbe pensare a esazioni di lino,
ma si tratta probabilmente di requisizioni di terra a profitto del re e di
gruppi militari. Il re, a quanto pare, dispone a un tempo di terreni riser­
vati e di "possedimenti": tale complessità del controllo fondiario del re è
uno degli enigmi del regime della terra nel mondo miceneo.
Circa la metà delle attestazioni di wa-na-ka e di wa-na-ka-te-ro (15
su 32) concernono artigiani, operaie o produzioni "regali". Gli archivi
di Pilo menzionano quasi un migliaio di artigiani, ma soltanto tre di
essi un armaiolo, un follatore e un vasaio - sono qualificati come wa­
-

na-ka-te-ro; nessuna delle ottocento operaie palaziali di Pilo è designata


come "regale". A Cnosso sono registrati migliaia di lavoratori di ambo i
sess i, ma soltanto due gruppi sono "regali", uno di operaie tessili e uno,
forse, di tintori di porpora. La manodopera e i beni definiti "regali" sono
dun que poco numerosi, ma costituiscono un elemento che ricorre da un
palazzo ali' altro: essi sono attestati a Pilo, probabilmente a Tebe, a Cnos­
so e nel regno che inglobava la parte occidentale di Creta nel XIII secolo,
da c u i provengono le iscrizioni vascolari come TH Z 839:

ka-u-no, o-du-ru-wi-jo, wa-na-ka-te-ro


<<Ka-u-no di 0-du-ru-we, vasaio (o profumiere) regale>> .
2.2.0 O M E RO E LA STORIA

Vaso iscritto rinvenuto a Tebe, proveniente da Creta occidentale (TH Z 839)


-

.
- . ' .. : . . - . .
'

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'
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' ,/

..__ <' r t"'h


-

Il divario tra l 'estensione del controllo palaziale e l 'esiguo numero di in­


dividui e di beni qualificati come ''regali'' consente di affermare l'esistenza
di un piccolo settore ''regale'' all' interno del grande sistema palaziale. Si
sarebbe tentati di riferire questo settore "regale'' alle necessità personali
del re, ma questa spiegazione mal si adatta al vasellame esportato. Ci si
può altresì chiedere se gli ''uomini del re'' non costituissero un gruppo pri­
vilegiato e fortemente minoritario ali ' interno del personale del palazzo.
Il titolo di wa-na-ka non è mai accompagnato da alcun nome pro­
prio. A Pilo si è creduto di poter identificare il re con un certo e-ke- ra2-
wo, con dispiego di argomenti squis itamente tecnici a favore o contro
questa ipotesi. La ragione fondamentale invocata a sostegno dell ' iden­
tificazione è che un grande proprietario così influente come e-ke-ra2-wo
non può essere altri che il re, ma, se non si vuole escludere a priori l 'esi­
stenza di grandi notabili riconosciuti dall 'amministrazione palaziale, è
A PPENDICE 221

preferibile lasciare la questione aperta. Per noi i re micenei rimangono


11ell 'anonimato.

I dignitari palaziali

Non essendo possibile esporre qui in dettaglio tutti i nomi di funzione,


ci limiteremo a qualche osservazione.
La tavoletta di Pilo Er 3 1 2 menziona subito dopo il témenos regale un
témenos del ra-wa-ke-ta di estensione tre volte inferiore. Solo il wa-na­
ka e il ra-wa-ke-ta detengono un témenos; si può supporre con buona
verosimiglianza che il ra-wa-ke-ta sia il secondo personaggio del regno.
Nella tavoletta Un 2 1 9 egli appare come destinatario di offerte, il che
11on significa necessariamente che sia fatto oggetto di culto: potrebbe
semplicemente esercitare funzioni sacerdotali. A Cnosso il ra-wa-ke-ta
ci è noto soltanto attraverso i suoi dipendenti. L'etimologia del termine
è chiara: law-agetas, conduttore del laos. Quanti accolgono la vecchia
teoria (non confermata dai testi omerici) secondo cui il laos sarebbe la
"classe dei guerrieri", vedono nel ra-wa-ke-ta il capo dell'esercito. Leo-
11ard Robert Palmer arriva a proporre un parallelismo con le istituzioni
degli antichi Germani descritte da Tacito: il wa-na-ka sarebbe il re (rex),
i l ra-wa-ke-ta il capo militare (dux) 1• Dall'esame dei testi non emerge la
11ecessità di simili speculazioni.
- Il regno di Pilo è diviso in due ''province'' che comprendono rispet­
tivamente nove e sette distretti; a capo di ogni distretto è un ko-re-te
�lssistito da un po-ro-ko-re-te. Questi "prefetti'' e "vice-prefetti" sono in­
caricati soprattutto di eseguire le esazioni d'oro o di bronzo comandate
dal palazzo; i ko-re-te-re attestati a Cnosso paiono esercitare funzioni
�tnaloghe. L'etimologia di ko-re-te rimane oscura. A livello delle provin­
ce la struttura amministrativa è meno chiara: pare che alla loro testa vi
tossero un du-ma e un da-mo-ko-ro, ma di questi due dignitari non sia-
1110 in grado di precisare né le funzioni né il significato stesso dei titoli.

- Il collegamento tra il palazzo di Pilo e i reparti di guardacoste disloca­


ti in diversi punti del litorale messenico è assicurato dagli e-qe-ta. Questi
personaggi erano designati non soltanto con il loro nome personale, ma
�l n che cosa eccezionale - con un aggettivo indicante il nome del padre
0 dell'antenato cui si richiamavano (ad es. a-da-ra-ti-jo, "figlio" o ''di­
-

sce ndente di Adrasto''): essi costituivano verosimilmente una nobiltà di


tip o ereditario. Certi e-qe-ta rivestono ruoli di responsabilità anche in
222 OMERO E LA STORIA

campo non militare (nella tavoletta di Pilo An 607 devono occuparsi


ad esempio di servitori sacri) e almeno alcuni di essi detengono terre
riservate qualificate come e-to-nijo. Poiché l'etimologia del nome si ri­
collega chiaramente al verbo greco hépesthai "seguire", gli e-qe-ta sono
letteralmente ifollowers del re, i suoi compagni, il che peraltro non au­
torizza ad assimilarli troppo da vicino ai conti carolingi, come si è talora
tentato di fare.
- I limiti della nostra conoscenza delle strutture amministrative mi­
cenee, anche nel caso privilegiato di Pilo, emergono con chiarezza dal
seguente esempio. Il personaggio più spesso menzionato in occasione di
diverse transazioni, distribuzioni e ispezioni è a-ko-so-ta, ma il suo titolo
non è mai indicato e noi non possiamo stabilire con certezza quale ne
fosse la posizione ufficiale.

Le comunità rurali

Gli archivi di Pilo contengono i registri terrieri di alcune località o


di alcune proprietà di statuto particolare. Queste serie sono talvolta
qualificate come "catastali", ma la definizione è impropria, perché la lo­
calizzazione precisa di ciascuna parcella non è mai indicata. Lo scopo
di queste tavolette sembra essere quello di stabilire la base imponibile
di determinate imposte in natura e di identificare i contribuenti deten­
tori di terre. Il lessico utilizzato è assai complesso, ma due categorie di
terreni vi appaiono nettamente distinte: i ke-ke-me-na e i ki-ti-me-na.
Le concessioni accordate sui ke-ke-me-na sono dette pa-ro da-mo (o
"dalla parte del popolo" o semplicemente "nel popolo", cioè "sulle terre
del popolo"), mentre le concessioni sui ki-ti-me-na sono dette "pa-ro il
tale o il talaltro".
Gli individui che detengono a titolo principale terre ki-ti-me-na (è
preferibile evitare il termine di "proprietari") ricevono la designazione
di te-re-ta, parola chiaramente legata al greco télos, "carica". Viene spon­
taneo ipotizzare che i te-re-ta di Pilo detengano delle terre come com­
penso della loro "carica"; ben più difficile determinare quale essa sia, per
conto di chi la esercitino e da chi ricevano i loro possessi. Secondo L. R.
Palmer, i te-re-ta sarebbero dei "baroni" e i ki-ti-me-na i "feudi" che essi
deterrebbero in cambio del loro servizio feudale6• I testi non si oppongo­
no a una simile interpretazione, ma neppure la rendono necessaria. Non
si può escludere che originariamente i te-re-ta dovessero il proprio ser-
A PPENDICE 223

vizio al da-mo, e che per la maggior parte di essi le antiche obbligazioni


fossero poi di fatto cadute in disuso.
La tavoletta di Pilo Ep 70 4 (Il. 4 - 5 ) registra la contestazione a propo­
sit o di un terreno: la sacerdotessa pretende di detenerlo come proprietà
sacra, ma il da-mo afferma trattarsi di una semplice concessione sui ke­
ke-me-na. Mette conto sottolineare che la comunità rurale vi appare ri­
conosciuta dal palazzo: secondo la formulazione di Michel Lejeune, essa
è dotata di "personalità giuridica"7• La piccola tavoletta Eb 297 menzio-
11a lo stesso conflitto a proposito del medesimo terreno; questa volta il
punto di vista del da-mo è espresso dai ko-to-no-o-ko, letteralmente "de­
tentori di possedimenti": se il significato del termine mantiene ancora
un legame con la sua etimologia, il da-mo è rappresentato da possidenti,
forse i più ricchi dei suoi membri.
Se i grandi dignitari del palazzo e i loro dipendenti, nonché i mem­
bri dei santuari, detengono delle proprietà fondiarie - il che suggerisce
una crescente prerogativa sulla terra da parte dei grandi organismi -, in
compenso i personaggi menzionati come te-re-ta o come ko-to-no-o-ko
(le due categorie si corrispondono ma non coincidono totalmente) assai
di rado sono membri dell'amministrazione palaziale. Notabili locali e
notabili palaziali sembrano costituire due classi distinte. Questa con­
clusione deve essere però formulata con cautela, dal momento che noi
conosciamo bene solo alcune località e soltanto del regno di Pilo.
Alcuni dignitari paiono non potersi collegare direttamente né all'am­
ministrazione palaziale né alle comunità rurali. Questo è soprattutto il
caso dei qa-si-re-we. Il termine che designa il re in greco classico, basiléus,
compare già negli archivi micenei nella forma qa-si-re-u, ma questo qa-si­
re-u è un personaggio di rango nettamente meno elevato rispetto al so­
vrano, il wa-na-ka. L'evoluzione semantica della parola basiléus è uno dei
principali fili conduttori di cui disponiamo per ricostruire l'evoluzione
politica dall'età micenea all'età arcaica. Tuttavia sostenere che i qa-si-re­
we sono dei capi locali sopravvissuti al crollo del sistema palaziale non ba­

sta, giacché negli archivi micenei compaiono ben altri tipi di capi locali:
bisogna anche e soprattutto tentare di determinare cosa distingua il qa­
si-re-u. I qa-si-re-we esercitano talora un ruolo nel controllo dei fabbri, e
almeno in un caso la funzione del qa-si-re-u pare essere ereditaria, giacché
il figlio vi viene associato al padre (PY Jn 4 31,6). È possibile che uno dei
qa-si-re-we di Pilo sia a capo di una ke-ro-si-ja: il termine può essere iden­
tificato con il greco classico gerousia, "consiglio degli anziani", ma è diffi­
cile determinare chi siano questi "anziani" di Pilo e quale sia il loro ruolo.
Note

[ Le note tra parentesi quadre sono state aggiunte dai curatori dell'edizione italiana.]

Premessa all'edizione italiana


1 . In precedenza il libro, il cui titolo originale era semplicemente Homere, è stato tra­

dotto in greco (P. Carlier, 'Oµ'f/poç, trad. A. Kefala, Pataki, Athina 2.005), spagnolo (P.
Carlier, Homero, trad. A. Iglesias Diéguez, Akal, Madrid 2.005) e portoghese (P. Carlier,
Homero, trad. F. Oliveira, Publicaçoes Europa-América, Lisboa 2.0o8).

Introduzione
1 . L'origine dell'aneddoto è di facile spiegazione: si tratta dei vv. 650-659 de Le opere e i

/!,iorni, in cui Esiodo si vanta di una vittoria poetica conseguita in occasione dei funerali
tli Anfidamante, ma senza far menzione di Omero.
2 . Questa spiegazione del nome di Omero chiaramente non è l'unica: homeros può si­

gnificare anche "ostaggio" o "compagno". Qualche spirito irriverente ha altresì notato


che il nome letto come due parole, ho méros, significava "la coscia".
>· [O piuttosto Pseudo-Luciano (la paternità lucianea del dialogo è quasi unanime­

mente messa in dubbio), Encomio di Demostene, 9-12.].


4. Senofonte, Simposio, 4, 6-7.
s. [Frammenti B 10-15 Diels-Kranz].
6. [Repubblica, 377a-398b]. Jean-Jacques Rousseau (1712.-1778) si è ricordato di questa
,

condanna platonica allorché nell'Emile chiede che si rinunci a far apprendere ai bam-
bini le favole di La Fontaine, perché ritiene che esercitino un' influenza perniciosa sulle
g1ovan1 menti.

• •

7. L'esegesi allegorica di Omero è oggetto di alcuni bei libri, tra cui Buffière (1956).
8. (D'Aubignac (1715, p. 6)].

9. [Si tratta del famoso codice V eneto A dell Iliade (Marcianus Graecus 454) del X secolo].
'

10. Agli "analitici" si oppongono gli "unitari", secondo i quali ciascuno dei due po­
emi è opera di un solo autore. Per tutto il XIX secolo gli "unitari" hanno costituito
una minoranza denigrata: questi "fondamentalisti", si diceva, non potevano essere
OMERO E LA STORI A

che preti o professori di scuola. Le tesi unitarie hanno guadagnato terreno nella pri­
ma metà del XX secolo, e dal 1950 al 1990 la maggior parte dei grecisti ha insistito
sull'unità dei poemi. In questi ultimi anni sono tornate in voga teorie vicine a quel­
le di Wolf. Sulle altre correnti del!' interpretazione omerica - "neoanalisi" e "poesia
orale" - cfr. p. 61 ss.
II. [Formato da due emistichi di sei sillabe separati da una forte cesura, il verso ales­

sandrino (vers alexandrin) fu impiegato per la prima volta nel XII secolo nel poema
Roman d'A.lexandre di Alexandre de Bernay, da cui prese il nome; i poeti della Pléiade e i
drammaturghi del classicismo ne fecero uno dei versi prediletti della tradizione poetica
francese. Nella poesia italiana conobbe una vera fortuna solo a partire dal XVII secolo,
allorché, su esempio della tragedia classica francese, Pier Jacopo Martello lo introdus­
se nella versificazione drammatica nella forma rimasta canonica (insieme al nome di
"martelliano") di un settenario doppio i cui due emistichi possono essere piani, tronchi
o sdruccioli: cosi ad esempio G. Carducci (Rime Nuove, VI, lxxxviii, 1-1): Su i campi di
Marengo I batte la luna;fosco I Tra la Bonnida e il Tanaro I s'agita e mugge un bosco].
I l . Per questa ragione alcuni linguisti hanno ipotizzato che l'esametro sia di origine

pre-ellenica (ad esempio minoica).

I
Dal mondo miceneo alle città arcaiche
I. Altri affreschi furono cosi ampiamente "completati" da Evans e dalla sua équipe, che

si è potuta studiare l' inRuenza dell'Art nouveau sugli affreschi di Cnosso.


1. Le tavolette rinvenute a Pilo sono state edite in modo esemplare da E. L. Bennett,
Ihe Pylos Tablets. Texts ojthe Inscriptions Found I939-I954 , Princeton 1955.
3 . Il percorso intellettuale di Ventris è esposto con grande chiarezza daJohn Chadwick,
il linguista con cui Ventris collaborò per presentare i risultati della decifrazione:
Chadwick (1958).
4 . [History Begins at Sumer è il titolo di un famoso libro dell'assiriologo Samuel Noah
Kramer (1• ed. Philadelphia 1956)).
5. La Casa delle Tegole sembra essere stata distrutta assai presto: vi fu un incendio pri­
ma della fine dei lavori di finitura e il sito fu coperto da un tumulo.
6. Il centro dell' isola sprofondò nel mare: sono gli orli orientali del cratere che hanno
conferito all'attuale isola di Tera la sua caratteristica forma a falce di luna. Il sito di Akro­
tiri nel sud dell'isola è stato sepolto sotto parecchie decine di metri di ceneri vulcaniche.
7. Il Circolo B, così denominato perché scoperto successivamente, è in realtà netta­
mente più antico del Circolo A: 1650-1575 secondo la cronologia tradizionale per il
Circolo B, 1600-1500 per il Circolo A.
8. [Alla data dell'edizione francese questo corpus non era ancora pubblicato; oggi cfr.J.
P. Olivier, Édition holistique des textes chypro-minoens (HOCHYMIN), avec la collabora­
tion de F. Vandenabeele, Pisa-Roma 1007 ).
9. Per una rassegna delle edizioni dei testi micenei e dei principali strumenti di lavoro
si veda il mio contributo in F. Bérard, D. Feissel, P. Petitmengin et al. (éds.), Guide de
NOTE 2. 2.7

l'épigraphiste. Bibliographie choisie des épigraphies antiques et médiévales, 2.' éd., Paris
1 9 89, pp. 2.2.7-31 (3' éd. Paris 2.ooo, pp. 2.87-92.; 4' éd. Paris 2.010, pp. 2.91-6].
10. L'incertezza perdura sui vasi iscritti, poco più di centocinquanta, quasi tutti pro­
dotti da officine della zona occidentale di Creta.
1 1. I noduli, oggettini fittili spesso a forma di prisma a tre facce, oltre a un' impronta di
sigillo non recano che iscrizioni assai brevi.
1 l . Non si è ancora del tutto sicuri che le forme te-mi e o-u-te-mi debbano essere identi­
ficate con il greco alfabetico 0éJLlç (thémis, "è lecito") e où 0éJL!ç (ou thémis, "non è lecito")
e non con TÉpfttç (té1n1is), nel qual caso si tratterebbe di un inventario di mobili, con o

senza sponda . n

13. Alcune trasformazioni fonetiche sono frequenti (ad esempio il passaggio da ti a si


per assibilazione), mentre altre sono impossibili (il passaggio da si a ti in particolare): si
può dunque concludere che in greco la forma ti è più primitiva della forma si.
1 4. [Per un quadro più aggiornato c&. S. Degcr-Jalkotzy, I. S. Lcmos (cds.), Ancient
Greece. From the Mycenaean Palaces to the Age ofHomer, Edinburgh 2.006].
15. È lecito sperare che le modalità della progressiva ripresa che si manifesta in qucst 'epo­
ca possano presto godere di analisi dettagliate. Per due eccellenti sintesi recenti si vedano
Snodgrass (1996), che insiste sopratrutto sulle differenze regionali, e Poursat (1995), che
sottolinea le differenze cronologiche. Per l'architettura si veda anche Mazarakis Ainian
( 1997), che passa in rassegna numerosi grandi edifici della cosiddetta Età Oscura.
1 6. La sculpturegrecque, 1. Des origines au milieu du P' siecle, Paris 1994, p. 86.
17. (IG 12 919 j.
18. (SEG XIV 604).
19. (IG XIV 865).
2.0. [IG XII 3, 536 e Suppl ].

2.

Genesi e trasmissione dei poemi


1. Nel romanzo umoristico Dosja H ("Il dossier H.", dove H. sta per "Homeri") del
1981, lsmail Kadare immagina che due grecisti irlandesi raccolgano in maniera simile
testimonianze della poesia popolare albanese, ma che un perfido monaco serbo ne di­
strugga le registrazioni.
i. . [ TH Av 106, 7; c&. il greco classico lyrastdi (Àupc:tO'Tc:tl) ].

3. Poema epico indiano la cui redazione scritta non è anteriore all'era cristiana.

4. Il luvio è una lingua indoeuropea affine ma distinta dall'ittita, parlata nel 11 millen­
nio da un certo numero di popoli dell'Anatolia occidentale tra cui forse i Troiani.
5. KBo 4.11, 45-46. Il testo è citato e commentato da C. Waclcins, Ihe Language ofthe
Trojans, in Mcllink (1986, pp. 51-9).
6. Ignoriamo quale fosse il rendimento di un aedo, ma sappiamo che durante le Grandi

Dionisic di Atene la rappresentazione di una tetralogia teatrale (da 5.000 a 6.ooo versi
assai più brevi degli esametri epici) occupava un' intera giornata.
7. È probabile che Wolf pensasse alla riunione dci canti gaelici dcl bardo Ossian da
parte dello scozzese James Macphcrson, che fece scalpore alla fine dcl XVIII secolo; ci si
OMERO E LA STORIA

accorse in seguito che Macpherson era un impostore e che aveva inventato di sana pian­
ta molti dei poemi attribuiti a Ossian. Ciò nondimeno la compilazione di lunghi poemi
grazie alla riunione di numerosi canti anteriori più brevi è fenomeno ben attestato. È
così che si può render conto della genesi del Mah.iibh.iirata, immensa epopea indiana
quattro volte più lunga del!'Iliade. L'esempio più chiaro è la composizione del Kalevala
finlandese da parte del medico di campagna Elias Lonnrot, che raccolse e riunl insieme
numerosi canti popolari tra il I830 e il I850.
8. L'Ipparco non è di Platone; il dialogo, forse opera di un "socratico minore", sembra
datare ali' inizio del IV secolo.
9. Questo pamphlet che polemizza con un certo numero di scritti antigiudaici, o me­
glio antisemiti, sembra potersi datare agli ultimi anni del I secolo d.C.
IO. La visita di Patroclo a Nestore, nel cui contesto il poeta menziona la coppa, non
assume pieno significato se non nell'architettura generale del!' Iliade: è in quell'occa­
sione che Nestore consiglia a Patroclo di chiedere le armi di Achille e di riprendere il
combattimento. La coppa di Nestore potrebbe essere stata evocata in un altro episodio
della leggenda troiana celebre nell'v111 secolo e successivamente caduto in oblio, ma
una tale catena di ipotesi è troppo complicata per essere verosimile.
II. Ruijgh (I995) colloca la composizione dei poemi nel IX secolo.
I:Z.. Secondo Wade-Gery (I95:z.), l'Iliade sarebbe stata composta per i Panionia, anti­

chissima festa di tutti gli Ioni che si celebrava in onore di Posidone a Capo Micale vici­
no a Priene, ma si tratta soltanto di un' ipotesi non supportata da alcuna fonte antica.
I3. Non è affatto escluso che si tratti del medesimo aedo; per una discussione più det­
tagliata cfr. pp. 75-6.
I4. Cfr. pp. 58-60. Wade-Gery (I95:z.) e Powell (I99I) hanno supposto che i Greci aves­
sero inventato l'alfabeto per mettere per iscritto i poemi di Omero: l' ipotesi ha il meri­
to di sottolineare l' importanza che i Greci hanno accordato all'epopea omerica fin da
tempi assai antichi, ma rimane ugualmente verosimile che l'alfabeto sia stato inventato
da mercanti per ragioni assai più prosaiche.
I5. Papiro e pergamena costavano certamente assai cari nella Grecia arcaica, ma il prezzo
non doveva essere una seria preoccupazione per aristocratici che gareggiavano nel!' alle­
vare cavalli per le gare dei carri e nell'offerta di tripodi bronzei nei grandi santuari.
I6. Una confraternita di rapsodi dell' isola di Chio, gli Omeridi, pretendeva di discen­
dere dal poeta stesso. È possibile che gli Omeridi, che hanno contribuito alla diffusione
dei poemi (uno di essi, Cineto, avrebbe fatto conoscere Omero a Siracusa), pretendes­
sero di detenere la versione autentica dei testi omerici, e avessero talora denunciato de­
terminate alterazioni (essi stessi forse ne avevano introdotte alcune). Nessuna testimo­
nianza antica tuttavia attribuisce agli Omeridi un testo ufficiale scritto dei poemi.
I7. Gli ammiratori di Sparta non hanno mancato di attribuire a Licurgo, il mitico legi­
slatore della città, il merito di aver introdotto i poemi omerici nella Grecia continentale
(Plutarco, Vita di Licurgo, 4, 4). L' intento propagandistico è cosi evidente che la testi­
monianza è inutilizzabile per ricostruire la storia della trasmissione dei poemi omerici.
I8. Queste le cifre fornite da West (1967). [Alla data odierna i frammenti papiracei
anteriori alla metà del 11 secolo a.C. si contano nell'ordine di una quarantina, come si
evince dal catalogo on-fine dei papiri letterari greci e latini Mertens-Pack3 curato dal
Cenere de Documentation de Papyrologie Littéraire (CEDOPAL) dell' Università di
Liegi, http://promethee.philo.ulg.ac.be/cedopalMP3/indexMP3.aspx (Io/07 / :z.0I3) ].
NOTE

19. Atetesi è un termine filologico che indica l'espunzione di un passo.


z.o. Il titolo del poema deriva forse dal ruolo in esso rivestito da Cipride (uno dei nomi
di Afrodite).
z.1. Questo il riassunto di Proclo; Erodoto ( z., 117 ) cita una versione dei Canti Ciprii in
cui Paride va direttamente da Sparta a Ilio in tre giorni.
z. z. . Iliade e Odissea ignorano l'obbligo della purificazione dopo un'uccisione.

z.3. Ciò chiaramente non significa che questo passo dell' Odissea sia posteriore alla com­
posizione dei Nostoi. Le tradizioni sugli Arridi sono molto più antiche della composi­
zione dell' Odissea e la loro frequente menzione consente al poeta di sottolineare più
precisamente il significato politico, morale e religioso delle vicende di Itaca.
z.4. L'argomentazione qui esposta poggia in gran parte sull'analisi dei due poemi pro­
posta nei CAPP. 3 e 4. Mi è parso peraltro più naturale affrontare in questo capitolo
dedicato alla genesi dei poemi omerici la questione se Iliade e Odissea siano del mede-
simo autore.

z.5. O più esattamente è ciò che resta di una serie di attribuzioni a "Omero" progressi­
vamente rifiutate dai critici dell'antichità.

3
L'Iliade

1. [Dell'opera, "romanzo" fantastico dcl I o dcl 11 secolo d.C., sopravvivono solo alcuni
frammenti e la versione latina fattane da un Lucio Settimio (1v secolo d.C.?) col titolo
di Ephenze1"is belli Troici, che ebbe larghissima fortuna nel Medioevo occidentale. Vi
si fingeva che il cretese Dirti, compagno dell'eroe omerico Idomeneo, avesse redatto
in fenicio una fedele cronaca della guerra di Troia che poi, rinvenuta nella sua tomba
all'epoca di Nerone, l'imperatore avrebbe voluto fosse tradotta in greco].
z. . [A. H. de la Motte, L'Iliade, poime, avec un Discours sur Homere, Paris 1714, p. 158 ] .

3. Prima di dividere il bottino tra tutti i guerrieri, si prelevavano le "spettanze" destinate


al re e talora ad alcuni eroi.
4. Ad esempio Apollodoro, Biblioteca, 1 , 78.
5. Giovannini (1969 ) . I teorodochi sono i personaggi incaricati di accogliere in ciascu­
na città i messi di Delfi - o théoroi - che viaggiano per annunciare la tregua sacra e i
Giochi Pitici. La lista più completa data al 111 secolo a.C.
6. Nel dramma La guen-a di Troia non sifora (La gue1·1·e de Troie n 'aura pas lieu, 1935 )
di Jean Giraudoux, <<i più maliziosi>> tra i vecchi Troiani contemplano Elena dal basso
mentre << in piedi, ella si aggiusta il sandalo avendo cura di sollevar bene la gamba >>
(atto 1, scena v1).
7. Alessandro è uno dei due nomi di Paride.
8. Secondo alcune tradizioni la dea si sarebbe successivamente vendicata ispirando una
passione adulterina alla bella Egiale, la sposa di Diomede.
9. Alcuni hanno inteso queste parole di Elena come una profferta a Ettore.
10. Sugli hédna c&. pp. 16z.-3.
11. Alcuni commentatori antichi sono rimasti interdetti dal fatto che gli ambasciatori
che hanno già partecipato al banchetto degli anziani cenino due volte nella stessa sera.
OMERO E LA STORIA

12. Un'evocazione assai concreta: <<Quante volte mi hai inzuppato il davanti della tu­
nica vomitando il vino bevuto !>> (9, 490-49 1): due versi il cui realismo scandalizzava
Houdar de La Motte.
13. Il nome della sposa di Meleagro, Cleo-patra, evoca quello di Patro-clo, l'amico di
Achille: questa somiglianza rafforza il parallelismo tra i due episodi. Anche Achille do­
vrà riprendere a combattere non per salvare, ma per vendicare l'amico.
14. Virgilio riprende questa tradizione in Eneide, 1, 472-473.
15. Sui rapporti tra Polidamante ed Ettore cfr. p. 183.
16. La presenza sul campo di battaglia di guerrieri recalcitranti al combattimento è a
quanto pare un tratto familiare all'aedo e al suo pubblico.
17. Rea, madre di Era, aveva affidato la figlia a Teti e a Oceano durante lo scontro tra
Zeus e i Titani.
18. L'assemblea non era stata informata dell'ambasciata: cfr. p. 97.

4
L' Odissea

1. Conviene evitare l'espressione "Viaggi di Telemaco" cara a Victor Bérard, poiché Te­
lemaco lascia Itaca soltanto alla fine del canto 2.
2. [Delebecque ( 1958)].
3. La traduzione di /Otos con "datteri" di Victor Bérard è arbitraria. I datteri non sono
fiori e nulla prova che il paese dei Lotofagi si situi in Tripolitania.
4. I Greci bevono vino miscelato ad acqua; solo i peggiori ubriaconi consumano vino
puro.
5. Outis. Vi è in greco un gioco di parole difficilmente traducibile: a seconda della co­
struzione della frase "nessuno" si scrive oiiTtç (outis) o fL�Tlç (métis) e la seconda forma è
assai simile al termine greco che denota l'intelligenza pratica, fL�Tlç (metis). È la metis di
Ulisse che gli ha fatto escogitare il nome di Outis (il gioco di parole è esplicito in 9, 414).
6. Il mostro antropofago è affettuoso con le sue greggi; nel III secolo a.C. il poeta ales­
sandrino Teocrito descriverà un Polifemo sentimentale sospirante d'amore per la ninfa
Galatea.
7. È il kykeon, la bevanda che si serve abitualmente a metà giornata agli ospiti affaticati
dal cammino, la stessa offerta da Nestore a Patroclo in Iliade, 11, 638-641.
8. Nella loro esegesi allegorica gli stoici hanno inteso il moly come un' immagine del
logos, la ragione.
9. Molto antico è il tema della divinità malefica che svuota gli amanti della loro forza
vitale: Gilgamesh rifiuta l'unione con Ishtar ricordando alla dea che ella ha sfinito e
condotto a rovina i suoi uomini precedenti.
10. Circe, benché sia una dea, ne sa meno di Tiresia. Il suo ruolo consiste prima nel!' in­
dirizzare Ulisse a Tiresia e quindi, ali' inizio del canto 12, nel completarne e precisarne
le profezie, preannunciando a Ulisse i primi pericoli che lo attendono, cioè le Sirene e
Scilla e Cariddi.
11. Circe non è onnisciente: ella può attribuire a Ulisse, l'eroe che ha vinto i suoi sor­
tilegi e suo caro amante, imprese maggiori di quelle che egli ha realmente compiuto.
NOTE

12. Alcune formule che fanno esplicita menzione di una discesa agli Inferi sono state con­
servate - o introdotte - nel testo: ad esempio II, 475. Sui vv. II, 565-625 c&. p. I3I.
I3· Questi ultimi viaggi di Ulisse hanno suscitato diverse spiegazioni; il testo stesso

suggerisce una chiave - Ulisse dovrà giungere in un paese totalmente al di fuori del
dominio di Posidone prima di riconciliarsi con il dio -, ma essa non è necessariamente
l'unica.
I 4· Questo passo è stato spesso interpretato contro il parere di Aristarco come un' al­
lusione alla Telegonia (cfr. p. 73). Tradizioni differenti dicono che Ulisse sarebbe morto
per aver ingoiato una lisca di pesce. Secondo il neoplatonico Porfirio l'espressione t�
it.À6ç (ex halos) significherebbe che Ulisse sfugge definitivamente al mare, vale a dire che
la sua anima si libera totalmente della materia.
15. Per un'analisi del testo più dettagliata, cfr. p. I43·
I6. Un passo fondamentale per l'analisi della società omerica: cfr. p. I6I.
17. Il dettaglio suggerisce che le ragazze si siano bagnate nude.
I8. Odissea, 7, 300: la precisazione di Alcinoo non è inutile giacché implica che se la
ragazza fosse stata sola non avrebbe potuto accompagnare l'ospite.
19. Questa sfida annuncia la gara con l'arco del canto 21.
20. Tradizioni successive daranno un seguito alla storia di Nausicaa e le faranno sposa­
re Telemaco (Ellanico di Lesbo, FGrHist 4 F 156).
21. Ma in compenso hanno bisogno di rematori.
22. Lo svizzero J. J. Bachofen (I8 I5-I887) fu il teorico del matriarcato.
23. Il solo altro racconto che evochi i Feaci è la storia del ritorno degli Argonauti.
Quando Giasone e Medea arrivano alla corte di Alcinoo vi trovano degli inviati del re
di Colchide, Eeta, che reclama la figlia Medea per punirla; preso come arbitro, Alcinoo
sentenzia che Medea sarà resa al padre se vergine, in caso contrario rimarrà a Giasone.
Avvisato da Arete, Giasone fa immediatamente ciò che è necessario per tenersi Medea
(Apollonio Rodio, Argonautiche, 4, 995-1222).
24. Il fascino suscitato da Nausicaa è tale che qualcuno si è divertito a supporre che
essa fosse l'autrice dell' Odissea: si tratta di Samuel Butler, 'Jhe Authoress ofthe Odyssey,
London I897. Noi diremo piuttosto che il poeta dell' Odissea era un uomo che amava
le fanciulle.
25. Cfr. p. 76.
26. Il testo dice letteralmente che Arete <<è nata dagli stessi genitori che hanno dato
alla luce il re Alcinoo>> ( 7, 54-55): secondo alcuni commentatori ciò significa che Alci­
noo e Arete erano fratello e sorella, come Zeus ed Era. Per i fautori di questa interpre­
tazione letterale i versi seguenti, che invece fanno di Arete la nipote di Alcinoo, figlia
di suo fratello Rexenore ( 7, 56-66), sarebbero un' interpolazione tesa a introdurre una
diversa genealogia per mascherare un incesto divenuto scandaloso.
27. Mentre i Ciclopi e i pretendenti sono puniti per aver violato le leggi dell'ospitalità,
i Feaci lo sono per averle rispettate o forse, piuttosto, per averle applicate con troppo
fasto e troppa generosità, senza premurarsi di non offendere gli dèi che perseguitavano
il naufrago con la loro collera.
28. Una così antica menzione dci Latini ha sorpreso molti commentatori portando a
supporre, ma senza argomenti decisivi, che il passo sia frutto di interpolazione.
29. Nella fattispecie Strabone si fonda su un accostamento già proposto da Polibio (34, 2, 15).
30. Bérard (1927-29, III, pp. 363-6).
OMERO E LA STORIA

31. Ballabriga (1998, pp. 91-172).


32. Ad Atena (13, 256-286), a Eumeo (14, 199-359), ai pretendenti (17, 419-444) e a Pene­
lope (19, 172-202) Ulisse si presenta come un principe o un condottiero cretese, al padre
Laerte (24, 303-314) come un principe della città di Alibanco, la cui localizzazione è assai
controversa. Queste cinque storie fittizie, che presentano alcuni punti in comune, aspirano
a sembrare verosimili e sono tanto più preziose per la ricostruzione del mondo omerico.
33. Un'evidenza su cui mi guarderei dall'insistere se alcuni storici alla moda non aves­
sero recentemente sostenuto il contrario.
34. I pretendenti sono in maggioranza giovani, ma Anfimedonte era ospite di Aga­
mennone già prima della guerra di Troia (24, 114).
35. Cfr. pp. 150-1.
36. In 2, 52 essi <<rabbrividiscono per la paura>> di doversi recare nella dimora di lcario
per far la coree a Penelope: sono parole di Telemaco in assemblea; i pretendenti, ben
inteso, si guardano dal!'ammetterlo.
37. In questa celebre scena, Ulisse afferra la vecchia nutrice alla gola e la rimprovera di
voler causare la sua rovina; con tutta evidenza egli teme che Penelope possa comportarsi
da nemica.
38. È la versione cui si è ispirato Jean Giono nel romanro Naissance de l'Odyssée, Paris 1938.
39. Duride di Samo, FGrHist 76 F 21; scolio a Teocrito 7, 109-1 10.
40. Kjrios significa letteralmente "padrone", "signore� ma poiché il lessico greco distin­
gue accuratamente l'autorità del padre o del marito sulla donna e quella del paclrone
sullo schiavo, eviteremo di tradurre kjrios con "padrone".
41. Sul matrimonio omerico cfr. pp. 162-3.
42. L' Odissea non dice nulla del luogo ove risiede il padre di Penelope; la maggior
parte delle tradizioni ne fa la figlia del lacedemone lcario, fratello di Tindaro. È tuttavia
sorprendente che a Sparta Atena inciti Telemaco a rientrare a Itaca perché Eurimaco
sta guadagnandosi i favori del padre di Penelope. Come ha notato Aristotele (Poetica,
1461b), la difficoltà viene meno ammettendo che Omero seguisse la tradizione di Cefa­
lonia, che assegnava a Penelope come padre il cefallenio lcadio (secondo questa ipotesi
la confusione tra lcadio di Cefalonia, isola del regno di Itaca, e I' lcario lacedemone
sarebbe posteriore ali' Odissea).
43. Cfr. p. 146.
44. La divergenza con il canto 23 del)' Iliade è invece flagrante: lì Patroclo si lamenta di
non poter varcare le porte dell'Ade perché non è ancora stato sepolto (23, 71).

5
Le società omeriche
1. Il riscatto per la liberazione di un uomo o di una donna di alto rango è superiore al
prezzo che il vincitore ricaverebbe dalla sua vendita come schiavo.
2. Tali le mansioni di Patroclo e degli altri therdpontes di Achille nella scena dell'amba­
sciata (Iliade, 9, 201-220 e 658-659 ).
3. Patroclo è dovuto fuggire dalla sua patria a causa di un omicidio (Iliade, 23, 85-88), e
così pure Licofrone, lo scudiero di Aiace, ha dovuto lasciare Citera dopo aver ucciso un
uomo (Iliade, 15, 430-432).
NOTE 2.33

4. Eteoneo ha un patronimico (Odissea, 4, 3I e I5, 95), è qualificato come Kpelc.Jv


(kréion) "potente" (4, 2.2.), ha accompagnato Menelao a Troia (4, 3I-36), sembra posse­
dere una propria dimora ( I5, 96).
5. Su questo passo cfr. p. I59· La medesima questione si può porre a proposito delle sce­
ne di aratura e di mietitura dello scudo di Achille (Iliade, I8, 541-560 ). Si può prendere
in considerazione tuttavia anche un'ipotesi legger111ente diversa: alcuni contadini, pur
possedendo delle terre a titolo privato, sarebbero stati costretti a corvées nelle grandi
proprietà o almeno in alcune di esse.
6. Sui big men conviene rifarsi a M. P. Sahlins, Stone Age Economics, Chicago 1972.
[trad. it. L'economia dell'eta della pietra: scarsita e abbondanza nelle societa primitive,
Milano 1980 ], piuttosto che ai grecisti che hanno utilizzato i suoi lavori.
7. È il caso di Olimpia (Iliade, II, 70I), di Fere (Iliade, 5, 544-549) o di Efira-Corinto
(Iliade, I5, 532.).
8. La principale difficoltà di questo passo sta nell'interpretazione del termine phjlon,
che non è necessariamente sinonimo di phylé, il nome classico della tribù, e forse signi­
fica semplicemente "popolo" o "paese". Se si adotta questa interpretazione, katd phjla,
cioè "per phjlon", indicherebbe semplicemente i borghi e gli éthne enumerati in ciascun
contingente. Anche in questo caso l'espressione katd phrétras "per fratria� mostrerebbe
che il poeta concepiva le comunità politiche più piccole come suddivise in fratrie. La
fratria ricompare in un altro discorso di Nestore: chiunque desidera la guerra civile,
dichiara il vecchio re, << non ha né fratria né legge né focolare>> (Iliade, 9, 63). Questo
passo suggerisce che la fratria sia un' istituzione fondamentale, come l' oikos con il suo
focolare e la comunità con le sue thémistes.
9. Si veda la brillante analisi di Benveniste (I969, II, trad. it. pp. 310-5).
10. A tal proposito si possono menzionare l'adunanza religiosa (dgyris) dei Pilii in ono­
re di Posidone (Odissea, 3, 5-9 ), o nella stessa Itaca la << sacra ecatombe>> in onore di
Apollo condotta per la città dagli araldi e per la quale <<si riunivano gli Achei dai lunghi
capelli>> (Odissea, 2.0, 2.76-2.78).
II. Cosi, al crepuscolo il re di Siro e i suoi convitati vanno a sedere nella pubblica piazza
per ascoltare il popolo (Odissea, 15, 468); anche a Itaca l'agord è un luogo assai fre­
quentato: quando Telemaco vi si reca in I7, 61-73 vi trova i pretendenti, gli hetdiroi di
suo padre che siedono insieme e il suo stesso hetdiros Pireo, cui aveva affidato l'ospite
Teoclimeno; tutte queste persone e probabilmente molte altre si recavano nell'agord
soltanto per incontrarsi e per discutere.
12.. L'affermazione contraria che si trova spesso ripetuta, talora anche sotto le migliori
penne, non regge ali' analisi dei testi omerici.
I3. Molti studiosi si sono avvalsi di queste eccezioni per ipotizzare che basiléus avesse
in Omero il senso generale di "capo� "nobile" o "notabile". La prima formulazione
di questa tesi, la più sfumata e nel contempo meglio argomentata, è nell'articolo di
Gschnitzer (I965), che cerca di attenuare la discontinuità semantica tra il qa-si-re-u mi­
ceneo e il basiléus omerico. Su qa-si-re-u si veda Appendice, p. 2.2.3.
14. L'età è spesso rappresentata in Omero come un titolo di superiorità nel consiglio.
Non per questo tutti gli "anziani" sono vecchi: nel consiglio pan-acheo Diomede e
Achille sono uomini particolarmente giovani. Benché la formula yépa.ç io cl yep6vTCdV
(.géras est/geronton) sia solo il riflesso di una etimologia popolare, essa è indicativa delle
2.34 OMERO E LA STORIA

concezioni politiche dei poemi: gérontes evoca tanto l'idea di privilegio (ytpiiç. géras)
che quella di anzianità (yijpa.ç,glras).
15. Sarpedone e Glauco esercitano congiuntamente la regalità in Licia.
16. Questo suocero non è nominato nell'episodio: nell'Iliade il padre di Afrodite è
Zeus (5, 348), ma non è affatto certo che lo sia anche negli Amori. Nell'Iliade la sposa di
Efesto è Kharis e non Afrodite.
17. Il termine greco dal significato controverso è lstor.
18. L'avverbio épeita (g'll'ElTa.) suggerisce che Efesto avesse istoriato l'una accanto all'al­
tra diverse scene raffiguranti le tappe successive della procedura giudiziaria. Per un com­
mento archeologico allo scudo di Achille si veda K. Fittschen in Buchholz (1967-90, II,
N, 1, pp. 1-i.4, in part. pp. 12. ss.).
19. [Glotz (1904)).
i.o. Dopo la gara dei carri nel canto i.3 del!'Iliade Menelao chiede ad Antiloco di giura­
re su Posidone che egli non ha intralciato �< volontariamente e con dolo>> la traiettoria
del suo carro (i.3, 585), e Antiloco per evitare lo spergiuro ammette il torto.
i.1. Il valore ponderale del talento omerico non è conosciuto, ma è evidentemente assai
inferiore a quello di epoca classica (circa 2.5 kg). Secondo una teoria spesso ripetuta, nei
poemi omerici un talento d'oro corrisponderebbe al valore di un bue.
i.i.. Cfr. pp. 84-5.
i.3. In questo passo il termine sembra avere il senso di "coscritto" piuttosto che di "com­
pagno d'armi".
i.4. L'esempio più chiaro di un re crudele e malefico è l'abominevole Echeto <<flagello
del genere umano>> presso il quale i pretendenti minacciano di spedire lro (Odissea,
18, 85 e 116) e Ulisse (Odissea, i.1, 308); l'ingiustizia è peraltro presentata come tratto
abituale della maggior parte dei re (Odissea, 4, 691).
i.5. Sull' importanza della dolcezza nel mondo omerico si veda de Romilly (1979, pp.
19-i.i.). L'evocazione della dolcezza come qualità regale è un elemento innovativo
del!' Odissea: l'aggettivo �7!'1oç (épios) è associato cinque volte al concetto di regalità ( i.,
47, i.30 e i.34; 5, 8 e 1i.).

6
Omero e la storia
1. [Per Schliemann e Bérard cfr. pp. i.9-31 e 141; gli altri riferimenti sono a F. Ham­
pl, Die Ilias ist kein Geschichtsbuch, in R. Muth (Hrsg.), Serta philologica Aenipontana,
lnnsbruck 196i., pp. 37-63; J. Chadwick, Homere: un menteur?, in "Diogène", 77, 197i.,
pp. 3-18; G. Jachmann, Das homerische Konigtum, in "Maia", 6, 1953, pp. i.41-56; Geddes
(1984, p. 36)).
i.. La gue1.,·e de Troie n aura pas lieu, del 1935.
3. Blegen (1963, trad. it. p. 1 8).
4. lvi, p. 1 63.
5. L'articolo più famoso è The Trojan Jfar, pubblicato in "Journal ofHellenic Studies",
84, 1964, pp. 1-9 (la redazione della rivista sollecitò J. L. Caskey, G. S. Kirk e D. L. Page
a replicare: ivi, pp. 10-i.o ).
NOTE

6. I risultati di questi scavi sono metodicamente pubblicati a cadenza annuale nella col­
lezione Studia Troica edita a Mainz. Per una sintesi provvisoria c&. Korfmann ( 1995 ) .
7. Strabone, contemporaneo di Augusto, dichiara che il borgo che si è dato il nome di
Ilion fu fondato soltanto ali'epoca di Creso alla metà del VI secolo e che le pretese dei
suoi abitanti miravano a ottenere i doni dei re ellenistici a cominciare da Alessandro,
gran lettore dell'Iliade, e poi dei Romani che si attribuivano un'ascendenza troiana.
Strabone dal canto suo situa la Troia di Priamo cinque km più a est, nel luogo detto
"Villaggio degli Ilii".
8. E. Laroche, Catalogue des textes hittites (crH), Paris 1971, n. 182. [ KBo 18.117 ],
=

secondo la traduzione di Page ( 1959, pp. 11-z.) .


9. ( CTH, n. 105 ) .
10. Non si può tuttavia escludere che queste donne siano state acquistate nei mercati di
schiavi sulla costa anatolica o delle isole vicine.
11. Su questo testo c&. p. 62..
12.. Qualcuno ha supposto che il nucleo storico della guerra di Troia sia stata la distru­
zione di Troia VIh a causa di un terremoto (il cavallo è uno degli attributi di Posidone,
il dio che scuote la terra).
13. Altri hanno ipotizzato che il poeta descrivesse oggetti micenei rinvenuti nell'vIII
secolo che affascinavano i contemporanei per il loro lusso e per la loro bellezza. Simili
supposizioni non sono necessarie. La tradizione epica, che risale quanto meno ali' inizio
dell'età micenea, basta di per sé a spiegare la trasmissione di una precisa memoria di
questi oggetti straordinari.
14. Basterà qui evocare il classico lavoro di Lorimer ( 1950 ) o la serie pubblicata a Got­
tingen sotto il titolo di Archaeologia Homerica.
15. Il procedimento diviene sempre più delicato per la crescente complessità dei dati ar­
cheologici; esistono infatti molte varianti regionali e tutt'altro che rara è la coesistenza
di usi diversi nei medesimi siti.
16. Gli scribi di Cnosso e di Pilo registrano minuziosamente centinaia di carri mante­
nuti con cura nelle rimesse palaziali.
17. Odissea, z.z., 4z.1-4z.3 e 7, 103-107.
18. Questa nuova concezione appare già ne Le opere e i giorni, ma Esiodo non men­
ziona mai né hédna né dote, sicché non sapremmo dire quando essa si sia tradotta in
termini giuridici.
19. Questo dubbio è uno degli elementi che hanno condotto Moses I. Finley a pensare
che Omero descriva la situazione dell'Età Oscura e non quella a lui contemporanea. Se­
condo Finley ( 1978, p. 117 ) all'epoca della composizione dei poemi <<la monarchia era
,

scomparsa dalla maggior parte dell' Ellade. Al suo posto dominavano gli aristocratici
come gruppo, uguali senza un primo tra loro>>.
z.o. C&. le mie conclusioni in Carlier ( 1984, pp. z.31-514 ) .

2.1. Lo storico americano Robert Drews sostiene il contrario nel suo piccolo volume
del 1983. Drews si dà gran pena nel confutare alcune tradizioni, soprattutto quelle sulle
regalità ioniche, ma non riesce a revocare in dubbio tutti i testi relativi a re dell 'vIII e
del VII secolo. Egli tenta di aggirare l'ostacolo in due modi: da una parte osserva, giu­
stamente, che molti basiléis ereditari regnano su éthne; tuttavia, se l 'éthnos è una forma
politica assai diffusa in epoca geometrica, e se la maggior parte degli éthne è governata
da re, ne discende chiaramente che la regalità è all'epoca un regime importante. D'altra
OMERO E LA STORIA

parte, secondo Drews i basiléis delle città non sarebbero dei "re� ma dei "basiléis repub­
blicani": questa curiosa espressione, che mira forse a evitare il termine di "magistrati�
palesemente improprio, mal si addice a personaggi come Fidone di Argo o Arcesilao II
di Cirene: dignitari che esercitano un potere ereditario, recano lo scettro e detengono
numerosi privilegi materiali e onorifici non potrebbero essere meglio qualificati che "re".
2.2.. Si tratta di una nozione fondamentale nel pensiero morale e nella religione dei

Greci, e si può forse tradurre come "smisuratezza": essa designa tutta una serie di azio­
ni oltraggiose nei confronti degli uomini cosi come un'empia omissione dei riguardi
dovuti agli dèi.

Appendice
1. Esso è stato pubblicato da L. Godart eJ.-P. Olivier, Corpus Hieroglyphicarum lscrip­
tionum Cretae (CHIC), Paris 1996. [Per i rinvenimenti e le pubblicazioni successive cfr.
M. Del Freo, Rapport 2006-2010 sur !es textes en écriture hiéroglyphique crétoise, en linéaire
A et en linéaire B, in P. Carlier, Ch. De Lamberterie, M. Egetmeyer et aL (éds.), Études
mycéniennes 2010. Actes du XIII' colloque intt1national sur !es textes égéens, Sevres, Paris,
Nante11·e, 20-23 septembre 2010 ("Biblioteca di Pasiphae� x), Pisa-Roma z.012., pp. 3-7 ].
2.. Il corpus delle iscrizioni in Lineare A comprende cinque volumi: L. Godart, J.-P.

Olivier, Recueil des inscriptions en linéaire A (GORILA) , I-V, Paris 1976-85. [Per i rinve­
nimenti e le pubblicazioni successive cfr. Del Freo, Rapport 2006-2010, cit., pp. 7-15].
3. [Nella trascrizione indicato convenzionalmente con VIR] .
4. A. Morpurgo, Te1minology oJPower and Te1minology in Greek and Linear B, in E.
Risch, H. Miihlestein (éds.), Colloquium Mycenaeum. Actes du VI' Colloque inte1'11atio­
nal sur !es textes mycéniens et égéens tenu à Chaumont sur Neuchdtel du 7 au 13 septembre
1975, Genève 1979, pp. 87-108.
5. [L. R. Palmer, Mycenaean Greek textsfrom Pylos, in "Transactions of the Philological
Society", 53, 1, 1954, pp. 18-53b, in part. pp. 35-6].
6. [Ivi, p. 51].
7. [M. Lejeune, Le ga.µoç dans la société mycénienne, in "Revue des études grecques", 78,
1965, pp. 1-2.2., in part. p. 1z.].
Bibliografia

[La bibliografia di Pierre Carlier, oltre ad essere stata aggiornata cronologica­


mente, è stata adattata per il pubblico italiano; i titoli e le sezioni aggiunte dai
curatori sono contrassegnati dall'asterisco.]

Edizioni, traduzioni e strumenti di lavoro

Edizioni

L'edizione più comoda è : MONRO o . B., ALLEN T. w., Home1i Opera, in 5 volu­
mi: I-II. Ilias (ed. Monro-Allen), Oxford 19i.01; III-IV. Odyssea (ed. Allen), Ox­
ford 1917-191; v. Hymni, Cyclus, Fragmenta, Margites, Batrachomyomachia, Vi­
tae (ed. Allen), Oxford 19461• Per la qualità dell 'apparato critico si impongono:

Iliade LUDWICH A., Homeri Ilias, I-II, Leipzig 19oi.-07; VAN THIEL H. , Ho­
meri Ilias, Hildesheim-Ziirich i.010' (con i segni diacritici di Ariscarco); "WEST
M. L., Homeri Ilias, I-II, Scuccgarc-Leipzig 1998-i.ooo.

Odissea LUDWICH A., Homeri Odysseia, I-II, Leipzig 1889-91; VON DER
MUEHLL P., Homeri Odysseia, Base! 1961 3 •

Edizioni bilingui

Greco-francese

MAZON r. et al., Homere, Iliade, I-IV, Paris 1937-38 (ottima traduzione); BÉ­
RARD v., L'Odyssée. «Poésie homérique>> , I-III, Paris 19i.4. L'edizione di Bérard
è irritante socco molti aspetti: egli ha modificato l'ordine tradizionale degli epi­
sodi e relegato in apparato i versi che considera interpolaci. La traduzione ri-
OMERO E LA STORIA

flette spesso discutibili assunti di natura storica (i Feaci, ad esempio, sono per
Bérard degli << armateurs>> governati da << doges >> !), ma è opera di ecceziona­
le riuscita letteraria, ancor oggi ineguagliata. HUMBERT J., Homere, Hymnes,
Paris 1936; MIGOUBERT Y., BRUNET PH., La Batrachomyomachie d'Homere,
Paris 1998.

*Greco-italiano

Iliade La traduzione classica rimane quella di Vincenzo Monti ( 1• ed. Brescia


18 10-11 ) ; tra le innumerevoli edizioni: Iliade di Omero, introduzione e com­
mento di M. Mari, I-II, Milano 1990. Tra le versioni successive si segnalano
almeno quella di E. Romagnoli ( 2 voli., Bologna 1924 ) e quella in prosa di G.
Tonna (Milano 1973 ) . Edizioni con testo greco a fronte: CALZECCHI ONESTI
R., Omero, Iliade, Torino 1950; CERRI G., GOSTOLI A., Omero, Iliade, Milano
1996; CIANI M. G., AVEZZÙ E., Omero, Iliade, Venezia 1990; PADUANO G.,
MIRTO M. s., Omero, Iliade, Torino 1997.

Odissea La traduzione classica è quella di Ippolito Pindemonte ( 1• ed. Verona


1822) ; tra le molte edizioni: L'Odissea di Omero, a cura di V. Marucci, Roma
1998. Tra le versioni successive si segnalano almeno quella di E. Romagnoli ( 2
voll., Bologna 1923 ) e quella in prosa di G. Tonna (Milano 1968 ) . Edizioni con
testo greco a fronte: CALZECCHI ONESTI R., Omero, Odissea, Torino 1963;
CIANI M. G., AVEZZÙ E., Omero, Odissea, Venezia 1994; DI BENEDETTO V.,
Omero, Odissea, Milano 2010.

Inni CASSOLA F., Inni omerici, Milano 1975; ZANETTO G., Inni omerici, Mi­
lano 1996.

Vite ESPOSITO VULGO GIGANTE G., Vite di Omero, Napoli 1996.

Edizioni commentate

AMEIS K. F., HENTZE c., CAUER P., Homers Ilias far den Schulgebrauch erk­
liirt, I 17, I 26, I 3-41, II 1-4• , Leipzig-Berlin 1905-13; IDD., Homers Odysseefar
den Schulgebrauch erkliirt, I 113, I 2'', II 19, II 210, Leipzig-Berlin 1908-20; LEAF
w., Ihe Iliad, I-II, London-New York 1900-02'; STANFORD w. B., Ihe Odys­
sey ofHomer, I-II, London 1961 -62'. A oggi i commenti più pregevoli sono:
KIRK G. s. et al., Ihe Iliad: a Commentary, I-VI, Cambridge 1985-93; BIERL A.
F. H., LATACZ J. (Hrsg.), Homers Ilias. Gesamtkommentar aufder Grundlage
der Ausgabe von Ameis-Hentze-Cauer (IS0S-I9I3), I-, Miinchen-Leipzig/Berlin­
New York 2000-; FERNANDEZ-GALIANO M., HAINSWORTH J. B., HEUBECK
BIBLIOGRAFIA 2.39

A., HOEKSTRA A., RUSSO J., WEST s. (a cura di), Omero, Odissea, trad. G. A.
Privitera, I-VI, Milano 1981-86 (variamente riedito).

Scolii; Eustazio

Gli scolii sono note di commento che compaiono nell' interlinea e nel margine
di alcuni manoscritti dei poemi omerici; i più importanti, detti "scolii A� che
figurano in un codice del X secolo conservato nella Biblioteca Nazionale Mar­
ciana di Venezia (cod. Marcianus Graecus 454) , sono gli estratti di una compi­
lazione di quattro trattati sull'opera di Aristarco e ci consentono di conoscere,
sia pur in modo assai indiretto, il metodo e le opinioni del grande filologo ales­
sandrino. ERBSE H., Scholia Graeca in Homeri Jliadem {scholia vetera}, I-VII,
Berolini 1969-88 è, per quanti leggono il greco, una miniera eccezionale. Per
gli scolii ali' Odissea ci si deve ancora in parte accontentare della vecchia edizio­
ne di: DINDORF K. w., Scholia Graeca in Homeri Odysseam, I-II, Oxonii 1855,
ma una nuova è in corso di compimento; ne sono a tutt'oggi venuti alla luce
due volumi: • PONTANI F., Scholia Graeca in Odysseam, I. Scholia ad libros a-�.
Roma 1007; • ID., Scholia Graeca in Odysseam, 11. Scholia ad libros y-�. Roma
1010; preceduti da una vasta monografia introduttiva: ID., Sguardi su Ulisse.

La tradizione esegetica greca all Odissea, Roma 1005.


'

Se si è iniziato a porre attenzione agli scolii soltanto a partire dal 1788 (data
dell'edizione diJ.-B. d'Ansse de Villoison degli scolii A all'Iliade), in compenso
i Commentarii di Eustazio, arcivescovo di Tessalonica nel XII secolo, sono stati
molto letti fin dal Rinascimento : VAN DER WALK M., Eustathii archiepiscopi
Thessalonicensis Commentarii ad Homeri Jliadem pertinentes, adfidem codicis
Laurentiani, I-IV, Leiden-New York-K0benhavn-Koln 1971-87, cui si è aggiun­
to un volume di Indices a cura di H. M. Keizer, Leiden-New York-Koln 1995. Il
commento ali' Odissea è ancora disponibile soltanto nella vecchia edizione di:
STALLBAUM G., Eustathii archiepiscopi Thessalonicensis Commentarii ad Home­
ri Odysseam, ad.fidem exempli Romani editi, I-II, Lipsiae 1815-16.

Lessici e concordanze

PRENDERGAST G. L., A Complete Concordance to the Jliad ofHomer. New Edi­


tion Completely Revised and Enlarged by B. Marzullo, Hildesheim 1961 ( 1• ed.
London 1875 ) ; DUNBAR H., A Complete Concordance to the Odyssey ofHomer.
New Edition Completely Revised and Enlarged by B. Marzullo, Hildesheim
1961 ( 1• ed. Oxford 1880 ); Lexikon derfruhgriechischen Epos, begr. von B. Snell,
I-Iv, Gottingen 1955-1010.
OMERO E LA STORIA

Altri poemi epici

Può essere interessante comparare i poemi omerici con altre epopee; se ne dà


qui un elenco, chiaramente non esaustivo, in un approssimativo ordine cro­
nologico e in edizioni di facile reperimento: La saga di Gilgamesh, a cura di
G. Pettinato, S. M. Chiodi e G. Del Monte, Milano 199i.; Apollonio Rodio,
Le Argonautiche, traduzione di G. Paduano, introduzione e commento di G.
Paduano e M. Fusillo, testo greco a fronte, Milano 1986; Virgilio, Eneide, in­
troduzione e traduzione di R. Calzecchi Onesti, testo originale a fronte, Torino
1967; Quinto Smirneo, Il seguito dell'Iliade, coordinamento e revisione di E.
Lelli, testo greco a fronte in edizione critica, Milano i.013.
Del Mahabharata non esiste edizione integrale in italiano; l'intero poema si
può leggere in inglese nelle vecchie traduzioni di K. M. Ganguli, 7he Mahabharata
ofKrishna-Dwaipayana ljasa Translated into English Prose, Calcutta 1883-96, e di
M. N. Dutt, A Prose English Translation oJthe Mahabharata {Translated Literal­
lyfrom the Origina! Sanskrit Text}, Calcutta 1895-1905, liberamente accessibili in
http://www.archive.org.
Beowulf. a cura di G. Brunetti, Roma i.003; La Canzone di Orlando, intro­
duzione e testo critico di C. Segre, traduzione di R. Lo Cascio, premessa al
testo, note e indici di M. Bensì, Milano 1985; Cantare del Cid, introduzione,
traduzione e note di A. Baldissera, testo originale a fronte, Milano i.003; I Ni­
belunghi, a cura di L. Mancinelli, Torino 1972.; Il canzoniere eddico, a cura di P.
Scardigli, Milano 1982.; Kalevala, a cura di G. Agrati e M. L. Magini, Milano
1988; Serbo-Croatian Heroic Songs, raccolti, editi e tradotti da M. Parry, A. B.
Lord, D. E. Bynum et al., Harvard 1953-.

Studi

La presente bibliografia è selettiva, essendomi deliberatamente astenuto dal ci­


tare molti dei libri che ho letto; d'altro canto, nell' impossibilità di dominare
l' intera letteratura consacrata a Omero, è probabile che io abbia omesso lavori
fondamentali, antichi o moderni, di cui non sono venuto a conoscenza.

Guide

Numerose opere collettive consentono di gettare uno sguardo d' insieme sulle
ricerche omeriche. Lo strumento classico rimane WAC E A. J. B., STUBBINGS F.
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(Hrsg.) ( 1991 ) , Zweihundert jahre Homer-Forschung: Ruckblick und Ausblick,
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Indice dei nomi

Nomi antichi Alessandro, altro nome di Paride, 90,


z.z.9 n 7
Achille, 16, z.5, z.7, 61-3, 66, 71-3, 76- Aliterse, 160
83, 85, 87-8, 9z.-3, 95-118, 131, 136, Alte, re dei Lelegi, 158
159-61, 163-6, 169-74, 176, 178-80, Amenophis III, 35, 41
183-4, z.03, z.z.8 n 10, z.30 n 13, z.3z. n Andromaca, 93, 107, 115, 118, 143
z., z.33 nn 5 e 14, z.34 n 18 Anfidamante di Calcide, z.1, z.z.5 n 1
Ade, 1z.9, 156 Anfimedonte, 148, 168, z.3z. n 34
Adrasto, dignitario di Pilo, z.z.1 Anfinomo, 153
Afrodite, 59, 71, 90-z., 103, 113, 136, Antenore, 71, 89, 9z., 95
180, z.z.9 n z.o, z.34 n 1 6 Anticlea, 130, 143, 179
Agamennone, z.5, 31, 70-1, 73, 77-8, Antifo, 160
80-91, 94-101, 103, 105-6, 108, 11 0-1, Antiloco, 7z., 1oz., 108, 11 6, 131, z.34 n
1 16, 118, 1z.5, 131, 148-9, 163-9, 171-4, 2.0
176-9, 1 8z.-6, 189, 196-8, 2.01, z.03, Antinoo, 144-6, 151, 153-4, 160, 164,
z.3z. n 34 168-9
Agenore, 113 Apollo, 47, 53, 59, 7z., So, 83, 91-z., 94,
Agia di Trezene, 73 104-8, 1 1 1-7, 176, 2.33 n IO
Agrio, 140 Apollodoro, mitografo, 53, z.z.9 n 4
Aiace, figlio di Oileo locrese, 73, 86, Apollonio Rodio, z.31 n z.3
91, 102., 108, 116, 165 Arcesilao II, re di Cirene, z.36 n 2.2.
Aiace, figlio di Telamone di Salami­ Arcesio, 146, 170, 186
na, 66, 7z., 8 1, 86, 88-9, 91-z., 94, Archiloco di Paro, 66
97-9, 102., 104-5, 107-8, 131, 165, 170, Aretino di Mileto, 71-z.
178, z.3z. n 3 Ares, 47, 91-z., 113, 136, 177, 180
a-ko-so-ta, z.z.z. Arete, 1z.3, 13 5-7, 18z., z.31 nn z.3 e z.6
Alcibiade, 69 Argo, cane di Ulisse, 153
Alcinoo, 1z.o, 1z.z.-3, 130, 134-40, 157, Argonauti, 14z., z.31 n z.3
162., 164, 166, 170, 174, 176, 199, Aristarco di Samotracia, 65, 69-70,
z.03, z.31 nn 18, z.3 e z.6 83, 104, 131, 155-6, 190, z.31 n 14, z.39
Alessandro Magno, 69, 74, z.35 n 7 Aristofane di Bisanzio, 69, 155
254 OMERO E LA STORIA

Aristotele, 15, 23, 69, 74, 77-8, 1 19, 159, Creonte, 201
202, 205, 232 n 42 Creso, 235 n 7
Artemide, 47, 71, 110, 113, 134, 149, Crise, 80, 1 66, 176
176 Criseide, 78, 80-3, 1 66, 171, 173
Asteropeo, 112 Ctesippo, 153
Astianatte, 72, 93, 115, 11 8, 143
Ate, 1 10 Deifobo, 114-5
Atena, 47, 71-3, 76, 81-2, 85-7, 90-2, Demetrio di Falero, 69
94-6, 99-100, 109, 11 1-7, 1 19-23, 133- Demodoco, 22, 63, 136, 180
5, 142, 144, 146-9, 152-6, 161-2, 168, Demostene, 22, 74
182-3, 186, 189, 232 nn 32 e 42 Diomede, 72, 87, 91-2, 95-6, 99-101,
Atlante, 132 103, 1 16, 1 60, 162, 165-6, 169, 178,
Atpas, 194 1 83-4, 190, 229 n 8, 233 n 14
Atreo, 42, 110 Dione, 91
Augusto, 109, 235 n 7 Dioniso, 47
Ditti Cretese, 77, 229 n 1
Bellerofonte, 92, 173 di-wi-ja, 47-8
Briseide, 8 1-2, 97, 106, 1 10-1, 159, 171-2 Dolio, 158
Dolone, 100
Calcante, 71-2, 80, 86, 102 Dracone, 181
Calipso, 119-20, 122-3, 132-3, 135, 141- Duride di Samo, 232 n 39
2, 189
Callidice, 73 Echeneo, 135
Calliope, 21 Echeto, i.34 n i.4
Capaneo, 160 Ecuba, 92, 114-5, 117-8, 158
Cariddi, 124, 132, 140, 179, 230 n 10 Edipo, 74, 143, i.01
Cassandra, 72, 118 Eeta, 140, i.31 n i.3
Cebrione, 107 Efesto, 83, 103, 108-9, 111-3, 115, 162.,
Cercopi, 74-5 164, 180, i.34 nn 1 6 e 18
Cicerone, 65 Egeo, re di Atene, i.01
Ciclope/Ciclopi, 65, 121, 124-7, 138, Egiale, 2.2.9 n 8
140, 1 65, 205, i.31 n i.7; cfr. anche Egisto, 70-1, 73, 131
Polifemo e-ke-ra2-wo, i.i.o
Cineto, i.i.8 n 16 Elena, 7 1-i., 89-90, 9i.-3, 95, 98, 114,
Cipride, 2.2.9 n i.o; cfr. anche Afrodite 1 18, 1 64, 196, i.i.9 nn 6 e 9
Circe, 73, 12.2., 1i.4, 12.7-9, 13 1-2., 140, Eleno, 72., 9i., 94
i.30 nn 10 e 11 Ellanico di Lesbo, i.31 n i.o
Cleopatra, sposa di Meleagro, 98, i.30 Elpenore, 1 i.9, 15 6
n 13 Enea, 91, 109, 111-2., 1i.9, 168, 173
Clistene, tiranno di Sicione, 66 Eneadi, 1 1 i.
Clitennestra, 70, 73, 81, 131, 146 Eneo, 176
Codro, 2.02. Eolo, 12.7, 140, 142.
INDICE DEI NOMI 255

Epeo, 184 Fenice, 97-8, 158


Era, 47-8, 61, 71, So, 83, 85, 90-1, 96, Fidone, re-tiranno di Argo, 236 n 21
103-4, 106, 108-13, 117, 230 n 17, 231 Filezio, 154
n 26 Filippo di Macedonia, 22, 74
Eracle, 51, 74-5, 77, 104, 11 0, 129, 131 Filottete, 71-2, 87
Eraclidi, 51, 53, 55-6, 202 Flavio Giuseppe, 65
Eratostene di Cirene, 140
Erinni, 47, 105, 110, 151 Galatea, 23o n 6
Eris, 7 1, 101 Giasone, 231 n 23
Ermes, 47, 113, 1 17-8, 120, 122, 1 28, 133, Gige, 21
156 Gilgamesh, 62, 230 n 9
Erodoto, 60, 65-6, 74-5, 205-6, 229 n Glauco, 92, 107-8, 162, 175, 179, 190,
21 234 n 15
Eschilo, 71 Gregorio di Nissa, 23
Esiodo, 21-2, 63, 65, 75, 140, 161, 206,
225 n 1, 235 n 18 Icadio di Cefalonia, padre di Penelo­
Eteocle, 143 pe secondo Aristotele, 232 n 42
Eteoneo, 1 60, 233 n 4 lcario lacedemone, padre di Penelope
Etone, 174 secondo la tradizione prevalente,
Ettore, 65-6, 7 1-2, 77-9, 87-9, 92-4, 232 n 42
96-109, 111-8, 177-8, 183-4, 229 n 9, Ideo, 95, 177
230 n 15 Idomeneo, 81, 86, 9 1, 102, 116, 159, 165,
Euforbo, 65, 107 174, 229 n I
Eugammon di Cirene, 73 Ifigenia, 7 1
Eurnelo, 88, 116 Ilizia, 47
Eurneo, 121, 148-9, 153-4, 158-9, 161, Ino-Leucotea, 133
163, 232 n 32 Ipparco, 65
Euneo, 1 63 i-qe-ja, 48
Eurialo, 136, 139, 163 Iride, 88-9, 96, 101, 105, 108, 117
Euriclea, 121, 149, 155, 158 lro, 121, 234 n 24
Euriloco, 127-8, 132 Ishtar, 230 n 9
Eurimaco, 145-6, 149, 153-4, 168-9,
174, 232 Kharis, 109, 234 n 16
Euripilo, 101, 105
Euristeo, 51 Laerche, 161
Eustazio, 156, 239 Laerte, 121, 126, 143, 152, 156, 158, 1 62,
232 n 32
Feaci, 22, 63, 76, 120, 122-3, 1 30, 133, Laocoonte, 72
135-40, 162, 164, 166, 172, 174, 176, Laodamante, 136
182, 199, 204, 231, 238 Laodice, 89
Fedimo, 162, 164 Laomedonte, 113
Femio, 21, 147, 154 Latino, 140
OMERO E LA STORIA

Latona, 113 Neottolemo, 7i.-3, 131


Leocrito, 147, 153 Nereidi, 108
Leode, 154 Nestore, 27, 32, 58-9, 66, 72-3, 8i.-4,
Lesche di Micilene, 72 86, 91, 94-7, 99, 101, 103, 105, 12.3,
Lescrigoni, 1 i.4, 1i.7 147-8, 157, 161, 165-6, 170, 184-5,
Licaone, 112. 197, i.i.8 n 10, 230 n 7, i.33 n 8,
Licofrone, scudiero di Aiace, 2.32. Nicerato, 23
Licurgo, 2.2.8 n 17 Nicia, 23
Lotofagi, 1i.4, i.30 n 3
Luciano di Samosata, 22., 225 n 3 Oceano, 103-4, 109, 230 n 17
Ofelta, 43
Macaone, 91, 101, 103 Omeridi, i.i.8 n 1 6
ma-na-sa, 47 Orazio, i.3
Margite, 74 Oreste, 70-1, 73
Medea, 231 n 23 Orfeo, 1i.9
Medone, 154 Orione, 131
Melampygos, soprannome di Eracle,
74-5 Paidn, epiclesi di Apollo, 47
Melancò, 158 Palamede, 71
Melaneo, i.02 Pan, 149
Melanzio, 12.1, 155 Pandaro, 90-1, 168, 198
Meleagro, 173, i.30 n 13 Paride, 71-2, 88-90, 9i.-5, 1 1 1, 114-5,
Melesigene, i.1-i. 1 68, 2.2.9 n i.1; cfr. anche Alessandro
Memnone, 72. Pasitea, 104
Menelao, 65, 71, 73, 87-91, 94-5, 99, Patroclo, 63, 66, 7i., 77-9, 99, 101, 104-
102, 107-8, 12.3, 147, 162, 165, 168-9, 12, 115-6, 131, 159-60, 178, 183, 2.2.8 n
177, 196, 198, i.33 n 4, i.34 n i.o 10, i.30 nn 13 e 7, 232. nn 44, 2 e 3
Menesteo, 91 Pausania il Periegeca, i.9, 53, 2.02.
Menezio, 101 Peleo, 61, 71, 79, 97-8, 101, 106, 108,
Mente, 147, 16i.-3 117, 131, 184
Mentore, 147, 160 Pelope, 169
Merione, 108, 116, 159 Penelope, 73, 119, 1i.1-3, 131, 133, 142-
Mimnermo di Colofone, 53 52., 154-6, 158, 174, 186, 197, 2.32. nn
Minosse, 31, 36, 38, 131 32, 36, 37 e 42.
Minotauro, 38 Pentesilea, 7 1
Mosè, i.3-4 Periandro, tiranno di Corinto, 60
Mursilis II, 193 Persefone, 129, 130
Musa/Muse, i.1, 63, 72., 87 Pilade, 73
pi-pi-tu-na, 47
Nausicaa, 119-i.o, 133-9, i.31 nn i.o e 2.4 Pireo, 145, 233 n 1 1
Nausitoo, 138-9 Pisistratidi, i.4, 60, 64-6, 68
Neleidi, 51, 2.02. Pisistrato, tiranno di Atene, 65-6, 100
INDICE DEI NOMI 257

Piyamaradus, 194 Sole, 130, 132


Platone, 2.3, 65, 69, 83, 140, 228 n 8 Solone, 53, 66
Plutarco, 69, 74, 228 n 17 Sonno, 103-4
Polibio di Megalopoli, 231 n 2.9 Stasino di Cipro, 71
Polibo, 145 Stenelo, 91, 96, 160
Polidamante, 102., 109, 114, 168, 183-4, Strabone, 53, 140, 193, 231 n 2.9, 235 n
230 n 15 7
Polidoro, 112 Suppiluliuma, 193
Polifemo, 65, 119, 122, 125-7, 140, 2.30
n 6; cfr. anche Ciclope Tacito, 22.1
Polinice, 143 Tantalo, 131
Polipete, 73 Tawagalawas, 193-4
Polissena, 73 Teano, 92.
Polite, 88 Telegono, 73
Porfirio, 2.31 n 14 Telemaco, 70-1, 73, 119-23, 142.-9, 151-
po-si-da-e-ja, 47 6, 158, 160, 162., 164, 167-70, 174-5,
Posidone, 47-8, 54, 76, 95, 102-5, 112- 179, 189, 2.30 n 1, 231 n 2.0, 232. nn 36
3, 117, 119, 127, 130, 133, 138-9, 176-7, e 42, 2.33 n 11
180, 2.18, 2.2.8 n 12., 231 n 13, 2.33 n 9, Teoclimeno, 145, 169, 233 n 11
234 n 20, 235 n 12. Teocrito, 2.30 n 6, 232. n 39
po-ti-ni-ja, 48 Tersite, 72, 85-6, 100
Preghiere, figlie di Zeus, 98 Teseidi, 20 2.
Priamo, 2.9, 72-3, 77, 79, 85, 89, 92, 95, Teseo, 38, 51, 77, 12.9, 201
l i i, 113, 115, 117-8, 158, 170, 173, 184, Teti, madre di Achille, 61, 71-2., 78-9,
2.0I, 203, 2.35 n 7 82-3, 90, 108-9, 117
Proclo, 70, 2.29 n 2.1 Teti, sorella e sposa di Oceano, 103-4,
Protesilao, 71, 87 230 n 17
Tideo, 91, 96
Rea, 2.30 n 17 Tindaro, 2.32 n 42.
Remo, 109 Tiresia, 2.2, 73, 12.9-30, 132, 142, 156,
Reso, 100-1, 142. 2.30 n I O
Rexenore, 231 n 26 Tirteo, 53
Romolo, 109 Tolomeo I, 69
Trasibulo, tiranno di Mileto, 60
Sarpedone, 106, 108, 175, 179, 2.34 n 15 Trasimede, 103
Scilla, 12.4, 132, 140-1, 2.30 n 10 Tucidide, 38, 88, 94, 140, 2.05
Senofane di Colofone, 2.3 Tudhaliyas IV, 195
Senofonte, 159, 2.2.5 n 4 Tuthmosis III, 38
Sinone, 72
Sirene, 12.2., 12.4, 131-2., 2.30 n 10 Ulisse, 2.1, 2.7-9, 61, 63, 67, 71-3, 76,
Sisifo, 131 81-1, 85-7, 89, 91, 97-101, 103, 110-
Sogno, 83 1, 116, 119-58, 160-70, 174-9, 183-6,
OMERO E LA STORIA

I89, I97• I99·2.0I, 2.04, 2.30 no 5, IO Giono J., 2.32. n 38


e II, 2.3I on I3 e 14, 2.32. no 32. e 37, Giovannini A., 87
2.34 n 2.4 GiraudouxJ., I9I, 2.2.9 n 6
Glotz G., I8I
Virgilio, 63, I 2.9, 2.30 n I4 Godart L., 44
Vulcano, I09 Goethe W., 2.5
Grote G., 2.9
Xanto, cavallo di Achille, III
Houdar de la Motte A., 78, 2.30 n Il.
Zenodoto di Efeso, 69 Hugo V., 76
Zeus, 47-8, 7I, 73, 75-6, 78-9, 8I-96,
98, IOI-6, I08-I4, II7, Il.2., Il.5-6, Kadare I., 2.2.7 n I
132.-3, I35 · I37· I39· I48. I56. I6I, I64, Kalokairinos M., 3 I
168-9, I77• I79• I84-5, I90, 2.30 n I7, Korfmann M., I92.-3
2.3I n 2.6, 2.34 n I6
Zoilo di Anfipoli, 2.3 La Fontaine J. de, 2.2.5 n 6
Latacz J., I78
Lazar, principe serbo, I92.
Nomi moderni
Lejeune M., 2.2.3
Lonnrot E., 2.2.8 n 7
Aubignac F. H., abbé d ', 2.4, 64, 2.2.5 n 8
Lord A. B., 6I, 64, 66-8
Bachofen J. ]., I37. 2.3I n 2.2.
Macpherson J., 2.2.7-8 n 7
Ballabriga A., I42., 2.32. n 3I
Marinatos S., 38
Bennett E. L., 2.2.6 n 2.
Mededovié A., 64
Benveniste É., 2.33 n 9
Bérard V., I4I, I56, I89, 2.30 n 3, 2.34 n I More Th., I38
Blegen C., 32., 49, I9I-3, 2.15 Morpurgo A., 2.I7
Brankovié V., I92.-3 Miiller K. O., 53
Butler S., 2.3I n 2.4
Nilsson M. P., 32.
Chadwick J., 46, 55, I 89, 2.2.6 n 3
Olivier J.-P., 2.12.
Delebecque É., 12.0
Dorpfeld W., 2.9 Palmer L. R., 44, 2.2.1-2.
Drews R., 2.35-6 n 2.1 Parry M., 61, 63-4, 66-7
Driessen J., 44 Pelon O., 35, 42.

Evans A., 31-2., 34, 36, 43-4, 2.2.6 n 1 Risch E., 55


Rolley C., 57
Finley M. I., 12.-6, 173, 192., 2.35 n I9 Rousseau J. ]., 2.2.5 n 6
Frazer J. G., 36 Ruijgh C. J., 62., 66
INDICE DEI NOMI

Schiller F., 2.5 Ventris M., 32., 43, 46, 2.08, 2.15, 2.2.6
Schliemann H., 13, 2.9, 31-2., 53, 157, n3
189, 191-3 , 197 Villoison J. B. d'.Ansse de, 2.4
Shakespeare W., 189
Snodgrass A., 17, 56-7 Wace A., 32., 42.
Will E., 53
Van Effenterre H., 37 Wolf F. A., 2.4-5, 64, 2.2.6 n 10, 2.2.7
Van Wees H., 196 n7
Indice dei nomi geografici e di popoli

Acaia, 51 Babilonia, 54, 193, 195


Africa, 61 Baschi, 191
Ahhijawa, 193-5 Beozia, 11, 31, 87
Akovitika, 34 Boghaz-Koi, 61, 193; cfr. anche Hattufa
Akrotiri (Tera), 3 8, 116 n 6 Bosnia, 61, 64
Alessandria, 69
Alibanto, 131 n 31 Calcide, 11
Alicarnasso, 65, 195 Calidone, 176
Al-Mina, 59 Camiro (città di Rodi), 65
Amatunte, 43 Campania, 140
Amniso, 47 Campo dei Merli, 61, 191, 196
Amurru, 195 Cassiti, 54
Anatolia, 193, 195-6 Cefalonia, 131 n 41
Chania, 44
Ano Englianos, 31; cfr. anche Pilo
Chio, 11, 54, 74, 195, 118 n 16
Aramei, 58
Cicladi, 11, 34
Arcadi, 51, 165, 104
Ciconi, 114
Arcadia, 54-5, 101
Cimmeri, 119, 140
Argo, 13, 80
Cipro, 43, 50, 54, 59, 71
Argolide, 34, 49, 51
Circeo, 140
Arkhanes, 39 Cirene, 136 n 11
Ascra, 11 Citera, 131 n 3
Assio (fiume), 111 Cnido, 54
Assiria, 19 5 Cnosso, 3 1, 3 5-9, 44, 47-8, 59, 100,
Assur, 193 107-8, 111, 114-6, 118-9, 111, 116 n
Atene, 11, 38, 41, 51, 57-8, 60, 64-6, I, 135 n 16
69, 166, 181, 195, 101, 117 n 6 Colchide, 40, 131 n 13
Atrija, 194 Colofone, 11
Attica, 54, 57, 87 Corcira, 140
Aulide, 71, 87 Corinto, 101, 133 n 7; cfr. anche Ejira
Averno (lago), 140 Creta, 31-9, 41, 55, 59, 71, 87, 174, 107-
Azio, 109 8, 119, 117 n IO
INDICE DEI NOMI GEOGRAFICI E DI POPOLI 2.61

Cretesi, 3 2., 41 Gerena, z.7


Crisa, So Gerico, 33
Cuma (in Campania), 59 Germani, z.z.1
Cuma ( in Eolide), z.1-z. Gottingen, z.4

Delfi, 2.2.9 n 5 Hattusa, 193; cfr. anche Boghaz-Koi


Delo, 74, 134 Hissarlik, z.9, 191, 193; cfr. anche Troia
Didima, 54 Hyksos, 39, 54
Dipylon, 57-8
Dodona, 142. Ida (monte della Troade), 104
Dori, 31, 5 1, 53-5, 2.02. Ilayanda, 194
Doride, 5 1 Ilio, 85, 106, 193, z.z.9 n z.1, z.35 n 7; cfr.
anche Troia
Ebrei, 58 Inghilterra, 18 9
Eea, 1z.7 lo (isola), 2.2.
Efira, 148, z.33 n 7; cfr. anche Corinto Ioni, 51, 53-4, z.04, z.z.8 n 12.
Egialea, 5 1 Ionia, 68
Egitto, 2.1, 33, 54, 69 Ionie (isole), 87
Egizi, 50, 196 Iran, 33
Eoli, 53-4 Ischia, 59, 66; cfr. anche Pitecussa
Eolie (isole), 41, 140 Itaca, 2.1, z.8-9, 71, 73, 11 9-z.3, 12.6-30,
Epei, 101 138-9, 142.-9, 152., 156, 160, 162., 165,
Epiro, 55, 73, 140 167, 169, 174, 176-7, 189, 197, 199,
Etiopi, 7z., 78, 83, 1 19, 133 2.04, z.z.9 n z.3, 2.30 n 1, 2.32. n 4z., z.33
Etna, 140 nn 10 e 11
Etoli, 173 Ittiti, 54, 193, 195-6
Etolia, 87
Etruria, z.1 Kato Zakro, 3 5
Etruschi, 140 Keftiu (nome egizio dei Cretesi), 38, 41
Eubea, 56, 59-60, 68, 87 Kommos, 59
Eubei, 59 Kosovo, 61, 196
Eufrate, 33
Laconia, 34, 51, z.08
Fenici, 58-9 Latini, z.31 n z.8
Fere, z.33 n 7 Lazio, 140
Festo, 3 1, 35-6, 43, z.07 Lefkandi, 56, 198
Focea, 54 Lelegi, 158
Focidesi, 165 Lemno, 71-2., 87, 163
Ftia, 81, 98, 105 Lerna, 34
Lesbo, 54
Galli, 109 Lici, 106, 173, 179
Gelidonya (Capo), 41 Licia, 106, 173, 179, z.34 n 15
OMERO E LA STORIA

Lidia, 2.1 Parnaso, 51


Lipari, 140 Pelio, 106
Luqqa, 193 Peloponneso, 41, 51, 53, 55, 87-8, 2.02.
Luvii, 196 Pergamo, 193
Pilo, 13, 41, 44, 47-9, 51, 62., 12.0, 13 8,
Macedonia, 2.2., 195 147-8, 1 60, 195, 199, 2.12., 2.14-6, 2.18-
Malea (Capo), 12.4, 141 2.3, 2.2.6 n 2., 2.35 n 16
Malia, 31, 35-6, 2.07-8 Pitecussa, 59; cfr. anche Ischia
Mar Nero, 140, 142. Platea, 2.02.
Marocco, 141 "Popoli del Mare� 50
Marsiglia, 69 Poros (vicino a Cnosso), 2.08
Megaresi, 66 Priene, 2.2.8 n 12.
Melanesia, 157, 164
Meles, 2.1 Qadesh, 196
Mesopotamia, 33, 42.
Messeni, 2.04 Rodi, 54,
Messenia, 32., 39, 42., 51, 2.02. Roma, 2.1, 42., 109
Messina, 140 Romani, 2.35 n 7
Metone, 88 Roncisvalle, 192.
Micale (Capo), 2.2.8 n 12.
Micene, 13, 2.9, 31 -2., 39, 41-2., 44, 48- Salamina, 66
9, 62., 89-90, 97, 1 10, 183, 193, 195-7, Samo, 54, 60
2.09 Samotracia, 38, 2.07
Micenei, 32., 35, 38, 41, 44, 48, 50, 55, Santorini, 38; cfr. anche Tera
62., 191, 193, 195-6, 199, 2.14 Saraceni, 192.
Mileto, 193, 195 Scamandro (fiume), 100, 112.
Millawanda, 193-4 Scheria, 12.0, 12.3, 138, 165
Minoici, 62., 2.08 Sciro, 72.
Mirmidoni, 81, 99, 105-6, 159 Serbi, 196
Misia, 71 Serbia, 61
Sicilia, 140, 196
Napoli, 41 Sicione, 66
Novi Pazar, 63 Sidone, 71, 162., 2.04
Sinope. 69
Olimpia, 60, 2.33 n 7 Simoenta (fiume), 112.
Olimpo, 81, 83, 91, 103, 108, 114, 12.2., Siracusa, 2.2.8 n 16
131, 145 Siria, 41, 58-9, 195
Orcomeno (in Beozia), 31 Siro, 163, 172., 2.33 n 1 1
Oronte, 59 Smirne, 2.1, 138
Spagna, 2.1, 193
Pa-kija-ne, 2.18 Sparta, 71, 12.0, 138, 147-9, 160, 195,
Palestina, 33, 58 2.05, 2.18, 2.2.8 n 17, 2.2.9 n 2.1, 2.32. n 42.
INDIC E DEI NOMI GEOGRAFICI E DI POPOLI

Scromboli, 140 Traci, 100


Sumer, 33 Tripolitania, 2.30 n 3
Troade, 71, 85, 94, 102.
Tafo, 158 Troia (sito di), 13, 2.9, 31, 138, 191-3,
Taranto, 41 195, 2.35 nn 7 e 12.
Tebe (in Beozia), 41, 44, 62., 71, 195, Turchi, 61, 193
2.12., 2.19-2.0
Tekke (vicino a Cnosso), 59
Ugarit, 50, 58
Temesa, 1 63 '

Ulu-Burun, 41
Tenedo, 71-2.
Tera, 59, 62., 2.2.6 n 6
Venezia, 2.4
Tespie, 2.2.
Tesproti, 73 Vivara, 41
Tessaglia, 87, 2.02.
Tigri, 33 Wilusa, 62., 194, 196; cfr. anche Ilio e
Tirinto, 1 3, 31, 40-1, 44, 49 Troia
Tirreni, 140; cfr. anche Etruschi
Toumba, 56; cfr. anche Lejkandi Zagros (monti), 33
Tracia, 12.4 Zefira, 19 5; cfr. anche Alicarnasso