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Giovanni Sartori, Pluralismo, multiculturalismo e estranei.

Saggio sulla società multietnica,


Milano, Rizzoli, 2000, 122 pp.
Un noto artificio della letteratura polemica consiste nel costruirsi l’immagine del nemico, descriverne
gli argomenti, distruggerli, e naturalmente uscire vincitore dal duello. Non è difficile: specie se, come
di solito accade, il nemico è più immaginario che reale. Di trovarci all’interno di una trappola retorica
di questo genere è la sensazione che abbiamo avuto leggendo l’ultimo volume di Giovanni Sartori: che,
a dispetto del titolo “accademico”, è più un pamphlet di polemica politica e di (auto)collocazione
ideologica che un saggio scientifico. È probabilmente a causa di questo taglioche si spiega il salto tra
una prima parte, dedicata alle definizioni del pluralismo, di taglio fondativo, e una seconda parte volta
a ridicolizzare posizioni altrui, superficialmente analizzate e discusse con acrimonia. Peraltro, è proprio
la seconda parte che è stata quella più apprezzata e valorizzata nel superficialissimo dibattito politico–
culturale che si è aperto intorno ad alcune tesi del libro.
Per Sartori il pluralismo “si sviluppa lungo la traiettoria che va dall’intolleranza alla tolleranza, dalla
tolleranza al rispetto del dissenso e poi, tramite quel rispetto, al credere nel valore della diversità” (p.
25). Inoltre, il pluralismo postula una società di associazioni multiple, purché siano volontarie e aperte
ad affiliazioni multiple (ma ci sono affiliazioni ad “associazioni” perfettamente volontarie che non
prevedono una facile “molteplicità”, dall’iscrizione ai partiti politici all’ingresso in un ordine
religioso); ma, aggiunge Sartori, “una società multi–gruppo è pluralistica se, e soltanto se, i gruppi in
questione non sono tradizionali” (p. 35), dove per “tradizionali” pare intendere “religiosi”. Ora, poiché
le società pluralistiche sono piene di associazioni “tradizionali” e tuttavia non sono per questo meno
pluralistiche, ma semmai lo sono di più, come la mettiamo? Date le premesse definitorie, non si spiega
il salto logico che lo porta, come vedremo, a rifiutare gli “estranei”: in questo senso il pluralismo di
Sartori è tanto condivisibile sul piano teorico quanto discutibile sul piano delle conseguenze che se ne
traggono. Ci limitiamo ad alcuni nodi fondamentali, desumibili dalla polemica di Sartori contro il
multiculturalismo, nei confronti del quale anche chi scrive ha molte e serie riserve. L’esame che ne fa
l’autore rasenta tuttavia la caricatura. Innanzitutto, si occupa essenzialmente della sua versione
nordamericana.
In Europa (e di questa, e dell’Italia, il libro ha l’ambizione di parlare) ben pochi propongono
pedissequamente quel multiculturalismo, per come viene qui descritto, con la sua zavorra tipicamente
americana di promozione delle culture native e importate, linguaggio politically correct e autocensura.
Né da noi si alzano voci per proporre “un multiculturalismo che rivendica la secessione culturale, e che
si risolve in una tribalizzazione della cultura” (p. 31). Semmai chi rivendica la secessione culturale,
talvolta, sono degli autoctoni, magari padani, e notoriamente assai poco multiculturalisti.
Il problema più serio, tuttavia, sta nella definizione degli “estranei”: “persone che non sono “come
noi”“ (p. 10). Una prima osservazione è d’obbligo: “noi” chi? Europei, occidentali, bianchi, liberali,
cristiani, ricchi o cos’altro? Non è un’astrazione, quel “noi”, come è un assunto quello di “estranei”? La
seconda, sul perché della loro estraneità, apparentemente radicale e insuperabile, è ancora più seria e
stridente con i principi del buon pluralismo che Sartori descrive.
Sartori dice che gli stati europei “si stanno imbattendo in contro–nazionalità, in immigrazioni sempre
più massicce che ne negano l’identità nazionale” (p. 47). Fino a prova contraria gli immigrati hanno
una loro nazionalità, possono talvolta ma non sempre desiderare la nostra, qualche volta – e in alcuni
paesi, nella maggioranza dei casi – la ottengono magari per nascita, per matrimonio o per altri motivi (e
allora perché dovrebbero essere contro?), oppure può andare loro benissimo di mantenere la propria
nazionalità d’origine e risiedere da noi, il che non significa essere “contro” di noi. Ma il discorso
potrebbe essere affrontato su un piano più generale, facendo riferimento ai cambiamenti fattuali in
corso: diffusione di doppie nazionalità; nascite al di fuori del paese d’origine dei genitori; processi di
unificazione transnazionale come quello europeo, che cambiano il concetto di cittadinanza, se non
quello di nazionalità; accresciuta mobilità anche da parte delle élite, di cui l’autore stesso è un esempio.
Su questo tema si è sviluppato un ampio dibattito teorico – cui Sartori non fa alcun riferimento –
intorno a concetti come “cittadinanza transnazionale” e altre forme di partecipazione multipla o
differenziata: concetti certo discutibili, ma che sarebbe opportuno almeno analizzare.
Ma Sartori specifica anche meglio cosa intende per “estranei”. Oggi in Europa la xenofobia si
concentra “sugli africani e sugli arabi soprattutto se e quando sono islamici” (p. 48). Un primo
riferimento alla genericità delle definizioni si impone, come quella secondo cui la cultura asiatica
sarebbe “laica” e “non è caratterizzata da nessun fanatismo o comunque militanza religiosa. Invece la
cultura islamica lo è”. Che cosa è, se esiste, un universale chiamato “cultura asiatica”? E se anche
esistesse, dove metterebbe Sartori, che so, il fondamentalismo indù? Peraltro, ricordiamo che la
maggioranza dei musulmani del mondo vive in Asia, e che l’Indonesia da sola ne ha quanti tutti i paesi
arabi messi insieme. È proprio sicuro, infine, che “la cultura islamica lo è”, come dire, in sé? Il fatto
che ce lo raccontiamo e ripetiamo fa di questo assunto una verità?
Sartori sostiene che “la visione del mondo islamica è teocratica e che non accoglie la separazione tra
Stato e Chiesa, tra politica e religione” (p. 49). L’argomentazione sembra avvitarsi in un serio problema
teorico: è inaccettabile infatti per un pluralista che ci sia qualcuno che, per rimanere all’esempio di
Sartori, la separazione tra stato e chiesa non la ritiene auspicabile? Il pluralismo non può arrivare fino a
lì? Di quanti cattolici italiani, od ortodossi slavi, o anglicani, o luterani scandinavi dovrebbe liberarsi
l’Europa per rispondere ai canoni qui descritti? Ci pare una definizione concettualmente problematica
del pluralismo: limitata, per l’appunto, a chi la pensa come noi (o come Sartori); poco democratica,
anche; poco “aperta”, nonostante i rituali richiami a Karl Popper.
“L’occidentale non vede l’islamico come un “infedele”. Ma per l’islamico l’occidentale lo è” (p. 49).
Pur avendo qualche dubbio anche sul primo postulato (molti occidentali vedono gli islamici
precisamente come degli infedeli), limitiamoci al secondo. Come accettare questi “aperti e aggressivi
“nemici culturali”“? In base a questa estraneità ontologica dell’islam, postulata anch’essa a priori,
Sartori ritiene che “il contro–cittadino è inaccettabile” (p. 50). Ci limitiamo a porre un immediato
problema giuridico, tutt’altro che teorico. E i cittadini europei che sono diventati musulmani? Gliela
togliamo, a loro, la cittadinanza? Tra convertiti (pochi) e naturalizzati (molti, e alcuni anche da due o
tre generazioni) sono stimabili tra i 4 e i 6 milioni i cittadini europei di fede musulmana: che facciamo,
li rimandiamo a casa loro? Il problema è che sono a casa loro... E sarebbe interessante andare a vedere
se hanno davvero creato qualche problema di incompatibilità con gli stati in cui risiedono, e se davvero
si comportano come “aggressivi nemici culturali”: un conto è immaginarlo, un altro verificarlo. Così
impostato il dibattito non fa buon gioco nemmeno ad altre critiche al multiculturalismo (nella sua
versione anglosassone), pure invece fondate, che Sartori avanza e che ci sarebbe piaciuto vedere
approfondite, sia nel distinguere diversità etnica e diversità culturale, sia nelle critiche all’enfasi che il
multiculturalismo spesso propone sul valore della differenza in quanto tale.
Molto del ragionare di Sartori sulle culture altre si fonda su una concezione essenzialista delle
medesime, che parte da un’immagine astorica di individui che sono invece storicamente situati. Dire,
per esempio, che i musulmani sono fatti a una certa maniera perché così sostiene una certa
interpretazione (spesso occidentale; e l’autoreferenzialità dell’operazione passa solitamente
inosservata) del Corano o della tradizione, e dedurne i musulmani di oggi, sarebbe come dedurre dalla
lettura di San Tommaso o del catechismo universale i cattolici di oggi, ovunque si trovino (e a
prescindere dal livello di istruzione, dalla classe sociale, dal sesso, dalle opinioni politiche... insomma
da tutte quelle variabili che costituiscono l’abc dello strumentario sociologico e che purtroppo ci
complicano la vita e non ci consentono, per onestà scientifica, troppo facili “deduzioni”).
Nella parte finale del libro, dopo aver paventato le sciagure del diritto di voto agli immigrati, Sartori
dice: “Quel voto servirà, con ogni probabilità, per renderli intoccabili sui marciapiedi, per imporre le
loro feste religiose (il venerdì), e magari (sono i problemi in ebollizione in Francia) il chador alle
donne, la poligamia e la clitoridectomia” (p. 103). Se così fosse, in Francia e Gran Bretagna, dove la
maggior parte degli ex–immigrati è cittadina e vota, o in Olanda, dove gli immigrati, senza esser
cittadini, votano a livello locale, tutto ciò sarebbe già successo o starebbe per succedere, cosa che
qualsiasi analisi dei comportamenti di voto e dei risultati elettorali, o anche solo un giretto nei paesi
suddetti, invece smentisce categoricamente.
Ricordiamo che i problemi in ebollizione in Francia, a proposito dell’islam, sono tutt’altri: non di
questo, e non con questo linguaggio, si occupa il tavolo di lavoro aperto dal ministro Chevènement, con
l’obiettivo esplicito di arrivare a un qualche riconoscimento dell’islam nel paese europeo che ospita il
maggior numero di musulmani. Né di questo, e a questo modo, si parla in Belgio, che ha riconosciuto
l’islam nel 1974 e sta arrivando oggi alle sue conseguenze applicative. E non sono questi i problemi
reali in Germania, che pure non vuole riconoscere nemmeno di avere degli immigrati.
Queste, ovunque, sono le cose che si evocano in certo linguaggio giornalistico e politico, anche perché
alcuni problemi veri non sono nemmeno particolarmente seri, o lo sono solo in alcune loro percezioni
particolarmente “nervose”, ad esempio in Francia, come il chador, e altri non sono imputabili in
specifico all’islam, ma ad alcune barbare tradizioni, giustamente inaccettabili in Europa, di alcune
popolazioni, neanche tutte e solo musulmane, e giustamente stigmatizzate. Sartori sbaglia anche sul
piano politico. In Gran Bretagna ci sono oltre 150 consiglieri comunali musulmani, alcuni sindaci, un
parlamentare, nonché un tale che si chiama Lord Ahmed, che in quella camera legittimamente siede
insieme ad altri due lord e una baronessa musulmani; e nessuno ha mai chiesto nulla che fosse
incompatibile con la civiltà giuridica di quel paese.
“Una popolazione allogena del dieci per cento può costituire una quantità accoglibile; del venti per
cento probabilmente no; e se fosse del trenta per cento è pressoché sicuro che verrebbe fortemente
resistita. Resisterle sarebbe “razzismo”? Ammesso (ma non concesso) che lo sia, allora la colpa di
questo razzismo è di chi lo ha creato” (p. 106). Magari Sartori ha ragione, ma palesemente confonde gli
Stati Uniti, dove vive, con l’Italia, su cui dice di riflettere. Qui infatti siamo al 2–3% (per due terzi non
musulmani): non è un po’ presto per manifestare questo genere di preoccupazioni?
Il capitolo si chiude con questa affermazione, che lasciamo alla riflessione dei lettori: “Il razzismo
nasce in Italia con il fascismo, e muore con lui. Se rinascesse non sarebbe perché gli italiani sono
razzisti, ma perché un razzismo altrui genera sempre, a un certo punto, reazioni di contro–razzismo.
Stiamo attenti: il vero razzismo è di chi provoca il razzismo”. Ovvero, la colpa delle botte è di chi le
prende.
STEFANO ALLIEVI Università di Padova