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LA DEMOCRAZIA REALISTICA DI GIOVANNI SARTORI.

di Norberto Bobbio

Giovanni Sartori è amico delle citazioni di brani classici da apporre come motti all'inizio di ogni
capitolo. La raccolta di questi motti costituirebbe già di per se stessa una buona guida per entrare
nel suo mondo d'idee. Non gli dispiaccia se per rappresentare nel modo più conciso l’opera da lui
compiuta negli ultimi trent’anni per costruire e a poco a poco rifinire una teoria della democrazia
sempre più ricca di dati e d'argomenti, sfociata nei due volumi teste pubblicati, The Theory of
Democracy Revisited, mi valga anch'io di un motto celebre, il lucreziano «Crescit eundo».
Nel 1957 apparve il capostipite, Democrazia e definizioni, che, esaurito in sei mesi, fu
ristampato l'anno dopo con una lunga prefazione che conteneva una risposta ai critici. Nel 1962
apparve la traduzione inglese, compiuta dall'autore medesimo, con un titolo nuovo: Democratic
Theory. Il mutato titolo stava a dimostrare che la nuova edizione non era soltanto una riproduzione
dell'edizione italiana, ma conteneva qualche integrazione e qualche opportuno adattamento per il
pubblico americano, e inoltre due capitoli nuovi di carattere essenzialmente metodologico. A
problemi metodologici, specie alla distinzione tra filosofia e scienza politica, particolarmente
opportuna negli anni in cui la scienza politica veniva introdotta in Italia come disciplina
universitaria, Sartori aveva dedicate gran parte dei suoi studi sino al volume sulla democrazia. Nel
1969 apparve la terza edizione italiana che tornava, se pure con qualche esitazione, alle prime due,
ma aggiungeva in appendice due saggi scritti per la International Encyclopedia of the Social
Sciences, su Democrazia e Sistemi rappresentativi.

Sull'importanza che ebbe allora il libro ho gia avuto occasione di soffermarmi quando ho scritto
tempo fa che con quest’opera il dibattito politico italiano sulla natura della democrazia era passato
dalla mano degli ideologi a quella degli studiosi, che della democrazia analizzano i meccanismi e
mettono in evidenza virtù e difetti: «opera - commentai - di solida cultura universitaria, anche se
non faceva mistero del proprio orientamento ideologico nella direzione della democrazia
liberale»1. L'importanza dell'opera stava anche nel fatto che una corrente di studi sulla democrazia,
in Italia, a differenza di altri paesi, dove la democrazia aveva più profonde radici, come Inghilterra,
Francia e Stati Uniti, non c'era mai stata, e ben pochi erano i precedenti di cui vale la pena di
tramandare il ricordo. Se precedenti c'erano stati questi erano dovuti a giuristi. Lo studio dello
stato e delle sue istituzioni era stato generalmente di competenza degli studiosi di diritto pubblico,
anziché degli scienziati politici, anche perché prima dell'avvento della scuola tecnica del diritto
pubblico, la scienza politica faceva parte, didatticamente, del diritto costituzionale. Nel 1946 l'Utet
aveva fatto uscire in fretta e furia il manuale di Emilio Crosa, Lo stato democratico, destinato a
sostituire precipitosamente il manuale di diritto costituzionale dello stesso autore che era un
commento, «va sans dire», apologetico, del regime fascista. (Ma il giurista, se voleva essere uno
scienziato, non doveva essere «wertfrei»?) Un confronto tra il manuale di un giurista e il libro di
Sartori, che riprendeva una non vetusta tradizione di scienza politica presto interrotta (risalente
agli Elementi del Mosca), sarebbe istruttivo. Ci si accorgerebbe che le materie trattate sono
alquanto diverse: più le forme e le strutture, nel libro del giurista, dove la parte centrale e dedicata
alle «guarantigie costituzionali », come si diceva allora, proprie dello stato democratico, o per
essere più esatti, dello stato di diritto, più i contenuti e i valori, la libertà e l'eguaglianza,
liberalismo e dirigismo, democrazia e autocrazia, nel secondo. Nel libro di Sartori i nomi di
giuristi si contano sulle dita di una mano. Nel capitolo Libertà e legge, l'autore più citato è
Rousseau. (Non diversamente accade nei rapporti fra diritto internazionale e relazioni
internazionali: s'ignorano).
Un'opera di teoria della democrazia da collocarsi nel quadro d'insieme della teoria generale
della politica, in Italia, non vorrei sbagliare, non c'era mai stata, degna di essere messa accanto a
Modern Democracies del Bryce, nonostante le grandi e coraggiose battaglie democratiche date
negli anni della crisi post-bellica da Salvemini, Amendola, Gobetti, da Guglielmo Ferrero.
Negli Elementi di politica di Croce, un autore di cui Sartori si era occupato a lungo nei suoi più
antichi studi prima di approdare alla scienza politica, il problema della democrazia non è neppure
sfiorato. Con Croce e con il coetaneo Mosca, tutta la tradizione liberale dell'Ottocento vedeva
ancora nella democrazia dei moderni, non il coerente sviluppo e quindi la continuazione, ma
l'antitesi, del liberalismo, attraverso la «ribellione delle masse» che sarebbe seguita al suffragio

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universale, e la scomparsa delle libertà civili. Liberalismo e democrazia venivano contrapposti e
considerati incompatibili, perchè s'ispiravano rispettivamente a due ideali diversi e contraddittori,
la libertà e l'eguaglianza. Ancora nella seconda meta dell'Ottocento, Francesco De Sanctis
contrapponeva, anche dal punto di vista letterario, la scuola liberale alla scuola democratica, di
cui i rappresentanti principali erano i due grandi antagonisti del Risorgimento, Cavour e Mazzini.
Anche per De Sanctis l'ideale della società democratica era «l’eguaglianza di diritto che, nei paesi
più avanzati, è anche eguaglianza di fatto»2.
La contrapposizione fra liberalismo e democrazia comincia ad attenuarsi nella Storia del
liberalismo europeo di De Ruggiero (1925), in cui l'ampia esposizione storica sfocia in una
precisa analisi concettuale. In un capitolo dedicato per l'appunto al raffronto tra liberalismo e
democrazia, l'autore ammette che il riconoscimento della libertà politica era il naturale
proseguimento del riconoscimento delle libertà civili, tanto da affermare che «una divisione tra
liberalismo e democrazia non è dunque più possibile: il loro territorio è comune», e che «alcune
differenze che sussistevano originariamente si sono andate appianando col tempo» 3. Nonostante
questo superamento dell'antitesi, De Ruggiero non nascondeva l'antica diffidenza verso la
democrazia, derivante dalla identificazione di democrazia e giacobinismo, tanto da affermare che
la democrazia era diventata accettabile, sì, ma solo con l'innesto del pensiero liberale. Che la
democrazia fosse finalmente da accettare, con tutti i suoi pericoli, non tanto perché fosse la
naturale progressiva continuazione dello stato liberale, quanto perché aveva finito per venire a
patti con il suo antico avversario, De Ruggiero lasciava chiaramente trapelare con questa
affermazione: «L'esigenza di una immissione di liberalismo nella compagine della società
democratica differenzia la stagnante uniformità dei suoi elementi e li ravviva dall'interno» 4. Non
era dunque per De Ruggiero la democrazia lo storico e inevitabile completamento di quella
rivoluzione che era nata dall'affermazione dei diritti civili e non poteva non proseguire con
l'affermazione dei diritti politici, ma il paventato avvento di una società di massa, reso meno
minaccioso dalla sopravvivenza, nonostante tutto, dello spirito di libertà.
Resta da segnalare agli studiosi futuri la più grande opera italiana sulla democrazia e la sua
storia, completamente dimenticata, anche dallo stesso Sartori che non la cita mai, La democracie
di Francesco Saverio Nitti, scritta in francese durante l'esilio in Francia, pubblicata nel 1932, e
ora compresa nell'edizione nazionale delle Opere dello studioso e uomo di stato, a cura di L.
Firpo, nel 1976. Si tratta essenzialmente di un'opera di polemica politica, farraginosa ma
appassionata e lucidissima, in difesa della democrazia contro il nazionalismo, da un lato,
destinato sempre a trasformarsi in imperialismo (e per quel che riguarda il fascismo italiano la
previsione non poteva essere più chiaroveggente), dall'altro, se pure in forma meno aggressiva,
contro le minacce che provenivano dal marxismo, in particolare dalla dottrina della dittatura del
proletariato. Ma era anche un'opera di ricostruzione storica e di elaborazione dottrinale che un
giorno o l'altro dovrà essere anch'essa «rivisitata», anche se non è certo da considerare un'opera di
teoria politica, come quella che sto esaminando.

La nuova edizione è notevolmente accresciuta, all'incirca di un terzo. Anche nel titolo riprende
l'edizione americana. Nella Introduzione l'autore avverte che, per quanto la nuova opera
«incorpori» la precedente, contiene capitoli nuovi e ciò che è stato incorporato è quasi sempre
interamente riformulato. Le novità, diremo così, formali riguardano anzitutto la ridefinizione
delle parole-chiave della teoria politica che vengono continuamente usate, secondo Sartori, a
capriccio; in secondo luogo, la necessità di tener conto di un ritorno, anche negli Stati Uniti, del
dibattito intorno al marxismo; in terzo luogo, la crisi della scienza politica empirica, annunziata,
predicata, teorizzata e provocata dai movimenti di contestazione degli anni sessanta. Dopo un
decennio di negazione, osserva Sartori, è sopraggiunto un decennio di discussioni altamente
tecniche di filosofia politica - e qui compaiono i fatidici nomi di Rawls e di Nozick -, che
sembravano aver fatto tabula rasa di tutto il passato. Ne sarebbe nata una bella confusione dalla
quale bisogna cercare di uscire rimettendo insieme con pazienza i pezzi e i frammenti sparsi di
una teoria della democrazia. Se la democrazia è, com'e stato detto, il governo mediante
discussione, sempre più s'impone l'esigenza di discutere la discussione sulla democrazia.
Dalle riflessioni sui risultati del «decennio del tecnicismo» che è seguito al decennio della
contestazione, è nato un capitolo nuovo, sulla teoria del «Decision making e la democrazia», che
dà conto di un tema la cui sempre più vivace discussione è avvenuta negli ultimi vent'anni, e
contiene spunti nuovi di riflessione per chiunque intenda allargare il campo della teoria della
democrazia. Vi si distinguono vari tipi di decisioni, tra le quali interessano il politologo
soprattutto quelle che vengono chiamate «collettivizzate», e sono le decisioni che valgono per

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tutto il gruppo benché siano prese da una parte o anche da uno solo. Segue una discussione sul
tema dei costi interni delle decisioni e dei loro rischi esterni, sui metodi di formazione delle
decisioni e sulle regole con cui le decisioni vengono prese, con particolare riguardo alla regola di
maggioranza, sui tipo di risultato (a somma zero, a somma positiva ecc.) di esse, sui contesto
decisionale (continuo o discontinuo), sull'intensità delle preferenze, che è ineguale da individuo a
individuo in rapporto con il principio di maggioranza che agisce da livellatore delle
diseguaglianze.
Un paragrafo di particolare interesse, e sul quale mi piace richiamare l'attenzione del lettore
italiano, riguarda la natura e la funzione del «comitato», definito come gruppo caratterizzato
come «small, interacting, face-to-face» (p. 226) e avente una certa durata, istituzionalizzato,
chiamato a prendere decisioni in continuazione. Una delle ragioni per cui una teoria della
democrazia deve fare i conti con i «comitati », la cui rilevanza è stata sinora troppo trascurata, sta
nel fatto che «the commettee system is the most pervasive, crucial and misunderstood part of the
real "stuff" of politics» (p. 228). Le decisioni del comitato a differenza di quelle di un'assemblea,
vengono prese non a maggioranza ma prevalentemente in base al principio del « do ut des », che
Sartori chiama del «deferred reciprocal compensation », e sono in conseguenza a somma positiva.
Una delle caratteristiche di una democrazia rispetto a un'autocrazia è la proliferazione dei
comitati, da cui deriva un aumento di partecipazione, di cui il singolo comitato costituisce l'«unità
ottimale». Anche se l'autore non fa questo esempio, ciò che egli scrive sulla natura e la funzione
dei comitati si attaglia perfettamente alle commissioni parlamentari, e alla differenza fra il loro
modo di decidere e quello delle assemblee, di cui una delle più rilevanti, e altamente positiva,
secondo Sartori, è la minore visibilità.
Nonostante queste ed altre innovazioni, l'impianto dell'opera è rimasto, attraverso tutte le
metamorfosi, lo stesso. I due volumi della presente edizione corrispondono alle due parti in cui
l'opera era divisa sin dalla prima edizione, una più teorica, l'altra più storica. Ora le due parti sono
intitolate The Contemporary Debate e The Classic Issues, mentre là avevano per sottotitolo
Un'analisi metodologica e Una verifica storica, nell'edizione inglese del 1962, incisivamente,
The Argument e The Proof. Molto accresciuto è invece il numero delle note e delle informazioni
bibliografiche. Per rendersi conto di questa crescita si confronti l'indice dei nomi delle edizioni
precedenti con quello dell'ultima.
Naturalmente anche l'ispirazione etica e ideologica è rimasta la stessa: non c'è democrazia, per
Sartori, al di fuori della liberal-democrazia. La dottrina liberale è confluita, dopo un secolo di
contrapposizione, nella stato democratico. Lo stato democratico, fondato sulla regola della
maggioranza e sulla protezione della minoranza, è la prosecuzione storica dello stato liberale.
Nella primitiva redazione italiana si legge: « Nella seconda metà del XIX secolo l'ideale liberale e
quello democratico sono confluiti l'uno nell'altro, e fondendosi si sono confusi» (p. 226).
Nell'ultima redazione, che stiamo esaminando: «My perspective is a liberal-democratic one» (p.
450). Continuo, coerente, senza pentimenti e ripensamenti, è l'atteggiamento critico nei confronti
del «perfezionismo», ovvero delle teorie che dipingono una democrazia ideale, che non è mai
stata e mai sarà in nessun luogo, e finiscono per alimentare il discredito della democrazia reale
con tutti i suoi difetti ma anche con tutti i suoi meriti che le altre forme di governo non hanno.
L'unico modo per salvare la democrazia è quello di prenderla com'è, con spirito realistico, senza
illudere e illudersi. Il che non vuol dire accettare la concezione realistica della politica, secondo
cui la politica è pura politica, cioè puro esercizio del potere. Altro è osservare realisticamente le
cose della politica, altro ritenere che vi sia incompatibilità tra fede democratica e visione
realistica. Se Mosca e Pareto sono stati antidemocratici non è dipeso dal loro realismo. Sartori
non ha dubbi sulla compatibilità tra essere realista ed essere democratico: democratico, perché
normativamente esprime la propria preferenza per il governo fondato sul consenso, che
contrappone alle forme di governo autocratiche; realista, perché ritiene che l'unica democrazia
possibile sia quella rappresentativa. Seguendo la dottrina italiana delle élites e accogliendo la
definizione di democrazia data da Schumpeter, ritiene che la democrazia sia non il governo senza
élites, ma il governo di élites in concorrenza fra loro. Nella vecchia edizione italiana si legge che
la democrazia è «un sistema etico-politico nel quale l'influenza della maggioranza è affidata al
potere di minoranze con correnti che l'assicurano» (p. 105). Nell'ultima edizione definisce la
democrazia «a selective poliarchy» (p. 169). Identica in tutte le edizioni sino all'ultima la
passione per l'analisi concettuale attraverso l'analisi linguistica. Non a caso le prime edizioni
italiane avevano quello strano titolo dove la parola «democrazia» non era coniugata con una
parola appartenente alla stessa famiglia, come ad esempio, autocrazia, ma con «definizioni».
Questo connubio lasciava chiaramente capire quale posto avesse nell'opera la «questione di

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parole». Non è che Sartori creda che basti ridefinire i principali concetti del linguaggio politico
per fare della buona teoria, ma è certo che per lui l'eliminazione delle confusioni verbali è il
presupposto necessario per mettere ordine in un universo di concetti resi ambigui dall'uso
prammatico e disinvolto, non sempre innocente, che se ne fa nella lotta politica.
Poiché ho accennato all'inizio al gusto di Sartori per le citazioni, una fra tutte campeggia e
offre la miglior chiave per capire il proposito principale dell’autore. Nell'edizione attuale viene
premessa al cap. I. E’ un brano di Tocqueville che dice: «Ciò che getta il massimo di confusione
nella spirito è l'uso che si fa delle parole: democrazia, governo democratico. Fino a che non si
riuscirà a definirle chiaramente e a intendersi sulla definizione si vivrà in una confusione di idee
inestricabile, con grande vantaggio dei demagoghi e dei despoti». Il primo paragrafo è intitolato
The Age of Confused Democracy e comincia con queste parole: «Tra le condizioni della
democrazia, una è quella che le idee sbagliate sulla democrazia fanno andare per un cattivo verso
la democrazia». Subito dopo aggiunge: «Considero questa una ragione sufficiente per scrivere
questo libro». Sembrerebbe addirittura, a giudicare dalle prime pagine, che la confusione sia
aumentata, anche perché ogni tanto la discussione, per scarsa conoscenza dei precedenti o per il
piacere di apparire dei novatori, ricomincia da capo, come se fossero arrivati i barbari a bruciare
la biblioteca di Alessandria. A dir la verità le biblioteche in genere non bruciano più. Ma sono
talmente ingrandite da assomigliare sempre più alla Biblioteca di Babele. Per quel che riguarda la
confusione e la difficoltà di leggere i libri, il risultato è lo stesso.
Fortunatamente Sartori non ha perduto l'abitudine di risalire indietro nel tempo e di rileggere i
classici. Rispetto alla mancanza di senso della profondità storica, che è stata più volte
rimproverata alla scienza politica empirica, non è da meno la filosofia politica sviluppatasi
intorno a opere come quelle di Rawls e di Nozick. La lettura dei classici rende immuni da quel
difetto che Sartori chiama «novitism» e che insieme con l'altro del «beyondism» considera una
delle due forme caratteristiche di «ubris» degli intellettuali, e definisce come il bisogno imperioso
di essere originali a tutti i costi.
Personalmente sottoscrivo a due mani questo giudizio. Anzi, più papista del papa, più
sartoriano di Sartori, per quel che riguarda il rapporto fra la democrazia degli antichi e la
democrazia dei moderni, sono più «continuista» di lui. Una delle tesi storiografiche sempre
ribadite da Sartori è che bisogna togliersi di mente che le due democrazie si assomiglino. Esse,
afferma, hanno fra loro soltanto «a very slight resemblance». Rileggiamo il celebre epitaffio di
Pericle tramandato da Tucidide: vi si ritrovano tutti i tratti principali di quella forma di governo
che oggi chiamiamo democrazia, addirittura democrazia liberale: il riconoscimento della libertà
individuale, che è poi, a dispetto di Constant, la libertà dei moderni, l'elogio della partecipazione
e la condanna di quella che oggi chiameremmo «apatia politica», la supremazia della legge,
ovvero l'affermazione dello stato di diritto.
Alla base di questa idea della democrazia sta una concezione individualistica della società che
implica il ripudio di ogni visione organicistica o olistica. Si vedano le considerazioni iniziali su
«popolo» e «people », sulla inadeguatezza della nozione organica di popolo, che trova la sua
espressione culminante nel Volk dei romantici, allo scopo di rappresentare la democrazia
moderna, che è fatta da individui. Nella società di massa che sta alla base della democrazia
moderna il popolo è diventato sempre più una Gesellschaft e sempre meno una Gemeinschaft.
L'individuo singolo, però, in una democrazia rappresentativa, è da considerarsi più come un
elettore che come un decisore. Di qua nasce un altro punto fermo della teoria democratica di
Sartori: coloro che comandano sono sempre delle élites. La democrazia diretta è difficile e anche
quando fosse possibile non è del tutto desiderabile perché la procedura referendaria non consente,
almeno sino ad ora, la discussione, e il risultato è sempre a somma zero.
Da un punto di vista descrittivo la definizione di democrazia che Sartori fa sua è quella
cosiddetta procedurale: « Democracy is a procedure and/or mechanism (a) that generates an open
polyarchy whose competition on electoral market (b) attributes power to the people and (c)
specifically enforces the responsiveness of the leaders to the led» (p. 156). Ma possiamo
accontentarci di una definizione descrittiva? Prescrittivamente non basta, secondo Sartori, parlare
di élites perché questa parola è stata sempre più usata con un significato neutrale (a cominciare
da Pareto, e finire a Lasswell). Bisogna distinguere élites da élites. Il problema quindi non è
soltanto di elezione ma anche di selezione, intendendo per selezione l'elezione del migliore. Ne
discende una definizione assiologica di democrazia che suona: «La democrazia dovrebbe essere
un sistema selettivo di minoranze elette in competizione fra loro» (p. 167). In sintesi, se
descrittivamente la democrazia può essere definita come una poliarchia elettiva, assiologicamente
verrà definita come una poliarchia selettiva.

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Si può obiettare che questa definizione contrasta con uno dei valori cui si è sempre ispirata la
democrazia, l'eguaglianza. A questa obiezione la risposta di Sartori consiste nella distinzione fra
eguaglianza verso il basso, che è propria di quella che egli chiama la democrazia orizzontale (che
respinge) ed eguaglianza verso l'alto che caratterizza la democrazia verticale. Mentre le teorie
antielitistiche incoraggiano l'eguaglianza in basso, vi è un'eguaglianza che qualifica l'eguaglianza
verso l'alto ed è l'eguaglianza secondo il merito, che è aristotelicamente un'eguaglianza
proporzionale. Questa ulteriore specificazione serve a precisare meglio la definizione assiologica:
«La democrazia è una poliarchia fondata sul merito».
Rimane aperta la domanda quali siano i caratteri di una democrazia meritocratica e come ci si
arrivi. Sembra che Sartori lamenti che la democrazia attuale sia ben lungi dal corrispondere alla
definizione ideale. Ma quale sia il segreto per correggerla non risulta chiaro neppure nelle
conclusioni finali. Vero è che questo segreto nessuno dei molti medici chini sui capezzale della
grande malata, lo possiede. La democrazia si allontana sempre più dal suo modello ideale, posto
che il suo modello sia, come propone Sartori, la meritocrazia. E l'ultimo argomento dei buoni
democratici sembra diventato quello del minor male.

Quando il lungo viaggio nel tempo e nello spazio alla ricerca dell'isola del tesoro è compiuto, e
la mappa dell'isola è perfettamente delineata, ci si accorge che il tesoro non c'è o è molto meno
luccicante di quel che pareva quando si vedeva da lontano e non si era ancora diradata la nebbia
che impediva di vederlo anche quando si era già vicini. Che cosa è accaduto? E’ accaduto che non
basta diradare la nebbia, ovvero, fuor di metafora, liberare il discorso sulla democrazia da tutte le
confusioni verbali e mentali che lo hanno oscurato, compiere quell’opera di pulizia concettuale
cui Sartori si è dedicato con ostinata coerenza e con successo per tanti anni, allo scopo di
ridefinire la democrazia, anzi la liberaldemocrazia, una volta affermato che non esiste altra
democrazia che la democrazia liberale. Non basta, se si vuol giungere alla conclusione che la
liberaldemocrazia è una forma di governo migliore di tutte le altre. Occorre allora prendere
posizione, che è cosa ben diversa dal definire.
Sartori è tanto convinto di questa distinzione che in tutte le versioni del libro è tornato sul tema
in uno dei capitoli più tormentati, intitolato Dimostrare la democrazia, nelle edizioni italiane, poi
The Search of Proof nella prima edizione inglese, e in fine What is Democracy? Definition, Proof
and Preference, in quest'ultima e più completa redazione, dove il capitolo, che era nelle edizioni
precedenti l'ultimo della prima parte è diventato il primo della seconda. Sin dall'inizio Sartori è
convinto che la democrazia si può definire ma la sua «verità» non si può dimostrare. «To define is
not the same as to give reasons for» (p. 267). Si può soltanto comparare la democrazia con le altre
forme di governo, autocratiche, totalitarie, dispotiche, e addurre buone ragioni per difendere le
nostre preferenze.
Ma le nostre preferenze non debbono essere continuamente confrontate non solo con ciò che
non preferiamo ma anche con ciò che preferiamo per provare che la realtà corrisponde ai nostri
desideri? Mentre nella prima edizione, che risale a trent'anni addietro, come si è detto, questa
corrispondenza sembrava maggiore, ora nell'ultimo capitolo, intitolato The Poverty of Ideology,
completamente nuovo, sia rispetto al capitolo finale delle edizioni italiane, intitolato
semplicemente, Conclusione, sia rispetto a quello della prima edizione inglese, intitolato
Conclusions, il giudizio sulla democrazia reale sembra meno ottimistico. L'accento è posto sulla
perdita degli ideali, che animarono i padri fondatori della democrazia, e quindi il problema di
fondo torna ad essere il problema morale. Ma il problema morale non si risolve solo con
definizioni.
Sartori ne è tanto convinto che la sua fede nella democrazia (mi pare che la parola « fede» sia
la sola giusta in questo contesto) non viene meno anche di fronte ai pericoli non solo esterni ma
anche interni che minacciano le società democratiche, tanto da indursi a pronunciare alla fine la
celebre frase dell'eroe di Corneille: «Fa il tuo dovere e lascia il resto a Dio». Ma qual è il maggior
pericolo che minaccia oggi la democrazia? Non saprei rispondere meglio che citando il passo in
cui, dopo aver affermato che la democrazia ha fondamenti morali, Sartori osserva che il senso del
dovere e del disinteresse sono stati erosi da una visione puramente economicistica della politica.
Per concludere alla fine: «I do subscribe to the view that the present-day crisis of democracy is
very much a crisis of ethical foundations» (p. 242).
Sartori non sarà d'accordo, ed io stesso non sono così sicuro di quello che sto per sostenere, ma
la ragione della crisi morale della democrazia potrebbe essere cercata nel fatto che sinora la
democrazia politica è convissuta, o è stata costretta a convivere, con il sistema economico
capitalistico. Un sistema che non conosce altra legge che quella del mercato, che è di per se stesso

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completamente amorale, fondato com'è sulla legge della domanda e dell'offerta, e sulla
conseguente riduzione di ogni cosa a merce, purché questa cosa, sia pure la dignità, la coscienza,
il proprio corpo, un organo del proprio corpo, e perché no?, giacché stiamo parlando di un
sistema politico come la democrazia che si regge sul consenso espresso col voto, il voto
medesimo, si trovi chi è disposto a venderla e chi è disposto a comprarla. Un sistema in cui non è
dato poter distinguer fra quello che è indispensabile e quello che non lo è. Partendo dalla
sovranità del mercato, come si può impedire la prostituzione e il commercio della droga? Con
quale argomento si può impedire la vendita dei propri organi? E del resto i fautori del mercato
non vanno sostenendo che l'unico modo per risolvere il problema della penuria di reni da
trapianto è quello di metterli in vendita?
A questo punto, che male c'è nella vendita dei voti? E come si può contrastare la conseguenza
inevitabile che ne può comprare di più chi è più ricco? Nella compra-vendita dei voti non si tratta
in fin dei conti se non di uno scambio tra il cittadino che con il suo voto consente all'uomo
politico d'insediarsi in un posto da cui può trarre benefici economici, e il signor rappresentante
del popolo che compensa il sostegno ricevuto con una parte delle risorse di cui, anche grazie a
quel voto, può disporre. In confronto con la compera dell'organo sessuale della donna o della
droga o addirittura dell'occhio di un bambino povero, come si è letto sui giornali, che cosa è la
compera di un voto? In una intervista, Heinrich Böll ha detto: «Se non esiste una forza capace di
opporsi al materialismo di mercato, non importa di che tipo, religioso, politico, ideologico, allora
sui nostri mercati venderemo anche noi stessi, se non addirittura i nostri nipotini».
Bisogna pur lealmente riconoscere che sinora non si è vista sulla scena della storia altra
democrazia che non sia quella coniugata con la società di mercato. Ma cominciamo a renderci
conto che l'abbraccio del sistema politico democratico col sistema economico capitalistico è
insieme vitale e mortale, o meglio è anche mortale oltre che vitale. Non passerà molto tempo,
forse, che occorrerà «rivisitare» i rivisitatori.

*Testo riveduto e corretto dell'introduzione all'incontro, organizzato dal Centro di scienza politica
della Fondazione Feltrinelli, a Milano il 17 novembre 1987, sull'opera di Giovanni Sartori, Theory
of Democracy Revisited, Chatam House, New York 1987.

Note

1. Profilo ideologico del Novecento, in Storia della letteratura italiana. Il Novecento, Garzanti,
Milano 1987, I, p. 168.
2. F. De Sanctis, Mazzini e la scuola democratica, Einaudi, Torino, p. 13.
3. G. De Ruggiero, Storia del liberalismo europeo, Laterza, Bari 1984, p. 393.
4. op. cit., p. 401.