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Kazuo Ishiguro

Il premio Nobel per la Letteratura è stato vinto dallo scrittore


giapponese naturalizzato britannico Kazuo Ishiguro, in
particolare “per avere rivelato l’abisso al di sotto del nostro
senso illusorio di connessione col mondo, in romanzi di grande
forza emotiva”, come si legge tra le motivazioni dell’Accademia
Svedese dei Nobel che glielo ha assegnato. Ishiguro ha 62 anni,
vive in Inghilterra da quando ne aveva sei ed è considerato tra
gli scrittori che, pur non essendo di madrelingua inglese, hanno
rinnovato la letteratura britannica. Scrive in inglese ed è stato
tradotto in più di 40 lingue. Ha scritto sette romanzi e una
raccolta di racconti: i più famosi sono Quel che resta del
giorno, che ha vinto il Booker Prize, il più importante premio
letterario britannico, e da cui è stato tratto l’omonimo film
diretto da James Ivory, con Anthony Hopkins ed Emma
Thompson; e Non lasciarmi, da cui è stato tratto un altro film
sempre con lo stesso titolo,  diretto da Mark Romanek, con
Carey Mulligan, Andrew Garfield e Keira Knightley. Questi sono
tutti i suoi libri, pubblicati in Italia da Einaudi,
NON LASCIARMI (NEVER LET ME GO)

Mi chiamo Kathy H. Ho trentanove anni, e da più di dodici sono un assistente.


Sembra un periodo piuttosto lungo, lo so, ma a dire il vero loro vogliono che
continui. Almeno per altri dieci anni. A quel punto, poi, potrò andarmene via.
Solo adesso mi rendo conto che io sia rimasta per tutto questo tempo qui,
non significa che loro abbiano stima di me. Ci sono state bravissimi assistenti
a cui è stato chiesto di andarsene dopo poco tempo. E poi mi viene in mente
qualcun altro che ha lavorato a lungo, senza particolare slancio, scivolato in
in un limbo senza qualità, non ha fatto del bene, ma neppure del male a
nessuno. Quindi non ho intenzione di darmi delle arie.
Ma posso dire che i miei pazienti hanno sempre reagito meglio del previsto.
I loro tempi di recupero spesso sono stati straordinari, si, forse adesso sto
esagerando e davvero mi sto dando delle arie, ma per me significa molto
essere in grado di svolgere il mio lavoro, specialmente quando si tratta di
rassicurare i pazienti. Ho sviluppato una specie di istinto nei loro confronti. So
quando devo essere presente per loro, quando devo lasciarli soli con se
stessi, so quando ascoltarli, qualunque cosa vogliano dirmi, ma anche
quando, con un’alzata di spalle, taglio corto sulle lacrime e sulla
autocommiserazione.
So, in fondo, molto in fondo al mio cuore, di essere un bravo assistente, e so
anche che non è il caso di dirlo ad alta voce, conosco le invidie dei colleghi,
so che mi invidiano soprattutto per una cosa: perché arrivo da Hailsham. Per
alcuni di loro questo è un motivo sufficiente per mandarli su tutte le furie.
Kathy H. dicono, fa sempre quello che vuole, si sceglie i pazienti, decide le
cure, e se deve scegliere tra qualcuno che viene da un posto qualsiasi e
qualcuno che viene da Hailsham, si sa sempre come va a finire.
Ma tenetevelo a mente: anche io ho fatto la mia parte. Quando smetterò di
fare questo lavoro saranno passati dodici anni, e in dodici anni di questo
lavoro, capirete anche voi che qualche scelta abbia potuto farla anche io.
E poi per quale motivo non dovrei? Gli assistenti non sono mica degli automi.
Fai del tuo meglio per qualsiasi paziente ma alla fine le forze ti abbandonano,
così se ti capita di poter scegliere è chiaro che scelgo di curare qualcuno che
mi assomiglia. E’ ovvio.
Non avrei potuto andare avanti se non fossi riuscita a condividere qualche
attimo di vita con i miei pazienti.
E comunque se non avessi potuto scegliere chi curare, come avrei fatto a
ritrovare Ruth? Per non parlare di Tommy.
Ruth, per esempio, era già stata assegnata ad altri, ricordo di aver dovuto
lottare per riuscire a farla diventare una mia paziente, i colleghi non volevano,
dicevano che non era bene lasciarsi condizionare dalle emozioni.
Alla fine però ci sono riuscita. E’ stato da quel momento, credo, da quando ho
ritrovato Ruth, che ho cominciato a cercare tra i pazienti persone che
appartenevano al mio passato, e l’ho fatto tutte le volte che mi è stato
possibile, tutte le volte che mi dicevano che era arrivato qualcuno da
Hailsham.
Certo ci sono stati periodo della mia vita in cui mi dicevo che dovevo
lasciarmi alle spalle Hailsham, sapevo che non dovevo voltarmi indietro.
Ma a un certo punto ho smesso di opporre resistenza.
Ancora oggi, mentre percorro la campagna in auto, continuo a vedere cose
che mi fanno ripensare ad Hailsham. Mi capita di passare accanto a un
campo avvolta dalla nebbia, o di intravedere il particolare di una grande casa
In lontananza mentre scendo la strada, di soffermarmi persino su come siano
disposti in un certo modo i pioppi sul fianco di una collina che subito mi viene
da pensare: forse ci siamo! L’ho trovata! Quella è davvero Hailsham! Poi mi
rendo conto che non è possibile e procedo oltre, i pensieri che vagano
altrove. Soprattutto, ci sono quei padiglioni. Li scorgo ovunque, all'estremità
dei campi da gioco, piccoli prefabbricati di colore bianco con una fila di
finestre sistemate in alto in maniera innaturale, quasi ripiegate sotto le
gronde. Penso che ne abbiano costruiti molti del genere negli anni 50 60, che
con ogni probabilità il periodo cui è stato costruito anche il nostro. Se mi
imbatto in uno di questi padiglioni mentre sto guidando, lo fisso più a lungo
che posso, e un giorno o l'altro andrò a sbattere da qualche parte, ma non
riesco proprio a farne a meno. Non molto tempo fa stavo attraversando una
zona semideserta nel Worchestershire quando ne vidi uno vicino a un campo
da cricket, talmente simile a quello di Hailsham che feci inversione e tornai
indietro per andare a controllare meglio.

Talvolta percorro una lunga strada tortuosa in mezzo alla palude, o magari
oltrepasso filari di campi arati, il cielo enorme e grigio e sempre uguale a se
stesso miglio dopo miglio, mi ritrovo a pensare al mio saggio, l'unico che
avrei dovuto scrivere allora quando, usciti da Hailsham, andammo ai
Cottages. I tutori avevano menzionato i saggi di tanto in tanto per tutta
quell'ultima estate, cercando di aiutare ognuno di noi scegliere un argomento
che ci avrebbe completamente assorbiti per circa due anni. In un certo senso
però - forse dipendeva da qualcosa nel comportamento dei nostri tutori -
nessuno credeva veramente che i saggi fossero così importanti, e raramente
furono oggetto di discussione tra noi.
Ricordo che quando comunicai a miss Emily di aver scelto i romanzi vittoriani,
non avevo riflettuto molto al riguardo, e mi ero resa conto che lei se ne era
accorta. Si era limitata ad osservarmi con uno dei suoi sguardi inquisitori, e
non aveva detto nulla. Quando ci stabilimmo ai cottages, tuttavia, i saggi
assunsero una nuova importanza. Durante i nostri primi giorni di
permanenza, per alcuni molto più a lungo, fu come se ognuno di noi si
aggrappasse al proprio saggio, l'ultimo compito assegnato ad Hailsham,
come se fosse stato regalo d'addio dei nostri tutori. Col passare del tempo il
pensiero di quei saggi si affievolì a poco a poco, ma per un po' ci aiutò a
sopravvivere nel nuovo ambiente. Se mi capita di ripensare al mio saggio
oggi, lo esamino nei dettagli: immagino un approccio totalmente diverso, o
altri libri o altri scrittori di cui avrei potuto occuparmi. Ultimamente ho persino
accarezzato l'idea di riprenderlo, ricominciare a lavorarci, quando non sarò
più un’ assistente e avrò del tempo a disposizione. In fondo, però, non ci
credo veramente. E’ soltanto un piccolo attacco di nostalgia che mi aiuta a far
passare il tempo. Rimane a questo livello - un sogno a occhi aperti.
Ma come vi dicevo, non era così quando giungemmo ai cottages la prima
volta. Otto di quelli che lasciarono Hailsham quell'estate vennero mandati ai
cottages. Allora non sapevamo quello che ci aspettava arrivando lì e di certo
non sapevamo molto delle nostre vite al di là dei confini, o chi ci dirigeva, o
che ruolo avessero nel mondo fuori. Nessuno di noi aveva simili pensieri in
quei giorni.
Persino Ruth sembrava intimidita quel giorno pieno di sole in cui il minibus ci
scaricò davanti alla casa, girò intorno al piccolo laghetto e scomparve su per
la salita. Vedevamo le colline in lontananza che ci ricordavano quelle che
scorgevamo in lontananza a Hailsham, ma ci apparivano stranamente
deformate, come succede quando si fa il ritratto a un amico, ed è quasi così
ma non esattamente, e il viso su foglio ti fa venire i brividi. Tuttavia era estate,
il posto era bello e accogliente, con l'erba alta che cresceva ovunque - una
novità per noi. Stavamo tutti insieme in gruppo a guardare il custode che
entrare usciva dalla casa in attesa che si rivolgesse a noi. Ma non lo fece, e
tutto ciò che riuscimmo a percepire fu un borbottio colmo di irritazione a
proposito degli studenti che abitavano lì. All'improvviso, mentre prendeva
qualcosa dal furgone, chi lanciò uno sguardo irato, poi rientrò nella casa
colonica richiudendosi la porta alle spalle.
È buffo ricordare adesso come furono quei primi giorni, quell' inizio timoroso,
confuso, sembra non avere nulla a che vedere con il resto del tempo
trascorso lì. Penso al modo in cui leggevo, sdraiata a pancia in giù sul prato
nel caldi pomeriggi estivi, i capelli - che stavo facendo crescere - a impedirmi
la visuale. Penso alle mattine in cui mi risvegliavo nella mia stanza con le voci
degli studenti nei campi che discutevano di poesia e filosofia; o ai lunghi
inverni, le colazioni nelle cucine appannate dal vapore a parlare intorno al
tavolo di Kafka o di Picasso. Erano sempre questi i discorsi, all’ora di
colazione; mai con chi si era fatto sesso la notte prima, o perché due ragazzi
adesso non si rivolgevano più la parola. Penso che, sotto sotto, una parte di
noi rimase sempre timorosa del mondo intorno e - non importa quanto ci
disprezzassimo per questo - incapaci di staccarci l'uno dall’altra.
Quando ricordo il sesso ai Cottages, mi viene in mente una stanza
ghiacciata, nel buio più assoluto di solito sotto una tonnellata di coperte. Le
coperte in realtà spesso non erano neppure coperte vere, ma un
assortimento alquanto bizzarro - vecchie tende, persino avanzi di tappeti.
Qualche volta faceva così freddo che eri costretta ad ammonticchiare sopra
di te qualsiasi cosa ti capitasse a tiro, E se tu stavi lì sotto a fare sesso, avevi
la sensazione che una montagna di biancheria ti pesasse addosso, così metà
del tempo non sapevi se lo stavi facendo col ragazzo o con quell'ammasso di
cose. Il fatto è che avevo avuto alcune avventure di una notte poco dopo il
mio arrivo, ma la mia idea era di prendermi un po' di tempo, forse anche di
fare coppia con qualcuno scelto con cura. Non ero mai uscita con nessuno
prima, e soprattutto dopo aver osservato Ruth e Tommy ero abbastanza
curiosa di provare. Quando cominciarono ad avvenire questi incontri
occasionali, mi sentii confusa. Ecco perché decisi di confidarmi con Ruth
quella volta.

Immagino fossimo soprattutto noi novellini parlare dei nostri sogni per il
futuro, sebbene quell'inverno lo facessero anche molti veterani. Qualcuno dei
più anziani - in particolare quelli che avevano già iniziato il loro programma di
addestramento - sospirava silenziosamente e uscivano dalla stanza quando
si comincia a parlare di questi argomenti, ma per molto tempo non ce ne
accorgemmo neanche. Non sono certa che cosa ci passasse per la testa in
quei momenti. Probabilmente sapevamo che non potevano essere discorsi
seri.
Forse quando ci lasciammo Hailsham alle spalle, fu possibile - prima di tutte
quelle chiacchiere- dimenticare anche per lunghi periodi chi eravamo
veramente; dimenticare ciò che ci avevano detto i dottori; dimenticare cosa
aveva detto miss Lucy quel pomeriggio piovoso nel padiglione, così come
tutte quelle teorie che avevamo elaborato nel corso degli anni. Naturalmente
non poteva durare ma, come vi dicevo, per alcuni mesi in qualche modo
riuscimmo a vivere in questo piacevole stato di sospensione, nel quale
immaginare le nostre esistenze oltre i soliti consigli. A ripensarci, ho la
sensazione che passassimo un infinità di tempo in quella cucina con le
finestre appannate dal vapore, dopo la colazione, o accoccolati attorno al
caminetto ormai quasi spento, a fare le ore piccole, assorti in conversazioni
sui nostri piani per il futuro.
Badate bene, nessuno di noi si spinse mai troppo oltre. Non ricordo che
nessuno abbia mai affermato di volersi trasformare in una stella del cinema o
qualcosa del genere. Di solito si parlava di fare il postino, o di lavorare in una
fattoria. Parecchi studenti volevano diventare conducenti di qualche tipo, e
spesso, quando la conversazione prendeva vigore, alcuni veterani
cominciavano a paragonare tra loro alcuni percorsi particolarmente
panoramici, bar preferiti rotonde, incroci pericolosi, cose così.
Faceva particolarmente freddo in quel periodo, la nostra stufa a gas ci
avevano dato dei problemi. Passavamo ore a cercare di accenderla, facendo
girare più volte l'interruttore dell'accensione senza alcun risultato. A mano a
mano avevamo dovuto rinunciare a molte comodità - e con loro, anche alle
stanze che avrebbero dovuto riscaldare. Il custode si rifiutava di
occuparsene, sostenendo che la responsabilità era nostra. Ma alla fine,
quando il freddo si era fatto insostenibile, ci aveva dato una busta con dentro
del denaro e una con il nome di qualche tipo di combustibile che dovevamo
acquistare. Così Ruth e io ci offrimmo volontarie per andare al villaggio a
prenderlo, Ed ecco perché percorrevamo quel sentiero in quella freddissima
mattina.

E poi ci fu la mia gita con Tommy.


Quando ripenso a quella volta, la volta in cui mi trovai in piedi, accanto a
Tommy, in quella stradina, in attesa di iniziare la ricerca di una vecchia
cassetta musicale, mi sento pervadere da un'ondata di calore.
Improvvisamente ogni cosa era perfetta: un'ora a nostra disposizione che ci
attendeva e non ci sarebbe stato modo migliore per trascorrerla. Dovevo fare
del mio meglio per non mettermi a ridacchiare stupidamente , o saltellare su e
giù dal marciapiede come una bambina. Non molto tempo fa, mentre
assistevo Tommy gli ricordai la nostra gita, mi confidò che anche per lui era
stata la la stessa cosa. Il momento in cui decidemmo di andare a cercare la
mia cassetta perduta: fu come se d’un tratto le nubi si fossero dileguate, e al
loro posto non ci fossero altro che risa e divertimento. All'inizio continuavamo
a entrare nei posti sbagliati: librerie che vendevano volumi di seconda mano,
negozi straripanti di vecchie aspirapolveri, ma di musica neanche l'ombra.
Dopo un po’ Tommy concluse che io non ero molto più affidabile di lui, e che
quindi sarebbe stato lui a scegliere dove andare. E a dire il vero, per pura
fortuna, scopri subito una strada con quattro negozi del genere che stavamo
cercando, praticamente uno dietro l'altro.
Andammo a rovistare in questi negozi, e in tutta onestà, dopo appena pochi
minuti mi sembra di ricordare che la cassetta non fosse più al centro dei
nostri pensieri. Stavamo lì semplicemente, felici di godere di queste cose,
tutte insieme; ci separavamo per poi ritrovarci di nuovo fianco a fianco a
disputarci la stessa scatola di cianfrusaglie, in un angolo polveroso illuminato
da un raggio di sole.
Usciti dal negozio non vedevo l'ora di rivivere quell'atmosfera spensierata e
un po' sciocca di prima. Quando però iniziai a fare qualche battuta, mi accorsi
che Tommy era immerso nei suoi pensieri, e non ebbe alcuna reazione. Ci
incamminammo su per un sentiero alquanto scosceso, e scorgemmo - forse
un centinaio di metri avanti a noi - una specie di belvedere all'estremità della
scogliera, dove si trovavano alcune panchine affacciate sul mare. Per una
qualunque famiglia normale, quello sarebbe stato un luogo ideale per
fermarsi e fare un pin tic d'estate. A dispetto del vento gelido, ci ritrovammo a
dirigerci esattamente verso quel punto. Ma quando eravamo ancora
abbastanza distanti, Tommy rallentò il passo e mi disse: Chris e Rodney sono
ossessionati da quest'idea, quella di poter posticipare le donazioni se si è
davvero innamorati. Io non ne ho mai sentito parlare E tu? No, è soltanto una
voce che ha atto il giro dei veterani negli ultimi tempi. E persone come Ruth
l’hanno alimentata.

La maggior parte delle volte fare l'assistente mi piace. Si potrebbe persino


affermare che abbia rivelato il mio lato migliore. Alcuni però non sono tagliati
per questo mestiere, semplicemente, ogni cosa diventa una vera fatica.
Cominciano con un atteggiamento abbastanza positivo, poi arriva tutta quella
quantità di tempo trascorsa a stretto contatto con il dolore e l'ansia. E presto
o tardi un donatore non ce la fa, anche se, capita, si tratta soltanto della
seconda donazione, e nessuno avrebbe potuto prevedere delle
complicazioni. Quando il donatore completa il suo ciclo in questo modo,
inaspettatamente, non fa molta differenza cosa ti dicono le infermiere dopo, e
neppure la lettera in cui c'è scritto che sono sicuri che tu hai fatto quanto era
in tuo potere per il paziente, per mantenere alto il livello qualitativo del tuo
operato. Per qualche tempo, almeno, si è demoralizzati. Alcuni di noi
imparano piuttosto in fretta come affrontare queste situazioni. Altri non ci
riusciranno mai.
Poi c’è la solitudine. Cresci circondata da moltissime persone, che sono
sempre state il tuo mondo e all'improvviso sei diventata un'assistente. Passi
ora dopo ora sola, in giro per l'intero paese, da un centro all'altro, da un
ospedale all'altro, negli ostelli dove trascorri la notte senza nessuno con cui
condividere le tue angosce, nessuno con cui ridere. Solo di tanto in tanto
incroci uno studente che conoscevi, un assistente un donatore incontrato
anni prima, ma non c’è mai molto tempo disposizione. Sei sempre di corsa,
oppure sei troppo esausta per riuscire a sostenere una conversazione.
Presto, le lunghe ore, I viaggi, il sonno interrotto si sono insinuati dentro di te
e sono divenuti parte di te, tutti se ne accorgono dal tuo atteggiamento, dallo
sguardo, dal modo in cui parli e ti muovi. Non fingo di essere stata immune
da tutto questo, ho imparato a conviverci.
Malgrado la solitudine, è un lavoro che col tempo ha imparato ad apprezzare.
Con questo non intendo dire che non mi farà piacere stare un po' più con gli
altri alla fine dell’anno, quando smetterò. Però mi piace pensare di salire in
macchina, sapendo che per un paio d'ore ci saranno soltanto le strade,
l’enorme cielo grigio e i miei sogni a occhi aperti a tenermi compagnia. E se
mi capita di avere parecchi minuti a disposizione mentre mi trovo in città mi
diverto a vagabondare E a guardare le vetrine.
Talvolta sono talmente immersa me stessa che se inaspettatamente mi
imbatto in qualcuno che conosco, è come si subissi una specie di choc, ho
bisogno di un po' di tempo per riprendermi.
È così che avvenne la mattina in cui spirava un vento forte e io attraversavo il
parcheggio della stazione di benzina; scorsi Laura seduta dietro al volante di
una macchina in sosta, che osservava con sguardo assente l'autostrada. Era
ancora piuttosto distante, e per un attimo, fui tentata di ignorarla e tirare
dritto. Una strana reazione, considerando che era stata una delle mie migliori
amiche. Immagino che quando vidi Laura accasciata a quel modo, mi resi
conto all’istante che era diventata una di quelle assistenti cui accennavo
prima, e una parte di me non voleva scoprire più di quanto già non sapessi.
Naturalmente andai da lei. Conversammo per circa 20 minuti: approfittai di
tutto il tempo che avevo a mia disposizione; fino all'ultimo minuto. Parlammo
molto di lei, di quanto fosse esausta, di quanto fosse difficile uno dei suoi
donatori, di quanto odiasse quell'infermiera o quel dottore. Aspettavo di
scorgere un barlume della vecchia Laura, con questo sorrisetto maligno e la
battuta sempre pronta, ma non vidi assolutamente nulla. Parlava in fretta di
quanto fosse sua abitudine, e sebbene fosse contenta di vedermi, talvolta mi
dava l'impressione che io qualcun altro non avrebbe fatto molta differenza,
l'importante era poter scambiare una parola con un'altra persona.

Accade che, tre giorni prima della sua seconda donazione, Ruth mi dicesse:
hai riflettuto sull'idea di diventare assistente di Tommy? Sai che potresti farlo,
se lo volessi. Ben presto questa sua proposta - di diventare l'assistente di
Tommy - ritornò regolarmente nelle nostre conversazioni. Le dicevo che ci
stavo pensando, che comunque non sarebbe stato così facile, neanche per
me. Poi di solito lasciavo cadere l'argomento.
Quando finalmente dopo la donazione mi permisero ritornare a trovarla nelle
prime ore del mattino, capii, dal comportamento dei dottori che non ce
l'avrebbe fatta. Era in una stanza da sola, e sembrava che avessero fatto
quanto potuto per salvarla. Stava in quel letto d'ospedale sotto una luce fioca
e riconobbi lo sguardo, quello che avevo visto sui volti dei donatori anche
troppo spesso. Era come se desiderasse che i suoi occhi scrutassero dentro
di lei, così da poter esaminare e separare ordinatamente ogni area diversa di
dolore nel suo corpo - il modo, forse, in cui un assistente ansioso potrebbe
dividersi fra tre o quattro donatori sofferenti sparsi per tutto il paese. A rigor di
termini, Ruth era ancora cosciente ma inaccessibile, mentre me ne stavo lì
immobile, In piedi accanto al suo letto di metallo. Avvicinai comunque una
sedia e le presi una mano tra le mie, stringendola ogni volta che un'ondata di
dolore che faceva torcere il corpo, obbligandola a liberarsi dalla mia stretta.
Rimasi così accanto a lei per tutto il tempo che mi concessero, tre ore, forse
più. E come vi dicevo, era come se fosse immersa dentro se stessa. Soltanto
una volta, mentre si contorceva in modo spaventosamente innaturale, e io
pensai di chiamare le infermiere per chiedere altri sedativi, per una manciata
di secondi, niente di più, mi guardò dritto negli occhi con la netta
consapevolezza di chi fossi. Fu uno di quei barlumi di lucidità di cui godono i
donatori nel mezzo delle loro tremende battaglie; Ruth mi guardò, in
quell'unico istante, sebbene non riuscisse a parlare sapevo cosa significava
quello sguardo. Così le dissi: va bene, lo farò Ruth. Diventerò l'assistente di
Tommy appena possibile. Pronunciai queste parole quasi in un soffio, perché
non pensavo che le avrebbe udite comunque, anche se mi fossi messa a
urlare. La mia speranza però era che mentre i nostri sguardi si fissarono per
pochi secondi, lei avesse potuto leggere la mia espressione, esattamente
come era successo a me. Poi quel breve momento svanì, e lei fu di nuovo
lontana. Naturalmente non lo saprò mai con assoluta certezza, ma penso che
avesse capito. E anche se non fosse così, ciò di cui mi rendo conto adesso è
che probabilmente l'aveva sempre saputo fin dall'inizio, ancor prima di me,
che sarei diventata l'assistente di Tommy, e che ci avremmo provato, come
aveva suggerito lei un giorno, molto tempo prima, in macchina.
LIBRI:

1 NON LASCIARMI : LETTURA E ANALISI DEL TESTO

2 OLTRE LA DISPERAZIONE: DESCRIVERE O SCRIVERE?

3 LE NOZZE DI CADMO E ARMONIA: APOLLO E CORONIS

4 IL SUICIDIO E L’ANIMA : LA FIGURA DEL MEDICO NELL’ANTICA


GRECIA

5 I COLORI DELL’ANIMA : I GRECI E LE PASSIONI