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U G O C U E S TA

NEL SOLCO DEL LITTORIO


CORSO DI CULTURA FASCISTA
PER LE SCUOLE DELL’ORDINE MEDIO

BOLOGNA
LICINIO CAPPELLI - EDITORE

1940
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PREFAZIONE
II volumetto : « Nel solco del Littorio » che il camerata Cuesta e l'editore Cappelli hanno voluto
offrire alla scuola dell'ordine medio, come corso di cultura fascista si presenta nelle sue linee sobrio e
sicuro per dottrina e per metodo nel raccogliere e nel sistemare quanto occorre sia conosciuto dai
giovanetti (e perché no dai grandi?) sulla nostra Rivoluzione.
Esso si divide in due parti. La prima narra la Rivoluzione dall'origine all'Impero seguendo in ordine
cronologico per le tappe più importanti il suo cammino, la seconda tratta del Regime nella sua costruzione
e nei suoi istituti. Seguono alcuni brani di lettura essenziali e significativi.
Che nella scuola si proceda con vigilata cautela in fatto di Rivoluzione e di Fascismo è giusto, ed è
anche giusto che se ne parli con stile nobile e chiaro; ma è urgente che nella scuola circoli il libro fascista
di spirito e di stile, fatto cioè non per le immediate sommarie necessità scolastiche, ma costruito per
l'educazione e la formazione spirituale della gioventù, con intelligenza e con fede, con la passione che
sa essere nella sua concisione eloquente ed efficace.
Il libro del camerata Cuesta, che visse le vicende tragiche della prima ora, ha i requisiti degni definitivi
del nostro costume e della nostra umanità, che è l'umanità nuova del Fascismo del tempo di Mussolini.
Ripercorrere così le vicende che formano l'epopea della nostra Rivoluzione e riviverne la passione e
rilevarne gli aspetti etici sociali e politici è quanto si richiede per avere una visione sufficiente della
costruzione del Fascismo, dei suoi istituti e dei suoi ordinamenti.
Il che bisogna apprendere fino dai primi anni perché possa maturarsene nella coscienza la
comprensione e l'importanza.
GUIDO MANCINI
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PARTE PRIMA

La Rivoluzione Fascista
Dalle origini all’Impero
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Il Fascismo è un nuovo modo di vita, un nuovo ordine morale, politico, sociale ed economico
creato dal Duce, mediante una Rivoluzione, che, oltre a trasformare l’Italia ha avuto vaste ripercussioni
nel mondo.
La Rivoluzione Fascista esprime il genuino carattere della razza italiana, che ha sempre avuto ed ha
sempre compiuto la missione provvidenziale di insegnare le vie del progresso civile, rettamente inteso.

L’intervento.

Le origini immediate della Rivoluzione Fascista debbono essere vedute nel movimento, di cui fu
massimo esponente Benito Mussolini, che, nella primavera del 1915, condusse all’intervento dell’Italia
nella guerra europea.
L’intervento, che — come poi affermò il Duce — preparò il Fascismo e annunciò la Marcia su Roma, fu
voluto non solo per completare l’unità nazionale con le terre italiane soggette all’Impero austro-
ungarico, ma anche per ridestare la coscienza del popolo nostro, che aveva bisogno di ritrovare in una
dura lotta le proprie antiche virtù civili e guerriere.

* * *

II 15 novembre 1914, mentre l’Italia, incerta e divisa fra i partiti e le contrastanti tendenze, era
neutrale, Benito Mussolini fondò il Popolo d’Italia, che fu, da allora, il giornale della rivoluzione nazionale
italiana. Questo organo diventò subito una bandiera, attorno alla quale si raccolsero quanti sentivano
la necessità di un profondo rinnovamento del Paese, e comprendevano che ciò non sarebbe stato
possibile senza una guerra vittoriosa.
La guerra, cominciata il 24 maggio 1915, finì il 4 novembre 1918 con la completa sconfitta, dovuta
unicamente all’Italia, dell’Impero austro-ungarico.
Nel corso del conflitto i maggiori propugnatori dell’intervento combatterono da valorosi; alcuni
caddero da eroi, come Filippo Corridoni, come Giosuè Borsi, e fra gli italiani irredenti che erano
accorsi sotto le bandiere della Patria, Cesare Battisti, Nazario Sauro, Fabio Filzi, Damiano Chiesa subirono
il martirio. Benito Mussolini, che aveva dato l’esempio del dovere nelle trincee, fu gravemente ferito.
Con tutta la sua azione, col giornale da lui fondato, egli tenne viva nel popolo la volontà di vincere,
incitando alla fiducia in noi stessi, alla tenacia dei propositi, alla resistenza anche nell’ora in cui gli
avvenimenti militari volsero sfavorevoli alle nostre armi: perciò il Duce fu artefice della Vittoria.

La Vittoria e il dopoguerra.

Con la pace consacrata dal sangue di sette centomila morti, di centinaia di migliaia di mutilati,
invalidi, feriti, rientrarono nella grande Patria italiana il Trentino, la Venezia Giulia e l’Istria, Zara, e —
grazie all’eroismo di Gabriele d’Annunzio e dei suoi Legionari — la intrepida, italianissima città di
Fiume. Ma i frutti della vittoria avrebbero potuto essere assai maggiori, se i nostri alleati nella guerra
— dimenticando il gigantesco sforzo compiuto dall’Italia, che con la battaglia di Vittorio Veneto aveva
determinato il successo comune, e calpestando i patti solennemente conclusi — non ci avessero impedito
di far valere tutti i nostri diritti.
La pace, dunque, lasciò l’Italia irritata e insoddisfatta, carica di debiti, scarsa di approvvigionamenti,
incerta del domani. I governanti del tempo, oltre a non saper fronteggiare con energia l’ostilità e
l’ingratitudine degli stranieri, vennero meno al dovere di assicurare una esistenza di ordinato lavoro al
popolo italiano, la cui massa era reduce dalle trincee. In queste condizioni, la, propaganda sovversiva
poté dilagare, tendendo al rinnegamento della vittoria e a trasportare nella nostra terra i sistemi del
bolscevismo, che, in Russia, a prezzo di stragi e rovine, aveva istituito la cosiddetta “ dittatura del
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proletariato ”, negatrice di Dio, della Patria, della Famiglia e dei più elementari diritti individuali.
Ma anche allora fu Benito Mussolini a chiamare a raccolta i migliori Italiani — i giovani e i veterani
che avevano avuto il supremo onore di combattere per la Patria — proclamando la necessità di mettere
fine alle discordie, agli urti fra le classi sociali e di ristabilire l’autorità dello Stato, perché tutto il popolo
facesse fronte all’iniquità straniera e cooperasse alla vita della Nazione.

Il Duce e la Patria.

Chi era Benito Mussolini?


Il Duce nacque in un villaggio di Romagna — Predappio, presso Forlì — da un fabbro e da una
maestra di scuola. La sua casa era molto modesta, e fin dalla fanciullezza egli seppe quanto sia sudato il
pane dei lavoratori. Con grande sacrificio i genitori riuscirono a fare studiare questo figliuolo, che aveva
rivelato una intelligenza superiore e un carattere straordinariamente fiero e risoluto. Compiuti gli studi
nella scuola normale di Forlimpopoli, Benito Mussolini fu per breve tempo insegnante; poi, nella Svizzera,
conobbe le fatiche, le privazioni degli emigranti italiani. E certo fin d’allora egli pensò una Patria capace
di assicurare la dignità e il pane a tutti i suoi figli; fin d’allora sentì la necessità di una giustizia sociale, per
cui a ogni uomo fosse riconosciuto, attraverso il lavoro, il diritto all’esistenza civile.
Mussolini combattè per i lavoratori, fu giornalista e organizzatore di masse lavoratrici. Nel Trentino,
con Cesare Battisti, rivendicò l’italianità di quelle popolazioni e l’Austria degli Asburgo lo carcerò, lo
espulse. L’idea, la convinzione profonda che la vita sia un combattimento, fu la costante ispiratrice dei
pensieri e delle azioni di questo Italiano insofferente delle cose meschine, ribelle ai destini mediocri. Il
sacro fuoco dell’amore di Patria ardeva nel profondo del suo cuore; ma la Patria com’egli la concepiva,
era ben diversa dalla piccola Italia timida davanti allo straniero, debole, disunita, che non ricordava più
la gloriosa discendenza imperiale romana, l’impeto eroico del Risorgimento, e invece di dare il lavoro
e l’onore a tutti gli Italiani, tanti e tanti ne mandava oltre i monti e oltre i mari in cerca di pane, esposti
a ogni umiliazione, a ogni prepotenza.
Scoppiata la guerra europea, Mussolini comprese esser giunta l’ora della riscossa per il popolo
italiano, ed ecco perché egli, aspramente rimproverando al socialismo di predicare la viltà, volle che
l’Italia sorgesse in armi.

La fondazione dei Fasci.

Il Duce era sicuro che l’Italia aveva davanti a sé un avvenire di potenza e di gloria. Forte di questa
fede, e perfetto conoscitore dell’anima nazionale, il suo genio vide distintamente la via della salvezza.
Il 23 marzo 1919 Benito Mussolini fondò a Milano, in Piazza San Sepolcro, i Fasci Italiani di combattimento,
col programma di lottare per la rivendicazione della vittoria calpestata dai sovversivi — e dagli stessi
governanti privi di idealità e di capacità. I Fasci sorgevano per opporsi alla tracotanza straniera, che,
oltre a negare i nostri sacri diritti, disconosceva i meriti, i sacrifici del popolo italiano ingiuriando gli
eroici soldati dell’Isonzo, delle Alpi, del Piave; e per ristabilire l’ordine nel Paese e condurlo al benessere,
col lavoro e con la giustizia.
I primi fascisti erano pochi, ma il fascino del Duce li spingeva ad affrontare qualunque cimento.
Molti, invece, i nemici da combattere: non si trattava soltanto delle masse traviate dalla propaganda
sovversiva; scetticismo e inerzia avevano portato tutta una parte della popolazione a dubitare del
domani della Patria, i vecchi partiti, che si chiamavano liberali e democratici, non sapevano far altro
che inchinarsi ai sovversivi o tentare di accordarsi con essi, un nuovo partito — il “partito popolare” —
sorto sotto la bandiera della religione, faceva invece a gara con i socialisti e i comunisti per usurpare la
rappresentanza del popolo. All’impeto dei Fasci di Combattimento si opponeva, per giunta, tutto un
sistema di governo che, incapace di far rispettare le leggi, andava avanti senza meta, a forza di rinunzie
e di vergognosi espedienti.
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Lo Squadrismo.

L’odio fra le classi sociali era aizzato da una perversa propaganda, i continui scioperi impoverivano
il Paese, nessuna autorità era più riconosciuta, i reduci della guerra, i gloriosi mutilati venivano aggrediti
e vilipesi: il compito di capovolgere questo stato di cose sarebbe parso inattuabile a chiunque non
avesse avuto la forza d’animo, la eroica volontà di Mussolini.
Egli seppe infondere nei suoi seguaci queste potenze dello spirito, e fin da principio i Fascisti
affrontarono gli avversari senza contarli.
Siccome, in tutta Italia, v’erano cuori generosi e fedeli alla Patria che aspettavano un Capo e un
appello per gettarsi nella lotta, subito furono costituiti Fasci di Combattimento in parecchie località, e
per tenere testa ai sovversivi, che non esitavano a macchiarsi dei peggiori delitti, i singoli Fasci formarono
Squadre d’azione, che, con assoluto disprezzo del pericolo, attaccarono le bande dei traditori, dei rinnegati,
dei delinquenti, distrussero i loro covi, difesero la popolazione contro le loro prepotenze, portarono
nell’intero Paese l’esempio e il fremito di una audacia rivoluzionaria.
Dinanzi a questa meravigliosa fioritura di energie, le masse popolari cominciarono a riscuotersi. Il
numero dei Fascisti aumentò rapidamente e la voce del Duce che proclamava: “ Noi difendiamo la
Nazione, il popolo nel suo
complesso, vogliamo la fortuna morale e materiale del popolo ”, trovò nell’Italia un’eco sempre
più vasta e profonda.
L’esempio delle Squadre d’Azione era tanto più trascinante, perché gli Squadristi sapevano morire !
Morivano col nome del Duce e della Patria sulle labbra, negli scontri, negli agguati. A questa lezione di
eroismo, i sovversivi non sapevano contrapporre che il più bieco livore, l’imboscata, una orrenda
criminalità: ma erano giudicati dalle loro stesse azioni, e i lavoratori che essi pretendevano di rappresentare
e di guidare cominciarono ben presto a ribellarsi al loro esoso giogo, sicché nel 1921 sorsero i primi
Sindacati Fascisti.
Nel novembre del medesimo anno, i Fasci Italiani di Combattimento costituirono il Partito Nazionale
Fascista, che il Duce portò alla conquista del potere, per liberare definitivamente l’Italia dal malgoverno
e darle una nuova vita, degna della sua storia; una vita veramente romana e imperiale.

La Marcia su Roma.

Al principio dell’ottobre 1922 il Fascismo era ormai la sola forza che dominasse la Nazione, mentre
i vecchi partiti cadevano in sfacelo e il governo non rappresentava più che un passato condannato a
scomparire.
Nella realtà d’ogni giorno, la forza del Fascismo si sostituiva alla debolezza dello Stato, perché la
vita della Nazione continuasse. Nell’estate, un miserabile tentativo dell’antifascismo coalizzato di
sommuovere il Paese — il cosidetto “ sciopero legalitario ” — fu stroncato dall’energia fascista. In
uno storico discorso pronunciato a Udine il 20 settembre, Benito Mussolini aveva proclamato la mèta
a cui il Fascismo tendeva: Roma!; la conquista di Roma, per restituire alla eterna Città il suo destino
d’impero. Poi, nell’ottobre stesso, vi fu il congresso nazionale del Partito a Napoli. Lì il Duce denunciò
i meschini tentativi dell’ultim’ora per fermare il Fascismo con offerte di partecipazione al governo.
Era troppo tardi, e il Fascismo era pronto ad assumere la responsabilità piena e intera di governare
l’Italia. Il Congresso si sciolse in una atmosfera già rivoluzionaria.
Con rapidità fulminea, il Duce ordinò la mobilitazione del Partito. Un Quadrunvirato — composto da
Italo Balbo, Michele Bianchi, Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon — stabilì a
Perugia il quartier generale dell’insurrezione armata. Il Duce stesso dettò un proclama, che fu firmato
dai Quadrumviri e dal quale togliamo il brano seguente:
“ Saremo generosi con gli avversari inermi, saremo inesorabili con gli altri. Il Fascismo snuda la sua
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spada lucente per tagliare i troppi nodi di Gordio che irretiscono e intristiscono la vita italiana. Chiamiamo
Iddio sommo e lo spirito dei nostri cinquecentomila morti a testimoni che un solo impulso ci spinge,
una sola volontà ci accoglie, una passione sola ci infiamma: contribuire alla salvezza e alla grandezza
della Patria.
“ Fascisti di tutta Italia ! Tendete romanamente gli spiriti e le forze. Bisogna vincere. Vinceremo.
Viva l’Italia! Viva il Fascismo! ”.
Nelle provincie le Squadre d’Azione, con audaci colpi di mano, s’impadronirono dei più importanti
uffici pubblici; quattro colonne di fascisti — uomini d’ogni età, adolescenti e anziani, e di ogni ceto,
perché fu movimento di popolo, slancio di razza — marciarono su Roma, pronti a tutto, decisi a
vincere.
Ma — quantunque altri camerati cadessero in quella vigilia — non fu necessario combattere, perché
la saggezza del Re, Primo Soldato d’Italia, evitò un conflitto doloroso, che d’altronde non avrebbe
potuto impedire il compiersi dell’evento. Mentre le Camicie Nere giungevano alle porte della Capitale,
il Sovrano chiamò a Roma il Duce del Fascismo per affidargli il governo del Paese.
Le colonne fasciste, entrate nella Città Eterna, sfilarono dinanzi al Re sul colle del Quirinale,
quindi si sciolsero, in obbedienza al secondo proclama del Quadrunvirato, — proclama dettato dal
Duce — che così concludeva:
“ Fascisti ! Il quadrunvirato supremo d’azione, rimettendo i suoi poteri alla Direzione del Partito, vi
ringrazia per la magnifica prova di disciplina e vi saluta. Voi avete bene meritato dell’avvenire della
Patria. Smobilitate con lo stesso ordine perfetto con il quale vi siete raccolti per il grande cimento,
destinato — lo crediamo certamente — ad aprire una nuova epoca nella storia italiana. Tornate alle
consuete opere poiché l’Italia ha bisogno ora di lavorare tranquillamente per attingere le sue maggiori
fortune. Nulla venga a turbare l’ordine potente della Vittoria che abbiamo riportato in queste giornate
di superba passione e di sovrana grandezza. Viva l’Italia! Viva il Fascismo! ”.

La Rivoluzione incessante.

Con la ferrea mano sul timone dello Stato, col suo genio proteso verso mete meravigliose, il Duce
impose a tutti una consegna: L’opera nostra comincia oggi. Abbiamo demolito, bisogna costruire. Egli non volle
la vendetta di tutte le male azioni commesse dal vecchio regime, di tutto il sangue offerto dal Fascismo
sulla via della vittoria; fu generoso con gli avversari, chiese una sola cosa, indistintamente agli Italiani:
lavorare per la Patria.
La Rivoluzione Fascista doveva costruire l’Italia nuova, l’Italia imperiale, sulle rovine dei partiti,
dello Stato liberale e democratico, e si accinse con altissimo spirito alla gigantesca fatica. Non mancarono
gli ostacoli: coloro stessi sui quali si era stesa la generosa bontà del Fascismo trionfante, credettero di
poter giocare il solito gioco delle insidie e dei tradimenti; i residui dei vecchi partiti si coalizzarono per
strappare il potere alla Rivoluzione vittoriosa, ma il 3 gennaio 1925 il Duce annunciò che era suonata
l’ora di farla finita con le cosiddette “ opposizioni ”, ossia con quanti, d’ogni risma, pensavano di
poter tornare indietro, per ripiombare l’Italia nella meschinità e nel caos. Poco occorse per liquidare
l’odioso tentativo, al quale era rimasta estranea la massa del popolo, già afferrato ed esaltato, nelle sue
migliori virtù, dall’idea fascista.
Più gravi assai furono le difficoltà derivanti dalla decadenza dello Stato e dal disordine della vita
italiana nel suo complesso. La guerra aveva lasciato un enorme peso finanziario, i servizi pubblici
richiedevano una completa riorganizzazione, occorreva assicurare lavoro a tutti i lavoratori, regolare
i rapporti con l’estero, risolvere urgenti questioni coloniali, restituire all’Italia una forza armata, per
poi marciare risolutamente sui grandi obiettivi rivoluzionari.
Il Duce non perse tempo, fu infaticabile, supplì a tutti, provvide a tutto, la sua giornata di lavoro fu
un mirabile esempio. Il 13 gennaio 1923 egli aveva istituito il Gran Consiglio del Fascismo e il i febbraio
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1923 aveva fondato la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, sicché, fin dal suo primo anno, il Regime
ebbe l’organo supremo costituzionale che coordina e integra tutte le sue attività, ed ebbe una guardia
armata pronta ad eseguire qualsiasi consegna.
Andremo ora brevemente ricordando le tappe, le opere del Regime — che è la stessa Rivoluzione
Fascista, fondatrice del nuovo Stato e della potenza italiana — ma possiamo dire subito che questo
Regime, creato dal Duce per inquadrare il popolo intero, ha compiuto senza soste un lavoro immenso.
Di questo lavoro noi vediamo i frutti e i risultati: città che si rinnovano e nuove città che sorgono,
terre bonificate, strade, acquedotti, canali, porti, centri di produzione d’ogni genere, un esercito che
non teme confronti, una marina, un’aviazione ammirate e temute.

L’unità morale degli Italiani.

Soprattutto, il Regime ha dato al popolo un’anima fiera e audace e lo ha educato secondo il carattere
nazionale; ha istituito una disciplina in cui tutti gli Italiani diventano camerati, ha gettato, col sistema
corporativo, i pilastri di una nuova umanità organizzata sul diritto del lavoro, e, riprendendo le vie di
Roma antica, imperitura nello spirito e nel destino, ha fondato un Impero.
Nel succedersi degli anni dell’Era Fascista, la demolizione di ciò che, nella vecchia Italia, era inutile,
superato, dannoso, e la ricostruzione di un’Italia moderna, attiva, volitiva, hanno proceduto di pari
passo. Il primo compito che il Fascismo aveva davanti a sé non consisteva soltanto nel riorganizzare lo
Stato; la Rivoluzione Fascista doveva realizzare l’unità morale della Nazione, divisa e discorde da
troppo tempo entro i suoi confini geografici e i suoi vacillanti ordinamenti politici.
Da quando, nel periodo del Risorgimento, Massimo d’Azeglio aveva esclamato: L’Italia è fatta, bisogna
fare gli Italiani, molte volte questa frase era stata ripetuta da educatori, da filosofi, da uomini politici, ma
intanto le lotte fra i partiti, e le gare degli interessi tendevano a disunire sempre più il nostro popolo. La
lotta di classe aveva seminato l’odio sui campi del lavoro sacri alla concordia; e soltanto il Fascismo saprà
sostituire all’odio la cooperazione e l’armonia, mediante il Corporativismo. Il regionalismo e il
campanilismo, alimentati dalle solite beghe elettorali, facevano dimenticare a troppi Italiani la grandezza,
la gloria della Patria comune. Perfino quel meraviglioso legame della vittoria nella grande guerra europea
1914-18, che avrebbe dovuto stringere senza distinzione gli Italiani in una medesima fierezza, si scioglieva
nel perverso disegno sovversivo di spregiare il valore e l’eroismo, nelle polemiche settarie, nelle
recriminazioni, nelle rampogne. Altro motivo di discordia fra Italiani proveniva dall’ostilità fra la Chiesa
e lo Stato.
Ma anche questo contrasto, che pareva insolubile dacché Roma era diventata, con la caduta del
potere temporale dei Papi (20 settembre 1870) capitale del Regno d’Italia, trovò in Benito Mussolini
colui che l’avrebbe risolto.
Dobbiamo mettere la Conciliazione fra i massimi eventi della storia italiana, e ascriverlo fra i più alti
meriti della Rivoluzione Fascista. Restituita e riconosciuta al Papa la sovranità sulla Città del Vaticano,
e riconosciuta a sua volta dal Pontefice la sovranità del Regno d’Italia con Roma capitale, la coscienza
cattolica del Paese fu soddisfatta, mentre ovunque la religione dei nostri padri tornava in onore, e il
Concordato concluso fra lo Stato Fascista e la Santa Sede regolava i rapporti fra questi due poteri, separati
nei rispettivi campi di azione, ma cooperanti al bene di tutti.
Avvenuta la Conciliazione, la disciplina fascista unanimemente accettata, la fierezza d’ogni cittadino
di partecipare alla vita dello Stato e di essere un produttore in quella immensa azienda che è la Nazione,
resero effettiva e granitica l’unità italiana, sotto i segni del Littorio, dopo secoli di lotte.
In altre parole, l’unità morale del popolo italiano è stata raggiunta dal Fascismo col dare a questo
popolo il culto della Patria, che è territorio, razza, fede, costumi, destino. La Patria — aveva detto il
Duce — non si nega, si conquista. Un tempo le masse lavoratrici avevano potuto credere che la Patria
rappresentasse il privilegio e il dominio dei ricchi e dei potenti; il Fascismo, invece, dimostrò che la
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Patria è di tutti coloro che lavorano a farla sempre più grande.


Il Duce aveva anche detto: “ I lavoratori debbono amare la Patria. Come amate vostra madre,
dovete, con la stessa purezza di sentimenti, amare la madre comune: la Patria nostra. Bisogna lavorare
a produrre. Lavorando e producendo voi dimostrerete il vostro amore più tenero per la Patria e
contribuirete a ricostruire la ricchezza nazionale ”. Seguendo il Duce, il popolo italiano — questo
popolo di produttori e di combattenti — ha conquistato la Patria, non è più diviso, ha davanti a sé una
via sicura, sulla quale marcia compatto verso l’avvenire.

Dal Discorso del 18 marzo 1934-XII.

L’Italia ha il privilegio di essere la Nazione più nettamente individuata dal punto di vista geografico. La più
completamente omogenea dal punto di vista etnico, linguistico, morale. L’unità religiosa è una delle grandi forze
di un popolo. Comprometterla od anche soltanto incrinarla è commettere un delitto di lesa Nazione.
Mussolini
Le leggi del Fascismo.

Per cementare questa unità, naturalmente occorrevano nuove leggi. La legislazione fascista è un
monumento elevato dallo spirito di giustizia, dalla saggezza e dal senso di realtà del Regime. Molte di
queste leggi si riferiscono all’ordinamento politico-amministrativo dello Stato, di cui vedremo, in appositi
capitoli, i capisaldi e i principali istituti. Altre leggi hanno rifatto l’organismo giudiziario del nostro
Paese. I nuovi codici fascisti sono quanto di più progredito esista al mondo per stabilire i diritti e i
doveri dei cittadini. Le nostre leggi sulla razza, sulla famiglia, sul lavoro, sull’assistenza sociale indicano
ai popoli civili le vie dell’equità e del progresso. Le leggi che hanno riformato la costituzione dello
Stato, e quelle che regolano l’ordinamento corporativo manifestano la perenne potenza rinnovatrice
dello spirito italiano.
L’Italia fascista, orgogliosa di essere l’erede di Roma che dette al mondo, col diritto romano, una
norma di giustizia che tutt’oggi è sostegno della nostra civiltà, ha saputo riprendere questa luminosa
tradizione. Gli ordinamenti legislativi e giudiziari italiani sono perciò oggetto di studio, e spesso di
imitazione, negli altri Paesi del mondo.
Fra le principali leggi fasciste rammentiamo — per limitarci a quelle che hanno mutato il vecchio
Statuto del Regno, trasformando i rapporti fra i cittadini e lo Stato, con più vasta e profonda influenza
nella vita nazionale — : la legge sul Gran Consiglio del Fascismo, la legge sulle associazioni segrete, la
legge sui poteri del Capo del Governo e le attribuzioni del potere esecutivo, tutte le leggi sul lavoro che
costituiscono il nucleo giuridico dello Stato corporativo; la legge sulla bonifica integrale, le leggi sulla
razza, la legge costitutiva della Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
Per avere un’idea sommaria della importanza di queste leggi, basti pensare che, con esse, lo Stato
Fascista ha affermato e garantito la sua autorità su tutti i cittadini, ha liquidato il sovversivismo, la
massoneria, il parlamentarismo, tarli roditori della civiltà moderna; ha fatto di quel grande potere
moderno che è la stampa — già diventata fra noi ciò che è tuttora nei Paesi cosiddetti democratici:
strumento di discordia, spesso a servizio di tristi interessi privati — un disciplinato fedelissimo organo
della Nazione, fiero di servire la causa fascista; ha portato il popolo italiano dalla lotta di classe che
divide e rovina, alla collaborazione fra le classi che è unità e vita; ha messo in valore il suolo della Patria,
ha difeso la stirpe contro ogni pericolo di inquinamento e di decadenza spirituale e fisica.
Noi possiamo dire che senza queste provvide leggi — in cui rivive e si rinnova l’antica sapienza
giuridica italiana — l’Italia non sarebbe mai giunta alla sua completa unità, all’ordine, alla potenza e
all’Impero.
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La politica sociale.

Alcune fra le principali leggi fasciste riguardano la politica sociale del Regime, basata sulla volontà di
assicurare al popolo italiano non solo il lavoro e la sicurezza, ma anche la salute fisica, il benessere
materiale, e, al disopra di tutti questi beni essenziali della vita, il progresso morale e intellettuale.
Per quello che si riferisce al lavoro, vedremo, parlando all’ordinamento corporativo, l’opera immensa,
veramente rivoluzionaria compiuta dal Fascismo; ma ora dobbiamo accennare alle principali provvidenze
fasciste per il popolo, considerato come un grande esercito di produttori, che forma lo Stato e lo
alimenta di sempre nuova energia.
Siccome il principio della potenza è il numero, il Fascismo vuole che il popolo italiano si accresca,
che nascano molti italiani nuovi, e perciò tutela la famiglia e il matrimonio, protegge le madri e i
fanciulli, aiuta e premia le famiglie numerose (politica demografica). Per assistere le madri bisognose e i
loro bambini è stata creata, appunto, l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, che salva alla Patria tante e
tante creature, dando al bambino italiano il primo aiuto, perché cresca forte e lieto.
Ma la potenza non consiste soltanto nel numero. La Russia sovietica ha 180 milioni di abitanti
eppure non è potente. La potenza è numero e qualità. Il Fascismo vuole che il popolo italiano sia numeroso,
ma vuole, insieme, che sia sano di mente e di corpo. Perciò questo popolo, fino dall’età infantile, è
protetto dal Regime con altre istituzioni, fra le quali basterà ricordare le colonie climatiche, nidi di gioia
donde i fanciulli tornano vivificati alle loro case.
Poi, la scuola e la G. I. L. continuano, con l’educazione morale, intellettuale e fisica, la formazione
dell’Italiano nuovo, portandolo all’età in cui egli diventa un lavoratore e un soldato.
L’assistenza sociale fascista segue l’Italiano e lo sostiene lungo tutto il cammino dell’esistenza.
L’impulso dato dal Regime a questa assistenza, nella quale si esprime la più alta solidarietà nazionale, ha
portato l’Italia alla testa di tutti i Paesi civili, compresi quelli — cosiddetti democratici — che vorrebbero
arrogarsi il monopolio dell’amore verso il popolo, che invece, troppo spesso, è lusingato e illuso. Appositi
istituti creati, sviluppati dal Fascismo, difendono il lavoratore italiano contro le tristi vicende, che si
chiamano malattie, infortuni, disoccupazione, invalidità, e gli assicurano il pane nella vecchiaia. L’Istituto
Nazionale Fascista della previdenza sociale e l’Istituto Nazionale Fascista per gli infortuni sul lavoro sono fra i più
potenti del mondo. Il Patronato Nazionale assiste i lavoratori nelle pratiche per la liquidazione delle
indennità e delle pensioni.
Lo spirito di previdenza è spronato e incoraggiato con moltissime facilitazioni, e citeremo, come
esempio, la Polizza XXI Aprile, amministrata dall’Istituto Nazionale delle Assicurazioni, che permette a
tutti i lavoratori, col pagamento di minime quote mensili o settimanali, di costituirsi un peculio.
Altro, grandioso istituto di assistenza sociale che onora l’Italia Fascista, è l’Opera Nazionale Dopolavoro,
che oggi conta circa quattro milioni di iscritti, appartenenti a tutte le categorie del popolo italiano, ed
ha lo scopo di promuovere il sano e proficuo impiego delle ore libere dei
lavoratori intellettuali e manuali, con istituzioni e iniziative dirette a sviluppare le loro capacità morali,
fisiche, intellettuali. Il Dopolavoro diffonde la cultura e specialmente la istruzione professionale, cura
l’educazione fisica degli adulti mediante i diporti, l’escursionismo, i giuochi popolari; stimola e incoraggia
le attitudini artistiche innate nell’Italiano, apre largamente alle masse, con i Carri di Tespi, il teatro lirico
e drammatico, coopera alla diffusione dell’igiene, favorisce le piccole industrie domestiche, offre agli
iscritti le più svariate ricreazioni e facilitazioni, perché viaggino in comitiva, frequentino gli spettacoli
ecc.
Questi non sono che alcuni aspetti della politica sociale del Fascismo, che culmina nella creazione
mirabile del corporativismo e nella difesa della razza, che si manifesta anche nella lotta contro le malattie
sociali e che, come vedremo parlando della rinascita agricola, si oppone all’esagerato urbanesimo, determina
il ritorno alla terra, sostituisce all’emigrazione fuori dei confini della Patria le migrazioni interne e la
colonizzazione nella Libia e nell’Impero, costituendo una testimonianza di verace amore del Regime per
il popolo e di sicura coscienza della missione dello Stato.
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Opere fasciste.

Pare un miracolo che, in breve tempo, abbia potuto il Fascismo condurre la Nazione a simili progressi,
che sarebbero stati impossibili nel vecchio regime; eppure l’azione fascista ha segnato tante altre tappe
e raggiunto tante altre mete.
L’Italia, quando fu conquistata dal Fascismo, versava in tristi condizioni economiche, la nostra
moneta perdeva il suo valore, i commerci languivano, le industrie decadevano e la stessa agricoltura,
forza prima della Patria italiana, era in una situazione di grave disagio.
Per ordine del Duce, furono abolite spese superflue, gli uffici e i servizi pubblici ricominciarono a
funzionare, i bilanci dello Stato vennero risanati, il commercio rifiorì e la produzione industriale riprese.
Tutto questo fu dovuto alle buone leggi, alla severa vigilanza e all’esecuzione di vasti programmi di
opere pubbliche, che moltiplicarono le forze dell’economia nazionale.
Fra i maggiori problemi risolti ricordiamo quello delle comunicazioni. La rete ferroviaria gestita dallo
Stato, supera oggi i 17.000 chilometri di linee. Alcune fra le principali linee, oltre alle secondarie, sono
state elettrificate, riducendo il consumo del carbone, che prima veniva comprato all’estero. Nell’Anno
XVIII dell’Era Fascista la lunghezza delle linee elettrificate supera i 5000 chilometri, e il lavoro per sostituire
la elettricità al vapore sulle ferrovie continua: l’elettrificazione dovrà estendersi a una rete di 9000
chilometri. Il materiale ferroviario è stato, in gran parte, rinnovato, i binari sono stati raddoppiati per
migliaia di chilometri, la velocità media dei treni è grandemente aumentata, e le ferrovie italiane sono
oggi fra le più veloci del mondo, quantunque abbiano, in gran parte, percorsi difficili su territorio
montuoso. Ai treni ordinari — fra i quali ricordiamo i “ rapidi ” — si sono aggiunti gli elettrotreni e le
velocissime littorine, azionate da motori a combustione interna. Bisogna d’altra parte rilevare che,
relativamente al costo generale della vita, e al confronto delle tariffe in vigore sulle ferrovie straniere, le
tariffe ferroviarie italiane sono molto moderate. Inoltre vengono concessi biglietti a prezzo ridotto per
ogni genere di manifestazioni, in tante località; gli sposi in viaggio di nozze possono andare dal loro
paese a Roma e effettuare il ritorno, colla riduzione dell’80 per cento. Nella stagione estiva i treni popolari
trasportano a prezzo bassissimo, per ogni dove, centinaia di migliaia di gitanti. Impulso non minore
delle ferrovie hanno avuto le strade ordinarie. L’Azienda Autonoma della Strada, costituita nel 1928, ha
dato all’Italia una fra le più belle reti stradali del mondo. Nel tempo fascista, il percorso delle strade
statali è quasi raddoppiato, e si avvicina ai 22.000 chilometri. Molte strade sono state migliorate, o
addirittura rifatte per consentire un traffico sempre più celere e intenso. Le nostre bellissime arterie
asfaltate, alberate sono una gioia per gli occhi e dicono che il Fascismo ha ripreso la tradizione romana
di aprire con nuove vie gli sviluppi della vita civile. Molte di queste nostre strade sono arditi capolavori
di ingegneria e hanno un ineguagliabile valore turistico, svelando bellezze naturali che affascinano.
Esse legano tutte le provincie d’Italia, allacciano i centri della produzione., tolgono all’isolamento le
campagne, e il Fascismo continua a svilupparle, a migliorarle, a mantenerle. In più, vengono costruite
splendide autostrade, riservate al traffico automobilistico leggero (es. RomaLido, Napoli-Pompei, Firenze-
Mare, Mi-lano-Laghi, ecc.) e vengono aperte comunicazioni di straordinario interesse commerciale,
come la camionale che va da Genova a Serravalle Scrivia, unendo direttamente al mare le zone più
produttive del Piemonte e della Lombardia. Anche i secolari problemi della navigazione fluviale, riguardanti
principalmente la Valle Padana, vengono finalmente avviati a una soluzione feconda di benefici
economici, mediante opere che, mentre onorano la tecnica idraulica italiana, che ha il suo glorioso
precursore in Leonardo da Vinci, diventano altrettante fonti di benessere.

***

Allo sviluppo delle comunicazioni interne ha corrisposto quello delle comunicazioni marittime. “Il
destino dell’Italia è stato e sarà semp re sul mare” ammoniva il Duce. Vedremo quello che ha fatto il
— 13 —

Fascismo per affermare la potenza marinara italiana. Ora ci basti rammentare brevemente la resurrezione
della nostra marina mercantile, che aveva perduto tante navi nella guerra mondiale e si trovò,
nell’immediato dopoguerra, con unità in gran parte antiquate, di scarso valore, inadatte ai nostri speciali
bisogni. Restava però la vecchia, incomparabile virtù della nostra gente di mare, che ha dato al mondo
i più grandi navigatori; restavano i nostri cantieri, celebri per le massime creazioni dell’arte navale, e
non appena il Fascismo prese nel pugno le sorti del Paese, la marina mercantile, come quella da guerra,
rapidamente si risollevò e poté gareggiare con le marine straniere, conquistando invidiatissimi primati
nel Mediterraneo, sulle rotte delle Americhe e dell’Oriente vicino e lontano. Dagli scali dell’Adriatico
e del Tirreno scesero in mare le nuove navi, adatte ai vari tipi di traffico — le motonavi, i giganteschi
piroscafi da passeggeri i cui nomi sono noti e ammirati in ogni Paese: il Rex, il Conte di Savoia, l’Augustus,
il Roma, il Conte Verde, il Conte Biancamano, il Conte Grande, il Saturnia, il Vulcania, il Neptunia, l’Oceania, il
Victoria, tanti altri — e presto varie marine straniere ricorsero ai cantieri italiani per far costruire navi da
commercio e da guerra, tanto fu palese l’assoluta superiorità della tecnica navale italiana, mentre il
grande turismo estero dette la sua entusiastica preferenza, per i viaggi attraverso gli oceani, alle navi
vigilate dalla bandiera tricolore.
Alla riconquista delle vie del mare andò unita la conquista delle vie del cielo. Avremo modo di
vedere il superbo sviluppo delle forze aeree fasciste; qui accenniamo soltanto alla creazione, dovuta al
Fascismo, di una aviazione civile italiana, con una fitta rete di linee interne e internazionali, rinomate per
celerità, comodità, sicurezza. Oltre ai servizi fra varie città’ d’Italia, abbiamo linee regolari con molti
grandi centri europei; il Mediterraneo è solcato in tutti i sensi dai nostri apparecchi, che trasportano
regolarmente passeggeri, posta, merci; i servizi per l’Impero funzionano in modo ammirevole e la linea
italiana fra Roma e Rio de Janeiro, attraverso l’Atlantico, rappresenta una nuova vittoria dell’aeronautica
nazionale.
Possiamo concludere questo rapido cenno allo sviluppo delle comunicazioni dovuto al Fascismo,
ricordando il progresso dei servizi postali, telegrafici, cablogràfici, telefonici, radiotelegrafici,
radiotelefonici. Oggi possediamo, sul territorio metropolitano, nelle colonie, nell’Impero, stazioni
radiotelegrafiche ultrapotenti, esercitiamo lunghissime linee telegrafiche sottomarine, l’Ente Italiano
audizioni radiofoniche (E. I. A. R.) gode di una estesissima popolarità, impianti perfetti consentono di
sbrigare con assoluta sicurezza, rapidamente, il complesso servizio postale, mentre il telegrafo e il
telefono raggiungono ogni più lontano villaggio d’Italia, facendo ovunque correre, vibrare la modernità,
il fervore della nostra vita rinnovata.
Ricordiamo con riverenza che, per molti anni, anima di questo sviluppo delle comunicazioni italiane
fu Costanzo Ciano, l’eroe di Cortellazzo, devotissimo collaboratore del Duce e campione di fede, di
energia fascista.

***

Con l’enorme mole delle sue opere pubbliche, il Regime, oltre a dar lavoro a grandi masse di popolo
che altrimenti avrebbero conosciuto le miserie morali e materiali della disoccupazione, ha fatto salire
l’Italia, in pochi anni, a superbi livelli di progresso civile. A parte i lavori ferroviari, stradali, navali di cui
abbiamo parlato e di quelli agricoli di cui parleremo, va ricordato in modo speciale ciò che il Fascismo
ha fatto per l’edilizia, e specialmente per l’edilizia popolare. Le nostre belle città non corrispondevano più
alla accresciuta popolazione, in troppe case non entrava il sole, troppe famiglie vivevano ammucchiate
in ambienti malsani; l’operaio, l’impiegato, il modesto professionista incontravano crescenti difficoltà
nel procurarsi un alloggio adatto ed economico. Ma ecco che entra in funzione il piccone fascista: le
città vengono trasformate, risanate, abbellite, le demolizioni mettono in luce bellezze d’arte e di
natura, mentre disperdono i focolai delle malattie, aprono il varco alla salute e permettono di ricostruire,
su aree bene scelte, edifizi monumentali e edifizi di pratica utilità. Viene restituito il decoro agli uffici
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pubblici e vengono edificate le abitazioni per i lavoratori intellettuali e manuali.


Non c’è oggi Italiano, si può dire, che non abbia veduto coi propri occhi la Roma mussoliniana, che
dispiega le sue grandiose prospettive e organizza la sua vita moderna attorno alle sacre testimonianze
imperiali, restituite all’ammirazione universale. Come Roma, tante altre città d’Italia si rinnovano, pur
conservando i loro caratteri, determinati dall’ambiente naturale, dalle vicende storiche e dall’arte. Sorgono
ovunque, o sono ripristinati, i palazzi dei pubblici poteri, le sedi dei Fasci. Le scuole, le caserme, le
palestre, gli stadi, accolgono la gioventù fascista per i suoi arditi addestramenti; interi quartieri nuovi
nascono alla periferia, modeste famiglie hanno un nido accoglievole, un lieto focolare.
Né sono trascurate le campagne, perché alla bonifica integrale della terra fa riscontro il progresso
edilizio nei villaggi, il graduale rinnovamento delle case coloniche. Ma l’edilizia moderna non consiste
nel solo problema delle abitazioni: per migliorare la vita, per assicurare l’igiene, per fornire nuove forze
all’agricoltura, e all’industria, il Fascismo ha costruito e compiuto bacini idraulici, che producono
immani quantità di energia elettrica, e linee per trasportarla, acquedotti, fognature, con la spesa di
molte centinaia di milioni; e altre ingentissime somme sono state impiegate per scavare canali, sistemare
laghi e fiumi, ingrandire e attrezzare porti.
Sì, l’Italia è tutta un cantiere. Ricordatevi però che non basta essere fieri di vivere in Italia. Bisogna
vivere in Italia da Italiani; non limitarsi ad ammirare la fede, la volontà, il lavoro altrui, ma ambire di
parteciparvi con tutto l’impegno e l’entusiasmo, di assumere il proprio posto — secondo le attitudini e
le inclinazioni — in questo cantiere ove tutto un popolo, comandato dal Duce, rafforza ogni giorno
ed espande la potenza imperiale di Roma.

Dal Discorso del 21 aprile 1924-II.

Sino dai giorni della mia lontana giovinezza, Roma era immensa nel mio spirito che si affacciava alla vita, e
dell’amore di Roma ho sognato e sofferto e di Roma ho sentito tutte le nostalgie. Roma ! e la semplice parola
aveva un rimbombo di tuono nella mia anima. Più tardi, quando potei peregrinare tra le viventi reliquie del Foro
e lungo la Via Appia o presso i grandi templi, sovente mi accadde di meditare sul mistero di Roma, sul mistero
della continuità di Roma. Mistero è l’origine. La cosiddetta critica storica può industriarsi a sfrondare la leggenda,
ma sempre una zona d’ombra rimane, dove la leggenda — insostituibile dal freddo e spesso assurdo ragionamento
— torna superbamente a fiorire. La critica non può dirci per quali doti segrete, o per quale disegno di una
intelligenza suprema, un piccolo popolo di contadini e di pastori poté grado a grado assurgere a potenza imperiale
e tramutare, nel corso di pochi secoli, l’oscuro villaggio di capanne sulle rive del Tevere in una città gigantesca
che contava i suoi cittadini a milioni e dominava il mondo con le sue leggi.
Altro elemento di mistero, nella storia di Roma, la tragedia di Cristo, che a Roma trova la sua consacrazione,
nuovamente universale e imperiale. Crolla l’Impero, i barbari valicano le Alpi, passano e ripassano lungo la
penisola devastandola. Roma ridiventa un villaggio di appena diciassettemila anime che si aggrappano
disperatamente ai ruderi, che tengono vivo il nome, poiché il nome di Roma è immortale: la nave che fu lanciata
“ vèr l’imperio del mondo ”, emerse ancora sui flutti delle età oscure, attendendo le luminose ore che verranno:
ecco Dante e la Rinascenza, ecco Roma giganteggiare ancora e sempre nello spirito dei popoli.
L’Italia è ancora per secoli divisa, ma Roma è la Capitale predestinata: è l’unica città d’Italia e del mondo che
abbia una storia universale.
Nel Risorgimento si grida: “ Roma o Morte ” ! È il grido che sale dalle profondità della stirpe, che in Roma
e solo in Roma si riconosce: è il grido che sarà ripreso, dopo Vittorio Veneto, dalle generazioni delle trincee, che
spezzano definitivamente ogni inciampo, disperdono ogni equivoco, frantumano i residui orgogli di un localismo,
retaggio di età ingrate, e innalzano a Roma un altare splendente nel cuore di tutto un popolo e del Natale di
Roma fanno il Natale della Nazione, che lavora e cammina.
Mussolini

L’arte è per noi un bisogno primordiale ed essenziale della vita, è la stessa umanità nostra, lo stesso nostro
passato incancellabile.
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L’arte, insieme col diritto, ha segnato col suo sigillo l’espansione unificatrice del mondo latino. In Roma, e
dovunque Roma arriva nel mondo con le sue legioni e col suo spirito potente, sentiamo di trovarci dinanzi a una
forza di bellezza che non è solo una manifestazione di uno stato dello spirito e della civiltà, ma che ha dentro di
sé lo stupendo germe dell’arte italiana, quella che voi, signori, avete consacrata ognuno con le proprie forze e
tutti con una passione non estinguibile, se non colla vita.
Per secoli l’arte fu la stessa Patria a traverso le diverse scuole di Firenze, di Venezia, di Ferrara, di Roma, di
Bologna, di Napoli, che portavano ancora una volta nel mondo il nome d’Italia.
È l’arte che ha raccolto la leggenda, la storia, il mistero cristiano e li ha rivestiti di bellezza. Divisa l’Italia in
Stati minuscoli uno contro l’altro armati, i nostri predecessori le hanno dato grandezza con opere che toccano
il divino. Fu nell’arte che gli italiani si sentirono e si ritrovarono fratelli, fu per mezzo dell’arte che la nostra gente
dalle molte vite disse la sua parola destinata a rimanere eterna nel mondo dello spirito.
Mussolini

L’agricoltura risorta.

Quando sarà il momento di parlare dell’autarchia, ricorderemo le conquiste dell’industria italiana,


che ha vinto e vincerà nei più ardui cimenti. Ora è tempo di parlare dei progressi che il Fascismo — il
cui Duce si vanta d’essere stirpe di contadini — ha fatto compiere all’agricoltura.
La vecchia terra italica, cantata madre di messi dai poeti d’ogni tempo, attendeva l’aratro fascista
per ricuperare l’antica feracità.
Il Fascismo proclama sommo onore il lavoro dei campi e promuove il ritorno alla terra, perché
l’attrazione della vita in città — con la lusinga spesso menzognera di un maggior guadagno, di agi, di
svaghi — non sottragga braccia all’agricoltura. Il Fascismo ha bandito la battaglia del grano per assicurare
il pane al popolo, anche se un qualunque straniero nemico tentasse di affamarci: ogni anno, in tutte le
provincia vengono solennemente premiati gli agricoltori che si sono distinti in questa sacra battaglia, e
il Duce stesso premia, in Roma, i vincitori del concorso nazionale del grano, ossia i produttori che, a parità
di superficie coltivata, hanno raccolto maggiore quantità di frumento.
Con la bonifica integrale il Fascismo mette in valore tutto il suolo della Patria. Avevamo troppe paludi,
troppe sterili lande che da secoli attendevano la redenzione: oggi il mortifero Agro Pontino è risanato
e produce in gran copia cereali, foraggi, barbabietole, frutta; sorgono le nuove città fasciste sulla terra
bonificata, i borghi, i villaggi rurali: Littoria, Sabaudia, Aprilia, Fertilia, Pomezia, Mussolinia di Sardegna.
E dopo il riscatto dell’Agro Pontino la volontà fascista intraprende la colonizzazione del Tavoliere di Puglia,
del latifondo siciliano.
Ovunque, nella nostra Patria, sia terra da sottrarre alla sterilità, lì, sotto i segni del Littorio, è in
azione l’aratro, mentre vengono adottati i più moderni sistemi per accrescere il rendimento delle
coltivazioni, per avere prodotti in maggiore quantità e di migliore qualità. Contemporaneamente il
Regime provvede ai boschi e ai pascoli, per rimediare all’incuria e alla rapina del passato, restituire
all’Italia la sua ricchezza boschiva, frenare le alluvioni, ricondurre la vita sulle montagne che andavano
spopolandosi. La Milizia forestale, con la sua diuturna abnegazione, è il nerbo di questa battaglia, alla
quale spesso contribuiscono la G. I. L. e l’O. N. D., i cui iscritti danno mano, volenterosi, al rimboschimento.
L’esistenza fuori delle città non è più quella di una volta. Nella famiglia dell’agricoltore entra
gradatamente il benessere, si diffondono nelle campagne le pratiche igieniche, l’Italia rurale è fiera di sé
e del culto di cui le nuove generazioni la circondano. I nostri contadini, già costretti a ramingare per il
mondo, a dissodare le altrui terre, lavorano i campi degli avi. Con le migrazioni interne, di cui abbiamo
fatto cenno, nuclei di popolazione agricola si spostano da una provincia all’altra d’Italia, trovando la
casa, il podere, una larga assistenza. Il Regime, che premia, per mano del Duce, i fedeli alla terra, ossia i
capi delle famiglie che per maggior numero di anni sono rimaste contadine, coltivando di generazione
in generazione gli stessi campi, vuole che i rurali siano assistiti e godano i doni effettivi della civiltà: con
la scuola rurale, con il dopolavoro rurale, con l’allargamento dei servizi pubblici — acqua potabile, telegrafo,
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telefono, radiofonia — con le facili comunicazioni ferroviarie, tranviarie, automobilistiche, con


l’intensità, della vita fascista nel suo complesso, che porta anche le masse agricole a partecipare alle
manifestazioni della vita nazionale, il Regime sorregge l’agricoltore, lo avvia al progresso spirituale,
sociale, economico e gli fa sentire la gratitudine della Nazione intera.

Dal Discorso del 16 dicembre 1934-XIII.

È l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende. E il vomere e la lama sono entrambi di acciaio
temprato come la fede dei nostri cuori.
Mussolini

Dal Discorso del 26 ottobre

Ora vi voglio raccontare un fatto. Stasera, quando tornerete alle vostre case, lo racconterete alla vostra
moglie, ai vostri bambini, poi ai parenti, poi agli amici perché lo sappiano: dovete dunque sapere che degli
individui i quali vanno sempre a frugare fra le vecchie carte, credevano di farmi un grande piacere scoprendo
che fra i miei lontani nonni, bisnonni e arcibisnonni ci sarebbero stati dei nobili. Allora io ho detto: finitela !
Tutti i miei nonni, bisnonni, arcibisnonni erano dei lavoratori della terra ! E perché non ci fosse più alcun
dubbio al riguardo, ho piantato una lapide sulla casa colonica dalla quale risulta che tutte le generazioni dei
Mussolini precedenti la mia hanno sempre lavorato con le loro proprie mani la terra.
Mussolini

Dal Discorso del 27 ottobre 1937-XV .

....soprattutto il contadino deve rimanere fedele alla terra, dev’essere orgoglioso di essere contadino, fiero di
lavorare il suo campo, né cercare altrove una vita più facile, perché una vita più facile non esiste. La vita nelle
città è più difficile. Tremila anni di storia insegnano che tutti i popoli che hanno abbandonato la terra sono
diventati schiavi di altri popoli. I contadini che rimangono fedeli alla terra servono gli interessi del Regime, gli
interessi della Nazione, gli interessi del popolo italiano.
Mussolini

L’espansione coloniale fascista.

Nel portare avanti tutte queste imprese, davvero titaniche, e nell’effettuare questi provvidi e davvero
rivoluzionari rinnovamenti, il Regime non dimenticava le Colonie. Quando, nell’ottobre 1922, Benito
Mussolini prese a reggere l’Italia, la nostra situazione coloniale era desolante. I possedimenti sul Mar
Rosso e l’Oceano Indiano (Eritrea e Somalia), scarsi di valore economico, erano stati trascurati, e ben
pochi Italiani vi svolgevano una attività proficua, quantunque coraggiosi pionieri avessero dimostrato
che anche da quei territori era possibile ritrarre, con dura fatica, notevoli risorse: basti pensare alla
colonizzazione, intrapresa dal Duca degli Abruzzi, di una vasta zona somala bagnata dall’Uebi Scebeli,
dove il Principe Marinaro spese, con fede e indefessa energia, gli ultimi anni della sua vita eroica e volle
poi essere sepolto.
In Libia l’occupazione italiana si limitava poco più che alle principali località costiere. Ma proprio da
quella che è stata chiamata la “ Quarta sponda ” dell’Italia mediterranea, doveva cominciare la riscossa
coloniale fascista, come preludio alla nostra espansione africana, e all’Impero. Prima del Fascismo, i
Governi si erano dimostrati deboli e malaccorti con gli indigeni ribelli, che perciò avevano creduto
facile sfidare l’Italia, oppure avevano patteggiato con le autorità coloniali, ottenendo favori e danari,
senza farsi scrupolo di corrispondere con l’inganno alla nostra malintesa tolleranza. E di questo stato
di cose le prime a soffrire erano proprio le popolazioni arabe dedite all’agricoltura e alla pastorizia,
travolte nelle lotte fra i capi tribù che si contendevano il dominio.
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Il Governo Fascista mutò sistema, le nostre armi vittoriose riconquistarono i territori perduti,
portando ovunque, sovrano, il Tricolore, pacificando tutta la Libia, imponendovi la pace, la giustizia,
aprendola alle grandi opere di colonizzazione. Oggi molte migliaia di famiglie coloniche italiane sono
al lavoro, in Tripolitania e Cirenaica, e mutano in fertili campi quelle che erano le desolate steppe. Le
città libiche, ampliate, modernizzate, ben dotate di servizi pubblici, sono fra le più belle dell’Africa
settentrionale; grandi strade, fra le quali la litoranea libica, opera imperiale che corre dal confine tunisino
a quello egiziano per più di mille chilometri, assicurano il facile collegamento fra le varie zone; i porti si
aprono al traffico, gli acquedotti, i pozzi permettono la vita là dove era il deserto; sorgono i villaggi
nelle campagne ben coltivate e si moltiplicano le scuole per la gioventù italiana e indigena.
Cosi la Libia, più che un possedimento coloniale, è, nella sua assoluta sicurezza, nella sua esistenza
attiva e ordinata, lembo e parte integrante del territorio italiano. Divisa amministrativamente nelle
quattro provincie di Tripoli, Misurata, Bengasi e Derna, è sede di Corpi d’armata metropolitani, e
presenta eccezionali attrattive al turista, che ammira, volta a volta, le bellezze di natura — dalle rive ai
monti, alle misteriose città sahariane — i caratteristici aspetti della vita orientale e le superbe tracce
dell’antico dominio romano, di cui gli scavi intrapresi a Sabratha, a Leptis Magna, a Cirene e in altre
località svelano l’augusta potenza.
La rapida pacificazione e risurrezione della Libia — a cui si legano i nomi di grandi coloniali come
Badoglio, De Bono, Graziani, Balbo — ha permesso infine di concedere ai libici, che abbiano determinati
requisiti, una speciale cittadinanza italiana, e le truppe indigene libiche servono con fedeltà e onore in
reparti appositi del nostro esercito.
La vastità dello sforzo compiuto in Tripolitania e Cirenaica non fece trascurare al Fascismo l’Eritrea
e la Somalia, dove furono svolti programmi di opere pubbliche ed effettuate riforme politiche e
amministrative. Oltre a ciò, sotto i segni vittoriosi del Littorio, venne reso effettivo il nostro dominio
sul territorio somalo settentrionale, con l’occupazione, personalmente condotta dal Governatore
Quadrunviro De Vecchi, dei sultanati di Obbia e dei Migiurtini. Va
anche ricordato che, con la cessione del cosiddetto Oltre-Giuba da parte degli inglesi, il territorio
della Somalia aumentò, nel tempo fascista, di altri 90.000 km.2
La Somalia e l’Eritrea rappresentano le basi della nostra espansione nell’Africa Orientale. Perciò il
Fascismo le fece oggetto della sua attenzione, anche in tempi nei quali non era prevedibile l’ulteriore
andamento dei nostri rapporti con l’Etiopia, divisa da incerti confini dai territori eritreo e somalo.

Educazione nazionale fascista.

Dobbiamo sempre avere presente che tutte queste imprese e queste opere furono preordinate o
compiute secondo la volontà del Duce, mentre la Rivoluzione Fascista trasformava sistematicamente
la vita italiana.
Il Fascismo era stato dipinto dai suoi nemici, e da chi non lo conosceva o non riusciva a comprenderlo,
come un nemico del popolo lavoratore, e invece tutte le cure del Fascismo furono rivolte a dare a
questo popolo — con l’ordine e la sicurezza del lavoro — la più ampia possibilità di istruirsi e di
innalzare lo spirito. Si può dire che la riforma fascista della scuola cominciasse con l’avvento del Fascismo.
In pari tempo fu dato incremento a tutte le attività culturali, per tenere alto il nome d’Italia nelle
scienze, nelle lettere, nelle arti.
Le maggiori premure del Regime si concentrarono nella educazione della gioventù, per la quale
venne fondata l’Opera Nazionale Balilla, oggi trasformata in quel poderoso organismo che è la Gioventù
Italiana del Littorio, di cui vedremo più avanti il funzionamento.
Intanto rileveremo che la G. I. L. e la scuola collaborano nel formare i cittadini dell’Italia Fascista,
preparandoli a tutti i doveri e a tutti i compiti dell’esistenza degnamente concepita. La nuova scuola
italiana è uno dei vasti aspetti della Rivoluzione Fascista, che l’ha ricostituita nello spirito e negli
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ordinamenti, dandole, come culmine, quello che potremmo chiamare uno statuto e un programma di
avvenire. Questo è la Carta della Scuola, nella quale si riassumono tutte le idealità e le finalità del grande
organismo educativo italiano.
Idealità e finalità rivelate da ogni provvedimento preso dal Fascismo, senza interruzione, per la
scuola, a cui veniva affidata la missione non soltanto di istruire, ma, ciò che maggiormente conta, di
educare: di formare cioè delle coscienze e delle personalità, sviluppando nei fanciulli, nei giovani, le
migliori doti e attitudini della razza italiana, sia nel fisico che nel morale. Quando pensiamo che uno
dei primi atti del Fascismo fu di introdurre il Crocifisso nelle scuole e di prescrivere l’insegnamento
religioso, comprendiamo subito che la scuola fascista è un sacrario delle più alte idealità del nostro
popolo; di tutto ciò che illumina l’anima umana. Al tempo stesso, il Fascismo organizzò nella scuola, in
collegamento con l’Opera Nazionale Balilla (e poi con la G. I. L.) l’educazione fisica, un tempo troppo
trascurata, per creare nei giovani il necessario equilibrio fra le energie della mente e del corpo.
Questi grandi compiti della scuola fascista trovano appunto la loro norma, il loro piano regolatore
nella Carta della Scuola, approvata dal Gran Consiglio del Fascismo il 15 febbraio I939-XVII. Questo
fondamentale documento è composto di 29 “ dichiarazioni ”, e nella prima di esse è precisato che: “ La
Scuola fascista, per virtù dello studio, concepito come formazione di maturità, attua il principio di una
cultura del popolo, ispirata agli eterni valori della razza italiana e della sua civiltà; e lo innesta, per virtù
del lavoro, nella concreta attività dei mestieri, delle arti, delle professioni, delle scienze, delle armi ”.
Con la Carta della Scuola, infatti, il lavoro è associato allo studio in tutti i gradi dell’educazione,
perché studio, esercizio fisico, lavoro, forniscano alla scuola medesima i mezzi per saggiare le attitudini
dei giovani. Vale a dire che la scuola fascista forma i giovani e li prepara, a seconda della loro diversa
tempra, ai vari compiti della vita, ai diversi stati sociali, alle diverse professioni e mestieri.
“ L’accesso agli studi e il loro proseguimento — dice la Dichiarazione III — sono regolati
esclusivamente dal criterio delle capacità e attitudini dimostrate. I collegi di Stato garantiscono la
continuazione degli studi ai giovani capaci e non abbienti ”. Ossia: il Fascismo vuole eliminare l’ingiustizia
per la quale lo studio, al disopra della scuola elementare, sia possibile soltanto ai figli di famiglie agiate.
Qualunque ragazzo italiano, che ne abbia il merito, potrà passare alle scuole medie e superiori, entrare
all’Università, anche se la sua famiglia non possa far fronte alle tasse, alle spese di mantenimento,
all’acquisto dei libri.
Altro punto importantissimo della “ Carta ” è quello che riafferma l’assoluta necessità della
collaborazione fra scuola e famiglia nell’educazione dei giovani e nel loro orientamento. E un’altra,
strettissima collaborazione, è quella fra la scuola e la G. I. L., parti, l’una e l’altra, dell’organismo educativo
fascista, e insieme costituenti il servizio scolastico. Il ragazzo italiano ha il dovere di prestare questo “
servizio ”, come, nell’età virile, avrà il dovere di prestare il servizio militare.
Il servizio scolastico è obbligatorio per tutti dai 4 ai 21 anni di età, consiste nella frequenza, dal
quarto al quattordicesimo anno, della scuola e della G. I. L., e continua in questa, fino ai ventun anno,
anche per chi non seguita gli studi.
Secondo la Carta della scuola, l’educazione fascista è divisa in “ ordini ”, che sono i seguenti:

Ordine elementare. - È composto dalla scuola materna, per i fanciulli dai 4 ai 6 anni; dalla scuola elementare,
che si frequenta dai 6 ai 9 anni; dalla scuola del lavoro per i ragazzi dai 9 agli 11 anni; e dalla scuola artigiana,
frequentata dagli 11 ai 14 anni da quegli alunni che non intendono continuare gli studi.

Ordine medio. - È costituito dalla scuola media unica, per tutti indistintamente i ragazzi che, avendo
frequentato la scuola elementare e la scuola del lavoro, vogliano avviarsi a studi superiori. Nella scuola
media unica, che dura dagli 11 ai 14 anni, vengono appunto provate le capacità degli alunni, per avviarli,
se idonei, a tali studi, nei loro vari rami, a seconda delle diverse attitudini e predilezioni. Rientrano
anche nell’ordine medio la scuola professionale, che dura tre anni e prepara alle esigenze del lavoro nei
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grandi centri, e la scuola tecnica, che dura altri due anni e prepara agli impieghi minori e al lavoro specializzato
nelle grandi aziende industriali, commerciali, agricole.
Riassumendo — son parole della Dichiarazione XXV della Carta della Scuola: — dalla scuola
materna si passa alla scuola elementare e successivamente alla scuola del lavoro. Questa dà accesso alla
scuola artigiana, per coloro che non intendono proseguire gli studi nell’ordine medio; alla scuola
professionale e da questa alla scuola tecnica per chi non voglia continuare gli studi nell’ordine superiore
e, infine, con esame d’ammissione, alla scuola media; da questa si accede, con altro esame di ammissione,
a tutte le scuole dell’ordine superiore.

Ordine superiore. - Comprende: liceo classico, liceo scientifico, istituto magistrale, istituto tecnico
commerciale (che durano, indistintamente, 5 anni preparando agli studi universitari), e gli istituti professionali,
per chi voglia conseguire il diploma di perito agrario, perito industriale, geometra o la patente di
capitano marittimo.

Ordine universitario. - Comprende tutte le facoltà universitarie, le quali hanno il fine comune di
promuovere il progresso delle scienze e di fornire la cultura necessaria per l’esercizio degli uffici di
carattere elevato e delle professioni.
Un ordine a se è quello della istruzione artistica, che comprende: corsi di avviamento all’arte (3 anni),
scuole d’arte (5 anni), istituti d’arte (8 anni), corsi di magistero artistico (2 anni), licei artistici (5 anni), accademie di
belle arti (4 anni). Il giovane frequenta, a seconda della sua volontà e attitudine, uno solo di questi istituti,
o passa, progredendo, dall’uno all’altro, per conseguire abilitazioni superiori. L’ordine artistico
comprende anche i conservatori di musica e l’accademia di arte drammatica.
Infine, pur essendo aperta ogni scuola di qualsiasi ordine e grado alle femmine, v’è un ordine femminile,
composto dall’istituto femminile, in cui possono entrare le giovinette provenienti dalla scuola media, e
dura tre anni; dopo di che le allieve idonee possono passare al magistero femminile. Questi istituti preparano
spiritualmente al governo della casa e all’insegnamento nella scuola materna.
Quanto poi ai lavoratori che abbiano superato l’età dell’obbligo scolastico la Carta della Scuola
prevede e disciplina la istituzione di appositi corsi di addestramento e elevamento professionale.

Dal Discorso del 5 settembre 1935-XIII.

Poiché nella scuola passano tutti gli italiani, è necessario che essa, in tutti i suoi gradi, sia intonata a quelle che
sono, oggi, le esigenze spirituali, militari, economiche del Regime. Bisogna che la scuola, non soltanto nella
forma, ma soprattutto nello spirito — che è il motore dell’universo e la forza primordiale dell’umanità — sia
profondamente fascista in tutte le sue manifestazioni.
Mussolini

* * *

Con la riforma scolastica il Regime ha dato una nuova base e nuove finalità all’educazione nazionale.
L’opera fascista non si è arrestata a questo, ma ha portato le sue energie alla cultura italiana. Ricorderemo
le più importanti realizzazioni culturali del Fascismo, cominciando dalla Accademia d’Italia, che accoglie
i maggiori scienziati, artisti, letterati italiani ed ebbe a suo primo presidente un luminare del genio
italiano: Guglielmo Marconi. L’Accademia prende parte attiva alla vita intellettuale del Paese, conduce,
promuove, incoraggia studi di alto interesse; appoggia missioni di studio anche in paesi lontani (p. es. i
viaggi dell’Accademico Tucci nel Tibet); chiama annualmente a raccolta in Roma (Convegno Volta) studiosi
di tutto il mondo per trattare questioni, problemi di importanza universale; assegna premi al merito
intellettuale e premi di incoraggiamento, cura la pubblicazione di opere che arricchiscono la cultura
italiana, fra le quali, in prima linea, il vocabolario della nostra lingua, attualmente in preparazione.
— 20 —

Altro consesso di grande autorità è il Consiglio Nazionale delle ricerche costituito per studiare e attuare
tutte le possibilità di progresso scientifico, esaminare invenzioni e scoperte, proposte e progetti da cui
possono provenire nuove conoscenze e utili contributi alla vita pratica, alla difesa nazionale. Tutta una
organizzazione di laboratori, di osservatorii, di gabinetti, presso le Università, le industrie, gli organi
dello Stato, fanno capo a questo Consiglio, oggi presieduto dallo stesso Capo dello Stato maggiore
generale, il Maresciallo Badoglio.
Né va dimenticato l’Istituto di cultura fascista, che ha sezioni nelle principali città d’Italia e diffonde
ovunque indispensabili cognizioni, arricchendo la mente, sviluppando la coscienza dei cittadini, con
corsi di studio, conferenze, pubblicazioni, biblioteche. Inoltre, l'Istituto per l’Africa Italiana studia in
modo speciale i problemi coloniali, ne allarga la conoscenza in tutto il Paese ed è valido strumento
dell’espansione imperiale fascista.
L’opera di divulgazione e di elevazione morale e intellettuale svolta dal Fascismo è tutta ordinata al
comandamento del Duce di andare verso il popolo, e perciò il Regime ha aperto larghe possibilità di
istruzione alle masse popolari, sia con le attività culturali del Dopolavoro, sia con l’Ente Nazionale per le
biblioteche popolari e scolastiche, che assiste, incoraggia, indirizza oltre 21.000 biblioteche di Comuni, di
Fasci, di enti pubblici e privati, di scuole, di parrocchie, di aziende, ospedali, sanatori ecc., contribuendo
efficacemente alla diffusione dei buoni e utili libri.
Il Partito, del quale parleremo a suo luogo, è al centro di questa azione tanto benefica; da esso
dipende l’Istituto di cultura fascista, esso cura in particolar modo l’addestramento dei giovani negli
studi, nelle battaglie spirituali, in quei rami della vita pubblica che richiedono una solida preparazione
politica e intellettuale. Con i Littoriali della cultura e dell’arte e coi Corsi di preparazione politica per i giovani, il
Partito assolve compiti delicatissimi, e vanno anche ricordate le scuole per assistenti sociali e le scuole
agrarie fondate e gestite dal Partito medesimo. Un posto a sé tiene, nel panorama della spiritualità
dell’Italia di oggi, la Scuola di Mistica Fascista, dove vengono coltivati i più alti ed essenziali valori della
nostra fede rivoluzionaria.
Ma rientrano nella missione di progresso spirituale assunta dal Fascismo, anche tutti i provvedimenti
che sono stati presi per intensificare, allargare, approfondire la vita artistica, scientifica, letteraria in
Italia. Le nostre università, come le scuole medie e elementari si rinnovano, si arricchiscono di
insegnamenti, di laboratori, di gabinetti, di impianti moderni. Sorgono istituti di studio e di ricerca per
determinati rami di scienza, vengono stabiliti premi per chi si distingua nelle scienze, nelle lettere, nelle
arti.
Per ciò che riguarda il campo dell’arte dobbiamo notare le cure incessanti per la conservazione del
nostro incomparabile patrimonio artistico: gli scavi, i restauri di monumenti, le sistemazioni edilizie, la tutela
delle bellezze naturali. Lo Stato Fascista, direttamente o attraverso gli organismi che ne derivano, assiste,
sorregge gli artisti del nostro tempo, che trovano nei tanti monumenti e pubblici edifici costruiti dal
Regime, nelle esposizioni, nelle mostre larga possibilità di lavoro e giusto compenso al loro valore. La
musica, l’arte drammatica, la cinematografia sono del pari incoraggiate e indirizzate al mantenimento
e allo sviluppo dei caratteri nazionali.
Molto ha fatto il Regime a favore del libro italiano, per difenderlo dalla concorrenza del libro straniero,
assicurarne la diffusione e circondarlo di prestigio, togliendo invece dalla circolazione i libri nocivi o
comunque estranei al nostro spirito. Culmina, in questo campo, quella monumentale realizzazione del
tempo fascista che è l’Enciclopedia Italiana, accanto alla quale vanno notate numerose edizioni nazionali
delle opere di sommi pensatori e scrittori italiani. Altra importante forma adottata dal Regime per
diffondere il culto della spiritualità nostra sono le celebrazioni regionali: ogni anno una regione d’Italia è
messa all’ordine del giorno del Paese nelle sue glorie d’arte e di scienza, nei suoi uomini maggiori:
artisti, scienziati, scrittori, filosofi, uomini di armi e uomini di toga. Le celebrazioni consistono in
discorsi commemorativi, mostre, manifestazioni popolari, congressi, e così vengono esaltati i campioni
della stirpe che tutte le terre italiane hanno dato alla Patria nel corso dei secoli: santi ed eroi, maestri di
— 21 —

vita e di pensiero.
Concluderemo questa brevissima rassegna di fatti che sono onore dell’Italia, coll’accennare che,
mentre il Ministero detta Educazione Nazionale dirige e regola tutto ciò che riguarda la scuola, le biblioteche,
i musei, gli scavi, il Ministero della Cultura Popolare, appositamente creato dal Regime, soprintende al
complesso delle attività che si riferiscono alla stampa (libri e giornali), al teatro, al cinematografo, alla
radio, e al turismo — strumento anch’esso di educazione civile, perché fa conoscere l’Italia agli Italiani
e agli stranieri — che il Fascismo ha completamente riorganizzato e aperto a grandi masse di popolo,
appoggiandolo su quella vasta istituzione che è l’E.N.I.T. (Ente Nazionale Industrie Turistiche) con
sedi in tutti i capoluoghi di provincia e uffici in moltissime località, nel Paese e all’estero.

Politica estera fascista.

Le nuove idee e i nuovi sistemi portati dal Fascismo nella vita italiana e nella complessa azione dello
Stato, ebbero fin da principio importanti ripercussioni nei nostri rapporti con l’estero, dove molti non
videro di buon occhio la conquista fascista del potere, ben comprendendo che, con essa, erano finiti i
tempi dell’Italia debole e remissiva davanti agli stranieri.
Però il Duce dimostrò subito che lo Stato Fascista voleva mantenere le migliori relazioni con tutti
coloro che fossero animati da altrettanta buona volontà. Fu il Fascismo a liquidare il grave dissidio con
la Jugoslavia, assicurando l’annessione di Fiume, pur con dolorosi sacrifici, resi inevitabili dagli errori dei
precedenti governi. Nessuno, tuttavia, poté pensare che le buone disposizioni italiane nascondessero
una mancanza di fermezza e di energia: avvenuto, infatti, il massacro di una missione italiana sui confini
dell’Albania, immediatamente nostre forze navali e terrestri procedettero alla occupazione di Corfù, per
ottenere dalla Grecia, sulla quale ricadeva la responsabilità del tragico episodio, le dovute soddisfazioni;
che furono subito concesse.
Caposaldo e direttiva immutabile della politica estera fascista fu che la pace dovesse essere basata
sulla giustizia. Il Duce affermò costantemente la necessità di rivedere i trattati di pace, per eliminare
dalla vita europea i principali motivi di discordia; e se la sua parola fosse stata sempre e da tutti ascoltata,
se la di lui opera avesse sempre trovato comprensione e collaborazione, invece di ostilità, l’Europa, per
lungo tempo, sarebbe stata risparmiata dalla guerra.
L’Italia fascista tese la mano leale a tutti i popoli, concludendo parecchi accordi di carattere politico
ed economico. Per impedire che l’Europa si dividesse in gruppi di potenze fra loro nemiche, il Duce
ideò e fece concludere il Patto a Quattro, per l’amichevole intesa fra l’Italia, la Francia, la Germania,
l’Inghilterra; ma purtroppo questo trattato non ebbe applicazione, per colpa della politica egoistica e
cieca degli Stati che si dicono democratici. In modo particolare, il Duce si applicò a eliminare le cause
delle vertenze fra l’Italia, e la Francia, firmando il Patto di Roma, che avrebbe dovuto assicurare l’amicizia
fra i due Paesi; e siccome anche con l’Inghilterra eravamo in buoni rapporti, pareva che la via della
pace fosse trovata.
Un altro esempio di cordiali intese, anche con “ vicini di casa ” coi quali un tempo si potè essere
imbronciati, fu dato dall’Italia mediante la rinnovata amicizia con la Jugoslavia; e con gli altri Stati della
penisola balcanica e del bacino danubiano l’Italia volle una politica di cordiale collaborazione: i fraterni
vincoli che legano Italiani e Magiari sono cari al cuore dei due popoli.
Su questa via, se tutti l’avessero seguita con animo sincero, si sarebbero riparate pacificamente tante
ingiustizie lasciate dalla guerra, e man mano le varie nazioni d’Europa avrebbero ottenuto il
riconoscimento dei loro diritti. L’Italia aveva dato l’esempio della concordia, perfino col riconoscere la
Russia sovietica, stabilendo con essa normali rapporti diplomatici e scambi commerciali, nonostante
l’invariabile avversione del Fascismo al bolscevismo.
Ma bastò che l’Italia pensasse a regolare i propri conti, vecchi e nuovi, con l’Etiopia, bastò che la
vigorosa razza italiana si muovesse determinata a guadagnarsi il posto al sole, perché l’Inghilterra e la
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Francia coalizzassero contro di noi, servendosi della Società delle Nazioni, ben cinquantadue Stati
europei, americani, asiatici, oceanici. Vennero fuori allora le famigerate sanzioni. Due potenze
imperialistiche (l’Inghilterra e la Francia suddette) dominatrici di immensi territori coloniali, acquistati
con la violenza e — in alcuni casi — anche con la frode, trascinarono mezzo mondo nel tentativo di
fermare l’Italia sulle vie del suo destino, umiliarla, soffocarla, abbatterla, e tutto ciò a sostegno di un
paese barbaro, nel quale, vergogna per la civiltà moderna, milioni di individui erano in stato di schiavitù.
Effettivamente l’imperialismo franco-inglese non si preoccupava affatto dell’indipendenza dell’Etiopia,
ma voleva impedire che l’Italia mettesse piede su questo territorio, forse perché francesi e inglesi
pensavano di spartirselo al momento opportuno.
Il Duce rispose con tre sole parole: noi tireremo diritto. Il 3 ottobre 1935 egli chiamò a raccolta il
popolo italiano, annunciandogli che era suonata la grande ora dell’azione. Il popolo rispose con
entusiasmo; dette alla Patria l’anima, il sangue, il danaro. L’Inghilterra, la Francia e i loro seguaci e
satelliti non osarono affrontare questo popolo, magnifico di audacia e di sdegno; fulmineamente l’impresa
africana fu compiuta e l’Impero italiano d’Etiopia fu fondato. Allora i sanzionisti dovettero dichiararsi
sconfitti.
Senza dimenticare il loro iniquo tentativo, l’Italia fascista, nel suo amore di pace, volle venire a nuovi
accordi, non trascurando la minima possibilità di ristabilire una amichevole convivenza fra gli Stati
europei, ma le ostilità contro il nostro Paese si rinnovarono nell’occasione della guerra di Spagna.
Per strappare il popolo spagnuolo agli orrori del bolscevismo, un grande figlio di Spagna, il
generalissimo Franco, s’era messo a capo di un esercito contro un governo che favoriva le congiure e i
delitti dei “ rossi ”, che massacravano i patrioti, i religiosi, incendiavano le chiese e i conventi, mirando,
per ordine di Mosca, a stabilire una dittatura sovietica. Senz’altro, i “ rossi ” ricevettero aiuti di uomini,
armi, danaro, specialmente dalla Russia e dalla Francia, ma anche dall’Inghilterra e da altri paesi d’Europa
e di America. Allora, trattandosi di impedire che la Spagna diventasse schiava di influenze straniere,
rivolte ai nostri danni, e allo scopo di difendere la civiltà del Mediterraneo, l’Italia mandò a Franco
soldati e materiali bellici. I nostri volontari, eroicamente combattendo a Malaga, a Guadalajara, a
Bilbao, a Santander, sull’Ebro, in Catalogna, dettero un contributo decisivo alla vittoria nazionale
spagnuola.
Finita la guerra di Spagna, rinacque, ancora una volta, la speranza che le relazioni fra le potenze
europee diventassero migliori. Invece non fu così e la Francia continuò a mostrarsi ostile all’Italia.
Bastò che il nostro Ministro degli esteri, in una memorabile seduta della Camera Fascista, accennasse
alle naturali aspirazioni del popolo italiano, perché il governo e la stampa francese — ben sapendo di
detenere illecitamente un’isola italiana come la Corsica, di avere usurpato il dominio sulla Tunisia,
civilizzata, arricchita dal lavoro italiano, e di ostacolare, a Gibuti, il respiro del nostro Impero —
scatenassero una odiosa campagna di ingiurie e di provocazioni contro l’Italia. Questa, frattanto, aveva
concluso un accordo italo-britannico, per sistemare i rapporti con l’Inghilterra nel Mediterraneo e il Mar
Rosso, ma la più logica conseguenza della situazione fu lo sviluppo dell’amicizia fra l’Italia e la Germania.
L’amicizia italo-tedesca salvò la pace nell’ottobre del 1938, quando parve che il conflitto generale
dovesse scoppiare a causa della vertenza tedesco-cecoslovacca per le minoranze
germaniche ingiustamente assoggettate al dominio di Praga. Fu Benito Mussolini che rese possibile
il convegno di Monaco, al quale intervennero, oltre al Duce e a Adolfo Hitler, i capi dei governi di Francia
e Inghilterra. Con questo convegno, che accolse le proposte del Duce stesso, fu evitata la guerra, non
solo, ma parve che cominciasse per l’Europa un periodo di quiete e di prosperità, mentre la nostra
nobile amica Ungheria otteneva alcuni territori che le erano stati strappati nella ingiusta pace.
Sennonché ancora una volta ricominciarono i sospetti, si rinnovarono gli atteggiamenti ostili e l’Italia,
fatta segno a continue insidie e minacce, dovette anche risolvere la questione albanese. L’Albania, territorio
che fronteggia la costa della Puglia, da cui è separata per breve tratto di mare, era stata generosamente
aiutata dal Governo Fascista a risorgere e a diventare un ordinato e civile paese. Purtroppo il suo
— 23 —

monarca, losca figura di avventuriere, corrispose alla nostra magnanimità con l’inganno e il tradimento;
perciò le forze armate italiane, esaudendo i voti delle popolazioni stanche di angherie, occuparono il
territorio albanese e una assemblea di rappresentanti di questo valoroso popolo proclamò l’unione
all’Italia, offrendo la corona a Vittorio Emanuele III, che da allora ha, per sé e i successori, il titolo di
Re d’Italia e d’Albania, Imperatore d’Etiopia.
Continuando a inasprirsi la situazione europea, il Duce svolse opera assidua e generosa di moderazione
per evitare una grande guerra. Questa, ciò nonostante, scoppiò alla fine del settembre 1939: Francia e
Inghilterra, che volevano accerchiare i popoli italiano e tedesco, si posero contro la Germania, che
aveva sconfitto la Polonia, dopo inutili tentativi di risolvere in modo amichevole la questione di Danzica,
città tedesca dal trattato di Versailles strappata alla madrepatria. Fino all’ultimo il Duce aveva lavorato
per impedire il gravissimo urto; ora egli manteneva l’Italia in una posizione di vigile attesa, fiera di armi
e di spirito, assicurando con la forza e il prestigio del nostro Paese la tranquillità nel Mediterraneo e
nella penisola balcanica.

***

La politica estera fascista ha fatto comprendere al mondo quello che è l’Italia, nella sua rinnovata
grandezza. Perciò oggi possiamo contare su numerose amicizie, sulla stima e sul rispetto anche di chi
non ci è amico.

Dal Discorso del 15 novembre 1924-111.

La politica estera è strettamente condizionata da circostanze di fatto nell’ordine geografico, nell’ordine storico
e nell’ordine economico.
Bisogna che gli italiani si interessino dei problemi di politica estera, perché una Nazione esiste in quanto fa
della politica estera. Anche le piccole, quelle che si potrebbero chiamare Nazioni microscopiche, fanno una
politica estera. Perché? Perché devono avere relazioni col mondo circostante.
Tutte le volte che mi trovo dinanzi a un problema di politica estera il quesito che pongo alla mia coscienza è
questo: Giova o non giova alla Nazione? Giova per oggi o anche per domani? È provvisorio o duraturo?
Aumenta o diminuisce le possibilità della pace? Quando ho risposto in piena coscienza a questi interrogativi,
passo all’azione.
Mussolini

Dal Discorso del 5 giugno 1928-VI.

I trattati di pace sono sacri in quanto conclusero uno sforzo glorioso e sanguinoso, un periodo di
sacrificio e di grandi dolori: ma i trattati di pace non sono il risultato di una giustizia divina, bensì di una
intelligenza umana, sottoposta, specie sul finire di una guerra gigantesca, a influenze di ordine eccezionale.
Complicazioni gravi saranno evitate se, rivedendo i trattati di pace, laddove meritano di essere riveduti, si
darà nuovo e più ampio respiro alla pace.
Mussolini

Le forze armate del Fascismo.

Ricordatevi che il Fascismo non avrebbe mai potuto svolgere la sua azione nel Paese, conquistare
l’Impero, unire l’Albania all’Italia, difendere la propria pace e diventare la speranza, il sostegno di altri
popoli, se non avesse creato una grande potenza militare.
Quando Benito Mussolini prese nel pugno le nostre sorti, l’esercito era tutto da ricostituire, la
marina da guerra era ridotta al minimo e l’aviazione, nata alla gloria durante la guerra mondiale, quasi
più non esisteva, per colpa dei pessimi governi liberali e democratici.
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Il Duce, che aveva sempre creduto nelle virtù guerriere della razza italiana, volle che l’Italia disponesse
di forze adeguate alla sua posizione nel mondo. E siccome elemento primo e insostituibile di ogni
potenza è l’uomo — il soldato — la preparazione militare dell’Italiano nuovo comincia dall’infanzia,
con l’ingresso del fanciullo nei ranghi della Gioventù Italiana del Littorio. All’età di diciotto anni ogni
giovane è soggetto all’obbligo dell’istruzione premilitare, finché, compiuti i 21 anni, non passa a prestare il
servizio militare in uno dei corpi armati dello Stato; servizio che dura, normalmente, un anno e mezzo in
media. Ma l’obbligo del servizio militare continua, per tutti gli italiani validi, fino ai 55 anni. In questo
periodo il cittadino può essere sempre richiamato alle armi. Per tenere vivo lo spirito militare e
l’addestramento, il cittadino, dal giorno del congedo della sua classe di leva ai 32 anni, è obbligato
all’istruzione postmilitare, effettuata sia con brevi richiami, sia con esercitazioni nei giorni di sabato e
domenica.
Attualmente l’Italia può contare su oltre otto milioni di uomini preparati alle armi, che, in caso di bisogno,
sarebbero mobilitati. La forza dell’esercito italiano non risulta soltanto da questa cifra: incessantemente,
agli ordini del Duce, il nostro esercito ha rinsaldato il suo organismo ed è stato dotato di armi, di
strumenti perfezionatissimi, di ottimi servizi. Animato da mirabile spirito, esperto della guerra moderna,
largamente dotato di mezzi meccanici, questo esercito, che ha fatto splendide prove in Libia, Etiopia,
Spagna, dopo le gesta eroiche e le vittorie della guerra mondiale, è un formidabile strumento bellico e
rappresenta una delle più poderose creazioni del Fascismo.
L’Italia — Paese essenzialmente marittimo e il cui destino, secondo la definizione del Duce, è e sarà
sempre sul mare — ha anche bisogno di una forte marina. Disponendo dei primi marinai del mondo,
l’Italia fascista ha preparato una flotta che impone il rispetto anche alle massime potenze navali. Nucleo
di questa flotta sono le navi da battaglia, e cioè le corazzate rimodernate come l’“ Andrea Doria ”, la
“ Conte di Cavour ”, e le quattro modernissime ultrapotenti che hanno i nomi di “ Vittorio Veneto ”,
“ Littorio ”, “ Roma ”, “ Impero ”. Dispone inoltre, l’Italia, di squadre di incrociatori pesanti e leggeri, di
rapidissimi esploratori, di numeroso naviglio silurante di superficie, e della più potente flotta di sommergibili che
sia al mondo. Con ciò, mentre siamo in grado di dominare il Mediterraneo, che è il nostro mare,
abbiamo preso posto fra le potenze oceaniche. Quando, al tempo delle sanzioni, si parlò di
bloccare l’Italia, i sanzionisti dovettero pensare anche ai colpi che questo modernissimo strumento di
guerra navale avrebbe potuto portare in tutte le direzioni, e il blocco rimase una pia intenzione,
Molto più, che gli eventuali bloccanti avrebbero dovuto fare i conti col terzo, poderoso elemento
della forza militare italiana: l’aviazione.
Figlia della volontà fascista e espressione caratteristica dell’audacia della nostra razza, questa nuova
arma, pur giovanissima, è coperta di gloria. Le imprese dei nostri impareggiabili piloti non hanno
l’eguale. I voli di massa nel Mediterraneo, le crociere transoceaniche già avevano fornito al mondo un
saggio della potenza a cui il Fascismo ha saputo condurre in brevi anni l’aviazione, abilitandola alla
conquista dei più difficili primati. Venne poi la guerra d’Etiopia e in essa l’arma aerea ebbe, modo di
dare un contributo essenziale alla vittoria. Infine, nella guerra di Spagna, i piloti e gli apparecchi italiani,
accorsi a sostegno della causa nazionale spagnuola, dominarono, invincibili, i cieli della penisola iberica.
Abbiamo fabbriche che producono un materiale aeronautico eccellente; squadre aeree capaci di
eseguire ogni più ardua missione; e dall’Accademia aeronautica di Caserta, dai ranghi stessi degli avieri
escono di continuo legioni di piloti intrepidi. Un superbo slancio porta all’aviazione la migliore gioventù
italiana, che fin dall’adolescenza si addestra al volo a vela o va con entusiasmo alla preparazione
preaeronautica, trascinata, affascinata dall’esempio di Benito Mussolini che, prima di essere il creatore
dell’aviazione italiana, ne fu l’apostolo, il pioniere, ed è un audace, provetto volatore.
Considerando nel suo complesso l’arma aerea, voluta e creata dal Duce, l’Italia sa di avere in essa
uno dei massimi fattori della sua sicurezza e del suo destino imperiale.

***
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Le forze armate fasciste sono dunque, tutte insieme, il presidio della Patria: esse non rappresentano
soltanto un temuto organismo di azione militare; esprimono anche lo spirito del popolo italiano, che ha
fatto suo il motto del Duce: necessario è vivere, più necessario combattere. L’Italia in armi presenta al mondo
il volto di una Nazione guerriera che non lascerà mai scoccare invano l’ora dei suoi destini. Senza lo
spirito, nessuna grandezza militare potrebbe sostenersi; ma è proprio su quei valori spirituali che si
chiamano disciplina, entusiasmo, valore, prontezza al sacrificio che il Fascismo ha innalzato la sua
potenza.
La parola d’ordine per gli italiani del tempo fascista non può essere che questa: bisogna essere forti,
bisogna essere sempre più forti, bisogna essere talmente forti da poter fronteggiare tutte le eventualità
e guardare negli occhi fermamente qualunque destino.

Dal Discorso del 30 marzo 1938-XVI.

Chiunque osasse attentare ai diritti e agli interessi della Patria, troverebbe in terra, in mare, in cielo la immediata,
risoluta, fierissima risposta di un intero popolo in armi.
Mussolini

Dal Discorso di Pomezia 25 aprile I938-XVI.

Ricordate che il ferro — quello delle spade e quello degli aratri — vale e varrà sempre più delle parole.
Mussolini

L’Impero Fascista.

Sappiamo che l’Italia, con una guerra fulminea, sfidando una coalizione di cinquantadue Stati,
conquistò l’Etiopia. L’impresa, conclusa con la fondazione dell’Impero, fu il coronamento dell’azione
fascista, nei primi tredici anni del Regime. Riassumeremo brevemente le tappe della storia coloniale
italiana che ebbero questa trionfale conclusione per merito del Duce, per il valore del popolo.
Fin dal periodo del Risorgimento, l’Italia, in lotta per la propria unità e indipendenza, pensò all’acquisto
di territori da valorizzare e civilizzare. Gli Stati europei da tempo costituiti facevano a gara nell’assicurarsi
ricche colonie, specialmente in Africa, ma i tempi per noi non erano maturi, e quantunque l’idea coloniale
si affacciasse alla grande mente di Cavour, troppo eravamo impegnati nella formazione dello Stato
nazionale italiano, per potere assumere imprese lontane. Dopo vari progetti di stabilire stazioni navali o
anche penitenziarie in isole oceaniche, fu soltanto nel 1882 che il missionario professor Giuseppe
Sapeto, uno dei nostri pionieri, acquistò la baia di Assab sul Mar Rosso, per conto della società di
navigazione Rubattino. Questo punto d’appoggio, passato in seguito sotto la sovranità dello Stato, fu la
testa di ponte della nostra espansione in Africa, sogno di tutta una legione di esploratori che incidono
nella storia i nomi gloriosi di Miani, di Piaggia, di Matte ucci, di Cecchi, di Giulietti, di Bianchi, di
Chiarini, di Antinori, di Gessi, di Casati: uomini di ferro che affrontarono il Continente Nero, quando
era in gran parte ignoto e spesso bagnarono col loro sangue le tappe della civiltà avanzante.
Purtroppo, proprio mentre mettevamo il piede in Africa, i nostri vacillanti, fiacchi governi lasciavano
che la Francia, con palese inganno, occupasse la Tunisia — dove già vivevano tanti operosi Italiani —
offendendo una delle più vive, tenaci e giuste aspirazioni dell’Italia.
Nel 1885 la nostra bandiera sventolò su Massaua. Attraverso varie vicende occupammo
successivamente, non senza dover combattere, il territorio che fu chiamato Colonia Eritrea, e entrammo
nel Tigrai. Sembrò, nel 1889, che col trattato di Uccialli, il negus Menelik, da noi aiutato a diventare
sovrano dell’Abissinia, accettasse il nostro protettorato, ma egli, in breve, negò di avere preso simile
impegno e si venne alle armi, con una serie di episodi sempre per noi onorevoli e gloriosi, se non tutti
fortunati, finché il 1° marzo 1896, nella battaglia di Adua, il nostro piccolo esercito, dopo eroica pugna,
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fu soverchiato dalle orde etiopiche. Molti credettero, allora, che il destino coloniale italiano fosse per
sempre svanito, anche perché, nel Paese, miserabili politicanti si opposero a ogni azione di forza, alla
riscossa. Tuttavia, nei primi anni del secolo presente, procedemmo a occupazioni sulla costa somala, e
poi nell’interno della Somalia, dove, fin dal tempo delle guerre d’Abissinia, avevamo acquistato importanti
posizioni.
La seconda impresa d’oltremare dell’Italia fu quella con la quale, nel 1911-12, battendo in guerra la
Turchia, conquistammo la Tripolitania e la Cirenaica, da lungo tempo soggette al dominio turco.
Avvenne così il risveglio dell’Italia, ma la mancanza di un forte, avveduto Governo impedì allora di
assoggettare durevolmente le popolazioni libiche. Abbiamo già visto, nel riferire sull’opera del Fascismo
in Africa, che nel 1922-23 la Libia era tutta da riconquistare, essendosi sottratta nel corso della guerra
europea (salvo alcuni punti costieri) al nostro dominio. La riconquista libica, alla quale parteciparono
reparti della Milizia, che ebbe il battesimo del fuoco, mostrò il Fascismo risoluto a risolvere il problema
coloniale italiano.
Quelli che erano stati i nostri alleati nella guerra 1915-18 avevano bensì pattuito, per ottenere il
nostro intervento, di assicurare all’Italia importanti colonie, ma a guerra finita non vollero concederci
che compensi irrisori. Ora l’Italia avrebbe fatto da sé, guadagnando senz’aiuto d’alcuno, e anzi contro
l’ostilità di molti, la sua parte di Africa. Intanto, i nostri rapporti con l’Etiopia si inasprivano. Il negus
Ailé Sellasié — ras Tafari — mostratosi dapprima propenso all’amicizia, finì, istigato da stranieri, per
assumere un atteggiamento infido e provocatorio. Una serie di malefatte abissine ai nostri danni,
aggravarono il vecchio conto fra l’Italia e l’Etiopia. Una aggressione di bande negussite contro nostri
armati ai pozzi di Ual Ual in Somalia (5 dicembre 1934) colmò la misura. Entrata di mezzo la Società
delle Nazioni, alcuni mesi trascorsero in discussioni e trattative, ma il Duce non tardò a mandare un
forte esercito a presidio delle frontiere eritree e somale. A diecine e diecine di migliaia i giovani, gli
anziani di ogni classe sociale si arruolarono volontari per andare a combattere in Africa, e il fervore del
.popolo per la imminente impresa divenne anche più intenso, quando fu chiaro che l’Inghilterra cercava
in tutti i modi di opporsi alla nostra espansione.
Nel discorso di Eboli alle Camicie Nere in partenza per l’Africa Orientale, il Duce disse: “ A coloro
che pretenderebbero di fermarci con carte o parole, noi risponderemo col motto eroico delle prime
Squadre d’azione e andremo contro chiunque, di qualsiasi colore, tentasse di traversarci la strada ”.
Ai soldati della Divisione Sabauda, in partenza da Cagliari per il Mar Rosso, il Duce disse: “ Abbiamo
dei vecchi e dei nuovi conti da regolare: li regoleremo. Non terremo nessun conto di quello che si
possa dire oltre frontiera perché giudici dei nostri interessi, garanti del nostro avvenire siamo noi,
soltanto noi, esclusivamente noi e nessun altro. Imiteremo alla lettera coloro i quali ci fanno la lezione.
Essi hanno dimostrato che, quando si trattava di creare un Impero o di difenderlo, non tennero mai in
alcun conto l’opinione del mondo ”. (8 giugno 1935).
Nel settembre 1935 tutti sentirono che la vigilia, l’attesa stavano per finire. Vanamente l’Inghilterra,
spalleggiata dalla Francia e da altri, concentrava la propria flotta, in atteggiamento di minaccia, nel
Mediterraneo. Vanamente la Società delle Nazioni preparava l’assedio economico contro l’Italia. Come
abbiamo ricordato; il 2 ottobre tutto il popolo italiano fu chiamato a raccolta, per ascoltare dagli
altoparlanti la voce solenne del Duce, che, dallo storico balcone di Palazzo Venezia annunciava l’ora
solenne. Le sue parole scolpirono le coscienze, infiammarono i cuori: “ Alle sanzioni economiche
opporremo la nostra disciplina, la nostra sobrietà, il nostro spirito di sacrificio. Alle sanzioni militari
risponderemo con misure militari. Ad atti di guerra risponderemo con atti di guerra. Nessuno pensi di
piegarci senza avere prima duramente combattuto ”.
Il cielo d’Italia vibrava delle immense acclamazioni del popolo fedele e guerriero, che aveva un’anima
sola.
“ Italia proletaria e fascista — comandò il Duce — Italia di Vittorio Veneto e della Rivoluzione, in
piedi ! Fa’ che il grido della tua decisione riempia il cielo e sia di conforto ai soldati che attendono in
— 27 —

Africa, di sprone agli amici e di monito ai nemici in ogni parte del mondo: grido di giustizia, grido di
vittoria ! ”.
Il 3 ottobre le nostre truppe varcarono le linee di confine in Africa Orientale. La guerra durò appena
sette mesi. Quel vecchio valoroso soldato fascista del maresciallo Emilio De Bono, veterano di tutte le
battaglie, operò il miracolo di preparare l’impresa, a tante migliaia di chilometri dalla metropoli, in
territori pressoché privi di attrezzatura, di risorse; e a lui toccò l’onore di occupare Adua e di portare le
nostre armi fino a Macallè. Quindi il comando fu assunto dal Maresciallo Pietro Badoglio, che ebbe ai
suoi ordini sul fronte Sud (Somalia) quel grandissimo condottiero che è Rodolfo Graziani.
Il mondo rimase sbalordito. Le vittorie si seguirono impetuose, dando veramente l’impressione di
un volo di aquile. E il popolo, che aveva mandato i propri figli a combattere, fu superbo di fede, di
risoluzione. Stoltamente gli stranieri si illusero di turbarlo o dividerlo: il giorno in cui cominciò l’assedio
economico (18 novembre I935-XIV) tutte le case d’Italia si coprirono di bandiere. Il 18 dicembre fu una
grande giornata italica: la Giornata della Fede:
la Regina, sull’Altare della Patria, offrì la propria fede di sposa e quella del Re; tutte le spose e i capi
di famiglia italiani seguirono l’esempio augusto. L’offerta dell’oro alla Patria confermò ai nemici d’Italia
che nulla avrebbe potuto fermarci, che eravamo pronti a tutto dare e sacrificare per abbattere la loro
iniqua congiura. Continuarono bensì, da lor parte, le intimidazioni e le insidie, ma da parte nostra
parlarono le armi.
Graziani, al Sud, prima conquista, audacissimo, Gorrahei, piomba quindi sul nemico, lo batte nella
battaglia che ogni giorno si rinnova e s’inoltra in territorio selvaggio per più che 400 chilometri: è
questa l’epopea che passa alla storia col nome di Neghelli. Al Nord, Badoglio procede a colpi di maglio
e le vittorie schiaccianti si chiamano Tembien, Endertà, Scirè, Lago Ascianghi. Le armate del negus
sono annientate una dopo l’altra, soldati nostri di ogni arma si eguagliano nello slancio e nel valore,
esercito e milizia fanno gara di eroismo, l’aviazione è stupenda di audacia, le truppe di colore,
entusiasmate dall’esempio dei loro ufficiali italiani, si battono valorosamente.
Da Nord e da Sud le armate fasciste mirano al cuore dell’impero negussita. Graziani attacca
nell’Ogaden e s’apre la strada di Harar con quotidiana sovrumana lotta contro il nemico e le tremende
difficoltà naturali; Badoglio, piombato su Dessié, conduce con romano ardimento colonne motorizzate
su Addis Abeba, mentre una colonna di Camicie Nere, al comando del Luogotenente Generale Achille
Starace, marcia su Gondar, nell’estremo Ovest etiopico, e l’occupa.
Il 5 maggio 1936 Addis Abeba, da cui Tafari era vergognosamente fuggito, non senza fare man
bassa sul tesoro dello Stato, è occupata e il ‘Duce stesso vuole farlo sapere al popolo, chiamandolo
nuovamente a raccolta:
“ Annuncio al popolo italiano e al mondo che la guerra è finita. Annuncio al popolo italiano e al
mondo che la pace è ristabilita. Non è senza emozione e senza fierezza, che, dopo sette mesi di aspre
ostilità, pronuncio questa grande parola, ma è strettamente necessario che io aggiunga che si tratta della
nostra pace, della pace romana che si esprime in questa semplice, irrevocabile, definitiva proposizione:
l’Etiopia è italiana ”.
L’Impero fu proclamato il 9 maggio 1936. Anno XIV dell’Era Fascista. E fu ancora il Duce a
proclamarlo, dinanzi all’esercito e al popolo:
“ Tutti i nodi furono tagliati dalla nostra spada lucente, e la vittoria africana resta nella storia della
Patria integra e pura come i Legionari caduti e superstiti la sognavano e la volevano. L’Italia ha finalmente
il suo Impero. Impero fascista, perché porta i segni indistruttibili della volontà e della potenza del
Littorio romano, perché questa è la meta verso la quale durante quattordici anni furono sollecitate le
energie prorompenti e disciplinate delle giovani gagliarde generazioni italiane. Impero di pace, perché
l’Italia vuole la pace per sé e per tutti e si decide alla guerra soltanto quando vi è forzata da imperiose,
imprescindibili necessità di vita. Impero di civiltà e di umanità, per tutte le popolazioni dell’Etiopia: è
nella tradizione di Roma, che dopo aver vinto associava i popoli al suo destino.
— 28 —

“ Ecco la legge, o Italiani, che chiude un periodo della nostra storia e ne apre un altro come un
immenso varco aperto su tutte le possibilità del futuro:
I. - I territori e le genti che appartenevano all’Impero di Etiopia sono posti sotto la sovranità piena e intera del
Regno d’Italia.
II. - Il titolo di Imperatore d’Etiopia viene assunto per sé e per i suoi successori dal Re d’Italia.
“ Ufficiali, sottufficiali, gregari di tutte le forze Armate dello Stato, in Africa è in Italia, Camicie
Nere, Italiani e Italiane ! Il popolo italiano ha creato col suo sangue l’Impero, lo feconderà col suo
lavoro e lo difenderà contro chiunque con le sue armi. In questa certezza suprema levate in alto,
legionari, le insegne, il ferro e i cuori, a salutare dopo quindici secoli la riapparizione dell’Impero sui
colli fatali di Roma ”.
La parola del Duce, sublime di verità e di passione, parve imprimersi in sillabe luminose sugli antichi
marmi del Foro !

***

L’Impero, che, nella amministrazione dello Stato, rientra nella competenza del Ministero dell’Africa
Italiana, è governato da un Viceré, sedente in Addis Abeba. Il territorio è diviso in governi, a ciascuno dei
quali è preposto un governatore, dipendente direttamente dal Viceré; e sono: Governo dello Scioa (capoluogo
Addis Abeba), Governo dell’Eritrea (capoluogo Asmara), Governo degli Amara (capoluogo Gondar), Governo
dei Galla e Sidamo (capoluogo Gimma) Governo di Harar (capoluogo Harar), Governo detta Somalia (capoluogo
Mogadiscio).
Saldamente presidiato e dotato di una adatta organizzazione politico-amministrativa, l’Impero è un
immenso cantiere. Legioni di pionieri-lavoratori, . pronti a combattere in ogni ora, sono all’opera. Il
territorio etiopico viene sistematicamente esplorato, procedono con metodo scientifico le ricerche
minerarie, gli esperimenti di colonizzazione agricola. Grandi strade squarciano le barbare solitudini, le
città assumono il volto della civiltà fascista, porti e aeroporti preparano e seguono lo sviluppo del
traffico, e sorgono le industrie, si sviluppano i commerci, regolati da apposite leggi. Scuole, ambulatori,
ospedali si prodigano per la salute morale e fisica dei nostri e degli indigeni. Sboccia, si espande la vita
nuova, il progresso irradia le sue luci, che mai nessuno aveva portato nell’Africa Orientale.
Su quegli sconfinati altipiani — dalle sorgenti del Nilo al Mar Rosso, dalle soglie dei deserti ai
grandi laghi equatoriali — l’eroica volontà fascista prepara potenza e benessere per il popolo d’Italia
che ben merita il premio della sua incomparabile fatica.

Dal Messaggio del 28 ottobre 1936-XV.

La Marcia su Addis Abeba è la logica storica conseguenza della Marcia su Roma. Nel ’22 combattemmo
contro la politica vile del “ piede di casa ”, nel 1936, abbiamo conquistato il nostro posto al sole: il nostro
orgoglio è legittimo e l’opera che svolgeremo in Africa sarà un contributo alla civiltà, degno delle tradizioni
millenarie d’Italia.

Quattro tempi.

La storia dei popoli che hanno capacità d’impero ci dice che, in un primo tempo, l’Impero è una creazione
spirituale, politica, militare della Madre Patria.
In un secondo, l’Impero vive e si sviluppa con mezzi forniti in massima parte dalla Madre Patria.
In un terzo tempo, l’Impero basta integralmente a se stesso, cioè raggiunge la sua piena autosufficienza
economica e militare.
In un quarto, l’Impero è capace d’integrare le risorse della Madre Patria, fornendole materie prime e ospitando
nelle sue terre masse sempre più numerose di genti della metropoli. Gli Imperi per sicuramente tenerli bisogna
popolarli.
Mussolini
— 29 —

PARTE SECONDA

Il Regime
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LO STATO FASCISTA

Lo Stato Fascista è costituito dall’intero popolo italiano. Lo Stato Fascista è uno Stato di popolo che
riassume e rappresenta tutte le forze spirituali e materiali e tutti gli interessi e le finalità della Nazione
italiana. Il Duce ha definito lo Stato Fascista, dicendo che è “ il popolo organizzato in un sistema di
gerarchie, che abbraccia l’insieme della vita nazionale, in ogni suo aspetto politico, economico, spirituale,
morale ”.
Lo Stato Fascista si basa sulla autorità, sull’ordine, sulla giustizia. Quando mancano questi fondamenti,
gli Stati, come le famiglie, come le aziende di qualsiasi genere, decadono. I popoli che non siano governati
autorevolmente, ordinatamente, giustamente perdono la loro unità e la loro forza.
È solo lo Stato — ha detto il Duce — che dà un’anima ai popoli. Se lo Stato non è forte, anche l’anima
del popolo sarà debole. Perciò, interesse supremo del popolo è che lo Stato sia forte. E siccome lo
Stato è la totalità del popolo, nulla può esservi fuori dello Stato medesimo. Perciò la formula fascista
della vita nazionale è la seguente: Tutto nello Stato, niente al di fuori detto Stato, nulla contro lo Stato.
Tenete presenti e fissate nella mente anche queste altre parole del Duce:
“ L’unità politica, sociale e morale del popolo italiano si realizza nello Stato e soltanto nello Stato
fascista ”. Difatti, nel vecchio Stato liberaldemocratico il popolo era disunito e discorde.
Il Fascismo ha creato lo Stato autoritario e totalitario. Autoritario, perché sottopone a una medesima
disciplina del dovere ogni individuo e dirige e vigila ogni azione e ogni organizzazione della collettività
nazionale; totalitario perché — lo abbiamo detto — comprende e rappresenta tutti i cittadini e riassume
in sé la vita della Nazione.
Ricordate sempre la bellissima definizione mussoliniana: “ lo Stato è la autorità suprema in cui tutto
si accentra e si armonizza; individui e gruppi, passato e futuro, spirito e materia ”.
Lo Stato Fascista esercita la sua autorità per mezzo delle gerarchie, ossia di organismi e uffici a ciascuno
dei quali è preposto, per determinati compiti, un capo responsabile, a cui debbono obbedienza quanti
rientrano nella sua sfera di azione, ossia nell’esercizio delle facoltà e dei doveri che lo Stato gli attribuisce
e gli impone. Ciascuna gerarchla, al disotto del Capo dello Stato e del Capo del Governo, è subordinata
a un’altra gerarchia di ordine e rango più elevato. Per esempio, il Podestà, gerarca comunale, dipende
dal Prefetto, gerarca provinciale, che a sua volta dipende dal Ministro dell’Interno, gerarca nazionale,
che è subordinato al Capo del Governo; il Fiduciario del Gruppo rionale fascista dipende dal Segretario
politico del Fascio di combattimento, il Segretario politico dipende dal Segretario federale, questi dal
Segretario del P. N. F., che è subordinato al Capo del Governo; il Segretario del Sindacato comunale
dipende dal Segretario dell’Unione Provinciale dei Sindacati, il quale è sottoposto al Segretario del
Sindacato nazionale o al presidente della Federazione nazionale, che dipende dal Presidente della
Confederazione; il presidente confederale dipende dal Ministro delle Corporazioni e quest’ultimo dal
Capo del Governo.
Nella vita, tutto è gerarchia: la vita religiosa ha la sua gerarchia, come la vita famigliare, come la. vita
sociale. Senza un ordinamento gerarchico non possono esistere né disciplina, né continuità, né stabilità, né
giustizia nei rapporti fra gli uomini e fra ciascuno di essi e la società. Non v’è dunque, né può esservi
aspetto, settore dell’esistenza al quale non sia preposta una gerarchia: gerarchia politica, giudiziaria,
ecclesiastica, militare, amministrativa, sindacale-corporativa, scolastica, ecc.
Proprio perché il Fascismo ha dato all’Italia un solido e completo sistema di gerarchie, vediamo e
sentiamo ovunque la presenza dello Stato Fascista, che è l’educatore del popolo e il tutore della sua
salute e del suo benessere, il difensore della famiglia e della razza, il centro che assicura la tranquillità del
lavoro, il progresso della produzione, il patrimonio morale e materiale dell’Italia risorta, la difesa
nazionale, l’onore del nostro nome e della nostra bandiera nel mondo.
Questo Stato forma il carattere dell’Italiano nuovo — nella scuola, nella G. I. L., nel Partito, nelle
forze armate, nell’organismo sindacale-corporativo — nutrendolo con la tradizione imperiale di Roma
— 31 —

e con il culto di tutti i doveri e di tutte le azioni proprie dell’uomo degno di questo nome.
Se qualcuno vi domanderà quali siano le doti essenziali dell’Italiano di Mussolini, voi risponderete
con le seguenti parole del Duce: “ Il coraggio prima di tutto, l’intrepidezza, l’amore del rischio, l’essere
sempre pronti a osare nella vita individuale come nella vita collettiva, ad aborrire tutto ciò che è sedentario;
l’orgoglio in ogni ora della giornata di sentirsi italiano, la disciplina del lavoro, il rispetto per l’autorità
”.
Nello Stato Fascista non c’è posto per i codardi, i pigri, gli scettici, gli egoisti, per chi non sente
l’amor di Patria e la fierezza della stirpe, per gli indisciplinati e i superbi.

Da uno scritto del 25 giugno 1922.

Quel giorno in cui un uomo, fra un gruppo di altri uomini, assunse il comando perché era il più forte, il più ardito, il
più saggio o il più intelligente, e gli altri per amore o per forza ubbidirono, quel giorno lo Stato nacque e fu un sistema di
gerarchie, semplice e rudimentale allora, come era semplice e rudimentale la vita degli uomini agli albori della Storia. Il
capo dovè creare successivamente un sistema di gerarchie, per fare la guerra, per rendere giustizia, per amministrare i
beni della comunità, per ottenere il pagamento dei tributi, per regolare i rapporti fra l’uomo e il soprannaturale.
Mussolini

Dal discorso di Udine (20 settembre 1922).

Lo Stato rappresenta la collettività nazionale, comprende tutti, supera tutti, protegge tutti e si mette contro
chiunque attenti alla sua imprescrittibile sovranità.
Mussolini
Dal Discorso dell’Ascensione (25 maggio 1927-V).

Che cosa era lo Stato, quello Stato che abbiamo preso boccheggiante, roso dalla crisi costituzionale, avvilito
dalla sua impotenza organica? Lo Stato che abbiamo conquistato all’indomani della Marcia su Roma era quello
che c’è stato trasmesso dal 1860 in poi. Non era uno Stato ma un sistema di Prefetture malamente organizzate,
nel quale il Prefetto non aveva che una preoccupazione, di essere un efficace galoppino elettorale. In questo
Stato, fino al 1922 il proletariato — che dico? — il popolo intero, era assente, refrattario, ostile. Oggi
preannunciamo al mondo la creazione del potente Stato unitario italiano, dall’Alpi alla Sicilia, e questo Stato si
esprime in una democrazia accentrata, organizzata, unitaria, nella quale il popolo circola a suo agio, perché, o voi
immettete il popolo nella cittadella dello Stato, ed egli la difenderà, o sarà al difuori, ed egli l’assalirà.
Mussolini

Dal Discorso del 18 marzo

Il Popolo è il corpo dello Stato e lo Stato è lo spirito del Popolo. Nel concetto fascista il Popolo è lo Stato
e lo Stato è il Popolo.
Mussolini
II Capo del Governo.

Nel Regime Fascista, Capo dello Stato è il Re Imperatore. Egli nomina il Capo del Governo, che ha
il titolo di Primo Ministro, propone al Sovrano la nomina e la revoca dei ministri, promuove, dirige,
coordina, approva tutta l’azione del Regime, ed è responsabile dell’indirizzo generale politico del
Governo.
Il Capo del Governo è il dirigente supremo della vita nazionale, e di conseguenza i suoi poteri e le
sue attribuzioni si estendono a tutto ciò che interessa la Nazione, sia nel campo politico che in quello
sociale ed economico.
Il Capo del Governo — il nostro Duce, Fondatore del Fascismo, Fondatore dell’Impero, Capo del
— 32 —

P. N. F., Primo Maresciallo dell’Impero, Comandante generale della M. V. S. N., Colui insomma che
rappresenta l’intera Nazione — presiede e convoca, oltre al Consiglio dei Ministri, il Gran Consiglio
del Fascismo, di cui fissa, per ogni riunione, l’ordine del giorno.

Il Gran Consiglio.

Il Gran Consiglio del Fascismo è composto dai Quadrumviri della Marcia su Roma, che ne sono
membri a vita, dal Presidente del Senato, dal Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni,
dai Ministri degli affari esteri e degli interni, dal Ministro Segretario del P. N. F., dai Ministri della
Giustizia, delle Finanze, dell’Educazione Nazionale, dell’Agricoltura e Foreste, delle Corporazioni,
dal Presidente della Reale Accademia d’Italia, dal Comandante generale della M. V. S. N.; dal Presidente
del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, dai Presidenti delle Confederazioni dei datori di lavoro
e dei lavoratori dell’agricoltura e dell’industria. Inoltre possono far parte del Gran Consiglio, per tre
anni salvo conferma, altri membri, nominati all’alta carica per benemerenze speciali verso la Nazione
e la causa fascista.
Le attribuzioni del Gran Consiglio sono di suprema importanza. È di sua competenza ogni grande
questione di interesse nazionale, dalla successione al Trono e dalla successione del Capo del Governo
ai trattati internazionali, alla pace e alla guerra; dall’ordinamento del P. N. F., all’ordinamento corporativo,
alle leggi costituzionali del Paese.

Il Governo.

Il Governo è costituito, alle dirette dipendenze del Primo Ministro, da tutti i Ministri in carica, ai
quali è affidata l’amministrazione centrale dello Stato. Per deliberare su oggetti di interesse generale, i
Ministri si riuniscono periodicamente a Consiglio. Il Consiglio dei Ministri è convocato e presieduto dal
Capo del Governo.
Ciascun Ministro, che ha il titolo di Segretario di Stato, è a capo di un Ministero; però è Ministro anche
il Segretario del P. N. F.
I Ministeri sono quindici:
Ministero degli Affari Esteri, che cura i rapporti con gli altri Stati, prepara i trattati internazionali, ha
alle sue dipendenze gli ambasciatori, i ministri plenipotenziari e i consoli italiani accreditati nei paesi
stranieri. Rientrano nella sua competenza le scuole italiane all’estero e tutto ciò che riguarda i nostri
connazionali all’estero.
Ministero degli Interni, che sopraintende all’ordine pubblico, alla salute pubblica, alle opere di beneficenza,
alle amministrazioni provinciali e comunali ed ha alle sue dipendenze i Prefetti e i Podestà.
Ministero della Giustizia, per la formulazione, l’applicazione e l’esecuzione delle leggi dello Stato. Ne
dipendono la magistratura, il notariato, le carceri, i riformatorii.
Ministero delle Finanze, che amministra il danaro, il patrimonio dello Stato, effettua con appositi organi
la riscossione dei tributi, provvede alle spese statali, esercita i monopoli (sale, tabacco, lotto, lotterie).
Ha alle sue dipendenze le dogane, gli uffici delle imposte ecc. Anche la R. Guardia di Finanza, pur
facendo parte delle forze armate dello Stato, dipende da questo Ministero.
Ministero della Guerra, per tutto ciò che riguarda le forze armate terrestri.
Ministero della Marina, per tutto ciò che riguarda le forze armate navali.
Ministero dell’Aeronautica, per tutto ciò che riguarda le forze armate aeree e l’aviazione civile.
Ministero dell’educazione nazionale, che amministra la scuola in ogni suo ordine e grado, i convitti
nazionali, le biblioteche governative; è preposto alla vigilanza su tutte le altre biblioteche e sulle accademie
di arti, scienze e lettere; custodisce il patrimonio artistico e storico nazionale (musei, gallerie, scavi,
monumenti, bellezze naturali).
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Ministero dei lavori pubblici, per tutto quello che riguarda, come dice il suo nome, i lavori e le opere di
interesse nazionale: edilizia, strade, canali, acquedotti, ecc. Da esso dipendono il Genio Civile, l’Azienda
Autonoma della Strada, il Magistrato delle Acque.
Ministero dell’agricoltura e delle foreste, per tutti i servizi che riguardano le coltivazioni, i boschi, i pascoli,
le bonifiche, gli allevamenti, la caccia, la pesca. Sono alle sue dipendenze dirette la Milizia Forestale, le
Cattedre ambulanti di agricoltura ecc.
Ministero delle Corporazioni, che è a capo di tutti i servizi dell’organismo corporativo, sovraintende al
commercio, alle miniere, al lavoro in genere, alla previdenza e all’assistenza sociale.
Ministero delle comunicazioni, per quanto riguarda l’esercizio delle ferrovie, delle poste, dei telefoni, dei
telegrafi, della radiotelegrafìa e radiotelefonia; nonché per la marina mercantile.
Ministero dell’Africa Italiana, da cui dipende la amministrazione coloniale per i territori della Libia, i
possedimenti dell’Egeo e l’Impero italiano d’Etiopia.
Ministero della cultura popolare, preposto alla direzione, vigilanza, controllo dei servizi riguardanti la
stampa (libri e giornali), il teatro, il cinematografo, le radiotrasmissioni, il turismo.
Ministero degli scambi e valute, che regola le relazioni economiche con l’estero, in modo da difendere la
moneta nazionale e il bilancio dello Stato.
Presso alcuni Ministeri sono istituiti uno o più Sottosegretariati di Stato. I Sottosegretari coadiuvano i
Ministri in determinate funzioni e attribuzioni.

Le assemblee legislative.

Insieme col Capo del Governo e coi Ministri, preparano le leggi le assemblee legislative, che sono il
Senato del Regno e la Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Questi due consessi, i cui presidenti e vicepresidenti
vengono nominati dal Re Imperatore su proposta del Capo del Governo, hanno anche la funzione di
esaminare e approvare i bilanci presentati dai singoli Ministeri.
I membri del Senato sono nominati, a vita, dal Sovrano fra determinate categorie di cittadini che
abbiano prestato lunghi servigi allo Stato o abbiano altre benemerenze e competenze specifiche. Entrano
a far parte del Senato, appena raggiunta la maggiore età, i Principi della Famiglia Reale e Imperiale.
La Camera dei Fasci e delle Corporazioni è formata dai componenti del Consiglio Nazionale del P.
N. F. e dai componenti del Consiglio Nazionale delle Corporazioni, oltre che dai membri del Gran
Consiglio del Fascismo. Essi hanno il titolo di consiglieri nazionali e decadono dalla carica quando cessano
di far parte dei suddetti organismi. Questa Camera si riunisce in assemblea plenaria per discutere i
disegni di legge di maggiore importanza e di interesse generale. Costituisce inoltre, nel proprio seno,
varie commissioni legislative, per discutere tutti gli altri oggetti ed argomenti riguardanti i diversi rami
dell’amministrazione dello Stato.

Le Provincie e i Comuni.

L’Italia è divisa amministrativamente in 94 provincie, più le quattro provincie della Libia. In ogni
provincia è un Prefetto nominato dal Re Imperatore su proposta del Primo Ministro. Il Prefetto rappresenta
il Governo e provvede ad eseguirne le disposizioni, vigila sulla amministrazione provinciale, sui Comuni,
sulle opere pie, sui servizi pubblici.
L’amministrazione provinciale è retta da un Preside, assistito dai rettori, che sono otto nelle provincie con
più di 600.000 abitanti, sei in quelle con più di 300.000 e quattro nelle altre; più, in tutti i casi, due
supplenti. Preside e rettori vengono nominati dal Re Imperatore per quattro anni e possono essere
confermati.
In Italia abbiamo circa 10.000 Comuni, a capo di ognuno dei quali è un Podestà, nominato dal Re
Imperatore. Nei Comuni capoluoghi di provincia, o che abbiano più di 20.000 abitanti, possono esservi
— 34 —

uno o due vicepodestà. Il Podestà è assistito da una consulta municipale, formata da 10 a 24 consultori nei
comuni con popolazione dai 20.000 ai 100.000 abitanti o nei capoluoghi di provincia, e da 24 a 40
consultori nei comuni con popolazione più numerosa.
Il Comune di Roma ha un ordinamento speciale ed è retto da un Governatore, assistito da un
vicegovernatore e da una consulta di 12 membri.
La Giunta Provinciale amministrativa, presieduta dal Prefetto, controlla nelle singole provincie le
amministrazioni provinciali e comunali. Invece, tutto ciò che riguarda l’economia pubblica e privata
(produzione e lavoro) fa capo, nella provincia, al Consiglio provinciale delle corporazioni, a cui debbono
essere iscritti tutti gli industriali, commercianti ed esercenti.

La giustizia.

La giustizia dello Stato Fascista è amministrata, in nome del Re Imperatore, dalla magistratura. Per
le piccole controversie di interessi privati — quando sia in causa un valore non superiore alle lire 500
— v’è, in ciascun Comune, un giudice conciliatore. Viene poi la Pretura (circa 1000 nel Regno), retta da un
giudice che ha il titolo di Pretore. Questi giudica le cause civili riguardanti somme o cose del valore da
lire 500 a lire 5000, e le cause penali per reati punibili, al massimo, con tre anni di carcere e lire mille di
multa. Il Tribunale, invece, è competente per qualsiasi causa civile, qualunque sia il valore in discussione;
e per le cause penali più gravi. Presso ogni Tribunale è un Procuratore del Re Imperatore, che rappresenta
le ragioni dello Stato, promuove la giustizia e sostiene la pubblica accusa contro gli imputati. I reati di
massima gravita, punibili perfino con la pena di morte, sono di competenza della Corte d’Assise, che il
Fascismo ha riformato, costituendola con due magistrati e cinque assessori, scelti fra cittadini di
riconosciuta capacità morale e intellettuale.
Contro le sentenze del giudice conciliatore è ammesso l’appello al Pretore.
Contro le sentenze del Pretore è ammesso l’appello al Tribunale. Per giudicare i ricorsi contro le
sentenze dei Tribunali esistono le Corti d’Appello (una in ciascuna regione). Le
sentenze di appello, in materia civile e penale, possono essere cancellate, o rinviate per un nuovo
esame a una diversa magistratura, dalla Corte di cassazione, che è unica, ha sede in Roma e rappresenta il
supremo consesso giudiziario dello Stato. Contro le sentenze della Corte d’Assise, che giudica soltanto
in materia penale, non è ammesso l’appello, ma — esclusivamente — il ricorso in Cassazione.
Per i reati commessi da militari delle forze armate funzionano i Tribunali militari, contro le cui sentenze
i condannati possono ricorrere al Tribunale supremo militare, che ha sede in Roma. In tempo di guerra e
nelle zone di guerra funzionano, invece, i Tribunali di guerra, le cui sentenze sono inappellabili.
Il Regime ha istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, che giudica inappellabilmente i reati di
tradimento (spionaggio, commercio col nemico), di attentato contro il Sovrano, il Pontefice, il Capo
del Governo; di terrorismo in genere, di complotto e propaganda sovversiva. Anche i reati di carattere
valutario (ossia contro la moneta e il credito dello Stato) vengono, nei casi più gravi, deferiti al Tribunale
speciale.
Altre supreme magistrature sono il Consiglio di Stato, che esamina i ricorsi in materia amministrativa
e da parere ai Ministeri su determinate questioni, e la Corte dei Conti, che esamina la legalità di tutti i
decreti importanti allo Stato un onere finanziario e registra i decreti stessi, quando siano riconosciuti
legittimi.

Lo Stato d’Albania.

Avvenuta l’unione dell’Albania all’Italia, il 3 giugno I939-XVII fu promulgato lo Statuto albanese.


L’Albania ha un governo monarchico, sotto Vittorio Emanuele III e i suoi reali successori. Il potere è
esercitato dal Re, con la collaborazione di un Consiglio superiore fascista corporativo. S. M. il Re Imperatore
— 35 —

è rappresentato in Albania da un Luogotenente Generale, il quale esercita tutti i poteri del Re, salvo quelli
che il Sovrano espressamente si riserva. Il Governo Albanese è costituito dal Presidente del Consiglio dei
Ministri e dai Ministri di Stato per il Partito Fascista d’Albania, per la Giustizia, per gli Interni, per
l’Istruzione Pubblica e per l’Economia Nazionale.
In Italia, un Sotto segretariato per gli affari albanesi presso il nostro Ministero degli esteri, tratta tutti gli
affari riguardanti l’Albania. Fra gli Italiani in Albania e gli Albanesi in Italia è stabilita la parità di diritti
civili e politici. Le forze armate d’Albania sono fuse con le forze armate italiane.

IL PARTITO

II Partito Nazionale Fascista è un organo dello Stato Fascista, ed è una milizia civile agli ordini del
Duce, al servizio dello Stato medesimo. Sono suoi compiti la difesa e il potenziamento della Rivoluzione
Fascista e l’educazione politica degli Italiani.
Capo del Partito è il Duce. Egli propone al Sovrano la nomina di un Segretario del P. N. F. che ha titolo
e rango di Ministro.
Il Segretario del P. N. F. è segretario del Gran Consiglio del Fascismo e fa parte della Commissione
suprema di difesa, del Consiglio nazionale delle corporazioni, del Comitato corporativo centrale, del
Consiglio superiore detta educazione nazionale. Egli è Segretario dei Gruppi universitari fascisti e Comandante
generale della Gioventù Italiana del Littorio. £ responsabile verso il Duce degli atti e dei provvedimenti
del P. N. F.
Il Segretario del Partito propone al Duce la nomina di un Direttorio Nazionale, organo centrale del
Partito stesso, composto dai vicesegretari e da altri membri, dei quali uno per la Libia e uno per l’A. O.
I.
Sempre su proposta del Segretario del Partito, il Duce nomina anche gli Ispettori del P. N. F. e i
Segretari federali. Questi ultimi sono a capo delle Federazioni di Fasci di combattimento.
Il Direttorio Nazionale, i Segretari federali, gli Ispettori del P. N. F., costituiscono il Consiglio Nazionale
del P. N. F., che viene presieduto e convocato dal Segretario del Partito.
Le Federazioni di Fasci di combattimento sono costituite nei capoluoghi di provincia in Italia e in Libia,
nei Governi dell’Impero e nelle isole italiane dell’Egeo. La Federazione inquadra tutti i Fasci di una
provincia.
Il Segretario federale è Comandante federale della G. I. L., attua nella provincia le direttive ed
eseguisce gli ordini del Segretario del P. N. F.; promuove e controlla l’attività dei Fasci di combattimento
e delle organizzazioni dipendenti dal Partito, controlla le organizzazioni del Regime, rappresenta il
Partito stesso nella provincia a tutti gli effetti.
A capo del Fascio di combattimento è un Segretario politico, che attua le direttive ed eseguisce gli ordini del
Segretario federale, ed è assistito da un direttorio. Nei centri con popolazione numerosa, il Fascio
costituisce sezioni, che prendono il nome di Gruppi rionali fascisti, ciascuno con un Fiduciario, alle
dipendenze del Segretario politico. Il Gruppo è organizzato in settori e nuclei, al comando, rispettivamente,
di capisettore e capinucleo.
Si entra nel Partito, al compimento del ventunesimo anno di età, attraverso la Leva Fascista, di cui
parleremo trattando della G. I. L. Per entrare nel Partito occorre la cittadinanza italiana e la illibata
condotta morale e politica. Al momento dell’iscrizione viene prestato il seguente giuramento:
“ Nel nome di Dio e dell’Italia, giuro di eseguire gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie
forze e, se necessario, col mio sangue, la causa della Rivoluzione Fascista ”.
L’ingresso nel Partito è un momento solenne per l’Italiano. Chi ha l’onore di militare nelle file
fasciste deve sentire il dovere di essere un buon cittadino e di dare l’esempio quando si tratti di mostrarsi
disciplinati, laboriosi, fiduciosi, coraggiosi, onesti; di obbedire e di combattere.
Il Fascista deve essere sempre primo, là dove siano da praticare coi fatti la religione della Patria, la
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generosità, la fermezza, l’ardimento, lo spirito di sacrificio. Perché il Fascista è, sempre, un soldato


della Rivoluzione. Egli deve amare di pericolosamente vivere.

***

Dipendono direttamente dal Segretario del Partito i Gruppi Universitari Fascisti, costituiti in ogni
capoluogo di provincia per inquadrare la gioventù studiosa e educarla secondo la dottrina del Fascismo.
Oltre agli studenti di università, possono farne parte, fino al compimento del 28° anno, laureati e
diplomati da istituti superiori, accademie militari o accademie fasciste.
I G. U. F. svolgono intensa attività culturale, militare, sportiva. Ad essi è affidata la preparazione dei
Littoriali della cultura e dell’arte, del lavoro, dello sport. Un membro del G. U. F. fa parte del Direttorio del P.
N. F.; membri del G. U. F. entrano negli organi direttivi di alcune fra le più importanti istituzioni di
carattere politico, culturale, sociale del Regime.

***

II P. N. F. ha una organizzazione femminile. Presso ciascun Fascio di combattimento è istituito un


Fascio femminile, composto da donne di sicura fede fascista e retto da una segretaria. I Fasci femminili di
una stessa provincia sono inquadrati in una Federazione, retta da una Fiduciaria. Fanno capo ai Fasci
femminili — oltre le visitatrici fasciste, che svolgono assistenza morale e materiale a pro delle famiglie
bisognose — la Sezione Massaie Rurali e la Sezione operaie e lavoranti a domicilio.
I Fasci Femminili divulgano l’idea fascista e concorrono a tutte le opere sociali del Partito,
particolarmente per ciò che riguarda l’assistenza alla maternità e all’infanzia. In generale — anche con
corsi di economia domestica e di preparazione alla vita coloniale — cooperano a formare la coscienza
e le attitudini della donna italiana per tutti i compiti a cui essa sarà chiamata, nella famiglia e nella
società, qualunque sia la sua condizione, in Patria e in colonia.

***

Sono organizzazioni del Partito le Associazioni Fasciste, che inquadrano i dipendenti dello Stato, i
quali, per legge, non possono costituire sindacati.
Queste associazioni, rette, ciascuna, da un Fiduciario Nazionale, sono: l’Associazione Fascista della Scuola
(A. F. S.), l’Associazione Fascista del pubblico impiego, l’Associazione Fascista dei ferrovieri, l’Associazione Fascista
dei postelegrafonici, l’Associazione Fascista degli addetti alle aziende industriali dello Stato.
È loro scopo curare la formazione di una coscienza fascista negli iscritti e dare ad essi assistenza
morale, tecnica, pratica.

***

Dipendono dal Partito quegli organismi che — come le Associazioni fra le famiglie dei Caduti, e dei
mutilati e feriti per la Rivoluzione Fascista, l’Opera Nazionale Dopolavoro (O. N. D.), l’Unione Nazionale Ufficiali
in congedo d’Italia (U. N. U. C. I.), il Comitato Olimpico Nazionale (C. O. N. I.), l’Istituto Nazionale di cultura
fascista (I. N. C. F.), la Lega Navale Italiana (L. N. I.), la Legione Volontari d’Italia, la Legione Garibaldina, i
Reparti Arditi d’Italia, i Reparti d’arma, l’Associazione mussulmana del Littorio — hanno, ciascuno con i
propri compiti specifici, lo scopo generale di nutrire la coscienza del popolo italiano con le alte idealità
politiche e guerriere del Fascismo.

***
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Con l’unione all’Italia, anche in Albania è sorto il Fascismo, organizzato nel Partito Fascista Albanese
(P. F. A.), l’unico ammesso dallo Stato. Gli iscritti prestano il seguente giuramento:
“ Giuro di eseguire gli ordini del Duce — Fondatore dell’Impero e creatore della nuova Albania —
e di servire con tutte le mie forze e, se necessario, col mio sangue la causa della Rivoluzione Fascista ”.
A capo del P. F. A. è un Segretario, con titolo e funzioni di Ministro. Egli fa parte della Camera dei
Fasci e delle Corporazioni, e riceve le direttive e gli ordini del Duce dal Segretario del P. N. F., il quale
è rappresentato in Albania da un Ispettore, coadiuvato da un Segretario federale e da Ispettori federali
del P. N. F.
Anche il P. F. A. ha una organizzazione giovanile e una organizzazione femminile, e alle sue
dipendenze è posto il Dopolavoro.

* * *

Il vasto inquadramento del P. N. F. dà un’idea della complessità delle funzioni al Partito stesso
attribuite nel Regime. Queste funzioni, prima ancora che di carattere organizzativo, sono di carattere
formativo, essendo scopo precipuo del P. N. F. elevare lo spirito della Nazione, per tenerla compatta
nella fede, nella volontà, nella indispensabile disciplina, per condurla a sempre maggiore e imperiale
grandezza. Vediamo perciò il Partito sviluppare armonicamente attività rivolte all’educazione politica
e militare degli Italiani e attività culturali e spirituali. Questa armonia di azione è riassunta nel motto:
libro e moschetto fascista perfetto. Il culto e l’approfondimento della spiritualità del Fascismo hanno un loro
centro nella Scuola di mistica fascista fondata in Milano da Arnaldo Mussolini e che custodisce il glorioso
“ Covo ” di Via Paolo da Cannobio, oggi monumento nazionale. Li fu fondato il “ Popolo d’Italia ”; da
quel luogo, sacro alla Rivoluzione, partì l’appello alla riscossa italica e l’ordine che lanciò le Legioni sulle
vie di Roma alla conquista dello Stato.
Possiamo concludere dicendo che non c’è aspetto della vita nazionale — nel campo dell’intelligenza
come in quello delle attività pratiche — che non interessi il Partito, e che da esso non riceva
quotidianamente la consegna, l’impulso, il fervore dell’azione.

Dal Discorso del 18 marzo 1934-XII.

Il Partito è oggi lo strumento formidabile, e al tempo stesso estremamente capillare, che immette il Popolo
nella vita politica e generale dello Stato.
Mussolini
Decalogo di vita fascista.

Pensieri estratti, a cura della Scuola di Mistica Fascista, dagli scritti e discorsi di Arnaldo Mussolini:

1. Non vi sono privilegi, se non quello di compiere per primi la fatica e il dovere.
2. Accettare tutte le responsabilità, comprendere tutti gli eroismi, sentire come giovani italiani e fascisti la
poesia maschia dell’avventura e del pericolo.
3. Essere intransigenti, domenicani. Fermi al proprio posto di dovere e di lavoro, qualunque esso sia.
Ugualmente capaci di comandare e di ubbidire.
4. Abbiamo un testimonio da cui nessun segreto potrà mai liberarci: il testimonio della nostra coscienza.
Deve essere il più severo, il più inesorabile dei nostri giudici.
5. Aver fede, credere fermamente nella virtù del dovere compiuto, negare lo scetticismo, volere il bene ed
operarlo in silenzio.
6. Non dimenticare che la ricchezza è soltanto un mezzo necessario sì, ma non sufficiente a creare da solo
una vera civiltà, qualora non si affermino quegli alti ideali che sono essenza e ragione profonda della vita umana.
7. Non indulgere al mal costume delle piccole transazioni e delle avide lotte per arrivare. Considerarsi
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soldati pronti all’appello, ma in nessun caso arrivisti e vanitosi.


8. Accostarsi agli umili con intelletto d’amore, fare opera continua per elevarli ad una sempre più alta visione
morale della vita. Ma per ottenere questo occorre dare l’esempio della probità.
9. Agire su se stessi, sul proprio animo prima di predicare agli altri. Le opere e i fatti sono più eloquenti dei
discorsi.
10. Sdegnare le vicende mediocri, non cadere mai nella volgarità, credere fermamente nel bene. Avere vicina
sempre la verità e come confidente la bontà generosa.

La Gioventù Italiana del Littorio.

L’organizzazione giovanile fascista, fu, dapprincipio, denominata Opera Nazionale Balilla, in ricordo
del ragazzo genovese che, nel XVIII secolo, dette, col suo ardimento, il segnale della insurrezione
contro gli stranieri. Quindi fu adottata la denominazione assai più comprensiva di Gioventù Italiana del
Littorio, abbracciante anche i Fasci giovanili di combattimento, che erano stati successivamente costituiti.
La G. I. L. è inquadrata nel Partito, e il Segretario del P. N. F. è Comandante generale della G. I. L.
La G. I. L., che ha per motto “ credere, obbedire, combattere ” organizza nei suoi ranghi tutti i
fanciulli e i giovani d’Italia dei due sessi, dai 6 ai 21 anni, divisi nelle seguenti categorie: Giovani Fascisti,
Avanguardisti, Balilla per i maschi; Giovani Fasciste, Giovani Italiane, Piccole Italiane per le femmine; più i
Figli della Lupa, maschi e femmine. Il motto mussoliniano che abbiamo rammentato dice quali sono i
principi ai quali si ispira l’opera formativa e educativa della G. I. L., che vuole rendere la gioventù
italiana, nella fede e nella disciplina, capace di qualsiasi lotta.
Il Regime, infatti, ha affidato alla G. I. L. la preparazione spirituale, sportiva e premilitare delle
nuove generazioni. La G. I. L. forma in appositi collegi, scuole, accademie i futuri insegnanti di educazione
fisica, gli istruttori della gioventù maschile e femminile (1); ha il compito della educazione fisica in tutte
le scuole elementari e medie, istituisce e vigila i campeggi, le colonie climatiche, organizza ogni anno
presso i Fasci di combattimento i corsi premilitari per i giovani che abbiano compiuto il 18° anno d’età,
perché, venuto il tempo dell’obbligo di leva, vadano alle armi bene allenati, spiritualmente e tìsicamente,
ai doveri del soldato.
Inoltre la G. I. L. svolge assistenza scolastica mediante i Patronati scolastici, istituisce e assegna
borse di studio, conduce a gruppi i propri iscritti in viaggi e crociere di istruzione, addestramento,
svago.
La G. I. L. coltiva nei giovani ogni attitudine militare, perciò l’addestramento non si limita alle armi
terrestri. La G. I. L. ha formazioni premarinare e formazioni di preavieri che si preparano alla vita
marinaresca e all’aviazione. Particolarmente, la G. I. L. coltiva nei giovani quella passione del volo che
è nell’istinto italiano, indice gare per modelli volanti, avvia gli adolescenti alle scuole di volo a vela. E
non dimentichiamo che la G. I. L. svolge anche una vasta azione propriamente culturale con i suoi
corsi e le sue conferenze, con le sue pubblicazioni, col suo bel periodico Passo romano, con biblioteche,
proiezioni, radiotrasmissioni, spettacoli teatrali, audizioni musicali, gare, concorsi. In modo speciale
ricordiamo i “ ludi juveniles ”, saggio annuale di cultura fascista, arte e sport, al quale partecipano,
nelle provincie, gli iscritti di tutte le categorie e che ha il suo finale in Roma, in una gara nazionale
riservata agli avanguardisti, ai giovani fascisti, alle giovani italiane e alle giovani fasciste.
Per quanto poi riguarda la gioventù femminile, citiamo i corsi di preparazione alla vita domestica nei
quali le fanciulle italiane si addestrano al buon governo della casa, ai lavori che corrispondono alle loro
attitudini, alla loro futura missione, alle esigenze pratiche della vita che dovranno condurre; e imparano
quelle nozioni d’igiene, quelle pratiche per cui potranno rendersi utili ai famigliari, a coloro che soffrono.
Altri corsi speciali femminili son quelli per vigilatrice e direttrice di colonia e, per le giovinette che
abbiano compiuto i 16 anni, i corsi di puericultura, che preparano ai sacri doveri materni. Si entra a far
parte della G. I. L. a 6 anni, come Figli della Lupa. Le età per le varie categorie di iscritti sono le
seguenti: Balilla e Pic-cole Italiane dagli 8 ai 14 anni, Avanguardisti
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e Giovani Italiane dai 14 ai 18, Giovani Fascisti dai 18 ai 21, Giovani Fasciste dai 18 al passaggio nei
Fasci femminili.
La G. I. L. rappresenta la primavera sana, pura, ardita della nostra razza, che si ingagliardisce per far
suo l’avvenire, preparandosi a tutti i primati e a tutte le vittorie. Gli sport fondamentali praticati dalla G.
I. L. sono l’atletica leggera, gli sport invernali, il nuoto, il ciclismo, il pugilato, il tiro a segno. In tutta
Italia il Regime ha creato e crea le case della G. I. L., palestre, stadi, piscine: uno degli spettacoli più
belli offerti da questa nuova Italia mussoliniana imperiale è quello della sua giovinezza in camicia nera,
fiera, vigorosa che sfila cantando, che s’allena, che s’aduna per splendide manifestazioni collettive, va
ai campeggi, alle colonie gridando la sua volontà di vita e di vittoria, la sua fede appassionata, la sua
devozione senza limiti al Duce.
Gli iscritti alla G. I. L. sono vincolati dallo stesso giuramento che prestano gli iscritti al Partito,
perché, nell’Italia fascista, fanciulli, giovani, adulti non hanno che una divisa: obbedire al Duce, servire
la Rivoluzione.
Già abbiamo detto che Comandante generale della G. I. L. è il Segretario del P. N. F.; in ogni
provincia, il Segretario federale è Comandante federale della G. I. L., in ogni comune il Segretario
politico del Fascio di Combattimento è comandante della G. I. L.: così l’inquadramento della G. I. L.
nel Partito è perfetto e non v’è alcun distacco fra l’organizzazione giovanile e quella degli adulti.
Il passaggio dall’una all’altra categoria, nella G. I. L., avviene con la Leva Fascista, che ha luogo ogni
anno. I Figli e le Figlie della Lupa diventano Balilla o Piccole Italiane, i Ballila e le Piccole Italiane
diventano Avanguardisti o Giovani Italiane, gli Avanguardisti e le Giovani Italiane diventano Giovani
Fascisti o Giovani Fasciste; i Giovani Fascisti passano nel Partito e nella Milizia, le Giovani Fasciste
passano nelle file delle Donne Fasciste (Fasci femminili).
La Leva Fascista non è una semplice cerimonia: è il rito della razza italiana che vede, nell’ascendere
della gioventù di età in età, di rango in rango, l’immagine del proprio indefinito ascendere e del proprio
perenne slancio vitale.

Dal Discorso del 28 ottobre 1932-XI.

Noi vogliamo che i giovani raccolgano la nostra fiaccola, si infiammino della nostra fede, siano pronti e
decisi a continuare la nostra fatica.
Mussolini

La Milizia.

La Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (M, V. S. N.) fa parte delle forze armate dello Stato e
presta giuramento al Re Imperatore. Ripetiamo che fu fondata per volontà del Duce, con deliberazione
del Gran Consiglio del Fascismo, il 1 febbraio 1923. Essa inquadrò le
Squadre d’azione, disciolte dopo la Marcia su Roma. Le gloriose Squadre avevano assolto, fino alla
vittoria, il loro compito di sbaragliare il sovversivismo: ora venivano inquadrate in un regolare organismo
militare.
La M.V. S. N. è la guardia armata della Rivoluzione Fascista e il suo Comandante generale è il Duce.
Concorre nei servizi di ordine pubblico e di pubblica sicurezza, istruisce militarmente i reparti della G.
I. L. e i G. U. F., cura l’addestramento postmilitare e sportivo dei cittadini, organizza la difesa antiaerea
territoriale e la difesa costiera, partecipa, con gli altri corpi militari, alla guerra. Combattendo per la
Patria, per la civiltà, per l’idea fascista, la Milizia ha meritato l’ammirazione generale per il suo slancio
e la sua tenacia. Le più alte decorazioni al valore sono state guadagnate dai labari della Milizia e dai
Legionari: ben cinquantadue Medaglie d’oro attestano lo spirito eroico da cui è animata.
La M. V. S. N. è così organizzata: Comando generale, in Roma, con un Capo di stato maggiore alle
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dirette dipendenze del Duce. Comandi di zona agli ordini di Luogotenenti generali. Comandi di Legione, agli
ordini di Consoli.
Inoltre: una Legione Mutilati, composta di veterani che, gloriosi per il sangue già offerto alla Patria,
vogliono ancora servire, combattere; e alcune coorti autonome. La M. V. S. N. ha un Comando superiore
in A. O. e un Comando di gruppo di Legioni in Libia.
La Legione è suddivisa in battaglioni e coorti al comando di un seniore. Il battaglione e la coorte è
suddivisa in compagnie e centurie al comando di un centurione. La compagnia e la centuria è suddivisa in
plotoni e manipoli al comando di un capo-manipolo. Il plotone e il manipolo è suddiviso in squadre al comando
di un caposquadra.
Compiti importantissimi sono assegnati alle Milizie speciali, e cioè: Milizia ferroviaria, Milizia portuaria,
Milizia postelegrafonica, Milizia Forestale, Milizia della strada, che vigilano sulle comunicazioni, sui principali
servizi pubblici, sul patrimonio dello Stato e conducono la battaglia per il rimboschimento.
Specialità della Milizia sono la Contraerei (Dicat) e artiglieria marittima (Dacos), cui abbiamo accennato,
che organizzano la difesa contro la guerra aerea e l’attacco alle nostre coste; la Confinaria, che concorre
alla vigilanza delle frontiere, la Universitaria, che inquadra in appositi reparti gli studenti universitari, il
Reparto moschettieri del Duce.
L’arruolamento nella Milizia è volontario. Le Legioni sono alimentate dal popolo, che, con tutte le
sue categorie, si fa un onore di entrare nei ranghi della guardia armata della Rivoluzione. Requisito
indispensabile per l’arruolamento, oltre il limite di età e l’idoneità fìsica, è l’iscrizione al P. N. F.
La Milizia ha alcuni contingenti in servizio permanente, sia in Patria che in Libia e nell’Impero; ma
la grande maggioranza dei Militi è in congedo provvisorio, pronta ad ogni appello, sia per istruzione, sia
per servizio di ordine. E specialmente i Legionari sono pronti all’appello supremo, nelle ore in cui
occorre prendere le armi e combattere.
In ogni divisione dell’Esercito sono inquadrati due battaglioni di Camicie Nere, destinate ad agire, in guerra, come
truppe d’assalto.
Il Duce dette alla Milizia una parola d’ordine che è stata sempre mantenuta e sarà mantenuta a ogni
costo: “ Durare: con fedeltà, disciplina, con dedizione assoluta ”. La Milizia ha anche questo motto: “
Vincere o morire, agli ordini del Duce, per la Patria e il Fascismo ”. Nelle guerre di Libia, d’Etiopia, di
Spagna — e nel servizio di tutti i giorni, che spesso richiede abnegazione e sacrifìcio — i Legionari,
giova ripeterlo, hanno consacrato questo motto col loro sangue, sempre primi ovunque fosse pericolo
e gloria, conquistando nuova fama alle armi italiane.
Fra le pareti del Sacrario della Milizia — presso il Comando generale in Roma — potete vedere i
trofei, i cimeli che fanno sacra alla Rivoluzione Fascista questa intrepida armata di popolo, inesauribile
di slancio e di ardimento.

Il decalogo del Legionario.

Ricorda che i Caduti per la Rivoluzione e per l’Impero precedono le tue colonne.
Un camerata è per te un fratello: vive con te, pensa, con te, lo avrai a lato nella battaglia.
L’Italia si serve dovunque, sempre, con ogni mezzo; col lavoro e col sangue.
Il nemico del Fascismo è il tuo nemico: non dargli quartiere.
La disciplina è il sole degli eserciti: essa prepara e illumina la vittoria.
Se tu vai all’assalto con decisione, hai già la vittoria nel pugno.
L’obbedienza consapevole e totale è la virtù del Legionario.
Non ci sono cose grandi o piccole: c’è il dovere. La Rivoluzione Fascista ha contato e conta sulle baionette
dei suoi Legionari. Mussolini ha sempre ragione.
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L’ORDINAMENTO CORPORATIVO

II 27 ottobre 1924 il Duce disse agli operai del grande stabilimento di Dalmine: “ Compite il vostro
dovere e voi avrete diritto di rivendicare la tutela dei vostri interessi dalla Nazione Fascista ”.
In queste semplici parole è tutto l’insegnamento fascista, che considera il lavoro come base della
vita e sorgente d’ogni dignità del cittadino.
Tutto proviene dal lavoro e in uno Stato bene ordinato le leggi regolano e tutelano il lavoro, perché
produca la forza e il benessere del popolo intero.

La carta del Lavoro.

Infatti la Carta del Lavoro dice che “ II lavoro, sotto tutte le sue forme organizzative ed esecutive,
intellettuali, tecniche, manuali, è un dovere sociale ”. Chi non compie questo dovere, non può rivendicare
alcun diritto.
Prima del Fascismo, pareva che le varie classi sociali dovessero essere fatalmente in lotta fra loro e
che tutta la vita — non solo la vita economica, ma il complesso dell’esistenza umana — si riducesse a
un contrasto di interessi materiali, particolarmente fra datori di lavoro (capitalisti) e lavoratori (proletari).
Invece il Fascismo ha insegnato e dimostrato che le classi debbono collaborare per il bene comune
e che al disopra di quegli interessi sono e saranno sempre le grandi mète dello spirito umano.
Questa giusta concezione della società informa tutta la dottrina e ispira tutta l’azione fascista. Essa
trovò il suo documento storico nella Carta del Lavoro, emanata, per voto del Gran Consiglio del
Fascismo, il 21 aprile 1927. La Carta ricorda solennemente che la Nazione è al disopra degli individui e
delle classi sociali in cui si raggruppano. Siccome la Nazione, così concepita, diventa realtà nello Stato
Fascista, è certo che allo Stato medesimo spetta di disciplinare le forze del lavoro nazionale.
L’ordinamento corporativo nasce da questa funzione dello Stato, e, a sua volta, esprime e consegue
— dello Stato — la volontà e le finalità. Perciò possiamo parlare indifferentemente di Stato Fascista o
di Stato Corporativo: in sostanza è la stessa cosa.
Prima di osservare, nei suoi elementi essenziali, il congegno corporativo, soffermiamoci un istante
sulla Carta del Lavoro, parte oramai — e parte preziosa — del patrimonio spirituale degli Italiani e
monumento indistruttibile della nostra civiltà rinnovatrice.
Nelle sue norme (o dichiarazioni) è tutta la saggezza di una stirpe operosa e coraggiosa che vuol
vivere della propria fatica e questa fatica rivolgere non solo e non tanto all’acquisto di beni materiali, ma
alla propria continua elevazione.
In questa “ Carta ”, sono tutti i princìpi animatori e tutti i fondamenti dello Stato corporativo, nei
suoi ordini e gradi, nelle sue funzioni e attribuzioni, nei suoi tipici istituti e nelle sue finalità:
l’organizzazione sindacale e i contratti collettivi di lavoro, il regolamento delle controversie che possono
sorgere sul lavoro, la natura e i compiti delle Corporazioni, l’intervento dello Stato nell’economia
nazionale, la tutela della giusta mercede, del riposo, di ogni altro diritto economico e sociale dei lavoratori;
la previdenza e l’assistenza sociale, l’istruzione professionale.
La Carta del Lavoro è uno di quegli atti di consapevolezza e di volontà che rimangono nella storia
dei popoli, di cui rinnovellano le sorti. Ancora una volta, con questo mirabile documento, l’Italia,
secondo la sua missione e tradizione, è maestra al genere umano.
Grande è il significato del fatto che la “ Carta ” fu emanata il 21 aprile, Natale di Roma, giorno
riservato dal Fascismo alla Festa del lavoro. Festeggiare la fatica produttiva nella data in cui, col sorgere
dell’Urbe, cominciò il destino
imperiale italiano, significa ammonire che il nostro lavoro è rivolto alla nostra potenza, perché col
lavoro prepariamo la forza necessaria a ogni conquista. E non poteva esservi, per una proclamazione di
verità e di giustizia come quella contenuta nella Carta del Lavoro, data più fausta. La Carta è stata
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offerta dal genio del Duce alla Nazione italiana nella luce di Roma. In questa luce essa svilupperà i suoi
princìpi e mostrerà al mondo i suoi frutti.

Sindacati, Federazioni e Confederazioni.

Il punto di partenza, o, se preferite, il primo grado del corporativismo fascista è il sindacato, ossia la
riunione dei datori di lavoro o dei lavoratori di una sola categoria (p. es. muratori, impresari edili,
naviganti, armatori, proprietari agricoli, lavoratori dell’agricoltura, ecc.). Il sindacato fascista tutela gli
interessi e i diritti dei suoi iscritti, ma non si limita a questo, perché ha una funzione educativa, assistenziale,
sociale, mirando a formare la coscienza del lavoratore, di cui vuoi fare un uomo consapevole dei suoi
doveri e delle sue finalità.
Il sindacato legalmente costituito rappresenta tutta una categoria e perciò non possono esservi due
sindacati per una medesima categoria di datori di lavoro o di lavoratori. (Per esempio, il sindacato dei
calzolai, rappresenta tutti i calzolai, anche quelli non iscritti). Obbligo essenziale dei sindacati è regolare,
con i contratti collettivi, i rapporti fra datori di lavoro e lavoratori di una stessa categoria. (Per esempio: il
sindacato degli esercenti e quello dei commessi di negozio stabiliranno, con un contratto valevole per
tutti, la durata del lavoro, le mercedi, i turni di riposo del personale). In questo modo, invece della lotta
di classe, comincia la collaborazione fra le classi; collaborazione che il Fascismo considera come un dovere
e che costituisce un obbligo generale. Ne viene di conseguenza che i mezzi coi quali in passato datori di
lavoro e lavoratori cercavano reciprocamente di sopraffarsi, sono oggi aboliti. I proprietari e dirigenti
di aziende di qualsiasi specie non possono chiudere gli stabilimenti, i negozi, gli uffici (serrata) per
opporsi alle richieste dei lavoratori; e questi non possono abbandonare il lavoro (sciopero) per costringere
i proprietari e dirigenti di aziende a determinate concessioni. Nell’Italia Fascista lo sciopero e la serrata
sono reati puniti dalla legge. Qualsiasi controversia deve essere risolta mediante trattative fra i sindacati,
in forma amichevole; se però non è possibile raggiungere l’accordo, allora la vertenza viene portata
davanti alla Magistratura del Lavoro, che è una sezione speciale della Corte d’Appello composta da giudici
e da cittadini esperti nella materia su cui è da decidere. (Per esempio: in una causa riguardante gli
interessi di un ingegnere o di un musicista, saranno chiamati come esperti altri ingegneri, o altri artisti
di riconosciuta competenza).
Queste norme valgono per la totalità dei lavoratori italiani, intellettuali e manuali. Non possono
però costituire sindacati, o entrare nei sindacati, i dipendenti dello Stato.
Per essere iscritto a un sindacato legalmente costituito, occorre essere cittadini italiani — o risiedere
in Italia da almeno dieci anni — avere compiuto il 18° anno di età ed essere di buona condotta morale
e politica.
I sindacati sono comunali, provinciali, nazionali. Vengono poi le Federazioni, ciascuna per i datori di
lavoro o per i lavoratori di un ramo di produzione o di attività professionale. (Es. editori, librai, gente di
mare, ecc.). A loro volta, le Federazioni compongono le Confederazioni nazionali.
Queste sono nove, e cioè: Confederazione fascista degli agricoltori, Confederazione fascista dei
lavoratori dell’agricoltura, Confederazione fascista degli industriali, Confederazione fascista dei lavoratori
dell’industria, Confederazione fascista dei commercianti, Confederazione fascista dei lavoratori del
commercio, Confederazione fascista delle aziende del credito e delle assicurazioni, Confederazione
fascista dei lavoratori delle aziende del credito e delle assicurazioni, Confederazione fascista dei
professionisti e artisti.
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Le Corporazioni.

Ecco, nell’insieme, l’ordinamento sindacale fascista, che, giova ripeterlo, ha le sue basi nella Carta
del Lavoro, la quale vuole che ogni italiano lavori, produca, progredisca, riceva la dovuta mercede, la
dovuta assistenza, e stabilisce la vita sociale sulla collaborazione delle classi, considerando la Nazione
una famiglia i cui membri devono lavorare insieme, aiutarsi scambievolmente e concorrere così al
sempre maggiore benessere di tutti.
Ora, però, questa collaborazione diventa una grande armonia di sforzi e di opere, di volontà e di
scopi soltanto nella Corporazione.
Che cosa è una Corporazione? È un organo dello Stato che riunisce le rappresentanze sindacali dei
datori di lavoro e dei lavoratori di uno o più rami produttivi, associando i tre elementi della produzione,
e cioè il capitale, il lavoro, la tecnica, perché tutti insieme diano il maggiore e miglior rendimento e
perché non vi siano contrasti, le energie non si disperdano, non avvengano concorrenze dannose e,
insomma, il lavoro porti il massimo vantaggio a chi lo compie e alla Nazione.
Tenere presente questa definizione, che è del Duce: “ Le Corporazioni sono lo strumento che, sotto
l’egida dello Stato, attua la disciplina integrale, organica e unitaria delle forze produttive, in vista dello
sviluppo della ricchezza, della potenza politica e del benessere del popolo italiano ”. Basta ripetere
queste parole per comprendere che il corporativismo è, come il Fascismo che lo ha creato, un
ordinamento di carattere popolare.
Ciascuna Corporazione è composta di un Consiglio, di cui fanno parte, come membri effettivi, alcuni
rappresentanti del P. N. F. e delle organizzazioni sindacali, e alcuni consiglieri aggregati. Il numero dei
consiglieri effettivi e aggregati è stabilito dalla legge per ciascuna Corporazione.
Le Corporazioni costituite sono 22: cereali, orto-floro-frutticoltura, viti-vinicola, olearia, bietole e
zucchero, zootecnia e pesca, legno, prodotti tessili, metallurgia e meccanica, chimica, abbigliamento,
carta e stampa, costruzioni edili, acqua-gas-elettricità, industrie estrattive, vetro e ceramica, previdenza
e credito, professioni e arti, mare e aria, comunicazioni interne, spettacolo, ospitalità.
Vedete bene che ogni Corporazione abbraccia un solo campo produttivo (p. es.: il legno, i prodotti
tessili) o una stessa categoria di servizi (p. es.: le comunicazioni interne), oppure riunisce campi, servizi
fra loro affini e collegati (p. es. è naturale che la coltivazione della bietola e l’industria dello zucchero
siano inquadrate in una stessa Corporazione, perché la bieticoltura fornisce la materia prima allo
zuccherificio; e così, l’industria della carta e quella della stampa sono fra loro collegate, dipendendo
l’una dall’altra, in tutto o in parte).
Se volete rendervi ragione del beneficio che l’armonia corporativa porta al Paese, mettetevi davanti
a un caso pratico: quello, p. es., della Corporazione dell’abbigliamento, alla quale fanno
capo tutte le forze produttive che assicurano il vestiario e la calzatura a tutti gli Italiani. Sapete che
cosa significhi vestire e calzare quarantacinque milioni di individui d’ogni età, diversi di gusto, di
condizione sociale ed economica? Sapete quali e quanti organismi intervengono in questa produzione
e quali e quante energie essa richiede? Basta domandarselo perché la nostra mente si popoli di una
ridda di persone e di cose: il modesto sarto con le gambe accavallate sul suo banco e la grande sartoria
che produce gli abiti in serie a centinaia, il ciabattino che tira lo spago davanti al suo bischetto e le
macchine che tagliano e cuciono le scarpe, gettandone ogni giorno migliaia di paia sul mercato; il
negozio elegantissimo della modista in voga e il magazzino-emporio in cui si vende ogni cosa; la
botteguccia del villaggio e il merciaio ambulante; l’operaia che s’affatica, in casa, sulla macchina da
calze e i calzifici famosi da cui escono quotidianamente i tipi più svariati; la lavorante assidua, nella sua
casa, alla macchina da cucire, e la vetrina che attira gli sguardi e suscita i desideri con mostre di biancherie
finissime o economiche.... Ebbene, ognuno di questi individui, ognuna di queste industrie, di queste
aziende minime o enormi rappresenta interessi, volontà, attitudini, possibilità diversissime. Stabilire
una disciplina per tutti, incoraggiare lo spirito di iniziativa ma impedire lo spreco, consentire i leciti
— 44 —

guadagni ma assicurare al popolo intero la possibilità di coprirsi a buon mercato — anche se la signora
e il signore ricchi ed eleganti possono, con la borsa bene aperta, soddisfare i loro gusti costosi —
questo è compito della Corporazione dell’abbigliamento. E, similmente, qualsiasi altra Corporazione
deve disciplinare, armonizzare gli interessi, gli elementi, i fattori di produzione che in essa sono
rappresentati.
Insomma è finalità delle Corporazioni assicurare a tutti il lavoro e la giusta mercede, assicurare una
produzione sufficiente al consumo, aprire o sostenere ogni possibilità di esportazione all’estero, vigilare
sul tipo dei prodotti perché rispondano alle più sostanziali esigenze e rivolgere la totalità degli sforzi
produttivi al vantaggio dell’economia nazionale, cui vengono subordinati i vantaggi individuali.

***

L’ordinamento corporativo si riassume gerarchicamente nel Consiglio nazionale delle Corporazioni, che
rappresenta la totalità degli interessi economici del Paese, e nel Comitato corporativo centrale, che coordina
le funzioni e le attività delle 22 Corporazioni. Questi due organismi sono presieduti dal Duce, il quale,
per impartire le direttive d’insieme, convoca periodicamente l’Assemblea generale delle Corporazioni, composta
da tutti i membri delle Corporazioni stesse. E il Ministero delle Corporazioni fa funzionare tutti i
servizi relativi all’inquadramento sindacale e all’ordinamento corporativo, all’assistenza e alla previdenza
sociale.

Fascismo e Corporativismo.

Lo Stato Corporativo è l’organizzazione tipica e l’orgoglio legittimo della Rivoluzione Fascista.


Lo Stato Fascista è corporativo o non è Fascista.
Mussolini

L’autarchia.

Abbiamo parlato di economia nazionale, cioè di una economia che tende al benessere e alla potenza
della Nazione. Ma non è concepibile una simile economia, che non sia indipendente; e questa
considerazione ci porta a fare un breve cenno all’autarchia; parola che significa reggersi, o governarsi, da sé.
L’Italia fascista vuole essere e sarà autarchica per bastare a se stessa, producendo nel territorio
metropolitano e coloniale, quanto è necessario all’esistenza del suo numeroso popolo e quanto può
essere vantaggiosamente esportato, cioè scambiato con prodotti, a noi utili o necessari, di altri Paesi.
Ma l’autarchia non si propone scopi puramente mercantili o finanziari. L’autarchia è la base della
sicurezza del Paese. Senza l’indipendenza economica non vi può essere sicurezza. Gli Italiani non dimenticheranno
mai che, al tempo delle sanzioni, gli stranieri pensarono di vincerci senza combattere col negarci i
rifornimenti. Quegli stranieri pensavano che l’Italia, Paese non ricco di materie prime, dovesse cedere
alla loro volontà, non potendo provvedere ai propri consumi, far funzionare le proprie industrie,
produrre armi e munizioni se essi non le mandavano molte merci. Il Fascismo, per tutta risposta,
impegnò con estrema decisione la battaglia autarchica, e gli stranieri furono delusi.
Non vogliamo influenze d’altri in casa nostra; vogliamo essere arbitri delle nostre decisioni e padroni
dei nostri destini. In un qualsiasi tempo, prossimo o remoto, troveremo sempre qualcuno che cercherebbe
di toglierci la possibilità di vivere e di combattere, se non avessimo il pane, le armi, ciò che è essenziale
per la vita e per la lotta, in pace come in guerra.
Facendo risorgere l’agricoltura, mettendo in valore le risorse minerarie della metropoli e dell’Impero,
il Fascismo, ha portato avanti vittoriosamente la battaglia autarchica. La scienza italiana, il lavoro
italiano provvedono a sostituire materie prime di cui siamo scarsi. Con la bonifica integrale e con la
battaglia del grano, moltiplichiamo le risorse del nostro suolo. Col rimboschimento ci assicuriamo
— 45 —

sempre maggiori quantità di legname, da costruzione, da ardere, da cellulosa e per applicazioni varie.
Le coltivazioni di piante industriali (canapa, lino, cotone, ginestra) e la gelsicoltura, base dell’industria
della seta naturale, aumentano di continuo la nostra produzione di fibre tessili; siamo ai primi posti nel
mondo nella produzione di fibre artificiali (rayon), di lana artificiale (lanital). Siamo riusciti a estrarre da
molte piante erbacee la cellulosa occorrente per usi industriali e bellici; la produzione italiana di alluminio
e di altri metalli leggeri è in rapido aumento. La nostra industria chimica ci ha affrancati da molte
importazioni, producendo una grande quantità di prodotti richiesti dalla difesa nazionale, dall’agricoltura
(concimi) da tante altre industrie, dai mestieri e dalle arti, (vernici, colori, ecc.), dalla medicina e dall’igiene
(prodotti farmaceutici), dall’alimentazione, dall’edilizia. Le nostre fabbriche, i nostri laboratori sono
attivissimi; il rendimento delle miniere si moltiplica: oggi abbiamo in forti quantità il carbone italiano, con
i suoi grandi centri di estrazione attorno alle città minerarie fasciste di Arsa nell’Istria, e di Carbonia in
Sardegna; i giacimenti lignitiferi sono intensamente sfruttati, le ligniti stesse vengono, in parte, sottoposte
a procedimenti chimici che le arricchiscono di potere calorifico o ne estraggono prezioso carburante.
Da parte sua, l’industria elettrica italiana, sfruttando la forza delle acque, riduce sempre più il consumo
di carbone straniero, sostituendolo in molteplici applicazioni: nei pubblici servizi, negli impianti industriali,
negli usi domestici. Le ricerche del petrolio sono condotte sistematicamente, e nell’Albania a noi unita
i pozzi danno già un forte gettito. Non c’è risorsa del suolo o del sottosuolo, dell’acqua e dell’aria stessa
(da cui viene estratto l’azoto) che la volontà fascista non metta in valore nella grande battaglia autarchica;
e ciò che avviene in Patria avviene anche nella Libia e nell’Impero, dove si lavora eroicamente.
Al tempo stesso il prodotto italiano viene difeso contro il prodotto straniero; gli sprechi, sempre
colpevoli, vengono eliminati, si ricuperano ricchezze disperse — estraendole perfino dalle profondità
del mare — è organizzata la raccolta dei rottami utilizzabili e anche dalle sostanze, dalle cose che
parevano senza valore l’Italia autarchica trae possibilità di vita, forza di progresso.
L’indipendenza economica italiana — già raggiunta in alcuni settori essenziali — sarà una mirabile
conquista del Regime, che ha creato gli organi direttivi della battaglia autarchica, agli ordini del Duce,
con la Commissione suprema per l’autarchia e con il Comitato interministeriale per l’autarchia.
È dovere di ogni Italiano concorrere alla vittoria autarchica: non sprecare nulla, preferire sempre il
prodotto nazionale, non pensare mai che l’importanza o la dignità di una qualsiasi persona possano
consistere nel consumare o possedere molte cose. Si è quello che si vale, non quello che si pare, e la vera
dignità consiste nel vivere da Fascisti, fedeli a tutte le consegne del Duce, partecipi a tutte le lotte della
Patria.

Dal Discorso del 23 marzo 1936-XIV.

Nessuna Nazione al mondo può realizzare sul proprio territorio l’ideale dell’autonomia economica, in senso
assoluto, cioè al cento per cento; e, se anche lo potesse, non sarebbe probabilmente utile. Ma ogni Nazione cerca
di liberarsi nella misura più larga possibile dalle servitù straniere.
Vi è un settore nel quale soprattutto si deve tendere a realizzare questa autonomia: il settore della difesa
nazionale. Quando questa autonomia manchi, ogni possibilità di difesa è compromessa. La politica sarà alla
mercé delle prepotenze straniere, anche soltanto economiche; la guerra economica, la guerra invisibile —
inaugurata da Ginevra contro l’Italia — finirebbe per aver ragione di un popolo anche se composto di eroi.
Mussolini
— 46 —

DIFESA DELLA RAZZA

La Rivoluzione Fascista conquista il potere e assume la responsabilità del Governo, dà un’anima al


popolo e fa sua l’anima del popolo; abbatte quanto, nella vecchia Italia, era superato, imputridito e
spinge la Nazione sulle vie della grandezza e della gloria.
Sorge — edificato dal genio italianissimo e universale di Benito Mussolini — lo Stato Fascista. Noi
lo abbiamo seguito nelle opere. Lo Stato Fascista è un grande risanatore e un grande costruttore, che
unifica la coscienza nazionale, abbraccia la totalità del popolo, stabilisce le gerarchie, rigenera la vita
sociale, politica, economica del Paese, dà all’Italia le leggi necessarie al progresso dell’esistenza, assegna
al lavoro una capitale funzione e lo addita supremo dovere, suprema dignità al cittadino, offre al mondo
un esempio di saggezza e di forza destinato a influenzare le dottrine, gli ordinamenti, le istituzioni,
ispirando altri movimenti rivoluzionari, determinando grandi correnti di pensiero. Abbiamo davanti a
noi, attorno a noi e nel nostro spirito medesimo il Fascismo che risana le città e feconda le campagne,
tutela la salute morale e fisica del popolo, lo educa, lo innalza, lo sottrae alla dura necessità
dell’emigrazione; costruisce la potenza militare italiana e fonda l’Impero.
Facile è comprendere che la ragione e la finalità di questa gigantesca fatica è l’elevazione della nostra
razza.
Il Fascismo nacque, nello spirito del Duce — e diventò per sua volontà e suo merito una Rivoluzione,
un Regime — proprio a difesa della razza italiana, minacciata di decadenza. Certo il Duce, in tutte le
ansie, in tutti i dolori, in tutte le durezze e i sacrifici provati fin dalla fanciullezza e nella gioventù, e con
maggior passione in terra d’esilio, dove sentire in sé il destino di prendere nel pugno le sorti di questa
razza, della quale egli, come nessun altro, sapeva la perennità e la grandezza.
Incessantemente Benito Mussolini esaltò in sé e agli altri — ai consapevoli che erano pochi, agli
ignari che erano folla — le virtù della razza italiana, proclamando il dovere di tutelarle e svilupparle. Il
suo culto della romanità è culto della razza, nella missione d’imperio che, fin dai tempi del mito romuleo,
ad essa fu assegnata.
Le principali istituzioni fasciste sono rivolte al rafforzamento spirituale e fisico della razza: l’Opera
Nazionale per la maternità e l’infanzia, la G. I. L., la scuola, il dopolavoro, curano che la razza si
mantenga sana e forte — che diventi sempre più sana e più forte — nella mente e nel corpo.
Si bonifica la terra per preparare il cibo alle generazioni nuove, in cui la razza si perpetua ed evolve;
vengono moltiplicate le possibilità di lavoro, perché questa razza produca e prosperi; viene tutelata la
famiglia, sorgente della razza, della quale trasfonde i caratteri e moltiplica il sangue; la Religione, fede
tradizionale della razza e suo soprannaturale cemento, è onorata, si addestrano i cittadini alle armi e
l’organismo guerriero nazionale è reso formidabile perché la razza sia sempre pronta a combattere, a
vincere, spiritualmente e fisicamente compatta, espandendosi a misura della sua forza.
E al giusto momento, in conseguenza della fondazione dell’Impero, il Regime ha anche dettato le
leggi che tutelano la purità, il prestigio, l’avvenire della razza.
Diverse sono le razze che compongono il genere umano e fra esse sono palesi grandi differenze,
gradi diversissimi di civiltà, una gerarchia, insomma, che, a qualunque causa o complesso di cause
dovuta, è reale e innegabile.
Noi siamo di razza, ariana e il nostro sangue è puro. L’unità razziale della Nazione italiana ha una
storia di millenni. Per impedire che il nobile sangue italico venga inquinato e che, nell’ordine spirituale,
il nostro carattere si alteri, il Gran Consiglio del Fascismo, nella seduta del 6 ottobre 1938-XVI deliberò
una serie di provvedimenti, entrati immediatamente a far parte della legislazione fascista.
È vietato il matrimonio degli Italiani e delle Italiane di razza ariana con persone non appartenenti a
questa razza. Inoltre, ai dipendenti dallo Stato è vietato il matrimonio con persone straniere, anche di
razza ariana. Gli altri cittadini Italiani ariani, per contrarre matrimonio con stranieri, pure ariani, debbono
ottenere il consenso del Ministero dell’Interno.
— 47 —

Particolarmente la legge fascista ha dovuto occuparsi degli ebrei, che non sono ariani, che non
considerano loro Patria il Paese che li ospita e che rappresentano, in tutto e per tutto, l’opposto delle
nostre idealità, dei nostri sentimenti, dei nostri costumi. Gli ebrei, non molti in Italia, erano però
riusciti ad accaparrarsi posizioni, in modo assoluto sproporzionate al loro numero e al loro rendimento
sociale. D’altra parte, la Rivoluzione Fascista non poteva dimenticare che, nonostante la generosità
italiana verso gli ebrei, questi furono fra gli autori del tentativo di bolscevizzare l’Italia nel dopoguerra
e che l’ebraismo internazionale è stato sempre a capo di tutte le congiure antitaliane e antifasciste.
Perciò i cittadini italiani di razza ebraica non possono essere iscritti al P. N. F., sono esclusi dal
servizio militare, e, sia come insegnanti che come alunni, dalle scuole di qualsiasi ordine e grado,
pubbliche e private non ad essi riservate; non possono possedere terreni e fabbricati oltre un determinato
limite di valore, non possono tenere domestici italiani ariani; non possono esercitare le pubbliche
professioni né entrare nei pubblici impieghi.
La legge fascista — che stabilisce con la necessaria precisione chi è che deve essere considerato
ebreo — consente alcune eccezioni a favore di cittadini italiani di razza ebraica che abbiano speciali
titoli (famiglie di caduti in guerra o per la Rivoluzione, di mutilati, invalidi, feriti in guerra o per la
Rivoluzione, decorati al valore, fascisti di antica data, persone a cui vengano riconosciute altre
benemerenze). Anche in questi casi, però, i “ discriminati ” non possono insegnare nelle scuole pubbliche
e private, non possono essere iscritti al Partito, sono esclusi dai pubblici impieghi e, naturalmente, non
possono contrarre matrimonio con italiani di razza ariana.
Altre leggi sulla razza riguardano specificamente l’Impero, regolando i rapporti fra Italiani e nativi
nei nostri possedimenti. È vietato in modo assoluto il matrimonio misto e vengono severamente puniti
quegli Italiani che, in qualunque modo, con le loro azioni, col loro contegno, guastino il sangue,
offendano la dignità e menomino il prestigio della razza.
Ogni Italiano che vive in colonia ha il sacro dovere di tener sempre alto il nome della Patria e di
mostrare la superiorità della razza dinanzi alle popolazioni soggette. Chi manca a questo dovere, dimostra
di essere un cattivo cittadino, e cade meritatamente nei rigori della giustizia fascista.
Il domani del nostro Impero è nelle famiglie italiane che si stabiliscono e si stabiliranno sui territori
dominati dalla nostra bandiera, a rappresentarvi e moltiplicarvi la nostra civiltà e la nostra razza. In
esse il sangue italiano si manterrà puro; da esse questo sangue traboccherà creando nuova vita,
inconfondibilmente italiana.
Noi portiamo alle popolazioni native, l’ordine, la giustizia, il lavoro, l’igiene, il benessere, ma non
dobbiamo mai dimenticare che le razze, quando si mischiano decadono. Abbiamo da compiere, in
Africa, una splendida missione; se però la nostra prima cura non fosse quella di tutelare la purezza della
nostra razza e l’integrità del nostro prestigio, oltre a venir meno alla missione, ci esporremmo a ogni
triste rovina.
Dobbiamo sempre — ma specialmente nei rapporti con razze diverse e inferiori — sentire l’onore,
la fierezza e la responsabilità di appartenere alla razza che ha dato al mondo l’Impero di Roma, il
Rinascimento, il Fascismo, tutte le più alte creazioni dello spirito umano: i santi e gli eroi, i principi del
pensiero, dell’arte, della scienza. È la razza di Giulio Cesare e di Virgilio, di Dante e di Colombo, di
Leonardo e di Michelangelo, di Galileo, di Volta, di Marconi. È la razza dei nostri padri, di tutti coloro
che ci hanno preceduto e che come noi hanno amato questa terra su cui siamo nati, adorando il medesimo
Iddio. È la razza di Mussolini: siamone degni, onoriamola col seguitarne il primato; manteniamola
intatta, vigorosa, feconda.
— 48 —

Pensieri del Duce sulla razza.

Dobbiamo avere l’orgoglio della nostra razza e della nostra storia.


Celebrare il Natale di Roma significa celebrare il nostro tipo di civiltà, significa esaltare la nostra storia e la
nostra razza, significa poggiare fermamente sul passato per meglio slanciarsi verso l’avvenire.
Il problema dell’espansione italiana nel mondo è un problema di vita o di morte per la razza italiana.
Voi siete dei virgulti superbi di questa razza italiana che era grande quando gli altri non erano ancor nati, di
questa razza italiana che ha dato tre volte la sua civiltà al mondo attonito o rimbarbarito, di questa razza, italiana
che noi vogliamo prendere, sagomare, forgiare per tutte le battaglie necessarie nella disciplina, nel lavoro, nella
fede.
Il Fascismo rappresenta il prodigio della razza italiana che si ritrova, si riscatta, che vuole essere grande.
Roma è sempre, e domani e nei millenni, il cuore potente della nostra razza.
Voi rappresentate veramente il prodigio di questa vecchia e meravigliosa razza italica, che conosce le ore
tristi, ma non conobbe mai le tenebre dell’oscurità. Se qualche volta apparve oscurata, ad un tratto ricomparve
in luce maggiore.
Capace di miracolo è stata in ogni tempo questa nostra razza, italiana, che mi appare ognora, quando io ne
faccio oggetto delle mie meditazioni, un prodigio singolare della storia umana.
La terra e la razza sono inscindibili e attraverso la terra si fa la storia della razza e la razza domina e sviluppa
e feconda la terra.
Hanno diritto all’Impero i popoli fecondi, quelli che hanno l’orgoglio e la volontà di propagare la loro razza
sulla faccia della terra.
Mussolini
— 49 —

LETTURE

La casa di Predappio.

Arnaldo ed io, dormivamo allora nella stessa stanza, nello stesso grande letto in ferro, costruito da mio
padre, senza materasso e col saccone di foglie di granturco. Il nostro appartamento si componeva di due stanze
al secondo piano di Palazzo Varano e per entrarvi bisognava passare dalla terza stanza che era la scuola. La
nostra stanza serviva anche da cucina. Al lato del nostro letto c’era un armadio di legno rossiccio che conteneva
i nostri vestiti; di fronte c’era una scansia ad arco, piena di vecchi libri e di vecchi giornali. Arnaldo ed io li
sfogliavamo: fu lì che leggemmo le prime poesie; i primi fogli illustrati come l’“ Epoca ”, che allora usciva a
Genova e fu tra quelle caselle che un giorno io feci una scoperta che mi riempì di curiosità, di stupore e di
emozione: trovai le lettere di amore che mio padre aveva scritto a mia madre. Ne lessi qualcuna. Di fronte al
letto c’era la finestra. Di lì vedevamo il Rabbi, le colline e la luna che spuntava dietro Fiordinano. All’altro lato
del nostro letto c’era la madia per il pane e poco discosto il focolare, quasi sempre spento. Nell’altra stanza
dormivano mio padre, mia madre, l’Edvige. Il mobilio consisteva in un cassettone e in un grande armadio di
legno bianco, in vetta al quale facevano mostra di sé rotoli di tela per biancheria, dei quali mia madre era
particolarmente orgogliosa e gelosa. In mezzo, una tavola sulla quale io studiavo. È a questa tavola che un po’
più tardi io ho fatto le mie prime letture generiche che andavano dalla “ Morale ” dei positivisti, di Roberto
Ardigò allora in voga, alla “ Storia della filosofia ” di Fiorentino, dai “ Miserabili ” di Victor Hugo alle “ Poesie
” del Manzoni. Specialmente d’estate, Arnaldo era mio compagno di giuoco e di avventure. D’inverno faceva
freddo nella nostra casa affumicata e solo la neve ci dava un po’ di gioia. La miseria attorno a noi era grande. Ci
si prestava il pane, l’olio, il sale. Quando le “ opere ” lavoravano, prendevano 28 soldi per una intera giornata.
Un avvenimento che rimase scolpito nelle nostre memorie e che più volte — di poi — ho ricordato ad Arnaldo,
fu la partenza degli emigranti per il Brasile. Da Varano partì Matteo Pompignoli. Scene di commozione e di
lacrime. Ricordo, nella sera, lungo la scala malamente illuminata dai lumi a petrolio, scendere i partenti, con le
spalle cariche di grandi sacchi, mentre i parenti dalla ringhiera continuavano a gridare i loro addii. I più non sono
tornati. Molti sono morti nelle fazendas di Minas Geraes ”.
(Dalla Vita di Arnaldo, scritta dal Duce)

Primo giorno di guerra.

Riprendiamo la nostra marcia. Dobbiamo raggiungere la quota 1270. Siamo sulla mulattiera che va al Monte
Nero. Incontriamo dei feriti. Alcuni leggeri che fumano e sorridono. Altri più gravi. Uno di essi ha il volto
coperto da un giornale. Sotto si vede la faccia tumefatta e insanguinata. Due feriti austriaci. Uno leggero. Un
altro più grave; deve aver le braccia spezzate. Sono diretti all’infermeria — sezione della Sanità — di Magozo.
Colonne lunghissime di salmerie. Senza i muli non sarebbe possibile la guerra in montagna. I più stanchi di
noi caricano gli zaini sui muli.
Verso sera giungiamo nella zona battuta dalla artiglieria austriaca. Fischiano nell’aria — col loro sibilo
caratteristico — le granate. Sono formidabili. Qualche bersagliere è un po’ emozionato. Io che marcio in fondo
alla colonna, incoraggio coloro che mi stanno vicini.
Passata la prima e comprensibile emozione, la marcia faticosa con zaino completamente affardellato riprende,
sotto il fuoco abbastanza accelerato dell’artiglieria nemica. Una granata scoppia vicino a una colonna di muli,
ma non fa vittime. Un’altra cade e scoppia in prossimità di un gruppo di bersaglieri e solleva un turbine di
schegge.
Un bersagliere grida che è ferito. Ha avuto la clavicola frantumata. Un’altra granata scoppia accanto a un
altro gruppo nel quale mi trovo io. Spezza diversi grossi rami di un albero. Siamo coperti di foglie e terriccio.
Nessun ferito. Gli austriaci tirano a caso. Imbruna quando giungiamo al comando. Siamo attesi da un maresciallo.
Siamo da dodici ore in marcia. Nessuno è rimasto indietro. E si tratta di soldati dei distretti di Cremona, Rovigo,
Ferrara, Mantova, nati e vissuti nelle più basse pianure d’Italia. Vecchia e sempre giovane stirpe italica ! Un
bersagliere mantovano mi avvicina e mi dice:
— Signor Mussolini, giacché abbiamo visto che lei ha molto spirito (coraggio) e ci ha guidati nella marcia
sotto le granate, noi desideriamo di essere comandati da lei....
— 50 —

Sancta simplicitas !
Ci contano e ci dividono nei tre battaglioni dell’11° bersaglieri.
È l’ora della separazione. Il tenente Izzo, che torna a Brescia insieme con l’ottimo caporale Biagio Biagi di
Cento, ci saluta. Noi, assegnati al 33° battaglione, riprendiamo la marcia in fila indiana. Sono le dieci. Sotto a un
costone fumano le marmitte delle cucine. Ci preparano il rancio. Un po’ scarso, ma eccellente.
Pasta, brodo, un pezzo di carne. Ma molti assetati chiedono invano dell’acqua. Ci stendiamo fra i macigni,
all’aria aperta. Non fa freddo. Notte stellata, plenilunare.
Silenzio. Spettacolo fantastico. Siamo in alto ! Siamo in alto ! Già battezzati dal fuoco dei cannoni.
Così si chiude la prima giornata di guerra!
(Dal Diario di guerra del Duce)

“ Sono alla guerra per combattere ”.

Giunge un ordine scritto:


— Il bersagliere Mussolini deve presentarsi, armato, al Comando del reggimento !
Zaino in spalla. Un’ora di marcia. La sede del Comando è in una modesta e rozza baracca di legno.
— Prima di tutto — mi dice il colonnello — ho il piacere di stringervi la mano e sono lieto di avervi nel mio
reggimento; poi, avrei un incarico da affidarvi. Voi dovreste rimanere con me. Siete sempre in prima linea,
esposto, anche, al fuoco dell’artiglieria. Dovreste sollevare il tenente Palazzeschi di una parte del suo lavoro
amministrativo e dovreste scrivere, nelle ore di sosta, la storia del reggimento, durante questa guerra. È una
proposta quella che vi faccio, beninteso; non un ordine !
Il colonnello Giuseppe Barbieri è un romagnolo, di Ravenna. Ha infatti la “ linea ” del romagnolo.
Gli rispondo:
— Preferisco rimanere coi miei compagni in trincea....
— E allora non se ne parla più. Accettate un bicchiere di vino.
Non è buono il vino del colonnello, ma in mancanza di meglio....
Ho chiesto e ottenuto di passare alla 7.a compagnia per essere insieme col tenente Giraud.
Alcuni bersaglieri, addetti al Comando, mi manifestano le loro meraviglie per il mio rifiuto.
— Sono alla guerra per combattere, non per scrivere.
Risalendo il monte, passo vicino alle cucine. C’è un enorme 305 non esploso. Poco lungi un cadavere di
austriaco, abbandonato. Il morto stringe ancora fra i denti un lembo di bavero della sua tunica che — strano! —
è ancora intatta. Ma sotto, attraverso la carne in putrefazione, si vedono le ossa. Gli mancano le scarpe. Si
capisce ! Le scarpe degli austriaci sono molto migliori delle nostre. Poco prima di arrivare alla trincea incontro
Giraud col mio nuovo capitano, Adolfo Mozzoni. Gli riferisco il mio colloquio col colonnello. Si congratula del
mio rifiuto che giudica “ nobilissimo ”.
— Anch’io sono un po’ giornalista — mi dice — e faremo insieme un giornale delle trincee....

(Dal Diario di guerra del Duce)

Carattere del Duce.

Mussolini ama la giovinezza e difende la sua, anche se una volta, parlando ai senatori dovette dire: “ Mi si
imputa di andare a cavallo? Sono giovane ! Giovinezza, divino male di cui si guarisce un po’ tutti i giorni ! ”.
Naturalmente è antisedentario. “ Poltrona? poltrona? poltrona a me? — esclamò una volta che al “ Popolo
d’Italia ” gli avevano preparato una poltrona davanti al tavolo; — via di qui, subito, se no la butto giù dalla
finestra. La poltrona e le pantofole sono la rovina dell’uomo ”.
Di fronte alla insufficienza o agli errori di questo o quel collaboratore, le manifestazioni del suo malcontento
sono esplosive, ma non trascendono mai alle ingiustizie. E subito si rasserena. Gli sono estranee le recriminazioni
ed il brontolio degli insoddisfatti e degli impotenti; né mai lo investono romantiche malinconie.
Ama la campagna, e quando si raccoglie per brevissimo riposo alla Rocca delle Caminate, si intrattiene
volentieri coi lavoratori dei campi, pota gli alberi, si informa dei raccolti, semina il grano ed ara la terra. Poi
conduce la sua macchina, velocemente, attraverso la Romagna e provvede agli interessi dei più remoti paesi che
gli capita di visitare.
— 51 —

Il suo sonno è immediato, profondo, calmo anche quando conclude giornate tempestose. La sua memoria è
formidabile per gli uomini e per le cose. “ Mussolini non è un uomo di humour, né uomo di spirito alla francese
— ha rilevato un biografo; — di regola, un’occhiata sotto zero gela le parole ilari in bocca a chi, lui presente, si
permette uno scherzo; la sua concezione della vita è altamente drammatica e volentieri proclive al tragico, ama
i contrasti di luce e le forti emozioni ”. “ Nato di popolo, ama il poema epico, la tragedia e la farsa, comprende
poco il sorriso e la mezzatinta. Ma non può soffrire le mutrie farisaiche e la falsa gravita monumentale ”. Ha
una prevenzione spiccata contro le barbe. “ Il suo segreto di seduzione — scrisse un altro biografo molti anni or
sono — sta soprattutto nella certezza di non “ prevederlo ” mai. La sua forma è di prodigiosa varietà ”. “ La
ricchezza varia dello spirito mussoliniano vi fa accogliere sempre con molto calore ed il suo fisico si plasma
mirabilmente sul suo stato d’animo. Ecco, è irritato. Ha la testa china sul tavolo fin quasi a sfiorare le pagine con
la punta del naso. Ha le mani sotto al tavolo e traguarda appena piegando la testa da una parte. Vi dice un “ si ”
o un “ no ” o un “ ciao ” lento, quasi borbottato. Oppure lo trovate a leggere con le spalle voltate alla porta.
Sentendovi entrare, non si muove, ma vi domanda: Chi è?, e, riconoscendovi, senza affatto voltarsi, vi risponde
con poche parole perfettamente scandite ”.
“ Urtato, reagisce immediatamente, spiegazzando con una mano sola delle carte che getta via e intanto lampi
terribili passano per le sue pupille. E stanco?
E allora il fuoco della sua faccia è come ricoperto da un impercettibile strato di cenere ”. “ È allegro. Si alza,
gestisce con violenza, vi descrive una scena riproducendola con imitazione. Ride, e le rughe all’angolo dell’occhio
sprizzano ironie sottili. È sereno. Fa la gran meraviglia per qualsiasi notizia. Vi incoraggia, vi vuol bene, vi aiuta
”. “ Egli ama il coraggio sobrio, deciso, rettilineo. Tutte le ridondanze lo urtano. Se si irrita, lo fa con un tono
imperioso e a fondo. Non mai con grandi tirate. Capace del dramma, detesta il melodramma. Se ama il colore è
per italianità passionale, per spirito artistico, perché sa di quanto entusiasmo e di quanta forza possa essere
fonte ”.
Questo il Mussolini agitatore e capopartito durante la violenta lotta politica del dopoguerra: ma tale è rimasto
sostanzialmente il Duce dopo 16 anni di governo. Il maggior patrimonio di esperienza e le gravi responsabilità,
elevandolo su tutti, anziché inasprirgli il carattere, l’hanno reso sempre più sereno e pacato. Il suo sorriso è più
frequente e costituisce un premio per chi lo raccoglie; quando lo scintillio dello sguardo accompagna il franco,
improvviso sorridere della bocca e degli occhi, egli rivela tutta la giovinezza del suo spirito. Nei momenti di
commozione e di concentrazione i grandi occhi si socchiudono e luccicano fra le ciglia: ciò accade talvolta
quando parla ai singoli come alle masse di popolo in attesa.

(Dal libro di Giorgio Pini: Mussolini)

II testamento di Arnaldo.

Oggi ventisei ottobre millenovecentoventotto anno sesto

26-10-928-VI

Nelle mie piene facoltà di mente e di spirito, per una misura di semplice previdenza, non sotto l’impressione
di profezie più o meno sinistre, sento la necessità di fissare le mie precise volontà perché in caso di morte coloro
che mi sopravvivono conoscano i miei propositi, la mia fede e la mia devozione per loro.
Rivolgo innanzi tutto un pensiero a Dio supremo regolatore della vita degli uomini e desidero morire — se
è possibile — col grande conforto della Religione cattolica alla quale ho creduto sino “dall’infanzia e che nessuna
vicissitudine di vita privata o politica ha mai sradicato dal mio spirito tormentato.
Funerali religiosi quindi assai semplici, senza sfarzo di corone, di fiori o di discorsi. Chiedo ai colleghi di
essere sobri di commenti nel necrologio. Un corteo di breve durata e di breve percorso. Agli intimi solo
esprimo il desiderio di saperli al seguito mio fino al recinto che accoglierà le mie spoglie mortali. Non ho
preferenze per il luogo della sepoltura. Se mia moglie ed i miei figli si fermano a Milano desidero rimanere
vicino a loro, altrimenti in Romagna nella tomba dei Mussolini, se un giorno si farà, o meglio ancora a Paderno
nel poggio appena fuori del Cimitero in un’urna di sasso vivo. Mi sembrerà di rivivere in eterno con la gente
della mia terra, dominando la vallata dove un giorno fiorì la mia speranza.
In linea politica riaffermo la mia fede fascista e la certezza nei destini della Patria adorabile, vivamente
— 52 —

rammaricato di non aver dato tutta la vita intensa di opere alla Grande Madre l’Italia. A mio fratello Benito la
devozione di ogni tempo e l’augurio sentito per la sua nobile fervida e disinteressata fatica. A mia sorella Edvige
con maggiore tenerezza, per l’istintiva solidarietà tra gli umili, il mio affetto ed augurio fraterno.
Ma sopratutto e sopra tutti sta nel mio cuore la mia piccola Augusta anima rara di bontà di una virtù senza
uguali. Lei mi ha accompagnato attraverso la mia vita turbinosa, con una dedizione senza esempio. Madre e
sposa amorosa, invoco dal sommo Iddio benedizioni infinite per Lei e la forza di superare con serenità le
vicende tristi della vita, nell’attesa fidente di ritrovarci nel regno infinito dello spirito dopo la parentesi terrena.
Ai miei carissimi figliuoli Sandrino (Italico) Vito e Rosina — tanta dolcezza della mia vita—le benedizioni
del babbo — che ha lavorato e sperato e creduto per Loro. Confido che l’esempio della mia attività, del mio
disinteresse gioverà come sprone e paragone nelle difficili contingenze della vita. Sono certo che porteranno
onoratissimo il mio nome intemerato e che circonderanno la loro Madre degnissima, di ogni vigile cura, attenzione
e delicatezza.
I miei beni materiali sotto qualsiasi ragione o titolo, il premio di assicurazione e di liquidazione li eredita
nella totalità mia moglie Augusta Bondanini e li amministra nel nome e nell’interesse dei nostri tre figliuoli i quali
alla morte della mamma divideranno in parti uguali le poche sostanze mobili ed immobili. L’importo
dell’assicurazione dei giornalisti desidero sia devoluto all’Istituto di Previdenza. Altra beneficenza la lascio al
criterio dei miei carissimi.
Chiedo umilmente perdono se inconsciamente ho fatto del male a qualcuno, se ho trasgredito le leggi divine
ed umane. Affido il mio nome e la mia memoria ai miei famigliari ed affido l’anima alla misericordia di Dio.
Arnaldo Mussolini

(1) Gli istituti della G. I. L. sono: ‘L’Accademia del Foro Mussolini, in Roma, ov’è anche il Centro di preparazione
politica, e le annesse accademie di scherma e di musica, il Collegio Littorio, l’Accademia femminile di Orvieto, il Collegio
magistrale maschile di Udine, il Collegio magistrale femminile d’Orvieto, la Scuola Marinara “ Caracciolo ” di Littorio
Sabaudia, il Collegio Aeronautico di Forlì, i Collegi navali di Venezia e di Brindisi.
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INDICE

PARTE PRIMA

LA RIVOLUZIONE FASCISTA
DALLE ORIGINI ALL’IMPERO

L’intervento................................................................................................................................ Pag. 5
La Vittoria e il dopoguerra ......................................................................................................... 5
II Duce e la Patria ........................................................................................................................... 6
La fondazione dei Fasci .................................................................................................................. 6
Lo Squadrismo ............................................................................................................................... 7
La Marcia su Roma........................................................................................................................... 7
La Rivoluzione incessante ............................................................................................................ 8
L’unità morale degli Italiani ............................................................................................................ 9
Le leggi del Fascismo ................................................................................................................... 10
La politica sociale............................................................................................................................ 11
Opere fasciste ................................................................................................................................. 12
L’agricoltura risorta ...................................................................................................................... 15
L’espansione coloniale fascista ................................................................................................. 16
Educazione nazionale fascista ................................................................................................... 17
Politica estera fascista ................................................................................................................... 21
Le forze armate del Fascismo ................................................................................................... 23
L’Impero Fascista .......................................................................................................................... 25

PARTE SECONDA

IL REGIME

Lo Stato Fascista ............................................................................................................................... 30


II Capo del Governo ................................................................................................................... 31
II Governo .................................................................................................................................... 32
Le assemblee legislative ............................................................................................................... 33
Le Provincie e i Comuni ............................................................................................................. 33
La giustizia ................................................................................................................................... 34
Lo Stato d’Albania........................................................................................................................... 34
II Partito .......................................................................................................................................... 35
La Gioventù Italiana del Littorio ................................................................................................. 38
La Milizia......................................................................................................................................... 39
L’ordinamento corporativo ............................................................................................................ 41
La Carta del Lavoro ..................................................................................................................... 41
Sindacati, Federazioni e Confederazioni .................................................................................... 42
Le Corporazioni............................................................................................................................... 43
L’autarchia ....................................................................................................................................... 44
Difesa della razza ............................................................................................................................. 46
Letture: La casa di Predappio............................................................................................................. 49
— 54 —

Primo giorno di guerra........................................................................................................ Pag. 49


“ Sono alla guerra per combattere ”........................................................................................... 50
Carattere del Duce.......................................................................................................................... 50
II testamento di Arnaldo .............................................................................................................. 51
— 55 —

TAVOLE
— 56 —

Il Duce fondatore dell’Impero

Il Re Imperatore visita la casa del Duce a Predappio


— 57 —

Mussolini in trincea
— 58 —

Il “Covo” di via Paolo da Cannobio.

Il Duce coi Quadrunviri della Marcia su Roma.


— 59 —

La Rocca delle Caminate, che conosce i pensosi raccoglimenti del Duce.

Il paterno sorriso del Duce ai bambini d’Italia


— 60 —

Il Duce risponde al saluto del popolo.

Il popolo ascolta la parola del Duce.


— 61 —

La gioventù del Littorio.

Ritorno dei Reduci.