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L’intestino è un organo pieno di sensibilità, responsabilità e volontà di rendersi utile.

Se lo
trattiamo bene, lui ci ringrazia. E ci fa del bene: l’intestino allena due terzi del nostro
sistema immunitario. Dal cibo ricava energia per consentire al nostro corpo di vivere. E
possiede il sistema nervoso più esteso dopo quello del cervello. Le allergie, così come il
peso e persino il mondo emotivo di ognuno di noi, sono intimamente collegati alla
pancia. In questo libro, la giovane scienziata Giulia Enders ci spiega con un linguaggio
accessibile, spiritoso e piacevole, unito ai disegni esplicativi della sorella Jill, quel che ha
da offrirci la ricerca medica e come ci può aiutare a migliorare la nostra vita quotidiana.
L’intestino felice è un viaggio istruttivo e divertente attraverso il sistema digestivo.
Scopriremo perché ingrassiamo, perché ci vengono le allergie e perché siamo tutti
sempre più colpiti da intolleranze alimentari.
Pubblicato nel marzo 2014, dopo appena una settimana L’intestino felice è balzato al
primo posto delle classifiche tedesche e ci è saldamente rimasto. Con un milione di
copie, il libro è stato in assoluto il più venduto in Germania ed è in uscita in 30 paesi.

GIULIA ENDERS(1990) si divide fra Mannheim e Francoforte. Frequenta


un dottorato di ricerca presso l’Istituto di Microbiologia e Igiene
ospedaliera di Francoforte sul Meno. Per due volte ha ottenuto la
borsa di studio della fondazione Wilhelm und Else Heraeus. Nel 2012,
la sua conferenza Darm mit Charme (Il fascino dell’intestino) ha
vinto il primo premio nel Science Slam di Friburgo, Berlino e
Karlsruhe, per poi diventare virale su YouTube. Tale successo è stato
notato da un importante agente letterario che l’ha convinta a
scrivere questo libro. Dal momento della pubblicazione, Giulia Enders
è anche diventata una star mediatica, continuamente invitata a
programmi televisivi e talk show.

JILL ENDERSè laureata in design della comunicazione con


specializzazione in divulgazione scientifica. Lavora a Berlino,
Colonia, Filadelfia e Karlsruhe. Nel 2013 ha vinto la borsa di studio
della Heinrich-Hertz-Gesellschaft.
I consigli contenuti in questo libro sono stati valutati e verificati con cura dall’autrice e dall’editore, ma non intendono
sostituirsi in alcun modo alle raccomandazioni di medici competenti. Le informazioni riportate nel presente volume
non offrono garanzie di alcun genere. In caso di danni a cose o a persone, si esclude qualsiasi responsabilità da parte
dell’autrice, dell’editore e dei suoi collaboratori.

Titolo originale: Darm mit Charme. Alles über ein unterschätztes Organ
© by Ullstein Buchverlage GmbH, Berlin. Published in 2014 by Ullstein Verlag
Illustrazioni e fotografie di Jill Enders.
Design e lettering di copertina: tapiro.
© 2015 by Sonzogno di Marsilio Editori® s.p.a. in Venezia
Seconda edizione digitale 2016
ISBN 978-88-454-9771-1
www.sonzognoeditori.it
ebook@marsilioeditori.it
Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.

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L’INTESTINO FELICE
A tutti i genitori che allevano da soli i propri figli, profondendo amore ed energia,
come ha fatto nostra madre con me e mia sorella.
E a Hedi
Indice

Copertina
Abstract - Autrici
Frontespizio
Copyright
Esergo
Prefazione
1. Che fascino, l’intestino!
Come funziona la cacca? ... e perché vale la pena domandarselo
Mi siedo correttamente sul water?
L’anticamera del canale intestinale
La costruzione dell’intestino
Quel “contorsionista” dell’esofago
Quella borsetta sbilenca dello stomaco
Il tortuoso intestino tenue
Quel buono a nulla dell’intestino cieco e quel ciccione dell’intestino crasso
Quel che mangiamo veramente
Allergie, intolleranze e incompatibilità
Celiachia e sensibilità al glutine
Intolleranza al lattosio e al fruttosio
Una piccola lettura sulle feci
2. Il sistema nervoso dell’intestino
Come i nostri organi trasportano il cibo
Occhi
Naso
Bocca
Faringe
Esofago
Stomaco
Intestino tenue
Intestino crasso
Reflusso acido
Vomito
Perché vomitiamo e che cosa possiamo fare per evitarlo
Stitichezza
Lassativi
Un bel mucchio con l’osmosi
Planare con i lubrificanti
Un bel mucchio con i lassativi di contatto
Un bel mucchio con i farmaci procinetici
La regola dei tre giorni
Cervello e intestino
Come l’intestino influenza il cervello
Intestini irritati, stress e depressione
Dove si forma l’Io
3. Il mondo dei microbi
L’essere umano come ecosistema
Il sistema immunitario e i nostri batteri
Lo sviluppo della flora batterica intestinale
La flora batterica di un adulto
I geni dei nostri batteri
I tre tipi intestinali
Batteroidi
Prevotella
Ruminococcus
Il ruolo della flora intestinale
I batteri possono farci ingrassare? Come? Tre ipotesi
1.
2.
3.
Colesterolo e batteri intestinali
Teppisti – batteri cattivi e parassiti
Salmonelle con cappello
L’Helicobacter: “l’animale domestico” più antico dell’umanità
L’Helicobacter è cattivo
L’Helicobacter è buono
L’Helicobacter è sia buono sia cattivo
Toxoplasma – impavidi passeggeri dei felini
Vermi dei bambini o ossiuri
Pulizia e batteri buoni
La pulizia nella vita quotidiana
Diluire
Asciugare
Cambiare temperatura
Pulire
Nuovi metodi
Antibiotici
Esistono alternative agli antibiotici?
Probiotici
1. Massaggio e balsamo
2. Servizio di sicurezza
3. Bravi consulenti e trainer
Prebiotici
Ringraziamenti
Bibliografia
Prefazione

Sono venuta al mondo con parto cesareo e non sono stata allattata. Questo fa di me
un caso esemplare del panorama intestinale del XXI secolo. Se allora avessi saputo
qualcosa di più sull’intestino, avrei potuto scommettere su quali malattie ero
destinata a contrarre. All’inizio ero intollerante al lattosio, poi a cinque anni la mia
incompatibilità sparì e nessuno rimase particolarmente sorpreso. A un certo punto
diventai grassa, poi dimagrii di nuovo. Per un bel po’ di tempo godetti di buona
salute, poi arrivò la “ferita”.
A diciassette anni mi spuntò dal nulla una piccola lesione sulla gamba destra.
Siccome non guariva mai, dopo un mese andai dal medico. La dottoressa in realtà
non sapeva che cosa fosse e mi prescrisse una pomata. Tre settimane dopo avevo la
gamba piena di ferite. Ben presto comparvero anche sull’altra gamba, sulle braccia e
sulla schiena. A volte persino in faccia. Per fortuna, era inverno e tutti pensavano che
avessi l’herpes e un’escoriazione sulla fronte.
Nessun medico era in grado di aiutarmi: evidentemente soffrivo di una forma di
dermatite atopica. Mi chiesero se fossi molto stressata o se mi sentissi giù. Il
cortisone funzionò per un po’, ma appena smisi di prenderlo, tornò tutto come prima.
Per un anno continuai a portare i collant, d’estate e d’inverno, per evitare che le
ferite bagnassero i pantaloni. A un certo punto, però, decisi di darmi una mossa e
cominciai a raccogliere informazioni da sola. Per caso, trovai la descrizione di una
malattia della pelle molto simile alla mia. Un uomo l’aveva contratta dopo una cura
antibiotica e, in effetti, io stessa un paio di settimane prima della comparsa della
ferita iniziale avevo assunto antibiotici.
Da quel momento, smisi di trattare la mia pelle come se fossi affetta da dermatite
e partii dal presupposto di avere una malattia intestinale. Smisi di mangiare latticini,
eliminai quasi del tutto anche il glutine, assunsi diversi tipi di batteri e, in generale,
cominciai a mangiare in modo più sano. In questo periodo feci alcuni esperimenti
folli su me stessa... se avessi avuto le conoscenze mediche acquisite durante gli studi,
ne avrei scartati almeno la metà. Una volta esagerai con lo zinco e per mesi ebbi un
senso dell’olfatto estremamente acuto.
Con un paio di stratagemmi, riuscii finalmente a comprendere la mia malattia. Fu
un’esperienza positiva e sperimentai sulla mia stessa pelle che a volte è proprio vero
che il sapere è potere. Cominciai a studiare medicina.
Durante il primo semestre andai a una festa e mi ritrovai seduta accanto a un
ragazzo dal fiato pesantissimo, il peggiore che avessi mai sentito in vita mia. Era un
odore molto insolito: non aveva nulla a che vedere con certi aromi aspri all’idrogeno
tipici dei signori anziani stressati, né con certi sentori marci e dolciastri caratteristici
delle zie che mangiano troppo zucchero. Dopo un po’ mi allontanai da lui. Il giorno
dopo era morto. Si era suicidato. In seguito, ripensai spesso all’episodio. Mi chiesi:
possibile che un intestino molto malato abbia un odore così terribile e influenzi
anche l’umore?
Una settimana più tardi ebbi il coraggio di parlarne con una buona amica. Alcuni
mesi dopo questa amica prese una brutta influenza gastrointestinale. Stette molto
male. Quando ci incontrammo di nuovo, mi disse che forse la mia tesi poteva avere
qualche fondamento, perché durante la malattia aveva provato un malessere
psicologico che non le capitava di sperimentare da molto tempo. Questo mi
incoraggiò ad approfondire l’argomento. Scoprii allora che esisteva un’intera branca
della ricerca che si occupava proprio del legame fra intestino e cervello. È un settore
in rapida espansione. Fino a dieci anni fa, le pubblicazioni sul tema erano esigue,
ultimamente sono comparsi centinaia di articoli scientifici. La modalità in cui
l’intestino influisce sulla salute e sul benessere delle persone è uno dei campi di
ricerca più importanti del nostro tempo! Il famoso biochimico americano Rob Knight
ha dichiarato sulla rivista Nature che si tratta di una ricerca promettente almeno
quanto quella sulle cellule staminali. Insomma, alla fine mi sono ritrovata in un
ambito che mi ha sempre affascinato.
Nel corso degli studi ho potuto constatare quanto l’intestino sia maltrattato
all’interno della medicina. Eppure è un organo eccezionale. Costituisce due terzi del
sistema immunitario, ricava energia dal pane come dai würstel di tofu e produce più
di venti ormoni propri. Molti medici imparano molto poco sull’argomento nel corso
degli studi. Nel maggio del 2013, quando andai a un congresso dal titolo Microbiome
and Health (Batteri intestinali e salute) a Lisbona, i partecipanti non erano così
numerosi. Circa la metà proveniva da istituzioni che potevano permettersi il lusso di
appartenere alla cerchia dei “pionieri” della ricerca, come Harvard, Yale, Oxford e
l’EMBL di Heidelberg.
A volte, il fatto che gli scienziati si riuniscano a porte chiuse per discutere di
importanti scoperte sconosciute al pubblico mi fa paura. È vero che in campo
scientifico la prudenza in molti casi è preferibile alla diffusione di tesi avventate, ma
questo tipo di timori rischia di precludere valide opportunità. Oggi è generalmente
riconosciuto che spesso le persone con problemi digestivi soffrono di disturbi
intestinali di origine nervosa. L’intestino manda segnali a un’area del cervello
preposta all’elaborazione dei sentimenti negativi, anche se i soggetti in questione
non hanno fatto nulla di male. I pazienti provano disagio e non sanno perché. Il fatto
che alcuni medici li trattino come individui psicolabili e irrazionali è molto
controproducente! Ecco dunque un esempio dell’utilità di diffondere con maggiore
rapidità certi risultati della ricerca!
Con il presente libro mi ripropongo di fare proprio questo: rendere il sapere più
fruibile, divulgare quel che i ricercatori scrivono sulle loro relazioni scientifiche e
quel che viene detto nei congressi a porte chiuse, mentre tanta gente cerca risposte.
Capisco perché numerosi pazienti affetti da gravi malattie siano delusi dalla
medicina. Io non sono in grado di vendere rimedi miracolosi e un intestino sano non
guarisce da ogni male. Tutto quel che posso fare è spiegare in tono elegante come
funziona l’intestino, quali novità ci offre la ricerca e come possiamo utilizzarle per
migliorare la nostra vita quotidiana.
Il fatto di aver studiato medicina e di frequentare un dottorato di ricerca in un
istituto di microbiologia medica mi aiuta a valutare e a smistare le informazioni.
L’esperienza personale mi aiuta a comunicarle alla gente. Mia sorella mi aiuta a non
divagare: tutte le volte che succede, alza lo sguardo, interrompe la mia lettura ad
alta voce e dice ridendo: «Questa è da rifare.»
Il mondo è molto più divertente da osservare se cogliamo non solo ciò che si vede,
bensì anche tutto il resto. Allora un albero smette di essere solo un cucchiaio.
Questa, infatti, è solo la forma molto approssimata che percepiamo con gli occhi: un
tronco diritto con una chioma rotonda. Vedendo la sagoma, gli occhi ci dicono:
«Cucchiaio.» Sottoterra, però, ci sono almeno tante radici quanti sono i rami esposti
all’aria. Il cervello, dunque, dovrebbe dire qualcosa tipo «manubrio», ma non lo fa
perché riceve l’input principale dagli occhi e solo di rado dall’illustrazione di un libro
che raffigura un albero nella sua interezza. Perciò va avanti a commentare
diligentemente il paesaggio boschivo che scorre accanto dicendo: «Cucchiaio,
cucchiaio, cucchiaio, cucchiaio.»
Se continuiamo a vivere “a misura di cucchiaio”, ci sfuggono tante cose
meravigliose. Sotto la pelle l’attività è sempre intensissima: si scorre, si pompa, si
succhia, si schiaccia, si scoppia, si ripara e si ricostruisce daccapo. Tutta una
maestranza di organi sofisticati lavora con tale efficienza e perfezione, che in un’ora
di tempo una persona adulta consuma all’incirca l’energia di una lampadina da cento
watt. Ogni secondo i reni filtrano il sangue, ripulendolo scrupolosamente e con molta
più precisione di come farebbero dei filtri da caffè; per giunta, in genere, durano
tutta la vita. I nostri polmoni sono progettati talmente bene che impieghiamo energia
solo per inspirare. L’espirazione avviene infatti in modo del tutto automatico. Se
fossimo trasparenti, potremmo vedere quanto sono belli: sembrano automobiline con
ricarica a chiavetta, ma più grandi, e sono soffici e oblunghi. Quando uno pensa:
«Nessuno mi vuole bene», il suo cuore, in realtà, sta facendo per lui il
diciassettemillesimo turno da ventiquattro ore consecutive e avrebbe tutto il diritto di
sentirsi un po’ ignorato.
Se vedessimo più di quel che è visibile, potremmo anche osservare come un
ammasso di cellule nella pancia si trasformi in un essere umano. Allora capiremmo
che ci sviluppiamo grosso modo da tre “tubicini”. Il primo tubo ci attraversa e si
annoda al centro: è il nostro sistema vascolare, da cui si sviluppa il cuore, lo snodo
vascolare centrale. Il secondo tubo si forma quasi parallelamente sulla schiena, crea
una bolla, che si sposta in cima al corpo e ci rimane: è il nostro sistema nervoso nel
midollo spinale, da cui si sviluppa il cervello e da cui germogliano i nervi di tutto il
corpo. Il terzo tubo ci percorre dall’alto al basso: è il canale intestinale.
Il canale intestinale organizza tutto il nostro mondo interno. Produce delle gemme
che si diramano a destra e a sinistra. Queste gemme diventano i nostri polmoni. Un
po’ più in basso, il tubo si ripiega a formare il fegato. Plasma anche la cistifellea e il
pancreas. Soprattutto, però, comincia lui stesso a sfoderare capacità sorprendenti.
Partecipa agli impegnativi lavori di costruzione della bocca, realizza un esofago
capace di “ballare la break dance” e una piccola sacca nello stomaco per permetterci
di trattenere il cibo per un paio di ore. Infine, crea il capolavoro da cui ha finito per
prendere il nome: l’intestino.
I due “capolavori” degli altri tubi – il cuore e il cervello – godono di grande
considerazione. Il cuore è essenziale per la vita, perché pompa sangue in tutto il
corpo; il cervello è venerato per la sua capacità di sfornare pensieri straordinari a
ogni istante. Nel frattempo, secondo l’opinione dei più, l’intestino al massimo va al
gabinetto. Per il resto, probabilmente, se ne sta a poltrire nella pancia o, di tanto in
tanto, a scoreggiare. In generale, non si pensa che abbia capacità particolari. Si
potrebbe dire che lo sottovalutiamo un po’; a dirla tutta, però, non solo lo
sottovalutiamo: spesso ce ne vergogniamo addirittura. Che imbarazzo, l’intestino!
Questo volume vorrebbe cambiare un po’ le cose e provare a fare un’autentica
concorrenza al mondo visibile, cosa che con i libri riesce meravigliosamente. Gli
alberi non sono cucchiai! E l’intestino ha fascino da vendere!
Come funziona la cacca?
... e perché vale la pena domandarselo

Un giorno il mio coinquilino è entrato in cucina e mi ha chiesto: «Giulia, tu che studi


medicina, mi spieghi come funziona la cacca?» Questa frase non sarebbe certo
l’incipit ideale per le mie memorie, ma ha cambiato un bel po’ di cose nella mia vita.
Sono andata in camera mia, mi sono seduta a terra e ho sfogliato tre libri diversi.
Quando ho trovato la risposta, sono rimasta a bocca aperta. Un’attività così abituale
si è rivelata molto più sofisticata e straordinaria di quel che avessi mai immaginato.
Le nostre sedute al gabinetto sono prestazioni magistrali: due sistemi nervosi
collaborano coscienziosamente per smaltire i nostri rifiuti con la massima igiene e
discrezione. Nessun altro animale compie questa attività in modo altrettanto ordinato
ed esemplare. A tale scopo il nostro corpo ha sviluppato ogni genere di trucchi e
stratagemmi, a cominciare dai meccanismi di chiusura. Di solito si conosce solo lo
sfintere esterno, che possiamo aprire e chiudere intenzionalmente. Pochi centimetri
più in là esiste uno sfintere molto simile, che però non siamo in grado di controllare
in modo consapevole.
Questi due muscoli di contenzione agiscono nell’interesse di due sistemi nervosi
diversi. Quello esterno è un collaboratore fidato della nostra coscienza. Quando il
cervello decide che non è il momento di andare al gabinetto, lo sfintere esterno
ascolta la coscienza e si stringe il più possibile. Lo sfintere interno è il
rappresentante del mondo interno inconsapevole. A lui non interessa se alla zia Berta
piacciano o meno i peti. A lui sta a cuore solo il nostro benessere interno. Ci scappa
una puzzetta? Lo sfintere interno vuole allontanare dal corpo tutto quel che ci crea
disagio. Se fosse per lui, anche la zia Berta potrebbe scoreggiare più spesso.
L’importante è che la vita interna sia gradevole e che non si abbiano fastidi.
Questi due sfinteri devono collaborare. Quando i resti della nostra digestione
arrivano allo sfintere interno, questo si apre automaticamente. Poi, però, non passa
subito tutto il carico al collega esterno, bensì solo un campione di prova. Nello spazio
fra gli sfinteri interno ed esterno ci sono molte cellule sensoriali. Queste analizzano il
prodotto, per vedere se è solido o gassoso, e inviano le informazioni al cervello, che
in quel momento pensa: «Devo andare al gabinetto!... o forse è solo un peto». Allora,
con la sua “coscienza consapevole”, fa una cosa che gli riesce particolarmente bene:
ci induce a sintonizzarci con l’ambiente circostante. Raccoglie dunque informazioni
provenienti dagli occhi e dagli orecchi e consulta il proprio patrimonio di esperienze.
In pochi secondi elabora una prima valutazione, che trasmette di nuovo allo sfintere
esterno: «Ho guardato, siamo nel salotto di zia Berta: magari una scoreggina
potrebbe anche andare, se la fai uscire pianissimo. Roba solida meglio di no.»
Lo sfintere esterno capisce e, lealmente, si stringe ancora più di prima. Questo
segnale viene colto anche dallo sfintere interno, che stavolta rispetta la decisione del
collega. I due si alleano e spingono il campione di prova in un’ansa che fa da sala
d’attesa. Prima o poi dovrà uscire, ma non qui e non adesso. Un po’ di tempo dopo, lo
sfintere interno tenterà nuovamente di mandare un campione di prova. A quel punto,
però, saremo seduti comodamente sul divano di casa nostra: via libera!
Il nostro sfintere interno è un tipetto ordinato. Il suo motto è: quel che deve
uscire, deve uscire. E in questo non c’è molto da interpretare. Lo sfintere esterno si
deve sempre occupare del complicato mondo esterno. Potrei usare o no, in teoria, un
gabinetto sconosciuto? Ci conosciamo abbastanza bene da scoreggiare in presenza
reciproca o tocca a me rompere il ghiaccio? Se non vado adesso in bagno, dovrò
aspettare fino a stasera, e nel corso della giornata potrei avere dei fastidi!
I pensieri degli sfinteri non sembreranno forse degni di un premio Nobel, eppure
sono fondamentali per ogni essere umano. Quanta importanza diamo al nostro mondo
interno e a quali compromessi scendiamo per adattarci a quello esterno? C’è chi
reprime a ogni costo il peto più fastidioso finché non torna a casa con il mal di
pancia, e chi a una festa in famiglia dice alla nonna di tirargli il mignolo per
annunciare ad alta voce il suo peto, come se fosse un divertente gioco di prestigio.
Forse, a lungo termine, il miglior compromesso sta in una via di mezzo fra i due
estremi.
Se per molte volte consecutive ci tratteniamo dall’andare al gabinetto pur
avendone bisogno, intimidiamo lo sfintere interno. Così facendo, rischiamo persino di
fargli cambiare abitudini. Lui e la muscolatura circostante sono stati repressi così
spesso dallo sfintere esterno da sentirsi scoraggiati. Quando la comunicazione fra i
due muscoli di contenzione si raffredda, possono verificarsi addirittura degli
ingorghi.
La stessa cosa può succedere anche quando lo stimolo dell’evacuazione non viene
represso, per esempio alle partorienti. Durante la fase espulsiva del bambino è infatti
possibile che si rompano le sottili fibre nervose attraverso cui gli sfinteri
normalmente comunicano. La buona notizia è che anche i nervi possono ricrescere.
Da qualsiasi cosa siano stati causati i danni, esiste una terapia di biofeedback grazie
alla quale gli sfinteri, dopo un periodo di disaccordo, tornano in sintonia. Questo
trattamento viene praticato nei migliori reparti di gastroenterologia. Una macchina
misura l’efficienza della collaborazione fra i due sfinteri. Se è buona, si sente un
segnale acustico o si accende una luce verde. È una specie di quiz televisivo, dove il
palco si illumina e risuona tutte le volte che viene data una risposta esatta, anche se
non si fa in televisione, bensì nello studio di un medico e con un elettrodo sensoriale
nel sedere. Ne vale la pena: quando l’armonia fra il dentro e il fuori viene
ripristinata, si va molto più volentieri al gabinetto.
Sfinteri, cellule sensoriali, coscienza e quiz con elettrodi nel sedere: il mio
coinquilino non si sarebbe aspettato una risposta così piena di complicati dettagli. E
neppure il gruppo di educate studentesse di economia aziendale che nel frattempo si
era radunato nella nostra cucina per una festa di compleanno. Alla fine però ci siamo
divertiti e io ho capito che, fondamentalmente, l’argomento “intestino” interessa a
molte persone. È vero che tutti ci sediamo nel modo sbagliato sul water? Come si fa a
ruttare più facilmente? Perché noi possiamo ricavare energia da bistecche, mele o
patate arrosto, mentre le automobili tollerano solo certi tipi di benzina? A che cosa
serve l’intestino tenue e perché le feci hanno sempre lo stesso colore?
Nel frattempo, i miei coinquilini hanno imparato a riconoscere immediatamente
l’espressione che ho in faccia quando corro in cucina e devo per forza raccontare
l’ultimo aneddoto sull’intestino: per esempio, quello sui minigabinetti alla turca e
sulla cacca luminosa.

Mi siedo correttamente sul water?

Di tanto in tanto è consigliabile mettere in discussione le proprie abitudini. Faccio


davvero la strada più bella e più breve per raggiungere la fermata dell’autobus? Ho
scelto un’acconciatura adeguata e alla moda per coprire la pelata? O appunto: mi
siedo correttamente sul water?
Non sempre troviamo risposte precise ai nostri quesiti, ma la sperimentazione su
se stessi porta già una ventata di aria fresca. Probabilmente, ne era convinto anche
Dov Sikirov. Questo medico israeliano ha condotto uno studio su un campione di 28
persone, chiedendo loro di espletare le funzioni quotidiane in tre posizioni diverse:
sedute su un normale water come su un trono, “rannicchiate” scomodamente su un
gabinetto molto piccolo o accovacciate come se fossero all’aria aperta. Poi ha fermato
il cronometro e ha distribuito un questionario. Il risultato è stato inequivocabile: da
accovacciati i partecipanti hanno impiegato circa cinquanta secondi e hanno
dichiarato di sentirsi svuotati completamente. Da seduti ci hanno messo in media
centotrenta secondi e il risultato non è stato del tutto soddisfacente. (Ciononostante, i
gabinetti minuscoli sono sempre molto carini da vedere, a prescindere da quel che ci
si fa.)
Perché? Perché l’apparato sfinterico non è progettato per aprirsi del tutto quando
siamo seduti. Esiste un muscolo che in posizione seduta, o anche eretta, stringe
l’intestino come un laccio e lo tira da una parte a creare una strozzatura. Questo
meccanismo è, per così dire, un servizio aggiuntivo a quello svolto dagli sfinteri. Un
sistema di chiusura simile lo ritroviamo anche nelle pompe da giardino. Per esempio,
si chiede alla propria sorella come mai la pompa non funziona. Appena lei va a
vedere il beccuccio, si lascia andare in fretta la strozzatura e si aspetta ancora
qualche minuto, trascorso il quale si viene puniti con gli arresti domiciliari.
Torniamo alla strozzatura in fondo all’intestino: le feci arrivano a una curva. Come
se fossero in presenza di un’uscita autostradale, rallentano. In tal modo gli sfinteri,
quando siamo in piedi o seduti, fanno meno fatica a svolgere il loro compito di
contenzione. Se il muscolo lascia andare l’intestino, la strozzatura scompare.
L’autostrada è dritta e possiamo dare tranquillamente gas.
La posizione accovacciata è sin dalla preistoria la più naturale: il water moderno
esiste solo dal tardo XVIII secolo, quando trovò posto all’interno delle abitazioni.
Tuttavia, il ricorso all’autorità degli uomini delle caverne viene accolto con una certa
diffidenza dagli studiosi di medicina. Chi l’ha detto che la posizione accovacciata fa
rilassare il muscolo in questione permettendo al canale intestinale di raddrizzarsi?
Alcuni ricercatori giapponesi hanno somministrato a un gruppo di volontari sostanze
luminose, per poi sottoporli a radiografia mentre defecavano in posizioni diverse.
Risultato numero uno: è vero, quando siamo accovacciati il canale intestinale si
raddrizza bene e fila tutto liscio. Risultato numero due: per amore della scienza,
esistono persone molto disponibili che si lasciano somministrare sostanze luminose
per poi sottoporsi a radiografia mentre fanno la cacca. Due cose abbastanza degne di
nota, secondo me.
Le emorroidi e malattie intestinali come la diverticolite o anche la stipsi esistono
quasi solo nei paesi dove si evacua seduti su una specie di sedia. Una delle cause,
soprattutto se si parla di individui giovani, non è la rilassatezza dei tessuti, bensì
l’eccessiva pressione sull’intestino. C’è chi, in periodi particolarmente stressanti
della vita, contrae di continuo la pancia e spesso non se ne accorge nemmeno. Le
emorroidi evitano la pressione interna penzolando liberamente fuori dal sedere. Nel
caso dei diverticoli, sono i tessuti all’interno dell’intestino a spingersi fuori; ecco che
allora si formano minuscoli rigonfiamenti a forma di lampadina sulle pareti
dell’intestino.
Il nostro modo di sederci sul water non è certamente l’unica causa dell’insorgenza
di emorroidi e diverticoli. D’altra parte, bisogna anche dire che 1,2 miliardi di
persone che si scaricano in posizione accovacciata non hanno diverticoli e soffrono
molto meno di emorroidi. Noi, invece, spingiamo fuori i tessuti dal sedere e poi ce li
facciamo togliere dal dottore; tutto perché è più elegante sedere sul trono, piuttosto
che accovacciarsi come dei cretini? Gli studiosi di medicina danno tra l’altro per
scontato che l’abitudine di spingere per defecare aumenti il rischio di vene varicose,
ictus e perdita di conoscenza durante la defecazione.
Una volta un amico mi mandò un sms mentre si trovava in vacanza in Francia: «I
francesi sono fuori di testa: qualcuno ha rubato le tazze del water di tre autogrill!»
Scoppiai a ridere: primo, perché pensavo che dicesse sul serio, secondo, perché poi
mi ricordò la volta in cui mi ero bloccata davanti a un gabinetto alla turca francese.
«Perché dovrei accovacciarmi là sopra, quando avreste potuto mettere una bella
tazza?» avevo pensato quasi con le lacrime agli occhi, fissando scioccata quella
voragine davanti a me. In ampie zone dell’Asia, dell’Africa e dell’Europa del sud, la
gente rimane per poco tempo in bagno in posizioni simili a quelle dei lottatori o dei
velocisti ai blocchi di partenza. Noi, invece, restiamo seduti sulla tazza fino alla fine
dell’appuntamento e passiamo il tempo leggendo giornali, piegando la carta igienica,
individuando angoli da pulire del bagno o fissando pazienti la parete di fronte.
Quando ho letto questo testo ai miei famigliari nel salotto di casa, ho notato i loro
volti infastiditi. Allora adesso dobbiamo salire tutti sulla tazza e accucciarci a fare la
cacca in una posizione instabile e vacillante a cui non siamo abituati? La risposta è:
no. Sia che abbiamo le emorroidi o meno! Anche se sarebbe divertente mettersi sul
sedile e fare tutto da là sopra. Ci si può accovacciare anche da seduti. Ne vale
soprattutto la pena se non si stanno facendo molti progressi: si inclina il busto
leggermente in avanti, si appoggiano i piedi su uno sgabello e voilà: se troviamo la
giusta angolazione, possiamo anche leggere, giocherellare e fissare la parete con la
coscienza pulita.
L’anticamera del canale intestinale

Si potrebbe pensare che sia soprattutto la fine dell’intestino a riservare sorprese,


perché non ce ne occupiamo quasi mai. Eppure non avviene tutto laggiù: anche
l’anticamera del tubo digerente, che pure vediamo ogni giorno mentre ci laviamo i
denti, nasconde risorse inattese.
Il segreto numero uno è rintracciabile con la lingua: si tratta di quattro puntini.
Due sono all’interno della guancia, di fronte all’arcata dentale superiore, abbastanza
al centro. A destra e a sinistra sentiamo un leggero rigonfiamento. Molti credono di
essersi morsi la guancia chissà quando, ma non è così: simili gibbosità si trovano per
tutti in quei punti esatti. Gli altri due sono sotto la lingua, a destra e a sinistra del
frenulo. Tutti e quattro questi piccoli orifizi secernono saliva.
Dall’interno delle guance esce solo in caso di bisogno: per esempio, quando
mangiamo. Sotto la lingua, invece, il flusso è continuo. Se ci immergessimo in queste
aperture e nuotassimo controcorrente, arriveremmo alle principali fonti di saliva: la
produzione varia da un minimo di sette decilitri a un massimo di un litro al giorno. Se
vi passate la mano sul collo salendo verso la mandibola, sentirete due rigonfiamenti
tondeggianti. Permettetemi di presentarvele: sono le ghiandole salivari
sottomandibolari.
Siccome i due orifizi sottolinguali, “irrigatori non stop”, sono posizionati dietro gli
incisivi inferiori, su quei denti il tartaro si forma particolarmente in fretta. La saliva
contiene infatti sali di calcio che hanno lo scopo di rafforzare lo smalto, ma se il
dente è sempre sotto tiro, va a finire che il troppo stroppia. Piccole molecole
innocenti che si trovano nei dintorni si solidificano loro malgrado. Il problema non
risiede nel tartaro in sé, bensì nella sua ruvidità. I batteri della parodontite e della
carie si aggrappano con molta più facilità alle superfici ruvide piuttosto che allo
smalto liscio dei denti.
Come mai esistono questi sali di calcio nella saliva? La saliva è sangue filtrato.
Tale processo avviene all’interno delle ghiandole salivari. I globuli rossi vengono
trattenuti, perché ne abbiamo bisogno solo nel sangue e non in bocca. Il calcio, gli
ormoni e gli anticorpi del sistema immunitario passano invece dal sangue alla saliva.
Ecco perché la composizione della saliva varia leggermente da individuo a individuo.
Con un esame della saliva è possibile individuare la presenza di malattie autoimmuni
o di determinati ormoni. Inoltre, le ghiandole salivari possono aggiungere alla saliva
elementi nuovi, come sali di calcio e analgesici.
Nella saliva esiste infatti un antidolorifico molto più potente della morfina. Si
chiama opiorfina ed è stata scoperta solo nel 2006. Naturalmente, la produciamo solo
a piccole dosi, perché la nostra saliva non vuole rintronarci completamente. Eppure,
persino quantità così irrisorie hanno il loro effetto, perché abbiamo una bocca
ipersensibile! È in assoluto la parte del corpo più ricca di terminazioni nervose: un
minuscolo semino di fragola può darci terribilmente sui nervi e ci accorgiamo di ogni
granello di sabbia rimasto sull’insalata. Anche la ferita più piccola, a cui non
faremmo neppure caso se fosse sul gomito, nella bocca fa un male terribile e sembra
gigantesca.
Senza l’analgesico della saliva sentiremmo molto più dolore! Siccome durante la
masticazione incrementiamo la produzione di questo tipo di sostanze, avvertiamo
meno male alla gola dopo aver ingerito cibo e le piccole ferite all’interno della bocca
ci disturbano meno. Per produrre gli analgesici della bocca non siamo costretti a
mangiare, infatti è sufficiente masticare un chewing gum. Inoltre, diversi studi
recenti attestano le proprietà antidepressive dell’opiorfina. Può essere dunque che le
virtù consolatorie del cibo dipendano anche dalla saliva? Forse la ricerca sul dolore e
la depressione dei prossimi anni riuscirà a rispondere a questo interrogativo.
La saliva protegge le cavità orali sensibili non solo da un dolore intollerabile, ma
anche da numerosi batteri nocivi. Per questo esistono ad esempio le mucine, sostanze
viscose presenti nelle secrezioni mucose del tratto gastrointestinale e respiratorio.
Queste offrono ai bambini la possibilità di dedicarsi per ore a un gioco affascinante:
le bolle di saliva. Le mucine formano una rete protettiva intorno a denti e gengive: la
spruzziamo dagli orifizi delle ghiandole salivari più o meno come Spiderman schizza
ragnatele dai polsi. La rete cattura i germi prima che possano aggredirci. Nel
frattempo, altre sostanze antibatteriche della saliva hanno il tempo di eliminare gli
agenti patogeni.
Anche qui vale il principio dell’antidolorifico salivare: la concentrazione delle
sostanze in grado di uccidere i batteri non è troppo elevata. Il nostro sputo non ci
vuole disinfettare completamente: anzi, abbiamo bisogno di una bella squadra di
microrganismi in bocca. I batteri innocui non vengono completamente sterminati
dalla saliva, perché occupano lo spazio altrimenti invaso da germi pericolosi.
Mentre dormiamo la nostra salivazione diminuisce drasticamente, e meno male
per tutti quelli che tendono a sbavare sul cuscino! Se producessero anche di notte un
litro/un litro e mezzo di saliva come fanno di giorno, non sarebbe un bel vedere. La
scarsa secrezione salivare notturna fa sì che molti si sveglino con l’alito pesante o il
mal di gola. Otto ore di irrigazione ridotta danno il via libera ai microbi della bocca. I
germi pericolosi non vengono tenuti a bada tanto facilmente e le mucose orofaringee
sentono la mancanza del loro impianto di irrigazione.
Lavarsi i denti prima di andare a letto e alla mattina è dunque un’ottima
abitudine. Così facendo, la sera riduciamo la quantità di batteri nella bocca e
cominciamo la nottata con un’allegra brigata di microbi non troppo numerosa. Il
mattino dopo eliminiamo gli ultimi i rimasugli del festino notturno. Per fortuna, le
ghiandole salivari si svegliano insieme a noi e si danno subito da fare! Il flusso di
saliva torna alla normalità al più tardi con il primo panino della giornata o con lo
spazzolino da denti, eliminando i microbi o trasportandoli giù nello stomaco. Qui
l’acido gastrico provvede a completare l’opera.
Chi soffre anche di giorno di alitosi, forse non è riuscito a rimuovere con efficacia
i batteri maleodoranti. Certi furbacchioni amano nascondersi sotto la rete di mucine
e, a quel punto, non sono tanto facili da raggiungere dagli enzimi antibatterici. In
questi casi, può essere utile utilizzare spazzolini per la lingua, ma anche masticare a
lungo chewing gum, che garantiscono un flusso continuo di saliva, favorendo
l’eliminazione dei germi latitanti. Se tutto ciò non basta, può darsi che la fonte di
cattivo odore sia un’altra. Ne parleremo fra poco, ma prima devo presentarvi il
secondo posticino segreto della bocca.
Si tratta di una vera sorpresa; tipo quando si pensa di conoscere una persona e
poi si scopre che ha una vena di follia del tutto inattesa. Per esempio, la sera vai su
Internet e scopri che la segretaria dall’acconciatura super chic è titolare di un
allevamento di furetti selvatici. Oppure sorprendi il chitarrista di un gruppo heavy
metal a comprare gomitoli di lana, perché lavorare a maglia è rilassante ed è un
buon esercizio per le dita. Dopo la prima impressione arrivano le sorprese migliori, e
questo succede anche nel caso della lingua. Se ci guardiamo allo specchio con la
lingua di fuori, non riusciamo a vederla fino in fondo. Viene da chiedersi: “Ehi, ma
cosa succede là dietro? Sembra davvero che ci sia dell’altro”. E infatti è proprio lì
che comincia la parte folle della lingua: la radice.
Il tessuto linfatico sulla tonsilla linguale.

Qui troviamo un paesaggio bizzarro pieno di cupolette rosa. Chi non ha un riflesso
faringeo particolarmente sensibile, può passarsi il dito con cautela in fondo alla
lingua. Sull’estremità posteriore si sentono tante piccole sporgenze tondeggianti. Il
compito di questi agglomerati follicolari è quello di analizzare tutto quel che
ingoiamo. Ecco perché catturano minuscole particelle di cibo, bevande o fiato e le
attirano al loro interno. Qui si trova un esercito di cellule immunitarie che si allena
ad affrontare i corpi estranei provenienti dal mondo esterno. I pezzetti di mela li
lascia in pace, ma serra immediatamente i ranghi in presenza di agenti patogeni in
grado di irritare la gola. Chi sia a informare chi in questo giro esplorativo del dito
sulla lingua non è molto chiaro, perché ci troviamo su uno dei tessuti più curiosi del
nostro corpo: il tessuto linfatico.
Questo possiede alcune zone particolarmente indiscrete; intorno alla faringe esiste
infatti un’area costituita da tessuto linfatico chiamata anche Anello linfatico di
Waldeyer; in basso ci sono le tonsille linguali, a destra e a sinistra quelle palatine e,
in alto, sulla volta della rinofaringe, quelle faringee (posizionate nei pressi del naso e
delle orecchie, vengono normalmente chiamate adenoidi). Chi pensa di non avere più
tonsille, si sbaglia di grosso: tutte le componenti dell’Anello linfatico di Waldeyer si
chiamano infatti tonsille e svolgono lo stesso compito: ispezionare curiose i corpi
estranei e allenare le cellule immunitarie a difendersi.
Purtroppo, però, le tonsille palatine, che spesso vengono asportate, non svolgono
sempre bene il loro lavoro: anziché formare cupolette, scavano solchi profondi, le
cripte, che hanno lo scopo di ampliare la loro superficie. Lì dentro a volte rimangono
incastrati troppi corpi estranei che poi fanno fatica a uscire, cosicché il tessuto
linfatico tende a infiammarsi più del dovuto. Si tratta dunque di una conseguenza
dell’eccessiva curiosità delle tonsille. Una volta accertato che l’alito cattivo non
proviene dalla lingua né dai denti, si può dare un’occhiata alle tonsille palatine,
sempre che ce le abbiamo ancora. Qui a volte si nascondono minuscoli calcoli bianchi
dall’odore terrificante! La gente spesso ignora la loro esistenza e combatte per
settimane contro l’alitosi o un sapore strano in bocca. In questo caso lavarsi i denti,
fare i gargarismi o pulirsi la lingua non serve praticamente a nulla. Prima o poi
quelle palline minuscole se ne vanno via da sole e tutto torna alla normalità, ma non
è il caso di aspettare così a lungo. Infatti esistono diversi metodi per rimuovere i
cosiddetti tonsilloliti, e il cattivo odore in bocca sparisce all’istante.
Il migliore test per capire se è quella la causa del cattivo odore è passarsi un dito
o un cotton fioc sulle tonsille. Se si sente puzza, bisogna cercare i calcoli. Per
liberarsene, ci si può rivolgere a un otorinolaringoiatra, e questo è il metodo più
comodo e sicuro. Chi invece ha un certo gusto per i video al limite del disgustoso,
potrà osservare su YouTube diverse tecniche di asportazione, nonché alcuni
esemplari mostruosi. In ogni caso, non è roba per stomaci delicati.
Esistono anche altri metodi casalinghi contro i calcoli tonsillari. C’è chi fa diversi
gargarismi al giorno con acqua salata, chi giura sull’efficacia dei crauti crudi freschi
acquistati in negozi di prodotti naturali e chi sostiene che eliminando i latticini ci si
sbarazzi per sempre dei fastidiosi intrusi bianchi. Nessuno di questi consigli ha
fondamenti scientifici. In compenso, la scienza si è interrogata su quale sia il periodo
ideale della vita per togliere le tonsille. Ecco la risposta: meglio dopo i sette anni.
A questa età abbiamo già visto tutto nella vita. Almeno per quanto riguarda le
cellule immunitarie: siamo usciti nel mondo sconosciuto, siamo stati sbaciucchiati
dalla mamma, siamo andati in giardino o nel bosco, abbiamo toccato animali, preso
raffreddori su raffreddori e conosciuto una marea di estranei a scuola. Una volta
fatte queste esperienze, il nostro sistema immunitario ha, per così dire, terminato gli
studi e può cominciare a lavorare normalmente per il resto dei suoi giorni.
Prima del settimo anno di vita, le tonsille sono ancora importanti luoghi di
apprendimento. La formazione del sistema immunitario non è importante solo per la
lotta contro il raffreddore. Svolge infatti un ruolo di rilievo per la salute del cuore e
per il peso corporeo. Le persone che sono state private di tonsille prima dei sette
anni hanno per esempio maggiori probabilità di sviluppare sovrappeso. Tuttavia, i
medici non sono ancora in grado di spiegarne il motivo, anche se sono sempre più
numerosi i ricercatori che studiano la relazione fra sistema immunitario e peso
corporeo. Per i bambini sottopeso l’effetto ingrassante della tonsillectomia può
essere un toccasana, perché consente loro di rientrare nella norma. In tutti gli altri
casi, dopo l’operazione viene consigliata una dieta bilanciata.
Chi sceglie di rinunciare alle tonsille prima del settimo anno di vita dovrebbe
insomma avere ottimi motivi per farlo. Se per esempio le tonsille sono talmente
ingrossate da compromettere il sonno e la respirazione, il problema
dell’ingrassamento diventa irrilevante. Il fatto che il tessuto linfatico sia così deciso a
difenderci è persino commovente, ma purtroppo rischia di causare più danni che
benefici. Spesso è possibile rimuovere con il laser solo la parte fastidiosa della
tonsilla, evitando di asportarla per intero. Le cose cambiano in caso di infiammazione
cronica: le cellule immunitarie non hanno mai tregua e a lungo andare finiscono per
risentirne. Non importa se si hanno quattro, sette o cinquant’anni: separarsi per
sempre dalle tonsille può essere un vantaggio per i sistemi immunitari troppo
sensibili.
Si pensi ad esempio ai malati di psoriasi. Un sistema immunitario troppo reattivo
provoca infiammazioni pruriginose alla pelle (che spesso cominciano sulla testa) o
disturbi alle articolazioni. Questi pazienti soffrono anche più della media di dolori
alla gola. Un fattore scatenante della patologia potrebbe essere la presenza costante
di batteri nelle tonsille che irritano il sistema immunitario. Da più di trent’anni i
medici riscontrano numerosi casi di malati di psoriasi che dopo l’asportazione delle
tonsille vedono nettamente migliorate le condizioni della pelle o guariscono
addirittura. Proprio per questo nel 2012 un gruppo di ricercatori islandesi e
americani decise di condurre uno studio sull’argomento. Gli scienziati divisero un
campione di ventinove malati di psoriasi soggetti a frequenti mal di gola in due
gruppi. Uno si fece togliere le tonsille, l’altro no. Fra i quindici pazienti
“detonsillati”, tredici migliorarono in modo netto e duraturo. Chi invece si era tenuto
le tonsille rimase come prima. Oggi l’operazione è consigliata anche in caso di
malattie reumatiche, qualora le tonsille siano fortemente sospettate di esserne
responsabili.
Tonsille sì, tonsille no: ci sono buoni motivi sia per tenerle sia per toglierle. Chi ha
dovuto farsele asportare presto, non deve temere di essersi perso tutte le importanti
lezioni del sistema immunitario della bocca! Infatti possiede ancora le tonsille
linguali e faringee. Chi invece non ha subito l’asportazione, non deve avere paura di
batteri nascosti: molte persone infatti non presentano cripte così profonde nelle
tonsille e non hanno problemi. Gli agglomerati pieni di tessuto linfatico sulla lingua e
tutt’intorno non sono praticamente mai covi di germi. Non hanno la conformazione
adatta a ospitarli e possiedono ghiandole per ripulirsi a intervalli regolari.
All’interno della bocca c’è sempre un gran lavorio: le ghiandole salivari sparano
reti di mucine, curano i denti e ci proteggono da un’eccessiva sensibilità. L’anello
linfatico sorveglia gli estranei e prepara eserciti di anticorpi. Non ne avremmo certo
bisogno, se dietro la cavità orale non succedesse nulla. La bocca è solo l’anticamera
di un mondo che assimila tutto ciò che è alieno.
La costruzione dell’intestino

Certe cose, a osservarle più da vicino, risultano un po’ deludenti. I wafer al


cioccolato della pubblicità non vengono preparati con amore da massaie in costume
agreste, bensì escono dalle catene di montaggio di fabbriche illuminate da lampade
al neon. Andare a scuola non è divertente come sembrerebbe il primo giorno. Dietro
le quinte della vita sono tutti struccati, e molte cose appaiono molto più belle da
lontano che da vicino.
Non è il caso dell’intestino. Visto da lontano ha un’aria comica. Dietro la bocca
comincia l’esofago, un tubo del diametro di due centimetri che percorre il collo, evita
la punta dello stomaco e vi si infila lateralmente. Il lato destro dello stomaco è molto
più corto di quello sinistro; ecco perché quest’organo si piega come una borsetta
sbilenca a forma di mezzaluna. Poi c’è l’intestino tenue, che con i suoi sette metri di
lunghezza si torce disorientato a destra e a sinistra finché non arriva all’intestino
crasso. In fondo all’intestino cieco c’è l’appendice vermiforme, che non pare capace
di fare altro che infiammarsi. L’intestino crasso, invece, con i suoi grossi
rigonfiamenti, sembra una penosa imitazione di una collana di perle. Insomma, visto
da lontano, il canale intestinale è brutto, asimmetrico e assolutamente privo di
fascino.
Non è dunque il caso di mantenere le distanze: questo è infatti l’unico organo del
corpo ad acquistare sempre più fascino, a mano a mano che ci si avvicina; più ne sai,
più ti sembra bello. Cominciamo a osservare con maggiore attenzione le sue parti più
curiose.

Quel “contorsionista” dell’esofago

La prima impressione è questa: l’esofago ha una pessima mira. Anziché scegliere il


tragitto più breve e dirigersi verso la punta superiore dello stomaco, lo raggiunge
dal lato destro. Una mossa davvero geniale. I chirurghi la chiamerebbero anastomosi
termino-laterale. È una piccola deviazione, ma estremamente utile. Ogni volta che
facciamo un passo, contraiamo i muscoli addominali e la pressione sulla pancia
raddoppia. Quando ridiamo o tossiamo, quadruplica addirittura. Poiché l’addome
schiaccia lo stomaco dal basso, se l’esofago si trovasse esattamente in cima, la
pressione sarebbe terribile. Grazie alla posizione laterale, gliene arriva invece una
minima parte. Così non rischiamo di vomitare tutte le volte che ci muoviamo dopo
mangiato. Grazie all’astuta angolazione e agli sfinteri, durante un accesso di ridarola
al massimo ci scappa una scoreggia di gioia, mentre non si è mai sentito che
qualcuno si sia messo a vomitare per il troppo ridere.
Una conseguenza dell’entrata laterale è la bolla gastrica! Tutte le radiografie
dello stomaco evidenziano questa piccola sacca d’aria. In fin dei conti, l’aria tende a
salire e non cerca subito l’uscita laterale. Ecco perché molte persone devono
deglutire prima di riuscire a ruttare: il movimento fa sì che l’apertura dell’esofago si
sposti verso la bolla gastrica, lasciando uscire liberamente il rutto. Se si vuole ruttare
da coricati, si fa molta meno fatica girati sul fianco sinistro. Chi avverte una
pressione addominale mentre se ne sta disteso sul lato destro, dovrebbe
semplicemente girarsi dall’altra parte.
Anche il contorto esofago è più carino di quel che potrebbe sembrare a prima
vista. Se l’osserviamo con attenzione, ci accorgiamo che è avvolto da fibre muscolari
spiraliformi. È grazie a loro che avvengono i movimenti da “contorsionista”. Se le tiri,
non si strappano, bensì si torcono come il cavo di un telefono. L’esofago è collegato
alla colonna vertebrale per mezzo di fasci di fibre. Se ci sediamo con la schiena
eretta e solleviamo la testa, l’esofago si allunga. In tal modo, si restringe e gli orifizi
in alto e in basso si chiudono più facilmente. A chi soffre di reflusso gastrico dopo un
pasto abbondante, conviene dunque stare bene diritto, piuttosto che gobbo.
Per meglio rappresentare la bolla gastrica, si è rinunciato alla precisa suddivisione delle
zone chiare e scure tipica di un’immagine radiologica, in cui gli elementi più solidi, come
denti e ossa, appaiono chiari, mentre le zone meno dense, come la bolla gastrica e l’aria
nei polmoni, risultano scuri.

Quella borsetta sbilenca dello stomaco


Lo stomaco si trova molto più in alto di quel che immaginiamo normalmente.
Comincia appena sotto il capezzolo sinistro e finisce sotto la costola destra. Tutto
quel che duole sotto questa borsetta sbilenca non è lo stomaco. Quando la gente dice
di avere problemi allo stomaco, in realtà si sta riferendo all’intestino. Sullo stomaco
poggiano il cuore e i polmoni. Ecco perché quando abbiamo mangiato molto facciamo
fatica a inspirare a fondo.
Una sindrome che i medici di base di solito ignorano è quella di Roemheld. Nello
stomaco si accumula talmente tanta aria da premere dal basso sul cuore e sui nervi
viscerali. Ognuno reagisce a modo proprio. Alcuni provano un senso di malessere o
vertigine; altri sono addirittura soggetti ad accessi di panico o affanno; altri ancora
avvertono un forte dolore al petto, come se avessero avuto un infarto. Spesso simili
pazienti vengono trattati dai medici come malati immaginari. Tuttavia, sarebbe più
utile domandare loro: «Ha provato a ruttare o a scoreggiare?» A lungo termine si
consiglia di rinunciare agli alimenti che causano gonfiore, di rimettere in sesto lo
stomaco e la flora intestinale o di evitare di bere troppo alcol. L’alcol può moltiplicare
anche per mille i batteri produttori di gas. Alcuni di essi si nutrono addirittura
d’alcol (si capisce per esempio dal sapore della frutta in fermentazione). Quando
l’intestino è abitato da efficienti produttori di gas, una notte in discoteca sfocia
immancabilmente in un concerto per tromba mattutino. Col cavolo che l’alcol
“disinfetta”!
E ora parliamo della sua strana forma. Possiede un lato molto più lungo dell’altro
e per questo è costretto a curvarsi e presenta grosse pieghe al suo interno. Si
potrebbe anche dire che lo stomaco è il Quasimodo degli organi di digestione.
Eppure il suo aspetto deforme ha un significato più profondo. Quando beviamo un
sorso d’acqua, il liquido scorre nell’esofago e poi direttamente lungo il lato destro
più corto dello stomaco e giù in basso, fino all’orifizio dell’intestino tenue. Il cibo,
invece, scende lungo il lato più lungo dello stomaco. Insomma, la nostra borsetta
della digestione divide astutamente ciò che deve sminuzzare da ciò che può lasciare
passare in fretta. Il nostro stomaco non è semplicemente sbilenco, bensì possiede due
lati con competenze diverse. Uno se la cava meglio con i liquidi, l’altro con i solidi. In
poche parole, abbiamo due stomaci in uno.

Il tortuoso intestino tenue

Nella pancia abbiamo un intestino tenue lungo fra i tre e i sette metri, morbidamente
ripiegato su se stesso. Quando ci lanciamo da un trampolino, si tuffa anche lui con
noi. Quando siamo seduti su un aereo appena prima del decollo, rimbalza anche lui
contro lo schienale del sedile. Quando danziamo, ballonzola allegramente, e quando
contraiamo il viso per il mal di pancia, tende anche lui i muscoli in modo abbastanza
simile.
Pochi hanno avuto l’occasione di vedere il proprio intestino tenue. Durante una
colonscopia, solitamente il medico si limita a osservare l’intestino crasso. Chi ha
l’opportunità di seguire il percorso dell’intestino tenue con una videocapsula (una
telecamera ingoiabile), rimane perlopiù sorpreso. Infatti non si ritrova a osservare
una buia galleria, bensì una creatura molto varia: lucida come il velluto, umida e
rosa e a modo suo delicata. Quasi nessuno sa che solo l’ultimo metro di intestino
crasso contiene le feci: quelli precedenti sono sorprendentemente puliti (addirittura
inodori, perlopiù) e si occupano, coscienziosi e accoglienti, di tutto quel che
ingeriamo.
A prima vista, l’intestino tenue potrebbe apparire un po’ monotono rispetto agli
altri organi. Il cuore ha quattro stanze, il fegato i lobi, le vene le valvole e il cervello
le aree; l’intestino tenue, invece, si limita a torcersi disordinatamente. Il suo vero
aspetto è visibile solo al microscopio. Nessuno meglio di lui potrebbe incarnare il
concetto di “amore per il dettaglio”.
Villi intestinali, microvilli e glicocalici.

Il nostro intestino desidera offrirci una superficie di assorbimento il più possibile


estesa. Per questo si piega così volentieri. Se non lo facesse, per digerire avremmo
bisogno di 18 metri di intestino tenue! Evviva le pieghe!
Un perfezionista come l’intestino tenue non si ferma qui. Su un solo millimetro
quadrato di parete intestinale ci sono trenta minuscoli villi immersi nell’impasto di
cibo e succhi gastrici. Questi villi sono talmente piccoli da risultare pressoché
invisibili, ma non del tutto, infatti a occhio nudo riconosciamo una struttura vellutata.
Osservati al microscopio, assomigliano a grosse onde formate da cellule epiteliali. (Il
velluto ha un aspetto molto simile.) Utilizzando un microscopio migliore, ci
accorgiamo che ognuna di queste cellule è munita di proiezioni villose. Villi su villi,
insomma. Anche questi presentano un rivestimento vellutato costituito da
innumerevoli strutture di zucchero, o saccaridiche, chiamate glicocalici che
assomigliano a tante corna di cervo. Se dovessimo appiattire ogni cosa, pieghe, villi e
microvilli, il nostro intestino misurerebbe circa sette chilometri.

Ma perché deve essere così enorme? A conti fatti, digeriamo su una superficie
cento volte più estesa della nostra pelle. Sembra un po’ troppo grande per
metabolizzare una piccola porzione di patatine fritte o una mela. Eppure nella nostra
pancia succede proprio questo: ingrandiamo noi stessi e sminuzziamo tutti i corpi
estranei, finché non sono talmente piccoli da poter essere assimilati e diventare
parte di noi.
Questo processo comincia già in bocca: ecco perché sentiamo un rumore così forte
quando addentiamo una mela; i denti spaccano milioni di cellule, che esplodono
come palloncini e sprigionano un’abbondanza di succhi. Più fresca è la mela, più
saranno numerose le sue cellule intatte. Per questo ci fidiamo dei morsi
particolarmente fragorosi.
Così come amiamo la freschezza croccante, prediligiamo gli alimenti proteici
scaldati. Infatti preferiamo le bistecche ai ferri, le uova strapazzate e il tofu arrostito
alla carne cruda, alle uova liquide e al tofu freddo. Anche questo dipende dal fatto
che abbiamo intuito qualcosa di fondamentale. Nello stomaco un uovo crudo fa la
stessa fine che fa in padella: l’albume diventa bianco, il tuorlo giallo pastello ed
entrambe le sostanze si rapprendono. Se dovessimo vomitarlo un po’ di tempo dopo,
otterremmo un uovo strapazzato otticamente liscio senza alcun impiego di calore. Le
proteine reagiscono al fuoco dei fornelli come ai succhi gastrici: si scompongono. A
quel punto, perdono la capacità per esempio di dissolversi invisibilmente nell’albume
e si presentano in frammenti bianchi che si disintegrano molto più facilmente nello
stomaco e nell’intestino tenue. La cottura risparmia dunque allo stomaco un po’ di
“energia solvente”; in poche parole, è come se una parte della digestione venisse
“esternalizzata”.
L’ultimo sminuzzamento degli alimenti che assumiamo avviene dunque
nell’intestino tenue. Nel tratto iniziale della parete intestinale troviamo un piccolo
foro, chiamato papilla. Assomiglia un po’ agli orifizi da cui esce la saliva in bocca, ma
è più grande. Da questa minuscola apertura escono i succhi digestivi che innaffiano il
bolo alimentare. Essi vengono prodotti nel fegato e nel pancreas appena mangiamo
qualcosa e successivamente inviati alla papilla. Contengono le stesse sostanze che
troviamo nei detersivi per il bucato e per i piatti in vendita al supermercato: enzimi
digestivi e solventi dei grassi. I detersivi sono efficaci contro le macchie, in quanto
“digeriscono”, per così dire, ed eliminano dai vestiti sostanze grasse, zuccherose o
albuminose e le fanno fluire nelle acque di scarico, mentre le fibre umide vengono
strofinate e rimescolate. Anche nell’intestino tenue succede qualcosa di simile.
Naturalmente, qui vengono sciolti pezzi di gran lunga più grossi di albume, grasso o
carboidrati affinché si allontanino dalle pareti dell’intestino e fluiscano nel sangue.
Un pezzettino di mela cessa dunque di essere quel che è per diventare una soluzione
nutritiva costituita da miliardi di miliardi di molecole energetiche. Per poter
assimilare bene ognuna di esse, necessitiamo di una superficie veramente estesa:
sette chilometri ci vogliono tutti. Così, in caso di infiammazione o influenza
gastrointestinale, c’è spazio anche per una zona di sicurezza.
I villi dell’intestino tenue contengono minuscoli vasi sanguigni. Essi stessi vengono
nutriti dalle molecole assorbite. Tutti i vasi dell’intestino tenue confluiscono nel
fegato, che filtra i veleni e le sostanze nocive. Qui tutto ciò che è pericoloso per noi
può essere ancora distrutto prima di finire nella grande circolazione sanguigna. E se
mangiamo troppo, è qui che si formano i primi serbatoi di energia. Dal fegato, il
sangue ricco di sostanze nutritive passa direttamente al cuore, che lo pompa
vigorosamente alle innumerevoli cellule del corpo. Per esempio, con una pulsazione,
una molecola di zucchero arriva a una cellula della pelle sul capezzolo destro. Lì
viene assimilata e bruciata dall’ossigeno. Così viene prodotta l’energia necessaria a
tenere in vita la cellula; di conseguenza, si creano calore e minuscole quantità di
acqua. Questo processo avviene contemporaneamente in un’infinità di cellule
minuscole, così da mantenere una temperatura corporea fra i 36 e i 37 gradi Celsius.
Il principio di fondo di questo scambio di sostanze energetiche è semplice. Perché
una mela maturi, la natura impiega energia. A nostra volta, noi umani sminuzziamo
la mela e la bruciamo scomponendola a livello molecolare. L’energia derivante da
questo processo l’utilizziamo per vivere. Tutti gli organi che nascono dal tubo
intestinale possono procurare materiale combustibile per le nostre cellule. Gli stessi
polmoni non fanno altro che assorbire molecole a ogni respiro. “Prendere una
boccata d’aria” significa, per così dire, “assumere nutrimento allo stato gassoso”.
Buona parte del nostro peso corporeo deriva dagli atomi inspirati e non solo dal
cheeseburger che abbiamo ingerito, tanto per fare un esempio. Le piante ricavano
addirittura la maggior parte del proprio peso dall’aria, e non dalla terra... Con ciò
spero di non aver suggerito un’idea per una nuova dieta a una rivista femminile.
Insomma, noi diamo energia a tutti gli organi, ma otteniamo qualcosa in cambio
solo dall’intestino tenue. Ecco perché mangiare è un’attività così gratificante. Ma non
ci si può aspettare una spinta energetica subito dopo l’ultimo boccone. Anzi, di fatto,
molte persone si sentono stanche dopo i pasti. Il cibo non è ancora arrivato
all’intestino tenue e la digestione è ancora in fase preparatoria. La fame è passata,
perché il cibo ha allargato lo stomaco, ma noi siamo fiacchi come prima di aver
mangiato e necessitiamo di ulteriore forza per l’impegnativa operazione di impasto e
sminuzzamento del cibo. In questo momento scorre molto sangue negli organi della
digestione. Ecco perché numerosi scienziati danno per scontato che il cervello si
stanchi a causa della scarsa irrorazione sanguigna.
Uno dei miei professori commentava a proposito: «Se tutto il sangue della testa
fosse nella pancia, moriremmo o perderemmo conoscenza.» In effetti, esistono altre
possibili cause della stanchezza dopo i pasti. Particolari molecole segnale che
emettiamo quando ci sentiamo sazi sono in grado di stimolare zone del cervello che ci
fanno sentire stanchi. Può essere che la fiacchezza disturbi il cervello quando stiamo
lavorando, ma è indubbio che giovi all’intestino tenue. Se siamo rilassati, lui è in
grado di funzionare al meglio, perché in tal modo dispone della maggior parte
dell’energia del corpo e il sangue non è pieno di ormoni dello stress. Per quanto
riguarda la digestione, una persona che sta leggendo tranquillamente un libro ha
molto più successo di un top manager stressato.

Quel buono a nulla dell’intestino cieco e quel ciccione dell’intestino crasso

Ritrovarsi distesi sul lettino di un medico con un termometro in bocca e un altro nel
sedere. Non è proprio il massimo. Eppure, era proprio questo che ti succedeva un
tempo, se per caso c’era un sospetto di appendicite. Una temperatura rettale
superiore a quella orale era considerata un indizio importante. Oggi i medici non si
fidano più delle differenze di temperatura. Sintomi di un’infiammazione
dell’appendice vermiforme, o appendicite, sono febbre e dolori sotto l’ombelico a
destra (dove la maggior parte della gente ha l’intestino cieco).
Se premiamo un dito su questo punto, spesso sentiamo dolore, ma curiosamente il
male scompare esercitando pressione a sinistra dell’ombelico. Appena però lasciamo
andare il dito: ahia! Questo dipende dal fatto che gli organi addominali sono avvolti
in un liquido protettivo. Se si schiaccia la parte sinistra, l’intestino infiammato a
destra si trova gradevolmente immerso in una quantità maggiore di protezione
liquida. Altri sintomi di appendicite sono: dolore sollevando la gamba destra contro
un ostacolo (qualcuno che oppone resistenza); mancanza di appetito o nausea.
L’appendice vermiforme è spesso considerata un organo inutile. Al contrario,
l’intestino cieco a cui è attaccata è un tratto importante dell’intestino crasso e nessun
medico al mondo si sognerebbe mai di asportarlo per intero a pazienti affetti da
gravi dolori addominali. L’unica a essere asportata è l’appendice. Non sembra far
parte dell’intestino, perché assomiglia a un palloncino sgonfio, di quelli che i clown
modellano a forma di animali. L’appendice vermiforme non solo è troppo minuscola
per occuparsi dell’impasto alimentare, ma è anche sistemata in una posizione in cui
non arriva praticamente cibo: l’intestino tenue si inserisce un po’ più in alto in un
lato dell’intestino crasso e aggira facilmente l’appendice, che preferisce osservare
dal basso ciò che succede nel mondo soprastante. Chi ricorda ancora gli agglomerati
follicolari della bocca avrà forse intuito le competenze di questa strana osservatrice!
Pur essendo lontana dai colleghi, appartiene al tessuto linfatico delle tonsille.
L’intestino cieco si occupa di tutto ciò che l’intestino tenue non è in grado di
assimilare. Ecco perché non ha un aspetto vellutato. La presenza di villi iper-ricettivi
comporterebbe un inutile dispendio energetico. Questa è la patria dei batteri
intestinali, che disintegrano gli ultimi residui di cibo. Il nostro sistema immunitario si
interessa molto a questi microbi.
L’appendice è dunque collocata in un’ottima posizione! Abbastanza lontana da non
doversi occupare di tutto il ciarpame alimentare, ma anche sufficientemente vicina
da poter tenere d’occhio tutti i germi sconosciuti. Se le pareti dell’intestino crasso
contengono grandi depositi di cellule immunitarie, l’appendice è composta quasi
esclusivamente da tessuto linfatico. In presenza di un agente patogeno, è
perfettamente protetta, mentre tutto quel che le sta intorno, a 360 gradi, per così
dire, si può infiammare. Se l’appendice si gonfia di conseguenza, avrà ancora più
difficoltà a liberarsi dei germi. A causa di queste infezioni, in Germania vengono
eseguite più di centomila appendicectomie all’anno.
Di sicuro, però, non finisce sempre così. Se sopravvivono solo i batteri buoni e
quelli pericolosi vengono aggrediti, un’appendice sana dovrebbe disporre di
un’ottima selezione di batteri benefici. Ed è proprio questa la teoria elaborata nel
2007 dai ricercatori americani Randal Bollinger e William Parker. Per esempio, un
ciclo di violenti attacchi di diarrea può eliminare molti tipici abitanti dell’intestino,
lasciando il campo libero a nuovi insediamenti batterici. In circostanze simili, non è
per nulla consigliabile affidarsi al caso, e proprio per questo, secondo Bollinger e
Parker, entra in gioco la squadra dell’appendice che, partendo dal basso, estende la
sua azione protettiva su tutto l’intestino crasso.
La Germania non è un territorio pullulante di agenti patogeni della diarrea. Anche
se ci prendiamo un’influenza intestinale, l’ambiente in cui viviamo è popolato da
germi di gran lunga meno pericolosi di quelli che si trovano per esempio in India o in
Spagna. Si può dire quindi che noi tedeschi abbiamo meno bisogno dell’appendice
rispetto a chi vive in India e in Spagna. Ecco perché non dobbiamo preoccuparci più
di tanto, se per caso ci hanno tolto o ci toglieranno l’appendice! Le cellule
immunitarie del resto dell’intestino non sono compatte come quelle dell’appendice,
ma in compenso sono più varie e abbastanza competenti da svolgere lo stesso
compito. Chi si prende una diarrea e vuole andare sul sicuro a livello numerico, può
ripopolare il proprio intestino acquistando batteri benefici in farmacia.
Ora la funzione dell’intestino cieco e dell’appendice dovrebbe risultare un po’ più
chiara. Ma perché abbiamo anche l’intestino crasso? Il cibo è già stato assimilato, i
villi sono scomparsi, e che cosa può fare, la flora intestinale, dei resti non digeribili?
Il nostro intestino crasso non ha forma serpeggiante. Circonda l’intestino tenue come
una spessa cornice. Il fatto che lo chiamino “crasso” è leggermente offensivo per lui:
per svolgere le sue mansioni ha semplicemente bisogno di più spazio.
Chi amministra bene le proprie risorse, se la cava anche in tempi di ristrettezze.
Questo è il motto dell’intestino crasso. Con calma, si occupa di tutti i rimasugli e
porta a termine la digestione. Nel frattempo, può essere che nell’intestino tenue
venga assimilato il secondo o il terzo pasto, ma l’intestino crasso non si lascia
ingannare. I resti del cibo vengono lavorati coscienziosamente per sedici ore. Grazie
a questo processo, assimiliamo sostanze che avremmo certamente perduto, se ci
fossimo fatti prendere dalla fretta; infatti, è solo qui che possiamo assorbire minerali
importanti come il calcio. Attraverso l’attenta collaborazione di intestino crasso e
flora batterica, otteniamo inoltre una dose aggiuntiva di acidi grassi ricchi di
energia, vitamina K, vitamina B12, tiamina (vitamina B1) e riboflavina (vitamina B2).
Questa serve a numerosi scopi: per esempio, favorisce la coagulazione del sangue,
irrobustisce i nervi e protegge dall’emicrania. Nell’ultimo metro di intestino viene
inoltre bilanciato con grande precisione il contenuto di acqua e sale: nessuno è
tenuto a verificarlo personalmente, ma la nostra cacca ha sempre lo stesso livello di
salinità. Grazie al rigoroso mantenimento di questo equilibrio, si può risparmiare un
intero litro d’acqua. Se ciò non avvenisse, dovremmo bere ogni giorno un litro
d’acqua in più.
Al pari dei nutrienti assimilati dall’intestino tenue, le sostanze assorbite
dall’intestino crasso confluiscono nel sangue e raggiungono il fegato, dove vengono
nuovamente analizzate e successivamente liberate nella grande circolazione. I vasi
sanguigni degli ultimi centimetri del tubo intestinale non passano dal fegato per
disintossicare il sangue, ma si immettono direttamente nella grande circolazione. Di
norma, qui non viene più assorbito nulla, perché il lavoro è già stato svolto prima. Ma
ci sono delle eccezioni: le supposte. Le supposte possono contenere meno principio
attivo delle pillole da ingerire per via orale, eppure hanno un effetto molto più
rapido. Spesso compresse e sciroppi devono essere assunti in dosi massicce solo
perché il fegato elimina buona parte dei “veleni” prima che possano arrivare alla
zona del corpo su cui devono agire. È certamente una soluzione poco pratica, perché
tali sostanze “tossiche” ci interessano per i loro effetti concreti. Per evitare di
affaticare il fegato con antipiretici e compagnia bella, la soluzione migliore,
soprattutto per i bambini e gli anziani, è quella di utilizzare la scorciatoia del retto
con le supposte.
Quel che mangiamo veramente

La fase più importante della digestione avviene nell’intestino tenue, dove


l’estensione della superficie garantisce il massimo sminuzzamento del cibo. È qui che
si decide se tolleriamo il lattosio, che cosa sia una alimentazione sana o quali
alimenti scatenino allergie. In questa ultima tappa, gli enzimi della digestione
lavorano come minuscole forbici: tagliuzzano il cibo fino a ottenere il minimo comun
denominatore con le cellule dell’organismo. Lo stratagemma della natura è questo:
ogni essere vivente è costituito dalle stesse sostanze di base, ossia da molecole di
zucchero, amminoacidi e grassi. E tutto il cibo che ingeriamo viene da esseri viventi,
categoria a cui appartengono per definizione biologica tanto un melo quanto una
vacca.
Le molecole dello zucchero possono unirsi a formare catene complesse. A quel
punto, perdono il sapore dolce e diventano i cosiddetti carboidrati di alimenti come il
pane, la pasta o il riso. Terminato il lavoro di sminuzzamento degli enzimi, una fetta
di pane da toast viene digerita e si trasforma nel seguente prodotto finale: una
quantità di molecole saccaridiche pari a due cucchiai di zucchero bianco. L’unica
differenza consiste nel fatto che lo zucchero non ha bisogno di essere lavorato così
tanto dagli enzimi, bensì arriva nell’intestino tenue già abbastanza sminuzzato da
poter fluire direttamente nel sangue. Assumere troppo zucchero puro in una volta
sola raddolcisce il sangue per breve tempo.
Gli enzimi digeriscono gli zuccheri del pane molto bianco relativamente in fretta,
ma non quelli del pane integrale! Quest’ultimo è costituito infatti da catene
saccaridiche particolarmente complesse, che devono essere disintegrate pezzo per
pezzo. Il pane integrale non è dunque una bomba calorica, bensì una sana riserva di
zuccheri. Inoltre, un improvviso aumento di zuccheri costringe il corpo a reagire
molto più energicamente per ripristinare il giusto equilibrio. Per far ciò, libera
grandi quantità di ormoni, soprattutto insulina, e una volta terminata la missione
speciale, si stanca più rapidamente. Se lo zucchero non viene assimilato troppo in
fretta, rappresenta un’importante materia prima. Lo possiamo utilizzare come
combustibile per riscaldare le cellule, oppure per produrre strutture saccaridiche
come il glicocalice (a forma di corna di cervo) sulle cellule intestinali.
In ogni caso, il nostro corpo ama il dolce zuccherino, perché essendo più veloce da
assimilare gli fa risparmiare lavoro, al pari delle proteine riscaldate. Inoltre, lo
zucchero si trasforma rapidissimamente in energia. Questo efficace apporto
energetico viene premiato dal cervello con sensazioni gradevoli. Eppure non
mancano le insidie: in tutta la storia dell’umanità non si è mai conosciuta un’offerta
di zucchero esagerata quanto al giorno d’oggi. Nei supermercati americani circa l’80
per cento dei prodotti lavorati contiene zucchero. A livello evolutivo, siamo nella fase
in cui il nostro corpo ha trovato il nascondiglio dei dolci e si sta ingozzando
sconsideratamente, fino a collassare sul divano in preda a una crisi iperglicemica e al
mal di pancia.
Anche se sappiamo che continuare a spizzicare fa male, non possiamo prendercela
con l’istinto che ci induce ad approfittare dell’abbondanza. Se mangiamo troppo
zucchero, stiamo solo facendo scorte in vista di tempi duri. Si tratta di un
comportamento pratico. Da una parte, formiamo lunghe catene glucidiche e lo
immagazziniamo nel fegato sotto forma di glicogeno; dall’altra, lo trasformiamo in
grasso e lo depositiamo nel tessuto adiposo. Lo zucchero è l’unica sostanza che il
corpo può utilizzare per produrre grasso con poco sforzo.
Per esaurire le riserve di glicogeno basta fare un po’ di jogging; finiscono più o
meno nell’istante in cui pensiamo: «Adesso comincio davvero a fare fatica». Ecco
perché gli esperti di fisiologia della nutrizione consigliano di fare almeno un’ora di
sport al giorno per bruciare grasso. È solo quando le prestazioni cominciano a
peggiorare che vengono davvero intaccate le riserve di grassi nobili. Noi magari ci
indispettiamo perché la pancetta non se ne va subito, ma il nostro corpo non
comprende questa rabbia, perché le cellule umane adorano il grasso.
Fra tutte le componenti dell’alimentazione, è la più efficiente e preziosa! I suoi
atomi sono posizionati l’uno accanto all’altro in modo così intelligente che un
grammo di grasso, rispetto allo stesso quantitativo di carboidrati e proteine, produce
il doppio dell’energia. Lo utilizziamo per avvolgere i nervi, come un materiale
isolante per cavi elettrici. È grazie a questo rivestimento che riusciamo a pensare
così in fretta. Alcuni importanti ormoni del corpo sono costituiti da grasso; inoltre,
ognuna delle nostre cellule è avvolta da una membrana formata in prevalenza da
lipidi (o grassi). Una cosa così preziosa deve essere protetta e non può essere
consumata con una semplice corsetta. In periodi di carestia – e negli ultimi milioni di
anni ce ne sono state tante – ogni grammo di adipe sulla pancia è un’assicurazione
sulla vita.
Anche per l’intestino tenue il grasso è una cosa molto speciale. Al contrario delle
altre sostanze nutritive, non può passare direttamente dall’intestino al sangue. Il
grasso non è solubile in acqua: ostruirebbe subito i vasi capillari dei villi
dell’intestino tenue e fluttuerebbe nelle vene più grosse come olio nell’acqua della
pasta. L’assimilazione del grasso avviene dunque in modo diverso, cioè attraverso il
sistema linfatico. I vasi linfatici stanno ai vasi sanguigni più o meno come Robin sta a
Batman. Nel corpo, ogni vaso sanguigno viene accompagnato da un vaso linfatico,
persino le venuzze più piccole dell’intestino tenue. Mentre le vene sono rosse e
spesse e pompano eroicamente nutrimento ai tessuti, i vasi linfatici sono sottili e di
colore bianco-trasparente. Il loro compito è quello di riportare indietro i liquidi
precedentemente pompati ai tessuti e di spargere cellule immunitarie nel corpo,
perché agiscano ovunque nel modo appropriato.
I vasi linfatici sono gracili perché, al contrario delle vene, non possiedono pareti
muscolose. Spesso collaborano con la forza di gravità. Per questo la mattina al
risveglio abbiamo gli occhi gonfi. Quando siamo coricati, la forza di gravità non aiuta
un granché; i piccoli vasi linfatici del viso rimangono volenterosamente aperti, ma è
solo quando ci alziamo in piedi che il liquido trasportato qui dal sangue durante la
notte può scorrere di nuovo verso il basso. (Le gambe, dopo aver camminato a lungo,
non sono piene di liquidi perché i muscoli schiacciano i vasi linfatici a ogni passo e i
fluidi vengono spinti verso l’alto.) La linfa è sottovalutata in tutto il corpo, tranne che
nell’intestino tenue. Qui fa la sua entrata trionfale! Tutti i vasi linfatici confluiscono
in un vaso considerevolmente ampio e possono raccogliere il grasso digerito senza
rischiare di ostruirsi.
Questo vaso ha un nome altisonante: dotto toracico! Potremmo presentarlo così:
«Evviva il dotto, che ci può spiegare perché i grassi nobili sono così importanti e
quelli cattivi fanno tanto male!» Dopo un pasto ricco di grassi, il dotto – presente sia
negli uomini che nelle donne – è così pieno di minuscole goccioline lipidiche che i
fluidi, da trasparenti che erano, sono diventati bianchi come il latte. Il grasso, dopo
essersi raccolto nel dotto, sale su per l’addome, supera il diaframma, descrive un
arco e si infila direttamente nel cuore. (Dove si riversano i fluidi provenienti dalle
gambe, dalle palpebre e anche dall’intestino.) Sia il nobile olio d’oliva che il grasso
per friggere da quattro soldi finiscono dunque nel cuore. A differenza di tutti gli altri
alimenti digeriti, non passano prima per il fegato.
Veniamo disintossicati dai grassi nocivi e pericolosi solo quando il cuore li ha già
messi vigorosamente in circolo insieme a tutto il resto e le goccioline di grasso sono
finite per caso in un vaso sanguigno del fegato. Siccome questo organo contiene un
bel po’ di sangue, esistono buone probabilità che l’incontro abbia luogo abbastanza
presto; prima, però, il cuore e i vasi sanguigni sono alla mercé di tutto quel che
McDonald’s e compagnia bella hanno acquistato a basso prezzo.
Se il grasso cattivo può nuocere alla salute, quello buono può avere effetti
meravigliosi. Chi spende un paio di euro in più per un olio d’oliva spremuto a freddo
(extra vergine), intinge la propria baguette in un balsamo per il cuore e i vasi
sanguigni. Numerosi studi dimostrano che l’olio d’oliva può proteggere
dall’arteriosclerosi, dallo stress cellulare, dall’Alzheimer e dalle malattie degli occhi
(per esempio, dalla degenerazione maculare). Inoltre, è utile in caso di malattie
infiammatorie, come l’artrite reumatoide, e per la prevenzione di certi tipi di cancro.
E, udite udite, tutti voi che temete i grassi: l’olio di oliva è potenzialmente in grado di
combattere i rotolini indesiderati! Infatti, blocca un enzima del tessuto adiposo,
l’acido grasso sintasi, che tende a produrre grasso con i carboidrati in eccesso. L’olio
di oliva non giova solo a noi, bensì anche ai batteri benefici dell’intestino.
A = i vasi sanguigni si dirigono al fegato e poi al cuore.
B = i vasi linfatici si dirigono direttamente al cuore.

Un buon olio d’oliva di solito costa un po’ di più, non ha un sapore grasso né
rancido, ma di bosco e fruttato, e a volte, per via dei tannini, procura un leggero
prurito mentre scende in gola. Se la mia descrizione vi sembra un po’ troppo vaga,
potete sempre affidarvi ai marchi di qualità.
Attenzione, però: rovesciare allegramente olio d’oliva in padella non è molto
consigliabile, perché... il calore distrugge molte cose! I fornelli sono ottimi per
cuocere bistecche e uova, ma non per gli acidi oleici, che rischiano di essere
modificati chimicamente. Per cuocere è meglio utilizzare olio per frittura o grassi
solidi, come il burro o il grasso di cocco. Pur essendo pieni dei tanto vituperati acidi
grassi saturi, questi ultimi rimangono più stabili a temperature elevate.
Gli oli nobili non sono solo sensibili al calore, ma assorbono anche i radicali liberi
presenti nell’aria. I radicali liberi arrecano molti danni al nostro corpo, perché non
sono affatto contenti della loro libertà: preferiscono di gran lunga legarsi. Si
aggrappano a qualunque cosa, ai vasi sanguigni, alla pelle del viso o alle cellule dei
nervi, provocando infiammazioni dei vasi, alterazione della cute e malattie nervose.
Se desiderano legarsi all’olio di casa, va benissimo, ma per piacere solo all’interno
del nostro corpo e non in cucina. Ecco perché bisogna chiudere bene il tappo
dell’olio dopo l’impiego e metterlo in frigorifero.
I grassi animali presenti nella carne, nel latte e nelle uova contengono molto più
acido arachidonico degli oli vegetali. Con gli acidi arachidonici il nostro corpo
produce molecole segnale in grado di trasmettere la sensazione del dolore. Al
contrario, oli come quello di colza, di semi di lino e di canapa contengono più acidi
alfa linoleici, che hanno proprietà antinfiammatorie. Una sostanza dall’effetto
paragonabile, chiamata oleocantale, è presente anche nell’olio di oliva. Questi grassi
hanno un effetto simile all’ibuprofene o all’aspirina, ma in dosi molto più ridotte. In
altre parole, non funzionano in caso di forti cefalee. Un utilizzo regolare può aiutare
però chi soffre di malattie infiammatorie, frequenti mal di testa o dolori mestruali. A
volte, se si fa attenzione a utilizzare più grassi vegetali che animali, il dolore risulta
meno acuto.
Tuttavia, l’olio d’oliva non è una panacea per la pelle e i capelli. Da studi
dermatologici è emerso addirittura che irrita la cute e spesso unge i capelli al punto
da imporre lavaggi ripetuti che annullano ogni beneficio iniziale.
Anche all’interno del corpo possono esserci troppi grassi. Quando sono troppi,
buoni o cattivi che siano, non siamo semplicemente in grado di assorbirli. È come
quando ci mettiamo troppa crema in faccia. Gli esperti di fisiologia della nutrizione
consigliano di coprire il 25, o al massimo il 30 per cento, del nostro fabbisogno
energetico quotidiano con i grassi. Questo significa in media 55/66 grammi al giorno:
gli uomini alti e sportivi possono assumerne un po’ di più, le persone piccole e
tranquille preferibilmente di meno. Con un Big Mac abbiamo già assunto la metà del
fabbisogno giornaliero di grassi, anche se viene da chiedersi: che tipo di grassi? Con
un panino al pollo in salsa teriyaki della catena di fast food Subway si arriva solo a 2
grammi: evidentemente, il compito di trovare il modo di assumere gli altri 53 grammi
necessari ogni giorno viene lasciato al cliente.
Dopo aver presentato i carboidrati e i grassi, non ci resta che parlare della terza –
e ampiamente sconosciuta – colonna portante della nostra nutrizione: gli
amminoacidi. Sembra strano, ma sia il tofu insapore o alle noci sia la carne salata e
speziata sono costituiti da acidi minuscoli. Come nel caso dei carboidrati, i
componenti vengono schierati l’uno accanto all’altro a formare catene. In tal modo,
cambiano sapore e alla fine anche nome, diventando proteine. Nell’intestino tenue
gli enzimi della digestione scompongono il prodotto, e la parete intestinale si
accaparra gli elementi più preziosi. Esistono venti amminoacidi e infinite possibilità
di combinarli, ottenendo diversi tipi di proteine. Con le proteine noi esseri umani
costruiamo per esempio il DNA, il nostro patrimonio genetico ereditario, presente in
ognuna delle cellule che produciamo ogni giorno. Lo fanno anche tutti gli altri esseri
viventi, piante o animali che siano. Ecco perché tutto ciò che è commestibile in
natura contiene proteine.
Tuttavia, rinunciare alla carne senza avere deficit nutrizionali è più difficile di
quel che si potrebbe immaginare: le piante costruiscono proteine diverse da quelle
animali e spesso ricavano talmente poco da un amminoacido che le loro proteine
vengono definite “incomplete”. Quando a nostra volta vogliamo costruire proteine
con i loro amminoacidi, attingiamo alla catena, finché non scopriamo che ci manca
un amminoacido! Le proteine incomplete si distruggono facilmente e noi espelliamo i
piccoli acidi con la pipì, oppure li ricicliamo in qualche modo. Ai fagioli manca
l’amminoacido metionina, al riso e al frumento (quindi anche al seitan), manca la
lisina, al mais ne mancano addirittura due: la lisina e il triptofano! Questo però non
basta a sancire il trionfo degli amanti della carne su chi vi ha rinunciato: i
vegetariani e i vegani devono solo fare attenzione a combinare correttamente gli
alimenti.
I fagioli non contengono metionina, ma in compenso un’enorme quantità di lisina:
una tortilla di grano con crema di fagioli e ripieno gustoso procura tutti gli
amminoacidi necessari alla produzione di proteine. Anche chi mangia solo uova e
formaggio può avere un apporto proteico incompleto. In molti paesi le persone
consumano intuitivamente pasti in cui gli alimenti si integrano a vicenda: riso e
fagioli, pasta e formaggio, pane turco e humus o pane tostato con burro di arachidi.
In teoria, non è obbligatorio combinare i cibi all’interno di un pasto, basta farlo nel
corso di una giornata (spesso le combinazioni ci suggeriscono un menu, quando non
sappiamo che cosa cucinare). Ci sono anche piante che contengono tutti gli
importanti amminoacidi in quantità sufficiente: la soia e la quinoa, ma anche
l’amaranto, le alghe di spirulina, il fagopiro e i semi di chia. Il tofu merita dunque la
fama di sostituto della carne, anche se purtroppo sempre più persone risultano
allergiche a questo alimento.
Allergie, intolleranze e incompatibilità

Una teoria sull’origine delle allergie ipotizza che queste si sviluppino durante la
digestione nell’intestino tenue. Quando non riusciamo a scomporre una proteina in
tutti i suoi amminoacidi, ne rimangono minuscoli frammenti, che in genere non
vengono assorbiti dal sangue. Ma le cose meno appariscenti riservano grandi
sorprese. Si pensi, per esempio, alla linfa. I frammenti potrebbero finirvi dentro
racchiusi in goccioline di grasso ed essere intercettati dalle attente cellule
immunitarie. Queste ultime potrebbero individuare – poniamo – un pezzetto di
arachide e aggredire prontamente il corpo estraneo.
Quando lo troveranno di nuovo, saranno meglio preparate e potranno attaccarlo
con più decisione; a un certo punto, basterà mettere in bocca l’arachide perché le
cellule immunitarie, debitamente informate, imbraccino i loro mitra. Ne deriveranno
reazioni allergiche sempre più forti, come per esempio estremi gonfiori del viso e
della lingua. Una simile spiegazione è compatibile con allergie provocate soprattutto
da alimenti grassi e al tempo stesso ricchi di proteine, come il latte, le uova e
soprattutto le arachidi. Il fatto che quasi nessuno sia allergico allo speck si spiega
facilmente. Anche noi siamo fatti di carne e di norma la digeriamo bene.

Celiachia e sensibilità al glutine

Lo sviluppo dell’allergia attraverso l’intestino tenue non può essere provocato solo
dai grassi. Allergeni come crostacei, pollini o glutine non sono bombe caloriche di
per sé, e le persone che assumono molti grassi non sono necessariamente più
allergiche di altre. Un’ulteriore teoria sulla comparsa di allergie è la seguente: può
capitare che la parete intestinale sia temporaneamente distratta e permetta a dei
rimasugli di cibo di finire nel tessuto intestinale e nel sangue. Gli scienziati lo
ipotizzano soprattutto in caso di allergia al glutine, un miscuglio proteico che si trova
in cereali come il grano.
Non è che i cereali siano contenti di farsi mangiare da noi. In realtà, le piante
desiderano moltiplicarsi, mentre noi in pratica divoriamo la loro prole. Invece di farci
delle scenate, avvelenano un pochino i loro semi. È molto meno drammatico di quel
che potrebbe apparire a prima vista: il fatto che mangiamo qualche chicco di grano
non costituisce un problema per nessuno; al contrario, garantisce la nostra
sopravvivenza e anche quella delle piante. Più queste si sentono in pericolo, più
avvelenano i propri semi. Il grano è molto preoccupato, perché i suoi semi hanno
pochissimo tempo per crescere e moltiplicarsi. Non può andare storto nulla. Negli
insetti il glutine blocca un importante enzima della digestione. Per esempio,
un’insolente cavalletta mangia un po’ troppa erba di grano e le rimane sullo stomaco:
il fatto che smetta di ingozzarsi è un bene per entrambe le parti.
Nell’intestino umano il glutine può attraversare le cellule intestinali senza essere
stato del tutto digerito e da lì compromettere la coesione fra le cellule e far sì che le
proteine del grano finiscano in zone che non competono loro, suscitando sgradevoli
reazioni da parte del sistema immunitario. Una persona su cento presenta
un’intolleranza al glutine (celiachia), ma molte di più sono semplicemente sensibili a
questa sostanza!
Nei celiaci la masticazione del grano può scatenare forti infiammazioni capaci di
distruggere i villi intestinali o addirittura indebolire il sistema nervoso. I pazienti
lamentano dolori intestinali e diarrea, da bambini hanno problemi di crescita o sono
molto pallidi d’inverno. L’aspetto insidioso della malattia è che si presenta a diversi
livelli di gravità. In caso di infiammazioni minori, spesso si va avanti per anni senza
accorgersi di nulla. Ogni tanto si soffre di mal di pancia ed eventualmente anche di
anemia, cosa di cui il medico di base potrebbe accorgersi solo per caso. Al momento,
la migliore terapia per la celiachia è la rinuncia totale al grano e simili.
In caso di sensibilità al glutine, è possibile mangiare il grano senza subire gravi
danni all’intestino tenue, ma non si deve esagerare. Un po’ come nel caso della
cavalletta. Molte persone si accorgono però che dopo aver evitato il glutine per una o
due settimane si sentono meglio. D’un tratto, hanno meno problemi di digestione e di
flatulenza, meno dolori alla testa o alle articolazioni. Alcuni si riescono a concentrare
meglio, oppure hanno meno episodi di stanchezza o spossatezza. La ricerca sulla
sensibilità al glutine è molto recente. Per il momento, la diagnosi si può riassumere
come segue: i disturbi si attenuano con un’alimentazione priva di glutine, anche se
l’esame per la celiachia è risultato negativo. I villi intestinali non sono né infiammati
né distrutti, forse però il sistema immunitario reagisce male a causa dell’assunzione
di un numero eccessivo di panini.
La permissività dell’intestino può essere un fenomeno passeggero: per esempio,
dopo aver assunto antibiotici o bevuto troppo alcol o in periodi di stress. Chi risulta
sensibile al glutine per questi motivi può addirittura manifestare sintomi simili a
quelli di una vera intolleranza. In questi casi, conviene rinunciare al glutine per un
certo periodo. Per elaborare una diagnosi definitiva, è importante sottoporsi a
un’attenta visita medica e accertarsi che non ci siano determinate molecole sulle
cellule del sangue. Oltre ai gruppi sanguigni A, B, AB e 0, che conosciamo tutti,
esistono molti altri parametri per caratterizzare il sangue, come per esempio
l’aplotipo DQ. Coloro che non appartengono ai gruppi DQ2 o DQ8, hanno ben poche
probabilità di essere celiaci.

Intolleranza al lattosio e al fruttosio


Nel caso dell’intolleranza al lattosio, non si tratta di allergia o di incompatibilità.
Tuttavia, anche in questo caso il problema è che gli alimenti non riescono a essere
scomposti in tutte le loro parti. Il lattosio è un componente del latte e consiste in due
molecole di zucchero legate chimicamente. L’enzima della digestione che le divide
non esce dalla papilla, bensì viene costruito dalle stesse cellule dell’intestino tenue
sui loro villi più piccoli. Il lattosio si scompone appena tocca la parete intestinale e i
singoli zuccheri vengono assimilati. In mancanza dell’enzima, insorgono disturbi
simili a quelli tipici dell’intolleranza o della sensibilità al glutine: mal di pancia,
diarrea o flatulenza. A differenza di quanto avviene per i celiaci, in questo caso non
ci sono particelle di lattosio non digerite che attraversano la parete intestinale. Gli
zuccheri passano semplicemente dall’intestino tenue a quello crasso, dove
alimentano batteri produttori di gas. La flatulenza e altri disturbi sono, per così dire,
un saluto riconoscente da parte di microbi allegri e ipernutriti. Nonostante abbia
effetti molto sgradevoli, l’intolleranza al lattosio è di gran lunga meno dannosa per la
salute di una celiachia non riconosciuta.
Tutti possiedono i geni per la digestione del lattosio. Solo in rari casi esistono
effettivamente problemi congeniti. Alcuni bambini non possono bere il latte della
madre senza avere forti diarree. Per il 75 per cento di tutti gli esseri umani, il gene si
disattiva gradualmente con l’invecchiamento: d’altronde, a un certo punto smettiamo
di essere allattati al seno o con il biberon. Fuori dall’Europa occidentale,
dall’Australia e dagli Stati Uniti, gli adulti che tollerano il latte sono una rarità. Nel
frattempo, anche alla nostra latitudine stanno aumentando i prodotti privi di lattosio
in vendita al supermercato, e secondo le stime attuali, un tedesco su cinque è
intollerante al lattosio. Più si invecchia, più aumentano le probabilità di aver perso la
capacità di scomporre gli zuccheri del latte; spesso, però, si arriva a sessant’anni
senza mai sospettare che l’abituale bicchiere di latte o l’ottima panna sulla pasta
possano causare flatulenza o una leggera diarrea.
D’altra parte, non è affatto vero che non possiamo più bere latte! Nella maggior
parte dei casi si possiede ancora enzimi in grado di scomporre il lattosio
nell’intestino, solo che la loro attività è un po’ fiacca. Diciamo che si è ridotta al 10/15
per cento di quello che era un tempo. Se constatiamo che eliminando il bicchiere di
latte migliora la nostra salute di pancia, possiamo anche stabilire con calma quanto
lattosio siamo ancora in grado di tollerare. Un pezzo di formaggio o della crema nel
caffè spesso non fanno niente di male, e neppure le creme al latte nei dolci.
Lo stesso vale per l’intolleranza alimentare più diffusa in Germania. Un terzo dei
tedeschi ha problemi con il fruttosio, lo zucchero contenuto nella frutta. Da qui
deriva la diceria che se mangi ciliegie bevendoci sopra dell’acqua, ti viene il mal di
pancia. Anche per l’intolleranza al fruttosio esistono forti incompatibilità congenite;
chi ne soffre riscontra immediatamente difficoltà nella digestione, anche dopo aver
ingerito quantità ridotte. La maggior parte delle persone, però, manifesta disturbi
solo in caso di assunzione in dosi eccessive. La gente, perlopiù, ignora il problema, e
quando acquista prodotti contenenti fruttosio, pensa che quest’ultimo sia più sano
dello zucchero. Ecco perché l’industria alimentare dolcifica di buon grado i prodotti
con fruttosio puro, contribuendo in tal modo a rendere la nostra alimentazione più
ricca di fruttosio di quanto non sia mai stata in precedenza.
Molte persone non avrebbero problemi a mangiare una mela al giorno, se il
fruttosio non si trovasse anche nel ketchup per condire le patatine fritte, nello yogurt
alla frutta dolcificato e nel minestrone preconfezionato. Alcuni pomodori vengono
coltivati in modo che abbiano un maggior contenuto di fruttosio. Inoltre, oggi la
globalizzazione e il trasporto aereo garantiscono un’offerta di frutta un tempo
impensabile. D’inverno troviamo ananas tropicali accanto a fragole fresche
provenienti dalle serre olandesi e qualche fico secco del Marocco. Quella che oggi
definiamo intolleranza alimentare forse è solo la reazione di un corpo perfettamente
normale che nel corso di una sola generazione ha dovuto adattarsi a
un’alimentazione mai sperimentata nel corso dei milioni di anni precedenti.
Alla base dell’intolleranza al fruttosio vi è però un meccanismo diverso da quello
che scatena l’allergia al glutine o al lattosio. Le persone affette da intolleranza
congenita hanno pochi enzimi per l’elaborazione del fruttosio all’interno delle loro
cellule. Il fruttosio può dunque arricchirsi lentamente dentro le cellule e interferire
con altri processi. Se l’intolleranza si manifesta in fase avanzata della vita, è possibile
che vi siano problemi nell’assimilazione del fruttosio nell’intestino. Spesso i canali di
trasporto nella parete intestinale (i cosiddetti trasportatori GLUT-5) sono meno
numerosi, e se si ingerisce anche solo una piccola quantità di fruttosio, per esempio
una pera, sono già sovraccarichi; analogamente a quel che accade nel caso di
intolleranza al lattosio, lo zucchero della pera finisce dunque nella flora dell’intestino
crasso. Tuttavia, alcuni ricercatori si stanno attualmente domandando se la causa
scatenante sia davvero la scarsa quantità di trasportatori. Per esempio, può essere
che la flora intestinale sia mal composta; quando mangiamo una pera, questa manda
il fruttosio restante a una squadra di batteri intestinali che provoca disturbi
particolarmente sgradevoli. Naturalmente, i fastidi peggiorano a seconda di quanto
ketchup, minestrone confezionato o yogurt alla frutta si è già mangiato in
precedenza.
Un’intolleranza al fruttosio può avere ripercussioni sul nostro stato d’animo. Lo
zucchero favorisce anche l’assorbimento di molti altri nutrienti. Per esempio,
amminoacidi come il triptofano si aggrappano volentieri al fruttosio nella digestione.
Quando però abbiamo così tanto fruttosio nella pancia da doverne scartare buona
parte, perdiamo anche il triptofano. Quest’ultimo è essenziale per la costruzione
della serotonina, un neurotrasmettitore conosciuto come ormone della felicità,
perché la sua carenza può causare depressione. Un’intolleranza al fruttosio ignorata
per molto tempo può dunque generare stati depressivi. Questa scoperta si è fatta
strada solo di recente negli studi medici.
A questo punto, viene da chiedersi se un’alimentazione caratterizzata da troppo
fruttosio possa influenzare l’umore. In più di metà della popolazione, i trasportatori
naturali risultano sovraccaricati già con 50 grammi di fruttosio (cinque pere o otto
banane o circa sei mele) al giorno. Se ne mangiamo di più, le conseguenze sulla
salute possono essere diarrea, mal di pancia, flatulenza e a lungo andare anche stati
depressivi. Attualmente negli Stati Uniti il consumo medio di fruttosio è di circa 80
grammi al giorno; i nostri genitori, aggiungendo miele nel tè, mangiando pochi
prodotti grassi e assumendo una normale quantità di frutta, arrivavano a 16/24
grammi al giorno.
La serotonina non procura solo buon umore, ma anche un piacevole senso di
sazietà. Gli attacchi di fame e i continui spuntini fuori pasto, se accompagnati da altri
disturbi come il mal di pancia, possono essere un effetto collaterale di
un’intolleranza al fruttosio. Dovrebbero ricordarsene anche i mangiatori di insalata
che si preoccupano del diabete. Molti condimenti in vendita al supermercato o nei
self-service contengono sciroppo di fruttosio e glucosio. Alcuni studi hanno
dimostrato che questo tipo di sciroppo inibisce i segnali biochimici della sazietà
(leptina) anche nelle persone non intolleranti al fruttosio. Mangiando un’insalata
dall’identico contenuto calorico con condimento fatto in casa a base di olio, aceto o
yogurt, si rimane sazi più a lungo.
La produzione degli alimenti, al pari di tutti gli ambiti della vita, è in continua
trasformazione. A volte, le innovazioni hanno effetti positivi, altre negativi. La
salamoia, per esempio, un tempo era un metodo all’avanguardia per evitare gli
avvelenamenti causati dalla carne andata a male. Per secoli la gente è andata avanti
a conservare la carne e le salsicce in dosi massicce di salnitro. Questo procedimento
rende la carne rosso brillante. Ecco perché il prosciutto, il salame, il kassler (braciola
di maiale affumicato) e il pasticcio di fegato non diventano grigio bruni una volta
cotti, come accade invece alle bistecche e alle cotolette. Nel 1980 fu imposto un
limite nell’impiego del nitrito, perché si era scoperto che comportava rischi per la
salute. Oggi i würstel contengono non più di 100 milligrammi di salnitro per
chilogrammo di carne e i casi di cancro allo stomaco sono diminuiti
considerevolmente. La correzione di questa importante scoperta del passato era
dunque più che opportuna. Oggi, per conservare la carne in modo sicuro, i macellai
intelligenti utilizzano poco nitrito con l’aggiunta di un bel po’ di vitamina C.
Simili provvedimenti potrebbero essere adottati anche per quanto riguarda
l’impiego del grano, del latte e del fruttosio. È bene che questi alimenti siano
presenti nella nostra dieta, perché contengono sostanze preziose, ma forse sarebbe il
caso di riconsiderarne le quantità. Mentre i nostri antenati cacciatori e raccoglitori
consumavano ogni anno fino a cinquecento varietà diverse di radici, erbe e piante
autoctone, oggi i nostri alimenti provengono quasi tutti da appena diciassette piante
commestibili. Date le circostanze, non stupisce affatto che il nostro intestino sia in
difficoltà.
I problemi di digestione dividono la società in due gruppi: quelli che tengono alla
propria salute e fanno molta attenzione a quel che mangiano e quelli che si stressano
perché non possono preparare una cena per gli amici senza fare la spesa in
farmacia. Entrambi i gruppi hanno ragione. Molte persone reagiscono con fin troppa
prudenza quando il medico le informa che hanno un’intolleranza alimentare e si
rendono conto che i disturbi diminuiscono eliminando determinati alimenti dalla
propria dieta. Allora smettono di botto di mangiare frutta, cereali o latticini, quasi
fossero veleno. La maggior parte di queste persone però è solo sensibile a certe
sostanze assunte in dosi eccessive, ma non è del tutto allergica per motivi genetici.
Spesso possiede abbastanza enzimi per concedersi un pochino di panna nella pasta,
un pezzetto di pane o un dessert alla frutta.
In ogni caso, bisogna fare attenzione a qualsiasi tipo di sensibilità. Non dobbiamo
per forza adeguarci a tutte le novità in campo alimentare. Farinacei a colazione,
pranzo e cena, fruttosio in tutti i prodotti preconfezionati senza eccezione, oppure
latte molto dopo aver superato la prima infanzia: non è affatto strano che il nostro
corpo non gradisca. Se si soffre regolarmente di mal di pancia o si hanno frequenti
episodi di diarrea o spossatezza, non bisognerebbe rassegnarsi alla propria sorte.
Anche se il medico è in grado di escludere che soffriamo di celiachia o di forte
intolleranza al fruttosio, se ci accorgiamo che eliminando determinati alimenti la
situazione migliora, abbiamo il diritto di farci del bene.
Cure antibiotiche, infezioni gastrointestinali o situazioni di stress particolare,
unite al sovraccarico generale, sono tipiche cause scatenanti di una temporanea
sensibilità a certi alimenti. Tuttavia, appena torna una sana tranquillità, anche un
intestino sensibile riesce a rimettersi in sesto. La soluzione non è dunque una
rinuncia a vita; a un certo punto, potremo riprendere a mangiare quel che per un
periodo ci ha causato disturbi, ma in quantità tollerabili dal nostro organismo.
Una piccola lettura sulle feci

Cari lettori, è giunto il momento di occuparci di conserve. Stringetevi bene le


bretelle, sollevate gli occhiali sul naso e prendete un bel sorso di tè! Ora,
mantenendoci a distanza di sicurezza, ci avviciniamo a un mucchietto
misterioso.

Molti pensano che le feci siano costituite soprattutto da quel che hanno
mangiato. Non è vero.

Le feci consistono per tre quarti d’acqua. Ogni giorno perdiamo circa 100
millilitri di liquidi. Durante un processo digestivo completo l’intestino ne
assorbe dagli 8 ai 9 litri circa. Quel che vediamo nel water è dunque il
risultato di un processo di assoluta efficienza, anche per quanto riguarda il
contenuto d’acqua. Se le feci possiedono un quantitativo d’acqua ottimale,
sono abbastanza morbide da trasportare in tutta sicurezza all’esterno gli
scarti del nostro metabolismo. Un terzo delle componenti solide sono batteri.
Hanno portato a termine il proprio lavoro come flora intestinale e ora
smettono di svolgere un servizio attivo.
Un altro terzo è costituito da fibre vegetali non digeribili. Più verdura o
frutta mangiamo, più i mucchietti saranno voluminosi. Dai normali 100 o 200
grammi di escrementi al giorno, si può dunque arrivare a produrne 500
grammi.
L’ultimo terzo è un miscuglio di cose. Consiste di sostanze di cui
l’organismo vuole liberarsi, come per esempio rimasugli di farmaci, pigmenti
o colesterolo.

La pigmentazione naturale delle feci umane varia dal marrone al marrone


giallognolo, anche se non abbiamo mangiato nulla di quel colore. Lo stesso
vale per l’urina, che tende sempre al giallo. Questo dipende da una sostanza
molto importante che produciamo ogni giorno: il sangue. Ogni secondo
vengono create 2,4 milioni di cellule ematiche nuove. Nel frattempo, però, ne
vengono distrutte altrettante. La pigmentazione rossa iniziale passa al verde
e poi al giallo (il fenomeno si osserva anche quando si prende una botta e il
livido bluastro muta colore con il passare del tempo). Una piccola parte di
giallo viene eliminata direttamente con l’urina. La maggior parte passa dal
fegato all’intestino. Qui i batteri possono introdurre un’altra pigmentazione: il
marrone. Saper riconoscere le cause delle varie tonalità di colore dei nostri
escrementi può essere estremamente utile.

Questa tonalità può derivare dalla


sindrome di Gilbert, patologia benigna in cui l’efficienza dell’enzima che
controlla la scomposizione del sangue è ridotta al 30 per cento delle sue
potenzialità. Di conseguenza, arrivano meno pigmenti all’intestino. La
sindrome riguarda l’8 per cento della popolazione, dunque è piuttosto diffusa.
Non è affatto grave, anche perché secondo studi recenti questa carenza
enzimatica protegge gli anziani dall’arteriosclerosi. L’unico aspetto negativo è
il fatto che chi ne è affetto manifesta una scarsa tolleranza al paracetamolo e
dovrebbe quindi evitarlo il più possibile.
La colorazione gialla degli escrementi può derivare anche da problemi
legati ai batteri intestinali: se questi non lavorano bene, non generano
neppure la pigmentazione marrone. L’assunzione di antibiotici o la diarrea
possono compromettere la produzione di pigmenti.

Quando i dotti che collegano


fegato e intestino si bloccano (perlopiù dopo la cistifellea), è possibile che i
pigmenti del sangue non arrivino alle feci. Avere i dotti bloccati non è mai un
buon segno; appena si notano tonalità grigiastre è dunque il caso di andare
dal medico.

Il sangue coagulato è nero, quello fresco è rosso. Stavolta


non si tratta però solo della pigmentazione che può diventare marrone. Questi
due colori denotano la presenza di intere cellule del sangue. Se si hanno le
emorroidi, tonalità rosso chiaro non destano ulteriori preoccupazioni. Qualsiasi
sfumatura più scura deve essere sottoposta all’esame del medico, a meno
che il giorno prima non si siano mangiate barbabietole.

La scala delle feci di Bristol esiste dal 1997. Non è poi così tanto tempo, se si
considera che è da molti milioni di anni che esistono gli escrementi. La scala
mostra sette diversi tipi di consistenza e può tornare molto utile, perché la
maggior parte della gente non parla volentieri dell’aspetto della propria
cacca. Non ho niente da ridire su questo tipo di omertà; in fondo, non è
necessario parlare proprio di tutto. Il problema è che le persone che
presentano feci insane sono convinte che sia tutto perfettamente normale. Le
hanno sempre viste così. Una buona digestione, che culmina in feci dal
contenuto idrico ottimale, corrisponde al tipo 3 e 4. Le altre forme non
dovrebbero essere all’ordine del giorno. Se invece lo sono, è il caso di
rivolgersi a un buon medico per individuare eventuali intolleranze alimentari o
problemi di stipsi. La versione originale della scala delle feci è stata realizzata
dal medico inglese dottor Ken Heaton.

Tipo 1 separate hard lumps, like nuts (hard to pass) / palline separate fra loro,
dure come noci (difficili da espellere)

Tipo 2 sausage-shaped but lumpy / a forma di salsiccia, ma grumose

Tipo 3 like a sausage but with cracks on the surface / a forma di salsiccia ma
con crepe in superficie

Tipo 4 Like a sausage or snake, smooth and soft / a forma di salsiccia o


serpente, lisce e morbide (NdA: come dentifricio)

Tipo 5 soft blobs with clear-cut edges / pezzi morbidi separati fra loro e dai
bordi ben definiti

Tipo 6 fluffy pieces with ragged edges, a mushy stool / pezzi soffici dai bordi
frastagliati, pastosi
Tipo 7 watery, no solid pieces. Entirely liquid / feci acquose senza pezzi solidi.
Completamente liquide.

Il tipo di feci che produciamo può dare un’idea sulla lentezza con cui il
nostro intestino trasporta i componenti indigeribili dell’alimentazione. Per il
tipo 1, i resti della digestione impiegano circa cento ore (stipsi), per il tipo 7
intorno alle dieci ore (diarrea). Il tipo 4 è considerato il più vantaggioso,
perché presenta un rapporto ottimale fra liquidi e solidi. Chi trova il tipo 3 o 4
nel water, può anche osservare quanto impiegano i pezzi ad affondare
nell’acqua. Le feci non dovrebbero raggiungere immediatamente il fondo
della tazza, perché in tal caso può essere che contengano ancora troppe
sostanze non del tutto digerite. Se invece gli escrementi non affondano così in
fretta, significa che contengono piccole bolle d’aria che li fanno galleggiare.
Questo dipende dalla presenza di batteri intestinali solitamente molto utili e,
se per il resto non si soffre di flatulenza, è un buon segno.

Cari lettori, ecco terminata la piccola lettura sulle feci. Ora potete allentare
tranquillamente le bretelle e lasciare scivolare gli occhiali al loro posto
abituale. Con questa descrizione dei prodotti del retto si conclude il primo
capitolo del libro. Fra poco ci occuperemo dell’elettricità della vita: i nervi.
Certi luoghi si trovano sulla linea di confine fra il conscio e l’inconscio. Siamo seduti
in salotto a pranzare e non ci accorgiamo che a pochi metri di distanza da noi,
nell’appartamento accanto, un’altra persona è seduta a tavola a mangiare. Di tanto in
tanto, sentiamo uno scricchiolio sul pavimento e ci domandiamo che cosa stia
accadendo al di là delle nostre pareti. Anche nel corpo umano ci sono zone di cui
semplicemente non percepiamo l’esistenza. Non sentiamo quel che fanno i nostri
organi tutto il giorno. Per esempio, se mangiamo una fetta di torta, ne avvertiamo la
presenza e il sapore finché è in bocca. Quando deglutiamo, la sentiamo ancora per
alcuni centimetri, ma poi – paff! – svanisce del tutto. Da lì in poi scompare in un
territorio che la medicina, con il suo linguaggio oggettivo, chiama “muscolatura
liscia”.
Questi muscoli non possono essere controllati in modo volontario. Visti al
microscopio, sono diversi da quelli che siamo in grado di muovere consapevolmente,
come per esempio i bicipiti. Il bicipite del braccio possiamo tenderlo e rilassarlo a
piacimento. I suoi piccoli fasci sono strutturati in modo talmente ordinato da
sembrare disegnati con un righello.
Le subunità della muscolatura liscia producono reti intessute organicamente e si
muovono a ondate armoniche. Anche i vasi sanguigni sono avvolti da muscolatura
liscia, ecco perché molte persone arrossiscono per l’imbarazzo. Emozioni come la
vergogna fanno rilassare i muscoli lisci. Di conseguenza, le piccole vene del viso si
allargano. In molte persone sotto stress la tunica muscolare si contrae, i vasi
sanguigni rimpiccioliscono, il sangue fa più fatica a scorrere e questo può causare
l’innalzamento della pressione sanguigna.
L’intestino è avvolto da tre strati di muscolatura liscia. Ecco perché è in grado di
muoversi con incredibile flessibilità, eseguendo svariate coreografie nelle sue parti
diverse. Il coreografo di questi muscoli è il sistema nervoso dell’intestino stesso.
Dirige tutti i processi del canale digerente ed è straordinariamente autonomo. Se si
bloccasse il collegamento con il cervello, la digestione proseguirebbe senza
problemi, cosa impossibile in qualsiasi altra parte del corpo. Le gambe
smetterebbero di muoversi, i polmoni di respirare. È un peccato che non possiamo
seguire consapevolmente il lavoro di queste attente fibre nervose. Può essere che un
rutto o una scoreggia facciano rumori un po’ ridicoli, ma il movimento che li
accompagna è raffinato come quello di una ballerina di danza classica.
Come i nostri organi trasportano il cibo

Vi invito a seguire il viaggio della fetta di torta prima e dopo il “paff ”.

Occhi

Le particelle di luce che guizzano sulla fetta di torta colpiscono i nervi ottici e li
attivano. Questa “prima impressione” viene trasmessa alla corteccia visiva attraverso
il cervello. La corteccia visiva si trova nella testa, più o meno sotto il punto in cui
legheremmo una coda di cavallo alta. Qui il cervello ricava un’immagine dai segnali
nervosi: ora vediamo davvero la fetta di torta. La ghiotta informazione viene inviata a
sua volta alla centrale della produzione salivare e subito sentiamo l’acquolina in
bocca. La sola vista di una cosa buona alletta anche lo stomaco, che spruzza in
anticipo un pochino di acido gastrico.

Naso

Se ci infiliamo un dito nel naso, notiamo che in alto ci sono altre cose a cui non
possiamo arrivare. Qui si trovano i nervi olfattivi, ricoperti da uno strato protettivo di
muco. Tutto quel che odoriamo deve prima disciogliersi nel muco, altrimenti non
raggiunge i nervi.
I nervi olfattivi sono specialisti: ogni odore ha il suo recettore particolare. A volte
rimangono inattivi per anni nel naso e poi all’improvviso vengono utilizzati: una
molecola olfattiva del mughetto si lega al recettore in attesa, e questo urla orgoglioso
al cervello: «Mughetto!» Dopo di che non ha più niente da fare per un paio di anni. I
cani hanno di gran lunga più cellule olfattive degli umani, ma anche noi ne abbiamo
parecchie.
Affinché possiamo fiutare qualcosa della torta, singole molecole della fetta devono
librarsi in aria ed essere inspirate attraverso le narici. Possono essere aromi di
vaniglia, piccole molecole di plastica di forchette usa e getta o anche effluvi alcolici
provenienti dalla crema al rum. Il nostro organo dell’olfatto è un assaggiatore
esperto di chimica. Più avviciniamo la prima forchettata di dessert alla bocca, più
molecole volatili di torta fluiscono nel naso. Se a pochi centimetri di distanza ci
giunge un sentore di alcol, è possibile che il braccio si discosti temporaneamente, gli
occhi esaminino di nuovo il dolce e la bocca domandi se la torta contenga alcol o
magari sia andata a male. Finalmente, arriva l’okay: si spalancano le fauci, entra la
forchetta e comincia il balletto.

Bocca

La bocca è un luogo pieno di risorse portentose. Il muscolo massetere, cioè quello


della mascella, è il più potente del corpo; la lingua, invece, è il più flessibile fra i
muscoli striati. Insieme, non sono solo in grado di frantumare il cibo con incredibile
forza, ma anche di svolgere abili manovre. Non meno portentoso è lo smalto dei
denti: è costituito dal materiale più resistente che un essere umano sia in grado di
produrre. Per forza: la mascella è in grado di esercitare una pressione di 80 chili su
un dente molare, che equivale all’incirca al peso di un uomo adulto! Se ci ritroviamo
in bocca un alimento molto duro, prima di ingerirlo, ci facciamo saltare sopra
ritmicamente un’intera squadra di calcio. Per un boccone di torta, però, non
dobbiamo impiegare tutta la nostra forza: basteranno due ragazze in scarpette e
tutù.
Durante la masticazione entra in gioco la lingua. Si comporta come un allenatore.
Se dei pezzetti di torta si sottraggono pavidamente al tumulto della masticazione, lei
va a ripescarli. Quando il bolo è abbastanza sminuzzato, è ora di inghiottire. La
lingua acciuffa circa 20 millilitri di poltiglia di torta e li spinge sul palato, il sipario
dell’esofago. Funziona come l’interruttore della luce: appena la lingua lo tocca,
comincia la deglutizione. La bocca si chiude, perché ogni respiro è un elemento di
disturbo. La pappa di torta viene dunque spinta nella faringe, dove si alza il sipario!

Faringe

Il palato molle e il muscolo costrittore faringeo superiore sono due formazioni


militari. Chiudono cerimoniosamente le ultime vie di uscita del naso, con un
movimento così potente da farsi sentire anche all’ingresso dietro l’angolo: le orecchie
avvertono un piccolo schiocco. Le corde vocali non possono più parlare e si serrano.
L’epiglottide si solleva maestosa come un direttore d’orchestra (per trovarla, basta
tastarsi il collo) e tutta la base della bocca scende verso il basso: ora, fra scroscianti
applausi salivari, un’onda potente trascina il boccone di torta nell’esofago.

Esofago

Per compiere questo percorso, il bolo alimentare formato dalla torta impiega dai
cinque ai dieci secondi. Durante la deglutizione, l’esofago si muove come una ola fra
gli spalti dello stadio. Quando arriva il cibo, si allarga, poi si restringe di nuovo,
perché nulla possa tornare indietro.
Il processo avviene in modo così automatico che possiamo deglutire anche facendo
la verticale. Insomma, la nostra torta scende con eleganza lungo un percorso
tortuoso che non tiene conto della forza di gravità. Un breakdancer chiamerebbe il
movimento the snake oppure the worm, i medici invece lo chiamano peristalsi
propulsiva. Un terzo dell’esofago è avvolto da muscolatura striata, ecco perché
avvertiamo consapevolmente la prima parte del percorso. Il mondo interno
incontrollabile comincia sotto la prima fossetta che sentiamo nel tratto superiore
dello sterno. Da qui in poi l’esofago è costituito da muscolatura liscia.
L’estremità inferiore dell’esofago viene tenuta chiusa da un muscolo a forma di
anello. Coinvolto dal movimento della deglutizione, questo sfintere si rilassa per otto
secondi e si apre, permettendo alla torta di entrare nello stomaco senza impedimenti.
Poi, mentre su nella faringe stiamo già inspirando, si richiude immediatamente.
Il tragitto dalla bocca allo stomaco è il primo atto della digestione: richiede la
massima concentrazione e un buon lavoro di squadra. Il sistema nervoso periferico
volontario deve collaborare con il sistema nervoso autonomo o involontario. Il lavoro
in tandem deve essere ben programmato. Cominciamo a esercitarci a deglutire già
nella pancia della mamma. Ogni giorno ingeriamo fino a mezzo litro di liquido
amniotico. Se ce ne va un po’ di traverso, non succede nulla. Essendo completamente
immersi nel liquido, anche i polmoni ne sono pieni, perciò non possiamo rimanere
soffocati, se lo ingeriamo.
Da adulti deglutiamo da seicento a duemila volte al giorno. Per far ciò mettiamo in
moto più di venti coppie di muscoli, e di solito fila tutto liscio. In età avanzata è più
facile che il cibo vada di traverso. I muscoli non sono sempre ben coordinati. Può
essere che il muscolo costrittore faringeo superiore non controlli bene l’orologio o il
direttore dell’epiglottide abbia bisogno del bastone per sollevarsi in piedi. In
momenti del genere, battere sulla schiena della persona in difficoltà è un gesto in
buona fede, ma serve solo a spaventare inutilmente le parti coinvolte della faringe.
Per evitare di finire troppo spesso in accessi di tosse, è meglio rivolgersi per tempo a
un logopedista e tenere a bada tutta la cricca della deglutizione.

Stomaco

Lo stomaco è più mobile di quel che si potrebbe immaginare. Appena prima


dell’arrivo della torta, si rilassa: finché continua ad arrivare cibo, si può allargare
sempre di più. Fa posto a tutto quel che desidera entrare. Un chilo di torta con un
volume pari a un cartone di latte entra tranquillamente in uno stomaco a forma di
dondolo da giardino. Emozioni come la paura e lo stress possono compromettere
l’allargamento della muscolatura liscia; in tal caso, avvertiamo un senso di sazietà o
di nausea dopo aver ingerito piccole porzioni di cibo.

Appena arriva la torta, le pareti dello stomaco cominciano a muoversi più


velocemente, come gambe che prendono la rincorsa e – bam! – il cibo riceve una
spinta. Il bolo vola con un aggraziato movimento ad arco contro la parete dello
stomaco, rimbalza e cade di nuovo. I medici chiamano questo movimento
retropulsione, i fratelli maggiori: «Vediamo fino a dove riesci a volare!» Se
appoggiamo l’orecchio sulla parte superiore dell’addome (sul triangolino dove
convergono le costole), sentiremo il tipico gorgoglio prodotto dalla rincorsa e dalla
spinta dello stomaco. Appena questo comincia ad agitarsi vigorosamente, mette in
moto tutto il canale digerente. Anche l’intestino spinge avanti il proprio contenuto
per far spazio ai nuovi arrivi. Ecco perché, dopo un pasto abbondante, sentiamo
abbastanza presto lo stimolo di andare al gabinetto.
Una fetta di torta può innescare un bel po’ di movimento nel mondo della pancia.
Lo stomaco continuerà a scuotersi per due ore. In questo intervallo di tempo
frantuma i bocconi in minuscole particelle. Buona parte di esse misura meno di 0,2
millimetri. Simili frammenti non sono più in grado di sbattere contro la parete,
perciò scivolano in un orifizio posto in fondo allo stomaco. Si tratta di altro sfintere: il
portiere dello stomaco. Sorveglia l’uscita dello stomaco e l’ingresso dell’intestino
tenue.
Carboidrati semplici, come la base della torta, il riso o la pasta, passano in fretta
all’intestino tenue. Lì vengono digeriti e determinano entro breve un aumento di
zuccheri nel sangue. Le proteine e i grassi vengono trattenuti molto più a lungo nello
stomaco. Un pezzo di bistecca va avanti a rimbalzare per sei ore di seguito prima di
arrivare del tutto nell’intestino tenue. Ecco perché, dopo aver mangiato carne o
qualcosa di grasso e fritto, desideriamo un dolce: lo zucchero del sangue non vuole
aspettare così a lungo il proprio nutrimento e il dessert gli offre un anticipo
immediato. I pasti ricchi di carboidrati hanno un effetto più rapido, ma non saziano
come le proteine e i grassi.

Intestino tenue

La vera digestione comincia appena arrivano i primi bocconi nell’intestino tenue.


Durante il viaggio in questo canale, la poltiglia di torta scomparirà quasi
completamente nelle pareti; più o meno come Harry Potter sul binario 9 ¾. L’intestino
tenue assalta impavido la torta: la impasta, la spezzetta lanciandola in tutte le
direzioni, ci oscilla dentro con i suoi villi e spinge vigorosamente in avanti la massa
perfettamente omogenea. Al microscopio si vede ogni cosa con precisione: persino i
microvilli danno una mano! Fanno su e giù come buffi piedini. Insomma, è tutto in
movimento.
Qualsiasi cosa combini, l’intestino tenue si attiene sempre a una regola ferrea:
andare avanti. Per questo esiste il riflesso peristaltico. Lo scopritore di questo
meccanismo isolò un pezzo di intestino, ci soffiò dentro con un tubicino, e l’intestino
restituì cordialmente il soffio. Ecco perché molti medici, per stimolare la digestione,
consigliano un’alimentazione ricca di fibre: queste sostanze premono contro la parete
intestinale, che risponde reattiva, spingendo a propria volta. Questa ginnastica
intestinale fa in modo che il cibo transiti più in fretta e rimanga morbido.
Se la poltiglia di torta avesse orecchie per sentire, forse potrebbe addirittura
udire gli “incoraggiamenti”. Nell’intestino tenue sono particolarmente numerose le
cellule pacemaker. Queste cellule trasmettono piccoli segnali elettrici. È come se
qualcuno stesse dicendo ai muscoli: «Su, su, forza!» ... e poi ancora: «Su, su!» Così
evitano di distrarsi e reagiscono come se stessero danzando al ritmo di un basso in
discoteca. La torta, o quel che ne rimane, viene dunque spinta avanti con decisione.
L’intestino tenue è il tratto più scrupoloso del nostro tubo digerente e svolge il
proprio lavoro con coscienziosità. Solo in circostanze di estrema emergenza permette
a un progetto digestivo di non andare in porto, e in questi casi vomitiamo. L’intestino
tenue è un tipo pragmatico. Non spreca energie per sostanze a noi dannose e le
manda indietro informi e non digerite.
Ora la torta è scomparsa nel sangue, fatta eccezione per alcune sostanze di scarto.
In realtà, potremmo seguirle subito nell’intestino crasso, ma così facendo non
potremmo conoscere una creatura misteriosa che possiamo udire e spesso
fraintendere. Sarebbe un vero peccato, perciò tratteniamoci qui ancora per un po’.
Una volta conclusa la digestione, nello stomaco e nell’intestino tenue rimangono
solo residui grossolani: per esempio, un granello di mais non masticato, compresse
resistenti ai succhi gastrici, batteri degli alimenti sopravvissuti, oppure una gomma
da masticare ingoiata per sbaglio. L’intestino tenue ama la pulizia. È uno di quelli che
dopo mangiato si mettono subito a riassettare la cucina. Se lo vai a trovare due ore
dopo la digestione, è già tutto lindo e pulito e pressoché inodore.
Un’ora dopo aver digerito qualcosa, l’intestino tenue comincia a ripulirsi. I libri di
medicina definiscono il processo “complesso motorio migrante”. Il custode dello
stomaco apre gentilmente la porta una volta e manda i propri residui all’intestino
tenue. Questo accetta l’incarico e produce un’onda potente, che spinge ogni cosa
avanti. Osservato con una telecamera, il complesso motorio è commovente, al punto
che persino gli impassibili studiosi di scienze naturali lo chiamano housekeeper,
addetto alle pulizie domestiche.
Capita a tutti di sentire il proprio colf: è il brontolio nello stomaco che non
proviene solo dallo stomaco, bensì soprattutto dall’intestino tenue. Il ronzio non è
provocato dalla fame, bensì dal fatto che fra una digestione e l’altra bisogna fare le
pulizie! Quando lo stomaco e l’intestino tenue sono vuoti, il tubo è sgombro e il
collaboratore domestico può mettersi al lavoro. Se dobbiamo digerire una bistecca,
dovrà aspettare un bel po’ di tempo: la carne rimarrà per sei ore nello stomaco e
circa cinque nell’intestino tenue. Non è detto che sentiamo sempre i rumori delle
faccende domestiche, a volte fanno molto baccano, altre meno, a seconda di quanta
aria è entrata nello stomaco e nell’intestino. Se nel frattempo si mangia qualcosa, le
pulizie si interrompono immediatamente. È ora di posare la ramazza e digerire in
pace. Chi continua a spiluccare, non permette dunque che venga fatta un po’ di
pulizia. Anche per questo certi nutrizionisti consigliano di mangiare a intervalli di
cinque ore, benché non sia provato che debbano essere esattamente cinque ore per
tutti. Chi mastica bene, lascia meno lavoro arretrato al collaboratore domestico e
riesce anche a sentire i rumori della propria pancia, quando si tratta di mangiare di
nuovo.

Intestino crasso

Alla fine dell’intestino tenue si trova la cosiddetta valvola ileocecale, che separa
l’intestino tenue dal crasso, perché i due hanno una concezione del lavoro
abbastanza diversa. L’intestino crasso ha una visione più rilassata. Il suo motto non è
necessariamente “Andiamo avanti!”; infatti muove i residui di cibo avanti o indietro, a
seconda di quel che ritiene di volta in volta più opportuno. Lui non ha collaboratori
domestici migranti. L’intestino crasso è la patria della flora intestinale. È questa a
occuparsi delle sostanze non digerite.
L’intestino crasso lavora con più calma perché deve tenere conto di fattori diversi:
il cervello non vuole andare sempre al gabinetto, i batteri intestinali desiderano
avere abbastanza tempo per occuparsi del cibo non digerito e il resto del corpo vuole
che gli siano restituiti i liquidi digestivi prestati.
Quel che arriva all’intestino crasso non assomiglia più a una fetta di torta, ed è
giusto così. Della torta sono rimaste magari alcune fibre delle ciliegie sopra la panna
montata, per il resto si tratta di succhi digestivi, che in questa sede vengono
riassorbiti. Quando abbiamo molta paura, il cervello spaventa l’intestino crasso.
Allora lui non ha più tempo per assorbire liquidi e il risultato è una diarrea da ansia.
Nonostante l’intestino crasso (come quello tenue) sia un tubo liscio, nelle
illustrazioni viene rappresentato come una specie di catena di perle. Come mai? In
effetti, ha un aspetto simile se lo si osserva dopo aver aperto l’addome, ma questo
dipende solo dalla sua danza al rallentatore. Mentre compie il suo lavoro di impasto,
crea dei rigonfiamenti per fermare la poltiglia, proprio come fa l’intestino tenue, solo
che rimane fermo nella stessa posizione per parecchio tempo, come un mimo di
strada. Ogni tanto si allarga a formare nuovi rigonfiamenti, che a loro volta restano a
lungo immobili. I libri di testo offrono dunque la versione della catena di perle... Chi
fa gli occhi storti nella foto di classe, viene immortalato così.
Tre o quattro volte al giorno il colon si muove con decisione per spingere avanti
gli scarti alimentari. Chi ha un bel po’ di massa riesce a scaricarsi tre o addirittura
quattro volte al giorno. La maggior parte degli esseri umani ha nel colon un
contenuto sufficiente ad andare al gabinetto una volta al giorno. Anche tre volte alla
settimana è ritenuto statisticamente sano. In genere, le donne hanno intestini un po’
più pigri di quelli degli uomini. La medicina non è ancora in grado di spiegare
perché, anche se le cause principali non vanno ricercate negli ormoni.
Dai bocconi di torta al mucchietto di feci di solito passa un giorno di tempo. Gli
intestini veloci ce la fanno in otto ore, quelli più lenti in tre giorni e mezzo. È anche
possibile che, per via della mescolanza di sostanze alimentari diverse, alcuni pezzi di
torta lascino il salotto relax del colon dopo dodici ore e altri dopo quarantadue. Se la
consistenza delle feci è giusta e non ci sono disturbi, chi digerisce con più calma non
ha motivo di preoccupazione. Anzi, secondo uno studio olandese, chi va al gabinetto
una volta al giorno o anche meno, e tende di tanto in tanto alla stipsi, corre meno
rischi di contrarre certe malattie del retto. Come dice il motto dell’intestino crasso: la
calma è la virtù dei forti.
Reflusso acido

Anche lo stomaco può incespicare. La muscolatura liscia può avere défaillance


esattamente come quella striata delle gambe. Quando i succhi gastrici finiscono dove
non dovrebbero, avvertiamo un bruciore. In caso di reflusso acido, i succhi gastrici e
gli enzimi digestivi raggiungono la faringe; in caso di pirosi, riescono solo ad
arrivare all’inizio dell’esofago, causando un bruciore al torace.
I reflussi e gli inciampi hanno la stessa origine: i nervi. Sono loro a regolare la
muscolatura. Se i nervi ottici non individuano un gradino, i nervi delle gambe
vengono male informati e queste procedono come se non ci fossero ostacoli,
facendoci inciampare. Quando i nervi della digestione ricevono informazioni
sbagliate, non trattengono i succhi gastrici e li lasciano andare a ritroso.
Il passaggio dall’esofago allo stomaco è un luogo che si presta a simili inciampi:
malgrado le varie misure di sicurezza, come il diametro ridotto dell’esofago, una
base stabile come il diaframma e la curva prima di arrivare allo stomaco, non è
affatto raro che vada storto qualcosa. Circa un quarto dei tedeschi lamenta disturbi
di questo tipo. E il fenomeno non è una nuova moda: anche popoli nomadi che vivono
come facevano cent’anni fa soffrono in ugual misura di reflussi acidi o bruciori di
stomaco.
Il problema è questo: nella zona dell’esofago e dello stomaco devono collaborare
due sistemi nervosi distinti: prima quello del cervello e poi quello del tubo digerente.
I nervi del cervello regolano per esempio lo sfintere fra l’esofago e lo stomaco.
Inoltre, il cervello ha un’influenza sulla formazione degli acidi. I nervi del tubo
digerente fanno sì che l’esofago si muova armonicamente verso il basso, producendo
una bella ola, e che lo manteniamo pulito deglutendo saliva mille volte al giorno.
Alcuni suggerimenti pratici per prevenire i reflussi e i bruciori gastrici (pirosi)
contribuiscono a riportare sulla retta via questi due sistemi nervosi. Masticare
chewing gum o bere tè aiutano il tubo digerente, perché le numerose deglutizioni
indicano la strada giusta ai nervi: da quella parte, non indietro! Le tecniche di
rilassamento inducono il cervello a inviare meno comandi nervosi stressanti. Quando
funzionano al meglio, fanno sì che il muscolo anulare rimanga ben chiuso e si
formino meno acidi.
Fumare sigarette attiva aree del cervello stimolate anche dall’alimentazione.
Provoca sensazioni gradevoli, ma induce anche una produzione immotivata di acidi
gastrici aggiuntivi che rilassano il muscolo anulare dell’esofago. In caso di fastidiosi
reflussi e bruciori gastrici, è dunque consigliabile smettere di fumare.
Anche gli ormoni della gravidanza possono causare una simile confusione. In
realtà, hanno il compito di mantenere flessibile e rilassato l’utero fino al parto, solo
che hanno lo stesso effetto sugli sfinteri dell’esofago. Ne deriva una chiusura meno
ermetica dello stomaco che, insieme alla pressione del bassoventre, fanno rifluire gli
acidi verso l’alto. Anche i contraccettivi a base di ormoni femminili possono causare
reflussi acidi.
Fumo di sigaretta oppure ormoni della gravidanza: i nervi non sono cavi elettrici
completamente isolati, bensì inseriti organicamente in un tessuto nervoso, e
reagiscono a tutte le sostanze circostanti. Ecco perché alcuni medici consigliano di
rinunciare a numerosi alimenti che indeboliscono il muscolo anulare: cioccolato,
condimenti piccanti, alcol, bombe caloriche, caffè eccetera.
Tutte queste sostanze influenzano i nervi, ma non è detto che causino acidità
proprio a tutti. Alcuni studi americani suggeriscono di verificare personalmente quali
alimenti sensibilizzano i nostri nervi. Insomma, non è necessario rinunciare a tutto
senza motivo.
Dalla ricerca su un farmaco che a causa dei suoi effetti collaterali non è mai stato
messo in commercio, è emersa una scoperta interessante. Questo farmaco bloccava i
nervi là dove altrimenti sarebbe avvenuto il legame con il glutammato. Conosciuto
dai più come esaltatore di sapidità, il glutammato viene prodotto anche dai nervi. Sui
nervi della lingua intensifica i segnali gustativi. Nello stomaco può provocare
disordini, perché non è detto che i nervi capiscano se venga dai loro colleghi o da un
ristorante cinese. È dunque consigliabile fare il seguente esperimento su se stessi:
rinunciare per un po’ a cibi ricchi di glutammato. Al supermercato bisogna dunque
estrarre gli occhiali da lettura e controllare i minuscoli caratteri delle liste degli
ingredienti. Spesso il glutammato si nasconde in creature lessicali criptiche tipo
monoglutammato di sodio o simili. Se si notano miglioramenti, bene. Altrimenti,
avremo semplicemente condotto una vita più sana per un certo periodo di tempo.
Chi soffre di acidità meno di una volta alla settimana può ricorrere a metodi
semplici: i farmaci antiacidi che si acquistano in farmacia funzionano; fra i rimedi
casalinghi, può essere utile bere succo di patate. Tuttavia, neutralizzare l’acidità non
è affatto consigliabile a lungo termine! L’acidità gastrica corrode anche gli allergeni
e i batteri cattivi provenienti dal cibo ingerito e aiuta la digestione dell’albume
dell’uovo. Per giunta, alcuni farmaci antiacido contengono alluminio. Essendo una
sostanza del tutto estranea all’organismo, non bisognerebbe mai assumerne troppo,
bensì attenersi rigorosamente alle indicazioni del foglietto illustrativo.
Dopo quattro settimane di trattamento, simili soluzioni farmacologiche andrebbero
viste con scetticismo. Chi decide di non dar retta a questo consiglio, dovrà vedersela
con il proprio stomaco, che reclamerà i propri acidi e comincerà a produrne
semplicemente di più, sia per contrastare il farmaco sia per ripristinare la propria
naturale acidità. Gli antiacidi non sono mai una soluzione a lungo termine, anche in
caso di fenomeni diversi come la gastrite.
Insomma, se le cure antiacide non fanno cessare i disturbi, il medico dovrà
intervenire in modo più creativo. Dovrà chiedere un’analisi del sangue ed effettuare
una visita medica. Se i valori risulteranno nella norma, potrà prescrivere un inibitore
della pompa protonica. Si tratta di un gruppo di molecole che impedisce alle cellule
dello stomaco di pompare acidi gastrici. Può essere che di tanto in tanto lo stomaco
avverta una carenza di acidi, ma in questi casi è necessario far ritrovare a lui e
all’esofago un po’ di calma per riprendersi dagli accessi di acidità.
Se i problemi si presentano di notte, un buon rimedio è stendersi con il busto
rialzato di trenta gradi. Ci si può divertire a realizzare una costruzione di cuscini
armandosi di squadra con goniometro incorporato, oppure si può acquistare un
apposito guanciale pronto all’uso. La posizione supina con il torso sollevato è inoltre
utilissima per il sistema cardiocircolatorio. Il nostro professore di fisiologia ce l’ha
ripetuto almeno trenta volte, e siccome è un ricercatore del sistema
cardiocircolatorio e si ripete solo di rado, gli credo sulla parola. L’effetto collaterale è
che tutte le volte che lo sento nominare, me lo immagino a letto che dorme con il
busto rialzato di trenta gradi.
Invece non è proprio il caso di dormire in presenza dei seguenti sintomi: disturbi
della deglutizione, perdita di peso, gonfiore o sanguinamento di qualche tipo. A
questo punto, non si può più rimandare: è assolutamente necessario farsi esplorare
lo stomaco da una videocapsula, anche se fa venire una fame terribile. Il reflusso non
è pericoloso per il bruciore in sé, bensì quando si rileva la presenza di fluidi biliari
che dall’intestino tenue passano per lo stomaco e salgono fino all’esofago. La bile
non brucia per niente, ma ha conseguenze molto più gravi dell’acidità. Per fortuna, i
casi di reflusso biliare sono molto più rari.
I fluidi biliari possono confondere fortemente le cellule dell’esofago.
All’improvviso, si chiedono: «Siamo veramente nell’esofago? Continua a salire bile?
Forse sono una cellula dell’intestino tenue e in tutti questi anni non me ne sono mai
accorta... che figura!» Per rimediare, da cellule esofagee si trasformano in cellule
gastroenteriche. Durante il processo, può andare storto qualcosa. Le cellule mutanti
rischiano di programmarsi erroneamente e di smettere di crescere in modo
controllato come le altre cellule. Fra tutti quelli che inciampano, solo in pochi si
fanno veramente male.
Nella maggior parte dei casi, i reflussi e i bruciori di stomaco non sono pericolosi,
ma certamente fastidiosi. Quando incespichiamo, ci riaggiustiamo i vestiti in fretta,
scuotiamo la testa per riprenderci dallo spavento e proseguiamo con più cautela. Allo
stesso modo, in caso di reflusso, possiamo prendere qualche sorso d’acqua, assumere
un rimedio antiacido e procedere per la nostra strada con un po’ più di calma.
Vomito

Se mettessimo in fila cento persone che stanno per vomitare, ne risulterebbe un


quadro molto colorito. Il soggetto numero 14 è seduto sull’ottovolante e slancia le
braccia in aria. Il numero 32 loda la famosa insalata di uova; il numero 77 stringe
incredulo un test di gravidanza e il numero 100 sta leggendo un foglietto illustrativo:
«Può causare nausea e vomito.»
Il vomito non è un inciampo. Il vomito ha uno scopo ben preciso. È un colpo da
maestro. Milioni di piccoli recettori analizzano il contenuto dello stomaco e il sangue
ed elaborano le impressioni del cervello. Ogni informazione viene raccolta
nell’enorme rete di fibre nervose e mandata al cervello. Questo è in grado di valutare
le informazioni e poi, a seconda del livello di allarme segnalato, decide se è il caso di
vomitare o meno. La decisione viene comunicata a muscoli ben precisi, che a quel
punto si mettono in moto.
Se dovessimo illuminare l’interno del corpo di cento persone mentre rimettono,
otterremmo cento volte le stesse immagini: il cervello allarmato attiva l’area
cerebrale che presiede alla nausea e accende l’interruttore che segnala
un’emergenza. Noi diventiamo pallidi, perché il sangue viene tolto dalle guance e
mandato alla pancia. La pressione sanguigna cala e il battito cardiaco rallenta. Dopo
di che arriva un messaggero quasi inequivocabile: la saliva. Appena il cervello
comunica lo stato delle cose, la bocca ne forma in abbondanza per proteggere i
preziosi denti dagli acidi gastrici.
Ora lo stomaco e l’intestino cominciano a muoversi a piccole ondate nervose: presi
da un lieve panico, mandano il loro contenuto in direzioni opposte. Non siamo in
grado di percepire questi movimenti contrari perché sono effettuati dalla
muscolatura liscia involontaria. In questa fase, però, molte persone intuiscono che è
il caso di trovare un contenitore.
Uno stomaco vuoto non serve a evitare il vomito, perché anche l’intestino tenue
può svuotarsi. Lo stomaco, infatti, apre la porta in via eccezionale e lascia risalire il
contenuto dell’intestino tenue. Per portare a termine questa grande missione,
collaborano tutti. Quando l’intestino tenue spinge il proprio contenuto nello stomaco,
la pressione può attivare nervi sensibili. Questi ultimi mandano a loro volta segnali al
centro del vomito nel cervello. Adesso è chiaro: è tutto pronto per... vomitare.
I polmoni prendono un respiro particolarmente profondo, le vie respiratorie si
chiudono. Lo stomaco e l’apertura dell’esofago all’improvviso si rilassano e – pam – il
diaframma e il muscoli addominali premono da sotto, come se fossimo un tubetto di
dentifricio. Tutto il contenuto dello stomaco schizza fuori da noi a ondate incalzanti!
Perché vomitiamo e che cosa possiamo fare per evitarlo

Gli esseri umani sono costruiti in modo da poter vomitare. Altri animali che vomitano
sono le scimmie, i cani, i gatti, i maiali, i pesci e anche gli uccelli. Incapaci di
vomitare sono invece i topi, i ratti, i porcellini d’India, i conigli, i cavalli eccetera,
perché possiedono un esofago troppo lungo e stretto. Inoltre, non hanno nervi
predisposti al vomito.
Gli animali che non vomitano devono comportarsi diversamente nell’assunzione di
cibo. Topi e ratti “mangiucchiano”; rosicchiano pezzettini minuscoli di cibo e solo
quando sono sicuri di non aver subito danni, continuano a mangiare. Se per caso il
campione di prova era velenoso, di solito avvertono solo un po’ di nausea. Dopo di
che imparano a evitare del tutto quell’alimento. I roditori sono inoltre in grado di
scomporre meglio i veleni, perché il loro fegato possiede più enzimi adatti a questo
scopo. I cavalli non sono in grado di rosicchiare. Se qualcosa di velenoso finisce nel
loro intestino tenue, di solito è potenzialmente letale. Insomma, quando ci
accasciamo sopra una tazza del gabinetto, abbiamo tutti i motivi per sentirci
orgogliosi.
Durante gli accessi di vomito possiamo cogliere l’occasione per riflettere. La
famosa insalata di uova del numero 32 si è conservata incredibilmente bene dopo il
breve viaggio nello stomaco. Si riconoscono ancora chiaramente dei pezzi d’uovo,
piselli e pasta. Il numero 32 è in grado di pensare lucidamente: devo aver masticato
piuttosto male. Lo spruzzo successivo è più sminuzzato. Quando il vomito contiene
qualcosa di riconoscibile, è altamente probabile che provenga dallo stomaco e non
dall’intestino tenue. Più la sostanza è sminuzzata, amara e giallognola, più
aumentano le probabilità che si tratti di un salutino dell’intestino tenue. Il cibo
chiaramente riconoscibile è stato masticato male, ma almeno è stato espulso in
anticipo dallo stomaco e non è ancora passato per l’intestino tenue.
Anche il modo in cui vomitiamo ha qualcosa da dirci. Se esce quasi senza
preavviso, con una scarica violenta, si tratta di un virus gastrointestinale. Attenti
sensori calcolano innanzi tutto quanti agenti patogeni incontrano. Se durante il
conteggio dicono: «Adesso è davvero troppo!», tirano il freno di emergenza. Prima di
quella soglia, in teoria sarebbe potuto intervenire il sistema immunitario, ma ora
entrano in gioco i muscoli gastrointestinali.
In caso di avvelenamento alimentare o da alcol, il vomito esce a fiotti potenti,
anche se si annuncia con ragionevole anticipo provocando nausea. Questa ha il
compito di avvisarci che il cibo ingerito ci fa male. In futuro, la persona numero 32
guarderà con molto più scetticismo qualsiasi tipo di insalata di uova.
Al soggetto numero 14 sull’ottovolante succede qualcosa di simile a quel che è
capitato al numero 32 dopo aver mangiato l’insalata di uova. Qui vale lo stesso
principio del mal di mare o d’auto. Non ci sono veleni in circolo; ciononostante, il
vomito cade sui piedi o nel vano portaoggetti oppure, sospinto dal vento, va a
spiaccicarsi sul parabrezza. Il cervello protegge il corpo, con prudenza e
scrupolosità, soprattutto se si tratta di bambini piccoli. Finora la spiegazione più
fondata del vomito on the road è la seguente: quando le informazioni degli occhi
sono stranamente contraddittorie rispetto a quelle delle orecchie, il cervello non sa
che cosa stia andando storto e innesca tutti i possibili sistemi di emergenza.
Quando leggiamo un libro in auto o in treno, gli occhi dicono: «Movimento
praticamente zero», mentre il sensore dell’equilibrio nelle orecchie annuncia:
«Parecchio movimento.» Quando invece osserviamo gli alberi che scorrono sul bordo
della strada, accade l’esatto contrario. Se nel frattempo muoviamo leggermente la
testa, sembra che gli alberi sfreccino ancora più veloci, come se stessimo correndo
davvero, e questo confonde nuovamente il cervello. Il cervello associa simili
contraddizioni fra occhi e senso dell’equilibrio solo agli avvelenamenti. Chi ha bevuto
troppo o ha assunto droga, percepisce movimento anche da seduto.
Anche i problemi psichici, lo stress e la paura possono essere cause di vomito. Di
norma, costruiamo l’ormone dello stress CRF (Corticotropin Releasing Factor) ogni
giorno, per permettere al corpo di affrontare le sfide della giornata. Il CRF ci
consente di attingere alle nostre riserve di energia; inoltre, fa sì che il sistema
immunitario non reagisca in modo esagerato e che la nostra pelle si abbronzi per
proteggersi dalla troppa luce solare. Se la situazione è più inquietante della media, il
cervello può spruzzare una dose extra di CRF nel sangue.
Questo ormone non viene prodotto solo nelle cellule del cervello, ma anche in
quelle dello stomaco e dell’intestino. Il segnale che invia è sempre lo stesso: «Stress
e pericolo!» Quando le cellule gastrointestinali percepiscono grandi quantità di CRF,
la sua provenienza (cervello o intestino) è irrilevante: se uno dei due dà segni di
disagio di fronte alla durezza del mondo, scattano reazioni di diarrea, nausea o
vomito.
In caso di stress cerebrale, l’organismo espelle il cibo ingerito attraverso il vomito
per risparmiare l’energia altrimenti necessaria a digerire. La stessa energia potrà
servire al cervello per risolvere i suoi problemi. In presenza di stress intestinale, il
nutrimento viene estromesso perché è velenoso o perché non può essere digerito
bene. In entrambi i casi, svuotarsi può essere vantaggioso. Le persone che rimettono
per il troppo nervosismo possiedono un tubo digerente attento e volenteroso.
Si noti inoltre che per le procellarie, o uccelli delle tempeste, il vomito ha una
funzione difensiva. Chi rimette, di solito viene lasciato in pace dagli altri animali. I
ricercatori ne approfittano, avvicinando al nido un sacchetto, affinché gli uccelli ci
vomitino direttamente dentro. In laboratorio, esaminano il contenuto dello stomaco
degli uccelli per valutare le condizioni di salute ambientale in base alla presenza di
metalli pesanti e alla diversità della fauna ittica.

Ecco qualche consiglio per minimizzare inutili attacchi di vomito:

1. In caso di nausea da viaggio: tenere lo sguardo fisso all’orizzonte per


sincronizzare meglio le informazioni degli occhi e dell’organo dell’equilibrio.
2. Ascoltare musica con le cuffie, stendersi su un fianco o provare tecniche di
rilassamento: per alcuni funziona. Una possibile spiegazione del fenomeno è il
loro effetto tranquillizzante. Più ci sentiamo sicuri, meno incentiviamo lo stato di
allarme del cervello.
3. Zenzero: diversi studi recenti ne attestano l’efficacia. Alcune sostanze della
radice dello zenzero bloccano il centro del vomito e dunque anche i conati.
Caramelle o simili devono contenere lo zenzero come sostanza vera e propria e
non solo come aroma.
4. I farmaci in vendita in farmacia possono funzionare in vari modi: bloccando i
recettori del centro del vomito (alla stessa maniera dello zenzero), calmando i
nervi dello stomaco e dell’intestino o eliminando determinati segnali di allarme. I
farmaci utilizzati per contrastare questi ultimi sono quasi identici agli
antiallergici. Entrambi bloccano l’istamina, sostanza in grado di creare allarme. I
medicinali contro la nausea possono avere un effetto molto più forte sul cervello.
Ultimamente, le medicine antiallergiche sono state perfezionate in modo che non
agiscano sul cervello. Altrimenti, l’inibizione dell’istamina provoca stanchezza.
5. Il P6! Si tratta di un punto di agopuntura attualmente riconosciuto dalla
medicina classica, dopo essersi mostrato efficace in oltre quaranta studi sulla
nausea e il vomito, persino anche in confronto ai placebo. Non sappiamo né
come né perché, ma sta di fatto che il P6 funziona. Questo punto si trova due o
tre dita sotto la base della mano e cioè esattamente fra i due tendini
dell’avambraccio. Se non ci sono agopuntori nei paraggi, si può provare a
strofinare delicatamente alcune volte il punto in questione finché non si avverte
sollievo. L’effetto non è dimostrato dagli studi di cui si parlava prima, ma vale
comunque la pena di sperimentare su se stessi. Secondo la medicina tradizionale
cinese, il punto attiva vie energetiche che passano per le braccia e raggiungono
il cuore, rilassano il diaframma e scorrono fino allo stomaco e infine al bacino.
Non tutti i consigli funzionano per ogni singola causa di vomito. Semplici rimedi
come lo zenzero, i farmaci in vendita in farmacia o il P6 possono avere un effetto
benefico; in caso di vomito emotivo, la cosa migliore da fare è costruire un nido
sicuro per il proprio uccello delle tempeste interiori. Con determinate tecniche di
rilassamento o l’ipnoterapia (effettuata da un vero terapeuta e non da un
ipnotizzatore poco serio!), si possono allenare i nervi a costruirsi una scorza più
robusta. Più ci si esercita, più si migliora; se manteniamo un sano distacco, i piccoli e
stupidi stress da ufficio o da esami hanno molto meno effetto su di noi.
Il vomito non è mai una punizione della pancia! Semmai dimostra che cervello e
intestino sono pronti a ricorrere a estremi rimedi per noi. Ci proteggono da veleni
ingeriti con l’alimentazione, reagiscono attentissimi alle allucinazioni degli occhi e
delle orecchie durante i viaggi e risparmiano energia per risolvere problemi. La
nausea deve servirci da bussola per orientarci in futuro: che cosa ci fa bene? Che
cosa ci fa male, invece?
Se non sappiamo esattamente da che cosa siano stati provocati i conati, ci
conviene comunque fidarci di loro. Analogamente, quando abbiamo ingerito qualcosa
di sbagliato, ma non sentiamo l’impulso di vomitare, non dovremmo ricorrere a
forzature, per esempio, ficcandoci due dita in bocca, bevendo acqua salata o facendo
una lavanda gastrica. Per giunta, le sostanze acide o schiumogene possono avere
effetti deleteri. La schiuma rischia infatti di finire nei polmoni e l’acido di corrodere
per la seconda volta l’esofago. Ecco perché dalla fine degli anni Novanta il cosiddetto
vomito forzato viene ampiamente evitato dalla medicina di emergenza.
Il conato di vomito naturale deriva da un programma millenario in grado di
togliere potere alla coscienza. Questa a volte reagisce con indignazione o addirittura
shock: voleva fare un bel giro di Tequila con gli amici e ora che cosa succede? Ma
siccome il più delle volte è lei stessa a generare questa rabbia, ora deve farsi da
parte. Se invece i conati derivano da un eccesso di prudenza, la coscienza può
tornare tranquillamente al tavolo delle trattative per giocare le sue carte antivomito.
Stitichezza

La stitichezza è come . Come quando aspetti qualcosa che semplicemente non


. Spesso ci devi mettere un bel po’ di ENERGIA. E nonostante gli sforzi, a volte
riesci solo a fare pochi •••. Altre volte va meglio, ma è abbastanza

raro.

Fra il 10 e il 20 per cento dei tedeschi soffre di stitichezza. Per rientrare in questa
categoria, devi possedere almeno due delle seguenti caratteristiche: vai meno di tre
volte alla settimana al gabinetto, un quarto delle volte le feci sono particolarmente
dure e spesso suddivise in piccole palline (•••), fai fatica a scaricarti, ci riesci solo
aiutandoti con trucchetti di vario genere oppure non ti senti del tutto svuotato
quando esci dal bagno.
Se soffri di stitichezza, i nervi e i muscoli del tuo intestino non sono più ben
determinati a raggiungere il proprio scopo. Nella maggior parte dei casi, la
digestione e il transito funzionano ancora a velocità normale, solo che nel retto non
c’è più unanimità sull’opportunità di svuotarsi o meno in un dato momento.
Un parametro di gran lunga migliore per diagnosticare la stitichezza non è tanto
la frequenza con cui si va in bagno, bensì la difficoltà. In realtà, al gabinetto
dovremmo trascorrere un momento rilassante; se così non è, le conseguenze possono
essere molto spiacevoli. Esistono diversi livelli di stipsi: se ne può soffrire in modo
passeggero, in viaggio, durante una malattia o in momenti di stress; a volte, invece, è
un disturbo ostinato che tende alla cronicità.
In viaggio, quasi una persona su due ha avuto episodi di stitichezza nel corso della
vita. Soprattutto nei primi giorni non si riesce proprio a scaricarsi. Le cause possono
essere molteplici, ma di solito è la seguente: l’intestino è un animale abitudinario. I
suoi nervi notano quel che ci piace mangiare e a che ora circa. Sanno quanto ci
muoviamo e quanta acqua beviamo. Si accorgono se è giorno o notte e quando
andiamo al gabinetto. Se tutto fila liscio, lavorano energicamente e attivano i muscoli
intestinali della digestione.
Quando siamo in viaggio, abbiamo tante cose in mente. Prendere le chiavi,
spegnere il gas, portare un libro o della musica per intrattenere il cervello. Però ci
dimentichiamo sempre di lui: anche l’animaletto abitudinario parte con noi e
all’improvviso viene piantato in asso.
Mangiamo panini tutto il giorno, strani pasti sull’aereo o spezie particolari. All’ora
di pranzo ci ritroviamo in coda, oppure allo sportello dei biglietti. Beviamo meno del
solito per paura di dover andare troppo spesso in bagno, e l’aria sull’aereo ci
disidrata più del solito. Come se non bastasse, siamo anche scombussolati da un bel
jet lag.
I nervi dell’intestino notano la situazione anomala. Sono irritati e tengono duro
finché non viene dato loro il via libera. Anche se l’intestino ha portato a termine il
proprio lavoro in una giornata così strana e ci chiede di andare in bagno, spesso
rimandiamo e lo reprimiamo perché è il momento sbagliato. Il più delle volte, però,
la vera causa è la sindrome del “riesco a farla solo a casa mia”. Chi ne soffre, non
utilizza volentieri i servizi pubblici. Se proprio è disperato, costruisce una
dispendiosa “scultura” di carta igienica sul bordo della tazza e si tiene a una distanza
di sicurezza di dieci metri. Quando la sindrome del “riesco a farla solo a casa mia” è
particolarmente grave, non basta neppure quello. Non ci si riesce a rilassare
abbastanza da completare il lavoro dell’animaletto abitudinario. La vacanza o il
viaggio di lavoro rischiano allora di diventare piuttosto sgradevoli.
In caso di brevi periodi di stipsi o di episodi non gravi, è possibile incoraggiare il
proprio intestino a rimettersi all’opera seguendo tre piccoli accorgimenti.

1. Ci sono sostanze che stimolano e motivano la parete intestinale: le fibre.


Nell’intestino tenue non vengono digerite, perciò bussano vigorosamente alle
pareti del colon dicendogli che è arrivato qualcuno che vuole essere portato
subito via. I migliori risultati si ottengono con i semi di psillio e le prugne, che
fra l’altro sono anche un po’ più buone da mangiare. Entrambi contengono non
solo fibre, ma anche principi attivi che attirano più liquidi nell’intestino e
ammorbidiscono la massa fecale. Ci vogliono circa due o tre giorni perché la
cura abbia pieno effetto. Si può iniziare un giorno prima di partire, oppure il
primo giorno di ferie, a seconda di come ci si sente più sicuri. Se non abbiamo
voglia di infilare prugne o simili in valigia, in commercio si trovano fibre in
polvere o in compresse. Trenta grammi di fibre non pesano molto, ma
costituiscono una dose giornaliera più che sufficiente.
Gli interessati tengano presente quanto segue: le fibre insolubili in acqua
stimolano maggiormente la motilità intestinale, ma è più facile che causino mal
di pancia. Le fibre solubili hanno effetti meno dirompenti, ma ammorbidiscono la
poltiglia alimentare nell’intestino e sono meglio tollerate. La natura progetta
abilmente ogni cosa: la scorza delle piante contiene grandi quantità di fibre
insolubili, mentre la polpa della frutta possiede più componenti solubili.
Le fibre fanno ben poco, se non si beve a sufficienza: senza acqua, sono solo una
massa di roba dura. Con l’acqua si gonfiano come palle da gioco. Così anche i
muscoli annoiati dell’intestino hanno qualcosa da fare, mentre il cervello si
guarda dei film in aereo.
2. Deve bere molta acqua solo chi ne ha veramente bisogno. Se ne beviamo già
abbastanza, non vedremo miglioramenti aumentandone la quantità; se invece nel
corpo c’è un deficit di liquidi, è diverso. In tal caso, l’intestino assorbe più acqua
dagli alimenti, indurendo le feci. Nei bambini piccoli la febbre alta provoca una
disidratazione tale da compromettere la digestione. Chi compie un lungo viaggio
in aereo perde un’analoga quantità di acqua. Non è detto che sudi, basta che
respiri l’aria molto secca dell’aereo, che prosciuga i nostri liquidi corporei in
modo quasi impercettibile. A volte si capisce solo dal naso secco. In questi casi
bisognerebbe tentare di bere più del solito per mantenere i livelli di idratazione
abituali.
3. Non ti trattenere. Quando scappa, scappa. Soprattutto se si sono presi impegni
fissi con il proprio intestino. Se vai sempre al gabinetto alla mattina e durante i
viaggi reprimi lo stimolo, infrangi un tacito accordo. L’intestino vuole solo
svolgere il proprio compito come al solito. Se si rispediscono i prodotti della
digestione anche solo per due volte nell’ansa d’attesa, si addestrano i nervi e i
muscoli ad andare all’indietro. Poi si rischia di fare sempre più fatica a invertire
la rotta. Inoltre, nell’ansa di attesa c’è ancora tempo per la disidratazione. E
questo può indurire ulteriormente le feci. Trattenersi dall’andare al gabinetto
per un paio di giorni può causare stitichezza. Insomma, chi ha in mente di
trascorrere una settimana in campeggio, superi la paura dei gabinetti di fortuna
prima che sia troppo tardi!
4. Probiotici e prebiotici: i batteri buoni e vivi e il loro cibo preferito possono
infondere nuova vitalità a un intestino stanco. Si possono chiedere informazioni
in farmacia o leggere le pagine successive di questo libro.
5. Fare qualche passeggiata in più? Non è detto che funzioni. Se all’improvviso si fa
meno movimento di prima, può essere che l’intestino si impigrisca, questo è
vero; ma se ci si muove come sempre, la passeggiata non garantisce nessun
nirvana digestivo. Alcuni studi dimostrano che solo un’attività sportiva molto
intensa può avere effetti quantificabili sulla motilità intestinale. Chi non ha in
mente di mettere su muscoli – non solo per andare al gabinetto, almeno – non
deve per forza imporsi delle passeggiate.
Gli amanti delle soluzioni non convenzionali possono provare il metodo del
dondolo: ci si siede sul water, si piega il busto in avanti fino a toccare le cosce e ci si
raddrizza di nuovo. Si ripete l’operazione un po’ di volte e poi dovrebbe funzionare.
In bagno non ci vede nessuno e abbiamo un po’ di tempo a disposizione: è il
momento ideale per fare un esperimento originale come questo.

Se i consigli e il metodo del dondolo non funzionano:


nei casi più ostinati di stitichezza, i nervi dell’intestino non sono solo confusi o
indispettiti, ma hanno anche bisogno di un po’ più di aiuto da parte nostra. Chi ha
già provato tutti i trucchi sopra elencati, ma ancora non si alza dal water
fischiettando, ha il permesso di adottare un’altra categoria di rimedi. Naturalmente,
sto parlando solo di coloro che conoscono bene i motivi del proprio disturbo. Chi li
ignora, non può neppure sapere che cosa fare per porvi rimedio.
In caso di stipsi improvvisa o straordinariamente lunga, bisognerebbe sempre
andare dal medico. È anche possibile che il disturbo celi un diabete non ancora
diagnosticato o un problema alla tiroide. Forse invece il nostro intestino è pigro per
natura.

Lassativi

L’obiettivo dei lassativi o purganti è evidente: farci fare un mucchio di cacca,


svuotando le riserve persino degli intestini più timidi. Esistono diversi tipi di lassativi
e ognuno funziona a modo suo. Il seguente elenco di rimedi è riservato ai viaggiatori
terribilmente stitici, agli intestini pigri, ai nemici dei gabinetti pubblici e a chi deve
superare l’impedimento delle emorroidi.

Un bel mucchio con l’osmosi

... è composto di feci ben formate e non troppo dure. L’osmosi è il senso di giustizia
dell’acqua. Quando un’acqua ha più sale, zucchero o altro rispetto a un’altra, quella
più povera si immette in quella più ricca. Così alla fine hanno tutte e due lo stesso
quantitativo di sostanze e convivono in pace. Lo stesso principio vale anche per
l’insalata un po’ appassita. Se la immergiamo in una ciotola d’acqua e la togliamo
dopo una mezz’ora, la troveremo di nuovo croccante. L’acqua entra nell’insalata
perché quest’ultima ha più sale, zucchero e via dicendo.
I lassativi osmotici sfruttano questa giustizia livellatrice. Contengono determinati
sali, zuccheri o minuscole catene di molecole che arrivano all’intestino crasso. Nel
tragitto assorbono ogni tipo di liquido per ammorbidire il più possibile la massa
fecale. Se assumiamo troppo lassativo, viene recuperata troppa acqua. La comparsa
di diarrea ci dimostra chiaramente che abbiamo esagerato.
Per quanto riguarda i lassativi osmotici, abbiamo la possibilità di scegliere se far
assorbire l’acqua da sali, zuccheri o piccole catene di molecole. I sali, come per
esempio il solfato di sodio, sono un po’ brutali. Agiscono all’improvviso, e se li
assumiamo spesso, scombussolano il contenuto di sali minerali dell’organismo.
Lo zucchero lassativo più conosciuto è il lactulosio. È comodo perché ha un doppio
effetto: oltre a recuperare acqua, nutre i batteri dell’intestino. Anche questi esserini
possono dare il loro contributo: per esempio, producendo sostanze emollienti o
incitando la parete intestinale a muoversi. Purtroppo, però, possono avere sgradevoli
controindicazioni: microbi ipernutriti o sbagliati rischiano di produrre gas e causare
mal di pancia e flatulenza.
Il lactulosio si ottiene dal lattosio, lo zucchero del latte, per esempio portando il
latte ad alta temperatura. Il latte pastorizzato viene scaldato per breve tempo, perciò
contiene più lactulosio del latte crudo. Il latte scaldato a temperatura
particolarmente alta ne contiene logicamente di più di quello pastorizzato e così via.
Esistono anche zuccheri lassativi non derivati dal latte, come ad esempio il sorbitolo.
Il sorbitolo si trova in alcuni frutti, come nelle prugne, nelle pere e nelle mele. Ecco
perché le prugne hanno la fama di facilitare la digestione e si dice che bere troppo
succo di mela fresco faccia venire la diarrea. Siccome il sorbitolo (come il lactulosio)
praticamente non viene assorbito dal sangue, spesso viene utilizzato come sostituto
dello zucchero. In tal caso si chiama E420, e quando per esempio viene aggiunto alle
caramelle contro la tosse nelle indicazioni viene specificato che un consumo
eccessivo “può avere effetti lassativi”. In alcuni studi, il sorbitolo ha dimostrato di
avere la stessa efficacia del lactulosio, ma meno controindicazioni (come la
flatulenza).
Fra tutti i lassativi, le piccole catene di molecole sono le meglio tollerate. Hanno i
tipici nomi solitamente assegnati alle catene di molecole; per esempio, glicole
polietilenico, in breve PEG. A differenza dei sali, non sconvolgono l’equilibrio salino
dell’organismo, e a differenza degli zuccheri, non provocano flatulenza. La lunghezza
della catena spesso si deduce dal nome: PEG3350 ha tanti atomi e un peso molecolare
di 3350 g/mol. È molto meglio di PEG150, perché qui le catene sono talmente corte
che l’intestino rischia di assorbirle involontariamente. Non è detto che sia pericoloso,
ma è di sicuro irritante, perché in fin dei conti il glicole polietilenico non fa
assolutamente parte della nostra dieta.
Le catene corte come PEG150 non compaiono dunque nei lassativi, ma per esempio
nelle creme per la pelle, in cui svolgono un ruolo molto simile, ossia quello lenitivo.
Che possano nuocere in qualche modo è improbabile, ma neppure del tutto escluso. I
lassativi come PEG contengono esclusivamente le catene non digeribili e dunque
possono essere assunti per lunghi periodi senza controindicazioni; secondo studi
recenti, non c’è motivo di temere dipendenze o danni a lungo termine. Anzi, stando
ai risultati di alcune ricerche, pare che migliorino addirittura la barriera protettiva
dell’intestino.
I lassativi osmotici non accrescono solo l’umidità, bensì anche la massa. Più
umidità, batteri ben nutriti e catene di molecole possiede, più l’intestino viene
stimolato al movimento. È il principio del riflesso peristaltico.

Planare con i lubrificanti

... sembra uno sport fantastico: il paragliding del colon. Robert Chesebrough, lo
scopritore della vaselina, giurava sull’efficacia di un cucchiaio di vaselina al giorno.
La vaselina potrebbe avere un effetto simile a quello di altri lassativi oleosi che
facilitano il transito intestinale avvolgendo il prodotto in un’overdose di grasso.
Robert Chesebrough campò fino a 96 anni, ed è davvero incredibile, perché chi
assume quotidianamente lubrificanti delle feci perde una quantità esorbitante di
vitamine liposolubili, che vengono assorbite e trasportate via insieme a tutto il resto.
Ne derivano carenze vitaminiche che provocano malattie, soprattutto se l’assunzione
è costante ed eccessiva. La vaselina non figura fra i lassativi oleosi ufficialmente
riconosciuti (in realtà, non dovrebbe essere ingerita); d’altra parte, la paraffina
liquida, che pure è un rimedio diffuso, non è certo più convincente a lungo termine.
Questo tipo di lubrificante può essere utile per risolvere un problema momentaneo,
per esempio piccole ferite o emorroidi sull’ano. In tal caso, è addirittura consigliabile
ammorbidire le feci per evitare dolore o danni durante l’evacuazione. A questo scopo
sono indicate anche le fibre solubili in vendita in farmacia, che formano un gel
emolliente e sono di gran lunga meglio tollerate e meno pericolose.

Un bel mucchio con i lassativi di contatto

... grazie a un’intensa stimolazione dell’intestino. Questi lassativi sono adatti a


soggetti stitici con nervi intestinali molto timidi e lenti. Per accertarsi di essere adatti
a un simile trattamento, si possono fare diversi test: uno consiste nell’ingerire palline
mediche, che un dottore fotografa con un apparecchio radiologico mentre scendono
nell’intestino. Se dopo un certo periodo di tempo la maggior parte delle palline è
ancora sparsa dappertutto e non si è raccolta nell’ano, allora sono indicati i lassativi
di contatto.

I lassativi di contatto stimolano il transito intestinale.

Questi purganti agiscono su alcuni recettori che l’intestino distribuisce nella zona
e che in seguito inviano segnali all’intestino: «Non togliere più acqua alla massa
alimentare, recuperane di più da fuori»; «Coraggio, muscoli, muovetevi!» I
trasportatori d’acqua e le cellule nervose vengono, per così dire, comandati a
bacchetta da purganti di contatto ben progettati. Se i lassativi osmotici non sono
abbastanza stimolanti ed emollienti, un intestino supertimido ha bisogno di un paio
di dritte. Ingeriti la sera, vengono assorbiti nel corso della notte e faranno effetto il
mattino successivo. Chi ha bisogno di risultati rapidi può inviare i comandi dei
lassativi direttamente al colon con una supposta pony express. In tal caso, i messaggi
arriveranno nel giro di un’ora al massimo.
Simili ordini non vengono impartiti solo da farmaci aggressivi, ma anche da alcune
piante medicinali. L’aloe vera o la senna funzionano in modo molto simile. Tuttavia,
hanno effetti collaterali più inquietanti: chi ha voglia di colorare di nero l’interno del
proprio intestino, faccia pure. La colorazione non è pericolosa e a un certo punto se
ne va.
Molto più inquietanti sono invece i danni ai nervi che un uso eccessivo di lassativi
di contatto è potenzialmente in grado di provocare. Il motivo è questo: a furia di
ricevere ordini, i nervi sono sovreccitati. Allora si ritirano come fanno le lumache,
quando stuzzichiamo loro le antenne. Ecco perché non bisognerebbe assumere
questo tipo di medicina più di una volta ogni due o tre giorni.

Un bel mucchio con i farmaci procinetici

... sono all’ultimo grido per due motivi: incentivano solo quel che l’intestino fa
sempre e comunque e non stimolano movimenti indesiderati. Fondamentalmente, si
comportano come dei megafoni e molti studiosi ne sono intrigati per la loro capacità
di agire in modo selettivo. Alcuni agiscono su un solo recettore e non finiscono
neppure nella grande circolazione sanguigna. Purtroppo, però, le modalità di
funzionamento di molte sostanze devono ancora essere verificate, oppure i farmaci
corrispondenti stanno uscendo solo adesso sul mercato. Insomma, se non avete un
bisogno impellente di provare qualcosa di nuovo, ricorrete pure ai rimedi collaudati.

La regola dei tre giorni

Molti medici prescrivono lassativi senza spiegare la regola dei tre giorni. Eppure non
ci vuole molto tempo ed è utile: il colon è diviso in tre settori: ascendente, trasverso e
discendente. Quando andiamo al gabinetto, di solito svuotiamo l’ultimo. Entro il
giorno dopo, si riempie di nuovo e il gioco ricomincia daccapo. Se si assumono
lassativi molto efficaci, può capitare di svuotare interamente il colon, cioè tutte e tre
le parti di cui è composto, e spesso bisogna aspettare tre giorni prima che si riempia
di nuovo a sufficienza.
Chi non conosce la regola dei tre giorni fa in tempo a inquietarsi di nuovo. Ci
risiamo? Non sto andando al gabinetto neppure il terzo giorno? E allora – paff –
ingoia un’altra pastiglia o scioglie una polverina in acqua. È un circolo vizioso del
tutto inutile. Dopo aver preso un purgante, possiamo lasciare in pace l’intestino
anche per due giorni di fila. A partire dal terzo giorno, può ricominciare la conta. Chi
è sicuro di avere l’intestino pigro, può ricorrere a rimedi anche dopo due giorni.

1. Condizione normale: un terzo del colon si svuota e si riempie entro il giorno dopo.
2. Dopo l’assunzione di un lassativo: tutto il colon si svuota e possono passare anche tre
giorni prima che si riempia di nuovo.
Cervello e intestino

Questa è una ascidiacea.

Ce lo può dire lei, quanto è necessario il cervello. Come noi umani, l’ascidiacea
appartiene al gruppo dei cordati. Ha un po’ di cervello e una specie di midollo
spinale. Il cervello impartisce ordini al corpo sottostante attraverso il midollo spinale
e riceve a sua volta interessanti informazioni dal basso. Per esempio, gli occhi degli
esseri umani possono inviare l’immagine di un cartello stradale; quelli delle
ascidiacee segnalare un pesce di passaggio. I sensori della pelle degli esseri umani
informano sulla temperatura esterna, quelli delle ascidiacee sulla temperatura
dell’acqua negli strati più profondi. Il cervello umano impara a capire se sia
consigliabile mangiare in un determinato luogo; quello delle ascidiacee... idem.
Forte di queste informazioni, la giovane ascidiacea nuota nel vasto oceano. Cerca
un luogo che le vada particolarmente a genio. Appena trova uno scoglio che pare
offrire sicurezza, una temperatura gradevole e buone opportunità alimentari, diventa
sedentaria. L’ascidiacea è infatti un animale stanziale, cioè una volta che si è
insediata, rimane dov’è, succeda quel che succeda. La prima cosa che fa nella sua
nuova patria è questa: si mangia il cervello. E perché no? Un’ascidiacea è in grado di
vivere anche senza.
Daniel Wolpert, ingegnere, medico e scienziato di grande levatura e versatilità,
considera il comportamento dell’ascidiacea estremamente istruttivo. Questa è la sua
tesi: il cervello ha un unico scopo, il movimento. D’acchito, sembra un’affermazione
talmente banale che viene quasi voglia di indignarsi. Forse però il problema è che
definiamo banali cose che in realtà non lo sono.
Il movimento è la capacità più straordinaria che noi esseri viventi abbiamo mai
sviluppato. Senza movimento non avremmo bisogno di muscoli, di nervi che li
ricoprono e, presumibilmente, neppure di un cervello. Tutte le svolte nella storia
dell’umanità sono state possibili solo grazie alla nostra capacità di muoverci.
Movimento non è solo correre e lanciare una palla, bensì anche assumere espressioni
facciali, articolare parole o realizzare progetti. Il nostro cervello coordina i sensi e
crea esperienza al fine di generare movimento. Movimenti della bocca, delle mani,
spostamenti di molti chilometri o di pochi millimetri. Talvolta è possibile influenzare
il mondo anche impedendo un movimento. Se invece sei un albero e non puoi
scegliere fra due opzioni, non hai neppure bisogno di un cervello.
Anche la comune ascidiacea, una volta accasata, non se ne fa più nulla. Per lei non
è più tempo di muoversi e il cervello non le serve più. Per assorbire plancton,
pensare senza muoversi è meno utile che possedere un orifizio boccale. Quest’ultimo,
sia pur in minima parte, influenza l’equilibrio del mondo.
Noi umani andiamo molto fieri del nostro cervello particolarmente complesso.
Ragionare di filosofia, fisica, religione o leggi fondamentali è una capacità
straordinaria che può innescare movimenti molto ponderati. Il fatto che il nostro
cervello sia capace di simili imprese è davvero impressionante. Purtroppo, però, tutta
questa ammirazione ha finito per avere effetti controproducenti. Ora, all’improvviso,
siamo convinti che tutta la nostra esperienza esistenziale avvenga nella testa;
secondo noi, il benessere, la gioia o la felicità si trovano nel cervello. Se siamo
insicuri, impauriti o depressi, ci vergogniamo, come se avessimo un computer
difettoso al piano superiore. La filosofia o la ricerca nel campo della fisica sono e
rimarranno per sempre appannaggio del cervello, ma il nostro “Io” è qualcosa di più.
È proprio questo che ci insegna l’intestino, una parte del corpo nota per i suoi
mucchietti marroni e le sue infinite variazioni per tromba. Questo stesso organo sta
determinando una svolta nel mondo della ricerca: si comincia infatti a mettere in
discussione il primato del cervello. L’intestino possiede un’enorme quantità di nervi, e
rispetto a quelli del resto del corpo, sono anche estremamente vari. Dispone di un
vero bastimento di molecole segnale, materiali isolanti e sistemi di interconnessione
nervosa. Esiste solo un altro organo di analoga complessità: il cervello. Ecco perché
la rete nervosa dell’intestino viene anche chiamata cervello enterico: è ugualmente
estesa e non meno varia per composizione chimica. Se l’intestino servisse solo a
trasportare sostanze nutritive e a farci ruttare di tanto in tanto, la presenza di un
sistema nervoso così complesso rappresenterebbe un insensato spreco energetico:
nessun corpo costruirebbe simili reti nervose per un semplice canale per scoregge.
Deve per forza esserci sotto qualcosa.
Noi esseri umani sappiamo sin dalla notte dei tempi quel che la ricerca scientifica
sta scoprendo solo lentamente: le nostre sensazioni di pancia influenzano in misura
notevole il nostro benessere individuale. Abbiamo “strizza” o ci viene la “cagarella”,
quando siamo intimoriti. In tedesco, esiste l’espressione «Nicht zu Potte kommen»,
letteralmente «non arrivare al vaso da notte», per dire che non si riesce a fare
qualcosa. Si “ingoiano” offese, “bocconi amari” o sconfitte, si “digeriscono” novità. Se
siamo innamorati, abbiamo le “farfalle nella pancia”. Il nostro “Io” consiste di testa e
pancia, e ora non solo a livello linguistico, bensì sempre più spesso anche in
laboratorio.

Come l’intestino influenza il cervello

Quando gli scienziati analizzano i sentimenti, cercano innanzi tutto di misurare


qualcosa. Assegnano punti alle tendenze al suicidio, a seconda della loro intensità; se
si tratta di amore, misurano l’assetto ormonale, oppure sperimentano l’utilità degli
ansiolitici. Visto dall’esterno, non sembra molto romantico. A Francoforte è stato
addirittura condotto uno studio su un campione di volontari sottoposti a costose
ecografie cerebrali, mentre alcuni studenti stimolavano loro i genitali con uno
spazzolino da denti. Per mezzo di simili esperimenti si scopre in quali aree del
cervello giungono i segnali provenienti da determinate zone del corpo e questo aiuta
a realizzare una mappa del cervello.
Così adesso sappiamo che i segnali provenienti dai genitali arrivano appena sotto
la sommità della testa. La paura nasce all’interno del cervello, fra le orecchie, per
così dire. Per la formazione delle parole esiste una zona collocata all’incirca sopra le
tempie. I pensieri morali si formano dietro la fronte e così via. Per comprendere
meglio il rapporto fra intestino e cervello, bisogna seguire i loro canali di
comunicazione. Come fanno i segnali provenienti dalla pancia ad arrivare alla testa e
che effetto possono avere?
I segnali dell’intestino possono giungere in diverse zone del cervello, ma non in
tutte. Per esempio, non potrebbero mai raggiungere la corteccia visiva, collocata
nella parte posteriore del cervello. Se così fosse, vedremmo immagini o effetti di quel
che sta succedendo nell’intestino. Le aree dove possono certamente arrivare sono
invece l’insula, il sistema limbico, la corteccia prefrontale, l’amigdala, l’ippocampo e
la corteccia cingolata anteriore. Ora farò indignare i neurologi semplificando
grossolanamente le funzioni delle aree cerebrali sopra indicate: senso del sé,
elaborazione dei sentimenti, etica, paura, memoria e motivazione. Ciò non significa
che il nostro intestino guidi i nostri pensieri morali, ma solo che può influenzarli. Per
verificare l’esattezza di simili ipotesi in laboratorio, bisogna procedere per tentativi
ed errori.
Le regioni cerebrali attivate dalla vista, dalla paura, dalla formazione di parole, dal senso
morale e dalla stimolazione dei genitali.
In alto a destra: “Mappa del cervello”. Più in basso, in senso orario: “Genitali”, “Corteccia
visiva”, “Paura”, “Linguaggio”, “Morale”.

L’esperimento del nuoto forzato è uno dei più significativi nell’ambito della ricerca
sulla motivazione e la depressione. Un topo viene messo in un piccolo contenitore
d’acqua. Poiché non arriva a toccare il fondo con le zampette, continua ad agitarle
per tornare sulla terra ferma. La questione è: per quanto tempo seguiterà a nuotare
nel tentativo di raggiungere il suo obiettivo? In fondo, si tratta di uno dei quesiti
fondamentali della vita. Per quanto tempo perseguiamo quel che reputiamo
necessario? Può trattarsi di un obiettivo concreto, come il terreno sotto i piedi o un
diploma, ma anche astratto, come la soddisfazione o la gioia.
I topi con tratti depressivi non nuotano molto a lungo. Smettono a più riprese. A
quanto pare, nei loro cervelli i segnali inibenti vengono trasmessi molto meglio degli
impulsi motivanti e spronanti. Inoltre, risentono molto di più dello stress. Su questi
animali è possibile sperimentare nuovi antidepressivi: se dopo l’assunzione nuotano
di più, può essere che la sostanza funzioni.
I ricercatori del team dello scienziato irlandese John Cryan si sono spinti un po’
più in là. Hanno somministrato alla metà dei topi un batterio noto per essere un
toccasana per l’intestino: il Lactobacillus rhamnosus JB-1. Nel 2011 l’idea di
modificare il comportamento dei topi partendo dalla pancia era ancora molto
innovativa. I topi con l’intestino in buona salute non solo nuotavano più a lungo e con
maggiore speranza, ma avevano anche meno ormoni dello stress nel sangue. Inoltre,
se la cavavano molto meglio degli altri esemplari della stessa specie nei test di
memoria e apprendimento. Se però gli scienziati recidevano loro il cosiddetto nervo
vago, non si riscontrava più alcuna differenza di comportamento fra i due gruppi di
topi.
Questo nervo è il più rapido e importante collegamento fra intestino e cervello.
Attraversa il diaframma, passa fra polmoni e cuore, prosegue per il tratto superiore
dell’esofago, supera il collo e raggiunge il cervello. Un esperimento su un campione
di volontari ha dimostrato che a seconda delle frequenze con cui veniva stimolato
questo nervo le persone in questione si sentivano bene oppure provavano paura. Dal
2010 è stata addirittura autorizzata in Europa una terapia contro la depressione che
si fonda su un certo tipo di stimolazione del nervo vago per migliorare le condizioni
dei pazienti. Il nervo funziona dunque come una sorta di linea telefonica collegata
alla centrale del cervello, attraverso cui un collaboratore esterno comunica le
proprie impressioni.
Il cervello ha bisogno di queste informazioni per potersi fare un’idea della
situazione nel corpo. Esso è infatti in assoluto l’organo più protetto e isolato. È
sistemato in un cranio osseo e avvolto da spesse meningi che filtrano ulteriormente
ogni goccia di sangue, prima che questo irrori le aree cerebrali. L’intestino si trova
invece in mezzo alla bolgia. Conosce tutte le molecole delle ultime cose che abbiamo
mangiato, intercetta curioso gli ormoni che circolano nel sangue, chiede alle cellule
immunitarie come è andata la loro giornata, oppure ascolta concentrato il lavorio dei
batteri intestinali. L’intestino è in grado di raccontare tante cose su di noi che il
cervello altrimenti ignorerebbe del tutto.
L’intestino raccoglie tutte queste informazioni non solo per mezzo di un sistema
nervoso notevole, bensì anche grazie alla sua vasta estensione. Infatti è l’organo
sensoriale più grande del corpo. In confronto, occhi, orecchi, naso e pelle non sono
nulla. Le loro informazioni arrivano alla coscienza e vengono utilizzate per poter
reagire al mondo circostante. Nella nostra vita, svolgono più o meno la funzione di
sensori di parcheggio. L’intestino, invece, è un’enorme matrice: sente la nostra vita
interna e lavora a livello inconscio.
La collaborazione fra intestino e cervello comincia molto presto. Quando siamo
neonati progettano insieme gran parte del nostro mondo emotivo. Ci piace essere
satolli, ci disperiamo per la fame, soffriamo e piangiamo per le coliche. Persone
fidate ci nutrono, ci cambiano e ci fanno fare il ruttino. L’“Io” dei bebè è costituito in
modo evidente da intestino e cervello. Via via che cresciamo, conosciamo sempre di
più il mondo per mezzo dei sensi. Se ci servono pietanze cattive al ristorante, non ci
mettiamo a strillare a squarciagola. Il collegamento fra intestino e cervello non si è
certo interrotto, ma si è notevolmente affinato. Ora un intestino indisposto potrebbe
influenzare in modo molto più sottile il nostro stato d’animo, e un intestino sano e
ben nutrito migliorare in modo più discreto il nostro umore.
Il primo studio sugli effetti di una terapia intestinale sul benessere del cervello
umano fu pubblicato nel 2013, a due anni di distanza dai test sui topi. I ricercatori
partirono dal presupposto che sugli esseri umani l’esperimento non avrebbe dato
risultati apprezzabili. Invece l’esito delle ricerche non sorprese solo loro, bensì tutto
il mondo della ricerca scientifica. L’assunzione per quattro settimane di un miscuglio
di determinati batteri aveva chiaramente modificato alcune aree del cervello, in
particolare quelle preposte all’elaborazione dei sentimenti e del dolore.

Intestini irritati, stress e depressione

Il cervello non può essere chiamato in causa per ogni lenticchia non masticata.
L’intestino sano non gli trasmette banali segnali di digestione attraverso il nervo
vago, bensì li elabora direttamente con il proprio cervello: è per questo che lo
possiede. Se però gli succede qualcosa di significativo, può essere che ritenga
necessario coinvolgere anche i piani superiori.
A sua volta, il cervello della testa non passa tutte le informazioni alla coscienza.
Quando il nervo vago vuole trasmettere notizie alle aree cerebrali più importanti,
deve avere il beneplacito del portiere del cervello, detto talamo. Se gli occhi lo
avvisano per la ventesima volta che in soggiorno ci sono sempre le stesse tende, il
talamo rifiuta l’informazione: non è importante per la coscienza. Al contrario, la
segnalazione della presenza di tende nuove sarebbe lasciata passare. Non da tutti i
talami, ma dalla maggior parte.
Se per caso non abbiamo masticato una lenticchia, l’informazione non riesce a
superare la soglia che separa l’intestino e il cervello. Le cose cambiano in presenza
di stimoli diversi. Per esempio, se nella pancia vengono rilevate quantità stranamente
elevate di alcol, al cervello possono giungere segnali da passare al “centro del
vomito”; in caso di flatulenza, può essere avvisato invece il “centro del dolore”; in
presenza di agenti patogeni, può essere allertata l’area preposta all’elaborazione del
“malessere”. Questi stimoli vengono lasciati passare perché la soglia dell’intestino e
il “portiere” del cervello li considerano importanti. E non si tratta solo di
informazioni negative. Alcuni segnali possono essere trasmessi anche la notte di
Natale, mentre ci addormentiamo sazi e contenti sul divano. Certi avvisi provengono
chiaramente dalla pancia; altri vengono elaborati in aree inconsce del cervello,
quindi non siamo in grado di riconoscerne l’origine viscerale.

Per chi soffre di colon irritabile, il collegamento fra intestino e cervello può essere
molto fastidioso. Si vede anche dalle ecografie cerebrali. Nel corso di un
esperimento, un gruppo di ricercatori gonfiò un piccolo palloncino all’interno
dell’intestino di un campione di volontari, osservando al contempo le immagini
ecografiche dell’attività cerebrale. Nelle persone che non soffrivano di disturbi
intestinali, l’immagine del cervello era normale e priva di componenti emotive
evidenti. Nei pazienti affetti da colon irritabile, il palloncino innescava invece chiare
attività in una zona emozionale del cervello in cui di solito vengono elaborati i
sentimenti negativi. In questi soggetti, lo stesso stimolo era riuscito a superare
entrambe le “soglie”. I pazienti si sentivano a disagio, anche se non avevano fatto
niente di male.
In caso di sindrome da colon irritabile, si avverte spesso una pressione sgradevole
o un gorgoglio nella pancia e si è predisposti alla diarrea o alla stipsi. I pazienti
affetti da tale disturbo soffrono più della media di stati ansiosi e depressivi.
Esperimenti come quello del palloncino dimostrano che il malessere e i sentimenti
negativi potrebbero insorgere sull’asse intestino-cervello quando la soglia
dell’intestino è più bassa o il cervello vuole per forza avere le informazioni.
Le possibili cause di una simile condizione possono essere microinfiammazioni a
lungo trascurate, una cattiva flora intestinale oppure intolleranze alimentari mai
rilevate. Alcuni medici, nonostante i risultati della ricerca attuale, continuano a
considerare i soggetti affetti da sindrome da colon irritabile “ipocondriaci” o “malati
immaginari”, perché le analisi non evidenziano danni visibili all’intestino.
Le cose non stanno così in caso di altre malattie intestinali. Durante le fasi acute
di infiammazioni croniche come il morbo di Crohn o la colite ulcerosa, si formano
vere e proprie ferite nell’intestino. Qui il problema non dipende dal fatto che anche
la minima infiammazione intestinale venga comunicata al cervello. Le soglie resistono
ancora. In questo caso, è la mucosa intestinale malata a causare i disturbi. Come i
soggetti affetti da colon irritabile, anche questi pazienti sono più inclini della media a
stati depressivi e ansiosi.
I team di scienziati che cercano di verificare l’utilità del rafforzamento della soglia
fra intestino e cervello sono ancora pochi, ma in compenso di ottimo livello. Si tratta
di una questione che riguarda tutti, non solo chi soffre di problemi intestinali. Si
ipotizza che lo stress sia uno degli stimoli più importanti che cervello e intestino
affrontano insieme. Quando il cervello ha un grosso problema (tipo fretta o rabbia),
lo vuole risolvere. Per questo necessita di energia, che prende in prestito
principalmente dall’intestino. Sono le fibre nervose simpatiche a informare l’intestino
dello stato di emergenza e della necessità di adottare misure straordinarie. Con
spirito collegiale, l’intestino risparmia dunque energia nella digestione, produce
meno muco e riduce la propria irrorazione sanguigna.
Questo sistema non è fatto per essere utilizzato a lungo. Quando il cervello
dichiara troppo spesso lo stato di emergenza, approfitta della bontà dell’intestino. In
simili circostanze, anche l’intestino è costretto a inviare segnali sgradevoli al piano di
sopra, altrimenti non cambierebbe mai nulla. Allora è possibile che ci sentiamo male,
fiacchi, inappetenti o che ci venga la diarrea. Come accade quando vomitiamo a
causa di un disagio emotivo, l’intestino si priva di nutrimento per compensare il
dispendio energetico richiesto dal cervello. Con la differenza che le situazioni di
stress acuto possono durare molto più a lungo. All’intestino fa male lavorare a questo
ritmo per troppo tempo. Un’irrorazione insufficiente e l’assottigliamento del mantello
protettivo delle mucose indeboliscono le pareti intestinali. Le cellule immunitarie che
vi risiedono emettono allora una quantità particolarmente elevata di molecole
segnale che sensibilizzano sempre di più il cervello intestinale abbassando la prima
soglia. Nelle fasi di stress il cervello prende in prestito troppa energia: non
bisognerebbe mai indebitarsi eccessivamente, bensì cercare di amministrare al
meglio le proprie risorse.
I ricercatori in campo batteriologico hanno elaborato questa teoria: lo stress non è
igienico. In condizioni di emergenza, nell’intestino sopravvivono infatti batteri diversi
rispetto a quelli esistenti nei periodi di maggiore relax. Lo stress modifica per così
dire le condizioni meteorologiche della pancia. Certi esserini acidi sopportano molto
bene le turbolenze e si moltiplicano con particolare successo, anche se non è detto
che creino un’atmosfera ideale la sera dopo il lavoro. Secondo questa teoria, non
siamo solo vittime dei nostri batteri intestinali e del loro effetto sul nostro stato
d’animo, bensì praticamente coltivatori dell’ambiente interno della pancia; di
conseguenza, l’intestino sarebbe in grado di farci avvertire la brutta atmosfera che si
è creata anche dopo la fase particolarmente stressante.
Le sensazioni provenienti dal basso, soprattutto quelle che lasciano l’amaro in
bocca, inducono il cervello a riflettere molto bene se ci convenga o meno tenere
un’altra conferenza davanti ai colleghi dell’ufficio o mangiare di nuovo quel
peperoncino troppo piccante. Dunque è possibile che l’intestino sia coinvolto nelle
cosiddette “decisioni di pancia”: i suoi sentimenti legati a situazioni analoghe
vengono memorizzati e consultati in caso di bisogno. Se anche le esperienze positive
possono essere corroborate in modo analogo, allora è vero che l’amore si sente nella
pancia, anzi direttamente nell’intestino.
Il fatto che la pancia possa influenzare non solo i nostri sentimenti e le nostre
decisioni (di pancia), bensì anche eventualmente il nostro comportamento è
un’ipotesi interessante a cui stanno lavorando diversi scienziati. In particolare, il
team di Stephen Collins ha effettuato un esperimento molto audace. Ha utilizzato topi
di due ceppi diversi dai comportamenti già analizzati con precisione. Gli animali del
ceppo BALB/c sono più paurosi e timidi rispetto ai roditori del ceppo NIH-SWISS, che si
mostrano più curiosi e coraggiosi. Gli scienziati hanno somministrato alle cavie un
miscuglio di tre antibiotici diversi che agiscono solo sull’intestino, cancellando tutta
la flora batterica. In seguito, a ciascun gruppo sono stati inoculati batteri intestinali
tipici dell’altro ceppo. Nel test comportamentale i ruoli si sono invertiti
all’improvviso: i topi del ceppo BALB/c sono diventati più coraggiosi, quelli del NIH-
SWISS più timorosi. Ciò dimostra che l’intestino è in grado di influenzare quantomeno
il comportamento dei topi. Per ora non è possibile stabilire se ciò valga anche per gli
esseri umani. Al momento, abbiamo infatti conoscenze ancora troppo poco
approfondite sui vari tipi di batteri, sul cervello dell’intestino e sull’asse intestino-
cervello.
Nel frattempo, possiamo avvalerci dei dati raccolti finora. Si comincia da piccole
cose come i pasti quotidiani, tenendo presente per esempio che bisognerebbe evitare
la fretta e qualsiasi tipo di disturbo. A tavola dovrebbero essere banditi lo stress, i
litigi, le frasi tipo «Resta seduto a tavola, finché non hai finito di mangiare» e
l’abitudine di guardare la televisione passando da un canale all’altro. Questo vale
soprattutto per i bambini piccoli, il cui cervello intestinale si sviluppa insieme a
quello della testa, ma anche per gli adulti: prima si comincia meglio è. Ogni forma di
stress attiva nervi che frenano la digestione; di conseguenza, non solo ricaviamo
meno energia dal cibo, bensì impieghiamo più tempo a digerire e affatichiamo
l’intestino.
Forti di queste conoscenze, possiamo effettuare vari esperimenti su noi stessi.
Esistono gomme da masticare e farmaci contro la nausea da viaggio che placano i
nervi dell’intestino. Oltre alla nausea, spariscono anche gli stati ansiosi. Ma se l’ansia
e il cattivo umore inspiegabili (anche in assenza di nausea) avessero un’origine
viscerale, non sarebbe possibile curare anche questi sintomi con rimedi simili, cioè
intorpidendo per un breve periodo di tempo un intestino preoccupato? L’alcol
raggiunge prima i nervi dell’intestino, poi quelli della testa. In quale misura l’effetto
calmante di un bicchiere di vino serale dipende dal rilassamento del cervello nella
pancia? Quali batteri sono contenuti nelle diverse qualità di yogurt in vendita al
supermercato? Mi giova di più un Lactobacillus reuteri o un Bifidobacterium
animalis? Un team cinese di ricercatori, nel frattempo, è riuscito addirittura a
dimostrare in laboratorio che il Lactobacillus reuteri è in grado di inibire i sensori
del dolore intestinale.
Intanto, il Lactobacillus plantarum e il Bifidobacterium infantis possono essere
indicati per il trattamento del dolore causato da sindrome da colon irritabile. Chi
oggi risente di una bassa soglia del dolore intestinale ricorre solitamente a piccoli
rimedi contro la diarrea o la stipsi, oppure assume farmaci antispastici. In tal modo
vengono attenuati i fattori scatenanti, senza però eliminare il vero problema. Se
evitando eventuali alimenti mal tollerati o favorendo la ricostituzione della flora
intestinale non si riscontrano miglioramenti, bisogna affrontare il male alla radice: le
soglie dell’impulso nervoso. Finora pochi metodi si sono dimostrati utili nel corso
degli studi: fra questi la ipnoterapia.
Le psicoterapie di ottimo livello funzionano come una ginnastica riabilitativa per i
nervi. Sciolgono le tensioni e ci offrono alternative di movimento sane, a livello
neuronale. Dato che i nervi cerebrali sono più complicati dei muscoli, il terapeuta
deve conoscere esercizi collaudati. Gli ipnoterapeuti lavorano spesso sui pensieri
ruminativi e sull’immaginazione. Questo per attenuare i segnali dolorifici e per
rielaborare la percezione di determinati stimoli. Al pari dei muscoli allenati, anche
determinati nervi possono rafforzarsi, se li si utilizza più spesso. Non è che si venga
ipnotizzati come alla televisione: sarebbe persino tecnicamente scorretto, perché
questo tipo di terapia prevede che il paziente assuma il controllo della situazione.
Nella ricerca di un terapeuta, bisognerebbe accertarsi di rivolgersi a un
professionista iscritto all’albo degli psicologi o a un istituto serio. Un buon punto di
riferimento in Germania è la Milton-Erickson-Gesellschaft (MEG) di Heidelberg, che
mette a disposizione specialisti ben preparati.
L’ipnoterapia ha dato buoni risultati nella cura di pazienti affetti dalla sindrome
del colon irritabile. In molti casi il bisogno di farmaci si riduce drasticamente, in altri
sparisce del tutto. Soprattutto per i bambini, questo tipo di terapia è di gran lunga
più efficace di quella farmacologica nella riduzione del dolore: funziona infatti nel 90
per cento dei casi, contro la media del 40 per cento della terapia farmacologica.
Esistono addirittura ospedali, come per esempio il policlinico di Saarbrücken, in cui
vengono forniti piani terapeutici specifici per la pancia.
A chi soffre di malattie intestinali e al tempo stesso di forti stati ansiosi e
depressivi vengono spesso prescritti farmaci antidepressivi. Raramente però viene
spiegato il perché. Il motivo è semplice: nessun medico o scienziato lo sa. Solo dopo
aver constatato per mezzo di studi specifici che questi farmaci hanno la capacità di
rasserenare l’umore si è cominciato a indagare sui meccanismi sottostanti. A
tutt’oggi non abbiamo ancora trovato una risposta chiara. Per decenni si è ipotizzato
che l’effetto abbia luogo grazie al rafforzamento dell’“ormone della felicità”, la
serotonina. La ricerca più avanzata sulla depressione tiene conto di ulteriori
osservazioni e ipotizza che l’assunzione degli antidepressivi potrebbe ripristinare la
plasticità nervosa.
Quest’ultima designa la capacità dei nervi di modificarsi. Ecco perché la pubertà
ha un effetto così destabilizzante su un cervello in crescita: in quel periodo abbiamo
nervi incredibilmente plastici. Molto rimane ancora da decidere, tutto può essere,
nulla deve essere, il cervello fa scintille. Questo processo si conclude intorno al
venticinquesimo anno di vita. A quel punto, determinati nervi reagiscono secondo
modalità consolidate. Ciò che ha dato buoni risultati viene conservato; ciò che non si
è rivelato molto positivo, possibilmente no. Così non scompaiono solo gli accessi
inspiegabili di rabbia e di risa, bensì anche i poster appesi alle pareti della stanza. Si
fa più fatica a cambiare, ma in compenso si acquista una più gradevole stabilità.
Purtroppo, però, possono consolidarsi anche modelli di pensiero negativi, tipo «Io
non valgo niente» oppure «Tutto quel che faccio finisce male» e le infiammazioni
nervose di un intestino preoccupato potrebbero ancorarsi in modo altrettanto tenace
al cervello. Se è vero che gli antidepressivi aumentano la plasticità, forse è possibile
sbloccare anche simili modelli di pensiero. Di solito, i risultati migliori si ottengono
accompagnando i farmaci a una buona psicoterapia. Quest’ultima può ridurre il
rischio di tornare alle vecchie abitudini.
Gli effetti collaterali degli antidepressivi in commercio come il Prozac ci dicono
anche qualcosa di importante sull’“ormone della felicità”, la serotonina. Una persona
su quattro sperimenta sintomi di nausea, un periodo di diarrea e, a lungo andare, di
stipsi. Ciò deriva dal fatto che il nostro cervello intestinale possiede gli stessi identici
recettori nervosi del cervello della testa. Gli antidepressivi trattano dunque
automaticamente entrambi. Il ricercatore americano Michael Gershon si è già spinto
oltre. Si domanda infatti se per certi individui non possano funzionare antidepressivi
capaci di agire solo sull’intestino senza arrivare al cervello.
Non si tratta di un’idea così strampalata: in fin dei conti, il 95 per cento della
serotonina del nostro corpo viene prodotta nelle cellule dell’intestino. Lì facilita
enormemente i movimenti muscolari e serve come importante molecola segnale. Se si
modificano i suoi effetti in questa sede, al cervello potrebbero giungere segnali
completamente diversi. Sarebbe interessante soprattutto in presenza di soggetti che
sprofondano improvvisamente nella depressione, nonostante la loro vita proceda
normalmente. Forse è la pancia a necessitare del lettino dell’analista e la testa non
c’entra niente?
Chiunque soffra di stati ansiosi o depressivi dovrebbe ricordare che anche una
pancia maltrattata è in grado di scatenare sentimenti negativi. A volte ne ha anche
tutti i motivi, sia che si tratti di stress eccessivo o di un’intolleranza alimentare
ancora sconosciuta. Non dovremmo dare la colpa solo al cervello e a quel che ci
accade nella vita perché noi... noi siamo qualcosa di più.

Dove si forma l’Io

L’umore cupo, la gioia, l’insicurezza, il benessere o le preoccupazioni non provengono


solo dal cervello. Siamo esseri dotati di braccia e gambe, organi sessuali, cuore,
polmoni e intestino. Per lungo tempo, la cerebralizzazione della scienza ci ha chiuso
gli occhi di fronte al fatto che l’Io è qualcosa di più del cervello. La recente ricerca
sull’intestino ha in parte contribuito a mettere in discussione la famosa massima
«Cogito ergo sum»: penso, dunque sono.
Una delle aree cerebrali più interessanti a cui arrivano le informazioni
dell’intestino è l’insula, ed è proprio di questa che si occupa una delle teste più
geniali del nostro tempo: Bud Craig. Con pazienza sovrumana, questo studioso è
andato avanti a colorare nervi per vent’anni della sua vita, seguendone i percorsi nel
cervello. A un certo punto, è uscito dal laboratorio e ha tenuto una conferenza di
un’ora, in cui ha presentato la seguente ipotesi: l’insula è il luogo in cui si forma l’Io.
Ecco la prima parte: l’insula riceve informazioni sensoriali da tutto il corpo; ogni
informazione è come un pixel, e dall’insieme dei pixel, essa ricava un’immagine.
Questa è importante, perché ci fornisce una mappa delle sensazioni. Per esempio,
quando siamo seduti su una sedia, sentiamo la pelle del sedere appiattita, ci
rendiamo conto di avere freddo oppure fame. Il quadro generale è quello di una
persona affamata, infreddolita, seduta su una sedia dura; non sarà una situazione
ideale, ma neppure terrificante, solo così così.
Seconda parte: Daniel Wolpert dice che il cervello serve al movimento; sia
all’ascidiacea che va in cerca di un bello scoglio sott’acqua, sia a ogni essere umano
che si sforza di vivere come meglio può. I movimenti sono finalizzati a ottenere uno
scopo. Con la mappa dell’insula il cervello può pianificare movimenti sensati. Se l’Io
se ne sta seduto su una sedia in balia del freddo e della fame, le altre aree del
cervello sono motivate a cambiare la situazione. Si può cominciare a tremare oppure
ci si può alzare in piedi per raggiungere il frigorifero. Uno degli obiettivi più alti dei
nostri movimenti è quello di ripristinare un sano equilibrio: dal freddo al tepore,
dalla tristezza alla gioia, dalla stanchezza alla tonicità.
Terza parte: anche il cervello è solo un organo. Se l’insula procura un quadro
della situazione complessiva del corpo, non esclude certo i piani superiori. Qui ci
sono alcuni elementi degni di nota, come aree preposte all’empatia, alla morale e
alla logica. Le aree preposte alle relazioni sociali magari non gradiscono i litigi con il
partner, quelle logiche si disperano di fronte a un complicato enigma. A comporre un
quadro sensato dell’Io concorrono presumibilmente anche percezioni del mondo
circostante e le esperienze del passato. Non ci accorgiamo solo del freddo, bensì
possiamo contestualizzarlo: «Che strano, questo freddo. Mi trovo in una stanza ben
riscaldata. Mmh. Non è che mi sto ammalando?» Oppure: «Okay, forse con queste
temperature dovrei evitare di girare nuda per il giardino in inverno.» Rispetto agli
altri animali, possiamo dunque reagire in modo molto più complesso alla sensazione
iniziale di freddo.
Più informazioni colleghiamo, più i nostri movimenti saranno intelligenti. Può
essere che ci sia addirittura una gerarchia degli organi. Forse quelli particolarmente
cruciali per il nostro equilibrio hanno più voce in capitolo nell’insula. In tal caso, il
cervello e l’intestino sarebbero qualificati per ottenere una buona posizione, se non
addirittura la massima autorità.
L’insula crea insomma un piccolo quadro generale del corpo senziente. Questa
immagine può essere integrata dal nostro sofisticato cervello. Secondo Bud Craig,
ogni quaranta secondi circa viene creato un quadro di simile complessità. Messi
insieme, questi quadri producono una specie di film. Il film del nostro Io, della nostra
vita.
Di sicuro, il cervello offre un contributo importante, ma non è il solo a farlo. Non
sarebbe una cattiva idea completare un po’ la massima di René Descartes come
segue: «Sento, quindi penso, dunque sono.»
Se si osserva la Terra dallo spazio, non è possibile vedere gli esseri umani. Il nostro
pianeta invece si riconosce: è un punto luminoso in mezzo ad altri punti luminosi
distribuiti su uno sfondo scuro. Avvicinandosi, si nota che noi umani viviamo in luoghi
molto diversi fra loro. Le città luccicano di notte. Alcuni popoli vivono in zone
altamente urbanizzate, altri sparpagliati nelle campagne. Abitiamo in freddi territori
del nord, ma anche in foreste pluviali o ai margini di deserti. Benché dallo spazio
risultiamo invisibili, siamo dappertutto.
Osservando gli esseri umani più da vicino, ci accorgiamo che ognuno è un mondo
a sé. La fronte è un piccolo prato arioso, i gomiti sono un secco deserto, gli occhi due
laghi salati e l’intestino è un bosco enorme e straordinario, popolato dalle creature
più incredibili. Anche noi, al pari della Terra, siamo abitati. Al microscopio vediamo
chiaramente i nostri inquilini: i batteri. Sembrano piccoli punti luminosi distribuiti su
uno sfondo scuro.
Per secoli ci siamo occupati del grande mondo. L’abbiamo misurato, abbiamo
studiato piante e animali e filosofeggiato sul senso della vita. Abbiamo costruito
enormi macchine e siamo andati sulla luna. Oggi, per scoprire nuovi popoli e
continenti, dobbiamo esplorare il piccolo mondo che si trova dentro di noi. L’intestino
è il continente più affascinante. In nessun altro luogo vivono così tante specie e
famiglie. La ricerca comincia solo adesso a occuparsene sul serio. Come nel caso
della decifrazione del genoma umano, ne deriva uno straordinario entusiasmo, che
porta con sé nuove scoperte e grandi aspettative. Questa specie di “bolla” potrebbe
sgonfiarsi, oppure tradursi in nuovi risultati.
È solo dal 2007 che si lavora a una mappa dei batteri. Per fare ciò vengono
applicati tamponi sul corpo di innumerevoli persone, e nei posti più disparati: in tre
punti della bocca, sotto le ascelle, sulla fronte eccetera. Inoltre, vengono analizzati
campioni di escrementi e secrezioni dei genitali. Alcuni organi finora considerati
privi di germi d’un tratto risultano popolati; per esempio, i polmoni. L’intestino ha un
paesaggio batterico senza uguali. Il 99 per cento del microbiota – cioè l’insieme di
tutti i microrganismi che proliferano in noi – si trova nell’intestino. Non perché
altrove siano quasi assenti, ma solo perché lì ce n’è una quantità esorbitante.
L’essere umano come ecosistema

Conosciamo i batteri come esseri minuscoli fatti di una sola cellula. Alcuni vivono
nelle sorgenti d’acqua bollente islandesi, altri nel naso freddo di un cane. Alcuni
hanno bisogno di ossigeno per produrre energia e “respirano” in modo analogo agli
umani. Altri ancora muoiono a contatto con l’aria fresca; non ricavano la propria
energia dall’ossigeno, bensì dagli atomi di metallo o dagli acidi: ne risulta un odore
abbastanza interessante. Quasi tutte le cose che possiamo percepire con l’olfatto su
una persona sono batteri. Dall’odore gradevole della pelle di chi si ama, al fetore
dell’alito dello sguaiato cane del vicino: tutto ciò nasce dal laborioso mondo dei
microbi che ci popolano.
Ci piace osservare le evoluzioni dei surfisti sulle onde, ma non immaginiamo
neppure lontanamente quale spettacolo surfistico vada in scena nella nostra flora
nasale quando starnutiamo. Mentre facciamo sport sudiamo intensamente, e nessuno
fa caso alla gioia dei batteri nelle nostre scarpe da ginnastica, dove è arrivata
improvvisamente l’estate. Mangiamo di nascosto una fetta minuscola di torta e
pensiamo che non ci abbia visto nessuno, mentre nella nostra pancia risuona forte:
«TOOOOORTAAAA!» Per documentare con precisione tutto ciò che accade nel regno dei
microbi di una persona, ci vorrebbe una grande agenzia giornalistica internazionale.
Mentre noi ci annoiamo durante il giorno, sulla superficie e all’interno del nostro
corpo accadono le cose più incredibili.
Ormai siamo sempre più consapevoli del fatto che la maggior parte dei batteri è
innocua, se non addirittura utile. Alcune informazioni sono scientificamente provate.
Il nostro microbiota intestinale può pesare anche due chilogrammi e contiene circa
centomila miliardi di batteri. In un grammo di feci ci sono più batteri che persone al
mondo. Si sa inoltre che la comunità di germi scompone per noi il cibo indigeribile,
fornisce energia al nostro intestino, produce vitamine, demolisce i veleni e allena il
sistema immunitario. I batteri, a seconda del ceppo di appartenenza, creano sostanze
diverse, come acidi, gas e grassi: sono piccoli produttori. Sappiamo che i gruppi
sanguigni si formano attraverso i batteri intestinali e che determinati germi cattivi
provocano diarrea.
Non si sa però che cosa ciò significhi per ognuno di noi! Se ci siamo presi dei
batteri della diarrea, ce ne accorgiamo abbastanza in fretta. Ma facciamo caso anche
al lavoro che compiono quotidianamente le altre migliaia di miliardi di esserini
minuscoli che vivono nel nostro corpo? Le creature che dimorano in noi incidono
forse sulla nostra vita? Il sovrappeso, la malnutrizione, le malattie nervose, gli stati
depressivi e i problemi intestinali cronici hanno a che fare con l’alterazione
dell’equilibrio della flora batterica intestinale. In altre parole: se va storto qualcosa
nel mondo dei batteri, magari va storto qualcosa anche per noi.
Può essere che qualcuno abbia nervi migliori perché possiede quantità
considerevoli di batteri che producono vitamina B. Qualcun altro – per via di certi
microbi barilotto e un po’ ingordi che vivono nella sua pancia – potrebbe invece
digerire molto più in fretta della media un pezzo di pane ammuffito ingoiato per
errore, ma anche accumulare peso in eccesso. Il mondo scientifico comincia a vedere
ogni essere umano come un ecosistema. Per ora la ricerca sul microbiota è ancora
alla scuola elementare: le manca un dente davanti.
Ai tempi in cui non si conoscevano ancora bene i batteri, li si annoverava fra le
piante: da qui il concetto di “flora” intestinale che, a voler essere precisi, non è del
tutto esatto, ma rende bene l’idea. Analogamente alle piante, anche i batteri si
distinguono per habitat, alimentazione o grado di velenosità. Il termine
scientificamente corretto è microbiota (cioè microvita) o anche microbioma, che
designa l’insieme dei microbi e dei loro geni.
Densità della popolazione batterica nei diversi tratti dell’intestino.

In generale, si può dire che nelle parti alte del tubo digerente ci sono meno
batteri e in quelle basse, come il colon e il retto, ce ne sono moltissimi. Alcuni
prediligono l’intestino tenue, altri vivono esclusivamente nel crasso. Ci sono grandi
fan dell’intestino cieco, coscienziosi inquilini delle mucose e colleghi un po’ più
insolenti che si piazzano vicinissimi alle cellule intestinali.
Non è sempre facile conoscere a uno a uno tutti i microbi intestinali. Non sono per
niente contenti di farsi prelevare dal loro mondo. Se li sistemi su terreni di coltura in
laboratorio per osservarli, non collaborano. I germi della pelle mangerebbero
volentieri cibo da laboratorio e si moltiplicherebbero fino a formare piccole
montagne di batteri; con i microbi intestinali non funziona. La metà degli abitanti del
nostro tubo digerente è troppo abituata a noi per poter sopravvivere fuori. Il nostro
intestino è il loro mondo. Lì dentro sono al riparo dall’ossigeno: questi esserini
apprezzano il calore, l’umidità e il cibo già masticato.
Probabilmente, fino a dieci anni fa gli scienziati avrebbero ancora affermato che
tutti gli esseri umani avessero suppergiù la stessa quantità e qualità di batteri
intestinali. Quando analizzavano le feci su un terreno di coltura, trovavano per
esempio sempre l’Escherichia coli. Nient’altro. Con gli strumenti di oggi possiamo
esaminare a livello molecolare un grammo di escrementi. Così facendo, siamo in
grado di trovare residui genetici di molti miliardi di batteri. Ora sappiamo che
l’E.coli costituisce meno dell’1 per cento degli inquilini dell’intestino. Nei nostri
intestini esistono più di mille specie di batteri diversi. A queste vanno aggiunte le
minoranze provenienti dal regno dei virus e dei lieviti, nonché i funghi e diversi
organismi unicellulari.
L’unico che potrebbe avere qualcosa da ridire su una simile massa di occupanti è il
sistema immunitario. Difendere il corpo dagli estranei è abbastanza in cima alla lista
delle sue priorità. A volte, se la prende con minuscoli pollini inspirati per sbaglio. Gli
allergici si ritrovano gli occhi arrossati e il naso che cola. Com’è che nel frattempo
nelle budella impazza una Woodstock batterica?
Il sistema immunitario e i nostri batteri

Ogni giorno potremmo morire diverse volte. Sviluppiamo tumori, facciamo la muffa,
veniamo aggrediti da batteri o infettati da virus. Ogni giorno ci viene salvata più
volte la vita. Vengono uccise cellule che crescono in modo anomalo, eliminate spore,
annientati batteri e virus. Questo ottimo servizio viene svolto dal sistema immunitario
per mezzo di innumerevoli piccole cellule. Si avvale di esperti capaci di riconoscere
elementi estranei, killer su commissione, cappellai e mediatori. Collaborano tutti
strettamente l’uno con l’altro e se la cavano alla grande.
Gran parte del nostro sistema immunitario (circa l’80 per cento) è collocato
nell’intestino. E questo per un buon motivo. Qui si trova il palcoscenico principale
della Woodstock batterica, e un sistema immunitario non può certo perdersi lo
spettacolo. I batteri se ne stanno in un bacino separato – la mucosa intestinale – e
non si avvicinano pericolosamente alle cellule. Il sistema immunitario può giocare
con i germi senza che questi minaccino l’organismo. Le cellule difensive, nel
frattempo, hanno modo di imparare molte cose nuove.
Se in seguito una cellula immunitaria incontrerà fuori dall’intestino un batterio
già conosciuto, potrà intervenire più prontamente. Nelle viscere il sistema
immunitario deve agire con incredibile cautela, reprimendo in continuazione il
proprio istinto difensivo, per lasciar vivere i numerosi batteri che vi abitano. Al
tempo stesso, deve identificare gli elementi pericolosi in mezzo alla bolgia, ed
eliminarli. Se salutassimo amichevolmente tutti i nostri batteri intestinali, vivremmo
fino a tre milioni di anni. Il nostro sistema immunitario non si limita a salutare, bensì
aggiunge: «Tu vai bene» o «Te, ti preferisco morto.»
Inoltre – e forse d’acchito può apparire un po’ sconcertante – deve distinguere le
cellule batteriche da quelle umane. E non è sempre facilissimo. Sulla superficie di
alcuni germi si trovano infatti strutture simili a quelle delle piccole cellule del nostro
corpo. In presenza di batteri che causano l’angina scarlattinosa, non bisognerebbe
dunque esitare a lungo prima di somministrare antibiotici. Se la malattia non viene
contrastata per tempo, il sistema immunitario confuso rischia di aggredire per errore
articolazioni o altri organi. Per esempio, può scambiare il ginocchio per un brutto
agente patogeno del mal di gola che si è nascosto là in basso. Non è frequente, ma
può succedere.
Gli scienziati hanno osservato un fenomeno analogo nel caso di una forma di
diabete che compare spesso in tenera età. Qui il sistema immunitario distrugge le
cellule che producono insulina. All’origine dell’errore potrebbe esserci un problema
di comunicazione con i batteri dell’intestino. Forse sono i microbi a non spiegarsi
bene o forse è il sistema immunitario a fraintenderli.
In realtà, contro simili incidenti, dovuti a errori o problemi di comunicazione,
l’organismo ha sviluppato un sistema molto rigoroso. Prima che una cellula
immunitaria venga liberata nel sangue, deve sottoporsi a un campo d’addestramento
durissimo, il più duro che tocchi alle cellule. Per esempio, deve fare un lungo
percorso in cui le vengono presentate strutture autoctone dell’organismo. Quando la
cellula immunitaria non è del tutto sicura che si tratti di un elemento proprio o
estraneo, si blocca e prova a tastare il terreno. Questo errore fatale le impedirà di
arrivare al sangue.
Le cellule immunitarie vengono dunque selezionate già durante l’addestramento,
quando aggrediscono i loro stessi tessuti. Nel campo di addestramento dell’intestino
imparano a essere tolleranti o, a seconda dei casi, meglio disposte nei confronti degli
estranei. Questo meccanismo funziona abbastanza bene e il più delle volte senza
intoppi.
Tuttavia, esiste un esercizio particolarmente insidioso: che cosa fare quando il
sistema immunitario scambia elementi estranei per batteri, anche se non lo sono? Per
esempio, i globuli rossi presentano sulla loro superficie proteine simili a batteri. A
dire il vero, il sistema immunitario aggredirebbe certamente il suo stesso sangue, se
durante l’addestramento non avesse imparato a non farlo. Se i globuli rossi hanno in
superficie proteine del gruppo sanguigno A, tolleriamo anche il sangue di altre
persone del gruppo A. In caso di incidente in moto o di parto con abbondanti perdite
ematiche, può essere necessario farsi immettere un po’ di sangue altrui nelle vene.
Non possiamo ricevere il sangue di una persona che abbia proteine di un gruppo
sanguigno diverso dal nostro sulla superficie dei globuli rossi. Il sistema immunitario
le scambierebbe immediatamente per batteri, e siccome questi devono tenersi alla
larga dal sangue, aggredirebbe i globuli rossi estranei con estrema violenza. In
assenza di tutta questa bellicosità – appresa attraverso i batteri intestinali – non
esisterebbero “gruppi sanguigni” e potremmo ricevere tranquillamente il sangue
altrui. Per i neonati muniti di pochi batteri intestinali, funziona ancora così. In teoria,
si potrebbe somministrare loro sangue di qualsiasi gruppo senza scatenare reazioni
avverse. (Poiché il bambino riceve gli anticorpi della madre nel proprio sangue, per
le trasfusioni negli ospedali si utilizza per sicurezza il gruppo sanguigno della
madre.) Appena il sistema immunitario e la flora intestinale si sono sviluppati a
sufficienza, si può ricevere solo sangue dello stesso gruppo sanguigno.
La formazione del gruppo sanguigno è uno dei numerosi fenomeni immunologici
causati dai batteri. Si suppone che ne ignoriamo ancora la maggior parte. In molti
casi, i microrganismi hanno una funzione regolatrice. Ogni tipo di batterio ha un
effetto diverso sul sistema immunitario. Alcuni, come si è osservato, lo rendono più
tollerante; per esempio, facendo in modo che si formino più cellule immunitarie
“pacifiche”, oppure agendo sulle cellule come fanno il cortisone e altri farmaci
antinfiammatori. Il sistema immunitario diventa in tal modo più mite e meno
combattivo. Probabilmente, è un’ottima mossa da parte di questi minuscoli esseri
viventi, perché così facendo aumentano anche le proprie chance di essere tollerati
nell’intestino.
Il fatto che nell’intestino tenue dei giovani animali vertebrati (fra cui noi umani)
siano stati trovati batteri che stimolano il sistema immunitario, lascia spazio a nuove
ipotesi. È possibile che questi germi stimolanti contribuiscano a ridurre la
popolazione batterica nell’intestino tenue? Una minore tolleranza per i batteri
consentirebbe all’intestino tenue di digerire in pace. Questi stimolatori non
rimangono nelle mucose, bensì si attaccano ai villi. Una simile predilezione è anche
tipica di agenti patogeni, come certe versioni pericolose dell’Escherichia coli.
Quando queste ultime si vogliono insediare nell’intestino tenue e i loro posti sono già
occupati dai germi stimolanti del sistema immunitario, volenti o nolenti se ne devono
andare via.
Quando gli anticorpi intercettano cellule ematiche estranee, ne provocano
l’agglutinazione. Il gruppo sanguigno B possiede anticorpi contro il gruppo A.

Questo meccanismo si chiama difesa dalla colonizzazione batterica. La maggior


parte dei microbi intestinali ci protegge semplicemente non lasciando spazio ai germi
cattivi. Tra l’altro, i batteri stimolanti del sistema immunitario sono fra quelli che non
riusciamo ad allevare all’esterno dell’intestino tenue. Possiamo escludere che non ci
facciano addirittura male? No. Forse per alcuni individui sono dannosi perché
eccitano eccessivamente il loro sistema immunitario. In questo campo, non mancano
certo gli interrogativi.
Le prime risposte possono darle i topi privi di batteri dei laboratori di New York.
Sono gli esseri viventi più puliti del mondo. Nascono con parto cesareo, vivono in
recinti puliti con il disinfettante e mangiano cibo sterilizzato a vapore. Animali
disinfettati come loro non possono esistere in natura. Chi vuole lavorare con questi
topi, deve usare la massima cautela, perché persino nell’aria non filtrata possono
volare dei germi. Grazie a questi animaletti, i ricercatori hanno potuto osservare che
cosa succede quando un sistema immunitario rimane del tutto disoccupato. Come
funziona un intestino privo di microbi? Come reagisce, un sistema immunitario non
allenato, agli agenti patogeni? Quali differenze si notano a occhio nudo?
Chiunque abbia avuto a che fare con questi roditori se ne accorge subito: i topi
privi di germi sono strani. Spesso sono iperattivi e si comportano in modo
straordinariamente imprudente, per essere topi. Mangiano più dei colleghi
normalmente popolati da microbi e digeriscono più lentamente. Hanno intestini
ciechi giganteschi, tubi intestinali dai villi sparuti, atrofizzati, pochi vasi sanguigni e
ancora meno cellule immunitarie. Agenti patogeni relativamente innocui sono in
grado di farli fuori.
Iniettando loro cocktail di batteri intestinali di altri topi, si osservano cose
straordinarie. Se ricevono i batteri di diabetici del tipo 2, poco dopo cominciano ad
avere problemi a metabolizzare lo zucchero. Se ricevono i batteri intestinali di
persone grasse, è molto più facile che accumulino peso in eccesso rispetto a quel che
accade se assumono microbi di persone normopeso. Si possono anche somministrare
loro singoli batteri e osservarne l’effetto. Alcuni microbi riescono a sovvertire da soli
la maggior parte delle conseguenze dell’assenza di germi: risvegliano il sistema
immunitario, fanno tornare l’intestino cieco alla sua grandezza naturale e
normalizzano il comportamento alimentare. Altri non fanno un bel niente. Altri
ancora agiscono esclusivamente in collaborazione con colleghi di famiglie batteriche
diverse.
Gli studi su questi topi ci hanno fatto fare importanti progressi. Ora siamo in
grado di ipotizzare quanto segue: non siamo influenzati solo dal grande mondo in cui
viviamo, bensì anche da quello piccolo che vive in noi. E il fatto che la situazione
cambi per ogni individuo rende il tutto ancora più interessante.
Lo sviluppo della flora batterica intestinale

Quando ci troviamo ancora nella pancia della mamma, di norma siamo privi di
microbi. Per nove mesi non ci tocca nessuno, a parte nostra madre. Il cibo che
assumiamo è premasticato, l’ossigeno prerespirato. I polmoni e l’intestino materni
filtrano ogni cosa prima che arrivi a noi. Mangiamo e respiriamo attraverso il suo
sangue, reso asettico dal sistema immunitario. Siamo protetti dalla sacca del liquido
amniotico e avvolti da un utero muscoloso, che al pari di un grosso bricco, è tenuto
chiuso da uno spesso tappo che non lascia entrare parassiti, virus, batteri né funghi e
impedisce a qualsiasi altro essere umano di sfiorarci. Siamo più puliti di un tavolo
operatorio appena disinfettato.
È una condizione straordinaria. In tutta la nostra vita non saremo mai più così
protetti e soli. Se fossimo destinati a vivere senza batteri al di fuori dell’utero
materno, saremmo fatti diversamente. Invece ogni essere vivente più grande viene
aiutato da almeno un altro essere vivente più piccolo che in cambio ottiene il
permesso di vivere al suo interno. Ecco perché possediamo cellule la cui superficie è
molto adatta a ospitare batteri, e batteri che si sono sviluppati con noi nel corso di
millenni.
Appena la sacca protettiva delle acque si spacca, comincia la colonizzazione. Se
prima eravamo esseri costituiti al cento per cento da cellule umane, ben presto
veniamo occupati da così tanti esseri viventi minuscoli, che a livello cellulare siamo
umani solo al 10 per cento e microbi al 90 per cento. Non si nota solo perché le
cellule umane sono molto più grandi di quelle dei nuovi inquilini. Prima ancora di
incrociare lo sguardo di nostra madre per la prima volta, i nostri occhi vengono visti
dagli abitanti degli anfratti del suo corpo. Innanzi tutto, conosciamo la flora
protettiva dell’area vaginale: un esercito di microbi che ha lo scopo di difendere una
zona molto importante. Ecco perché, per esempio, produce acidi in grado di
allontanare gli altri batteri e tiene il canale vaginale sempre più pulito, via via che si
avvicina all’utero.
Mentre le narici contengono circa novecento tipi di batteri, la flora del canale
vaginale è rigorosamente selezionata. Rimane solo l’utile manto batterico che
protegge il corpo del bambino. La metà di questi microbi è di un solo tipo:
lattobacilli. Questi sono particolarmente bravi a produrre acido lattico. È logico che
qui possa sopravvivere solo quel che riesce a superare i controlli di sicurezza svolti
dagli acidi.
Se va tutto bene, durante la nascita dobbiamo solo decidere da che parte
guardare. Abbiamo due possibilità allettanti: direzione sedere o altrove. Seguono poi
contatti di pelle di tutti tipi, dopo di che il più delle volte veniamo afferrati da mani
estranee in guanti di plastica e avvolti in un panno di qualche tipo.
Ora dentro e sopra di noi ci sono i padri fondatori della nostra prima colonia
batterica: perlopiù germi vaginali e intestinali della madre, oltre a germi della pelle
e magari anche quel che ha da offrirci l’ospedale. È un’ottima miscela di partenza.
L’esercito acido ci protegge da cattivi intrusi, altri batteri cominciano subito a
addestrare il sistema immunitario e volenterosi aiutanti scompongono le prime
sostanze digeribili del latte della mamma.
Alcuni di essi ci mettono solo venti minuti a fondare la generazione successiva.
Insomma, una cosa che a noi richiede almeno vent’anni, loro la portano a termine in
una minuscola frazione di tempo, minuscola come i nostri inquilini. Mentre il primo
batterio intestinale vede fluttuare davanti a sé il suo pro-pro-pronipote, noi ci
troviamo da due ore fra le braccia dei nostri genitori.
Nonostante l’incredibile crescita demografica, dovranno passare circa tre anni
prima che sui campi dell’intestino si sia formata una flora adeguata. Fino ad allora
nella nostra pancia avranno luogo drammatiche lotte intestine e avvicendamenti.
Alcuni popoli ci finiscono per qualche motivo in bocca, si diffondono in modo
fulmineo nella pancia e poi scompaiono con altrettanta rapidità. Altri rimangono per
tutta la vita con noi. Quelli che si insediano stabilmente dipendono in parte da noi.
Prima succhiamo il latte dal seno della mamma, poi rosicchiamo la gamba di una
sedia e nel frattempo diamo caldi bacetti al vetro dell’auto e al cane del vicino. Tutto
quel che riesce a entrarci in bocca in questo modo, di lì a poco potrebbe fondare un
impero nel nostro mondo intestinale. Non si sa ancora se riuscirà a imporsi o se
abbia buone o cattive intenzioni. Con la bocca accogliamo il nostro destino, per così
dire: il risultato finale si vedrà nel campione di feci. È un gioco con numerosi
sconosciuti.
Molte cose ci aiutano, soprattutto nostra madre. Non importa quanti bacetti al
vetro distribuiamo: chi riceve tante coccole dalla mamma, viene protetto dai suoi
microbi. Anche attraverso l’allattamento ci trasmette particolari batteri della flora
intestinale: per esempio, i bifidobatteri amanti del latte materno. Grazie al loro
precoce insediamento, questi microbi contribuiscono a plasmare future funzioni
dell’organismo, come il sistema immunitario e il metabolismo. Un bambino nel primo
anno di vita munito di pochi bifidobatteri nell’intestino ha più probabilità di
sviluppare sovrappeso in seguito nella vita, rispetto a un coetaneo che ne è ben
fornito.
Fra i numerosi tipi di batteri esistenti, ce ne sono di buoni e meno buoni. Con
l’allattamento è possibile incrementare quelli buoni, riducendo per esempio il rischio
di intolleranza al glutine. I primi batteri intestinali dei bebè preparano l’intestino ai
suoi batteri “più adulti”, allontanando ossigeno ed elettroni dalle viscere. Appena
l’aria è priva di ossigeno, vi si possono insediare batteri più tipici del luogo.
Il latte materno ha talmente tante virtù che una mamma abbastanza ben nutrita
può essere certa di somministrare un’alimentazione sana al proprio bambino. Se
misuriamo le sostanze nutritive contenute nel latte materno e le confrontiamo con il
fabbisogno alimentare di ogni bambino, il latte materno risulta il primo della classe
fra gli integratori alimentari: ha tutto, sa tutto, può tutto. Come se non bastasse, si
guadagna anche qualche punto in più procurando al bambino una parte del sistema
immunitario della madre. Nel latte materno sono presenti anticorpi in grado di
fermare ben noti batteri nocivi, che per esempio possono essere trasmessi dalle
leccate degli animali domestici.
Dopo lo svezzamento, il mondo dei batteri del bambino conosce una prima
rivoluzione. All’improvviso, la composizione degli alimenti cambia completamente. La
natura ha abilmente progettato i tipici primi batteri che si insediano nel bambino in
modo tale che quelli che apprezzano il latte materno possiedano già i geni per
digerire i carboidrati semplici come il riso. Se però si somministra al neonato
verdure un po’ più complesse come i piselli, la flora del piccolo non ce la fa a
scomporle da sola. Deve ancora dotarsi di nuovi tipi di batteri in grado di digerire
insieme a lui. Questi, a seconda dell’alimentazione, possono sviluppare qualità
aggiuntive oppure perderne. I bambini africani possiedono batteri capaci di
elaborare ogni tipo di strumento per disintegrare un’alimentazione molto ricca di
fibre e vegetali. I microbi dei bambini europei rinunciano volentieri a questo duro
lavoro; e possono farlo con la coscienza pulita, visto che i piccoli mangiano
soprattutto pappette con un po’ di carne omogeneizzata.
I batteri però non sono solo in grado di produrre per necessità determinati
strumenti, ma anche di prenderne in prestito alcuni. All’interno della popolazione
(intestinale) giapponese, i microbi enterici sono entrati in comunicazione con quelli
marini. Da questi ultimi hanno ricavato un gene che li aiuta a scomporre le alghe,
utilizzate per esempio per avvolgere il sushi. La composizione del nostro popolo
intestinale potrebbe dunque dipendere in larga misura dagli strumenti che abbiamo
sviluppato per digerire gli alimenti.
I batteri intestinali utili possono essere tramandati geneticamente. Chi ha già
sofferto di stipsi dopo un’abbuffata di sushi a un All you can eat rimpiangerà di non
avere ereditato da qualche famigliare batteri giapponesi in grado di scomporre le
alghe. Ma non è così facile dotare se stessi e i propri figli di alcuni aiutanti per la
digestione del sushi. I batteri devono trovarsi bene nel loro luogo di lavoro.
Quando un microrganismo è particolarmente adatto al nostro intestino, significa
che gli piacciono l’architettura delle cellule intestinali, il clima e il cibo a
disposizione. Tutti e tre i fattori variano da persona a persona. I geni contribuiscono
a progettare il nostro corpo, ma non sono gli architetti principali dell’assetto
batterico. Alcuni gemelli condividono il patrimonio genetico, ma la loro flora
batterica non è identica. Da questo punto di vista, non hanno molte più cose in
comune di due fratelli normali. Lo stile di vita, le conoscenze casuali, le malattie o gli
hobby contribuiscono alla formazione del piccolo mondo nella pancia.
Nel terzo anno di vita, quando la flora intestinale è relativamente matura, fra le
tante cose che passano per la nostra bocca alcune sono molto utili e adatte a noi. In
tal modo, acquisiamo sempre più esseri minuscoli, finché le specie batteriche che
vivono nel nostro intestino passano da poche a molte centinaia. Sarebbe una
splendida selezione per uno zoo, per giunta siamo in grado di produrla a occhi
chiusi.
Il fatto che i primi abitanti della nostra pancia creino importanti presupposti per il
futuro del nostro corpo è ormai riconosciuto universalmente. Gli studi dimostrano
soprattutto l’importanza dei batteri che raccogliamo nelle prime tre settimane di vita
per formare il nostro sistema immunitario. Già tre settimane dopo la nascita, in base
ai prodotti del metabolismo dei nostri batteri intestinali, possiamo prevedere quanto
elevato sarà il rischio di soffrire di allergie, asma o dermatite atopica. Come può
succedere che raccogliamo così presto batteri che ci fanno più male che bene?
Almeno un terzo dei bambini delle nazioni industrializzate occidentali viene
elegantemente al mondo con parto cesareo. Niente angusti passaggi dal canale
vaginale, niente conseguenze come lacerazioni perineali o espulsione della placenta:
il mondo sembra davvero meraviglioso. I bambini nati con parto cesareo nei primi
momenti di vita vengono perlopiù a contatto con la pelle di altre persone. In seguito,
dovranno costruirsi da soli la propria flora intestinale, dato che non si forma
obbligatoriamente con i germi specifici della madre. Il pollice destro della infermiera
Susi o il fattorino del fioraio che ha passato il mazzo di fiori al papà possono dare il
loro contributo, o magari anche il cane del nonno. All’improvviso, cose tipo la
motivazione degli inservienti sottopagati dell’ospedale possono fare la differenza.
Avranno pulito telefoni, tavoli e servizi igienici con amore o controvoglia?
La flora della pelle non è regolata in modo rigoroso come il canale vaginale ed è
di gran lunga più esposta al mondo esterno. Quel che si raccoglie lì sopra potrebbe
ritrovarsi in men che non si dica nell’intestino del neonato. Agenti patogeni, ma
anche elementi meno vistosi, potrebbero adottare metodi un po’ strani per allenare il
sistema immunitario. I bambini nati con parto cesareo ci mettono mesi, o anche di
più, a sviluppare normali batteri intestinali. Tre quarti dei neonati che vengono
infettati dai tipici germi da ospedale sono bambini nati con parto cesareo che, per
giunta, corrono un rischio più elevato di soffrire di allergie o asma. Secondo uno
studio americano, il rischio si riduce somministrando loro un tipo particolare di
lattobacilli. Ciò non riguarda però i bambini nati con parto naturale. Questi ultimi si
tuffano già alla nascita in una magica bevanda probiotica, per così dire.
A partire dal settimo anno di vita non è praticamente più possibile distinguere la
flora intestinale dei bambini nati con parto naturale o cesareo. Le prime fasi in cui
vengono influenzati il sistema immunitario e il metabolismo si sono certamente
concluse. Il parto cesareo non è l’unica causa possibile della cattiva composizione
della flora intestinale di un neonato. Possono infatti concorrere anche
un’alimentazione sbagliata, l’inutile utilizzo di antibiotici, un’eccessiva pulizia o
troppi incontri con germi nocivi. D’altra parte, non bisogna neppure farsi prendere
dal panico. Noi umani siamo animali troppo grossi per controllare ogni minimo
dettaglio microbico.
La flora batterica di un adulto

Per quanto riguarda il microbiota, diventiamo adulti più o meno a tre anni. Essere
adulti nell’intestino significa sapere come funzioniamo e che cosa ci piace. Da questo
momento in poi, determinati microbi intestinali partecipano all’immenso viaggio di
esplorazione della nostra vita. Il percorso dipende da noi: che cosa mangiamo? Siamo
stressati? O magari nel periodo della pubertà? Vecchi o malati?
Chi carica su Facebook foto della propria cena e si meraviglia che gli amici non
abbiano commentato le immagini meravigliose si è semplicemente rivolto al pubblico
sbagliato. Se ci fosse il Facebook dei microbi, un milione di individui applaudirebbe
oppure rabbrividirebbe alla vista delle immagini. Ogni giorno ci vengono offerte
alternative: a volte, nel panino al formaggio ci sono utili batteri specializzati nella
digestione del latte; altre volte, uno squisito tiramisù contiene salmonelle. A volte,
modifichiamo la nostra flora intestinale; altre volte, è lei a cambiare noi. Noi siamo il
suo tempo atmosferico e le sue stagioni. I batteri possono curarci o avvelenarci.
Per quanto riguarda gli adulti, sappiamo solo superficialmente quel che la
comunità batterica intestinale è in grado di fare. Abbiamo studiato meglio le api. Nel
corso dell’evoluzione, si sono imposte quelle munite di batteri intestinali versatili. Si
sono evolute dalle vespe carnivore assumendo microbi intestinali diversi, che
ricavavano energia da pollini vegetali. Così questi insetti sono diventati vegetariani.
In caso di penuria di cibo, la sicurezza è garantita dai batteri benefici: in situazioni di
emergenza, un’ape può digerire anche nettare raccolto in regioni remote. Gli
individui che si alimentano sempre alla stessa maniera alla lunga non riescono a
sfangarla. Nei momenti di crisi si distingue chi ha un buon esercito batterico. Le api
con una flora ben costruita combattono certe epidemie parassitarie meglio di altre. I
batteri intestinali sono dunque cruciali per la sopravvivenza.
Purtroppo, non possiamo applicare i risultati delle ricerche sulle api direttamente
agli esseri umani. Noi siamo animali vertebrati e abbiamo Facebook. Con noi bisogna
ricominciare daccapo. Gli scienziati che si occupano dei nostri batteri intestinali
devono comprendere un mondo quasi del tutto sconosciuto e metterlo in relazione
con l’ambiente circostante. Devono sapere chi abita nel nostro intestino, e come.
Insomma: chi c’è??? Stavolta cerchiamo di rispondere con maggiore precisione.
In biologia si ama ordinare le cose. Immaginiamo che la Terra sia la nostra
scrivania. Cominciamo infilando il tutto in due grossi cassetti: in uno vanno gli esseri
viventi, nell’altro quelli inanimati. Seguono altre suddivisioni. Tutti gli esseri viventi
vengono ripartiti in tre gruppi: eucarioti, archei e batteri. Nell’intestino troviamo
rappresentanti di tutti e tre. Posso dire senza rischiare di creare troppe aspettative
che ognuno di essi possiede un certo fascino.
Fra tutti, gli eucarioti sono quelli dotati delle cellule più grandi e complesse.
Possono diventare pluricellulari e abbastanza voluminosi. Sono eucarioti sia le balene
sia gli esseri umani, e persino le formiche, benché siano molto più piccole. Gli
eucarioti, secondo la biologia moderna, si dividono in sei sottogruppi: organismi
amebici striscianti, muniti di “pseudo piedini” (quindi senza veri piedi), unicellulari
con orifizi buccali, piante, alghe e opistoconti.
Se per caso il concetto di opistoconti (termine derivato dal greco antico che
designa gli esseri dotati di “flagello posteriore”) non vi dice nulla, specifico che
comprende tutti gli animali, quindi anche gli umani, ma anche i funghi. Insomma, se
incontriamo una formica per strada, siamo biologicamente autorizzati, come colleghi
opistoconti, a farle un cenno di saluto. La maggioranza degli eucarioti che abbiamo
nell’intestino sono lieviti, che fra l’altro appartengono a loro volta alla categoria
degli opistoconti. Noi conosciamo la pasta lievitata, ma esistono tanti altri tipi di
lieviti.
Gli archei sono una via di mezzo. Non sono veri eucarioti, ma neppure batteri. Le
loro cellule sono piccole e complesse. Per dare un’idea, si potrebbe dire che gli
archei sono dei veri duri: conducono una vita estrema. Ci sono gli ipertermofili, che
prosperano a temperature superiori ai 100 °C e si trovano spesso in prossimità di
vulcani; gli acidofili, che sguazzano negli acidi altamente concentrati; i barofili, che
amano sentire una forte pressione sulla propria parete cellulare, come sul fondale
marino; e gli alofili, che adorano le acque molto salate (per loro il Mar Morto è il
massimo). I pochi che si concedono una vita relativamente tranquilla sono soprattutto
gli archei amanti del freddo; questi gradiscono le temperature intorno ai – 80 °C. Nel
nostro intestino sono spesso presenti tipi di archei che vivono e prosperano con gli
scarti degli altri batteri intestinali.
Ora torniamo all’argomento principale. I batteri costituiscono più del 90 per cento
della nostra popolazione intestinale. Per ordinare i batteri, dobbiamo dividerli in più
di venti ceppi, talvolta diversi fra loro quanto un essere umano da un organismo
unicellulare dotato di orifizio buccale. Cioè non molto. Gli inquilini dell’intestino
discendono da cinque ceppi: soprattutto batteroidi e firmicuti, oltre agli attinomiceti,
i protobatteri e i Verrucomicrobia. Questi ceppi possono essere suddivisi in gruppi e
sottogruppi, finché non si arriva a una famiglia di batteri. All’interno di questa
famiglia, sono tutti relativamente simili. Mangiano le stesse cose, hanno un aspetto
simile, capacità e amicizie analoghe. I singoli componenti della famiglia hanno nomi
altisonanti come batteroide uniforme, lattobacillo acidofilo e Helicobacter pylori. Il
regno dei batteri è gigantesco.
Se vai in cerca di batteri negli esseri umani, continui a scoprire ceppi
completamente nuovi. Oppure conosciuti, ma in luoghi inattesi. Nel 2011 alcuni
ricercatori statunitensi si misero ad analizzare per divertimento la flora
dell’ombelico. Nell’ombelico di un volontario trovarono batteri che fino ad allora
erano stati trovati solo nel mare del Giappone. Eppure la persona non era mai stata
in Asia. La globalizzazione non determina solo la trasformazione di una trattoria in
McDonald’s, bensì si intrufola persino nei nostri ombelichi. Ogni giorno volano per il
mondo miliardi di miliardi di microrganismi stranieri senza pagare un solo
centesimo.

Una grossolana suddivisione dei tre più importanti ceppi batterici e dei loro sottogruppi. I
lattobacilli appartengono per esempio ai firmicuti.

Ogni essere umano ha la sua collezione personale di batteri. Si potrebbero persino


prendere impronte digitali batteriche. Se invece volessimo analizzare i germi di un
cane, probabilmente potremmo risalire al suo padrone. Lo stesso vale per le tastiere
dei computer. Tutto quel che tocchiamo spesso reca la nostra firma batterica. Ognuno
possiede qualche meraviglioso pezzo da collezione introvabile altrove.
Anche il paesaggio intestinale di ognuno di noi è ugualmente unico! Come fanno i
medici a sapere che cosa faccia bene o male? Simili specificità sono problematiche
per la scienza. Quando ci chiediamo che influenza abbiano i batteri intestinali sulla
salute, non ci accontentiamo della risposta: «Allora, il signor Rossi ha questi
fantastici microbi asiatici, e di molti tipi strani.» Al contrario, vogliamo riconoscere
modelli e ricavarne conoscenza.
Quando gli scienziati osservano più di mille famiglie di batteri negli intestini,
possono solo domandarsi: è sufficiente individuare dei ceppi, oppure bisogna
analizzare a uno a uno tutti i batteri del gruppo dei batteroidi? Per esempio, l’E.coli e
il suo gemello cattivo EHEC appartengono alla stessa famiglia. Le differenze sono
incredibilmente poche, ma si fanno sentire: l’E.coli è un abitante innocuo
dell’intestino, l’EHEC provoca terribili emorragie e diarree. Non ha sempre senso
studiare ceppi o famiglie quando si vuole sapere quali danni i singoli batteri sono in
grado di provocare.

I geni dei nostri batteri

I geni sono possibilità. I geni sono informazioni. I geni sono soprattutto in grado di
imporre qualcosa, ma anche di offrire una capacità. I geni sono in primo luogo
progetti. Non possono fare nulla finché non vengono letti e impiegati. Ad alcuni di
questi progetti non si sfugge, perché decidono se siamo umani o batteri. Altri
possono essere rimandati a lungo (tipo le macchie senili); altri ancora esserci in
potenza, ma non tradursi in realtà: per esempio, un grande seno. Per qualcuno è un
bene, per qualcun altro no.
Tutti i nostri batteri intestinali hanno complessivamente una quantità di geni 150
volte superiore a quella di un essere umano. Questa enorme collezione di geni si
chiama microbioma. Se potessimo selezionare 150 esseri viventi dotati di un progetto
di costruzione genetica per noi allettante, che cosa prenderemmo? Alcuni
penserebbero alla forza di un leone, alle ali degli uccelli, all’udito dei pipistrelli e
alle comode casette mobili delle lumache.
Dotarsi dei geni dei batteri è pratico, e non solo per motivi estetici. Si assumono
comodamente per bocca, sviluppano le loro capacità nell’intestino e si adattano alla
nostra vita. Nessuno ha bisogno di una casetta mobile da lumaca in continuazione;
nessuno ha bisogno per tutta la vita di aiutanti per digerire il latte della mamma.
Questi ultimi scompaiono lentamente dopo lo svezzamento. Non siamo ancora in
grado di osservare tutti i geni dei batteri intestinali contemporaneamente. Di sicuro,
possiamo cercare geni specifici, purché siano noti. Per esempio, è possibile
dimostrare che nei bambini esistono più geni attivi per la digestione del latte
materno che negli adulti. Nell’intestino delle persone sovrappeso si trovano spesso
più geni batterici per la scomposizione dei carboidrati, negli anziani ce ne sono meno
contro lo stress, a Tokyo riescono a scomporre le alghe marine, a Pforzheim non
tanto. I nostri batteri intestinali informano grosso modo su chi siamo: giovani,
cicciottelli o asiatici.
I geni dei nostri batteri intestinali informano anche su quel che siamo in grado di
fare. Per alcuni il paracetamolo può risultare più tossico che per altri. Certi batteri
intestinali producono una sostanza in grado di influenzare il fegato nella sua azione
neutralizzante delle tossine presenti nelle compresse antidolorifiche. Se possiamo
ingoiare a cuor leggero le pastiglie contro il mal di testa lo decide anche la pancia.
La stessa prudenza è consigliabile per quanto riguarda la nutrizione: ormai è
dimostrato che la soia protegge dal cancro alla prostata, dall’angiopatia e dai
problemi alle ossa. Più del 50 per cento degli asiatici ne trae giovamento, ma solo il
25/30 per cento della popolazione occidentale. E la spiegazione non è da ricercarsi
nelle differenze genetiche, bensì a livello di flora batterica intestinale. Alcuni microbi
si trovano più facilmente negli intestini asiatici e ricavano da tofu e compagnia bella
le sostanze più salutari.
Per la scienza è meraviglioso individuare singoli geni dei batteri dotati di simili
effetti protettivi. In questo caso, si capisce chiaramente quale sia l’influsso dei batteri
intestinali sulla nostra salute. Tuttavia, vogliamo sapere di più, vogliamo capire il
quadro generale. Se osserviamo tutti i geni dei batteri scoperti finora, i gruppetti di
geni per l’elaborazione di antidolorifici e prodotti a base di soia passano in secondo
piano. Alla fine prevalgono le somiglianze: ogni microbioma contiene molti geni per
la scomposizione di carboidrati e proteine e per la produzione di vitamine.
Un batterio possiede di norma qualche migliaia di geni e in ogni intestino ci sono
fino a centomila miliardi di microbi. Le prime analisi sulle nostre collezioni di geni
batterici non si possono rappresentare con grafici verticali o a torta: i diagrammi
elaborati finora dai ricercatori del microbioma assomigliano ad arte moderna.
Gli studiosi del microbioma condividono un problema con la generazione di
Google. Facciamo una domanda e compaiono simultaneamente sei milioni di fonti. In
questi casi, non si può dire semplicemente: «Per piacere, uno alla volta.» Dobbiamo
effettuare raggruppamenti ragionati, selezioni grossolane e riconoscere modelli
importanti. Un primo passo in questa direzione fu la scoperta di tre enterotipi nel
2011.
I ricercatori di Heidelberg avevano analizzato il paesaggio batterico con gli
strumenti tecnologici più all’avanguardia di allora. Ci si aspettava il solito quadro:
miscugli caotici di batteri di tutti i tipi e un bel po’ di specie sconosciute. Il risultato
fu invece sorprendente: nonostante la varietà, esisteva un ordine; su tre famiglie
batteriche, una rappresentava di volta in volta la maggioranza all’interno di un
determinato regno microbico. Così si fece finalmente un po’ di ordine in mezzo a una
confusione di più di mille famiglie.

I tre tipi intestinali


Per capire a quale tipo intestinale, o enterotipo, apparteniamo, bisogna stabilire
quale famiglia batterica abbia la maggioranza all’interno della nostra microflora
intestinale. Le famiglie candidate hanno tre bei nomi: batteroidi, Prevotella,
Ruminococcus. I ricercatori hanno trovato questi enterotipi negli asiatici, negli
americani e negli europei, a prescindere dall’età e dal sesso delle persone
esaminate. Forse un giorno l’enterotipo permetterà di dedurre diverse caratteristiche
di un individuo: per esempio, se trae beneficio dalla soia, se ha i nervi robusti o se
rischia di contrarre determinate malattie.
All’epoca della scoperta, alcuni rappresentanti della medicina tradizionale cinese
si recarono in visita all’istituto di Heidelberg e colsero un’analogia fra le loro
dottrine millenarie e la medicina moderna. Nella medicina classica cinese gli esseri
umani sono sempre stati divisi in tre gruppi in base alla loro reazione a determinate
piante medicinali, come per esempio allo zenzero. Le famiglie batteriche del nostro
corpo hanno molteplici proprietà. Scompongono gli alimenti in modo diverso,
producono sostanze diverse e demoliscono determinate tossine. È anche possibile che
influenzino la flora batterica incentivando o combattendo altri microbi.

Batteroidi

I batteroidi sono la famiglia intestinale più conosciuta e spesso anche più numerosa.
Sono i maestri della scomposizione dei carboidrati e possiedono una collezione
gigantesca di progetti di costruzione genetica per dotarsi di qualsiasi enzima
digestivo risulti necessario. Sia che mangiamo una bistecca, una grossa insalata o
mastichiamo ubriachi una stuoia di rafia, i batteroidi controllano subito quali enzimi
debbano impiegare. Qualunque cosa arrivi, sono attrezzati per ricavarne energia.
A causa della loro capacità di ottenere il massimo da tutto e di passarlo a noi, sono
sospettati di farci ingrassare più facilmente di altri. In effetti, i batteroidi sembrano
apprezzare la carne e gli acidi saturi. Negli intestini delle persone che amano
mangiare würstel e compagnia bella, sono più numerosi. Ma sono proprio loro a farci
ingrassare, oppure è il grasso stesso ad attirarli? Questo non lo sappiamo ancora. Chi
ospita batteroidi probabilmente ha anche un debole per i loro colleghi, i
parabacteroides. Anche loro sono particolarmente abili nel farci assimilare più
calorie possibile.
Questo enterotipo si distingue anche per la produzione particolarmente
abbondante di biotina, altrimenti nota come vitamina H (o B7). Negli anni Trenta era
stata battezzata vitamina H per la sua capacità di guarire una malattia della pelle
dovuta all’assunzione di troppi albumi d’uovo crudi. H come “heilen” (guarire,
appunto) non sarà forse un nome particolarmente originale, eppure non passa
inosservato.
La vitamina H neutralizza una sostanza tossica che si trova nelle uova crude:
l’avidina. La malattia della pelle compare a causa di una carenza di vitamina H.
Questa insorge perché l’organismo è troppo impegnato a combattere l’avidina. Il
consumo di albumi crudi causa dunque carenza di vitamina H, che a sua volta può
provocare una malattia della pelle.
Non so chi ai tempi mangiasse così tanti albumi crudi da far sospettare che fosse
proprio quella la causa della malattia. In futuro, gli unici esseri viventi
potenzialmente in grado di assumere così tanta avidina da sviluppare una carenza di
vitamina H potrebbero essere solo... maiali che finiscono per sbaglio in un campo di
mais transgenico. Per proteggerla dall’attacco dei parassiti, la pianta è stata infatti
dotata di geni che l’aiutano a produrre avidina. Qualsiasi parassita o ingenuo suino
ingerisca il mais, rimane intossicato. Tuttavia, una volta cotto, l’alimento è innocuo
(in termini di avidina) come le uova che mangiamo a tavola.
Il fatto che i nostri microbi intestinali possano produrre un po’ di vitamina H si
deduce anche dal fatto che alcuni ne espellono più di quanta ne abbiano assunta.
Visto che nessuna cellula umana è in grado di produrla, i fabbricanti interni possono
essere solo batteri. La biotina non procura solo «una bella pelle, capelli lucenti e
unghie solide», come si legge nel foglietto illustrativo di certe pastiglie, bensì
partecipa a processi metabolici fondamentali: con questa vitamina produciamo infatti
carboidrati e grassi utili all’organismo e scomponiamo le proteine.
Un carenza di biotina, oltre a provocare problemi alla pelle, ai capelli e alle
unghie, può anche causare, fra le altre cose, stati depressivi, sonnolenza,
cagionevolezza, disturbi nervosi e colesterolo alto. ATTENZIONE, però: qualsiasi tipo di
carenza vitaminica ha una quantità di sintomi impressionante ed è sempre degna di
preoccupazione. D’altra parte, se si ha il raffreddore e ci si sente un po’ letargici,
non è detto che abbiamo una carenza di biotina. Ed è ovviamente più facile
aumentare i propri valori di colesterolo mangiando una grossa porzione di speck,
piuttosto che un uovo leggermente mal cotto contenente un po’ di avidina.
Se però appartenete a una categoria a rischio, siete autorizzati a preoccuparvi di
un’eventuale carenza di biotina. Parlo di chi ha assunto antibiotici per un periodo
prolungato, beve troppo alcol, ha subito l’asportazione di un pezzo di intestino tenue,
è costretto a fare la dialisi o deve prendere determinati farmaci. Queste persone
hanno bisogno di più biotina di quella che possono ricavare dall’alimentazione. Una
categoria a rischio «sana» sono le donne incinte: i bebè succhiano biotina come i
vecchi frigoriferi energia elettrica.
La ricerca non ha ancora stabilito con precisione in quale misura i nostri batteri
intestinali ci procurino biotina. Sappiamo solo che la producono e che sostanze ostili
ai batteri come gli antibiotici possono causarne una carenza. Capire se un individuo
dall’enterotipo Prevotella sia più incline a sviluppare una carenza di biotina rispetto
a un soggetto dall’intestino pieno di batteroidi sarebbe un progetto di ricerca
abbastanza interessante. Tuttavia, poiché è solo dal 2011 che sappiamo dell’esistenza
degli enterotipi, ci sono sicuramente questioni più urgenti da affrontare.
Il successo dei batteroidi non dipende solo dall’ottimo “output”, bensì anche dalla
loro stretta collaborazione con altri microbi. Ci sono specie che sopravvivono
nell’intestino assorbendo i rifiuti dei batteroidi. Questi ultimi lavorano meglio in un
ambiente ordinato e gli smaltitori di rifiuti godono di una fonte di reddito sicura. I
composter si collocano un gradino più in alto: non solo utilizzano i rifiuti, bensì ne
ricavano prodotti, che i batteroidi possono riutilizzare. In certi percorsi metabolici, i
batteroidi svolgono il ruolo dei composter: se hanno bisogno di un atomo di carbonio
per scomporre qualcosa, lo cercano semplicemente nell’aria nell’intestino, dove ne
trovano sempre in abbondanza: nel metabolismo, il carbonio è considerato infatti
materiale di scarto.

Prevotella

La famiglia dei Prevotella è spesso il contrario di quella dei batteroidi. Secondo


alcuni studi, è più frequente negli intestini dei vegetariani, ma è presente anche
nelle viscere dei carnivori moderati o addirittura fanatici. L’alimentazione, infatti, non
è l’unico fattore che influenza la composizione della flora batterica intestinale. C’è
dell’altro.
Anche i Prevotella hanno colleghi con cui lavorano particolarmente volentieri: i
Desulfovibrionales. Questi microbi sono spesso dotati di lunghe “eliche” filamentose
che permettono loro di muoversi e, al pari dei Prevotella, sono bravi a setacciare le
mucose in cerca di proteine, che possono mangiare o utilizzare per costruire questo o
quello. Il lavorio dei Prevotella produce composti di zolfo. L’odore è quello delle uova
bollite. Se i Desulfovibrionales non girassero di qua e di là con le loro eliche e non
raccogliessero in fretta tali composti, i Prevotella sarebbero ben presto irritati dalla
loro stessa palude solforosa. In ogni caso, non si tratta di un gas insano. Forse, per
questioni precauzionali, non piacerebbe al nostro naso, perché in versioni mille volte
più concentrate risulterebbe a lungo andare pericoloso...
Ugualmente solforosa e caratterizzata da un odore interessante è la vitamina
tipica di questo enterotipo, la tiamina, altrimenti nota come vitamina B1. Fra le
vitamine più conosciute e importanti in assoluto, viene utilizzata dal cervello per
nutrire le cellule nervose e per avvolgerle in un mantello idrolipidico elettroisolante.
La carenza di tiamina è dunque una delle possibili cause del tremore muscolare e
della perdita di memoria.
Le persone che soffrono di forte carenza di vitamina B1 si ammalano di beriberi,
una malattia conosciuta in Asia già nel 500 d.C. Beriberi significa «Non ce la faccio,
non ce la faccio» e questo perché il paziente, a causa dei nervi danneggiati e del calo
del tono muscolare, non riesce più a camminare diritto. Nel frattempo, si è scoperto
che il riso brillato non contiene vitamina B1. In caso di nutrizione estremamente poco
varia, i primi sintomi di carenza di vitamina B1 possono manifestarsi nel giro di
alcune settimane.
A parte i disturbi ai nervi e alla memoria, una carenza meno grave può provocare
irritabilità, frequenti mal di testa o problemi di concentrazione; in stato avanzato,
può causare edemi o predisporre allo scompenso cardiaco. Anche in questo caso
bisogna tenere presente che simili problemi possono avere numerosissime cause. C’è
motivo di preoccupazione solo se compaiono molto spesso o in forma violenta, ed è
raro che dipendano solo da carenza vitaminica.
I sintomi della malnutrizione aiutano però a comprendere a che cosa servano le
vitamine. Chi non si alimenta esclusivamente di riso brillato o di alcol, nella
stragrande maggioranza dei casi ne è ben fornito. Dato che i batteri intestinali
possono contribuire al nostro approvvigionamento, sono molto più che produttori di
peti allo zolfo muniti di eliche. Ed è proprio questo a renderli tanto interessanti.

Ruminococcus

Su questa famiglia ci sono opinioni contrastanti, almeno fra gli scienziati. Alcuni, pur
avendo constatato personalmente l’esistenza degli enterotipi, hanno individuato solo
i Prevotella e i batteroidi, ma non il gruppo dei Ruminococcus. Altri giurano sulla
loro esistenza, altri ancora sostengono che ci sia anche un quarto gruppo di famiglie
batteriche, e un quinto eccetera. Simili discussioni possono rovinare la pausa caffè di
un congresso.
Per non scontentare nessuno, diciamo che questo gruppo potrebbe esistere. Il loro
ipotetico alimento prediletto: le pareti cellulari vegetali. Eventuali colleghi: batteri
Akkermansia, che scompongono il muco e assorbono lo zucchero abbastanza in
fretta. La sostanza sfornata dai Ruminococcus è l’eme. Il nostro organismo ne ha
bisogno ad esempio per produrre sangue.
Un personaggio che forse aveva qualche problema con la produzione dell’eme era
il conte Dracula. Nella sua patria, la Romania, esiste un difetto genetico che si
manifesta come segue: intolleranza all’aglio e alla luce del sole e minzione rossa.
Quest’ultimo fenomeno è causato da un malfunzionamento della produzione ematica,
per cui il paziente si trova a orinare prodotti intermedi non finiti. Un tempo se ne
deduceva: chi piscia rosso, ha bevuto sangue. Oggi chi è affetto da questa malattia
viene curato e non diventa protagonista di storie raccapriccianti.
Anche se non dovesse esistere nessun gruppo Ruminococcus, questi batteri sono
comunque presenti nei nostri intestini. Perciò vale la pena di sapere qualcosa di più
sul loro conto, su Dracula e sui colori dell’urina. Per esempio, i topi privi di questi
batteri intestinali hanno difficoltà a produrre l’eme; affermare che i suddetti microbi
siano importanti a questo scopo non è dunque così privo di fondamento.
Ora abbiamo compreso meglio il piccolo mondo dei batteri intestinali. I loro geni
sono un vero serbatoio di risorse: ci aiutano nella digestione, producono vitamine e
altre sostanze utili. Attualmente, stiamo cominciando a identificare le caratteristiche
di ogni enterotipo e a ricercare modelli. Lo facciamo per un motivo: centomila
miliardi di piccoli esseri viventi dimorano nella nostra pancia ed è molto probabile
che facciano sentire la loro presenza. Ora spingiamoci un po’ più in là e cerchiamo di
descrivere l’impatto reale di questi microrganismi: in che modo influenzano il nostro
metabolismo? Quali di essi sono benefici e quali dannosi?
Il ruolo della flora intestinale

A volte raccontiamo delle enormi frottole ai nostri figli. Perché sono molto belle,
come la storia dell’uomo barbuto che una volta all’anno vola nel cielo con la sua slitta
trainata da renne e porta regali a tutti i bambini, e quella del coniglietto di Pasqua,
che nasconde uova in giardino. A volte non ci rendiamo neppure conto di mentire.
Come durante il tipico rituale dei pasti: «Una cucchiaiata per la zia, una per lo zio;
una per la mamma e una per la nonna...» Se volessimo intrattenere i bambini in
modo scientificamente corretto, dovremmo dire: «Una cucchiaiata per te, piccolino.
Una minuscola parte della prossima per i tuoi microbi batteroidi. Una
miniporzioncina anche per i Prevotella. E una ancora più piccola per gli altri
microrganismi che hai nella pancia e aspettano la pappa.» Potremmo anche salutare
cordialmente i microcolleghi intestinali che mangiano insieme a noi. In fin dei conti,
batteroidi & co. ci aiutano a nutrire il nostro bambino e lo fanno coscienziosamente.
E non solo quando è neonato. Anche gli adulti vengono nutriti un bocconcino alla
volta dai loro batteri intestinali. Questi esserini elaborano le sostanze che altrimenti
non saremmo in grado di scomporre e ne condividono i rimasugli con noi.
Da anni ci si chiede se i batteri intestinali influenzino il metabolismo e quindi
anche il nostro peso. Innanzi tutto, teniamo presente il concetto di base: quando i
batteri mangiano con noi, non ci rubano nulla. I batteri intestinali non si trattengono
praticamente mai nei punti dell’intestino tenue dove noi scomponiamo e assorbiamo
da soli i nostri alimenti. Le più alte concentrazioni batteriche si trovano nei punti
dove la digestione è quasi terminata e rimangono da trasportare le sostanze non
digerite. Più ci si allontana dall’intestino tenue e ci si avvicina al crasso, più alta è la
concentrazione di batteri per ogni centimetro quadrato di mucosa intestinale. Così
deve essere e l’intestino fa in modo che la situazione rimanga tale. Se l’equilibrio
viene infranto e i microbi si spostano in massa verso l’intestino tenue, si parla di
«bacterial overgrowth», cioè di eccessiva proliferazione batterica. Sintomi e
conseguenze di questo quadro clinico ancora in larga misura poco studiato possono
essere forti flatulenze, dolori addominali, dolori articolari, infiammazioni intestinali,
carenze alimentari e anemia.
Per i ruminanti, le cose vanno in modo completamente diverso. Le mucche, ad
esempio, sono belle robuste, per essere animali che si cibano solo d’erba e altre
piante. A nessuno verrebbe in mente di prenderle in giro perché sono vegane. Il loro
segreto? I batteri rimangono nelle parti alte del loro tubo digerente. Le mucche non
cercano di digerire il cibo innanzi tutto da sole, bensì consegnano immediatamente i
carboidrati complessi delle piante a batteroidi & co. Questi ne ricavano un bel
pranzetto di facile digestione.
Disporre di batteri nelle parti alte del tubo digerente è pratico. I microbi sono
ricchi di proteine; da un punto di vista strettamente nutrizionale, sono come
minuscole bistecchine. Una volta terminato il servizio nello stomaco, scivolano verso
il basso e vengono digeriti. La mucca ha dunque una fonte proteica di prim’ordine:
minuscole bistecche di microbi di produzione propria. I nostri batteri intestinali si
trovano troppo in fondo al tubo digerente per svolgere questo comodo servizio
bistecca e noi li eliminiamo non digeriti.
I roditori tengono i propri microbi in basso come noi, ma non si lasciano sfuggire
tanto volentieri le proteine; così mangiano semplicemente la propria cacca. Noi non
lo facciamo, e per compensare l’incapacità di valorizzare i batteri ricchi di proteine
che abbiamo nell’intestino crasso, andiamo al supermercato a comprare carne o tofu.
Eppure, anche se non li digeriamo, approfittiamo comunque del loro lavoro: i batteri
producono infatti piccole sostanze nutritive talmente minuscole da poter essere
assimilate attraverso le cellule intestinali.
Per giunta, i microbi riescono a fare questa cosa anche al di fuori dell’intestino: lo
yogurt non è altro che latte predigerito da batteri. Il lattosio, lo zucchero del latte,
viene suddiviso in grossi pezzi e trasformato in acido lattico (lattato) e in piccole
molecole saccaridiche, ecco perché lo yogurt è complessivamente più acido e dolce
del latte. Il nuovo acido che si forma ha un effetto aggiuntivo: fa coagulare
l’albumina del latte, che diventa più solido, cioè acquista la consistenza dello yogurt.
Il latte predigerito (lo yogurt) risparmia lavoro all’organismo: non ci resta che finire
di digerirlo.
Ecco perché conviene far predigerire il cibo da batteri in grado di realizzare
alimenti particolarmente sani. I produttori di yogurt minimamente consapevoli
impiegano batteri che elaborano più acido lattico “destrogiro” che “levogiro”. Si
tratta di due molecole specularmente opposte. Per i nostri enzimi digestivi, l’acido
lattico levogiro è come una forbice per mancini in mano a normali destrorsi: difficile
da digerire. Ecco perché al supermercato è meglio scegliere yogurt sulla cui lista
degli ingredienti compaiono scritte tipo: “Contiene soprattutto acido lattico
destrogiro”.
I batteri non si limitano a scomporre i nostri alimenti, bensì producono sostanze
del tutto nuove. Il cavolo bianco contiene per esempio meno vitamine dei crauti da
esso ricavati: sono infatti i batteri a produrne in aggiunta. E sono microbi e funghi a
dare gusto e cremosità ai formaggi e a formare buchi sulla loro superficie. Negli
insaccati tipo Lyoner o nel salame vengono spesso aggiunte le cosiddette colture
starter, con cui si intende: «Non abbiamo il coraggio di dirvelo, ma sono i batteri
(soprattutto gli stafilococchi) a renderli così buoni.» Nel vino e nella vodka
apprezziamo un prodotto finale del metabolismo dei lieviti, chiamato alcol. Il lavoro
dei minuscoli esseri viventi non finisce assolutamente nella botte. Quasi tutto quel
che vi racconterà un sommelier non viene imbottigliato. Sensazioni come il
“retrogusto” sono posticipate, perché i batteri hanno bisogno di tempo per svolgere il
proprio lavoro. Si sistemano nella zona posteriore della lingua e cominciano subito a
scomporre il cibo e le bevande. Tutto quel che viene liberato dai microbi, lascia un
retrogusto. Ogni esperto di vini sentirà un sapore leggermente diverso, a seconda
dei batteri che ha sulla lingua. In ogni caso, è molto carino da parte di questi
conoscitori parlare dei propri microbi. Chi altro, al giorno d’oggi, se ne
compiacerebbe così tanto?
Nella nostra bocca vive circa un centesimo dei batteri presenti nell’intestino,
eppure sentiamo già il sapore del loro lavoro. Il nostro tubo digerente può ben
rallegrarsi di disporre di un popolo così vasto e pieno di risorse. Se il glucosio e il
fruttosio sono facili da digerire in sé, molti intestini hanno serie difficoltà con lo
zucchero del latte. I loro proprietari soffrono dunque di intolleranza al lattosio. Per
quanto riguarda la digestione dei carboidrati vegetali complessi, l’intestino sarebbe
nei guai fino al collo, se dovesse possedere gli enzimi necessari a scomporre ogni
sostanza ingerita. I microbi sono veri esperti in materia. In cambio di alloggio e
avanzi alimentari, si occupano delle faccende troppo complicate per noi.
L’alimentazione occidentale è costituita al 90 per cento da quel che mangiamo e al
10 per cento da quel che ci offrono quotidianamente i batteri. Dopo nove pasti, il
decimo è offerto dalla casa, per così dire. Nutrire gli adulti è il lavoro principale di
alcuni dei nostri inquilini. Naturalmente, la qualità del cibo che ingeriamo non è
indifferente, e neppure quella dei batteri che ci alimentano. In altre parole: quando
si parla di peso, non dovremmo pensare solo alle calorie, bensì anche al mondo dei
microbi che si siedono sempre a tavola con noi.
I batteri possono farci ingrassare? Come?
Tre ipotesi

1.

La flora batterica contiene troppi batteri barilotto. Questi sono efficienti nello
scomporre i carboidrati, ma se prendono il sopravvento, abbiamo un problema. I topi
magri eliminano un certo numero di calorie indigeribili; i loro colleghi grassi molte
meno. La loro flora batterica sfrutta ogni minima parte dello stesso mangime e nutre
allegramente la signora o il signor topo. Per quanto riguarda gli umani, può
significare che alcuni si ritrovano fastidiosi cuscinetti di grasso, anche se non
mangiano più degli altri; forse la loro flora batterica intestinale ricava di più dal
cibo.
Com’è possibile? Con i carboidrati non digeribili i batteri possono produrre diversi
acidi grassi: i batteri amanti della verdura producono tendenzialmente acidi grassi
per l’intestino e il fegato, altri microbi producono acidi grassi che nutrono anche il
resto del corpo. Ecco perché una banana può far ingrassare meno di mezza tavoletta
di cioccolato con lo stesso numero di calorie: i carboidrati vegetali attirano
maggiormente l’attenzione dei fornitori locali, piuttosto che quella degli
approvvigionatori di tutto il corpo.
Da studi su individui sovrappeso è emerso che possiedono una flora intestinale
meno varia, con una prevalenza di determinati gruppi di batteri che metabolizzano
soprattutto carboidrati. Tuttavia, un sovrappeso in piena regola richiede la presenza
di altri fattori. Al termine di un esperimento, i topi di laboratorio erano ingrassati del
60 per cento circa. I batteri “approvvigionatori” non ce la fanno da soli a ottenere un
simile risultato. Si è dunque preso in esame un altro marker del forte sovrappeso:
l’infiammazione.

2.

I problemi del metabolismo come sovrappeso, diabete e alti livelli di grassi nel
sangue sono nella maggior parte dei casi accompagnati da marker infiammatori nel
sangue leggermente più elevati della norma. I valori non sono così alti da richiedere
un trattamento, che invece si impone per esempio in caso di ferite o di
avvelenamento del sangue. Il fenomeno viene perciò chiamato «infiammazione
subclinica.» I batteri sono dei veri esperti di infiammazioni. Sulla loro superficie
esiste una molecola segnale che dice al corpo: «Infiammati!»
In presenza di ferite, il meccanismo è molto utile: l’infiammazione investe e
combatte i germi. Fintanto che i batteri rimangono nelle loro mucose intestinali, la
molecola segnale non interessa a nessuno. Tuttavia, in caso di cattive combinazioni
batteriche e di un’alimentazione troppo grassa, ne giungono troppi nel sangue e il
corpo sviluppa una leggera infiammazione. In simili circostanze, qualche scorta di
grasso in più in previsione di ristrettezze non guasta.
Le molecole segnale dei batteri possono arrivare anche in altri organi e
influenzare il metabolismo: nei roditori e negli umani si legano al fegato o allo stesso
tessuto adiposo e fanno in modo che venga accumulato grasso in queste zone.
Interessante è anche l’effetto sulla tiroide: le infiammazioni batteriche le complicano
il lavoro, la produzione di ormoni diminuisce e di conseguenza anche l’effetto brucia-
grassi.
A differenza di altre infezioni che logorano il corpo e fanno dimagrire,
l’infiammazione subclinica fa ingrassare.
Inoltre, non è detto che le infiammazioni subcliniche siano causate solo da batteri:
è stato osservato che potrebbero derivare anche da uno squilibrio ormonale, dalla
presenza di troppi estrogeni, da una carenza di vitamina D o anche dall’assunzione di
troppi alimenti contenenti glutine.

3.

Attenzione: roba impressionante! Nel 2013 è stata formulata la seguente ipotesi: i


batteri intestinali possono influenzare l’appetito del loro proprietario. Detto
brutalmente: gli attacchi di fame delle dieci di sera con scorpacciate di bombe di
caramello rivestite di cioccolato, seguite da un sacchetto intero di snack salati non
derivano sempre dall’organo che compila la dichiarazione dei redditi. Non nel
cervello, bensì nell’intestino, risiede un gruppo di batteri che dopo tre giorni di dieta
e sacrificio desidera hamburger. Ha un modo molto accattivante di parlarci, infatti
non siamo capaci di dirgli di no.
Per comprendere questa ipotesi, dobbiamo calarci nella materia “cibo”. Potendo
scegliere fra diversi alimenti, il più delle volte decidiamo in base alla voglia e
all’umore. Quanto finiremo per mangiare dipenderà dal senso di sazietà. I batteri, in
teoria, dispongono di mezzi e metodi per influenzare sia la voglia sia il senso di
sazietà. Che possano condizionare anche l’appetito, per il momento, come si diceva,
rimane solo un’ipotesi. Tuttavia, non sarebbe così assurdo affermare che quel che
mangiamo, e quanto, per loro sia una questione di vita o di morte. In tre milioni di
anni di co-evoluzione, anche i semplici batteri hanno avuto il tempo di sistemarsi
egregiamente nel loro mondo all’interno degli umani.
Per instillare la voglia di un determinato cibo, bisogna arrivare al cervello. Ed è
difficile. Il cervello è protetto da dure meningi. Ancora più spessi sono gli strati
protettivi di tutti i vasi sanguigni che lo percorrono. In questo deserto arrivano solo
zuccheri puri, minerali e sostanze minuscole e liposolubili come le molecole segnale
neuronali. La nicotina, per esempio, riesce a penetrare, scatenando sensazioni
gratificanti o uno stato di rilassata vigilanza mentale.
I batteri sono in grado di produrre simili sostanze minuscole capaci di superare gli
spessi strati protettivi dei vasi sanguigni e di raggiungere il cervello. Per esempio, la
tirosina e il triptofano. Una volta giunti nel cervello, questi amminoacidi si
trasformano in dopamina e serotonina. Dopamina? Non viene subito da pensare a un
“centro della gratificazione”? Serotonina? Ne abbiamo già sentito parlare. I soggetti
depressi ne hanno troppo poca. Può infondere un senso di soddisfatto torpore.
Proviamo a ripensare al cenone di Natale: alla fine ci siamo appisolati contenti sul
divano?
L’ipotesi è dunque la seguente: i nostri batteri ci ricompensano quando hanno
ricevuto un carico adeguato di nutrimento. È una sensazione gradevole che fa venire
voglia di determinati alimenti. Non solo per via delle sostanze che contengono, bensì
anche per la loro capacità di stimolare i nostri trasmettitori. Lo stesso principio vale
anche per la sazietà.
In diversi studi si è dimostrato che i segnali biochimici della sazietà aumentano
decisamente quando assecondiamo le esigenze dei nostri batteri, cioè assumiamo
sostanze che arrivano indigerite nell’intestino crasso, dove possono essere mangiate
dai batteri. Gli spaghetti e il pane da toast bianco non rientrano in questa categoria,
cosa che potrebbe anche sorprendere. L’argomento sarà approfondito nell’ultimo
capitolo (sotto il titoletto “Prebiotici”).
La sazietà in generale viene segnalata da due parti: dal cervello e da tutto il resto
del corpo. Purtroppo, molte cose possono andare storte; per esempio, le persone
sovrappeso possono avere geni della sazietà difettosi, cioè semplicemente incapaci di
creare un senso di pienezza. Secondo la teoria del “cervello egoista”, il cervello non
ottiene abbastanza dall’alimentazione e di conseguenza decide di non essere sazio.
Ma dall’alimentazione non dipendono solo i tessuti del corpo e l’organo del pensiero,
bensì anche i nostri microbi. Sembrano relativamente piccoli e insignificanti: due
chili di batteri in un intestino. Che cosa pretendono?
Se pensiamo a tutte le funzioni della flora intestinale, si capisce che esprima i
propri desideri. I batteri sono veri allenatori del sistema immunitario, nonché
aiutanti della digestione, produttori di vitamine e maestri nel contrastare le tossine
presenti nel pane ammuffito o nei farmaci. Naturalmente, la lista non è completa, ma
ormai dovrebbe risultare chiaro: è probabile che abbiano un qualche influsso anche
sul senso di sazietà.
Quel che non si è ancora ben capito è se siano determinati batteri a manifestare
voglie particolari. Quando rimaniamo a lungo senza mangiare dolciumi, a un certo
punto la flora intestinale non ne sente più così tanto la mancanza. Significa che la
lobby del cioccolato e degli orsetti gommosi viene lasciata deperire? Possiamo solo
formulare ipotesi.
Innanzi tutto, non bisogna figurarsi il corpo come un’immagine bidimensionale in
cui vige una rigorosa legge di causa-effetto. Il cervello, il resto del corpo, i batteri e i
componenti della nutrizione interagiscono in modo quadridimensionale.
Comprendere meglio tutti e quattro gli assi è sicuramente molto utile. È indubbio che
sia più facile interferire con i batteri piuttosto che con il cervello e con i geni, ed è
proprio questo a renderli tanto interessanti. Il nutrimento che ci forniscono non
contribuisce solo ad aumentare la pancetta e i cuscinetti sulle cosce; i batteri
influenzano per esempio la quantità di grassi che abbiamo nel sangue. Si tratta
senz’altro di un tema attuale, infatti il sovrappeso e i valori alti di colesterolo sono
collegati ai grandi problemi di salute del nostro tempo: pressione alta, arteriosclerosi
e diabete.

Colesterolo e batteri intestinali

Il nesso fra batteri e colesterolo fu scoperto per la prima volta negli anni Settanta.
Alcuni ricercatori americani studiarono i Masai, meravigliandosi per i bassi livelli di
colesterolo di questi guerrieri africani che si cibavano praticamente solo di carne e
bevevano latte come se fosse acqua. Una simile sovrabbondanza di grassi animali non
causava loro nessuna eccedenza lipidica nel sangue. Gli scienziati ipotizzarono che il
latte contenesse una sostanza segreta in grado di tenere bassi i livelli di colesterolo.
Fecero quindi tutto il possibile per trovare questa sostanza. Oltre al latte di vacca,
analizzarono il latte di cammella e di ratto. A volte i valori di colesterolo diminuivano,
altre no. Simili risultati erano del tutto inutilizzabili. Ai Masai fu in seguito
somministrato un sostituto vegetale del latte (il Coffeemate) con l’aggiunta di
abbondanti dosi di colesterolo, ma i valori nel sangue dei guerrieri non cambiarono.
Secondo i ricercatori, questo risultato confutava l’ipotesi del latte.
Nel frattempo, avevano notato che i Masai bevevano spesso il latte “cagliato”. A
nessuno venne in mente però che per far cagliare il latte ci vogliono determinati
batteri. La loro presenza avrebbe potuto spiegare anche l’esito degli esperimenti con
il Coffeemate. I batteri, una volta insediati nell’intestino, possono continuare a
sopravvivere anche se si passa al latte vegetale addizionato di colesterolo. Persino
dopo aver osservato che i livelli di colesterolo si abbassavano del 18 per cento ogni
volta che i Masai bevevano latte cagliato, questi scienziati continuarono a cercare la
sostanza misteriosa. Tanto zelo cieco non diede alcun frutto.
Questi studi sui Masai non soddisferebbero i livelli di rigore scientifico richiesto al
giorno d’oggi. I gruppi sperimentali erano molto ridotti. Inoltre, i Masai corrono per
circa 13 ore al giorno e ogni anno fanno mesi di digiuno: non li si può certo
paragonare a normali mangiatori di carne europei. Eppure i risultati di questi studi
furono riscoperti decenni dopo. Da ricercatori ormai consapevoli dell’influsso dei
batteri. Esistevano dunque microbi in grado di abbassare i livelli di colesterolo?
Perché non verificarlo in laboratorio? Bastò un’ampolla con un bel brodo di sostanze
nutritive, una temperatura ottimale di 37 °C, un’aggiunta di colesterolo puro e una
manciata di microbi – et voilà. Il batterio utilizzato era il Lactobacillus fermentus e il
colesterolo... sparì. Almeno gran parte di esso.
Gli esperimenti possono avere esiti molto diversi, a seconda che li si esegua in
un’ampolla di vetro o su opistoconti. Leggere certi articoli scientifici per me è come
un giro sull’ottovolante delle emozioni: «Il batterio L. plantarum Lp91 può abbassare
considerevolmente i livelli troppo alti di colesterolo e di trigliceridi nel sangue,
aumenta i valori delle HDL (lipoproteine ad alta densità, altrimenti note come
colesterolo buono), e riduce il rischio di arteriosclerosi, come dimostra uno studio
effettuato su 112 criceti dorati siriani.» Mai nella vita ero rimasta tanto delusa dai
criceti dorati siriani. I test sugli animali sono i primi esperimenti che si possono
effettuare su sistemi viventi. Se avessero scritto «come dimostra uno studio su 112
americani sovrappeso», l’affermazione avrebbe avuto tutt’altro impatto.
Eppure risultati del genere hanno un grande valore. La somministrazione di
alcune specie di batteri a topi, ratti e maiali ebbe effetti talmente positivi che si
ritenne opportuno eseguire gli studi anche su esseri umani. A gruppi di volontari
furono dunque somministrati regolarmente batteri e, dopo un certo periodo di
tempo, misurati i valori di colesterolo. I batteri impiegati a tal scopo, le quantità e il
tempo di somministrazione erano spesso variabili. In alcuni casi, gli studi ebbero esiti
positivi, in altri no. Inoltre, nessuno sapeva con certezza se i batteri somministrati
sopravvivessero agli acidi gastrici in quantità sufficienti a influenzare i livelli di
colesterolo.
È solo da pochi anni che vengono effettuati studi davvero affascinanti. Nel 2011,
114 volontari canadesi mangiarono per due volte al giorno uno yogurt preparato
appositamente per loro. Il batterio aggiunto era il Lactobacillus reuteri, in una forma
particolarmente resistente alla digestione. Nel giro di sei settimane i loro valori di
colesterolo cattivo scesero dell’8,9 per cento; si tratta suppergiù della metà del
risultato che si ottiene assumendo un farmaco anticolesterolo non troppo forte, ma
senza effetti collaterali. In altri studi con ceppi batterici diversi, si riuscì addirittura
ad abbassare i valori di colesterolo dell’11 o addirittura del 30 per cento. Questi
risultati positivi non sono stati ancora confermati da studi recenti.
Esistono diverse centinaia di specie batteriche su cui si potrebbe sperimentare in
futuro. Per selezionarle, bisogna porsi le seguenti domande: quali capacità deve
avere un batterio – o meglio – quali geni? I candidati principali in tal senso sono i
geni BSH, sigla che sta per “Bile Salt Hydroxylase”. In altre parole: i batteri muniti di
questi geni sono in grado di scomporre i sali biliari. Che cosa c’entrano i sali biliari
con il colesterolo? La risposta si evince dal nome stesso. La parola colesterolo è
composta da chol, bile, e stereos, fisso. Questa sostanza fu scoperta per la prima
volta nei calcoli biliari. Nel nostro organismo la bile ha il compito di trasportare i
grassi e il colesterolo. Con i BSH, i batteri sono in grado di modificare la bile in modo
tale da provocarne un malfunzionamento. Di conseguenza, il colesterolo sciolto e il
grasso nella bile non vengono più assimilati con la digestione e finiscono, per dirlo in
modo un po’ brutale, nel gabinetto. Questo meccanismo è molto utile per i batteri,
perché indebolisce la bile – potenzialmente in grado di aggredire la loro membrana
cellulare – e così facendo li aiuta ad arrivare sani e salvi all’intestino crasso. Esistono
però altri meccanismi che regolano il rapporto fra batteri e colesterolo: i microbi
possono assimilarlo direttamente e incorporarlo nelle loro pareti cellulari, oppure
trasformarlo in una nuova sostanza; inoltre, sono in grado di manipolare organi che
lo producono. La maggior parte del colesterolo viene prodotta nel fegato e
nell’intestino: qui il lavoro può essere regolato anche dalle piccole molecole segnale
dei batteri.
Ora bisognerebbe usare un po’ di prudenza e chiedersi: non è che poi il corpo
elimina sempre il proprio colesterolo? L’organismo produce dal 70 al 95 per cento del
totale ed è un bel po’ di lavoro! Per via della parzialità dei media, si potrebbe
pensare che il colesterolo sia dannoso in sé. È abbastanza falso. Troppo colesterolo
non è proprio il massimo, ma neppure troppo poco va bene. Senza colesterolo non
avremmo ormoni sessuali né vitamina D, e le nostre cellule sarebbero instabili.
L’argomento colesterolo e trigliceridi non riguarda solo la nonna che ama
sgranocchiare dolcetti e wurstelini per merenda, bensì tutti. Negli studi scientifici, le
carenze di questa sostanza vengono associate a problemi di memoria, depressione e
aggressività.
Il colesterolo è la favolosa materia prima con cui si costruiscono cose importanti.
In quantità eccessive è effettivamente dannoso: quel che conta è mantenere un sano
equilibrio, e i nostri batteri non sarebbero nostri, se non potessero aiutarci in tal
senso. Alcuni microbi producono più propionato, una sostanza che blocca la
formazione di colesterolo; altri più acetato, che invece ne stimola la produzione.
Avreste mai detto che in un capitolo che cominciava con la descrizione di batteri
come punti luminosi, saremmo arrivati a parlare di “voglie, sazietà” e “colesterolo”?
Riassumiamo: i batteri integrano la nostra alimentazione, rendono il cibo più
digeribile e producono sostanze. Secondo alcuni scienziati contemporanei, il nostro
microbiota intestinale può essere considerato un organo vero e proprio. Al pari di
tutti gli altri, ha un’origine, si sviluppa con noi, è composto da una massa di cellule
ed è in perenne collegamento con gli altri colleghi organi.
Teppisti – batteri cattivi e parassiti

A questo mondo esiste sia il bene che il male – anche in quello dei microbi. I cattivi
hanno quasi sempre una caratteristica in comune: in fin dei conti, desiderano solo il
meglio... per sé.

Salmonelle con cappello

Una cruda minaccia terrorizza a volte il coraggioso pioniere della cucina mentre
spacca le uova: le salmonelle! Tutti conoscono una o due persone che hanno ricevuto
in dono da un pollo mal cotto o da un po’ di pasta cruda infinite ondate di diarrea e
vomito.
Le salmonelle possono intrufolarsi nel cibo nei modi più impensabili. Alcune, per
esempio, arrivano attraverso la globalizzazione di uova e pollame. Funziona così: i
mangimi africani hanno prezzi veramente imbattibili, perciò li facciamo arrivare fin
qui in aereo. Solo che in Africa ci sono più lucertole e tartarughe selvatiche che in
Germania. Le salmonelle viaggiano dunque insieme al mangime. Perché? Questi
microbi sono normali componenti della flora batterica dei rettili. La tartaruga
abbandona tranquillamente il suo mucchietto in mezzo al grano destinato alla
Germania, proprio quando il contadino si appresta a mieterlo. Dopo un emozionante
viaggio in aereo con viste mozzafiato, il grano completo di batteri di animale
corazzato giunge negli allevamenti tedeschi e viene divorato da un famelico pennuto.
Le salmonelle non sono componenti naturali della flora batterica intestinale dei polli,
bensì molto spesso agenti patogeni.
Quindi se finiscono nell’intestino di questi uccelli, hanno il tempo di riprodursi,
dopo di che vengono espulsi. Siccome tutti gli articoli di esportazione dei polli escono
da un unico buco, l’uovo viene per forza a contatto con le salmonelle presenti nelle
feci. Ecco perché all’inizio questi batteri si trovano sul guscio delle uova e vi entrano
solo quando questo si rompe.
Ma come fanno le salmonelle a finire nella carne di pollo? Brutta storia. I polli
nutriti con mangimi a buon mercato di norma vengono trasportati in grandi macelli.
Qui vengono uccisi e decapitati e infine immersi in una vasca. Praticamente è come
un centro wellness per salmonelle comprensivo di servizio clistere per polli. In un
macello da cui passano quotidianamente 200 mila polli, basta un solo carico di
animali alimentati con mangimi scadenti per regalare a tutti gli altri colleghi una
profusione di salmonelle. Questi polli finiscono spesso sugli scaffali dei discount
come carne surgelata a buon mercato. Se la fai bollire o arrostire ad alte
temperature, i germi pericolosi muoiono e non fanno niente di male.
La carne ben cotta solitamente non provoca salmonellosi. Il problema insorge solo
quando si mette l’animale a sghiacciare tranquillamente nel lavandino o nello
scolainsalata. I batteri si lasciano ibernare e scongelare senza problemi. L’enorme
biblioteca batterica del nostro laboratorio consiste in una collezione di curiosi germi
(di pazienti) che hanno sopportato senza problemi temperature fino a – 80 °C e
hanno continuato a vivere allegramente dopo lo scongelamento. Solo il calore li
uccide; bastano dieci minuti a 75 °C per ammazzare tutte le salmonelle. Ecco perché
non sarà il pollo cotto a puntino a combinare il guaio, bensì l’insalata rimasta per
breve tempo nello stesso contenitore.
Insomma, ci accorgiamo di venire regolarmente a contatto con la flora intestinale
dei nostri animali da allevamento solo quando ci ritroviamo alle prese con germi
completamente estranei che causano diarrea. Tutto il resto è vita quotidiana; in
fondo, dobbiamo pur ricavarli da qualche parte i nostri batteri. In generale, chi
mangia uova biologiche di campagna prese da polli nutriti con mangime di
produzione autoctona corre tendenzialmente meno rischi di venire contaminato da
germi pericolosi, a meno che il contadino stesso non sia ghiotto di polli da discount.
Se abbiamo cucinato veramente male il pollo, finiamo per ingerire cellule
muscolari del pollo miste a cellule batteriche di salmonella. Per metterci fuori
combattimento, ci vogliono da diecimila a un milione di microrganismi unicellulari
come questi. Un milione di germi del genere hanno un quinto del volume di un
granello di sale. Come fa un esercito così minuscolo a costringere ad andare al
gabinetto un colosso enorme come un essere umano, con un volume pari a circa
600.000.000 di granelli di sale? È come se un capello di Obama potesse governare
tutti gli americani.
Innanzi tutto, le salmonelle si moltiplicano molto più in fretta dei capelli. Quando
regnano temperature sopra i 10 °C, la salmonella si risveglia dal letargo e comincia a
crescere diligentemente. Possiede molti sottilissimi braccioli per nuotare finché non
arriva alla mucosa intestinale e vi si aggrappa. Da lì penetra nelle nostre cellule,
queste si infiammano e drenano liquidi dalle cellule nell’intestino per lavar via
l’agente infettivo il più velocemente possibile.
Dall’ingestione casuale all’espulsione acquosa possono passare alcune ore o
addirittura giorni. A meno che non si sia molto piccoli, vecchi o deboli, questo tipo di
lavaggio funziona bene, mentre gli antibiotici provocherebbero più danni che
benefici. In ogni caso, bisogna fare tutto il possibile per emarginare le salmonelle.
Dopo una scarica nel gabinetto o aver riempito un sacchetto di vomito, dobbiamo
impedire loro di venire a contatto con le mani e di vedere il mondo esterno. Non c’è
spazio per la pietà: dobbiamo armarci di acqua e sapone ed eliminarle, mettendo
bene in chiaro: «Non c’è niente che non va in te, è un problema mio: non riesco a
gestirmi tutto questo attaccamento.»
Le salmonelle sono la causa più frequente di infezioni di origine alimentare. Non
si trovano solo nei prodotti dei polli, anche se lì scorrazzano particolarmente
volentieri. E ce ne sono di diversi tipi. Quando in laboratorio arrivano campioni di
feci di pazienti, possiamo eseguire test con vari anticorpi. Se un anticorpo si lega alle
salmonelle, si formano grossi grumi visibili ad occhio nudo.
Quando succede, siamo in grado di dire: l’anticorpo contro la salmonella che
causa vomito numero XY reagisce in modo violento, quindi è davvero una salmonella
del vomito XY. Funziona così anche nel nostro organismo. Il sistema immunitario
conosce nuove salmonelle e dice: «Ehi, forse da qualche parte c’è un cappello adatto
a te!» Poi lo va a cercare nel proprio guardaroba, glielo sistema in testa e incarica un
cappellaio di produrre un milione di copricapi adatti a quelle salmonelle. Con il
cappello in testa, non hanno un’aria tanto pericolosa, bensì ridicola. Sono troppo
pesanti per continuare ad andare per i fatti loro e non ci vedono abbastanza bene
per aggredire efficacemente alcunché. Gli anticorpi da laboratorio sono, per così
dire, una selezione di piccoli cappelli diversi. Quando ne troviamo uno adatto, i
batteri appesantiti dal copricapo sprofondano insieme in grumi e, in base al cappello
indossato, possiamo stabilire che tipo di salmonella il campione di feci conteneva.

Se non vogliamo costringere il nostro sistema immunitario a cercare cappelli e se


non siamo proprio grandi fan degli attacchi di vomito e diarrea, possiamo seguire un
paio di accorgimenti.
Regola numero uno: taglieri di plastica, perché si lavano meglio e i batteri fanno
più fatica a sopravvivere nelle loro scanalature, piuttosto che in quelle del legno.
Regola numero due: tutto quel che viene a contatto con la carne cruda o i gusci
d’uovo deve essere lavato ad alte temperature e risciacquato con cura: taglieri, mani,
posate, spugnette o scolainsalata.
Regola numero tre: se possibile, cuocere bene la carne e le uova. Alzarsi da una
cenetta romantica per mettere di nuovo il tiramisù nel microonde sarebbe una mossa
un po’ drastica. In questi casi, bisogna semplicemente assicurarsi di acquistare uova
fresche e buone e di conservarle sempre a temperature sotto i 10 °C.
Regola numero quattro: pensare anche a quel che accade fuori dalla cucina. Chi
avesse appena dato da mangiare all’iguana domestica e fosse tornato in cucina a
mangiare qualcosa per poi fare un salto al gabinetto, magari ripensi alle mie parole:
le salmonelle sono normali componenti della flora batterica dei rettili.

L’Helicobacter: “l’animale domestico”


più antico dell’umanità

Thor Heyerdahl era un uomo tranquillo dalle idee molto chiare. Osservava le correnti
marine e i venti e si interessava di ami e vestiti di corteccia d’albero. Tutto ciò
contribuì a convincerlo che la Polinesia fosse stata scoperta per la prima volta da
marinai provenienti dal Sudamerica e dal Sudest asiatico. Secondo la sua tesi,
potevano esservi giunti a bordo di zattere sospinte dalle correnti. All’epoca nessuno
riteneva possibile che una semplice zattera potesse sopportare un viaggio di ottomila
chilometri sul Pacifico. Thor Heyerdahl non cercò di convincere i suoi simili con
lunghe argomentazioni. Si recò invece in Sudamerica, costruì una zattera
rudimentale con dei tronchi d’albero, portò con sé un po’ di noci di cocco e ananas in
scatola e andò in Polinesia. Quattro mesi dopo poté finalmente annunciare senza la
minima esitazione: «Aha! Allora è possibile!»
Trent’anni più tardi, un altro scienziato di nome Barry Marshall intraprese una
spedizione non meno emozionante. Lui, in realtà, non si avventurò per il vasto
oceano, bensì si chiuse in un piccolo laboratorio illuminato da lampade al neon. Qui,
sotto lo sguardo vigile del collega John Warren, afferrò un vaso, lo avvicinò alla bocca
e ne bevve coraggiosamente il contenuto. Pochi giorni dopo, Barry Marshall si prese
una gastrite e annunciò orgoglioso al mondo: «Aha! Allora è possibile!»
Sarebbero dovuti passare altri trent’anni perché un gruppo di scienziati berlinesi
e irlandesi collegasse i campi di ricerca di questi due uomini tanto diversi fra loro. Il
batterio dello stomaco di Marshall avrebbe dovuto fornire informazioni sul primo
insediamento di polinesiani. Stavolta nessuno si mise in mare né bevve alcunché. Gli
studiosi si limitarono infatti a chiedere ad alcuni abitanti originari dei deserti e degli
altipiani della Nuova Guinea di donare un po’ del contenuto del loro stomaco.
È una storia che parla di confutazione di paradigmi, di dedizione alla propria
ricerca, di un esserino munito di elica e di un grosso felino affamato.
Il batterio Helicobacter pylori vive nello stomaco di mezza umanità. È una scoperta
relativamente recente che d’acchito suscitò lo scherno della comunità scientifica.
Perché mai un essere vivente avrebbe dovuto vivere in un luogo tanto ostile alla vita?
In una caverna piena di acidi ed enzimi in grado di demolire le sostanze?
L’Helicobacter pylori non è il tipo da lasciarsi impressionare da cose del genere.
Questo batterio ha sviluppato due strategie per sopravvivere egregiamente proprio
in questo territorio ostile.
In primo luogo, uno dei prodotti del suo metabolismo è talmente basico da
neutralizzare gli acidi nelle sue immediate vicinanze. In secondo luogo, si intrufola
sotto la mucosa, che protegge la parete dello stomaco dagli stessi acidi gastrici. Di
norma, questa mucosa ha una consistenza gelatinosa; l’Helicobacter è in grado di
renderla più liquida per potersi muovere comodamente al suo interno. Possiede
lunghi filamenti proteici che agita come eliche.
Marshall e Warren erano convinti che l’Helicobacter causasse gastrite e ulcera.
Fino ad allora era opinione comune che simili problemi allo stomaco avessero cause
psicosomatiche (per esempio, lo stress) o che dipendessero da una secrezione acida
difettosa dello stomaco. Marshall e Warren non dovettero solo combattere il
pregiudizio, dato che tutti erano convinti che nulla sarebbe potuto sopravvivere agli
acidi gastrici, bensì anche dimostrare che un solo batterio era in grado di provocare
malattie secondo modalità diverse dalle normali infezioni. All’epoca i batteri erano
conosciuti solo in quanto cause di ferite infette, febbre e raffreddore.
Dopo aver ingerito in via sperimentale batteri Helicobacter, Marshall, un uomo
perfettamente sano, si ammalò di gastrite (da cui guarì con una cura antibiotica), ma
dovettero passare quasi dieci anni perché la scoperta dei due ricercatori fosse
accettata dal mondo della scienza. Oggi, in presenza di disturbi gastrici, si effettua
un esame di routine per stabilire se ci sia lo zampino di questo batterio. Al paziente
viene fatta bere una sostanza particolare; eventuali Helicobacter presenti nello
stomaco la scompongono liberando un gas inodore che un macchinario è in grado di
intercettare nel respiro del malato. Bere, aspettare, respirare. Un esame
relativamente facile.
C’è una cosa però che i due ricercatori non avrebbero mai potuto immaginare:
non avevano scoperto solo la causa di una malattia, bensì uno dei più antichi “animali
domestici dell’umanità”. I batteri Helicobacter vivono negli esseri umani da più di
cinquantamila anni e si sono sviluppati insieme a noi. Quando i nostri antenati
intraprendevano le loro grandi migrazioni, portavano con sé i propri Helicobacter,
che a loro volta fondavano nuove popolazioni. Attualmente, in Africa esistono tre
ceppi diversi di questi microbi, in Asia due e in Europa uno. Le differenze fra i
batteri gastrici dei gruppi umani sono proporzionali alla distanza che li separa e alla
durata della separazione. Con la tratta degli schiavi, il ceppo africano arrivò in
America. Nell’India settentrionale, buddhisti e musulmani ospitano due ceppi diversi.
Gli abitanti dei paesi industrializzati condividono spesso gli Helicobacter dei
famigliari; lo stesso vale per le comunità dove le persone vivono a stretto contatto fra
loro, come per esempio in Africa.
Non tutti coloro che possiedono Helicobacter nello stomaco hanno problemi
(altrimenti quasi un terzo dei tedeschi ne risentirebbe). Eppure, la maggior parte dei
disturbi gastrici deriva proprio dallo stesso batterio. Questo perché i germi possono
avere diversi livelli di pericolosità. La variante più aggressiva ha due caratteristiche
ormai note: la prima si chiama “cagA” ed è una specie di minuscola siringa con cui il
batterio spruzza particolari sostanze nelle nostre cellule. L’altra si chiama “VacA” e
punzecchia le cellule dello stomaco in continuazione. Così facendo, finisce per farle
morire più in fretta. Le probabilità di avere disturbi gastrici sono molto più alte in
presenza della siringhetta o del gene VacA. In loro assenza, il batterio se ne va in
giro ad agitare le sue eliche senza dare troppo fastidio.
Benché tutti i tipi di Helicobacter abbiano moltissime caratteristiche in comune,
ognuno di essi è unico quanto la persona che lo ospita. Questo germe si adatta
sempre al suo portatore e si modifica con lui. Una simile capacità può risultare utile
per capire chi ha attaccato una malattia a chi. I grossi felini hanno un Helicobacter
da felini. Si chiama Helicobacter acinonychis. Poiché è molto simile a quello umano,
ci si è chiesti chi avesse mangiato abitualmente chi nella preistoria: l’uomo primitivo
la tigre o la tigre l’uomo primitivo?
Studiando i geni, si è capito che nell’agente patogeno di questi grandi felini erano
stati inattivati soprattutto i geni che li avrebbero aiutati a adattarsi allo stomaco
dell’uomo e non viceversa. Mangiando l’uomo primitivo, la tigre si era appropriata
anche del suo microbo gastrico. Non potendo essere spappolato dai denti, il batterio
si adattò bene e la belva dotò se stessa e i suoi successori di un Helicobacter. Almeno
esiste un po’ di giustizia.
Ma l’Helicobacter è buono o... cattivo?

L’Helicobacter è cattivo

Poiché il germe si annida nella mucosa e vi si agita dentro, indebolisce le nostre


barriere protettive. Di conseguenza, l’aggressivo acido gastrico non digerisce solo il
cibo, bensì anche una parte delle proprie cellule. Se poi il batterio dispone anche
della siringhetta e del gene irritante, infierisce ulteriormente sulle cellule dello
stomaco. Circa un quinto delle persone che possiede questo batterio subisce piccole
lesioni alla parete gastrica. Tre quarti di tutte le ulcere gastriche e quasi la totalità di
quelle dell’intestino tenue derivano da una infezione da Helicobacter pylori. Chi
riesce a disfarsi del germe con gli antibiotici, si libera anche dei problemi di
stomaco. In alternativa agli antibiotici, potrebbe essere impiegato un estratto
concentrato di broccoli chiamato sulforafano. Questa sostanza può bloccare l’enzima
con cui l’Helicobacter neutralizza l’acido gastrico. Chi volesse provare a utilizzarlo al
posto degli antibiotici, dovrebbe assicurarsi che sia di buona qualità, e dopo due
settimane di assunzione, verificare con il proprio medico curante che l’Helicobacter
sia veramente scomparso.
Un’infiammazione duratura non è mai un bene. Come quando veniamo punti da un
insetto e pur di non sentire più il prurito, ci scortichiamo vivi a furia di grattare. Lo
stesso succede alle cellule dello stomaco: in presenza di un’infiammazione cronica,
sono perennemente irritate e finiscono per demolirsi da sole. Negli anziani può
causare una perdita progressiva di appetito.
Nello stomaco ci sono cellule staminali che, per compensare le perdite, si
affrettano a produrre rifornimenti. Quando però queste diligenti produttrici sono
sovraccariche, commettono più errori e a un certo punto possono trasformarsi in
cellule tumorali. A prima vista la situazione non sembra così drammatica sul piano
numerico: circa l’1 per cento dei portatori di Helicobacter sviluppa un cancro allo
stomaco. Se però ricordiamo che circa la metà degli esseri umani possiede questo
microbo, l’1 per cento è davvero moltissimo. Per chi non possiede Helicobacter, le
probabilità diminuiscono di circa quaranta volte.
Per aver scoperto la relazione fra l’Helicobacter pylori e patologie come la
gastrite, l’ulcera e il cancro, nel 2005 Marshall e Warren furono insigniti del premio
Nobel. Ci hanno messo vent’anni a passare dal cocktail di batteri al cocktail della
vittoria!
Ed è dovuto passare ancora più tempo perché si individuasse un nesso fra
l’Helicobacter e il morbo di Parkinson. Sin dagli anni Sessanta i medici riscontravano
spesso problemi gastrici nei malati di Parkinson, eppure all’epoca non si capiva bene
che cosa c’entrasse lo stomaco con il tremore alle mani. Fu solo una ricerca su
diversi gruppi di abitanti dell’isola di Guam a fare un po’ di luce sulla faccenda.
Nella popolazione di alcune parti di quest’isola del Pacifico si registra una
concentrazione impressionante di sintomi simili a quelli del morbo di Parkinson. I
pazienti manifestano tremore alle mani, ridotta mimica facciale e lentezza nei
movimenti. Si è scoperto che l’incidenza della malattia è più alta nelle zone in cui si
mangiano semi di cycas revoluta. Questi semi contengono sostanze tossiche per le
cellule nervose. L’Helicobacter pylori è in grado di produrre una tossina quasi
identica. I topi a cui è stato somministrato un estratto del batterio (per evitare di
infettarli con microbi vivi) hanno manifestato sintomi analoghi agli abitanti di Guam
che mangiano semi di cycas revoluta. Non tutti i batteri Helicobacter producono il
veleno in questione – assolutamente no! –ma quando succede, è sicuramente un
guaio.

L’Helicobacter è buono

Nel corso di uno dei più importanti studi sull’Helicobacter e i suoi effetti, si giunse
alla seguente conclusione: il ceppo ritenuto pericoloso e munito di siringhetta è
quello che interagisce di più con il nostro organismo, per giunta in modo molto
vantaggioso per noi. Dopo aver osservato per oltre dodici anni più di diecimila
individui, si è rilevato che i proprietari di questo tipo di Helicobacter avevano più
probabilità di ammalarsi di tumore allo stomaco, ma anche molte meno di morire di
cancro ai polmoni o di ictus. Cioè la metà, rispetto al resto delle persone esaminate.
L’ipotesi che un germe tollerato così a lungo potesse non essere solo dannoso era
stata formulata anche prima di questo studio. Dalla sperimentazione sui topi era
emerso che l’Helicobacter costituiva una valida protezione dall’asma per i roditori “in
fasce”. Se veniva dato loro un antibiotico, la protezione spariva e i topolini potevano
sviluppare di nuovo la malattia. Se invece il batterio veniva somministrato a topi
adulti, la protezione c’era, ma in misura minore. Che dire di simili risultati? I topi
non sono esseri umani, eppure questi studi sembrano confermare le tendenze
generali soprattutto nei paesi industrializzati: malattie come l’asma, le allergie, il
diabete e la dermatite atopica sono aumentate, mentre la diffusione dell’Helicobacter
è diminuita. Questo non dimostra affatto che il batterio in questione sia l’unico a
poterci salvare dall’asma, bensì semplicemente che potrebbe dare una mano.
Si è dunque formulata la seguente tesi: l’Helicobacter infonde un po’ di calma al
nostro sistema immunitario. L’Helicobacter si insedia nello stomaco e fa in modo che
vengano prodotte molte cellule T, dette anche regolatrici, che quando l’amico sistema
immunitario alza un po’ il gomito in un locale notturno e diventa aggressivo, gli
posano una mano sulla spalla e gli dicono: «Lascia regolare la faccenda a me.» Forse
non è per questo che si chiamano così, ma la loro funzione è certamente analoga.
Mentre il sistema immunitario grida inviperito: «Sparisci dai miei polmoni,
pollinaccio schifoso!» e, con gli occhi arrossati e il moccio al naso, dichiara guerra
all’intruso, la cellula T regolatrice dice: «Su, dai, sistema immunitario, adesso stai
esagerando. Il polline è solo in cerca di un fiore da impollinare. È finito qui per
errore. Ha fatto solo una stupidaggine: non troverà mai nessun fiore qui.» Più ce ne
sono, di cellule di questo tipo, più il sistema immunitario è rilassato.
Se in un topo munito di Helicobacter vengono prodotte più cellule regolatrici, è
possibile curare l’asma di un altro roditore somministrandogli solo le cellule T
prelevate dal primo. Di sicuro è più facile che insegnare ai roditori a usare minuscoli
spray per asmatici.
Anche l’eczema della pelle è di un terzo meno frequente della media nelle persone
munite di Helicobacter pylori. Può essere che le malattie infiammatorie intestinali, i
processi autoimmuni e le infiammazioni croniche siano una tendenza del nostro
tempo anche perché distruggiamo sconsideratamente delle cose che ci hanno
protetto per millenni.
L’Helicobacter è sia buono sia cattivo

Gli Helicobacter pylori sono microbi molto versatili. Le loro capacità non possono
essere semplicemente divise in positive o negative. Dipende sempre da che cosa
combina, di preciso, il germe dentro di noi. Produce pericolose tossine o interagisce
con il nostro corpo in modo protettivo? Come reagiamo al batterio? Le nostre cellule
sono costantemente irritate oppure produciamo talmente tanto muco nello stomaco,
da averne a sufficienza per il batterio e per noi? Qual è il ruolo degli agenti irritanti
della mucosa gastrica come antidolorifici, fumo, alcol, caffè o lo stress continuo? È la
loro combinazione che finisce per provocare disturbi allo stomaco, perché il nostro
animaletto domestico non gradisce?
A chi ha problemi di stomaco, l’organizzazione mondiale per la sanità consiglia di
liberarsi di potenziali agenti patogeni. Se in famiglia ci sono casi di cancro allo
stomaco, particolari linfomi o morbo di Parkinson, bisognerebbe eliminare
l’Helicobacter.
Thor Heyerdahl morì nel 2002 in Italia all’età di 88 anni. Se avesse vissuto un paio
di anni in più, avrebbe potuto vedere confermata la sua teoria sui primi insediamenti
in Polinesia dalla ricerca sui ceppi di Helicobacter: il nuovo mondo fu occupato in
due ondate, da due ceppi asiatici di Helicobacter, provenienti proprio dal Sudest
asiatico. Rimane ancora da dimostrare la teoria del Sudamerica. Ma chi può sapere
quale batterio scopriremo ancora per confermare la teoria di Thor Heyerdahl
ripercorrendo rotte microbiologiche.
Toxoplasma – impavidi passeggeri dei felini

Una donna di trentadue anni si incide la parte interna del polso con una lametta
acquistata in un discount. A spingerla è l’eccitazione del gesto stesso.
Un cinquantenne fanatico di auto da corsa si schianta a tutta velocità contro un
albero. Muore.
Un ratto si mette a dormire in cucina, vicino alla ciotola del gatto, offrendosi al
predatore come un pasto prelibato.
Che cos’hanno in comune questi tre?
Non ascoltano i segnali interni che, nell’interesse della nostra popolazione
cellulare, desiderano solo il meglio per noi. I tre di cui sopra hanno interessi diversi
da quelli del proprio corpo. Interessi che devono essere arrivati chissà quando
dall’intestino di un gatto.
Gli intestini dei gatti sono la patria del Toxoplasma gondii. Questo essere
minuscolo consiste in una sola cellula, eppure si annovera fra gli animali. In
confronto ai batteri, queste creature stupiscono per la complessità delle loro
informazioni genetiche. Per il resto, hanno pareti cellulari diverse e probabilmente
una vita un po’ più movimentata.
Il toxoplasma si moltiplica negli intestini dei gatti. Il gatto è il loro “ospite” e tutti
gli altri animali, che servono solo da taxi per raggiungere un gatto diverso, vengono
chiamati “ospiti intermedi”. Un gatto può essere infettato una volta sola nella vita da
toxoplasma ed è pericoloso per noi solo in questo periodo. I gatti più anziani
probabilmente lo possiedono già in corpo e non possono più nuocerci. Se l’infezione
è recente, le feci degli animali contengono toxoplasma; questo, dopo essere maturato
per circa due giorni nella lettiera, è pronto ad aggredire il prossimo gatto. Se non si
presenta nessun felino, ma solo un coscienzioso mammifero proprietario del gatto
venuto a prelevare gli escrementi, gli animaletti primordiali investono proprio
quest’ultimo. Le bestiole uscite dalla cacca del gatto possono aspettare fino a cinque
anni un nuovo ospite. Non è dunque detto che contagi solo un padrone di felino: gatti
e altri animali si aggirano per giardini, orti e di tanto in tanto vengono uccisi. Uno
dei modi più comuni per dotarsi di questi protozoi è ingerire cibo crudo. Le
probabilità di ospitarli equivalgono in percentuale più o meno alla propria età. Circa
un terzo dell’umanità li possiede.
Il Toxoplasma gondii viene considerato un parassita perché non vive su un
pezzettino di terra accaparrandosi un po’ di acqua e di piante, bensì su pezzettini di
esseri viventi. Noi umani chiamiamo questi esseri parassiti, perché da loro non
otteniamo niente in cambio. Almeno niente di positivo, tipo un po’ di affetto o magari
solo il pagamento di un affitto. Al contrario: possono nuocerci in parte, perché
praticano una forma di “inquinamento dell’ambiente umano”.
Sugli adulti sani non hanno effetti particolari. Alcuni notano qualche sintomo
parainfluenzale, la maggioranza non si accorge di nulla. Dopo l’infezione acuta, i
parassiti si trasferiscono in minuscoli alloggi all’interno dei nostri tessuti e
sprofondano in una sorta di letargo. In realtà, non ci lasceranno mai più soli per il
resto dei nostri giorni, ma sono degli inquilini veramente tranquilli. Una volta firmato
il contratto, non potremo mai più infettarci di nuovo. A quel punto, la nostra casa è
già occupata, per così dire.
Su una donna incinta l’infezione può avere invece conseguenze drammatiche. I
parassiti possono arrivare al bambino attraverso il sangue. Il sistema immunitario
non li conosce ancora e non li intercetta abbastanza in fretta. Non è detto che
succeda davvero, ma se invece accade, può causare gravi danni e nei casi peggiori
un aborto spontaneo. Se l’infezione viene scoperta abbastanza in fretta, esistono cure
farmacologiche. Purtroppo, però, sono alla portata di pochissime persone, quindi le
probabilità di guarire non sono molto alte. Per giunta, in Germania l’ecografia per
individuare un’eventuale infezione da Toxoplasma gondii non rientra fra gli esami
obbligatori in gravidanza. Quindi, se per caso il ginecologo vi fa una domanda tipo:
«Lei ha un gatto?», non dovreste irritarvi, pensando che abbia voglia di parlare di
stupidaggini, bensì rallegrarvi di avere un medico competente dalla vostra parte.
Se in casa c’è una donna incinta, la lettiera del gatto deve essere pulita ogni
giorno (e non dalla gestante stessa!); quest’ultima deve evitare assolutamente la
carne cruda e mangiare frutta e verdura molto ben lavate. Il Toxoplasma gondii non
può essere trasmesso da un essere umano all’altro. Le uniche in grado di contagiare
persone sono le sue freschissime oocisti provenienti dall’intestino casualmente
appena infettato del gatto. Tuttavia, come dicevo, si conservano a lungo, persino
sulle mani del padrone dell’animale. Anche in questo caso, la vecchia buona
abitudine di lavarsi le mani è impagabile.
Fin qui, non ci sono problemi. Tutto sommato, il toxoplasma sembra composto da
esserini irrilevanti o tutt’al più antipatici, a meno che non si sia incinte. Per anni non
se ne era mai occupato nessuno... finché gli impavidi ratti di Joanne Webster hanno
ribaltato la situazione. Negli anni Novanta questa ricercatrice dell’Università di
Oxford condusse un esperimento semplice, ma geniale: sistemò quattro scatoline
all’interno di un piccolo recinto. A un angolo di ciascuna scatolina c’era una fialetta
contenente una particolare sostanza: acqua, urina di ratto, oppure di coniglio o di
gatto. I ratti, anche se non hanno mai visto un gatto in vita loro, evitano l’urina del
felino. Si tratta di un programma biologico che dice: «Non andare mai nel posto dove
ha pisciato uno che ti vuole mangiare.» Fra i roditori circola anche un altro
proverbio: «Se qualcuno ti mette in uno strano recinto con dei contenitori di pipì, sii
scettico.» Di norma, i ratti si comportano tutti alla stessa maniera: osservano un
attimo lo strano ambiente circostante e poi si infilano in una scatolina contenente
urina non pericolosa.
Webster evidenziò invece delle eccezioni: alcuni ratti all’improvviso cominciavano
a comportarsi in modo del tutto diverso. Sprezzanti del pericolo, esploravano l’intero
recinto e, contravvenendo ai propri istinti ancestrali, si infilavano nelle scatoline
contenenti urina di gatto e vi si trattenevano persino un po’. Nel corso di esperimenti
più estesi nel tempo, Webster constatò addirittura che prediligevano quest’ultimo
recinto agli altri. A quanto pareva, per loro non c’era nulla di più interessante di una
miscela di pipì di gatto.
Un odore segnalato dalla memoria genetica come pericolo di morte all’improvviso
risultava allettante e interessante. Questi animaletti diventavano fan sfegatati della
loro stessa rovina. Webster sapeva che cosa li distingueva dai ratti normali: i roditori
strambi erano infettati da toxoplasma. Un vero colpo da maestro, da parte dei
parassiti. Praticamente spingevano i ratti a finire nelle fauci del loro ospite
principale, il gatto.
L’esperimento fece così tanto scalpore nel mondo della scienza da essere ripetuto
in laboratori di altri paesi. Alcuni colleghi della Webster vollero accertarsi che il test
fosse stato eseguito in modo corretto e vedere se anche i loro ratti di laboratorio, una
volta infettati, si sarebbero comportati alla stessa maniera. Così fu, e da allora in poi,
nessuno dubitò più della validità dell’esperimento. Si scoprì anche che le piccole
pantegane avevano smesso di temere i gatti, ma l’urina dei cani le spaventava ancora
fortemente.
Ne derivarono accese discussioni: com’è possibile che minuscoli parassiti
condizionino in modo così drastico il comportamento di piccoli mammiferi? Morire o
non morire... continua a essere un dilemma molto importante, a cui un corpo
moderno possibilmente privo di parassiti nell’organo decisionale dovrebbe poter
dare una risposta. O no?
Il passaggio dal piccolo al grande mammifero (= l’essere umano) fu abbastanza
immediato. Anche fra noi esistevano dunque individui che, per lentezza di riflessi,
scarsa reattività o temerarietà, si cacciavano in brutti pasticci e sviluppavano una
sorta di “istinto a trasformarsi in cibo per gatti”? Il primo passo fu raccogliere
campioni di sangue di persone coinvolte in incidenti stradali. L’intento era quello di
stabilire se gli automobilisti sfortunati avessero in media più probabilità di ospitare
parassiti rispetto ai colleghi che non avevano mai avuto incidenti.
La risposta è sì. Chi ha toxoplasma nelle cellule ha anche più probabilità di avere
incidenti stradali, soprattutto quando l’infezione è in corso e gli animaletti non sono
ancora in letargo. Tutto ciò è emerso da tre studi di dimensioni ridotte, ma anche da
una ricerca di ampio respiro. Quest’ultima prendeva in esame 3890 reclute
dell’esercito ceco sottoposte a esame del sangue per individuare l’eventuale
presenza di toxoplasma. Negli anni successivi furono valutati tutti gli incidenti
stradali avuti dai soldati. Il principale fattore di rischio risultò: un alto livello di
infezione da toxoplasma abbinato a un particolare gruppo sanguigno (RH negativo).
In effetti, il gruppo sanguigno può giocare un ruolo importante in caso di infestazioni
di parassiti. Alcuni gruppi sono infatti più protetti di altri dalle conseguenze
dell’infezione.

Ma che cosa c’entra la donna con la lametta? Perché non si è spaventata alla vista
del proprio sangue? Perché il taglio della pelle, dei tessuti e dei nervi non le procura
dolore, bensì la stimola? Com’è possibile che il dolore aggiunga un po’ di pepe a una
vita altrimenti insipida?
Per rispondere a simili interrogativi, si potrebbero abbozzare diverse risposte.
Una spiegazione potrebbe essere ad esempio la presenza di toxoplasma. Se
rimaniamo infettati, il sistema immunitario attiva un enzima (IDO), per proteggerci dal
parassita. Questo demolisce ripetutamente una sostanza di cui gli intrusi si cibano
volentieri, facendoli sprofondare nel sonno. Purtroppo la stessa sostanza serve anche
a produrre serotonina. (Ricordate, no? Una carenza di serotonina può causare stati
depressivi o ansiosi.)
Se il cervello è carente di serotonina perché l’IDO ha tolto ai parassiti la pappa da
sotto il naso, il nostro umore può peggiorare. Inoltre, alcuni precursori della
serotonina danneggiati potrebbero legarsi a certi recettori del cervello provocando
per esempio un’assenza di stimoli. Gli antidolorifici agiscono su questi stessi recettori
generando apatia. Se si vuole uscire da questo stato e tornare a sentire qualcosa,
forse sarebbe il caso di adottare misure più drastiche.
Il nostro è un corpo intelligente: fa un bilancio fra vantaggi e svantaggi. Se
dobbiamo combattere un parassita nel cervello, il nostro umore peggiora.
L’attivazione dell’IDO di solito è un compromesso di questo tipo. Il nostro corpo utilizza
di tanto in tanto questo enzima, per togliere nutrimento alle sue stesse cellule. L’IDO
viene attivato con più forza anche durante la gravidanza, ma solo nei luoghi a diretto
contatto con il bambino. Lì toglie nutrimento alle cellule immunitarie. Di
conseguenza, queste perdono vigore e diventano più miti nei confronti del piccolo
umano semisconosciuto.
La mancanza di stimoli provocata dall’IDO potrebbe indurre qualcuno a togliersi la
vita? In altre parole: quali sono i presupposti perché si cominci a contemplare il
suicidio? Dove dovrebbe insediarsi un parassita per sopire la naturale paura di farsi
del male?
La parte del cervello cui è attribuito il controllo della paura si chiama amigdala.
Questa è collegata direttamente agli occhi per mezzo di fibre. Ecco perché la vista di
un ragno è in grado di spaventarci all’istante. Eppure, proveremmo paura anche se
rimanessimo ciechi in seguito a una ferita sulla parte posteriore del cranio, dove
risiede il centro della vista. In tal caso, non “vedremmo” più il ragno, ma
continueremmo a “percepirlo”. Insomma, l’amigdala è essenziale per l’insorgenza
della paura. Se viene danneggiata, gli esseri umani possono diventare impavidi.
Esaminando gli ospiti intermedi del toxoplasma, si osserva che i parassiti
dormienti sono alloggiati perlopiù nei muscoli e in alcune aree del cervello:
soprattutto nell’amigdala, e in misura progressivamente minore, anche nel centro
dell’olfatto e nella zona appena dietro alla fronte. L’amigdala, come si diceva, è
responsabile dell’insorgenza della paura, mentre il centro dell’olfatto potrebbe
influenzare i ratti instillando in loro una predilezione per l’urina di gatto. La terza
zona del cervello è un po’ più complessa.
Si tratta di una parte dell’encefalo in grado di formulare infinite possibilità. Se un
volontario viene interpellato su questioni di fede, personalità o morale, oppure gli si
affidano compiti molto impegnativi sul piano cognitivo, sullo schermo dell’ecografo si
nota un’attività intensa in questa zona. Secondo una teoria elaborata nell’ambito
della ricerca sul cervello, quest’area sarebbe in grado di produrre numerosi progetti
al secondo. «Potrei aderire alla religione dei miei genitori. Durante la conferenza,
potrei cominciare a leccare il tavolo davanti a me. Potrei leggere un libro bevendo un
tè. Potrei vestire questo cane in modo divertente. Potrei cantare una canzone davanti
a una telecamera. Ora potrei andare a 150 chilometri all’ora. Potrei prendere questa
lametta.» Fra le centinaia di possibilità che elaboriamo ogni secondo, la vincitrice
viene messa in atto.
Il fatto che un parassita volitivo si insedi proprio qui è comprensibilissimo. Da qui,
in teoria, sarebbe addirittura possibile incentivare le tendenze autodistruttive di un
individuo, affinché simili impulsi siano meno ostacolati dalle potenziali alternative.
La ricerca non sarebbe “ricerca” se non avesse ripetuto il bell’esperimento di
Joanne Webster anche sull’uomo. Ai volontari furono sottoposti campioni di urina di
diversi animali. Le donne e gli uomini affetti da toxoplasmosi giudicarono l’odore
della pipì di gatto in modo diverso dagli altri partecipanti al test. Agli uomini piaceva
decisamente di più che alle donne.
L’olfatto è uno dei sensi più importanti che abbiamo. A differenza di quel che
accade per il gusto, l’udito e la vista, le impressioni olfattive raggiungono la
coscienza in modo diretto e non filtrato. Stranamente, possiamo sognare tutte le
impressioni sensoriali, tranne che quelle olfattive. I sogni sono sempre inodori. Che
gli odori possano suscitare sentimenti, lo sanno bene anche i maiali da tartufo, oltre
al toxoplasma. Il tartufo profuma infatti come un suino incredibilmente figo: dato che
se ne sta nascosto sotto terra, le scrofe in calore scavano ebbre d’amore finché non
trovano deluse l’antierotico fungo e lo consegnano al loro padrone o alla loro
padrona. Secondo me, il prezzo elevato del tartufo è più che giustificato, se si pensa
alla frustrazione di quelle povere scrofe. Sta di fatto però che l’odore può innescare
attrazione.
Questo fenomeno viene sfruttato anche commercialmente. Nel gergo di settore si
chiama “marketing olfattivo”. Un marchio d’abbigliamento americano impiega
addirittura ferormoni sessuali. Davanti a quel buio negozio spruzzato di aromi
seducenti, a Francoforte, come in numerose città del resto del mondo, c’è sempre
una fila di adolescenti. Se la via in cui sorge il negozio fosse più vicina a un campo
pieno di maiali liberi, forse se ne vedrebbero delle belle.

Se un altro essere vivente è in grado di alterare la nostra percezione degli odori,


non potrebbe generare anche impressioni sensoriali di tipo completamente diverso?
Esiste una malattia che ha come sintomo principale la produzione di percezioni
sensoriali false: la schizofrenia. I pazienti, per esempio, possono essere convinti di
avere delle formiche sulla schiena, anche se non si vede un insetto a un chilometro di
distanza. Sentono voci e obbediscono ai loro ordini e per il resto possono essere
estremamente apatici. Dallo 0,5 all’1 per cento dell’umanità soffre di schizofrenia.
Il quadro clinico è per molti versi poco chiaro: la maggior parte dei farmaci
efficaci demolisce un neurotrasmettitore: la dopamina. Il toxoplasma possiede geni
che agiscono sulla produzione di dopamina nel cervello. Non tutti gli schizofrenici
ospitano parassiti – quindi non può essere quella l’unica causa della patologia – ma
fra gli schizofrenici la percentuale di portatori di toxoplasma è doppia rispetto a
quella riscontrata nel gruppo di confronto non affetto da questa malattia.
In teoria, il Toxoplasma gondii potrebbe dunque influenzarci attraverso i centri
della paura, dell’olfatto e del comportamento nel cervello. L’elevato numero di
incidenti stradali, tentativi di suicidio e casi di schizofrenia dimostra che l’infezione
non è innocua per tutti. Ci vorrà ancora del tempo perché queste scoperte abbiano
qualche influsso sulle nostre consuetudini mediche. Le ipotesi devono essere
dimostrate in modo più rigoroso e le possibilità terapeutiche valutate con maggiore
attenzione. Simili misure di sicurezza scientifiche richiedono molto tempo e possono
costare la vita a numerose persone; in fin dei conti, gli antibiotici sono arrivati sugli
scaffali delle farmacie decenni dopo la loro scoperta. In altri casi, invece, servono a
salvare molte vite... la talidomide e l’amianto, per esempio, avrebbero potuto essere
testati un po’ più a lungo.
Il toxoplasma può influenzarci molto più di quel che si pensava fino a pochi anni
fa. Questa consapevolezza ha inaugurato una nuova era: un’era in cui persino una
cacca di gatto è in grado di dimostrarci quante cose sono potenzialmente in grado di
condizionare la nostra vita; un’era in cui comprendiamo lentamente quanto siamo
legati a quel che mangiamo, agli animali che frequentiamo e al mondo minuscolo che
vive con noi.
Vi pare spaventoso? Forse in effetti lo è un pochino. Ma è anche emozionante, no?
Un passo alla volta, vengono decifrati processi che fino a poco tempo fa eravamo
costretti ad accettare come parte del nostro destino. Così possiamo affrontare con
più consapevolezza i rischi che ci presenta la vita. A volte, basta usare una paletta
per raccogliere gli escrementi del gatto, cuocere bene la carne e lavare con cura
frutta e ortaggi.

Vermi dei bambini o ossiuri

Ci sono piccoli vermicelli bianchi che desiderano abitare nel nostro intestino. Per
secoli hanno adattato il proprio comportamento a noi. Una persona su due ha avuto
almeno una volta nella vita questi ospiti in casa. Alcuni non se ne accorgono
neppure, per altri sono una piaga terribile, di cui non hanno nessuna voglia di
parlare. Se guardi al momento giusto, li vedi spuntare dall’ano. Sono vermicelli
bianchi con la coda aguzza, lunghi da uno a un centimetro e mezzo. Ricordano un po’
le strisce di condensazione degli aerei nel cielo, solo che non si allungano sempre di
più. Chiunque abbia una bocca e un dito, può prendersi questo tipo di vermi. Chi
invece ne è sprovvisto, perlomeno in questo caso è avvantaggiato.
Osserviamo ora il verme da dietro. La signora verme “incinta” desidera offrire un
futuro sicuro alle proprie uova. E non è per niente facile. Un uovo di ossiuro deve
essere ingoiato dall’uomo, finire nell’intestino tenue e arrivare al crasso da verme
adulto. Insomma, questa gonfia gestante si trova nei settori posteriori dell’intestino,
con la digestione che le rema contro, e si chiede come potrebbe fare a raggiungere
di nuovo la bocca. Le viene dunque in aiuto l’unica forma di intelligenza che siamo in
grado di attribuire a un essere come questo: l’intelligenza dell’adattamento.
Le signore vermi sanno che quando ci rilassiamo, ci mettiamo orizzontali e non
abbiamo più voglia di alzarci. È proprio in quel momento che si infilano nell’ano.
Depongono le uova nelle sue numerose pieghe e ci fanno il solletico finché non
sentiamo prurito. Poi, in tutta fretta, scivolano all’interno dell’intestino, perché sanno
per esperienza che ora arriverà la mano e porterà a termine il lavoro. Questa si
allunga sotto le coperte verso la fonte di prurito nel sedere. Gli stessi percorsi
nervosi che hanno trasmesso l’impulso del prurito, ora segnalano: «Grattare, prego!»
Noi li assecondiamo e facciamo in modo che gli eredi degli ossiuri vengano
consegnati per raccomandata nelle vicinanze della bocca.
Quand’è che siamo meno interessati a lavarci le mani dopo esserci grattati il
sederino? Quando non ce ne importa nulla perché stiamo dormendo o siamo troppo
stanchi per alzarci di nuovo. Insomma, proprio nel momento in cui la signora verme
depone le uova. Capito adesso che cosa significa il sogno di “intingere il dito nella
cioccolata”? Uova dirette a casa. Chi stesse pensando: «Iiiih, che schifo» forse si è
dimenticato che ingoiamo anche le uova delle galline. Solo che sono molto più grosse
e di solito le cuociamo.
Con queste creature che si infilano nel nostro intestino senza essere state invitate
e che, una volta dentro, mettono in atto la loro pianificazione famigliare, abbiamo un
rapporto problematico. Non ci fidiamo tanto a parlarne con altre persone. Quasi
come se fossimo cattivi padroni di casa che, per pura incapacità di farsi valere,
danno alloggio a cani e porci senza fare domande. Non funziona esattamente così
con gli ossiuri. Questi ospiti ci svegliano ogni mattino per la ginnastica quotidiana,
dopo di che ci fanno un bel massaggio per stimolare il sistema immunitario. Per il
resto, non mangiano praticamente nulla di nostro.
Averli sempre non è bello, ma una volta nella vita non guasta. Alcuni scienziati
ipotizzano che “un’infestazione da ossiuri da bambini” possa proteggere più avanti
da forme gravi d’asma e anche dal diabete. Quindi: «Benvenuti signora e signor
Verme!» Ma, per cortesia, non abusate dell’ospitalità! Perché un’infestazione di vermi
incontrollata può causare tre inconvenienti tutt’altro che piacevoli:

1. Se non si riesce a dormire bene, il giorno dopo si è deconcentrati, nervosi e


anche più suscettibili del normale.
2. Se c’è una cosa che i vermi vogliono assolutamente evitare – e noi con loro – è
perdersi. Quando i vermi non stanno al proprio posto, se ne devono andare. Chi
lo vuole un ossiuro con un pessimo senso dell’orientamento?
3. In presenza di intestini sensibili o vermi particolarmente ginnici, è facile che si
crei un’irritazione. Le reazioni possono essere le più disparate: non si va al
gabinetto, si va spesso, mal di pancia, mal di testa, nausea o magari niente di
tutto ciò.
Se un ospite di vermi si è riconosciuto in uno dei punti su elencati, deve
assolutamente andare dal dottore! Qui gli verrà prescritta un’operazione con nastro
adesivo che non troverà mai in un libro di istruzioni per lavoretti manuali. Il medico,
a seconda del suo savoir faire, la descriverà più o meno in questi termini: «Aprire le
chiappe, applicare il nastro sopra e intorno all’ano e poi staccare. Portare in
ambulatorio e consegnare a Janine. Arrivederci.»
Le uova di verme sono solo palline minuscole che aderiscono bene al nastro
adesivo. Se a Pasqua avessimo un’enorme calamita per attirare tutte le uova nascoste
in giardino, risparmieremmo un bel po’ di tempo. Dato che le uova dei vermi sono
molto più piccole di quelle di Pasqua, ha senso accelerare la ricerca. L’importante è
che l’operazione abbia luogo di mattina, perché è in questo momento della giornata
che viene deposta la maggior parte delle uova. E non va per niente bene farsi
prendere dalla foga e allagare tutto il giardino degli ossiuri o strofinarlo. Insomma,
la prima cosa che deve toccare questa zona la mattina è il nastro adesivo.
In seguito, il medico osserverà le uova ovali al microscopio. Se saranno già
diventate larve, presenteranno una striscia in mezzo. In tal caso, il dottore
prescriverà una medicina e la farmacista ci aiuterà a combattere gli ospiti
indesiderati. Il principio attivo del farmaco – chiamiamolo semplicemente
mebendazolo – si fonda su un ragionamento che ci riporta ai tempi dell’asilo: il verme
disturba il mio intestino, allora io disturbo l’intestino del verme.
La medicina scende dalla bocca al retto e nel tragitto incontra i nostri squatter
ripudiati. Anche loro possiedono bocche e intestini e il mebendazolo segue di nuovo
lo stesso percorso: dalla bocca al retto. All’intestino dei vermi fa molti più danni che
al nostro. Impone alle bestiole una dieta drastica, privandoli completamente di
zucchero. Solo che i vermi hanno bisogno di zucchero per vivere, perciò questa sarà
la loro ultima dieta. Funziona un po’ come quando si smette di dare da mangiare agli
ospiti che non se ne vogliono mai andare via.
Le uova degli ossiuri vivono a lungo. Se si hanno i vermi e non si riesce a tenere le
mani lontane dalla bocca, bisognerebbe almeno cercare di ridurre al minimo il
numero di uova presenti nei dintorni. Lavare tutti i giorni lenzuola e biancheria
intima ad almeno 60 °C, tenere le mani pulite, placare il forte prurito preferibilmente
con una pomata, anziché con le dita. Mia madre giura che i vermi scompaiono
ingoiando uno spicchio d’aglio al giorno. Non mi risulta che siano mai stati fatti studi
a proposito, ma neppure sulle temperature che impongono di indossare una giacca, e
in questo mia madre non si sbaglia mai. Se questi rimedi non dovessero funzionare,
niente paura, basta tornare dal medico e rallegrarsi di avere un intestino così
apprezzato!
Pulizia e batteri buoni

Ognuno di noi desidera proteggersi dal male. Nessuno si prenderebbe delle


salmonelle o un comune Helicobacter di sua spontanea volontà. Non conosciamo tutti
i microbi, ma di sicuro non vogliamo i batteri barilotto, del diabete e neppure quelli
che fanno diventare tristi. La nostra principale difesa è la pulizia. Siamo cauti con il
cibo crudo, non baciamo ogni sconosciuto che incontriamo per strada e laviamo gli
agenti patogeni ad alte temperature. Eppure, se ce li abbiamo, non è sempre un
problema di pulizia.
Pensare di pulire un intestino è più o meno come immaginare di rassettare un
bosco. Neppure lo spazzino più ambizioso si armerebbe di ramazza in una foresta. Un
bosco è pulito quando vi regna un equilibrio fra piante utili. Possiamo aggiungere
nuovi alberi nella speranza che crescano, oppure selezionare piante che ci stanno
particolarmente a cuore e curarle in modo che si moltiplichino e diventino grandi. A
volte, ci imbattiamo in orribili teppisti. A quel punto, bisogna usare prudenza. Se è
proprio necessario, possiamo ricorrere alle armi chimiche. I pesticidi fanno veri
miracoli contro questi mascalzoni, ma non bisognerebbe spruzzarli a cuor leggero,
come se fossero deodoranti.
Una pulizia intelligente comincia nella vita quotidiana: che cosa merita veramente
la nostra attenzione e che cosa si intende per igiene eccessiva? Per pulire il nostro
corpo abbiamo a disposizione tre strumenti principali: gli antibiotici allontanano
pericolosi agenti patogeni; prodotti come prebiotici e probiotici incentivano la flora
buona. “Pro-bios” significa “a favore della vita”. I probiotici sono batteri vivi che
ingeriamo e che possono migliorare la nostra salute. “Pre-bios” significa “prima della
vita”: si tratta di alimenti che arrivano fino all’intestino crasso e nutrono i
microrganismi buoni, affinché crescano meglio di quelli cattivi. “Anti-bios” significa
“contro la vita”. Gli antibiotici uccidono i batteri: così facendo, possono salvarci da
germi nocivi che si sono intrufolati nel nostro corpo.

La pulizia nella vita quotidiana

La pulizia ci affascina perché è più che altro un’idea che abbiamo in testa. Una
caramellina alla menta piperita è fresca, i vetri lavati sono trasparenti e infilarsi in
un letto con le lenzuola pulite dopo aver fatto la doccia è favoloso. Ci piace sentire
profumo di pulito. Ci piace accarezzare le superfici lucidate. Quando utilizziamo
disinfettanti, ci sentiamo più tranquilli, perché pensiamo di essere al riparo da un
mondo di germi invisibili.
Centotrent’anni fa in Europa si scoprì che all’origine della tubercolosi c’erano dei
batteri. Era la prima volta nella storia che si parlava pubblicamente di
microrganismi, presentati come esseri malefici, pericolosi e soprattutto invisibili. Ben
presto in Europa furono introdotte nuove regole: i malati furono isolati perché non
diffondessero i loro microbi; nelle scuole fu introdotto il divieto di sputare; il contatto
divenne tabù e il “comunismo degli asciugamani” deprecato! Si raccomandava inoltre
di “limitare i baci alle zone eroticamente inevitabili”. Simili divieti potrebbero
sembrare assurdi, eppure sono profondamente radicati nella nostra società: da allora
sputare è giudicato poco fine, asciugamani o spazzolini da denti non vengono
condivisi a cuor leggero e ci teniamo più a distanza dai nostri simili di quanto non
facciano persone di altre culture.
Vietare di sputare per terra a scuola per proteggersi da malattie letali all’epoca
parve una buona idea. Questa regola rimase stampata a fuoco nella mente delle
persone. Chi non la rispettava, metteva a repentaglio la salute del prossimo e per
questo veniva emarginato. I genitori insegnavano ai figli a tenere a distanza chi
sputava, e d’un tratto, questa abitudine fu messa al bando. La pulizia divenne
dunque un valore riconosciuto, la gente cominciò a sforzarsi di mettere ordine in una
vita estremamente caotica. La ditta Henkel inventò lo slogan: «La sporcizia è materia
al posto sbagliato.»
I dermatologi tedeschi dell’inizio del secolo scorso raccomandavano ai loro
connazionali di fare “un bagno alla settimana!”, mentre prima di allora le grandi
stanze da bagno per la cura del corpo erano riservate solo ai ricchi. Alcune grandi
aziende lanciarono campagne per la salute, costruendo bagni per i propri dipendenti
e mettendo a disposizione sapone e asciugamani gratis. Ora del 1950, il rito del
bagno settimanale si era lentamente imposto. La famiglia media si lavava ogni
sabato. Usavano tutti la stessa acqua, uno dopo l’altro, e in alcuni casi il papà che
lavorava duramente aveva il permesso di immergersi per primo nella vasca. In
precedenza, la pulizia serviva a eliminare i cattivi odori e la sporcizia visibile; con il
tempo, divenne un’idea sempre più astratta. Oggi nessuno di noi riesce neppure a
immaginare un bagno settimanale collettivo. Oggi acquistiamo addirittura
disinfettanti per eliminare cose che non possiamo neppure vedere. Esteriormente
non cambia nulla, eppure siamo convinti che valga la pena investirci dei soldi.
La stampa e i telegiornali parlano di virus pericolosi, microbi ultraresistenti o
dello scandalo dell’EHEC, l’epidemia di Escherichia coli che colpì la Germania nel
2011. Tutti rischi invisibili da cui vogliamo proteggerci. Durante la crisi dell’EHEC,
c’era chi mangiava meno insalata e chi cercava su Google “docce disinfettanti per
tutto il corpo”. Ognuno ha il proprio modo di gestire la paura. Condannare simili
comportamenti sarebbe un po’ troppo semplice; in realtà, converrebbe comprendere
meglio l’origine di questo timore.
L’igienismo ansioso esprime il desiderio di pulire o uccidere tutto. Non sappiamo
bene che cosa, ma siamo comunque convinti che ci faccia del male. Di fatto,
eliminiamo proprio tutto: sia le cose cattive sia quelle buone. Questo tipo di pulizia
non può essere corretto. Più sono alti gli standard igienici di un paese, più sono
diffuse le allergie e le malattie autoimmuni. Circa trent’anni fa, una persona su dieci
era allergica a qualcosa; oggi, una su tre. In compenso, non è neppure sceso
significativamente il numero delle infezioni. L’igiene intelligente è diversa, la ricerca
batteriologica introduce un nuovo concetto di pulizia. Non si tratta più solo di
ammazzare tutte le cose pericolose.
Più del 90 per cento dei batteri di questo mondo non ci fa proprio nulla. Molti ci
aiutano parecchio. Disinfettare un’abitazione normale non ha alcun senso, a meno
che non ci sia un malato in casa o il cane abbia fatto la cacca in sala. Se però il cane
era malato, si può dare libero sfogo alla creatività: vapore a cento gradi, litri di
disinfettante, un piccolo lanciafiamme... magari può essere anche divertente. Se il
pavimento è solo pieno di impronte di piedi, basta un po’ d’acqua e una goccia di
detersivo. Entrambi sono in grado di ridurre la quantità di batteri del 90 per cento.
Così la normale popolazione microbica dei pavimenti ha la possibilità di tornare:
ormai di germi nocivi ce ne sono veramente pochi.
Le pulizie dovrebbero avere lo scopo di diminuire i batteri, non di eliminarli del
tutto. Persino i germi cattivi possono farci bene, purché il corpo sia in grado di
utilizzarli per allenarsi. Qualche migliaio di salmonelle nel lavandino sono una specie
di giro turistico per il nostro sistema immunitario. Diventano pericolose solo quando
cominciano a essere un po’ troppe. I batteri si moltiplicano eccessivamente, se
trovano le condizioni ideali a tal scopo: un luogo protetto, calore e umidità e, di tanto
in tanto, un boccone prelibato. Per tenerli a bada, esistono quattro utili tecniche di
igiene domestica: diluire, cambiare temperatura, asciugare e pulire.

Diluire

La tecnica della diluizione viene utilizzata anche in laboratorio. Diluiamo i batteri per
mezzo di liquidi e somministriamo alle larve delle tarme gocce di batteri a diversi
livelli di concentrazione. Quando le larve si ammalano, cambiano colore. In tal modo,
possiamo vedere a quale livello di densità determinati batteri sono in grado di
generare malattie: per alcuni basta una concentrazione di 1000 unità per goccia, per
altri ce ne vogliono almeno 10 milioni.
Diluire in casa significa per esempio lavare frutta e verdura. La maggior parte dei
batteri della Terra viene diluita finché non può più nuocerci. In Corea si aggiunge
dell’aceto all’acqua, per complicare ulteriormente la vita ai batteri con un po’ di
acidità. Anche arieggiare gli ambienti rientra nelle tecniche di diluizione.
Se si diluiscono piatti, posate e taglieri sotto l’acqua corrente, li si sfrega con la
spugna e infine li si lascia scolare appoggiati di lato, tanto vale leccarli con la lingua.
Le spugnette da cucina sono calde, umide e piene di nutrienti: perfette per qualsiasi
microbo di passaggio. A chiunque osservi al microscopio una spugnetta per lavare i
piatti, viene voglia di gettarsi a terra e contorcersi per mezz’ora.
Le spugnette vanno bene solo per togliere lo sporco più grosso; dopo
bisognerebbe sciacquare velocemente piatti e posate sotto l’acqua corrente. Lo
stesso vale per gli strofinacci costantemente umidi. Più che asciugare le stoviglie,
suddividono i batteri. Spugnette e strofinacci devono essere strizzati bene e fatti
asciugare con cura: altrimenti, quando sono umidi e pieni di sostanze nutritive, sono
perfetti alberghi per batteri.

Asciugare

Sulle superfici asciutte i batteri non si possono moltiplicare, alcuni muoiono


addirittura. Un pavimento lavato è davvero pulito solo dopo essere stato asciugato.
Le ascelle asciugate dal deodorante sono meno ospitali per i batteri: per questo si
sente meno odore. Asciugare è una buona abitudine. Se asciughiamo bene gli
alimenti, si conservano più a lungo senza irrancidire. Si capisce molto bene
osservando i derivati del frumento, come pasta, muesli o cracker, ma anche la frutta
(per esempio, l’uva passa), i fagioli, le lenticchie e la carne.

Cambiare temperatura

La natura si rinfresca per bene una volta all’anno: l’inverno, dal punto di vista
batterico, è una specie di programma di pulizia. Tenere in fresco gli alimenti è un
accorgimento molto importante nella vita quotidiana. Il frigorifero contiene talmente
tanto cibo che, nonostante le basse temperature, è comunque un paradiso per i
batteri. L’idea è tenerlo alla temperatura massima: 5 °C.
Nella maggior parte dei casi, per il lavaggio dei panni sporchi, vale il principio
della diluizione; in presenza di strofinacci umidi, numerose mutande o indumenti di
malati, vale la pena di optare per temperature dai 60 °C in su. Sopra i 40 °C muore la
maggior parte dei batteri di E.coli; a 70 °C, ci si libera anche delle salmonelle più
cocciute.

Pulire

“Pulire” significa staccare uno strato di grasso e albume dalle superfici, eliminando
al contempo tutti i batteri che vi si sono annidati. Di solito si utilizza acqua e
detersivo. Questo tipo di procedura si addice a tutte le stanze della casa, compresi
bagno e cucina.
Si può eseguire l’operazione a livelli eccelsi. Questo ha senso nei luoghi dove
vengono prodotti farmaci che finiscono direttamente nelle vene dei pazienti (come le
soluzioni per infusione): lì dentro non deve finire un solo batterio. I laboratori
farmaceutici utilizzavano per esempio lo iodio, perché è in grado di sublimare. Ciò
significa che quando i cristalli di iodio vengono riscaldati, si trasformano
direttamente in vapore senza prima liquefarsi. Lo iodio viene dunque riscaldato
affinché inondi tutta la stanza di vapore blu.
Sembrerebbe un procedimento basato sul principio dell’aspirapolvere a vapore,
ma c’è dell’altro: lo iodio può anche risublimare (brinare). Se si raffredda di nuovo la
stanza, il vapore si cristallizza all’istante. Su ogni superficie e persino nell’aria si
formano milioni di piccoli cristalli che racchiudono ermeticamente tutti i microbi e
cadono sul pavimento. Una squadra di addetti, dopo essere passata per diversi locali
di decontaminazione e aver indossato tute sterili integrali, procederà dunque alla
loro rimozione.
È più o meno lo stesso sistema che utilizziamo quando ci spalmiamo la crema sulle
mani: chiudiamo i microbi in uno strato di grasso e li tratteniamo. Quando ci laviamo
di nuovo le mani, ci liberiamo anche dei batteri. Se la pelle è rivestita solo del suo
normale film idrolipidico, il più delle volte basta usare acqua senza sapone. Così
evitiamo di distruggere la pellicola protettiva naturale e le permettiamo di
riprendere più in fretta il suo lavoro dopo il lavaggio. Lavarsi le mani troppo spesso
non ha senso, come non ha senso farsi troppe docce. Se rimuoviamo con troppa
frequenza il film idrolipidico, la pelle rimane esposta all’ambiente circostante senza
protezione. Appena sudiamo e i batteri del cattivo odore riescono a intrufolarsi di
nuovo, puzziamo ancora di più. È un circolo vizioso.
Batteri in cristalli di iodio.

Nuovi metodi

Un team di Gent sta attualmente sperimentando un nuovo metodo. Questi ricercatori


combattono la puzza di sudore con i batteri. Disinfettano le ascelle di volontari, le
spalmano di batteri inodori e controllano l’orologio. Un paio di minuti dopo la
persona di turno può indossare di nuovo la camicia e tornare a casa. I volontari
vengono poi invitati di nuovo in laboratorio e una squadra di esperti li annusa. I
primi risultati sono abbastanza soddisfacenti: in alcuni casi, i batteri inodori riescono
ad allontanare quelli puzzolenti.
Lo stesso metodo viene utilizzato a Düren contro il fetore dei bagni pubblici. Una
ditta dispone di una miscela di microbi utilizzabile come detergente. Il miscuglio di
batteri neutri si diffonde, prendendo il posto di quelli maleodoranti. L’idea di pulire i
servizi sanitari con dei batteri è geniale; purtroppo, però, i proprietari dell’azienda
in questione non vogliono svelare la composizione batterica del prodotto, e questo
complica il compito di valutarne la validità a livello scientifico. La città di Düren
sembra comunque piuttosto soddisfatta dell’esperimento.
Questo utilizzo dei batteri dimostra una cosa molto bella: pulire non significa
eliminare tutti i microbi. La pulizia è un sano equilibrio fra un’adeguata quantità di
batteri buoni e un numero ridotto di batteri cattivi. In altre parole: una protezione
intelligente dai pericoli veri e magari un incremento mirato delle forze del bene.
Tenendo conto di tutto ciò, si può anche concordare con certe perle di saggezza
antica, tipo quelle che ci regala la scrittrice americana Suellen Hoy: «From the
perspective of a middle-class American woman (also a seasoned traveler) who has
weighed the evidence, it is certainly better to be clean than dirty.»1

Antibiotici

Gli antibiotici uccidono in modo molto efficace gli agenti patogeni pericolosi. E le
loro famiglie. E i loro amici. E i loro conoscenti. E lontani conoscenti di conoscenti.
Sono le armi migliori per eliminare i batteri pericolosi... e anche le armi più
pericolose per sterminare i microbi migliori. Chi produce la maggior parte degli
antibiotici? I batteri. Come, prego?
Gli antibiotici sono armi con cui i funghi e i batteri nemici si combattono a
vicenda.
Da quando i ricercatori hanno fatto questa scoperta, nelle ditte farmaceutiche
vengono coltivate masse di batteri. In enormi contenitori di liquidi (con una capienza
di centomila litri) cresce una quantità inimmaginabile di batteri. Loro producono
antibiotici, noi ripuliamo il risultato e ne ricaviamo compresse. Il prodotto si vende
bene, soprattutto negli Stati Uniti: da uno studio sugli effetti degli antibiotici sulla
flora intestinale, è emerso che nella zona di San Francisco e dintorni, solo due
persone non avevano preso antibiotici nel corso dei due anni precedenti. Un tedesco
su quattro assume antibiotici in media una volta all’anno. Il più delle volte vengono
usati per combattere “raffreddori”. Simili notizie sono come pugnalate al cuore per
qualsiasi microbiologo. Spesso il raffreddore non è di origine batterica, bensì virale!
Gli antibiotici hanno tre modalità di funzionamento: ammazzano i microbi
riempiendoli di buchi, avvelenandoli oppure rendendoli incapaci di riprodursi.
Questi farmaci non sono semplicemente adatti ai virus.
Ecco perché contro molti raffreddori gli antibiotici non servono a niente. Se dopo
la cura ci si sente meglio, è solo grazie all’effetto placebo o al lavoro del nostro
stesso sistema immunitario. In compenso, l’antibiotico uccide molti microbi utili e
quindi ci fa male. Per evitarlo, in caso di infezioni ambigue, si può andare dal medico
a farsi fare un test della procalcitonina per stabilire se il raffreddore sia di origine
batterica o virale. Il costo varia da paese a paese (25 euro in Germania) e di solito
non viene pagato dal servizio sanitario nazionale. Si dovrebbe prendere in
considerazione questa possibilità soprattutto se l’infezione di dubbia origine è stata
presa da un bambino piccolo.
A volte, invece, gli antibiotici sono necessari. In tal caso, i vantaggi superano di
gran lunga gli svantaggi; per esempio, in presenza di gravi polmoniti o infezioni che,
soprattutto nei bambini, rischiano di causare danni permanenti alla salute. In questi
casi, una piccola compressa può salvare la vita. Gli antibiotici bloccano la
proliferazione dei batteri, dopo di che interviene il sistema immunitario uccidendo gli
ultimi agenti patogeni e noi ci riprendiamo in fretta. È vero che c’è un prezzo da
pagare, ma ne vale sicuramente la pena.
La conseguenza più frequente è la diarrea. Oppure, quando andiamo al gabinetto
di mattina, notiamo un evidente incremento della produzione. Per dirla senza mezzi
termini: sono masse di batteri intestinali morti. La compressa di antibiotico non vola
dalla bocca al naso raffreddato, bensì scivola direttamente nello stomaco e da lì
nell’intestino. Prima che arrivi al sangue e quindi anche al naso, ma non solo, la
colonia batterica nell’intestino viene innanzi tutto bucherellata, poi avvelenata e
infine resa incapace di riprodursi. Ne risulta una strage impressionante, che si potrà
osservare durante la successiva seduta al gabinetto.
Gli antibiotici sono in grado di modificare la flora intestinale, innanzi tutto
diminuendo la biodiversità. Persino le capacità dei microbi possono risultare alterate;
per esempio, quanto colesterolo verrà assimilato? Saranno prodotte vitamine? (Come
la H, amica della pelle.) Quali cibi saranno valorizzati? Secondo alcuni primi studi
condotti a Harvard e a New York, gli antibiotici che modificano maggiormente la
flora intestinale sono il metronidazolo e la gentamicina.
Particolarmente problematico è l’effetto degli antibiotici sui bambini piccoli e sui
pazienti più anziani. La loro flora intestinale è molto più instabile e ha maggiore
difficoltà a riprendersi, una volta terminata la cura. Da alcuni studi eseguiti in Svezia
è emerso che la flora intestinale di alcuni bambini era ancora chiaramente alterata a
due mesi di distanza dalla somministrazione: i batteri potenzialmente cattivi erano
aumentati, mentre quelli buoni, come i lattobacilli e i bifidobatteri, erano diminuiti.
Gli antibiotici utilizzati erano l’ampicillina e la gentamicina. Poiché i bambini
esaminati erano solo nove, lo studio non è particolarmente significativo in sé, ma
rimane comunque unico nel suo genere. In ogni caso, simili risultati vanno trattati
con prudenza.
Uno studio più recente eseguito su pensionati irlandesi ha evidenziato una chiara
differenziazione: alcuni paesaggi intestinali si riprendevano benissimo dalla cura
antibiotica, altri rimanevano durevolmente modificati. Tutt’ora non sappiamo ancora
perché. Per indicare la capacità di un intestino di ritrovare la propria stabilità dopo
esperienze traumatiche, viene impiegato un termine diffuso anche in psicologia, e
cioè “resilienza”.
Benché utilizziamo antibiotici da oltre cinquant’anni, gli studi sui loro effetti a
lungo termine si contano quasi sulle dita di una mano. Il motivo è di natura tecnica:
le apparecchiature necessarie a condurre questi studi sono state realizzate solo pochi
anni fa. L’unico effetto collaterale accertato è lo sviluppo di una resistenza. A due
anni di distanza dall’assunzione di antibiotici, nell’intestino permangono batteri
nocivi, che condividono con i loro pro-pronipoti ricordi del tempo di guerra.
Si erano opposti all’antibiotico ed erano sopravvissuti. E per un buon motivo.
All’epoca avevano sviluppato tecniche di resistenza, per esempio, incorporando
pompette nelle loro pareti cellulari. Con quelle avevano espulso da sé l’antibiotico,
proprio come i vigili del fuoco pompano l’acqua fuori dalle cantine allagate. Alcuni
batteri si travestono per non farsi riconoscere e bucherellare dagli antibiotici. Altri
sfruttano la loro capacità di scomporre le sostanze: costruiscono attrezzi per demolire
persino gli antibiotici.

Il fatto è questo: è raro che gli antibiotici uccidano tutti i batteri. Ammazzano
alcune comunità, a seconda del veleno utilizzato. Ci sono sempre batteri che
sopravvivono o diventano guerrieri esperti. Sono precisamente questi ultimi a creare
problemi quando ci si ammala gravemente: più resistenze hanno sviluppato, più sarà
difficile sconfiggerli con gli antibiotici.
Ogni anno in Europa muoiono molte migliaia di persone a causa di batteri
talmente coriacei da non poter essere sgominati da nessun antibiotico. Quando il
sistema immunitario si è indebolito a causa di un’operazione o quando, dopo lunghe
terapie antibiotiche, i microbi resistenti sono ormai in netta maggioranza, la
situazione diventa pericolosa. E se non vengono elaborati nuovi farmaci è solo perché
non è un settore redditizio per l’industria farmaceutica.
Chi desidera tenersi alla larga dalle guerre intestinali sferrate dagli antibiotici,
farebbe bene a seguire questi quattro consigli:

1. Non prendere inutilmente antibiotici. E se è proprio necessario, non


interrompere la cura prima del tempo, e questo perché i combattenti della
resistenza non troppo abili a un certo punto si arrendono e possono essere
eliminati. In tal modo, restano solo i microbi che sarebbero rimasti comunque.
Gli altri, perlomeno, li abbiamo fatti fuori.
2. Carne biologica. Le resistenze variano da paese a paese. È davvero scioccante
constatare la stretta relazione che intercorre fra queste e gli antibiotici impiegati
negli allevamenti di bestiame destinato al macello. In paesi come l’India o la
Spagna, praticamente non vengono controllati i quantitativi di antibiotici
somministrati agli animali. Così facendo, si allevano enormi zoo di resistenza
negli intestini. Ecco perché in quelle zone anche gli esseri umani hanno molte
più probabilità di contrarre infezioni incurabili che in altre parti del mondo. In
Germania, perlomeno, esistono delle regole, che però sono ridicolmente
imprecise. Così molti veterinari ne approfittano lucrando sul “commercio
semilegale di antibiotici”. È solo dal 2006 che l’UE ha imposto il divieto di
mischiare antibiotici ai mangimi per “aumentare le prestazioni” del bestiame.
Aumentare le prestazioni significa, fra le altre cose, evitare di morire a causa di
infezioni prese in una fetida stalla sovraffollata. Questo tipo di prestazione viene
aumentato alla grande dagli antibiotici. Agli animali allevati nelle stalle
biologiche possono essere somministrate quantità ridotte di antibiotici; se per
caso le dosi vengono superate, la carne non può più recare il sigillo bio. Se
possibile, è meglio spendere qualche euro in più per opporsi agli zoo di
resistenza e favorire la pace intestinale. Anche se non si nota immediatamente, è
un investimento per un futuro migliore.
3. Lavare bene frutta e verdura. Anche questo c’entra con l’allevamento del
bestiame, perché gli escrementi degli animali sono spesso utilizzati come
concime. I liquami arrivano nei campi. In Germania la frutta e la verdura non
vengono analizzate per escludere la presenza di eventuali residui di antibiotici o
di batteri intestinali resistenti. Latte, uova e carne vengono perlomeno
controllati perché non superino determinati valori limite. Ecco perché conviene
lavare frutta e verdura una volta di più, piuttosto che una volta di meno. Anche
quantità ridotte di antibiotici possono aumentare la resistenza dei microbi.
4. Tenere gli occhi ben aperti in vacanza. In ferie, una persona su quattro si porta a
casa batteri altamente resistenti. La maggior parte scompare dopo un paio di
mesi, alcuni rimangono più a lungo con noi. La prudenza è d’obbligo soprattutto
in paesi problematici dal punto di vista delle infezioni batteriche come l’India. In
Asia e in Medio Oriente bisognerebbe ricordarsi di lavarsi spesso le mani, di
pulire con cura frutta e ortaggi, se necessario immergendoli in acqua bollente.
Anche l’Europa meridionale non è del tutto priva di problemi di questo tipo.
«Cook it, peal it or leave it» cioè «cuocilo, sbuccialo o lascia perdere», non serve
solo a proteggersi dalla diarrea, bensì anche da resistenti souvenir indesiderati
per sé e tutta la famiglia.

Esistono alternative agli antibiotici?

Le piante (i funghi, come per esempio quello della penicillina, non sono piante)
producono antibiotici che funzionano da secoli senza produrre resistenze. Quando le
piante si rompono oppure si riempiono di buchi, nei punti interessati devono
formarsi sostanze antibatteriche, altrimenti sarebbero immediatamente prese
d’assalto da microrganismi famelici. I primi sintomi di raffreddore, infezione alle vie
urinarie e infiammazione della bocca o della zona faringea possono essere curati con
antibiotici naturali in forma concentrata acquistabili in farmacia. Per esempio, ci
sono prodotti realizzati con estratti di senape, rafano, camomilla o salvia. Alcuni sono
in grado di ridurre non solo i batteri, ma anche i virus. In tal modo, il sistema
immunitario ha meno lavoro da fare e più chance di cacciare i germi cattivi.
Rimedi naturali di questo tipo non sono indicati per le malattie gravi o che si
trascinano per molto tempo senza mostrare miglioramenti sensibili. Anzi, rischiano
addirittura di essere dannosi, in quanto ritardano l’impiego di efficaci antibiotici.
Negli ultimi anni sono aumentati notevolmente i casi di bambini che hanno subito
danni al cuore e alle orecchie a causa di un’infezione. Spesso questo succede perché
i genitori desiderano evitare di dare troppi antibiotici ai loro figli. Purtroppo, simili
decisioni rischiano di avere conseguenze fatali. Un medico competente non prescrive
antibiotici a cuor leggero, ma se ce n’è bisogno, lo dice chiaramente.
Con gli antibiotici vengono messi in atto piccoli giochi di potere: noi ci armiamo in
grande stile contro pericolosi batteri; loro, per tutta risposta, si armano con
resistenze ancora più pericolose. La ricerca farmaceutica, dal canto suo, dovrebbe
rinnovare i propri arsenali. Quando prendiamo antibiotici, scendiamo a un
compromesso. Sacrifichiamo i nostri batteri buoni nella speranza di sconfiggere
quelli cattivi. Per un leggero raffreddore, è uno scambio svantaggioso; in caso di
malattie più gravi, è un ottimo affare.
Non esiste ancora un modo per proteggere determinate specie batteriche
intestinali. Possiamo dire con certezza che dall’invenzione degli antibiotici a oggi
sono stati distrutti tanti cimeli di famiglia. I posti liberati nell’intestino dovrebbero
essere occupati da esemplari il più possibile benefici, ed è per questo che esistono i
probiotici. Una volta scampato il pericolo, aiutano a ripristinare un sano equilibrio
nella pancia.
Probiotici

Ogni giorno ingoiamo molti miliardi di batteri vivi. Si trovano nel cibo crudo, alcuni
sopravvivono anche alla cottura, ci mordicchiamo ignari le dita, ingoiamo i batteri
della nostra bocca oppure baciamo il paesaggio batterico di altre persone. Una
piccola parte di essi sopravvive persino ai potenti acidi gastrici e al flusso incalzante
della digestione e arriva ancora viva nell’intestino crasso.
La maggioranza di questi batteri è sconosciuta, forse non ci fanno nulla, oppure
hanno qualche effetto benefico ancora ignoto. Alcuni di essi sono agenti patogeni;
normalmente, però, non possono nuocerci, perché sono troppo pochi. Solo una
minima parte di microbi è stata esaminata a fondo e dichiarata ufficialmente
“benefica”. Questi batteri hanno il diritto di chiamarsi probiotici.
Al supermercato ci fermiamo di fronte a uno scaffale refrigerato e leggiamo la
parola “probiotici” su un pacco di yogurt. In realtà, non abbiamo idea di che cosa
significhi di preciso e di come funzionino queste sostanze, ma molti di noi hanno
ancora in mente la pubblicità: rafforzano il sistema immunitario, la zia costipata
torna subito a espletare le sue funzioni quotidiane e li consiglia alla sue amiche.
Sembra una buona idea, anch’io sono pronto a spendere un euro in più per tutto
questo, e allora puff, i probiotici finiscono nel carrello della spesa, poi nel frigorifero
di casa e infine nel nostro intestino.
La gente mangia da sempre batteri probiotici. Senza di loro non ci saremmo
neppure. Probabilmente, l’avranno capito anche quei sudamericani che portarono le
loro donne incinte al Polo Sud, affinché partorissero laggiù. La speranza era quella
di poter attingere un giorno legittimamente alle riserve di petrolio dell’Antartide
grazie ai diritti acquisiti dai figli “nativi del luogo”. Il risultato: i neonati morirono
durante il viaggio di ritorno. Il Polo Sud è talmente freddo e privo di microbi che i
piccoli non ricevettero semplicemente un corredo batterico sufficiente. Il ritorno a
condizioni climatiche normali e la presenza di microbi sulla strada bastarono a
uccidere i neonati.
I batteri benefici rappresentano una parte importante della nostra vita e sono
sempre con noi e tutt’intorno. I nostri antenati non lo sapevano, ma facevano tante
cose giuste: proteggevano i loro alimenti dai batteri della decomposizione,
affidandoli ad altri batteri, in grado, per esempio, di conservarli. In tutte le culture
del mondo ci sono piatti tradizionali preparati con l’aiuto di utili microbi. In
Germania, per esempio, ci sono i crauti, i cetrioli in conserva e il pane di pasta acida.
In Francia, la crème fraîche, in Svizzera, il formaggio groviera, in Italia, il salame e
le olive, in Turchia, l’ayran: tutte queste ghiottonerie non potrebbero esistere senza i
microbi.
Dall’Asia provengono innumerevoli specialità con queste caratteristiche: la salsa di
soia, il tè kombucha, la zuppa di miso, il kimchi coreano, il lassi indiano. Per quanto
riguarda invece l’Africa, ricordiamo il fufu... e la lista potrebbe andare avanti
all’infinito. Questi alimenti vengono elaborati dai batteri e a quel punto si chiamano
“fermentati”. Nel processo si creano spesso degli acidi che modificano il sapore di
certe verdure e dello yogurt. Attraverso gli acidi e i numerosi batteri benefici, il cibo
viene protetto da pericolosi germi. La fermentazione è la tecnica più antica di
conservazione del cibo.
Un tempo le colture batteriche erano varie quanto le specialità gastronomiche.
Nel latte acido di una famiglia del Palatinato c’erano batteri diversi rispetto a quelli
contenuti nell’ayran di una famiglia dell’Anatolia. Nei paesi del sud si utilizzavano
batteri che lavoravano bene ad alte temperature, in quelli del nord, microbi con un
debole per una temperatura inferiore.
Lo yogurt, il latte acido o altri prodotti fermentati sono nati per caso. Qualcuno
aveva lasciato il secchio del latte fuori e ci erano finiti dentro dei microbi (forse
provenienti direttamente dalla mucca, o magari dall’aria durante la mungitura), il
latte si rapprese e fu così che nacque un alimento nuovo. Se nel latte cadeva un tipo
di batterio particolarmente buono, al prodotto della mungitura successiva veniva
aggiunta una cucchiaiata di yogurt affinché se ne formasse dell’altro. Un tempo i
team di batteri che lavoravano allo yogurt non erano composti da specie selezionate
come oggi, bensì molto più varie.
La varietà di batteri che si trovano nei cibi fermentati è fortemente diminuita. Con
l’industrializzazione, i processi di produzione sono stati regolati ed è stato imposto
l’impiego di particolari batteri selezionati in laboratorio. Oggi il latte viene riscaldato
in fretta dopo la mungitura per eliminare eventuali agenti patogeni. Purtroppo, il
procedimento uccide anche potenziali batteri da yogurt. Ecco perché non possiamo
lasciare il latte acquistato al supermercato a fermentare, nella speranza che si formi
chissà quando dello yogurt.
Molti alimenti un tempo ricchi di batteri oggi non vengono più conservati per
mezzo di microbi, bensì con l’aceto: per esempio, la maggior parte dei cetrioli. In
alcuni casi, vengono fatti fermentare con i batteri, poi però vengono riscaldati
affinché i microrganismi muoiano; lo stesso succede con i crauti in vendita al
supermercato. Ormai i crauti freschi si trovano quasi solo nei negozi di prodotti
dietetici.
Già all’inizio degli anni Venti del secolo scorso il mondo della scienza aveva intuito
l’importanza dei batteri buoni per noi. All’epoca, il premio Nobel Ilja Metchnikoff si
interessò di yogurt. Decise di osservare il lavoro dei contadini delle montagne della
Bulgaria. Spesso campavano più di cent’anni ed erano di ottimo umore. Metchnikoff
ipotizzò che il loro segreto si celasse nelle bisacce in cui trasportavano il latte delle
loro vacche. I contadini percorrevano lunghe distanze e quando arrivavano a casa, il
latte si era trasformato in latte acido o yogurt. Secondo lo scienziato, l’effetto
benefico derivava proprio dall’assunzione regolare di questi prodotti dei batteri. Nel
suo libro intitolato Il prolungamento della vita ipotizzò che i microbi buoni fossero in
grado di farci vivere meglio e più a lungo. Grazie alle sue osservazioni, i batteri
smisero di essere considerati semplici componenti dello yogurt, bensì anche
importanti generatori di salute. Purtroppo, però, la scoperta arrivò al momento
sbagliato. In fondo, i microbi erano stati scoperti poco tempo prima in quanto agenti
patogeni. Il microbiologo Stamen Grigorov, che pure nel 1905 aveva scoperto il
batterio dello yogurt di cui parlava Metchnikoff, il Lactobacillus bulgaricus, si dedicò
alla lotta alla tubercolosi. Nel 1940, grazie all’efficacia degli antibiotici, la questione
era ormai chiusa; meno batteri c’erano, meglio era.
Se le osservazioni di Ilja Metchnikoff e il batterio di Grigorov sono comunque
riusciti ad arrivare sugli scaffali dei nostri supermercati, lo dobbiamo ai neonati. Le
madri che non potevano allattare erano spesso in difficoltà con il latte in polvere: i
loro figli si ammalavano più frequentemente di diarrea. L’industria del latte artificiale
reagì con stupore, perché gli ingredienti erano identici a quelli del vero latte
materno. Che cosa poteva mancare? I batteri! Proprio quelli che amano appostarsi
sui capezzoli delle madri e che popolano numerosi soprattutto gli intestini dei
bambini allattati al seno: bifidobatteri e lattobacilli. Scompongono il lattosio (lo
zucchero del latte) e producono acido lattico (lattato) e per questo rientrano nella
categoria dei batteri dell’acido lattico. Utilizzando lattobacilli casei Shirota, un
ricercatore giapponese inventò uno yogurt che le madri inizialmente potevano
acquistare solo in farmacia. Se si somministrava giornalmente ai bambini un po’ di
questo prodotto, soffrivano meno di diarrea. Fu così che la ricerca industriale
abbracciò le idee di Metchnikoff... con batteri da bebè e obiettivi meno ambiziosi.
Lo yogurt normale contiene perlopiù Lactobacillus bulgaricus. Tuttavia, non è
proprio identico a quello dei contadini caucasici. La specie scoperta da Stamen
Grigorov oggi viene chiamata Lactobacillus helveticus, specie bulgaricus. I batteri
non sono particolarmente resistenti alla digestione e arrivano solo in quantità ridotte
ancora vivi nell’intestino; d’altro canto, perché abbiano alcuni effetti sul sistema
immunitario, non è neppure così importante che siano vivi: spesso alle cellule
immunitarie basta vedere qualche spoglia di batterio morto per sentirsi più motivate
all’azione.
Lo yogurt probiotico contiene batteri che la ricerca ha prodotto pensando alla
diarrea dei neonati: se possibile, devono arrivare vivi all’intestino crasso. I batteri
che riescono a resistere alla digestione sono per esempio il Lactobacillus rhamnosus,
il Lactobacillus acidophilus o il già menzionato Lactobacillus casei Shirota. Microbi
così arzilli in teoria dovrebbero combinare qualcosa di più nel basso intestino. La
loro efficacia è stata provata anche da studi scientifici, che però, a quanto pare, non
hanno convinto l’Autorità europea per la sicurezza alimentare. Gli slogan pubblicitari
che enfatizzavano gli effetti “miracolosi” sul sistema immunitario di Yakult, Actimel e
compagnia bella sono stati infatti vietati.
Per giunta, non si può essere sicuri al cento per cento che una quantità sufficiente
di probiotici arrivi nell’intestino. Un buco nella catena del freddo o una digestione
particolarmente acida o lenta potrebbero far invecchiare i batteri prima del tempo.
Naturalmente, non è una tragedia, ma forse in tal caso lo yogurt cessa di avere le sue
qualità probiotiche e rimane solo uno yogurt normale. Per influenzare l’enorme
ecosistema intestinale, dovrebbe arrivare a destinazione circa un miliardo di batteri
(109).
Per riassumere: lo yogurt può far bene comunque, anche se non tutti tollerano
elevate quantità di albumina del latte o grasso animale. La buona notizia: esiste un
mondo dei probiotici al di fuori dello yogurt. Attualmente, i ricercatori stanno
eseguendo esperimenti con batteri selezionati. Somministrano microbi direttamente
alle cellule intestinali su piatti di Petri, servono cocktail batterici ai topi e offrono ai
volontari capsule piene di esserini minuscoli. Nel corso della ricerca sui probiotici,
abbiamo osservato circa tre ambiti in cui i nostri batteri buoni sfoderano capacità
portentose.

1. Massaggio e balsamo

Molti batteri probiotici si prendono cura del nostro intestino. Possiedono geni per
produrre piccoli acidi grassi come l’acido butirrico. Quest’ultimo ammorbidisce e
rafforza i villi enterici che, ben curati, diventano più stabili e grandi di quelli
trascurati. Più sono grandi, più ci permettono di assorbire nutrimento, minerali e
vitamine. Più sono stabili, meno spazzatura lasciano passare. Il risultato: al nostro
corpo vengono servite molte sostanze nutrienti e poche nocive.

2. Servizio di sicurezza

I batteri benefici difendono il nostro intestino: in fin dei conti, è la loro patria, e non
sono tanto disposti a cedere il proprio territorio a batteri nocivi. Ecco perché a volte
si trovano proprio nei punti in cui gli agenti patogeni amano infettarci. Se arriva un
germe cattivo, si fanno trovare sorridenti al suo posto preferito, posano la borsa sul
sedile accanto e gli lasciano meno spazio possibile. Se quello si rifiuta di cogliere
l’antifona, non c’è problema: i batteri del servizio di sicurezza conoscono altri
trucchi. Per esempio, producono piccole quantità di antibiotici e anticorpi per
cacciare i batteri nelle loro vicinanze. Oppure utilizzano diversi acidi; questi non
proteggono solo lo yogurt e i crauti dai batteri della decomposizione, bensì fanno in
modo che l’acidità renda l’intestino ancora più inospitale per i germi patogeni.
Un’ulteriore possibilità è quella di rubare loro cibo (chi ha fratelli o sorelle, forse sa
di che cosa sto parlando). Alcuni batteri probiotici sembrano divertirsi a soffiare loro
il mangiare da sotto il naso. A un certo punto, persino i teppisti si stancano e gettano
la spugna.

3. Bravi consulenti e trainer

Last but not least, i batteri sono i migliori esperti in materia di flora microbica.
Quando collaborano con il nostro intestino e le sue cellule immunitarie, otteniamo da
loro importanti informazioni riservate e buoni consigli: che aspetto hanno le diverse
spoglie di batteri? Quanto muco protettivo deve essere formato? Quanti anticorpi
batterici o defensine devono produrre le cellule dell’intestino? Il sistema immunitario
deve reagire in modo più attivo alle sostanze estranee o accettare tranquillamente le
novità?
Un intestino sano possiede molti batteri probiotici. Noi beneficiamo delle loro
capacità ogni giorno e ogni secondo della nostra vita. A volte, le nostre comunità
batteriche possono subire degli attacchi. Ciò può accadere a causa di antibiotici,
oppure di una cattiva alimentazione, di malattie o dello stress. I nostri intestini,
allora, sono meno curati e di conseguenza viene a diminuire la loro capacità di
proteggerci e consigliarci. In questi casi, è un bene che alcuni risultati della ricerca
di laboratorio siano a disposizione di tutti in farmacia. Così possiamo dotarci di
batteri vivi, cioè assumere manodopera in più nei periodi di difficoltà.
Funzionano contro la diarrea. In questo campo, i probiotici danno il meglio di sé.
In caso di influenza gastrointestinale o diarrea causata da antibiotici, diversi batteri
in vendita in farmacia aiutano ad attenuare le scariche e in media le fanno passare
con un giorno di anticipo. A differenza della maggior parte degli altri farmaci contro
la diarrea, non hanno effetti collaterali, ecco perché sono preziosi soprattutto per i
bambini piccoli e per gli anziani. In presenza di malattie intestinali come la colite
ulcerosa o la sindrome da colon irritabile, i probiotici sono in grado di ritardare gli
accessi diarroici o infiammatori.
Fanno bene al sistema immunitario. Per le persone cagionevoli può essere indicato
provare diversi tipi di probiotici, soprattutto nella stagione del raffreddore. Se vi
sembrano troppo costosi, potete anche mangiare un vasetto di yogurt al giorno,
perché i batteri non devono per forza essere vivi per avere determinati effetti
benefici. Alcuni studi dimostrano che l’assunzione regolare di probiotici riduce –
soprattutto fra gli anziani e gli atleti sottoposti ad allenamenti impegnativi –
l’incidenza e la gravità delle malattie da raffreddamento.
Forse proteggono dalle allergie. In questo caso, l’efficacia dei probiotici non è
provata. Ciononostante, sono consigliabili per i bambini ad alto rischio di allergie e
dermatite atopica. Alcuni studi hanno dimostrato le loro virtù protettive in tal senso,
altri no. Va detto però che spesso sono stati impiegati batteri diversi. Personalmente
credo che in questi casi sia sempre meglio abbondare che scarseggiare. Di sicuro, i
probiotici non fanno male ai bambini allergici. In alcuni studi, si è riusciti ad
attenuare i sintomi di allergia o dermatite atopica già in corso.
Negli ultimi tempi, ha dato risultati promettenti anche la ricerca in ambiti molto
attuali e meno studiati rispetto a quelli della diarrea, delle malattie intestinali e del
sistema immunitario. Mi riferisco ai disturbi digestivi, alla diarrea del viaggiatore,
all’intolleranza al lattosio, al sovrappeso, alle infiammazioni articolari e anche al
diabete.
Se si desidera tentare di curare uno di questi disturbi (per esempio, in presenza di
stitichezza o flatulenza) con i probiotici, i farmacisti non sono in grado di
raccomandare nessun preparato di provata efficacia. In questo campo, il settore
farmaceutico non è più avanti della ricerca: bisogna fare un po’ di tentativi da soli
finché non si trova un batterio che funziona. Basta leggere sulla confezione che cosa
si sta prendendo; se dopo quattro settimane di assunzione non si vedono
miglioramenti, si può tentare di nuovo con una o due specie microbiche diverse.
Alcuni gastroenterologi sono in grado di consigliare quali batteri potrebbero dare
buoni risultati.
Per tutti i probiotici valgono le stesse regole: devono essere presi regolarmente
per quattro settimane circa e consumati entro la data di scadenza indicata sulla
confezione (altrimenti non sopravvivono abbastanza a lungo per fare effetto
nell’enorme ecosistema intestinale). Prima di acquistare prodotti probiotici,
bisognerebbe comunque chiedere se siano indicati per i disturbi di cui si soffre. I
batteri possiedono geni diversi, alcuni agiscono meglio come consulenti del sistema
immunitario, altri sono più bellicosi contro gli agenti patogeni della diarrea.
A oggi i probiotici più studiati sono i batteri lattici (lattobacilli e bifidobatteri,
altrimenti noti come fermenti lattici probiotici) e il Saccharomyces boulardii, che è
un lievito e in questo libro non ha ricevuto l’attenzione che merita. Infatti, non
essendo un batterio, lo amo di meno. Tuttavia, come lievito, ha un evidente
vantaggio, rispetto ai microbi: gli antibiotici non possono fargli nulla di male.
Quando durante una cura antibiotica facciamo stragi di batteri, il Saccharomyces
può intervenire senza problemi, proteggendoci da malefici opportunisti e persino
legando sostanze tossiche. Purtroppo, però, ha anche più effetti collaterali dei
probiotici batterici: in caso di intolleranza, può causare per esempio eruzioni
cutanee.
Di fatto, però, a parte uno o due lieviti, i probiotici che conosciamo sono quasi
esclusivamente batteri lattici, e questo dimostra che la ricerca in questo campo è solo
agli inizi! Di norma, infatti, i lattobacilli non sono molto numerosi nella flora
intestinale degli adulti ed è presumibile che i Bifidus non siano gli unici microbi
salutari che possiamo trovare nell’intestino crasso. Finora esiste solo un’altra specie
ugualmente ben studiata, e cioè quella dell’Escherichia coli Nissle 1917.
Questo tipo di E.coli fu isolato dalle feci di un soldato appena tornato dalla guerra
nei Balcani: tutti i suoi commilitoni avevano sofferto di una forma grave di
dissenteria, mentre lui era stato l’unico a esserne risparmiato. Molti studi condotti
successivamente dimostrarono che questo batterio può aiutare a contrastare la
diarrea e le malattie intestinali e a rafforzare un sistema immunitario indebolito. Il
soldato è ormai morto da molto tempo, ma noi continuiamo a moltiplicare i suoi
talentuosi E.coli nei laboratori medici e a sistemarli impacchettati sugli scaffali delle
farmacie, in modo che giovino ad altri intestini.
L’attuale efficacia di tutti i probiotici ha però un limite: i batteri che
somministriamo sono selezionati in laboratorio a uno a uno. Appena si smette di
assumerli ogni giorno, il più delle volte scompaiono subito dall’intestino. Ogni
intestino è diverso dall’altro, esistono team di microbi che si aiutano a vicenda
oppure si combattono; chi ruzzola giù all’improvviso, non ha molte chance di imporsi
nella suddivisione dei posti. Ecco perché al momento i probiotici funzionano
soprattutto come cura intestinale. Se si interrompe la terapia, tocca alla flora
batterica autoctona portare avanti il lavoro. Al fine di garantire risultati a lungo
termine, da qualche tempo si accarezza l’idea di mettere in atto una strategia di
squadra mista: più batteri che si aiutano a vicenda a insediarsi in territori
sconosciuti, si incaricano dello smaltimento rifiuti degli altri oppure producono cibo
per i colleghi.
Alcuni prodotti in vendita in farmacia, in drogheria o al supermercato si basano
già su questo principio del miscuglio di batteri lattici conosciuti. In effetti, lavorando
in squadra possono risultare più efficaci. L’idea di installare stabilmente questi
batteri nell’intestino è splendida, ma i risultati lasciano un po’ a desiderare... per
usare un eufemismo.
D’altra parte, la strategia del “team mix”, se messa in atto con forza, ha
un’efficacia davvero impressionante. Per esempio, nella terapia delle infezioni da
Clostridium difficile. Si tratta di batteri che sopravvivono facilmente agli antibiotici e
sono in grado di occupare tutti gli spazi rimasti vuoti nell’intestino. Chi è affetto da
questa patologia, a volte soffre per diversi anni di diarree mucose e sanguinolente
che nessun antibiotico o preparato di probiotici è in grado di tenere a bada. Una
malattia come questa non è solo sfibrante dal punto di vista fisico, ma porta alla
disperazione.
In situazioni d’emergenza come questa, i medici devono attingere a tutta la loro
creatività. Oggi esistono coraggiosi professionisti che effettuano trapianti di
compatte squadre di veri batteri intestinali di tutti i tipi prelevati da persone sane.
Fortunatamente, l’operazione è abbastanza semplice (nella medicina veterinaria
questo metodo viene impiegato efficacemente da decenni). Bastano un po’ di
escrementi sani comprensivi di batteri e il gioco è fatto. Questo “team mix” perfetto
si chiama “trapianto di feci”. In forma medicinale, le feci non vengono somministrate
allo stato naturale, bensì purificate. Non importa se da dietro o davanti.
In tutti gli studi effettuati finora, il tasso di efficacia per i casi incurabili di
Clostridium difficile è del 90 per cento. Ben pochi farmaci vantano percentuali di
successo così elevate. Tuttavia, il procedimento può essere adottato solo nei casi
veramente disperati. Infatti, non si è ancora in grado di escludere del tutto la
possibilità di trasmissione di eventuali malattie o microbi potenzialmente dannosi di
altre persone. Alcune ditte farmaceutiche stanno già mettendo a punto prodotti
artificiali da trapianto con garanzia di “assenza di controindicazioni”. Se ci riescono
davvero, avremo fatto un autentico passo avanti.
I probiotici, infatti, possono esprimere tutto il proprio potenziale per mezzo di un
trapianto di batteri buoni in grado di moltiplicarsi in modo duraturo. Il trapianto ha
dato primi risultati positivi anche nella cura di casi gravissimi di diabete.
Attualmente, sono in corso studi per valutare se questo procedimento sia
eventualmente in grado di bloccare l’insorgenza del diabete di tipo 1.
Forse qualcuno potrebbe pensare che il collegamento fra feci e diabete sia un po’
azzardato. In realtà, però, è tutt’altro che fuorviante: non si tratta infatti solo di un
trapianto di batteri protettivi, bensì di un intero organo microbico, che contribuisce a
regolare il metabolismo e il sistema immunitario. Più del 60 per cento di questi
microbi intestinali è ancora a noi ignoto. La ricerca di specie batteriche in grado di
agire probioticamente è costosa, come lo è stata un tempo quella di principi attivi
efficaci. Stavolta, però, il rimedio vive insieme a noi. Ogni giorno e ogni pasto
influenzano anche il grande organo microbico, in modo positivo o negativo.

Prebiotici

Quando si parla di prebiotici, si intendono gli alimenti in grado di nutrire la


microflora benefica. I prebiotici sono molto più adatti all’uso quotidiano dei
probiotici e funzionano a una sola condizione: da qualche parte nell’intestino devono
esserci batteri buoni. Questi ultimi possono essere nutriti da alimenti prebiotici
affinché acquistino sempre più forza per contrastare i germi nocivi.
Essendo molto più piccoli di noi, i batteri vedono il cibo da una prospettiva del
tutto diversa. Ogni singolo granello di cibo diventa un evento straordinario, un
prezioso frammento di cometa. Tutte le sostanze che l’intestino tenue non può
assorbire vengono chiamate “fibre”. Eppure sono tutt’altro che inutili, soprattutto
per i batteri dell’intestino crasso, che le adorano. Non tutte indiscriminatamente, ma
alcune in particolare. Certi microbi amano le fibre degli asparagi non digerite, altri
preferiscono quelle della carne.
Non tutti i medici sanno di preciso perché consiglino ai propri pazienti di
mangiare più fibre alimentari. Prescrivono un abbondante nutrimento per i batteri
che giovano alla nostra salute. Finalmente ben pasciuti, i microbi intestinali sono
nelle condizioni di produrre abbastanza vitamine e acidi grassi sani e di allenare
come si deve il sistema immunitario. Tuttavia, nell’intestino crasso vive anche la flora
patogena che, con certi alimenti, è in grado di produrre indolo, fenolo o ammoniaca,
tutte sostanze che negli armadi per prodotti chimici vengono etichettate come
pericolose.
In questo consiste l’utilità dei prebiotici: le loro fibre possono essere mangiate
solo dai batteri buoni. Se funzionasse così anche per noi umani, la mensa sarebbe un
luogo pieno di rivelazioni! Lo zucchero bianco, per esempio, non è un prebiotico,
perché è gradito anche ai batteri della carie. I germi nocivi sono incapaci, o quasi, di
utilizzare i prebiotici, quindi neppure di servirsene per produrre sostanze dannose.
Nel frattempo, i microbi benefici si rafforzano e conquistano sempre più territorio.
Spesso, però, mangiamo poche fibre, e tanto meno prebiotici. La maggioranza
degli europei mangia solo circa la metà dei 30 grammi di fibre che dovremmo
assumere ogni giorno. Sono talmente poche che nell’intestino la concorrenza è
altissima e i batteri cattivi rischiano di avere il sopravvento.
Eppure non è difficile fare del bene a se stessi e ai propri batteri migliori. La
maggior parte della gente ha un alimento prebiotico prediletto, che può mangiare
spesso senza problemi. Mia nonna ha sempre dell’insalata di patate in frigorifero,
mio padre prepara una grandiosa insalata di cicoria con mandarini (consiglio: lavare
velocemente la cicoria in acqua calda, così perde il sapore amaro e rimane
croccante) e mia sorella ama gli asparagi o le scorzonere condite con la panna.
Questi sono esempi di piatti che piacciono anche ai bifidobatteri o lattobacilli.
Oggi sappiamo che amano le liliacee, le piante composite e anche l’amido resistente.
Le liliacee non comprendono solo porri e asparagi, bensì anche cipolle e aglio. Fra le
composite figurano cicoria e scorzonera, topinambur e carciofi.
L’amido resistente si forma per esempio lasciando raffreddare le patate e il riso
lessati: l’amido in tal modo si cristallizza e diventa ancora più resistente, appunto,
alla digestione. La “robusta” insalata di patate o il freddo riso del sushi forniranno
dunque più sostanze intatte ai microbi. Chi non avesse ancora un piatto prebiotico
prediletto, dovrebbe fare qualche tentativo. Mangiando regolarmente questo tipo di
alimenti, assisterà a un fenomeno divertente: di tanto in tanto, ne sentirà una voglia
pazza!
Chi si nutre soprattutto di alimenti poveri di fibre, come pasta, pane bianco o
pizza, non dovrebbe passare all’improvviso a porzioni abbondanti di piatti ricchi di
fibre, perché rischia di sopraffare la stanca comunità batterica: a quel punto, i
microbi impazziscono e metabolizzano tutto con troppo entusiasmo. Risultato: si
scoreggia come dei dannati. È dunque consigliabile aumentare gradualmente
l’apporto di fibre e non assumerne in quantità esagerate. In fin dei conti, mangiamo
in primo luogo per noi stessi e in secondo luogo per gli abitanti del nostro intestino.
Scoreggiare come dei dannati non è gradevole: la presenza di molto gas gonfia
l’intestino. Fare un po’ di aria invece è sano e doveroso. Siamo esseri viventi, nella
nostra pancia vive un piccolo mondo, che lavora sodo e produce tante cose. Così
come la Terra sopporta i nostri gas di scarico, anche noi dovremmo liberare
cortesemente quelli dei nostri microbi. È possibile che i peti facciano un rumore
buffo, ma non è detto che abbiano uno strano odore. Per esempio, i bifidobatteri e i
lattobacilli non producono cattivi odori. Chi non ha mai bisogno di fare peti, vuol dire
che lascia patire la fame ai propri batteri intestinali e non è un buon ospite di
microbi.
Carciofo, asparagi, cicoria, banana verde, topinambur, aglio, cipolla, pastinaca, scorzonera,
frumento (integrale), segale, avena, porro.

Chi invece lo vuole fare in modo mirato, può acquistare prebiotici puri
direttamente in drogheria o in farmacia. Per esempio, dalla cicoria viene isolato il
prebiotico inulina, dal latte i GOS (galatto-oligosaccaridi). Sono tutte sostanze
dall’effetto benefico scientificamente provato, che nutrono in modo abbastanza
efficace solo determinati bifidobatteri e lattobacilli.
I prebiotici sono stati studiati molto meno approfonditamente dei probiotici,
benché esistano già alcuni settori di impiego collaudati. I prebiotici nutrono i batteri
benefici affinché nell’intestino vengano prodotte meno tossine. Soprattutto se si
hanno problemi di fegato, l’intestino non riesce più a neutralizzare così bene i veleni
prodotti dai batteri cattivi, e a volte le conseguenze si fanno sentire. I veleni prodotti
dai batteri intestinali possono avere effetti diversi: stanchezza, tremori o addirittura
coma. In questi casi, in ospedale vengono spesso somministrati prebiotici altamente
concentrati. Di solito, il rimedio funziona.
I veleni batterici possono avere conseguenze anche su persone normalissime con il
fegato supersano. Per esempio, succede quando le poche fibre disponibili vengono
consumate all’inizio dell’intestino crasso e i microbi nel retto si avventano sulle
proteine indigerite. A volte, i batteri e la carne non sono una bella combinazione,
come si è visto con lo scandalo della carne avariata. Una quantità eccessiva di veleni
nella carne danneggia l’intestino crasso, e nei casi peggiori, può provocare un
tumore. Il cancro intestinale si sviluppa in percentuale più alta della media proprio
qui, nel retto. Ecco perché i prebiotici vengono testati soprattutto per la prevenzione
del cancro all’intestino. I primi studi condotti in questo campo hanno dato risultati
molto promettenti.
Prebiotici come i GOS sono interessanti perché vengono prodotti anche dal nostro
corpo. Il latte materno è composto al 90 per cento di GOS e al 10 per cento di altre
fibre indigeribili. Il latte di mucca contiene solo il 10 per cento di GOS.
Evidentemente, si tratta di sostanze importanti per i piccoli umani. Se questi ricevono
latte artificiale con l’aggiunta di un pochino di GOS in polvere, i loro batteri intestinali
assomigliano a quelli dei bambini allattati al seno. Stando ad alcuni studi, pare che
tendano anche a sviluppare meno allergie e dermatite atopica rispetto ad altri
neonati nutriti con latte artificiale. Dal 2005, l’aggiunta di GOS è consentita, ma non
obbligatoria.
Da allora i GOS hanno riscosso sempre maggiore interesse, e, nel frattempo, hanno
dimostrato di possedere un’ulteriore capacità, ossia quella di agganciarsi
direttamente alle cellule intestinali, soprattutto nei punti dove si annidano
solitamente gli agenti patogeni. Lì agiscono come piccoli scudi protettivi. I batteri
cattivi non riescono ad aggrapparvisi, e nei casi più fortunati, scivolano via. Grazie a
queste scoperte, attualmente sono in corso le prime sperimentazioni per testare
l’efficacia dei GOS contro la diarrea del viaggiatore.
L’inulina viene studiata da più tempo dei GOS. Essendo leggermente dolce e
gelatinosa, viene a volte impiegata nella produzione alimentare al posto dello
zucchero o dei grassi. Di solito, i prebiotici sono lunghe catene di zuccheri. Per
zucchero, intendiamo spesso una particolare molecola ricavata dalla barbabietola da
zucchero, ma ne esistono più di cento varietà. Se avessimo deciso di ricavare lo
zucchero industriale dalla cicoria, i dolciumi non sarebbero più peccati di gola che
fanno cariare i denti. Il “dolce” non fa male in sé e per sé: il fatto è che noi
mangiamo praticamente solo la variante insana.
Spesso i cibi etichettati con “senza zucchero” o con “meno grassi” ci fanno
un’impressione sinistra. Pare che edulcoranti come l’aspartame siano cancerogeni,
mentre altri dolcificanti utilizzati per tipici prodotti “light” vengono dati ai maiali
all’ingrasso. Lo scetticismo è dunque giustificato. Un prodotto contenente inulina al
posto dello zucchero e dei grassi può invece essere più sano di uno pieno di zucchero
e grassi animali. Vale quindi la pena di leggere attentamente la lista degli ingredienti
dei prodotti dietetici, perché in certi casi possiamo davvero concederci qualche sfizio
di gola con la coscienza a posto, e i batteri intestinali sono invitati a far merenda con
noi.
A differenza dei GOS, l’inulina non si lega bene alle nostre cellule. In uno studio
molto vasto e ben organizzato non si riuscì a dimostrare la sua efficacia contro la
diarrea del viaggiatore; tuttavia, i volontari cui era stata somministrata avevano
dichiarato di sentirsi nettamente meglio, mentre il gruppo di controllo cui era stato
dato solo un placebo non aveva confermato lo stesso effetto. Può presentarsi in
catene di diversa lunghezza e questo favorisce soprattutto una buona distribuzione
dei batteri benefici. Le catene di inulina corte vengono mangiate dai batteri all’inizio
dell’intestino crasso, quelle più lunghe alla fine.
Il cosiddetto ITF-mix, un miscuglio di catene di diversa lunghezza, dà buoni
risultati, dove più superficie = risultato migliore. Per esempio, nell’assorbimento del
calcio, per cui occorrono batteri che penetrano dappertutto nella parete intestinale.
In un esperimento su ragazze adolescenti, l’ITF-mix è riuscito ad aumentare del 20
per cento l’assorbimento di questa sostanza che fa bene alle ossa e può proteggere
dall’osteoporosi (ossa deboli) in età avanzata.
Il calcio è un ottimo esempio perché dimostra fin dove possono arrivare i
prebiotici: primo, per avere qualche effetto bisogna comunque assumere abbastanza
calcio; secondo, i prebiotici non fanno nulla, se il problema è generato da altri
organi. Negli anni della menopausa, a molte donne si indeboliscono le ossa. In
questo periodo le ovaie hanno la loro grande crisi di mezza età. Devono smettere di
produrre ormoni e imparare lentamente a godersi il relax degli anni della pensione.
Le ossa, però, sentono la mancanza degli ormoni! In presenza di osteoporosi, i
prebiotici non possono fare un granché.
Queste cose non vanno però sottovalutate. Nulla influenza la microflora intestinale
quanto l’alimentazione. I prebiotici sono i mezzi più potenti per rafforzare i batteri
benefici, cioè quelli che sono già presenti nell’intestino e ci rimangono.
Un’abitudinaria come mia nonna, che è dipendente dall’insalata di patate, incentiva
senza neppure saperlo la parte migliore del suo organo microbico. Il suo secondo
piatto preferito è la zuppa di porri. Tempo fa, quando a casa eravamo tutte malate,
lei arrivava sorridente con una minestra di porri e suonava un paio di canzoni al
pianoforte. Che parte avessero i suoi microbi in tutto ciò, non lo sappiamo ancora,
ma non è certo un’associazione illogica.
Ricordiamocelo: i batteri buoni fanno bene. Dovremmo nutrirli in modo da
permettere loro di occupare più spazio possibile nell’intestino crasso. A questo scopo,
non bastano gli spaghetti o il pane bianco prodotti industrialmente con farina bianca.
Occorrono vere fibre vegetali contenute nella frutta e nella verdura. Possono essere
anche dolci e buone da mangiare, sia che provengano da asparagi freschi o riso di
sushi, o anche sotto forma di integratori alimentari acquistabili in farmacia. I nostri
batteri apprezzano e ci premiano svolgendo un buon lavoro.

Visti al microscopio, i batteri sono solo punti chiari su uno sfondo scuro. Tutti
insieme, però, rappresentano qualcosa di più: ognuno di noi ne possiede una
moltitudine. La maggioranza se ne sta tranquilla nella mucosa ad allenare le cellule
immunitarie, a massaggiare i villi, a mangiare quel che non ci serve, oppure a
produrre vitamine per noi. Altri sono appostati vicini alle cellule intestinali, a volte
magari le punzecchiano, oppure producono veleni. Quando vige il giusto equilibrio
fra bene e male, il male può temprarci, mentre il bene si prende cura di noi,
mantenendoci in buona salute.
1«Secondo l’opinione di una donna americana della middle-class (viaggiatrice incallita) che ha soppesato tutti i
pro e i contro, è sicuramente meglio essere puliti che sporchi.»
Ringraziamenti

Senza mia sorella Jill, questo libro non esisterebbe. Senza la tua mente libera,
razionale e curiosa, spesso sarei rimasta relegata in un mondo dove l’obbedienza e il
conformismo sono più comodi del coraggio e della volontà di sbagliare in modo
efficiente. Nonostante i tuoi molti impegni, sei sempre stata disponibile a rivedere i
miei testi e a suggerirmi nuove idee. Mi hai insegnato a lavorare in modo creativo.
Quando mi sento male, ricordo che siamo fatte della stessa pasta e che ognuna di noi
ha un modo diverso di tenere la matita in mano.
Ringrazio Ambrosius, che mi tiene sotto la sua ala protettiva quando il lavoro
rischia di sopraffarmi. Ringrazio la mia famiglia e il mio padrino, perché mi
avvolgono come un bosco racchiude un albero e mi tengono radicata a terra anche
quando soffia il vento. Ringrazio Ji-Won, perché durante la lavorazione di questo
libro mi ha nutrita di cibo e d’arte meravigliosa. Anne-Claire e Anne, per il loro aiuto
a rispondere alle domande più ostiche!
Grazie a Michaela e Bettina, che con la loro abilità e intelligenza hanno fatto in
modo che il progetto stesso di questo libro andasse in porto. Se non avessi studiato
medicina, mi sarebbe mancata la preparazione necessaria a realizzare questo libro,
perciò ringrazio tutti i miei bravi professori e lo Stato tedesco che finanzia i miei
studi. Ringrazio infine tutte le persone che hanno lavorato a questo libro: i referenti
della stampa, i rappresentanti delle case editrici, i direttori tecnici, i compositori,
l’ufficio marketing, i correttori di bozze, i librai, i fattorini, fino alla persona che mi
sta leggendo in questo momento: molte grazie!
Bibliografia
Fonti più importanti

Qui di seguito sono riportati soprattutto articoli e studi scientifici introvabili nei
normali libri di testo.

Capitolo Uno

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