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I COMPLESSI nella Psicologia Analitica

Un complesso è un gruppo di idee e immagini, emotivamente carico, intorno a un nucleo


archetipico. Jung scriveva:
“Il complesso ha una sorta di corpo, una certa quantità di fisiologia propria. Questo può
disturbare lo stomaco. Disturba il respiro, disturba il cuore – in breve, si comporta come una
personalità parziale. Per esempio, quando volete dire o fare qualcosa e, sfortunatamente, un
complesso interferisce con questa intenzione, allora fate o dite qualcosa di diverso dalle vostre
intenzioni, allora fate o dite qualcosa di diverso dalle vostre intenzioni. Voi siete semplicemente
interrotti, e la vostra migliore intenzione viene turbata dal complesso, esattamente come se foste
stati interferiti da un essere umano o da circostanze esterne.”
I complessi si esprimono in umori dominanti e comportamenti ripetitivi. Essi resistono ai nostri
tentativi più eroici di coscienza, e tendono a raccogliere esperienza a conferma di una loro
preesistente idea del mondo. Un complesso attivato può avere il suo linguaggio corporeo e tono di
voce. Esso opera al di sotto del livello di coscienza, quasi come l’analogo psicologico dei sistemi
vegetativi automatici che controllano la pressione sanguigna e la digestione. (…)
Dobbiamo ai lavori della psicopatologia francese, e specialmente ai meriti di Pierre Janet, la nostra
attuale conoscenza della vasta possibilità di frammentazione della coscienza. Sia Janet che Morton
Prince sono riusciti a provocare quadruple e perfino quintuple scissioni della personalità, e da questi
esperimenti è risultato che ogni parte della personalità ha un tratto di carattere che le è peculiare e
una sua memoria particolare.
Queste parti esistono in maniera relativamente indipendente l’una accanto all’altra e possono
sempre svincolarsi l’una dall’altra, il che significa che ogni parte possiede un alto grado di
autonomia. Le mie costatazioni relative ai complessi completano quest’immagine un po’ inquietante
delle possibilità di disintegrazione psichica, perché in fondo non esiste nessuna differenza di
principio tra una personalità parziale e un complesso. Entrambe hanno in comune tutti i caratteri
essenziali, compreso il delicato problema della coscienza parziale.
Le personalità parziali hanno indubbiamente una propria coscienza; ma se frammenti psichici
piccoli come i complessi siano anche capaci di una propria coscienza, è un problema ancora
insoluto. Devo confessare che questo problema mi ha occupato più volte. I complessi si comportano
come diavoletti di Cartesio e sembrano dilettarsi di giocare tiri da folletto. Essi pongono sulla lingua
proprio la parola sbagliata, sottraggono proprio il nome della persona che si dovrebbe presentare a
qualcuno, provocano l’accesso di tosse proprio nel mezzo del più bel “piano” del concerto, fanno
inciampare con fracasso in una sedia il ritardatario che cercava di passare inosservato. Essi
raccomandano, in occasione di un funerale, di porgere le congratulazioni anziché le condoglianze,
sono i responsabili di quelle malizie che Friedrich Theodor Vischer voleva debitare agli innocenti
‘oggetti’, sono le persone che agiscono nei nostri sogni, e di fronte alle quali siamo così privi di
potere; sono le creature elfiche che il folclore danese caratterizza in modo così calzante attraverso la
storia del pastore che voleva insegnare il Padrenostro a due elfi. Questi non risparmiavano sforzi per
ripetere esattamente le parole, ma già alla prima frase non potevano fare a meno di dire: “Padre
nostro che NON sei nei cieli.”
Conformemente all’aspettativa teorica, essi si dimostrano non ammaestrabili. […] La psicologia del
sogno mostra con tutta la chiarezza desiderabile che i complessi affiorano ‘personificati’, se
nessuna coscienza inibitrice li reprime, proprio come il folclore descrive gli gnomi che di notte
mettono a soqquadro la casa. Lo stesso fenomeno l’osserviamo in certe psicosi nelle quali i
complessi diventano “sonori” e compaiono come “voci” che hanno un carattere assolutamente
personale.
Oggi possiamo considerare come certa l’ipotesi che i complessi sono parti autonome della psiche.
L’etiologia della loro origine è sovente un cosiddetto ‘trauma’, uno shock emotivo e simili, a causa
del quale una parte della psiche si è distaccata. Una delle cause più frequenti tutta via è il ‘conflitto
morale’, che ha la sua radice più remota nell’apparente impossibilità di assentire alla totalità della
natura umana. Questa impossibilità presuppone un’immediata scissione, indipendentemente dal
fatto che la coscienza dell’Io se ne renda conto o no.
«[…] La parola “complesso” intesa in senso psicologico è entrata nell’uso quotidiano sia in lingua
inglese che in lingua tedesca. Oggi sappiamo tutti che “abbiamo dei complessi”. Che invece i
complessi ‘abbiano noi’ è cosa meno nota, ma dal punto di vista teorico ancora più importante.
L’ingenua premessa dell’unità della coscienza, la quale viene identificata con la “psiche”, e della
supremazia della volontà, è infatti posta seriamente in dubbio dall’esistenza del complesso.»
«I complessi sembrano tali inezie, anzi nullità talmente ridicole, che se ne prova quasi vergogna e si
fa di tutto per nasconderli. Ma se fossero effettivamente così trascurabili non potrebbero neppure
essere tanto penosi. Penoso è ciò che causa pena, quindi qualcosa di apertamente sgradevole che
perciò è ‘eo ipso’ importante, e andrebbe quindi considerato una cosa importante. Ma ciò che è
scomodo lo si rende irreale fin troppo volentieri, finchè è possibile.
L’esplosione della nevrosi indica quindi il momento in cui i mezzi magici primitivi rappresentati dai
gesti apotropaici e dall’eufemismo non servono più. A partire da questo momento il complesso si è
stabilito sulla superficie cosciente; non può più essere aggirato e ora assimila a passo a passo la
coscienza dell’Io, come questa ha cercato di fare prima col complesso. Di qui nasce alla fine la
dissociazione nevrotica della personalità.»
«La pretesa unità della coscienza appare, alla luce proiettata dalla teoria dei complessi, come
un’illusione. Essa è l’espressione di un violento desiderio umano che, di fatto, non è realizzato. Non
siamo mai veramente gli unici padroni a casa nostra. Amiamo credere nella nostra volontà,
nella sovranità delle nostre decisioni e delle nostre azioni. In pratica, tuttavia, questa è ostacolata da
questi piccoli demoni dei complessi che hanno tendenza a vivere di vita propria, e in margine alle
nostre intenzioni. Il nostro inconscio personale, come il nostro inconscio collettivo, consistono in un
numero indefinito di complessi o di personalità frammentarie.
Il complesso esercita un effetto attrattivo e assimilatore. Chiunque si trovi sotto l’influsso di un
complesso predominante, assimila, comprende e concepisce i nuovi dati che emergono nella sua
vita secondo il senso di questo complesso, al quale sono assoggettati; in sintesi il soggetto vive
momentaneamente in funzione del suo complesso, come se vivesse un immutabile pregiudizio
originale.
I complessi godono di un’autonomia marcata, e cioè sono entità psichiche che vanno e vengono
seguendo il loro capriccio. la loro comparsa e la loro scomparsa sfuggono alla nostra volontà. Essi
sono simili a esseri indipendenti che conducono, all’interno della nostra psiche, una specie di vita
parassitaria
Da Dizionario di Psicologia:
Complessi. Un complesso è una subpersonalità, ossia una personalità, parziale sì, ma
autonoma e indipendente, costituita da un nucleo (tipicamente un archetipo),
metaforicamente carico e capace di attrarre elementi, e da elementi da lui già attratti e a
lui legati con un forza costellante in un'associazione che possiamo, per analogia con le
stelle, chiamare costellazione. Al centro della costellazione c'è un nucleo carico dotato di
potere attrattivo. Alla periferia possiamo immaginare gli elementi associati o legati al
nucleo da forze di attrazione. Denominato da Jung come "complesso a tonalità affettiva",
esso indica per lui "una struttura psichica minimale dotata di forte carica, per l'appunto,
affettiva, che lega tra loro rappresentazioni, pensieri e ricordi" (Pieri, 1998, p. 139) .
Ogni complesso è una personalità con convinzioni rigide, ripetitive e viscose su un
settore specifico. Ma , essendo parziale, si può definirl a subpersonalità.
Il piccolo popolo. Jung chiamò la propria teoria, oltre che psicologia analitica, anche
psicologia complessa e anche psicologia dei complessi. La teoria dei complessi è infatti
importante nella sua visione, perché per Jung sono complessi tutte le seguenti strutture:
l'io, l'es, il superego, l'anima, l'ombra, la persona, il sé. Mentre i primi tre sono stati
collocati graficamente nel secondo schema topico freudiano, l'io e gli ultimi quattro
figurano in varie topiche junghiane. Jung chiamò tutte queste subpersonalità col nome di
"piccolo popolo".