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L’ESAME DELLA COSCIENZA

Entriamo ora nel cuore della riflessione critica sulla spiritualità vissuta. Ricordiamo innanzitutto due concetti
base quelli di coscienza e di coscienza spirituale. «La coscienza non va intesa come una sostanza o come una ben
delimitata area cerebrale. È, invece, un processo. Il concetto di coscienza è correlato soprattutto a quello di
vigilanza, presenza alla realtà: in questo senso la coscienza è presente anche in gran parte del mondo animale
(coscienza primaria). Oltre alla vigilanza, il concetto di coscienza richiama quello di conoscenza, e soprattutto di
consapevolezza. Questa coscienza – detta superiore – è specifica dell’uomo: è la “coscienza della coscienza”
propria e altrui». La coscienza spirituale: «È la coscienza dell’uomo spirituale: quel processo di attenzione,
vigilanza, presenza alle realtà dello Spirito, conoscenza, consapevolezza di Dio Padre-Figlio-Spirito, della Chiesa.
È un processo relazionale: conoscenza di sé-con-Dio. E così, esperienza e coscienza interagiscono in modo molto
profondo. Crescendo la relazione con Dio, cresce anche l’attivazione e la capacità della coscienza spirituale.Non
tutta la realtà spirituale è oggetto di elaborazione consapevole da parte della coscienza: Dio può agire in noi anche
al di fuori del nostro controllo cosciente, senza per questo limitare la nostra libertà».
Oggi aggiungiamo due nuovi concetti, tra loro strettamente correlati ma distinti: discernimento ed esame della
coscienza.

Discernimento

Per meglio comprendere il significato del termine discernimento dobbiamo risalire al greco antico diákrisis (dia:
attraverso; krisis: separazione) (ricordiamo che Paolo preferisce il verbo greco dokimázein). Ma l’attuale termine
italiano ricorda più direttamente quello latino discrimen (dal verbo discerno: dis = due volte; cernere = separare).
Dal significato originario di: separazione, divisione, si è passati a quello metaforico di: percepire la differenza,
giudicare, discernere, distinguere. Il discernimento in ambito spirituale può avere diversi significati:
1. Discernere la retta via, distinguere tra il bene e il male;
2. Discernere la volontà di Dio;
3. Discernere, nell’interazione con altri, il giusto mezzo (prudenza…);
4. Discernimento come “messa alla prova» (verificare, scandagliare, mettere alla prova la persona) per
superare i limiti (purificazione), puntando alla perfezione, diminuire la dis-somiglianza.
Fondamentalmente in ambito spirituale è un’operazione della coscienza volta ad individuare la volontà di Dio
nel qui-ed ora nelle varie circostanze di tempo, luogo, persona (Ignazio).

Esame della coscienza

Intuitivamente un esame è una verifica, un confronto tra un “darsi” della realtà ed l’“ideale” di quella stessa
realtà, tra un “come è” e “come dovrebbe” essere, tra “come siamo” e “come dovremmo” essere. È ovvio che la
verifica presuppone un “termine di confronto”, un ideale positivo che, nel nostro specifico, è di ordine spirituale,
cioè fa riferimento a Dio. L’e.d.c., quindi, consiste nel confronto tra la mia vita come è – ed è stata – e la vita che il
Padre vorrebbe e aveva pre-visto per me, per il mio bene. Tale verifica è possibile solo se abbiamo la coscienza
degli interventi di Dio nella nostra vita – cioè del suo amore per noi –, quindi solo in presenza della coscienza
spirituale. In definitiva è un esame della eventuale “dis-somiglianza” dall’immagine di Dio ma è, soprattutto, un
esame della sua presenza amorosa nella nostra vita.
In tal senso l’e.d.c. è una delle operazioni della coscienza spirituale e si differenzia dall’esame di coscienza
tradizionalmente inteso. Infatti, piuttosto che porre l’accento sugli errori commessi nella relazione con Dio e con
gli altri – i peccati comunemente intesi – l’e.d.c. cerca e valorizza gli interventi di Dio nella propria vita, è
un’analisi del suo amore per noi. Dall’e.d.c. non consegue un elenco di peccati ma la propria biografia spirituale
che, in realtà, è l’elenco degli interventi di Dio, dei suoi tentativi di porsi in relazione con me.

Nell’itinerario spirituale l’e.d.c. si presenta come un’integrazione opportuna. Siamo consapevoli, infatti, che le
nostre attuali relazioni con Dio e con gli altri dipendono dalla nostra coscienza-memoria relazionale originaria, cioè
risentono delle relazioni primarie. Dio allora può diventare

La necessità di questa integrazione, oltre a costituire la possibile novità su cui, come frutto della nostra
esperienza, cominciare a riflettere, dovrebbe scaturire soprattutto dalla presa d’atto che, molti degli errori commessi
nella relazione con Dio e con gli altri, dipendono da quel tipo di coscienza di me stesso attraverso cui, in tutto il
tempo della mia esistenza psicologica, sono riuscito ad essere funzionale agli equilibri che il mio sistema relazione
e culturale ha reso possibile. Una coscienza con cui, nel qui ed ora della mia vita, continuo ad essere orientato verso
Dio come fosse una controfigura delle figure di riferimento su cui la mia mente ha dovuto e potuto modellare
l’identità! Un’identità attraverso la quale, se svolgiamo al meglio il compito che la specie ci ha affidati –
sopravvivere – rischiamo invece di non rispondere a ciò a cui “l’essere figli di Dio” ci ha chiamati.
Un’identità che, attraverso una serie di tipologie comportamentali, ci diaframma nel rapporto con la realtà,
quindi anche nella relazione con Dio. Se io sono dovuto divenire mite perché, ripetutamente, ho sperimentato che
attraverso la mitezza mi garantivo la vicinanza di mia madre, altrimenti resa ansiosa dal carico del mio
accudimento, continuerò a presentarmi mite nei confronti degli altri. Questo varrà anche nella relazione con Dio,
certo di sperimentare così la sua vicinanza. Ben altra cosa, è evidente, sono i “miti” di cui parlano le beatitudini! In
questa situazione presentata a mo’ di esempio, cosa risulta essere un deterrente perché io possa avere una relazione
“diretta” con Dio, evidentemente, invece, diaframmata dall’immagine di “me-mia madre” intorno a cui si è potuta
coagulare la mia identità? Ciò che risulta essere deterrente è il partire da “me” e dal non poter fare a meno di
sentirmi sicuro, cioè “con Dio”, ripetendo il comportamento mite. Cioè, con il comportamento mite creo i
presupposti per avere dal Padre una risposta di vicinanza, come già è accaduto con mia madre. Ma comportarsi in
modo mite, non significa necessariamente “essere” miti. Noi, invece, siamo chiamati a realizzare compiutamente
quella mitezza che appartiene all’“essere figli di Dio”. Questo sarà possibile solo se parto non da me e da cosa
posso fare per regolare la vicinanza del Padre, ma se parto da Lui e dalla certezza del Suo Amore, quindi, dalla
certezza della Sua vicinanza in Cristo, che ritrovo dentro me a partire da quel primo alito vitale che, sia pure
sepolto dalle dissomiglianze, continuo a portarmi dentro come Sua immagine. Dunque, alla coscienza storica di me
- “sono” perché comportandomi in modo mite mi rendo amabile – devo risvegliarmi alla coscienza di me “essere
donato” – “sono” Amore, perché nasco dall’amore del Padre, che attraverso me propaga il Suo amore nel Creato,
quindi posso comportarmi in modo mite, perché posso avere gli stessi sentimenti del Figlio.
Ma perché risvegliarmi a tale coscienza? Perché “sono chiamato” all’esistenza, la mia esistenza, cioè, ha una
finalità che mi trascende, perché sono chiamato a partecipare alla stessa vita trinitaria, dunque sono chiamato ad
“essere” amore, e “consumare” la mia identità alla mensa del dono di Sé! Perché Dio, essenzialmente, è dono di Sé
ed io “sono” il suo dono.

È evidente, allora, che l’esame della coscienza può divenire quell’operazione cognitiva-emozionale attraverso
cui si può e si deve (ri)costruire la complessità della propria storia: familiare, personale, ma anche spirituale, alla
ricerca di una coerente autonarrazione psico-spirituale. Soprattutto a partire dal riconoscimento dell’azione di Dio
nella nostra vita, possiamo ricostruire il “chi siamo divenuti” come esito della storia della personale relazione con
Dio, il quale ci ha offerto la possibilità di integrare il “chi siamo” derivante dall’organizzazione di personalità.
Questo per aver chiaro “chi possiamo divenire”, riuscendo progressivamente a ridurre lo scarto esistente tra me
e la volontà del Padre rispetto a me. Luogo di questa privilegiata operazione di “restauro” è l’esperienza/coscienza
della relazione con Lui. In definitiva si tratta di un’operazione di discernimento volta a rintracciare le resistenze che
il nostro “io” può opporre all’azione di Dio nella nostra vita. Divenendone più competenti, è più sperabile
padroneggiarle. Possiamo partire dal punto di arrivo: l’oggi dell’esame. Vi proponiamo, cioè, di partire dal qui-ed-
ora dell’essere novizi, procedendo poi retrospettivamente, alla ricerca di un trama unitaria, del senso del tutto.
Anche se si tratta di un’operazione della coscienza personale, può beneficiare della supervisione di una guida, un
esperto in campo spirituale o psicospirituale che, cogliendo i collegamenti tra gli eventi, sia capace di individuare i
passaggi fondamentali dell’esistenza, evitando e facendo evitare ogni riduzionismo (casualità, psicologismi,
spiritualismi…).
Per queste sue caratteristiche l’e.d.c. è chiaramente un’operazione spirituale, cioè favorita dallo Spirito. A tal
fine, la nostra collaborazione, fondamentalmente, consiste nel mettere a sua disposizione la nostra coscienza e le
sue operazioni. Tempo e luogo ideali per l’e.d.c., dunque, è la preghiera. Se la preghiera è l’atto dell’umile
riconoscimento di Dio come colui-che-dona e di se stessi come esseri-donati, è dunque un colloquio che ci vede
esprimere la riconoscenza amorosa dell’amore di Dio. L’uomo che prega, accetta che sia “Dio” e non il proprio
“io” il fondamento assoluto del proprio essere e anche il termine ultimo di ogni sua aspirazione. Piuttosto che
“trincerarsi” nel proprio “nulla”, accetta di radicarsi in quel movimento divino che, come ricordavamo prima, non
solo lo ha chiamato all’esistenza ma, anche, lo ha destinato a partecipare alla sua stessa vita trinitaria. Esito
inevitabile di questo suo innalzarsi verso Dio è la preghiera di lode e di ringraziamento per l’azione del Padre nella
nostra vita. In tale ottica, per l’e.d.c. il noviziato è un tempo davvero elitario.