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CXXIII (III SERIE, LX) FASCICOLO 1

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI SIENA


FA C O LT À D I G I U R I S P R U D E N Z A
2011
COMITATO SCIENTIFICO
ALBERTO BACCINI - ANDREW ASHWORTH - EMANUELE CASTRUCCI
GIULIO CIANFEROTTI - FLORIANA COLAO - GIANDOMENICO COMPORTI
GIOVANNI COSI - PETER DENLEY - ENRICO DICIOTTI - LORENZO GAETA
DENIS GALLIGAN - BERNARDO GIORGIO MATTARELLA - LEONARDO MAZZA
STEFANIA PACCHI - VALERIA PIERGIGLI - FRANCESCO PISTOLESI
VITTORIO SANTORO - GIULIANO SCARSELLI
EMANUELE STOLFI - MARCO VENTURA

DIRETTORE
PAOLO NARDI

VICE-DIRETTORE
STEFANO PAGLIANTINI

COMITATO DI REDAZIONE
ROBERTO GUERRINI - PAOLO NARDI - MARIA LUISA PADELLETTI
ANDREA PISANESCHI - EVA ROOK

SEGRETARI DI REDAZIONE
GIANLUCA NAVONE – MARIO PERINI
FASCICOLO 1
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO
NEI SECOLI XII E XIII

PARTE II
GRAZIANO E L’APPARATO ORDINARIO AL DECRETUM

§1 Il feudo nel Decretum Gratiani


Il Decretum Gratiani rappresenta un ottimo punto di partenza per
stabilire quale influenza il feudo e, in particolare, il cosiddetto ‘feudo
ecclesiastico’ abbiano esercitato sul processo di riorganizzazione del
diritto canonico nel corso del XII secolo, vale a dire in un’età durante
la quale il medesimo istituto conobbe un’ampia sistemazione dottrinale
sia sotto il profilo della consolidazione delle norme ad esso relative nei
Libri Feudorum, sia per il delinearsi dei primi tentativi di applicare
gli schemi interpretativi romanistici alla materia1. Il Decretum, infatti,
registrò una straordinaria diffusione nel mondo cristiano dell’epoca finendo
per rappresentare un punto di riferimento fondamentale per l’evoluzione del
diritto canonico e per lo sviluppo della scienza canonistica2.

1
Per la trattazione di queste tematiche si rinvia a M. MORDINI, Aspetti della discipli-
na del feudo ecclesiastico nei secoli XII e XIII. Parte I. La feudistica da Pillio da Medicina
all’apparato ordinario, in “Studi Senesi”, CXXII (III serie, LIX), fasc. 2 (2010), pp. 208-285,
di cui il presente saggio costituisce il completamento.
2
Si insiste correttamente sul carattere privato della raccolta e, nel contempo, sullo
straordinario successo che essa ebbe nella scuola e nella pratica, tanto da indurre a indicar-
la come momento iniziale dell’epoca del diritto canonico ‘classico’ e a definire il suo autore
come ‘padre della scienza del diritto canonico’ (cfr. da ultimo P. LANDAU, Gratian and the
Decretum Gratiani, in History of Medieval Canon Law in the Classical Period, 1140-1234.
From Gratian to the Decretals of Pope Gregory IX, Edited by W. HARTMANN and K. PEN-
NINGTON, Washington, D.C., 2008, pp. 22-54, in particolare pp. 22-23). Le ragioni di questo
successo sono state così ‘efficacemente’ sintetizzate: il Decreto, “che tanto deve all’attua-
lissima tendenza scolastica alle distinzioni, fornì presto argomento e materia a una legione
di canonisti e divenne la Bibbia di quella cosiddetta canonistica classica o studio scientifico
del diritto canonico che si andava formando parallelamente alla scienza del diritto romano,
influenzando così la legislazione ecclesiastica successiva e acquistando un’importanza storica
immensa” (H. MORDEK, Dalla riforma gregoriana alla Concordia discordantium canonum

Studi Senesi, CXXIII (2011)


ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 53

La formazione della raccolta, che nei manoscritti più antichi reca il


titolo di Concordia discordantium canonum, è tradizionalmente attribuita
dalla storiografia giuridica a Graziano, monaco camaldolese che avrebbe
compiuto la sua opera a Bologna all’inizio degli anni Quaranta del XII seco-
lo3. Tuttavia, più di recente si è verificata una svolta nelle ricerche dedicate
a questo personaggio e alla sua attività, grazie alla quale si sono raggiunti
alcuni parziali ma importanti risultati, a cominciare dalla composizione per
tappe del Decretum Gratiani, che ha imposto anche una rilettura dei dati
concernenti la biografia dell’autore.
Graziano, in effetti, operò a lungo come docente a Bologna, ove prese
corpo la Concordia discordantium canonum, che si presenta anzitutto come
uno strumento didattico soggetto a integrazioni e modifiche per un arco cro-
nologico di alcuni decenni (approssimativamente tra il terzo e il quinto/sesto
decennio del secolo XII). A parte questa certezza e la notizia della partecipa-
zione di Graziano a una consultazione richiesta dal legato pontificio nell’ago-
sto del 11434, rimangono nel dubbio altri punti della biografia dell’autore

di Graziano: osservazioni marginali di un canonista su un tema non marginale, in Chiesa


diritto e ordinamento della ‘societas christiana’ nei secoli XI e XII, Atti della nona Settimana
internazionale di studio [Mendola, 28 agosto-2 settembre 1983], [Miscellanea del Centro di
studi medioevali, XI], Milano 1986, pp. 89-112, in particolare pp. 111-112; ed. or. in Reich
und Kirche vor dem Inverstiturstreit, Gerd Tellenbach zum achtzigsten Geburtstag, herau-
sgegeben K. SCHMID, Sigmaringen 1985, pp. 65-82). Sul tema della ‘giuridicità’ del Decretum
Gratiani nel più ampio processo di interpretatio giuridica cfr. le osservazioni di M. BELLOMO,
Ius commune, in “Rivista internazionale di diritto comune”, 6 (1995), pp. 201-215, in par-
ticolare pp. 206-209, nonché ID., Elogio dei dogmata legum. Memorie per una storia della
storiografia giuridica, in “Rivista internazionale di diritto comune”, 20 (2009), pp. 29-70,
in particolare p. 61. Sul significato del Decretum Gratiani nel processo di “renovatio” che
caratterizza il XII secolo cfr. D. QUAGLIONI, Introduzione. La rinnovazione del diritto, in
Il secolo XII: la «renovatio» dell’Europa cristiana, a cura di G. CONSTABLE, G. CRACCO, H.
KELLER, D. QUAGLIONI, (Annali dell’Istituto Storico italo-germanico in Trento-Quaderni, 62),
Bologna 2003, pp. 17-34.
3
Per la tradizione storiografica su Graziano si veda adesso, in sintesi, D. QUAGLIONI,
Graziano, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. LIX, Roma 2002, pp. 1-6, in particola-
re pp. 1-3; E. DE LEÓN, v. Graciano (Graziano; Gratianus), in Juristas universales, Volumen
I, Juristas antiguos, ed. RAFAEL DOMINGO, Madrid-Barcelona 2004, pp. 314-319; P. ERDÖ, Sto-
ria delle fonti del diritto canonico, (Istituto di diritto canonico San Pio X, Manuali 2), Venezia
2008, pp. 106-108 (ed. or. Die Quellen des Kirchenrechts. Eine geschichtliche Einführung,
Frankfurt am Main 2002); P. LANDAU, Gratian and the Decretum Gratiani, pp. 23-24.
4
Cfr. E. CORTESE, Per la storia di una teoria dell’arcivescovo Mosé di Ravenna (m.
1154) sulla proprietà ecclesiastica, in Proceedings of the Fifth International Congress of
Medieval Canon Law (Salamanca, 21-25 September 1976), Edited by S. KUTTNER and K.
PENNINGTON, (Monumenta iuris canonici, series C: Subsidia 6), Città del Vaticano 1980, pp.
117-155; quindi ID., Il diritto nella storia medievale, vol. II, Il basso Medioevo, Roma 1995,
pp. 200-203, e ID., Le grandi linee della storia giuridica medievale, Roma 2000, pp. 327-329.
54 MAURA MORDINI

del Decretum concernenti il luogo della sua nascita, nonché i legami con gli
ambienti culturali e in particolare teologici dell’epoca5. Inoltre, Enrique De
León, riprendendo gli studi che negli ultimi anni hanno approfondito soprat-
tutto il tema delle fonti del Decretum e hanno privilegiato l’analisi dei ma-
noscritti che lo riproducono, ha avanzato nuove ipotesi circa la probabilità
che Graziano fosse vescovo, come già aveva prospettato il Kuttner6, e che
avesse stretti legami con il mondo transalpino, non solo per la partecipazione
al concilio di Reims del 1131 accanto a papa Innocenzo II, ma anche per la
conoscenza e l’utilizzazione della Glossa ordinaria alla Bibbia e di collezioni
quali la Panormia e la Tripartita di Ivo di Chartres e il Liber de misericordia
et iustitia di Algero di Liegi, tutti testi che verso gli anni Trenta del XII secolo
circolavano solo in alcune regioni dell’Europa centrale7.
Per quanto concerne la sua opera, se è ormai appurato che la raccolta
ha assunto la forma corrispondente al cosiddetto Decretum vulgatum entro
il 11508 e che tale veste costituisce il risultato di una formazione progressi-

5
Per le problematiche concernenti la biografia di Graziano e l’indicazione degli studi
relativi si rinvia ancora ai testi indicati supra, a nota 3. In ultima analisi, il luogo di nascita
si collocherebbe tra Chiusi e Orvieto, mentre la data di nascita risalirebbe alla fine del secolo
XI. Restano le incertezze sull’appartenenza all’ordine dei Camaldolesi, che risulta da una
tradizione assai tarda (inizi del XVIII secolo), e sull’attività svolta nel monastero dei Ss. Felice
e Naborre di Bologna, città nella quale Graziano fu attivo a lungo.
6
S. KUTTNER, Research on Gratian: Acta and Agenda, in Proceedings of the Seventh
International Congress of Medieval Canon Law (Cambridge, 23-27 July 1984), Edited by P.
LINEHAN, (Monumenta iuris canonici, series C: Subsidia 8), Città del Vaticano 1988, pp. 3-26,
in particolare pp. 8-9.
7
Per tutto ciò cfr. E. DE LEÓN, La biografia di Graziano, in La cultura giuridico-
canonica medievale. Premesse per un dialogo ecumenico, a cura di E. DE LEÓN, N. ÁLVAREZ
DE LAS ASTURIAS, (Pontificia Università della Santa Croce, Monografie Giuridiche 22), Milano
2003, pp. 89-107. Cfr. anche G. MAZZANTI, Graziano e Rolando Bandinelli, in Studi di storia
del diritto, II, (Università degli Studi di Milano, Facoltà di Giurisprudenza, Pubblicazioni
dell’Istituto di Storia del Diritto Italiano, 23), Milano 1999, pp. 79-103.
8
Il compimento della raccolta nella redazione definita come Decretum vulgatum entro
il 1150 risulta dal testo di una sentenza rinvenuta da Paolo Nardi e risalente a quell’anno,
ove si attesta l’uso della collezione grazianea in questa forma (P. NARDI, Fonti canoniche in
una sentenza senese del 1150, in “Studia Gratiana”, XXIX [1998], pp. 661-670). Questo do-
cumento, come interpretato dal Nardi, è ormai considerato fondamentale per la datazione del
compimento della seconda recensione del Decretum da A. WINROTH, Le manuscrit florentin
du Decret de Gratien. Une critique de travaux de Carlos Larrainzar sur Gratien I, in “Re-
vue du droit canonique”, 51/2 (2001), pp. 211-231, in particolare p. 213, nota 6; ID., Recent
Work On The Making Of Gratian’s Decretum, in “Bulletin of Medieval Canon Law”, New
Series, vol. 26 (2004-2006), pp. 1-29, in particolare pp. 4-5. Cfr. anche O. CONDORELLI, Il De-
cretum Gratiani e il suo uso (secc. XII-XV), in Medieval canon law collections and european
ius commune/Középkori kanonjogi gyjtemények és az europai ius commune, Edited by S.A.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 55

va che abbraccia i decenni precedenti del medesimo secolo, come è general-


mente accettato dalla storiografia attuale, appare ancora assai problematica
l’identificazione precisa delle fasi di questo processo, poiché rimane aperto il
confronto tra le tesi di Anders Winroth e di Carlos Larrainzar. Precisamen-
te, il Winroth ha individuato due recensioni del Decretum (Graziano 1 e Gra-
ziano 2) realizzate da due autori diversi sulla base di due differenti corpi di
fonti e, mentre la prima di esse, alla quale risalirebbe la struttura dell’opera
poi divulgata, sarebbe stata portata a compimento nel 1139, la seconda sa-
rebbe stata compiuta prima del 1158 e sarebbe caratterizzata dall’aggiunta
di ulteriori testi senza modificazioni nei dicta9. Il Larrainzar, invece, ha di-

SZUROMI O.PRAEM., [Bibliotheca Instituti Postgradualis iuris Canonici, Universitatis Catho-


licae de Petro Pazmany nominatae. III. Studia, 8, Moderatur Petrus Erd], Budapest 2006,
pp. 170-206, in particolare pp. 199-200; A.A. LARSON, Early Stages of Gratian’s Decretum
and the Second Lateran Council: A Reconsideration, in “Bulletin of Medieval Canon Law”,
New Series, vol. 27 (2007), pp. 21-56, in particolare p. 24. Lo stesso documento, inoltre, è
considerato un indicatore dell’importanza del diritto canonico, sotto il profilo della sua larga
utilizzazione pratica, al di là della cerchia dei ‘canonisti’, in G. GIORDANENGO, Auctoritates et
auctores dans les collections canoniques (1050-1140), in Auctor et auctoritas. Invention et
conformisme dans l’écriture médiévale, Actes du colloque de Saint-Quentin-en-Yvelines (14-
16 juin 1999), réunis sous la direction de M. ZIMMERMANN, (Mémoires et documents de l’École
des Chartes-59), Paris 2001, pp. 99-129, in particolare p. 122. Infine, secondo P. LANDAU,
Gratian and the Decretum Gratiani, p. 48, questa fonte attesterebbe la circolazione della
collezione grazianea ‘anche prima del compimento della seconda recensione’. Il Decretum
vulgatum è sostanzialmente conforme all’edizione del Friedberg (Corpus iuris canonici, I,
Decretum magistri Gratiani, editio lipsiensis secunda post Aemilii Ludouici Richteri curas,
ad librorum manu scriptorum et editionis romanae fidem recognouit et adnotatione critica
instruxit AE. FRIEDBERG, Leipzig 1879 [rist. Graz 1959]).
9
A. WINROTH, The Two Recensions of Gratian’s Decretum, in “Zeitschrift der Savigny-
Stiftung für Rechtsgeschichte”, Bd. 114, “Kanonistische Abteilung”, 83 (1997), pp. 22-31;
ID., Les deux Gratiens et le Droit Romain. In memoriam Rudolf Weigand, in “Revue de droit
canonique”, 48/2 (1998), pp. 285-299; ID., The Making of Gratian’s Decretum, (Cambridge
Studies in Medieval Life and Thought: Fourth Series 49), Cambridge 2000; ID., Recent Work
On The Making Of Gratian’s Decretum. L’ipotesi iniziale di Winroth fu recepita e argomen-
tata da Rudolf Weigand: R. WEIGAND, Zur künftigen Edition des Dekrets Gratians, in “Zei-
tschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte”, Bd. 114, “Kanonistische Abteilung”, 83
(1997), pp. 32-51; ID., Chancen und Probleme einer baldigen kritischen Edition der ersten
Redaktion des Dekrets Gratians, in “Bulletin of Medieval Canon Law”, New Series, vol. 22
(1998), pp. 53-75; ID., Mittelalterliche Texte: Gregor I., Burchard und Gratian, in “Zei-
tschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte”, Bd. 115, “Kanonistische Abteilung”, 84
(1998), pp. 330-344; ID., Versuch einer neuen, differenzierten Liste der Paleae und Dubletten
im Dekret Gratians, in “Studia gratiana”, XXIX (1998), pp. 883-899, nonché in “Bulletin of
Medieval Canon Law”, New Series, vol. 23 (1999), pp. 114-128, da cui si cita; ID., Causa 25
des Dekrets und die Arbeitsweise Gratians, in Grundlagen des Rechts. Festschrift für Peter
Landau zum 65. Geburtstag, herausgegeben von R.H. HELMHOLZ, P. MIKAT, J. MÜLLER, M.
STOLLEIS, Paderborn 2000, pp. 277-290. Prima di proseguire occorre ricordare che il Winroth
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stinto quattro stadi principali (gli Exserpta, la Concordia, il Decretum e il


Decretum vulgatum), ravvisando fino a otto tappe nel processo della loro
redazione e indicando gli anni 1140-1155 come periodo della consolidazione
della raccolta, senza escludere l’inserimento di alcune paleae all’inizio degli
anni Sessanta del XII secolo10.
Nei più recenti contributi della storiografia canonistica tutti gli auto-
ri non mancano di ricordare gli sviluppi delle indagini filologiche circa la
formazione del Decretum, ma adesso si mira, secondo i criteri della “Dog-
mengeschichte”, ad approfondire il contenuto delle norme relative ad una
determinata materia tenendo conto dell’evoluzione del testo “grazianeo”11.

ha anche precisato che l’uso delle espressioni “première recension” e “seconde recension” a
proposito degli stadi di formazione del Decretum Gratiani “ne doit cependant être interpreté
comme un refus de considérer que la «première recension» ait pu être précédée par une re-
cension anterieure” (A. WINROTH, Le manuscrit florentin du Decret de Gratien, p. 212, alla
fine di nota 2).
10
C. LARRAINZAR, El Decreto de Graciano del códice Fd (=Firenze, Biblioteca Naziona-
le Centrale, Conventi Soppressi A.I.402). In memoriam Rudolf Weigand, in “Ius Ecclesiae”,
10/2 (1998), pp. 421-489; ID., El borrador de la «Concordia» de Graciano: Sankt Gallen,
Stiftsbibliothek MS 763 (=Sg), in “Ius Ecclesiae”, 11/3 (1999), pp. 593-666; ID., La forma-
ción del Decreto de Graciano por etapas, in “Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsge-
schichte”, Bd. 118, “Kanonistische Abteilung”, 87 (2001), pp. 5-83 (trad. it. ID., La formazio-
ne del Decreto di Graziano per tappe, in Proceedings of the Eleventh International Congress
of Medieval Canon Law (Catania, 30 July-6 August 2000), Edited by M. BELLOMO, O. CON-
DORELLI, [Monumenta iuris canonici, series C: Subsidia 12], Città del Vaticano 2006, pp.
103-117); ID., La ricerca attuale sul “Decretum Gratiani”, in La cultura giuridico-canonica
medievale, pp. 45-88; ID., Datos sobre la antigüedad del manuscrito Sg: su redacción de C.
27 q. 2, in Panta rei. Studi dedicati a Manlio Bellomo, a cura di O. CONDORELLI, III, Roma
2004, pp. 205-237; ID., La firma boloñesa del Decreto de Graciano, in “Initium”, 9 (2004),
pp. 495-515.
11
Sulla formazione del Decretum Gratiani per tappe cfr. tra gli altri [J. WERCKMEI-
STER], Éditorial: Débats sur le Décret de Gratien, in “Revue du droit canonique”, 51/2 (2001),
pp. 209-210; D. QUAGLIONI, Graziano, pp. 3-4; J.M. VIEJO-XIMÉNEZ, La investigación sobre las
fuentes formales del Decreto de Graciano, in “Initium”, 7 (2002), pp. 217-240; ID., La compo-
sición del Decreto de Graciano, in “Ius Canonicum”, XLV, n°90 (2005), pp. 431-485, in parti-
colare pp. 431-442 (trad. it. ID., La composizione del Decreto di Graziano, in Medieval canon
law collections, pp. 97-169, in particolare pp. 97-111); J.M. VIEJO-XIMÉNEZ, La composición
de C. 28 del Decreto de Graciano, in Mélanges en l’honneur d’Anne Lefebvre-Teillard, Études
coordonnées et rassemblées par B. D’ALTEROCHE, F. DEMOULIN-AUZARY, O. DESCAMPS, F. ROUMY,
Paris 2009, pp. 1007-1029, in particolare p. 1009; O. CONDORELLI, Il Decretum Gratiani e il
suo uso (secc. XII-XV), pp. 170-175; P. ERDÖ, La storiografia del diritto canonico medievale
all’alba del terzo millennio. Aspetti di un messaggio attuale, in Proceedings of the Eleventh
International Congress of Medieval Canon Law, pp. 3-16, in particolare pp. 8-11. Alle opere
menzionate in questa nota basti aggiungere, a titolo emblematico, i saggi contenuti in La cultu-
ra giuridico-canonica medievale, nonché E. DE LEÓN, Textos de los Excerpta Sangallensis, in
Mélanges en l’honneur d’Anne Lefebvre-Teillard, pp. 333-340. Per gli studi che sono citati nel
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 57

Da parte nostra, per il Decretum Gratiani si continuerà ad utilizzare il testo


approntato da Emil Friedberg per l’edizione del 1879, tenendo comunque
presente la problematica relativa alla sua lunga elaborazione, esauritasi en-
tro l’anno 115012.
Per quanto concerne il contenuto e i caratteri del Decretum, nel quale
sono raccolti testi di derivazione eterogenea, dalle origini del diritto cano-
nico fino all’epoca della sua composizione, e si fa uso prevalentemente degli
strumenti concettuali della distinctio e della quaestio de facto, si può rinvia-
re alle sintesi più recenti e alla bibliografia ivi citata13, mentre in questa sede
è opportuno richiamare il legame tra il Decretum e le istanze della riforma

nostro contributo si può osservare che in C. ZENDRI, Elementi canonistici nella «Compilatio
Antiqua» dei «Libri Feudorum», in Gli inizi del diritto pubblico. L’età di Federico Barbaros-
sa: legislazione e scienza del diritto, a cura di G. DILCHER, D. QUAGLIONI, (Annali dell’Istituto
Storico italo-germanico in Trento. Contributi 19), Bologna-Berlin 2007, pp. 231-253, i rinvii
alle varie fasi del Decretum sono effettuati secondo l’ipotesi di distinzione in due versioni
avanzata dal Winroth, mentre in K. PENNINGTON, The Formation of the Jurisprudence of the
Feudal Oath of Fealty, in “Rivista internazionale di diritto comune”, 15 (2004), pp. 57-76, si
tiene conto anche dell’individuazione nel manoscritto Sg (St. Gallen Stiftsbibliothek, ms. 673)
della primitiva forma del Decretum riconosciuta dal Larrainzar, sulla cui importanza cfr. ID.,
Gratian, Causa 19, and the Birth of Canonical Jurisprudence, in La cultura giuridico-ca-
nonica medievale, pp. 211-231, in particolare p. 211; invece in A.J. DUGGAN, Making the Old
Law ‘New’, I. Problems of Authority and Interpretation in Gratian’s Decretum, in Medieval
canon law collections, pp. 207-235, in particolare p. 209, l’A. dichiara che il dibattito sulla
data di compimento della cosiddetta ‘First Recension’, secondo la ricostruzione del Winroth,
non è significativo ai fini del proprio studio.
12
Sull’edizione del Friedberg, citata supra, a nota 8, cfr. P. LANDAU, Gratian and the
Decretum Gratiani, pp. 51-52. Nei prossimi paragrafi ci riferiremo a “Graziano” per indi-
care l’autore delle inscriptiones, delle rubriche (summaria) e dei dicta, secondo i risultati
della storiografia tradizionale, ripetuti dalle sintesi più o meno recenti: per alcuni esempi
cfr. A. VAN HOVE, Prolegomena ad Codicem Iuris Canonici, (Commentarium Lovaniense
in Codicem iuris canonici, I, t. I), Mechliniae-Romae 1945 (2a ed.), p. 341; A.M. STICKLER,
Historia iuris canonici latini. Institutiones academicae, Augustae Taurinorum 1950, pp.
208-210; J. RAMBAUD-BUHOT, Le legs de l’ancien droit. Gratien, in G. LE BRAS, C. LEFEBVRE,
J. RAMBAUD, L’âge classique 1140-1378, Sources et théorie du droit, (Histoire du Droit et des
Institutions de l’Église en Occident, tome VII), Paris 1965, pp. 47-129, in particolare pp.
64-77; P. ERDÖ, Storia della scienza del diritto canonico. Una introduzione, Roma 1999, p.
39; ID., Storia delle fonti del diritto canonico, p.109; P. LANDAU, Gratian and the Decretum
Gratiani, pp. 41-42.
13
Cfr. ad esempio E. CORTESE, Il diritto, vol. II, pp. 199-208; ID., Le grandi linee, pp.
325-332; P. GROSSI, L’ordine giuridico medievale, Roma-Bari 1995 (quarta ed. 1997), pp. 203-
206; P. ERDÖ, Storia della scienza del diritto canonico, pp. 37-40; ID., Storia delle fonti del
diritto canonico, pp. 108-110; C. FANTAPPIÈ, Introduzione storica al diritto canonico, Bologna
2003, pp. 95-100; A. GARCÍA Y GARCÍA, F.J. ANDRÉS, Introducción, in Juristas universales, Vo-
lumen I, pp. 241-301, in particolare p. 264; P. LANDAU, Gratian and the Decretum Gratiani,
pp. 25-42.
58 MAURA MORDINI

gregoriana. Infatti, si insegna che la compilazione, tramite l’insieme delle


norme raccolte e l’opera di interpretazione espressa attraverso i dicta, costi-
tuì un mezzo di importanza fondamentale per la sistemazione dottrinale dei
problemi della Chiesa post-gregoriana, nella quale si perpetuavano le esigen-
ze di rinnovamento spirituale e di politica teocratica affermatesi soprattutto
sotto il pontificato di Gregorio VII14: vedremo in seguito se e in che modo que-
ste istanze segnassero l’inserimento di canoni con riferimenti all’istituto del
feudo. Ai nostri fini, pur nella consapevolezza della complessità dei problemi
sorti nel tentativo di definire le stesse nozioni di ‘riforma gregoriana’ e ‘ri-
forma ecclesiastica’, per brevità si impiegheranno entrambe le espressioni:
da un lato, il riferimento deve essere inteso in senso cronologico, vale a dire
per un’epoca che va dalla metà circa del secolo XI fino ai primi decenni del
successivo, e quindi ben oltre gli anni del pontificato di Gregorio VII (1073-
1085); dall’altro, il richiamo implica quelle istanze di rinnovamento che, in
ordine alla ‘riforma ecclesiastica’, sono state intese soprattutto come contra-
sto a fenomeni di degrado interni alla vita della Chiesa (nicolaismo, simonia
e altri malcostumi) a favore di un maggiore impegno verso la moralizzazione
del clero e verso la realizzazione del bene comune, e che, in relazione alla ‘ri-
forma gregoriana’, si sono arricchite di ulteriori aspetti, legati essenzialmen-
te alla supremazia della sede di Roma e al primato dell’autorità pontificia:
in ogni caso si accoglie il concetto di riforma della Chiesa nella “prospettiva
della organizzazione della società” nel suo complesso15.
Infine, per quanto concerne il ruolo del diritto canonico durante l’epo-

14
Sul punto cfr. S. CHODOROW, Christian Political Theory and Church Politics in the
Mid-Twelfth Century. The Ecclesiology of Gratian’s Decretum, Berkeley-Los Angeles-London
1972.
15
Che i due concetti non siano completamente sovrapponibili è sottolineato in W. GOEZ,
Riforma ecclesiastica – Riforma gregoriana, in Studi gregoriani per la storia della «Libertas
Ecclesiae», a cura di A.M. STICKLER, O. CAPITANI, H. FUHRMANN, M. MACCARRONE, R. SCHIEF-
FER, R. VOLPINI, XIII, (La Riforma Gregoriana e l’Europa, Congresso Internazionale [Sa-
lerno, 20-25 maggio 1985], I. Relazioni), Roma 1989, pp. 167-178: “Per tanti vescovi, senza
dubbio seri ed onesti, la riforma consisteva essenzialmente nel miglioramento dei costumi,
specialmente del clero. Però il concetto gregoriano di riforma comprendeva anche una tra-
sformazione giuridica ed amministrativa della chiesa cattolica” (p. 174); così, sulla base di
alcune testimonianze, emergerebbe che i vescovi ‘non-gregoriani’, vale a dire quelli che non
condividevano l’idea gregoriana dell’unità sotto il primato di Roma e del pontefice, non erano
necessariamente dei ‘simoniaci’, così come gli aderenti del papa non erano inevitabilmente
legati alla ‘riforma ecclesiastica’. La citazione tra virgolette nel testo è tratta da G. PICAS-
SO, «Reformatio Ecclesiae» e disciplina canonica, in ID., Sacri canones et monastica regula.
Disciplina canonica e vita monastica nella società medievale, (Bibliotheca erudita. Studi e
documenti di storia e filologia-27), Milano 2006, pp. 277-295, in particolare p. 278 (ed. or. in
Chiesa diritto e ordinamento della ‘societas christiana’ nei secoli XI e XII, pp. 70-85).
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 59

ca della riforma, si insiste usualmente sulla sua fondamentale importanza.


È già stato sottolineato, tuttavia, che sarebbe vano ricercare nelle coeve col-
lezioni di norme elementi travolgenti e di rottura rispetto al passato, ana-
loghi a quelli rinvenibili nella libellistica contemporanea: le raccolte che la
manualistica attribuisce all’età della riforma non si distinguono tanto per le
fonti considerate, quanto per il diverso atteggiamento mentale con il quale
ci si rivolgeva al diritto canonico per costruire la nuova struttura giuridica
della Chiesa fondata sul primato pontificio16, cosicché le più evidenti novi-
tà dell’epoca consistevano nell’applicazione di un ordine tendenzialmente
sistematico e nell’adozione di brevi interventi chiarificatori per guidare il
lettore verso un’interpretazione conforme agli intenti dell’autore, nel solco
delle istanze della riforma17. Anche il Decretum Gratiani presenta queste
stesse caratteristiche, tanto che il Mordek lo ha definito “obsoleto già mentre
nasceva”, riservando ad altri ambiti, vale a dire ai sinodi e alla giurispru-
denza pontificia (espressa tramite la curia, direttamente dal papa e dai giu-
dici delegati, o tramite i legati pontifici), e ad altri tempi (il post-graziano) la
svolta insita nel pensiero gregoriano e basata sull’affermazione del primato
pontificio18. Ciò non toglie che la raccolta grazianea presenti comunque que-
gli elementi di novità, che saranno particolarmente fecondi per lo sviluppo

16
Cfr., anche per una sintesi efficace sulle caratteristiche formali delle collezioni ca-
noniche della riforma, di cui si presenta un elenco al termine del saggio, G. GIORDANENGO,
Auctoritates et auctores dans les collections canoniques. Si occupano altresì di questo tema
H. MORDEK, Dalla riforma gregoriana alla Concordia discordantium canonum di Graziano;
nonché G. PICASSO, «Reformatio Ecclesiae» e disciplina canonica.
17
Da ultimo cfr. C.H.F. MEYER, Ordnung durch Ordnen, in Ordnungkonfigurationen
im hohen Mittelalter, herausgegeben von B. SCHNEIDMÜLLER und S. WEINFURTER, (Vorträge
und Forschungen, herausgegeben vom Kostanzer Arbeitskreis für mittelalterliche Geschichte,
Band LXIV), Ostfildern 2006, pp. 303-411, in particolare pp. 331-349. Cfr. comunque G.
GIORDANENGO, Auctoritates et auctores dans les collections canoniques, p. 121: “La recherche,
le choix et la mise en un ordre nouveau des autorités canoniques sont donc tout à fait carac-
téristiques des collections canoniques du temps de la Réforme. Plan, intitulés des titres ou
parties, rubriques des chapitres, préfaces plus rarement, sont des guides, souvent bien trop
discrets au goût de l’historien, qui traduisent la montée en puissance du pouvoir pontifical et
une unification du droit de l’Église dans l’ensamble de la Chrétienté”. Per un’analisi specifica
cfr. J. GAUDEMET, La primauté pontificale dans le Décret de Gratien, in Studia in Honorem
Eminentissimi Cardinalis Alphonsi M. Stickler, curante R.I. card. CASTILLO LARA, (Pontificia
Studiorum Universitas Salesiana – Facultas Iuris Canonici, Studia et textus historiae iuris
canonici 7), Roma 1992, pp. 137-156, ove è valorizzato l’uso che Graziano ha fatto delle
auctoritates, disseminandole nel tessuto del Decreto per difendere e riaffermare fermamente
il principio del primato pontificio.
18
H. MORDEK, Dalla riforma gregoriana alla Concordia discordantium canonum di
Graziano, pp. 106-112 (la citazione tra virgolette è tratta da p. 112).
60 MAURA MORDINI

successivo del diritto canonico e della scienza canonistica, tra i quali merita
menzionare la netta distinzione tra chierici e laici, l’affermazione delle pre-
rogative del pontefice in ordine alla produzione normativa e all’interpreta-
zione del diritto, la difesa della proprietà ecclesiastica, la chiara regolamen-
tazione delle decime e della scomunica19.

Ai fini del nostro studio, si deve osservare anzitutto che sarebbe vano
ricercare nel tessuto del Decretum Gratiani i lemmi ‘feudo’ o ‘vassallo’ e
i loro derivati, sebbene si tratti di vocaboli non solo assai frequenti nella
prassi documentaria dell’epoca, ma anche non estranei alle collezioni cano-
niche pregrazianee20. Tuttavia, alcuni canoni concentrati nella secunda Pars
del Decretum prendono esplicitamente in considerazione la materia feudale,
a dimostrazione della sua rilevanza nei rapporti intrattenuti dalle persone
e dagli enti ecclesiastici e della sua insopprimibile connessione con alcuni
aspetti della disciplina del clero e dei beni della Chiesa. Essi si presenta-
no per lo più come riferimenti casuali ad argomenti di interesse canonistico
quali, principalmente, la regolamentazione delle decime e delle res ecclesie,
il giuramento e lo spergiuro, i doveri dei chierici beneficiari di regalie, la
fidelitas.

19
Cfr. in sintesi P. LANDAU, Gratian and the Decretum Gratiani, pp. 43-46. Per le colle-
zioni pregrazianee, alle quali rinvieremo nelle note successive, si rimanda alle relative schede
in L. KÉRY, Canonical Collections of the Early Middle Ages (ca. 400-1140). A Bibliographical
Guide to the Manuscripts and Literature, (History of Medieval Canon Law, 1), Washington,
D.C. 1999; cui adde L. FOWLER-MAGERL, Clavis Canonum. Selected Canon Law Collections
Before 1140, Access with data processing, (Monumenta Germaniae Historica, Hilfsmittel,
21), Hannover 2005. Ogni altro studio utilizzato sarà citato puntualmente.
20
Per l’assenza dei lemmi ‘feudo’ e ‘vassallo’ cfr. Wortkonkordanz zum Decretum Gra-
tiani, bearbeitet von T. REUTER und G. SILAGI, (Monumenta Germaniae Historica, Hilfsmit-
tel, 10, 1-5), München 1990. Per alcuni esempi di collezioni pregrazianee ove si incontrano
norme dedicate al feudo e nelle quali i termini indicati sono presenti, G. PICASSO, Collezioni
canoniche e società nella prima età feudale, in Chiesa e mondo feudale nei secoli X-XII, Atti
della dodicesima Settimana internazionale di studio (Mendola, 24-28 agosto 1992), (Miscella-
nea del Centro di studi medioevali, volume quattordicesimo), Milano 1995, pp. 473-484, ove
si rileva, comunque, “una scarsa incidenza delle strutture vassallatiche nella elaborazione
delle collezioni canoniche pregrazianee” (p. 483). Di un certo interesse pare anche l’assenza
dei medesimi lemmi negli indici del registro di Gregorio VII edito dal Caspar (Das Register
Gregors VII., herausgegben von E. CASPAR, II, Buch V-IX, 2. unveränderte Auflage, Berlin
1955 [MGH, Epistolae Selectae, Tomus II, Fasciculus II, Gregorii VII Registrum, Lib. V-IX,
Editio secunda, Berolini MCMLV], pp. 675-707); sulla reale natura del registro (registro origi-
nale della cancelleria pontificia, opera di privati o testo ‘comunque’ ufficiale a testimonianza
della linea politica del pontefice), che ancora oggi non pare del tutto chiarita, cfr. in sintesi
O. CAPITANI, Gregorio VII, santo, in Enciclopedia dei papi, vol. 2, Roma 2000, pp. 188-212,
in particolare p. 210.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 61

a) I beni ecclesiastici e le decime


Per quanto concerne i beni ecclesiastici, è opportuno tenere presenti
alcuni principi di carattere generale relativi alla loro disciplina, vale a dire
che il vescovo è l’unico soggetto al quale spetta l’amministrazione delle res
ecclesiae pertinenti alla sua diocesi, con il corollario del divieto per i laici
di detenere o usurpare tali beni, nonché la regola dell’inalienabilità del pa-
trimonio ecclesiastico, derogabile solo in rari e ben definiti casi. Si tratta di
precetti che affondano le proprie radici nella vita cristiana dei primi secoli,
allorquando furono definiti i problemi che scaturivano dal possesso di ric-
chezze, poi conciliati alla luce del nesso esistente tra il fine soprannaturale
perseguito dalla Chiesa e i mezzi necessari per la sua realizzazione: in ragio-
ne di ciò anche il patrimonio ecclesiastico fu ritenuto partecipe di questo fine
e, di conseguenza, venne dedicato al culto e al servizio di Dio21. Alla natura
trascendentale del titolare dei beni ecclesiastici si affiancò, come conseguen-
za, il principio che i clerici fossero semplici amministratori di questi beni
e si stabilì che le res ecclesiae non potessero subire diminuzioni se non per
motivi evidenti di utilità per la Chiesa stessa; così, a partire dalla fine del IV
secolo, epoca in cui tali beni iniziarono ad accrescersi in modo significativo,
si definì un regime di protezione e di controllo volto a impedire che si disper-
dessero22. Sin dalle origini diversi concili posero dei limiti ai poteri dispositivi
dei vescovi e fu richiesto, in caso di alienazione, il consenso del metropolita
e dei titolari delle diocesi vicine23, mentre dal V secolo si generalizzò l’uso
di nominare un economo per coadiuvare il presule nell’amministrazione dei

21
Cfr. G. LE BRAS, Storia della Chiesa. XII/1. Le istituzioni ecclesiastiche della Cri-
stianità medievale (1130-1378), edizione italiana a cura di P. CIPROTTI, L. PROSDOCIMI, A. GIA-
COBBI e G. PELLICCIA, Roma-Torino 1983 (2° rist. della prima edizione del 1973), pp. 318-331:
sezione II La ricchezza. Una chiara e sintetica elaborazione sul tema si legge in Y.M.-J. CON-
GAR, I beni temporali della Chiesa secondo la tradizione teologica e canonica, in G. COTTIER
et alii, Chiesa e povertà, (Teologia oggi, 6), Roma 1968, pp. 257-286. Per la peculiare natura
del patrimonio ecclesiastico e i suoi riflessi nell’atteggiamento dei riformatori sul tema econo-
mico, che culminò nella raccolta grazianea e grazie al quale fu particolarmente approfondito
il profilo del possesso ‘metapersonale’ delle res ecclesiae, cfr. G. TODESCHINI, Linguaggi econo-
mici ed ecclesiologia fra XI e XII secolo: dai Libelli de lite al Decretum Gratiani, in Medioevo
Mezzogiorno Mediterraneo. Studi in onore di Mario Del Treppo, a cura di G. ROSSETTI e G.
VITOLO, Volume I, (Europa Mediterranea-Quaderni, 12), Napoli 2000, pp. 59-87.
22
Per un più recente panorama storico sulla dottrina relativa alla condizione giuridica
dei beni della Chiesa, dalle origini fino al Codice di Diritto Canonico del 1983, cfr. A. PER-
LASCA, Il concetto di bene ecclesiastico, (Tesi Gregoriana, Serie Diritto Canonico, 24) Roma
1997, pp. 7-81. Cfr. anche la sintesi in V. DEL GIUDICE, v. Beni ecclesiastici, in Enciclopedia
del diritto, vol. V, Milano 1959, pp. 206-238.
23
Cfr. anche, in sintesi, E. CORTESE, v. Divieto di alienazione (diritto intermedio), in
Enciclopedia del diritto, vol. XIII, Milano 1964, pp. 386-401, in particolare pp. 393-394.
62 MAURA MORDINI

beni ecclesiastici24 e si formulò la regola della divisione delle rendite del pa-
trimonio della diocesi in quattro parti: tre di esse destinate al sostentamento,
rispettivamente, del vescovo, dei membri del clero e dei poveri e l’ultima
riservata alla manutenzione degli immobili destinati al culto25. Ai nostri fini,
inoltre, è utile segnalare che, rispetto al complesso dei beni ecclesiastici, le
decime sono state sottoposte a un regime particolare in ordine alla loro per-
cezione e amministrazione, che si è riflesso altresì sulla disciplina della loro
concessione ai laici a titolo remuneratorio, come si vedrà tra breve26.
Queste regole sono state sostanzialmente accolte all’interno del Decre-
tum Gratiani e, proprio in riferimento alla gestione delle res ecclesiae da
parte dei clerici, il Todeschini ha affermato che la sistemazione della materia
economica all’interno della collezione può essere considerata come il tentati-
vo di “costruzione del primato etico dei criteri amministrativi ecclesiastici”,
che veniva inteso come funzionale anche alla definizione di un “modello di
riferimento per l’organizzazione economica della società cristiana nel suo
complesso”27, che – come si è accennato – è uno dei criteri storiografici più
attuali per interpretare il ruolo della riforma tra i secoli XI e XII28.
Nel Decretum è accolto un concetto unitario di res ecclesiae o eccle-
siasticae, che viene contrapposto alle regalie e alla proprietà dei laici, ed
è affermato in più punti il principio della titolarità eminente di questo pa-
trimonio, spettante sia a Dio, sia alla Chiesa, sia, infine, ai poveri29. Nella

24
R. NAZ, v. Res, in “Dictionnaire du droit canonique”, VII (Paris 1965), coll. 598-602;
A. DUMAS, v. Investiture, in “Dictionnaire du droit canonique”, VI (Paris 1957), coll. 17-42.
25
Per le forme di protezione di questi beni, consistenti soprattutto nella precisa indi-
viduazione degli scopi e delle procedure da seguire per la loro amministrazione, compresa
la distribuzione dei redditi in quattro parti, con riferimento ai concili dal V al IX secolo cfr.
Y.M.-J. CONGAR, I beni temporali della Chiesa, pp. 268-278, nonché A. PERLASCA, Il concetto
di bene ecclesiastico, pp. 35-47.
26
Per cenni alla disciplina delle decime con riferimenti alla storiografia giuridica cfr.
M. MORDINI, Aspetti della disciplina del feudo ecclesiastico. Parte I, pp. 242-243. Per la di-
sciplina delle decime all’interno del Decretum Gratiani cfr. C.E. BOYD, Thites and Parishes
in Medieval Italy. The Historical Roots of a Modern Problem, New York, 1952, pp. 138-142;
nonché G. CONSTABLE, Monastic Tithes from their Origins to the Twelfth Century, Cambridge
1964, ad indicem.
27
Così G. TODESCHINI, Linguaggi economici ed ecclesiologia, che parla di un “conflitto
ancora in atto verso la metà del XII secolo a proposito del modello giurisdizionale ecclesiasti-
co” (tutte le citazioni tra virgolette, nel testo e in nota, sono tratte da p. 84).
28
Cfr. supra, nota 15 e testo corrispondente.
29
Questi aspetti sono stati esaminati in P. RASI, Il concetto di «res» nel «Decretum
Gratiani», in “Studia Gratiana”, III (1955), pp. 143-158, in particolare pp. 149-150, 152-
154. Per la distinzione delle regalie dal resto delle res ecclesiae cfr. A.M. STICKLER, Magistri
Gratiani sententia de potestate ecclesiae in statum, in “Apollinaris”, XXI (1948), pp. 36-111,
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 63

prima pars della raccolta Graziano interviene a più riprese con i suoi dicta
per riaffermare l’esclusione dei laici da qualsiasi atto di amministrazione,
che effettivamente rappresenta uno dei temi caratterizzanti la lotta antisi-
moniaca dell’epoca30.
Numerose norme della seconda pars – concentrate soprattutto nelle
Cause 10, 12, 16 e 17 – dettano una disciplina severa a proposito, rispettiva-
mente, dei poteri e dei doveri dei vescovi sui beni loro affidati31, delle ipotesi

in particolare p. 63 (a proposito di C.11 q.1 c.27 e c.28 e di C.23 q.8 d.p. c.20 e d.p. c.25);
nonché R.L. BENSON, The Bishop Elect. A Study in Medieval Ecclesiastical Office, Princeton
1968, pp. 53-54, ove si sottolinea che, avendo Graziano composto l’opera subito dopo la lotta
per le investiture, non deve sorprendere che egli abbia assimilato la fondamentale distinzione
tra regalie (compresa la giurisdizione secolare “as well as property”) e “the purely ecclesiasti-
cal properties”. Vedremo in seguito che a questa distinzione, abbastanza chiaramente soste-
nuta nella q. 8 della Causa 23, non è seguita una sistemazione lineare e una soluzione limpida
in ordine alle conseguenze (cfr. anche infra, § 1 d).
30
Cfr. ad esempio il dictum ante c. 1 D. 89: “Domui quoque suae oportet bene esse
prepositum, ut quedam inde quodammodo futurae dispensationis argumenta assumantur. In
dispensatione uero ecclesiae hanc regulam obseruandam nouerit, ut nulli quantumlibet exer-
citatae personae duo simul offitia committat, neque saecularibus uiris res ecclesiasticas guber-
nandas committat”. Il riferimento alla capacità di governare bene la propria casa è ripreso
dalla prima lettera di s. Paolo a Timoteo, nella parte concernente i requisiti per l’episcopato
(1 Tim. 3, 4); la regola che l’amministrazione delle res ecclesiae non deve essere delegata ai
laici è poi sancita in D. 89 c. 5 (“Saecularibus uiris res ecclesiasticae non committantur”),
ripreso a sua volta da una lettera di Gregorio Magno indirizzata nel luglio del 599 a Ianua-
rius vescovo di Cagliari, per la quale cfr. MGH, Gregorii I papae registrum epistolarum,
Tomus II, Libri VIII-XIV, post Pauli Ewaldi obitum edidit L.M. HARTMANN, München 1978
(Unveränderter Nachdruck der 1899 bei der Weidmannschen Verlagsbuchhandlung, Berlin,
erschienenen Ausgabe), n°IX, 204, pp. 191-193; P. JAFFÉ, Regesta Pontificum Romanorum ab
condita Ecclesia ad annum post Christum natum MCXCVIII, editionem secundam correctam
et auctam auspiciis G. WATTENBACH, curaverunt S. LOEWENFELD, P. KALTENBRUNNER, P. EWALD,
Lipsiae 1885 (rist. Aalen 1963), n°1731 (1220), p. 196. La specifica destinazione della D. 89
a ribadire il divieto imposto ai vescovi di affidare le res ecclesiae ai laici è ribadita in G. TO-
DESCHINI, Linguaggi economici ed ecclesiologia, p. 73, e collocata in una più ampia riflessione
sulla rilevanza anche dell’ambito economico nella definizione canonica dei comportamenti
sacerdotali (cfr. supra, nota 21 e testo corrispondente). Cfr. anche il dictum ante c. 1 D.
96, che anticipa un esteso canone (D. 96 c. 1) tratto da un precetto di papa Simmaco espres-
so nel sinodo romano del 6 novembre 502 (P. JAFFÉ, Regesta Pontificum Romanorum, ante
n°757 [473], p. 98) sotto la rubrica: “De rebus ecclesiasticis disponendis laicis nulla facultas
relinquitur”. Cfr. infine il dictum ante c. 1 D. 97. Per la definizione di simonia nel contesto
della riforma ecclesiastica, allorquando il suo significato fu dilatato per ricomprendervi com-
portamenti diversi tra loro, dalla venalità dell’ordinazione sacerdotale fino al corrispettivo
della concessione di regalie da parte del sovrano ai vescovi, cfr. in sintesi W. GOEZ, Riforma
ecclesiastica – Riforma gregoriana, pp. 170-171.
31
La quaestio 1 della Causa 10 affida ai vescovi la potestas sulle chiese, i loro beni e
le relative decime (cfr. soprattutto c. 2, c. 3, c. 5, c. 7), insistendo sul divieto di concedere ai
laici la disponibilità di queste ultime (cfr. c. 13, c. 14, c. 15), mentre nella quaestio 2 si pre-
64 MAURA MORDINI

di distrazione delle res ecclesiae32, del regime delle decime33 e del divieto di
alienazione del patrimonio ecclesiastico34. Tra queste norme, tuttavia, non si
riscontra esplicitamente alcun riferimento alla concessione feudo-vassallati-
ca, tranne un capitolo che allude al conferimento in beneficio di res ecclesiae
a favore di milites. Si tratta precisamente di c. 4 C. 12 q. 2, auctoritas at-
tribuita a papa Gregorio VII, tolta dal canone primo del concilio tenutosi a
Roma nell’autunno del 1078, presieduto dal medesimo pontefice, e collocata
nel Decretum sotto la rubrica “Excommunicationi subiaceat qui ecclesiastica
predia inuadit”:

Quicumque militum, uel cuiuscumque ordinis uel professionis persona, predia


ecclesiastica a quocumque rege, seu seculari principe, uel ab episcopis inuitis,
seu abbatibus, aut ab aliquibus ecclesiarum rectoribus susceperit, uel inua-
serit, uel eorum consensu tenuerit, nisi eadem predia ecclesiis restituerit, ex-
communicationi subiaceat35.

cisano i limiti della potestas dei vescovi sul patrimonio ecclesiastico, vietando ogni forma di
alienazione e ammettendo solo una potestas dispensandi sottoposta all’insorgere di uno stato
di necessità (cfr. il dictum ante c. 1 C. 10 q. 2: “Sed cum in episcoporum potestate facultates
ecclesiae constitutae esse dicantur, potestas dispensandi intelligenda est, non distrahendi uel
dilapidandi”).
32
Nella quaestio 1 della Causa 12 dal c. 15 al c. 28, nel ribadire che le res ecclesiae
sono sottoposte alla potestas del vescovo (c. 24), si indicano alcuni motivi per procedere alla
dispensatio in caso di bisogno. Di grande interesse appare la quaestio 2, interamente dedicata
alle ipotesi di distrazione o usurpazione dei beni ecclesiastici, in relazione alle quali è sancita
la scomunica ed è imposta la restitutio in integrum (per questi aspetti, con riferimento alle
singole norme, cfr. P. RASI, Il concetto di «res», pp. 151-152). Cfr. infra, nota 37.
33
Della Causa 16 sono particolarmente interessanti per la nostra indagine le norme
relative all’uso e alla destinazione delle decime, per le quali si ecludono forme di alienazione e
di abuso, soprattutto a vantaggio dei laici (cfr. la quaestio 1, cc. 55-59 e la quaestio 7).
34
Il divieto è sancito soprattutto nella C. 17 q. 4. Si occupa in generale del tema F.
GRAZIAN, La nozione di amministrazione e di alienazione nel codice di diritto canonico, (Tesi
Gregoriana serie diritto canonico 55), Roma 2002, in particolare pp. 45-57 sul Decretum Gra-
tiani.
35
Per il c. 1 del concilio di Roma del 19 novembre 1078 cfr. Das Register Gregors VII.,
II, n°VI, 5b, pp. 400-406, in particolare pp. 402-403; cfr. anche Sacrorum conciliorum nova
et amplissima collectio […], quae JOANNES DOMINICUS MANSI archiepiscopus lucensis evulgavit,
editio novissima, Tomus vigesimus, Ab anno MLXX. usque ad annum MCIX inclusive, Venetiis
MDCCLXXV, coll. 507-510, in particolare col. 509, canone 1, nonché P. JAFFÉ, Regesta Pon-
tificum Romanorum, ante n°5085 (3821), pp. 627-628. Per la corrispondenza tra questo testo
di Gregorio VII e il Decretum Gratiani cfr. J. GILCHRIST, The Reception of Pope Gregory VII
into the Canon Law (1073-1141), in “Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte”,
Bd. 90, “Kanonistische Abteilung”, 59 (1973), pp. 35-82, in particolare p. 67, n°13, e p. 68
n°17 (rist. in J. GILCHRIST, Canon Law in the Age of Reform, 11th-12th Centuries, [Collected
Studies Series- Cs 406], Aldershot 1993, n°VIII). Il canone si legge anche nel Policarpus: per
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 65

È, dunque, prevista la scomunica contro coloro che detengano beni


immobili ecclesiastici acquisiti per occupazione abusiva36 oppure conseguiti
per concessione sia da parte di re, che di principi secolari, oppure da parte
di vescovi – sebbene a malincuore – abati o rettori di chiese, e non li re-
stituiscano alle istituzioni titolari, come imporrebbe il ripristino dell’ordine
giuridico violato; in modo particolare è fatto riferimento alla posizione del
miles-vassallo, il quale, pur potendo esibire un titolo di detenzione fondato
sul consenso del concedente, soggiace alla sanzione ecclesiastica in ragione di
una valutazione complessivamente negativa delle concessioni a laici di beni
ecclesiastici, che è caratteristica dell’intero sistema del diritto “grazianeo”.
Poco sopra, infatti, si è rilevata la severità delle norme poste a tutela del
patrimonio ecclesiastico, per le quali non erano ammesse distrazioni di beni
se non per il compimento dei fini spirituali ai quali le res ecclesiae erano

la concordanza tra il Policarpus e il Decretum Gratiani cfr. adesso Die Kanonessammlung


Polycarpus des Gregor von S. Grisogono. Quellen und Tendenzen, von U. HORST, (MGH,
Hilfsmittel, 5) München 1980, in particolare p. 183 (1141): “Polyc. VI, 14, 18 = Gratian.
12, 2, 4”, mentre nelle note del Friedberg all’edizione del Decretum Gratiani (coll. 687-688,
nota 34) è indicato “Polyc. VI, 15 (14), 19”. Il testo del canone in esame, dopo il concilio di
Roma del novembre del 1078, fu ribadito nel concilio di Piacenza del 1095 (cfr. Sacrorum
conciliorum nova et amplissima collectio, Tomus vigesimus, coll. 801-816, in particolare col.
813, ‘quicumque militum’) e nel concilio del Laterano del 1139 (Conciliorum Oecumenicorum
Decreta, a cura di G. ALBERIGO, G.L. DOSSETTI, P.-P. JOANNOU, C. LEONARDI, P. PRODI, consu-
lenza di H. Jedin, edizione bilingue, Bologna 1991 [rist. 1996], pp. 195-203, in particolare p.
199, canone 10. Per il concilio del Laterano del 1139 cfr. in sintesi D. QUAGLIONI, I concili del
Medioevo e dell’età Moderna, in R. AUBERT, G. FEDALTO, D. QUAGLIONI, Storia dei concili, Ci-
nisello Balsamo (MI) 1995, pp. 109-114). Si tenga presente che G. GIORDANENGO, Auctoritates
et auctores dans les collections canoniques, p. 115, proprio a proposito del Decreto ha segna-
lato, quale fenomeno “conforme à la nouvelle hiérarchie des sources normatives: les canons
d’un concile ne sont valables qu’approuvés par le pape”, l’attribuzione di alcuni canoni dei
concili al pontefice che li ha presieduti.
36
Per il concetto di invasio/invadere/invasores nelle lettere di Gregorio VII cfr. J. GIL-
CHRIST, Eleventh and Early Twelfth Century Canonical Collections and the Economic Policy
of Gregory VII, in Studi gregoriani, IX (1972), pp. 375-417, in particolare pp. 387-389 (rist.
in J. GILCHRIST, Canon Law in the Age of Reform, n°VI): a tale proposito l’A. ricorda una
spiegazione fornita dal pontefice, vale a dire “quicunque enim bona ecclesiarum invadunt,
id est sine certa licentia episcoporum vel abbatum diripiunt vel ab aliqua persona accipiunt”
(p. 388), sulla base della quale conclude che, sebbene l’occupazione abusiva sia una figura
assai presente nel registro di Gregorio VII, non tutte le forme di possesso di beni ecclesiastici
da parte di laici sono considerate tali dal pontefice; inoltre, sono considerati invasores anche
i vescovi, soprattutto in relazione all’occupazione di beni monastici. Sull’invasio simoniaca
come “privatizzazione ovvero dispersione dei beni ecclesiastici” negli autori antisimoniaci, in
Gregorio VII e Graziano cfr. anche G. TODESCHINI, Linguaggi economici ed ecclesiologia, pp.
60-61, 67 (da cui è tratta la citazione). Nello schema della condanna della invasio simoniaca
rientra anche il successivo obbligo della restituzione delle res ecclesiae.
66 MAURA MORDINI

per loro natura destinate, e in tal senso la raccolta grazianea si adegua ri-
gorosamente alle istanze riformatrici della Chiesa d’Occidente, attuate con
determinazione a partire specialmente dal pontificato di Gregorio VII, nel
corso del quale furono concretamente perseguiti anche il mantenimento e il
recupero di questi beni37.
Tale interpretazione trova riscontro anche in altri luoghi del Decreto,
nei quali l’attenzione si concentra specificamente sulla detenzione da parte
dei laici di chiese e decime a titolo di beneficio. Un primo esempio della con-
danna della concessione beneficiale delle res ecclesiae a titolo remuneratorio
si può rinvenire in c. 13 C. 1 q. 3, inserito nella disciplina della simonia, e c.
3 C. 16 q. 7, in materia di decime. Questi due capitoli presentano anzitutto
una particolarità: entrambi sono tratti da un medesimo precetto e, secondo
la classificazione adottata dal Gaudemet, possono essere definiti “doublets
parfaits”, perché ‘si presentano sotto la medesima forma, con un’identica
attribuzione’38. Inoltre, essi costituiscono uno dei casi di Dubletten analizzati

37
Per la politica di recupero e tutela delle res ecclesiae quale si trae dal contenuto dei
registri di Gregorio VII cfr. J. GILCHRIST, Eleventh and Early Twelfth Century Canonical
Collections, la cui prima manifestazione è l’insistenza sull’applicazione del divieto di aliena-
zione dei beni ecclesiastici (p. 384); in tale quadro si colloca il riferimento al c. 1 del concilio
di Roma dell’autunno del 1078 (p. 383), su cui cfr. supra, nota 35. Sulla politica di tutela e
recupero delle res ecclesiae nella fase della “lotta per le investiture”, in relazione alla quale
presero una determinata forma proprio i concetti di ‘simonia’, ‘invasio’, ‘regalia’, cfr. an-
che C. MÄRTL, «Res Ecclesiae», «beneficia ecclesiastica» und Regalien im Investiturstreit,
in Chiesa e mondo feudale, pp. 451-470. In generale, sul recepimento dei principi contenu-
ti nelle sentenze e nel Dictatus papae all’interno del Decretum Gratiani cfr. J. GILCHRIST,
Canon Law Aspects of the Elevent-Century Gregorian Reform Programme, in “Journal of
Ecclesiastical History”, 13 (1962), pp. 21-38, in particolare le conclusioni a p. 38 (rist. in J.
GILCHRIST, Canon Law in the Age of Reform, n°III). Un segnale della piena maturazione già
sotto il pontificato di Alessandro II (1061-1073) dell’esigenza di difendere e recuperare i beni
della Chiesa potrebbe rinvenirsi nella formula del giuramento prestato di fronte a questo
pontefice da Wiberto arcivescovo di Ravenna al momento della sua ordinazione nel 1073, ove
si legge l’impegno a difendere “Papatum Romanum et regalia sancti Petri”: cfr. Die Kanones-
sammlung des Kardinals Deusdedit, erster (einziger) Band, Die Kanonessammlung selbst,
neu herausgegeben von V. WOLF VON GLANVELL, Paderborn 1905 (Neudruck Aalen 1967), lib.
4, cap. 423, p. 599: “Ivramentum episcoporum, qui in R[omana] aecclesia consecrantur et ab
ea pallium accipiunt”; questa clausola è indicata come elemento della versione più antica del
nuovo giuramento prestato dai vescovi al momento dell’insediamento in E.H. KANTOROWICZ,
Inalienability: a Note on Canonical Practice and the English Coronation Oath in the Thir-
teenth Century, in “Speculum”, XXIX (1954), pp. 488-502, in particolare pp. 491-492, poi
rielaborato anche in ID., I due corpi del Re. L’idea di regalità nella teologia politica medie-
vale, Introduzione di A. Boureau, Torino 1989 (ed. or. The King’s Two Bodies. A Study in
Mediaeval Political Theology, Princeton 1957), pp. 299-300.
38
Così J. GAUDEMET, Les Doublets dans le Décret de Gratien, in La critica del testo, Atti
del secondo Congresso Internazionale della Società Italiana di Storia del Diritto, t. I, Firenze
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 67

dal Weigand tenendo conto delle nuove acquisizioni storiografiche relative ai


manoscritti che attesterebbero le fasi più antiche della Redaktiongeschichte
della raccolta grazianea, vale a dire, all’epoca, Aa, Bc, Fd e P39. Secondo
lo studioso tedesco il capitolo Pervenit (c. 3) di C. 16 q. 7 era presente già
nella prima redazione della collezione, mentre c. 13 C. 1 q. 3, e quindi la Du-
blette, risulta dalla seconda; inoltre nella classificazione ove si distingue tra
alte Dubletten e spätere Dubletten, vale a dire tra le ripetizioni più antiche
che si realizzano nella prima redazione o nella seconda e sono attribuibili a
Graziano, e quelle più tarde che risultano da un’attività di completamento
riconducibile alla scuola, la duplicazione di c. 3 C. 16 q. 7 è definita come
alte Dublette40.
L’auctoritas in esame (Pervenit) è attribuita a Gregorio VII, ma in re-
altà una formulazione corrispondente ai testi in esame non si rinviene né nei
canoni dei due concili di Roma dell’anno 107841, né nelle lettere indirizzate
dal pontefice a Ermanno vescovo di Metz42, testi ai quali rimandano le note
dell’edizione del Friedberg43, per cui si può concludere, con il Gilchrist, che

1971, pp. 269-290, in particolare p. 278, ove prosegue: in questo caso “seules peuvent être
relevées de minimes variantes de détail que ne modifient en rien le sens du texte. Il n’est en
général pas possible de préciser si elles viennent des modèles utilisés par Gratien ou s’il s’agit
d’inadvertance de scribes composant ou recopiant le Décret”. Si deve, comunque, precisare
che in questo saggio non è rilevata la ripetizione in esame (C.1 q.3 c.13 e C.16 q.7 c.3), segna-
lata invece dal Friedberg (cfr. infra, nota 46).
39
R. WEIGAND, Versuch einer neuen, differenzierten Liste der Paleae und Dubletten: la
ripetizione è segnalata alle pp. 119 e 128. Queste le corrispondenze delle sigle dei manoscritti
menzionati nel testo: Aa=Admont, Stiftsbibliothek 23 e 43; Bc=Barcelona, Arxiu de la Corona
d’Aragón, Santa Maria de Ripoll 78; Fd=Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Conventi
Soppressi A.I. 402; P=Paris, Bibliothèque Nationale, nouvelles acquisitions latines 1761. In
questo saggio l’A. prende le mosse dalla tesi del Winroth sulle due redazioni del Decretum
Gratiani. Cfr. supra, la nota 9.
40
R. WEIGAND, Versuch einer neuen, differenzierten Liste der Paleae und Dubletten, pp.
119, 125 e 128. Come Dublette il canone è indicato anche in un manoscritto che è stato identi-
ficato quale “témoin du début de la version longue du Décret” e analizzato in M.-C. MININ, Le
Décret de Gratien dans le manuscrit E.21 de la Bibliothèque municipale de Rouen, in “Revue
de droit canonique”, t. 51/2 (2001), Strasbourg 2001, pp. 261-278, in particolare p. 266.
41
Per il concilio di Roma del 27 febbraio-3 marzo 1078 cfr. Das Register Gregors VII.,
II, n°V, 14a, pp. 368-373; per quello del 19 novembre 1078 cfr. ibidem, n°VI, 5b, pp. 400-406.
42
Cfr. i luoghi relativi alla voce “Meten. Metten.” del Namenregister in Das Register
Gregors VII., II, p. 664.
43
Nelle note editoriali dell’editio romana, i Correctores Romani precisarono che que-
sto capitolo era stato ascritto a Gregorio, rinviando a un episodio concernente un vescovo di
Bamberga, ripreso dal pontefice in una delle lettere spedite a Ermanno vescovo di Metz (Cor-
pus iuris canonici, I, col. 417, notatio a c. 13), su cui cfr. Das Register Gregors VII., II, n°VI,
5, pp. 398-399, ove, a p. 399, 3-6, si legge una frase di Gregorio che riecheggia sia il contenuto
68 MAURA MORDINI

la fonte della norma resta dubbia44.


Nella versione divulgata del Decretum le difformità della formulazione
sono solo due e di carattere meramente stilistico:
C. XIII. Symoniaci sunt episcopi, qui [C. III.]
decimas et oblationes laicis, non clericis Item Gregorius [VII.]
distribuunt. Peruenit ad nos fama sinistra, quod
Item Gregorius VII. quidam episcoporum non sacerdotibus
Peruenit ad nos fama sinistra, quod propriae diocesis decimas atque Chri-
quidam episcoporum non sacerdotibus stianorum oblationes conferant, sed
propriae diocesis decimas atque Chri- pocius laicalibus personis, militum uide-
stianorum oblationes conferant, sed licet siue seruitorum, uel (quod grauius
potius laicalibus personis, militum uide- est) consanguineis. Unde, si quis amodo
licet siue seruitorum, uel (quod grauius episcopus inuentus fuerit huius precepti
est) consanguineis. Unde si quis amodo diuini transgressor, inter maximos here-
episcopus inuentus fuerit huius diuini ticos et antichristos non minimus habea-
precepti transgressor, inter maximos tur, et, sicut Nicena sinodus de symonia-
hereticos et antichristos non minimus cis censuit, et qui dat episcopus, et qui
habeatur, et, sicut Nicena sinodus de sy- recipiunt ab eo laici, siue precio, siue
moniacis censuit, et qui dat episcopus, beneficio, eterni incendii ignibus depu-
et qui recipiunt ab eo laici, siue precio, tentur46.
siue beneficio, eterni incendii ignibus
deputentur45.

sia l’espressione con cui si apre il precetto in esame: “Preterea pervenit ad nos, quod propter
instantem inimicorum tuorum infestationem tuæ bona ecclesiæ largitus sis quibusdam mili-
tibus et eo modo honoris tui dignitas cotidie, quod non optamus, minuatur atque decrescat.
Proinde tuam volumus admonitam esse prudentiam, ne alicuius magnitudine tribulationis
coactus ecclesiasticas cuiquam hereditates largiaris, unde multum te postea pæniteat, cum,
quod modo turbatus ægeris, nullo modo emendare potueris”. Il Friedberg, poi, ha aggiunto
che un simile principio non si rinviene “in C(oncilio) Romano V hab(ito) a(nn)o 1078 c. 1 et
6”; nell’introduzione l’editore ha effettivamente indicato C. 16 q.7 c.3 tra i canoni di cui non
è stata rinvenuta la fonte, ma ha tralasciato C.1 q.3 c.13 (Corpus iuris canonici, I, col. XLI).
44
J. GILCHRIST, The Reception of Pope Gregory VII, p. 67: al n°11 si indica la corri-
spondenza con i due luoghi del Decretum e si segnala che l’identificazione della norma con
testi di Gregorio VII è dubbia. Tuttavia, si potrebbe anche tenere conto della proposta meto-
dologica avanzata dal Capitani in un saggio concernente la conoscenza degli scritti di Gregorio
VII da parte della pubblicistica del secolo XI, vale a dire si potrebbe considerare anche la
citazione indiretta, “quella – implicita o mediata da altra fonte – che induca a pensare ad una
dipendenza per lo meno contenutistica da Gregorio VII” per meglio cogliere “il valore di alcu-
ni concetti” (così O. CAPITANI, Il papato di Gregorio VII nella pubblicistica del suo tempo, in
Studi gregoriani, XIII, pp. 373-397, rispettivamente p. 377, nota 8, e p. 376); in tal senso, si
potrebbe concludere che il tema delle decime era particolarmente rilevante per Gregorio VII
e come tale si è trasmesso anche al Decreto di Graziano.
45
C. 1 q. 3 c. 13. Cfr. la nota successiva.
46
C. 16 q. 7 c. 3. A proposito di questa norma il Friedberg rimanda alle note di C. 1
q. 3 c. 13 (coll. 801-802, nota 21). I Correctores Romani a suo tempo precisarono che nei
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 69

In questo passo si lamenta che alcuni vescovi dispongano di decime e di


oblazioni non a favore dei sacerdoti della propria diocesi, ma a vantaggio di
laici, ossia di milites, di servi o – cosa che appare ancora più grave – di pro-

codici della vulgata C. 16 q. 7 c. 3 era definito palea, ma che esso si trova “in tutti i mano-
scritti” e che nel Policarpus il canone presenta una formulazione più estesa, con rinvio a un
“concilio Africano” (col. 801, nota al c. 3); cfr. Polyc., 3, 11, 5: “5. Ex concilio Africano.
Pervenit fama sinistra ad magnam conventus nostri synodum, quod etiam ipso relatu lugubre
valde est satisque universali æcclesiæ lacrimabile, quia quicquid patitur unum membrum,
compatiuntur omnia membra, quod quidam episcoporum suam suorumque adulatorum vo-
luntates magis quam sacrorum canonum vel patrum decreta sectantes non sacerdotibus et
presbiteris propriæ diocesis decimas atque christianorum oblationes conferre renuerunt, sed
potius, quod catholicis auribus absurdissimum est, laicalibus personis, militum videlicet sive
servitorum, vel quod adhuc gravius est, consanguinitatis sibi gratia coniunctis inconsulte ac
precipiti more concedere soliti sunt. Quod videlicet inmanissimum nefas quam monstruosum
quamque execrabile sit, redemptori nostro eiusque sacrosanctæ æcclesiæ quam intollerabile,
omnes penæ utriusque testamenti paginæ protestantur, in quibus terribiliter ipse rex regum et
dominus pontificum omnibus intonat dicens: Si quis tetigerit sacerdotes meos, qui in taberna-
culo meo deserviunt, tangit pupillam oculi mei, et rursum: Omnes, inquit, filii Israel offerunt
decimas de omnibus frugibus suis ad templum Domini, quia his, qui altario deserviunt, dedi
eas, ut participentur de omnibus bonis Domini, ut orare valeant, pro populo meo. Habemus
autem ad hanc pessimam heresim destruendam ipsam veritatem in evangelio dicentem: Dignus
est operarius mercede sua. Quod alius evangelista evidentius dicit: Dignus est operarius cibo
suo. Unde apostolus: Qui, inquit, altario deserviunt, de altario participentur. Sunt quippe
presbiteri sors specialis Dei, et ipse hereditas eorum, pro cuius amore atque honore arma
deposuere secularia, ut ipsum habere mererentur patrem atque defensorem, dicentes cum
propheta: Quis adversarius meus est? Accedat ad me. Ecce Dominus auxiliator meus, ideo
non sum confusus. Quapropter placuit unanimitati vestre, ut in unum convenientes comitati
et preventi gratia spiritus sancti, sine quo nichil facere possumus, quod divinitati placitum
sit, uno ore eodemque consensu vigorabiliter censemus, ut si quis amodo episcopus inventus
fuerit huius divini precepti transgressor, inter maximos hereticos et antichristos non minimus
habeatur. Et sicut sancta Nicena synodus de simoniacis hereticis omnino censuit, et qui dat
episcopus, et qui accipiunt ab eo laici sive pretio sive benefitio, æterni incendii ignibus de-
putentur et a sanctæ æcclesiæ corpore utpote inutilia sarmenta evangelica falce precidantur,
quatenus arescant. Ad hæc tota synodus: Ut hæc, inquit, spiritu sancto auctore fiant, qui
nos congregari voluit, ad confirmandam legem mandatorum suorum simul ista fieri sanci-
mus, et ut ascendat fumus huius rei prevaricatorum eorumque tormentorum in secula secu-
lorum. Responsumque est ab omnibus: Amen amen, fiat fiat” (Die Sammlung „Policarpus”
des Kardinals Gregor von S. Grisogono, Angelegt und gestaltet von C. ERDMANN (†). Zum
Druck vorbereitet von U. HORST, unter Mitarbeitet von M. KLEIN, herausgegeben von H. FUH-
RMANN, consultato da ultimo in data 13 giugno 2011 nel sito: http://www.mgh.de/datenbanken/
kanonessammlung-polycarp/): si sono evidenziati in corsivo i passi presenti nei canoni in esa-
me del Decretum Gratiani. Cfr. J. GILCHRIST, The “Polycarpus”, in “Zeitschrift der Savigny-
Stiftung für Rechtsgeschichte”, Bd. 99, “Kanonistische Abteilung”, 68 (1982), pp. 441-452,
in particolare p. 449. Nella versione ridotta, corrispondente a quella del Decretum Gratiani,
il canone si legge anche nella Collezione in Tre libri, su cui cfr. J.H. ERICKSON, The Collection
in Three Books and Gratian’s Decretum, in “Bulletin of Medieval Canon Law”, New Series,
70 MAURA MORDINI

pri consanguinei. Perciò si stabilisce che tali vescovi siano considerati tra i
peggiori eretici e si impone l’applicazione della pena prevista per i simoniaci,
vale a dire la scomunica, sia in danno del presule che effettua il conferimen-
to, sia a carico di coloro che ricevono l’assegnazione a titolo di precium o di
beneficium.
Come si vede, i riferimenti ai milites e al titolo beneficiale o, comunque,
remuneratorio alludono chiaramente alla diffusa prassi di utilizzare i pro-
venti delle decime e delle offerte dei fedeli per costituire l’oggetto del benefi-
cium da corrispondere a coloro che prestavano servizio armato a favore di
istituzioni religiose. Di fronte a tale fenomeno, dunque, si intende arginare
con la minaccia della scomunica una prassi che appare contraria alla desti-
nazione “sacra” dei beni in esame e al conseguente divieto di disporne per fi-
nalità diverse da quelle consentite: così, la sanzione spirituale viene indicata
come conseguenza ineluttabile in due casi che si distinguono solo in relazione
all’interesse principale avuto di mira nella sistematica dell’opera, ossia tra
le ipotesi di simonia nel primo caso e come integrazione della disciplina delle
decime ecclesiastiche nel secondo47.
Ancora più esplicitamente Graziano si esprime nel dictum ante c. 1 C.
16 q. 7:

Quod autem ecclesias de manu laicorum nec abbati, nec alicui liceat accipere,
omnium canonum testatur auctoritas. Generaliter enim tam ecclesiae, quam
rem ecclesiarum in episcoporum potestate consistunt. Laici autem nec sua,
nec episcoporum auctoritate decimas uel ecclesias possidere possunt. Unde

vol. 2 (1972), pp. 67-75, in particolare p. 75 (3L, 2.8.62-64), nonché Collectio canonum trium
librorum, edidit J. MOTTA, Pars prior (Liber I et II), (Monumenta iuris canonici, Series B:
Corpus Collectionum 8), Città del Vaticano 2005, p. 177 (3L, libro II, titolo VIII: “De ecclesiis
sacrandis et ritibus et sacramentis earum”, c. 69): il Motta ha sottolineato l’importanza del
lavoro dell’Erickson, che ha dimostrato il rapporto tra la Collezione in Tre Libri e il Decre-
to di Graziano; tuttavia, ha notato che l’elenco di concordanze predisposto dallo studioso
è suscettibile di completamenti e di precisazioni: cfr. G. MOTTA, Osservazioni intorno alla
Collezione Canonica in tre libri (MSS C 135 Archivio Capitolare di Pistoia e Vat. lat. 3831),
in Proceedings of the Fifth International Congress of Medieval Canon Law, pp. 51-65, in
particolare p. 52. La norma è presente altresì in una collezione conservata a Milano (Archivio
Capitolare di S. Ambrogio, M 11), su cui cfr. G. PICASSO, Collezioni canoniche milanesi del
secolo XII, (Pubblicazioni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore; Saggi e Ricerche-serie
terza; Scienze Storiche-2), Milano 1969, p. 46 n° 56.
47
Si tratta, perciò, di uno dei casi in cui “le même texte figure dans deux passages
différents du Décret qui traitent des sujets bien distincts. La répétition s’explique alors par
l’usage d’un même texte à des fins diverses” (così J. GAUDEMET, Les Doublets dans le Décret
de Gratien, p. 283).
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 71

episcopi, siue beneficio siue precio ecclesias uel decimas laicis dederint, do-
mum orationis domum negociacionis et speluncam latronum faciunt. Unde
post euersionem cathedrae a cetu fidelium segregati eterno uerbere a Domino
flagellabuntur48,

e fonda il proprio pensiero ancora una volta sull’autorità di Gregorio VII:

Decimas, quas in usum pietatis concessas esse canonica auctoritas demon-


strat, possideri a laicis apostolica auctoritate prohibemus. Siue enim ab epi-
scopis, uel regibus, uel quibuslibet personis eas acceperint, nisi ecclesiae
reddiderint, sciant, se sacrilegii crimen conmittere, et eternae dampnatio-
nis periculum incurrere. §. 1. Oportet autem congruentius nos decimas et
primicias, quas iure sacerdotum esse sancimus, ab omni populo accipere,
quas fideles Domino precipiente offerunt, iuxta uaticinium illud Malachiae
prophetae: “Inferte omnem decimationem in horreum meum, ut sit cibum
in domo mea”. §. 2. Has uero decimas sub manu episcopi fore censemus,
ut ille, qui ceteris preest, omnibus iuste distribuat, nec quicquam personae
honorabilius exhibeat, unde alii scrupuloso corde moueantur, sed sint omnia
communia, quia inhonestum uidetur, ut alii sacerdotes habeant, alii uero de-
trimentum patiantur, sed sicut una est fides catholica, ita necesse est, ut ille,
qui prouisor est loci, quamuis multae sint ecclesiae, omnibus tamen fideliter
distribuat49.

48
Graziano si è chiaramente ispirato all’episodio della ‘purificazione del Tempio’ (cfr.
Mc. 11,17; Ger. 7,11; Is. 56,7). P. LANDAU, Das “Dominium” der Laien an Kirchen im Decre-
tum Gratiani und in vorgratianischen Kanonessammlungen der Reformzeit, in “Zeitschrift
der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte”, Bd. 114, “Kanonistische Abteilung”, 83 (1997),
pp. 209-221, analizza la q. 7 della Causa 16 per chiarire l’atteggiamento del compilatore del
Decretum verso il regime giuridico del dominium dei laici sulle chiese, esaminando le fonti
dirette sul tema, da cui risulta che, effettivamente, Graziano ha reperito materiale adatto a
giustificare il proprio pensiero su questo argomento e sull’investitura laica delle chiese nelle
raccolte del tempo della riforma; l’A., in particolare, afferma che il tema delle decime è trat-
tato incidentalmente all’interno della questione sulle res ecclesiae e che per esso si segue la
posizione di Gregorio VII sull’inammissibilità della loro concessione ai laici, come dimostra
il dictum ante c. 1 C. 16 q. 7 (p. 212). Questo dictum è menzionato quale riaffermazione
dell’esclusione dei laici dalla gestione dei beni ecclesiastici (nella fattispecie decime e offerte),
che spetta esclusivamente al vescovo, anche in R.L. BENSON, The Obligations of Bishops with
Regalia: Canonistic Views from Gratian to the Early Thirteenth Century, in Proceedings of
the Second International Congress of Medieval Canon Law (Boston College, 12-16 august
1963), Edited by S. KUTTNER and J.J. RYAN, (Monumenta iuris canonici, series C: Subsidia
1), Città del Vaticano 1965, pp. 123-137, in particolare p. 124, nota 9 (poi in R.L. BENSON,
The Bishop Elect, p. 316, cui sarà fatto esclusivo riferimento in seguito, ove i due testi corri-
spondano).
49
C. 16 q. 7 c. 1: Decime a laicis non possideantur. La prima parte della norma si
legge anche nel Policarpus (Polyc. III, 11, 4), nella Collectio canonum di Anselmo da Lucca
72 MAURA MORDINI

Graziano ha posto sotto il nome di Gregorio VII l’insieme dei passi che
compongono il c. 1 C. 16 q. 7, ma solamente la prima parte dell’auctoritas
è ascrivibile con certezza a questo pontefice, poiché essa coincide con un
decreto del concilio di Roma del novembre 1078 convocato e presieduto dal
papa, mentre non risulta ancor’oggi chiara l’origine dei paragrafi 1 e 250.
Se ampliamo l’esame delle fonti, occorre rammentare quanto già evi-
denziato dalla storiografia in tema di decime51, vale a dire che il movimento
riformatore si espresse anche attraverso l’emanazione di provvedimenti pon-
tifici che insistevano sul divieto della concessione delle rendite ecclesiastiche
e delle chiese ai laici e sulla loro attribuzione al clero sacramentale, in par-
ticolare al vescovo, coerentemente all’affermazione del carattere spirituale
delle decime e del diritto esclusivo dell’ordinario diocesano in ordine alla

(Ans. V, 45), nella raccolta del cardinale Deusdedit (Deusd. III, 59), nella Panormia di Ivo di
Chartres (Ivo Pan. VIII, 145), su cui cfr. Die Kanonessammlung Polycarpus, p. 135 (1146);
nella Collezione in Tre libri, su cui cfr. J.H. ERICKSON, The Collection in Three Books, p. 75
(3L, 2.8.62-64), nonché Collectio canonum trium librorum, Pars prior, pp. 176-177 (3L, libro
II, titolo VIII, c. 67 e c. 68); e nella collezione milanese segnalata anche supra, a nota 46 (Mi-
lano, Archivio Capitolare di S. Ambrogio, M 11), su cui cfr. G. PICASSO, Collezioni canoniche
milanesi, p. 44 n°42. Secondo il Friedberg (Decretum Gratiani, coll. 799-800, nota 2) questo
frammento è presente anche nella Collectio Caesaraugustana (Caes. VII, 47).
50
In effetti, la prima parte della norma (“Decimas quas […] periculum incurrere”)
costituisce il c. 7 del concilio di Roma del 19 novembre 1078: “Decimas, quas in usum pietatis
concessas esse canonica auctoritas demonstrat, a laicis possideri apostolica auctoritate pro-
hibemus. Sive enim ab episcopis vel regibus vel quibuslibet personis eas accæperint, nisi ec-
clesiæ reddiderint, sciant se sacrilegii crimen committere et æternæ dampnationis periculum
incurrere” (cfr. Das Register Gregors VII., II, n°VI, 5b, pp. 400-406, in particolare p. 404-
405, su cui cfr. O. CAPITANI, Il papato di Gregorio VII nella pubblicistica del suo tempo, pp.
387 e 392; R. SOMERVILLE, The Councils of Gregory VII, in Studi gregoriani, XIII, pp. 33-53,
in particolare p. 45, nota 62). Per il concilio dell’autunno 1078 cfr. Das Register Gregors VII.,
II, pp. 404-405; cfr. inoltre J. GILCHRIST, The Reception of Pope Gregory VII, p. 68, n°16.
Questo stesso precetto fu successivamente ribadito nel concilio di Piacenza del 1095 e nel con-
cilio Lateranense II del 1139: cfr. infra, nel testo e nota 59. Si tenga presente che nell’edizione
del Mansi il canone del concilio di Roma del novembre 1078 è indicato con il numero 6 (cfr.
Sacrorum conciliorum nova et amplissima collectio, Tomus vigesimus, col. 510, c. 6; nonché
Conciliorum Oecumenicorum Decreta, p. 199, nota 2). Il passo del profeta Malachia del § 1 è
ripreso da Ml. 3, 10-11.
51
C.E. BOYD, Thites and Parishes in Medieval Italy, pp. 103-128; G. CONSTABLE, Mona-
stic Tithes, pp. 83-98; C. VIOLANTE, Pievi e parrocchie nell’Italia centrosettentrionale durante
i secoli XI e XII, in Ricerche sulle istituzioni ecclesiastiche dell’Italia centro-settentrionale nel
Medioevo, Palermo 1986, pp. 267-447, in particolare pp. 316-331 (ed. or. ID., Pievi e parroc-
chie nell’Italia centrosettentrionale durante i secoli XI e XII, in Le istituzioni ecclesiastiche
della «Societas Christiana» dei secoli XI-XII. Diocesi, pievi e parrocchie, Atti della sesta
Settimana internazionale di studio della Mendola (Milano, 1-7 settembre 1974), [Miscellanea
del Centro di studi medioevali, volume ottavo], Milano 1977, pp. 643-799).
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 73

loro disponibilità . Per quanto concerne le collezioni canoniche, in un saggio


incentrato sul rapporto tra esse e alcuni aspetti della vita rurale fino alla
metà del secolo XII, il Picasso ha già osservato che il divieto di cedere ai
laici, in beneficio o livello, questa rendita ecclesiastica si trova solo nelle rac-
colte dell’età gregoriana e dell’epoca successiva, con particolare riferimento
alla norma in esame, tratta appunto dal concilio di Roma del 19 novembre
107853. Effettivamente, l’intensità della politica di protezione di questo spe-
cifico diritto nel periodo indicato si può trarre anche da un esame formale
del verbale dello stesso sinodo, che nell’elenco dei “capitula” distingue tra
quelli dedicati ad esso (ai numeri XVI, XXV e XXXII54) e quelli relativi ai
“predia ecclesiae” (ai numeri XXIX e XXX55), a dimostrazione della compiu-
ta definizione nell’epoca di Gregorio VII di una precisa ideologia in materia
di decime, fondata principalmente – come si è ripetuto più volte – sull’esal-
tazione del loro carattere spirituale56. Inoltre, tra le auctoritates esaminate,
si è visto che la formulazione di c. 4 C. 12 q. 257 e la prima parte di c. 1 C. 16
52
A partire dagli anni 1049 e 1050 questo atteggiamento si rinviene sia negli atti dei
concili presieduti da Leone IX, sia in provvedimenti particolari resi da Nicolò II e Alessandro
II, e si precisa con il pontificato di Gregorio VII fino a Urbano II, per culminare con il concilio
lateranense del 1139 di cui si dirà nel testo; per una sintesi in tal senso e per l’evoluzione delle
norme concernenti le decime nella dialettica tra le prerogative derivanti dal loro possesso a
vario titolo da parte dei laici, dai diritti acquisiti dai monasteri e dalle attribuzioni del clero
sacerdotale, nel contesto del rafforzamento dell’autorità del vescovo nella circoscrizione dio-
cesana, cfr. C. VIOLANTE, Pievi e parrocchie nell’Italia centrosettentrionale durante i secoli
XI e XII, pp. 320-331.
53
G. PICASSO, Campagna e contadini nella legislazione della Chiesa fino a Graziano, in
ID., Sacri canones et monastica regula, pp. 345-363, in particolare p. 354 (ed. or. in Medioe-
vo rurale. Sulle tracce della civiltà contadina, a cura di V. FUMAGALLI, G. ROSSETTI, [Problemi
e prospettive. Serie di storia], Bologna 1980, pp. 381-397).
54
Cap. XVI: “De decimis a laicis iniuste detentis” = c. 7; cap. XXV: “Ut nullus abbas
decimas et primitias sine auctoritate Romani pontificis seu episcopi consensu, in cuius diocesi
habitat, detineat” = c. 9; cap. XXXII: “Ut annuntietur laicis, cum quanto periculo animæ
suæ decimas detinent et ecclesias possident” (Das Register Gregors VII., II, pp. 401-405); la
corrispondenza deve intendersi con la serie dei decreta del sinodo.
55
Cap. XXIX: “Ut omnes episcopi firmamentum faciant, ne predia ecclesiastica ven-
dant”; cap. XXX: “Ut nulli episcopi predia ecclesiæ in beneficium tribuant sine consensu
papæ si de sua sunt consecratione. Cæteri autem sine consensu archiepiscopi sui et fratrum
suorum hoc idem non presumant. Si autem presumpserint, ab officio suo suspendantur et,
quod venditum est vel datum beneficium, ecclesiæ reddatur omnino evacuata omni venditione
vel in beneficium traditione” (Das Register Gregors VII., II, p. 402).
56
Già il Capitani ha sottolineato la “circostanza che nei decreti del sinodo del novem-
bre 1078 le argomentazioni relative alle decime [compaiono] con una frequenza maggiore
di quella che si riscontra per altre questioni” (O. CAPITANI, Il papato di Gregorio VII nella
pubblicistica, p. 392).
57
“Quicumque militum, […] excommunicationi subiaceat”.
58
“Decimas, quas […] periculum incurrere”.
74 MAURA MORDINI

q. 758 sono tratte proprio dai canoni del concilio di Roma dell’autunno del
1078: adesso si può aggiungere che queste formule furono successivamente
trasmesse ai concili di Piacenza del 1095 e del Laterano del 113959, fino all’in-
serimento nel Decretum Gratiani; invece, ai concili francesi di Clermont del
1130 e di Reims del 1131 e, ancora, a quello lateranenese II del 1139 risale
una disposizione ripresa nell’ultimo periodo di c. 4 C. 12 q. 260. Si può scor-
gere, dunque, una linea evolutiva ben definita, incentrata soprattutto sui
precetti risalenti ai pontificati di Gregorio VII e di Innocenzo II, che insiste
sul divieto per i laici di possedere decime e che si differenzierebbe da certe
fonti di origine più risalente utilizzate da Graziano, le quali non paiono insi-
stere sulla gravità del conferimento di res ecclesiae ai laici, ma si limitano ad
attestare la diffusione di tale pratica61. Un esempio di tal genere è costituito
dal c. 56 C. 16 q. 1, tratto dal c. 11 del concilio tenutosi a Pavia tra l’ottobre
845 e l’aprile 850 e inserito in una serie di canoni volti alla definizione della
competenza esclusiva dei vescovi nella ripartizione delle decime:

In sacris canonibus prefixum est, ut decimae iuxta episcopi dispositionem di-


stribuantur. Quidam autem laici, qui uel in propriis, uel in beneficiis suas
habent basilicas, contempta episcopi dispositione non ad ecclesias, ubi bap-
tismum, et predicationem, et manus inpositionem, et alia Christi sacramenta
percipiunt, decimas suas dant, sed uel propriis basilicis, uel aliis ecclesiis pro

59
Per c. 4 C. 12 q. 2 cfr. supra, nota 35, e, infra, la nota successiva. Sulla prima parte
di c. 1 C. 16 q. 7 cfr. Sacrorum conciliorum nova et amplissima collectio, Tomus vigesimus,
col. 814 per il concilio di Piacenza del 1095; nonché Conciliorum Oecumenicorum Decreta, p.
1995-9 per il concilio Lateranense II del 1139 (in particolare il precetto in esame costituisce il
primo periodo del c. 10 del concilio).
60
Per il concilio di Clermont del 1130 cfr. Sacrorum conciliorum nova et amplissima
collectio […], quae JOANNES DOMINICUS MANSI archiepiscopus lucensis evulgavit, editio novis-
sima, Tomus vigesimus primus, Ab anno MCIX. usque ad annum MCLXVI exclusive, Venetiis
MDCCLXXVI, coll. 437-440, in particolare col. 439, c. 6: “Praecipimus etiam ut laici qui
Eccl[e]sias tenent, aut eas Episcopis restituant, aut excommunicationi subjaceant”. Per il
concilio di Reims del 1131 cfr. ibidem, coll. 453-464, in particolare col. 459, c. 7: “Praecipi-
mus ut laici qui ecclesias tenent, aut eas episcopis restituant, aut excommunicationi subja-
ceant”. Questo medesimo passo costituisce anche la seconda parte del c. 10 del concilio La-
teranense del 1139 menzionato alla nota precedente (Conciliorum Oecumenicorum Decreta,
p. 1999-11 e nota 3). Ricordiamo che, secondo il racconto di Stefano di Rouen, Graziano fu
presente a Reims con papa Innocenzo II (cfr. supra, nota 7 e testo corrispondente). Per una
recente valutazione dell’attendibilità delle affermazioni di Stefano di Rouen su questo parti-
colare cfr. E. DE LEÓN, La biografia di Graziano, pp. 98-100.
61
La medesima osservazione può essere ripetuta per le fattispecie che esamineremo al
successivo punto b): si tratta infatti di fonti altomedievali, che non manifestano connotazioni
negative rispetto ai legami vassallatici e che, anzi, tutelano il valore profondo del legame per-
sonale instaurato tra miles e senior.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 75

suo libitu tribuunt, quod omnimodis diuinae legi et sacris canonibus constat
esse contrarium. Unde uestram potestatem ut eos corrigatis expetimus62.

In tal caso è condannata la pratica di quei laici che, detenendo basili-


cae a titolo di proprietà oppure in beneficio, distraggano le decime che spet-
terebbero alle chiese presso le quali ricevono i sacramenti e alla cui attività
pastorale partecipano, proprio a favore delle basilicae suae oppure di altre
secondo il loro arbitrio. Nel dictum immediatamente successivo Graziano in-
terviene precisando che questa distrazione di decime a favore di altre chiese
non è vietata se è effettuata su disposizione del vescovo63: si tratta, dunque,
di una fattispecie in cui non emergono particolari aspetti negativi relativa-
mente alla detenzione di chiese, anche a titolo beneficiale, da parte di laici.
Prima di passare ad analizzare altre fattispecie, proprio l’importanza
di questa materia induce a soffermarsi sul profilo della sistemazione delle
auctoritates esaminate nel Decretum e, a tal fine, può apparire interessante
un confronto con il manoscritto 673 della Stiftsbibliothek di Sankt Gallen
(Sg), indicato dal Larrainzar quale testimone della prima fase di composi-
zione della raccolta grazianea (Ur-Gratian)64, designato dal Winroth come
un’abbreviatio successiva di Graziano 165 e tuttora oggetto di analisi che
tendono a dimostrare l’una o l’altra ipotesi66. Nel manoscritto citato, subito

62
C. 16 q. 1 c. 56: “Iuxta dispositionem episcopi decimae distribuantur”. Cfr. MGH,
Concilia, Tomus III, Concilia Aevi Karolini DCCCXLIII-DCCCLIX, Hannoverae MCMLXX-
XIV (Die Konzilien der Karolingischen Teilreiche 843-859, herausgegeben von W. HARTMANN,
Hannover 1984), n. 21, pp. 207-215, in particolare c. 11, pp. 214-215. Il precetto si legge
anche nella Collezione in Tre Libri su cui cfr. Collectio canonum trium librorum, Pars prior,
pp. 175-176 (3L, libro II, titolo VIII: “De ecclesiis sacrandis et ritibus et sacramentis earum”,
c. 65). Sulla norma cfr. G. CONSTABLE, Monastic Tithes, pp. 40 e 44-45, ove il canone è conte-
stualizzato nel quadro della politica carolingia verso le decime: mentre ad esse continuavano
ad applicarsi pratiche locali, con provvedimenti come quello del concilio di Pavia si tendeva
ad affermare l’esclusiva competenza del vescovo in materia.
63
Dictum post c. 56 C. 16 q. 1: “Cum autem reprehenduntur, quia contempta episcopi
dispositione hoc faciunt, intelligitur, quod, si episcopo disponente hoc fecerint, inreprehen-
sibiles inueniantur”.
64
Cfr. supra, la nota 10.
65
A. WINROTH, Recent Work On The Making Of Gratian’s Decretum, cit. supra, a nota
9. Cfr. anche J. WEI, A Reconsideration of St. Gall, Stiftsbibliothek 673 (Sg) in Light of the
Sources of Distinction 5-7 of the De penitentia, in “Bulletin of Medieval Canon Law”, New
Series, vol. 27 (2007), pp. 141-180.
66
Oltre agli studi citati supra, a nota 11, cfr. a titolo di esempio, M. HARRIS EICHBAUER,
St. Gall Stiftsbibliothek 673 and the Early Redactions of Gratian’s Decretum, in “Bulletin of
Medieval Canon Law”, New Series, vol. 27 (2007), pp. 105-139; oppure E. DE LEÓN, Collectio
Sangallensis, in “Bulletin of Medieval Canon Law”, New Series, vol. 27 (2007), pp. 57-70, che
introduce lo studio riferendo che il manoscritto di Sankt Gallen è ritenuto da alcuni anteriore
76 MAURA MORDINI

dopo un dictum che corrisponde al dictum ante c. 1 C. 16 q. 767, si legge

Unde Gregorius septimus ait: Decimas quas in usum pietatis concessas esse
canonica auctoritas demonstratur, a laicis possideri canonica auctoritate pro-
hibemus. Siue enim ab æpiscopis, uel regibus, uel quibuslibet personis acce-
perint, nisi æcclesiæ reddiderint, sciant sacrilegii crimen conmittere et eternæ
dampnationis periculum incurrere. Et paulo post:68 Si quis ammodo æpisco-
pus inuentus huius diuini precepti transgressor, inter maximos hereticos et
antichristos non minus habeatur. Et sicut Nicena sinodus censuit, et qui dat
æpiscopus, et qui recipiunt ab eo laici, siue precio, siue benefitio, eterni incen-
dii ignibus deputentur 69.

Pur con tutte le cautele dovute alle questioni ancora aperte sulla natu-
ra di questo manoscritto, nonché a un esame solo superficiale del medesimo
nella versione elettronica disponibile on-line e senza comparazioni con ul-
teriori testimoni, si può affermare che in Sg il capitolo Pervenit non si legge

e da altri posteriore ai manoscritti che attestano l’esistenza di una versione breve dell’opera
di Graziano (i già menzionati Aa Bc Fd P, più il frammento Pfr, conservato a Parigi); l’A.,
in particolare, afferma di essere convinto della anteriorità di Sg, anche se materialmente la
copia conservata in Svizzera può essere sia anteriore che posteriore agli altri codici indicati
(per cui, a p. 58, parla di ‘precedencia lógica’ di Sg).
67
Il dictum in esame precede, senza soluzione di continuità, il brano trascritto di segui-
to nel testo; cfr. St. Gallen, Stiftsbibliothek, Cod. Sang. 673, pp. 137-138 (www.e-codices.uni-
fr.ch, consultato da ultimo in data 13 giugno 2011): “Quod uero æcclesiam de manu laicorum
nec abbati nec alicui accipere liceat, omnium canonum testatur auctoritas. Generaliter enim
tam æcclesiæ, quam res æcclesiarum in /p. 138/ episcoporum potestate consistunt. Laici autem
nec sua, nec æpiscoporum auctoritate decimas uel æcclesias possidere possunt. Unde si æpi-
scopi, siue benefitio siue precio æcclesias uel decimas laicis dederint, domum orationis domum
negotiationis et speluncam latronum fatiunt”. Rispetto all’edizione del Friedberg, però, man-
ca l’ultimo periodo che caratterizza la versione divulgata del Decretum, vale a dire: “Unde
post euersionem cathedrae a cetu fidelium segregati eterno uerbere a Domino flagellabuntur”.
68
Segue in margine esterno con segno di richiamo: “Ambrosius. Qvicumque recognou-
erit in se quod fideliter non dedit decimas suas, modo emendet quod minus dedit. Quid est
fideliter dare nisi ut nec peius nec minus aliquando offerat de uino aut de fructibus arboris aut
de pecoribus aut de orto aut de negotio aut de ipsa uenatione sua. Item concilium tolletanum.
Quia multi inueniuntur modo dare decimas nolentes, statuimus ut secundum Domini pre-
ceptum ammoneantur semel et secundo et tercio et si non emendauerint anathematis uinculo
usque ad satisfationem et congruam emendationem. Peruenit ad nos fama sinistra, quod qui-
dam episcoporum non sacerdotibus proprie decimas diocesis conferant, sed potius laicalibus
personis, militum uidelicet siue seruorum, uel, quod grauius est, consanguineis”.
69
Cfr. St. Gallen, Stiftsbibliothek, Cod. Sang. 673, p. 138 (www.e-codices.unifr.ch). Di
seguito, nella stessa colonna in Sg si legge un’auctoritas tratta da sant’Agostino che corrispon-
de al c. 8 C. 16 q. 7, un dictum che corrisponde al dictum ante c. 10 C. 16 q. 7, un’auctoritas
ripresa da un “Aurelianensi Concilio” che corrisponde al c. 10 C. 16 q. 7 e, infine, un’aucto-
ritas tratta dal “Canon Apostolorum” che corrisponde al c. 14 C. 16 q. 7.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 77

tra le norme della C. 16 q. 7, né nella C. 1 q. 3, e che la collocazione del


precetto è inserita tra le norme della C. 16 q. 7 come aggiunta marginale, che
segue altre due auctoritates le quali integrano canoni successivi del Decre-
tum divulgato70. Infine, gli ultimi due periodi del testo trascritto (“Si quis …
deputentur”) formano l’ultima parte di c. 3 C. 16 q. 771. Si tratta, dunque,
di evidenze che, da un lato, lascerebbero inalterata l’ipotesi del Weigand
sull’assenza della duplicazione della norma nella redazione primitiva della
Redaktiongeschichte del Decretum Gratiani, e ciò sia che si segua la tesi del
Winroth (Sg come abbreviatio di Graziano 1), sia che si accolga quella del
Larrainzar (Sg come Ur-Gratian)72; dall’altro, le medesime consentirebbero
ipotizzare una progressiva definizione del pensiero ‘grazianeo’ in tema di
concessione di decime ai laici, nel senso di un aggravamento della posizione
di coloro che partecipano a questa elargizione sotto il profilo attivo e passivo,
desumibile dalla sistemazione definitiva del medesimo luogo della raccolta
(C. 16 q. 7) in ben cinque canoni e dalla duplicazione del precetto Pervenit
(c. 13) nella C. 1 q. 3 del Decreto divulgato73.
Pertanto, per quanto concerne le res ecclesiae, tra le quali un posto
importante occupano le decime, non si può che confermare l’impressione già

70
Infatti, si può osservare che, nella forma divulgata della raccolta, la prima parte del
precetto appena trascritto (“Unde … incurrere”) corrisponde all’incipit di c. 1 C. 16 q. 7,
mentre quella in margine risulta distribuita tra tre diversi canoni: “Ambrosius … uenatione
sva” rappresenta il contenuto di C. 16 q. 7 c. 4; “Item concilium tolletanum … congruam
emendationem” equivale all’ultima parte di C. 16 q. 7 c. 5; e il frammento “Peruenit … con-
sanguineis” costituisce l’incipit di c. 3 C. 16 q. 7 (e, ovviamente, di c. 13 C. 1 q. 3). Per la
tabella delle addizioni marginali cfr. C. LARRAINZAR, El borrador de la «Concordia» de Gra-
ciano, p. 663 (con l’avvertenza che l’A. indica in C. 17 q. 7 c. 3 a p. 138 di Sg il corrispondente
C. 16 q. 7 c. 3 dell’edizione del Friedberg).
71
Nonché di c. 13 C. 1 q. 3.
72
Infatti, nell’ipotesi ‘Sg = Ur Gratian’ la ripetizione non è presente e addirittura parte
di C. 16 q. 7 c. 3 è un’aggiunta marginale; nell’ipotesi ‘Sg = abbreviatio di Graziano 1’ parreb-
be esclusa una Dublette in questa fase: in entrambi i casi, dunque, la conclusione del Weigand
non sembra contraddetta. Invece, rispetto a Sg (qualunque sia la natura del manoscritto), il
testimone esaminato dalla Minin attesterebbe una fase successiva, in cui si era già stabilizzata
la ripetizione della norma in esame (cfr. M.-C. MININ, Le Décret de Gratien dans le manuscrit
E.21 de la Bibliothèque municipale de Rouen, citato supra, a nota 40).
73
Il Decreto divulgato presenta l’ampliamento di c. 1 (§ 1 e § 2) e c. 3 (prima parte),
nonché l’inserimento di c. 4, c. 5 e, successivamente, di c. 2 come palea. Se si tiene conto del
fatto che Sg non presenta neanche c. 4 C. 12 q. 2, la tendenza di ‘Graziano’ all’approfondi-
mento della disciplina in tema di concessione di decime ai laici risulta particolarmente eviden-
te, mostrando un progressivo aggiornamento in linea con le statuizioni sinodali in materia,
particolarmente con quelle risalenti al pontificato di Innocenzo II (cfr. supra, note 59-60 e
testo corrispondente).
78 MAURA MORDINI

avanzata dagli studiosi a proposito dell’azione di tutela e recupero del patri-


monio ecclesiastico che segnò in modo particolare l’ultimo quarto del Mille74.
Il Decretum Gratiani ha recepito pienamente queste istanze, talvolta anche
mitigando alcune asprezze del linguaggio riformatore, come ad esempio nel
caso del c. 1 del concilio di Roma del novembre 1078, a proposito del con-
senso dei rettori delle istituzioni religiose interessate alla concessione di beni,
ove si legge un’espressione alquanto severa, poi non ripresa in C. 12 q. 2 c.
4, come riportato nelle pagine precedenti: “vel etiam eorundem rectorum
depravato seu vitioso consensu”75.

b) I rapporti tra senior e vassallo.


Passando a esaminare altri profili attinenti alla materia feudale, nel
Decretum si rinvengono norme volte a tutelare il rapporto instaurato con un
senior o dominus, fatto che può essere interpretato anche come un evidente
riconoscimento dell’esistenza e della diffusione sociale dei legami vassallatici,
circa i quali non emerge un giudizio a priori negativo da parte di Graziano76.
È il caso, ad esempio, dell’omicidio del senior, ipotesi alla quale viene
estesa la conseguenza prevista per l’uxoricidio seguito da nuove nozze. Nella
raccolta grazianea la norma (C. 33 q. 2 c. 7) giunge attraverso la tradizione
del Decretum di Burcardo di Worms, mantenendone la errata attribuzio-
ne a papa Pio I (secolo II, metà)77, anziché, più correttamente, al capitola-
re “pro lege habendum” emanato a Worms dall’imperatore Ludovico il Pio
nell’82978:

74
Cfr. supra, note 37, 48 e 53 e testo corrispondente. In sintesi, per il rinnovamento
spirituale del secolo XI che ha comportato anche un mutamento nel regime delle res ecclesiae
cfr. C.D. FONSECA, Discorso conclusivo, in Chiesa e mondo feudale, pp. 567-583, in partico-
lare pp. 570-571.
75
Das Register Gregors VII., II, p. 403.
76
Cfr. supra, nota 61.
77
Su papa Pio I cfr. F. SCORZA BARCELLONA, Pio I, santo, in “Enciclopedia dei papi”,
vol. 1, Roma 2000, pp. 220-222. Cfr. anche C. BURNS, Cronotassi, in “Enciclopedia dei papi”,
vol. 3, Roma 2000, pp. 699-730, in particolare p. 700.
78
MGH, Capitularia Regum Francorum, II, herausgegeben von A. BORETIUS und V.
KRAUSE, unveränderter Nachdruck der 1890-1897 erschienenen Ausgabe, Hannover 2001, n.
193, pp. 17-20, Capitulare pro lege habendum Wormatiense (829 agosto), c. 3: “Quicumque
propria uxore derelicta vel sine culpa interfecta aliam duxerit uxorem, armis depositis publi-
cam agat poenitentiam; et si contumax fuerit, conprehendatur a comite et ferro vinciatur et in
custodia mittatur, donec res ad nostram notitiam deducatur”. Cfr. anche MGH, edidit G.H.
PERTZ, Legum, Tomus I, Hannoverae MDCCCXXXV (Unveränderter Nachdruck Stuttgart
1991), “Capitula pro lege habenda”, pp. 353-354; nonché P. JAFFÉ, Regesta Pontificum Ro-
manorum, n°†51 (XLVIII), p. 8.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 79

C. VII. Penitencia eius, qui propriam uxorem absque causa perimit.


Item Pius Papa.
Quicumque propriam uxorem absque lege, uel sine causa et certa probatione
interfecerit, aliamque duxerit uxorem, armis depositis publicam agat peniten-
ciam, et, si contumax fuerit, et episcopo suo inobediens extiterit, anathema-
tizetur, quousque consentiat. Eadem lex erit illi, qui seniorem suum interfe-
cerit79.

Su questa norma si è soffermato il Picasso, per sottolineare, oltre alla


sua falsa attribuzione, che l’estensione della pena all’ipotesi dell’omicidio
del senior si realizza nella tradizione canonistica risalente appunto a Bur-
cardo, rilevando come in essa “uxor e senior vengono ad avere la medesima
considerazione”, a conferma dell’importanza sociale dei vincoli vassallati-
ci80. Inoltre, alla cattura e all’incarcerazione, previste in caso di contumacia
dal capitolare carolingio81, la norma canonica sostituisce l’anatema, ossia la
sanzione spirituale più grave, che comporta l’isolamento sociale del soggetto
da essa colpito, sempre in mancanza di penitenza pubblica o a causa della
contumacia e della disubbedienza del colpevole alle disposizioni del proprio
vescovo82.
Il riconoscimento della rilevanza sociale dei vincoli vassallatici costi-
tuisce la chiave di lettura di altre norme, tra cui una palea che è il frutto di
una stratificazione successiva connessa al dictum grazianeo ante c. 4 C. 6 q.
3. Infatti, la questio 3 della Causa 6 è interamente dedicata alla definizione
della competenza giurisdizionale dei vescovi per territorio e vi si afferma, in
generale, che non è lecito sottoporre alcuno al giudizio del vescovo di un’al-
tra diocesi, ribadendo così il vincolo pastorale del presule con la propria cir-

79
Il canone è presente anche nella Collezione in Tre Libri (3L, libro III, titolo XIII:
“De varietate homicidiorvm”, c. 7), nel Decretum di Burcardo di Worms (Burch. VI, 37);
nella Collectio canonum di Anselmo da Lucca (Ans. X, 38); nel Decretum di Ivo di Chartres
(Ivo Decr. X, 166); nella Collezione in 183 Titoli (183T, 125.1); nella Collezione in 2 Libri (2L,
2.243) e nel Policarpus (Polyc. 6.9.2), su cui cfr. Collectio canonum trium librorum, edidit
J. MOTTA, Pars altera (Liber III et Appendix), (Monumenta iuris canonici, Series B: Corpus
Collectionum 8/II), Città del Vaticano 2008, pp. 155-156. Secondo il Friedberg (Decretum
Gratiani, coll. 1151-1152, nota 70) la norma è presente anche nel Liber de synodalibus causis
di Reginone di Prüm (Reg. II, 75).
80
G. PICASSO, Collezioni canoniche, p. 477.
81
Cfr. supra, nota 78.
82
Sull’anatema cfr. A. AMANIEU, v. Anathème, in “Dictionnaire du droit canonique”, I
(Paris 1935), coll. 512-516. Si può ricordare che al tempo del Decretum Gratiani sembra che
la riduzione dell’anatema alla scomunica si sia compiuta, tanto che nel dictum ante c. 24 C.
11 q. 2 Graziano fornisce una falsa etimologia di anatema con il senso di separazione e non
più di maledizione.
80 MAURA MORDINI

coscrizione episcopale; ma prevedendo anche un’eccezione rispetto a questo


principio, come precisa il dictum citato:

est tamen casus, in quo episcopus alterius parrochianum excommunicare


ualet.

L’ipotesi normativa concerne il soggetto che viene scomunicato “pro


depredationis causa” dal vescovo di una diocesi diversa da quella di apparte-
nenza ed è tratta dal capitolo 5 del capitulare del re dei Franchi Carlomanno
II dell’anno 884 “apud Palatium Vernis” (C. 6 q. 3 c. 4), risultando erroneo
il rinvio al canone 5 del concilio “apud Conpendium” effettuato nel Decre-
tum83; la fattispecie, poi, è precisata appunto nella palea menzionata, nella
quale si accoglie la falsa attribuzione al c. 2 del concilio di Meaux effettuata
nel Liber de synodalibus causis di Reginone di Prüm84. Dunque, anche per
c. 5 C. 6 q. 3 – un estratto dal capitolo 6 della medesima fonte carolingia – il
presupposto della scomunica è il compimento di atti di rapina e di saccheggio
in un territorio esterno a quello della propria circoscrizione ecclesiastica,
ove però sono posseduti beni a titolo di beneficium o di eredità:

De illis autem, qui intra parrochiam beneficium aut hereditatem habent, et


alterius episcopi parrochiani sunt, et de loco ad locum iter faciunt, et rapinam
et depredationes peragunt, placuit, ut excommunicentur, nec ante ex parecia
exeant, quam que perpetrarunt digne emendent. Quorum excommunicatio se-
niori eorum et proprio episcopo significanda est, ne eos recipiat ante, quam
illuc redeant, ubi rapinam fecerunt, et ibi omnia pleniter emendent85.

83
C. 6 q. 3 c. 4: “Quando episcopus parrochianum alterius excommunicare ualet:
Placuit pro communi utilitate, ut nullus episcoporum grauiter ferat, si eius parrochianum
pro depredationis causa alter episcopus excommunicaverit”. Cfr. Karolomanni Capitulare
Vernense, in MGH, Capitularia Regum Francorum, II, n. 287, pp. 371-375 (884 marzo), in
particolare p. 373, c. 5: “Episcopus, in cuius parrochia aliquis consistens aliquid depraeda-
tus fuerit, semel et bis atque tertio, si necesse fuerit, vocabit illum sua admonitione per suum
presbyterum canonice ad emendationem sive ad compositionem et ad poenitentiam, ut Deo et
ecclesiae satisfaciat, quam laesit. Si autem despexerit atque contempserit eius admonitionem
atque saluberrimam invitationem, feriat illum pastorali virga, hoc est sententia excommuni-
cationis, ut a communione sanctae ecclesiae omniumque christianorum sit separatus usque ad
congruam satisfactionem et dignam emendationem. Quam excommunicationem debebit idem
episcopus seniori illius notam facere et omnibus suis coepiscopis, ne eum recipiant usque ad
satisfactionem” (cfr. anche MGH, Legum, Tomus I, “Karlomanni capitula apud Vernis pala-
tium”, pp. 550-553, in particolare p. 552, c. 5, edizione citata dal Friedberg).
84
Sulla falsa attribuzione cfr. G. PICASSO, Collezioni canoniche, p. 478, nota 16.
85
C. 6 q. 3 c. 5: “De eodem. Item ex Concilio Meldensi, c. 2”. Cfr. Karolomanni Capi-
tulare Vernense, in MGH, Capitularia Regum Francorum, II, n. 287, p. 373, c. 6: “De illis
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 81

Tale scomunica deve essere notificata al senior del colpevole e al ve-


scovo che ha giurisdizione in spiritualibus sul medesimo soggetto in ragione
dell’appartenenza di costui alla sua diocesi, affinché costoro non lo riam-
mettano nelle rispettive comunità prima che lo scomunicato abbia restituito
il maltolto ed emendato i danni nel luogo del delitto. Vale la pena aggiungere
che anche questa ipotesi ha richiamato l’attenzione del Picasso, le cui parole
lasciano intendere tutto il peso delle conseguenze di tale “notifica”: i colpe-
voli “non potevano cioè essere riammessi né nella loro chiesa locale (proprio
episcopo) e neanche nella famiglia che non saprei chiamare altrimenti, se non
feudale, della quale facevano parte (seniori eorum)”86.

c)- I vincoli di fedeltà.


Nel Decretum Gratiani la rilevanza in spiritualibus dei legami perso-
nali intrattenuti vinculo fidelitatis trova maggior fondamento nelle norme
sul giuramento e, appunto, sulla fidelitas. Si tratta di norme che, come le
precedenti illustrate al punto b), sono applicabili al feudo in generale e che,
ai nostri fini, possono essere analizzate seguendo due direttrici ben precise,
l’una collegata al dovere di obbedienza del vassallo nei confronti del domi-
nus, l’altra incentrata sulla definizione della fidelitas stessa.
Il primo profilo è connesso alla questione dello scioglimento del vincu-
lum fidelitatis, che è stato uno degli aspetti più intensi del dibattito riforma-
tore e che ha avuto tra i suoi capisaldi la celebre formulazione della propo-
sizione 27 del Dictatus Papae: “Quod a fidelitate iniquorum subiectos potest

autem, qui infra parrochiam beneficia et alodum non habent et alterius episcopi parrochiani
sunt et, dum ad curtem pergunt aut de loco ad locum iter faciunt, rapinas et depraedationes
infra parrochiam faciunt, placuit nobis et fidelibus nostris, ut, si ita prope episcopum fuerit
factum, ut ei depraedatio illorum nota fieri possit, antequam parrochiam eius exeant, mittat
strenuum et prudentem presbyterum, qui sua vice rationabiliter illos ad emendationem vocet;
in quo superior modus compositionis et emendationis servabitur, si vocati venire voluerint.
Si vero vocationem atque ammonitionem episcopi superbe contempserint, simili sententia ex-
communicationis feriantur qua et illi, qui infra parrochiam res aut beneficia habent; et insu-
per excommunicentur, ne extra parrochiam exeant, antequam superius statuta adimpleant.
Quorum excommunicatio seniori illorum et proprio eorum episcopo significanda est, ne eos
recipiant, antequam illuc redeant, ubi rapinam fecerunt, ibique pleniter emendentur” (cfr.
anche MGH, Legum, Tomus I, “Karlomanni capitula apud Vernis palatium”, pp. 550-553, in
particolare p. 552, c. 6, edizione citata dal Friedberg). Il canone è presente anche nel Liber de
synodalibus causis di Reginone di Prüm (Reg. II, 291); nel Decretum di Burcardo di Worms
(Burch. XI, 45), su cui cfr. G. PICASSO, Collezioni canoniche, p. 478, nota 16. Secondo il Fri-
edberg (Decretum Gratiani, coll. 563-564, nota 61) il canone è presente anche nel Decretum
di Ivo di Chartres (Ivo Decr. XIV, 109).
86
G. PICASSO, Collezioni canoniche, pp. 477-478 (la citazione è tratta da p. 478).
82 MAURA MORDINI

absolvere”87. È noto che Gregorio VII concentrò i suoi sforzi sull’afferma-


zione del primato pontificio, non limitatamente alla struttura ecclesiastica,
ma anche nei rapporti tra papato e impero: in tale concezione, la Chiesa di
Roma si situava al vertice di una gerarchia di poteri (compreso quello laico,
anch’esso necessario nell’ecclesiologia gregoriana) in funzione della direzio-
ne spirituale della Christianitas. In questo contesto fu rivendicato dal papa
il potere esclusivo della depositio dei vescovi e dei re, che derivava, propria-
mente, dall’ordinamento spirituale del mondo88. Già a partire da Urbano II,
lo scioglimento dal giuramento prestato a un principe scomunicato costituì lo
strumento principale in mano ai pontefici per sollecitare i sovrani: i principi,
infatti, se scomunicati, venivano privati del loro potere effettivo, poiché il
conseguente scioglimento del vinculum fidelitatis favoriva l’abbandono da
parte dei loro stessi fideles89.

87
Dictatus papae c. 27: Das Register Gregors VII., herausgegben von E. CASPAR, I,
Buch I-IV, 2. unveränderte Auflage, Berlin 1955 (MGH, Epistolae Selectae in usum schola-
rum […], Tomus II, Fasciculus I, Gregorii VII Registrum, Lib. I-IV, Editio secunda, Berolini
MCMLV), n°II, 55a, pp. 201-208, in particolare p. 208. In generale, sul Dictatus papae e la
principale bibliografia ad esso relativa cfr. E. CORTESE, Il diritto nella storia medievale, vol. I,
L’alto Medioevo, Roma 1995, pp. pp. 369-373; ID., Le grandi linee, pp. 211-213; O. CAPITANI,
Gregorio VII, santo, pp. 203-204; ID., Gregorio VII, in Dizionario Biografico degli Italiani,
vol. LIX, Roma 2002, pp. 146-160, in particolare pp. 155-156; nonché C. FANTAPPIÈ, Introdu-
zione storica, pp. 86-88.
88
La bibliografia sul punto è sterminata: si rinvia alle sintesi, con chiare indicazioni
sulle fonti e la storiografia, in O. CAPITANI, Gregorio VII, santo (cit. supra, a nota 20), nonché
ID., Gregorio VII.
89
Anche il tema della deposizione dei sovrani da parte del pontefice e, dunque, della
concezione del potere del papa rispetto ai principi secolari durante e dopo la fase della rifor-
ma della Chiesa di Roma è stato oggetto di innumerevoli studi. Le problematiche di carattere
più strettamente storico-giuridico sono state trattate, con ampio riferimento alla storiografia
precedente, in O. HAGENEDER, Il sole e la luna. Papato, impero e regni nella teoria e nella
prassi dei secoli XII e XIII, a cura di M.P. ALBERZONI, (Cultura e Storia 20), Milano 2000, in
particolare alle pp. 165-211, ove si legge il capitolo V intitolato “Il diritto papale di deposizio-
ne del principe: i fondamenti canonistici” [traduzione rivista e aggiornata dall’autore dell’ed.
or. O. HAGENEDER, Das päpstliche Recht der Fürstenabsetzung. Seine kanonistiche Grundle-
gung (1150-1250), in “Archivum Historiae Pontificiae”, 1 (1963), pp. 53-95; già in trad. it.
Il diritto papale di deposizione del principe: i suoi fondamenti canonistici (1150-1250), in Il
pensiero politico del Basso Medioevo. Antologia di saggi, a cura di C. DOLCINI, (Il mondo me-
dievale. Studi di storia e storiografia, 11), Bologna 1983, pp. 193-238]. Sul tema dei rapporti
tra la potestà spirituale della Chiesa e la potestà temporale dell’Impero e dei regni, con cenni
anche alle norme prese in esame in questo paragrafo, cfr. A.M. STICKLER, Magistri Gratiani
sententia de potestate ecclesiae in statum, in “Apollinaris”, XXI (1948), pp. 36-111; S. MOCHI
ONORY, Fonti canonistiche dell’idea moderna dello stato (imperium spirituale – iurisdictio
divisa – sovranità), (Pubblicazioni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Nuova Serie,
Volume XXXVIII), Milano 1951; G. CATALANO, Impero, regni e sacerdozio nel pensiero di
Uguccio da Pisa, Milano 1959. Sotto il profilo dell’influenza del diritto feudale sull’emersione
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 83

La disciplina dedicata a questo profilo si concentra nella seconda parte


della q. 6 C. 15, ove un certo numero di norme definisce il potere del ponte-
fice di svincolare chiunque dal giuramento di fedeltà prestato a coloro che
sono stati privati delle loro dignitates e si apre con il dictum ante c. 3 C. 15
q. 6:

A fidelitatis etiam iuramento Romanus Pontifex nonnullos absoluit, cum ali-


quos a suis dignitatibus deponit.

Il primo canone che prendiamo in considerazione – c. 3 C. 15 q. 6 – de-


finisce in generale la prerogativa pontificia:

C. III. Pontificalis auctoritas a iuramento fidelitatis nonnullos absoluit.


Alius item Romanus Pontifex, Zacharias scilicet, regem Francorum non tam
pro suis iniquitatibus, quam pro eo, quod tantae potestatis erat inutilis, a
regno deposuit, et Pipinum, Karoli inperatoris patrem, in eius loco substi-
tuit, omnesque Francigenas a iuramento fidelitatis absoluit. Quod etiam ex
frequenti auctoritate agit sancta ecclesia, cum milites absoluit a uinculo iura-
menti, quod factum est his episcopis, qui apostolica auctoritate a pontificali
gradu deponuntur.

Si tratterebbe, secondo Graziano, di una norma ricavata da una lette-


ra di papa Gelasio I all’imperatore Anastasio, ma già i Correctores Romani
avevano rilevato che non poteva trattarsi del pontefice menzionato, poiché
costui era vissuto in epoca di gran lunga anteriore (492-496) a quella dell’epi-
sodio rievocato (751), ossia la deposizione dell’ultimo re merovingio ad opera
di Pipino il Breve, padre di Carlo Magno, che si sostituì a Childerico III
con l’appoggio e l’autorità di papa Zaccaria90. Così, alla revoca in dubbio
dell’attribuzione a Gelasio I, i Correctores fecero seguire l’osservazione che

di un diritto di resistenza dei sudditi verso il sovrano analizza le norme menzionate nel testo,
nonché la posizione della dottrina sul punto, M. RYAN, Feudal Obligation and Rights of Resi-
stance, in Die Gegenwart des Feudalismus. Présence du féodalisme et présent de la féodalité.
The Presence of Feudalism, herausgegeben von N. FRYDE, P. MONNET, O.G. OEXLE, (Veröffen-
tlichungen des Max-Planck-Instituts für Geschichte; Band 173), Göttingen 2002, pp. 51-78.
90
Si tratta della notatio dei Correctores Romani al c. 3 (coll. 755-756 dell’edizione del
Friedberg). L’episodio relativo a Pipino il Breve e a papa Zaccaria è riportato in una fonte
narrativa di poco posteriore (cfr. P. JAFFÉ, Regesta Pontificum Romanorum, post n°2290
[CCCII], p. 268). Cfr. in sintesi E. CORTESE, Il diritto, vol I, pp. 178-179, ove si dà rilievo
all’inserimento del ricordo della vicenda nel Decretum Gratiani, da cui, in tal modo, fu rica-
vata un’auctoritas utilizzata dai canonisti a fini ierocratici. In C. ZENDRI, Elementi canonistici
nella «Compilatio Antiqua», p. 245, la norma è presa in considerazione quale esempio del
dibattito che nel diritto canonico si sviluppò sui limiti della nozione di fidelitas.
84 MAURA MORDINI

un simile contenuto si rinveniva piuttosto in una lettera inviata da papa Gre-


gorio VII a Ermanno vescovo di Metz, già riportata nelle raccolte di Ivo di
Chartres e all’interno della quale, prima del passo menzionato, si trovavano
“molti” estratti di un’epistola di papa Gelasio diretta all’imperatore Anasta-
sio, fatto che, probabilmente, aveva determinato l’errata indicazione nella
raccolta grazianea91.
Effettivamente, i riferimenti all’episodio della scomunica inflitta da
papa Zaccaria al re Childerico III si leggono in due epistulae dirette da papa
Gregorio VII a Ermanno, l’una data da Roma il 25 agosto 107692, l’altra del
15 marzo 108193, ma il c. 3 C. 15 q. 6 riprende, in particolare, la seconda94.
Le due epistole furono composte dal pontefice in momenti di acuta tensione
con l’imperatore, in entrambi i casi a seguito della scomunica pronunciata
contro Enrico IV, e in esse si sono ravvisati gli svolgimenti teorici del pensiero
pontificio in tema di rapporti con l’impero, caratterizzati da un’interpre-
tazione ierocratica della società. In particolare, l’episodio relativo a papa
Zaccaria venne menzionato da Gregorio nella parte argomentativa di carat-
tere storico, che precede sia quella teologica che quella giuridica, al fine di
motivare l’opportunità della scomunica inflitta all’imperatore95.
Tornando al tema che interessa più da vicino, ossia al rapporto vassal-
latico, appare importante che nello scritto del pontefice siano state modellate
sull’episodio concernente papa Zaccaria anche le conseguenze della deposi-
zione di un vescovo in ordine ai rapporti tra quest’ultimo e un miles a lui le-

91
Così si legge nella notatio: “Habetur autem in regesto Gregor(ii) VII lib. 8 ep. 21 He-
rimanno, Metensi episcopo scripta, quam refert Ivo. In qua quidem epistola paulo ante multa
ex epistola Gelasii Anastasio imperatori scripta afferuntur” (cfr. la nota precedente per la
notatio dei Correctores Romani). La norma è presente anche nel Decretum e nella Panormia
di Ivo di Chartres (Ivo Decr. V, 378; Ivo Pan. V, 109), nella Collectio canonum di Anselmo
da Lucca (Ans. I,80), nella raccolta del cardinale Deusdedit (Deusd. IV,184), nonché nella
Collezione in Tre libri (3L, libro II, titolo XXVI “De excommunicantibus”, c. 28: cfr. Collectio
canonum trium librorum, Pars prior, p. 359 nota a c. 28); e in una collezione milanese del
XII secolo (Milano, Biblioteca Ambrosiana, I 145 inf., cc. 28r-29v), su cui cfr. G. PICASSO,
Collezioni canoniche milanesi, p. 84 n°19.
92
Das Register Gregors VII., I, n°IV, 2, pp. 293-297.
93
Das Register Gregors VII., II, n°VIII, 21, pp. 544-563.
94
Cfr. Das Register Gregors VII., II, n°VIII, 21, p. 554; nonché P. JAFFÉ, Regesta Pon-
tificum Romanorum, n°5201 [3921], p. 639. Per il rinvio a c. 3 C. 15 q. 6 cfr. S. BEULERTZ,
Gregor VII. als «Publizist». Zur Wirkung des Schreibens Reg. VIII, 21, in “Archivum Histo-
riae Pontificiae”, 32 (1994), pp. 7-29, in particolare p. 16.
95
Per tutti questi aspetti e per ulteriori indicazioni bibliografiche cfr. in sintesi O.
CAPITANI, Gregorio VII, santo, pp. 205-207, nonché ID., Gregorio VII, pp. 154, 157-158. Per
l’esame della canonistica su questa norma cfr. la rassegna in S. MOCHI ONORY, Fonti canonisti-
che dell’idea moderna dello stato, passim.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 85

gato da un giuramento di fedeltà: come nel caso dei sudditi di un re destituito,


che sono assolti “a iuramento fidelitatis”, così anche i milites sono sollevati
dal medesimo “vinculum” nell’ipotesi di rimozione di un vescovo “apostoli-
ca auctoritate”96. Pertanto, anche in questo caso siamo di fronte all’esplicito
riconoscimento dei legami di fidelitas instaurati da ecclesiastici con milites e
riguardati nel caso di specie sotto il profilo della loro vincolatività.
Tenuto conto della configurazione polifunzionale della fidelitas97, in C.
15 q. 6 c. 3 si possono dunque riconoscere due diversi aspetti della stessa:
da un lato quella che caratterizza il rapporto di sudditanza e che è connessa
all’esercizio della sovranità, dall’altro la fedeltà che lega il dominus al miles,
tipica del rapporto feudale. Per entrambi i legami, comunque, sono stabilite
le medesime conseguenze, ossia lo scioglimento del “vinculum iuramenti”98,
come è sancito anche nei due canoni successivi: il c. 4 C. 15 q. 6 espressione
della volontà manifestata da Gregorio VII nel concilio di Roma dei primi
mesi dell’anno 1078:

C. IV. Excommunicati uinculo fidelitatis non tenentur obnoxii.


Item Gregorius VII Romanae Sinodo presidens dixit.
Nos, sanctorum predecessorum nostrorum statuta tenentes, eos, qui excom-
municatis fidelitate aut sacramento constricti sunt, apostolica auctoritate a
sacramento absoluimus, et ne sibi fidelitatem obseruent modis omnibus prohi-
bemus, quousque ipsi ad satisfactionem ueniant99,

e il c. 5 C. 15 q. 6 che risale a un’epistola di papa Urbano II:

C. V. Ante, quam reconcilietur, fidelitatem excommunicatis nullus seruare co-


gitur.
Item Urbanus II Episcopo Vapicensi.
96
Già lo Stickler aveva osservato che Graziano non distingue tra la posizione dei re e
quella dei vescovi (A.M. STICKLER, Magistri Gratiani sententia, p. 95).
97
Per qualche osservazione in merito cfr. M. MORDINI, Le forme del potere in Grosseto
nei secoli XII-XIV. Dimensione archivistica e storia degli ordinamenti giuridici, Firenze 2007,
p. 123, in particolare note 36-39 e testo corrispondente.
98
In M. MORDINI, Aspetti della disciplina del feudo ecclesiastico. Parte I, p. 232, nota
66, si è già riferito che anche Oberto dall’Orto e Gerardo Cagapisto accolgono il principio che
impedisce allo scomunicato o al bandito di pretendere dai vassalli alcuna prestazione, com-
preso il rispetto del giuramento di fedeltà.
99
Concilio di Roma del 27 febbraio-3 marzo 1078, c. 15 (Das Register Gregors VII.,
II, n°V, 14a, pp. 368-373, in particolare p. 372; cfr. anche P. JAFFÉ, Regesta Pontificum Ro-
manorum, ante n°5065 [3821], p. 625). Il canone è presente anche nella Panormia di Ivo di
Chartres (Ivo Pan. V, 110), nella Collezione in Tre libri, (3L, libro II, titolo XXVI, c. 25) e
nella Collezione in Nove libri (9L, 5.2.13), su cui cfr. Collectio canonum trium librorum, Pars
prior, p. 357 nota a c. 25.
86 MAURA MORDINI

Iuratos milites Hugoni Comiti, ne ipsi, quamdiu excommunicatus est, seru-


iant, prohibeto. Qui si sacramenta pretenderint, moneantur, oportere Deo
magis seruire quam hominibus. Fidelitatem enim, quam Chistiano principi
iurarunt, Deo eiusque sanctis aduersanti, et eorum precepta calcanti, nulla
cohibentur auctoritate persoluere100.

In questa lettera che, secondo la rubrica del Decretum, sarebbe stata


inviata dal pontefice al vescovo di Gap, ma che era stata indirizzata anche ai
vescovi di Embrum e Die, diocesi situate nella Francia sud-orientale101, Ur-
bano sanciva il divieto per i milites di prestare servizio al dominus scomuni-
cato, nella fattispece il comes Hugo. Nella raccolta grazianea il testo estratto
dall’epistola di Urbano e contenente il riferimento al caso del conte appare
meramente funzionale rispetto all’argomentazione sulla quale il precetto è
fondato: infatti, nel precisare le ragioni che vietano di rispettare il vincolo di
fedeltà verso chi è colpito dalla scomunica, si afferma che è necessario “Deo
magis seruire quam hominibus”, principio posto alla base di altri canoni nei
quali si considerano quei rapporti personali che impongono il rispetto del
dovere di obbedienza, come ad esempio C. 11 q. 3 c. 92102 e c. 93103, tratti en-
trambi da fonti patristiche. In tal senso, Urbano II ha esteso anche ai vincoli
feudo-vassallatici il principio menzionato, già presente negli scritti di san Gi-

100
Più precisamente si tratta del frammento di una lettera di Urbano II (1088-1099),
su cui cfr. P. JAFFÉ, Regesta Pontificum Romanorum, n°5724 (4291), p. 695. La norma è
presente anche nella Panormia di Ivo di Chartres (Ivo Pan. V, 111) e nella Collezione in Nove
libri (9L, 5, 17, 2), su cui cfr. F.J. GOSSMAN, Pope Urban II and Canon Law, p. 46 n°12 e p.
57 n°11. Secondo il Friedberg (Decretum Gratiani, coll. 755-756, nota 72) il canone si legge
anche nella Collectio Caesaraugustana (Caes. VI, 24).
101
Già il Friedberg aveva annotato che si trattava di un frammento, dalla datazione
incerta, di una lettera diretta ai vescovi “Ebredunensis, Vapicensis et Diensis” (coll. 755-756,
nota 72). Su questa norma cfr. F.J. GOSSMAN, Pope Urban II and Canon Law, p. 127, n° 32.
102
C. 11 q. 3 c. 92: “Preceptis non obedire multociens expedit. Item Augustinus. Non
semper malum est non obedire precepto; cum enim Dominus iubet ea, que Deo sunt contraria,
tunc ei obediendum non est”. Il canone in realtà è tratto da un testo di s. Ambrogio e concerne
i rapporti tra servo e padrone.
103
C. 11 q. 3 c. 93: “De eodem. Item Ieronimus in epist. ad Ephesios: Si dominus iubet
ea, que non sunt contraria sacris scripturis, subiciatur domino seruus. Sin uero contraria
precipit, magis obediat spiritus quam corporis domino. Et infra: §1. Si bonum est quod preci-
pit inperator, iubentis exsequere uoluntatem; si malum, responde: ‘Oportet Deo magis quam
hominibus obedire’. Hoc ipsum et de seruis apud dominos, et de uxoribus apud uiros, et de
filiis apud patres, quod in illis tantum debeant dominis, uiris, parentibus esse subiecti, que
contra Dei mandata non sunt”. Il canone è tratto dall’epistola di s. Girolamo a Tito e concerne
tutti i rapporti ove rileva un vincolo di subordinazione, da quella dei sudditi verso l’impera-
tore a quella tipica dei vincoli coniugali, di filiazione o di servitù.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 87

rolamo e fortemente ribadito anche da Gregorio VII nelle menzionate lettere


a Ermanno vescovo di Metz104.
Limitandoci al contenuto della raccolta grazianea (C. 15 q. 6 cc. 3, 4,
5), bisogna ricordare che, secondo lo Stickler, Graziano non ha inteso legit-
timare un generale potere di deposizione dei sovrani in capo al pontefice, ma
ha tratto la conseguenza della depositio da un fatto prettamente spirituale
come la scomunica. Infatti, nel Decretum sono ritenuti di carattere spirituale
sia il ‘vinculum fidelitatis’ sia la ‘solutio vinculi fidelitatis’, che è precisamen-
te un mezzo coercitivo e un diritto proprio della Chiesa, dal cui esercizio de-
riverebbe come effetto l’esautorazione dei re. Questa distinzione tra il ‘fine
spirituale’ e il ‘fine politico’ si basa sul fatto che la lettera di Gregorio VII
a Ermanno vescovo di Metz, da cui è tratto il passo sulla deposizione del re
merovingio, è utilizzata in due luoghi del Decretum, vale a dire nella D. 96
c. 10 e nella C. 15 q. 6 c. 3: tuttavia, nel primo caso, che è la sedes materiae
per la trattazione del tema relativo alla “auctoritas sacra Pontificum” e alla
“regalis potestas”, è stato omesso il riferimento al celebre episodio di papa
Zaccaria, probabilmente proprio al fine di evitare un’interpretazione del po-
tere di deposizione dei re in senso politico, come “potestas iurisdictionalis
Ecclesiae in Statum”105.
Passando ad esaminare il giuramento, vale a dire l’atto solenne me-
diante il quale i legami di fidelitas venivano istituiti, è stato sottolineato che
sul fronte della concezione gregoriana e in ordine alle conseguenze sopra esa-
minate, esso assunse un ruolo centrale durante la lotta per le investiture: in
tale ambito infatti Gregorio VII avrebbe fondato la sua azione sulla “dottrina
del giuramento come sacramento”, da cui derivava il potere del pontefice
di sciogliere dal relativo vincolo106, come fu rivendicato solennemente anche

104
Cfr. O. CAPITANI, Gregorio VII, santo, pp. 205-207; ID., Gregorio VII, pp. 154 e 157.
105
A.M. STICKLER, Magistri Gratiani sententia, pp. 92-97 (la citazione tra virgolette è
tratta da p. 96). Concorda sul punto cfr. anche O. HAGENEDER, Il sole e la luna, p. 171 (a p.
169 lo studioso ricorda che già sotto Urbano II motivo di scioglimento del giuramento era la
‘scomunica’ e non la ‘deposizione’ del sovrano).
106
Per queste osservazioni cfr. P. PRODI, Il sacramento del potere. Il giuramento po-
litico nella storia costituzionale dell’Occidente, Bologna 1992, pp. 119-122 (l’espressione ci-
tata nel testo è tratta da p. 120); cfr. anche le considerazioni relative al potere dell’autorità
ecclesiastica di sciogliere da ogni obbligo giurato alle pp. 142-145. Ricordiamo brevemente
che la politica gregoriana in relazione ai legami di fidelitas e all’utilizzazione dello strumento
feudale come strumento di raccordo tra poteri è stata oggetto di numerose analisi; tra le più
significative si rinvia a K. JORDAN, Das Eindringen des Lehnswesens in das Rechtsleben der
römischen Kurie, mit einem Nachtrag zum Neudruck, Darmstadt 1973, (ed. or. in “Archiv
für Urkundenforschung”, zwölfter Band, 1931, pp. 13-110); P. ZERBI, Il termine «fidelitas»
nelle lettere di Gregorio VII, in “Studi Gregoriani”, III, Roma 1948, pp. 129-148; A. BECKER,
88 MAURA MORDINI

nella proposizione 27 del Dictatus Papae, già ricordata107.


Effettivamente, la rilevanza del giuramento nei rapporti sociali e ad
ogni livello pare pienamente accolta anche nel Decretum Gratiani, che nella
Causa 22, dedicata proprio a questo istituto, favorirebbe la “prima coagu-
lazione” della “linea gregoriana” in una disciplina funzionale al controllo
del giuramento da parte della Chiesa, giustificata dall’esaltazione del suo
carattere spirituale108. Nel dictum ante C. 22 q. 1, Graziano definisce le pro-
blematiche relative a questa materia, a partire da quella, fondamentale, con-
cernente la possibilità o meno di prestare giuramento, a fronte di una prassi
molto estesa109. Le norme della Causa 22 sono state oggetto di vari appro-
fondimenti, a cominciare dall’esame delle diverse forme che caratterizzano
nell’opera grazianea la prestazione del giuramento110, le conseguenze dello

Politique féodale de la papauté à l’égard des rois et des princes (XIe-XIIe siècles), in Chiesa e
mondo feudale, pp. 411-445, in particolare pp. 415-419; U.R. BLUMENTHAL, Gregor VII. Papst
zwischen Canossa und Kirchenreform, (Gestalten des Mittelalters und der Renaissance, he-
rausgegeben von P. HERDE), Darmstadt 2001, pp. 282-326.
107
Cfr. supra, nota 87 e testo corrispondente. Paolo Prodi sottoliena “la portata con-
creta, rivoluzionaria ed esplosiva nella sua concisione” della proposizione 27 (P. PRODI, Il
sacramento del potere, p. 122, nota 42).
108
Così P. PRODI, Il sacramento del potere, p. 124, che prosegue: “non si tratta ancora
di una legislazione organica, come è noto, e anche a proposito del giuramento la forma è an-
cora quella della raccolta sovrapposta e non omogenea delle sentenze dei Padri, dei decreti
dei concili e dei canoni penitenziali, ma nella sostanza è evidente lo sforzo di attuare le indica-
zioni gregoriane affermando la giurisdizione della Chiesa sul giuramento, sulle condizioni di
liceità, di validità, di spergiuro”. Si può notare che queste affermazioni paiono in linea con le
osservazioni generali del Picasso, del Mordek e del Giordanengo sui caratteri delle collezioni
canoniche all’epoca della riforma (cfr. supra, note 16-18 e testo corrispondente).
109
Sulla difficoltà, per un cristiano, di ammettere la liceità del giuramento di fronte
ai testi delle Scritture (in particolare Mt. 5, 37 e Gc. 5, 12) che sembrano vietare l’atto cfr.
J. GAUDEMET, Le serment dans le droit canonique médiéval, in Le serment, vol. II, Théo-
ries et Devenir, édité par R. VERDIER, Paris 1991, pp. 63-75, in particolare pp. 64 e 70-71.
Affronta specificamente il tema della liceità del giuramento, dalla vita cristiana dei primi
secoli fino al secolo XI, allorquando tale liceità non è più messa in discussione, M. CALAMARI,
Ricerche sul giuramento nel Diritto Canonico, in “Rivista di storia del diritto italiano”,
XI/I (1938), pp. 127-183, e XI/II (1938), pp. 420-430. Sulla concezione feudale della fedeltà
e del giuramento nella compilazione grazianea ha insistito E. NASALLI ROCCA, «Fidelitas»
e giuramento di fedeltà nell’opera di Graziano, in “Studia Gratiana”, II (1954), pp. 409-
423, in particolare pp. 415-416. A proposito dell’applicazione del giuramento secondo la
disciplina del Decretum Gratiani ai campi più disparati (“allant des relations entre peuples
aux petit affaires de la vie privée”), compreso quello della fedeltà, cfr. J. GAUDEMET, Le
serment, p. 69.
110
Ph. HOFMEISTER, Die Eidesformen nach dem Dekret Gratians, in “Studia Gratiana”,
II (1954), pp. 349-359.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 89

spergiuro111 e, più in generale, il significato stesso del giuramento di fedel-


tà112. Un canone in particolare (C. 22 q. 5 c. 1) prende in considerazione il
rapporto tra il miles e il suo dominus:

Unde Pius Papa ait:


C. I. Qui peierare conpellit, et qui conpellitur, periurus uterque habetur.
Qui conpulsus a domino sciens periurat, utrique sunt periuri, et dominus, et
miles: dominus, quia precepit; miles, quia plus dominum quam animam dile-
xit. Si liber est, quadraginta dies in pane et aqua peniteat, et septem sequentes
annos; si seruus eiusdem, tres quadragesimas et legitimas feris peniteat113.

La norma, falsamente attribuita a papa Pio I, considera l’ipotesi del


miles che spergiura costretto dal proprio dominus, sancendo per entrambi
le conseguenze dello spergiuro: per il dominus perché ha imposto tale atto,
per il miles perché ha anteposto l’interesse del dominus secolare al bene della
propria anima. Il canone, quindi, stabilisce la penitenza che il colpevole deve
sostenere tanto nel caso che il miles sia un uomo libero, quanto nel caso sia
un servus. Si tratta pertanto di un’ipotesi specifica rispetto alle altre norme
che puniscono chi costringe a spergiurare ed è applicabile espressamente al
rapporto feudale114.
Le ultime disposizioni che si debbono prendere in considerazione ap-
partengono alla quaestio 5 della Causa 22, di cui costituiscono la pars V,
dedicata, secondo un dictum grazianeo, alla forma fidelitatis115. La forma
fidelitatis rappresenta infatti il contenuto di c. 18 C. 22 q. 5, nel quale si deli-
nea il significato di questo istituto sulla base della celebre lettera di Fulberto
vescovo di Chartres:

111
M. DAVID, Parjure et mensonge dans le Décret de Gratien, in “Studia Gratiana”, II
(1954), pp. 118-142.
112
E. NASALLI ROCCA, «Fidelitas» e giuramento di fedeltà.
113
Cfr. P. JAFFÉ, Regesta Pontificum Romanorum, n°†49 (XLVI), p. 8. La norma si
legge anche nel Policarpus (Pol. VI, 10, 1), nel Decretum di Burcardo di Worms (Burch. XII,
4*), nella Collectio canonum di Anselmo da Lucca (Ansel. XI, 51), nel Liber de vita christiana
di Bonizone da Sutri (Bonizo IX, 49), nel Decretum di Ivo di Chartres (Ivo Decr. XII, 61),
su cui cfr. Die Kanonessammlung Polycarpus, p. 179 (1360); nonché nella Collezione in Tre
Libri, su cui cfr. Collectio canonum trium librorum, Pars altera, p. 160 (3L, libro III, titolo
XIIII: “De mvltimodis ivramentis”, c. 1). Secondo il Friedberg (Decretum Gratiani, coll. 883-
884, nota 2) la norma è presente altresì nel Liber de synodalibus causis di Reginone di Prüm
(Reg. II, 335) e nella Collectio tredecim partium (Collectio Tredec. P. X, 71).
114
Su questo canone cfr. E. NASALLI ROCCA, «Fidelitas» e giuramento di fedeltà, p. 417.
Per papa Pio I cfr. supra, nota 77.
115
“V Pars. De forma uero fidelitatis, et quid quisque debeat domino, uel e conuerso,
sic inuenitur in epistola Filiberti Episcopi”.
90 MAURA MORDINI

C. XVIII. Que in fidelitate sunt obseruanda.


De forma fidelitatis aliquid scribere monitus, hec uobis, que secuntur, breui-
ter ex librorum auctoritate notaui. Qui domino suo fidelitatem iurat, ista sex
in memoria semper habere debet: incolume, tutum, honestum, utile, facile,
possib[i]le. Incolume uidelicet, ne sit in dampnum domino suo de corpore suo.
Tutum, ne sit ei in dampnum de secreto suo, uel de munitionibus, per quas
tutus esse potest. Honestum, ne sit ei in dampnum de sua iusticia, uel de aliis
causis, que ad honestatem eius pertinere uidentur. Utile, ne sit ei in dampnum
de suis possessionibus. Facile uel possibile, ne id bonum, quod dominus suus
facere leuiter poterat, faciat ei difficile, neue id, quod possibile erat, reddat
ei inpossibile. Ut fidelis hec documenta caueat, iustum est. § 1. Sed quia non
sufficit abstinere a malo, nisi fiat, quod bonum est, restat, ut in eisdem sex su-
pradictis consilium et auxilium domino suo fideliter prestet, si beneficio dignus
uideri uult, et saluus esse de fidelitate, quam iurauit. § 2. Dominus quoque
fideli suo in his omnibus uicem reddere debet. Quod si non fecerit, merito
censebitur malefidus, sicut ille, si in eorum preuaricatione uel faciendo, uel
consentiendo deprehensus fuerit perfidus et periurus116.

Questo testo, che già prima della fine del XII secolo era stato inserito
all’interno dei Libri Feudorum, ha sollecitato a più riprese l’attenzione de-
gli studiosi117. Il vescovo Fulberto, riprendendo gli elementi principali della

116
Il canone si legge anche nel Decretum e nella Panormia di Ivo di Chartres (Ivo Decr.
XII, 76; Ivo Pan. VIII, 122), nella Collectio Caesaraugustana (Caes. VI, 22), su cui da ultimo
cfr. C. ZENDRI, Elementi canonistici nella «Compilatio Antiqua», p. 234. Per l’inserimento
della lettera del vescovo Fulberto nel Decretum Gratiani e, in particolare, nella ‘first recen-
sio’ della raccolta cfr. K. PENNINGTON, The Formation of the Jurisprudence of the Feudal
Oath of Fealty, pp. 56-57 (a p. 59, nota 10, è trascritto il testo di questo canone secondo il
manoscritto 673 del monastero di St. Gallen).
117
Cfr. adesso C. ZENDRI, Elementi canonistici nella «Compilatio Antiqua», p. 233: tra i
maggiori ha richiamato l’attenzione di Heinrich Mitteis, Marc Bloch, François Louis Ganshof
e Paolo Prodi, i quali hanno sottolineato la sovrapposizione del giuramento di fedeltà “al più
risalente omaggio, con il risultato di ricondurre l’antica pratica germanica della commendatio
vassallatica entro i confini della dottrina cristiana”; nonché ID., Feudum a fidelitate, pp. 296-
300. Sulla norma cfr. inoltre G. GIORDANENGO, “Epistola Philiberti”, pp. 815-827; P. WEIMAR,
Die legistische Literatur der Glossatorenzeit, pp. 165-167; A. BECKER, Form und Materie.
Bemerkungen zu Fulberts von Chartres De Forma Fidelitatis im Lehnrecht des Mittelalters
und der frühen Neuzeit, in “Historisches Jahrbuch”, 102 (1982), pp. 325-361; K. PENNINGTON,
The Formation of the Jurisprudence of the Feudal Oath of Fealty, con particolare attenzione
alla canonistica, da Giovanni da Faenza a Bernardo da Parma. A proposito della lettera di
Fulberto si è anche osservato che in essa il giuramento “è divenuto da elemento secondario
cardine di tutto il rapporto feudale, matrice di migliaia di formule sacramentali […] nei secoli
successivi” (P. PRODI, Il sacramento del potere, p. 112). Per il recepimento della lettera nella
cosiddetta recensio ardizzoniana dei Libri Feudorum cfr. le indicazioni in M. MORDINI, Aspetti
della disciplina del feudo ecclesiastico. Parte I, pp. 231-232.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 91

sua definizione dalla tradizione retorica tardoantica e altomedievale, aveva


adattato alle istituzioni vassallatiche “ce qui relevait de la morale civique et
des rapports entre les personnes”118. Dunque, l’auxilium e il consilium che il
fidelis deve prestare al proprio dominus, e viceversa secondo l’esplicita san-
zione del § 2, sono improntati ai principi dell’incolume, del tutum, dell’hone-
stum, dell’utile, del facile e del possibile119. È noto che questo testo è entrato
nella tradizione canonica attraverso le raccolte di Ivo di Chartres, personag-
gio che nei suoi scritti ha cercato di definire, al di là della forma fidelitatis,
anche la sostanza del legame vassallatico, cogliendo una sorta di analogia tra
la fede religiosa e la fedeltà e attribuendo a quest’ultima un preciso valore
sociale, dal momento che per mezzo di essa si possono conciliare le esigenze
dell’obbedienza gerarchica e della reciproca solidarietà120.
Infine, in C. 22 q. 5 c. 19 è previsto l’anatema contro il laico che viola
il giuramento prestato al re o al “domino suo” e, nel contempo, congiura
contro di loro, a meno che non presti adeguata penitenza e, lasciati gli abiti
secolari, assuma i voti monastici:

Si quis laicus iuramentum uiolando profanat, quod regi et domino suo iurat,
et postea peruerse et dolose eius regnum tractauerit, et in mortem ipsius ali-
quo machinamento insidiatur, quia sacrilegium peragit, in Christum Domi-
ni manum mittens, anathema sit, nisi per dignam penitenciae satisfactionem

118
Così C. CAROZZI, Les évêques vassaux du roi de France d’après Yves de Chartres, in
Chiesa e mondo feudale, pp. 225-243, in particolare pp. 231-232 (la citazione nel testo è tratta
da p. 231), ove si indicano le fonti antiche, attribuite a Cicerone, del testo di Ivo e di quello del
suo predecessore nella sede episcopale di Chartres, Fulberto.
119
C. ZENDRI, Elementi canonistici nella «Compilatio Antiqua», pp. 234-235 vi ravvisa
anche la somiglianza con un passo delle Etymologiae di Isidoro di Siviglia, già entrato nelle
raccolte di Ivo di Chartres e quindi confluito pure nel Decretum Gratiani, in D. 4 c. 2; cfr.
anche ID., Feudum a fidelitate, p. 297 (per la somiglianza con il luogo isidoriano) e p. 298 (per
un più generale “sfondo canonistico, se non altro per la necessità che la scelta del bene sia
qualcosa di più di un astenersi dal male, si traduca in un’azione, sul modello, fra l’altro, del
Discorso della Montagna”).
120
Per tutto ciò cfr. C. CAROZZI, Les évêques vassaux. Sull’atteggiamento di Ivo di
Chartres in ordine al giuramento di fedeltà dei vescovi al re cfr. anche M. NOBILI, Il «Liber de
anulo et baculo» del vescovo di Lucca Rangerio, Matilde e la lotta per le investiture negli anni
1110-1111, in Sant’Anselo vescovo di Lucca (1073-1086) nel quadro delle trasformazioni so-
ciali e della riforma ecclesiastica, a cura di C. VIOLANTE, (Istituto Storico Italiano per il Medio
Evo-Nuovi Studi Storici, 13), Roma 1992, pp. 157-206, in particolare pp. 162, 166, 168, ove si
spiega l’atteggiamento di Ivo, favorevole alla prestazione del giuramento al re di Francia, che
distingueva la doppia natura dei poteri amministrati dal vescovo (alcuni di carattere ecclesia-
stico e sacramentale, altri di carattere temporale) coerentemente all’appartenenza simultanea
a due gerarchie: quella della Chiesa e quella del regno.
92 MAURA MORDINI

emendauerit, sicut constitutum a sancta sinodo est, id est seculum relinquat,


arma deponat, in monasterium eat, et peniteat omnibus diebus uitae suae.
Verumtamen conmunionem in exitu uitae suae cum eucharistia percipiat. § 1.
Episcopus uero, presbiter, diaconus, si hoc crimen conmiserit, degradetur121.

Si tratta di una palea che recepisce da Burcardo di Worms e da Ivo


di Chartres l’attribuzione del precetto a s. Agostino, ma già i Correctores
Romani avevano notato che il testo fu deliberato in un concilio di Toledo122.
L’autore di tale palea considera la norma come un riferimento esplicito al
rapporto di vassallaggio, di cui sanziona la violazione, tanto che nella ru-
brica si legge “de eodem” in riferimento alla forma fidelitatis. È già stato
osservato che l’assimilazione della tutela riservata alla “pubblica autorità
suprema” rispetto a quanto stabilito per le persone ecclesiastiche “fa pensa-
re all’apporto morale cospicuo che la legislazione canonica ha dato al con-
solidamento delle istituzioni politiche della società medievale” e che il §1 del
canone sembra ammettere l’esistenza di feudatari ecclesiastici legati da un
vincolo di fidelitas a un signore laico123. Di conseguenza, anche in questo
caso – come ad esempio in quello relativo al concilio provinciale di Rouen del
1096, che abbiamo esaminato in altra sede124 – si ha di fronte un riferimento
che sembra porsi in contraddizione con l’esplicito divieto per i chierici di
prestare giuramento ai laici, ribadito da Graziano nel dictum ante c. 22, con
cui si apre la pars VII della questio 5, dedicata a tale materia:

Iuramentum uero clericus laico prestare non debet.

Il dictum ante c. 22 C. 22 q. 5, che riafferma il contenuto di norme

121
La norma si legge anche nel Decretum di Burcardo di Worms (Burch. XII, 21); nel-
la Collectio canonum di Anselmo da Lucca (Ans. XI, 61*); nel Decretum di Ivo di Chartres
(Ivo Decr. XII, 78); nella Collezione in Due libri (2L, II, 266); nel Liber de vita christiana di
Bonizione da Sutri (Bonizo VII, 8) e nel Policarpus (Polyc. VI, 10, 17), su cui cfr. Die Kano-
nessammlung Polycarpus, p. 180 (978); nonché nella Collezione in Tre Libri (3L, libro III,
titolo XIIII: “De his qvi ivrant regi”, c. 17) e nella Collezione in 183 Titoli (183T, 164.28), su
cui cfr. Collectio canonum trium librorum, Pars altera, pp. 164-165.
122
Notatio Correctorum: “Caput hoc in melioribus Gratiani codicibus non habetur.
Burchardus et Ivo citant ex dictis Augustini. Simile autem habetur in concilio Toletano 16 c. 8
ex Hispania misso”. Cfr. P. PRODI, Il sacramento del potere, pp. 53 e 103: il testo si legge nel
X e nel XVI concilio di Toledo, mentre la norma sullo spergiuro contro il re è citata nel sinodo
di Hohenaltheim del 916.
123
Così E. NASALLI ROCCA, «Fidelitas» e giuramento di fedeltà, p. 418, da cui sono tratte
anche le citazioni nel testo.
124
Cfr. M. MORDINI, Aspetti della disciplina del feudo ecclesiastico. Parte I, p. 273.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 93

risalenti all’epoca carolingia confluite nel canone successivo125, esprime con


coerenza quanto sancito sotto i pontificati di Gregorio VII e Urbano II, al-
lorquando le istanze della riforma si tradussero con particolare efficacia in
precetti volti a tutelare, anche sotto questo aspetto, la ‘libertas Ecclesiae’
dalle prevaricazioni dei ‘laici’126. Tuttavia, visto il dettato del §1 di c. 19 C.
22 q. 5 (palea), viene da chiedersi quanto la diffusione dei legami vassallatici
tra i chierici abbia favorito l’inserimento successivo di nuovi testi nel corpo
originario della raccolta, accrescendo quella discordia alla quale Graziano
aveva inteso porre rimedio.

d) Le personae ecclesiasticae e le regalie.


Intimamente legata al tema adesso affrontato è la questione della con-
cessione di regalie a personae ecclesiasticae, che Graziano affronta nella
Causa 23, immediatamente successiva a quella appena considerata: in effet-
ti, il legame che si instaura attraverso questo conferimento presenta un pro-
filo certamente connesso alla prestazione del giuramento a laici e, nel con-
tempo, risulta collegato alla prestazione di un ‘servizio’, da intendere come
corrispettivo dell’elargizione ricevuta. In ogni caso si tratta di un esplicito
riferimento alla concessione di regalie a elementi della gerarchia ecclesiasti-
ca, in particolare vescovi, che è inserito nell’ambito della quaestio dedicata
alla possibilità per i chierici di portare e utilizzare le armi127, con evidente
riferimento alla prestazione di un servizio anche armato.
È noto che sin dalla seconda metà del secolo XI uno dei temi al centro
del dibattito scaturito dalla riforma ecclesiastica relativamente all’investitu-
ra laica dei vescovi riguardava la definizione dei diritti regi e imperiali che, al
momento dell’elezione, venivano concessi dal sovrano al presule: nella libel-
listica di parte imperiale risalente ai primi decenni del secolo XII questi di-
ritti venivano indicati tramite un’elencazione, vale a dire “iura civitatum in
theloneis, monetis, villicis et scabinis, comitatibus, advocatiis, synodalibus
bannis”, ed erano tenuti chiaramente distinti dal resto dei beni pertinenti
alla chiesa, ovverosia le res ecclesiae in senso stretto128; tale distinzione, che

125
Cfr. J. GAUDEMET, Le serment, p. 70, in relazione a C. 22 q. 5 c. 22.
126
P. HYAMS, Homage and Feudalism: a Judicious Separation, in Die Gegenwart des
Feudalismus, pp. 13-49, in particolare pp. 42-49; nonché F.J. GOSSMAN, Pope Urban II and
Canon Law, pp. 163-165.
127
Cfr. R.L. BENSON, The Bishop Elect, p. 318, nota 12.
128
La definizione riportata nel testo si legge nel “De investitura episcoporum”, libello
scritto nel 1109 per riassumere la posizione imperiale sulla questione delle investiture, ana-
lizzato da M. NOBILI, Il «Liber de anulo et baculo», pp. 158-167 (il passo da noi citato è preso
94 MAURA MORDINI

si riallaccia a quella tra prerogative di carattere ecclesiastico e spirituale e


prerogative di carattere temporale, si rinviene già in uno scritto di Wazone
vescovo di Liegi del 1046, ove è impiegato il termine ‘secularia’ per indicare
i diritti di derivazione regia o imperiale129, mentre la locuzione ‘regalia’ pare
affermarsi dal 1086, anno cui risale il “De scismate Hildebrandi” di Guido
da Ferrara, personaggio appartenente all’entourage dell’antipapa Clemente
III (Wiberto, già arcivescovo di Ravenna), a cui sono stati ricondotti anche
i celebri “Falsi ravennati”: ad ogni modo, nello scritto di Guido le regalie
erano qualificate come beni e prerogative di origine regia, delegati al vescovo
e non concessi alle chiese “proprietario” o “perpetuo iure”, ma fonte della
soggezione del presule verso il sovrano, che, quindi, manteneva il diritto di
procedere all’investitura e contestualmente di ricevere il giuramento di fe-
deltà130. La definizione delle ‘regalie’ ha poi assunto un interesse centrale ne-
gli sviluppi del confronto tra impero e papato, fino alla formulazione presen-
te nel tractatus del febbraio 1111 tra Pasquale II ed Enrico V131 e al richiamo

in considerazione a p. 162). Per il testo del libello cfr. J. KRIMM-BEUMANN, Der Traktat «De
investitura episcoporum» von 1109, in “Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters”,
33 (1977), pp. 37-83, in particolare p. 79.
129
Cfr. M. NOBILI, Il «Liber de anulo et baculo», p. 169.
130
Sul punto e sulla storiografia in tema cfr. M. NOBILI, Il «Liber de anulo et bacu-
lo», pp. 169-171; nonché C. MÄRTL, «Res Ecclesiae», «beneficia ecclesiastica» und Regalien,
pp. 466-467. Per l’ambiente ravennate e le falsificazioni attribuite ai fautori dell’imperatore
Enrico IV cfr. in sintesi E. CORTESE, Il diritto, vol. I, pp. 357-360; ID., Le grandi linee, pp.
219-221.
131
MGH, Legum Sectio IV., Constitutiones et acta publica imperatorum et regum, To-
mus I. inde ab a. DCCCCXI. usque ad a. MCXCVII., edidit Ludewicus WEILAND, Hannoverae
MDCCCXCIII, nn. 83-101, in particolare n° 85 (“Promissio papae per Petrum Leonis dicta”),
pp. 138-139: “domnus papa precipiet aepiscopis presentibus in die coronationis eius, ut di-
mittant regalia regi, et regno quae ad regnum pertinebant tempore Karoli, Lodoici, Heinrici
et aliorum praedecessorum eius. Et scripto firmabit sub anathemate auctoritate [sua] et iusti-
tia, ne quis eorum [vel] praesentium vel absentium vel successores eorum intromittant se vel
invadant eadem regalia, id est civitates, ducatus, marchias, comitatus, monetas, teloneum,
mercatum, advocatis regni, iura centurionum et curtes quae [manifeste] regni erant, cum
pertinentiis suis, militiam et castra [regni]” (la promissio di Enrico rinvia per la definizione di
‘regalie’ a quella di Pasquale: cfr. ibidem, n° 83, in particolare p. 137.20). Su questi accordi
– che in realtà non furono attuati per un’immediata reazione di protesta – limitatamente ai
profili attinenti al presente studio e anche in riferimento alla storiografia precedente cfr. M.J.
WILKS, Ecclesiastica and regalia: Papal investiture policy from the Council of Guastalla to
the First Lateran Council, 1106-23, in Councils and Assemblies, Papers read at the Eighth
Summer Meeting and the Ninth Winter Meeting of the Ecclesiastical History Society, Edited
by G.J. CUMING and D. BAKER, (Studies in Church History, 7), Cambridge 1971, pp. 69-85, in
particolare p. 71; U.R. BLUMENTHAL, «Patrimonia» and «Regalia» in 1111, in Law, Church
and Society. Essays in Honor of Stephan Kuttner, Philadelphia 1977, pp. 9-20; M. NOBILI,
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 95

incluso nelle promissiones di Callisto II fissate nella pax Wormatiensis del


1122, con la quale si chiudeva, almeno sul piano formale, il conflitto sulle in-
vestiture. In particolare, in base al dettato del privilegium pontificis, il papa
riconosceva sia la necessità dell’investitura laica per sceptrum in ordine alle
regalie ricevute dai vescovi, sia l’obbligo per i beneficiari di facere ciò che
era richiesto secondo il diritto, vale a dire di prestare il dovuto servizio132. Si
tratta, dunque, di un testo interessante per valutare la posizione di Grazia-
no sul tema, poiché la definizione del privilegium pontificis e la sua appro-
vazione nel concilio Lateranense del 1123 rappresentano una testimonianza
certamente nota al maestro.
Anzitutto, sul piano formale dobbiamo riconoscere che Graziano non
ha ritenuto di inserire nel Decretum il testo scaturito da Worms e che, esatta-
mente come si è notato per i lemmi ‘feudo’ e ‘vassallo’, anche in questo caso
non è stato utilizzato il vocabolo ‘regalia’ nella struttura della raccolta133.
Tuttavia, almeno un dictum della seconda parte del Decretum si riferisce
esplicitamente a questo particolare tipo di concessione, cui è associata anche

Il «Liber de anulo et baculo», p. 166 e pp. 180-183; C. MÄRTL, «Res Ecclesiae», «beneficia
ecclesiastica» und Regalien, pp. 468-470; G.M. CANTARELLA, Pasquale II, in Enciclopedia dei
papi, vol. 2, pp. 228-236, in particolare p. 230-232. La definizione in esame corrisponde in
sostanza anche a quella scaturita dalla dieta di Roncaglia del 1158 su preciso impulso dell’im-
peratore Federico Barbarossa e successivamente accolta anche nei Libri Feudorum: cfr. per
la storiografia tradizionale J. GAUDEMET, Régale (droit de), in “Dictionnaire de droit cano-
nique”, VII, coll. 493-532, in particolare coll. 498-500; più recentemente B. KANNOWSKI, Der
roncalische Regalienbegriff und seine Vorgeschichte, in Gli inizi del diritto pubblico. L’età di
Federico Barbarossa, pp. 157-176.
132
MGH, Legum Sectio IV., Constitutiones et acta publica, n° 108 (Privilegium pon-
tificis), pp. 160-161, in particolare p. 16123-26 per le regalie: “Electus [vescovo o abate del
Regnum Teutonicum] autem regalia per sceptrum a te recipiat et quae ex his iure tibi debet
faciat. Ex aliis vero partibus imperii consecratus infra sex menses regalia per sceptrum a te
recipiat et quae ex his iure tibi debet faciat; exceptis omnibus quae ad Romanam ecclesiam
pertinere noscuntur”. Sul compromesso di Worms del 1122 cfr. in sintesi G. MICCOLI, Callisto
II, in Enciclopedia dei papi, vol. 2, Roma 2000, pp. 248-254, in particolare p. 253. Per il
tema delle regalie cfr. P. CLASSEN, Das Wormser Konkordat in der deutschen Verfassung-
sgeschichte, in Investiturstreit und Reichsverfassung, herausgegeben von J. FLECKENSTEIN,
(Vorträge und Forschungen, herausgegeben vom Kostanzer Arbeitskreis für mittelalterliche
Geschichte, Band XVII), Sigmaringen 1973, pp. 411-460; nonché C. MÄRTL, «Res Ecclesiae»,
«beneficia ecclesiastica» und Regalien, pp. 468-470, con specifico riferimento alle formule del
1111 e del 1122.
133
Cfr. Wortkonkordanz zum Decretum Gratiani, Teil 4. Rispetto al tema delle regalie
e della soluzione adottata a Worms R.L. BENSON, The Obligations of Bishops with Regalia, p.
123, ha fatto riferimento alla “general ‘conspiracy of silence’ about Calixtus II’s embarrassing
concessions to the emperor Henry V”.
96 MAURA MORDINI

la prestazione di un servizio in corrispettivo, e precisamente il dictum post


c. 20 C. 23 q. 8:

Gratian. Ecce quod Nycolaus Papa prohibet episcopus seculari milicia occu-
pari, nec etiam contra maritimos piratas permittit eos ad pugnam accedere.
Quomodo ergo Leo Papa aduersus Sarracenos urbem egreditur, et, ut procul
eos a littore arceat, populum undique conuocat, et suorum iniurias presentia-
liter uindicat, atque cum Gregorio milites ad arma inuitat? Sed notandum est,
quosdam episcopos Leuitica tantum portione esse contentos, qui, sicut in Dei
sorte tantum numerantur, sic ipsum Deum solummodo in hereditatem acci-
piunt, dicentes: “Dominus pars hereditatis meae est”. His nichil commune est
cum principibus seculi, quia temporalia penitus abiciunt, ne eorum occasione
legibus inperatorum obnoxii teneantur. Talibus nulla occasio relinquitur occu-
pationis secularis miliciae, quia, cum de decimis et primiciis uiuunt tamquam
summi regis filii in omni regno a terrenis exactionibus liberi sunt ita, ut dicere
ualeant: “Venit princeps mundi huius, et in nobis non habet quicquam”. Por-
ro alii sunt, qui non contenti decimis et primiciis, predia, uillas, et castella, et
ciuitates possident, ex quibus Cesari debent tributa, nisi inperiali benignitate
inmunitatem promeruerint ab huiusmodi. Quibus a Domino dicitur: “Reddite
que sunt Cesaris Cesari; et que sunt Dei Deo”. Quibus idem Apostolus: “Red-
dite omnibus debita, cui tributum, tributum; cui uectigal, uectigal”.

In particolare, l’espressione ‘predia, uillas, et castella, et ciuitates’ è


stata indicata come “matter-of-fact summary of the episcopal regalia”134.
Se, come abbiamo notato in precedenza, dal punto di vista stilistico
Graziano ha evitato l’utilizzazione di formule tratte dai documenti che co-
stituivano una soluzione di compromesso – il che avrebbe potuto avallare
l’impressione di un evidente fallimento delle ragioni avanzate dai pontefici
nel confronto con gli imperatori Enrico IV ed Enrico V –, sotto il profilo so-
stanziale nel Decretum paiono condivise proprio le ragioni degli accordi, dal
momento che il riferimento agli obblighi dei vescovi sembra riprendere e tra-
durre in termini diversi il principio affermato a Worms, vale a dire “electus
autem regalia per sceptrum a te recipiat et, quae ex iure tibi debet, faciat”.
Inoltre, a questo velato richiamo Graziano ha fatto seguire due auctorita-
tes di sommo valore per giustificare il sorgere dell’obbligazione corrispettiva
in capo ai vescovi, ossia la parola di Cristo (Mt. 22, 21) e l’insegnamento
dell’apostolo Paolo (Rm. 13, 7): il passo tratto dal Vangelo, in particolare,
era già stato utilizzato da molti autori nella libellistica dell’epoca, tra cui

134
R.L. BENSON, The Bishop Elect, p. 315 per la rassegna degli studi precedenti e pp.
317-318 per il significato dell’espressione utilizzata da Graziano.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 97

Placido da Nonantola, indicato come un autore che ha fortemente influen-


zato il linguaggio di Graziano135. Il maestro, in realtà, non ha svolto il suo
pensiero in tema di regalie scegliendo tra la posizione dualista, seguita an-
che dalla parte imperiale, o quella radicale della condanna delle investiture,
di stampo riformatore. Nel dictum, infatti, sono semplicemente distinte due
specie di vescovi, come risultato di una lineare descrizione dello stato dei fat-
ti: da un lato si trovano coloro che vivono di soli proventi di natura spirituale
e che, perciò, sono liberi da ogni exactio temporale; dall’altro ci sono coloro
che, non ‘soddisfatti’ di ciò, posseggono anche regalie e sono quindi obbli-
gati a prestare dei ‘tributi’, a meno che l’imperatore, benigno, non abbia
accordato un’immunità in proposito. Inoltre, si può aggiungere che a questa
distinzione ne corrisponde un’altra, incentrata sulla diversa specie dei beni
che appartengono alle chiese e che è espressa nel dictum post c. 25 C. 23 q. 8:

Gratian. Hinc datur intelligi, quod de his, que inperiali beneficio, uel a quibu-
slibet pro beneficio sepulturae ecclesia possidet, nullius iuri, nisi episcopi, te-
neatur asstricta. De his uero, que a quibuslibet emerit uel uiuorum donationi-
bus acceperit, principibus consueta debet obsequia, ut et annua eis persoluat
tributa, et conuocato exercitu cum eis proficiscatur ad castra. Quod tamen hoc
ipsum non sine consensu Romani Pontificis fieri debet,

la cui formulazione, comunque, è caratterizzata da una certa oscurità


nel riferimento all’imperialis beneficium, per il quale il maestro precisa che
nessun diritto insorge a favore del concedente, e alle vivorum donationes, in
ragione delle quali, invece, sono dovuti ai principi i consueta obsequia, vale
a dire il versamento di tributi e un servizio di carattere militare136. A questo

135
Cfr. R.L. BENSON, The Bishop Elect, p. 317: l’A. ha sottolineato l’influenza della dot-
trina di Placido da Nonantola sul linguaggio di Graziano, che in realtà rivela un atteggiamento
decisamente ‘più moderato’ sul tema, poiché non si allinea al rifiuto del monaco di distinguere
tra ‘corporalia’ e ‘spiritualia’ (“Gratian’s position was thoroughly moderate”); per la posizio-
ne di Placido da Nonantola sulle regalie cfr. ibidem, pp. 247-250, nonché M. NOBILI, Il «Liber
de anulo et baculo», pp. 189-190. Per l’indicazione dei richiami al passo evangelico nella libel-
listica dei secoli XI e XII, sia filo-imperiale (per ribadire la netta separazione tra ‘spirituale’
e ‘temporale’ secondo la visione dualista) sia filo-pontificia, tra cui Placido di Nonantola (per
giustificare la distinzione solo funzionale nell’ambito della societas Christiana) cfr. M.J. WIL-
KS, Ecclesiastica and regalia: Papal investiture policy, pp. 84-85. Per l’influenza di Placido
sul pensiero di Graziano in tema di possesso laico di beni ecclesiastici cfr. la rassegna in P.
LANDAU, Ius patronatus. Studien zur Entwicklung des Patronats im Dekretalenrecht und der
Kanonistik des 12. und 13. Jahrhunderts, (Forschungen zur kirchlichen Rechtsgeschichte
und zum Kirchenrecht, Band 12.), Köln-Wien 1975, pp. 3-4.
136
Su questo punto cfr. R.L. BENSON, The Bishop Elect, pp. 318-319; le regalie rientre-
rebbero nelle donazioni vivorum, mentre l’imperialis beneficium si riferirebbe alla benignitas
98 MAURA MORDINI

proposito il dictum introduce un ulteriore elemento che arricchisce e compli-


ca la disciplina delle regalie come regolata a Worms, vale a dire la necessità
del consenso del pontefice per la specifica prestazione del servizio armato,
forse nel tentativo di svilire il vincolo dell’obbligazione corrispettiva137.
Ad ogni modo si può affermare che la moderazione di Graziano sul
tema delle regalie, già sottolineata dal Benson rispetto agli atteggiamenti
più radicali di Placido, riflette anche una certa distanza dalla posizione di
Ivo di Chartres che aveva riconosciuto e difeso dal punto di vista teorico il
doppio ruolo dei vescovi secondo la distinzione tra gerarchia ecclesiastica
e gerarchia secolare138: probabilmente questa scelta, che pare consapevole
nelle intenzioni del maestro visto il dettato dei due dicta appena analizzati,
determina però una sorta di ambiguità nella disciplina degli istituti legati alle
regalie, che è stata risolta solo attraverso le successive raccolte di decretali
pontificie o l’interpretazione dei canonisti. Un esempio piuttosto significativo
può ricavarsi da un’allusione del Benson relativa al dictum post c. 26 C. 11
q. 1, ove si ammette la dipendenza delle personae ecclesiasticae dal potere
secolare “ex possessionibus prediorum”, vale a dire che, trattando del pro-
cesso, Graziano ‘esamina e nega la legittimità della comparizione dei chierici
di fronte a un giudice secolare’139: sin da adesso si può rilevare che solo con

con la quale l’imperatore concede le immunità. Sul servizio di carattere militare cfr. anche
A.M. STICKLER, Magistri Gratiani sententia, p. 101, note 40 e 41 (nelle quali si attribuisce
esplicitamente questa obbligazione – nonostante il generale divieto di portare le armi – a quei
vescovi che avevano ricevuto dei feudi dai principi secolari), e pp. 55-56.
137
Cfr. ancora R.L. BENSON, The Bishop Elect, pp. 318-319. In sostanza, si potrebbe
collegare all’atteggiamento di Graziano sul tema in esame quella lucida spiegazione di Uguc-
cione sulla necessità della prestazione del giuramento di fedeltà dei vescovi titolari di regalie,
con la quale il Benson chiude su questo argomento (pp. 333-334, nota 55): “Quid ergo dice-
mus de imperatore cui episcopi faciunt iuramentum fidelitatis? Talis consuetudo approbatur
ab ecclesia presertim ea ratione, quia multum lederentur ecclesie si omnia regalia deberent
a[d]mittere, ex quo episcopi pro eis iuramentum [iuramentum] fidelitatis nollent exhibere”
(Summa in C. 22 q. 5 c. 22, tratta da J. JUNCKER, Summen und Glossen. Beiträge zur Litera-
turgeschichte des kanonischen Rechts im zwölften Jahrhundert, in “Zeitschrift der Savigny-
Stiftung für Rechtsgeschichte”, Bd. 45, “Kanonistische Abteilung”, 14 (1925), pp. 384-474,
in particolare p. 453, nota 2). Il passo di Uguccione è segnalato anche in O. GUYOTJEANNIN, La
seigneurie épiscopale dans le royaume de France (Xe-XIIIe siècles), in Chiesa e mondo feuda-
le, pp. 151-188, in particolare p. 169.
138
Per l’atteggiamento di Ivo cfr. supra, nota 120.
139
R.L. BENSON, The Bishop Elect, p. 317, nota 8. Cfr. dictum post c. 26 C. 11 q. 1:
“[…] Clerici ex officio sunt subpositi episcopo, ex possessionibus prediorum inperatori sunt
obnoxii. Ab episcopo unctionem, decimationes et primitias accipiunt; ab inperatore uero pre-
diorum possessiones nanciscuntur […] Quia ergo ut predia possideantur inperiali lege factum
est, patet, quod clerici ex prediorum possessionibus inperatori sunt obnoxii”.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 99

le decretali di Alessandro III inserite nella Compilatio prima e, infine, attra-


verso la glossa ordinaria si consolidò il principio dell’eccezione della causa
feudi rispetto al foro ecclesiastico come foro esclusivo dei chierici.

f) Il Decretum Gratiani e il feudo: una prima valutazione


Da quanto esposto nelle pagine precedenti, si può concludere che gli
istituti feudali non furono ignorati nel Decretum Gratiani, quantunque nella
misura in cui alcuni aspetti della loro disciplina apparivano rilevanti in spiri-
tualibus. La normativa, specialmente per quanto attiene allo status religioso
delle parti feudali o dei beni oggetto di concessione, vale a dire al feudo eccle-
siastico, consisteva per lo più in testi di diritto secolare che, sin dall’ultimo
scorcio del secolo XI, avevano iniziato ad attrarre l’attenzione della dottrina
e a consolidarsi in raccolta per dar vita ai cosiddetti Libri Feudorum nel se-
colo successivo. Tra l’altro, come si è avuto modo di osservare in altra sede,
i Libri accolgono pienamente i principi canonistici della tutela delle res ec-
clesiae, sottratte alla destinazione vassallatico-beneficiale se non in presenza
di una consuetudine in proposito, e dell’esclusione dei chierici dal profilo
passivo del rapporto feudale, in attuazione del principio “quia enim factus
est miles Christi, desiit esse miles saeculi, nec beneficium pertinet ad eum,
qui non debet gerere officium”140. Nulla di tutto ciò si riscontra, invece, nella
composizione grazianea.
In essa i riferimenti al rapporto vassallatico o alla concessione vassalla-
tico-beneficiale appaiono come allusioni a relazioni sociali diffuse nella pras-
si, piuttosto che come la regolamentazione di un istituto giuridico al quale
il compilatore abbia ritenuto opportuno dedicare una determinata causa o
una specifica quaestio. Ad esempio, nella disciplina del giuramento (C. 22)
o in tema di competenza territoriale dei vescovi (C. 6), tra le diverse fatti-
specie menzionate nei canoni è fatto riferimento anche al rapporto tra un
miles e un dominus, senza che questo legame assuma un rilievo autonomo.
Analogamente, in materia di regalie oppure di simonia e di alienazione delle
res ecclesiae141. Dunque, nella raccolta grazianea la concessione in beneficio

140
Cfr. M. MORDINI, Aspetti della disciplina del feudo ecclesiastico. Parte I. La regola
tra virgolette costituisce la parte finale di LL.FF., Antiqua, VIII, 28 (LL.FF., Vulgata, II, 21:
“De vasallo milite, qui arma bellica deposuit”).
141
Cfr. P. GROSSI, Locatio ad longum tempus. Locazione e rapporti reali di godimento
nella problematica del diritto comune, (Università di Macerata. Pubblicazioni della Facoltà
di Giurisprudenza, 1), [Napoli] 1963, p. 125: “Se esaminiamo i canoni del Decretum di Gra-
ziano dedicati al problema della alienazione delle res ecclesiae, vi troviamo un concetto di
alienatio appena precisato o, se vogliamo, romanisticamente identificato con la donazione, la
100 MAURA MORDINI

feudale si configura come un’ipotesi marginale tra quelle di distrazione dei


beni ecclesiastici dalla funzione alla quale sono destinati e solo in tal senso
viene imposta la restituzione dei medesimi, pena la scomunica, coerentemen-
te all’azione di recupero del patrimonio della Chiesa d’Occidente perseguita
dai pontefici dell’età della riforma gregoriana142. Si può notare, comunque,
che tra le norme esaminate nel paragrafo precedente prevalgono proprio i
canoni tratti da precetti di Gregorio VII e, in minor misura, di Urbano II143,
un dato che appare piuttosto significativo se confrontato con le conclusioni
cui sono giunti il Gilchrist, il Giordanengo e il Pennington a proposito della
scarsa ricezione formale di Gregorio VII nelle collezioni canoniche del pe-
riodo della riforma144: nel nostro caso, infatti, il Decretum, almeno per la

vendita e la permuta”. Questo giudizio ci sembra pienamente condivisibile anche in relazione


all’oggetto delle nostre ricerche, dal momento che tra la disciplina delle res ecclesiae non si
sono rintracciati canoni ove si indicasse esplicitamente il feudo quale ipotesi integrativa del
contenuto giuridico dell’alienatio.
142
F. GRAZIAN, La nozione di amministrazione e di alienazione, ha sottolineato che nel
Decretum termini come alienare, distrahere e dilapidare sono usati “quasi come sinonimi”,
poiché tutti indicano la perdita del possesso su un bene da parte della Chiesa e si inseriscono
in un sistema volto alla protezione delle res ecclesiae piuttosto che alla definizione di ‘aliena-
zione’: pertanto, dalla raccolta grazianea non si trae “né una nozione precisa di alienazione,
né una chiara configurazione legislativa che la riguarda” (pp. 46-57; le citazioni tra virgolette
sono tratte, rispettivamente da p. 50 e p. 57).
143
Su 13 canoni esaminati, di cui due sono ripetuti, 6 sono tratti da fonti più risalenti,
mentre 7 sono attribuibili ai pontificati di Gregorio VII e Urbano II: in particolare, ai concili
di Roma dell’anno 1078, entrambi presieduti da Gregorio, risalgono C.15 q.6 c.4 (febbraio-
marzo), C.12 q.2 c.4 e C.16 q.7 c.1 (novembre); dalla seconda lettera di Gregorio a Ermanno
di Metz è estratto C.15 q.6 c.3, mentre appare significativa anche l’inesatta attribuzione a
Gregorio di C.1 q.3 c.13 e C.16 q.7 c.3, ossia della Dublette. Un solo canone, infine, è tratto
da una lettera di Urbano II (C.15 q.6 c.5).
144
Cfr. J. GILCHRIST, The Reception of Pope Gregory VII, pp. 66-68 per la lista delle 23
auctoritates del Decreto tratte da lettere di Gregorio VII o dai canoni dei concili presieduti
dal medesimo (i numeri 11 e 13-17 corrispondono alle indicazioni della nota precedente),
e pp. 69-73 (ove l’A. rileva che per alcuni argomenti – tra i quali la tutela delle decime, la
condanna della invasio laica dei beni ecclesiastici, l’assoluzione dal vinculum fidelitatis verso
gli scomunicati – l’atteggiamento di papa Gregorio ha comunque influito, almeno sul piano
ideologico, sulle collezioni canoniche dell’epoca, pur sottolineandone la scarsa ricezione for-
male); G. GIORDANENGO, Auctoritates et auctores dans les collections canoniques, p. 115 (ove
si precisa che nel Decreto sono inserite solo quattro decretali di Gregorio VII; tra i concili
contemporanei meglio rappresentati l’A. non menziona quelli di Roma dell’anno 1078); K.
PENNINGTON, Gratian, Causa 19, and the Birth of Canonical Jurisprudence, p. 212, secondo
il quale la C. 19 è l’unico luogo del Decretum ove sono stati concentrati insieme frammenti
tolti dai provvedimenti di Gregorio VII e Urbano II (alla nota 3 l’A. specifica che Graziano ha
incluso nella raccolta ‘quasi nulla’ di Gregorio VII e ‘poco’ di Urbano II: loro provvedimenti
si rinverrebbero nella D. 56, nella D. 96 e nella C. 19); il Pennington, comunque, ha precisato
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 101

tutela delle res ecclesiae e per lo scioglimento dal vinculo fidelitatis, non solo
accoglie le istanze ‘gregoriane’ di riforma, ma predilige anche l’uso di brani
dei pontefici riformatori, persino attraverso inesatte attribuzioni, come nel
caso di Gregorio VII per C. 16 q. 7 c. 3 (e C.1 q.3 c.13).
Oltre a ciò, tenuto conto del fatto che le norme esaminate appaiono
almeno in parte come il frutto di diverse stratificazioni, si può affermare che
il feudo sembra filtrare all’interno del Decretum con progressiva incidenza
nel corso della prima metà del XII secolo, ma senza influire profondamente
sulla struttura della raccolta, a differenza di quanto sarebbe accaduto con le
successive compilazioni di decretali extravagantes, nelle quali, precisamente
nella Compilatio tertia di Innocenzo III, compare il titolo “De feudis”145.

§ 2 Il feudo nelle collezioni di decretali: le Quinque compilationes antiquae


e il Liber Extra

Un rapido cenno meritano anche le norme sul feudo confluite nelle


collezioni di decretali composte successivamente alla raccolta grazianea: in
virtù di questo inserimento, infatti, esse sono state fatte oggetto di partico-
lare attenzione da parte della scuola e della pratica, rappresentando, dalla
seconda metà del XII secolo, l’elemento fondamentale per l’evoluzione del
diritto canonico e fornendo anche la base testuale per la maggior parte delle
allegazioni che la canonistica ha tramandato attraverso l’apparato ordinario
al Decretum Gratiani146.

che la scarsa circolazione delle lettere di Gregorio VII e Urbano II (fatto che sarebbe stato sot-
tovalutato dal Gilchrist) avrebbe inciso sul limitato inserimento nelle collezioni composte nella
seconda metà del secolo XI, mentre nel XII le cose sarebbero cambiate: nel caso di Graziano,
tuttavia, la modesta presenza dei testi di Gregorio VII, Urbano II e Pasquale II deriverebbe,
per un verso, da quanto incluso nelle raccolte di cui il maestro si è servito, per l’altro da una
visione delle fonti del diritto canonico ancora molto legata alla tradizione (l’A., p. 223, parla
di ‘preconceptions’).
145
3Comp. 3.16. Cfr. Quinque Compilatione Antiquae nec non Collectio canonum Lip-
siensis, ad librorum manu scriptorum fidem recognovit et adnotatione critica instruxit AE.
FRIEDBERG, Graz 1956 (Unveränderter photomechanischer Nachdruck der 1882 in Leipzig
bei Bernard Tauchnitz erschienenen Ausgabe). Sulla novità di questo titolo cfr. P. LANDAU,
Innocenz III. und die Dekretalen seiner Vorgänger, in Innocenzo III. Urbs et orbis, a cura di
A. SOMMERLECHNER, vol. I, Roma 2003, pp. 175-199, in particolare pp. 180-181.
146
Il ruolo della scuola e della pratica nell’evoluzione del diritto canonico è ampiamente
condiviso dalla storiografia: cfr., di recente, K.W. NÖRR, Kuriale Praxis und kanonistische
Wissenschaft: Einige Fragen und Hinweise, in Stagnation oder Fortbildung? Aspekte des
allgemeinen Kirchenrechts im 14. und 15. Jahrhundert, herausgegeben von M. BERTRAM, Tü-
bingen 2005, pp. 33-38, in particolare pp. 33-34; nonché L. KÉRY, Dekretalenrecht zwischen
102 MAURA MORDINI

Il loro esame, più precisamente, si limiterà alle decretali contenute nel


Liber Extra, emanato da papa Gregorio IX, poiché è ad esso che rinviano
le glosse che andremo a considerare, ma seguirà un ordine tendenzialmente
‘cronologico’, o meglio ‘evolutivo’, basato sulla sequenza delle principali col-
lezioni apparse tra il 1190 e il 1234, vale a dire le cosiddette Quinque compi-
lationes antiquae: ci pare interessante, infatti, segnalare l’epoca e il contesto
in cui si colloca la percezione della rilevanza di un certo tema ‘feudale’ nello
sviluppo del diritto canonico, con la consapevolezza che nella prassi della
cancelleria pontificia l’attenzione verso questa materia è invece un fenomeno
non affatto nuovo147.
Verso la metà del XII secolo, come si è soliti insegnare, la produzione
di decretali pontificie subì una decisa accelerazione, soprattutto a partire
dal pontificato di Alessandro III (1159-1181)148, facendo ben presto sorgere
la necessità di comporre vere e proprie appendici di aggiornamento rispetto

Zentrale und Peripherie, in Römisches Zentrum und kirchliche Peripherie. Das universale
Papsttum als Bezugspunkt der Kirchen von den Reformpäpsten bis zu Innocenz III., he-
rausgegeben von J. JOHRENDT und H. MÜLLER, (Neue Abhandlungen der Akademie der Wis-
senschaften zu Göttingen, Philologisch-Historische Klasse, Studien zu Papstgeschichte und
Papsturkunden, Neue Folge, Band 2.), Berlin-New York 2008, pp. 19-45, ove si riflette sul
significato sia della decretale in sé, quale decisione del caso concreto, sia come frammento
inserito nelle collezioni di diritto canonico, sia, infine, come fonte di diritto generale.
147
Ricordiamo solo pochi esempi, già noti alla storiografia, che tuttavia ci paiono em-
blematici per sottolineare la peculiarità dell’atteggiamento tenuto sul feudo da Graziano. In
E.H. KANTOROWICZ, Inalienability, p. 492, nota 29, in relazione al concilio Laterano II presie-
duto da Innocenzo II, è segnalato un passo ove, a proposito del giuramento d’ufficio dei vesco-
vi, si afferma: “Romani pontificis licentia ecclesiastici honoris celsitudo quasi foeudalis iuris
consuetudine suscipitur et sine eius permissione legaliter non tenetur” (cfr. anche P. CLASSEN,
Das Wormser Konkordat, pp. 427-428). In P. HYAMS, Homage and Feudalism, p. 44, si insiste
sulla testimonianza di una fonte cronistica relativa al concilio provinciale di Rouen del 1096,
con preciso riferimento al feudum ricevuto da un sacerdos ‘a laico’, nonostante la riafferma-
zione del divieto per i chierici di prestare omaggio ai laici sancita da Urbano II nel concilio
di Clermont del 1095 (cfr. anche M. MORDINI, Aspetti della disciplina del feudo ecclesiastico.
Parte I, p. 273). Cfr. infine il riferimento alle infeudazioni, effettuate a favore di sacerdoti,
nei testi raccolti in S. BEULERTZ, Das Verbot der Laieninvestitur im Investiturstreit, (MGH,
Studien und Texte, Band 2), Hannover 1991, n° 10, pp. 11-12 e p. 111 per il testo sul concilio
di Rouen menzionato anche da Hyams; nonché il n° 19, p. 19: Benevento, 1108 ottobre (papa
Pasquale II). È evidente che il paragone con il giuramento feudale o il richiamo a infeudazioni
a favore di chierici dimostrano che la Chiesa di Roma aveva ben presente la pervasività del
feudo nei rapporti sociali e di potere, senza rivestire il fenomeno di particolari connotazioni
negative, nonostante questi documenti risalgano a un’epoca (dal pontificato di Urbano II a
quello di Innocenzo II) in cui erano ancora ben presenti le istanze della riforma gregoriana.
148
Histoire du Droit et des Institutions de l’Église en Occident, publiée sous la direction
de Gabriel LE BRAS, Tome VII, L’âge classique 1140-1378. Sources et théorie du droit, par G.
LE BRAS, CH. LEFEBVRE, J. RAMBAUD, Paris 1965, p. 134.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 103

al materiale tradizionale del Decretum Gratiani, fino a giungere alla forma-


zione di apposite e autonome raccolte, tra le quali si distinsero le cosiddette
Quinque compilationes antiquae.
La storiografia giuridica in tema di collezioni di decretali dell’età clas-
sica del diritto canonico è ricchissima149, e riguardo al nostro tema in parti-
colare rileva l’evoluzione della decretale, da provvedimento contenente la
decisione su una determinata controversia a norma generale e astratta150. In
tale contesto, la comparsa nelle Quinque compilationes antiquae di un lin-
guaggio esplicitamente feudale si presenta come ovvia conseguenza dell’uso
della decretale, dapprima quale pronuncia autorevole allegata nei giudizi e
discussa nella scuola e, successivamente, quale testo avente la funzione di
“comando di legge astratta”151. Infatti, essendo uno strumento di decisione
delle controversie, la decretale mantiene i legami con le peculiarità del caso
concreto portato dinanzi al pontefice, tra le quali, non ultima, la specificità

149
Cfr. le sintesi tradizionali e alcune delle più recenti in A. VAN HOVE, Commentarium
Lovaniense in codicem iuris canonici. Prolegomena, Mecklinae-Romae 1945 (2° ed.), pp. 355-
357; A.M. STICKLER, Historia iuris canonici latini. I: Historia fontium, Augustae Taurinorum
1950 (rist. Roma 1974), pp. 225-236; J. GAUDEMET, Les sources du droit canonique. VIIIe-XXe
siècle. Repères canoniques. Sources Occidentales, Paris 1993, pp. 119-126; P. ERDÖ, Storia
delle fonti del diritto canonico, pp. 114-119; C. DUGGAN, Decretal Collections from Gratian’s
Decretum to the Compilationes antiquae. The Making of the New Case Law, in History of Me-
dieval Canon Law in the Classical Period, pp. 246-292; K. PENNINGTON, Decretal Collections
1190-1234, in History of Medieval Canon Law in the Classical Period, pp. 293-317. Per la
definizione di collezione di decretali cfr. in particolare G. FRANSEN, Les décrétales et les col-
lections de décrétales, (Typologie des sources du Moyen Âge occidental, directeur L.GÉNICOT,
Fasc. 2), Turnhout 1972.
150
Cfr. G. FRANSEN, Du cas particulier à la jurisprudence et de la jurisprudence à
la legislation. L’évolution du droit canonique de 1140 à 1234, in … colendo iustitiam et
iura condendo … Federico II legislatore del Regno di Sicilia nell’Europa del Duecento.
Per una storia comparata delle codificazioni europee, Atti del Convegno Internazionale di
Studi organizzato dall’Università degli Studi di Messina, Istituto di Storia del diritto e delle
istituzioni (Messina-Reggio Calabria, 20-24 gennaio 1995), a cura di A. ROMANO, Roma 1997,
pp. 29-37.
151
Così in F. LIOTTA, I papi anagnini e lo sviluppo del diritto canonico classico: tratti
salienti, in “Archivum Historiae Pontificiae”, 36 (1998), pp. 33-47, poi anche in Studi di
storia del diritto medioevale e moderno, a cura di F. LIOTTA, Bologna 1999, pp. 107-128 da
cui si cita: in particolare p. 113. L’uso dell’espressione di “commmandement de loi abstrait”
si deve a Stephan Kuttner: S. KUTTNER, Quelques observations sur l’autorité des collections
canoniques dans le droit classique de l’Église, in Actes du Congrès de droit canonique (Paris
22-26 Avril 1947), Paris 1950, pp. 305-312 (poi in Medieval Councils, Decretals and Col-
lections of Canon Law, Brookfield 19922 [Collected Studies, 126] sub I con Retractationes
e New Retractationes), in particolare p. 311, ove si precisa che fino a Innocenzo III ‘la fun-
zione generale delle decretali individuali, citate sia nelle compilazioni, sia fuori di esse, era
sempre quella di un argomento e non quella di un comando di legge astratta’: è stato questo
104 MAURA MORDINI

del lessico proprio della fattispecie esaminata. Inoltre, non dobbiamo dimen-
ticare che l’evoluzione della decretale come testo normativo è stata determi-
nata in maniera decisiva dalle scelte dei compilatori delle raccolte di maggior
successo, ai quali è opportuno ricondurre l’emersione di temi feudali nella
normativa152.
Così, l’apparire all’interno del ius novum pontificio153 di termini come
‘feudum’ e ‘vasallus’, altrimenti ignorati nel Decretum Gratiani, risponde
alle caratteristiche intrinseche del ius decretalium e, in un certo senso, ‘rial-
linea’ il fenomeno normativo alla prassi attestata dalla tradizione documen-
taria, ossia alla frequenza delle concessioni e delle controversie feudali che
coinvolgevano res ecclesiae o personae ecclesiasticae154.
La definitiva affermazione di questo fenomeno pare compiersi, come si
è già accennato, con la realizzazione del titolo “De feudis” nella Compilatio
tertia di Innocenzo III, vale a dire quando la stessa struttura sistematica
della raccolta si arricchisce della materia, contenendo, seppure in modo al-
quanto marginale perché limitato a due sole norme, la dispersione dei sin-
goli capitoli che regolavano fattispecie di argomento feudale nel complesso
dell’opera155; tuttavia, nella prima delle Quinque compilationes si rinvengo-
no già i primi segnali di questo svolgimento.

a) La Compilatio prima
All’interno del Breviarium extravagantium o Compilatio prima Ber-
nardo da Pavia ha inserito alcune decretali di Alessandro III che menziona-
no esplicitamente il feudo e che, rispetto al contenuto del Decretum Gratiani,
ampliano significativamente l’ambito di rilevanza dei rapporti feudali rispet-
to al diritto canonico156. Probabilmente questo dato è strettamente legato alle

pontefice, infatti, a indicare per primo quali decretali del suo pontificato presentassero que-
sto carattere generale.
152
Per il ruolo della scuola nella scelta dei testi delle decretali e nella loro sistemazione
in raccolte cfr. G. FRANSEN, Du cas particulier à la jurisprudence, pp. 31-32.
153
Così definito dalla Rambaud in Histoire du Droit et des Institutions de l’Église en
Occident, p. 133.
154
Cfr. M. MORDINI, Aspetti della disciplina del feudo ecclesiastico. Parte I, pp. 208-211.
155
Cfr. infra, note 185-189 e testo corrispondente.
156
Il Breviarium extravagantium fu composto da Bernardo da Pavia tra il 1189 e il
1191, raccogliendo e sistemando più di 900 frammenti, e dando all’opera un ordine sistema-
tico che non è stato più abbandonato anche nelle collezioni successive (la divisione in cinque
libri secondo il piano: ‘Iudex, Iudicium, Clerus, Connubia, Crimen’); tra le fonti utilizzate,
prevalgono le decretali di Alessandro III. Sul Breviarium cfr. K. PENNINGTON, Decretal Collec-
tions 1190-1234, pp. 295-298; su Bernardo Balbi da Pavia cfr. F. LIOTTA, Bernardo da Pavia
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 105

caratteristiche della politica di Alessandro III, soprattutto in tema di pro-


prietà ecclesiastica, che si presentava come un insieme di beni derivanti da
regalie, decime, offerte e proprietà inveterate e in relazione alla quale, dopo
il concordato di Worms del 1122, pare avvertirsi la necessità di una nuova
strategia di tutela. In relazione a ciò, ad esempio, è stato evidenziato che cir-
ca un terzo delle lettere di Alessandro III presenta un contenuto incentrato
sulle proprietà delle chiese e su diritti feudali, e in particolare che “disputes
over land, tithes, oblations, burial rights and the like, both within the ranks
of the clergy and religious, and between them and the laity, consumed much
of the pope’s working day and also the time of his judges delegate”157. Tra gli
altri temi che accomunano l’azione di Alessandro III ai suoi predecessori è
stata menzionata anche la difesa della sottrazione dei chierici dalla giustizia
secolare158: tuttavia, proprio in relazione a questo profilo, appare assai si-
gnificativa l’esplicita indicazione della materia feudale quale eccezione non
derogabile rispetto al principio dell’esclusività della giurisdizione ecclesiasti-
ca per i chierici159, come si evince da un canone inserito nel libro secondo al
titolo primo (“de iudiciis”) della Compilatio prima:

Ceterum quia quandoque, sicut accepimus, in eos, quos ab ecclesia tua con-
stat possessiones tenere in feudum, occasione ipsarum excommunicationis seu
interdicti sententia promulgatur, nos id districtius inhibemus, quamdiu parati
fuerint super his in tua praesentia iustitiam exhibere. […].

(Bernardo Circa, Bernardo Balbi, Bernardus Balbus, Bernardus Papiensis), in Dizionario


Biografico degli Italiani, vol. IX, Roma 1967, pp. 279-284; J. FORNÉS, Bernardo de Pavia
(Bernardo da Pavia; Bernardus Papiensis), in Juristas universales, Volumen I, pp. 375-378;
nonché K. PENNINGTON, The Decretalists 1190 to 1234, in History of Medieval Canon Law in
the Classical Period, pp. 211-245, in particolare pp. 211-215. Cfr. anche le riflessioni di G.
FRANSEN, Du cas particulier à la jurisprudence, pp. 33-34. Su papa Alessandro III si rinvia a
Miscellanea Rolando Bandinelli, papa Alessandro III, Studi raccolti da FILIPPO LIOTTA, Indici
a cura di R. TOFANINI, Siena 1986.
157
Per queste valutazioni cfr. J. GILCHRIST, The Gregorian Reform Tradition and Pope
Alexander III, in Miscellanea Rolando Bandinelli, pp. 259-287, in particolare pp. 274-275 (la
citazione nel testo è tratta da p. 274): a proposito della percentuale di un terzo l’A. afferma
che si tratta quasi della stessa proporzione che è stata riscontrata nel registro di Gregorio VII.
158
J. GILCHRIST, The Gregorian Reform Tradition and Pope Alexander III, p. 276.
159
Sulla competenza dei tribunali ecclesiastici cfr. in sintesi W. TRUSEN, Die gelehrte Ge-
richtsbarkeit der Kirche, in Handbuch der Quellen und Literatur der neueren europäischen
Privatrechtsgeschichte, erster Band, Mittelalter (1100-1500). Die gelehrten Rechte und die
Gesetzgebung, herausgegeben von H. COING, (Veröffentlichung des Max-Planck-Instituts für
europäische Rechtsgeschichte), München 1973, pp. 467-504, in particolare pp. 483-487; non-
ché J. GAUDEMET, Storia del diritto canonico. Ecclesia et civitas, Cinisello Balsamo (MI) 1998,
pp. 589-591. Sul privilegium fori dei chierici cfr. ibidem, pp. 559-564.
106 MAURA MORDINI

Il precetto (1Comp. 2.1.7 = X 2.1.5) è ricavato da una decretale attra-


verso la quale Alessandro III proibiva al chierico, cui era affidata la cura
della chiesa proprietaria delle terre concesse in beneficio, di infliggere la
scomunica o l’interdetto al vassallo titolare del feudo ecclesiastico a causa
dell’oggetto stesso del rapporto feudale; quindi, ribadiva questo principio
anche nel caso in cui il feudatario fosse disposto a presentarsi di fronte al
giudice ecclesiastico per difendersi, accettandone la giurisdizione160.
Si tratta di un’affermazione nuova nel moto evolutivo del diritto ca-
nonico che incide sugli ambiti di esercizio della giurisdizione ecclesiastica:
Graziano aveva affrontato l’argomento nella quaestio 1 della Causa 11, insi-
stendo sul privilegium fori del chierico e raffigurando un’ampia competenza
dei giudici ecclesiastici ratione personae anche per controversie di carattere
civile o penale161; con le decretali, ai titoli “de iudiciis” e “de foro competen-
ti”, si mantiene questo sistema, precisando i casi di conflitto con la giustizia
secolare nel senso di un ampliamento della competenza dei tribunali della
Chiesa, soprattutto attraverso l’indicazione di materie che prevalgono sulla
condizione personale (laica) di chi sta in giudizio162. In tal senso la scelta di
Bernardo ha posto le basi per la configurazione di un’eccezione che, da un
lato, ha recepito la regola del diritto feudale secolare sulla competenza esclu-
siva del dominus feudi per le controversie attinenti al feudo stesso, dall’altro
ha fondato il principio generale di diritto canonico in base al quale questa
eccezione ha vigore anche se la controversia coinvolge personae ecclesiasti-
cae163.

160
Cfr. P. JAFFÉ, Regesta Pontificum Romanorum, n° 14349 (9251. 9335), p. 412.
161
Sulle fonti del Decretum Gratiani e la loro sistemazione, relativamente alla giuri-
sdizione ecclesiastica e al privilegium fori dei chierici cfr. A.J. DUGGAN, Making the Old Law
‘New’, ove si conclude (pp. 232-235) evidenziando sia l’accrescimento del numero delle aucto-
ritates tra la ‘prima’ e la ‘seconda’ recensione della raccolta, sia il permanere di un’esigenza
di chiarezza, non risolta completamente dal maestro, che trovò successivamente soluzione con
i concili Laterano I (1123) e Laterano III (1179), sotto i pontificati di Callisto II e Alessandro
III, progredendo di pari passo con l’evoluzione della scuola civilistica bolognese, anche in
materia di processo. Su Graziano cfr. anche A.M. STICKLER, Magistri Gratiani sententia, pp.
89-90, il quale non ha ritenuto lesa, a causa del privilegium fori dei chierici, l’indipendenza
giuridica dello ‘Stato’ dalla Chiesa.
162
Per questi aspetti cfr. in sintesi J. GAUDEMET, Storia del diritto canonico, pp. 559-
564.
163
Cfr. M. MACCARRONE, Innocenzo III e la feudalità: «non ratione feudi, sed occasio-
ne peccati», in Structures féodales et féodalisme dans l’Occident méditerranéen (Xe-XIIIe
siècle). Bilan et perspectives de recherches, (Collection de l’École Française de Rome, 44),
Rome 1980, pp. 457-514, in particolare p. 461: “Anche in altre decretali ed in forma più
esplicita, nella Ceterum [1Comp. 2.1.7 = X 2.1.5] e nella Ex termino transmissa [2Comp.
2.2.2 = X 2.2.6], Alessandro III dichiara illegittimo il passaggio dalla giurisdizione secolare
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 107

Altre due norme, invece, non fondano una regola valevole direttamente
in tema di feudo ecclesiastico, ma stabiliscono precetti per ipotesi specifiche,
menzionando in via incidentale l’istituto in esame.
La prima di esse (1Comp. 3.33.16 = X 3.38.13) definisce le conseguen-
ze della trasmissione del diritto di patronato su una chiesa come risultato
dell’alienazione di un feudo avvenuta a qualsiasi titolo, integrando la regola
che in nessun caso devono essere lesi i diritti dell’ordinario diocesano sulla
parrocchia medesima164. Più specificamente, il frammento di decretale, che
risale all’anno 1175, mirava principalmente a integrare la disciplina del ius
patronatus che, nella prassi dell’epoca costituiva una fattispecie assai comu-
ne, e, coerentemente, essa è stata inserita nel titolo “de iure patronatus et
ecclesiis a laicis concessis”165; ai nostri fini, semmai, è interessante rilevare
che attraverso questo precetto l’infeudazione iniziava a configurarsi giuridi-
camente come una forma di alienazione166.
Anche il terzo canone (1Comp. 5.15.10 = X 5.19.8) ove si menziona
esplicitamente il feudo nella Compilatio prima è ricavato da una decretale di
Alessandro III167: il pontefice rispondeva al caso sottopostogli da un clericus,
il quale aveva riferito che suo padre aveva obbligato, a favore dei propri cre-
ditori, un appezzamento di terreno e che costoro avevano imputato i frutti di
questo bene, dedotte le spese, in sortem, vale a dire per coprire il capitale.

a quella ecclesiastica. Facendo proprio un principio sul quale si fondava il diritto feudale,
scrive all’arcivescovo di Sens, cui è diretta la seconda decretale: Per dominum feudi causam
iubeas terminari”.
164
1Comp. 3.33.16 = X 3.38.13: “Quum saeculum reliqueritis, [...] Prohibemus, ne,
quum ratione feudorum emptorum aliterve acquisitorum, vel etiam alio modo ius patronatus
in ecclesiis parochialibus acquisieritis, in eis presbyteros nisi per episcopum instituatis, nec
episcopo ius parochiale minuere aut auferre aliquatenus praesumatis. [...]”. Cfr. P. JAFFÉ,
Regesta Pontificum Romanorum, n° 13960 (9024), p. 384.
165
Il diritto di patronato è stato oggetto di numerosi studi dal punto di vista storico-
giuridico: si veda per tutti il contributo di P. LANDAU, Ius patronatus, ove si possono leggere
riferimenti specifici alla decretale Cum seculum/Quum saeculum di Alessandro III alle pp.
95 (a nota 336 l’A. specifica di aver tratto la data del provvedimento dal testo della Collectio
Francofurtana), 111 e 112-113 (ove si leggono riferimenti alla canonistica in tema di trasfe-
rimento del diritto di patronato insieme alla cessione di un’universitas, tra cui segnaliamo
l’opinione di Uguccione da Pisa che allegava la norma in esame). Sull’alienazione del ius pa-
tronatus cfr. anche infra, nota 276.
166
Cfr. P. LANDAU, Ius patronatus, p. 106.
167
1Comp. 5.15.10 = X 5.19.8: “Conquestus est nobis [...] mandamus, quatenus, si ter-
ram ipsam titulo pignoris detinetis, et de fructibus eius sortem vestram recepistis, praedictam
terram clerico memorato dilatione et appellatione cessante reddatis, et in pace et quiete dim-
ittatis, nisi forte terra ipsa de feudo sit monasterii vestri”. Cfr. P. JAFFÉ, Regesta Pontificum
Romanorum, n° 13979 (9043), p. 386.
108 MAURA MORDINI

Il papa, pertanto, riteneva che il persistere del possesso del terreno in capo
ai monaci a titolo di pegno, dopo che il capitale era stato rimborsato, era
disonorevole e ordinava di restituire immediatamente e pacificamente il bene
al chierico instante; tuttavia precisava che la restituzione non doveva essere
compiuta, se il terreno in questione fosse stato dato al monastero “de feudo”:
questa eccezione si spiega per il fatto che, mentre il pegno deve essere resti-
tuito una volta che il credito è stato soddisfatto, il feudo segue regole proprie
per la detenzione e l’eventuale retrocessione, precisando una regola in tema
di garanzie reali per definire il regime dei beni pignorati nel più ampio con-
testo dell’usura e dei divieti ad essa connessi, particolarmente pregnanti per
il diritto canonico168.

b) La Compilatio tertia
Si è già detto che all’interno della Compilatio tertia, composta nel 1209
dal giurista Pietro Collevaccino da Benevento e pubblicata da papa Inno-
cenzo III con la bolla Devotioni vestrae del 1210169, comparve il titolo “De
feudis” (tit. 16 del libro terzo): adesso si può aggiungere che in essa è dif-
fuso anche l’uso del termine ‘vasallus’ e si ampliano gli argomenti sui quali
influisce l’istituto feudale, soprattutto a tutela dell’integrità del patrimonio
ecclesiastico. Inoltre, molte delle menzioni relative al feudo risultano mera-
mente incidentali, essendo conseguenza dell’esposizione degli elementi pecu-
liari della fattispecie concreta nella parte descrittiva della decretale, e solo
talvolta esse appaiono funzionali alla decisione finale; tra queste, alcune non

168
Effettivamente il titolo 15 del quinto libro della Compilatio prima è dedicato alle
‘usure’. Sul tema cfr. in sintesi A. DUMAS, Intérêt et usure, in “Dictionnaire du droit canoni-
que”, V (Paris 1953), coll. 1475-1518, in particolare coll. 1475-1486; l’A., tra l’altro, ha os-
servato che la politica di Alessandro III in tema di usura e pegno si presenta particolarmente
insistente e coerente, soprattutto per l’affermazione della regola che i frutti del pegno devono
essere computati sul capitale (coll. 1484-1485). Si tenga presente che sui dodici canoni del
titolo “de usuris” della Compilatio prima ben undici sono tratti da decretali di Alessandro III
e che il principio in esame è esplicitamente ribadito in c.1, c.4 e c.10; successivamente, ben
nove di questi frammenti, tra cui quelli segnalati da ultimo, sono stati inseriti anche sotto il
titolo “de usuris” del Liber Extra (cfr. X.19.1, 2 e 8).
169
Su Petrus Beneventanus, probabilmente già maestro a Bologna, quindi notaio della
curia apostolica e infine cardinale, cfr. A. CAMPITELLI, Collevaccino, Pietro (Pietro da Be-
nevento), in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. XXVII, Roma 1982, pp. 34-36. Sulla
raccolta cfr. adesso K. PENNINGTON, Decretal Collections 1190-1234, pp. 295-298. Per le ca-
ratteristiche delle raccolte di decretali da Innocenzo III a Bonifacio VIII nell’evoluzione che
condurrà alla formazione del Corpus iuris canonici cfr. F. LIOTTA, I papi anagnini e lo svi-
luppo del diritto canonico classico, pp. 107-128: per la Compilatio tertia cfr. in particolare le
pp. 113-117, ove si affrontano le problematiche relative al carattere ufficiale della collezione.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 109

presentano novità rispetto alle problematiche relative al feudo ecclesiastico


già regolate dalle norme canoniche o secolari o trattate nella Compilatio pri-
ma, mentre altre aggiungono qualche aspetto interessante.
In tema di giurisdizione delegata è stato inserito un canone (3Comp.
1.18.11 = X 1.29.32), preso da una decretale di Innocenzo III risalente
all’anno 1209170, nella cui narratio, tra le eccezioni avanzate da una delle
parti in primo grado e menzionate nel resoconto inviato dal primo giudice al
pontefice, se ne trova una piuttosto interessante: il nobile proponente aveva
eccepito che i beni oggetto della controversia appartenevano de feudo a un
duca, come lo stesso affermava in alcune sue lettere patentes, e perciò, in re-
lazione a essi, era competente il dominus feudi piuttosto che il giudice eccle-
siastico. Nel caso di specie, tuttavia, all’exceptio feudi fu replicato che essa
era tardiva, in quanto presentata dopo la pubblicazione delle testimonianze
raccolte, e pertanto essa non poteva formare oggetto di giudizio: effettiva-
mente, questa eccezione non fu presa in considerazione tra le motivazioni
contenute nella decretale, per sostenere il principio affermato in tema di giu-
risdizione delegata, vale a dire che non è possibile prorogare la iurisdictio de
re ad rem attraverso un procuratore privo di mandato, ma pare consolidarsi
il principio, già affermato nella Compilatio prima, della competenza esclusi-
va del dominus feudi in materia di feudo, anche ecclesiastico.
Un altro canone considerato da Pietro da Benevento in tema di com-
petenza del giudice (3Comp. 2.1.3 = X 2.1.13) offre un preciso riferimento
alla materia feudale ed è ripreso da una celebre decretale di Innocenzo III,
la Novit ille data dal Laterano nella primavera del 1204, che ha già attirato
l’attenzione di numerosi studiosi, perché in essa il pontefice affermava la
propria giurisdizione escludendo quella feudale sulla base del principio che
la materia, nel caso di specie, atteneva al ‘peccato’ e non al ‘feudo’171. La de-

170
Cfr. A. POTTHAST, Regesta Pontificum Romanorum inde ab A. post Christum natum
1198 ad A. 1304., Berlin 1874-1875 (rist. Graz 1957), n° 3663, p. 316.
171
3Comp. 2.1.3 (= X 2.1.13): “[…] Non enim intendimus iudicare de feudo, cuius ad
ipsum [scil. rex Francorum] spectat iudicium, nisi forte iuri communi per speciale privilegi-
um vel contrariam consuetudinem aliquid sit detractum, sed decernere de peccato. […]”. Cfr.
A. POTTHAST, Regesta Pontificum Romanorum, n° 2181, p. 189. Ai nostri fini si ricordano in
particolare M. MACCARRONE, Innocenzo III e la feudalità, citato supra, a nota 163, P. PRODI,
Il sacramento del potere, pp. 142-145, nonché O. HAGENEDER, Il sole e la luna, pp. 207-209,
per l’inquadramento della decretale nel contesto politico e giuridico-istituzionale dell’epoca;
S. MOCHI ONORY, Fonti canonistiche dell’idea moderna dello stato, pp. 205-209, nonché ad
indicem, per i riferimenti alla canonistica, che utilizzava la Novit ille a sostegno delle dottrine
sull’indipendenza degli ordinamenti statuali. Il Cortese ha definito l’emanazione di questa de-
cretale come momento in cui è iniziata la rivendicazione di una sfera di competenza esclusiva
110 MAURA MORDINI

cretale mirava a chiarire sotto il profilo dottrinale l’intervento del pontefice


nella controversia sorta tra i re di Francia e d’Inghilterra per la Normandia
e altri territori continentali, che il sovrano inglese deteneva a titolo di feudo
da quello francese: per quanto interessa il nostro studio, essa ha posto una
notevole limitazione alla giurisdizione esclusiva del dominus feudi, sottra-
endole la materia del giuramento172, vale a dire di quell’istituto che ormai,
dall’epoca di Gregorio VII, era stato ricondotto in ambito prettamente spi-
rituale, soprattutto per le conseguenze della sua violazione, ossia lo sper-
giuro173. Pertanto il giudice ecclesiastico, sulla base di 3Comp. 2.1.3, può
procedere contro qualunque peccatore, anche laico e anche interessato da
un rapporto feudale, ratione periurii vel pacis fractae174.
A tutela del patrimonio ecclesiastico, invece, nel primo libro della rac-
colta è inserito un canone (3Comp. 1.1.2 = X 1.2.7), che definisce l’efficacia
delle norme di ius proprium stabilite in maniera autonoma da una comunità:
nella decretale, all’atto di dichiarare la loro nullità se in contrasto con gli
interessi della chiesa locale e in mancanza di un’approvazione esplicita e
legittima da parte dei rappresentanti di quest’ultima, il pontefice fece riferi-
mento a una norma statutaria che consentiva ai titolari di benefici ecclesia-
stici di alienarli a titolo oneroso in caso di necessità; in particolare, questa
disposizione permetteva, attraverso ufficiali nominati ad hoc, la vendita del
feudo ricevuto dalla chiesa locale, senza richiedere l’assenso del concedente
e senza che l’acquirente ne dovesse rispondere al dominus feudale, se non
per la sesta parte del prezzo che al medesimo, se la volesse ricevere, veniva
dichiarata: dal che evidentemente derivava una lesione non indifferente dei
diritti patrimoniali della chiesa interessata175. Nella sistematica della Compi-

della Chiesa (E. CORTESE, Legisti, canonisti e feudisti: la formazione di un ceto medievale, in
Università e società nei secoli XII-XIV, Atti del nono convegno internazionale [Pistoia, 20-25
settembre 1979], Pistoia 1982, pp. 195-281, in particolare p. 241).
172
3Comp. 2.1.3 (= X 2.1.13): “[…] Postremo quum inter reges ipsos reformata fuerint
pacis foedera, et utrinque praestito proprio iuramento firmata, quae tamen usque ad tempus
praetaxatum servata non fuerint, numquid non poterimus de iuramenti religione cognoscere,
quod ad iudicium ecclesiae non est dubium pertinere, ut rupta pacis foedera reformentur?
[…]”.
173
Cfr. supra, note 106-112 e testo corrispondente.
174
3Comp. 2.1.3 (= X 2.1.13): “[…] Iudex ecclesiasticus potest per viam denunciationis
evangelicae seu iudicialis procedere contra quemlibet peccatorem, etiam laicum, maxime ra-
tione periurii vel pacis fractae […]”.
175
Per la decretale, data dal Laterano il 23 marzo 1199, cfr. A. POTTHAST, Regesta
Pontificum Romanorum, n° 641, p. 61. 3Comp. 1.1.2 (= X 1.2.7) è una delle fonti del canone
1256 del V libro del vigente Codex iuris canonici (1983): cfr. Pontificia Commissio Codicis
Iuris Canonici Authentice Interpretando, Codex Iuris Canonici … Fontium Annotatione …
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 111

latio tertia è chiaro che il canone deve essere inteso come affermazione del
principio che le statuizioni dei laici non sono vincolanti per la chiesa e suoi
beni, rientrando nel titolo dedicato proprio alle “constitutiones”, ma appare
significativa anche la posizione di papa Innocenzo III volta alla tutela del
patrimonio ecclesiastico sotto ogni sua forma, vale a dire anche in relazione
a tutti i beni concessi in beneficio feudo-vassallatico: mantenere la stabilità di
queste concessioni significava garantire la titolarità eminente dell’istituzione
religiosa, mentre attraverso un atto di compravendita a favore di terzi e sen-
za il consenso del dominus-concedente questi beni sarebbero stati sottratti
più facilmente al controllo della chiesa176.
Ancora nell’ottica della tutela dei beni della Chiesa e nel rispetto delle
regole valevoli per la loro amministrazione, ma di rilevante interesse in tema
di feudo ecclesiastico, si può menzionare un canone che si occupa esplicita-
mente della donazione di decime (3Comp. 3.11.1 = X 3.10.7), ricavato da una
decretale di Innocenzo III risalente al 7 luglio 1198177 e inserito nella Compi-
latio in apertura al titolo che, più precisamente, detta la disciplina della va-
lidità dei negozi giuridici stipulati dai rettori delle istituzioni ecclesiastiche,
per la quale, in generale, è richiesto il consenso del capitolo178. Il provvedi-
mento pontificio concerneva un arbitrato relativo alle decime pertinenti ai
capitoli di due isituzioni religiose, donate da un miles a un monastero con il
consenso dell’ordinario diocesano, ma senza l’intervento del clero. Di fronte
agli arbitri i monaci avevano allegato un’autorità di s. Girolamo, in base alla
quale era sufficiente il solo consenso del vescovo per la validità della cessione
della decima, detenuta da un laico ed elargita da costui a una istituzione reli-
giosa179; mentre i rappresentanti dei due capitoli menzionati avevano invoca-

Auctus, Città del Vaticano 1989, c. 1256, p. 341; nonché F. SALERNO, I beni temporali della
Chiesa ed il potere primaziale del Romano Pontefice, in I beni temporali della Chiesa, Città
del Vaticano 1999, pp. 103-139, in particolare p. 107.
176
Cfr. il c. 44 del IV concilio Lateranense che presenta un contenuto simile: cfr. infra,
note 209-210 e testo corrispondente.
177
Cfr. A. POTTHAST, Regesta Pontificum Romanorum, n° 322, p. 31.
178
Tit. 11: “De his que conceduntur ab episcopo sine consensu capituli”. La norma è
commentata in J. GAUDEMET, Evêques et chapitres (Législation et doctrine à l’âge classique),
in Mélanges offerts à Jean Dauvillier, Toulouse 1979, pp. 317-328, in particolare pp. 319-
320. Il canone in esame prende in considerazione una delle ipotesi per le quali non è richiesta
l’approvazione del capitolo dell’istituzione religiosa, che si rende altrimenti necessaria in caso
di alienazione di beni ecclesiastici, secondo il dettato del c. 1 (= X 3.10.7); questa approvazio-
ne, tuttavia, può essere anche tacita (c. 2 = X 3.10.8) oppure può sopravvenire successivamen-
te per ratifica (c. 3 = X 3.10.9).
179
L’autorità attribuita a san Girolamo, ma di origine incerta si legge in C. 16 q. 1 c. 68
(cfr. J. GAUDEMET, Evêques et chapitres, p. 327, nota 17).
112 MAURA MORDINI

to un’autorità di papa Leone, per la quale era necessario il consenso di tutto


il clero per gli atti di donazione, di permuta o di vendita compiuti dal vescovo
in relazione ai beni ecclesiastici180. Per risolvere il dubbio sulla corretta ap-
plicazione delle norme alla fattispecie concreta, rispetto alla quale le due
auctoritatates apparivano ‘in contraddizione’, gli arbitri avevano investito
della questione il pontefice. Innocenzo III, innanzitutto, precisò che occor-
reva sempre esortare il laico detentore di decime a restituirle alla chiesa cui
esse spettavano; quindi, nel segno del criterio interpretativo del “non sunt
adverse, sed diverse”, giunse a definire il diverso campo di applicazione delle
due auctoritates, distinguendo tra l’‘alienazione’ di un bene ecclesiastico e
la ‘restituzione’ all’uso religioso dei beni detenuti da laici. Pertanto, per la
validità del negozio nelle ipotesi di alienazione occorreva il consenso del ve-
scovo e di tutto il clero, secondo l’autorità di papa Leone; viceversa, nei casi
di recupero dei beni ecclesiastici era sufficiente la volontà del solo vescovo,
secondo l’autorità di s. Girolamo. A sostegno di tale interpretazione, infine,
il pontefice richiamò anche la disposizione di un ‘concilio lateranense’, in
base alla quale era inibito alle religiosae personae conseguire chiese o deci-
me dai laici senza il consenso dell’ordinario diocesano: a questo proposito
Innocenzo III precisò che indirecte se ne traeva il principio che era sufficien-
te il consenso del vescovo affinché una chiesa potesse ricevere decime dalle
mani di un laico, specificando nel contempo che, in questo caso, si trattava
delle decime che il laico aveva acquisito in feudo perpetuo e per le quali si
configurava, pertanto, un’ipotesi di ‘restituzione’181. In effetti, quest’ultima

180
Cfr. C. 12 q. 2 c. 52 (J. GAUDEMET, Evêques et chapitres, p. 327, nota 18).
181
3Comp. 3.11.1 = X 3.10.7: “Nam et in Lateranensi concilio est inhibitum, ne quae-
libet religiosa persona ecclesias et decimas de manibus laicorum sine consensu episcoporum
recipiat, per quod indirecte datur intelligi, quod sufficit consensus episcopi, ut licitum eccle-
siae sit decimas de manibus recipere laicorum. Hoc autem de illis decimis intelligimus, quae
laicis in feudum perpetuo sunt concessae”. Il riferimento potrebbe intendersi al c. 9 e al c.
14 del Concilio Lateranense III (1179) secondo l’esposizione del Thomassin al cap. X/9, della
Vetus et novae Ecclesiae disciplina circa beneficia et beneficiarios [...], Pars tertia, p. 29,
su cui cfr. infra, nota 317, nonché G. CASSANI, Origine giuridica delle decime ecclesiastiche
in generale e delle centesi in particolare (con appendice sull’albergaria), Bologna 1894, pp.
29-30 (sulla derivazione dell’opera del Cassani da quella del Thomassin cfr. le indicazioni in
M. MORDINI, Aspetti della disciplina del feudo ecclesiastico. Parte I, p. 243). Per il Concilio
Lateranense III del 1179 cfr. Conciliorum Oecumenicorum Decreta, pp. 211-225 (decreti):
i passi in questione potrebbero essere identificati con “Ecclesias sane et decimas de manu
laicorum, sine consensu episcoporum, tam illos quam quoscumque alios religiosos recipere
prohibemus, dimissis etiam quas contra tenorem istum moderno tempore receperunt” (c. 9,
p. 21621-24) e con “Presbyter autem sive clericus, qui ecclesiam per laicos sine proprii episcopi
auctoritate receperit tenendam, communione privetur, et si perstiterit, a ministerio ecclesia-
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 113

parte di 3Comp. 3.11.1. (= X 3.10.7) ha esercitato una notevole influenza


sulla disciplina delle decime infeudate come risulta Liber Extra, favorendo
l’affermazione della regola della stabilità delle concessioni ‘antiche’, vale a
dire precedenti al ‘concilio Lateranense’ richiamato dal papa.
Anche entrambi i canoni del titolo “de rebus ecclesiae alienandis vel
non” contengono riferimenti al feudo ecclesiastico. Il primo di essi (3Comp.
3.13.1 = X 3.13.10), nel ribadire il divieto di alienazione dei possedimenti
della mensa vescovile o capitolare, ad eccezione delle res che per consuetu-
dine ‘erano assegnate in beneficio’, pare infatti confermare il principio che
questi beni possono essere oggetto di concessioni, con implicito riferimento
anche alle elargizioni feudali182. L’altro canone, invece, impone la restitu-
zione alla chiesa interessata dei beni ceduti attraverso un atto di alienazione
che abbia leso, in modo considerevole, il patrimonio dell’istituzione mede-
sima (3Comp. 3.13.2 = X 3.13.11). La norma menziona l’infeudazione di
beni ecclesiastici come un caso di ‘alienazione’, traendo il principio da una
decretale di Innocenzo III del 29 marzo 1206. Effettivamente, la fattispecie
concreta aveva ad oggetto la concessione in feudo di una certa villa, compiu-
ta da un monastero a favore di un laico sotto la condizione che costui ver-
sasse la somma di 80 lire per le quali la medesima villa era stata obbligata.
Poiché tale pagamento non era avvenuto, si chiedeva la revoca di tale feudo
e il pontefice la accordò, previa la verifica della veridicità dei fatti, intiman-
do ai destinatari di provvedervi183. Attraverso questo precetto, dunque, si
impone la restituzione dei beni oggetto di concessione vassallatico-benefi-
ciale alla chiesa, se l’assegnazione abbia provocato un danno ‘enorme’ alla
medesima, confermando la facoltà di disporre dei beni ecclesiastici solo se
ne derivi un’evidente utilità per l’istituzione stessa, come era stabilito anche
nel Decretum Gratiani184.
Per quanto concerne il titolo “de feudis” si può insistere sul fatto che
esso comprende due soli precetti, ma che, nella sistematica della Compilatio

stico et ordine deponatur” (c. 14, p. 2192-4); cfr. anche D. QUAGLIONI, I concili del Medioevo e
dell’età Moderna, p. 118. Per la normativa del concilio Lateranense IV in tema di decime cfr.
infra, note 211-213 e testo corrispondente, nonché § 4.
182
3Comp. 3.13.1 = X 3.13.10: “Possessiones ad mensam tuam vel capituli pertinentes,
alienare non debes, aut ecclesias, in quibus monachi ministrare consueverunt, clericis vel lai-
cis assignare personis. Ideoque fraternitati tuae auctoritate praesentium inhibemus, ne pos-
sessiones, casalia vel ecclesias, quae non consueverunt in beneficium assignari, alicui petenti
concedas [...]”. Per la decretale, data da Roma il 21 aprile 1198, cfr. A. POTTHAST, Regesta
Pontificum Romanorum, n° 94, p. 11.
183
Cfr. A. POTTHAST, Regesta Pontificum Romanorum, n° 2729, pp. 233-234.
184
Cfr. supra, nota 22 e testo corrispondente, nonché note 31, 32 e 34.
114 MAURA MORDINI

tertia, evidenzia come la materia feudale assuma una rilevanza specifica in


ambito canonistico, attirando da subito, ad esempio, anche l’attenzione di
Giovanni Teutonico, che, in concomitanza con la stesura della glossa ordi-
naria al Decretum Gratiani, compose un apparato a questa raccolta di de-
cretali185.
Il c. 1 (3Comp. 3.16.1 = X 3.20.1) è tolto da un provvedimento di Inno-
cenzo III dato da Roma il primo marzo 1206186 e recita:

Insinuatione tibi praesentium declaramus, quod gageria, quam de feudo eccle-


siae tuae ab M. dignosceris recepisse, Wiffredi fratris eius accedente consen-
su, a te potest libere detineri, fructibus non computatis in sortem, ita videlicet,
ut, quam diu fructus illos perceperis in sortem minime computandos, idem
M. a servitio, in quo tibi et ecclesiae tuae pro feudo ipso tenetur, interim sit
immunis,

stabilendo il principio in base al quale se un beneficio feudale viene ceduto


dal vassallo al suo stesso dominus a titolo di pegno e i frutti derivanti dal
medesimo non sono imputati al capitale, il vassallo deve essere mantenuto
indenne dal servizio; se, invece, i frutti sono acquisiti “in sortem”, il vassallo
è obbligato a continuare a prestare il servizio. In altri termini, la percezione
da parte del creditore dei frutti derivanti dal bene conferito in pegno, ma
non computati sul capitale, impone la sospensione del servizio vassallatico,
al fine di riequilibrare i due diversi legami che uniscono i medesimi soggetti
e che, considerando entrambi i rapporti, sarebbero altrimenti colpiti da una
certa sproporzione tra prestazione e controprestazione, con la conseguenza
di un indebito arricchimento di una delle parti: da un lato, occorre bilan-
ciare il legame tra dominus e vassallo, perché i redditi sono percepiti dal
dominus e non dal vassallo cui spetterebbero a titolo di beneficio; dall’altro,
è necessario adeguarvi il rapporto tra creditore e debitore, perché i frutti
non sono utilizzati per compensare l’obbligazione alla restituzione. Correla-
tivamente, se i redditi del beneficio sono imputati al capitale, solo il rapporto
tra creditore e debitore ne risulta interessato, mentre quello tra dominus e
vassallo procede senza sospensioni tra i reciproci doveri187.

185
Per Giovanni Teutonico e l’apparato ordinario al Decretum si rinvia al successivo
§ 3.
186
Cfr. A. POTTHAST, Regesta Pontificum Romanorum, n° 2695, p. 231: “Maurianensi
episcopo concedit, ut gageriam, quam de feudo ecclesiae suae apud Argentinam a Nantelmo
de Miolano receperit, retinere possit”.
187
Nel caso della norma in esame è interessante considerare anche alcune glosse apposte
da Giovanni Teutonico, ad esempio ad v. gageria: “Idest pignus”; ad v. quam tu: “Scilicet
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 115

Il c. 2 del titolo “de feudis” (3Comp. 3.16.2 = X 3.20.2) è ripreso da una


decretale di Innocenzo III diretta all’arcivescovo di Milano e rilasciata da
Ferentino il 23 ottobre 1208188:

Ex parte tua nostro est apostolatui reseratum, quod saepius dubitasti, utrum,
quum contingit vasallum tuum decedere, et ad te feudum ipsius redire, feu-
dum eius alii liceat tibi dare, quamvis iuramento tenearis adstrictus non in-
feudare de novo Romano Pontifice inconsulto. Ad haec, si vasallum tuum
feudum alienare contingat, an ipsius filium vel consanguineum eiusdem feudi
consortem de ipso valeas investire. Alia quoque tua dubitatio continebat, ut,
quum feudum alienatum repereris, quod per te facile recuperare non potes,
utrum possis alicui laico in feudum illud concedere, qui et illud recuperet, et
in feudum per ecclesiam recognoscat. (Et infra:) In primo ergo casu feudum
decedentis libere, si videris expedire, concedas, atque in secundo filium vel
consanguineum alienantis investiens, in tertio feudum alienatum poteris ei li-
center concedere, per quem ipsa ecclesia valeat rehabere.

La norma stabilisce tre ipotesi in cui è data alle personae ecclesiasticae


la facoltà di procedere a una nuova infeudazione, nonostante la prestazione
del giuramento di “non infeudare de novo Romano Pontifice inconsulto”,
vale a dire in caso di morte del vassallo, in caso di alienazione del feudo senza
il consenso del dominus oppure quando la chiesa non è in grado di recupera-
re il beneficio comunque ceduto. Per queste fattispecie sono anche indicati
i soggetti che possono ricevere il feudo, vale a dire qualunque persona nella
prima ipotesi, il figlio o un altro consanguineo nella seconda e chiunque sia
in grado di recuperare il beneficio nella terza: in questa evenienza, però, si
precisa che il beneficiario deve riconoscere esplicitamente di detenere il bene
a titolo di feudo dalla chiesa189.

dominus feudi”; ad v. nantelmo (su cui cfr. la nota precedente): “Scilicet feudatario”; ad v.
immunis: “In hoc casu permittitur ecclesie fructum non computare in sortem ut res illa cicius
perueniat ad ecclesiam, simile supra de usuris c.i, lib.i. [1Comp. 5.15.1 (=X 5.19.1)] Set quid
si ille uellet seruire ecclesie ad hoc ut ecclesia computaret fructus in sortem? Dico quod in hoc
non est audiendus. jo.”: cfr. l’edizione dell’apparato di Giovanni Teutonico alla Compilatio
tertia resa disponibile on-line da Kenneth Pennington (abbiamo consultato l’apparato al libro
terzo al sito: http://faculty.cua.edu/pennington/edit301.htm, controllato da ultimo in data 13
giugno 2011).
188
Cfr. A. POTTHAST, Regesta Pontificum Romanorum, n° 3525, p. 304.
189
Il passo “quamvis iuramento tenearis adstrictus non infeudare de novo Romano
Pontifice inconsulto” è commentato in E.H. KANTOROWICZ, Inalienability, p. 493, a propo-
sito dell’evoluzione della formula del giuramento prestato dai vescovi al momento dell’inse-
diamento nella cattedra episcopale, che presenta stabilmente la clausola di non-alienazione
dall’epoca di Gregorio IX. Un cenno a questa norma in tema di alienazione dei feudi ecclesia-
116 MAURA MORDINI

Appare in un certo senso collegata al c. 2 del titolo “de feudis” una nor-
ma che si legge sotto il titolo “de donationibus” (3Comp. 3.18.2=X 3.24.5),
tratta da una decretale rilasciata da Innocenzo III il 12 dicembre 1205, a
proposito della possibiltà di integrare, con una nuova elargizione, un feudo
già concesso, nell’ipotesi che la sua consistenza risultasse inferiore a quella
stabilita al momento dell’infeudazione190. Attraverso il provvedimento pon-
tificio fu autorizzata questa integrazione fino alla misura corrispondente
all’entità nominale del beneficio all’atto del conferimento, poiché Innocenzo
III affermò che la Chiesa non poteva agire ‘con frode’: in tal senso il papa
specificò che questo accrescimento non si presentava come un nuovo conferi-
mento e pertanto – potremmo aggiungere – non violava il giuramento di non
procedere a nuove infeudazioni, coerentemente alle limitazioni di 3Comp.
3.16.2 (= X 3.20.2)191.
Infine, per la Compilatio tertia possiamo segnalare qualche canone,
che menziona solo incidentalmente il feudo, come dato di fatto non rilevante

stici si legge in F.A. GORIA, Fra rinnovamento e tradizione. Lo Speculum Feudorum di Claude
de Seyssel, (Università del Piemonte Orientale «Amedeo Avogadro». Memorie della Facoltà
di Giurisprudenza, Serie II, Vol. 32), Milano 2010, pp. 167-168. Il canone è stato glossato da
Giovanni Teutonico nell’apparato alla Compilatio tertia, ove il canonista ha precisato che
il feudo può essere concesso in dote; che è necessario reinvestire il figlio o il socio, perché il
feudo alienato “irrequisito domino” viene perduto e quindi non può trasmettersi né “iure
successionis” né “iure accrescendi”; che, d’altro canto, il figlio può ricevere il feudo, perché
non deve subire le conseguenze del “delictum patris”. Al termine di questi passi Giovanni in-
dica anche un quarto caso di infeudazione “non obstante iuramento” in riferimento a 3Comp.
3.18.2 (= X 3.24.5), per il quale cfr. infra, nel testo. Infine, si può segnalare che il glossatore
chiarisce cosa deve intendersi per “uetus feudum” (quello che è stato concesso in passato, an-
che se il vassallo non ne ha ottenuto il possesso) e per “feudum nouum” (quello che ‘di volta in
volta’ viene infeudato), appoggiandosi su fonti canoniche (rispettivamente 3Comp. 3.18.2 [=X
3.24.5] e C.24 q.1 c.1) e senza riprendere il significato che i feudisti assegnavano alle due fat-
tispecie (per i quali il “feudum vetus” o, meglio, “paternum” è il feudo che si trasmette anche
agli agnati, mentre il “feudum novum” segue esclusivamente la linea di discendenza diretta del
primo infeudato, per cui all’esaurirsi di questa ritorna nella disponibilità del dominus: cfr.
l’apparato ordinario ai Libri Feudorum in M. MONTORZI, Diritto feudale nel basso Medioevo.
Materiali di lavoro e strumenti critici per l’esegesi della glossa ordinaria ai Libri Feudorum,
Torino 1991, ad indicem [p. 389]). Per i passi di Giovanni Teutonico cfr. l’edizione on-line
dell’apparato: http://faculty.cua.edu/pennington/edit301.htm.
190
Cfr. A. POTTHAST, Regesta Pontificum Romanorum, n° 2621, p. 224.
191
Nell’apparato alla Compilatio tertia appaiono particolarmente interessanti i chiari-
menti di Giovanni Teutonico che ammettono questa integrazione con riferimento al principio
stabilito in 3Comp. 3.16.2 (cfr. supra, nota 189 e testo corrispondente), oppure insistendo
sul fatto che in tale ipotesi non si effettua un conferimento ‘nuovo’, ma si ‘precisa’ ciò che
è già stato concesso, oppure spiegando che è consentito compiere ciò che si presenta come
conseguenza di un precedente atto giuridico (cfr. l’edizione on-line: http://faculty.cua.edu/
pennington/edit301.htm).
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 117

per la decisione espressa nella decretale. Uno di essi è compreso nel libro
primo al titolo “de translatione episcopi et electi” (3Comp. 1.5.3 = X 1.7.3)
e tratta della decadenza del presule che abbandona la sua sede a favore di
un’altra: nel momento in cui è inflitto l’anatema a questo vescovo, sono li-
berati dal vincolo della fedeltà tutti coloro che gli hanno prestato il iura-
mentum fidelitatis192. Quattro ulteriori canoni, invece, si leggono nel libro
secondo e sono inseriti in tema di possesso sotto il titolo “de foro compe-
tenti” (3Comp. 2.2.5 = X 1.2.10)193, nel titolo “de restitutione spoliatorum”
(3Comp. 2.6.2 = X 2.13.12)194, nel “de prescriptionibus” (3Comp. 2.17.3 = X
2.26.13)195 e in quello “de appellationibus” (3Comp. 2.19.13 = X 2.28.55)196.
Un ultimo riferimento, più significativo, è presente nel libro quarto sotto il
titolo “de dote post divortium restituenda” (3Comp. 4.15.2 = X 4.20.6)197,

192
Cfr. A. POTTHAST, Regesta Pontificum Romanorum, n° 352, p. 34.
193
La decretale era stata emessa dal Laterano il 27 novembre 1199; cfr. A. POTTHAST,
Regesta Pontificum Romanorum, n° 879, p. 84. Tra i diversi punti controversi, venne sciolta
una questione di natura processuale concernente la competenza dei giudici che si erano oc-
cupati in varie riprese del caso, il quale venne ricondotto all’autorità del pontefice in ragione
dello status di chierici dell’attore e del convenuto. Per quanto attiene al nostro tema, assume
un certo rilievo, tra i motivi addotti per chiedere il rigetto delle istanze di uno dei litiganti,
un passo della decretale ove, in riferimento alla posizione del primo giudice investito del caso
attraverso un compromesso, è spiegato che si trattava di un consanguineo di una delle parti
dell’arbitrato e che oltretutto si trattava di un infeudatus monasterii (successiva parte in cau-
sa). In questa ipotesi, dunque, il richiamo al rapporto feudale è avvicinato alla consanguineità
come motivo per denunciare la frode che inficiava il compromesso, il lodo e la successiva tran-
sazione, in modo tale da non garantire l’imparzialità del giudizio come altre circostanze di fat-
to dimostravano. Cfr. 3Comp. 2.2.5 = X 1.2.10: “[…] Iudex namque, in quem fuit a partibus
compromissum, consanguineus ipsius I. et infeudatus monasterii dicitur exstitisse, nihilque
fecisse in publicum, sed omnia in secreto; quamvis instar iudiciorum sint arbitria introducta.
Coegit quoque partes ad transigendum, sicut ex rescripto transactionis apparet. Et […]”.
194
Questo canone è tratto da una decretale di Innocenzo III (1199/1200) concernente
una controversia instaurata tra una chiesa e i frati militiae templi per il possesso della “do-
mus Calventiae”, in territorio lombardo. Nel provvedimento pontificio si affermava che i beni
oggetto della controversia erano precedentemente detenuti in feudo da alcuni milites e che
l’ordinario diocesano li aveva riscattati per concederli, quindi, a chi ne aveva fatto richie-
sta (3Comp. 2.6.2 = X 2.13.12: “Episcopus Tridonensis possessiones quasdam a quibusdam
militibus, qui eas tenebant in feudum, ab ecclesia Terdonensi redemit, et illas Humiliatis pe-
tentibus sub ea conditione concessit”). Cfr. A. POTTHAST, Regesta Pontificum Romanorum,
n° 1195, p. 110.
195
Il canone è volto alla definizione del termine di prescrizione, che poteva essere fatto
valere nei confronti della Chiesa, e presenta alcuni profili di interesse perché alla fine del
frammento di decretale il pontefice si rivolgeva al destinatario precisando il suo status di
vassallo della Chiesa di Roma.
196
Cfr. A. POTTHAST, Regesta Pontificum Romanorum, n° 3269, p. 279, 1208 gennaio
10.
197
Cfr. A. POTTHAST, Regesta Pontificum Romanorum, n° 1139, p. 104.
118 MAURA MORDINI

a proposito del diverso regime da osservarsi nei confronti della moglie in


relazione ai beni posseduti dal marito a titolo di eredità o di feudo, rispetto
a quelli detenuti a titolo di usufrutto; vi è stabilito, infatti, che mentre i pri-
mi si trasmettono alla moglie, i secondi ritornano al proprietario, lasciando
intendere, in questa soluzione e per questo profilo, il riconoscimento della
stabilità dell’ingresso del beneficio feudale nel patrimonio del vassallo, come
era stato espressamente sancito nell’Edictum de beneficiis dell’imperatore
Corrado II (1037).

c) La Compilatio secunda
La storiografia giuridica tramanda da tempo i motivi della realizza-
zione della Compilatio secunda da parte di Giovanni di Galles nell’epoca
immediatamente successiva alla pubblicazione della Compilatio tertia, ve-
rosimilmente tra il 1210 e il 1212: si trattava di rispondere alla necessità di
reperire più facilmente i testi di decretali significative, emanate dai pontefici
predecessori di Innocenzo III, in particolare Alessandro III, Clemente III e
Celestino III, ma omesse nella raccolta composta da Pietro Beneventano198.
Ai nostri fini questa collezione è molto interessante, perché proprio attraver-
so l’inserzione di alcune decretali altrimenti trascurate si nota la tendenza al
completamento della disciplina del feudo rispetto ai progressi compiuti nella
raccolta di Innocenzo III e, precisamente, in tema di competenza giurisdizio-
nale, di definizione del feudo come ‘alienazione’ e di giuramento.
Ad Alessandro III, in particolare, si devono i frammenti collocati nel
titolo “de foro competenti” della raccolta, che insistono sulla competenza
esclusiva del dominus feudi anche se una delle parti in giudizio è una persona
ecclesiastica o se l’oggetto della controversia è una res ecclesiae.
Il primo di essi (2Comp. 2.2.2 = X 2.2.6) è tratto da una decretale
concernente una controversia promossa nei confronti di tre milites ‘ec-
clesiastici’199: costoro erano stati convenuti di fronte a un vescovo per la
restituzione di alcuni possessi, che, tuttavia, erano stati concessi loro da
un dominus laico; quest’ultimo, da parte sua, aveva proibito ai milites di
accettare il giudizio ecclesiastico per discutere di un feudo di carattere ‘se-
colare’; quindi, il vescovo aveva inflitto la scomunica ai tre, dopo averli di-
chiarati contumaci. Il pontefice impose la revoca della sanzione spirituale

198
Cfr. in sintesi P. ERDÖ, Storia delle fonti del diritto canonico, p. 118; K. PENNINGTON,
Decretal Collections, p. 312. Su Giovanni di Galles cfr. G. ŒSTERLÉ, Jean de Galles, in “Dic-
tionnaire du droit canonique”, VI (Paris 1957), coll. 105-106.
199
Cfr. P. JAFFÉ, Regesta Pontificum Romanorum, n° 14099 (9154), p. 395.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 119

e ordinò che la causa fosse terminata dal dominus feudi, precisando che,
solo in presenza di una colpevole dilazione, sarebbe allora intervenuto il
giudice ecclesiastico200.
Il principio che sulle questioni feudali, anche insorte tra un chierico
e un laico, la competenza appartiene sempre al dominus feudi, è ribadito
pure nel canone successivo (2Comp. 2.2.3 = X 2.2.7), ricavato ancora da un
provvedimento di Alessandro III risalente agli anni 1177-1181201: nel caso di
specie il pontefice ebbe occasione di precisare che il giudice ecclesiastico po-
teva giudicare dei feudi che rientravano nella cognitio ecclesiastica, lascian-
do quelli di carattere secolare all’imperiale beneplacitum, confermando la
competenza del dominus feudale, laico o ecclesiastico che fosse202.
La Compilatio secunda presenta un riferimento al feudo anche sotto
il titolo “de rebus ecclesiae non alienandis”, ove è integrata la disciplina
dell’alienazione dei beni ecclesiastici attraverso l’inserimento di un canone
estratto da una celebre lettera inviata nel 1193 da Celestino III all’arcivesco-
vo di Ravenna (2Comp. 3.10.1 = X 3.13.8), che ha già attirato l’attenzione
degli studiosi a proposito della clausola di non-alienazione nel giuramento
prestato dai vescovi al momento dell’insediamento nel seggio episcopale203.
Per quanto attiene al nostro studio si può segnalare che, rispetto al riaf-
fermato divieto di alienazione dei beni ecclesiastici, sia che appartengano
con chiarezza alla mensa vescovile, sia che questo loro status appaia dub-
bio, l’infeudazione di “possessiones sive reditus regalium decimationum, et
aliunde ex certis locis provenientes” appare uno degli atti di disposizione
consentiti: infatti, a proposito di questi beni il prelato chiedeva se, nel caso
della loro mancata concessione in feudo a terzi, potevano essere considerati

200
Cfr. M. MACCARRONE, Innocenzo III e la feudalità, p. 461, nonché supra, note 159-
163.
201
Cfr. P. JAFFÉ, Regesta Pontificum Romanorum, n° 14324 (9320), p. 411.
202
2Comp. 2.2.3 (= X 2.2.7): “Verum quoniam de quibusdam feudis adversus eun-
dem praepositum quaestio mota fuit, statuimus, ut, ex quo episcopus fuerit in eadem ecclesia
consecratus, qui plenam auctoritatem habeat et potestatem, de feudis ipsis sub suo iudicio
cognoscatur, si ad ecclesiasticam cognitionem pertineant; alioquin ipsa quaestio imperiali be-
neplacito, sicut iustum fuerit, relinquatur”. Il rispetto della competenza del dominus feudi
da parte di Alessandro III, sebbene l’attribuzione della decretale a questo pontefice sia in-
certa, sarebbe attestato anche in Decretales ineditae saeculi XII. From the Papers of the late
Walther Holtzmann, edited and revised by S. CHODOROW and C. DUGGAN, Città del Vaticano
1982, n°7, pp. 14-15, ove gli editori sottolineano la reiterazione delle clausole che accolgono il
principio giuridico in esame negli atti di questo papa.
203
E.H. KANTOROWICZ, Inalienability, p. 493, nota 37; ID., I due corpi del Re, p. 300; P.
PRODI, Il sacramento del potere, pp. 130-132.
120 MAURA MORDINI

definitivamente acquisiti alla mensa arcivescovile, sottointendendo quindi la


liceità di simili atti di disposizione204.
Infine, si può menzionare un canone (2Comp. 2.16.5 = X 2.24.14), trat-
to da una decretale di Clemente III, che è specificamente destinato a definire
il regime del giuramento di fedeltà prestato dal vassallo al prelato suo do-
minus feudi, in particolare nell’ipotesi di successione nell’ufficio ecclesia-
stico. Il pontefice nel caso di specie aveva specificato che la ripetizione del
giuramento di homagium e fidelitas non era necessaria, poiché il vassallo
era comunque tenuto a rispettare il vincolo di fedeltà; del resto, anche se la
Sede Apostolica avesse sollevato il vassallo dalla prestazione dell’omaggio,
non per questo sarebbero venuti meno i doveri compresi nella fidelitas205.

d) La Compilatio quarta
Anche la Compilatio quarta, composta da Giovanni Teutonico verso
il 1216, presenta alcuni riferimenti al feudo206, che, soprattutto attraverso

204
2Comp. 3.10.1 = X 3.13.8: “Ut super aliqua †repositae quaestionis dubietas apostol-
icae sedis providentia enodetur, Romana ecclesia, cui licet immeriti praesidemus, singulorum
consultationibus consuevit respondere. Sane quaesivisti a nobis, si possessiones sive reditus
regalium decimationum, et aliunde ex certis locis provenientes, quos praedecessor tuus bonae
memoriae, quousque diem clausit extremum, ad manus suas tenuit, et in proprium usum ex-
cepit vel expendit, nec aliis infeudavit, de mensa sua sint archiepiscopi intelligendi, et de eis,
quum ex sacramento fidelitatis tenearis apostolicae sedi nihil alienare, contractus alienationis
cuiuslibet possit intervenire. Tuae ergo inquisitioni praesenti pagina taliter respondemus,
quod, sive intelligantur de mensa sive non, ut non alienentur, consultius existimamus. Pos-
sessiones vero, quae ecclesiae tuae minus sunt utiles, pro aliis utilioribus de fratrum tuorum
et sanioris partis capituli consilio et assensu alienandi seu commutandi liberam concedimus
facultatem”. Cfr. P. JAFFÉ, Regesta Pontificum Romanorum, n° 17049 (10235. 10442), p.
601. Sulla facoltà per le personae ecclesiasticae di concedere feudi sulle regalie ricevute dal
sovrano cfr. M. MORDINI, Aspetti della disciplina del feudo ecclesiastico. Parte I, pp. 256-260.
205
Cfr. P. JAFFÉ, Regesta Pontificum Romanorum, n° 10279 (6988), p. 125, 21 maggio
1157. Per la vincolatività della fidelitas che non viene meno neanche in caso di scomunica,
sospendendosi solo la sua esecuzione, cfr. infra, §3 d). Per la continuità dell’istituzione eccle-
siastica, indipendentemente dalle vicende personali del suo rettore, cfr. M. MORDINI, Aspetti
della disciplina del feudo ecclesiastico. Parte I, pp. 250-252.
206
Per la Compilatio quarta, che raccoglie, oltre a un certo numero di decretali, le de-
cisioni del Concilio Lateranense IV convocato nel 1215 da papa Innocenzo III, cfr. F. LIOTTA, I
papi anagnini e lo sviluppo del diritto canonico classico, pp. 116-117, nonché K. PENNINGTON,
Decretal Collections, pp. 314-315. Sul concilio cfr. in sintesi D. QUAGLIONI, I concili del Medio-
evo e dell’età Moderna, pp. 122-130. Le relative decisioni sono edite anche in Constitutiones
Concilii quarti Lateranensis una cum Commentariis glossatorum, edidit ANTONIUS GARCÍA Y
GARCÍA, (Monumenta iuris canonici, Series A: Corpus Glossatorum, vol. 2), Città del Vaticano
1981; su cui cfr. anche ID., Las constituciones del concilio IV Lateranense de 1215, in Inno-
cenzo III. Urbs et orbis, vol. I, pp. 200-224.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 121

i canoni del concilio Lateranense IV, definiscono in termini generali alcune


fattispecie esaminate in precedenza.
Il canone unico del titolo “de pactis” del libro primo corrisponde al c.
56 del concilio Lateranense IV, che denunciava la prassi instaurata da molti
chierici regolari e secolari, i quali, al momento di concedere case in locazione
o di istituire feudi, concludevano un ‘patto’ per cui i rispettivi locatari o feu-
datari erano tenuti a versare loro le decime o a scegliere di essere seppelliti
presso le loro chiese, con grave pregiudizio dei diritti parrocchiali delle isti-
tuzioni cui ex iure erano invece legati: pertanto, poiché si riteneva che questa
prassi fosse frutto di avidità e cupidigia, furono condannati tutti gli accordi
di questo genere, stabilendo altresì che quanto ottenuto in ottemperanza ad
essi fosse restituito alla chiesa cui spettava207. La norma, effettivamente, in-
dica un deciso intervento in materia, probabilmente su sollecitazione di un
fenomeno assai diffuso, come lascerebbe intendere anche l’attenzione che
circa due decenni dopo vi ha dedicato Iacopo d’Ardizzone nella Summa feu-
dorum; nell’opera del feudista, infatti, questa prassi fu menzionata come
uno dei casi – vietati – di apposizione di un pactum legis commissoriae alle
infeudazioni, in cui il feudatario, come il locatario, assumeva una posizio-
ne di soggezione rispetto al concedente che imponeva il patto: in tal caso
l’inquadramento di queste clausole nella relativa categoria romanistica era
stato verosimilmente agevolato dal fatto che già la recensio vulgata dei Libri
Feudorum aveva richiamato l’antica lex commissoria, rubricando “de feudo
dato in vicem legis commissoriae” la norma relativa al caso dell’acquisizione
della proprietà del pegno da parte del creditore, con successiva retrocessione
del medesimo bene in feudo al debitore208.
Il canone unico del titolo “de rebus ecclesiae non alienandis” della
Compilatio, corrispondente al c. 44 del Concilio Lateranense (4Comp. 3.5.1
= X 3.13.12), è specificamente finalizzato alla tutela dell’integrità dei beni
ecclesiastici:

Quum laicis, quamvis religiosis, disponendi de rebus ecclesiae nulla sit attri-

207
4Comp. 1.15.1 (= X 1.35.7): “Plerique, sicut accepimus, regulares clerici et saecu-
lares interdum, quum vel domos locant, vel feuda concedunt, in praeiudicium parochialium
ecclesiarum pactum adiiciunt, ut conductores et feudatarii decimas eis solvant, et apud eo-
sdem eligant sepulturam. Quum autem id de avaritiae radice procedat, pactum huiusmodi
penitus reprobamus, statuentes, ut quicquid fuerit occasione huiusmodi pacti perceptum ec-
clesiae parochiali reddatur”. Cfr. Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, p. 97, canone
56; Conciliorum Oecumenicorum Decreta, pp. 260-261.
208
Cfr. M. MORDINI, Aspetti della disciplina del feudo ecclesiastico. Parte I, p. 282,
nonché LL.FF., Vulgata, I, 26(28) (LL.FF, Antiqua, VII, 6).
122 MAURA MORDINI

buta potestas, quos obsequendi manet necessitas, non auctoritas imperandi:


dolemus, in quibusdam ex illis sic refrigescere caritatem, quod immunitatem
ecclesiasticae libertatis, quam non tantum sancti Patres, sed etiam principes
saeculares privilegiis multis munierunt, non formidant suis constitutionibus,
vel potius destitutionibus impugnare, non solum de alienatione feudorum, ac
aliarum possessionum ecclesiarum et usurpatione iurisdictionum, sed etiam
de mortuariis, nec non et aliis, quae iuri spirituali annexa videntur, illicite
praesumendo. Volentes igitur super his indemnitatibus consulere ecclesiarum
ac tantis gravaminibus providere, constitutiones et venditiones huiusmodi
feudorum seu aliorum bonorum ecclesiasticorum sine legitimo personarum
ecclesiasticarum assensu praesumptas occasione constitutionis laicae potesta-
tis, quum non constitutio, sed destitutio vel destructio dici possit, nec non
usurpatio iurisdictionum, sacri approbatione concilii decernimus non tenere,
praesumptoribus per censuram ecclesiasticam compellendis209.

In effetti, questo canone manifesta lo stesso contenuto giuridico del-


la norma accolta nel primo libro della Compilatio tertia (3Comp. 1.1.2 =
X 1.2.7), ricavata da una decretale dello stesso papa Innocenzo III che
presiedeva anche questo concilio, nella quale era definita l’efficacia delle
norme di ius proprium stabilite in maniera autonoma da una comunità210.
Appare di un certo interesse il fatto che il caso esaminato nella decretale
pontificia riguardasse proprio una costitutio che permetteva l’alienazione
di feudi ecclesiastici, vale a dire lo stesso tema trattato in via generale nel
decreto sinodale, a testimonianza della diffusione di questa pratica e della
sua lesività per gli interessi patrimoniali delle istituzioni religiose, nonché
del reiterato impegno di Innocenzo III ad arrestarne gli effetti. Infatti, nel
caso della Compilatio quarta sono respinte tutte le disposizioni secolari e
tutte le operazioni che prevedono l’alienazione di feudi o di altri beni eccle-
siastici senza il consenso delle personae ecclesiasticae interessate, atti che
sono nel contempo configurati come una usurpazione di iurisdictio, da cui
scaturisce la loro invalidità.
Un ultimo precetto in tema di tutela delle prerogative ecclesiastiche è
ripreso da una decretale di Innocenzo III e sistemato sotto il titolo dedicato

209
Negli atti del sinodo il canone è rubricato “Quod constitutiones principum non
præiudicent ecclesiis” (Conciliorum Oecumenicorum Decreta, p. 254; cfr. anche Constitutio-
nes Concilii quarti Lateranensis, p. 83- 84, canone 44).
210
3 Comp. 1.1.2 (= X 1.2.7) dichiarava la nullità delle norme stabilte da una comuni-
tà se apparivano in contrasto con gli interessi della chiesa locale e se erano state approvate
senza coinvolgere i rappresentanti di quest’ultima: cfr. supra, note 175-176 e testo corri-
spondente.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 123

alle decime (4Comp. 3.9.4 = X 3.30.25)211. In esso si afferma che, non essendo
attribuita ai laici alcuna facoltà di concedere o distribuire diritti di carattere
spirituale, nessun privilegio imperiale può liberare alcuno dal versamento
delle decime, che presentano appunto tale natura: si precisa, quindi, che in
occasione della concessione in feudo di decime ‘antiche’, non possono essere
usurpate le cosiddette decime novalium da parte del vassallo212, con evidente,
sebbene implicito, riferimento alla facoltà di concedere in beneficio quei beni
ecclesiastici che consuetudinariamente erano destinati all’infeudazione213.
Sotto il profilo del legame tra dominus e fidelis, due canoni sistemati
sotto il titolo “de penis” sanciscono lo scioglimento dal vincolo di fedeltà ver-
so coloro che si sono macchiati di gravi delitti a rilevanza canonica, nonché
la perdita definitiva del feudo a carico del vassallo che ha provocato ‘offese’
alla chiesa da cui deriva il beneficio, tutelando, quindi, non solo il rapporto
personale tra dominus e feudatario, ma anche il legame tra quest’ultimo e
l’istituzione ecclesiastica proprietaria dei beni concessi214. Inoltre, sotto il

211
Cfr. A. POTTHAST, Regesta Pontificum Romanorum, n° 898, p. 86. Sul destinatario
(Alberto, vescovo di Vercelli) cfr. ibidem, n° 897, p. 86. La decretale in esame (Tua nobis,
emessa da Innocenzo III nel 1199) sin da subito è stata inserita in diverse collezioni di diritto
canonico e ha esercitato una notevole influenza, in tema di decime, sulla canonistica succes-
siva; su questi aspetti si è soffermato S. HORWITZ, Reshaping a Decretal Chapter: Tua nobis
and the Canonists, in Law, Church and Society. Essays in Honor of Stephan Kuttner, Edited
by K. PENNINGTON and R. SOMMERVILLE, University of Pennsylvania Press. Inc., 1977, pp.
207-221. Dalla decretale sono stati estratti due frammenti: quello in esame (4Comp. 3.9.4
= X 3.30.25) e 3Comp. 3.23.2 (= X 3.30.26); cfr. infra, note 260-262 e testo corrispondente,
nonché § 4.
212
4Comp. 3.9.4 = X 3.30.25: “Tua [...] Porro quum laicis nulla sit de spiritualibus
concedendi vel disponendi attributa facultas, imperialis concessio, quantumcunque generali-
ter fiat, neminem potest a solutione decimarum eximere, quae divina constitutione debentur.
Nec occasione decimationis antiquae, licet in feudum decimae sint concessae, sunt decimae
novalium usurpandae, quum in talibus non sit extendenda licentia, sed potius restringenda”.
Per le decime novali cfr. M. MORDINI, Aspetti della disciplina del feudo ecclesiastico. Parte I,
pp. 280-281, nota 201.
213
Sulla possibilità per le personae ecclesiasticae di concedere feudi sulle res ecclesiae
cfr. M. MORDINI, Aspetti della disciplina del feudo ecclesiastico. Parte I, pp. 233-235 per i
Libri Feudorum e p. 257 per l’apparato ordinario ai medesimi. Cfr. anche infra, § 4.
214
Così 4Comp. 5.13.1 (= X 5.37.10): aggravando le conseguenze stabilite da Celestino
III per l’omicidio di un vescovo, vale a dire la perdita dei feudi e dei benefici ricevuti dalla
chiesa interessata, Innocenzo III vietava che ai medesimi soggetti o ai loro eredi fossero re-
stituiti questi benefici o ne fossero conferiti altri “de novo”. Sulla decretale di Innocenzo III
cfr. A. POTTHAST, Regesta Pontificum Romanorum, n° 60, p. 8. La medesima conseguenza è
stabilita nel caso di omicidio del rettore o di un chierico della chiesa dalla quale il vassallo
ecclesiastico detiene il beneficio in 4Comp. 5.13.2 (= X 5.37.12), corrispondente al canone 45
del Concilio Lateranense IV (cfr. Constitutiones Concilii quarti Lateranensis, p. 8412; Conci-
124 MAURA MORDINI

titolo “de hereticis et manicheis” è inserita una norma corrispondente al ca-


none 3 del concilio del 1215, attraverso la quale, e precisamente al §3, è
disciplinato lo scioglimento del vassallo dal vincolo di fedeltà verso un do-
minus dichiarato eretico (4Comp. 5.5.2 = X 5.7.13), che la dottrina ha poi
interpretato come liberazione immediata e definitiva, in quanto collegata alla
scomunica e all’expositio dei possedimenti dello scomunicato all’occupazione
altrui215.

e) La Compilatio quinta
La Compilatio quinta, composta dal canonista Tancredi, presenta alcu-
ne norme in tema di competenza dei tribunali ecclesiastici ratione personae,
alienazione e scomunica, che completano la disciplina canonistica delle fatti-
specie feudali per queste materie216.
Sotto il titolo “de foro competenti” il c. 1 stabilisce un’importante ec-
cezione alla giurisdizione esclusiva del dominus feudi, che si aggiunge alla
limitazione ratione peccati già stabilita da Innocenzo III attraverso la de-
cretale Novit ille (3Comp. 2.1.3 = X 2.1.13): si tratta, in particolare, della
sottrazione al giudizio della corte feudale di tutte le controversie concernenti
le cosiddette miserabiles personae, anche se l’oggetto della questione è un
feudo, come lo stesso Onorio III aveva precisato in una decretale emessa nel
gennaio 1217 per rispondere sul caso di Berengaria di Navarra, già regina di
Inghilterra e vedova di Riccardo Cuor di Leone, a proposito di un castello
spettante alla medesima a titolo di dote, ma contesole da un nobile (5Comp.

liorum Oecumenicorum Decreta, p. 254). Relativamente alla perdita del diritto di patronato
a danno dei patroni delle chiese che commettono il medesimo delitto la norma è commentata
in P. LANDAU, Ius patronatus, p. 213.
215
4Comp. 5.5.2 (= X 5.7.13): “[…] Si vero dominus temporalis, requisitus et monitus
ab ecclesia, suam terram purgare neglexerit ab [hac] haeretica foeditate, per metropolitanum
et ceteros comprovinciales episcopos excommunicationis vinculo innodetur, et, si satisfacere
contempserit, infra annum significetur hoc summo Pontifici, ut ex tunc ipse vasallos ab eius
fidelitate denunciet absolutos, et terram exponat catholicis occupandam, qui eam, extermina-
tis haereticis, absque ulla contradictione possideant [...]”. Cfr. Constitutiones Concilii quarti
Lateranensis, p. 4822-28; Conciliorum Oecumenicorum Decreta, p. 2342-8. Sui temi dello scio-
glimento dei vassalli dal vincolo della fedeltà verso i domini scomunicati e dell’expositio terrae
alla conquista altrui in seguito alla condanna di eresia cfr. O. HAGENEDER, Il sole e la luna, pp.
165-211; per il c. 3 del concilio Lateranense IV cfr. in particolare la p. 186.
216
Tancredi, arcidiacono di Bologna, raccolse le decretali di Onorio III (1216-1227) su
ordine dello stesso pontefice e compì l’opera nel maggio 1226: cfr. K. PENNINGTON, Decretal
Collections, pp. 316-317. Sul canonista cfr. J.M. VIEJO-XIMÉNEZ, Tancredo (Tancredus), in
Juristas universales, Volumen I, pp. 428-430.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 125

2.2.1 = X 2.2.15)217. Infatti, tra le varie eccezioni proposte da costui di fronte


al giudice ecclesiastico, subito dopo quella attinente all’incompetenza terri-
toriale, era elencata quella relativa all’incompetenza per materia del collegio
giudicante: anzitutto, la regina avrebbe dovuto perseguire i propri diritti
dinanzi al dominus feudi; inoltre, la mancata menzione dell’avvenuto coin-
volgimento di quest’ultimo, nonché la mancata prova della sua negligenza,
come risultava dalle literae apostolicae di Innocenzo III con le quali si affi-
dava ai giudici delegati la soluzione della controversia, rendeva le stesse let-
tere invalide. A questa eccezione Berengaria aveva risposto che, di fronte a
una vedova privata dei suoi diritti, non era necessario coinvolgere il dominus
feudi, poiché in tal caso la competenza spettava al giudice ecclesiastico218:
Onorio III, accogliendo questa istanza, sostenne che la miserabilis persona,
nel caso di specie una vedova, poteva convenire un laico di fronte al giudice
ecclesiastico, anche se il bene controverso era una res feudalis, completan-
do una disciplina già impostata da Innocenzo III, vale a dire che in materia
spirituale, sia ratione peccati (giuramento) sia ratione personae (miserabiles
personae), non si applica la regola del foro esclusivo del dominus feudi in
tema di controversie feudali219.
L’infeudazione, poi, è assimilata alle ipotesi di alienazione dei beni ec-
clesiastici in un precetto del titolo “de locato et conducto”, anch’esso estratto
da una decretale di Onorio III (5Comp. 3.11.1 = X 3.18.2)220: il c. 1, infat-
217
Cfr. A. POTTHAST, Regesta Pontificum Romanorum, n° 7744, p. 666.
218
5Comp. 2.2.1 (= X 2.2.15): “[…] Idem quoque adiecit, quod, quum dicta regina ius
suum coram domino feudi prosequi debuisset, literae apostolicae non valebant, quum non
faciebant mentionem, quod dominus feudi fuerit requisitus, et ipse in exhibenda sibi iustitia
exstiterit negligens vel remissus, subiiciens, quod eaedem literae falsitate expressa fuerant im-
petratae, eo, quod suggestum fuerat, castrum illud ad eandem reginam ratione dotalitii per-
tinere, quum nec ab initio, nec durante matrimonio a viro sibi fuerat in donationem propter
nuptias assignatum. Ad hoc autem fuit ex parte ipsius reginae responsum, quod vidua spoliata
irrequisito feudi domino spoliatorem seu detentorem rei coram ecclesiastico iudice poterat
convenire, cuius interest viduas defensare […]”.
219
Già nella Compilatio quarta, sotto il titolo “De foro competenti”, era inserita una
norma che ribadiva la competenza dei tribunali ecclesiastici per le controversie che coinvol-
gevano i soggetti considerati ‘deboli’, tra cui le vedove, secondo il dettato di una decretale di
Innocenzo III del 1210 (4Comp. 2.2.2 = X 5.40.26). Sulle categorie delle miserabiles personae
e sull’affermazione della cognizione dei tribunali ecclesiastici cfr. in sintesi W. TRUSEN, Die ge-
lehrte Gerichtsbarkeit der Kirche, pp. 484-485; J. GAUDEMET, Storia del diritto canonico, p.
590; nonché, per una recente valutazione della storiografia in materia, le pagine introduttive
in C. NATALINI, Per la storia del foro privilegiato dei deboli nell’esperienza giuridica altome-
dievale. Dal tardo Antico a Carlo Magno, (Archivio per la Storia del Diritto Medioevale e
Moderno, Studi e Testi raccolti da Filippo Liotta, 14), Bologna 2008.
220
5Comp. 3.11.1 (= X 3.18.2): [...] Dioecesanorum episcoporum statuto contrario non
obstante vestrarum decimarum proventus illis libere locare potestis, quibus vobis expedire
126 MAURA MORDINI

ti, stabilisce che la locazione dei redditi derivanti dalle decime è ammessa,
nonostante i vincoli, nel caso in cui da essa derivi un miglioramento della
condizione della chiesa titolare del diritto sacramentale, ma questa facoltà
non si estende né alla concessione in feudo, né all’alienazione. In tal modo
è stata definita in maniera esplicita una proibizione, la cui affermazione era
stata chiaramente percepita sin dal tempo della riforma della Chiesa, ma
che era rimasta contraddistinta dall’imposizione di limitazioni alla facoltà
di concedere feudi, piuttosto che dalla statuizione di un esplicito divieto per
simili elargizioni.
Il c. 2 del titolo “de penis” (5Comp. 5.16.2 = X 5.37.13), infine, con-
ferma lo scioglimento dei fideles dal vincolo di fedeltà verso un dominus di-
chiarato eretico221, mentre in base a un precetto del titolo “de sententia ex-
communicationis” (5Comp. 5.18.5 = X 5.39.53) è inflitta la scomunica agli
statutari e al podestà di un comune che abbiano stabilito norme non rispetto-
se della libertà ecclesiastica: alla scomunica è aggiunta anche la privazione di
tutti i feudi che costoro detenevano dalla chiesa, a meno che questi magistrati
non abolissero tutte le norme in questione222.

f) Il Liber Extra
Tutti i canoni esaminati in questa rassegna sono stati inseriti all’inter-
no della collezione promossa da papa Gregorio IX223 e sono stati sistemati

videritis, et cum quibus ecclesiae vestrae conditionem poteritis facere meliorem, ita tamen,
quod huiusmodi locatio ad feudum vel alienationem non videatur extendi”. Cfr. A. POTTHAST,
Regesta Pontificum Romanorum, n° 7802, p. 672.
221
Per la decretale di Onorio III cfr. A. POTTHAST, Regesta Pontificum Romanorum,
n° 7852, p. 676.
222
5Comp. 5.18.5 (= X 5.39.53) “[...] fraternitati tuae mandamus, quatenus in con-
siliarios et officiales civitatis ipsius, nisi statuta ipsa de capitularibus suis deleri fecerint, et
idonee, sicut exigit res, caveri, quod similia de cetero non debeant attentare, excommuni-
cationis sententiam promulgare procures. Ceterum, quum iidem statutarii multa de bonis
ecclesiasticis tenere dicantur in feudum, ipsos fore nihilominus privatos feudis huiusmodi
nunciare procures”. Cfr. A. POTTHAST, Regesta Pontificum Romanorum, n° 7857, p. 676; il
provvedimento è stato rilasciato da Rieti, il 9 ottobre 1225 (Regestum Senense. Regesten der
Urkunden von Siena, I. Bis zum Frieden von Poggibonsi, 713 - 30 juni 1235, bearbeitet von
F. SCHNEIDER [Regesta chartarum Italiae, VIII], Roma 1911, n° 683, p. 305).
223
Sulla composizione e sui caratteri del Liber Extra cfr. F. LIOTTA, I papi anagnini e
lo sviluppo del diritto canonico classico, in particolare pp. 120-122, nonché ID., Tra compi-
lazione e codificazione. L’opera legislativa di Gregorio IX e Bonifacio VIII, in Studi di storia
del diritto medioevale e moderno, 2, a cura di F. LIOTTA, Bologna 2007, pp. 21-39 (poi in Tra
diritto e storia. Studi in onore di Luigi Berlinguer promossi dalle Università di Siena e di
Sassari, tomo I, Soveria Mannelli (CZ) 2008, pp. 1283-1298).
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 127

nei corrispondenti titoli per materia, ad eccezione di un unico caso224. Inve-


ce, tra i precetti del Liber Extra non compresi nelle Quinque compilationes
antiquae, solo uno contiene un esplicito riferimento al feudo, vale a dire X
5.1.27 del titolo “de accusationibus, inquisitionibus et denunciationibus”.
La norma è tratta da una decretale di Gregorio IX del 27 aprile 1227 riferita
al caso, già sottoposto all’attenzione di Onorio III, di un vescovo che, non se-
guendo i dettami canonici, aveva gravemente dilapidato i beni della sua chie-
sa conducendo una vita dissoluta225. Il pontefice, nel caso di specie, ordinò
ai destinatari di procedere personalmente a un’indagine in loco e di riferire
i risultati mediante una lettera sigillata, intimando al vescovo di presentarsi
di fronte a sé e inibendogli, nel frattempo, ogni potestas alienandi, vale a
dire di ‘vendere, dare, infeudare o in altro modo alienare’ le res ecclesiae226.
È già stato osservato che il “contratto feudale” non veniva indicato
esplicitamente come alienatio né nella normativa feudale, né nella canoni-
stica e che solo le decretali, al c. 2 del titolo “de feudis” hanno iniziato a
disciplinare l’infeudazione dei beni ecclesiastici, fino a quando con la bolla
Ambitiosae (a. 1467/1468) di papa Paolo II (Ext. Com. 3.4.1) la categoria
dell’alienazione è stata configurata in maniera più precisa, facendovi rien-
trare anche atti che non trasferiscono il dominio, ma privano comunque del
pieno esercizio dei diritti sul bene227. Nel Liber Extra, dunque, attraverso
un canone sistemato sotto il titolo “de rebus ecclesiae alienandis vel non”
(X 3.13.5)228, si noterebbe la tendenza a precisare la terminologia di questa

224
Solo nel caso di 3Comp. 2.2.5 del titolo “de foro competenti” non è stato seguito il
criterio sistematico degli autori delle Compilationes antiquae, poiché il precetto è stato inse-
rito sotto il titolo “de constitutionibus” (= X 1.2.10); un frammento della medesima decretale
costituisce anche il c. 3 del titolo 16 (“Ut lite pendente nihil innovetur”) del libro secondo del
Liber Extra (= X 2.16.3).
225
Cfr. A. POTTHAST, Regesta Pontificum Romanorum, n° 7887, p. 683.
226
X 5.1.27: “[...] mandamus, quatenus personaliter accedentes ad locum inquiratis
sollicite veritatem, et eam fideliter conscribentes sub sigillis vestris nobis transmittatis in-
clusam, eidem episcopo terminum assignantes, quo nostro se conspectui [personaliter] re-
praesentet pro meritis recepturus, potestate vendendi, dandi, infeudandi seu quomodolibet
alienandi bona ipsius ecclesiae interim eidem [episcopo] penitus interdicta”.
227
Cfr. F. GRAZIAN, La nozione di amministrazione, pp. 62-64; F.A. GORIA, Fra rinno-
vamento e tradizione, pp. 66-67. Su papa Paolo II (1417-1471) cfr. A. MODIGLIANI, Paolo II,
in Enciclopedia dei papi, vol. 2, pp. 685-701.
228
X 3.13.5 (= 1Comp. 3.11.4): “[…]“Alienationis autem verbum continet conditio-
nem, donationem, venditionem, permutationem et emphyteusis perpetuum contractum”. Il
canone è tratto da un concilio tenutosi “apud Silvanectim” (Saint Senlis), il cui testo è andato
perduto. Per il concilio di Saint Senlis cfr. MGH, Concilia, Tomus IV, Concilia Aevi Karolini
DCCCLX-DCCCLXXIV, Hannoverae MCMXCVIII (Die Konzilien der Karolingischen Teilrei-
che 860-874, herausgegeben von W. HARTMANN, Hannover 1998), n. 39, pp. 576-578.
128 MAURA MORDINI

figura giuridica, ma è evidente che la relativa definizione si inquadra ancora


nel sistema tradizionale che caratterizzava il Decretum Gratiani, legato a
un concetto di alienatio limitato alla donazione, alla vendita e alla permu-
ta229. Tuttavia, proprio la formulazione di X 5.1.27, in cui l’infeudazione è
esplicitamente ricompresa nello schema giuridico dell’alienazione, manifesta
che all’epoca di papa Gregorio IX si tendeva al definitivo superamento del-
lo schema grazianeo, avvicinandosi piuttosto a quello delineato da Pillio da
Medicina nella glossa rebus suis in LL.FF. II, 3, in base al quale il divieto di
alienazione, trattandosi del divieto di trasferire il dominium di un bene, col-
piva anche la costituzione di feudo, poiché questa rappresentava l’alienazio-
ne di un dominium utile, dopo che il Piacentino, suo maestro, nella Summa
Codicis aveva già definito l’infeudazione come quasi-alienatio230.

§ 3 Il feudo nell’apparato ordinario al Decretum Gratiani


La nostra attenzione si sposta adesso sull’apparato ordinario al Decre-
to per verificare se l’atteggiamento della canonistica successiva si mantenne,
rispetto all’istituto del feudo, nello stesso solco tracciato da Graziano o se
l’apertura manifestata dalle raccolte di decretali ebbe a condizionare anche
l’atteggiamento degli interpreti231.

229
Cfr. supra, note 141-142 per il Decretum Gratiani e nota 220 e testo corrispondente
per la Compilatio quinta. Per il titolo “de rebus alienandis vel non” e il canone X 3.13.5 cfr.
F. GRAZIAN, La nozione di amministrazione, pp. 60-61.
230
Su Pillio da Medicina e la glossa rebus suis cfr. M. MORDINI, Aspetti della disciplina
del feudo ecclesiastico. Parte I, p. 229. Cfr. PLACENTINI, Summa Codicis, Accessit Proemium
quod in Moguntina editione desiderabatur, prefazione di F. CALASSO, rist. an. Torino 1962
dell’edizione Mogvntiae MDXXXVI, pp. 4-5: proprio al titolo “De sacrosanctis ecclesiis, et de
rebus ac privilegijs earum” il glossatore precisa “Porro hodie multis modis omnis ecclesia, et
omnis alius uenerabilis locus, poterit res immobiles quasi alienare, et uere alienare, non alias:
etiam si omnes clerici consentiant […]. Ecce enim quasi alienabit locando, sed tamen usque ad
annos xxx. […] Item quasi alienabit dando in emphyteusim […], item quasi alienabit pigno-
rando quando debitum urget, quod ex mobilibus solui non possit. item propter mores praelati
ecclesiarum, Episcopi, Abbates, Abbatissae infeudant: ergo quasi alienant. item […]”. Per il
Piacentino cfr. in sintesi E. CORTESE, Il diritto, vol. II, pp. 138-146.
231
Per la nostra analisi abbiamo consultato l’edizione romana con glosse del 1584,
approvata da papa Gregorio XIII, disponibile presso la Biblioteca del Circolo Giuridico
dell’Università di Siena-Sede di Grosseto, d’ora in avanti ‘Decretum Gratiani cum glossis’
(per questa edizione cfr. A. ADVERSI, Saggio d’un catalogo delle edizioni del «Decretum Gra-
tiani» posteriori al sec. XV, in “Studia Gratiana”, VI (1959), pp. 281-451, p. 342, n° 77;
sull’editio romana cfr. P. LANDAU, Gratian and the Decretum Gratiani, p. 50). Nell’edizione
romana del 1584 l’apparato presenta le glosse nel margine esterno precedute dai casus decre-
torum attribuiti dalla storiografia a Benencasa e allo stesso Bartolomeo da Brescia, ai quali
talvolta faremo riferimento (cfr. P. ERDÖ, Storia della scienza del diritto canonico, p. 49; R.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 129

È noto che la glossa ordinaria si consolidò nella sua forma definitiva


verso il quinto decennio del secolo XIII grazie all’opera di aggiornamento
compiuta da Bartolomeo da Brescia, secondo la storiografia tradiziona-
le dopo il 1245232, mentre il Weigand ha preferito indicare il periodo 1234-
1241233. Gli studiosi hanno voluto riconoscere gli apporti dei diversi canonisti
lungo un percorso di elaborazione chiaramente decifrabile a partire dal se-
condo decennio del Duecento e identificabile con l’opera di Giovanni Teuto-
nico, che tuttavia attinse gran parte del proprio materiale da scritti ancor
più risalenti234. Tra questo materiale, che Giovanni arricchì comunque con
interventi propri e originali, si distingue principalmente quello attribuibile a
Lorenzo Ispano235, che derivò molte glosse dall’apparato ‘Ordinaturus Magi-
ster’ composto tra il 1180 e la fine dello stesso decennio236, e secondariamente
a Uguccione da Pisa, che elaborò la celebre Summa tra il 1188 e il 1190237.
Proprio l’uso significativo e fedele dell’apparato di Lorenzo Ispano, databile

WEIGAND, The Development of the Glossa ordinaria to Gratian’s Decretum, pp. 93-95). Per i
casus e Benencasa di Arezzo cfr. S. KUTTNER, Repertorium der Kanonistik (1140-1234). Pro-
dromus Corporis Glossarum, I, (Studi e testi 71), Città del Vaticano 1937, pp. 228 e 229-230;
nonché R. NAZ, Benencasa ou Benincasa Senensis, in “Dictionnaire du droit canonique”, II
(Paris 1937), col. 747; P. ERDÖ, Storia della scienza del diritto canonico, p. 62. Per Bartolo-
meo cfr. infra, nel testo.
232
Cfr. per tutti P. ERDÖ, Storia della scienza del diritto canonico, p. 48.
233
R. WEIGAND, The Development of the Glossa ordinaria to Gratian’s Decretum, in
History of Medieval Canon Law in the Classical Period, pp. 55-97, in particolare p. 91: l’A.
aggiunge che preferisce pensare a eliminazioni o aggiunte dei testi nel corso del tempo, piutto-
sto che a una diversa recensione dell’opera di Giovanni nella versione riveduta; inoltre, non
ritiene decisive le ragioni per rinviare a dopo il 1241 il lavoro di Bartolomeo.
234
Cfr., di recente, R. WEIGAND, The Development of the Glossa ordinaria to Gratian’s
Decretum, pp. 82-86. Su Giovanni Teutonico cfr., in sintesi, E. CORTESE, Il diritto, vol. II,
pp. 216-217; M.A. BERMEJO CASTRILLO, Juan Teutónico (Johannes Zemeke; Teutonicus), in
Juristas universales, Volumen I, pp. 407-409; K. PENNINGTON, The Decretalists 1190 to 1234,
pp. 233-236.
235
Per le caratteristiche dell’apparato di Lorenzo Ispano, chiamato ‘Glossa Palatina’,
cfr. R. WEIGAND, The Development of the Glossa ordinaria to Gratian’s Decretum, pp. 81-
82. Cfr. anche le indicazioni in P. ERDÖ, Storia della scienza del diritto canonico, p. 48. Su
Lorenzo Ispano cfr. A. PÉREZ MARTÍN, Lorenzo Hispano (Laurentius Hispanus), in Juristas
universales, Volumen I, pp. 410-411.
236
Cfr. R. WEIGAND, The Development of the Glossa ordinaria to Gratian’s Decretum,
p. 84 e pp. 65-69 per l’apparato ‘Ordinaturus Magister’, alla composizione della prima recen-
sione del quale, secondo l’A., ha partecipato lo stesso Uguccione.
237
E. CORTESE, Il diritto, vol. II, pp. 226-228; P. ERDÖ, Storia della scienza del diritto
canonico, p. 53. Su Uguccione cfr. M. MARTÍNEZ ALMIRA, Hugocio de Pisa (Hugoccio de Pisa;
Ugoccione da Pisa; Huguccio de Pisa), in Juristas universales, Volumen I, pp. 366-369.
130 MAURA MORDINI

attorno al 1214, ha indotto a collocare l’inizio dell’opera di Giovanni verso lo


stesso anno e il Weigand a ritenerla compiuta al più tardi nel 1217238.
L’ampia e rapida diffusione di questo apparato per l’insegnamento e
nella pratica fu agevolata dall’evidente aggiornamento dell’opera, dalla qua-
le Giovanni aveva estromesso le argomentazioni non più attuali e nella quale
aveva inserito i materiali più recenti, in particolare i canoni del Concilio
Lateranense del 1215239, ma anch’essa divenne ben presto oggetto di addizio-
ni240, fino al riesame che si rese necessario dopo la pubblicazione del Liber
Extra nel 1234. Bartolomeo da Brescia realizzò questa revisione al fine di
migliorare l’apparatus Decretorum, senza nulla espungere, né attribuendosi
glosse altrui, ma solo correggendo ciò che era necessario: gli interventi più ri-
levanti, infatti, sono costituiti dall’aggiornamento della citazione delle decre-
tali secondo la collezione di Gregorio IX e dalla proposta di nuove soluzioni
a vecchie questioni241.

a) Il feudo come oggetto di allegazione di similia.


Se si tiene conto dei tredici canoni e dei pochi dicta di Graziano che
sono stati esaminati nelle pagine precedenti, si può affermare che la canoni-
stica successiva appare molto più attenta alle implicazioni pratiche del feudo
ecclesiastico, esattamente come è avvenuto per le raccolte di decretali, non
solo aprendosi al linguaggio esplicitamente feudale, ma anche riferendosi a
questo istituto al di fuori delle auctoritates già analizzate242.

238
Per la datazione cfr. R. WEIGAND, The Development of the Glossa ordinaria to Gra-
tian’s Decretum, p. 84: l’A., inoltre, ritiene che Giovanni abbia terminato la ‘Glossa ordi-
naria’ prima di aver completato il proprio lavoro sulla Compilatio quarta (le cui citazioni
nell’apparato sono inserite al termine delle glosse, lasciando intendere che si tratta di aggiunte
tardive a un lavoro sostanzialmente compiuto).
239
Cfr. R. WEIGAND, The Development of the Glossa ordinaria to Gratian’s Decretum,
p. 84, ove si sottolinea che l’apparato di Lorenzo, invece, non era aggiornato con i materiali
del Concilio Lateranense IV e presentava discussioni ormai datate.
240
Cfr. le indicazioni in R. WEIGAND, The Development of the Glossa ordinaria to Gra-
tian’s Decretum, pp. 86-88.
241
Sulle caratteristiche dell’opera di Bartolomeo e sulla sua datazione cfr. R. WEIGAND,
The Development of the Glossa ordinaria to Gratian’s Decretum, pp. 88-91. Su Bartolomeo
cfr. in sintesi G. LE BRAS, Bartholomeus Brixiensis, in “Dictionnaire du droit canonique”, II
(Paris 1937), coll. 216-217; E. CORTESE, Il diritto, vol. II, p. 234; R. DOMINGO, Bartolomé de
Brescia (Bartolomeo da Brescia; Bartholomaeus Brixiensis), in Juristas universales, Volu-
men I, pp. 437-439.
242
Dall’esame di alcuni studi menzionati nelle note successive, appare evidente che an-
che i primi decretisti abbandonano le riserve del maestro e adottano senza remore il lessico
feudale, procedendo nel contempo all’analisi delle implicazioni del relativo istituto in ambito
canonico.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 131

Ben cinque glosse di questo tipo, ad esempio, tutte prive di sigla nell’edi-
zione, si rinvengono in alcune Distinzioni della prima Pars del Decretum,
dove il richiamo al feudo è funzionale alla miglior comprensione del passo
esaminato. La glossa ad v. Non nouum in D. 12 c. 11 indica la concessione del
feudo vacante come ipotesi tipica in cui non è violato l’impegno a non “alie-
nare novum feudum”, a sostegno del principio che non è nuovo ciò che, una
volta stabilito, viene confermato243; allo stesso modo la glossa ad v. A quibus
fiunt in D. 93 c. 25 rammenta gli obblighi di fedeltà verso il concedente che
gravano su colui che ha ricevuto un beneficio, a proposito del rispetto dovuto
dai diaconi ai propri vescovi244. Sono, invece, semplici citazioni del legame
personale che si instaura attraverso il feudo quelle che si leggono nella glossa
ad v. Sorores meae in D. 81 c. 25245 e nella glossa ad v. Beneficia in D. 96
c. 11246, che non aggiungono alcuna spiegazione alla fattispecie richiamata,
mentre la glossa ad v. Tibi domino in D. 63 c. 33 interpreta come ipotesi tipi-
camente ‘feudale’ il giuramento prestato da Ottone I a papa Giovanni XII,
cui l’auctoritas si riferisce247: in particolare l’annotazione chiarisce che il
vassallo ecclesiastico deve prestare il giuramento non solo alla chiesa da cui
ha ricevuto il beneficio, ma anche al rettore della medesima e al suo capito-

243
gl. ad v. Non nouum in D. 12 c. 2 (Praeceptis): “arg. quod non dicitur nouum, quod
quandoque statutum fuit: licet modo renouetur, vt 24. q. 1. Achatius. [C.24 q.1 c.1] et 24. q.
1. non satis. [C.34 q.1 et 2 c.3] vnde si episcopus iurauit, quod non alienabit nouum feudum,
tamen feudum de nouo vacans potest licite alienare, vt extra de feu. ex parte [X 3.20.2]. Item
habes hic, quod per confirmationem Papae non datur ius nouum, vt extra de confir. vti. vel
inuti. cum dilecta. [X 2.30.4] Quid iuris sit, dixi de hoc per dist. prox. c. vlt. [D.13 c.2]” (De-
cretum Gratiani cum glossis, p. 39).
244
gl. ad v. A quibus fiunt in D. 93 c. 25 (Dominus): “Argu. quod nemo debet se oppone-
re illi a quo recipit beneficium, vt 22. quaest. 5. de forma. [C.22 q.5 c.18] et extra de postu.
cap. vlt. [X 1.37.3] ff. de inoffic. testamen. si pars. in fi. §. hoc autem. [Dig. 5.2.10] 8. q. 2.
illud 1. [C.8 q.2 c.1]” (Decretum Gratiani cum glossis, p. 427).
245
gl. ad v. Sorores meae in D. 81 c. 25 (Legitur): “quia socius socij mei, socius meus
non est. ff. pro socio. nam socij. [Dig. 17.2.20] nec vasallus mei vasalli, meus vasallus est: si-
cut nec libertus mei liberti, libertus meus est. ff. de ver. sig. Modestinus. [Dig. 50.16.105] nec
frater fratris mei, frater meus. ff. de rit. nup. generali. §. inter priuignos. [Dig. 23.2.34.2]”
(Decretum Gratiani cum glossis, p. 370).
246
gl. ad v. Beneficia in D. 96 c. 11 (Si Imperator): “arg. clericum stantem contra eccle-
siam vnde habet beneficium, debere illo priuari: nisi forte pro talibus personis pro quibus lici-
tum sit ei contra quemlibet agere […] Simile est inter vasallum et Dominum, vt infra 22. q. vlt.
de forma. [C.22 q.5 c.18] Simile de aduocatis […]” (Decretum Gratiani cum glossis, p. 443).
247
Si tratta di un canone tratto dalla formula del giuramento prestato a Roma da Ot-
tone I di Sassonia a papa Giovanni XII al momento dell’incoronazione imperiale; cfr. MGH,
edidit G.H. PERTZ, Legum Tomus II., Hannoverae MDCCCXXXVII (Unveränderter Nach-
druck, Stuttgart 1984), pp. 28-29: Coronatio romana (2 febbraio 962). Sull’episodio cfr. R.
PAULER, Giovanni XII, in Enciclopedia dei papi, vol. 2, pp. 79-83, in particolare pp. 79-80.
132 MAURA MORDINI

lo; inoltre, aggiunge che in questa fattispecie non si applica il precetto che
definisce come simoniaca la prestazione dell’homagium e della fidelitas in
cambio di un beneficio, poiché questo canone non tratta di feudo, bensì di
beneficio ecclesiastico248.
Altre tre glosse della parte successiva del Decretum si riferiscono alla
qualificazione di una disposizione come ‘nuova’ utilizzando proprio il feudo
come argomento de similibus, che sul tema diviene una sorta di ‘luogo comu-
ne’. La prima di esse è la glossa ad v. In haeresim in C. 24 q. 1 c. 1249, canone
volto a spiegare che in caso di ripetizione di un evento già sanzionato o già
regolato non si emette un precetto nuovo, ma si rinnova un provvedimento

248
gl. ad v. Tibi domino in D. 63 c. 33 (Tibi domino): “arg. quod qui feudum recipit ab
ecclesia, iuramentum fidelitatis non solum ecclesiae, sed etiam praelatis praestare debet, vt
extra de iureiuran. Ego N. episcopus. [X 2.24.4] supra dist. 23. quamquam. [D.23 c.6] et 22.
q. 5. de forma. [C.22 q.5 c.18] immo etiam ipsi capitulo, vt extra de verb. sign. cum clerici.
[X 5.40.19] cum ipsi sint pars corporis sui, vt 6. q. 1. si quis cum. [C.6 q.1 c.22]. Non ob.
extra de simo. ex diligenti. [X 5.3.17] quia ibi non erat ius feudi, de quo iure plene habetur in
constitutione Friderici, de feudis. [L.F. 2.54(55)]” (Decretum Gratiani cum glossis, p. 312).
Si può osservare che la prima parte della glossa corrisponde nella sostanza a un’annotazione
dell’Apparatus Ius naturale apposta a D. 63 c. 33 ad v. Iohanni: “arg. quod qui feudum ha-
bent ab ecclesia non solum ecclesie set prelato debent fidelitatem facere” (il passo è citato in
R.L. BENSON, The Bishop Elect, p. 361, nota 60). P. MICHAUD-QUANTIN, Universitas. Expres-
sion du mouvement communautaire dans le Moyen-âge latin, (L’Église et l’État au Moyen-
âge; directeur: Gabriel Le Bras; XIII), Paris 1970, p. 205, riferisce l’opinione della dottrina
(Uguccione e Apparatus Ius naturale) a proposito del “vassal d’une collectivité” che deve
prestare il giuramento di fedeltà “à la personne morale qu’elle est et non pas aux individus
qui la composent” in relazione a C.12 q.2 c.58, quale esempio non risalente all’Antichità per
sostenere l’affermazione del concetto di universitas come dotata di una personalità propria,
diversa da quella dei suoi membri. Per l’Apparatus Ius naturale, composto da Alano e cono-
sciuto in due redazioni cfr. R. WEIGAND, The Development of the Glossa ordinaria to Gratian’s
Decretum, pp. 79-80; cfr. anche le indicazioni in P. ERDÖ, Storia della scienza del diritto
canonico, p. 104.
249
gl. ad v. In haeresim in C. 24 q. 1 c. 1 (Achatius): “hic est casus, in quo Papa Papam
potest ligare, in quo Papa in canonem latae sententiae incidit. nec huic obuiat regula illa, quia
par parem soluere vel ligare non potest. extra de elec. innotuit. [X 1.6.20] quia si Papa haere-
ticus est, in eo quod haereticus est, minor quolibet catholico. 12. q. 1. scimus. [C.12 q.1 c.9]
quia lex factum notat etiam sine sententia. ff. de rit. nu. l. palam. §. vlt. [Dig. 23.2.43.13] Et
est hic arg. ad quaestionem de feudo. puta iurauit episcopus, quod non infeudaret de nouo,
videtur quod possit dare vetus. quod concedo in dubio, cum non constat quod intellexit cum
iurauit. extra de feu. cap. 2. [X 3.20.2]” (Decretum Gratiani cum glossis, p. 1259). La glossa
è analizzata anche in R. MACERATINI, La glossa ordinaria al Decreto di Graziano e la glossa di
Accursio al Codice di Giustiniano: una ricerca sullo status giuridico degli eretici, (Università
degli Studi di Trento, Dipartimento di Scienze giuridiche, Quaderni del Dipartimento 39),
Trento 2003, pp. 145-146.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 133

preesistente250, e che costituisce una delle auctoritates allegate anche nella gl.
ad v. Non nouum in D. 12 c. 2251; entrambe queste annotazioni, inoltre, mo-
strano il c. 2 del titolo “de feudis” del Liber Extra tra le allegazioni. Questo
canone e il c. 5 del titolo “de donationibus” della stessa raccolta252 costitui-
scono le aree testuali di allegazione della glossa ad v. Nouum in C. 25 q. 2 c.
20253 e della glossa ad v. Rem non nouam in C. 34 q. 1 et 2 c. 3254: parrebbe,
dunque, che l’inserimento di questi precetti contenenti espliciti riferimenti
al feudo prima nella Compilatio tertia, poi nel Liber Extra, abbia favorito
la loro affermazione come argumenta anche per fattispecie non tipicamente
‘feudali’; del resto, il riferimento all’infeudazione compiuta dal vescovo che
aveva giurato di non effettuarla è stato utilizzato come argomento anche in
alcune delle glosse più risalenti apposte alla raccolta grazianea, in partico-
lare ad v. Non nouum in D. 12 c. 2, senza tuttavia mostrare alcun rinvio a
norme di diritto canonico, se non in un unico caso e solo al Decretum255. Inol-

250
C. 24 q. 1 c. 1: “Qui in iam dampnatam heresim labitur, eius dampnationis se parti-
cipem facit. Achatius non est inuentor factus noui erroris, sed ueteris imitator, atque ideo non
erat necessarium, ut aduersus eum noua scita prodirent, sed antiqua tantummodo renouaren-
tur. Factus sum itaque executor ueteris constituti, non promulgator noui. Quicumque enim in
heresim semel dampnatam labitur, eius dampnatione se ipsum inuoluit”.
251
gl. ad v. Non nouum in D. 12 c. 2 (Praeceptis): “arg. quod non dicitur nouum, quod
quandoque statutum fuit: licet modo renouetur, vt 24. q. 1. Achatius. [C.24 q.1 c.1] et 24. q.
1. non satis. [C.34 q.1 et 2 c.3] vnde si episcopus iurauit, quod non alienabit nouum feudum,
tamen feudum de nouo vacans potest licite alienare, vt extra de feu. ex parte. [X 3.20.2] Item
habes hic, quod per confirmationem Papae non datur ius nouum, vt extra de confir. vti. vel
inuti. cum dilecta. [X 2.30.4] Quid iuris sit, dixi de hoc per dist. prox. c. vlt.” (Decretum
Gratiani cum glossis, p. 39).
252
Per X 3.20.2 (= 3Comp. 3.16.2) e X 3.24.5 (= 3Comp. 3.18.2) cfr. supra, le note 188-
189 e 190-191, nonché i testi corrispondenti.
253
gl. ad v. Nouum in C. 25 q. 2 c. 20 (Qvaecumque): “nota, statutum non dicitur nou-
um, licet de nouo praecipiatur, dummodo quandoque fuerit statutum. sic 24. q. 1. c. 1. Sicut
feudum non dicitur nouum, quod de nouo conceditur, dum tamen quandoque fuerit conces-
sum, vt extra de feud. ex parte. [X 3.20.2] nec donatio dicitur noua licet de nouo adipiscatur
quis rei donatae possessionem, vt extra de dona. per tuas. [X 3.24.5]” (Decretum Gratiani
cum glossis, p. 1359).
254
gl. ad v. Rem non nouam in C. 34 q. 1 et 2 c. 3 (Non satis): “idest, non de nouo tradi-
tam his, qui audierunt. et est ar. quod si episcopus iurauit, quod non daret nouum feudum, et
aliquod feudum de antiquis ad eum peruenerit, bene potest ipsum dare, vt extra de donat. per
tuas. [X 3.24.5] et extra de feu. c. 2. [X 3.20.2]” (Decretum Gratiani cum glossis, p. 1704).
255
R. WEIGAND, Die Glossen zum Dekret Gratians. Studien zu den frühen Glossen und
Glossenkompositionen, Teil I und II, in “Studia Gratiana”, XXV (Roma 1991), in particolare
n° 430a, 430b, 430c, 433, 434, pp. 83-84; nella glossa n° 430c è annotato: “Arg. episcopum
qui iurauit quod non daret in feudum res ecclesie, eas que quondam in feudo fuerunt si ad
ecclesiam redeant posse dare in feudum arg. xxxiiii. q. ii. Non satis [C.34 q.1 et 2 c.3], xxiiii.
q. i Accatius [C.24 q.1 c.1]”.
134 MAURA MORDINI

tre, X 3.20.2 è allegato in quattro delle glosse esaminate e per tre di esse la
regola racchiusa nel canone è chiara e indiscutibile256; invece, la glossa ad v.
In haeresim in C. 24 q. 1 c. 1 manifesta una dissensio dell’interprete rispetto
alla possibilità di ammettere la liceità dell’infeudazione rispetto a un benefi-
cio vacante o nelle altre ipotesi previste dalla norma dopo che il vescovo ha
promesso solennemente di “non infeudare de nouo”, allorquando non risulti
chiara la reale intenzione del prelato al momento del giuramento (“quod con-
cedo in dubio, cum non constat quod intellexit cum iurauit”).
L’allegazione di un testo di contenuto analogo si legge anche nella glossa
intra annum in C. 12 q. 2 c. 64257, a proposito della necessità per i servi di
una chiesa, che avevano ricevuto la libertà attraverso la manomissione, di
presentare i relativi documenti e di prestare solennemente una dichiarazione
sul loro precedente status di fronte al nuovo rettore dell’istituzione, tassati-
vamente entro un anno dall’ordinazione di costui, per non tornare in manie-
ra definitiva allo stato servile. Tra l’altro, il richiamo al termine di un anno
e un giorno stabilito, a pena di decadenza, nei Libri Feudorum per chiedere
il rinnovo dell’investitura in caso di successione nel rapporto feudale (sia
dal lato passivo che dal lato attivo, LL.FF. 2.54[55]) pare aver influenzato,

256
Cfr. gl. ad v. Non nouum in D. 12 c. 11; gl. ad v. Nouum in C. 25 q. 2 c. 20; ad v. Rem
non nouam in C. 34 q. 1 et 2 c. 3.
257
gl. intra annum in C. 12 q. 2 c. 64 (Longiquitate): “similiter si vasallus intra annum
non petit inuestituram, cadit a iure feudi, vt in consti. Friderichi, imperialis. §. praeterea.
de feud. [LL.FF. 2.54(55)] nec obstat quod legitur extra de iureiu. veritatis. [X 2.24.14] vbi
dicitur quod non iuratur successori Papae. potest enim dici specialem ibi esse indulgentiam:
in emphyteota secus est, quia licet non soluat canonem intra annum tamen non expellitur, vt
10. q. 2. hoc ius. [C.10 q.2 c.2] No. quod hic excursus anni priuat aliquem libertate, sicut ex-
cursus anni probat crimen. 11. q. 3. rursus. [C.11 q.3 c.36] sic 20. q. 2. puella. [C.20 q.2 c.2]
sic extra de of. ordi. pastoralis. [X 1.31.11] sic 54. dist. si seruus [D.54 c.20]” (Decretum Gra-
tiani cum glossis, p. 945). Cfr. anche il Casus in C. 12 q. 2 c. 64 (Longiquitate): “Statutum fuit
in concil. Toletano, vt liberti ecclesiarum professionem facere debeant, qua confiteantur se
esse libertos ecclesiae et ab eius obsequio non recessuros. Sed cum idem concilium fuit iterum
congregatum, adiecit vt cum episcopus eeclesiae [sic!] fuerit defunctus, et ei alius substitutus,
omnes liberti ecclesiae, vel ab eis progeniti substituto pontifici intra annum a tempore suae
ordinationis chartulas suas in conspectu ecclesiae debeant publicare et renouare; quatenus
illi suum statum teneant, et ecclesia eorum obedientia non careat: si vero hoc contemnent,
reuocentur in seruitutem” (Decretum Gratiani cum glossis, p. 945). Per X 2.24.14 (= 2Comp.
2.16.5) cfr. supra, nota 205 e testo corrispondente; cfr. anche l’opinione del canonista Tan-
credi su questo frammento di decretale (ad v. alii iurare minime compellantur), alla cui prima
parte corrisponde il riferimento al feudo presente nella glossa intra annum dell’apparato
ordinario (cit. in K. PENNINGTON, The Formation of the Jurisprudence of the Feudal Oath of
Fealty, pp. 74-75, nota 71).
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 135

oltre al diritto canonico, anche altri regimi giuridici, ad esempio nel Regno
di Sicilia e nel Regno di Gerusalemme258.

b) Le decime e il ius patronatus.


Nella secunda Pars del Decretum si segnalano diverse annotazioni in
tema di decime, tra cui una relativa a C. 1 q. 3 c. 13, vale a dire uno dei cano-
ni che formano la ripetizione esaminata nel §1 a)259; si tratta della glossa ad v.
laicalibus, volta a chiarire se i laici possano ricevere in concessione feudale
decime e offerte:

quod fieri non debet, vt extra de deci. prohibemus. [X 3.30.19] Vnde nota,
quod fructus bene possunt dari laico ex causa: sed ius decimale nequaquam:
nam aliud est ius, aliud est ipsa res: sicut dicit iurisperitus, quod cum dicimus
vitulum esse fructum vaccae, non ius, sed corpus demonstramus. ff. de eui. l.
vaccae. [Dig. 21.2.43] possunt ergo dari decimae, idest, res ipsae in feudum,
sed tamen non transibit ad heredes. extra de deci. ad hoc. [X 3.30.15] vnde
forte secundum quod feudum proprie accipitur, non possunt dari in feudum.
extra de deci. quamuis. [X 3.30.17] De hoc dixi. 16. q. 1. cap. vlt. [C.16 q.1
c.68] Et not. quod si dantur decimae laicis, et aliqua crescant noualia, non ac-
crescunt eis decimae noualium, sed ecclesijs. extra de dec. c. tua. [X 3.30.26]
Et dicit Innocentius, quod in his restringenda est potestas, non proroganda.
extra de dec. c. tua nobis. [X 3.30.25]260.

258
Cfr. L. SORRENTI, I sovrani crociati. Chiese, nobili, borghesi nel Mediterraneo me-
dievale, (Pubblicazioni della Facoltà di Giurisprudenza della Università di Messina, n. 251),
Milano 2011, pp. 26 (in relazione al termine prescrittivo di un anno e un giorno che si rinviene
nella cost. fridericiana “Predecessorum nostrorum” per il Regno di Sicilia) e 59-61 (per i
regimi fondiari del Regno di Gerusalemme, verso i quali si riconosce un’influenza del diritto
feudale comune).
259
Come conferma anche la glossa peruenit in C. 1 q. 3 c. 13: “jnfra 16 q. 7. peruenit
[C.16 q.7 c.3]” (Decretum Gratiani cum glossis, p. 544). Si può aggiungere sin da adesso
che a C. 16 q. 7 c. 3 non sono apposte glosse con riferimenti al feudo. Anche il relativo casus
esplicita la fattispecie senza analoghi cenni: “CASVS. Quidam episcopi decimas et oblationes
non dabant sacerdotibus, sed potius militibus, vel seruitoribus, vel consanguineis: quod cum
significatum fuisset Gregorio; statuit, vt episcopus qui talia fecerit, inter maximos haereticos,
et antichristos computaretur: et episcopus dator et laicus receptor deputentur poenis aeter-
nis” (Decretum Gratiani cum glossis, pp. 1083-1084).
260
Decretum Gratiani cum glossis, p. 544. Anche tra le glosse più antiche al Decretum
se ne segnalano alcune apposte a C.1 q.3 c.13 che presentano espliciti riferimenti al feudo, con
i medesimi chiarimenti sostanzialmente accolti nell’apparato ordinario in relazione ai fructus
decimarum e alla temporaneità della concessione, vale a dire gl. ad v. decimas: “Decime non
possunt dari laicis in perpetuum […] et extra de decimis [1Comp. 3.26.23]. Patet ergo quod
in feudum non possunt dari alicui persone in perpetuum set ad v. uel vi. annos possunt dari
136 MAURA MORDINI

Anzittuto la glossa attesterebbe la grande influenza esercitata, fin


dall’inizio del XIII secolo, dalla decretale Tua nobis di Innocenzo III sulla
canonistica, poiché due dei passi allegati corrispondono a due diversi fram-
menti tratti da essa (X 3.30.25 e X 3.30.26)261. Si può, inoltre, osservare che
questa annotazione corrisponde alla gl. ad v. laicalibus in C.1 q.3 c.13 della
Glossa Palatina ad esclusione dell’ultimo periodo, poiché, mentre Loren-
zo Ispano ha chiuso la sua nota riprendendo il precetto di papa Innocenzo
relativo alle decime novali (3Comp. 3.23.2=X 3.30.26), l’apparato ordina-
rio vi ha aggiunto l’ultimo periodo del frammento accolto nella successiva
Compilatio quarta (4Comp. 3.9.4=X 3.30.25), ove si manifesta chiaramente
la politica del pontefice in tema di decime, volta ad ammettere la liceità del
possesso feudale “occasione decimationis antiquae”262.
Per quanto concerne il suo contenuto, la glossa esclude, prima di tutto,
che possano essere effettuate elargizioni feudali di decime a laici, allegan-
do un canone del Liber Extra già presente nella Compilatio prima (1Comp.
3.26.23=X 3.30.19), tratto dal c. 14 del Concilio lateranense del 1179, con il
quale si puniva, in particolare, la trasmissione tra laici263. Tuttavia, l’inter-
prete si affretta a precisare che, pur essendo escluso il conferimento del ius
decimale, possono essere concesse ai laici le relative rendite, poiché occorre
distinguere tra il diritto e il bene che ne è oggetto, appoggiandosi sull’au-
torità del Digesto in tema di evizione e di stipulatio duplae, con specifico
riferimento ai frutti sopravvenuti dopo la compravendita di un bene produt-
tivo264. Aggiunge, inoltre, che questo tipo di feudo non si trasmette agli eredi,

intuitu pietatis” (cfr. R. WEIGAND, Die Glossen zum Dekret Gratians, n° 674, p. 138, ove è
parzialmente completata anche la lacuna); gl. ad v. beneficio: “idest in feudo. Dicunt tamen
quidam quod fructus infeudari possunt usque in finem uite hominis, non quod transeant ad
heredes”, “in feudum”, “feudo” (ibidem, rispettivamente n°703a, n°703b e n°703c, tutte a p.
145).
261
Cfr. supra, note 211-213.
262
Abbiamo esaminato la glossa di Lorenzo Ispano nella trascrizione di S. HORWITZ,
Reshaping a Decretal Chapter: Tua nobis, p. 214: in quest’ultima mancano anche l’allega-
zione di X 3.30.17 e il rinvio a un glossa in C.16 q.1 c.68 dell’apparato ordinario. Pare che
il frammento corrispondente a 4Comp. 3.9.4 (=X 3.30.25) sia stato considerato, almeno in
Italia, solo da Giovanni Teutonico in poi (ibidem, p. 216).
263
X 3.30.19 (1Comp. 3.26.23): “Prohibemus insuper, ne laici, decimas cum animarum
suorum periculo detinentes, in alios laicos possint aliquo modo transferre. Si quis vero rece-
perit, et ecclesiae non reddiderit, Christiana sepultura privetur”. Cfr. Conciliorum Oecume-
nicorum Decreta, p. 2198-10.
264
Dig. 21.2.43: “Iulianus libro 58 digestorum. Vaccae emptor, si vitulus qui post em-
ptionem natus est evincatur, agere ex duplae stipulatione non potest, quia nec ipsa nec usus
fructus evincitur. Nam quod dicimus vitulum fructum esse vaccae, non ius, sed corpus de-
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 137

né si accresce attraverso la percezione dei novalia, vale a dire dei redditi


derivanti dalle terre messe a coltura in tempi recenti, che spettano esclu-
sivamente alla Chiesa. A ben vedere, queste argomentazioni sono del tutto
simili, benché espresse attraverso figure e con allegazioni diverse, a quelle
formulate da Iacopo di Ardizzone sullo stesso tema nella Summa feudorum,
da noi analizzate in altra sede: al cap. 31 il feudista affermava infatti che
l’assegnazione delle decime ai laici può essere compiuta, eccettuando però le
decime novalium e precisando, dopo qualche passo, che essa non si trasmette
agli eredi del concessionario; piuttosto interessante era parso il ragionamen-
to di Iacopo, basato sulla distinzione tra la percezione dei frutti che verreb-
bero versati a titolo di decima e la titolarità del diritto che rimane in ogni
caso in capo alla chiesa battesimale cui spetta: questo tipo di giustificazione
anticipava, nei termini della discriminazione tra ius e perceptio fructuum,
tratti dalla disciplina della dote secondo il ius civile allegato, la successiva
contrapposizione presente nella Summa Theologiae di s. Tommaso, tra il
“ius accipiendi decimas” e le “ipsae res quae nomine decimae dantur” ai me-
desimi fini265. Possiamo aggiungere adesso che questo tipo di ragionamento
è stato rinvenuto già nella Summa di Uguccione e, ancor prima, ma senza
riferimenti al feudo, nella Summa Parisiensis266.
Pertanto si potrebbe aggiungere che entro il quinto decennio del Due-
cento sia la canonistica, sia la feudistica erano giunte alla stessa conclusione
sulla liceità della concessione delle decime ai laici, con identiche limitazioni e
appoggiandosi sulla distinzione tra fructus e ius decimale, ossia tra ius e res
come precisa la glossa al Decretum, che risulta equivalente a quella formu-
lata da Iacopo tra ius e perceptio fructuum. Ciononostante, un chiarimento
in evidente contrasto con queste conclusioni si può leggere nella glossa Co-
medere in C. 10 q. 1 c. 13, la cui rubrica recita: “Oblationes ecclesiae laici
usurpare non licet”. Nel chiarimento, di conseguenza, è specificato che con
il termine ‘decima’ ci si riferisce sia al ius sia al proventus, per cui neanche
quest’ultimo può essere concesso ai laici, sebbene l’interprete riconosca che
un precetto del Liber Extra consente questa elargizione e che anche un’auc-

monstramus, sicuti praediorum frumenta et vinum fructum recte dicimus, cum constet eadem
haec non recte usum fructum appellari”.
265
Per tutto ciò cfr. M. MORDINI, Aspetti della disciplina del feudo ecclesiastico. Parte
I, pp. 277-281.
266
Sul punto cfr. S. HORWITZ, Reshaping a Decretal Chapter: Tua nobis, p. 213 e p.
220, nota 23, ove si leggono i passi in questione delle due Summae. Per la Summa Parisiensis
cfr. E. CORTESE, Il diritto, vol. II, pp. 222-223; nonché P. ERDÖ, Storia della scienza del diritto
canonico, p. 55.
138 MAURA MORDINI

toritas del Decretum la ammette purché non sia perpetua267. Nei medesimi
termini problematici si esprimono altre due annotazioni, tutte a margine del-
la Causa 16, che riprendono specificamente la questione della concessione
delle decime ai laici268. La prima di esse è la glossa Decimationum in dictum
post C. 16 q. 3 c. 16, che tratta della possibilità per il laico di praescribere le
decime possedute, ad esempio, a titolo di feudo:

videtur quod laicus possit decimas praescribere. nam ius habet percipiendi et
petendi eas: ex quo ei conceduntur ab episcopo: puta in feudum, vel benefi-
cium ad tempus. Ad hoc dicunt quidam, quod laicus nullum ius habet in eis:
nec habere potest. 1. quaest. 3. peruenit. [C.1 q.3 c.13] et secundum istos
planum est. Alij dicunt, quod cum sic conceduntur laico ab episcopo, laicus
habet ius possidendi: sed illud ius non est spirituale: nec ratione illius iuris
posset praescribere: quia alieno nomine possidet. si vero vellet interuertere
possessionem, iam inciperet esse malae fidei: extra de praescri. si diligenti. [X
2.26.17] et ita non posset praescribere eas: quia licet laicus sit, tamen super
decimis in foro ecclesiae conueniretur. Sed nonne ius spirituale percipiendi
decimas habent leprosi, vt extra de eccl. aedi. c. 2. [X 3.48.2] et templarij,
qui sunt laici? Dic quod non, sed tantum a praestatione sunt liberi. quod ex
eo patet: quia si praedium, de quo ipsi non praestant decimas, deuoluitur ad
ecclesiam vel ad priuatum, statim ecclesia vtitur iure suo: et soluet priuatus
decimas269.

267
gl Comedere in C. 10 q. 1 c. 13: “hic habes decimas appellari non solum ipsa iura,
sed etiam ipsos prouentus, et quod etiam prouentus non possunt concedi laicis. arg. contra
extra ne praela. vices suas. c. vlt. [X 5.4.4] Sed dic vt dicitur 1. q. 3. si quis obiecerit. [C.1
q.3 c.7] quod ad tempus potest decima laicis concedi, non tamen in perpetuum” (Decretum
Gratiani cum glossis, p. 826).
268
Anche la glossa Non licere in C. 16 q. 1 c. 68 insiste sul carattere spirituale delle de-
cime, sebbene essa non tratti esplicitamente del feudo: “hoc est certum, quod ius decimarum
laicus possidere non potest. cum sit spirituale, vt extra de praescri. causam. [X 2.26.7] extra
de deci. prohibemus. [X 3.30.19] Sed numquid fructus decimarum possunt concedi laicis? sic
ad tempus, vt extra ne praela. vices suas. querelam. [X 5.4.4] et vsque ad finem vitae ipso-
rum: arg. extra de iis quae fiunt a praela. cum Apostolica in fi. [X 3.10.7] ar. contra. 10. q. 1.
hanc. [C.10 q.1 c.15]” (Decretum Gratiani cum glossis, p. 1056). A questo proposito appare
interessante pure il casus in C. 1 q. 3 c. 13 (Peruenit): “CASVS. Dicitur hic quod inter maxi-
mos haereticos debet computari qui laicis extraneis, seruientibus vel consanguineis, et non
sacerdotibus decimas et oblationes concedit: et qui dant et qui recipiunt, aeterno incendio pu-
niuntur, quod H. videtur intelligere, de iure spirituali: sed Bene. intelligit etiam de temporali
fructu. Sequens cap. patet”, ove si riferisce anche di un contrasto dottrinale tra Uguccione e
Benencasa, poiché il primo riteneva la punizione limitata alla cessione del ius, che era di na-
tura spirituale, mentre il secondo la estendeva anche alla concessione dei frutti derivanti dal
diritto alla decima (Decretum Gratiani cum glossis, p. 544). Per le sigle dei decretisti cfr. R.
WEIGAND, The Development of the Glossa ordinaria to Gratian’s Decretum, pp. 95-97.
269
Decretum Gratiani cum glossis, p. 1074.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 139

La glossa attesta, innanzitutto, un contrasto di opinioni tra coloro che


ritengono che nessun diritto sulle decime insorga a favore del possessore lai-
co con titolo legittimo (feudo o beneficio a termine), richiamando il passo
del Decreto che Graziano aveva attribuito a Gregorio VII e che integra la
Dublette più volte citata, e coloro che attribuiscono il ius possidendi al lai-
co, poiché in tal caso il possesso deriva dal vescovo, vale a dire dal soggetto
che è legittimato a disporre delle decime e delle res ecclesiae in generale, in
presenza di certe condizioni. L’interprete prosegue esaminando altri profili
ed esponendo argomenti pro e contra: il primo di essi riguarda la possibilità
di usucapire le decime, che viene esclusa in quanto il possesso del laico non
è diretto, ma esercitato in nome altrui (ossia del titolare del diritto spirituale
di decima); inoltre, se questo profilo viene modificato, si integra un’ipotesi di
mala fede, che di per sé esclude il decorso della prescrizione acquisitiva; in-
fine, per questa materia il laico è sempre convenuto presso il foro ecclesiasti-
co. Il secondo profilo concerne la posizione del lebbroso e del templare che,
pur essendo dei laici, beneficiano secondo il diritto canonico della prerogati-
va di non versare le decime sui loro possedimenti, per cui potrebbe sembrare
che ad essi spetti il “ius spirituale percipiendi decimas”: l’interprete spiega
l’apparente contraddizione attraverso la distinzione tra ius e praestatio, nel
senso che se lebbrosi e templari sono esonerati dalla prestazione, il fondo tut-
tavia rimane soggetto al diritto di decima che spetta alla chiesa battesimale,
al punto che, se il bene cambia proprietario, quest’ultimo deve versare da
subito la relativa rendita270.

270
Cfr. anche il casus in dictum post C. 16 q. 3 c. 16 (Sic etiam praedia), che parafra-
sa il contenuto di C. 16 q. 3 c. 16 sulla prescrizione acquisitiva: “Supra fuit assumptio ibi,
vbi dixit porro. hic est modo conclusio. Dictum est supra in illa l. iubemus. [C.16 q.3 c.16]
quod praedia tolluntur in praescriptione xl. annorum, sed functiones non. Nunc dicit Cra. [=
Gra.] quod eodem modo praedia ecclesiarum, vel priuatorum praescriptione tolluntur. sed
decimae, vel primitiae non praescribuntur etiam si a summo Pontifice rescriptum super hoc
impetretur. Et hoc probatur duabus rationibus. Prima est, quia rescripta contra ius non va-
lent, nisi talia sint, quae alicui prosint, et nulli obsint. Secunda ratio est, quia contra Domini
mandatum esset, qui non laicis, sed leuitis decimas dari praecepit: et ita laicis nullo priuilegio
concedi possunt: ne praeceptis Dei praeiudicium fiat” (Decretum Gratiani cum glossis, p.
1074). In tema di possesso si può segnalare la glossa possideri al dictum ante C. 14 q. 1 c. 1,
ove si ammette la possibilità di esercitare un’azione di rivendica per il laico che subisca una
sottrazione di decime e si precisa che attualmente i laici posseggono questi beni grazie alla
‘tolleranza’ dei sacerdoti: “[…] nec laicus potest repetere decimas: quia eas non potest possi-
dere, vt extra de prescri. causam. [X 2.26.7] […] Ioan. Ego credo saluo meliori consilio, quod
laicus spoliatus decimis potest petere restitutionem, cum latro restituatur , vt extra de resti.
spol. in litteris. [X 2.13.5] cum laici quotidie possideant decimas ex tolerantia praelatorum
secus in haeretico, cum sit excommunicatus, vt extra de haere. excommunicamus. [X 5.7.13]
140 MAURA MORDINI

La seconda annotazione è apposta a uno dei canoni che abbiamo esa-


minato nel §1 e, precisamente, a un’auctoritas di Gregorio VII che esclude
il possesso laico delle decime e primizie. La glossa quas in C. 16 q. 7 c. 1 ri-
badisce questo principio, allegando tre canoni del Liber Extra, già presenti
nelle compilationes Secunda e Prima, ma, come la precedente, attesta anche
un contrasto tra interpreti:

videtur ergo ex hoc c. et extra de deci. cap. quamuis. [X 3.30.17] et capi.


prohibemus. [X 3.30.19] et extra de praescri. causam. [X 2.26.7] quod laici
peccant si decimas possideant. H. dicit quod episcopus bene potest conferre
laico decimas, sicut etiam posset pignori supponere vel vendere, vt extra de
pigno. c. 1. [X 3.21.1] sed ius spirituale non potest conferre. Alij vero dicunt,
quod quocumque modo accipiunt, peccant, per praedicta c. et extra de deci.
ad haec. [X 3.30.15] quia etiam fructibus vti prohibentur: vt 10. q. 1. hanc
consuetudinem. [C.10 q.1 c.15] Ego credo quod temporalia non potest ha-
bere laicus iure feudi; vt ad heredes descendant, vt extra de deci. ad haec.
[X 3.30.15] quia ius spirituale quod residet apud ecclesiam, sine temporali
consistere non potest, sicut corpus sine anima, vt 1. q. 3. si quis. [C.1 q.3 c.7]
Item quia inutile esset illud ius ecclesiae, vt dicit lex de vsufruct. vt insti. de
vsufruct. § 2. [Inst. 4.2] Nec obst. extra de ijs quae fiunt a praela. cum Apo-
stolica. [X 3.10.7] quia ibi potius factum quam ius tangitur. extra de appell.
ad paenitentiam [=praesentiam; X 2.28.16]271.

Si ricorda innanzitutto che Uguccione272 ammetteva che il vescovo po-


tesse conferire le decime ai laici negli stessi limiti in cui gli era consentito
sottoporle a pegno o venderle, ossia “iustissima necessitate urgente” secondo
la norma richiamata, già inserita nella Compilatio prima (1Comp. 3.17.1),
sulla base della distinzione tra ius – spirituale e quindi intrasmissibile – e res
alienabili, come si evince dalla medesima fonte. All’autore della Summa De-
cretorum, però, si contrapponevano altri interpreti che ritenevano peccato
qualsiasi forma di possesso laico delle decime, anche considerate solo come
redditi273. L’autore dell’annotazione cristallizzata nella glossa ordinaria spe-
cifica, quindi, il suo pensiero escludendo che possano essere trasmessi ai laici
gli elementi ‘temporali’ del diritto di decima, in particolare iure feudi, poi-
ché quel diritto, sotto il profilo spirituale, risulterebbe altrimenti privato di

et decre. illa. causam. [X 5.7.10] dicit detinere, et non possidere B.” (Decretum Gratiani cum
glossis, pp. 978-979). Cfr. R. MACERATINI, La glossa ordinaria, pp. 132-133.
271
Decretum Gratiani cum glossis, pp. 1082-1083.
272
Per la sigla ‘H’. cfr. R. WEIGAND, The Development of the Glossa ordinaria to Gra-
tian’s Decretum, p. 96.
273
Cfr. la nota 268 per l’opinione di Benencasa.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 141

ogni consistenza, ‘come un corpo senza anima’, riprendendo un’espressione


della prima delle Lettere cattoliche (Gc. 2, 26), che si era poi trasmessa alla
letteratura cristiana successiva.
È evidente, dunque, che nella glossa ordinaria permangono divergenze
sulla soluzione da dare alla questione del possesso laico delle decime, con
particolare riferimento a quello derivato a titolo di feudo, tra chi lo esclude
del tutto e chi lo ammette a determinate condizioni. Pare, inoltre, che al tem-
po del consolidamento dell’apparato ordinario prevalesse la posizione con-
traria a questa elargizione, quasi in una sorta di legame ideale con i propositi
di Gregorio VII, mentre veniva attribuita a Uguccione quella distinzione tra
ius e res che, come si è ricordato poco sopra, nel corso del Duecento si ritrova
prima in Iacopo d’Ardizzone (nei termini di ius e perceptio fructuum) e più
tardi in san Tommaso (come giustapposizione tra il “ius accipiendi decimas”
e le “ipsae res quae nomine decimae dantur”) e che potrebbe spiegarsi con
la necessità di giustificare sul piano teorico una pratica tanto diffusa quanto
difficile da estirpare radicalmente.
Per concludere sull’argomento delle decime si può segnalare un riferi-
mento implicito alla loro concessione in feudo che si legge, in tema di simonia,
nella glossa et decimas in C. 1 q. 3 c. 14, ove si chiarisce che non è simoniaco
il vescovo che recupera a favore della sua chiesa le decime detenute da un
miles, mentre lo è quello che le riceve in cambio di un prezzo274.
Un caso diverso, ma che implica allo stesso modo delle decime un profi-
lo spirituale e certi legami con il feudo, è rappresentato dal diritto di patro-
nato. Si è già anticipato che nella Compilatio prima si legge una decretale di
Alessandro III che ammetteva la possibilità di trasmettere il ius patronatus
insieme alla cessione di un feudo, purché non ne derivasse una lesione del-
le prerogative vescovili in ordine alla nomina dei sacerdoti e per ogni altro
diritto parrocchiale. Questo trasferimento, pur riconosciuto dal diritto ca-
nonico, non è stato affermato pacificamente dalla canonistica, che, come ha

274
gl. et decimas in C. 1 q. 3 c. 14: “scilicet si episcopus ab aliquo milite redimeret de-
cimas, non est simoniacum: sed rei ecclesiasticae liberatio. sed si emeret a laicis cum nollent
tribuere, simoniacum esset” (Decretum Gratiani cum glossis, p. 544). Cfr. anche il casus in
C. 14 q. 3 dictum ante c. 1, ove l’interprete esclude l’applicazione di una violazione canonica,
nella specie l’usura, in ragione della percezione di rendite a titolo di feudo, quando si tratta di
recuperare un bene alla disponibilità ecclesiastica: “CASVS. Hic intitulatur tertia quaestio, in
qua quaeritur vtrum sit vsura, si aliquid praeter sortem exigatur? Et certum est, quod sic: nisi
cum ecclesia mutuat pecuniam laico, ad hoc vt praedium ecclesiasticum de manu laici redima-
tur: quo casu fructus ecclesiastici fundi praeter sortem retinebit, vt dicit Inno. III. in prima
decre. de feu. [3Comp. 3.16.1=X 3.20.1] et Alex. de vsu. in prima decre. in fin. [1Comp.
5.15.1=X 5.19.1] Similiter […]” (Decretum Gratiani cum glossis, p. 982).
142 MAURA MORDINI

dimostrato il Landau, tra XII e XIII secolo lo ha variamente risolto nel senso
della sua ammissibilità o meno275. L’apparato ordinario contiene una glossa
(gl. ad v. In beneficijs in C. 16 q. 1 c. 56), ove si ammette la trasmissione del
ius patronatus insieme al feudo, a meno che sia fatta esplicita eccezione in
tal senso, precisando le auctoritates ‘pro’ e ‘contra’: essa si rivela piuttosto
interessante perché riecheggia un passo della Summa di Uguccione che si
esprime nei medesimi termini e, soprattutto, indica l’infeudazione come una
causa di trasmissione del diritto di patronato276.

c) La causa feudi.
Uno degli argomenti tralasciati da Graziano, ma affrontati nelle col-
lezioni di decretali soprattutto grazie all’opera di Bernardo da Pavia è la
questione della competenza giurisdizionale in tema di feudo ecclesiastico, che
si è trasmessa anche alla glossa ordinaria. Nell’apparato si leggono, infatti,
due annotazioni che chiariscono senza incertezze quale giudice sia compe-

275
Cfr. P. LANDAU, Ius patronatus, pp. 106-107.
276
gl. ad v. In beneficijs in C. 16 q. 1 c. 56 (In sacris): “idest, feudo. Et est arg. ius
patronatus cum feudo transire, nisi fuerit exceptum: vt extra de iure patro. ex litteris. [X
3.38.7] ar. contra. infra. ea. q. 7. nemini. [C.16 q.7 c.40]” (Decretum Gratiani cum glossis,
p. 1047). Cfr. anche il casus in C. 16 q. 1 c. 56 (In sacris): “CASVS. Conquesti sunt quidam ar-
chipresbyteri de quibusdam laicis, qui decimas ecclesijs baptismalibus subtrahentes episcopi
dispositione contempta dabant eas illis ecclesijs, quas aedificauerant in proprijs predijs vel in
feudis, vel alijs ecclesijs. et ideo prohibet Anastasius ne hoc de cetero fiat” (Decretum Gratia-
ni cum glossis, p. 1047). Per la Summa di Uguccione sul punto cfr. P. LANDAU, Ius patronatus,
p. 113: “Item transfertur (sc. ius patronatus) ratione universitatis, sive illa universitas venda-
tur sive donetur sive infeudetur, vel alio modo aliter, nisi specialiter excipiatur, ut Alexander
III. Ex litteris Cum seculum” [1Comp. 3.33.16=X 3.38.13]. In generale, secondo il Landau,
in tema di ius patronatus l’apparato ordinario risente soprattutto dell’influenza di Uguccione
e di Lorenzo Ispano, ma presenta anche interventi originali di Giovanni Teutonico (cfr. sul
punto anche R. WEIGAND, The Development of the Glossa ordinaria to Gratian’s Decretum,
p. 83). Si può aggiungere che per la glossa ordinaria sussistono quattro modi per trasferire il
diritto di patronato: uno di questi è la trasmissione “cum vniuersitate, vt extra eo. cum sae-
culum [1Comp. 3.33.16=X 3.38.13]”, alla cui ipotesi è ricondotta la possibilità di infeudare
(Decretum Gratiani cum glossis, p. 1092); per la decretale cfr. anche supra, note 164-166 e
testo corrispondente. Al c. 56 C. 16 q. 1 si riferiscono anche le due annotazioni ad v. in benefi-
cijs che contengono gli unici riferimenti espliciti al feudo nella Glossenkomposition analizzata
dal Kuhlkamp, da riferire agli strati più risalenti delle glosse al Decretum: “in feudis” e “idest
feudis, in quibus qui hedificat est patronus constructionis. Dominus est patronus ratione soli.
Set et tertius potest esse patronus ratione locupletationis” (P. KUHLKAMP, Die erste Glossen-
komposition zu C. 16 des Decretum Gratiani, in Ius et Historia. Festgabe für Rudolf Weigand
zu seinem 60. Geburstag von seinem Schülern, Mitarbeitern und Freunden, herausgegeben
von N. HÖHL, [Forschungen zur Kirchenrechtswissenschaft 6], Würzburg 1989, pp. 102-120,
in particolare n° 31a e n° 31b, p. 111).
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 143

tente in tema di feudo. La prima di esse, la glossa extra prouinciam in C. 3


q. 6 dictum ante c. 1, precisa in quali casi un soggetto può essere convenuto
‘extra provinciam’, distogliendolo dal suo giudice naturale per territorio, e
uno di essi è proprio il feudo277. L’altra, la glossa ad v. Quod clericus in C. 11
q. 1 c. 1, tratta della competenza per materia e si articola in una lunga serie
di distinzioni per indicare con precisione in quali casi un laico possa essere
convenuto di fronte al giudice ecclesiastico e un chierico di fronte al giudice
secolare, in deroga al principio generale che una persona ecclesiastica non
può essere giudicata da laici:

causarum alia ecclesiastica, alia saecularis. Ecclesiasticarum alia spiritualis,


alia criminalis, alia ciuilis. Spiritualis, est vbi agitur de decimis vel matrimo-
nijs. Criminalis vbi agitur de crimine ecclesiastico, scilicet haeresis vel vsura-
rum; cuius examinatio spectat ad iudicem ecclesiasticum, vt infra. ea. si quis
cum clerico. [C.11 q.1 c.45] et 6. q. 2. c. 1. [C.6 q.2 c.1] Alia est ciuilis siue
pecuniaria, vbi agitur de rebus temporalibus. arg. ad hanc dist. 16. q. 1. fra-
ter. [C.16 q.1 c.52] Item saecularium alia est ciuilis, alia est criminalis. In his
omnibus numquam conuenitur clericus, nisi sub ecclesiastico iudice, vt infra.
ea. nullus episcopus. [C.11 q.1 c.8] nisi in tribus casibus, vt in causa feudi, vt
extra de iud. ceterum. [X 2.1.5] et nisi sit incorrigibilis, vt 17. dist. nec licuit.
[D.17 c.4] Item et in causa reconuentionis. 3. q. 8. cuius in agendo. [C.3 q.8
c.1 §2] Alios casus posui infra. e. clericum nullus. [C.11 q.1 c.17] Similiter
nec laicus potest conueniri sub ecclesiastico iudice nisi in casibus videlicet vt
si conueniat ipsum super rebus spiritualibus, vt extra de iud. c. 2. et 3. [X
2.1.2 e 3] Vel nisi rustice ecclesiae conueniantur, vt 89. dist. indicatum. [D.89
c.5] extra de app. si duobus. [X 2.28.7] Vel vbi aliquis rapuerit res ecclesiae:
tunc potius ex consuetudine quam de iure conuenitur sub clerico. extra de
fo. comp. cum sit. [X 2.2.8] et c. si clericus. [X 2.2.5] Item si iudex laicus est
negligens. extra de fo. compe. ex transmissa [X 2.2.6], et 23. q. 5. administra-
tores. [C.23 q.5 c.26] Vel si suspectus fuerit iudex saecularis. Vel si haberetur
querela contra ipsum, potest adiri ecclesiasticus iudex, vt in auth. vt dif. iud.
coll. 9. §. 1. et 2. et §. pe. [Auth. 9.10(Nov. 86).1, 2 et 8] Non tamen propter
negligentiam ecclesiastici iudicis clericus potest conueniri coram laico iudice,
vt ext. de iud. qualiter. in fi. [X 2.1.17]278.

277
gl. extra prouinciam in C. 3 q. 6 dictum ante c. 1: al termine della glossa sono indi-
cate le tre ipotesi in cui è fatta eccezione al principio che “regulariter quilibet coram iudice est
conueniendus”, vale a dire “Item in feudo, extra de iud. ceterum. [X 2.1.5] Item si saecularis
iudex est negligens. extra de for. comp. licet. [X 2.2.10] Item in scholaribus, vt in constitutio-
ne Friderici. C. ne si. pro patre. Auth. habita de hoc inuenies per Azo. in summa”(Decretum
Gratiani cum glossis, pp. 689-690).
278
gl. ad v. Quod clericus in C. 11 q. 1 c. 1 (Quod clericus), preceduta dal casus in C.
11 q. 1 c. 1: “Hic intitulatur prima quaestio, qua quaeritur, an clericus ante ciuilem iudicem
sit producendus. Et distinguas, quod causarum alia est criminalis, alia ciuilis, alia spiritualis.
144 MAURA MORDINI

Nell’ipotesi di causa feudi, per la quale il chierico può essere convenu-


to di fronte al giudice laico, se tale è il dominus feudi, è evidente l’influenza
del ius novum pontificium, poiché la relativa area testuale di allegazione si
trovava in origine nella Compilatio prima e consisteva, precisamente, nel c.
7 del titolo “De iudiciis” del libro secondo, estratto dalla decretale di Ales-
sandro III in materia, citata comunque nella glossa ordinaria secondo la col-
locazione del Liber Extra279.

d) Il giuramento e la fidelitas.
I canoni che abbiamo esaminato a proposito dell’assoluzione dal vin-
culum fidelitatis verso lo scomunicato e della fidelitas presentano molte glos-
se che ribadiscono i principi già evidenziati al §1; tuttavia, solo poche tra
esse presentano espliciti riferimenti al feudo, che invece si possono leggere in
margine a norme dedicate a fattispecie diverse.
Una di queste ultime è la glossa Obediebant in C. 11 q. 3 c. 94 (Ivlianus)
che indica chiaramente il vassallo come soggetto interessato dai precetti rela-
tivi all’assoluzione dal vinculum fidelitatis e, in particolare, alla liberazione
dagli obblighi assunti con giuramento verso il dominus scomunicato:

infra 15. quaest. 6. nos sanctorum. [C.15 q.6 c.4] et c. iuratos. [C.15 q.6 c.5]
contra. ibi enim dicitur, quod si dominus est nominatim excommunicatus, vel
haereticus, statim vasallus eius absolutus est a sacramento. Resp. Iulianus
adhuc tolerabatur ab ecclesia, ne suscitaret scandalum aduersus Christianos,
hoc autem verum est, quia excommunicatio non tollit obligationem, qua est va-
sallus obligatus domino, sed tantum effectum obligationis, vnde domino absolu-
to statim tenetur ei obedire, vt 15. quaest. 6. nos sanctorum. [C.15 q.6 c.4]280.

Criminalis est vbi de crimine agitur. Ciuilis, vbi de possessionibus et pecunia agitur. Spiritua-
lis, vbi tractatur de rebus spiritualibus, scilicet de electione, de decimis et primitijs, et de iur.
pat. et de vsuris. In quibus omnibus causis numquam clericus debet conueniri sub iudice, nisi
sub iudice ecclesiastico, vt infra. ead. nullus episcopus. [C.11 q.1 c.8] et c. clericum. [C.11
q.1 c.17] nisi in causa feudi, vt ext. de iud. ceterum. [X 2.1.5] et nisi sit incorrigibilis, vt dist.
17. non licuit. [D.17 c.4] et in causa reconuentionis, vt supra 3. q. 8. cuius in agendo. [C.3 q.8
c.1§2] et nisi Papa delegaret causam spiritualem, vel aliam laico, vt supra […]” (Decretum
Gratiani cum glossis, pp. 840-841).
279
Cfr. supra, note 160-163 e testo corrispondente. Un ulteriore caso in cui l’apparato
ordinario richiama la giurisdizione del dominus feudi, senza però riferirsi specificamente al
feudo ecclesiastico, è costituito dalla gl. ad v. causa in C. 22 q. 5 c. 14, volta a chiarire in quali
casi è obbligatoria la prestazione del giuramento da parte dello spergiuro, come ad esempio
per il iuramentum calumniae in giudizio e “similiter dominis suis iurabit in causa feudi” (De-
cretum Gratiani cum glossis, p. 1198).
280
Decretum Gratiani cum glossis, pp. 893-894.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 145

L’auctoritas cui l’annotazione si riferisce, tolta da sant’Ambrogio, ri-


chiama il caso dell’imperatore Giuliano l’Apostata che, pur avendo rinne-
gato il cristianesimo, fu seguito dai suoi soldati cristiani per la difesa della
res publica, mentre non lo fu per gli ordini emanati contro altri cristiani281:
questo passo ha indotto il glossatore a specificare che il vassallo, nonostan-
te la scomunica del proprio dominus, rimane obbligato verso di lui, poiché
la censura ecclesiastica non estingue il vincolo personale, ma sospende solo
l’esecuzione delle relative obbligazioni, al punto che, se il signore viene assol-
to dalla scomunica, il dovere di obbedienza risorge immediatamente in capo
al vassallo, confermando la tradizione interpretativa risalente alla Summa
Decretorum di Uguccione, ove erano anche chiariti quali obblighi dovevano
continuare ad essere osservati e quali, invece, dovevano essere sospesi282.
Il canone sulla forma fidelitatis è corredato da due glosse di argomento
tipicamente feudale. La prima (gl. ad v. Honestum in C. 22 q. 5 c. 18) for-
nisce all’interprete l’occasione per specificare quali comportamenti concreti
possano rientrare nell’obbligo di fedeltà:

Sic ergo honestas et possibilitas in omni iuramento sunt intelligenda, vt. su-
pra ea. q. 4. vnusquisque. [C.22 q.4 c.8] et extra de iureiur. quemadmodum.
[X 2.24.25], sed illud sacramentum praestant archiepiscopi Romano Ponti-
fici, vt extra de iureiur. ego. [X 2.24.4] et subditi suis episcopis, vt 23. dist.
quamquam. [D.23 c.6] et Imperator Papae. 63. dist. tibi domino. [D.63 c.33]

281
C. 11 q. 3 c. 94: “Non sunt audiendi qui contra Deum aliquid iubent. Item Ambro-
sius. Iulianus inperator, quamuis esset apostata, habuit tamen sub se Christianos milites,
quibus cum dicebat, producite aciem pro defensione reipublicae, obediebatur ei. Cum autem
diceret eis, producite arma in Christianos, tunc cognoscebant inperatorem celi”. Il canone e
la glossa sono segnalati anche in R. MACERATINI, La glossa ordinaria, pp. 110-112.
282
Cfr. la Summa in c.4 C.15 q.6 (Nos sanctorum): “remanet obligatio fidelitatis, sed
impeditur eius executio interim dum dominus est in excomunicatione, non enim interim tene-
tur vassalli exequi fidelitatem et partecipare domino, sed facta reconciliatione, ita tenentur
servire domino […] vassalli debent subtrahere omne servicium domino excomunicato, scilicet
ut interim non solvant censum vel tributum vel pensionem vel si quid alius ei debent ratio-
ne fidelitatis vel feudis? Et videtur quod sic […] set dico quod vassalli debent solvere talia,
scilicet pensiones et huiusmodi, presertim si iuramento ad hoc sint obligati […] quid ergo
servitium debetur ei negare? dico: quod non debent eum visitare vel ei curiam facere vel cum
eo conversari in equitando, in eundo, in cibo, potu et in omnibus huiusmodi debent ab eo
abstinere sicut ab aliis excomunicatis, non facient ei exercitum, non ibunt cum eo ad bellum,
non defendent eum, non auxiliabuntur eo et huiusmodi […]” (G. CATALANO, Impero, regni e
sacerdozio, pp. 40-41 per il commento e pp. 79-80 per la trascrizione, da cui abbiamo tratto
i frammenti più significativi). Sull’opinione di Uguccione cfr. anche R.L. BENSON, The Bishop
Elect, p. 362 (in riferimento a C.15 q.6 c. 4), nonché M. RYAN, Feudal Obligation and Rights
of Resistance, p. 61, nota 31 (in riferimento a C.15 q.6 c.5).
146 MAURA MORDINI

et licet generaliter iuret vasallus domino, scilicet quod in omnibus causis iuua-
bit ipsum, et contra quemlibet: tamen contra propriam patriam non iuuabit
ipsum, vt ff. de reli. minime. [Dig. 11.7.35] nec contra Papam, vt extra de iu-
reiur. venientes. [X 2.24.19] Sed quid si dominus vult filium vasalli impetere:
nunquid iuuabit ipsum contra filium? videtur quod non: quia nec contra filium
excommunicatum iuuabit. 11. quaest. 3. quoniam multos. [C.11 q.3 c.103] et
arg. ad hoc ff. de reli. minime. [Dig. 11.7.35] et contrarium tamen dicit lex
feudi in titu. quemadmo. feu. amit. [LL.FF. I.5] dicitur enim ibi, quod vasal-
lus obligatus est filio suo tantum vinculo naturae: sed domino suo obligatus
est vinculo iuramenti. Item non tenetur ipsum iuuare si iniuste impetit alium.
nec enim opem fert qui ad peccandum nos adiuuat, vt 14. q. 6. si res. [C.14
q.6 c.1] Item nunquid vasallus potest accusare dominum? Non, vt hic potest
colligi: nisi prosequatur suam iniuriam. alioquin si accusat perdit ius feudi:
sicut patronus, qui accusat libertum perdit bonorum possessionem, vt ff. de
bo. lib. qui cum maior. [Dig. 38.2.14pr.] nec etiam testimonium potest contra
ipsum ferre, nec in criminali causa, nec etiam pro ipso, vt extra de offi. dele.
causam [X 1.29.17]283.

Tra le diverse ipotesi si segnalano di particolare interesse le limitazioni


all’obbligo di prestare aiuto al senior contro chiunque: oltre alla ‘patria’ e
al papa, è eccettuato il figlio del vassallo, che non poteva essere assalito dal
padre neanche se era scomunicato. L’interprete, su questo punto, dichiara
espressamente di non condividere la normativa feudale e indica in propo-
sito un passo dei Libri Feudorum – l’unico richiamato in tutte le glosse che
abbiamo esaminato – ove si affermava che il vinculum iuramenti prevale
sul vincolo di natura tra padre e figlio284. Coerentemente la glossa ordinaria
prosegue, affermando che non sussite l’obbligo di aiutare il dominus in caso
di aggressioni ‘ingiuste’ contro chiunque.
Infine, si può segnalare la glossa ad v. Vicem in C. 22 q. 5 c. 18, che insi-
te sulla reciprocità delle obbligazioni che sorgono dal vincolo di fedeltà, fino
a considerare per il dominus infedele la perdita di ogni potere sul vassallo

283
Decretum Gratiani cum glossis, p. 1199. Cfr. anche ibidem, il casus in C. 22 q. 5 c.
18 (De forma): “Quidam rogauit Fulbertum episcopum vt scriberet sibi quot debeant conti-
neri in iuramento fidelitatis, quam facit vasallus domino: qui rescripsit sex debere ibi conti-
neri, scilicet incolume, tutum, honestum, vtile, facile, possibile: quae vasallus semper debet
in memoria habere. Et ponit exemplum de illis sex, in quibus omnibus debet vasallus domino
consilium et auxilium praestare, si vult beneficio dignus videri, et saluus esse de fidelitate, et
dominus in his omnibus vasallo vicem reddere debet”.
284
LL.FF., Antiqua, II “Qualiter feudum amittatur”; LL.FF., Vulgata, I, 5: “Quibus
modis feudum amittatur”. Cfr. anche la nota successiva. Sulla scarsa attenzione prestata dai
canonisti ai Libri Feudorum cfr. M. RYAN, Feudal Obligation and Rights of Resistance, p. 55,
nota 13. Per LL.FF. 2.54(55) l’allegazione indicava la costituzione di Federico Barbarossa:
cfr. supra, nota 257.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 147

e la sottrazione del feudo eventualmente detenuto, che in tal caso ritorna al


superiore feudale, secondo il medesimo passo dei Libri Feudorum indicato
nella glossa precedente285.

e) Le regalie.
L’apparato ordinario dedica una certa attenzione ai profili attinenti al
servizio che deve essere prestato dalle personae ecclesiasticae come corri-
spettivo dell’elargizione di regalie, considerando soprattutto quello di carat-
tere militare.
Nella quaestio 8 della Causa 23 Graziano aveva insistito sull’impossibi-
lità per il chierico di prendere e usare le armi, come appare evidente anche
dal dictum premesso al c. 1. La glossa ad v. Clericis in C. 23 q. 8 dictum ante
c. 1, tuttavia, evidenzia che sul punto sono successivamente emerse posizioni
diverse:

De hac materia a varijs tractatum est varie. quidam dicunt quod clerici pos-
sunt vti armis pro defensione tantum, vt clypeo, lorica; sed non armis impu-
gnationis. Alij dicunt quod arma possunt accipere ad defendendum se: dum
tamen illud incontinenti fiat, et pro se tantum, non pro alijs, et in necessitate
ineuitabili, vt extra de homi. c. 2. [X 5.12.2] infra ea. conuenior. [C.23 q.8
c.21] vt dixi, supra ea. q. 1. in prin. [C.23 q.1 d.a. c.1] sed si alias possunt
euadere, non sument arma, vt extra de homi. suscepimus. [X 5.12.10] Alij
dicunt, quod auctoritate Papae possunt: aliter non. G. dixit quod possunt non
in propria persona, sed alios hortando ad pugnam, vt infra ea. vt pridem.
[C.23 q.8 c.17] Et etiam possunt milites aliquos dare principi pro feudo, vt
infra ead. §. ecce. [C. 23 q. 8 dictum post c. 20] Quid autem iuris sit si clerici
defendendo se occidant aliquem, habes notatum 50. dist. de his clericis. [D.50
c.6]286.

Dunque, alcuni interpreti ritengono che i clerici possano impugnare le


armi solo a scopo di difesa, per cui possono indossare scudo e corazza, ma
non utilizzare armi offensive; altri aggiungono che la necessità di difendersi

285
Cfr. la glossa ad v. Vicem in C. 22 q. 5 c. 18: “Et sic eadem fide tenetur quis subdito
suo, sicut subditus domino, vt 95. dist. esto subiectus. [D.95 c.7] et extra de iureiur. peruenit.
[X 2.24.2] et 32. q. 6. nihil iniquius. [C.32 q.6 c.1] et si non fecerit, priuatur illo. vel domi-
nio, quod habet in vasallo, et transit feudum ad superiorem, vt in lib. de feu. quemadmodum
feu. amit. [LL.FF. I.5]” (Decretum Gratiani cum glossis, p. 1200). Per la corrispondenza
dell’apparato ordinario con l’annotazione di Giovanni Teutonico, da cui differisce solo per
il richiamo al Liber Extra invece che alla Compilatio prima, cfr. M. RYAN, Feudal Obligation
and Rights of Resistance, p. 64, nota 41.
286
Decretum Gratiani cum glossis, p. 1279.
148 MAURA MORDINI

deve manifestarsi all’improvviso e la reazione essere immediata, personale


e inevitabile, e non deve sussistere la possibilità di fuga. Secondo alcuni,
inoltre, le armi possono essere usate solo con l’autorizzazione del pontefice,
mentre Graziano aveva precisato che i chierici combattono non di persona,
ma esortando gli altri alla battaglia; per lo stesso motivo le personae ecclesia-
sticae possono fornire milizie al sovrano quale controprestazione del feudo
ricevuto.
Questa precisazione contiene un chiaro riferimento alle regalie posse-
dute dai vescovi per concessione del sovrano, da cui scaturisce l’obbligo di
prestare adeguato servizio, come già Graziano aveva sostenuto nel dictum
post c. 20 C. 23 q. 8, esaminato nelle pagine precedenti, e come conferma
anche il relativo casus dell’apparato ordinario :

Si in morte. ECCE. CASVS. Iste §. diuiditur in duas partes. In prima parte


G. breuiter epilogat contrarietates ab illo §. [His ita.] In secunda soluit dictam
contrarietatem, dicens quod episcopi, qui feudum non habent a principibus,
sed viuunt tantum de decimis, primitijs et oblationibus, saeculari militia occu-
pari non debent. Alij vero, qui a principibus feuda retinent, principibus seru-
ire tenentur, quod probat duabus auctoritatibus, scilicet Christi, et Pauli, nisi
ab illis a quibus feuda tenent, super huiusmodi promeruerint immunitatem287.

L’obbligatorietà della prestazione del servizio da parte dei presuli ti-


tolari di regalie emerge anche da un altro luogo dell’apparato ordinario e,
precisamente, dalla glossa ad v. Nullum omnino in C. 23 q. 8 c. 26. In riferi-
mento al divieto per i vescovi di partecipare a una spedizione dell’imperatore
senza l’autorizzazione del papa, l’annotazione prosegue

hoc de illis tantum episcopis intelligitur, qui leuitica portione sunt contenti.
de ceteris namque regularibus, et alijs possessionibus suis senioribus seruire
tenentur, vt extra de censi. sancitum est. [X 3.39.1] Haec enim est consuetu-
do, quae est optima legum interpres. Io. Vel hic loquitur cum Papa aliquem
episcopum ad se vocat, sicut diximus supra ea. reprehensibile. [C.23 q.8 c.19]
cum enim vocetur ad maius tribunal. obedire debet. ff. de re iud. contumacia.
§. 1. [Dig. 42.1.53.1] arg. contra extra de appella. si duobus. [X 2.28.7] Vel
intellige hoc in eo casu, in quo et sequens c. cum scilicet [C.23 q.8 c.26 e c.27]
contempto iudice ecclesiastico pergit ad saecularem. 11. q. 1. placuit. [C.11
q.1 c.43] B.288

287
Decretum Gratiani cum glossis, pp. 1285-1286. Cfr. supra, punto d) del §1.
288
Decretum Gratiani cum glossis, p. 1290. Per alcune varianti cfr. l’edizione dello
Schulte riprodotta in S. MOCHI ONORY, Fonti canonistiche dell’idea moderna dello stato, p.
132, nota 3: “ceteri namque regalibus et aliis possessionibus suis senioribus servire teneantur
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 149

La prima parte, che riprende la distinzione tra i vescovi che si accon-


tentano di decime e primizie e vescovi che posseggono beni in concessione da
laici e che ribadisce l’obbligo del servizio e lo giustifica appoggiandosi sulla
consuetudine, presenta la sigla di Giovanni da Faenza289; la seconda parte,
invece, limita il significato della norma alla convocazione di un vescovo di
fronte al papa ed è siglata da Bartolomeo290. Il canone a margine del quale
si legge la glossa (C. 23 q. 8 c. 26) è rubricato “Absque auctoritate Romani
Pontificis ad comitatum episcopi proficisci non audeant” e il riferimento al
‘comitatum’ è presente anche nel dictum ante c. 28 C. 23 q. 8, ove Graziano
aveva precisato che

Reprehenduntur ergo Gallicani episcopi a Nykolao, quoniam auctoritate apo-


stolica contempta potius arma sequi elegerant, quam apostolico conspectui
sese representarent. Quamquam proficiscentes ad comitatum possunt intelligi
non secuti inperatorem, ut armis sibi auxilientur, sed ipsum cum exercitu suo
cottidianis orationibus Deo conmendent […].

Il dictum, quindi, afferma che il recarsi ‘ad comitatum’ deve essere


inteso non come partecipazione diretta alla spedizione dell’imperatore, ma
come raccomandazione del suo esercito a Dio attraverso le preghiere. Dun-
que, superando il significato principalmente militare del servizio vassallati-
co, la glossa ad v. ad comitatum in c. 28 C. 23 q. 8 specifica che

hoc verbo significatur curia principis cum omnibus suis officijs instructa, vt C.
quando Imperator. inter pupillos. l. vna. [Cod. 3.14.1pr.]291

in riferimento alla partecipazione dei vescovi all’attività giurisdizionale svol-


ta dall’imperatore attraverso la curia292.

ut hic et LIII. di sancitum est [C.23 q.8 c.25=1Comp. 3.34.1=X 3.39.1] Hoc quoque consuetu-
do approbat, quae est optima legum interpres. io.”. La glossa è riprodotta anche in R.L. BEN-
SON, The Bishop Elect, p. 333, e nota 54. Cfr. anche infra, nota 295 e testo corrispondente.
289
Su Giovanni da Faenza cfr. J.M. VIEJO-XIMÉNEZ, Juan de Faenza (Giovanni di Fa-
enza; Johannes Faventinus), pp. 340-343. Secondo il Weigand le glosse di questo canonista
possono essere messe in relazione con quelle che appaiono negli strati anteriori alla glossa or-
dinaria con la sigla ‘Jo.’ (R. WEIGAND, The Development of the Glossa ordinaria to Gratian’s
Decretum, pp. 74, 63-65); esse ebbero una grande influenza sulla canonistica dell’epoca, al
punto che Giovanni è probabilmente l’interprete anteriore a Uguccione più citato, in partico-
lare nell’Apparatus ‘Ordinaturus Magister’ (ibidem, p. 67).
290
Per la sigla di Bartolomeo da Brescia cfr. R. WEIGAND, The Development of the Glos-
sa ordinaria to Gratian’s Decretum, p. 95.
291
Decretum Gratiani cum glossis, p. 1291.
292
Per l’interpretazione dell’“episcopal comitatus” soprattutto come ‘servizio militare’
cfr. R.L. BENSON, The Bishop Elect, pp. 318-319, nota 12. A proposito della canonistica pre-
150 MAURA MORDINI

Per concludere su questo argomento, si deve osservare che la glossa


ordinaria semplifica molto le questioni già esaminate dagli interpreti in tema
di regalie, così come analizzate dal Benson: l’attenzione dei canonisti, rivol-
ta anche alle collezioni di decretali (in particolare alla Compilatio prima),
non si era limitata a valutare la necessità e la natura della prestazione di un
servizio corrispettivo alla concessione di regalie in feudo293, ma aveva affron-
tato anche le sue implicazioni, specialmente nei confronti dei rapporti tra
sacerdozio e regno. Ad esempio, il ruolo di giudice secolare poneva il vescovo
simultaneamente in due sistemi gerarchici e Alano si chiedeva a chi doveva
rivolgersi il vassallo del vescovo che presentava appello contro una sua sen-
tenza: al sovrano che aveva concesso le regalie (superiore del vescovo nella
gerarchia temporale) oppure al metropolita e al papa (superiori del presule
nella gerarchia ecclesiastica)? Altri si domandavano se il vescovo dovesse ub-
bidire prima all’imperatore o al papa, oppure se fosse lecita la prestazione
del giuramento di fedeltà al momento dell’insediamento sulla cattedra epi-
scopale294.
Di tutti questi ragionamenti, però, solo uno pare confluito nell’appa-
rato ordinario al Decretum e, precisamente, la glossa ad v. Nullum omnino
in C. 23 q. 8 c. 26 di Giovanni da Faenza, che corrisponde alla prima parte
dell’annotazione riportata poco sopra nel testo con il completamento di Bar-
tolomeo da Brescia295.

cedente, l’A. rileva che i decretisti ritenevano che i vescovi beneficiari di regalie fossero tenuti
a seguire il sovrano nelle spedizioni militari; la Glossa Palatina, addirittura, non riteneva ne-
cessaria la dispensa pontificia in caso di guerra giusta, avendo effetto solo un esplicito divieto
del papa, e soprattutto allargava la partecipazione anche ai vescovi che non detenevano rega-
lie (ibidem, p. 324). È interessante, dunque, sottolineare il contrasto con l’apparato ordina-
rio, che ha ridotto il servizio corrispettivo a carico dei vescovi alla partecipazione all’esercizio
della giurisdizione secolare (curia principis).
293
Rufino e Uguccione avevano affermato che l’investitura laica era un tema ormai
superato, ma il secondo aveva anche precisato che per le regalie si trattava di un atto con-
sentito e lo aveva esplicitamente definito come una concessione in feudo: “Item nota quod
inuestitura regalium non prohibetur recipi ab imperatoribus uel regibus uel aliis principibus.
Set numquid laicus habebit potestatem in rebus ecclesie? Non, regalia enim non sunt ecclesie
quo ad proprietatem set quo ad usum, in feudum enim sunt data ecclesie” (R.L. BENSON, The
Bishop Elect, p. 320, e nota 16 per il passo tra virgolette). Per Rufino cfr. P. ERDÖ, Storia
della scienza del diritto canonico, pp. 51-52, nonché R. WEIGAND, The Development of the
Glossa ordinaria to Gratian’s Decretum, pp. 71-72.
294
R.L. BENSON, The Bishop Elect, pp. 320-333.
295
Cfr. supra, le note 288-290 e il testo corrispondente.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 151

f) L’infeudazione.
Si è visto nelle pagine precedenti che con le decretali pontificie il feudo
viene a configurarsi come un’ipotesi di alienazione, che è proibita con poche
eccezioni. Nell’apparato ordinario, tuttavia, si legge una glossa con la sigla di
Giovanni (gl. Subscriptione episcopi in C. 12 q. 2 c. 41) che ammette la facol-
tà di infeudare, per il vescovo e per l’abate, se sussiste una consuetudo loci
in tal senso, e ciò, in caso di necessità, anche senza il consenso del capitolo:

licet abbas non posset sine consensu episcopi alienare rem ecclesiae, vt hic.
et infra 17. q. 4. in venditionibus. [C.17 q.4 c.40] et extra de rebus ec. non
ali. nulli. [X 3.13.5] tamen si consuetudo loci habet, bene potest dare modi-
cum. extra de do. c. 2. et 3. [X 3.24.2 et 3] et infeudare potest. extra de rebus
ecc. non alie. ad nostram. [X 3.13.11] et hoc potest episcopus vel abbas sine
consensu capituli, si subest necessitas, et res est modica. infra ea. c. terrulas.
[C.12 q.2 c.53] Io. quod falsum est, nisi in paruis rebus296.

Innanzitutto, si può osservare che questo riferimento alla consuetudi-


ne in relazione alla facoltà di concedere feudi costituisce una costante della
normativa feudale in tema di personae ecclesiasticae o di res ecclesiae, rece-
pita e ribadita anche nell’apparato ordinario ai Libri Feudorum297, presente
altresì nelle collezioni di decretali, a partire almeno dalla Compilatio tertia,
e accolta pure nella glossa ordinaria al Decretum in riferimento al ‘feudum
non novum’298. Tuttavia, si può ricordare che già in tema di giuspatronato
certa canonistica faceva rientrare la concessione in feudo tra le ipotesi di
alienazione e, pertanto, la vietava299. La glossa in esame, ad ogni modo, ri-
chiama i due requisiti sui quali si fondava anche il sistema grazianeo delle
alienazioni delle res ecclesiae, vale a dire la sussistenza di uno stato di neces-
sità e il modesto valore del bene, espresso nei termini della minor utilità per
la chiesa o dell’esiguità (ad esempio, in C.10 q.2 c.2 e C.12 q.2 c.53); pro-
prio su ques’ultimo profilo la glossa attesta, però, una disparità di opinioni

296
Glossa Subscriptione episcopi in C. 12 q. 2 c. 41 (Abbatibus): Decretum Gratiani
cum glossis, p. 935. Cfr. il casus in C. 12 q. 2 c. 41 (Abbatibus): “Constitutum est in concilio
Aurelianen. vt abbates, presbyteri, vel alij praelati nil de rebus suarum ecclesiarum alienare
praesumant sine licentia et subscriptione episcopi: et quod hoc praesumpserint, deponatur,
et quod temere alienatum est, per episcopum reuocetur” (Decretum Gratiani cum glossis, p.
935).
297
Cfr. M. MORDINI, Aspetti della disciplina del feudo ecclesiastico. Parte I, pp. 233-
235, 256-263 e 283.
298
Sull’atteggiamento di papa Innocenzo III sul tema cfr. supra, §2 b).
299
Cfr. P. LANDAU, Ius patronatus, pp. 106-107. Cfr. supra, note 164-166, nonché 275-
276 e testo corrispondente.
152 MAURA MORDINI

tra chi (Giovanni) riteneva sufficiente il parametro della ‘res modica’ e chi
invece insisteva su quello della ‘res parva’, probabilmente più aderente al
dettato del Decretum Gratiani.
In relazione a questa pratica, infine, si può segnalare una glossa appo-
sta al c. 8 C. 23 q. 8, auctoritas che ribadisce il dovere del papa e dei vescovi
di aiutare gli uomini loro affidati e che, addirittura, si esprime in termini di
‘vendetta’300. L’annotazione (gl. ad v. Praesentialiter in C. 23 q. 8 c. 8), che
mantiene la sigla di Giovanni, presenta un esplicito riferimento ai vassalli
vescovili e dunque riconosce la validità del legame instaurato con il feudo,
affermando che i vescovi erano tenuti a difendere anche i propri vassalli,
pur insistendo sul fatto che doveva trattarsi di un’azione di ‘difesa’ e non di
‘vendetta’301.

g) La perdita del feudo.


Per l’apparato ordinario si può segnalare un’ultima annotazione relati-
va a una fattispecie che presso la feudistica aveva riscosso un certo interesse,
vale a dire la perdita del feudo e la possibilità di prestare servizio per inter-
posta persona. La glossa ad v. Arma in C. 33 q. 2 c. 15, infatti, stabilisce che
viene privato del feudo chi non può usare le armi e, pertanto, non è in grado
aiutare il dominus, ma precisa anche che questa conseguenza non si verifica
nell’ipotesi in cui il servizio può essere prestato attraverso un sostituto302.
Presso la feudistica questa problematica era stata particolarmente dibattu-
ta, soprattutto da Pillio da Medicina, che vi aveva dedicato alcune glosse,
certi passi della Summa super feudis e una quaestio scolastica, i cui risulta-
ti erano parzialmente confluiti nell’apparato ordinario ai Libri Feudorum:

300
C. 23 q. 8 c. 8: “Ultor sui gregis Papa debet esse ac precipuus adiutor. Item. Scire
uos opertet, quod numquam ab aliquibus nostros homines sinimus opprimi; sed, si necessitas
ulla incurrerit, presentialiter uindicamus, quia nostri gregis in omnibus ultores esse debemus
et precipui adiutores”.
301
Glossa ad v. Praesentialiter in C. 23 q. 8 c. 8 (Scire): “idest, sine mora: nec enim
tantum debent episcopi esse custodes chartarum, sed etiam defensores ecclesiarum, vt 16. q.
1. in canonibus [C.16 q.1 c.57]. Et sic patet hic, quod episcopi etiam vasallos suos tenentur
defendere, defendendo, non vlciscendo iniurias, vt 46. dist. seditionarios. [D.46 c.8] Ioan-
nes” (Decretum Gratiani cum glossis, p. 1281).
302
Glossa ad v. Arma in C. 33 q. 2 c. 15 (Latorem): “amittit ergo feudum, cum dominum
iuuare non possit, et sibi hoc imputet: quia ex culpa sua hoc damnum incurrit. 15. q. 1. sane.
[C.15 q.1 c.7] argum. 17. q. 4. vxor. [C.17 q.4 c.33] ff. de regu. iur. quod quis ex culpa. [Dig.
50.17.203] et hoc est verum, nisi tale sit feudum, in quo per alium seruire possit. tunc enim
seruiat per substitutum. C. de epi. et cle. quisquis. [Cod. 1.3.27] et 94. distin. valde. [D.94
c.1]” (Decretum Gratiani cum glossis, p. 1550).
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 153

anche in questo caso, come nella glossa ordinaria al Decretum, era ammessa
la possibilità di assolvere al servizio per interposta persona – purché idonea
– con qualche dubbio solo per il caso del vassallo che acquisiva l’abito reli-
gioso303. Le varie aree testuali di allegazione corrispondono sostanzialmente,
per la feudistica, ai Libri Feudorum e, per la canonistica, al Decretum, con
qualche richiamo al Corpus iuris civilis, particolarmente ricco nel caso della
quaestio pilliana: un’unica fonte di diritto civile è, comunque, comune alla
glossa ad v. Arma in C. 33 q. 2 c. 15 e alla glossa succedere in LL.FF. II, 30
dell’apparato ordinario ai Libri Feudorum, vale a dire Cod. 1.3.27, tratta
da una costituzione dell’anno 466 dell’imperatore d’Oriente Leone I, che
definiva in maniera specifica i diritti del soldato che abbandonava la milizia
per farsi clericus304.

§ 4 Conclusioni

Rispetto a quanto si è detto sul Decretum Gratiani, si può affermare


che la definitiva sistemazione delle norme di ius novum pontificio nel Liber
Extra ha indubbiamente contribuito a valorizzare gli ambiti di interesse del-
la disciplina del feudo per il diritto canonico. Tra questi si possono enucleare
la competenza del giudice ecclesiastico, cui sono state sottratte le controver-
sie in tema di feudo ecclesiastico, ad eccezione dei casi in cui prevaleva la
ratio peccati e la ratio miserabilis personae305; lo scioglimento del vincolo
di fedeltà, anche vassallatica, in caso di scomunica del dominus306; la tutela
delle prerogative della Chiesa, sia attraverso la difesa della libertà eccle-

303
Per l’ipotesi di perdita del feudo in caso di acquisizione dell’abito religioso da parte
del vassallo e per la possibilità di servire per substitutum cfr. M. MORDINI, Aspetti della disci-
plina del feudo ecclesiastico. Parte I, pp. 245-246 e 267-273.
304
Per la gl. succedere cfr. M. MORDINI, Aspetti della disciplina del feudo ecclesiastico.
Parte I, p. 271. Per l’esame della dottrina successiva a Roffredo da Benevento sul tema rela-
tivo alla perdita del feudo per i chierici, i monaci e gli invalidi cfr. R. DEL GRATTA, Feudum a
fidelitate. Esperienze feudali e scienza giuridica dal Medioevo all’Età Moderna, Pisa 1994,
pp. 217-236.
305
X 2.1.5 (= 1Comp. 2.1.7); X 2.1.13 (= 3Comp. 2.1.3); X 2.2.6 (= 2Comp. 2.2.2);
X 2.2.7 (= 2Comp. 2.2.3); X 2.2.15 (= 5Comp. 2.2.1); riferimento implicito in X 1.29.32 (=
3Comp. 1.18.11). Per alcuni cenni alla decretalistica (Goffredo da Trani, Sinibaldo Fieschi,
Enrico da Susa) sul tema della competenza giurisdizionale del dominus feudi in relazione alle
personae ecclesiasticae cfr. G. VALLONE, Iurisdictio domini. Introduzione a Matteo d’Afflitto
e alla cultura giuridica meridionale tra Quattro e Cinquecento, (Collana di studi storici e
giuridici, 1), Lecce 1985, pp. 38-44.
306
X 5.37.13 (= 5Comp. 5.16.2); X 5.7.13 (4Comp. 5.5.2).
154 MAURA MORDINI

siastica rispetto alla potestà normativa degli ordinamenti particolari307, sia


tramite l’affermazione del principio di inalienabilità delle res ecclesiae, che
ammetteva solo poche eccezioni308, sia mediante la previsione della perdita
del feudo ecclesiastico nei casi di omicidio del prelato da parte del vassallo309;
il particolare regime delle concessioni feudo-vassallatiche di beni ecclesia-
stici310 e delle decime in particolare311; i riflessi usurari del pegno su benefici
feudali312.
L’apparato ordinario al Decretum pare aver risentito proprio di questo
ampliamento, principalmente in ordine alla giurisdizione del dominus feu-
di313 e alla possibilità per la persona ecclesiastica di elargire feudi, entrambi
affrontati e risolti soprattutto grazie alla nuova disciplina scaturita dai ca-
noni dei concili e dalle decretali pontificie entrati nelle principali collezioni.
Inoltre, esattamente come era avvenuto per l’apparato ordinario al Corpus
iuris civilis, anche la glossa ordinaria al Decretum ha utilizzato il feudo come
argomento de similibus per chiarire diverse fattispecie, esportandolo oltre
gli ambiti della feudistica: la glossa accursiana ha richiamato l’ipotesi del
vassallo che si faceva monaco in relazione al ius non scriptum (gl. de quibus
causis in Dig. 1.3.32) e alla consuetudine (gl. praeses in Cod. 8.52[53].1)314;
l’apparato al Decreto ha utilizzato quale argomento analogo il feudum no-
vum, il legame personale tra dominus e vasallus, il giuramento di fedeltà
e il termine di un anno e un giorno per rinnovare l’investitura, stabilito a
pena di decadenza315. Dall’esame del paragrafo precedente appare, infine,
evidente che le allusioni al feudo e i chiarimenti di alcuni suoi aspetti sono
decisamente più numerosi presso i decretisti delle generazioni precedenti alla
consolidazione della glossa ordinaria.

307
X 1.2.7(= 3Comp. 1.1.2); X 1.2.10 (= 3Comp. 2.2.5); X 5.39.53 (= 5Comp. 5.18.5).
308
X 3.13.8 (= 2Comp. 3.10.1); X 3.13.11 (= 3Comp. 3.13.2); X 3.13.12 (= 4Comp.
3.5.1); X 3.18.2 (= 5Comp. 3.11.1).
309
X 5.37.10 (= 4Comp. 5.13.1); X 5.37.12 (= 4Comp. 5.13.2).
310
Oltre a X 3.20.2 (= 3Comp. 3.16.2), la possibilità di concedere res ecclesiae in bene-
ficio feudo-vassallatico si evince da X 1.35.7 (= 4Comp. 1.15.1); X 3.24.5 (= 3Comp. 3.18.2);
X 3.38.13 (= 1Comp. 3.33.16); X 2.24.14 (= 2Comp. 2.16.5).
311
X 3.10.7 (= 3Comp. 3.11.1); X 3.30.25 (= 4Comp. 3.9.4).
312
X 5.19.8 (= 1Comp. 5.15.10); X 3.20.1 (= 3Comp. 3.16.1).
313
Cfr. supra, §3 c).
314
Cfr. M. MORDINI, Aspetti della disciplina del feudo ecclesiastico. Parte I, p. 272;
nonché A. CAMPITELLI, Spunti su una teoria della consuetudine accolta nell’apparato accur-
siano, in El dret comú i Catalunya, Actes del V Simposi Internacional (Barcelona, 26-27 de
maig de 1995), Barcelona 1996, pp. 35-49, in particolare pp. 46-47; e M. RYAN, Ius commune
feudorum in the Thirteenth Century, in … colendo iustitiam et iura condendo … Federico II
legislatore, pp. 51-65, in particolare p. 55.
315
Cfr. supra, §3 a).
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 155

Una più ampia riflessione merita l’infeudazione delle decime ecclesia-


stiche, poiché si deve riconoscere che l’apparato ordinario attesta dei con-
trasti dottrinali non ancora risolti all’epoca dell’intervento di Bartolomeo da
Brescia, sebbene qualche decennio dopo fossero chiaramente definti sotto il
profilo teologico nella Summa di s. Tommaso, culmine del pensiero scolastico
(§3, b). Nel Liber Extra, infatti, pare superato quell’atteggiamento di recisa
condanna che traeva origine dalle istanze della riforma della Chiesa e che
aveva permeato anche il sistema del diritto canonico grazianeo, in base al
quale questi beni dovevano essere restituiti all’uso spirituale che giustificava
la loro percezione316. Nella collezione gregoriana, in effetti, sono presenti al-
cuni canoni che distinguevano tra le concessioni avvenute in antico e quelle
successive a un certo ‘concilio lateranese’, garantendo la stabilità delle prime
(X 3.30.25 e X 3.10.7). Questo dato aveva già attirato l’attenzione del teologo
e canonista francese Louis Thomassin, il quale ne dette una significativa spie-
gazione sotto il titolo “De Decimis infeodatis, et de Commendis Militaribus”
della sua “Vetus et novae Ecclesiae disciplina circa beneficia et beneficiarios”
(1678-79)317. L’Autore anzitutto rilevò la diversa regolamentazione in tema
di decime infeudate risultante, per un verso, dai precetti del concilio Latera-
nense III (1179) e dalle lettere di papa Alessandro III, per l’altro, dai cano-
ni del concilio Lateranense IV (1215) e dalle decretali di Innocenzo III: nel
primo caso il possesso laico delle decime ecclesiastiche era condannato senza
alcuna eccezione, mentre nel secondo il problema non era affrontato oppure
erano stabilite regole che implicavano la liceità di questo possesso se ‘antico’,
come ad esempio in X 3.30.25 e in X 3.10.7318. Il Thomassin, quindi, eviden-
ziò la formazione, verso lo scorcio del secolo XII, di una opinio in base alla
quale erano ritenute valide le infeudazioni perpetue di decime ecclesiastiche
risalenti al periodo antecedente al sinodo del 1179, che sarebbe stata succes-
sivamente sanzionata dai ricordati precetti di papa Innocenzo III e del con-
cilio Lateranense IV319, aggiungendo anche che il motivo di tale evoluzione

316
Cfr. supra, il § “Il Decretum Gratiani e il feudo: una prima valutazione”.
317
Abbiamo consultato l’edizione conservata presso il ‘Fondo Antico’ della Biblioteca
del Circolo Giuridico dell’Università di Siena: Vetus et novae Ecclesiae disciplina circa ben-
eficia et beneficiarios [...], Pars tertia sive Tomus tertius, [...] editio secunda italica [...],
authore eodemque interprete LUDOVICO THOMASSINO, Venetiis MDCCXXX, Ex Typographia
Balleoniana. Cfr. supra, nota 181.
318
Vetus et novae Ecclesiae disciplina, Pars tertia, p. 34.
319
Il riferimento all’emersione, dopo il concilio Lateranense III, di una opinio in base
alla quale erano tollerate le elargizioni di decime ai laici antecedenti al 1179, al punto che su
di esse non poteva sorgere controversia, mentre quelle sopravvenute successivamente (per
invasio oppure per concessione vescovile) comportavano la restituzione alla chiesa titolare del
relativo diritto, si legge in Vetus et novae Ecclesiae disciplina, p. 33, § 7 e § 8.
156 MAURA MORDINI

sarebbe stato l’oggettiva impossibilità di recuperare molte di queste decime


all’uso ecclesiastico: in sostanza, si sarebbe preferito far riconoscere dai laici
possessori che la loro detenzione derivava da una concessione feudale, dalla
quale, tra l’altro, sarebbe anche discesa la prestazione di un obsequium che
imponeva al vassallo di prestare soccorso all’istituzione ecclesiastica (nella
forma di aiuto per le riparazioni materiali delle chiese, per la loro difesa e
per la fornitura di milizie)320. Al di là della personale convinzione del teologo
e canonista francese, per un verso è sorprendente l’allusione alle stesse mo-
tivazioni ‘pratiche’ cui la storiografia ha ricondotto la politica imperiale di
Federico Barbarossa verso la penisola italiana321; per l’altro, il riferimento
delle decretali alle ‘decime antiche’ pare coerente con il richiamo a una con-
suetudo infeudandi che i Libri feudorum e la feudistica avevano utilizzato
per risolvere il problema della capacità delle personae ecclesiasticae di effet-
tuare concessioni feudo-vassallatiche sulle res ecclesiae322.
Recentemente si è insistito sui nessi tra dottrina feudistica e tradizione
canonistica323, che sono confermati anche dai risultati di una rassegna som-
maria come la nostra. La feudistica, in particolare, sin dalle sue origini pare
aver rielaborato e sistematizzato in prospettiva pratica non solo istituti e ter-
mini romani, come è ben noto, ma anche la prassi ecclesiastica, la normativa
canonica e la dottrina canonistica per quei temi che manifestavano evidenti
interrelazioni con il feudo (basti pensare alle conseguenze dell’acquisizione
dell’abito religioso da parte del vassallo o il riferimento a un provvedimento

320
Vetus et novae Ecclesiae disciplina, p. 34.
321
M. MORDINI, Aspetti della disciplina del feudo ecclesiastico. Parte I, pp. 248-249.
322
M. MORDINI, Aspetti della disciplina del feudo ecclesiastico. Parte I, pp. 233-235 e
256-260. Si tenga presente che il riferimento a una consuetudine in relazione alla facoltà di
infeudare (consuetudo loci) è presente anche nell’apparato al Decretum, alla glossa Subscrip-
tione episcopi in C. 12 q. 2 c. 41 (cfr. supra, note 296-299 e testo corrispondente).
323
Ad esempio M.G. DI RENZO VILLATA, La formazione dei «Libri Feudorum» (tra pra-
tica di giudici e scienza di dottori …), in Il feudalesimo nell’Alto medioevo, tomo II, pp. 651-
721, in particolare pp. 700-701 con riferimento alla fidelitas e al giuramento; S. REYNOLDS,
Feudi e Vassalli. Una nuova interpretazione delle fonti medievali, traduzione di Sara Menzin-
ger (Storia, 48), Roma 2004 (ed. or. Fiefs and Vassals. The Medieval Evidence Reinterpreted,
New York and Oxford 1994), pp. 298 e 303; C. ZENDRI, Elementi canonistici nella «Compilatio
Antiqua», p. 251: “Non solo infatti, come aveva già mostrato proprio Karl Lehmann, i testi
che compongono i Libri feudorum, e in particolare la Compilatio Antiqua, sono sostanzial-
mente testi di carattere sapienziale, dottrinale, prodotto dell’attività di giuristi […]. In realtà
anche i loro contenuti si rivelano essere non semplicemente il frutto di una mera ricognizione
di norme legislative e consuetudinarie già esistenti, ma piuttosto il risultato di una vera ri-
flessione dottrinale, condotta certamente a partire da un ricco deposito consuetudinario, ma
anche tenendo conto di auctoritates che spesso sono depositate nella tradizione canonistica”;
ID., Feudum a fidelitate, pp. 294 e 299.
ASPETTI DELLA DISCIPLINA DEL FEUDO ECCLESIASTICO 157

di papa Urbano II per individuare un’epoca alla quale riportare la legittimi-


tà delle infeudazioni di beni ecclesiastici). Tuttavia, lo stesso può dirsi per la
canonistica, che non è rimasta insensibile alla disciplina secolare dell’istitu-
to, come dimostrano le soluzioni date alla questione del legame feudo-vassal-
latico, della competenza giurisdizionale del dominus feudi e dell’investitura
di regalie, con il riconoscimento dell’obbligazione corrispettiva alla presta-
zione di un servizio.

MAURA MORDINI