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La Diaspora ebraica e la nascita del giudaismo.

a) La politica delle comunità della diaspora.

Il Nuovo Dizionario di Teologia Biblica fornisce questa definizione del periodo storico che
prese il nome di giudaismo: “Gli storici designano col termine giudaismo la forma
assunta dalla religione del popolo ebraico dopo la distruzione del primo tempio ad
opera di Nabucodonosor nel 586 a.C. e l’esilio babilonese, mentre per il periodo
anteriore si suole parlare di religione ebraica” . Tra i due periodi storici vi è un rapporto
di continuità ma anche di forte differenza. In seguito alla caduta di Gerusalemme si
susseguirono tre deportazioni aventi carattere selettivo: solo la classe abbiente venne
toccata dal provvedimento mentre i ceti più poveri rimasero nel paese desolato. La
distruzione del Regno di Israele ad opera degli Assiri e del Regno di Giuda da parte dei
Babilonesi diede origine al fenomeno comunemente chiamato diaspora, ossia la creazione
di numerose e forti comunità giudaiche nelle regioni dove le due potenze dell’epoca li
avevano deportati. I libri profetici del Deutero-Isaia, di Daniele e di Ezechiele testimoniano
questi eventi drammatici e la conseguente diffusione di centri ebraici nelle principali città
assire e babilonesi. Anche quando Babilonia cadde sotto la dominazione persiana, il
fenomeno della diaspora non cessò anzi si crearono contrasti fra gli ebrei rimasti in patria e
quelli che ormai avevano assorbito la cultura dei paesi ove si erano stanziati. Gerusalemme,
comunque, restò punto di riferimento e meta di pellegrinaggi isolati . Tra i deportati e quelli
rimasti in patria il divario era destinato ad acuirsi notevolmente perché gli esiliati ebbero
modo di rileggere la loro storia alla luce di quanto accaduto. L’incontro con le altre
popolazioni diede loro impulso per sviluppare una identità culturale e religiosa. La
lontananza dalla madre patria e dal culto templare, interrotto dopo la distruzione del
Tempio di Gerusalemme ad opera dei babilonesi di Nabucodonosor nel 586 a.C., fece
nascere una fitta rete di sinagoghe. Questi erano centri religiosi deputati al culto e alla
istruzione religiosa; di solito accanto ad esse sorgeva anche una scuola per l’educazione dei
fanciulli. Grazie a questa istituzione, la religione ebraica poté continuare ad essere praticata
anche nelle terre di esilio. Le comunità in esilio divennero centri di un risveglio religioso e
profetico, risveglio che mancò, invece, nella patria devastata. Con il tempo gli esiliati si
compresero come la parte migliore di Israele, in antagonismo con i restati in patria:
“Ebbene, queste sono le parole del Signore al re che siede sul trono di Davide e a tutto il
popolo che abita in questa città, ai vostri fratelli che non sono partiti con voi nella
deportazione; dice il Signore degli eserciti: Ecco, io manderò contro di essi la spada, la fame
e la peste e li renderò come i fichi guasti, che non si possono mangiare tanto sono cattivi. Li
perseguiterò con la spada, la fame e la peste; li farò oggetto di orrore per tutti i regni della
terra, oggetto di maledizione, di stupore, di scherno e di obbrobrio in tutte le nazioni nelle
quali li ho dispersi, perché non hanno ascoltato le mie parole…” (Ger 29, 16-19). Anzi,
l’esilio stesso venne considerato come una tappa fondamentale nell’alleanza con Dio,
equiparandolo all’uscita dall’Egitto dell’epopea di Mosè, un nuovo esodo: “Pertanto ecco,
verranno giorni – dice il Signore – durante i quali non si dirà più: Per la vita del Signore che
ha fatto uscire gli Israeliti dal paese d’Egitto, ma si dirà piuttosto: Per la vita del Signore che
ha fatto uscire e che ha ricondotto la discendenza della casa di Israele dalla terra del
settentrione e da tutte le regioni dove li aveva dispersi; costoro dimoreranno nella propria
terra” (Ger 23, 7-8).

Gli ebrei rilessero la loro storia, dunque, e l’esilio venne visto come una punizione per
l’infedeltà del popolo . L’opera del Cronista, che sostanzialmente ricalca i due libri dei Re, è
appunto una rilettura della storia di Israele illuminata dall’evento dell’esilio. Si cerca di
capire perché, apparentemente, sarebbe venuta meno l’alleanza con Dio: la spiegazione è a
causa del peccato del popolo (2Cr 36,15-21; cfr Is 43,24-28). Si fa strada, però, l’idea che Dio
non può abbandonare il suo popolo per sempre. il Deutero-Isaia è l’unico a considerare
l’esilio un periodo ideale di purificazione per il ritorno al vero Dio. I profeti prima dell’esilio
avevano avvertito Israele dell’ira divina incombente; ora il giorno di Jhwh, il giorno dell’ira
di Dio, non è più rivolto contro Israele ma contro i suoi oppressori (Cfr. Gioele 3-4). Questo
mutamento nel significato teologico del giorno di Jhwh è importante per le conseguenze che
avrà nell’epoca di Gesù e per il clima di attesa in un intervento divino che caratterizzerà
fortemente quel periodo. “Durante l’esilio crebbe la fede in una rinascita e si approfondì la
convinzione della diversità di Israele rispetto agli altri popoli” . È in questo periodo che
nasce l’idea del “resto di Israele” ossia la parte di popolo che si è purificata nell’esperienza
dell’esilio.
Perduto il tempio, ora tutto si incentra nell’osservanza della Legge. La scuola
deuteronomica, sorta proprio in quest’epoca, propugna il ritorno all’alleanza tramite
l’osservanza del Patto. Questo obiettivo viene raggiunto con tre discorsi interpretati
direttamente da Mosè: nasce il libro del Deuteronomio . La scuola sacerdotale, anch’essa
originatasi in questo periodo, calca l’accento invece sulla purezza e la santità. L’esilio è visto
come il periodo di peregrinazione di Israele nel deserto, all’inizio della sua storia come
popolo. Si forma il libro del Levitico il cui Codice di Santità rappresenta la parte dominante
(Lev 17-26). Il Deutero-Isaia, teorico del monoteismo, rivendica l’unicità di Jwhw quale vero
Dio a discapito dei falsi idoli dei popoli vicini: “Così dice il re di Israele, il suo redentore, il
Signore degli eserciti: «Io sono il primo e io l’ultimo; fuori di me non vi sono dei»” (Is 44,6;
cfr Is 45,7-12). Con il Deutero-Isaia prende forma la categoria del servo di Jhwh, enigmatica
figura individuale o collettiva, che la tradizione cristiana applicherà al Cristo. Si inizia anche
a propagare un certo universalismo secondo cui Israele esiste perché deve far conoscere il
vero Dio a tutti i popoli.
Lentamente le varie comunità ebraiche accrebbero la loro importanza raggiungendo un
notevole benessere sociale ed economico. L’essere inseriti in importanti contesti politici,
come l’impero persiano, i regni ellenistici conseguenti alla caduta dell’impero fondato in
poco tempo da Alessandro Magno, e, da ultimo, la potenza romana, favorì gli scambi
commerciali ed accrebbe le opportunità di lavoro. Nel IV sec. a.C. Alessandro Magno
conquistò l’impero persiano e l’Egitto. Per unificare le sue conquiste promosse la diffusione
della cultura e della lingua greca, favorì i matrimoni misti e elevò a dignitari sia greci che
persiani per rendere l’amministrazione più omogenea. Questo processo prese il nome di
ellenizzazione e venne continuato anche dai successori di Alessandro, i diadochi. Quando i
regni ellenistici sorti dalla dissoluzione dell’impero creato da Alessandro scomparvero, la
cultura greca continuò ad esercitare la sua influenza sotto i nuovi dominatori: i romani.
Sotto la loro dominazione, importanti città in tutto il Medio Oriente divennero centri di
diffusione greca. L’ellenismo come fattore culturale si estese ad ogni settore della vita: dalle
istituzioni alle leggi, dal commercio al’industria, perfino l’abbigliamento e la moda vennero
contagiate. In quasi tutte le città sorgeva un ginnasio, per l’educazione dei fanciulli, una
palestra ed un teatro per le rappresentazioni di autori greci. In epoca ellenistica gli ebrei
furono valenti mercenari e questo diede loro l’opportunità di divenire proprietari terrieri
su base ereditaria. I mercenari, infatti, venivano ricompensati con appezzamenti di terreni
che potevano essere lasciati in eredità ai discendenti.

Le guerre con i romani diedero maggiore impulso alla diaspora ebraica,


moltiplicando i loro centri in tutto il bacino mediterraneo. Si calcola che nella sola
Roma vi fossero ben undici sinagoghe. Altre fiorenti comunità sorgevano ad
Alessandria d’Egitto, ad Antiochia di Siria ed erano organizzate con propri senati e
capi. Ad ampliare ulteriormente le comunità ebraiche vi era un forte senso
missionario che le arricchiva di proseliti e timorati di Dio; questi ultimi non
abbracciavano pienamente la religione ebraica per timore della circoncisione ma
simpatizzavano con gli ebrei adottando i loro usi e costumi. Buone erano le relazioni
con la Città Santa, Gerusalemme, a cui devolvevano la tassa annuale per il Tempio e
da cui mutuavano il calendario liturgico; centro della loro religiosità, però, restava la
sinagoga.

Quando scoppiò la rivolta che portò alla distruzione di Gerusalemme e del Tempio nel 70
d.C., gli ebrei della diaspora non si schierarono contro i romani. Ormai erano pienamente
inseriti nel tessuto sociale della potenza romana ed avevano accettato il modo di vivere dei
dominatori: troppi erano gli interessi in gioco per rischiare di perderli coinvolgendosi in
una guerra che poteva avere solo conseguenze disastrose. Questo atteggiamento
volutamente neutrale è di fondamentale importanza per comprendere gli avvenimenti che
portarono Paolo a frequentare il movimento di Gesù dapprima come persecutore e poi
come principale artefice del suo sviluppo.
Prima della rivolta del 66 d.C., gli ebrei godevano di particolari privilegi. I romani, infatti
sapevano distinguere tra aspirazioni politiche degli ebrei e la loro richiesta di libertà
religiosa. La Bibbia riporta un antico patto tra i romani e gli ebrei . Interessante è la
testimonianza offerta dalla lettera che l’imperatore Claudio invia alla città di Alessandria
d’Egitto nel 41 a.C.:

“Comportatevi da parte vostra amichevolmente e pazientemente nei confronti dei giudei


che si sono stabiliti da tanto tempo nella città, e non profanate nessuno dei riti che essi
seguono per pregare i loro dei, ma permettete loro, come al tempo del divino Augusto, di
mantenere le loro usanze, che io stesso, dopo aver udito le due parti, ho ugualmente
sanzionato. E d’altra parte ordino espressamente ai giudei di non cercare altri privilegi oltre
a quelli di cui già godono e di non portare o ammettere giudei che vengono dalla Siria o
dall’Egitto… Se vi asterrete da queste cose e vorrete vivere in comprensione ed amicizia
reciproca, intendo da parte mia mostrare una benevola sollecitudine verso la città allo
stesso modo che ve la dimostrarono i miei predecessori” (papiro di Londra, 1912).
Il brano sopra riportato evidenzia il ragguardevole grado di integrazione che le comunità
della diaspora avevano raggiunto tanto da voler estendere i propri diritti. Queste comunità
godevano di particolare autonomia religiosa ed erano dispensati dall’adorare statue; a
Gerusalemme, tanto per fare un esempio della sensibilità romana verso questo popolo, non
erano state poste le insegne imperiali romane per non urtare gli ebrei.
All’inizio il fervore religioso degli ebrei si oppose alla minaccia rappresentata per la loro
fede dal paganesimo greco, ma alla fine diversi aspetti della vita dei giudei ne risultarono
profondamente influenzati. Uno studioso afferma: “I giudei furono attratti nella corrente di
questa cultura ellenistica, lentamente e con riluttanza ma irresistibilmente… Dopo tutto, il
piccolo territorio giudaico era circondato quasi da ogni parte da regioni ellenistiche, con le
quali, per ragioni commerciali, i giudei erano costretti a restare in contatto continuo” .

b) La religiosità delle comunità della diaspora.

L’esilio costituisce la fucina in cui vennero forgiate le idee che caratterizzeranno l’epoca
successiva fino al periodo contemporaneo all’evento Cristo. Molte categorie teologiche
furono pensate in questo lasso di tempo e in seguito riprese e ampliate dai movimenti e dai
gruppi del tempo di Gesù. Durante l’esilio il profeta Ezechiele gettò le basi per la futura
escatologia (Ez 38-39), ovvero il genere teologico che si occupa di investigare la salvezza
futura creando un collegamento tra passato e futuro in un’ottica di salvezza . L’escatologia
dell’esilio non prevedeva la fine del mondo ma una nuova creazione, una palingenesi, ove
anche la natura avrebbe partecipato alla rinascita: “In quel giorno non ci sarà né luce né
freddo, né gelo: sarà un unico giorno, il Signore lo conosce; non ci sarà né giorno né notte;
verso sera risplenderà la luce” (Zac 14, 6-7); “Ecco infatti io creo nuovi cieli e nuova terra;
non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, poiché si godrà e si gioirà sempre di
quello che sto per creare, e farò di Gerusalemme una gioia, del suo popolo un gaudio” (Is 65,
17-18); “Si, come i nuovi cieli e la nuova terra, che io farò, dureranno per sempre davanti a
me – oracolo del Signore – così dureranno la vostra discendenza e il vostro nome” (Is 66,
22).
Il clima di attesa escatologica produsse e favorì il messianismo, l’idea che Dio interverrà
tramite un suo rappresentante, di regola discendente del re Davide. I profeti Aggeo e
Zaccaria indicano in Zorobabele il messia: “Il ventiquattro del mese questa parola del
Signore fu rivolta una seconda volta ad Aggeo: «Parla a Zorobabele, governatore della
Giudea, e digli: Scuoterò il cielo e la terra… In quel giorno – oracolo del Signore degli eserciti
– io ti prenderò, Zorobabele figlio di Sealtiel mio servo, dice il Signore, e ti porrò come un
sigillo, perché io ti ho eletto, dice il Signore degli eserciti»” (Ag 2,21.23). Zaccaria suddivide
l’azione del messia in due parti, una politica e l’altra religiosa, indicando quale messia
politico Zorobabele e quale messia religioso il sommo sacerdote Giosuè: “Ascolta dunque,
Giosuè sommo sacerdote, tu e i tuoi compagni che siedono davanti a te, poiché essi servono
da presagio: Ecco, io manderò il mio servo Germoglio” (Zac 3,8; cfr. 6, 9-15). Questa
suddivisione sarà fatta propria anche dagli Esseni. Curiosa connotazione delle due correnti
dell’escatologismo e del messianismo è la sostanziale incapacità dell’uomo a cambiare se
stesso per cui sarà Dio in persona ad operare il rinnovamento mutando radicalmente il
creato tramite una sua azione diretta. Da queste due correnti deriverà l’apocalittica e
l’antitesi dei due Eoni dove l’eone buono soppianterà quello attuale e malvagio. Nonostante
le promesse profetiche le situazioni rimasero le stesse per questo le speranze profetiche
furono riviste in chiave di comprensione del termine ultimo della storia.
Il decreto di Ciro che consentiva agli esiliati di ritornare in patria costituì l’adempimento
delle promesse di restaurazione. Gli ebrei compresero l’evento come il segno del perdono di
Dio e l’inizio del suo favore. Con rinnovato vigore, i rimpatriati presero a costruire la città
santa e a gettare le basi per il nuovo assetto religioso. La fedeltà alla Legge è posta al centro
della nuova religiosità moltiplicandone i precetti fino a pervadere ogni aspetto della vita
quotidiana. Purtroppo la stretta osservanza della Legge comportò l’indebolimento dello
spirito profetico. “Si avviò così l’affermazione dei dottori della legge, dei giuristi e rabbini, i
quali acquistarono sempre più credito” recita il Nuovo Dizionario di Teologia Biblica . Si
giunse alla formulazione di ben 365 proibizioni e 245 prescrizioni; la trasgressione ad un
solo precetto comportava l’infrazione di tutta la legge . In quest’epoca vedono la luce opere
come il Talmud, la Mishnà, il Targum, commentari alla legge e sue esplicitazioni. Fu anche
composto il canone delle Sacre Scritture. Si cercava, insomma, di “trovare i mezzi che
portassero il popolo a una vita quotidiana aderente il più possibile alla volontà divina” .
Il ritorno in patria non mise fine alla diaspora. Le comunità sparse in tutto l’impero romano
non furono solo centri di benessere economico o di rivendicazione politica per i propri
diritti, furono anche fiorenti centri di produzione religiosa. Essi crearono le sinagoghe,
come abbiamo visto, per rispondere ai propri bisogni spirituali anche se lontani dalla madre
patria. Gli ebrei sparsi in tutto il Mediterraneo mantenevano rapporti con Gerusalemme,
molti di loro salivano alla Città Santa in occasione delle festività annuali. Poco per volta,
però, si perse la familiarità con la lingua aramaica. Molti ebrei che vivevano a Gerusalemme
parlavano il greco; lo testimonia un passo del libro degli Atti dose si parla di uomini della
sinagoga dei Liberti e dei cirenei, degli alessandrini e della Cilicia che sicuramente
parlavano greco . In Egitto, ad esempio, sorse la necessità di creare una Sacra Scrittura che
rispondesse alle esigenze di quegli ebrei che ormai non parlavano più l’aramaico, la lingua
degli ebrei di Palestina e lingua ufficiale della religione ebraica. Fu così che nacque il
bisogno di una traduzione in lingua greca, la lingua della diaspora. Gerusalemme inviò
settantadue esperti che tradussero la Scrittura in greco: era nata la versione detta dei LXX,
che divenne il testo ufficiale in lingua greca. La lettera di Aristea a Filocrate testimonia,
anche se in modo leggendario, questo notevole avvenimento. La LXX, però, riguardava solo
il Pentateuco ossia i cinque libri della Legge attribuiti a Mosè. In seguito si rese necessario
tradurre anche gli altri libri dell’Antico Testamento.

Verso il III sec. a.C. gli ebrei avevano tradotto in greco molte delle loro opere letterarie e
componevano direttamente in questa lingua i loro scritti. Questo contribuì a far conoscere
la religione e la storia del popolo di Israele ai non ebrei. Secondo alcuni storici, in questo
periodo molti non ebrei “aderivano più o meno strettamente alle comunità giudaiche,
partecipavano alla liturgia giudaica e osservavano, in modo più o meno completo, i precetti
giudaici” . Alcuni pagani abbracciarono il giudaismo, accettarono la circoncisione e
divennero proseliti. Altri, la maggioranza, aderirono a certi aspetti del giudaismo ma non si
convertirono. Nella letteratura greca spesso vengono definiti timorati di Dio.
Sotto i Seleucidi di Siria si verificò una forte persecuzione contro gli ebrei quando re
Antioco cercò di imporre la cultura ellenica in Palestina. Questa nuova minaccia per Israele
coagulò forze già presenti ma non ancora organizzate: “Una minoranza si adattò alla nuova
misura e rinnegò la propria fede… Altri opposero una resistenza passiva… Una terza
reazione è quella di coloro che scelsero la sfida armata” .

Il gruppo che scelse di opporre una resistenza passiva prese il nome di hasîdîm, i pii ossia
gli asidei. Essi preferivano morire piuttosto che rinnegare la legge (1Mac 2,34-38). Molti
asidei vennero martirizzati (2Mac 7; 6,14; 1Mac 2,42; 7,13-14). I due libri dei Maccabei
raccontano questo tragico periodo della storia di Israele. La sorte riservata a tanti asidei che
preferirono il martirio provocò la reazione armata di altri: “Poi dissero tra di loro: «Se
faremo tutti come hanno fatto i nostri fratelli e non combatteremo contro i pagani per la
nostra vita e per le nostre leggi, ci faranno sparire in breve dalla terra». Presero in quel
giorno questa decisione: «Noi combatteremo contro chiunque venga a darci battaglia in
giorno di sabato e non moriremo tutti come sono morti i nostri fratelli nei nascondigli»
(1Mac 2,40-41). Iniziò così la rivolta maccabaica guidata da Mattatia di Modin e i suoi figli;
anche molti asidei si unirono ai rivoltosi: “In quel tempo si unì con loro un gruppo degli
Asidei, i forti d’Israele, e quanto volevano mettersi a disposizione della legge” (1Mac 2,42).
In questo periodo si sviluppano vari movimenti e gruppi religiosi che, pur facendo capo alla
liturgia templare e aderendo alla Legge Mosaica, si differenziavano per le loro visioni
politiche e religiose in risposta alla ellenizzazione del loro paese. Continua ad informarci il
Nuovo Dizionario di Teologia Biblica: “Intorno all’epoca dei Maccabei incominciamo a
conoscere le fisionomie di correnti religioso-politiche organizzate che comunemente
denominiamo sette” . Tali movimenti entrarono in misura diversa l’uno dall’altro nel mondo
biblico cristiano: basti pensare alle polemiche evangeliche con i farisei, i sadducei e gli
erodiani, tanto per citare alcuni esempi. Questi movimenti si caratterizzavano per
un’osservanza stretta della Legge come volevano i farisei, i cosiddetti pii, oppure per una
commistione con il potere romano come facevano i sadducei e gli erodiani. Altri preferivano
vivere la loro fede separati dal resto del mondo, come per gli esseni, o preconizzavano un
ideale ritorno alla fede davidica come cercavano di imporre con le armi gli zeloti. Altri
ancora erano bollati come eretici e pertanto esclusi dalla salvezza eterna, come i samaritani
del monte Garazim. Gruppo a parte erano i cosiddetti emerobattisti, così chiamati perché
praticavano abluzioni mattutine, facenti capo a Giovanni Battista; movimento popolare,
molti discepoli confluirono nella comunità cristiana di stampo giudaico mentre altri
finirono per eclissarsi in vari gruppuscoli, disperdendosi in oriente e sopravvivendo tra i
Mandei degli attuali Iran e Iraq.

Di tutti questi movimenti e gruppi due meritano di essere analizzati più da vicino, cosa che
verrà fatta nella terza parte della trattazione, e precisamente il gruppo degli esseni di
Qumran e gli zeloti. Vedremo come questi due gruppi, apparentemente in antitesi,
nascondano in realtà sorprendenti punti di contatto tanto da portare a ipotesi estreme.
In questa sezione, invece, una sommaria presentazione di questi gruppi sarà utile per una
migliore comprensione dei fermenti dell’epoca di Gesù.