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Israele

Stato attuale dell’Asia sudoccidentale.

Le origini

La Palestina sotto il dominio egizio nella tarda età del bronzo

Le origini di Israele, l’egemonia dell’antico regno di Israele sulla Palestina

La nuova frammentazione della Palestina: il regno di Israele e quello di Giuda

Il regno di Giuda fino alla conquista babilonese (587 a.C.)

Dalla dominazione persiana alla distruzione del tempio (VI secolo a.C. – 70 d.C.)

Dopo la distruzione del tempio: la dominazione araba e ottomana

Dalla crisi dell’impero ottomano alla proclamazione dello stato di Israele

Dalla nascita dello stato d’Israele alla guerra dei Sei giorni (1948-67)

Dalla “guerra dei Sei giorni” alla sconfitta laburista (1967-77)

Il governo della destra (1977-1984) e la pace con l’Egitto (1979)

Il governo di avvicendamento, l’Intifada, il processo di pace e la seconda intifada

1. Le origini

Le prime testimonianze della presenza dell’uomo nell’area palestinese attualmente controllata dallo
stato di Israele risalgono al paleolitico medio e si riferiscono all’“uomo di Galilea”, i cui resti furono
rinvenuti a nord-est del lago di Tiberiade. Fu però dalle prime fasi del neolitico che la Palestina acquistò
una posizione importante nel Vicino Oriente. Fra il 10.000 e il 7500 a.C. si sviluppò la cultura natufiana
(dal sito di Wadi Natuf), caratterizzata da un’industria litica specializzata nella caccia, a cui seguì una fase
(dal 7500) il cui esempio più significativo è rappresentato dal sito di Gerico. Scarsamente toccata dalla
prima urbanizzazione che trovò piena espressione nella bassa Mesopotamia fra il 3500 e il 3200, la
Palestina conobbe invece una grande diffusione della civiltà urbana nel III millennio: si affermarono
allora i centri di Bet Yerah sul Lago di Tiberiade, di Megiddo all’estremità settentrionale della valle
dell’Iron, e di Gerico nell’oasi omonima a nord del Mar Morto. Proprio in questa fase la regione cominciò
a essere oggetto di interesse da parte degli egizi, che però si limitarono a sporadici interventi armati per
difendere la sicurezza dei loro commerci contro gli attacchi dei nomadi. Alla fine del III millennio il
sistema urbano palestinese entrò temporaneamente in crisi per il dilagare degli amorrei, popolo di lingua
semitica con struttura tribale, per poi riaffermarsi nel corso del XIX secolo, quando si costituirono una
serie di città stato cananee rette da sovrani locali. Fra il 1750 e il 1600 la cultura materiale palestinese
raggiunse il massimo splendore e si diffuse anche nella zona del delta del Nilo, in concomitanza con una
fase di crisi del potere centrale in Egitto. È possibile che nel XVIII secolo sia anche da collocare la prima
immigrazione israelitica in Palestina avvenuta, secondo il racconto del Genesi, sotto la guida di Abramo a
partire dalla città di Carran (nell’alta Mesopotamia).

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2. La Palestina sotto il dominio egizio nella tarda età del bronzo

Politicamente divisa nei piccoli regni cittadini cananei, la Palestina fu conquistata dagli egizi fin dall’epoca
dei primi faraoni della XVIII dinastia: già Thutmosi I intraprese una campagna vittoriosa in quest’area che
poi, nella prima metà del XV secolo, Thutmosi III organizzò definitivamente nella provincia di Canaan.
Capoluogo era la città di Gaza, sede del governatore del faraone. Continuarono comunque a sussistere in
parecchie città re locali, che divennero vassalli del faraone, al quale dovevano versare tributi e fornire
aiuto militare. Sul piano economico-sociale nella tarda età del bronzo si registrò una riduzione dell’area
degli insediamenti (soprattutto a destra del Giordano), cui corrispose un aumento del nomadismo: nel
complesso comunque la zona fu scarsamente abitata e il numero degli abitanti, soprattutto dalla metà
del XIV secolo, continuò a diminuire. Molteplici furono le cause del fenomeno: le campagne militari
egiziane con le loro distruzioni e deportazioni da un lato e dall’altro l’eccessivo onere fiscale e di lavoro
cui furono sottoposti i contadini dalla classe dirigente locale. Ciò comportò il progressivo indebitamento
e la perdita della libertà per molte persone, oltre a fenomeni generalizzati di fuga e di abbandono dei
villaggi. Nello stesso periodo, tuttavia, si registrarono una notevole fioritura dei palazzi, l’apogeo della
classe dirigente urbana, lo sviluppo di un artigianato altamente apprezzato dagli stessi dominatori
(soprattutto tessuti di lana, attrezzi e armi di bronzo, vetri e gioielli) e l’affermazione di una cultura
piuttosto raffinata. Quest’ultima assorbì alcuni elementi babilonesi e si espresse in accadico a livello
ufficiale (mentre il cananaico era l’idioma parlato) con una scrittura di tipo alfabetico. Nella seconda
metà del XIII secolo, quando tutto il settore del Mediterraneo orientale divenne teatro di grandi
sommovimenti e migrazioni di popoli, alcuni gruppi di filistei entrarono probabilmente al servizio dei
sovrani egizi e assunsero per conto di essi il controllo della zona siro-palestinese. Solo all’inizio del XII
secolo si ebbe la cosiddetta “invasione” dei “popoli del mare”, di cui facevano parte gli stessi filistei. È
anche probabile che in questa fase, forse per sfuggire alla carestia e approfittando delle difficoltà
egiziane, alcuni gruppi di israeliti stanziati nella Palestina meridionale si siano spinti verso il delta del Nilo
e abbiano ottenuto più o meno ufficialmente la possibilità di stabilirsi entro i confini del regno. A seguito
dell’invasione dei popoli del mare la Palestina si affrancò dal controllo egiziano e sul suo territorio si
insediarono definitivamente i filistei, che occuparono la zona costiera meridionale – la cosiddetta
Pentapoli, costituita dalle città di Gaza, Ashdod, Ascalona, Gat, Akkaron – tra il confine egiziano e
Gerusalemme. Di qui tentarono anche di espandersi verso l’interno, approfittando della debolezza
militare delle altre popolazioni.

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3. Le origini di Israele, l’egemonia dell’antico regno di Israele sulla Palestina

Secondo la narrazione biblica fra il XIII e l’XI secolo si formò l’entità etnico-politica di Israele. In questa
fase vi sarebbero stati una prima cattività in Egitto (probabilmente durante il regno di Ramesse II), poi
l’esodo sotto la guida di Mosè (avvenuto forse durante il regno del successore di Ramesse II, Merenptah)
e il ritorno in Palestina, che sarebbe stata conquistata dal popolo d’Israele, ormai stretto in una lega di
tribù guidata da Giosuè. Alla distruzione delle città cananee da parte israelitica sarebbe poi seguita l’età
dei Giudici, ultima tappa prima dell’instaurazione di una monarchia unitaria. Al di là della ricostruzione
biblica – che risale in gran parte all’epoca dell’esilio babilonese (VI-V secolo a.C.) – sembra probabile che
nel XII secolo abbia avuto inizio in Palestina il processo di formazione dello stato nazionale israelita.
Nell’area più interna della Transgiordania, si formarono, in questo stesso periodo, i regni etnici degli
ammoniti, dei moabiti e degli edomiti. Probabilmente furono però le tribù israelitiche della zona centrale
della Cisgiordania le prime a raggiungere una certa consapevolezza della propria unità nazionale, anche
perché esse dovevano fronteggiare popolazioni diverse (i filistei a ovest, e nell’area transgiordana gli
ammoniti a nord, i moabiti a est, gli edomiti a sud). L’“età dei Giudici” di cui parla l’Antico Testamento
sarebbe quindi identificabile con la fase di consolidamento del popolo di Israele in Palestina (XII-XI
secolo) a danno delle città cananee e degli stessi filistei. In questa fase il popolo di Israele era ancora
caratterizzato dalla tradizionale struttura gentilizia tipica dei gruppi nomadi e pastorali ed era suddiviso
in dodici tribù: i giudici erano infatti dei magistrati tribali che venivano generalmente acclamati dal
popolo, su indicazione di un profeta, in occasione di gravi pericoli esterni. Intorno al 1000 a.C., in
concomitanza con l’aggravarsi della minaccia esterna, soprattutto filistea, il popolo d’Israele iniziò a darsi
una forma di governo monarchica, nella quale il sovrano rappresentava la massima autorità giuridica e
militare e il garante dell’unione del popolo. Primo re d’Israele fu, secondo il racconto biblico, Saul. Dopo
la sconfitta finale contro i filistei e la morte dello stesso Saul nella battaglia di Gelboe, Davide (1000-960
ca.) fu riconosciuto re, dapprima dalla tribù di Giuda, poi anche dalle tribù settentrionali: si scongiurò
così una nuova divisione del popolo d’Israele e si posero le basi per l’avvio di una politica espansionistica
che portò all’unificazione della Palestina. I filistei vennero sconfitti da Davide e le loro città stato nella
Pentapoli furono ridotte al rango di tributarie; le ultime città stato cananee furono invece direttamente
incorporate nello stato d’Israele e la città di Gerusalemme, strappata ai gebusei, divenne la nuova
capitale unitaria. Esteso su tutta la Palestina, lo stato davidico si espanse poi verso oriente, nella
Transgiordania centrale e meridionale, sconfiggendo il regno di Ammon (che fu annesso al regno
d’Israele attraverso l’unione personale delle due corone), quello di Moab (ridotto al rango di vassallo) e
quello di Edom (che divenne un possedimento personale di Davide). Anche la Transgiordania
settentrionale e la Siria, sede di una federazione di stati autonomi aramaici fra i quali spiccava quello di
Damasco, furono sottomesse all’autorità di Israele e sottoposte a tributo. Sotto il regno del figlio di
Davide Salomone (961-22 circa) fiorirono invece le attività economiche e soprattutto mercantili
(importanti le imprese commerciali a lungo raggio avviate in società con i fenici), i cui proventi permisero
di dare impulso a una grande attività edilizia, concentrata soprattutto a Gerusalemme. Nella capitale
vennero costruiti il palazzo reale e il tempio di Jahweh. Sotto il regno di Davide e Salomone questo vasto
organismo politico raggiunse la sua fase più matura. L’attività diplomatica e commerciale si sostituì
progressivamente alle imprese militari. Israele toccò allora il suo apogeo e la memoria di questa
condizione diede poi sostanza alle successive pretese egemoniche israelitiche nella regione siro-
palestinese. Nonostante gli sforzi compiuti dai due sovrani per creare una classe di funzionari statali sul
modello egiziano, un esercito coeso (meno legato alle strutture tribali e basato invece sull’utilizzo di
forze mercenarie) e un sistema fiscale più razionale, il regno israelitico risultò pur sempre un’entità
scarsamente unitaria. Il contrasto fra israeliti e cananei, ma soprattutto l’ostilità fra gli stessi israeliti della
tribù di Giuda e quelli delle tribù settentrionali, il malcontento suscitato dalla pressione fiscale della corte
e l’intransigenza religiosa di alcuni gruppi, portarono presto a una nuova divisione.

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4. La nuova frammentazione della Palestina: il regno di Israele e quello di Giuda

Alla morte di Salomone le tribù israelitiche settentrionali si ribellarono al suo successore Roboamo e
sotto la guida di Geroboamo fondarono nella Palestina settentrionale il regno di Israele, contrapposto a
quello meridionale di Giuda. Capitale del primo fu dapprima Sichem (poi Penuel e Samaria). La capitale di
Giuda rimase sempre Gerusalemme. Accanto a questi due regni riacquisirono la piena indipendenza
anche la Pentapoli filistea, il regno di Ammon, quello di Moab e di Edom, determinando così una nuova
fase di profonda frammentazione della Palestina e della Transgiordania, che durò fino alla conquista
assira (metà dell’VIII secolo). Particolarmente conflittuali furono i rapporti fra il regno di Israele e quello
di Giuda, per questioni territoriali e di carattere religioso. Entrambi i regni, ma soprattutto quello di
Giuda, ricevettero un duro colpo dalla campagna condotta dal faraone Sheshonk I, che intorno al 925
riuscì a imporre pesanti tributi a Gerusalemme. Dopo la divisione fu comunque il regno di Giuda, alleato
di Damasco, ad assumere una posizione di superiorità rispetto a quello di Israele, dove intorno all’890 la
difficile situazione interna portò a una vera e propria guerra civile. Solo con l’affermazione, intorno
all’885, di Omri, e poi con il figlio Achab il regno d’Israele conobbe nuovamente una fase di
normalizzazione interna e di relativa prosperità. Di fronte al profilarsi del nuovo e più grave pericolo
assiro, nell’856 Achab aderì alla grande coalizione antiassira promossa da Damasco, che tre anni dopo
venne però sconfitta da Salmanassar III presso Qarqar. In questa fase l’accettazione da parte della corte
di alcuni culti stranieri (in particolare quello del dio di Tiro, Baal) suscitarono la dura reazione di una
parte del popolo e di alcuni profeti quali Elia ed Eliseo. Alla morte di Achab il regno di Israele entrò in una
fase di decadenza (che coincise peraltro con la crisi del regno di Giuda). Durante il regno di Joram, figlio
di Achab, gli ambienti più conservatori e vicini ai profeti incitarono alla ribellione contro i discendenti di
Omri, che vennero eliminati. Nel periodo successivo, quello della dinastia di Jeu (841-752), l’opposizione
religiosa e nazionalistica venne soddisfatta con la proscrizione di tutti i culti stranieri e l’abolizione della
parità di diritti con i cananei, ma le disastrose operazioni militari condotte contro gli aramei di Damasco
determinarono la perdita di un terzo del territorio di Israele. Contemporaneamente anche nel regno di
Giuda venne imposto di nuovo il culto di Jahweh contro le suggestioni straniere. All’inizio dell’VIII secolo
entrambi i regni conobbero – Israele sotto Geroboamo II, Giuda sotto Azaria – un ultimo breve periodo di
prosperità, in concomitanza con l’aggravarsi della pressione assira su Damasco, che impedì ai sovrani
aramei di continuare la loro politica di conquista verso sud. Si trattò tuttavia di una fase effimera, cui
pose termine l’aggressiva politica del sovrano assiro Tiglat-Pileser III, che nel 733 conquistò la Galilea e la
Transgiordania, formando la provincia di Megiddo e quella di Galaad. Il regno d’Israele fu quindi ridotto
ai soli territori dei monti di Efraim e divenne vassallo degli assiri. Fra il 725 e il 723, con il pretesto di
punire il re Osea per il mancato pagamento del tributo, Salmanassar V completò l’opera di conquista di
Israele. Anche le città della Pentapoli filistea entrarono completamente nel sistema assiro. Seguirono
deportazioni della popolazione locale e nuovi insediamenti di genti provenienti da altre parti dell’impero.

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5. Il regno di Giuda fino alla conquista babilonese (587 a.C.)

Di fronte alla dominazione assira l’atteggiamento dei sovrani del regno di Giuda oscillò fra l’accettazione
della condizione di vassallaggio, nella speranza di evitare così la conquista vera e propria e la riduzione al
rango di provincia, e il tentativo di approfittare dei momenti di relativa difficoltà dei dominatori per
riconquistare, anche attraverso l’appoggio egiziano, una certa libertà. Achaz, re di Giuda al momento del
crollo d’Israele, accettò, come segno di sottomissione, il pagamento del tributo e l’introduzione del culto
assiro a Gerusalemme (accanto a quello di Jahweh). Durante il regno di Ezechia si registrò invece un forte
risveglio della coscienza nazionale. In questo contesto si inserì la riforma del culto operata dal sovrano,
volta a eliminare dalla religione israelitica ogni elemento spurio, comprese le influenze assire. Il regno di
Giuda tentò per due volte (nel 720 e nel 701) di ribellarsi alla potenza egemone e di riconquistare la
piena indipendenza, ma in entrambi i casi dovette ribadire la sua sottomissione, perdendo quasi tutti i
territori a eccezione della capitale. A trarre vantaggio da questo riassestamento furono le città filistee,
che vennero ricompensate dagli assiri a scapito del regno ribelle. I successivi regni di Manasse (686-42) e
di Amon (642-40) rappresentarono quindi un periodo di ripiegamento e di ribadita fedeltà agli assiri, che
fruttò al regno di Giuda la restituzione dei territori precedentemente perduti. Un ultimo, deciso tentativo
di liberarsi dalla condizione di sottomissione e di porsi come punto di riferimento di tutto il mondo
ebraico fu compiuto da Giosia (640-609). Furono però i babilonesi a dimostrarsi ben presto i veri eredi
degli assiri in Palestina: dopo una prima imposizione del tributo al regno di Giuda, nel 597 Gerusalemme,
a seguito di una ribellione, fu conquistata da Nabucodonosor II. Seguì una prima deportazione, che
coinvolse soprattutto la classe dirigente del paese: la famiglia reale, sacerdoti, profeti, funzionari e
artigiani specializzati. Nel 589 a una nuova ribellione guidata dallo stesso re Sedecia (precedentemente
imposto da Nabucodonosor) i babilonesi risposero con maggior durezza. Gerusalemme cadde nel 587
dopo due anni di assedio: la città venne allora data alle fiamme, il tempio e il palazzo reale furono
distrutti, lo stesso Sedecia venne accecato e deportato a Babilonia. Si apriva per la Palestina un
cinquantennio di predominio babilonese, che fu segnato da una grave crisi demografica, economica e
sociale.

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6. Dalla dominazione persiana alla distruzione del tempio (VI secolo a.C. – 70 d.C.)

Dopo la presa di Babilonia da parte del re persiano Ciro la regione palestinese fu ricompresa nell’impero
achemenide e fu trasformata in provincia della Giudea. I nuovi dominatori inaugurarono una politica
meno dura nei confronti dei popoli assoggettati, e anche gli ebrei che erano stati deportati poterono, già
nel 537, ritornare in Palestina. Con il consenso persiano fu avviata e portata a termine la ricostruzione
del tempio di Gerusalemme. Si aprì tuttavia una fase conflittuale in seno alla stessa comunità ebraica fra
la precedente classe dirigente, che aveva sperimentato l’esilio ed era ritornata con una maggior
consapevolezza della propria identità nazionale (proprio durante l’esilio babilonese era stato redatto il
nucleo principale della Bibbia) e la popolazione più povera e dequalificata che era rimasta sempre in
Palestina e che ora temeva di essere ulteriormente emarginata. Fu anche grazie all’appoggio dei sovrani
achemenidi che in questa complessa situazione il clero di Gerusalemme si impose progressivamente. Nel
complesso, durante la fase del predominio persiano la provincia giudaica godette di un periodo di pace e
l’elemento israelitico poté mantenere, nel quadro di un’amministrazione autonoma, la sua peculiarità
etnica, culturale e religiosa. La regione palestinese venne quindi conquistata da Alessandro Magno, e alla
sua morte vi si imposero dapprima i Tolomei (301-198 a.C.) e poi i Seleucidi. Durante la dominazione
tolemaica, relativamente mite, iniziarono a manifestarsi tensioni fra i circoli tradizionalisti giudaici e gli
elementi più moderati ed ellenizzati nell’ambito dello stesso giudaismo. Dopo la conquista seleucide a
opera di Antioco III (198 a.C.), in un primo tempo parvero realizzarsi le richieste dell’ala giudaica più
intransigente, strumentalmente appoggiata dai nuovi dominatori. Tuttavia, la difficile situazione sociale e
politica da un lato e un nuovo, ostile, atteggiamento dei Seleucidi verso il giudaismo dall’altro fecero ben
presto esplodere un forte odio contro la dominazione straniera e le classi privilegiate collaborazioniste,
che si concretizzò nella rivolta dei maccabei contro Antioco IV Epifane. Iniziata nel 167 a.C. sotto la guida
di Mattatia, della stirpe degli asmonei, l’insurrezione ebbe un carattere nazionale e religioso, e ottenne
risultati concreti da quando venne coordinata dal figlio di Mattatia, Giuda Maccabeo. Nel 164 questi
riuscì a riconquistare il tempio di Gerusalemme e a reimporre la religione giudaica. Nel 142 suo figlio
Simone venne riconosciuto dagli stessi Seleucidi come sommo sacerdote e signore di un regno
indipendente. Si apriva così la fase del regno degli asmonei, che al momento della massima estensione,
nella prima metà del I secolo a.C., comprendeva il territorio fra la Galilea a nord, l’Idumea e il regno di
Moab a sud. Fra complesse vicende interne questa entità statale sopravvisse fino alla conquista romana.
Si trattava però di uno stato che, nonostante il suo carattere nazionale e il collante religioso (il sovrano
era al tempo stesso la massima autorità politica e religiosa), era minato da forti tensioni sia ai suoi vertici
sia fra la classe dirigente e il popolo. Le lotte interne finirono quindi con il provocare, nel 63, il primo
intervento dei romani, che con Pompeo ridimensionarono il potere politico degli asmonei e stabilirono
un protettorato sulla regione. Lo stato giudaico fu temporaneamente lasciato sussistere ma fu posto
sotto la guida di figure gradite a Roma (senza che con questo venisse meno la forte conflittualità
interna). Nel 40 a.C. Erode il Grande, nonostante l’opposizione degli asmonei, fu riconosciuto dal senato
romano re di Giudea, Samaria e Idumea e nel 37, grazie all’appoggio dei romani, riuscì a conquistare
Gerusalemme, inaugurando la dinastia degli Erodiani. Durante il suo regno si ebbe un tentativo di
rafforzamento del potere politico e venne avviato un notevole piano di opere pubbliche (importanti
soprattutto i lavori per il tempio di Gerusalemme e nella città di Cesarea), ma ciò non valse a far superare
le diffidenze verso un sovrano di origine non giudaica e appoggiato da Roma. Alla sua morte, nel 4 a.C.,
seguì quindi un nuovo periodo di frazionamento della Palestina (inizialmente divisa fra i tre figli: Erode
Antipa, Erode Archelao e Filippo), che aprì la strada alla trasformazione di quest’area in provincia
romana. Nel 6 d.C., deposto Archelao, i romani riunirono la Giudea, la Samaria e l’Idumea nella provincia
Judaea con capitale Cesarea, affidandone il governo a un procurator cum iure gladii dipendente dal
governatore della Siria. In questi anni la Palestina vide sorgere, dal seno dello stesso ebraismo, il
cristianesimo, che durante il II-III secolo avrebbe qui trovato espressione anche in forme di vita
monastica. Artificiosa ed effimera fu la riunificazione avvenuta fra il 40 e il 44 sotto il re Agrippa I: alla
sua morte infatti la Palestina fu nuovamente inserita nel quadro delle province romane. Il fiscalismo dei
dominatori e la forte coscienza nazionale giudaica (particolarmente esasperata nel movimento degli
zeloti) furono alla base dell’insofferenza crescente che contraddistinse i rapporti della popolazione locale
con i rappresentanti di Roma. La prima grande insurrezione giudaica, iniziata nel 66 con il massacro della
guarnigione romana a Gerusalemme, registrò alcuni successi iniziali dei ribelli ma culminò, nel 70, con la
distruzione della città e del tempio di Gerusalemme (l’ultimo focolaio di resistenza degli zeloti, la fortezza
di Masada, venne spento solo nel 73 dopo il suicidio in massa degli assediati). Il bilancio della rivolta fu
pesantissimo: un quarto della popolazione ebraica palestinese fu infatti uccisa nel corso dell’insurrezione
e al termine di essa ebbe inizio il fenomeno della diaspora (dispersione) dei superstiti.

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7. Dopo la distruzione del tempio: la dominazione araba e ottomana

Sedata l’insurrezione, la provincia Judaea fu riorganizzata dai romani, staccata dalla Siria e affidata a un
governatore (anziché a un procuratore come era stato in precedenza), senza essere però definitivamente
pacificata. La seconda grande insurrezione giudaica divampò nel 132 e fu guidata da Shimon Bar-Kochba
(o Koziba). Sorta con motivazioni analoghe a quella del 66, fu scatenata dalla volontà di Adriano di
costruire una nuova città sulle rovine di Gerusalemme e di dedicare un tempio a Giove Capitolino sul
luogo di quello precedentemente distrutto. La ribellione fu stroncata nel 135, con un bilancio di perdite
umane e distruzioni ancora più pesanti che in passato. Da allora la provincia Judaea mutò il suo nome in
quello di Palestina, ovvero “terra dei filistei”. Nonostante la repressione e le misure restrittive prese in
alcuni frangenti nei confronti della religione giudaica, anche in Palestina i romani si attennero a una certa
tolleranza in materia religiosa e culturale, accettando il capo del sinedrio (l’assemblea legislativa e la
suprema corte di giustizia giudaica) come proprio interlocutore in quanto rappresentante dell’ebraismo
in tutto l’impero romano e riconoscendolo come il naturale destinatario del tributo che prima gli ebrei
versavano al tempio di Gerusalemme. Nel IV secolo anche la Palestina risentì del miglioramento
complessivo della situazione economica dell’impero romano. Ma già a partire dalla fine del IV secolo,
quando il cristianesimo divenne la religione ufficiale dell’impero romano e si intensificarono i
pellegrinaggi in Terrasanta, si fecero sempre più difficili i rapporti fra ebrei e cristiani, e questi ultimi
vennero progressivamente identificati con i dominatori. Non a caso nel 614, quando i Sasanidi invasero la
Palestina, essi vennero accolti come liberatori dalla popolazione giudaica. Breve fu la successiva
riconquista attuata dall’imperatore bizantino Eraclio (630). Tre anni dopo, infatti, si profilò la minaccia
araba. Conquistata dal califfo Omar I nel 638, la Palestina conobbe allora un lungo periodo di
dominazione islamica che si protrasse, pur con forme assai diverse e con la breve parentesi dei regni
crociati, fino alla prima guerra mondiale. Fra il VII e l’XI secolo, quando si susseguirono al potere le
dinastie degli Omayyadi (640-750), degli Abbasidi (756-975) e dei Fatimidi (976-1070), la Palestina
conobbe una fase di relativa prosperità economica e vide convivere in modo sostanzialmente pacifico le
tre grandi religioni monoteiste – l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam – ognuna delle quali riconosceva in
Gerusalemme la sua città santa. Quando i turchi selgiuchidi occuparono Gerusalemme (1070), questo
equilibrio entrò in crisi, ponendo così una delle premesse – anche se non certo la principale –
dell’offensiva cristiana contro l’islam. Conquistata dagli eserciti crociati, che entrarono in Gerusalemme
nel 1099, fra la fine dell’XI e la fine del XII secolo la Palestina vide costituirsi al suo interno il regno di
Gerusalemme, il principale fra i regni crociati. La riconquista del Saladino, culminata con la presa di
Gerusalemme nel 1187, pose sostanzialmente fine a questa breve parentesi (anche se l’ultimo baluardo
cristiano, San Giovanni d’Acri, cadde solo un secolo dopo, nel 1291). Seguì una lunga fase di dominio dei
mamelucchi d’Egitto che, pur non dimostrando specifici interessi per quest’area, garantirono comunque
alla regione un periodo di pace. Nel 1517 la Palestina cadde in mano a Selim I. Iniziò allora il lungo
dominio degli Ottomani, durante il quale la regione fu caratterizzata da notevole frammentazione e
scarsa razionalizzazione sul piano amministrativo, oltre che da un forte immobilismo sociale. Questi
fattori spiegano il suo permanere in una condizione di grande arretratezza ancora alla vigilia della prima
guerra mondiale.

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8. Dalla crisi dell’impero ottomano alla proclamazione dello stato di Israele

Fra gli anni Ottanta dell’Ottocento e il 1903 si registrò in Palestina un notevole afflusso di ebrei
provenienti dall’impero russo sia per effetto dei frequenti pogrom in quell’area sia, a partire dagli anni
Novanta, per la radicalizzazione e la diffusione del sionismo ispirato al pensiero di Theodor Herzl,
convinto assertore della necessità di costituire uno stato ebraico nella regione palestinese. Già dalla fine
degli anni Ottanta si verificarono i primi scontri fra i nuovi arrivati e le popolazioni arabe stanziate da
secoli nei territori dell’antico stato di Israele. Il congresso di Basilea del 1897 sancì (e i successivi
congressi sionisti confermarono) la volontà degli ebrei di costituire un proprio stato, e individuò i
principali strumenti per realizzare tale obiettivo nell’incremento dell’immigrazione in Palestina,
nell’educazione nazionale e nelle trattative che l’Agenzia ebraica avrebbe dovuto condurre con il
governo ottomano per permettere agli ebrei facilitazioni nell’acquisto di terre. Conseguenza
dell’applicazione del programma sionista fu un nuovo rapido incremento della popolazione ebraica in
Palestina (che nel 1914 raggiunse le 85.000 unità), e l’acquisto da parte dei nuovi arrivati delle terre più
fertili. La prima guerra mondiale, il crollo dell’impero ottomano e l’ambigua politica adottata
dall’Inghilterra in Palestina durante e dopo il conflitto scatenarono infine lo scontro fra gli opposti
nazionalismi ebraico e arabo. Dopo essersi impegnata, nel 1916, a riconoscere l’indipendenza degli arabi
palestinesi in cambio di un loro attivo coinvolgimento nella guerra, il 2 novembre 1917 l’Inghilterra,
attraverso il suo ministro degli esteri Balfour, dichiarò di condividere il progetto sionista di istituire un
“focolare nazionale ebraico” in Palestina. Da questa data si intensificò ulteriormente il movimento
migratorio di ebrei verso la Palestina, che continuò durante tutto il primo dopoguerra, aumentando
ulteriormente negli anni delle persecuzioni razziali naziste. Proprio grazie all’afflusso di sionisti di
tendenza progressista provenienti dall’URSS e dalla Polonia, negli anni Venti ebbe impulso fra la
comunità ebraica palestinese il movimento sindacale e il sistema di conduzione della terra collettivistico
imperniato sui kibbutz. Dopo la vittoria nella prima guerra mondiale la Gran Bretagna aveva frattanto
ottenuto la possibilità di esercitare la propria influenza sulla zona siriaco-palestinese, e nel 1920 la
Società delle Nazioni le affidò il mandato sulla Palestina. La creazione nel 1923 del regno di
Transgiordania, acuì ulteriormente il problema della coesistenza di ebrei e arabi nei territori palestinesi a
ovest del fiume Giordano, rischiando di compromettere la stessa politica inglese. L’intensa opera di
colonizzazione ebraica, favorita anche dal governo inglese, provocò scontri fra i coloni e la popolazione
araba, che iniziò a organizzarsi politicamente dal 1936, quando si ebbe una grande sollevazione araba in
opposizione all’immigrazione ebraica e all’ambigua politica inglese. La reciproca collaborazione fra i paesi
arabi venne sancita dalla conferenza di Alessandria del 1944, che portò alla formazione della Lega araba
(1945), subito divenuta il punto di riferimento per tutti coloro che rifiutavano la costituzione di uno stato
ebraico in Palestina. Se durante la seconda guerra mondiale molti ebrei di Palestina combatterono a
fianco degli inglesi contro il nazismo, già da allora si verificarono episodi di insofferenza nei confronti dei
dominatori inglesi. Alla fine del conflitto – quando ormai si contavano oltre mezzo milione di ebrei e più
di un milione e duecentomila arabi – si consolidò ulteriormente la volontà ebraica di indipendenza. Il
disimpegno coloniale della Francia da Siria e Libano, divenuti nel 1946 stati indipendenti, e la volontà
inglese di costituire nell’area palestinese uno stato in cui dovevano convivere le due popolazioni
acuirono ulteriormente il problema arabo-ebraico, che assunse una dimensione internazionale. Dal canto
loro gli Stati Uniti, dove forte e particolarmente influente era la presenza ebraica, si orientarono verso il
superamento di quei vincoli che per ragioni di sicurezza il governo inglese aveva posto all’immigrazione
ebraica in Palestina. La Gran Bretagna optò allora per una linea di progressivo disimpegno dalla
questione ebraico-palestinese, rimettendo alle Nazioni Unite il compito di dirimere il problema. Il
governo di Londra annunciò il ritiro dalla regione entro il 15 maggio 1948. La risoluzione adottata
dall’ONU il 29 novembre 1947, forte del voto statunitense, sovietico e francese e dell’astensione inglese,
pur con l’opposizione dei paesi della Lega araba, dell’India, della Grecia e del Pakistan, fu quella di
giungere a una divisione della Palestina fra le due popolazioni, attribuendo agli ebrei la Galilea orientale,
la fascia costiera da Haifa ad Ashdod e la regione del Neghev (per Gerusalemme era prevista la creazione
di una zona internazionale). Ultimata la partenza delle truppe britanniche, il 14 maggio 1948 un governo
provvisorio ebraico guidato da Ben Gurion proclamò la creazione dello stato d’Israele: atto contestato
come unilaterale dagli stati arabi, che vedevano in esso una forma intollerabile di sopraffazione da parte
della minoranza ebraica appoggiata dai paesi occidentali nei confronti della maggioranza della
popolazione araba residente in Palestina, già all’epoca economicamente subordinata. Il nuovo stato
d’Israele fu subito riconosciuto da USA e URSS.

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9. Dalla nascita dello stato d’Israele alla guerra dei Sei giorni (1948-67)

La scelta di cercare una soluzione armata al problema palestinese si rivelò disastrosa per la Lega araba e
per gli arabi di Palestina. Dopo aver dichiarato guerra allo stato ebraico all’indomani della sua
proclamazione, il 15 maggio 1948, gli eserciti egiziano, transgiordano, siriano, libanese e iracheno
vennero duramente sconfitti. La prima guerra arabo-israeliana, conclusasi con gli armistizi separati del
1949, permise il rafforzamento territoriale di Israele rispetto al precedente piano di spartizione previsto
dall’ONU per la Palestina e, sul piano internazionale, portò al riconoscimento del paese da parte di molti
altri stati e al suo ingresso nelle Nazioni Unite (marzo 1949). Le prime elezioni per il parlamento
israeliano (knesset), svoltesi nel 1949, segnarono la vittoria del partito del primo ministro Ben Gurion, il
Mapai (Partito dei lavoratori della terra di Israele), di ispirazione socialista. Il 16 febbraio 1949 fu eletto
presidente della repubblica Chaim Weizmann. La negazione intransigente del diritto all’esistenza di
Israele da parte della Lega araba, naturale punto di riferimento degli arabi di Palestina, determinò negli
anni successivi l’accentuazione delle basi etnico-religiose dello stato ebraico, vanificando per molto
tempo ogni progetto di soluzione della questione palestinese. A partire dal 1948 il flusso migratorio di
ebrei nello stato d’Israele crebbe incessantemente, anche grazie a due leggi varate dalla knesset nel 1950
e nel 1952 (le cosiddette leggi del ritorno) volte, rispettivamente, a concedere la cittadinanza israeliana a
tutti gli ebrei immigrati e limitarne fortemente la concessione ai non ebrei. La popolazione ebraica
israeliana passò così dalle 700.000 unità del 1948 ai quasi 3 milioni della fine degli anni Sessanta.
Particolarmente significativo fu, in questo contesto, il massiccio afflusso di ebrei sefarditi provenienti dai
paesi arabi avvenuto fra il 1952 e il 1964, che mutò l’assetto sociale interno alla stessa componente
ebraica israeliana, sino ad allora dominata dalla presenza degli ashkenaziti (originari dell’Europa
orientale). Alla crescita della popolazione ebraica fece riscontro il forzato abbandono del territorio
israeliano da parte di oltre 500.000 arabi espulsi alla fine del primo conflitto arabo-israeliano e rifugiatisi
prevalentemente nel Libano meridionale e in Giordania. Pur nella complessità e precarietà della
situazione, la coalizione governativa guidata da Ben Gurion riuscì, fino alla metà degli anni Cinquanta, a
garantire il corretto funzionamento della vita parlamentare e a utilizzare parte dei capitali provenienti da
alcuni paesi europei e dagli Stati Uniti per la creazione di notevoli infrastrutture e per
l’ammodernamento del paese (nonostante il forte assorbimento di risorse da parte del settore militare).
Ben Gurion si sforzò di isolare le due forze antitetiche dell’estrema destra e dell’estrema sinistra: la
prima ebbe espressione nell’Herut, appoggiato dall’ortodossia religiosa e fautore di una politica “forte”
nei confronti della Lega araba; la seconda invece si guadagnò l’appoggio della popolazione araba, per la
quale richiese parità di diritti. Nel corso dei primi anni Cinquanta Israele si schierò nettamente con i paesi
occidentali, parallelamente all’avvicinamento dei paesi arabi, e in particolare dell’Egitto di Nasser,
all’URSS. Nel 1951 furono interrotti i rapporti diplomatici con l’URSS a causa del divieto imposto agli
ebrei sovietici di emigrare in Israele e, contemporaneamente, lo stato ebraico si avvicinò a Francia e Gran
Bretagna in chiave antiegiziana. Nel 1952 ebbe vasta eco l’accettazione, da parte della Germania
federale, del pagamento a Israele dei danni di guerra per le persecuzioni antisemite scatenate dal
nazismo. L’avvicinamento alla Francia e all’Inghilterra fu la premessa per il coinvolgimento israeliano in
una politica intransigente e militarista verso il mondo arabo, che portò a un nuovo conflitto arabo-
israeliano in occasione della crisi di Suez (1956). Nonostante l’opposizione degli Stati Uniti, preoccupati
che un intervento militare potesse provocare un ulteriore avvicinamento dei paesi mediorientali
all’URSS, fra la Francia, la Gran Bretagna e Israele si venne a saldare un’intesa per procedere
all’intervento armato. Fra il 29 ottobre e il 5 novembre 1956 le truppe israeliane guidate da Moshe
Dayan riuscirono a sconfiggere le truppe egiziane, occupando la penisola del Sinai e la striscia di Gaza.
L’operazione non ebbe però l’esito sperato per la condanna statunitense e soprattutto sovietica: su
pressione dell’URSS l’ONU costrinse le truppe israeliane al ritiro, che venne completato nel marzo 1957.
Il secondo conflitto arabo-israeliano determinò quindi un temporaneo isolamento internazionale di
Israele, e accelerò la costituzione di un movimento per la liberazione della Palestina, che si diede nel
1964 una propria specifica struttura con la nascita dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina
(OLP). Dopo il 1957 gli incidenti lungo le frontiere furono continui, e agli attentati da parte araba Israele
rispose sistematicamente con il metodo della rappresaglia. In questo clima fu deciso un forte incremento
delle spese militari, mentre si fece sempre più aspra la competizione politica interna, culminata nel 1963
con le dimissioni del vecchio leader Ben Gurion. L’esecutivo fu allora affidato a Levi Eshkol, anch’egli
membro del partito Mapai. Più flessibile e diplomatico nei rapporti con le forze politiche ebraiche, il
nuovo primo ministro si trovò tuttavia a fronteggiare una fase di recessione economica, e soprattutto
non riuscì a modificare lo stato di irrisolta conflittualità con gli arabi residenti in Israele e con i paesi
vicini.

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10. Dalla “guerra dei Sei giorni” alla sconfitta laburista (1967-77)

Il terzo conflitto arabo-israeliano scoppiò nel giugno del 1967. Il mese precedente il presidente egiziano
Nasser aveva voluto il ritiro delle forze dell’ONU dalla zona del Canale di Suez e il 22 maggio aveva
decretato il blocco del golfo di Aqaba per le navi dirette verso Israele. A queste azioni lo stato ebraico
rispose con il bombardamento, il 5 giugno, dei principali aeroporti arabi, mentre l’esercito, guidato da
Moshe Dayan, occupava la striscia di Gaza, la Cisgiordania, l’alta Galilea, il Golan e tutta la penisola del
Sinai. Nel giro di sei giorni (5-10 giugno) Israele giunse così a una vittoria militare schiacciante, che acuì di
riflesso anche le tensioni fra le due superpotenze. Anche la parte orientale di Gerusalemme fu annessa
unilateralmente dal governo israeliano e venne proclamata capitale dello stato, nonostante la condanna
dell’ONU. Respinta sia da Israele sia dai paesi arabi e dall’OLP la risoluzione dell’ONU che prevedeva la
restituzione dei territori occupati in cambio del riconoscimento di Israele, lo stato ebraico non riuscì
anche in questo caso ad avviare un autentico processo di pace che gli consentisse di sfruttare
completamente la sua vittoria militare. In mancanza di trattati di pace con i paesi arabi (che non
poterono essere sottoscritti per il rifiuto di questi ultimi di riconoscere lo stato ebraico), Israele ignorò da
parte sua la risoluzione dell’ONU per quanto riguardava la restituzione dei territori occupati, avviando
anzi un processo di colonizzazione delle nuove terre. La progressiva creazione di insediamenti ebraici
nelle zone occupate (per fronteggiare l’incremento della popolazione ebraica a seguito di nuovi afflussi
provenienti dal Corno d’Africa e dal 1971 anche dall’URSS) e l’utilizzazione nello stesso territorio
israeliano della popolazione araba delle zone occupate come manodopera non specializzata creò un
rapporto di totale subalternità economica dei palestinesi, fomentando ulteriormente il loro spirito di
rivalsa contro gli occupanti. Fu proprio dal 1968 che l’OLP radicalizzò la sua posizione e incominciò a
minacciare direttamente la sicurezza di Israele. Le forti spese militari legate alla difesa e alla stessa
occupazione dei territori conquistati nel 1967, le difficoltà economiche e finanziarie, l’isolamento del
paese nell’area mediorientale e il venir meno dell’appoggio di paesi tradizionalmente alleati – quali la
Francia – furono alcuni elementi che contribuirono a mettere in crisi il modello di sviluppo israeliano (che
era ormai di tipo apertamente occidentale). Alla morte di Levi Eshkol (1969), il nuovo primo ministro
Golda Meir del partito laburista (ex Mapai) scelse di proseguire sulla via della colonizzazione dei territori
occupati e dell’intransigenza verso gli arabi, mentre in politica estera rafforzò ulteriormente i rapporti
con gli Stati Uniti (anche per compensare i sempre più tiepidi rapporti con i paesi europei). La rigida
politica israeliana trovò d’altra parte riscontro nei paesi vicini: in Egitto anche il successore di Nasser,
Sadat, tentò in un primo tempo la via dello scontro armato con Israele. L’attacco congiunto sferrato dagli
eserciti egiziano e siriano nel giorno della festività ebraica dello Yom Kippur, il 6 ottobre 1973, venne
respinto dalle forze israeliane, che nella loro controffensiva giunsero a minacciare la stessa capitale
egiziana. La guerra mise però anche in luce la vulnerabilità di Israele sul piano militare e soprattutto la
fragilità economica di un paese privo di materie prime di fronte alle enormi risorse petrolifere di cui
disponevano i paesi arabi (che non a caso le usarono come arma di ricatto verso l’Occidente). Le elezioni
del 1973 registrarono una flessione laburista e aprirono una grave crisi di governo. Solo nel maggio 1974
si riuscì a formare un governo, composto da laburisti e liberali indipendenti, sotto la guida di Itzhak Rabin
e con Shimon Peres al ministero degli Esteri. Durato in carica sino alle elezioni anticipate del 1977, il
governo Rabin riuscì a raggiungere un accordo con l’Egitto, che andava nel senso del rifiuto della forza
come mezzo di soluzione del conflitto e comportava un lieve arretramento israeliano nel Sinai, rifiutando
però categoricamente il ritiro dai territori occupati nella guerra del 1967 e ponendo come condizione il
riconoscimento del paese da parte degli arabi. Rabin diede ulteriore impulso al settore militare e
promosse una politica economica volta ad affrancare il più possibile Israele dagli aiuti stranieri, ma non
riuscì a evitare i contraccolpi della recessione che colpì tutto il mondo occidentale, l’emergere di scandali
interni, la fronda sindacale e la propaganda antigovernativa delle forze dell’estrema destra. Alle elezioni
del maggio 1977 i laburisti risultarono infine sconfitti.