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BIOLOGIA CELLULARE

Secondo la teoria cellulare tutti gli esseri viventi sono formati da cellule e ogni
cellula deriva da una cellula progenitrice. La cellula è l’elemento biologico più
semplice che veicola l’informazione ereditaria caratteristica della specie. Esistono
due tipi di cellule.
1. Cellule eucariotiche (10-100µm): hanno una complessa organizzazione interna e
il loro materiale genetico è confinato all’interno di un nucleo definito da una
doppia membrana; il loro DNA è organizzato in cromosomi lineari. Il citoplasma
esterno al nucleo contiene organelli e compartimenti immersi nel citosol
(componente liquida del citoplasma). La presenza di compartimenti separati
all’interno della cellula, assicura un’alta specializzazione delle strutture adibite ai
diversi e specifici compiti che deve svolgere, grazie anche alla diversa espressione
genica (dovuta alla regolazione genica). Con poche eccezioni lo stesso corredo di
organelli si osserva anche in cellule molto
diverse tra loro.
2. Cellule procariotiche (1µm): hanno
organizzazione interna priva di compartimenti
e il loro materiale genetico si trova in una
regione chiamata nucleoide; il loro DNA
consiste in una singola molecola circolare.
Presentano spesso una parete cellulare esterna alla membrana e flagelli per il
movimento.
La cellula va normalmente incontro a processi di accrescimento, ma oltre un certo
limite la crescita del suo volume non viene più sostenuta da un adeguato scambio di
sostanze nutritizie a livello della sua membrana. Raggiunto il limite di accrescimento,
la cellula si divide dando origine ad altre due cellule. Tale fenomeno, chiamato
duplicazione cellulare, avviene attraverso processi diversi, in funzione del tipo di
cellula considerata.

IL MICROSCOPIO
Il potere di risoluzione è la distanza minima alla quale due punti risultano distinti;
dipende dalla lunghezza d’onda della luce e dall’apertura numerica della lente
obiettivo del microscopio.
➢ Occhio umano: 0,1mm = 100µm
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➢ Microscopio ottico: 0,2 m = 200nm (500 volte maggiore rispetto all’occhio
umano)
➢ Microscopio elettronico: 0,2nm (può ingrandire un’immagine anche di 100
mila volte)
1. Microscopio ottico (pdr 0,2πm): è basato sul principio che un fascio di luce
attraversa la struttura da studiare e l’immagine, passando per una serie di lenti,
giunge ingrandita all’occhio dell’osservatore. Per osservare dei tessuti, occorre
avere delle sezioni di essi dello spessore di 5-10µm, altrimenti la sovrapposizione
di più strati renderebbe fallace l’osservazione. Per realizzare queste sezioni si
utilizza uno strumento chiamato microtomo, che ha bisogno però che il tessuto
non sia fresco (si sfalderebbe effettuando delle sezioni così sottili). Si procede,
quindi, ad includere il frammento in un materiale come la paraffina (una cera).
Con il microscopio ottico si osserva l’organizzazione microscopica del campione
e non complessi sopramolecolari (per i quali si usa il microscopio elettronico):
 Forma e grandezza delle cellule
 Presenza di uno o più nuclei
 Localizzazione di particolari enzimi
 Grandezza e numero dei cromosomi
 Fasi della mitosi
 Organizzazione generale dei componenti del citoscheletro

2. Microscopio elettronico (pdr 0,2nm): grazie al considerevole aumento di


risoluzione, è l’unico strumento che permette di studiare l’ultrastruttura. Si basa
sull’uso di un fascio di elettroni al posto della luce visibile. Grazie a lenti
particolari vengono convertiti e ci viene data l’immagine. Esistono due tipi di
microscopio elettronico:
➢ SEM, microscopio elettronico a scansione (pdr 10 nm): permette di vedere i
rilievi della cellula; si basa sul principio di un’immagine riflessa derivante dal
rimbalzare degli elettroni sulla superficie del campione.
➢ TEM, microscopio elettronico a trasmissione (pdr 0,2nm): permette di vedere
l’ultrastruttura della cellula. Lo studio al TEM richiede l’allestimento di
sezioni (utilizzando l’ultramicrotomo) di 20-40nm, considerata la debole
capacità di penetrazione degli elettroni, implicando anche l’inclusione in resine
più rigide della paraffina.

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LA MEMBRANA PLASMATICA
Funzioni della membrana plasmatica:
1. Compartimentazione: la membrana plasmatica racchiude il contenuto dell’intera
cellula; le membrane dell’involucro nucleare e citoplasmatiche delimitano
differenti spazi intracellulari. Permette che attività specializzate possano svolgersi
senza interferenze esterne e che le attività cellulari possano essere regolate
indipendentemente le une dalle altre.
2. Supporto fisico per attività biochimiche: le membrane forniscono un’ampia
impalcatura alla cellula, all’interno della quale i componenti possono essere
ordinati per interagire in modo efficace.
3. Barriera con permeabilità selettiva: le membrane impediscono il libero scambio di
molecole da un versante all’altro, ma forniscono un mezzo di comunicazione tra i
componenti che separano.
4. Trasporto di soluti: i meccanismi di trasporto consentono alla cellula di
accumulare sostanze, tra cui ioni, stabilendo gradienti ionici tra il versante
citoplasmatico e quello extracellulare.
5. Risposta a segnali esterni: processo noto come trasduzione del segnale; le
membrane contengono dei recettori, che si combinano con molecole specifiche
(ligandi) oppure rispondono ad altri tipi di stimoli.
6. Interazioni intercellulari: la membrana media le interazioni tra una cellula e le sue
vicine.
7. Trasferimento di energia: la principale forma di trasferimento di energia si verifica
durante la fotosintesi; le membrane sono inoltre impiegate nel trasferimento di
energia dai carboidrati e dai grassi all’ATP (a livello delle membrane di cloroplasti
e mitocondri).
COMPOSIZIONE CHIMICA DELLE MEMBRANE
Le membrane sono associazioni lipo-proteiche, i cui componenti sono tenuti insieme
in uno strato sottile da legami non covalenti. Il doppio strato lipidico funge
principalmente da scheletro strutturale della membrana e costituisce la barriera che
impedisce i movimenti casuali delle molecole idrosolubili. Ogni tipo di cellula
differenziata possiede un insieme peculiare di proteine che contribuisce alle attività
specializzate di quel tipo cellulare.
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I LIPIDI DI MEMBRANA
Le membrane contengono un’ampia varietà di lipidi, tutti di natura anfipatica,
costituiti cioè da regioni idrofile e regioni idrofobiche.
➢ Fosfogliceridi: la maggior parte dei lipidi di membrana contiene un gruppo
fosfato (fosfolipidi) ed è sintetizzata a partire da uno scheletro di glicerolo
(fosfogliceridi). I gliceridi di membrana sono digliceridi (solamente due gruppi
ossidrile sono esterificati ad acidi grassi; il terzo è esterificato ad un gruppo
fosfato idrofilo). I fosfogliceridi delle membrane hanno legato al gruppo fosfato
un gruppo aggiuntivo (generalmente colinafosfatidilcolina PC,
etanolamminafosfatidiletanolammina PE, serinafosfatidilserina
PS
oinositolofosfatidilinositolo PI). Ognuno di questi gruppi forma insieme
al gruppo fosfato una regione fortemente idrofila (testa). Le catene di acidi
grassi sono catene idrocarburiche idrofobiche non ramificate (da 16 a 22
atomi di carbonio). Gli acidi grassi possono essere saturi (privi di doppi
legami), monoinsaturi (con un solo doppio legame) o polinsaturi (con più di
un doppio legame).
➢ Sfingolipidi: sono lipidi di membrana derivati dalla sfingosina legata ad un acido
grasso mediante il suo gruppo amminico (ceramide) e altri gruppi esterificati al
gruppo alcoolico terminale della sfingosina. Se il gruppo esterificato è la
fosforilcolina, la molecola è detta sfingomielina, se è un carboidrato, è detta
glicolipide. Le catene di acidi grassi degli sfingolipidi sono più estese ed hanno un
livello di saturazione maggiore rispetto ai fosfogliceridi.
➢ Colesterolo: è uno steroide naturale con natura lipidica leggermente anfipatica,
orientato con il suo gruppo idrofilo verso la superficie della membrana, e con la
coda idrofoba nel doppio strato lipidico.
Ogni tipo di membrana ha la sua composizione lipidica caratteristica; le catene di
acidi grassi nel doppio strato lipidico hanno uno spessore di circa 30Å e ogni fila di
teste polari occupa circa 15Å: l’intero doppio strato lipidico ha uno spessore di 60Å
(6nm). Le membrane formano un sistema continuo e interconnesso, che è, però,
deformabile, permettendo alla loro forma generale di cambiare quando necessario (ad
esempio movimento e divisione cellulare). Un’importante caratteristica del doppio
strato lipidico è la sua capacità di autoassemblarsi: se una piccola quantità di un
fosfogliceride viene dispersa in una soluzione acquosa, le molecole si assemblano
spontaneamente a formare le pareti di vescicole dette liposomi.
Il doppio strato lipidico è costituito da due monostrati indipendenti che possiedono
proprietà chimiche e fisiche diverse.
I CARBOIDRATI DI MEMBRANA
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La maggior parte dei carboidrati di membrana è legata con legami covalenti alle
proteine a formare glicoproteine; i carboidrati rimanenti vanno a legarsi
covalentemente con lipidi, a formare glicolipidi. Tutti i carboidrati della membrana
plasmatica sono rivolti verso l’ambiente extracellulare (quelli delle membrane
cellulari interne sono affacciati sul versante opposto al citosol). Nelle glicoproteine la
componente glucidica è presente in forma di brevi oligosaccaridi, con struttura e
composizione molto varia. I carboidrati che sporgono dalla membrana si occupano di
mediare le interazioni di una cellula con il suo ambiente e di smistare le proteine di
membrana ai diversi compartimenti cellulari (i carboidrati della membrana
plasmatica degli eritrociti, ad esempio, determinano il gruppo sanguigno AB0).
LE PROTEINE DI MEMBRANA
1. Proteine integrali o transmembrana: attraversano completamente il doppio
strato lipidico, per cui hanno domini che sporgono sia dal lato extracellulare che
da quello citoplasmatico. Sono anfipatiche: hanno una porzione idrofoba
all’interno del doppio strato lipidico e una idrofila all’esterno. Svolgono diversi
ruoli: recettori capaci di legare molecole specifiche sulla superficie della
membrana, canali o trasportatori per il movimento di ioni o soluti attraverso la
membrana (presentano un canale interno che forma un passaggio idrofilo
attraverso il doppio strato lipidico, grazie ai residui idrofili contenuti nel
rivestimento interno), agenti che trasferiscono elettroni (nella fotosintesi e nella
respirazione). Esistono specifiche regioni di molte proteine che contraggono
importanti interazioni funzionali con specifici lipidi.
2. Proteine periferiche: sono situate completamente all’esterno del doppio strato
lipidico, legate alla membrana da legami elettrostatici deboli. Sulla faccia
citosolica della membrana, agiscono come uno scheletro, un supporto meccanico,
che fornisce siti di ancoraggio per le proteine integrali di membrana. Possono
anche agire come enzimi, rivestimenti specializzati o fattori che trasmettono
segnali transmembrana.
3. Proteine ancorate ai lipidi: si localizzano all’esterno del doppio strato lipidico,
legandosi covalentemente a una molecola lipidica. Molte di quelle presenti sulla
superficie esterna della membrana plasmatica, si legano alla membrana mediante
un oligosaccaride legato ad una molecola di fosfatidilinositolo, chiamate proteine
ancorate al GPI. Un altro gruppo di proteine presenti sul versante citosolico della
mp è ancorato ad essa da lunghe catene idrocarburiche: almeno due di queste
proteine (Src e Ras) sono coinvolte nella trasformazione di una cellula normale in
una tumorale.
FREEZE-FRACTURE

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La tecnica del “freeze-fracture” permette di osservare al microscopio elettronico
l’organizzazione a mosaico fluido. Quando la membrana è congelata e fratturata (le
superfici di frattura vengono denominate E=ectoplasmatica e P=protoplasmatica), i
due strati lipidici si separano secondo un piano passante tra le code idrofobe,
esponendo le proteine affondate nel suo spessore. Queste non sono fratturate e
appaiono quindi al microscopio come piccole protuberanze o depressioni
corrispondenti.

MODELLO DEL MOSAICO FLUIDO


Il modello a mosaico fluido considera le membrane cellulari come strutture
dinamiche e fluide, in cui le proteine sono disposte in un mosaico discontinuo di
particelle e i singoli lipidi sono in grado di muoversi lateralmente (sono vietati i
movimenti di flip flop). La fluidità delle membrane cellulari deve essere
precisamente regolata; quando le catene sono corte o hanno doppi legami, le
membrane sono più difficili da congelare: una minore lunghezza di catena riduce la
tendenza delle code idrocarburiche a interagire tra loro e i doppi legami producono
pieghe nelle catene che ne rendono più difficile il compattamento, così che la
membrana rimane fluida a temperature più basse. Vi sono enzimi in grado di
desaturare i legami singoli per formare legami doppi (desaturasi) e di rimescolare le
catene tra molecole fosfolipidiche per formare fosfolipidi con due acidi grassi insaturi
(fosfolipasi e aciltrasferasi).
Il colesterolo modula le proprietà dei doppi strati lipidici: il gruppo –OH del
colesterolo interagisce con le teste idrofiliche dei fosfolipidi, agendo da “spaziatore”
tra le code idrofobiche e impedendo a queste ultime di interagire tra loro, aumentando
la fluidità di membrana alle basse temperature. Alle alte temperature, al contrario, la
presenza di colesterolo interferisce con i movimenti delle code dei fosfolipidi e limita
la fluidità dello strato esterno della membrana. Il colesterolo, quindi, tende ad
aumentare la stabilità della membrana ed a diminuirne la permeabilità.
Grazie alla fluidità della membrana, le molecole che interagiscono tra loro possono
avvicinarsi, dar luogo alle reazioni necessarie e separarsi.
LE ZATTERE (RAFT) LIPIDICHE
In doppi strati lipidici sintetici si formano dei microdomini di colesterolo e
sfingolipidi più gelificati e ordinati rispetto alle regioni circostanti di fosfogliceridi,
chiamati zattere lipidiche. Poiché le catene idrocarburiche degli sfingolipidi sono più
lunghe e dritte di quelle degli altri lipidi di membrana, le zattere sono più spesse e
possono ospitare meglio determinate proteine di membrana: in questo modo
potrebbero organizzare la membrana in compartimenti funzionali, concentrando le
proteine per il trasporto di piccole vescicole e per farle funzionare in complessi
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proteici (ad esempio quando si convertono segnale extracellulari in segnali
intracellulari). La controversia scientifica nasce relativamente alla possibilità che
simili zattere lipidiche esistano o meno anche nelle cellule viventi.
NATURA DINAMICA DELLA MEMBRANA PLASMATICA
Le proteine di membrana si muovono molto più lentamente nella membrana
plasmatica di come farebbero in un doppio strato lipidico puro; alcune si muovono
casualmente attraverso tutta la membrana, altre si muovono in maniera altamente
direzionale, verso l’una o l’altra parte della cellula. La maggioranza delle specie
proteiche evidenzia un movimento causale (browniano), ma sono incapaci di migrare
liberamente per più di una decina di micrometri.
La membrana plasmatica di molte cellule possiede una rete fibrillare costituita da
proteine periferiche situate sul versante citosolico della membrana. Una certa
porzione di proteine integrali di membrana è ancorata allo scheletro di membrana o è
comunque condizionata da esso.
Vi sono delle barriere con struttura elastica all’interno della membrana che limitano i
movimenti delle proteine. Proteine integrali di membrana a cui sono state
geneticamente eliminate le porzioni citoplasmatiche, coprono distanze maggiori
rispetto alle loro corrispondenti intatte, indicando che tali barriere sono localizzate sul
versante citosolico della membrana. Il citoscheletro sottostante la membrana forma
una sorta di palizzate attorno a determinate porzioni di essa creando dei
compartimenti che riducono la distanza entro la quale le proteine possono muoversi.
In questo modo alcune specifiche combinazioni di proteine sono mantenute in stretta
vicinanza, per facilitare la loro interazione. Le proteine che sono invece private della
porzione che sporge sul versante extracellulare si muovono ad una velocità maggiore
rispetto alle corrispondenti intatte.
Anche la diffusione dei fosfolipidi è limitata: i fosfolipidi diffondono liberamente
all’interno di un compartimento della membrana prima di saltare la “recinzione” del
compartimento vicino e così via. Questi compartimenti sono delimitati da proteine
integrali di membrana, i cui domini citosolici sono legati allo scheletro di membrana.
La maggior parte delle membrane mostra una larga variabilità nella composizione
proteica e nella mobilità, soprattutto in cellule in cui diverse aree della superficie
cellulare hanno funzioni differenti.
LA MEMBRANA PLASMATICA DEGLI ERITROCITI
Gli eritrociti umani mancano di involucro nucleare e membrane citoplasmatiche che
andrebbero a contaminare il campione da studiare. È possibile ottenere membrane
purificate e intatte di eritrociti immergendoli in una soluzione salina ipotonica: le
cellule assorbono acqua fino ad andare incontro ad emolisi; la membrana plasmatica
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si rompe e il contenuto cellulare fuoriesce, lasciando pressoché intatta l’ombra della
membrana. Le proteine integrali più abbondanti nella membrana degli eritrociti sono
una coppia di proteine glicosilate chiamate banda 3 e glicoforina A. La banda 3 è un
omodimero (costituito da due subunità identiche) e ognuna delle sue subunità
attraversa la membrana circa una dozzina di volte; contiene una bassa quantità di
carboidrati. È un canale per lo scambio passivo di anioni attraverso la membrana. Le
subunità della glicoforina A, invece, attraversano la membrana una sola volta e
contengono un’estesa porzione glucidica; il residuo glucidico (acido sialico) alla fine
di ciascuna catena di carboidrati, contiene un gran numero di cariche negative. Grazie
a queste cariche superficiali, i globuli rossi si respingono tra loro, evitando che si
aggreghino tra loro quando circolano nei vasi più sottili. Gli individui privi di
glicoforina, non possiedono particolari patologia, ma solamente proteine della banda
3 molto più glicosilate (risposta compensatoria per le cariche negative).
Le proteine periferiche di membrana degli eritrociti, sono situate sul versante
citosolico della membrana, formando uno scheletro di membrana fibrillare, che
mantiene la forma biconcava dell’eritrocito. Il suo componente principale è la
proteina spettrina, fissata alla superficie interna della membrana alla proteina
anchirina (mediante legami non covalenti), a sua volta legata a una proteina della
banda 3 (mediante legami non covalenti). Allontanando queste proteine periferiche
dall’ombra dell’eritrocita, la membrana si frammenta in piccole vescicole: la rete
interna di proteine è necessaria per mantenere la struttura della membrana; è inoltre
fondamentale per conferire alla cellula resistenza, flessibilità ed elasticità, necessarie
per attuare le funzioni che le sono richieste.
MOVIMENTO DI MOLECOLE ATTRAVERSO LA MEMBRANA
La membrana plasmatica deve trattenere le molecole in soluzione nella cellula in
modo che esse non filtrino semplicemente nell’ambiente esterno, ma deve comunque
consentire gli scambi necessari tra interno ed esterno della cellula. Il movimento di
sostanze attraverso la membrana può avvenire in due modi: in modo passivo, per
diffusione, o in modo attivo, con un processo che richiede energia. Il movimento
della sostanza verso l’interno della cellula (flusso in entrata) e il suo movimento
verso l’esterno (flusso in uscita) non sono in equilibrio, ma uno è maggiore rispetto
all’altro (flusso netto). La diffusione di un non-elettrolita attraverso la membrana
dipende dalla differenza di concentrazione di quella sostanza tra un versante e l’altro
della membrana; la diffusione di un elettrolita attraverso la membrana dipende dal
gradiente elettrochimico (gradiente chimico, dovuto alla differenza di concentrazione,
e gradiente di potenziale elettrico, dovuto alla differenza di carica).
1. Diffusione dell’acqua attraverso le membrane: le molecole di acqua sono in
grado di attraversare la membrana molto più facilmente rispetto ai soluti, per
questo la membrana viene detta semipermeabile. L’acqua si sposta, in particolare,
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da una regione con concentrazione di soluto minore ad una con concentrazione di
soluto maggiore: questo processo prende il nome di osmosi. Il compartimento con
concentrazione di soluto più elevata è definito ipertonico (o iperosmotico), quello
a concentrazione di soluto minore è definito ipotonico (o ipoosmotico). Quando
una cellula è immersa in una soluzione ipotonica assorbe acqua e si gonfia, in una
ipertonica, al contrario, perde acqua e si raggrinzisce. Quando la concentrazione
interna dei soluti eguaglia quella esterna, i fluidi sono detti isotonici (o
isoosmotici). Vi è poi una famiglia di piccole proteine integrali dette acquaporine,
che permettono il movimento passivo di acqua da un lato all’altro della membrana
plasmatica.
2. Diffusione di ioni attraverso le membrane: lo strato centrale della membrana è
fortemente impermeabile a sostanze con carica elettrica; sono presenti, nel doppio
strato fosfolipidico, dei canali ionici, ossia aperture nelle membrane permeabili a
determinati ioni, formati da proteine integrali di membrana che circondano un
poro acquoso. La maggior parte di essi permette il passaggio di un solo tipo di
ione e può esistere in una conformazione aperta o chiusa (canali a sbarramento).
Si distinguono tre principali categorie di canali ionici a sbarramento:
➢ Canali a controllo di voltaggio (o voltaggio-dipendenti), il cui stato
conformazionale dipende da differenze nella carica ionica sui due lati della
membrana.
➢ Canali a controllo di ligando (o ligando-dipendenti), il cui stato
conformazionale dipende dal legame di una specifica molecola. Alcuni si
aprono (o si chiudono) in seguito al legame di un ligando alla superficie
esterna, altri alla superficie interna.
➢ Canali a controllo meccanico, il cui stato conformazionale dipende da forze
meccaniche applicate alla membrana.
➢ Kv (canale ionico per il +): è costituito da sei eliche (da S1 a S6) associate
alla membrana, raggruppabili in 2 domini funzionali: un dominio del poro
(eliche S5-S6), che contiene un filtro di selettività per lo ione potassio, e un
dominio del sensore di voltaggio (eliche S1-S4), in grado di avvertire il
voltaggio attraverso la membrana plasmatica. Un canale Kv eucariotico è
formato da quattro subunità omologhe disposte simmetricamente attorno al
poro centrale. Il filtro di selettività contiene, sulla superficie interna, un
pentapeptide altamente conservato e quattro potenziali siti di legame per gli
ioni +. Questi siti sono occupati due per volta (gli ioni passano dai siti 1 e 3
ai siti 2 e 4), l’entrata di un terzo ione crea una repulsione elettrostatica che
espello lo ione all’estremità opposta della fila. Il filtro di selettività (3Å) è
precisamente della dimensione di uno ione potassio disidratato (2,7Å), ma

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molto più largo di uno ione sodio disidratato (1,9Å) che quindi non può
interagire con le pareti interne del canale. L’elica S4, che contiene numerosi
residui amminoacidici carichi positivamente, è fondamentale per il sensore di
voltaggio: a riposo il potenziale negativo della membrana mantiene S4 in una
conformazione tale che il poro risulta chiuso. Un cambiamento verso un valore
più positivo del potenziale esercita una forza elettrica sull’elica S4, che induce
l’apertura del poro. Dopo millisecondi dall’apertura del canale, il movimento
di ioni si arresta automaticamente (inattivazione), meccanismo che si verifica
in seguito al movimento di un piccolo peptide sulla porzione citoplasmatica
della proteina.
3. Diffusione facilitata: in numerosi casi, quando una sostanza deve attraversare una
membrana, questa si lega prima selettivamente ad una proteina che attraversa la
membrana, un trasportatore facilitante, specifico per le molecole che trasporta. Il
legame del soluto ad un trasportatore su un versante della membrana, provoca un
cambiamento conformazionale nella proteina che espone il soluto sul versante
opposto. I trasportatori lavorano senza dispendio di energia e possono mediare il
movimento di soluti in entrambe le direzioni.
➢ Trasportatore del glucosio: l’uomo possiede cinque proteine isoforme che
svolgono la funzione di trasportare glucosio (da GLUT1 a GLUT5). L’insulina
è l’ormone prodotto dalle cellule endocrine del pancreas che mantiene costante
il tasso ematico del glucosio. Un aumento di glucosio induce la secrezione di
insulina, che stimola il riassorbimento della sostanza, soprattutto da parte delle
cellule muscolari scheletriche e degli adipociti. Queste cellule contengono la
GLUT4: quando il livello di insulina è basso, le cellule espongono sulla loro
membrana plasmatica un numero modesto di trasportatori, quando la
concentrazione di insulina aumenta, un gran numero di trasportatori si
localizza sulla membrana, dove possono legare il glucosio e farlo assorbire
dalla cellula.
4. Trasporto attivo: la cellula utilizza questo meccanismo per generare ripide
differenze nel gradiente di concentrazione attraverso la membrana. Dipende
anch’esso da proteine integrali di membrana che legano in modo selettivo un
particolare soluto e lo spostano attraverso la membrana. Il movimento di un soluto
contro gradiente, richiede energia: il movimento endoergonico di sostanze
attraverso la membrana contro gradiente, è accoppiato al processo esoergonico di
idrolisi dell’ATP.
➢ Pompa Na+- + (Na+/ +-ATPasi): stabilisce il gradiente di ioni sodio
attraverso la membrana plasmatica (la concentrazione di ioni sodio è molto
maggiore nello spazio extracellulare150mM, quella di ioni potassio
nello spazio citosolico140mM). La pompa idrolizza ATP per pompare
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Na+ fuori,

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contro il suo ripido gradiente elettrochimico, e pompando + all’interno. Gli
ioni bilanciano le cariche positive dello ione sodio all’esterno; gli ioni
potassio sono invece bilanciati nello spazio intracellulare dalle cariche negative
portate da proteine e acidi nucleici. Come qualsiasi enzima, la pompa può
funzionare in senso contrario, cioè producendo ATP. Quando i gradienti dei due
ioni vengono sperimentalmente aumentati fino al punto in cui l’energia
conservata nei loro gradienti elettrochimici è maggiore di quella di idrolisi
dell’ATP, Na+ e + si muovono secondo gradiente e la pompa sintetizza ATP.
La pompa spinge fuori tre ioni sodio ogni due ioni potassio che entrano: è detta
elettrogenica e crea una corrente netta attraverso la membrana, che
contribuisce (anche se in percentuali molto basse) al potenziale di membrana.
La Na+/ +-ATPasi è un esempio di pompa di tipo P: la P sta per fosforilazione
e indica che l’idrolisi dell’ATP porta al trasferimento del gruppo fosfato ad un
residuo acido aspartico della proteina di trasporto. È la pompa stessa che opera
la reazione di idrolisi dell’ATP. Per poter funzionare la pompa deve avere una
diversa affinità per ciascuno ione sulle due facce della membrana: ciò è
possibile grazie all’idrolisi di ATP e al rilascio di ADP che induce un
cambiamento conformazionale nella proteina.
➢ Stadio 1: la pompa è nella conformazione E1 e il sito di legame è
accessibile sul versante interno della membrana; la proteina lega tre ioni
Na+e una molecola di ATP.

➢ Stadio 2: la pompa si chiude (conformazione E1 chiusa) per cui gli ioni


Na+ non possono più defluire nel citosol.
➢ Stadio 23: idrolisi di ATP
➢ Stadio 34: rilascio di ADP. La proteina subisce una
modificazione conformazionale da E1 a E2: i siti di legame diventano
accessibili sul versante extracellulare e la proteina perde affinità per
gli ioni Na+, rilasciandoli fuori.
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➢ Stadio 5: la proteina assume due ioni +
dallo spazio extracellulare.
➢ Stadio 6: la pompa si chiude (conformazione E2 chiusa) per cui gli ioni +

non possono più defluire nella matrice extracellulare.


➢ Stadio 67: defosforilazione della proteina.
➢ Stadio 8: legame di una molecola di ATP. La proteina torna nella sua
conformazione originaria E1; l’affinità per gli ioni + diminuisce,
rilasciandoli nel citosol.
5. Cotrasporto: la formazione di gradienti di concentrazione fornisce un mezzo per
immagazzinare energia libera nella cellula; quest’energia viene impiegata per il
trasporto di altri soluti. Ad esempio, nell’intestino, il movimento di glucosio
attraverso la membrana plasmatica apicale, contro gradiente di concentrazione,
avviene per cotrasporto con gli ioni sodio. Le molecole di glucosio sono
trasportate da un sistema di trasporto attivo secondario. La proteina trasportatrice,
cotrasportatore Na+/glucosio, trasporta
due ioni sodio e una molecola di
glucosio per ogni ciclo. Una volta
all’interno, il glucosio attraversa la
membrana basale per diffusione
facilitata. Il cotrasportatore Na+/
glucosio può trasportare glucosio
contro un gradiente di concentrazione
maggiore di 20 mila volte. Altre
proteine di trasporto secondario, dette
scambiatori, attuano un meccanismo di
antiporto: le due specie trasportate si muovono in direzioni opposte.
POTENZIALI DI MEMBRANA E IMPULSI NERVOSI
Tutti gli organismi rispondo attivamente agli stimoli, secondo una proprietà definita
irritabilità: le cellule nervose, o neuroni, si occupano di raccogliere e trasmettere
l’informazione sotto forma di impulsi elettrici. Il nucleo di un neurone si trova nella
regione del corpo cellulare (o pirenoforo), centro metabolico della cellula. Dal corpo
cellulare si estendono sottili estroflessioni chiamate dendriti, che ricevono le
informazioni in entrata. Ci è poi una singola estroflessione, più lunga e di diametro
maggiore, chiamata assone, che conduce gli impulsi in uscita dal pirenoforo. La
maggior parte degli assoni si ramifica all’estremità in processi più piccoli, ognuno dei
quali termina con un bottone terminale, regione specializzata per trasmettere gli
impulsi alla cellula bersaglio. La maggior parte dei neuroni nei vertebrati è avvolte da
una guaina mielinica. Questa guaina permetto un aumento della velocità con cui gli
impulsi si propagano lungo l’assone: vi sono delle zone, dette nodi di Ranvier, in cui
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la guaina è assente (situate tra due cellule di Schwann nel snp, o tra due
oligodendrociti nel snc); l’impulso salta da un nodo al successivo (conduzione
saltatoria)
Fra l’interno e l’esterno della membrana plasmatica, quando vi è un eccesso di ioni
positivi da un lato e negativi dall’altro, si stabilisce un potenziale di membrana. In
una cellula nervosa o muscolare questo potenziale viene definito potenziale di riposo
(circa -70mV nei neuroni), perché soggetto ad ampie variazioni.
Il cambiamento positivo del voltaggio di membrana, provoca una diminuzione della
polarità tra i due lati della membrana (depolarizzazione). Se lo stimolo depolarizza la
membrana solamente di pochi millivolt, la membrana torna rapidamente al suo
potenziale di riposo; se la depolarizzazione supera un certo limite detto soglia
(intorno ai -50mV) si scatena una serie di eventi. Il cambiamento del voltaggio
provoca l’apertura dei canali del sodio e gli ioni sodio diffondono liberamente nella
cellula. L’ingresso di cariche positive, provoca l’inversione del potenziale di
membrana, che arriva a +40mV. Dopo circa 1 ms i canali del sodio si inattivano
spontaneamente. Questo potenziale innesca l’apertura dei canali del potassio e il
conseguente rilascio di questi ioni all’esterno della cellula. Il potenziale di membrana
torna a un valore negativo, -80mV, che provoca la chiusura dei canali a controllo di
voltaggio per il potassio. Questi cambiamenti nel potenziale di membrana sono detti
potenziali d’azione (il processo dura meno di 1 ms in una cellula nervosa
mielinizzata). In seguito a un potenziale d’azione la membrana entra in un breve
periodo refrattario nella quale non può essere stimolata nuovamente (i canali del
sodio inattivi devono chiudersi prima di poter rispondere a un altro stimolo). Gli ioni
sodio e potassio, alla fine, vengono pompati indietro dalla Na+/ +-ATPasi (se anche
questa venisse inattivata, un neurone può lanciare ancora migliaia di impulsi prima
che il gradiente ionico stabilito dalla pompa si dissipi).
Una volta che la membrana di un neurone è depolarizzata al valore soglia non è
necessaria alcuna ulteriore stimolazione: la depolarizzazione al di sotto di questo
valore è incapace di innescare il potenziale d’azione, mentre il raggiungimento di
questo valore innesca automaticamente la massima risposta (legge del tutto o nulla).
Il potenziale d’azione non richiede energia: questa viene richiesta dalla Na+/ +-
ATPasi per rigenerare i ripidi gradienti ionici attraverso la membrana plasmatica.
Quando il potenziale d’azione viene innescato si propaga lungo la cellula come un
impulso nervoso (il potenziale d’azione in una zona, genera un effetto nella zona
adiacente). Tutti gli impulsi hanno la stessa intensità: uno stimolo più intenso attiva
un numero maggiore di cellule nervose e riesce ad attivare anche neuroni ad alta
soglia.
I neuroni sono connessi alle cellule bersaglio da giunzioni dette sinapsi; le due cellule
sono separate da uno stretto spazio (fessura sinaptica). Una cellula presinaptica
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(cellula recettoriale o un neurone) conduce gli impulsi ad una cellula postsinaptica
(neurone, cellula muscolare o ghiandolare). Sinapsi tra un assone e una cellula
muscolare scheletrica sono dette giunzioni neuromuscolari. Nei bottoni terminale si
trova una grande quantità di vescicole sinaptiche, siti di raccolta per i trasmettitori
chimici che agiscono sulle cellule postsinaptiche. L’acetilcolina e la norepinefrina (o
noradrenalina) sono due dei neurotrasmettitori che trasmettono gli impulsi ai muscoli
scheletrici e cardiaco.
Quando un impulso raggiunge un bottone terminale, la conseguente depolarizzazione
provoca l’apertura dei canali del Ca2+. Questi ioni hanno generalmente bassa
concentrazione all’interno di un neurone, quindi diffondono nei bottoni terminali,
innescando la fusione di una più vescicole sinaptiche con la membrana plasmatica,
provocando il rilascio nella fessura sinaptica delle molecole neurotrasmettitore.
Queste diffondono attraverso lo spazio e si legano ai recettori sulla membrana
postsinaptica. Il trasmettitore, a questo punto, può innescare l’apertura dei canali
cationici della membrana, determinando l’entrata di ioni sodio con una diminuzione
del potenziale di membrana ed eccitando così la cellula, che genera un proprio
potenziale d’azione; oppure può innescare l’apertura dei canali anionici, provocando
l’ingresso di ioni cloruro ed iperpolarizzando il potenziale di membrana, che riduce la
probabilità che la cellula generi un proprio potenziale d’azione.

I MITOCONDRI
Funzioni dei mitocondri:
1. Sintesi di ATP
2. Sintesi di numerose sostanze, tra cui alcuni amminoacidi e i gruppi eme
3. Cattura e rilascio di ioni calcio
4. Regolazione dell’apoptosi (morte cellulare programmata)
5. Regolazione del ciclo cellulare
6. Generazione di calore
I mitocondri sono organelli dinamici di diametro variabile tra 1 e 4 µm, strettamente
correlati al RE. La scissione dei mitocondri, può essere indotta dal contatto con sottili
tubuli del RE: quando la fusione diventa più frequente della scissione, i mitocondri
tendono a diventare più allungati ed interconnessi; quando la scissione è
predominante sono invece più numerosi e distinti.

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Questi organelli sono circondati da due membrane: la membrana mitocondriale
esterna, che delimita il confine esterno, e la membrana mitocondriale interna,
suddivisa in due domini; la membrana delimitante interna si estende appena sopra la
membrana esterna, formando un rivestimento a doppia membrana; l’altro dominio
della membrana interna si estende verso l’interno del mitocondrio formando una serie
di invaginazioni chiamate creste. Le creste generano una superficie di membrana
molto grande che ospita i componenti per la respirazione aerobica e la produzione di
ATP. La membrana delimitante interna e le creste sono connesse da giunzioni delle
creste.
Le membrane mitocondriali dividono questo organello i due compartimenti ripieni di
fluido: al centro si trova la matrice, che ha consistenza di gel e un’alta concentrazione
di proteine idrosolubili. La matrice mitocondriale contiene inoltre ribosomi e
parecchie molecole di DNA circolari: quindi i mitocondri possiedono un loro
materiale genetico e il macchinario molecolare per sintetizzare il loro RNA e le loro
proteine; questo DNA non cromosomico codifica per 13 polipeptidi mitocondriali, 2
RNA e 22 tRNA. Tra membrana esterna ed interna, si trova lo spazio intermembrana,
ricco di proteine per innescare il processo di apoptosi. La membrana mitocondriale
esterna contiene porine, proteine integrali che formano ampi canali in grado di
chiudersi reversibilmente a seconda delle condizioni della cellula. La membrana
mitocondriale interna è altamente impermeabile.
TEORIA ENDOSIMBIOTICA
I mitocondri hanno alcune caratteristiche singolari:
1. Sistema di membrane simile a quello membrana-parete dei batteri
2. DNA circolare che si duplica autonomamente da quello nucleare
3. Codice genetico molto simile a quello batterico
4. Si duplicano per scissione binaria come i batteri
5. Hanno molte proteine tipiche dei batteri
La teoria endosimbiotica spiega l’origine dei mitocondri con un evento di fagocitosi
di un batterio aerobico da parte di una cellula eucariotica ancestrale. Il sodalizio offrì
un vantaggio evolutivo grazie alla maggiore efficienza nell’utilizzo delle sostanze
organiche per la produzione di energia.
METABOLISMO OSSIDATIVO NEL MITOCONDRIO

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I mitocondri estraggono energia da materiali organici e la immagazzinano
temporaneamente sotto forma di energia elettrica: l’energia estratta dai substrati viene
utilizzata per produrre un gradiente ionico tra i due lati della membrana mitocondriale
interna. Quando la formazione di ATP è guidata dall’energia liberata dagli elettroni
rimossi dai substrati durante l’ossidazione, il processo è detto fosforilazione
ossidativa.
Le reazioni della glicolisi producono piruvato e NADH nel citosol, rendendo
disponibile solamente una piccola porzione dell’energia libera contenuta nel glucosio
(2 molecole di ATP per molecola di glucosio ossidata). In assenza di ossigeno, il
piruvato dal NADH ad un prodotto di fermentazione (ad esempio il lattato o
l’etanolo). Il NAD+ che si forma è riutilizzato nella glicolisi. In presenza di ossigeno,
il piruvato passa nella matrice mitocondriale (facilitato da un trasportatore di
membrana), dove viene decarbossilato e legato al coenzima A, formando acetil CoA
(a due atomi di carbonio), riducendo NAD+ (queste reazioni sono catalizzate dalla
piruvato deidrogenasi). L’acetil CoA passa nel ciclo degli acidi tricarbossilici (ATC o
ciclo di Krebs), dove si lega all’ossalacetato (a quattro atomi di carbonio), formando
un composto a sei atomi di carbonio, il citrato. Nel ciclo degli ATC avvengono
quattro reazioni in cui il citrato perde due atomi di carbonio, completamente ossidati
ad anidride carbonica, con la produzione di 3NADH, FADH2 e GTP. Gli elettroni di
NADH e FADH2 vengono trasferiti lungo la catena di trasporto degli elettroni (o
catena respiratoria), fino all’ossigeno molecolare. L’energia liberata durante il
trasporto di elettroni è usata per produrre ATP. Se tutta l’energia derivante dal
trasporto di elettroni fosse utilizzata nella formazione di ATP, potrebbero essere
prodotti circa 36 ATP per ogni molecola di glucosio; l’effettivo numero di ATP
dipende dalle attività in cui la cellula è impegnata.
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LA CATENA DI TRASPORTO DEGLI ELETTRONI
➢ Stadio 1: gli elettroni ad alta energia vengono passati dal FADH2 o dal NADH,
attraverso una serie di trasportatori all’ossigeno. L’energia rilasciata durante il
trasporto di elettroni viene immagazzinata sotto forma di gradiente protonico tra i
due lati della membrana.
➢ Stadio 2: il ritorno controllato dei protoni attraverso la membrana produce
l’energia necessaria per fosforilare ADP in ATP. Il movimento di protoni durante il
trasporto di elettroni è chiamato meccanismo chemiosmotico.

Trasportatori di elettroni:
➢ Flavoproteine: polipeptide strettamente legato ad un gruppo prostetico
➢ Citocromi: ne esistono tre specie (a, b, c), che differiscono tra loro per sostituzione
nel gruppo eme
➢ Atomi di rame: accettano e donano un singolo elettrone per volta
➢ Ubichinone: molecola liposolubile formata da cinque subunità isoprenoidi
➢ Proteine ferro-zolfo
I trasportatori sono disposti spazialmente in ordine di potenziale redox crescente;
ogni trasportatore è ridotto dall’acquisto di elettroni dal precedente e ossidato dalla
cessione di essi al successivo. Gli elettroni perdono man mano energia fino
all’ossigeno, ridotto ad acqua.
1. Il complesso del NADH deidrogenasi (complesso I), accetta elettroni dal NADH e
li trasferisce attraverso la flavin mononucleotide e almeno sette centri ferro-zolfo
all’ubichinone, che viene quindi ridotto a ubichinolo. Se a donare gli elettroni è il
FADH2, questi entrano invece nella succinato deidrogenasi (complesso II) e,
attraverso il FAD e tre centri ferro-zolfo, passano all’ubichinone.
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2. L’ubichinolo, nel doppio strato lipidico, trasferisce gli elettroni al complesso dei
citocromi b 1 (complesso III) e passa gli elettroni al citocromo c (proteina
periferica), che trasporta il suo elettrone alla citocromo c ossidasi.
3. La citocromo c ossidasi (complesso IV) catalizza la riduzione dell’ossigeno,
accettando un elettrone per volta dal citocromo c e cedendone quattro per volta
all’ossigeno, producendo due molecole di acqua per ogni molecola di O2. Il
complesso IV lega l’ossigeno in uno speciale centro bimetallico, dove rimane
bloccato tra un atomo di ferro legato a un gruppo eme e un atomo di rame, finché
non ha assunto un totale di quattro elettroni.
I citocromi, i centri ferro-zolfo e gli atomi di rame possono trasportare un solo
elettrone per volta, ma il NADH e il FADH2 donano due elettroni e ciascuna
molecola di ossigeno ne accetta quattro. Ci sono dei punti di raccolta e dispersione di
elettroni in cui hanno luogo questi cambiamenti nel numero di elettroni (la citocromo
c ossidasi è uno di questi).
➢ Complesso I (NADH deidrogenasi): catalizza il trasferimento di una coppia di
elettroni dal NADH all’ubichinone, per formare ubichinolo. È un grande
conglomerato a forma di L, metà del quale è costituito da un dominio idrofilo, che
sporge nella matrice, e l’altra metà da una porzione idrofoba immersa nella
membrana. Le due porzioni svolgono le due funzioni di trasferimento di elettroni
e traslocazione dei protoni. Il trasferimento di elettroni ha luogo nella porzione
idrofilica del complesso: il passaggio di elettroni dal NADH è accompagnato dal
pompaggio di quattro protoni nello spazio intermembrana.
➢ Complesso II (succinato deidrogenasi): è composto da quattro polipeptidi, due
subunità idrofobiche nella membrana e due idrofiliche. Il complesso II fornisce
una via per traslocare gli elettroni a bassa energia dal succinato al FAD
all’ubichinone.
➢ Complesso III (citocromo bc1): catalizza il trasferimento di elettroni
dall’ubichinolo al citocromo c. Per ogni paio di elettroni che passano attraverso
questo complesso, vengono pompati attraverso la membrana quattro protoni.
questi vengono rilasciati nello spazio intermembrana in due stadi, alimentati
dall’energia rilasciata quando due elettroni vengono separati e intraprendono due
diverse vie. Due protoni derivano dalla molecola di ubichinolo, altri due sono
rimossi dalla matrice.
➢ Complesso IV (citocromo c ossidasi): trasferisce gli elettroni dal citocromo c
all’ossigeno, prendendo dalla matrice otto protoni: quattro sono consumati nella
condensazione delle due molecole di acqua, gli altri quattro sono pompati nello
spazio intermembrana.

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La traslocazione dei protoni attraverso la membrana ha come risultato l’accumulo di
un maggior numero di cariche positive nello spazio intermembrana e nel citosol,
rispetto alla matrice (con un maggior numero di cariche negative). Bisogna
considerare due gradienti nel gradiente protonico: il gradiente di pH (la differenza di
concentrazione di ioni idrogeno sui due versanti della membrana interna) e il
voltaggio (dovuto alla separazione di carica tra i due lati della membrana). Si tratta
quindi di un gradiente elettrochimico, la cui energia è espressa come forza motrice
protonica.
L’ATP SINTASI
L’ATP sintasi è l’enzima che catalizza la sintesi di ATP. È un complesso proteico a
forma di fungo formato da due componenti principali: una testa sferica F1 (situata
nella matrice, di circa 90Å di diametro) e una sezione F0 (inclusa nella membrana
interna). Nelle teste si trovano cinque polipeptidi (con stechiometria α3β3δγϵ). Le
subunità α e β sono disposte alternate dentro la testa, che contiene tre siti catalitici per
la sintesi di ATP, uno su ogni subunità β; la subunità γ si estende dall’estremità della
testa attraverso l’asse centrale e si congiunge con la base. La porzione F0 contiene un
canale attraverso il quale i protoni sono trasferiti dallo spazio intermembrana alla
matrice.
Il meccanismo per la sintesi di ATP viene definito meccanismo del cambio di legame.
1. L’energia rilasciata dal movimento dei protoni non viene usata direttamente per la
fosforilazione dell’ADP, ma principalmente per cambiare l’affinità di legame nel
sito attivo per l’ATP: piuttosto che per la fosforilazione, è richiesta energia per il
rilascio del prodotto dal sito catalitico.
2. Ogni sito attivo progredisce successivamente attraverso tre distinte conformazioni
che hanno diverse affinità per il substrato e il prodotto. Ad ogni momento un sito
si trova nella conformazione L (loose, ADP e fosfato inorganico sono legati in
maniera lassa), uno nella conformazione T (tight, ADP e fosfato inorganico sono
strettamente legati) e uno nella conformazione O (open, permette il rilascio di
ATP). Ognuno dei tre siti catalitici passa in sequenza attraverso le tre
conformazioni.
3. L’ATP è sintetizzato per catalisi rotazionale, in cui una parte dell’ATP sintasi ruota
rispetto all’altra: le subunità α e β ruotano rispetto all’asse centrale. Si parla per
questo di catalisi rotazionale, modello in cui l’energia elettrica accumulata nel
gradiente protonico viene trasformata in energia meccanica dallo stelo rotante e
poi nell’energia chimica accumulata nell’ATP. L’ATP è una molecola donatrice
immediata di energia libera (NON è una molecola di deposito). In una cellula
tipica una molecola di ATP è consumata entro 60 secondi dalla sua formazione.

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MALATTIE MITOCONDRIALI
Nel 1962, un ricercatore dell’Università di Stoccolma isolò i mitocondri di una donna
affetta da una sindrome che includeva ipertermia cronica, debolezza muscolare e
affaticamento. Scoprì che i mitocondri della paziente ossidavano substrati anche in
assenza di adeguati livelli di ADP: normalmente quando i livelli di ADP sono bassi, i
mitocondri smettono di ossidare il substrato; i mitocondri di questa paziente
continuavano invece a farlo, producendo calore piuttosto che lavoro meccanico.
Le malattie mitocondriali sono ereditati per via materna; infatti, nello zigote, la
maggior parte del DNA mitocondriale deriva dalla cellula uovo. Quando la patologia
si trasmette dalla madre ai figli (sia maschi che femmine), e quando solo le figlie che
trasmettono la condizione ai nipoti, si è molto probabilmente in presenza di una
malattia ereditaria causata da una mutazione nel DNA mitocondriale. La maggior
parte di queste malattie è caratterizzata da degenerazione del tessuto muscolare o
nervoso, tessuti che utilizzano grandi quantità di ATP. Nei casi più gravi i pazienti
hanno generalmente anomalie nelle fibre muscolari scheletriche.
La maggior parte delle mutazioni legate a malattie mitocondriali sono rappresentate
da mutazioni nel DNA mitocondriale; le malattie più gravi sono causate da mutazioni
che interessano i geni che codificano per gli RNA di trasporto. Nei casi in cui le
cellule contengono una miscela di mtDNA normale e di quello mutante, si parla di
eteroplasmia; ed è soltanto quando la maggior parte dei mitocondri di un tessuto
contiene le informazioni genetiche difettose che appaiono i sintomi clinici di una
certa malattia.
Il flusso degli elettroni attraverso la catena di trasporto è la maggiore fonte di radicali
dell’ossigeno mutageni (specie reattive dell’ossigeno, ROS). A causa della sua
vicinanza alla membrana mitocondriale interna dove si svolge la catena di trasporto
degli elettroni, il DNA mitocondriale è soggetto ad un maggior livello di accumulo di
mutazioni rispetto a quello nucleare. L’accumularsi di mutazioni mitocondriali è
particolarmente visibile nelle cellule che rimangono nel corpo per lunghi periodi di
tempo, come ad esempio i neuroni. Infatti, cambiamenti degeneranti nella funzione
mitocondriale sembrano contribuire ad un certo numero di malattie neurologiche, tra
cui il morbo di Parkinson.
Inoltre si suppone che le mutazione del DNA mitocondriale siano sufficienti a
determinare l’invecchiamento prematuro di un animale, ma non sono
necessariamente richieste come parte del normale processo di invecchiamento.
➢ Morbo di Parkinson: marcata e selettiva diminuzione dell’attività del complesso I,
con la comparsa di severi tremiti muscolari, soprattutto negli anziani.

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➢ Neuropatia del nervo ottico ereditaria di Leber: malattia neurodegenerativa
mitocondriale del nervo ottico, che causa la perdita della vista. Patologia rara che
colpisce le cellule gangliari della retina.
➢ Oftalmoplegia esterna progressiva cronica: sindrome da delezione del DNA
mitocondriale, che causa debolezza progressiva dei muscoli oculari e delle
palpebre, comportando ptosi (palpebre cadenti) e paralisi dei muscoli oculari.
➢ Sindrome di Kearns-Sayre: sindrome che causa progressivo deficit della
oculomozione, ptosi palpebrale, miopatia, retinopatia, pigmentosa,
cardiomiopatia, atassia cerebellare, neuropatia sensitiva, sordità, diabete, disturbi
intestinali.

I PEROSSISOMI
I perossisomi sono semplici vescicole circondate da una singola membrana (doppio
strato fosfolipidico) del diametro di 0,1-1,0µm, che spesso contengono un nucleo
denso formato da enzimi ossidativi. Diversamente dai mitocondri, i perossisomi non
possiedono DNA e ribosomi. Le proteine perossisomali sono codificate da geni
nucleari, sintetizzate da ribosomi liberi presenti nel citosol e poi indirizzate
all’interno di perossisomi pre-esistenti. Tuttavia questi organelli condividono alcune
proprietà con i mitocondri: si duplicano per scissione binaria, importano proteine dal
citosol e sono impegnati nel metabolismo ossidativo.
Nei perossisomi avvengono processi chimici in cui l’idrogeno è trasferito
all’ossigeno. Durante tali reazioni si forma spesso acqua ossigenata, composto
ossidante che in concentrazioni alte provoca danni alle macromolecole. Per tale
ragione, il perossisoma è provvisto di un’efficiente difesa antiossidante, l’enzima
catalasi, che converte l’H2O2 in acqua e ossigeno. Questi organelli sono
particolarmente importanti per l’ossidazione degli acidi grassi a catena molto lunga
(C>22), che accorcia le catene carboniose per renderle substrati migliori per la β-
ossidazione mitocondriale.
MALATTIE PEROSSISOMALI
La sindrome di Zelleweger è una rara malattia ereditaria che porta a una varietà di
disfunzioni neurologiche, visive, epatiche e importanti disfunzioni metaboliche
(l’accumulo di acidi grassi a catena molto lunga (VLCFA) e deficit nella biosintesi
del plasmalogeno), portando alla morte nella prima infanzia. Nei pazienti affetti dalla
sindrome di Zellweger, i perossisomi sono presenti come fantasmi di membrane
vuote a cui mancano gli enzimi che normalmente vi si dovrebbero trovare: questi

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enzimi non riescono ad essere importati nei perossisomi e rimangono nel citosol,
dove non possono effettuare le loro normali funzioni.
Alcune malattie perossisomali sono caratterizzate dall’assenza negli organelli di un
singolo enzima, tra queste l’adrenoleucodistrofia (causa di insufficienza renale e
disfunzione neurologica), curata però con successo attraverso trapianto del midollo
osseo, somministrazione di farmaci che abbassano i livelli di VLCFA e con la terapia
genica. In quest’ultimo studio clinico le cellule staminali sono state isolate dal sangue
dei pazienti ed è stato inserito in esse una copia normale del gene mutato responsabile
della malattia. Le cellule sono state poi reintrodotte nel paziente, dando origine a
cellule differenziate in grado di produrre la proteina mancante.

I LISOSOMI
I lisosomi sono i compartimenti digestivi della cellula, circondati da una singola
membrana e contenenti circa 50 enzimi in grado di idrolizzare pressoché ogni tipo di
macromolecola biologica. Gli enzimi necessari alla digestione del materiale da
degradare hanno attività ottimale a pH piuttosto basso (circa 4,6) e sono per questo
detti idrolasi acide. L’alta concentrazione interna di protoni è mantenuta da una
pompa protonica, H+-ATPasi, presente nella membrana che delimita l’organello.
Una glicoproteina destinata ai lisosomi acquisisce un marker di fosfato nel
compartimento cis del Golgi, attraverso un processo a due stadi. Una fosfotrasferasi
aggiunge un gruppo fosfo-N-acetilglucosamina all’ossidrile 6 del mannosio, poi una
fosfodiesterasi rimuove lo zucchero aggiunto per formare mannosio-6-fosfato, il
residuo marker di destino lisosomale.
I lisosomi hanno inoltre un ruolo chiave nella distruzione regolata e sostituzione degli
organelli (turnover). Durante questo processo di autofagia, un organello è circondato
da una doppia membrana, costituendo una struttura detta autofagosoma. La
membrana esterna si fonde con un lisosoma formando un autofagolisosoma in cui
l’organello inglobato viene degradato e i prodotti di degradazione sono resi
nuovamente disponibili per la cellula. L’organello diventa un corpo residuo che può
essere eliminato dalla cellula per esocitosi o trattenuto nel citoplasma come granulo
di lipofuscina.
Quando una popolazione cellulare viene privata del nutrimento, essa attiva
l’autofagia; ciò avviene anche nei mammiferi prima che l’embrione si impianti
nell’utero e subito dopo il parto, prima che il neonato riesca a nutrirsi con

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l’allattamento. L’autofagia è inoltre fondamentale nella difesa contro malattie
degenerative e infettive, contro certi tipi di tumore e nel rallentare l’invecchiamento.
MALATTIE LISOSOMALI
Una fatale malattia lisosomale ereditaria è la malattia a cellule I, causata da un deficit
enzimatico che rende impossibile il tagging degli enzimi destinati ai lisosomi
nell’apparato del Golgi. Molte cellule contengono lisosomi ricolmi di materiale non
degradato, nonostante gli enzimi siano sintetizzati a livelli normali: gli enzimi secreti
mancano dei residui di mannosio-6-fosfato, a causa dell’assenza della fosfotrasferasi.
Gli epatociti di pazienti affetti dalla malattia delle cellule I non presentano inclusioni
lisosomali sebbene sia comunque difettivo il sistema di fosforilazione del mannosio.
Questo implica che in alcune cellule esistono pathways M6P-indipendenti per
indirizzare le proteine ai lisosomi.
Chiamate anche come malattie da accumulo lisosomale, le patologie derivanti dal
malfunzionamento dei lisosomi portano a un accumulo di materiale non degradato
all’interno dei lisosomi delle cellule degli individui affetti. Per tutte queste malattie è
possibile fare la diagnosi prenatale.

SISTEMI DELLE MEMBRANE CITOPLASMATICHE


Gli organelli del sistema di endomembrane sono elementi di una rete dinamica in cui
i materiali sono trasportati da un distretto all’altro della cellula, grazie a piccole
vescicole di trasporto rivestite da membrana, che si formano per gemmazione dalla
membrana di un compartimento donatore. Quando esse raggiungono la loro
destinazione, si fondono con la membrana di un compartimento accettore differente.
Si può distinguere una via biosintetica in cui le proteine sono sintetizzate nel reticolo
endoplasmatico, modificante nel complesso di Golgi e trasportate alle varie
destinazioni. Questa via è anche definita via secretoria o via esocitica, visto che molte
delle proteine sintetizzate nel RE sono destinate ad essere trasportate fuori dalla
cellula (secrete). Durante la secrezione costitutiva, i materiali sono rilasciati nello
spazio extracellulare in maniera continua, contribuendo non soltanto alla formazione
della matrice extracellulare, ma anche della membrana plasmatica. Durante la
secrezione regolata, i materiali sono accumulati in granuli di secrezione e rilasciati
solo in seguito a determinati stimoli. Seguendo la via endocitica, invece, i materiali si
muovono dalla superficie esterna della cellula verso i compartimenti interni.
Proteine di secrezione, enzimi lisosomali e proteine di membrana sono inviati a
destinazioni specifiche attraverso segnali di smistamento, che vengono riconosciuti

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da specifici recettori della membrana o del rivestimento superficiale delle vescicole,
assicurando che la molecola sia trasportata alla sua giusta destinazione.
IL RETICOLO ENDOPLASMATICO
Il reticolo endoplasmatico comprende un intreccio di membrana interconnesse che si
estende per tutto il citoplasma. La composizione dello spazio luminale o cisternale
all’interno delle membrane del RE differisce da quella dello spazio citosolico. È
possibile distinguere due tipi di RE:
1. Reticolo endoplasmatico rugoso: caratterizzato dalla presenza di ribosomi legati
alla sua superficie citosolica. Appare come un organello composto da estese
membrane e sacche appiattite (cisterne), continuo con la membrana esterna
dell’involucro nucleare. Il nucleo ed un gran numero di cisterne del RER sono
localizzati vicino alla superficie basale della cellula, rivolta verso il circolo
sanguigno; il complesso di Golgi si trova nella regione centrale della cellula e la
zona apicale contiene granuli di secrezione (è rivolta verso un dotto che trasporta i
prodotti secretori fuori dall’organo). Il RER è il sito della sintesi delle proteine,
delle catene di carboidrati e dei fosfolipidi che viaggiano attraverso i
compartimenti membranosi della cellula.
2. Reticolo endoplasmatico liscio: caratterizzato da membrane tipicamente molto
curvate e tubulari, che formano un sistema di canali interconnessi che si diramano
nel citoplasma. Le principali funzioni del REL sono:
➢ Sintesi e metabolismo di ormoni steroidei (nelle cellule endocrine e nelle
cellule della corteccia surrenale), fosfolipidi e acidi grassi.
➢ Detossificazione di un gran numero di composti organici, svolta da un sistema
di enzimi che trasferiscono l’ossigeno capaci di ossidare migliaia di composti
idrofobici in derivati più idrofilici, più facilmente escreti (detossificazione di
composti tossici e farmaci).
➢ Rilascio di ioni calcio nel citoplasma: il rilascio regolato di questi ioni nelle
cellule muscolari scheletriche o cardiache, attiva la contrazione.
I due tipi di RE hanno molte proteine in comune e svolgono alcune attività comuni
(come la sintesi di alcuni lipidi e di colesterolo). Tipi diversi di cellule hanno quantità
diverse di un tipo di RE o dell’altro, a seconda della particolare attività della cellula
(ad esempio cellule come quelle del pancreas o delle ghiandole salivari, che
secernono grandi quantità di proteine, hanno regioni estese di RER).
SINTESI DI PROTEINE SUI RIBOSOMI LEGATI A MEMBRANE O LIBERI
1. Alcuni polipeptidi sono sintetizzati sui ribosomi attaccati alla superficie citosolica
del RER; tra questi troviamo:
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➢ Proteine secrete dalla cellula
➢ Proteine integrali di membrana
➢ Proteine solubili che risiedono all’interno del sistema delle endomembrane
(RE, Golgi, lisosomi, endosomi, vescicole)
2. Altri polipeptidi sono sintetizzati su ribosomi liberi nel citoplasma, che non
aderiscono al RE; tra questi troviamo:
➢ Proteine destinate a rimanere nel citosol
➢ Proteine periferiche della superficie interna delle membrane
➢ Proteine trasportate al nucleo
➢ Proteine che devono essere incorporate in perossisomi, cloroplasti e mitocondri
Le proteine degli ultimi due gruppi sono sintetizzate e poi importate post-
traduzionalmente.
Il sito di sintesi di una proteina è determinato dalla sequenza di amminoacidi nella
porzione N-terminale, che è la prima parte ad emergere dal ribosoma durante la
sintesi proteica. La maggioranza delle proteine di secrezione contiene una speciale
sequenza segnale che dirige il polipeptide emergente ed il ribosoma alla membrana
del RE. Il polipeptide si muove nelle cisterne del RE attraverso un canale acquoso
proteico della membrana del RE, man mano che viene sintetizzato (co-
traduzionalmente).
Sintesi di proteine secretorie o lisosomali sui ribosomi legati alle membrane: la
sintesi del polipeptide inizia dopo che un RNA messaggero si lega ad un ribosoma
libero. I polipeptidi che devono essere assemblati su ribosomi legati a membrane,
contengono una sequenza segnale che indirizza il polipeptide nascente alle membrane
del RE. La sequenza segnale, generalmente all’estremità N-terminale, può anche
occupare una posizione interna. Non appena emerge dal ribosoma, la sequenza
segnale idrofobica è riconosciuta da una particella di riconoscimento del segnale
(SRP). L’SRP si lega sia alla sequenza segnale che al ribosoma, arrestando
temporaneamente la traduzione e permettendo all’intero complesso di legarsi alla
superficie del RE. Il legame al RE avviene attraverso due interazioni: una tra l’SRP e
il recettore per l’SRP, l’altra tra il ribosoma e il traslocone. Quest’ultimo è un canale
costituito da proteine nella membrana del RE attraverso il quale il polipeptide
nascente è in grado di muoversi nel lume del RE. Una volta che il complesso si lega
alla membrana del RE, l’SRP è rilasciata dal suo recettore, il ribosoma si attacca
all’estremità citosolica del traslocone e la sequenza segnale è inserita nel canale
acquoso del traslocone. Il contatto della sequenza con l’interno del canale porta allo
spostamento dell’α-elica che occlude il canale e il polipeptide è traslocato nel lume
del RE. Terminata la traduzione, il ribosoma viene rilasciato dalla membrana e il
26
canale viene sigillato per mantenere inalterati i gradienti ionici tra il lume del RE e il
citosol.
Le proteine che legano il GTP (o proteine G) svolgono un ruolo regolatorio
fondamentale in molti processi cellulari. Le proteine G possono esistere in due
conformazioni alternative, una attiva legata al GTP e una inattiva legata al GDP.
Queste proteine agiscono da interruttori molecolari: quella legata al GTP di solito
accende il processo, quella legata al GDP lo spegne.
Come una proteina neosintetizzata viene processata nel RE: il peptide segnale
viene rimosso nella maggior parte dei polipeptidi nascenti, ad opera dell’enzima
peptidasi del segnale. I carboidrati vengono aggiunti per mezzo dell’enzima
oligosaccariltrasferasi ed agiscono sulle proteine nascenti appena entrano nel RE. Il
lume del RER contiene chaperoni, che si legano alle proteine non ripiegate o
ripiegate male e danno loro l’opportunità di assumere la corretta struttura
tridimensionale. La formazione e il riarrangiamento dei legami disolfuro
(fondamentali per la stabilità delle proteine) sono catalizzati dalla proteina disolfuro
isomerasi (PDI).
Sintesi di proteine integrali di membrana sui ribosomi legati alle membrane:
queste proteine di membrana (escluse quelle delle membrane mitocondriali) vengono
trasferite nel RE co-traduzionalmente. Le proteine integrali che contengono uno o più
segmenti idrofobici transmembrana vengono estromesse lateralmente dal traslocone e
direttamente inserite nella membrana. Il traslocone ha un solco lungo un lato della
parete, dove il canale può aprirsi e chiudersi. I segmenti del polipeptide nascente
sufficientemente idrofobici diffonderanno spontaneamente verso il bilayer lipidico.
L’allineamento delle proteine di membrana è generalmente determinato dalla
presenza di residui amminoacidici carichi positivamente all’estremità citosolica di un
segmento transmembrana. Durante la sintesi delle proteine è probabilmente il
rivestimento interno del traslocone ad orientare il polipeptide nascente. Nelle proteine
che attraversano la membrana più volte, i segmenti transmembrana hanno solitamente
orientamento opposto.
Biosintesi delle membrane nel RE: le membrane non si originano ex novo, ma
solamente da membrane preesistenti. L’asimmetria dei due strati fosfolipidici è
stabilita nel RE, quando lipidi e proteine vengono incorporati in maniera differente
nei due strati. La maggior parte dei lipidi di membrana è sintetizzata nel RE, ad
eccezione delle sfingomieline e dei glicolipidi, la cui sintesi inizia nel RE ed è
completata nel Golgi, e alcuni lipidi delle membrane dei mitocondri, sintetizzati da
enzimi che risiedono in quelle membrane. Alcuni di questi lipidi vengono trasportati
nel foglietto opposto grazie ad enzimi detti flippasi. I lipidi sono trasportati dal RE al
Golgi e verso la membrana plasmatica. La maggior parte di organelli differenti hanno
una composizione di lipidi differenti; ciò è dovuto a diversi fattori:
27
1. La maggior parte degli organelli membranosi possiede enzimi che modificano i
lipidi già presenti nella membrana
2. Quando le vescicole gemmano da un compartimento, alcuni tipi di fosfolipidi
possono essere preferenzialmente inclusi nella membrana delle vescicole rispetto
ad altri
3. Le cellule contengono proteine in grado di trasportare fosfolipidi attraverso il
citosol, facilitando il passaggio di specifici fosfolipidi dal RE ad altri organelli
GLICOSILAZIONE NEL RER
Quasi tutte le proteine prodotte sui ribosomi legati alla membrana diventano
glicoproteine. L’aggiunta di zuccheri ad una catena oligosaccaridica in crescita è
catalizzata da un gruppo di enzimi associati alle membrane chiamati
glicosiltrasferasi. L’organizzazione degli zuccheri dipende dalla localizzazione
spaziale di determinati enzimi lungo la catena di montaggio. Il segmento basale o
nucleo costitutivo di ciascuna catena carboidratica è montato su un trasportatore
lipidico e poi trasferito a residui di asparagina del polipeptide. questo trasportatore
lipidico, chiamato dolicol fosfato, è una molecola incorporata nella membrana del
RE. La glicosilazione inizia con il trasferimento di N-acetilglucosammina 1-fosfato,
seguito dal trasferimento di un’altra N-acetilglucosammina 1-fosfato, poi di 9 unità di
mannosio e infine 3 di glucosio. Questo blocco di 14 zuccheri viene poi traferito al
polipeptide nascente, mentre questo viene traslocato nel lume del RE. A questo punto
la catena oligosaccaridica subisce progressive modificazioni che iniziano nel RE con
la rimozione di due dei tre residui terminali di glucosio. In questo passaggio la
glicoproteina si lega ad uno chaperone; il glucosio residuo viene rimosso
enzimaticamente, portando al rilascio della glicoproteina. Se non ha completato il suo
ripiegamento o ha assunto una conformazione non nativa, viene riconosciuta da un
GT (enzima di monitoraggio), che aggiunge di nuovo un singolo residuo di glucosio;
questa glicoproteina viene riconosciuta dagli stessi chaperoni del RE ed il processo si
ripete finche il polipeptide o è ripiegato correttamente oppure viene degradato. Nel
secondo caso è un enzima del RE che taglia un residuo di mannosio da un
oligosaccaride appartenente ad una proteina che è stata nel RE troppo a lungo: la
proteina non può più essere riciclata e viene inviata alla degradazione.
ELIMINAZIONE DELLE PROTEINE NON CORRETTAMENTE
RIPIEGATE
Le proteine che non sono correttamente ripiegate non vengono distrutte nel RE, ma
sono trasportate nel citoplasma. Una volta nel citosol, le catene oligosaccaridiche
sono rimosse e le proteine vengono distrutte dai proteasomi. Questo processo viene
definito degradazione associata al RE (ERAD).

28
In certe condizioni le proteine non correttamente ripiegate possono accumularsi nel
RE con una velocità maggiore di quella con cui vengono espulse: in questo caso la
cellula attiva un piano di risposta alle proteine non ripiegate (UPR). Il RE contiene
sensori proteici che monitorano la concentrazione di proteine non ripiegate all’interno
del lume, generalmente mantenuti inattivi da chaperoni molecolari, i BiP. Nel caso in
cui si abbia accumulo di proteine non correttamente ripiegate, le proteine BiP
vengono reclutate come chaperoni per tali proteine. L’attivazione dei sensori attiva
una serie di segnali che portano:
➢ All’espressione di centinaia di geni che codificano per proteine che possono
alleviare le condizioni stressanti del RE (chaperoni, proteine coinvolte nel
trasporto di proteine fuori dal RE, proteine coinvolte nella distruzione selettiva di
proteine anormali)
➢ Alla fosforilazione di una proteina chiave per la sintesi proteica: questa
modificazione inibisce il processo di sintesi, permettendo alla cellula di rimuovere
le proteine già presenti nel lume del RE
➢ Se queste vie non hanno successo, la UPR innesca la via della morte cellulare
DAL RE AL COMPLESSO DI GOLGI
Le vescicole di trasporto si fondono tra loro a formare vescicole più grandi e tubuli
interconnessi nella regione che prende il nome di ERGIC; la serie di vescicole e
tubuli è chiamata VTC. I VTC, una volta formati, si allontanano dal RE e vanno
verso il complesso di Golgi, muovendosi lungo binari composti da microtubuli.
IL COMPLESSO DI GOLGI
Il complesso di Golgi risulta costituito da una serie di cisterne membranose appiattite
incurvate (generalmente la faccia convessa è rivolta verso il nucleo e quella concava
verso la periferia della cellula) e con i margini dilatati. Il numero di cisterne è
variabile, ma in media sono 5 o 6; le membrane che formano la parete delle cisterne
delle vescicole e dei vacuoli sono sempre prive di ribosomi. Le cisterne del Golgi
sono interconnesse da tubuli membranosi, a formare un complesso unico. Al Golgi,
che ha una composizione chimica lipoproteica e presenta vari enzimi
(particolarmente importanti gli enzimi glicosiltrasferasi, che possono servire da
marcatori per il riconoscimento delle varie zone del Golgi), è anche associato uno
sciame di vescicole e vacuoli con contenuto elettrondenso.
Il complesso di Golgi è suddiviso in tre compartimenti funzionalmente distinti:
1) Regione cis: è quella prossima al nucleo; la cisterna più interna presenta un lume
molto ristretto ed è in rapporto con molte vescicole intermedie o di transizione che

29
mettono in rapporto il Golgi con il RE. Fosforila in posizione 6 il mannosio in
proteine lisosomiali.
2) Regione intermedia o mediale.
3) Regione trans: le cisterne di questa regione assumono un aspetto discontinuo ed
appaiono come una rete di tubuli. Le cisterne più esterne hanno una cavità più
dilatata e sono associate a numerosi vacuoli di condensazione (contenenti prodotti
di secrezione in vario grado di condensazione) e vacuoli di secrezione (con
contenuto denso e omogeneo).

La faccia più cis dell’organello compone una rete di tubuli interconnessi detta rete cis
del Golgi (CGN), che funziona principalmente come punto di smistamento delle
proteine. La faccia più trans compone la rete trans del Golgi (TGN), anch’essa centro
di smistamento.

Gli elementi membranosi del complesso di Golgi sono sostenuti da uno scheletro di
membrana periferico: l’impalcatura può essere legata a proteine motrici che dirigono
il movimento di vescicole e tubuli. Un gruppo diverso di proteine fibrose forma
probabilmente una matrice di Golgi, fondamentale nel processo di assemblaggio e
disassemblaggio del complesso durante la mitosi.

La localizzazione e l’estensione del complesso di Golgi variano da tipo a tipo


cellulare ed anche in rapporto allo stato funzionale delle cellule:
➢ Nella maggior parte dei tipi cellulare occupa di solito una piccola area
paranucleare.
➢ Negli elementi nervosi dei gangli spinali è molto esteso, occupando una grande
zona perinucleare.
➢ Nelle cellule secretorie esocrine si trova tra il nucleo ed il polo apicale della
cellula.
➢ In molte cellule è situato attorno ai centrioli, formando la zona nota come
centrosfera.

Funzioni del Golgi:


1. Ultime modificazioni post-traduzionali: completamento della glicosilazione,
sintesi di alcune molecole polisaccaridiche e di alcuni lipidi e glicolipidi.
2. Rilascio delle proteine di secrezione all’esterno della cellula.
3. Smistamento delle proteine: nella regione trans, le glicoproteine destinate alla
membrana plasmatica, quelle destinate alla secrezione e quelle destinate ai
lisosomi sono raggruppate e impaccate in diversi tipi di vescicole che le
trasportano alle specifiche destinazioni cellulari. Le proteine lisosomali a
differenza delle altre vanno incontro a fosforilazione (in posizione 6 del mannosio;
30
che avviene nella regione cis): è questo il meccanismo con cui il Golgi seleziona
gli enzimi da trasportare ai lisosomi. La specificità di questo processo è dovuta
all’enzima che catalizza la reazione, capace di riconoscere la giustapposizione di
varie sequenze di amminoacidi (signal patches), comune a molti enzimi
lisosomali. Le glicoproteine fosforilate sono riconosciute dagli MPR (mannose
phosphate receptor), in grado di legarsi al mannosio-6-fosfato e segregarlo in
vescicole rivestite da clatrina. Queste vescicole, distaccatesi dal trans, si fondono
con gli endosomi perinucleari (prelisosomi), dando origine ai lisosomi.
4. Completamento della sintesi della componente oligosaccaridica delle
glicoproteine iniziata nel RE: gli oligosaccaridi aggiunti alle glicoproteine sono
formati da 14 molecole di esosi (2 di N-acetilglucosamina, 9 di mannosio e 3 di
glucosio). Prima che le proteine lascino il RE vengono rimosse le 3 molecole di
glucosio e una di mannosio; quando raggiungono il Golgi, vengono rimosse
molecole di mannosio e aggiunte molecole di N-acetilglucosamina (regione
intermedia), infine vengono aggiunti galattosio e acido sialico (NANA) (regione
trans).
5. Sintesi di lipidi e glicolipidi: la sfingomielina (unico fosfolipide di mp che non
contiene glicerolo) è sintetizzata nel Golgi (aggiunta di fosforilcolina alla
ceramide proveniente dal RE); l’aggiunta di carboidrati alla ceramide porta alla
sintesi di una grande varietà di glicolipidi trasferiti poi sulla mp (parte
oligosaccaridica polare sul versante esterno).
6. Sintesi di polisaccaridi: glicosaminoglicani (componente carboidratica dei
proteoglicani della matrice extracellulare dei tessuti connettivi), porzione
carboidratica della mucina (secreto mucoproteico sintetizzato dalle cellule
caliciformi dell’intestino), emicellulose e pectine (polisaccaridi della parete delle
cellule vegetali), acrosoma (struttura fondamentale per la fecondazione) degli
spermatozoi negli spermatidi dei mammiferi.

Glicosilazione nel complesso di Golgi: quando le proteine solubili e le glicoproteine


di membrana neosintetizzate attraversano le cisterne cis e mediali del Golgi, anche la
maggior parte dei residui di mannosio vengono rimossi dagli oligosaccaridi di base e
vengono aggiunti altri zuccheri. Le tappe della glicosilazione nel Golgi producono
domini di carboidrati dalla sequenza molto varia. Diversamente dagli oligosaccaridi
legati all’N, la cui sintesi comincia nel RE, quelli fissati alle proteine da legami con
l’ossigeno sono assemblati interamente all’interno del Golgi.

Modello della maturazione delle cisterne: sostiene l’ipotesi per cui le cisterne del
Golgi siano strutture transitorie, che si formano alla faccia cis per fusione dei

31
trasportatori membranosi. Ogni cisterna si muove fisicamente dall’estremità cis verso
quella trans, cambiando composizione man mano che matura.

Modello del trasporto vescicolare: sostiene l’ipotesi per cui il materiale viene
trasportato dal CGN al TGN in vescicole che gemmano dalla membrana di un
compartimento e si fondono con il compartimento adiacente lungo la catena di
trasporto.

Una versione corrente del modello di maturazione delle cisterne sostiene che le
vescicole siano incaricate di trasportare in senso retrogrado gli enzimi residenti nel
Golgi.

LE VESCICOLE DI TRASPORTO

Nei siti della membrana donatrice in cui avviene la gemmazione, ogni gemma si
distacca a formare una vescicola rivestita, sul versante citosolico, da proteine. Questi
rivestimenti proteici, oltre a indurre la membrana a curvarsi e formare una vescicola
in gemmazione, costituiscono un meccanismo per la selezione dei componenti che
devono essere trasportati nella vescicola. I componenti selezionati includono proteine
di secrezione, lisosomali e di membrana, e il meccanismo richiesto per indirizzare e
far ancorare la vescicola alla membrana ricevente.

Esistono diverse categorie di vescicole rivestite:

1. Vescicole rivestite da COPII: spostano i materiali dal RE in senso anterogrado


verso l’ERGIC ed il complesso di Golgi. Alcune proteine integrali di membrana
del RE vengono selettivamente catturate perché contengono i segnali di
esportazione dal RE, che interagiscono specificatamente con le proteine COPII.
Tra queste proteine vi sono gli enzimi che agiscono nelle fasi successive della via
biosintetica, le proteine di membrana addette all’aggancio e alla fusione della
vescicola al compartimento bersaglio e le proteine di membrana che possono
legare un carico solubile.

Una volta che il rivestimento COPII è assemblato, la vescicola in fase di


gemmazione si separa dalla membrana del RE e forma una sfera interamente
rivestita da COPII. Prima che la vescicola si fonda con la membrana bersaglio, il
rivestimento proteico deve essere disassemblato. Il rivestimento di COPII contiene
uno scheletro esterno geometrico ed uno strato interno di proteine adattatrice, ma
ogni subunità non si sovrappone affatto con le altre.

32
2. Vescicole rivestite da COPI: spostano i materiali in senso retrogrado,
dall’ERGIC e dal Golgi verso il RE, e dalle cisterne trans a quelle cis del Golgi.
Sono implicate nel trasporto di enzimi del Golgi ed enzimi del RE

3. Vescicole rivestite da clatrina: spostano il materiale dal TGN verso gli endosomi
e i lisosomi, dalla membrana plasmatica ai compartimenti citoplasmatici,
compreso il traffico dagli endosomi e dai lisosomi. Ciascuna molecola di clatrina è
costituita da tre catene pesanti e tre catene leggere unite a formare una struttura
chiamata trischelio. Le vescicole rivestite che si formano durante l’endocitosi
contengono anche uno strato di molecole adattatrici tra il reticolo di clatrina e la
superficie della vescicola rivolta verso il citosol, incaricate di favorire
l’inglobamento dei complessi recettore-ligando. Il rivestimento di clatrina
contiene uno scheletro esterno geometrico ed uno strato interno di proteine
adattatrici; le subunità di clatrina si sovrappongono molto.

La dinamina è una proteina che lega il GTP necessaria per il rilascio della
vescicola rivestita da clatrina dalla membrana su cui si forma. La dinamina si
autoassembla formando una collana attorno al collo di un’invaginazione,
immediatamente prima che si stacchi dalla membrana.

La dissociazione del rivestimento di clatrina richiede una ATPasi citosolica, ed è


necessaria affinché la vescicola di fonda con la membrana bersaglio.

RITENZIONE E RECUPERO DELLE PROTEINE RESIDENTI NEL RE

Le proteine vengono mantenute in un determinato organello mediante due


meccanismi:

1. La ritenzione delle molecole residenti che sono escluse dalle vescicole di


trasporto, basata sulle proprietà fisiche della proteina

2. Il recupero delle molecole sfuggite, che vengono riportate nel reparto in cui
risiedono normalmente.

Le proteine che risiedono nel RE contengono all’estremità C-terminale corte


sequenze di amminoacidi (quelle del lume del RE contengono in genere la sequenza
KDEL), che fungono da segnali di recupero. Il recupero delle proteine del RE viene
effettuato da recettori specifici KDEL che le restituiscono al loro organello mediante
33
vescicole rivestite da COPI. Anche le proteine di membrana del RE hanno una
sequenza di recupero all’estremità C-terminale (di solito KKXX). Ogni
compartimento di membrana può avere il suo specifico e unico segnale di recupero:
la cellula smista nel TGN le proteine destinate a luoghi differenti.

SMISTAMENTO E TRASPORTO DI ENZIMI LISOSOMALI

Le proteine lisosomali sono sintetizzate sui ribosomi legati alla membrana del RE e
trasportate al Golgi insieme ad altri tipi di proteine. Nel Golgi, vengono riconosciute
da enzimi che catalizzano l’aggiunta di un gruppo fosfato a certi zuccheri di
mannosio delle catene di carboidrati N-linked: questi residui di mannosio fosforilati
fungono da segnali di riconoscimento. Gli enzimi lisosomali sono riconosciuti dai
recettori per il mannosio 6 fosfato (MPR), trasportati dal TGN in vescicole rivestite
da clatrina e scortati da un gruppo di adattatori proteici chiamati GGA. Le estremità
esterne dei GGA si legano ad una molecola di clatrina, quelle interne si legano agli
enzimi lisosomali solubili nel lume della vescicola. Gli MPR si dissociano dalla
vescicola per tornare al TGN prima che essa raggiunga un lisosoma.

SMISTAMENTO E TRASPORTO DI PROTEINE NON LISOSOMALI

Le proteine destinare alla membrana plasmatica o all’esportazione dalla cellula,


vengono trasportate dal TGN in trasportatori membranosi che sono prodotti quando il
TGN si frammenta in vescicole e tubuli. Le proteine esportate dalla cellula mediante
un processo di secrezione regolata, formano aggregati trattenuti come granuli
secretori gemmati dai margini della regione trans del Golgi e dal TGN. Lasciato il
TGN, il contenuto dei granuli diviene più concentrato e questi sono infine
immagazzinati nel citoplasma, finché la cellula non viene stimolata da un ormone o
da un impulso nervoso.

Il trasporto delle proteine integrali di membrana sembra dipendere da segnali di


smistamento nei domini citoplasmatici delle proteine di membrana. Le proteine di
membrana plasmatica di cellule non polarizzate (fibroblasti, globuli bianchi, …)
possono non richiedere particolari segnali di smistamento.

INDIRIZZAMENTO DELLE VESCICOLE VERSO UN PARTICOLARE


COMPARTIMENTO

La fusione selettiva è uno dei fattori che assicura la precisione del flusso direzionale
attraverso i compartimenti membranosi della cellula.

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1. La vescicola si sposta verso il compartimento bersaglio, con movimenti diretti dai
microtubuli.

2. L’ormeggio e l’ancoraggio delle vescicole al compartimento bersaglio è mediato


da proteine di ormeggio, che appartengono a due gruppi: quelle con forma a
bacchetta (proteine fibrose il grado di formare un ponte molecolare tra due
membrane a distanza considerevole, 50-200nm) e grandi complessi multiproteici
che mantengono le due membrana in più stretta vicinanza tra loro. La specificità
dell’ormeggio tra vescicola e membrana bersaglio è data da una famiglia di
piccole proteine G, le Rab (quando legate a GTP si associano alle membrane
attraverso ancore lipidiche).

3. Le membrane della vescicola e del compartimento bersaglio si avvicinano


ulteriormente. Le proteine più importanti che regolano queste interazioni sono
dette SNARE, in quanto contengono il cosiddetto motivo SNARE, una sequenza
di 60-70 amminoacidi capaci di formare un complesso con un altro motivo
SNARE. Le v-SNARE sono incorporate alle vescicole, le t-SNARE nelle
membrane dei compartimenti bersaglio.

4. L’interazione tra v-SNARE e t-SNARE da sola non è sufficiente a determinare la


fusione tra le due membrane all’interno della cellula: è necessario infatti un
segnale di attivazione, come ad esempio il rilascio di ioni calcio. Quando il doppio
strato lipidico delle due membrane si fonde, le SNARE si trovano nella stessa
membrana: il complesso SNARE viene dissociato da una proteina citosolica detta
NSF.

ESOCITOSI

La fusione di una vescicola secretoria o di un granulo secretorio con la membrana


plasmatica e la conseguente estrusione dei suoi contenuti è chiamata esocitosi. Nella
secrezione regolata, l’esocitosi è generalmente innescata dal rilascio di Ca2+.

Il contatto tra la vescicola e la membrana plasmatica porta alla formazione di un


piccolo poro di fusione: nella maggior parte dei casi il poro si dilata per formare
un’apertura per l’estrusione del contenuto della vescicola. Indipendentemente dal
meccanismo, quando una vescicola si fonde con la membrana plasmatica, la

35
superficie luminale della vescicola diventa parte della superficie esterna della
membrana plasmatica.
1. Secrezione costitutiva: fase conclusiva del flusso vescicolare costitutivo, con cui
proteine solubili e polisaccaridi sono rilasciati all’esterno e proteine di membrana
e lipidi vanno continuamente a rinnovare la mp (nelle cellule ad intensa attività
secernente, questo continuo rinnovo della mp potrebbe portare ad un
accrescimento indefinito di essa, quindi si suppone ci sia una continua
degradazione dei costituenti di membrana che passano all’interno della cellula
oppure una micropinocitosi compensatoria, che consente il recupero di vescicole
che entrano a far parte del RE).
2. Secrezione regolata: le cellule capaci di secrezione regolata secernono proteine
solo in risposta a specifici segnali provenienti dall’ambiente extracellulare. Queste
proteine destinate si accumulano, a livello della regione trans del Golgi,
all’interno di vescicole rivestite da clatrina formando dei granuli di secrezione,
rilasciati quando arriva il segnale specifico. Queste cellule sono specializzate nel
rilascio per brevi periodi di grandi quantità di proteine, con una velocità molto
maggiore a quella di sintesi, grazie, appunto, all’accumulo delle proteine
neosintetizzate in vescicole di secrezione che hanno una vita media di giorni
(contro quella di pochi minuti delle cellule a secrezione costitutiva).

ENDOCITOSI

Attraverso l’endocitosi, la cellula internalizza recettori di superficie e ligandi


extracellulari; la fagocitosi è l’assunzione di materiale corpuscolato, la pinocitosi è
l’assunzione di materiale disciolto (cell-drinking).

L’endocitosi non mediata da recettori (come la pinocitosi) porta all’assunzione non


specifica di fluidi extracellulari e favorisce il riciclaggio di membrana tra superficie
cellulare e compartimenti interni.

L’endocitosi mediata da recettori (RME) porta invece all’assunzione di specifiche


molecole extracellulari chiamate ligandi. I ligandi che entrano nella cellula mediante
RME si legano ai recettori che si concentrano in aree specializzate della membrana
plasmatica, le fossette rivestite. In questi siti, la superficie è incavata e la membrana
plasmatica è ricoperta, sul lato citoplasmatico, da uno strato di materiale elettron-
denso, costituito dalla clatrina.

1. I recettori di mantenimento, sono responsabili dell’assunzione di materiali che


saranno utilizzati dalla cellula. L’endocitosi di questi recettori è seguita dal

36
trasporto di materiale legato alla cellula e dal ritorno del recettore sulla superficie
cellulare.

2. I recettori di segnale sono responsabili del legame di ligandi extracellulari che


inducono cambiamenti nell’attività della cellula (ad esempio insulina e fattori di
crescita come l’EGF). Questi ultimi ligandi si legano ai recettori presenti sulla
membrana, innescando una risposta fisiologica all’interno della cellula.
L’endocitosi di questi recettori è spesso seguita dalla distruzione del recettore, un
processo chiamato regolazione negativa dei recettori. Si tratta di un meccanismo
con cui le cellule regolano la loro capacità di rispondere a messaggi extracellulari
(si crea un periodo di refrattarietà verso ulteriori segnali finché non vengono
sintetizzati nuovi recettori). I recettori di segnale sono di solito marcati per
l’endocitosi e per la successiva distruzione mediante il legame covalente di una
proteina chiamata ubiquitina.

Dopo l’internalizzazione i materiali contenuti nelle vescicole vengono trasportati agli


endosomi (una rete dinamica di tubuli e vescicole), centri di distribuzione lungo il
percorso endocitico. È possibile distinguere endosomi precoci, nelle regioni
periferiche della cellula, ed endosomi tardivi, in una parte più interna della cellula.:
gli endosomi precoci maturano progressivamente divenendo tardivi. Questa
trasformazione è associata ad una riduzione del pH, uno scambio di proteine Rab ed
altri cambiamenti nella morfologia interna e nella
struttura. I recettori assunti tramite endocitosi sono
trasportati in vescicole endocitiche agli endosomi
precoci; i recettori di mantenimento si dissociano dai
loro ligandi e vengono riportati sulla superficie della
membrana plasmatica; i ligandi vengono concentrati
in un compartimento di smistamento prima di essere
spediti ad un endosoma tardivo e infine ad un
lisosoma. I recettori segnale sono riconosciuti da una
serie di complessi proteici che concentrano i recettori
in regioni degli endosomi tardivi, inducono la
gemmazione di queste zone della membrana verso il
lume degli endosomi tradivi e liberano la vescicola
all’interno dell’endosoma. Gli endosomi tardivi sono
anche chiamati multivescicular body (MVB) proprio
per la presenza di queste vescicole.

Il colesterolo è parte essenziale delle membrane


plasmatiche e precursore degli ormoni steroidei. È
37
una molecola idrofobica trasportata nel sangue come parte di complessi lipoproteici,
lipoproteina a bassa densità (LDL). Ogni LDL contiene una parte centrale di circa
1500 molecole di colesterolo esterificate da acidi grassi a lunga catena. Una volta che
l’LDL si è legato alla fossetta rivestita, la fossetta si invagina per formare una
vescicola rivestita, il rivestimento di clatrina si disassembla e i recettori per le LDL
passano attraverso l’endosoma precoce e sono riciclati di nuovo sulla membrana. Le
particelle LDL vengono portate agli endosomi tardivi e ai lisosomi, dove la proteina è
degradata e il colesterolo viene rilasciato. Il livello di LDL nel sangue è correlato al
manifestarsi dell’arterosclerosi, caratterizzata dalla formazione di placche sulle pareti
arteriose, riducendo il flusso sanguigno e portando alla formazione di coaguli di
sangue. Le LDL servono soprattutto a portare il colesterolo dal fegato attraverso il
circolo sanguigno; le HDL portano il colesterolo nella direzione opposta: l’eccesso di
colesterolo è trasferito dalla membrana plasmatica alle particelle di HDL, che lo
portano al fegato per l’escrezione. Alti livelli ematici di LDL sono associati ad un
aumento del rischio di malattie cardiache, alti livelli ematici di HDL sono associati ad
una diminuzione del rischio.

FAGOCITOSI

La fagocitosi è un processo che si verifica in pochi tipi di cellule specializzate


nell’assunzione di particelle relativamente grandi (diametro >0,5µm), avvolgendoli
all’interno di pieghe della membrana plasmatica. Le pieghe si fondono per formare
un fagosoma che si distacca dalla membrana plasmatica. Il fagosoma si fonde con un
lisosoma ed il materiale viene digerito all’interno del risultante fagolisosoma.

La fagocitosi è un meccanismo di protezione, attuato nei mammiferi da macrofagi e


neutrofili, che hanno la funzione di fagocitare organismi estranei, cellule danneggiate
o morte e detriti, sia nel circolo sanguigno che nei tessuti. All’interno del fagocita i
microrganismi possono essere uccisi dagli enzimi lisosomali o da radicali liberi
dell’ossigeno generati all’interno del lume del fagosoma. L’inglobamento di materiale
particolato durante la fagocitosi è mediato dall’attività di microfilamenti posti al di
sotto della membrana plasmatica. Non tutti i batteri ingeriti dai macrofagi vengono,
però, distrutti.

ASSUNZIONE DELLE PROTEINE DA PARTE DI PEROSSISOMI E


MITOCONDRI

Le proteine destinate a un perossisoma possiedono un segnale di indirizzo


perossisomale: un PTS per la matrice perossisomale e un mPTS per una proteina
della membrana perossisomale. I recettori per PTS si legano alle proteine nel citosol e

38
le trasportano attraverso la membrana perossisomale, per poi tornare dalla matrice del
perossisoma al citosol. I perossisomi possono importare proteine nella matrice anche
se saldamente ripiegate e in forma oligomerica, a differenza delle proteine importate
nei mitocondri, che devono essere prima denaturate.

La vasta maggioranza delle proteine mitocondriali è codificata a partire dal genoma


nucleare, sintetizzata nel citosol ed importata nell’organello post-traduzionalmente.
Le proteine mitocondriali contengono sequenze amminoacidiche che le indirizzano
alla loro sede. Le proteine della matrice mitocondriale
presentano una sequenza rimovibile (presequenza)
all’estremità N-terminale della molecola, che contiene
parecchi residui carichi positivamente. La maggior parte
delle proteine destinate alla IMM contiene sequenze che
fungono da etichette che restano come parte della molecola.

IL CITOSCHELETRO

La matrice citoplasmatica di tutte le cellule eucariotiche è


attraversata da una complessa trama che costituisce lo
scheletro della cellula, chiamata citoscheletro.

Funzioni del citoscheletro:


➢ Impalcatura dinamica che fornisce supporto strutturale,
determina la forma della cellula e resiste alle forze che
tendono a deformarla
➢ Reticolo interno che stabilisce la posizione dei vari
organuli all’interno della cellula
➢ Rete di binari per dirigere i movimenti di materiali e
organuli nella cellula
➢ Apparato generatore di forza che permette lo spostamento
delle cellule
➢ Componente essenziale per la divisione cellulare

Il citoscheletro è formato da microtubuli, microfilamenti e filamenti intermedi, tutti e


tre di natura proteica. Microtubuli e microfilamenti sono strutture generalmente
instabili, costituite da subunità proteiche globulari rapidamente polimerizzate e
depolimerizzate. I filamenti intermedi, invece, sono più stabili, perché costituiti da
subunità proteiche fibrose. Agli elementi citoscheletrici sono associate varie proteine

39
accessorie (per collegare tali elementi tra loro o ad altre strutture cellulare, o per
regolare la polimerizzazione delle subunità costitutive).

MICROTUBULI
I microtubuli sono strutture cave tubulari e relativamente rigide. Sono i componenti
di varei strutture, tra cui il fuso mitotico delle cellule in divisione e l’asse centrale di
ciglia e flagelli. Hanno un diametro esterno di circa 25nm ed una parete di circa 4nm.
La parete di un microtubulo è formata da proteine globulari disposte in file
longitudinali, dette protofilamenti. In sezione trasversale sono composti da 13
protofilamenti. Ognuno di essi è costituito da blocchi eterodimerici, formati da una
subunità di α-tubulina e una subunità di β-tubulina. i dimeri di tubulina sono disposti
in successioni lineare lungo ogni protofilamento, che risulta asimmetrico, con un’α-
tubulina ad un’estremità (estremità meno) ed una β-tubulina all’altra (estremità più).

I microtubuli contengono generalmente proteine accessorie, dette proteine associate


ai microtubuli (MAP). Le MAP classiche presentano un dominio che si lega ad un
lato del microtubulo e un dominio che si estroflette come una coda dalla sua
superficie. Alcune MAP possono essere osservate come ponti trasversali che
connettono i microtubuli tra loro, così da mantenerne un allineamento parallelo.
Generalmente le MAP aumentano la stabilità dei microtubuli e la loro attività di
legame è controllata soprattutto dall’aggiunta e dalla rimozione di gruppi fosfato da
particolari residui amminoacidici.

I microtubuli sono abbastanza rigidi da resistere a forze di compressione e


piegamento, risultando capaci di fornire un supporto meccanico alla cellula. La loro
distribuzione contribuisce a determinare la forma della cellula, oltre a mantenerne
l’organizzazione interna.

Il trasporto di materiali da un compartimento all’altro dipende dalla presenza di


microtubuli. Nelle cellule nervose, la maggior parte dei materiali viene rinchiusa in
vescicole membranose nel RE e nel Golgi (nel corpo cellulare) e trasportata lungo
l’assone. Le strutture ed i materiali che vanno dal corpo cellulare verso i terminali del
neurone si muovono in senso anterogrado, quelle che si spostano dalle sinapsi al
corpo cellulare si muovono in senso retrogrado. Gli assoni sono ricchi di strutture
citoscheletriche che comprendono fasci di microfilamenti, filamenti intermedi e
microtubuli interconnessi in varie maniere. I movimenti delle vescicole lungo i
componenti del citoscheletro sono possibili grazie ad un gran numero di proteine
motrici.

40
Le proteine motrici della cellula converto l’energia chimica immagazzinata nell’ATP
in energia meccanica. Ognuna di esse è specializzata nel trasporto di un particolare
tipo di carico, ma si possono distinguere tre grandi famiglie: chinesine e dineine, che
si muovono lungo i microtubuli, miosine che si muovono lungo i microfilamenti. I
filamenti intermedi, non essendo polarizzati, non possono suggerire una direzione. Le
proteine motrici si muovono in modo unidirezionale, subendo, man mano che si
spostano, modificazioni conformazionali che costituiscono un ciclo meccanico,
accompagnato ad un ciclo chimico (o catalitico). Il ciclo chimico consiste nel legare
una molecola di ATP, idrolizzarla, rilasciare i prodotti dell’idrolisi (ATP e Pi) e legare
una nuova molecola di ATP.

Chinesine: le chinesine (KRP) sono classificate in 14 differenti famiglie. Il termine


chinesina si riferisce ai membri della famiglia chinesina-1. La chinesina è un
tetramero costituito da due catene pesanti identiche e due catene leggere identiche.
Una molecola di chinesina è formata da diverse parti: due teste globulari (domini
motori) che si legano al microtubulo e idrolizzano ATP, generando forza; un colo, uno
stelo bastoncellare ed una coda a ventaglio che si lega ai materiali da trasportare. Le
porzioni motrici di tutte le KPR hanno sequenze amminoacidiche simili, mentre le
code presentano sequenze diverse, rispecchiando la varietà dei carichi trainati. Il
dominio motore della chinesina è molto simile a quello della miosina. La chinesina è
un motore tubulare diretto verso l’estremità più (β). In un assone, in cui i microtubuli
sono orientati con l’estremità meno (α) verso il corpo cellulare, la chinesina trasporta
vescicole e altri carichi verso i terminali sinaptici. Ogni passo della chinesina è lungo
circa 8nm, che è proprio la lunghezza di un dimero di tubulina, e richiede l’idrolisi di
un ATP. Il meccanismo con cui questa proteina si muove è chiamato hand-over -hand:
le due teste si alternano nelle posizioni di
anticipo e di ritardo in assenza di una
concomitante rotazione del peduncolo e del
carico ad ogni passo. Il movimento delle
molecole di chinesina è altamente processivo
(continuo); la proteina motrice tende a
muoversi sul singolo microtubulo per
considerevoli distanze (più di 1µm) senza
distaccarsi. Questo è possibile perché in ogni
istante almeno una delle teste rimane attaccata
al microtubulo. Inoltre le due teste si
coordinano, in modo che in ogni istante, si
presentano in stadi differenti dei loro cicli
meccanico e chimico.
41
Il microtubulo svolge un ruolo attivo, stimolando alcune fasi nel ciclo meccanico e
chimico della chinesina. La maggior parte delle KRP si muove verso l’estremità più
del microtubulo; la chinesina-14 si muove invece nella direzione opposta, ma le sue
teste sono praticamente indistinguibili da quelle delle chinesine dirette verso
l’estremità più: la differenza si trova nella struttura del collo. La chinesina-13 è
incapace di movimento: le proteine di questa famiglia si legano all’estremità di un
microtubulo destabilizzandolo; sono per questo definite depolimerasi dei microtubuli
(anche i membri della famiglia chinesina-8 agiscono come depolimerasi ma hanno un
movimento processivo).

Nella maggior parte delle cellule i microtubuli hanno le loro estremità più lontane dal
centro della cellula: le chinesine tendono a spostare vescicole e organuli verso la
periferia della cellula, cioè verso la membrana plasmatica.

Dineina citoplasmatica: solamente due dineine citoplasmatiche (di cui una sembra
responsabile della maggior parte delle operazioni di trasporto) ci consentono di
gestire le funzioni di queste proteine motrici. La dineina citoplasmatica è una
proteina enorme formata da due catene pesanti identiche e da diverse catene
intermedie e leggere. Ognuna delle catene pesanti è costituita da una grande testa
globulare (motore generatore di forza) con un peduncolo, ciascuno dei quali contiene
il sito di legame al microtubulo. Una coda (o stelo) lega le catene leggere e
intermedie alla catena pesante. La dineina citoplasmatica si muove in modo
processivo lungo i microtubuli verso l’estremità meno del polimero.

Questa proteina motrice agisce come generatore di forza nella disposizione del fuso
mitotico e nel movimento dei cromosomi durante la mitosi; ma anche come motore
microtubulare diretto verso l’estremità meno, che determina la posizione del
centrosoma e del Golgi, oltre che il movimento di
vescicole e organuli nel citoplasma. Ogni organulo può
legare simultaneamente chinesina e dineina, acquisendo
la capacità di muoversi in direzioni opposte a seconda
delle condizioni.

La dineina citoplasmatica non agisce direttamente con i


carichi circondati da membrana, ma richiede la
cooperazione di un adattatore, la dinactina. Questa
regolerebbe l’attività della dineina ed aiuterebbe il legame
della proteina motrice con il microtubulo, aumentandone
la processività.

42
Centri di organizzazione dei microtubuli (MTOC): in vitro l’assemblaggio dei
microtubuli avviene in due fasi distinte: una lenta di nucleazione e una rapida di
allungamento. All’interno della cellula anche la nucleazione avviene velocemente,
grazie a strutture specializzate dette centri di organizzazione dei microtubuli.

I microtubuli del citoscheletro sono normalmente nucleati dal centrosoma, una


struttura formata da due centrioli circondati da un materiale pericentriolare (PCM)
amorfo ed elettron-denso. Essi contengono nove fibrille spaziate, ognuna delle quali
formata da una banda di tre microtubuli (A, B, C). Solamente il tubulo A è completo
ed è connesso al centro del centriolo da un braccio radiale. I centrioli si trovano quasi
sempre a coppie, posti ad angolo retto l’uno rispetto all’altro.

I microtubuli non penetrano nel centrosoma e non prendono contatto con i centrioli:
terminano nel materiale pericentriolare. I centrioli hanno probabilmente un ruolo nel
reclutare il PCM e nel processo di duplicazione del centrosoma. La polarità dei
microtubuli è sempre la stessa: l’estremità meno associata al centrosoma e quella più
in accrescimento verso la parte opposta.

Il centrosoma di cellule non polarizzate, generalmente è posto vicino al centro della


cellula e tende a rimanere associato con l’estremità meno in accrescimento dei
microtubli. Nelle cellule polarizzate invece molti dei microtubuli sono ancorati con le
loro estremità meno a siti sparsi. Alcune cellule animali
mancano completamente di centrosomi, ma sono
comunque capaci di formare complesse strutture
microtubulari.

I microtubuli di ciglia e flagelli sono generati da un altro


tipo di MTOC, il corpo basale.

In ogni caso, tutti i MTOC controllano il numero di


microtubuli, la loro polarità, il numero dei protofilamenti
ed il momento e luogo del loro assemblaggio. I centri di
organizzazione dei microtubuli hanno inoltre un
componente proteico in comune, la γ-tubulina. Si ritiene
che le fibre insolubili del PCM servano come siti di
attacco per strutture anulari con lo stesso diametro dei
microtubuli e contenenti γ-tubulina (γ-TuRC). In questi
complessi, una disposizione ad elica di subunità di γ-
tubulina forma uno stampo ad anello aperto sul quale si
assembla il primo giro di dimeri di αβ-tubulina. Solo le
43
α-tubuline si legano ad un anello di subunità γ: il γ-TuRC determina la polarità del
microtubulo e forma un cappuccio alla sua estremità meno.

Dinamica dei microtubuli: i microtubuli del citoscheletro sono soggetti


normalmente a depolimerizzazione e ripolimerizzazione, al cambiare delle necessità
della cellula da un momento all’altro. Il disassemblaggio può essere indotto dal
freddo, dalla pressione idrostatica, da elevate concentrazioni di ioni calcio e da varie
sostanze chimiche; altre sostanze impediscono invece il disassemblaggio, impedendo
alla cellula di assemblare nuove strutture microtubulari dove necessarie. I continui
cambiamenti nell’organizzazione spaziale dei microtubuli sono, quindi, dovuti a due
fattori: il riarrangiamento di microtubuli esistenti ed il riassemblaggio di nuovi in
differenti regioni della cellula.

Per l’assemblaggio dei microtubuli è necessario GTP. Questo si lega ad una subunità
di β-tubulina (che è quindi un enzima), viene idrolizzato e il GDP risultante rimane al
polimero assemblato. Quando un dimero viene rilasciato da un microtubulo durante il
disassemblaggio, il GDP viene sostituito con GTP, ricaricando il dimero, che può
quindi servire di nuovo come unità costitutiva per la polimerizzazione. Quando un
microtubulo è in accrescimento, l’estremità più ha la forma di un foglietto aperto al
quale vengono aggiunti dimeri di GTP. Durante i periodi di rapido accrescimento, i
dimeri di tubulina vengono aggiunti più rapidamente di quanto il loro GTP possa
essere idrolizzato. La presenza di un cappuccio di dimeri di tubulina-GTP
all’estremità più favorisce l’aggiunta di altre subunità e l’accrescimento del
microtubulo. Tuttavia i microtubuli con estremità aperte sono soggetti
spontaneamente alla chiusura del tubulo; questa è accompagnata dall’idrolisi del
GTP. Le subunità tubulina-GDP sono meno adatte ad incastrarsi in un protofilamento
diritto: la tensione meccanica che me risulta destabilizza il microtubulo, i
protofilamenti si arricciano verso l’esterno e vanno incontro ad una rapida
depolimerizzazione. L’energia di deformazione immagazzinata nei microtubuli li
rende intrinsicamente instabili. Dato che l’accorciamento è più rapido
dell’allungamento, la maggior parte dei microtubuli sparisce in qualche minuto, per
essere rimpiazzata da nuovi microtubuli che crescono dal centrosoma. I microtubuli
possiedono quindi la proprietà instabilità dinamica: polimeri che crescono e si
accorciano possono coesistere nella stessa regione di cellula e uno stesso microtubulo
può passare alternativamente e imprevedibilmente da una fase di accrescimento a una
di accorciamento. L’instabilità dinamica è una proprietà intrinseca dell’estremità più,
ma può essere influenzata da fattori esterni. Una volta che una struttura cellulare
viene legata a un microtubulo, le proprietà dinamiche sono in grado di esercitare una
forza su tale struttura. La polimerizzazione del microtubulo spinge l’oggetto, la sua
44
depolimerizzazione lo tira. L’attacco in ogni caso, stabilizza temporaneamente i
microtubuli e permette alle cellule di rispondere rapidamente al mutamento delle
condizioni. I microtubuli degli organuli, invece, mancano di attività dinamica e sono
molto stabili.

Ciglia e flagelli: ciglia e flagelli sono sottili organuli motori che hanno
essenzialmente la stessa struttura. Un ciglio muove la cellula in direzione
perpendicolare a se stesso; nella fase di spinta è mantenuto in uno stato di rigidezza,
in quella di ritorno diventa invece flessibile. Le ciglia tendono ad essere presenti in
gran numero sulla superficie di una cellula ed il loro battito è coordinato. Negli
organismi pluricellulari le ciglia muovono fluidi e materiale
all’interno di diverse cavità. Molte cellule del corpo
contengono un singolo ciglio primario non mobile, che si
pensa abbia funzione sensoriale. I flagelli sono in genere
presenti singolarmente o in coppia e presentano differenti
tipi di battito (a forma d’onda).

Tutta l’estroflessione del ciglio o del flagello è coperta da


una membrana che è continua con la membrana plasmatica.
La parte centrale della struttura, chiamata assonema
contiene un insieme di microtubuli. Tranne rare eccezioni,
l’assonema è formato da 9 coppie periferiche di microtubuli
che circondano un paio di microtubuli separati
(disposizione 9+2). Tutti i microtubuli dell’assonema hanno
la stessa polarità: le estremità meno alla base e le estremità
più all’apice dell’estroflessione. Le coppie periferiche sono
formate da un microtubulo completo (tubulo A) e uno
formato da 10 o 11 protofilamenti (tubulo B). I tubuli
centrali appaiono circondati da una guaina centrale
collegata ai tubuli A da una serie di fasci radiali.
Le coppie periferiche sono collegate tra loro da
ponti intercoppia di nexina. Un ciglio o un
flagello parte da un corpo basale, con struttura
simile al centriolo. I tubuli A e B del corpo
basale si prolungano a formare le coppie del
ciglio o del flagello. Se un ciglio o un flagello
viene strappato dalla superficie di una cellula
viva, si rigenera un nuovo organulo come
estensione del corpo basale, crescendo
45
all’estremità più dei propri microtubuli.

Il macchinario per il movimento di ciglia e flagelli risiede all’interno dell’assonema:


la proteina che idrolizza l’ATP è detta dineina cigliare o assonemale, contenuta nei
bracci che si protendono dai tubuli A. Il movimento cigliare è spiegato con lo
scorrimento reciproco delle coppie microtubulari adiacenti. I bracci di dineina
lavorano come ponti trasversali oscillanti che generano le forze necessarie per il
movimento di ciglia e flagelli. Lo stelo di ciascuna molecola di dineina è strettamente
ancorato alla superficie esterna del tubulo A, con le teste globulari ed i peduncoli
proiettati verso il tubulo B della coppia adiacente. I bracci di dineina, ancorati lungo
il tubulo A della coppia inferiore, si attaccano ai siti di legame del tubulo B della
coppia superiore (1). Le molecole di dineina subiscono un colpo di potenza
(cambiamento conformazionale) che causa lo scivolamento della coppia inferiore
verso l’estremità basale della coppia superiore (2). I bracci di dineina si staccano dal
tubulo B (3) per poi riattaccarsi in modo da ricominciare il ciclo (4).

La nexina è una proteina elastica che connette le doppiette adiacenti, limitando


l’estensione dello scorrimento reciproco di esse. La resistenza allo scorrimento
provoca una flessione dell’assonema, in modo che lo scorrimento su un lato
dell’assonema si alterni allo scorrimento sul lato opposto (una parte del ciglio o del
flagello si piega prima in una direzione e poi in quella opposta). Ciò richiede che i
bracci di dineina su un lato siano attivi e sull’altro inattivi: le coppie sul lato interno
della curvatura si estendono oltre quelle sul lato opposto dell’assonema.

I FILAMENTI INTERMEDI

Si tratta di una classe eterogenea di filamenti con diametro 10-12nm; Le subunità


polipeptidiche degli IF (codificate da circa 70 geni diversi) possono essere suddivise
in cinque classi principali.

46
Proteine
Tipo Distribuzione Caratteristiche
costitutive
 Diametro di 8-9nm
 Ogni tonofilamento deriva
dalla polimerizzazione di una
proteina acida e una basica o
neutra
 I tf formano una rete
I Cheratine acide Epiteli e derivati
perinucleare, da qui si
II Cheratine basiche dell’epidermide (peli e unghie)
irradiano verso la periferia
della cellula
 Negli epiteli pavimentosi
stratificati formano,
raggruppandosi in fasci, delle
tonofibrille
 Elevata omologia di sequenza
 Vimentina: cellule di origine
di amminoacidi
mesenchimale (fibroblasti,  Possono assemblarsi sia come
cellule endoteliali, cellule
Vimentina omopolimeri che come
del Sertoli)
Desmina eteropolimeri: nelle cellule
III  Desmina: cellule muscolari
GFAP muscolari in sviluppo possono
liscie e striate
Periferina trovarsi filamenti eteropolimeri
 GFAP (gliofilamenti):
di vementina e desmina
astrociti, cellule di Schwann 
 I gliofilamenti hanno diametro
Periferina: neuroni del SNP
5.5nm
 Diametro di 10nm
 Composti da tre diversi
Neurofilamenti  Neuroni polipeptidi: NF-L, NF-M, NF-
IV α-internexina  Neuroni in sviluppo H (light, medium, heavy)
Nestina  Cellule neuroepiteliali  Le neurofibrille derivano
dall’aggregazione laterale di
fasci di nf
Formano una rete fibrillare
Lamìne nucleari A, bidimensionale sulla faccia interna
V Involucro nucleare
B, C dell’involucro nucleare (làmina
nucleare)

Gli IF sono spesso interconnessi agli altri elementi citoscheletrici da ponti trasversali,
formati generalmente da una proteina dimerica allungata detta plectina. Ogni

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molecola di plectina ha un sito di legame per un filamento intermedio ad una
estremità e, in base all’isoforma, un sito di legame per un altro IF, per un microtubulo
o un microfilamento all’altra estremità.

I polipeptidi degli IF presentano un dominio centrale ad α-elica ì, di forma


bastoncellare, con lunghezza e sequenza amminoacidica simili. Il dominio fibroso
centrale è affiancato su ciascun lato da domini globulari di dimensione e sequenza
variabili. Due polipeptidi di questo tipo interagiscono spontaneamente a formare un
dimero fibroso lungo circa 45nm. I due polipeptidi sono allineati parallelamente tra
loro con lo stesso orientamento: il dimero ha una polarità con un’estremità
corrispondente all’estremità C-terminale e una alla N-terminale. L’unità base di
assemblaggio degli IF è un tetramero formato da due dimeri che si appostano in
modo sfalsato, con le estremità N- e C-terminale
orientate in direzioni opposte: il tetramero non ha
polarità. 8 tetrameri si associano a formare un
filamento di 1 unità di lunghezza (circa 60nm); queste
unità si associano una all’altra a formare il filamento
intermedio allungato. Può anche avvenire uno
scambio di lunghezza dei filamenti, in una rete di IF
già esistente. Nessuna di queste fasi richiede ATP o
GTP. I filamenti intermedi sono meno sensibili agli
agenti chimici e più difficili da solubilizzare.
L’assemblaggio e il disassemblaggio degli IF sono
regolati principalmente dalla fosforilazione e
defosforilazione delle subunità.

I filamenti intermedi cheratinici costituiscono le


principali proteine strutturali delle cellule epiteliali:
gli IF contenenti cheratina si diramano lungo il
citoplasma, legati all’involucro nucleare e ancorati al margine periferico della cellula
mediante connessioni alle placche citoplasmatiche dei desmosomi e deli
emidesmosomi. Gli IF inoltre sono strettamente connessi a microtubuli e
microfilamenti, fornendo un’impalcatura che organizza e mantiene l’architettura
cellulare e assorbe gli stress meccanici.

Il citoplasma dei neuroni contiene invece fasci di neurofilamenti lassamente associati


composti da tre proteine distinte; queste hanno dei bracci che sporgono fuori dal
neurofilamento, con la funzione probabilmente di mantenere la corretta distanza tra i
neurofilamenti paralleli dell’assone. Una volta che la cellula nervosa ha completato la

48
crescita, inizia a riempirsi di neurofilamenti, che forniscono sostegno quando l’assone
aumenta di diametro.

Gli IF hanno funzioni tessuto-specifiche, che sono più importanti in alcune cellule
rispetto ad altre.

I MICROFILAMENTI

I microfilamenti sono i responsabili della motilità delle cellule, così come dei
processi di motilità intracellulari; hanno un ruolo importante nel determinare la forma
della cellula e nel fornire un supporto strutturale per diversi tipi di estroflessioni
cellulari.

I microfilamenti hanno diametro di circa 8nm e sono composti da subunità globulari


di actina; in presenza di ATP i monomeri di actina polimerizzano formando un
filamento flessibile ad elica: un filamento di actina è essenzialmente una struttura a
doppio filamento. Ogni subunità di actina ha una polarità strutturale e tutte le
subunità di un filamento sono orientate nella stessa direzione: l’intero microfilamento
risulta avere una sua polarità. I filamenti di actina possono essere organizzati in
sistemi altamente ordinati, in reticoli lassi o in fasci strettamente compatti.

Prima di poter essere incorporato in un filamento, un monomero di actina lega una


molecola di ATP. L’actina è un’ATPasi: l’ATP associato al monomero viene
idrolizzato ad ADP, dopo essere stato incorporato nel filamento in crescita. Una delle
due estremità del filamento ha affinità maggiore per i monomeri di actina e li
incorpora ad una velocità di circa 10 volte maggiore rispetto all’altra. La barbed end
(più) è l’estremità a crescita rapida, la pointed
end (meno) è quella a crescita lenta.

Se un filamento di actina viene immerso in una


soluzione ad alta concentrazione di monomeri di
actina, le subunità sono inizialmente aggiunte ad
entrambe le estremità; man mano che la
concentrazione diminuisce, si raggiunge un
punto in cui l’aggiunta netta di monomeri
continua all’estremità più ma termina
all’estremità meno, finché si verifica una perdita
netta di subunità all’estremità meno. A questo
punto i monomeri continuano ad essere aggiunti
all’estremità più e persi all’estremità meno, fino
ad un punto di equilibrio in cui le due reazioni
49
sono bilanciate, la lunghezza dei filamenti e la concentrazione di monomeri liberi
rimangono costanti (stato stazionario). La posizione delle singole subunità è in
continuo movimento, con un flusso costante dalla barbed end alla pointed end, un
fenomeno noto come treadmilling.

La cellula è in grado di riorganizzare i propri microfilamenti; questa riorganizzazione


è necessaria per processi dinamici come la locomozione cellulare, i cambiamenti di
forma, la fagocitosi e la citocinesi.

Miosina: tutte le miosine, ad eccezione della miosina VI, si muovono verso


l’estremità più del filamento di actina ed hanno in comune un dominio motore (testa),
che contiene un sito di legame al filamento e un sito che idrolizza ATP. I domini della
coda sono molto differenti; le miosine contengono anche varie catene di basso peso
molecolare.

Le miosine sono generalmente divise in due categorie:

1. Miosine convenzionali (II tipo): sono i principali motori della contrazione


muscolare ma si trovano anche in molte cellule non muscolari (divisione cellulare,
generazione di tensione alle adesioni focali, migrazione cellulare, cambiamento di
direzione dei coni di crescita dei neuroni). Si
muovono tutte verso l’estremità più. Ogni miosina II
è formata da sei catene polipeptidiche (due pesanti e
due coppie di catene leggere). La molecola consiste
di un paio di teste globulari, che contengono il sito
catalitico, un paio di colli, formati ognuno da una
singola α-elica e due catene leggere associate, una
singola lunga coda, formata dall’avvolgimento delle
due α-eliche. Tutto l’apparato richiesto per l’attività
motoria è contenuto in una singola testa. La
porzione fibrosa della coda gioca un ruolo
strutturale, permettendo alla proteina di formare
filamenti. Le molecole di miosina II si assemblano
in modo che le estremità delle code siano rivolte
verso il centro del filamento e le teste verso le
estremità (filamento bipolare). Le teste di miosina
alle estremità opposte di uno stesso filamento di
miosina, sono in grado di tirare i filamenti di actina
uno verso l’altro. I filamenti di miosina II che si
formano nelle cellule del muscolo scheletrico sono
50
strutture molto stabili; i piccoli filamenti che si formano nella maggior parte delle
altre cellule, sono invece costruzioni transitorie.

2. Miosine non convenzionali (tipo I e tipi III-XVIII): nessuna delle miosine non
convenzionali è in grado di formare filamenti, ma sono capaci di muoversi lungo i
microfilamenti in modo analogo alle chinesine e alla dineina citoplasmatica.
Grazie ai suoi lunghi colli la miosina V può compiere passi molto lunghi: l’elica
dell’actina si ripete ogni 13 subunità circa, che è approssimativamente la
lunghezza di un passo di miosina V. La miosina I viene utilizzata per costruire dei
ponti crociati tra i filamenti citoscheletrici di actina e il doppio strato lipidico della
membrana plasmatica. Diverse miosine non convenzionali sono associate a diversi
tipi di vescicole e organuli ed in altri casi come trasportatori degli stessi. Alcune
vescicole contengono motori microtubulari e motori basati sui microfilamenti:
quando si avvicinano alla fine del microtubulo, queste vescicole passano sui
microfilamenti, attraverso la periferia della cellula ricca di actina. La miosina VI
ha la peculiarità di muoversi verso la pointed end (meno); è probabilmente
coinvolta nella formazione di vescicole rivestite da clatrina, nel movimento di
vescicole non rivestite verso gli endosomi precoci e nel mantenimento della
morfologia del Golgi. Le proteine della famiglia Rab (che regolano il traffico
vescicolare) sono implicate nell’attacco dei motori di miosina (e chinesina) alle
superfici membranose.

CONTRATTILITÀ MUSCOLARE

Una singola cellula muscolare di forma cilindrica ha un diametro variabile da 10 a


100µm, una lunghezza oltre i
100mm e centinaia di nuclei
(ognuna è prodotta dalla
fusione di centinaia di
mioblasti): viene, quindi,
chiamata fibra muscolare. Una
fibra è formata da filamenti
cilindrici più sottili detti
miofibrille, che consistono di
una successione lineare di unità
contrattili, i sarcomeri. Questi
mostrano un caratteristico
sistema a bande, dovuto alla sovrapposizione parziale di filamenti sottili e filamenti
spessi. Ogni sarcomero si estende da una linea Z alla successiva e presenta una
coppia di bande I chiare (filamenti sottili), alle estremità, una banda A scura
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(sovrapposizione di filamenti spessi e sottili), tra le due bande I, ed una zona H chiara
(filamenti spessi) al centro della banda A. la zona H è divisa a metà dalla linea M. I
filamenti sottili sono organizzati secondo una disposizione esagonale attorno a
ciascun filamento spesso, che possiede dei ponti trasversali per formare attacchi con i
filamenti sottili adiacenti.

Tutti i muscoli scheletrici lavorano per accorciamento. Quando una fibra muscolare si
accorcia, la banda A di ogni sarcomero rimane più o meno costante in lunghezza,
mentre le bande I e la zona H diminuiscono
di ampiezza fino a scomparire, mentre le
linee Z si avvicinano fino ad entrare in
contatto con il margine esterno della banda
A. Il modello che spiega la contrattilità
muscolare è quello dello scorrimento dei
filamenti.

Oltre all’actina, i filamenti sottili di un


muscolo scheletrico contengono la
tropomiosina (una molecola allungata,

ognuna associata con 7 subunità di


actina) e la troponina (complesso proteico globulare composto da tre subunità in
contatto sia con l’actina che con la tropomiosina). I filamenti di actina sono allineati
con le barbed end (più) alle linee Z.

Ogni filamento spesso è composto da alcune centinaia di molecole di miosina II,


insieme a piccole quantità di altre proteine.

La terza proteina più abbondante nella fibra muscolare è la titina (la più grande
proteina finora scoperta),
che prende origine dalla
linea M e termina sulla linea
Z; impedisce che il
sarcomero venga strappato
durante lo stiramento dei
muscoli e mantiene la
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posizione dei filamenti di miosina durante la contrazione.

Durante la contrazione ciascuna testa di miosina si estende lateralmente e prende


stretto contatto con i sei filamenti sottili che la circondano. La miosina muscolare è
un motore non processivo, infatti resta in contatto con il filamento di actina per una
piccola frazione di tutto il ciclo di contrazione. Ogni filamento sottile, invece, viene
in contatto con circa un centinaio di teste che oscillano senza sincronia, acquisendo
un movimento continuo. Una molecola di ATP si lega alla testa della miosina,
inducendo la dissociazione di essa dal filamento di actina; l’idrolisi dell’ATP porta
alla formazione di ADP e Pi, che rimangono attaccati al sito attivo dell’enzima: il
ponte miosinico, carico dell’energia rilasciata dalla reazione, si attacca alla molecola
di actina e rilascia il fosfato, scatenando un cambiamento conformazionale della
testa, che sposta il filamento di actina verso il centro del sarcomero (fase attiva o
colpo di potenza). Il piccolo movimento della testa viene amplificato di circa 20 volte
dal movimento a pendolo del collo ad α-elica, che agisce come un rigido braccio di
leva. La rigidità è conferita dalle due catene leggere avvolte attorno al collo. Il
rilascio dell’ADP permette l’attacco di un nuovo ATP e quindi il ciclo può
ricominciare.

Le fibre muscolari sono organizzate in unità motorie; tutte le fibre di un’unità motoria
sono innervate da ramificazioni di un unico motoneurone e si contraggono
contemporaneamente in seguito a stimolazione. Il punto di contatto tra il bottone
terminale dell’assone e la fibra muscolare è detto giunzione neuromuscolare ed è il
sito di trasmissione di un impulso nervoso da un assone alla fibra muscolare. Il
processo che determina l’accorciamento dei sarcomeri a seguito di un impulso
nervoso, è definito accoppiamento eccitazione-contrazione. L’impulso generato a
livello della giunzione neuromuscolare si propaga all’interno della cellula grazie ai
tubuli trasversi T (ripiegamenti membranosi), che terminano vicino ad un sistema di
membrane citoplasmatiche che costituiscono il reticolo sarcoplasmatico (RS), intorno
alla miofibrilla. La maggior parte delle
proteine del RS è costituita da Ca2+-
ATPasi, che accumulano ioni calcio nel
lume del RS. In condizioni di
rilassamento i livelli di Ca2+ nel
citoplasma sono molto bassi; all’arrivo
del potenziale d’azione i canali del
calcio si aprono, aumentando la
concentrazione intracellulare di questo
ione. Quando il sarcomero è rilassato le
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molecole di troponina bloccano i siti di legame per la miosina; quando i livelli di
Ca2+ aumentano, questi ioni si legano ad una delle subunità di troponina. Il
movimento di questa molecola fa spostare anche la tropomiosina adiacente,
esponendo il sito di legame per la miosina. Appena termina la stimolazione da parte
della fibra nervosa, i canali del calcio si chiudono, le pompe Ca2+-ATPasi rimuovono
l’eccesso di calcio dal citosol e le molecole di tropomiosina tornano a bloccare
l’interazione actina-miosina.

MOTILITÀ NON MUSCOLARE

Le componenti della motilità non muscolare sono presenti in organizzazioni poco


ordinate e transitorie., limitate di solito alla zona corticale, una regione molto attiva
della cellula. L’organizzazione ed il comportamento dei filamenti di actina sono
determinati da proteine che legano l’actina. Queste proteine regolano l’assemblaggio
e il disassemblaggio dei microfilamenti, le loro proprietà fisiche, le loro interazioni
reciproche e con gli organuli cellulare.

1. Proteine di nucleazione: il lento processo di nucleazione può essere accelerato


grazie a proteine che fungono da stampo al quale i monomeri di actina possono
essere aggiunti. Il complesso Arp2/3 contiene due proteine correlate con l’actina e
una volta che viene attivato, le due Arp adottano una conformazione che fornisce
uno stampo. Questo complesso resta alla pointed end (meno) del filamento appena
formato, generando reti di brevi filamenti di actina ramificati. La formina genera
invece filamenti non ramificati e segue la barbed end (più), promuovendo un
rapido allungamento del filamento.

2. Proteine che sequestrano i monomeri: le timosine sono proteine che si legano ai


monomeri di actina-ATP (G-actina) e ne impediscono la polimerizzazione.
Possono spostare l’equilibrio monomero polimero in una certa regione della
cellula e determinare se è favorita la polimerizzazione o la depolimerizzazione.

3. Proteine di incappucciamento: sono capaci di regolare la lunghezza dei filamenti


actinici legandosi ad una delle due estremità di essi. Se la barbed end viene
incappucciata, continua la depolimerizzazione all’estremità opposta e il filamento
viene disassemblato; se anche la pointed end è incappucciata, la
depolimerizzazione è bloccata.

4. Proteine che polimerizzano i monomeri: la profilina è una piccola proteina che


promuove la crescita dei microfilamenti, legandosi ad un monomero di actina e

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catalizzando la dissociazione dell’ADP legato, rapidamente rimpiazzato da ATP. Il
monomero di profilina-ATP-actina si può poi assemblare alla barbed end.

5. Proteine che tagliano i filamenti: hanno la capacità di legarsi a un filamento


esistente e romperlo in due. Possono anche promuovere la polimerizzazione
creando ulteriori barbed end libere oppure incappucciare i frammenti che hanno
creato. La cofilina è una di queste.

Alcuni esempi di motilità non muscolare sono la citocinesi, la fagocitosi, il traffico di


vescicole, l’attivazione delle piastrine del sangue, i movimenti laterali delle proteine
integrali di membrana, le interazioni cellula-substrato, la locomozione cellulare, la
crescita degli assoni ed i cambiamenti di forma della cellula.

Direzionalità della motilità cellulare: uno stimolo è ricevuto sulla superficie


cellulare, portando all’attivazione del complesso Arp2/3 da parte di un membro della
famiglia WASP/WAVE. Arp2/3 funge da sito di nucleazione per la formazione di
nuovi filamenti di actina. Una volta che questi si sono formati i complessi Arp2/3 si
legano ai lati dei filamenti, stimolando nuovamente la loro attività di nucleazione e
iniziando la formazione di ramificazioni laterali, che si estendono verso l’esterno. La
polimerizzazione di questi filamenti spinge la membrana plasmatica verso l’esterno,
producendo l’estensione del margine guida del lamellopodio. Quest’ultimo è il
margine guida che si estende all’esterno della cellula come un’espansione ampia,
appiattita e simile ad un velo; aderisce al substrato sottostante in punti specifici di
ancoraggio, che permettono alla cellula di spostarsi in avanti. Nel frattempo le barbed
end dei filamenti formatisi in precedenza vengono incappucciate, mantenendo i
filamenti corti e rigidi. Le loro pointed end invece si depolimerizzano grazie alla
cofilina, che si lega alle subunità di actina-ADP. Queste subunità si legano alla

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profilina e vengono ricaricate dallo scambio ATP/ADP, in modo da essere ingaggiate
in una nuova polimerizzazione.

L’allungamento dell’assone: il corpo dell’assone mostra pochi segni esterni di


attività motoria, mentre la punta o cono di crescita, è molto mobile. Il cono di crescita
presenta diversi tipi di espansioni locomotorie: lamellipodi, microspine e filopodi.
Queste strutture sono ricche di filamenti di actina e sono i responsabili delle attività
motorie del cono di crescita. I microtubuli riempiono, invece, l’assone ed il dominio
centrale del cono di crescita. Microtubuli singoli penetrano nella porzione periferica
ricca di actina, guidando la direzione di crescita dell’assone. Nell’embrione gli assoni
dei neuroni in sviluppo crescono lungo percorsi definiti: i lamellipodi e i filopodi del
cono di crescita rispondono a stimoli chimici e fisici, inducendo gli assoni a dirigersi
verso i fattori attrattivi.
I cambiamenti di forma delle cellule durante lo sviluppo embrionale: per lo
sviluppo della morfologia caratteristica di un organo sono necessarie molte attività
cellulari, tra cui i cambiamenti programmati di forma, dovuti a modificazioni
dell’orientamento degli elementi del citoscheletro nelle cellule stesse. Nei vertebrati,
verso la fine della gastrulazione, le cellule ectodermiche si allungano e formano la
placca neurale, un spesso strato epiteliale. Queste cellule si allungano via via che i
microtubuli al loro interno si orientano con il loro asse maggiore parallelo a quello
della cellula. Dopo l’allungamento le cellule dell’epitelio neurale si restringono
all’estremità e l’intero strato di cellule di incurva verso l’interno: questo
cambiamento di forma è dovuto alla contrazione di una fascia di microfilamenti nella
regione corticale delle
cellule. Alla fine la
curvatura del tubo neurale
porta al contatto dei margini
esterni, con la formazione di
un tubo cilindrico cavo,
da cui si origina l’intero sistema
nervoso.

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