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CHIARA CORBO, Paupertas: la legislazione tardoantica (IV - V sec. d. C.

), Pubblicazioni del
Dipartimento di Diritto Romano e Storia della Scienza Romanistica dell’Università degli
studi di Napoli “Federico II”, 22, Napoli, Satura Editrice 2006, pp. viii, 240.

Nel vivace scenario degli odierni studi tardoantichi, il lavoro di C. Corbo costituisce una
proficua analisi delle emissioni legislative, per lo più costantiniane ma anche successive,
inerenti la tutela e l’assistenza delle classi economicamente disagiate, ponendosi anche
come necessario compendio critico della già copiosa e non di rado discorde produzione
scientifica in merito. L’indagine si articola in tre capitoli – ciascuno riferito «ad uno
specifico asse portante, emblematico del discorso che si intende condurre» (p. 8) – e
ripercorre, attraverso un’esame delle normative di IV-V secolo oltre che con il conforto
della restante documentazione, il montante progresso della nuova concezione cristiana (in
ambito religioso, sociale, etico e giuridico) della paupertas nel mondo romano e,
soprattutto, nell’ideologia imperiale.
Il primo capitolo («Due norme di Costantino in materia di assistenza ai pauperes. I
precedenti storici», pp. 11-79) si concentra inizialmente su due noti provvedimenti
costantiniani a vantaggio dei genitori indigenti, sviluppando una contestuale indagine sui
precorsi giuridici e culturali di tali iniziative: vengono debitamente discussi, sulla scorta
della vasta bibliografia pertinente, il testo, la data, la località di emissione, ed il contesto
storico-politico come amministrativo delle due leggi, tramandateci nel Codice
Teodosiano («CTh 11.27.1-2: una prima analisi», pp. 11-22); la ricostruzione e le
connesse, anche preziose, acquisizioni risultano nel complesso convincenti (v. spec. pp.
15-16, 20-22) e passibili al limite di qualche notazione ulteriore: ad esempio, l’«insolita
elencazione» dei diversi supporti impiegati per la pubblicizzazione di CTh 11.27.1
(aereis tabulis vel cerussatis aut linteis mappis scripta per omnes civitates italiae
proponatur lex) – che l’Autrice giustifica (p. 12), rievocando anche le relative e pur
datate perplessità del Gothofredus (n. 3), come mirata «all’esecuzione immediata del
documento» ed inquadrando correttamente il problema come inerente le modalità di
divulgazione delle costituzioni – pare serenamente compatibile con le esigenze di
diffusione della norma e indicativa dell’intento di raggiungere sistematicamente, per
mezzo di supporti diversi e di diversa consistenza, le più infime fasce e le più remote aree
di indigenza; oppure, in merito a CTh 11.27.2, non mi sembra che l’espressione fiscum
nostrum, tanto più in connessione con i rationales per provincias, escluda a priori la
competenza, esplicitamente menzionata dalla precedente costituzione, della res privata
sulle erogazioni contemplate (così in pp. 18-20 con n. 13).
Segue un corposo approfondimento che ripercorre cronologicamente le precedenti
iniziative del potere romano direttamente od indirettamente finalizzate all'assistenza delle
classi meno abbienti («L’assistenza nel mondo romano. Alcune linee di lettura» pp. 22-
66): per l’età alto- e medio-repubblicana vengono rilevate solo pratiche straordinarie di
soccorso ai bisognosi sorrette da una ratio strettamente «politica» e svincolata da istanze
etiche (pp. 22-24, spec. 23); avvierà la sistematizzazione di tali pratiche il tribunato di
Caio Gracco con la prima di una serie di leggi frumentarie susseguitesi, salvo la
momentanea abolizione sillana, fino al primo triumvirato (pp. 25-29). Per Cesare prima
ed Augusto poi viene prospettata una registrazione censitaria sempre più attenta e
capillare ai fini di monitoraggio fiscale ed occasionale assistenzialismo nei confronti
delle fasce indigenti (pp. 30-37), la cui espressione anche in forma di istituzione privata si
diffonde in età imperiale per tutte le province nelle svariate forme di evergetismo, ispirate
ora da ragioni di privilegio e prestigio sociale ora da istanze etico-filosofiche, comunque
ancora ben distanti dallo spirito della carità cristiana (pp. 37-45). Come argomentato di
seguito, l’idea di un vero e proprio programma di assistenzialismo istituzionale si affaccia
con Nerva e si realizza su larga scala con Traiano (pp. 46-55), sotto i cui successori
progrediscono, con occasionali flessioni e fino alla metà del secolo III, le istituzioni
alimentari (pp. 56-61) e la peculiare categoria associativa dei collegia tenuiorum (pp. 61-
65). L’oscuramento documentario successivo ai Severi lascia intuire l’inesorabile declino
di tali istituzioni, che – argomenta Corbo – non riuscirono dunque ad impostare un
sistema coerente ed organico e sarebbero state verosimilmente abolite già prima di
Diocleziano (cfr. pp. 61, con n. 91, e 66). Prospettato dunque questo indefinito
“capolinea” dell’assistenzialismo istituzionale nel mondo pagano, si ritorna alla
considerazione delle due suddette costituzioni costantiniane («Ancora su CTh 11.27.1-2»,
pp. 66-79), delle quali si rileva il recupero di intenti già espressi a partire da Nerva, pur
supportati da un nuovo orientamento etico d’ispirazione (pur non esplicitamente)
cristiana, e la delega dei connessi finanziamenti (fino ad allora per lo più ricavati da
forme di credito fondiario) direttamente alle casse imperiali (pp. 66-69); tale prospettiva
viene poi avvalorata dall’analisi degli ulteriori provvedimenti di Costantino in materia e
discussa sulla base della bibliografia di riferimento (pp. 70-79); fra le diverse ed utili
considerazioni critiche espresse, soltanto le perplessità manifestate verso la pur plausibile
interpretazione di G. A. Cecconi circa le istanze ideologico-politiche delle due leggi (p.
79, n. 117) non paiono pienamente argomentate o, per chi scrive, condivisibili.
Con il secondo capitolo («I pauperes nella legislazione imperiale e nell’azione della
Chiesa», pp. 81-156) si passa a considerare specificamente la legislazione tardoantica in
merito all’assistenza dei poveri ed alle relative responsabilità di chierici e vescovi;
specifica attenzione viene dapprima prestata ai benefici concessi ai membri del clero
cattolico da Costantino con provvedimenti conservatici nel libro sedicesimo del
Teodosiano o tramandatici dagli storici ecclesiastici come da altri autori cristiani («Lo
status privilegiato del clero nella legislazione costantiniana», pp. 81-110; «Una
particolare sovvenzione al clero: le distribuzioni di grano», pp. 110-113); tali documenti,
che definiscono l’immunità da ogni genere di munera e il diritto a distribuzioni granarie
gratuite come la connessa regolamentazione dell’ammissione nel clero (cfr. spec. pp. 82-
87, 90-94), risultano mirati ad agevolare l’esercizio autonomo della carità cristiana da
parte della Chiesa (cfr. pp. 88-89, 91-92, 95) oltre che ad avviare ed assicurare lo
sviluppo economico e produttivo della stessa ai fini della sua azione di sostegno dei
poveri, veri beneficiari ultimi di queste norme, che rimarranno pressoché invariate
almeno fino a Giustiniano (cfr. pp. 95-110, 112-113); l’indagine si concentra poi sugli
ulteriori privilegi e sgravi concessi dai successori di Costantino – nel contesto della ormai
preponderante cristianizzazione dell’impero – ai chierici che esercitassero attività
commerciali («I privilegi riconosciuti ai chierici commercianti nelle norme dopo
Costantino», pp. 114-138): anche questi nuovi provvedimenti vengono inquadrati
nell’esigenza di «legittimare il possesso di ricchezze da parte della Chiesa» e dunque di
promuoverlo e sostenerlo col fine ultimo di beneficiare i ceti disagiati (v. spec. pp. 122-
124, 133-138), configurando la figura del pauper come «oggetto di una nuova
comprensione da parte sia del potere imperiale sia della Chiesa» (p. 138). Questa nuova
percezione del povero viene specificamente riscontrata in alcune costituzioni di
Valentiniano I ed altre fonti, tutte pertinenti iniziative di assistenza sanitaria («CTh
13.3.8: assistenza sanitaria ai poveri?», pp. 138-145), il cui carattere innovativo viene
meglio evidenziato da una rassegna critica dei precedenti interventi, a partire dalla fine
del III secolo a. C., pertinenti il riconoscimento e l’organizzazione della professione
medica («Precedenti interventi in tema di medicina», pp. 146-156).
Il terzo ed ultimo capitolo (intitolato, senza punteggiatura, «Vescovi imperatori privati
la gestione dell’assistenza», pp. 157-219) è dedicato alle diverse forme istituzionali di
assistenza ai poveri in età tardoantica. Ampia considerazione viene innanzitutto riservata
alle norme giuridiche con cui gli imperatori regolarono l’azione vescovile in tema di
gestione del patrimonio ecclesiastico e, specificamente, di assistenza ai bisognosi
(«Legislazione imperiale e azione del vescovo», pp. 157-192);
com’é ampiamente noto dalle fonti, e ancor più per i profusi studi in materia, la figura del
vescovo emerge e progredisce, con Costantino e nel corso di IV e V secolo, come punto
di riferimento delle comunità urbane o provinciali e, sopratutto, come carismatico
campione degli oppressi investito di una concreta autorità sociale e giudiziaria
ufficialmente riconosciutagli dal potere imperiale (v. spec. pp. 157, 167-178): egli è
anche il diretto responsabile dell’amministrazione patrimoniale della propria chiesa (v.
pp. 158-159, 188-189), che gestisce per mezzo di un apposito economato (sulla figura
chiave dell’economo del vescovo, v. spec. pp. 160-166, cui pare utile aggiungere anche il
conforto documentario di CI I 12.6.9, a. 466, e I 3.48.6, a. 531). La più significativa
determinazione di tale nuova ed ufficiale autorità è opportunamente identificata
nell’istituzione costantiniana della episcopalis audientia, che cambiò decisamente volto
all’impianto giudiziario romano (v. pp. 178-183, e spec. 184: «‘foro esclusivo’ per le
categorie più deboli della società»); come già ampiamente sincerato, e contestualmente
ribadito dall’Autrice, tali poteri furono riconosciuti ai vescovi proprio in ragione della
sistematica assistenza che erano chiamati a prestare – per direttiva imperiale e pontificia
– ai bisognosi della propria comunità (pp. 186-190) a loro volta censiti per “categoria
d’indigenza” in apposite matriculae pauperum (su cui spec. pp. 191-192; valga qui
inoltre segnalare il refuso «Sidone» per «Sidonio» in p. 191, n. 56). Dopo una debita
considerazione della diffusa realtà marginale dei mendicanti e sul suo monitoraggio da
parte delle autorità civili come religiose («Una frangia estrema di poveri: i mendicanti»,
pp. 193-202), lo studio si conclude contemplando le ulteriori forme di assistenza prestate
a poveri e malati per iniziativa pubblica o privata («Gli enti di assistenza» pp. 203-213;
«CI 1.2.12: humanitas imperiale la solidarietà come funzione pubblica», pp. 214-219):
attraverso i dati della documentazione viene così illustrata la vivace attività e diffusione,
dal IV secolo (con un certo anticipo dell’Oriente sull’Occidente, v. spec. p. 204), di centri
d’accoglienza, ospizi per anziani, orfanotrofi e nosocomi di fondazione privata o
episcopale (pp. 203 ss.), istituiti con Giuliano anche da concorrenziali benefattori pagani
(v. spec. p. 205 con n. 79), ed infine prospettata la “nuova connotazione imperiale”
dell’humanitas come indice di una cristianizzante e più moderna etica del potere,
sollecita quanto mai prima ‘erga pauperes’ (v. spec. pp. 216-218). Chiudono il libro gli
indici degli autori moderni (pp. 223-229) e delle fonti (231-240).
Complessivamente, il lavoro opera un’utile rassegna critica per mezzo di
un’imponente e quasi invasivo apparato di note a pié di pagina che sopravanza una buona
metà del volume, chiosando perspicuamente una trattazione piana ed ordinata quanto
incalzante e ricca di spunti tematici, se pure non sistematica (per ammissione stessa
dell’Autrice, cfr. p. 8); sul profilo dell’indagine giuridica, riesce prezioso il rigore
metodologico con cui viene puntualmente espressa ed analizzata la ratio di ciascuna
emissione legislativa esaminata, nella lucida ricomposizione della nuova linea politica di
progressiva ispirazione cristiana perseguita a partire da Costantino. In ragione degli
specifici temi trattati, avrebbe nondimeno giovato la considerazione incidentale o almeno
la citazione cursoria di CTh XI 36.20 (Hoc autem non fisco nostro volumus accedere, sed
his, qui indigent, fideliter erogari, cfr. CI I 4.2, VII 65.4a), a. 369, e CI I 12.6.9 (si servus
aut colonus, etc…ipsi per incommodum ecclesiae egentium et pauperum alantur
expensis), a. 466, o anche delle diversamente complementari definizioni costantiniane di
CTh XII 17 (De his, qui numero liberorum vel paupertate excusationem meruerint = CI
X 52), a. 324. Una speculazione circa il più tiepido e comunque diversamente ispirato
atteggiamento espresso dal potere imperiale ‘erga pauperes’ fino a poco prima di
Costantino, poteva forse anche desumersi da una costituzione dioclezianea del 294, CI V
51.10.1 (nec enim pauperibus industria vel augmentum patrimonii, quod laboribus ac
multis casibus quaeritur, interdicendum est). Documenti di poco travalicanti la
programmatica delimitazione dell’indagine ai secc. IV-V che avrebbero comunque offerto
spunti interessanti e confronti significativi sono infine Cassiod. Var. II 30,2, VIII 24, IX
15, e soprattutto VIII 33,4 (che documenta espressamente anche per l’Italia ostrogota la
pratica abituale della vendita della prole da parte dei genitori in condizioni di necessità),
come anche le disposizioni giustinanee di CI I 3.48.5 (ei xenoni vel ptochio, qui
pauperior esse dignoscitur, easdem res vel pecunias adsignari: etc.) e 6
(oeconomus...ecclesiae vel episcopus hereditatem accipiat et sine falcidiae ratione
pauperibus, qui in civitate sunt...eaedem pecuniae distribuantur), a. 531.