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SOLO IL TEMPO LO DIRÀ

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Titolo originale dell’edizione in lingua inglese:
Only Time Will Tell
Pan Books
an Imprint of Pan Macmillan,
a division of Macmillan Publishers Limited, London, UK
© 2011 Jeffrey Archer
Traduzione di Seba Pezzani
Jeffrey Archer detiene il diritto morale di essere identificato come autore
dell’opera.
Questa è un’opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita
reale è puramente casuale.
© 2018 HarperCollins Italia S.p.A., Milano
eBook ISBN: 978-88-5899-111-4
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successivo.

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Ad Alan Quilter
(1927-1998)

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I miei ringraziamenti per le loro preziose
indicazioni e ricerche vanno alle seguenti persone:
John Anstee, Simon Bainbridge, John Cleverdon,
Eleanor Dryden, George Havens, Alison Prince, Mari
Roberts, Susan Watt, David Watts e Peter Watts

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I BARRINGTON

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I CLIFTON

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MAISIE CLIFTON
1919

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PRELUDIO

Questa storia non sarebbe mai stata scritta se io non fossi


rimasta incinta. Badate bene, però, che era sempre stata mia
intenzione perdere la verginità durante la gita aziendale a Weston-
super-Mare, semplicemente non con quell’uomo.
Arthur Clifton era nato in Still House Lane, proprio come me;
aveva frequentato addirittura la mia stessa scuola, la Merrywood
Elementary, ma, siccome avevo due anni meno di lui, non sapeva
nemmeno che io esistessi. Tutte le mie compagne si erano prese una
cotta per lui e non solo perché era il capitano della squadra di calcio
dell’istituto.
Per quanto a scuola Arthur non avesse mai mostrato il minimo
interesse per me, le cose cambiarono subito dopo il suo ritorno dal
fronte occidentale. Non so nemmeno con certezza se avesse capito
chi io fossi quando mi chiese di ballare con lui quel sabato sera al
Palais, ma, a voler essere onesta, dovetti guardarlo due volte prima
di riconoscerlo perché si era fatto crescere un paio di baffi sottili e
portava i capelli pettinati all’indietro, alla Ronald Colman. Quella
sera non guardò altre ragazze e, dopo aver ballato l’ultimo valzer,
capii che era solo questione di tempo prima che mi proponesse di
sposarlo.
Arthur mi tenne la mano sulla via del ritorno e, giunti davanti al
portone d’ingresso di casa mia, cercò di baciarmi. Io mi girai
dall’altra parte. Dopo tutto, il reverendo Watts mi aveva ripetuto

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più volte che mi sarei dovuta mantenere pura fino al giorno in cui
fossi stata sposata e la signorina Monday, la direttrice del nostro
coro, mi aveva avvisata che gli uomini volevano una cosa sola e
che, ottenuta quella, perdevano rapidamente interesse. Mi sono
chiesta spesso se la signorina Monday parlasse per esperienza
personale.
Il sabato successivo, Arthur mi invitò al cinema per vedere
Lillian Gish in Giglio infranto e, benché gli avessi consentito di
cingermi le spalle con un braccio, non gli permisi comunque di
baciarmi. Non ne fece un problema. La verità è che Arthur era
alquanto timido.
Il sabato seguente invece gli concessi di baciarmi, però, quando
tentò di infilarmi una mano nella camicetta, lo allontanai
bruscamente. Anzi, non glielo lasciai fare finché non mi ebbe
chiesto di sposarlo, ebbe comprato un anello e il reverendo Watts
ebbe letto le pubblicazioni di matrimonio per la seconda volta.
Mio fratello Stan mi aveva detto che ero l’ultima vergine
conosciuta sulla nostra sponda del fiume Avon, anche se sospetto
che buona parte delle sue conquiste fosse solo nella sua testa. In
ogni caso avevo deciso che era venuto il momento, e quale
occasione migliore della visita aziendale a Weston-super-Mare
insieme all’uomo che avrei sposato nel giro di qualche settimana?
Tuttavia, subito dopo essere scesi dal torpedone, Arthur e Stan
fecero rotta sul pub più vicino. Io invece pianificavo da un mese
quel momento e dunque, come una brava Guida, ero scesa dal
pullman preparata.
Mi incamminai verso il molo, alquanto scocciata, quando mi
resi conto che qualcuno mi stava seguendo. Mi guardai intorno e
rimasi sorpresa vedendo di chi si trattava. Lui mi raggiunse e mi
chiese se ero sola.

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«Sì» gli dissi, ben sapendo che a quel punto Arthur doveva essere
alla terza pinta.
Quando mi mise una mano sul culo gli avrei dovuto mollare uno
schiaffo, invece, per diverse ragioni, non lo feci. Tanto per
cominciare, pensai ai vantaggi di fare sesso con una persona nella
quale ben difficilmente mi sarei imbattuta di nuovo. E devo
ammettere che le sue avance mi lusingavano.
Mentre, con ogni probabilità, Arthur e Stan stavano
tracannando l’ottava pinta, lui prese una stanza in una pensione a
due passi dal lungomare. Sembrava che ci fosse una tariffa speciale
per gli ospiti che non avevano intenzione di trascorrervi la notte.
Iniziò a baciarmi ancor prima di aver messo piede sul pianerottolo
del primo piano e, una volta chiusa la porta della camera, mi
sbottonò rapidamente la camicetta. Era chiaro che non si trattava
della sua prima volta. Anzi, sono quasi certa che io non fossi la
prima ragazza che si era fatto durante una gita aziendale.
Altrimenti, come avrebbe potuto sapere di quelle tariffe speciali?
Devo confessare che non mi ero aspettata che finisse tutto così
in fretta. Dopo che mi si fu staccato di dosso, scomparii in bagno
mentre lui rimase seduto sul bordo del letto e si accese una
sigaretta. Forse la seconda volta sarebbe stata meglio, avevo
pensato. Ma, al mio ritorno, lui non c’era più. Devo ammettere che
ci rimasi male.
Mi sarei sentita maggiormente in colpa per la mia infedeltà, se
Arthur non mi avesse vomitato addosso durante il viaggio di ritorno
a Bristol.
Il giorno dopo raccontai l’accaduto a mia madre, senza dirle chi
fosse quel tizio. Dopo tutto, non lo conosceva ed era improbabile
che sarebbe mai capitato. La mamma mi disse di tenere la bocca
chiusa, dal momento che non aveva alcuna intenzione di annullare

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il matrimonio e che, anche se fosse saltato fuori che ero incinta,
nessuno avrebbe intuito nulla, visto che, ora che qualcuno se ne
fosse accorto, Arthur e io saremmo stati già sposati.

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HARRY CLIFTON
1920-1933

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Mi fu detto che mio padre era rimasto ucciso in guerra.


Ogni volta che chiedevo spiegazioni sulla sua morte a mia
madre, lei si limitava a dire che aveva servito nel Royal
Gloucestershire Regiment e che era morto combattendo sul fronte
occidentale pochi giorni prima della firma dell’Armistizio. La nonna
diceva che mio papà era stato un uomo valoroso e, quando eravamo
soli in casa, mi mostrava le sue medaglie. Il nonno raramente
offriva la sua opinione su qualcosa ma, se per quello, era sordo
come una campana e, dunque, forse non sentiva nemmeno le
domande.
L’unico altro uomo di cui abbia dei ricordi era lo zio Stan, che
sedeva a capotavola a colazione. Quando usciva di casa al mattino,
spesso lo seguivo fino alla zona portuale, dove lavorava. Ogni giorno
trascorso nei cantieri navali era un’avventura. Navi da carico
provenienti da terre lontane e impegnate a scaricare le proprie
mercanzie: riso, zucchero, banane, iuta e molte altre cose di cui non
avevo mai sentito parlare. Una volta svuotate le stive, i portuali le
riempivano di sale, mele, stagno, persino carbone (la merce che mi
piaceva meno, perché era un indizio palese di ciò che avevo fatto
per tutto il giorno, cosa che irritava mia madre), prima che le navi

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ripartissero per chissà dove. Volevo sempre aiutare lo zio Stan a
scaricare le navi che avevano appena attraccato, ma lui si limitava
a ridere, dicendo: «Ogni cosa a suo tempo, ragazzino». Avrei voluto
che quel momento fosse ben più vicino ma, senza preavviso, la
scuola si mise di traverso.
A sei anni, venni mandato alla Merrywood Elementary e pensai
che fosse una totale perdita di tempo. Che senso aveva andare a
scuola quando avrei potuto imparare nella zona portuale tutto ciò
che mi serviva? Non mi sarei minimamente preso la briga di
tornarci l’indomani se mia madre non mi avesse trascinato fino al
cancello di ingresso, non mi avesse depositato lì e non fosse
ritornata alle quattro del pomeriggio per riportarmi a casa.
Non mi rendevo conto che la mamma aveva altri progetti per il
mio futuro, progetti che non prevedevano l’ipotesi di lavorare come
zio Stan ai cantieri navali.
Ogni mattina, dopo che lei mi aveva scaricato a scuola,
bighellonavo nel cortile finché non era più in vista e, a quel punto,
me la svignavo al porto. Facevo in modo di essere nuovamente
davanti al cancello della scuola quando lei tornava a prendermi, nel
pomeriggio. Nel tragitto verso casa, le raccontavo tutto quello che
avevo fatto a scuola quel giorno. Ero bravo a inventarmi storie, ma
non passò molto tempo prima che scoprisse che per l’appunto erano
solo storie.
Anche un altro paio di ragazzi della mia scuola bighellonavano
nella zona portuale, però io mi tenevo a distanza. Erano più vecchi e
più grossi e mi menavano non appena ne avevano l’occasione.
Inoltre dovevo fare attenzione al signor Haskins, il primo
caposquadra, perché, se mi beccava a ciondolare in giro, per usare
la sua espressione preferita, mi cacciava via con un calcio nel
sedere e con la minaccia: «Se ti rivedo ciondolare in giro da queste

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parti, lo dico al preside».
Di quando in quando, Haskins stabiliva di avermi visto una volta
di troppo e io finivo davanti al preside, che mi prendeva a cinghiate
prima di rispedirmi in aula. Il mio insegnante, il signor Holcombe,
non spiattellava mai il fatto che non mi presentassi a lezione, ma
d’altronde era un tipo alquanto indulgente. Ogni volta che la
mamma scopriva che avevo marinato la scuola non nascondeva la
sua rabbia e interrompeva l’erogazione della mia paghetta di mezzo
penny alla settimana. Però, a dispetto dei cazzotti che ogni tanto mi
beccavo da qualche ragazzo più grande, delle cinghiate regolari del
preside e della perdita della paghetta, il richiamo del porto
continuava a essere irresistibile.
Mi feci un solo vero amico mentre ciondolavo in giro per la
darsena. Il suo nome era Vecchio Jack Tar. Il signor Tar viveva in una
carrozza ferroviaria dismessa, in fondo alle rimesse. Zio Stan mi
disse di stare alla larga dal Vecchio Jack perché era un vecchio
vagabondo, stupido e sporco. A me non sembrava sporco, di certo
non sporco quanto lo era Stan, e non impiegai tanto a scoprire che
non era nemmeno stupido.
Dopo aver pranzato con lo zio Stan – un boccone del suo
sandwich alla crema Marmite, il torsolo di mela che aveva scartato
e un sorso di birra – tornavo a scuola in tempo per la partita di
calcio, l’unica attività per la quale, a mio modo di vedere, valesse la
pena presentarsi. Dopo tutto, una volta abbandonata la scuola, sarei
diventato il capitano del Bristol City oppure avrei costruito una
nave in grado di fare il giro del mondo. Se il signor Holcombe teneva
la bocca chiusa e il caposquadra non mi faceva finire dal preside,
potevano passare giorni prima che venissi scoperto e così, a patto
che evitassi le chiatte per il trasporto del carbone e mi facessi
trovare davanti al cancello della scuola alle quattro di ogni

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pomeriggio, mia madre sarebbe rimasta all’oscuro di tutto.
Un sabato sì e uno no, zio Stan mi portava a vedere il Bristol
City all’Ashton Gate. La domenica mattina, la mamma mi
trascinava di peso alla chiesa della Sacra Natività, una cosa a cui
non avevo modo di sottrarmi. Una volta che il reverendo Watts
aveva impartito la benedizione finale, correvo al parco giochi e mi
univo ai miei compagni per una partita di calcio, prima di tornare a
casa per mangiare.
Raggiunta l’età di sette anni, apparve chiaro a chiunque si
intendesse un minimo di calcio che non sarei mai riuscito a entrare
a far parte della squadra della scuola, né tantomeno a diventare il
capitano del Bristol City. Ma quello fu il momento in cui scoprii che
Dio mi aveva fatto un piccolo dono e che quel dono non era nei miei
piedi.
Tanto per cominciare, non mi rendevo conto che chi si sedeva
accanto a me la domenica mattina in chiesa smetteva di cantare
ogni volta che aprivo la bocca. Non ci avrei badato minimamente se
la mamma non mi avesse proposto di entrare a far parte del coro.
Risi sdegnosamente; lo sapevano tutti che il coro era una cosa da
bambine e donnicciole. Avrei liquidato l’idea senza pensarci due
volte se il reverendo Watts non mi avesse detto che i coristi
venivano pagati un penny a funerale e due penny a matrimonio, la
prima bustarella della mia vita. Ma, anche dopo che ebbi accettato,
con una certa riluttanza, di sottopormi a un provino vocale, il
diavolo decise di piazzare un ostacolo sul mio cammino, e
quell’ostacolo aveva le sembianze della signorina Eleanor E.
Monday.
Non mi sarei mai imbattuto nella signorina Monday se non
fosse stata la direttrice del coro alla Sacra Natività. Sebbene fosse
alta solo un metro e sessanta e desse la sensazione che una folata di

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vento avrebbe potuto portarla via, nessuno cercava di prendersi
gioco di lei. Ho la sensazione che persino il diavolo avrebbe avuto
paura della signorina Monday, perché il reverendo Watts di certo
l’aveva.
Accettai dunque di sottopormi al provino vocale, ma non prima
che la mamma mi avesse anticipato la paghetta di un mese. La
domenica seguente, mi ritrovai in coda insieme ad altri ragazzini, in
attesa di essere chiamato.
«Ti presenterai sempre in orario alle prove del coro» annunciò la
signorina Monday con uno sguardo penetrante. Lo ricambiai con
aria di sfida. «Non parlerai a meno che qualcuno non ti abbia
parlato.» In qualche modo, riuscii a restare zitto. «E, nel corso del
servizio, resterai sempre concentrato.» Annuii a malincuore. E poi,
Dio la benedica, mi offrì una via di fuga. «Ma, e questa è la cosa più
importante» dichiarò, piazzandosi le mani sui fianchi, «nel giro di
dodici settimane ti sarà richiesto il superamento di un esame di
lettura e scrittura, perché io sia certa che tu possa affrontare un
inno nuovo o un salmo che non conosci.»
Ero felice di essere caduto al primo ostacolo. Tuttavia, come
avrei scoperto, la signorina Eleanor E. Monday non si dava
facilmente per vinta.
«Quale brano hai scelto di cantare, figliolo?» mi chiese quando
giunsi all’inizio della fila.
«Non ho scelto nulla» le dissi.
Lei aprì il libro dei canti, me lo diede e si accomodò al piano.
Sorrisi all’idea che sarei riuscito a giocare il secondo tempo della
partita di calcio della domenica mattina. Lei iniziò a suonare un
brano che conoscevo e, quando vidi mia madre lanciarmi delle
occhiatacce dalla prima fila di banchi, decisi che sarebbe stato
meglio fare ciò che mi veniva chiesto, tanto per tenerla buona.

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«All things bright and beautiful, all creatures great and small.
All things wise and wonderful…» Un sorriso era apparso sulla faccia
della signorina Monday ben prima che io giungessi a «the Lord God
made them all».
«Come ti chiami, figliolo?» chiese.
«Harry Clifton, signorina.»
«Harry Clifton, ti presenterai alle prove del coro tutti i lunedì,
mercoledì e venerdì, alle sei in punto.» Rivolgendosi al ragazzo
dietro di me, disse: «Il prossimo!».
Promisi alla mamma che mi sarei presentato in orario alle
prime prove del coro, per quanto sapessi che sarebbero state le
ultime, dato che di lì a poco la signorina Monday si sarebbe resa
conto che non sapevo né leggere né scrivere. E sarebbero
effettivamente state le mie ultime prove, se non fosse stato
evidente a chiunque mi ascoltasse che la mia voce era di una
categoria diversa da quella di qualsiasi altro ragazzino del coro.
Anzi, nel momento stesso in cui aprii la bocca, tutti si zittirono e le
espressioni di ammirazione e, addirittura, di soggezione che avevo
cercato disperatamente di ottenere sul campo da calcio si
palesarono in chiesa. La signorina Monday finse di non
accorgersene.
Dopo che lei ci ebbe congedati non andai a casa, ma corsi alla
zona portuale per chiedere al signor Tar cosa fare riguardo al non
saper né leggere né scrivere. Ascoltai attentamente i consigli del
vecchio e, l’indomani, tornai a scuola e partecipai alla lezione del
signor Holcombe.
L’insegnante non poté nascondere la sorpresa quando mi vide
seduto in prima fila e fu ancor più sorpreso perché, per la prima
volta, prestai grande attenzione alla lezione del mattino.
Il signor Holcombe iniziò a insegnarmi l’alfabeto e, in pochi

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giorni, sapevo già scrivere tutte le lettere, per quanto non sempre
nell’ordine giusto. La mamma mi avrebbe aiutato a casa nel
pomeriggio, ma, come il resto della famiglia, nemmeno lei sapeva
leggere e scrivere.
Zio Stan era a malapena in grado di abbozzare la sua firma e,
per quanto cogliesse la differenza tra un pacchetto di Will’s Star e
uno di Wild Woodbines, ero quasi certo che in realtà non riuscisse a
leggere le etichette. Malgrado i suoi inutili brontolii, cominciai a
scrivere l’alfabeto su qualsiasi foglietto trovassi. Sembrava che zio
Stan non notasse che i pezzetti di giornale nel cesso erano sempre
coperti di lettere.
Una volta che ebbi padroneggiato l’alfabeto, il signor Holcombe
mi fece conoscere qualche parola semplice: uva, ago, zia e bus. Fu
allora che gli chiesi per la prima volta di mio papà, nella speranza
che fosse in grado di dirmi qualcosa sul suo conto. In fondo,
sembrava sapere tutto. Eppure mi parve sconcertato dal fatto che io
sapessi così poco sul conto di mio papà. Una settimana dopo, scrisse
la mia prima parola di quattro lettere sulla lavagna, casa, poi la
prima di cinque, libro, e sei, scuola. Alla fine della settimana riuscii
a scrivere la mia prima frase: Pranzo d’acqua fa volti sghembi che,
come sottolineò il signor Holcombe, conteneva tutte le lettere
dell’alfabeto. Controllai e saltò fuori che aveva ragione.
Alla fine dell’anno scolastico, sapevo scrivere correttamente le
parole canto, salmo e inno, malgrado il signor Holcombe seguitasse
a ricordarmi che continuavo ad aprire le e chiuse ogni volta che
parlavo. Ma poi giunse la pausa per le vacanze e io iniziai a temere
di non riuscire a superare il difficile test della signorina Monday
senza l’aiuto del signor Holcombe. E forse sarebbe andata così, se il
Vecchio Jack non avesse preso il suo posto.
Mi presentai con mezz’ora d’anticipo alle prove del coro il

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venerdì sera in cui sapevo di dover superare il mio secondo test, se
volevo continuare a essere un membro del coro. Mi sedetti in
silenzio ai banchi, sperando che la signorina Monday scegliesse
qualcun altro prima di convocare il sottoscritto.
Avevo già superato il primo test in bellezza, come aveva detto la
signorina Monday. Ci era stato chiesto di recitare il Padre Nostro.
Non era stato un problema per me, dato che la mamma, da che
avevo memoria, tutte le sere si inginocchiava accanto al mio letto e
ripeteva quelle parole familiari prima di rimboccarmi le coperte.
Tuttavia, il test successivo della signorina Monday si sarebbe
rivelato ben più impegnativo.
Stavolta, alla fine del secondo mese, avremmo dovuto leggere
un salmo ad alta voce davanti al resto del coro. Scelsi il Salmo 121
che, ancora una volta, conoscevo a memoria perché l’avevo cantato
spesso in passato. Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà
l’aiuto? Potevo solo sperare che l’aiuto mi venisse dal Signore.
Benché fossi in grado di aprire il libro alla pagina giusta, visto che
ora sapevo contare da uno a cento, temevo che la signorina Monday
capisse che non ero capace di seguire ogni verso, riga dopo riga. Se
lo capì non lo diede a vedere, perché rimasi nei banchi del coro per
un altro mese, mentre altri due miscredenti – parola sua, di cui non
conobbi il significato finché non lo chiesi al signor Holcombe il
giorno dopo – furono rispediti in mezzo all’assemblea.
Quando fu il momento di affrontare il terzo e ultimo test, ero
pronto. La signorina Monday chiese a quelli di noi che erano rimasti
di scrivere i Dieci Comandamenti nell’ordine corretto, senza
consultare il Libro dell’Esodo.
La direttrice del coro chiuse un occhio sul fatto che io avessi
piazzato il furto prima dell’omicidio, che non fossi stato capace di
scrivere correttamente la parola adulterio e che, di certo, non ne

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conoscessi il significato. Solo dopo che altri due miscredenti furono
sommariamente congedati per colpe minori, mi resi conto di quanto
dovesse essere eccezionale la mia voce.
La prima domenica d’Avvento, la signorina Monday annunciò di
aver selezionato tre nuove voci bianche – o angioletti, come il
reverendo Watts era solito chiamarci – che si sarebbero unite al
coro, mentre le restanti erano state bocciate per aver commesso
peccati imperdonabili come aver chiacchierato durante il sermone,
aver succhiato una caramella e, nel caso di due ragazzini, essere
stati sorpresi a giocare con le castagne d’India nel corso del Nunc
dimittis.
La domenica seguente indossai una lunga tonaca azzurra dal
collo increspato bianco. Solo a me fu consentito di sfoggiare un
medaglione di bronzo della Vergine intorno al collo per mostrare
che ero stato selezionato come voce bianca solista. Sarei stato fiero
di indossarlo nel tragitto fino a casa, e persino fino a scuola
l’indomani mattina, per pavoneggiarmi davanti agli altri ragazzi,
ma purtroppo la signorina Monday se lo riprendeva alla fine di ogni
funzione.
La domenica venivo trasportato in un altro mondo, ma temevo
che quello stato di euforia non sarebbe durato in eterno.

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Al mattino, quando lo zio Stan si alzava, riusciva in qualche


modo a svegliare l’intera casa. Nessuno si lamentava, dato che
quello che portava a casa più soldi era lui e che, comunque,
costava meno ed era più affidabile di una sveglia.
Il primo rumore che Harry udiva era quello della porta della
camera da letto che sbatteva. Seguivano i passi pesanti dello zio
sul pianerottolo di legno scricchiolante, giù dalle scale e poi
fuori di casa. A quel punto sbatteva un’altra porta mentre lui
scompariva nella latrina. Se qualcuno era ancora assopito, lo
scroscio dell’acqua nel momento in cui Stan tirava la catena, e
subito dopo il rumore di altre due porte sbattute prima del suo
ritorno in camera da letto, serviva a ricordare a tutti che Stan si
aspettava che la colazione fosse pronta in tavola nell’istante in
cui avesse messo piede in cucina. Si lavava e sbarbava solo il
sabato sera, prima di uscire per andare al Palais o all’Odeon.
Faceva il bagno quattro volte all’anno, alla fine di ogni trimestre.
Nessuno avrebbe potuto accusare Stan di sprecare in sapone i
soldi guadagnati con fatica.
Maisie, la mamma di Harry, era la seconda ad alzarsi,
saltando giù dal letto pochi istanti dopo che la prima porta aveva

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sbattuto. Quando Stan spuntava fuori dalla latrina, c’era una
scodella di porridge sulla stufa. La nonna seguiva a breve
distanza e raggiungeva la figlia in cucina prima che Stan avesse
preso posto a capotavola. Harry doveva essere al piano di sotto
entro cinque minuti dalla prima porta sbattuta, se voleva sperare
di fare colazione. L’ultimo ad arrivare in cucina era il nonno, che
era talmente sordo da riuscire spesso a dormire durante tutto il
rito mattutino di Stan. La routine quotidiana in casa Clifton non
cambiava mai. Quando disponi di una sola latrina esterna, di un
lavandino e di una salvietta, l’ordine si fa necessità.
Mentre Harry si schizzava un rivolo d’acqua fredda sul viso,
la madre serviva la colazione in cucina: due fette di pane spesse e
coperte di lardo per Stan e quattro fette sottili per il resto della
famiglia, che lei tostava se restava un po’ di carbone nel sacco
scaricato ogni lunedì davanti all’ingresso. Una volta che Stan
aveva finito il suo porridge, Harry aveva il permesso di leccare la
scodella.
Sul focolare c’era sempre una grossa brocca marrone di tè in
infusione, che la nonna versava in tazze tutte diverse tra loro,
filtrandolo con un apposito colino vittoriano placcato d’argento,
ereditato da sua madre. Mentre gli altri membri della famiglia si
gustavano una tazza di tè non zuccherato – lo zucchero era solo
per le grandi occasioni e le festività – Stan stappava la sua prima
bottiglia di birra, che in genere trangugiava in un sol sorso. A
quel punto, si alzava da tavola e ruttava sonoramente prima di
raccogliere il suo portavivande, che la nonna gli aveva preparato
mentre lui faceva colazione: due sandwich alla crema Marmite,
una salsiccia, una mela, altre due bottiglie di birra e un pacchetto
di sigarette da cinque. Una volta che Stan se n’era andato per
raggiungere il porto, tutti si mettevano a parlare

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contemporaneamente.
La nonna voleva sempre sapere chi era passato dalla
caffetteria in cui la figlia faceva la cameriera: cosa mangiavano,
cosa indossavano, dove si sedevano; dettagli dei pasti che
venivano cotti su una stufa in una stanza illuminata da lampade
elettriche che non gocciolavano cera di candela, per non parlare
dei clienti che, talvolta, lasciavano una mancetta che Maisie
doveva dividere con il cuoco.
Maisie era più interessata a sapere cosa avesse fatto Harry a
scuola il giorno prima. Pretendeva un resoconto quotidiano, che
non pareva interessare alla nonna, forse perché a scuola lei non
c’era mai stata. A pensarci bene, non era mai stata nemmeno in
una caffetteria.
Il nonno commentava raramente perché, dopo aver caricato e
scaricato per quattro anni un cannone da campagna, mattino,
mezzogiorno e sera, era così sordo da doversi accontentare di
osservare il movimento delle loro labbra e di annuire di quando
in quando. Il che poteva dare a un osservatore esterno
l’impressione che fosse stupido, mentre il resto della famiglia
sapeva – a proprie spese – che non lo era.
La routine mattutina della famiglia variava solo nel weekend.
Il sabato, Harry seguiva lo zio fuori dalla cucina, restando sempre
indietro di un passo, mentre lui si incamminava verso la zona
portuale. La domenica, la mamma di Harry accompagnava il
ragazzo alla chiesa della Sacra Natività, dove, dalla terza fila di
banchi, si beava dello splendore della voce bianca solista del
coro.
Ma quel giorno era sabato. Nei venti minuti a piedi per
arrivare alla zona portuale, Harry non apriva mai la bocca, a meno
che lo zio non parlasse. Quando lo faceva, finiva

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immancabilmente per rivelarsi la stessa conversazione fatta il
sabato prima.
«Quand’è che mollerai la scuola per fare un giorno di lavoro,
giovanotto?» era la costante bordata iniziale di zio Stan.
«Non ho il permesso di abbandonarla finché non compio
quattordici anni» gli ricordò Harry. «È la legge.»
«Una legge dannatamente stupida, se vuoi sapere come la
penso. A dodici anni avevo già mollato la scuola e lavoravo al
porto» annunciava Stan, come se Harry non avesse mai sentito
prima quell’acuta osservazione. Harry non si dava la pena di
rispondere, dato che sapeva già quale sarebbe stata la frase
successiva dello zio. «E, se non bastasse, a diciassette mi ero già
arruolato come volontario nell’esercito di Kitchener.»
«Parlami della guerra, zio Stan» disse Harry, consapevole che
la richiesta lo avrebbe tenuto occupato per diversi secoli.
«Io e tuo papà entrammo a far parte del Royal Gloucestershire
Regiment nello stesso giorno» disse Stan, sfiorandosi il cappello
di panno come per omaggiare un ricordo lontano. «Dopo dodici
settimane di addestramento generico presso la Taunton Barracks,
ci spedirono a Wipers per combattere contro i crucchi. Lì
passavamo buona parte del tempo stipati in trincee infestate dai
ratti, in attesa di sentirci dire da qualche ufficiale con la puzza
sotto il naso che, al suono della tromba, avremmo dovuto
superare il parapetto, con la baionetta in resta, facendo fuoco con
i fucili nell’avanzata verso le linee nemiche.» Seguiva una lunga
pausa, al termine della quale Stan aggiungeva: «Io sono stato uno
dei fortunati. Me ne sono tornato a casa in un pezzo solo e in
buono stato». Harry avrebbe potuto prevedere la frase seguente,
parola per parola, ma restò in silenzio. «Non sai davvero quanto
sei fortunato, ragazzino. Io ho perso due fratelli, tuo zio Ray e

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tuo zio Bert, e tuo padre non ha perso solo un fratello, ma anche
il padre, l’altro nonno che non hai mai conosciuto. Un vero
uomo, in grado di trangugiare una pinta di birra più rapidamente
di qualsiasi portuale in cui io mi sia mai imbattuto.»
Se Stan avesse abbassato lo sguardo, avrebbe visto il ragazzo
articolare le sue parole senza produrre alcun suono, ma quel
giorno, con grande sorpresa di Harry, zio Stan aggiunse una frase
mai pronunciata prima: «E tuo papà sarebbe ancora vivo oggi, se
solo la direzione mi avesse dato ascolto».
L’attenzione di Harry si risvegliò bruscamente. La morte del
padre era da sempre oggetto di conversazioni sussurrate e di
parole dette a bassa voce. Ma zio Stan si zittì, forse rendendosi
conto di essersi spinto troppo in là. Magari la settimana
prossima, pensò Harry, raggiungendo suo zio e mettendosi al
passo con lui, come due soldati in parata.
«Allora, con chi gioca il City questo pomeriggio?» chiese
Stan, tornando al suo copione.
«Charlton Athletic» rispose Harry.
«Sono un branco di vecchi operai.»
«Nello scorso campionato ci hanno stracciati» ricordò Harry a
suo zio.
«Hanno avuto una fortuna dannata, se vuoi sapere come la
penso» disse Stan, senza aprire più bocca. Giunti all’ingresso
dell’arsenale, Stan timbrò il cartellino prima di dirigersi al bacino
presso cui lavorava insieme a una squadra di altri portuali,
nessuno dei quali poteva permettersi di arrivare con un minuto di
ritardo. La disoccupazione aveva raggiunto il massimo storico e
troppi giovani stazionavano fuori dai cancelli, in attesa di
prendere il loro posto.
Harry non seguì lo zio perché sapeva che, se il signor Haskins

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lo avesse sorpreso a bighellonare intorno alle rimesse, si sarebbe
beccato uno scappellotto su un orecchio, seguito da un calcio nel
sedere da parte dello zio per aver fatto arrabbiare il caposquadra.
Dunque, puntò nella direzione opposta.
La prima meta abituale di Harry, ogni sabato mattina, era il
Vecchio Jack Tar, che viveva nella carrozza ferroviaria
all’estremità opposta dell’arsenale. Non aveva mai parlato a Stan
delle sue visite regolari perché lo zio gli aveva intimato di evitare
il vecchio a tutti i costi.
«Probabilmente sono anni che non si fa un bagno» diceva
l’uomo che si lavava una volta ogni tre mesi e, comunque, solo
dopo che la madre di Harry si lamentava della puzza.
Ma era da tempo che la curiosità aveva avuto il sopravvento e
Harry, una mattina, si era avvicinato di soppiatto al vagone
ferroviario, avanzando carponi, e si era issato per dare una
sbirciata da un finestrino. L’uomo era seduto in prima classe e
stava leggendo un libro.
Il Vecchio Jack si era voltato e aveva detto: «Entra pure,
ragazzino». Harry era saltato giù e non aveva smesso di correre
finché non aveva raggiunto la porta di casa.
Il sabato seguente, Harry si era di nuovo avvicinato di
soppiatto al vagone e aveva dato una sbirciata all’interno. Il
Vecchio Jack sembrava profondamente assopito, ma poi Harry lo
aveva sentito dire: «Perché non entri, ragazzo mio? Non ti mordo
mica».
Harry aveva girato la pesante maniglia di ottone e aperto la
porta del vagone con cautela, però non vi aveva messo piede. Si
era limitato a fissare l’uomo seduto al centro della carrozza. Era
difficile stabilire la sua età, perché aveva la faccia coperta da una
barba brizzolata e ben curata, che lo faceva assomigliare al

29
marinaio sul pacchetto delle Players Please. Ma quell’uomo
aveva guardato Harry con un calore che lo zio Stan non aveva mai
mostrato.
«Lei è il Vecchio Jack Tar?» aveva provato a dire Harry.
«È così che mi chiamano» aveva risposto il vecchio.
«Ed è qui che vive?» aveva chiesto ancora Harry, guardandosi
intorno, posando gli occhi su un’alta pila di vecchi quotidiani
accatastati sul sedile di fronte a lui.
«Sì» era stata la risposta del vecchio. «È casa mia da
vent’anni a questa parte. Perché non chiudi la porta e ti siedi,
giovanotto?»
Harry aveva riflettuto sulla proposta, prima di schizzare fuori
dal vagone e darsela nuovamente a gambe.
Il sabato seguente, Harry chiuse la porta ma senza mollare la
presa sulla maniglia, pronto a schizzare via se il vecchio avesse
mosso un solo muscolo. Si erano fissati per un po’, prima che il
Vecchio Jack chiedesse: «Come ti chiami?».
«Harry.»
«E dov’è che vai a scuola?»
«Non vado a scuola.»
«In tal caso, cosa speri di fare della tua vita, giovanotto?»
«Lavorare alla darsena come mio zio, ovviamente» aveva
replicato Harry.
«Perché mai vorresti fare una cosa del genere?»
«Perché no?» si era inalberato Harry. «Pensa che non sia
abbastanza bravo?»
«Sei fin troppo bravo» aveva detto l’uomo. «Alla tua età
volevo entrare nell’esercito e niente di ciò che il mio vecchio
potesse dire o fare mi avrebbe dissuaso.»
Nell’ora successiva Harry era rimasto in piedi, incantato,

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mentre il Vecchio Jack Tar evocava i suoi ricordi della darsena,
della città di Bristol e di terre al di là del mare che certo non si
studiavano nell’ora di geografia.
Il sabato seguente e per più sabati di quanti ne potesse
ricordare, Harry aveva continuato a far visita al Vecchio Jack Tar.
Ma non ne aveva parlato allo zio o alla madre per paura che gli
impedissero di andare a trovare il suo primo vero amico.
Quando, quel sabato mattina, Harry bussò alla porta della
carrozza ferroviaria, fu chiaro che il Vecchio Jack lo stava
aspettando, perché aveva piazzato sul sedile di fronte la sua solita
mela Cox. Harry la prese, le diede un morso e si sedette.
«Grazie, signor Tar» disse Harry, asciugandosi il succo che gli
era finito sul mento. Non chiedeva mai da dove venissero le mele;
così, il mistero di quell’uomo fantastico cresceva.
Com’era diverso dallo zio Stan, che si limitava a ripetere quel
poco che sapeva, mentre ogni settimana il Vecchio Jack faceva
conoscere a Harry parole nuove, esperienze nuove, persino mondi
nuovi. Si chiedeva spesso perché il signor Tar non facesse
l’insegnante: sembrava saperne ancor più della signorina Monday
e quasi quanto il signor Holcombe. Harry era convinto che il
signor Holcombe sapesse tutto, perché era in grado di rispondere
a qualsiasi domanda lui gli facesse. Il Vecchio Jack gli sorrise, ma
non parlò finché Harry non ebbe finito la sua mela ed ebbe
gettato il torsolo fuori dal finestrino.
«Cos’hai imparato a scuola questa settimana» gli chiese il
vecchio, «che non sapessi già una settimana fa?»
«Il signor Holcombe mi ha detto che ci sono altri paesi al di
là del mare che fanno parte dell’Impero Britannico e che a
regnare su tutti è il re.»
«Direi che ha ragione. Sai dirmi i nomi di alcuni di quei

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paesi?»
«Australia. Canada. India.» Esitò. «E America.»
«No, l’America no» disse il Vecchio Jack. «Una volta sì, ma
non più, grazie a un primo ministro debole e a un re malato.»
«Chi era il re e chi era il primo ministro?» volle sapere Harry,
con rabbia.
«Re Giorgio III era sul trono nel 1776» spiegò il Vecchio
Jack, «ma, per essere onesti, era malato, mentre Lord North, il
suo primo ministro, semplicemente ignorò ciò che stava
succedendo nelle colonie e, purtroppo, alla fine i nostri amici e
parenti presero le armi contro di noi.»
«Ma dobbiamo averli sconfitti per forza…» disse Harry.
«No. Non solo erano dalla parte del giusto, non che questo
sia un requisito essenziale per vincere…»
«Che significa requisito?»
«Una qualità richiesta» rispose il Vecchio Jack, che poi
seguitò come se non fosse stato interrotto: «Ma erano pure
guidati da un generale bravissimo».
«Come si chiamava?»
«George Washington.»
«La settimana scorsa mi ha detto che Washington era la
capitale dell’America. Il suo nome viene da quello della città?»
«No, è la città ad aver preso il nome da lui. È stata costruita
in una zona paludosa nota come Columbia, attraversata dal fiume
Potomac.»
«Anche Bristol prende il nome da un uomo?»
«No» ribatté il Vecchio Jack, ridacchiando, divertito dalla
velocità con cui la mente curiosa di Harry poteva passare da un
argomento all’altro. «Bristol in origine si chiamava Brigstowe,
che significa sito di un ponte.»

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«Allora, quand’è che è diventata Bristol?»
«Gli storici hanno svariate opinioni» disse il Vecchio Jack,
«anche se il castello di Bristol fu eretto da Robert di Gloucester
nel 1109, dopo che ebbe intravisto l’opportunità di commerciare
la lana con gli irlandesi. In seguito, la città si trasformò in un
porto commerciale. Da allora, da centinaia d’anni, è un centro di
costruzioni navali cresciuto ancor più rapidamente da quando la
marina ha avuto bisogno di espandersi, nel 1914.»
«Mio papà ha combattuto nella Grande guerra» disse Harry,
con orgoglio. «Anche lei?»
Per la prima volta, il Vecchio Jack esitò prima di rispondere a
una domanda di Harry. Rimase seduto dov’era, in silenzio.
«Mi scusi, signor Tar» disse Harry. «Non intendevo essere
indiscreto.»
«No, no» replicò il Vecchio Jack. «Solo che è da anni che non
mi viene fatta questa domanda.» Senza aggiungere una sola
parola, aprì la mano, rivelando una moneta da sei centesimi.
Harry prese la monetina d’argento e la morse, una cosa che
aveva visto fare a suo zio. «Grazie» disse, prima di infilarsela in
tasca.
«Va’ a comprarti un po’ di fish and chips al caffè sulla
banchina, ma non dirlo a tuo zio, perché poi dovresti spiegargli
dove hai trovato i soldi.»
In realtà Harry non aveva mai detto allo zio nulla sul conto
del Vecchio Jack. Una volta l’aveva sentito dire a sua mamma:
«Quello svitato andrebbe rinchiuso». Aveva chiesto alla signorina
Monday cosa fosse uno svitato, perché non era riuscito a trovare
la parola sul vocabolario e, quando lei glielo aveva detto, si era
reso conto per la prima volta di quanto dovesse essere stupido lo
zio Stan.

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«Non necessariamente stupido» gli aveva spiegato la
signorina Monday. «Semplicemente malinformato e, dunque,
prevenuto. Non ho dubbi, Harry» aveva aggiunto, «che di uomini
simili tu possa incontrarne molti altri nel corso della tua vita,
alcuni di loro in posizioni ben più eminenti di quella di tuo zio.»

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3

Maisie attese finché non udì la porta sbattere e non fu certa


che Stan si fosse avviato al lavoro, prima di annunciare: «Mi è
stato offerto un posto da cameriera al Royal Hotel».
Nessuna delle persone sedute a tavola rispose, dato che le
conversazioni a colazione in teoria dovevano seguire un
andamento regolare e non cogliere nessuno di sorpresa. Harry
avrebbe voluto fare un sacco di domande, ma attese che a parlare
per prima fosse la nonna. Lei si limitò a concentrarsi sull’altra
tazza di tè che intendeva versarsi, come se non avesse nemmeno
udito sua figlia.
«A qualcuno di voi spiacerebbe dire qualcosa?» fece Maisie.
«Non mi ero nemmeno reso conto che tu stessi cercando un
altro lavoro» provò a dire Harry.
«Non lo stavo cercando» spiegò Maisie. «Però la settimana
scorsa un certo signor Frampton, il direttore del Royal, è venuto
al Tilly’s a farsi un caffè. È tornato diverse volte e poi mi ha
offerto il posto!»
«Pensavo che tu stessi bene alla caffetteria» disse la nonna,
prendendo finalmente parte alla conversazione. «Dopo tutto, la
signorina Tilly paga bene e l’orario è comodo.»

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«Ci sto bene» disse la mamma di Harry, «ma il signor
Frampton mi propone cinque sterline alla settimana e metà di
tutte le mance. Il venerdì potrei portare a casa fino a sei sterline.»
La nonna rimase seduta dov’era, a bocca spalancata.
«Dovrai lavorare di sera?» chiese Harry, dopo aver finito di
leccare la scodella di porridge di Stan.
«No» disse Maisie, scompigliando i capelli del figlio, «e, per
di più, avrò un giorno libero ogni due settimane.»
«I tuoi vestiti sono sufficientemente ricercati per un albergo
di lusso come il Royal?» domandò la nonna.
«Mi verranno forniti una divisa e un grembiule bianco fresco
di bucato tutte le mattine. L’hotel dispone persino della sua
lavanderia privata.»
«Non ne dubito» disse la nonna, «ma mi sorge in mente un
problema con cui dovremo tutti imparare a convivere.»
«Sarebbe a dire, mamma?» chiese Maisie.
«Potresti finire per guadagnare più di Stan e a lui la cosa non
piacerà. Neanche un po’.»
«In tal caso dovrà farsene una ragione, giusto?» intervenne il
nonno, fornendo un’opinione per la prima volta dopo settimane.
I soldi in più sarebbero tornati utili, soprattutto dopo quanto
era successo alla Sacra Natività. Maisie stava per andarsene dopo
il servizio, quando la signorina Monday le si era avvicinata con
passo deciso lungo la navata.
«Posso scambiare due parole in privato con lei, signora
Clifton?» chiese, per poi voltarsi e avviarsi verso la sacrestia.
Maisie la rincorse come una bambina sulla scia del Pifferaio
magico. Temeva il peggio. Cos’aveva combinato Harry quella
volta?
Maisie seguì la direttrice del coro nella sacrestia e si sentì

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cedere le gambe quando vide che dentro c’erano anche il
reverendo Watts, il signor Holcombe e un altro signore. Quando
la signorina Monday si chiuse sommessamente la porta alle
spalle, Maisie iniziò a tremare in modo incontrollato.
Il reverendo Watts le cinse le spalle con un braccio. «Non hai
nulla di cui preoccuparti, mia cara» la rassicurò. «Al contrario,
spero tu capisca che siamo latori di notizie felici» aggiunse,
offrendole una sedia. Maisie si sedette, senza però riuscire a
smettere di tremare.
Una volta che tutti si furono accomodati, la signorina
Monday prese la parola. «Vorremmo parlarle di Harry, signora
Clifton» iniziò.
Maisie increspò le labbra; cosa poteva aver fatto quel ragazzo
per riunire tre persone così importanti?
«Non ci girerò intorno» continuò la direttrice del coro. «Il
maestro di musica della St Bede’s mi ha contattata e mi ha
chiesto se Harry sarebbe disposto a mettersi in lizza per una
borsa di studio del loro coro.»
«Ma lui alla Sacra Natività sta benissimo» ribatté Maisie. «A
ogni buon conto, dov’è la chiesa di St Bede’s? Non l’ho mai
sentita nominare.»
«La St Bede’s non è una chiesa» spiegò la signorina Monday.
«È una scuola che fornisce coristi alla St Mary Redcliffe, che,
com’è noto, fu definita dalla regina Elisabetta come la chiesa più
onesta e più devota di tutto il paese.»
«Questo significa che dovrà abbandonare la sua scuola, oltre
che la chiesa?» chiese Maisie, incredula.
«Provi a considerarla come un’opportunità che potrebbe
cambiargli la vita, signora Clifton» intervenne il signor
Holcombe, parlando per la prima volta.

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«Ma ciò non implica che dovrà mischiarsi a ragazzini raffinati
e intelligenti?»
«Dubito che alla St Bede’s ci siano molti bambini più svegli
di Harry» disse il signor Holcombe. «È il ragazzo più acuto a cui
io abbia mai fatto da insegnante. Anche se, di quando in quando,
riusciamo a mandare qualche ragazzino alla scuola secondaria, a
nessuno dei nostri allievi è mai stata offerta la possibilità di
accedere a un posto come la St Bede’s.»
«C’è un’altra cosa che deve sapere prima di prendere una
decisione» aggiunse il reverendo Watts. L’espressione di Maisie
si fece ancora più angosciata. «Harry dovrebbe lasciare casa
durante l’anno scolastico, perché la St Bede’s è un convitto.»
«È fuori discussione» disse Maisie. «Non me lo potrei
permettere.»
«Quello non dovrebbe essere un problema» ribatté la
signorina Monday. «Se a Harry verrà offerta una borsa di studio,
la scuola non solo rinuncerà alle eventuali tasse di iscrizione, ma
gli assegnerà una diaria di dieci sterline all’anno.»
«Ma si tratta di una di quelle scuole in cui i padri sono in
giacca e cravatta e le madri non lavorano?» chiese Maisie.
«Peggio ancora» replicò la signorina Monday, tentando di
sdrammatizzare. «Gli insegnanti portano lunghe toghe nere e
tocchi come copricapo.»
«Tuttavia» disse il reverendo Watts, «almeno non ci sarebbero
più cinghiate per Harry. Alla St Bede’s sono decisamente più
raffinati. I ragazzini li prendono solo a scudisciate.»
Solo Maisie non rise. «Ma perché mai dovrebbe andarsene da
casa?» chiese. «Alla Merrywood Elementary si trova bene e non
vorrà certo abbandonare la sua posizione di corista esperto alla
Sacra Natività.»

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«Devo confessare che la mia perdita sarà più pesante della
sua» disse la signorina Monday. «Ma, se per quello, sono certo
che nostro Signore non voglia che io sia d’intralcio a un bambino
così talentuoso solo per soddisfare i miei desideri egoistici»
aggiunse piano.
«Il fatto che io possa essere d’accordo» disse Maisie,
giocandosi l’ultima carta, «non significa che lo sia Harry.»
«La settimana scorsa ho scambiato due parole con il ragazzo»
ammise il signor Holcombe. «Ovviamente era in apprensione di
fronte a una simile sfida però, se ricordo bene, le sue parole
esatte sono state: “Mi piacerebbe fare un tentativo, signore, ma
solo se lei pensa che io sia abbastanza bravo”. Comunque»
aggiunse, prima che Maisie potesse replicare, «ha pure messo in
chiaro che quell’idea non l’avrebbe nemmeno presa in
considerazione se sua madre non fosse stata d’accordo.»
Harry era al tempo stesso terrorizzato ed elettrizzato alla
prospettiva di fare l’esame di ammissione, ma agitato tanto
all’idea di fallire e di deludere tutte quelle persone quanto di
avere successo e di doversene andare da casa.
Nel trimestre successivo non mancò a una sola lezione alla
Merrywood e, quando ogni pomeriggio tornava a casa, andava
direttamente nella camera da letto che divideva con lo zio Stan e
lì, con l’ausilio di una candela, studiava fino a ore di cui aveva
sempre ignorato l’esistenza. Ci furono occasioni in cui la madre
lo trovò profondamente assopito sul pavimento, con i libri aperti
e sparpagliati tutt’intorno.
Ogni sabato mattina faceva visita al Vecchio Jack, che
sembrava avere molte informazioni sulla St Bede’s e che continuò
a insegnare a Harry tante altre cose, come se sapesse a che punto
era arrivato il signor Holcombe.

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Con grande dispiacere dello zio Stan, Harry smise di
accompagnarlo il sabato pomeriggio ad Ashton Gate per vedere il
Bristol City, facendo invece ritorno alla Merrywood, dove il
signor Holcombe gli dava lezioni supplementari. Sarebbero
passati anni prima che Harry capisse che anche il signor
Holcombe, pur di dargli lezione, rinunciava alle sue abituali gite
da sostenitore dei Robins.
Man mano che il giorno dell’esame si avvicinava, Harry ebbe
sempre più paura di un fallimento che della possibilità di un
successo.
Il giorno stabilito, il signor Holcombe accompagnò il suo
allievo più bravo alla Colston Hall, dove si sarebbe svolto
l’esame della durata di due ore. Lasciò Harry all’ingresso
dell’edificio, con le parole: «Non scordarti di leggere ogni
domanda due volte prima di prendere in mano la penna», un
consiglio che aveva ripetuto diverse volte nelle ultime settimane.
Harry sorrise nervosamente e strinse la mano al signor Holcombe,
come se fossero vecchi amici.
Entrò nell’aula d’esame, dove trovò una sessantina di ragazzi
impegnati a chiacchierare a gruppetti. Harry capì che molti si
conoscevano già, mentre lui non conosceva nessuno.
Ciononostante, uno o due di loro smisero di parlare e gli
rivolsero un’occhiata mentre lui si dirigeva verso la parte
anteriore dell’aula, ostentando sicurezza.
«Abbott, Barrington, Cabot, Clifton, Deakins, Fry…»
Harry prese posto in un banco della prima fila e, pochi istanti
prima che l’orologio battesse le dieci, svariati professori con una
lunga toga e un tocco neri, fecero il loro ingresso solenne e
disposero il testo d’esame sui banchi, davanti a ogni candidato.
«Signori» disse un professore che stazionava sul davanti

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dell’aula e che non aveva preso parte alla distribuzione dei testi,
«sono il signor Frobisher e sono l’incaricato alla vigilanza del
vostro esame. Avete due ore per rispondere a cento domande.
Buona fortuna.»
Un orologio che Harry non vide batté le dieci. Tutt’intorno a
lui ci fu un guazzabuglio di penne che si tuffavano nei calamai e
che iniziavano a solcare furiosamente i fogli, ma lui si limitò a
incrociare le braccia, a chinarsi sul banco e a leggere ogni
domanda con calma. Fu uno degli ultimi a prendere in mano la
penna.
Harry non poteva sapere che il signor Holcombe stava
passeggiando avanti e indietro sul lastricato esterno, ben più
nervoso del suo allievo. O che la madre stava scoccando occhiate
all’orologio della hall del Royal Hotel a intervalli di pochi
minuti, mentre serviva il caffè del mattino. O che la signorina
Monday si era inginocchiata a pregare in silenzio davanti
all’altare della Sacra Natività.
Qualche istante dopo i rintocchi delle dodici, i fogli
dell’esame vennero raccolti e ai ragazzi fu consentito di uscire
dall’aula, tra risa, espressioni accigliate o pensose.
Quando il signor Holcombe vide Harry, ebbe un tuffo al
cuore. «È andata così male?» chiese.
Harry non rispose finché non fu certo che nessun altro
ragazzo potesse captare le sue parole. «Di certo, non era quello
che mi aspettavo» disse.
«In che senso?» chiese il signor Holcombe, angosciato.
«Le domande erano decisamente troppo semplici» rispose
Harry.
Il signor Holcombe non aveva mai ricevuto un complimento
più bello in vita sua.

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«Due completi, signora, grigi. Un blazer, blu scuro. Cinque
camicie, bianche. Cinque colletti rigidi, bianchi. Sei paia di
calzettoni, grigi. Sei paia di indumenti intimi, bianchi. E una
cravatta della St Bede’s.» Il commesso controllò attentamente la
lista. «Credo ci sia tutto. Ah, no! Al ragazzo servirà anche un
berretto.» Infilò una mano sotto il bancone, aprì un cassetto e ne
estrasse un berretto rosso e nero che mise in testa a Harry.
«Perfetto» annunciò.
Maisie sorrise al figlio, decisamente inorgoglita: Harry
sembrava in tutto e per tutto un ragazzo della St Bede’s.
«Fanno tre sterline, dieci scellini e sei centesimi, signora.»
Maisie cercò di nascondere lo sgomento. «È possibile
acquistare questi capi di seconda mano?» sussurrò.
«No, signora, il nostro non è un negozio di seconda mano»
disse il commesso, che aveva già deciso che a quella cliente non
sarebbe stata concessa l’apertura di un conto.
Maisie aprì la borsetta, consegnò quattro banconote da una
sterlina e attese il resto. Fu un sollievo che la St Bede’s avesse
anticipato la diaria del primo anno, soprattutto perché doveva
ancora comprare due paia di scarpe di cuoio, nere e con i lacci,
due paia di scarpe da ginnastica, bianche e con i lacci, e un paio
di ciabatte da camera da letto.
Il commesso tossì. «Il ragazzo avrà bisogno anche di due
pigiami e di una vestaglia.»
«Sì, certo» disse Maisie, sperando che nella sua borsetta
restassero soldi sufficienti a coprirne il costo.
«E, se ho capito bene, il ragazzo è uno studente del coro,
giusto?» chiese l’uomo, studiando la lista con maggior
attenzione.
«Sì» rispose Maisie, con orgoglio.

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«Allora avrà bisogno anche di una tonaca, rossa, di due cotte,
bianche, e di un medaglione della St Bede’s.» Maisie avrebbe
voluto fuggire. «Tali indumenti verranno forniti dalla scuola in
occasione delle sue prime prove con il coro» aggiunse il
commesso, prima di darle il resto. «Le serve altro, signora?»
«No, grazie» disse Harry, che raccolse le due borse, prese la
madre sotto braccio e la accompagnò rapidamente fuori da T.C.
Marsh, Sartoria d’eccezione.
Harry trascorse con il Vecchio Jack la mattinata del sabato
prima di presentarsi alla St Bede’s.
«Sei agitato per la nuova scuola?» chiese il Vecchio Jack.
«No» disse Harry, con aria spavalda. Il Vecchio Jack sorrise.
«Sono terrorizzato» ammise.
«Lo è ogni nuovo microbo. È così che verrai chiamato. Cerca
di affrontare tutto come se stessi per intraprendere un’avventura
in un mondo nuovo, dove tutti iniziano sullo stesso piano.»
«Ma nel momento stesso in cui mi sentiranno parlare si
renderanno conto che io non sono sul loro piano.»
«Forse. Però, nel momento in cui ti sentiranno cantare, si
renderanno conto di non essere sul tuo piano.»
«Molti di loro verranno da famiglie ricche, con tanto di
servitù.»
«Sarà una consolazione solo per i più stupidi» commentò il
Vecchio Jack.
«E alcuni in quella scuola avranno avuto fratelli e persino
padri e nonni prima di loro.»
«Tuo padre era un brav’uomo» disse il Vecchio Jack, «e
nessuno di loro può avere una madre migliore, te lo assicuro.»
«Conosceva mio padre?» esclamò Harry, incapace di
mascherare la sorpresa.

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«Dire che lo conoscevo sarebbe un’esagerazione, ma l’ho
osservato da lontano, come ho fatto con molti altri che hanno
lavorato alla darsena. Era un uomo rispettabile, coraggioso e
timorato di Dio.»
«Ma lei sa come è morto?» chiese Harry, guardando il
Vecchio Jack negli occhi, sperando di ottenere finalmente una
risposta onesta alla domanda che lo tormentava da tanto.
«A te cos’hanno detto?» ribatté il Vecchio Jack, guardingo.
«Che è rimasto ucciso nella Grande guerra. Ma, siccome sono
nato nel 1920, persino io riesco a capire che ciò non è possibile.»
Il Vecchio Jack non disse nulla per un po’. Harry rimase sul
bordo del sedile.
«Di certo, è rimasto ferito gravemente in guerra, però hai
ragione: non è stata quella la causa della sua morte.»
«E allora com’è morto?»
«Se lo sapessi, te lo direi» rispose il Vecchio Jack. «Ma, al
tempo, giravano tante di quelle voci che non sapevo bene a chi
credere. Comunque, ci sono diversi uomini, tre in particolare, che
senza dubbio conoscono la verità su cosa accadde quella notte.»
«Uno deve essere lo zio Stan» disse Harry. «Ma chi sono gli
altri due?»
Il Vecchio Jack ebbe un’esitazione, prima di rispondere. «Phil
Haskins e il signor Hugo.»
«Il signor Haskins? Il primo caposquadra?» chiese Harry.
«Non accetterebbe mai di parlare con me. E chi sarebbe il signor
Hugo?»
«Hugo Barrington, il figlio di Sir Walter Barrington.»
«La famiglia proprietaria della compagnia di navigazione?»
«Quella» rispose il Vecchio Jack, temendo di essersi spinto
troppo in là.

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«E anche loro sono uomini rispettabili, coraggiosi e timorati
di Dio?»
«Sir Walter è uno degli uomini migliori che abbia mai
conosciuto.»
«E che mi dice di suo figlio, il signor Hugo?»
«Non è della stessa stoffa, temo» concluse il Vecchio Jack,
senza dare altre spiegazioni.

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4

Il ragazzo in abiti eleganti sedeva accanto alla madre sul


fondo del tram.
«Ecco la nostra fermata» gli disse quando il tram si arrestò.
Scesero e si incamminarono lentamente lungo la collina, in
direzione della scuola, rallentando l’andatura a ogni passo.
Harry teneva la madre con una mano, portando una valigia
malconcia nell’altra. Nessuno dei due parlò mentre osservavano
diverse carrozze a due ruote e qualche automobile con autista
fermarsi davanti al cancello anteriore dell’edificio.
Padri che stringevano le mani dei figli, mentre madri
impellicciate abbracciavano i propri rampolli prima di dar loro un
bacetto su una guancia, come un uccello costretto ad accettare
che la prole stia per spiccare il volo dal nido.
Harry non voleva che sua madre lo baciasse davanti agli altri
ragazzi, per cui le lasciò la mano quando si trovarono a una
cinquantina di metri dal cancello. Maisie, avvertendo il disagio,
si chinò e lo baciò rapidamente sulla fronte. «Buona fortuna,
Harry. Rendici tutti fieri di te.»
«Arrivederci, mamma» le disse, faticando a trattenere le
lacrime.

46
Maisie si voltò e iniziò a scendere dalla collina, con le
lacrime che le rigavano le guance.
Harry procedette, ricordando la descrizione che gli aveva fatto
suo zio del momento in cui aveva varcato il parapetto a Ypres,
prima di lanciarsi alla carica contro le linee nemiche. Non
guardarti mai indietro, se non vuoi essere un uomo morto. Harry
avrebbe voluto girarsi ma sapeva che, se lo avesse fatto, non
avrebbe smesso di correre finché non fosse stato al sicuro sul
tram. Digrignò i denti e seguitò a camminare.
«Hai fatto buone vacanze, vecchio mio?» uno dei ragazzi
stava chiedendo a un amico.
«Favolose» rispose l’altro. «Mio padre mi ha portato al
Lord’s per la partita universitaria.»
Il Lord’s era una chiesa?, si domandò Harry. In quel caso, che
razza di partita si sarebbe potuta disputare in una chiesa? Varcò
con decisione i cancelli della scuola, fermandosi quando
riconobbe un uomo che, davanti al portone, reggeva un
portablocco a molla.
«E tu chi sei, giovanotto?» gli chiese, rivolgendogli un sorriso
cordiale.
«Harry Clifton, signore» rispose lui, togliendosi il berretto
proprio come il signor Holcombe gli aveva detto di fare ogni volta
che un insegnante o una signora si fossero rivolti a lui.
«Clifton» disse, scorrendo con un dito una lunga lista di
nomi. «Ah, sì.» Spuntò il nome di Harry. «Prima generazione,
studente del coro. Le mie congratulazioni e benvenuto alla St
Bede’s. Sono il signor Frobisher, il direttore del convitto, e
questa è Frobisher House. Se lasci la valigia nel salone, uno
studente anziano ti accompagnerà al refettorio dove, prima della
cena, terrò un discorso a tutti i ragazzi nuovi.»

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Harry non aveva mai cenato in vita sua. A casa Clifton il tè
era sempre l’ultimo pasto, prima che lui venisse mandato a letto,
non appena faceva buio. L’elettricità non era ancora arrivata in
Still House Lane e di soldi da spendere in candele non ce n’erano
quasi mai a sufficienza.
«Grazie, signore» disse Harry, prima di superare il portone e
di mettere piede in un salone ampio, con tanto di pannelli di
legno tirati a lustro alle pareti. Posò la valigia e fissò un quadro
di un vecchio dai capelli grigi e dalle folte basette bianche, con
una lunga tonaca nera e un cappuccio rosso sulle spalle.
«Come ti chiami?» tuonò qualcuno dietro di lui.
«Clifton, signore» disse Harry, voltandosi. Davanti a lui c’era
un ragazzo alto che portava i pantaloni lunghi.
«Non chiamarmi signore, Clifton. Chiamami Fisher. Sono un
prefetto, non un professore.»
«Scusi, signore.»
«Lascia la tua valigia laggiù e seguimi.»
Harry sistemò la malconcia valigia di seconda mano accanto a
una fila di bauli di cuoio. La sua era l’unica su cui non fossero
stampigliate le iniziali. Seguì lo studente anziano in un lungo
corridoio zeppo di fotografie di vecchie squadre della scuola e di
vetrinette piene di coppe d’argento, per ricordare alla generazione
successiva le glorie del passato.
Giunti al refettorio, Fisher disse: «Puoi sederti dove ti pare,
Clifton. Mi raccomando, però: smetti di parlare nel momento in
cui il signor Frobisher metterà piede nel refettorio».
Harry esitò un attimo prima di decidere a quale dei quattro
lunghi tavoli sedersi. Diversi ragazzi avevano già formato dei
gruppetti e parlavano a bassa voce tra loro. Harry avanzò
lentamente verso l’angolo opposto della sala e si accomodò

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all’estremità di un tavolo. Alzò gli occhi e vide alcuni ragazzi
riversarsi nella sala, con l’aria perplessa tanto quanto la sua. Uno
si sistemò accanto a lui, mentre un altro gli si sedette davanti.
Continuarono a chiacchierare come se lui non ci fosse.
Senza preavviso, una campanella suonò e tutti smisero di
parlare, mentre il signor Frobisher entrava nel refettorio. Prese
posto dietro un leggio che Harry non aveva notato e si strattonò il
risvolto della tunica.
«Benvenuti» iniziò, levandosi il tocco in segno di saluto
all’adunanza, «al primo giorno del vostro primo anno alla St
Bede’s. Tra qualche istante, assaggerete il vostro primo pasto
della scuola e vi prometto che meglio di così non sarà mai.» Uno
o due ragazzi risero nervosamente. «Una volta terminata la cena
sarete accompagnati ai vostri dormitori, dove disferete le valigie.
Alle otto, sentirete un’altra campanella. In realtà è la stessa
campanella, solo che suonerà a un’ora diversa.»
Harry sorrise, per quanto la maggior parte dei ragazzi non
avesse colto la battutina del signor Frobisher.
«Trenta minuti dopo, la stessa campanella suonerà di nuovo e,
a quel punto, andrete a letto, ma non prima di esservi lavati e di
esservi spazzolati i denti. Vi resteranno trenta minuti per leggere
prima dello spegnimento delle luci, dopodiché vi metterete a
dormire. Qualsiasi ragazzino che verrà sorpreso a parlare dopo lo
spegnimento delle luci sarà punito dal prefetto in servizio. Non
sentirete un’altra campana» continuò il signor Frobisher, «fino
alle sei e mezzo di domattina, quando vi alzerete, vi laverete e
vestirete in tempo per essere di nuovo al refettorio entro le sette.
Chiunque sia in ritardo, salterà la colazione.
«L’adunanza del mattino si svolgerà alle otto nel salone
principale, dove il preside terrà un discorso. A questo seguirà la

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vostra prima lezione, alle otto e trenta. Nel corso della mattinata,
si terranno tre lezioni da sessanta minuti, con pause di dieci
minuti per darvi il tempo di cambiare aula. Dopodiché, alle
dodici, ci sarà il pranzo.
«Nel pomeriggio ci saranno solo altre due lezioni prima
dell’attività sportiva, quando giocherete a calcio.» Harry sorrise
per la seconda volta. «Attività obbligatoria per chiunque non
faccia parte del coro.» Harry si accigliò: nessuno gli aveva detto
che i coristi non potevano giocare a calcio. «Dopo la partita o
dopo le prove del coro, tornerete a Frobisher House per la cena, a
cui farà seguito un’ora di studio prima che vi ritiriate a letto, dove
ancora una volta potrete leggere fino allo spegnimento delle luci,
ma solo se il libro è stato approvato dalla direttrice» aggiunse il
signor Frobisher. «Tutto questo deve sembrarvi sconcertante…»
Harry si appuntò mentalmente di cercare quella parola sul
dizionario regalatogli dal signor Holcombe. Il signor Frobisher si
strattonò nuovamente il risvolto della tunica prima di proseguire.
«Ma non preoccupatevi, presto vi abituerete alle tradizioni che
abbiamo qui alla St Bede’s. Per il momento non dirò altro e
lascerò che vi godiate la cena. Buonanotte, ragazzi.»
«Buonanotte, signore» ebbero il coraggio di rispondere alcuni
ragazzi mentre il signor Frobisher abbandonava la sala.
Harry non mosse un muscolo nel momento in cui diverse
donne dal grembiule smanicato iniziarono a fare avanti e indietro
fra i tavoli, piazzando scodelle di zuppa davanti a ciascuno di
loro. Osservò con attenzione il ragazzo che gli stava di fronte
prendere in mano un cucchiaio di foggia strana, affondarlo nella
zuppa e spingerlo lontano da sé, prima di infilarselo in bocca.
Harry tentò di imitare il gesto, ma finì solo per versare parecchie
gocce di zuppa sul tavolo e, quando riuscì a trasferire in bocca

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ciò che restava, buona parte gli colò sul mento. Si asciugò le
labbra con una manica, cosa che non destò particolare attenzione.
Invece, quando iniziò a sorbire rumorosamente ogni cucchiaiata,
diversi ragazzi smisero di mangiare e lo fissarono. Imbarazzato,
Harry posò di nuovo il cucchiaio sul tavolo e lasciò che la zuppa
si raffreddasse.
Il secondo era una crocchetta di pesce e Harry rimase
immobile finché non ebbe visto quale forchetta il ragazzo di
fronte a lui avesse scelto. Fu sorpreso di notare che quello posava
il coltello e la forchetta sul piatto tra un boccone e l’altro, mentre
Harry li impugnava come se fossero forconi.
Tra il ragazzo seduto di fronte a lui e quello accanto a lui
nacque una conversazione sull’argomento della caccia a cavallo
con i cani. Harry non si unì a loro, anche perché l’esperienza più
prossima a salire su un cavallo che avesse mai fatto era stata un
giro da mezzo centesimo su un asino nel corso di una gita
pomeridiana a Weston-super-Mare.
I piatti furono portati via e rimpiazzati da budini, o quelle che
sua mamma chiamava specialità, perché non capitavano spesso.
L’ennesimo cucchiaio, l’ennesimo sapore, l’ennesimo errore.
Harry non capiva che una banana non era come una mela e
dunque, con notevole sbigottimento di chi gli stava intorno, tentò
di mangiarne la buccia. Per gli altri ragazzi, la prima lezione si
sarebbe davvero svolta alle otto e trenta del mattino seguente,
mentre per Harry era già in corso.
Una volta che i tavoli furono sparecchiati, Fisher tornò e, in
qualità di prefetto di turno, condusse i suoi sottoposti da un
ampio scalone di legno fino ai dormitori del primo piano. Harry
entrò in una stanza da trenta letti sistemati su tre file da dieci.
Ciascuno disponeva di un cuscino, due lenzuola e due coperte.

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Harry non aveva mai avuto nessun doppione.
«Questo è il dormitorio dei nuovi microbi» disse Fisher,
sprezzante. «È qui che resterete finché non vi sarete inciviliti.
Troverete i vostri nomi in ordine alfabetico, ai piedi di ogni
letto.»
Fu una sorpresa per Harry trovare la sua valigia sul letto e si
chiese chi l’avesse messa lì. Il ragazzo accanto a lui stava già
svuotando la sua.
«Io sono Deakins» si presentò, spingendosi gli occhiali sul
naso per guardare meglio Harry.
«Io sono Harry. Ero seduto accanto a te durante gli esami
dell’estate scorsa. Non riuscivo a credere che avessi risposto a
tutte le domande in poco più di un’ora.»
Deakins arrossì.
«È per questo che è un ricercatore» disse il ragazzo sull’altro
fianco di Harry.
Harry girò su se stesso. «Anche tu sei un ricercatore?» chiese.
«Santo cielo, no» disse il ragazzo continuando a disfare la
valigia. «L’unico motivo per cui sono stato ammesso alla St
Bede’s è che mio padre e mio nonno ci sono stati prima di me.
Rappresento la terza generazione che frequenta questa scuola.
Per caso, anche vostro padre è stato qui?»
«No» risposero Harry e Deakins all’unisono.
«Basta chiacchiere» gridò Fisher, «e disfate le vostre valigie.»
Harry aprì la sua e iniziò a tirare fuori gli abiti e a sistemarli
con ordine nei due cassetti accanto al letto. La madre aveva
infilato tra le camicie una barretta di cioccolato Fry’s Five Boys.
La nascose sotto il cuscino.
Suonò una campanella. «Ora di svestirsi!» dichiarò Fisher.
Harry non si era mai svestito di fronte a un altro ragazzo, né

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tantomeno di fronte a una stanza che ne era piena. Si girò verso il
muro, si tolse i vestiti lentamente e si infilò rapidamente il
pigiama. Una volta annodata la cintura della vestaglia, seguì gli
altri ragazzi in bagno. Ancora una volta, li osservò con attenzione
lavarsi la faccia con la salvietta prima di lavarsi i denti. Lui non
aveva una salvietta né uno spazzolino. Il ragazzo del letto accanto
frugò nella sua borsa da toeletta e gli diede uno spazzolino nuovo
e un tubetto di dentifricio. Harry non li voleva accettare finché il
ragazzo disse: «Mia madre mi infila sempre in valigia un
doppione di tutto».
«Grazie» disse Harry. Per quanto si fosse lavato i denti
velocemente, fu comunque tra gli ultimi a tornare nel dormitorio.
Salì sul letto, con due lenzuola pulite, due coperte e un cuscino
morbido. Aveva appena puntato lo sguardo dalla parte opposta,
scorgendo Deakins che leggeva il Latin Primer di Kennedy,
quando l’altro ragazzo disse: «Questo cuscino è duro come un
sasso».
«Vuoi fare scambio con il mio?» chiese Harry.
«Penso che li troverai tutti uguali» disse il ragazzo con un
sorrisino, «però grazie.»
Harry tirò fuori la barretta di cioccolato da sotto il cuscino e
la divise in tre. Ne diede un pezzo a Deakins e un altro al ragazzo
che gli aveva dato lo spazzolino e il dentifricio.
«Vedo che tua madre è molto più sensibile della mia» disse
quest’ultimo dopo averne mangiato un boccone. Un’altra
campanella. «A proposito, io mi chiamo Giles Barrington. E tu?»
«Clifton. Harry Clifton.»
Harry riuscì solo a fare dei sonnellini di qualche minuto, e
non perché il letto non fosse comodo. Possibile che Giles fosse
parente di uno dei tre uomini che conoscevano la verità su

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com’era morto suo padre? E, in tal caso, era della stessa stoffa del
padre oppure del nonno?
D’un tratto Harry si sentì molto solo. Svitò il tappo del
dentifricio che gli aveva dato Barrington e lo succhiò finché non
si assopì.
Quando l’ormai familiare campanella suonò alle sei e trenta
della mattina seguente, Harry scese lentamente dal letto con un
senso di nausea. Seguì Deakins in bagno e vide che Giles stava
sondando l’acqua. «Pensate che in questo posto si sia mai sentito
parlare di acqua calda?» chiese.
Harry stava per rispondere quando lo studente anziano urlò:
«Non si parla quando ci si lava!».
«È peggio di un generale prussiano» disse Barrington,
sbattendo i tacchi. Harry scoppiò a ridere.
«Chi è stato?» chiese Fisher, fulminando i due ragazzi con lo
sguardo.
«Io» disse Harry immediatamente.
«Nome?»
«Clifton.»
«Apri ancora una volta la bocca, Clifton, e ti ciabatto.»
Harry non aveva idea di cosa significasse venire ciabattato,
ma aveva la sensazione che non fosse nulla di piacevole. Finito di
lavarsi i denti, tornò rapido nel dormitorio e si vestì senza
pronunciare una sola parola. Dopo essersi annodato la cravatta –
l’ennesima cosa che non aveva ancora imparato a fare bene –
raggiunse Barrington e Deakins sulle scale che portavano al
refettorio.
Nessuno disse nulla, non sapendo se fossero autorizzati a
parlare sulle scale. Quando si furono seduti nel refettorio per far
colazione, Harry scivolò tra i suoi nuovi amici e osservò le

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scodelle di porridge che venivano sistemate davanti a ciascun
ragazzo. Fu un sollievo scoprire che di fronte a lui c’era un solo
cucchiaio, e che quella volta non avrebbe potuto commettere
errori.
Harry divorò il suo porridge, come se avesse paura che
apparisse lo zio Stan e glielo sottraesse. Fu il primo a finirlo e,
senza pensarci un istante, posò il cucchiaio sul tavolo, raccolse la
scodella e si mise a leccarla. Diversi ragazzi lo fissarono,
increduli, alcuni puntarono il dito, mentre altri risero di lui. La
sua faccia assunse una sfumatura cremisi e lui mise giù la
scodella. Sarebbe scoppiato in lacrime se Barrington non avesse
raccolto la propria scodella e non si fosse messo a leccarla a sua
volta.

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Il reverendo Samuel Oakshott, che si era laureato a Oxford,


stazionava a gambe divaricate in mezzo al palco. Scrutava con
sguardo benigno il suo gregge, perché di certo era così che il
preside della St Bede’s vedeva gli allievi.
Harry, seduto in prima fila, fissò dal basso la figura
spaventosa che troneggiava sopra di lui. Il dottor Oakshott
superava il metro e ottanta di statura e aveva una massa di capelli
grigi e basette lunghe e folte che lo facevano sembrare ancor più
arcigno. I profondi occhi azzurri erano penetranti e pareva che lui
non battesse mai ciglio, mentre il reticolo di grinze sulla fronte
lasciava intendere una grande saggezza. Si schiarì la voce prima
di parlare ai ragazzi.
«Compagni bedeani» iniziò. «Siamo ancora una volta riuniti
all’inizio di un nuovo anno scolastico, indubbiamente pronti ad
affrontare qualsiasi difficoltà che dovessimo trovarci davanti.
Agli studenti anziani» proseguì, rivolgendo l’attenzione al fondo
della sala, «dico che non avete un solo momento da perdere, se
sperate che vi venga offerto un posto nella scuola di vostra prima
scelta. Mai accontentarsi della seconda.
«A quelli della scuola media» aggiunse, spostando gli occhi

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verso il centro della sala, «dico che questo è il momento in cui
scoprire chi di voi è destinato a cose eccelse. L’anno prossimo, al
vostro ritorno, sarete prefetti, capiclasse, capiconvitto o capitani
di una squadra sportiva? Oppure sarete semplicemente tra i
cavalli perdenti?»
Diversi ragazzi chinarono il capo.
«Il nostro prossimo compito è dare il benvenuto ai ragazzi
nuovi e fare tutto ciò che è in nostro potere per farli sentire a loro
agio. Per la prima volta, il testimone passa nelle loro mani, ora
che inizia per loro la lunga corsa della vita. Se il ritmo di gara
dovesse rivelarsi troppo elevato, uno o due di voi potrebbero
ritirarsi» fu il suo monito, mentre fissava le prime tre file. «La St
Bede’s non è una scuola per i deboli. Per cui, fate in modo di non
scordarvi mai le parole del grande Cecil Rhodes: Se sei
sufficientemente fortunato da essere nato inglese, hai pescato il
primo premio della lotteria della vita.»
L’assemblea scoppiò in un applauso spontaneo mentre il
preside abbandonava il palco, seguito dai professori in fila per
due che lui guidò lungo il corridoio centrale, fuori dal salone
principale, nel sole del mattino.
Harry, sollevato nello spirito, era determinato a non deludere
il preside. Seguì i ragazzi più grandi fuori dal salone ma, non
appena ebbe messo piede nel cortile interno, la sua esuberanza si
raffreddò. Un gruppetto di ragazzi ciondolava in un angolo con le
mani in tasca, un’indicazione del loro ruolo di prefetti.
«Eccolo» disse uno di loro, indicando Harry.
«E così i teppistelli di strada hanno quest’aspetto» disse un
altro.
Un terzo, in cui Harry riconobbe Fisher, il prefetto in servizio
la sera prima, aggiunse: «È un animale ed è nostro dovere

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assicurarci che torni nel suo ambiente naturale il più in fretta
possibile».
Giles Barrington rincorse Harry. «Se li ignori» gli disse,
«presto si stancheranno e inizieranno a tormentare qualcun
altro.»
Harry non era convinto e si precipitò dentro l’aula, dove
attese che Barrington e Deakins lo raggiungessero.
Un istante dopo, il signor Frobisher fece il suo ingresso. Il
primo pensiero di Harry fu: Anche lui pensa che io sia un
teppistello di strada, indegno di un posto alla St Bede’s?
«Buongiorno, ragazzi» disse il signor Frobisher.
«Buongiorno, signore» risposero i ragazzi mentre l’uomo
prendeva posto davanti alla lavagna.
«La vostra prima lezione di stamattina» disse, «sarà Storia.
Siccome è mia volontà conoscervi, cominceremo con un piccolo
test per scoprire quanto avete già imparato oppure, magari,
quanto poco sapete. Quante mogli ebbe Enrico VIII?»
Diverse mani si alzarono di scatto. «Abbott» disse, guardando
una tabella sulla cattedra e indicando un ragazzo della prima fila.
«Sei, signore» fu la risposta immediata.
«Bene, ma qualcuno mi sa dire i loro nomi?» Le mani che si
alzarono non furono altrettanto numerose. «Clifton?»
«Caterina di Aragona, Anna Bolena, Jane Seymour, poi
un’altra Anna, penso» disse, prima di interrompersi.
«Anna di Clèves. Qualcuno mi sa dire come si chiamavano le
altre due?» Solo una mano era ancora alzata. «Deakins» disse
Frobisher, dopo aver controllato la tabella.
«Caterina Howard e Caterina Parr. Anna di Clèves e Caterina
Parr sopravvissero entrambe a Enrico.»
«Molto bene, Deakins. Adesso spostiamoci avanti di un paio

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di secoli. Chi era al comando della nostra flotta nella battaglia di
Trafalgar?» Tutte le mani della classe scattarono. «Matthews»
disse, indicando con un cenno una mano particolarmente
insistente.
«Nelson, signore.»
«Esatto. E chi era il primo ministro, al tempo?»
«Il duca di Wellington, signore» disse Matthews, in tono non
altrettanto sicuro.
«No» disse Frobisher, «non era Wellington, benché fosse
coevo di Nelson.» Fece un giro dell’aula con lo sguardo, ma solo
le mani di Clifton e Deakins erano ancora alzate. «Deakins.»
«Pitt il Giovane, dal 1783 al 1801 e dal 1804 al 1806.»
«Esatto, Deakins. E quand’è stato primo ministro il Duca di
Ferro?»
«Dal 1828 al 1830 e, di nuovo, nel 1834» disse Deakins.
«E qualcuno sa dirmi qual è stata la sua più famosa vittoria?»
La mano di Barrington schizzò in aria per la prima volta.
«Waterloo, signore» gridò, prima che il signor Frobisher avesse il
tempo di scegliere qualcun altro.
«Sì, Barrington. E chi sconfisse Wellington a Waterloo?»
Barrington rimase zitto.
«Napoleone» sussurrò Harry.
«Napoleone, signore» disse Barrington con sicurezza.
«Esatto, Clifton» disse Frobisher, con un sorriso. «E anche
Napoleone era duca?»
«No, signore» disse Deakins, quando nessuno tentò di
rispondere alla domanda. «Fondò il primo impero francese e si
autoproclamò imperatore.»
La risposta di Deakins non sorprese il signor Frobisher, dato
che il ragazzo era un ricercatore dalla borsa di studio generale,

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mentre restò colpito dall’erudizione di Clifton. Dopo tutto era
uno studente del coro e, nel corso degli anni, aveva imparato che
i coristi di talento, proprio come gli sportivi di talento, raramente
eccellevano al di fuori del loro campo. Clifton stava già
dimostrandosi un’eccezione a quella regola. Al signor Frobisher
sarebbe piaciuto sapere da chi aveva imparato quel ragazzo.
Quando suonò la campanella che segnalava la fine della
lezione, il signor Frobisher annunciò: «La vostra prossima
lezione sarà Geografia con il signor Henderson, un professore a
cui non piace dover attendere. Il mio consiglio è che, durante la
pausa, scopriate dove si trova la sua aula e che siate ai vostri
posti ben prima che lui entri».
Harry restò appiccicato a Giles, che sembrava sapere dov’era
qualsiasi cosa. Mentre attraversavano il cortile interno insieme,
Harry si rese conto che alcuni ragazzi avevano abbassato la voce
al loro passaggio e che, addirittura, un paio si erano voltati a
fissarlo.
Grazie agli innumerevoli sabati mattina trascorsi insieme al
Vecchio Jack, Harry se la cavò bene in Geografia, ma in
Matematica, l’ultima lezione della mattinata, nessuno si avvicinò
nemmeno lontanamente a Deakins e persino il professore dovette
stare all’erta di fronte a lui.
Quando i tre ragazzi si accomodarono per pranzare, Harry
avvertì un centinaio di occhi puntati su ogni sua mossa. Finse di
non notarlo e si limitò a copiare tutto ciò che faceva Giles. «È
bello sapere che c’è qualcosa che ti posso insegnare» disse Giles,
mentre sbucciava una mela con il coltello.
A Harry piacque la lezione di Chimica nel pomeriggio,
soprattutto quando il professore gli consentì di accendere un
becco di Bunsen. Ma non si distinse in Scienze naturali, l’ultima

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lezione del giorno, perché era l’unico studente a non avere un
giardino a casa.
Quando suonò la campanella finale, il resto della classe uscì
per la partita, mentre Harry si presentò nella cappella per la prima
prova del coro. Ancora una volta notò che tutti lo fissavano, ma
stavolta per i motivi giusti.
Non era praticamente ancora uscito dalla cappella, però, che
dovette nuovamente subire le frecciatine a bassa voce dei ragazzi
che stavano rientrando dai terreni di gioco.
«Non è il nostro teppistello?» disse uno.
«Peccato che non abbia uno spazzolino da denti» fece un
altro.
«Ho sentito che di notte dorme giù al porto» aggiunse un
terzo.
Deakins e Barrington non erano in vista quando Harry si
affrettò a tornare nel suo alloggio, evitando i gruppi di ragazzi
lungo il tragitto.
Durante la cena, gli sguardi fissi furono meno evidenti, ma
solo perché Giles aveva messo in chiaro a chiunque fosse
abbastanza vicino da udirlo che Harry era un suo amico. Giles
tuttavia non poté aiutarlo quando salirono tutti al dormitorio
dopo l’ora dei compiti e trovarono Fisher accanto alla porta,
chiaramente in attesa di Harry.
Mentre i ragazzi iniziavano a svestirsi, Fisher annunciò ad
alta voce: «Scusate la puzza, signori, ma uno di voi viene da una
casa sprovvista del bagno». Un paio di ragazzi sghignazzarono,
nella speranza di ingraziarsi Fisher. Harry lo ignorò. «Non solo
questo ragazzaccio non ha un bagno, ma non ha neppure un
padre.»
«Mio padre era un brav’uomo e ha combattuto in guerra per la

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patria» disse Harry con orgoglio.
«Cosa ti fa pensare che stessi parlando di te, Clifton?» disse
Fisher. «Sempre che, naturalmente, tu sia anche il ragazzo la cui
madre lavora come…» Fece una pausa. «… cameriera di un
albergo.»
«In un albergo» lo corresse Harry.
Fisher prese una ciabatta. «Non permetterti mai di
rispondermi per le rime, Clifton» disse, rabbioso. «Chinati e
tocca l’estremità del tuo letto.»
Harry obbedì e Fisher gli impartì sei colpi con tale ferocia
che Giles dovette voltarsi dall’altra parte. Harry salì a fatica sul
letto, sforzandosi di trattenere le lacrime.
Prima di spegnere la luce, Fisher aggiunse: «Vi rivedrò tutti
con piacere domani sera, quando andrò avanti con il mio racconto
della buonanotte sui Clifton di Still House Lane. Aspettate di
sentire la storia di zio Stan».
La sera seguente, Harry scoprì che lo zio aveva passato
diciotto mesi in prigione per furto. Tale rivelazione gli fece più
male delle ciabattate. Strisciò a letto, domandandosi se suo padre
fosse ancora vivo ma in prigione, e se fosse quello il vero motivo
per cui nessuno in casa parlava mai di lui.
Harry praticamente non chiuse occhio per tre notti di fila e i
suoi successi in aula e l’ammirazione suscitata nella cappella non
gli impedirono di pensare di continuo al seguente, inevitabile
incontro con Fisher. La minima scusa – una goccia d’acqua
versata sul pavimento del bagno, un cuscino leggermente storto,
una calza che gli fosse scivolata su una caviglia – avrebbe fatto sì
che Harry si buscasse sei delle migliori ciabattate del prefetto di
turno, una punizione impartita di fronte al resto del dormitorio,
ma non prima che Fisher avesse aggiunto l’ennesimo episodio

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della Saga dei Clifton. La quinta notte, Harry ne aveva avuto
abbastanza e nemmeno Giles e Deakins riuscirono a consolarlo.
Nel corso dell’ora di studio del venerdì sera, mentre gli altri
ragazzi sfogliavano il Latin Primer di Kennedy, Harry ignorò
Cesare e i Galli e ripassò a mente un piano che avrebbe posto fine
ai tormenti di Fisher. Quando, quella sera, salì sul suo letto, dopo
che Fisher aveva scoperto un involucro di cioccolato Fry’s e lo
aveva di nuovo preso a ciabattate, il piano di Harry era ormai
operativo. Rimase disteso, sveglio, ben oltre lo spegnimento delle
luci, e non si mosse di un millimetro finché non fu certo che tutti
stessero dormendo.
Harry non aveva idea di che ore fossero quando scese dal
letto di soppiatto. Si vestì senza fare rumore, poi strisciò tra i letti
finché non raggiunse l’estremità opposta della stanza. Aprì la
finestra e il flusso d’aria fredda fece girare il ragazzo del letto più
vicino. Harry si arrampicò fino alla scala antincendio, all’esterno,
e chiuse lentamente la finestra, prima di scendere a terra.
Camminò lungo il perimetro del prato, approfittando di qualsiasi
zona buia per evitare un chiaro di luna che sembrava illuminarlo
come un proiettore.
Harry scoprì con orrore che il cancello della scuola era chiuso
a chiave. Avanzò, strisciando lungo il muro, alla ricerca della più
piccola crepa o rientranza in grado di consentirgli di scavalcarlo e
di guadagnarsi la libertà. Alla fine individuò un mattone
mancante e riuscì a issarsi finché non si ritrovò a cavalcioni del
muro. Si calò sul lato opposto, aggrappato per i polpastrelli,
recitò una preghiera muta e si lasciò andare. Atterrò sul terreno, a
corpo morto, ma non gli parve di essersi rotto nulla.
Una volta che si fu ripreso iniziò a correre lungo la strada,
dapprima piano, poi sempre più forte, e non smise finché non

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ebbe raggiunto la zona portuale. Il turno di notte stava smontando
in quel momento e fu con sollievo che Harry notò che suo zio
non c’era.
Dopo che l’ultimo portuale fu scomparso alla vista, si
incamminò lentamente lungo la banchina, fin oltre una fila di
navi ormeggiate che si estendeva a perdita d’occhio. Notò che un
fumaiolo ostentava fieramente la lettera B e pensò al suo amico
che, in quel momento, dormiva di certo. Avrebbe mai… I suoi
pensieri si interruppero quando giunse davanti al vagone
ferroviario del Vecchio Jack.
Si chiese se anche il vecchio stesse dormendo. La sua
domanda ebbe risposta quando una voce disse: «Non startene lì,
Harry. Vieni dentro prima di morire congelato». Harry aprì la
porta della carrozza e trovò l’uomo che sfregava un fiammifero
per cercare di accendere una candela. Harry si abbandonò sul
sedile di fronte a lui. «Sei scappato?» chiese il Vecchio Jack.
Harry fu così sorpreso da quella domanda diretta da non
riuscire a rispondere immediatamente. «Sì» balbettò dopo un po’.
«E di certo sei venuto a dirmi perché mai hai preso una
decisione così grave.»
«Non l’ho presa io, la decisione» disse Harry. «Qualcun altro
l’ha presa per me.»
«Chi?»
«Si chiama Fisher.»
«Un professore o un ragazzo?»
«Il prefetto del mio dormitorio» spiegò Harry con una
smorfia, poi raccontò al Vecchio Jack tutto ciò che era successo
nella sua prima settimana alla St Bede’s.
Ancora una volta, il vecchio lo colse di sorpresa. Quando
Harry giunse alla fine della storia, Jack disse: «La colpa è mia».

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«Perché?» chiese Harry. «Lei non avrebbe potuto fare nulla di
più per aiutarmi.»
«Invece sì. Avrei dovuto prepararti per una forma di snobismo
che nessun’altra nazione in Terra è in grado di emulare. Avrei
dovuto passare più tempo sull’importanza della cravatta della
scuola e meno su Geografia e Storia. Avevo sperato che le cose
fossero cambiate dopo la Grande guerra, ma è evidente che così
non è stato alla St Bede’s.» Si fece muto e pensieroso, prima di
chiedere: «E adesso cosa farai, figliolo?».
«Andrò per mare. Mi imbarcherò sulla prima nave che mi
accetta» disse Harry, cercando di assumere un tono entusiastico.
«Che bella idea. Perché non fare direttamente il gioco di
Fisher?»
«Che intende dire?»
«Che nulla farà più piacere a Fisher di poter dire ai suoi
amici che il teppistello di strada non aveva fegato, ma, se è per
questo, cosa ti puoi aspettare dal figlio di un portuale la cui
madre fa la cameriera?»
«Però Fisher ha ragione. Non sono della sua classe.»
«No, Harry, il problema è che Fisher ha già capito di non
essere della tua classe e che non potrà mai esserlo.»
«Sta dicendo che dovrei tornare in quel posto orribile?»
«È una decisione che solo tu puoi prendere» rispose il
Vecchio Jack, «ma, se fuggirai ogni volta che ti troverai alle prese
con i vari Fisher di questo mondo, farai la fine che ho fatto io,
uno dei cavalli perdenti della vita, per citare il preside.»
«Ma lei è un grand’uomo» obiettò Harry.
«Avrei potuto esserlo» disse il Vecchio Jack, «se non fossi
scappato nel momento in cui mi sono imbattuto nel mio Fisher.
Ma ho scelto la via d’uscita più facile e ho pensato solo a me

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stesso.»
«Ma a chi altri dovrei pensare?»
«A tua madre, tanto per cominciare» disse il Vecchio Jack.
«Non scordarti di tutti i sacrifici che ha fatto per offrirti una
chance migliore di quanto avesse mai creduto possibile. E poi c’è
il signor Holcombe che, quando scoprirà che sei fuggito,
incolperà se stesso. E non dimenticarti della signorina Monday,
che ha chiesto la restituzione di favori, ha fatto pressioni e si è
impegnata per ore e ore per assicurarsi che tu fossi abbastanza
bravo da ottenere la borsa di studio del coro. E, quando metterai
sui piatti della bilancia i pro e i contro, Harry, ti suggerisco di
piazzare Fisher da una parte e Barrington e Deakins dall’altra,
perché ho il sospetto che Fisher presto finirà per sparire
nell’anonimato, mentre Barrington e Deakins di sicuro si
riveleranno amici intimi per il resto della tua esistenza. Se scappi,
saranno costretti ad ascoltare Fisher, che ricorderà loro
continuamente che non eri la persona che loro pensavano tu
fossi.»
Harry rimase in silenzio per un po’. Alla fine si alzò in piedi
lentamente. «Grazie, signore» disse. Senza una parola di più, aprì
la porta del vagone e uscì.
Si incamminò lungo la banchina, alzando di nuovo lo sguardo
alle grandi navi da carico che presto sarebbero partite verso
destinazioni lontane. Proseguì fino ai cancelli della darsena, dove
si mise a correre e si diresse alla città. Giunto al cancello della
scuola, lo trovò già aperto: l’orologio del salone principale stava
per suonare otto rintocchi.
Malgrado la telefonata, il signor Frobisher avrebbe dovuto
attraversare il cortile per raggiungere la casa del preside e
comunicargli la sparizione di uno dei suoi ragazzi. Mentre

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guardava fuori dalla finestra del suo studio, vide di sfuggita Harry
che si spostava di soppiatto da un albero all’altro, nel suo
avvicinamento furtivo al convitto. Harry aprì con cautela il
portone mentre si udiva l’ultimo rintocco e si ritrovò faccia a
faccia con il direttore del convitto.
«Sarà meglio che ti affretti, Clifton» disse il signor Frobisher,
«se non vuoi saltare la colazione.»
«Sì, signore» rispose Harry, mettendosi a correre nel
corridoio. Giunse al refettorio appena prima che si chiudessero le
porte e scivolò al suo posto tra Barrington e Deakins.
«Per un istante, ho pensato che stamattina sarei stato l’unico
a leccare la scodella» disse Barrington. Harry scoppiò a ridere.
Quel giorno non si imbatté in Fisher e fu sorpreso di scoprire
che la sera un altro prefetto lo aveva sostituito nel servizio al
dormitorio. Harry dormì per la prima volta in quella settimana.

67
6

La Rolls-Royce varcò il cancello di Manor House e imboccò


un lungo vialetto di accesso fiancheggiato da alte querce dritte
come sentinelle.
Harry aveva contato sei giardinieri ancor prima di aver posato
gli occhi sulla casa.
Nel periodo trascorso insieme alla St Bede’s, Harry aveva
intuito come fosse la vita di Giles quando tornava a casa per le
vacanze, ma nulla lo aveva preparato a quella scena. Quando vide
la casa per la prima volta, la sua bocca si aprì e restò aperta.
«Direi inizi del XVIII secolo» commentò Deakins.
«Non male» disse Giles. «1722, costruita da Vanbrugh. Ma
scommetto che non sapete dirmi chi è stato a progettare il
giardino. Vi darò un indizio: è più recente della casa.»
«Io conosco un solo architetto del paesaggio» disse Harry,
senza smettere di fissare la casa. «Lancelot Brown.»
«Ed è esattamente per questo che lo abbiamo scelto» disse
Giles. «Così i miei amici avrebbero sentito parlare di lui a
duecento anni di distanza.»
Harry e Deakins risero mentre l’automobile si fermava di
fronte a una villa di tre piani in pietra color miele delle

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Cotswolds. Giles saltò giù prima che l’autista avesse la
possibilità di aprire la portiera posteriore. Salì i gradini di corsa,
seguito con minor sicurezza dai due amici.
Il portone si spalancò ben prima che Giles fosse sull’ultimo
gradino e un uomo di alta statura, elegante nel soprabito nero, i
pantaloni gessati e la cravatta nera, fece un lieve cenno mentre il
suo padroncino gli schizzava accanto. «Buon compleanno, signor
Giles» disse.
«Grazie, Jenkins. Forza, ragazzi!» gridò Giles, scomparendo
all’interno della casa. Il maggiordomo tenne la porta aperta per
consentire a Harry e Deakins di seguirlo.
Non appena Harry ebbe messo piede nel salone, restò di sasso
davanti al ritratto di un vecchio che sembrava fissare proprio lui.
Giles aveva ereditato il naso aquilino, gli occhi azzurri fieri e la
mascella quadrata di quell’uomo. Harry si guardò intorno,
studiando gli imponenti ritratti che decoravano le pareti. Prima di
allora aveva visto dei dipinti a olio soltanto sui libri: la
Gioconda, Il cavaliere sorridente e la Ronda di notte. Stava
osservando un paesaggio realizzato da un certo Constable,
quando una donna entrò maestosamente nel salone con addosso
quello che Harry avrebbe saputo descrivere solo come un abito da
sera.
«Buon compleanno, mio caro» disse la donna.
«Grazie, madre» ribatté Giles mentre la donna si chinava per
baciarlo. Era la prima volta che Harry vedeva l’amico in vistoso
imbarazzo. «Ti presento i miei due migliori amici, Harry e
Deakins.» Mentre Harry stringeva la mano a una donna non
molto più alta di lui, lei gli rivolse un sorriso talmente cordiale da
metterlo subito a suo agio.
«Perché non ci spostiamo tutti in salotto» suggerì, «per bere

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un tè?» Condusse i ragazzi sul lato opposto del salone e dentro
una grande stanza che si affacciava sul prato antistante la casa.
Quando Harry entrò non avrebbe voluto sedersi, bensì
guardare i quadri appesi a tutte le pareti, ma la signora Barrington
lo stava già conducendo verso il divano. Harry si abbandonò sui
cuscini morbidi, incapace di non fissare il prato rasato alla
perfezione fuori dal bovindo, un prato grande a sufficienza per
giocarvi a cricket. Al di là del prato, Harry scorse un lago in cui
nuotavano senza meta dei placidi germani reali, che chiaramente
non si preoccupavano della provenienza del loro pasto
successivo. Deakins si sedette sul divano, accanto a Harry.
Nessuno parlò mentre un altro uomo, stavolta con una giacca
corta e nera, entrò nella stanza, seguito da una giovane donna
dall’elegante uniforme azzurra, non dissimile da quella che sua
madre indossava in albergo. La domestica posò un grosso vassoio
su un tavolo ovale di fronte alla signora Barrington.
«Indiano o cinese?» chiese la signora Barrington, guardando
Harry.
Lui non sapeva bene cosa intendesse.
«Indiano per tutti, grazie, madre» disse Giles.
Harry pensava che Giles gli avesse insegnato tutto quello che
c’era da sapere sul galateo del bel mondo, ma la signora
Barrington aveva improvvisamente alzato l’asticella.
Una volta che il vice-maggiordomo ebbe versato il tè in tre
tazze, la domestica le posò davanti ai ragazzi, insieme a un
piattino. Harry fissò una montagna di sandwich, non osando
toccarli. Giles ne prese uno e lo mise sul suo piatto. La madre si
accigliò. «Quante volte ti ho detto, Giles, di aspettare che i tuoi
ospiti decidano cosa desiderano prima di servirti?»
Harry avrebbe voluto dire alla signora Barrington che Giles

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era quello che prendeva sempre l’iniziativa per indicargli cosa
fare e, ancor più importante, cosa non fare. Deakins scelse un
sandwich e lo posò sul suo piatto. Harry fece altrettanto. Giles
attese pazientemente che Deakins avesse preso in mano il suo
sandwich e ne avesse mangiato un boccone.
«Spero proprio che vi piaccia il salmone affumicato» disse la
signora Barrington.
«Favoloso» ribatté Giles, prima che i suoi amici avessero la
possibilità di ammettere che non avevano mai assaggiato il
salmone affumicato in vita loro. «A scuola ci servono solo
sandwich alla pasta di pesce» aggiunse.
«Allora, ditemi come state andando a scuola» disse la signora
Barrington.
«C’è spazio per i miglioramenti, ecco come penso che Frob
descriva i miei sforzi» disse Giles, prendendo un altro sandwich.
«Ma Deakins eccelle in tutto.»
«Fatta eccezione per Inglese» replicò Deakins, parlando per
la prima volta. «In quella materia, Harry ha fatto meglio di me per
un paio di punti percentuali.»
«E tu hai fatto meglio di qualcuno in qualcosa, Giles?» chiese
sua madre.
«Ha ottenuto il secondo punteggio in Matematica, signora
Barrington» intervenne Harry, accorrendo in soccorso di Giles.
«Ha un talento naturale per i numeri.»
«Proprio come suo nonno» disse la signora Barrington.
«Molto bello il suo ritratto sopra il camino, signora
Barrington» disse Deakins.
La donna sorrise. «Non sono io, Deakins, è la mia cara
madre.» Deakins chinò il capo prima che la signora Barrington si
affrettasse ad aggiungere: «Ma il tuo è stato un complimento

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davvero delizioso. Ai suoi tempi, era considerata una grande
bellezza».
«Chi l’ha dipinto?» chiese Harry, accorrendo in soccorso di
Deakins.
«László» rispose la signora Barrington. «Perché me lo
chiedi?»
«Perché mi domandavo se il ritratto del gentiluomo nel salone
fosse dello stesso artista.»
«Davvero un grande spirito d’osservazione, Harry» commentò
la signora Barrington. «Il quadro che hai visto nel salone ritrae
mio padre e anche quello è stato effettivamente dipinto da
László.»
«Di cosa si occupa suo padre?» chiese Harry.
«Harry non smette mai di fare domande» disse Giles.
«Bisogna solo farci l’abitudine.»
La signora Barrington sorrise ancora. «Importa vino in questo
paese, in particolare vari tipi di sherry dalla Spagna.»
«Proprio come Harvey’s» disse Deakins, con la bocca piena
di un sandwich al cetriolo.
«Proprio come Harvey’s» ripeté la signora Barrington. Giles
sorrise. «Mangia un altro sandwich, Harry» disse la signora
Barrington, notando che aveva gli occhi fissi sul piatto.
«Grazie» disse Harry, incapace di scegliere tra salmone
affumicato, cetriolo oppure uovo e pomodoro. Optò per il
salmone, domandandosi che gusto avesse.
«E tu, Deakins?»
«Grazie, signora Barrington» disse, prendendo un altro
sandwich al cetriolo.
«Non posso continuare a chiamarti Deakins» disse la madre
di Giles. «Ti fa sembrare uno della servitù. Dimmi il tuo nome di

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battesimo.»
Deakins chinò di nuovo il capo. «Preferisco essere chiamato
Deakins» disse.
«Si chiama Al» svelò Giles.
«Un nome così carino» disse la signora Barrington, «anche se
immagino che tua madre ti chiami Alan.»
«No» disse Deakins, a capo ancora chino. Gli altri due
ragazzi parvero stupiti di quella rivelazione, ma non dissero
nulla. «Il mio nome è Algernon» farfugliò alla fine.
Giles scoppiò a ridere.
La signora Barrington non prestò attenzione alla reazione del
figlio. «Tua madre deve essere un’ammiratrice di Oscar Wilde.»
«Sì» confermò Deakins. «Però avrei preferito che mi
chiamasse Jack o persino Ernest.»
«Io non me ne preoccuperei» disse la signora Barrington.
«Dopo tutto, Giles è vittima di un affronto simile.»
«Madre, avevi promesso che non…»
«Dovete farvi dire qual è il suo secondo nome» disse,
ignorando la protesta. Siccome Giles non rispose, Harry e
Deakins guardarono la signora Barrington, speranzosi.
«Marmaduke» dichiarò la donna, con un sospiro. «Come suo
padre e suo nonno prima di lui.»
«Se, quando torniamo a scuola, uno di voi lo racconta a
qualcuno» disse Giles, guardando i due amici, «giuro che vi
ammazzo. Non sto scherzando.» I due ragazzi risero.
«Tu, Harry, ce l’hai un secondo nome?» chiese la signora
Barrington.
Harry stava per rispondere quando la porta del salotto si
spalancò e un uomo che nessuno avrebbe potuto scambiare per un
domestico fece il suo ingresso con un grosso pacco. Harry sollevò

73
gli occhi su quello che doveva essere il signor Hugo. Giles si alzò
di scatto e corse incontro al padre, che gli consegnò il pacco e
disse: «Buon compleanno, figlio mio».
«Grazie, papà» disse Giles, per poi mettersi immediatamente a
sciogliere il nastro.
«Prima di aprire il tuo regalo, Giles» disse la madre, «forse è
il caso di presentare i tuoi amici al papà.»
«Scusa, papà. Ti presento i miei due migliori amici, Deakins e
Harry» disse Giles, posando il regalo sul tavolo. Harry notò che il
padre di Giles aveva la medesima struttura atletica e la stessa
energia instancabile che lui aveva ipotizzato fosse una prerogativa
unica del figlio.
«Piacere, Deakins» disse il signor Barrington, stringendogli
la mano. A quel punto, si rivolse a Harry. «Buon pomeriggio,
Clifton» aggiunse, prima di accomodarsi sulla poltrona vuota
accanto alla moglie. Harry era sorpreso che il signor Barrington
non avesse stretto la mano anche a lui. E come faceva a sapere
che il suo cognome era Clifton?
Una volta che il vice-maggiordomo ebbe servito una tazza di
tè al signor Barrington, Giles scartò il regalo e cacciò un grido di
gioia quando vide la radio Roberts. Inserì la spina in una presa
nel muro e sintonizzò l’apparecchio su varie stazioni. I ragazzi
applaudirono e risero di fronte a ogni suono emesso dalla grossa
scatola di legno.
«Giles mi dice che ha ottenuto il secondo punteggio in
Matematica, quest’anno» disse la signora Barrington,
rivolgendosi al marito.
«Il che non bilancia la sua posizione in fondo alla graduatoria
praticamente in tutte le altre materie» ribatté lui. Giles tentò di
dissimulare l’imbarazzo, cercando un’altra stazione sulla sua

74
radio.
«Ma avreste dovuto vedere il gol che ha segnato contro
l’Avonhurst» intervenne Harry. «Siamo tutti convinti che l’anno
prossimo diventerà il capitano della squadra.»
«I gol non gli apriranno le porte di Eton» disse il signor
Barrington, senza guardare Harry. «È ora che il ragazzo si
rimbocchi le maniche e si impegni maggiormente.»
Per un po’, nessuno parlò, finché la signora Barrington ruppe
il silenzio. «Sei tu il Clifton che canta nel coro della St Mary
Redcliffe?» chiese.
«Harry è il soprano solista» disse Giles. «In realtà è un
borsista del coro.»
Harry si accorse che ora il padre di Giles lo stava fissando.
«Sapevo di averti riconosciuto» disse la signora Barrington.
«Il nonno di Giles e io abbiamo assistito all’esecuzione del
Messia alla chiesa di St Mary, quando il coro della St Bede’s ha
unito le forze con la Bristol Grammar School. Il tuo Io so che il
mio Redentore vive è stato davvero fantastico, Harry.»
«Grazie, signora Barrington» disse Harry, arrossendo.
«Speri di andare alla Bristol Grammar School dopo la St
Bede’s, Clifton?» chiese il signor Barrington.
Di nuovo Clifton, pensò Harry. «Solo se mi aggiudicherò una
borsa di studio, signore» rispose.
«Ma perché è tanto importante?» chiese la signora
Barrington. «Di certo ti verrà offerto un posto, come a qualsiasi
altro ragazzo…»
«Perché mia madre non si potrebbe permettere la tassa di
iscrizione, signora Barrington. Fa la cameriera al Royal Hotel.»
«Ma tuo padre non…»
«È morto» disse Harry. «È rimasto ucciso in guerra.» Osservò

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attentamente il signor Barrington per vedere come avrebbe
reagito, ma l’uomo, come un bravo giocatore di poker, non tradì
la minima emozione.
«Mi dispiace» disse la signora Barrington. «Non l’avevo
capito.»
La porta si aprì alle spalle di Harry e il vice-maggiordomo
entrò con una torta di compleanno a due strati su un vassoio
d’argento, che posò al centro del tavolo. Dopo che Giles ebbe
spento tutte le dodici candeline in un soffio, tutti applaudirono.
«E quand’è il tuo compleanno, Clifton?» chiese il signor
Barrington.
«È stato il mese scorso, signore» rispose Harry.
Il signor Barrington distolse lo sguardo.
Il vice-maggiordomo tolse le candeline prima di consegnare al
padroncino un grande coltello. Giles lo affondò nella torta e mise
cinque fette irregolari sui piattini che la domestica aveva
sistemato sul tavolo.
Deakins divorò i grumi di glassa caduti sul suo piatto, prima
di mangiare un boccone di torta. Harry seguì l’esempio della
signora Barrington. Raccolse la forchettina d’argento che si
trovava accanto al piatto, utilizzandola per staccare un pezzettino
di torta prima di rimetterla sul piatto.
Solo il signor Barrington non toccò la torta. D’un tratto,
senza preavviso, si alzò e se ne andò senza aggiungere una sola
parola.
La madre di Giles non tentò neppure di nascondere la
sorpresa per il comportamento del marito, ma non disse nulla.
Harry non staccò mai gli occhi dal signor Hugo che abbandonava
la stanza, mentre Deakins, che aveva finito la sua fetta, tornò a
concentrarsi sui sandwich al salmone affumicato, chiaramente

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incurante di ciò che gli stava succedendo intorno.
Una volta che la porta si fu chiusa, la signora Barrington
continuò a chiacchierare come se non fosse successo nulla di
insolito. «Sono certa che otterrai una borsa di studio per accedere
alla Bristol Grammar, Harry, soprattutto in considerazione di ciò
che Giles mi ha detto sul tuo conto. È evidente che sei un ragazzo
molto intelligente, oltre che un cantante di talento.»
«Giles ha in effetti la tendenza a esagerare, signora
Barrington» disse Harry. «Le posso assicurare che solo Deakins è
sicuro di ottenere una borsa di studio.»
«Ma la BGS non offre sussidi per gli studenti di musica?»
chiese.
«Non per le voci bianche» disse Harry. «Non si
prenderebbero mai un rischio simile.»
«Non sono sicura di capire» disse la signora Barrington.
«Nulla può cancellare gli anni di esercizio che ti sei sobbarcato
in seno alla corale.»
«Vero, però purtroppo nessuno può prevedere cosa succederà
quando cambi voce. Alcune voci bianche finiscono per
trasformarsi in bassi o baritoni e quelle davvero fortunate
diventano tenori, ma non lo si può sapere prima.»
«Perché no?» chiese Deakins, mostrando interesse per la
prima volta.
«Ci sono tante voci bianche soliste che non riescono
nemmeno a trovare un posto nel coro locale, una volta che hanno
cambiato voce. Chiedete al maestro Ernest Lough. Ogni famiglia
inglese lo ha sentito cantare Ascolta la mia preghiera ma, dopo
che ha cambiato voce, nessuno lo ha mai più sentito nominare.»
«Dovrai solo impegnarti di più» disse Deakins tra un boccone
e l’altro. «Non scordarti che la scuola secondaria assegna dodici

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borse di studio all’anno e che io me ne posso aggiudicare solo
una» aggiunse, in tono prosaico.
«Ma il problema è proprio quello» obiettò Harry. «Se dovrò
impegnarmi di più, dovrò rinunciare al coro e, senza la diaria,
sarei costretto ad abbandonare la St Bede’s, per cui…»
«Sei tra l’incudine e il martello» disse Deakins.
Harry quell’espressione non l’aveva mai sentita e decise che
più tardi avrebbe chiesto a Deakins cosa significasse.
«Be’, una cosa è certa» disse la signora Barrington. «È
improbabile che Giles ottenga una borsa di studio per accedere a
una scuola.»
«Forse è vero» disse Harry. «Però, è improbabile che la
Bristol Grammar rifiuti un battitore mancino del suo calibro.»
«In tal caso, dovremo sperare che Eton la pensi allo stesso
modo» disse la signora Barrington, «perché è lì che suo padre
vuole che vada.»
«Non voglio andare a Eton» disse Giles, posando la forchetta.
«Io voglio andare alla BGS e stare con i miei amici.»
«Sono certo che a Eton ti faresti un sacco di nuovi amici»
disse sua madre. «E sarebbe una grande delusione per tuo padre
se non seguissi le sue orme.»
Il vice-maggiordomo tossì. La signora Barrington guardò
fuori dalla finestra e vide un’automobile fermarsi davanti ai
gradini. «Penso che sia ora che torniate tutti a scuola» disse.
«Non voglio certo che, per colpa mia, qualcuno di voi giunga in
ritardo per l’ora di studio.»
Harry lanciò uno sguardo colmo di desiderio al piatto di
sandwich e alla torta di compleanno non finita, poi si alzò con
riluttanza dal suo posto e si avviò verso la porta. Si voltò un
attimo e avrebbe giurato di aver visto Deakins infilarsi un

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sandwich in tasca. Diede un’ultima occhiata fuori dalla finestra e
fu sorpreso di notare, per la prima volta, una ragazzina
dinoccolata dai lunghi codini, impegnata a leggere un libro in un
angolo.
«Lei è Emma, la mia atroce sorella» disse Giles. «Non la
smette mai di leggere. Ignorala e basta.» Harry sorrise a Emma,
ma lei non alzò gli occhi. Deakins non la degnò di uno sguardo.
La signora Barrington accompagnò i tre ragazzi al portone,
dove strinse le mani di Harry e Deakins. «Spero proprio che
torniate presto» disse. «Esercitate un’influenza davvero positiva
su Giles.»
«Grazie mille per averci ospitati per il tè, signora Barrington»
si congedò Harry. Deakins si limitò ad annuire. I due ragazzi
distolsero lo sguardo quando la donna abbracciò il figlio e gli
diede un bacio.
Mentre l’autista imboccava il lungo vialetto verso il cancello,
Harry guardò la casa dal lunotto posteriore. Non notò Emma che,
dalla finestra, fissava l’automobile ormai sul punto di sparire.

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7

Lo spaccio della scuola era aperto dalle sedici alle diciotto di


ogni martedì e giovedì.
Harry visitava di rado l’Emporio, come lo chiamavano i
ragazzi, disponendo solo di due scellini a trimestre per le sue
spese e sapendo che la madre non avrebbe apprezzato che sul
conto di fine trimestre comparisse qualche piccolo extra.
Tuttavia, in occasione del compleanno di Deakins, Harry fece
un’eccezione per regalare una barretta mou da un centesimo
all’amico.
Malgrado le rare visite di Harry allo spaccio, ogni martedì e
giovedì sera sul suo scrittoio c’era una barretta di cioccolato
Fry’s Five Boys. A dispetto della regola della scuola che vietava a
ciascun ragazzo di spendere più di sei centesimi alla settimana
allo spaccio, Giles lasciava anche un pacchetto di Allsorts alla
liquirizia per Deakins, mettendo in chiaro a beneficio dei suoi
amici che non si aspettava nulla in cambio.
Quando quel martedì Harry giunse allo spaccio, si unì a una
lunga fila di ragazzi che attendevano di essere serviti. Gli venne
l’acquolina in bocca fissando le file ordinate di cioccolato, mou,
gelatine, liquirizia e patatine Smiths, la moda del momento.

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Pensò di comprarsene una busta ma, dato che aveva da poco
conosciuto il signor Wilkins Micawber, non aveva più dubbi sul
valore di sei centesimi.
Mentre Harry sbavava sui tesori dell’Emporio, udì la voce di
Giles e notò che era in fila, qualche posto più avanti di lui. Stava
per salutare l’amico quando lo vide prendere una barretta di
cioccolato da uno scaffale e infilarsela in una tasca dei pantaloni.
Qualche istante dopo, un pacchetto di gomme da masticare fece
la stessa fine. Quando Giles raggiunse la testa della fila, posò sul
bancone una scatola di Allsorts alla liquirizia, due centesimi, e
un sacchetto di patatine, un centesimo, che il signor Swivals, il
professore che gestiva lo spaccio, annotò in bella calligrafia nel
libro mastro accanto al nome di Barrington. Gli altri due articoli
rimasero nella tasca di Giles e non furono conteggiati.
Harry era inorridito e, prima che Giles si voltasse, sgattaiolò
fuori dallo spaccio, non volendo farsi vedere dall’amico. Harry
camminò lentamente lungo il perimetro della scuola, cercando di
capire perché mai Giles volesse rubare qualcosa, quando poteva
permettersi di pagare. Ipotizzò che dovesse esserci una
spiegazione semplice, anche se non riusciva a immaginare quale.
Harry salì nel suo studio appena prima dell’ora dei compiti e
trovò sullo scrittoio la barretta di cioccolato sgraffignata e
Deakins con le mani nella scatola di Allsorts alla liquirizia. Ebbe
qualche difficoltà a concentrarsi sulle cause della Rivoluzione
industriale mentre cercava di stabilire il da farsi riguardo a quella
scoperta, sempre che ci fosse qualcosa da fare.
Alla fine dell’ora dei compiti, aveva preso una decisione.
Sistemò la barretta di cioccolato ancora chiusa nel cassetto
superiore dello scrittoio: l’avrebbe riportata allo spaccio giovedì,
senza dirlo a Giles.

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Quella notte Harry non dormì e, dopo colazione, prese
Deakins da parte e gli spiegò perché non gli aveva fatto un regalo
di compleanno. Deakins non riuscì a celare la sua incredulità.
«Mio papà ha avuto lo stesso problema nel suo negozio»
disse Deakins. «Si chiama taccheggio. Il Daily Mail lo imputa
alla Depressione.»
«Non credo che la famiglia di Giles sia stata particolarmente
colpita dalla Depressione» replicò Harry con foga.
Deakins annuì, pensieroso. «Forse dovresti dirlo a Frob…»
«Fare la spia ai danni del mio migliore amico? Mai.»
«Ma, se Giles viene beccato, rischia l’espulsione» ribatté
Deakins. «Il minimo che tu possa fare è avvertirlo che hai
scoperto che cosa sta combinando.»
«Ci penserò» disse Harry. «Però, nel frattempo, restituirò allo
spaccio qualsiasi cosa mi dia Giles, senza farglielo sapere.»
Deakins si protese verso di lui. «Ti spiace riportare anche la
mia roba?» sussurrò. «Allo spaccio non ci vado mai e, dunque,
non saprei cosa fare.»
Harry accettò l’incarico e, da quel momento, andò allo
spaccio due volte alla settimana e risistemò i doni indesiderati di
Giles sugli scaffali. Aveva concluso che Deakins aveva ragione e
che avrebbe dovuto affrontare l’amico prima che venisse sorpreso,
però decise di rimandare alla fine dell’anno scolastico.
«Bel colpo, Barrington» disse il signor Frobisher mentre la
palla superava il boundary. Un’ondata di applausi si riversò
intorno al campo. «Si segni quello che sto per dire, preside:
Barrington giocherà per Eton contro Harrow al Lord’s.»
«Non se Giles avrà voce in capitolo» sussurrò Harry a
Deakins.
«Cosa farai durante le vacanze estive, Harry?» chiese

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Deakins, apparentemente incurante di ciò che gli stava
succedendo intorno.
«Quest’anno non ho in programma di andare a fare un viaggio
in Toscana, se intendevi chiedermi questo» rispose Harry con un
sorrisino.
«Non credo che nemmeno Giles abbia davvero voglia di
andarci» disse Deakins. «Dopo tutto, gli italiani non hanno mai
capito il cricket.»
«Be’, farei volentieri a cambio con lui. Non mi infastidisce
che Michelangelo, Da Vinci e Caravaggio non abbiano mai
appreso i segreti dei lanci a effetto, per non parlare di tutta la
pasta in cui gli toccherà sguazzare.»
«Allora, dove andrai?» chiese Deakins.
«Una settimana sulla riviera occidentale» disse Harry
spavaldamente. «Di solito il pezzo forte è il gran molo di Weston-
super-Mare, seguito da fish and chips al caffè Coffins. Ti va di
unirti a me?»
«Non ne avrei il tempo» disse Deakins, chiaramente convinto
che Harry dicesse sul serio.
«E perché?» chiese lui, stando al gioco.
«Troppo lavoro da fare.»
«Intendi metterti a lavorare durante le vacanze?» chiese Harry,
incredulo.
«Il lavoro è una vacanza per me» disse Deakins. «Mi piace
tanto quanto a Giles piace il cricket e a te il canto.»
«Ma dov’è che lavori?»
«Alla biblioteca municipale, zuccone. Ha tutto quello che mi
serve.»
«Posso venire anch’io?» chiese Harry, con un tono altrettanto
serio. «Mi serve tutto l’aiuto possibile se voglio avere una chance

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di ottenere una borsa di studio per la BGS.»
«Solo se accetti di restare sempre in silenzio» disse Deakins.
Harry avrebbe riso, ma sapeva che l’amico prendeva il lavoro
molto sul serio. «Però ho un bisogno disperato d’aiuto con la
grammatica latina» disse invece. «Continuo a non capire la
consecutiva, figuriamoci i congiuntivi, e, se non riesco a
raggiungere la sufficienza nello scritto di Latino, sono fritto,
anche se faccio bene in tutte le altre materie.»
«Sono disposto a darti una mano in Latino» disse Deakins,
«se, in cambio, mi fai un favore.»
«Spara, anche se faccio fatica a credere che tu voglia fare il
solista nei canti di Natale di quest’anno.»
«Bel colpo, Barrington» ripeté il signor Frobisher. Harry si
unì agli applausi. «È il suo terzo mezzo century quest’anno,
preside» aggiunse il signor Frobisher.
«Fa’ la persona seria, Harry» disse Deakins. «La verità è che
mio papà ha bisogno di qualcuno che si occupi del giro di
consegna del giornale del mattino durante le vacanze estive e io
gli ho consigliato te. La paga è uno scellino alla settimana e il
lavoro è tuo, a patto che tu ti presenti in negozio ogni mattina alle
sei.»
«Alle sei?» disse Harry in tono sdegnoso. «Quando hai uno
zio che sveglia l’intera casa alle cinque, è l’ultimo dei tuoi
problemi.»
«In tal caso, saresti disposto ad accettare il lavoro?»
«Sì, certo. Ma perché non vuoi occupartene tu? Non si sputa
su uno scellino alla settimana.»
«Non mi ci far pensare» disse Deakins, «ma io non so andare
in bicicletta.»
«Diamine» disse Harry. «Io non ce l’ho neanche, una

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bicicletta.»
«Non ti ho detto che non ho una bicicletta» sospirò Deakins.
«Ho detto che non ci so andare.»
«Clifton» disse il signor Frobisher mentre i giocatori
abbandonavano il campo da cricket per il tè, «vorrei vederti nel
mio studio dopo l’ora dei compiti.»
A Harry il signor Frobisher era sempre piaciuto: era uno dei
pochi professori che lo trattava come un pari. Inoltre non
sembrava fare favoritismi, mentre qualche altro docente gli
lasciava intendere in maniera inequivocabile che al figlio di un
portuale non si sarebbe mai dovuto concedere di varcare il sacro
portale della St Bede’s, a dispetto della qualità della sua voce.
Quando la campanella suonò alla fine dell’ora dei compiti,
Harry posò la penna e attraversò il corridoio per raggiungere lo
studio del signor Frobisher. Non aveva idea del motivo per cui il
direttore del convitto volesse vederlo e non ci aveva pensato un
granché.
Harry bussò alla porta dello studio.
«Avanti» disse la voce di un uomo che non sprecava mai il
fiato.
Harry aprì la porta e fu sorpreso di non essere accolto dal
solito sorriso di Frob.
Quando il ragazzo si fermò davanti alla sua scrivania, lo
squadrò dal basso. «Mi è stato segnalato, Clifton, che da un po’
di tempo compi dei furti allo spaccio.»
Harry tentò di pensare a una risposta che non condannasse
Giles, ma non gli venne in mente proprio nulla.
«Un prefetto ti ha visto prendere degli articoli dagli scaffali»
continuò Frobisher con lo stesso tono di voce inflessibile, «e poi
sgattaiolare fuori dallo spaccio, prima ancora di essere giunto alla

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testa della fila.»
Harry avrebbe voluto dire: «Non li ho presi, signore, li ho
rimessi a posto», ma riuscì solo a dire: «Non ho mai sottratto
nulla dallo spaccio, signore». Malgrado stesse raccontando la
verità, si rese conto che le sue guance stavano arrossendo
ugualmente.
«Allora, come spieghi le tue due visite settimanali
all’Emporio, dato che sul libro mastro del signor Swivals il tuo
nome non compare mai?»
Il signor Frobisher attese con pazienza, ma Harry sapeva che,
se avesse detto la verità, Giles sarebbe stato espulso di certo.
«E questa barretta di cioccolato e questo pacchetto di Allsorts
alla liquirizia sono stati trovati nel primo cassetto del tuo
scrittoio, poco dopo la chiusura dello spaccio.»
Harry posò lo sguardo sui dolci, però rimase in silenzio.
«Attendo una spiegazione, Clifton» disse il signor Frobisher.
Al termine di un’altra lunga pausa, aggiunse: «So bene,
ovviamente, che hai molti meno soldi per le tue spese di quanti ne
abbia uno qualsiasi dei tuoi compagni di classe, ma non è una
scusa per rubare».
«Non ho mai rubato nulla in vita mia.»
Stavolta fu il signor Frobisher ad assumere un’espressione
costernata. Si alzò dietro alla scrivania. «Se così è, Clifton – e io
voglio crederti – tornerai da me dopo le prove del coro e mi
fornirai una spiegazione esauriente di come sei entrato in
possesso di dolciumi che di certo non hai pagato. Se la tua
spiegazione non dovesse risultare soddisfacente, faremo entrambi
visita al preside e non ho alcun dubbio su quale sarà la sua
decisione.»
Harry uscì dalla stanza. Nell’istante in cui si chiuse la porta

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alle spalle, ebbe un attacco di nausea. Tornò nel suo studio,
sperando che Giles non ci fosse. Quando aprì la porta, la prima
cosa che vide fu l’ennesima barretta di cioccolato sul suo
scrittoio.
Giles alzò gli occhi. «Stai bene?» chiese notando il rossore
sul viso di Harry. Lui non rispose. Infilò la barretta di cioccolato
in un cassetto e andò alle prove del coro senza dire una parola a
nessuno dei due amici. Gli occhi di Giles non si staccarono mai
da lui e, quando rimasero soli, chiese con noncuranza a Deakins:
«Che problema ha?». Deakins seguitò a scrivere come se non
avesse udito la domanda. «Non mi hai sentito, zuccone?» disse
Giles. «Perché Harry ha il broncio?»
«So solo che è stato convocato da Frob.»
«Perché?» chiese Giles, con un tono di voce che manifestava
maggiore interesse.
«Non ne ho idea» disse Deakins, senza smettere di scrivere.
Giles si alzò in piedi e raggiunse l’amico dall’altra parte della
stanza. «Perché non me lo dici?» insistette, prendendolo per un
orecchio.
Deakins mollò la penna, si sfiorò nervosamente il ponte degli
occhiali e li spinse sul naso prima di riuscire a dire, con un
gemito: «È finito in un guaio».
«Che tipo di guaio?» chiese Giles, torcendogli l’orecchio.
«Credo che rischi addirittura l’espulsione» piagnucolò
Deakins.
Giles gli mollò l’orecchio e scoppiò a ridere. «Harry
espulso?» disse, in tono sprezzante. «Più facile che il papa si
spreti.» Sarebbe tornato al suo scrittoio se non avesse notato le
goccioline di sudore apparse sulla fronte di Deakins. «Per quale
ragione?» chiese, in tono più sommesso.

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«Frob pensa che abbia rubato qualcosa allo spaccio» disse
Deakins.
Se avesse alzato gli occhi, avrebbe visto Giles sbiancare
completamente. Un istante dopo, udì chiudersi la porta. Prese in
mano la penna e cercò di concentrarsi, ma, per la prima volta in
vita sua, non finì i compiti.
Quando Harry uscì dalle prove del coro, un’ora dopo, vide
Fisher appoggiato al muro, incapace di mascherare un sorriso. Fu
allora che capì chi aveva fatto la spia. Ignorò il prefetto e tornò
lentamente verso il convitto, come se non avesse una sola
preoccupazione al mondo, mentre in realtà si sentiva un uomo in
procinto di salire sul patibolo, ben sapendo che, se non avesse
tradito il suo amico, non sarebbe stato possibile ottenere una
sospensione dell’esecuzione. Esitò, prima di bussare alla porta
del direttore del convitto.
La parola avanti fu pronunciata in modo più delicato rispetto
a prima, ma, quando mise piede nella stanza, Harry fu accolto dal
medesimo sguardo inflessibile. Chinò il capo.
«Ti devo delle sincere scuse, Clifton» disse Frobisher,
alzandosi dietro alla scrivania. «Ora so che il colpevole non eri
tu.»
Il cuore di Harry continuava a battere velocemente, ma la sua
angoscia ora era tutta per Giles. «Grazie, signore» disse, sempre a
capo chino. Aveva tantissime domande da fare a Frob, ma sapeva
che nessuna avrebbe ottenuto risposta.
Il signor Frobisher fece il giro della scrivania e strinse la
mano di Harry, cosa che non aveva mai fatto prima. «Sarà meglio
che ti sbrighi, Clifton, se non vuoi restare senza cena.»
Dopo essere uscito dallo studio di Frobisher, Harry si avviò
lentamente verso il refettorio. Fisher era fermo accanto alla porta

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e sembrava sorpreso. Harry gli passò accanto senza fermarsi e
prese posto all’estremità della panca, accanto a Deakins. Il posto
a sedere di fronte a lui era vuoto.

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8

Giles non si presentò a cena e quella notte non dormì nel suo
letto. Harry aveva il sospetto che, se la St Bede’s non avesse
perso la partita annuale con l’Avonhurst per trentuno run, non
molti ragazzi o persino insegnanti avrebbero notato la sua
assenza.
Ma, purtroppo per Giles, la partita si disputava in casa e tutti
si erano fatti un’idea del motivo per cui il primo battitore della
scuola non aveva preso posto sulla linea di battuta, figurarsi
Fisher, che stava dicendo a chiunque avesse voglia di prestargli
ascolto che era stato sospeso l’uomo sbagliato.
Harry non aveva atteso le vacanze con trepidazione, non solo
perché si era chiesto se avrebbe mai rivisto Giles, ma anche
perché significava fare ritorno al numero 27 di Still House Lane e
dover nuovamente dividere la camera con suo zio Stan, che il più
delle volte rientrava a casa sbronzo.
Dopo aver passato la serata a studiare vecchi esami scritti,
Harry andava a letto verso le dieci. Si addormentava in fretta, per
essere talvolta svegliato dopo la mezzanotte dallo zio, spesso
talmente ubriaco da non trovare il proprio letto. Il rumore di Stan
che cercava di pisciare in un vaso da notte non sempre facendo

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centro sarebbe rimasto impresso nella mente di Harry per il resto
della sua vita.
Una volta che Stan crollava sul letto – di rado si prendeva la
briga di spogliarsi – Harry cercava di addormentarsi per la
seconda volta, per poi venire spesso svegliato qualche minuto
dopo dal suo forte russare ebbro. Avrebbe voluto essere alla St
Bede’s e condividere un dormitorio con altri ventinove ragazzi.
Harry sperava ancora che, in un momento di imprudenza, Stan
si lasciasse sfuggire qualche dettaglio in più sulla morte di suo
padre, ma in genere era troppo sconclusionato per rispondere
anche alle domande più semplici. In una delle rare occasioni in
cui era abbastanza sobrio per parlare, disse a Harry di andare a
farsi fottere e lo avvertì che, se avesse sollevato nuovamente
l’argomento, gliele avrebbe suonate.
L’unica cosa positiva del condividere una camera con Stan era
che non rischiava mai di presentarsi in ritardo per il giro di
consegna dei giornali.
I giorni di Harry in Still House Lane finirono per seguire una
routine precisa: sveglia alle cinque, una fetta di pane tostato per
colazione – non leccava più la scodella dello zio – a rapporto
nella rivendita di giornali del signor Deakins alle sei,
suddivisione dei giornali in pile secondo il giusto ordine,
consegna. L’intera operazione richiedeva grosso modo due ore, il
che gli consentiva di essere di ritorno per una tazza di tè con la
mamma, prima che lei si recasse al lavoro. Intorno alle otto e
mezzo Harry si avviava verso la biblioteca, dove incontrava
Deakins, sempre seduto sul gradino più alto in attesa che
qualcuno aprisse le porte.
Nel pomeriggio Harry si presentava alle prove del coro della
St Mary Redcliffe, un obbligo stabilito dalla St Bede’s. Lui non

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lo aveva mai considerato un obbligo perché cantare gli piaceva
tantissimo. Anzi, in più di un’occasione, aveva sussurrato: «Ti
prego, Signore, quando cambio voce, fammi diventare un tenore e
non ti chiederò mai nient’altro».
Dopo il suo ritorno a casa per il tè, in serata, Harry lavorava
sul tavolo della cucina per un paio d’ore, prima di andare a letto,
temendo il ritorno dello zio quanto aveva temuto quello di Fisher
nella prima settimana alla St Bede’s. Per lo meno, Fisher se n’era
andato alla Colston’s Grammar School, per cui Harry era
convinto che le loro strade non si sarebbero incrociate mai più.
Harry non vedeva l’ora di iniziare l’ultimo anno alla St
Bede’s, per quanto non avesse dubbi su quanto sarebbe cambiata
la sua vita se lui e i due amici avessero finito per prendere strade
diverse: Giles non sapeva dove, Deakins alla Bristol Grammar,
mentre lui, se non fosse riuscito ad aggiudicarsi una borsa di
studio per la BGS, sarebbe probabilmente dovuto tornare alla
Merrywood Elementary e poi, all’età di quattordici anni, avrebbe
abbandonato la scuola e si sarebbe dovuto cercare un lavoro.
Tentò di non pensare alle conseguenze di un fallimento, malgrado
Stan non perdesse occasione per ricordargli che avrebbe pur
sempre potuto trovare lavoro al porto.
«Al ragazzo non avrebbero mai dovuto consentire di andare a
quella scuola di fighetti con la puzza sotto il naso» diceva
regolarmente a Maisie dopo che lei gli aveva piazzato davanti la
sua scodella di porridge. «Gli ha messo in testa strane idee sulla
sua condizione sociale» aggiungeva, come se Harry non fosse lì.
Un’opinione che, secondo lui, Fisher avrebbe condiviso
volentieri, ma, se per quello, era da tempo giunto alla conclusione
che lo zio Stan e Fisher avevano molto in comune.
«Ma non pensi che sia giusto che a Harry venga data la

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possibilità di migliorarsi?» ribatteva Maisie.
«Perché?» diceva Stan. «Se il porto è stato un buon posto per
me e il suo vecchio, perché non dovrebbe esserlo per lui?»
chiedeva, con un tono definitivo che non ammetteva discussioni.
«Forse il ragazzo è più intelligente di te e me» suggeriva
Maisie.
Il che, per un po’, metteva Stan a tacere; ma, dopo un’altra
cucchiaiata di porridge, dichiarava: «Dipende da cosa intendi per
intelligente. Dopo tutto, c’è intelligente e intelligente». Mangiava
un’altra cucchiaiata, ma non aggiungeva nulla alla sua profonda
osservazione.
Harry tagliava la sua fetta di pane tostato in quattro mentre
ascoltava lo zio ripetere la stessa solfa, mattino dopo mattino.
Non parlava mai perché era evidente che Stan aveva già le idee
chiare riguardo al suo futuro e che nulla gli avrebbe fatto
cambiare idea. Ciò che Stan non capiva era che le sue costanti
punzecchiature non facevano altro che spingerlo a impegnarsi di
più.
«Non puoi stare a bighellonare qui tutto il giorno» era il
commento finale di Stan, soprattutto se aveva la sensazione che la
discussione volgesse a suo sfavore. «Qualcuno di noi ha un
lavoro da svolgere» aggiunse un giorno alzandosi da tavola.
Nessuno si prese la briga di dissentire. «E un’altra cosa» disse,
aprendo la porta della cucina. «Nessuno di voi si è accorto che il
ragazzo si è rammollito. Non lecca neppure più la mia scodella di
porridge. Dio solo sa cosa gli hanno insegnato in quella scuola.»
E la porta sbatté alle sue spalle.
«Non badare a tuo zio» gli disse la madre. «È solo geloso.
Non gli piace il fatto che siamo tutti così fieri di te. E persino lui
dovrà cambiare registro quando ti aggiudicherai quella borsa di

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studio, proprio come il tuo amico Deakins.»
«Ma è quello il problema, mamma» disse Harry. «Io non sono
Deakins e sto iniziando a chiedermi se ne valga la pena.»
Il resto della famiglia fissò Harry, in un silenzio carico di
incredulità, finché il nonno fece sentire la sua voce per la prima
volta dopo giorni. «Rimpiango di non avere avuto l’opportunità
di andare alla Bristol Grammar School.»
«Perché dici così, nonno?» gridò Harry.
«Perché, se così fosse stato, non saremmo stati costretti a
vivere con tuo zio Stan per tutti questi anni.»
A Harry piaceva il giro mattutino di consegna dei giornali, e
non solo perché lo faceva uscire di casa. Con il passare delle
settimane, finì per conoscere parecchi clienti abituali del signor
Deakins, alcuni dei quali lo avevano sentito cantare alla St
Mary’s e lo salutavano quando lui consegnava loro il giornale,
mentre altri gli offrivano una tazza di tè e a volte addirittura una
mela. Il signor Deakins lo aveva avvertito che c’erano due cani da
evitare durante il suo giro; in meno di due settimane, entrambi gli
scodinzolavano quando smontava dalla bicicletta.
Harry fu felicissimo di scoprire che il signor Holcombe era un
cliente abituale del signor Deakins e spesso, quando al mattino
lasciava la sua copia del Times, scambiava due chiacchiere con
lui. Il suo primo insegnante non fece mistero a Harry che non
avrebbe voluto vederlo tornare alla Merrywood e aggiunse che, se
avesse avuto bisogno di lezioni private, sarebbe stato libero quasi
tutte le sere.
Quando Harry tornava dopo il giro, il signor Deakins gli
infilava sempre una barretta di cioccolato Fry’s nella cartella,
prima di congedarlo. Gli ricordava Giles. Si chiedeva spesso cosa
ne fosse stato del suo amico. Né lui né Deakins avevano sue

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notizie dal giorno in cui il signor Frobisher aveva chiesto di
vedere Harry al termine dell’ora di studio. Prima di lasciare il
negozio per tornarsene a casa, si fermava sempre davanti alla
vetrina per ammirare un orologio che sapeva che non si sarebbe
mai potuto permettere. Non si era nemmeno preso la briga di
chiedere al signor Deakins quanto costasse.
Nella routine settimanale di Harry c’erano soltanto due
evasioni regolari. Cercava sempre di trascorrere il sabato mattina
con il Vecchio Jack, portandogli copie di tutti i numeri del Times
della settimana precedente, e, la domenica sera, dopo aver svolto
il proprio dovere alla St Mary’s, correva dall’altra parte della città
per raggiungere la Sacra Natività in tempo per il Vespro.
L’ormai gracile signorina Monday era raggiante d’orgoglio
durante la parte solista della voce bianca. Sperava solo di vivere
abbastanza a lungo per vedere Harry approdare a Cambridge.
Aveva intenzione di parlargli del coro del King’s College, ma non
prima che lui si fosse assicurato un posto alla Bristol Grammar.
«Il signor Frobisher ti nominerà prefetto?» chiese il Vecchio
Jack, ancor prima che Harry si fosse lasciato cadere sul solito
sedile, sul lato opposto del vagone.
«Non ne ho idea» rispose Harry. «Ecco cosa dice sempre
Frob» aggiunse, strattonandosi i baveri, «“Clifton, nella vita si
ottiene ciò che si merita, niente di più e certamente niente di
meno”.»
Il Vecchio Jack rise e si trattenne dal dire: «Non male, questa
imitazione di Frob», accontentandosi di: «In tal caso, scommetto
che tu stia per diventare prefetto».
«Preferirei ottenere una borsa di studio per la BGS» disse
Harry, una frase che lo fece sembrare improvvisamente più
vecchio dei suoi anni.

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«E che mi dici dei tuoi amici, Barrington e Deakins?» chiese
il Vecchio Jack, tentando di alleggerire l’atmosfera. «Anche loro
sono destinati a traguardi più alti?»
«Deakins non verrà mai fatto prefetto» disse Harry. «Non è in
grado di occuparsi nemmeno di se stesso, figurarsi di qualcun
altro. A ogni buon conto, lui spera di fare l’addetto alla biblioteca
e, siccome nessun altro aspira a quell’incarico, il signor
Frobisher non dovrebbe perdere troppo sonno su quella nomina.»
«E Barrington?»
«Non sono sicuro che torni per il prossimo anno scolastico»
disse Harry in tono nostalgico. «E, se anche dovesse tornare,
sono certo che non lo nomineranno prefetto.»
«Non sottovalutare suo padre. Quell’uomo avrà senz’altro
trovato un modo per far sì che il figlio torni il primo giorno
dell’anno scolastico. E non scommetterei sul fatto che non
diventi prefetto.»
«Speriamo che lei abbia ragione.»
«E, se ho ragione, presumo che poi seguirà suo padre a Eton,
giusto?»
«Non se sarà lui a decidere. Giles preferirebbe andare alla
BGS con me e Deakins.»
«Se non entra a Eton, è improbabile che gli offrano un posto
in quella scuola umanistica. L’esame di ammissione è uno dei più
duri del paese.»
«Mi ha detto che ha un piano.»
«Sarà meglio che sia un buon piano, se spera di fregare suo
padre, oltre che gli esaminatori.»
Harry non commentò.
«Come sta tua madre?» chiese il Vecchio Jack cambiando
argomento, dato che era chiaro che il ragazzo non voleva

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spingersi oltre su quel tema.
«Ha appena ricevuto una promozione. Ora è responsabile di
tutte le cameriere del ristorante Palm Court ed è alle dirette
dipendenze del signor Frampton, il direttore dell’albergo.»
«Devi essere molto fiero di lei» disse il Vecchio Jack.
«Sì, è vero, signore. E lo dimostrerò.»
«Cos’hai in mente?»
Harry gli rivelò il suo segreto. Il vecchio lo ascoltò con
attenzione, esprimendo la sua approvazione con un cenno di
quando in quando. Vedeva un problemino, ma non era
insormontabile.
Quando Harry tornò al negozio, dopo aver completato
l’ultimo giro di consegne prima del rientro a scuola, il signor
Deakins gli diede uno scellino extra. «Sei il miglior garzone che
abbia mai avuto» disse.
«Grazie, signore» disse Harry, accettando i soldi. «Signor
Deakins, posso farle una domanda?»
«Sì, certo, Harry.»
Harry si avvicinò alla vetrinetta, dove due orologi erano in
mostra, uno accanto all’altro, sullo scaffale più alto. «Quanto
costa quello?» chiese, indicando l’Ingersoll.
Il signor Deakins sorrise. Da alcune settimane attendeva che
Harry gli facesse quella domanda e si era preparato bene la
risposta. «Sei scellini» disse.
Harry era incredulo. Era convinto che un oggetto così bello
costasse più del doppio di quella cifra. Però, malgrado ogni
settimana avesse messo da parte metà dei suoi guadagni e
nonostante il bonus che il signor Deakins gli aveva dato,
continuava a mancargli uno scellino.
«Harry, sai che è un orologio da donna, vero?» disse il signor

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Deakins.
«Sì, signore. Speravo di regalarlo a mia madre.»
«In tal caso, puoi averlo per cinque scellini.»
Harry stentava a crederci.
«Grazie, signore» disse, consegnandogli quattro scellini, una
moneta da sei centesimi, una da tre centesimi e tre da un
centesimo, restando con le tasche vuote.
Il signor Deakins estrasse l’orologio dalla vetrinetta, tolse
con discrezione l’etichetta del prezzo – sedici scellini – e lo mise
in un cofanetto.
Harry uscì dal negozio fischiettando. Il signor Deakins sorrise
e infilò la banconota da dieci scellini nel registratore di cassa,
felicissimo di aver rispettato la sua parte dell’affare.

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9

La campanella suonò.
«Ora di svestirsi» disse il prefetto di turno nel dormitorio dei
nuovi, la prima sera dell’anno scolastico. Harry pensò che
sembravano tutti così minuti e depressi. Era evidente che un paio
di loro faticavano a trattenere le lacrime, mentre altri si
guardavano intorno, incerti su cosa fare subito dopo. Un ragazzo
fissava il muro e tremava. Harry si affrettò a raggiungerlo.
«Come ti chiami?» gli chiese gentilmente.
«Stevenson.»
«Bene, io sono Clifton. Benvenuto alla St Bede’s.»
«E io sono Tewkesbury» disse un ragazzo che stazionava
sulla sponda opposta del letto di Stevenson.
«Benvenuto alla St Bede’s, Tewkesbury.»
«Grazie, Clifton. In effetti, mio padre e mio nonno sono stati
qui, prima di accedere a Eton.»
«Non ne dubito» disse Harry. «E scommetto che hanno
guidato Eton contro Harrow al Lord’s» aggiunse, pentendosi
subito di averlo detto.
«No, mio padre era un vogatore» ribatté Tewkesbury, «non un
giocatore di cricket.»

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«Un vogatore?» disse Harry.
«È stato capitano di Oxford nella regata contro Cambridge.»
Stevenson scoppiò in lacrime.
«Che succede?» chiese Harry, sedendosi accanto a lui sul
letto.
«Mio papà è un conducente di tram.»
Tutti gli altri smisero di disfare le valigie e fissarono
Stevenson.
«Davvero?» disse Harry. «In tal caso, sarà meglio che ti sveli
un segreto» aggiunse, a voce sufficientemente alta perché ogni
ragazzo del dormitorio udisse le sue parole. «Io sono figlio di un
portuale. Non sarei sorpreso se scoprissi che sei il nuovo
studente del coro.»
«No» disse Stevenson. «Sono uno studente con borsa di
studio generale.»
«Le mie più vive congratulazioni» disse Harry, stringendogli
la mano. «Sei l’ultimo di una tradizione lunga e nobile.»
«Grazie. Ma ho un problema» disse il ragazzo, con un filo di
voce.
«Sarebbe a dire, Stevenson?»
«Sono senza dentifricio.»
«Non preoccuparti, vecchio mio» disse Tewkesbury, «mia
madre me ne infila sempre uno di scorta nella valigia.»
Harry sorrise, mentre la campanella suonava di nuovo. «Tutti
a letto» disse con voce ferma, attraversando il dormitorio in
direzione della porta.
Udì una voce sussurrare: «Grazie per il dentifricio».
«Non ci pensare, vecchio mio.»
«E adesso» disse Harry spegnendo la luce, «non voglio
sentire una parola in più da nessuno di voi finché non suona la

100
campanella delle sei e mezzo di domattina.» Attese qualche
istante prima di sentire qualcuno sussurrare. «Dicevo sul serio:
non una parola in più.» Sorrise scendendo le scale per
raggiungere Deakins e Barrington nello studio dei prefetti
anziani.
Due cose avevano sorpreso Harry al suo ritorno alla St
Bede’s. Non aveva nemmeno varcato il portone di ingresso che il
signor Frobisher lo aveva preso da parte.
«Congratulazioni, Clifton» aveva detto a bassa voce.
«L’annuncio verrà fatto solo dopo l’assemblea di domattina, ma
sarai il nuovo capitano della scuola.»
«Avrebbe dovuto esserlo Giles» disse Harry, senza pensarci.
«Barrington sarà il capitano sportivo e…»
Harry aveva fatto un salto udendo la notizia che il suo amico
sarebbe tornato alla St Bede’s. Il Vecchio Jack aveva ragione
quando aveva detto che il signor Hugo avrebbe trovato il modo
per far tornare il figlio al primo giorno di scuola.
Quando Giles mise piede nel salone, qualche istante dopo, i
due ragazzi si strinsero la mano e Harry non fece mai la minima
allusione all’argomento che doveva essere stato nei pensieri di
entrambi.
«Come sono i nuovi microbi?» chiese Giles mentre Harry
entrava nello studio.
«Ce n’è uno che mi ricorda te» disse Harry.
«Tewkesbury, senza dubbio.»
«Lo conosci?»
«No, ma mio papà è stato a Eton nello stesso periodo in cui
c’era suo padre.»
«Gli ho detto che ero il figlio di un portuale» disse Harry,
abbandonandosi sull’unica poltrona comoda della stanza.

101
«Sul serio? E lui ti ha detto che è il figlio di un ministro del
governo?»
Harry non replicò.
«Ce ne sono altri che è il caso che io tenga d’occhio?» chiese
Giles.
«Stevenson. È un incrocio fra Deakins e il sottoscritto.»
«In tal caso, sarà meglio sigillare la porta della scala
antincendio prima che cerchi di svignarsela.»
Harry pensava spesso a dove sarebbe stato se il Vecchio Jack
quella notte non lo avesse convinto a far ritorno alla St Bede’s.
«Qual è la nostra prima lezione domani?» chiese Harry,
controllando l’orario scolastico.
«Latino» disse Deakins. «Ed è per questo che sto facendo un
ripasso della Prima guerra punica insieme a Giles.»
«Dal 264 al 241 avanti Cristo» disse Giles.
«Scommetto che ti piace» commentò Harry.
«Sì» confermò Giles, «e non vedo l’ora di passare al suo
sequel, la Seconda guerra punica.»
«Dal 218 al 201 avanti Cristo» disse Harry.
«Trovo straordinario il fatto che i greci e i romani
sembrassero sapere esattamente quando sarebbe nato Cristo»
osservò Giles.
«Oh, oh, oh» disse Harry.
Deakins non rise e aggiunse: «E, per finire, dovremo
considerare la Terza guerra punica, dal 149 al 146 avanti Cristo».
«È davvero necessario conoscerle tutte e tre?» chiese Giles.
La chiesa di St Mary Redcliffe era zeppa di semplici cittadini,
studenti e docenti, giunti per celebrare una funzione dell’Avvento
che prevedeva otto letture e altrettanti canti natalizi. La corale
fece il suo ingresso dalla navata centrale e avanzò lentamente

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lungo il corridoio, cantando Adeste fideles, prima di prendere
posto nei banchi del coro.
Il preside lesse la prima lezione, a cui seguì O Little Town of
Betlehem. Il programma della funzione prevedeva che il solista
della terza strofa fosse il maestro Harry Clifton.
«How silently, how silently, the wondrous gift is given, while
God…» La madre di Harry sedeva orgogliosa in terza fila, mentre
la vecchia accanto a lei avrebbe voluto annunciare a tutti i
presenti che stavano ascoltando suo nipote. L’uomo sull’altro lato
di Maisie non sentiva una parola, ma non lo si sarebbe mai detto,
a giudicare dal sorriso beato che sfoggiava. Lo zio Stan non c’era.
Il capitano delle squadre sportive fece la seconda lettura e,
quando Giles tornò al suo posto, Harry notò che era accanto a un
uomo distinto con una testa di capelli argentei, che ipotizzò fosse
Sir Walter Barrington. Giles una volta gli aveva detto che il
nonno viveva in una casa ancora più grande della sua, ma Harry
non pensava che fosse possibile. Sull’altro fianco di Giles
sedevano sua madre e suo padre. La signora Barrington gli
sorrise, mentre il signor Barrington non rivolse mai lo sguardo
dalla sua parte.
Quando l’organo attaccò il preludio di We Three Kings,
l’assemblea si alzò in piedi e cantò con passione. La lettura
successiva fu fatta dal signor Frobisher, dopodiché fu la volta di
quello che la signorina Monday aveva anticipato come il
momento clou della funzione. L’assemblea dei fedeli, forte di un
migliaio di persone, restò immobile quando Harry cantò Astro del
ciel con una espressività e una sicurezza che strapparono un
sorriso persino al preside.
L’addetto alla biblioteca fece la lettura seguente. Harry gli
aveva già insegnato diverse volte le parole di San Marco. Deakins

103
aveva tentato di sottrarsi a quel compito ingrato, come l’aveva
descritto a Giles, ma il signor Frobisher aveva insistito: la quarta
lettura veniva sempre fatta dal bibliotecario. Deakins non era
Giles, però non andò male. Harry gli strizzò l’occhio mentre
trascinava i piedi per tornare al suo posto accanto ai genitori.
A quel punto, il coro si alzò in piedi per cantare In dulci
jubilo, mentre l’assemblea restava seduta. Harry considerava quel
canto uno dei più impegnativi del repertorio, per via delle
armonie atipiche.
Il signor Holcombe chiuse gli occhi per udire in maniera più
limpida lo studente anziano del coro. Harry stava cantando Now
Let All Hearts Be Singing quando gli parve di avvertire una lieve,
quasi impercettibile imperfezione nella voce. Ipotizzò che Harry
avesse il raffreddore. La signorina Monday aveva capito tutto:
quei primi segnali li aveva già sentiti tante volte. Pregò di essersi
sbagliata, ma sapeva che la sua preghiera sarebbe rimasta
inesaudita. Harry avrebbe portato a termine il resto della funzione
e solo un manipolo di persone si sarebbe reso conto di quanto
accaduto, e lui sarebbe addirittura stato in grado di andare avanti
ancora per qualche settimana, magari qualche mese, ma a Pasqua
un altro bambino avrebbe cantato: «Inneggiamo, il Signor non è
morto».
Il vecchio arrivato pochi istanti dopo l’inizio della funzione
era tra quelli che non avevano il minimo dubbio sull’accaduto. Il
Vecchio Jack se ne andò poco prima che il vescovo impartisse la
benedizione finale. Sapeva che Harry non sarebbe stato in grado
di fargli visita fino al sabato seguente, cosa che gli avrebbe dato il
tempo di capire come rispondere alla domanda inevitabile.
«Posso scambiare due parole in privato con te, Clifton?»
chiese il signor Frobisher quando suonò la campanella che

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segnava la fine dell’ora dei compiti. «Potresti raggiungermi nel
mio studio.»
Harry non si era certo scordato l’ultima occasione in cui
aveva sentito una richiesta simile.
Quando Harry chiuse la porta dello studio, il direttore del
convitto lo invitò con un cenno ad accomodarsi su una sedia
vicino al camino, cosa che non aveva mai fatto. «Harry» – anche
quella era una prima volta – «volevo solo assicurarti che il fatto
che tu non sia più in grado di cantare nel coro non influirà
sull’indennità che ricevi. Qui alla St Bede’s sappiamo bene che il
contributo che hai fornito alla vita della scuola si spinge ben oltre
la cappella.»
«Grazie, signore» disse Harry.
«Tuttavia, ora dobbiamo considerare il tuo futuro.
L’insegnante di musica mi dice che passerà del tempo prima che
la tua voce si riprenda del tutto e temo che per te ciò significhi
guardare con realismo alle probabilità di ottenere una borsa di
studio per il coro della Bristol Grammar School.»
«Le mie probabilità sono nulle» ribatté Harry con calma.
«Ne devo convenire» disse Frobisher. «È un sollievo vedere
che capisci la situazione. Però» continuò, «sarei felice di
proporre il tuo nome per una borsa di studio aperta alla BGS.
Tuttavia» aggiunse, prima che Harry avesse il tempo di
rispondere, «date le circostanze, forse è il caso che tu prenda in
considerazione il fatto che avresti maggiori probabilità di vederti
offrire una borsa di studio, diciamo… alla Colston’s School o al
King’s College Gloucester, che prevedono esami di ammissione
molto meno impegnativi.»
«No, grazie, signore. La Bristol Grammar resta la mia prima
scelta.» Il sabato precedente aveva detto la stessa cosa al Vecchio

105
Jack, quando il suo mentore aveva mugugnato qualcosa sul non
bruciarsi i ponti.
«E sia» disse il signor Frobisher che, pur non attendendosi
un’altra risposta, aveva comunque ritenuto che fosse quanto
meno suo dovere proporgli un’alternativa. «E ora ribaltiamo in
tuo favore questo inconveniente.»
«Come suggerisce di farlo, signore?»
«Be’, ora che sei stato esentato dalle prove giornaliere del
coro, avrai più tempo per prepararti all’esame di ammissione.»
«Sì, signore, ma continuo ad avere le mie incombenze da…»
«E mi prodigherò per fare in modo che i tuoi doveri di
capitano della scuola in futuro siano meno onerosi.»
«Grazie, signore.»
«A proposito, Harry» disse Frobisher, alzandosi dalla sedia,
«ho appena letto il tuo tema su Jane Austen e sono rimasto
affascinato dalla tua idea secondo cui, se la signorina Austen
fosse riuscita ad andare all’università, forse non avrebbe mai
scritto un romanzo e, anche se lo avesse scritto, probabilmente la
sua opera non sarebbe stata altrettanto profonda.»
«Talvolta è un vantaggio essere svantaggiati.»
«Non mi sembrano parole di Jane Austen» disse il signor
Frobisher.
«Non lo sono» ribatté Harry. «Le ha dette, però, un’altra
persona che non ha fatto l’università» aggiunse, senza
spiegazioni.
Maisie diede un’occhiata al suo orologio nuovo e sorrise.
«Ora devo andare, Harry, o farò tardi al lavoro.»
«Certo, mamma» disse lui, alzandosi da tavola di scatto. «Ti
accompagno alla fermata del tram.»
«Harry, hai pensato a cosa fare se non ottieni quella borsa di

106
studio?» chiese la madre, ponendogli finalmente la domanda che
evitava da settimane.
«Non ho fatto altro» rispose Harry, aprendole la porta. «Ma
non avrò molta scelta in proposito. Dovrò semplicemente
tornarmene alla Merrywood e, compiuti quattordici anni,
abbandonerò la scuola e mi cercherò un lavoro.»

107
10

«Ti senti pronto per affrontare gli esaminatori, figliolo?»


chiese il Vecchio Jack.
«Pronto come mai potrò esserlo» rispose Harry. «A proposito,
ho seguito il suo consiglio e ho analizzato i testi d’esame degli
ultimi dieci anni. Aveva ragione: c’è un chiaro schema, con
alcune domande che vengono riproposte a intervalli regolari.»
«Bene. E come sta andando con il Latino? Non possiamo
permetterci di essere bocciati, anche se dovessimo fare benissimo
in tutti gli altri elaborati.»
Harry sorrise accorgendosi che il Vecchio Jack aveva parlato
al plurale. «Grazie a Deakins, la settimana scorsa ho totalizzato il
sessantanove per cento in una simulazione d’esame, anche se ho
fatto attraversare le Ande ad Annibale.»
«Solo diecimila chilometri più in là» disse il Vecchio Jack,
ridendo. «Allora, quale pensi possa essere il tuo problema
principale?»
«I quaranta ragazzi della St Bede’s che affronteranno l’esame,
per non parlare dei duecentocinquanta provenienti da altre
scuole.»
«Scordatene» disse il Vecchio Jack. «Se fai quello che sai

108
fare, non saranno un problema.»
Harry rimase in silenzio.
«E la tua voce come va?» chiese il Vecchio Jack, che
cambiava argomento ogni volta che Harry si zittiva.
«Nessuna novità. Potrebbero passare settimane prima che io
sappia se sono un tenore, un baritono o un basso e, anche in quel
caso, non è certo che si tratti di una bella voce. Una cosa è sicura:
la BGS non mi offrirà una borsa di studio del coro fintanto che
sarò un cavallo con una zampa rotta.»
«Reagisci. La situazione non è così brutta.»
«È ancora peggiore» disse Harry. «Se fossi un cavallo, mi
sparerebbero e smetterei di soffrire.»
Il Vecchio Jack rise. «E quando sono gli esami?» domandò,
sebbene conoscesse già la risposta.
«Tra due giovedì. Si comincia con le domande di cultura
generale e poi, nel corso della giornata, ci sono altri cinque
scritti, culminanti con quello di Inglese alle quattro.»
«È positivo che tu finisca con la tua materia preferita»
commentò Jack.
«Speriamo. Ma preghi che ci sia una domanda su Dickens,
perché manca da tre anni, il che spiega perché io abbia letto i
suoi libri fino a notte fonda.»
«Wellington scrisse nelle sue memorie» disse il Vecchio Jack,
«che il momento peggiore di una campagna militare è attendere il
sorgere del sole il mattino della battaglia.»
«Sono d’accordo con il Duca di Ferro, il che significa che
non dormirò granché nelle prossime due settimane.»
«Motivo in più per non venire a trovarmi sabato prossimo,
Harry. Dovresti fare un uso migliore del tuo tempo. A proposito,
se ricordo bene è il tuo compleanno.»

109
«Come fa a saperlo?»
«Confesso di non averlo letto sulla pagina della cronaca
giudiziaria del Times. Ma, siccome l’anno scorso è caduto nello
stesso giorno, ho corso un rischio e ti ho comprato un regalino.»
Prese in mano un pacchetto rivestito dalla pagina di un giornale
della settimana prima e lo porse a Harry.
«Grazie, signore» disse Harry, slacciando lo spago. Tolse il
foglio di giornale, aprì la scatolina blu e fissò, incredulo,
l’orologio Ingersoll da uomo che aveva visto l’ultima volta nella
vetrinetta del negozio del signor Deakins. «Grazie» ripeté,
stringendosi l’orologio sul polso.
Per un po’ non riuscì a staccare gli occhi dall’orologio e si
limitò a chiedersi come il Vecchio Jack si fosse potuto permettere
di spendere sei scellini.
La mattina degli esami, Harry era completamente sveglio ben
prima del sorgere del sole. Saltò la colazione per ripassare alcuni
testi d’esame di cultura generale, abbinando determinate capitali
alle rispettive nazioni, dalla Germania al Brasile, date di primi
ministri, da Walpole a Lloyd George, e di monarchi, da re Alfredo
a Giorgio V. Un’ora dopo, si sentì pronto ad affrontare
l’esaminatore.
Si ritrovò seduto ancora una volta in prima fila, tra
Barrington e Deakins. Si chiese se sarebbe stata l’ultima. Quando
l’orologio della torre suonò le dieci, diversi professori si
avviarono solennemente tra le file di banchi per consegnare il
testo dell’esame di cultura generale a quaranta ragazzi agitati. O,
meglio, trentanove ragazzi agitati e Deakins.
Harry lesse le domande con attenzione, lentamente. Quando
fu giunto alla numero cento, si permise un sorriso. Prese in mano
la penna, ne immerse la punta nel calamaio e iniziò a scrivere.

110
Quaranta minuti dopo, si ritrovò alla domanda numero cento.
Diede un’occhiata al suo orologio; gli restavano dieci minuti per
ricontrollare le risposte. Si fermò un istante sulla domanda
trentaquattro e riconsiderò la prima risposta data. A finire nella
Torre di Londra per alto tradimento era stato Oliver Cromwell o
Thomas Cromwell? Si ricordò di quanto toccato in sorte al
cardinale Wolsey e scelse l’uomo che aveva preso il suo posto nel
ruolo di lord cancelliere.
Quando si udirono i nuovi rintocchi dell’orologio, Harry era
giunto alla domanda novantadue. Ricontrollò rapidamente le
ultime otto risposte, prima che gli venisse strappato dalle mani il
foglio d’esame, con l’inchiostro ancora fresco sull’ultima
risposta, Charles Lindbergh.
Nei venti minuti di pausa, Harry, Giles e Deakins
passeggiarono lentamente intorno al campo da cricket su cui
Giles aveva ottenuto un century solo una settimana prima.
«Amo, amas, amat» recitò Deakins, costringendoli a un
ripasso scrupoloso delle coniugazioni senza mai aprire il Latin
Primer di Kennedy.
«Amamus, amatis, amant» ripeté Harry, mentre facevano
ritorno al salone degli esami.
Un’ora dopo, quando Harry consegnò lo scritto di Latino, era
fiducioso di aver totalizzato più del sessanta per cento richiesto e
persino Giles sembrava soddisfatto di sé. Mentre i tre ragazzi si
avviavano verso il refettorio, Harry cinse le spalle di Deakins con
un braccio e disse: «Grazie, vecchio mio».
Più tardi, quella mattina, dopo che Harry ebbe letto da cima a
fondo le domande dell’esame di Geografia, ringraziò in silenzio
la sua arma segreta. Nel corso degli anni, il Vecchio Jack gli
aveva trasmesso tantissima conoscenza senza mai dargli la

111
sensazione di essere stato in un’aula.
Harry non prese in mano coltello o forchetta a pranzo. Giles
arrivò a metà del pasticcio di maiale, mentre Deakins non smise
di mangiare.
Il primo scritto del pomeriggio era Storia, che non gli
trasmetteva ansia. Enrico VIII, Elisabetta, Raleigh, Drake,
Napoleone, Nelson e Wellington marciarono tutti verso il campo
di battaglia e Harry li rispedì tutti indietro.
L’esame di Matematica fu più semplice di quanto si fosse
aspettato e Giles pensò addirittura di aver forse totalizzato un
altro century.
Nell’ultima pausa, Harry tornò nello studio e rilesse un suo
tema su David Copperfield, convinto di poter eccellere nella
materia che preferiva. Camminò lentamente verso il salone degli
esami, ripetendo più volte la parola preferita del signor
Holcombe. Concentrati.
Fissò il testo dell’ultimo esame del giorno e scoprì che era
l’anno di Thomas Hardy e Lewis Carroll. Aveva letto Il sindaco
di Casterbridge e Le avventure di Alice nel Paese delle
Meraviglie, ma il Cappellaio Matto, Michael Henchard e lo
Stregatto non gli erano familiari quanto Peggotty, il dottor
Chillip e Barkis. La sua penna si mosse lentamente sulla pagina
e, quando l’orologio scandì l’ora, non era sicuro di aver scritto a
sufficienza. Uscì dal salone nel sole del pomeriggio, un po’
depresso, malgrado le espressioni dei suoi rivali rivelassero che
nessuno era convinto che si fosse trattato di un esame semplice. Il
che lo spinse a chiedersi se era ancora in corsa.
Seguì quella che il signor Holcombe aveva spesso descritto
come la parte peggiore di ogni esame: l’interminabile attesa dei
giorni precedenti la pubblicazione ufficiale degli esiti sulla

112
bacheca della scuola, un periodo in cui i ragazzi finiscono per
fare cose di cui in seguito si pentiranno, come se desiderassero
essere temporaneamente sospesi anziché conoscere il proprio
destino. Un ragazzo fu sorpreso a bere sidro dietro la rimessa
delle biciclette, un altro a fumare una Woodbine in bagno, un
terzo fu visto uscire dal cinematografo locale dopo l’ora in cui si
andava a dormire.
Il sabato successivo, per la prima volta in quella stagione,
Giles fu eliminato senza segnare. Deakins tornò in biblioteca e
Harry fece lunghe camminate, ripensando più e più volte a ogni
risposta. Il che non migliorò le cose.
La domenica pomeriggio, Giles fece un intenso allenamento;
lunedì, Deakins passò non senza riluttanza le consegne al nuovo
addetto alla biblioteca e martedì Harry lesse Via dalla pazza folla
e imprecò ad alta voce. Mercoledì sera, Giles e Harry fecero le
ore piccole chiacchierando, mentre Deakins dormiva
profondamente.
Ben prima che l’orologio della torre suonasse i rintocchi
delle dieci di quel giovedì mattina, quaranta ragazzi vagavano già
intorno al cortile interno, con le mani in tasca, il capo chino, in
attesa che il preside facesse la sua comparsa. Per quanto ciascuno
di loro sapesse che il dottor Oakshott non sarebbe arrivato con un
minuto d’anticipo né con uno di ritardo, alle dieci meno cinque
gli occhi di quasi tutti erano puntati sul lato opposto del cortile,
in attesa che la porta della casa del preside si aprisse. Gli altri
fissavano l’orologio del salone principale, sperando di far
muovere un po’ più rapidamente la lancetta dei minuti.
Al primo rintocco, il reverendo Samuel Oakshott aprì la porta
e imboccò il sentiero davanti a casa sua. In una mano stringeva un
foglio di carta e nell’altra quattro puntine. Non era un uomo che

113
lasciasse qualcosa al caso. Giunto al termine del sentiero, aprì il
cancelletto e attraversò il cortile con il solito passo, senza curarsi
delle persone che gli stavano intorno. I ragazzi si scostarono in
fretta, creando un corridoio per non ostacolare l’avanzata del
preside. Lui si arrestò davanti alla bacheca nell’istante in cui
suonava il decimo rintocco. Appese gli esiti degli esami e se ne
andò senza una sola parola.
Quaranta ragazzi si precipitarono in avanti, accalcandosi
intorno alla bacheca. Nessuno fu sorpreso che Deakins fosse in
testa alla lista, con il novantadue per cento, e che gli fosse stata
attribuita la borsa di studio Peloquin per accedere alla Bristol
Grammar School. Giles spiccò un balzo, non tentando
minimamente di mascherare il sollievo di fronte al
sessantaquattro per cento accanto al proprio nome.
Si voltarono entrambi cercando il loro amico. Harry se ne
stava in disparte, via dalla pazza folla.

114
MAISIE CLIFTON
1920-1936

115
11

Quando Arthur e io ci sposammo, non si sarebbe potuto dire che


avessimo fatto le cose in grande, ma, se per quello, né i Tancock né i
Clifton avevano mai avuto il becco d’un quattrino. La spesa
maggiore si era rivelata il coro, mezza corona, e ne era valsa la
pena, fino all’ultimo centesimo. Avevo sempre desiderato entrare
nel coro della signorina Monday e, per quanto mi avesse detto che
la mia voce era sufficientemente bella, non ero stata presa in
considerazione perché non sapevo leggere né scrivere.
Il ricevimento, se così lo si può chiamare, si tenne nella casa a
schiera dei genitori di Arthur in Still House Lane: un fusto di birra,
qualche sandwich al burro di arachidi e una decina di pasticci di
carne di maiale. Mio fratello Stan addirittura si portò il suo fish and
chips. E, per giunta, fummo costretti ad andarcene presto per
prendere l’ultimo autobus per Weston-super-Mare, dove avremmo
trascorso la luna di miele.
Arthur aveva prenotato una camera in una pensioncina con
vista sul mare per la sera di venerdì e, dato che piovve per buona
parte del fine settimana, non uscimmo quasi mai dalla camera da
letto.
Fu strano che la seconda volta che feci sesso fosse nuovamente

116
a Weston-super-Mare. Vedere Arthur nudo per la prima volta fu
uno shock. Una profonda cicatrice rossa e ricucita malamente gli
attraversava la pancia. Maledetti tedeschi. Non aveva mai detto di
essere rimasto ferito in guerra.
Non fui sorpresa che Arthur si fosse eccitato nell’istante in cui
mi ero sfilata le mutandine, ma devo ammettere che mi ero
aspettata che si togliesse gli stivali prima di fare l’amore.
Lasciammo la pensioncina domenica pomeriggio e prendemmo
l’ultimo autobus per Bristol, dato che Arthur si sarebbe dovuto
presentare al cantiere navale entro le sei di lunedì mattina.
Dopo le nozze Arthur venne a stare da noi: solo finché non
avessimo potuto permetterci una casa tutta per noi, disse a mio
padre, il che significava finché uno dei nostri genitori non fosse
passato a miglior vita. A ogni buon conto, le nostre famiglie
vivevano in Still House Lane da più di quanto ognuno di noi
ricordasse.
Arthur fu felicissimo quando gli dissi che ero incinta, perché
voleva almeno sei bambini. Io mi chiedevo se il primo sarebbe stato
suo, però, dato che solo mia mamma e io conoscevamo la verità,
non c’era motivo per cui Arthur dovesse sospettare qualcosa.
Otto mesi dopo diedi alla luce un maschio e, grazie a Dio, non
c’era nulla che lasciasse intendere che non fosse di Arthur. Lo
battezzammo Harold, con grande soddisfazione di mio padre,
perché significava che il suo nome sarebbe sopravvissuto per
un’altra generazione.
Da lì in poi diedi per scontato che, come mia mamma e mia
nonna, sarei rimasta a casa a mettere al mondo un figlio ogni due
anni. Dopo tutto, Arthur veniva da una famiglia di otto e io ero la
quarta di cinque. Alla fine, però, Harry fu il mio unico figlio.
Di sera Arthur solitamente tornava a casa subito dopo il lavoro,

117
per passare un po’ di tempo con il bambino prima che io lo mettessi
a letto. Quando, quel venerdì sera, non si presentò, ipotizzai che
fosse andato al pub con mio fratello. Ma, quando Stan entrò in casa
barcollando poco dopo la mezzanotte, ubriaco perso e con una
mazzetta di banconote da cinque sterline in mano, Arthur non
c’era. Anzi, Stan mi diede una di quelle banconote, il che mi spinse
a chiedermi se avesse rapinato una banca. Ma, quando gli
domandai dove fosse Arthur, si rifiutò di parlare.
Quella notte non andai a letto, rimasi seduta sul gradino più
basso della scala in attesa che mio marito tornasse a casa. Arthur
non era mai rimasto fuori per tutta la notte dal giorno in cui ci
eravamo sposati.
Per quanto Stan avesse smaltito la sbornia quando scese in
cucina la mattina seguente, durante la colazione non disse una
parola. Quando gli chiesi di nuovo dove fosse Arthur, sostenne di
non averlo più visto da quando avevano timbrato il cartellino al
lavoro, la sera prima. Non è difficile capire quando Stan mente,
perché non ti guarda negli occhi. Stavo per incalzarlo, quando
qualcuno bussò con forza alla porta d’ingresso. Il mio primo
pensiero fu che dovesse trattarsi di Arthur, per cui mi affrettai.
Quando aprii la porta due poliziotti fecero irruzione in casa,
corsero in cucina, afferrarono Stan, lo ammanettarono e gli dissero
che era in arresto per furto con scasso. Capii da dove veniva la
mazzetta di banconote da cinque sterline.
«Non ho rubato nulla» protestò Stan. «I soldi me li ha dati il
signor Barrington.»
«Una storia plausibile, Tancock» disse il primo sbirro.
«Ma è la sacrosanta verità, agente» esclamò mentre lo
trascinavano in gattabuia. Stavolta sapevo che Stan non stava
mentendo.

118
Lasciai Harry con mia mamma e corsi fino al cantiere navale,
sperando che Arthur si fosse presentato al turno del mattino e fosse
in grado di spiegarmi come mai Stan era stato arrestato. Cercai di
non pensare alla possibilità che lo stesso Arthur fosse stato sbattuto
dentro.
L’uomo al cancello mi disse di non aver visto Arthur per tutta la
mattina. Ma, dopo aver controllato il ruolino dei turni di servizio,
parve perplesso, perché la sera prima Arthur non aveva timbrato
smontando dal lavoro. L’unica cosa che mi disse fu: «Non dare la
colpa a me. Ieri sera al cancello non c’ero io».
Solo più tardi mi domandai perché avesse usato la parola colpa.
Entrai nel cantiere navale e feci qualche domanda ad alcuni
colleghi di Arthur, ma ripeterono tutti la stessa frase a pappagallo:
«Non lo vedo da ieri sera, quando è smontato dal lavoro» e poi si
allontanavano in fretta. Stavo per andare al commissariato per
vedere se anche Arthur era stato arrestato, quando vidi passare un
vecchio a capo chino.
Gli corsi dietro, aspettandomi sostanzialmente che mi dicesse di
andare al diavolo o che sostenesse di non sapere di cosa stavo
parlando. Invece, quando lo raggiunsi, si fermò, si tolse il berretto e
disse: «Buongiorno». Le sue buone maniere furono una sorpresa per
me e mi infusero la sicurezza necessaria per chiedergli se quella
mattina aveva visto Arthur.
«No» ribatté. «L’ultima volta che l’ho visto è stato ieri
pomeriggio, durante l’ultimo turno, con tuo fratello. Forse è il caso
di chiederlo a lui.»
«Non posso. È stato arrestato e portato in commissariato.»
«Di cosa l’hanno accusato?» chiese il Vecchio Jack, con l’aria
confusa.
«Non lo so» risposi.

119
Il Vecchio Jack scosse la testa. «Non posso aiutarla, signora
Clifton. Ma ci sono almeno altre due persone che conoscono tutta
la storia.» Rivolse un cenno al grande edificio di mattoni rossi che
Arthur chiamava sempre direzione.
Rabbrividii vedendo un poliziotto uscire dall’ingresso principale
e, quando mi voltai di nuovo, il Vecchio Jack era sparito.
Pensai di entrare nella direzione, o Barrington House, per usare
il suo vero nome, ma decisi di non farlo. Dopo tutto, cosa avrei detto
se mi fossi trovata faccia a faccia con il capo di Arthur? Alla fine mi
incamminai verso casa, cercando di dare un senso alle cose.
Osservai Hugo Barrington deporre. La stessa sicurezza, la stessa
arroganza, le stesse mezze verità propinate in tono convincente alla
giuria, come me le aveva sussurrate nell’intimità della camera da
letto. Quando scese dal banco dei testimoni, capii che Stan non
aveva speranza di essere assolto.
Nel suo riepilogo, il giudice descrisse mio fratello come un ladro
qualunque che aveva approfittato della propria posizione per
rapinare il datore di lavoro. Concluse dicendo che non aveva altra
scelta che condannarlo a tre anni.
Avevo assistito a ogni udienza del processo, nella speranza di
raccogliere qualche frammento di informazione che mi desse un
indizio su ciò che quel giorno era successo ad Arthur. Ma alla fine,
quando il giudice dichiarò: «Udienza sospesa», non avevo fatto
progressi, ed ero certa che mio fratello non stesse raccontando tutta
la storia. Avrei scoperto il motivo solo dopo un bel po’.
L’unica altra persona presente in tribunale ogni giorno era il
Vecchio Jack Tar, ma non ci parlammo. Anzi, se non fosse stato per
Harry, forse non lo avrei mai più rivisto.
Passò del tempo prima che riuscissi ad accettare che Arthur non
sarebbe mai più tornato a casa.

120
Stan mancava solo da qualche giorno quando scoprii il vero
significato dell’espressione sbarcare il lunario. Ora che una delle
due persone che mantenevano la famiglia era dietro le sbarre e
l’altra Dio solo sapeva dove, ci ritrovammo molto rapidamente sulla
soglia della povertà. Per fortuna in Still House Lane era in vigore un
codice non scritto: se qualcuno era in vacanza, i vicini facevano il
possibile per sostenerne la famiglia.
Il reverendo Watts passava regolarmente a farci visita e,
addirittura, ci restituì una parte delle monete che avevamo messo
sul vassoio delle offerte nel corso degli anni. La signorina Monday si
presentava a intervalli irregolari e ci dispensava più di qualche buon
consiglio, andandosene sempre con un cesto vuoto. Ma nulla
avrebbe potuto compensare la perdita di un marito, un fratello
innocente in galera e un figlio che non aveva più un padre.
Harry aveva da poco mosso i primi passi, ma temevo già di udire
la sua prima parola. Si sarebbe ricordato chi un tempo si sedeva a
capotavola e mi avrebbe chiesto perché non c’era più? Fu il nonno a
proporre una soluzione su cosa dire se Harry si fosse messo a fare
domande. Stipulammo tutti un patto per attenerci alla stessa
versione. In fondo, difficilmente Harry si sarebbe imbattuto nel
Vecchio Jack.
Ma in quel momento il problema più pressante della famiglia
Tancock era come tenere il lupo fuori dalla porta o, questione
ancora più importante, l’esattore dell’affitto e l’ufficiale giudiziario.
Una volta che ebbi speso le cinque sterline di Stan e che ebbi
impegnato il colino d’argento per il tè di mia mamma, il mio anello
di fidanzamento e, per finire, il mio anello nuziale, temevo che non
sarebbe passato molto prima che ci sfrattassero.
Ma la cosa fu posticipata di qualche settimana quando qualcun
altro bussò alla porta. Non si trattava della polizia, bensì di un certo

121
signor Sparks, che mi disse di essere il rappresentante sindacale di
Arthur e di essere venuto a vedere se avevo ottenuto un indennizzo
dalla compagnia.
Dopo aver fatto accomodare il signor Sparks in cucina e avergli
versato una tazza di tè, gli dissi: «Nemmeno un centesimo. Dicono
che se n’è andato senza preavviso e che, dunque, non sono
responsabili per le sue azioni. E io continuo a non sapere cosa sia
realmente accaduto quel giorno».
«Nemmeno io» ribatté il signor Sparks. «Tengono tutti la bocca
chiusa, non solo la direzione, ma pure gli operai. Non riesco a tirar
fuori loro una sola parola. “Ne va della mia vita” mi ha detto uno.
Ma i contributi di suo marito sono stati pagati fino in fondo»
aggiunse, «e, quindi, lei ha diritto a un indennizzo sindacale.»
Restai immobile, non capendo minimamente di cosa stesse
parlando.
Il signor Sparks estrasse un documento dalla sua ventiquattrore,
lo posò sul tavolo della cucina e lo girò sul retro.
«Firmi qui» disse, posando un dito sulla linea a puntini.
Dopo che ebbi tracciato una X dove indicava, lui si sfilò una
busta dalla tasca e me la consegnò. «Mi dispiace che sia davvero
poco» disse, consegnandomela.
Non la aprii finché non ebbe finito la sua tazza di tè e non se ne
fu andato.
Sette sterline, nove scellini e sei centesimi si rivelarono il valore
attribuito alla vita di Arthur. Restai seduta al tavolo della cucina e
credo che sia stato in quel momento che capii che non avrei mai più
visto mio marito.
Quel pomeriggio tornai al banco dei pegni e mi feci restituire
l’anello nuziale dal signor Cohen; era il minimo che potessi fare in
memoria di Arthur. La mattina seguente saldai gli arretrati

122
sull’affitto, oltre che il conto del macellaio, del panettiere e… sì, del
candelaio. Restavano giusto i soldi per comprare un po’ di
indumenti di seconda mano alla vendita di beneficenza della
chiesa, quasi tutti per Harry.
Ma passò meno di un mese e il gesso tornò ad annotare
qualcosa sulla lavagna del macellaio, del panettiere e del candelaio,
e non passò granché prima che io fossi costretta a tornare al banco
dei pegni per riconsegnare il mio anello nuziale al signor Cohen.
Dopo che l’esattore dell’affitto ebbe bussato più volte alla porta
del numero 27 senza ottenere mai risposta, nessuno in famiglia si
sarebbe dovuto sorprendere del fatto che la visita seguente fosse
quella dell’ufficiale giudiziario. Fu allora che decisi che era venuto
il momento di cercarmi un lavoro.

123
12

I tentativi di Maisie di trovare un lavoro non si rivelarono


semplici, anche perché il governo di recente aveva impartito ai
datori di lavoro una direttiva che raccomandava di assumere
uomini che avessero prestato servizio nelle forze armate prima di
considerare qualsiasi altro candidato. Tutto questo era in linea
con la promessa di Lloyd George: i soldati britannici sarebbero
tornati a casa in un paese a misura di eroe.
Per quanto le donne con più di trent’anni avessero ottenuto il
diritto di voto nelle ultime elezioni, dopo l’ottimo servizio svolto
nelle fabbriche di munizioni durante la guerra, si ritrovarono in
fondo alla coda nella ricerca di un impiego in tempo di pace.
Maisie stabilì che la sua chance migliore sarebbe stata fare
domanda per uno di quei lavori che gli uomini non avrebbero mai
preso in considerazione, vuoi perché li ritenevano degradanti,
vuoi perché la paga era irrisoria. Tenendolo a mente, si mise in
fila davanti a W.D. & H.O. Wills, il più grande datore di lavoro
della città. Quando giunse in testa alla coda, chiese al direttore:
«È vero che cercate addetti all’impacchettamento nella fabbrica di
sigarette?».
«Sì, ma tu sei troppo giovane, tesoro» gli disse.

124
«Ho ventidue anni.»
«Sei troppo giovane» ripeté. «Ripassa tra due o tre anni.»
Maisie tornò in Still House Lane in tempo per consumare con
Harry e sua mamma una scodella di brodo di pollo e una fetta di
pane della settimana prima.
Il giorno dopo si unì a una coda ancor più lunga davanti a
Harvey’s, i commercianti di vini. Quando giunse il suo turno, tre
ore dopo, si sentì dire da un uomo con un colletto bianco
inamidato e una sottile cravatta nera che si accettavano solo
candidati esperti.
«E come faccio a fare esperienza?» domandò Maisie,
cercando di non sembrare disperata.
«Iscrivendoti al nostro programma di apprendistato.»
«Allora mi iscrivo» disse al tizio dal colletto inamidato.
«Quanti anni hai?»
«Ventidue.»
«Sei troppo vecchia.»
Maisie ripeté ogni parola del sessantaduesimo colloquio a
sua madre, davanti a una scodella più magra del brodo della
stessa pentola, con una crosta di pane della stessa pagnotta.
«Puoi sempre provare al porto» le consigliò la madre.
«Cos’hai in mente, mamma? Dovrei fare domanda per un
posto da scaricatrice?»
La donna non rise, ma, se per quello, Maisie non ricordava
l’ultima volta in cui lo avesse fatto.
«C’è sempre lavoro per gli addetti alle pulizie» disse. «E Dio
solo sa se quella gente è in debito con te.»
Il mattino dopo, Maisie era in piedi e vestita ben prima che il
sole fosse sorto e, siccome a colazione non c’era cibo per tutti, si
apprestò a compiere a pancia vuota la lunga camminata fino al

125
porto.
Al suo arrivo, disse all’uomo ai cancelli che cercava lavoro
come addetta alle pulizie.
«Presentati dalla signora Nettles» rispose quello, con un
cenno al grande edificio di mattoni rossi in cui per poco una volta
non era entrata. «È lei che assume e licenzia gli addetti alle
pulizie.» Era chiaro che non si ricordava della sua visita
precedente.
Maisie si avviò inquieta verso quell’edificio, ma si fermò a
pochi passi dall’ingresso. Restò a osservare una successione di
uomini eleganti con cappotto e cappello e ombrello che
varcavano la porta a due battenti.
Lei rimase immobile, tremando nella fredda aria del mattino
mentre cercava il coraggio di seguirli all’interno. Stava per
andarsene, quando vide una donna più anziana in tuta da lavoro
entrare da un’altra porta, sul lato dell’edificio. Maisie le corse
dietro.
«Cosa vuoi?» le chiese la donna, sospettosa, dopo che Maisie
la ebbe raggiunta.
«Cerco un lavoro.»
«Bene. Una persona giovane può farci comodo. Presentati
dalla signora Nettles» aggiunse, indicando una porticina che si
sarebbe potuta scambiare per un piccolo ripostiglio. Maisie vi si
avvicinò con coraggio e bussò.
«Avanti» replicò una voce stanca.
Maisie aprì la porta e trovò una donna più o meno dell’età di
sua madre, seduta sull’unica sedia presente, circondata da secchi,
spazzoloni e grosse saponette.
«Mi è stato detto di presentarmi per un lavoro.»
«Ti è stato detto giusto. Sempre che tu sia disposta a lavorare

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a qualsiasi ora, in cambio di qualsiasi paga, dannazione.»
«Qual è l’orario e qual è la paga?» chiese Maisie.
«Cominci alle tre del mattino e devi essere sparita entro le
sette, prima che arrivino i signorini che si aspettano di trovare i
propri uffici lindi e splendenti. Oppure puoi cominciare alle sette
di sera e lavorare fino a mezzanotte, come preferisci. La paga è la
stessa, qualunque cosa tu decida: sei centesimi all’ora.»
«Farò entrambi i turni.»
«Bene» disse la donna, scegliendo un secchio e uno
spazzolone. «Ci rivediamo qui stasera alle sette, quando ti
insegnerò i trucchi del mestiere. Io mi chiamo Vera Nettles. E
tu?»
«Maisie Clifton.»
La signora Nettles fece cadere il secchio sul pavimento e
riposizionò lo spazzolone contro il muro. Raggiunse la porta e la
aprì. «Qui non c’è lavoro per te, signora Clifton» disse.
Nel corso del mese seguente, Maisie tentò di trovare un
impiego presso un negozio di scarpe, ma il responsabile pensava
che non fosse il caso di assumere una persona che aveva le scarpe
bucate; in una modisteria, dove il colloquio terminò bruscamente
nell’istante in cui si scoprì che non sapeva fare le somme; e da un
fiorista, che non ne voleva sapere di prendere in considerazione
una persona sprovvista di un giardino. L’orto di guerra del nonno
non contava. Disperata, fece domanda per un posto di barista in
un pub, ma il proprietario disse: «Spiacente, dolcezza, ma non
hai le tette abbastanza grandi».
La domenica successiva, alla chiesa della Sacra Natività,
Maisie si inginocchiò e chiese a Dio di tenderle una mano.
La mano si rivelò quella della signorina Monday: disse a
Maisie che una sua amica possedeva una caffetteria in Broad

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Street e cercava una cameriera.
«Ma io non ho esperienza» obiettò Maisie.
«Potrebbe tranquillamente rivelarsi un vantaggio» disse la
signorina Maisie. «La signorina Tilly è molto particolare e
preferisce addestrare il personale a modo suo.»
«Potrebbe pensare che io sia troppo vecchia o troppo
giovane.»
«Non sei né troppo vecchia né troppo giovane. E sta’
tranquilla: non ti raccomanderei se non pensassi che sei
all’altezza del compito. Però ti devo avvisare, Maisie: la
signorina Tilly è ossessionata dalla puntualità. Presentati entro le
otto di domani. Se arrivi in ritardo, non sarà solo la prima
impressione che le farai, ma pure l’ultima.»
Il mattino seguente Maisie fu davanti al Tilly’s alle sei e non
si mosse per le due ore successive. Alle otto meno cinque, una
donna grassoccia ed elegante di mezza età, con i capelli raccolti
in un ordinato chignon e un paio di occhiali a mezzaluna
appollaiati sulla punta del naso, girò il cartello sulla porta da
CHIUSO ad APERTO, consentendo a un’infreddolita Maisie di
entrare.
«Il lavoro è suo, signora Clifton» furono le prime parole del
suo nuovo capo.
Harry veniva lasciato alle cure della nonna ogni volta che
Maisie si recava al lavoro. Per quanto venisse pagata solo nove
centesimi all’ora, aveva il permesso di tenere metà delle mance,
per cui alla fine di una settimana propizia poteva portare a casa
fino a un massimo di tre sterline. C’era pure un extra inatteso.
Una volta che di sera il cartello APERTO tornava a indicare
CHIUSO, la signorina Tilly consentiva a Maisie di prendere gli
avanzi. La parola rancido non doveva posarsi sulle labbra di un

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cliente, mai e poi mai.
Dopo sei mesi, la signorina Tilly era talmente soddisfatta dei
progressi di Maisie da metterla a capo di un reparto di otto tavoli
e, dopo altri sei mesi, diversi clienti abituali insistevano affinché
fosse Maisie a servirli. La signorina Tilly risolse il problema
portando a dodici il numero di tavoli sotto la responsabilità di
Maisie e aumentandole la paga a uno scellino all’ora. Con due
stipendi alla settimana, Maisie fu nuovamente in grado di
indossare l’anello di fidanzamento e quello nuziale, e il colino
d’argento per il tè tornò al suo posto.
Se Maisie doveva essere onesta con se stessa, la scarcerazione
di Stan per buona condotta dopo soli diciotto mesi di carcere finì
per avere i suoi pro e i suoi contro.
Harry, che ormai aveva tre anni e mezzo, fu costretto a tornare
nella camera di sua madre e Maisie tentò di non pensare alla pace
che aveva regnato in casa in assenza di Stan.
Fu una sorpresa per Maisie che Stan avesse riottenuto il
vecchio lavoro al porto, come se non fosse successo nulla. Il che
la convinse ulteriormente che lui sapesse sulla sparizione di
Arthur ben più di quanto lasciasse intendere, per quanto lei lo
incalzasse. In un’occasione in cui si era fatta un po’ troppo
insistente, lui l’aveva picchiata. Malgrado, il mattino successivo,
la signora Tilly avesse finto di non notare l’occhio nero, uno o
due dei suoi clienti se n’erano accorti, per cui Maisie non aveva
mai più sollevato l’argomento con il fratello. Ma, ogni volta che
Harry gli chiedeva di suo padre, Stan si atteneva alla linea di
condotta della famiglia e diceva: «Il tuo vecchio è rimasto ucciso
in guerra. Ero al suo fianco quando la pallottola lo ha colpito».
Maisie trascorreva quanto più tempo libero possibile insieme
a Harry. Pensava che, quando fosse stato sufficientemente grande

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per frequentare la Merrywood Elementary School, la sua vita
sarebbe diventata molto più semplice. Ma portare Harry a scuola
al mattino implicava la spesa aggiuntiva del viaggio in tram, per
essere certa di non fare tardi al lavoro, e poi faceva una pausa nel
pomeriggio per andare a riprenderlo. Una volta che Maisie gli
aveva dato il tè, lo lasciava nelle mani della nonna e tornava alla
caffetteria.
Harry frequentava la scuola solo da pochi giorni quando
Maisie, mentre gli faceva il bagnetto settimanale, notò dei segni
di bacchettate sul sedere del bambino.
«Chi te li ha fatti?» volle sapere.
«Il preside.»
«Perché?»
«Non posso dirtelo, mamma.»
Quando Maisie vide sei nuove strisce rosse, ancor prima che
le sei precedenti fossero sparite, interrogò ancora Harry, che però
continuò a non svelare la verità. Alla terza comparsa di quei
segni, indossò il cappotto e si diresse alla Merrywood
Elementary con l’intenzione di dirne quattro all’insegnante.
Il signor Holcombe non era affatto la persona che Maisie si
era aspettata. Tanto per cominciare non pareva molto più vecchio
di lei, e poi si alzò quando lei mise piede nella stanza.
«Perché il preside prende mio figlio a vergate?» volle sapere,
ancor prima che il signor Holcombe potesse offrirle una sedia.
«Perché seguita a marinare la scuola, signora Clifton.
Sparisce subito dopo l’adunanza del mattino e rientra in tempo
per la partita di calcio del pomeriggio.»
«E dove passa la giornata?»
«Al porto, direi» ribatté il signor Holcombe. «E magari lei è
in grado di dirmi perché.»

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«Perché ci lavora suo zio, che gli dice sempre che la scuola è
una perdita di tempo, dato che prima o poi finirà per raggiungerlo
alla Barrington’s.»
«Spero di no.»
«Perché dice così? È stata una sistemazione adeguata per suo
padre.»
«Può essere, ma non sarà adeguata per lui.»
«Che intende dire?» chiese Maisie, sdegnata.
«Harry è intelligente, signora Clifton. Molto intelligente. Se
solo riuscissi a convincerlo a frequentare le lezioni con maggior
regolarità, chissà quali traguardi potrebbe raggiungere.»
D’un tratto, Maisie si chiese se avrebbe mai scoperto quale
dei due uomini fosse il padre di Harry.
«Certi ragazzi intelligenti non scoprono quanto sono brillanti
finché non abbandonano la scuola» continuò il signor Holcombe,
«e poi passano il resto della loro vita a rimpiangere gli anni
sprecati. Voglio assicurarmi che Harry non rientri in tale
categoria.»
«Cosa dovrei fare?» chiese Maisie, sedendosi.
«Incoraggiarlo a restare a scuola e a non svignarsela al porto
ogni giorno. Dirgli quanto sarebbe fiera se lui riuscisse bene in
aula e non solo sul campo da calcio, il che, nel caso non se ne
fosse accorta, signora Clifton, non è il suo forte.»
«Cosa intende?»
«Che persino Harry si deve essere ormai reso conto che non
entrerà mai nella squadra della scuola, figurarsi giocare nel
Bristol.»
«Farò tutto ciò che posso» promise Maisie.
«Grazie, signora Clifton» disse il signor Holcombe, mentre
lei si apprestava ad andarsene. «Di certo, se lei si sentisse in

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grado di incoraggiarlo, a lungo andare sarebbe ben più efficace
della verga del preside.»
Da quel momento, Maisie iniziò a interessarsi molto di più a
ciò che Harry faceva a scuola. Era contenta di ascoltare le sue
storie sul signor Holcombe e su ciò che quel giorno gli aveva
insegnato e, siccome quei segni non comparvero più, ipotizzò che
avesse smesso di marinare la scuola. E poi, una sera, appena
prima di andare a letto, controllò il figlio assopito e notò che i
segni erano tornati, più rossi e più profondi di prima. Non ebbe
bisogno di andare dal signor Holcombe, perché fu lui a
presentarsi alla caffetteria il giorno seguente.
«Ha frequentato la mia lezione per un mese intero» spiegò il
signor Holcombe, «e poi è scomparso di nuovo.»
«Ma io non so cos’altro fare» esclamò Maisie, disperata. «Gli
ho già tolto la paghetta e gli ho detto di non aspettarsi un solo
centesimo in più da me se non va a scuola. La verità è che suo zio
Stan esercita su di lui un’influenza nettamente superiore alla
mia.»
«Purtroppo. Però, forse, ho la soluzione per il nostro
problema, signora Clifton. Tuttavia, senza la sua piena
collaborazione, non ha la minima speranza di successo.»
Malgrado avesse solo ventisei anni, Maisie pensava che non
si sarebbe mai risposata. Dopo tutto, una vedova con un bambino
non era certo così appetibile, con tutte le donne sole e disponibili
che c’erano. Il fatto che indossasse sempre l’anello di
fidanzamento e la fede probabilmente riduceva il numero di
proposte che riceveva alla caffetteria, per quanto uno o due clienti
continuassero a provarci. Tra questi, non considerava il caro
vecchio signor Craddick, che si accontentava di tenerle la mano.
Il signor Atkins era un cliente abituale della signorina Tilly e

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gli piaceva sedersi a uno dei tavoli serviti da Maisie. Faceva un
salto quasi tutti i giorni e ordinava immancabilmente un caffè
nero e una fetta di torta alla frutta. Una mattina, dopo aver pagato
il conto, invitò Maisie al cinema, con sua grande sorpresa.
«Greta Garbo ne La carne e il diavolo» disse, cercando di
rendere la cosa più invitante.
Non era la prima volta che un cliente la invitava fuori, ma era
la prima volta che una persona giovane e di bell’aspetto
manifestava interesse nei suoi confronti.
In passato, la sua risposta classica era riuscita a scoraggiare il
più insistente dei pretendenti. «Davvero gentile da parte sua,
signor Atkins, ma preferisco trascorrere tutto il mio tempo libero
in compagnia di mio figlio.»
«Di certo potrà fare un’eccezione per una sera soltanto,
giusto?» replicò lui, che non si arrendeva con la stessa facilità
degli altri.
Maisie sbirciò la sua mano sinistra: nessun segno di un
anello nuziale o, cosa ancor più incriminante, nessun alone
pallido a indicare che se lo fosse sfilato.
Udì se stessa dire: «Molto gentile da parte sua, signor
Atkins», e accettò di vederlo giovedì sera, dopo aver messo a letto
Harry.
«Chiamami Eddie» le disse, lasciando una mancia di sei
centesimi.
Maisie fu molto colpita quando Eddie si presentò a bordo di
una Morris Flatnose per portarla al cinema. E si stupì quando lui,
seduto con lei nell’ultima fila, si limitò a guardare il film. Non
avrebbe protestato se le avesse cinto le spalle con un braccio e,
anzi, stava valutando quanto lasciargli fare al loro primo
appuntamento.

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Il sipario calò, l’organo si fece sentire e tutti si alzarono in
piedi per cantare l’inno nazionale.
«Ti andrebbe un drink?» le chiese Eddie mentre uscivano dal
cinema.
«Devo avviarmi verso casa in tempo per l’ultima corsa del
tram.»
«Non devi preoccuparti dell’ultimo tram, Maisie, quando sei
con Eddie Atkins.»
«D’accordo, allora. Un drink veloce» disse, mentre lui la
guidava sul lato opposto della strada, verso il Red Bull.
«Allora, di cosa ti occupi, Eddie?» gli chiese Maisie mentre
lui posava mezza pinta di aranciata sul tavolo davanti a lei.
«Lavoro nel settore dello spettacolo» rispose senza entrare
nel dettaglio. Poi tornò a Maisie, cambiando argomento. «Io non
devo chiederti cosa fai.»
Dopo un’altra aranciata, lui guardò l’orologio e disse:
«Domattina mi devo svegliare presto, per cui sarà meglio che ti
porti a casa».
Nel tragitto di ritorno a Still House Lane, Maisie chiacchierò
di Harry e della sua speranza che il bambino entrasse nel coro
della Sacra Natività. Eddie sembrava davvero interessato e,
quando arrestò la vettura davanti al numero 27, lei si aspettava
che la baciasse. Invece, si limitò a saltare giù, ad aprirle la
portiera e ad accompagnarla alla porta d’ingresso.
Maisie si sedette al tavolo della cucina e raccontò alla madre
tutto ciò che era successo, o non successo, quella sera. La donna
si limitò a dire: «A che gioco sta giocando?».

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13

Quando Maisie vide il signor Holcombe entrare nella chiesa


della Sacra Natività accompagnato da un tizio elegante, ipotizzò
che Harry si fosse nuovamente cacciato nei guai. Era sorpresa,
perché era da più di un anno che non si vedevano segni rossi.
Si fece forza quando il signor Holcombe le andò incontro, ma
lui, nel momento in cui la vide, si limitò a rivolgerle un sorriso
impacciato, prima di scivolare nel terzo banco sul lato opposto
del corridoio, insieme al suo compagno.
Ogni tanto, Maisie scoccava un’occhiata verso di loro, ma
non riconobbe l’altro uomo, che era decisamente più vecchio del
signor Holcombe. Si chiese se, per caso, fosse il preside della
Merrywood Elementary.
Quando il coro si alzò in piedi per cantare il primo inno, la
signorina Monday rivolse lo sguardo in direzione dei due uomini
e poi fece un cenno all’organista per indicargli che era pronta.
Maisie capì che Harry quella mattina aveva superato se
stesso, ma fu sorpresa quando, qualche minuto dopo, si alzò per
cantare una seconda parte solista e ancor più sorpresa quando ne
eseguì una terza. Tutti sapevano che la signorina Monday non
faceva mai nulla senza un motivo, ma a Maisie continuava a non

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essere chiaro quale potesse essere tale motivo.
Dopo che il reverendo Watts ebbe benedetto il suo gregge alla
fine della funzione, Maisie restò al suo posto ad aspettare Harry,
nella speranza che potesse dirle come mai gli era stato chiesto di
cantare per tre volte da solista. Mentre chiacchierava
nervosamente con la madre, i suoi occhi non si staccarono mai
dal signor Holcombe, che stava presentando l’uomo più anziano
alla signorina Monday e al reverendo Watts.
Un istante dopo, il reverendo Watts condusse i due uomini in
sacrestia. La signorina Monday percorse la navata in direzione di
Maisie, con l’espressione risoluta che per ogni parrocchiano
indicava che avesse una missione da compiere. «Posso scambiare
due parole in privato con lei, signora Clifton?» chiese.
Non diede a Maisie la possibilità di rispondere, limitandosi a
voltarsi e a incamminarsi verso la sacrestia.
Eddie Atkins non si faceva vedere al Tilly’s da oltre un mese,
ma poi una mattina ricomparve e si accomodò al solito posto, a
uno dei tavoli di Maisie. Quando lei si presentò per servirlo, le
rivolse un sorriso enorme, come se non si fosse mai allontanato.
«Buongiorno, signor Atkins» disse Maisie mentre apriva il
suo bloc-notes. «Cosa posso portarle?»
«Il solito» replicò Eddie.
«È passato parecchio tempo, signor Atkins. Dovrà
rinfrescarmi le idee.»
«Mi dispiace non essermi più fatto sentire, Maisie» disse
Eddie, «ma sono dovuto andare in America praticamente senza
preavviso e sono tornato solo la notte scorsa.»
Voleva credergli. Maisie aveva già ammesso con la madre che
era leggermente delusa del fatto che Eddie non si fosse fatto
sentire da quando l’aveva portata al cinema. La sua compagnia

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era stata piacevole ed era convinta che la serata fosse andata
piuttosto bene.
Un altro uomo aveva iniziato a frequentare con regolarità la
caffetteria e, proprio come Eddie, accettava di sedersi solo a uno
dei tavoli di Maisie. Malgrado non potesse fare a meno di notare
che mostrava un notevole interesse per lei, non lo incoraggiò
minimamente, non solo perché era di mezza età, ma pure perché
indossava una fede nuziale. Aveva un’aria distaccata, come un
avvocato impegnato a studiare un cliente, e ogni volta che le
parlava aveva un che di tronfio. Maisie sentiva sua madre
chiedere: «A che gioco sta giocando?». Ma, forse, aveva male
interpretato le sue intenzioni, perché non tentò mai di attaccare
bottone con lei.
Nemmeno Maisie seppe soffocare un sorrisino quando, una
settimana dopo, i due corteggiatori si presentarono per un caffè
nella stessa mattina e chiesero di vederla più tardi.
Eddie fu il primo e andò dritto al punto. «Che ne dici se ti
passo a prendere stasera dopo il lavoro, Maisie? C’è una cosa che
vorrei proprio mostrarti.»
Maisie avrebbe voluto rispondergli che doveva già uscire con
un’altra persona, tanto per fargli capire che non era disponibile
ogni volta che lui ne avesse avuto voglia, invece, quando tornò al
suo tavolo con il conto, qualche minuto dopo, si ritrovò a
proporre: «Allora ci vediamo dopo il lavoro, Eddie».
Sorrideva ancora quando l’altro cliente disse: «Mi chiedo se
sia possibile fare due chiacchiere con lei, signora Clifton».
Maisie si domandò come facesse a conoscere il suo cognome.
«Non sarebbe meglio parlare con la direttrice, signor…?»
«Frampton» rispose. «No, grazie. Era con lei che speravo di
parlare. Che ne dice del Royal Hotel durante la pausa

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pomeridiana? Non dovrebbero essere necessari più di quindici
minuti del suo tempo.»
«A proposito di autobus che non arrivano mai quando te ne
serve uno» disse Maisie alla signorina Tilly, «e poi ne arrivano
due insieme.» La signorina Tilly le disse che le sembrava di aver
riconosciuto il signor Frampton, ma che non era riuscita a capire
esattamente di chi si trattasse.
Quando Maisie portò il conto al signor Frampton sottolineò
di potergli concedere solo quindici minuti, perché doveva andare
a prendere il figlio a scuola alle quattro in punto. Lui annuì,
come se fosse al corrente anche di quello.
Era davvero nel miglior interesse di Harry fare domanda per
una borsa di studio per la St Bede’s?
Maisie non sapeva con chi discuterne. Stan sarebbe stato
contrario all’idea e probabilmente non avrebbe sentito ragioni. La
signorina Tilly era troppo amica della signorina Monday per
esprimere un parere spassionato e il reverendo Watts le aveva già
consigliato di cercare la guida del Signore, che in passato non si
era rivelata particolarmente affidabile. Il signor Frobisher era
parso davvero una brava persona, ma aveva messo in chiaro che la
decisione spettava soltanto a lei. Il signor Holcombe non le aveva
lasciato dubbi su come la pensava.
Maisie non pensò più al signor Frampton finché non ebbe
finito di servire il suo ultimo cliente. A quel punto si cambiò,
passando dal grembiulino al vecchio cappotto.
La signorina Tilly osservò dalla vetrina Maisie dirigersi verso
il Royal Hotel. Era leggermente nervosa, ma non sapeva
spiegarsene il motivo.
Per quanto Maisie non avesse mai messo piede nel Royal,
sapeva che aveva fama di essere uno dei migliori alberghi della

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West Country e la possibilità di vederlo dall’interno era uno dei
motivi per i quali aveva accettato di incontrare il signor
Frampton.
Si fermò sul marciapiede di fronte e osservò i clienti entrare
dalle porte girevoli. Non aveva mai visto nulla di simile e, solo
quando fu convinta di averne capito il funzionamento, attraversò
la strada ed entrò. Spinse un po’ troppo forte e si ritrovò
proiettata nella hall più velocemente di quanto si fosse aspettata.
Maisie si guardò intorno e individuò il signor Frampton,
seduto per conto suo in un angolo tranquillo della hall. Quando
lo raggiunse lui si alzò immediatamente in piedi, le strinse la
mano e attese che lei si fosse accomodata.
«Posso ordinarle un caffè, signora Clifton?» chiese e, prima
che lei potesse rispondere, aggiunse: «Devo avvertirla che non è
buono come quello del Tilly’s».
«No, grazie, signor Frampton» disse Maisie, il cui unico
interesse era scoprire perché lui avesse voluto vederla.
Il signor Frampton si accese una sigaretta con molta calma e
poi aspirò profondamente. «Signora Clifton» iniziò, posando la
sigaretta sul portacenere, «non avrà potuto fare a meno di notare
che ultimamente sono diventato un cliente abituale del Tilly’s.»
Maisie annuì. «Devo confessare che lei è l’unica ragione delle
mie visite al caffè.» Maisie si era preparata bene la frase che
avrebbe rivolto al pretendente amoroso nel momento in cui lui
avesse smesso di parlare. «In tutti questi anni in cui ho lavorato
nel settore alberghiero» continuò, «non ho mai visto nessuno
svolgere il proprio lavoro con maggiore efficienza di lei. Vorrei
solo che ogni cameriera di questo albergo fosse del suo calibro.»
«Ho avuto una brava insegnante» disse Maisie.
«La stessa cosa vale per le altre quattro cameriere di quella

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caffetteria, ma nessuna di loro ha le sue capacità.»
«Sono lusingata, signor Frampton. Ma perché mi sta
dicendo…»
«Sono il direttore di questo albergo» la interruppe, «e mi
piacerebbe che lei assumesse la gestione della nostra caffetteria,
nota come Palm Court. Come può vedere» continuò, con un
ampio gesto della mano, «abbiamo un centinaio di coperti, ma
meno di un terzo dei posti è occupato regolarmente. Non
esattamente un rendimento proporzionale all’investimento
dell’azienda. Non vi è dubbio che la situazione cambierebbe se
fosse lei a occuparsene. Penso di poterla ricompensare a dovere.»
Maisie non lo fermò.
«Non vedo perché il suo orario di lavoro debba essere molto
diverso da quello del suo attuale impiego. Sono disposto a darle
cinque sterline alla settimana e tutte le mance incassate dalle
cameriere del Palm Court verrebbero divise al cinquanta per
cento con lei. Se riuscisse a incrementare la clientela, potrebbe
rivelarsi molto redditizio per lei. E poi io…»
«Non riesco nemmeno a pensare di lasciare la signorina
Tilly» intervenne Maisie. «È stata così buona con me negli ultimi
sei anni!»
«Apprezzo davvero la sua sensibilità, signora Clifton. Anzi,
sarei rimasto deluso se questa non fosse stata la sua reazione
immediata. La lealtà è un tratto che ammiro tanto. Tuttavia, non
deve tenere conto solo del suo futuro, ma anche di quello di suo
figlio, se dovesse accettare l’offerta di una borsa di studio per il
coro della St Bede’s.»
Maisie restò senza parole.
Quella sera, dopo aver finito di lavorare, Maisie trovò Eddie
seduto nella sua macchina, davanti alla caffetteria. La stava

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aspettando. Quella volta non smontò di scatto per aprirle la
portiera.
«Allora, dove mi porti?» gli chiese, mentre si accomodava
accanto a lui.
«È una sorpresa» disse Eddie accendendo il motore, «ma
credo che non resterai delusa.»
Inserì la prima e si diresse verso una parte della città che
Maisie non aveva mai visitato. Qualche minuto dopo, imboccò un
vicoletto e si fermò davanti a una grossa porta di quercia, sotto
un’insegna al neon che annunciava a lettere di un rosso acceso:
EDDIE’S NIGHTCLUB.
«È tuo?» chiese Maisie.
«Dal primo all’ultimo centimetro quadrato» confermò Eddie
con orgoglio. «Entra e giudica con i tuoi occhi.» Saltò giù dalla
macchina, aprì la porta e fece entrare Maisie. «Un tempo era un
granaio» le spiegò, mentre la accompagnava giù per un’angusta
scala di legno. «Ma, ora che le navi non possono più risalire il
fiume fin qui, l’azienda si è dovuta trasferire, e così sono riuscito
a subentrare alla loro concessione a un prezzo davvero
ragionevole.»
Maisie entrò in uno stanzone dalla luce fioca. Passò un po’
prima che i suoi occhi si abituassero e riuscissero ad assimilare
tutto. Mezza dozzina di uomini seduti su alti sgabelli di cuoio al
bancone del bar a bere e quasi altrettante cameriere che si
muovevano intorno a loro. La parete dietro il bar era un ampio
specchio che dava l’impressione che la stanza fosse più grande di
quello che era. Al centro c’era una pista da ballo circondata da
panchette di velluto felpato in grado di ospitare un paio di
persone. Sul lato opposto vide un palchetto con tanto di
pianoforte, contrabbasso, batteria e diversi leggii.

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Eddie si accomodò al bancone. Guardandosi attorno, disse:
«Ecco perché ho passato tanto tempo in America. In tutta New
York e in tutta Chicago è un costante fiorire di spacci clandestini
come questo. Stanno guadagnando una fortuna». Si accese un
sigaro. «E ti garantisco che a Bristol non ci sarà nulla di simile.
Questo è certo.»
«Questo è certo» ripeté Maisie, raggiungendolo al bancone,
senza però tentare di salire su uno di quegli alti sgabelli.
«Che veleno vuoi, pupa?» chiese Eddie, con quello che
supponeva fosse un accento americano.
«Non bevo» gli rammentò Maisie.
«È uno dei motivi per cui ti ho scelta.»
«Mi hai scelta?»
«Già. Saresti la persona ideale per gestire le cameriere del bar.
Non solo ti pagherei sei sterline alla settimana, ma, se il locale
prendesse piede, le sole mance sarebbero più di quanto tu possa
mai sperare di guadagnare al Tilly’s.»
«E mi dovrei vestire così?» domandò Maisie, indicando una
cameriera che indossava una camicetta rossa in stile gitano e una
gonna nera attillata che le copriva a malapena le ginocchia.
Maisie trovò buffo che fossero gli stessi colori della divisa della
St Bede’s.
«Perché no? Sei bella e i clienti sarebbero disposti a pagare
bene per farsi servire da una come te. Di quando in quando,
naturalmente, qualcuno ti farebbe una proposta, ma saresti di
sicuro in grado di gestire la cosa.»
«A cosa serve una pista da ballo se è un locale per soli
uomini?»
«L’ennesima idea mutuata dagli Stati Uniti» disse Eddie. «Se
vuoi ballare con una delle cameriere, c’è un prezzo da pagare.»

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«E cosa comprende quel prezzo?»
«Sta a loro» disse Eddie, facendo spallucce. «Fintanto che la
cosa non si svolge qui dentro, io non c’entro» aggiunse, con una
risata fin troppo fragorosa. Maisie non rise. «Allora, che ne
pensi?» aggiunse.
«Forse è meglio che vada a casa. Non ho avuto il tempo di
dire a Harry che avrei fatto tardi.»
«Come vuoi, dolcezza» disse Eddie. Le cinse le spalle con un
braccio e l’accompagnò fuori dal bar e su per le scale.
Mentre la riportava in macchina a Still House Lane, le
raccontò i suoi progetti per il futuro. «Ho già messo gli occhi su
un altro posto» disse con entusiasmo. «E, dunque, l’unico limite
è il cielo.»
«L’unico limite è il cielo» ripeté Maisie mentre si fermavano
davanti al numero 27.
Maisie scese di scatto dall’automobile e si avviò rapidamente
al portone.
«Allora, ti serve qualche giorno per pensarci?» chiese Eddie,
rincorrendola.
«No, grazie» disse Maisie senza esitazione. «Ho già deciso»
aggiunse, estraendo la chiave dalla borsetta.
Eddie fece un sorrisino e la tirò a sé con un braccio. «Sapevo
che non sarebbe stata una decisione difficile da prendere.»
Maisie lo allontanò, sorrise con garbo e disse: «È gentile da
parte tua pensare a me, tesoro, però credo che continuerò a
servire caffè». Aprì il portone, prima di aggiungere: «Però, grazie
per avermelo chiesto».
«Come vuoi, pupa, ma se cambi idea la mia porta è sempre
aperta.»
Maisie si chiuse il portone alle spalle.

143
14

Maisie alla fine scelse la persona a cui pensava di poter


chiedere consiglio. Decise di presentarsi al porto senza preavviso,
sperando che fosse in casa quando bussò alla sua porta.
Non disse né a Stan né a Harry a chi avrebbe fatto visita. Uno
dei due avrebbe tentato di impedirglielo e l’altro avrebbe pensato
che lei avesse tradito una confidenza.
Maisie attese il suo giorno libero e, dopo aver lasciato Harry
a scuola, prese il tram per il porto. Aveva scelto con cura il
momento: la tarda mattinata, quando era probabile che lui fosse
ancora nel suo ufficio, mentre Stan doveva essere occupato a
scaricare una nave mercantile all’estremità opposta del porto.
Maisie disse all’uomo al cancello che era venuta per chiedere
un lavoro da addetta alle pulizie. Lui indicò con noncuranza
l’edificio di mattoni rossi e, ancora una volta, non la riconobbe.
Camminando verso Barrington House, Maisie puntò lo
sguardo sulle finestre del quinto piano e si chiese quale fosse il
suo ufficio. Pensò all’incontro con la signora Nettles e a come le
aveva mostrato la porta nel preciso istante in cui le aveva detto il
proprio nome. Ora Maisie non solo aveva un lavoro che le
piaceva e in un posto in cui era rispettata, ma negli ultimi giorni

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aveva ricevuto altre due proposte. Non pensò più alla signora
Nettles mentre superava l’edificio e procedeva lungo la banchina.
Maisie non rallentò il passo finché non vide la sua casa.
Trovava difficile credere che qualcuno potesse vivere in un
vagone ferroviario e iniziò a chiedersi se per caso non avesse
commesso un terribile errore. I racconti di Harry a proposito di
una sala da pranzo, una camera da letto e, addirittura, una
biblioteca erano stati esagerati? Ormai hai fatto tutta questa
strada, non puoi fermarti, Maisie Clifton, si disse, bussando con
forza alla porta del vagone.
«Entri, signora Clifton» disse una voce pacata.
Lei aprì la porta e vide un uomo seduto su un comodo sedile,
tra libri e altri oggetti sparpagliati tutt’intorno. Fu sorpresa dalla
pulizia del vagone e si rese conto che, a dispetto delle parole di
Stan, era lei e non il Vecchio Jack a vivere in terza classe. Stan
aveva perpetuato una leggenda che gli occhi di un bambino privo
di pregiudizi avevano ignorato.
Il Vecchio Jack si alzò immediatamente e le indicò il sedile di
fronte al suo. «Deve senz’altro essere venuta per chiedermi del
giovane Harry.»
«Sì, signor Tar» ribatté lei.
«Mi faccia indovinare. Non riesce a decidere se sia il caso
che lui vada alla St Bede’s oppure che resti alla Merrywood
Elementary.»
«Come fa a saperlo?» chiese Maisie.
«Perché è da un mese che mi pongo lo stesso quesito.»
«Allora, secondo lei, cosa dovrebbe fare?»
«Penso che, a dispetto delle tante difficoltà con cui di certo si
troverà alle prese alla St Bede’s, se non coglie questa
opportunità, rischia di avere dei rimpianti per il resto della sua

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vita.»
«Magari non si aggiudicherà la borsa di studio e la decisione
non spetterà più a noi.»
«La decisione ha smesso di spettare a voi» obiettò il Vecchio
Jack, «nel momento in cui il signor Frobisher ha sentito il
giovane Harry cantare. Ma qualcosa mi dice che questo non è
l’unico motivo per cui lei è venuta a trovarmi.»
Maisie stava iniziando a capire perché Harry ammirasse tanto
quell’uomo. «E ha ragione, signor Tar. Mi serve un suo consiglio
a proposito di un’altra faccenda.»
«Suo figlio mi chiama Jack, tranne quando ce l’ha con me. In
quel caso, mi chiama Vecchio Jack.»
Maisie sorrise. «Ero preoccupata di non guadagnare
abbastanza per garantire a Harry tutti i piccoli extra che gli altri
ragazzini di una scuola come la St Bede’s danno per scontati,
persino se si fosse aggiudicato una borsa di studio. Ma,
fortunatamente, mi è appena stato offerto un altro lavoro, che
dovrebbe significare più soldi.»
«Ed è preoccupata di come reagirà la signorina Tilly quando
le dirà che è sua intenzione andarsene?»
«Conosce la signorina Tilly?»
«No, però Harry me ne ha parlato tante volte. È chiaro che lei
e la signorina Monday sembrano uscite dallo stesso stampo e le
posso assicurare che è uno stampo in edizione limitata. Non ha
motivo di essere in pensiero.»
«Non capisco.»
«Lasci che le spieghi» disse il Vecchio Jack. «La signorina
Monday ha già investito un bel po’ del suo tempo e della sua
competenza per assicurarsi che Harry non solo si aggiudichi la
borsa di studio per la St Bede’s, ma, cosa ben più importante, che

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dimostri di meritarsela. Scommetto che quella donna ha discusso
di ogni possibile eventualità con la sua amica più intima che,
guarda caso, è la signorina Tilly. Dunque, quando le dirà del suo
nuovo impiego, forse scoprirà che non si tratta di un’assoluta
sorpresa.»
«Grazie, Jack. È davvero una fortuna per Harry averla come
amico. Il padre che non ha mai avuto» disse, a bassa voce.
«È il più bel complimento che io abbia ricevuto in tantissimi
anni. Sono solo dispiaciuto che lui abbia perso il padre in
circostanze tanto tragiche.»
«Sa come è morto mio marito?»
«Sì» rispose il Vecchio Jack. Rendendosi conto che non
avrebbe mai dovuto sollevare l’argomento, si affrettò ad
aggiungere: «Ma solo perché me lo ha detto Harry».
«Cosa le ha detto?» chiese Maisie, angosciata.
«Che suo padre è rimasto ucciso in guerra.»
«Ma lei sa che non è vero.»
«Sì, lo so» disse il Vecchio Jack. «E ho il sospetto che anche
Harry sappia che suo padre non può essere morto in guerra.»
«E allora perché non lo dice?»
«Probabilmente pensa che ci sia qualcosa che lei non vuole
rivelargli.»
«Ma la verità non la conosco neanch’io» ammise Maisie.
Il Vecchio Jack non commentò.
Maisie si avviò lentamente verso casa: una domanda aveva
avuto risposta, un’altra restava irrisolta. Ciononostante, non
aveva dubbi che il Vecchio Jack andasse aggiunto alla lista delle
persone che conoscevano la verità su quanto era accaduto a suo
marito.
Saltò fuori che il Vecchio Jack aveva ragione a proposito

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della signorina Tilly, perché, quando Maisie la informò
dell’offerta del signor Frampton, non avrebbe potuto essere più
incoraggiante e comprensiva.
«Sentiremo tutti la sua mancanza» disse, «e, francamente, il
Royal è fortunato ad averla.»
«Come posso anche solo iniziare a ringraziarla per tutto
quello che ha fatto per me nel corso degli anni?» disse Maisie.
«Dovrebbe essere Harry a ringraziare lei» replicò la signorina
Tilly, «e ho il sospetto che sia solo questione di tempo perché se
ne renda conto.»
Maisie iniziò il nuovo lavoro un mese dopo e non impiegò
tanto a scoprire perché il Palm Court non fosse mai pieno per più
di un terzo.
Le cameriere consideravano ciò che facevano un mero lavoro,
a differenza della signorina Tilly, che lo riteneva una vocazione.
Non si prendevano mai la briga di memorizzare i nomi dei clienti
o il loro tavolo preferito. Peggio ancora, spesso il caffè veniva
servito freddo e le torte diventavano rancide in attesa che
qualcuno le comprasse. Maisie non fu sorpresa che non
ricevessero mance: non se le meritavano.
Passato un altro mese, iniziò a capire davvero la portata di ciò
che la signorina Tilly le aveva insegnato.
Dopo tre mesi, Maisie aveva rimpiazzato cinque delle sette
cameriere, senza doverne assumere nemmeno una del Tilly’s.
Aveva inoltre ordinato divise eleganti nuove per tutto il
personale, oltre a piatti, tazze e sottocoppa nuovi e, cosa ancora
più importante, si era rivolta a un nuovo fornitore per il caffè e a
un nuovo pasticcere per le torte. Ecco una cosa che era stata
disposta a sottrarre alla signorina Tilly.
«Mi sta costando un sacco di soldi» si lamentò il signor

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Frampton quando un’altra pila di conti da pagare finì sulla sua
scrivania. «Cerchi di non scordarsi cosa le ho detto sul ritorno di
un investimento.»
«Mi dia altri sei mesi, signor Frampton, e vedrà i risultati.»
Per quanto Maisie lavorasse notte e giorno, trovava sempre il
tempo di portare Harry a scuola al mattino e per andare a
prenderlo nel pomeriggio. Ma avvisò il signor Frampton che ci
sarebbe stato un giorno in cui non sarebbe arrivata puntuale al
lavoro.
Quando gliene spiegò il motivo, lui le diede l’intero giorno
libero.
Poco prima di uscire di casa, Maisie si guardò allo specchio.
Indossava il vestito della domenica, ma non per andare in chiesa.
Sorrise al figlio, che faceva un figurone nella nuova divisa
scolastica rossa e nera. Ciononostante, era leggermente in
imbarazzo mentre attendevano alla fermata del tram.
«Due per Park Street» disse al controllore subito dopo la
partenza del numero 11. Non riuscì a nascondere l’orgoglio
quando lo vide scrutare Harry con maggiore attenzione. Il che non
fece altro che convincere Maisie di aver preso la decisione giusta.
Quando giunsero alla loro fermata, Harry si rifiutò di lasciarle
portare la valigia. Maisie lo tenne stretto per mano mentre
risalivano il pendio che conduceva alla scuola, non sapendo bene
chi dei due fosse più nervoso. Non riusciva a staccare gli occhi
dalle carrozze a un cavallo e dalle automobili con autista che
scaricavano altri ragazzi nel primo giorno dell’anno scolastico.
Sperava solo che Harry potesse trovare almeno un amico tra di
loro. Dopo tutto, alcune tate erano vestite meglio di lei.
Harry iniziò a rallentare l’andatura man mano che si
avvicinavano ai cancelli della scuola. Maisie avvertì il suo

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disagio; o forse era solo la paura dell’ignoto?
«Ora ti lascio» gli disse, chinandosi per baciarlo. «Buona
fortuna, Harry. Rendici tutti fieri di te.»
«Arrivederci, mamma.»
Mentre lo osservava allontanarsi, Maisie notò che qualcun
altro sembrava interessato a Harry Clifton.

150
15

Maisie non si sarebbe mai scordata la prima volta in cui aveva


dovuto rifiutare un cliente.
«Sono certa che fra qualche minuto ci sarà un tavolo libero,
signore.»
Il fatto che, una volta che qualcuno aveva pagato il conto, il
personale alle sue dipendenze fosse in grado di sparecchiare,
sistemare una tovaglia pulita e riapparecchiare per l’ospite
successivo in meno di cinque minuti la inorgogliva.
Il Palm Court divenne rapidamente così popolare che Maisie
fu costretta a tenere un paio di tavoli sempre riservati, nel caso un
cliente abituale si fosse presentato senza preavviso.
La imbarazzava un po’ che alcuni vecchi clienti del Tilly’s
avessero iniziato a spostarsi al Palm Court, non ultimo il caro
signor Craddick, che si ricordava di Harry dai tempi in cui
consegnava i giornali. Per lei fu un complimento persino più
grande che la stessa signorina Tilly avesse iniziato a farle visita
per il caffè del mattino.
«Controllo la concorrenza» le disse. «A proposito, Maisie,
questo caffè è fantastico.»
«Non potrebbe essere altrimenti» ribatté Maisie. «È il suo.»

151
Anche Eddie Atkins si presentava di quando in quando e, a
giudicare dalla dimensione dei suoi sigari, per non parlare del
suo girovita, il cielo doveva essere ancora l’unico limite. Per
quanto fosse cordiale, non chiese mai a Maisie di uscire con lui,
pur ricordandole regolarmente che la sua porta era sempre aperta.
Non che Maisie non avesse una sfilza di ammiratori di cui,
ogni tanto, accettava gli inviti, magari a cena in un ristorante alla
moda, oppure all’Old Vic o al cinema, soprattutto se davano un
film con Greta Garbo. Ma alla fine della serata, quando si
salutavano, non consentiva nient’altro che un bacetto sulla
guancia, prima di tornare a casa. Per lo meno finché non incontrò
Patrick Casey, che le dimostrò che il fascino degli irlandesi non
era solo un cliché.
Quando Patrick entrò per la prima volta al Palm Court, la
testa di Maisie non fu l’unica a girarsi per guardarlo meglio. Era
poco più di un metro e ottanta, con capelli neri mossi e un fisico
da atleta. Per molte donne sarebbe bastato, ma fu il sorriso ad
ammaliare Maisie, come lei sospettava fosse successo a molte
altre.
Patrick le disse di essere nel settore della finanza ma, se per
quello, Eddie le aveva detto di occuparsi di spettacolo. Il suo
lavoro lo faceva approdare a Bristol una o due volte al mese,
occasioni in cui Maisie gli consentiva di portarla a cena, a teatro
o al cinema; saltuariamente, lei infranse addirittura la sua regola
aurea e non prese l’ultimo tram disponibile per tornare a Still
House Lane.
Non sarebbe stata una sorpresa per lei scoprire che Patrick
aveva una moglie e diversi figli nella sua Cork, per quanto lui
avesse giurato con la mano sul cuore di essere scapolo.
Ogni volta che il signor Holcombe si presentava al Palm

152
Court, Maisie lo accompagnava a un tavolo nell’angolo più
isolato della sala, in parte nascosto da una grossa colonna e
lontano dai clienti abituali. Quell’intimità le consentiva di
aggiornarlo sui progressi di Harry.
Un giorno le parve più interessato al futuro che al passato e le
chiese: «Ha deciso cosa farà Harry quando lascerà la St Bede’s?».
«Non ci ho pensato tanto» ammise Maisie. «Dopo tutto, non
accadrà presto.»
«Accadrà sufficientemente presto» obiettò il signor
Holcombe, «e non posso credere che lei voglia che ritorni alla
Merrywood Elementary.»
«No, non lo voglio» disse Maisie con decisione, «ma ci sono
alternative?»
«Harry dice che gli piacerebbe andare alla Bristol Grammar
School, però è preoccupato che lei non si possa permettere la
tassa di iscrizione, se non riuscirà ad aggiudicarsi la borsa di
studio.»
«Non sarà un problema» lo rassicurò Maisie. «Con la mia
paga attuale e con le mance, nessuno dovrà sapere che sua madre
fa la cameriera.»
«E che cameriera» commentò il signor Holcombe,
perlustrando con lo sguardo la sala piena. «Sono solo sorpreso
che lei non abbia aperto un ristorante tutto suo.»
Maisie rise e non ci pensò più finché non ricevette una visita
inaspettata della signorina Tilly.
Maisie frequentava la funzione mattutina della St Mary
Redcliffe ogni domenica per sentir cantare suo figlio. La
signorina Monday l’aveva avvertita che di lì a poco Harry avrebbe
cambiato voce e che non doveva dare per scontato che, nel giro di
qualche settimana, avrebbe cantato parti soliste da tenore.

153
Quella domenica mattina Maisie cercò di concentrarsi sul
sermone, ma la sua mente iniziò a vagare. Puntò lo sguardo sul
lato opposto della navata e vide i Barrington insieme al figlio,
Giles, e a due ragazzine che ipotizzò fossero le figlie, di cui però
non conosceva i nomi. Era rimasta sorpresa quando Harry le
aveva detto che Giles Barrington era il suo migliore amico. Era
stata solo una coincidenza alfabetica ad avvicinarli, le aveva
detto. Sperava che non dovesse mai essere necessario dirgli che
Giles forse era più di un semplice buon amico.
Maisie spesso avrebbe voluto fare di più per aiutare Harry a
ottenere la borsa di studio per la Bristol Grammar School. Per
quanto la signorina Tilly le avesse insegnato a leggere un menu, a
fare le addizioni e le sottrazioni e persino a scrivere qualche
parola semplice, il mero pensiero di quello che Harry stava
vivendo in quel momento la riempiva di trepidazione.
La signorina Monday contribuiva a rendere Maisie più
fiduciosa, ricordandole senza sosta che Harry non avrebbe fatto
tutta quella strada se lei non fosse stata disposta a compiere tanti
sacrifici. «E comunque» aggiungeva, «lei è intelligente tanto
quanto Harry. Semplicemente, non le sono state date le stesse
opportunità.»
Il signor Holcombe la teneva informata su quella che lui
definiva la tempistica e, con l’avvicinarsi della data dell’esame,
Maisie iniziò a essere nervosa tanto quanto il candidato. Colse la
verità di uno dei commenti del Vecchio Jack, ovvero che lo
spettatore spesso soffre ancor più del protagonista.
La sala del Palm Court era zeppa tutti i giorni, il che però non
impedì a Maisie di introdurre ulteriori cambiamenti in un
decennio che la stampa stava descrivendo come i frivoli anni
Trenta.

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Al mattino aveva iniziato a offrire alla clientela un’ampia
varietà di biscotti da accompagnare al caffè e, nel pomeriggio, il
suo menu del tè si stava dimostrando altrettanto popolare,
soprattutto da quando Harry le aveva detto che la signora
Barrington gli aveva proposto di scegliere tra il tè indiano e
quello cinese. Però il signor Frampton aveva messo il veto
all’idea di aggiungere al menu dei sandwich al salmone
affumicato.
Ogni domenica, Maisie si inginocchiava sul suo piccolo
cuscino; la sua preghiera aveva un obiettivo chiaro: «Ti prego,
Signore, di fare in modo che Harry ottenga una borsa di studio.
Se ci riesce, non ti chiederò mai nient’altro».
A una settimana dagli esami, Maisie si accorse di non riuscire
a dormire e restava a letto sveglia a chiedersi come stesse
reagendo Harry. Molti clienti volevano che lei gli facesse i loro
migliori auguri, alcuni perché aveva consegnato loro il giornale
del mattino oppure, semplicemente, perché i figli avevano fatto la
stessa esperienza, la stavano facendo o l’avrebbero fatta in futuro.
A Maisie sembrò che mezza Bristol dovesse affrontare quella
prova.
Il mattino dell’esame, Maisie fece accomodare diversi clienti
abituali al tavolo sbagliato, servì al signor Craddick un caffè al
posto della solita cioccolata calda e, addirittura, portò a due
clienti il conto di qualcun altro. Nessuno si lamentò.
Harry le disse che era convinto di essere andato abbastanza
bene. Le menzionò un certo Thomas Hardy, ma Maisie non
sapeva se fosse un amico o un professore.
Quando l’orologio a pendolo del Palm Court suonò le dieci
di quel giovedì mattina, Maisie seppe che il preside stava per
pubblicare i risultati dell’esame sulla bacheca della scuola. Ma

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passò un’altra ventina di minuti prima che il signor Holcombe
mettesse piede in sala e si dirigesse verso il solito tavolo dietro la
colonna. Dalla sua espressione Maisie non capì come fosse
andato Harry. Attraversò velocemente la sala per raggiungerlo e,
per la prima volta in quattro anni, si accomodò sulla sedia di
fronte a un cliente, anche se crollò sulla sedia sarebbe stata una
descrizione più precisa della scena.
«Harry è passato con ottimi voti» disse il signor Holcombe,
«ma temo che si sia lasciato sfuggire la borsa di studio.»
«Che significa?» chiese Maisie, cercando di bloccare il
tremito alle mani.
«I dodici migliori candidati hanno totalizzato l’ottanta per
cento o voti ancora più alti, e hanno tutti ottenuto borse di studio
generali. Anzi, l’amico di Harry, Deakins, ha ottenuto il voto più
alto, il novantadue per cento. Harry ha totalizzato un
dignitosissimo settantotto per cento e si è classificato
diciassettesimo su trecento candidati. Il signor Frobisher mi ha
detto che è stato lo scritto di Inglese a tradirlo.»
«Avrebbe dovuto leggere Hardy invece di Dickens» commentò
lei, che non aveva mai letto un libro in vita sua.
«A Harry verrà comunque offerto un posto alla BGS» disse il
signor Holcombe, «ma non riceverà il contributo annuo di cento
sterline.»
Maisie si alzò dal suo posto. «In tal caso, basterà che io
faccia tre turni di lavoro invece che due, giusto? Perché lui non
tornerà alla Merrywood Elementary, signor Holcombe. Questo
posso garantirglielo.»
Nei giorni seguenti, Maisie fu sorpresa dall’elevato numero
di clienti abituali che si congratulavano con lei per l’ottimo
risultato raggiunto da Harry. Scoprì anche che i figli di alcuni di

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loro non erano riusciti a superare l’esame, in un caso per un solo
punto percentuale. Si sarebbero dovuti accontentare della loro
seconda scelta. Il che rese Maisie ancor più determinata a non
lasciare che nulla impedisse a Harry di presentarsi alla Bristol
Grammar School il primo giorno dell’anno scolastico.
Una cosa strana che notò la settimana seguente fu che le sue
mance raddoppiarono. Il caro vecchio signor Craddick le allungò
una banconota da cinque sterline, dicendo: «Per Harry. Che si
dimostri degno di sua madre».
Quando la sottile busta bianca cadde nella buca delle lettere
di Still House Lane, di per sé un evento, Harry aprì la lettera e la
lesse a sua madre. A Clifton, H. era stato offerto un posto nella
sezione A in vista del primo trimestre, che sarebbe iniziato il 15
settembre. Quando lesse l’ultimo paragrafo, in cui si chiedeva
alla signora Clifton di confermare per iscritto se il candidato
intendeva accettare o rifiutare l’offerta, lui la guardò
nervosamente.
«Devi rispondere immediatamente e comunicare che accetti
l’offerta!» gli disse.
Harry le gettò le braccia al collo e sussurrò: «Vorrei solo che
mio padre fosse vivo».
Forse lo è, pensò Maisie.
Qualche giorno dopo, una seconda lettera atterrò sullo
zerbino. Si trattava di una lunga lista di articoli da acquistare
entro il primo giorno di scuola. Maisie notò che Harry aveva
bisogno di due esemplari, talvolta tre o più e, in un caso, sei –
calze grigie al ginocchio, più reggicalze – di ogni articolo.
«Peccato che tu non possa prendere in prestito un paio delle
mie giarrettiere» gli disse. Harry arrossì.
Una terza lettera invitava il nuovo allievo a scegliere tre

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attività da una lista che spaziava dal club dell’auto al Corpo
addestramento ufficiali, che in alcuni casi prevedevano un costo
aggiuntivo di cinque sterline per attività. Harry scelse il coro, che
non prevedeva costi aggiuntivi, oltre al circolo del teatro e a
quello degli Amanti dell’arte. Quest’ultimo implicava che
qualsiasi visita a gallerie d’arte fuori da Bristol avrebbe
comportato un costo supplementare.
Maisie avrebbe voluto che non ci fosse un solo signor
Craddick, ma fece in modo che Harry non venisse mai a sapere
che c’era qualche motivo di preoccupazione, per quanto il signor
Holcombe le avesse ricordato che il figlio sarebbe rimasto alla
Bristol Grammar School per cinque anni. «Il primo membro della
famiglia a non abbandonare la scuola prima del compimento del
quattordicesimo compleanno» gli aveva detto lei.
Maisie si preparò a un’altra visita a T.C. Marsh, Sartoria
d’eccezione.
Quando Harry ebbe il suo corredo completo e fu pronto per il
primo giorno di scuola, Maisie aveva ripreso ad andare a piedi al
lavoro, risparmiando cinque centesimi alla settimana in biglietti
del tram o, come disse a sua madre: «Una sterlina all’anno,
abbastanza per comprare un abito nuovo per Harry».
I genitori, aveva imparato Maisie nel corso degli anni,
possono essere considerati una necessità malaugurata dai figli,
ma più spesso sono pure un imbarazzo.
Al primo speech day alla St Bede’s, Maisie era stata l’unica
madre a non indossare un cappello. Dopo quell’occasione ne
aveva acquistato uno in un negozio di abiti di seconda mano e,
per quanto fuori moda, le sarebbe dovuto durare finché Harry non
avesse lasciato la Bristol Grammar School.
Harry aveva accettato di farsi accompagnare da lei il primo

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giorno, ma Maisie aveva già deciso che era grande a sufficienza
per prendere un tram per tornare la sera. La sua principale
preoccupazione non riguardava il modo in cui Harry si sarebbe
spostato da casa a scuola, ma cosa fare di lui la sera, ora che non
era più in convitto e non avrebbe più dormito a scuola durante
l’anno scolastico. Non aveva dubbi sul fatto che, se avesse
ripreso a dividere la camera con lo zio Stan, le cose sarebbero
finite male. Tentò di togliersi il problema dalla testa mentre si
preparava al primo giorno di Harry presso la nuova scuola.
Con il cappello in testa, con il suo cappotto migliore –
nonché l’unico – lavato di recente, scarpe nere pratiche insieme
all’unico paio di calze di seta che possedesse, Maisie si sentiva
pronta ad affrontare gli altri genitori. Quando scese le scale,
Harry la aspettava già accanto alla porta. Con la nuova divisa
rossa e nera era così elegante che avrebbe voluto farlo marciare
avanti e indietro per Still House Lane in maniera che i vicini
sapessero che un abitante di quella strada stava per andare alla
Bristol Grammar School.
Come avevano fatto in occasione del primo giorno alla St
Bede’s, presero il tram, ma Harry chiese a Maisie se potevano
scendere alla fermata prima di University Road. Non le era più
consentito tenerlo per mano, però gli raddrizzò più di una volta il
berretto e la cravatta.
Quando Maisie vide il rumoroso assembramento di giovani
intorno al cancello della scuola, disse: «Meglio che vada,
altrimenti farò tardi al lavoro», parole che sconcertarono Harry,
perché sapeva che il signor Frampton le aveva concesso un giorno
di riposo.
Strinse il figlio in un rapido abbraccio, tenendolo però
d’occhio con una certa diffidenza mentre lui risaliva la collina. La

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prima persona a salutarlo fu Giles Barrington. Maisie fu sorpresa
di vederlo, dato che Harry le aveva detto che probabilmente
sarebbe andato a Eton. Si strinsero la mano come due adulti che
avessero appena stipulato un importante accordo.
Maisie notò il signore e la signora Barrington fermi ai
margini della folla. Lui stava cercando di evitarla? Qualche
minuto dopo, i signori Deakins si unirono a loro, accompagnati
dallo studente che si era aggiudicato la borsa di studio Peloquin
Memorial. Altre strette di mano, mancine nel caso del signor
Deakins.
Mentre i genitori iniziavano a prendere commiato dai loro
figli, Maisie osservò il signor Barrington stringere la mano di
Giles e poi di Deakins, ma voltarsi dall’altra parte quando Harry
gli tese la sua. La signora Barrington parve imbarazzata e Maisie
si domandò se in seguito avrebbe chiesto a Hugo perché mai
avesse ignorato il miglior amico di Giles. Se lo avesse fatto,
Maisie ne era certa, lui non le avrebbe spiegato il vero motivo.
Maisie temeva che non sarebbe passato molto tempo prima che
Harry chiedesse perché il signor Barrington lo snobbava
regolarmente. Fintanto che solo tre persone sapevano la verità,
non le veniva in mente una sola ragione per cui Harry potesse mai
scoprirla.

160
16

La signorina Tilly era diventata un’habitué del Palm Court,


tanto che aveva il proprio tavolo.
In genere, si presentava intorno alle quattro e ordinava una
tazza di tè (Earl Grey) e un sandwich al cetriolo. Non prendeva
mai nulla dal grande assortimento di torte alla crema, crostate ed
éclair al cioccolato, però, ogni tanto, si concedeva una focaccina
imburrata. Quando una volta si presentò poco prima delle cinque,
ora insolitamente tarda per lei, fu un sollievo per Maisie che il
suo solito tavolo fosse libero.
«Mi chiedevo se oggi fosse possibile accomodarmi in un
posto un po’ più discreto, Maisie. Ho bisogno di scambiare due
chiacchiere con lei in tranquillità.»
«Certo, signorina Tilly» disse Maisie, accompagnandola al
tavolo preferito del signor Holcombe, dietro la colonna, in fondo
alla sala. «Smonto tra una decina di minuti e la raggiungo.»
Quando Susan, la sua sostituta, giunse a darle il cambio,
Maisie le spiegò che avrebbe fatto compagnia alla signorina Tilly
per qualche minuto, ma che non si aspettava che lei la servisse.
«La vecchietta è scontenta di qualcosa?» chiese Susan.
«Quella vecchietta mi ha insegnato tutto quello che so»

161
ribatté Maisie con un sorrisino.
Allo scoccare delle cinque, attraversò la sala e si accomodò di
fronte alla signorina Tilly. Non si sedeva quasi mai con i clienti e,
nelle poche occasioni in cui lo faceva, non si sentiva a suo agio.
«Le va un goccio di tè, Maisie?»
«No, grazie, signorina Tilly.»
«Capisco. Cercherò di non trattenerla a lungo. Prima di dirle
il motivo per cui ho voluto vederla, posso chiederle come se la
cava Harry?»
«Vorrei tanto che smettesse di crescere. Devo allungargli i
calzoni ogni poche settimane. Di questo passo, prima della fine
dell’anno i suoi pantaloni lunghi saranno diventati braghe corte.»
La signorina Tilly rise. «E la scuola?»
«L’ultima pagella diceva…» Maisie fece una pausa, cercando
di richiamare alla mente le frasi esatte. «Un inizio davvero
soddisfacente. Molto promettente. È stato il migliore in Inglese.»
«Davvero ironico» commentò la signorina Tilly. «Se ben
ricordo, è stata la materia che lo ha tradito all’esame di
ammissione.»
Maisie annuì e cercò di non pensare alle conseguenze
economiche del fatto che Harry non aveva letto a sufficienza
Thomas Hardy.
«Deve essere molto fiera di lui» continuò la signorina Tilly.
«Domenica scorsa, quando sono andata alla St Mary’s, sono stata
felicissima di vederlo di nuovo nel coro.»
«Sì, anche se ora si deve accontentare di un posto nell’ultima
fila insieme agli altri baritoni. I suoi giorni da solista sono finiti.
Però è entrato nel circolo del teatro e, siccome alla BGS non ci
sono ragazze, interpreta Ursula nello spettacolo della scuola.»
«Molto rumore per nulla. Tuttavia, non devo farle sprecare

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altro tempo e, dunque, verrò al motivo per cui ho voluto vederla.»
Bevve un sorso di tè, come se volesse ricomporsi prima di
riprendere a parlare, e poi le parole uscirono di getto. «Il mese
prossimo, mia cara, compirò sessant’anni ed è da un po’ che sto
meditando di ritirarmi dall’attività.»
A Maisie non era mai passato per la mente che la signorina
Tilly non avrebbe continuato in eterno.
«La signorina Monday e io abbiamo parlato della possibilità
di trasferirci in Cornovaglia. Abbiamo messo gli occhi su un
piccolo cottage sul mare.»
Non abbandonate Bristol, avrebbe voluto dirle Maisie. Voglio
bene a entrambe e, se ve ne andate, a chi mi rivolgerò se avrò
bisogno di un consiglio?
«Il mese scorso, la situazione è cambiata» seguitò la signorina
Tilly, «quando un uomo d’affari locale mi ha fatto un’offerta per
rilevare la caffetteria. Pare che voglia aggiungerla al suo impero
in espansione. E, per quanto l’idea che il Tilly’s faccia parte di
una catena non mi sorrida, l’offerta è stata una tentazione troppo
forte per rifiutarla senza nemmeno pensarci.»
Maisie aveva una sola domanda, ma non interruppe la
signorina Tilly, che era un fiume in piena.
«Da allora ho riflettuto molto sulla questione e ho deciso che,
se le riuscisse di racimolare la stessa somma che mi ha offerto
quell’uomo, preferirei che fosse lei a subentrare nell’attività
anziché cederla a uno sconosciuto.»
«Quanto le ha offerto?»
«Cinquecento sterline.»
Maisie sospirò. «Mi lusinga che lei abbia anche solo pensato
a me» disse infine, «ma la verità è che non dispongo di
cinquecento centesimi, figurarsi cinquecento sterline.»

163
«Temevo che mi avrebbe risposto così» replicò la signorina
Tilly. «Però, se lei trovasse un finanziatore, sono certa che lo
considererebbe un buon investimento. Dopo tutto, l’anno scorso
ho guadagnato centododici sterline e dieci scellini, escluso il
salario. Gliel’avrei lasciata per meno di cinquecento, ma abbiamo
trovato una deliziosa casetta a St Mawes e i padroni non
accetteranno di incassare un centesimo meno di trecento. Con i
nostri risparmi, la signorina Monday e io riusciremmo a
sopravvivere per un anno o due, tuttavia, siccome nessuna delle
due può contare su una pensione, le duecento sterline in più
faranno tutta la differenza del mondo.»
Maisie stava giusto per dire alla signorina Tilly che era
davvero dispiaciuta, ma che la cosa era fuori discussione, quando
Patrick Casey entrò nella sala e si sedette al solito tavolo.
Fu solo dopo aver fatto l’amore che Maisie parlò a Patrick
dell’offerta della signorina Tilly. Lui si tirò a sedere sul letto, si
accese una sigaretta e fece un lungo tiro.
«Procurarsi una somma del genere non dovrebbe essere
particolarmente difficile. Dopo tutto, non si parla certo di Brunel
che deve racimolare i soldi per costruire il ponte sospeso di
Clifton.»
«No, però è la signora Clifton che cerca di raccogliere
cinquecento sterline quando non ha un soldo in tasca.»
«Vero, ma saresti nelle condizioni di mostrare un flusso di
cassa e utili comprovati, per non parlare dell’avviamento della
caffetteria. Bada bene, dovrò guardare i libri contabili degli
ultimi cinque anni ed essere certo che ti sia stato detto tutto.»
«La signorina Tilly non tenterebbe mai di ingannare
nessuno.»
«Dovrai controllare che nel prossimo futuro non sia previsto

164
un aumento del canone d’affitto» continuò Patrick, ignorando le
sue parole, «e controllare due volte che il suo contabile non se ne
venga fuori con qualche penale nel momento in cui inizi a trarre
profitti dall’attività.»
«La signorina Tilly non farebbe mai una cosa del genere»
insistette Maisie.
«Ti fidi davvero tanto, Maisie. Quello che devi tenere a mente
è che la faccenda non sarà nelle mani della signorina Tilly, bensì
di un avvocato convinto di doversi guadagnare l’onorario e di un
contabile in cerca della liquidazione nel caso in cui decidessi di
non tenerlo.»
«È chiaro che non hai mai incontrato la signorina Tilly.»
«La tua fiducia in lei è commovente, Maisie, ma il mio lavoro
consiste nel proteggere le persone come te, e centododici sterline
e dieci scellini di profitto all’anno non ti basterebbero,
considerate le rate che dovrai versare con regolarità all’investitore
che ti ha prestato i soldi.»
«La signorina Tilly mi ha assicurato che il suo salario non era
considerato nei profitti.»
«Potrebbe essere vero, ma non sai a quanto ammonti quel
salario. Per sopravvivere ti serviranno almeno altre
duecentocinquanta sterline l’anno, altrimenti non solo sarai in
passivo, ma Harry dovrà abbandonare la scuola.»
«Non vedo l’ora che tu conosca la signorina Tilly.»
«E che mi dici delle mance? Al Royal incassi il cinquanta per
cento di tutte le mance, che corrispondono ad almeno altre
duecento sterline all’anno, al momento non tassate, anche se non
ho dubbi sul fatto che un governo futuro prima o poi se ne
accorgerà.»
«Forse dovrei dire alla signorina Tilly che è un rischio

165
eccessivo. In fondo, come non fai che ripetermi, al Royal ho un
reddito garantito, senza il minimo rischio.»
«Vero. Ma, se la signorina Tilly è brava la metà di quello che
dici, forse è un’opportunità che potrebbe non presentarsi più.»
«Deciditi, Patrick» esclamò Maisie, tentando di non sembrare
esasperata.
«Lo farò nel momento in cui avrò visto i registri.»
«Li vedrai quando incontrerai la signorina Tilly» disse
Maisie, «perché in quel momento capirai cosa significa davvero
essere benintenzionati.»
«Non vedo l’ora di conoscere questo modello di virtù.»
«Significa che mi rappresenterai?»
«Sì» disse Patrick, schiacciando la sigaretta sul posacenere.
«E quanto chiederai a questa vedova squattrinata, signor
Casey?»
«Spegni la luce.»
«È sicura che sia un rischio che vale la pena di correre dato
che ha tanto da perdere?» chiese il signor Frampton.
«Il mio consulente finanziario ne è convinto» ribatté Maisie.
«Mi ha assicurato non solo che i conti tornano, ma che, una volta
che avrò estinto il mutuo, nel giro di cinque anni dovrei ottenere
dei profitti.»
«Ma in quegli anni Harry sarà alla Bristol Grammar…»
«Lo so bene, signor Frampton, tuttavia il signor Casey si è
accordato per un salario sostanzioso e, dopo aver diviso le mance
con il personale, dovrei riuscire a guadagnare grosso modo la
stessa cifra che attualmente porto a casa. Ma quel che più conta è
che, nel giro di cinque anni, sarò proprietaria di un’impresa
commerciale e che da quel momento in poi tutti i profitti saranno
miei» replicò lei, cercando di ricordare le parole esatte di Patrick.

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«Mi è chiaro che ha preso una decisione» disse il signor
Frampton. «Ma mi permetta di avvertirla, Maisie, che c’è una
grande differenza tra essere un’impiegata che sa di portare a casa
una busta paga ogni settimana ed essere un datore di lavoro che
ha la responsabilità di mettere i soldi in diverse buste paga ogni
venerdì sera. Francamente, lei è la migliore in quel che fa, tuttavia
è davvero sicura di voler passare dal lavoro in sala a quello di
gestore?»
«Il signor Casey sarà al mio fianco e mi consiglierà.»
«Casey è un tizio capace, lo ammetto, però deve anche
occuparsi di clienti più importanti in tutto il paese. Sarà lei a
dover gestire l’attività nel quotidiano. Se qualcosa dovesse
andare storto, lui non sarà sempre lì a tenerla per mano.»
«Ma un’opportunità come questa potrebbe non ripresentarsi
mai più in vita mia.» Un’altra frase di Patrick.
«E sia, Maisie. E non abbia dubbi sul fatto che al Royal
sentiremo tutti la sua mancanza. L’unico motivo per cui non è
insostituibile è che ha formato benissimo la sua vice.»
«Susan non la deluderà, signor Frampton.»
«Ne sono certo. Ma non sarà mai Maisie Clifton. Mi permetta
di essere il primo ad augurarle tutto il successo possibile nella
sua nuova avventura. E sappia che, se le cose non dovessero
andare come da programma, qui al Royal ci sarà sempre lavoro
per lei.»
Il signor Frampton si alzò dalla scrivania e strinse la mano di
Maisie, esattamente come aveva fatto sei anni prima.

167
17

Un mese più tardi Maisie firmò sei documenti in presenza del


signor Prendergast, il direttore della National Provincial Bank di
Corn Street. Ma non prima che Patrick le avesse illustrato ogni
pagina, riga dopo riga, finalmente felice di ammettere quanto si
fosse sbagliato a dubitare della signorina Tilly. Se tutti si fossero
comportati con altrettanta onestà, le disse, lui sarebbe rimasto
senza lavoro.
Il 19 marzo 1934, Maisie consegnò alla signorina Tilly un
assegno da cinquecento sterline, e in cambio ricevette un
fortissimo abbraccio e una caffetteria. Una settimana dopo, la
signorina Tilly e la signorina Monday partirono per la
Cornovaglia.
L’indomani, quando Maisie aprì l’attività, mantenne il nome
Tilly’s. Patrick le aveva consigliato di non sottovalutare le
implicazioni positive di quel nome sulla porta della caffetteria
(Fondata nel 1898) e di non pensare di cambiarlo fintanto che la
precedente proprietaria non fosse stata un semplice ricordo… e
magari neppure allora. «Ai clienti abituali non piacciono i
cambiamenti, meno che mai quelli improvvisi, pertanto non
affrettare le cose.»

168
Maisie, tuttavia, aveva individuato qualche cambiamento che
non avrebbe offeso nessun cliente abituale. Era convinta che un
set di tovaglie nuove non sarebbe stato inopportuno e che le sedie
e persino i tavoli iniziassero ad avere un’aria… be’, sorpassata. E
la signorina Tilly non si era accorta che la moquette era un po’
usurata?
«Vacci piano» la ammonì Patrick nel corso di una delle sue
visite mensili. «Ricorda che è molto più facile spendere che
guadagnare, e non ti sorprendere se qualcuna delle vecchie
bisbetiche sparirà e nei primi mesi non guadagnerai tanto quanto
ti eri aspettata.»
Scoprì che Patrick aveva ragione. Il numero dei coperti calò
nel corso del primo mese e pure nel secondo, dimostrando quanto
fosse stata popolare la signorina Tilly. Se fossero diminuiti anche
nel terzo, Patrick avrebbe parlato a Maisie di problemi di
liquidità e di scoperti in banca, ma il calo si arrestò – l’ennesima
espressione di Patrick – e, addirittura, i numeri iniziarono a salire
nel mese successivo, benché non in modo vertiginoso.
Alla fine del primo anno Maisie era in pareggio, ma non
aveva guadagnato a sufficienza per cominciare a ripagare il
prestito della banca.
«Non ti agitare, mia cara» le disse la signorina Tilly in
occasione di una delle sue rare visite a Bristol. «Sono passati
anni prima che io guadagnassi qualcosa.» Maisie però non aveva
tutto quel tempo a disposizione.
Il secondo anno iniziò bene, dato che alcuni dei clienti
abituali del Palm Court tornarono al loro locale d’elezione. Eddie
Atkins aveva messo su tanti di quei chili e i suoi sigari erano
talmente più grossi di prima che Maisie non poté fare altro che
ipotizzare che gli affari nel mondo dello spettacolo stessero

169
prosperando. Il signor Craddick si presentava ogni mattina alle
undici, con un impermeabile e l’ombrello in mano a prescindere
dal clima. Il signor Holcombe di quando in quando faceva un
salto, sempre desideroso di sapere come se la cavasse Harry, e lei
non gli faceva mai pagare il conto. La prima cosa che faceva
Patrick ogni volta che tornava a Bristol era passare dal Tilly’s.
Nel corso del secondo anno, Maisie dovette sostituire un
fornitore che sembrava ignorare la differenza tra fresco e stantio e
una cameriera che non era convinta che il cliente avesse sempre
ragione. Diverse ragazze fecero domanda per ottenere il posto,
visto che era sempre più accettabile per una donna andare a
lavorare. Maisie scelse una certa Karen, che aveva una massa di
riccioli biondi, grandi occhi azzurri e quello che le riviste di
moda descrivevano come un vitino di vespa. Maisie aveva la
sensazione che Karen potesse attrarre nuovi avventori, più
giovani della media dei suoi clienti abituali.
Scegliere un nuovo fornitore di torte si rivelò un compito più
difficile. E, per quanto avesse ricevuto offerte da diverse aziende,
Maisie era molto esigente. Tuttavia, quando Bob Burrows della
Burrows’ Bakery (fondata nel 1935) si presentò sulla sua soglia e
le disse che il Tilly’s sarebbe stato il suo primo cliente, lo mise in
prova per un mese.
Bob si rivelò un gran lavoratore e una persona affidabile e,
cosa ancora più importante, i suoi prodotti erano sempre così
freschi e allettanti che i clienti di Maisie spesso dicevano: «Be’,
magari ci sta un’altra porzione». I suoi panini dolci alla panna e
le focaccine alla frutta erano particolarmente popolari, ma erano i
brownie al cioccolato, la moda del momento, a scomparire dal
banco dei dolci ben prima di mezzogiorno. Tuttavia, malgrado le
insistenze di Maisie, Bob continuò a dirle di non poterne

170
preparare di più.
Una mattina, dopo che Bob le ebbe lasciato i suoi prodotti,
Maisie pensò che avesse l’aria un po’ abbattuta e gli offrì una
tazza di caffè. Le confessò di soffrire degli stessi problemi di
liquidità che aveva avuto lei nel primo anno di attività. Ma era
convinto che presto le cose sarebbero migliorate, dato che era
stato scelto da due nuovi locali, sottolineando, però, quanto fosse
in debito con Maisie per avergli offerto la sua prima opportunità.
Con il passare delle settimane, quelle pause per il caffè del
mattino divennero una sorta di rito. Ciò nonostante, Maisie non
avrebbe potuto essere più sorpresa quando Bob le propose un
appuntamento galante, convinta com’era che il loro fosse un
rapporto professionale. Lui aveva acquistato i biglietti per
Glamorous Night, il nuovo musical in scena all’Hippodrome che
Maisie aveva sperato che Patrick la portasse a vedere. Ringraziò
Bob e disse che non voleva rovinare la loro amicizia. Le sarebbe
piaciuto aggiungere che nella sua vita c’erano già due uomini, un
quindicenne preoccupato per l’acne e un irlandese che passava da
Bristol solo una volta al mese e non sembrava capire che lei era
innamorata di lui.
Bob però non era disposto ad accettare un no e, un mese
dopo, Maisie fu ancora più in imbarazzo quando lui le donò una
spilla di marcasite. Gli diede un bacio su una guancia e si
domandò come avesse scoperto che era il suo compleanno.
Quella sera infilò la spilla in un cassetto e forse se ne sarebbe
scordata, se non avesse ricevuto altri regali a intervalli regolari.
Patrick pareva divertito dall’insistenza del suo rivale e una
sera, a cena, ricordò a Maisie che era una donna bella e dal futuro
brillante.
Maisie non rise. «Questa storia deve finire» disse.

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«In tal caso, perché non ti trovi un altro fornitore?»
«Perché quelli validi sono più rari degli amanti. A ogni buon
conto, Bob è affidabile, i suoi dolci sono i migliori della città e i
suoi prezzi sono più bassi di quelli della concorrenza.»
«Ed è innamorato di te» sottolineò Patrick.
«Non scherzare, Patrick. Questa storia deve finire.»
«C’è una storia ben più importante che deve finire» ribatté lui
chinandosi e aprendo la sua ventiquattrore.
«Consentimi di ricordarti che in teoria dovremmo goderci una
cena romantica a lume di candela, e non parlare di affari.»
«Temo che questo non possa aspettare» disse lui, posando sul
tavolo un fascio di fogli. «Sono i conti dei tuoi ultimi tre mesi e
leggerli non è piacevole.»
«Ma credevo mi avessi detto che le cose stavano
migliorando…»
«E così è stato. Sei riuscita a mantenere le uscite entro il
limite raccomandato dalla banca, ma, inspiegabilmente, nello
stesso periodo le entrate sono calate.»
«Com’è possibile?» chiese Maisie. «Il mese scorso abbiamo
stabilito il record dei coperti…»
«Ecco perché ho deciso di passare in rassegna tutte le spese e
le ricevute dello scorso mese. I conti non tornano, semplice. Sono
giunto alla triste conclusione, Maisie, che una delle tue cameriere
deve aver attinto alla cassa. Succede spesso nel settore della
ristorazione; di solito è il barista o il capocameriere ma, una volta
che la cosa comincia, è impossibile fermarla finché non trovi il
responsabile e lo licenzi. Se non individui il colpevole in fretta,
per un altro anno non registrerai profitti e non riuscirai a
restituire un centesimo di quanto devi alla banca, figurarsi se
potrai iniziare a ridurre il tuo scoperto.»

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«Cosa mi suggerisci di fare?»
«In futuro, dovrai tenere d’occhio attentamente il personale
finché qualcuno non si tradirà.»
«Come faccio a capire di chi si tratta?»
«Ci sono diversi indizi a cui badare» disse Patrick.
«Qualcuno che vive al di sopra delle proprie possibilità, che
magari indossa una giacca nuova o un gioiello costoso, oppure
che fa una vacanza che di norma non potrebbe permettersi.
Probabilmente ti dirà che ha un fidanzato nuovo, ma…»
«Diamine!» esclamò Maisie. «Penso di sapere chi può
essere.»
«Chi?»
«Karen. È con me da pochi mesi e di recente è andata a
Londra nei fine settimana in cui era di riposo. Lunedì scorso si è
presentata al lavoro con una sciarpa nuova e un paio di guanti di
pelle che mi hanno fatto una certa invidia.»
«Non trarre conclusioni affrettate» le consigliò Patrick, «però
tienila d’occhio. O si frega le mance oppure mette le mani nella
cassa, o entrambe le cose. E posso assicurarti che non smetterà.
In genere, i ladri diventano più sicuri di sé finché non vengono
colti sul fatto. Devi porre fine a questa storia, e in fretta, prima di
andare in malora.»
Maisie odiava dover spiare il personale. Dopo tutto, aveva
selezionato lei stessa buona parte delle ragazze più giovani,
mentre le più vecchie lavoravano al Tilly’s da anni.
Osservò in particolare Karen, ma non notò nulla che lasciasse
intendere che rubava. Del resto, come le aveva detto Patrick, i
ladri sono più scaltri degli onesti e sarebbe stato impossibile per
Maisie tenerla costantemente d’occhio.
Poi il problema si risolse da solo. Karen si licenziò,

173
annunciando che si era fidanzata e che avrebbe raggiunto il futuro
marito a Londra alla fine del mese. Maisie pensò che il suo anello
di fidanzamento fosse davvero bello, e non poté fare a meno di
chiedersi chi l’avesse pagato. Ma archiviò quella riflessione,
contenta di avere un problema in meno a cui pensare.
Qualche settimana dopo, tuttavia, quando tornò da Bristol,
Patrick avvertì Maisie che gli utili mensili si erano nuovamente
ridotti, e che dunque il ladro non poteva essere Karen.
«Dici che è ora di chiamare la polizia?» domandò lei.
«Non ancora. L’ultima cosa di cui hai bisogno sono false
accuse o dicerie che non faranno altro che mettere di malumore il
personale. La polizia potrebbe stanare il ladro, ma, prima che ci
riesca, rischieresti di perdere alcune delle persone migliori che
lavorano per te, persone a cui non piacerà essere sospettate. E
puoi scommettere che lo scoprirà anche qualche cliente, e non è
certo il caso.»
«Per quanto tempo ancora posso permettermi di andare avanti
così?»
«Concediamoci ancora un mese. Se a quel punto non avremo
scoperto di chi si tratta, dovrai chiedere l’intervento della
polizia.» Le rivolse un enorme sorriso. «E adesso smettiamola di
parlare d’affari e cerchiamo di ricordarci che dovremmo
festeggiare il tuo compleanno.»
«È stato due mesi fa» gli fece notare lei. «E, non fosse stato
per Bob, non lo avresti neppure saputo.»
Patrick aprì nuovamente la sua ventiquattrore. Questa volta,
però, ne estrasse una scatola blu Savoia con il familiare marchio
di Swan’s. La passò a Maisie, che l’aprì con calma, trovandovi un
paio di guanti di pelle neri e una sciarpa di lana con i classici
motivi di Burberry.

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«Allora sei tu che mi hai derubata!» esclamò Maisie,
gettandogli le braccia al collo.
Patrick non rispose.
«Che succede?»
«Ho un’altra notizia da darti.»
Maisie lo guardò negli occhi e si chiese cos’altro potesse non
andare al Tilly’s.
«Sono stato promosso. Sarò il nuovo vicedirettore della
nostra sede di Dublino. Sarò quasi sempre incollato alla
scrivania, e dunque qualcun altro prenderà il mio posto quaggiù.
Riuscirò comunque a farti visita, ma non con la stessa
frequenza.»
Maisie crollò tra le sue braccia e pianse per tutta la notte.
Aveva creduto di non volersi risposare mai più, finché l’uomo che
amava non era stato più disponibile.
L’indomani si presentò tardi al lavoro e trovò Bob ad
attenderla davanti alla caffetteria. Dopo che ebbe aperto la porta
di ingresso, lui iniziò a scaricare la fornitura del mattino dal
furgone.
«Sarò da te fra un attimo» disse Maisie, sparendo nel bagno
del personale.
Aveva detto addio a Patrick mentre lui saliva su un treno a
Temple Meads ed era scoppiata ancora a piangere. Doveva avere
un’aria orribile e non voleva che i clienti abituali pensassero che
c’era qualcosa che non andava. «Mai portare sul lavoro i vostri
problemi» era solita ricordare al personale la signorina Tilly. «I
clienti ne hanno già abbastanza dei loro, senza doversi
preoccupare dei vostri.»
Maisie si guardò allo specchio: il trucco era in condizioni
disastrose. «Dannazione» disse ad alta voce quando ricordò di

175
aver lasciato la borsetta sul bancone. Mentre rientrava nel
ristorante per recuperarla, ebbe un improvviso conato di vomito.
Bob le dava la schiena e aveva una mano nella cassa. Lo osservò
schiaffarsi una manciata di banconote e monete in una tasca dei
calzoni, chiudere tranquillamente la cassa e tornare al furgone per
prendere un altro vassoio di torte.
Maisie sapeva esattamente cosa le avrebbe consigliato di fare
Patrick. Entrò nella caffetteria e si fermò accanto alla cassa
mentre Bob varcava di nuovo la soglia. Con sé non aveva un
vassoio bensì una scatoletta rossa di cuoio. Le rivolse un enorme
sorriso e si lasciò cadere in ginocchio.
«Bob Burrows, vattene immediatamente» ordinò Maisie, con
un tono di voce che sorprese persino lei. «Se ti rivedo vicino al
mio locale chiamo la polizia.»
Si aspettava una sequela di spiegazioni o di parolacce, invece
Bob si limitò ad alzarsi, a rimettere sul bancone i soldi che aveva
rubato e ad andarsene senza dire una parola. Maisie si lasciò
cadere sulla sedia più vicina, proprio mentre arrivava la prima
cameriera.
«Buongiorno, signora Clifton. Bella giornata, considerata la
stagione.»

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18

Ogni volta che una sottile busta marrone cadeva nella buca
delle lettere al numero 27, Maisie ipotizzava che fosse della
Bristol Grammar School e che si trattasse dell’ennesimo conto da
pagare, la tassa di iscrizione di Harry con qualche extra, come
alla Bristol Municipal Charities piaceva chiamarli.
Tornando a casa passava sempre dalla banca per depositare gli
incassi della giornata sul conto della caffetteria e la sua quota
delle mance su un altro conto, che aveva chiamato Harry, nella
speranza che, alla fine di ogni trimestre, ci fossero abbastanza
soldi per coprire le spese della BGS.
Maisie aprì la busta e, benché non fosse in grado di leggere
ogni parola, riconobbe la firma e, sopra di essa, la cifra:
trentasette sterline e dieci scellini. Sarebbe stata dura ma, dopo
che il signor Holcombe le aveva letto l’ultima pagella di Harry,
era stata costretta a trovarsi d’accordo con lui: si stava
dimostrando un buon investimento.
«Attenzione» l’aveva avvertita il signor Holcombe, «le spese
non diminuiranno quando per lui sarà il momento di lasciare la
scuola.»
«E perché mai?» aveva chiesto Maisie. «Non dovrebbe

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faticare a trovare un impiego con tutto quello che avrà studiato, e
allora potrà iniziare a pagarsi le sue spese.»
Il signor Holcombe aveva scosso la testa mestamente, come se
uno dei suoi scolari meno attenti non avesse afferrato un
concetto. «Spero piuttosto che, quando lascerà Bristol, vorrà
andare a Oxford a studiare Inglese.»
«E quanto tempo ci vorrà?» aveva domandato Maisie.
«Tre, forse quattro anni.»
«Di Inglese a quel punto ne avrà studiato un bel po’…»
«Di certo a sufficienza per trovare un lavoro.»
Maisie era scoppiata a ridere. «Forse finirà per fare
l’insegnante come lei.»
«Lui non è come me» aveva detto il signor Holcombe. «Se
dovessi azzardare un pronostico, direi che finirà per fare lo
scrittore.»
«Ci si può guadagnare da vivere facendo lo scrittore?»
«Certo, se si ha successo. Ma, se non dovesse funzionare,
forse ha ragione lei: potrebbe finire per diventare un insegnante
come me.»
«Mi piace» aveva detto Maisie, senza cogliere l’ironia.
Infilò la busta nella borsetta. Più tardi, quel pomeriggio,
passando dalla banca dopo il lavoro, avrebbe dovuto controllare
che sul conto di Harry ci fossero almeno trentasette sterline e
dieci scellini, prima di compilare un assegno per la stessa cifra.
«Solo la banca guadagna quando sei in rosso» le aveva detto
Patrick. La scuola in passato le aveva concesso una dilazione di
due o tre settimane, ma Patrick le aveva spiegato che anch’essa,
come la sua caffetteria, alla fine di ogni trimestre doveva avere i
conti in regola.
Maisie non aspettò il tram a lungo e, dopo essersi seduta,

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tornò con la mente a Patrick. Non avrebbe confessato a nessuno,
nemmeno a sua madre, quanto le mancava.
I suoi pensieri furono interrotti dalla sirena di un’autopompa
che superò il tram. Alcuni passeggeri guardarono fuori dal
finestrino per seguirne il percorso. Quando scomparve alla vista,
Maisie si mise a pensare al Tilly’s. Da quando aveva licenziato
Bob Burrows, il direttore della banca le aveva comunicato che la
caffetteria aveva iniziato a realizzare utili ogni mese e che, entro
la fine dell’anno, avrebbe forse infranto il record della signorina
Tilly di centododici sterline e dieci scellini, consentendo a
Maisie di restituire una parte del mutuo da cinquecento sterline.
Forse, addirittura, sarebbe rimasto qualcosa per comprare un paio
di scarpe nuove a Harry.
Maisie scese dal tram alla fine di Victoria Street. Controllò
l’orologio, il primo regalo fattole da Harry, mentre superava il
Bedminster Bridge, e pensò ancora una volta a suo figlio. Sette e
trentadue: aveva tutto il tempo per aprire la caffetteria e
prepararsi a servire il primo cliente alle otto. Le faceva sempre
piacere scorgere una piccola coda sul marciapiede quando girava
l’insegna da CHIUSO ad APERTO.
Poco prima di giungere in High Street, un’altra autopompa le
sfrecciò accanto e a quel punto vide un pennacchio di fumo nero
alzarsi nel cielo. Ma fu solo quando imboccò Broad Street che il
cuore iniziò a batterle più rapidamente. Le tre autopompe e una
macchina della polizia erano parcheggiate a semicerchio davanti
al Tilly’s.
Maisie si mise a correre.
«No, no, non può essere il Tilly’s!» gridò e poi notò il
crocchio formato da vari membri del suo personale sul lato
opposto della strada. Una ragazza piangeva. Maisie era a pochi

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metri da dove un tempo c’era stata la porta di ingresso, quando
un poliziotto le sbarrò il passo e le impedì di andare oltre.
«Ma io sono la titolare!» protestò, fissando incredula le
macerie fumanti che erano state la caffetteria più popolare della
città. Le vennero le lacrime agli occhi e iniziò a tossire via via che
quel denso fumo nero la avviluppava. Fissò i resti carbonizzati
del bancone non più scintillante e lo strato di cenere che rivestiva
il pavimento nei punti in cui la sera prima, quando aveva chiuso
la porta a chiave, c’erano le sedie e i tavoli con le loro tovaglie
candide.
«Sono davvero spiacente, signora» le disse il poliziotto, «ma,
per la sua sicurezza, devo chiederle di raggiungere il personale
sull’altro lato della strada.»
Maisie diede la schiena al Tilly’s e fece per attraversare la
strada, non senza riluttanza. Prima di giungere sul lato opposto lo
vide, fermo ai margini della folla. Nel momento in cui i loro
sguardi si incrociarono, lui si voltò e si allontanò.
L’ispettore Blakemore aprì il taccuino e guardò l’indiziata
seduta di fronte a lui.
«Può dirmi dov’era intorno alle tre di stamattina, signora
Clifton?»
«A casa, a letto» rispose Maisie.
«C’è qualcuno che può confermarlo?»
«Se vuole sapere, ispettore, se a letto con me a quell’ora c’era
qualcuno, la risposta è no. Perché me lo chiede?»
Il poliziotto prese appunti, il che gli diede un po’ di tempo in
più per pensare. Poi disse: «Sto cercando di scoprire se è
coinvolto qualcun altro».
«Coinvolto in cosa?»
«Incendio doloso» rispose lui, scrutandola con attenzione.

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«Chi mai avrebbe voluto ridurre in cenere il Tilly’s?»
«Speravo proprio che lei potesse darmi una mano a tal
riguardo» disse Blakemore. Fece una pausa, augurandosi che la
signora Clifton aggiungesse qualcosa di cui in seguito si sarebbe
pentita. Ma lei non disse nulla.
L’ispettore Blakemore non riusciva a stabilire se la signora
Clifton fosse una donna molto fredda o semplicemente ingenua.
Conosceva una persona in grado di rispondere a quella domanda.
Il signor Frampton si alzò dalla scrivania, strinse la mano a
Maisie e le indicò una sedia.
«Mi è spiaciuto molto apprendere dell’incendio al Tilly’s»
disse. «Grazie a Dio, nessuno si è fatto male.» Maisie non aveva
ringraziato molto Dio, negli ultimi tempi. «Spero proprio che
l’edificio e il suo contenuto fossero debitamente assicurati»
aggiunse.
«Oh, sì» annuì Maisie. «Grazie al signor Casey, la copertura è
totale. Purtroppo, però, la compagnia assicurativa si rifiuta di
pagare un solo centesimo finché la polizia non avrà confermato
che io non c’entro niente con l’incendio.»
«Non riesco a credere che la polizia la consideri una
sospettata.»
«Con i miei problemi economici, è comprensibile» disse
Maisie.
«È solo questione di tempo perché la polizia capisca che è
una cosa ridicola.»
«Non dispongo di quel tempo. Ed è per questo che sono
venuta da lei. Devo trovare un impiego e l’ultima volta che sono
stata in questa stanza lei mi ha detto che, se avessi mai voluto
fare ritorno al Royal…»
«E lo pensavo» la interruppe il signor Frampton. «Però non

181
posso offrirle il suo vecchio incarico, perché Susan sta svolgendo
un lavoro eccellente e di recente ho assunto tre persone che
lavoravano al Tilly’s e, dunque, non ho posti liberi al Palm Court.
L’unico posto disponibile in questo momento non è certo
degno…»
«Sono pronta a valutare qualsiasi cosa, signor Frampton» lo
interruppe Maisie, «e intendo proprio qualsiasi cosa.»
«Alcuni clienti ci hanno detto che vorrebbero qualcosa da
mangiare di notte, quando la cucina del ristorante è chiusa» disse
il signor Frampton. «Ho pensato di introdurre un servizio limitato
di caffè e sandwich dopo le dieci di sera, un servizio che sarebbe
disponibile fino all’apertura della sala delle colazioni alle sei del
mattino. Per i primi tempi, posso offrirle solo tre sterline alla
settimana, anche se le mance, ovviamente, sarebbero tutte sue.
Com’è naturale, capirei se lei pensasse che…»
«Accetto.»
«Quando potrebbe iniziare?»
«Stasera.»
Quando la successiva busta marrone atterrò sullo zerbino del
numero 27, Maisie la infilò nella borsetta e si chiese quanto
tempo sarebbe passato prima di riceverne una seconda, forse una
terza e, infine, una spessa busta bianca non dell’economo bensì
del preside, con la richiesta alla signora Clifton di ritirare suo
figlio dalla scuola alla fine dell’anno scolastico. Temeva il
momento in cui Harry avrebbe dovuto leggerle quella lettera.
In settembre, Harry si sarebbe iscritto al sesto anno e non
riusciva a nascondere l’entusiasmo ogni volta che parlava di
andare su a Oxford a studiare Inglese alla corte di Alan Quilter,
uno degli studiosi più eminenti del momento. Maisie non
sopportava la prospettiva di dovergli dire che non sarebbe più

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stato possibile.
Le sue prime notti al Royal erano state alquanto tranquille e
nel mese seguente non erano state più impegnative. Detestava
stare con le mani in mano e, quando al mattino arrivavano gli
addetti alle pulizie, spesso scoprivano di non avere nulla da fare
nella sala del Palm Court. Persino nelle notti più indaffarate
Maisie non aveva più di una mezza dozzina di clienti, parecchi
dei quali erano stati cacciati dal bar dell’albergo dopo la
mezzanotte e sembravano più interessati a corteggiarla che a
ordinare caffè e sandwich al prosciutto.
Buona parte dei clienti era composta da commessi viaggiatori
che si fermavano in albergo una notte sola, di conseguenza le sue
possibilità di costruire una clientela regolare non sembravano
promettenti e le mance non sarebbero certo bastate a saldare il
debito ancora sigillato in quella busta marrone, all’interno della
sua borsetta.
Maisie sapeva che, se Harry voleva restare alla Bristol
Grammar School e avere anche una minima possibilità di
accedere a Oxford, c’era una sola persona a cui si sarebbe potuta
rivolgere per avere un aiuto. L’avrebbe supplicata, se necessario.

183
19

«Cosa le fa pensare che il signor Hugo sia disposto ad


aiutarla?» le chiese il Vecchio Jack, appoggiandosi allo schienale
del sedile. «In passato non ha mai mostrato di avere minimamente
a cuore Harry. Al contrario…»
«Perché, se c’è una persona sulla faccia della Terra che
dovrebbe sentire una certa responsabilità riguardo al futuro di
Harry, è proprio quell’uomo.» Maisie rimpianse subito di aver
pronunciato quelle parole.
Il Vecchio Jack rimase in silenzio per un istante prima di
chiedere: «C’è qualcosa che non mi sta dicendo, Maisie?».
«No» rispose lei con eccessiva rapidità. Detestava mentire,
soprattutto al Vecchio Jack, ma era determinata a portarsi quel
segreto nella tomba.
«Ha riflettuto su quando e dove affrontare il signor Hugo?»
«So esattamente cosa farò. Non esce quasi mai dal suo ufficio
prima delle diciotto, quando buona parte del personale se n’è già
andato. So che il suo ufficio si trova al quinto piano, so che è la
terza porta sulla sinistra. So che…»
«Ma sa della signorina Potts?» la interruppe il Vecchio Jack.
«Anche se riuscisse a superare il ricevimento e a raggiungere in

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qualche modo il quinto piano senza farsi notare, non avrebbe
modo di evitarla.»
«La signorina Potts? Mai sentito parlare di lei.»
«È la segretaria personale del signor Hugo da quindici anni.
Posso dirle per esperienza personale che, se hai come segretaria
la signorina Potts, non ti serve un cane da guardia.»
«In tal caso, dovrò semplicemente attendere che vada a casa.»
«La signorina Potts non va mai a casa prima del capo e al
mattino è sempre seduta alla scrivania trenta minuti prima che
arrivi lui.»
«Ma per me sarebbe ancora più difficile entrare a Manor
House» disse Maisie, «e anche lì c’è un cane da guardia. Si
chiama Jenkins.»
«In tal caso, dovrà trovare un momento e un posto in cui il
signor Hugo sarà da solo, non potrà scappare e nemmeno contare
sul soccorso della signorina Potts o di Jenkins.»
«Un momento e un posto del genere esistono?» chiese
Maisie.
«Oh, sì» rispose il Vecchio Jack. «Ma il suo tempismo dovrà
essere perfetto.»
Appena fece buio Maisie sgattaiolò fuori dal vagone
ferroviario del Vecchio Jack. Attraversò il sentiero di ghiaia in
punta di piedi, aprì la portiera posteriore e poi la chiuse dietro di
sé. Rassegnata a una lunga attesa, si sedette sul comodo sedile di
cuoio. Da uno dei finestrini laterali si vedeva l’intero edificio.
Maisie aspettò con pazienza che si spegnessero tutte le luci. Il
Vecchio Jack l’aveva avvertita che la sua sarebbe stata tra le
ultime.
Utilizzò il tempo a propria disposizione per ripassare le
domande che intendeva porgli. Domande che aveva meditato per

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diversi giorni prima di provarle davanti al Vecchio Jack quel
pomeriggio. Lui le aveva dato diversi suggerimenti che lei aveva
accolto di buon grado.
Poco dopo le diciotto, una Rolls-Royce parcheggiò davanti
all’edificio. Un autista smontò e si fermò accanto alla vettura.
Qualche istante dopo Sir Walter Barrington, il presidente della
società, uscì a passo di marcia dal portone, si accomodò sul
sedile posteriore, e l’auto ripartì.
Si spensero altre luci finché ne rimase accesa solo una, come
una stella isolata in cima a un albero di Natale. D’un tratto,
Maisie udì uno scalpiccio sulla ghiaia. Scivolò giù dal sedile e si
acquattò sul pavimento dell’auto. Sentì due uomini impegnati in
una conversazione e stava per saltare fuori dal lato opposto e
cercare di scomparire nella notte, quando quelli si fermarono.
«Ciò nonostante» disse una voce che riconobbe, «le sarei
grato se il mio coinvolgimento restasse rigorosamente tra noi
due.»
«Certo, signore, può fidarsi di me» replicò un’altra voce che
aveva già sentito in precedenza, anche se non ricordava dove.
«Teniamoci in contatto, vecchio mio» disse la prima voce.
«Non ho dubbi sul fatto che avrò nuovamente bisogno dei servizi
della banca.»
Maisie udì i passi di una persona che si allontanava. Si
bloccò del tutto quando la portiera dell’automobile si aprì.
Lui salì a bordo, prese posto al volante e chiuse la portiera.
Non aveva un autista, preferiva guidare la Bugatti da sé, si dava
un sacco di arie quando era al volante: tutte informazioni
preziosissime fornite dal Vecchio Jack.
L’uomo mise in moto e il veicolo prese vita con un fremito.
Mandò il motore su di giri diverse volte, prima di inserire

186
rumorosamente la prima. L’uomo al cancello salutò il signor
Barrington nel momento in cui si immise nella via principale
dirigendosi verso il centro, come faceva ogni sera, sulla via del
ritorno a Manor House.
«Non gli faccia capire che c’è finché non avrà raggiunto il
centro» l’aveva ammonita il Vecchio Jack. «Non si azzarderà a
fermarsi lì, per timore che qualcuno vi possa vedere insieme e lo
possa riconoscere, ma una volta arrivata in periferia non esiterà a
cacciarla fuori. Avrà a disposizione dieci, quindici minuti al
massimo.»
«Non me ne serviranno di più» gli aveva garantito Maisie.
Attese che lui superasse la cattedrale e attraversasse College
Green, che era sempre trafficatissimo a quell’ora di sera. Proprio
mentre stava per tirarsi su e dargli un colpetto su una spalla,
l’automobile iniziò a rallentare e infine si fermò del tutto. La
portiera si aprì, lui smontò, la portiera si richiuse. Maisie diede
una sbirciata tra i sedili anteriori e notò, inorridita, che aveva
parcheggiato di fronte al Royal Hotel.
Una decina di pensieri le turbinarono nella mente. Era il caso
di saltare giù prima che fosse troppo tardi? Perché si era fermato
al Royal? Era una coincidenza che fosse il suo giorno libero?
Quanto tempo sarebbe rimasto lì? Decise di restare dov’era,
temendo che qualcuno l’avrebbe vista se fosse scesa dall’auto in
un luogo pubblico come quello. Inoltre, avrebbe tranquillamente
potuto essere la sua ultima possibilità di affrontarlo faccia a
faccia prima della scadenza del pagamento.
La risposta a una delle sue domande fu venti minuti ma, ben
prima che lui tornasse a occupare il sedile del guidatore, Maisie
aveva iniziato a sudare freddo. Non aveva mai immaginato che il
cuore potesse batterle tanto forte. Attese che avesse percorso

187
quasi un chilometro prima di mettersi a sedere e toccargli una
spalla.
Quando lui si voltò aveva un’espressione sbalordita,
dopodiché la sua faccia le disse che l’aveva riconosciuta e poi
che aveva capito. «Che cosa vuoi?» le intimò, riprendendosi
lentamente.
«Qualcosa mi dice che sai bene cosa voglio» disse Maisie. «Il
mio unico interesse è Harry e fare in modo che le tasse
scolastiche dei prossimi due anni siano pagate.»
«Dammi una buona ragione per cui io dovrei pagare le tasse
scolastiche di tuo figlio.»
«Perché è anche figlio tuo» rispose Maisie con calma.
«E come fai a esserne certa?»
«Ti ho osservato quando l’hai visto per la prima volta alla St
Bede’s e ogni domenica alla chiesa di St Mary, quando cantava
nel coro. Ho visto lo sguardo nei tuoi occhi e l’ho rivisto quando
ti sei rifiutato di stringergli la mano il primo giorno dell’anno
scolastico.»
«Questo non dimostra nulla» ribatté Barrington, un po’ più
sicuro di sé. «Non è altro che intuito femminile.»
«In tal caso, forse, è venuto il momento di far sapere a
un’altra donna cosa combini durante le gite aziendali.»
«Cosa ti fa pensare che ti crederebbe?»
«Nient’altro che l’intuito femminile» disse Maisie. Questo lo
zittì e diede a lei un po’ di sicurezza in più per andare avanti.
«Alla signora Barrington potrebbe anche interessare come mai ti
sei impegnato tanto per far arrestare mio fratello il giorno dopo la
scomparsa di mio marito.»
«Una coincidenza, nient’altro.»
«È una coincidenza anche il fatto che mio marito da allora

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non si è più visto?»
«Non c’entro niente con la morte di Clifton!» gridò
Barrington, sbandando sulla carreggiata e mancando di un soffio
un’automobile che procedeva in senso contrario.
Maisie schizzò a sedere, sgomenta per ciò che aveva appena
udito. «Allora sei tu il responsabile della morte di mio marito.»
«Non ne hai le prove» ribatté lui in tono sprezzante.
«Non me ne servono altre. Però, malgrado tutto il male che
hai procurato alla mia famiglia nel corso degli anni, ti concederò
ugualmente una comoda via d’uscita. Se ti occuperai
dell’istruzione di Harry fintanto che resterà alla Bristol Grammar
School, non ti importunerò più.»
Passarono diversi minuti prima che Barrington rispondesse.
Alla fine disse: «Mi serviranno alcuni giorni per trovare il
sistema migliore per effettuare i pagamenti».
«La fondazione benefica dell’azienda potrebbe agevolmente
occuparsi di una cifra così bassa» suggerì Maisie. «Dopo tutto,
tuo padre è il presidente dei probi viri della scuola.»
Lui non aveva una risposta pronta. Si stava chiedendo come
avesse scoperto quell’informazione? Non era la prima persona a
sottovalutare il Vecchio Jack. Maisie aprì la borsetta, estrasse la
busta marrone e la posò sul sedile accanto a lui.
L’automobile svoltò in un vicolo buio. Barrington scese e aprì
la portiera posteriore. Maisie smontò, convinta che il faccia a
faccia non sarebbe potuto andare meglio. Nell’istante in cui i
suoi piedi toccarono terra, lui la afferrò per le spalle e la scosse
con violenza.
«Ora stammi a sentire, Maisie Clifton, e apri bene le
orecchie» le disse, con la furia negli occhi. «Se mi minacci di
nuovo, non solo farò in modo che tuo fratello venga licenziato,

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ma mi accerterò pure che non lavori mai più in questa città. E se
sarai tanto sciocca da far balenare anche lontanamente nella testa
di mia moglie che io sono il padre di quel ragazzo, ti farò
arrestare e ti garantisco che non finirai in una prigione bensì in
manicomio.»
La lasciò andare, serrò le dita di una mano e le assestò un
pugno in pieno viso. Lei crollò a terra e si raggomitolò su se
stessa, temendo che la prendesse a calci. Siccome non accadde
nulla, alzò gli occhi e lo vide fermo sopra di lei. Stava strappando
la sottile busta marrone, sparpagliandone i pezzi come coriandoli
su una sposa.
Senza aggiungere una sola parola, risalì in macchina e si
allontanò a tutta velocità.
Quando trovò la busta bianca nella buca delle lettere, Maisie
capì di aver perso.
Quel pomeriggio, quando Harry fosse tornato a casa da
scuola, gli avrebbe detto la verità. Ma prima sarebbe dovuta
passare in banca a depositare le sparute mance della notte prima e
a dire al signor Prendergast che dalla BGS non sarebbero più
giunti conti da saldare, dato che suo figlio avrebbe abbandonato
la scuola alla fine dell’anno scolastico.
Decise di raggiungere la banca a piedi per risparmiare il
centesimo della corsa in tram. Durante il tragitto pensò a tutte le
persone che aveva deluso. La signorina Tilly e la signorina
Monday l’avrebbero mai perdonata? Diversi membri del
personale alle sue dipendenze, soprattutto le persone più mature,
non erano riuscite a trovare un altro impiego. E poi c’erano i suoi
genitori, che si erano sempre occupati di Harry per consentirle di
lavorare; il Vecchio Jack, che non avrebbe potuto fare di più per
aiutare suo figlio; e soprattutto Harry stesso, che, secondo il

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signor Holcombe, stava per guadagnarsi gli allori della vittoria.
Una volta in banca, si accodò alla fila più lunga, non avendo
alcuna fretta di essere servita.
«Buongiorno, signora Clifton» le disse allegramente il
cassiere quando infine raggiunse lo sportello.
«Buongiorno» rispose Maisie, prima di posare sul banco
quattro scellini e sei centesimi.
Il cassiere controllò attentamente la cifra, poi posò le monete
in diversi scomparti sotto il bancone. A quel punto compilò una
ricevuta a conferma della somma depositata dalla signora Clifton
e gliela consegnò. Maisie si fece da parte per consentire al cliente
successivo di prendere il suo posto mentre infilava la ricevuta
nella borsetta.
«Signora Clifton» la chiamò il cassiere.
«Sì?» rispose lei, sollevando lo sguardo.
«Il direttore sperava di poter scambiare due parole con lei…»
«Certo, capisco.» Non c’era bisogno che le dicesse che sul
suo conto non c’erano abbastanza soldi per coprire l’ultima
fattura della scuola. Anzi, sarebbe stato un sollievo far sapere al
signor Prendergast che non ci sarebbero state altre spese per
attività extracurricolari.
Il giovane la accompagnò in silenzio dalla parte opposta del
salone e lungo un interminabile corridoio. Quando giunsero
davanti all’ufficio del direttore, bussò delicatamente alla porta, la
aprì e annunciò: «La signora Clifton, signore».
«Ah, sì» disse il signor Prendergast. «In effetti, ho bisogno di
scambiare due parole con lei, signora Clifton. La prego, entri.»
Maisie si chiese dove avesse sentito quella voce di recente.
«Signora Clifton» continuò l’uomo una volta che lei si fu
seduta, «sono spiacente di informarla che non siamo riusciti a

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onorare il suo assegno più recente, per un ammontare di
trentasette sterline e dieci scellini, intestato alla Bristol
Municipal Charities. Temo che, se dovesse ripresentarlo, sul suo
conto continuerebbero a non esserci soldi sufficienti per coprire
l’intera somma. A meno che, ovviamente, lei non pensi di
depositare altri fondi nel prossimo futuro…»
«No» disse Maisie, estraendo la busta bianca dalla borsetta e
posandola sulla scrivania davanti a lui. «Può essere così gentile
da far sapere alla BMC che, con il tempo, estinguerò qualsiasi
altra spesa sostenuta nel corso dell’ultimo trimestre di Harry?»
«Mi spiace davvero tanto, signora Clifton. Vorrei essere
d’aiuto in qualche modo.» Prese in mano la busta. «Posso
aprirla?» domandò.
«Sì, certo» rispose Maisie, che fino a quel momento non
aveva voluto scoprire a quanto ammontasse ancora il suo debito
con la scuola.
Il signor Prendergast afferrò un tagliacarte d’argento e aprì la
busta. Ne estrasse un assegno della Bristol and West of England
Insurance Company del valore di seicento sterline, intestato alla
signora Maisie Clifton.

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HUGO BARRINGTON
1921-1936

193
20

Non mi sarei nemmeno ricordato il nome di quella donna se, in


seguito, non mi avesse accusato di aver ucciso suo marito.
Cominciò tutto quando mio padre insistette perché
accompagnassi gli operai nell’annuale gita aziendale a Weston-
super-Mare. «Fa bene al morale vedere il figlio del presidente che si
interessa a loro» disse.
Non ne ero convinto e, francamente, consideravo l’intera
faccenda uno spreco di tempo; ma, una volta che mio padre decide
qualcosa, discutere non serve a nulla. E sarebbe stato
effettivamente uno spreco di tempo, se non fosse venuta anche
Maisie (che nome banale). Sorprese persino me scoprire quanto
fosse impaziente di andare a letto con il figlio del capo. Pensavo
che, tornati a Bristol, non l’avrei mai più sentita. E così forse
sarebbe stato, se non avesse sposato Arthur Clifton.
Ero seduto alla scrivania e stavo analizzando l’offerta d’appalto
per la Maple Leaf, controllando e ricontrollando le cifre nella
speranza di trovare un modo per far risparmiare qualche soldo alla
compagnia, ma per quanto ci provassi i conti non tornavano. Non
aiutava nemmeno il fatto che presentare l’offerta d’appalto fosse
stata una mia decisione.

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Il mio corrispettivo presso la Myson aveva imposto condizioni
dure e, dopo diversi ritardi che non avevo previsto, ci trovavamo
cinque mesi indietro sul programma, con penali che sarebbero
scattate se non fossimo riusciti a completare la costruzione entro il
15 dicembre. Quello che inizialmente era parso un contratto da
sogno, in grado di garantire un bel profitto, si stava trasformando in
un incubo da cui ci saremmo svegliati il 15 dicembre con pesanti
perdite.
Fin dal principio, mio padre era stato contrario all’idea che la
Barrington’s accettasse l’appalto e lo aveva messo in chiaro.
«Dovremmo continuare a fare quello che sappiamo fare bene»
ripeteva dalla poltrona a ogni riunione del consiglio di
amministrazione. «Negli ultimi cento anni, la Compagnia di
navigazione Barrington’s ha trasportato merci verso e dagli angoli
più remoti della Terra, lasciando che fossero i nostri rivali di Belfast,
Liverpool e Newcastle a costruire le navi.»
Sapevo che non sarei riuscito a fargli cambiare idea, così cercai
di convincere i membri più giovani del consiglio del fatto che negli
ultimi anni ci eravamo lasciati sfuggire diverse opportunità, mentre
altri avevano firmato contratti vantaggiosi che avrebbero
tranquillamente potuto essere nostri. Alla fine li convinsi, con una
maggioranza risicata, a saggiare il terreno e a stipulare un
contratto con la Myson per la costruzione di una nave da
aggiungere alla loro flotta in rapida crescita.
«Se facciamo un buon lavoro e consegniamo la Maple Leaf in
tempo» dissi al consiglio, «seguiranno certamente altri contratti.»
«Speriamo di non dovercene pentire» fu l’unico commento di
mio padre, dopo aver perso ai voti nella riunione del consiglio di
amministrazione.
Io ero già pentito. Per quanto la Compagnia di navigazione

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Barrington’s stesse prevedendo profitti record per il 1921, si iniziava
ad avere la sensazione che la sua nuova sussidiaria, i Cantieri navali
Barrington’s, sarebbe stata l’unica voce in rosso nel bilancio
annuale. Alcuni membri del consiglio stavano già prendendo le
distanze dalla decisione, ricordando a tutti di aver votato come mio
padre.
Ero stato nominato amministratore delegato della società da
poco, e potevo solo immaginare cosa si dicesse alle mie spalle. Dello
stesso stampo del padre non era certo un commento sulla bocca di
tutti. Un direttore aveva già rassegnato le dimissioni, e quando se
n’era andato non avrebbe potuto esprimere le sue idee in maniera
più chiara. «Il ragazzo non ha capacità di giudizio» aveva detto a
mio padre. «Badate che non faccia finire la società in bancarotta.»
Ma io non mi ero dato per vinto. Restavo convinto che, se
avessimo finito il lavoro in tempo, saremmo comunque stati in
grado di raggiungere il pareggio se non addirittura di ottenere un
piccolo profitto. Il che dipendeva da ciò che sarebbe successo nelle
due settimane successive. Avevo già dato ordine di lavorare a pieno
ritmo, in tre turni giornalieri di otto ore, e avevo promesso agli
operai ricchi bonus se fossero riusciti a completare l’opera nei tempi
previsti dal contratto. Dopo tutto, di uomini che bazzicavano
davanti ai cancelli alla ricerca disperata di un impiego ce n’erano in
abbondanza.
Ero sul punto di dire alla mia segretaria che stavo per
andarmene a casa, quando lui fece irruzione nel mio ufficio senza
preavviso.
Era un uomo basso, tarchiato, muscoloso e con spalle possenti,
un fisico da scaricatore di porto. Mi chiesi subito come avesse fatto
a superare la signorina Potts, che si presentò dietro di lui,
insolitamente agitata. «Non sono riuscita a fermarlo» disse, come se

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non fosse ovvio. «Devo chiamare il sorvegliante?»
Guardai quell’uomo negli occhi e dissi: «No».
La signorina Potts restò accanto alla porta mentre noi due ci
studiavamo come una mangusta e un serpente, domandandoci chi
avrebbe sferrato il primo colpo. Poi l’uomo si tolse il cappello, pur
con una certa riluttanza, e iniziò a pronunciare parole poco chiare.
Impiegai un po’ di tempo a capire cosa stesse farfugliando.
«Il mio migliore amico sta per morire! Arthur Clifton morirà, se
lei non fa qualcosa.»
Gli stavo dicendo di calmarsi e di spiegarmi il problema, quando
il direttore del personale fece irruzione nella stanza.
«Mi dispiace che Tancock l’abbia infastidita, signore» disse dopo
aver ripreso fiato, «ma le posso assicurare che è tutto sotto
controllo. Non c’è nulla di cui lei si debba preoccupare.»
«Cosa è sotto controllo?» domandai.
«Il qui presente Tancock sostiene che il suo amico Clifton stava
lavorando all’interno dello scafo al cambio del turno e che il nuovo
turno in qualche modo lo abbia chiuso dentro.»
«Venga a vedere lei stesso!» gridò Tancock. «Può sentirlo
picchiare!»
«È possibile, Haskins?» chiesi.
«Tutto è possibile, signore, ma è più probabile che Clifton sia
filato via al termine del turno e sia già al pub.»
«E allora perché non ha timbrato il cartellino al cancello?» volle
sapere Tancock.
«Non c’è nulla di strano, signore» disse Haskins senza degnarlo
di uno sguardo. «Quello che conta è timbrare a inizio turno, non in
uscita.»
«Se non viene a vedere con i suoi occhi» disse Tancock,
«scenderà nella fossa con il suo sangue sulle mani.» Quello scoppio

197
d’ira mise a tacere persino Haskins.
«Signorina Potts, sto per scendere al molo numero uno» dissi.
«Non dovrei metterci molto.»
L’ometto tarchiato corse fuori dal mio ufficio senza aggiungere
una parola.
«Haskins, sali con me in macchina» ordinai. «Durante il tragitto
discuteremo il da farsi.»
«Non occorre fare nulla, signore» insistette lui. «Sono tutte
sciocchezze.»
Fu soltanto quando fummo da soli a bordo dell’automobile che
parlai con estrema franchezza al mio caposquadra. «Esiste anche
solo una minima possibilità che Clifton sia davvero rimasto chiuso
dentro lo scafo?»
«Nessuna possibilità, signore» rispose Haskins con decisione.
«Mi dispiace farle sprecare tempo.»
«Eppure quell’uomo sembra sicurissimo» obiettai.
«Come è sempre sicuro su chi vincerà la corsa delle tre e mezzo
all’ippodromo di Chepstow.»
Non risi.
«Il turno di Clifton si è concluso alle sei» continuò Haskins,
assumendo un tono di voce più serio. «Doveva sapere che stavano
per arrivare i saldatori e che sarebbe stata loro intenzione
concludere il lavoro prima che si presentassero sul posto quelli del
turno successivo, alle due del mattino.»
«Comunque, che ci faceva Clifton dentro lo scafo?»
«Stava effettuando i controlli finali prima che i saldatori
entrassero in azione.»
«È possibile che non si sia reso conto che il suo turno era
finito?»
«La sirena di fine turno si sente persino nel centro di Bristol»

198
disse Haskins mentre superavamo Tancock, che correva come un
invasato.
«Anche se si è nel cuore dello scafo?»
«Suppongo sia possibile che non l’abbia sentita se si trovava nel
doppio fondo, ma non mi sono mai imbattuto in un solo portuale
che non sappia a che ora finisce il suo turno.»
«Sempre che possieda un orologio» osservai, cercando di capire
se Haskins ne portava uno. Non lo aveva. «Se davvero Clifton è
ancora là sotto, abbiamo i mezzi per tirarlo fuori?»
«Abbiamo abbastanza cannelli ossiacetilenici per aprire un foro
nello scafo ed estrarre un’intera sezione. Il problema è che ci
vorrebbero ore e, se Clifton è davvero là sotto, le speranze di
trovarlo vivo dopo averlo raggiunto sarebbero poche. Se ciò non
bastasse, servirebbero altre due settimane, forse più, per risistemare
la sezione. E, come lei stesso continua a rammentarmi, capo, ha
promesso bonus a tutti se guadagnano tempo, non se lo sprecano.»
Il turno di notte era iniziato da oltre un’ora quando fermai
l’auto accanto alla nave. A bordo doveva esserci almeno un
centinaio di uomini che lavoravano a tutto spiano, martellando,
saldando e rivettando. Mentre mi arrampicavo sul barcarizzo vidi
Tancock correre verso la nave. Quando, qualche istante dopo, mi
raggiunse, fu costretto a piegarsi in due, con le mani sulle cosce, per
riprendersi.
«Allora, Tancock, cosa ti aspetti che faccia?» chiesi quando ebbe
ripreso fiato.
«Li faccia smettere di lavorare, capo, solo per qualche minuto.
Così lo sentirà picchiare.»
Feci un cenno d’assenso.
Haskins scrollò le spalle, incapace di credere che prendessi
anche solo in considerazione l’idea di dare un ordine del genere. Ci

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vollero diversi minuti affinché tutti deponessero gli attrezzi e
facessero silenzio. Ogni uomo sulla nave, oltre che sulla banchina,
restò immobile e si mise in ascolto; a parte le sporadiche strida di
un gabbiano di passaggio o il colpo di tosse di un fumatore, non udii
nulla.
«Come ho detto, signore, è stata una perdita di tempo per tutti»
dichiarò Haskins. «A quest’ora Clifton starà sorseggiando la sua
terza pinta al Pig and Whistle.»
Qualcuno fece cadere un martello e il rumore echeggiò in tutto
il porto. Poi per un istante, solo un istante, mi sembrò di aver udito
un rumore diverso, regolare e lieve.
«È lui!» gridò Tancock.
E poi, nello stesso modo repentino con cui era iniziato, il rumore
cessò.
«Qualcun altro ha udito qualcosa?» gridai.
«Io non ho sentito nulla» rispose Haskins guardandosi intorno,
quasi sfidando gli uomini a smentirlo.
Alcuni lo fissarono, mentre uno o due raccolsero i martelli con
fare minaccioso, quasi aspettassero che qualcuno li guidasse
all’attacco.
Mi sentii come un capitano a cui fosse stata offerta l’ultima
opportunità di domare un ammutinamento. Non potevo vincere, né
in un caso né nell’altro. Se avessi detto agli uomini di tornare al
lavoro, si sarebbero diffuse delle voci e alla fine ogni operaio del
cantiere mi avrebbe ritenuto personalmente responsabile della
morte di Clifton. Sarebbero passate settimane, mesi, forse
addirittura anni prima che potessi recuperare la mia autorevolezza.
Ma, se avessi dato l’ordine di aprire un foro nella carena, qualsiasi
speranza di ottenere un profitto da quel contratto sarebbe andata in
fumo, e insieme a essa anche le mie possibilità di diventare in

200
futuro il presidente del consiglio di amministrazione. Rimasi lì
senza fare nulla, sperando che il protrarsi del silenzio convincesse
gli uomini che Tancock si sbagliava. La mia sicurezza crebbe con il
passare dei secondi.
«Sembra che nessuno abbia udito nulla, signore» disse Haskins
qualche istante dopo. «Ho la sua autorizzazione a rimettere gli
uomini al lavoro?»
Nessuno mosse un muscolo. Gli operai continuarono a
guardarmi con aria di sfida. Haskins li fissò a sua volta e un paio di
loro alla fine abbassarono lo sguardo.
Mi girai verso il caposquadra e diedi l’ordine di tornare al
lavoro. Nell’istante di silenzio che seguì, avrei potuto giurare di aver
udito un lieve colpo. Guardai Tancock, ma a quel punto quel flebile
rumore venne soffocato da mille altri suoni mentre gli uomini
tornavano a lavorare, seppur di malavoglia.
«Tancock, perché non fili al pub a vedere se c’è il tuo amico?»
propose Haskins. «E quando lo trovi, fagli una bella ramanzina per
aver fatto sprecare tempo a tutti.»
«E se non c’è» aggiunsi io, «passa da casa sua e chiedi alla
moglie se lo ha visto.» Mi resi conto dell’errore non appena ebbi
pronunciato quelle parole e mi affrettai ad aggiungere: «Sempre che
abbia una moglie, ovviamente».
«Sì, capo, ce l’ha» disse Tancock. «È mia sorella.»
«Se non lo trovi neppure lì, torna a dirmelo.»
«A quel punto però sarà troppo tardi» mormorò Tancock, mentre
si girava dall’altra parte e si allontanava abbacchiato.
«Haskins, se dovessi avere bisogno di me, mi trovi nel mio
ufficio» dissi, prima di scendere dal barcarizzo e rientrare a
Barrington House, sperando di non rivedere mai più Tancock.
Feci ritorno alla mia scrivania, ma non riuscii a concentrarmi

201
sulle lettere che la signorina Potts mi aveva lasciato da firmare.
Continuavo a sentire nella mente quei colpi, un bussare che si
ripeteva più e più volte, come una melodia popolare che ti risuona
in testa e addirittura ti impedisce di dormire. Sapevo che non me ne
sarei mai sbarazzato, se l’indomani mattina Clifton non si fosse
presentato al lavoro.
Nell’ora seguente iniziai a convincermi che Tancock avesse
trovato il suo amico e che probabilmente stesse rimpiangendo di
essersi comportato da fesso.
Era una delle rare occasioni in cui la signorina Potts aveva
lasciato l’ufficio prima di me e stavo per chiudere a chiave il
cassetto in alto della scrivania per poi andare a casa, quando udii
qualcuno correre su per le scale. Poteva trattarsi di una persona
soltanto.
Alzai lo sguardo: l’uomo che mi ero augurato di non vedere mai
più era sulla soglia, la rabbia repressa gli accendeva gli occhi.
«Ha ucciso il mio migliore amico, razza di bastardo» disse,
agitando un pugno. «Tanto valeva ammazzarlo a mani nude!»
«Calmati, Tancock, vecchio mio» replicai. «Per quanto ne
sappiamo, Clifton potrebbe essere ancora vivo.»
«È finito nella fossa per consentire a lei di ultimare il suo
dannato lavoro in tempo. Nessuno salirà su quella nave, una volta
che si saprà la verità.»
«Ogni giorno ci sono incidenti mortali nei cantieri navali» dissi
senza convinzione.
Tancock fece un passo verso di me. Era talmente arrabbiato che
per un istante pensai stesse per colpirmi, ma poi si fermò a poche
decine di centimetri da me, con i pugni serrati, fissandomi con aria
ostile. «Quando avrò raccontato alla polizia quello che so, dovrà
ammettere che avrebbe potuto salvargli la vita con una sola parola.

202
Ma siccome l’unica cosa che le interessava in quel momento erano i
soldi che avrebbe guadagnato, farò in modo che nessuno degli
uomini che si trovano in questo cantiere lavori mai più per lei.»
Sapevo che, se fosse stata coinvolta la polizia, mezza Bristol
avrebbe pensato che Clifton fosse ancora in quello scafo e il
sindacato avrebbe preteso che venisse aperto. Se fosse successo,
non avevo dubbi su ciò che avrebbero trovato.
Mi alzai lentamente dalla poltrona e mi diressi verso la
cassaforte dall’altra parte della stanza. Impostai la combinazione,
girai la chiave, aprii lo sportello ed estrassi una spessa busta bianca
prima di tornare alla scrivania. Presi un tagliacarte d’argento e tirai
fuori dalla busta una banconota da cinque sterline. Mi chiesi
addirittura se Tancock ne avesse mai vista una. La posai sul
tampone di carta assorbente davanti a lui e osservai i suoi occhi
porcini spalancarsi ogni secondo di più.
«Niente ti restituirà il tuo amico» dissi, piazzando una seconda
banconota sopra la prima. I suoi occhi non si staccarono mai dai
soldi. «E comunque, chissà, magari se l’è squagliata solo per qualche
giorno. Non sarebbe una cosa insolita, visto il genere di lavoro che
svolge.» Posai una terza banconota sulla seconda. «E, quando
tornerà, i tuoi compagni non ti permetteranno mai di scordarlo.»
Una quarta banconota fu seguita da una quinta. «E a te non
piacerebbe certo essere accusato di aver fatto perdere tempo alla
polizia, giusto? È un reato grave, per il quale si può finire in
prigione.» Altre due banconote. «E, naturalmente, perderesti anche
il lavoro.» Alzò gli occhi su di me: la sua rabbia si era tramutata in
paura. Altre tre banconote. «Non potrei certo avere alle mie
dipendenze una persona che mi ha accusato di omicidio.» Piazzai le
ultime due banconote sulla sommità del mucchietto. La busta era
vuota.

203
Tancock si voltò. Tirai fuori il portafogli e aggiunsi un’altra
banconota da cinque sterline, tre sterline e dieci scellini al
mucchietto: sessantotto sterline e dieci scellini in tutto. I suoi occhi
si posarono ancora sulle banconote. «Ce ne sono molte altre nel
posto da cui provengono queste» dissi, sperando di essere
convincente.
Tancock si avvicinò lentamente alla scrivania e, senza
guardarmi, raccolse le banconote, se le ficcò in tasca e se ne andò
in silenzio.
Io mi affacciai alla finestra e lo osservai uscire dall’edificio e
dirigersi lentamente verso i cancelli del porto.
Lasciai aperta la cassaforte, sparpagliai una parte del suo
contenuto sul pavimento, gettai la busta vuota sulla scrivania e
uscii dall’ufficio senza chiuderlo a chiave. Fui l’ultima persona ad
abbandonare l’edificio.

204
21

«L’ispettore Blakemore, signore» annunciò la signorina Potts,


facendosi da parte per consentire al poliziotto di entrare
nell’ufficio dell’amministratore delegato.
Hugo Barrington lo studiò attentamente. Non doveva superare
di molto la statura minima di un metro e settantacinque prevista
dal regolamento e aveva qualche chilo di troppo, ma sembrava
ugualmente in forma. Aveva con sé un impermeabile
probabilmente acquistato quando ancora era un semplice agente e
indossava un cappello di feltro marrone più recente, il che
indicava che non era ispettore da molto tempo. I due uomini si
strinsero la mano e, dopo essersi seduto, Blakemore estrasse un
taccuino e una penna dalla tasca interna della giacca. «Come sa,
signore, sto seguendo le indagini su un presunto furto avvenuto
qui la notte scorsa.»
A Barrington la parola presunto non piacque.
«Posso iniziare chiedendole quando ha scoperto che
mancavano i soldi?»
«Sì, certo, ispettore» ribatté Barrington, cercando di sembrare
il più disponibile possibile. «Sono giunto al porto intorno alle
sette di stamattina e sono andato in macchina direttamente alle

205
rimesse per controllare come fosse andato il turno di notte.»
«È una cosa cha fa ogni mattina?»
«No, solo di quando in quando» replicò Hugo, sorpreso dalla
domanda.
«E per quanto tempo ci è rimasto?»
«Venti, forse trenta minuti. Poi sono salito nel mio ufficio.»
«Dunque deve essere giunto nel suo ufficio intorno alle sette
e venti, sette e trenta al più tardi.»
«Sì, mi sembra corretto.»
«E la sua segretaria a quell’ora era già qui?»
«Sì. È raro che io arrivi prima di lei. È una donna
formidabile» rispose con un sorriso.
«Davvero» commentò l’ispettore. «Dunque, è stata la
signorina Potts a dirle che qualcuno aveva forzato la cassaforte?»
«Sì. Ha detto che quando è arrivata, stamattina, ha trovato lo
sportello della cassaforte aperto e una parte del contenuto
sparpagliato sul pavimento, così ha subito chiamato la polizia.»
«Non ha chiamato prima lei, signore?»
«No, ispettore. A quell’ora ero al volante della mia
automobile, in viaggio per venire al lavoro.»
«Dunque, stamattina la sua segretaria è arrivata prima di lei.
E, ieri sera, lei se n’è andato prima della signorina Potts,
signore?»
«Non ricordo» disse Barrington. «Ma sarebbe stato alquanto
insolito che me ne andassi dopo di lei.»
«Sì, la signorina Potts ce lo ha confermato. Ma ha pure
detto…» Abbassò gli occhi sul taccuino. «“Ieri sera sono andata
via prima del signor Barrington, perché era sorto un problema che
richiedeva la sua attenzione”.» Blakemore alzò lo sguardo. «È in
grado di dirmi di quale problema si è trattato, signore?»

206
«Quando gestisci una società grande come questa» disse
Hugo, «di problemi ne sorgono costantemente.»
«Dunque non ricorda quale problema specifico sia sorto ieri
sera?»
«No, ispettore, non me lo ricordo.»
«Stamattina, quando ha raggiunto il suo ufficio e ha trovato
lo sportello della cassaforte aperto, qual è stata la prima cosa che
ha fatto?»
«Ho controllato cosa mancava.»
«E cos’ha scoperto?»
«Che tutto il contante era sparito.»
«Come fa a essere certo che sia stato sottratto tutto?»
«Perché ho trovato questa busta aperta sulla scrivania» disse
Hugo, passandogliela.
«E quanto avrebbe dovuto esserci in questa busta, signore?»
«Sessantotto sterline e dieci scellini.»
«Ne sembra alquanto sicuro.»
«È così» disse Hugo. «Perché dovrebbe sorprenderla?»
«Semplicemente perché la signorina Potts mi ha detto che
nella cassaforte c’erano solo sessanta sterline, tutte in banconote
da cinque. Forse, signore, mi può dire da dove venissero le
restanti otto sterline e i dieci scellini?»
Hugo non rispose subito. «A volte tengo un po’ di spiccioli
nel cassetto della scrivania, ispettore» disse infine.
«È una bella sommetta per definirla un po’ di spiccioli.
Tuttavia, mi consenta di tornare alla cassaforte per un istante.
Quando, stamattina, lei ha messo piede nel suo ufficio, la prima
cosa che ha notato è stato che lo sportello della cassaforte era
aperto.»
«Esatto, ispettore.»

207
«Ha una chiave per la cassaforte?»
«Sì, certo.»
«Lei è l’unica persona a conoscere il codice e a possedere una
chiave, signore?»
«No, anche la signorina Potts ha accesso alla cassaforte.»
«Può confermarmi che la cassaforte era chiusa a chiave
quando lei è andato a casa, ieri sera?»
«Sì, è sempre chiusa a chiave.»
«In tal caso, dobbiamo ipotizzare che il furto sia stato
effettuato da un professionista.»
«Cosa glielo fa dire, ispettore?»
«Però, se è stato un professionista» replicò Blakemore,
ignorando la domanda, «quello che mi lascia perplesso è come
mai abbia lasciato aperto lo sportello della cassaforte.»
«Non sono certo di seguirla, ispettore.»
«Lasci che mi spieghi, signore. I ladri professionisti tendono
a lasciare ogni cosa come l’hanno trovata, per far sì che il crimine
non venga scoperto immediatamente. In tal modo, hanno più
tempo per sbarazzarsi degli oggetti rubati.»
«Più tempo» ripeté Hugo.
«Un professionista avrebbe chiuso lo sportello della
cassaforte e preso la busta con sé e, in tal modo, sarebbe
probabilmente passato un po’ di tempo prima che lei scoprisse
che mancava qualcosa. In base alla mia esperienza, molte persone
non aprono la propria cassaforte per giorni, persino settimane.
Solo un dilettante avrebbe lasciato il suo ufficio così in
disordine.»
«Dunque forse è stato un dilettante?»
«In tal caso, però, come avrebbe fatto ad aprire la cassaforte,
signore?»

208
«Magari è riuscito in qualche modo a mettere le mani sulla
chiave della signorina Potts?»
«Come pure sulla combinazione? Ma la signorina Potts mi ha
assicurato che ogni sera si porta a casa la chiave, proprio come fa
lei, se ho capito bene, signore.»
Hugo non disse nulla.
«Ho il permesso di dare un’occhiata all’interno della
cassaforte?»
«Sì, certo.»
«Che cos’è quella?» domandò l’ispettore, indicando una
scatola di latta sul ripiano più basso della cassaforte.
«È la mia collezione di monete, ispettore. Un mio hobby.»
«Sarebbe così gentile da aprirla, signore?»
«È davvero necessario?» chiese Hugo, spazientito.
«Temo di sì, signore.»
Con riluttanza Hugo obbedì, mettendo in luce un gruzzolo di
monete d’oro collezionate nel corso di molti anni.
«Ecco un altro mistero» disse l’ispettore. «Il nostro ladro
preleva sessanta sterline dalla cassaforte e otto sterline e dieci
scellini dal cassetto della scrivania, ma si lascia alle spalle una
cassetta di monete d’oro che devono valere decisamente di più. E
poi c’è il problema della busta.»
«La busta?» disse Hugo.
«Sì, signore, la busta che conteneva il denaro, come ha detto
lei.»
«Ma l’ho trovata stamattina sulla scrivania.»
«Non ne dubito, signore, tuttavia noterà che è stata aperta con
un taglio preciso.»
«Probabilmente con il tagliacarte» disse Hugo, prendendolo
in mano con aria trionfale.

209
«Decisamente possibile, signore. Però, in base alla mia
esperienza, i ladri hanno la tendenza a strappare le buste per
aprirle e non a tagliarle con precisione con un tagliacarte come se
sapessero già che cosa contengono.»
«Ma la signorina Potts mi ha detto che avevate trovato il
ladro» esclamò Hugo, cercando di non avere un tono di voce
esasperato.
«No, signore. Abbiamo trovato i soldi, ma non sono convinto
che abbiamo trovato il colpevole.»
«Però avete scoperto che una parte dei soldi li aveva lui…»
«Sì, signore.»
«E, allora, cos’altro volete?»
«Essere certi di avere l’uomo giusto.»
«E chi è l’uomo che ha incriminato?»
«Non ho detto di averlo incriminato, signore» precisò
l’ispettore, voltando una pagina del taccuino. «Un certo Stanley
Tancock che, guarda caso, è uno dei suoi stivatori. Il nome le dice
qualcosa, signore?»
«Non mi sembra» rispose Hugo. «Ma, se lavora al cantiere
navale, di certo sapeva dov’era il mio ufficio.»
«Non dubito, signore, che Tancock sapesse dov’era il suo
ufficio, perché dice di essere venuto da lei ieri sera intorno alle
sette per dirle che suo cognato, il signor Arthur Clifton, era
intrappolato nello scafo di una nave in costruzione nel cantiere e
che, se non avesse dato l’ordine di tirarlo fuori, sarebbe morto.»
«Ah, già. Ora ricordo. In effetti ieri pomeriggio sono andato
giù al cantiere, come le confermerà il mio caposquadra, ma la
cosa si è rivelata un falso allarme e uno spreco di tempo per tutti.
È chiaro che quell’uomo voleva solo scoprire dove fosse la
cassaforte per poi tornare a derubarmi.»

210
«Lui ammette di essere tornato nel suo ufficio una seconda
volta» disse Blakemore, consultando un’altra pagina dei suoi
appunti, «quando, a suo dire, lei gli ha offerto sessantotto sterline
e dieci scellini per tenere la bocca chiusa su Clifton.»
«Non ho mai udito un’insinuazione tanto sfacciata.»
«In tal caso, supponiamo che Tancock sia davvero tornato nel
suo ufficio con l’intenzione di derubarla, tra le sette e le sette e
mezzo di ieri sera. Dopo essere riuscito in qualche modo a
introdursi inosservato nell’edificio, sale al quinto piano,
raggiunge il suo ufficio e, con la sua chiave o con quella della
signorina Potts, apre la cassaforte, imposta la combinazione,
sottrae la busta, la taglia con accuratezza ed estrae i soldi, ma non
si cura minimamente di una cassetta piena di monete d’oro.
Lascia aperto lo sportello della cassaforte, sparpaglia una parte
del suo contenuto sul pavimento, sistema sulla scrivania la busta
tagliata con precisione e poi, come la Primula Rossa, sparisce nel
nulla.»
«Non deve per forza essere avvenuto tra le sette e le sette e
mezzo di sera» ribatté Hugo in tono provocatorio. «Potrebbe
essere stata un’ora qualsiasi entro le otto di stamattina.»
«Credo di no, signore» disse Blakemore. «Vede, Tancock ha
un alibi tra le otto e le undici di ieri sera.»
«Non c’è dubbio che questo cosiddetto alibi sia un suo
compare» commentò Barrington.
«Trentuno, in base all’ultimo conteggio» disse l’ispettore.
«Pare che, dopo averle rubato i soldi, si sia presentato al pub Pig
and Whistle intorno alle otto e che non solo abbia offerto da bere
a tutti, ma abbia anche saldato i debiti che aveva. Ha dato al
titolare una banconota nuova da cinque sterline, che ora è nelle
mie mani.» Il detective tirò fuori il portafogli, estrasse la

211
banconota e la posò sulla scrivania di Barrington. «Il proprietario
del pub ha pure aggiunto che Tancock ha lasciato il locale
intorno alle undici e che era così ubriaco che due suoi amici sono
stati costretti ad accompagnarlo a casa, in Still House Lane, dove
l’abbiamo trovato stamattina. Sono propenso a dire, signore, che,
se è stato Tancock a derubarla, abbiamo tra le mani un maestro
del crimine e che sarei fiero di metterlo io stesso dietro le sbarre.
E ho il sospetto che lei avesse proprio quello in mente, signore»
aggiunse, guardando Barrington negli occhi, «quando gli ha dato
quei soldi.»
«E perché diavolo avrei fatto una cosa del genere?» domandò
Hugo, sforzandosi di mantenere un tono di voce calmo.
«Perché, se Stanley Tancock fosse stato arrestato e mandato
in prigione, nessuno avrebbe preso sul serio la sua storia su
Arthur Clifton. Guarda caso, Clifton è sparito da ieri pomeriggio.
Pertanto, raccomanderò ai miei superiori di far aprire lo scafo
senza ulteriori indugi per scoprire se si è trattato di un falso
allarme e se Tancock ha davvero fatto sprecare tempo a tutti.»
Hugo Barrington si guardò allo specchio e si raddrizzò il
cravattino. Non aveva detto nulla al padre dell’incidente di
Arthur Clifton né della visita dell’ispettore Blakemore. Meno il
vecchio sapeva, meglio era. Si era limitato a dirgli che qualcuno
aveva sottratto del denaro dal suo ufficio e che era stato arrestato
uno stivatore.
Dopo essersi infilato lo smoking, Hugo si sedette sul bordo
del letto e attese che Elizabeth, la moglie, finisse di vestirsi.
Detestava essere in ritardo, ma sapeva che lei non si sarebbe
sbrigata nemmeno se le avesse messo fretta. Andò a dare
un’occhiata a Giles e alla sua sorellina Emma, che dormivano
profondamente.

212
Hugo avrebbe voluto due maschi, un erede e un rincalzo.
Emma era stata un inconveniente, il che significava che avrebbe
dovuto provarci di nuovo. Suo padre era un secondogenito che
aveva perso il fratello maggiore nella guerra contro i boeri, in
Sudafrica. Il fratello maggiore di Hugo era rimasto ucciso a
Ypres, insieme a metà del suo reggimento. Dunque, con il tempo,
Hugo poteva aspettarsi di succedere al padre in qualità di
presidente della società e, alla sua morte, di ereditare il titolo e il
patrimonio di famiglia.
Pertanto, lui ed Elizabeth avrebbero dovuto riprovarci. Non
che fare l’amore con sua moglie fosse ancora un piacere e, anzi,
non ricordava nemmeno se lo fosse mai stato. Di recente aveva
cercato distrazioni altrove.
«Il vostro è un matrimonio deciso dal paradiso» diceva
sempre sua madre. Suo padre invece era più pratico, e aveva
pensato che unire il maggiore dei suoi figli e l’unica figlia di
Lord Harvey fosse più una fusione che un matrimonio. Quando il
fratello di Hugo era caduto sul fronte occidentale, la sua
fidanzata era stata passata a Hugo. Non più una fusione, piuttosto
un subentro. Non era stata una sorpresa per Hugo scoprire,
durante la prima notte di nozze, che Elizabeth era vergine; la sua
seconda vergine, per l’esattezza.
Elizabeth finalmente spuntò dalla toeletta, scusandosi – come
sempre – per averlo fatto attendere. Il tragitto da Manor House a
Barrington Hall era lungo poco più di tre chilometri e tutti i
terreni tra le due residenze appartenevano alla famiglia. Quando,
qualche minuto dopo le otto, Hugo ed Elizabeth misero piede nel
salotto dei genitori di lui, Lord Harvey era già al secondo sherry.
Hugo si guardò intorno, scrutando gli altri ospiti. C’era soltanto
una coppia che non riconobbe.

213
Suo padre lo guidò immediatamente da quegli invitati e gli
presentò il colonnello Danvers, promosso da poco al ruolo di
capo della polizia della contea. Hugo decise di non dire al
colonnello dell’incontro avuto quella mattina con l’ispettore
Blakemore, ma poco prima che si sedessero a tavola per la cena
prese il padre in disparte per aggiornarlo sul furto, senza mai
nominare Arthur Clifton.
Nel corso di una cena a base di zuppa di selvaggina e agnello
con contorno di fagiolini seguiti da una crème brûlée, la
conversazione passò dalla visita a Cardiff del Principe di Galles e
dai suoi commenti certo non molto utili sulla solidarietà che
provava per i minatori, agli ultimi dazi sui beni di importazione
imposti da Lloyd George, agli effetti che questi avrebbero avuto
sulla cantieristica navale, e a Casa cuore infranto di George
Bernard Shaw, che di recente aveva esordito tra recensioni
contrastanti all’Old Vic Theatre, per poi tornare al Principe di
Galles e alla vexata quaestio di come trovargli una consorte
adeguata.
Dopo il dessert e quando la servitù ebbe sparecchiato, le
signore si ritirarono in salotto a godersi il caffè, mentre il
maggiordomo offriva ai signori brandy o porto.
«Io lo spedisco e lei lo importa» disse Sir Walter, alzando il
bicchiere per brindare a Lord Harvey, mentre il maggiordomo
faceva il giro del tavolo per offrire un sigaro agli ospiti. Poi, una
volta che il Romeo y Julieta di Lord Harvey fu acceso nel modo
che lui riteneva soddisfacente, si rivolse al genero e disse: «Tuo
padre mi ha informato che un disgraziato si è introdotto nel tuo
ufficio e ti ha rubato parecchi soldi».
«Sì, è vero» rispose Hugo. «Ma sono felice di poter dire che
il ladro è stato preso. Purtroppo, si è rivelato uno dei nostri

214
stivatori.»
«È vero, Danvers?» chiese Sir Walter. «Lo avete catturato?»
«In effetti ho sentito qualcosa al riguardo» replicò il capo
della polizia, «ma non mi risulta che sia già stato incriminato
qualcuno.»
«Perché no?» pretese di sapere Lord Harvey.
«Perché quell’uomo sostiene che sono stato io a dargli i
soldi» intervenne Hugo. «Anzi, stamattina, quando l’ispettore mi
ha interrogato, ho iniziato a chiedermi chi di noi due fosse il
criminale e chi la parte lesa.»
«Mi dispiace scoprire che lei abbia avuto tale sensazione»
commentò il colonnello Danvers. «Posso chiederle chi era
l’ufficiale a capo delle indagini?»
«L’ispettore Blakemore» replicò Hugo, prima di aggiungere:
«E ho avuto l’impressione che covi del risentimento nei confronti
della nostra famiglia».
«Quando dai lavoro a tutte le persone a cui lo diamo noi»
commentò Sir Walter, posando nuovamente il bicchiere sul
tavolo, «è inevitabile che qualcuno covi del risentimento.»
«Devo ammettere» disse Danvers, «che Blakemore non è noto
per il suo tatto. Ma mi informerò sulla faccenda e, se dovessi
avere il sentore che ha passato il segno, affiderò il caso a qualcun
altro.»

215
22

Quelli della scuola sono i giorni più felici della tua vita,
sosteneva R.C. Sherriff, ma nel caso di Hugo Barrington non era
stato così. Anche se aveva la sensazione che Giles, come diceva
suo padre, se la sarebbe cavata meglio.
Hugo aveva provato a dimenticare ciò che era successo il
primo giorno di scuola, circa ventiquattro anni prima. Era stato
accompagnato alla St Bede’s in calesse dal padre, dalla madre e
dal fratello maggiore Nicholas, che era appena stato nominato
capitano della scuola. Hugo era scoppiato a piangere quando un
altro novellino gli aveva chiesto ingenuamente: «È vero che tuo
nonno era uno scaricatore di porto?». Sir Walter era fiero del
fatto che suo padre si fosse fatto da sé, ma tra i ragazzini di otto
anni le prime impressioni lasciano il segno. «Tuo nonno era uno
scaricatore di porto! Tuo nonno era uno scaricatore di porto!
Piagnone! Piagnone!» aveva intonato il resto del dormitorio.
Quel giorno, suo figlio Giles sarebbe stato accompagnato alla
St Bede’s a bordo della Rolls-Royce di Sir Walter Barrington.
Hugo avrebbe voluto portarlo a scuola con la propria auto, ma il
padre non aveva sentito ragioni. «Tre generazioni di Barrington
sono state educate alla St Bede’s e a Eton. Il mio erede deve

216
presentarsi con stile.»
Hugo non aveva detto a suo padre che a Giles non era ancora
stato offerto un posto a Eton e che era addirittura possibile che il
ragazzo avesse idee tutte sue su dove gli sarebbe piaciuto farsi
un’istruzione. Che Dio ce ne scampi e liberi, avrebbe detto suo
padre. Le idee puzzano di ribellione e le ribellioni vanno
soffocate.
Giles non aveva più parlato dal momento in cui erano usciti
di casa, benché la madre non avesse smesso un istante di colmare
di attenzioni l’unico figlio maschio. Emma aveva iniziato a
singhiozzare non appena le era stato detto che non avrebbe
potuto accompagnarli, mentre Grace – un’altra femmina, ma lui
non si sarebbe più dato la pena di riprovarci – si era limitata a
tenere stretta la mano della bambinaia e a salutarli dal gradino
più alto mentre si allontanavano in auto.
Hugo non stava pensando alla discendenza femminile della
famiglia mentre l’automobile percorreva lentamente i viottoli di
campagna in direzione della città. Stava per vedere Harry Clifton
per la prima volta? Lo avrebbe riconosciuto come l’altro figlio
che avrebbe desiderato ma che non avrebbe mai avuto, oppure
non avrebbe avuto il minimo dubbio, nel momento in cui lo
avesse visto, che non poteva essere un suo parente?
Avrebbe dovuto fare attenzione a evitare la madre di Clifton.
L’avrebbe riconosciuta? Di recente aveva scoperto che faceva la
cameriera al Palm Court del Royal Hotel, che lui un tempo
frequentava ogni volta che aveva un appuntamento di lavoro in
centro. Ora si sarebbe dovuto accontentare di qualche saltuaria
visita serale e, comunque, solo se era certo che lei quel giorno
fosse di riposo.
Il fratello di Maisie, Stan Tancock, era stato scarcerato dopo

217
aver scontato diciotto mesi della sua condanna a tre anni di
reclusione. Hugo non aveva mai saputo cosa fosse successo
all’ispettore Blakemore, ma non lo aveva mai più visto. Al
processo di Tancock aveva testimoniato un giovane sergente, che
non aveva mostrato alcun dubbio riguardo a chi fosse il
colpevole.
Una volta che Tancock era finito dietro le sbarre, incapace di
nuocere, le congetture su quanto era successo ad Arthur Clifton
si erano spente rapidamente. In un’attività in cui la morte era un
fatto comune, Arthur Clifton era diventato l’ennesimo numero.
Tuttavia, sei mesi dopo, quando Lady Harvey aveva varato la
Maple Leaf, Hugo non aveva potuto fare a meno di pensare che
Scrigno di Davy Jones sarebbe stato un nome più adatto a
quell’imbarcazione.
Quando le cifre finali erano state sottoposte al consiglio, la
Barrington’s aveva finito per evidenziare una perdita di 13.712
sterline in quel progetto. Hugo non aveva più chiesto di
presentare ulteriori offerte di appalto per la costruzione di altre
navi e Sir Walter non aveva più affrontato l’argomento. Negli anni
successivi, la Barrington’s era tornata alla tradizionale attività di
compagnia di navigazione e aveva continuato ad andare di bene in
meglio.
Dopo che Tancock era stato trasportato alla prigione locale,
Hugo aveva ipotizzato che non avrebbe più sentito parlare di lui.
Ma, poco prima della data della sua scarcerazione, il vicedirettore
del carcere di Bristol aveva telefonato alla signorina Potts per
chiedere un appuntamento. Nel corso del loro incontro, il
vicedirettore aveva pregato Barrington di ridare a Tancock il suo
vecchio lavoro perché aveva poche speranze di trovare un altro
impiego. Dapprima Hugo aveva accolto con gioia quella notizia,

218
però dopo aver riflettuto un po’ sulla questione aveva cambiato
idea e mandato Phil Haskins, il suo primo caposquadra, a trovare
Tancock in prigione per dirgli che avrebbe potuto riavere il suo
posto a una condizione: non doveva mai più nominare Arthur
Clifton. Se lo avesse fatto, avrebbe potuto ritirare i suoi
documenti e andare a cercare lavoro altrove. Tancock aveva
accettato la proposta di buon grado e, con il passare degli anni
era stato chiaro che, da parte sua, il patto era stato rispettato.
La Rolls-Royce si fermò davanti al cancello principale della
St Bede’s e l’autista saltò giù per aprire la portiera posteriore.
Diversi sguardi si girarono dalla loro parte, alcuni colmi di
ammirazione, altri di invidia.
Era chiaro che Giles non apprezzava quell’attenzione e si
allontanò rapidamente, rinnegando l’autista tanto quanto i
genitori. La madre lo rincorse, si chinò e gli tirò su le calze,
prima di ispezionargli le unghie per l’ultima volta. Hugo passò il
tempo scrutando i volti degli innumerevoli bambini, chiedendosi
se ne avrebbe riconosciuto all’istante uno che non aveva mai
visto.
Poi notò un ragazzino risalire la collina a piedi, non
accompagnato da una madre o da un padre. Guardò oltre e vide
una donna che lo stava osservando, una donna che non avrebbe
mai potuto scordare. Entrambi dovevano essersi chiesti se lui
aveva un figlio oppure due alla St Bede’s nel primo giorno di
scuola.
Quando Giles contrasse la varicella e dovette passare qualche
giorno in sanatorio, il padre si rese conto che poteva essere
l’occasione giusta per dimostrare che Harry Clifton non era suo
figlio. Non disse a Elizabeth che aveva intenzione di andare a
trovare Giles, perché non voleva averla tra i piedi nel momento in

219
cui avesse fatto una domanda apparentemente innocua alla
capoinfermiera.
Dopo aver letto la posta del mattino, disse alla signorina
Potts che sarebbe andato alla St Bede’s a far visita al figlio e che
non sarebbe stato di ritorno prima di un paio d’ore almeno.
Raggiunse il centro in macchina e parcheggiò davanti a Frobisher
House. Ricordava fin troppo bene dove fosse il sanatorio, dato
che vi aveva fatto visita regolarmente quando frequentava la St
Bede’s.
Giles era seduto sul letto quando suo padre entrò nella stanza
e il suo viso si illuminò nel momento in cui lo vide.
La caposala era in piedi accanto a lui e gli stava provando la
febbre. «È scesa a trentasette e due. Ti faremo tornare a scuola in
tempo per la prima lezione di lunedì mattina, giovanotto»
dichiarò, scuotendo il termometro. «Ora vi lascio, signor
Barrington, per consentirle di passare un po’ di tempo con suo
figlio.»
«Grazie, infermiera» disse Hugo. «Mi domandavo se potessi
scambiare due chiacchiere con lei prima di andarmene.»
«Certo, signor Barrington. Mi troverà nel mio ufficio.»
«Non hai una brutta cera, Giles» commentò Hugo, una volta
che la donna fu uscita dalla stanza.
«Sto bene, papà. Anzi, speravo proprio che la capoinfermiera
mi facesse uscire sabato mattina, così avrei giocato a calcio.»
«Le parlerò prima di andarmene.»
«Grazie, papà.»
«Allora, come procedono gli studi?»
«Non male» rispose Giles. «Ma solo perché condivido uno
studiolo con due dei ragazzi più svegli del mio anno.»
«E chi sono?» domandò il padre, temendo la risposta.

220
«Deakins, il ragazzo più intelligente della scuola. Gli altri
non gli parlano neanche, perché pensano che sia un secchione.
Ma il mio migliore amico è Harry Clifton. Anche lui è molto
intelligente, anche se non quanto Deakins. È probabile che tu lo
abbia sentito cantare nel coro. So che ti piacerà.»
«Ma Clifton non è figlio di uno scaricatore di porto?»
«Sì e, al pari del nonno, non ne fa mistero. Ma tu come fai a
saperlo, papà?»
«Se non sbaglio, Clifton lavorava per la compagnia» disse
Hugo, pentendosene immediatamente.
«Dev’essere stato prima che ci fossi tu, papà» ribatté Giles,
«perché suo padre è morto in guerra.»
«Chi te l’ha detto?»
«La madre di Harry. Fa la cameriera al Royal Hotel. Ci siamo
andati per il suo compleanno.»
Hugo avrebbe voluto chiedergli quand’era il compleanno di
Clifton, però temeva che fosse una domanda di troppo. Invece
disse: «Tua madre ti manda tutto il suo affetto. Credo che lei ed
Emma intendano farti visita nei prossimi giorni».
«Puah. Ci manca solo quello. La varicella e una visita della
mia orribile sorella.»
«Non è così male» disse suo padre, scoppiando a ridere.
«È anche peggio, invece. E Grace non sembra meglio. Devono
proprio venire in vacanza con noi, papà?»
«Sì, certo.»
«Mi chiedevo se Harry Clifton potesse raggiungerci in
Toscana quest’estate. Non è mai stato all’estero.»
«No» disse Hugo, con eccessiva durezza. «Le vacanze sono
riservate alla famiglia e non vanno condivise con gli estranei.»
«Ma lui non è un estraneo» protestò Giles. «È il mio migliore

221
amico.»
«No» ripeté Hugo. «Discorso chiuso.» Giles parve deluso.
«Allora, figliolo, cosa vorresti per il tuo compleanno?» chiese
Hugo, cambiando rapidamente discorso.
«L’ultimo modello di radio» rispose Giles, senza esitazione.
«Si chiama Roberts Reliable.»
«Ti è consentito tenere una radio a scuola?»
«Sì, ma puoi ascoltarla solo nei fine settimana. Se ti
sorprendono ad ascoltarla dopo che hanno spento le luci oppure
durante la settimana, te la confiscano.»
«Vedrò quel che posso fare. Tornerai a casa per il
compleanno?»
«Sì, ma solo per il tè. Devo rientrare a scuola in tempo per
l’ora di studio.»
«In tal caso, cercherò di fare un salto» disse Hugo. «Ora devo
andare. Voglio scambiare due parole con la capoinfermiera, prima
di andarmene.»
«Non scordarti di chiederle se sabato mattina mi lascia
uscire» gli ricordò Giles mentre il padre usciva dalla stanza per
soddisfare il vero scopo della visita.
«Sono davvero contenta che sia riuscito a passare, signor
Barrington. Contribuirà immensamente a tirare su il morale di
Giles» disse la capoinfermiera quando lui mise piede nel suo
ufficio. «Ma, come può vedere, è già guarito quasi del tutto.»
«Sì, e spera di essere dimesso sabato mattina per poter
partecipare a una partita di calcio.»
«Sono certa che sarà possibile. Ma diceva che c’era qualcosa
d’altro di cui voleva parlare, giusto?»
«Sì, in effetti. Come sa, Giles è daltonico, e volevo chiederle
se questo gli crea delle difficoltà.»

222
«Non che io sappia» rispose la donna. «Se è così, la sua
condizione non gli impedisce di calciare un pallone rosso su un
campo verde entro le righe bianche.»
Barrington rise prima di pronunciare la frase successiva, che
aveva preparato con cura: «Quando frequentavo la St Bede’s, mi
prendevano in giro perché ero l’unico ragazzino daltonico».
«Lasci che la rassicuri» disse la capoinfermiera. «Nessuno
prende in giro Giles. E, comunque, anche il suo migliore amico è
daltonico.»
Tornando in ufficio, Hugo continuò a pensare che doveva fare
qualcosa prima che la situazione gli sfuggisse di mano. Decise di
scambiare altre due chiacchiere con il colonnello Danvers.
Di nuovo dietro alla scrivania, disse alla signorina Potts che
non voleva essere disturbato. Attese che la segretaria chiudesse la
porta prima di prendere in mano il telefono. Qualche istante
dopo, era in linea con il capo della polizia.
«Sono Hugo Barrington, colonnello.»
«Come sta, figliolo?» chiese lui.
«Sto bene, signore. Mi chiedevo se poteva darmi un consiglio
su una faccenda privata.»
«Spari pure, amico mio.»
«Sto cercando un nuovo capo della sicurezza e mi chiedevo se
potesse indicarmi la giusta direzione.»
«In effetti, conosco un uomo che potrebbe fare al caso suo,
ma non sono certo che sia ancora disponibile. Lo scoprirò e la
richiamerò.»
Il capo della polizia mantenne la parola e gli telefonò
l’indomani mattina. «L’uomo che avevo in mente adesso ha un
lavoro part-time, però cerca qualcosa di più stabile.»
«Cosa può dirmi di lui?» si informò Hugo.

223
«Era avviato a traguardi più elevati in seno alla polizia, ma è
stato costretto ad abbandonarla dopo essere rimasto gravemente
ferito nel tentativo di arrestare un ladro durante una rapina alla
Midland Bank. Immagino si ricordi di quella vicenda, è finita
persino sulla stampa nazionale. A mio avviso, sarebbe il
candidato ideale per guidare la squadra dei suoi addetti alla
sicurezza e, francamente, se riuscisse ad assicurarselo potrebbe
considerarsi un uomo fortunato. Se la cosa le interessa ancora,
posso scriverle due righe con i suoi estremi.»
Barrington telefonò a Derek Mitchell da casa sua per evitare
che la signorina Potts scoprisse cosa stava combinando. Si
accordò per incontrare l’ex poliziotto al Royal Hotel alle diciotto
di lunedì, dopo la fine del turno della signora Clifton, in un
momento in cui il Palm Court sarebbe stato vuoto.
Hugo giunse con qualche minuto di anticipo e si diresse
immediatamente al tavolo in fondo alla sala, che di norma non
avrebbe neppure preso in considerazione. Si accomodò dietro la
colonna, dove sapeva che nessuno avrebbe notato o udito il suo
incontro con Mitchell. Nell’attesa, ripassò mentalmente una serie
di domande a cui l’uomo avrebbe dovuto rispondere, se voleva
che lui riponesse la propria fiducia in un completo estraneo.
Quando mancavano tre minuti alle sei, un uomo alto e
robusto, dal portamento marziale, varcò le porte girevoli. Il blazer
blu scuro, i pantaloni di flanella grigia, i capelli corti e le scarpe
lucidissime indicavano una vita votata alla disciplina.
Hugo si alzò e tese un braccio come per chiamare un
cameriere. Mitchell attraversò la sala lentamente, senza fare il
minimo tentativo di celare una leggera zoppia, esito di un
incidente che, a detta di Danvers, era l’unico motivo per cui
Mitchell era stato dichiarato inabile al servizio in polizia.

224
Hugo ripensò all’ultima occasione in cui si era trovato faccia
a faccia con un poliziotto; quella volta le domande le avrebbe
fatte lui.
«Buonasera, signore.»
«Buonasera, Mitchell» disse Hugo mentre si stringevano la
mano. Quando l’uomo si fu accomodato, Hugo studiò con
maggiore attenzione il suo naso rotto e le sue orecchie a
cavolfiore e ricordò – l’aveva letto sugli appunti del colonnello
Danvers – che aveva giocato come seconda linea nel Bristol.
«Mi permetta di dirle subito, Mitchell» continuò senza
perdere tempo, «che quello di cui voglio discutere con lei è di
natura estremamente confidenziale e che deve restare tra noi.»
Mitchell annuì. «È talmente confidenziale che nemmeno il
colonnello Danvers ha idea del vero motivo per cui ho voluto
vederla, dato che non ho affatto bisogno di qualcuno che diriga la
sicurezza della mia azienda.»
Mitchell non batté ciglio, in attesa di sentire cosa avesse in
mente Hugo.
«Quello che cerco, in realtà, è un investigatore privato. Il suo
unico compito consisterà nel ragguagliarmi con cadenza mensile
sulle attività di una donna che abita in questa città e che, in
effetti, lavora in questo albergo.»
«Capisco, signore.»
«Voglio sapere tutto quello in cui è coinvolta, sul piano
professionale e su quello personale, per quanto insignificante
possa sembrare. Non dovrà mai, ripeto, mai accorgersi di essere
oggetto del suo interesse. Pertanto, prima che le riveli il suo
nome, mi dica: si considera in grado di svolgere un compito
simile?»
«Queste cose non sono mai semplici» ribatté Mitchell, «ma

225
non sono impossibili. Da giovane sergente, sono stato impegnato
in un’operazione segreta che ha mandato dietro le sbarre per
sedici anni un individuo particolarmente detestabile. Se
quell’uomo dovesse mettere piede in questo albergo proprio
adesso, sono certo che non mi riconoscerebbe.»
Hugo sorrise per la prima volta. «Prima che vada avanti»
seguitò, «devo sapere se è interessato ad accettare questo
incarico.»
«Dipende da vari fattori, signore.»
«Per esempio?»
«Si tratterebbe di un’occupazione a tempo pieno? Perché
attualmente lavoro come guardiano notturno per una banca…»
«Presenti la sua lettera di preavviso domani stesso» lo
interruppe Hugo. «Non voglio che lei lavori per altri.»
«E quale sarebbe l’orario di lavoro?»
«A sua discrezione.»
«E il mio onorario?»
«Le darò otto sterline alla settimana, con un mese anticipato.
Inoltre coprirò qualsiasi spesa giustificata.»
Mitchell annuì. «Posso suggerirle di effettuare i pagamenti in
contanti, signore, onde evitare che qualcuno possa risalire a lei?»
«Mi sembra ragionevole» disse Hugo, che aveva già deciso in
tal senso.
«E vuole che i rapporti mensili le vengano fatti per iscritto o a
quattr’occhi?»
«A quattr’occhi. Voglio meno carta possibile.»
«In tal caso, dovremo incontrarci sempre in posti diversi e mai
nello stesso giorno della settimana, per ridurre il rischio che
qualcuno ci veda insieme in più di un’occasione.»
«Non è un problema per me.»

226
«Quando vorrebbe che cominciassi, signore?»
«Ha cominciato mezz’ora fa» disse Barrington. Estrasse dalla
tasca interna della giacca un foglietto e una busta che conteneva
trentadue sterline, e li consegnò a Mitchell.
Mitchell studiò per qualche istante il nome e l’indirizzo
scritti sul foglietto, prima di restituirlo al suo nuovo capo. «Mi
servirà anche il suo numero di telefono privato, signore, e i
dettagli su dove e quando la posso contattare.»
«Presso il mio ufficio, ogni giorno tra le diciassette e le
diciotto» disse Hugo. «Non dovrà mai contattarmi a casa, a meno
che non ci sia un’emergenza» aggiunse mentre estraeva una
penna.
«I numeri me li dia a voce, signore. Non li scriva.»

227
23

«Pensava di partecipare alla festa di compleanno del


signorino Giles?» chiese la signorina Potts.
Hugo controllò l’agenda. Giles, 12° compleanno, ore 15,
Manor House, era scritto a grandi caratteri sulla sommità della
pagina.
«Ho tempo di passare a prendere un regalo sulla via di casa?»
La signorina Potts uscì dalla stanza e tornò un istante dopo
con un grosso pacco avvolto in lucida carta rossa e legato da un
nastro.
«Cosa contiene?» chiese Hugo.
«L’ultima radio Roberts, quella che le ha chiesto quando è
andato a trovarlo al sanatorio, il mese scorso.»
«Grazie, signorina Potts» disse Hugo. Diede un’occhiata
all’orologio. «Sarà meglio che ora vada, se voglio arrivare in
tempo per vederlo tagliare la torta.»
La signorina Potts infilò un voluminoso dossier nella sua
ventiquattrore e, prima che lui glielo chiedesse, spiegò: «I suoi
appunti in vista della riunione del consiglio di domattina. Li può
rileggere dopo che il signorino Giles sarà tornato alla St Bede’s,
così non sarà costretto a tornare qui stasera.»

228
«Grazie, signorina Potts. Lei pensa sempre a tutto.»
Mentre attraversava in macchina la città diretto verso casa,
Hugo non poté fare a meno di notare quante automobili in più
sembrassero esserci sulla statale rispetto a un anno prima. I
pedoni stavano diventando più prudenti nell’attraversare la strada
da quando il governo aveva portato il limite di velocità a trenta
miglia all’ora. Un cavallo si impennò quando Hugo superò di
slancio una carrozza. Si chiese per quanto tempo ancora
speravano di sopravvivere, ora che il consiglio comunale aveva
autorizzato il primo taxi a motore.
Uscito dalla città Hugo accelerò, non volendo fare tardi alla
festa del figlio. Il ragazzo stava crescendo in fretta. Era già più
alto di sua madre. Avrebbe finito per essere più alto di suo padre?
Hugo era fiducioso che nel giro di un anno, quando avesse
lasciato la St Bede’s per entrare a Eton, l’amicizia di Giles con
Clifton sarebbe stata rapidamente dimenticata, per quanto si
rendesse conto che, prima, c’erano altre difficoltà da affrontare.
Rallentò varcando il cancello della sua tenuta. Era sempre un
piacere percorrere il lungo viale di querce che conduceva a Manor
House. Jenkins stazionava sul primo gradino in alto quando Hugo
smontò dall’automobile. Gli tenne aperta la porta d’ingresso e
disse: «La signora Barrington è in salotto, signore, insieme al
signorino Giles e a due compagni di scuola».
Nel momento in cui entrò, Emma scese le scale di corsa e
gettò le braccia al collo del padre.
«Cosa c’è nel pacchetto?» volle sapere.
«Un regalo di compleanno per tuo fratello.»
«Sì, ma che cos’è?»
«Dovrai aspettare e vedere, signorina» le rispose il padre con
un sorriso, prima di consegnare la ventiquattrore al maggiordomo.

229
«Le spiace metterla nel mio studio, Jenkins?» disse, mentre
Emma lo prendeva per mano e lo trascinava verso il salotto.
Il sorriso di Hugo sparì nell’istante in cui aprì la porta e vide
chi era seduto sul divano.
Giles balzò in piedi e corse verso il padre, che gli diede il
pacchetto e disse: «Buon compleanno, figlio mio».
«Grazie, papà» gli rispose, prima di presentargli i suoi amici.
Hugo strinse la mano a Deakins, ma quando Harry gli tese la
propria si limitò a dire: «Buon pomeriggio, Clifton», per poi
accomodarsi sulla sua poltrona preferita.
Hugo osservò Giles slacciare il nastro del pacchetto ed
entrambi videro il regalo per la prima volta. Nemmeno la gioia
irrefrenabile del figlio di fronte alla radio nuova riuscì a far
comparire un sorriso sulle labbra di Hugo. Aveva una domanda da
porre a Clifton, però non voleva dare l’impressione che la
risposta del ragazzo avesse la minima rilevanza.
Restò in silenzio mentre i tre ragazzi sintonizzavano a turno
la radio sulle due emittenti e ascoltavano con attenzione le strane
voci e la musica che uscivano dall’altoparlante. Ogni volta
seguiva uno scoppio di risa o un applauso.
La signora Barrington chiacchierò con Harry di una recente
esecuzione pubblica del Messia a cui aveva presenziato,
aggiungendo quanto avesse apprezzato la sua interpretazione de
Io so che il mio Redentore vive.
«Grazie, signora Barrington» rispose il ragazzo.
«Speri di andare alla Bristol Grammar School dopo la St
Bede’s, Clifton?» domandò Hugo, intravedendo un’opportunità
favorevole.
«Solo se mi aggiudicherò una borsa di studio, signore»
rispose lui.

230
«Ma perché è tanto importante?» chiese la signora
Barrington. «Di certo ti verrà offerto un posto, come a qualsiasi
altro ragazzo…»
«Perché mia madre non si potrebbe permettere la tassa di
iscrizione, signora Barrington. Fa la cameriera al Royal Hotel.»
«Ma tuo padre non…»
«È morto» disse Harry. «È rimasto ucciso in guerra.»
«Mi dispiace» mormorò la signora Barrington. «Non l’avevo
capito.»
In quel momento la porta si aprì e il vice-maggiordomo entrò
nella stanza con una grossa torta su un vassoio d’argento. Dopo
che Giles ebbe spento le dodici candeline con un solo soffio, tutti
applaudirono.
«E quand’è il tuo compleanno, Clifton?» chiese Hugo.
«È stato il mese scorso, signore» rispose Harry.
Appena Giles ebbe tagliato la torta, Hugo si alzò e uscì dalla
stanza senza dire una parola.
Andò immediatamente nello studio, ma si rese conto che non
riusciva a concentrarsi sulle carte in vista della riunione del
consiglio del giorno dopo. La risposta di Clifton significava che
avrebbe dovuto consultare un avvocato specializzato in diritto
ereditario.
Circa un’ora più tardi udì delle voci nel salone, poi il rumore
della porta dell’ingresso che si chiudeva e quello di
un’automobile che si allontanava. Qualche minuto dopo, sentì
bussare alla porta del suo studio ed Elizabeth entrò.
«Cosa ti ha spinto a lasciarci così bruscamente?» chiese. «E
perché non sei venuto a salutare Giles e i suoi amici, ben sapendo
che se ne stavano andando?»
«Domattina ho un’insidiosa riunione del consiglio» rispose

231
senza alzare lo sguardo.
«Non è un buon motivo per non salutare tuo figlio,
soprattutto nel giorno del suo compleanno.»
«Ho tante cose per la testa» disse Hugo, continuando a tenere
gli occhi sui suoi appunti.
«Di certo nulla è importante al punto da essere scortesi con
gli ospiti. Con Harry Clifton sei stato più scostante di quanto lo
saresti con un membro della servitù.»
Hugo alzò gli occhi per la prima volta. «Forse perché
considero Clifton inferiore ai nostri domestici.» Elizabeth aveva
l’aria sconvolta. «Sapevi che suo padre era un portuale e che sua
madre fa la cameriera? Non sono sicuro che sia il tipo di ragazzo
con cui Giles dovrebbe mischiarsi.»
«È chiaro che Giles la pensa in un altro modo e, quale che sia
la storia della sua famiglia, Harry è un ragazzo delizioso. Non
capisco perché tu sia così contrario. Deakins non lo hai trattato
in quel modo, e suo padre è un giornalaio.»
«È pure uno studente con borsa di studio generale.»
«E Harry è lo studente della scuola che si è guadagnato con
merito la borsa di studio per coristi, come sa qualunque cittadino
di Bristol che vada in chiesa. Spero che, la prossima volta che lo
incontrerai, sarai un po’ più cortese.» Senza aggiungere una sola
parola, Elizabeth uscì dalla stanza, chiudendosi con forza la porta
alle spalle.
Sir Walter Barrington restò seduto al proprio posto, a
capotavola nella sala del consiglio d’amministrazione, quando
suo figlio vi mise piede.
«Sono sempre più preoccupato per la proposta di legge del
governo sui dazi di importazione» disse Hugo, prendendo posto
alla destra di suo padre, «e degli effetti che rischia di avere sul

232
nostro bilancio.»
«È per questo che nel consiglio abbiamo un avvocato» replicò
Sir Walter. «Per consigliarci su questioni del genere.»
«Ma ho calcolato che, se diventasse legge, potrebbe costarci
ventimila sterline l’anno. Non pensi che sia il caso di cercare un
secondo parere?»
«Immagino che potrei fare due chiacchiere con Sir James
Amhurst in occasione della mia prossima visita a Londra.»
«Andrò a Londra martedì per la cena annuale
dell’Associazione degli armatori navali britannici» disse Hugo.
«Dato che è il consulente legale del settore, forse dovrei
scambiare due parole con lui.»
«Solo se sei convinto che sia necessario» disse Sir Walter. «E
non scordarti che Amhurst si fa pagare a ore, persino quando è a
cena.»
La cena dell’Associazione degli armatori navali britannici si
tenne a Grosvenor House e vi parteciparono oltre mille soci con i
relativi ospiti.
In precedenza, Hugo aveva telefonato al segretario
dell’associazione chiedendo di potersi sedere accanto a Sir James
Amhurst. Il segretario era sembrato contrariato, ma aveva
accettato di riposizionare gli ospiti al tavolo principale. Dopo
tutto, il vecchio Joshua Barrington era stato un membro fondatore
dell’Associazione.
Dopo la preghiera pronunciata dal vescovo di Newcastle,
Hugo non tentò minimamente di interrompere l’eminente togato,
impegnato a conversare con l’ospite alla propria destra. Tuttavia,
quando l’avvocato rivolse finalmente l’attenzione allo
sconosciuto che avevano piazzato alla sua sinistra, Hugo non
perse tempo e andò subito al punto.

233
«Mio padre, Sir Walter Barrington» esordì, catturando
l’attenzione della sua preda, «è alquanto preoccupato per la
proposta di legge sui dazi di importazione che sta passando dalla
Camera dei Comuni e per gli effetti che rischia di avere sul
settore. Si chiedeva se potesse consultarla al riguardo la prossima
volta che verrà a Londra.»
«Certamente, caro ragazzo» disse Sir James. «Chieda
semplicemente alla sua segretaria di telefonare al mio impiegato e
farò in modo di essere libero la prima volta che lui si troverà a
Londra.»
«Grazie, signore. Passando a un argomento più leggero, mi
domandavo se ha mai letto nulla di Agatha Christie.»
«Non posso dire di averlo fatto. È in gamba?»
«Il suo ultimo racconto, La radio, mi è piaciuto molto»
rispose Hugo, «ma non sono certo che la storia reggerebbe in un
tribunale.»
«Cosa sostiene la signora?» volle sapere Amhurst, mentre gli
veniva servita una fettina di manzo troppo cotto su un piatto
freddo.
«Secondo la signorina Christie, il figlio maggiore di un
cavaliere per diritto ereditario ottiene automaticamente il titolo
del padre persino se si tratta di un figlio illegittimo.»
«Questo sì che è un interessante enigma legale» commentò
Sir James. «In effetti, i nove Lord hanno riesaminato di recente
un caso simile. Benson contro Carstairs, se ricordo bene. La
stampa lo definisce spesso l’emendamento del bastardo.»
«E a quale conclusione sono giunti?» chiese Hugo, cercando
di non sembrare eccessivamente interessato.
«Non essendoci scappatoie nel testamento originale, si sono
espressi in favore del primogenito, benché il giovane in questione

234
fosse illegittimo.» L’ennesima risposta che Hugo non avrebbe
voluto udire. «Tuttavia» continuò Sir James, «i Lord hanno
deciso di pararsi il didietro aggiungendo un codicillo secondo cui
ogni caso va trattato nel merito specifico e, comunque, solo dopo
essere stato riesaminato dal re d’armi della Giarrettiera. Tipico
dei nove Lord» aggiunse, prima di impugnare coltello e forchetta
e di attaccare la carne. «Troppo impauriti per stabilire un
precedente, ma più che felici di scaricare il barile.»
Quando Sir James riportò l’attenzione sull’uomo alla propria
destra, Hugo rifletté su cosa sarebbe potuto succedere se Harry
Clifton avesse scoperto di avere il diritto di ereditare non solo la
compagnia di navigazione dei Barrington ma anche il loro
patrimonio. Dover ammettere di aver messo al mondo un figlio
illegittimo sarebbe stato già abbastanza grave, ma l’idea che
Harry Clifton ereditasse il titolo di famiglia alla sua morte e
diventasse Sir Harry era impensabile. Avrebbe fatto tutto ciò che
era in suo potere pur di assicurarsi che non accadesse.

235
24

Hugo Barrington stava facendo colazione quando lesse la


lettera del preside della St Bede’s con i dettagli di un appello
della scuola per raccogliere mille sterline da destinare alla
costruzione di un nuovo posto di ristoro con spogliatoio per la
squadra di cricket. Aprì il libretto degli assegni, e aveva già
scritto la cifra 100 quando fu distratto dal rumore di
un’automobile che si fermava sulla ghiaia del vialetto.
Andò alla finestra per vedere chi mai potesse fargli visita così
presto il sabato mattina, e rimase non poco sconcertato nel vedere
il figlio smontare da un taxi con una valigia, dato che aveva atteso
con trepidazione di vederlo battere per primo per la scuola nel
pomeriggio in occasione dell’ultima partita della stagione contro
l’Avonhurst.
Jenkins apparve giusto in tempo per aprire la porta d’ingresso
nel momento in cui Giles salì l’ultimo gradino. «Buongiorno,
signorino Giles» disse, come se lo stesse aspettando.
Hugo uscì rapidamente dalla sala della colazione e trovò il
figlio nel salone, a capo chino, con la valigia di fianco. «Che cosa
ci fai a casa?» domandò. «Non manca un’altra settimana alla fine
dell’anno scolastico?»

236
«Sono stato sospeso» disse semplicemente Giles.
«Sospeso?» ripeté suo padre. «E cos’hai fatto per meritarti
una cosa simile, se posso chiedertelo?»
Giles alzò gli occhi su Jenkins, che era fermo in silenzio
accanto alla porta d’ingresso. «Porto la valigia del signorino
Giles nella sua camera» annunciò il maggiordomo, prima di
sollevarla e di avviarsi lentamente su per le scale.
«Seguimi» ordinò Hugo una volta che il maggiordomo fu
scomparso.
Nessuno dei due parlò finché Hugo non si fu chiuso la porta
dello studio alle spalle. «Che cosa hai fatto per spingere la scuola
a prendere un provvedimento così drastico?» domandò poi,
lasciandosi andare contro lo schienale della poltrona.
«Sono stato sorpreso a rubare nell’emporio» rispose Giles,
che era rimasto in piedi in mezzo alla stanza.
«C’è una spiegazione semplice? Magari un equivoco?»
«No, signore, non c’è» disse Giles, trattenendo a stento le
lacrime.
«Hai qualcosa da dire in tua difesa?»
«No, signore.» Giles esitò. «Tranne che…»
«Tranne cosa?»
«Ho sempre regalato i dolci, papà. Non me li sono mai
tenuti.»
«A Clifton, senza dubbio.»
«E anche a Deakins» precisò Giles.
«È stato Clifton a spingerti a farlo?»
«No» rispose con decisione Giles. «Anzi, quando ha scoperto
cosa stavo combinando, Harry ha regolarmente riportato
all’emporio i dolci che avevo dato a lui e a Deakins. Si è persino
preso la colpa quando Frobisher lo ha accusato di averli rubati.»

237
Seguì un lungo silenzio, prima che suo padre dicesse:
«Dunque sei stato sospeso, non espulso?».
Giles annuì.
«Pensi che ti consentiranno di tornare per il prossimo anno
scolastico?»
«Ne dubito.»
«Per quale motivo ne sei così certo?»
«Perché non ho mai visto il preside tanto arrabbiato.»
«Nemmeno lontanamente arrabbiato quanto tua madre non
appena lo scoprirà.»
«Per favore, non dirglielo, papà» lo implorò Giles scoppiando
in lacrime.
«E come pensi che possa spiegarle come mai sei a casa con
una settimana di anticipo e come mai, forse, non potrai nemmeno
tornare alla St Bede’s per il prossimo anno scolastico?»
Giles non tentò neppure di rispondere, ma seguitò a
singhiozzare sommessamente.
«E Dio solo sa cosa dirà tuo nonno» aggiunse il padre,
«quando sarò costretto a spiegargli perché, dopo tutto, non andrai
a Eton.»
Un altro lungo silenzio.
«Va’ nella tua stanza e non azzardarti a scendere finché non te
lo dico io.»
«Sì, signore» disse Giles, e fece per andarsene.
«E comunque non parlarne con nessuno, meno che mai
davanti alla servitù.»
«Sì, papà» disse Giles prima di correre fuori dalla stanza,
rischiando di scontrarsi con Jenkins quando gli schizzò accanto
sulle scale.
Hugo si sporse in avanti sulla poltrona, cercando di pensare a

238
un modo per risolvere la situazione prima di dover affrontare
l’inevitabile telefonata del preside. Appoggiò i gomiti sulla
scrivania e la testa sulle mani, ma passò diverso tempo prima che
i suoi occhi si concentrassero sull’assegno.
Un sorriso gli increspò le labbra mentre aggiungeva uno zero,
prima di apporvi la firma.

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25

Mitchell era seduto nell’angolo più lontano della sala


d’attesa e stava leggendo il Bristol Evening Post, quando Hugo
attraversò la stanza e gli si sedette accanto. C’erano tanti di
quegli spifferi che Hugo teneva le mani in tasca.
«Il soggetto» disse Mitchell, senza staccare gli occhi dal
giornale, «sta cercando di raccogliere cinquecento sterline per
un’impresa commerciale.»
«A quale impresa commerciale potrebbe mai essere
interessata?»
«La caffetteria Tilly’s» rispose Mitchell. «Pare che il soggetto
ci abbia lavorato prima di trasferirsi al Palm Court del Royal. Di
recente, la signorina Tilly ha ricevuto da un certo Edward Atkins
un’offerta di cinquecento sterline per rilevare l’attività. Alla
signorina Tilly quell’Atkins non piace e ha chiaramente detto al
soggetto che, se fosse riuscita a racimolare la stessa cifra, avrebbe
preferito che fosse lei a subentrarle.»
«Come può sperare di mettere le mani su tutti quei soldi?»
«Forse attraverso qualcuno che desidera esercitare su di lei un
controllo finanziario che, in un secondo momento, si possa
dimostrare vantaggioso?»

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Hugo rimase in silenzio. Gli occhi di Mitchell non si
staccarono mai dal giornale.
«Ha contattato qualcuno nel tentativo di raccogliere quei
soldi?» chiese dopo un po’ Hugo.
«Attualmente, si sta facendo consigliare da un certo Patrick
Casey, che rappresenta la Dillon and Co., una società finanziaria
con sede a Dublino, specializzata in prestiti a clienti privati.»
«Come faccio a mettermi in contatto con Casey?»
«Glielo sconsiglio» disse Mitchell.
«Perché?»
«Viene a Bristol più o meno una volta al mese e alloggia
sempre al Royal.»
«Non dovremmo per forza vederci al Royal.»
«Ha avviato una relazione con il soggetto. Ogni volta che è in
città, la porta fuori a cena o a teatro e, di recente, il soggetto è
stato visto tornare con lui in albergo, dove hanno passato la notte
insieme nella stanza 371.»
«Molto interessante» commentò Hugo. «Altro?»
«Forse, le interesserà sapere che il soggetto ha un conto
presso la National Provincial Bank, al numero 49 di Corn Street.
Il direttore è un certo Prendergast. Il suo conto attualmente vanta
un credito di dodici sterline e nove scellini.»
Hugo avrebbe voluto chiedere a Mitchell come avesse fatto a
ottenere una simile informazione, ma si accontentò di dire:
«Eccellente. Nel momento in cui dovesse scoprire qualcos’altro,
per quanto insignificante, mi chiami». Tirò fuori una busta
voluminosa da una tasca del soprabito e la fece scivolare sul
tavolo verso Mitchell.
«Il treno in arrivo al binario nove è quello delle sette e
ventidue da Taunton.»

241
Mitchell fece sparire la busta, piegò il giornale e uscì dalla
sala d’attesa. Non aveva rivolto un solo sguardo al suo datore di
lavoro.
Hugo non era riuscito a mascherare la rabbia quando aveva
scoperto il vero motivo per cui a Giles non era stato offerto un
posto a Eton. Aveva telefonato al preside, che si era rifiutato di
rispondere alle sue chiamate, al futuro direttore del suo convitto,
che aveva espresso solidarietà ma non gli aveva prospettato
alcuna speranza di riscatto, e persino al rettore, che aveva detto
che lo avrebbe richiamato ma che poi non lo aveva fatto. Pur
senza avere la minima idea di cosa ultimamente facesse di
continuo perdere le staffe a Hugo, peraltro senza apparente
motivo, Elizabeth e le bambine continuarono a subire con
serenità le conseguenze più pesanti della cattiva condotta di
Giles.
Hugo, non senza riluttanza, accompagnò Giles alla Bristol
Grammar School il primo giorno di scuola, senza peraltro
consentire a Emma o Grace di unirsi a loro, malgrado Emma
fosse scoppiata in lacrime e avesse tenuto il broncio.
Quando Hugo fermò l’automobile in College Street, la prima
persona che vide davanti ai cancelli della scuola fu Harry Clifton.
Ancor prima che tirasse il freno a mano, Giles era saltato giù ed
era corso a salutare l’amico.
Hugo evitò di mescolarsi agli altri genitori, con i quali invece
Elizabeth pareva felice di chiacchierare, e quando si imbatté per
caso in Clifton fece in modo di non stringergli la mano.
Nel viaggio di ritorno a Manor House, Elizabeth chiese al
marito perché mai avesse trattato il migliore amico di Giles in
modo così sprezzante. Hugo rammentò alla moglie che il figlio
sarebbe dovuto andare a Eton, dove avrebbe familiarizzato con

242
altri gentiluomini e non con i figli di commercianti locali e, nel
caso di Clifton, ancor peggio. Elizabeth si ritrasse nella relativa
sicurezza del silenzio, come negli ultimi tempi faceva sempre più
spesso.

243
26

«Caffetteria locale in cenere! Si sospetta dolo!» gridò lo


strillone all’angolo della Broad.
Hugo tirò il freno a mano, saltò giù dall’auto e diede mezzo
centesimo al ragazzo. Iniziò a leggere la prima pagina mentre
tornava alla macchina.
Il Tilly’s, un punto di riferimento a Bristol, molto frequentato
dalla clientela locale, è stato raso al suolo nelle prime ore del
mattino. La polizia ha arrestato un trentenne del posto con
l’accusa di incendio doloso. La signorina Tilly, che ora vive in
Cornovaglia…
Hugo sorrise quando vide la foto di Maisie Clifton e dei
membri del personale che scrutavano i resti carbonizzati del
Tilly’s dal marciapiede. Gli dèi erano chiaramente dalla sua parte,
pensò.
Risalì in macchina, posò il giornale sul sedile del passeggero
e continuò il suo viaggio verso lo zoo di Bristol. Avrebbe dovuto
fissare un appuntamento con il signor Prendergast prima del
dovuto.
Mitchell gli aveva consigliato di organizzare qualsiasi
incontro con Prendergast negli uffici della Barrington’s,

244
preferibilmente dopo che la signorina Potts era andata a casa al
termine della giornata, se sperava di mantenere segreto il fatto
che era lui il finanziatore del soggetto. Hugo non tentò nemmeno
di spiegare a Mitchell che non era certo che la signorina Potts
andasse a casa alla fine della giornata. Attendeva con
trepidazione l’incontro con Prendergast, durante il quale avrebbe
posato la pietra tombale sulla faccenda, ma prima doveva vedere
qualcun altro.
Quando lo raggiunse, Mitchell stava dando da mangiare a
Rosie.
Hugo avanzò lentamente, si appoggiò alla balaustra e finse di
essere interessato all’elefante indiano che lo zoo di Bristol aveva
recentemente acquisito dalle Province Unite e che stava già
attirando numerosi visitatori. Mitchell lanciò un pezzo di pane;
Rosie lo acchiappò con la proboscide e se lo infilò in bocca in un
movimento fluido.
«Il soggetto è tornato a lavorare al Royal Hotel» disse
Mitchell, come se stesse parlando con l’elefante. «Sta facendo il
turno di notte al Palm Court, dalle ventidue alle sei del mattino
seguente. Riceve una paga di tre sterline alla settimana, più tutto
ciò che riesce a incassare in mance, cosa che, considerato
l’esiguo numero di clienti notturni, non assomma a granché.»
Gettò un altro pezzo di pane all’elefante e continuò. «Un certo
Bob Burrows è stato arrestato e incriminato per incendio doloso.
Burrows era il suo fornitore di dolci prima che il soggetto lo
licenziasse. Ha reso una confessione piena, ammettendo
addirittura di aver avuto intenzione di fare al soggetto una
proposta di matrimonio e di aver acquistato un anello di
fidanzamento, ma di essersi visto respingere. O, quanto meno,
questa è la sua versione.»

245
Un sorriso aleggiò per un istante sulle labbra di Hugo. «E chi
è che si occupa del caso?» domandò.
«Un certo ispettore Blakemore» rispose Mitchell.
Una smorfia prese il posto del sorriso sul volto di Hugo.
«Benché inizialmente pensasse che il soggetto potesse essere
stato complice di Burrows» continuò Mitchell, «Blakemore ha
poi informato la Bristol and West of England Insurance Company
che quella donna non è più un’indiziata.»
«Peccato» disse Mitchell. La smorfia non era sparita.
«Non necessariamente» disse Mitchell. «La compagnia
assicurativa consegnerà alla signora Clifton un assegno da
seicento sterline a piena e finale composizione della sua richiesta
di danni.»
«Mi domando se lo abbia detto a suo figlio» disse Hugo quasi
tra sé, sorridendo.
Se Mitchell aveva udito il commento, lo ignorò. «L’unica
altra informazione che potrebbe esserle di un minimo interesse»
continuò, «è il fatto che il signor Patrick Casey ha passato la
notte di venerdì al Royal Hotel e ha portato il soggetto a cena a
Plimsoll Line. Più tardi, sono tornati insieme in albergo, dove lei
lo ha accompagnato alla sua stanza, la numero 371, da cui se n’è
andata solo alle sette del mattino seguente.»
Seguì un lungo silenzio, il segnale che Mitchell era giunto al
termine del suo rapporto mensile. Hugo estrasse una busta dalla
tasca interna e la fece scivolare verso di lui, che finse che la
transazione non fosse nemmeno avvenuta, mentre gettava l’ultimo
pezzo di pane alla felice Rosie.
«Il signor Prendergast desidera vederla» annunciò la signorina
Potts, facendosi da parte per consentire al banchiere di entrare
nell’ufficio dell’amministratore delegato.

246
«Gentile da parte sua fare tutta questa strada» disse Hugo.
«Sono sicuro che comprenda come mai non ho voluto discutere
in banca di una faccenda così confidenziale.»
«Certo, capisco» replicò Prendergast, che aveva aperto la sua
valigia a soffietto e ne aveva estratto un voluminoso dossier ancor
prima di sedersi. Passò un foglio al signor Barrington, dalla parte
opposta della scrivania.
Hugo diede un’occhiata all’ultima riga, prima di tornare ad
accomodarsi sulla sua poltrona.
«Giusto per ricapitolare, se posso» disse Prendergast. «Lei ha
messo a disposizione un capitale di cinquecento sterline, che ha
consentito alla signora Clifton di acquistare l’attività
commerciale nota come Tilly’s, una caffetteria in Broad Street. Il
contratto sottoscritto era per l’intero ammontare, oltre a un
interesse composto annuo del cinque per cento sul capitale da
restituire in un periodo di cinque anni.
«Per quanto il Tilly’s sia riuscito a dichiarare un piccolo utile
d’esercizio nel primo anno di gestione della signora Clifton e, di
nuovo, nel secondo, il saldo attivo per lei non è mai stato
sufficiente a pagare gli interessi o a restituire una parte del
capitale. Pertanto, quando si è verificato l’incendio, la signora
Clifton le era debitrice di cinquecentosettantadue sterline e sedici
scellini. A tale somma, vanno aggiunte commissioni bancarie pari
a venti sterline, per un totale di cinquecentonovantadue sterline e
sedici scellini. Tale somma, ovviamente, verrà coperta
dall’indennizzo dell’assicurazione, il che significa che, mentre il
suo investimento è sicuro, alla signora Clifton non resterà
pressoché nulla.»
«Che disdetta» disse Hugo. «Posso chiederle perché la
somma finale non sembra comprendere alcun addebito per i

247
servigi resi dal signor Casey?» aggiunse, dopo aver studiato con
maggiore attenzione le cifre.
«Perché il signor Casey ha informato la banca che non
manderà alcun conto per i propri servigi.»
Hugo si accigliò. «Almeno questa è una buona notizia per la
povera donna.»
«Certo. Tuttavia, temo che non sarà più in grado di coprire le
spese per il prossimo anno scolastico di suo figlio alla Bristol
Grammar School.»
«Davvero triste» concordò Hugo. «Quindi il ragazzo dovrà
smettere di frequentare la scuola?»
«Temo sia l’inevitabile conclusione» disse il signor
Prendergast. «È un vero peccato, perché quella donna stravede
per il figlio e sono convinto che sacrificherebbe quasi tutto pur di
farlo restare lì.»
«Un vero peccato» ripeté Hugo, chiudendo il dossier e
alzandosi dalla poltrona. «Non la tratterrò oltre, signor
Prendergast» aggiunse. «Ho un appuntamento in centro tra circa
mezz’ora. Posso darle un passaggio, magari?»
«È molto gentile da parte sua, signor Barrington, ma non sarà
necessario. Sono venuto fin qui con la mia macchina.»
«Che macchina ha?» si informò Hugo, mentre prendeva la sua
ventiquattrore e si dirigeva verso la porta.
«Una Morris Oxford» disse Prendergast, infilando
rapidamente un po’ di carte nella sua valigia a soffietto e
seguendo Hugo fuori dal suo ufficio.
«La macchina del popolo» commentò Hugo. «Pare che, come
lei, signor Prendergast, sia molto affidabile.» Risero entrambi
scendendo le scale insieme. «Una faccenda triste, quella della
signora Clifton» disse poi, mentre uscivano dall’edificio. «Del

248
resto, non sono del tutto certo di essere favorevole all’ingresso
delle donne nel mondo degli affari. Non è nell’ordine naturale
delle cose.»
«Mi trovo d’accordo» disse Prendergast quando i due uomini
si fermarono accanto all’automobile di Barrington. «Si ricordi»
aggiunse, «che non avrebbe potuto fare di più per quella povera
donna.»
«È gentile da parte sua dire una cosa del genere, Prendergast.
Ciò nonostante, le sarei grato se il mio coinvolgimento restasse
rigorosamente tra noi due.»
«Certo, signore» gli assicurò Prendergast, stringendogli la
mano. «Può fidarsi di me.»
«Teniamoci in contatto, vecchio mio» disse Hugo, salendo in
macchina. «Non ho dubbi sul fatto che avrò nuovamente bisogno
dei servizi della banca.» Prendergast sorrise.
Mentre Hugo guidava verso il centro cittadino, i suoi pensieri
tornarono a Maisie Clifton. Le aveva assestato un colpo da cui
difficilmente si sarebbe ripresa, ma ora intendeva metterla KO.
Si diresse in centro, chiedendosi dove fosse lei in quel
momento. Con ogni probabilità era impegnata a calmare il figlio e
a spiegargli perché avrebbe dovuto abbandonare la BGS alla fine
dell’estate. Aveva davvero immaginato anche solo per una
frazione di secondo che Harry avrebbe potuto continuare a
studiare, come se non fosse successo nulla? Hugo decise che non
avrebbe mai più sollevato l’argomento con Giles finché il
ragazzino non gli avesse dato la triste notizia che l’amico Harry
non sarebbe tornato alla BGS per frequentare con lui gli ultimi
due anni di superiori.
La sola idea che anche il figlio dovesse andare alla Bristol
Grammar School lo faceva ancora fremere di rabbia, ma non

249
aveva mai detto a Elizabeth o a suo padre il vero motivo per cui
Giles non era riuscito ad assicurarsi un posto a Eton.
Una volta superata la cattedrale attraversò College Green,
prima di svoltare e imboccare l’ingresso del Royal Hotel. Era in
anticipo di qualche minuto sul suo appuntamento, però era
convinto che il direttore non lo avrebbe fatto attendere. Varcò le
porte girevoli e attraversò la hall, non avendo bisogno di farsi
dire dove fosse l’ufficio del signor Frampton.
La segretaria del direttore si alzò nel momento in cui Hugo
mise piede nella stanza. «Avviso subito il signor Frampton che è
arrivato» disse, quasi correndo nell’ufficio adiacente. Il direttore
comparve un istante dopo.
«Che piacere vederla, signor Barrington» disse,
accompagnandolo nel suo ufficio. «Spero davvero che lei e la
signora Barrington stiate bene.»
Hugo annuì e si sedette di fronte a lui, senza però stringergli
la mano.
«Quando ha chiesto di vedermi, mi sono preso la libertà di
controllare i preparativi in vista della cena annuale della vostra
società» continuò Frampton. «Vi prenderanno parte poco più di
trecento ospiti, se ho capito bene?»
«Non mi interessa minimamente quanti ospiti ci saranno»
ribatté Hugo. «Non è questo il motivo per cui sono venuto da lei,
Frampton. Desidero discutere di una faccenda privata che trovo
alquanto antipatica.»
«Sono davvero spiacente di sentirglielo dire» replicò
Frampton, raddrizzando bruscamente la schiena.
«Giovedì sera, uno dei nostri direttori non esecutivi ha
alloggiato in quest’albergo e il giorno seguente ha mosso una
grave accusa che ritengo mio dovere portare alla sua attenzione.»

250
«Sì, certamente» disse Frampton, asciugandosi i palmi sudati
sui calzoni. «L’ultima cosa che desideriamo è irritare uno dei
nostri più stimati clienti.»
«Sono felice di sentirglielo dire. Il gentiluomo in questione
ha preso alloggio in albergo dopo la chiusura del ristorante ed è
entrato al Palm Court nella speranza di poter fare uno spuntino.»
«Un servizio che io stesso ho istituito» disse Frampton,
concedendosi un sorriso forzato.
«Ha fatto il suo ordine a una giovane donna che sembrava a
capo delle operazioni» seguitò Hugo, ignorando il commento.
«Sì, deve trattarsi della signora Clifton.»
«Non ho idea di chi fosse» disse Hugo. «Comunque, mentre
gli serviva una tazza di caffè e dei sandwich, un altro signore è
entrato al Palm Court, ha ordinato e ha chiesto che la sua
ordinazione gli venisse servita in camera. L’unica cosa che il mio
amico ricorda di quell’uomo è che aveva un leggero accento
irlandese. A quel punto, il mio amico ha firmato il conto e si è
ritirato in camera per la notte. Il mattino dopo si è svegliato
presto, dato che voleva fare colazione e ripassare i documenti in
vista della riunione del consiglio. Quando ha lasciato la camera
ha visto la stessa donna, che indossava ancora la divisa
dell’albergo, uscire dalla stanza 371. La donna è andata in fondo
al corridoio, ha scavalcato la finestra ed è scesa dalla scala
antincendio.»
«Sono sgomento, signore. Io…»
«Il membro del consiglio in questione ha chiesto di alloggiare
in un altro albergo ogni volta che, in futuro, verrà a Bristol. Ora,
non voglio passare per uno che si scandalizza facilmente,
Frampton, ma il Royal è da sempre un luogo in cui sono felice di
portare mia moglie e i miei figli.»

251
«Può stare certo, signor Barrington, che la persona in
questione verrà licenziata immediatamente, per giunta senza
referenze. Posso aggiungere quanto le sia grato per aver
sottoposto la questione alla mia attenzione?»
Hugo si alzò in piedi. «Di certo non desidero che venga fatto
il nome mio o della società, se lei dovesse ritenere necessario
licenziare la signora in questione.»
«Può contare sulla mia discrezione» gli assicurò Frampton.
Hugo sorrise per la prima volta da quand’era arrivato. «Per
passare a cose più leggere, mi permetto di dirle che non vediamo
l’ora di tenere la cena annuale, che di certo sarà di altissimo
livello, come sempre. L’anno prossimo festeggeremo il centenario
della compagnia e, dunque, sono sicuro che mio padre vorrà fare
le cose in grande.» La risata dei due uomini fu fin troppo
sguaiata.
«Può contare su di noi, signor Barrington» disse Frampton,
seguendo il cliente fuori dall’ufficio.
«E un’ultima cosa, Frampton» aggiunse Hugo mentre
attraversavano l’atrio. «Preferirei che lei non dicesse nulla di
questa faccenda a Sir Walter. Mio padre talvolta è un po’
antiquato in queste cose e, dunque, penso che sia meglio
tenercela per noi.»
«Non potrei essere maggiormente d’accordo, signor
Barrington. Può stare tranquillo: gestirò la faccenda in prima
persona.»
Mentre Hugo usciva dalle porte girevoli, non poté fare a meno
di chiedersi quante ore Mitchell avesse passato al Royal per
potergli fornire un’informazione impagabile come quella.
Salì nuovamente a bordo della sua macchina, mise in moto e
riprese il tragitto verso casa. Stava ancora pensando a Maisie

252
Clifton quando avvertì un colpetto su una spalla. Ebbe un
momento di panico cieco quando si voltò e vide chi occupava il
sedile posteriore. Si domandò, addirittura, se fosse venuta a
sapere del suo incontro con Frampton.
«Che cosa vuoi?» le chiese bruscamente, senza rallentare per
timore che qualcuno potesse vederli insieme.
Mentre ascoltava le sue richieste, poté solo chiedersi come
facesse a essere così bene informata. Una volta che lei ebbe
finito, lui accettò prontamente i termini da lei imposti, sapendo
che era il modo più semplice per farla scendere dall’automobile.
La signora Clifton posò una sottile busta marrone sul sedile
del passeggero, accanto a lui. «Attenderò tue notizie» disse.
Hugo infilò la busta nella tasca interna della giacca. Rallentò
soltanto dopo aver imboccato un vicolo privo di illuminazione e
si fermò quando fu certo che nessun altro potesse scorgerli. Scese
dalla macchina di slancio e aprì la portiera posteriore. Quando
vide l’espressione sul volto della donna, gli fu chiaro che era
convinta di aver abbondantemente raggiunto il suo scopo.
Hugo le consentì di godersi un istante di trionfo, prima di
afferrarla per le spalle e scuoterla come se stesse cercando di far
cadere una mela ostinata da un albero. Una volta che la donna si
fu tolta ogni dubbio su cosa sarebbe successo se lo avesse
importunato di nuovo, le assestò un pugno in faccia con tutta la
forza che aveva. Lei crollò a terra, raggomitolandosi, senza
smettere di tremare. A Hugo passò per la testa di darle un calcio
nello stomaco, ma non voleva rischiare che un passante assistesse
alla scena. Così risalì in macchina e si allontanò senza pensarci
più.

253
IL VECCHIO JACK TAR
1925-1936

254
27

In un mite giovedì pomeriggio, nel Transvaal settentrionale,


uccisi undici uomini e una nazione grata mi assegnò la Victoria
Cross per aver servito la patria ben al di sopra e al di là dei doveri
previsti. Da allora, non ho più dormito sonni tranquilli.
Se avessi ucciso un solo inglese in patria, un giudice mi avrebbe
condannato a morte per impiccagione. Invece sono stato
condannato all’ergastolo, perché ancora oggi vedo le facce di quegli
undici giovani disgraziati, come l’immagine impressa su una
moneta che non sbiadisce mai. Ho spesso preso in considerazione il
suicidio, ma sarebbe un’uscita di scena da codardi.
Nell’encomio pubblicato sul Times si dichiarava che le mie
azioni avevano salvato la vita a due ufficiali, cinque sottufficiali e
diciassette soldati semplici del Royal Gloucestershire Regiment.
Uno di tali ufficiali, il tenente Walter Barrington, mi ha consentito
di scontare la pena con una certa dignità.
A poche settimane di distanza dall’azione fui rispedito in
Inghilterra su una nave, e qualche mese più tardi fui congedato con
onore in seguito a quello che oggi verrebbe definito un esaurimento
nervoso. Dopo sei mesi di ospedale militare, fui riconsegnato al
mondo libero. Cambiai nome, evitai la mia cittadina natale di Wells,

255
nel Somerset, e partii alla volta di Bristol. A differenza del figliol
prodigo, rifiutai di percorrere i pochi chilometri che mi separavano
dalla contea confinante, dove avrei potuto godere della tranquillità
della casa di mio padre.
Durante il giorno vagabondavo per le vie di Bristol, frugando nei
bidoni per raccattare qualche avanzo, mentre, di notte, la mia
camera da letto era un parco, il mio giaciglio una panchina, la mia
coperta un giornale, la mia sveglia il primo uccello che annunciava
una nuova alba. Quando faceva troppo freddo o pioveva troppo
forte, riparavo nella sala d’attesa di una stazione ferroviaria locale,
dove dormivo sotto la panchina e mi alzavo prima dell’arrivo dei
treni del mattino seguente. A mano a mano che le notti si
allungavano, diventai un ospite non pagante dell’Esercito della
Salvezza in Little George Street, dove qualche gentile signora mi
forniva grosse fette di pane e un misero piatto di zuppa annacquata
prima che mi assopissi su un materasso di crine di cavallo, sotto
una coperta. Un lusso.
Speravo che, con il passare degli anni, i miei ex compagni
d’armi e fratelli ufficiali mi dessero per morto. Non avevo il minimo
desiderio che scoprissero qual era la prigione in cui avevo scelto di
scontare la mia condanna a vita. E le cose sarebbero forse rimaste
com’erano, se un giorno una Rolls-Royce non si fosse fermata con
un gran stridio di pneumatici in mezzo alla strada. La portiera
posteriore si spalancò e un uomo che non vedevo da anni saltò giù.
«Capitano Tarrant!» gridò nel venirmi incontro.
Distolsi lo sguardo, sperando che pensasse di essersi sbagliato.
Ma ricordavo fin troppo bene che Walter Barrington non era un
uomo che dubitasse di sé.
Mi strinse per le spalle e mi fissò a lungo prima di dire: «Com’è
possibile, vecchio mio?».

256
Più cercavo di convincerlo che non avevo bisogno del suo aiuto,
più lui era determinato a diventare il mio salvatore. Alla fine
cedetti, ma solo dopo che ebbe accettato le mie condizioni.
Dapprima mi supplicò di raggiungere lui e la moglie nella loro
casa, ma io ero sopravvissuto troppo a lungo senza un tetto sulla
testa per considerare tale agio altro che un fardello. Addirittura, mi
offrì un posto nel consiglio di amministrazione della compagnia di
navigazione che portava il suo nome.
«Di quale utilità potrei esserti?» chiesi.
«La tua mera presenza, Jack, sarebbe di ispirazione per tutti.»
Lo ringraziai e gli spiegai che non avevo ancora finito di
scontare la mia pena per l’omicidio di undici uomini. Continuò a
non darsi per vinto.
Alla fine accettai di fare il guardiano notturno al porto, in
cambio di una paga di tre sterline alla settimana e di un alloggio:
un vagone ferroviario Pullman dismesso divenne la mia nuova cella.
Forse avrei portato avanti la mia condanna fino al giorno della mia
morte, se non fossi entrato in contatto con il signorino Harry
Clifton.
Anni dopo, Harry avrebbe sostenuto che io avevo plasmato la
sua intera esistenza. In realtà, fu lui a salvare la mia.
La prima volta che mi imbattei nel giovane Harry non poteva
avere più di quattro o cinque anni. «Entra pure, ragazzino» gli dissi
quando lo vidi strisciare carponi verso il vagone. Ma lui scattò
subito in piedi e corse via.
Il sabato seguente si spinse a dare una sbirciata da un
finestrino. Ci riprovai. «Perché non entri, ragazzo mio? Non ti mordo
mica» dissi, cercando di rassicurarlo. Quella volta accettò la mia
offerta e aprì la porta, però dopo aver scambiato poche parole corse
via di nuovo. Il mio aspetto metteva tanta paura?

257
Il sabato successivo non solo aprì la porta, ma stazionò sulla
soglia a gambe divaricate, fissandomi con aria di sfida.
Chiacchierammo per oltre un’ora, parlando di tutto, dal Bristol City
FC al motivo per cui i serpenti cambiavano la pelle fino a chi aveva
costruito il Clifton Suspension Bridge, prima che dicesse: «Ora devo
andare, signor Tar. Mia mamma mi aspetta a casa per il tè». Quella
volta si allontanò camminando, voltandosi però più volte.
In seguito, Harry venne a trovarmi tutti i sabati finché non andò
alla Merrywood Elementary School, e allora iniziò a presentarsi
quasi tutte le mattine. Impiegai un po’ a convincerlo che doveva
frequentare la scuola per imparare a leggere e a scrivere.
Francamente, non ci sarei riuscito senza l’aiuto della signorina
Monday, del signor Holcombe e della vivace madre di Harry. Ci volle
una squadra formidabile per far sì che Harry Clifton percepisse le
proprie potenzialità e io capii che ce l’avevamo fatta quando,
ancora una volta, trovò il modo per farmi visita solo il sabato
mattina, perché si stava preparando a chiedere una borsa di studio
per il coro della St Bede’s.
Pensavo che, una volta che Harry avesse iniziato a frequentare
la nuova scuola, non lo avrei rivisto fino alle vacanze di Natale.
Invece, con mia grande sorpresa, me lo trovai davanti alla porta alle
ventitré del primo venerdì dell’anno scolastico.
Mi disse che se n’era andato dalla St Bede’s perché un prefetto
faceva il prepotente con lui – mi venga un colpo se mi ricordo il
nome di quella canaglia – e che si sarebbe imbarcato. Ho il sospetto
che, se lo avesse fatto, quel ragazzo avrebbe finito per raggiungere
il grado di ammiraglio. Ma per fortuna prestò ascolto al mio
consiglio e tornò a scuola in tempo per la colazione del mattino
seguente. Siccome era abituato a venire al porto insieme a Stan
Tancock, passò un po’ di tempo prima che capissi che Harry era il

258
figlio di Arthur Clifton. Una volta mi chiese se avevo conosciuto suo
padre e io gli dissi di sì, che era un uomo buono e onesto, e che in
guerra si era comportato con onore. A quel punto mi chiese se
sapevo com’era morto. Gli dissi che non lo sapevo, e fu l’unica volta
in cui io abbia mai mentito a quel ragazzo. Non spettava a me
ignorare i desideri di sua madre.
Ero fermo sulla banchina al cambio del turno. Nessuno si curò
di me, quasi come se non ci fossi nemmeno, e io sapevo che alcuni
pensavano che non ci fossi del tutto con la testa. Non facevo nulla
per sfatare tale idea, dato che mi consentiva di scontare la mia
condanna nell’anonimato.
Arthur Clifton era stato un bravo caposquadra, uno dei migliori,
uno di quelli che prendevano il lavoro sul serio, a differenza del suo
migliore amico, Stan Tancock, il cui primo approdo sulla via di casa
era sempre il Pig and Whistle. Nelle sere in cui riusciva ad arrivare a
casa, ovviamente.
Osservai Clifton scomparire all’interno dello scafo della Maple
Leaf per fare gli ultimi controlli prima che i saldatori entrassero e
sigillassero il doppio fondo. A distrarre tutti doveva essere stato il
suono roco della sirena del cambio turno: uno finiva e un altro
cominciava, e i saldatori erano tenuti a iniziare immediatamente,
se intendevano ultimare il lavoro entro la fine del loro turno e
guadagnarsi il bonus. Nessuno, nemmeno il sottoscritto, si prese la
briga di chiedersi se Clifton fosse uscito dal doppio fondo della nave
o meno.
Demmo tutti per scontato che avesse udito la forte sirena e che
fosse tra le centinaia di portuali che stavano sfilando dai cancelli,
avviandosi verso casa. A differenza del cognato, Clifton non si
fermava quasi mai a farsi una pinta al Pig and Whistle, e andava
subito a Still House Lane per stare in compagnia della moglie e del

259
figlio. Al tempo non conoscevo né l’una né l’altro, e forse non li
avrei mai conosciuti se quella sera Arthur Clifton avesse fatto
ritorno a casa.
Il secondo turno era in pieno svolgimento quando udii Tancock
gridare con tutto il fiato che aveva in corpo. Lo vidi puntare un dito
verso lo scafo della nave. Ma Haskins, il responsabile di tutti i
capisquadra, lo scacciò con un gesto della mano, come se fosse
stato un insetto molesto.
Quando Tancock capì che con Haskins non avrebbe ottenuto
alcun risultato, si precipitò giù dal barcarizzo e si mise a correre
lungo la banchina, verso Barrington House. Non appena capì
dov’era diretto Tancock, Haskins lo inseguì e lo aveva quasi
raggiunto quando lui irruppe dalle porte a battenti della sede della
compagnia di navigazione.
Qualche minuto dopo, con mia grande sorpresa, Tancock uscì di
corsa dall’edificio e io fui ancor più sorpreso quando vidi Haskins e
l’amministratore delegato seguirlo a breve distanza. Non avevo idea
di cosa avesse convinto il signor Hugo a lasciare il suo ufficio dopo
una conversazione così breve con Stan Tancock.
Il motivo lo scoprii quasi subito, dato che, appena giunto sul
molo, il signor Hugo diede ordine all’intero turno di posare gli
attrezzi, smettere di lavorare e restare in silenzio, come se fosse la
Domenica della commemorazione. Ma poi un minuto dopo Haskins
ordinò a tutti di tornare al lavoro.
Fu allora che, per la prima volta, mi passò per la testa che
Arthur Clifton potesse trovarsi ancora all’interno del doppio fondo.
Ma di certo nessun uomo avrebbe potuto essere talmente
insensibile da andarsene se avesse pensato, anche per un solo
istante, che qualcuno potesse essere intrappolato vivo in una tomba
d’acciaio che aveva costruito con le sue stesse mani.

260
Quando i saldatori si rimisero all’opera, il signor Hugo parlò
ancora con Tancock prima che quest’ultimo varcasse i cancelli del
cantiere navale e sparisse. Mi voltai per vedere se Haskins lo
avrebbe rincorso di nuovo, ma fu chiaro che era ben più interessato
a spingere i suoi uomini al limite per recuperare il tempo perduto,
come il capovoga di una galera che incalza i suoi schiavi. Un istante
dopo il signor Hugo scese dal barcarizzo, risalì a bordo della sua
auto e si allontanò verso Barrington House.
Quando guardai di nuovo fuori dal finestrino del mio vagone,
vidi Tancock riattraversare di corsa i cancelli e affrettarsi verso
Barrington House. Quella volta non riapparve per almeno mezz’ora
e, quando lo fece, non aveva più le guance rosse e non palpitava più
di rabbia, anzi sembrava decisamente più calmo. Pensai che avesse
trovato Clifton e che, semplicemente, lo avesse fatto sapere al
signor Hugo.
Alzai gli occhi verso l’ufficio del signor Hugo e lo vidi fermo alla
finestra, a osservare Tancock che abbandonava il cantiere. Non si
spostò da lì finché non fu scomparso. Qualche minuto dopo il signor
Hugo uscì dall’edificio, si diresse alla sua automobile e se ne andò.
Non avrei più pensato alla faccenda se Arthur Clifton avesse
timbrato il cartellino per il turno del mattino, cosa che non fece.
Non lo fece mai più.
Il mattino seguente, l’ispettore Blakemore mi fece visita nel mio
vagone. Spesso si può giudicare il carattere di una persona da come
tratta i suoi simili. Blakemore era una delle rare persone in grado di
vedere al di là del proprio naso.
«Lei dice di aver visto Stanley Tancock lasciare Barrington
House tra le sei e le sette di ieri sera, giusto?»
«Sì» risposi.
«Le è sembrato di fretta o agitato, oppure le è parso che stesse

261
cercando di allontanarsi di soppiatto?»
«Al contrario» dissi, «ricordo di aver pensato che avesse un’aria
spensierata, date le circostanze.»
«Date le circostanze?» ripeté Blakemore.
«Un’ora prima o giù di lì, aveva sostenuto con vigore che il suo
amico Arthur Clifton era intrappolato nel doppiofondo della Maple
Leaf e che nessuno stava facendo nulla per aiutarlo.»
Blakemore annotò le mie parole sul suo taccuino. «Ha idea di
dove sia andato in seguito Tancock?»
«No» risposi. «L’ultima volta che l’ho visto stava varcando il
cancello con un braccio sulle spalle di uno dei suoi compagni di
lavoro.»
«Grazie, signore» disse l’ispettore. «Mi è stato di grande aiuto.»
Era da tanto tempo che qualcuno non mi chiamava signore. «Le
dispiacerebbe venire in stazione e fare una deposizione scritta,
quando le è più comodo?»
«Preferirei di no, ispettore» gli dissi, «per motivi personali. Ma
sarei più che felice di rendere una testimonianza scritta che lei
potrà venire a ritirare quando preferisce.»
«Gentile da parte sua, signore.»
L’ispettore aprì la sua ventiquattrore, estrasse un foglio per le
deposizioni e me lo consegnò. A quel punto si tolse il cappello e
disse: «Grazie, signore. Resterò in contatto con lei». Ma non lo vidi
più.
Sei settimane dopo, Stan Tancock fu condannato a tre anni di
reclusione per furto e il signor Hugo fu il testimone principale
dell’accusa. Presenziai a tutte le udienze e nella mia mente non ebbi
mai alcun dubbio su chi dei due fosse il vero colpevole.

262
28

«Cerca di non scordarti che mi hai salvato la vita.»


«Sono ventisei anni che cerco di dimenticare» gli rammentò il
Vecchio Jack.
«Ma è sempre grazie a te che ventiquattro tuoi concittadini
dell’Ovest si sono salvati. Che tu lo voglia o no, per questa città
sei un eroe, anche se non ne sembri minimamente consapevole.
Pertanto devo chiederti una cosa, Jack: per quanto tempo ancora
intendi torturarti?»
«Finché non vedrò più gli undici uomini che ho ucciso con la
stessa chiarezza con cui ora vedo te.»
«Ma hai fatto soltanto il tuo dovere» protestò Sir Walter.
«È così che la vedevo al tempo» ammise Jack.
«Allora cos’è cambiato?»
«Se potessi rispondere a questa domanda» ribatté Jack, «non
saremmo qui a parlarne.»
«Eppure puoi ancora fare moltissimo per il prossimo.
Prendiamo per esempio quel tuo giovane amico. Mi dici che
continua a marinare la scuola, ma se dovesse scoprire che sei il
capitano Jack Tarrant del Royal Gloucestershire Regiment, quello
che è stato decorato con la Victoria Cross al valor militare, non

263
credi che ti ascolterebbe con rispetto addirittura maggiore?»
«O forse, invece, scapperebbe un’altra volta» rispose Jack. «A
ogni buon conto, ho altri progetti per il giovane Harry Clifton.»
«Clifton, Clifton…» disse Sir Walter. «Perché quel nome mi
è familiare?»
«Il padre di Harry è rimasto intrappolato nel doppiofondo
della Maple Leaf e nessuno è andato in suo…»
«Non è quello che ho sentito dire» lo interruppe Sir Walter,
con un tono diverso. «Mi è stato detto che Clifton ha lasciato la
moglie perché era, per usare un eufemismo, una donna dissoluta.»
«In questo caso, sei stato male informato» disse Jack, «perché
posso dirti che la signora Clifton è una donna deliziosa e
intelligente e che qualunque uomo tanto fortunato da essere
sposato con lei non avrebbe mai voluto lasciarla.»
Sir Walter parve sinceramente sbigottito e passarono alcuni
secondi prima che riprendesse a parlare. «Non crederai alla
panzana secondo cui Clifton sarebbe rimasto intrappolato nel
doppiofondo?» domandò a bassa voce.
«Temo di sì, Walter. Sai, ho assistito all’intero episodio.»
«E perché all’epoca non hai detto niente?»
«L’ho fatto. Il giorno seguente, quando sono stato interrogato
dall’ispettore Blakemore, gli ho raccontato tutto ciò che avevo
visto e, su sua richiesta, ho rilasciato una deposizione scritta.»
«E come mai la tua dichiarazione non è stata usata come
prova nel processo contro Tancock?» chiese Sir Walter.
«Perché non ho mai più visto Blakemore. E, quando mi sono
presentato alla stazione di polizia, mi è stato detto che non era
più incaricato del caso e il suo sostituto si è rifiutato di
incontrarmi.»
«Sono stato io a far sollevare Blakemore dal caso» disse Sir

264
Walter. «Quel dannato poliziotto ha praticamente accusato Hugo
di aver dato i soldi a Tancock, per evitare un’indagine sulla
faccenda di Clifton.»
Il Vecchio Jack rimase in silenzio.
«Non parliamone più» continuò Sir Walter. «Mio figlio non è
certo perfetto, lo so, ma non posso credere…»
«Forse, non vuoi crederlo.»
«Da che parte stai, Jack?»
«Dalla parte della giustizia. La stessa da cui stavi tu quando
ci siamo conosciuti.»
«Sto ancora da quella parte» disse Sir Walter. Ma rimase a
lungo in silenzio, prima di aggiungere: «Voglio che tu mi faccia
una promessa, Jack. Se dovessi mai scoprire qualcosa sul conto
di Hugo che, secondo te, può nuocere alla reputazione della
famiglia, verrai a dirmelo».
«Hai la mia parola.»
«E tu hai la mia parola, vecchio mio, che non esiterei a
consegnare Hugo alla polizia se pensassi anche solo per un
istante che avesse infranto la legge.»
«Speriamo che non salti fuori nient’altro che lo renda
necessario» disse il Vecchio Jack.
«Sono d’accordo. Ma parliamo di argomenti più gradevoli.
C’è qualcosa di cui hai bisogno? Potrei ancora…»
«Hai qualche vecchio capo di vestiario che ti avanza?»
Sir Walter inarcò un sopracciglio. «Posso permettermi di
chiedere…»
«No, non puoi» tagliò corto il Vecchio Jack. «Ma devo fare
visita a un certo gentiluomo ed è necessario che io sia vestito
come si deve.»
Il Vecchio Jack era diventato così magro nel corso degli anni

265
che gli abiti di Sir Walter gli stavano addosso come lino su una
conocchia; inoltre, al pari di Sir Andrew Aguecheek, era di
diversi centimetri più alto del suo vecchio amico e dovette tirare
giù il risvolto dei pantaloni, che comunque anche così gli
arrivavano a malapena alle caviglie. Tuttavia aveva la sensazione
che l’abito di tweed, la camicia a scacchi e la cravatta regimental
sarebbero serviti allo scopo per quell’incontro particolare.
Quando Jack uscì dal cantiere portuale per la prima volta da
diversi anni, qualche faccia nota si voltò a osservare
quell’elegante sconosciuto.
Al suono della campanella scolastica delle quattro, il Vecchio
Jack si ritrasse nell’oscurità mentre i chiassosi ed esuberanti
marmocchi si riversavano fuori dai cancelli della Merrywood
Elementary come se stessero evadendo da una prigione.
La signora Clifton era lì in attesa da una decina di minuti e,
quando Harry vide la mamma, le permise con una certa riluttanza
di prenderlo per mano. Era una donna terribilmente bella, pensò
il Vecchio Jack osservando i due che si allontanavano. Harry,
come sempre, saltellava, chiacchierava senza sosta e aveva la
stessa energia della locomotiva Rocket di Stephenson.
Il Vecchio Jack attese che non fossero più in vista prima di
attraversare la strada e mettere piede nel cortile della scuola. Se
avesse indossato i suoi vecchi abiti, qualcuno lo avrebbe fermato
ben prima che arrivasse alla porta d’ingresso. Perlustrò con lo
sguardo il corridoio e vide un insegnante che procedeva nella sua
direzione.
«Scusi se la disturbo» disse il Vecchio Jack, «sto cercando il
signor Holcombe.»
«Terza porta sulla sinistra» rispose l’uomo, indicando il
corridoio.

266
Quando il Vecchio Jack si fermò davanti all’aula del signor
Holcombe, bussò delicatamente.
«Avanti.»
Il Vecchio Jack aprì la porta e si trovò davanti un giovane
uomo dalla lunga toga nera coperta di polvere di gesso; era
seduto a una scrivania davanti alle file di banchi vuoti e stava
correggendo dei quaderni di esercizi.
«Scusi se la disturbo» ripeté il Vecchio Jack. «Sto cercando il
signor Holcombe.»
«Allora non ha più bisogno di cercare» disse l’insegnante,
posando la penna.
«Il mio nome è Tar» si presentò lui, facendosi avanti, «ma i
miei amici mi chiamano Jack.»
Il viso di Holcombe si illuminò. «Credo proprio che lei sia
l’uomo che Harry Clifton passa a trovare quasi tutte le mattine.»
«Temo di sì» ammise il Vecchio Jack. «Chiedo venia.»
«Non ce n’è bisogno. Vorrei tanto avere su di lui la stessa
influenza che ha lei.»
«È per questo che sono venuto a trovarla, signor Holcombe.
Sono convinto che Harry sia un bambino eccezionale e che
dovrebbe avere la possibilità di sfruttare al meglio le proprie
capacità.»
«Non potrei essere più d’accordo con lei» disse Holcombe.
«E sospetto che disponga di un talento di cui nemmeno lei sa
nulla.»
«E quale sarebbe?»
«Ha una voce d’angelo.»
«Harry è tutto fuorché un angelo» commentò il Vecchio Jack
con un sorrisetto.
«Concordo, ma potrebbe essere la nostra migliore opportunità

267
per vincere le sue resistenze.»
«Che cos’ha in mente?» chiese il Vecchio Jack.
«C’è la possibilità che il ragazzo abbia la tentazione di
entrare a far parte del coro della Sacra Natività. E, se lei riuscisse
a convincerlo a venire a scuola più spesso, sono certo che potrei
insegnargli a leggere e scrivere.»
«Perché è così importante per il coro di una chiesa?»
«È un requisito obbligatorio alla Sacra Natività e la signorina
Monday, la direttrice del coro, rifiuta di fare eccezioni.»
«In tal caso, dovrò solo fare in modo che il ragazzo frequenti
le sue lezioni, giusto?» domandò il Vecchio Jack.
«Può fare di più. Può fargli da maestro lei stesso, nei giorni
in cui lui non verrà a scuola.»
«Ma io non sono qualificato per insegnare.»
«A Harry Clifton le qualifiche non interessano e sappiamo
entrambi che le dà ascolto. Magari potremmo lavorare in
squadra.»
«Ma, se Harry dovesse scoprire cosa stiamo combinando,
nessuno di noi due lo rivedrebbe mai più.»
«Ah, come lo conosce bene!» sospirò il maestro. «Basterà
fare in modo che non lo scopra.»
«Potrebbe rivelarsi complicato, ma sono disposto a fare un
tentativo.»
«Grazie, signore.» Il signor Holcombe esitò, prima di
aggiungere: «Mi chiedevo se mi permetterebbe di stringerle la
mano». Il Vecchio Jack parve sorpreso nel momento in cui
l’insegnante gli tese la mano, ma gliela strinse con calore. «E mi
consenta di dire che è stato un onore conoscerla, capitano
Tarrant.»
Il Vecchio Jack parve inorridito. «Com’è possibile che…»

268
«Mio padre ha un suo ritratto che è tuttora appeso alla parete
del nostro salotto.»
«Ma perché?» domandò il Vecchio Jack.
«Lei gli ha salvato la vita, signore.»
Nelle settimane successive, le visite di Harry al Vecchio Jack
si fecero meno frequenti e andò a finire che l’unica occasione in
cui si incontravano era il sabato mattina. Il Vecchio Jack capì che
il piano del signor Holcombe aveva funzionato quando Harry gli
chiese di andare a sentirlo cantare alla Sacra Natività, la
domenica seguente.
Quella domenica mattina il Vecchio Jack si alzò presto,
approfittò del bagno privato di Sir Walter al quinto piano di
Barrington House per farsi una doccia – un’invenzione recente –
e addirittura si spuntò la barba, prima di indossare l’altro abito
che gli aveva dato il vecchio amico.
Giunto alla Sacra Natività appena prima dell’inizio della
funzione, scivolò nell’ultima fila e prese posto all’estremità del
banco. Individuò la signora Clifton, in terza fila tra quelli che
non potevano essere altri che suo padre e sua madre. Quanto alla
signorina Monday, avrebbe potuto individuarla tra mille fedeli.
Il signor Holcombe non aveva esagerato sulla qualità della
voce di Harry. Era bella come quelle che ricordava dai suoi giorni
alla cattedrale di Wells. Non appena il ragazzo aprì la bocca per
cantare Lead Me, Lord, il Vecchio Jack ebbe l’assoluta certezza
del talento eccezionale del suo protetto.
Una volta che il reverendo Watts ebbe impartito la
benedizione finale, il Vecchio Jack uscì dalla chiesa senza dare
nell’occhio, come ci era entrato, e si avviò rapidamente verso il
porto. Avrebbe dovuto attendere fino al sabato seguente prima di
poter dire al ragazzo quanto gli fosse piaciuto come aveva

269
cantato.
Sulla via del ritorno, ripensò alle parole di rimprovero di Sir
Walter: «Potresti fare molto di più per Harry se solo rinunciassi a
questo tuo distorto spirito di sacrificio». Le valutò con
attenzione, ma non era ancora pronto a disfarsi delle catene dei
sensi di colpa. Tuttavia, conosceva un uomo che avrebbe potuto
cambiare la vita di Harry, un uomo che era stato con lui in quel
giorno orribile, un uomo con cui non parlava da oltre venticinque
anni. Un uomo che insegnava in una scuola da cui provenivano
molti dei coristi che cantavano alla St Mary Redcliffe.
Sfortunatamente, la Merrywood Elementary non era esattamente
il luogo in cui avrebbe cercato candidati alla borsa di studio
annuale per il coro, e dunque sarebbe stato necessario guidare
quell’uomo nella direzione giusta.
L’unico timore del Vecchio Jack era che il tenente Frobisher
non si ricordasse di lui.

270
29

Il Vecchio Jack attese finché Hugo non se ne andò da


Barrington House, ma ci volle un’altra mezz’ora prima che le luci
nella stanza della signorina Potts si spegnessero.
Jack uscì dal vagone ferroviario e si incamminò lentamente
verso Barrington House, consapevole di avere solo trenta minuti
prima che le donne delle pulizie entrassero in servizio. Sgattaiolò
all’interno dell’edificio buio e salì le scale fino al quinto piano;
dopo che per venticinque anni Sir Walter aveva fatto finta di
niente, era in grado di raggiungere la porta con la targhetta
Amministratore Delegato anche al buio, come un gatto.
Si sedette alla scrivania di Hugo e accese la luce; chiunque
l’avesse notata avrebbe dedotto che la signorina Potts stava
lavorando fino a tardi. Fece scorrere l’indice lungo l’elenco del
telefono finché non giunse a St: Andrew’s, Bartholomew’s,
Beatrice’s, Bede’s.
Prese in mano un telefono per la prima volta in vita sua, senza
sapere bene cosa avrebbe dovuto fare. Una voce risuonò dalla
cornetta. «Il numero, prego.»
«TEM 8612» disse Jack, con il dito appena sotto il numero.
«Grazie, signore.»

271
Mentre attendeva, l’agitazione del Vecchio Jack crebbe di
minuto in minuto. Che cosa avrebbe detto se qualcun altro avesse
risposto al telefono? Avrebbe semplicemente riattaccato. Estrasse
un pezzo di carta da una tasca, lo aprì e lo posò sulla scrivania
davanti a sé. Poi udì degli squilli, seguiti da un clic e infine da
una voce maschile. «Frobisher House.»
«Noel Frobisher?» chiese, rammentando la tradizione
secondo la quale alla St Bede’s ogni convitto prendeva il nome
del direttore del momento. Posò gli occhi su ciò che si era
appuntato: ogni frase era stata preparata con cura, provata e
riprovata.
«In persona» replicò Frobisher, chiaramente sorpreso di udire
una voce che non conosceva e che si era rivolta a lui utilizzando
il suo nome di battesimo. Seguì un lungo silenzio. «Pronto? C’è
qualcuno?» insistette Frobisher, con voce leggermente irritata.
«Sì, parla il capitano Jack Tarrant.»
Seguì un silenzio ancora più lungo, prima che Frobisher
dicesse: «Buonasera, signore».
«Mi perdoni per aver chiamato a così tarda ora, vecchio mio,
ma ho bisogno di un suo parere.»
«Non si preoccupi, signore. È un grandissimo privilegio
parlare con lei dopo tutti questi anni.»
«È gentile da parte sua. Cercherò di non farle perdere troppo
tempo, tuttavia ho bisogno di sapere se la St Bede’s continua a
fornire voci bianche al coro della St Mary Redcliffe.»
«Sì, certo, signore. Malgrado i tanti cambiamenti del mondo
moderno, quella è una tradizione che rimane costante.»
«Ai miei tempi» continuò il Vecchio Jack, «la scuola
assegnava ogni anno una borsa di studio per il coro a una voce
bianca che avesse mostrato un talento eccezionale…»

272
«Lo facciamo tuttora, signore. Anzi, prenderemo in esame le
domande per quel ruolo nelle prossime settimane.»
«Da qualsiasi scuola del paese?»
«Sì, da qualsiasi scuola in grado di produrre una voce bianca
di qualità eccellente. Ma deve anche avere una valida base
accademica.»
«Be’, se le cose stanno così» replicò il Vecchio Jack, «vorrei
sottoporre alla vostra attenzione un candidato.»
«Certo, signore. Quale scuola frequenta il ragazzo
attualmente?»
«La Merrywood Elementary.»
Seguì un altro lungo silenzio. «Devo ammettere che non
abbiamo mai presentato un candidato che proviene da quella
particolare scuola. Per caso conosce il nome del maestro di
musica?»
«Quella scuola non ha un maestro di musica» disse il Vecchio
Jack, «ma sarebbe bene che lei si mettesse in contatto con
l’insegnante del ragazzo, il signor Holcombe, che le farà
conoscere la direttrice del coro di cui fa parte.»
«Posso chiederle il nome del ragazzo?»
«Harry Clifton. Se vuole sentirlo cantare, le suggerisco di
presenziare alla funzione della domenica mattina alla chiesa della
Sacra Natività.»
«Lei ci sarà, signore?»
«No» disse il Vecchio Jack.
«Come potrò contattarla dopo che avrò sentito cantare il
ragazzo?» chiese Frobisher.
«Non potrà» disse il Vecchio Jack con decisione,
riattaccando. Mentre ripiegava il foglietto e lo infilava
nuovamente in tasca, avrebbe giurato di udire dei passi sulla

273
ghiaia del vialetto, all’esterno. Si affrettò a spegnere la luce,
sgattaiolò fuori dall’ufficio del signor Hugo e uscì in corridoio.
Udì una porta che si apriva e delle voci sulle scale. L’ultima
cosa di cui aveva bisogno era farsi sorprendere al quinto piano, il
cui accesso era rigorosamente proibito a chiunque non fosse un
dirigente della società o la signorina Potts. Non era il caso di
mettere in imbarazzo Sir Walter.
Iniziò a scendere rapidamente, e aveva raggiunto il terzo
piano quando vide la signora Nettles andargli incontro, con uno
spazzolone in una mano e un secchio nell’altra, e una donna al
suo fianco che non riconobbe.
«Buonasera, signora Nettles» disse il Vecchio Jack. «Che
bella serata per fare il mio giro di ispezione.»
«’Sera, Vecchio Jack» rispose lei, passandogli accanto a
passo tranquillo. Una volta svoltato l’angolo, lui si fermò e
ascoltò con attenzione. «Quello è il Vecchio Jack» udì la signora
Nettles dire all’altra donna. «La cosiddetta guardia notturna. È
del tutto fuori di testa, ma è innocuo. Se dovessi imbatterti in lui,
ignoralo e basta…» Il Vecchio Jack se la rise sotto i baffi mentre
la voce della donna si spegneva in lontananza.
Tornando verso la carrozza ferroviaria, si chiese quanto tempo
sarebbe passato prima che Harry andasse a chiedergli consiglio
sull’opportunità di presentare la domanda per una borsa di studio
per il coro della St Bede’s.

274
30

Harry bussò alla porta del vagone, entrò e si accomodò di


fronte al Vecchio Jack, in prima classe.
Nel corso dell’anno scolastico alla St Bede’s, Harry era
riuscito a vedere il Vecchio Jack con regolarità soltanto il sabato
mattina. L’uomo gli aveva restituito il favore partecipando alle
preghiere del mattino alla St Mary Redcliffe, dove dall’ultimo
banco si godeva la vista del signor Frobisher e del signor
Holcombe raggianti di orgoglio per il suo pupillo.
Durante le vacanze scolastiche, il Vecchio Jack non aveva
modo di sapere con precisione quando Harry si sarebbe
presentato da lui, perché il ragazzo considerava il vagone
ferroviario una seconda casa. E ogni volta che tornava alla St
Bede’s, all’inizio di un nuovo trimestre, il Vecchio Jack avvertiva
la sua mancanza. Si commosse quando la signora Clifton lo
descrisse come il padre che Harry non aveva mai avuto. In realtà,
Harry era il figlio che lui aveva sempre desiderato.
«Hai finito prima del solito il giro dei giornali?» domandò il
Vecchio Jack, sfregandosi gli occhi e battendo le palpebre
quando Harry entrò nel vagone quel sabato mattina.
«No, è lei che si è appisolato» disse Harry, passandogli una

275
copia del Times del giorno prima.
«E tu diventi più sfacciato ogni giorno che passa, giovanotto»
replicò il Vecchio Jack con un sorrisino. «Allora, come sta
andando la consegna dei giornali?»
«Bene. Credo che riuscirò a mettere da parte i soldi
sufficienti per comprare un orologio alla mamma.»
«Un regalo intelligente, considerato il suo nuovo lavoro. Ma
puoi permettertelo?»
«Ho già risparmiato quattro scellini. Dovrei riuscire ad averne
sei entro la fine delle vacanze.»
«Hai scelto l’orologio che vuoi?»
«Sì. È nella vetrinetta del signor Deakins, ma non ci resterà a
lungo» disse Harry in tono allegro.
Deakins. Un nome che il Vecchio Jack non avrebbe mai
scordato. «Quanto costa?» chiese.
«Non ne ho idea» ammise Harry. «Non lo chiederò al signor
Deakins fino al giorno prima del ritorno a scuola.»
Il Vecchio Jack non sapeva come dire al ragazzino che sei
scellini non sarebbero bastati per acquistare un orologio, così
cambiò argomento. «Spero che la consegna dei giornali a
domicilio non ti impedisca di studiare. Sono certo di non doverti
rammentare che gli esami si avvicinano giorno dopo giorno.»
«Lei è peggio di Frob» disse Harry, «ma le farà piacere sapere
che ogni mattina passo due ore in biblioteca insieme a Deakins e
altre due ogni pomeriggio, o quasi.»
«Quasi ogni pomeriggio?»
«Be’, Giles e io ogni tanto andiamo al cinema e, dato che la
settimana prossima il Gloucestershire giocherà contro lo
Yorkshire al campo della contea, sarà l’occasione per vedere
Herbert Sutcliffe alla battuta.»

276
«Avrai nostalgia di Giles quando andrà a Eton» disse il
Vecchio Jack.
«Si sta ancora lavorando il padre per avere il permesso di
unirsi a me e a Deakins alla BGS.»
«A Deakins e a me» lo corresse il Vecchio Jack. «E bada bene
che, se il signor Hugo ha preso una decisione, ci vorrà ben altro
che Giles per fargli cambiare idea.»
«Al signor Barrington io non piaccio» disse Harry, cogliendo
il Vecchio Jack alla sprovvista.
«Cosa ti fa dire una cosa simile?»
«Mi tratta in modo diverso dagli altri ragazzi della St Bede’s.
Come se io non fossi all’altezza di suo figlio.»
«È un problema che ti troverai davanti per tutta la vita, Harry»
disse il Vecchio Jack. «Gli inglesi sono i peggiori snob del
pianeta e, in genere, non ne hanno alcun motivo. Nella mia
esperienza, minori sono le qualità, peggiore è lo snob. È l’unico
modo in cui la cosiddetta alta borghesia può sperare di
sopravvivere. Fa’ attenzione, figliolo: a quella gente non piace
chi, come te, si è fatto dal nulla e irrompe nel loro circolo senza
invito.»
«Ma lei non mi tratta in quel modo» osservò Harry.
«Perché non appartengo all’alta borghesia» disse il Vecchio
Jack con una risata.
«Forse no, però mia mamma dice che lei è di prima classe»
disse Harry, «e dunque è quello che voglio diventare anch’io.»
Non semplificava certo le cose il fatto che il Vecchio Jack
non potesse rivelare a Harry il vero motivo per cui il signor Hugo
era sempre così sgarbato. Talvolta avrebbe voluto non essere stato
nel posto sbagliato al momento sbagliato e non aver assistito a
ciò che era davvero successo il giorno in cui il padre del ragazzo

277
era morto.
«Si è assopito di nuovo, vecchio?» disse Harry. «Perché non
posso starmene qui a chiacchierare con lei tutto il giorno. Ho
promesso a mia madre di incontrarla da Clarks sulla Broad
perché vuole comprarmi un paio di scarpe nuove. Non che ci sia
qualcosa che non va in quelle che ho già, almeno credo.»
«È una donna speciale, la tua mamma» osservò il Vecchio
Jack.
«È per quello che voglio regalarle un orologio.»
La campanella sulla porta suonò nel momento in cui lui mise
piede nel negozio.
Il Vecchio Jack sperava che il tempo trascorso fosse
sufficiente a far sì che il soldato semplice Deakins non si
ricordasse di lui.
«Buongiorno, signore. In che modo posso aiutarla?»
Il Vecchio Jack non poté non riconoscere immediatamente il
signor Deakins. Sorrise, si avvicinò alla vetrinetta e studiò i due
orologi sullo scaffale superiore. «Vorrei solo sapere il prezzo di
questo Ingersoll.»
«Il modello da donna o quello da uomo, signore?» chiese il
signor Deakins, uscendo da dietro al bancone.
«Quello da donna.»
Deakins aprì la serratura della vetrinetta con una mano, tolse
con un movimento esperto l’orologio dal sostegno, diede
un’occhiata al cartellino e disse: «Sedici scellini, signore».
«Bene» disse il Vecchio Jack, posando una banconota da
dieci scellini sul bancone. Il signor Deakins parve ancor più
perplesso. «Quando Harry Clifton le chiederà quanto costa
quest’orologio, signor Deakins, gli dica sei scellini, per favore,
perché è tutto quello che avrà messo da parte quando finirà di

278
lavorare per lei, e io so che spera di comprarlo per donarlo alla
madre.»
«Lei deve essere il Vecchio Jack» disse Deakins. «Sarà
davvero commosso quando saprà che lei…»
«Ma lei non glielo dirà mai» lo interruppe l’altro, guardando
il signor Deakins negli occhi. «Voglio che sia convinto che il
prezzo dell’orologio sia sei scellini.»
«Capisco» disse il signor Deakins, risistemando l’orologio
sul sostegno.
«E quanto costa l’orologio da uomo?»
«Una sterlina.»
«Mi permette di anticiparle un deposito di dieci scellini e poi
versarle mezza corona alla settimana per tutto il mese prossimo
finché non avrò finito di pagare l’intera somma?»
«È assolutamente accettabile, signore. Ma, prima, non vuole
provarlo?»
«No, grazie» rispose il Vecchio Jack. «Non è per me. Intendo
regalarlo a Harry quando si aggiudicherà la borsa di studio per
accedere alla Bristol Grammar School.»
«Ho avuto la sua stessa idea» disse il signor Deakins, «se mio
figlio Algy dovesse essere talmente fortunato da aggiudicarsene
una.»
«In tal caso, sarà meglio che ne ordini un altro quanto prima»
disse il Vecchio Jack, «perché Harry mi dice che suo figlio è un
cavallo vincente.»
Il signor Deakins rise e scrutò il Vecchio Jack con maggiore
attenzione. «Ci siamo già incontrati, signore?»
«Non credo» replicò il Vecchio Jack, per poi uscire dal
negozio senza aggiungere una sola parola.

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31

Se Maometto non va alla montagna… Il Vecchio Jack rise tra


sé, alzandosi per accogliere il signor Holcombe.
«Le va di unirsi a me nella carrozza ristorante per una tazza di
tè?» chiese. «La signora Clifton è stata così gentile da regalarmi
una confezione davvero eccellente di Earl Grey.»
«No, grazie, signore» disse Holcombe. «Ho appena fatto
colazione.»
«Dunque, al ragazzo è sfuggita una borsa di studio per un
pelo» disse il Vecchio Jack, ipotizzando che l’insegnante fosse
andato da lui per parlare di quello.
«Harry lo considera un fallimento, nonostante si sia
classificato diciassettesimo su trecento e gli sia stato offerto un
posto nella sezione A della scuola, a settembre.»
«Ma sarà in grado di accettare l’offerta? Sarà un fardello
economico in più sulle spalle di sua madre.»
«Sempre che non ci siano fulmini a ciel sereno, dovrebbe
riuscire a finanziare gli studi di Harry per i prossimi cinque
anni.»
«Ciò nonostante, Harry non potrà permettersi i piccoli extra
che gli altri ragazzi daranno per scontati.»

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«Forse, però sono riuscito a coprire alcune delle spese che
compaiono sulla lista della scuola, così potrà prendere in
considerazione almeno due delle tre attività extracurricolari a cui
è desideroso di iscriversi.»
«Mi lasci indovinare» disse il Vecchio Jack. «Il coro, il
circolo del teatro e…?»
«Il circolo degli Amanti dell’arte» disse Holcombe. «La
signorina Monday e la signorina Tilly si accolleranno le spese di
eventuali gite del coro, io quelle del circolo del teatro e…»
«A me toccano quelle dell’arte» concluse il Vecchio Jack. «La
sua nuova passione. Sono ancora in vantaggio rispetto a Harry
quando si parla di Rembrandt e Vermeer e persino di questo tizio
nuovo, Matisse. In questo momento Harry sta cercando di farmi
interessare a uno spagnolo, un certo Picasso, ma non mi ci vedo.»
«Mai sentito nominare» ammise Holcombe.
«E dubito che le capiterà mai» osservò il Vecchio Jack, «ma
non riferisca a Harry che le ho detto una cosa simile.» Prese in
mano una scatoletta di latta, la aprì e tirò fuori tre banconote e
quasi tutte le monete che possedeva.
«No, no» disse Holcombe, «non è per questo che sono venuto
a trovarla. Anzi, più tardi, nel pomeriggio, intendo far visita al
signor Craddick e sono convinto che lui…»
«Credo che scoprirà che ho la precedenza sul signor
Craddick» disse il Vecchio Jack, porgendogli i soldi.
«È molto generoso da parte sua.»
«Soldi ben spesi» disse il Vecchio Jack, «per quanto siano
l’obolo della vedova. Per lo meno, mio padre approverebbe»
aggiunse, come se non ci avesse pensato prima.
«Suo padre?» ripeté Holcombe.
«È il canonico residente della cattedrale di Wells.»

281
«Non ne avevo idea. Così, se non altro, può fargli visita di
quando in quando…»
«Purtroppo no. Temo di essere una versione moderna del
figliol prodigo» disse il Vecchio Jack. Poi, non avendo alcun
desiderio di procedere su quella strada, chiese: «Allora, mi dica,
giovanotto: perché voleva vedermi?».
«Non ricordo l’ultima volta in cui qualcuno mi ha chiamato
giovanotto.»
«Sia grato che c’è ancora qualcuno che lo fa» disse il Vecchio
Jack.
Holcombe scoppiò a ridere. «Ho un paio di biglietti per lo
spettacolo teatrale Giulio Cesare. Dato che Harry è uno degli
attori, ho pensato che forse le sarebbe piaciuto venire con me alla
serata inaugurale.»
«Sapevo che avrebbe fatto l’audizione» disse il Vecchio Jack.
«Quale ruolo ha avuto?»
«Cinna» rispose Holcombe.
«In tal caso, lo riconosceremo dall’andatura.»
Holcombe fece un piccolo inchino. «Significa che si unirà a
me?»
«Temo di no» disse il Vecchio Jack, sollevando una mano. «È
davvero gentile da parte sua aver pensato a me, Holcombe, ma
non sono ancora pronto per una performance dal vivo, nemmeno
da semplice spettatore.»
Al Vecchio Jack dispiacque perdersi l’esibizione di Harry
nella recita scolastica e dovette accontentarsi del racconto del
ragazzo circa la propria prestazione. L’anno seguente, quando
Holcombe suggerì che forse era il caso che il Vecchio Jack
presenziasse, dato che i ruoli di Harry si stavano facendo più
importanti, fu sul punto di cedere, ma solo un anno dopo,

282
finalmente accettò che il sogno diventasse realtà.
Benché avesse ancora paura delle grandi folle, il Vecchio Jack
aveva deciso di sgattaiolare nel retro del teatro della scuola, dove
nessuno lo avrebbe visto o, peggio ancora, riconosciuto.
Fu mentre si spuntava la barba nel bagno al quinto piano di
Barrington House che notò il titolo sensazionale su una copia del
giornalaccio locale abbandonata da qualcuno: Caffetteria Tilly’s
in cenere! Si sospetta incendio doloso. Quando vide la fotografia
in basso, ebbe un attacco di nausea: la signora Clifton era ferma
sul marciapiede, circondata dal personale, con gli occhi fissi sui
resti carbonizzati della sua caffetteria. A pagina 11 l’intera
storia. Il Vecchio Jack seguì l’istruzione, ma la pagina in
questione non c’era.
Uscì rapidamente dal bagno, sperando di trovarla sulla
scrivania della signorina Potts. Non fu sorpreso di scoprire che la
suddetta scrivania era sgombra e che il cestino della carta era
stato svuotato. Con qualche esitazione, aprì la porta dell’ufficio
dell’amministratore delegato, lanciò un’occhiata al suo interno e
notò la pagina mancante, aperta sulla scrivania del signor Hugo.
Si sedette sulla poltrona di cuoio dall’alto schienale e iniziò a
leggere.
La prima reazione di Jack, quando ebbe terminato, fu
chiedersi se Harry sarebbe stato costretto ad abbandonare la
scuola.
L’articolo evidenziava che la signora Clifton rischiava la
bancarotta se la compagnia assicurativa non avesse pagato
l’intero ammontare del premio. Il giornalista si spingeva a dire
che un portavoce della Bristol and West of England aveva detto
in maniera chiara che la compagnia non avrebbe pagato un
centesimo fintanto che la polizia non avesse escluso tutti i

283
sospetti dalle proprie indagini. Il Vecchio Jack si domandò
cos’altro sarebbe potuto andare storto a quella povera donna.
Il giornalista aveva fatto attenzione a non nominare Maisie,
ma lui non aveva dubbi sul perché la sua foto fosse stata messa in
simile risalto sulla prima pagina. Continuò a leggere. Quando
scoprì che il caso era stato assegnato all’ispettore Blakemore si
sentì un po’ più ottimista. Quell’uomo non avrebbe impiegato
molto a capire che la signora Clifton le cose le costruiva, non le
bruciava.
Mentre posava nuovamente il giornale sulla scrivania del
signor Hugo, al Vecchio Jack cadde lo sguardo su una lettera.
L’avrebbe ignorata, non essendo certo affar suo, se non avesse
notato il nome signora Clifton nel primo paragrafo.
La scorse e gli risultò difficile credere che fosse stato proprio
Hugo Barrington a fornire le cinquecento sterline che avevano
consentito alla signora Clifton di acquistare il Tilly’s. Perché mai
avrebbe voluto aiutare Maisie? Possibile che provasse rimorso
per la morte di suo marito, oppure vergogna per aver mandato in
prigione il fratello per un crimine che non aveva commesso? Quel
che era certo era che aveva ridato a Tancock il suo vecchio
impiego non appena era stato scarcerato. Il Vecchio Jack iniziò a
domandarsi se non fosse il caso di concedere a Hugo il beneficio
del dubbio. Gli vennero in mente le parole di Sir Walter: «C’è
qualcosa di buono in lui, sai».
Lesse la lettera un’altra volta. Era del signor Prendergast, il
direttore della National Provincial Bank, che scriveva di aver
fatto pressione sulla compagnia assicurativa affinché rispettasse i
suoi obblighi contrattuali e versasse alla signora Clifton il valore
completo della polizza, ovvero seicento sterline. La signora
Clifton, sottolineava Prendergast, era innocente, e l’ispettore

284
Blakemore aveva da poco informato la banca che la donna non
figurava più nelle indagini che lui stava conducendo.
Nell’ultimo paragrafo della sua lettera, Prendergast suggeriva
un incontro tra lui e Barrington nel prossimo futuro per risolvere
la questione, di modo che la signora Clifton potesse ricevere
l’intera cifra a cui aveva diritto. Il Vecchio Jack alzò gli occhi
quando il piccolo orologio sulla scrivania suonò sette volte.
Spense la luce, corse nel corridoio e poi giù dalle scale. Non
voleva fare tardi allo spettacolo di Harry.

285
32

Quella sera, quando tornò a casa, il Vecchio Jack prese in


mano una copia del Times che Harry gli aveva lasciato qualche
giorno prima. Non si curava mai degli annunci personali in prima
pagina, dato che non gli servivano una bombetta nuova, un paio
di bretelle o un’edizione originale di Cime tempestose.
Girò la pagina e vide una foto di re Edoardo VIII che si
godeva una vacanza in yacht sul Mediterraneo. Al suo fianco
c’era una donna americana, la signora Simpson. L’articolo era
piuttosto ambiguo, ma persino quel quotidiano faticava a
sostenere il desiderio del giovane sovrano di sposare una
divorziata. La cosa intristiva il Vecchio Jack, perché ammirava
Edoardo, soprattutto dopo la sua visita ai minatori gallesi,
durante la quale era chiaramente rimasto molto colpito dalle loro
difficili condizioni. Ma, come era solita dire la sua bambinaia,
qualcuno avrebbe pianto prima di sera.
Il Vecchio Jack dedicò poi parecchio tempo a un articolo
sulla proposta di riforma delle tariffe doganali, che aveva appena
superato la seconda discussione alla Camera malgrado l’agitatore
Winston Churchill avesse dichiarato che non era né carne né
pesce e che nessuno, nemmeno il governo, ne avrebbe tratto

286
vantaggio in caso di elezioni. Non vedeva l’ora di sentire
l’opinione non edulcorata di Sir Walter su quel particolare
argomento.
Voltò ancora pagina e scoprì che la British Broadcast
Corporation aveva effettuato la sua prima trasmissione televisiva
dall’Alexandra Palace. Era un concetto che non era
assolutamente in grado di afferrare. Com’era possibile che
facessero arrivare un’immagine in casa tua? Non aveva neanche
una radio, lui, e non provava il minimo desiderio di possedere un
televisore.
Passò alle pagine sportive e trovò la foto di un elegante Fred
Perry sotto il titolo Tre volte campione di Wimbledon candidato
a vincere gli American Open. Il corrispondente per il tennis si
spingeva a ipotizzare che alcuni avversari stranieri avrebbero
indossato i pantaloncini a Forest Hills, un fatto che il Vecchio
Jack non riusciva proprio ad accettare.
Come faceva sempre quando leggeva il Times, il Vecchio Jack
tenne per ultimi i necrologi. Aveva raggiunto un’età in cui
morivano uomini più giovani di lui. E non solo in guerra.
Quando voltò la pagina, il colorito abbandonò del tutto il suo
viso e lui fu sopraffatto dalla tristezza. Si prese il tempo di
leggere il necrologio del reverendo Thomas Alexander Tarrant,
canonico residente della cattedrale di Wells, descritto nel titolo
come un uomo devoto. Quando il Vecchio Jack finì di leggere il
necrologio del padre, provò vergogna.
«Sette sterline e quattro scellini?» ripeté il Vecchio Jack. «Ma
pensavo che lei avesse ottenuto un assegno da seicento sterline
dalla Bristol and West of England Insurance Company, “a piena e
finale composizione”, se ricordo le parole esatte.»
«E così è stato» confermò Maisie, «ma, una volta finito di

287
pagare il mutuo originale e l’interesse composto su quel mutuo,
oltre che le commissioni bancarie, mi sono ritrovata con sette
sterline e quattro scellini.»
«Sono così ingenuo» sospirò il Vecchio Jack. «E pensare che
per un momento, solo per un momento, ho davvero pensato che
Barrington avesse cercato di darle una mano.»
«Non è nemmeno lontanamente ingenuo quanto lo sono io.
Perché se avessi pensato, anche per un solo istante, che c’era lo
zampino di quell’uomo, non avrei accettato neanche un
centesimo dei suoi soldi e, siccome l’ho fatto, ho perso tutto.
Persino il mio posto di lavoro all’albergo.»
«Ma perché?» chiese il Vecchio Jack. «Il signor Frampton ha
sempre detto che lei era insostituibile.»
«Be’, a quanto pare non lo sono più. Quando gli ho chiesto
perché mi avesse licenziata, si è rifiutato di fornirmi altre ragioni
oltre al fatto che aveva ricevuto una lamentela sul mio conto da
una “fonte inappuntabile”. Non può essere una coincidenza che
io sia stata licenziata il giorno dopo che quella fonte
inappuntabile si è presentata al Royal Hotel per fare due
chiacchiere con il direttore.»
«Ha visto Barrington entrare in albergo?»
«No, però l’ho visto uscire. Non dimentichi che ero nascosta
nel retro della sua automobile ad aspettarlo.»
«Certo» disse il Vecchio Jack. «E cos’è successo quando l’ha
affrontato in merito a Harry?»
«Mentre eravamo in macchina» disse Maisie, «ha
praticamente ammesso la responsabilità per la morte di Arthur.»
«Finalmente, dopo tutti questi anni, ha confessato» disse il
Vecchio Jack, incredulo.
«Non esattamente. Direi che è stato un lapsus ma, quando gli

288
ho lasciato sul sedile anteriore dell’auto la busta con la fattura
della tassa di iscrizione al nuovo anno scolastico, se l’è messa in
tasca e ha detto che avrebbe riflettuto su come poteva darmi una
mano.»
«E lei ci è cascata?»
«Come una pera cotta» ammise Maisie, «perché quando ha
fermato la macchina è persino sceso ad aprirmi la portiera
posteriore. Non appena sono scesa, però, mi ha atterrata con un
pugno, ha strappato i documenti e se n’è andato.»
«È così che si è fatta l’occhio nero?»
Maisie annuì. «E mi ha pure minacciata di farmi internare in
manicomio se mi fossi azzardata a contattare sua moglie.»
«Non è altro che un bluff» osservò il Vecchio Jack, «perché
nemmeno lui riuscirebbe a farla franca.»
«Forse ha ragione» disse Maisie, «tuttavia non è un rischio
che sono disposta a correre.»
«E se lei raccontasse davvero alla signora Barrington che suo
marito è responsabile della morte di Arthur» disse il Vecchio
Jack, «a Hugo basterebbe informarla che lei è la sorella di Stan
Tancock per farle accantonare immediatamente la questione.»
«È possibile» disse Maisie. «Ma non l’accantonerebbe
immediatamente se io le rivelassi che suo marito potrebbe essere
il padre di Harry…»
La sorpresa fu tale che il Vecchio Jack sprofondò nel silenzio,
cercando di valutare le implicazioni delle parole di Maisie. «Non
sono soltanto ingenuo» riuscì a dire infine, «ma anche
completamente scemo. A Hugo Barrington non importa che la
moglie possa crederlo coinvolto nella morte di suo marito. La sua
paura più grande è che Harry scopra che potrebbe essere suo
padre…»

289
«Non lo direi mai a Harry. L’ultima cosa che voglio è che
passi il resto della vita a chiedersi chi è suo padre.»
«È esattamente quello su cui conta Barrington. E, ora che l’ha
mandata in rovina, farà di tutto per distruggere Harry.»
«Ma perché?» chiese Maisie. «Harry non gli ha mai fatto
alcun male.»
«Certo, ma se Harry fosse in grado di dimostrare che è il
primogenito di Hugo Barrington, potrebbe ereditare non solo il
titolo ma tutto ciò che lo accompagna, e così Giles finirebbe con
un pugno di mosche.»
Quella volta fu Maisie a restare senza parole.
«Dunque, ora che abbiamo scoperto il vero motivo per cui
Barrington è così determinato a far cacciare Harry dalla scuola,
forse è giunto il momento che io vada a trovare Sir Walter e gli
racconti qualche sgradevole verità sul conto di suo figlio.»
«No, la prego. Non lo faccia» lo implorò Maisie.
«Perché no? Potrebbe essere l’unica chance che abbiamo per
tenere Harry alla BGS.»
«Forse, ma significherebbe anche il licenziamento certo di
mio fratello Stan, e Dio solo sa di cos’altro sarebbe capace
Barrington.»
Per un po’ il Vecchio Jack restò in silenzio. Poi disse: «Se
non mi consente di raccontare la verità a Sir Walter, dovrò
iniziare ad aggirarmi nella fogna in cui attualmente si muove
Hugo Barrington».

290
33

«Cosa vuole?» domandò la signorina Potts, non essendo certa


di aver udito bene.
«Un incontro privato con il signor Hugo» ripeté il Vecchio
Jack.
«E mi è permesso chiederle quale sarebbe lo scopo di tale
incontro?» disse lei, senza nemmeno tentare di nascondere il tono
sarcastico.
«Il futuro di suo figlio.»
«Attenda un istante. Vedo se il signor Barrington è disposto a
incontrarla.»
La signorina Potts bussò con delicatezza alla porta
dell’amministratore delegato e scomparve nell’ufficio. Tornò un
istante dopo con un’espressione sorpresa.
«Il signor Barrington può incontrarla subito» disse, tenendo
aperta la porta.
Il Vecchio Jack non riuscì a trattenere un sorriso quando le
passò accanto.
Hugo Barrington sollevò lo sguardo da dietro la scrivania.
Non offrì una sedia al vecchio e non accennò minimamente a
stringergli la mano.

291
«Per quale motivo dovresti avere a cuore il futuro di Giles?»
chiese Barrington.
«Nessuno» ammise il Vecchio Jack. «È il futuro dell’altro suo
figlio a interessarmi.»
«Di cosa diavolo stai parlando?» esclamò Barrington, in tono
leggermente troppo alto.
«Se non avesse saputo di cosa parlavo, non avrebbe accettato
di vedermi» ribatté il Vecchio Jack, sprezzante.
La faccia di Barrington sbiancò del tutto e il Vecchio Jack si
chiese se fosse sul punto di svenire. «Cosa vuoi da me?» disse
infine.
«Fa il commerciante da una vita» disse il Vecchio Jack. «E io
sono in possesso di qualcosa che credo possa interessarle.»
«E di cosa può mai trattarsi?»
«Il giorno dopo la misteriosa scomparsa di Arthur Clifton e
l’arresto di Stan Tancock per un crimine che non aveva
commesso, l’ispettore Blakemore mi chiese di rilasciare una
dichiarazione su tutto ciò a cui avevo assistito quella sera.
Siccome lei ha fatto estromettere Blakemore dal caso, quella
dichiarazione è ancora in mio possesso. Ho la sensazione che
sarebbe una lettura alquanto interessante, se dovesse finire nelle
mani sbagliate.»
«Credo che converrai che si tratta di un ricatto» disse
Barrington, sputando fuori le parole, «per il quale potresti finire
in prigione per parecchio tempo.»
«Per qualcuno, rendere di dominio pubblico un documento
simile potrebbe non essere altro che un dovere civico.»
«E, secondo te, a chi potrebbero interessare i vaneggiamenti
di un vecchio? Di certo non alla stampa, una volta che i miei
legali avranno illustrato le leggi contro la diffamazione. E,

292
considerato che il fascicolo è stato chiuso diversi anni fa, non
vedo come il capo della polizia possa prendersi la briga di
affrontare le spese per riaprire il caso sulla base delle parole di un
vecchio, che nella migliore delle ipotesi potrebbe essere
considerato eccentrico, pazzo nella peggiore. Dunque ti chiedo: a
chi altri hai in mente di raccontare le tue accuse insensate?»
«A suo padre» disse il Vecchio Jack, tentando un bluff. Dopo
tutto, Barrington non sapeva nulla della promessa che aveva fatto
a Maisie.
Hugo sprofondò nella poltrona, fin troppo consapevole
dell’influenza che il Vecchio Jack esercitava su suo padre, per
quanto non ne avesse mai capito il motivo. «Quanto ti aspetti che
paghi per avere questo documento?»
«Trecento sterline.»
«Ma è un furto bello e buono!»
«Niente di più e niente di meno della cifra necessaria per
coprire le tasse di iscrizione e i piccoli extra che consentiranno a
Harry di restare alla Bristol Grammar School per i prossimi due
anni.»
«Allora perché non chiedermi semplicemente di pagare le sue
tasse di iscrizione all’inizio di ogni anno scolastico, come faccio
per mio figlio?»
«Perché smetterebbe di pagare le tasse di iscrizione di uno
dei suoi figli non appena avesse in mano quella dichiarazione.»
«Dovrai accettare un pagamento in contanti» disse
Barrington, estraendo una chiave dalla tasca.
«No, grazie» disse il Vecchio Jack. «Ricordo fin troppo bene
cos’è successo a Stan Tancock dopo che gli ha dato i suoi trenta
denari d’argento. E non ho alcun desiderio di trascorrere i
prossimi tre anni in prigione per un crimine che non ho

293
commesso.»
«In tal caso, per preparare un assegno di un importo così alto,
dovrò chiamare la banca.»
«Faccia pure» disse il Vecchio Jack, indicando il telefono
sulla scrivania di Barrington.
L’uomo ebbe una breve esitazione, poi prese in mano la
cornetta. Attese che una voce rispondesse e poi disse:
«TEM 3731».
Ancora un’attesa, prima che un’altra voce dicesse: «Sì?».
«È lei, Prendergast?»
«No, signore» disse la voce.
«Bene, è proprio la persona con cui ho bisogno di parlare»
ribatté Barrington. «Nella prossima ora le manderò un certo
signor Tar, con un assegno da trecento sterline intestato alla
Bristol Municipal Charities. Faccia in modo che venga
immediatamente evaso e si assicuri di ritelefonarmi subito.»
«Se vuole che la richiami, dica solo: “Sì, esatto”, e le
telefonerò nel giro di un paio di minuti» disse la voce.
«Sì, esatto» disse Barrington, riattaccando.
Aprì il cassetto della scrivania, estrasse un libretto degli
assegni e scrisse le parole Pagare a Bristol Municipal Charities
e, su un’altra riga, Trecento sterline. Dopodiché firmò l’assegno e
lo passò al Vecchio Jack, che lo studiò attentamente e annuì.
«Lo metto in una busta» disse Barrington. Schiacciò il
campanello sotto la scrivania. Il Vecchio Jack guardò la signorina
Potts entrare nella stanza.
«Sì, signore?»
«Il signor Tar sta per recarsi in banca» disse Barrington,
infilando l’assegno nella busta. La sigillò e vi appose l’indirizzo
del signor Prendergast, aggiungendo la parola confidenziale in

294
stampatello maiuscolo, per poi consegnarla al Vecchio Jack.
«Grazie» disse lui. «Le darò personalmente il documento al
mio ritorno.»
Barrington annuì nel preciso istante in cui il telefono sulla
sua scrivania iniziava a squillare. Prima di rispondere, attese che
il Vecchio Jack fosse uscito dalla stanza.
Il Vecchio Jack decise di raggiungere il centro di Bristol in
tram, pensando che in un’occasione così speciale la spesa fosse
giustificata. Quando entrò in banca, una ventina di minuti dopo,
disse al giovane uomo alla reception che aveva una lettera per il
signor Prendergast. Quello non parve particolarmente colpito
finché il Vecchio Jack non aggiunse: «Da parte del signor Hugo
Barrington».
Il giovane abbandonò immediatamente la postazione e
accompagnò il Vecchio Jack dall’altra parte dell’atrio e lungo un
interminabile corridoio, fino all’ufficio del direttore. Bussò alla
porta, l’aprì e annunciò: «Questo gentiluomo ha una lettera del
signor Barrington, signore».
Il signor Prendergast schizzò in piedi, strinse la mano del
vecchio e lo fece accomodare su una poltrona sul lato opposto
della scrivania. Il Vecchio Jack consegnò la busta a Prendergast,
con le parole: «Il signor Barrington mi ha chiesto di dargliela
personalmente».
«Sì, certo» disse Prendergast, che riconobbe subito la grafia
familiare di uno dei suoi clienti più stimati. Tagliò la busta e ne
estrasse un assegno. Lo guardò per un istante e poi commentò:
«Ci deve essere un errore».
«Non c’è nessun errore» disse il Vecchio Jack. «Il signor
Barrington desidera che l’intera cifra venga pagata quanto prima
alla Bristol Municipal Charities, come le ha detto al telefono

295
solo mezz’ora fa.»
«Ma io stamattina non ho parlato con il signor Barrington»
disse Prendergast, restituendo l’assegno al Vecchio Jack.
Lui fissò incredulo l’assegno intonso. Impiegò solo qualche
istante a capire che Barrington doveva aver scambiato gli assegni
nel momento in cui la signorina Potts era entrata nella stanza. La
genialità del suo gesto era stata indirizzare la busta al signor
Prendergast e contrassegnarla come confidenziale, assicurandosi
in tal modo che non venisse aperta prima di essere consegnata al
direttore. L’unico mistero che Jack non riusciva a risolvere era
con chi avesse parlato al telefono.
Abbandonò in fretta l’ufficio senza rivolgere un’altra parola a
Prendergast. Attraversò l’atrio della banca e uscì in strada.
Dovette aspettare solo qualche minuto il tram che lo avrebbe
portato alla zona del porto. Poco più di un’ora dopo da quando
se n’era andato, varcò nuovamente i cancelli del cantiere navale.
Un uomo che non riconobbe stava camminando di buon passo
verso di lui. Aveva un non so che di marziale e il Vecchio Jack si
chiese se la sua zoppia fosse la conseguenza di una ferita subita
nella Grande guerra.
Il Vecchio Jack lo superò velocemente e si incamminò lungo
la banchina. Fu sollevato di vedere che la porta del vagone era
chiusa e, quando la aprì, fu ancor più contento di trovare ogni
cosa come l’aveva lasciata. Si lasciò cadere in ginocchio e sollevò
un lembo della moquette, ma la deposizione scritta non c’era più.
L’ispettore Blakemore avrebbe descritto quel furto come il lavoro
di un professionista.

296
34

Il Vecchio Jack si accomodò al quinto banco, sperando che


nessuno lo riconoscesse. La cattedrale era così affollata che la
gente che non era riuscita a trovare posto a sedere nelle cappelle
laterali era in piedi nelle navate e stipata sul fondo.
Il vescovo di Bath e Wells fece venire le lacrime agli occhi del
Vecchio Jack quando parlò della fede incrollabile che suo padre
riponeva in Dio e di come, dal giorno della morte prematura di
sua moglie, il canonico si fosse dedicato al servizio della
comunità. «Ne è dimostrazione palese» proclamò il vescovo,
sollevando le braccia per indicare l’intera assemblea, «il numero
dei presenti, di ogni estrazione sociale, venuti a onorarlo e a
rendergli l’estremo saluto.
«Malgrado quest’uomo non conoscesse alcuna vanità, non
riusciva a nascondere un certo orgoglio per l’unico figlio, Jack, il
cui altruismo, coraggio, valore e la cui disponibilità a sacrificare
la propria vita in Sudafrica nel corso della Guerra boera hanno
salvato tanti suoi camerati e gli sono valsi la Victoria Cross.»
Fece una pausa, posò gli occhi sulla quinta fila e disse: «E sono
felicissimo di vederlo tra voi oggi».
Diverse persone iniziarono a guardarsi intorno e a cercare un

297
uomo che non avevano mai visto. Jack chinò il capo per la
vergogna.
Alla fine della cerimonia, molti membri della congregazione
si avvicinarono al capitano Tarrant per dirgli quanto avessero
ammirato suo padre. Le parole dedizione, altruismo, generosità e
affetto si formarono sulle labbra di ciascuno di loro.
Jack era orgoglioso di essere figlio di suo padre e, allo stesso
tempo, si vergognava di averlo escluso dalla propria vita, proprio
come aveva escluso il resto dei suoi simili.
Poco prima di andarsene, gli parve di riconoscere un
gentiluomo che stazionava accanto al cancello di ingresso. Era
chiaro che attendeva di parlargli. L’uomo si fece avanti e sollevò
il cappello. «Capitano Tarrant?» chiese con una voce che
suggeriva autorevolezza.
Jack ricambiò il saluto. «Sì, signore?»
«Mi chiamo Edwin Trent. Ho avuto il privilegio di essere il
legale di suo padre oltre che, mi piace pensare, uno dei suoi amici
più stretti e di vecchia data.»
Jack gli strinse calorosamente la mano. «La ricordo bene,
signore. Lei mi ha trasmesso la passione per Trollope e la
capacità di apprezzare le sottigliezze dei lanci a effetto.»
«È gentile da parte sua ricordarsene» commentò Trent con
una risatina. «Mi chiedevo se potessi accompagnarla nel tragitto
di ritorno alla stazione.»
«Certo, signore.»
«Come sa» disse Trent mentre si avviavano verso la città, «suo
padre è stato il canonico residente di questa cattedrale negli
ultimi nove anni. Saprà anche che non aveva il minimo interesse
per i beni materiali e che condivideva persino quel poco che
aveva con chi era meno fortunato di lui. Se lo si canonizzasse, di

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certo sarebbe il santo patrono dei vagabondi.»
Il Vecchio Jack sorrise. Ricordò una mattina in cui era andato
a scuola senza colazione perché tre barboni dormivano nel
vestibolo e, per citare sua madre, avevano fatto fuori la loro intera
dispensa.
«Pertanto, la lettura del suo testamento» continuò Trent,
«dimostrerà che, così come ha messo piede in questo mondo
senza niente, l’ha pure abbandonato senza niente, a parte
naturalmente una miriade di amici, cosa che lui avrebbe
considerato una vera e propria fortuna. Prima di morire, tuttavia,
mi ha affidato un piccolo compito, nel caso lei avesse partecipato
al suo funerale, ovvero consegnarle l’ultima lettera che ha
scritto.» Estrasse una busta da una tasca interna del soprabito e la
consegnò al Vecchio Jack, sollevò ancora una volta il cappello e
disse: «Ho esaudito la sua richiesta e sono fiero di aver
incontrato nuovamente suo figlio».
«Le sono grato, signore. Vorrei solo non aver costretto mio
padre a scrivere.» Jack alzò il cappello e i due uomini si
salutarono.
Il Vecchio Jack decise di non leggere la lettera del padre
prima di aver preso il treno e iniziato il viaggio di ritorno verso
Bristol. Quando la locomotiva uscì dalla stazione, sbuffando nubi
di vapore grigio, Jack si mise comodo in uno scompartimento di
terza classe. Ricordava di aver chiesto a suo padre, da bambino,
come mai viaggiasse in terza classe, e che lui aveva risposto:
«Perché la quarta classe non esiste». Per ironia della sorte, Jack
viveva da una trentina d’anni in prima classe.
Aprì la busta con calma e, persino dopo aver estratto la
lettera, la lasciò piegata mentre continuava a riflettere sul padre.
Un figlio non avrebbe potuto chiedere un mentore o un amico

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migliore. Se ripensava alla sua vita, tutte le sue azioni,
valutazioni e decisioni non erano state altro che pallide
imitazioni di quelle del padre.
Quando, finalmente, spiegò la lettera, un’altra ondata di
ricordi tornò a turbinargli nella mente nell’istante in cui vide il
ben noto corsivo, nitido ed elegante, vergato con inchiostro
nerissimo. Iniziò a leggere.
Residenza del canonico
Cattedrale di Wells
Wells, Somerset
26 agosto 1936
Mio adorato figlio,
Se sei stato così gentile da presenziare al mio funerale, ora
starai leggendo questa lettera. Consentimi di iniziare
ringraziandoti per essere stato tra i fedeli.
Il Vecchio Jack alzò la testa e scrutò la campagna che sfilava
fuori dal finestrino. Si sentiva in colpa per aver trattato il padre in
maniera così sconsiderata ed egoista, e ormai era troppo tardi per
chiedere il suo perdono. Tornò a posare gli occhi sulla lettera.
Quando ti è stata assegnata la Victoria Cross, sono stato il
padre più fiero di tutta l’Inghilterra e il tuo encomio è appeso
tuttora sopra la mia scrivania. Ma poi, con il passare degli
anni, la mia felicità si è trasformata in dolore e ho chiesto a
nostro Signore che cosa avessi fatto per essere punito con la
perdita non solo della tua cara madre ma anche di te, il mio
unico figlio.
Immagino che tu abbia avuto un motivo nobile per rivoltarti
con la testa e con il cuore contro questo mondo, ma rimpiango
che tu non mi abbia messo al corrente di tale motivo. Tuttavia,
se mai dovessi leggere questa lettera, forse mi concederai di

300
esprimere un ultimo desiderio.
Il Vecchio Jack si sfilò il fazzoletto dal taschino e si asciugò
gli occhi prima di poter continuare a leggere.
Dio ti ha dato un dono straordinario, la capacità di guidare
e ispirare il prossimo, pertanto ti supplico di non avvicinarti
alla tomba sapendo che, quando ti troverai al cospetto del tuo
creatore, dovrai confessare, come in Matteo 25, versetti 14-30,
di aver sotterrato proprio il talento di cui Lui ti ha fatto dono.
Piuttosto, metti quel dono al servizio del prossimo così che,
quando giungerà il momento, perché verrà, e le persone
parteciperanno al tuo funerale, la Victoria Cross non sarà
l’unica cosa che ricorderanno nel sentir pronunciare il nome
Jack Tarrant.
Il tuo affezionato padre
«Sta bene, caro?» domandò una donna che si era spostata
dalla parte opposta del vagone per sedersi accanto al Vecchio
Jack.
«Sì, grazie» le disse, con le lacrime che gli rigavano il viso.
«È solo che… oggi sono uscito di prigione.»

301
GILES BARRINGTON
1936-1938

302
35

Mi emozionai vedendo Harry varcare i cancelli della scuola nel


primo giorno dell’anno scolastico. Avevo trascorso le vacanze estive
nella nostra villa in Toscana e, dunque, non mi trovavo a Bristol
quando un incendio aveva completamente distrutto il Tilly’s né lo
venni a sapere finché non fui tornato in Inghilterra, nel fine
settimana precedente l’inizio della scuola. Avrei voluto che Harry ci
raggiungesse in Italia, ma mio padre non ne aveva voluto sapere.
Non ho mai incontrato nessuno a cui Harry non piaccia, fatta
eccezione per mio padre, che non permette nemmeno che in casa
nostra si pronunci il suo nome. Una volta chiesi alla mamma se mi
poteva spiegare come mai lui avesse sentimenti così forti, ma non
mi parve che ne sapesse più di me.
Non ho insistito con il mio vecchio, dato che non è che mi sia
mai coperto di gloria al suo cospetto. Per poco non mi sono fatto
cacciare dalla scuola preparatoria per aver rubato – Dio solo sa
come lui sia riuscito a porvi rimedio – e, in seguito, l’ho deluso
quando non sono riuscito a entrare a Eton. Subito dopo essere
uscito dall’aula dell’esame dissi a papà che non avrei potuto
impegnarmi di più, il che era la verità. Be’, mezza verità. L’avrei
fatta franca se solo il mio complice avesse tenuto la bocca chiusa.

303
Quanto meno, ho imparato una lezione semplice: se fai un patto
con uno sciocco, non sorprenderti se poi quello si comporta da
sciocco.
Il mio complice era Percy, il figlio del conte di Bridport. Si
trovava di fronte a un dilemma ancora più pesante del mio, poiché
sette generazioni di Bridport avevano studiato a Eton e sembrava
proprio che il giovane Percy stesse per guastare quell’ottima media.
Eton è noto per fare strappi alla regola in favore di membri
dell’aristocrazia e, di quando in quando, è disposto a consentire a
un ragazzo sciocco di offuscarne il nome, motivo per cui scelsi
Percy per il mio piccolo stratagemma. Fu dopo aver casualmente
udito Frob dire a un altro insegnante: «Se Bridport fosse un po’ più
sveglio, sarebbe uno scemo» che capii di non aver più bisogno di
cercare un complice.
Percy voleva che gli venisse offerto un posto a Eton tanto
quanto io volevo essere respinto, per cui vidi la situazione come
l’opportunità di raggiungere entrambi il nostro scopo.
Non discussi del mio piano con Harry o con Deakins. Harry lo
avrebbe di sicuro disapprovato, moralmente retto com’è, e Deakins
non sarebbe riuscito a capire perché qualcuno volesse farsi bocciare
a un esame.
Il giorno prima della prova, mio padre mi accompagnò a Eton
con la sua nuova Bugatti alla moda, che era in grado di raggiungere
una velocità di centosessanta chilometri all’ora e, una volta sulla
A4, la testò. Passammo la notte allo Swann Arms, lo stesso albergo
in cui lui era stato più di vent’anni prima quando aveva sostenuto
l’esame di ammissione. A cena, papà chiarì quanto desiderasse che
io andassi a Eton e io per poco non cambiai idea all’ultimo minuto,
però avevo dato la mia parola a Percy Bridport e pensai che non
avrei potuto deluderlo.

304
Percy e io ci eravamo stretti la mano alla St Bede’s per
ufficializzare il patto, concordando che, una volta entrati nel salone
degli esami, avremmo fornito al cancelliere l’uno il nome dell’altro.
Mi piacque parecchio sentirmi chiamare mio signore da tutti
indistintamente, anche se solo per poche ore.
I questionari d’esame non erano difficili come quelli che avevo
sostenuto due settimane prima per accedere alla Bristol Grammar e
pensai di aver fatto più che abbastanza per consentire a Percy di
tornare a Eton in settembre. Tuttavia, mi sembrarono
sufficientemente difficili da avere la certezza che sua signoria non
mi avrebbe deluso.
Una volta consegnati i questionari e tornati ad assumere le
nostre vere identità, andai a prendere il tè con mio papà a Windsor.
Quando mi chiese com’era andata, gli dissi che avevo fatto del mio
meglio. La risposta parve soddisfarlo e lui iniziò addirittura a
rilassarsi, il che mi fece sentire ancora più in colpa. Non mi godetti
il viaggio di ritorno a Bristol e mi sentii pure peggio quando giunsi a
casa e mia madre mi fece la stessa domanda.
Dieci giorni dopo, ricevetti da Eton la classica lettera della serie
Siamo spiacenti di informarla. Ero riuscito a totalizzare un misero
trentadue per cento. Percy aveva totalizzato il cinquantasei per
cento e gli era stato offerto un posto nel trimestre autunnale,
notizia che aveva deliziato suo padre ed era stata accolta da Frob
con incredulità.
Tutto sarebbe andato per il verso giusto se Percy non avesse
raccontato a un amico come aveva fatto a entrare a Eton. L’amico
l’aveva raccontato a un altro amico, che l’aveva raccontato a un
altro amico, che l’aveva raccontato al padre di Percy. Il conte di
Bridport, croce militare e uomo d’onore, ne aveva immediatamente
informato il preside di Eton, e così Percy era stato espulso ancora

305
prima di aver messo piede a scuola. Non fosse stato per l’intervento
personale di Frob, forse avrei subito la stessa sorte alla Bristol
Grammar.
Mio padre cercò di convincere il preside di Eton che doveva
essersi semplicemente trattato di un errore di trascrizione e che,
dato che in effetti avevo totalizzato il cinquantasei per cento
nell’esame, sarebbe stato giusto reintegrarmi al posto di Bridport. Il
ragionamento logico fu respinto a stretto giro di posta, dato che
Eton non aveva bisogno di un nuovo posto di ristoro con spogliatoio
per la squadra di cricket. Il primo giorno dell’anno scolastico, mi
presentai puntualmente alla Bristol Grammar School.
Nel corso del primo anno mi ricostruii una reputazione
segnando tre century per i Colts e, al termine della stagione, fui
scelto come titolare della squadra. Harry recitò la parte di Ursula in
Molto rumore per nulla, mentre Deakins continuò a essere Deakins
e dunque nessuno fu sorpreso quando vinse il premio del primo
anno.
Il secondo anno divenni più consapevole delle difficoltà
finanziarie che la madre di Harry stava probabilmente affrontando
quando notai che portava le scarpe slacciate e lui ammise che gli
facevano male, tanto erano strette.
Così, quando il Tilly’s fu distrutto dalle fiamme, poche
settimane prima dell’inizio del nostro anno preparatorio
all’università, non mi sorprese per nulla che Harry temesse di non
poter continuare a frequentare la scuola. Pensai di chiedere a mio
padre di dare una mano, ma la mamma mi disse che avrei sprecato
il mio tempo. Ecco perché fui felicissimo di vederlo varcare i
cancelli della scuola il primo giorno dell’anno scolastico.
Mi disse che la madre aveva cominciato un nuovo lavoro al
Royal Hotel, un lavoro notturno che si stava rivelando ben più

306
proficuo di quanto lei avesse inizialmente ritenuto possibile.
Mi sarebbe piaciuto invitare Harry a unirsi alla mia famiglia in
Toscana anche in occasione delle successive vacanze estive, ma
sapevo che mio padre non avrebbe nemmeno preso in
considerazione l’idea. Però il circolo degli Amanti dell’arte, di cui
ora Harry era segretario, stava pianificando un viaggio a Roma e
concordammo di incontrarci lì, benché significasse che avrei dovuto
visitare Villa Borghese.
Malgrado vivessimo nel nostro piccolo mondo nell’Ovest
dell’Inghilterra, sarebbe stato impossibile non essere al corrente di
ciò che stava avvenendo nel continente.
L’ascesa dei nazisti in Germania e dei fascisti in Italia non
sembrava condizionare minimamente l’inglese medio, che di sabato
continuava a godersi una pinta di sidro e un sandwich al formaggio
nel pub della zona, prima di guardare – o, nel mio caso, di disputare
– la partita pomeridiana di cricket nel centro città. Per anni era
stato possibile perpetuare quella situazione da sogno perché
un’altra guerra con la Germania era del tutto impensabile. I nostri
padri avevano combattuto in quella che avrebbe dovuto porre fine a
tutte le guerre, ma ora sembrava che l’indicibile fosse sulle labbra di
tutti.
Harry mi disse con assoluta sicurezza che, se fosse stata
dichiarata una guerra, non sarebbe andato all’università ma si
sarebbe arruolato immediatamente, proprio come avevano fatto
una ventina d’anni prima il padre e lo zio. Mio padre aveva dovuto
rinunciare, per usare le sue parole, perché sfortunatamente era
daltonico e le autorità competenti avevano ritenuto che avrebbe
giovato maggiormente allo sforzo bellico restandosene al proprio
posto, svolgendo un ruolo importante nei cantieri navali. Anche se
io non ho mai capito esattamente quale fosse quel ruolo

307
importante.
Nel corso del nostro ultimo anno alla BGS , Harry e io
decidemmo di presentare la nostra domanda di ammissione a
Oxford; il Balliol College aveva già offerto a Deakins una borsa di
studio generale. Io sarei voluto andare all’House,* ma venni
informato molto gentilmente dal tutor addetto all’orientamento
che il Christ Church accettava di rado studenti provenienti da
scuole secondarie, per cui mi accontentai del Brasenose, che una
volta Bertie Wooster** aveva descritto come un college dove i
cervelli non sono né qui né lì.
Siccome il Brasenose era pure il college con il maggior numero
di giocatori di cricket e io avevo fatto segnare tre century
nell’ultimo anno da capitano della BGS , uno dei quali al Lord’s, per
giunta per la squadra di una scuola privata, pensai di avere una
chance. In effetti il mio docente, il dottor Paget, mi disse che,
quando fossi entrato nella stanza per il colloquio iniziale,
probabilmente mi sarebbe stata lanciata una palla da cricket. Se
l’avessi presa al volo, mi sarebbe stato offerto il posto; se l’avessi
presa al volo con una mano, una borsa di studio. La cosa si rivelò
infondata. Tuttavia, sono pronto ad ammettere che, tra un drink e
l’altro che bevvi insieme al preside del collegio universitario, mi
fece più domande su Hutton*** che su Orazio.
Negli ultimi due anni di scuola, ci furono alti e bassi: Jessie
Owens che vinse quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi di Berlino,
proprio sotto il naso di Hitler, fu decisamente un momento alto,
mentre l’abdicazione di Edoardo VIII perché desiderava sposare
un’americana divorziata fu senza dubbio un momento basso.
La nazione sembrava divisa sul fatto che il re dovesse abdicare o
meno, così come lo eravamo Harry e io. Non riuscivo a capire come
mai un uomo nato re fosse disposto a sacrificare il trono per sposare

308
una divorziata. Harry era ben più solidale nei confronti della
difficile situazione del re e sosteneva che non avremmo nemmeno
lontanamente capito cosa stesse passando quel pover’uomo finché
non ci fossimo innamorati anche noi. Parole che liquidai come
fesserie, prima di quel viaggio a Roma che avrebbe cambiato la vita
a entrambi.

*Nomignolo affettuoso e un po’ magniloquente con cui è noto il Christ


Church College, uno dei collegi più grandi di Oxford. (N.d.T.)
** Personaggio ricorrente nei romanzi di P.G. Wodehouse. Si tratta di un

giovane della upper class svogliato e molto abbiente. (N.d.T.)


*** Uno dei migliori battitori nella storia del cricket, vissuto tra il 1916 e il

1990. (N.d.T.)

309
36

Se Giles pensava di aver lavorato duramente nei giorni finali


alla St Bede’s, in quegli ultimi due anni alla Bristol Grammar
School sia lui sia Harry iniziarono a familiarizzare con orari che
solo Deakins conosceva bene.
Il dottor Paget, il loro docente dell’anno preparatorio per
l’università, spiegò in maniera inequivocabile che, se volevano
ottenere un posto a Oxford o a Cambridge, avrebbero dovuto
scordare qualsiasi altra attività e trascorrere ogni momento di
veglia a prepararsi in vista degli esami di ammissione.
Quell’anno Giles sperava di diventare il capitano della prima
squadra della scuola, mentre Harry desiderava ottenere la parte
principale nello spettacolo teatrale. Il dottor Paget inarcò un
sopracciglio quando lo venne a sapere, nonostante quell’anno
Romeo e Giulietta fosse probabile materia d’esame a Oxford.
«Non è il caso che vi iscriviate a nient’altro» disse con decisione.
Harry rinunciò con riluttanza al coro, ricavando così due
serate in più alla settimana per studiare. Tuttavia c’era un’attività
da cui nessun alunno poteva essere dispensato: ogni martedì e
giovedì, alle quattro, tutti i ragazzi dovevano presentarsi
sull’attenti nella piazza d’armi, con l’equipaggiamento completo,

310
pronti all’ispezione, in quanto membri del Corpo addestramento
ufficiali.
«Non possiamo permettere alla Gioventù hitleriana di pensare
che, se la Germania sarà così folle da dichiararci guerra per la
seconda volta, noi non saremo pronti» tuonava l’RSM, il sergente
maggiore del reggimento.
Parole che, ogni volta che venivano pronunciate dal sergente
maggiore in pensione Roberts, facevano serpeggiare un brivido
tra le schiere di studenti: si rendevano conto che, con il passare
dei giorni, le probabilità di servire in prima linea da ufficiali
subalterni in qualche paese straniero, invece che accedere
all’università, erano sempre più alte.
Harry prese a cuore le parole dell’RSM e presto fu promosso
al grado di ufficiale cadetto. Giles le prese meno seriamente,
sapendo che, se fosse stato chiamato alle armi, avrebbe potuto
cavarsi d’impiccio come aveva fatto il padre, sfruttando il
daltonismo per evitare di trovarsi faccia a faccia con il nemico.
Deakins mostrò scarso interesse per la faccenda, dichiarando
con una certezza che non ammetteva discussioni: «Non ti serve
sapere come si smonta una mitragliatrice Bren se fai parte dei
servizi segreti militari».
Le lunghe nottate estive stavano per finire ed erano tutti
pronti per una vacanza prima di tornare a scuola per l’anno
conclusivo, al termine del quale avrebbero dovuto affrontare di
nuovo gli esaminatori. Nel giro di una settimana dalla fine delle
lezioni, i tre inaugurarono la pausa estiva: Giles raggiunse la
famiglia nella villa in Toscana, Harry partì per Roma insieme al
circolo degli Amanti dell’arte, mentre Deakins si barricò nella
biblioteca centrale di Bristol, evitando qualsiasi contatto con altri
esseri umani, malgrado gli fosse già stato offerto un posto a

311
Oxford.
Nel corso degli anni Giles aveva imparato ad accettare che, se
voleva vedere Harry durante le vacanze, doveva fare in modo che
il padre non scoprisse cosa aveva in mente, altrimenti anche i
suoi piani più astuti sarebbero andati a monte. Ma, per riuscire
nel suo intento, spesso doveva convincere a partecipare allo
stratagemma la sorella Emma, che inevitabilmente gli scuciva
qualcosa prima di accettare di essere sua complice.
«Se stasera a cena prendi l’iniziativa, coglierò la palla al
balzo» disse Giles, dopo averle delineato il suo ultimo piano.
«Mi pare che sia l’ordine naturale delle cose» ribatté Emma,
in tono sdegnoso.
Dopo che fu stato servito il primo, Emma chiese in tono
innocente alla madre se l’indomani avrebbe potuto portarla a
Villa Borghese, che le era stata raccomandata dall’insegnante di
Storia dell’arte. Sapeva bene che la mamma aveva già altri piani.
«Sono davvero spiacente, cara» le disse infatti, «ma domani
tuo padre e io andremo a pranzo ad Arezzo insieme agli
Henderson. Sei la benvenuta, se ti va di unirti a noi.»
«Nulla impedisce a Giles di accompagnarti a Roma»
intervenne suo padre dall’estremità opposta del tavolo.
«Devo proprio?» protestò Giles, che stava giusto per fare la
stessa proposta.
«Sì, devi proprio» rispose suo padre con fermezza.
«Ma che senso ha, papà? Appena arrivati, sarà già ora di
girare sui tacchi e tornare indietro. Non ne vale certo la pena.»
«Non se passate la notte al Plaza Hotel. Chiamerò domattina
e prenoterò due camere.»
«Sei sicuro che siano sufficientemente maturi per una cosa
del genere?» chiese la signora Barrington, in tono un po’

312
preoccupato.
«Giles compirà diciotto anni tra poche settimane. È ora che
cresca e si assuma qualche responsabilità.»
Giles chinò il capo, come se si fosse arreso.
Il mattino dopo, un taxi portò lui ed Emma alla stazione
giusto in tempo per salire sul primo treno per Roma.
«Prenditi cura di tua sorella, mi raccomando» erano state le
ultime parole di suo padre prima che lasciassero la villa.
«Certo» aveva promesso Giles, mentre l’automobile partiva.
Diversi uomini si alzarono per offrire il proprio posto a
sedere a Emma non appena lei mise piede nel vagone, mentre
Giles fu costretto a restare in piedi per tutta la durata del viaggio.
Una volta a Roma, raggiunsero via del Corso in taxi e, preso
alloggio in albergo, proseguirono fino a Villa Borghese. Giles fu
colpito dalla quantità di uomini non molto più vecchi di lui che
indossavano una divisa, e dal fatto che su quasi ogni colonna e
lampione che videro ci fosse un manifesto di Mussolini.
Smontati dal taxi si incamminarono nei giardini, passando
accanto ad altri uomini in divisa e ad altri poster del Duce, prima
di giungere finalmente alla sontuosa Villa Borghese.
Harry aveva scritto a Giles per dirgli che avrebbero iniziato la
loro visita ufficiale alle dieci. Controllò l’orologio: le undici e
qualche minuto; con un minimo di fortuna, la visita stava per
finire. Acquistò due biglietti, ne diede uno a Emma, salì rapido i
gradini da cui si accedeva alla galleria e si mise alla ricerca della
comitiva della scuola. Emma indugiò nella contemplazione delle
statue del Bernini che dominavano le prime quattro sale, perché
in effetti non aveva alcuna fretta. Giles invece passò veloce di
galleria in galleria finché non individuò un gruppo di giovani
uomini dalla giacca bordeaux e dai pantaloni di flanella nera,

313
raccolti intorno a un piccolo ritratto di un vecchio dall’abito
talare di seta color crema e con la mitra in testa.
«Eccoli» disse, ma non vide Emma. Senza preoccuparsi della
sorella, si diresse verso il gruppo di ragazzi concentrati. Nel
momento in cui posò lo sguardo su di lei, si scordò del tutto della
ragione per cui era venuto a Roma.
«Caravaggio fu incaricato di dipingere questo ritratto di papa
Paolo V nel 1605» disse la ragazza, con un lieve accento
straniero. «Noterete che non è stato ultimato e questo perché
l’artista fu costretto a fuggire da Roma.»
«Perché, signorina?» volle sapere un ragazzino della prima
fila, chiaramente determinato a prendere il posto di Deakins in
futuro.
«Perché fu coinvolto in una rissa tra ubriachi, nel corso della
quale finì per uccidere un uomo.»
«Fu arrestato?» chiese lo stesso ragazzo.
«No. Caravaggio riuscì sempre ad allontanarsi prima che la
giustizia lo raggiungesse, ma alla fine il Santo Padre decise di
concedergli la grazia.»
«Perché?» Fu sempre lo stesso ragazzo a porre la domanda.
«Perché voleva che Caravaggio portasse a termine altre
commesse per lui. Alcune rientrano nelle diciassette opere che si
possono tuttora vedere a Roma.»
In quel momento Harry individuò Giles, rapito nella
contemplazione del quadro. Si staccò dal gruppo e attraversò la
sala per raggiungerlo. «Da quant’è che sei qui?» gli chiese.
«Abbastanza a lungo da innamorarmi» replicò Giles, senza
staccare gli occhi dalla guida turistica.
Harry rise quando capì che Giles non stava osservando il
dipinto, bensì la giovane donna elegante e sicura di sé che stava

314
parlando ai ragazzi. «Penso che sia un po’ fuori dalla tua fascia
d’età» disse Harry, «e anche, ho il sospetto, dalla portata delle tue
finanze.»
«Sono pronto a correre il rischio» disse Giles, mentre la guida
accompagnava il gruppo nella sala successiva. Giles la seguì
obbediente e si posizionò in maniera da poterla vedere bene,
mentre il resto del gruppo studiava la statua di Paolina Borghese
realizzata dal Canova, «probabilmente il più grande scultore di
tutti i tempi», come disse la ragazza. Giles non avrebbe certo
dissentito.
«E, con questa statua, si conclude la nostra visita» annunciò
la guida. «Se però avete altre domande, sarò qui ancora per
qualche minuto, quindi non esitate a farmele.»
Giles non esitò. Harry osservò divertito l’amico avvicinarsi
alla giovane italiana e mettersi a chiacchierare con lei come se
fossero vecchie conoscenze. Nemmeno il ragazzino della prima
fila osò interromperlo. Qualche minuto dopo, Giles tornò da
Harry con un ampio ghigno stampato in faccia.
«Ha accettato di cenare con me stasera.»
«Non ci credo» disse Harry.
«Ma è sorto un problema…» aggiunse, ignorando lo
scetticismo dell’amico.
«Più di uno, immagino.»
«… superabile con la tua assistenza.»
«Ti serve un accompagnatore» suggerì Harry, «in caso la
situazione ti sfugga di mano.»
«No, scemo. Voglio che tu ti occupi di mia sorella mentre
Caterina mi fa conoscere la vita notturna romana.»
«Nemmeno per idea. Non sono venuto a Roma per fare da
bambinaia.»

315
«Però sei il mio migliore amico» lo supplicò Giles. «Se non
mi aiuti tu, a chi altri posso rivolgermi?»
«Perché non provi con Paolina Borghese? Dubito che abbia
impegni stasera.»
«Devi solo portarla fuori a cena e fare in modo che sia a letto
per le dieci.»
«Scusa se te lo ricordo, Giles, ma pensavo che fossi venuto a
Roma per cenare con me…»
«Ti darò mille lire se me la togli di torno. E domattina
potremo comunque far colazione insieme nel mio albergo.»
«Ci vuole altro per corrompermi.»
«E» disse Giles, giocandosi il jolly, «ti regalerò pure il mio
disco di Caruso che canta La Bohème.»
Harry si voltò e si trovò accanto una bella ragazza.
«A proposito» disse Giles, «lei è mia sorella Emma.»
«Ciao» disse Harry. Tornando a rivolgersi a Giles, disse: «Ci
sto».
Il mattino seguente, Harry fece colazione con Giles nel suo
albergo e l’amico lo accolse con il consueto sorriso sfacciato che
sfoggiava subito dopo aver realizzato un century.
«Allora, com’è questa Caterina?» chiese Harry, senza in realtà
aver voglia di sentire la risposta.
«Al di là di ogni possibile immaginazione.»
Harry stava per fargli qualche domanda più dettagliata,
quando al suo fianco si materializzò un cameriere. «Un
cappuccino, per favore.» A quel punto chiese: «Allora, fino a che
punto ti ha permesso di spingerti?».
«Fino in fondo» disse Giles.
Harry rimase a bocca aperta, ma non gli uscì una sola parola.
Poi disse: «L’hai…».

316
«Cosa?»
«L’hai…» riprovò Harry.
«Sì?»
«Vista nuda?»
«Sì, certo.»
«Tutto il corpo?»
«Ovvio» disse Giles mentre il cappuccino compariva davanti a
Harry.
«La metà inferiore tanto quanto quella superiore?»
«Tutto. E intendo proprio tutto.»
«Le hai toccato il seno?»
«In effetti, le ho leccato i capezzoli» disse Giles, bevendo un
sorso di caffè.
«Come, scusa?»
«Mi hai sentito» disse Giles.
«Ma hai, cioè, hai…»
«Sì.»
«Quante volte?»
«Ho perso il conto» disse Giles. «Era insaziabile. Sette, forse
otto volte. Non ne voleva sapere di lasciarmi dormire. Sarei
ancora lì se alle dieci di stamattina non fosse dovuta andare ai
Musei Vaticani a parlare a un altro gruppo di marmocchi.»
«E se rimane incinta?» disse Harry.
«Non essere così ingenuo, Harry. Cerca di non scordarti che è
italiana.» Dopo aver bevuto un altro sorso di caffè, gli chiese:
«Allora, mia sorella si è comportata bene?».
«Il cibo era fantastico e mi devi quel disco di Caruso.»
«È andata così male? Be’, non si può certo essere tutti
vincenti.»
Nessuno dei due si accorse che Emma era entrata nella sala

317
finché non fu accanto a loro. Harry scattò in piedi e le offrì la sua
sedia. «Mi spiace lasciarvi» disse, «ma devo essere ai Musei
Vaticani alle dieci.»
«Di’ a Caterina che le voglio bene!» gridò Giles, mentre Harry
usciva quasi di corsa dalla sala delle colazioni.
Giles attese che Harry non fosse più in vista prima di chiedere
alla sorella: «Allora, com’è andata ieri sera?».
«Sarebbe potuta andare peggio» disse, prendendo un
croissant. «È un tipo piuttosto serio, vero?»
«Dovresti vedere Deakins…»
Emma rise. «Be’, per lo meno il cibo era buono. Però non
scordarti che ora il tuo grammofono è mio.»

318
37

Giles in seguito l’avrebbe descritta come la notte più


memorabile della sua vita… ma per le ragioni sbagliate.
Lo spettacolo teatrale annuale era uno degli eventi principali
nel calendario della Bristol Grammar School, soprattutto perché
la città vantava un’ottima tradizione teatrale e il 1937 si sarebbe
dimostrato un anno speciale.
La scuola, come molte altre in tutto il paese, quell’anno
metteva in scena uno dei testi di Shakespeare che figuravano nel
programma di studi. La scelta era stata tra Romeo e Giulietta e
Sogno di una notte di mezza estate. Il dottor Paget scelse la
tragedia e non la commedia, soprattutto perché aveva un Romeo e
non aveva un Bottom.
Per la prima volta nella storia della scuola, le giovani
studentesse della Red Maids, dalla parte opposta della città,
furono invitate a fare un’audizione per le parti femminili, ma non
prima che si fossero svolte diverse discussioni con la signorina
Webb, la preside, che aveva insistito su una serie di regole di base
che avrebbero impressionato una madre superiora.
Lo spettacolo sarebbe stato messo in scena per tre sere
consecutive nel corso dell’ultima settimana dell’anno scolastico.

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Come sempre, i biglietti del sabato furono i primi a finire perché
gli ex allievi e i genitori del cast desideravano presenziare alla
serata conclusiva.
Giles stazionava nervosamente nel foyer, controllando
l’orologio a più riprese, in attesa dell’arrivo dei genitori e della
sorella minore. Sperava che Harry fornisse un’altra ottima
interpretazione e che suo padre finalmente cambiasse idea e lo
accettasse.
Il critico del Bristol Evening World aveva descritto la
performance di Harry come ben più matura dei suoi anni, ma
aveva riservato i massimi elogi a Giulietta, scrivendo che non
aveva mai visto rappresentare la scena della morte in maniera più
toccante neppure a Stratford.
Giles strinse la mano al signor Frobisher nel momento in cui
questi mise piede nel foyer. Il vecchio direttore del convitto
introdusse il suo ospite, un certo Holcombe, prima di attraversare
il salone e di prendere posto.
Un mormorio si propagò nel pubblico quando il capitano
Tarrant percorse il corridoio centrale e si sedette in prima fila. La
sua recente nomina tra i probi viri della scuola era stata accolta
positivamente da tutti. Mentre si sporgeva di lato per conferire
con il presidente dei probi viri, vide Maisie Clifton seduta solo
qualche fila dietro di lui. Le rivolse un sorriso caloroso, ma non
riconobbe l’uomo accanto a cui era seduta. La sorpresa
successiva giunse quando lesse la lista degli attori.
Il preside e la signora Barton furono tra gli ultimi membri del
pubblico a fare il loro ingresso nel sontuoso teatro. Si
accomodarono in prima fila, accanto a Sir Walter Barrington e al
capitano Tarrant.
Con il passare dei minuti, Giles era sempre più nervoso:

320
iniziava a chiedersi se i genitori si sarebbero presentati prima che
il sipario si alzasse.
«Scusami tanto, Giles» disse sua madre, quando finalmente
comparvero. «È colpa mia, ho perso la concezione del tempo»
aggiunse, mentre lei e Grace si affrettavano a entrare nel teatro.
Suo padre le seguiva a distanza di un metro e inarcò un
sopracciglio quando vide suo figlio. Giles non gli consegnò un
programma, volendo che fosse una sorpresa, per quanto avesse
comunicato la notizia alla madre che, come lui, sperava che suo
marito finalmente trattasse Harry come un amico di famiglia e
non come un estraneo.
Il sipario si alzò dopo che i Barrington ebbero preso posto e
un silenzio carico di attesa calò sul teatro stracolmo.
Quando Harry entrò in scena, Giles scoccò un’occhiata a suo
padre. Siccome non parve esserci alcuna reazione immediata,
iniziò a rilassarsi per la prima volta in tutta la serata. Ma la
beatitudine durò solo fino alla scena del ballo, quando Romeo –
e Hugo – videro Giulietta per la prima volta.
Qualcuno, nelle poltrone accanto ai Barrington, si stizzì di
fronte a quell’uomo irrequieto che guastava lo spettacolo con i
suoi forti sussurri e le sue richieste di vedere un programma.
Quelle stesse persone si stizzirono ancora più dopo che Romeo
ebbe detto: «È dunque una Capuleti?» e che Hugo Barrington si
fu alzato e fu uscito dalla sua fila senza prestare la minima
attenzione ai piedi che calpestava. A quel punto percorse il
corridoio centrale, varcò le porte girevoli e scomparve nella notte.
Passò un po’ di tempo prima che Romeo riprendesse piena
padronanza della situazione.
Sir Walter tentò di fingere di non aver notato quanto stava
accadendo dietro di lui e, per quanto il capitano Tarrant si fosse

321
accigliato, non staccò mai gli occhi dal palco. Se si fosse girato,
avrebbe notato che la signora Clifton aveva ignorato l’uscita a
sorpresa di Barrington, concentrata com’era su ogni parola che i
due giovani amanti avevano da dirsi.
Nel corso dell’intervallo Giles andò a cercare il padre, ma
non lo trovò. Controllò nel parcheggio, dove però non c’era
traccia della Bugatti. Quanto tornò nel foyer, vide il nonno
chinarsi e sussurrare qualcosa all’orecchio di sua madre.
«Hugo è ammattito del tutto?» chiese Sir Walter.
«No, è sanissimo» ribatté Elizabeth, senza fare il minimo
tentativo di mascherare la rabbia.
«E, allora, in nome di Dio, cosa si è messo in testa di fare?»
«Non ne ho idea.»
«Può avere a che fare con quel ragazzo, Clifton?»
Gli avrebbe risposto se Jack Tarrant non avesse attraversato la
sala per raggiungerli.
«Tua figlia ha un talento notevole, Elizabeth» le disse, dopo
averle baciato la mano, «oltre al vantaggio di aver ereditato la tua
bellezza.»
«E tu sei un vecchio adulatore, Jack» ribatté lei, per poi
aggiungere: «Non credo che tu abbia mai incontrato mio figlio
Giles».
«Buonasera, signore» disse Giles. «È davvero un onore
conoscerla. Mi permetta di farle le mie congratulazioni per la sua
recente nomina.»
«Grazie, giovanotto» disse Tarrant. «E come giudichi la
prestazione del tuo amico?»
«Notevole, ma lei sapeva…»
«Buonasera, signora Barrington.»
«Buonasera, preside.»

322
«Devo essere l’ultimo di una lunga serie di persone che
desiderano aggiungere la loro…»
Giles osservò il capitano Tarrant sgattaiolare via e raggiungere
la madre di Harry, e si chiese come facessero a conoscersi.
«Che bello vederla, capitano Tarrant.»
«E che bello vedere lei, signora Clifton. Stasera è davvero
incantevole. Se Cary Grant avesse saputo che a Bristol esisteva
una bellezza simile, non ci avrebbe mai abbandonati per
Hollywood.» A quel punto, abbassò la voce. «Sapeva che Emma
Barrington avrebbe interpretato il ruolo di Giulietta?»
«No. Harry non me l’ha detto. Ma, in fondo, perché avrebbe
dovuto dirmelo?»
«Speriamo che l’affetto reciproco che mostrano sul palco non
sia altro che buona recitazione perché, se fosse davvero ciò che
provano l’uno nei confronti dell’altra, potremmo avere per le
mani un problema ancora più grosso.» Si guardò intorno per
essere certo che nessuno stesse ascoltando. «Presumo che lei non
abbia ancora detto nulla a Harry, giusto?»
«Nemmeno una parola» disse Maisie. «E, a giudicare dal
comportamento maleducato di Barrington, sembra che anche lui
sia stato colto di sorpresa.»
«Buonasera, capitano Tarrant» salutò la signorina Monday,
sfiorando il braccio di Jack. Al suo fianco c’era la signorina Tilly.
«Che carino da parte sua venire fin da Londra per vedere il suo
pupillo.»
«Mia cara signorina Monday» disse Tarrant, «Harry è in tutto
e per tutto anche il suo pupillo e sarà felicissimo di sapere che lei
è venuta fin qui dalla Cornovaglia per assistere alla sua
esibizione.»
La signorina Monday fece un sorriso radioso mentre il suono

323
della campanella segnalava agli spettatori di tornare a sedersi.
Una volta che tutti si furono riaccomodati ai rispettivi posti, il
sipario si alzò per la seconda parte, per quanto una poltrona della
sesta fila restasse vistosamente vuota. La scena della morte fece
venire le lacrime agli occhi anche a chi non aveva mai versato una
lacrima in pubblico, mentre la signorina Monday non piangeva
tanto da quando Harry aveva cambiato voce.
Nel momento in cui calò il sipario, il pubblico si alzò in piedi
come se fosse una sola persona. Harry ed Emma furono accolti da
uno scroscio di applausi non appena si avvicinarono al bordo del
palco, mano nella mano, e furono acclamati da uomini adulti che
di rado mostravano i propri sentimenti.
Quando si voltarono per farsi reciprocamente l’inchino, la
signora Barrington sorrise e arrossì. «Santo cielo, non stavano
recitando» disse, a voce sufficientemente alta perché Giles la
udisse. Lo stesso pensiero era passato per la mente di Maisie
Clifton e Jack Tarrant ben prima che gli attori facessero l’inchino
finale.
La signora Barrington, Giles e Grace andarono dietro le
quinte, dove trovarono Romeo e Giulietta, ancora mano nella
mano, mentre si formava una coda di persone desiderose di
coprirli di elogi.
«Sei stato fantastico» disse Giles, dando una pacca sulla
schiena all’amico.
«È vero» disse Harry, «ma Emma è stata magnifica.»
«Allora, quando è successo?» gli sussurrò.
«Tutto è iniziato a Roma» ammise Harry, con un sorrisino
malizioso.
«E pensare che ho sacrificato il mio disco di Caruso, per non
parlare del mio grammofono, per farvi mettere insieme.»

324
«Oltre ad averci pagato la nostra prima cena romantica.»
«Dov’è papà?» chiese Emma, guardandosi intorno.
Grace stava per dire alla sorella cos’era successo quando
apparve il capitano Tarrant.
«Congratulazioni, ragazzo mio» disse. «Sei stato davvero
fantastico.»
«Grazie, signore» disse Harry, «ma non penso che lei abbia
incontrato la vera stella dello spettacolo.»
«In effetti no. Lasci che le dica che, se avessi quarant’anni di
meno, rintuzzerei gli assalti di tutti i miei rivali, signorina.»
«Lei non ha rivali per il mio affetto» disse Emma. «Harry non
fa che ripetermi quanto lei abbia fatto per lui.»
«È una strada a doppio senso» ribatté Jack, intanto che Harry
scorgeva sua madre e le gettava le braccia al collo.
«Sono così fiera di te» disse Maisie.
«Grazie, mamma. Ma lascia che ti presenti Emma Barrington»
disse, cingendo la vita di Emma con un braccio.
«Ora capisco perché suo figlio è così bello» disse Emma
stringendo la mano della mamma di Harry. «Mi permetta di
presentarle mia madre» aggiunse.
Era un incontro a cui Maisie pensava da anni, tuttavia non era
certo quello lo scenario che le era passato per la mente. Era
timorosa quando strinse la mano di Elizabeth Barrington, ma fu
accolta da un sorriso così cordiale che le risultò presto chiaro che
quella donna era del tutto all’oscuro di qualsiasi possibile legame
tra loro.
«E lui è il signor Atkins» disse Maisie, presentando l’uomo
che le era stato seduto accanto nel corso della rappresentazione.
Harry non lo aveva mai incontrato prima. Osservando la
pelliccia di sua madre, si chiese se il signor Atkins fosse il

325
motivo per cui ora lui possedeva tre paia di scarpe.
Stava per rivolgergli la parola, quando fu interrotto dal dottor
Paget, che intendeva presentargli il professor Henry Wyld. Harry
riconobbe immediatamente il nome.
«Mi è stato detto che spera di venire a Oxford a studiare
Inglese» disse Wyld.
«Solo se sarà lei il mio insegnante, signore.»
«Vedo che il fascino di Romeo non è rimasto sul
palcoscenico.»
«Le presento Emma Barrington, signore.»
Il titolare della cattedra di Lingua e Letteratura inglese del
Merton College di Oxford fece un lieve inchino. «È stata davvero
favolosa, signorina.»
«Grazie, signore» disse Emma. «Anch’io spero che lei sia il
mio insegnante» aggiunse. «Ho fatto domanda al Somerville
College in vista dell’anno prossimo.»
Jack Tarrant lanciò un’occhiata alla signora Clifton e non gli
sfuggì l’espressione apertamente inorridita dei suoi occhi.
«Nonno» disse Giles, quando il presidente dei probi viri li
raggiunse. «Non penso che tu conosca il mio amico, Harry
Clifton.»
Sir Walter strinse con calore la mano di Harry, prima di
abbracciare la nipote. «Voi due avete reso fiero un vecchio» disse.
A Jack e Maisie cominciava a essere dolorosamente chiaro
che i due sfortunati innamorati non avevano idea dei problemi
che avevano scatenato.
Sir Walter ordinò all’autista di accompagnare la signora
Barrington e i suoi figli a Manor House. Malgrado il trionfo di
Emma, la madre non fece il minimo sforzo per nascondere le sue
emozioni mentre l’automobile si dirigeva verso la Chew Valley.

326
Quando varcarono i cancelli e si avvicinarono alla casa, Giles
notò che qualche luce era ancora accesa nel salotto.
Dopo che l’autista li ebbe fatti scendere, Elizabeth si diresse
in salotto dicendo a Giles, Emma e Grace di andare a letto, con
un tono di voce che nessuno di loro sentiva da molti anni. Con
una certa riluttanza, Giles ed Emma salirono l’ampio scalone, ma
si sedettero sull’ultimo gradino nell’istante in cui la loro madre
sparì alla vista, mentre Grace raggiunse obbediente la sua camera.
Giles si chiese addirittura se la madre avesse lasciato la porta
aperta di proposito.
Quando Elizabeth mise piede nella stanza, il marito non si
prese la briga di alzarsi. Lei notò una bottiglia mezza vuota di
whisky e un tumbler sul tavolo accanto a lui.
«Sono certa che tu abbia una spiegazione per il tuo
comportamento imperdonabile, vero?»
«Non ti devo spiegare nulla.»
«Stasera Emma è riuscita in qualche modo a mostrarsi
superiore al tuo terribile comportamento.»
Barrington si versò un altro bicchiere di whisky e ne bevve un
sorso. «Ho dato disposizione affinché Emma venga
immediatamente allontanata dalla Red Maids. Il prossimo anno
frequenterà una scuola abbastanza lontana da impedirle di vedere
quel ragazzo.»
Emma scoppiò in lacrime sulla scalinata. Giles le mise un
braccio intorno alle spalle.
«Cosa potrebbe aver mai fatto Harry Clifton per spingerti ad
assumere una condotta così vergognosa?»
«Non ti riguarda.»
«Altroché se mi riguarda» replicò Elizabeth, cercando di
restare calma. «Stiamo discutendo di nostra figlia e del migliore

327
amico di tuo figlio. Se Emma si è innamorata di Harry, e ho il
sospetto che sia così, non riesco a pensare a un giovane uomo più
garbato o più carino di cui invaghirsi.»
«Harry Clifton è figlio di una sgualdrina. Ecco perché suo
marito l’ha lasciata. E, ripeto, Emma non avrà mai più il
permesso di entrare in contatto con quel bastardello.»
«Vado a letto, prima di uscire dai gangheri. Che non ti passi
neppure per la testa di raggiungermi, nelle tue attuali
condizioni.»
«Non avevo alcuna intenzione di raggiungerti, in qualsiasi
condizione» disse Barrington, versandosi un altro whisky. «Non
ricordo che tu mi abbia mai dato piacere in camera da letto.»
Emma scattò in piedi e corse nella sua stanza, chiudendo la
porta a chiave. Giles non si mosse.
«Sei chiaramente ubriaco» disse Elizabeth. «Ne parleremo
domattina, quando sarai sobrio.»
«Domattina non ci sarà nulla di cui parlare» biascicò
Barrington mentre la moglie usciva dalla stanza. Un istante dopo,
la sua testa ripiombò sul cuscino e lui iniziò a russare.
Quando Jenkins aprì le imposte del salotto, alle otto del
mattino seguente, non mostrò la minima sorpresa nel trovare il
suo padrone sprofondato in una poltrona, immerso in un sonno
profondo e con lo smoking ancora addosso.
La luce del mattino diede una scossa a Barrington, che batté
le palpebre e scrutò il maggiordomo, prima di dare un’occhiata al
suo orologio.
«Una macchina verrà a prendere la signorina Emma tra circa
un’ora, Jenkins, per cui si assicuri che abbia fatto le valigie e sia
pronta.»
«La signorina Emma non è qui, signore.»

328
«Cosa? E dov’è?» volle sapere Barrington. Tentò di alzarsi in
piedi ma barcollò per un istante, prima di ricadere sulla poltrona.
«Non ne ho idea, signore. Lei e la signora Barrington sono
uscite poco dopo la mezzanotte.»

329
38

«Dove pensi che siano andate?» chiese Harry, dopo che Giles
gli ebbe descritto quanto accaduto al suo ritorno a Manor House.
«Non ne ho idea» rispose Giles. «Dormivo quando sono
uscite di casa. Tutto quello che sono riuscito a strappare a
Jenkins è che un taxi le ha portate alla stazione poco dopo la
mezzanotte.»
«E dici che tuo padre era ubriaco quando ieri sera siete
tornati a casa?»
«Fradicio. E non era sobrio nemmeno quando stamattina sono
sceso a far colazione. Gridava e strepitava contro chiunque si
trovasse davanti. Ha addirittura tentato di dare tutta la colpa a me.
È stato allora che ho deciso di andare a stare dai nonni.»
«Pensi che tuo nonno sappia dove sono?»
«Non credo, anche se non mi è parso particolarmente
sorpreso quando gli ho spiegato cos’era successo. La nonna ha
detto che mi sarei potuto fermare da loro fin tanto che avessi
voluto.»
«Non possono essere a Bristol» osservò Harry, «se il taxi li ha
portati alla stazione.»
«A quest’ora, potrebbero essere ovunque.»

330
Nessuno dei due parlò per un po’, finché Harry disse: «Nella
vostra villa in Toscana, magari?».
«Improbabile» disse Giles. «È il primo posto a cui penserebbe
mio papà, per cui lì non sarebbero al sicuro a lungo.»
«Allora deve trattarsi di un posto in cui a tuo padre non
verrebbe mai in mente di andare a cercarle.» Ancora una volta, i
due ragazzi si zittirono, finché Harry disse: «Conosco qualcuno
che potrebbe sapere dove sono».
«E chi sarebbe?»
«Il Vecchio Jack» disse Harry, che non riusciva ancora a
chiamarlo capitano Tarrant. «So che ha fatto amicizia con tua
madre e che lei si fida di lui.»
«Sai dove potrebbe essere in questo momento?»
«Chiunque legga il Times lo sa» disse Harry, sdegnosamente.
Giles diede un pugno leggero al braccio dell’amico. «E allora
dov’è, sapientone?»
«Sarà nel suo ufficio di Londra. Soho Square, se ricordo
bene.»
«Ho sempre desiderato una scusa per passare una giornata a
Londra» disse Giles. «Peccato solo che io abbia lasciato tutti i
soldi a casa.»
«Non è un problema» disse Harry. «Sono ricco. Quell’Atkins
mi ha dato una banconota da cinque sterline, anche se mi ha detto
di spenderla in libri.»
«Non preoccuparti. Posso escogitare un piano alternativo.»
«Sarebbe a dire?» chiese Harry, con aria speranzosa.
«Possiamo starcene con le mani in mano in attesa che Emma
ti scriva.»
Stavolta fu Harry a dare un pugno all’amico. «D’accordo. Ma
sarà meglio che ci diamo da fare, prima che qualcuno scopra le

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nostre intenzioni.»
«Non sono abituato a viaggiare in terza classe» disse Giles
nel momento in cui il treno uscì da Temple Meads.
«Allora sarà meglio che tu ci faccia l’abitudine, se sono io a
pagare» ribatté Harry.
«Dimmi una cosa, Harry. Cosa sta facendo il tuo amico, il
capitano Tarrant? So che il governo lo ha nominato direttore della
Citizens Displacement Unit, titolo decisamente altisonante, però
non so bene cosa faccia in realtà.»
«Quello che dice il nome. A lui spetta trovare una
sistemazione per i rifugiati, soprattutto per le famiglie in fuga
dalla tirannia della Germania nazista. Dice che porta avanti il
lavoro di suo padre.»
«Persona eccellente, il capitano Tarrant.»
«Non immagini quanto» disse Harry.
«Biglietti, prego.»
Per buona parte del viaggio, i due ragazzi cercarono di capire
dove potessero trovarsi Emma e la signora Barrington ma, quando
il treno fece il suo ingresso alla stazione di Paddington, non
erano ancora giunti a conclusioni certe.
Raggiunsero Leicester Square in metropolitana, uscirono alla
luce del sole e si misero alla ricerca di Soho Square. Mentre
attraversavano il West End, Giles si fece distrarre a tal punto
dalle intense luci al neon e dalle vetrine dei negozi zeppe di
mercanzie mai viste prima che Harry di quando in quando dovette
rammentargli il motivo per cui erano andati a Londra.
Giunti a Soho Square, a nessuno dei due sarebbe potuto
sfuggire il flusso continuo di uomini, donne e bambini male in
arnese, a capo chino, che si trascinavano dentro e fuori dal vasto
edificio sul lato opposto della piazza.

332
I due giovani in blazer, pantaloni grigi di flanella e cravatta
sembrarono stranamente fuori posto quando entrarono
nell’edificio e seguirono le frecce verso il terzo piano. Diversi
profughi si scansarono al loro passaggio, ipotizzando che
dovessero trovarsi lì per questioni ufficiali.
Giles e Harry si unirono alla lunga coda di fronte all’ufficio
del direttore e, forse, sarebbero rimasti lì per tutto il giorno se
una segretaria non fosse uscita e non li avesse notati. Andò
incontro a Harry e gli chiese se fosse venuto per vedere il
capitano Tarrant.
«Sì» disse Harry. «È un caro amico.»
«Lo so» replicò la donna. «L’ho riconosciuta
immediatamente.»
«Come ha fatto?»
«Ha una sua vecchia fotografia sulla scrivania. Seguitemi. Il
capitano Tarrant sarà felicissimo di vedervi.»
La faccia del Vecchio Jack si illuminò quando i due ragazzi –
doveva smetterla di considerarli ragazzi, ormai erano giovani
uomini – entrarono nel suo ufficio. «Che piacere vedervi» disse,
scattando in piedi da dietro la sua scrivania per salutarli. «Allora,
stavolta da chi state scappando?» aggiunse, con un sorriso.
«Da mio padre» disse Giles sommessamente.
Il Vecchio Jack attraversò la stanza, chiuse la porta e li fece
sedere su uno scomodo divano. Prese una sedia e li ascoltò
attentamente mentre gli raccontavano tutto ciò che era successo
da quando si erano visti a teatro, la sera prima.
«Ovviamente, ho visto tuo padre abbandonare il teatro» disse
il Vecchio Jack, «ma non mi sarebbe mai passato per la testa che
potesse trattare tua madre e tua sorella in modo così orribile.»
«Ha idea di dove possano essere, signore?» chiese Giles.

333
«No. Però, se dovessi tirare a indovinare, direi che sono a
casa di tuo nonno.»
«No, signore, ho trascorso la mattinata con il nonno e
nemmeno lui sa dove sono.»
«Non ho specificato quale nonno» disse Jack.
«Lord Harvey?» intervenne Harry.
«Penso di sì» disse Jack. «Da lui si sentirebbero al sicuro,
convinte che Barrington ci penserebbe due volte prima di andare
a cercarle.»
«Ma il nonno possiede almeno tre case, che io sappia» disse
Giles. «Non saprei dove iniziare a cercare.»
«Quanto sono stupido» disse Harry. «So esattamente dov’è.»
«Davvero?» disse Giles. «Dove?»
«Nella sua tenuta di campagna, in Scozia.»
«Sembri molto sicuro» intervenne Jack.
«Solo perché la settimana scorsa ha scritto due righe a Emma
per spiegarle come mai non sarebbe riuscito a presenziare allo
spettacolo della scuola. Pare che passi sempre i mesi di dicembre
e gennaio in Scozia. Ma che mi prenda un colpo se mi ricordo
l’indirizzo.»
«Il castello di Mulgelrie, nelle Highlands» disse Giles.
«Davvero notevole» osservò Jack.
«Non direi, signore. Sono anni che, nel giorno di Santo
Stefano, mia mamma mi costringe a scrivere lettere di
ringraziamento a tutti i miei parenti. Ma, siccome in Scozia non
ci sono mai stato, non ho la più pallida idea di dove sia quel
posto.»
Il Vecchio Jack si alzò e sfilò un grosso atlante dal ripiano
dietro alla scrivania. Cercò Mulgelrie nell’indice, sfogliò diverse
pagine e poi lo posò sulla scrivania, davanti a sé. Dopo aver fatto

334
scorrere un dito da Londra alla Scozia, disse: «Dovrete prendere
il treno notturno a vagoni letto per Edimburgo e poi salire su un
locale per Mulgelrie».
«Non credo che ci restino abbastanza soldi» disse Harry,
controllando nel suo portafogli.
«In tal caso, dovrò fornire a entrambi un voucher ferroviario,
giusto?» disse Jack. Aprì il cassetto della scrivania, estrasse un
grosso blocco color camoscio e strappò due moduli. Li compilò,
li firmò e vi appose un timbro. «Dopo tutto» aggiunse, «siete
chiaramente profughi apolidi in cerca di una casa.»
«Grazie, signore» disse Giles.
«Un consiglio, prima che ve ne andiate» disse il Vecchio Jack,
alzandosi dalla scrivania. «Hugo Barrington non è un uomo a cui
piaccia essere contrariato e, per quanto io sia più che convinto
che non sia propenso a dare noia a Lord Harvey, il ragionamento
non vale necessariamente nel tuo caso, Harry. Per cui sta’ in
guardia finché non sei al sicuro nel castello di Mulgelrie. Se mai
dovessi imbatterti in un uomo dall’andatura zoppicante»
aggiunse, «fa’ attenzione. Lavora per il padre di Giles. È astuto e
pieno di risorse ma, cosa più importante, non è fedele a nessuno,
all’infuori del suo datore di lavoro.»

335
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Giles e Harry finirono in un’altra carrozza di terza classe, ma


erano talmente stanchi che si addormentarono profondamente,
malgrado la frequente apertura e chiusura delle porte nel corso
della notte, lo sferragliare delle ruote sugli scambi e il continuo
fischio del treno.
Giles si svegliò di soprassalto quando il convoglio entrò a
Newcastle, pochi minuti prima delle sei. Guardò fuori dal
finestrino e fu accolto da un’uggiosa giornata grigia e dalla vista
di schiere di soldati in attesa di salire sul treno. Un sergente fece
il saluto militare a un sottotenente che non sembrava molto più
vecchio dello stesso Giles e chiese: «Abbiamo il permesso di
salire sul treno, signore?». Il giovane rispose al saluto e ribatté, a
voce più bassa: «Avanti, sergente», e, così, i soldati iniziarono a
salire in fila indiana.
L’onnipresente minaccia della guerra e la possibilità che lui e
Harry dovessero vestire un’uniforme prima di poter andare a
Oxford non erano mai lontane dalla mente di Giles. Suo zio
Nicholas, che lui non aveva mai incontrato, un ufficiale come il
giovane uomo sul binario, aveva comandato un plotone di soldati
ed era stato falciato a Ypres. Giles si chiese quali sarebbero stati i

336
nomi dei campi di battaglia da commemorare annualmente con i
papaveri, se davvero ci fosse stata un’altra Grande guerra in grado
di porre fine a tutte le guerre.
Il flusso dei suoi pensieri si interruppe quando notò un
riflesso fugace sul finestrino della carrozza. Si girò di scatto, ma
la figura non c’era più. Il monito del capitano Tarrant lo aveva
spinto a una reazione eccessiva, oppure si era trattato di una mera
coincidenza?
Giles posò lo sguardo su Harry che, di fronte a lui, stava
ancora dormendo dopo due notti probabilmente insonni. Quando
il treno fece il suo ingresso a Berwick-on-Tweed, Giles notò lo
stesso uomo passare accanto al suo scompartimento. Un’occhiata
e scomparve. Stava controllando in quale stazione sarebbero
scesi?
Finalmente, Harry si svegliò e stiracchiò le braccia. «Ho una
fame da lupi» disse.
Giles si sporse in avanti e sussurrò: «Credo che su questo
treno ci sia qualcuno che ci segue».
«Cosa te lo fa pensare?» chiese Harry, di colpo sveglissimo.
«Ho visto lo stesso uomo attraversare la nostra carrozza una
volta di troppo.»
«Biglietti, prego!»
Giles e Harry consegnarono i loro voucher al controllore.
«Quanto tempo si ferma questo treno in ogni stazione?» chiese,
una volta che l’uomo ebbe obliterato i loro biglietti.
«Be’, dipende se è in orario o meno» rispose, in tono
leggermente annoiato, «ma mai per meno di quattro minuti, in
base al regolamento della compagnia.»
«Qual è la prossima stazione?» chiese Giles.
«Dunbar. Dovremmo arrivarci tra una trentina di minuti. Però

337
i vostri voucher sono per Mulgelrie» aggiunse, prima di spostarsi
nello scompartimento successivo.
«Perché quelle domande?» chiese Harry.
«Sto cercando di capire se ci stanno seguendo» disse Giles,
«e la prossima parte del mio piano ti coinvolgerà.»
«Quale sarà il mio ruolo?» domandò Harry, spostandosi sul
bordo del sedile.
«Di certo non quello di Romeo» rispose Giles. «Quando il
treno si ferma a Dunbar, voglio che tu scenda mentre io osservo
se qualcuno ti segue. Una volta sul binario, avviati rapidamente
verso il controllo biglietti, dopodiché torna indietro, entra nella
sala d’attesa e prendi una tazza di tè. Non scordarti che hai solo
quattro minuti prima che il treno riparta. E, qualunque cosa tu
faccia, non voltarti, oppure lui capirà che lo stiamo tenendo
d’occhio.»
«Ma, se qualcuno ci sta seguendo, di certo sarà più
interessato a te che a me…»
«Non penso, e di sicuro non se il capitano Tarrant ha ragione,
perché ho la sensazione che il tuo amico sappia più di quanto sia
disposto ad ammettere.»
«Il che non mi dà una grande sicurezza» ammise Harry.
Mezz’ora dopo, il treno sussultò e si fermò a Dunbar. Harry
aprì la porta della carrozza, scese sulla banchina e si diresse verso
l’uscita.
Giles riuscì solo a intravedere l’uomo affrettarsi dietro Harry.
«Beccato» esclamò, per poi appoggiarsi allo schienale e chiudere
gli occhi, convinto che, una volta che quell’uomo si fosse reso
conto che Harry era smontato solo per prendere una tazza di tè,
avrebbe guardato dalla sua parte per assicurarsi che non avesse
abbandonato la carrozza anche lui.

338
Giles riaprì gli occhi quando Harry fu di nuovo nello
scompartimento, con una barretta di cioccolato in mano.
«Be’?» disse Harry. «Hai visto qualcuno?»
«Certo che sì» rispose Giles. «Anzi, è appena risalito sul
treno.»
«Che aspetto ha?» chiese Harry, cercando di non sembrare
agitato.
«L’ho visto solo di sfuggita, ma direi che ha una quarantina
d’anni ed poco più di un metro e ottanta di statura, indossa abiti
eleganti e ha i capelli cortissimi. La cosa che non puoi non notare
è la sua zoppia.»
«Dunque ora sappiamo con cosa abbiamo a che fare,
Sherlock. E adesso?»
«Prima di tutto, Watson, è importante ricordare che abbiamo
parecchi vantaggi.»
«Non me ne viene in mente nemmeno uno» disse Harry.
«Tanto per cominciare sappiamo che qualcuno ci segue,
mentre lui non sa che lo sappiamo. Sappiamo anche dove stiamo
andando, cosa che lui chiaramente non sa. In più, siamo in buona
forma fisica e abbiamo la metà dei suoi anni. E, con quella
zoppia, non riuscirà a muoversi tanto velocemente.»
«Ci sai fare in queste cose» disse Harry.
«Ho un vantaggio genetico» ribatté Giles. «Sono figlio di mio
padre.»
Nel momento in cui il treno entrò nella stazione di
Edimburgo Waverley, Giles aveva ormai esposto il suo piano a
Harry una decina di volte. Smontarono dalla carrozza e si
incamminarono lentamente sulla banchina, in direzione del
controllo biglietti.
«Che non ti venga neppure in mente di voltarti» disse Giles

339
mentre mostrava il voucher ferroviario, per poi dirigersi verso una
fila di taxi.
«Al Royal Hotel» disse Giles al tassista. «E mi fa sapere se
un altro taxi ci segue?» aggiunse, prima di raggiungere Harry sul
sedile posteriore.
«Ci ha visto giusto» replicò il tassista, mentre usciva dal
posteggio e si immetteva nel traffico.
«Come fai a sapere che a Edimburgo c’è un Royal Hotel?»
chiese Harry.
«In tutte le città c’è un Royal Hotel» disse Giles.
Qualche minuto dopo, il tassista avvisò: «Non ne sono sicuro,
ma il taxi che si trovava dietro al mio non è tanto lontano da noi».
«Bene» disse Giles. «Quanto costa il tragitto fino al Royal?»
«Due scellini, signore.»
«Gliene darò quattro, se riesce a seminarlo.»
L’autista pigiò immediatamente il piede sull’acceleratore,
facendo sbattere entrambi i passeggeri contro lo schienale del
sedile. Giles si riprese quasi subito e diede un’occhiata allo
specchietto retrovisore, scorgendo il taxi alle loro spalle
accelerare a sua volta. Avevano guadagnato una sessantina di
metri, ma Giles capì che il loro vantaggio non sarebbe durato
tanto.
«Autista, prenda la prossima strada a sinistra e poi rallenti per
un po’. Appena saremo smontati, lei prosegua in direzione del
Royal e non si fermi finché non avrà raggiunto l’albergo.» Un
braccio scattò all’indietro. Harry posò due fiorini sul palmo.
«Quando scendo seguimi e fa’ esattamente quello che faccio
io» disse Giles a Harry, che annuì.
Il taxi girò all’angolo e rallentò per un istante, proprio mentre
Giles apriva la portiera. Saltò sul marciapiede, cadde in terra e si

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rialzò rapidamente, dopodiché corse dentro il negozio più vicino,
gettandosi sul pavimento. Harry lo seguì pochi secondi dopo, si
chiuse la porta alle spalle e fu sul pavimento accanto all’amico
nell’istante in cui il secondo taxi svoltò l’angolo a rotta di collo.
«Posso aiutarvi, signori?» chiese una commessa con le mani
sui fianchi, lo sguardo sui due giovani in terra.
«L’ha già fatto» disse Giles, rimettendosi in piedi e
rivolgendole un sorriso caloroso. Si scrollò la polvere di dosso,
aggiunse un: «Grazie», e uscì dal negozio senza aggiungere una
parola.
Quando Harry si tirò su, si ritrovò faccia a faccia con un
manichino dalla vita stretta che indossava solo un bustino.
Diventò rosso come un peperone, corse fuori dal negozio e
raggiunse Giles sul marciapiede.
«Suppongo che stasera lo zoppo non prenderà una camera al
Royal» osservò Giles, «quindi sarà meglio muoverci.»
«Concordo» disse Harry, mentre Giles fermava un altro taxi.
«Stazione di Waverley» ordinò, prima di accomodarsi sul
sedile posteriore.
«Dove hai imparato a fare tutte queste cose?» chiese Harry,
ammirato, mentre tornavano verso la stazione.
«Sai, Harry, devi leggere meno Joseph Conrad e più John
Buchan, se vuoi sapere come si viaggia in Scozia con un nemico
diabolico alle calcagna.»
Il viaggio fino a Mulgelrie fu decisamente più lento e molto
meno eccitante di quanto fosse stato quello fino a Edimburgo, e
senza traccia di uomini dall’andatura claudicante. Quando la
motrice ebbe finito di trainare le sue quattro carrozze e i suoi due
passeggeri all’interno della piccola stazione, il sole era già
scomparso dietro la montagna più alta. Quel giorno, quando

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scesero dal loro ultimo treno, il capostazione era fermo all’uscita,
in attesa di controllare i biglietti.
«Qualche speranza di trovare un taxi?» chiese Giles mentre
consegnavano i voucher.
«No, signore» rispose il capostazione. «L’autista va a casa
intorno alle sei per il tè e non sarà di ritorno per un’altra ora.»
Giles valutò attentamente se spiegare la logica delle azioni
dell’autista al capostazione e poi chiese: «In tal caso, forse, può
essere così gentile da dirci come raggiungere il castello di
Mulgelrie?».
«Dovrete andarci a piedi» fu la sollecita risposta del
capostazione.
«E in quale direzione sarebbe?» chiese ancora Giles,
cercando di non avere un tono esasperato.
«Circa tre miglia in quella direzione, lassù» disse l’uomo,
puntando il dito verso la sommità della collina. «Non potete
sbagliarvi.»
Lassù finì per rivelarsi l’unica informazione precisa fornita
dal capostazione perché, dopo quasi un’ora di cammino, si era
fatto buio pesto e non c’era ancora traccia di un castello.
Giles stava cominciando a chiedersi se avrebbero dovuto
trascorrere la loro prima notte nelle Highlands in un campo, con
un gregge di pecore a far loro compagnia, quando Harry gridò:
«Eccolo!».
Giles sbirciò nell’oscurità brumosa e, per quanto non
riuscisse ancora a distinguere il contorno di un castello, si sentì
un po’ meglio quando vide qualche luce baluginante dietro
diverse finestre. Seguitarono ad arrancare finché non giunsero in
prossimità di una grossa cancellata doppia in ferro battuto che
non era stata chiusa a chiave. Nel momento in cui iniziarono a

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percorrere il lungo viale di accesso, Giles udì dei latrati, senza
però vedere alcun cane. Dopo un po’ si ritrovarono davanti a un
ponte su un fossato; sull’altra sponda c’era una pesante porta di
quercia che non sembrava un segno di benvenuto per gli estranei.
«Lascia che a parlare sia io» disse Giles mentre percorrevano
il ponte a passo stanco.
Giles bussò con forza per tre volte con il fianco del pugno e,
pochi istanti dopo, la porta si aprì, rivelando un gigante in kilt e
giacca verde petrolio, camicia e cravattino bianchi.
Il capo maggiordomo scrutò dall’alto le due figure stanche e
scarmigliate che gli stavano davanti. «Buonasera, signor Giles»
disse, benché Giles non avesse mai visto quell’uomo in vita sua.
«È da un po’ che sua signoria l’attende e si chiedeva se le andasse
di cenare con lui…»

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40

GILES E HARRY CLIFTON IN VIAGGIO PER MULGELRIE – (STOP)


– ARRIVO PREVISTO SEI CIRCA – (STOP) –
Lord Harvey consegnò il telegramma a Giles e rise. «Inviato
dal nostro amico comune, il capitano Tarrant. Si è sbagliato solo
sul vostro orario di arrivo.»
«Siamo stati costretti a farci a piedi tutto il tragitto dalla
stazione» protestò Giles, tra un boccone e l’altro.
«Sì, in effetti avevo pensato di mandare una macchina a
prendervi all’ora dell’ultimo treno» disse Lord Harvey, «ma non
c’è nulla di meglio di una tonificante camminata sulle Highlands
per farsi venire un bell’appetito.»
Harry sorrise. Non aveva praticamente aperto bocca da
quando erano scesi per cenare e, siccome Emma era stata messa a
sedere all’estremità opposta del tavolo, si era dovuto accontentare
di qualche occhiata malinconica, chiedendosi se li avrebbero mai
lasciati soli.
Il primo piatto consisteva in un denso brodo delle Highlands,
che Harry consumò fin troppo in fretta, e, quando a Giles ne
venne servita una seconda porzione, lasciò che anche la sua
scodella venisse riempita di nuovo. Harry ne avrebbe chiesto una
terza razione se tutti gli altri non avessero seguitato a conversare

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amabilmente in attesa che lui e Giles finissero, prima che venisse
servito il secondo.
«Non dovete preoccuparvi che qualcuno possa chiedersi dove
siete» disse Lord Harvey, «perché ho già inviato dei telegrammi a
Sir Walter e alla signora Clifton per informarli che state bene e
siete al sicuro. Non mi sono preso la briga di contattare tuo
padre, Giles» aggiunse, senza ulteriori commenti. Il ragazzo
lanciò un’occhiata all’altro capo del tavolo e vide sua madre
increspare le labbra.
Qualche istante dopo, le porte della sala da pranzo si
spalancarono e diversi domestici in livrea entrarono per portare
via le scodelle per la zuppa. Seguirono altri tre domestici con
vassoi d’argento su cui poggiavano quelli che a Harry parvero sei
polletti.
«Spero proprio che le piaccia il gallo cedrone, signor
Clifton» disse Lord Harvey, la prima persona che lo avesse mai
chiamato signore, mentre veniva servito. «Li ho cacciati con il
mio fucile.»
A Harry non venne in mente una risposta adeguata. Osservò
Giles prendere in mano coltello e forchetta e iniziare a tagliare
sottili fette di carne, il che lo fece ripensare al loro primo pasto
insieme alla St Bede’s. Quando anche quei piatti vennero portati
via, Harry era riuscito a mangiarne solo tre piccoli bocconi e si
chiese quale età avrebbe dovuto avere prima di poter dire: «No,
grazie, preferirei un’altra scodella di zuppa».
Le cose migliorarono leggermente quando un grosso piatto
contenente vari tipi di frutta, che in alcuni casi Harry non aveva
mai visto prima, fu sistemato al centro del tavolo. Gli sarebbe
piaciuto chiedere al padrone di casa il nome e il paese di
provenienza di ogni frutto, ma si ricordò della sua prima banana e

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del conseguente imbarazzo. Si accontentò di seguire l’esempio di
Giles, scrutandolo con attenzione per stabilire quali andassero
sbucciati, quali tagliati e quali semplicemente morsi.
Quand’ebbe finito, apparve un domestico che gli sistemò una
scodella d’acqua accanto al piatto. Stava per sollevarla e berla,
quando vide Lady Harvey infilarvi le dita e, qualche istante dopo,
un domestico passarle un tovagliolo di lino per consentirle di
asciugarsi le mani. Harry intinse le sue dita nell’acqua e, come
per magia, un tovagliolo apparve all’istante.
Dopo cena, le signore si ritirarono in salotto. Harry avrebbe
voluto raggiungerle per raccontare a Emma tutto ciò che era
successo da quando si era avvelenata sul palco. Ma lei era appena
uscita dalla stanza quando Lord Harvey tornò a sedersi e fece un
cenno al vice-maggiordomo, che offrì un sigaro a sua eccellenza
mentre un altro domestico gli versava un bel bicchiere di cognac.
Dopo che ne ebbe bevuto un sorso, fece ancora un cenno e
altri bicchieri vennero sistemati davanti a Giles e Harry. Il
maggiordomo chiuse l’humidor, prima di riempire i loro bicchieri
di brandy.
«Bene» disse Lord Harvey, dopo un paio di tiri profondi. «Se
ho capito bene, sperate entrambi di entrare a Oxford, vero?»
«Harry è in una botte di ferro» disse Giles. «Io, invece, dovrò
totalizzare un paio di century nel corso dell’estate e
possibilmente uno al Lord’s, se voglio che gli esaminatori
passino sopra le mie carenze più vistose.»
«Giles fa il modesto, signore» intervenne Harry. «Ha le mie
stesse probabilità di vedersi offrire un posto. Dopo tutto, non è
solo il capitano della squadra di cricket, è pure il capitano della
scuola.»
«Posso assicurarvi che, se ci riuscirete, saranno tre degli anni

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più felici della vostra vita. Sempre che Herr Hitler non sia
talmente stupido da insistere nel volere la rivincita dell’ultima
guerra, nella vana speranza di invertirne il risultato.»
I tre uomini sollevarono i bicchieri e Harry bevve il suo primo
brandy. Il sapore non gli piacque e si chiese se sarebbe stato
sgarbato non finirlo, quando Lord Harvey andò in suo soccorso.
«Forse è venuto il momento di raggiungere le signore» disse,
finendo il suo bicchiere. Posò il sigaro su un posacenere, si alzò
e uscì solennemente dalla sala da pranzo, senza attendere un
commento. I due giovani attraversarono il salone e lo seguirono
nel salotto.
Lord Harvey si accomodò accanto a Elizabeth, mentre Giles
fece l’occhiolino a Harry e andò verso la nonna. Harry si sedette
sul divano accanto a Emma.
«È stato molto galante da parte tua venire fin qui» gli disse
lei, sfiorandogli la mano.
«Mi dispiace davvero per quanto è successo dopo lo
spettacolo. Spero solo di non essere stato io la causa scatenante
di questo problema.»
«Come potresti essere stato tu, Harry? Non hai mai fatto nulla
per spingere mio padre a rivolgersi a mia mamma in quel modo.»
«Non è un mistero, però, che secondo tuo padre non è il caso
che tu e io stiamo insieme, nemmeno su un palco.»
«Parliamone domattina» gli sussurrò Emma. «Possiamo fare
una lunga passeggiata in collina e stare per conto nostro. Solo le
mucche delle Highlands potranno udire le nostre parole.»
«Non vedo l’ora» disse Harry. Gli sarebbe piaciuto prenderle
la mano, ma c’erano decisamente troppi occhi puntati su di loro.
«Voi due giovanotti sarete stanchissimi, dopo un viaggio così
faticoso» disse Lady Harvey. «Perché non andate a letto? Ci

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vediamo domattina a colazione.»
Harry non voleva andare a letto; voleva restare con Emma e
scoprire se avesse finalmente capito perché suo padre era così
contrario alla loro unione. Ma Giles si alzò immediatamente,
baciò la nonna e la madre sulla guancia e salutò tutti, senza
lasciare a Harry altra scelta che unirsi a lui. Si sporse e baciò
Emma su una guancia, ringraziò il padrone di casa per la
splendida serata e seguì Giles fuori dalla stanza.
Mentre attraversavano il salone, Harry si fermò ad ammirare
un quadro di una scodella di frutta dipinto da un artista di nome
Peploe, quando Emma schizzò fuori dal salotto, gli gettò le
braccia al collo e gli diede un bacetto sulle labbra.
Giles salì le scale come se non se ne fosse accorto, mentre
Harry teneva d’occhio la porta del salotto. Emma si staccò da lui
quando la udì aprirsi alle sue spalle.
«Buonanotte, buonanotte, separarci è un dolore sì dolce…»
sussurrò.
«… che non mi stancherò di dirti buonanotte fino a giorno»
rispose Harry, concludendo la citazione.
«Dove siete diretti voi due?» chiese Elizabeth Barrington,
uscendo dalla sala delle colazioni.
«Saliremo sul Crag Cowen» disse Emma. «Non aspettateci,
perché potreste non vederci mai più.»
Sua madre rise. «In tal caso, mettetevi qualcosa di pesante
perché persino le pecore prendono il raffreddore sulle
Highlands.» Attese che Harry avesse chiuso la porta alle loro
spalle, prima di aggiungere: «Giles, tuo nonno desidera vederti
nel suo studio alle dieci».
A Giles parve più un ordine che una richiesta. «Sì, madre»
disse, prima di guardare fuori dalla finestra e osservare Harry ed

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Emma percorrere il sentiero in direzione del Crag Cowen.
Avevano fatto pochi metri quando Emma prese la mano di Harry.
Sorrise mentre svoltavano l’angolo e sparivano dietro una fila di
pini.
Non appena l’orologio del salone iniziò a suonare, Giles
percorse rapidamente il corridoio per raggiungere lo studio del
nonno prima del decimo rintocco. I suoi nonni e sua madre
smisero di parlare nell’istante in cui lui mise piede nella stanza.
Era chiaro che lo stavano aspettando.
«Accomodati, caro» gli disse suo nonno.
«Grazie, signore» rispose Giles, andando a sedersi tra la
madre e la nonna.
«Suppongo che il modo migliore per descrivere la situazione
sia chiamarlo un consiglio di guerra» disse Lord Harvey,
spostando lo sguardo dalla poltrona di cuoio dallo schienale alto
come se stesse dando inizio a una riunione aziendale. «Cercherò
di mettere tutti al corrente degli ultimi sviluppi, prima di decidere
quale possa essere la linea di condotta migliore.»
Giles si sentiva lusingato di essere considerato dal nonno un
membro del comitato familiare a tutti gli effetti.
«Ieri sera ho telefonato a Walter. Si è detto sbigottito dal
comportamento di Hugo allo spettacolo teatrale tanto quanto lo
sono stato io quando Elizabeth me ne ha parlato, anche se ho
dovuto spiegargli cos’è successo dopo che lei era tornata a Manor
House.»
La madre di Giles chinò il capo, ma non lo interruppe.
«Poi, gli ho detto che avevo chiacchierato a lungo con mia
figlia e che eravamo giunti alla conclusione che c’erano solo due
possibilità.»
Giles si appoggiò allo schienale della sua sedia, ma non si

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rilassò.
«Ho detto chiaramente a Walter che, per prendere in
considerazione l’idea di un ritorno di Elizabeth a Manor House,
sarebbe stato necessario che Hugo facesse diverse concessioni.
Prima di tutto, deve chiedere esplicitamente scusa per il suo
comportamento orribile.»
La nonna di Giles espresse il proprio apprezzamento con un
cenno.
«In secondo luogo, non dirà mai più – ripeto, mai più – che
Emma debba cambiare scuola e in futuro sosterrà gli sforzi della
ragazza per ottenere un posto a Oxford. Dio solo sa quanto sia
difficile oggigiorno per un giovane uomo ottenere i voti necessari,
ma è quasi impossibile per una donna, dannazione.
«La mia terza e più importante richiesta – e, a tal proposito,
sono stato davvero categorico – è che lui ci spieghi perché mai
continui a trattare in modo così orribile Harry Clifton. Sospetto
che abbia a che fare con il furto ai danni di Hugo messo in atto
dallo zio di Harry. I peccati del padre sono una cosa, ma quelli di
uno zio… Rifiuto di accettare il fatto che, come ha spesso
sostenuto davanti a Elizabeth, lui consideri Clifton indegno di
frequentare i suoi figli semplicemente perché suo padre era un
portuale e sua madre fa la cameriera. Forse Hugo si è scordato
che mio nonno era un impiegato a chiamata per una società di
mercanti di vino, che suo nonno abbandonò gli studi all’età di
dodici anni e iniziò la carriera da portuale come il padre del
giovane Clifton e che – nel caso, appunto, se ne fosse
dimenticato – io sono il primo Lord Harvey di questa famiglia e
che più nuovi ricchi di così non si può essere.»
Giles avrebbe voluto fargli un applauso.
«Ora, è impossibile non aver notato» continuò Lord Harvey,

350
«quanto Emma e Harry si vogliano bene, il che non sorprende,
dato che si tratta di due giovani eccezionali. Se, al momento
giusto, la loro relazione dovesse fiorire, nessuno ne sarebbe più
felice di Victoria e del sottoscritto. A tal proposito, Walter si è
detto del tutto d’accordo con me.»
Giles sorrise. Gli piaceva l’idea che Harry diventasse un
membro della famiglia, anche se non credeva che suo padre
l’avrebbe mai accettato.
«Ho detto a Walter» seguitò suo nonno, «che, se Hugo non
volesse accogliere questi termini, a Elizabeth non resterebbe altra
scelta che avviare subito le pratiche per il divorzio. Io stesso sarei
costretto a rassegnare le dimissioni dal consiglio di
amministrazione della Barrington’s e a esprimere pubblicamente
le ragioni di tale scelta.»
La cosa rattristò Giles, ben sapendo che in nessuna delle due
famiglie c’era mai stato un divorzio.
«Walter ha gentilmente accettato di farsi sentire nei prossimi
giorni, quando sarà riuscito a parlare della faccenda con suo
figlio, però mi ha detto che Hugo gli ha già promesso che
smetterà di bere e che gli è parso pentito. Lasciatemi concludere
ricordandovi che questa è una faccenda di famiglia e che non se
ne deve discutere in nessuna circostanza con degli estranei.
Dobbiamo sperare che tutto ciò non si riveli altro che uno
sfortunato incidente e che presto finisca nel dimenticatoio.»
Il mattino seguente, il padre di Giles telefonò e chiese di
parlare con lui. Si scusò abbondantemente, dicendosi davvero
dispiaciuto di avere accusato Giles, quando in realtà era tutta
colpa sua. Supplicò il figlio di fare tutto ciò che era in suo potere
per convincere la madre ed Emma a tornare nel Gloucestershire,
per passare il Natale tutti insieme a Manor House. Sperava,

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inoltre, come si era augurato suo suocero, che quell’incidente
venisse presto dimenticato. Non menzionò in alcun modo Harry
Clifton.

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41

Una volta scesi dal treno a Temple Meads, Giles e sua madre
attesero a bordo dell’automobile che Emma salutasse Harry.
«Hanno appena trascorso insieme gli ultimi nove giorni»
osservò Giles. «Si sono scordati che si rivedranno domani?»
«E probabilmente il giorno seguente» disse la madre di Giles.
«Ma cerca di non dimenticare, per quanto ti possa sembrare
improbabile, che un giorno potrebbe succedere anche a te.»
Emma finalmente li raggiunse, però, quando partirono,
seguitò a guardare fuori dal lunotto posteriore e non smise di
salutare Harry con la mano finché lui non fu scomparso.
Giles non vedeva l’ora di tornare a casa e di scoprire cosa
poteva aver mai combinato Harry per far sì che suo padre lo
trattasse con tale crudeltà nel corso degli anni. Di certo, non
poteva essere nulla di peggio che aver rubato allo spaccio o non
aver superato volutamente un esame. Aveva preso in
considerazione parecchie possibilità, nessuna delle quali,
tuttavia, aveva il minimo senso. Ora si augurava di scoprire la
verità. Diede un’occhiata a sua madre. Per quanto manifestasse di
rado le proprie emozioni, era sempre più agitata, man mano che si
avvicinavano alla Chew Valley.

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Il padre di Giles era fermo sul gradino più alto e attendeva di
accoglierli, quando l’automobile si fermò davanti a casa; nessun
segno di Jenkins. Chiese subito scusa a Elizabeth e poi ai suoi
figli, prima di dire quanto avesse sentito la loro mancanza.
«Il tè è pronto in salotto» annunciò. «Vi prego di
raggiungermi appena sarete pronti.»
Giles fu il primo a tornare al piano di sotto e si sedette, con
un certo disagio, sulla sedia di fronte a suo padre. Mentre
attendevano che la madre ed Emma li raggiungessero, lui si limitò
a chiedere a Giles se gli era piaciuta la Scozia e a spiegargli che
la tata aveva portato Grace a Bristol per comprarle la divisa
scolastica. Non nominò Harry Clifton. Qualche minuto dopo,
quando la madre e la sorella di Giles misero piede nella stanza, il
padre scattò in piedi. Una volta che si furono sedute, versò a tutti
una tazza di tè. Era chiaro che non voleva che la servitù udisse
ciò che stava per rivelare.
Non appena tutti si furono messi comodi, il padre di Giles si
sedette sul bordo della sua poltrona e iniziò a parlare a bassa
voce.
«Lasciatemi esordire dicendo a tutti e tre quanto sia stato
inaccettabile il mio comportamento la sera che tutti hanno
descritto come il grande trionfo di Emma. Che tuo padre non
fosse presente quando è calato il sipario è stato di per sé molto
brutto, Emma» dichiarò, fissando la figlia, «ma il modo in cui ho
trattato vostra madre quando siete rientrati più tardi è stato
davvero imperdonabile e mi rendo conto che ci vorrà del tempo
prima che una ferita così profonda possa rimarginarsi.»
Hugo Barrington si coprì il viso con le mani e Giles notò che
stava tremando. Alla fine, si calmò.
«Avete tutti, per ragioni diverse, chiesto perché nel corso

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degli anni ho trattato così male Harry Clifton. È vero che non
sopporto di essere in sua presenza, ma la colpa è tutta mia.
Quando ne conoscerete il motivo, forse inizierete a capirmi e,
magari, pure a solidarizzare con me.»
Giles rivolse un’occhiata a sua madre, rigida sulla sedia. Era
impossibile capire cosa provasse.
«Molti anni fa» continuò Barrington, «quando divenni
amministratore delegato della compagnia, convinsi il consiglio
che avremmo dovuto diversificarci ed entrare nel settore delle
costruzioni navali, malgrado le riserve di mio padre. Firmai un
contratto con una società canadese per la costruzione di un
mercantile chiamato Maple Leaf. Si rivelò non solo un disastro
finanziario per la compagnia, ma anche una catastrofe personale
per me, dalla quale non mi sono mai del tutto ripreso e dalla
quale dubito di potermi mai riprendere. Consentitemi di
spiegarmi meglio.
«Un pomeriggio un portuale fece irruzione nel mio ufficio,
sostenendo che un suo collega era intrappolato nello scafo della
Maple Leaf e che, se non avessi dato l’ordine di aprire una
breccia, la sua vita sarebbe andata perduta. Naturalmente, scesi
subito al bacino di carenaggio e il caposquadra mi assicurò che
quella storia non aveva alcun fondamento. Tuttavia insistetti
affinché gli uomini posassero gli attrezzi per poter udire eventuali
rumori provenienti dall’interno dello scafo. Attesi a lungo ma,
siccome non udii alcun suono, ordinai agli uomini di riprendere a
lavorare, dato che eravamo già in ritardo di diverse settimane
rispetto alla scadenza prevista.
«Ipotizzai che il portuale in questione il giorno dopo si
sarebbe presentato ai cancelli per il solito turno. Però non solo
non si presentò quel giorno… non lo fece mai più. Da allora, ho

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sulla coscienza la sua possibile morte.» Fece una pausa, alzò la
testa e disse: «Il nome di quell’uomo era Arthur Clifton, e Harry
è il suo unico figlio».
Emma iniziò a singhiozzare.
«Voglio che immaginiate, se ci riuscite, quello che mi passa
per la testa ogni volta che vedo quel giovane e come si sentirebbe
lui se mai scoprisse che è forse per causa mia che suo padre è
morto. Il fatto che Harry Clifton sia diventato il migliore amico di
Giles e si sia innamorato di mia figlia è una storia degna di una
tragedia greca.» Si coprì di nuovo il viso e rimase in silenzio per
un paio di minuti. Quando finalmente riprese, disse: «Se avete
delle domande da pormi, farò il possibile per rispondere».
Giles attese che fosse la madre a parlare. «Hai mandato un
innocente in prigione per un reato che non aveva commesso?»
chiese Elizabeth, sommessamente.
«No, mia cara» disse Barrington. «Spero che tu mi conosca
sufficientemente bene per sapere che non sono capace di una cosa
simile. Stan Tancock era un ladro che si è introdotto nel mio
ufficio e mi ha rapinato. Dato che era il cognato di Harry Clifton
– e per nessun’altra ragione – il giorno in cui è stato scarcerato
gli ho restituito il suo posto di lavoro.»
Elizabeth sorrise per la prima volta.
«Padre, mi domando se ho il permesso di farti una domanda»
disse Giles.
«Sì, certo.»
«Hai fatto seguire me e Harry nel nostro viaggio verso la
Scozia?»
«Sì, Giles. Volevo disperatamente scoprire dove fossero tua
madre ed Emma, per potermi scusare per il mio comportamento
indecoroso. Vi prego, cercate di perdonarmi.»

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Tutti rivolsero la loro attenzione a Emma, che non aveva
ancora aperto bocca. Quando lo fece, le sue parole colsero
ciascuno alla sprovvista. «Dovrai dire a Harry tutto quello che hai
detto a noi» sussurrò, «e, se lui sarà disposto a perdonarti, lo
dovrai accogliere nella nostra famiglia.»
«Sarei felicissimo di accoglierlo nella nostra famiglia, mia
cara, anche se sarebbe comprensibile che lui non volesse più
parlare con me. Però non posso raccontargli la verità su ciò che è
accaduto a suo padre.»
«Perché no?» volle sapere Emma.
«Perché la madre di Harry non vuole che lui sappia com’è
morto suo padre, dato che è stato cresciuto nella convinzione che
fosse un uomo coraggioso, morto in guerra. Fino a questo
momento, ho mantenuto la promessa di non rivelare a nessuno
cosa accadde in quel terribile giorno.»
Elizabeth Barrington si alzò e raggiunse suo marito, che
baciò dolcemente. Hugo crollò e scoppiò in singhiozzi. Un
istante dopo, Giles raggiunse i suoi genitori e posò un braccio
sulle spalle del padre.
Emma non si mosse.

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42

«Tua madre è sempre stata così bella?» chiese Giles.


«Oppure, semplicemente, sono io che sto crescendo?»
«Non ne ho idea» ribatté Harry. «Tutto quello che posso dire
è che tua madre è sempre elegantissima.»
«Per quanto voglia bene a quella cara creatura, rispetto alla
tua ha un’aria assolutamente preistorica» disse Giles mentre
Elizabeth Barrington, con un parasole in una mano e una borsetta
nell’altra, si avvicinava.
Giles, al pari di qualsiasi altro ragazzo, aveva temuto l’abito
con il quale la madre si sarebbe presentata. Quanto alla selezione
di cappelli, era peggio di Ascot, con madri e figlie impegnate nel
tentativo di superarsi a vicenda.
Harry studiò meglio sua madre, che stava chiacchierando con
il dottor Paget. Dovette ammettere che destava maggiore
attenzione di buona parte delle altre madri, cosa che trovò un po’
imbarazzante. Ma era contento che non sembrasse più oppressa
da preoccupazioni di natura finanziaria e ipotizzò che l’uomo alla
sua destra avesse a che fare con tutto ciò.
Per quanto fosse grato al signor Atkins, non gli sorrideva
l’idea che diventasse il suo patrigno. Forse in passato il signor

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Barrington era stato troppo premuroso nei confronti della figlia,
ma Harry non poteva negare di sentirsi altrettanto protettivo verso
sua madre.
Di recente, lei gli aveva detto che il signor Frampton era così
soddisfatto del suo lavoro all’albergo da averla promossa al ruolo
di supervisore notturno, concedendole anche un aumento di
stipendio. E, di certo, Harry non aveva più dovuto attendere che i
suoi pantaloni fossero troppo corti prima di sostituirli. Ma
persino lui si era sorpreso quando lei non aveva espresso
commenti sul costo del suo viaggio a Roma con il circolo degli
Amanti dell’arte.
«Che bello vederti nel giorno del tuo trionfo, Harry» disse la
signora Barrington. «Ben due premi, se non sbaglio. Mi dispiace
solo che Emma non possa essere con noi per partecipare al tuo
momento di gloria, però, come ha sottolineato la signorina Webb,
le sue ragazze non possono prendersi una mattinata di libertà in
occasione del giorno dei diplomi e delle premiazioni di qualcun
altro, nemmeno se un loro fratello è il capitano della scuola.»
Il signor Barrington li raggiunse e Giles lo osservò
attentamente mentre stringeva la mano di Harry. C’era una chiara
mancanza di calore da parte di suo padre, per quanto nessuno
potesse negare che stava facendo il possibile per nasconderla.
«Allora, Harry, quando pensi che Oxford si farà sentire?»
chiese Barrington.
«La settimana prossima, signore.»
«Sono convinto che ti offriranno un posto, mentre ho il
sospetto che per Giles sarà una gara molto tirata.»
«Non si dimentichi che anche lui ha avuto il suo momento di
gloria» disse Harry.
«Non me lo ricordo» intervenne la signora Barrington.

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«Credo che Harry si riferisca al century che ho realizzato al
Lord’s, mamma.»
«Per quanto ammirevole, non vedo proprio come possa
aiutarti a farti approdare a Oxford» osservò suo padre.
«In altre circostanze sarei d’accordo con te, papà» disse
Giles, «non fosse per il fatto che, in quell’occasione, il
professore di Storia era seduto accanto al presidente dell’MCC.»*
La risata che seguì fu coperta dal suono delle campane. I
ragazzi si diressero rapidamente verso il salone, distanziati di
qualche passo dai genitori.
Giles e Harry presero posto nelle prime tre file, tra i prefetti e
i vincitori dei premi.
«Ti ricordi il nostro primo giorno alla St Bede’s» chiese
Harry, «quando eravamo seduti tutti in prima fila, con una paura
folle del dottor Oakshott?»
«Non ho mai avuto paura di Shot» disse Giles.
«No, certo.»
«Però, ricordo che, quando scendemmo a far colazione la
prima mattina, tu leccasti la tua scodella di porridge.»
«E ricordo che tu giurasti che non ne avresti mai più parlato»
disse Harry, a bassa voce.
«E prometto che non lo farò più» ribatté Giles, non a bassa
voce. «Come si chiamava quello spaventoso bulletto che ti prese
a ciabattate durante la prima notte?»
«Fisher. E accadde nella seconda notte.»
«Mi domando cosa stia facendo ora.»
«È probabile che diriga un campo della Gioventù hitleriana.»
«Un buon motivo per andare in guerra, allora» disse Giles,
mentre tutti si alzavano in piedi per accogliere il presidente dei
probi viri e il suo consiglio.

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Il corteo di uomini eleganti fece il suo lento ingresso in fila
indiana dal corridoio e guadagnò il palco. L’ultima persona a
sedersi fu il signor Barton, il preside, ma non prima di aver fatto
accomodare l’ospite d’onore sulla sedia centrale, in prima fila.
Una volta che tutti si furono seduti, il preside si alzò e salutò
genitori e ospiti, prima di fare la relazione annuale della scuola.
Iniziò descrivendo il 1938 come un anno eccellente e, nei
successivi venti minuti, approfondì l’affermazione, fornendo
dettagli sui successi accademici e sportivi della scuola. Terminò
invitando Winston Churchill, Right Honourable, presidente
onorario della Bristol University e membro del Parlamento per
Epping, a tenere un discorso alla scuola e a consegnare i premi.
Il signor Churchill si alzò lentamente e fissò il pubblico per
un po’, prima di iniziare.
«Alcuni ospiti d’onore cominciano il proprio discorso
dicendo al pubblico che, al tempo in cui frequentavano la scuola,
non hanno mai vinto alcun premio e che, anzi, erano tra i peggiori
della loro classe. Non posso fare una simile affermazione: per
quanto non abbia assolutamente mai vinto alcun premio, almeno
non sono mai stato il peggiore della classe; sono stato il secondo
peggiore.»
I ragazzi strepitarono e applaudirono, mentre gli insegnanti
sorrisero. Solo Deakins restò imperturbabile.
Nell’istante in cui le risate si spensero, Churchill si accigliò.
«Oggi, la nostra nazione affronta un altro di quei formidabili
momenti della storia in cui al popolo britannico potrebbe ancora
una volta venir chiesto di decidere il destino del mondo libero.
Molti di voi presenti in questo salone…» Abbassò la voce e
concentrò l’attenzione sulle file di ragazzi seduti davanti a lui,
senza mai puntare lo sguardo verso i genitori. «Chi di noi ha

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vissuto durante la Grande guerra non dimenticherà mai la tragica
perdita di vite umane patita dalla nostra nazione e gli effetti che
ha avuto su un’intera generazione. Dei venti ragazzi della mia
classe a Harrow che sono andati a servire la patria in prima linea
solo tre hanno vissuto abbastanza a lungo per votare. Spero solo
che chiunque terrà questo discorso tra vent’anni non sarà
costretto a far riferimento a quella perdita barbara e inutile di vite
umane chiamandola Prima guerra mondiale. Con quest’unica
speranza, auguro a tutti voi una vita lunga, felice e piena di
successi.»
Giles fu tra i primi ad alzarsi e a tributare all’ospite d’onore
una standing ovation, mentre lui tornava a sedersi. Era convinto
che, se alla Gran Bretagna non fosse rimasta altra scelta che
entrare in guerra, quello era l’uomo che avrebbe dovuto sostituire
Neville Chamberlain nel ruolo di primo ministro. Pochi minuti
dopo, quando tutti si furono nuovamente seduti, il preside invitò
il signor Churchill a consegnare i premi.
Giles e Harry applaudirono quando il signor Barton non solo
annunciò che Deakins era lo studente dell’anno, ma aggiunse:
«Stamattina, ho ricevuto un telegramma dal Balliol College di
Oxford con cui sono stato informato che Deakins ha ottenuto la
borsa di studio in Lettere classiche. Vorrei sottolineare che è
l’unico ragazzo ad aver ottenuto tale riconoscimento nei
quattrocento anni di questa scuola».
Giles e Harry scattarono subito in piedi, mentre un ragazzo
dinoccolato di quasi un metro e novanta, con un paio d’occhiali
dalle lenti spesse e un abito che sembrava ancora appeso alla
gruccia, saliva lentamente sul palco. Anche il signor Deakins
avrebbe voluto scattare in piedi e fare una foto a suo figlio che
riceveva il premio dal signor Churchill, ma non lo fece nel timore

362
che qualcuno lo guardasse male.
Harry fu accolto con calore quando gli venne consegnato il
premio di Inglese, oltre che quello di Lettura della scuola. Il
preside commentò: «Nessuno di noi scorderà mai come ha
interpretato il ruolo di Romeo. Auguriamoci tutti che Harry figuri
tra coloro che la prossima settimana riceveranno un telegramma
che offre loro un posto a Oxford».
Quando il signor Churchill consegnò il premio a Harry,
sussurrò: «Non sono mai andato all’università e rimpiango di non
averlo fatto. Speriamo che lei riceva quel telegramma, Clifton.
Buona fortuna».
«Grazie, signore» disse Harry.
Ma l’applauso più grande del giorno fu riservato a Giles
Barrington, quando salì sul palco per ricevere il premio del
preside in quanto capitano della scuola e capitano della squadra
di cricket. Con grande sorpresa dell’ospite d’onore, il presidente
dei probi viri si alzò e strinse la mano di Giles prima che lui
raggiungesse il signor Churchill.
«Mio nipote, signore» spiegò Sir Walter con notevole
orgoglio.
Churchill sorrise, strinse con forza la mano di Giles e,
guardandolo negli occhi, disse: «Faccia in modo di servire la
patria con la stessa distinzione con cui ha evidentemente servito
la scuola».
Fu in quel momento che Giles capì esattamente cosa avrebbe
fatto se la Gran Bretagna fosse entrata in guerra.
Una volta che la cerimonia si fu conclusa, i ragazzi, i genitori
e gli insegnanti si alzarono come una sola persona per cantare il
Carmen Bristoliense.
Sit clarior, sit dignior, quotquot labuntur menses:

363
Sit primus nobis hic decor, Sumus Bristolienses.
Quando l’ultimo ritornello si fu spento, il preside precedette
l’ospite d’onore e il suo personale giù dal palco, fuori dal salone,
nel sole del pomeriggio. Qualche istante dopo, tutti gli altri si
riversarono sul prato, dove si unirono a loro per il tè. Tre ragazzi
in particolare vennero circondati da sostenitori e da una frotta di
sorelle che pensavano che Giles fosse «proprio carino».
«Non sono mai stata tanto orgogliosa in vita mia» disse la
madre di Harry, abbracciandolo.
«So come si sente, signora Clifton» replicò il Vecchio Jack,
stringendo la mano del ragazzo. «Vorrei solo che la signorina
Monday fosse vissuta sufficientemente a lungo per essere qui
oggi, perché di certo sarebbe stato il giorno più felice della sua
vita.»
Il signor Holcombe era in disparte e attese con pazienza di
esprimere anche le sue congratulazioni. Harry lo presentò al
capitano Tarrant, ignaro del fatto che fossero vecchi amici.
Quando l’orchestra ebbe finito di suonare e le autorità se ne
furono andate, Giles, Harry e Deakins si sedettero per conto loro
sull’erba a rievocare ricordi del passato, ora che non erano più
scolaretti.

* Marylebone Cricket Club, chiamato comunemente MCC, fondato nel 1787


e con sede fissa al Lord’s, di sua proprietà, nell’area urbana di St John’s
Wood, Londra. (N.d.T.)

364
43

Nel pomeriggio di giovedì, un ragazzino del primo anno


recapitò un telegramma nello studio di Harry. Giles e Deakins
attesero con pazienza che lo aprisse, ma lui, invece, consegnò la
piccola busta marrone a Giles.
«Scarichi nuovamente il barile…» esclamò Giles, aprendola.
Non riuscì a mascherare la sorpresa quando lesse il contenuto.
«Non ce l’hai fatta» disse, scioccato.
Harry si abbandonò contro lo schienale della sedia.
«Ad aggiudicarti una borsa di studio superiore. Tuttavia»
aggiunse Giles, leggendo il telegramma ad alta voce, «Siamo
felicissimi di offrirle una borsa di studio inferiore al Brasenose
College, Oxford. Congratulazioni. I dettagli seguiranno nei
prossimi giorni. W.T.S. Stallybrass, preside. Non male, però è
chiaro che non sei nella stessa categoria di Deakins.»
«E tu in quale categoria sei?» domandò Harry, rimpiangendo
immediatamente le sue parole.
«In quella degli studenti non borsisti» disse Giles. «Suona
bene.»
Quel giorno, altri undici telegrammi vennero consegnati a
fortunati candidati della Bristol Grammar School, ma nessuno

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destinato a Giles Barrington.
«Dovresti farlo sapere a tua madre» disse Giles, mentre
mettevano piede nel refettorio per la cena. «È probabile che non
dorma da una settimana per l’agitazione.»
Harry diede un’occhiata al suo orologio. «È troppo tardi, sarà
già uscita per andare al lavoro. Non riuscirò a dirglielo prima di
domattina.»
«Perché non vai all’albergo e non le fai una sorpresa?» disse
Giles.
«Non posso. Considererebbe poco professionale
un’interruzione sul lavoro, e non penso di poter fare
un’eccezione nemmeno per questo» disse, sventolando il
telegramma con aria di trionfo.
«Ma non pensi che abbia il diritto di saperlo?» insistette
Giles. «Dopo tutto, ha sacrificato ogni cosa per dartene la
possibilità. Francamente, se offrissero a me un posto a Oxford,
interromperei mia mamma persino se stesse tenendo un discorso
alla Mothers’ Union. Ti pare, Deakins?»
Deakins si tolse gli occhiali e li pulì con un fazzoletto, da
sempre un’indicazione del fatto che stava riflettendo
profondamente. «Chiederei il parere di Paget, e se lui non
muovesse alcuna obiezione…»
«Buona idea» concordò Giles. «Andiamo a cercarlo.»
«Vieni anche tu, Deakins?» chiese Harry, notando però che
gli occhiali dell’amico erano tornati sulla punta del suo naso,
un’indicazione del fatto che era finito in un altro mondo.
«Vive congratulazioni» disse il dottor Paget, dopo aver letto il
telegramma. «E meritatissime, mi permetto di aggiungere.»
«Grazie, signore» disse Harry. «Mi chiedevo se mi è concesso
di andare al Royal Hotel per comunicare la notizia a mia

366
madre…»
«Non vedo perché no, Clifton.»
«Posso accompagnarlo?» chiese Giles in tono innocente.
Paget esitò. «Sì, Barrington. Ma che non ti passi per la mente
di bere o fumare mentre ti trovi in quell’albergo.»
«Nemmeno un bicchiere di champagne, signore?»
«No, Barrington, nemmeno un bicchiere di sidro» rispose
Paget con fermezza.
Uscendo dai cancelli della scuola, i due ragazzi passarono
accanto a un addetto che, in piedi sulla bicicletta, si protendeva
verso l’alto per accendere un lampione. Chiacchierarono delle
vacanze estive, nel corso delle quali Harry avrebbe raggiunto la
famiglia di Giles in Toscana per la prima volta, e concordarono
sulla necessità di essere di ritorno in tempo per vedere gli
australiani giocare contro il Gloucestershire sul campo della
contea. Discussero della possibilità – o, secondo Harry, della
probabilità – che venisse dichiarata guerra, ora che tutti avevano
ricevuto in dotazione una maschera antigas. Ma nessuno dei due
sfiorò un altro tema che ronzava nella testa di entrambi: in
settembre, Giles avrebbe raggiunto Harry e Deakins a Oxford?
Quando furono nei pressi dell’albergo, Harry iniziò a dubitare
che fosse una buona idea interrompere la madre mentre era al
lavoro, ma Giles aveva già varcato di slancio le porte girevoli e lo
attendeva nella hall.
«Ci vorranno solo un paio di minuti» gli disse quando lo
raggiunse. «Comunicale la bella notizia e poi torniamo subito a
scuola.» Harry annuì.
Giles chiese al portiere dove fosse il Palm Court e lui indicò
un’area rialzata all’estremità opposta della hall. Dopo aver salito
i pochi gradini, Giles si avvicinò al bancone e, a bassa voce,

367
chiese alla receptionist: «Possiamo scambiare due rapide parole
con la signora Clifton?».
«La signora Clifton?» chiese la ragazza. «Ha prenotato un
tavolo?» Fece scorrere un dito sulla lista delle prenotazioni.
«No, lavora qui.»
«Ah, sono nuova» disse la ragazza. «Chiedo a una delle
cameriere, loro lo sapranno.»
«Grazie.»
Harry restò sul gradino più in basso, scrutando la stanza in
attesa di sua madre.
«Hattie» disse la receptionist a una cameriera di passaggio,
«una certa signora Clifton lavora qui?»
«Non più» fu l’immediata risposta. «Da un paio d’anni. È da
allora che non ho sue notizie.»
«Dev’esserci un errore» disse Harry, raggiungendo
rapidamente l’amico.
«Ha idea di dove la possiamo trovare?» si informò Giles,
mantenendo un tono di voce basso.
«No» disse Hattie. «Però potete fare due chiacchiere con
Doug, il portiere di notte. Lavora qui da sempre.»
«Grazie» disse Giles e, rivolgendosi a Harry, aggiunse: «Ci
sarà una spiegazione semplice, ma se preferisci lasciare le cose
come…».
«No, scopriamo se Doug sa dov’è.»
Giles si avviò lentamente verso il bancone del portiere, dalla
parte opposta della sala, dando a Harry il tempo di cambiare idea.
Ma lui non disse una parola. «Lei è Doug?» chiese a un uomo
che indossava una redingote azzurra e sbiadita con dei bottoni
che non luccicavano più.
«Sì, signore» rispose. «Come posso aiutarla?»

368
«Cerchiamo la signora Clifton.»
«Maisie non lavora più qui, signore. Se n’è andata da un paio
d’anni.»
«Sa dove lavora attualmente?»
«Non ne ho idea, signore.»
Giles estrasse il portafogli, tirò fuori mezza corona e la posò
sul bancone. Il portiere la studiò a lungo, prima di riprendere a
parlare. «È possibile che la troviate all’Eddie’s Nightclub.»
«Eddie Atkins?» chiese Harry.
«Credo di sì, signore.»
«Be’, questo spiega tutto» disse Harry. «E dove si trova
l’Eddie’s Nightclub?»
«A Welsh Back, signore» rispose il portiere, intascando la
mezza corona.
Harry uscì dall’albergo senza aprire bocca e salì
immediatamente sul sedile posteriore di un taxi in sosta.
Giles gli si accomodò accanto. «Non pensi che sia il caso di
tornare a scuola?» chiese, dando un’occhiata all’orologio. «La
notizia a tua madre puoi pur sempre dargliela domattina.»
Harry scosse la testa. «Sei stato tu a dire che avresti interrotto
tua madre persino se fosse stata impegnata a parlare alla Mothers’
Union» gli ricordò. «Eddie’s Nightclub, Welsh Back, per favore»
disse con decisione al tassista.
Harry non parlò durante il breve tragitto. Quando il taxi
imboccò un vicolo buio e si fermò di fronte all’Eddie’s, smontò e
si avviò verso l’ingresso, quindi bussò con forza alla porta.
Si aprì uno sportello scorrevole e due occhi fissarono i
ragazzi. «L’ingresso costa cinque scellini a testa» disse la voce
dietro quegli occhi. Giles infilò una banconota da dieci scellini
nella fessura. La porta si spalancò all’istante.

369
I due giovani scesero una scala dall’illuminazione fioca e
raggiunsero il seminterrato. Giles fu il primo a vederla e fece per
andarsene, ma era troppo tardi. Harry, pietrificato, aveva lo
sguardo fisso su una fila di ragazze sedute su altrettanti sgabelli
davanti al bancone del bar. Alcune chiacchieravano con degli
uomini, altre stavano per conto loro. Una di loro, che indossava
una camicetta trasparente, una minigonna di cuoio nero e calze
nere, li avvicinò e disse: «Posso aiutarvi, signori?».
Harry la ignorò. I suoi occhi si posarono su una donna, sul
lato opposto del bar, impegnata ad ascoltare con attenzione un
uomo che le teneva una mano su una coscia. La ragazza si voltò
per vedere chi stesse fissando. «Sai riconoscere una donna di
classe» disse. «Attenzione, però, Maisie è di gusti difficili e devo
avvisarti che non è a buon mercato.»
Harry si voltò e risalì di corsa le scale, aprì la porta e si
precipitò sulla strada, tallonato da Giles. Una volta che Harry fu
sul marciapiede, cadde in ginocchio e vomitò violentemente.
Giles si chinò e cinse l’amico con un braccio, nel tentativo di
consolarlo.
Un uomo che era rimasto nascosto nell’oscurità dall’altro lato
della strada si allontanò zoppicando.

370
EMMA BARRINGTON
1932-1939

371
44

Non dimenticherò mai la prima volta che lo vidi.


Venne a prendere il tè a Manor House per festeggiare il
dodicesimo compleanno di mio fratello. Era così silenzioso e
riservato che mi chiesi come potesse essere il migliore amico di
Giles. L’altro, Deakins, era davvero strano. Mangiò senza sosta e
praticamente non disse una parola in tutto il pomeriggio.
E poi Harry parlò, e lo fece con una voce delicata, gentile, che ti
faceva venir voglia di ascoltarlo. La festa di compleanno sembrava
essere andata a gonfie vele finché mio padre irruppe nella stanza e,
da quel momento, non parlò più o quasi. Non avrei mai creduto che
mio padre potesse essere così sgarbato con qualcuno e non capivo
perché dovesse comportarsi in quel modo con un perfetto
sconosciuto. Ma ancora più inspiegabile fu come reagì quando
chiese a Harry in che giorno cadeva il suo compleanno. Com’era
possibile che una domanda così innocua potesse scatenare una
reazione così estrema? Un istante dopo, mio padre si alzò in piedi e
abbandonò la stanza senza nemmeno salutare Giles e i suoi ospiti.
Notai l’imbarazzo della mamma di fronte al suo comportamento,
anche se si versò un’altra tazza di tè e fece finta di niente.
Qualche minuto dopo, mio fratello e i suoi due amici partirono

372
per tornare a scuola. Lui si voltò e mi sorrise prima di andarsene ma,
proprio come mia madre, feci finta di niente. Però, quando il
portone si fu chiuso, restai alla finestra del salotto a osservare
l’automobile scomparire lungo il viale d’accesso. Mi parve di vederlo
guardare dal lunotto posteriore, ma non ne ero certa.
Dopo che se ne furono andati, la mamma raggiunse
immediatamente lo studio di mio padre e li udii alzare la voce, cosa
che negli ultimi tempi capitava sempre più di frequente. Quando lei
uscì, mi sorrise come se non fosse successo nulla di insolito.
«Come si chiama il migliore amico di Giles?» chiesi.
«Harry Clifton» rispose.
La volta successiva in cui vidi Harry Clifton fu alla funzione
dell’Avvento con i canti natalizi della St Mary Redcliffe. Cantò O
Little Town of Betlehem e la mia migliore amica, Jessica
Braithwaite, mi accusò di essere andata in estasi come se fosse
stato il nuovo Bing Crosby. Non mi presi la briga di negarlo. Dopo la
funzione, lo vidi chiacchierare con Giles e mi sarebbe piaciuto
complimentarmi con lui, ma mio papà sembrava aver fretta di
tornare a casa. Mentre ce ne andavamo, vidi la sua tata dargli un
forte abbraccio.
Ero a St Mary Redcliffe pure la sera in cui cambiò voce, anche
se, al tempo, non capii come mai tante teste si fossero voltate e
alcuni fedeli si fossero messi a sussurrare tra loro. Tutto quel che so
è che da allora non lo udii più cantare.
Quando Giles venne accompagnato in macchina alla scuola
secondaria il primo giorno dell’anno scolastico, implorai mia madre
di poter andare anch’io, ma solo perché volevo incontrare Harry.
Mio padre però non volle sentire ragioni e, malgrado fossi scoppiata
a piangere, mi lasciarono sulle scale insieme alla mia sorella minore
Grace. Sapevo che papà ce l’aveva con Giles perché non gli era stato

373
offerto un posto a Eton, una cosa che ancora oggi non capisco, dato
che molti ragazzi più stupidi di mio fratello superarono l’esame.
Alla mamma sembrava non importare quale scuola avrebbe
frequentato Giles, mentre io ero felicissima che lui andasse alla
Bristol Grammar perché significava che avrei avuto maggiori
probabilità di rivedere Harry.
In effetti, devo averlo visto almeno una decina di volte nei
successivi tre anni, ma lui non si ricordò di nessuna di quelle
occasioni finché non ci incontrammo a Roma.
La nostra famiglia stava trascorrendo le vacanze nella villa in
Toscana, l’estate in cui Giles mi prese da parte e mi disse che aveva
bisogno di un consiglio. Lo faceva solo quando voleva qualcosa. Ma,
quella volta, saltò fuori che entrambi volevamo la stessa cosa.
«E quindi cosa dovrei fare?» chiesi.
«Mi serve una scusa per andare a Roma domani» disse, «perché
devo incontrare Harry.»
«Harry chi?» dissi, fingendo indifferenza.
«Harry Clifton, stupida. È in gita scolastica a Roma e gli ho
promesso di allontanarmi da qui e di trascorrere la giornata con
lui.» Non ebbe bisogno di dire chiaramente che il papà sarebbe stato
contrario. «Non devi far altro» seguitò, «che chiedere alla mamma
se ti può portare a fare un’escursione di un giorno a Roma.»
«Ma vorrà sapere perché voglio andare a Roma.»
«Dille che hai sempre desiderato visitare Villa Borghese.»
«Perché proprio Villa Borghese?»
«Perché Harry sarà lì alle dieci di domattina.»
«E se la mamma dovesse accettare di accompagnarmi? Per te
sarebbe una bella fregatura.»
«Non succederà. Domani hanno in programma un pranzo con
gli Henderson ad Arezzo e, dunque, mi offrirò di accompagnarti.»

374
«E cosa mi viene in tasca?» chiesi, dato che non volevo che Giles
sapesse quanto desideravo vedere Harry.
«Il mio grammofono.»
«Per sempre oppure in prestito?»
Giles non parlò per un po’. «Per sempre» disse, non senza
riluttanza.
«Dammelo subito, o puoi scordartelo.» Con mia grande sorpresa,
obbedì.
Fui ancora più sbalordita quando, l’indomani, mia madre si
bevve la sua storiella. Giles non dovette neppure offrirsi come mio
accompagnatore: fu papà a insistere affinché mi portasse.
Quell’imbroglione di mio fratello finse di protestare, ma alla fine
cedette.
Il mattino seguente mi svegliai presto e riflettei a lungo su cosa
indossare. I miei abiti avrebbero dovuto essere alquanto classici, se
non volevo che mia madre si insospettisse. D’altro canto, però,
volevo essere certa che Harry mi notasse.
Sul treno per Roma, andai in bagno e mi infilai un paio di calze
di seta di mia madre e misi un velo di rossetto, però non al punto da
far sì che Giles se ne accorgesse.
Una volta preso alloggio nel nostro albergo, Giles volle dirigersi
immediatamente verso Villa Borghese. Lo volevo anch’io.
Mentre percorrevamo i giardini e salivamo a piedi verso la villa,
un soldato si voltò a guardarmi. Non mi era mai accaduta una cosa
del genere e arrossii.
Eravamo appena entrati nella galleria quando Giles si allontanò
per cercare Harry. Io restai nelle retrovie, fingendomi molto
interessata ai quadri e alle statue. Avevo bisogno di un’entrata in
scena in grande stile.
Quando finalmente li raggiunsi, trovai Harry impegnato a

375
chiacchierare con mio fratello, anche se Giles non fingeva neppure
di prestargli ascolto, preso com’era dalla guida turistica. Se me
l’avesse chiesto, gli avrei detto che non aveva una sola chance. Ma
è raro che i fratelli maggiori ascoltino le sorelle in materia di donne;
gli avrei suggerito di fare un commento sulle sue scarpe, che mi
facevano davvero invidia. Gli uomini pensano che gli italiani siano
noti solo per le automobili che progettano. Un’eccezione è
rappresentata dal capitano Tarrant, che sa esattamente come si
tratta una signora. Mio fratello potrebbe imparare tanto da lui. Lo
sguardo che Giles mi riservò era quello che un fratello riserva alla
propria goffa sorellina.
Scelsi il momento giusto, poi attraversai la sala e attesi che
Giles ci presentasse. Immaginate la mia sorpresa quando Harry mi
invitò a cenare con lui quella sera. Il mio unico pensiero fu che non
mi ero portata un abito da sera adeguato. A cena, scoprii che mio
fratello aveva dato mille lire a Harry affinché mi portasse fuori, ma
che lui aveva rifiutato finché Giles non aveva accettato di separarsi
dal suo disco di Caruso. Dissi a Harry che lui aveva ottenuto il disco
e io il grammofono. Non colse il senso della battuta.
Sulla via del ritorno verso l’albergo, mentre attraversavamo la
strada, mi prese la mano per la prima volta e, quando fummo sul
lato opposto, io non la lasciai. Aveva il palmo sudato e capii che non
l’aveva mai fatto.
Una volta tornati nel mio albergo, cercai di incoraggiarlo a
baciarmi, ma lui si limitò a stringermi la mano e ad augurarmi la
buonanotte come se fossimo vecchi amici. Gli dissi che, magari, ci
saremmo potuti imbattere di nuovo l’una nell’altro quando fossimo
tornati a Bristol. Quella volta reagì in maniera più decisa e
addirittura propose un posto davvero romantico per il nostro
incontro seguente: la biblioteca centrale della città. Spiegò che era

376
un posto in cui Giles non ci avrebbe mai sorpresi. Accettai di buon
grado.
Erano da poco passate le dieci quando Harry se ne andò e io salii
in camera. Qualche minuto dopo, udii Giles entrare nella sua
stanza. Non potei non sorridere. La sua serata con Caterina non
poteva essere stata degna di un disco di Caruso e di un
grammofono.
Un paio di settimane dopo, quando la famiglia fece ritorno nella
Chew Valley, sul tavolo del salone c’erano tre lettere per me:
ciascuna presentava la medesima calligrafia. Se mio padre lo aveva
notato, non disse nulla.
Nel mese seguente, Harry e io passammo molte ore felici nella
biblioteca della città senza destare alcun sospetto, soprattutto
perché lui aveva scoperto una stanza in cui nessuno, nemmeno
Deakins, ci avrebbe trovati.
Quando si aprì l’anno scolastico e non fummo più in grado di
vederci con quella frequenza, capii quasi subito quanto mi mancava
Harry. Ci scrivevamo ogni giorno e cercavamo di trovare il modo di
trascorrere qualche ora insieme nei fine settimana. E le cose
sarebbero andate avanti in quel modo, se non fosse stato per
l’intervento inconsapevole del dottor Paget.
Un sabato mattina, mentre prendevamo un caffè al
Cowardine’s, Harry, che si era fatto alquanto audace, mi disse che il
suo insegnante di Inglese aveva convinto la signorina Webb a
consentire alle sue ragazze di partecipare allo spettacolo teatrale di
quell’anno della Bristol Grammar School. Quando, tre settimane
dopo, si tennero le audizioni, conoscevo a memoria la parte di
Giulietta. Il povero, innocente dottor Paget non credeva ai suoi
occhi.
Fare le prove non ci permetteva soltanto di stare insieme per tre

377
pomeriggi alla settimana, ma anche di recitare la parte di due
giovani innamorati. Quando il sipario si alzò, la sera della prima,
non recitavamo più.
I primi due spettacoli andarono così bene che non vedevo l’ora
che i miei genitori presenziassero alla serata conclusiva, benché
non avessi detto a mio padre che avrei recitato nel ruolo di
Giulietta, volendo che fosse una sorpresa. Poco dopo il mio ingresso
in scena il rumore di uno spettatore che abbandonava il teatro mi
distrasse. Ma il dottor Paget ci aveva detto diverse volte di non
fissare mai il pubblico, dato che così si perdeva la magia, e, dunque,
non avevo idea di chi se ne fosse andato in maniera tanto plateale.
Pregai che non fosse mio padre, ma, quando non ci raggiunse dietro
le quinte al termine dello spettacolo, capii che la mia preghiera non
era stata esaudita. A peggiorare la situazione c’era la mia
convinzione che il suo modesto sfogo d’ira fosse stato diretto a
Harry, per quanto ancora non ne conoscessi la ragione.
Quando quella sera tornammo a casa, Giles e io ci sedemmo
sulle scale e ascoltammo l’ennesima discussione tra i nostri
genitori. Ma, quella volta, si trattò di qualcosa di diverso, perché
non avevo mai udito mio padre trattare la mamma in modo tanto
scortese. Quando non riuscii più a sopportare la situazione, andai in
camera mia e mi chiusi dentro a chiave.
Ero sdraiata sul mio letto e stavo pensando a Harry, quando
sentii bussare delicatamente alla porta. Non appena la aprii, mia
madre, senza tentare di nascondere che avesse pianto, mi disse di
preparare una piccola valigia perché ce ne saremmo andate subito.
Un taxi ci accompagnò alla stazione, dove arrivammo appena in
tempo per prendere il primo treno del mattino per Londra. Durante
il viaggio, scrissi a Harry per metterlo al corrente dell’accaduto e
per comunicargli dove contattarmi. Infilai la lettera in una cassetta

378
postale alla stazione di King’s Cross prima di salire a bordo di un
altro treno diretto a Edimburgo.
Immaginate la mia sorpresa quando, la sera seguente, Harry e
mio fratello si presentarono al castello di Mulgelrie, giusto in tempo
per la cena. In Scozia, trascorremmo insieme nove giorni inaspettati
e favolosi. Non volevo tornare nella Chew Valley, anche se mio
padre aveva telefonato e si era scusato incondizionatamente per il
comportamento tenuto la sera dello spettacolo.
Ma sapevo che, prima o poi, saremmo dovuti tornare a casa. Nel
corso di una delle nostre lunghe camminate mattutine, promisi a
Harry che avrei tentato di scoprire il motivo della pervicace ostilità
di mio padre nei suoi confronti.
Al nostro ritorno a Manor House, mio papà non avrebbe potuto
essere più conciliante. Cercò di spiegare come mai aveva trattato
Harry così male nel corso degli anni, e mia madre e Giles parvero
accettare la sua spiegazione. Io, tuttavia, non ero convinta che ci
avesse raccontato tutto.
A rendermi le cose ancora più difficili fu il fatto che mi vietò di
rivelare a Harry la verità sulla morte di suo padre, dato che la madre
era stata categorica: doveva rimanere un segreto di famiglia. Avevo
la sensazione che la signora Clifton conoscesse il vero motivo per
cui mio padre disapprovava la relazione tra me e Harry, anche se
avrei voluto dire a entrambi che nulla e nessuno avrebbe potuto
tenerci separati. La situazione, però, precipitò in un modo che non
avrei mai potuto immaginare.
Ero impaziente quanto Harry di scoprire se gli era stato offerto
un posto a Oxford, e decidemmo di incontrarci davanti alla
biblioteca la mattina dopo la ricezione del telegramma che
conteneva l’esito.
Ero in ritardo di qualche minuto, quel venerdì mattina, e,

379
quando lo vidi seduto sul gradino più alto, con la testa tra le mani,
capii che non ce l’aveva fatta.

380
45

Harry si alzò di scatto e gettò le braccia al collo di Emma


nell’istante in cui la vide. Continuò a tenerla stretta, cosa che non
aveva mai fatto prima in pubblico e che confermò la convinzione
della ragazza che non potesse trattarsi che di brutte notizie.
Senza che i due si scambiassero una parola, la prese per
mano, la condusse all’interno dell’edificio e giù per una scala a
chiocciola in legno e lungo un angusto corridoio di mattoni,
finché non giunse di fronte a una porta contrassegnata dalla
scritta Antichità. Diede una sbirciata all’interno per essere certo
che nessun altro avesse scoperto il loro nascondiglio.
Si sedettero l’uno di fronte all’altra al tavolino su cui avevano
studiato per ore e ore nell’ultimo anno. Harry tremava, e non a
causa del freddo che regnava in quella stanza priva di finestre,
rivestita sui quattro lati da scaffali zeppi di libri rilegati in pelle e
coperti di polvere, alcuni dei quali davano l’impressione di non
venire aperti da anni. Con il tempo, anch’essi sarebbero diventati
delle antichità.
Passò qualche minuto prima che Harry parlasse. «Secondo te,
esiste qualcosa che io possa dire o fare che ti impedirebbe di
amarmi?» disse poi.

381
«No, tesoro» replicò Emma. «Assolutamente nulla.»
«Ho scoperto la ragione dell’ostinazione di tuo padre nel
tenerci separati.»
«La conosco già» disse Emma, chinando leggermente il capo,
«e ti prometto che non farà alcuna differenza.»
«Come fai a saperlo?»
«Mio padre ce l’ha rivelato il giorno in cui siamo tornati dalla
Scozia, ma ci ha fatto giurare che sarebbe rimasto un segreto.»
«Vi ha detto che mia madre è una prostituta?»
Emma era sbigottita. Impiegò un po’ per riprendersi a
sufficienza per parlare. «No» esclamò con irruenza. «Come puoi
dire una cosa così crudele?»
«Perché è la verità. Mia madre non lavora al Royal Hotel da
due anni, bensì in un locale notturno, l’Eddie’s.»
«Il che non fa di lei una prostituta» osservò Emma.
«L’uomo seduto al bancone con un bicchiere di whisky in una
mano e l’altra su una coscia di mia madre non era interessato a
una conversazione stimolante.»
Emma si protese sul tavolo e sfiorò la guancia di Harry. «Mi
dispiace tanto, tesoro» disse, «ma questo non cambia
assolutamente i sentimenti che provo per te, né lo farà mai.»
Harry abbozzò un sorriso ma Emma rimase in silenzio,
sapendo che entro pochi istanti lui le avrebbe posto la domanda
inevitabile.
«Se non è quello il segreto che tuo padre vi ha chiesto di
serbare» disse, d’un tratto nuovamente serio, «cosa vi ha detto?»
In quel momento fu Emma a prendersi la testa fra le mani, ben
sapendo di non avere altra scelta che raccontargli la verità. Come
sua madre, non era brava a fingere.
«Cosa vi ha detto?» ripeté Harry, in tono più deciso.

382
Emma si aggrappò al bordo del tavolo, tentando di calmarsi.
Alla fine, trovò la forza per guardare Harry. Per quanto a separarli
fosse solo qualche decina di centimetri, lui non avrebbe potuto
essere più distante. «Devo fare a te la stessa domanda che tu hai
fatto a me» chiese Emma. «Esiste qualcosa che io possa dire o
fare che ti impedirebbe di amarmi?»
Harry si sporse verso di lei e le prese una mano tra le sue.
«Ovviamente no.»
«Tuo padre non è rimasto ucciso in guerra» disse lei con voce
pacata. «Ed è probabile che mio padre sia responsabile della sua
morte.» Gli strinse saldamente la mano, prima di rivelargli tutto
ciò che il padre aveva detto loro il giorno in cui erano tornati
dalla Scozia.
Quand’ebbe finito, Harry sembrava istupidito, incapace di
parlare. Cercò di alzarsi ma gli cedettero le gambe, come un
pugile che avesse incassato un pugno di troppo, e ricadde sulla
sedia.
«So da molto che mio padre non può essere morto in guerra»
disse Harry, a bassa voce, «ma quello che continuo a non capire è
perché mia madre non mi abbia semplicemente raccontato la
verità.»
«E, ora che conosci la verità» replicò Emma, cercando di
trattenere le lacrime, «ti capirei se volessi interrompere la nostra
relazione, con tutto quello che mio padre ha fatto passare alla tua
famiglia.»
«Non è colpa tua» disse Harry, «ma non lo perdonerò mai.»
Fece una pausa, prima di aggiungere: «E non riuscirò ad
affrontarlo, una volta che avrà scoperto la verità su mia madre».
«Non è necessario che la scopra» disse Emma, prendendolo
nuovamente per mano. «Resterà un segreto tra noi due.»

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«Non è più possibile.»
«Perché?»
«Perché Giles ha visto l’uomo che ci ha seguiti fino a
Edimburgo nascosto nell’ingresso di un palazzo di fronte
all’Eddie’s.»
«In tal caso, è mio padre a essersi prostituito, perché non ci
ha solo mentito un’altra volta, ma si è già rimangiato la parola.»
«In che modo?»
«Aveva promesso a Giles che quell’uomo non lo avrebbe mai
più seguito.»
«Quell’uomo non era interessato a Giles» disse Harry. «Credo
che stesse seguendo mia madre.»
«Ma perché?»
«Perché tuo padre probabilmente sperava di convincerti a
lasciarmi, riuscendo a dimostrare in che modo mia madre si
guadagna da vivere.»
«Quanto poco conosce sua figlia… Ora sono ancora più
determinata a impedire che qualcosa ci separi. E, di certo, non
potrà impedirmi di ammirare tua madre più di prima.»
«Come fai a dire una cosa del genere?» domandò Harry.
«Lavora come cameriera per mantenere la sua famiglia, finisce
per essere la titolare del Tilly’s e, quando le fiamme le
distruggono il locale, viene accusata di incendio doloso, ma
continua a camminare a testa alta, sapendo di essere innocente.
Trova un altro impiego al Royal Hotel e, quando perde il lavoro,
si rifiuta di arrendersi. Riceve un assegno da seicento sterline e,
per un istante, è convinta di aver risolto tutti i suoi problemi, per
poi scoprire di non avere un centesimo proprio nel momento in
cui le servono i soldi per consentirti di continuare a frequentare
la scuola. Disperata, si rivolge a…»

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«Ma io non avrei voluto che lei…»
«Sono certa che lo sapesse, Harry, ma deve aver ritenuto che
fosse un sacrificio da fare.»
Seguì un altro lungo silenzio. «Santo cielo» esclamò Harry.
«Come posso aver pensato male di lei?» Alzò gli occhi verso
Emma. «Mi serve che tu faccia una cosa per me.»
«Qualsiasi cosa.»
«Puoi andare da mia madre? Trova una scusa, ma cerca di
scoprire se ieri sera mi ha visto in quel locale orribile.»
«Come faccio a capirlo, se non sarà disposta ad ammetterlo?»
«Lo capirai» disse Harry sommessamente.
«Ma, se tua madre ti ha davvero visto, immagino che mi
chiederà cosa facevi proprio lì.»
«La stavo cercando.»
«Ma perché?»
«Per dirle che mi è stato offerto un posto a Oxford.»
Emma sgattaiolò su una panca sul fondo della chiesa della
Sacra Natività e attese che la funzione terminasse. Vide la signora
Clifton in terza fila, seduta accanto a una donna anziana. Harry le
era parso un po’ meno teso quando si erano rivisti, quella
mattina. Le aveva spiegato chiaramente che cosa aveva bisogno di
scoprire e lei gli aveva promesso di non deviare dal suo compito.
Avevano provato e riprovato ogni possibile scenario finché lei li
aveva imparati a menadito.
Dopo che il vecchio sacerdote ebbe impartito la benedizione
finale, Emma si infilò nella navata centrale e attese: così, sarebbe
stato impossibile che la signora Clifton non la vedesse. Quando
infatti Maisie vide Emma, non riuscì a mascherare la sorpresa,
un’espressione ben presto rimpiazzata da un sorriso cordiale. Le
andò rapidamente incontro e le presentò la vecchia che era con

385
lei. «Mamma, lei è Emma Barrington, un’amica di Harry.»
La donna rivolse a Emma un sorriso sdentato. «C’è una bella
differenza tra essere una sua amica e la sua ragazza. Quale delle
due sei?» volle sapere.
La signora Clifton rise, ma a Emma parve chiaro che era
altrettanto interessata a sentire la sua risposta.
«Sono la sua ragazza» disse, con fierezza.
La vecchia fece un altro sorrisino sdentato, ma Maisie non
sorrise.
«In tal caso… ma tu pensa, eh?» disse la nonna di Harry,
prima di aggiungere: «Non posso starmene qui tutto il santo
giorno a chiacchierare. Devo preparare da mangiare». Fece per
allontanarsi, ma poi si voltò e chiese: «Ti andrebbe di mangiare
con noi, ragazza?».
Era una richiesta che Harry aveva previsto e per la quale aveva
preparato una risposta dettagliata. «È molto gentile da parte sua»
disse Emma, «ma i miei genitori mi aspettano.»
«Giusto» disse la donna. «La volontà dei genitori va sempre
rispettata. Ci vediamo dopo, Maisie.»
«Posso fare un pezzo di strada con lei, signora Clifton?»
chiese Emma non appena furono uscite dalla chiesa.
«Sì, certo, cara.»
«Harry mi ha chiesto di venire da lei per informarla che gli è
stato offerto un posto a Oxford.»
«Oh, ma che bella notizia» esclamò Maisie, gettando le
braccia al collo di Emma. Poi si staccò bruscamente da lei e
chiese: «Perché non è venuto a dirmelo di persona?».
Un’altra risposta confezionata a tavolino. «È in punizione a
scuola» ribatté Emma, augurandosi che le sue parole non
sembrassero troppo studiate, «e sta ricopiando dei passi di

386
Shelley. Temo che sia tutta colpa di mio fratello. Vede, dopo aver
ricevuto la bella notizia, ha introdotto di nascosto una bottiglia di
champagne a scuola e ieri sera quei due sono stati sorpresi a
festeggiare nel suo studio.»
«È una marachella così grave?» chiese Maisie, con un
sorrisino.
«Per il dottor Paget pare proprio di sì. Harry è terribilmente
dispiaciuto.»
Maisie scoppiò in una risata così fragorosa da convincere
Emma che non avesse la minima idea che il figlio la sera prima
fosse passato dal locale. Avrebbe voluto porle un’altra domanda
che continuava a ronzarle in testa, ma Harry non si sarebbe
potuto esprimere in termini più categorici: «Se mia madre non
vuole che io sappia com’è morto mio padre, così sia».
«Mi dispiace che tu non possa fermarti a mangiare con noi»
disse Maisie, «perché avevo una cosa da dirti. Magari un’altra
volta.»

387
46

Harry trascorse la settimana seguente nell’attesa di un’altra


notizia bomba. Quando accadde, esultò a gran voce.
Nell’ultimo giorno dell’anno scolastico, Giles ricevette un
telegramma che gli comunicava che gli era stato offerto un posto
alla facoltà di Storia del Brasenose College di Oxford.
«Per il rotto della cuffia» fu l’espressione usata dal dottor
Paget quando informò il preside.
Due mesi dopo un ricercatore, un borsista e un non borsista
giunsero nell’antica città universitaria con diversi mezzi di
trasporto per iniziare i tre anni di studi accademici.
Harry si iscrisse al club del teatro e al Corpo addestramento
ufficiali, Giles all’associazione studentesca e al club del cricket,
mentre Deakins si stabilì nel ventre della biblioteca bodleiana e,
come una talpa, lo si vide raramente all’aperto. Ma, se per quello,
aveva già deciso che Oxford era il luogo in cui avrebbe trascorso
il resto della sua vita.
Harry non era altrettanto sicuro di come avrebbe passato il
resto della sua, ora che il primo ministro seguitava a fare la spola
in aereo tra l’Inghilterra e la Germania, per poi tornare
all’aeroporto di Heston con un sorriso in faccia, sventolando un

388
pezzo di carta e dicendo alla gente ciò che la gente voleva sentire.
Harry non aveva alcun dubbio che la Gran Bretagna fosse
sull’orlo di una guerra. Quando Emma gli chiese perché ne era
convinto, le rispose: «Non hai notato che Herr Hitler non si
prende mai la briga di farci visita? Siamo sempre noi il postulante
molesto e, alla fine, verremo respinti sdegnosamente». Emma
ignorò la sua opinione perché, al pari del signor Chamberlain,
non voleva credere che lui avesse ragione.
Emma scriveva a Harry due volte alla settimana, talvolta tre,
malgrado stesse lavorando senza tregua in vista dei suoi esami di
ammissione a Oxford.
Quando Harry tornò a Bristol per le vacanze di Natale, i due
ragazzi passarono più tempo possibile insieme, ma Harry fece in
modo di tenersi alla larga dal signor Barrington.
Emma rinunciò alla possibilità di trascorrere le vacanze con il
resto della famiglia in Toscana, non nascondendo a suo padre il
fatto che avrebbe preferito stare con Harry.
Man mano che l’esame si avvicinava, il numero di ore che lei
passava nella stanza delle Antichità avrebbe impressionato
persino Deakins, ma Harry stava per giungere alla conclusione
che intendesse fare colpo sugli esaminatori tanto quanto lo aveva
fatto il suo solitario amico l’anno prima. Ogni volta in cui ne
parlava a Emma, lei gli ricordava che a Oxford per ogni
studentessa c’erano venti studenti maschi.
«Puoi sempre andare a Cambridge» commentava Giles, in
tono semiserio.
«Dove sono ancora più arretrati» ribatteva Emma. «Non
conferiscono ancora titoli di laurea alle donne.»
La principale paura di Emma non era che non le venisse
offerto un posto a Oxford, bensì che, quando lei lo avesse

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accettato, sarebbe scoppiata la guerra e Harry si sarebbe arruolato
per partire per qualche campo di battaglia lontano che non
sarebbe stato per sempre Inghilterra.* Da quando era al mondo, il
numero di donne che ancora portavano il lutto in memoria di
mariti, amanti, fratelli e figli mai tornati dal fronte le ricordavano
continuamente la Grande guerra, quella che nessuno più definiva
la guerra che avrebbe posto fine a tutte le guerre.
Aveva implorato Harry di non offrirsi volontario se fosse stata
dichiarata guerra, di attendere almeno di essere chiamato alle
armi. Però, dopo che Hitler aveva invaso la Cecoslovacchia e
annesso i Sudeti, la convinzione di Harry che la guerra contro la
Germania fosse inevitabile e che lui, all’indomani della sua
dichiarazione formale, avrebbe indossato l’uniforme, non aveva
mai vacillato.
Quando Harry invitò Emma a partecipare con lui al Commem
Ball, alla fine del suo primo anno, lei decise di non discutere
dell’eventualità della guerra. Prese pure un’altra decisione.
Emma si recò a Oxford la mattina del ballo e si sistemò al
Randolph Hotel. Nel resto della giornata, Harry – convinto che
lei lo avrebbe raggiunto entro qualche mese – la portò a fare un
giro del Somerville, dell’Ashmolean e del Bodleian.
Emma tornò poi in albergo, dove si concesse parecchio tempo
per prepararsi in vista del ballo. Harry sarebbe passato a
prenderla alle otto.
Varcò l’ingresso dell’albergo qualche minuto prima dell’ora
stabilita. Indossava uno smoking blu notte alla moda che la madre
gli aveva regalato in occasione del suo diciannovesimo
compleanno. Chiamò la camera di Emma dal bancone della
reception per dirle che l’avrebbe attesa nella hall.
«Scendo subito» gli assicurò.

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Con il passare dei minuti Harry iniziò a passeggiare nella
hall, chiedendosi cosa intendesse Emma con subito. Ma Giles gli
aveva detto che lei aveva ereditato la puntualità dalla madre.
Poi la vide, ferma in cima alle scale. Non si mosse mentre lei
scendeva lentamente, la leggiadra silhouette messa in evidenza da
un abito di seta turchese senza spalline. Ogni altro giovane uomo
presente nella hall sembrava pronto a prendere il posto di Harry.
«Wow!» esclamò Harry quando lei ebbe raggiunto l’ultimo
gradino. «A chi serve Vivian Leigh? A proposito, mi piacciono un
sacco le tue scarpe.» Emma pensò che la prima parte del suo
piano stesse prendendo corpo.
Uscirono dall’albergo e si incamminarono a braccetto fino a
Radcliffe Square. Nel momento in cui varcarono i cancelli del
college di Harry, il sole iniziò a calare dietro il Bodleian.
Nessuno che quella sera fosse entrato nel Brasenose avrebbe
pensato che la Gran Bretagna si trovava a poche settimane da una
guerra che avrebbe impedito a oltre metà dei giovani uomini che
ballarono per tutta la notte di laurearsi.
Ma nulla avrebbe potuto essere più lontano dai pensieri delle
giovani coppie spensierate che ballavano sulla musica di Cole
Porter e Jerome Kern. Mentre diverse centinaia di studenti con i
rispettivi ospiti consumavano casse di champagne e mangiavano
una montagna di salmone affumicato, Harry non perse quasi mai
di vista Emma, temendo che qualche anima poco galante cercasse
di portargliela via.
Giles bevve un bicchiere di champagne di troppo, mangiò
decisamente troppe ostriche e non ballò per due volte con la
stessa ragazza per tutta la serata.
Alle due del mattino, la Billy Cotton Dance Band suonò
l’ultimo valzer. Harry ed Emma si strinsero l’uno all’altra,

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ondeggiando al ritmo dell’orchestra.
Quando il direttore alzò la bacchetta per dare inizio all’inno
nazionale, Emma non poté fare a meno di notare che tutti gli
uomini intorno a lei, quale che fosse il loro stato di ebbrezza, si
erano messi rigidamente sull’attenti per cantare Dio salvi il Re.
Harry ed Emma si incamminarono poi verso il Randolph,
chiacchierando del più e del meno, e desiderando che la serata
non si concludesse mai.
«Be’, almeno tra due settimane sarai di nuovo qui per
sostenere l’esame di ammissione» disse Harry, affrontando i
gradini davanti all’albergo, «per cui non passerà tanto prima che
io ti riveda.»
«Vero» disse Emma, «ma non ci sarà tempo per nessuna
distrazione finché non avrò completato l’ultimo scritto. Una volta
che me lo sarò tolto dai piedi, potremo trascorrere insieme il resto
del weekend.»
Harry stava per darle il bacio della buonanotte, quando lei gli
sussurrò: «Ti andrebbe di salire nella mia stanza? Ho un regalo
per te. Non vorrei che pensassi che mi sono scordata del tuo
compleanno».
Harry parve sorpreso, così come parve esserlo il portiere di
notte quando la giovane coppia salì le scale mano nella mano.
Quando furono davanti alla camera di Emma, lei trafficò
nervosamente con la chiave, prima di riuscire ad aprire la porta.
«Dammi solo un momento» disse, scomparendo in bagno.
Harry si accomodò sull’unica sedia della stanza e cercò di
pensare a cosa gli sarebbe piaciuto di più per il suo compleanno.
Quando la porta del bagno si aprì, la sagoma di Emma apparve
nella semioscurità. Una salvietta dell’albergo aveva sostituito
l’abito da sera senza spalline.

392
Quando lei gli andò lentamente incontro, Harry riuscì a
sentire i battiti del proprio cuore.
«Credo che tu sia un po’ troppo vestito, tesoro» disse Emma,
sfilandogli la giacca e lasciandola cadere sul pavimento.
Dopodiché gli sciolse il nodo della cravatta, prima di sbottonargli
la camicia, ed entrambi gli indumenti raggiunsero la giacca.
Seguirono due scarpe e due calze, prima che lei gli abbassasse i
pantaloni. Stava per eliminare l’ultimo ostacolo sulla sua strada,
quando lui la prese tra le braccia e la trasportò sull’altro lato
della stanza.
Mentre la lasciava cadere sul letto senza troppe cerimonie, la
salvietta cadde sul pavimento. Da quando erano tornati da Roma,
Emma si era spesso immaginata quel momento e aveva ipotizzato
che i loro tentativi di fare l’amore sarebbero stati goffi e
impacciati. Ma Harry fu delicato e riguardoso, malgrado fosse
chiaramente nervoso quanto lei. Dopo lei rimase tra le sue
braccia, non volendo addormentarsi.
«Ti è piaciuto il tuo regalo di compleanno?» gli chiese.
«Sì» disse Harry. «Ma spero che non passi un altro anno
prima che io possa scartarne un altro. Il che mi ricorda che
anch’io ho un regalo per te.»
«Ma non è il mio compleanno.»
«Non è un regalo di compleanno.»
Saltò giù dal letto, raccolse i pantaloni dal pavimento e frugò
nelle tasche finché non trovò una scatolina di cuoio. Si girò verso
il letto, si mise in ginocchio e chiese: «Emma, tesoro mio, vuoi
sposarmi?».
«Sei un po’ ridicolo, lì in basso» disse Emma, corrugando la
fronte. «Torna a letto, prima di morire congelato.»
«Non prima che tu abbia risposto alla mia domanda.»

393
«Non essere sciocco, Harry. Ho deciso che ci saremmo
sposati il giorno in cui sei venuto a Manor House per il
dodicesimo compleanno di Giles.»
Lui scoppiò a ridere, mentre infilava l’anello sull’anulare
sinistro di Emma. «Mi dispiace che il diamante sia così piccolo»
disse.
«È grande come il Ritz» replicò lei, mentre Harry tornava sul
letto. «E, visto che sembra che tu abbia organizzato tutto così
bene» lo canzonò, «quale data hai scelto per le nozze?»
«Sabato 29 luglio, alle tre.»
«Perché proprio quel giorno?»
«È l’ultimo dell’anno accademico e, a ogni buon conto, non
possiamo prenotare la chiesa dell’università dopo la fine
dell’anno accademico.»
Emma si mise a sedere, prese la penna e il taccuino dal
comodino e iniziò a scrivere.
«Che stai facendo?» chiese Harry.
«Sto preparando la lista degli invitati. Se ci restano solo sette
settimane…»
«La lista può attendere» disse Harry, stringendola nuovamente
tra le braccia. «Sento che sta per arrivare un altro compleanno.»
«È troppo giovane per pensare al matrimonio» protestò il
padre di Emma, come se lei non fosse presente.
«Ha la stessa età che avevo io quando tu mi hai chiesto di
sposarti» gli rammentò Elizabeth.
«Ma tu non stavi per affrontare l’esame più importante della
tua vita solo qualche settimana prima delle nozze.»
«È proprio per questo che mi sono assunta l’onere di
organizzare tutto» disse Elizabeth. «In tal modo, Emma non avrà
distrazioni finché non avrà finito gli esami.»

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«Sarebbe certamente meglio posticipare le nozze di qualche
mese. Dopo tutto, che fretta c’è?»
«Ma che bella idea, papà» disse Emma, parlando per la prima
volta. «Magari potremmo pure chiedere a Herr Hitler di usarci la
gentilezza di posticipare la guerra di qualche mese, perché tua
figlia vuole sposarsi.»
«E la signora Clifton cosa pensa di tutto questo?» chiese suo
padre, ignorando il commento della figlia.
«Perché non dovrebbe essere felice della notizia?» gli chiese
Elizabeth.
Lui non rispose.
L’annuncio delle imminenti nozze tra Emma Grace Barrington
e Harold Arthur Clifton fu pubblicato sul Times dieci giorni
dopo. La domenica seguente, le prime pubblicazioni di
matrimonio vennero lette dal pulpito della St Mary’s dal
reverendo Styler e, nel corso della settimana successiva, furono
spediti oltre trecento inviti. Nessuno fu sorpreso quando Harry
chiese a Giles di fargli da testimone, mentre il capitano Tarrant e
Deakins sarebbero stati gli assistenti nuziali.
Ma per Harry fu uno shock ricevere la lettera con la quale il
Vecchio Jack declinava il suo gentile invito perché, date le
circostanze, non gli sarebbe stato possibile abbandonare il posto
di lavoro. Harry gli rispose, supplicandolo di ripensarci e di
presenziare almeno alle nozze, se non se la fosse sentita di
assumere il ruolo di assistente. La risposta del Vecchio Jack
lasciò Harry ancora più confuso: Temo che la mia presenza possa
essere motivo di imbarazzo.
«Di cosa sta parlando?» disse Harry. «Non può non sapere
che saremmo tutti onorati dalla sua presenza.»
«È quasi peggio di mio padre» osservò Emma. «Si rifiuta di

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accompagnarmi all’altare e dice che non è nemmeno sicuro di
venire.»
«Ma mi hai detto che ti aveva promesso che, in futuro, ti
avrebbe sostenuta maggiormente.»
«Sì, ma tutto è cambiato nell’istante in cui ha saputo che ci
eravamo fidanzati.»
«Non posso fingere che mia madre sia sembrata entusiasta
quando le ho dato la notizia» ammise Harry.
Emma non rivide Harry finché non tornò a Oxford per
affrontare gli esami e, persino allora, non prima di aver
completato l’ultimo scritto. Quando uscì dal salone degli esami,
il fidanzato la attendeva sul gradino più alto, con una bottiglia di
champagne in una mano e due calici nell’altra.
«Allora, come ti sembra di essere andata?» le chiese,
riempiendole il bicchiere.
«Non lo so» sospirò Emma mentre decine di ragazze si
riversavano fuori dalla sala. «Non sapevo con chi me la sarei
dovuta giocare finché non ho visto tutte quelle ragazze.»
«Be’, quantomeno hai qualcosa con cui distrarti in attesa
degli esiti.»
«Mancano solo tre settimane» gli rammentò Emma. «Hai tutto
il tempo che ti serve per cambiare idea.»
«Se non ti aggiudichi una borsa di studio, forse sarò costretto
a riconsiderare la mia posizione. Dopo tutto, non posso
frequentare una non borsista.»
«E se, invece, dovessi aggiudicarmi una borsa di studio,
potrei essere costretta a riconsiderare la mia posizione e cercarmi
un altro ricercatore.»
«Deakins è ancora disponibile» disse Harry, riempiendole un
altro bicchiere.

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«A quel punto, sarà troppo tardi.»
«Perché?»
«Perché gli esiti verranno annunciati la mattina del nostro
matrimonio.»
Emma e Harry passarono buona parte del weekend barricati
nella stanzetta del loro albergo, ripassando all’infinito tutti gli
aspetti organizzativi delle nozze, quando non erano impegnati a
fare l’amore. Domenica sera, Emma era giunta a una conclusione.
«Mia mamma è stata davvero fantastica» disse, «il che è più
di quanto possa dire di mio padre.»
«Pensi che almeno si presenterà?»
«Oh, sì. La mamma lo ha convinto a venire, però lui continua
a rifiutarsi di accompagnarmi all’altare. Che novità ci sono dal
Vecchio Jack?»
«Non ha nemmeno risposto alla mia ultima lettera» disse
Harry.

* Citazione della nota poesia Il soldato di Rupert Brooke, uno dei massimi
cantori lirici inglesi che scrissero poesie di condanna dell’atrocità della guerra.
(N.d.T.)

397
47

«Hai messo su qualche chilo, cara?» chiese Elizabeth mentre


cercava di chiudere l’ultimo gancetto sulla schiena dell’abito da
sposa della figlia.
«Non penso» rispose Emma, guardandosi con occhio critico
nello specchio a figura intera.
«Bellissima» fu il verdetto di Elizabeth, ritraendosi
leggermente per ammirare l’abito della figlia.
Erano andate a Londra diverse volte per farsi preparare l’abito
da Madame Renée, la titolare di una piccola boutique di moda a
Mayfair che si riteneva fosse frequentata dalla regina Maria e
dalla regina Elisabetta. Madame Renée aveva presieduto
personalmente a ciascuna prova, e il pizzo vittoriano ricamato
intorno al collo e sull’orlo (qualcosa di antico, come da
tradizione) era il complemento naturale del bustino di seta e della
gonna a campana che quell’anno si stavano rivelando di gran
moda (qualcosa di nuovo). Il cappellino color crema a goccia,
aveva assicurato loro Madame Renée, era ciò che le donne alla
moda avrebbero indossato l’anno seguente. L’unico commento
del padre di Emma ci fu quando vide il conto.
Elizabeth Barrington diede un’occhiata all’orologio. Le tre

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meno diciannove. «Non c’è fretta» disse a Emma quando
qualcuno bussò alla porta. Era certa di aver appeso il cartello
Non disturbare e di aver detto all’autista di non attenderle prima
delle tre. Alle prove del giorno precedente, il tragitto dall’albergo
alla chiesa era durato sette minuti. Elizabeth voleva che Emma
fosse in elegante ritardo: «Falli aspettare qualche minuto, ma non
dar loro alcun motivo di preoccupazione». Sentirono bussare
nuovamente.
«Vado io» disse Elizabeth, avviandosi ad aprire.
Un giovane facchino dalla raffinata divisa rossa le consegnò
un telegramma, l’undicesimo della giornata. Lei stava per
chiudere la porta, quando lui esclamò: «Mi è stato detto di
informarla, signora, che è un telegramma importante».
Elizabeth si chiese subito chi potesse aver cancellato
all’ultimo momento. Sperava solo che ciò non comportasse la
riorganizzazione del tavolo d’onore al ricevimento nuziale.
Strappò la busta e ne lesse il contenuto.
«Chi l’ha mandato?» domandò Emma, spostando
l’angolazione del cappello di un altro paio di centimetri e
chiedendosi se non fosse un po’ troppo audace.
Elizabeth le passò il telegramma. Una volta che la figlia lo
ebbe letto, scoppiò in lacrime.
«Le mie vive congratulazioni, cara» disse la madre, estraendo
un fazzoletto dalla borsetta per asciugarle le lacrime. «Ti
abbraccerei, ma non voglio sgualcirti l’abito.»
Una volta che Elizabeth fu convinta che Emma fosse pronta,
si prese un momento per controllare il proprio vestito allo
specchio. Madame Renée aveva sentenziato: «Non deve essere
più elegante di sua figlia nel suo grande giorno ma, allo stesso
tempo, non può permettersi di passare inosservata». A Elizabeth

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piaceva particolarmente il cappello di Norman Hartnell, per
quanto non fosse ciò che i giovani definivano chic.
«È ora di andare» dichiarò dopo un’ultima occhiata
all’orologio.
Emma sorrise, osservando l’abito da viaggio che avrebbe
indossato al termine del ricevimento, quando lei e Harry
avrebbero raggiunto la Scozia per trascorrervi la luna di miele.
Lord Harvey aveva offerto loro il castello di Mulgelrie per due
settimane, con la promessa che nessun altro membro della
famiglia avrebbe potuto trovarsi a meno di quindici chilometri dai
confini della proprietà e, cosa forse ancor più importante, con la
concessione a Harry di chiedere tre porzioni di brodo delle
Highlands ogni sera, senza un secondo a base di gallo cedrone.
Emma seguì la madre fuori dalla suite e lungo il corridoio.
Quando fu in cima alle scale, pensò che stessero per cederle le
gambe. Mentre scendeva i gradini, altri ospiti si fecero da parte
affinché nulla potesse ostacolare la sua avanzata.
L’usciere le aprì la porta d’ingresso dell’albergo, mentre
l’autista di Sir Walter stazionava accanto alla portiera posteriore
della Rolls per consentire alla sposa di raggiungere il nonno.
Mentre Emma gli si accomodava accanto, sistemando con cura
l’abito, Sir Walter si piazzò il monocolo sull’occhio destro e
dichiarò: «Sei proprio bella, ragazza mia. Harry è davvero un
uomo molto fortunato».
«Grazie, nonno» disse, baciandolo su una guancia. Diede
un’occhiata fuori dal lunotto posteriore e vide la madre salire a
bordo di un’altra Rolls. Un istante dopo, le due automobili
partirono per unirsi al traffico del pomeriggio, iniziando il
placido viaggio verso la chiesa universitaria di St Mary’s.
«Papà è in chiesa?» chiese Emma, cercando di non sembrare

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agitata.
«Tra i primi ad arrivare» rispose il nonno. «Credo che
rimpianga già di aver concesso a me il privilegio di
accompagnarti all’altare.»
«E Harry?»
«Non l’ho mai visto così nervoso. Ma Giles pare avere tutto
sotto controllo, e dev’essere la prima volta che gli succede. So
che è da un mese che prepara il suo discorso da testimone di
nozze.»
«È una fortuna che abbiamo entrambi lo stesso migliore
amico» osservò Emma. «Sai, nonno, una volta ho letto che ogni
sposa ha dei ripensamenti la mattina delle nozze.»
«È una cosa del tutto naturale, mia cara.»
«Ma io di ripensamenti su Harry non ne ho mai avuti» disse
Emma, mentre la macchina si fermava davanti alla chiesa
dell’università. «So che passeremo il resto delle nostre vite
insieme.»
Attese che il nonno smontasse dall’automobile, prima di
sollevare l’abito e di raggiungerlo sul marciapiede.
La madre si affrettò a controllare per l’ultima volta l’abito di
Emma prima di consentirle di entrare in chiesa, poi le consegnò
un piccolo bouquet di rose rosa pallido. Intanto, le due damigelle
d’onore, Grace, la sorella minore di Emma, e la sua amica di
scuola, Jessica, afferrarono i lembi dello strascico.
«La prossima sei tu, Grace» disse Elizabeth, chinandosi per
togliere le grinze dall’abito della damigella.
«Spero di no» disse Grace, a voce sufficientemente alta
perché sua madre la sentisse.
Elizabeth si ritrasse e annuì. Due assistenti del sagrestano
spalancarono i pesanti portali, l’organista iniziò a intonare la

401
Marcia nuziale di Mendelssohn e l’assemblea si alzò in piedi e
accolse la sposa.
Nel momento in cui Emma mise piede nella chiesa, fu
sorpresa da quante persone fossero giunte a Oxford per
condividere la sua felicità. Si incamminò lentamente lungo la
navata, appoggiandosi al braccio del nonno, tra gli ospiti che si
voltavano a sorriderle mentre lei si dirigeva verso l’altare.
Notò il signor Frobisher, seduto accanto al signor Holcombe
sul lato destro. La signorina Tilly, che indossava un cappello
piuttosto audace, aveva fatto un lungo viaggio dalla Cornovaglia,
mentre il dottor Paget le rivolse un sorriso calorosissimo. Ma
nulla rispetto al sorriso che apparve sul suo stesso viso quando
individuò il capitano Tarrant, a capo chino, con un tight della
misura sbagliata. Harry sarebbe stato felicissimo del fatto che,
dopo tutto, aveva deciso di venire. In prima fila sedeva la signora
Clifton, che doveva aver dedicato parecchio tempo alla scelta del
suo abito, dato che aveva un’aria molto alla moda. Un sorriso si
posò per un istante sulle labbra di Emma, ma fu sorpresa e delusa
che la futura suocera non si fosse voltata a guardarla al suo
passaggio.
E poi vide Harry, fermo sui gradini dell’altare accanto a Giles,
in attesa della sposa. Emma procedette lungo la navata
sottobraccio al nonno paterno; quello materno era in piedi in
prima fila, a schiena dritta, accanto a suo padre, che le sembrò
leggermente malinconico. Forse, rimpiangeva davvero la
decisione di non averla accompagnata.
Sir Walter si scostò quando Emma salì i quattro gradini per
raggiungere il futuro marito. Si protese verso di lui e sussurrò:
«Per poco non cambiavo idea».
Harry cercò di non sorridere, in attesa della stoccata finale.

402
«Dopo tutto, è sconveniente che i ricercatori di questa
università si sposino tra loro.»
«Sono davvero fiero di te, tesoro» disse Harry. «Le mie più
sentite congratulazioni.»
Giles chinò la testa in segno di sincero rispetto e tra i
convenuti partì il passaparola, mentre la notizia si diffondeva di
fila in fila.
La musica si interruppe e il cappellano del college sollevò le
mani e disse: «Cari amici, siamo qui riuniti al cospetto di Dio e
di fronte a questa assemblea per unire quest’uomo e questa donna
nel sacro vincolo del matrimonio…».
D’un tratto, Emma provò un certo nervosismo. Aveva
imparato a memoria tutte le risposte, ma in quel momento non se
ne ricordava nemmeno una.
«In principio, fu istituito per la procreazione della prole…»
Emma cercò di concentrarsi sulle parole del cappellano, però
non vedeva l’ora di fuggire e di essere sola con Harry. Forse
sarebbe stato meglio andare in Scozia la sera prima e fare una
fuga d’amore a Gretna Green, decisamente più a portata di mano
del castello di Mulgelrie, come aveva detto a Harry.
«Nel cui sacro vincolo queste due persone possano ora essere
unite. Chi abbia da dichiarare un giusto motivo per cui essi non
debbano legittimamente essere uniti in tale vincolo parli adesso
o, d’ora innanzi, taccia per sempre…»
Il cappellano si fermò per far intercorrere qualche
diplomatico secondo prima di pronunciare le parole: Vi chiedo e
invito entrambi, quando una voce distinta dichiarò: «Mi
oppongo!».
Emma e Harry si voltarono di scatto per capire chi potesse
aver mai pronunciato due parole così schiaccianti.

403
Il cappellano alzò lo sguardo, incredulo, chiedendosi per un
istante se avesse udito male, ma le teste di tutti i convenuti si
stavano girando per scoprire chi avesse mai fatto quell’intervento
inatteso. Il cappellano non si era mai trovato di fronte a un simile
colpo di scena e tentò disperatamente di ricordare cosa dovesse
fare in simili circostanze.
Emma appoggiò la testa contro la spalla di Harry, mentre lui
cercava di individuare, nel vocio dell’assemblea, chi avesse
scatenato quella costernazione. Ipotizzò che fosse stato il padre
di Emma, però, quando abbassò lo sguardo sulla prima fila, vide
Hugo Barrington, bianco come un lenzuolo, che a sua volta
tentava di capire chi avesse portato la cerimonia a una fine
prematura.
Il reverendo Styler dovette alzare la voce per farsi sentire nel
brusio crescente. «Chiedo al gentiluomo che si oppone a che
questo matrimonio si compia di rendersi manifesto.»
Una figura alta e diritta si portò in mezzo alla navata. Tutti
fissarono il capitano Jack Tarrant che avanzava verso l’altare,
prima di fermarsi davanti al cappellano. Emma si strinse a Harry,
temendo di poter essere strappata a lui.
«Se ho capito bene, signore» disse il cappellano, «lei ritiene
che questo matrimonio non debba procedere?»
«Esattamente, signore» mormorò il Vecchio Jack.
«In tal caso devo chiedere a lei, alla sposa e allo sposo e ai
loro familiari più stretti di seguirmi nella sagrestia.» Alzando la
voce, aggiunse: «L’assemblea resti al proprio posto finché non
avrò valutato l’obiezione e non avrò reso nota la mia decisione».
Le persone indicate furono accompagnate dal cappellano in
sagrestia, seguite da Harry ed Emma. Nessuno di loro parlò, ma il
forte vocio dei fedeli non si spense.

404
Una volta che le due famiglie si furono stipate all’interno
dell’angusta sagrestia, il reverendo Styler chiuse la porta.
«Capitano Tarrant» iniziò, «devo dirle che solo io sono investito
dell’autorità per decidere se questo matrimonio debba procedere
o meno. Ovviamente, non prenderò alcuna decisione prima di
aver udito le sue obiezioni.»
L’unica persona in quella stanza sovraffollata a sembrare
calma era il Vecchio Jack. «Grazie, cappellano» fu il suo esordio.
«Per prima cosa, devo chiedere scusa a tutti voi e, in particolare,
a Emma e Harry, per il mio intervento. Nelle ultime settimane mi
sono scontrato con la mia coscienza, fino a giungere a questa
dolente decisione. Avrei potuto cavarmi di impiccio trovando una
scusa per non presenziare alla cerimonia di oggi. Finora, sono
rimasto in silenzio nella speranza che, con il tempo, qualsiasi
obiezione si sarebbe rivelata irrilevante. Purtroppo così non è
stato, dato che l’amore tra Harry ed Emma è cresciuto negli anni,
anziché calare, ed è per questo che mi è risultato impossibile
restare ulteriormente in silenzio.»
Tutti erano così concentrati sulle parole del Vecchio Jack che
solo Elizabeth Barrington notò il marito sgattaiolare fuori dalla
porta della sagrestia senza far rumore.
«Grazie, capitano Tarrant» disse il reverendo Styler. «Per
quanto io accolga il suo intervento in buona fede, devo conoscere
le accuse specifiche che lei fa a questi due giovani.»
«Non muovo nessuna accusa nei confronti di Harry o Emma,
che godono del mio affetto e della mia ammirazione e che ritengo
all’oscuro di ogni cosa, al pari di tutti voi. No, la mia accusa è
nei confronti di Hugo Barrington, che da molti anni sa che è
possibile che lui sia il padre di entrambi questi figli sventurati.»
Un muto sbigottimento si diffuse nella stanza, mentre i

405
presenti cercavano di cogliere l’enormità della dichiarazione.
Il cappellano non disse nulla finché non fu in grado di
ottenere nuovamente la loro attenzione. «Qualcuno degli astanti è
in grado di verificare o smentire l’asserzione del capitano?»
«Non può essere vero» disse Emma, ancora stretta a Harry.
«Ci dev’essere un errore. Di certo, mio padre non può…»
Fu in quell’istante che tutti si accorsero che il padre della
sposa non era più lì. Il cappellano rivolse l’attenzione alla
signora Clifton, che stava singhiozzando sommessamente.
«Non posso contestare le paure del capitano Tarrant» disse,
con voce tremante. Passò qualche secondo prima che continuasse.
«Confesso di aver avuto un solo rapporto con il signor
Barrington.» Fece un’altra pausa. «Una volta sola ma,
sfortunatamente, poche settimane prima che io sposassi mio
marito» disse, alzando la testa lentamente, «e, dunque, non posso
sapere chi sia il padre di Harry.»
«Penso di dover sottolineare di fronte a tutti voi» disse il
Vecchio Jack, «che Hugo Barrington ha minacciato la signora
Clifton in più di un’occasione per impedirle di rivelare
quest’orribile segreto.»
«Signora Clifton, mi è consentito porle una domanda?»
chiese Sir Walter, pacatamente.
Maisie annuì, restando però a capo chino.
«Il suo compianto marito era daltonico?»
«Non che io sappia» disse, con voce così bassa da farsi
sentire appena.
Sir Walter si rivolse a Harry. «Invece, se non sbaglio, tu lo sei,
figliolo?»
«Sì, signore» ribatté Harry senza esitazione. «Perché è così
importante?»

406
«Perché anch’io sono daltonico» disse Sir Walter. «Così
come lo sono mio figlio e mio nipote. È un tratto ereditario che
affligge la nostra famiglia da generazioni.»
Harry prese Emma tra le braccia. «Ti giuro che non ne sapevo
nulla.»
«Certo che non ne sapevi nulla» disse Elizabeth Barrington,
prendendo la parola per la prima volta. «L’unico a saperlo era mio
marito, che non ha avuto il coraggio di farsi avanti e di
ammetterlo. Se lo avesse fatto, niente di tutto questo sarebbe
successo. Padre» disse, rivolgendosi a Lord Harvey, «posso
chiederti di spiegare ai nostri ospiti perché la cerimonia non
procederà?»
Lord Harvey annuì. «Lascia fare a me, ragazza mia» disse,
sfiorandole il braccio. «Ma tu che intendi fare?»
«Portare mia figlia quanto più lontano possibile da questo
posto.»
«Non voglio andare quanto più lontano possibile» disse
Emma, «se non in compagnia di Harry.»
«Temo che tuo padre non ci abbia lasciato altra scelta» disse
Elizabeth, prendendola delicatamente per un braccio.
Emma restò aggrappata a Harry finché lui le sussurrò: «Ho
paura che tua madre abbia ragione, tesoro. Ma una cosa che tuo
padre non riuscirà mai a fare è impedirmi di amarti e io, anche se
dovessi impiegare il resto della mia vita, dimostrerò che non è
mio padre».
«Forse è il caso che usciate dall’ingresso sul retro, signora
Barrington» suggerì il cappellano.
Emma, con riluttanza, si staccò da Harry e consentì alla
madre di portarla via.
Il cappellano le condusse fuori dalla sagrestia e le

407
accompagnò in fondo a un corridoio, fino a una porta che, con
sua sorpresa, non trovò chiusa a chiave. «Che Dio sia con voi,
figlie mie» disse, prima di farle uscire.
Elizabeth accompagnò la figlia alle Rolls-Royce in sosta,
girando intorno alla chiesa. Ignorò gli invitati usciti a prendere
una boccata d’aria fresca o a fumare una sigaretta e che non
fecero il minimo tentativo di nascondere la curiosità quando
videro le due donne salire in fretta nel retro della limousine.
Elizabeth aveva aperto la portiera della prima Rolls e fatto
salire Emma sul sedile posteriore prima ancora che l’autista le
individuasse. L’uomo si era piazzato accanto al portone, convinto
che la sposa e lo sposo non si sarebbero presentati per almeno
un’altra mezz’ora, nel momento in cui uno scampanio avrebbe
annunciato al mondo il matrimonio del signor e della signora
Clifton. Quando l’autista udì sbattere la portiera spense la
sigaretta, corse all’automobile e si precipitò al volante.
«Ci riporti in albergo» disse Elizabeth.
Nessuno parlò più finché non furono al sicuro tra le mura
della loro camera. Emma era stesa in lacrime sul letto, mentre
Elizabeth le accarezzava i capelli, come faceva quand’era
bambina.
«Cosa farò?» gemette Emma. «Non posso smettere di amare
Harry di punto in bianco.»
«Sono certa che non smetterai mai di amarlo» disse sua
madre, «ma il destino ha decretato che non potete stare insieme
finché non verrà dimostrato chi è il padre di Harry.» Continuò ad
accarezzare i capelli della figlia e pensò che si fosse assopita,
quando Emma aggiunse sommessamente: «Cosa dirò al mio
bambino quando la gente chiederà di chi è figlio?».

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HARRY CLIFTON
1939-1940

409
48

La cosa che ricordo meglio dopo che Emma e sua madre furono
uscite dalla chiesa è quanto tutti sembrassero calmi. Nessuna crisi
di nervi, nessuno svenimento, non una sola persona alzò la voce. A
un estraneo si sarebbe potuta perdonare l’incapacità di capire a
quante persone fosse stata irreparabilmente danneggiata, forse
guastata del tutto, la vita. Una situazione davvero britannica, la
forza d’animo e via discorrendo; nessuno disposto ad ammettere
che la propria vita personale era stata distrutta nell’arco di una sola
ora. Be’, io devo ammettere che la mia lo era stata.
Rimasi in silenzio, sbigottito, mentre i vari attori recitavano le
loro parti. Il Vecchio Jack non aveva fatto né più né meno di ciò che
riteneva suo dovere, per quanto il suo pallore e le profonde rughe
scavate sul suo viso raccontassero una storia diversa. Avrebbe
potuto cavarsi dagli impicci declinando l’invito alle nozze, ma chi è
stato insignito della Victoria Cross non fugge.
Elizabeth Barrington era fatta di un metallo che, messo alla
prova, si dimostrò all’altezza di qualsiasi uomo: un’autentica Porzia
che, purtroppo, non aveva sposato un Bruto.
Mentre mi guardavo intorno nella sagrestia, in attesa del
ritorno del cappellano, mi sentii triste soprattutto per Sir Walter,

410
che dopo aver accompagnato la nipote all’altare non si era
guadagnato un nipote, bensì aveva perso un figlio che, come mi
aveva avvisato il Vecchio Jack tanti anni prima, non era della stessa
stoffa del padre.
La mia cara madre aveva paura di reagire quando cercai di
abbracciarla e di rassicurarla sul mio amore. Era chiaramente
convinta di essere l’unica da condannare per tutto ciò che era
successo quel giorno.
Quanto a Giles, divenne un uomo quando suo padre scivolò
fuori dalla sagrestia per nascondersi sotto una viscida pietra,
lasciando ad altri la responsabilità delle sue azioni. Con il tempo,
molti dei presenti avrebbero capito che ciò che era avvenuto quel
giorno era stato devastante per Giles tanto quanto lo era stato per
Emma.
Per finire, Lord Harvey fu per tutti noi il modello di come ci si
comporta in una crisi. Una volta che il cappellano ebbe fatto ritorno
e ci ebbe spiegato le implicazioni legali della consanguineità,
decidemmo che sarebbe stato Lord Harvey a parlare all’assemblea a
nome di entrambe le famiglie.
«Desidero che Harry stia alla mia destra» disse, «perché non
voglio che nessuno dei presenti abbia il minimo dubbio, come ha
sottolineato mia figlia Elizabeth, sul fatto che sulle sue spalle non
grava alcuna colpa.
«Signora Clifton» fece poi, rivolgendosi a mia madre, «spero che
lei sarà così cortese da restare alla mia sinistra. Il suo coraggio in
questo momento sfortunato è stato d’esempio per tutti noi e per
uno di noi sopra ogni altro.
«Mi auguro che il capitano Tarrant rimanga al fianco di Harry:
solo uno sciocco se la prende con il messaggero. Giles dovrebbe
prendere posto accanto a lui. Sir Walter, lei potrebbe stare accanto

411
alla signora Clifton, mentre il resto della famiglia prenderà posto
dietro di noi. Lasciatemi mettere in chiaro una cosa» continuò. «Ho
un unico obiettivo in questa tragica faccenda, cioè fare in modo che
tutte le persone che oggi si sono radunate in questa chiesa non
abbiano alcun dubbio sulla nostra decisione, cosicché nessuno
possa mai dire che siamo stati un casato diviso.»
Senza aggiungere una parola, precedette il suo piccolo gregge
fuori dalla sagrestia.
Quando l’assemblea vociante ci vide rientrare in chiesa, Lord
Harvey non dovette chiedere il silenzio. Ognuno di noi andò a
occupare il posto che gli era stato assegnato sui gradini dell’altare,
come per mettersi in posa per una foto di famiglia che, in un
secondo momento, avrebbe trovato posto nell’album delle nozze.
«Con permesso, amici» iniziò Lord Harvey, «mi è stato chiesto di
farvi sapere a nome delle nostre due famiglie che, purtroppo, il
matrimonio tra mia nipote Emma Barrington e il signor Harry
Clifton non avrà luogo oggi né in nessun altro momento.» Le ultime
quattro parole avevano un che di definitivo che risultò raggelante
per me, l’unico tra i presenti a covare ancora la flebile speranza che
un giorno tutto ciò si sarebbe risolto. «Devo chiedere scusa a tutti
voi» proseguì, «per l’eventuale disturbo arrecato, cosa che, di certo,
non era nelle nostre intenzioni. Consentitemi di concludere
ringraziandovi per la vostra presenza qui, oggi, e augurandovi un
viaggio di ritorno a casa in sicurezza.»
Non sapevo cosa sarebbe accaduto subito dopo, ma uno o due
invitati si alzarono e si avviarono lentamente verso l’uscita della
chiesa; nel giro di pochi attimi, il movimento di quei pochi si
trasformò in un flusso regolare, finché nella chiesa restammo solo
noi che stazionavamo sui gradini dell’altare.
Lord Harvey ringraziò il cappellano e mi strinse calorosamente

412
la mano, prima di accompagnare la moglie all’esterno, percorrendo
la navata.
Mia madre si voltò verso di me e tentò di parlare, ma fu travolta
dalle emozioni. Il Vecchio Jack venne in nostro soccorso,
sorreggendola delicatamente e portandola via, mentre Sir Walter
prendeva sotto la sua ala Grace e Jessica. Non una giornata che
madri e damigelle d’onore vorrebbero ricordare per il resto delle loro
vite.
Giles e io fummo gli ultimi ad andarcene. Era entrato in chiesa
come mio testimone di nozze e se ne sarebbe andato domandandosi
se fosse il mio fratellastro. Alcune persone restano al tuo fianco nei
momenti più cupi, altre si allontanano; solo pochi eletti ti vengono
incontro e diventano amici ancora più intimi.
Una volta preso commiato dal reverendo Styler, che sembrava
incapace di trovare le parole per esprimere il proprio dispiacere,
Giles e io ci trascinammo sull’acciottolato del cortile interno e
tornammo al nostro college. Non ci scambiammo una sola parola
quando salimmo la scala di legno che conduceva alle mie stanze e
sprofondammo nelle vecchie poltrone di cuoio e in un nuovo
silenzio carico di mestizia.
Restammo seduti mentre il giorno si trasformava lentamente in
notte. Conversazioni rade, prive di consequenzialità, senso, logica.
Quando apparvero le prime ombre lunghe, l’accenno a quelle
tenebre che spesso sciolgono la lingua, Giles mi domandò una cosa
a cui non pensavo da anni.
«Ricordi la prima volta in cui tu e Deakins siete venuti a Manor
House?»
«Come potrei dimenticarmela? Era il tuo dodicesimo
compleanno e tuo padre si rifiutò di stringermi la mano.»
«Te ne sei mai chiesto il motivo?»

413
«Credo che lo abbiamo scoperto oggi» dissi, cercando di non
mostrare un’eccessiva mancanza di tatto.
«No, non è vero» ribatté Giles pacatamente. «Ciò che abbiamo
scoperto oggi è la possibilità che Emma sia la tua sorellastra. Ora
capisco che il motivo per cui mio padre ha tenuto segreta la
scappatella con tua madre per tutti questi anni è che era ben più
preoccupato che tu scoprissi di essere suo figlio.»
«Non capisco la differenza» dissi, fissandolo.
«In tal caso, è importante che tu ricordi l’unica domanda che
mio padre ti fece in quell’occasione.»
«Mi chiese quand’era il mio compleanno.»
«Esatto. E, quando scoprì che eri di qualche settimana più
vecchio di me, uscì dalla stanza senza dire una parola. E in seguito,
quando fu il momento di andarcene per tornare a scuola, non uscì
dal suo studio per salutarci, malgrado fosse il mio compleanno. Solo
oggi ho capito il senso delle sue azioni.»
«Come può un incidente minore avere una qualche rilevanza,
dopo tutti questi anni?» chiesi.
«Fu quello il momento in cui mio padre si rese conto che forse
tu eri il suo primogenito e che, alla sua morte, saresti forse stato tu
e non io a ereditare il titolo di famiglia, la società e tutti i suoi beni
materiali.»
«Di certo, tuo padre può lasciare i suoi beni a chiunque desideri,
ed è chiaro che non si tratterebbe del sottoscritto.»
«Vorrei che fosse così semplice» disse Giles, «ma, come mi
ricorda regolarmente mio nonno, suo padre, Sir Joshua Barrington,
fu nominato cavaliere dalla regina Vittoria nel 1877 per i servigi
resi all’industria dell’armamento. Nel suo testamento, dichiarò che
tutti i suoi titoli, i suoi atti pubblici e i suoi averi sarebbero andati al
primogenito, per sempre.»

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«Ma io non ho alcun interesse a pretendere ciò che chiaramente
non è mio» replicai, cercando di rassicurarlo.
«Ne sono certo, ma potresti non avere scelta in proposito,
perché a tempo debito la legge ti chiederà di assumere il ruolo di
capo della famiglia Barrington.»
Giles se ne andò poco dopo la mezzanotte per raggiungere il
Gloucestershire in automobile. Promise di scoprire se Emma
intendeva vedermi, dato che ci eravamo lasciati senza nemmeno
dirci addio, e promise che sarebbe tornato a Oxford non appena
avesse avuto qualche novità.
Quella notte non dormii. Nella mia mente passarono tanti di
quei pensieri che per un istante, solo per un istante, presi
addirittura in considerazione il suicidio. Ma non ebbi bisogno di
farmi rammentare dal Vecchio Jack che quella era un’uscita di
scena da codardi.
Nei tre giorni successivi non uscii dalle mie stanze. Non risposi
a chi bussò delicatamente alla porta. Non sollevai il telefono
quando squillò. Non aprii le lettere che mi vennero infilate sotto la
porta. Forse fu irrispettoso da parte mia non rispondere a chi non
aveva altro che intenzioni garbate, ma talvolta un eccesso di
solidarietà può essere più opprimente della solitudine.
Il quarto giorno, Giles tornò a Oxford. Non ebbe bisogno di
parlare: capii subito che la notizia che aveva non mi avrebbe
aiutato, ma si rivelò ben peggiore di quanto avessi immaginato.
Emma e sua madre erano partite per il castello di Mulgelrie, dove
avremmo voluto trascorrere la nostra luna di miele, senza parenti
nel raggio di una quindicina di chilometri. La signora Barrington
aveva dato ordine ai suoi avvocati di avviare le pratiche di divorzio,
ma quelli non furono in grado di recapitare alcun documento a suo
marito, dato che nessuno lo aveva più visto da quando era sgusciato

415
fuori dalla sagrestia senza farsi notare. Lord Harvey e il Vecchio
Jack avevano rassegnato le dimissioni dal consiglio di
amministrazione della Barrington’s ma, per rispetto nei confronti di
Sir Walter, nessuno dei due aveva motivato il gesto in pubblico. Non
che ciò potesse impedire alle malelingue di spassarsela. Mia madre
aveva abbandonato l’Eddie’s Nightclub e aveva trovato lavoro come
cameriera presso il ristorante del Grand Hotel.
«E che mi dici di Emma?» domandai. «Le hai chiesto…»
«Non ho avuto la possibilità di parlarle» disse Giles. «Sono
partite per la Scozia prima del mio arrivo. Ma lei aveva lasciato una
lettera per te sul tavolo del salone.»
Il mio cuore prese a battere più rapidamente quando mi
consegnò una busta su cui vidi la calligrafia che conoscevo così
bene.
«Se, più tardi, ti va di mangiare qualcosa per cena, mi trovi nelle
mie stanze.»
«Grazie» dissi, in maniera inadeguata.
Mi sedetti sulla poltrona accanto alla finestra con vista sul
cortile interno del Cobb, non volendo leggere una lettera che sapevo
non mi avrebbe offerto neppure un barlume di speranza. Alla fine,
aprii la busta ed estrassi le tre pagine scritte dalla mano elegante di
Emma. Ciononostante, passò parecchio tempo prima che io riuscissi
a leggere le sue parole.
Manor House
Chew Valley
Gloucestershire
29 luglio 1939
Mio carissimo Harry,
seduta in camera mia, nel cuore della notte, scrivo all’unico
uomo che potrò mai amare.

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L’odio profondo per mio padre, che non potrò mai perdonare, è
stato rimpiazzato da un’improvvisa calma, pertanto devo scrivere
queste parole prima che uno sgradevole risentimento torni a
rammentarmi quanto quell’uomo infido ci ha negato.
Rimpiango solo che non ci sia stato consentito di dirci addio da
innamorati e non da estranei in una stanza affollata, dato che il
fato ha deciso di non farci mai pronunciare le parole finché morte
non ci separi, anche se sono certa che morirò avendo amato un
solo uomo. Non mi basterà mai il semplice ricordo del tuo amore
perché, fintanto che esisterà la flebile speranza che Arthur Clifton
sia stato tuo padre, sta’ sicuro, tesoro, che non cambierò idea.
Mia mamma è convinta che, con il tempo, il ricordo di te si
spegnerà lentamente, come il sole della sera, e che, alla fine,
scomparirà del tutto, prima di annunciare una nuova alba. Non
ricorda di avermi detto, nel giorno delle mie nozze, che il nostro
amore reciproco era così puro, così semplice e così raro che
avrebbe indiscutibilmente resistito alla prova del tempo, cosa che
lei mi ha confessato di poter solo invidiare, dato che una simile
felicità non l’ha mai provata?
Ma, fintanto che non posso essere tua moglie, tesoro, ho deciso
che dobbiamo restare separati, a meno che e non prima che si
possa dimostrare che possiamo essere legati dal vincolo
dell’ufficialità. Nessun altro uomo può sperare di prendere il tuo
posto e, se necessario, resterò sola, piuttosto che accontentarmi di
un’imitazione.
Mi domando se verrà mai l’alba in cui potrò allungare un
braccio aspettandomi di trovarti al mio fianco, e se mi sarà mai
possibile addormentarmi senza aver sussurrato il tuo nome.
Sarei felice di sacrificare il resto della mia vita in cambio di un
altro anno come quello che abbiamo appena condiviso, e nessuna
legge di Dio o dell’uomo potrà cambiare questa mia convinzione.

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Prego ancora che venga il giorno in cui potremo essere uniti al
cospetto di quello stesso Dio e di quegli stessi uomini, ma, fino ad
allora, sarò la tua affezionata moglie in tutti i sensi, tranne che nel
nome.
Emma

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49

Quando finalmente Harry trovò la forza di aprire le


innumerevoli lettere sparpagliate sul pavimento, ne vide una della
segretaria del Vecchio Jack, a Londra.
Soho Square
Londra
Mercoledì, 2 agosto 1939
Egregio Signor Clifton,
è possibile che lei non riceva questa lettera prima del rientro
dalla sua luna di miele in Scozia, ma mi chiedevo se il capitano
Tarrant si fosse fermato a Oxford dopo il matrimonio. Lunedì
mattina non si è presentato in ufficio e da allora non abbiamo
più avuto sue notizie, per cui mi chiedevo se lei sapesse dove lo
posso contattare.
Resto in attesa di una sua risposta.
Cordiali saluti,
Phyllis Watson
Il Vecchio Jack si era certamente scordato di far sapere alla
signorina Watson che sarebbe sceso a Bristol per passare qualche
giorno in compagnia di Sir Walter al fine di mettere in chiaro che,
malgrado avesse interrotto il matrimonio e avesse rassegnato le

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dimissioni dal consiglio di amministrazione della Barrington’s,
restava un amico intimo del presidente. Siccome nel mucchio
della posta da aprire non c’era una seconda lettera della signorina
Watson, Harry ipotizzò che il Vecchio Jack avesse fatto ritorno a
Soho Square e che fosse alla sua scrivania.
Harry passò la mattinata a rispondere alle lettere che non
aveva ancora aperto. Tanta gente garbata che gli offriva la sua
solidarietà: non era colpa loro se gli ricordavano la sua infelicità.
D’un tratto, Harry decise che sarebbe dovuto stare quanto più
lontano possibile da Oxford. Sollevò il telefono e disse
all’operatrice che voleva effettuare una chiamata interurbana a
Londra. Mezz’ora dopo, la donna lo richiamò per dirgli che il
numero era perennemente occupato. A quel punto, provò il
numero di Sir Barrington a Barrington Hall, ma il telefono
seguitò a squillare, invano. Frustrato dall’incapacità di mettersi
in contatto con entrambi, Harry decise di seguire una massima del
Vecchio Jack: Alzati e fa’ qualcosa di positivo.
Prese la valigia che aveva preparato in vista della luna di
miele in Scozia, raggiunse il portiere e gli disse che sarebbe
andato a Londra e non sarebbe tornato fino al primo giorno
dell’anno accademico. «Se Giles Barrington dovesse chiedere
dove sono» aggiunse, «la prego di dirgli che sono andato a
lavorare per il Vecchio Jack.»
«Il Vecchio Jack» ripeté il portiere, annotandosi il nome su un
foglio.
Nel viaggio in treno verso la stazione di Paddington, Harry
lesse sul Times dell’andirivieni di comunicati tra il Foreign
Office a Londra e il ministero del Reich a Berlino. Stava
iniziando a pensare che il signor Chamberlain fosse l’unica
persona ancora convinta della possibilità di una pace. Il Times

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prevedeva che la Gran Bretagna sarebbe scesa in guerra di lì a
pochi giorni e che il primo ministro non poteva sperare di
mantenere la propria carica se i tedeschi avessero sfidato il suo
ultimatum invadendo la Polonia.
Il quotidiano si spingeva a ipotizzare che, in tale eventualità,
si sarebbe dovuto formare un governo di coalizione guidato dal
ministro degli Esteri, Lord Halifax (una persona affidabile), e non
da Winston Churchill (imprevedibile e irascibile). Malgrado
l’evidente avversione del giornale per Churchill, Harry non
credeva che in quel particolare momento la Gran Bretagna avesse
bisogno di una persona affidabile, bensì di qualcuno che non
avesse paura di fare il bullo con un bullo.
Quando Harry scese dal treno a Paddington, si trovò di fronte
un’ondata di divise di vario colore, provenienti da tutte le
direzioni. Aveva già deciso in quale arma avrebbe servito nel
momento in cui fosse stata dichiarata guerra. Un pensiero
morboso gli attraversò la mente mentre saliva su un autobus per
Piccadilly Circus: una sua eventuale morte mentre serviva la
patria avrebbe risolto tutti i problemi della famiglia Barrington.
Tranne uno.
Giunto a Piccadilly Circus, Harry scese e si aprì un varco tra i
clown che costituivano il circo del West End, attraversando il
distretto dei teatri e passando accanto a ristoranti esclusivi e a
locali notturni esageratamente cari, un circo che sembrava
determinato a ignorare ogni segnale di una possibile guerra. La
coda di profughi che entravano e uscivano dal palazzo di Soho
Square sembrava persino più lunga e più male in arnese rispetto
alla prima visita di Harry. Ancora una volta, mentre saliva le scale
verso il terzo piano, diversi rifugiati si fecero da parte,
ipotizzando che fosse un membro dello staff. Lui sperava di

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diventarlo nel giro di un’ora.
Al terzo piano, puntò subito verso l’ufficio della signorina
Watson. La trovò impegnata a compilare moduli, a rilasciare
voucher ferroviari, a predisporre alloggi e a elargire piccole
somme di denaro a gente disperata. Il suo viso si illuminò quando
vide Harry. «Mi dica che il capitano Tarrant è con lei» furono le
sue prime parole.
«No» ribatté Harry. «Pensavo che fosse tornato a Londra, ed è
per questo che sono qui. Mi chiedevo se potessero farvi comodo
un paio di mani in più.»
«Molto gentile da parte sua» disse la donna, «ma la cosa più
utile che lei possa fare per me in questo momento è trovare il
capitano Tarrant. Senza di lui, questo posto rischia di collassare.»
«L’ultima notizia che ho di lui è che era con Sir Walter
Barrington nella sua casa di Gloucester» spiegò Harry, «ma si
parla di almeno due settimane fa.»
«Non lo vediamo dal giorno in cui si è recato a Oxford per il
suo matrimonio» disse la signorina Watson, mentre tentava di
consolare due immigrati che non parlavano una parola di inglese.
«Qualcuno ha chiamato il suo appartamento per vedere se è
lì?»
«Non ha il telefono» disse la signorina Watson, «e io stessa
non torno a casa mia da due settimane» aggiunse, con un cenno
alla coda che si estendeva a perdita d’occhio.
«Che ne dice se comincio da lì e poi vengo a riferirle?»
«Sarebbe disposto a farlo?» esclamò la signorina Watson,
mentre due bambine scoppiavano in singhiozzi. «Non piangete, si
sistemerà tutto» rassicurò le ragazzine, chinandosi e cingendole
con un braccio.
«Dove abita?»

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«Prince Edward Mansions, numero 23, Lambeth Walk.
Prenda l’autobus undici per Lambeth e poi dovrà farselo spiegare
da qualcuno. E… grazie, Harry.»
Il ragazzo si voltò e si diresse verso le scale. Pensò che ci
fosse qualcosa che non andava. Il Vecchio Jack non avrebbe mai
abbandonato il suo incarico senza fornire una spiegazione alla
signorina Watson.
«Mi sono scordata di chiederle una cosa» gli urlò dietro la
segretaria. «Com’è andata la sua luna di miele?»
Harry pensò di essere sufficientemente lontano per fingere di
non averla sentita.
Tornato a Piccadilly Circus, salì a bordo di un autobus a due
piani sovraffollato di militari. Attraversò Whitechapel, che era
zeppa di ufficiali, e procedette in Parliament Square, dove una
folta folla di spettatori attendeva qualche informazione
frammentaria filtrata dalla Camera dei Comuni. L’autobus
proseguì oltre il Lambeth Bridge e Harry smontò quando ebbe
raggiunto l’Albert Embankment.
Uno strillone che declamava il titolo Gran Bretagna attende
replica di Hitler disse a Harry di prendere la seconda strada sulla
sinistra, poi la terza sulla destra, e aggiunse, tanto per dire:
«Pensavo che tutti sapessero dove si trova Lambeth Walk».
Harry si mise a correre come se qualcuno lo inseguisse e si
fermò solo quando raggiunse un grosso condominio così
malmesso che si chiese a quale principe Edward fosse stato
intitolato. Aprì una porta che non sarebbe durata ancora a lungo
su quei cardini e salì in fretta una rampa di scale, avanzando
agilmente tra cumuli di rifiuti che non venivano portati via da
giorni.
Quando giunse al secondo piano si fermò davanti al numero

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23 e bussò con decisione alla porta, senza ottenere risposta.
Bussò di nuovo, più forte, ma ancora una volta non rispose
nessuno. Scese le scale di corsa alla ricerca di qualcuno che
lavorasse nel palazzo e, nel seminterrato, trovò un vecchio
abbandonato su una sedia persino più vecchia, impegnato a
fumare una sigaretta rollata a mano e a scorrere le pagine del
Daily Mirror.
«Ha visto il capitano Tarrant di recente?» chiese in tono
brusco Harry.
«Non nelle ultime due settimane, signore» disse l’uomo,
alzandosi subito in piedi e quasi scattando sull’attenti quando
udì l’accento di Harry.
«Ha un passe-partout in grado di aprire il suo appartamento?»
chiese Harry.
«Sì, signore, ma non posso usarlo se non in caso di
emergenza.»
«Posso assicurarle che si tratta di un’emergenza» dichiarò
Harry, che si voltò e risalì svelto i gradini senza attendere una
risposta.
L’uomo lo seguì, per quanto non alla stessa velocità. Quando
lo ebbe raggiunto, aprì la porta. Harry passò di stanza in stanza,
ma non c’era traccia del Vecchio Jack. L’ultima porta era chiusa.
Bussò piano, temendo il peggio. Siccome non ebbe risposta,
entrò con circospezione e trovò il letto perfettamente rifatto e
nessun segno della presenza di qualcuno. Doveva essere ancora
insieme a Sir Walter, fu il primo pensiero di Harry.
Ringraziò il portinaio, scese di nuovo le scale e uscì in strada,
cercando di riordinare le idee. Fermò un taxi di passaggio, non
avendo alcuna intenzione di sprecare altro tempo a bordo di
autobus di una città che non lo conosceva.

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«Stazione di Paddington. Vado di fretta.»
«Oggi sembra che tutti vadano di fretta» commentò il tassista,
mettendosi in marcia.
Una ventina di minuti dopo Harry era sul sesto binario, ma
sarebbe passato un altro quarto d’ora prima che il treno partisse
per Temple Meads. Sfruttò quel tempo per prendere un sandwich
e una tazza di tè – «Ho solo del formaggio, signore» – e per
telefonare alla signorina Watson e dirle che il Vecchio Jack non
era tornato al suo appartamento. Se possibile, gli parve ancora
più stressata di quando l’aveva lasciata. «Sto andando a Bristol»
le disse. «Le darò un colpo di telefono non appena l’avrò
trovato.»
Mentre il treno usciva dalla capitale, attraversando le strade
secondarie sature di smog e immettendosi nelle campagne
dall’aria pura, Harry decise di non avere altra scelta che andare
direttamente all’ufficio di Sir Walter presso i cantieri navali,
anche se ciò avesse significato imbattersi in Hugo Barrington.
Trovare il Vecchio Jack era decisamente più importante di
qualsiasi altra considerazione.
Una volta che il treno fu entrato a Temple Meads, Harry seppe
quali due autobus prendere senza bisogno di chiedere allo
strillone fermo all’angolo, che stava urlando Gran Bretagna
attende replica di Hitler con tutto il fiato che aveva in corpo.
Stesso titolo, ma con un accento di Bristol. Una trentina di
minuti dopo, Harry si trovò davanti ai cancelli della zona
portuale.
«Posso aiutarla?» chiese un sorvegliante che non lo aveva
riconosciuto.
«Ho un appuntamento con Sir Walter» disse Harry, sperando
che non gli facesse domande.

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«Certo, signore. Sa come raggiungere il suo ufficio?»
«Sì, grazie.» Si avviò lentamente verso l’edificio in cui non
aveva mai messo piede. Iniziò a pensare a cosa avrebbe fatto se si
fosse trovato di fronte a Hugo Barrington prima di raggiungere
l’ufficio di Sir Walter.
Fu contento di vedere la Rolls-Royce parcheggiata nel suo
solito posto e ancora più sollevato che non vi fosse traccia della
Bugatti di Hugo Barrington. Stava per entrare in Barrington
House quando vide in lontananza il vagone ferroviario. Era
davvero possibile? Cambiò direzione e si incamminò verso il
wagon lit Pullman, come il Vecchio Jack era solito descriverlo
dopo il secondo bicchiere di whisky.
Giunto davanti alla carrozza, Harry bussò delicatamente sul
finestrino, come se fosse una residenza nobiliare. Non apparve
nessun maggiordomo, per cui aprì il portellone ed entrò. Percorse
il corridoio della prima classe ed eccolo lì, al solito posto.
Era la prima volta in cui Harry avesse mai visto il Vecchio
Jack indossare la sua Victoria Cross.
Harry si accomodò davanti all’amico e ricordò la prima volta
in cui si era seduto lì. Doveva avere avuto più o meno cinque anni
e, al tempo, non toccava il pavimento con i piedi. Poi pensò a
quando era scappato dalla St Bede’s e quell’astuto vecchio lo
aveva convinto a tornare in tempo per la colazione. Richiamò alla
memoria la volta in cui il Vecchio Jack era andato a sentirlo
cantare da solista in chiesa, quando aveva cambiato voce. Il
Vecchio Jack lo aveva liquidato come un modesto rovescio. Poi
c’era stato il giorno in cui aveva saputo che non era riuscito ad
aggiudicarsi una borsa di studio per la Bristol Grammar School,
un pesante rovescio. Malgrado il suo fallimento, il Vecchio Jack
gli aveva regalato l’orologio Ingersoll che aveva ancora al polso.

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Gli doveva essere costato ogni centesimo che possedeva.
Nell’ultimo anno di scuola di Harry, il Vecchio Jack si era
sobbarcato il viaggio da Londra per vederlo recitare nel ruolo di
Romeo, e Harry lo aveva presentato a Emma per la prima volta. E
non si sarebbe mai scordato il giorno del suo discorso di fine
anno, quando Jack si era accomodato sul palco in qualità di
membro dei probi viri della sua vecchia scuola e aveva assistito
alla consegna del premio di Inglese a Harry.
Ma Harry non sarebbe più stato in grado di ringraziarlo per
tutte le dimostrazioni di amicizia che gli aveva fatto nel corso
degli anni e che non gli sarebbe stato possibile ripagare. Fissò
l’uomo a cui aveva voluto bene e che aveva dato per scontato non
sarebbe mai morto. Mentre sedevano insieme in prima classe, il
sole tramontò sulla sua giovane vita.

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La lettiga venne caricata sull’ambulanza davanti agli occhi di


Harry. Un attacco cardiaco, aveva detto il medico, prima che
l’ambulanza si allontanasse.
Harry non ebbe bisogno di informare Sir Walter che il
Vecchio Jack era morto, perché la mattina dopo, al suo risveglio,
il presidente della Barrington’s era seduto accanto a lui.
«Mi aveva detto che non aveva più alcuna ragione per vivere»
furono le prime parole di Sir Walter. «Abbiamo perso entrambi un
amico intimo e caro.»
La reazione di Harry colse Sir Walter di sorpresa. «Cosa farà
di questo vagone, ora che il Vecchio Jack non c’è più?»
«A nessuno verrà consentito di toccarlo, fintanto che io sarò
presidente» ribatté Sir Walter. «Custodisce fin troppi ricordi
personali, per quanto mi riguarda.»
«Sono d’accordo. Da ragazzino, ho passato più tempo qui che
a casa mia.»
«O in aula» disse Sir Walter, con un sorriso sardonico. «Ti
guardavo dalla finestra del mio ufficio. Pensavo che dovessi
essere un bambino straordinario, se il Vecchio Jack era disposto a
passare tanto tempo con te.»

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Harry sorrise al ricordo del ragionamento fatto dal Vecchio
Jack per convincerlo a tornare a scuola e a imparare a leggere e
scrivere.
«Cosa farai adesso, Harry? Tornerai a Oxford e proseguirai i
tuoi studi?»
«No, signore. Temo che saremo in guerra entro…»
«Entro la fine del mese, a mio parere» concluse Sir Walter.
«In tal caso, abbandonerò immediatamente Oxford ed entrerò
in Marina. Ho già detto al mio supervisore al college, il signor
Bainbridge, che quella è la mia intenzione. Mi ha assicurato che
potrò tornare e riprendere gli studi appena la guerra sarà finita.»
«Tipico di Oxford» osservò Sir Walter. «Guardano sempre
lontano. Dunque andrai a Dartmouth per sottoporti
all’addestramento per ufficiali di Marina?»
«No, signore. È da una vita che frequento l’ambiente
marinaro. A ogni buon conto, il Vecchio Jack iniziò come soldato
semplice e riuscì a fare carriera. Quindi perché non dovrei
riuscirci anch’io?»
«Esatto, perché no? Anzi, quello è uno dei motivi per cui si è
sempre ritenuto di una categoria superiore a tutti noi che abbiamo
prestato servizio insieme a lui.»
«Non avevo idea che aveste prestato servizio insieme.»
«Oh, sì, prestai servizio insieme al capitano Tarrant in
Sudafrica» rivelò Sir Walter. «Fui uno dei ventiquattro uomini a
cui salvò la vita nel giorno in cui gli venne assegnata la Victoria
Cross.»
«Questo spiega parecchie cose che non ho mai capito
appieno» disse Harry. A quel punto, sorprese Sir Walter per la
seconda volta: «Conosco qualcun altro di quegli uomini,
signore?».

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«Frob. Che al tempo, però, era il tenente Frobisher. Il
caporale Holcombe, padre del signor Holcombe. E il giovane
soldato semplice Deakins.»
«Il padre di Deakins?» chiese Harry.
«Sì. Sprogg, come lo chiamavamo. Un bravo soldato giovane.
Non diceva mai granché, ma si dimostrò molto coraggioso. Perse
un braccio in quell’orribile giorno.»
Il silenzio calò tra i due uomini, ciascuno perso nelle proprie
riflessioni sul Vecchio Jack, prima che Sir Walter chiedesse:
«Allora, ragazzo mio, posso chiederti come intendi vincere la
guerra da solo, se non andrai a Dartmouth?».
«Presterò servizio su qualsiasi nave mi accolga, signore,
sempre che sia disposta a mettersi sulle tracce dei nemici di Sua
Maestà Britannica.»
«In tal caso, forse, potrei aiutarti.»
«Gentile da parte sua, signore, ma io voglio salire su una nave
da guerra, non su una di linea o da carico.»
Sir Walter sorrise di nuovo. «E lo farai, caro ragazzo mio.
Non scordarti che io ricevo informazioni su ciascuna nave che
entra o esce da questo porto e che conosco buona parte dei loro
capitani. Ora che ci penso, conoscevo buona parte dei loro padri
quand’erano capitani. Perché non saliamo nel mio ufficio e
vediamo quali navi sono in arrivo e in partenza nei prossimi
giorni e, cosa più importante, scopriamo se ce n’è qualcuna
disposta ad accoglierti a bordo?»
«È davvero nobile da parte sua, signore, ma che ne dice se
prima passo a trovare mia madre? Forse non avrò la possibilità di
vederla per parecchio tempo.»
«Lo trovo giusto e doveroso, ragazzo mio» commentò Sir
Walter. «E, una volta che avrai visto tua madre, perché non passi

430
dal mio ufficio, nel tardo pomeriggio? Così dovrei avere il tempo
di controllare le ultime liste delle navi.»
«Grazie, signore. Tornerò non appena le avrò spiegato le mie
intenzioni.»
«Di’ all’uomo al cancello che hai un appuntamento con il
presidente. Non dovresti avere alcuna difficoltà a superare i
controlli di sicurezza.»
«Grazie, signore» disse Harry, mascherando un sorriso.
«E, per favore, estendi i miei migliori omaggi alla tua cara
madre. Una donna straordinaria.»
Harry capì una volta di più perché Sir Walter fosse stato il
migliore amico del Vecchio Jack.
Harry entrò nel Grand Hotel, un sontuoso palazzo vittoriano
nel centro cittadino, e chiese al portiere di indicargli il ristorante.
Attraversò la hall e fu sorpreso di trovare davanti al banco del
maître d’hôtel una piccola coda di persone che attendevano un
tavolo. Si piazzò alla fine della coda, ricordandosi che sua madre
era sempre stata contraria al fatto che lui passasse a trovarla al
Tilly’s oppure al Royal Hotel durante l’orario lavorativo.
Nell’attesa, Harry si guardò intorno. Il ristorante era zeppo di
persone vocianti, nessuna delle quali sembrava prevedere un
razionamento del cibo o pensare ad arruolarsi nelle forze armate,
nel caso in cui il paese fosse entrato in guerra. Il cibo veniva
portato dentro e fuori da una porta a battenti su vassoi d’argento
stracarichi, mentre un uomo vestito da chef spingeva un carrello
da un tavolo all’altro, tagliando fette di manzo, e un altro lo
seguiva con una salsiera a barchetta.
Harry non notò segni della presenza di sua madre. Stava
addirittura iniziando a domandarsi se Giles gli avesse solo detto
ciò che lui voleva sentirsi dire, quando, d’un tratto, lei irruppe

431
nella sala dalla porta a battenti con tre piatti in equilibrio sulle
braccia. La destrezza con cui li posò davanti ai clienti fu tale che
quelli non si accorsero neppure della sua presenza e lei tornò
subito in cucina. Fu di ritorno un istante dopo, con tre piatti di
verdure. Giunto all’inizio della coda, Harry si ricordò chi gli
avesse trasmesso la sua energia sconfinata, il suo entusiasmo
senza pretese e uno spirito che non accettava l’idea del
fallimento. Come avrebbe mai potuto ripagare quella donna
straordinaria di tutti i sacrifici che aveva fatto…
«Mi spiace averla fatta aspettare, signore» disse il maître,
interrompendo le sue riflessioni, «ma, al momento, non ho tavoli
liberi. Magari, se le va di tornare fra una ventina di minuti…»
Harry non gli disse che, in realtà, non voleva un tavolo, e non
solo perché sua madre era una delle cameriere, bensì perché non
si sarebbe potuto permettere nulla di ciò che compariva sul menu,
tranne, forse, la salsa.
«Tornerò» disse, cercando di sembrare deluso. Tra una decina
d’anni, pensò, quando sua madre con ogni probabilità sarebbe
stata la maître d’hôtel. Uscì dall’albergo con un sorriso in faccia
e prese un autobus per tornare al porto.
Fu accompagnato direttamente all’ufficio di Sir Walter dalla
sua segretaria e trovò il presidente chino sulla scrivania,
impegnato a studiare i prospetti di carico e scarico, gli orari e le
carte nautiche che ne coprivano l’intera superficie.
«Accomodati, mio caro ragazzo» disse Sir Walter, prima di
piazzarsi il monocolo sull’occhio destro e di fissare Harry con
aria solenne. «Ho avuto un po’ di tempo per pensare alla nostra
conversazione di stamattina» seguitò, con un tono di voce
alquanto serio, «e, prima che andiamo avanti, devo essere
convinto che tu stia prendendo la decisione giusta.»

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«Ne sono assolutamente certo» disse Harry, senza la minima
esitazione.
«Forse. Tuttavia, sono altrettanto certo che Jack ti avrebbe
consigliato di tornare a Oxford e di attendere la tua chiamata alle
armi.»
«Probabilmente lo avrebbe fatto, signore, ma lui non avrebbe
seguito il suo stesso consiglio.»
«Quanto lo conoscevi bene» disse Sir Walter. «È proprio
quello che mi aspettavo che dicessi. Lascia che ti spieghi cosa ho
trovato finora» continuò, riportando l’attenzione sulle carte che
coprivano la sua scrivania. «La buona notizia è che la corazzata
della Royal Navy Resolution attraccherà al porto di Bristol tra
circa un mese, per fare rifornimento di carburante in attesa di
ulteriori ordini.»
«Un mese?» disse Harry, senza tentare di nascondere la sua
frustrazione.
«Pazienza, ragazzo» disse Sir Walter. «Ho scelto la
Resolution perché il capitano è un vecchio amico e sono convinto
di poterti far salire a bordo come mozzo, fintanto che non si
attuerà l’altra parte del mio piano.»
«Ma il capitano della Resolution prenderebbe in
considerazione l’idea di accogliere qualcuno che non abbia la
minima esperienza in mare?»
«Probabilmente no. Però, se tutto va come deve andare,
quando sarai a bordo della Resolution, sarai un vecchio lupo di
mare.»
Rammentandosi uno dei proverbi preferiti del Vecchio Jack –
Trovo di non imparare granché mentre parlo – Harry decise di
smetterla di interrompere e di iniziare ad ascoltare.
«Ora» continuò Sir Walter, «ho identificato tre navi che sono

433
in partenza da Bristol nelle prossime ventiquattr’ore e che
dovrebbero tornare entro tre, quattro settimane, il che ti darà il
tempo sufficiente per imbarcarti come mozzo sulla Resolution.»
Harry avrebbe voluto interromperlo, ma non lo fece.
«Cominciamo dalla mia prima scelta. La Devonian è in
partenza per Cuba, con una nota di carico comprendente abiti di
cotone, patate e biciclette Raleigh Lenton, e il suo ritorno a
Bristol è previsto tra quattro settimane, con un carico di tabacco,
zucchero e banane.
«La seconda nave sulla mia lista è il piroscafo Kansas Star,
una nave passeggeri che partirà alla volta di New York con la
prima marea di domani. Il governo degli Stati Uniti lo ha
requisito per trasportare in patria dei cittadini americani, prima
che la Gran Bretagna si trovi in guerra con la Germania.
«La terza è una petroliera vuota, il piroscafo Princess
Beatrice, che sta tornando ad Amsterdam per fare rifornimento di
carburante e che sarà di ritorno a Bristol a pieno carico prima
della fine del mese. Tutti e tre i capitani sono terribilmente
consapevoli di dover tornare in porto il prima possibile perché, se
dovesse scoppiare la guerra, i due mercantili verrebbero
considerati un bersaglio lecito dai tedeschi, mentre soltanto la
Kansas Star sarà al sicuro dagli U-boat tedeschi che, in agguato
nell’Atlantico, attendono solo l’ordine di affondare qualsiasi
cosa batta bandiera rossa o azzurra.»
«Di che tipo di equipaggio hanno bisogno queste navi?»
chiese Harry. «Non è che io sia particolarmente qualificato…»
Sir Walter perlustrò di nuovo con lo sguardo la sua scrivania,
prima di tirar fuori un altro foglio di carta. «La Princess Beatrice
è a corto di marinai di coperta, la Kansas Star cerca qualcuno che
lavori nelle cucine, il che in genere significa un lavapiatti o un

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cameriere, mentre la Devonian ha bisogno di un quarto ufficiale.»
«Dunque, possiamo toglierla dalla lista…»
«Buffo» disse Sir Walter, «ma è quella la posizione per la
quale mi sembri più qualificato. La Devonian ha un equipaggio
di trentasette uomini e di rado affronta il mare con un ufficiale
tirocinante, per cui tutto ci si aspetterebbe fuorché tu sia un
novizio.»
«Ma perché mai il capitano dovrebbe prendere in
considerazione me?»
«Perché gli ho detto che sei mio nipote.»

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51

Harry costeggiò il bacino di carenaggio in direzione della


Devonian. La piccola valigia che aveva con sé lo faceva sentire un
bimbetto al primo giorno di scuola. Come sarebbe stato il
preside? Avrebbe dormito in un letto accanto a quello di Giles o
Deakins? Si sarebbe imbattuto nel Vecchio Jack? A bordo ci
sarebbe stato un Fisher?
Per quanto Sir Walter si fosse offerto di accompagnarlo e di
presentarlo al capitano, Harry aveva pensato che non fosse il
modo migliore per ingraziarsi le simpatie dei nuovi compagni di
navigazione.
Si fermò un istante a osservare da vicino l’antica
imbarcazione sulla quale avrebbe trascorso il mese seguente. Sir
Walter gli aveva detto che la Devonian era stata costruita nel
1913, quando a dominare gli oceani erano ancora le vele, e un
mercantile a motore doveva essere stato considerato un’assoluta
novità. Ma di lì a poco, a distanza di ventisei anni, sarebbe stata
tolta dal servizio attivo e trasportata in un’area del porto dove le
vecchie navi venivano smantellate e rottamate.
Sir Walter aveva inoltre lasciato intendere che, dato che al
capitano Havens mancava appena un anno di servizio prima della

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pensione, gli armatori avrebbero forse deciso di rottamarlo
insieme alla sua nave.
Il contratto di ingaggio della Devonian indicava un
equipaggio di trentasette unità, ma, come succedeva su numerosi
mercantili, non si trattava di un numero troppo preciso: un cuoco
e un lavapiatti raccolti a Hong Kong non comparivano sul libro
paga, così come un mozzo o due che, in fuga dalla legge, non
avevano il minimo desiderio di far ritorno in patria.
Harry risalì lentamente la passerella da sbarco. Una volta sul
ponte, non si mosse finché non ricevette il permesso di avanzare.
Dopo tutti gli anni trascorsi al porto, conosceva bene il
protocollo di una nave. Puntò lo sguardo verso la plancia di
comando, in alto, e ipotizzò che l’uomo che vide dare ordini
fosse il capitano Havens. Sir Walter gli aveva detto che l’ufficiale
anziano di un mercantile in realtà era un vecchio lupo di mare, ma
che a bordo bisognava sempre chiamarlo capitano. Il capitano
Havens era alto un metro e ottanta e sembrava essere più
prossimo alla sessantina che alla cinquantina. Era di corporatura
robusta e aveva un viso abbronzato, segnato dalle intemperie, e
una barba scura molto curata che, sommata all’incipiente calvizie,
lo faceva assomigliare a Giorgio V.
Quando notò Harry fermo in cima alla passerella, il capitano
impartì un brusco ordine all’ufficiale che gli stava accanto sul
ponte di comando, prima di scendere sulla tolda.
«Sono il capitano Havens» si presentò in tono spiccio. «Lei
dev’essere Harry Clifton.» Gli strinse calorosamente la mano.
«Benvenuto a bordo della Devonian. Le sue referenze sono
ottime.»
«Mi pare giusto sottolineare, signore» iniziò Harry, «che
questo è il mio primo…»

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«Lo so» disse Havens, abbassando la voce, «ma, se fossi in
lei, lo terrei per me, se non vuole che il suo soggiorno a bordo sia
un autentico inferno. E, qualunque cosa lei faccia, non dica che è
stato a Oxford, perché buona parte di questa gente» proseguì,
indicando i marinai impegnati a lavorare sul ponte, «pensa che sia
semplicemente il nome di un’altra nave. Mi segua. Le mostrerò
l’alloggio del quarto ufficiale.»
Harry lo seguì, ben sapendo che una decina di occhi diffidenti
stavano osservando ogni suo movimento.
«Sulla mia nave ci sono altri due ufficiali» disse il capitano,
una volta che Harry lo ebbe raggiunto. «Jim Patterson, il primo
ufficiale di macchina, passa buona parte della sua vita là sotto,
nella sala delle caldaie, per cui lei lo vedrà solo durante i pasti e,
talvolta, neppure allora. Lavora con me da quattordici anni e,
francamente, dubito che questa vecchia signora riuscirebbe
ancora ad attraversare la Manica, figurarsi l’Atlantico, se lui non
fosse lì sotto a farla avanzare. Il mio terzo ufficiale, Tom
Bradshaw, è sul ponte di comando. È con me da soli tre anni e,
dunque, non si è ancora guadagnato i gradi. Se ne sta per conto
suo, ma chiunque l’abbia addestrato sapeva quello che faceva
perché è un ufficiale dannatamente bravo.»
Havens scomparve giù per un’angusta scala da cui si accedeva
al ponte inferiore. «Quella è la mia cabina» spiegò, percorrendo il
corridoio, «e quella è la cabina del signor Patterson.» Si fermò
davanti a quello che aveva tutta l’aria di essere un ripostiglio.
«Ecco la sua cabina.» Aprì la porta, che però si mosse solo di
qualche centimetro prima di sbattere contro uno striminzito letto
di legno. «Non entrerò, dato che in due non ci si sta. Sul letto
troverà qualche indumento. Dopo essersi cambiato, mi raggiunga
sul ponte di comando. Salperemo entro un’ora. Con ogni

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probabilità l’uscita dal porto sarà la parte più interessante del
viaggio finché non attraccheremo a Cuba.»
Harry scivolò a fatica oltre la porta e dovette chiudersela alle
spalle per riuscire a cambiarsi. Controllò i capi che erano stati
piegati con cura e lasciati sulla sua brandina: due pesanti
maglioni blu, due camicie bianche, due paia di calzoni blu, tre
paia di calze di lana blu e un paio di scarpe di tela dalle spesse
suole di gomma. Era davvero come essere tornati a scuola. Tutti
gli articoli avevano una cosa in comune: sembravano essere stati
indossati da diverse persone prima di Harry, che si infilò
velocemente gli abiti da marinaio e poi svuotò la valigia.
Dato che c’era un solo cassetto, piazzò sotto il letto la
valigetta con i suoi abiti civili, l’unica cosa che avesse trovato
una perfetta collocazione in quella cabina. Aprì la porta, tornò in
corridoio e si mise alla ricerca del pozzo delle scale. Una volta
che lo ebbe individuato, tornò sulla tolda. Diverse altre paia
d’occhi sospettosi seguirono i suoi movimenti.
«Signor Clifton» disse il capitano nel momento in cui Harry
mise piede per la prima volta nella plancia, «le presento Tom
Bradshaw, il terzo ufficiale, che farà uscire la nave dal porto non
appena la capitaneria ci avrà dato il via libera. A proposito, signor
Bradshaw» aggiunse Havens, «uno dei nostri compiti in questo
viaggio consisterà nell’insegnare a questo giovanotto tutto ciò
che sappiamo. Così tra un mese, al nostro ritorno a Bristol,
l’equipaggio della nave di Sua Maestà, Resolution, lo scambierà
per un vecchio lupo di mare.»
Se il signor Bradshaw fece un commento, le sue parole
furono soffocate da due lunghi squilli di sirena, un suono che
Harry aveva udito molte volte nel corso degli anni,
un’indicazione del fatto che i due rimorchiatori erano in

439
posizione e attendevano di scortare la Devonian fuori dal porto.
Il capitano schiacciò del tabacco nella consunta pipa di radica,
mentre il signor Bradshaw recepiva il segnale con due squilli
della tromba della nave, per confermare che la Devonian era
pronta a partire.
«Si prepari a mollare gli ormeggi, signor Bradshaw» disse il
capitano Havens, accendendo un fiammifero.
Il signor Bradshaw tolse il coperchio a un tubo portavoce
d’ottone che Harry non aveva notato fino a quel momento. «Tutti
i motori avanti lentamente, signor Patterson. I rimorchiatori sono
in posizione e pronti a scortarci fuori dal porto» aggiunse,
rivelando un leggero accento americano.
«Tutti i motori avanti lentamente, signor Bradshaw» fu la
voce che rispose dalla sala delle caldaie.
Harry guardò giù, verso un lato del ponte di comando, e
osservò gli uomini dell’equipaggio eseguire le rispettive
mansioni. Quattro uomini, due a prua e due a poppa, stavano
srotolando delle spesse corde dagli argani posti sulla tolda. Altri
due stavano issando la passerella di sbarco.
«Si concentri sul pilota» disse il capitano, tra un tiro di pipa e
l’altro. «È sua responsabilità guidarci fuori dal porto e portarci in
sicurezza nel Canale. A quel punto, il signor Bradshaw prenderà
il comando. Se lei dimostrerà un minimo di capacità, tra un
annetto potrebbe avere la possibilità di prendere il suo posto, ma
non prima che io sia andato in pensione e che il signor Bradshaw
abbia assunto il comando della nave.»
Siccome Bradshaw non fece nemmeno un fugace sorriso,
Harry rimase in silenzio e continuò a osservare tutto ciò che stava
avvenendo intorno a lui.
«Di sera, nessuno ha il permesso di portar fuori la mia

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ragazza» continuò il capitano Havens, «a meno che io non sia
certo che non si prenderà la minima libertà con lei.»
Bradshaw non sorrise nemmeno quella volta ma, forse, aveva
già sentito quel commento in passato.
Harry si rese conto di essere affascinato dalla facilità con cui
l’intera operazione veniva effettuata. La Devonian si allontanò
con agio dalla banchina e, con l’aiuto dei due rimorchiatori, uscì
lentamente dal bacino di carenaggio, procedendo lungo il fiume
Avon e passando sotto il ponte sospeso.
«Sa chi ha costruito quel ponte, signor Clifton?» chiese il
capitano, sfilandosi la pipa dalla bocca.
«Isambard Kingdom Brunel» disse Harry.
«E perché non visse abbastanza a lungo per assistere alla sua
inaugurazione?»
«Perché il consiglio locale restò senza soldi e lui morì prima
che il ponte fosse ultimato.»
Il capitano aggrottò le sopracciglia. «La prossima cosa che mi
dirà è che lo hanno intitolato a lei» commentò, rimettendosi la
pipa in bocca. Non parlò più finché i rimorchiatori ebbero
raggiunto Barry Island, dove emisero altri due squilli di sirena,
mollarono le cime e fecero ritorno alla base.
La Devonian poteva pure essere una vecchia signora, ma
Harry impiegò poco a capire che il capitano Havens e il suo
equipaggio sapevano esattamente come gestirla.
«Signor Bradshaw, prenda il comando» disse il capitano,
mentre un altro paio di occhi spuntò sul ponte. Il proprietario di
quegli occhi aveva con sé due tazze di tè caldo. «In questa
traversata nella plancia ci saranno tre ufficiali, Lu, per cui faccia
in modo che anche il signor Clifton riceva una tazza di tè.» Il
cinese annuì e sparì sottocoperta.

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Una volta che le luci del porto furono sparite dietro
l’orizzonte, le onde diventarono sempre più grosse, facendo
dondolare la nave da un lato all’altro. Havens e Bradshaw erano
in piedi a gambe divaricate e sembravano incollati al pavimento
della plancia, mentre Harry dovette aggrapparsi continuamente a
qualcosa per evitare di cadere. Quando il cinese riapparve con
una terza tazza di tè, Harry decise di non far sapere al capitano
che era freddo e che sua madre in genere ci metteva una zolletta
di zucchero.
Quando Harry iniziò a sentirsi un po’ più sicuro e quasi a
godersi l’esperienza, il capitano disse: «Non c’è molto altro che
lei possa fare stasera, signor Clifton. Perché non scende e non
prova a dormire un po’? Si ripresenti sul ponte di comando alle
sette e venti per assumere il turno di guardia della colazione».
Harry stava per protestare, quando un sorriso apparve per la
prima volta sulla faccia del signor Bradshaw.
«Buonanotte, signore» disse Harry, prima di scendere sulla
tolda. Si avviò a passo malfermo verso l’angusto pozzo delle
scale, sentendosi osservato da un numero ancora maggiore di
occhi. Qualcuno disse, a voce sufficientemente alta perché lui lo
udisse: «Dev’essere un passeggero».
«No, è un ufficiale» replicò un altro.
«Qual è la differenza?» Diversi uomini scoppiarono a ridere.
Una volta tornato nella sua cabina, si svestì e si distese sulla
brandina di legno. Cercò di trovare una posizione comoda senza
cadere o sbattere contro la parete ogni volta che la nave
ondeggiava o beccheggiava. Non disponeva neppure di un
lavandino dentro cui vomitare e nemmeno di un oblò.
A letto, sveglio, i suoi pensieri tornarono a Emma. Si
domandò se fosse ancora in Scozia oppure se avesse fatto ritorno

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a Manor House o, magari, se si fosse già trasferita a Oxford.
Giles si stava chiedendo dov’era Harry, oppure Sir Walter gli
aveva detto che si era imbarcato e che si sarebbe unito alla
Resolution nel momento stesso in cui avesse fatto ritorno a
Bristol? E sua madre si domandava dove fosse? Forse avrebbe
fatto bene a infrangere la sua regola aurea e a interromperla
mentre lavorava. Per finire, pensò al Vecchio Jack e si sentì
improvvisamente in colpa quando si rese conto che non sarebbe
tornato in tempo per il suo funerale.
Ciò che Harry non poteva sapere era che il suo stesso funerale
si sarebbe svolto prima di quello del Vecchio Jack.

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52

I quattro rintocchi di campana svegliarono Harry. Scattò in


piedi, picchiando la testa contro il soffitto, si vestì
frettolosamente, sgattaiolò nel corridoio, schizzò su per la tromba
delle scale, attraversò di corsa la tolda e salì a balzi i gradini del
ponte di comando.
«Scusi il ritardo, signore. Devo aver dormito troppo.»
«Non serve che tu mi chiami signore quando siamo tra noi»
disse Bradshaw. «Il mio nome è Tom. E, a dire la verità, sei in
anticipo di oltre un’ora. Il capitano forse ha scordato di dirti che i
rintocchi di campana per il turno di guardia della colazione sono
sette e quattro per il turno delle sei. Ma, già che sei qui, perché
non ti metti al timone intanto che io mi faccio una pisciatina?»
Fu uno shock per Harry rendersi conto che Bradshaw non stava
scherzando. «Accertati solo che la freccia sulla bussola punti
sempre a sud-sud-ovest e non potrai sbagliarti di molto»
aggiunse, con un accento americano ancora più pronunciato.
Harry strinse il timone con entrambe le mani e si concentrò
sulla piccola freccia nera, cercando di fare in modo che la nave
continuasse a solcare le onde in linea retta. Quando si voltò a
fissare la scia, vide che al posto della precisa retta ottenuta da

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Bradshaw apparentemente senza alcuno sforzo ora si notavano
curve più degne della sinuosa Mae West. Per quanto Bradshaw si
fosse allontanato solo per qualche minuto, di rado Harry aveva
salutato con più gioia il ritorno di qualcuno.
Quando Bradshaw riprese il comando dietro di loro riapparve
una linea retta ininterrotta, per quanto avesse una sola mano sulla
ruota del timone.
«Ricordati che hai tra le mani una signora» disse Bradshaw.
«Non devi stringerla, bensì accarezzarla delicatamente. Se riesci a
farlo, continuerà a seguire la retta via. Adesso riprova, intanto che
io rilevo la nostra posizione dei sette rintocchi sulla carta nautica
giornaliera.»
Quando, venticinque minuti dopo, si udì un rintocco di
campana e il capitano apparve sul ponte di comando per dare il
cambio a Bradshaw, la retta di Harry sull’oceano forse non era
drittissima, ma, per lo meno, non dava più la sensazione che il
timone fosse nelle mani di un marinaio sbronzo.
A colazione, Harry venne presentato a un uomo che non
avrebbe potuto essere altri che il suo primo ufficiale di macchina.
La carnagione spettrale di Jim Patterson suggeriva che avesse
trascorso buona parte della sua vita sottocoperta e la sua pancia
prominente indicava che nel tempo restante non avesse fatto altro
che mangiare. A differenza di Bradshaw, non la smetteva mai di
parlare e ben presto a Harry fu chiaro che lui e il comandante
erano vecchi amici.
Il cinese apparve con tre piatti che sarebbero potuti essere più
puliti. Harry evitò il bacon bisunto e i pomodori fritti a vantaggio
di una fetta bruciacchiata di pane tostato e di una mela.
«Perché non passa il resto della giornata imparando a
conoscere la nave, signor Clifton?» suggerì il capitano quando i

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piatti furono portati via. «Potrebbe addirittura raggiungere il
signor Patterson in sala macchine e vedere quanti minuti riesce a
sopravvivere là sotto.»
Patterson scoppiò a ridere, prese le ultime due fette di pane
tostato e disse: «Se per lei queste sono bruciate, aspetti di aver
passato qualche minuto con me».
Come un gatto lasciato solo in una casa nuova, Harry iniziò
ad aggirarsi intorno alla tolda nel tentativo di familiarizzare con il
suo nuovo regno.
Sapeva che la nave era lunga centoquarantacinque metri e
aveva una larghezza massima di diciassette metri, e che poteva
raggiungere una velocità massima di quindici nodi, però non
avrebbe mai detto che ci fossero tanti recessi e tante nicchie con
scopi che, a tempo debito, lui avrebbe appreso. Harry notò anche
che non c’era una sola parte della tolda che il capitano non
potesse tenere attentamente d’occhio dal ponte di comando e,
dunque, un marinaio ozioso non avrebbe avuto la minima
possibilità di farla franca.
Harry scese dal pozzo delle scale per accedere al ponte di
mezzo. La sezione di poppa consisteva negli alloggi degli
ufficiali, al centro c’era la cucina di bordo e a prua si trovava
un’ampia zona aperta con una serie di amache. Gli sfuggiva come
qualcuno riuscisse a dormire sopra uno di quegli aggeggi. Poi
notò diversi marinai assopiti, che dovevano aver finito il turno di
guardia, che oscillavano delicatamente da una parte e dall’altra al
ritmo della nave e che dormivano beati.
Da un angusto pozzo delle scale in acciaio si accedeva al
ponte inferiore, dove le casse di legno contenenti le
centoquarantaquattro biciclette Raleigh, un migliaio di abiti di
cotone e due tonnellate di patate erano ancorate saldamente e non

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sarebbero state aperte finché la nave non avesse attraccato a
Cuba.
Per finire scese nella sala delle caldaie, nel regno del signor
Patterson, da una stretta scaletta a pioli. Sollevò il pesante
boccaporto di metallo e, come Azaria, Anania e Misaele, fece il
suo solenne ingresso in quella fornace ardente. Si fermò a
osservare alcuni uomini tarchiati e muscolosi dalle canottiere
chiazzate di polvere nera, ciascuno con il sudore che gli colava
lungo la schiena, spalare carbone dentro due bocche spalancate
che dovevano essere alimentate più di quattro volte al giorno.
Come aveva predetto il capitano Havens, dopo pochi minuti
Harry fu costretto a ritornare a passo malfermo nel corridoio,
sudando e boccheggiando. Passò del tempo prima che si
riprendesse a sufficienza per risalire sulla tolda, dove cadde in
ginocchio e incamerò aria fresca a pieni polmoni. Si chiese come
gli uomini riuscissero a sopravvivere in quelle condizioni,
svolgendo tre turni di due ore al giorno, sette giorni alla
settimana.
Quando si fu ripreso, Harry tornò sul ponte di comando, con
una miriade di domande da fare, a partire da quale stella del
Grande Carro puntasse verso la Stella Polare, fino a quante
miglia nautiche al giorno la nave fosse mediamente in grado di
coprire e a quante tonnellate di carbone servissero per… Il
capitano fu felice di rispondere a tutte le sue domande, senza
sembrare mai esasperato di fronte all’insaziabile sete di
conoscenza del giovane quarto ufficiale. Anzi, il capitano Havens
sottolineò davanti al signor Bradshaw, in assenza di Harry, che a
colpirlo maggiormente di quel ragazzo era il fatto che non
ponesse mai due volte la stessa domanda.
Nei giorni seguenti, Harry imparò a verificare la

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corrispondenza tra la bussola e la linea tratteggiata sulla mappa
nautica, a calcolare la direzione dei venti osservando i gabbiani e
a far superare alla nave il cavo di un’onda senza perdere la
precisione della rotta.
Alla fine della prima settimana, gli fu concesso di mettersi al
timone ogni volta che un ufficiale si prendeva una pausa per
mangiare. Di sera, il capitano gli insegnò i nomi delle stelle che,
sottolineò, erano affidabili quanto la bussola, confessandogli,
peraltro, di averne una conoscenza limitata all’emisfero
settentrionale, dato che la Devonian non aveva mai varcato
l’Equatore nei ventisei anni passati sugli oceani.
Dopo una decina di giorni di navigazione, il capitano sperava
quasi che scoppiasse una tempesta non solo per porre termine a
quelle infinite domande, ma per vedere se ci fosse qualcosa in
grado di mettere in difficoltà quel giovane. Jim Patterson lo aveva
già avvertito che quella mattina il signor Clifton era sopravvissuto
un’ora nella sala delle caldaie e che era determinato a completare
un intero turno prima che attraccassero a Cuba.
«Per lo meno, là sotto ti sei risparmiato le infinite domande»
sottolineò il capitano.
«Questa settimana» rispose il primo ufficiale di macchina.
Il capitano Havens si chiese se sarebbe giunto il momento in
cui lui stesso avrebbe imparato qualcosa dal suo quarto ufficiale.
Accadde nel dodicesimo giorno di viaggio, subito dopo che Harry
aveva completato il primo turno di due ore nella sala macchine.
«Sapeva che il signor Patterson colleziona francobolli,
signore?» chiese Harry.
«Sì» rispose il capitano, con sicurezza.
«E che la sua collezione ora conta oltre quattromila pezzi, tra
cui un Penny Black senza perforazione e un Capo di Buona

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Speranza triangolare africano?»
«Sì» ripeté il capitano.
«E che la collezione ora vale più della sua casa di
Mablethorpe?»
«È solo una villetta, dannazione» esclamò il capitano,
cercando di tenere duro e aggiungendo, prima che Harry potesse
porre la domanda successiva: «Sarei più interessato se lei
scoprisse sul conto di Tom Bradshaw tanto quanto sembra aver
estorto al mio primo ufficiale di macchina. Perché, francamente,
Harry, in questi dodici giorni ho appreso più cose sul suo conto
di quante ne abbia scoperte sul mio terzo ufficiale in tre anni e,
finora, non avrei mai pensato che gli americani fossero un popolo
così riservato».
Più Harry pensava all’osservazione del capitano, più si
rendeva conto di quanto poco lui stesso sapesse di Tom,
malgrado avesse passato molte ore con lui sul ponte di comando.
Non aveva idea se quell’uomo avesse fratelli o sorelle, cosa
facesse suo padre per guadagnarsi da vivere, dove vivessero i suoi
genitori o anche solo se avesse una fidanzata. E soltanto il suo
accento lasciava intendere che fosse americano, perché Harry
ignorava da quale città o persino da quale Stato venisse.
Si udirono sette rintocchi di campana. «Le spiace mettersi al
timone, signor Clifton» disse il capitano, «intanto che ceno
insieme al signor Patterson e al signor Bradshaw? Non esiti a
farmi sapere se dovesse individuare qualcosa» aggiunse,
abbandonando il ponte di comando, «soprattutto se è più grosso
di noi.»
«Sì, signore» disse Harry, felicissimo di essere lasciato al
comando della nave, anche se solo per una quarantina di minuti,
un lasso di tempo che comunque si allungava giorno dopo giorno.

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Fu quando Harry gli chiese quanti giorni ci volevano ancora
per raggiungere Cuba che il capitano Havens si rese conto che
quel ragazzo precoce era già annoiato. Iniziava a covare una certa
solidarietà per il capitano della Resolution, che non aveva idea di
ciò in cui stava per impelagarsi.
Ultimamente, Harry prendeva il timone dopo cena in modo da
consentire agli altri ufficiali di godersi qualche mano di ramino
prima di tornare sulla plancia. E ora, ogni volta che il cinese
portava a Harry la sua tazza di tè, era sempre bollente e dentro
c’era la zolletta di zucchero che lui desiderava.
Una sera qualcuno udì il signor Patterson dire al capitano
che, se il signor Clifton avesse deciso di assumere il comando
della nave prima del loro ritorno a Bristol, non sapeva bene con
chi si sarebbe schierato.
«Hai in mente di scatenare un ammutinamento, Jim?» chiese
Havens, versando al suo ufficiale di macchina un altro goccio di
rum.
«No, però ti devo avvertire, comandante, che quel giovanotto
ha già riorganizzato i turni della sala macchine. Per cui, so da che
parte si schiererebbero i miei ragazzi.»
«In tal caso, il meno che possiamo fare» disse Havens,
versandosi un bicchiere di rum, «è ordinare all’ufficiale di
bandiera di mandare un messaggio alla Resolution per avvertirli
di ciò con cui avranno a che fare.»
«Ma noi non abbiamo un ufficiale di bandiera.»
«In tal caso, dovremo sbattere quel ragazzo ai ferri» disse
Havens.
«Buona idea, capitano. Peccato solo che non abbiamo i
ferri…»
«Sfortunatamente. Ricordami di procurarmeli non appena

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avremo fatto ritorno a Bristol.»
«Ma sembri esserti scordato che Clifton se ne andrà per
raggiungere la Resolution non appena avremo attraccato» disse
Patterson.
Il capitano mandò giù un sorso di rum prima di ripetere:
«Sfortunatamente».

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Pochi minuti prima dei sette rintocchi, Harry si presentò sul


ponte di comando per dare il cambio al signor Bradshaw, in
maniera da consentirgli di scendere e di raggiungere il capitano
per la cena.
Il tempo in cui Tom lo lasciava solo al comando cresceva di
turno in turno. Harry non se ne lamentò mai perché gli piaceva
l’illusione che, per un’ora al giorno, la nave fosse sotto il suo
comando.
Controllò la freccia della bussola e tenne la rotta stabilita dal
capitano. Gli era addirittura stato dato il compito di annotare la
loro posizione sulla mappa e di compilare il giornale di bordo
della giornata prima di smontare.
Mentre Harry era da solo sul ponte di comando, con la luna
piena, il mare calmo e migliaia di miglia di oceano davanti a lui, i
suoi pensieri tornarono verso l’Inghilterra. Si chiese cosa stesse
facendo in quel momento Emma.
Emma era seduta nella sua stanza del Somerville College, a
Oxford, e stava sintonizzando la radio sull’Home Service per
sentire il discorso alla nazione del signor Neville Chamberlain.
«Questa è la BBC di Londra. State per ascoltare una

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dichiarazione del primo ministro.
«Vi parlo dalla sala del Gabinetto, al numero dieci di
Downing Street. Stamattina, l’ambasciatore britannico a Berlino
ha consegnato al governo tedesco una nota nella quale si
dichiarava che se, entro le undici di oggi, non avessimo ricevuto
la conferma che la Germania era pronta a ritirare le sue truppe
dalla Polonia, tra di noi sarebbe sussistito lo stato di guerra.
Ora devo dirvi che non abbiamo ricevuto tale promessa e che,
pertanto, questo Paese è in guerra con la Germania.»
Ma, dato che la radio della Devonian non captava la BBC, a
bordo tutti seguitarono a fare le loro cose come se fosse un
giorno normale.
Harry stava ancora pensando a Emma quando il primo schizzò
accanto alla prua. Non sapeva come comportarsi. Detestava
disturbare il capitano mentre cenava, temendo di essere
rimproverato per avergli fatto sprecare del tempo. Harry era
completamente vigile quando vide il secondo e, quella volta, non
ebbe dubbi su cosa fosse. Osservò il lungo oggetto sottile e
scintillante scivolare sotto la superficie in direzione della prua
della nave. D’istinto, girò la ruota del timone a dritta, ma la nave
virò a sinistra. Non era esattamente ciò che aveva inteso fare, ma
l’errore gli consentì di dare l’allarme, perché l’oggetto superò
rapido la prua, mancando la nave di diversi metri.
Non esitò e attivò con il palmo della mano la sirena, che
emise subito un suono fortissimo. Qualche istante dopo, il signor
Bradshaw apparve sulla tolda e corse in direzione della plancia,
seguito a breve distanza dal capitano che si stava infilando la
giacca.
A uno a uno, il resto dell’equipaggio corse fuori dal ventre
della nave, puntando dritto alle rispettive postazioni, nella

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convinzione che dovesse trattarsi di un’esercitazione antincendio
fuori programma.
«Che problema c’è, signor Clifton?» chiese il capitano
Havens con calma, mettendo piede nella plancia.
«Credo di aver visto un siluro, signore, ma non ne sono
sicuro, dato che non ne ho mai visti prima d’ora.»
«Non può essere stato un delfino che si godeva gli avanzi
della nostra cena?» provò a dire il capitano.
«No, signore, non era un delfino.»
«Nemmeno io ho mai visto un siluro» ammise Havens
posando le mani sulla ruota del timone. «Da quale direzione
proveniva?»
«Nord-nord-est.»
«Signor Bradshaw» disse il capitano, «tutto l’equipaggio alle
postazioni di emergenza e pronto a calare le scialuppe di
salvataggio al mio comando.»
«Sì, signore» disse Bradshaw, lasciandosi scivolare sulla
tolda dalle ringhiere e organizzando immediatamente
l’equipaggio.
«Signor Clifton, tenga gli occhi aperti e, se individua
qualcosa, mi informi all’istante.»
Harry afferrò il binocolo e si mise a perlustrare lentamente
l’oceano. Intanto, il capitano sbraitò nel portavoce: «Invertire la
marcia in tutti i motori, signor Patterson, in tutti i motori, e si
tenga pronto a ulteriori ordini».
«Sì, signore» ribatté l’allarmato ufficiale di macchina, che
non udiva quell’ordine dal 1918.
«Un altro» esclamò Harry. «Nord-nord-est, punta dritto su di
noi.»
«Lo vedo» disse il capitano. Girò la ruota del timone a

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sinistra e il siluro li mancò di poche decine di centimetri. Sapeva
che ben difficilmente quel trucchetto sarebbe riuscito un’altra
volta. «Aveva ragione, signor Clifton. Non si trattava di un
delfino» disse Havens, in tono prosaico. Con un filo di voce,
aggiunse: «Dobbiamo essere entrati in guerra. Il nemico dispone
di siluri, mentre io non ho altro che centoquarantaquattro
biciclette Raleigh, qualche sacco di patate e degli abiti di
cotone». Harry tenne gli occhi aperti.
Il capitano era rimasto così calmo che Harry quasi non
percepì il minimo senso del pericolo. «Numero quattro in arrivo,
signore» disse. «Di nuovo, da nord-nord-est.»
Havens tentò una nuova manovra ardita della vecchia signora
che, però, non rispose in maniera sufficientemente rapida alle sue
sgradite avances e, così, il siluro squarciò la prua della nave.
Qualche minuto dopo, il signor Patterson comunicò lo scoppio di
un incendio sotto la linea di galleggiamento e l’impossibilità da
parte dei suoi uomini di spegnere le fiamme con le primitive
manichette in dotazione alla nave. Il capitano non ebbe bisogno
di sentirsi dire che l’impresa che stava affrontando era senza
speranze.
«Signor Bradshaw, prepararsi ad abbandonare la nave. Tutto
l’equipaggio raggiunga le scialuppe di salvataggio e attenda nuovi
ordini.»
«Sì, signore!» gridò Bradshaw dalla tolda.
Havens urlò nel tubo portavoce. «Signor Patterson, prenda i
suoi uomini e li porti immediatamente fuori di lì. Intendo
immediatamente. Raggiungete le scialuppe.»
«Lo stiamo facendo, comandante.»
«Un altro, signore» disse Harry. «Nord-nord-est. Punta dritto
al mezzo, sul lato destro.»

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Il capitano girò ancora una volta il timone, ben sapendo che
non sarebbe riuscito a limitare il danno. Qualche secondo dopo il
siluro squarciò la nave, che iniziò a inclinarsi su un fianco.
«Abbandonare la nave!» gridò Havens, protendendosi verso
l’impianto di amplificazione. «Abbandonare la nave!» ripeté
diverse volte, prima di rivolgersi a Harry, che stava ancora
perlustrando il mare con il binocolo. «Si avvii alla scialuppa più
vicina, signor Clifton, e alla svelta. È inutile che qualcuno resti
nella plancia.»
«Sì, signore» disse Harry.
«Capitano» chiamò una voce dalla sala macchine, «la porta
della stiva numero quattro è bloccata. Sono intrappolato
sottocoperta insieme a cinque dei miei uomini.»
«Arriviamo, signor Patterson. Vi tireremo fuori di lì in men
che non si dica. Cambio di programma, signor Clifton. Mi
segua.» Il capitano si precipitò giù dalle scale, senza nemmeno
toccare i gradini con i piedi, tallonato da Harry a pochi centimetri
di distanza.
«Signor Bradshaw» gridò il capitano, scansando le fiamme
che stavano avviluppando tutto, alimentate dal carburante, e che
avevano già raggiunto il ponte superiore, «faccia salire in fretta
gli uomini sulle scialuppe e abbandonate la nave.»
«Sì, signore» ribatté Bradshaw, aggrappato al parapetto della
nave.
«Mi serve un remo. E si assicuri che ci sia una scialuppa
pronta ad accogliere il signor Patterson e gli uomini della sala
macchine.»
Bradshaw afferrò il remo di una scialuppa e, con l’aiuto di un
altro marinaio, riuscì a passarlo al capitano. Harry e il
comandante ne strinsero un’estremità a testa e avanzarono sul

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ponte con qualche impaccio, in direzione della stiva numero
quattro. Harry non capiva cosa avrebbe potuto fare un remo
contro un siluro, ma non era il momento per le domande.
Il capitano procedette senza indugi, superando il cinese, che
era in ginocchio e che, a capo chino, pregava il suo Dio.
«Salga immediatamente sulla scialuppa di salvataggio,
stupido idiota!» gridò Havens.
Il signor Lu si alzò in piedi con qualche difficoltà, ma non si
mosse. Mentre Harry gli barcollava accanto, lo spinse in
direzione del terzo ufficiale, facendo vacillare in avanti il signor
Lu, che quasi cadde tra le braccia del signor Bradshaw.
Quando il capitano ebbe raggiunto il portellone sopra la stiva
numero quattro, incuneò la sottile punta del remo in un gancio
arcuato, saltò verso l’alto e scaricò tutto il suo peso sulla pala.
Harry si unì subito a lui e, insieme, riuscirono a sollevare il
pesante disco di ferro fino a creare uno spazio di una trentina di
centimetri.
«Tiri fuori gli uomini, signor Clifton, mentre io cerco di
tenere aperto il portellone» ordinò Havens.
In quel momento, due mani spuntarono dall’apertura.
Harry mollò il remo, si lasciò cadere in ginocchio e strisciò
verso il portellone aperto. Mentre afferrava quell’uomo per le
spalle, un’ondata d’acqua lo travolse e allagò la stiva. Tirò
bruscamente fuori il marinaio e gli gridò di raggiungere subito le
scialuppe. Il secondo uomo era più agile e riuscì a uscire senza
l’aiuto di Harry, mentre il terzo era in preda a un panico così
cieco da lanciarsi nell’apertura e picchiare la testa sul coperchio
del boccaporto prima di farcela e barcollare dietro ai suoi
compagni di navigazione. I due dopo di loro seguirono in rapida
successione e si diressero carponi verso la scialuppa di

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salvataggio restante. Harry attese che l’ufficiale di macchina
apparisse, ma di lui non c’era traccia. La nave sussultò,
inclinandosi ancora, e Harry dovette aggrapparsi al ponte per non
cadere a testa in giù nella stiva.
Scrutò nell’oscurità sotto di lui e intravide una mano protesa
verso l’alto. Infilò la testa nel buco e si sporse verso il basso
finché poté, però non riuscì a raggiungere le dita del secondo
ufficiale. Il signor Patterson tentò di saltare verso l’alto varie
volte, ma i suoi sforzi diventavano meno efficaci mentre altra
acqua gli si riversava sopra. Il capitano Havens capì qual era il
problema, ma non poteva aiutare perché, se avesse mollato il
remo, il coperchio del boccaporto si sarebbe abbattuto
violentemente su Harry.
Patterson, che ora aveva l’acqua alle ginocchia, gridò: «Per
l’amor di Dio, voi due! Salite sulle scialuppe di salvataggio prima
che sia troppo tardi!».
«Nemmeno per idea» replicò il capitano. «Signor Clifton,
scenda là sotto, spinga quel bastardo fin quassù e poi salga anche
lei.»
Lui non esitò. Si calò di spalle nella stiva, facendo scendere
prima i piedi, aggrappandosi al ripiano con i polpastrelli. Alla
fine, si lasciò andare e cadde nell’oscurità. L’acqua gelida, oleosa
e agitata attutì la caduta e, recuperato l’equilibrio, Harry si
aggrappò ai lati, si abbassò nell’acqua e disse: «Salga sulle mie
spalle, signore, e dovrebbe farcela».
L’ufficiale di macchina obbedì al quarto ufficiale, ma, per
quanto si protendesse verso l’alto in tutta la sua altezza,
continuava a mancare qualche centimetro al ponte. Harry mise
tutta la forza che aveva in corpo per far salire ulteriormente
Patterson finché quest’ultimo riuscì a raggiungere il bordo del

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boccaporto e ad aggrapparsi con la punta delle dita. Ora nella
stiva entrava un sacco di acqua, dato che la nave si inclinava
sempre più. Harry piazzò le mani sotto il sedere del signor
Patterson e iniziò a spingere come un sollevatore di pesi, finché
la testa dell’ufficiale di macchina spuntò sul ponte.
«Bello vederti, Jim» mugugnò il capitano, senza smettere di
applicare al remo tutta la forza che aveva.
«Altrettanto, Arnold» rispose l’ufficiale di macchina, mentre
lentamente si issava fuori dalla stiva.
Fu in quel momento che l’ultimo siluro colpì la nave ormai
sul punto di affondare. Il remo si spezzò in due e il portellone di
ferro si abbatté sull’ufficiale di macchina. Come l’ascia di un
boia del Medioevo, gli tranciò la testa con un colpo secco e si
chiuse con violenza. Il corpo di Patterson ricadde dentro la stiva,
atterrando nell’acqua accanto a Harry.
Il ragazzo ringraziò Dio di non riuscire a vedere il signor
Patterson nell’oscurità che ora lo circondava. Per lo meno l’acqua
aveva smesso di riversarsi lì dentro, anche se ciò significava che
non c’era alcuna possibilità di fuga.
Mentre la Devonian iniziava a capovolgersi, Harry ipotizzò
che anche il capitano dovesse essere rimasto ucciso, altrimenti si
sarebbe di certo messo a picchiare sul boccaporto per trovare il
modo di tirarlo fuori. Harry pensò all’ironia di dover finire i suoi
giorni come il padre, sepolto vivo nel fondo cavo di una nave. Si
aggrappò al lato della stiva nell’estremo tentativo di ingannare la
morte. Gli balenarono davanti moltissime facce, mentre attendeva
che l’acqua gli salisse centimetro dopo centimetro sopra le spalle,
il collo, la testa. Strani pensieri prendono il sopravvento quando
sai che ti restano solo pochi istanti di vita.
La sua morte, almeno, avrebbe risolto i problemi di molte

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delle persone a cui voleva bene. Emma sarebbe stata liberata dal
voto di rinunciare a chiunque altro per il resto dei suoi giorni. Sir
Walter non avrebbe dovuto più preoccuparsi delle implicazioni
del testamento di suo padre. Con il tempo, Giles avrebbe
ereditato il titolo di famiglia e tutti i beni materiali del padre.
Persino Hugo Barrington, forse, sarebbe sopravvissuto, ora che
non avrebbe più avuto bisogno di dimostrare che non era il padre
di Harry. Solo la sua cara madre…
D’un tratto ci fu un’enorme esplosione. La Devonian si
spezzò in due e, qualche secondo dopo, i due tronconi si
impennarono come un cavallo imbizzarrito, prima di inabissarsi
rapidamente.
Il capitano dell’U-boat osservò la scena dal periscopio finché
la Devonian fu scomparsa del tutto sotto le onde, lasciandosi alle
spalle una miriade di abiti di cotone dalle tinte sgargianti e
innumerevoli corpi che ondeggiavano sulla superficie
dell’oceano, tra le patate.

460
54

«Mi puoi dire il tuo nome?»


Harry alzò gli occhi sull’infermiera, ma non riuscì a muovere
le labbra.
«Mi senti?» gli chiese. Un altro accento americano.
Harry le rivolse un tenue cenno di assenso e lei sorrise. Udì
una porta che si apriva. Non vide chi era entrato nell’infermeria,
ma l’infermiera lo lasciò immediatamente: doveva trattarsi di una
persona importante. Sentì ciò che stavano dicendo ed ebbe
l’impressione di origliare.
«Buonasera, infermiera Craven» disse un uomo dalla voce più
in là con gli anni.
«Buonasera, dottor Wallace» rispose la donna.
«Come stanno i nostri due pazienti?»
«Uno mostra chiari segni di miglioramento. L’altro è tuttora
privo di sensi.»
Dunque siamo sopravvissuti almeno in due, pensò Harry.
Avrebbe voluto gioire apertamente, ma, per quanto le sue labbra
si muovessero, non ne uscì nemmeno una parola.
«E continuiamo a non avere la benché minima idea di chi
siano?»

461
«No, però prima il capitano Parker è venuto a vedere come
stavano e, quando gli ho mostrato quel che restava delle loro
divise, non ha avuto dubbi sul fatto che si trattasse di due
ufficiali.»
Il cuore di Harry ebbe un sussulto all’idea che il capitano
Havens potesse essere sopravvissuto. Udì il dottore avvicinarsi
all’altro letto, ma non fu in grado di girare la testa per vedere chi
lo occupava. Qualche istante dopo, udì: «Povero diavolo, sarei
sorpreso se superasse la nottata».
In tal caso, è ovvio che non conosce il capitano Havens, gli
avrebbe voluto dire Harry, perché non riuscirete a farlo morire
tanto facilmente.
Il dottore tornò al capezzale di Harry e iniziò a visitarlo. Il
ragazzo riuscì solo a intravedere un uomo di mezz’età dal volto
serio, pensieroso.
Una volta finita la visita, il dottor Wallace si girò dall’altra
parte e si rivolse a voce bassa all’infermiera: «Mi sento di essere
decisamente più ottimista con questo, per quanto le probabilità
continuino a non superare il cinquanta per cento, con tutto quello
che ha passato. Seguiti a lottare, giovanotto» disse, voltandosi
dalla parte di Harry, per quanto non fosse certo che il paziente
riuscisse a sentirlo. «Faremo tutto quello che è in nostro potere
per tenerla in vita.»
Harry avrebbe voluto ringraziarlo, ma non riuscì a far meglio
di un altro cenno impercettibile, prima che il dottore si
allontanasse.
«Se uno dei due dovesse morire nel corso della notte» udì il
medico sussurrare all’infermiera, «conosce la procedura
corretta?»
«Sì, dottore. Bisogna informarne immediatamente il capitano

462
e il corpo va portato giù all’obitorio.»
Harry avrebbe voluto chiedere quanti dei suoi compagni di
navigazione vi si trovassero già.
«E vorrei esserne informato anch’io» aggiunse Wallace,
«anche se mi fossi già ritirato per andare a dormire.»
«Certo, dottore. Posso chiedere cosa ha deciso di fare il
capitano di quei poveri diavoli che erano già morti quando li
abbiamo tirati fuori dall’acqua?»
«Ha dato ordine di dar loro sepoltura in mare alle prime luci
di domattina, visto che sono tutti marinai.»
«Perché così presto?»
«Non vuole che i passeggeri si rendano conto del numero di
vite umane andate perse la notte scorsa» aggiunse il dottore,
allontanandosi. Harry sentì il rumore di una porta che si apriva.
«Buonanotte, infermiera.»
«Buonanotte, dottore» rispose lei, e la porta si chiuse.
L’infermiera Craven tornò a sedersi accanto al letto di Harry.
«Non mi importa un fico secco delle probabilità» disse. «Tu
vivrai.»
Harry alzò gli occhi su quella donna nascosta dietro una
divisa bianca e un copricapo bianco entrambi inamidati e,
ciononostante, non gli sfuggì l’ardente fiducia nel suo sguardo.
Al successivo risveglio di Harry, la stanza era al buio, a parte
un barlume di luce nell’angolo opposto, forse proveniente da
un’altra stanza. Il suo primo pensiero fu per il capitano Havens
impegnato a lottare per la vita nel letto accanto. Pregò che
sopravvivesse e che potessero tornare insieme in Inghilterra, in
maniera tale che il capitano andasse in pensione e Harry si
arruolasse nella Royal Navy, a bordo di qualsiasi nave su cui Sir
Walter fosse riuscito a farlo salire.

463
I suoi pensieri tornarono ancora una volta a Emma e a come la
propria morte avrebbe risolto tanti problemi alla famiglia
Barrington, problemi che ora sarebbero tornati a tormentarli.
Harry udì di nuovo il rumore della porta che si apriva e un
passo sconosciuto che entrava nell’infermeria. Pur non riuscendo
a vedere chi fosse, il rumore delle sue scarpe indicava due cose:
era un uomo e sapeva dove stava andando. Un’altra porta si aprì
sul lato opposto della stanza e la luce crebbe di intensità.
«Ciao, Kristin» disse una voce maschile.
«Salve, Richard» fu la replica dell’infermiera. «Sei in ritardo»
gli disse in tono provocatorio, non astioso.
«Scusa, tesoro. Tutti gli ufficiali sono dovuti restare sul ponte
di comando fin quando non sono state abbandonate le ricerche di
eventuali superstiti.»
La porta si chiuse e la luce si attenuò ancora una volta. Harry
non aveva modo di sapere quanto tempo fosse passato quando la
porta si riaprì – mezz’ora, un’ora, forse – e udì di nuovo le loro
voci.
«Hai la cravatta storta» commentò l’infermiera.
«È inaccettabile» ribatté l’uomo. «Qualcuno potrebbe capire
cosa abbiamo combinato.» La donna rise mentre lui si avviava
verso la porta. Si fermò all’improvviso. «Chi sono questi due?»
«Il signor A e il signor B. Gli unici sopravvissuti
dell’operazione di soccorso della notte scorsa.»
Io sono il signor C, avrebbe voluto dirle Harry mentre si
avvicinavano al suo letto. Chiuse gli occhi: non voleva
pensassero che aveva ascoltato la loro conversazione.
Lei gli tastò il polso. «Credo che il signor B stia meglio di
ora in ora. Sai, non sopporto l’idea di non averne salvato
nemmeno uno.» Si staccò da Harry e raggiunse l’altro letto.

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Il ragazzo aprì gli occhi e girò leggermente la testa, scorgendo
un giovane di alta statura con un’elegante uniforme bianca dalle
spalline d’oro. D’un tratto, l’infermiera Craven scoppiò in
lacrime. Il giovane uomo le cinse con delicatezza le spalle con un
braccio e cercò di consolarla.
No, no, avrebbe voluto gridare Harry, il capitano Havens non
può morire. Torneremo in Inghilterra insieme.
«Qual è la procedura da seguire in queste circostanze?»
chiese il giovane ufficiale, in tono alquanto formale.
«Devo informare subito il capitano e poi svegliare il dottor
Wallace. Una volta firmate tutte le carte e ottenute le
autorizzazioni necessarie, il corpo verrà portato giù all’obitorio e
preparato in vista della cerimonia funebre di domattina.»
No, no, no, gridò Harry, senza che nessuno dei due lo
sentisse.
«Prego Dio, qualsiasi Dio» seguitò l’infermiera, «che
l’America non venga coinvolta in questa guerra.»
«Non succederà mai, tesoro» disse il giovane ufficiale.
«Roosevelt è decisamente troppo avveduto per farsi coinvolgere
in un’altra guerra europea.»
«È quello che i politici hanno detto l’ultima volta» gli
rammentò Kristin.
«Ehi, cos’è che ti ha spinto a questa riflessione?» Dal tono di
voce, si sarebbe detto che fosse preoccupato.
«Il signor A aveva la tua stessa età» disse. «Forse anche lui a
casa aveva una fidanzata.»
Harry si rese conto che quello nel letto accanto al suo non era
il capitano Havens, bensì Tom Bradshaw. Fu allora che prese la
decisione.
Quando Harry si risvegliò, udì delle voci provenienti dalla

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stanza accanto. Qualche istante dopo, il dottor Wallace e
l’infermiera Craven misero piede nell’infermeria.
«Deve essere stato straziante» disse l’infermiera.
«Non è stato per niente piacevole» ammise il dottore. «Che
siano stati seppelliti tutti senza un nome ha in qualche modo
peggiorato le cose, anche se devo convenire con il capitano che è
così che un marinaio avrebbe voluto essere sepolto.»
«Notizie dell’altra nave?» chiese l’infermiera.
«Sì, hanno avuto un po’ più fortuna di noi. Undici morti ma
tre sopravvissuti: un cinese e due inglesi.»
Harry si chiese se uno degli inglesi fosse il capitano Havens.
Il dottore si chinò e gli sbottonò la casacca del pigiama.
appoggiò un freddo stetoscopio su diversi punti del suo petto e lo
auscultò con attenzione. Poi l’infermiera infilò un termometro
nella bocca di Harry.
«La febbre si è decisamente abbassata» disse dopo aver
controllato l’asticella di mercurio.
«Ottimo. Potrebbe provare a somministrargli un po’ di
brodo.»
«Sì, certamente. Ha bisogno del mio aiuto con altri
passeggeri?»
«No, grazie, infermiera. Il suo compito più importante è fare
in modo che questo sopravviva. Ci vediamo fra un paio d’ore.»
Una volta che la porta si fu richiusa, l’infermiera tornò al
capezzale di Harry. Si sedette e sorrise. «Riesci a vedermi?»
chiese. Harry annuì. «Puoi dirmi come ti chiami?»
«Tom Bradshaw» fu la risposta di Harry.

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55

«Tom» disse il dottor Wallace dopo aver finito di visitare


Harry, «mi domandavo se è in grado di dirmi il nome del suo
collega ufficiale morto la notte scorsa. Vorrei scrivere a sua madre
oppure a sua moglie, se ne aveva una.»
«Si chiamava Harry Clifton» rispose Harry, con un filo di
voce. «Non era sposato, ma conosco sua madre piuttosto bene.
Avevo intenzione di scriverle io stesso.»
«Nobile da parte sua» disse Wallace, «però, vorrei
ugualmente mandarle una lettera. Ha il suo indirizzo?»
«Sì. Ma, forse, il colpo sarebbe meno duro se la notizia gliela
dessi io e non un perfetto sconosciuto» propose.
«Se lo dice lei» ribatté Wallace, in tono poco convinto.
«Sì» disse Harry, stavolta con voce leggermente più decisa.
«Potrete spedire la mia lettera quando la Kansas Star sarà di
ritorno a Bristol. Sempre che il capitano sia ancora dell’idea di
far rotta sull’Inghilterra, ora che siamo in guerra con la
Germania.»
«Noi non siamo in guerra con la Germania» disse Wallace.
«No, certo» si corresse in fretta Harry. «E speriamo di non
arrivare mai a quel punto.»

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«Concordo, ma ciò non impedirebbe alla Kansas Star di fare
il viaggio di ritorno. Restano ancora centinaia di americani
bloccati in Inghilterra che non hanno altro modo per tornare a
casa.»
«Non è rischioso?» chiese Harry. «Soprattutto considerato
quello che noi abbiamo appena passato.»
«No, non penso» disse Wallace. «L’ultima cosa che i tedeschi
sono disposti a fare è affondare una nave passeggeri americana,
cosa che ci trascinerebbe di certo nel conflitto. Le consiglio di
dormire un po’, Tom, perché spero che domani l’infermiera riesca
a farle fare un giro intorno alla tolda. Un giro solo, per
cominciare» sottolineò.
Harry chiuse gli occhi ma non tentò di dormire; rifletté invece
sulla decisione presa e sulle numerose vite su cui si sarebbe
ripercossa. Assumendo l’identità di Tom Bradshaw, si era
concesso un attimo di tregua per pensare al futuro. Una volta
scoperto che Harry Clifton era morto in mare, Sir Walter e il resto
della famiglia Barrington sarebbero stati svincolati da qualsiasi
obbligo a cui si fossero sentiti legati, ed Emma sarebbe stata
libera di iniziare una nuova vita. Una decisione che era convinto
che il Vecchio Jack avrebbe approvato, malgrado non gliene
fossero ancora del tutto chiare tutte le implicazioni.
A ogni buon conto, la resurrezione di Tom Bradshaw avrebbe
comportato qualche problema e lui sarebbe dovuto restare
perennemente in guardia. Non facilitava le cose il fatto di non
sapere quasi nulla sul conto di quell’uomo e, dunque, ogni volta
che l’infermiera Craven gli faceva una domanda sul suo passato,
doveva inventarsi qualcosa oppure cambiare argomento.
Bradshaw si era dimostrato bravissimo a sviare qualsiasi
domanda a cui non gli andasse di rispondere ed era chiaro che era

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stato un tipo solitario. Non metteva piede nel suo paese da
almeno tre anni, forse più, e dunque la sua famiglia non poteva
essere a conoscenza di un suo imminente ritorno. Non appena la
Kansas Star fosse giunta a New York, Harry progettò di rientrare
in Inghilterra sulla prima nave disponibile.
Il suo dilemma più grosso era come evitare che la madre
affrontasse qualsiasi sofferenza non necessaria, nella convinzione
di aver perso l’unico figlio. Il dottor Wallace aveva contribuito
non poco a risolvere tale problema quando gli aveva promesso di
spedire una lettera a Maisie al momento del suo ritorno in
Inghilterra. Ma Harry doveva ancora scrivere quella lettera.
Per ore e ore aveva riflettuto sul suo contenuto e così, quando
si fu ripreso a sufficienza per trasferire i suoi pensieri sulla carta,
il testo lo conosceva quasi a memoria.
New York
8 settembre 1939
Mia carissima madre,
ho fatto tutto ciò che era in mio potere per assicurarmi che
tu ricevessi questa lettera prima che qualcuno venisse a dirti che
ero rimasto ucciso in mare.
Come dimostra la data di questa lettera, non sono morto il 4
settembre, data dell’affondamento della Devonian. In realtà,
una nave americana mi ha ripescato dal mare e io sono più vivo
che mai. Tuttavia, mi si è presentata l’occasione di assumere
l’identità di un altro uomo e l’ho colta, nella speranza di
liberare te e la famiglia Barrington dai tanti problemi che pare
io abbia involontariamente provocato nel corso degli anni.
È importante che tu capisca che il mio amore per Emma non
si è minimamente ridotto, al contrario. Tuttavia, non credo di
avere il diritto di aspettarmi che lei passi il resto della sua vita

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aggrappandosi alla vana speranza che, in un futuro imprecisato,
io riesca a dimostrare che mio padre era Arthur Clifton e non
Hugo Barrington. In tal modo potrà almeno prendere in
considerazione un futuro con qualcun altro. Invidio quell’uomo.
È mia intenzione fare ritorno in Inghilterra prossimamente.
Se tu dovessi ricevere comunicazioni da un certo Tom Bradshaw,
sarò io ad avertele mandate.
Ti contatterò non appena metterò piede in Inghilterra. Nel
frattempo, però, ti devo supplicare di custodire il mio segreto
con la stessa tenacia con cui hai serbato il tuo per tanti anni.
Il tuo devoto figlio,
Harry
Lesse la lettera diverse volte prima di infilarla in una busta
contrassegnata dalla dicitura Strettamente personale e
confidenziale. Vi appose l’indirizzo della Signora Clifton, 27
Still House Lane, Bristol.
La mattina seguente, consegnò la lettera al dottor Watson.
«Pensi di essere pronto a tentare una passeggiatina intorno
alla tolda?» chiese Kristin.
«Certo» rispose Harry, provando a imitare l’accento del dottor
Wallace.
Nelle lunghe ore passate a letto, Harry l’aveva ascoltato
attentamente e, ogni volta che era stato solo, aveva cercato di
riprodurne l’accento, un accento della costa orientale, come aveva
detto Kristin a Richard. Harry era grato di aver trascorso tante ore
insieme al dottor Paget ad acquisire competenze vocali che aveva
pensato che potessero tornare utili solo su un palcoscenico. In
fondo, era su un palcoscenico. Tuttavia, non sapeva ancora come
affrontare l’innocente curiosità di Kristin sulla storia della sua
famiglia e sulla sua istruzione.

470
Trovò aiuto in un romanzo di Horatio Alger e in un altro di
Thornton Wilder, gli unici due libri rimasti nell’infermeria.
Grazie a loro, fu in grado di inventarsi una famiglia immaginaria
proveniente da Bridgeport, nel Connecticut. La famiglia era
formata da un padre direttore di una filiale di provincia della
banca Connecticut Trust and Savings, una madre dedita alla casa
che una volta si era classificata seconda al concorso di bellezza
della sua cittadina, e una sorella maggiore, Sally, sposata
felicemente con Jake, il gestore del negozio di ferramenta locale.
Sorrise tra sé quando gli venne in mente il commento del dottor
Paget secondo cui, con la sua fantasia, era più probabile che
finisse per fare lo scrittore che l’attore.
Harry posò con qualche titubanza i piedi sul pavimento e, con
l’aiuto di Kristin, si alzò lentamente. Dopo aver indossato una
vestaglia, la prese sottobraccio e si diresse verso la porta, con
passo malfermo, per poi affrontare la rampa di scale che
conduceva al ponte.
«Da quant’è che manchi da casa?» chiese Kristin, mentre
iniziavano la lenta passeggiata intorno alla tolda.
Harry cercava sempre di attenersi a quel poco che sapeva di
Bradshaw, aggiungendo qualche dettaglio della vita della sua
famiglia immaginaria. «Da poco più di tre anni» rispose. «I miei
familiari non si lamentano mai perché sanno che, fin dalla più
tenera età, ho desiderato andare per mare.»
«Ma come sei finito a prestare servizio a bordo di una nave
inglese?»
Ottima domanda, dannazione!, pensò Harry. Peccato che una
risposta non l’avesse. Inciampò, per concedersi un po’ di tempo
in più per farsi venire in mente qualcosa di convincente. Kristin
si chinò per aiutarlo.

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«Sto bene» le disse, dopo essersi riappoggiato al braccio di
Kristin. A quel punto, iniziò a starnutire ripetutamente.
«Forse è ora di riportarti in infermeria» propose Kristin.
«Non possiamo permetterci che tu ti prenda un raffreddore. Vorrà
dire che ci riproveremo domani.»
«Come vuoi» disse Harry, felice che lei non gli facesse altre
domande.
Dopo che l’infermiera gli ebbe rimboccato le coperte come
una madre che mette a letto il figlio, cadde subito in un sonno
profondo.
Harry riuscì a compiere undici giri intorno alla tolda il giorno
prima che la Kansas Star entrasse nel porto di New York. Per
quanto non potesse ammetterlo di fronte a nessuno, era davvero
eccitato alla prospettiva di vedere l’America per la prima volta.
«Tornerai subito a Bridgeport, una volta agli ormeggi?» gli
chiese Kristin durante il loro giro finale. «Oppure intendi
fermarti a New York?»
«Non ci ho ragionato sopra» disse Harry che, in realtà, ci
aveva ragionato un sacco. «Suppongo che dipenda dall’ora in cui
attraccheremo» aggiunse, tentando di anticipare la sua domanda
successiva.
«Be’, se ti andasse di passare la notte nell’appartamento di
Richard nell’Eastside, sarebbe fantastico.»
«D’accordo, ma non vorrei creargli fastidi.»
Kristin rise. «Sai, Tom, ci sono volte in cui, da come parli, mi
sembri più inglese che americano.»
«Immagino che, dopo aver servito su navi britanniche per così
tanti anni, finisci per farti corrompere dagli albionici.»
«È anche il motivo per cui non sei riuscito a condividere con
noi il tuo problema?»

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Harry si fermò bruscamente: un inciampo o uno starnuto non
lo avrebbero tratto in salvo.
«Se fossi stato un po’ più franco dall’inizio, saremmo stati
felici di risolvere il problema. Ma, date le circostanze, non
abbiamo potuto far altro che informare il capitano Parker e
lasciare che fosse lui a decidere il da farsi.»
Harry si abbandonò sulla sdraio più vicina, ma, siccome
Kristin non fece il minimo tentativo di soccorrerlo, capì di aver
perso. «È decisamente più complicato di quanto tu immagini»
iniziò. «Però posso spiegarti il motivo per cui non ho voluto
coinvolgere nessun altro.»
«Non ce n’è bisogno. Il capitano è già venuto in nostro
soccorso. Però, effettivamente, voleva chiederti come intendi
affrontare il problema maggiore.»
Harry chinò il capo. «Sono pronto a rispondere a tutte le
domande che il capitano vorrà pormi» disse, quasi sollevato di
essere stato smascherato.
«Come tutti noi, si chiedeva come avresti fatto a scendere
dalla nave, dato che non hai abiti o un solo centesimo in tasca…»
Harry sorrise. «Pensavo che, magari, agli occhi dei
newyorchesi la vestaglia della Kansas Star potesse risultare
elegantissima.»
«In tutta onestà, non molti newyorchesi se ne accorgerebbero
nemmeno se ti incamminassi sulla Fifth Avenue in vestaglia»
disse Kristin. «E quei pochi probabilmente crederebbero che si
tratta dell’ultima moda. Ma, nel caso la pensassero diversamente,
Richard ha trovato un paio di camicie e una giacca sportiva.
Peccato che sia parecchio più alto di te, perché altrimenti ti
avrebbe potuto fornire anche un paio di pantaloni. Il dottor
Wallace può offrirti un paio di scarpe stringate, un paio di calze e

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una cravatta. Il che non risolve, però, il problema dei pantaloni,
ma il capitano ha dei bermuda che non gli vanno più bene.»
Harry scoppiò a ridere.
«Speriamo che tu non ti offenda, Tom, ma abbiamo pure fatto
una piccola colletta tra i membri dell’equipaggio» aggiunse,
consegnandogli una busta. «Penso che siano più che sufficienti
per farti arrivare nel Connecticut.»
«Come posso ringraziarvi?» disse Harry.
«Non ce n’è bisogno, Tom. Siamo tutti felicissimi che tu sia
sopravvissuto. Vorrei solo che fossimo riusciti a salvare anche il
tuo amico, Harry Clifton. Tuttavia, sarai felice di sapere che il
capitano Parker ha dato istruzione al dottor Wallace di
consegnare personalmente la tua lettera a sua madre.»

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56

Quella mattina Harry fu uno dei primi a raggiungere la tolda,


un paio d’ore prima che la Kansas Star entrasse nel porto di New
York. Passò un’altra trentina di minuti prima che il sole si unisse
a lui e, a quel punto, sapeva esattamente come avrebbe trascorso
il suo primo giorno in America.
Aveva già salutato il dottor Wallace, dopo aver cercato di
ringraziarlo maldestramente per tutto ciò che aveva fatto. Wallace
gli aveva assicurato che avrebbe spedito la lettera alla signora
Clifton subito dopo il suo arrivo a Bristol e aveva accettato,
seppur con riluttanza, il fatto che non fosse saggio farle visita,
dopo che Harry aveva alluso all’indole nervosa della donna.
Harry si era commosso quando il capitano Parker era passato
dall’infermeria per consegnargli un paio di bermuda e per
augurargli buona fortuna. Dopo che fu tornato sul ponte di
comando, Kristin gli aveva detto in tono risoluto: «È ora che tu
vada a letto, Tom. Avrai bisogno di tutte le tue forze se, domani, è
tua intenzione raggiungere il Connecticut». A Tom Bradshaw
sarebbe piaciuto passare un giorno o due a Manhattan insieme a
Richard e Kristin, ma Harry Clifton non poteva permettersi di
sprecare tempo ora che la Gran Bretagna aveva dichiarato guerra

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alla Germania.
«Domattina, al tuo risveglio» aveva continuato Kristin, «cerca
di salire sul ponte dei passeggeri prima dell’alba, così potrai
assistere al sorgere del sole mentre arriviamo a New York. So che
lo devi aver visto tante volte, Tom, ma è uno spettacolo che non
manca mai di entusiasmarmi.»
«Vero» disse Harry.
«E, dopo che avremo attraccato, perché non attendi che
Richard e io smontiamo dal servizio, in modo da sbarcare
insieme?»
Con addosso la giacca sportiva e la camicia di Richard,
leggermente troppo larghe, i bermuda del capitano, leggermente
troppo lunghi, e le scarpe e le calze del dottore, leggermente
troppo strette, Harry non vedeva l’ora di scendere a terra.
Il commissario di bordo aveva telegrafato in anticipo per
avvertire l’Ufficio immigrazione di New York che avevano un
passeggero in più sulla nave, un cittadino americano chiamato
Tom Bradshaw. L’Ufficio immigrazione aveva richiamato per dire
che il signor Bradshaw si sarebbe dovuto far riconoscere da uno
dei funzionari dell’immigrazione e che le pratiche sarebbero
partite da lì.
L’intenzione di Harry, una volta che Richard lo avesse
lasciato alla stazione Grand Central, era di aggirarsi per la
stazione per un po’, prima di tornare al porto, dove contava di
presentarsi subito all’ufficio del sindacato e scoprire quali navi
fossero in partenza per l’Inghilterra. Il porto di destinazione non
faceva la minima differenza, purché non fosse Bristol.
Una volta individuata una nave adatta, avrebbe fatto domanda
per qualsiasi impiego di cui ci fosse bisogno. Non sarebbe stato
un problema lavorare nella plancia di comando oppure in sala

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macchine, lavare i ponti oppure sbucciare patate, pur di riuscire a
tornare in Inghilterra. Se fosse saltato fuori che di posti di lavoro
disponibili non ce n’erano, avrebbe acquistato il biglietto più
economico per tornare in patria. Aveva già controllato il
contenuto della voluminosa busta bianca che Kristin gli aveva
consegnato e la somma che c’era dentro era più che sufficiente
per una cuccetta che non sarebbe certo potuta essere più piccola
del ripostiglio in cui aveva dormito a bordo della Devonian.
La prospettiva di non poter avvicinare nessuno dei suoi
vecchi amici e di dover essere cauto persino nell’entrare in
contatto con sua madre, una volta tornato in Inghilterra,
rattristava Harry. Ma, nel momento in cui fosse sceso a terra, il
suo unico obiettivo sarebbe stato imbarcarsi su una nave da
guerra della Royal Navy e prendere parte alla lotta contro i
nemici del re, per quanto sapesse che, ogni volta in cui quella
nave avesse fatto rientro in porto, sarebbe dovuto restare a bordo,
come un criminale in fuga.
I pensieri di Harry furono interrotti da una signora. Osservò
ammirato la Statua della Libertà che gli si profilò davanti nella
foschia di prima mattina. Aveva visto qualche foto di quel
monumento iconico, ma nessuna era stata in grado di
trasmettergli il senso delle sue dimensioni, ora che troneggiava
sopra la Kansas Star, dando il benvenuto negli Stati Uniti a
visitatori, immigranti e compatrioti.
Mentre la nave procedeva in direzione del porto, Harry si
appoggiò al parapetto e puntò gli occhi verso Manhattan, deluso
dal fatto che i grattacieli non sembrassero più alti di certi edifici
di Bristol di cui serbava il ricordo. Ma poi, con il passare dei
minuti, si fecero sempre più alti, finché parvero svettare nei cieli
e lui dovette schermarsi gli occhi dal sole per fissarne le sommità.

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Un rimorchiatore della capitaneria di porto di New York andò
incontro alla Kansas Star per guidarla in sicurezza fino al suo
posto di fonda, lungo il molo numero sette. Quando Harry vide la
folla acclamante iniziò ad avere qualche apprensione, malgrado il
giovane che quella mattina stava entrando a New York fosse ben
più vecchio del quarto ufficiale partito da Bristol solo tre
settimane prima.
«Sorridi, Tom.»
Harry si voltò e vide Richard che aveva una macchina
fotografica Kodak Brownie Box davanti agli occhi. Stava
fissando un’immagine capovolta di Tom, con i grattacieli di New
York a fargli da sfondo.
«Sei un passeggero di cui non ho nessuna intenzione di
scordarmi» disse Kristin, mentre attraversava il ponte verso di lui
per consentire a Richard di scattare un’altra fotografia, stavolta di
loro due insieme. Al posto della divisa da infermiera, aveva
indossato un elegante abito a pois, con cintura e scarpe bianche.
«E io non intendo scordarmi di voi» ribatté Harry, sperando
che nessuno dei due percepisse la sua forte agitazione.
«È ora di sbarcare» disse Richard, chiudendo l’otturatore
della macchina fotografica.
I tre imboccarono l’ampia scala che portava al ponte inferiore,
dove diversi passeggeri stavano già scendendo dalla nave per
riunirsi a parenti sollevati e amici ansiosi. Mentre percorrevano la
passerella, il numero di passeggeri e membri dell’equipaggio che
vollero stringergli la mano e augurargli buona fortuna sollevò il
morale di Harry.
Una volta sul molo, Harry, Richard e Kristin si diressero
verso il controllo immigrazione, dove si unirono a una delle
quattro lunghe code. Gli occhi di Harry schizzarono in tutte le

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direzioni. Aveva un sacco di domande da fare, ma ciascuna di
esse avrebbe rivelato che era la prima volta che metteva piede in
America.
La prima cosa che lo colpì fu il mosaico multicolore del
popolo americano. A Bristol aveva visto solo un uomo di colore
in tutta la sua vita e ricordava di essersi fermato a fissarlo. Il
Vecchio Jack gli aveva detto che era una cosa sgarbata e
irrispettosa, aggiungendo: «Come ti sentiresti se qualcuno si
fermasse a fissarti solo perché sei bianco?». Ma furono
soprattutto i rumori, l’animazione e il semplice ritmo di tutto ciò
che lo circondava a colpire l’immaginazione di Harry e a far sì
che Bristol sembrasse languire in un’era remota.
Iniziava già a rimpiangere di non aver accettato l’offerta di
Richard di passare la notte a casa sua e, magari, di trascorrere
qualche giorno in una città che trovava così eccitante prima
ancora di aver abbandonato il molo.
«Perché non mi fate andare per primo?» disse Richard,
quando giunsero all’inizio della coda. «Così poi vado a prendere
la macchina e vi aspetto fuori dal terminal.»
«Buona idea» disse Kristin.
«Il prossimo!» gridò un funzionario dell’immigrazione.
Richard si avvicinò alla scrivania e consegnò il passaporto al
funzionario, che diede una rapida occhiata alla foto, prima di
apporvi un timbro. «Bentornato a casa, tenente Tibbet.»
«Il prossimo!»
Harry si fece avanti, fastidiosamente consapevole di non
disporre di un passaporto né di un modo per identificarsi oltre
che di portare il nome di un’altra persona.
«Mi chiamo Tom Bradshaw» disse, con una sicurezza che non
avvertiva. «Credo che il commissario di bordo della Kansas Star

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vi abbia telegrafato anticipatamente per comunicarvi che sarei
sceso a terra.»
Il funzionario dell’immigrazione studiò con attenzione Harry,
dopodiché prese in mano un foglio di carta e iniziò a scorrere una
lunga lista di nomi. Alla fine ne spuntò uno, prima di voltarsi e di
fare un cenno. Harry notò per la prima volta due uomini fermi sul
lato opposto della barriera. Indossavano abiti e cappelli grigi
identici. Uno dei due gli rivolse un gran sorriso.
Il funzionario dell’immigrazione timbrò un pezzo di carta e lo
consegnò a Harry. «Bentornato, signor Bradshaw. È passato tanto
tempo.»
«Altroché» disse Harry.
«Il prossimo!»
«Ti aspetto» disse Harry, mentre Kristin si avvicinava alla
scrivania.
«Impiegherò solo un istante» gli promise.
Harry superò la barriera e mise piede per la prima volta negli
Stati Uniti d’America.
Gli uomini in abito grigio si fecero avanti. Uno dei due disse:
«Buongiorno. È lei il signor Thomas Bradshaw?».
«Sono io» ribatté Harry.
Quelle due parole non gli erano quasi uscite di bocca che
l’altro uomo lo afferrò e gli bloccò le braccia dietro la schiena,
mentre il primo lo ammanettava. Accadde tutto con una velocità
tale che Harry non ebbe nemmeno il tempo di protestare.
Restò apparentemente calmo, avendo già considerato l’ipotesi
che qualcuno potesse scoprire che non era Tom Bradshaw bensì
un cittadino inglese, un certo Harry Clifton. Ciononostante,
aveva immaginato che il peggio che gli potessero fare fosse
notificargli un provvedimento di espulsione e rispedirlo in Gran

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Bretagna. E, siccome si trattava di ciò che intendeva comunque
fare, non oppose alcuna resistenza.
Harry notò due automobili in sosta lungo il marciapiede. La
prima era un’auto nera della polizia la cui portiera posteriore era
tenuta aperta da un altro uomo serioso dall’abito grigio. La
seconda era un’auto sportiva sul cui cofano sedeva Richard,
sorridente.
Nel momento in cui Richard vide che Tom era stato
ammanettato e che lo stavano portando via, saltò giù e fece per
corrergli incontro. In quel preciso istante, uno dei poliziotti
iniziò a leggere al signor Bradshaw i suoi diritti, mentre l’altro
seguitava a tenere saldamente Harry per un gomito.
«Ha il diritto di rimanere in silenzio. Qualsiasi cosa lei dica
potrà essere usata contro di lei in tribunale. Ha diritto a un
avvocato.»
Un istante più tardi, Richard camminava accanto a loro.
Fulminò gli agenti con lo sguardo e chiese: «Cosa diavolo
pensate di fare?».
«Se non può permettersi un avvocato, gliene sarà assegnato
uno d’ufficio» continuò il primo poliziotto, mentre l’altro lo
ignorava.
Richard era stupito dalla calma esibita da Tom, quasi come se
non fosse sorpreso di essere stato arrestato. Però, ancora
determinato a fare tutto il possibile per aiutare l’amico, saltò in
avanti, bloccando l’avanzata dei poliziotti, e chiese: «Di cosa è
accusato il signor Bradshaw, agente?».
Il detective di grado superiore si fermò, guardò Richard negli
occhi e disse: «Di omicidio premeditato».

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I peccati del padre
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Jeffrey Archer
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1

«Mi chiamo Harry Clifton.»


«Come no, e io sono Babe Ruth» ribatté il detective
Kolowski, accendendosi una sigaretta.
«No» rispose Harry, «c’è stato un terribile sbaglio. Io sono
Harry Clifton, un cittadino inglese di Bristol. Ero imbarcato sulla
stessa nave di Tom Bradshaw.»
«Risparmia il fiato per il tuo avvocato» disse il detective,
sbuffando una nuvola di fumo che saturò la piccola cella.
«Non ce l’ho un avvocato» protestò Harry.
«Se fossi nei tuoi panni, ragazzo mio, riterrei la presenza di
Sefton Jelks al mio fianco la mia unica speranza di uscire da
questo guaio.»
«Chi è Sefton Jelks?»
«Magari non hai mai sentito parlare dell’avvocato più in
gamba di New York» disse il detective, espirando un’altra
boccata di fumo, «ma ha un appuntamento con te alle nove di
domattina, e Jelks non è il tipo che si scomoda a uscire
dall’ufficio se il suo onorario non è stato pagato in anticipo.»
«Ma…» provò a fermarlo Harry, mentre Kolowski sbatteva il
palmo di una mano contro la porta della cella.

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«Perciò, quando domattina si presenterà qui» continuò
Kolowski, ignorando l’interruzione di Harry, «sarà meglio che tu
tiri fuori una storia più convincente del fatto che abbiamo
arrestato l’uomo sbagliato. Hai detto al funzionario
dell’immigrazione che eri Tom Bradshaw e, se la cosa è stata
bene a lui, starà bene anche al giudice.»
La porta della cella si spalancò, ma non prima che il detective
soffiasse fuori l’ennesimo pennacchio di fumo che fece tossire
Harry. Kolowski uscì nel corridoio senza aggiungere altro e si
sbatté la porta alle spalle. Harry si abbandonò su una branda
appesa alla parete e posò la testa su un cuscino duro come un
muro. Puntò lo sguardo verso il soffitto e iniziò a pensare a come
aveva fatto a finire in una cella di polizia, all’altro capo del
mondo, accusato di omicidio.
La porta si aprì ben prima che la luce del mattino filtrasse
all’interno della cella attraverso le sbarre della finestra. Benché
fosse molto presto, Harry era completamente sveglio.
Un secondino entrò con un vassoio di cibo che l’Esercito
della Salvezza forse avrebbe potuto offrire a un vagabondo senza
un soldo in tasca. Una volta sistemato il vassoio sul tavolino di
legno, se ne andò senza dire una parola.
Harry lanciò un’occhiata al cibo prima di mettersi a
passeggiare avanti e indietro, e passo dopo passo, crebbe in lui la
convinzione che, una volta spiegato al signor Jelks il motivo per
cui aveva assunto il nome di Tom Bradshaw, la faccenda si
sarebbe prontamente risolta. Di certo, espellerlo dal paese
sarebbe stata la pena peggiore che avrebbero potuto comminargli
e, dato che era sempre stata sua intenzione tornare in Inghilterra e
arruolarsi in Marina, alla fine tutto rientrava nel suo piano
originale.

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Alle 8.55 del mattino, Harry era seduto in fondo alla branda e
non vedeva l’ora che apparisse il signor Jelks. L’enorme porta di
ferro si spalancò solo alle 9.12. Harry scattò in piedi nell’istante
in cui una guardia carceraria si fece da parte per far entrare un
uomo alto ed elegante dai capelli grigio argento. Harry pensò che
doveva avere la stessa età di suo nonno. Il signor Jelks indossava
un gessato doppiopetto blu scuro, una camicia bianca e una
cravatta regimental. L’aria annoiata lasciava intendere che
difficilmente qualcosa riusciva a sorprenderlo.
«Buongiorno» disse, rivolgendo un timido sorriso a Harry.
«Mi chiamo Sefton Jelks. Sono il socio anziano dello studio
Jelks, Myers e Abernathy e due miei clienti, il signore e la
signora Bradshaw, mi hanno chiesto di rappresentarla in vista del
suo processo imminente.»
Harry offrì a Jelks l’unica sedia della sua cella, come se fosse
stato un vecchio amico passato dal suo studio di Oxford per una
tazza di tè. Si appollaiò sulla branda e osservò l’avvocato aprire
la sua ventiquattrore, estrarre un taccuino giallo e posarlo sul
tavolo.
Jelks tirò fuori una penna dal taschino interno e disse:
«Forse, è il caso che lei cominci col dirmi chi è, dato che
sappiamo entrambi che non è il tenente Bradshaw».
Se l’avvocato fu sorpreso dal racconto di Harry, non lo diede
a vedere minimamente. Senza sollevare il capo, annotò tutto sul
suo taccuino giallo mentre Harry gli spiegava come avesse finito
per passare la notte in prigione. Terminato il racconto, Harry era
convinto di essersi lasciato tutti i problemi alle spalle, dato che
aveva al suo fianco un avvocato così esperto… finché non giunse
la prima domanda di Jelks.
«Dice di aver scritto una lettera a sua madre mentre si trovava

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a bordo della Kansas Star per spiegare come mai aveva assunto
l’identità di Tom Bradshaw?»
«È esatto, signore. Non volevo che mia madre soffrisse senza
motivo, ma, allo stesso tempo, era necessario che lei capisse
come mai avevo preso una decisione così drastica.»
«Sì, posso capire perché lei abbia pensato che cambiare
identità avrebbe risolto tutti i suoi problemi più impellenti, senza
rendersi conto che questo avrebbe potuto farla finire in una serie
di guai ancor più complicati» ammise Jelks. La sua domanda
successiva sorprese Harry ancora di più. «Ricorda il contenuto di
quella lettera?»
«Certamente. L’ho scritta e riscritta tante di quelle volte che
potrei ripetergliela quasi parola per parola.»
«In tal caso, mi consenta di mettere alla prova la sua
memoria» disse Jelks e, senza aggiungere una sola parola, strappò
un foglio dal suo taccuino giallo e lo diede a Harry insieme a una
penna stilografica.
Mamma carissima,
ho fatto il possibile per assicurarmi che tu ricevessi questa
lettera prima che qualcuno ti dicesse che ero morto in mare.
Come dimostra la data di questa lettera, non sono perito
quando la Devonian è colata a picco, il 4 settembre. Un
marinaio di una nave americana mi ha ripescato dal mare e,
grazie a lui, sono vivo e vegeto. Tuttavia, mi si è presentata
l’opportunità inattesa di assumere l’identità di un altro uomo e
l’ho fatto di buon grado, nella speranza di alleggerire Emma da
tutti i problemi che mio malgrado sembro aver causato a lei e
alla sua famiglia nel corso degli anni.
È importante che tu capisca che il mio amore per lei non è
minimamente venuto meno. Al contrario. Non credo che nella

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vita potrò provare ancora un sentimento simile. Tuttavia, non
credo di avere il diritto di aspettarmi che lei passi il resto della
sua vita aggrappandosi alla vana speranza che un giorno io
possa dimostrare che Hugo Barrington non è mio padre e che
io, in realtà, sono il figlio di Arthur Clifton. In questo modo, per
lo meno, potrà contemplare un futuro con qualcun altro. Invidio
quell’uomo.
È mia intenzione fare ritorno in Inghilterra con la prima
nave disponibile. Dunque, se tu dovessi ricevere qualche
comunicazione da un certo Tom Bradshaw, puoi tranquillamente
immaginare che sono io. Mi metterò in contatto con te non
appena sbarcherò a Bristol. Nel frattempo, però, devo
supplicarti di mantenere il mio segreto con la stessa
determinazione con cui hai mantenuto il tuo per tanti anni.
Il tuo affezionato figlio,
Harry
Dopo che Jelks ebbe finito di leggere la lettera, colse
nuovamente di sorpresa Harry con un’altra domanda. «La lettera
l’ha spedita lei, di persona, signor Clifton» chiese, «oppure ha
affidato l’incarico a qualcun altro?»
Per la prima volta, Harry ebbe qualche sospetto e decise di
non dire che aveva chiesto al dottor Wallace di consegnare la
lettera a sua madre al suo ritorno a Bristol, di lì a due settimane.
Temeva che Jelks potesse convincere il dottor Wallace a
consegnargli la lettera e che, così facendo, sua madre non avrebbe
saputo che lui era ancora vivo.
«Ho spedito la lettera quando sono sbarcato» disse.
L’anziano avvocato se la prese comoda prima di continuare.
«Ha qualche prova del fatto che lei è Harry Clifton e non Thomas
Bradshaw?»

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«No, signore» rispose Harry senza esitazione, dolorosamente
consapevole del fatto che nessuno a bordo della Kansas Star
aveva il minimo motivo per ritenere che lui non fosse Tom
Bradshaw e che le uniche persone in grado di confermare la sua
storia si trovavano sul lato opposto dell’oceano, a circa
cinquemila chilometri di distanza, e che sarebbe passato molto
tempo prima che fossero informate del fatto che Harry Clifton era
stato sepolto in mare.
«In tal caso, forse posso aiutarla, signor Clifton. Sempre
ipotizzando che lei continui a desiderare che la signorina Emma
Barrington la ritenga morto. Se è così» concluse Jelks, con un
sorriso insincero, «forse sono in grado di offrire una soluzione al
suo problema.»
«Una soluzione?» ripeté Harry, per la prima volta speranzoso.
«Ma solo se ritiene di poter continuare a recitare il ruolo di
Thomas Bradshaw.»
Harry rimase in silenzio.
«L’ufficio del procuratore distrettuale riconosce che l’accusa
ai danni di Bradshaw è quanto meno circostanziale e che l’unica
prova reale a cui si stanno aggrappando è il fatto che il giovane
ha abbandonato il paese il giorno successivo all’omicidio.
Consapevoli di quanto il loro caso sia debole, hanno accettato di
lasciar cadere l’accusa a patto che lei sia disposto a dichiararsi
colpevole dell’imputazione meno grave di diserzione dalle forze
armate.»
«Ma perché dovrei accettare una cosa del genere?» chiese
Harry.
«Mi vengono in mente tre buone ragioni» ribatté Jelks.
«Prima di tutto, se non lo fa è probabile che finirà per trascorrere
sei anni in prigione per essere entrato negli Stati Uniti con

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l’inganno. In secondo luogo, manterrebbe l’anonimato e, dunque,
la famiglia Barrington non avrebbe motivo di continuare a
ritenerla in vita. E, in terzo luogo, i Bradshaw sono disposti a
versarle diecimila dollari se accetterà di prendere il posto del loro
figlio.»
Harry capì immediatamente che l’accordo gli avrebbe dato
l’opportunità di ripagare sua madre per tutti i sacrifici che aveva
fatto per lui nel corso degli anni. Una somma così ingente le
avrebbe cambiato la vita, dandole la possibilità di fuggire dalla
casetta di due piani – due stanze per piano – di Still House Lane,
oltre che dalla visita settimanale da parte dell’esattore dell’affitto.
Forse, addirittura, avrebbe potuto prendere in considerazione
l’ipotesi di abbandonare il suo posto di cameriera al Grand Hotel
e di iniziare a condurre una vita più agiata, anche se Harry lo
riteneva improbabile. Prima di accettare i piani di Jelks, però,
anche lui aveva qualche domanda.
«Perché mai i Bradshaw dovrebbero portare avanti un
inganno simile pur sapendo che il loro figlio è morto in mare?»
«La signora Bradshaw desidera disperatamente che il nome di
Thomas non venga sporcato dalla minima macchia. Non
accetterebbe mai che uno dei suoi figli possa aver ucciso l’altro.»
«Dunque è di questo che Tom è accusato? Di aver assassinato
il fratello?»
«Sì, ma, come ho detto, le prove sono deboli e circostanziali
e, di certo, non reggerebbero in tribunale, il che spiega come mai
l’ufficio del procuratore distrettuale sia pronto a lasciar cadere
l’imputazione, a patto che accettiamo di dichiararci colpevoli
dell’imputazione meno grave di diserzione.»
«E se io accettassi, che durata avrebbe la mia condanna?»
«Il procuratore distrettuale è disposto a raccomandare al

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giudice di condannarla a un anno e, dunque, con la buona
condotta, lei potrebbe essere libero nel giro di sei mesi, un netto
vantaggio rispetto ai sei anni che è lecito aspettarsi qualora lei
insista nel dichiarare di essere Harry Clifton.»
«Però, nell’istante in cui metterò piede in quel tribunale, di
certo qualcuno capirà che non sono Bradshaw.»
«Improbabile» gli assicurò Jelks. «I Bradshaw vengono da
Seattle, sulla costa occidentale, e, per quanto siano benestanti,
raramente passano da New York. Thomas è entrato in Marina a
diciassette anni e, come lei ha scoperto a sue spese, non mette
piede in America da quattro. Se lei si dichiarerà colpevole, resterà
in tribunale solo una ventina di minuti.»
«Ma non appena aprirò bocca non capiranno tutti che non
sono americano?»
«È per questo che lei non aprirà bocca, signor Clifton.»
Il cortese avvocato sembrava avere una risposta per tutto, così
Harry optò per una tattica diversa.
«In Inghilterra, i processi per omicidio attirano sempre molti
giornalisti e il pubblico fa la coda davanti al tribunale fin dalle
prime ore del mattino nella speranza di vedere l’imputato anche
solo di sfuggita.»
«Signor Clifton, attualmente a New York si stanno svolgendo
quattordici processi per omicidio, compreso quello del
famigerato “assassino delle forbici”. Dubito che a questo caso
venga assegnato anche solo un cronista alle prime armi.»
«Ho bisogno di un po’ di tempo per pensarci.»
Jelks diede un’occhiata al suo orologio. «Siamo attesi davanti
al giudice a mezzogiorno, pertanto ha poco più di un’ora per
schiarirsi le idee, signor Clifton.» Chiamò una guardia per farsi
aprire la porta della cella. «Se dovesse decidere di non avvalersi

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dei miei servizi, le auguro buona fortuna, perché non ci
incontreremo più» aggiunse, prima di uscire dalla cella.
Harry si sedette in fondo alla branda, soppesando l’offerta di
Jelks. Per quanto non dubitasse che il legale dalla chioma
argentea avesse i suoi interessi, sei mesi gli sembravano
decisamente meno indigesti che sei anni, e a chi altri si sarebbe
potuto rivolgere se non a quell’avvocato esperto? In quel
momento, Harry rimpianse di non potersi presentare nell’ufficio
di sir Walter Barrington per un rapido consulto.
Un’ora dopo Harry, con un abito blu scuro, una camicia color
crema dal colletto inamidato e una cravatta regimental, fu
ammanettato, condotto dalla sua cella a un automezzo carcerario
e portato in tribunale sotto scorta armata.
«Nessuno deve crederla in grado di commettere un omicidio»
aveva dichiarato Jelks dopo che un sarto si era presentato nella
cella di Harry con mezza dozzina di abiti, camicie e svariate
cravatte tra cui scegliere.
«Infatti non lo sono» gli aveva ricordato Harry.
Si incontrò con Jelks nel corridoio. L’avvocato gli rivolse il
solito sorriso, prima di varcare le porte dell’aula e di percorrere la
corsia centrale, senza fermarsi finché non ebbe raggiunto le due
sedie vuote al tavolo del collegio difensivo.
Una volta che si fu accomodato al suo posto e gli furono tolte
le manette, Harry si guardò intorno nell’aula semivuota. Jelks ci
aveva visto giusto: poco pubblico e nessun esponente della
stampa sembravano interessati al caso. Per loro, doveva trattarsi
dell’ennesimo omicidio tra le mura domestiche in cui, con ogni
probabilità, l’imputato sarebbe stato prosciolto. Niente titoli
della serie Caino e Abele, dato che nell’aula quattro non c’era la
minima prospettiva di una sedia elettrica.

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Quando il primo rintocco annunciò il mezzogiorno, una porta
di fronte a lui si aprì e il giudice Atkins attraversò lentamente
l’aula, salì i gradini e prese posto dietro una scrivania sulla
predella rialzata. A quel punto rivolse un cenno al procuratore
distrettuale, come se sapesse esattamente cosa stava per dire.
Un giovane avvocato si alzò dal banco del procuratore e
spiegò che lo stato avrebbe lasciato cadere l’accusa di omicidio,
ma che avrebbe perseguito Thomas Bradshaw con l’accusa di
diserzione dalla Marina degli Stati Uniti. Il giudice annuì e
rivolse l’attenzione al signor Jelks, che si alzò in piedi, con
tempismo perfetto.
«Come si dichiara il suo cliente riguardo alla seconda accusa,
quella di diserzione?»
«Colpevole» disse Jelks. «Spero, vostro onore, che in questa
occasione lei si mostrerà indulgente verso il mio cliente, dato che
non serve che io le ricordi, signore, che si tratta del suo primo
reato e che, prima di questo insolito inciampo, la sua fedina era
immacolata.»
Il giudice Atkins si accigliò. «Signor Jelks» replicò, «secondo
alcuni, un ufficiale che abbandona il proprio posto mentre serve
la patria commette un crimine orribile tanto quanto l’omicidio.
Sono certo di non dover rammentare a lei che, fino a poco tempo
fa, un simile reato avrebbe fatto finire il suo cliente di fronte a un
plotone d’esecuzione.»
Harry avvertì un conato di nausea mentre alzava lo sguardo
verso Jelks, che non staccò gli occhi dal giudice.
«Pertanto» continuò Atkins, «condanno il tenente Thomas
Bradshaw a sei anni di carcere.» Batté il martelletto e disse: «Il
caso seguente», prima che Harry avesse la minima possibilità di
protestare.

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«Mi aveva detto…» fece per dire Harry, ma Jelks aveva già
voltato le spalle al suo ex-cliente e si stava allontanando. Harry
stava per rincorrerlo, quando le due guardie lo afferrarono per le
braccia, gliele strinsero dietro la schiena e ammanettarono
rapidamente il criminale condannato, prima di fargli attraversare
l’aula del tribunale verso una porta che Harry non aveva notato.
Girandosi, Harry vide Sefton Jelks stringere la mano a un
uomo di mezza età che si stava chiaramente congratulando con lui
per aver fatto un buon lavoro. Dove aveva visto quella faccia?, si
chiese. E in quel momento capì: doveva essere il padre di Tom
Bradshaw.

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