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UOMINI E MARMO

di un tempo lontano

Certe fotografie, anche se sono in bianco e nero, anche se non sono state fatte
da fotografi bravissimi o famosissimi, e anche se non hanno le inquadrature
giuste, e quindi, non hanno vinto premi speciali, sono speciali lo stesso. Perché
contengono un profumo. Si tratta del profumo di un tempo che non c'è più...
ma che tutti noi, possiamo ritrovare se incuranti della fretta e degli impegni, ci
fermiamo ad osservarle in silenzio.
Allora la fotografìa potrà raccontandoci molto... ci racconterà di queste
montagne fatte di pietra bianca e gelida, che nelle mattine d'inverno la brina,
rendeva fredde, come solo il soffio della morte sa essere. E ci racconterà di
quelle che sembrano formichine nere o scarafaggi, sparsi fra i blocchi di pietra
e le lastre e i sassi, e invece, si tratta di uomini. E, mescolati, fra quegli uomini,
c'erano anche i loro figli. Ragazzini e talvolta anche bambini, l'intera
discendenza maschile di un cavatore diventava a sua volta, cavatore. Mestiere
che veniva insegnato con orgoglio e che veniva assimilato con fierezza. Un
senso di appartenenza e continuità per un lavoro bestiale, massacrante, che
logorava i loro corpi. E l'estate quando il sole sembrava così forte da spaccare
le pietre, per la giovane pelle di quei ragazzini non c'era neanche una crema
dopo-sole a placare il dolore delle scottature, quando la loro pelle bruciava, e il
sole accecava i loro occhi o lessava i loro cervelli, e nemmeno se si pestavano
le dita, o si rompevano quelle vesciche che tutti avevano avuto sulle mani,
prima che il tempo le trasformasse in calli, per nessuno c'era la possibilità di
fermarsi, trovare un po' d'ombra e farsi coccolare da qualcuno. A quei tempi, i
"grandi" insegnavano loro ad essere forti e soprattutto a non lamentarsi mai.
Perché più che l'amore verso se stessi, vi era l'amore per quel marmo che,
anche se distruggeva il fisico dava la possibilità di vivere. E dava loro, dignità.
Diventare un bravo cavatore, un bravo marmista, non significava arricchirsi, o
diventare famoso e importante, la celebrità allora, non era un obbiettivo. Essere
capaci nel proprio lavoro, significava rispettabilità, vanto, e orgoglio. Quegli
uomini sapevano che, grazie al loro lavoro, poi, abili scalpellini avrebbero
plasmato quel marmo e reso bello l'interno delle nostre chiese, e affascinanti e
preziosi i palazzi di tutto il mondo.
Eppure, non credo esistano vie o piazze che portino il nome del cavatore più
svelto, più severo, o più generoso, e nemmeno i nomi di tutti quelli che sono
morti, (il bilancio di vite umane è gravoso ancora nei primi 900), purtroppo,
anche allora, si moriva per la sola ragione che si lavorava. Ecco, perché
bisogna guardarle quelle loro foto. Esse, hanno voce contengono i brusii e le
urla di quegli uomini, contengono le loro risate e le loro lacrime, contengono la
gioia e la rabbia, le liti con i pugni e le botte, e si sente anche quando, qualche
volta, sono "volate" le bestemmie. Queste foto parlano, a chi ha voglia di
ascoltare hanno molto da dire. E molto da insegnare.

Purtroppo, diverso discorso è, per alcune cave del giorno d'oggi. E diverso è
anche il profumo delle fotografìe.

Le foto qui appese, testimoniano due diverse realtà, guardatele e capirete da


voi, quelle che profumano e quelle dove c'è la desolazione che incupisce il
cuore e lascia senza parole...

GRUPPO NO ALLA CAVA


Prevalle
(Susanna Bonomini)