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Paole Fin »

Biblioteca delle collane


"A nteo" e "La Rivolta"
Paolo Finzi

LA
NOTA
PERSONA
ERRICO MALATESTA
IN ITALIA
DICEMBRE 1919
LUGLIO 1920

Prefazio n e di M aurizio Antonioli

LA FIACCOLA
Paolo Finzi
La nota persona. Errico Malatesta in Italia (dicembre 1919/luglio 1920)
Edizioni La Fiaccola
c/o Franco Leggio
Via S. Francesco, 238 - 97100 Ragusa
conto corrente postale 11112976

Biblioteca delle collane “Anteo” e “La Rivolta”, n. 25


Disegno e grafica di copertina: Fabio Santin
Prima edizione: Ragusa, giugno 1990
“Nota persona stata ora rimessa libertà ”
telegramma inviato dal prefetto di Firenze
al ministro degli interni
la sera del 2 febbrario 1920
annunciare l’avvenuta scarcerazione di Malatesta,
dopo l’arresto effettuato alle 6 di mattina
alla stazione di Tombolo
PREFAZIONE
di Maurizio Antonioli

Malatesta e il 1920: un binomio inseparabile, eppure non sempre con­


siderato dalla maggior parte degli storici dell’età contemporanea con la
dovuta attenzione. Non voglio, con questo, unirmi al consueto coro di la­
mentele, così frequente nelle pubblicazioni anarchiche, sui torti della co­
siddetta storiografia ufficiale. Non solo perché non credo che ne esista
una, ma perché è evidente che anche la ricostruzione storica è frutto delle
opzioni culturali dominanti, e certamente una cultura anche solo libertaria
ha ricoperto e ricopre tuttora un ruolo fortemente minoritario. Soprattut­
to, all’interno di un’ottica strettamente istituzionale, la figura di Malatesta
trova difficoltà ad essere collocata perché i suoi punti di riferimento non
sono quelli consueti dei partiti o dei sindacati; non si inserisce nel quadro
politico tradizionale. Il movimento anarchico del primo dopoguerra, del
resto, nonostante il tentativo di darsi una maggiore organicità con la co­
stituzione dell’Unione Comunista Anarchica Italiana nel 1919, poi Unio­
ne Anarchica Italiana, rimane un complesso microcosmo di tendenze, che
non può essere affrontato alla stregua di un qualunque partito, proprio
per la sua mancanza di sedi istituzionali. La UA1 rappresenta una corren­
te, quella definibile comunista organizzatrice, dell’anarchismo, ma non
mira all’egemonia e riesce a coesistere con le altre anime del movimento.
Se, talvolta, il livello della polemica tra le diverse tendenze, o addirittura,
tra i singoli individui, è elevato, il dato di fatto predominante è la consa­
pevolezza da parte degli anarchici dell’irriducibilità dell’anarchismo ad un
fenomeno compatto, omogeneo e soprattutto che ogni espressione liberta­
ria ha diritto ad esistere in piena autonomia senza dover sottostare al gioco
delle maggioranze e delle minoranze.
Di tutto questo, in fondo, Malatesta è un p o ’ l’espressione. Non ( erto
perché il suo anarchismo non fosse politicamente orientato in senso ben
preciso: comunista, organizzatore, ma lontano da tentazioni sindacalista.
Ma perché il vecchio internazionalista costituiva il punto di riferimento di
tutti gli anarchici, anche di quelli che la pensavano diversamente ila lui.
Privo di qualunque settarismo non aveva mai posto limiti alla collabora­
zione con gli anarchici di altre tendenze, pur nella chiarezza di vedute. A
differenza di quanto accadeva in altri ambiti politici, ad esempio nel Par­
tito socialista, dove i leader erano leader di correnti, Malatesta, per gli
anarchici, era qualcosa di più e di meno nello stesso tempo. Non un capo
politico, ruolo improponibile tra gli anarchici e inaccettabile per Malate-

l
sta stesso, ma, in un certo qualmodo, l’elemento di equilibrio, la stella po­
lare della costellazione anarchica.
Va però aggiunto che la figura di Malatesta non suscitava entusiasmo
soltanto tra gli anarchici. Era, potremmo dire, patrimonio collettivo delle
masse. Nessun altro agitatore, nessun altro oppositore politico fu al centro
di così ampie manifestazioni popolari come Malatesta. Nel 1919 per ren­
dere possibile il suo ritorno in Italia, nel 1920 (o meglio dalla fine di di­
cembre del ’19) per festeggiare il suo avvenuto rimpatrio. Ma, ancora, di
nessun altro “sovversivo" il governo italiano ebbe timore come di Mala­
testa. Le difficoltà frapposte dalle autorità al suo rientro ne sono ampia te­
stimonianza. E non si può dire che non ne avessero motivi. Il lungo tour
di propaganda effettuato da Malatesta agli inizi del ’20 e le accoglienze en­
tusiastiche che gli venivano tributate in tutte le piazze d ’Italia ne sono la ri­
prova più lampante. Se qualcuno, insomma, poteva rappresentare, fisica-
mente e simbolicamente nello stesso tempo, “il fronte unico” del proleta­
riato in quel convulso periodo postbellico, questi era sicuramente - soltan­
to - Malatesta.
La straordinaria popolarità di Malatesta è un dato ancor più rilevante,
e curioso al tempo stesso, se si tiene conto che, fino ad allora, Malatesta
aveva vissuto più tempo all’estero che in Italia. Dopo l’espatrio nel 1885,
per sottrarsi ad una condanna, e a parte una brève sosta clandestina nel
1891 in occasione del 1° maggio, l ’anarchico campano aveva trascorso
solo due periodi relativamente brevi in Italia: dagli inizi del 1897, con la
fondazione de “L ’Agitazione” di Ancona, fino all’arresto nel gennaio del
’98 e alla fuga nel maggio '99 dal domicilio coatto di Lampedusa; e poi
ancora nel 1913 - 14 fino alla Settimana rossa. Eppure, nonostante ciò, si
può dire che nel 1919-20 rappresentasse, per il proletariato italiano, un
sorta di mito. Forse proprio questa sua straordinaria carriera di rivoluzio­
nario e di perseguitato politico aveva creato intorno a lui una specie di alo­
ne leggendario.
Il lavoro di Finzi documenta con chiarezza le tappe dell’evolversi del
mito malatestiano nel primo dopoguera. La campagna per il suo rientro,
guidata da Borghi e dall’Unione Sindacale Italiana con la partecipazione
di tutta “l ’estrema le trionfali accoglienze al suo ritorno, a partire dalla
manifestazione di Genova del 27 dicembre 1919, via via per Sestri Ponen­
te, Torino, Milano, TEmilia-Romagna, ecc. Ed è significativo, a riprova
della straordinaria capacità di Malatesta di mediare tra le varie tendenze
dell’anarchismo, che accanto a lui, in più occasioni, ci fossero personaggi
come Galleani, Borghi e Renato Siglich (Souvarine), espressione di cor­
renti molto diverse tra loro. Dicevo mediare. Ma non è la parola adatta.
Più che mediare Malatesta era capace di valutare con estrema onestà po­
litica la coerenza libertaria di coloro che pure erano su un’altra lunghezza
d ’onda. Ed anche questa qualità, unita ad una chiarezza di idee che non
sconfinava mai nella supponenza e non alimentava mai polemiche astiose,
come capitava spesso nel mondo della sinistra italiana, furono senza dub­
bio alla base del mito di cui parlavo prima. Va detto però, come ricorda
Finzi, che fu proprio lo stesso Malatesta a ribellarsi a quel tentativo generoso
ma altrettanto pericoloso di costruirgli un metaforico mausoleo quando era
ancora in vita. Quello che fu definito il “Lenin d ’Italia” (con un certo suo fa­

ti
stidio) fortunatamente il mausoleo non l’ebbe neppure da morto.
L ’attività di Malatesta nel 1920 si condensa tutta nell’incessante propa­
ganda e nella direzione di “Umanità Nova”, il giornale quotidiano del
movimento (anche in questo caso, non di una tendenza) edito appunto
agli inizi dell’anno. A parte, il breve “incidente” di Tombolo Malatesta
riuscì a godere in quei mesi, come non mai, di una completa libertà po­
litica, in un clima di viva speranza rivoluzionaria. Ma con l ’esaurirsi della
fase ascendente, dopo la fine dell’occupazione delle fabbriche, fu il pri­
mo, insieme con Borghi, a cadere nelle maglie della giustizia. Arrestato
nell’ottobre, avrebbe trascorso lunghi mesi in carcere per essere poi assol­
to e scarcerato, nel luglio del ’21, quando la strage del Dinna e la marea
montante del fascismo avevano avviato la crisi del movimento anarchico.
Il lavoro di Finzi non si spinge fino all’arresto. Si ferma prima, al con­
gresso bolognese della UAI, agli inizi di luglio. Siamo ancora in una fase
di ascesa, di illusione. Il movimento anarchico non era mai stato così forte
dai tempi della Prima Internazionale, Il momento non era parso mai così
propizio per la realizzazione di progetto rivoluzionario. Non è il caso di
spiegare in questa sede che probabilmente il desiderio agiva da specchio
deformante e la realtà era ben diversa. Ma non si può neppure addebitare
a Malatesta di non aver visto quello che anche gli altri non vedevano. Per
chi non accettava la logica della politica tradizionale, degli equilibri di po­
tere, non c’erano molte vie d ’uscita, se non quella di premere l'accelera­
tore dell’“automobile rossa”. E non è solo una metafora la mia. L ’auto
“rossa” esisteva davvero ed era quella con cui Malatesta e Borghi batteva­
no TEmilia-Romagna. Ma “l’automobile rossa” non poteva fare corsa a
sé. Aveva bisogno del supporto dei socialisti, o meglio dell’ala massima-
lista. Il tentativo di creare una base d ’intesa con quest’ultima è in fondo
l’esperienza più logorante di tutto il periodo, non solo per Malatesta, ma
per Borghi e molti altri. Se la guerra, l ’internazionalismo, l ’entusiasmo
per la rivoluzione russa aveva avvicinato anarchici e socialisti, la situazio­
ne del dopoguerra, gli sviluppi della III Internazionale, la visione com­
plessiva del processo storico tendevano ad allontanarli. Il “fronte unico",
che fosse pur “dal basso” o “nell’azione” come preferiva l ’USI, era soltan­
to una suggestiva parola d ’ordine. Del resto, non sarebbe stato facile ac­
cordarsi neppure con chi sosteneva la necessità della collaborazione tra
socialisti ed anarchici, una “collaborazione franca e leale di due forze po­
litiche, basata su problemi concreti proletari”, a condizione però che gli
anarchici rivedessero “i loro criteri tattici tradizionali”, per essere sempli­
cemente “più liberi spiritualmente”. Chissà se Gramsci la penserebbe an­
cora così, oggi, sulla maggiore libertà spirituale.
Ma, tornando a Malatesta e al lavoro di Finzi, bisogna sottolineare
come occuparsi di quel “fanciullino” (sempre per usare il linguaggio p o ­
lemico di Gramsci) non sia pura archeologia storica o semplice spirito di
parte, anche se lo spirito di parte è evidente in Finzi. Malatesta è una, cer­
to non Tunica, nemmeno la più importante, ma sicuramente significativa,
delle chiavi per comprendere un periodo cruciale ed amaro della nostra
storia. Ammesso poi che capire la storia serva e sia servito a qualcosa, se
non appunto agli storici.
Maurizio Antonioli
9
PREMESSA

Non si può certo affermare che il movimento anarchico in Italia sia


stato oggetto di particolare attenzione da parte della storiografia. Mol­
teplici ragioni stanno alla base di questo generale disinteresse - che
come ogni norma ha però le sue nobili eccezioni. Non è questa la sede
per affrontare il complesso problema dell’atteggiamento delle diverse
tendenze della storiografia di fronte all’anarchismo; a questo fine, infat­
ti, un intero volume sarebbe a mala pena sufficiente. Ci si permetta, co­
munque, di porre l’accento sul peso che sull’anarchismo grava in seguito
al drastico giudizio negativo contro di esso pronunciato dal filosofo tede­
sco Karl Marx e, via via fino ai giorni nostri, dai suoi multiformi seguaci.
Una debita eccezione va fatta per le origini del movimento anarchico
in Italia, sulle quali esistono - e non da oggi - numerosi studi. Eccezione
facilmente comprensibile, questa, ove si consideri che in Italia come al­
trove le origini dell’anarchismo e quelle del movimento operaio e socia­
lista coincisero a tal punto da confondersi le une con le altre. Cosicché
gli storici del movimento operaio e socialista sono stati costretti a non
ignorare il primo decennio di vita e di lotte del movimento anarchico.
E dopo? Dopo, il silenzio più impietoso, interrotto a tratti da accenni
schematici, da pesanti giudizi, a volte perfino da false ricostruzioni “sto­
riche” e da conseguenti interpretazioni senza possibile riscontro nella
realtà. Le eccezioni - ne abbiamo già accennato - non mancano, anche
tra gli storici italiani: si pensi ai numerosissimi contributi che alla storia
dell’anarchismo italiano ha offerto in questo ultimo trentennio Pier Car­
lo Masini, comprendenti saggi su riviste quali “Movimento operaio”,
“Rivista storica del socialismo”, “Volontà”, volumi come quello sulla
Banda del Matese, la biografia di Carlo Cafiero, la raccolta di documenti
relativi alla storia della Prima Internazionale in Italia, per giungere sino
alla sua vivace “Storia degli anarchici italiani” - della quale è in via di
stesura il secondo volume. Da segnalare, inoltre, che Masini ha raccolto
una notevole mole di materiale (giornali, opuscoli, riviste, lettere, ecc.)
connesso con l’anarchismo e l’ha ordinato e messo a disposizione del
pubblico, istituendo quella “Biblioteca Max Nettlau” che è certo tra i più
importanti centri mondiali per lo studio dell’anarchismo.
Significativo pure il contributo che a questi studi sta offrendo Gino
Cerrito, il quale, a capo dell’Istituto di Storia Moderna e Contempora­
nea presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Firenze, ha promos-
ll
so e promuove numerosi studi sull’anarchismo italiano.
Monumentale è, per parte sua, l’opera che da vari anni ha intrapreso
Leonardo Bettini con la sua “Bibliografia dell’anarchismo”, della quale
è finora stato pubblicato solo il primo tomo del primo volume - fortuna­
tamente, quello più interessante ai fini del presente lavoro. Grazie a
Bettini, ci è comunque stato già possibile consultare il materiale da lui
raccolto per il secondo tomo.
Masini, Cerrito e Bettini sono, indubbiamene, i tre studiosi che, par­
tendo da angolazioni differenti, stanno offrendo il contributo di gran
lunga più significativo alla ricostruzione della storia dell’anarchismo ita­
liano.
Nell’ambito della storia dell’anarchismo internazionale, la vita di Er­
rico Malatesta occupa un posto di massimo rilievo: basti pensare allo
straordinario numero di Paesi (dalla Romania all’Argentina, dall’Egitto
agli Stati Uniti, dalla Spagna al Regno Unito, ecc.) che hanno avuto in
lui un “ospite” sempre sgradito, incessantemente dedito alla propaganda
ed all’azione rivoluzionaria - a partire dal 1871 fino al 1932. Nell’ambito
specifico dell’anarchismo, inoltre, la sua concezione ha sempre riscosso
moltissime adesioni, tanto che - insieme con Bakunin e Kropotkin - Ma­
latesta è ancor oggi stimato tra i più efficaci “interpreti” del pensiero
anarchico.
Eppure, non esiste a tutt’oggi alcuna biografia malatestiana che abbia
un minimo di dignità storiografica. I contributi in tal senso offerti da
Max Nettlau, da Luigi Fabbri, da Armando Borghi - con le loro biogra­
fie malatestiane - sono gravemente lacunosi, imprecisi, superficiali.
Qualche valido contributo esiste invece in relazione a singoli periodi del­
l’attività di Malatesta: in questo contesto possiamo collocare, per esem­
pio, il già citato volume di Masini sulla Banda del Matese ed il saggio di
Enzo Santarelli sui moti anconetani del 1898.
Data l’assoluta assenza di studi specificamente dedicati all’attività ma­
latestiana tra la fine della guerra e l’avvento del fascismo, questo nostro
lavoro non ha potuto giovarsi di alcuno specifico contributo preesisten­
te. Non sarà inutile, pertanto, elencare qui di seguito le fonti cui abbia­
mo in vario modo attinto.
Per quanto concerne il materiale archivistico, fondamentale è stata la
nostra permanenza a Roma, ove abbiamo consultato - presso l'Archivio
Centrale dello Stato - i quattro voluminosi fascicoli che nel Casellario
Politico Centrale sono “dedicati” a Malatesta. Naturalmente abbiamo
colto l’occasione anche per esaminare i fascioli relativi ad altre persone
direttamente interessanti il nostro studio - da Virgilia D ’Andrea ad Ar­
mando Borghi, dai fratelli Giulietti a Luigi Galleani. In tempi successivi,
abbiamo esaminato il materiale, per noi interessante, giacente negli Ar­
chivi dello Stato di Milano e di Massa Carrara.
Particolare attenzione abbiamo attribuito alla lettura di tutta la stam­
pa anarchica dell’epoca. A tal fine, data la difficile reperibilità di molti
giornali, siamo stati costretti a numerosi spostamenti - nonostante la pur
notevole quantità di periodici e numeri unici conservati presso l’Istituto
“Giangiacomo Feltrinelli”. A Bologna, presso la Biblioteca Comunale
dell’Archiginnasio, abbiamo esaminato il “Fondo Fabbri” - che racco-
12
glie la maggior parte delle pubblicazioni anarchiche a suo tempo in pos­
sesso dell’anarchico fabrianese Luigi Fabbri e che solo in tempi recentis­
simi è stato accuratamente ordinato. Ad Imola, presso la Biblioteca Co­
munale, abbiamo letto l’intera collezione del “Sorgiamo!”, così come
alla Spezia quella de “Il Libertario” dal 1919 al 1922. Altro materiale in­
teressante abbiamo reperito, naturalmente, presso la citata biblioteca di
Masini, presso 1’“Archivio Berneri” di Pistoia, nonché nelle personali
collezioni di Cerrito e Bettini.
Utili ci sono state, inoltre, le numerose lunghe “chiacchierate” con
vecchi militanti anarchici, in varia misura partecipi della vita del movi­
mento anarchico in quegli anni. Più volte tali colloqui sono stati da noi
integralmente registrati, altre volte ciò non è stato possibile: in ogni
caso, grande giovamento ne abbiamo tratto per una migliore compren­
sione del generale “clima” di quegli anni.
Seppure senza la sistematicità da noi dedicata alla pubblicistica anar­
chica, abbiamo tenuto conto anche di giornali non-anarchici - principal­
mente il quotidiano socialista “Avanti!” ma anche “Il Corriere della
Sera” ed altri.
Abbiamo poi avuto presenti buona parte di quelle opere, invero nu­
merose, che trattano ampiamente del “biennio rosso”. Una citazione
particolare, infine, merita un volume, di prossima pubblicazione presso
l’editore Bompiani, specificatamente dedicato all’anarchismo milanese
tra il 1919 e il 1921 (con particolare attenzione all’attentato del Diana),
con il cui autore - Vincenzo Mantovani - abbiamo proficuamente colla­
borato.
Per concludere questa breve premessa ci siano permessi un auspicio
ed una speranza. L’auspicio è che in tempi non lontani si possa iniziare
un organico lavoro di ricerca al fine di ricostruire per quanto possibile la
vita di Errico Malatesta. La speranza - che ci auguriamo si possa trasfor­
mare in impegno - è che a questo lavoro di ricerca e di ricostruzione sto­
rica possa non mancare il nostro modesto eppur appassionato contributo.

Milano, ottobre 1975 Paolo Pinzi

Nel dare alle stampe, quindici anni dopo, questa ricerca che costituì la
mia tesi di laurea, mi dispiace dover prendere atto che né l’auspicio né
la speranza con cui chiudevo appunto la premessa alla tesi si siano rea­
lizzati.
Mi dispiace non avere il tempo necessario per poter “lavorare” ancora
su quanto scrissi (qualche aggiornamento è stato operato solo su alcune
note). In molti punti avverto l’esigenza di un approfondimento della ri­
cerca, della verifica di altre fonti, di un allargamento della prospettiva
storiografica.
Ma il tempo necessario per quest’opera di riflessione e di limatura non
l’ho. Tralasciando certi eccessi terminologici e - a tratti - anche interpre­
13
tativi (come nel caso del presunto complotto anarco-fiumano), mi ritro­
vo tutto sommato a mio agio con la passione politica e con il taglio mi­
litante che caratterizzano questo libro. L’entusiasmo con il quale mi av­
vicinai a questa ricerca, anche se è stato la causa prima dei limiti suac­
cennati, lo sento ancora mio. Anche se, francamente, mi fanno a volte
sorridere le aggettivazioni enfatiche, i punti esclamativi, l’eccessiva sicu­
rezza di troppe affermazioni drastiche. Ma tant’è: visto, si stampi...
Per quanto concerne la biografia di Malatesta, l’unico studio specifico
realizzato in questi tre lustri è quello della ricercatrice giapponese e mia
carissima amica Misato Toda (Errico Malatesta da Mazzini a Bakunin,
Napoli 1988). Ampio risalto alla figura ed all’attività di Malatesta viene
dato nella Storia degli anarchici italiani nell’epoca degli attentati (Milano
1981) di Pier Carlo Masini, che appunto si ferma all’inizio del secolo; e
nel validissimo Mazurka blu (la strage del Diana) di Vincenzo Mantova­
ni, uscito nel ’79 per i tipi di Rusconi (e non Bompiani, come l’autore
pensava nel ’75). Era proprio con Mantovani, nelle pause del parallelo
(ed a tratti comune) lavoro di ricerca, che era nata allora l’idea di poter
in futuro lavorare insieme ad una biografia malatestiana.
Due significative iniziative culturali, entrambe promosse da anarchici,
hanno ricordato Malatesta a mezzo secolo dalla sua morte: ad Ancona
(7/8 luglio) ed a Milano (24/26 settembre 1982). In tutto, varie decine di
relazioni e comunicazioni, solo alcune delle quali - però - sono poi state
pubblicate su riviste di studi storici, su pubblicazioni anarchiche o come
opuscoli. Purtroppo gli atti non sono stati né raccolti né pubblicati.
Da segnalare il corposo numero monografico (n. 5/6, giugno 1989)
della rivista francese Itineraire (una vie, unepensée) contenente una doz­
zina di saggi su Malatesta.
Va poi segnalato il reprint anastatico, a cura del movimento anarchico
italiano, dei 3 volumi degli scritti malatestiani 1919-1932 (Carrara,
1975); la raccolta di alcuni Scritti antimilitaristi di Malatesta (Milano,
1982) , l’Epistolario 1873/1932 (lettere edite e inedite) a cura di Rosaria
Bertolucci (Avenza 1984); nonché la (consueta) ripubblicazione, in varie
forme, di articoli o raccolte malatestiane a cura di edizioni anarchiche.
Nei quindici anni trascorsi, Leonardo Bettini e Gino Cerrito - due del­
le “colonne” della storiografia dell’anarchismo - sono morti. Di Bettini
è uscito il secondo tomo del primo volume della sua (purtroppo interrot­
ta) monumentale Bibliografia dell’anarchismo (Firenze 1976). A cura di
Cerrito è uscita una valida antologia malatestiana (Rivoluzione e lotta
quotidiana, Milano. 1982).
Desidero qui ringraziare, oltre alle persone citate nella premessa del
’75, la mia amata compagna Aurora Failla, con cui ho condiviso l’impe­
gno e l’entusiasmo di una parte del lavoro di ricerca; e l’amico e compa­
gno Giuseppe Gessa, per l’impegno nella “produzione” di questo libro.
Un pensiero grato, infine, a mio padre (morto lo scorso anno) che -
pur lontano dalle idee anarchiche e dal mio entusiasmo militante - mi
spronò sempre nella mia opera. Più di chiunque altro, oggi lui sarebbe
felice nel ricevere la prima copia di questo libro.
Aprile 1990
Paolo Finzi
14
I

PIZZO QUADRATO CORTISSIMO

All’indomani dei moti insurrezionali del giugno 1914 (pas­


sati alla storia come “la settimana rossa”)0’, l’anarchico Er­
rico Malatesta, colpito da mandato di cattura per numerosi
reati connessi con la sua attività rivoluzionaria'2’, si era sot­
tratto alla caccia datagli dalle autorità e scegliendo ancora
una volta la via dell’esilio si era stabilito a Londra'”.
Come sempre, le autorità italiane ci tenevano ad essere
informate quanto meglio possibile sull’attività, sulle cono­
scenze, sulle probabili intenzioni di Malatesta'4’. A tal fine ci
si affidava al costante lavoro di controllo e di vigilanza svolto
dal commissariato di Pubblica Sicurezza presso il Regio
01 Per una puntuale ricostruzione dell’attività di Malatesta durante la Settimana Rossa,
cfr. L. LOTTI, La settimana rossa, Firenze 1965.
La concezione rivoluzionaria malatestiana in quel contesto storico è stata analizzata
da G. CERRITO nella sua relazione (/ termini del disegno rivoluzionario di Errico
Malatesta nel 1913-1914) al convegno di studi sulla Settimana Rossa tenutosi a Forlì nei
giorni 7-8/12/1974. Indispensabile, in proposito, la lettura degli articoli scritti da Mala­
testa sul settimanale anarchico anconetano Volontà (che uscì dal giugno 191.4 al luglio
1915).
121II mandato di cattura era stato spiccato il 19.6.1914 dalla Corte d’Assise di Ancona per
associazione a delinquere e per i reati di cui agli artt. 246, 248, 254 e 118 n. 3 del codice
penale.
Più volte in passato Malatesta aveva soggiornato nella capitale inglese, in particolare
dal 19(X) al 1913. Anche al termine di quella lunga permanenza a Londra, Malatesta era
rientrato in Italia'(estate 1913) in un momento che gli appariva propizio per l'azione rivo­
luzionaria; altrettanto farà alla fine del 1919, che è l’anno dal quale questo nostro lavoro
prende le mosse. Nel 1919 Malatesta risiedeva in “12 Arthur Street, New Oxford Street,
London W.C.”, così come risulta dalla sua carta intestata.
141 Esula da questo nostro lavoro la ricostruzione dell’attività esplicata da Malatesta a
Londra, ricostruzione che finora non è mai stata fatta e che invece meriterebbe certamente
una seria ricerca storica. Secondo il comm. Frosali, Malatesta nel 1919 era in stretti rapporti
con i bolscevichi, dai quali avrebbe ricevuto denaro.
Se si tiene presente che Malatesta fu tra i primissimi rivoluzionari a cogliere i segni di ra­
pida degenerazione dittatoriale nella rivoluzione russa e soprattutto che subito avanzò fon­
damentali riserve sul carattere “libertario” di quella rivoluzione, allora le affermazioni del
comm. Frosali non possono che lasciare quanto meno scettici Cfr. ACS, Min. Int., Dir.
Gen. aff. gen. e ris., CPC MALATESTA, f. 2951, sottof. 6, Frosali a Min. Int., 7 maggio
1919.

15
Consolato d ’Italia in Londra, a capo del quale vi era il
comm. Luigi Frosali. Contemporaneamente tutto l’apparato
informativo-repressivo dello Stato era tenuto pronto a cap­
tare ed a ritrasmettere a Roma ogni voce e informazione re­
lativa a Malatesta, di cui era ben nota la abilità nel sottrarsi
anche alla più stretta vigilanza.<5)
Bastava, per esempio, che in una riunione di anarchici ita­
liani a Ginevra si leggesse una cartolina di Malatesta in cui
fra l’altro esprimeva “vivo rammarico di non potersi recare
in Italia, avendogli le Regie Autorità rifiutato il passapor­
to”,<f” perché il delegato di P.S. presso il R. Consolato d’Ita­
lia in Lione (Francia) sentisse la necessità di informarne
tempestivamente i suoi superiori. A Roma subito si cercava
di saperne di più e, tramite tal Cav. Restagno, si veniva in­
formati che

“Eventualità partenza clandestina Malatesta da Londra fu


discussa circoli anarchici Zurigo gennaio scorso. Quantun­
que nessun elemento confermi sino ad ora presenza Malate­
sta Svizzera tuttavia è da ritenersi probabile, tanto più che
anche servizio francese pare se ne occupi forse nell’ipotesi
sia coinvolto attentato Clemenceau. Autorità federali ezian­
dio lo ricercano”/ 71

Le voci di un imminente rientro in patria di Malatesta si


susseguivano. Ai primi di marzo, per esempio, il prefetto di
Ancona ordinava alle forze dell’ordine di accertare la segna­
lata presenza del noto anarchico in città e in provincia e nel
contempo chiedeva al comando della polizia di sapergli dire
se Malatesta era ancora a Londra e, in caso affermativo,
dove abitasse/8’
D’altra parte, lo stesso Malatesta non faceva certo mistero
del suo desiderio di tornare in Italia. In una sua lettera all’a-
Nel marzo 1899 Malatesta era riuscito a scappare dal domicilio coatto di Lampedusa.
Cfr. A. BOSCHI. Ricordi del domicilio coatto, Torino 1954, pagg. 51-58. Boschi, uno dei
più noti anarchici toscani, era amico di Malatesta e da lui stimato.
ACS, ibidem, delegato P.S. Lione a Dir. Gen. P.S., 10 febbraio 1919.
ACS, ibidem, Uff. spec. investig. presso Dir. Gen. P.S. a: Presid. Cons. Sottosegr.
Int., Dir. Gen. P.S., 26 febbraio 1919. Il 19 febbraio 1919 il primo ministro francese Cle­
menceau venne ferito ad una spalla dall’anarchico Emile Cottin, che subito dichiarò di
aver agito da solo. Ciononostante la stampa conservatrice sostenne per un po’ la tesi del
complotto bolscevico (cfr. Corriere della sera. 21 febbraio) e della responsabilità collettiva
di socialisti, anarchici, in genere anti-bellicisti. nell’aver armato la mano di Cottin.
™ACS, ibidem, pref. Ancona a Dir. Gen. P.S., 1 marzo 1919.

16
narchico spezzino Pasquale Binazzi, scriveva fra l’altro: “Io
sono sempre qui prigioniero, ansioso di tornare in Italia, ma
impossibilitato a farlo per mancanza di passaporto. Credo
che però non potranno negarmi a lungo il diritto di venire a
farmi processare”.(9>
Un mese dopo, riferendosi al silenzio opposto dal conso­
lato alle sue richieste di passaporto, sempre scrivendo a Bi­
nazzi l’esule anarchico commentava: “Ma tu vedi in me un
altro esempio che i governi, quando vi trovano la loro con­
venienza, si burlano della legge... peggio che se fossero
anarchici. Possa la cosa servire di lezione ai legalitari!”.(10)
Malatesta si riferiva al fatto che poco prima era stata pro­
mulgata un’amnistia, della quale si riteneva beneficiario, la
quale avrebbe dovuto sgombrare in ogni modo il campo al­
l’ottenimento di quel passaporto per il quale aveva fatto for­
male richiesta già tre anni prima.01’ Il Governo italiano, in­
vece, tergiversava. Il comm. Frosali, nel frattempo, aveva
fatto discrete pressioni sul Foreign Office per spingere il go­
verno inglese ad occuparsi con maggior rigore di Malatesta
e del suo previsto tentativo di espatrio clandestino. La rispo­
sta inglese fu però negativa.

“Ho l’onore di riferire - comunicava a Roma ai primi di


aprile il comm. Frosali - che il “Foreign Office” fece sapere
alla nostra Ambasciata, in via confidenziale, che il noto Ma­
latesta Errico non poteva essere qui trattenuto coattivamen­
te” .02’

|9) Cfr. Il Libertario (La Spezia), 20.3.1919 (a. XVII, n. 706). La lettera datava 11.3.1919.
1101Cfr. Il Libertario (La Spezia), 1.5.1919 (a. XVII, n. 712). La lettera datava 15.4.1919.
(11>“Malatesta aveva perfettamente intuito questa situazione da Londra, fin da prima del­
la fine della guerra, ed ardeva dal desiderio di tornare in Italia. Aveva più volte c hiesto il
passaporto fin dal 1917, senza ottenerlo, pur essendo disposto a entrare in carcere e affron­
tare il processo ancora pendente contro di lui, per la sua partecipazione ai fatti della "set­
timana rossa” del 1914. Tornò ripetutamente a chiederlo nel 1918 e 1919 - cercando nel
contempo un modo qualsiasi per poter tornare clandestinamente”. L. FABBRI, prefazio­
ne al 1° volume degli Scritti di Errico Malatesta, Ginevra-Bruxelles 1934, pagg. 8-9.
Lo stesso Fabbri, però, altrove fissava un anno prima la richiesta di Malatesta al Con­
solato: “En el mismo ano 1916, Malatesta pidìo al consulado italiano en Londres el pa-
saporte para volver a Italia”. Cfr. L. FABBRI, La vida de Malatesta, Barcellona 1936,
pag. 173.
E la data del 1916 è confermata dallo stesso Malatesta nel suo discorso nella Corte d'Assise
di Milano il 27.7.1921, cfr. E. MALATESTA, Scritti, cit., voi. II, p. 298.
ACS, ibidem, Frosali a Dir. Gen. P.S., 2.4.1919.

17
Rinnovate pressioni da parte italiana non sortivano mi­
gliore effetto.(13)
Ben diverso grado di collaborazione il Governo italiano
poteva riscontrare in altri governi. Quello spagnolo*14’ si te­
neva in stretto contatto con Roma: così alla fine di aprile il
ministero degli affari esteri di Madrid comunicava che

“l’Ambasciatore di Spagna a Londra contribuirà anche egli


con tutti i mezzi a sua disposizione alla sorveglianza dell’a­
narchico Errico Malatesta, e che ha incaricato tutti i conso­
lati spagnuoli del Regno Unito di segnalare immediatamen­
te ogni notizia relativa all’eventuale partenza del Malatesta
per la Spagna”.<15)

Il governo svizzero - ne abbiamo già accennato - si occu­


pava anche lui dell’eventuale presenza sul suo territorio di
Malatesta. Il governo francese, dal canto suo, era pronto ad
arrestarlo se solo fosse sbarcato là, perché colpito da espul­
sione.<16)
Con l’approssimarsi dell’estate le voci relative al rientro di
Malatesta in Italia si facevano più insistenti e costringevano

11,1 “(La polizia inglese) è, per la sua stessa natura, restia a dare informazioni in generale
ad Autorità straniere, come lo sono del resto un po’ tutte le polizie. Non credo infatti che
anche la nostra Questura sarebbe gran che disposta a dare periodiche informazioni ponia­
mo caso al Console d'Inghilterra in cotesta città. La mentalità, poi, della Polizia britanni­
ca, è molto diversa da quella che informa i criteri della Polizia Continentale; a spiegarla
con un esempio, citerò il fatto che diversi anni fa avendo chiesto informazioni sul conto del
noto pregiudicato Ponti (implicato in un attentato con bombe), la Polizia rispose, con tono
sdegnato, che il dare informazioni sul conto di un individuo che aveva interamente scon­
tato la sua pena, era assolutamente contrario ai loro principi. Il malfattore, dunque, il qua­
le abbia scontata la pena a cui fu condannato, ha per essi intieramente saldata la partita
“dare ed avere” con la Società, e ridiventa il libero cittadino sul cui passato non è lecito
indagare. Lo stesso dicasi a proposito del Malatesta, che qui era considerato dalla Polizia
come il più innocuo ed innocente dei mortali. Liberissimo questi di pensare e di parlare
come voleva, l’autorità inglese non venendo mai meno all’abito della realtà, avrebbe col­
pito il Malatesta nel caso di azione, ma, diversamente, ripeto, egli, come tanti altri sovver­
sivi, viene qui considerato senza preoccupazione di sorta. Era impossibile non notare l’e­
spressione, o il gesto d’ironia col quale si rispondeva alle mie domande circa di lui. Nes­
suno può ignorare che l’Inghilterra, e Londra, sono più che mai un centro della maggiore
attività sovversiva preparatoria e clandestina L..1".
Cfr. ACS, ibidem, cons. Faà di Bruno a Min. ìnt., 31.12.1919.
<l4> Il sospetto che Malatesta intendesse passare per la Spagna nel suo temuto ritorno in
Italia era già stato avanzato dal comm. Frosali in marzo: “(...) ho l’onore di riferire che
Malatesta Errico è deciso di partire dall’Inghilterra per rientrare in Italia. Egli con tutta
probabilità si imbarcherà su un battello clandestinamente, recandosi in Spagna (ove ha
moltissimi compagni ed amici) e per quella via rientrerà nel Regno. (...)” Cfr. ACS, ibi­
dem, Frosali a Dir. Gen. P.S., 23 marzo 1919.
051 ACS, ibidem, (mittente incompr.) a Dir. Gen. P.S., 25 aprile 1919.
<“) ACS, ibidem, Secchi (Parigi) a Min. Ini., 31.3.1919.

18
il Ministero degli Interni italiano a diramare alle prefetture
ordini di attenta vigilanza in previsione del suo temuto arri­
vo clandestino. Ciò era dovuto principalmente a due fattori:
il viaggio di Malatesta a Liverpool e la sua rinnovata richie­
sta ufficiale del passaporto.
Alla fine di aprile il consolato italiano a Londra segnalava
Pimprovvisa partenza di Malatesta dalla capitale inglese cd il
suo arrivo a Liverpool. Per le autorità suonava il campanello
d’allarme: tanto più che veniva contemporaneamente segna­
lato che

“egli si è tagliata la barba lasciando pizzo quadrato cortissi-


mo”.(17,

Il che non poteva che significare che l’anarchico era sul


piede di partenza! Alle autorità risultava che in effetti cer­
casse di passare in Irlanda, da dove avrebbe poi proseguito
per la Spagna o forse direttamente per l’Italia. I vari consoli
italiani (Liverpool, Dublino, ecc.) e la polizia inglese erano
stati tempestivamente informati.(18) Anche la diplomazia spa­
gnola in Inghilterra seguiva attentamente gli spostamenti di
Malatesta.<l9) A Roma il ministero degli interni chiedeva nel
frattempo con urgenza a quello dei trasporti precise infor­
mazioni sulle navi che facevano scalo a Cardiff, per poter
predisporre un più dettagliato programma di vigilanza nei
porti italiani in occasione del previsto arrivo di Malatesta su
uno di quei “vapori”.(2U)
Dopo qualche giorno di assenza da Londra, comunque,
Malatesta vi ritornava, essendo evidentemente andato in
fumo il possibile espatrio. Almeno per il momento. Malate­
sta - lo abbiamo già riscontrato - reclamava il suo diritto al
passaporto, richiamandosi anche alla recente amnistia di cui

ACS, ibidem, Comando Supremo R. Esercito a: Comando corpo occupazione interal­


leato (Fiume); Governatori - Uff. aa. civili; Com. Sup. CC. RR. ; Dir. Gen. P.S., M) mag­
gio 1919. Il console italiano a Londra, Preziosi, telegrafava diligentemente a Roma due
settimane dopo informando che il pizzo di Malatesta era “di circa un centimetro' < li
ACS ibidem, Preziosi a Min. Int., 12 giugno 1919.
11,1 ACS, ibidem, Preziosi a Min. Ini., 7.6.1919.
“Il console di Spagna di questa città mi ha oggi informato di uvei iicevuto un irli
grantma dal console spagnolo in Liverpool segnalante l'arrivo colà di Mnluicsta (...)' t osi
comunicava al comm. Frosali il console italiano a Cardiff. C’Ir. A< S ilmlem, Areno a h o
sali, 12 giugno 1919.
(21" ACS, ibidem, Min. Int. a Ispetl. Serv. Mariti, de! Min. Ira.sp . I giugno 19/9

l' I
si riteneva beneficiario ma specificando nel contempo di es­
sere sempre pronto ad affrontare carcere e processo/21’
A circa due anni dalla presentazione della prima doman­
da, il 27 maggio122’ l’anarchico scriveva al console italiano a
Londra la seguente lettera:

“Egregio Signore, Vorrà scusarmi se vengo di nuovo ad in­


sistere per il mio passaporto.
Sono mesi che feci l’ultima domanda, e non vedo risposta di
sorta. Eppure il mio diritto di tornare nel mio paese non può
essere messo in dubbio.
Io non so con sicurezza quale sia, dopo l’ultima amnistia, la
mia posizione legale di fronte alla Giustizia italiana. Ma am­
messo ch’io abbia dei conti da rendere, io ho certamente il
diritto di purgare la contumacia ed affrontare il mio proces­
so. Non v’è legge che autorizzi il Governo ad impedirmelo,
ed il farlo sarebbe una prepotenza ed una confessione di ar­
bitraria persecuzione.
La prego dunque di sollecitare le pratiche, se di far pratiche
ha bisogno, a rilasciarmi al più presto il Passaporto che re­
clamo. Le sarei molto obbligato se volesse avere la bontà di
favorirmi una sollecita risposta. Con tutta osservanza.
Suo dev.mo
Errico Malatesta”123’

Se da una parte Malatesta pensava di rientrare nell’ambi­


to dell’amnistia e comunque rivendicava il suo diritto al pas­
saporto, le autorità italiane, dall’altra, negavano entrambe
le cose. Il ministero degli interni italiano chiedeva infatti al
prefetto di Ancona di informarsi sulla situazione legale del­
l’anarchico e ne riceveva una precisa risposta:

“Malatesta non è beneficiato dalla recente amnistia perché


questa è limitata ai delitti di competenza pretoriale, né dallo
<!u Dello stesso avviso non sembrava però la prefettura di Ancona secondo cui “alcuni
anarchici di qui non ritengono clic Malatesta si decida ad affrontare l'alea di un giudizio
in Corte d’Assise nel quale sarebbe costretto a costituirsi ed a subire una detenzione pre­
ventiva di incerta durata, la quale, oltre che penosa, potrebbe riuscirgli nociva, data la sua
avanzata età e la sua cagionevole salute”. Cfr. ACS, ibidem, prefetto Ancona a Dir. Gen.
P.S., 24 marzo 1919.
m Curiosamente lo stesso giorno in cui veniva segnalata la sua partenza da Londra per
Liverpool.
ACS, ibidem, Malatesta al R. Console in Londra, lettera datata 27 maggio 1919.

20
indulto, avendo riportato condanne fra cui una a due anni
per associazione a delinquere. In ogni modo nessuna decla­
ratoria è intervenuta in suo favore” .(24)

Trincerandosi dietro questa motivazione, che qualche


mese più tardi le stesse autorità rinnegheranno come incon­
sistente, si cercava di impedire in ogni modo il rimpatrio del
pericoloso sovversivo Malatesta. Durante i mesi estivi, men­
tre la situazione sociale in Italia si faceva sempre più preoc­
cupante per il governo e mentre si andava intensificando la
campagna delle sinistre per il rientro di Malatesta, le voci di
un avvenuto rimpatrio clandestino dell’anarchico si succede­
vano.(25)
Mentre più di una diplomazia si occupava e si preoccupa­
va di lui, mentre polizia e carabinieri lo cercavano ora qua
ora là nellTtalia centro-settentrionale, mentre si accentuava
nel Regno la mobilitazione popolare in suo favore, Malate­
sta restava a Londra, senza passaporto e quindi ufficialmen­
te impossibilitato a rimpatriare.
A fine novembre, però, la situazione cambiava radical­
mente. Già il 26 settembre il questore di Ancona aveva co­
municato che Malatesta doveva considerarsi compreso nei
beneficiati dall’amnistia.<26)
Solo verso la fine di novembre, però, Malatesta poteva fi­
nalmente ricevere il passaporto. (27)

(241 ACS, ibidem, pref. Ancona a Min. Int. 10.4.1919. Sempre in questo telegramma ve­
niva specificata la posizione legale di Malatesta il quale, oltre che dal mandato di c attura
spiccato nel 1914 (di cui alla nota121), risultava colpito da un mandato di arresto della <'orto
d’Assise di Ancona, in data 13.6.1917, in seguito alla condanna a quattro mesi per vilipen­
dio delle istituzioni. Il processo relativo si era svolto Malatesta contumace a 1.onditi.
(25) Il 23 agosto, per fare un solo esempio, i prefetti di Macerata, Ancona, Pesaro. Aseoli,
Ravenna e Forlì, ricevevano dalla Dir. Gen. P.S. il seguente telegramma: “Viene riferito
che noto anarchico Malatesta Errico sia riuscito entrare clandestinamente Regno rifugian­
dosi presso compagni sicuri in Romagna o Marche. Pregasi ordinare accurate urgenti in­
dagini riferendo esito”.
Più sotto veniva specificato che si trattava “di un telegramma con carattere d’urgen/a (clic)
tratta d’affari indilazionabili”. Cfr. ACS, ibidem, Dir. Gen. P.S. u pref. Macérala, Anco­
na, Pesaro, Ascoli, Ravenna, Forlì, 23.8.1919.
m II prefetto di Como chiedeva pertanto al Min. Int. “se ingresso Regno Malatesta de­
v’essere ancora proibito, qualora si presentasse confine munito regolare passaporto, ovve­
ro possa permettersi ingresso segnalandolo Autorità dei luoghi ove sarà diretto". Cfr.
ACS, ibidem, pref. Como a Min. Int. 1 ottobre 1919.
(27) ACS, ibidem, Min. Int. a Cons. Londra, 22 novembre 1919. Sei giorni dopo, il console
informava i suoi superiori dell’avvenuta consegna del passaporto a Malatesta: cfr. ACS,
ibidem, Cons. Londra (Faà di Bruno) a Min. Int., 28 novembre 1919 Due anni dopo, nel
corso di una sua dichiarazione in tribunale, Malatesta ricorderà l’intera vicenda del passa­
porto nei termini seguenti. “(...) Si era in tempo di guerra: era impossibile uscire dall’In-

21
Non tutti gli ostacoli, che si frapponevano al rientro in Ita­
lia del vecchio anarchico, erano stati così superati e solo a
Natale - come vedremo più avanti - tale rientro potrà avve­
n ire/28'

ghilterra senza ¡1 passaporto. Io lo domando. Il console me lo nega. Io insisto. Egli mi dice:


‘Ma voi avete un mandato di cattura!’ Rispondo ‘Precisamente: voglio andare a subire il
processo'. Non vi fu verso. Reclamai, gridai, scrissi, telegrafai al Ministero, domandai che
mi si mandasse a prendere coi carabinieri: niente, assolutamente niente. Boselli, Orlando,
Nitti vanno e vengono, cambiano i Ministeri, ma è sempre la stessa cosa. Infine viene l’ar­
mistizio e la Corte d’Appello di Aquila mi applica l’amnistia. Dunque non più situazione
speciale per cagione di guerra. Non più questione di mandati e di non mandati di cattura.
Vado dal console e questi mi rifiuta ancora il passaporto. Il ministero non vuole! Io tento
in tutti i modi possibili per tornare in Italia e non trovando altro modo, cercai di mettermi
in contravvenzione con tutte le possibili leggi inglesi per farmi arrestare e farmi tradurre
in Italia. Ma i poliziotti inglesi mi dicevano: ‘Sapete? E’ inutile che voi ci fate correre, per­
ché noi potremmo arrestarvi, ma non vi arrestiamo, perché se vi arrestiamo dovremmo
mandarvi in Italia e il governo italiano trova che voi state meglio in Inghilterra’.
I miei amici, in Italia, sapendo di questa singolare situazione in cui mi trovavo comincia­
rono una agitazione per il mio ritorno. Ottengono l’adesione di tutti i partiti d’avanguar­
dia, socialista, repubblicano, ecc., e l’agitazione cresceva e giganteggiava. Quando il mi­
nistro Nitti vide che non era più possibile negarmi legalmente di venire in Italia, fece scri­
vere sul «Giornale d’Italia», alla vigilia di un comizio che si doveva tenere a Roma: 'Ma
a che vi agitate? Malatesta, se non viene in Italia, è perché non vuole venirci. È libero di
venirci’. E due giorni dopo che era stato pubblicato questo nel giornale, il console di Lon­
dra mi telefona che andassi pure a pigliarmi il passaporto. (...)”. Cfr. la “dichiarazione ini­
ziale dopo le contestazioni dell’accusa”, fatta da Malatesta nell'udienza del 27 luglio 1921
del processo contro di lui ed altri imputati, riportata nel 2" volume degli Scritti malatestiani
del periodo 1919/1932, editi a Ginevra-Bruxelles negli anni 1934/1936 (poi ristampati a
cura del Movimento Anarchico Italiano, Carrara 1975), a cura di Luigi Bertoni e Mario
Mantovani, con prefazione di Luigi Fabbri, alle pagg. 296-307.
|MI Cfr., più avanti, il capitolo IV.

22
II

NÉ DIO NÉ PADRONI

Tutti gli anarchici italiani, salvo insignificanti casi indivi­


duali/29', erano stati fin dall’inizio nettamente avversi alla
guerra ed alFintervento/30'
“Guerra alla guerra”: con questa chiara parola d’ordine
gli anarchici avevano preso netta distanza dall’equivoco
“non aderire né sabotare” dei socialisti: si trattava di una di­
stinzione non certo puramente formale, che anzi implicava
una differente concezione ideologica. Nel loro intransigente
anti-bellicismo e soprattutto per la loro volontà di trasfor­
mare la “guerra fra Stati” in “guerra di classe” rivoluziona­
ria, gli anarchici italiani si trovavano su posizioni non dissi­
mili da quelle espresse da Lenin e dai suoi seguaci ovunque
in Europa allo scoppio della “Grande G uerra”.

(KI "L’interventismo nel movimento anarchico italiano - ha osservato giustamente PC.


Masini - non fu un fenomeno, non fu una corrente, non fu neppure il tema ili un ilihaltito
o il termine di una scissione, ma solo una serie di sporadici e slegati casi personali, qual­
cuno di rilievo, qualcun altro di nessun rilievo”. Cfr. P.C. MASINI, Gli (inan im i italiani
tra "interventismo” e "disfattismo rivoluzionario" (Lettera alla redazione, con risposta di
Aldo Romano), in Rivista storica del socialismo, gen.-mar. 1959 (a. Il, fase, s), ( (istituitisi
in gruppo solo all'indomani delle loro uscite individuali dalle fila anarchiche, gli "anarchici
interventisti” avevano pubblicato un numero unico (La sfida, Roma, oli 1•>I I) e sei nu­
meri di un settimanale (La guerra sociale, Milano, febbr.-apr. 1915); eli I HI I I INI,
Bibliografia dell'anarchismo, voi. I, tomo I, Periodici e numeri unici altari Itici in lingua ita­
liana pubblicati in Italia (1871-1971), Firenze 1972, pp. 267 e 270/1; ISTITUTO GIAN-
GIACOMO FELTRINELLI, / Periodici di Milano, Bibliografia e storia, tonto II (1905-
1926), Milano 1961, pp. 168/9. In generale sull'atteggiamento degli anarchici di Ironie alla
“Grande Guerra”, cfr. G. CERRITO, L'Antimilitarismo anarchico in Italia nel primo ven­
tennio del secolo, Pistoia 1968; U. FEDELI. Note sul 1914-1918. Gli anarchici e la guerra,
in Volontà (Napoli) a. IV, n. 10. In campo internazionale, invece, alcuni noli militanti
anarchici (P. Kropotkin, J. Grave, C. Malato, P. Reclus ed altri) insieme con altri espo­
nenti dell’estrema sinistra (fra cui Amilcare Cipriani) avevano pubblicato un Manifesto dei
sedici (in effetti, quindici), in cui sostenevano la causa dell’intervcnlismo "rivoluzionario”
in funzione anti-tedesca, contro qualsiasi “pace prematura” (febbraio 1916)
**’ Tutti i giornali, i gruppi, i militanti più noti si erano unanimemente espressi fin dal­
l’inizio contro la guerra degli Stati, la guerra dei padroni: “questa guerra fu ripetuto in-

23
Il prezzo pagato dagli anarchici per la loro attività anti­
bellicista era stato molto alto: il movimento si era disperso,
molti militanti essendo stati costretti a battere (o a ribattere,
in molti casi) la dura via dell’esilio. Numerosi renitenti e di­
sertori si erano rifugiati in Svizzera111’ o altrove, mentre per
chi era rimasto in Italia la vita era diventata alquanto diffi­
cile, l’attività politica (per lo più) impossibile. La censura
aveva inesorabilmente imbiancato le pagine dei pochi gior­
nali rimasti in vita, costringendoli così ad un’esistenza trava-
sistentemente nella propaganda libertaria - non è la nostra guerra”. E. Malatesta, fin dal­
l’estate del 1914 esule a Londra, non si era espresso pubblicamente nei primi mesi della
‘‘Grande Guerra” sulla questione dell’atteggiamento da tenersi di fronte al conflitto: di
questo suo silenzio (dovuto anche al fatto che alcuni suoi articoli per il giornale Volontà di
Ancona non erano giunti al destinatario) avevano approfittato i sostenitori dell’interven­
tismo spargendo la voce di una sua incertezza se non addirittura di un suo atteggiamento
favorevole alla guerra. “Mi pare che basta dirsi anarchico - aveva però scritto Malatesta
(L'Università popolare, 9.10.1914) - per affermare implicitamente la propria avversione
alla guerra e ad ogni collaborazione coi governi e colle borghesie che (...) hanno provocato
l’immane catastrofe (...)” Un mese dopo Malatesta pubblicava su Freedom (Londra). Il
Risveglio - Le Reveil (Ginevra) e Volontà (Ancona, a. 11, n. 42, nov. ’14) un articolo di
polemica con Kropotkin, che si era dichiarato solidale con l’esercito anglo-franco-russo,
dal significativo titolo “Gli anarchici hanno dimenticato i loro principi?”
Nel marzo 1915 era poi stato fra i promotori del Manifesto internazionale anarchico contro
la guerra, sottoscritto da altri 35 militanti anarchici (fra i quali A. Berkman, L. Bertoni,
C. Frigerio, E. Goldman, V. Garcia, H. Havel, F.D. Nienwenhuis, E. Recchioni, A.
Schapiro).
Poiché, pur dichiarandosi intransigentemente contro la guerra, Malatesta si era augurato
la sconfitta della Germania (che, a suo parere, avrebbe accelerato il corso della rivoluzio­
ne), Mussolini sul Popolo d'Italia aveva accusato Malatesta di contraddirsi e di non saper
essere coerente con se stesso fino all’interventismo. La ferma risposta malatestiana alle in­
consistenti insinuazioni di Mussolini (allora appena passato dal neutralismo all'interventi­
smo) non fu però pubblicata dal “quotidiano socialista” di Mussolini ed era invece apparsa
su Volontà (Ancona, a. 11, n. 46, 24.12.1914). Su questa sua affermazione Malatesta ritor­
nava poi sei anni dopo sulle colonne di Umanità Nova, costrettovi da alcune critiche mos­
segli dai repubblicani anconetani del Lucifero: cfr. Facce toste e È vero, o non è vero? ri-
spett. sui nn 165 (8.10.1920) e 172 (16.10.1920) dell’a. I (poi ripubblicati nel I voi., cit., de­
gli Scritti malatestiani, pp. 146/50 e 158/60).
I>" Oltre che nei Cantoni di lingua italiana, gli anarchici italiani si erano concentrati nei
centri di Zurigo e Ginevra. In quest’ultima città si pubblicava fin dal 1900 il quindicinale
bilingue II risveglio-Le reveil, compilatore del quale era l’anarchico (nato a Como nel 1872,
ma svizzero “di adozione”) Luigi Bertoni, intimo compagno di Malatesta.
"Guando gli archivi diplomatici saranno aperti, scopriremo quanto fastidio il giornaletto di
Bertoni abbia dato nei suoi quarant'anni di vita alle cancellerie di Roma e di Berna: una
vera spina nelle relazioni diplomatiche italo-elvetiche”. Cfr. P.C. MAS1NI. Luigi Bertoni
(conferenza tenuta in Bellinzona il 6.2.1972 nel centenario della nascita), in Volontà (Pi­
stoia) mag.-giu. 1972 (a. XXV, n. 3), pp. 217/24. Sulla figura e sulla opera di Bertoni ed
in particolare sul suo giornale (che uscì dal 1900 fino al secondo dopoguerra), cfr.: M.
NETTLAU, Luigi Bertoni y “Le reveil - Il risveglio", in La revista bianca (Barcellona),
15.8.1930: Luigi Bertoni, in Volontà (Napoli), a. I (1947), n. 8-9; Un uomo nella mischia:
Luigi Bertoni, Bologna 1947: M. ENCKELL. Un journal anarchiste gcnèvois: Le reved
1900-1940, Lausanne 1967; C. LEVI, Un operaio della rivoluzione, in A-Rivista Anarchica
(Milano) ago.-set. 1973 (a. Ili, n. 7). Oltre al quindicinale, Bertoni ed il suo gruppo cu­
rarono anche l’edizione di libri, fra i quali ricordiamo - perché legati al nome di Malatesta
- M. NETTLAU, Bakunin e l’Internazionale in Italia dal 1864 al 1872 (con lunga prefazio­
ne di Malatesta su “L’Italia rivoluzionaria intorno al 1870”), Ginevra 1928, e i tre volumi
degli Scritti (1919-1932) malatestiani, Ginevra 1934/36.

24
gliata e spesso alla forzata chiusura definitiva.'32’
Terminata la guerra, nelle ultime settimane del 1918 e nel­
le prime del 1919, il ritorno dall’esilio, dal confino, dalle ga­
lere, di molti militanti anarchici permetteva al movimento di
riannodare le proprie fila e di riprendere l’attività di propa­
ganda e di agitazione con ben maggiore efficacia degli anni
precedenti. La stampa anarchica riprendeva fiato e nel giro
di pochi mesi nuove testate vedevano la luce,'33’ contribuen­
do ad aggregare le forze prima disperse e a stimolare il di­
battito teorico e la discussione politica. Un rinnovato spirito
fraterno caratterizzava il costante dibattito fra le diverse ten­
denze dell’anarchismo, dibattito che si manteneva costrutti­
vo e per lo più privo di quelle esasperazioni polemiche che
più volte in passato (ed in futuro) avevano (ed avrebbero)
paralizzato non poco l’incidenza del movimento anarchi­
co.04’
1,21 Unico periodico anarchico ad essere pubblicato regolarmente per tutta la dui nlu della
guerra era stato VAvvenire Anarchico (Pisa. 1910/22); fino alla morte del suo compilatore
(il noto anarchico Luigi Molinari) era uscito regolarmente L ’Università popolare (Mantova
1901 - poi dal 1906 Milano - apr.-mag. 1918) con periodicità mensile e con l’importante
rubrica (curata dallo stesso Molinari) “Il mio diario di guerra”, in cui si dava spazio alle no­
tizie anti-militariste. Da segnalare infine fra le altre pubblicazioni anarchiche del periodo
bellico - per le quali (come per quelle succitate) rinviamo alla fondamentale accuratissima
opera di L. BETTIN1, op. cit., che ha accolto, sistemato e superato anche tutte le in­
formazioni bibliografiche contenute in altre precedenti parziali bibliografie il m |Iinta­
nale spezzino II Libertario, il cui compilatore P. Binazzi era intimo compagno di Mala-
testa.
Su II Libertario (La Spezia, 1903-1922) esiste un interessante saggio, che si limila però ad
esaminarne solo i primi tredici anni di vita; cfr. G. BIANCO - C. COSTANTINI ,111 ¡ber­
tario dalla fondazione alla guerra mondiale, in Movimento operaio e socialista in Liguria,
set.-ott. 1960 (a. VI, n. 5), pp. 131/54, poi riprodotto in Volontà (Genova), die, 1961 (a.
XIV, n. 12), pp. 700/23. Cfr. inoltre U. FEDELI, Periodici e numeri unit i anarchici pub­
blicati in Liguria fino all’avvento del fascismo, in Movimento operaio e socialista, otl.-dic.
1963 (a. IX, n. 4), pp. 348/9. Costretto a sospendere le pubblicazioni nel maggio 1917, Il
Libertario era stato rimpiazzato dal settimanale Cronaca libertaria del quale uscirono 17
numeri tra l’agosto e il novembre del 1917 a Milano (l’amministrazione e la dite/tonc era­
no però rimaste di fatto a La Spezia) cfr. L. BETONI, op. cit., pp. 274/5 nomili' ISTITU­
TO G.G. FELTRINELLI, op. cit., pp. 184/5.
Oltre al già cit. L'avvenire anarchico (Pisa), nel 1919 videro la luce II nttvillorc (Ca­
gliari), Volontà (Ancona) - la cui regolare uscita fu anticipata dal numero unico <riterrà e
Pace (Ancona) - , La valanga (Roma), Iconoclasta (Pistoia), Germinai (San Severo di Pu­
glia), La frusta anarchica (Pesaro), oltre al cit. Il Libertario (La Spezia) clic nprcse ad
uscire regolarmente nel febbraio 1919 - ed a numerosi “numeri unici". A parie va ricor­
dato il quindicinale La protesta (La Spezia) del quale uscirono due minicii pciclié il suo
compilatore, Roberto d’Angiò, uno dei pochissimi interventisti “anarchici’ (eli nota '”’)
era di fatto estraneo al movimento, che nel suo insieme fu ostile a D’Angio, alle sue idee,
alla sua proposta pratica di “revisionare” l’anarchismo... in senso militaiisla Per tutti i
succitati giornali - la cui funzione e caratterizzazione nell’ambito dcll'aniirchisnio sarà esa­
minata più avanti - , cfr. L. BETTIN1, op. cit.. rispettivamente alle pp .’33/35 (/ avvenire
anarchico), 276/7 (Il novatore), 277/8 (Guerra e pace e Volontà), 278/') (La valanga), 279/
80 (Iconoclasta), 283 (Germinai), 284 (La frusta anarchica), 167/71 (// Libertario). 255/56
(La protesta).
|V" Malatesta, Fabbri, Binazzi, Galleani ed altri noti c stimati militanti anarchici fecero

25
Accanto alla stampa riprendevano vita le altre forme di
presenza e di propaganda libertaria: si riattivavano i gruppi,
si riaprivano ai simpatizzanti i circoli ed i centri di studi so­
ciali, si indicevano le riunioni su scala provinciale e regiona­
le. Nel contempo consistenti gruppi di anarchici (militanti e
simpatizzanti) partecipavano ai cortei, agli scioperi, a tutte
le manifestazioni politiche e sociali, sempre ben distinti dalle
altre forze politiche. Distinzione, questa, che appariva netta
anche agli osservatori distratti, grazie al differente colore
(nero) delle bandiere anarchiche rispetto a quelle (rosse) so­
cialiste.
Era in quei tempi usuale che gli anarchici prendessero la
parola in tutti i comizi indetti dai socialisti, anche se ciò non
sempre era gradito agli organizzatori socialisti. Nei primi
mesi del dopoguerra, comunque, la reciproca tolleranza -
spesso perfino la fattiva collaborazione - caratterizzò i rap­
porti fra socialisti ed anarchici. Ne è una chiara riprova il fat­
to che VAvanti!, il quotidiano del P.S.I., desse regolarmente
spazio ai comunicati di parte libertaria: cosicché, pur privi di
un organo quotidiano ed in un momento in cui solo con re­
lativa lentezza la stampa periodica libertaria riprendeva fia­
to, ai gruppi anarchici nel 1919 non mancò la possibilità di
far conoscere con tempestività le loro opinioni e le loro ini­
ziative.
Anche questa ospitalità loro concessa dall 'Avanti! contri-
sempre di tutto per restare estranei alle polemiche interne al movimento, partecipandovi
solo quando o vi erano tirati per i capelli o ritenevano possibile ed utile trasformare un’e­
ventuale polemica personale in un dibattito di interesse più generale. Vi fu però sempre
chi - come l’individualista siciliano Paolo Schicchi - portava nelle polemiche un’incontrol­
lata carica emotiva, che “con le sue intemperanze (procurava) non solo il danno dei suoi
nemici ma anche tribolazioni ai suoi compagni ed amici”. P.C. MASINI, Storia degli anar­
chici italiani da Bakunin a Malatesta (1862-1892), Milano 1969, p. 235. Abbiamo citato l’e­
sempio di Schicchi, perché già nel 1909, di fronte alla sua attività diffamatoria, gli anarchici
milanesi Ettore Molinari e Nella Giacomelli avevano sentito la necessità di rispondergli
pubblicamente, cfr. EPIFANE-IREOS, Un triste caso di lihellismo anarchico, Milano
1909. (“Epifane” ed “Ireos” erano i noti pseudonimi usati normalmente da E. Molinari -
da non confondersi con Luigi Molinari, anch’egli anarchico - e da N. Giacomelli). Sulla fi­
gura di P. Schicchi, cfr. - con estrema circospezione, dato il suo carattere personalistico e
calunnioso - R. SOUVARINE, Vita eroica e gloriosa di Paolo Schicchi, Napoli s.d.; sin­
tetico e puntuale il giudizio formulato da Masini, cfr. P. C. MASINI, Storia degli anarchici
italiani da Bakunin a Malatesta (1882-1892), cit., p. 233/35. Nel primo dopoguerra P.
Schicchi pubblicò i numeri unici 1 gladiatori (Palermo, 20-21/7/1919); 1 picconieri (Palermo,
25.12.1920), 11 vespro anarchico (Palermo). 10.4.1921), Il vespro sociale (Palermo,
22.4.1921), nonché il quindicinale II vespro anarchico (Palermo, mag. 1921 - sett. 1923).
Nonostante fosse avversario della concezione comunista-anarchica di Malatesta e non
avesse mancato occasione per insultare Malatesta e compagni, Schicchi non ruppe mai de­
finitivamente col movimento organizzato: una sua lettera a Malatesta sulle lotte in Sicilia,
per esempio, apparve su Umanità Nova del 28.9.1920 (a. I, n. 182).

26
buiva al mantenimento di discrete relazioni tra socialisti ed
anarchici. Inutile sottolineare il fatto che soprattutto alla
frazione massimalista ed alle frange più marcatamente rivo­
luzionarie aH’interno del campo socialista andavano le....
minori antipatie (di “maggiori simpatie” sarebbe eccessivo
parlare) di parte anarchica.<35) Va poi ricordato che simpatie
(ricambiate) per il movimento anarchico nutriva in quel pe­
riodo la Federazione Giovanile Socialista, tradizionalmente
schierata all’estrema sinistra nell’ambito socialista. Netta
contrapposizione vi fu invece sempre fra la frazione riformi­
sta (che controllava anche la segreteria della Confederazio­
ne Generale del Lavoro) e gli anarchici: ne è testimonianza
- una fra le tante citabili - il sostanziale disinteresse dimo­
strato dalla Critica Sociale turatiana nei confronti degli anar­
chici e delle loro posizioni: disinteresse generalizzato e - si
potrebbe dire - programmatico, cui fecero eccezione solo
pochi ma secchi attacchi.
Nel complesso, comunque, seppure in forma a volte atte­
nuata, restava viva la tradizionale avversità libertaria alla
politica socialista, per tanta parte basata, direttamente o in­
direttamente, sull’attività del gruppo parlamentare e sulle
manovre politiche dei dirigenti del Partito e della Confede­
razione: il che da parte degli anarchici, antiparlamentari e
fautori dell’azione diretta per antonomasia, non poteva co­
munque essere accettato.
Va poi ricordato che accanto al movimento anarchico co­
nosceva in quei mesi una crescita notevole anche l’Unione
Sindacale Italiana,(36) che si poneva sul medesimo terreno di
1,51 Questo spirito di (relativa) collaborazione risaliva indubbiamente agli anni della guer­
ra e della repressione statale contro il disfattismo rivoluzionario. “Questa parificazione di
tutti i proletari e i sovversivi nemici della guerra sotto il marchio della stessa infamia - ha
scritto l’anarchico Armando Borghi (La rivoluzione mancata, Milano 1964, p. 62) - e la
minaccia ogni giorno più di togliere loro ogni resto di libertà, dava inevitabilmente luogo
ad una fraternizzazione (...)”. Il volume qui citato di Borghi fu pubblicato a Parigi nel 1925
con il titolo “L’Italia tra due Crispi”, quindi ripubblicato con il titolo e nella edizione suc­
citati, cui faremo anche in seguito riferimento. Per una critica all’atteggiamento dei diversi
settori socialisti, cfr. anche A. BORGHI, Mezzo secolo d'anarchia, Napoli 1954, pp. 185/7.
,v" Fondata a Parma nel 1912 (primo segretario, Alceste De Ambris), l’U.S.I. si collocò
fin dalla sua costituzione all’estrema sinistra dello schieramento sindacale italiano, racco­
gliendo all'inizio alcune decine di migliaia di lavoratori, accomunati dal rifiuto della poli­
tica riformista della C.G.L. e dall’esplicito richiamo alle varie correnti del sindacalismo ri­
voluzionario (soprattutto, francese). Verso la fine del 1914 una minoranza filo-interventi­
sta (capeggiata dallo stesso De Ambris) si staccò dal vecchio troncone dell’U .S.l. che ri­
mase intransigentemente ancorato all’internazionalismo ed all'anti-militarismo disfattista.
Da allora in poi, fino al 1922, la segreteria dell’U .S.l. fu affidata all’anarchico romagnolo
Armando Borghi, cui successe nell’incarico - quando nel 1922 l’U.S.I. era ormai ridotta a

27
lotta rivoluzionaria, anti-autoritaria ed autogestionaria degli
anarchici.
Fra il movimento anarchico e l’U.S.I. non vi era alcun
rapporto organico, anzi più di un anarchico attivo in campo
sindacale agiva autonomamente o addirittura all’interno del­
la C .G .L.. Certo gli anarchici, nel loro insieme, erano par­
ticolarmente vicini ai sindacalisti rivoluzionari e più di una
Camera del Lavoro Sindacalista (cioè, aderente aH’U.S.I.)
era promossa e guidata da anarchici: sul terreno dell’azione
diretta rivoluzionaria e della ferma polemica con i compro­
messi confederali l’accordo fra anarchici ed U.S.I. fu sempre
completo.
All’indomani dell’armistizio il contrasto fra anarchici e
sindacalisti rivoluzionari da una parte, socialisti e confedera­
li dall’altra, ebbe una significativa verifica nel corso della
riunione promossa dalla direzione socialista per tentare la
riunificazione tra C.G.L. ed U.S.I. (Roma, 15 gennaio
1919). La riunione, tenutasi appunto presso la direzione del
Partito, finì con un nulla di fatto perché le ventilate “propo­
ste di mediazione” da parte socialista altro non prevedevano
che il rientro dei sindacalisti rivoluzionari in seno alla Con­
federazione e la conseguente convocazione in un congresso
nazionale della C.G.L. stessa.<37)
I delegati dell’U.S.L, inoltre, contestarono la presenza della
delegazione del P.S.I. e chiesero quantomeno la contempo­
ranea presenza equilibratrice degli anarchici: i socialisti ri­
fiutarono le obiezioni sindacaliste e la polemica restò aperta.
non molto - Aliprando Giovannetti. Fu soprattutto nel primo dopoguerra, nel “biennio
rosso” - cioè nel periodo oggetto di questo nostro studio - , che l’U.S.I. potè esercitare una
funzione, in alcuni luoghi determinante, nell'ambito della lotta di classe. Nel 1921 l’U.S.I.
conobbe un’altra scissione, dovuta all’uscita dall’organizzazione dei sostenitori del bolsce­
vismo e del neonato P.C. d’1. (fra costoro, Giuseppe Di Vittorio, di Cerignola, che nel se­
condo dopoguerra sarà a capo della C.G.I.L.).
Manca a tutt’oggi uno studio completo ed esauriente sull’U.S.I. Qualche studio parziale è
stato condotto in tempi recenti nell’ambito dell’Istituto di Storia Moderna e Contempora­
nea presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Firenze, sotto la guida del prof. Gino
Cerrito: si tratta sempre di studi parziali e limitati geograficamente, seppure interessanti e
certo indispensabili per una storia più generale dell’U .S.l. stessa.
Qualche spunto interessante (anche di carattere memorialistico) può essere trovato negli
articoli scritti qua e là sulla stampa libertaria di questo dopoguerra da militanti anarchici
come U. Fedeli, I. Garinei, M. Damiani, ecc. Data questa carenza di ricerche storiogra­
fiche, indispensabile diventa la lettura dei due volumi di A. BORGHI, La rivoluzione
mancata, cit., e Mezzo secolo d'anarchia, cit., che contengono numerose informazioni e
giudizi utili perlomeno alla “ricostruzione” dell’atmosfera in cui l’U.S.I. agiva.
Fondamentale, naturalmente, la lettura del settimanale dell’U.S.I. Guerra di classe e delle
altre pubblicazioni collaterali (Sempre!, ecc.).
1,71 Cfr. A. BORGHI, Mezzo secolo d'anarchia, cit., p. 187.

28
Il mese seguente, commentando i risultati del convegno
confederale di Bologna, la redazione di Volontàm precisava
la polemica libertaria contro la politica riformista della
C.G.L.:

“Mentre tutto un mondo crolla, e la necessità indispensabile


ed irrefutabile di una rivoluzione completa degli ordinamen­
ti sociale si impone, i confederalisti, incapaci per riluttanza
congenita e per abito mentale ad afferrare tutta la enorme
ed aggrovigliata complessità di una situazione insostenibile,
condensano le loro richieste ed i loro postulati in elaborati e
farraginosi programmi, in cui la contraddizione è manifesta
(...). Per ragioni di convenienza o di opportunità, o in tut­
ta buona fede, questi uomini non possono, in via di mas­
sima, aderire ai principi dell’emancipazione proletaria,
ma, di fatto , essi ne sono i più veri ed accaniti opposi­
tori (...)”.

Se nel rifiuto della strategia moderata della C.G.L. tutti


gli anarchici si trovavano concordi - com’è naturale per un
movimento rivoluzionario - , su altri temi il dibattito all’in­
terno del movimento si andava allargando, coinvolgendo
gruppi e singoli militanti un po’ ovunque in Italia. Un impor­
tante momento di verifica e di chiarimento per alcuni dei
problemi sul tappeto fu il primo Convegno anarchico del do­
poguerra, tenutosi a Firenze dal 12 al 14 aprile 1919.
La prim a proposta per il Convegno era stata lanciata
in febbraio dai tre membri superstiti del C om itato d ’A-
zione Internazionalista A narchico: Pasquale Minazzi,
'•*' Ci riferiamo, qui, al numero unico Guerra e pace, uscito in Ancona il 22 febbraio
1919, a cura - veniva specificato - della redazione di Volontà', cfr. nota " I a figura di pri­
mo piano nella redazione di Volontà era il fabrianese Luigi Fabbri, intimo collaboratore di
Malatesta. Avvicinatosi ventenne all’anarchismo (era nato nel 1877), Fabbri era allora una
delle personalità più stimate nel movimento anarchico. Valido propagandista e saggista, è
ancora oggi considerato un “classico” dell’anarchismo internazionale Tra le sue opere ri­
cordiamo qui le principali: Lettere ad una donna sull’anarchia, Chicli 1905; Sindicalismo y
anarquismo, Madrid 1908; Marxismos und anarchismus, TUbingen 1908; l.a scuola e la ri­
voluzione, Milano 1912; Giordano Bruno, Bologna 1913; Lettere ad un socialista. Firenze,
1914; La generazione cosciente, Firenze 1914; Dittatura e rivoluzione, Ancona 1921, poi
Cesena 1971; La controrivoluzione preventiva, Bologna 1922; Anarchia e comunismo
scientifico, Milano 1922, poi Ivrea 1974; Malatesta: su vida y su pensamiento. Buenos Aires
1945. Nel periodo trattato da questo nostro studio, L. Fabbri risiedeva a Corticclla (BO)
dove esercitava la funzione di maestro elementare. Costretto ad espatriare nel 1926, fu in
Francia e quindi in Sud-America, ove si spense (a Montevideo) nel 1935. Sulla sua vita,
cfr. U. FEDELI. Luigi Fabbri, Torino 1948-c o n le consuete riserve relative alla maggior
parte degli scritti di Fedeli (scarsamente precisi, inorganici nell'esposizione).

29
Virgilio Mazzoni e Temistocle M onticelli.(39)
Nella loro proposta di convocazione'401 i tre, dopo aver
messo in rilievo che il movimento anarchico conosceva in
quel periodo una notevole crescita, affermavano che “il mo­
mento attuale non consente neghittosità”. Ragioni interne
di efficenza operativa richiedevano dunque, a loro avviso, la
convocazione di un Convegno nazionale, che permettesse
allo stesso Comitato di A .I.A . di superare l'impasse in cui si
trovava a causa della sua forzata riduzione numerica. Nella
circolare di convocazione, un accenno veniva riservato
anche alla necessità di “studiare il problema dei mezzi pecu-
niari”.
Nel momento stesso in cui pubblicava questa circolare,
però, TUnione Anarchica Anconetana la postillava critica-
mente, giudicandola prematura. Secondo gli anarchici anco­
netani, un Convegno nazionale anarchico si sarebbe dovuto
convocare solo all’indomani di una serie di riunioni su scala
provinciale e regionale, in modo che il Convegno stesso po­
tesse raccogliere non singole individualità, ma delegati rap­
presentanti “veramente forze anarchiche organizzate”.(4I)
Nei mesi di febbraio e marzo quasi tutto il movimento
anarchico rispondeva entusiasticamente alla circolare invia­
ta da Binazzi, Mazzoni e Monticelli. In poche settimane de­
cine di gruppi e di singoli militanti scrivevano al Comitato
promotore del Convegno, comunicando la loro adesione e
spesso preannunciando la loro presenza (o quella di loro de­
legati)/421
La stessa redazione de II Libertario polemizzava con lo
scetticismo dimostrato dall’anconetana Volontà di fronte
alla prospettiva del Convegno nazionale e ribadiva la neces­
sità dell’assise/431 Sull’onda dell’entusiasmo quasi generale, i
m Nominato durante il precedente convegno nazionale anarchico - tenutosi in condizio­
ni di semi-clandestinità a Ravenna nel giugno 1916 - il Comitato d’A.I.A. era costituito
dallo spezzino Binazzi, dal pisano Mazzoni, dal romano Monticelli (che svolgeva la funzio­
ne di segretario), dal reggiano Torquato Gobbi (allora vittima di “iniqua detenzione”) e
dal fiorentino Gregorio Benvenuti (che nel frattempo era morto). Il Comitato aveva assol­
to al compito di coordinare, per quanto possibile, le attività dei gruppi anarchici nella dif­
ficile congiuntura bellica.
l4l,) Cfr. il n.u. Guerra e pace (Ancona), cit.
14,1 Cfr. il n.u. Guerra e pace (Ancona), cit.
1421 L’elenco delle adesioni progressivamente pervenute al Comitato veniva pubblicato
sulle colonne de II Libertario (La Spezia): cfr. i nn. 704-705-707-708 (rispett. 6-13-27.3 e
3.4.1919). Si tenga presente che Binazzi ne era il compilatore principale fin dalla fondazio­
ne (1903).
I41>Cfr. Il Libertario (La Spezia), 13.3.1919 (a. XVII, n. 705).
promotori del Convegno ne fissavano luogo e data, dira­
mando un’altra circolare in cui si parlava di “magnifico ple­
biscito di adesioni”, “molte impazienze”, “pochissime titu­
banze”.(44) La redazione di Volontà restava comunque ferma
nel suo atteggiamento critico.145'
11 12 aprile, all’apertura del Convegno, nella sala della Ca­
mera del Lavoro di Firenze si riunivano una cinquantina di
anarchici'46': ma i gruppi rappresentati erano in numero di
gran lunga superiore.147' Mentre si aprivano i lavori con una
prima significativa decisione (la non-ammissione della stam­
pa borghese),'48' un commissario di P.S. faceva togliere dal
portone della Camera del Lavoro una grande bandiera nera
con la scritta (in bianco) “Né Dio, né padroni” che gli anar­
chici fiorentini avevano appena dispiegato. Veniva subito
approvata la seguente mozione:

“Gli anarchici d’Italia riuniti il 12.4.1919 a convegno nazio­


nale, nella Camera del Lavoro di Firenze, prima di iniziare
i loro lavori, inviano un commosso e fraterno saluto a tutti i
nostri martiri della guerra, del lavoro e delle Rivoluzioni
Russa, Tedesca e Ungherese, auspicando il pronto ritorno in
Italia di Errico Malatesta, la liberazione di quanti languono
nelle sabaude galere, o altrove, non restituiti da grazia
sovrana, ma dalla cosciente ed energica volontà dei lavora­
tori”.

La successiva relazione di Temistocle Monticelli sull'atti­


vità dispiegata dal Comitato d’A .I.A . veniva approvata,
dopo di che la discussione entrava nel vivo. Il secondo punto
all’o.d.g. prevedeva infatti la discussione sulla “proposta di
costituzione di una Federazione anarchica italiana’ A que­
sto punto, secondo il cronista de II Libertario,"'"
1441 Cfr. Volontà (Ancona), 1.4.1919 (n.s., a. 1, n. 2).
<451 Ibidem.
I*>Cfr. l'informativa riservata inviata dal questore al prefetto di lirenzc all'Indomani
della chiusura del Convegno: vedila in ACS, Min. Int. Dir. Gen. P.S. . I>ii ( ini. A A. GG.
e RR., 1919, b. 57, cat. K I, sotto/. Firenze, conv. naz. anar.
<471 Vedine l’elenco completo su li Libertario (La Spezia), 17.4.1919 (a XVII, n 710). In
differente misura vi erano rappresentate le seguenti regioni: Veneto, I oniliiitdia, I milia
e Romagna, Liguria, Maremma, Toscana, Umbria e Marche, Lazio ed Abruzzo, ( ampa-
nia Calabria e Puglia, Sicilia e Sardegna (così su II Libertario, cit. ).
1481 “(...) si discute se debba essere ammessa o no la stampa borghese Venite approvata
la non ammissione e di passare ad essa giornalmente i comunicati Speciale trattamento
venne stabilito per il giornale ‘Avanti’”. (Il Libertario, n. 710, cit ),
14,1 Cfr. Il Libertario (La Spezia), n. 710, cit. Con ogni probabilità il eronisla era Minazzi:

31
“si accende una passionata e vivace discussione, alla quale
prendono parte molti compagni. Taluni vorrebbero darvi
una forma accentratrice, altri una forma più libera; ma in
tutti i compagni che, con serietà e calore discutono sull’im­
portante argomento, predomina il buon intendimento di
unire in un solo poderoso fascio le nostre forze, onde possa­
no nel periodo grave che stiamo attraversando, fronteggiare
gli avvenimenti e darvi il più possibile l'impronta della no­
stra concezione economica e politica”.

A conclusione del dibattito, che veniva ripreso anche nei


giorni successivi, veniva approvata la costituzione dell'Unio­
ne Anarchica Italiana, che si considerava come la Sezione
Italiana della riattivanda Unione Anarchica Internazionale.
Successivamente venivano approvate anche numerose riso­
luzioni pratiche, tendenti a delimitare ed a garantire l’azione
dell’organizzazione cui si era data vita.
Sulla questione sindacale il dibattito non era meno acceso,
ma alla fine prevalevano i sostenitori della programmatica li­
bertà per i lavoratori anarchici di aderire o meno all’Unione
Sindacale Italiana. Nemmeno la lunga relazione tenuta da
Borghi, pur avendo riscosso nell’insieme buoni consensi,
riusciva a far prevalere la posizione di coloro che stimavano
indispensabile l’adesione degli anarchici all’U.S.I. ed un
conseguente rafforzamento dei legami organici fra la neona­
ta organizzazione anarchica ed il sindacato rivoluzionario.
Essi dovevano accontentarsi di una generica “raccomanda­
zione”

“ai compagni operai di aiutare secondo le proprie forze e


nell’orbita delle proprie categorie di mestiere il movimento
dell’Unione Sindacale Italiana in quanto continui a mante­
nersi sul terreno anti-statale, anti-accentratore e rivoluzio­
nario”.

Altri riconoscimenti venivano fatti ufficialmente al-


l’U.S.I. per il suo comportamento coerentemente anti-belli-
cista ed internazionalista durante la guerra mondiale: co­

lo d im o stra il fa tto ch e nel sin tetizz are il vivacissim o d ib a ttito n o n faceva a ltro che rip e te re
a n c o ra u n a v o lta la su a c o n cezio n e g e n e ra lm e n te u n ita ria d e ll’o rg an izzazio n e.

32
munque, niente di più.
Nella mattinata del 14, ultimo giorno del Convegno, ini­
ziava l’ultima grande discussione, quella relativa alla “siste­
mazione della nostra stampa". Le proposte sul tappeto era­
no molte, diverse e spesso contraddittorie. Chi proponeva di
fondare un organo dell’U .A .I., lasciando nel contempo i
compagni liberi di editare altri giornali, chi invece di soppri
mere tutti i fogli libertari esistenti e di dar vita ad un giornale
unico per tutti gli anarchici, chi infine di confermare la vali
dità di tutti quelli esistenti e di puntare alla fondazione di
nuovi fogli anarchici nelle zone “scoperte”, prive di giornali
propri. Ma la proposta che inevitabilmente si poneva subito
al centro della discussione era quella di fondare un quotidia
no anarchico, proposta che proveniva da un gruppo di mili­
tanti milanesi.

“In certi momenti la discussione diventata vivacissima, ru­


morosa. (...) Essendo diverse le opinioni in proposito la ili
scussione si mantenne sempre vivace ed interessante” .

Così riferiva II Libertario, sorvolando su alcuni particolari


che invece venivano ripresi dal questore di Firenze (o me­
glio, da uno dei suoi informatori) nella sua relazione al pre­
fetto.

“Le invettive si rinnovarono, il Boldrini(50>gridava: ‘Vigliai'


chi, volete sopraffarmi!’ ‘Appena ritornerò a Siena stampe­
rò un giornale per conto mio’. L’anarchica Latini cercava di
calmarlo”.(5l)

La reazione di Boldrini era probabilmente dovuta al leu


tativo di una parte dei convenuti di imporre la chiusili a di Ili-
testate libertarie allora esistenti. Una simile proposta, in m-
inapplicabile poiché i giornali anarchici erano frullo ili un
ziative individuali o di gruppo, al di fuori di qualsiasi delibi
rato congressuale, aveva comunque la capacità ili inaspim-

i» Guglielmo Boldrini, senese, attivissimo militante anarchico, siilmii m uli anni - ni. n
ti la violenta reazione dei fascisti senza mai demordere, figura di punln ilei |*imin muti.,
seismo senese.
IM’ Cfr. rispett. Il Libertario (La Spezia), n. 710. cit., e l'informnlivn i i-.oiviti.1 sul t
vegno del questore al prefetto di Firenze, cit.

VI
la discussione e di provocare reazioni come quella succitata
dell’anarchico senese.
Comunque anche la discussione sulla stampa terminava
con l’approvazione di una mozione, con cui si dava mandato
ai compagni promotori del quotidiano di “studiarne le basi
pratiche, mettendosi in rapporto e d’accordo col Comitato
dell’Unione Anarchica Italiana nominato dal congresso”, la­
sciando ai promotori stessi “l’incarico di fare appello ai com­
pagni d’Italia per la raccolta di adeguati mezzi finanziari”.
Questa mozione, significativamente, era stata stesa e pre­
sentata da Boldrini.

“Poco prima della fine del convegno pervenne la notizia del­


lo sciopero generale di Milano e furono emesse grida inneg­
gianti alla rivoluzione: gli anarchici di Milano e di Torino
partirono subito per trovarsi pronti ai loro posti di battaglia.
Il convegno ebbe termine alle ore 18,30 dopo uno scambio
di saluti, di incitamenti all’azione armata e di auguri per il
prossimo trionfo della anarchia”.(52)

Con queste parole il questore di Firenze chiudeva la sua


relazione poliziesca sul primo Convegno degli Anarchici Ita­
liani del dopoguerra. Ancora gli doveva risuonare nelle
orecchie (orecchie da poliziotto) quanto un partecipante al
comizio “privato” indetto dagli anarchici la sera del 12 aveva
gridato mentre gli oratori incitavano alla lotta armata contro
la borghesia. “Le bombe sono pronte!” - questo era stato il
grido, ma l’autore non poté mai essere identificato. Ormai il
Convegno, comunque, era concluso.

1521 Informativa riservata del questore sul Convegno di Firenze, cit.

34
Ili
LA RIVOLUZIONE NON È PIÙ UN SOGNO

Forte della sostanziale approvazione ottenuta dal Conve­


gno di Firenze, il gruppo anarchico milanese promotore del
quotidiano diffondeva all’interno del movimento una circo­
lare per spingere i gruppi ed i militanti a partecipare attiva­
mente alla sottoscrizione apposita, sia versando soldi, sia fa­
cendone versare.

“Noi sappiamo, per lunga esperienza, il vivo spirito di sa­


crificio che anima i compagni quando si tratta della propa­
ganda e non dubitiamo che essi risponderanno degnam en­
te a questo nostro appello. L ’ora non comporta risparmio
di mezzi e limitazione di sforzi. Contro la strapotenza del­
la stampa borghese è tempo che un’altra voce - oltre quel­
la socialista - si elevi quotidianam ente a rintuzzare le
menzogne ufficiali, a svelare le mistificazioni giornalisti-
che pagate da cricche dom inanti, a m ettere a nudo le ve­
rità che più fanno paura e più sono combattute e falsate.
L’ora presente deve essere sfruttata da chi più osa c più
vuole! Guai se la si lascerà passare senza aver nulla tenta­
to. Chi ha a cuore il bene della propaganda, chi sente la
necessità di finirla con la nostra inferiorità m ateriale, di
fronte agli altri partiti, chi aspira ad un maggior incremen­
to della nostra propaganda e dei nostri mezzi di lotta c di
difesa, risponda all’appello e cooperi del suo meglio per­
ché il progetto del Q U O TID IA N O A N A RCH ICO sia
presto una realtà com piuta” .(5;,)

1531 Una copia di questa circolare - firmata “Il gruppo iniziatore" e datala "Milano, mag­
gio 1919” - pervenne alla prefettura di Firenze e fu da questa trasmessa alla Dir, (icn. P.S.
il 22.5.1919: cfr. ACS, Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA. GG. <■UH . /9/y, /, 5 7 , Cat.
K 1, sottof. Firenze: conv. naz. anarc.

35
La circolare del “gruppo iniziatore” trovava immediata ri­
spondenza nel movimento anarchico e la sottoscrizione pro­
quotidiano, che già era iniziata durante lo stesso Convegno
di Firenze,'541 prendeva rapidamente quota. Non tutti, però,
erano d ’accordo (o completamente d’accordo) con l’iniziati­
va e non tardarono a far sentire la loro voce discorde.
In tal senso si esprimeva Virgilio Gozzoli, che subito al­
l’indomani del Convegno di Firenze riconfermava la validità
delle obiezioni in quella sede mosse al progettato quotidiano
da Luigi Fabbri, Virgilio Mazzoni e Giuseppe Boldrini. Co­
munque, nel caso che il quotidiano fosse sorto, Gozzoli si di­
chiarava fin da allora disposto a chiudere il suo giornale
{Iconoclasta!), che cominciava allora ad uscire in Pistoia,
per favorire il quotidiano, nelle cui casse - previo consenso
dei lettori-sostenitori - era addirittura pronto a versare
eventualmente le eccedenze di cassa deWIconosclasta! 11
che, per un sostenitore dell’individualismo anarchico com’e­
ra Gozzoli, non era certo poco!'55’
Profondamente scettica di fronte alla possibilità concreta
di poter realizzare entro breve tempo il quotidiano restava la
redazione di Volontà, in particolare Luigi Fabbri e Cesare
Agostinelli.'5'” Quest’ultimo verso la metà di giugno scriveva
un articolo'57’ nel quale calcolava a 600.000 lire la somma ne­
cessaria per “un quotidiano che voglia avere la vita assicura­
ta per un anno”. Ed in proposito osservava che

“Nessuno, a meno che non sia un pazzo da legare, dopo


quanto ho brevemente esposto potrà credere che si possano
fra noi, di cui il 90% è composto di miseri operai, pur ven­
dendo anche la camicia, raccogliere le 600.000 lire indispen­
sabili” .

,M| “Allo scopo di finanziare sollecitamente il giornale unico (recte, il quotidiano) gli
anarchici di Santa Croce sull’Arno sottoscrissero spontaneamente per 2.000 lire, gli anar­
chici minatori dell'Isola d’Elba e di S. Giovanni dei Sabbioni per lire 6.000, quelli di To­
rino 10.000 e quelli di Milano, per iniziativa del Molinari, per lire 70 mila, che saranno ri­
cavate dalla vendita del terreno già esistente per la Scuola moderna”.
Cfr. informativa del questore di Firenze sul Convegno, cit.
1,51 Cfr. Iconoclasta! (Pistoia), 23.4.1919, numero di saggio.
IV'1 Cesare Agostinelli, coetaneo di Malatesta, da vari decenni attivo nel movimento
anarchico, in particolare ad Ancona, aveva una lunga esperienza nel campo della stampa
anarchica, soprattutto come amministratore. Era uomo di fiducia di Malatesta. Su di lui
cfr. le notizie ed il profilo tracciato da U. FEDELI, Momenti ed uomini del socialismo­
anarchico in Italia: 1896-1924, in Volontà, ott.-nov. 1960 (a. XIII, n. 10-11).
,5'’ Cfr. Volontà (Ancona), 16.6.1919 (n.s., a. I, n. 7).

36
Dato che, sempre secondo Agostinelli, al massimo il mo­
vimento avrebbe potuto “tirar fuori” 100.000 lire, tanto va­
leva cominciare a pensare alla realizzazione di un bisettima­
nale di grande formato, da tirare in 20/30 mila copie, la cui
utilità ai fini della propaganda anarchica sarebbe forse stata
maggiore. Nel fare i suoi conti e nel trarne le conclusioni che
abbiamo visto, Agostinelli si valeva della sua lunga esperien­
za come amministratore di più di un giornale anarchico.
Parzialmente differente la posizione di Luigi Fabbri, che
del gruppo editoriale di Volontà era indubbiamente l’espo­
nente più noto ed influente. Già dopo il suo ritorno dal ( on-
vegno di Firenze, Fabbri aveva avuto occasione di meglio
precisare la sua personale posizione nei confronti del costi­
tuendo quotidiano:

“Molto dibattuta fu la questione della stampa. - scriveva


Fabbri su Volontà(5S) - Un gruppo di compagni di Milano,
d’accordo con altri, ha rimesso sul tappeto la questione di
fondare un giornale quotidiano.(W)Non si è discusso molto su
ciò; la obiezione più formidabile era che non abbiamo mezzi
finanziari e personale tecnico adatto, per affrontare una tale
impresa. (...) La totalità del convegno approvò in massimo
l’idea, passandola (...) allo studio. (...) V’è una ragione for­
midabile che oggi milita a favore dei partigiani del quotidia­
no: il bisogno d'un organo giornaliero, dato il momento che
attraversiamo. Se anche un quotidiano non dovesse vivere
che 10 o 12 mesi, la opera sua oggi non sarebbe inutile, e po­
trebbe essere un coefficiente di vittoria o per lo meno di af­
fermazione e di progresso niente affatto indifferente. (...)’’.

Nemmeno Fabbri, dunque, era rimasto insensibile alla


ventata di entusiasmo e di speranza che la proposta degli
anarchici milanesi aveva provocato: accanto ai motivi di pru­
denza che lo spingevano a restare sostanzialmente seettieo,
ora metteva in conto anche quelli che incoraggiavano la rea-

,5'1' Cfr. su Volontà (Ancona), 1.5.1919 (n.s., a. I, n. 4), l’articolo Al ( 'onii/tno Anarchi­
co. Impressioni, firmato da Fabbri con lo pseudonimo "Qua Me”.
IW Qui Fabbri si riferisce al fatto che già prima della Grande Ciucrra nel movimento
anarchico si era parlato ed anche progettato di fondare un quotidiano. I 'unica nnliz/a/io-
ne pratica in tal senso avvenne a Milano nel febbraio-marzo 1909. dove furono pubblicati
una ventina di numeri quotidiani del settimanale La protesta umana cfr. I HI ITI NI, op.
cit., pp. 19819.

37
lizzazione del progetto.
Le continue adesioni al progetto e soprattutto le concrete
sottoscrizioni che giungevano da ogni parte d’Italia spinge­
vano nel frattempo il gruppo iniziatore a forzare, per quanto
possibile, i tempi. Da maggio in poi su II Libertario, redatto
a La Spezia da Pasquale Binazzi e dalla sua compagna Zel-
mira, i comunicati sui problemi del quotidiano cominciarono
ad apparire quasi settimanalmente, per lo più in prima pagi­
na. Passo dopo passo i promotori del quotidiano tenevano
informato il movimento degli sviluppi della sottoscrizione,
dei problemi pratici connessi alla redazione, all’amministra­
zione, alla diffusione, alla stampa, ecc., ribattendo puntual­
mente le critiche e le titubanze di alcuni compagni.
Il dibattito appassionava la grande maggioranza dei grup­
pi e dei militanti. Si arrivò al punto che YIconoclasta! di Pi­
stoia dedicò tutto un suo numero(6H) al dibattito sul quotidia­
no, ospitando oltre una dozzina di interventi, quasi tutti a fa­
vore del progetto. Di particolare interesse l’articolo di Nella
Giacomelli, che del gruppo iniziatore era uno degli elementi
più attivi e conosciuti:

‘“ Umanità Nova’ è il titolo del Quotidiano anarchico in pro­


getto - esordiva la Giacomelli (che all’occasione firmava con
lo pseudonimo Petit Jardín) - , titolo mite, quasi evangelico,
non intonato, qualcuno dice, al concitato respiro della So­
cietà in fermento, al tumultuoso avvicendarsi di eventi, al
minaccioso delinearsi di azioni violente e di propositi audaci
di quest’ora che viviamo. (...) Umanità Nova! Esso abbrac­
cia nella sua significazione completa il massimo delle nostre
aspirazioni, e ci segna il cammino per pervenirvi senza de­
viamenti. (...) L’alba rossa che già splende nel cielo d’orien­
te annuncia il fatale avvento dei nuovi tempi. (...) Ci incam­
miniamo verso l’ineluttabile. La rivoluzione non è più un so­
gno; il comunismo libertario è una meta raggiungibile; l’i­
deale anarchico non è più un’utopia. Il grido della folla che
esce tumultuoso dalle officine e sale dai campi sterminati e
fecondi, rappresenta la più alta delle proteste umane contro
la secolare sofferenza; Spartaco si accinge a spezzare le sue
catene; le coscienze insorgono per la rinnovazione del mon-

m Cfr. Iconoclasta! (Pistoia), 27.7.1919 (a. I, n. 5).

38
do. Umanità Nova, meta suprema di tutte le nostre lotte e
dei nostri dolori, noi ti adottiam o come simbolo luminoso
di una visione vivente, e t ’innalziamo al di sopra di tutte le
folle, verso tutti i cuori, faro e bandiera di luce e di li­
bertà”.

Seppure in termini meno lirici, altri insistevano sul mede­


simo concetto dell’eccezionaiità del momento - che d’altra
parte lo stesso Fabbri aveva già sottolineato.

“Un quotidiano nostro è una necessità nostra urgentissima. -


affermava sempre sul numero speciale deìVIconoclasta! Giu­
seppe Biamino - La marea incalza di odio e di vendetta e noi
dobbiamo ancora conquistare il dominio delle masse per
sbrigliarle e per spingerle in avanti (...)”.

“Lavorare per il quotidiano è lavorare per l’anarchia” so­


steneva un altro anarchico, Corrado Quaglino: così, a favore
del quotidiano, si esprimevano altri militanti. Contrastanti
con questo coro di “sì” le due sole voci di Luigi Fabbri e di
Leda Rafanelli, entrambi contrari o perlomeno allarmati di
fronte ai possibili svantaggi e pericoli che l’impresa del quo­
tidiano, se realizzata, avrebbe potuto comportare. Ma non
certo contrari al punto da voler ostacolare i promotori ed i
sostenitori dell’iniziativa.

“Pure, - scriveva in proposito la Rafanelli - se il quotidiano


sarà un fatto, se riesce a realizzarsi e a vivere vuol dire che
la cosa era possibile perché aveva in sé le ragioni di vita. E
allora, ognuno di noi, non per dovere ma per suo stesso de­
siderio, darà a quella espressione di propaganda la sua voce,
la sua energia, la sua offerta. (...)”.

Una volta quindi che il lavoro preparatorio per il quotidia­


no era partito, sollecitato e coordinato dal gruppo iniziatore
a Milano, sostanzialmente tutto il movimento anarchico si
era impegnato nella realizzazione dell’audace progetto.
A confortare il lavoro e le polemiche sostenute dai parti­
giani del quotidiano giunse all’inizio dell’estate l’opinione
nettamente favorevole di Errico Malatesta, che dal suo esi­
lio londinese si manteneva in contatto epistolare con più di
39
un compagno - compresa la Giacomelli ed altri componenti
del gruppo iniziatore.

“Quando mi scrivi, parlami del quotidiano - scriveva Mala-


testa a Mario Senigalliesi(hl) verso la metà di luglio - che cre­
do, io pure, sarà di grande utilità e metterà il nostro movi­
mento sopra basi larghe, quali non le abbiamo mai avute.
Naturalmente ci sono dei pericoli, ma non si fa nulla senza
affrontar pericoli. E poi, o prima o dopo, bisognava farlo.
Non possiamo eternamente limitarci ai settimanali letti solo
dai compagni, o pochi più”.<62)

Un mese dopo, scrivendo alla Giacomelli, Malatesta ave­


va occasione di precisare meglio il suo pensiero:

“Sì, certamente, io sono entusiasta del progettato quotidiano,


e credo che coloro che ne hanno avuto l’idea e vi hanno per­
sistito malgrado la timidità o il misoneismo di tanti pur ottimi
e devoti compagni, hanno reso alla causa un grande servigio.
Ora, o mai, è il tempo di lavorare in grande scala. Eventi im­
portanti, decisivi, maturano in tutto il mondo, e noi dobbiamo
metterci in posizione di far sentire l’influenza e l’opera nostra.
Un quotidiano è un’arma di cui non possiamo più fare a meno
senza condannarci alla parte di Cassandre inascoltate. (...).(63)

Un problema particolarmente sentito, un po’ più un po’


meno da tutti gli anarchici, era quello della “rappresentati­
vità” del quotidiano. Essendo cioè il movimento anarchico
diversificato al suo interno, e soprattutto essendoci due prin­
cipali tendenze in parte divergenti (quella organizzatrice e
quella anti-organizzatrice),(64) in che modo Umanità Nova
avrebbe potuto accontentarle entrambe? Chi avrebbe dovu­
to “fare” il giornale, che già nel primo momento della sotto-
scrizione coinvolgeva tutti gli anarchici di lingua italiana e
"'l| Mario Senigalliesi era un componente del gruppo iniziatore.
m) Lettera di Malatesta a Senigalliesi, Londra, 17.7.1919: cfr. Il Libertario (La Spezia),
14.8.1919 (a. XVII, n. 726).
<H> Lettera di Maíatesta a Petit Jardín (alias. Nella Giacomelli), Londra, 10.8.1919: cfr.
// Libertario (La Spezia), 21.8.1919 (a. XVII, n. 727).
(‘4>Non è qui la sede per tentare di chiarire nei suoi molteplici aspetti la tradizionale que­
stione organizzativa, che da sempre è argomento di accese polemiche fra gli anarchici. Se­
guendo organicamente gli scritti di Malatesta su Umanità Nova nel 1920 avremo occasione
di trattare la questione.

40
che comunque sempre avrebbe avuto bisogno del sostegno
degli anarchici delle diverse tendenze? Questi ed altri consi­
mili problemi non potevano restare senza risposta, neppure
nel momento in cui il quotidiano era ancora in gestazione.
Un mese e mezzo dopo il Convegno di Firenze il gruppo
iniziatore faceva i nomi di Errico Malatesta e di Luigi (ìal-
leani(65) quali futuri direttori del quotidiano: con questa pro­
posta, che avrebbe coinvolto nella responsabilità redaziona­
le di Umanità Nova i due massimi esponenti, rispettivamen­
te, della tendenza organizzatrice e di quella anti-organi/za-
trice, il gruppo iniziatore puntava al superamento della que­
stione suaccennata.

“La loro presenza - ribatteva però Fabbri,(66) riferendosi ap-

Nato a Vercelli nel 1861, Galleani fu in gioventù attivissimo organizsatolo opoiaio o


contadino, soprattutto in Piemonte. Cfr. P.C. MASINI, La giovinezza ili Luigi <oilleuni,
in Movimento Operaio, maggio-giugno 1954, a. VI, n.s., n. 3; M. NEJROTII, / e punir
esperienze politiche di Luigi Galleani, 1881-1891, in Anarchici e anarchia nel inondo con
temporaneo, Atti del Convegno promosso dalla Fondazione L. Einaudi, ( Torino. V7 dit oni
bre 1969), Torino 1971, pp. 208/216. Protagonista con Pietro Gori del dibattito coi so­
cialisti a Genova nel 1892 (quando questi ultimi se ne andarono fondando il I’ S I I poi
P.S.I.), fu particolarmente tenuto d’occhio dalla polizia per la sua attiviti) "sovvoiso a Tu
per quasi un ventennio negli U .S.A ., dove dispiegò un’attività formidabile in quegli anni
di durissimo scontro sociale. Diresse la Cronaca Sovversiva, organizzò scioperi, lonne eloli
di conferenze e di comizi. Ebbe una famosa polemica con G.M. Serrati, alluni anelli lui
negli U.S.A. Fu nettamente anti-bellicista, in contrasto con l’interventismo "ilviilii/uinn
rio” di Kropotkin, al cui pensiero restò comunque sempre legato. Nell'estate del 1919,
espulso dagli Stati Uniti, fu tradotto in Italia, dove si cercò di arrestarlo appena niessn pie
de sul suolo patrio. Ma uno sciopero compatto dei lavoratori del porto ili <leniiva m as
sicuro il rilascio e la libertà.
Sempre attivo, fu fieramente anti-fascista e, quasi settantenne tornò nelle isole ili i onlino
che già lo avevano ospitato ai tempi della reazione crispina. Morì nel 1931, al iluinu ilio
coatto” in Caprigliola (La Spezia).
Galleani fu, ed è ancor oggi considerato, il massimo esponente della tenden/ii unti nigu
nizzatrice, che grazie alla sua propaganda è sempre stata predominarne Ira la (iilluiu) mi
merosa emigrazione anarchica di lingua italiana in Nord-America. Pur nella dilli u n/a ili
concezione, restò sempre intimo amico di Malatesta, il quale a stia volta lo eonslili iavii
certo uno dei migliori e più coerenti anarchici.
Fra i suoi scritti, oltre ai molti articoli pubblicati su svariati giornali anan lm i ili MIN
TANA (pseudonimo di Galleani) Alle madri d ’Italia, Lynn (Mass.) 191 T MI N I ANA.
Faccia a faccia col nemico. Boston 1914; L. GALLEANI, La fine dell'annn hisnio Ne
wark 1925, poi Cesena 1966; id., Aneliti e singulti, Newark 1935; ìd.. ligure e liguri, Ne
wark 1930; id., Una battaglia, Roma 1947; id.. Mandateli lassù. Cesena I9M, ni Melodi
della lotta socialista, s.l. 1972. Galleani curò la pubblicazione delle Memorie iiiilolnografi
che di Clemente Duval, Newark 1929 (un I voi. era uscito a New Yoik |9 ’(l), Sulla vita
di Galleani, oltre ai due studi-citati sopra - relativi alla sua attività giovanile, eli U II
DELL Luigi Galleani, quarant'anni di lotte rivoluzionarie (1891-1931 ), ( i m dii I 9 V i , (T
necessario tener presente che gli studi storici di Fedeli non brillano pei ligule m lentilieo,
ma essendo spesso gli unici esistenti su determinati argomenti, mentano ili ev.ei pu s! in
considerazione. Così in questo caso. Anche L. BETTINI, op. cit ,p, Vili invila alla "cir­
cospezione” nei confronti del lavoro storiografico e bibliografico di Fedeli)
Cfr. Iconoclasta! (Pistoia), 25.7.1919, cit.

41
punto a Malatesta e Galleani - eliminerebbe qualcuna delle
difficoltà suddette, e non tutte”.

Mentre Galleani lasciava sostanzialmente cadere nel vuo­


to la sua “candidatura” alla direzione del quotidiano, Mala­
testa - ancora impossibilitato a tornare in Italia - , pur non
pronunciandosi, lasciava intendere che una volta tornato in
Italia non si sarebbe certo tirato indietro, tanto più che il
progetto lo trovava nettamente favorevole. Non nascondeva
a sé e agli altri i possibili problemi che la realizzazione del
quotidiano avrebbe posto al movimento nel suo insieme, ma
li riteneva comunque risolubili.(A7)
“Il giornale, è stato convenuto ed è necessario, - scriveva
Malatesta alla Giacomelli(hX)- deve essere l’organo di tutti gli
anarchici delle varie tendenze. E ciò possibile? Io lo credo,
anzi veramente io credo che, tolte di mezzo le questioni di
persone, gli equivoci di linguaggio e l’amore della posa, dif­
ferenze essenziali non ve ne siano mai state, e soprattutto
non ve ne sono ora fra gli anarchici sinceri. Il principio di li­
bertà ci concilia tutti. Tra comunisti ed individualisti, quan­
do si tratti davvero di comunisti anarchici e di individualisti
anarchici, non vi è stata mai altra differenza che un gran ma­
linteso. Tra organizzatori ed antiorganizzatori... via, a ver­
gogna di noi organizzatori, io ho visto spesso gli antiorganiz­
zatori più e meglio organizzati degli organizzatori, quantun­
que lo siano sempre poco e gli uni e gli altri (...).
L’obiezione più grave contro il quotidiano, vista la debo­
lezza del nostro movimento, è il pericolo dell’accentramento
e del monopolio della direzione del movimento in poche
1671Una valida ed onesta testimonianza in tal senso ha lasciato Luigi Fabbri, che oltre una
decina di anni dopo scriveva: “Nel luglio del 1919 in una lunga lettera da Londra, Mala­
testa mi esponeva le sue idee sopra una possibile rivoluzione italiana, sulla condotta che
si sarebbe dovuto tenere, sul compito degli anarchici nella sua preparazione, ecc., e diceva
altresì le sue intenzioni, per quando gli fosse possibile il ritorno, che sperava vicinissimo
ed a cui era deciso ad ogni costo. Mi parlava anche del progettato quotidiano anarchico,
da far uscire in Italia - , di cui avevan presa l’iniziativa i compagni di Milano, e che era stata
accettata dal congresso anarchico di Firenze dell'aprile (1919) - e lo approvava caldamen­
te, contro la mia opinione allora piuttosto contraria. Trovava le mie obiezioni pratiche e
di principio abbastanza giuste per tempi normali; ma secondo lui eran, desse, obiezioni
completamente superate e vinte dalle circostanze contingenti e dalle necessità superiori
d’una imminente rivoluzione. Prevedeva egli il maggior esito per il futuro giornale: ed i
fatti dovevano poi dargli completamente ragione. “Cfr. L. FABBRI, prefazione agli Scritti
di Errico Malatesta (1919-1932), cit., Voi. I, p. 9. Più oltre Fabbri spiegava che Galleani
aveva rinunciato alla co-direzione del quotidiano “indicando Malatesta come il più adatto
alla bisogna”.
"*> Cfr. nota Wl.

42
inani. Il pericolo c’è, ma non vi si rimedia astenendosi dal
fare. Se i compagni sono in genere inattivi e senza spirito d’i­
niziativa, il movimento viene sempre monopolizzato da
qualche gruppo o da qualche individuo attivo. Il rimedio, la
garanzia l’hanno i compagni tutti nella loro attività, nella
loro attitudine a pensare, a criticare, ad agire.
Il quotidiano, quando stia in mano a persone sincere e
senza mire personali, dando al movimento un’ampiezza fi­
nora sconosciuta in mezzo a noi, dovrebbe invece portare il
pungolo del pensiero anarchico in tutti i gruppi e suscitare il
sorgere di mille attività spontanee ed indipendenti”.
Anche il giovane Camillo Berneri(69) si pronunciava a favo­
re del quotidiano, sottolineando l’importanza della propa­
ganda scritta e ricordando in proposito una massima tratta
dal Corano: “L’inchiostro del savio vale quanto la spada del
forte”.
Irriducibilmente contrario al progetto si dichiarava a più
riprese l’anarchico romano Ettore Sottovia, dalla cui presa
di posizione si dissociavano però pubblicamente gli altri suoi
compagni di gruppo.(70)
IW >Cfr. La Valanga (Roma), 2.8.1919 (a. 1, n.16), “Lettera di adesione (Per il quotidia­
no)”, firmata “Camillo da Lodi”. Nato appunto a Lodi nel 1897, dopo una breve ma in­
tensa giovanile militanza nella Federazione Giovanile Socialista a Reggio Emilia sotto l'in­
fluenza di Camillo Prampolini, Berneri si avvicinò al movimento anarchico, di cui fu atti­
vissimo militante fino alla morte. Allievo di Salvemini, restò sempre in contatto ed in po­
lemica con i più qualificati esponenti della sinistra italiana laica non-marxista (in partico­
lare, Piero Gobetti e Carlo Rosselli). Fu esule per mezza Europa, quindi partecipante alla
Rivoluzione Spagnola del 1936, dove sostenne una linea intransigentemente rivoluzionaria
in contrasto con alcuni settori dell’anarchismo iberico e soprattutto in aperta opposizione
alle manovre politiche degli agenti stalinisti. Perciò fu vigliaccamente assassinato alle spal­
le da agenti stalinisti nelle tragiche giornate barcellonesi del maggio 1937, in cui centinaia
di lavoratori catalani furono eliminati dagli stalinisti. Berneri è una figura a sii nell'anar­
chismo, particolarmente sensibile al dibattito intellettuale, egli stesso - per quanto conces­
sogli dall’assidua militanza politica, - studioso e ricercatore. L'unica valida (ma parziale)
antologia dei suoi scritti è stata curata da P.C. MAS1NI ed A. SORTI: cfr. C. BERNERI
(antologia di scritti di), Pietrogrado 1917- Barcellona 1937, Milano 1964. Alcuni suoi scrit­
ti e lettere erano stati già raccolti all’indomani della sua morte da un Comitato Camillo
Berneri: cfr. Pensieri e battaglie, Parigi 1938. Negli ultimi anni numerosi scritti di Berneri
sono stati ripubblicati dall'Archivio Famiglia Berneri di Pistoia. Lo stesso editore ha curato la
stampa di una raccolta di saggi su Berneri e della biografia berneriana di F. Madrid Santos.
Notevoli spunti interessanti presenta ancor oggi, nonostante i molti studi successivi sull’ar­
gomento, il suo saggio su Mussolini, pubblicato per la prima volta negli anni '(>0, con una
interessante appendice di P.C. MASINI su “Camillo Berneri alla scuola di Prampolini”:
cfr. C. BERNERI, Mussolini, psicologia di un dittatore, Milano, 1966. Alcuni suoi articoli
del tempo della rivoluzione spagnola sono stati riuniti e pubblicati: clr. C. BERNERI,
Guerra di classe in Spagna, Pistoia 1971. Sulla figura umana di Berneri cfr. quanto scritto
da sua madre: ADALGISA FOCHI BERNERI, Con te, figlio mio, Parma 1948; LA
MAMMA (alias, A.F. BERNERI), In difesa di Camillo Berneri (contro i detrattori ed i ca­
lunniatori), Forlì 1951.
<71” Cfr. ne La Valanga (Roma), 16.8.1919 (a. I, n. 18), l’articolo “Per il quotidiano - At-

43
Nel complesso, dunque, a parte limitate voci contrastanti,
il progetto andava sempre più prendendo piede. Sulle pagi­
ne de II Libertario della Spezia si susseguivano i comunicati
di adesione, gli incoraggiamenti, gli impegni finanziari sia
dall’Italia sia dall’estero.(7I) Quattro mesi dopo il Convegno
di Firenze, che - come abbiamo visto - aveva dato il via alla
sottoscrizione pro-quotidiano, il gruppo iniziatore aveva
raccolto oltre 60.000 lire, mentre altre 35.000 erano state
promesse e garantite da quei gruppi e compagni che al mo­
mento non avevano potuto versarle.<72)
All’inizio dell’autunno, quando ormai la sottoscrizione
permetteva di considerare ormai prossima l’uscita del quoti­
diano, la redazione diffondeva nel movimento una circolare-
programma di Umanità Nova, la quale appunto recava la fir­
ma della redazione ma era stata stesa a Londra dal direttore
prescelto ed unanimamente accettato del futuro giornale,
Errico Mal atesta.(73)
Obiettivo della circolare-programma era innanzitutto
quello di chiarire gli equivoci ed i dubbi che inevitabilmente
il grande progetto del quotidiano aveva suscitato in alcuni.
Prendendo in esame la differenziazione all’interno del movi­
mento, la redazione sosteneva la possibilità di proficua e fra­
terna collaborazione fra le diverse tendenze:

tenti ai mali passi...” firmato “Combeferre” (pseudonimo di Ettore Sottovia). Militante da


lungo tempo nel movimento anarchico, a Roma, Sottovia era allora redattore de La Va­
langa ed aveva assunto posizioni estremamente discutibili e discusse; in particolare andava
in quei mesi conducendo una campagna in favore di Lenin e della dittatura del proletaria­
to. in netto contrasto con le posizioni di Malatesta, Fabbri e degli altri militanti (e gior­
nali) anarchici, Ctr., p. es., il n. 17 de La Valanga (9.8.1919), il titolo di prima pagina ('La
dittatura proletaria è necessaria al trionfo della Rivoluzione’) essendo programmatico del­
la linea filo-bolscevica allora assunta da Sottovia e da pochi altri.
Alla posizione anti-quotidiano assunta da Combeferre rispondeva Epifane (alias, Luigi
Molinari) su II Libertario (La Spezia), 28.8.1919 (a. XVII, n. 728), con l’articolo “Non si
deve fare il quotidiano anarchico? (Risposta a Combeferre di Valanga)”. La medesima pa­
gina di giornale ospitava anche l’intervento di Temistocle Monticelli, anche lui polemico
con Combeferre.
1711 Numerosissima era l’emigrazione anarchica un po’ ovunque nel mondo, soprattutto
nei Paesi finitimi (Francia, Svizzera) e nelle Americhe (U .S.A ., Canada, Argentina, Bra­
sile, ecc.). La “colonia” anarchica di lingua italiana più numerosa ed influente era certa­
mente quella nel Nord America, dove - cfr. nota'“1- predominante era la tendenza anti-or-
ganizzatrice, “galleaniana”.
1721Per essere precisi, alla metà di agosto erano pervenute 61.231 lire, altre 35.387 costi­
tuivano “promesse impegnative”: cfr. il secondo resoconto ufficiale del gruppo iniziatore,
su II Libertario (La Spezia), 21.8.1919, cit.
Il primo resoconto era apparso sul numero, cit.. Ae\VIconoclasta!, speciale per il quotidiano.
(73) La circolare-programma veniva integralmente pubblicata ne II Libertario (La Spezia),
9.10.1919 (a. XVII, n. 734). Per l'attribuzione a Malatesta della sua stesura, cfr. la cit. pre­
fazione di L. FABBRI agli Scritti di E. MALATESTA, p. 9.

44
“Vi sono tra gli anarchici di quelli che amano qualificarsi co­
munisti, o collettivisti, o individualisti, o altrimenti. Spesso
è questione di parole diversamente interpretate che oscura­
no e nascondono una fondamentale identità di aspirazione;
qualche volta si tratta solo di teorie, di ipotesi, con cui cia­
scuno spiega e giustifica diversamente conclusioni pratiche
identiche.
Noi non vediamo ragione perché queste diverse categorie di
compagni non possano collaborare in un’opera comune,
quando il fine è comune ed i mezzi non sono contraddittorii.
(...) Comunque sia, tutte queste varie tendenze, o scuole
che voglian chiamarsi, troveranno in Umanità Nova il loro
organo e la loro palestra, purché accettino i principi seguen­
ti, che sono secondo noi, il faro che guida il movimento
anarchico e la via per la quale esso deve avanzare.

Al che seguiva una lunga esposizione dei principi e degli


obbiettivi della lotta anarchica, esposti nelle loro linee es­
senziali ed in una forma tale da non poter non raccogliere
l’unanimità dei consensi nel movimento. D’altra parte veni­
va precisato che

“(...) se per avventura vi fossero di quelli che, pur dicendosi


anarchici, si disinteressano delle sorti della generalità e vo­
gliono la loro libertà ed il loro perfezionamento individuale
senza curarsi del benessere, della libertà e dell’elevamento
morale e materiale degli altri, oppure di quelli che credono
poter arrivare alla Libertà per mezzo dell’autorità - ebbene,
noi non possiamo impedir loro di chiamarsi come vogliono,
ma diciamo che il loro non è il nostro anarchismo. Essi po­
tranno magari trovare ospitalità nel giornale, ma sarà solo a
titolo d ’informazione e di discussione ai fini della nostra pro­
paganda (...)”.

In tal modo venivano chiaramente respinte le eventuali ri­


chieste di “spazio” sul quotidiano da parte di “anarchici” su­
per-individualisti, amoralisti, da una parte, e dei sostenitori
della “dittatura del proletariato” o comunque filo-bolscevi-
chi dall’altra.
Molto significativa, infine, la conclusione di questa lunga
circolare-programma, che nel suo insieme contribuì non
45
poco a portare chiarezza nel movimento sulla funzione che
la redazione intendeva far esercitare al quotidiano. Veniva
cioè sottolineato che se il quotidiano avesse assorbito (e per­
ciò annullato) in sé le altre iniziative anarchiche preesistenti
alla sua costituzione, allora si sarebbe dovuto considerare
negativa la sua funzione: compito del giornale infatti, era
quello di stimolare continuamente nuove iniziative, non di
stroncare ciò che in quei mesi dalla fine della guerra si era
già fatto per la propaganda e l’azione rivoluzionaria.

“Inoltre - concludeva la redazione - vi è una parte del lavo­


ro che non può, per definizione, esser fatta dal giornale o dai
giornali. Il giornale dovendo parlare al pubblico, deve ne­
cessariamente parlare innanzi al nemico, ed occorrono cir­
costanze in cui il nemico non deve essere informato. A que­
sto i Compagni devono provvedere... in separata sede. Ed
ora alPopera!”.(74)

Nelle settimane successive, regolarmente, il gruppo inizia­


tore chiariva tutti gli aspetti organizzativi, legali, ecc. con­
nessi al varo del quotidiano. In particolare, va segnalata la
riunione avvenuta il 21 settembre a Genova,(75) presenti alcu­
ni componenti del gruppo iniziatore ed alcuni compagni pro­
venienti da varie regioni: in quella sede venivano prese nu­
merose decisioni relative alla vita ed al funzionamento del
futuro quotidiano, fra le quali quella di costituire una società
per azioni, per la quale veniva preparato uno statuto. Nel
presentare poi al movimento i risultati della riunione di Ge­
nova, il gruppo promotore ci teneva a precisare che:

“Queste norme che non sono punto in armonia coi nostri


principi libertari, ma che ci sono imposte dall’ordinamento
(7J| Ci siamo soffermati attentamente sulla circolare programma di Umanità Nova per la
sua importanza, sia allora nell’ambito del dibattito interno al movimento anarchico, sia
oggi per inquadrare meglio l’opera successiva svolta dal quotidiano, che nel triennio 1920-
22 fu eccezionale strumento di coesione e di propulsione nel movimento, oltre che di pro­
paganda.
|,!| Cfr. Il Libertario (La Spezia), 9.10.1919 (a. XVII, n. 734), pag. 2, Accordi di massima
per la pubblicazione e la gestione di ‘Umanità Nova’ quotidiano anarchico. Particolarmente
dibattute due questioni, entrambe connesse all’alto costo di produzione di un quotidiano:
il numero delle pagine e l’accoglimento o meno delle reclames commerciali. Le indicazioni
del gruppo iniziatore su questi due problemi venivano esternate sul numero successivo de
Il Libertario, 16.10.1919, e proponevano un quotidiano alternativamente a due ed a quat­
tro pagine, senza reclames.

46
borghese in cui viviamo, tendono a salvaguardare l’integrità
economica dell’azienda nei rapporti commerciali coi terzi,
ed a stabilire una base alla gestione amministrativa anche
nei confronti coi compagni interessati nell’azienda stessa”.

Ormai la discussione sull’utilità o meno del quotidiano era


passata in subordine. Dominava infatti la sensazione genera­
le che entro poche settimane Umanità Nova avrebbe final­
mente cominciato ad uscire regolarmente.
In verità l’obiettivo delle 150.000 lire, stimato il minimo
indispensabile per l'inizio delle pubblicazioni, non era stato
ancora raggiunto: a metà ottobre si erano passate di poco le
100.000 lire(76) ed il gruppo promotore aveva motivo di la­
mentarsi con alcuni settori del movimento - in particolare
con parte degli anarchici italiani emigrati in America - per la
limitatezza delle contribuzioni inviate.(77)
Dal canto suo, naturalmente, il prefetto di Milano seguiva
attentamente gli sviluppi della sottoscrizione e, più in gene­
rale, tutto il lavoro che a Milano veniva fatto in vista della
nascita del quotidiano anarchico. Se il prefetto poteva invia­
re lunghe e dettagliate note informative ai suoi superiorit78,
ciò era dovuto anche al fatto che tutta la posta in arrivo alla
casella postale intestata ad Umanità Nova era abusivamente
aperta, letta, trascritta, quindi rimessa al... suo posto. Ciò
era denunciato pubblicamente, senza mezzi termini, in una
lunga lettera che “gli anarchici di Umanità Nova" inviavano
al quotidiano socialista e che quest’ultimo pubblicava ai pri­
mi di novembre:™

“Da alcuni mesi gli anarchici italiani si erano proposti di rac­


cogliere con pubblica sottoscrizione i fondi necessari alla
fondazione di un loro giornale quotidiano, Umanità Nova,
per esporre alla luce del sole e... senza bombe le proprie
teorie, la propria critica sugli avvenimenti del giorno e sui
l7'’1Cfr. ¡I terzo resoconto della sottoscrizione pro-quotidiano, su II Libertario (La Spezia)
16.10.1919, cit.
1771Cfr. l'articolo significativamente intitolato “L’elogio della miseria - A proposito della
sottoscrizione pro Quotidiano”, su II Libertario, (La Spezia), 23.10.1919 (a. XVII, n. 736).
171,1Cfr., p. es., il lungo telegramma-espresso inviato da Milano in data 1° novembre, con­
tenente dettagliate informazioni sull'andamento della sottoscrizione e su altri problemi
connessi alla costituenda Umanità Nova: in ACS, Dir. Ceti. PS. Div. AA. OC. e UH..
1919, b. 57, cat. K 1, Milano, mov. aitar., pref. MI a Min. Ini., I 11.1919.
m Cfr. Avanti!, 4.11.1919.

47
fenomeni di quest’ora storica. Come si vede, un’intenzione
di propositi legittima, un programma di idee, esposto pub­
blicamente a mezzo della propria stampa settimanale. Nien­
te congiure, niente complotti, niente lavoro sotterraneo.
Chiunque sapeva che con Umanità Nova si poteva corri­
spondere indirizzando alla Casella Postale 71, Milano.
Da quattro mesi durava il lavoro di preparazione, fra qual­
che settimana il giornale avrebbe dovuto uscire, ed ecco che
ad un tratto senza alcun motivo palese, senza una giustifica­
zione, una ragione qualsiasi, l’autorità si impossessa della
corrispondenza e dei valori che quotidianamente sono invia­
ti alla Casella Postale (e in questo dev’essere connivente la
Direzione delle Poste), rimettendo, dopo ogni comodo spo­
glio, le lettere ed il resto a posto, dopo cinque o sei giorni
dal loro arrivo. Questa manovra ci è stata rivelata la scorsa
settimana, in seguito al ripetuto rinvenimento della casella
vuota. Ne volemmo la prova e, conoscendo la mentalità ar­
retrata e quarantottesca della Questura, indirizzammo noi
stessi ad Umanità Nova una misteriosa lettera, riguardante
rivelazioni importanti, plichi da consegnare a persona di tut­
ta fiducia, in località segreta, a sera tarda, ecc... La lettera,
impostata direttamente da noi alla Posta centrale, non ci fu
recapitata e le intelligenti autorità dell’ordine disposero in­
vece un servizio di appostamento al luogo designato per il
misterioso convegno, per venire in possesso dell’interessan­
te plico! E si capisce con quale risultato!
(...) Orbene, siccome gli anarchici non son disposti a tolle­
rare più oltre questa sconcia commedia delle conquistate li­
bertà della nuova Italia e dei piagnistei patriottici per le li­
bertà offese nei comizi elettorali di lor signori, pongono que­
sto semplice dilemma: ’O la Questura la smette di far man
bassa sulla corrispondenza di Umanità Nova e rispetta il di­
ritto alla libertà di pensiero, o altrimenti gli anarchici tanto
a Milano quanto nelle altre principali città organizzeranno
una vivace e tangibile opera di ostruzionismo alle più impor­
tanti manifestazioni politiche, elettorali, sportive della bor­
ghesia”. (...)

La battaglia fra anarchici ed autorità sulla questione Uma­


nità Nova, dunque, era iniziata ancor prima che il quotidia­
no vedesse la luce.
48
IV

IL PASSAPORTO NEGATO

“Nel febbraio e marzo 1919 avemmo le prime grandi riviste


delle masse ritornate dal fronte. Il grido che tuonava nei cor­
tei immensi e nei comizi era: smobilitazione, libertà a tutte
le vittime della reazione e della guerra, soppressione della
censura, otto ore di lavoro. Noi aggiungemmo un reclamo
che divenne tosto di aspirazione generale: ritorno di Malate-
sta in Italia. Si rividero enormi folle piene di fede e di entu­
siasmo”.<íi(,,

Così l’allora segretario dell’Unione Sindacale Italiana,


Armando Borghi, ricordava dopo qualche anno l’inizio della
campagna pro-Malatesta.
In effetti, la grande maggioranza delle “vittime della rea­
zione e della guerra”, nel giro di poco tempo, furono tutte
prosciolte, amnistiate, liberate, messe comunque nella pos­
sibilità di riprendere la loro attività politica. Basti citare il
fatto, cui fu dato notevole rilievo, della liberazione degli
esponenti socialisti ancora in carcere per i “fatti di Torino”
del 1917: Serrati, Barberis, Rabezzana e Pianezza. Lo stesso
giorno in cui avveniva la loro liberazione, cioè il 23 febbraio
1919, nel corso di una grande manifestazione proletaria a
Bologna, al Gioco del Pallone, un anarchico, prendendo la
parola, dopo aver sostenuto che era ormai necessario “il fa­
scio di tutte le forze rosse in Italia”, concludeva dicendo che
“non è la borghesia che deve dare l’amnistia al proletariato,
ma è quella che dovrebbe chiedere a questo un’amnistia per
le enormi stragi della guerra”. Subito dopo, portando il sa­
luto dell’U .S.I., era Virgilia D ’Andrea(8U a far notare che il
A. BORGHI, La rivoluzione mancata, cit., p. 90.
(*') virgilia D'Andrea fu una figura di primissimo piano ncirUnione Sindacale llalian.i,

49
decreto di amnistia, emanato dal governo in quei giorni, e-
scludeva Malatesta. Al quale, poi, rivolgeva il suo saluto
l’ultimo oratore, il socialista Genunzio Bentini.(82)
Così, quattro giorni dopo, al termine di un comizio a Mi­
lano del socialista Serrati in piazza Umanitaria, era un altro
anarchico, Schirolli,<83> a prendere la parola per affermare
che “gli anarchici si compiacciono di veder restituire alla li­
bertà Menotti Serrati, mentre domandano ancora una volta
che si riaprano le porte d’Italia ad Errico Malatesta”.<84)
I socialisti recepirono subito la parola d’ordine del rientro
del vecchio anarchico e la agitarono per tutta la durata della
campagna, fino al rientro di Malatesta. Già ai primi di mar­
zo appariva sul loro quotidiano un articolo molto netto:

“L’amnistia ermafrodita - vale a dire né maschio né femmi­


na - ha escluso dai suoi benefici Errico Malatesta ed Arturo
Velia.(85) Citiamo il caso di questi due nostri compagni per­
ché esso è tipico e perché, si può dire, attorno ai loro nomi
si imperniano i due motivi fondamentali della nuova agita­
zione che il Partito e le organizzazioni nostre debbono fare
per una nuova e più ampia amnistia. Malatesta è esule a

nel movimento anarchico e più in genere in tutta l’estrema sinistra italiana, nel primo do­
poguerra.
Nata a Sulmona nel 1890, rimasta giovanissima orfana di entrambi i genitori, era stata af­
fidata a un collegio di religiose, presso cui rimase fino al conseguimento del diploma ma­
gistrale. Nel 1917 incontrò Armando Borghi all’Impruneta, nei pressi di Firenze, dove il
segretario dell’U.S.I. si trovava internato in seguito alla sua attività “sovversiva” e disfat­
tista. Borghi e la D ’Andrea si accompagnarono e restarono insieme fino alla sua morte. In­
stancabile attivista dell’U .S.l., la D’Andrea ne divenne co-segretaria nel dicembre 1919,
affiancando così Borghi e addirittura sostituendolo durante i suoi periodi di assenza (viaggi
o carcere). Spesso chiamata come oratrice, per conto degli anarchici o dell’U.S.I. tenne in­
numerevoli comizi, anche al fianco di Malatesta. Conobbe a più riprese il carcere. Di fron­
te alla predominante violenza fascista, Borghi e la D ’Andrea furono costretti all’esilio: fu­
rono a Berlino, a Parigi (dove la D’Andrea diresse il periodico libertario Veglia), infine ne­
gli Stati Uniti, dove un male incurabile la stroncò nel 1933. Alcuni dei suoi numerosi scritti
sono stati raccolti in volumetti: cfr. V. D’ANDREA, Tormento, Roma 1922, poi Parigi
1929; id.. L ’ora di Maramaldo, Brooklyn 1925; id.. Torce nella notte, New York 1933; id.,
Richiamo all'anarchia. Cesena 1965.
(MI Cfr. Avanti!, 24 febbraio 1919.
(M) Ezio Schirolli, figura assolutamente secondaria, merita di esser ricordato solo per il
fatto di esser stato, in quei primi mesi del 1919, uno dei più attivi oratori fra gli anarchici
milanesi. “Confusionario” lo ha qualificato Maria Rossi Molaschi, in quel periodo at­
tiva militante anarchica a Milano, in una conversazione con noi, relativa appunto a quel
periodo.
Cfr. Avanti!, 28 febbraio 1919. Nel riferire il passo citato dell’intervento di Schirolli
il quotidiano socialista riferiva che le sue parole relative al rientro di Malatesta erano state
accolte da applausi.
(IHI Arturo Velia, allora in un reclusorio militare, condannato per disfattismo ed insubor­
dinazione. Poche settimane dopo questo articolo, veniva liberato.

50
Londra. (...) Malatesta non gode dell’amnistia - la quale
pure è stata assai larga per i reati politici - perché è un ‘pre­
giudicato’, un ‘recidivo generico e specifico’. La qualificazio­
ne non fa torto a lui. Bolla di ridicolo la nostra legge e la no­
stra procedura. Pretendere infatti di poter qualificare come
‘malfattore’ un sano idealista, della levatura morale di Mala­
testa, è, semplicemente, voler ridicolizzare la giustizia italia­
na. Noi ci auguriamo che la penisola abbia parecchi malfat­
tori del suo stampo. Ci auguriamo che i deputati, i quali fan­
no le leggi, e i magistrati, che le applicano, vadano un pochi­
no a scuola di dirittura politica e morale da questo vecchio
anarchico malfattore, che ha consacrato tutta la vita al pro­
prio ideale ed è uno dei più bei caratteri della società con­
temporanea. (...) L’esilio di Malatesta è una vergogna itali­
ca. (...) Nel nome di Malatesta e di Velia noi reclamiamo
una più ampia amnistia per tutti i reati politici, per quelli ci­
vili e per quelli militari e comprendiamo fra i reati politici
anche quelli di mille e mille poveri proletari il cui solo delitto
è stato quello di amare più la pace che la guerra, di sentire
più l’affetto per i propri cari che il sadico furore della stra­
ge” .(86)

Quest’autorevole presa di posizione socialista in favore di


Malatesta e dell’agitazione per il suo rientro contribuiva al-
l’estendersi della campagna relativa. Gli anarchici, natural­
mente, erano in prima fila nel richiedere l’autorizzazione al
rientro del loro vecchio compagno: per tutto il 1919, ormai,
ogni manifestazione politica e sociale si sarebbe svolta, in
maggiore o minor misura, anche nel nome del vecchio “mal­
fattore”.(87)
Intanto Malatesta, da Londra, teneva al corrente i suoi
compagni dell’atteggiamento del Regio Consolato di fronte
alle sue richieste.(81i) Il primo luglio VAvanti! riferiva del de-

1861 Cfr. Avanti/, 4 marzo 1919. Insieme a questo articolo venivano pubblicate le foto di
Malatesta e di Velia.
"" La maggior parte delle riunioni, convegni, congressi, ecc., delle forze di sinistra, nel
corso della seconda metà del 1919, si apriva con l’approvazione di ordini del giorno favo­
revoli al rientro di Malatesta. Tralasciando qui di citare esempi in campo anarchico - valga
per tutti la mozione di apertura del Convegno di Firenze (già citata nel relativo resoconto)
- ricorderemo gli o.d.g. approvati da un’assemblea di lavoratori della F.I.A.T. (25 otto­
bre) e da una riunione della F.I.O.M. torinese (31 ottobre), citati in G. MAIONE, Il bien­
nio rosso, Bologna 1975, pp. 51 e 55.
1881 Cfr. le due sue lettere citate alle note |,) e

51
siderio dell’esule di ritornare in patria e del rifiuto opposto
dal console a Londra a rilasciargli il passaporto: “inaudita
prepotenza” veniva definito tale comportamento delle auto­
rità, tanto più che veniva sottolineato che Malatesta era
pronto a costituirsi ed a subire il processo che “valga a rive­
dere quello nel quale fu condannato in contumacia”.(89)
Nello stesso mese di luglio la questione Malatesta faceva
il suo ingresso in Parlamento, tramite la interrogazione che
l’on. Modigliani, per il Gruppo Parlamentare socialista, pre­
sentava il 26 del mese:

“Interrogo il Presidente del Consiglio per sapere se sia vero


e come si giustifichi che il cittadino italiano Errico Malate­
sta, residente a Londra, sia stato impedito a tornare in Italia
per ottenere che sia finalmente discusso un processo pro­
mosso contro di lui fino dal 1914 e tenuto sempre in sospeso,
e per sapere se creda di far cessare immediatamente un simi­
le stato di fatto, in modo che il diritto di quel cittadino ita­
liano sia rispettato e che la giustizia abbia corso, anche se
debba riconoscere l'infondatezza delle imputazioni mosse al
Malatesta” .,9")

Per tutta l’estate il rientro di Malatesta veniva auspicato,


propagandato, sostenuto, dibattuto, sulla stampa anarchica
innanzitutto.(9I) Ma la prima vera grande occasione nazionale
di manifestazione pro-Malatesta era il 19 ottobre, al Teatro
Comunale di Bologna, nel corso di un grande comizio che ri­
chiamava migliaia di lavoratori.
L’iniziativa era partita dall’U .S.I., che nella prima metà di
ottobre aveva inviato un appello “a tutte le associazioni po­
litiche e sindacali d’Italia, su direttiva di classe”, invitandole
ad aderire ed a partecipare alla manifestazione indetta ap­
punto a Bologna per il 19. Già nella lettera di invito e di con­
vocazione il comitato esecutivo dell’U.S.I. poteva comuni­
care che fra gli oratori vi sarebbero stati Armando Borghi,

m Cfr. Avanti/, 1° luglio 1919.


(w) Cfr. Avanti!, 28 luglio 1919.
<w Cfr., p. es., La Valanga (Roma), 2.8.1919 (a. I, n. 16), “Per Errico Malatesta ed i car­
cerati politici” di Ettore Sottovia (Combeferre). Sullo stesso settimanale, Giuseppe Biami-
no aveva proposto (n. 7 del 17.5) che l’U. A.I. (Unione Anarchica Italiana) si facesse pro­
motrice di un Comitato Centrale, da costituirsi insieme con U.S.I., P.S. e C.G.L., per di­
rigere la agitazione pro-Malatesta.

52
Angelo Faggi e Virgilia D ’Andrea dell’U.S.I. stessa, nonché
il socialista Nicola Bombacci.

“Compagni, - questo il testo dell’appello - il governo della


monarchia, alla volontà del proletariato italiano, manifesta­
ta in migliaia di Comizi, di riavere in Italia il proscritto della
prima Internazionale, l’uomo della Settimana Rossa Errico
Malatesta, continua a rispondere con un insultante diniego.
Errico Malatesta dopo due amnistie, che non hanno liberato
ancora tutte le vittime militari ma che hanno liberato già tut­
te le vittime politiche per reati non militari, e che hanno be­
neficiato anche molti parassiti per le frodi e le adulterazioni
di derrate e di merci, che colpivano negli interessi c nella sa­
lute il pubblico consumatore; Errico Malatesta, uno dei pa­
dri del socialismo italiano, è il solo cittadino italiano a cui si
nega il diritto di tornare in Italia! (...)
Egli non chiede, né noi potremmo chiedere per lui, tratta­
menti di favore. Chiediamo che gli si conceda ciò che non si
nega a nessun cittadino; chiediamo che ci si renda un uomo,
non per idolatria verso l’uomo, che pur tanto merita, e nem­
meno perché sia di nostra spettanza incaricarci del rispetto
alla legalità, ma perché quell’uomo può rendere negli ultimi
anni della sua travagliata esistenza, qui in mezzo al proleta­
riato, che lo ama, lo conosce e lo segue, dei grandi servigi
alla causa dell’Umanità (...)”.(92)

L’appello terminava con l’invito a non mancare, o comun­


que ad inviare adesioni scritte, perché “bisogna che tale ma­
nifestazione riesca solenne, grandiosa”. (...) “E nel nome di
Malatesta - concludeva l’appello - il proletariato rinnoverà
la sua protesta per le altre vittime militari, che la recente
amnistia ha lasciato sepolte nelle galere, ed esprimerà alta la
sua volontà del fronte unico proletario per le lotte imminen­
ti”.^
™ Il testo completo di questo appello veniva pubblicato sulla stampa unni chi. a cfr. Il
Libertario (La Spezia), 16.10.1919, cit. - e sull’Avanti! (14 ottobre 1919) Il quotidiano so­
cialista, dopo aver dapprima segnalato la manifestazione del 1919 a holngnu come pro­
mossa da “un comitato di rappresentanza di associazioni proletarie", precisava il giorno
successivo (15 ottobre) che la stessa era a cura dell’U.S.I.
m L’Avanti! del 18 ottobre comunicava che tutte le organizzazioni piolelane nazionali
avevano aderito alla manifestazione dell’indomani. Inoltre avevano aderito ru ne Monatte,
Pelicour (Parigi), i rappresentanti dei gruppi libertari e sindacalisti all'estero, il Sindacato
Ferrovieri e tutte le Camere del Lavoro.

53
Il successo della manifestazione di Bologna era indubbio:
l’adesione di tutte le organizzazioni proletarie e la presenza
a Bologna di molte migliaia di lavoratori accorsi al comizio,
davano particolare risalto all’iniziativa.<94)
Dopo un breve intervento di Clodoveo Bonazzi, segreta­
rio della Camera del Lavoro sindacalista di Bologna, pren­
deva la parola Borghi “il quale ha pronunciato un forte di­
scorso frequentemente interrotto da applausi”. In particola­
re, il segretario dell’U.S.I. ricordava “la adamantina figura
del nostro grande maestro che pur tra continue persecuzioni
di governi ha mantenuta salda ed intatta la nostra fede. Ma-
latesta è un nome internazionale - proseguiva Borghi - è
caro a tutti i popoli poiché egli è un simbolo, egli è una
fede”. Lo stesso oratore, poi, si compiaceva “che nel nome
di Malatesta si sia trovato concorde tutto il proletariato d’I­
talia senza distinzione di scuola o di partito o di organizza­
zione”. Fra “frenetici applausi”, “ovazioni”, e “grida di viva
Malatesta”, Borghi lasciava la parola a Nicola Bombacci,
oratore ufficiale del partito socialista. “Questo non è un co­
mizio - esordì Bombacci - è una cerimonia, non è un nome
che celebriamo, è una sintesi. Quando si parla di Malatesta,
intendiamo nominare una fiamma, una bandiera”.
Come altri oratori, Bombacci non mancò di accennare
alla rivoluzione russa ed all’indispensabile aiuto che ad essa
doveva sempre garantire il proletariato italiano.
Dopo il saluto del bolognese Masotti, a nome della gio­
ventù socialista italiana, era Angelo Sbrana, anarchico, or­
ganizzatore di primissimo piano del Sindacato Ferrovieri, a
portare l’adesione dei “lavoratori del moto”, dei gruppi
anarchici di Livorno e di Pisa, nonché del settimanale pisano
L ’Avvenire Anarchico. Intervenivano poi il fiorentino Fan­
tozzi, a nome del Sindacato Ferrovieri e degli anarchici del
capoluogo toscano, Sacconi, dell’U .S.I., Velia, per gli anar­
chici milanesi, Sassi(95>per i minatori e gli anarchici del Val
m Aderiva all'iniziativa anche il Comitato Promotore “Umanità Nova”, che, in un suo lungo
comunicato di adesione, affermava tra l’altro: “Il Popolo elevi la sua protesta, imponga il suo
Diritto. Un plebiscito di Piazza deve equivalere al plebiscito delle urne. (...) Errico Malatesta
deve essere libero di tornare: è un suo diritto. Il popolo lavoratore d'Italia lo faccia rispettare".
Cfr. Il Libertario (La Spezia), 23.10.1919, cit., “Il grande comizio per Malatesta”: da questo re­
soconto dettagliato traiamo anche gli altri particolari della manifestazione, qui di seguito riferiti.
m II resoconto de II Libertario, dal quale traiamo questi particolari, parla di “Sapi At­
tilio”, ma si tratta di un evidente errore. Attilio Sassi fu organizzatore sindacale di grandi
capacità, animatore delle lotte proletarie nella Val d’Arno.

54
d’Arno, Candoni, a nome dei seimila lavoratori organizzati
della Carnia, ed infine - più applaudita di tutti - Virgilia
D’Andrea.

“La compagna D ’Andrea - riferiva il cronista de // Liberta­


rio - leva un inno alla fraternità dei lavoratori che augura
continua per le future battaglie. Ricorda i dolori della guer­
ra, il pianto delle madri, lo strazio dei figli, delle spose orba­
te dei loro cari, e commuove con accenti sinceri, l'uditorio
raccolto e silenzioso. La D’Andrea tesse poi l’elogio dell’e­
sule amato e chiede che egli ritorni. Ogni nostra casa sarà la
sua casa, le nostre braccia intrecciate sulla sua canizie saran­
no la sua corona e la sua difesa” .<%)

Dopo questo applauditissimo intervento della giovane


esponente dell’U .S.I., il comizio volgeva al termine: veniva
approvato un ordine del giorno pro-Malatesta, che doveva
essere trasmesso, oltre che allo stesso Malatesta, anche a
“tutte le Organizzazioni d’Italia” ed ai governi italiano ed in­
glese, “perché conoscano esattamente la volontà del prole­
tariato italiano”.(97)
In seguito alla riuscita manifestazione di Bologna, la cam­
pagna per il rientro del vecchio anarchico riprendeva quota,
soprattutto nelle zone dove più radicata e diffusa era la pre­
senza anarchica e sindacalista rivoluzionaria (Versilia, Luni-
giana, Spezzino, Riviera ligure del Levante, Romagna, Mar­
che, ecc.).(98)
Il 28 novembre il quotidiano socialista informava i suoi
lettori che Errico Malatesta, dopo una breve sosta a Milano,
era ripartito alla volta di Ancona, “ove abitualmente risie­
de”.'(99)

m' Si tenga presente che la D ’Andrea era anche una poetessa ed amava esprimersi poe­
ticamente, anche quando trattava di questioni politiche o sindacali. Errico Malatesta, nella
sua prefazione al volume Tormento, cit., definiva la D ’Andrea “poetessa dell’anarchia” e
la stimava “degna di prendere il posto che lasciò vuoto il nostro Pietro (ìori”. Su questo
aspetto dell’attività sociale della D’Andrea, cfr. P. FINZI, Antologia tli storia anarchica
(II), in Volontà (Genova), mag./giu. 1975 (a. XXVIII, n.3), pp. 189-191.
I”) Cfr. Il Libertario (La Spezia), 23.10.1919, cit.; e VAvanti!, 20.10,1919. Copia del te­
legramma inviato da Borghi al presidente del consiglio, a nome dei partecipanti al comizio,
è conservata in ACS, Min. Int., Dir. Gen., Div. aff. gen. e ris.. (T ’C MALATESTA. f.
2951, sottof. 6, 22.10.1919.
m Anche i socialisti constatavano l’intensificarsi della campagna prò Malatesta dopo il
comizio di Bologna; cfr. Avanti!, 27.10.1919.
Cfr. Avanti!, 28.11.1919.
Quattro giorni dopo, però, sullo stesso giornale appariva
una lunga smentita, da cui traspariva l’imbarazzo della reda­
zione per l’infondatezza della notizia diffusa.(IH0) A testimo­
nianza del fatto che il vecchio anarchico in effetti era sempre
a Londra, costrettovi da non chiare manovre politiche, YA-
vanti! pubblicava proprio al termine della smentita una let­
tera ricevuta dallo stesso Malatesta, datata “Londra, 23 No­
vembre 1919”. Smentendo assolutamente quanto affermato
da “un giornale italiano”,(101) secondo il quale era proprio
Malatesta a non voler tornare in patria, il vecchio anarchico
affermava:

“La verità è tu tt’altra. Come sanno tutti i miei amici, fra cui
diversi deputati che reclamarono per me presso il Ministero,
io già da molto tempo prima dell’amnistia domandavo con
insistenza di venire in Italia per affrontare il mio processo, e
non potetti ottenerlo. Dopo l’amnistia continuarono a ne­
garmi il passaporto, ed è solo l’altro giorno che me l’hanno
dato in seguito a nulla osta del Ministero degli Interni in data
22 novembre.
Però con questo non sono finite le difficoltà.
Essendo io stato espulso di Francia - solo 40 anni or sono
per avere, in una pubblica riunione a Parigi, denunziato
come agente provocatore una spia del consolato italiano che
s’era messo ad eccitare dei giovani a buttar delle bombe -
l’autorità francese mi nega il permesso di traversare la Fran­
cia.(l02)
Le altre vie di terra mi sono egualmente chiuse.
Saluti affettuosi.
Errico Malatesta”.
La redazione de\VAvanti! attribuiva la responsabilità della falsa notizia ad “alcuni se­
dicenti anarchici milanesi”, i quali “sorpresero indegnamente la nostra buona fede assicu­
randoci che il Malatesta era arrivato a Milano e che era ripartito subito per Ancona. Ve­
ramente ci pareva un po' strano che egli non avesse voluto fermarsi qualche giorno a Mi­
lano dove pure egli conta numerosi vecchi amici. Ma i sullodati signori - che qualcuno pen­
serà a mettere a posto - ci assicurarono che l’avevano visto coi loro occhi. Óra invece ri­
ceviamo da Malatesta stesso la lettera che pubblichiamo più sotto, dalla quale risulta ch’e­
gli trovasi tuttora a Londra, da dove non può venire in Italia perché la ‘democratica’ Fran­
cia non gli permette di attraversare il suo ‘nobile’ territorio. I nostri deputati - concludeva
l’organo socialista - vorranno certamente interessare i loro colleghi francesi perché questi
inducano il loro Governo a recedere da così assurda e reazionaria decisione”.
011,1 Trattavasi del “Giornale d’Italia”: cfr. nota l27>.
"":i “Il 30 ottobre (1879) Cafiero è a Parigi e partecipa con Malatesta ad un comizio a fa­
vore dei comunardi amnistiati, alla sala di rue Arras. Durante il comizio un ispettore di po­
lizia viene malmenato. In effetti l'incidente sorge per l’energico intervento di Malatesta e

56
Non fu quello il solo caso di falso annuncio del rientro di
Malatesta: altri organi di stampa, nelle ultime settimane del
1919, caddero nel medesimo errore, certo dovuto - nelle sue
linee generali - alla diffusa convinzione che comunque Ma­
latesta sarebbe presto tornato.0031 Perfino Volontà, il quindi­
cinale che Fabbri ed altri noti militanti anarchici compilava­
no in Ancona, sempre attenta e ben informata, riprendeva
all’ultimo momento la notizia diffusa daIVAvanti! ed era poi
costretta a smentire.<104)
Ulteriori equivoci erano creati dal fatto che le elezioni po­
litiche del novembre avevano portato in parlamento un albo
Malatesta, di nome Alberto, socialista, redattore dellM iw/-
ti! di Milano. Subito ci fu chi, come il Giornale d ’Italia, con­
fuse i due Malatesta, attribuendo a quello anarchico fatti e
pensieri di quello socialista e contribuendo così ad accresce­
re la confusione.005’
Anche in quest’ultima fase della campagna per il rientro
di Malatesta, i socialisti vi partecipavano attivamente: il 6 di­
cembre, fra l’altro, il socialista Bombacci presentava un’in­
terrogazione in parlamento tendente a facilitare il rimpatrio
dell’esule.006’

Cafiero contro un agente provocatore, spia del consolato italiano di Parigi, intrufolatosi
Ira i convenuti e subito distintosi con proposte di attentati. Cafiero e Malatesta sono ai te­
stati ed il 19 novembre espulsi dal territorio francese”.
Così P.C. MASINI ha ricostruito l’episodio nel suo eccellente Cafiero, Milano 1974, p.
250. Lo stesso studioso cita la notizia dell’arresto di Cafiero e Malatesta data dal gioì naie
La Plebe del 30.11.1879.
1,101 Citiamo qui solo un altro caso, oltre a quello - certo il più clamoroso dell'A vanti!.
Il numero del 1° dicembre del bimensile La Frusta Anarchica (a. I, n. 4) pubblicava in pri­
ma pagina un breve ma caloroso saluto al vecchio esule, di cui veniva comunicato l’avve­
nuto ritorno in patria. “Malatesta non è tornato” era invece il titolo di un articolo compar­
so sul numero successivo del giornale (13.12.1919: a. 1, n. 5), in cui, smentendo la notizia
del rientro, si invitavano gli anarchici ad intensificare la mobilitazione prò Malatesta. Ac­
cuse venivano lanciate alla polizia, colpevole di voler strozzare l’agitazione pio-Malatcsta
“servendosi della nostra stampa”. La Frusta Anarchica venne pubblicata a Pesaro dall’ot­
tobre al dicembre 1919; dal gennaio 1920 al settembre 1922 uscì sempre regolai mente (pri­
ma a Pesaro, poi dal maggio 1920 a Fano) La Frusta, che della prima testala tu la duella
continuatrice. Redattore di entrambe fu Giobbe Sanchini, amico e compagno ili I augi <inl-
leani, come lui esponente della tendenza anti-organizzatrice. Va rilevalo elle Nanchini lece
mantenere al suo giornale un atteggiamento abbastanza sereno in relazione al dibattito in­
terno al movimento anarchico, rifuggendo quasi sempre dalle intemperanze vi aliali One­
sta osservazione vale soprattutto per i primi due anni (1919-1920).
Cfr. Volontà (Ancona), 1.12.1919 (ns., a. 1, il. 18).
,,WI L’Avanti! dell’8.12.1919, riferendo di un'intervista al ... deputalo I ....... Maino sta
apparsa sul Giornale d ’Italia, chiariva la verità: “(...) Il guaio si è che posi io <inumile
d'Italia - il Malatesta eletto non è l’Errico, quel profugo a Londra, quello pi I i ut ill uni
si è fatto e si fa l'agitazione, è un altro: è Alberto Malatesta, redattole dell , li ami .0 Mi
lano”.
imi “interrogo il presidente del consiglio ed il ministro degli esten pei \,qn u q u a li mi"
Nel Paese, intanto, continuava l’approvazione di ordini
del giorno da parte di riunioni politiche, sindacali, socialiste,
anarchiche, repubblicane, ecc., auspicanti il pronto rientro
di Malatesta.
Intanto, accanto alla campagna pubblica pro-Malatesta, vi
erano alcuni ambienti dell’anarchismo italiano che non tra­
scuravano alcuna possibilità pratica per favorire un eventua­
le rientro clandestino di Malatesta.<1H7)
Ma la questione non era certo semplice da risolvere. Ed
alla fine ci volle l'intervento di un uomo veramente “poten­
te” che, sollecitato dagli anarchici - o meglio, da alcuni
anarchici - , si decise ad intervenire decisamente e riuscì in
pochissimo tempo a far rientrare clandestinamente il vec­
chio anarchico. Q u e st’u o m o era Giuseppe Giulietti.(10!i)
ne abbiano spiegato od intendano spiegare per ottenere che il governo francese lasci tran­
sitare attraverso la Francia Errico Malatesta, che ha ottenuto il passaporto dal Governo
italiano”. Il testo di quest'interrogazione veniva riportato daìVAvanti! del 7.12.1919. Sullo
stesso numero del quotidiano socialista, Edmondo Peluso scriveva: “Il caso Malatesta non
è un caso isolato. Mi sembra piuttosto esser la tattica del regio governo italiano di rendere
difficilissimo, se non impossibile, il ritorno dei ‘sovversivi’”.
11071 Una vivace testimonianza in tal senso ci ha lasciato Armando Borghi nella sua auto-
biografia: “Sotto la pressione dell’agitazione, Nitti faceva sapere che il passaporto per Ma­
latesta era stato concesso. Le solite fole governative. Malatesta alla sua volta ci scriveva
che lo mandavano da Erode a Pilato. Che fare? Da ogni parte i compagni formulavano
progetti e proposte. Uno di questi progetti era mio. A mezzo di un compagno, Caldari, che
lavorava in una fabbrica di aeroplani a Orbassano (prov. di Torino), avevo fatto la cono­
scenza dell’industriale proprietario dello stabilimento e del direttore tecnico. Questi erano
uomini di idee libere, e il nostro compagno aveva contribuito a farli simpatizzare per noi.
Si giunse a combinare un piano che in verità era stato sin dall’inizio la mira del compagno
che aveva fatto da intermediario: il capotecnico ci avrebbe condotti in volo su Londra per
prelevare Errico e condurlo in Italia. Noi dovevamo solo trovarci ad Orbassano al giorno
fissato. Era toccare il cielo col dito. Pieni del gran segreto, il giorno designato Virgilia ed
io ci recammo sul luogo del delitto, già volando prima di volare. Ma una sventura aveva
colpito il capofabbrica: sua moglie, donna di una bellezza eccezionale, era fuggita non so
con chi, e lui, pover’uomo, ne era come impazzito. Ci bastò avvicinarlo un momento per
capire che non era più lui, e ce ne tornammo a Bologna con le pive nel sacco. Ecco come
anche il naso di Cleopatra intervenne a mutare il corso della storia”. Cfr. A. BORGHI,
Mezzo secolo di anarchia, cit., p. 200.
(llw Giuseppe Giulietti, riminese, figlio di un pescatore, da giovane aveva militato nel
Partito Socialista. Amico di Benito Mussolini, lo aveva difeso al tempo della sua espulsio­
ne dal P.S., e come lui era stato interventista. Nel 1909 aveva fondato la Federazione Ita­
liana dei Lavoratori del Mare, che raggruppava la maggior parte della “gente di mare”, dal
mozzo al capitano. Noto come “il capitano” per antonomasia, era conosciuto come il pa­
drone assoluto della Federazione cui aveva dato vita e di cui era fin dalla fondazione il se­
gretario. Gelosissimo dell’autonomia sindacale della “sua” Federazione, non aveva mai
aderito né alla CGL né all’USI o ad altro sindacato. Gli anarchici, in genere, lo avevano
visto di malocchio, sia per le sue posizioni politiche (si dichiarava fautore di un “comuni­
Smo apostolico basato sull’amore e derivante dalla sublime dottrina di Cristo”, mischiando
confuse rimasticature marxiste e mazziniane) sia per la sua gestione autoritaria ed intolle­
rante all’interno della Federazione Italiana Lavoratori del Mare (FILM). In particolare II
Libertario della Spezia, città al centro di una zona in cui sia la FILM sia l’USI sia, infine,
gli anarchici erano attivi, aveva polemizzato in maniera durissima con Giulietti, nel 1914,
accusandolo di vere e proprie azioni squadristiche contro chi dissentiva dalla sua linea e si

58
Ad interessare direttamente Giulietti alla sorte di Malate-
sta era stato, già alcuni mesi prima, l’anarchico Renato Si-
glich (noto con lo pseudonimo di “Souvarine”), redattore
dell'Avvenire Anarchico di Pisa.009’ Nel corso del mese di di­
cembre, infine, Giuseppe Giulietti inviava a Londra suo fra-

opponeva alla sua gestione della FILM. 11 suo successivo interventismo non poteva certo
accrescerne la stima presso chi, come gli anarchici, alla guerra si oppose in ogni modo.
Nell’ottobre 1919, Giulietti aveva fatto dirottare un piroscafo italiano, il Persia, carico di
viveri, armi e munizioni destinate alle forze contro-rivoluzionarie russe, facendolo appro­
dare invece a Fiume, in soccorso alle forze dannunziane che da un mese occupavano la cit­
tà adriatica. Quest’operazione, dichiarò Giulietti, era stata compiuta “non per questo o
per quell’uomo di governo, ma per un’idea di giustizia umana che ci fa amare il nostro
prossimo come noi stessi, senza distinzione di classe e di nazione”. Le stesse motivazioni,
all’incirca, spingevano capitan Giulietti (che nelle elezioni di novembre era stato eletto de­
putato, diventando così “l’on. Giulietti”) ad occuparsi del caso Malatesta. “La coscienza
- ha scritto poi Giulietti nelle sue memorie - mi dice: ‘Cosa aspetti per intervenire? Eli­
mina le artificiose resistenze. Il vecchio comunardo (sic!: Malatesta non aveva partecipato
alla Comune di Parigi del 1871) dopo tanti anni di esilio ha diritto di rivedere la Patria.
Come sei intervenuto per i Lavoratori, per il tuo Paese, per Fiume, per D’Annunzio, devi
ora intervenire anche per Malatesta, che ha sofferto lunghi anni di carcere e di esilio per
un’idealità politica. Non preoccuparti delle critiche. I cosiddetti ben pensanti ti tacceranno
di anarchismo, così come ti hanno tacciato di nazionalismo per essere andato a Fiume”.
(G. GIULIETTI, Pax Mundi, La Federazione Marinara nella bufera fascista, Napoli s.d.
(ma 1944) pp. 75-76). In altri termini, a spingere Giulietti sarebbe stata - secondo le sue
stesse parole (op. cit., p. 80) - la volontà di “fare del bene a tutti, difendersi contro il male,
operare per la redenzione e l’affratellamento di tutti i popoli, tenendo presente il trinomio:
Dio, Patria, Famiglia”.
Sulla figura e sull’azione di Giuseppe Giulietti avremo presto occasione di ritornare. Si
tenga presente che anche due suoi fratelli, Alfredo e Riccardo, erano attivi (seppure in
modo a lui subordinato) sulla scena sociale. Vale la pena di riportare la sintetica descrizio­
ne che di capitan Giulietti ci ha lasciato Armando Borghi: “Giulietti era uomo di non co­
muni qualità, bizzarro e forte nel suo genere. Era riuscito a stivare nella sua federazione
tutto il personale della marina mercantile, dal mozzo al capitano, e per tenere insieme una
massa così eterogenea doveva adorare Dio e il diavolo. Era stato interventista, e ora face­
va la corte d\\'Avanti! Appoggiava D ’Annunzio a Fiume, e rapiva Malatesta a Londra.
Non rinunciava ai benefici né del nazionalismo né deU’internazionalismo”. (A. BORGHI,
Mezzo secolo d ’anarchia, cit., p. 201).
In un incontro di molti anni successivo all’epoca trattata in questo nostro lavoro, Cesare
Rossi trasse una forte impressione dall’aspetto fisico di Giulietti e ce l’ha descritto come
“una figura tra il Nettuno del Giambologna ed il corrusco nostromo di un piroscafo in tem­
pesta come ce lo hanno ritratto certi pittori olandesi”: era alto e vigoroso, aveva “occhi di
fuoco che talvolta si temperavano di una dolcezza ironica ed impertinente” ed era “sempre
uso al fiorito e maschio linguaggio marinaresco”. (C. ROSSI, Personaggi di ieri e di oggi,
Milano 1960, p. 306).
Una presentazione agiografica dell’opera sindacale di Giulietti trovasi in Le pensioni ma­
rinare (1909-1952), Genova s.d.
I"'11 Così almeno ha sostenuto lo stesso Siglich, in un suo articolo (“Accecamento setta­
rio”) apparso su L'Avvenire Anarchico del 20.10.1922 (a. XIII, n. 40). Riportiamo qui di
seguito la parte dello scritto del Siglich direttamente connessa con il rientro di Malatesta.
“Dopo una conferenza di Bombacci, in Pisa, Gigi Salvadori mi disse: ‘Non vi vergognate
di esser tanto incapaci di portare Malatesta in Italia? A che credete di approdare con l’a­
gitazione della U .S.I.?’. Le sue osservazioni mi ferirono nell’amor proprio. - Salvadori
aveva ragione: si doveva e si poteva portar Malatesta in Italia. Egli mi invitò quindi a casa
sua, in Viareggio, per l’indomani. Quivi trovai lui, Bombacci ed E. Bartalini. Si discusse
il ‘mezzo’ per andarlo a prendere a Londra. Si progettò due mezzi: o un carico di carbone,
o per mezzo di Giulietti. Ezio Bartalini s’incaricò di conferire con Giulietti. Egli era l’av­
vocato della Federazione. - Seppi più tardi che la Direzione del P.S.I. mise il veto.

59
tello Alfredo,0"’* il quale riusciva ad orsanizzare l’imbarco
clandestino del vecchio anarchico su di un piroscafo delle
FF.SS. italiane. La stretta vigilanza della polizia inglese e
tutti gli altri intralci di natura burocratica e politica erano
definitivamente superati. Dopo cinque anni e mezzo di for­
zata assenza, l’anarchico Errico Malatesta si apprestava a ri­
mettere piede in patria.011’

Allora pregai Augusto Castrucci di recarsi da Giulietti. Passarono altri mesi invano. Risol-
si di esporre lo stato delle cose ad Emidio Recchioni di Londra, domandandogli se fosse
disposto di accreditarmi presso un amico di qui per le spese occorrenti per i viaggi Pisa-
Genova. e viceversa, per trattare direttamente con Giulietti. E. Recchioni accettò di buon
grado. Quindi mi recai io stesso a Genova. L’Attilia Piz/orno mi presentò al capitano, e
io combinai tutto in due o tre viaggi. Subito dopo, per eccesso di scrupolo, chiesi un parere
a Borghi, a Galleani, a Bertoni. Tutti mi risposero di esporre il mezzo’ - e gli inconvenien­
ti - all’interessato stesso. E scrissi a Errico Malatesta, a Londra, il quale mi rispose di ac­
cettare il ‘mezzo’ offertogli e di essere pronto a rispondere a tutti di esso. E continuai ad
affrettare le ‘pratiche’”. Gigi Salvadori era un deputato socialista di Viareggio; Attilia Piz-
zorno, anarchica individualista, componente del gruppo degli “Scamiciati” (Genova), era
impiegata presso la Federazione dei Lavoratori del Mare, in Genova. Su di lei, cfr. U. FE­
DELI, Giovanni Cavilli, Firenze-Pistoia 1959, passim.
Sia Malatesta - che era il diretto interessato - sia Borghi hanno parlato di Alfredo
Giulietti, mentre Giuseppe Giulietti e VAvanti! citavano l’altro fratello, Riccardo: cfr. ri­
spettivamente E. MALATESTA, Lettera all’Avanti! ne VAvanti! del 30.12.1919; A. BOR­
GHI, Mezzo secolo d ’anarchia, cit., p. 201; G. GIULIETTI. op. cit., p. 80; Avanti! del
28.12.1919.
(mi Errico Malatesta, nella sua già cit. dichiarazione al processo di Milano, nell’udienza
del 27.7.1921, (cfr. nota ,27>), così narrava le sue vicende di quei giorni; “(...) Allora non
mi restava altro modo che la via di mare. Ma sulla via di mare c’era la polizia inglese, la
quale, per esser gentile col nostro governo, si adoperava perché nessun capitano, né per
amore né per denaro volesse trasportarmi in Italia. Mi diressi a capitani di tutte le nazio­
nalità, a parecchi detti anche e molto largamente il prezzo di trasporto, ma quando andavo
per imbarcarmi mi restituivano il denaro e qualcuno mi diceva: - Sapete, la polizia ci ha
detto che ci succederebbero seri guai se vi trasportassimo. - Ad uno la polizia avrebbe det­
to, che se trasportavano me il bastimento sarebbe stato affondato. Insomma non trovavo
modo di venire in Italia, finché con l’aiuto di qualcuno che non divide le mie idee, che è
ben lungi dal dividere le mie idee ma è lo stesso amante di giustizia e di libertà, riuscii a
venire in Italia di contrabbando”. L’allusione finale a Giuseppe Giulietti è evidente. Ve­
dremo più avanti perché Malatesta abbia sentito la necessità di sottolineare chiaramente
che Giulietti non “divideva le sue idee”. Il fatto che fosse stato Giulietti a favorire il rientro
di Malatesta suscitò infatti più di un commento polemico in alcuni ambienti socialisti e re-
pubblicani. Avremo comunque occasione di ritornare su questo argomento.

60
V

IL DELIRIO DEGLI APPLAUSI

“Da piroscafo Teddo è sbarcato stamane questo porto anar­


chico Malatesta Errico munito passaporto per Italia e Mila­
no rilasciato console Italia in Londra con annotazione nulla
osta Mro Interni - Vuoisi sua intenzione stabilirsi Milano
ove recherebbesi dopo visita Napoli e Roma e probabilmen­
te partirà da qui in giornata - Disposto servizio pedinamento
e per ulteriori segnalazioni - Il Malatesta ha spedito da Ta­
ranto seguente telegramma Nella Giacomelli Piazzale Vitto­
ria 4 Milano - Sbarcato Taranto sarò presto Milano - Sotto-
preft Debiase”.(ll2>

Questo è il testo del primo telegramma inviato alle auto­


rità centrali relativo a Malatesta da parte delle forze dell’or­
dine incaricate di seguire e di controllare il “sovversivo” . Da
circa mezzo secolo ben noto alle polizie di mezzo mondo, in
primis a quella del Regno Italiano, Malatesta sarà seguito
fino alla morte da questo costante allarmato interessamento
delle autorità nei suoi confronti. Anzi, si può ben dire che
questa situazione si prolungò al di là della sua morte, se è
vero, com’è vero, che uno speciale servizio di vigilanza fu
istituito anche presso la sua ultima dimora; al Campo del
Verano, uno dei cimiteri di Roma.<113)
Questa stretta sorveglianza poliziesca cominciava appunto
con lo sbarco a Taranto di Malatesta, giunto nel porto pu-

0121 ACS, Min. Ini., Dir. Gen. P.S., Div. Gen. AA. GG. e KR., CPC MAI .ATESTA, f.
2951, sottof. 7, Debiase a Min. Ini., 24.12.1919, h. 15, 15.
11151 “Adesso, sulla tomba di Errico ci sono i poliziotti di servizio i quali continuano come
quando era in vita. Cioè: prendono le generalità a tutti quelli che osano avvicinarsi alla fos­
sa di lui”. Così scriveva EÌena Melli, compagna di Malatesta dal 1920 alla sua morte, in una
sua lettera all’anarchico Gigi Damiani, datata “Roma, 28.7.1932”: cfr. I MALATESTA,
Scritti scelti (a cura di G. Berneri e C. Zaccaria), Napoli 1947, pp. 389/391.

61
gliese a bordo di una nave italiana, il vapore “Teddo”(U4),
sulla quale il vecchio anarchico si era imbarcato a Cardiff
grazie all’aiuto di Alfredo Giulietti.015’
Dopo aver telegrafato alla Giacomelli, che a Milano era al
centro delle attività connesse con la prossima uscita del quo­
tidiano Umanità Nova, Malatesta - accompagnato da Alfre­
do Giulietti - prendeva il rapido per Genova, via Napoli-
Roma-Pisa, e giungeva alla stazione ferroviaria di Geno-
va.*116*
Una volta nel capoluogo ligure, Malatesta era accolto ed
ospitato dalla famiglia Giulietti. Con il capitano il vecchio
anarchico parlò a lungo.
Questo incontro e questo colloquio non potevano non
preoccupare fortemente le autorità. Malatesta godeva di
una stima generale in tutta la sinistra e di un ascendente par­
ticolare fra gli anarchici ed altri raggruppamenti di estrema
sinistra; Giulietti aveva saldamente in mano la potente Fe­
derazione Italiana dei Lavoratori del Mare, era amico di
D ’Annunzio e simpatizzava apertamente per la causa fiuma­
na (basti pensare al dirottamento del “Persia”, da lui ordina­
to non più di due mesi prima). Il loro incontro, dunque, po­
teva essere la premessa per chissà quali attività sovversive,
tendenti a minare le basi del sistema regio.
Il 26 dicembre, pertanto, il Ministero degli Interni inviava
ai prefetti di 12 città costiere (Genova, La Spezia, Livorno,
Napoli, Palermo, Catania, Messina, Siracusa, Lecce, Bari,
Ancona, Venezia) il seguente dispaccio telegrafico:1117’

“Risulta che Errico Malatesta siasi recato Genova ospitato


presso fratello on. Giulietti. - Si ha motivo dubitare che col

11141 Così appunto lo definiva il sottoprefetto di Taranto nel suo dispaccio riportato in
apertura; VAvanti! del 28.12.1919 lo chiama invece “Teoio”. Secondo la testimonianza di
Borghi, invece, Malatesta sarebbe ritornato in Italia a bordo di un piroscafo greco: cfr. A.
BORGHI, Mezzo secolo di anarchia, cit., p. 201. In realtà Malatesta aveva cercato di im­
barcarsi l’i l dicembre su una nave greca, la “Panaghis Drakos”, ma all'ultimo momento
il capitano si era rifiutato di prenderlo a bordo: cfr. Cronaca Sovversiva (Torino),
17.1.1920 (a. I, n. 1). La notizia che Malatesta si era imbarcato su una nave greca ("Pana­
ghis Dragatos”, in questa versione) era apparsa anche su II Libertario (La Spezia) del
18.12.1919 (a. XVII, n. 744), che preannunciava il suo arrivo a Genova tra il 22 ed il 25.12.
111,1 Cfr. la lettera di Malatesta al quotidiano socialista pubblicata AM'Avanti!
(30.12.1919), cit..
<llw Malatesta era fornito di biglietto ferroviario fino a Modane: cfr. ACS, ibidem, De-
Biase a Min. Ini., 24.12.1919, h. 19,15.
"I7) ACS, ibidem, Min. Int. a pref. Genova, ecc., 26.12.1919.

62
Giulietti abbia preso accordi per tentare qualche colpo pro­
babilmente sfruttando questione fiumana e che il Giulietti
possa ordinare che convergano a Fiume tutte navi partenti
da porti italiani - Rendesi pertanto necessaria massima sor­
veglianza occasione tali partenze e Ministero trasporti ha
impartito occorrenti istruzioni - Si prega S.V. disporre ac­
cordo Autorità portuali che nessun piroscafo sia lasciato
partire prima che Autorità p.f. ne abbia verificato qualità
quantità passeggeri per accertarsi se siano diretti effettiva­
mente destinazione verso cui nave deve far rotta non doven­
do consentirsi presenza bordo di persone che non giustifichi­
no motivo imbarco. Pregasi pure fare indagini circa ordini
ed istruzioni segrete che personale bordo possa ricevere da
Federazione riferendone telegrafo”.

In un periodo di particolare tensione nella “questione fiu­


mana” , l’incontro prolungato Giulietti-Malatesta assumeva
una grande importanza. Anche il Corriere della Sera dello
stesso giorno (26 dicembre), nel comunicare ai suoi lettori la
notizia del rientro di Malatesta, riferiva che egli “ha avuto
subito lunghi colloqui col capitano Giulietti, segretario della
Federazione dei lavoratori del mare, e con altri capi rivolu­
zionari genovesi”.018’
Che cosa in effetti si siano detti nei loro colloqui Malate­
sta e capitan Giulietti non ci è dato sapere con precisione.
Non aiuta certo molto a comprenderlo quanto Giulietti ha
lasciato scritto nella sua storia della Federazione Marinara:
secondo questa fonte, infatti, Giulietti avrebbe fatto un lun­
go pistolotto al vecchio anarchico per convincerlo che l’anar­
chia era “la teoria della forza, la negazione di ogni patto so­
ciale, la sopraffazione del più forte sul più debole” , e che in
effetti il suo comportamento non era quello di un anarchico,
ma di un idealista comunista, anzi di un comunista cristia­
no.019’
È indubbio, comunque, che nei pochi giorni in cui ebbe
ospite presso di sé Errico Malatesta, capitan Giulietti gli
espose anche un suo piano, un suo progetto: collegare l’agi-
""" In tutto, il quotidiano milanese dedicava 7 righe e mezzo di una colonna, senza titolo,
alla notizia del rientro di Malatesta. Da rilevare che anche il Corriere della Sera dava Ma­
latesta come “sbarcato a Taranto da un piroscafo greco”, incorrendo come altri giornali in
un errore.
1,1,1 Cfr. G. GIULIETTI, op. cit., p. 81.

63
tazione sociale in Italia all’azione di D ’Annunzio e dei legio­
nari fiumani, puntando su di un possibile accordo di massi­
ma tra questi ultimi e le forze della sinistra italiana, in primo
luogo gli anarchici e (possibilmente) i socialisti. Per avvici­
narsi al pensiero di Giulietti, è indispensabile aver fin d’ora
presente il testo della lettera da lui fatta pervenire a D ’An­
nunzio nei primi giorni di gennaio:

“Carissimo Comandante, Sono, resto, resterò sempre della


stessa idea nei riguardi di FIUME quale simbolo di libertà
nazionale ed internazionale. Contro il ricatto sistematico
che il capitalismo franco-anglo-americano esercita in danno
di questa libertà bisogna insorgere, abbattere specialmente
coloro che a scopi di conservatorismo istituzionale o capita­
listico tale ricatto intendono subire. Il capitalismo italiano
non può risolvere il problema di FIUME secondo giustizia
perché teme la inevitabile rappresaglia del capitalismo fran­
co-anglo-americano .
Il problema può essere quindi risolto solo da un colpo di
mano rivoluzionario compiuto di comune accordo fra i legio­
nari da te comandati e i lavoratori organizzati e guidati da li­
bertari come MALATESTA ed altri capi dello stesso stam­
po. Perché un simile accordo sia possibile è necessario stabi­
lire che la rivoluzione così compiuta deve condurre alla libe­
razione di FIUME non solo ma alla redenzione economica
di tutti i lavoratori nel senso di sostituire alle attuali istituzio­
ni una società in cui ogni lavoratore goda integralmente il
frutto del proprio lavoro: in altri termini deve condurre alla
repubblica sociale. Tu e MALATESTA siete due libertari
pronti a dare la vita per l’ideale da cui siete infiammati. Ave­
te battuto strade diverse, apparentemente opposte, ma in
realtà conducenti allo stesso fine, perché entrambi - tu e lui
- capaci, disposti, vivamente disposti, di gettare la vita nella
voragine della sorte o del destino, per una Fede di Giustizia
e d’Amore. Gli uomini che agiscono per denaro o per altre
vane ambizioni vi odiano e vi temono. Io vi ammiro e vi ri­
conosco entrambi miei fratelli di fede e di azione. Bisogna
demolire ogni forma di società capace di provocare altre
guerre. FIUME sia la scintilla che provocherà l’incendio ca­
pace di bruciare sull’Europa e sul mondo il brutale regime
del dio dell’oro.
64
Non è più il caso di limitare i colpi di mano a qualche nave
carica di farina: dimmi se accetti e se sei disposto di agire se­
condo il programma che ti ho tracciato”.020’

Quando Giulietti così scriveva a D’Annunzio, erano pas­


sati dieci giorni dai suoi colloqui con Malatesta, il quale nel
frattempo aveva iniziato il suo primo giro di conferenze, co­
mizi, riunioni nell’Italia centro-settentrionale.
Il 27 dicembre, appunto, aveva luogo la prima di una lun­
ga serie di manifestazioni popolari di saluto al vecchio anar­
chico. Invitati dal Comitato per il ricevimento di Malatesta,
i lavoratori genovesi abbandonavano in massa il lavoro a
mezzogiorno e si radunavano alle 13,30 sui terrazzi di via
Milano. Erano presenti numerose leghe operaie, sezioni so­
cialiste, gruppi anarchici provenienti anche da Sampierdare-
na, Sestri Ponente, Rivarolo e da altre località vicine. Alle
14 prendeva il via il corteo, composto da decine di migliaia
di persone; quando giungeva nella vasta piazza di Carigna-
no, la trovava già gremita di lavoratori. Tra “l’entusiasmo
indescrivibile” - riferiva all’indomani il cronista de\VAvanti!
- parlavano brevemente Ravaschio per il Comitato, Gallea-
ni per gli anarchici, ed infine Errico Malatesta.

“È umanamente impossibile - proseguiva il cronista del quo­


tidiano socialista - descrivere il delirio degli applausi e l’en­
tusiasmo suscitato dal grande agitatore. A viva forza e non
senza pericolo i membri del Comitato riuscirono, finito il co­
mizio, a sottrarre su di un’automobile Malatesta all’entusia­
smo del popolo”.021’

Terminati i discorsi, l’“enorme folla” riformava un corteo


che poi si scioglieva senza incidenti.022’ Verso le 19 il Comi­
tato offriva una “cena famigliare” a Malatesta, cui parteci­
pavano i rappresentanti delle varie correnti socialiste ed

(,MI Questa lettera veniva inviata da Genova il 5.1.1920. È conservata all’Archivio del
Vittoriale, Archivio fiumano, fase. “Giulietti Giuseppe” ed è stata ripubblicata integral­
mente da R. De Felice nel suo saggio introduttivo a G. D ’ANNUNZIO, La penultima ven­
tura, Milano 1974. A questo saggio si rimanda per un'efficace visione d’insieme della “que­
stione fiumana”, con specifico riferimento ai rapporti Giulietti-D’Annunzio.
"2" Cfr, VAvanti! del 28.12.1919, cit.
0221 Secondo la Cronaca Sovversiva (Torino) del 17.1.1920, cit., settanta-ottantamila la­
voratori erano presenti alla manifestazione di quel giorno.

65
anarchiche: fra gli altri, il segretario dell’U.S.I. Armando
Borghi,023’ Luigi Galleani, Giuseppe Giulietti, Pasquale Bi-
nazzi. Quella che doveva essere una semplice cena di ben­
tornato per Malatesta, si trasformava però, verso la sua con­
clusione, in un’occasione polemica per alcuni dei convenuti.
Al momento dei brevi discorsi, dopo gli interventi di Binazzi
e di Galleani, Malatesta ringraziava “con composte parole,
secondo il suo stile”,024' capitan Giulietti: prendevano quindi
la parola alcuni sostenitori di quest’ultimo, lodandone la
condotta politico-sindacale, finché infine era lo stesso capi­
tano ad intervenire ed a polemizzare, senza far nomi, con
“chi aveva voluto tacere” . La frecciata era diretta a Gallea­
ni, da più parti sollecitato in quel periodo a prendere pub­
blicamente posizione contro il leader socialista Giacinto Me­
notti Serrati, con il quale l’anarchico aveva avuto sedici anni
prima una durissima polemica.025’
Alle affermazioni autoincensatrici ed alla puntata polemi­
ca anti-Galleani di capitan Giulietti, rispondeva prontamen­
te Borghi, invitandolo ad evitare valutazioni sulla propria
condotta ed a discuterne “tra gli interessati della sua federa­
zione, dove non si discuteva molto". Per quanto attineva ai
suoi meriti nel rientro di Malatesta, si accontentasse della
gratitudine generale, senza pretendere altro. Ritenendosi
offeso dalle parole del segretario dell’U .S.I., il segretario
11111 “(...) Nella notte fra il 26 e il 27 dicembre 1919, Virgilia ed io ci trovammo a Carrara
per il veglione annuale di quei compagni. Nel bel mezzo della festa un telegramma da Bo­
logna di Giuseppe Sartini ei disse che Malatesta a Genova ci pregava di raggiungerlo. Fu
un delirio di entusiasmo all’annuncio che demmo alla folla in festa. La sera del 27 eravamo
a Genova, ma arrivammo in ritardo per il comizio di ricevimento che aveva avuto luogo
nel pomeriggio in piazza Carignano, con una marea di popolo, che al fischio delle sirene
aveva abbandonato il lavoro”. (A. BORGHI, Mezzo secolo d ’anarchia, cit., pp. 200-201).
<,JJI Cfr. A. BORGHI, Mezzo secolo d'anarchia, cit., p. 202.
"2,) Esattamente nel 1903, negli Stati Uniti, dove sia Galleani sia Serrati allora risiede­
vano, nel corso di una vivace discussione fra II Proletario, foglio socialista diretto da Ser­
rati. e la Cronaca Sovversiva, foglio anarchico diretto da Galleani. entrambi pubblicati a
Barre (nello stato del Vermont). Serrati era stato accusato da Galleani (allora latitante)
e dai suoi compagni di aver fornito alle autorità dati utili per scoprire il nascondiglio-rifu­
gio dell’anarchico. La polemica, che si inseriva in un clima tesissimo fra i numerosi emi­
grati italiani socialisti ed anarchici (vi erano stati anche tristi fatti di sangue, come l’ucci­
sione dell’anarchico Elia Conti), era sfociata nella pubblica infamante accusa degli anar­
chici a Serrati di essere (o comunque di aver agito come) una spia: gli venne affibiato il “ti­
tolo” di “Pagnacca”, dal nome di una spia del Consolato d’Italia a suo tempo smascherata.
Mentre il Partito Socialista, dopo aver vagliato la situazione, era giunto alla conclusione
che l’accusa degli anarchici era senza fondamento, questi ultimi non ritrattarono mai l’ac­
cusa, la quale ancora nel 1912 contribuiva a far cadere (per ragioni di opportunità) la can­
didatura Serrati alla direzione del quotidiano socialista. Cfr. a questo proposito, R. DE
FELICE, Mussolini il rivoluzionario, Torino 1965, p. 133. Tutta la polemica tra i due gior­
nali di Barre è stata ripubblicata nel volume Metodi della lotta socialista, cit. Nell’autunno

66
della F.I.L.M . (Fed. Ital. Lavor. Mare) prese il cappello e se
ne andò.0261
Terminata così, polemicamente, quella “cena famigliare”,
Malatesta e Borghi passarono la notte insieme all’Hotel
Mazzini, a Sestri Ponente, discutendo della situazione italia­
na e delle prospettive rivoluzionarie. Nel corso del collo­
quio, Malatesta prospettò a Borghi l’opportunità che abban­
donasse la segreteria dell’U.S.I. per dedicarsi interamente al
movimento anarchico, ma Borghi gli spiegò perché non con­
divideva la sua opinione, convinto com’era della necessità di
restare, in particolare in quei momenti, alla testa del sinda­
cato rivoluzionario.
Altro tema discusso in quella lunga chiacchierata notturna
fu quello dei rapporti con i socialisti, con Giulietti, con le al­
tre forze della sinistra. Borghi era molto scettico nei con­

dei 1919 Benito Mussolini attaccava duramente Serrati, rinfacciandogli la vecchia accusa
degli anarchici e cercando così di distruggerne radicalmente il prestigio di cui godeva tra
i lavoratori. In settembre, di fronte all’acutizzarsi degli attacchi mussoliniani a Serrati an­
che un foglio anarchico, VIconoclasta! di Pistoia, era intervenuto nella questione con una
lunga nota in prima pagina firmata dal redattore Virgilio Gozzoli, dal significativo titolo
“O sì, o no!”: “Io non sono bene a giorno dei ‘fatti’ di Barre Vermont. Ma se debbo illu­
minarmi dalla polemica Serrati-Mussolini, vedo che quello dei due che si trova impelagato
nella merda fino al labbro inferiore, è appunto il secondo. Ma potrei anche non vederci
chiaro. Invito perciò - a nome mio e a nome dell’Iconoclasta! - il Compagno Galleani e
tutti gli altri che all’epoca dei “fatti” si trovavano in America - ed ora son qui a farsi vivi.
Perché non sarebbe bene che sotto il loro tenace silenzio si nascondesse - o si facesse sup­
porre che si nasconda - una compiacente omertà in favore dell’uno o dell’altro dei pole­
mizzanti. Le diversità di teoria e di tattica che ci dividono dalle idee di Serrati e da quelle
- se ne ha - di Mussolini, non debbono farci rimanere appartati in un assenteismo che ha
tutta l’apparenza di cinico settarismo e di implacabile animosità. O Galleani e compagni
hanno la prova provata che Serrati è una spia - e allora lo ripetano alto e forte: o costoro
sanno d’aver lanciata la accusa in un momento d’aspra personalistica polemica - c allora
non si permetta a quel pirata del giornalismo che è il rinnegato e venduto e spione Mus­
solini di servirsi di quell’arma stessa che noi dobbiamo cacciare nella sua gola infama (sic!)
(Spia!), per dar modo a lui di creare un diversivo alla documentata schiacciante campagna
che VAvanti! - sia pure a scopo elettorale - va coraggiosamente svolgendo ed ampliando
per disonorare quel Militarismo che ha sempre e dovunque partorito i mostri che oggi han
nome Graziani, Mussolini, e via dicendo... Un po’ di leale coraggio, perdio! Per la Verità
e per l’Anarchia”. Cfr. Iconoclasta!, 15.9.1919 (a. I, n. 7). Poiché Galleani non rispondeva
all’invito di Gozzoli e manteneva un completo silenzio sulla questione, il redattore dell’7-
conoclasta! ritornava sulla vicenda censurando pubblicamente e duramente il comporta­
mento dell’anarchico vercellese: “Abbiamo (...) saputo - scriveva su\VIconoclasta! del
24.10.1919 (a. I. n. 8-9) - che Galleani non vuol parlare né ora m- poi. Secondo noi fa
male. E fa male perché così facendo, oltre a far dubitare della sua parola, stabilisce nel
campo anarchico uno stato di cose che non dovrebbe esistervi: Una illltaUtra I lutatura dei
maggiorenni. Una dittatura con le sue conseguenze, prima tra tutti la censura. (...)”. In
conclusione, osserviamo che il riserbo sempre mantenuto dii Galli uni tu apprezzato da
buona parte del movimento, che seppe comprendere che la sua panila i la non avrebbe
potuto che bollare d’infamia (come 16 anni prima) il comportami ittii Ut Si nati avrebbe
giovato a Mussolini e sarebbe stata perciò bassamente strumcntul!//ula II i la eia da evi­
tarsi a tutti i costi.
Cfr. A. BORGHI, Mezzo..., cit., p. 202 (la sottolineai ut a e iteli.i si. Borghi).

67
fronti della reale disponibilità rivoluzionaria dei socialisti;
per quanto riguardava, poi, capitan Giulietti, era convinto
che “da Benito a Gabriele il tratto è breve, e Giulietti fra i
due è il sensale di sinistra”.0271 Malatesta, pur condividendo
per lo più le opinioni di Borghi, “sentiva che precipitavamo
verso eventi grossi, ed era logico che gli sembrasse prudente
non far gettito di forze utilizzabili, se non per necessità
estrema ed evidente”.(I2X)
All’indomani mattina, appena usciti dall’Hotel, Malatesta
e Borghi venivano informati da un compagno che II Popolo
d'Italia,0291 il quotidiano di Mussolini, pubblicava un articolo
del suo direttore dedicato al ritorno di Malatesta:

“Non più tardi di ier l’altro - scriveva Mussolini - l’organo


quotidiano del socialismo ufficiale vomitava due colonne di
prosa addosso al nostro amico, nonché capitano, nonché
onorevole, Giuseppe Giulietti, accusato di avere, nienteme­
no, servito la causa “della reazione e del militarismo” a Fiu­
me, ed ecco Giulietti stesso ospite di Malatesta, e Malatesta
non si fa scrupolo di accogliere l’ospitalità del reazionario,
del militarista, dell’interventista Giulietti. La cosa deve aver
provocato un vivo movimento di contrarietà nei signori del-
VAvanti!. Noi non sappiamo se il fatto di esser stati interven­
tisti e di avere il coraggio di vantarsene sia tale da provocare
le scomuniche del vecchio agitatore anarchico. Forse egli è
molto meno intransigente dei tesserati idioti e nefandi del
pus. Noi siamo lontani dalle sue idee, perché non crediamo
più a nessuna verità rivelata, perché non crediamo più alla
possibilità di paradisi terrestri ad opera di leggi e di mitra­
gliatrici; perché non crediamo più alle mutazioni taumatur­
giche; perché abbiamo un altro concetto, nettamente indivi­
dualistico, della vita e delle élites; ma tutto ciò non impedi­
sce a noi, sempre pronti ad ammirare gli uomini che profes­
sano con disinteresse una fede e per quella sono pronti a mo­
rire, di mandare a Malatesta il nostro saluto cordiale. Lo
facciamo con la speranza che la sua vasta esperienza di vita
vissuta giovi a smascherare i mercanti della rivoluzione, i
venditori di fumo bolscevico, i preparatori di una nuova ti-
11271 Ibidem, p. 203.
11281 Ìbidem, p. 203.
Cfr. Il Popolo d'Italia, 28.12.1919.

68
rannia, che dopo un breve periodo lascerebbe il popolo a
una spaventevole reazione” .

A leggere per primo questo articolo era Malatesta. “Leg­


gi, avevi ragione”: così disse passando il giornale a Bor­
ghi.1(l30)
Nella stessa giornata del 28 Malatesta parlava a Sestri Po­
nente, nel corso di un’altra grandiosa manifestazione tenuta­
si in piazza Verdi. Dopo di che prendeva il treno e raggiun­
geva Torino.
Alla stazione di Porta Nuova, dove era previsto il suo ar­
rivo. migliaia di lavoratori lo attendevano.

“Tutto l’atrio della stazione di Porta Nuova è gremito -


scrisse poi il quotidiano socialista“311- Sulle migliaia di teste
spiccano i vessilli rossi e neri del proletariato rivoluzionario
torinese. Attorno ad essi, nell’attesa, gruppi di giovani into­
nano strofe di inni sovversivi, che echeggiano fin dentro alla
stazione, sui cui piazzali molti sono pure gli amici e simpatiz­
zanti del Malatesta che l’attendono”.

All’arrivo di Malatesta seguiva una confusione indescrivi­


bile: il vecchio anarchico era letteralmente sospinto dalla
folla verso l’uscita ed a fatica si riusciva a farlo salire su di
una vettura. Dietro un corteo di migliaia di lavoratori s’in­
camminava per via Roma, piazza Castello, corso Siccardi,
fino a raggiungere la Camera del Lavoro. Dopo “il turbine
degli applausi” Malatesta prendeva la parola, ringraziando il
proletariato torinese per la manifestazione di simpatia, che
dichiarava di accettare “non come omaggio alla sua persona,
ma come segno della volontà che il proletariato ha di fare la
rivoluzione. (...) I tempi - proseguiva Malatesta - sono fi­
nalmente maturi. Oggi la rivoluzione non dev’essere più
cambiamento di uomini o di Governi, ma dev’essere rivolu­
zione sociale, per la completa emancipazione proletaria. I
lavoratori non possono attendersi nulla dai governi e dai
parlamenti. Essi devono sperare nelle loro forze, se voglio­
no giungere all’abolizione del capitalismo”.“321 Dopo di lui
A. BORGHI, M ezzo..., cit., p. 203.
Cfr. Avanti!, 30.12.1919.
"n> Ibidem.

69
prendevano brevemente la parola Umberto Terracini, per
porgergli il saluto della sezione socialista torinese, Borghi, a
nome dell’U .S.I., e “Souvarine” de\YAvvenire Anarchico di
Pisa.
Il 30 dicembre, nello stesso numero in cui dava il resocon­
to della grande manifestazione torinese, YAvanti! pubblica­
va una lunga lettera di Malatesta, incentrata sulla “Questio­
ne Giulietti”.
Dopo aver accennato a “certe parole di colore oscuro” ap­
parse s\i\VAvanti! nella cronaca del comizio di Genova, il
vecchio anarchico spiegava di scrivere con la speranza “così
di mettere fine ad ogni equivoco ed ogni fantastica interpre­
tazione”. Raccontava quindi succintamente tutta la questio­
ne del passaporto, che le autorità consolari per mesi non gli
avevano fatto avere, sottolineando l’opera in suo favore
svolta dai fratelli Giulietti.

“Di tutto quanto ho narrato - terminava la lettera - io sono


profondamente grato ai Giulietti, e son loro grati, ne son si­
curo, tutti i miei compagni senza che ciò possa avere alcun
significato politico.
Io non voglio, almeno in questo momento, anche perché
forse non sono ancora abbastanza informato, entrare in con­
siderazioni sulla figura politica del capitano Giulietti e sui
rapporti della Federazione marinara con i partiti e colle or­
ganizzazioni economiche. Dico solo - perché è la verità -
che senza l’opera dei Giulietti io sarei ancora a Londra, e chi
sa per quanto tempo.
Chè se poi qualche giornale borghese - borghese anche se si
dice socialista - per iscopi suoi mi copre di fiori, io non so
che farci. Mi conforta la coscienza di non meritare quegli
elogi”.

L’accenno finale, polemico, all’articolo di Mussolini, ap­


parso sul “quotidiano socialista” Popolo d ’Italia di due gior­
ni prima, era evidente. Malatesta, dunque, prendeva netta­
mente le distanze dall’ex-direttore de\YAvanti!, che aveva
incontrato per la prima volta sei anni prima a Milano e col
quale non era mai andato d’accordo.<133) Nei confronti di
11531 Cfr. R. DE FELICE, Mussolini il rivoluzionario, cit., p. 173: “Durante lo sciopero
fu a Milano E. Malatesta (cfr. E. GUARINO, Con Errico Malatesta, in Avanti!, 8.8.1913)

70
Giulietti, invece, preferiva non assumere atteggiamenti dra­
stici, anche in considerazione, probabilmente, del possibile
ruolo che il capitano e la sua Federazione avrebbero potuto
giocare in un moto insurrezionale.
Anche i socialisti, dal canto loro, approvavano la condotta
di Malatesta nei confronti di capitan Giulietti. Tant’è vero
che VAvanti! faceva seguire questo commento alla lettera di
Malatesta:

“Secondo il nostro modesto parere Errico Malatesta ha fatto


ottimamente bene a non discutere la corda che doveva trarlo
a salvamento. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo. Egli doveva
tornare ed è tornato. Il resto non conta, o conta assai poco
di fronte a una questione di libertà”.<134>

Il 30 dicembre Malatesta lasciava in treno Torino e rag­


giungeva Vercelli, dove si incontrava con Luigi Galleani.(l35)
In serata proseguiva per Milano e, sceso alla stazione Cen­
trale, raggiungeva la Camera del Lavoro. Alle ore 21 aveva
inizio un affollatissimo comizio (notata la presenza di “nu­
merose donne”), sotto la presidenza dell’anarchico Randol-
fo Velia. Parlavano per primi Armando Borghi, Pasquale
Binazzi, Virgilia d’Andrea e “Souvarine”. Accolto da una
prolungata ovazione, prendeva quindi la parola Malatesta
che esponeva i soliti concetti già affermati a Genova ed a
Torino: “Gli anarchici - sostenne il vecchio rivoluzionario -
debbono fare la rivoluzione come tali (...) Ma la rivoluzione
gli anarchici non la possono fare da soli perché son troppo
pochi (...) Però anche i socialisti, benché molto piii numero­
si e saldamente organizzati, non la faranno da soli perché al­
cuni dei loro dirigenti non la vogliono fare”. Malatesta par­
lava poi senza mezzi termini delle recenti vicende di Manto­
va, dove i lavoratori protagonisti di violente manifestazioni
di piazza erano stati definiti “teppa” dall’on. Dugoni, socia­
lista, deputato del collegio elettorale di Mantova. Malatesta,
ricordando che anche quando nel Risorgimento Mantova si
era ribellata all’Austria i rivoltosi erano stati definiti teppisti
che ebbe anche un incontro, molto cordiale, con Mussolini dal quale i ipoi IO però I impres­
sione che questo non fosse un vero rivoluzionario”. Cfr. T. NANNI, liohi ('vistilo e fasci­
smo alla luce della critica marxista. Benito Mussolini, Bologna 1924, pp 177 sg.
<l34> Cfr. Avanti!, 30.12.1919.
11351 ACS, ibidem, Pref M ia Min. Int., 31.12.1919.

71
dalla borghesia d’allora, si dichiarava solidale con la “tep­
pa”; e ricordava inoltre che anche nel 1877, al tempo della
banda del Beneventano,1136’ si erano definiti teppisti coloro
che si erano sollevati - e lui era stato uno di quei teppisti. Al
grido di “Viva Mantova!” concludeva il suo intervento, ac­
colto da una grande ovazione.037’
Interveniva a questo punto Giacinto Menotti Serrati, che,
dopo aver abbracciato e baciato Malatesta, invitava anarchi­
ci e socialisti a mantenere sempre uno spirito sereno delle di­
scussioni e salutava in Malatesta, a nome del Partito Socia­
lista, “non solo l’uomo che ha tenuto fede alle proprie idee,
ma anche il diritto del popolo ad impedire le sopraffazioni
della libertà”. Concludeva il comizio Velia, con una nuova
raccomandazione all'unità degli sforzi.038’ Subito dopo grup­
pi di anarchici si recavano in piazza Duomo al canto di inni
sovversivi. AH’imbocco della Galleria tra piazza Duomo e
piazza Scala alcuni “cittadini” gridavano “Viva l’Italia!” e
provocavano vivaci battibecchi: interveniva la forza pubbli­
ca e disperdeva gli anarchici.039’

All’indomani, ultimo giorno del 1919, il quotidiano socia­


lista pubblicava una lunga intervista fatta a Genova dal so­
cialista G. Pannunzio a Malatesta. In effetti, il vecchio anar­
chico era contrario alle interviste e refrattario a concederne.
Tant’è vero - riferiva Pannunzio - che davanti alla sua ri­
chiesta di intervistarlo, Malatesta gli aveva risposto “con la
più garbata contrarietà”: “Senta: io ho una grande ripugnan­
za per le interviste, perché mi è sempre capitato che le mie
parole, in buona o in mala fede, sono state sempre fraintese.
Anche ultimamente, un giornalista italiano che a Londra
venne a farmi una visita, ha poi narrato, a quanto ho saputo,
il contrario di quel che io dissi...”040’. Vinta comunque que­
sta sua riluttanza, Malatesta rispondeva alle domande poste­
gli, chiarendo la sua opinione sulle prospettive rivoluziona­
rie, sulla controversa questione della violenza, sulla necessi-
Su questa vicenda cfr., fra gli altri, P.C. MASINI, Storia degli anarchici italiani...,
cit., pp. 105-128.
<U7> Sulla sua posizione di fronte alla “teppa” di Mantova Malatesta avrà occasione di ri­
tornare, fra l’altro, durante l’udienza del 28.7.1921 del processo a suo carico: cfr. il 2° voi.
dei suoi Scritti, cit., p. 312.
"w j| resoconto di questo comizio è stato tratto &d\YAvanti!, 31.12.1919.
li») £ fr Corriere della Sera, 31.12.1919.
“*> Cfr. nota <“».

72
tà di un’intesa operativa fra gli anarchici, i socialisti e tutti i
lavoratori rivoluzionari. Importante era soprattutto la rispo­
sta data da Malatesta ad una precisa domanda, tendente a
conoscere se l’anarchico si definisse o meno “bolscevico” -
dal momento che nella stravolta intervista al Giornale d'Ita­
lia avevano scritto che lui era nemico del bolscevismo.

“Chi ha una denominazione - rispondeva Malatesta - non


ha bisogno di prenderne un’altra. Io sono anarchico, quindi
nel concetto rivoluzionario io voglio superare i bolscevichi;
ma se per bolscevismo si vuole intendere l’iniziativa popola­
re di costituire i nuclei di produttori, i quali si associno fra di
loro per i rispettivi interessi; se si intende, insomma, per bol­
scevismo il soviettismo, io sono bolscevico. Noi anarchici,
però, escludiamo ogni sovrapposizione di potere politico che
predomini sui Soviet. I bolscevichi sono un partito: anch'io
appartengo ad un partito, e naturalmente nella rivoluzione
lavorerei a far trionfare le mie idee

Conclusa l’intervista, Malatesta raccomandava al giornali­


sta di “essere preciso nel riferire le sue idee”. “Non dubiti,
sarò un fedele interprete del suo pensiero”. - rispondeva
Pannunzio. “Sarebbe la prima volta che mi capita” - conclu­
deva sorridendo Malatesta.041’
A Milano Malatesta si tratteneva quattro giorni, fino al 3
gennaio, prendendo contatto con i compagni del posto ed in
particolare con quelli impegnati da mesi nella preparazione
del quotidiano Umanità Nova. Il 1° gennaio Malatesta si re­
cava in visita ai locali di via Goldoni 3, dove si trovavano gli
“uffici” di Umanità Nova.{'*2)
11,11 Cfr. Avanti!, 31.12.1919. Interessante pure il ritratto di Malatesta fatto da Pannun­
zio: “Il Malatesta, che non dimostra 60 anni, è piccolo, ha la barba alla Mazzini, legger­
mente brizzolata, occhi vivi, intelligenti, parola facile, con l’accento proprio di chi ha vis­
suto lungamente all’estero. È mite, affabile, cortese. Mi ha accolto sorridente (...)”.
1,421 Una vivace testimonianza di quella visita ci ha fornito Orazio Mario Perelli, allora
stretto collaboratore di Umanità Nova ed attivo militante anarchico. (In questo secondo
dopoguerra Perelli, dopo aver sofferto galera e confino durante il nero ventennio, ha ab­
bandonato l’anarchismo passando al socialismo democratico). Riportiamo qui di seguito
quanto ci ha dichiarato in proposito Perelli in due conversazioni (registrate) in data
12.11.1974 e 10.5.1973: “(...) E Malatesta in quei giorni lì venne al giornale a vedere a che
punto eravamo, a prendere l’incarico di direttore. Andò in redazione, c’era un corridoio
che separava il primo cortile del caseggiato di via Goldoni dal secondo. Era un andito. A
sinistra si aprivano gli uffici di amministrazione, che era poi una stanzetta, e a destra c’e­
rano tre locali che erano la redazione. Lui andò in redazione, e lì c’era Damiani, c’era Fri-
gerio, c’era Quaglino, e dall’altra parte c’eravamo Meniconi e io, a fare gli amministratori.

73
Nella stessa giornata si teneva anche una riunione anar­
chica dedicata alla prossima uscita del quotidiano, alla pre­
senza di Malatesta. Si decideva di fare uscire Umanità Nova
il 22 del mese e, in connessione con ciò, si parlava del pos­
sibile trasferimento a Milano da Bologna di Armando Bor­
ghi, segretario dell’U .S.I., e di Guerra di Classe, organo set­
timanale di quest’ultima organizzazione sindacalista."431
Definite in linea di massima tutte le questioni relative al
quotidiano. Malatesta poteva ripartire con la ferma inten­
zione di ritornare a Milano poco prima dell’inizio della pub­
blicazione di Umanità Nova.

E venne dentro, ricordo, Malatesta. Vi dirò: io rimasi lì, al vedere un omarello, simpatico,
cordiale, un poco più alto, forse un dito più di me, non di più, leggermente curvo, con un
fortissimo accento napoletano. Non riuscì mai a liberarsi del suo accento, mai. Sapeva l’in­
glese, parlava non so quante lingue, ma l’accento napoletano lo sentivi anche nell’italiano,
il suo italiano era un napoletano italianizzato... Aveva un’arguzia naturale, nel viso, negli
occhi, nel modo di guardarti, e io lo salutai dandogli del “lei”: un uomo della sua età, ave­
va più di sessant’anni, e lui mi guardò, sorrise, fu molto simpatico, disse: “No, guarda, tra
di noi ci si dà del tu. L’età non conta niente”. Io diventai rosso, eh. Vent’anni avevo. Mi
mise in un imbarazzo fortissimo. Uno degli uomini della Prima Internazionale, figuriamo­
ci”. Di questa visita di Malatesta ai locali del quotidiano si interessava anche la questura:
cfr. ACS, ibidem, Pref MI a Min. Ini., 2.1.1920.
(lt'1Questa riunione si tenne presso la sede milanese dell’U .S.I., in via Achille Mauri 8:
cfr. ACS, ibidem, Pref. MI a Min. Ini., 3.1.1920.

74
VI

GRAZIE, MA BASTA

Nell’estate del 1888, dopo esser stato graziato in seguito


ad una massiccia campagna internazionale in suo favore, il
leggendario Amilcare Cipriani, il “Comunardo” per antono­
masia, prendeva il treno a Milano e raggiungeva Rimini,
trionfalmente accolto - lungo tutto il percorso - da una folla
strabocchevole. La sua terra di Romagna0441 gli tributava
così il suo caloroso bentornato, salutando in lui, vittima della
Monarchia sabauda ma alfine vittorioso, un simbolo vivente
della volontà anti-monarchica e di rivolta sociale. “Il nome
di Cipriani realizzava il miracolo di una difficile coalizione,
dai radicali agli anarchici, associando ed esaltando i senti­
menti anti-dinastici, anti-clericali ed anti-statali che fermen­
tavano nel fondo dell’anima popolare”.045’
Certamente molti di quelli che nel 1888 avevano parteci­
pato alle manifestazioni di entusiasta saluto a Cipriani (mor­
to proprio l’anno prima a Parigi) si ritrovarono, lungo la
stessa direttrice dal capoluogo lombardo all’Adriatico, a fe­
steggiare oltre trent’anni dopo Malatesta. Come Cipriani nel
lontano 1888, appena liberato, aveva fatto un appello all’u­
nità d’azione rivoluzionaria (“Formiamo il grande partito ri­
voluzionario. Non gruppi né chiesuole. Un fucile ed un pac­
co di cartucce formi il soldato della rivoluzione. Nel primo
giorno della mia libertà, io vi saluto col cuore esultante di
speranza e di fede”), così Malatesta andava predicando in
tutti i suoi comizi l’indispensabile unità d’azione fra tutti gli
elementi rivoluzionari. Entrambi, poi, erano ligure quasi
“mitiche”: Cipriani, il colonnello della Comune ili Parigi, il
1,441 In realtà Cipriani era nato ad Anzio (1844), ma la Romagna era un po' la sua terra
d'adozione.
I,45> Cfr. P.C. MASINI, Storia degli anarchici..., cit., p. 201.

75
coatto nella Nuova Caledonia, il recluso di Portolongone;
Malatesta, l’uomo della Prima Internazionale, l’eterno esule
ovunque perseguitato, l’eroe della Settimana Rossa. Il po­
polo, con la sua immediata sensibilità, sapeva cogliere senza
esitazioni ciò che più di ogni altra cosa accomunava Cipriani
e Malatesta, per altri aspetti pur così diversi: l’onestà, l’e­
strema onestà, la completa dedizione alla causa della reden­
zione sociale. E tributava ai suoi “eroi” grandi festeggia­
menti. Se poi si consideri, oltre alla statura politica dei due
uomini, anche il momento dei loro rispettivi viaggi (Cipriani
graziato dal re dopo anni di agitazione popolare in suo favo­
re, Malatesta rientrato clandestinamente in Italia dopo
un’altra campagna delle sinistre e nonostante l’opposizione
del governo), si comprenderà così meglio che, al di là del sa­
luto all’uomo, quelle manifestazioni esprimevano in diversa
misura la disponibilità di ampi settori proletari all’azione ri­
voluzionaria.
Di ciò si era ben reso conto lo stesso Malatesta, che nel
suo comizio a Torino non aveva mancato di sottolineare il si­
gnificato da lui dato alle imponenti manifestazioni di bentor­
nato che i lavoratori gli tributavano, interpretandole come
“segno della volontà che ha il proletariato di fare la rivolu­
zione”.
Prima tappa del suo nuovo giro di comizi era Modena,
dove Malatesta giungeva nella stessa giornata del 3 gennaio,
alle ore 13, accolto dai lavoratori che in massa avevano ab­
bandonato le fabbriche alla notizia del suo arrivo. Il comi­
zio, presenti esponenti del Partito Socialista, si teneva in
Piazza Grande nel corso del pomeriggio, alla presenza di
“circa tremila persone”.04*1 In serata Malatesta proseguiva
per Bologna, dove la Vecchia Camera del Lavoro aveva
pubblicato un manifesto per chiamare a raccolta i lavoratori.
Oltre duemila persone accoglievano il vecchio anarchico alla
stazione ferroviaria, da dove, a bordo di un camion, rag­
giungeva lentamente il Teatro Comunale. All’angolo fra via
Indipendenza e via Bertiera, il camion faceva una sosta per
una breve commemorazione del comunista Belloni, lì assas­
sinato dalla polizia durante l’ultimo sciopero generale: pren­
deva brevemente la parola Armando Borghi. Un “entusia-
Cfr. ACS, ibidem, Pref. MO a Min. Ini., 3.1.1920, h. 23. Cfr. la cronaca della gior­
nata ne\VAvanti! del 4.1.1920.

7d
smo indescrivibile” - così riferiva il cronista dell 'A van ti.^ -
accoglieva l’arrivo di Malatesta in teatro, mentre la fanfara
“Francisco Ferrer” intonava le note deH’“InternazionaIe”.
Iniziava quindi il comizio: prendevano la parola borghi,
Bombacci ed il neo-segretario della Camera del Lavoro so­
cialista Bucco, quindi interveniva Malatesta, che dichiarava
indispensabile - una volta ancora - la preparazione militare
del proletariato, invitando nel contempo quest’ultimo a
preoccuparsi anche del funzionamento immediato “della
nuova società di domani”.0481 Chiudeva il comizio Virgilia
D ’Andrea. Per pernottare Malatesta si recava a Coi (¡cella,
nei pressi del capoluogo emiliano, dove risiedeva 1 uigi Fab­
bri, al quale il vecchio anarchico era legato da vincoli umani
e politici strettissimi.11410
All’indomani Malatesta, Borghi, la D’Andrea, “Souvari-
ne” ed altri si recavano ad Imola, dove alla presenza di 2.000
persone si teneva un altro comizio nel teatro comunale. “ Il
nostro Errico - riferiva poi il cronista del S o r g i a m o par­
lò per circa un’ora, incatenando l’uditorio colla sua facile
quanto inconfutabile parola” . Verso sera Malatesta i ¡partiva
per Faenza.051’
All’indomani “mille persone e sette bandiere” secondo
la versione del prefetto di Forlì052’ - accoglievano Malatesta
al teatro comunale di Rimini. Un accenno specifico Malate­
sta riservava, nel suo comizio, alla necessità di un accordo
fra socialisti, repubblicani ed anarchici. Era questo un invito
particolarmente significativo in quella terra di Romagna che
aveva in passato conosciuto episodi anche cruenti nella li a
dizionale, accesa polemica tra i seguaci di Andrea ( osta, di
Giuseppe Mazzini e di Michele Bakunin. Fin dai tempi della
Prima Internazionale gli scontri tra le varie frazioni del mo­
vimento operaio erano all’ordine del giorno: basti pensare
alle interminabili polemiche relative alla famosa "svolta le-

11,71 Cfr. Avanti! del 6.1.1920.


u«) Q r Avanti!, 6.1.1920, cit., nonché ACS, ibidem, Pref. BO u Min Ini , 1 1 1920, li
23.
"J‘" Cfr. ACS, ibidem, Pref. BO a Min. Int., 5.1.1920, h. 16. Cfr. mulic A ll()R C all,
Mezzo..., cit., p. 205.
Cfr. Sorgiamo!, 17.1.1920, a. I, n. 1). Come specificato nel sottotitolo, si trottava ilei
“Settimanale dell’Unione Anarchica Emiliana-Romagnola”. Per compu mli nir In lun/io
ne si rimanda all’editoriale “Perché ‘Sorgiamo!’”, sullo stesso numero al
1,5,1 Cfr. ACS, vedi nota lM".
I,52>Cfr. ACS, ibidem, Pref. FO a Min. Int., 6.1.1920.

77
galitaria” di Andrea Costa, cioè al suo progressivo (ma co­
munque rapido) passaggio dall’anarchismo al socialismo le­
galitario. Polemiche, odii personali, rancori settari erano
ben vivi: la presenza di Malatesta, intransigentemente anar­
chico (molti in Romagna si ricordavano bene della sua duris­
sima polemica con il “tradimento” costiano, oltre quaran­
tan n i prima), avrebbe potuto riattizzare questo spirito e
queste lotte intestine. Proprio per questo, presentandosi
come il fautore della Rivoluzione proletaria, Malatesta, pur
senza rinunciare alla tematica prettamente libertaria, cerca­
va in ogni modo di stimolare l’accordo fra le varie compo­
nenti proletarie. Compito, questo, non certo facile: si pensi
che durante il suo stesso comizio di Rimini, qualche lieve in­
cidente scoppiava in sala tra socialisti e repubblicani. A que­
sti ultimi, infatti, socialisti ed anarchici difficilmente poteva­
no “perdonare” la posizione interventista sempre sostenuta,
dal 1914 in poi.
Da Rimini Malatesta proseguiva per Sant’Arcangelo di
Romagna, dove nel pomeriggio, al Teatro dei Condomini,
era già previsto un comizio socialista: oratori gli onorevoli
Bianchi e Croce. I lavoratori erano già affluiti numerosi in
teatro per il comizio socialista, quando inatteso giungeva
Malatesta, accolto dalla solita lunga ovazione e da improvvi­
sati cortei di operai provenienti dai luoghi di lavoro circo­
stanti. Dopo il comizio tutto il paese si raccoglieva per salu­
tare il vecchio internazionalista.

“Malatesta - riferiva il cronista del Sorgiamo!0™'- ringraziò


per l’accoglienza ricevuta e partì alla volta di Cesena saluta­
to freneticamente dai compagni, dagli amici e dagli... avver­
sari: dai compagni che saranno con lui nel giorno della lotta,
dagli amici che lo stimano e che ne saranno trascinati, dagli
avversari che lo temono e che cercano di cattivarsi, in que­
st’opera grigia per le coscienze inquiete, la sua e la nostra
benevolenza”.

Sparsasi immediatamente la voce che Malatesta da San­


t’Arcangelo stava per recarsi a Cesena, i lavoratori di Savi-
gnano - che si trova su quella direttrice - si riunivano in

"5” Cfr. Sorgiamo!, 17.1.1920. cit..

78
piazza per attendere il passaggio delle automobili con Mala-
testa ed i numerosi compagni che lo accompagnavano in
quel giro per la Romagna. “Per porgere il saluto fraterno e
per stringere la mano al compagno carissimo”054’ si erano
raccolti a Savignano anche i lavoratori dei paesi limitrofi
(Gatteo, S. Mauro, S. Angelo, ecc.).
Appena giunto, Malatesta veniva invitato a parlare e, sa­
lito su di un camion (“con una agilità non comune all’età
sua”), ripeteva i soliti concetti rivoluzionari, insistendo sulla
necessità di preparare la fase ricostruttiva del processo rivo­
luzionario, “per far sì che anche durante il periodo cruento
della rivoluzione ogni uomo abbia il suo pane, ogni bimbo
abbia il suo latte”.055’
Quindi, via di nuovo verso Cesena. Qui giungeva alle 17,
a bordo di un’automobile rossa preceduta da un camion tra­
sportante dei compagni riminesi ed una bandiera nera. In un
“delirio” popolare di entusiasmo, “il nostro buon Errico -
notava sempre il cronista del Sorgiamo P'56' - (...) sorrideva e
ringraziava, umiliato per la sua modestia e commosso per la
dimostrazione d’affetto”. Accompagnato in corteo fino al­
l’albergo “Leon d’O ro”, ove giungeva preceduto dalla fanfa­
ra dei socialisti, Malatesta si affacciava al balcone e diceva
poche parole. Alle otto di sera, poi, nel gremitissimo Teatro
Comunale, prendevano la parola Werenine, redattore del
Sorgiamo/, “Souvarine”, redattore de L ’Avvenire Anarchi­
co, quindi Malatesta. Nel suo discorso, il vecchio anarchico
aveva parole di accesa polemica con quanti avevano fatto e
della guerra e della rivoluzione una speculazione personale
e politica. Ripeteva inoltre il leit-motiv dei suoi discorsi, cioè
l’appello all’unità d’azione fra le diverse forze della sinistra.
Concludeva il comizio Armando Borghi, giunto proprio al­
l’ultimo momento.
All’indomani, a Ravenna, oltre 1.500 persone si riunivano
al Teatro Alighieri per ascoltare i discorsi dell’onorevole so­
cialista Umberto Bianchi e di Malatesta. Il primo salutava
l’anarchico e gli assicurava che quelle terre, che aveva lascia­
to dopo la Settimana Rossa, erano ancora maturate in senso
rivoluzionario. Malatesta, accolto da una lunga ovazione;
l,M»Cfr. ibidem.
Cfr. ibidem.
,m> Cfr. ibidem; sulla permanenza a Cesena di Malatesta abbiamo raccolto anche la te-

79
toccava nel suo discorso un po’ tutti i principali temi del mo­
mento, polemizzando nuovamente con gli interventisti.
Dopo un breve intervento di “Souvarine”, era nuovamente
l’on. Bianchi a prendere la parola con toni violentemente ri­
voluzionari.(l57)
In giornata, poi, Malatesta lasciava la Romagna e si diri­
geva direttamente ad Ancona. Qui l’attesa per barrivo di
Malatesta, l’eroe della Settimana Rossa, ben noto personal­
mente a tutto il proletariato locale, era grandissima.
Proprio quel giorno (8 gennaio), mentre Ancona proleta­
ria e ribelle attendeva l’arrivo di Malatesta e si apprestava a
tributargli una grandissima testimonianza di stima e di soli­
darietà, su II Libertario della Spezia veniva pubblicata, in se­
conda pagina, una presa di posizione dello stesso Malatesta,
il cui titolo (“Grazie, ma basta”) riassumeva felicemente il
contenuto:

“Sono in Italia per opera di compagni e di amici, ed io li rin­


grazio di avermi dato il modo di portare alla causa comune
il concorso dell’opera mia. Mi duole che le modeste mie fa­
coltà non mi permetteranno di fare quanto vorrei e quanto
forse si aspetta da me: in ogni modo lavorerò con tutta la
fede, con tutto l'entusiasmo che mi ardono in cuore. Mi si
permetta ora di fare un’osservazione, una critica, all’azione
svolta dai compagni a mio riguardo. Durante l’agitazione pel
mio ritorno e durante questi primi giorni della mia presenza
in Italia sono state dette e fatte delle cose che offendono la
mia modestia ed il mio senso della misura. Si ricordino i
compagni che l’iperbole è una figura retorica di cui non bi­
sogna abusare. Si ricordino soprattutto che esaltare un
uomo è cosa politicamente pericolosa ed è moralmente mal­
sana per l’esaltato e per gli esaltatori. E poi io sono così fatto
che i battimani e gli evviva mi riescono sgradevoli, e tendo­
no a paralizzarmi piuttosto che a spronarmi al lavoro. Io vo­
glio essere compagno fra i compagni, e se ho la disgrazia di
essere più vecchio degli altri non posso essere contento di
vedermelo continuamente ricordato dalle deferenze e dai ri-
stimonianza orale dell’anarchico cesenate Pio Turroni, allora quattordicenne.
"'7| “In ultimo, l'Onor. Bianchi, che pure ebbe occasione di sciorinare idee violente mai
prima di ora manifestate apertamente, invitò gli astanti a mandare un voto di solidarietà
al popolo Russo ed all’Esercito Rosso”. (ACS, ibidem, Pref. RA a Min. Ini., 8.1.1920).
Cfr. anche Sorgiamo!, 17.1.1920, cit..

80
guardi con cui i compagni mi affliggono. Siamo intesi?”.(l5it)

Val la pena sottolineare che proprio mentre su II Liberta­


rio appariva questa netta presa di posizione di Malatesta
contro gli eccessi di entusiasmo, che sconfinavano inevitabil­
mente nella deprecabile adulazione, proprio quel giorno egli
veniva accolto ad Ancona da una delle più grandi manifesta­
zioni in suo onore.
La cosa è facilmente spiegabile. Errico Malatesta era ben
conosciuto dai lavoratori e dalla popolazione tutta di Anco­
na. Nel 1897/1898 vi aveva pubblicato VAgitazione, parteci­
pando attivamente ai moti popolari(l59,; inviato al domicilio
coatto, dopo essere riuscito a scappare si era rifugiato all’e­
stero, ma al momento di rientrare (nell’estate 1913) si era
stabilito nuovamente ad Ancona ed era stato tra i protago­
nisti della Settimana R o s s a .O l t r e ai soliti motivi di ordine
politico-sociale, dunque, nel capoluogo marchigiano erano
anche motivi di conoscenza e di affetto personali a spingere
grandi masse di lavoratori ad accogliere in piazza l’anarchico
Malatesta.(li,l)
Questi, infatti, al suo arrivo in Ancona, alle 7.10 di sera

"WlCfr. Il Libertario (La Spezia), 8.1.1920 (a. XVIII. n. 747), nonché Volontà (Anco­
na), 16.1.1920 (n.s., a. II, n. 2), successivamente ripubblicato in E. MALATESTA, Scritti
(1919-1932), cit., 2” voi., pp. 251/252. Secondo Armando Borghi, “dove gli anarchici erano
più numerosi ed influenti (Romagna, Marche e Toscana) i ricevimenti a Malatesta ebbero
un'intonazione più misurata. Non c’era insomma proporzione tra le forze anarchiche con­
sapevoli e ben orientate, e la vastità di quelle sagre che trascinavano le masse verso un Ma­
latesta oggetto di idolatrie diverse”. (A. BORGHI, Mezzo..., cit., p. 207). Dello stesso pa­
rere è anche lo storico anarchico Max Nettlau: cfr. M. NETTLAU, Errico Malatesta, New
York s.d., pp. 300/301.
A nostro avviso, però, non si può trascurare che proprio in alcuni settori anarchici questo
“culto della personalità” trovò più di un adepto.
Cfr. E. SANTARELLI, L'azione di Errico Malatesta e i moti del 1898 ad Ancona, in
“Movimento operaio”, marzo-aprile 1954 (n.s., a. VI, n. 2), pp. 248/274. Sulla traccia della
violenta polemica anti-anarchica di Marx ed Engels, Santarelli tenta di “liquidare” l’azione
e la concezione rivoluzionaria malatestiana: ma - a nostro avviso - non riesce a compren­
dere ciò che vuol criticare (cioè, l’anarchismo) e conseguentemente fallisce nel suo inten­
to. Dello stesso autore, cfr. Il socialismo anarchico in Italia, 1° ed. Milano 1959. ultima ed.
riveduta ed ampliata Milano 1973.
Cfr., in proposito, la nota
"WlIn una sua dichiarazione nel corso dell’udienza del 27.7.1921 del processo al tribunale
di Milano contro di sé. Borghi e Quaglino, cit., Malatesta. parlando delle accoglienze ri­
cevute all’indomani del suo ritorno da Londra, dichiarava ai giudici: "Meno Ancona, dove
forse qualche elemento personale ci poteva essere nella ricezione senza precedenti che mi
fecero, meno Ancona, dico, dove ho numerosissimi amici nella classe operaia ed è città
alla quale sono legato da memorie di vecchie lotte ivi combattute, meno Ancona, in tutte
le altre città io non c’entravo per nulla. Il mio arrivo era un'occasione, un pretesto, se voi
volete, per sfogare l’anima popolare (...)” (E. MALATESTA. Scritti 1919-1932 - , cit.,
2° voi., p. 300).

81
dell'8 gennaio, veniva accolto da duemila persone con 18
bandiere.062’ In corteo, al canto di “Bandiera Rossa”, i con­
venuti raggiungevano piazza Plebiscito, ove Malatesta pren­
deva brevemente la parola per ringraziare e per spingere al­
l’unità rivoluzionaria anarchici, socialisti e repubblicani. Un
rappresentante di ciascuno dei tre raggruppamenti (anarchi­
co, socialista e repubblicano) prendeva quindi la parola e la
manifestazione, infine, si scioglieva. Il vecchio anarchico,
con altri 80 “sovversivi”, si recava a cena in Contrada Tor­
rette; dopo cena era invitato dalla locale Casa Repubblicana
a tenere una breve conferenza. Malatesta accettava e, pur
invitando sempre alla concordia al di sopra delle differenze
passate e presenti, non mancava di polemizzare con i repub­
blicani per la loro posizione interventista. “Dopo aver visita­
to alcuni esercizi pubblici” pernottava a casa del ferroviere
Attilio Mengani.
All’indomani mattina si recava alla Casa del Popolo, dove
teneva una conferenza il 9 ed un comizio il 10, quest’ultimo
alla presenza di 4.000 lavoratori.063’ La sera stessa, dopo il
grande comizio alla Camera del Lavoro di Ancona, Malate­
sta raggiungeva Fabriano, dove prendeva parte ad un veglio­
ne. L’il mattina parlava nella sede del Comune di Fabriano
“alla presenza di 200 persone che con musica e bandiera lo
accompagnarono poscia alla stazione”. Preso il treno diretto
per Roma, Malatesta raggiungeva in giornata la capitale:
lungo il percorso, alle stazioni di Foligno e di Terni special-
mente, il vecchio anarchico veniva fatto segno a manifesta­
zioni di simpatia.064’ Ad attendere Malatesta alla stazione
ferroviaria di Roma vi erano alcuni anarchici (Temistocle
Monticelli, Casimiro Chiocchini, Cesare Ciotti, Giovanni
Forbicini ed Angelo Perella). Appena arrivato (ore 15.40),
Malatesta veniva accompagnato a casa del Chiocchini, in via
del Sudario 14; alle 19.30, poi, Malatesta raggiungeva in au­
tomobile l’abitazione del Ciotti, in via Salaria 234, dove per­
nottava.065’
Cfr. ACS, ibidem, Pref. AN a Min. Ini., 8.1.1920.
Cfr. ACS, ibidem, Pref. AN a Min. Ini., 9.1.1920; nonché ACS, ibidem, Pref. AN a
Min. Ini., 10.1.1920.
Cfr. ACS, ibidem, Pref. AN a Min. Ini., 12.1.1920: nello stesso telegramma il prefetto
di Ancona si premurava di informare il Ministero che Malatesta, appena giunto a Roma,
“fu dagli agenti di scorta di questo ufficio indicato al funzionario ed agli agenti di P.S. in
servizio allo scalo ferroviario”.
"Ml Cfr. ACS, ibidem, Pref. ROMA a Min. Int., 11.1.1920, h. 16.35; nonché, ACS, ibi-

82
Il pedinamento della polizia nei suoi confronti continuava
instancabile. Si veda, per esempio, il risultato di questo pe­
dinamento per quanto riguarda la mattinata ed il pomeriggio
del 12 gennaio, quale il questore lo comunicava ai suoi supe­
riori nella stessa serata del 12:

“Stamane alle ore 8.15 insieme al Ciotti è uscito a piedi da


detta abitazione recandosi al caffè Faraglia in Piazza Vene­
zia ove è stato avvicinato da alcuni compagni di fede e cioè
Recchi Gaetano, Filippetti Alberico, Oradei Oreste, Forbi-
cini Giovanni, Monticelli Temistocle, Luzi Giuseppe, Spadi
Giuseppe, Marsili Alfredo.
Uscito dal caffè Faraglia, il Malatesta è stato fotografato da
un corrispondente del Giornale di Italia. Poscia con l’auto-
mobile del Perella sopraggiunto poco dopo, si è recato alla
Direzione del Partito socialista in Via del Seminario n. 87,
ove si è trattenuto pochi minuti.
In seguito con l’automobile del Perella, ha fatto un giro per
la città transitando pel Corso Umberto 1°, Piazza del Popo­
lo, Via Babuino, Quattro Fontane, Via Nazionale, Piazza
Termini, Via Marsala, Via Tiburtina fino a Campo Verano,
indi si è recato a pranzo in casa di Chiocchini Casimiro, in
Via del Sudario n. 14.
Dopo le ore 14 si sono recati ivi a salutarlo i noti anarchici
Recchi Gaetano, Monticelli Temistocle, Forbicini Giovanni,
Calcagno Dante, Oradei Oreste, Zanni Carlo, Filippetti Al­
berico, Giuseppe Melinelli, Perella Angelo ed altri due.
I medesimi col Malatesta sono usciti dalla casa del Chiocchi­
ni alle ore 16.30 e davanti al monumento a Spedalieri in
Piazza S. Andrea della Valle due reporter del Giornale d’I­
talia hanno fatto la fotografia del gruppo, poscia si sono re­
cati nella pasticceria Giuliani ove si trovano al presente
^ y » ( imo

In serata, comunque, Malatesta partiva improvvisamente


in treno per Genova, chiamatovi da un telegramma. Era ca­
pitan Giulietti a chiamarlo: e Malatesta accorreva.(lh7>
dem, Quest. ROMA a Pref. ROMA e Min. hit., 12.1.1920.
Cfr. ACS, ibidem, Quest. ROMA a Pref. ROMA e Min. Ini., 12.1.1920, cit.
Cfr. ACS, ibidem, Quest. ROMA a Pref. ROMA e Min. Int., 12.1.1920, cit.; ACS,
ibidem, Quest. ROMA a Pref. ROMA e Min. Int., 13.1.1920; ACS, ibidem, Min. Int. a
Pref. CE, 13.1.1920.
VII

IL “NO” DI SERRATI

Lo stesso giorno in cui Malatesta giungeva a Genova e si


incontrava nuovamente con il capitano Giulietti, a Fiume
Alceste De Ambris assumeva rincarico di capo-gabinetto di
D’Annunzio, al posto di Giuriati. Non si trattava di un nor­
male avvicendamento: con Giuriati venivano di fatto allon­
tanati gli elementi moderati (i “ragionevoli”), la cui influen­
za presso D ’Annunzio già da tempo era andata scemando a
tutto vantaggio dei radicali (gli “scalmanati”). D ’altra parte,
già due mesi prima Antonio Albertini, in una lettera al fra­
tello Luigi, aveva affermato che “D ’Annunzio non domina
più la situazione, non ha nessuno in sua mano, è sopraffatto
dai pazzi”.(lhK)
L’arrivo a Fiume di De Ambris ed il suo rapido ascendere
ad una posizione di tanto prestigio era un chiaro indice della
disponibilità dannunziana a dare spazio alle correnti più
estremiste, genericamente “rivoluzionarie”, e non poteva
quindi non suscitare il più vivo allarme in coloro che nell’im­
presa di Fiume avevano creduto e continuavano a credere in
termini prettamente nazionalistici e sostanzialmente conser­
vatori. Alceste De Ambris, infatti, aveva un passato da vero
sovversivo, essendo stato l’organizzatore del grande e cla­
moroso sciopero agricolo di Parma del 1908 (in seguito al
quale era stato costretto ad emigrare) e successivamente no­
minato primo segretario dell’Unione Sindacale Italiana
(1912). Principale sostenitore dell’interventismo in campo
sindacalista e protagonista della scissione che su quel terre­
no divise l’U.S.I. nel 1914, era da allora sempre stato consi­
derato con viva ostilità ed antipatia negli ambienti socialisti
e») £ fr l ALBERTINI, Epistolario (1911-1926), a c. di O. Barié. Milano 1968, III, pp.
1328 sg., cit. in G. D’ANNUNZIO, La penultima ventura, cit.. p. XXXIII.

85
ed anarchici. Non aveva però perso, nel corso degli anni, né
le sue grandi capacità organizzative né una volontà confusa-
mente sovversiva, o almeno profondamente innovatrice.
Ragion per cui era mal visto un po’ da tutti i settori politici.
In De Ambris il poeta-soldato poteva dunque ragionevol­
mente sperare di trovare un valido interprete delle sue vel­
leità sociali.
Di queste sue velleità le ultime settimane del 1919 aveva­
no offerto più di un esempio. U n’ulteriore conferma ce l’of­
fre la risposta che D'Annunzio scriveva di getto, nella notte
tra il 5 ed il 6 gennaio 1920, alla lettera inviatagli quel giorno
stesso da capitan Giulietti e fattagli pervenire tramite suo
fratello Riccardo - il quale era costretto a restare in attesa
della risposta dannunziana fino alle tre e mezza della notte,
fuori della porta. Dopo una lunga serie di notizie e di infor­
mazioni relative alla sua strategia di sobillazione e di federa­
zione delle nazionalità oppresse, allora in pieno svolgimen­
to, D ’Annunzio affermava:

“Oggi qualunque sforzo di liberazione non può partire se


non da Fiume. Per una più vasta impresa sociale, io debbo
partire da qui.
Il mio Spirito si appoggia in questa riva per qualunque balzo
in avanti, specie per balzare sull’altra sponda. La nuova pa­
rola parte da qui. Qui le nuove forme di vita non soltanto si
disegnano ma si compiono. Leggi questo mio proclama ai
soldati. In nessun luogo della terra si respira la libertà come
su questo Quarnaro che è simile a un ‘mare futuro’. Io sono
rientrato nel popolo che mi generò (...). Se tu assistessi a
certi spettacoli umani, qui, comprenderesti che la vera ‘no­
vità’ di vita non è là dove la dottrina di Lenin si smarrisce nel
sangue. Il cardo bolscevico si muta qui in rosa italiana: in
rosa d ’amore.
E necessario che io possa resistere qui fino al giorno che tu
mi annunzii. E ora il nemico cerca di stancare, di disgregare,
di infettare, di affamare. I Lavoratori del Mare non vorran­
no sostenere la mia resistenza?
Tuo fratello mi assicura che Errico Malatesta non pronunziò
l’ingiuria contro i Legionari di Fiume. Ne sono lieto. Se egli
mi conoscesse da vicino, subito sentirebbe che il mio spirito
supera ogni altro nell’ansia di raggiungere le estreme vette
86
della libertà, quelle dove la massima parte degli uomini non
sa respirare.
C’intenderemo. Nessuno è più pronto di me per la grande
azione. Tutte le strutture che ci ingombrano io le ho già ro­
vesciate. E io sono interamente fuori dal cerchio delle istitu­
zioni sterili e delle leggi esauste. Inoltre, ho imparato a ben
combattere. Io so combattere.
A qual punto è la preparazione?
Intanto - ricordatene - io debbo esser posto in condizione
da poter resistere e reggere qui, fino a quel giorno. (... )”<lhg)

La risposta del poeta-soldato a capitan Giulietti, dunque,


era nel complesso positiva e spingeva esplicitamente il segre­
tario della F.I.L.M . a proseguire per la strada intrapresa
(“A qual punto è la preparazione?”). Questi, da parte sua,
non lasciava certo passare invano il tempo e, appena ricevu­
ta la risposta tanto attesa da Fiume, convocava - come ab­
biamo visto - il vecchio Malatesta a Genova, con un tele­
gramma arrivato a Roma il 12 gennaio.
All’indomani mattina, alle 7.45, Malatesta scendeva dal tre­
no alla stazione di Genova-Brignole accolto dai fratelli Riccar­
do ed Alfredo“70’ Giulietti, con i quali si recava presso l’abita­
zione di Alfredo. Qui li raggiungeva l’on. Giuseppe Giulietti,
che comunicava a Malatesta la risposta ricevuta dal comandan­
te di Fiume e gli chiedeva la sua opinione in proposito. Il
vecchio anarchico “capisce, il progetto lo attira, accetta”.“71’
La responsabilità che Malatesta si assumeva ncll’acccttare
la proposta di Giulietti, ormai avallata da D ’Annunzio, era
indubbiamente grande.
<w>i jjn fac-simile di questa risposta di D ’Annunzio a Giulietti è riprodotto in G. <ìlU-
LIETTI, op. cit. ed è stato anche ristampato in F. GERRA, L ’impresa ili nume (num e
d ’Italia), Milano, 1974, I, pp. 231/3.
<l7"' Anche Alfredo Giulietti, così come Giuseppe e Riccardo, si occupava nitrosamente
del progetto insurrezionale.
“Da informazioni confidenziali - scriveva in proposito il prefetto di Genova tinello stesso
giorno (13 gennaio) ai suoi superiori - risulta che Giulietti Alfredo già da una quindicina
di giorni compie continui viaggi in varie principali città d’Italia per scopi imprccisuli e vi
è ragione ritenere che sia un emissario lautamente pagato per prendere e stabilire aeeordi
coi singoli capi politici estremi per movimento rivoluzionario che dovrebbe si 'oppiare bre­
ve scadenza. Infatti consta che egli a persona intima abbia confidato suo incarico e tenuto
conto suoi intimi rapporti Malatesta al quale fin dal ritorno in Italia è sitilo prodigo eoi fa­
migliati di calde attenzioni e premure suo contegno non può non essere sospetto. Ne in­
formo perciò Ministero mentre assicuro che su tutti i fratelli Giulietti ho disposta la più ac­
corta vigilanza onde seguirne ogni azione”. Cfr. ACS, ibidem, l ’rii O li ii Min. Ini.,
13.1.1920, h. 19.20.
1,7,1 Cfr. G. GIULIETTE op. cit.

87
Erano infatti trascorse ormai tre settimane dal giorno del
suo rientro in Italia e Malatesta, nel suo lungo giro di contat­
ti e di comizi, aveva certo acquisito elementi sufficienti per
conoscere la diffusa antipatia e spesso la profonda diffidenza
che circondavano capitan Giulietti negli ambienti anarchici.
Le frequenti oscillazioni politiche, l’interventismo, la stretta
solidarietà con D’Annunzio e la sua impresa fiumana, i rap­
porti con Mussolini, la costante indeterminatezza delle sue
proposte politiche, i suoi metodi di gestione autoritaria al­
l’interno della Federazione dei Lavoratori del Mare: ecco le
principali ragioni dell’ostilità dei libertari nei confronti del-
l’on. Giulietti. Per controbilanciarle non erano certo suffi­
cienti né la doverosa gratitudine per aver permesso il rimpa­
trio di Malatesta né la simpatia e la gratitudine che Malate­
sta stesso aveva più volte esternato nei suoi confronti.
Eppure Malatesta sapeva di agire con le spalle coperte.
Come Armando Borghi gli aveva dichiarato che “godeva la
nostra piena fiducia e che nessun contatto poteva compro­
mettere la sua dignità o gettare un’ombra sulla sua chiaro-
veggente onesta politica”,11721 così tutti gli altri anarchici,
condividendo le parole del segretario dell’U .S.I., erano
compatti con Malatesta, ben conoscendone sia le doti morali
sia la capacità operativa.(l73)
Ottenuto dunque un consenso - almeno in linea di massi­
ma - da parte di Malatesta, l’on. Giulietti contattava alcuni
leader socialisti e riusciva ad impegnarli a partecipare ad una
una riunione che, in forma strettamente privata, si sarebbe
dovuta tenere a Firenze il 18 gennaio.
Il progetto insurrezionale procedeva dunque speditamen­
te e si inseriva in una realtà sociale caratterizzata da una cre­
scente tensione. Si pensi che sempre nel giorno dell’incontro
Giulietti-Malatesta e della nomina di De Ambris a Fiume
117:1 Cfr. A. BORGHI, Mezzo .... rii., p. 219.
,ml Sull’ostilità di molli anarchici nei confronti di G. Giulietti un’interessante testimo­
nianza ce la offre una nota informativa manoscritta, datata 2 gennaio 1920. “Un anarchico
militante avrebbe asserito che il partito anarchico tiene d’occhio il Capitano Giulietti il
quale mostra troppo attaccamento all’amico Malatesta, al punto da offrirgli le somme oc­
correnti per fondare a Milano un giornale quotidiano anarchico. Si diffida nel partito anar­
chico del Giulietti perché si crede che egli abbia accordi col ministero dell’Interno e dia
mezzi per il giornale anarchico appunto per appurare con tale mezzo le mosse del partito
anarchico e fornirsi delle liste di tutti gli aderenti al partito medesimo. Se il Giulietti agisce
in tal senso, sarebbe bene sapesse che ogni sua mossa è seguita dagli addetti anarchici: se
no è necessario sapere da chi il Giulietti trae i denari per darli al Malatesta e fondare il
giornale quotidiano”. Cfr. ACS. ibidem, nota manoscritta di “M.R.", 2.1.1920.

S8
era iniziato lo sciopero dei postelegrafonici, mentre nell’aria
già vi era quello dei ferrovieri - che sarebbe iniziato il 20
gennaio: due categorie, quelle dei postelegrafonici e dei fer­
rovieri, dislocate nei gangli vitali dell’apparato statale e del­
l’intera società, che non avevano mai scioperato per tutto il
1919.<174)
Nell’attesa della riunione indetta da Giulietti e fissata per
il 18 a Firenze, Malatesta lasciava Genova e faceva ritorno a
Roma, dove era atteso dai compagni del luogo. Questi, in­
fatti, la sera del 13 si erano riuniti nella loro sede in Piazza
Madonna dei Monti per deliberare sulle accoglienze da ri­
servare a Malatesta ed avevano deciso di pubblicare manife­
stini, di far affiggere striscioni murali e di fare ogni propa­
ganda possibile per spingere i lavoratori a recarsi alla stazio­
ne ferroviaria a ricevere il vecchio anarchico, per formare
poi un corteo con bandiere che si concludesse con un comi-
zio.(,75)
Giunto a Roma, Malatesta teneva un comizio alla presen­
za, secondo la stima della questura (tradizionalmente sotto­
valutante)0761, di “oltre tremila persone” . Presiedeva il noto
anarchico Spartaco Stagnetti per conto della Federazione
Comunista-Anarchica del Lazio: Stagnetti non riusciva a
sottrarsi alla consueta retorica che già aveva provocato il fer­
mo “Grazie, ma basta” di Malatesta e, alludendo alla rivo­
luzione, spiegava che “la nave, per arrivare al porto, dev’es­
sere condotta da un bravo nocchiero, il quale lo ritrova per­
sonificato nel Malatesta”.077' Accolto dal solito “ scrosciante
applauso” , il vecchio anarchico prendeva poi la parola ed in­
centrava il suo discorso soprattutto sulla passata guerra e
sulle rovine che aveva causato al popolo. Era la sera del 15
gennaio.
All’indomani Malatesta partiva in treno diretto a Terni
dove, “acclamato (da) numerosissima folla”, parlava al
Campo Boario.078’ Nel corso dello stesso pomeriggio rag­
giungeva poi Narni dove teneva un altro discorso alla pre­
senza di seicento persone. Alle otto di sera era di nuovo a
11741 Cfr. G. SALVEMINI. Scritti sul fascismo, Milano 1966 (I" ed 1961), I, p. 503.
11751 Cfr. ACS, ibidem. Quest. ROMA a Pref. ROMA e Min. Ini . N I 1920. Il questore
proponeva ai suoi superiori di vietare la succitata manifestazione.
«*» Cfr. ACS, ibidem, Quest. ROMA a Pref. ROMA e Min Ini . IO 1,1920.
11771 Ibidem.
"f“1Cfr. ACS, ibidem, Quest. PC a Min. hit., 17.1.1920.
Terni per un comizio al Politeama, nel corso del quale più
volte incitava alla rivoluzione arm ata.<l79,
Il 17 gennaio, infine, partiva per Firenze, dove era atteso
per almeno tre motivi: un pubblico comizio, la riunione ge­
nerale degli interessati alla vita futura del quotidiano Uma­
nità Nova ed infine la prevista riunione con Giulietti ed alcu­
ni leader socialisti.(IS01 Quest’ultima, però, non aveva luogo,
avendo i socialisti informato all’ultimo momento della loro
impossibilità a parteciparvi.0*1*Nel contempo, gli stessi so­
cialisti proponevano il rinvio della riunione all’indomani, a
Roma, garantendo in tal caso la loro partecipazione.
Così Malatesta, giunto a Firenze nel pomeriggio del 17,
dopo essersi incontrato con vari compagni del luogo (fra i
quali Posani ed Aratari) ed aver pernottato in casa del fer­
roviere Picciarsini, partecipava nella mattinata del 18 alla
preannunciata riunione per il quotidiano. Vi partecipavano
circa centocinquanta persone, fra le quali il prefetto segna­
lava - oltre allo stesso Malatesta - Bassi di Imola, Meschi di
Carrara, Monticelli di Roma, Bencini, Facciadio di Pisa, Bi-
nazzi della Spezia. In quella sede Malatesta proponeva la ti­
ratura di 1()().()()() copie per il futuro quotidiano anarchico,
che a suo avviso avrebbe dovuto essere caratterizzato dalla
decisa volontà di “fare la rivoluzione” insieme con repubbli­
cani e socialisti. Malatesta riproponeva dunque la sua conce­
zione strategica del “fronte unito” delle forze di sinistra, in
aperta polemica con la redazione de L ’Avvenire Anarchico
di Pisa, secondo cui “la rivoluzione sarà anarchica o non
sarà”. Secondo Malatesta. invece, la rivoluzione non sareb­
be stata (né avrebbe potuto essere) né anarchica né non­
anarchica, per il semplice fatto che essa sarebbe risultata dal
concomitante concorso delle varie tendenze proletarie. Gli
anarchici, dunque, debbono agire in quanto tali, senza con­
fondersi con gli altri partiti, ma non debbono rifiutare la
convergenza pratica con le altre forze di sinistra - questa la
concezione malatestiana.
A parte l’opposizione del gruppo pisano, tradizionalmen-
117,11 Ibidem.
(mn j a rjunione dj tutti gli interessati ad Umanità Nova era stata indetta pubblicamente
per il 18 gennaio nella sede fiorentina dell’U.S.I.: cfr. Il Libertario (La Spezia), 8.1.1920,
cit.
('“1>Cfr. G. GIULIETTI, op. cit. , p. 87: “Qualcuno fa sapere che non può intervenire ma
che interverrà il giorno dopo a Roma".

90
tc schierato su posizioni anti-organizzatrici, la linea proposta
da Malatesta per la futura gestione politica del quotidiano
raccoglieva un generale consenso.<182>
Nel corso della m attinata del 18, inoltre, Malatesta ave­
va dei colloqui riservati con Pasquale Binazzi e con l’on.
Caroti.
Nel pomeriggio, in piazza Cavour, aveva luogo il grande
comizio indetto dagli anarchici fiorentini, cui partecipavano
alcune migliaia di lavoratori - 3.000 secondo le autorità,
20.000 secondo l’U .S .I.(183) Prendevano la parola gli anarchi­
ci Meschi, Lenzini, Sassi, Binazzi, nonché il socialista Pcruz-
za (anche lui inneggiando alla prossima rivoluzione sociale).
Interveniva quindi Malatesta, secondo cui nell’ormai vicino
momento rivoluzionario ci si sarebbe scontrati solo con le
guardie regie e con i carabinieri, dal momento che presumi­
bilmente i soldati si sarebbero rifiutati in massa di sostenere
il Governo. Ancora una volta, inoltre, Malatesta polemizza­
va con il socialista on. Dugoni per il suo atteggiamento du­
rante i recenti fatti di Mantova, dove il popolo insorti) era
stato frenato prima, e bollato come “teppa” poi dall’onore­
vole socialista. Non alla calma invitava Malatesta, bensì alla
diretta preparazione rivoluzionaria e post-rivoluzionaria.
Al termine del comizio, incidenti scoppiavano fra un cor­
teo composto da anarchici e giovani socialisti da una parte e
Sulla riunione per Umanità Nova del 18.1.1920, cfr. ACS, ibidem, Pref. PI a Min.
Int. 19.1.1920; nonché il resoconto della riunione redatto dall’anarchico Trento Tagliaferri
ne II Libertario (La Spezia), 5.11.1920, (a. XVIII, n. 750), sotto il titolo “Il convegno dei
comunisti-anarchici a Firenze”. Una durissima polemica con Renato Siglich ("Souvari-
ne”), principale esponente del gruppo pisano, sarà svolta da Malatesta due anni e mezzo
dopo: Cfr. Umanità Nova, 14.10.1922 (a. Ili, n. 192), sotto il significativo titolo "Per farla
finita - Contro un impostore”. La violenza delle critiche e delle polemiche nei confronti di
ampi settori del movimento anarchico da parte di “Souvarine” e del suo giornale L'Avve­
nire Anarchico creava, nel periodo tra l’armistizio e la fine del 1922 (quando i principali fo­
gli libertari erano costretti al silenzio), non poche questioni che di fatto paralizzavano l’at­
tività di alcuni gruppi e nel complesso avvelenavano l’ambiente anarchico. Squallidamente
clamorosa la serie di reciproche accuse, calunnie ed insulti tra il foglio pisano ed il Libero
Accordo di Roma, ed in particolare tra i due redattori principali “Souvarine" c Temistocle
Monticelli. Tale violenta diatriba costituiva anche la ragione per la pubblicazione di due
numeri unici, rispettivamente a Pisa ed a Roma, interamente dedicati alla vicenda: cfr.
Una questione di moralità anarchica (Roma), maggio 1922; Le nostre documentazioni
(Pisa), 23.6.1922. In seguito all’inasprirsi della questione Malatesta. con l’articolo succita­
to, interveniva con tutta la sua autorità morale contro “Souvarine", criticandone la conce­
zione politica e mettendone pesantemente in dubbio l’onestà personale. Onesti gli rispon­
deva sul L ’Avvenire Anarchico del 20.10.1922 con un articolo già eit.
okj) (-fr ,\( ^ ìbidem, Pref. FI a Min. Int., 18.1.1920; ACS, ibidem, Comandante inte­
rinale divisione interna CC a Min. Int., 19.1.1920. Per la stima dcll'U.S.L, elr, il comuni­
cato del comitato esecutivo dell’U .S.I., Bologna, 30.1,1920. diffuso anche come volantino
e pubblicato, tra l'altro, ne II Libertario (La Spezia), 5.2.1920, eit.

91
le forze dell’ordine dall’altra. Queste ultime volevano impe­
dire al corteo (non autorizzato) di raggiungere il centro cit­
tadino - com’era nelle intenzioni dei suoi componenti. Nei
violenti scontri una decina di persone restavano ferite in
modo leggero: tra le altre, tre carabinieri.
Terminato il comizio, Malatesta ritornava nei locali che, nel
corso della mattinata, avevano ospitato il convegno sul quoti­
diano: questa volta, però, si trattava di una riunione riserva­
ta, cui prendevano parte i principali esponenti anarchici pro­
venienti dalle varie località. Al termine, dopo una cena con­
sumata insieme con una ventina di compagni, Malatesta a
mezzanotte partiva per Roma. Nella capitale giungeva il 19
mattina, dopo aver viaggiato tutta la notte insieme con gli
anarchici romani Monticelli, Recchi, Forbicini e Mattias.“*4’
Dopo aver passato la mattinata coi compagni, in casa di
Casimiro Chiocchini, il vecchio anarchico si recava alla Ca­
mera confederale del Lavoro (C.G.L.) presso la Casa del
Popolo, poi a pranzo in una trattoria dove erano convenuti
altri compagni, fra i quali alcuni ferrovieri rappresentanti il
Comitato Centrale del Sindacato Ferrovieri, come Sbrana,
Castrucci, Signorini.
Alle quattro del pomeriggio, finalmente Malatesta varca­
va il portone della sede della direzione del Partito Socialista,
in via del Seminario, per partecipare alla riunione indetta da
Giulietti. Oltre al vecchio anarchico ed al segretario della
F.I.L.M . erano presenti i deputati socialisti Bombacci, Vel­
ia, Bacci, D ’Aragona, il segretario amministrativo socialista
Voghera, il direttore de\VAvanti! Serrati. In quella sede,
Giulietti esponeva il suo progetto:

“ 1) Balzo su Roma, partendo da Fiume. 2) Risoluzione del


problema adriatico compresa l’annessione di Fiume all'Ita­
lia. 3) Instaurazione di un nuovo ordine, risolutore della
questione sociale, assicurante ad ognuno il frutto della pro­
pria opera, e il necessario per vivere a chi è invalido, o non
atto al lavoro, o ammalato, o disoccupato”.<ls5)

Veniva data lettura anche della lettera inviata da D’An-


hiu! £ fr a c s . ibidem. Quest. ROMA a Pref. ROMA e Min. Ini., 21.1.1920. Ouestore di
Roma era allora Mori, che successivamente sarebbe diventato notissimo.
Cfr. G. GIULIETTI, op. cit., pp. 83/84.

92
nunzio a Giulietti, in cui il poeta-soldato si dichiarava dispo­
nibile per un’azione risolutrice come quella prospettata dal
Capitano. Malatesta e Bombacci086’ davano la loro adesione,
Serrati invece rifiutava. 11 suo “no” era netto, senza appello.
La riunione si concludeva così con l’accantonamento, cioè
in altri termini il fallimento, della proposta di Giulietti. Per
il Capitano era certamente una delusione ed una sconfitta.
Tanto più se si consideri che, dietro ordine di capitan Giu­
lietti, “la Federazione dei Lavoratori del Mare era pronta al
largo di Ancona con tre bastimenti carichi di armi, che, fal­
lito l’accordo, dovettero poi fingere di sbarcare carbone” .0871
La riunione di Roma rimaneva segreta (o comunque co­
nosciuta in ristrettissimi ambienti) solo per un mese. Il 17
febbraio, infatti, il Popolo d'Italia pubblicava in prima pagi­
na un articolo, senza ombra di dubbio opera del suo diretto­
re Benito Mussolini, dal significativo titolo “L’operetta nel­
l’epopea - Come doveva scoppiare la rivoluzione".

“Si parla di un convegno a Roma - scriveva Mussolini - du­


rante lo sciopero ferroviario: organizzatori, socialisti, anar­
chici. Fra di essi, Giuseppe Giulietti. Si doveva mettere al
corrente D'Aragona e G. Bianchi. Uno dei convenuti de­
nunciò la cosa alla C.G.L. e al Partito e si giustificò così: -
Poiché fra gli organizzatori presenti al raduno barricadero
uno vi era di preminente fede... fiumarola (G. Giulietti), il
delatore sospettò che una rivoluzione scoppiata nelle attuali
circostanze avrebbe potuto giovare a ... D ’Annunzio, favo­
rendo i disegni e i sogni di conquista della Penisola del Poe­
ta-Soldato”.088*

Mussolini, come si vede, aveva buon gioco ad ironizzare


Secondo un informatore della questura romana, nel corso del suo primo breve sog­
giorno romano (11/12 gennaio) Malatesta si sarebbe incontrato più volte con Bombacci e
con altri esponenti socialisti. “Ma da questi colloqui egli, per ora, non c rimasto troppo
soddisfatto. ‘Si nicchia troppo a via del Seminario' ed egli è per una rapida a/ionc, ora che
si presenta il ‘momento buonissimo'. Onde è deciso a fare da solo, con il solo suo ascen­
dente personale”. Più oltre l'informatore questurincsco affermava addirillunt che Malate­
sta “desidera, in fondo, essere lui solo il dirigente della (parola incomprcnsibile) e il futuro
dittatore”. Interessante invece la segnalazione, secondo la quale Malatesta a Roma avreb­
be avuto contatti anche con i repubblicani, “e di essi verranno a Roma ali uni esponenti
della direzione per mettersi possibilmente d’accordo con lui". ( A( S. ibidem, nota riservata
con allegata relazione confidenziale. Pret ROMA a Min Ini N I 1920)
"“7I Cfr. N. DANIELE, Fiume bifronte, ne "I quaderni della libala' San Paolo del Bra­
sile. 25.1.ITO. p. 12.
Cfr. il Popolo d'Italia, 17.2.1920.

93
su quella riunione segreta - ma ormai di dominio pubblico -
che avrebbe dovuto deliberare lo scoppio di un’insurrezio­
ne... che non scoppiò mai. E terminava in crescendo ironiz­
zando ed attaccando “il pus” con il suo consueto fiele pole­
mico, tipico del transfuga traditore: anche se, va detto ad
onor del vero, le rodomontate massimaliste e la contempo­
ranea incapacità operativa in senso rivoluzionario dei socia­
listi non potevano passare inosservate. Oltre due anni dopo
un altro leader fascista, Dino Grandi, così commentava l’e­
pisodio sul Popolo d'Italia\ “Se il socialismo italiano avesse
avuto un altro animo, un’altra mentalità, forse le cose non
sarebbero andate così. Ma invece così andarono”.(189)
L’atteggiamento dei socialisti, e di Serrati in particolare,
era una logica derivazione dell’impostazione politica genera­
le del Partito e soprattutto della sua rigida ostilità di fronte
ai “fiumaroli”. Il 16 dicembre del 1919, per fare un solo
esempio, il quotidiano del Partito aveva attaccato a tutto
spiano capitan Giulietti per la sua richiesta di uno sciopero
generale per la vicenda del “Persia”:

“Lo sciopero generale pel ‘Persia’, inscenato dalla Massone­


ria di cui Giulietti è la lunga mano, significava creare una
tale situazione interna per cui avrebbero avuto buon gioco
gli avventurieri di Fiume e il nostro paese avrebbe potuto es­
ser facilmente, in momento di tanto subbuglio, alla mercé di
pochi pescatori nel torbido. Era quello che volevano i fiuma­
ni. ‘È per la Russia’, ci gridava Giulietti. ‘Non beviamo’, ri­
spondevamo noi e ci rifiutammo di pubblicare la provocazio­
ne dello sciopero generale... La salvezza della Russia e tutta
la faccenda del ‘Persia’ sono state un magnifico pretesto tro­
vato da Giulietti e dalla Massoneria italiana, d’accordo coi
fiumaroli, per indurre il Partito socialista italiano e la
C.G.L. ad un’azione di piazza che avrebbe in quel momento
giovato solo airimperialismo italiano”.(|yo)

Cfr. il Popolo d ’Italia, 3.4.1922, cit. in A. TASCA, Nascita e avvento del fascismo,
Bari 1974 (1° ed. it., 1950) I, p. 90.
11,11 Cfr. YAvanti!, 16.12.1919. Una settimana dopo, il quotidiano socialista pubblicava
una risposta deiPon. Giulietti. cfr. VAvanti!, 23.12.1919, cit. in A. TASCA, op. cit., 1, p.
89. Già in settembre, comunque, la direzione del P.S.I., a proposito delle vicende fiuma­
ne, aveva dichiarato: “E la stessa minoranza faziosa la quale quattro anni fa, complice il
governo, trascinò il Paese nelle calamità della guerra, ma essa ora trova la classe lavora­
trice italiana preparata ed agguerrita, per approfittare degli inevitabili conflitti che potran-

94
Questa dura polemica anti-fiumarola era sostanzialmente
comune a tutte le tendenze presenti nel P.S.I., concordi nel
ritenere che dietro a D ’Annunzio e Giulietti ci fosse la Mas­
soneria. Nell’ottobre del 1920, parlando al convegno “con-
centrazionista” di Reggio Emilia, il riformista Mazzotti de­
nunciava “il filo massonico che parte da Fiume e passa per
Giulietti e Malatesta - che non ha smentito di essere un mas­
sone dormiente”.(I9I) Il che era falso, essendo uscito dalla
Massoneria il Malatesta nel lontano 1878, dopo una breve
adesione durata due anni e mezzo.(192)
Il socialismo italiano, dunque, condannava in blocco, sen­
za attenuanti né differenziazioni, i “fiumaroli”, le loro aspi­
razioni, le loro illusioni, ma soprattutto non sapeva com­
prendere la potenzialità eversiva che l’intera questione fiu­
mana poteva rappresentare in vista di un profondo rivolgi­
mento politico-sociale. Ancora una volta il verbalismo mas­
simalista del socialismo italiano restava tale e non sapeva, in
un momento certo interessante e forse decisivo, trasformarsi
no determinarsi fra le classi dirigenti e la casta militare”. Cfr. La risoluzione in data
13.9.1919 della direzione del P.S.I., ne l'Avanti!, 14.9.1919.
«"•> Cfr. A. TASCA, op. cit., p. 90.
,m Sulla questione della sua breve giovanile esperienza nella Massoneria, Malatesta
dava definitivi chiarimenti in un suo articolo (“Anche questa! - A proposito di Massone­
ria”) apparso su Umanità Nova, 7.10.1920 (a. I, n. 190). Dopo aver delimitato tale sua ap­
partenenza al periodo compreso tra il 19 ottobre 1875 ed il marzo o aprile del 1876 (recte,
1878), Malatesta spiegava che all’indomani della sua clamorosa assoluzione in seguito alla
sua partecipazione ai moti internazionalisti del 1874, la Loggia Massonica di Napoli lo ave­
va invitato ad aderire. Con la speranza di poter svolgere anche nella Massoneria un'effi­
cace propaganda rivoluzionaria e nell’illusione di riportarla alle sue origini di fratellanza e
solidarietà umana, Malatesta aveva accettato. “Entrai dunque in Massoneria... e mi accor­
si subito che essa non serviva che per favorire gli interessi dei “fratelli" più furbi. Ma sic­
come vi trovai dentro dei giovani entusiasti accessibili alle idee socialiste, vi restai per farvi
la propaganda e ve la facevo con grande scandalo e rabbia dei maggiorenti. Ma non potetti
resistere. 11 18 marzo 1878 andò al potere la sinistra con Nicotera come ministro degli in­
terni; e la “Loggia” decise di andare a ricevere il ministro con musica e bandiere. Io non
potevo che protestare ed uscire. Da allora non ebbi colla Massoneria che relazioni di osti­
lità. Nel 1884, col giornale La Questione Sociale di Firenze e nel 1898 col giornale L'Agi­
tazione di Ancona, sostenni colla Massoneria polemiche aspre. (...) I socialisti -conclude­
va polemicamente Malatesta - aspettarono fino al 1914 per rompere colla Massoneria. Ed
ora il massone sarei io!”. Otto giorni dopo, Malatesta ritornava sull'argomento con una
sua lettera pubblicata dal quotidiano bolognese II Resto del Carlino (15.10.1920), in cui
smentiva assolutamente di poter esser considerato un “fratello dormiente”, della Masso­
neria. “Non è il caso di uno che cade in sonno - scriveva l’anarchico riferendosi al suo caso
-, cioè che si stanca e si ritrae dalla partecipazione attiva ad un’associazione, pur conser­
vando sentimenti di devozione o almeno di simpatia verso di essa, lo uscii dalla Massone­
ria dichiarandomene avversario, e restai e resto suo avversario (...) Le pare chiedeva poi
Malatesta al direttore del quotidiano bolognese-che così stando le cose. si possa dire ch’io
sia un massone dormiente? A questa stregua Ella potrebbe dire ch’io sono un cattolico dot
mielite, perché da fanciullo mia madre mi mandava a confessarmi ed a comunicarmi. Ma
stia sicuro che massoni e preti non mi considerano certo come un loro fi niello dormiente,
ma come un avversario desto e vigile”.
in precisa strategia rivoluzionaria. Il “sì” di Nicola Bombacci
al progetto di Giulietti non era che un’eccezione: la regola
era il “no” di Serrati.(l93>
Errico Malatesta, da parte sua, manteneva un dignitoso
silenzio sulla riunione di Roma e, più in genere, sull’intera
vicenda. Nemmeno le insinuanti allusioni di Mussolini sul
Popolo d'Italia ne modificavano la condotta. Di fronte al-
l’intensificarsi di voci poco chiare su complotti ... passati,
presenti e futuri, però, il vecchio anarchico interveniva con
un articolo pubblicato su Umanità Nova ai primi di maggio
con il titolo “Vogliono dunque proprio che li trattiamo da
poliziotti?”'1941

“Da un pezzo alcuni socialisti, certo tra i più incoscienti e


meno responsabili, vanno insinuando per tutta Italia di non
so quali complotti tra me, D ’Annunzio, Giulietti, ecc., non­
ché di uno strano connubio tra anarchia, militarismo e mas­
soneria. Poi, invitati a parlar chiaro e aperto perché si possa
risponder loro come meritano, sguisciano come anguille.
Io finora non mi sono troppo occupato della cosa perché
convinto che questi mezzi gesuitici non possono nuocere né
a me né al mio partito e finiscono sempre col ritorcersi con­
tro chi li adopera. E d’altronde ero convinto che i dirigenti
del Partito Socialista che ci tengono tanto alla disciplina e
sanno così bene farsi ubbidire quando si tratta di frenare
gl’impulsi generosi delle loro masse, avrebbero presto ri­
chiamati alla decenza quegl’imprudenti denigratori. Ma il
giochetto continua ed oggi mi capita sotto gli occhi lo Eco
del Popolo di Cremona, organo della Federazione provin­
ciale socialista, in cui si ripetono le solite falsità e se ne vor­
rebbero ricavare delle conclusioni d’ordine generale per
mettere in guardia i socialisti contro “la possibilità di avve­
nimenti quarantotteschi” .
Ebbene, poiché tutti ne parlano sottovoce, non sarà male
che ne dica qualche cosa io, ed a voce alta. Sissignori, alcuni
mesi orsono in previsione di certi possibili avvenimenti io
IIW
1 In una sua lettera a G. Giulietti, in data 9.4.1942, Bombacci affermava che Serrati
aveva approfittato della sua adesione all’iniziativa promossa dallo stesso Giulietti per al­
lontanarlo dalla carica di segretario del P.S.I.. Cfr. G. GIULIETTI. op. cit., p. 87-88.
Si tenga conto che sempre su Umanità Nova (lb.4.1920, a. I, n. 42) erti da poco ap­
parso un articolo dello stesso Malatesta (“Se la facessero finita”) tendente a stroncare i
pettegolezzi e le insinuazioni che si andavano facendo sulla sua attività.

96
servii da intermediario per una riunione tra alcuni membri
dirigenti del Partito Socialista ed altri elementi sovversivi
per discutere e deliberare su certe proposte. La riunione
ebbe luogo, ma già le circostanze erano cambiate ed unani­
memente si decise che non era più il caso di vagliare le fatte
proposte.
Io non dirò chi erano le persone presenti alla riunione né
quali erano le proposte che si sarebbero dovute discutere,
perché io non faccio il poliziotto. Ma posso affermare che
quelle proposte erano sottoposte alla condizione che il Par­
tito socialista le approvasse e s’impegnasse a secondarle.
Dunque? Come fanno ora a presentare la cosa come conce­
pita e fatta in ostilità al Partito Socialista? Io non voglio in­
dagare chi ha propalato una cosa che, senza essere una co­
spirazione, era pur sempre una conversazione intima che
non si poteva ripetere senza mancare di delicatezza.
Mi basta esser sicuro che la propalazione non è partita da
noi. Sopra tutto, malgrado tutto, né per ritorsione né per
qualsiasi altro motivo gli anarchici non fanno la spia ”.<m>

Malatesta non aggiungeva altro. Non lanciava accuse spe­


cifiche, né faceva recriminazioni. Attribuiva la mancata at­
tuazione del progetto al cambiamento delle circostanze, evi­
tando così in ogni modo di fornire elementi utili per fare
maggior luce su quella riunione. Nemmeno in quel caso vo­
leva ‘mancare di delicatezza’!096’
L’on. Giulietti, da parte sua, non poteva che registrare la
sconfitta del suo piano insurrezionale: mancando l’appoggio
dei socialisti, tutto andava inevitabilmente in fumo. Oltre
trent’anni dopo, nello stendere le sue memorie,097’ così
avrebbe scritto:

“Se Serrati avesse accettato, e con lui il partito socialista, si


sarebbe effettuata la pace, il fronte unico, come si diceva al­
lora, fra tutti gli elementi di estrema ed i fascisti; si sarebbe
evitata la guerra civile tra quelli e questi, e tutti insieme
avremmo fatto una rivoluzione organica sviluppantesi armo-
11,51 Cfr. Umanità Nova, 6.5.1920 (a. I, n. 58).
11% > Borghi attribuiva il cambiamento della situazione all’avvenuta composizione della
vertenza dei postelegrafonici proprio quel 19 gennaio, alla vigilia dello sciopero dei ferro­
vieri, giudicando responsabile la C.G.L.: cfr. A. BORGHI, Mezzo— cit., p. 219-220.
11,71 Cfr. G. GIULIETTI, op. cit., pp. 88-89.

97
nicamente mediante sindacati di produttori riunenti capitale
e lavoro nelle stesse mani, come la ‘Garibaldi’. Gli avveni­
menti. da allora in poi, avrebbero preso un altro corso, e
molte lacrime e molto sangue sarebbero stati risparmiati”.

Un’interpretazione, questa di capitan Giulietti, certamen­


te esagerata e forse del tutto campata per aria: il fronte uni­
co fra socialisti, anarchici e fascisti, in particolare, era e re­
stava una chimera inseguita dall’on. Giulietti, senza alcuna
base reale. A parte ogni altra considerazione, si tenga pre­
sente - e ce n’è già a sufficienza - l'atteggiamento di Benito
Mussolini di fronte alla questione fiumana.
Al di là delle sue roboanti dichiarazioni pubbliche di filo-
fiumanesimo e di ammirazione per D’Annunzio, infatti, il
leader fascista cercava continuamente di tenere le distanze
dalla politica dannunziana per evitare di farsi coinvolgere in
scelte politiche per lui controproducenti: era questo il caso
proprio degli atteggiamenti “socialisteggianti” di D’Annun­
zio, sui quali si basava il progetto di Giulietti. Mussolini era
assolutamente contro qualsiasi apertura al “pus” e “ad ogni
buon conto, egli cercò per tutto il 1920 di frenare in ogni
modo D ’Annunzio e addirittura di sabotarlo”.098'
I ponti tra movimento fascista da una parte e movimento
socialista dall’altra erano già da tempo definitivamente ta­
gliati. D ’Annunzio, però, in quei mesi soprattutto, era tut-
t’altro che “fascista” e l’intera questione fiumana era aperta
a differenti soluzioni. Di ciò aveva chiara coscienza Malate-
sta, mentre il Partito Socialista, incerto ed impaurito di fron­
te a qualsiasi concreta possibilità di sbocco insurrezionale o
addirittura rivoluzionario, continuava a “vedere” la realtà
in modo a dir poco schematico. L’occasione, in ogni caso,
sfumò.

w £-fr r DE FELICE, Mussolini il rivoluzionario (1883-1920), cit., pp. 579-580.

98
V ili

L’ARRESTO A TOMBOLO

Nell’ultima decade di gennaio l’Italia era paralizzata dallo


sciopero compatto dei ferrovieri, che iniziava esattamente
all’indomani della composizione della vertenza nel settore
postelegrafonico - per la quale vi era stata un’astensione dal
lavoro durata otto giorni, dal 12 al 19 del mese.<IW)
Impossibilitato pertanto a proseguire nel suo giro di comi­
zi e di agitazione rivoluzionaria, Malatesta restava nella ca­
pitale tenendosi in contatto con i compagni e partecipando,
il 25, ad una festa pro-Umanità Nova.(2m II questore Mori
continuava a farlo seguire attentamente dai suoi uomini.
Nel frattempo, Malatesta veniva denunciato all’autorità
giudiziaria per eccitamento all'odio di classe ed all’insurre­
zione armata. A sporgere denuncia era il deputato Dino Phi-
lipson, che in tal senso si rivolgeva all’autorità giudiziaria
fiorentina il 19 gennaio, all’indomani cioè del grande comi­
zio tenuto da Malatesta in piazza Cavour e terminato con gli
incidenti tra forze dell’ordine e dimostranti cui già abbiamo
accennato. Il denunciante era, fino a quel momento, un illu­
stre sconosciuto: ma la stampa di sinistra in pochi giorni lo
rendeva familiare ai suoi lettori con definizioni non certo lu­
singhiere. Per il quotidiano socialista, l’on. Philipson non
era che “un piccolo smidollato rampollo di più smidollati
banchieri’’(2,M,; secondo la Cronaca Sovversiva, quindicinale

imi “(...) Ieri sera all'ultimo comizio dei postelegrafonici un forte gruppo di anarchici ca­
pitanati dai noti Forbicini, Vicinanza, Lelli Mazzini, tentarono di fare l'ostruzionismo du­
rante il discorso dell'on. D'Aragona. che invitava gli scioperanti a riprendere servizio dopo
otto giorni di sciopero, ma non vi riuscirono perché la maggioranza dei postclcgralonici.
dopo vivaci contrasti, deliberò di sospendere l’agitazione e ritornare al lavoro' ( A( S, ibi
dem, Quest. ROMA a Pref. ROMA e Min. hit., 21.1.P120, cil,).
,3B" Cfr. Il Libertario (La Spezia), 5.2.1920 (a. XVIII. n. 750).
121,11 Cfr. VAvanti!, 31.1.1920.

<»)
anarchico redatto a Torino da Galleani e Schiavina, “un dis­
graziato cui l'inclito analfabetismo e la conigliesca anima
lecchina negano ugualmente e la possibilità di sfoggiare in
Parlamento il suo liberalissimo zelo, ed il coraggio di affron­
tare in piazza, al sole, nel dibattito aperto, i nemici dell’or-
dine”<2"2); “gridare sulla faccia di codesto Philipson tutta l’im-
becillità ch’egli dimostra - scriveva per parte sua un redatto­
re del Sorgiamo! romagnolo - è troppo poco: io, per conto
mio, lo prenderei a calci, sino a ricacciarlo dentro in quella
bolgia orribile ch’è il parlamento e renderlo innocuo così
alla ... salute pubblica”.(2n3)
La denuncia dell'on. Philipson si riferiva naturalmente
alle affermazioni fatte da Malatesta durante il comizio di
piazza Cavour: il fatto, poi, che questo comizio si fosse con­
cluso - per la prima volta dal suo ritorno in Italia - con in­
cidenti di un certo rilievo costituiva una garanzia per il de­
nunciante che la sua azione legale sarebbe al più presto giun­
ta in porto.
Appena informato dell’iniziativa del deputato, il governo
telegrafava in modo perentorio al prefetto di Firenze:

“Pregasi far conoscere massima urgenza se Malatesta fu de­


nunciato autorità giudiziaria per parole pronunciate comizio
ieri costituenti reato. Se non ancora denunciato dovrà esser­
lo subito sollecitando autorità giudiziaria emettere immedia­
tamente mandato cattura che vorrà comunicarmi” .(2(l4)

Appena ricevuto questo telegramma da Roma, il prefetto


incaricava il questore di conferire immediatamente con il
procuratore del re e con il procuratore generale per una sol­
lecita emissione del mandato di cattura nei confronti dell’a­
narchico. Contrariamente alle aspettative, però, i due altis­
simi magistrati si rifiutavano per il momento di spiccare il
mandato di cattura richiesto dal potere politico, spiegando
di non poter agire in tal senso che sulla base di un “autentico
certificato penale dimostrante recidiva”.'205’ All'indomani il
casellario giudiziale centrale del ministero di grazia e giusti-

(2iK) £ fr Cronaca Sovversiva (Torino), 31.1.1920 (n.s., a. I, n. 2).


|MI O r. Sorgiamo! (Rimini), 7.2.1920 (a. !.. n. 3).
Or. ACS. ibidem. Min. Ini. a pref. MI. 19.1.1920, h. 13.
O r. ACS. ibidem, pref. FI a Min. Ini., 19.1.1920, h. 18.50.

UH)
zia e dei culti faceva pervenire al ministero degli interni co­
pia delle annotazioni relative alle condanne subite da Errico
Malatesta in quasi mezzo secolo di agitazione rivoluzionaria:
in tutto, otto condanne/206’
È sì vero che il mandato di cattura firmato del giudice
istruttore di Firenze recava la data del 19 gennaio, ma è pre­
sumibile che in realtà fosse stato spiccato due giorni dopo,
cioè dopo barrivo a Firenze del certificato penale di Malate-
sta.(2,17)
Nel frattempo, sulla stampa cominciavano a trovare spa­
zio non meglio precisate “voci” secondo cui un mandato di
arresto sarebbe stato spiccato dalla magistratura fiorentina
appunto in seguito al comizio del 18 ed alla successiva de­
nuncia dell’on. Philipson. Tali voci, naturalmente, provoca­
vano immediato allarme negli ambienti anarchici ed in gene­
re di sinistra, ma non raccoglievano certo un gran credito:
tanto più che il vecchio anarchico era notoriamente a Roma,
in buona salute, come sempre attivo ed in contatto con i
compagni. Oltre alla sua partecipazione il 25 ad una festa
pro-quotidiano anarchico (più sopra citata), ricorderemo
qui un suo comizio alla Casa del Popolo, sempre a Roma,
davanti a 7.000 persone.<2m)
Nonostante ciò, certa stampa era arrivata al punto di scri­
vere che Malatesta, gravemente ammalato, si era chiuso in
casa ed evitava accuratamente di uscirvi dal momento che in
questo modo - e solo in questo modo - poteva sottrarsi al­
l’arresto, in virtù di una singolare norma del codice di pro­
cedura penale. Ma il vecchio anarchico era sanissimo e non
avrebbe mai potuto “godere” del privilegio suaccennato ri-
l!""i Eccole in dettaglio: 1) 1884, 2 anni per associazione a delinquere; 2) 188'», u mesi per
diffamazione; 3) 1893, 2 anni 4 mesi 29 giorni per reato di stampa; 4) 1898, 7 un si più una
multa per associazione a delinquere; 5) 1902, 9 mesi più 100 lire di multa pei apologia di
reato; 6) 1904, 4 mesi più 79 lire di multa per apologia di reato; 7) 191.3 (7). 9 mi si più 600
lire di multa per apologia di insubordinazione militare con omicidio; 8) I I 7. I mesi per
vilipendio delle Istituzioni.
Altre condanne - non menzionate nella fedina penale di Malatesta gli et ano siale inflitte
all’estero. Cfr. il documento qui citato in ACS, ibidem. Si tenga pero po si liti quanto af­
fermato da Malatesta nell’udienza del 28.7.1921 del processo di Milano "thianliinquc io
non abbia scontato che 7 mesi di condanne, - tutte le altre condanne sono siali o prescritte
o amnistiate - , pure l’autorità ha trovato il modo, a pezzi ed a bocconi, ili I timi passare
più di dieci anni della mia vita in prigione”. Cfr. E. MALATI S I A Si mii ( / “l'i 19.12).
cil., Il voi., p. 311.
1211,1 Per la data del 19 sul mandato di cattura, cfr. /Ve/. MS a Min Ini I ' l'i'O i /Ve/
GE a Min. bit.. 1.2.1920. entrambi in ACS, ibidem. Secondo il quollillan......... nlisla in
vece, il mandato di arresto sarebbe stato emesso il 21: cfr. VAvutiti! ' ' I'1'Il
l!'"1Cfr. VAvanti!, 31.1.1920.
servato solo agli ammalati gravissimi. Altri giornali (tra i
quali “La Tribuna”) scrivevano invece che Malatesta era la­
titante. Tutto falso.
Di fronte alla ridda di voci contraddittorie prendeva posi­
zione il comitato esecutivo dell’U .S.I., che si riuniva il 20
gennaio a Bologna e diramava una circolare “Ai proletari,
alle organizzazioni rosse d’Italia, in difesa di Malatesta”, che
veniva subito ripresa da tutta la stampa di sinistra:

“Mentre i ferrovieri tornano festanti al lavoro, vittoriosi, e


giustamente orgogliosi della ‘resa’ imposta al Governo,
mentre il proletariato tutto, che ha cooperato alla loro vitto­
ria, esulta con essi, il Governo si vendica della impotenza di­
mostrata di fronte all’azione diretta dei lavoratori, facendo
annunciare, dalle sue gazzette, che Errico Malatesta è ricer­
cato, perché grava su di lui un mandato di cattura per i fatti
di Firenze. (...) Il proletariato però, non deve, non può per­
mettere che il governo riesca al suo scopo. Da Milano i com­
pagni ci scrivono che l’abitazione di Malatesta è piantonata
di giorno e di notte; forse il governo più che di arrestarlo de­
sidera vedere se con queste manovre inducesse Malatesta a
tornare in esilio: egli è qui per opera e volere del proletaria­
to e qui deve restare libero, sicuro da ogni rappresaglia. (...)
Compagni, Lavoratori tutti! Dite al Governo la vostra vo­
lontà ferma e precisa, che non venga toccato questo fiero
compagno che noi abbiamo voluto in Italia, per averlo con
noi nelle lotte e non perché sazi le brame di reazione dell'i­
diota e nefando Governo, che vorrebbe arrestarlo. Ciascuna
località ci comunichi immediatamente la propria protesta e
le proprie decisioni. Quanto alle sezioni dell’U.S.I. esse san­
no qual’è il loro dovere!”.(209)

Lo stesso giorno un’agenzia ufficiosa pubblicava una nota


per puntualizzare la situazione legale di Malatesta:12"” in so­
stanza, si negava che esistesse già un mandato di cattura, dal
momento che - si affermava - “la denunzia segue il suo cor­
so normale d’istruttoria; quindi si impone la maggiore riser­
va da parte delle autorità specialmente in ordine alle conse-
Cfr. VAvanti!, 29.1.1920; Il Libertaria (La Spezia), 5.2.1920. cit.: Sorgiamo!.
7.2.1920. rii.
,;u” Cfr. l'Avanti!, 31.1.1920.

102
guenze, cui eventualmente potesse giungere l’istruttoria”;
più oltre la nota ufficiosa ribadiva che il domicilio dell’anar­
chico era tutt’altro che sconosciuto e negava che lo stesso
Malatesta fosse rinchiuso in casa per sfuggire al ventilato ar­
resto.
La verità però era un’altra: il mandato d’arresto era stato
emesso almeno nove giorni prima, ma le autorità avevano
preferito tenerlo nel cassetto per ragioni di opportunità po­
litica. Era infatti in corso - dal 20 gennaio - lo sciopero dei
ferrovieri e la tensione sociale nel Paese, soprattutto tra i la­
voratori, era altissima. Il Sindacato Ferrovieri, inoltre, era
autonomo dalla riformista C.G.L. e alcuni dei suoi massimi
dirigenti erano attivi militanti anarchici, la cui influenza non
era trascurabile. In queste condizioni, l’arresto di Malatesta
durante lo sciopero ferroviario avrebbe potuto provocare
gravi conseguenze ed avrebbe posto indubbiamente il gover­
no di fronte ad una prova di forza della quale faceva volen­
tieri a meno.
Il 29 gennaio, intanto, l’on. Philipson comunicava che alla
ripresa dei lavori parlamentari avrebbe presentato la se­
guente interrogazione orale:

“Il sottoscritto chiede d’interrogare i ministri deH’Interno e


della Giustizia e degli Affari del Culto, per sapere perché
non si procede contro Errico Malatesta che in pubblico co­
mizio in Firenze eccitava all’odio di classe ed alla rivolta ar­
mata causando i luttuosi incidenti del 18 gennaio”.<2I1)

All’indomani, lo sciopero ferroviario si concludeva: con­


temporaneamente, secondo il quotidiano socialista, il man­
dato di cattura veniva “riesumato” ed usciva dal cassetto nel
quale da una decina di giorni giaceva inoperante.'1,1 Passata
la paura, le autorità si preparavano a sfoggiare un volto ...
implacabile.
Errico Malatesta, intanto, riprendeva il suo giro di propa­
ganda e di agitazione: il 31 era a Pisa, dove teneva un comi­
zio; dopo aver pernottato in casa di Gino Del Cinasta, all'in­
domani mattina si recava in treno a Livorno. Nel corso della

i:i" O r. AC'S. ibidem. Sottostar. Min. hit. a Dir. Ceti. / ’ S . 29././VJO.


12121 Cfr. l'Avanti!, 3.2.1920.

103
giornata del 1° febbraio teneva due comizi, a Livorno ed al­
l’Ardenza.,2|;,) La sua attività, dunque, era ripresa a pieno
ritmo.
Appena avuta notizia del fatto che Malatesta aveva ripre­
so a circolare per l’Italia, prefetti e sottoprefetti chiedevano
urgentemente spiegazioni ed eventuali ordini al ministero
degli interni: tutti, improvvisamente, all’unisono preoccupa­
ti, interessati, ansiosi di m etter le mani sul vecchio anar­
chico.

“Avendo rilevato giornali che predetto catturando ha tenuto


ieri pubblico comizio Pisa - telegrafava ai suoi superiori il
prefetto in Massa - ho chiesto telegraficamente questura Fi­
renze se mandato cattura è stato revocato e prego favorirmi
istruzioni nel caso molto probabile che il Malatesta venga
qui o Carrara”.(2I4)

“Poiché dai giornali rilevasi che ieri arrivato Pisa prese parte
corteo anarchico e parlò in pubblico comizio senza fosse ar­
restato - telegrafava a sua volta il prefetto di Genova - pre­
gherei istruzioni in proposito”.<2I5)

“Illustre commendatore - scriveva il sottoprefetto di Civita­


vecchia in una sua lettera manoscritta - da parecchi giorni
pende mandato di cattura del giudice istruttore di Firenze
contro Errico Malatesta; ma vedo che gira liberamente per
l’Italia senza essere arrestato; l’altro giorno ha tenuto una
pubblica conferenza a Pisa, secondo una corrispondenza ap­
parsa sul Messaggero di ieri. Poiché, a quanto si dice, do­
vrebbe quanto prima venire a Civitavecchia per tenervi una
conferenza, mi permetto domandarle in via confidenziale se
ha istruzioni da darmi al riguardo. Il questore di Firenze, al
qualo ho telegrafato, mi risponde ora che il mandato non è
revocato. Ma io desidererei sapere se è eseguibile”.(2lh)

Finalmente il governo si decideva ad assumere una chiara


presa di posizione, tale da soddisfare le richieste di chiari-
Cfr. ACS, ibidem, Pref. PI a Min. Int., 31.1.1920', ACS, ibidem, Pref. PI a Min. Ini.,
1.2.1920; Il Libertario (La Spezia), 5.2.1920, cit.
12141 Cfr. ACS, ibidem, pref. MS a Min. Int., 1.2.1920.
<2li' Cfr. ACS, ibidem, pref. GE a Min. Int., 1.2.1920.
I2"’1Cfr. ACS, ibidem, lettera sottopref. Civitavecchia a (?), 2.2.1920.

104
menti che gli stavano pervenendo numerose da tutta Italia.
Il 1° febbraio, infatti, il ministero degli interni inviava due
telegrammi che non lasciavano più dubbi sulle intenzioni del
governo.

“Deve trovarsi costà Malatesta - telegrafava al prefetto di


Livorno - . Appena egli partirà da costà, pregola far proce­
dere suo arresto piccola stazione intermedia lungo tragitto e
condurlo con automobile immediatamente Firenze presen­
tandolo quell’autorità giudiziaria. Assicuri esatto adempi­
mento. Se sia già partito da costà telegrafi prefetto luogo
ove diretto e gli comunichi presenti istruzioni”.(217)

Contemporaneamente partiva il telegramma per il Prefet­


to di Firenze:

“Disposto arresto Malatesta lungo viaggio e presentazione


immediata cotesta autorità giudiziaria stop. Raccomandasi
vivamente sia in giornata interrogato ed escarcerato secondo
affidamenti già dati cotesto questore”.(2,8)

Puntualmente, il prefetto di Livorno faceva eseguire il tas­


sativo ordine d’arresto proveniente da Roma. Alle 5 di mat­
tina, infatti, Malatesta, in compagnia di Ferdinando Bassi,
prendeva alla stazione di Livorno un treno diretto a nord.
Verso le 6, mentre il treno era fermo nella piccola stazione
di Tombolo (tra Livorno e Pisa), un maresciallo dei carabi­
nieri ed alcuni militi entravano nello scompartimento ove si
trovava il vecchio anarchico e lo dichiaravano in arresto.121*1
Malatesta veniva fatto salire su di un’automobile clic, sotto
buona scorta (tre funzionari e tre agenti), lo conduceva di­
rettamente a Firenze. Entrato da Porta San Frediano, veni­
va portato subito al carcere delle Murate ed ivi rinchiuso in
una delle celle destinate ai detenuti per reati comuni, con-

121,1 Cfr. ACS, ibidem, Min. Ini. a pref. LI, 1.2.1920, h. 20.35. Si ponili attenzione all’o­
ra: questo telegramma era successivo a quelli provenienti da tutta Italia richiedenti chia­
rimenti e ordini.
I2"‘' Cfr. ACS, ibidem. Min. Ini. a Pref. FI, 1.2.1920, h. 20.35.
I21'" Cfr. l'Avanti!, 3.2.1920. Il prefetto di Livorno, però, attribuiva l'urreslo ih Malatesta
ad un funzionario alle sue dirette dipendenze: cfr. ACS. ibidem, Pref I I a Min. Ini.,
2.2.1920, h. 3.25. Da notare che sempre secondo la stessa fonte. Malatesta era diretto a
Bologna: cfr. ACS, ibidem, pref. LI a Min. Ini., 1.2.1920, li. 19,30.

105
trassegnata dal numero 32/221” La sera stessa, comunque,
Malatesta veniva rimesso in libertà provvisoria: il ministero
degli interni ne era avvisato dal seguente telegramma, invia­
togli dal prefetto di Firenze De Fabritiis: “Nota persona sta­
ta ora rimessa libertà”.<22l) Alla rapidità del rilascio della
“nota persona” Errico Malatesta non erano certo estranee le
molte proteste che la notizia del suo arresto a Tombolo ave­
va provocato in molte province.

“La reazione del proletariato - scriveva II Libertario della


Spezia all’indomani del rilascio - fu pronta, spontanea e fie­
ra. I lavoratori hanno adoperato l’unica arma che hanno
sempre a loro disposizione, malgrado gli editti di sua eccel­
lenza Nitti. Flanno incrociato le braccia e disertato le loro
officine e le calate dei porti, con grande scandalo dei bem-
pensanti, i quali non sanno spiegarsi questo atteggiamento
dei lavoratori, che pure dovrebbe essere per essi una dura
lezione”/ 222'

Appena giunta la notizia dell’arresto di Malatesta. in ef­


fetti, a Livorno si cominciava subito a discutere sulla procla­
mazione di uno sciopero generale.1223' Gli scaricatori del por­
to si astenevano compatti dal lavoro a partire dalle 14 di
quello stesso 2 febbraio: era la prima anticipazione dello
sciopero generale che la sera stessa veniva proclamato dal
consiglio delle leghe operaie, riunito in seduta straordinaria
presso la Camera del Lavoro/224’ Tutto ciò avveniva nono­
stante il prefetto si facesse in quattro per cercare di convin­
cere le forze di sinistra dell’avvenuta scarcerazione del vec­
chio anarchico: lo sciopero generale a Livorno per il 3 feb­
braio veniva ugualmente proclamato e per il prefetto non ci
fu niente da fare /225’

,2M Cfr. VAvanti!, 3.2.192«, cit.\ ACS, ibidem, pref. LI a Min. Ini., 2.2.1920, n. 332.
Cfr. ACS, ibidem, Pref. FI a Min. Ini., 2.2.1920, h. 20.20.
'”31 Cfr. // Libertario (La Spezia), 5.2.1920, cil.
Secondo il prefetto di Livorno, però, “eventuale sciopero generale (...) non incontra
per ora molte simpatie, specialmente da parte della massa operaia che è stanca di queste
continue interruzioni di lavoro per ragioni non economiche”. Cfr. ACS, ibidem, pref. LI
a Min. Ini., 2.2.1920. Il successo dello sciopero generale del 3 febbraio, però, avrebbe
smentito tale informazione prefettizia.
'”JI Cfr. ACS, ibidem, Pref. LI a Min. Ini., 3.2..1920, h. 5.30.
Cfr. ibidem.

106
“Fu subito annunciato che Malatesta, dopo l’interrogatorio,
era stato rilasciato in libertà provvisoria - ricordava sempre
Il Libertario - , ma gli operai, essendo stati troppo spesso in­
gannati, non volevano prestar fede alla notizia e solo si per­
suasero a tornare al lavoro, quando la liberazione fu annun­
ziata da tutti i giornali”.(22h)

Partita da Livorno, comunque, l’agitazione pro-Malatesta


si estendeva rapidamente in altre province. Nel pomeriggio
del 3 sciopero generale a Perugia, indetto autonomamente
dai lavoratori senza attendere la riunione della Camera del
Lavoro (C .G.L.) prevista in serata.(227) Nella provincia di
Massa-Carrara, dove fortissima era l’influenza anarchica e
sindacalista libertaria, lo sciopero generale durava per l’inte­
ra giornata del 3.(22K) Parziale risultava invece l’astensione dal
lavoro in altre province. A Pisa, per esempio, i trasporti
pubblici funzionavano regolarmente, i negozi restavano
aperti ed anche qualche stabilimento continuava la produ­
zione come al solito.[22i>) Anche alla Spezia lo sciopero non
riusciva totale: si astenevano dal lavoro, tra gli altri, gli ope­
rai dello stabilimento Cerpelli ed una metà delle maestranze
della Vickers Terni.(230)

Tutto sommato, si può affermare che, nonostante la bre­


vità della detenzione e la tempestività delle autorità nel co­
municarne la fine ai lavoratori, la risposta (spesso autono­
ma) di questi ultimi al provocatorio arresto di Malatesta era
sollecita e sufficientemente estesa, tale - perlomeno - da
preoccupare il Governo. Il movimento operaio, e quello
anarchico in particolare, ne ricavavano la netta sensazione
di aver vinto una battaglia significativa contro le autorità sta­
tali.
U n’ulteriore dimostrazione della obiettiva difficoltà in cui
il Governo si trovava in relazione all’arresto ed al quasi im-

Cfr. Il Liberiano (La Spezia), 5.2.1920, cit.


Cfr. ACS, ibidem, Pref. PG a Min. Ini., 3.2.1920, h. 19.30.
Cfr. ACS, ibidem, Pref. MS a Min. Ini., 3.2.1920, h. 12.55.
Cfr. ACS, ibidem, Pref. PI a Min. Int., 3.2.1920, h. 20.
<»" Cfr. ACS, ibidem, Pref. GE a Min. Int., 4.2.1920. Fra i dipendenti della Vickers Ter­
ni (che successivamente ha cambiato nome in Oto Mclara) vi era allora l'anarchico tioren-
tino Umberto Marzocchi, che ci ha fornito un’interessante testimonianza orale (purtroppo
non registrata).

107
mediato rilascio del vecchio anarchico ci è fornita da una co­
municazione che il 7 febbraio il Direttore Generale della
Pubblica Sicurezza inviava al Sottosegretario agli Interni
onde permettergli di disporre degli elementi indispensabili
per rispondere a due interrogazioni presentate in Parlamen­
to appunto sul caso Malatesta. La prima era quella già nota,
preannunciata dall’on. Philipson il 29 gennaio (che voleva
sapere come mai Malatesta allora non fosse stato ancora ar­
restato), l’altra era dell’on. Bombacci (che invece voleva sa­
pere come mai Malatesta fosse stato arrestato).(23l)
Dopo aver riferito quanto comunicatogli a suo tempo dal
prefetto di Livorno all'indomani del famoso comizio fioren­
tino del 18 gennaio (cioè che Malatesta aveva usato “un lin­
guaggio violentissimo, eccitando alla rivoluzione e rilevando
specialmente la necessità di combattere contro le guardie ed
i carabinieri che sostengono il governo”), il Direttore Gene­
rale della P.S. sosteneva che il successivo mandato di cattura
spiccato dal giudice istruttore di Firenze non aveva potuto
essere eseguito “per le continue peregrinazioni del Malate­
sta”.112321
Quest’ultimo, però, non si era mosso da Roma nell’ultima
decade di gennaio a causa dello sciopero ferroviario e -
come abbiamo accennato - non aveva certo lesinato la sua
attiva partecipazione a pubbliche dimostrazioni e comizi:
quindi le forze dell’ordine ben conoscevano e seguivano le
sue mosse, come testimoniano i puntuali e dettagliati tele­
grammi inviati al Ministero degli Interni ed alla Direzione
Generale di P.S. in quei giorni.
Il capo della polizia, dunque, mentiva smaccatamente
quando sosteneva che l’arresto del vecchio anarchico non
era stato effettuato a causa dei suoi continui spostamenti. E
nella sua menzogna, per così dire “ufficiale”, si rivelava an­
cora una volta la manovra politica governativa che, in con­
siderazione di una chiara valutazione opportunistica, aveva
ritardato di una decina di giorni almeno un arresto che, le­
galmente, avrebbe dovuto esser stato eseguito immediata­
mente, appena spiccato il mandato di cattura.

Cfr. VAvanti!, 3.2.1920; ACS, ibidem, capo di gab. del sottosegr. Min. Ini. a Dir.
Gen. P.S., 4.2.1920.
1:01 C fr. A C S , ib id e m , D ir. G e n . P .S . a g a b . d e l so tto s e g r. M in. ln t., 7 .2 .1 9 2 0 .

108
IX

UN BEL TRATTO DI STRADA INSIEME

Appena rilasciato, Errico Malatesta riprendeva il suo giro


di propaganda anarchica e di agitazione rivoluzionaria, in di­
rezione di Livorno. Nei pressi di Livorno, infatti, era stato
arrestato la mattina del 2 e da lì gli sembrava giusto e logico
riprendere la sua peregrinazione sovversiva.
Nel raggiungere Livorno, comunque, Malatesta si ferma­
va più volte per tenere brevi discorsi, in particolare ad Em­
poli ,(233) Pontedera12141 e Santa Croce sull’Arno.<235) Il 4 pome­
riggio, finalmente, arrivava a Livorno.<236)
Dopo esser stato con alcuni compagni al caffè della Posta
a rifocillarsi, Malatesta si recava alla Palestra Fenzi, in Piaz­
za Goldoni, dove avrebbe dovuto tenersi una conferenza
privata, ma a causa della mancanza di illuminazione della
Palestra, la riunione si teneva sotto i portici dell’adiacente
teatro Goldoni, in pubblico.<237) Dopo un intervenlo iniziale
dell’anarchico livornese Natale Moretti, prendeva la parola
Malatesta, il quale iniziava ringraziando i lavoratori labroni­
ci per la loro grande dimostrazione, “augurando che questa
vittoria - riferiva poi il prefetto ai suoi superiori1 ,H| - possa
precedere la grande vittoria della rivoluzione, della quale ha
dato spiegazione circa la possibilità ed i mezzi per attuarla”.
Vivacemente polemico Malatesta era ancora una volta con i

l2n> Cfr. ACS, ibidem, Pref. FI a Min. Ini., 4.2.1920', nonché ACS, ibidem, milizie per il
prospetto biografico di Malatesta, da Pref. AN a Min. Int., 9.2.1920.
I1U1 Cfr. Il Libertario (La Spezia), 12.2.192« (a. XVIII. n. 751).
«""Cfr. ACS ibidem. Pref. FI a Min. Ini . 5.2.1920.
Cfr. ACS, ibidem, Pref. LI a Min. Int., 4.2.1920, h. 19.10.
imi £ fr ACS. ibidem, Pref. LI a Min. hit., 4.2.1920: in questo suo tolegnimma. il pre­
fetto, riferendosi all'imprevisto carattere pubblico della riunione ullcnnuvu clic il Com­
missario che dirigeva il servizio non ha ritenuto vietare ciò, dappoiché itvicbbc dovuto usa­
re la forza, cosa che non era prudente in quella circostanza".
Cfr. ibidem.

109
socialisti parlamentari ed i repubblicani, “dicendo che costo­
ro promettono la rivoluzione ma, al momento opportuno,
indugiano e si tirano indietro, per cui è necessario che gli
anarchici si decidano ad una azione diretta per raggiungere
al più presto lo scopo”.(m
Interveniva quindi il segretario della Camera del Lavoro
D’Alberto, al quale seguivano i brevi discorsi di due anar­
chici di Firenze: questi ultimi attaccavano pesantemente i
socialisti, provocando urla di protesta da parte di elementi
socialisti presenti in piazza. Al che riprendeva la parola Ma-
latesta, “ripetendo che i socialisti sono fratelli degli anarchi­
ci, che anche essi debbono lavorare per la causa comune e
che gli attacchi vanno diretti contro coloro che al Parlamen­
to hanno fornicato col Ministero”.(240) Terminato il comizio,
Malatesta si recava in auto ad Ardenza, alla periferia di Li­
vorno, ospite di Amedeo Boschi.
All’indomani Malatesta raggiungeva direttamente Bolo­
gna, ove arrivava in giornata accolto da Armando Borghi e
da altri anarchici: questi in serata offrivano un banchetto in
suo onore, cui intervenivano una trentina di elementi rivolu­
zionari. Dopo di che il vecchio anarchico teneva un comizio
alla Vecchia Camera del Lavoro (aderente all’U .S.I.), pre­
senti molte centinaia di lavoratori. Malatesta sosteneva che
l’articolo 246 del Codice Penale, in base al quale lo si era ar­
restato a Tombolo tre giorni prima, era stato di fatto cancel­
lato dal Codice Penale grazie all’azione diretta del proleta­
riato ed alla forza dimostrata dalle forze sindacaliste. Ag­
giungeva però che quella stessa agitazione che era stata at­
tuata in suo favore doveva essere puntualmente ripetuta in
favore di chiunque, anche del più umile dei proletari, qualo­
ra il Governo lo arrestasse in base all’articolo 246 che il pro­
letariato stesso aveva appunto abrogato. “Accennando sor­
ridendo al suo arresto - riferiva con una prosa un po’ zoppi­
cante il cronista del Sorgiamo! - disse che quando un gover­
no arresta i sovversivi come un brigante qualsiasi assale il
passante, essendo egli stato arrestato a Tombolo tra le mac­
chie, e tra le risa generali, ricordò come, quand’egli era in
automobile tra gli sbirri, che lo accompagnavano a Firenze,
al passaggio d ’ogni paese, gli veniva cortesemente coperto il
Cfr. ibidem.
IMI1 Cfr. ibidem.

no
viso, perché la folla non s’accorgesse di lui. Di fronte a que­
sto stato di cose noi possiamo proclamarci già vincitori in at­
tesa della vittoria finale”.<24l) Le ormai prossime elezioni am­
ministrative fornivano poi l’occasione a Malatesta per un
rinnovato attacco al parlamentarismo socialista, che non
avrebbe mai portato ad alcuna conquista proletaria. Secon­
do lui, la stessa costruzione di case popolari - uno dei cardini
delle promesse pre-elettorali dei socialisti - non doveva inte­
ressare i lavoratori, dal momento che “noi vogliamo assider­
ci nei palazzi, nelle ville, nei castelli dei signori, prenderne
possesso per non più muoverci, per restarci da padroni. Per
raggiungere tale scopo non vi è che un solo mezzo: la rivo­
luzione, alla quale è tempo di prepararsi sul serio senza più
chiacchiere e sporadiche azioni tumultuose, che non posso­
no fare alcun bene alla causa generale”. - così il prefetto ri­
feriva testualmente ai suoi superiori.(242)
All’indomani sera, nuovo discorso di Malatesta a Bolo­
gna, questa volta al liceo musicale sul tema “La vecchia e la
nuova Internazionale”: anche questa conferenza si svolgeva
nel massimo ordine ed inutile si rivelava il servizio poliziesco
di vigilanza, composto da un drappello di soldati con l’el­
metto in testa e la baionetta innestata. Secondo il cronista
del Sorgiamo! quel drappello sembrava “quasi schierato per
rendere gli onori militari all’agitatore” .(243)
Nei due giorni successivi Malatesta si recava a parlare a
Crevalcuore, Persiceto, Castelfranco Emilia, Ponte Ronco e
Bazzano. Il 9 infine partiva da Bologna per Milano.1244*
Nel frattempo, il 7 febbraio Malatesta aveva scritto una
lettera al quotidiano socialista per puntualizzare il suo atteg­
giamento nei confronti dei socialisti stessi; quattro giorni
dopo veniva pubblicata integralmente:

“Caro Avanti!,
(...) Il Giornale d ’Italia ed altri giornali dello stesso calibro,
dando conto dei discorsi che io sono andato facendo in mol­
te città, hanno detto che io ho eccitato all’odio contro i so­
cialisti, che li ho accusati di viltà, ecc. ecc. La cosa si capisce

13411 Cfr. Sorgiamo! (Rimini), 15.2.1920 (a. I, n. 4).


1:431 Cfr. ACS, ibidem, Pref. BO a Min. Int., 6.2.1920.
13441 Cfr. Sorgiamo! (Rimini), 15.2.1920, cit.
13441 Cfr. ibidem.

I li
facilmente, poiché nelle condizioni attuali d’Italia non vi è
per la borghesia e per le istituzioni altra speranza di salvezza
che la discordia tra lavoratori, ed è naturale che i giornali
borghesi per servire gli interessi di chi li paga cerchino di
creare ragioni di discordia. Ma la cosa è falsa, ed io prego i
miei amici ed il pubblico di non prestar fede a resoconti ed
interviste, che sono artatamente falsate e spesso compieta-
mente inventate, e di credere solamente a quanto odono
dalla mia bocca o vedono scritto dalla mia penna. Ben lungi
dall’avere sentimenti di ostilità verso i socialisti, io li consi­
dero come amici e fratelli perché sono, al pari degli anarchi­
ci, lavoratori che lottano per l’emancipazione umana, che,
come gli anarchici, si espongono, e son disposti ad esporsi,
a pericoli e sacrifici per raggiungere un ideale radioso di li­
bertà, di giustizia, di benessere per tutti.
Le vie che percorrono anarchici e socialisti sono qualche vol­
ta concorrenti ed allora non abbiamo che da lavorare insie­
me; qualche volta sono diverse ed opposte ed allora è giusto
che ciascuno cerchi di far prevalere i proprii metodi ed i pro-
prii fini. Ed io, essendo anarchico, faccio naturalmente la
propaganda anarchica e critico i socialisti quando mi sembra
che si sbagliano. E siccome a me pare che la tattica parla-
mentaristica sia la ragione principale per la quale il movi­
mento socialista non dà tutto il rendimento rivoluzionario
che potrebbe, io combatto con ¡speciale insistenza l’elezioni-
smo e tutte le altre manifestazioni parlamentaristiche.
Ma ciò non significa mancanza di cordialità veramente sen­
tita verso i lavoratori socialisti, né deve impedire un lavoro
comune e concorde quando v’è da combattere contro la bor­
ghesia e contro il Governo. (...).
Errico Malatesta”.(245)

Ancora una volta, dunque, Malatesta aveva occasione di


riaffermare la sua concezione del fronte unito, cioè dell’uni­
tà operativa (per quanto possibile) fra tutte le forze della si­
nistra di classe, al di là delle differenze ideologiche - anzi,
con il dichiarato proposito di non voler mai prescindere da
una chiara ed inequivoca differenzazione tra le diverse ten­
denze in seno al movimento operaio. Nello stesso momento

Cfr. VAvanti!, 11.2.1920.

112
in cui l’ormai imminente uscita del quotidiano anarchico
Umanità Nova preannunciava un ulteriore rilancio della pre­
senza specificatamente anarchica nelle lotte dei lavoratori,
Malatesta intendeva tenere più che mai aperta la via ad una
proficua collaborazione con i socialisti (ed anche con i re-
pubblicani): per l’attuazione della rivoluzione sociale - a suo
avviso, imminente - non vi era altra “politica” possibile.
Rientrato a Milano il 9 febbraio, Malatesta si occupava
principalmente di Umanità Nova. Erano ormai passati dicci
mesi dal Convegno di Firenze, nella cui sede si era delibera­
to di lanciare la campagna di sottoscrizione pro-quotidiano
anarchico. Da vari mesi, inoltre, l’uscita di Umanità Nova
veniva ogni tanto data per imminente... e poi smentita. ()i
mai tutto era pronto per l’inizio delle pubblicazioni: il fon
do-cassa, i redattori, parte dei diffusori, il programma del
giornale, il materiale tipografico, ecc. Mancava “solo” una
cosa essenziale: la carta. Il Governo, tramite la cartiera di
Isola del Liri, non sembrava per niente disposto a fornirne
agli anarchici per il loro quotidiano, per cui anche la scaden­
za del 24 gennaio - preannunciata come data d’uscita del
quotidiano - era passata invano.
Proprio in quella data VAvanti! pubblicava il seguente co­
municato firmato dalla redazione di Umanità Nova:

“Umanità Nova quotidiano anarchico che aveva annuncialo


l’inizio delle sue pubblicazioni per oggi, 24 gennaio, avverte
che in seguito alle difficoltà create dagli avvenimenti attuali
si trova costretto a rimandare la sua uscita per pochi giorni.
Un ulteriore comunicato fisserà la data definitiva” .'’'"’1

Dovevano invece passare oltre tre settimane prima che un


ulteriore comunicato potesse informare i lettori de\VAvanti!
di un nuovo rinvio della data d’inizio delle pubblicazioni:

“La redazione del giornale Umanità Nova comunica ai


compagni, agli abbonati, al pubblico che la causa pei cui
non ha potuto iniziare le sue pubblicazioni ò clic non ha
ancora ottenuto dalla Commissione ministeriale distribu­
zione carta l’assegnazione chiesta fino dal IH gennaio u.s.,

Cfr. VAvanti!, 24.1.1920.

113
né ha potuto procurarsene in via privata. (247)

Nel mentre si occupava delle molte questioni connesse


con il quotidiano, Malatesta non trascurava la sua consueta
attività propagandistica. Il 17 febbraio, per esempio, pren­
deva pubblicamente la parola alle Scuole Nuove di Voghera
(Pavia) insieme con altri anarchici (Celentano, Binazzi, Bor­
ghi, D ’Andrea).(24xl Tre giorni dopo, alla Casa del Popolo di
Milano, teneva una conferenza sul tema ‘Individualismo e
ComuniSmo’ nel corso della quale, dopo un lungo excursus
storico a partire dalle origini del genere umano, giungeva a
definire i termini in questione, prendendo naturalmente le
difese del secondo.(24V) Il 22 era a Legnano, oratore alla Casa
del Popolo insieme con gli anarchici Porcelli e Velia.(250) Al­
l’indomani, nuova conferenza a Turro Milanese, questa vol­
ta nella sede del circolo socialista.<251)
Come al solito, le autorità seguivano con viva attenzione
e preoccupazione il dispiegarsi dell’attività malatestiana: il
pedinamento nei suoi confronti era continuo, assillante, a
volte nemmeno mascherato. In relazione a ciò, il vecchio
anarchico prendeva l'iniziativa di inviare il seguente tele­
gramma al Ministero degli Interni:

“Provocato da continuo pedinamento non rispondo possibili


conseguenze causa irritazione miei amici”.

Nel riprodurlo, VAvanti! rilevava che Malatesta aveva


perfettamente ragione di reclamare, in quanto “libero citta­
dino” , che alle sue calcagna non vi fossero ad ogni passo
“quattro o sei brutti ceffi che non l’abbandonano un minuto.
Al caffè sono dietro a lui; sul tram viaggiano con lui; al risto­
rante... sbadigliano mentre lui mangia”. In definitiva, il
quotidiano socialista definiva tale comportamento delle au­
torità “una vera forma di persecuzione politica che colpisce

12471 Cfr. l’Avanti!, 17.2.1920; per la redazione di Umanità Nova, il comunicato era firma­
to da Errico Malatesta.
12481 Cfr. Il Libertario (La Spezia), 26.2.1920, (a. XVIII, n. 753).
124,1 Cfr. ACS, ibidem, Quest. MI a Min. Int., 21.2.1920; nonché II Libertario (La Spe­
zia), 26.2.1920, cit.
,2'"’ Cfr. ACS. ibidem. Quest. MI u Min. Int., 24.2.1920: nonché H Libertario (La Spe­
zia), 5.3.1920 (a. XVIII. n. 754).
12511 Cfr. ACS, ibidem.

114
Malatesta e i suoi amici” .(252) Il telegramma di Malatesta, è
evidente, non poteva sortire alcun effetto sostanziale: lo
stretto pedinamento da parte dei “brutti ceffi” - come li de­
finiva il quotidiano socialista - sarebbe continuato fino alla
sua morte, ed anche oltre - come abbiamo già avuto occasio­
ne di accennare.
Se la polizia compiva il suo dovere, la magistratura non
era da meno. Il procedimento giudiziario, relativo agli inci­
denti occorsi in Firenze il 18 gennaio al termine di un comi­
zio di Malatesta, andava avanti ed il 21 febbraio il prefetto
di Firenze riferiva ai suoi superiori che l’istruttoria penale
relativa era sul punto di essere chiusa e che dopo poco sareb­
be stata pronunciata dalla sezione d’accusa la sentenza di
rinvio a giudizio.(253)

“La gravità dei reati - precisava il prefetto - che hanno avu­


to così larga ripercussione in tutta l’Italia e di cui si è fatta
eco con lusso di particolari la pubblica stampa ed il largo se­
guito che l’imputato ha mostrato di avere in questa città
dove compì il reato, consigliano che il giudizio sia pronun­
ciato in località, ove la coscienza dei Giudici popolari non
abbia a subire deformazioni.
L’ambiente di questa città è quanto mai il meno idoneo alla
serenità del giudizio, ché non mancherebbero le intimidazio­
ni ai privati né pubbliche manifestazioni che turberebbero il
corso della giustizia”.

Pertanto il prefetto invitava il Ministero degli Interni ad


“esperire le pratiche di cui all’art. 32 del C.P. Penale perché
il processo a carico del Malatesta sia per motivi di pubblica
sicurezza portato avanti ad altra Corte di Assise”.(254)
Inoltre Malatesta veniva denunciato per il reato di cui al-
l’art. 120, l a parte, del Codice Penale, per il suo comizio dei
primi del mese a Persiceto, in Romagna.<255) Tutto normale.
Il 27 febbraio, infine, vedeva la luce il primo numero di
Umanità Nova, che recava la data “26-27 febbraio 1920”:
come presentazione redazionale del nuovo giornale veniva

12521 Cfr. VAvanti!, 21.2.1920; cfr. anche II Libertario (La Spezia). 26.2.1920, cit.
,25” Cfr. ACS, ibidem, Pref. FI Min. bit., 21.2.1920.
,2HI Cfr. ibidem.
<255>Cfr. ACS, ibidem, Pref. BO a Min. Int., 20.2.1920.

115
pubblicata, con il titolo “I nostri propositi”, la circolare-pro­
gramma che Malatesta aveva scritto a Londra cinque mesi
prima e che in quella veste già era stata pubblicata su 11 Li­
bertario del 9 ottobre 1919.<256)
Per salutare la nascita di Umanità Nova, VAvanti! pubbli­
cava una vignetta del suo disegnatore politico, il noto Scala­
rmi, accompagnata da un favorevole commento redaziona­
le. Nella vignetta si vedono due uomini, vestiti con abiti scu­
ri e con cappelli neri, ciascuno con una grande bandiera, ri­
spettivamente rossa con la scritta “Avanti!” e nera con la
scritta “Umanità Nova”. I due si trovano su di una strada
rettilinea che prosegue fino alla linea dell’orizzonte, ove
brilla il sole (dell'avvenire), caratterizzato dalla falce e mar­
tello e circondato da due rami di alloro. Alla base della vi­
gnetta la frase (evidentemente da attribuirsi al vessillifero
delVAvanti!): “Andiamo, compagno; faremo un bel tratto di
strada insieme”.
Sopra alla vignetta ed alla sua relativa didascalia la reda­
zione premetteva il suo saluto al neonato quotidiano degli
anarchici:

“Oggi esce a Milano il primo numero del quotidiano anar­


chico Umanità Nova, diretto da Errico Malatesta. Diamo il
nostro cordiale benvenuto a questo confratello che si propo­
ne di contribuire alla santa battaglia dell’emancipazione pro­
letaria ed umana da ogni forma di schiavitù.
Se anche vi sono molti punti di sentito dissenso fra di noi -
specie, per ora, circa i mezzi, i metodi, ecc. - noi auguriamo
fervidamente - e ce ne è arra del resto l’intelligenza e la pro­
bità di Errico Malatesta - che le eventuali discussioni si vor­
ranno sempre mantenere elevate, serene, eque.
Soprattutto convien tener presente che la classe borghese
capitalista, ad onta di tutte le sue aspre divisioni interne, for­
ma pur sempre un blocco solo nella questione di massima e
di fronte al pericolo di perdere il privilegio.
Il proletariato, e chi ne è interprete e vessillifero, se non
vien meno la buona fede, non deve nutrire criterio diver­
so”.(257)
c*' Unica differenza rispetto al testo integrale pubblicato a suo tempo su II Libertario,
la soppressione del primo periodo, ormai superato dal corso degli eventi (poiché attinente
all'andamento della sottoscrizione): cfr. Umanità Nova, 26/27.2.1920 (a. I, n. 1).
125,1 Cfr. VAvanti!, 27.2.1920.

116
Così appunto il quotidiano socialista salutava la nascita
del quotidiano anarchico, che si poneva nettamente alla sua
sinistra rompendo di fatto il monopolio che VAvanti! aveva
fino ad allora esercitato nel campo deirinformazione quoti­
diana all’interno del movimento operaio e contadino. Per
tutto il 1920, infatti. Umanità Nova restava l’unico punto di
riferimento quotidiano alla sinistra del P.S., coagulando in­
torno a sè l’attenzione ed a volte anche il sostegno dei vari
settori della sinistra rivoluzionaria italiana: dall’U.S.I. al
Sindacato Ferrovieri, dalla Federazione dei Lavoratori del
Mare alla Federazione Giovanile Socialista, dalle correnti
massimaliste del socialismo alla Federazione dei Lavoratori
dei Porti. Nell’anno successivo, poi, VOrdine Nuovo di To­
rino, trasformatosi in quotidiano e quasi subito in organo del
neonato Partito Comunista d’Italia, si sarebbe affiancato (e,
a volte, anche contrapposto) al quotidiano anarchico.
Va rilevato appunto che Umanità Nova non si presentava
- programmaticamente - come portavoce dei soli anarchici
aderenti all’Unione Anarchica Italiana, bensì di tutto il mo­
vimento anarchico nel suo insieme, senza distinzioni apriori­
stiche in senso organizzatore o anti-organizzatore. Più in ge­
nerale, Umanità Nova si proponeva di essere - ed in effetti
fu - oltre che un organo di propaganda anarchica uno stru­
mento di agitazione delle correnti “estreme” della sinistra
italiana/258’
Oltre che da IVAvanti!, l'uscita del quotidiano anarchico
era salutata con vivo favore e grandi speranze da tutte le
pubblicazioni libertarie, di ogni sfumatura o tendenza. Par­
ticolarmente significativa la posizione della Cronaca Sovver­
siva di Torino, redatta da Luigi Galleani e Raffaele Schiavi­
na, noti esponenti della tendenza anti-organizzatricc. In vi­
sta del 24 gennaio - una delle date previste (e poi rinviate)
per l’uscita del nuovo giornale - la Cronaca Sovversiva ave­
va infatti pubblicato un commento redazionale favorevole
all’iniziativa, pur non nascondendo le riserve che alcuni ave­
vano sollevato nei mesi precedenti e che Galleani stesso ave-
,-'*1“Con Umanità Nova - ha scritto lo storico P.C. Masini - ¡ili aliati Im i ilaliain tentano,
per la prima volta nella loro agitata storia di partito, la pubblicn/ione ili un ipiotidiano.
E l’esperimento viene fatto in una grande città moderna, a Milano, dove I anni Itismo ha
piuttosto una tradizione individualistica (che nel dopoguerra esplode am III in Ini ine ili ter­
rorismo) ma dove trova ora una sua base nel movimento sindacalista il volli /li inni io dell'U­
nione Sindacale Italiana e nelle frazioni estreme del socialismo t •m i.li min la modestia

117
va ben presenti:

“Anche le diffidenze c’erano: che il quotidiano per la sua


diuturna azione diventasse il centro della nostra propaganda
non solo, che questa è appunto la sua funzione specifica e
benefica; ma che avesse ad accentrare, a monopolizzare
quasi, dall’interpretazione dottrinale all’iniziativa pratica,
tutto il nostro movimento; e Milano avesse a mutarsi in
Roma, col suo pontificato, la sacra cancelleria, la congrega­
zione di propaganda e dell’indice; in termini meno figurati:
che “Umanità Nova” avesse ad essere l’organo ufficiale del
partito anarchico italiano. (...)
Certo “Umanità Nova” sarà il nostro giornale; non perché
ad un convegno più o meno autorevole avremo a maggioran­
za deciso che sia l’organo consacrato del partito anarchico,
fortunatamente di là da venire; né perché griderà per ogni
riga un quotidiano evviva all’anarchia e alla rivoluzione so­
ciale; ma perché riuscirà con ogni più vigile cura ad essere
l’assertore più limpido, più sagace, più coraggioso, delle
idealità nostre; ma perché rifletterà le più dense pulsazioni e
le più nobili attività del nostro vivere; ma perché sarà il con­
tributo più prezioso e più efficace alla preparazione insurre­
zionale che è l’urgente necessità dell’ora...
Non è dunque questione di consacrazione e di mandato, è
questione di fiducia piena e di benevola attesa; bisogna ave­
re l’una e l’altra. (...)”<259)

Questo commento redazionale terminava con l’invito a


tutti gli anarchici di lingua italiana sparsi per il mondo a con­
tribuire generosamente all’iniziativa del quotidiano, definita
“prova cimentosa” . Era questo un appello significativo poli­
ticamente, ma soprattutto foriero di pratiche conseguenze:
la numerosissima emigrazione anarchica italiana nel Nord

delle forze che gli anarchici hanno a disposizione, si può dire che il loro ambizioso disegno
ha pieno successo, come del resto stanno a dimostrare i lunghi elenchi delle sottoscrizioni
che al giornale pervengono da ogni parte d’Italia. Questo sul piano politico. Sul piano tec­
nico invece si notano parecchie insufficienze come la scarsezza e l'occasionalità delle infor­
mazioni, il primitivismo e la genericità della propaganda (...). Alcuni di questi difetti ven­
gono eliminati quando il giornale assume il formato intero e si rafforza l'équipe dei colla­
boratori”. Cfr. ISTITUTO G. G. FELTRINELLI, / periodici..., cit., p. 237.
a«) £ fr Cronaca Sovversiva (Torino), 17.1.1920 (a. I, n. 1). L'articolo redazionale qui
riprodotto, firmato “La Cronaca Sovversiva”, è secondo noi attribuibile con ragionevole
certezza alla penna di Galleani (se ne riconosce lo stile a prima lettura).

118
America si riconosceva, nella sua stragrande maggioranza,
nella concezione e nelle prese di posizione di Galleani: una
sua parola contro Umanità Nova avrebbe certamente ridotto
di molto le sottoscrizioni provenienti d’Oltreatlantico. Gal­
leani, invece, che fino a qualche mese prima era considerato
uno dei futuri condirettori del quotidiano (insieme con Ma-
latesta), si schierava al fianco della pattuglia redazionale di
Umanità Nova e salutava con entusiasmo, poco tempo dopo,
il successo ottenuto dal primo numero del quotidiano:

“Umanità Nova è uscita, è andata e va a ruba - scriveva in­


fatti alla fine di febbraio(2fiH) - Il che vuol dire che di un gior­
nale non legato a conventicole né a reticenze poltrone ed op-
portuniste c’era un gran bisogno pur fuori del campo nostro.
E vuol dire soprattutto che l’aspettazione dei compagni ha
trovato in Umanità Nova il suo pieno compimento. Noi ce
ne rallegriamo mandando agli amici del quotidiano i nostri
più fervidi auguri di lunga vita e di buona battaglia” .(2hl)

I mesi successivi avrebbero confermato in pieno il succes­


so di Umanità Nova. Per la prima volta nella storia del mo­
vimento anarchico di lingua italiana centinaia, forse migliaia
di militanti e di simpatizzanti erano quotidianamente mobi­
litati per diffondere con regolarità e capillarità un giornale
quotidiano. Naturalmente, era nelle zone di radicata tradi­
zione libertaria che la diffusione toccava le sue punte supe­
riori, mentre in più di una regione la presenza di Umanità
Nova era limitata e politicamente poco rilevante: salvo limi­
tate eccezioni, il Meridione era in genere il punto debole
non solo per la diffusione del quotidiano anarchico, ma più
in generale per l’intero movimento rivoluzionario. Va d’al­
tra parte rilevato che in alcune zone, dove la tradizionale
presenza delVAvanti! limitava la potenziale penetrazione di
Umanità Nova, quest’ultimo riusciva ugualmente a prendere
piede e perfino, a volte, a sopravanzare il quotidiano socia­
lista. Interessante, in proposito, la testimonianza di un os­
servatore attento come il socialista riformista Filippo Turati
il quale in una sua lettera ad Anna Kuliscioff rilevava che:

Cfr. Cronaca Sovversiva, (Torino). 28.2.1920 (a. I, n. 4).


'-I"‘ Cfr. ibidem.

119
“La classe operaia passa adesso un brutto quarto d’ora di
contagio anarchico. Ormai VAvanti! è quasi boicottato, e gli
operai non leggono che VUmanità Nova, che mi dicono su­
peri ora le centomila copie. Lo affermano i frequentatori
della Camera del Lavoro e i viaggiatori nei tram del mattino,
ove non si trovano più operai senza VUmanità Nova in
mano. Gli articoli del Malatesta contro le dittature di qual­
siasi governo, fosse anche comunista, distaccano dal massi­
malismo, ma sono qualche cosa di peggio, perché un’esalta­
zione dei “buoni” istituti del popolo, che, a rivoluzione com­
piuta, saprà regolare da sé la produzione e la distribuzio-

Umanità Nova, dunque, otteneva quel successo che negli


ultimi mesi molti anarchici avevano preventivato, ma che
quasi un anno prima solo pochi militanti avevano saputo
concepire e caldeggiare.

a'21Cfr. lettera di Turati alla Kuliscioff, da Milano in data 16.8.1920, ora in F. TURATI-
A. KULISCIOFF, Carteggio, V, Dopoguerra e fascismo (1919-1922), a cura di A. Schiavi,
Torino 1953, p. 386.

120
X

L’ECCIDIO DI PIAZZA MISSORI

“Andiamo, compagno; faremo un bel tratto di strada insie-


me .

Così, abbiamo visto, aveva detto il vessillifero dell 'Avanti!


a quello di Umanità Nova, nella vignetta apparsa sul quoti­
diano socialista per salutare la nascita del nuovo giornale
anarchico.<263) Al di là dell’ostentata fraternità, comunque,
fra i due quotidiani di sinistra - gli unici due, allora - e, più
in generale, fra i due movimenti, socialista ed anarchico, i
rapporti non sarebbero poi stati sempre caratterizzati da un
sereno scambio di amorosi sensi. Anzi.
Un primo momento di netta differenzazione - “primo”
dalla nascita di Umanità Nova, che di simili contrasti la sto­
ria del socialismo e dell’anarchismo è piena all’inverosimile!
- era costituito dagli avvenimenti milanesi dell’ultima dome­
nica di febbraio, che si protraevano anche nei primi giorni di
marzo.1264’
Indetto dalla Lega proletaria tra mutilati, invalidi, tuber­
colotici, reduci, vedove e orfani di guerra per protestare
contro l’atteggiamento del governo sul problema delle pen­
sioni, il 29 febbraio si teneva a Milano, nelle scuole elemen­
tari di corso di Porta Romana, un comizio durante il quale
prendevano la parola, tra gli altri, Errico Malatesta per gli
anarchici ed Armando Borghi per l’Unione Sindacale Italia­
na. Terminato il comizio in tutta normalità, gran parte dei
IJM| Cfr. rAvanti!, 27.2.1920. cit.
i2mi “L'Avanti!, che si sentiva alle costole il quotidiano anarchico, lo salutò con una vi­
gnetta di Scalarini: due portabandiera che incrociavano i rispettivi vessilli fraternizzando.
Ma proprio in quei giorni l’abbraccio delle due bandiere, la massimalista e l'anarchica,
andò a rotoli nello sciopero generale di Milano”. Così A. BORGHI nel suo Mezzo ..., cit. ,
p. 210, osservava, cogliendo nel segno.

121
partecipanti si dirigeva verso il centro. Una lunga fila di
tram si formava nello stesso corso di Porta Romana in dire­
zione di piazza Missori, la quale era bloccata da alcuni cor­
doni di soldati e carabinieri.
Pare che all’intimazione delle forze dell’ordine di arrestar­
si, la prima vettura tramviaria non avesse ottemperato, se­
guita da tutte le altre vetture scampanellanti. Sta di fatto che
i tram non si arrestavano e che i carabinieri, per tutta rispo­
sta, aprivano il fuoco.

“I monturati - riferiva il cronista de\VAvanti! - sembrano


aver perduto completamente il bene dell’intelletto”. La folla
era infatti tranquilla. “Non un bastone, non un sasso, non un
grido, non un canto. (...) Soltanto un tramvai pieno di redu­
ci e di mutilati, di donne e di bambini, di pacifici cittadini,
che segue il suo binario... a passo d’uomo”.(265)

Il risultato finale era il seguente: un manovratore ed un in­


valido morti, uccisi dalle forze dell’ordine. Le responsabilità
di queste ultime non solo nell’uccisione delle due vittime,
ma anche nell’avcr provocato gli incidenti stessi, erano fuori
discussione. Perfino i responsabili dell’ordine pubblico a Mi­
lano - questore e prefetto - erano costretti a porre “l’eccesso
di alcuni militi” alla base dei disordini, precisando che ad
aver sparato erano stati “due soldati aggiunti carabinieri che
non erano neppure di servizio in quel luogo”: i due venivano
arrestati e deferiti all’autorità giudiziaria, mentre un mare­
sciallo, colpevole di aver ferito il socialista Repossi, veniva
sospeso dal servizio.<2M ,)
La Camera del Lavoro (socialista) proclamava in serata lo
sciopero generale di protesta per l’indomani, lunedì 1° mar­
zo. Nel corso della stessa giornata di domenica, comunque,
i tramvieri, appena avuta notizia che un loro collega era sta­
to ferito dai carabinieri mentre lavorava, sospendevano il la­
voro.<:i7) Il lunedì, infine, lo sciopero era davvero generale:
l’astensione dal lavoro completa, i tram fermi, i caffè ed i ri­
storanti del centro per lo più chiusi. Durante il pomeriggio si
teneva un comizio durante il quale un certo Scotti, a nome
l2B| Cfr. VAvanti!, 2.3.1920.
I2m Cfr. ibidem.
<2W|Cfr. A A. W . , Un trentennio di attività anarchica, Cesena 1953, p. 26.

122
di un gruppo di operai metallurgici, dopo aver giudicato or­
mai inefficace lo strumento dello sciopero come protesta
operaia, presentava un ordine del giorno in favore della pre­
parazione per l’occupazione delle fabbriche. Tale proposta
suscitava l’immediata adesione degli anarchici (Malatesta) e
dei sindacalisti rivoluzionari (Borghi), mentre i rappresen­
tanti della Camera del Lavoro (Bensi) e della Direzione del
P.S. (Repossi) cercavano di buttare acqua sul fuoco, invitan­
do i lavoratori alla calma sottolineando i rischi connessi con
una simile prospettiva di lotta. La discussione si accendeva
sulla questione se prolungare o meno lo sciopero generale.

“V ’intervenne anche il M alatesta - riferiva il questore Ga-


sti - , che invitò gli operai a ritornare domani tranquillamen­
te al lavoro per quindi insediarsi ed impossessarsi degli sta­
bilimenti, cacciandone dirigenti e proprietari”.(268)

Sintomatico dell’atteggiamento del partito socialista era


l’intervento del segretario della Camera del lavoro:

“Al comizio di ieri alla Camera del Lavoro il Bensi Giovan­


ni, pur dichiarandosi favorevole alla presa di possesso delle
fabbriche da parte del proletariato, accennò alle immancabi­
li difficoltà dell’impresa, dappoiché non così facilmente la
borghesia si farà spodestare dei suoi privilegi”.*26'"

In alternativa all’o.d.g. Scotti, i dirigenti della Camera del


Lavoro presentavano quindi un ordine del giorno che invita­
va gli operai a tornare al lavoro, mentre impegnava i diri
genti delle organizzazioni operaie e del gruppo parlamenta
re socialista a studiare le forme migliori per realizzare la pre­
sa di possesso delle fabbriche da parte del proletariato. One­
sto nuovo o.d.g. - ammetteva VAvanti! - “non ha acconten­
tato la massa operaia” e “i presenti hanno deliberato di pro­
seguire lo sciopero, in attesa delle decisioni dei propri dili­
genti”.1(270>
In effetti era stata approvata una proposta di Borghi “che

(2w) £ fr ACS, ibidem, Pref. M ia Min. htt., 1.3.1920: “La proposta pi lo notava (¡asti
- non fu presa in considerazione”.
Cfr. ACS, ibidem, Pref. M ia Min. Ini., 2.3.1920.
™ Cfr. YAvanti!, 2.3.1920, cit.

123
il comizio invitasse gli esponenti sindacali e politici a riunirsi
la sera stessa nei locali della Camera del Lavoro confederale
e decidere sullo sviluppo del movimento. La proposta fu ac­
cettata per acclamazione: alla controprova si alzarono poche
mani”.<27l) I socialisti, però, non si presentavano alla sera
presso la “loro” Camera del Lavoro: la sezione socialista mi­
lanese, i capi della Camera del Lavoro e la Lega Tramvieri,
riunitisi a parte, avevano deliberato la cessazione dello scio­
pero.
La parola d’ordine del ritorno alla normalità, però, nono­
stante l’attivismo dei socialisti e dei confederali per renderla
effettiva, non raccoglieva l’adesione dell’intera classe lavo­
ratrice milanese. Il 3 mattina - sottolineava VAvanti! - “i
tram circolavano regolarmente ed il lavoro nelle officine si
svolgeva normale quando avvennero improvvisi fatti che de­
terminarono di nuovo la sospensione del lavoro in parecchi
degli stabilimenti ed il ritiro dalla circolazione delle carrozze
tramviarie”.(272) La responsabilità di questi improvvisi sciope­
ri - che oggi potremmo definire “a gatto selvaggio” - era dal
quotidiano socialista attribuita “all’indisciplina di alcuni ele­
menti operai, i quali, tanto per mostrare che sono degli anti­
autoritari, hanno voluto che la massa - la totalità della mas­
sa - seguisse la loro deliberazione di continuare nello sciope­
ro”.1(273) Il tono polemico è innegabile, la rabbia malcelata.
L’Avanti! spiegava che la decisione di riprendere il lavoro
era stata presa dalla Camera del Lavoro e dalla sezione so­
cialista “ad onta di un voto contrario emesso da un comizio
che non può certamente rappresentare la maggioranza del
proletariato organizzato”, ma doveva poi ammettere che “la
cosa non ha incontrato la simpatia (...) del gruppo anarchico
sindacalista, che si ò decisamente opposto alla continuazione
del lavoro nelle fabbriche ed alla circolazione dei tram ”.
Così, per “evitare conflitti fra operai” e “per ragioni di evi­
dente opportunità”, i lavoratori avevano abbandonato le of­
ficine, “pur non facendo proprio Vatteggiamento degli anar­
chici”. In molti stabilimenti erano scoppiati incidenti, in altri
si era lavorato: “gli anarchici - proseguiva YAvanti! - hanno
,!,h Cfr. A. BORGHI, Mezzo..., cit., p. 208.
(J7’’ Cfr. \'Avanti!, 3.3.1920. "Non ostante che il quotidiano Avanti!-d'accordocon la di­
rezione del partito socialista - dichiari cessato lo sciopero a Milano, questo continua com­
patto”: cfr. A A. VV., Un trentennio..., cit., p. 26.
127,1 Cfr. VAvanti!, ibidem.

124
anche commesso violenze ai danni della Camera del Lavoro
provocando vivaci incidenti seguiti da pugilati c da qualche
bastonata”. L’atteggiamento dei dirigenti confederali veniva
approvato senza riserve, dal momento che essi “giustamente
non potevano dare la sanatoria ad un voto di minoranza che
proclamava la continuazione dello sciopero e che per giunta
cambiava aspetto e significato allo sciopero stesso” .
In questo contrasto tra anarchici e socialisti in relazione
alle vicende milanesi, VAvanti! vedeva in discussione que­
stioni di ordine generale e della massima importanza: gli
anarchici stavano tentando di instaurare un “nuovo princi­
pio" nelle agitazioni proletarie e ciò, secondo i socialisti, era
inaccettabile perché tale principio avrebbe portato inevita­
bilmente al “trionfo dell’irresponsabilità ed alla morte delle
organizzazioni”. Contro questo “disfattismo d’ogni rivolu­
zione”, YAvanti! ribadiva la necessità per il movimento so­
cialista di cercare di assorbire “tutti gli elementi operai irre­
quieti e tumultuanti che ancora non hanno acquistato un
preciso senso del divenire della rivoluzione”.
Qualora questi “elementi arretrati” si mostrassero “irridu­
cibili ad ogni principio di organizzazione” - concludeva YA-
vanti! - la classe operaia aveva il “dovere di isolarli” , per
non compromettere i suoi interessi. L’esistenza di una situa­
zione rivoluzionaria, infatti, richiedeva disciplina ed orga­
nizzazione.(274) Alle affermazioni polemiche, duramente po­
lemiche, del quotidiano socialista, Umanità Nova risponde­
va seccamente!

“Disfattisti! Sissignori, lo siamo stati durante la guerra,


quando con tutte le nostre energie abbiamo cercato ili api lu­
gli occhi al proletariato, perché vedesse il baratro nel quale
l’aveva gettato la borghesia; lo siamo oggi quando diciamo
ai lavoratori che è ora che essi stessi creino nelle fabbriche
gli organi appositi per rendere possibile, domani, la presa di
possesso delle fabbriche stesse, quando opponiamo aH'cvan
gelico: incrociate le braccia, il rivoluzionario: occupate li-
fabbriche !”.<275)

“Rimanemmo soli a fare i conti con la polizia m oldava


uni (;fr {'Avanti!, ibidem.
,!751 Cfr. Umanità Nova, 4.3.1920.

125
Armando Borghi nelle sue memorie'2761- Io fui chiamato dal
questore Gasti per sentirmi dire che non ci sarebbe stato
concesso il permesso di usufruire dell’Arena per il comizio
degli scioperanti, dato che socialisti e confederazione dissen­
tivano".

Borghi, però, comunicava al questore che l’invito già fatto


agli scioperanti, tramite Umanità Nova, a recarsi all’Arena,
non sarebbe stato ritirato e che se l’Arena fosse stata chiusa
si sarebbe deciso sul posto, tutti insieme, il da farsi. Di fron­
te alla decisione dell’esponente sindacalista rivoluzionario, il
questore, dopo le solite minacce sulle “responsabilità” che
su di lui sarebbero ricadute nel caso di incidenti, lo invitava
a far spostare la riunione degli scioperanti in un luogo chiu­
so, “magari alla Camera del Lavoro confederale; e dava as­
sicurazione che quel salone non ci sarebbe stato negato: glie­
lo aveva detto l’on. Repossi poco prima”.<277) Al che Borghi
obiettava che, essendo contrari allo sciopero, i riformisti
non avrebbero mai concesso la loro sede per una riunione di
scioperanti.
Convocato Repossi - che si trovava in quel momento dal
prefetto - Gasti gli faceva ripetere davanti a Borghi la dispo­
nibilità della Camera del Lavoro per la riunione in questio­
ne; inoltre l’on. Rcpossi contestava a Borghi la validità di
eventuali decisioni assembleari, prese durante un comizio,
essendo il solo Consiglio Generale delle Leghe, l’organo au­
torizzato a prendere decisioni di tale importanza, come la
prosecuzione o meno di uno sciopero.

“Gli osservai - scriveva poi Borghi'2781 - che altre volte lo


sciopero generale era stato deliberato dalla massa riunita a
comizio; ma non erano questi argomenti, gli dissi, da discu­
tersi davanti al questore. Ad ogni modo dichiarai al questore
e al Repossi che rifiutavamo la sala che ci offrivano, perché
vi vedevamo un’insidia per seppellire ogni effetto e risonan­
za dello sciopero generale”.

Anarchici e sindacalisti dell’U .S.I., dunque, insistevano


(37MCfr. A. BORGHI, Mezzo .... p. 208, cit.
127,1 Cfr. ibidem, p. 208.
I27'‘>Cfr. ibidem, p. 209.

126
per “forzare la situazione”, non senza speranze di successo.
La folla all’Arena si radunava numerosissima: i lavoratori
avevano risposto in massa all’invito di Umanità Nova, le au­
torità dal canto loro non se l’erano sentita di far trovare
chiuse le porte dell’Arena. Prendevano la parola Errico Ma-
latesta ed Armando Borghi.

“Errico Malatesta - riferiva il cronista dell 'Avanti! - esordi­


sce affermando che egli ha sempre desiderato la concordia di
tutti coloro che lavorano per la nuova umanità; ma attacca
intanto vivacemente i dirigenti della Camera del Lavoro -
che non sono presenti - e ripete le sue note opinioni contro
il parlamentarismo e contro i deputati socialisti. Conclude
affermando che egli non farà alcuna proposta, perché sol­
tanto la massa dev’essere padrona della situazione e che per
questo egli s’inchinerà a quanto crederà di fare la folla”.(27V)

Dopo un intervento del segretario dell’U.S.I. (“ancora


più ... feroce di Malatesta”) venivano approvati tre ordini
del giorno: uno di critica ai dirigenti sindacali socialisti;
un’altro che invitava le masse a partecipare ai funerali delle
vittime degli incidenti di piazza Missori; il terzo, infine, in
cui risultava confermato “il proposito della presa di possesso
delle fabbriche”.(280,
All’indomani, 3 marzo, nuova giornata di sciopero gene­
rale e nuova riunione all’Arena degli scioperanti. Per primo
prendeva la parola Borghi, smentendo categoricamente il
cronista dell 'Avanti!, che nel resoconto del comizio del 2
marzo gli aveva attribuito la volontà di scissione tra anarchi­
ci e socialisti. Nel suo discorso il segretario dell’U.S.I. insi­
steva nella polemica con i “riformisti” (“così egli definisce i
dirigenti la Camera del Lavoro”) facendo a loro risalire “la
responsabilità dello ‘strozzamento’ dello sciopero” .(281) Gli
stessi concetti (rifiuto di propositi scissionistici, duro attacco
ai dirigenti socialisti e confederali) esprimeva poi Malatesta,
che terminava sottolineando che “la rivoluzione dev’essere

127,1 Cfr. L'Avanti!, 3.3.1920, cit.


(a») Qfr ^CS, ibidem, Quest. M ia Min. Int., 2.3.1920. I funcrnli di lli i iHHm rlthrm |>nl
luogo il 7 marzo: nel piazzale del Cimitero Monumentale parlava pi i |'I| unanimi i
l’U.S.I., Virgilia D'Andrea. Cfr. VAvanti!, 9.3.1920.
12,11 Cfr. VAvanti!. 4.3.1920.

I !1
fatta da tutto il proletariato”.(282) Veniva quindi approvato un
ordine del giorno, polemico nei confronti delle organizzazio­
ni riformiste, in cui si prendeva atto della riuscita dei tre
giorni di sciopero generale e si chiedeva “l’immediata costi­
tuzione dei comitati di fabbrica per la preparazione necessa­
ria alla gerenza proletaria”. Veniva nel contempo decisa la
ripresa del lavoro.
Le giornate milanesi di lotta e di sciopero si concludevano
così, ma l’eco da esse provocate non si spegneva certo pre­
sto.

“La contesa tra socialisti ed anarchici sollevò grande emo­


zione in tutta Italia. Io credo di poter affermare in coscienza
che se in quella circostanza si fosse diffusa in tutta Italia la­
buona novella che anarchici e socialisti, con Malatesta a
capo, si erano trovati affratellati nello sciopero generale di
Milano contro gli assassini della polizia e i loro mandanti, sa­
rebbe cominciata una nuova storia”.(283)

Così Borghi ricordava quei fatti, di cui fu protagonista di


parte sovversiva - con Malatesta. Le polemiche tra le varie
tendenze in seno al movimento operaio si riaccendevano in
seguito ai fatti di Milano, creando una frattura non seconda­
ria tra socialisti e C.G.L. da una parte, anarchici ed U.S.I.
dall’altra.

,2K' Cfr. ibidem.


Cfr. A. BORGHI, Mezzo p. 209.

128
XI

FRONTE UNITO PROLETARIO

La vignetta di Scalarini aveva già fatto il suo tempo. Ep­


pure non era passata più di una settimana!1284’
Alla luce della dettagliata narrazione dei fatti conseguenti
all’eccidio poliziesco di piazza Missori a Milano, risulterà
meglio inquadrata la concezione malatestiana del “fronte
unito proletario“ , da tutti conosciuto allora nella sua forma
abbreviata “fronte unito”. Non era stato certo Malatesta a
proporre per primo una simile prospettiva strategica alla si­
nistra italiana, e neppure ne aveva trovato lui la definizione
di “fronte unito”: entrambi - e la sostanza e il nome - erano
da mesi oggetto di discussione, perché l’esigenza d’unità
operativa in tempi generalmente considerati pre-rivoluzio-
nari - se non addirittura rivoluzionari - era sentita alla base,
(»11 Naturalmente, oltre aWAvanti!, anche Umanità Nova riferiva in quei giorni nei det­
tagli le giornate di lotta del proletariato milanese: cfr. i nn. in quelle date di U.N. Per un
interessante commento di parte anarchica ai fatti di Milano, cfr. l’articolo “1 fatti di Mila­
no” di Pompeo Barbieri, ne II Libertario (La Spezia), 5.3.1920 (a. XVIII, n, 754). Per le
ripercussioni in campo socialista, va segnalato un ordine del giorno approvalo dalla sezio­
ne socialista milanese in cui si rimetteva in discussione il significato e la validità degli scio­
peri generali di protesta: cfr. l'Avanti ! del 7.3.1920. Interessante, in relazione all'intera vi­
cenda, quanto scriveva Alfonso Leonetti su\YOrdine Nuovo di Torino (13.3.1920): “Appe­
na avvenuto l’eccidio, l’Unione Sindacale proclamò lo sciopero, senza curarsi e senza in­
formarsi delle intenzioni degli organismi confederali e socialisti. Questi, riunitisi alla sera,
proclamarono anch’essi lo sciopero, costretti da tutto un complesso di circostanze. Il lune­
dì si tenne un comizio in piazza dell'Umanitaria. Gli operai socialisti intervennero scarsis
simi, sia perché l'Avanti! non era uscito con l'appello, sia perché il tempo eia bello e gli
operai preferirono forse andare a giocare alle bocce. Numerosi intervennero Invece al co­
mizio i giovani anarchici, i quali finirono col far votare un loro ordine del giorno. Lo spet­
tacolo dato dai leaders fu stomachevole: quelli socialisti non seppero idlronluie i fischi e
gli urli degli anarchici; quelli sindacalisti anarchici dimostrarono di essere ino ,si solo dalla
ambizione e dal desiderio sfrenato del potere sulle masse. I sindacalisti auim Ilici sono stati
forti solo per la debolezza dei socialisti, perché i socialisti avevano perduto il i ontatto con
le masse, e si dimostrarono inetti a dominare una grande folla in tumulto uni la forza dei
sindacalisti anarchici è fittizia, perché essi non hanno una concezione indisi li a della storia,
e vengono sommersi dalle energie elementari che riescono a scatenine ( I II tentativo dei
sindacalisti anarchici ha giovato in questo senso: - ha fatto comprendete ai socialisti che
bisogna operare in mezzo alla massa”.

129
nelle singole località ed agitazioni proletarie, con viva parte­
cipazione.
Già nella primavera del 1919, all’indomani dell’attacco fa­
scista alla sede milanese dell 'Avanti!, nel comizio di protesta
tenutosi a Bologna, Armando Borghi aveva proposto la co­
stituzione di un comitato d’azione e preparazione rivoluzio­
naria formato da un rappresentante di ciascuno dei cinque
organismi sovversivi e proletari che erano stati concordi nel­
la protesta contro “l'aggressione borghese e nazionalista”:
cioè, il Partito Socialista, la Camera del Lavoro, PUnione
Anarchica, l’Unione Sindacale ed il Sindacato Ferrovieri.
La proposta di Borghi veniva fatta propria e rilanciata a li­
vello più generale da L'Avvenire Anarchico di Pisa, che sot­
tolineava la necessità e l'urgenza di giungere alla formazione
della “barricata unica”.(2li5) Anche la redazione di Volontà si
associava in linea di massima alla proposta di Borghi, non
senza qualche riserva sulla sua pratica attuabilità.128'” Co­
munque, non se n’era fatto niente.

Interessante pure un altro aspetto della vicenda milanese, cioè il tentativo della grande
stampa d’informazione di addossare a Malatcsta la responsabilità dei disordini milanesi, e
la conseguente reazione in campo anarchico. Di fronte alla campagna anti-Malatesta, che
raggiungeva punte da linciaggio giornalistico, la più significativa era certamente la seguen­
te presa di posizione pubblica: ' (ìli appartenenti ai gruppi anarchici di Ancona, riuniti in
assemblea la sera del 2 marzo u.s., constatando come la campagna di denunzie, di infamia
e di ignobili calunnie si sia ancor più violenta scatenata, ad opera dei giornalisti borghesi,
contro il carissimo compagno ERRICO MALATESTA - al quale va l’espressione della
loro piena ed assoluta solidarietà dopo il recente eccidio di Milano voluto dalla follia
omicida della poliziottaglia aizzata prima e premiata poi; rammentano ai pennivendoli
d’ogni risma che le piazze e le vie d'Italia sanno un lungo martirio di popolani trafitti (39
eccidi dal 13 aprile al 31 dicembre 1919) quando ancora Malatesta risiedeva all’estero; dif­
fidano costoro ed il Governo a smettere l'infame e ripugnante gazzarra ammonendoli che
qualunque attentato alla libertà ed alla persona del gagliardo lottatore per la redenzione
proletaria equivarrebbe per gli anarchici d’Italia (dei quali siamo sicuri d’interpretare il
sentimento) ad una dichiarazione di guerra cui seguirebbe immediatamente l'inizio delle
ostilità; invitano i compagni ed il proletariato ribelle d’Italia: 1) a tenersi pronti in ogni lo­
calità; 2) ad esigere che la stampa prezzolata cessi dall'inveire contro il Malatesta; 3) ad as­
sociarsi al presente o.d.g. comunicandone le approvazioni a: UMANITÀ NOVA Via Gol-
doni 3, Milano”. Tale appello veniva pubblicato e sottoscritto sia dal Sorgiamo! (Rimini),
2.4.1920 (a. I, n. 10), sia da L\Avvenire Anarchico (Pisa), 26.3.1920 (a. XI, n. 9).
Cfr. L'Avvenire Anarchico, (Pisa), 25.4.1919.
Cfr. Volontà (Ancona), 16.5.1920 (n.s., a. I, n. 5): “(...) L’idea è ottima ... a un pat­
to: che tutti gli organismi invitati a parteciparvi siano almeno concordi in una cosa, (CEN­
SURA) nei mezzi pratici, l’azione rivoluzionaria (...) Ci sembra, a dire il vero, un po’ dif­
ficile che anche la Confederazione del Lavoro acceda al concetto surriferito (...) Noi siamo
però d’opinione che il Comitato d’Azione, una volta formato, possa e debba essere indi-
pendente dai singoli partiti ed organismi (...) Sul terreno pratico esso dovrebbe riservarsi
solo quei compiti che non fosse possibile essere assunti e svolti dalle singole forze ed ini­
ziative locali (...) Ma il compito principale, secondo noi, dovrebbe sempre restare alle for­
ze locali. E in ogni centro, piccolo o grande, che l’accordo deve farsi (...) Senza di che,
nessun comitato servirà a niente”.

130
Al di là di mancati accordi “di vertice”, si può con certez­
za affermare che il “fronte unito”, la “barricata unica” erano
nelle cose: in altri termini, spesso i lavoratori si mobilitava­
no in massa, al di là delle direttive dei loro “rappresentanti”,
e ciò avveniva su scala locale. Ciò che mancava, invece, e
che quasi sempre mancò - salvo qualche raro tentativo - , era
una organica e sistematica collaborazione strategica tra le di­
verse componenti del movimento operaio. Mentre, a parte
alcune resistenze, il movimento anarchico era decisamente
orientato verso una prospettiva operativa frontista, fra i so­
cialisti prevaleva la volontà di rafforzare innanzitutto le
strutture e la capacità operativa della propria organizzazione
politica (P.S.) e sindacale (C.G.L.).
La concezione rivoluzionaria malatestiana nel 1920 ha
nell’unità operativa delle forze di sinistra un proprio cardi­
ne. Ripeteremo qui, una volta per tutte, che Malatesta -
come già abbiamo visto nella sua lettera aÌVAvanti! del 7
febbraio - è innanzitutto un militante anarchico e come tale
si comporta, dedicandosi allo sviluppo dell’organizzazione e
della propaganda ideologica specificatamente anarchiche.
Questa prospettiva è strettamente connessa con la scelta e la
volontà rivoluzionaria: infatti

“perché essa (la rivoluzione) sia più anarchica possibile,


dobbiamo moltiplicare i nostri sforzi, intensificare la nostra
propaganda, consolidare le nostre organizzazioni, penetrare
maggiormente in mezzo alle masse e cercare di spingerle il
più possibile nella nostra direzione”.<2X7)

Questa indispensabile attività specificatamente anarchica


all’interno di una logica e del fronte rivoluzionario non
avrebbe però garantito - Malatesta ne era ben cosciente
una caratterizzazione libertaria al processo rivoluzionario.

“Ma vogliamo noi, per paura che la rivoluzione non riesca


quale noi la vorremmo, sottometterci indefinitamente alla
dittatura borghese?”(288)

La risposta di Malatesta alla sua stessa domanda era nega


(»71 Q-r “L’alleanza rivoluzionaria” in Umanità Nova, 13.3.1920 (a I n I '),
Cfr. ibidem.

131
tiva, assolutamente negativa. La volontà rivoluzionaria in
lui era fortissima, tanto più che

“la rivoluzione c’è e cammina verso la sua crisi risolutiva.


Che non la veggano i governi e le classi privilegiate (ma è poi
vero che non la vedono?) si spiega facilmente con la tradi­
zionale cecità dei governanti alla vigilia della loro caduta.
Che ci siano degli anarchici - e fra i più nutriti di studi storici
e sociologici - che non la veggono neppure loro, può spie­
garsi con altre ragioni che non importa ora ricercare. In ogni
modo, questo non altera il fatto: la rivoluzione s’agita e fre­
me e sta per scoppiare”.(2S9)

Non bisogna però sopravvalutare la fiducia di Malatesta


nel meccanico evolversi degli avvenimenti, poiché in tal caso
si commetterebbe un grave errore. Il dato soggettivo, cioè la
cosciente azione rivoluzionaria, era assolutamente indispen­
sabile - secondo Malatesta - appunto per far maturare ap­
pieno quelle condizioni rivoluzionarie che, altrimenti, a
niente sarebbero servite: anzi, osservava Malatesta:

“Se (la rivoluzione) non scoppiasse, vorrebbe dire che le for­


ze contrastanti nel seno stesso del movimento si sarebbero
neutralizzate ed avrebbero dato modo alla reazione di ricac­
ciarsi indietro e di vivere ancora fino alla prossima crisi”.<2y<,)

Di qui la necessità della massima unità operativa possibile


tra le diverse tendenze rivoluzionarie del movimento ope­
raio: “rivoluzionarie” significava per Malatesta “disponibili
al rovesciamento del sistema vigente” e non implicava una
valutazione ideologicamente positiva. Si può affermare che,
pur dubitando profondamente della volontà rivoluzionaria
delle altre organizzazioni di sinistra, Malatesta facesse di
tutto per coinvolgerle nel “fronte unito”. In particolare, era
alla base che lanciava i proprii appelli all’unità operativa,
cercando così di costringere il Partito Socialista, quello Re-
pubblicano, la C.G .L., ecc. a fare i conti con un fenomeno
già in via di sviluppo e di consolidamento.

Cfr. ibidem.
Cfr. ibidem.

132
“Noi siamo convinti che tutti i lavoratori ribelli, malgrado le
differenze di denominazioni e di diversi quadri in cui milita­
no, hanno in fondo gli stessi sentimenti, lo stesso desiderio
ardente di emancipazione umana. E noi ci sentiamo fratelli
con tutti e vogliamo lottare il più possibile d’accordo con
tutti.
Se attacchiamo spesso e volentieri certi dirigenti socialisti, è
perché li vediamo sempre lavorare contro la rivoluzione, ed
i più interessati a mandarli via quali traditori del socialismo
sono proprio i socialisti veri e sinceri.
Se attacchiamo certi capi repubblicani, è perché sappiamo
che la repubblica non la vogliono fare, perché li abbiamo vi­
sti mandare al macello i loro ingenui seguaci mentre essi re­
stavano a casa per trescare nella Reggia e nei ministeri, per
far quattrini e per fare la spia; e di quei capi, che han mac­
chiato e tradito la loro bandiera, i repubblicani sinceri sono
i più interessati a sbarazzarsi.
Ci riflettano i lavoratori socialisti e repubblicani e vedranno
da che parte stanno i loro amici e i loro nemici”.<2')l)

Il “fronte unito proletario” nasceva anche da questa esi­


genza di superare, nell’azione quotidiana, le divisioni che
pure esistevano - non senza motivo - tra i lavoratori delle di­
verse tendenze. Ma queste divisioni ideologiche non dove­
vano - secondo Malatesta - esser di freno all’azione rivolu­
zionaria, che anzi ciascuna forza di sinistra era interessata -
doveva esserlo - all’abbattimento delle istituzioni vigenti,
primo passo verso la realizzazione dei rispettivi ideali.

“È doloroso che ancora oggi, in questa vigilia d’armi, quan­


do già il vecchio mondo vacilla e non occorre più che un urto
risoluto per abbatterlo definitivamente, vi siano ancora dei
lavoratori che combattono, che quasi odiano altri lavoratori
per il solo fatto di appartenere ad organizzazioni e partiti di­
versi e rivali. (...) Se altri, per ¡spirito di rivalità e desiderio
di predominio, tenta di dipingerci quali settari noi stendia­
mo la mano lo stesso a tutti gli uomini sinceri e combattiamo
solamente quei metodi che ci sembrano contrari alla rivolu­
zione, e quegli uomini, quando ne capitano, che evidente-

IM" C fr. ib id e m .
mente tradiscono la causa che essi dicono di servire”/ 292’

Questo problema del “fronte unito proletario” dominava


il dibattito politico nella sinistra italiana, in quei primi mesi
del 1920. Quasi tutti gli articoli pubblicati da Malatesta sulle
colonne di Umanità Nova lo trattavano, più o meno. Ricor­
diamo in particolare, tra gli altri, quelli dedicati ai rapporti
con i socialisti ed i repubblicani, che regolarmente venivano
discussi, ripresi, confutati da organi repubblicani e socialisti
e che - abbiamo raccolto più di una testimonianza orale in
tal senso - costituivano sempre una occasione per vivaci di­
scussioni tra i lavoratori, nelle fabbriche e negli altri luoghi
di lavoro.129,1
Alla realizzazione del “fronte unito proletario”, dunque,
Malatesta dedicava gran parte della sua attività, nel tentati­
vo di preparare seriamente quella rivoluzione sociale che era
nell’aria, di cui si parlava in Italia da molti mesi, ma che po­
chi di fatto stavano - per quanto loro possibile - organizzan­
do. Quella rivoluzione che, in definitiva, non iniziò mai, ma
che più di una volta sembrava sul punto di scoppiare, se non
addirittura scoppiata.' ''4’

li«, Qj. “Fronte unico proletario”, in Umanità Nova, 8.4.1920 (a. I, n. 35).
Cfr. “Questione di onestà - Noi ed i socialisti”; “Noi ed i repubblicani”; “Gli anar­
chici ed i socialisti - Affinità e contrasti”; “Noi ed i mazziniani”; “Rapporti tra socialisti e
anarchici"; “Ancora sulla repubblica”; cfr. Umanità Nova, rispettivamente del 22,25 apri­
le, del 1, 9, 15, 21 maggio 1920 (a. I, nn. 47, 50, 55, 61, 66 , 71).
IWI> Non intendiamo affrontare in questa sede l’arduo e dibattuto problema delle cause
del mancato scoppio di una rivoluzione. Rimandiamo, per parte anarchica, ad A. BOR­
GHI, L'Italia tra due Crispi, cit. ; per parte liberale a G. SALVEMINI, Scritti sul fascismo,
I, cit. , pp. 13-16 (“Perché in Italia non vi fu una rivoluzione bolscevica”).

134
XII

IL COMPLOTTO INESISTENTE

Durante la primavera del 1920, Errico Malatesta prose­


guiva senza posa la sua opera di organizzazione e di propa­
ganda anarchica. Suo luogo di residenza era Milano,(29S) ma
spesso il vecchio rivoluzionario si recava a fare conferenze e
comizi fuori città, a volte per molti giorni di seguito. La sua
presenza era infatti vivamente richiesta un po’ dovunque e
Malatesta faceva il possibile per accontentare tutti coloro
che lo invitavano come oratore: comunque, nonostante
qualche sollecitazione da parte dei compagni locali, non si
recò mai né nellTtalia Meridionale né in Sicilia né in Sarde­
gna.(296)
Inutili risultavano gli appelli rivolti dai redattori di Uniti
nità Nova ai gruppi anarchici, affinché rinunciassero a ri
chiedere continuamente e con insistenza la presenza di Ma
latesta, ora qua ora là: si pensi che fin dal primo numero del
quotidiano anarchico appelli in tal senso erano saltuaria
mente apparsi, senza praticamente sortire alcun effe Ilo.
Così, dunque, Malatesta era costretto per brevi periodi ad
abbandonare di fatto la responsabilità politica del quolidia
no per soddisfare le molte richieste per comizi c conicien/.c
Si tenga presente, però, che ogni intervento pubblico di Ma
latesta costituiva sempre un’occasione, grande o piccola a
seconda dei casi, di significativa presenza politica locale del
movimento anarchico e spesso anche di rilancio delle attivila
e dell’incisività sociale dei libertari. È dunque intercssaiilc
ero cfr. ACS, ibidem, Notizie per il prospetto biografico, Prcf MI n Min Ini l'n <» n
PS. Uff. Schedario, 28.3.1920: “ A Milano, dopo aver dimoralo in chimi Inaili» mia n i I '
e in viale Lombardia 42, si è recato ed alloggiato nei locali delti buoni '.... I n ili lliillnnn
in via Achille Mauri 8”.
I?*" Malatesta si era recato al Sud - per l'ultima volta nella sua vita pillila di Un Selli
mana Rossa.

I.VS
a nostro avviso, seguire Malatesta nei suoi spostamenti in
lungo ed in largo per l’Italia Centro-Settentrionale.
Il 7 marzo era alla Spezia, città ricca di tradizioni liberta­
rie e centro fondamentale nella geografia deH’anarchismo
italiano - grazie all’intelligente e ininterrotto lavoro politico
e sindacale portato avanti dai gruppi raccolti intorno a lì Li­
bertario di Pasquale e Zelmira Binazzi: Malatesta parlava al Po­
liteama Duca di Genova, quindi si recava a Sarzana e teneva un
altro comizio; all’indomani era oratore a Lerici.(297) Tre giorni
dopo partecipava a Milano ad una serata di propaganda
anarchica nella sede delI’U .S.I., nel corso della quale pren­
devano la parola Faggi, Vecchi, Borghi e Bonazzi.'2981 Il 13
sera con Pasquale Binazzi era a Vigevano,(299) quindi a Pavia
il giorno successivo Malatesta teneva un’altra conferenza,
indetta dalla locale Camera del 1.avoro, invitando i lavorato­
ri a prepararsi per la rivoluzione, per non farsi cogliere di
sorpresa dal maturare degli eventi."""1Il 18 marzo Malatesta
interveniva ad una conferenza di Carlo Molaschi sul tema
“Nichilismo”, che era anche il titolo di una rivista che il Mo­
laschi stesso si accingeva ad editare a Milano.(30l)
Dal 20 al 22 marzo Malatesta era nell’“Apuania Rossa”
(come la definiva Umanità Noia), certamente una delle
zone di massima penetrazione anarchica e sindacalista rivo­
luzionaria nel tessuto sociale. Parlava a Pietrasanta. Massa,
Carrara, Serravezza, Forte dei Marmi, Viareggio. In que-
st'ultima città la polizia aveva in un primo tempo vietato il
comizio di Malatesta, ma una secca presa di posizione del
deputato socialista Salvadori aveva fatto ritornare le autori­
tà sui propri passi:

“Pubblica sicurezza locale impedisce comizio Malatesta. Io


denuncio V.E. - aveva telegrafalo il deputato socialista al
Presidente del Consiglio Nitti - tale sfregio libertà e chiedo
che V.E. voglia dare ordini perché Viareggio sia considerato
l!”,> Cfr. Umanità Nova, 10.3.1920 (a. I, n. 10); Il Libertario (La Spezia), 11.3.1920 (a.
XVIII, n. 755).
Cfr. ACS, ibidem. Quest. MI a Min. Int., 12.3.1920.
IW| Cfr. ACS, ibidem, Quest. MI a Min. Int., 15.3.1920: ACS, ibidem, Pref. PV a Min.
Int., 15.3.1920: ma Umanità Nova. 13.3.1920 (a. 1, n. 15) datava (erroneamente) questa
conferenza il 15.
im h £ f r ACS, ibidem, Pref. PV a Min. Int., 15.3.1920, cit. ; Umanità Nova, 16.3.1920,
cit., che però la data 15.3
Cfr. ACS, ibidem, Quest. MI a Min. Int., 19.3.1920.

13 6
alla stregua tutta Italia dove Malatesta ha parlato e parla li­
beramente - Deputato Salvatore (recte, Salvadori)".(W2)
Quindi Malatesta si recava a parlare, nei giorni successivi,
a Lucca,'303’ Monastero Valdarno,13041 Castelnuovo dei Sab­
bioni,<3<)5) Figline Valdarno,'306’ S. Giovanni Valdarno,<307>
Pontassieve,'308’ per poi fare ritorno a Milano'309’ il 27 marzo.
Nei suoi comizi, in tutti i suoi comizi, Malatesta non face­
va altro che invitare insistentemente il proletariato alla pre­
parazione rivoluzionaria. La parola d’ordine dell’occupazio­
ne delle fabbriche caratterizzava la sua propaganda:

“Gli scioperi generali di protesta - scriveva in quei giorni


Malatesta sulle colonne di Umanità Nova - non commuovo­
no più nessuno: né coloro che li fanno, né coloro contro cui
sono fatti. Se solo la polizia avesse l’intelligenza di non pro­
vocare, passerebbero come una qualsiasi giornata festiva.
Bisogna cercare altra cosa. Noi lanciamo un’idea: imposses­
sarsi delle fabbriche. La prima volta forse lo faranno pochi
e risentiranno poco; ma il metodo ha certamente un avveni­
re, perché corrisponde ai fini ultimi del movimento proleta­
rio e costituisce una ginnastica che prepara alla espropriazio­
ne generale e definitiva” .'3"”

L’accento era sempre posto sulla necessità dell’azione di­


retta da parte dei lavoratori, indipendentemente e, se neces­
sario, contro le delibere dei vertici politici e sindacali.

“L’anarchia verrà quando potrà venire; ma noi dobbiamo la­


vorare per farla venire. Ed è opera fatta per l’Anarchia ogni
lotta contro l’autorità, contro il capitalismo. È sempre un
l"ai Cfr. ACS, ibidem, Salvatore (rccte Salvadori) a Pres. Cons. Min., 17 I 1920', sull'at­
tività di Malatesta in Versilia in quei giorni, cfr. Umanità Nova, 26.3.1920 (a I n. 24) non­
ché i numerosi dispacci telegrafici delle locali autorità del Min. Int. in quelle dille, in ACS,
ibidem.
Cfr. Umanità Nova, 27.3.1920 (a. I, n. 25); Il Libertario (La Spezi,i> I 4.1920 (a.
XV111, n. 758), che riferiva dell’arresto di due partecipanti al comizio m un nienti ad esso
successivi, per "grida sediziose": ma uno dei due arrestati era ... sordomuto!
oui (-fr Umanità Nova, 28.3.1920, (a. I, n. 26).
I'"'1 Cfr. ibidem.
Cfr. Umanità Nova, 28.3.1920, ci/.; ACS, ibidem. Pref. PI a Min Ini '8 < 1120.
Cfr. Umanità Nova, 28.3.1920, cit. \ ACS, ibidem, Pref. A ll n Min Ini ' 11120
l'"" Cfr. Umanità Nova, 28.3.1920, cit.\ ACS, ibidem, Pref. P ia Min Ini 'H 1 1120, i il
Cfr. ACS, ibidem. Notizie per il prospetto biografico, Pref MI a Min Ini Un d i n
PS, Serv. Schedario, 28.3.1920, cit.
""" Cfr. “Perché non prima?” in Umanità Nova, 17.3.1920 (a I n 16)
tanto di Anarchia realizzata ogni conquista fatta dai lavora­
tori colla loro azione diretta, ogni diminuzione di oppressio­
ne e di sfruttamento imposta al governo ed ai padroni colla
ferma volontà di arrivare alla completa distruzione dell’au­
torità e del padronato”.(3'l)
Costante la vivace polemica contro il parlamentarismo, con­
tro la “lue parlamentarista”, che rappresentava l’antitesi del
metodo dell’azione diretta. Di fronte al successo ottenuto
dal gruppo parlamentare socialista nell’impedire - solo per
poco, come vedremo - l’aumento del prezzo del pane, per
esempio, Malatesta ribadiva la netta avversione sua e degli
anarchici tutti contro la strategia parlamentarista del P.S.:

“Per noi - scriveva Malatesta - il successo del gruppo parla­


mentare socialista è una prova novella dell’influenza nefasta
che l’azione parlamentare ha sullo sviluppo del socialismo ri­
voluzionario, e ci fa ripetere la nostra vecchia massima: più
forti sono i socialisti al Parlamento e peggio è per il sociali­
smo... Se il Parlamento fosse una massa compatta di borghe­
si e di reazionari il proletariato cosciente vedrebbe chiara­
mente che non c’è speranza se non nella sua azione diretta,
ed agirebbe in conseguenza. Invece, sapendo che in Parla­
mento vi sono degli amici suoi, spera ed aspetta”.(3I2)

Il 30 marzo Malatesta era ad Arezzo ad un comizio indet­


to dalla locale sezione dell’U .S.I., quindi a Bergamo (accol­
to da 2.000 persone alla stazione, poi accompagnato in cor­
teo al Teatro Nuovo con accompagnamento della banda),
poi a Sesto S. Giovanni per una conferenza con Binazzi e
Borghi.(3,3) Il 3 aprile era a Torino, pedinato inutilmente dal­
la polizia che ne perdeva le tracce; all’indomani a Milano
prendeva la parola con Borghi, Faggi ed altri nel corso di
una grande manifestazione indetta dall’U.S.I. contro la rea­
zione anti-proletaria negli Stati Uniti.'3141Nella stessa giorna­
ta del 4 aprile Malatesta lasciava nuovamente Milano in di-

Cfr. “Repubblica sociale” in Umanità Nova, 1.4.1920 (a. 1, n. 29).


|,l2> Cfr. “L’azione parlamentare" in Umanità Nova, 2.4.1920 (a. I, n. 20 ).
'3B) ( fr : per Arezzo, Umanità Nova, 2.4.1920. cit.\ per Bergamo, ACS, ibidem, Pref.
BCì a Min. Ini., 2.4.1920: per Sesto S.G., Umanità Nova, 2.4.1920, cit.
(IMI Cfr.: per Torino, Umanità Nova, 5.5.1920 (a. I, n. 57); per Milano, Umanità Nova,
6.4.1920, (a. I, n. 58) nonché ACS, PS 1920, b. 79, cat. K 1, MI mov. anarch., Pref. MI
a Min. Int., 4.4.1920, e ACS, ibidem, Pref. MI a Min. Int., 5.4.1920.

138
rezione del Veneto, accompagnato da Armando Borghi e
Virgilia D ’Andrea: comizi avevano luogo a Verona, Noven­
ta e Vicenza.(3I5)
Le autorità, com’è naturale, seguivano con attenzione e
preoccupazione l’attività di Malatesta. Non si accontentava­
no certo di controllarne gli spostamenti ed i comizi, ma cer­
cavano di captare eventuali notizie relative a complotti se­
greti, a reconditi progetti insurrezionali, a rifugi predisposti.
Per queste loro attività di contro-informazione e di spionag­
gio politico, le autorità non potevano che basarsi sull’opera
di informatori prezzolati, inseriti in una qualche maniera tra
le fila sovversive. L’inattendibilità di queste spie è tradizio­
nale: spesso rasenta la menzogna cosciente, il più delle volte
è causata da ignoranza, presunzione, quando non imbecilli­
tà. Allora come oggi. In ogni caso, vere o false che fossero,
le informazioni fatte pervenire alle prefetture, e da queste al
governo, provocavano vivissimo allarme nelle autorità. Na­
turalmente tali voci si intensificavano in occasione di parti­
colari momenti di tensione politica e sociale.
Particolarmente allarmate erano le autorità in relazione
ad un paventato accordo tra D ’Annunzio e Malatesta. Pur
tempestivamente informate della riunione di Roma, presso
la Direzione del P.S.I., tra Malatesta, Giulietti ed alcuni
capi socialisti - avvenuta, come si ricorderà, il 19 gennaio,
alla vigilia dello sciopero ferroviario - le autorità erano ve­
nute a conoscenza dell’oggetto di quell’incontro solo grazie
alla pubblica “delazione” operata dal leader fascista Musso­
lini sul Popolo d'Italia del 17 febbraio. Due settimane dopo
il prefetto di Milano telegrafava quanto segue al Ministero
dell’Interno:

“Secondo notizie fiduciarie che mi pervengono e che comu­


nico con riserva, per opportuna conoscenza, sembra che i
noti Malatesta e Borghi sarebbero emissari di D ’Annunzio e
Giulietti, dai quali avrebbero ricevuto incarico di suscitare
un moto che dovrebbe instaurare la repubblica. I notorio
che il Giulietti si adoperò pel ritorno del Malatesta c si assi­
cura che questi appena ritornato in Italia, avrebbe olle rio la

1,151 Cfr. Umanità Nova, 9.4.1920 (a. I, n. 36) ACS, Min. hit.. D ii lin i l'S D ii A A.
GG. e RR.. CPC MALATESTA, sotto/. 6, Pref. VI a Min. Ini , 1 •/ W »

139
sua opera alla direzione del partito socialista, la quale l’a­
vrebbe rifiutata, essendo a cognizione dell’intesa che legava
il Malatesta al Giulietti ed al D ’Annunzio. Personalità socia­
liste, si aggiunge, sarebbero in possesso di documenti com­
provanti la cosa che per evitare scandali si terrebbe Cela­
la ” (316)

Effettivamente, le voci su di un complotto Malatesta-


D ’Annunzio (quindi, anarchico-fiumarolo) avevano comin­
ciato a circolare insistenti, all’indomani dell’articolo musso-
liniano del 17 febbraio: è comunque significativo che a rac­
coglierle per primo fosse proprio il prefetto di quella città
che era la sede del Popolo d ’Italia e la residenza di Musso­
lini. In ogni caso, la pubblica “delazione” del leader fascista
in relazione alla riunione romana del 19 gennaio metteva in
moto una serie di sospetti, recriminazioni, accuse malcelate,
che di fatto confermavano Mussolini nella sua scelta di man­
tenere le distanze dal poeta-soldato e nel contempo la gran­
de maggioranza dei socialisti nella loro diffidenza verso il
movimento anarchico.
Per mettere a tacere queste voci, o almeno per chiarire la
sua posizione in merito, Errico Malatesta pubblicava a metà
aprile un secco articolo sulle colonne di Umanità Nova, dal
significativo titolo “Se la facessero finita!”:

“I pettegolezzi e le insinuazioni sulla mia attività politica da


parte di alcuni socialisti continuano e crescono. Non capisco
perché ... o lo capisco troppo. Certi compagni si irritano di
questa condotta gesuitica e mi domandano di reagire. Io in­
vece ne rido - o piuttosto ne riderei se il riso non fosse sof­
focato da un senso di disgusto. La mia condotta è chiara e
lampante. Io lavoro solamente, esclusivamente, per il trion-
Cfr. ACS, Min. Ini., Dir. Gen. PS., Div. AA. GG. e Rii., serie Atti Diversi (1898-
1943), cat. A 5, busta 3, fase. 15, "Agitazione Pro Fiume e Dalmazia (1916-1922, sottof.
“Complotto insurrezionale ad opera di dannunziani", Pref. MI a Min. Ini., 4.3.1920. Si
ponga attenzione alla data (4 marzo) di questo telegramma, poiché - sulla base di questo
documento finora citato solo in V. MANTOVANI, op. c it.-ci è possibile una precisazione
storiografica non del tutto secondaria. Secondo N. VALERI (Da Giolitti a Mussolini, cit.,
p. 62), infatti, era con il telegramma di Mosconi (commissario generale civile a Trieste) a
Nitti, in data 13 aprile, che per la prima volta venivano strettamente collegati i nomi di Ma­
latesta e D ’Annunzio (e Giulietti) per un paventato tentativo insurrezionale. È dunque
possibile affermare con certezza che almeno un mese prima dei contatti tra Coselschi e
Passigli a Trieste il governo Nitti era sul chi va là in merito alla politica “bolscevica” di
D’Annunzio e ad una sua possibile alleanza sovversiva con Malatesta.

140
fo delle idee anarchiche: e ciò che è utile o meno per il pro­
gresso di dette idee lo discuto coi miei compagni e non con
altri. Senza aver alcun preconcetto generico contro i com­
plotti, i colpi di mano, ecc., io credo che nella situazione at­
tuale le cose camminano da loro, e che la missione degli
anarchici in questo momento è quella di cercare di indirizza­
re il movimento per quanto più è possibile nel senso nostro.
Ed ecco perché io non faccio che parlare. Che se poi i tempi
mutassero ed io giudicassi, previo accordo coi miei compa­
gni, che è utile complottare, allora ... pregherei i nostri buo­
ni cugini di non fare la spia, e spero ch’essi si affretterebbero
ad evitare tutto ciò che potrebbe essere, o sembrare, denun­
zia al governo di una qualsiasi specie di attività sovversi­
va”.017'

La tensione sociale, nel frattempo, era salita decisamente,


soprattutto in coincidenza con lo “sciopero delle lancette” a
Torino che, scoppiato il 28 marzo, sarebbe durato fino alla
mezzanotte del 23 aprile, in un crescendo di tensione (non
solo a Torino) e di speranze (o timori, a seconda dei casi)
in un imminente “colpo di spalla” rivoluzionario. La polizia,
dal canto suo, continuava a scoprire e ad inventare com­
plotti.

“Da anarchico viaggiante Bologna-Venezia - scriveva un in­


formatore, tale M .R., da Trieste - apprendo che a Milano
nel partito anarchico è stato costituito un ufficio investigati­
vo il quale possiede nome, cognome, connotati degli agenti
investigativi più valorosi della polizia italiana. Fu in merito
agli elenchi di questo ufficio investigativo anarchico che ven­
ne riconosciuto l’agente percosso all’Arena di Milano. Gli
agenti investigativi anarchici viaggiano e raccolgono notizie
preziose”.018'Il

Il 5 aprile era nuovamente il questore di Milano, Pesce, a


far pervenire ai suoi superiori

“altre notizie fiduciarie, secondo le quali pare si stiano ten-


Cfr. “Se la facessero finita!” in Umanità Nova, 16.4.1920, già cit. in nota
<" “1 Cfr. ACS, PS 1920, b. 79, cat. K 1, sottof. ''Milano - movimento anarchico", M.R.,
Trieste, 27.3.1920.

141
tando accordi fra anarchici, socialisti e sindacalisti allo scopo
di iniziare subito dopo il prossimo Consiglio Nazionale So­
cialista di Torino e quello sindacalista del 10 corrente di Fi­
renze l’occupazione delle fabbriche. Tale movimento do­
vrebbe iniziarsi contem poraneam ente in tutto il Regno, ma
si ritiene che avrebbe più sicuri risultati in Liguria, Lombar­
dia, Piemonte, Emilia e Romagna. Il movimento stesso sa­
rebbe seguito dalla occupazione immediata dei municipi per
facilitarne la riuscita. Ad esso avrebbero aderito anche i re-
pubblicani rinunciatari (sic!)".

Seguiva un lungo elenco di gruppi ed individui (per lo più


anarchici) presunti prom otori dell’occupazione.

“Inoltre - proseguiva il prefetto Pesce - l’anarchico Malate-


sta Errico, dopo gli ultimi avvenimenti verificatisi negli sta­
bilimenti di Torino, avrebbe dato ad intendere che da una
settimana all’altra anche Milano deve insorgere per solida­
rietà con i compagni di Torino. In una privata riunione egli
avrebbe anche detto che malgrado la sua avanzata età, do­
vrà fare in Italia qualche cosa di più della settimana rossa e
che non cederà se dovesse anche andare incontro alla fucila­
zione. Come è noto fedeli seguaci di Malatesta sono il Bor­
ghi Armando ed il Binazzi Pasquale. Assicuro che mi man­
tengo vigilantissimo e sto adottando preventivamente le ne­
cessarie misure allo scopo di prevenire qualsiasi sorpre-

Messo in stato di all’erta da questa ed altre simili notizie, il


Ministro dellTnterno inviava a tutti i prefetti del Regno il se­
guente telegramma:

“Nelle divergenze di scopi e di metodi che si manifestano fra


1...Cfr. ACS, ibidem, b. 66, cat. C 2, sottof. "MHano-movimento sovversivo", Pref. MI
a Min. Int., 5.4.1920. La solerzia del vigilantissimo prefetto Pesce non sembrava però mol­
to apprezzata dai suoi superiori: proprio nello stesso giorno, infatti, il consiglio dei ministri
deliberava il suo trasferimento. “Il trasloco del Pesce - commentava all'indomani VAvanti!
(6.4.1920) - non sorprende nessuno. Egli aveva fatto l’impossibile per mettere in evidenza
la sua scempiaggine e la sua incapacità a fare il proconsole in una città come Milano. Le
sue due ‘gaffes’ maggiori, quella della istituzione della famosa guardia bianca e quella della
violenza contro il sindaco Caldara. avevano reso impossibile ogni ulteriore sua permanen­
za a Milano. (...) Il suo successore è il comm. Flores, un napoletano che durante la guerra
In per alcuni mesi capo della censura di Milano”. Sulla “guardia bianca", cfr. R. DE FE-
I l( I . Mussolini il rivoluzionario, cit., p. 609.
partiti estremisti, notasi evidente tendenza partito anarchico
prendere sopravvento sebbene minoranza mettendosi a
capo agitazioni qualsiasi natura per ispirare proposito imme­
diata azione violenta contro poteri Statali strappando dire­
zione masse lavoratrici anche alle stesse organizzazioni eco­
nomiche. Bisogna dunque prendere nota di tali elementi
tanto locali quanto forestieri che sarebbero particolarmente
pericolosi in occasione di moti popolari nei quali si dispon­
gono assumere parte preponderante. Appena tali moti ac­
cennino a verificarsi con evidente carattere politico, è neces­
sario che anarchici e massimalisti siano immediatamente ar­
restati per sottrarre le folle al loro ascendente ed impedire
tentativo di trascinarle alla esecuzione di piani predisposti
ma noti soltanto ai capi più influenti. A tale scopo conviene
tener sempre aggiornato elenco persone da arrestare ed ave­
re sicura notizia loro abitazione o recapito ovvero luoghi
dove possano celarsi sapendosi ricercati”.(320)

Malatesta, intanto, proseguiva la sua attività, dedicandosi


alla propaganda sia orale (comizi) sia scritta (articoli su
Umanità Nova). Il 10 aprile parlava a Piacenza: al termine
del comizio i carabinieri sparavano contro la folla, cercando
- secondo numerosi testimoni - di colpire Malatesta. Questi
usciva incolume, ma il bilancio della sparatoria non era per
questo meno grave: 2 morti e 20 feriti. Umanità Nova usciva
con un titolone a piena pagina: “L’eccidio di Piacenza. 2
morti e circa 20 feriti. I carabinieri sparano nel gruppo dove
si trova Malatesta”. La tensione tra gli anarchici saliva anco­
ra.'32" Altri discorsi Malatesta teneva in quei giorni a Nova­
ra, Milano e altrove.<322) Il momento gli sembrava favorevole
ad un movimento generalizzato che, partendo dalle lotte in
corso a Torino, sapesse porsi come inizio di quel processo ri­
voluzionario che ancora una volta nel giro di pochi mesi pa­
reva imminente. L’eccezionaiità del momento lo spingeva a
rimandare all’ultimo momento un giro di conferenze in To­
scana, con epicentro Piombino.
Il 18 aprile, infatti, il segretario di quella Camera del La-

<’3"' ACS, ibidem, b. 79, cat. H 1 - H 7, Min. Int. a Pref. Regno, 7.4.1920.
I>;‘ Cfr. Umanità Nova, 13.4.1920 (a. I, n. 39).
I’~l Cfr. per Novara, Umanità Nova, 13.4.1920, cit. ; per Milano (conferenza privata nella
sede U .S.Ì.), ACS, ibidem, B. 79, cat. K 1, Pref. MI a Min. Int., 20.4.1920.

143
voro (aderente all’U.S.I.) Riccardo Sacconi riceveva una
lettera da Malatesta - la polizia la intercettava ed il questore
di Pisa ne ritrasmetteva il testo ai suoi superiori, per cui an­
che noi, oggi, possiamo conoscerlo:

“Carissimo Riccardo - scriveva dunque Malatesta a Sacconi


- mentre mi disponevo per partire sono giunte da Torino no­
tizie di fatti di estrema gravità per cui mi è stato impossibile
di allontanarmi da Milano dove i fatti medesimi potranno
avere una ripercussione. L’ora è gravida di avvenimenti ed è
sperabile sia prossima l’azione risolutiva. Mi dispiace non
aver potuto mantenere impegno che mi ero assunto, ma
sono sicuro scuserai comprendendo motivi che hanno impe­
dito mia partenza. Posso essere così sabato 24 corrente mese
perciò scrivimi ovvero telegrafami se debbo partire. Ricevi
miei saluti e quelli di Borghi qui presente”.(323)

Il 19 aprile partiva un dispaccio dal Ministero dell’Interno


per il prefetto di Milano ed altri suoi parigrado con l’ordine
di seguire e scoprire preventivamente i possibili nascondigli
di Malatesta, Borghi ed altri sovversivi.13241 All’indomani era
lo stesso Nitti a telegrafare al prefetto di Torino, mettendolo
in guardia contro il possibile arrivo di un aeroplano prove­
niente da Fiume ed inviato da D’Annunzio “per gettare ma­
nifesti in varie città del Regno”, così come altri quattro aerei
partiti contemporaneamente:

“È ormai tempo - concludeva secco Nitti - di finirla con


queste buffonate sembrando ormai evidente connessione
azione D ’Annunzio con azione M alatesta”(325)

Si consideri che una settimana prima lo stesso Nitti aveva


ricevuto un allarmante telegramma dal Commissario Gene­
rale civile a Trieste, Mosconi, il quale telegramma si inseriva
in un già preoccupato carteggio telegrafico tra il generale
Caviglia, il presidente del consiglio Nitti ed alcuni prefetti
(Milano, Torino) in relazione ai molteplici aspetti della tor-
1,2,1 Cfr. ACS, Min. Int., Dir. Gen. PS.. Div. A A. GG. e RR., CPC MALATESTA, sot­
to/. 6, Pref. PI a Min. Ini., 19.4.1920.
1,241 Cfr. ACS, PS 1920, b. 79, cal. K 1, Min. Int. a Pref. MI ed altri, 19.4.1920.
1,251 Cfr. telegramma Nitti a Pref. TO, 20.4.1920, cit. in N. VALERI, Da Giolitti a Mus­
solini, cit. p. 99.

144
meritata vicenda fiumana.

“In questo momento - aveva appunto scritto Mosconi a Nitti


il 13 aprile - apprendo riservatamente da fonte sicura che
certo Coselschi, segretario particolare D ’Annunzio, si è ieri
per tre volte presentato a Passigli, direttore locale giornale
socialista Lavoratore per dirgli essere intendimento D ’An­
nunzio proclamare repubblica comunista soviettista a Fiume
e estenderla anche Venezia Giulia, chiedendo per tale azio­
ne appoggio e unione con partito socialista locale avverten­
do che, qualora questo non accettasse, si associerebbe ad al­
tri elementi quali anarchico Malatesta e Giulietti”.<326)

Si può comunque affermare con certezza, fino a prova


contraria, che tra Malatesta e D ’Annunzio, e più in genere
tra anarchici e “fiumaroli”, non ci fu mai un accordo né un
progetto comune insurrezionale. Ci furono, è vero, in quei
mesi delle ritornanti velleità “bolsceviche” da parte del poe­
ta-soldato, che peraltro incontrarono immediata opposizio­
ne nel suo stesso entourage. Se infatti un De Ambris non po­
teva che sentirsi vicino a questi tentativi dannunziani di cer­
care alleanze (o, più semplicemente, coperture?) a sinistra,
v’era nel contempo chi considerava questi tentativi delle
“buffonate” (per dirla con Nitti) ed anche peggio. Si pensi,
per esempio, a quanto scriveva a D’Annunzio nel luglio
1920 il maggiore Reina, “per motivare il suo abbandono, sei
mesi prima, dopo il fallimento delle trattative per il modus
vivendi, della ‘causa fiumana’”:(327)

“Fui sempre contrario a qualsiasi idea di rivoluzione milita­


rista - scriveva Reina al suo ex-comandante D’Annunzio -
prima di tutto perché odiosa al mio sentimento e poi perché
ero convinto che se noi cominciavamo un’azione anticostitu­
zionale, non noi ma i Malatesta l’avrebbero finita. (...) Tu
eri favorevole agli idioti colpi di mano di vari legionari; tu
,i;"’ Cfr. telegramma Mosconi a Nitti, 13.4.1920, cit. in N. VALERI, Da (ìiolitli a Mus­
solini, cit., p. 94. La risposta di Passigli a Coselschi era stata drasticamente negativa, ed
anzi un forte articolo contro D ’Annunzio compariva all’indomani sul /.utoratore dal titolo
“D'Annunzio vuol proclamare la repubblica ... sociale".
1,271 Cfr. l’introduzione, cit., di R. DE FELICE a G. D'ANNUNZK ), La penultima ven­
tura, cit., p. XXIII. Reina si riferiva agli avvenimenti del gennaio 192(1, ma le sue osser­
vazioni erano di ordine più generale e quindi valide anche per un'intera fase della politica
dannunziana.

145
eri favorevole al progetto di un colpo di Stato militarista
anarchico a Roma e per questo proteggevi i vari elaboratori
di simile progetto (ricordo tutti quelli usciti dalla segreteria
speciale), tu volevi o dicevi di volere andare a Roma, a Trie­
ste, Spalato (vedi il tuo inno alle truppe fiumane), volevi un
colpo di Stato per innalzare il Duca d’Aosta; hai adottato
come formula assoluta il Patto di Londra più Fiume, mentre
io ero convinto che non ci si dovesse interessare che di Fiu­
me e per questo solo d’accordo con i miei soldati ho dato a
te il comando della spedizione”.1328’

In una cosa, almeno, il maggiore Reina coglieva nel se­


gno: la “politica” dannunziana era talmente oscillante, oscu­
ra, instabile da non poter esser definita una “politica” in sen­
so proprio. Mancava infatti di lungimiranza, abbondava nel
contempo di vacua demagogia - sulla scia dell’ormai classico
“Vado verso la vita”, classica buffonata e niente più.
Diametralmente opposto l’atteggiamento di Malatesta.
Questi, infatti, fu uno dei pochissimi - e, fra i pochissimi,
certo il principale - a comprendere la complessa realtà del­
l’impresa fiumana e a non bollarla tout court come “reazio­
naria”. Si può affermare che tutta la sinistra italiana (socia­
listi riformisti, massimalisti, anarchici, ecc.) si era schierata
con veemenza e senza mezzi termini contro D’Annunzio ed
i suoi legionari, non perdendo mai l’occasione per additarli
al disprezzo dei lavoratori.
Malatesta, no. D’Annunzio se n’era accorto e lo aveva
sottolineato nella sua risposta in gennaio all’on. Giulietti:

“Tuo fratello mi assicura che Errico Malatesta non pronun­


ziò l’ingiuria contro i Legionari di Fiume. Ne sono lieto”.<32‘,)

Certamente Malatesta condivideva con gli altri anarchici,


ed in genere con le altre forze di sinistra, una sana diffidenza
nei confronti del poeta-soldato, delle sue “sparate” e soprat­
tutto della sua assoluta incoerenza. Ma nel contempo si ren­
deva conto - e qui sta la grande differenza tra il suo atteggia­
mento e gli altri - che non era possibile bollare come “rea-
1321.1 Cfr. lettera di Reina a D'Annunzio, 27.7.1920, pubbicata poi, un mese dopo, dall’A-
vanti!, 27.8.1920; ora in G. D'ANNUNZIO, La penultima ventura, cit. , pp. XXIII-XXIV.
132.1 Cfr. nota

146
zionaria” tout court una vicenda complessa come quella fiu­
mana, che non era priva di differenziazioni al suo interno.
Ancora più in là, Malatesta sentiva che non era da escludersi
a priori una convergenza di fatto tra l’azione rivoluzionaria
in Italia e l’azione indubbiamente “di disturbo” (e per vari
aspetti, oggettivamente anti-istituzionale) portata avanti a
Fiume. Nessuna convergenza o confusione teorica, nessun
appoggio alle rivendicazioni nazionaliste, nessuna conces­
sione alla vacua e pericolosa demagogia dannunziana, rifiu­
to di qualsiasi contatto con gli interessati amici di D ’Annun­
zio e della causa fiumana (Mussolini ed i fascisti, innanzitut­
to): Malatesta non derogò mai da questi punti. E certamente
lo fecero sorridere le dichiarazioni fatte da D ’Annunzio al­
l’anarchico Randolfo Velia, che in qualità di inviato del quo­
tidiano Umanità Nova (il cui direttore, si ricordi, era proprio
Malatesta) lo era andato ad intervistare. “Io sono per il co­
muniSmo senza dittatura” aveva affermato il poeta-soldato.
Al che Velia, stupitissimo, gli aveva chiesto: “Lei per il co­
muniSmo?”

“Nessuna meraviglia - aveva risposto D ’Annunzio - poiché


tutta la mia cultura è anarchica, e poiché in me è radicata la
convinzione che, dopo quest’ultima guerra, la storia scio­
glierà un novello volo verso un audacissimo progresso”.
“Ma il suo sbarco a Fiume - gli aveva contestato il suo inter­
vistatore - più che comunista ed internazionalista, lo rivela
ultranazionalista”.
“È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale
dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comu­
nista, verso tutte le nazioni oppresse. Io ho bisogno di non
essere calunniato da voi sovversivi; poi vedrete che la mia
opera non è nazionalista”.

Più o meno su questo tono, l’intervista di Velia a D 'A n­


nunzio era continuata. Nel pubblicarla su Umanità Nova, la
redazione faceva seguire una lunga postilla che sostanzial­
mente irrideva alle dichiarazioni di “comuniSmo" di parte
dannunziana:

“D ’Annunzio - notava acutamente la redazione di Umanità


Nova - è un debole. E sia; ma quando si c deboli si fanno
147
madrigali e non già il tiranno da palcoscenico. (...) È questo
D’Annunzio che dovrebbe instaurare il ComuniSmo e fare di
Fiume un centro d’irradiazione comunistica?! Via! per tali
compiti ci vogliono altre tempre di uomini. D ’Annunzio (...)
vada a far dei versi”.<330)

Dunque, nel giugno del 1920 così Umanità Nova (e Mala-


testa ne era il direttore) definiva D ’Annunzio: un debole, un
tiranno da palcoscenico. Due definizioni indiscutibilmente
vere. U n’ulteriore prova che il complotto “militarista-anar­
chico” era esistito solo nelle accese fantasie di Nitti, D ’An­
nunzio, Giulietti, Reina e pochi altri - che lo auspicarono o
lo paventarono.
Resta invece provata l’esistenza di una costante attenzio­
ne critica del vecchio Malatesta nei confronti di qualsiasi po­
tenzialità sovvertitrice, da qualsiasi parte provenisse. Logica
conseguenza, questo suo atteggiamento, della volontà rivo­
luzionaria che l’animava e che mai l’abbandonò - anche
dopo che il fascismo si fu impossessato saldamente dell’ap­
parato statale.

'™' Cfr. Umanità Nova, 9.6.1920 (a. I, n. 87).

148
XIII

LA REAZIONE VINCERÀ

Si andava avvicinando, intanto, la ricorrenza del primo


maggio, tradizionale giornata internazionale di lotta per le
organizzazioni operaie e le forze di sinistra. In previsione
delle numerose manifestazioni indette in tutta Italia per quel
giorno, le autorità non nascondevano la loro preoccupazio­
ne, accompagnata dal timore che, nel clima già teso del Pae­
se, il primo maggio potesse trasformarsi da giornata bene o
male solo commemorativa dei cinque anarchici “Martiri di
Chicago” in una vera e propria occasione insurrezionale
contro il governo.(33l)
Errico Malatesta, dal canto suo, continuava instancabile
la sua attività di propaganda rivoluzionaria e si apprestava a
trascorrere la ricorrenza del primo maggio a Savona, dove
socialisti ed anarchici stavano organizzando una massiccia
mobilitazione proletaria ed un comizio in piazza. Per il vec­
chio Malatesta si trattava del suo secondo “primo maggio”
trascorso in Italia nel 1900 - dopo quello del 1914: tutti gli
altri li aveva trascorsi all’estero, in questo secolo.
Dopo aver tenuto una conferenza a Sesto San Giovanni
(Milano) il 29 aprile'332’, all’indomani Malatesta raggiungeva
la Liguria e la sera del 30 prendeva la parola nel corso di un
pubblico comizio a Sestri Ponente, ribadendo i soliti concetti
con la conseguenza di subire una denuncia. Secondo il reso­
conto del comizio trasmesso dal prefetto di Genova al mini­
stero degli interni, infatti, egli

“entrando a parlare dei metodi da seguire per una rivoluzio-


<331) Sul 1° maggio, cfr. M. DOMMANGET, Historia del primero de mayo, Parigi-Buenos
Aires 1956 (2° ed.) e M. ANTONIOLI, Vieni o maggio, Milano 1988.
11321 Cfr. Umanità Nova, 1.5.1920 (a. 1, n. 55).

140
ne vittoriosa, consigliò i rivoluzionari ad acquistare armi, a
prendere di sorpresa o d’assalto i depositi governativi, im­
possessandosi delle armi le quali ‘Voi che avete fatto la guer­
ra sapete benissimo manovrare’. Inoltre consigliate (sic!) i
rivoluzionari ad acquistarne per proprio conto, soggiungen­
do: ‘Appena si inizia un moto rivoluzionario seguite l’esem­
pio del Governo. Quando Governo teme qualche rivolta se­
questra i sovversivi più in vista; sebbene (sic!) voi fate altret­
tanto: sequestrate il Prefetto, il Commisario, ecc.”(333)

La macchina della giustizia statale si metteva regolarmen­


te in moto e su Malatesta pioveva una duplice denuncia per
istigazione a delinquere e per il delitto di cui all’art. 135 c.p..
In quella stessa giornata di fine aprile, comunque, un’au­
torità ben più importante del prefetto Poggi si interessava a
Malatesta ed alla sua attività. Il presidente del consiglio Nit-
ti, infatti, lo stesso che una decina di giorni prima esprimeva
la sua certezza sull’esistenza di un segreto accordo tra D ’A n­
nunzio e Malatesta, ora, in un suo telegramma riservato alla
persona del prefetto Poggi, collegava l’anarchico ad avveni­
menti d ’oltralpe:

“Arrivo di Malatesta a Savona e il fatto che ferrovieri fanno


treno speciale per Savona a loro spese dimostrano che Savo­
na è oggetto di particolari attività. Vi deve essere qualche
accordo con ferrovieri francesi che domani iniziano sciope­
ro ”.<334)

Così appunto, nel corso della mattinata del 30 aprile, Nitti


telegrafava a Poggi.
Contrariamente alle aspettative di molti, comunque, il
primo maggio a Savona trascorreva senza niente di partico­
lare da segnalare - a parte la massiccia partecipazione popo­
lare al comizio unitariamente tenuto dalle sinistre, durante il
quale Malatesta prendeva due volte la parola, dietro insi-
13331 Cfr. ACS, Min. Int., Dir. Gen. P.S., Div. AA. GG. e RR., CPCM ALATESTA, sot­
tof. 6, Pref. GE a Min. Int.. 31.5.1920.
13341 Cfr. ACS, ibidem, sotto/. 7, Nitti a Pref. GE, 30.4.1920. Qualche ora più tardi Poggi te­
legrafava al ministero degli interni per informare che la Cooperativa Facchini Carbone del
porto genovese aveva ottenuto dalla direzione ferroviaria l’istituzione di un treno speciale
per Savona, con partenza all indomani alle cinque di mattina. “Con detto treno viaggerà
anche noto anarchico Malatesta. Disposta vigilanza”. Così terminava il telegramma: cfr.
ACS, ibidem, sotto/. 6, Pref. GE a Min. Int., 30.4.1920, h.18.

150
s t e n t e r i c h i e s t a d e i c o n v e n u t i in p i a z z a / 335’

Conviene, a questo punto, spostare la nostra attenzione


dalla quotidiana attività rivoluzionaria di Malatesta ad alcu­
ni momenti particolarmente significativi della sua presenza
nell’ambito del movimento anarchico e rivoluzionario in ge­
nere. Ciò al fine di poter meglio inquadrare l’anarchismo
italiano nei due mesi (maggio e giugno) precedenti quel
Congresso di Bologna delPUnione Anarchica Italiana ( 1-
4.7.1920) che segnò il coronamento del processo organizza­
tivo che era iniziato subito all’indomani della fine della
guerra e che con il 1° Congresso della stessa U .A .I. (Fi­
renze, 12-14.4.1919) si era per la prima volta chiaramente
delin eato /336’
Una battaglia che in quel periodo vedeva impegnata in
prima fila la redazione del quotidiano anarchico Umanità
Nova e, di conseguenza, l’intero movimento anarchico, era
legata al prezzo del giornale stesso. Fin dal 22 aprile, infatti,
il governo aveva deciso di raddoppiare il prezzo dei quoti­
diani, portandolo da 10 a 20 centesimi per una copia. Ragio­
ne ufficialmente addotta per giustificare il decreto-leggi' in
tale direzione emanato: limitare il consumo della carta. Per
vincere poi eventuali resistenze da parte dei giornalisti, il go­
verno aveva loro offerto un centesimo per copia venduta.
Era, evidentemente, uno sporco gioco.
Ma gli anarchici non ci stavano. E quando il ministro del
commercio Dante Ferraris invitava Errico Malatesta, nella
sua funzione di direttore di Umanità Nova, a partecipare ad
una riunione appositamente indetta nella capitale per tenta­
re di appianare i contrasti sorti tra governo ed editori in me­
rito al decreto-legge, ne riceveva come risposta un telegi ani­
ma che non lasciava dubbi sulle intenzioni della redazione di
Umanità Nova e del suo direttore:

“Non siamo impresa commerciale ma opera di propaganda e


non esistono antagonismi d’interessi tra noi v’era scritto
tra l’altro nel telegramma, con riferimento ai rapporti tra il
giornale ed i suoi lettori - Non accettiamo inserzioni a paga-

,m>Cfr. Umanità Nova, 1 e 6.5.1920 (a. I. nn. 55 e 58).


"w Specificatamente al Congresso di Bologna è dedicalo il prossimo r apitolo

151
mento. Intendiamo vendere il giornale al prezzo che deside­
rano i nostri compagni, passività essendo coperta da sotto-
scrizioni volontarie. Protestiamo contro tentativo corruzio­
ne giornalisti mediante l’offerta di un centesimo per co­
pia”.1;337)

Coerentemente con questa presa di posizione, Malatesta


comunicava al ministro Ferraris che non avrebbe partecipa­
to alla riunione cui era stato convocato. In un primo tempo,
sembrava che tutta la stampa proletaria si schierasse sulle
posizioni del quotidiano anarchico, tant’è vero che quotidia­
ni e periodici delle varie tendenze di sinistra (socialisti, re-
pubblicani, ecc.) avevano fatto sapere di rigettare anche
loro il decreto-legge governativo.
Ancora una volta, comunque, l’antico adagio secondo cui
“tra il dire ed il fare, c’è di mezzo il mare” ritornava d’attua­
lità ed aiutava a comprendere gli sviluppi della controversa
questione. Una volta che il decreto-legge era divenuto ope­
rante, infatti, quasi tutta la stampa si era adeguata alle deci­
sioni governative: non per questo, comunque, la redazione
di Umanità Nova faceva marcia indietro, anzi.

“Umanità Nova mantiene il prezzo di 10 centesimi - ribadiva


infatti la redazione iieH’editoriale del 12 maggio - lo manter­
rà ad ogni costo poiché ci tiene ad essere letta dalla massa
operaia alla quale col caro-giornali si vuol precludere oggi la
via alla lettura ed allo studio di quei fattori economici e po­
litici che si vorrebbero o ignorati dal popolo o discussi solo
dagli organi importantissimi e moderati”/ 338’

E tre giorni dopo Gigi Damiani, redattore del giornale tra


i più efficaci ed incisivi, insisteva sul concetto che Umanità
Nova

“è un quotidiano che niente di comune ha con gli altri gior­


nali; che nulla di comune vuole avere con essi”.

Ciò perché non si trattava di una usuale azienda commer­


ciale, bensì di un
,,57>C fr. U m a n ità N o v a , 26.4.1920 (a. I, n. 51).
m C fr. U m a n ità N o v a , 12.5.1920 (a. I, n. 63).

152
“organo di un partito, o meglio di un forte insieme di indi­
vidui i quali si sentono uniti da un programma che nelle linee
generali essi tutti professano e del quale vogliono il trionfo.
Si tratta dunque di un organo di propaganda che non può ac­
cettare prezzi proibitivi di vendita e di abbonamenti che ne
limiterebbero la circolazione tra le classi proletarie, alle qua­
li specialmente la sua propaganda è rivolta”/ 339’

Per comprendere queste nette affermazioni, si tenga pre­


sente che in effetti il quotidiano anarchico si sosteneva fin
dalla sua nascita principalmente grazie ai versamenti dei suoi dif­
fusori (gruppi e compagni anarchici, innanzitutto), vuoi per vendi­
ta copie vuoi per sottoscrizioni, queste ultime spesso raccol­
te direttamente sui posti di lavoro. Il mantenimento finché
possibile del prezzo a 10 centesimi era dunque, oltre che una
affermazione di principio dell’autonomia del giornale dalle
svariate pressioni politiche ed economiche, anche un'impre­
scindibile esigenza per la stessa sopravvivenza di Umanità
Nova. Il che, invece, non accadeva per la grande maggioran­
za degli altri giornali, soprattutto dei quotidiani. Accadeva
così che, a partire dal numero del 12 maggio, il quotidiano
anarchico continuava ad essere venduto a 10 centesimi,
come peraltro ben specificava la scritta quotidianamente so­
vrapposta alla testata (‘“ Umanità Nova’ mantiene il prezzo
di 10 cent.”). E fino alla fine di agosto, cioè fino a che il so­
pravvenuto aumento nel costo della carta non giunse a mo­
dificare inevitabilmente il quadro economico dell’“azienda”
Umanità Nova, il quotidiano anarchico mantenne il prezzo
“illegale” di 10 centesimi. Quando poi, come dicevamo, la
redazione si trovò costretta ad aumentare il prezzo, questo
fu comunque portato a 15 e non a 20 centesimi. La sfida al
governo ed anche alla “concorrenza” che ai voleri di quello
si era piegata, dunque, continuava.
La risposta delle autorità a questa nuova insubordinazio­
ne degli anarchici, in ogni caso, non si faceva molto attende­
re. Sotto il significativo titolo “Si comincia...” , infatti, la re­
dazione dava notizia, sul numero del 20 maggio, della prima
denuncia ricevuta dal gerente responsabile di Umanità
Nova, Dante Pagliai, in seguito ad alcune affermazioni con-

(j») Umanità Nova, 14.5.1920 (a. I, n. 65).


tenute in un articolo di due mesi prima.(340)

“Si tratta di reati commessi in uno dei primi numeri apparsi


dopo la cessazione della censura - osservava la redazione -
Di maniera che di quei tali mandati è probabile che ne ven­
gano ancora tanti...”.(34l)

Sei giorni dopo, a conferma di questa previsione redazio­


nale, il redattore Corrado Quaglino veniva denunciato nella
sua qualità di curatore della rubrica “La voce del soldato”:
sotto questo titolo, da un mese e mezzo venivano pubblicate
sul quotidiano anarchico lettere ricevute da soldati, tutte de­
nuncianti in qualche misura le molteplici ingiustizie di cui
erano vittime in quanto soldati, soprattutto quando oltre che
semplici soldati erano conosciuti come “sovversivi”.
Quaglino, comunque, nel dare notizia della denuncia rice­
vuta, non sembrava intimidito, anzi:

“Il nostro giornale - commentava infatti spavaldamente - ha


bisogno di essere diffuso ogni (sic!) dove, ed ecco una buona
occasione per triplicare la tiratura”.(342)

L’augurio di Quaglino non si realizzava di certo, Umanità


Nova restando sempre intorno alla stessa tiratura (50.000
copie quotidiane) ed alla stessa percentuale di vendita. Nel
contempo, però, era da rilevarsi il fatto che la repressione
che si profilava minacciosa e pesante all’orizzonte non aveva
neanche effetti negativi sul quotidiano anarchico che, stabile
nelle vendite, ne acquistava in prestigio agli occhi dei lavo­
ratori.
Tanto più che la campagna contro il militarismo, che già
cinque anni prima aveva funzionato da detonatore in occa­
sione della Settimana Rossa, ora, intrecciandosi con i lace­
ranti problemi del dopoguerra, manteneva intatta la sua pre­
sa nel movimento operaio e quindi la sua potenzialità ever­
siva - come dimostrano le centinaia di manifestazioni in quei
mesi indette dalle forze politiche e sindacali di sinistra con­
tro il militarismo, per le vittime politiche ed in solidarietà
C fr. U m a n ità N o v a , 20.5.1920 (a. I, n. 70).
11,11 C fr. ib id e m .
15,31 C fr. U m a n ità N o v a , 26.5.1920 (a . I, n. 75).

154
con la Russia sovietica (temi, questi, per lo più concomitan­
ti). All’intensificarsi di questa attività rivoluzionaria, carat­
terizzata da frequenti massicce mobilitazioni di piazza, le au­
torità cercavano di dare un’adeguata risposta, intensificando
la prevenzione e la repressione di simili reati “sociali”: negli
ambienti di sinistra si sentiva pronunciare sempre più spesso
la parola “reazione”.
“La reazione vincerà?”: questa la domanda che sorgeva
spontanea in molti, questo il titolo di un significativo arti­
colo apparso su Umanità Nova ai primi di giugno,1<343) a fir­
ma “h .”.

“Mentre nei primi tempi, dopo la fine della guerra, i lavora­


tori hanno vinto con una grande facilità che poteva far pen­
sare ad uno stato di avanzato dissolvimento delle forze della
borghesia - si leggeva, tra l’altro, in quell’articolo - delle lot­
te importanti e non di sola ragione e origine economica: otto
ore di lavoro, acceleramento della smobilitazione, pronta
reazione a episodi di sopraffazione borghese, ecc. ..., più
tardi queste battaglie sono diventate più difficili a vincersi,
anche quando le richieste sono state più modeste e le vittorie
furono meno complete e si registrarono anche delle sconfitte
abilmente mascherate; mentre insomma la pressione bor­
ghese continuava ad aumentare, la resistenza proletaria non
si dimostrava egualmente energica... E la guardia regia in­
tervenne, e cominciò a sparare e ad ammazzare. Quando uc­
cise le prime volte, il proletariato insorse violentemente, e il
governo, un po’ preoccupato, promise inchieste, mandò in
villeggiatura qualche prefetto, e non premiò subito gli spara­
tori; poi la guardia regia continuò a sparare, a uccidere e a
massacrare e le proteste furono sempre meno generali e
quindi meno efficaci, e oggi si arresta, si deporta, si espelle,
si uccide, si compie ogni arbitrio palese e odioso, e nessuno
osa una protesta che sia veramente efficace”.

È certo molto significativo che già ai primi di giugno del


1920, oltre tre mesi prima della sconfitta del grande moto
dell’occupazione delle fabbriche, l’acuto e attento editoriali­
sta del quotidiano anarchico sapesse cogliere i germi della

(543) Cfr. Umanità Nova, 3.6.1920 (a. I, n. 82).

155
generale inversione di tendenza non solo nella crescente for­
za della “reazione” padronale, ma anche (e, forse, soprat­
tutto) nell’intrinseca debolezza del movimento socialista.
Emblematica, in questo contesto, la conclusione dell’edito­
riale:

“Dunque - concludeva l’anonimo “h .” reazione che si or­


ganizza e che stringe dappresso il proletariato, e proletariato
che invece di rintuzzare risolutamente l’offensiva borghese
cede continuamente terreno. È questa una ritirata strategica
o l’inizio di una disfatta? Vi è ancora speranza di vittoria o
dobbiamo attenderci il ritorno della leggi eccezionali, il ter­
rore bianco, la fine di tutte le nostre speranze?”.

Errico Malatesta, certo d’accordo con i termini generali


dell’analisi così prospettata sul quotidiano di cui era diretto­
re, continuava nel frattempo la sua indefessa attività di pre­
parazione rivoluzionaria. Convinto, tra l’altro, che

“il problema della terra è forse il più grave e più gravido che
la rivoluzione dovrà risolvere”,'344’

proprio in quelle settimane a cavallo tra maggio e giugno de­


dicava tre articoli alla questione della terra.13451Si trattava, in
principio, di un solo articolo, ma in tempi successivi Umani­
tà Nova pubblicava due lettere critiche con Malatesta e le re­
lative risposte di quest’ultimo. Nel complesso Malatesta si
faceva paladino di una soluzione “comunistica” del proble­
ma agrario, senza peraltro escludere la possibilità del pos­
sesso individuale della terra e dei suoi frutti - purché e fin­
ché tale soluzione non si rivelasse anti-sociale. Rispetto alla
tradizionale impostazione centralizzatrice, statalista e forza­
tamente “collettivista” prospettata dai socialisti (e, con par­
ticolare decisione, dalla frazione comunista), la concezione
pluralista di Malatesta segnava una netta differenziazione.
Più in generale, ciò che ci preme sottolineare è la costante
attenzione dedicata da Malatesta ai molteplici aspetti della
lotta rivoluzionaria ed anche - nelle loro linee essenziali -

<)44’ C fr. U m a n ità N o v a , 15.5.1920 (a . I, n. 66).


IW” C fr. U m a n ità N o v a , 15.5.1920, c it . ; 19.5.1920 (a . I, n. 69); 5.6.1920 (a . I, n. 84).

156
della costruzione post-rivoluzionaria. Di ciò si sarebbe avuto
riscontro anche nel Congresso di Bologna dell’U .A .I., in un
primo tempo preannunciato per la fine della primavera e
quindi rimandato ai primi di luglio.

I.V7
XIV

IL CONGRESSO DI BOLOGNA

Con il Congresso di Bologna (1-4.7.1920) dell’Unione


Anarchica Italiana giungeva ad una definizione anche for­
male quel processo associativo che aveva interessato il mo­
vimento anarchico in Italia a partire dalla fine della Grande
Guerra. Si era trattato - abbiamo già avuto occasione d’ac-
cennarvi - di un generale fenomeno di crescita numerica e di
progressiva aggregazione dei gruppi affini territorialmente,
che già a Firenze, nell’aprile 1919, aveva cominciato a deli­
nearsi a livello nazionale con la costituzione dell’Unione
Anarchica Italiana.
Il Congresso di Bologna, comunque, superava di gran lun­
ga il precedente Convegno di Firenze sia per numero di par­
tecipanti (e di rappresentati), sia per rilievo politico. Rispet­
to alle poche decine di località rappresentate a Firenze, nel
capoluogo emiliano convenivano i delegati di oltre 180 loca­
lità, in rappresentanza di circa 700 gruppi anarchici.(346) Va

l541” L’elenco completo delle 183 località veniva pubblicato sul settimanale anarchico imo­
lese Sorgiamo!, 10.7.1920 (a. I, n. 21). Eccolo: Ancona, Anzola Emilia, Alfonsine, Bolo­
gna, Bergamo, Brescia, Bentivoglio, Bisceglie, Barletta, Borello, Bertinoro, Cavriglia,
Campiglia Marittima, Cesena, Castellana, Canara, Cremona, Castelbolognese, Correg-
gioli d’Ostiglia, Civitella di Romagna, Crevalcuore, Conselice, Certaldo, Castelmaggiore,
Cusercoli, Cattolica, Castagneto Carducci, Campiano, Cotignola, Castelfranco di Sotto,
Castrocaro, Città di Castello, Città della Pieve, Corticella, Colle Val d’Elsa, Cesenatico,
Carpinelle, Cornigliano Ligure, Empoli, Durazzano, Firenze, Forlì, Ferrara, Faenza, Fo­
ligno, Foggia, Galeata, Granarolo, Gualdo Tadino, Gubbio, Genova, Gambettola, Gros­
seto, Imola, Livorno, Lucca, Lavezzola, Limone, Milano, Modena, Molfetta, Meletole,
Molinella, Mirandola, Mezzano, Medolla, Massa Lombarda, Montelupo, Muggia, Mon-
falcone, Montenero. Massa Carrara, Massa Marittima, Monterotondo, Novellare, Orvie­
to, Pontedera, Pontassieve, Peccioli, Padova, Pisa, Parma, Piacenza, Piombino, Pescia,
Pontremoli, Perugia, Pola, Reggio Emilia, Roma, Rocca S. Cassiano, S. Croce, Ravenna,
Rò Ferrarese, Rieti, Rivarolo Ligure, S. Giovanni Val d'Arno, Senigallia, Serravezza, La
Spezia, S. Stefano, Sassuolo, Signa, Suzzare, Sulmona, S. Martino in Strada, S. Sofia, Sie­
na, S. Pietro in Vincoli, Sant'Arcangelo, S. Alberto, S. Nicandro Garganico, S. Jacopo,
S. Vincenzo, Sestri Ponente, Savona, S. Severo, Torino, Trento, Trieste, Trecase, Terni,
Udine, Tolmezzo, Volterra, Verona, Vergato, Villa S. Martino, Vicenza, Veronclla, Ve-

159
subito sottolineato che non tutti gli anarchici di lingua italia­
na erano aderenti all’U .A .I.: in particolare, un certo peso
aveva quella tendenza anti-organizzatrice che rifiutava
aprioristicamente qualsiasi struttura organizzativa stabile,
preferendo le intese temporanee tra gruppi ed individui con­
tingentemente concordi su specifiche iniziative da svolgere
in comune. Esponenti di questa tendenza - nettamente mi­
noritaria anche dal punto di vista numerico - erano Luigi
Galleani e Raffaele Schiavina, che a Torino editavano Cro­
naca Sovversiva: Galleani, in particolare, era l’esponente
più autorevole - per età, esperienza e generale stima - e,
tutto sommato, anche il più sereno ed equilibrato nel critica­
re gli “organizzatori”. Sintomatico l’articolo, significativa­
mente intitolato “Attenti ai mali passi!”, scritto da Galleani
alla vigilia del Congresso :(347)

“Dunque - esordiva Galleani - le porte del Congresso Anar­


chico di Bologna sono state chiuse a coloro che non sono or­
ganizzati nelle sezioni locali o regionali, e non sono in alcun
modo federati alla Unione Anarchica Italiana.
E logico, e non vi è proprio niente di male: ed a noi, che sia­
mo stati chiusi fuori, non passa neppure per la mente di con­
testare ai compagni “organizzati” il diritto di raccogliersi, di
elaborare loro il patto d'alleanza, i modi ed i rapporti della
loro cooperazione. Tanto meno, che nella concezione fon­
damentale, nella mèta ultima e nei mezzi con cui raggiunger­
la non può essere dissenso tra noi (...)”.

Se dissenso non v’era sui principi e sui metodi caratteriz-

ronetta, Villa Romeo, Venezia, Zocca Ferrarese, Napoli, Cagliari, Alessandria, Alessan­
dria d’Egitto, Bazzano, Castellammare Adriatico, Fano, Lugo, Luzzara. Riccione, Rimi­
ni, Cuneo, Alessandria (sic!), Novara, Casale Monferrato, Casale Popolo, S. Antonio di
Saluggia, Pianceri, Mortara di Mortig., Brusnengo, Pinerolo, Adorno Lorazzo, Asti, Li­
vorno Vercellese, Santhià, Galliate, Biella, Montanaro, Mondovl, Crescentino, Castagno­
lo M., Ciré, Lerici, Mombaruzzo, Strana, Settimo E., Saluzzo, Verrua, Verolongo, Fos-
sano, Aosta, Forno Rivara, Follizzo, Rondizzone, Almese, Chieri, S. Angelo Lizzola,
Cattolica (sic!), Soresina. Come si deduce da questo elenco, la grande maggioranza delle
località si trovava nella Valle Padana e nella fascia superiore dell’Italia Centrale. Impres­
sionante la quasi totale assenza di gruppi anarchici meridionali. “Bisogna tener conto -
sottolineava la redazione del Sorgiamo! nel pubblicare questo elenco - che molte località
sotto indicate rappresentano Federazioni Provinciali e Comunali, quindi il numero dei
Gruppi rappresentati sale a circa 700”. Il che era presumibilmente vero se solo si consideri
che a Carrara (indicata nell'elenco insieme con Massa) erano allora attivi almeno una tren­
tina di gruppi, sparsi tra la cittadina ed i suoi immediati dintorni.
imi Cfr Cronaca Sovversiva (Torino). 10.7.1920 (a. I, n. 13). Malatesta rispondeva a

160
zanti l’anarchismo, non mancavano comunque i temi speci­
fici oggetto di accesa discussione. E Galleani non perdeva
l’occasione per affrontarli di petto:

“Ma se avesse fondamento un sospetto che ci rode, il sospet­


to che oltre al bisogno di coordinare l’azione immediata dei
suoi ascritti alle imprescindibili esigenze dell’ora, l’Unione
Anarchica Italiana volesse chiedere al Congresso di Bologna
la investitura di una qualsiasi autorità per trattare da poten­
za a potenza cogli organi corrispondenti dei partiti affini, in
servizio di quel “fronte unito” che è giù tra le folle, anelito
vivo come è fra le probabilità meno controverse del domani,
ma perde ogni credito, man mano che si sale verso l’olimpo,
e muove come sterile utopia fra le diffidenze, le invidiuzze e
le acerbe competizioni dei semidei della rivoluzione; ebbene
se quel sospetto avesse ombra di fondamento, il Congresso
- coerenza ed intransigenza a parte - farebbe una assai ma­
gra speculazione

Ma l’argomento centrale delle argomentazioni galleania-


ne erano i consigli di fabbrica, che in quei mesi godevano
della massima considerazione da parte di numerosi settori ri­
voluzionari - anarchici e non.

“Perché - si chiedeva Galleani - gli anarchici che negano


ogni possibilità di tregua fra sfruttati e sfruttatori credereb­
bero nei consigli di fabbrica destinati oggi a cercarla ed a
conchiuderla? Perché gli anarchici che attendono dall’azione
diretta e rivoluzionaria della massa la violenta espropriazio­
ne della borghesia accrediterebbero la superstizione, colti­
vata dai consigli di fabbrica, che l’abdicazione delle classi
dominanti possa esser frutto d’amichevoli negoziati impossi­
bili fra le due classi? Perché?
Perché nei consigli di fabbrica è la cellula primordiale dei
nuovi organismi economici della società nuova aH’indomani
della rivoluzione?
Non ci fate piangere (...)”.

Galleani su Umanità nova, 17.7.1920 (a. I, n. 120). Entrambi questi articoli sono stati ri-
pubblicati con una presentazione cui rimandiamo: cfr. P. FINZÌ, Antologia di storia anar­
chica (I), in “Volontà” (Pistoia), mar/apr. 1975, (a. XXVIII, n. 2), pp. 122-135, cit.

161
Questa, in sintesi, l’opinione di Galleani e, più in genera­
le, degli anti-organizzatori, su due delle questioni più impor­
tanti all'ordine del giorno: il “fronte unito” e la questione
dei consigli di fabbrica.
Fra gli stessi aderenti all’U .A .I. il dibattito si era da tem­
po acceso, soprattutto sulla base delle relazioni congressuali
sui singoli temi che, in buona parte. Umanità Nova era venu­
ta pubblicando nella seconda metà di giugno. Proprio sulla
questione dei consigli di fabbrica la relazione era stata stesa
da Maurizio Garino (Torino), che era insieme a Pietro Fer­
rerò il principale esponente di quel gruppetto di anarchici
torinesi che militavano, sindacalmente, nella F.I.O .M ., il
sindacato di categoria dei metallurgici aderente alla
C .G .L ..<348) Garino, pur con spirito critico e recependo alcu­
ne delle molte perplessità che in campo anarchico circonda­
vano la questione dei consigli, ne difendeva la sostanza e la
potenzialità. Come Galleani - seppure con motivazioni par­
zialmente differenti - anche Malatesta, Fabbri, Bertoni ed
altri esprimevano profonde riserve sull’efficacia di tali consi­
gli. L ’opinione del Congresso, alla fine, era abbastanza in­
terlocutoria, e comunque non forniva al gruppo torinese di
Garino e Ferrerò l’avallo “ufficiale” che forse quelli si atten­
devano.
Sulla questione sindacale, due opinioni fondamentali si
trovavano a confronto: da una parte i sostenitori senza riser­
ve dell’U.S.I. e della necessità che tutti gli anarchici (o, al­
meno, quelli aderenti all’U. A .I.) ne fossero membri; dall’al­
tra coloro che, pur manifestando apprezzamento per l’attivi­
tà svolta dai sindacalisti rivoluzionari, ritenevano che i mili­
tanti dell’U .A .I. dovevano esser lasciati liberi di aderire al-
l’U .S.I., alla C.G.L. o a qualsiasi altro sindacato - al limite,
a nessuno. Prevalse alla fine questa seconda opinione, cal­
deggiata da Malatesta in particolare, così come già era avve­
nuto quindici mesi prima al Convegno di Firenze.

Sull’attività e sull’ideologia di questo gruppo cfr. P.C. MASINI, Anarchici e comu­


nisti nel movimento dei consigli a Torino, Torino 1951, che contiene in appendice anche la
relazione sui “Consigli di fabbrica e d’azienda” presentata da Garino al Congresso di Bo­
logna ed a suo tempo pubblicata da Umanità Nova, 1.7.1920 (a. I, n. 106). Frequenti ri­
ferimenti a Garino ed ai suoi compagni si trovano negli scritti di Gramsci, di Terracini, di
Tasca e degli altri ordinovisti torinesi, con i quali appunto il gruppo anarchico in questione
aveva frequenti relazioni. Da segnalare infine resistenza a Torino di altri gruppi anarchici
e di una (debole) sezione dell’U.S.I.

162
Sulla controversa questione del “fronte unico” veniva ap­
provato un lungo documento*3491 nel quale, dopo aver analiz­
zato la generale situazione italiana (giudicata rivoluzionaria
“non quale noi la vorremmo, ma che noi non possiamo rifiu­
tare senza essere annientati”), veniva appunto spiegata la
concezione anarchica del fronte unico - tale che lo stesso
Galleani non avrebbe potuto non essere d’accordo. Non un
accordo di vertice veniva prospettato, bensì una sistematica
alleanza operativa su scala locale tra le diverse forze sovver­
sive, al di fuori di qualsiasi struttura organizzativa pre-esi-
stente.

“La base del ‘fronte unico rivoluzionario’ deve essere l’inte­


sa locale di gruppi rivoluzionari di azione fra individui anche
di partiti diversi”.

La stessa Unione Anarchica, dunque, si auto-escludeva


“ufficialmente” dal costituendo fronte unico, in modo da po­
ter più efficacemente favorire il processo di aggregazione
alla base tra gli elementi sovversivi. Era questa una scelta
molto importante, data la risonanza che lo stesso Congresso
di Bologna (con le sue deliberazioni) aveva nel più ampio
consesso delle forze di sinistra.<350)
Particolarmente accesa era la discussione sulla proposta di
Patto d’Alleanza (in altri termini, lo statuto organizzativo)
proposto da Luigi Fabbri.

“Fra gli anarchici abitanti in Italia, che accettano le idee ed


il programma esposti nella dichiarazione di principi, appro­
vati dal Congresso di Bologna del Io luglio 1920, è confer-

(W” Cfr. UNIONE ANARCHICA ITALIANA, Il Congresso Nazionale. Bologna, 1-2-3-


4 luglio 1920. Il fronte unico rivoluzionario. Relazione sui rapporti de! movimento anarchi­
co con le altre forze sovversive e rivoluzionarie, Bologna 1920, cit. in G. BOSIO, La grande
paura. Roma 1970, p. 64. Purtroppo ci è stato finora impossibile reperire il testo integrale
di questo importante documento; i brani citati saranno dunque ripresi dal cit. testo di Bo-
sio.
(«m -|| Congresso anarchico di Bologna dell’agosto (sic!) 1920 ha una enorme risonanza
e ad esso in un certo senso si rivolgono le speranze di tutti coloro che sperano in un mu­
tamento radicale della situazione. Nonostante i riformisti facciano di tutto per boicottare
il Congresso, riuscendo ad impedire che vi partecipi una delegazione socialista e del sin­
dacato, da esso nasce una indicazione preziosa per tutta la sinistra: il programma di costi­
tuire un Fronte Unico di tutti i movimenti realmente rivoluzionari, a prescindere dalle di­
stinzioni di partito, per strappare definitivamente in quel momento cruciale la direzione
delle masse ai capi del sindacato”. G. MAIONE, Il biennio rosso Bologna 1975, pp. 226-7.

163
mata la costituzione dell 'Unione Anarchica Italiana, fondata
nell’aprile del 1919 al Congresso Anarchico di Firenze”.

Così iniziavano le “norme generali” che precedevano il


Patto d’Alleanza propriamente detto. In sintesi, tale Patto,
pur specificamente relativo all’U .A .I., intendeva rivolgersi
a tutti gli anarchici, indistintamente aderenti o non all’Unio­
ne, per invitarli alla collaborazione. Al paragrafo “Stampa”,
per esempio, si affermava testualmente che

“L’U .A .I. non ha un organo ufficiale propriamente detto.


Essa ha come suoi organi tutti i giornali anarchici che difen­
dono in tutto o in parte il Programma da lei accettato, che
pubblicano i suoi comunicati e accettano di trasmettere ai
propri lettori le deliberazioni”.

Netta, dunque, l’impostazione “unitaria” del Patto, che,


comunque, non soddisfaceva nemmeno la totalità degli ade­
renti airU .A .I., dei quali una minoranza voleva un’organiz­
zazione ben piti rigidamente strutturata (come un “vero”
partito, per intenderci), sulla scia dell’esempio bolscevico.
L’atto più importante compiuto dai congressisti era co­
munque l’approvazione - sostanzialmente unanime - del
“Programma Anarchico” redatto da Errico Malatesta. Tale
documento è ancora oggi considerato la base programmatica
da parte delle diverse componenti organizzate del movimen­
to anarchico italiano. In esso il vecchio rivoluzionario cam­
pano riassumeva magistralmente i capisaldi dell’anarchismo,
sia da un punto di vista teorico sia da un punto di vista ope­
rativo.

“Il programma dell’Unione Anarchica Italiana - scriveva


Malatesta in una breve premessa - è il programma comuni­
sta anarchico rivoluzionario, che già da cinquant’anni fu so­
stenuto in Italia nel seno della I Internazionale sotto il nome
di programma socialista, che più tardi si distinse col nome di
socialista-anarchico, e che poi, in seguito e per reazione alla
Va rilevato che la linea strategica dell’U .A .I., tutta tesa alla realizzazione dell’unità pro­
letaria su di una piattaforma rivoluzionaria (senza alcuna pretesa di aprioristica definizione
in senso libertario), costituisce in sede storica la più efficace smentita alla tradizionale im­
postazione storiografica marxista, ferma nel ritenere comunque “settario" l'atteggiamento
degli anarchici.
crescente degenerazione autoritaria e parlamentare del mo­
vimento socialista, si disse semplicemente anarchico”.

Così, e non solo idealmente, Malatesta si collegava subito


con le origini della Prima Internazionale, con le deliberazio­
ni prese a Rimini ed a Saint-Imier nell’agosto/settembre
1872, con tutto il patrimonio di pensiero e di lotte accumu­
lato in mezzo secolo dal movimento anarchico. 11 Program­
ma si divideva in più punti: 1) Che cosa vogliamo; 2) Vie e
mezzi; 3) La lotta economica; 4) La lotta politica; 5) Conclu­
sione.
Dopo aver analizzato i mali “sociali” che affliggevano (ed
affliggono) gli uomini nella società capitalista, Malatesta
riaffermava la volontà di trasformazione sociale degli anar­
chici:

“Tale stato di cose noi vogliamo radicalmente cambiare. E


poiché tutti questi mali derivano dalla lotta fra gli uomini,
dalla ricerca del benessere fatta da ciascuno per conto suo e
contro tutti, noi vogliamo rimediarvi sostituendo all’odio l’a­
more, alla concorrenza la solidarietà, alla ricerca esclusiva
del proprio benessere la cooperazione fraterna per il benes­
sere di tutti, alla oppressione ed all’imposizione la libertà,
alla menzogna religiosa e pseudo-scientifica la verità”.(35l)

Questo, a nostro avviso, il dato più significativo del pen­


siero malatestiano, e della sua conseguente azione: sostituire
all’odio l’amore. Affermando ciò, Errico Malatesta non fa­
ceva che ribadire un concetto sempre presente nella sua plu-
ridecennale militanza rivoluzionaria anarchica. Si pensi a
quanto, per esempio, aveva affermato già nel 1892. Con
questa citazione, con le stesse parole di Malatesta, ci sembra
opportuno terminare questo nostro modesto studio:

“La ribellione materiale avverrà certamente e potrà servire


a dare il colpo di spalla, l’ultima spinta che dovrà atterrare
il sistema attuale; ma se essa non troverà il contrappeso nei

1,511 La fortuna del Programma Anarchico in campo anarchico è stata immensa. Non si
contano le ristampe, dal 1920 ad oggi. Ne citiamo qui l'ultima: E. MALATESTA, Il ¡>ro-
gramma anarchico, Carrara 1975 (supplemento al settimanale anarchico Umanità Nova,
13.5.1975).
rivoluzionari che agiscano per un ideale, e che siano ispirati
e guidati dall’amore per gli uomini, per tutti gli uomini, una
tale rivoluzione divorerà sè medesima.
L’odio non produce l’amore, e con l’odio non si rinnova il
mondo.
La rivoluzione dell’odio fallirebbe completamente, e fareb­
be capo ad una nuova tirannia, che potrebbe magari chia­
marsi anarchica, come si chiamano liberali i governanti di
oggi, ma non sarà meno per questo una tirannia e non man­
cherà di produrre gli effetti che produce ogni tirannia”.(352)

<-®> Cfr. En-Dehors (Paris), 28.8.1892.

166
INDICE DEI NOMI
Per ovvie ragioni Malatesta Errico non è compreso in questo indice

Agostinelli Cesare, 36, 36 n., 37 Bianco C., 25 n.


Albertini Antonio, 85 Binazzi Pasquale, 17, 25 n. 29,
Albertini Luigi, 85, 85 n. 30, 30 n., 31, 38, 66, 71, 90,
Antonioli Maurizio, 149 n. 91, 114, 136, 138, 142
Aratari, 90 Binazzi Zelmira, 38, 136
Axserio, 19 n. Boldrini Giuseppe, 36
Boldrini Guglielmo, 33, 33 n., 34
Bombacci Nicola, 53, 57, 59 n.,
Bacci Giovanni, 92 77, 92, 93, 93 n., 96, 96 n.,
Bakunin Michail, 12, 24 n., 26 108
n., 77 Bonazzi Clodoveo, 54, 136
Barberis Francesco, 49 Borghi Armando, 8, 12, 27 n.,
Barbieri Pompeo, 129 n. 28 n., 32, 49, 49 n., 50 n.,
Barrié O. 85 n. 52, 54, 55 n., 58 n., 59 n.,
Bartalini Ezio, 59 n. 60 n., 62 n., 66, 66 n., 67,
Bassi Ferdinando, 105 67 n., 68, 69, 69 n., 70, 71,
Bassi Primo, 90 74, 76, 77, 79, 81 n., 88,
Belloni, 76 88 n., 97 n., 110, 114, 121,
Bencini, 90 121 n., 123, 124 n., 126,
Bensì Giovanni, 123 126 n., 127, 128, 128 n.,
Bertini Genunzio, 50 130, 134 n., 136, 138, 139,
Benvenuti Gregorio, 30 n. 142, 144
Berkman Alexander, 24 n. Boschi Amedeo, 16 n., 110
Berneri Camillo, 43, 43 n. Boselli, 22 n.
Berneri Caleffi Giovanna, 61 n. Bosio Gianni, 163 n.
Bertolucci Rosaria, 14 Bucco, 77
Bertoni Luigi, 22 n. 24 n., 60 n.,
162
Bettini Leonardo, 12, 13, 14, Cafiero Carlo, 11, 56 n., 57 n.
25 n., 37 n., 41 n. Calcagno Dante, 83
Biamino Giuseppe, 39, 52 n. Caldara Emilio, 142 n.
Bianchi G., 93 Caldari, 58 n.
Bianchi Umberto, 78, 79, 80, Camillo da Lodi,
80 n. v. Berneri Camillo

169
Candoni, 55 Di Vittorio Giuseppe, 28 n.
Caroti, 91 Dommanget M., 149 n.
Castrucci Augusto, 60 n., 92 Dugoni, 71, 91
Caviglia, 144 Duval Clemente, 41 n.
Celentano, 114
Cerrito Gino, 11, 13, 14, 15 n.,
23 n., 26 n. Enckell Marianne, 24 n.
Chiocchini Casimiro, 82, 83, 92 Epifane, v. Molinari Luigi
Ciotti Cesare, 82, 83
Cipriani Amilcare, 23 n., 75,75 n.
Clemenceau Georges, 16 Faà di Bruno, 18 n., 21 n.
Combeferre, v. Sottovia Ettore Fabbri Luigi, 12, 13, 17 n., 22 n.,
Conti Elia, 66 n. 25 n., 29 n., 36, 37, 37 n.,
Coselschi, 140 n., 145, 145 n. 39, 41, 42 n., 44 n., 57, 77,
Costa Andrea, 77, 78 162, 163
Costantini G., 25 n. Facciadio, 90
Cottin Emile, 16 n. Faggi Angelo, 53, 136, 138
Croce; 78 Fantozzi Enzo, 54
Fedeli Ugo, 23 n., 25 n., 28 n.,
29 n., 36 n., 41 n.
D ’Alberto, 110 Ferraris Dante, 151, 152
Damiani Gigi, 61 n., 73 n., 152 Ferrerò Pietro, 162
Damiani Michele, 28 n. Filippetti Alberico, 83
D’Andrea Virgilia, 12,49, 49 n., Finzi Paolo, 24 n., 55 n., 161 n.
50 n., 53, 55, 55 n., 58 n., Flores Enrico, 142 n.
66 n„ 71, 77,114,127 n., 136 Fochi Berneri Adalgisa, 43 n.
D’Angiò Roberto, 25 n. Forbicini Giovanni, 82, 83, 92,
Daniele Nino, 93 n. 99 n.
D ’Annunzio Gabriele, 59 n., 62, Frigerio Carlo, 73 n.
64, 65, 65 n., 85, 85 n., 86, Frosali Luigi, 15 n., 16, 17,
87, 87 n., 92, 93, 95, 96, 18 n., 19 n.
139, 140, 140 n., 144, 145,
145 n., 146, 146 n., 147,
148, 150 Galleani Luigi, 8, 12, 25 n., 41,
D ’Aragona Ludovico, 92, 93, 41 n., 42, 42 n., 57 n. 60 n.,
99 n. 65, 66, 66 n., 67, 71, 100,
De Ambris Alceste, 27 n., 85, 117, 118 n., 119, 160, 161,
88, 145 161 n., 162, 163
De Biase, 61, 62 n. Garinei Italo, 28 n.
De Fabritiis, 106 Garino Maurizio, 162, 162 n.
De Felice Renzo, 65 n., 66 n., Gasti Giovanni, 123, 123 n., 126
70 n., 98 n., 142 n., 145 n. Cavilli Giovanni, 60 n.
Del Guasta Gino, 103 Gerra F., 87 n.

170
Giacomelli Nella, 26 n., 38, 40, Leonetti Alfonso, 129 n.
40 n., 42, 61, 62 Levi C., v. Finzi Paolo
Giolitti Giovanni, 140 n., 144 n. Lotti Luigi, 15 n.
Giovannetti Aliprando, 28 n. Luzi Giuseppe, 83
Giulietti Alfredo, 60,60 n., 62,87
Giulietti Giuseppe, 58, 58 n., 59, M.R., 141
59 n., 60 n., 62, 63, 63 n., Madrid Santos Francisco, 43 n.
64, 65, 65 n., 66, 67, 68, 70, Maione G., 51 n., 163 n.
71, 83, 85, 86, 87, 88, 88 n., Malatesta Alberto, 57, 57 n.
89, 90, 90 n., 92, 92 n., Malato Charles, 23 n.
93, 94, 94 n., 95, 96, 96 n., Mantovani Mario, 22 n.
97, 97 n., 139, 140, 140 n., Mantovani Vincenzo, 13, 14,
145, 146, 148 140 n.
Giulietti Riccardo, 59 n., 60 n., Marsili Alfredo, 83
86, 87 Marx Karl, 11
Giulietti f.Ili, 12, 70 Marzocchi Umberto, 107 n.
Giuriati, 85 Masini Pier Carlo, 11, 12, 13, 14,
Gobbi Torquato, 30 n. 23 n., 24 n., 26 n., 41 n.,
Gobetti Piero, 43 n. 43 n., 57 n., 72 n., 75 n.,
Gori Pietro, 41 n., 55 n. 117 n., 162
Gozzoli Virgilio, 36, 67 Masotti, 54
Gramsci Antonio, 8 Mattias Ennio, 92
Grandi Dino, 94 Mazzini Giuseppe, 77
Grave Jean, 23 n. Mazzoni Virgilio, 30, 30 n., 36
Graziani, 67 Mazzo tti, 95
Guarino E., 70 n. Melinelli Giuseppe, 83
Melli Elena, 61 n.
H., 155, 156 Mengani Attilio, 82
Havel H., 24 n. Meniconi, 73 n.
Mentana, v. Galleani Luigi
Meschi Alberto, 90, 91
Ireos, v. Giacomelli Nella Modigliani Emanuele, 52
Molaschi Carlo, 136
Kropotkin Pètr, 12, 23 n., 24 n., Molinari Ettore, 26 n.
41 n. Molinari Luigi, 25 n., 44 n.
Kuliscioff Anna, 119, 120 n. Monatte Pierre, 53 n.
Monticelli Temistocle, 30, 30 n.,
31, 44 n., 82, 83, 90, 91 n„
Latini, 33 92
Lelli Mazzini, 99 n. Moretti Natale, 109
Lenin (Ulianov) Vladimir Ilic, Mori Cesare, 92 n., 99
23, 44 n. Mosconi Antonio, 140 n., 144,
Lenzini, 91 145, 145 n.
171
Mussolini Benito, 24 n., 43 n., Rabezzana Pietro, 49
58 n., 67, 68, 70, 71 n., 87, Rafanelli Leda, 39
93, 139, 140, 140 n., 142 n., Ravaschio, 65
144 n., 147 Recchi Gaetano, 83, 92
Recchioni Emidio, 24 n., 60 n.
Nanni Torquato, 71 Reclus Paul, 23 n.
Nejrotti Mariella, 41 n. Reina Carlo, 145,145 n., 146 n.,
Nettlau Max, 12, 24 n., 81 n. 148
Nicotera Giovanni, 95 n. Repossi Luigi, 122, 123, 126
Nienwenhuis Domela, 24 n. Restagno, 16
Nitti Francesco Saverio, 22 n., Romano Aldo, 23 n.
58 n., 106, 136, 140 n., 144, Rosselli Carlo, 43 n.
145,145 n., 148, 150, 150 n. Rossi Cesare, 59 n.
Rossi Molaschi Maria, 50 n.
Oradei Oreste, 83
Orlando Vittorio Emanuele, 22 n. Sacconi Riccardo, 54, 138
Salvadori Gigi, 59 n., 60 n., 136,
137, 137 n.
Pagliai Dante, 153 Salvemini Gaetano, 43 n., 89 n.,
Pannunzio G., 72, 73, 73 n. 134 n.
Passigli, 140 n., 145, 145 n. Sanchini Giobbe, 57 n.
Pelicour, 53 n. Santarelli Enzo, 12, 81 n.
Peluso Edmondo, 58 n. Sartini Giuseppe, 66 n.
Perella Angelo, 82, 83 Sassi Attilio, 54, 91
Perelli Orazio Mario, 73 n. Sbrana Angelo, 54, 92
Peruzza, 91 Scalarini Giuseppe, 116, 121 n.,
Pesce Angelo, 141, 142, 142 n. 129
Petit Jardin, v. Giacomelli Nella Schapiro A ., 24 n.
Philipson Dino, 99, 100, 101,
Schiavi A ., 120 n.
103, 108
Schiavina Raffaele, 100, 117, 160
Pianezza Giuseppe, 49
Schicchi Paolo, 26 n.
Picciarsini, 90
Schirolli Ezio, 50, 50 n.
Pizzorno Attilia, 60 n. Scotti, 122, 123
Poggi Cesare, 150, 150 n. Secchi, 18 n.
Ponti, 18 n. Senigalliesi Mario, 40, 40 n.
Porcelli, 114 Serrati Giacinto Menotti, 41 n.,
Posani, 90 49, 50, 66, 66 n., 67, 72, 85,
Prampolini Camillo, 43 n.
92, 93, 96, 96 n.
Preziosi, 19 n. Siglich Renato, 8, 26 n., 59,
59 n., 70, 71,77,79, 80,91 n.
Qua Me, v. Fabbri Luigi Signorini, 92
Quaglino Corrado, 39, 73 n., Sorti A ., 43 n.
81 n., 154 Sottovia Ettore, 43, 44 n., 52 n.
172
Souvarine, v. Siglich Renato Vecchi, 136
Spadi Giuseppe, 83 Velia Arturo, 50, 50 n., 51, 51 n.
Stagnetti Spartaco, 89 Velia Randolfo, 54, 71, 72, 92,
114, 147
Tagliaferri Trento, 91 n. Vicinanza, 99 n.
Tasca Angelo, 94 n., 95 n., 162 n. Voghera Luigi, 92
Terracini Umberto, 70, 162 n.
Toda Misato, 14
Werenine, 79
Turati Filippo, 119, 120 n.
Turroni Pio, 80 n.
Zaccaria Cesare, 61 n.
Valeri Nino, 140 n., 144 n., 145 n. Zanni Carlo, 83

173
INDICE

PREFAZIONE di Maurizio Antonioli 1

PREMESSA 11

PIZZO QUADRATO CORTISSIMO 15


NÉ DIO NÉ PADRONI 23
LA RIVOLUZIONE NON É PIÙ UN SOGNO 35
IL PASSAPORTO NEGATO 49
IL DELIRIO DEGLI APPLAUSI 61
GRAZIE MA BASTA 75
IL NO DI SERRATI 85
L’ARRESTO A TOMBOLO 99
UN BEL TRATTO DI STRADA INSIEME 109
L’ECCIDIO DI PIAZZA MISSORI 121
FRONTE UNITO PROLETARIO 129
IL COMPLOTTO INESISTENTE 135
LA REAZIONE VINCERÀ 149
IL CONGRESSO DI BOLOGNA 159

INDICE DEI NOMI 169


PROVENZANO & BARRESI s.n.c.
Litografia-tipografia,
via Garibaldi 361, 95122 Catania.
Tel. (095) 20 18 48.
Giugno 1990.
A lla fine del 1919, d o p o o ltre cinque anni
di esilio (per sfug gire ad un m andato di
cattura spiccato in relazio ne a lla
Settimana Rossa), l'a n a rch ico Errico
M alatesta riesce finalm ente a rie n tra re
in Italia.
Il suo a rriv o - anche per le traversie e la
m o b ilita zio n e p o p o la re che l'ha nn o
preceduto - costituisce un avvenim ento
di g ra n d e rilie v o nel pa n o ra m a s ociale e
p o litic o ita lia n o . N el g ià surriscald ato
clim a del "b ie n n io rosso ", M alatesta
in izia subito un lungo g iro d i com izi
che, in m olte lo ca lità d e ll'Ita lia
centro-settentrionale, costituiscono
l'occa sio ne per a ffo lla te m anifestazioni
di piazza.
Il m ovim ento an arch ico conosce una
ra p id a crescita, le tem atiche lib e rta rie
(anche g ra zie a ll'U n io n e S indacale
Italiana) co in vo lg o n o am pi settori del
p ro le ta ria to , nel fe b b ra io '20 in izia a
uscire (con una tira tu ra intorno a lle
50.000 copie) il q u o tid ia n o an arch ico
"U m a n ità N o v a " (e M alatesta ne è il
d iretto re), scioperi e lotte si susseguono,
g in si p a rla di occupazione delle
fa b b rich e e d e lle terre: in questo
contesto si co llo ca il pro ge tto
t iv o lu z io n a rio del "fro n te unito
p ro le ta rio ", tendente a co a g u la re a lla
base an arch ici, socialisti e re p u b b lica n i.
Seguendo quasi quotid ian am e nte
M alatesta nei suoi spostam enti,
com izi, incontri, scritti, traversie
g iu d iz ia rie , ecc., questo studio presenta
inevitabilm ente un a ffre sco più ge ne rale
d e ll'a ltra Ita lia —qu ella dei p ro le ta ri, dei
sovversivi, d e g li an arch ici - nel prim o
semestre del '20. Em ergono così pagine
Paolo Finzi (M ila n o , 1951) di storia del m ovim ento o p e ra io e
fa parte d e lla red azione de l mensile socialista che il pre d o m in io d e lla
«A» Rivista Anarchica s to rio g ra fia m arxista ha sem pre cercalo
d a lla sua fo n d a zio n e (1971). di cancellare.

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