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Maria Romana Allegri

Corso a. a. 2015-2016

ESPRIMERSI,
COMUNICARE,
INFORMARE ED
INFORMARSI
IN UNA DEMOCRAZIA
COSTITUZIONALE
Nozioni etimologiche

COMUNICAZIONE , dal latino communicare (mettere in


comune), derivato da cum + munis (ufficio, carica, dovere,
funzione).
COMMUNIO (comunità), dal greco koinomia
INFORMAZIONE, dal latino informare (dare forma,
modellare), cioè plasmare la realtà e la sua percezione.

Quindi, la comunità umana è tenuta insieme dallo scambio di


informazioni, perché così si costruisce una comune
rappresentazione del mondo.
Nozioni etimologiche

DIRITTO , dal latino dirigere (reggere, guidare).


LEGGE, dal latino lex - legis, che ha la stessa radice di ligare
(legare, obbligare).
Infatti le regole del diritto sono vincolanti. Esse sono quindi dei
COMANDI.
Non a caso, la parola DIRITTO in Latino si diceva ius, che ha la
stessa radice di iubere (comandare, ordinare).
Questi comandi non sono arbitrari, ma tendono verso la GIUSTIZIA
(in Latino iustitia, stessa radice di ius).
Quindi c’è identità fra DIRITTO e GIUSTIZIA, come nel tedesco
Recht o nell’inglese right.
Da queste nozioni etimologiche si deduce che:

IL DIRITTO DELL’INFORMAZIONE E DELLA


COMUNICAZIONE E’ QUELL’INSIEME DI REGOLE
(GIURIDICHE) ATTRAVERSO CUI L’ATTIVITA’ UMANA
DEL COMUNICARE/INFORMARE E’ ORIENTATA
VERSO UN IDEALE DI GIUSTIZIA.
IN UN ORDINAMENTO COSTITUZIONALE, QUESTO
IDEALE E’ ESPRESSO DAI PRINCIPI DELLA
COSTITUZIONE.
L’art. 21 Cost.

La libertà di espressione
L’art. 21 Cost.: il testo

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo


scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria nel caso
di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di
violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili.
In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento
dell'autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da
ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro
ore, fare denunzia all'autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro
ore successive, il sequestro s'intende revocato e privo di ogni effetto.
La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di
finanziamento della stampa periodica.
Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni
contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a
reprimere le violazioni.
L’art. 21 Cost.: il commento
Incentrato sulla disciplina della stampa (come l’art. 28 dello Statuto
albertino) nonostante l’importanza che già allora avevano gli altri mezzi
di comunicazione.
Reazione all’esperienza fascista: disposizione tesa ad arginare indebite
ingerenze dei pubblici poteri valorizzato l’aspetto “negativo”
della libertà di espressione (atteggiamento retrospettivo del costituente).
Il ruolo attivo dello Stato appare invece sfumato: possibilità (non
obbligo) per il legislatore di imporre alle imprese editoriali obblighi di
trasparenza in relazione alle fonti di finanziamento.
Assenza di riferimento al valore del pluralismo dell’informazione e al
profilo passivo della libertà di espressione, anche se ciò può essere
dedotto per via interpretativa.
Al Costituente è mancata la percezione del nesso fra disciplina
dell’informazione e democrazia.
Antecedenti storici:
lo Statuto albertino (1848)

Impostazione liberale e giuspositivistica

Art. 28:
La stampa sarà libera, ma una legge ne reprime gli abusi
Novità della Costituzione repubblicana rispetto allo
Statuto albertino:

1. Rigidità: garanzie giuridiche contro gli eventuali “abusi”


del legislatore; sottrazione di determinate decisione alla
“dittatura della maggioranza”
2. Dimensione partecipativa: da sudditi a cittadini
3. Principio di uguaglianza sostanziale: ruolo attivo dello
Stato nella promozione dei diritti (Stato sociale);
ampliamento del catalogo dei diritti (non solo libertà
negative, ma anche libertà positive)
4. Nuove garanzie a tutela dei diritti: riserva di legge
(tassatività dei limiti) e riserva di giurisdizione
Raffronto con l’art. 5 della Costituzione tedesca
(23 maggio 1949)

(I) Ognuno ha diritto di esprimere e diffondere liberamente le sue


opinioni con parole, scritti e immagini, e di informarsi, senza essere
impedito, da fonti accessibili a tutti. Sono garantite la libertà di
stampa e d'informazione mediante la radio ed il cinematografo. Non
si può stabilire alcuna censura.
(II) Questi diritti trovano i loro limiti nelle disposizioni delle leggi
generali, nelle norme legislative concernenti la protezione della
gioventù e nel diritto della persona al suo onore.
La libertà di espressione

Art. 21 Cost., comma 1:


Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio
pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di
diffusione.

Rientra fra i diritti inviolabili dell’uomo di cui all’art. 2 Cost.,


quindi è irrinunciabile, inalienabile, intrasmissibile,
imprescrittibile e sottratto alla revisione costituzionale.
Corte Cost., sentenza n. 122/1970

I diritti dell’uomo contemplati nell’art. 2 Cost. sono erga omnes


(assoluti).

Lo è in particolare il diritto di manifestare liberamente il proprio


pensiero, garantito dall’art 21 Cost., non solo nei confronti dei
pubblici poteri ma anche per quanto attiene ai rapporti fra
privati.

«… non é lecito dubitare che la libertà di manifestare il proprio


pensiero debba imporsi al rispetto di tutti, delle pubbliche
autorità come dei consociati, e che nessuno possa recarvi
attentato senza violare un bene assistito da rigorosa tutela
costituzionale».
LIBERA ESPRESSIONE DEL PENSIERO RIVOLTA A
DESTINATARI INDETERMINATI

Fondamento costituzionale = art. 21 Cost., comma 1


Destinatari = tutti (non solo i cittadini e non solo le persone fisiche)
Profilo attivo = diritto di esprimersi, comunicare, informare
Corollario: libertà di cronaca
Profilo negativo = diritto al silenzio
Corollario: diritto alla riservatezza
Profilo passivo = diritto a ricercare e ricevere informazioni (essere
informati)
Corollario: pluralismo dell’informazione
LIBERA ESPRESSIONE DEL PENSIERO RIVOLTA A
DESTINATARI DETERMINATI E INFUNGIBILI
Fondamento costituzionale = art. 15 Cost.
La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma
di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire
soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria con le garanzie
stabilite dalla legge.
Profilo attivo = diritto di comunicare
Profilo negativo = diritto di non comunicare
Profilo passivo = diritto di ricevere comunicazioni
Corollario: riservatezza
A chi è attribuito il diritto di manifestazione del pensiero?
A tutti, cioè cittadini e stranieri, singoli e formazioni sociali (art. 2
Cost.)
Questo diritto ha una diversa estensione in relazione alle
caratteristiche del soggetto titolare?
No, la garanzia è identica per tutti, con le uniche eccezioni
costituzionalmente ammesse dei membri del Parlamento (art. 68 Cost.) e
dei Consigli regionali (art. 122 Cost.): essi non possono essere chiamati
a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle
loro funzioni (insindacabilità).
La libertà di manifestazione del pensiero riguarda solo il proprio
pensiero?
No, riguarda anche il pensiero altrui fatto lecitamente proprio, le notizie
e i fatti di attualità, le conoscenze e in genere le informazioni.
Quali sono gli aspetti esclusi dalla garanzia di cui all’art.
21 Cost.?

1) La comunicazione interpersonale (art. 15 Cost.).

2) Tutto ciò che non è puro pensiero, ma si concretizza in un


incitamento all’azione, come ad esempio l’istigazione, l’apologia
e la propaganda. In questi casi, il legislatore ordinario ha la
facoltà di vietarne alcune forme ritenute incompatibili con
l’ordinamento costituzionale (es. istigazione a delinquere,
apologia di reato, propaganda sovversiva e antinazionale). Si
vedano in proposito le sentenze della Corte costituzionale n.
120/1957 e n. 100/1966.
La pubblicità commerciale è una forma di espressione tutelata
dall’art. 21 Cost.?
Si, secondo alcuni (es. Zaccaria). Ma la tendenza dominante
(espressa anche dalla Corte costituzionale nella sentenza 231/1985) è
quella di ricondurre la pubblicità alla sfera regolata dall’art. 41 Cost.
(libertà di iniziativa economica).
Le due diverse visioni corrispondono ad impostazioni radicalmente
diverse. Se si ricollega la pubblicità all’art. 21, le potenzialità
dell’espressione sono molto ampie, tranne il necessario rispetto del
limite del buon costume.
Se invece ci si riferisce all’art. 41 Cost., il limite del buon costume
non si applica, ma la pubblicità, come ogni altra forma di iniziativa
economica privata, «non può svolgersi in contrasto con l'utilità
sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla
dignità umana».
L’art. 21 Cost. non menziona esplicitamente la libertà di
informare e di informarsi: esiste un fondamento costituzionale
del diritto di cronaca?
Tutti gli interpreti sono sempre stati d’accordo nel ritenere che,
anche se la parola “informazione” non compare nel testo dell’art. 21,
la libertà di manifestazione del pensiero comprenda anche la
divulgazione di opinioni, notizie, informazioni.
Tra l’altro, ciò è sancito dall’art. 10 CEDU (vedi slides successive).
Quindi il diritto di cronaca è costituzionalmente tutelato, pur con le
necessarie limitazioni per assicurare il contemperamento con altri
valori costituzionalmente protetti (es. quello della riservatezza,
quello del regolare funzionamento della giustizia etc.)
Quali altre norme della prima parte della Costituzione si ricollegano
all’art. 21 Cost.?
Art. 15 (libertà e segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di
comunicazione)
Art. 17 (libertà di riunione)
Art. 18 (libertà di associazione)
Art. 19 (libertà di religione)
Art. 30 (diritto/dovere dei genitori di istruire, mantenere, educare i figli)
Art. 33 (libertà di arte, scienza e insegnamento)
Art. 39 (libertà di organizzazione sindacale)
Art. 48 (libertà e segretezza del voto)
Art. 49 (libertà di associazione in partiti politici)
Art. 50 (diritto di petizione)
L’ordinamento costituzionale italiano è integrato, per quanto
riguarda i diritti e le libertà fondamentali, dalle Carte internazionali
dei diritti, per il tramite dell’art. 2 Cost.:
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo,
sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua
personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di
solidarietà politica, economica e sociale.
E anche per il tramite dell’art. 10 Cost., primo comma:
L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto
internazionale generalmente riconosciute.
E dell’art. 11 Cost.:
L’Italia ...... consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle
limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri
la pace e la giustizia fra le Nazioni.....
Raffronto con l’art. 19 della
Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo
(1948)

Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e


di espressione incluso il diritto di non essere
molestato per la propria opinione e quello di
cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee
attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
Raffronto con l’art. 10 della CEDU (1950)

1. Ogni persona ha diritto alla libertà d'espressione. Tale diritto include la


libertà d'opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o
idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e
senza considerazione di frontiera. Il presente articolo non impedisce agli
Stati di sottoporre a un regime di autorizzazione le imprese di
radiodiffusione, di cinema o di televisione.
2. L'esercizio di queste libertà, poiché comporta doveri e responsabilità, può
essere sottoposto alle formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni che sono
previste dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società
democratica, per la sicurezza nazionale, per l'integrità territoriale o per la
pubblica sicurezza, per la difesa dell'ordine e per la prevenzione dei reati,
per la protezione della salute o della morale, per la protezione della
reputazione o dei diritti altrui, per impedire la divulgazione di
informazioni riservate o per garantire l'autorità e l'imparzialità del potere
giudiziario.
Raffronto con l’art. 11 della
Carta dei diritti fondamentali
dell’Unione europea (2000)

1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale


diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o
di comunicare informazioni o idee senza che vi possa
essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza
limiti di frontiera.
2. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati.
Il diritto dell’informazione/della comunicazione è di matrice
prevalentemente giurisprudenziale.
E’ stata la Corte costituzionale che, nel tempo, con numerose
importanti sentenze, ha sancito:
• la rilevanza dell’informazione ai fini dell’attuazione del principio
democratico;
• la libertà di divulgazione delle notizie e il diritto di cronaca;
• il profilo passivo del diritto all’informazione (necessità del
pluralismo delle fonti per una completa e obiettiva informazione
del cittadino).
Il diritto all’informazione, in tutti i suoi aspetti, può essere
considerato non solo una libertà individuale, ma anche un
diritto sociale fondamentale (secondo comma dell’art. 3 Cost.)
L’utilizzo dei mezzi di manifestazione del pensiero

Il primo comma dell’art. 21 Cost. non significa che di fatto tutti


debbano avere la materiale disponibilità di tutti i possibili mezzi di
diffusione, ma che debba essere garantito a tutti il “libero uso” di
essi, cioè la possibilità giuridicamente garantita di disporne, usarne e
accedervi in condizioni di uguaglianza.
Su tale principio concorda la dottrina costituzionalistica, avallata da
varie pronunce in tal senso della Corte costituzionale (59/1960,
48/1964, 11/1968)
La disciplina dei mezzi, quindi, può essere differenziata per via
legislativa, ma deve comunque essere tesa a realizzare nel miglior
modo possibile il principio pluralistico espresso nell’art. 21 Cost.
La Corte costituzionale può essere chiamata a sindacare la congruità
di tale disciplina rispetto alla Costituzione.
La libertà di espressione: profilo negativo
Ciascuno ha il diritto anche di NON esprimere le proprie idee, opinioni e
conoscenze.
Anche se non chiaramente specificato, la dottrina costituzionalistica ritiene
che il profilo negativo sia inerente a qualsiasi diritto di libertà
costituzionalmente tutelato. Inoltre, la Costituzione fa riferimento alla
segretezza della corrispondenza (art. 15) e alla segretezza del voto (art. 48).
Si parla in questo caso di “diritto al silenzio”.
Eventuali obblighi di espressione del proprio pensiero o delle proprio
conoscenze potranno essere imposti dalla legge, in base a criteri di
ragionevolezza, solo in correlazione a valori o doveri di rilevanza
costituzionale.
Si pensi ad esempio all’obbligo per il giornalista di rivelare le fonti di
informazione se richiesto dal giudice perché necessario all’accertamento dei
fatti.
Il profilo passivo della libertà di informazione

La Costituzione italiana non è attenta al profilo passivo della libertà di


informazione (diritto ad essere informati).
Tale principio è stato desunto per via interpretativa dalla Corte
costituzionale.
Esso è inoltre sancito in atti di diritto internazionale, cui l’ordinamento
giuridico italiano deve conformarsi (ex artt. 10 e 11 Cost.).
Tale necessaria conformità vale ancor di più se si interpreta l’art. 2 Cost.
come “catalogo aperto” di diritti (La Repubblica riconosce e garantisce
i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni
sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei
doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale).
Il profilo passivo: il diritto di essere informati

Corte costituzionale, sent. 105/1972 (in tema di riposo settimanale


per gli addetti delle aziende editrici e stampatrici):
«... deve riconoscersi che il particolare regime dettato per la stampa
periodica, per le agenzie di notizie ed altrettanti mezzi di diffusione
del pensiero contrasta con l'art. 21 Cost., che solennemente proclama
uno tra i principi caratterizzanti del vigente ordinamento
democratico, garantendo a "tutti" il diritto di manifestare liberamente
il proprio pensiero "con ogni mezzo di diffusione" e dettando per di
più ulteriori e specifiche norme a tutela della stampa, quale mezzo di
diffusione tradizionale e tuttora insostituibile ai fini
dell'informazione dei cittadini e quindi della formazione di una
pubblica opinione avvertita e consapevole».
Il profilo passivo: il diritto di essere informati (segue)

Corte costituzionale, sent. 94/1977 (in tema di competenza


regionale ad emanare norme in materia di informazione):
Viene confermata la riserva legislativa statale in materia perché
«non é dubitabile che sussista, e sia implicitamente tutelato dall'art.
21 Cost., un interesse generale della collettività all'informazione, di
tal che i grandi mezzi di diffusione del pensiero (nella più lata
accezione, comprensiva delle notizie) sono a buon diritto
suscettibili di essere considerati nel nostro ordinamento, come in
genere nelle democrazie contemporanee, quali servizi
oggettivamente pubblici o comunque di pubblico interesse».
Il profilo passivo: il diritto di essere informati (segue)

Corte costituzionale, sent. 112/1993 (in tema di sistema


radiotelevisivo)
«Questa Corte ha da tempo affermato che il "diritto
all'informazione" va determinato e qualificato in riferimento ai
principi fondanti della forma di Stato delineata dalla Costituzione, i
quali esigono che la nostra democrazia sia basata su una libera
opinione pubblica e sia in grado di svilupparsi attraverso la pari
concorrenza di tutti alla formazione della volontà generale. »
Il diritto ad essere informati
e il principio del pluralismo informativo
Corte costituzionale, sent. 225/1974
(in tema di legittimità della riserva allo Stato del sistema
radiotelevisivo):
«La radiotelevisione adempie a fondamentali compiti di informazione,
concorre alla formazione culturale del paese, diffonde programmi che
in vario modo incidono sulla pubblica opinione e perciò é necessario
che essa non divenga strumento di parte».
Secondo la Corte, è fondamentale che le trasmissioni radiotelevisive
«rispondano alla esigenza di offrire al pubblico una gamma di servizi
caratterizzata da obbiettività e completezza di informazione, da ampia
apertura a tutte le correnti culturali, da imparziale rappresentazione
delle idee che si esprimono nella società».
Il pluralismo informativo (segue)
Corte cost., sent. 155/2002 (in tema di par condicio)

Il diritto all’informazione garantito dall’art. 21 Cost. deve essere


caratterizzato «sia dal pluralismo delle fonti cui attingere
conoscenze e notizie - così da porre il cittadino in condizione di
compiere le proprie valutazioni avendo presenti punti di vista e
orientamenti culturali e politici differenti - sia dall'obiettività e
dall'imparzialità dei dati forniti, sia infine dalla completezza, dalla
correttezza e dalla continuità dell'attività di informazione erogata .
[...]
È in questa prospettiva di necessaria democraticità del processo
continuo di informazione e formazione dell'opinione pubblica, che
occorre dunque valutare la congruità del bilanciamento tra principi
ed interessi diversi ... »
Fra libertà di informazione e attuazione del principio democratico
c’è un nesso inscindibile, come ha spesso affermato la Corte
costituzionale.
Alcuni esempi:
Sentenza n. 84/1969 (in tema di boicottaggio e propaganda come forma di autotutela
sindacale): «Non è necessario ricordare come la libertà di propaganda è espressione di quella
di manifestazione del pensiero, garantita dall'art. 21 della Costituzione e pietra angolare
dell'ordine democratico. [... ] Essa è assicurata fino al limite oltre il quale risulti leso il
metodo democratico.»
Sentenza n. 172/1972 (in tema di rito direttissimo per i reati a mezzo stampa): «La Corte ha
più volte affermato che la libertà di espressione del pensiero è fondamento della democrazia e
che la stampa, considerata come essenziale strumento di quella libertà, deve esser
salvaguardata contro ogni minaccia o coartazione, diretta o indiretta.»
Sentenza n. 138/1985 (in tema di propaganda elettorale tramite altoparlante): «... la libertà di
manifestazione del pensiero è tra le libertà fondamentali proclamate e protette dalla nostra
Costituzione, [tuttavia] anche diritti primari e fondamentali (come il più alto, forse, quello
sancito nell'art. 21 Cost.) debbono venir contemperati con le esigenze di una tollerabile
convivenza ... »
Il limite del buon costume
Il limite (espresso) del buon costume: la normativa

Art. 21 Cost., u. c.: Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e


tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume.

Art. 528 c. p., comma 1: Chiunque, allo scopo di farne commercio o


distribuzione ovvero di esporli pubblicamente, fabbrica, introduce nel territorio
dello Stato, acquista, detiene, esporta, ovvero mette in circolazione scritti,
disegni, immagini od altri atti osceni di qualsiasi specie, e' punito ..........

Art. 529 c. p.: Agli effetti della legge penale, si considerano "osceni" gli atti e
gli oggetti, che, secondo il comune sentimento, offendono il pudore. Non si
considera oscena l'opera d'arte o l'opera di scienza, salvo, che, per motivo
diverso da quello di studio, sia offerta in vendita, venduta o comunque
procurata a persona minore degli anni diciotto.

Art. 33 Cost.: L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.


Il limite (espresso) del buon costume: la giurisprudenza

Corte costituzionale, sentenza n. 9/1965 (in tema di propaganda di


anticoncezionali): «il buon costume non può essere fatto coincidere [...] con la
morale o con la coscienza etica [...] il buon costume risulta da un insieme di
precetti che impongono un determinato comportamento nella vita sociale di
relazione, la inosservanza dei quali comporta in particolare la violazione del
pudore sessuale, sia fuori sia soprattutto nell'ambito della famiglia, della
dignità personale che con esso si congiunge, e del sentimento morale dei
giovani....»
Il limite (espresso) del buon costume: la giurisprudenza (segue)

Corte costituzionale, sentenza n. 191/1970 (in tema di


pubblicazioni oscene): « Il costume varia notevolmente secondo le
condizioni storiche d'ambiente e di cultura, ma non vi è momento in
cui il cittadino, e tanto più il giudice, non siano in grado di valutare
quali comportamenti debbano considerarsi osceni secondo il comune
senso del pudore, nel tempo e nelle circostanze in cui essi si
realizzano».

Questo tipo di accertamento non è contrario al principio di legalità


(tassatività della fattispecie), in quanto quest’ultimo «si attua non
soltanto con la rigorosa e tassativa descrizione di una fattispecie, ma,
in talune ipotesi, con l’uso di espressioni sufficienti per individuare
con certezza il precetto ».
Il limite (espresso) del buon costume: la giurisprudenza (segue)

Corte costituzionale, sentenza n. 368/1992 (in tema di circolazione di materiale


pornografico):
«Considerato che si tratta di un limite che l'art. 21 della Costituzione contrappone alla libertà
dei singoli individui, il "buon costume” [...] non è diretto ad esprimere semplicemente un
valore di libertà individuale o, più precisamente, non è soltanto rivolto a connotare un'esigenza
di mera convivenza fra le libertà di più individui, ma è, piuttosto, diretto a significare un valore
riferibile alla collettività in generale, nel senso che denota le condizioni essenziali che, in
relazione ai contenuti morali e alle modalità di espressione del costume sessuale in un
determinato momento storico, siano indispensabili per assicurare, sotto il profilo considerato,
una convivenza sociale conforme ai principi costituzionali inviolabili della tutela della dignità
umana e del rispetto reciproco tra le persone (art. 2 della Costituzione).
[...] la contrarietà al sentimento del pudore non dipende dall'oscenità di atti o di oggetti in sé
considerata, ma dall'offesa che può derivarne al pudore sessuale, considerato il contesto e le
modalità in cui quegli atti e quegli oggetti sono compiuti o esposti ... »

Quindi, c’è differenza fra ciò che è destinato a raggiungere la


collettività e ciò che si esaurisce, invece, nella sfera privata. La
“pubblicità” è un requisito essenziale della nozione di buon costume.
Il limite (espresso) del buon costume: la giurisprudenza (segue)

Corte costituzionale, sentenza n. 293/2000 (in tema di


pubblicazione di fotografie raccapriccianti): «L'art. 15 della legge
sulla stampa del 1948 [...] vieta gli stampati idonei a "turbare il
comune sentimento della morale". Vale a dire, non soltanto ciò che
è comune alle diverse morali del nostro tempo, ma anche alla
pluralità delle concezioni etiche che convivono nella società
contemporanea. Tale contenuto minimo altro non è se non il rispetto
della persona umana, valore che anima l'art. 2 della Costituzione,
alla luce del quale va letta la previsione incriminatrice denunciata».
Buon costume e opere d’arte

Art. 33 Cost.: L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.

Art. 529 c. p.: Non si considera oscena l’opera d’arte o l’opera di scienza, salvo
che, per motivo diverso da quello di studio, sia offerta in vendita, venduta o
comunque procurata a persona minore degli anni diciotto.

Va precisato che non esiste nell’ordinamento giuridico italiano una definizione


normativa di opera d’arte o opera di scienza.

Esiste solo una definizione di “bene culturale” nell’art. 2 del d. lgs. 42/2004: sono
beni culturali le cose immobili e mobili che presentano interesse artistico, storico,
archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico e le altre cose
individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di
civiltà.

Inoltre, l’art. 1 della legge 633/1941 (diritto d’autore) specifica che sono protette le
opere dell'ingegno di carattere creativo che appartengono alla letteratura, alla
musica, alle arti figurative, all'architettura, al teatro ed alla cinematografia,
qualunque ne sia il modo o la forma di espressione.
I limiti impliciti alla libertà
di manifestazione
del pensiero
Il necessario bilanciamento dei diritti:
i limiti alla libertà di espressione

Limite espresso:
• buon costume (6° comma)
Limiti impliciti:
• onore e reputazione
• tutela della riservatezza
• regolare funzionamento della giustizia Limite “dei segreti”
(investigativo,
• sicurezza dello Stato istruttorio, di Stato)

• ordine pubblico?
Perché i limiti impliciti?

In varie sentenze, la Corte costituzionale ha ribadito che la tutela del


buon costume non costituisce il solo limite alla libertà di
manifestazione del pensiero, ma che sussistono anche altri limiti
impliciti dipendenti dalla necessità di tutelare beni diversi, che siano
parimenti garantiti dalla Costituzione. Quindi, l'indagine va rivolta
all'individuazione del bene protetto dalla norma impugnata ed
all'accertamento se esso sia o meno considerato dalla Costituzione
in grado tale da giustificare una disciplina che in qualche misura
possa apparire limitativa della fondamentale libertà di
manifestazione del pensiero.
(sentenze nn. 19 /1962; 25 /1965; 87 e 100 /1966; 199 /1972; 15, 16
e 133 del 1973; 20 /1974)
Il bilanciamento dei diritti
Corte Costituzionale, sentenza n. 1/1956
Nell’ambito dell’ordinamento le varie sfere giuridiche devono di
necessità limitarsi reciprocamente, perché possano coesistere
nell’ordinata convivenza sociale.
Corte Costituzionale, sentenza n. 91/1964
Il bilanciamento può avvenire correttamente solo fra diritti e valori
di pari rango costituzionale .
Corte Costituzionale, sentenze n. 9/1965 e 120/1968
Le limitazioni devono trovare fondamento in precetti e principi
costituzionali, esplicitamente enunciati nella Carta costituzionale o
desumibili da questa mediante la rigorosa applicazione delle regole
dell'interpretazione giuridica, e non possono essere poste se non per
legge .
Il bilanciamento dei diritti (segue)

Corte Costituzionale, sentenza n. 27/1975


Fra due diritti in conflitto la legge non può dare al primo prevalenza
assoluta, negando al secondo adeguata protezione.
Corte Costituzionale, sentenza n. 27/1998
Il contenuto essenziale del diritto sacrificato deve comunque essere
preservato.
Corte Costituzionale, sentenze n. 38/1985
Se rispondono a suddetti criteri, le limitazioni non devono essere
considerate negazioni del diritto. Infatti in una società democratica,
in cui tutti devono godere dei diritti, le reciproche limitazioni sono
connaturali al sistema.
Il limite della reputazione
Il limite (implicito) dell’onore e della reputazione

Onore in senso soggettivo = percezione di sé, della propria


dignità

Onore in senso oggettivo = reputazione

***

Ingiuria = offesa all’onore in senso soggettivo

Diffamazione = offesa all’onore in senso oggettivo


Il limite (implicito) dell’onore e della reputazione:
il fondamento costituzionale

Art. 2 Cost.: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili


dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la
sua personalità ...... (teoria del catalogo aperto dei diritti).

Art. 3 Cost., comma 1: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono
eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di
religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Art. 21, comma 1, Cost., inteso nel suo profilo negativo (diritto al
silenzio, quindi pretesa che non siano divulgati fatti o valutazioni
disonorevoli).
Il reato di ingiuria (art. 594 c.p.)

Chiunque offende l'onore o il decoro di una persona presente è punito con la


reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a euro 516.

Alla stessa pena soggiace chi commette il fatto mediante comunicazione


telegrafica o telefonica, o con scritti o disegni, diretti alla persona offesa.

La pena è della reclusione fino a un anno o della multa fino a euro 1.032, se
l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato.

Le pene sono aumentate qualora l'offesa sia commessa in presenza di più


persone.

Competenza: giudice di pace (che non può comminare pene reclusive)


Procedibilità: a querela (art. 597 c.p.)
Misure cautelari, arresto, fermo: non consentiti
Il reato di diffamazione (art. 595 c.p.)

Chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente, comunicando con più
persone offende l'altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o
con la multa fino a euro 1.032.
D.l. n. 247/2000: multa da 258 a 2.582 euro ovvero nella permanenza domiciliare da 6 giorni a 30
giorni o nel lavoro di pubblica utilità per un periodo da 10 giorni a 3 mesi

Se l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato, la pena è della


reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2.065.

Se l'offesa è recata col mezzo della stampa ….(pene più gravi, vedi slide
seguente)

Se l'offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua


rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.

Competenza: giudice di pace per i primi due commi (d. lgs. 247/2000), tribunale
monocratico per il comma 3 e 4
Procedibilità: a querela (art. 597 c.p.)
Misure cautelari, arresto, fermo: non consentiti
Il reato di diffamazione a mezzo stampa

Art. 595 c. p., terzo comma:


Se l'offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità,
ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della
multa non inferiore a euro 516.
Stessa aggravante estesa a radio e tv con l. 223/1990.

Art. 596 c.p., primo comma:


Il colpevole dei delitti preveduti dai due articoli precedenti non è ammesso a
provare, a sua discolpa, la verità o la notorietà del fatto attribuito alla persona offesa.

Legge n. 47/1948, art. 13:


Nel caso di diffamazione commessa col mezzo della stampa, consistente
nell'attribuzione di un fatto determinato, si applica la pena della reclusione da uno a
sei anni e quella della multa non inferiore a lire 500.000.

Competenza: tribunale monocratico


Procedibilità: a querela (art. 597 c.p.)
Misure cautelari, arresto, fermo: non consentiti
La responsabilità del direttore

Il direttore responsabile può rispondere, infatti, del contenuto dell’articolo


diffamatorio:

- a titolo di colpa, per omesso controllo ex articolo 57 c.p. (cioè per non
aver esercitato sul contenuto del periodico – compreso il quotidiano - da
lui diretto il controllo necessario ad impedire che col mezzo della
pubblicazione siano commessi reati); in questo caso la pena è quella prevista per il
reato principale, diminuita in misura non eccedente un terzo.

- a titolo doloso, quindi per diffamazione aggravata in concorso con il


giornalista autore dell’articolo (ex art. 110 c.p.); in questo caso la pena è quella
prevista per il reato principale.
Il caso Sallusti

Cass. Pen V, sentenza 26 settembre 2012, n. 4249

Per via di due articoli pubblicati sul quotidiano “Libero” e riconosciuti dal giudice
come gravemente diffamatori, al direttore Alessandro Sallusti è stata comminata –
caso più unico che raro per la giurisprudenza italiana – la massima pena prevista dal
codice penale, cioè quella detentiva (che successivamente il Presidente della
Repubblica ha commutato in pena pecuniaria), in considerazione anche del fatto che
la notizia diffamatoria pubblicata era consapevolmente falsa.
Il caso Belpietro

Corte europea dei diritti dell’uomo , sent. 24 settembre 2013,


Belpietro c. Italia

L’inflizione di una pena detentiva a un giornalista riconosciuto responsabile di


diffamazione è comunque contraria all’art. 10 CEDU, poiché rappresenta
un’illegittima compressione del diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero,
ovvero della libertà di cronaca.

Questo però vale solo se il giornalista agisca «in buona fede, sulla base di fatti
correttamente riportati, e fornisca informazioni "affidabili e precise" nel rispetto
dell'etica giornalistica».

La stampa gioca un ruolo indispensabile di “cane da guardia” del principio


democratico, per la cui esplicazione può e deve ammettersi un certo ricorso
all'esagerazione e persino alla provocazione.
Effetti del “caso Sallusti”

Da diversi anni è in discussione in Parlamento un ddl sulla diffamazione:

L’ultima versione (C 925-B), approvato dalla Camera in seconda lettura e


trasmesso al Senato a gennaio 2015, prevede:

- eliminazione delle pene detentive per la diffamazione a mezzo stampa;


- solo pene pecuniarie, ma di ingente entità (fino a 10mila euro, ma fino a 50mila
euro nei casi di diffamazione a mezzo stampa con attribuzione di un fatto
determinato);
- si possono evitare le pene se si pubblicano immediatamente le rettifiche della
parte offesa (le rettifiche vanno pubblicate senza possibilità di replica o commento
da parte del giornalista o del direttore);
- aumento delle sanzioni amministrative in caso di mancata rettifica;
- condanna del querelante in caso di azione temeraria (sanzioni pecuniarie);
- diritto all’oblio: l'interessato può chiedere l'eliminazione, dai siti internet e dai
motori di ricerca (qualsiasi tipo di sito), dei contenuti diffamatori o dei dati
personali trattati in violazione di disposizioni di legge; in caso di rifiuto di
cancellazione può rivolgersi al giudice.
Il reato di diffamazione: mezzi di tutela
Art. 597 c. p., comma1: I delitti preveduti dagli articoli 594 e 595 sono punibili a
querela della persona offesa.

Azione penale, nell'ambito della quale può anche essere richiesto un risarcimento
costituendosi parte civile nel processo (ma prima occorre accertare il reato).

Azione civile per il risarcimento del danno ingiusto (art. 2043 c.c), a prescindere dal
reato.

NB: in sede penale il reato è punibile solo se si accerta il dolo; in sede civile invece il
risarcimento per danni patrimoniali o morali può aversi anche in caso di condotta
colposa; questo determina il più frequente ricorso a questa forma di tutela.

Richiesta di rettifica (obbligo previsto dall’art. 8 legge 47/1948 sulla stampa, dall’art.
2 della legge 69/1963 sulla professione giornalistica, dall’art. 10 della legge 223/1990
sul sistema radiotelevisivo e oggi dall’art. 4 comma e e dall’art. 32 del testo unico della
radiotelevisione, d. lgs. 177/2005).

Possibilità di presentare un esposto all’Ordine regionale in cui il giornalista risulta


iscritto, per sollecitarne l’azione disciplinare
Onore e prestigio delle istituzioni (reati di oltraggio e vilipendio)

Originariamente il codice penale del 1930 puniva severamente i reati contro lo Stato e la
pubblica amministrazione, anche solo di opinione.

Dopo vari interventi della Corte costituzionale, iniziati fin dalla fine degli anni sessanta e
proseguiti in anni successivi, sono state dichiarate progressivamente costituzionalmente
illegittime varie ipotesi delittuose.

Successivamente la l. 205/1999 ha abrogato varie figure di reato di opinione (ad es. “pubblica
istigazione ed apologia” oppure “eccitamento al dispregio e vilipendio delle istituzioni, elle
leggi, degli atti dell’Autorità”).

Altri reati sono stati abrogati dalla l. 85/2006 (es. propaganda, apologia sovversiva, attività
antinazionale, vilipendio alla bandiera commessi dal cittadino all’estero) oppure depenalizzati
(es.offesa, vilipendio, danneggiamento della bandiera, vilipendio della nazione, della
Repubblica, delle istituzioni costituzionali, delle forze armate).

Sono ancora punibili le seguenti fattispecie di vilipendio: della Repubblica, delle Istituzioni
costituzionali e delle Forze armate (art. 290 c. p.), della nazione italiana (art. 291 c. p.), della
bandiera o altro emblema dello Stato (art. 291 c. p.), delle istituzioni, delle leggi o degli atti
dell'Autorità (art. 327 c. p.)
Il limite della riservatezza
Il concetto di privacy

Nasce in Inghilterra nel XIX secolo (right to be alone) e si afferma


successivamente negli USA e poi in tutti gli ordinamenti
democratici.
Esso comprende:
• il diritto all’identità personale (rappresentazione veritiera della
propria personalità);
• il diritto alla riservatezza del proprio domicilio, della propria
corrispondenza, delle proprie comunicazioni in generale;
• il diritto alla protezione e al controllo dei dati personali (da persona
fisica a corpo elettronico).
Si tratta quindi di una pluralità di diritti, tutti riconducibili all’unità
della persona.
Privacy = habeas data

Il diritto alla privacy, originariamente considerato diritto


dell’individuo borghese ad escludere gli altri dalla propria sfera
privata, ha assunto via via i connotati del diritto di ogni persona di
mantenere il controllo sui dati che la riguardano, ovunque essi si
trovino.
Si parla allora di habeas data, che costituisce il moderno sviluppo
dell’habeas corpus dal quale si è storicamente sviluppato il diritto
ala libertà personale.
Quindi oggi con il termine privacy si intende un insieme di poteri
che, prendendo le mosse dall’antico nucleo del diritto ad essere
lasciati in pace, si sono diffusi nella società per consentire ai singoli
il controllo sulle modalità di trattamento dei propri dati nei confronti
di soggetti sia pubblici che privati che ha tali dati hanno accesso.
Il limite della riservatezza: il fondamento costituzionale

Riservatezza = interesse di un soggetto a mantenere la propria sfera


privata e intima al riparo dalle indiscrezioni altrui.
Mancano disposizioni costituzionali esplicite, tuttavia il fondamento
costituzionale può essere rintracciato nei seguenti articoli della
Costituzione:
Art. 2 = catalogo “aperto” dei diritti
Art. 13 = inviolabilità della libertà personale, intesa anche come
libertà morale
Art. 14 = inviolabilità del domicilio
Art. 15 = libertà e segretezza delle comunicazioni
Art. 21 Cost. = diritto al silenzio
Il catalogo aperto dei diritti: la riservatezza

Attraverso gli artt. 2 e 10 Cost. assumono valore costituzionale:


Art. 12 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948)
Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella
sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesioni del suo onore e della sua
reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o
lesioni.
Art. 8 CEDU (1950): Diritto al rispetto della vita privata e familiare
Ogni persona ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della
sua corrispondenza.
Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell'esercizio di tale diritto a meno che tale
ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è
necessaria per la sicurezza nazionale, per la pubblica sicurezza, per il benessere economico del
paese, per la difesa dell'ordine e per la prevenzione dei reati, per la protezione della salute o
della morale, o per la protezione dei diritti e delle libertà altrui.
Il limite della riservatezza: la normativa di riferimento

Diritto all’immagine (art. 10 c. c. e artt. 96-97 l. 633/1941 sul diritto d’autore).


Segretezza della corrispondenza (art. 616 c. p.), segreto professionale (art. 622 c. p.),
inviolabilità delle pareti domestiche (art. 614 c. p.) anche attraverso congegni atti a captare
azioni o immagini riservate della persona (artt. 615 bis e 623 bis c. p., introdotti nel 1974) .
Tutela del lavoratore da indagini sulle proprie opinioni e sulla vita privata non rilevante ai fini
della sua attitudini professionali (art. 8 l. 300/1970 statuto dei lavoratori).
L. 675/1996: Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali
Art. 1: La presente legge garantisce che il trattamento dei dati personali si svolga nel rispetto
dei diritti, delle libertà fondamentali, nonché della dignità delle persone fisiche, con particolare
riferimento alla riservatezza e all'identità personale; garantisce altresì i diritti delle persone
giuridiche e di ogni altro ente o associazione.
D. Lgs. 169/2003: In materia di protezione di dati personali (c. d. “codice privacy”)
Art. 2, comma 1: Il presente testo unico, di seguito denominato "codice", garantisce che il
trattamento dei dati personali si svolga nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali,
nonché della dignità dell’interessato, con particolare riferimento alla riservatezza, all'identità
personale e al diritto alla protezione dei dati personali.
Il limite della riservatezza: la giurisprudenza prima del 1996

Cassazione civ. , sentenza n. 4487/1956 (caso Caruso):


Nessuna disposizione di legge autorizza a ritenere che sia sancito, come principio generale,
il rispetto assoluto dell’intimità della vita privata, tanto meno come limite alla libertà
dell’arte, salvo che l’operato dell’agente, offendendo l’onore o il decoro o la reputazione
della persona, ricada nello schema generale del fatto illecito.

Corte costituzionale, sentenza n. 122/1970 (in tema di sequestro degli stampati):


La pubblicazione dell'immagine altrui, in quanto costituisca mezzo di manifestazione del
pensiero, cade nell'ambito del diritto tutelato dal primo comma dell'art. 21 della
Costituzione e soggiace ai limiti entro i quali tale garanzia costituzionale opera. Ma, ove
tali limiti siano stati superati, il sequestro preventivo - naturalmente, allo stato della
legislazione - é ammissibile solo quando la pubblicazione dell'immagine attraverso la
stampa integri la fattispecie prevista dall'art. 528 del codice penale (pubblicazioni oscene),
perché solo in tal caso concorrono le due condizioni prescritte dalla norma costituzionale
di raffronto: si tratta, infatti, di un delitto e per esso espressamente la legge vigente (R.D.L.
31 maggio 1946, n. 561, art. 2, primo comma) autorizza il provvedimento.
Il limite della riservatezza: la giurisprudenza prima del 1996
(segue)

Cassazione civ., sentenza n. 990/1963 (caso Petacci)


Sebbene non sia ammissibile il diritto tipico alla riservatezza, viola il diritto assoluto di
personalità, inteso quale diritto erga omnes alla libertà di autodeterminazione nello
svolgimento della personalità dell’uomo come singolo, la divulgazione di notizie relative
alla vita privata, in assenza di un consenso almeno implicito, ed ove non sussista, per la
natura dell’attività svolta dalla persona e del fatto divulgato, un preminente interesse
pubblico di conoscenza

Corte costituzionale, sentenza n 38/1973 (in tema di protezione del diritto d’autore):
Non contrastano con le norme costituzionali ed anzi mirano a tutelare e a realizzare i fini
dell'art. 2 affermati anche negli artt. 3, secondo comma, e 13, primo comma, che
riconoscono e garantiscono i diritti inviolabili dell'uomo, fra i quali rientra quello del
proprio decoro, del proprio onore, della propria rispettabilità, riservatezza, intimità e
reputazione, sanciti espressamente negli artt. 8 e 10 della Convenzione europea sui diritti
dell'uomo ...
Il limite della riservatezza: la giurisprudenza prima del 1996
(segue)

Corte di cassazione, sentenza n. 2129/1975 (caso Soraya):


In questa “storica” sentenza la Cassazione individua il fondamento costituzionale del diritto
alla riservatezza negli articoli 2, 3, 13, 14, 15, 27, 29 e 41 Cost., oltre che nell’art. 8 della
CEDU.
Essa precisa che esso risiede «nella tutela di quelle situazioni e vicende strettamente
personali e familiari, le quali, anche se verificatesi fuori del domicilio domestico, non
hanno per i terzi un interesse socialmente apprezzabile».
Inoltre, «la tutela giuridica deve ammettersi in caso di violazione del diritto assoluto di
personalità, inteso quale diritto erga omnes, alla libertà di autodeterminazione nello
svolgimento della personalità dell’uomo come singolo».
Tale diritto «è violato se si divulgano notizie della vita privata, le quali, per loro tale natura,
debbono ritenersi riservate, a meno che non sussista un consenso anche implicito della
persona, desunto dall’attività in concreto svolta, o, data la natura dell’attività medesima e
del fatto divulgato, non sussista un prevalente interesse pubblico di conoscenza che va
considerato con riguardo ai doveri di solidarietà politica, economica e sociale inerente alla
posizione del soggetto».
Privacy e dati personali nel codice penale

Inizialmente il codice penale prevedeva solo il reato di violazione di domicilio


(art. 614) – intendendo con “domicilio” non solo l’abitazione, ma anche ogni
luogo di privata dimora – e la particolare fattispecie di tale reato commesso da
pubblico ufficiale (art. 615)
Con la legge n. 547/1993 sono stati aggiunti gli articoli da 615 bis a 615
quinquies (quest’ultimo modificato con legge n. 48/2008):
• E’ punito chi si procura indebitamente notizie o immagini attinenti la vita privata
che si svolge nel domicilio ex art. 614 c. p. con strumenti di ripresa visiva o
sonora.
• E’ punito chi si introduce abusivamente in un sistema informatico o telematico
protetto da misure di sicurezza.
• E’ punita la detenzione e la diffusione abusiva dei codici di accesso a sistemi
informatici e telematici.
• E’ punita la produzione e la diffusione di programmi diretti a danneggiare o
interrompere un sistema informatico.
Dopo il 1996: la legislazione sulla protezione dei dati personali

Con la legge 675/1996, in attuazione della direttiva 95/46/CE sul


trattamento dei dati personali, è stata introdotta per la prima volta
nell’ordinamento giuridico italiano una legge sulla protezione dei
dati personali, resa necessaria per via della crescente preoccupazione
suscitata dal sempre più sviluppato trattamento automatico dei dati
personali.
Tale legge è stata oggetto di numerose modifiche e integrazioni
successive, tanto che nel 2003 si è sentita l’esigenza di riordinare la
materia con il d. lgs. n. 196, intitolato Codice in materia di
protezione dei dati personali, in vigore dal 1°gennaio 2004.
La protezione dei dati personali nel codice del 2003:
principi fondamentali
TRATTAMENTO = qualunque operazione o complesso di operazioni, effettuati anche
senza l'ausilio di strumenti elettronici, concernenti la raccolta, la registrazione,
l'organizzazione, la conservazione, la consultazione, l'elaborazione, la modificazione, la
selezione, l'estrazione, il raffronto, l'utilizzo, l'interconnessione, il blocco, la
comunicazione, la diffusione, la cancellazione e la distruzione di dati, anche se non
registrati in una banca di dati.
DATI PERSONALI = qualunque informazione relativa a persona fisica, persona giuridica,
ente od associazione (eliminato con il d.l. 201/2011 “salva Italia”), identificati o
identificabili, anche indirettamente, mediante riferimento a qualsiasi altra informazione, ivi
compreso un numero di identificazione personale.
DATI SENSIBILI = dati personali idonei a rivelare l'origine razziale ed etnica, le
convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche, l'adesione a partiti,
sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o
sindacale, nonché i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale.
DIRITTI DELL’INTERESSATO = ottenere la conferma dell'esistenza o meno di dati
personali che lo riguardano; avere informazioni sull’origine dei dati, sulle modalità del loro
trattamento, sui responsabili del trattamento; richiedere e ottenere l’aggiornamento, la
modificazione, la rettifica o la cancellazione di tali dati; opporsi al trattamento di tali dati.
La protezione dei dati personali: principi fondamentali (segue)

OBBLIGO DI INFORMATIVA = chi fornisce i propri dati personali deve essere


esaurientemente informato, al momento della raccolta, dell’utilizzo che ne verrà fatto.
CONSENSO INFORMATO = i dati personali sono utilizzabili solo se, una volta ricevuta
l’informativa (scritta o orale), l’interessato abbia espresso il proprio consenso in forma libera,
ma in modo inequivocabile.
TRATTAMENTO DEI DATI = occorre la preventiva autorizzazione del Garante.
TRATTAMENTO DEI DATI SENSIBILI = il consenso dell’interessato deve per forza essere
prestato per iscritto ed è necessaria inoltre la previa autorizzazione del Garante.
RISARCIBILITA’ DEL DANNO causato dal trattamento scorretto dei dati.
I SOGGETTI PUBBLICI possono trattare i dati solo ed esclusivamente per lo svolgimento
delle funzioni istituzionali e solo se ciò è consentito da una espressa disposizione di legge o da
un provvedimento autorizzatorio del Garante.
TRATTAMENTI PER RAGIONI DI GIUSTIZIA = in sede giudiziaria (fase investigativa e
fase processuale) i dati possono essere trattati dalle procure e dai tribunali anche senza il
consenso espresso dell’interessato. Per i dati sensibili, però, ci vuole sempre l’autorizzazione
del Garante.
La protezione dei dati personali: principi fondamentali (segue)
ALTRE MODALITA’ PARTICOLARI DI TRATTAMENTO: per scopi sanitari, per scopi
di istruzione o ricerca, per scopi storici, statistici o scientifici, da parte del sistema di
previdenza sociale, da parte del sistema bancario e assicurativo, nelle comunicazioni
elettroniche, da parte degli investigatori privati, a fini di marketing diretto.

TRATTAMENTO DEI DATI PER FINALITA’ GIORNALISTICHE = le norme (che


si applicano solo a coloro che sono iscritti all’Albo in qualità di professionisti o
pubblicisti, oppure che sono iscritti al registro dei praticanti) prevedono la possibilità di
prescindere sia dal consenso dell’interessato sia (per i dati sensibili) dall’autorizzazione
del Garante, purché il fine del trattamento sia esclusivamente quello giornalistico. Il
giornalista che raccoglie i dati è tenuto però a qualificarsi come tale e a rispettare le
norme del codice deontologico del 1998.

FORME DI TUTELA = presentazione di un reclamo al Garante; presentazione di un


ricorso al Garante (alternativo alla tutela giurisdizionale); ricorso all’autorità giudiziaria
ordinaria (tribunale monocratico).
Mezzi di tutela e sanzioni
In caso di illecito trattamento dei dati personali/sensibili l’interessato può:

1) presentare un reclamo o una segnalazione al Garante;

2) fare ricorso al Garante (cosa che esclude la tutela giurisdizionale);

3) in alternativa adire l’autorità giudiziaria.

Alcune ipotesi di trattamento illecito sono soggette a sanzioni amministrative


pecuniarie. Altre a sanzioni penali che, nei casi più gravi, possono prevedere
anche pene detentive fino a tre anni di reclusione.

Al giudice civile si può chiedere anche il risarcimento per danno ingiusto.


Il Garante per il trattamento dei dati personali
Organo collegiale costituito da quattro componenti, eletti due dalla Camera dei deputati e due
dal Senato della Repubblica, con mandato non rinnovabile di sette anni. I componenti sono
scelti tra persone che assicurano indipendenza e che sono esperti di riconosciuta competenza
delle materie del diritto o dell'informatica, garantendo la presenza di entrambe le
qualificazioni.

I componenti eleggono nel loro ambito un presidente, il cui voto prevale in caso di parità.
Eleggono altresì un vice presidente, che assume le funzioni del presidente in caso di sua
assenza o impedimento.

Per tutta la durata dell'incarico il presidente e i componenti non possono esercitare, a pena di
decadenza, alcuna attività professionale o di consulenza, né essere amministratori o dipendenti
di enti pubblici o privati, ne' ricoprire cariche elettive.

COMPITI: controllare se i trattamenti sono effettuati nel rispetto della disciplina; esaminare i
reclami e le segnalazioni; vietare il trattamento illecito o non corretto dei dati o disporne il
blocco; promuovere la sottoscrizione di codici; segnalare al Parlamento e al Governo
l'opportunità di interventi normativi; curare la conoscenza tra il pubblico della disciplina in
materia di trattamento dei dati personali; denunciare i fatti configurabili come reati
perseguibili d'ufficio; tenere il registro dei trattamenti; predisporre annualmente una relazione
sulla sua attività.
Il nuovo regolamento europeo sulla protezione dei dati
Il 14 aprile 2016 sono stati finalmente approvati in seconda lettura il regolamento
e la direttiva dell’Unione europea sulla protezione dei dati personali, di cui si
discute fin dal 2012.

In particolare, il regolamento abroga la direttiva 95/46/CE e, essendo


direttamente applicabile, si sostituisce alle normative nazionali in materia (fra cui
il nostro Codice della privacy).

Gli Stati membri dell’UE hanno due anni di tempo per adeguarvisi.

Il nuovo regolamento rafforza i diritti del titolare dei dati (consenso, rettifica,
diritto all’oblio, divieto di profilazione senza consenso, misure di sicurezza,
trasferimento dei dati all’estero).
Il limite della regolare amministrazione
della giustizia

(e del segreto investigativo)


Il fondamento costituzionale di questo limite va rintracciato in tutte
le norme della Costituzione che riguardano la magistratura e la
giurisdizione, ma in particolare:
Art. 101: giustizia amministrata in nome del popolo e soggezione del
giudice solo alla legge
Art. 104: la magistratura è un ordine autonomo e indipendente da
ogni altro potere
Art. 108: indipendenza anche anche dei giudici delle giurisdizioni
speciali e dei p.m.
Art. 106 e 107: carriera dei magistrati solo per concorso e
inamovibilità
Art. 111: giusto processo
Art. 104-105: CSM
Il segreto investigativo (precedentemente definito “istruttorio”)
Art. 329 c.p.p.
Gli atti di indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono coperti
dal segreto fino a quando l’indagato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non
oltre la chiusura delle indagini preliminari.
Quando però ciò sia necessario per la prosecuzione delle indagini, il P.M. può consentire
la pubblicazione di alcuni atti o di parti di essi.
Art. 335 c.p.p.
Per specifiche esigenze investigative il P.M. può anche disporre il segreto, per un massimo
di tre mesi, sulle iscrizioni al registro delle notizie di reato.
Art. 391 quinques c.p.p.
Il P. M. può vietare per un periodo massimo di due mesi alle persone sentite di
comunicare i fatti e le circostanze oggetto dell’indagine.
La violazione di tale divieto è punita con la reclusione fino ad un anno ex art. 379 bis c. p.
La pubblicazione degli atti relativi alle indagini
Art. 114 c.p.p.

Gli atti investigativi coperti dal segreto (quindi quelli di cui l’indagato non ha avuto
conoscenza o quelli de-secretati dal P.M.) non possono essere pubblicati, nemmeno in
forma parziale o per riassunto.
Possono però essere pubblicati prima della chiusura delle indagini gli atti di cui
l’indagato acquista conoscenza (es. con l’invio dell’avviso di garanzia) o quelli di cui
il P.M. autorizza la pubblicazione (riforma del 1989)
Con la chiusura delle indagini preliminari, il segreto investigativo comunque decade.
Però le sanzioni sono esigue:
- reclusione fino a un anno o con la multa da euro 30 a euro 516 per violazione di
segreto professionale (es. fuga di notizie commessa da un avvocato), art. 622 c.p.;
- arresto fino a trenta giorni o con l'ammenda da euro 51 a euro 258 per pubblicazione
arbitraria di atti di procedimento penale (art. 684 c.p.);
- reclusione da 6 mesi a tre anni solo per pubblico ufficiale che divulga segreti
d’ufficio (art. 326 c.p.)
Il limite (implicito) del regolare funzionamento della giustizia:
la giurisprudenza costituzionale

Sentenza n. 18/1966 (in tema di norme che puniscono la pubblicazione di


determinati atti processuali):
«La libertà di manifestazione del pensiero garantita dall'art. 21 della Costituzione
trova, dunque, un limite in una esigenza fondamentale di giustizia. Ed il bene della
realizzazione della giustizia, che, fra l'altro, vale a garantire ed assicurare l'esercizio
di tutte le libertà, compresa quella in esame, è anche esso garantito, in via primaria,
dalla Costituzione. La Corte rileva inoltre che lo stesso bene viene tutelato dalle
norme impugnate [art. 114 c. p. e 164 c. p. p.], anche sotto un ulteriore duplice
aspetto: a) assicurare la serenità e la indipendenza del giudice, proteggendolo da
ogni influenza esterna di stampa, che possa pregiudicare l'indirizzo delle indagini e
le prime valutazioni delle risultanze; ed assicurare altresì la libertà del giudice
vietando quei comportamenti estranei che possano ostacolare la formazione del
libero convincimento; b) tutelare, nella fase istruttoria, la dignità e la reputazione di
tutti coloro che, sotto differenti vesti, partecipano al processo».
Il segreto investigativo: la giurisprudenza costituzionale
Sent. 18/1981 (in tema di pubblicazione di atti coperti dal segreto)

La Corte ha considerato «che una differenziata disciplina tra il segreto istruttorio e


la divulgazione di notizie per il tramite della stampa si rende necessaria per il fatto
che la rivelazione assume una diversa rilevanza giuridica a secondo del mezzo usato
e della sua capacità di divulgazione. Ciò giustifica la rafforzata tutela che il vigente
ordinamento appresta al segreto istruttorio nei confronti della stampa ...»
Quindi, va salvaguardata la disciplina legislativa che ridotto la c.d. segretezza
interna del processo, ampliando il diritto delle parti di conoscere determinati atti
istruttori, ma non ha inciso sulla c.d. segretezza esterna, che si concreta nel divieto
di pubblicazione degli atti istruttori in considerazione degli effetti derivanti dalla
loro diffusione.
«La disciplina dei rapporti tra giustizia e informazione non può che essere in via di
principio rimessa alla discrezionalità del legislatore, al quale spetta individuare la
soluzione più idonea a contemperare interessi attinenti all'attività istruttoria da un
lato e all'informazione dall'altro, entrambi aventi rilievo costituzionale».
La pubblicità delle udienze:
è possibile assistere ai processi, pubblicarne gli atti, riprendere e
trasmettere ciò che avviene in aula?
L’art. 21 Cost. (diritto di informare e di essere informati), l’art. 101 Cost. (la
giustizia è amministrata in nome del popolo) e l’art. 111 Cost. (giusto
processo, con obbligo di motivazione delle sentenze) fanno propendere parte
della dottrina per una risposta affermativa.
Tuttavia, l’indubbio interesse sociale che possono avere talune vicende
giudiziarie talvolta è in contrasto con altre esigenze:
1. tutela della riservatezza e della reputazione delle persone coinvolte nella
vicenda;
2. protezione dei minori (art. 31 cost.), se coinvolti nella vicenda;
3. interesse pubblico alla corretta amministrazione della giustizia, che potrebbe
essere intaccata dalla presenza di telecamere in aula.
La pubblicità delle udienze: la procedura

Artt. 471-473 c.p.p.:

Le udienze sono pubbliche e possono assistervi tutti i maggiorenni. In alcuni casi il


giudice può disporre che il dibattimento o alcuni atti di esso o l’assunzione delle prove
si svolgano a porte chiuse: quando la pubblicità può nuocere al buon costume o
compromettere il segreto di Stato o pregiudicare la riservatezza dei testimoni o delle
parti private o nuocere alla pubblica igiene o compromettere il regolare svolgimento
delle udienze o nuocere alla sicurezza di testimoni o imputati oppure quando l’imputato
o la persona offesa siano minorenni. A porte chiuse significa che possono essere
presenti solo le persone che hanno il diritto o il dovere di intervenire.
D. lgs. 271/1989: art. 147 disp. att. c.p.p.:
Il giudice può autorizzare in tutto o in parte la ripresa fotografica, fonografia o
audiovisiva ovvero la trasmissione radiofonica o televisiva del dibattimento, purché
non sia pregiudicato il regolare svolgimento dell’udienza o della decisione. Serve il
consenso delle parti interessate, che però non è necessario “quando sussiste un interesse
sociale particolarmente rilevante alla conoscenza del dibattimento”. Il giudice, anche
quando autorizza la ripresa del dibattimento, vieta la ripresa di quei soggetti che non
hanno prestato il consenso. Non si può autorizzare la ripresa di dibattimenti a porte
chiuse (ma solo nei casi sottolineati sopra).
La pubblicità delle udienze: la giurisprudenza costituzionale

Sentenza n. 25/1965 (in tema di pubblicazione di atti di dibattimento a porte


chiuse):

«L'art. 164 c. p. p., n. 3, limita la libertà di stampa in tutti i casi in cui il


dibattimento viene celebrato a porte chiuse [...] Ma non tiene conto della
circostanza che, in alcune delle ipotesi previste da tali articoli, ed attinenti soltanto
alla presenza fisica del pubblico nelle aule di udienza, il principio della pubblicità
del dibattimento viene sacrificato a tutela di interessi, che nulla hanno a che vedere
con gli interessi della giustizia, e che non possono ricevere alcun pregiudizio dalla
divulgazione a mezzo della stampa di notizie processuali. Nel caso in cui il
dibattimento si tenga a porte chiuse "per ragioni di pubblica igiene, in tempo di
diffusione di morbi epidemici o di altre malattie contagiose" e nel caso in cui la
pubblicità del dibattimento possa "eccitare riprovevole curiosità" il collegamento
fra le due tutele non trova alcuna giustificazione e la norma impugnata si pone in
contrasto col precetto dell'art. 21 della Costituzione».
La pubblicità delle udienze: la giurisprudenza costituzionale

Sentenza n. 16/1981 (in tema di divieto di pubblicità per dibattimenti


riguardanti minorenni):

La Corte «ha affermato che la regola della pubblicità del dibattimento è coessenziale ai
principi, ai quali, in un ordinamento costituzionale fondato sulla sovranità popolare, deve
conformarsi l'amministrazione della giustizia. Ed ha precisato che, quando si tratta del
processo penale per il quale la pubblicità del dibattimento ha un valore particolarmente
rilevante, le deroghe possono essere disposte soltanto a garanzia di beni a rilevanza
costituzionale, mentre negli altri casi un più ampio potere discrezionale deve essere
riconosciuto al legislatore nella valutazione degli interessi che possono giustificare la
celebrazione dal dibattimento a porte chiuse.
In proposito va posto in risalto che con la stessa sentenza n. 25 del 1965 questa Corte ha
affermato il principio che la tutela costituzionale dei diritti ha sempre un limite nell'esigenza
insuperabile che nell'esercizio di essi non siano violati beni ugualmente garantiti dalla
Costituzione; limite che va stabilito non ricercando garanzia costituzionale privilegiata o non
privilegiata, bensì accertando quale interesse, per il suo contenuto e per le sue modalità di
esercizio, è garantito in concreto nell'armonica tutela di diversi fondamentali interessi».
(segue)
(segue dalla slide precedente)

Sentenza n. 16/1981 (in tema di divieto di pubblicità per dibattimenti


riguardanti minorenni):

«E, quanto al divieto dell'art. 164, n. 3, c.p.p., va rilevato che la deroga alla pubblicità del
dibattimento costituisce un mezzo per il conseguimento di un'alta finalità di tutela dei
minori, ai quali la pubblicità dei fatti della causa può apportare conseguenze gravi sia allo
sviluppo spirituale, sia alla vita materiale, conseguenze che hanno rilevanza costituzionale ai
termini dell'art. 31, secondo comma, della Costituzione, che prevede la tutela dei minori,
intesa in correlazione con il principio fondamentale dell'art. 2 della Costituzione, per gli
effetti che la diffusione di fatti emersi nel dibattimento può provocare sulla formazione
sociale ove si svolge o potrà svolgersi la personalità del minore».
La pubblicazione degli atti processuali
Art. 114 del codice di procedura penale
E’ vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, con il mezzo della stampa o con
altro mezzo di diffusione:
• degli atti dei processi celebrati a porte chiuse, compresi quindi quelli riguardanti i minori,
prima che siano trascorsi dieci anni dalla sentenza irrevocabile;
• delle generalità e dell’immagine dei minorenni testimoni, persone offese o danneggiati dal
reato finché essi non siano diventati maggiorenni;
• dell’immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova
sottoposta all’uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica, salvo che
la persona vi consenta;
• degli atti per cui il giudice disponga tale divieto, se non si procede al dibattimento: ciò può
accadere quando la pubblicazione di essi può offendere il buon costume o comportare la
diffusione di notizie coperte da segreto di Stato ovvero causare pregiudizio alla riservatezza
dei testimoni o delle parti private;
(segue …)
La pubblicazione degli atti processuali (segue ….)
Art. 114 del codice di procedura penale
E’ vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, con il mezzo della stampa o con
altro mezzo di diffusione:
• degli atti di indagine fino alla conclusione delle indagini preliminari, salvo i casi contemplati
nell’art. 329 c.p.p.;
• degli atti non più coperti dal segreto (es. richiesta di riesame, ordinanza di archiviazione,
indagini integrative) fino alla conclusione dell’udienza preliminare;
• degli atti contenuti nel fascicolo del dibattimento fino alla pronuncia della sentenza di primo
grado;
• degli atti del fascicolo del pubblico ministero fino alla pronuncia della sentenza in grado di
appello.
Le sanzioni (blande) attualmente vigenti
Art. 684 c. p. (pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale):
Chiunque pubblica, in tutto o in parte, anche per riassunto o a guisa
d'informazione, atti o documenti di un procedimento penale, di cui sia vietata per
legge la pubblicazione, è punito con arresto fino a trenta giorni o multa fino a
258 euro.
Art. 685 c. p. (indebita pubblicazione di notizie concernenti un
procedimento penale): Chiunque pubblica i nomi dei giudici, con l'indicazione
dei voti individuali che ad essi si attribuiscono nelle deliberazioni prese in un
procedimento penale, è punito [...]
Però le pene sono irrisorie (contravvenzione oblazionabile, ovvero l’illecito
penale si trasforma in illecito amministrativo, con estinzione del reato, dietro il
pagamento di una somma pari alla metà del massimo dell’ammenda prevista,
oltre alle spese del procedimento).
Invece, ex art. 379 bis c.p., è punto con la reclusione fino ad un anno chiunque
riveli indebitamente notizie segrete concernenti un procedimento penale, da lui
apprese per aver partecipato o assistito ad un atto del procedimento stesso.
Le proposte in discussione: la “legge bavaglio”
L’esiguità delle sanzioni e alcuni casi di divulgazione di notizie relativi a processi e a
indagini che hanno fatto scalpore hanno spinto il governo, dapprima con il disegno di
legge n. 1512 del 2007 (ddl Mastella) e poi con il disegno di legge n. 1415 del 2008 (ddl
Alfano) e poi con varie altre proposte di iniziativa governativa e parlamentare.
Lo scopo è quello di rendere più difficile la pubblicazione di atti relativi ad indagini
penali.
Le modifiche proposte:
- pena reclusiva fino a tre anni per chi prenda illecita cognizione di atti coperti dal segreto
processuale (es. il giornalista e i suoi informatori);

- pena fino a cinque anni per chi riveli notizie segrete concernenti un procedimento penale apprese
in ragione del proprio ufficio o servizio svolto;

- arresto fino a trenta giorni e ammenda fino a cinquemila euro per chi pubblichi in tutto o in parte,
anche per riassunto, atti o documenti di un procedimento penale di cui è vietata per legge la
pubblicazione (es. il giornalista e il direttore responsabile);

- se la pubblicazione riguarda le intercettazioni, arresto fino a tre anni e multa fino a diecimila euro.

- attribuzione di responsabilità amministrativa all’ente presso cui presta servizio l’autore della
violazione (ad esempio la testata giornalistica), con condanna al pagamento di ingenti sanzioni.
Il limite della sicurezza
dello Stato

(e del segreto di Stato)


Il limite (implicito) della sicurezza dello Stato

Art. 52 Cost.: La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.

Corte costituzionale, sent. 86/1977: «E proprio a questo concetto [la difesa della patria]
occorre fare riferimento per dare concreto contenuto alla nozione del segreto politico-
militare, ponendo il concetto stesso in relazione con altre norme della stessa Costituzione
che fissano elementi e momenti imprescindibili del nostro Stato: in particolare vanno
tenuti presenti la indipendenza nazionale, i principi della unità e della indivisibilità dello
Stato (art. 5) e la norma che riassume i caratteri essenziali dello Stato stesso nella formula
di "Repubblica democratica" (art. 1). Con riguardo a queste norme si può, allora, parlare
della sicurezza esterna ed interna dello Stato, della necessità di protezione da ogni azione
violenta o comunque non conforme allo spirito democratico che ispira il nostro assetto
costituzionale dei supremi interessi che valgono per qualsiasi collettività organizzata a
Stato e che, come si è detto, possono coinvolgere la esistenza stessa dello Stato. [...] È
solo nei casi nei quali si tratta di agire per la salvaguardia di questi supremi,
imprescindibili interessi dello Stato che può trovare legittimazione il segreto in quanto
mezzo o strumento necessario per raggiungere il fine della sicurezza. Mai il segreto
potrebbe essere allegato per impedire l'accertamento di fatti eversivi dell'ordine
costituzionale. »
Il limite (implicito) della sicurezza dello Stato (segue)

Art. 256 c. p., comma 1: Chiunque si procura notizie che, nell'interesse politico,
interno o internazionale, dello Stato, debbono rimanere segrete è punito con la
reclusione da 3 a 10 anni.
Art. 261 c. p., comma 1: Chiunque rivela taluna delle notizie di carattere segreto
indicate nell'art. 256 è punito con la reclusione non inferiore a 5 anni.
Art. 262 c. p., comma 1: Chiunque rivela notizie, delle quali l'Autorità competente
ha vietato la divulgazione, è punito con la reclusione non inferiore a 3 anni.
Art. 202 c.p.p.: i pubblici ufficiali, i pubblici impiegati e gli incaricati di pubblico
servizio non possono essere interrogati in giudizio su quanto coperto da segreto di
Stato; il giudice può ordinare che il testimone deponga solo nel caso in cui Il
Presidente del Consiglio dei Ministri non dia conferma del segreto.
Il limite (implicito) della sicurezza dello Stato (segue)

Legge n. 801/1977: Istituzione e ordinamento dei servizi per le informazioni e la


sicurezza e disciplina del segreto di Stato
Questa legge, soprattutto il suo art. 12, ha suscitato non pochi dubbi di
costituzionalità. La norma, infatti, dichiarava coperte dal segreto tutte le informazioni
la cui diffusione fosse idonea a recar danno all’integrità dello Stato democratico.
Legge 124/2007 (nuova disciplina del segreto di Stato), art. 39: Sono coperti dal
segreto di Stato gli atti, i documenti, le notizie, le attività e ogni altra cosa la cui
diffusione sia idonea a recare danno all'integrità della Repubblica, anche in relazione
ad accordi internazionali, alla difesa delle istituzioni poste dalla Costituzione a suo
fondamento, all'indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati e alle relazioni con
essi, alla preparazione e alla difesa militare dello Stato. [...] In nessun caso possono
essere oggetto di segreto di Stato notizie, documenti o cose relativi a fatti di
terrorismo o eversivi dell'ordine costituzionale [...]
Questa disposizione sostituisce l’art. 12 della L. 801/1977, legge che
precedentemente disciplinava il segreto di Stato. La legge del 2007 ha previsto che la
durata del segreto è di massimo 30 anni.
Il limite (implicito) della sicurezza dello Stato (segue)

Legge n. 133/2012: Modifiche alla legge 3 agosto 2007, n. 124, concernente il


Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e la disciplina del
segreto
Questa legge conferisce un maggior potere di controllo per il Copasir (Comitato
parlamentare per la sicurezza della Repubblica ) sul segreto di Stato. Infatti il
Presidente del Consiglio sarà obbligato a riferire l’intero quadro informativo al
Presidente e al vicepresidente del Copasir in caso di opposizione del segreto di
Stato.
Si abbassa inoltre a due terzi dei componenti del Comitato il quorum che
determina l’impossibilità da parte del governo di opporre il Segreto di Stato,
mentre prima era necessaria l’unanimità
Il (falso) limite dell’ordine pubblico
Il limite (implicito) dell’ordine pubblico?
E’ da considerarsi inesistente!
Il concetto di ordine pubblico non è presente nella Costituzione, anche se è stato “salvato”
in varie sentenze (non recenti) della Corte costituzionale, chiamata più volte a pronunciarsi
sulla legittimità delle disposizioni del titolo I (delitti contro la personalità dello Stato) e del
titolo V (delitti contro l’ordine pubblico) del secondo libro del Codice penale.
Qualche esempio:
Sentenza n. 19/1962: «L'esigenza dell'ordine pubblico, per quanto altrimenti ispirata
rispetto agli ordinamenti autoritari, non è affatto estranea agli ordinamenti democratici e
legalitari, né è incompatibile con essi. [...] Non potendo dubitarsi che, così inteso, l'ordine
pubblico è un bene inerente al vigente sistema costituzionale, non può del pari dubitarsi
che il mantenimento di esso - nel senso di preservazione delle strutture giuridiche della
convivenza sociale, instaurate mediante le leggi, da ogni attentato a modificarle o a
renderle inoperanti mediante l'uso o la minaccia illegale della forza - sia finalità
immanente del sistema costituzionale.»
Sentenza n 168/1971: «È ovvio che la locuzione "ordine pubblico" ricorrente in leggi
anteriori al gennaio 1948 debba intendersi come ordine pubblico costituzionale (sentenza
n. 19 dell'anno 1962) che deve essere assicurato appunto per consentire a tutti il godimento
effettivo dei diritti inviolabili dell'uomo. »
Il limite (implicito) dell’ordine pubblico (segue)
In alcune pronunce, la Corte costituzionale ha distinto fra
manifestazioni del pensiero “pure” e dirette a provocare un’azione
contraria all’ordine pubblico (queste ultime, non rientranti nell’ambito
dell’art. 21 Cost.).
Alcuni esempi:

Sentenza n. 84/1969: «...la libertà di propaganda è espressione di quella di manifestazione


del pensiero, garantita dall'art. 21 della Costituzione e pietra angolare dell'ordine
democratico. [...] Con tale criterio si pone in un certo contrasto l'art. 507 del Codice penale
perché fa pensare alla inclusione in una sfera criminosa anche della propaganda di puro
pensiero e di pura opinione [...] La propaganda è di per sé diretta a convincere ...»
Sentenza n. 65/1970: «L'apologia (di reato) punibile ai sensi dell'art. 414, ultimo comma, del
codice penale non è, dunque, la manifestazione di pensiero pura e semplice, ma quella che
per le sue modalità integri comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione
di delitti».
Sentenza n. 16/1973: « L'istigazione (di un militare all’infedeltà o al tradimento), infatti, non
è pura manifestazione di pensiero, ma è azione e diretto incitamento all'azione, sicché essa
non risulta tutelata dall'art. 21 della Costituzione ».
La libertà e segretezza delle
comunicazioni interpersonali

L’art. 15 Cost.
La libertà di comunicazione secondo l’art. 15 Cost.

La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di


comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto
motivato dell'autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge.
Questo articolo è collegato ai due precedenti (nel progetto originario redatto
dall’Assemblea costituente i tre articoli erano riuniti in uno solo): art. 13 Cost.
(libertà personale, quindi dimensione fisica), art. 14 Cost. (libertà di domicilio,
quindi dimensione spaziale), art. 15 Cost. (libertà di comunicazione, quindi
dimensione psicologica).
Però, a differenza degli artt. 13 e 14, la libertà di comunicazione non può essere
limitata, nemmeno nei casi urgenti, a limitazioni da parte di autorità pubbliche
diverse da quella giudiziaria.
Inoltre, a differenza dell’art. 21 Cost., qui il limite del buon costume non è
operativo e non può giustificare interventi di tipo preventivo.
Lo Statuto albertino non menzionava questa libertà: le leggi ordinarie garantivano
la segretezza della corrispondenza fra privati, ma non rispetto all’autorità
pubblica.
Raffronto con l’art. 12 della Dichiarazione universale dei diritti
dell’uomo (1948)

Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita
privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesioni
del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato
dalla legge contro tali interferenze o lesioni.

Raffronto con l’art. 10, comma 1, della CEDU (1950)


Ogni persona ha diritto alla libertà d'espressione. Tale diritto include la libertà
d'opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che
vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza considerazione
di frontiera.

Raffronto con l’art. 7 della Carta dei diritti fondamentali


dell’Unione europea (2000)
Ogni individuo ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del
proprio domicilio e delle sue comunicazioni.
Corte costituzionale, sentenza n. 366/1991

La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altro


mezzo di comunicazione costituiscono un diritto dell’individuo
rientrante tra i valori supremi costituzionali, tanto da essere
espressamente qualificato dall’art. 15 Cost. come diritto
inviolabile.
Quindi, il suo contenuto essenziale non può essere oggetto di
revisione costituzionale, in quanto incorpora un valore della
personalità avente un carattere fondante rispetto al sistema
democratico voluto dal Costituente.
Corte costituzionale, sentenza n. 81/1993

Dall’art. 15 Cost. deriva la protezione di una sfera privata attinente


alla comunicazione tra due o più soggetti, nella misura e nei limiti
in cui a tale sfera possa essere riferibile un valore espressivo e
identificativo della personalità umana e della vita di relazione nella
quale questa si svolge (art. 2 della Costituzione), assegnando alla
stessa una posizione privilegiata al fine di salvaguardare
l’intangibilità degli aspetti più significativi della vita intima della
persona.
1. Che differenza c’è fra l’art. 15 Cost. e l’art. 21 Cost?

Corte Costituzionale, sentenza n. 1030/1988 (in tema di


legittimità di alcune disposizioni del codice postale):
«L'essenziale distinzione tra i diritti di libertà garantiti dagli artt.
15 e 21 Cost. si incentra effettivamente [...] sull'essere la
comunicazione, nella prima ipotesi, diretta a destinatari
predeterminati e tendente alla segretezza e, nell'altra, rivolta invece
ad una pluralità indeterminata di soggetti».
Quindi, l’art. 15 Cost. si presta a fungere da base giuridica
costituzionale per la disciplina dei mezzi di comunicazione,
tutelando la libertà e la segretezza di tutte le forme di
comunicazione interpersonale (comprese quelle nate
dall’evoluzione tecnologica), purché tale comunicazione si rivolga
a destinatari determinati o determinabili.
2. Che differenza c’è fra l’art. 15 Cost. e l’art. 21 Cost? (segue)

Un’altra caratteristica propria della comunicazione ex art. 15 Cost.


è l’ATTUALITA’: comunicazione temporalmente circoscritta.
Momento iniziale: quanto il soggetto attivo si trasforma in
mittente, manifestando l’animus di comunicare (es. affidamento di
una lettera al servizio postale o invio di una email).
Momento finale: è di difficile individuazione e in dottrina si
riscontrano diverse teorie; le due principali sono: (1) quella della
causa da determinare caso per caso; (2) quella della ricezione della
comunicazione da parte del destinatario (apertura della lettera).
3. Che differenza c’è fra l’art. 15 Cost. e l’art. 21 Cost? (segue)

Una terza differenza è che in entrambi i casi è prevista la riserva assoluta di legge
(casi stabiliti dalla legge) e di giurisdizione (atto motivato dell’autorità
giudiziaria), ma l’art. 15 non prevede alcuna procedura di urgenza, come invece
fa l’art. 21 per il sequestro degli stampati.
N.B.:
l’art. 15 dice «con le garanzie stabilite dalla legge», mentre l’art. 21 dice si
riferisce a specifici casi di riserva di legge (delitti previsti dalla legge sulla
stampa, violazione di norme sull’indicazione dei responsabili, mancata
indicazione dei mezzi di finanziamento della stampa periodica, mancato rispetto
del limite del buon costume).
Questo significa che il legislatore è tenuto a prevedere garanzie a favore del
soggetto indagato e non soltanto limitarsi a disciplinare i casi e i modi della
limitazione.
Quindi, l’art. 15 non fa riferimento a limiti sostanziali (il buon costume come
nell’art. 21, la sicurezza e l’incolumità pubbliche come nell’art. 14).
4. Chi sono i titolari delle situazioni giuridiche tutelate dall’art.
15 Cost.?

Le persone fisiche e le formazioni sociali.


Anche gli stranieri.
Anche i minorenni, pur con alcune limitazioni per via del diritto
riconosciuto ai genitori di educare la prole (art. 30 Cost.).
Le persone giuridiche di diritto privato (perché si tratta di una
libertà civile). Per le persone giuridiche pubbliche non ha senso
parlare di libertà individuale.
5. Chi riceve tutela dall’art. 15 Cost.?
Non solo il mittente, ma anche il destinatario.

Corte Costituzionale, sentenza n. 81/1993 (in tema di idoneità


dei tabulati telefonici a costituire mezzo di prova del reato di
molestie telefoniche): il requisito della “segretezza” comprende
«non solo la segretezza del contenuto, ma anche quella relativa
all’identità dei soggetti e ai riferimenti di tempo e di luogo della
comunicazione stessa», compatibilmente con i requisiti del mezzo
prescelto.
Che cosa si intende per “corrispondenza”?

Parte della dottrina ritiene che il termine si riferisca solo alla comunicazione
epistolare, cioè «qualsiasi invio chiuso, ad eccezione di pacchi, e qualsiasi invio
aperto che contenga comunicazioni aventi carattere attuale e personale» (art. 24
d.P.R. 655/1982, regolamento di attuazione del codice postale).
Secondo questo orientamento, l’art. 15 si riferirebbe alla sola libertà di
comunicare “riservatamente”, cioè con riferimento alle sole comunicazioni
assoggettate o assoggettabili a vincoli di segretezza. Quindi ci sarebbe una
differenza fra una lettera in busta chiusa (art. 15 Cost.) e una cartolina
(manifestazione del pensiero ex art. 21 Cost.).
Però la dottrina maggioritaria tende ad attribuire al termine “corrispondenza” un
significato più ampio, considerando anche che l’art. 15 parla anche di “ogni altra
forma di comunicazione”.
In tal modo, il concetto può adattarsi alle nuove forme di comunicazione
conseguenti allo sviluppo tecnologico.
6. Che cosa si intende per “comunicazione”?

Il “codice postale” del 1973 (d.P.R. 156/1973) parla di


comunicazioni telefoniche, telegrafiche e radioelettriche. All’art.
10 ribadisce la libertà e la segretezza della corrispondenza e di
ogni altra forma di comunicazione e all’art. 11 pone alcuni divieti:
Non sono ammessi le corrispondenze postali, telegrafiche,
radiotelegrafiche e messaggi che possano costituire pericolo
alla sicurezza dello Stato o recare danno alle persone ed alle
cose o che costituiscano esse stesse reato punibile d'ufficio.
Non sono altresì ammesse [...] le corrispondenze di cui al
precedente comma, che siano contrarie al buon costume o
contengano frasi, parole, disegni ingiuriosi, scurrili o
denigratori a chiunque riferiti.
(segue)
(segue)
La legge n. 98/1974 (Tutela della riservatezza e della libertà e
segretezza delle comunicazioni) ha arricchito il codice penale di alcuni
nuovi articoli per colare il vuoto normativo.
Tale legge ha introdotto l’art, 623 bis c. p., che poi è stato
ulteriormente modificato con legge 547/1993. Attualmente recita:
Le disposizioni contenute nella presente sezione, relative alle
comunicazioni e conversazioni telegrafiche, telefoniche, informatiche
o telematiche, si applicano a qualunque altra trasmissione a distanza
di suoni, immagini od altri dati.
La stessa legge ha modificato anche l’u. c. dell’art. 616 c.p., riferito al
reato di violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza:
Agli effetti delle disposizioni di questa sezione, per "corrispondenza" si
intende quella epistolare, telegrafica, telefonica, informatica o
telematica ovvero effettuata con ogni altra forma di comunicazione a
distanza.
Il nesso fra libertà e segretezza

Corte costituzionale, sent. 1030/1988 (già citata prima): «L'essenziale


distinzione tra i diritti di libertà garantiti dagli artt. 15 e 21 Cost. si incentra
effettivamente [... ] sull'essere la comunicazione, nella prima ipotesi, diretta a
destinatari predeterminati e tendente alla segretezza e, nell'altra, rivolta invece ad
una pluralità indeterminata di soggetti. Nel caso degli apparecchi ricetrasmittenti
di debole potenza, si tratta di strumenti tipicamente preordinati a realizzare
comunicazioni interpersonali e non a diffondere messaggi alla generalità; ed il
fatto che questi siano, per ragioni tecniche, captabili da terzi e che la legge non
assicuri la protezione da interferenze (art. 334, ult. comma) non giova a mutarne
l'essenziale destinazione».

Quindi, il requisito della segretezza è collegato alle intenzioni del mittente e non
all’idoneità tecnica del mezzo.
Il nesso fra libertà e segretezza (segue)

Corte Costituzionale, sent. n. 81/1993 (già citata prima):

«Le speciali garanzie previste [...] a tutela della segretezza e della libertà di
comunicazione telefonica rispondono all'esigenza costituzionale per la quale
l'inderogabile dovere di prevenire e di reprimere reati deve essere svolto nel più
assoluto rispetto di particolari cautele dirette a tutelare un bene, l'inviolabilità
della segretezza e della libertà delle comunicazioni, strettamente connesso alla
protezione del nucleo essenziale della dignità umana e al pieno sviluppo della
personalità nelle formazioni sociali (art. 2 della Costituzione).
In altri termini, il particolare rigore delle garanzie previste dalle disposizioni
prima citate intende far fronte alla formidabile capacità intrusiva posseduta dai
mezzi tecnici usualmente adoperati per l'intercettazione delle comunicazioni
telefoniche, al fine di salvaguardare l'inviolabile dignità dell'uomo da irreversibili
e irrimediabili lesioni.
[...]
(segue ...)
(segue dalla slide precedente)

... l'ampiezza della garanzia apprestata dall'art. 15 della Costituzione alle


comunicazioni che si svolgono tra soggetti predeterminati entro una sfera giuridica
protetta da riservatezza è tale da ricomprendere non soltanto la segretezza del
contenuto della comunicazione, ma anche quella relativa all'identità dei soggetti e ai
riferimenti di tempo e di luogo della comunicazione stessa.
... la stretta attinenza della libertà e della segretezza della comunicazione al nucleo
essenziale dei valori della personalità [...] comporta un particolare vincolo
interpretativo, diretto a conferire a quella libertà, per quanto possibile, un significato
espansivo.
... la Corte ha desunto dall'art.15 della Costituzione la protezione di una sfera privata
attinente alla comunicazione tra due o più soggetti, nella misura e nei limiti in cui a
tale sfera possa essere riferibile un valore espressivo e identificativo della personalità
umana e della vita di relazione nella quale questa si svolge (art. 2 della Costituzione),
assegnando alla stessa una posizione privilegiata al fine di salvaguardare
l'intangibilità degli aspetti più significativi della vita intima della persona.
(segue ...)
(segue dalla slide precedente)

... il riconoscimento e la garanzia costituzionale della libertà e della segretezza della


comunicazione comportano l'assicurazione che il soggetto titolare del corrispondente
diritto possa liberamente scegliere il mezzo di corrispondenza, anche in rapporto ai
diversi requisiti di riservatezza che questo assicura sia sotto il profilo tecnico, sia
sotto quello giuridico.
... va riconosciuto il diritto di mantenere segreti tanto i dati che possano portare
all'identificazione dei soggetti della conversazione, quanto quelli relativi al tempo e al
luogo dell'intercorsa comunicazione.
... non può negarsi che al riconoscimento di tale diritto sia coessenzialmente legata la
garanzia consistente nel dovere, posto a carico di tutti coloro che per ragioni
professionali vengano a conoscenza del contenuto e dei dati esteriori della
comunicazione, di mantenere il più rigoroso riserbo sugli elementi appena detti.
... dovere di riserbo, implicitamente contenuto nell'art. 15 della Costituzione come
garanzia istituzionale del diritto della persona alla libertà e alla segretezza delle
comunicazioni».
La tutela penale della segretezza delle comunicazioni

L’art. 616 c. p. punisce con reclusione o con multa, a querela della


persona offesa, chiunque prende cognizione o sottrae o distrae o
distrugge una corrispondenza chiusa o aperta diretta ad altri.
Fino a tre anni di reclusione anche per chi, senza giusta causa, dopo
averla intercettata rivela il contenuto della corrispondenza.
Con legge n. 547/1993 è stato aggiunto un ultimo comma che precisa
che per corrispondenza si intende quella epistolare, telegrafica,
telefonica, informatica o telematica ovvero effettuata con ogni altra
forma di comunicazione a distanza.
L’art. 618 c. p. punisce con pene pecuniarie o reclusive più lievi che
riveli il contenuto di corrispondenza diretta ad altri di cui sia venuto
abusivamente a conoscenza.
Teoria minoritaria: necessità del requisito materiale della
segretezza

L’interpretazione fin qui esaminata sostiene che la segretezza debba essere tutela
poiché essa è nell’intenzione del mittente, a prescindere dalla effettiva idoneità
del mezzo tecnico a garantirla. La segretezza sarebbe un elemento naturale
rinunciabile.
Secondo un’altra teoria, però minoritaria (es. Pace o Cuniberti), l’art. 15 Cost.
garantisce solo la libertà di comunicare riservatamente. Quindi la segretezza
rappresenta la ragion d’essere della libertà di comunicazione e pertanto rientrano
nella garanzia dell’art. 15 Cost. solo quei messaggi che utilizzano modalità di
trasmissione escludenti, in linea di principio, la conoscibilità da parte di terzi
(quindi non le cartoline o la corrispondenza aperta).
Applicazione di questa teoria ai nuovi media: se il mezzo è neutro rispetto al
contenuto, ogni mezzo si presta a veicolare informazioni riservate e non riservate.
Una comunicazione telematica può essere più riservata di una comunicazione
telefonica attraverso la quale si riceve, ad esempio, materiale audiovisivo,
comunicati stampa etc. Occorre quindi applicare caso per caso un criterio
funzionale.
Le nuove forme di comunicazione

Le comunicazione telematiche (es. videoconferenza, video-on-demand,


email, newsgroup, chatlines, social networks) mettono in discussione il
criterio della determinatezza dei destinatari, come pure l’idoneità del
mezzo a garantire la segretezza, sia dei soggetti della comunicazione sia
del suo contenuto.
Sfuma la differenza fra manifestazione del pensiero e comunicazione
interpersonale: quindi, alcuni ritengono che oggi bisognerebbe procedere
ad una lettura integrata degli artt. 15 e 21 Cost.
Questo accade anche perché è venuta meno la corrispondenza fra mezzo e
attività (convergenza multimediale), quindi non si può stabilire se un
mezzo sia destinato alla comunicazione interpersonale o alla
manifestazione del pensiero.
Altri, invece, propendono per mantenere distinte le diverse forme di
comunicazione basandosi sulle intenzioni del mittente.
Alcuni esempi:

Una videoconferenza che raggiunge una cerchia molto elevata di


destinatari è una comunicazione riservata? Si applica il limite del
buon costume?
La TV interattiva o altre forme di video on demand: il rapporto fra
utente ed emittente è una forma di comunicazione riservata?
E che tipo di comunicazione è un messaggio pubblicato su una
newsgroup?
E la comunicazione via email ad una mailing list? Qui occorre
distingue fra mailing list di tipo chiuso e aperto....
La diffamazione a mezzo di un messaggio postato su un forum via
internet integra la fattispecie aggravata (offesa arrecata
pubblicamente) o quella semplice? Questo dipende dal carattere più
o meno aperto del forum?
Possibili risposte agli interrogativi

Per rispondere, si può far leva sul concetto di INFUNGIBILITA’ DEI


DESTINATARI: se esso manca, non si può parlare di comunicazione riservata.
Oppure si può fare leva sull’idoneità del mezzo a consentire forme di selezione
dei soggetti riceventi.
Però talvolta l’identificazione dei destinatari è utile al solo fine di stipulare con
essi un contratto di abbonamento, mentre il reale interesse del mittente è la
diffusione più ampia possibile del messaggio.
Oppure si può far leva sull’intenzione del mittente riguardo alla segretezza della
comunicazione. Bisogna però anche dire che le nuove forme di comunicazione
tecnicamente sono meno idonee a garantire la segretezza: fino a che punto la
scelta del mezzo influisce sulla qualificazione della natura del messaggio?
Inoltre, per le comunicazioni via internet c’è il problema della aterritorialità della
rete, che rende difficile perseguire gli illeciti.
La normativa sulle
intercettazioni
Le intercettazioni

Il codice penale e di procedura penale del 1930 non fornivano una


disciplina specifica per le intercettazioni (che in epoca fascista erano
consentite senza riserva di giurisdizione a beneficio dell’ordine
pubblico e della sicurezza dello Stato).
L’art. 15 Cost., però, fa riferimento alle limitazioni alla libertà di
comunicazione consentite solo con le garanzie stabilite dalla legge.
Su questo punto vi sono state varie sentenze della Corte
costituzionale, fra cui in particolare la storica sentenza n. 34/1973 (in
tema di legittimità di intercettazioni telefoniche su iniziativa della
polizia in base al mero sospetto di reato).
(vedi slide successiva)
Le intercettazioni: Corte cost. 34/1973
«Nel precetto costituzionale trovano perciò protezione due distinti interessi; quello inerente
alla libertà ed alla segretezza delle comunicazioni, riconosciuto come connaturale ai diritti
della personalità definiti inviolabili dall'art. 2 Cost., e quello connesso all'esigenza di
prevenire e reprimere i reati, vale a dire ad un bene anch'esso oggetto di protezione
costituzionale. [...]
Nel nostro sistema quindi la compressione del diritto alla riservatezza delle comunicazioni
telefoniche, che l'intercettazione innegabilmente comporta, non resta affidata all'organo di
polizia, ma si attua sotto il diretto controllo del giudice. [...]
Nel compiere questa valutazione il giudice deve tendere al contemperamento dei due
interessi costituzionali protetti onde impedire che il diritto alla riservatezza delle
comunicazioni telefoniche venga ad essere sproporzionatamente sacrificato dalla necessità di
garantire una efficace repressione degli illeciti penali. [...]
Del corretto uso del potere attribuitogli il giudice deve dare concreta dimostrazione con una
adeguata e specifica motivazione del provvedimento autorizzativo. [...]
... la Corte osserva che il legislatore gode di un ampio margine di discrezionalità
nell'organizzazione del servizio, ma sente il dovere di formulare l'auspicio che si realizzino
opportuni interventi legislativi idonei ad attuare anche sul piano tecnico le condizioni
necessarie all'effettivo controllo di cui innanzi si é detto.
Le intercettazioni: Corte cost. 34/1973 (segue)
Sulla base di questa premessa la Corte ritiene:
1) omissis;
2) le risultanze delle intercettazioni sono coperte dal segreto, al quale sono tenuti gli ufficiali
di polizia giudiziaria e, nel corso dell'istruttoria, chiunque ne abbia preso conoscenza;
3) nel processo può essere utilizzato solo il materiale rilevante per l'imputazione di cui si
discute. Omissis;
4) l'applicazione del suddetto principio non solo garantisce la segretezza di tutte quelle
comunicazioni telefoniche dell'imputato che non siano rilevanti ai fini del relativo processo,
ma garantisce altresì la segretezza delle comunicazioni non pertinenti a quel processo che
terzi, allo stesso estranei, abbiano fatto attraverso l'apparecchio telefonico sottoposto a
controllo di intercettazione ovvero in collegamento con questo.

La Corte ritiene che il rigoroso rispetto di questo principio sia essenziale per la
puntuale osservanza degli artt. 2 e 15 della Costituzione: violerebbe gravemente
entrambe le norme costituzionali un sistema che, senza soddisfare gli interessi di
giustizia, in funzione dei quali é consentita la limitazione della libertà e della
segretezza delle comunicazioni, autorizzasse la divulgazione in pubblico
dibattimento del contenuto di comunicazioni telefoniche non pertinenti al
processo».
L’evoluzione della disciplina delle intercettazioni

In seguito alla sentenza Corte cost. n. 34/1973, è stata emanata


la legge n. 98/1974 (Tutela della riservatezza e della libertà e
segretezza delle comunicazioni).
Inoltre, nel 1989, dopo varie riforme parziali, è stato emanato il
nuovo Codice di procedura penale (l. 81/1987), che
attualmente prevede la disciplina delle intercettazioni agli artt.
240 e 266-271.
La Corte costituzionale ha continuato ad occuparsi del tema con
varie sentenze fra cui la n. 366/1991 e 63/1994 (utilizzabilità
delle registrazioni in altri procedimenti) e n. 463/1994
(conservazione delle registrazioni).
L’evoluzione della disciplina delle intercettazioni (segue)

Legge 281/2006
I fatti di cronaca nel 2005 e nel 2006 (caso Fazio, scandalo delle
intercettazioni Telecom, calciopoli) hanno determinato alcune pronunce del
Garante per la protezione dei dati personali (15 dicembre 2005 e 21 giugno
2006) e poi il d.l. 259/2006, convertito in l. 281/2006, che modifica l’art.
240 del codice di procedura penale, aggravando le sanzioni per la
pubblicazione di intercettazioni illegali.

Proposte:
Ddl n. 1415 (2008) e, più recente, il ddl Brunetta (C-1846 del 2013)
Restrizioni alla possibilità di effettuare intercettazioni, nonché pene più
severe per chi ne divulga arbitrariamente il contenuto.
Le intercettazioni dei parlamentari
Legge 140/2003
Emanata per l’attuazione dell’art. 68 Cost., oltre a prevedere l’immunità penale per
le 5 più alte cariche dello Stato (questa parte è stata dichiarata incostituzionale),
ribadisce la necessità dell’autorizzazione della camera di appartenenza per
sottoporre ad intercettazioni un parlamentare e prevede l’inutilizzabilità
processuale delle intercettazioni indirette (cioè quelle relative a persone indagate o
imputate con cui un parlamentare abbia avuto conversazioni telefoniche), a meno
che il giudice non chieda autorizzazione alla camera di appartenenza del
parlamentare.
Ma l’inutilizzabilità processuale riguarda solo i procedimenti a carico dei
parlamentari, non quelli a carico di soggetti terzi, per i quali le intercettazioni
restano utilizzabili. (sentenza n. 390 del 2007).
Il principio è stato ribadito con la sentenza n. 74/2013.
Le intercettazioni del Presidente della Repubblica
Corte Cost., sentenza n. 1/2013
L’art. 7, comma 3, della legge n. 219 del 1989 vieta di disporre intercettazioni
telefoniche nei confronti del Presidente della Repubblica, se non dopo che la Corte
costituzionale ne abbia disposto la sospensione dalla carica, in seguito a un giudizio
di accusa in relazione ai reati di cui all’art. 90 Cost.
E le intercettazioni indirette?
Secondo la Corte, l’immunità del PdR rende inammissibile anche l’utilizzazione di
conversazioni del Capo dello Stato occasionalmente intercettate nell’ambito di
indagini concernenti reati addebitabili a diversi soggetti.
Infatti, per svolgere efficacemente il proprio ruolo di garante dell’equilibrio
costituzionale il PdR deve necessariamente tenere contatti informali con vari
soggetti e deve poter contare sulla riservatezza assoluta delle proprie
comunicazioni, non in rapporto ad una specifica funzione, ma per l’efficace
esercizio di tutte
Quindi queste registrazioni non possono essere in alcun modo valutate, utilizzate o
trascritte, e se ne dovrebbe piuttosto chiedere al giudice l’immediata distruzione.
Le intercettazioni abusive nel codice penale

• L’art. 616 c. p. punisce con multa o pene reclusive, a querela della persona offesa, il reato di
sottrazione, distrazione e soppressione della corrispondenza, ma anche quello della
rivelazione senza giusta causa del contenuto della corrispondenza, precisando che per
corrispondenza si intende anche quella telefonica, informatica, telematica o comunque
effettuata con qualsiasi tecnica di comunicazione a distanza.
• L’art. 617 c. p. punisce, con fino a 4 anni di reclusione, a querela della persona offesa,
chiunque fraudolentemente prenda cognizione, interrompa o impedisca conversazioni
telefoniche o telegrafiche fra altre persone. Inoltre punisce con pena analoga chiunque riveli,
con qualsiasi mezzo di informazioni al pubblico, il contenuto di tali comunicazioni o
conversazioni. La pena è aumentata e c’è la procedibilità di ufficio se il reato è commesso da
oppure ai danni di un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio.
• Gli artt. 617 da bis a sexies c. p., introdotti con legge 547/1993 hanno introdotto pene per i
reati di installazione abusiva di sistemi di intercettazione e di falsificazione, alterazione o
soppressione del contenuto di comunicazioni o conversazioni, aggiungendo all’originaria
fattispecie delle comunicazioni telefoniche e telegrafiche anche quella delle comunicazioni
informatiche e telematiche.
• L’art. 379 bis punisce con la reclusione fino ad un anno chiunque riveli notizie segrete
concernenti un procedimento penale per avervi partecipato o assistito, o non osservi il divieto
imposto dal PM ai sensi dell’art. 391 quinques (segreto investigativo).
Le norme del c.p.p. sulle intercettazioni (artt. 266-271)

• Elenco dei tipi di reato per cui sono ammissibili le intercettazioni.


• Le intercettazioni riguardano non solo le comunicazioni telefoniche, ma anche quelle
relative a comunicazioni informatiche o telematiche.
• Il PM chiede al GIP di autorizzare le intercettazioni. Ciò può avvenire solo in presenza di
gravi indizi di reato, se l’intercettazione è assolutamente indispensabile per la prosecuzione
delle indagini.
• In casi di urgenza, per evitare pregiudizio alle indagini, il PM dispone l’intercettazione,
comunicando il provvedimento al GIP entro 24 ore, che procederà all’autorizzazione entro
48 ore. In mancanza di tale autorizzazione, le risultanze delle intercettazioni non possono
essere utilizzate.
• Le intercettazioni possono durare max 15 giorni, prorogabili per decisione del giudice per
periodi successivi di 15 giorni (ad libitum).
• Le intercettazioni (telefoniche) possono essere compiute solo per mezzo di impianti
installati nella procura. Per ragioni urgenti il PM può disporre l’utilizzo di impianti di
pubblico servizio o in dotazione alla polizia giudiziaria. Però per le intercettazioni
informatiche e telematiche il PM può disporre l’utilizzo di impianti appartenenti a privati.
(segue)
(segue dalla slide precedente)

• Delle intercettazioni è redatto verbale e registrazione/trascrizione, di cui possono prendere


visione i difensori delle parti.
• Il GIP, alla presenza dei difensori e del PM, esegue lo stralcio delle parti irrilevanti,
acquisisce le parti ritenute rilevanti, ne dispone la trascrizione e l’inserimento nel fascicolo del
dibattimento.
• Le parti non eliminate sono conservate fino alla sentenza definitiva. Gli interessati possono
chiedere al giudice che la autorizzato l’intercettazione la distruzione di esse anche prima della
sentenza definitiva, se la documentazione non è più necessaria per il processo.
• Le intercettazioni possono essere utilizzate a fini probatori solo per il processo per cui sono
state disposte, a meno che non risultino necessarie per l’accertamento di delitti per i quali è
previsto l’arresto obbligatorio in flagranza.
• Non possono essere utilizzate le intercettazioni relative a persone tenute al segreto
professionale.
• Se non si segue questa procedura, le intercettazioni sono illegali. Il giudice deve ordinarne la
distruzione. Chiunque le acquisisca e le pubblichi è responsabile penalmente ed è tenuto al
risarcimento a titolo di riparazione (art. 240 modificato dalla l. 281/2006).
La legge 281/2006: il contenuto

Non utilizzabilità processuale di documenti anonimi e atti relativi ad


intercettazioni acquisite illegalmente (cioè in modo diverso dalla procedura
descritta).
Obbligo della loro distruzione immediata e divieto di eseguirne copia;
Pena della reclusione da 6 mesi a 4 anni per chiunque detenga atti, supporti,
documenti di cui sia ordinata la distruzione; pena aggravata (da 1 a 5 anni di
reclusione) se il fatto è commesso da pubblico ufficiale o incaricato di pubblico
servizio.
A titolo di riparazione può essere richiesta all'autore della pubblicazione degli
atti o dei documenti di cui al comma 2 dell'articolo 240 del codice di procedura
penale, al direttore responsabile e all'editore, in solido fra loro, una somma di
denaro determinata in ragione di cinquanta centesimi per ogni copia stampata,
ovvero da 50.000 a 1.000.000 di euro secondo l'entità del bacino di utenza ove
la diffusione sia avvenuta con mezzo radiofonico, televisivo o telematico. In
ogni caso, l'entità della riparazione non può essere inferiore a 10.000 euro.
Il dibattito in corso sulle intercettazioni

Nel 2008 il governo ha presentato un ddl sulle intercettazioni (ddl Alfano), che è
stato discusso ma non approvato.
Il tema è tornato in auge nel 2013 (ddl Brunetta), tuttora in discussione.
Le modifiche proposte:
• divieto di pubblicazione, anche parziale o per riassunto o del relativo contenuto, di
atti di indagine preliminare, nonché di quanto acquisito al fascicolo del pubblico
ministero o del difensore, anche se non sussiste più il segreto, fino a che non siano
concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine dell'udienza preliminare;
• intercettazioni consentite solo per alcune categorie di reati gravi (pena superiore a
10 anni di reclusione o 5 anni se reati contro la P.A.);
• l’autorizzazione ad eseguire le intercettazioni può essere data solo quando vi sono
gravi indizi di reato e l'intercettazione è assolutamente indispensabile ai fini della
prosecuzione delle indagini e sussistono specifiche e inderogabili esigenze relative
ai fatti per i quali si procede, fondate su elementi espressamente e analiticamente
indicati nel provvedimento. (segue ...)
(segue dalla slide precedente)

• competenza ad autorizzare l’intercettazione al giudice collegiale (non più tribunale


monocratico);
• intercettazioni autorizzabili per un periodo massimo di tre mesi;
• la previsione dell’obbligo di compiere le intercettazioni per mezzo di impianti
installati nei centri di intercettazione istituti presso ogni distretto di corte d'appello;
• intercettazioni non utilizzabili in procedimenti diversi da quello per cui sono state
disposte;
• la previsione del divieto assoluto di pubblicazione (quindi anche del solo
contenuto per riassunto), anche dopo la conclusione delle indagini o dell'udienza
preliminare, degli atti e dei contenuti relativi a conversazioni o comunicazioni
informatiche o telematiche di cui sia stata ordinata la distruzione;
• aggravamento delle pene per chi rivela segreti inerenti procedimenti penali (fino a
cinque anni di reclusione) o accede abusivamente agli atti (fino a 3 anni di
reclusione)
Fine

Grazie per l’attenzione!