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La fede che preferisco è la speranza

(Peguy)

Stiamo per terminare la celebrazione dell’anno della fede, anno provvidenziale voluto da Benedetto
XVI per aiutare la Chiesa a ritrovare il volto di Gesù, che aveva smarrito. Anche noi consacrati
l’abbiamo smarrito. E se non si vive per Lui… non si vive per niente, si è morti, si è “sepolcri
imbiancati”. Però la fede da sola non basta. Anzi, oggi più che mai la fede sola non basta,
perché il mondo è ammalato di tristezza, gravemente ammalato. E la vita consacrata insieme al
mondo. Dovremmo proprio essere noi consacrati a parlare al mondo di gioia, di leggerezza di
vita, di orizzonti aperti, di albe luminose di colori, soprattutto voi nel vostro servizio ai
giovani… e invece spesso siamo noi stessi spenti. Ecco, per questo ci serve la speranza, che
come ogni virtù è un dono garantito nel pacchetto che ci viene dato in dotazione al Battesimo, e
poi confermato nella Cresima, e poi ravvivato in ogni Eucaristia; ma che va comunque tenuto
vivo e operante con la nostra collaborazione attiva, soprattutto fattiva, cioè con “opere di
speranza”, che dicano cioè la nostra speranza, che la testimonino a chi ci guarda. E i giovani vi
guardano.

Nel pensare a come aiutare voi e me stessa ad allargare il cuore ad orizzonti di speranza mi sono
ritornate in mente le parole di Peguy sulla speranza, e vorrei commentarle con voi mettendo in
luce alcuni tratti della speranza. Solo alcuni tratti, ma significativi per avviare una riflessione.

“La Fede non mi stupisce… la Speranza, ecco quello che mi stupisce”

Prima di tutto vediamo proprio la dialettica tra fede e speranza, per poi vedere quella tra speranza e
carità.
Dio risplende con tanta evidenza nella sua creazione, come ci ricorda Paolo in Rm 1,19-20, che non
stupisce che l’uomo creda. Se mai lascia perplessa l’incredulità, di fronte a tanta bellezza e
grandezza di opere che ci circonda (e su questo già ci sarebbe da riflettere, perché non so se
siamo così capaci di stupore di fronte alle opere di Dio…). La speranza invece stupisce perché
non ha fondamento visibile, è appoggiata solo su di una promessa. D’altra parte, nella liturgia
delle ore preghiamo con queste parole: “Io gioisco per la tua promessa” (Sl 118,62). Ancora:
“Questo mi consola nella miseria: la tua promessa mi fa vivere” (Sl 118,50). Se scorrete il
salmo 118 più volte il salmista riprende forza, coraggio, vigore, semplicemente ricordando la
promessa di Dio. E’ importante: non di fronte al compimento della promessa, gli basta la
promessa in sé, perché sa che Dio è fedele.

Io credo che anche ciascuno di noi è qui perché ad un certo momento della vita ha sentito risuonare
in cuore una parola che era una promessa, come quella che ha accompagnato d’altra parte tutte
le grandi vocazioni bibliche. Ne ricordo solo qualcuna:
Abramo: Gn 12,1ss. “Farò di te una grande nazione e ti benedirò… Benedirò coloro che ti
benediranno…”: la promessa della discendenza.
Maria: Lc 1,26ss. “Concepirai un figlio, lo darai alla luce… Sarà grande… regnerà per sempre… il
suo regno non avrà fine”: la promessa della regalità del Figlio, salvatore del mondo.
Pietro: Lc 5,1ss. “D’ora in poi sarai pescatore di uomini…”: la promessa dell’efficacia apostolica.

Questo per citare solo alcuni esempi. Di fatto, ogni chiamata ha in sé una promessa, un verbo al
futuro che proietta in avanti, verso ciò che non è, ma sarà. Ma poi nella vita spesso la promessa è
negata, tradita, annullata dagli eventi. Qui, a questo punto, deve entrare la forza della speranza. Dice
Dio secondo Peguy: “Che quei poveri figli vedano come vanno le cose e che credano che andrà
meglio domattina. Che vedano come vanno le cose oggi e che credano che andrà meglio domattina.
Questo è stupefacente ed è proprio la più grande meraviglia della nostra grazia. E io stesso ne sono
stupito”.

Speranza è vedere nel futuro qualcosa che oggi assolutamente non c’è, ma che ti è stato promesso, e
tu nel fondo del tuo cuore lo sai, perché Dio ti ha parlato, e la sua Parola rimane in eterno, non la
puoi cancellare dal cuore. Ed è di quella parola che devi gioire, non di ciò che vedi oggi.
Il Cardinal Martini in una splendida lettera pastorale scritta nel 2000 su Maria, donna del Sabato
Santo, parla delle tre virtù teologali in questi termini: la fede è quella che ci aiuta a leggere gli
eventi del passato con gli occhi di Dio: tu hai davanti qualcosa di concreto, un fatto, e ci vedi
l’opera della grazia; la carità è l’impegno per il presente, ciò che ti viene chiesto oggi da Dio, cioè
amare; la speranza è la virtù che ti fa guardare al futuro con lo sguardo di Dio, vedendo ciò che
ancora non si vede… sulla base appunto di una promessa.

In questo senso Papa Francesco, in LF 9, usa la bellissima espressione memoria futuri. La usa
proprio a proposito della fede di Abramo. “In quanto risposta a una Parola che precede, la fede di
Abramo sarà sempre un atto di memoria. Tuttavia questa memoria non fissa nel passato ma, essendo
memoria di una promessa, diventa capace di aprire al futuro, di illuminare i passi lungo la via. Si
vede così come la fede, in quanto memoria del futuro, memoria futuri, sia strettamente legata alla
speranza”.

Qui a mio avviso si fonda anche lo spirito profetico che la Chiesa riconosce alla vita consacrata, su
questa capacità di leggere il futuro con speranza, a dispetto dell’oggi, anzi, proprio dentro le pieghe
dell’oggi. Al profeta è stata consegnata una parola, che racchiude la sua missione. Il successo della
missione del profeta non sta tanto nel fatto che la Parola si realizza, ma nella fedeltà del profeta alla
Parola anche quando questa non sembra realizzarsi per nulla… fedeltà fino alla morte. Certo, la
Parola poi si realizzerà davvero, il profeta lo sa e per questo dà la vita, ma non gli interessa il
quando e il come…

Dunque una prima domanda che possiamo farci è: Sono ancora capace di gioire della promessa di
Dio, di fronte a ciò che vedo oggi? E’ importante, perché se tu sei ancora contento per la tua
promessa, saprai aiutare gli altri a scoprire quella parola che è la promessa di Dio per loro e a
restarle fedeli, ad esserne contenti; li aiuterai in questo esercizio prezioso della memoria futuri.

“La Carità è una madre… la Speranza è una bambina da nulla”.

Secondo Peguy la carità “è il primo movimento del cuore”. “Per amare il prossimo c’è solo da
lasciarsi andare, c’è solo da guardare una simile desolazione. Per non amare il prossimo
bisognerebbe farsi violenza, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Farsi male.
Snaturarsi, prendersi a rovescio, mettersi a rovescio”. Nel leggere queste parole mi sono
chiesta se sia davvero così naturale e spontaneo amare il prossimo, se davvero la desolazione
che abbiamo a volte di fronte nel guardare il fratello ci proietta così irresistibilmente verso di
lui, come Francesco di fronte al lebbroso.
E mi sono detta onestamente di no, mi sono detta che per amare ci vuole la speranza. Come dice
Peguy più avanti: “La Carità non ama che quello che è. E lei (la Speranza), lei ama quello che
sarà… la Speranza vede quello che non è ancora e che sarà. Ama quello che non è ancora e che
sarà”.
Quanto importante sia questo nell’accostare i giovani me lo insegnate voi. Ma quanto importante sia
nella vita fraterna lo sperimentiamo tutti. A volte ciò che è, è detestabile, e per amare devi saper
vedere ciò che potrebbe essere; anzi, ciò che potrà essere, perché la speranza é qualcosa di divino
dunque non conosce il condizionale, ma solo il futuro.
Fermiamoci all’esempio del cammino di un giovane, le applicazioni alla vita fraterna sono poi
conseguenti. Ogni giovane porta una promessa, di cui spesso lui stesso è assolutamente
inconsapevole. Mi sembra che l’opera educativa (e-ducere) consista proprio nel tirar fuori la parola
che dice questa promessa, per aiutarlo a riconoscerla. Spesso mi è capitato nel mio servizio di
formatrice di capirla io per prima, per la grazia legata all’incarico, ma anche perché gli altri ci
vedono con più oggettività di quanto noi riusciamo a vedere noi stessi. Questa è “speranza”, questo
vedere “oltre” il presente, ciò che l’altro è chiamato ad essere e ancora non è, per farlo camminare
nella direzione giusta, per quanto ci è possibile. In questo senso la carità è madre, come dice Peguy,
o sorella maggiore, perché fa crescere; ma se manca la speranza è evidente che manca la prospettiva
di crescita, manca la direzione, c’è il rischio di amare senza promuovere, di accontentarsi di un
“oggi” che non dice la verità del giovane che abbiamo di fronte.

Seconda domanda possibile: Quando amo l’altro come lo amo? Vedo anche il futuro dell’altro, vedo
la promessa che porta in sé?

“Lui ha sperato in noi, sarà detto che noi non spereremo in Lui?”

Dicevo: pensiamo ai giovani che aiutiamo, ai confratelli in comunità… ma forse prima di tutto
dobbiamo pensare a noi stessi. Perché l’amore di sé, il sano amore di sé, è la condizione per amare
il prossimo, che Gesù ci chiede di amare appunto come noi stessi. Così anche per la speranza: non
possiamo seminare speranza se prima non ci sentiamo oggetto a nostra volta di una speranza eterna
da parte di Dio. E’ quanto anche Benedetto XVI ricorda all’inizio dell’enciclica Spe salvi, là dove
dice che dalla speranza delle persone toccate da Cristo scaturisce speranza e vita per gli altri (cf. 9).
Ed è quanto Peguy fa dire a Dio: Dio ha posto la sua speranza, la sua povera speranza in ognuno di
noi, nel più infimo dei peccatori… Mistero dei misteri… Egli ha messo nelle nostre mani, nelle
nostre deboli mani, la sua speranza eterna. Nelle nostre mani passeggere, nelle nostre mani
peccatrici… Dio, che è tutto, ha avuto qualcosa da sperare, da lui, da quel peccatore. Da quel nulla.
Da noi… Tale è la forza di vita della speranza… la forza di vita, la promessa, la forza di vita e di
promessa che sgorga nel cuore della speranza”.

Ecco, mi ha fatto bene pensare che noi, che io sono oggetto di speranza da parte di Dio. Che Lui ha
depositato dentro la mia vita, nell’attimo stesso in cui è stata concepita, una promessa di bene, di
bello. E che tutto il cammino che mi chiede di fare è in vista del compimento pieno di questa
promessa. Lui la tiene presente, è la meta. E tutto quello che preordina è in vista di questa meta.
Come il “tom tom” delle macchine: Lui sa dove sei oggi e conosce la meta, e quindi ti indica la
strada; se tu ne prendi un’altra e non ascolti le sue insistenti raccomandazioni di fare subito
l’inversione ad U, Lui… ricalcola, tenendo sempre fissa la meta, ciò che tu sei chiamato ad essere.
Ricomincia a sperare in te.

Questo è evidentissimo di fronte al peccato dell’uomo. Peguy ricorda la parabola evangelica della
pecora perduta. “In cosa, come, perché una pecora vale novantanove pecore… E’ che era
perita; e che è stata trovata. E’ che era morta; e che è rivissuta. E’ che era morta; ed è
risuscitata… Essa ha fatto tremare il cuore stesso di Dio… del tremore stesso della speranza.
Perché tutti gli altri Dio li ama in amore. Ma quella pecora Dio l’ha amata anche in speranza”.

Penso sia importantissimo “amare in speranza”. E trovo che il perdono sia segno non solo e non
tanto dell’amore di Dio per noi, ma anche della sua fede in noi, e più ancora della sua speranza.
Di fronte al nostro peccato la tentazione è quella di un ripiegamento doloroso sul passato, per
cui noi siamo quello che abbiamo commesso, siamo il nostro passato. E questo è anche vero.
Però prima di tutto il passato va letto con fede, alla luce della Parola; poi è importante sentirci
amati da Dio, nell’oggi che porta le ferite della nostra debolezza; ma per riprendere vita è
ancora più importante capire che Dio ancora spera in noi, perché ancora scommette su di noi e
ci lancia di nuovo verso il futuro, forti della sua benedizione. Ricordo ancora Lc 5,8-10 a
questo proposito. Di fronte al riconoscimento della povertà di Pietro (“Signore, allontanati da
me, perché sono un peccatore”), Gesù risponde: “Non temere; d’ora in poi sarai…”, e gli
consegna una missione. Missione da cui Pietro non sarà esonerato neppure dopo il tradimento
del Venerdì santo, perché “i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rm 11,28). Questo
davvero risuscita: il fatto che Dio ancora ti stima degno di lavorare per lui, ti affida un compito.
Perché l’amore da solo non dice fino in fondo la tua dignità di figlio di Dio (si amano anche i
cagnolini…), mentre l’amore unito alla stima veramente edifica, costruisce, perché investe ogni
aspetto della tua persona, cuore, mente e volontà.

Terza domanda: Ho coscienza che su di me riposa la speranza di Dio? Che lui continua a rimettersi
in gioco con me nonostante me, o forse proprio perché sono fatto così, con i miei limiti, le mie
fragilità?

“La speranza è una bambina da nulla”

A questo proposito passo all’ultima suggestione dal testo di Peguy: lui vede la speranza come “una
bambina da nulla. Che è venuta al mondo il giorno di Natale dell’anno scorso. Che gioca ancora con
babbo Gennaio. Eppure è questa bambina che traverserà i mondi. Questa bambina da nulla. Lei
sola, portando le altre, che traverserà i mondi compiuti”. Ancora la vede avanzare per mano alla
fede e alla carità, le due grandi: “La piccola speranza avanza tra le sue due sorelle grandi e non si
nota neanche... E non si fa attenzione, il popolo cristiano non fa attenzione che alle due sorelle
grandi. La prima e l’ultima. E non vede quasi quella che è in mezzo. La piccola, quella che va
ancora a scuola. E che cammina. Persa nelle gonne delle sue sorelle. E crede volentieri che siano le
due grandi che tirino la piccola per la mano. In mezzo. Tra loro due. Per farle fare quella strada
accidentata della salvezza. Ciechi che sono che non vedono invece che è lei nel mezzo che si tira
dietro le sue sorelle grandi. E che senza di lei loro non sarebbero nulla. Se non due donne già
anziane. Due donne di una certa età. Sciupate dalla vita. E’ lei, quella piccina, che trascina tutto”.

La speranza come una bambina, e noi sappiamo da Gesù che ai bambini appartiene il Regno di Dio
e che chi non accoglie il Regno di Dio come un bambino non entrerà in esso (cf. Lc 18,16-17). Per
concludere vorrei proprio fermarmi su questa immagine del bambino, che poi Peguy riprende anche
alla fine dell’estratto del suo testo. Voglio farlo perché tutti abbiamo un bambino che ci abita, che è
un tratto preziosissimo della nostra personalità, ma che spesso soffochiamo, perché ci dà un po’
fastidio… appunto perché è un bambino e noi siamo grandi. Io sono figlia di Francesco d’Assisi,
voi di Don Bosco: due santi che non hanno soffocato il bambino, e quel bambino ha suggerito loro
grandi cose. Perché è quel bambino che è capace di speranza, come tutti i piccoli che vedono la vita
in avanti: “Da grande farò…”, e sparano cose impossibili. Ma non dovremmo forse credere anche
noi un po’ di più nell’impossibile all’uomo, possibile invece a Dio (Mt 19,26)? Don Bosco,
Francesco, non hanno forse rischiato l’impossibile, appoggiati alla potenza di Dio?

Dicevo che se tendiamo a far tacere la parte bambina di noi è perché ha degli aspetti fastidiosi,
inopportuni, di cui ci vergognamo… le nostre cosidette immaturità! Ed è vero che queste vanno
gestite, ma spesso per gestirle tappiamo semplicemente la bocca al bambino, non gli diamo più
spazio di voce dentro la nostra vita, lo mandiamo a letto presto (questo ai miei tempi, forse oggi li si
mette davanti alla play station…): insomma se non ci fosse per noi sarebbe molto meglio, e
liquidiamo così la questione, facendo davvero finta che non ci sia. Così soffochiamo la nostra
capacità di speranza, e non riusciamo ad entrare nella gioia del regno già da questa vita… perché il
bambino c’è, e reclama di essere ascoltato, e se non lo ascolti ne combina qualcuna per essere
notato e ti mette ancora più in difficoltà!
Occorre dunque imparare ad ascoltarlo, perché è lui che è capace di continuare a credere alla
promessa. Perché i bambini che sono traditi nella loro fiducia riportano traumi così drammatici da
segnare una vita intera? Perché il bambino crede ciecamente all’adulto e si fida. Così il bambino
crede alla promessa e si fida. Continua a guardare lontano, a guardare oltre, è avido di futuro. Certo,
il bambino va ascoltato in un dialogo sereno con l’adulto, con quel gioco di semplicità e prudenza
che Gesù ci raccomanda nel vangelo (cf. Mt 10,16): l’adulto deve gestire il bambino, rendere
opportuni i suoi modi, e questo sta bene; ma il bambino ha da regalare all’adulto lo slancio della
speranza, la capacità della gioia di fronte alle cose semplici, un po’ di sana incoscienza… Dice
Peguy: “Per sperare bisogna essere molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia”.
La grazia dell’infanzia spirituale, quel modo di vivere il vangelo che ha fatto di Teresa di Gesù
Bambino la santa della tenerezza e della serenità, lei che è vissuta nel buio della fede più profondo
per tutta la vita e ha saputo trasformare un dramma in un gioco.

Dice ancora Peguy guardando ai bambini che accompagnano per strada i grandi: “… Quando andate
a passeggio con i vostri bambini loro vi trottano davanti come cagnolini. Vanno avanti, tornano
indietro. Vanno, vengono. Si divertono. Saltano. Fanno venti volte il tragitto. E’ perché in effetti non
vanno da nessuna parte. A loro non interessa andare da qualche parte. Non vanno da nessuna parte.
Sono le persone grandi che vanno da qualche parte. Le persone grandi, la Fede, la Carità… A loro
non interessa andare da qualche parte… Ma ai bambini quello che interessa è solo fare la strada.
Andare e venire e saltare. Consumare la strada con le loro gambe. Non averne mai abbastanza. E
sentir crescere le loro gambe. Loro bevono la via. Hanno sete della via. Non ne hanno
mai abbastanza. Sono più forti della via. Sono più forti della fatica. Non ne hanno mai abbastanza
(Così è la speranza). Corrono più in fretta della via. Loro non vanno, non corrono per arrivare. Loro
arrivano per correre. Arrivano per andare. Così è la speranza. Non risparmiano i passi. Non ne
verrebbe loro neanche l’idea. Di risparmiare alcunché. Sono le persone grandi che risparmiano.
Ahimé sono ben obbligate. Ma la bambina Speranza non risparmia mai nulla”.

E’ bella questa gratuità dei bambini, che non corrono per arrivare chissà dove, ma perché è bello
correre. Ci parla veramente di speranza, come quella virtù che apre al futuro, pur senza certezze,
senza chissà quali prospettive, che apre la strada nel momento stesso in cui la percorre, che non
scruta con ansia l’orizzonte per verificare se davvero Dio è fedele alla promessa, perché la
ricompensa è già nella strada stessa, nel poter correre verso di lui. I nostri perché forse a volte ci
frenano nel cammino, lo appesantiscono: vogliamo capire, vogliamo sapere, e intanto il tempo
scorre dentro un presente che rischiamo di non vivere appieno, verso un futuro che è già qui e non
ce ne accorgiamo.

“Non facciamoci rubare la speranza”

A questo proposito, come conclusione mi sembra bello utilizzare la conclusione di LF (57): “Non
facciamoci rubare la speranza, non permettiamo che sia vanificata con soluzioni e proposte
immediate che ci bloccano nel cammino, che ‘frammentano’ il tempo trasformandolo in spazio. Il
tempo è sempre superiore allo spazio. Lo spazio cristallizza i processi, il tempo proietta invece
verso il futuro e spinge a camminare con speranza”.
E’ vero che lo spazio ha confini definiti e certi, ha dei limiti, e questo fa bene alla nostra
insicurezza: cerchiamo un luogo per fissare la dimora, per stabilirci, per poter dire a noi stessi:
“Ecco, è qui”. Ma subito sperimentiamo che questa è pura illusione, perché arriva il tempo a
rompere lo spazio e ad aprirlo verso il domani, e l’istante presente già non lo è più, perché mentre tu
lo ritieni presente è già passato, e ti costringe a camminare. La virtù della speranza è la forza di cui
la nostra debolezza ha bisogno per accettare l’insicurezza e la precarietà della vita, per accogliere la
dimensione del pellegrinaggio, mai compiuto finché non si arriva alla meta ultima, che è l’eternità,
quel meraviglioso tempo senza tempo che ci attende, in cui non avremo più nulla da sperare, in cui
saremo “semplicemente sopraffatti dalla gioia” (SS 12).
Speranza

Da Il portico del mistero della seconda virtù


di Charles Peguy

La fede che preferisco, dice Dio, è la speranza.


La fede non mi stupisce
Non è stupefacente
Risplendo talmente nella mia creazione.
Nel sole e nella luna e nelle stelle.
In tutte le mie creature...

La carità va da sé. Per amare il prossimo c’è solo da lasciarsi andare, c’è solo da guardare una simile
desolazione. Per non amare il prossimo bisognerebbe farsi violenza, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi.
Irrigidirsi. Farsi male. Snaturarsi, prendersi a rovescio, mettersi a rovescio. Riprendersi. La carità è tutta
naturale, tutta zampillante, tutta semplice, tutta alla buona. E’ il primo movimento del cuore. E’ il primo
movimento che è quello buono. La carità è una madre e una sorella...

Per non amare il prossimo, bambina, bisognerebbe tapparsi


gli occhi e gli orecchi.
A tante grida di desolazione...

Ma la speranza, dice Dio, ecco quello che mi stupisce.


Me stesso.
Questo è stupefacente.

Che quei poveri figli vedano come vanno le cose e che credano
che andrà meglio domattina.
Che vedano come vanno le cose oggi e che credano che andrà
meglio domattina.
Questo è stupefacente ed è proprio la più grande meraviglia
della nostra grazia.
E io stesso ne sono stupito.
E bisogna che la mia grazia sia in effetti di una forza incredibile.
E che sgorghi da una fonte e come un fiume inesauribile.
Da quella prima volta che sgorgò e da sempre che sgorga.

Perché le mie tre virtù, dice Dio.


Le tre virtù mie creature.
Sono esse stesse come le mie altre creature.
Della razza degli uomini.
La Fede è una Sposa fedele.
La Carità è una Madre.

La Speranza è una bambina da nulla.


Che è venuta al mondo il giorno di Natale dell’anno scorso.
Che gioca ancora con babbo Gennaio.

Eppure è questa bambina che traverserà i mondi.


Questa bambina da nulla.
Lei sola, portando le altre, che traverserà i mondi compiuti.

Come la stella ha guidato i tre re fin dal fondo dell’Oriente.


Verso la culla di mio figlio.
Così una fiamma tremante.
Lei sola guiderà le Virtù e i Mondi.

Una fiamma bucherà delle tenebre eterne...

La piccola speranza avanza tra le sue due sorelle grandi


e non si nota neanche...

E non si fa attenzione, il popolo cristiano non fa attenzione


che alle due sorelle grandi.
La prima e l’ultima.
E non vede quasi quella che è in mezzo.
La piccola, quella che va ancora a scuola.
E che cammina.
Persa nelle gonne delle sue sorelle.
E crede volentieri che siano le due grandi che tirino la piccola per la mano.
In mezzo.
Tra loro due.
Per farle fare quella strada accidentata della salvezza.
Ciechi che sono che non vedono invece
Che è lei nel mezzo che si tira dietro le sue sorelle grandi.
E che senza di lei loro non sarebbero nulla.
Se non due donne giù anziane.
Due donne di una certa età.
Sciupate dalla vita.

E’ lei, quella piccina, che trascina tutto.


Perché la Fede non vede che quello che è.
E lei vede quello che sarà.
La Carità non ama che quello che è.
E lei, lei ama quello che sarà.

Dio ci ha fatto speranza. Ha cominciato. Ha sperato che l’ultimo dei peccatori,


Che il più infimo dei peccatori lavorasse almeno un po’ alla sua salvezza,
Sia pure poco, poveramente,
Che se ne sarebbe occupato un po’.
Lui ha sperato in noi, sarà detto che noi non spereremo in lui?
Dio ha posto la sua speranza, la sua povera speranza in ognuno di noi, nel più infimo dei peccatori. Sarà detto
che noi infimi, che noi peccatori, saremo noi che non porremo la nostra speranza in lui?

Dio ci ha affidato suo figlio, ahimé, ahimé. Dio ci ha affidato la nostra salvezza, la cura della nostra salvezza. Ha
fatto dipendere da noi e suo Figlio e la nostra salvezza, e anche la sua speranza stessa; e noi non riporremo la
nostra speranza in lui.

Mistero dei misteri, che riguarda i misteri stessi,


Egli ha messo nelle nostre mani, nelle nostre deboli mani,
la sua speranza eterna,
Nelle nostre mani passeggere.
Nelle nostre mani peccatrici.
E noi, noi peccatori, non metteremo la nostra debole speranza
Nelle sue mani eterne?

Qual è questa virtù, questo segreto, che cosa occorre dunque che ci sia di così straordinario,
Nella penitenza,
perché questo peccatore,
Perché uno valga cento, o insomma novantanove,
(Per contar giusto,)
Perché questo peccatore valga altrettanto,
Perché questo peccatore, questo solo peccatore che fa penitenza valga altrettanto, rallegri, susciti tanta gioia
nel cielo quanto novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza?
E perché questa pecorella smarrita dia tanta gioia al pastore,
Al buon pastore,
Che egli lascia nel deserto, in deserto, in un luogo abbandonato,
Le novantanove che non s’erano smarrite?
In cosa, qual è dunque questo mistero,
In cosa uno può valere novantanove?
Non sia tutti figli di Dio. Ugualmente allo stesso modo?
In cosa, come, perché una pecora vale novantanove pecore.

Bambina, bambina, lo sai, di che si tratta. E’ giusto questo?


E’ che era perita; e che è stata trovata.
E’ che era morta; e che è rivissuta.
E’ che era morta; e che è risuscitata.

Perché bisogna prendere tutto alla lettera, bambina,


Letteralmente come Gesù era morto ed è risorto di tra i morti,
Così quella pecora era perduta, così quella pecora era morta,
Così quell’anima era morta e dalla sua propria morte è risorta
di tra i morti.
Essa ha fatto tremare il cuore stesso di Dio.
Del tremore del timore e del tremore della speranza.
Del tremore stesso della paura.
Del tremore di un’inquietudine
Mortale.
E in seguito, e così, e anche
Di ciò che è legato al timore, alla paura, all’inquietudine
Con un legame che non si può slegare, con un legame che non
si può sfare,
Temporale, eterno, con un vincolo che non si può sfare
Ha fatto tremare il cuore di Dio
Del tremore stesso della speranza
Ha introdotto nel cuore stesso di Dio la teologale
Speranza.

Perché tutti gli altri Dio li ama in amore.


Ma quella pecora Gesù l’ha amata anche in speranza.

Bisogna prendere tutto alla lettera, bambina. Dio ha sperato,


Dio ha atteso da Lui.
Dio, che è tutto, ha avuto qualcosa da sperare, da lui, da quel
peccatore. Da quel nulla. Da noi. E’ stato messo, a questo
punto, si è messo a questo punto, in questa condizione da
aver da sperare, da attendere da quel miserabile peccatore.

Tale è la forza di vita della speranza, bambina,


La forza di vita, la promessa, la vita, la forza di vita e di promessa
che sgorga nel cuore della speranza...

Singolare virtù della speranza, singolare mistero, questa non è


una virtù come le altre, è una virtù contro le altre.
Prende in contropiede tutte le altre. S’addossa per così dire
alle altre, a tutte le altre.
E tien loro testa. A tutte le virtù. A tutti i misteri.
Le supera per così dire, va contro corrente.
Risale la corrente delle altre.
Non è una schiava, questa bambina è irriducibile.
Lei replica per così dire alle sue sorelle; a tutte le virtù, a tutti
i misteri.
Quando loro scendono lei sale, (è molto ben fatto,)
Quando tutto scende solo lei risale e così le doppia, le decuplica,
le allarga all’infinito.

Spaventosa libertà dell’uomo.


Noi possiamo far fallire tutto.
Noi possiamo essere assenti.
Non esser lì il giorno che veniamo chiamati.
Possiamo non rispondere alla chiamata
(Eccetto che nella vallata del Giudizio)
Spaventoso favore.
Possiamo mancare a Dio.
Ecco il caso in cui s’è messo,
Il brutto caso.
S’è messo nel caso di aver bisogno di noi.
Che imprudenza. Che fiducia.
Ben posta, mal posta, questo dipende da noi.
Che speranza, che testardaggine, che partito preso, che forza
incurabile di speranza.
In noi.
Che spoliazione, di sé, del suo potere.
Che imprudenza.
Che mancanza di previsione, di previdenza,
Di provvidenza
di Dio.
Noi possiamo far difetto.
Noi possiamo venir meno.
Noi possiamo non esserci.
Spaventoso favore, spaventosa grazia.
Colui che fa tutto si rivolge a colui che non può far nulla.
Colui che fa tutto ha bisogno di colui che non fa nulla.
E come noi suoniamo a distesa la nostra Pasqua,
A gran distesa,
Nelle nostre povere, nelle nostre trionfanti chiese,
Nel sole e il bel tempo del giorno di Pasqua,
Così Dio per ogni anima che si salva
Suona a gran distesa una Pasqua eterna.
E dice: Ah, non m’ero sbagliato.
Avevo ragione d’aver fiducia in quel ragazzo.
Era una buona natura. Era di buona razza.
Figlio di una buona madre. Era un francese.
Ho avuto ragione di dargli fiducia.

Ugualmente i bambini. Quando andate a fare una spesa con


i vostri bambini
Una commissione
O quando andate alla messa o ai vespri con i vostri bambini
O alla benedizione
O tra la messa e i vespri quando andate a passeggio con i
vostri bambini
Loro vi trottano davanti come cagnolini. Vanno avanti, tornano
indietro. Vanno, vengono. Si divertono. Saltano.
Fanno venti volte il tragitto.
E’ perché in effetti non vanno da nessuna parte.
A loro non interessa andare da qualche parte.
Non vanno da nessuna parte.
Sono le persone grandi che vanno da qualche parte
Le persone grandi, la Fede, la Carità.
Sono i genitori che vanno da qualche parte.
Alla messa, ai vespri, alla benedizione.
Al fiume, nella foresta.
Ai campi, nel bosco, al lavoro.
Che si sforzano, che si agitano per andare da qualche parte
O anche che vanno a passeggio da qualche parte.
Ma i bambini quello che li interessa è solo fare la strada.
Andare e venire e saltare. Consumare la strada con le loro
gambe.
Non averne mai abbastanza. E sentir crescere le loro gambe.
Loro bevono la via. Hanno sete della via. Non ne hanno
mai abbastanza.
Sono più forti della via. Sono più forti della fatica.
Non ne hanno mai abbastanza (Così è la speranza). Corrono
più in fretta della via.
Loro non vanno non corrono per arrivare. Loro arrivano per
correre. Arrivano per andare. Così è la speranza. Non
risparmiano i passi. Non ne verrebbe loro neanche l’idea.
Di risparmiare alcunché.
Sono le persone grandi che risparmiano.
Ahimé sono ben obbligate. Ma la bambina Speranza
Non risparmia mai nulla.