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SIGNIFICAZIONE

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Antonino Bondì

LA PAROLA E I SUOI STRATI


La semiotica dinamica di Louis Hjelmslev

bONANNO EdItOrE
Finito di stampare nel mese di luglio 2011
Stampadiretta - Catania

ISbN 978-88-7796-792-3

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INdICE

INtrOduZIONE
I movimenti tettonici delle forme linguistiche pag. 7

CApItOlO 1
l’epistemologia della stratificazione

1.1. Stratificazione del linguaggio:


ipotesi teorica o concetto-ombrello? ,, 17
1.2. Fra le illusioni della linguistica:
alberi versus strati ,, 19
1.3. l’analisi per strati e il rizoma
secondo deleuze e Guattari ,, 23
1.4. l’immanenza: proprietà del linguaggio
o procedura d’analisi? ,, 30
1.5. le “proprietà” della stratificazione:
il linguaggio come sistema boot-strapping ,, 37
1.6. le “proprietà” della stratificazione:
morfologie ed eventi-senso ,, 40

CApItOlO 2
le tensioni del senso linguistico

2.1. Il senso fra linguaggio e lingue:


lo specchio dell’instabilità? ,, 51
2.2. la regola linguistica fra regolarità locale
e imprevedibilità ,, 54
2.3. la sillaba in quanto unità:
continuità, biforcazioni, imprevedibilità ,, 62
2.4. dalla linearità del significante
alla sincronizzazione enunciativa ,, 71
2.5. la teoria del significato
e l’approccio gestaltista ,, 83

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2.6. dalla morfologia alla semantica:
una continuità ininterrotta pag. 91
2.7. Oltre la tentazione parallelista:
il significato è il mondo del linguaggio ,, 99

CApItOlO 3
Gli strati della semiosi: fenomenologia della funzione semiotica

3.1. un segno oltre il segno? ,, 111


3.2. Il segno come accidente:
verso la funzione semiotica ,, 116
3.3. dalla traducibilità del senso
all’opacità delle lingue ,, 121
3.4. le morfologie del segno
e il problema della traduzione ,, 127
3.5. le tre morfologie:
grammaticale, espressiva, semantica ,, 131
3.6. Fenomenologia del segno:
la “traducibilità naturale” delle forme ,, 144
3.7. la «funzione semiotica»:
da un modello strutturale a uno cognitivo ,, 154

CApItOlO 4
l’uso: il linguaggio fra sedimentazione e metamorfosi

4.1. l’uso al cuore del rapporto


fra langage langue e parole ,, 171
4.2. la formula langage = langue + parole ,, 174
4.3 la Parole effettiva, la parole potenziale,
la langue e le langues ,, 178

bIblIOGrAFIA ,, 187

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INtrOduZIONE
I mOvImENtI tEttONICI dEllE FOrmE lINGuIStIChE

Non è semplice identificare l’oggetto di una disciplina. Spesso l’in-


trico tra fenomeni più o meno manifesti all’occhio dell’osservatore,
dati raccolti, ipotesi e risultati, deflagra in complessi teorici di cui
non si comprendono le coordinate. la linguistica non fa eccezione;
anzi: per ciò che riguarda le scienze del linguaggio, la definizione
stessa della nozione di oggetto è estremamente spinosa.
di cosa parliamo quando chiamiamo in causa l’oggetto della lin-
guistica? Cosa intendiamo per oggetto linguistico? Siamo di fronte alla
medesima questione, ma formulata in modo diverso, o si tratta di
domande differenti, che presentano comunque dei punti in comune?
Quando menzioniamo gli oggetti linguistici, ci riferiamo forse alle
singole unità di lingua o a qualcos’altro? Cosa sono, a loro volta, le
unità linguistiche? Stringhe sonore che assicurano la riuscita di un
atto comunicativo? Costruzioni sintattiche che producono frasi gram-
maticali, riconosciute e accettate dalle comunità parlanti una data
lingua? Forme semantiche più o meno stratificate, che portano con
sé il peso dell’esperienza dei parlanti e che l’uso di continuo deforma?
Si tratta, in ciascun caso, di risposte plausibili, a cui la linguistica ha
fatto ricorso, a seconda delle opzioni epistemologiche di fondo di
volta in volta sposate.
ma – ci chiediamo – se le unità non fossero il vero oggetto della
linguistica? O, meglio, se ne costituissero solo un aspetto, certamente
importante, ma confuso con i dati e con l’ordine del concreto com-
mercio linguistico che quotidianamente i parlanti realizzano? la do-
manda è tanto più plausibile se pensiamo di tralasciare le singole
unità, la loro genesi, le loro combinazioni e trasformazioni, ed ipo-
tizziamo di spostare l’oggetto della linguistica verso altro. Non ci si
può rivolgere, ad esempio, alla lingua in quanto tale, e farne l’obiettivo
principale di studio e formalizzazione? basta leggere alcune pagine
di una delle opere più importanti – e controverse – della linguistica
del Novecento, ossia il Corso di linguistica Generale di Ferdinand
de Saussure, per rendersi conto della perspicuità della questione, e

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della sua complessità. Il linguista è consapevole delle insidie che la
costruzione della linguistica comporta, nel momento in cui conce-
pisce come proprio oggetto specifico di indagine la lingua. per Saus-
sure, quella del linguaggio è una scienza che può andare incontro a
innumerevoli miraggi, intrinseci all’oggetto stesso della disciplina:
«il n’y a aucun domaine qui, plus que la langue, ait donné lieu à des
idées chimériques et absurdes. le langage est un objet de mirages
de toutes espèces. les erreurs faites sur le langage sont ce qu’il y a
de plus intéressant, psychologiquement parlant. Chacun laissé à lui-
même se fait une idée très éloignée de la vérité sur les phénomènes
qui se produisent dans le langage» (E.1.23.120.3C, 9-10).
Se il linguaggio è un dominio i cui fenomeni producono miraggi
ed errori di valutazione in chi lo osserva scientificamente, è proprio
per l’oscurità della nozione di lingua. Saussure afferma che «la lin-
guistique n’est pas toute simple dans son principe, dans sa méthode,
dans l’ensemble de ses recherches, parce que la langue ne l’est pas»
(E.1.244.1766.2r,1). Sia l’edizione a cura di bally e Sechehaye, sia
l’edizione critica a cura di Engler testimoniano l’intreccio, forte-
mente problematico, fra la nozione di oggetto e quella di lingua.
Con formula icastica, patrice maniglier (maniglier 2006) ha ribat-
tezzato questo aspetto del pensiero saussuriano come il problema
della «lingua satanica», che Saussure avrebbe messo a fuoco nel mo-
mento in cui si è reso conto della natura singolare della lingua in
quanto oggetto. È lo stesso linguista di Ginevra che ne avrebbe dato
conto: «il n’existe pas d’objet tout à fait comparable à la langue, qui
est un être très complexe, et c’est ce qui fait que toutes les compa-
raisons et toutes les images dont nous nous servons habituellement
aboutissent régulièrement à nous en donner une idée fausse par
quelque point» (Saussure 2002, 152).
Nonostante la difficoltà, certamente sembra un’ovvietà affermare
che la lingua sia l’oggetto della linguistica. ma che vuol dire più spe-
cificamente? le riflessioni saussuriane, in luogo di sbrogliare la ma-
tassa, infittiscono la trama iniziale del racconto e delle domande. Se,
finora, non sono state formulate definizioni operative né ontologiche
della nozione di oggetto, altrettanto nebuloso è rimasto il concetto
di lingua. per quale motivo? Forse, come Saussure mostra di aver
chiaro, porre il problema della correlativa definizione dell’oggetto e
della lingua vuol dire muoversi su un territorio scivoloso.
Se la lingua appare descrivibile nei termini di un sistema astratto –

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così come lo strutturalismo linguistico post-saussuriano ha creduto
di riuscire a fare – nello stesso tempo Saussure ha sostenuto che la
modellizzazione dell’oggetto-lingua deve obbligatoriamente passare
per una adeguata descrizione dei suoi oggetti concreti e tangibili,
ossia i segni linguistici: «la langue présente donc ce caractère étrange
et frappant de ne pas offrir d’entités perceptibles de prime abord,
sans qu’on puisse douter cependant qu’elles existent et que c’est leur
jeu qui la constitue» (ClG, 149).
In altre parole, il passaggio dall’analisi delle unità linguistiche e
della loro identità di relazione, alla lingua come oggetto formale,
mostra il carattere costitutivamente ambiguo della nozione di lingua.
È possibile formalizzare un oggetto che sembra un non osservabile
che tuttavia esiste, e che anzi si rivela indispensabile nella concretezza
delle nostre vite? E, osservando il problema in maniera speculare: è
possibile costruire modelli di entità che non sono direttamente os-
servabili, ma della cui esistenza i parlanti non hanno il minimo dub-
bio e, di cui, al contrario, percepiscono sempre e costantemente la
totalità in cui hanno vita e che fa loro da sfondo?
È questo il luogo di una circolarità non virtuosa fra alcuni poli
che per le scienze del linguaggio si sono rivelati spesso irriducibili:
totalità versus singolarità; percepibilità versus intelligibilità; individualità
versus socialità; ecc. la circolarità epistemologica in cui Saussure si è
mosso – e dalla quale non sarebbe mai riuscito a venir fuori – ne ri-
chiama altre in cui, diverse volte, il paradigma cui ha dato vita è ri-
masto incagliato. Fra queste, la più importante per il nostro discorso
concerne lo statuto della identità degli oggetti linguistici. Se, in termini
saussuriani, un oggetto linguistico o un segno è definito dalle sue
interrelazioni con altri segni, ovvero in maniera puramente negativa,
come è possibile darne una definizione positiva? E, correlativa-
mente, come si può descrivere una lingua se non ricorrendo alla de-
scrizione dei suoi elementi? Non ci si propone, qui, di risolvere
questo genere di problemi, con cui il pensiero di Saussure e la tra-
dizione da lui derivata si sono confrontati. Ci è stato utile come
esempio, per dare dimostrazione di una difficoltà cui le scienze lin-
guistiche si sono trovate di fronte sin dalla loro fondazione discipli-
nare più o meno storicamente ufficiale. torniamo infatti al problema
generale di apertura del paragrafo.
di cosa parliamo quando ci riferiamo ad un oggetto specifico per
la linguistica? E, domanda che sposta un’ennesima volta il focus teo-

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rico, quali sono – se ci sono – i contorni di questo oggetto? Se la
tradizione saussuriana ha tematizzato come oggetto ultimo – e proprio
– la lingua in quanto forma, intesa come risultato di una massa di pro-
dotti segnici riconosciuti, tramandati e trasformati dall’azione so-
ciosemiotica dei parlanti, questo approccio, come ha ben notato
maniglier, non ha risparmiato da una serie di altri problemi.
Quali sono, infatti, i criteri di individuazione e definizione di una lingua?
O, per parafrasare una nota espressione di louis hjelmslev (hjelmslev
1943), cosa fa di una lingua una lingua? Questioni di non poco conto,
queste, se teniamo a mente che la definizione della nozione di lingua
– intesa come oggetto formalizzabile – passa per la definizione dei fe-
nomeni concreti e percepibili che la definiscono, cioè i segni. parlare di pro-
cessi di identificazione, percezione e riconoscimento di fenomeni
segnici, però, è compito della linguistica e, in ultimi analisi, suo oggetto
specifico o, piuttosto, è da ascrivere a compito descrittivo e sperimen-
tale di altre branche del sapere umano, dalle scienze cognitive all’acu-
stica, passando per la psicologia dello sviluppo fino all’antropologia
cognitiva e sociale?
Come è possibile costatare, la mancanza, o l’inadeguatezza di una
teoria dell’oggetto linguistico e di una epistemologia che individui il
campo dei fenomeni da formalizzare, non viene risolta tout court
nella delimitazione del campo di studio alla lingua. Anzi, la storia della
linguistica del Novecento è testimone di un ampliamento della con-
fusione in luogo di una sua chiarificazione.
Come venirne a capo? le strategie per uscire fuori da questa im-
passe sono state molteplici. Fra le tante strade percorribili, la lingui-
stica teorica ha spesso deciso di allargare il proprio focus di ricerca,
concentrandosi su aspetti dell’universo semiolinguistico intimamente
intrecciati, benché differenti e afferenti a domini talora eterogenei.
Non poche scuole si sono concentrate ora sulla facoltà di linguaggio
ora sull’attività e gli atti o prodotti del linguaggio naturale. Quando
ci si sposta verso queste dimensioni e si definisce l’oggetto d’indagine
in maniera più precisa, mentre si allarga l’orizzonte teorico e la mo-
dellizzazione si fa efficace, nello stesso tempo si smarrisce il proprio
della linguistica come disciplina, nonché il suo valore ed interesse fi-
losofico. beninteso: non è che sia rilevante il destino di una disciplina.
la linguistica teorica, nella sua indagine sullo statuto delle lingue, ha
messo a fuoco la diversità delle forme simboliche, dei prodotti e della
storia culturale dell’uomo. Così facendo, ha più o meno consapevol-

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mente problematizzato questioni di interesse generale sulla natura
umana, elevandosi al rango di disciplina dallo statuto ambivalente,
costantemente sospesa fra l’empirico e il formale o fra il descrittivo
e il filosofico. le domande che la linguistica ha generato, e le zone
teoriche indagate, non possono essere liquidate da uno spostamento,
per quanto necessario, dell’oggetto di studio.
Se ci concentriamo sulla sola facoltà di linguaggio, ad esempio –
così come hanno fatto alcune scuole linguistiche, fra le quali la più
nota è senza dubbio quella chomskiana – si rischia di far sparire del
tutto quegli stessi problemi rilevanti, ai fini di una riflessione filosofica
sulle lingue e sul rapporto che queste intrattengono con la natura
dell’uomo. meglio sarebbe, forse, procedere con una strategia inte-
grata (o un insieme di strategie), che accolga strumentazioni e dati
disciplinari eterogenei, ma non dimentichi mai la necessità di tornare
di continuo su alcuni temi sui quali è d’obbligo per il linguista – e per
il filosofo che si interroga sull’attività di linguaggio – pronunciarsi.
Chi ha studiato la natura degli enunciati – come benveniste – si
è dovuto interrogare contemporaneamente sui meccanismi di gene-
razione sottesi ad ogni prodotto o, in altre parole, sul dispositivo generale
della enunciazione. Al di là dell’esempio, questo è un aspetto interes-
sante. la relazione fra generalità del meccanismo e singolarità del feno-
meno semiolinguistico sembra, da qualunque lato si voglia descrivere
il linguaggio storiconaturale, una relazione non eludibile, sia a livello
conoscitivo ed epistemologico, sia al livello stesso, molto più pro-
fondo, dell’esperienza del senso, vissuto nelle pratiche linguistico-
culturali. Ogni attività scientifica che non voglia limitarsi a rimanere
allo stadio di una proto-scienza, per utilizzare l’espressione dell’episte-
mologo Gilles Gaston Granger (Granger 1987; 1994), si trova vin-
colata a questa necessità. Nel prendere in esame il poliedrico oggetto
che è il linguaggio storiconaturale, ci si accorge che i molti oggetti
della linguistica convivono in relazioni fra loro dialettiche, all’interno
di un campo che li contiene, ingloba, li fa convivere e, al contempo,
li discrimina. Così, almeno, suggerisce il linguista funzionalista Gilbert
lazard (lazard 2006): «la question pour le linguiste désireux d’attein-
dre des connaissances objectives (…) est de définir de manière ex-
plicite et rigoureuse, à partir de considérations théoriques, l’objet ou
les objets auxquels s’appliquera son travail» (lazard 2006, 33). Se-
condo il linguista francese, se è vero che i soli fenomeni osservabili
dell’attività linguistica sono gli enunciati, in quanto prodotti degli atti

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di comunicazione (intendendo questa espressione in un senso molto
esteso), è vero altresì che ogni comunicazione è possibile solo nel
momento in cui i locutori hanno la possibilità di riferirsi ad un
orizzonte di sapere comune, virtuale e di natura sistemica. la rela-
zione fra enunciati e lingua, secondo lazard, è una relazione di tipo
dialettico: ognuno dei due termini presuppone l’altro: «il n’y a pas
d’énoncés sans une langue et inversement les virtualités d’emploi qui
constituent la langue ne sont que le dépôt dans l’esprit de ses usagers
de l’ensemble des énoncés antérieurement émis et reçus» (lazard
2006, 54). pertanto – continua lo studioso – agli occhi del linguista,
il linguaggio si presenta sotto due forme complementari ed antiteti-
che, in relazione di necessaria dialettica reciproca: «la parole est im-
possible sans la langue; la langue n’est saisissable que dans la parole
(…). Ces deux formes de la réalité du langage, l’une saisissable par
les sens, l’autre seulement inférable à partir de la première, sont de
nature très différente» (lazard 2006, 54).
Così come abbiamo visto nel caso del rapporto fra unità lingui-
stiche e lingua, o così come nel caso della relazione fra unicità della
facoltà di linguaggio e diversità delle lingue storiconaturali, anche
nel caso del rapporto fra virtualità del sapere linguistico e natura fe-
nomenica degli enunciati osservabili, si ripropone il dilemma d’un
oggetto intrinsecamente plurale, tanto dal punto di vista della os-
servazione e della descrizione, quanto dal punto di vista della sua
natura, o, se vogliamo, della sua ontologia interna.
Come risolvere questo “dramma del molteplice”?
È necessario trovare una risoluzione definitiva a questa pluralità
degli approcci? O, forse, più modestamente, tale pluralità deve fare
i conti con un sistema che è un insieme di sistemi locali interagenti,
un labirinto dove muoversi a tentoni, senza la presunzione, per usare
un’espressione cara a merleau-ponty (merleau-ponty 1945), di uno
“sguardo di sorvolo”, capace di mirare contemporaneamente il tutto
dell’universo linguistico e simbolico umano?
Negli ultimi anni, le scienze del linguaggio – e soprattutto la se-
miotica dinamica – hanno riabbracciato questi problemi, esaminan-
done aspetti e problematizzando autori di riferimento dai quali
ripartire, per comprendere la natura polimorfa dell’attività di linguag-
gio. un certo numero di studiosi si è concentrato sulle relazioni fra i
vari livelli di realtà e di oggettività dei regimi linguistici (piotrovski
2009; Coquet 2005; 2008), e sul coinvolgimento dell’esperienza cor-

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porea, con il carico di complessità filosofica che ciò ha comportato.
Altri, invece, hanno posto nuovamente l’attenzione sulla diversità lin-
guistica; reputando non esaurita la via della semiotica generale inau-
gurata da Saussure e hjelmslev, studiosi come rastier sostengono
che si debbano vincolare «les propriétés générales des langues à des
propriétés d’autres systèmes de signes et de formation culturelles que
Cassirer nommait des formes symboliques» (rastier 2002, 246). Entrambi
gli orientamenti generali qui richiamati, benché non sempre in ac-
cordo fra loro, sembrano però tenere a mente le lezioni fondamentali
di Saussure e di hjelmslev, che miravano entrambi a non disperdere
la complessità dell’universo linguaggio in una confusione epistemo-
logica, ma, al contrario, pensavano alla linguistica come ad una disci-
plina capace di fornire utile strumento alla descrizione della natura
umana. da un lato Saussure, nel ClG, indica gli scopi (e gli oggetti)
della linguistica teorica:

Faire la description et l’histoire de toutes les langues qu’elles pourra


atteindre, ce qui devient à faire l’histoire des familles de langues et à
reconstituer dans la mesure du possible les langues mères de chaque
famille; (…) chercher les forces qui sont en jeu d’une manière perma-
nente et universelle dans toutes les langues, et de dégager les lois gé-
nérales auxquelles on peut ramener tous les phènomènes particuliers
de l’histoire» (ClG, 20).

d’altro lato hjelmslev, nel tentativo di prolungare e compiere


l’idea saussuriana, considera la tipologia linguistica l’unico quadro epi-
stemologico adeguato per rispondere ad un tale ordine di problemi.
Essa mira all’elaborazione di una prospettiva contemporaneamente
singolare e generale, capace di comprendere la singolarità dei feno-
meni osservabili e la loro natura di sistemi di virtualità.
ponendosi su questo doppio binario, diventa possibile mettere a
tema la costante deformazione di enunciati e di pezzi di lingua, rea-
lizzata dalle coscienze dei locutori all’interno della circolazione so-
ciosemiotica. Secondo hjelmslev, per arrivare a questo, è necessario
passare per una comprensione delle regole di formazione delle unità,
e per una adeguata messa in luce della natura del linguaggio come si-
stema di possibilità che si deforma di continuo. Così scrive il linguista
danese, in un lavoro degli anni quaranta:

una tipologia linguistica esauriente è il compito più grande che si offre

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alla linguistica. Essa non è limitata regionalmente (…). Il suo compito
è di rispondere alla domanda: quali sono le strutture linguistiche pos-
sibili, e perché tali strutture sono possibili e altre non lo sono? Così
facendo essa, più di qualunque altra specie di linguistica, si avvicinerà
a quello che si potrebbe chiamare il problema della natura della lingua
(…). Soltanto nella tipologia la linguistica si eleva a punti di vista del
tutto generali e diventa una scienza (hjelmslev 1963, 110).

tipologia, storia ed epistemologia rappresentano domini essen-


ziali per la descrizione del linguaggio. hjelmslev ha cercato di inda-
gare la natura delle strutture e delle forme linguistiche, attraverso
una lente che focalizzasse in maniera specifica le tensioni fra la sin-
golarità dei fenomeni e la generalità dei meccanismi che ne regolano
la vita semiologica. la sua è una epistemologia della stratificazione lingui-
stica, che intende coniugare la compresenza di più livelli di descri-
zione della realtà linguistica – e quindi di molteplici oggetti formali –
con la compresenza di più livelli e sistemi che regolano e vincolano
l’organizzazione delle lingue, la loro diversità, le loro evoluzioni e,
infine, lo straordinario apparentamento che le fa tutte – suggerisce
lo stesso linguista – possibilità insite nella natura del linguaggio.
Il linguaggio è, per hjelmslev, un’attività che assomiglia ai movi-
menti della terra. la sua architettura tettonica porta con sé la propria
storia e la propria alterazione; così facendo, si innova e resta fedele a
se stesso. In questo libro, seguiremo pertanto un filo rosso, costituito
da alcune questioni fra loro legate. per comprendere cosa è una lin-
gua, dobbiamo capire di cosa è fatta. Cosa è, dunque, un oggetto lin-
guistico? Esso ha lo statuto di “fenomeno empirico”, o di “forma”?
E, se di forma si tratta, quali sono i suoi processi di formazione, i
tempi, i modi e le azioni che ne definiscono l’ambito di potenza e
realizzazione? Cosa definisce la vita semiologica di una lingua? E, an-
cora: cosa percepiamo quando percepiamo qualcosa che immedia-
tamente chiamiamo linguistico? Il modo di percepire il linguaggio e
di percepire il mondo, interagiscono in qualche modo?
la riflessione di hjelmslev, forse in maniera non sempre consa-
pevole, ha cercato di pensare a delle risposte, che cercheremo di rie-
laborare a nostra volta.

Questo libro rappresenta la conclusione di un percorso di ricerca,


iniziato all’interno del dottorato di Filosofia del linguaggio e della
mente dell’università di palermo. Sono molte le persone che devo

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ringraziare. Anzitutto, Franco lo piparo, cui devo non soltanto la
mia formazione filosofica; da lui ho appreso un modo di interrogare
il sapere, di cui sarò sempre debitore. Sebastiano vecchio, che è stato
mio tutor durante gli anni del dottorato. lo ringrazio per la lettura
di ogni mio testo; per la sua intelligenza fra le più raffinate; per la
sua presenza e, infine, amicizia. mi quieta il fatto che il silenzio dica
più di queste parole. ringrazio marco Carapezza, e Francesco la
mantia: perché si è discusso con passione di “linguaggio”, nostro
oggetto magico e ludico; ma, soprattutto, per l’amicizia, la stima e
l’affetto. ringrazio gli altri membri del Collegio dei docenti del dot-
torato di Filosofia del linguaggio e della mente: daniele Gamba-
rara, Francesca piazza, patrizia laspia, marco mazzone, Felice
Cimatti, paolo virno, pietro perconti. un ringraziamento particolare
devo fare a Christian puech, professore all’université paris-III Sor-
bonne Nouvelle. durante il mio soggiorno a parigi nell’anno acca-
demico 2006-2007, non solo ho approfittato della sua straordinaria
intelligenza e competenza in materia di linguistica strutturale. ho
trovato un amico prezioso, di discussioni lunghe e divertenti, e di
non meno divertenti pomeriggi nei bistrot di Censier, alla fine del
suo seminario. di questo dialogo che continua ad oggi, voglio ral-
legrarmi qui. un saluto ed un ringraziamento vanno anche a david
piotrovski e a Yves-marie visetti del CNrS/CrEA, con i quali si è
iniziato un lavoro comune di riflessione, e che hanno letto il mano-
scritto, quando ancora era nella sua forma illeggibile. dei loro con-
sigli, opinioni, spunti critici, spero di aver fatto tesoro. volevo
ringraziare poi in modo particolare alcuni amici: valentina bisconti,
Emilie brunet, Anne-maria Curea, rudolph mahrer, viviane lecoz,
dottorandi delle università di paris-III e paris-vII. Grazie a loro, la
mia permanenza a parigi si è trasformata in un luogo familiare.
mi premono alcuni ringraziamenti più intimi, ma altrettanto im-
portanti. A Nino e totò, i miei eterni coinquilini di piazza marina,
che mi hanno visto scrivere e mi hanno sopportato. A daria Ca-
stellini, che è l’altra metà della strada che percorro. A mia sorella
Cinzia, a mio cugino Salvo e a valentina Garaffa, testimoni di cosa
sono stato io in questi anni.
Infine, dedico questo libro a mio papà Franco e a mia mamma
Anna.

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CApItOlO 1
l’EpIStEmOlOGIA dEllA StrAtIFICAZIONE

1.1. StrAtIFICAZIONE dEl lINGuAGGIO:


IpOtESI tEOrICA O CONCEttO-OmbrEllO?

per rispondere alle difficoltà legate alla nozione di oggetto linguistico,


una via può essere quella di utilizzare e sviluppare un’intuizione cui
hjelmslev lavorò negli anni cinquanta. mirando a ricondurre le pro-
prietà delle lingue alle proprietà generali di altre formazioni simbo-
liche in un quadro semiotico più ampio, il linguista danese si misurò
con il concetto, misterioso quanto affascinante, di stratificazione del
linguaggio. per hjelmslev, questa rappresentava una proprietà origi-
naria dell’attività di linguaggio; al contempo indicava la strada per
l’elaborazione di modelli di rappresentazione dell’agire semiotico.
pensare alla stratificazione e alle sue implicazioni partendo dalle
intuizioni hjelmsleviane, vuol dire, pertanto, inserirsi in un campo
problematico specifico. In particolar modo, l’orizzonte di discus-
sione principale è costituito dall’inquadramento delle relazioni fra
linguaggio e lingue, o meglio, fra la generalità dell’attività linguistica e la sin-
golarità e socialità delle lingue. riflettere sulla stratificazione equivale ad
uno sforzo di rappresentazione dell’attività di linguaggio come ad
una attività storiconaturale estremamente complessa, multiforme,
la cui superficie è plastica e mutevole, ma il cui sommerso esibisce
proprietà comuni a tutte le forme.
C’è un aspetto problematico che avvolge la pur suggestiva idea
di stratificazione. di cosa parliamo esattamente? Oggi, in ambienti
teorici fra loro eterogenei, non è insolito leggere, ad esempio, che le
lingue sono sistemi o strumenti culturali sofisticati e stratificati; op-
pure che il linguaggio naturale è un’attività – o una facoltà – stratificata
e complessa. tuttavia, non solo il concetto di stratificazione linguistica
non trova una collocazione teorica adeguata all’interno delle scienze
del linguaggio; anzi nella maggior parte dei casi si tratta di afferma-
zioni generiche, che si limitano ad evocare una sorta di proprietà
misteriosa, intrinseca tanto al linguaggio che alle lingue. torna di

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nuovo la questione: di cosa stiamo parlando? la stratificazione affe-
risce al linguaggio in quanto attività (o eventualmente facoltà) o alle
lingue in quanto sapere strumentale di natura collettiva e sociale, ov-
verosia in quanto temporaneo risultato di una massa di enunciati
prodotti da una data comunità?
Questa confusione, che per l’appunto avvolge profondamente
la nozione di stratificazione, fa sì che essa susciti al contempo so-
spetto e interesse. Se, da un lato, consideriamo il linguaggio come
qualcosa di stratificato, attribuiamo alla stratificazione un alto valore
concettuale. Essa non rimanderebbe ad una mera determinazione
aggettivale, ma ad una proprietà costitutiva dell’attività verbale. da
questo punto di vista, fornire un’adeguata definizione operativa del
concetto di stratificazione equivarrebbe a reperire uno strumento,
capace di tagliare trasversalmente il dominio della diversità dei tessuti
formali delle lingue e raggiungere il livello delle operazioni comuni e
soggiacenti. dall’altro lato, però, il termine stratificazione si presenta
come una nozione generica, che sottolinea aspetti della vita verbale
che qualunque linguista non esiterebbe a considerare ovvi, almeno
da un punto di vista epistemologico. Se la linguistica ha spesso la-
vorato sulle sedimentazioni storico-semantiche delle parole, sotto il
versante epistemologico questo stesso insieme di sedimentazioni e
di metamorfosi non viene problematizzato.
Al crocevia di un’interrogazione sullo statuto delle lingue e sulla
natura dell’attività di linguaggio, la stratificazione si presenta come
un termine-ombrello sotto cui far riparare molti fenomeni dell’uni-
verso del verbale. ma è proprio in questo campo problematico –
che per alcuni costituisce il cuore della riflessione sul linguaggio –
che si gioca, a nostro avviso, il suo valore descrittivo ed esplicativo.
l’ipotesi della stratificazione linguistica mira a mettere in primo
piano le tensioni fra la variazione e l’invarianza, e a concentrarsi sulle
relazioni fra la generalità delle proprietà comuni e la singolarità delle
forme linguistiche realizzate nelle situazioni di discorso.
Certo, una sana attitudine filosofica dovrebbe far sospettare di
nozioni la cui vocazione metafisica rischia di far disperdere gli sforzi
descrittivi di scienze empiricamente vincolate come la linguistica. E
ciò ancora di più, se teniamo a mente che la nozione qui discussa si
presenta come generica o trasversale in riferimento ai suoi oggetti.
una volta ancora, quindi, torna la questione: di cosa parliamo quando
ci riferiamo alla stratificazione? da quali oggetti di indagine muove?

18
Come accennato poco prima, ci troviamo di fronte ad una difficoltà
enorme. reperire un concetto che illumini nel buio della trama fitta
dell’universo linguistico è molto difficile. la stessa pretesa di trovare
una tale nozione-guida si rivela impresa teorica del cui valore non si
hanno prove. Allora, perché la stratificazione? Interrogarsi sull’uso e
sulla configurazione teorica che essa ha ricevuto è una strada per for-
mulare una valutazione del suo valore e della sua adeguatezza a pro-
posito dei fatti di linguaggio. Così, peraltro, diventa possibile limitarne
il dominio di applicazione o l’estendibilità dell’uso.

1.2. FrA lE IlluSIONI dEllA lINGuIStICA: AlbErI vErSuS StrAtI

A prima vista, la stratificazione linguistica si presenta come una sorta


di metafora-guida alternativa ad altre, in particolar modo alla rappre-
sentazione del linguaggio come organizzato secondo strutture ad al-
bero. le metafore epistemologiche non sono mai neutrali, né esenti
da meditazioni di sapore teorico, che invadono pratiche e fatiche da
laboratorio. la linguistica non fa eccezione. Se affermiamo che l’ipo-
tesi della stratificazione funge da metafora-guida per la descrizione
delle relazioni fra attività di linguaggio, lingue storiconaturali e per-
formances semiotiche, stiamo già implicitamente indicando un’altra
metafora-guida con la quale è necessario confrontarsi.
la metafora del linguaggio strutturato come un albero è radicata
nella produzione occidentale sin dalla tradizione medioevale. bisogna
però aspettare Chomsky per trovarne il più equilibrato e coerente
sostenitore. per ciò che riguarda il suo aspetto formale, la parabola
della teoria chomskiana può ricondursi alle metamorfosi che una
certa idea d’organizzazione ad albero delle strutture linguistiche ha
subito. Se invece consideriamo l’orientamento biologico della teoria,
ci troviamo di fronte ad una rappresentazione della facoltà di lin-
guaggio fondata su principi gerarchici1. In un testo non più recente,
rappresentativo di quella fase del suo pensiero conosciuto come ‘teo-
ria dei principi e parametri’, ci accorgiamo come la metafora generale
dell’albero sia in opera, al di là dei risultati empirici e teorici: «la gram-
matica universale mira alla formulazione dei principi che entrano nel

1
Chomsky 1988, pp. 51-57; Chomsky, 2000, pp. 185-220.

19
funzionamento della facoltà del linguaggio (…) la grammatica uni-
versale rende conto dello stato iniziale della facoltà del linguaggio
precedente ad ogni esperienza» (Chomsky 1988, 54). la grammatica
universale è un sistema i cui principi costituiscono lo schema costi-
tutivo d’ogni particolare lingua. la facoltà di linguaggio, facendo
parte dell’architettura della mente/cervello, interagisce con altri si-
stemi, che costituiscono a loro volta le condizioni d’uso del linguag-
gio. perciò è necessario comprendere l’architettura del mentale e delle
gerarchie dei sistemi computazionali su cui basare la descrizione della
facoltà del linguaggio, della sua acquisizione e del suo uso. parallela-
mente bisogna descrivere le forme e l’organizzazione della gramma-
tica e dei tipi d’oggetti che essa genera. Chomsky, al riguardo, è chiaro:
il linguaggio, come egli scrive, comprende tre tipi di elementi: «le pro-
prietà di suono e di significato, dette “tratti”; gli elementi che sono
composti da queste proprietà, chiamati “elementi lessicali”; e le
espressioni complesse costruite a partire da queste unità “atomiche”.
Il sistema computazionale (…) comprende due operazioni: una
mette insieme i tratti e li compone in elementi lessicali; l’altra forma
oggetti sintattici più ampi, (…) cominciando con gli elementi lessi-
cali» (Chomsky 1988, 55). per il linguista statunitense, punto di vista
formale e punto di vista biologico costituiscono due aspetti della
stessa realtà. per comprendere i loro legami occorre tornare alla me-
tafora epistemologica dell’albero. l’ipotesi chomskiana suppone l’in-
dividuazione di elementi primi o primitivi, di operazioni di ricorsività
e di oggetti gerarchicamente composti sulla base dei primi due ele-
menti. Questa costruzione deriva da una metafora filosofica e spe-
culativa di fondo, che implica sia un formato di rappresentazione del
linguaggio fondato sulla natura primitiva delle unità; sia una visione
dell’attività simbolica intesa come un sistema vincolato a sviluppi de-
terminati del sistema computazionale.
l’individuazione di punti d’origine o di tratti minimi del linguag-
gio nasconde dunque una serie di considerazioni e sottotesti, che
per alcuni risulta inaccettabile. la metafora-guida della stratificazione
nasce da queste insoddisfazioni. Alcuni problemi cui la linguistica
contemporanea continua a lavorare rappresentano dei settori pro-
blematici, che il modello ad albero non riesce a spiegare. Il lavoro
sulla struttura lessicale, sulla relazione tra le parole e il mondo, l’or-
ganizzazione delle parole tra loro ne costituiscono solo degli esempi
illustri.

20
Il linguista Antoine Culioli ha dedicato un articolo2 ad alcuni di
questi sottostesti, considerandoli vere e proprie “illusioni” che la
linguistica coltiva, proprio nel momento in cui la sua pratica con-
sentirebbe di sbarazzarsene. Culioli ne commenta quattro, di cui tre
sono esplicitamente legate al meta-modello ad albero. dopo averne
messo a fuoco implicazioni e paradossalità, il linguista individua le
necessità che hanno spinto alla loro formulazione. Acutamente, in-
fatti, Culioli fa osservare che le problematiche di rappresentazione
dell’attività di linguaggio non possono prescindere da una cornice
più ampia – quella della descrizione dell’attività simbolica nel suo
complesso – che può facilmente ingannare. Culioli si concentra a
lungo sulla seconda delle illusioni della linguistica – e della linguistica
generativa in particolar modo – perché meglio fornisce il quadro di
quanto esposto in precedenza: «on entretient une autre illusion, qui
porte sur la façon dont les mots s’organisent les uns par rapport
aux autres: d’un côté, nous avons, fondamentalement, l’idée que ce
sont, plus ou moins, des étiquettes, et, d’un autre côté, que ces sens
ou ces mots s’organisent en arbres, c’est-à-dire qu’ils forment une
hiérarchie avec une ramification» (Culioli 1990, 83).
Culioli indica alcuni problemi di cui l’impianto chomskiano sof-
frirebbe: a) una relazione di étiquetage fra unità lessicali e orizzonte del
riferimento; b) una descrizione dell’organizzazione sintattica e delle
strutturazioni lessicali per composizione gerarchica dal più semplice
al complesso. Concepire in termini di étiquetage i rapporti fra unità
lessicali e mondo vuol dire pensare che le parole individuano un
senso letterale, ancoraggio referenziale vincolato a criteri empirici.
Sotto questo profilo, per Culioli, il modello chomskiano concepisce
la lingua come un’enorme nomenclatura. per ciò che riguarda il se-
condo punto, descrivere l’organizzazione sintattica per composizione
gerarchica dal semplice al complesso deriva da un ordinamento re-
golato a priori dal tipo di relazione d’étiquetage messa in luce prima. Il
punto è che vi sono ragioni che giustificano la nascita di questo tipo
d’illusioni: «nous avons effectivement des organisations qui sont ra-
mifiées, ce qui fait que nous pouvons éventuellement avoir des clas-
sifications, et après tout, des études lexicales où l’on donne d’abord
des grands termes, puis des termes associés, du genre thésaurus»

2
Culioli 1986, in Culioli 1990, pp. 83-84.

21
(Culioli 1990, 83-84). Queste deformazioni prospettiche della lingui-
stica si verificano quando si perdono di vista le relazioni fra i differenti
livelli della teoria e del modo di descrivere l’oggetto: l’attività di lin-
guaggio all’opera nelle diverse lingue storiconaturali. Se è vero che
alcuni oggetti linguistici presentano una struttura arborescente, non
è necessario che l’intero sistema si costruisca a partire dalla configu-
razione strutturale inventariata. Non bisogna confondere, secondo
Culioli, il livello degli oggetti cui ci troviamo di fronte nel commercio
linguistico – i testi e gli enunciati – con il lavoro epilinguistico dei
parlanti e con quello metalinguistico del linguista:

donc nous avons un certains nombre d’illusions; ces illusions corre-


spondent en fait à des situations complexes et souvent contradictoires;
de plus nous ne pouvons pas nous tirer d’affaire en utilisant des con-
cepts qui réintroduiraient les propriétés que nous cherchions justement
à élucider. Or ce problème (illusions; modes de représentation) est ab-
solument centrale pour toute l’activité symbolique, en tant que liée à
la cognition (et je ne sépare jamais cognitif et affectif). Il n’y a pas de
cognition sans représentation et pas d’activité symbolique sans opé-
rations (…). En gros, nous avons nécessairement dans l’activité sym-
bolique une activité de représentation, nous avons donc affaire à des
représentants, et cette activité de représentation (c’est-à-dire de con-
struction de représentants d’une réalité, réalité imaginaire ou extérieur
physique), cette activité donc est régie par des contraintes qui semblent
être des contraintes formelles que l’on retrouve dans divers domaines
(Culioli 1990, 85).

lo scopo della linguistica è di cogliere il legame fra attività di rap-


presentazione ed operazioni che costituiscono l’attività simbolica. la
linguistica cerca, in un sol colpo, di comprendere il sistema di produ-
zione simbolica della specie e di descrivere i vincoli formali alla sua
base. Anzi, sostiene Culioli, solo l’analisi dei vincoli formali delle lingue
e delle operazioni rendono visibile la natura dell’attività di rappresen-
tazione. diventa difficile, pertanto, individuare elementi primitivi su
cui elaborare la complessità delle forme linguistiche. C’è qui un’inver-
sione di tendenza rispetto a Chomsky; se, per questi la linguistica deve
rendere conto della grammatica allo ‘stato inziale’, Culioli pone in
primo piano il rapporto fra la struttura singolare dei testi, la loro va-
riazione e la tensione fra stabilità e deformabilità delle lingue:

1. Comment relier une théorie du langage (faculté universelle de

22
l’espèce humaine) et une théorie de la diversité des langues, et des tex-
tes (invariance et singularité); 2. Comment traiter des phénomènes
complexes sans les évacuer, soit parce qu’on ne sait/veut pas les rendre
observables ou les prendre en compte, soit parce qu’on réduit le com-
plexe à du simpl(ist)e par une démarche de pseudo-idéalisation, dans
le confort de l’illusion théorique; 3. Comment construire une méthode
qui aille de l’empirique au formel, en s’écartant du classificatoire pour
atteindre le raisonnement (Culioli 1999b, 59).

Culioli lega questa riduzione del ‘complesso’ al ‘semplice’ ai mo-


delli e alle prospettive generali adottate, che derivano da assunzioni
teoriche sui rapporti fra linguaggio e lingue, mondo e socialità. È
all’interno di questa cornice di fondo che si contrappongono un’idea
che mira a ricostruire la struttura arborescente del linguaggio e una
visione della sua costitutiva stratificazione. Quest’ultima ambisce a una
rappresentazione dinamica e costruttiva dell’attività verbale. pensare
la stratificazione, che definiamo come la ‘costante attività e lavoro
del linguaggio su se stesso’, vuol dire proporsi di coniugare l’uni-
versale facoltà di linguaggio con una teoria della diversità delle lin-
gue, delle forme testuali, delle performances semiotiche ecc.

1.3. l’ANAlISI pEr StrAtI E Il rIZOmA


SECONdO dElEuZE E GuAttArI

Nel suo saggio del 1954, hjelmslev scrive che la stratificazione è


una proprietà fondamentale dei sistemi semiologici complessi – e
fra questi soprattutto le lingue storiconaturali. Essa intende descri-
vere il linguaggio a partire dalla “duplice distinzione” di forma e so-
stanza e di contenuto ed espressione. per hjelmslev, questa duplice
distinzione «costituisce il nucleo attorno al quale gravitano, a varie
distanze, tutte le discussioni di metodo e di principio» (hjelmslev
1954, 213). Si tratta di una scoperta capace di elaborare un metodo
descrittivo che non è estraneo alla natura stessa del suo oggetto, dal
momento che «una delle possibili definizioni (e anche, a nostro av-
viso, quella più dotata di fondamento) di lingua, nell’accezione saus-
suriana del termine, consiste nel definire la lingua come forma
specifica organizzata fra due sostanze, quella del contenuto e quella
dell’espressione – quindi come una forma specifica del contenuto e
dell’espressione» (hjelmslev 1954, 213).

23
troviamo in questa prima pagina quasi tutte le figure del teatro
concettuale di hjelmslev: forma, sostanza (e materia), espressione, contenuto,
lingua come forma specifica organizzata fra due sostanze. l’epistemologia
della stratificazione semiolinguistica cui hjelmslev pensava, ruota at-
torno alle relazioni fra questi concetti, utili per comprendere la natura
del linguaggio e le operazioni di costruzione del senso. Gilles deleuze
e Félix Guattari3 credevano che hjelmslev fosse stato il solo linguista
di area strutturalista ad aver tratto le conseguenze più radicali ed in-
teressanti dalla distinzione saussuriana di forma e sostanza.
Forti di queta convinzione, i due filosofi si sono spinti in una di-
rezione teorica che possiamo considerare figlia diretta della stratifi-
cazione hjelmsleviana, elaborando la nozione di rizoma. Come la
stratificazione, il rizoma è un concetto che può funzionare come me-
tafora ma anche come ipotesi di descrizione. È proprio su questo statuto
fluttuante che le due nozioni si imparentano: entrambe costituiscono
una modalità d’osservazione dell’oggetto e contemporaneamente
una sua proprietà. rizoma deleuziano e stratificazione hjelmsleviana,
come sostengono i due filosofi, sono nozioni oscillanti, in quanto
entrambe sono carta e non calco dell’oggetto. umberto Eco ha com-
preso le potenzialità epistemologiche della nozione di rizoma. per
l’illustre studioso, il rizoma si trova a metà strada fra il modello e la
metafora. Anche se hjelmslev non viene chiamato in causa in modo
esplicito, ci sembra che le parole dello studioso italiano diano forza
alla nostra intuizione:

Ogni punto del rizoma può essere connesso a qualsiasi altro (…) nel
rizoma non vi sono punti o posizioni ma solo linee (…); il rizoma può
essere spezzato e riconnesso ad ogni punto; il rizoma è antigenealogico
(non è un albero gerarchizzato); se il rizoma avesse un esterno, con
questo esterno potrebbe produrre un altro rizoma, quindi non ha né
dentro né fuori; il rizoma è smontabile e reversibile, suscettibile di mo-
dificazioni; una rete di alberi aperta in ogni direzione crea rizoma, il
che significa che ogni sezione locale del rizoma può essere rappresen-
tata come un albero, purché si sappia che si tratta di una finzione do-
vuta a ragioni di comodità provvisoria; non si dà descrizione globale
del rizoma (…) se ogni suo nodo può essere connesso con ogni altro
suo nodo, da ogni suo nodo si può pervenire ad ogni altro nodo, ma

3
deleuze, Guattari 1980, pp. 83-88.

24
da ogni nodo si può anche non riuscire mai a pervenire allo stesso
nodo, tornando sempre al punto di partenza (Eco 1985, 359).

Quanto scrive Eco a proposito del rizoma vale, a notro avviso,


per la nozione hjelmsleviana di stratificazione. la tesi forte che hjel-
mslev vuole argomentare – e che esporremo per tappe, nel corso
di questo lavoro – è apparentemente semplice e, soprattutto, in con-
sonanza con quanto Eco scrive. Secondo hjelmslev, infatti, è pos-
sibile reperire «una relazione analogica fra la sostanza del contenuto,
la forma del contenuto, la forma dell’espressione e la sostanza del-
l’espressione, di modo che, se si passa (…) dall’uno di questi quattro
settori all’altro, possiamo, per ciascun passo, fare le medesime os-
servazioni» (hjelmslev 1954, 216).
Anzitutto, ciò che hjelmslev propone è una revisione critica della
nozione di segno. Egli mira a mostrare l’articolazione interna del segno
attraverso la sua scissione in strati. Non bisogna dimenticare che, in
molte delle pagine dove hjelmslev presenta i concetti fondamentali
del proprio pensiero, manca proprio la nozione di segno. E bisogna
altresì tenere a mente la diffidenza esplicita che già nel 1943, nei suoi
Fondamenti di una teoria del linguaggio, hjelmslev aveva nei confronti del
segno: entità teorica di cui diffidare, troppo coinvolta nella storia della
lingua di cui di volta in volta fa parte, e perciò non capace di assicu-
rare adeguate generalizzazioni scientifiche. l’analisi cui hjelmslev
punta con la nozione di stratificazione – e che non si esaurisce, è
bene dirlo, a questo livello – vuole aprire la via a una rappresentazione
del linguaggio contemporaneamente monista, dinamica e relazionale.
Queste tre proprietà sono fondamentali nell’individuazione della na-
tura del rizoma. deleuze definisce in modo suggestivo la natura della
struttura:

Caratteri centrali di un rizoma: a differenza degli alberi o delle loro ra-


dici, il rizoma connette un punto qualunque con un altro punto qua-
lunque e ognuno dei suoi tratti non rinvia necessariamente a tratti della
stessa natura, mette in gioco regimi di segni molto differenti e anche
stati di non-segni (…). Non è fatto di unità, ma di dimensioni o piut-
tosto di direzioni in movimento. Non ha inizio né fine, ma sempre un
mezzo per cui cresce e straripa. Costituisce molteplicità lineari a n di-
mensioni (…). una tale molteplicità non varia le sue dimensioni senza
cambiare natura in se stessa e metamorfosarsi. All’opposto di una strut-
tura che si definisce per un insieme di punti e posizioni, di rapporti bi-

25
nari tra questi punti e di relazioni biunivoche tra queste posizioni, il ri-
zoma è costituito soltanto da linee: linee di segmentarità, di stratificazione,
come dimensioni (…). Non si confonderanno tali linee, o lineamenti, con
le discendenze di tipo arborescente, che sono soltanto collegamenti lo-
calizzabili tra punti e posizioni (deleuze, Guattari 1980, 56-57).

È possibile utilizzare la nozione di rizoma (insieme a quella di stra-


tificazione) in teoria del linguaggio? la modellizzazione rizomatica –
dicono deleuze e Guattari – considera insoddisfacenti le rappresen-
tazioni arborescenti dell’attività semiotica. Essa mira a una teoria ge-
nerale della semiosi, che colga l’interazione costante di molteplici sistemi
che si traducono, sovrappongono, fondono e trasformano all’interno
di performances altamente strutturate e stratificate. È da questo punto
di vista che, secondo paolo Fabbri (Fabbri 1997), l’itinerario teorico
di deleuze è legato alla distinzione hjelmsleviana d’espressione e con-
tenuto e a quella delle loro rispettive forme e sostanze l’interesse di
quanto sostiene Fabbri non si riduce ad una ricostruzione storico-cri-
tica del pensiero del filosofo francese, ma costituisce un tentativo di
articolazione dei due concetti. Se non si tiene conto del ruolo che
gioca la stratificazione hjelmsleviana, l’opera di deleuze e molte delle
sue prese di posizione restano difficili a capirsi4.
ricordando come per hjelmslev non si danno forma e contenuto,
ma una forma e una sostanza dell’espressione e una forma e una sostanza
del contenuto che si formano in relazione ad una materia dell’espres-
sione ed ad una materia del contenuto, Fabbri suggerisce che:

per comprendere, in questa impostazione, il ruolo della stratificazione


bisogna pensare alla distinzione tra materia e sostanza, e pensare una
sostanza dell’espressione e una sostanza del contenuto. per deleuze
non si tratta di compiere un’analisi linguistica, e non si tratta di un’op-
posizione tra parole e cose. la semiotica deleuziana, allora, non è una
disciplina che studia i segni indipendentemente dal reale: è una disci-
plina che studia non la materia, non l’espressione pura dei segni, bensì
l’articolazione tra la forma (il diagramma del reale, l’organizzazione dell’espe-

4
Fra le quali la predilezione per la semiotica contro la semiologia, o per la
glossematica contro la linguistica, o ancora il rifiuto di una rappresentazione
concettuale, referenzialista e psicologista dell’attività semiolinguistica a favore
di una immanentista e molecolare cfr. Fabbri 1997, p. 117.

26
rienza) e la sostanza in quanto materia predestinata alla formazione
(Fabbri 1997, 116-117).

l’analisi rizomatica si pone come un tentativo di descrizione del-


l’oggetto semiotico, che segue la molteplicità dei «tagli» e delle pro-
spettive d’osservazione che l’oggetto stesso genera. Il rizoma (e la
stratificazione) costituisce il luogo della moltiplicazione dei livelli
d’esistenza e produzione dell’«evento-senso», in cui parole e cose co-
emergono. In questa direzione, occorre comprendere il ruolo della
nozione di materia. Fabbri suggerisce a titolo illustrativo un esempio
quanto mai calzante:

per deleuze, come per hjelmslev, la materia non è un insieme caotico


di elementi e di tratti; ma è un qualcosa che diventa sostanza solo in
quanto formata. pensiamo per esempio al rumore: il rumore è materia
che può diventare sostanza a seconda dei diversi modi di formazione
cui è soggetto; esso è materia in modo, per così dire, astratto, ma è so-
stanza ora del linguaggio, ora della musica; il medesimo rumore (la
medesima materia) è al tempo stesso una diversa sostanza a seconda
se si rende pertinente la formazione linguistica o quella musicale (Fab-
bri 1997, 117).

la materia costituisce uno strato, una dimensione in cui differenti


istanze lavorano, selezionano e determinano l’emergenza delle so-
stanze, che sono i modi concreti del formarsi degli eventi linguistico-
semiotici. Questo ragionamento ha due conseguenze.
Anzitutto, come sottolinea Fabbri, «il passaggio da materia a so-
stanza diventa un problema di azione di istanze: una istanza materiale
che trasceglie nella materia generale alcuni tratti – cioè un piano di
consistenza, un diagramma –, che preleva sulla complessità caotica
della materia un certo numero di elementi che restano sostanziali»
(Fabbri 1997, 117). Fabbri suppone l’esistenza di un’istanza o d’una
serie di istanze che prelevano, seguendo punti di vista diversi sulla
materia, alcune caratteristiche in grado di trasformarla. un esempio
è dato dalla sostanza linguistica. Il rumore può essere catalogato sia
a livello uditivo sia a livello dell’emissione che lo produce: è possibile
elaborare un’idea articolata ed una acustica della produzione del ru-
more, secondo l’istanza materiale minima, richiesta per elaborare la
soglia di distinzione epistemologica. la cosa rilevante in questo
esempio riguarda proprio lo statuto della materia: dal momento che

27
si hanno «due modi» d’istanza rispetto alla sonorità, una ricettiva ed
una emissiva, sembra che sia la materia sonora stessa a presupporre
delle istanze (più o meno variabili) che la trasformano in fatto so-
stanziale o, in altri termini, in fenomeno concreto. lungi dal costi-
tuire una massa amorfa sulla quale si proietterebbe una forma già
data, la materia va compresa sia dal punto di vista ontologico che
da quello epistemologico. Se sotto il primo profilo essa costituisce
un «sostrato d’esperienza», la materia è altresì un «momento del-
l’analisi», che si sceglie nell’osservare l’oggetto.
Andiamo alla seconda conseguenza. per deleuze, la morfogenesi
è lo studio delle trasformazioni di una materia in sostanza, secondo
l’azione variabile di istanze materiali. Seguendo hjelmslev, il filosofo
francese pone una netta distinzione tra forma dell’espressione e forma
del contenuto da un lato, e tra sostanza dell’espressione e sostanza del
contenuto dall’altro. Ciò implica un’idea di semiotica generale molto
forte, che mette in crisi il «linguisticismo» della riflessione semiolo-
gico/linguistica del Novecento, soprattutto d’area francese e deriva-
zione saussuriana. Come scrive Fabbri:

deleuze introduce la sostanza all’interno non solo dell’espressione


delle cose (immagine, linguaggio), ma introduce la problematica della
relazione forma/sostanza anche sui contenuti; la semantica è una
forma5 organizzativa del contenuto che opera sulla sostanza, cioè sulle nostre
relazioni culturali, fisiche, percettive, affettive, concettuali. (…) se c’è una forma
dell’espressione e una forma del contenuto, è evidente che la forma
espressiva è un diagramma simile che può attraversare differenti tipi
di sostanza (…). Non si tratta quindi di parole e di cose distinte, ma
di un’organizzazione dell’esperienza in diagrammi (…) ecco perché
non c’è opposizione tra cose e parole: il solo problema sono gli oggetti;
gli oggetti sono centrati nell’analisi, in quanto sono simultaneamente
costruiti da pezzi di parole, di gesti, di affetti, di concetti ecc. (Fabbri
1997, 117-119).

Nel modellizzare i fenomeni semiolinguistici, l’analisi rizomatica


ricerca i campi, le dimensioni e le forze che li strutturano, modellano,
spazzano via e rimescolano in un complesso d’esperienza6 non de-

5
Corsivo dell’autore.
6
Anche la teoria dell’enunciazione, da una prospettiva diversa, elabora
l’idea di complesso d’esperienza alla base delle costruzioni di senso. Così Cu-

28
terminabile a priori. Occorre elaborare, seguendo deleuze, una logica
interna del senso, che ne tratteggi le modalità di organizzazione, che
il filosofo chiama diagrammi. Colto nella sua dimensione espressiva e
in quella d’organizzazione dei contenuti, il senso si presenta come
un fenomeno stratificato, la cui organizzazione è vincolata a dimen-
sioni che regolano l’emergenza delle loro forme, l’organizzazione dei
contenuti, la loro progressiva stabilizzazione, le deformazioni stori-
che, le sparizioni, le riprese ecc. da questo punto di vista, materia,
sostanza e forma non sono solo piani dell’analisi linguistica, ma anche
livelli di strutturazione delle forme simboliche.
Come è possibile osservare, il rizoma appartiene al dominio dei
processi costruttivi del senso e a quello della pratica descrittiva che
permette di identificare l’insieme dei processi. per questo, secondo
deleuze, si tratta di un concetto che si avvolge costantemente su di
sé; utile strumento per la comprensione delle performances:

una molteplicità non ha né soggetto né oggetto, ma soltanto deter-


minazioni, grandezze, dimensioni che non possono crescere senza che
essa cambi natura. I fili della marionetta, in quanto rizoma o moltepli-
cità non rinviano alla volontà, supposta unica, di un artista o di un bu-
rattinaio, ma alla molteplicità delle fibre nervose che a loro volta
formano un’altra marionetta seguendo altre dimensioni connesse alle
prime (…). Nel rizoma non ci sono punti o posizioni, come se ne tro-
vano in una struttura, un albero, una radice. Non ci sono che linee.
Quando Glenn Gould accelera l’esecuzione di un pezzo, non agisce
semplicemente da virtuoso, trasforma i punti musicali in linee, fa pro-
liferare l’insieme (deleuze, Guattari 1980, 41).

Secondo deleuze e Guattari, fra produttore e prodotto, o fra


l’oggetto realizzato e il modo della sua presentazione nell’ordine del
senso, si istituisce un rapporto virtuoso. E stessa virtuosa relazione
si realizza fra l’oggetto da descrivere e il linguaggio che lo descrive.

lioli con l’idea di dominio nozionale: «il y a foisonnement, c’est-à-dire que


vous avez tout un ensemble de propriétés qui s’organisent les uns par rapport
aux autres, qui sont physiques, culturelles, anthropologiques, et qui font qu’en
fin de compte un terme ne renvoie pas à un sens, mais renvoie à – je ne dirais
pas un champ, car un champ est déjà une organisation d’un certain type entre
des termes – mais renvoie à un domaine notionnel, c’est-à-dire à tout un en-
semble de virtualités», (Culioli 1986, 86).

29
più precisamente, fra i due poli – oggetto e teoria – c’è una tensione
costitutiva. Il sapere, perciò, si struttura come una mappa dei per-
corsi compiuti dalle forze che determinano e costituiscono le forme.
Se da un lato fa riferimento ai processi di emergenza delle forme
attraverso l’organizzazione della materia in sostanze, la coppia stra-
tificazione-rizoma d’altro lato chiama in gioco il sapere intorno a
questi processi e le sue modificazioni.
Inseguendo la suggestione di hjelmslev, deleuze mira a un’ana-
lisi dei fenomeni, che sia per strati, dimensioni e livelli, tenendo così
conto dell’alterità con cui i sistemi di senso hanno sempre a che fare.
Contemporaneamente, però, il filosofo francese riconosce che solo
un’analisi immanente, così come aveva già visto hjelmslev, garantisce
questa possibilità; immanenza che vieta di uscire fuori dei confini
del sistema. delle due l’una, allora: o la stratificazione (ed il modello
rizomatico) non sono analisi di tipo immanente, perché combattono
la dicotomia radicale tra universo delle rappresentazioni simboliche
e mondo di riferimento; o, forse, la nozione di immanenza hjelmsle-
viana non soffre di quella chiusura al mondo in cui le storiografie
linguistiche e filosofiche l’hanno confinata. E ciò è tanto più para-
dossale perché l’immanenza proposta da hjelmslev è stata assimilata
proprio alle analisi di tipo strutturale, tassonomico e classificatorio.

1.4. l’ImmANENZA: prOprIEtà dEl lINGuAGGIO


O prOCEdurA d’ANAlISI?

Il concetto d’immanenza è stato oggetto di innumerevoli discussioni;


non tutte hanno sempre colto nel segno. per quanto riguarda il suo
impiego in linguistica7, è nota la formulazione che, ad inizio dei suoi
Fondamenti di una teoria del linguaggio, ne ha dato hjelmslev:

la linguistica deve cercare di cogliere la lingua, non come un conglo-


merato di fenomeni non linguistici (per esempio, fisici, fisiologici, psi-
cologici, logici, sociologici), ma come una totalità autosufficiente, una
struttura sui generis. Solo così si può imporre una trattazione scientifica

7
una buona ricognizione storico-critica del concetto di immanenza in lin-
guistica in prampolini 2004.

30
al linguaggio in se stesso, senza che esso deluda ancora una volta chi
lo studia, sottraendosi alla sua vista (hjelmslev 1961, 8).

Questa affermazione è stata commentata a lungo da storiografi


e teorici. per hjelmslev, l’immanenza ha funzione di strumento o
di indicatore epistemologico. Essa vincola le descrizioni del linguag-
gio – e delle lingue – a un insieme di procedure descrittive, che con-
sentono di individuarne la natura. Questo insieme di procedure si
svolge lungo alcune tappe, che via via restringono e allargano il do-
minio di osservazione e d’applicazione della teoria.
molti interpreti, però – per lo più esponenti della linguistica co-
gnitiva8 – leggendo la frase prima citata di hjelmslev, ne hanno stra-
volto intenzioni e senso. da indicatore epistemologico e da nozione
operativa, si è trasformata l’immanenza hjelmsleviana in un concetto,
per dir così, ontologico. Invece di rappresentare uno dei concetti
chiave del metodo glossematico, l’immanenza coinciderebbe con una
proprietà delle lingue e del linguaggio, vale a dire con la sua autonomia.
In altre parole, essa supporrebbe una coincidenza fra il linguaggio ed
il suo sistema semantico di riferimento. Questo sistema si rivelerebbe
essere autonomo rispetto all’universo referenziale, concettuale e più
genericamente cognitivo. definire il linguaggio, come fa hjelmslev,
in quanto totalità autosufficiente, significa enuclearne un livello d’esistenza
indipendente dal resto dei domini extralinguistici. Ed è proprio questa
autonomia del semantico e del sistema linguistico, il bersaglio polemico
contro cui si scaglia – giustamente – la linguistica cognitiva.
ma è questa l’idea di immanenza che hjelmslev – e con lui de-
leuze, che la riprende per elaborare le nozioni correlate di rizoma e
quella di «evento-senso» – ha in mente? Crediamo, come abbiamo
già detto, che l’immanenza costituisca per hjelmslev una precisa mo-
dalità epistemologica di descrizione del linguaggio e non una sua pro-
prietà intrinseca. E siamo convinti altresì che appiattire l’immanenza
sull’autonomia del semantico – così come crede la semantica cogni-
tiva – sia un’operazione non valida se parliamo della teoria del lin-
guista danese. la linguistica cognitiva, infatti, accomuna bersagli
polemici più per dare forza alle proprie tesi che per conoscenza degli
autori che considera obiettivi critici. l’identificazione di immanenza

8
per un panorama sulla linguistica e semantica cognitiva, cfr. victorri 2004.

31
e autonomia del semantico è un caso emblematico. Secondo un au-
torevole teorico della semantica cognitiva come Claude vandeloise,
«face aux théories orthodoxes de la linguistique contemporaine (le
structuralisme et la grammaire générative), la grammaire cognitive
risque de paraître à la fois anarchiste et réactionnaire. (…) Elle refuse
d’accepter a priori les postulats sur lesquels sont fondés ces deux théo-
ries: l’autonomie de la langue et l’indépendance de ses modules»
(vandeloise 1991, 69). vandeloise imputa alla grammatica generativa
e allo strutturalismo linguistico due difetti: l’autonomia della lingua e
un modello modulare del linguaggio, che separa sintassi e semantica,
postulandone l’ineliminabile indipendenza. Non si tratta, dal punto
di vista di vandeloise, di una questione di storia delle teorie, quanto
di una discussione sullo statuto formale della scienza linguistica e
sullo statuto ontologico degli oggetti presi di mira. definire la lingua,
come ha fatto hjelmslev, come una “entità autonoma di dipendenze
interne”, significa, agli occhi del linguista cognitivo, sancire una volta
per tutte un discrimine netto fra una linguistica interna ed autono-
mista e una linguistica “esterna”. mentre la prima è capace di fornire
esclusivamente liste classificatorie a livello morfologico, la seconda è
in grado di estendere il proprio focus d’osservazione ai processi co-
gnitivi, e d’allargare il proprio dominio teorico verso lo studio del
tipo di conoscenza del mondo che il linguaggio naturale richiede.
la versione che vandeloise – e con lui altri – dà della linguistica
strutturale è evidentemente caricaturale e inaccettabile. basta tenere
a mente, ad esempio, che già lo stesso hjelmslev (hjelmslev 1961,
65) aveva bollato come «vecchia ed insoddisfacente» la suddivisione
della linguistica in fonetica, morfologia, sintassi, lessicografia e se-
mantica. Secondo il linguista danese, la natura del significato – signi-
ficato che si trasforma lungo il corso dell’uso concreto ad opera dei
parlanti – implica una gradualità e una continuità che mal si concilia
con la differenza qualitativa e la separabiiltà fra “moduli” linguistici.
Così hjelmslev:

Non sono percepibili altri significati che quelli contestuali, e qualunque


entità (e quindi anche qualunque segno) è definita in maniera relativa e
non assolutamente, e solo in base al suo posto nel contesto. da questo
punto di vista non ha senso distinguere fra significati che appaiono solo
nel contesto e significati a cui si potrebbe attribuire un’esistenza indi-
pendente, o, secondo gli antichi grammatici cinesi, fra parole «vuote» e
parole «piene». I cosiddetti significati lessicali in certi segni non sono

32
che significati contestuali artificialmente isolati, o parafrasi artificiali di
essi. In isolamento assoluto nessun segno ha significato; qualunque si-
gnificato di segno sorge in un contesto (…). Non si deve pensare che
un sostantivo abbia più significato di una preposizione, o che una parola
abbia più significato di una desinenza derivazionale o inflessiva. para-
gonando un’entità a un’altra possiamo parlare non solo di una diffe-
renza di significato, ma anche di tipi diversi di significato; ma riguardo
a tutte queste entità abbiamo lo stesso diritto relativo di parlare di si-
gnificato (hjelmslev 1961, 49-50).

tralasciando considerazioni come questa, vandeloise sottolinea


solo la netta incompatibilità tra la linguistica cognitiva e quella strut-
turale, che concepirebbe il linguaggio come slegato dalla dimensione
più largamente cognitiva. la nozione di immanenza, contraltare epi-
stemologico dell’autonomia, ne costituirebbe la prova più evidente.
Certamente, se il linguaggio è concepito come un sistema di rappre-
sentazioni concettuali, incarnate in forme linguistiche, diventa dif-
ficile elaborare un modello di lingua in quanto oggetto autonomo, in
grado di garantire lo studio della cognizione umana.
ma l’autosufficienza dell’oggetto linguistico, di cui hjelmslev
parla ad inizio del suo libro, non coincide con la sfera del concreto
dispiegamento della relazione fra linguaggio e mondo. pertanto non
mira a stabilire una autonomia delle lingue – e della loro dimensione
semantica – rispetto all’extralinguistico. l’immanenza delle forme
linguistiche si muove lungo un canale diverso rispetto a quello delle
linguistiche cognitive. Essa si presenta come un insieme di proce-
dure di “analisi” del testo, per ricercare componenti, processi e strati
di generazione di quest’ultimo. Come opportunamente ha suggerito
prampolini9, l’epistemologia hjelmsleviana si è preoccupata di rag-
giungere, quale obiettivo esplicito, la determinazione di un sistema
di descrizione adeguata all’oggetto. Questa procedura di determi-
nazione dell’oggetto scientifico e della sua descrizione, funziona
come un percorso che porta dal testo, colto nella sua pienezza feno-
menologica e corposa, alla forma, intesa come un sistema di elementi
in interazione reciproca, regolato da relazioni di reciprocità tra com-
ponenti e processi. Solo così, nel percorso hjelmsleviano, si può ri-

9
prampolini 2001.

33
tornare al testo nella sua viva utilizzazione sociosemiotica. È in questo
ritorno che la nozione di immanenza ritrova quella di stratificazione.
Entrambe, infatti, mettono a tema due problemi: a) le relazioni
fra molteplicità delle forme testuali, performances semiotiche, lingue
storiconaturali e unicità dell’attività di linguaggio; b) le relazioni tra
forma, sostanza e materie. per quanto riguarda il primo punto, secondo
noi, è necessario partire proprio dalla nozione di immanenza. Ciò è
utile per contrastare il pregiudizio secondo il quale hjelmslev avrebbe
messo da parte gli aspetti di diacronia, mutamento e variabilità delle
lingue, rimuovendo del tutto la dinamicità della prassi linguistica10.
Se teniamo a mente la forza procedurale della nozione epistemo-
logica di immanenza, diventa più agevole capire che lo scopo di
hjelmslev è di ricondurre la variabilità e l’imprevedibilità al centro
dell’architettura del proprio sistema teorico. Come ha fatto osservare
Alessandro Zinna (Zinna 2008), un attento esame della “vetusta”
nozione di immanenza, indica la strada per risolvere le “lacune” del
pensiero hjelmsleviano. la variazione, la dimensione extralinguistica,
l’attività enunciativa e le relazioni tra imprevedibilità delle manifesta-
zioni semiotiche e stabilità relativa delle lingue possono trovare col-
locazione se teniamo conto dei rapporti fra interno ed esterno della
teoria lingusitica secondo hjelmslev. O, in altri termini, bisogna te-
matizzare la chiusura operativa dell’oggetto e la sua relazione di apertura
nei riguardi della consustanziale alterità con cui entra in gioco. È qui
che stratificazione e immanenza diventano l’uno la sponda dell’altro.
torniamo all’immanenza. Secondo Zinna, con essa hjelmslev
non intende affatto proporre l’“esclusione del trascendente”, ossia
«dell’extralinguistico o delle varianti e delle variazioni, cioè di tutti
quei fattori che fanno dipendere il linguaggio e la significazione da
condizioni contestuali o sociali, dalle pratiche o dai locutori» (Zinna
2008, 6). Anzi, prosegue lo studioso, non si trovano mai delle pagine,
né nei Fondamenti né in altri lavori, in cui hjelmslev identifichi l’im-
manenza con la chiusura dell’oggetto e con la conseguente sua au-
tonomia dal resto delle condizioni di produzione e circolazione
semiotica. hjelmslev non afferma che «la variazione introdotta dalla
sostanza o dall’uso non siano pertinenti, ma, come in ordine di procedura,

Opinione condivisa anche dagli autorevoli studi hjelmsleviani di François


10

rastier 1997; 2000.

34
rimanda l’analisi della variazione a più tardi, una volta identificati gli
elementi costanti» (Zinna 2008, 6). del resto, nessuno meglio di hjel-
mslev fornisce adeguata spiegazione di quanto andiamo sostenendo:

In partenza la teoria linguistica è stata costituita in maniera immanente,


mirando solo alla costanza, al sistema, e alla funzione interna, a spese,
apparentemente, delle fluttuazioni e delle sfumature, della vita e della
realtà concreta fisica e fenomenologica. tale temporanea limitazione
del punto di vista è stata il prezzo che si è dovuto pagare per strappare
alla lingua il suo segreto. ma appunto grazie a tale punto di vista im-
manente la lingua ci ha ripagato delle limitazioni che ci aveva imposto:
essa ha assunto una posizione centrale nella conoscenza, in un senso
superiore a quello in cui ciò poteva essere accaduto nella linguistica fino
ad oggi. Invece di ostacolare la trascendenza, l’immanenza le ha fornito
una base nuova e migliore: immanenza e trascendenza si uniscono in
un’unità superiore sulla base dell’immanenza (hjelmslev 1961, 136).

Zinna conclude il ragionamento in modo convincente, sia dal


punto di vista della ricostruzione del pensiero di hjelmslev, sia da
quello delle implicazioni teoriche. Si tratterebbe, infatti, di un atteg-
giamento epistemologico che hjelmslev eredita dalla fisica quanti-
stica, di cui era un profondo conoscitore11. Il lavoro del linguista
sarebbe simile a quello dei fisici: per esaminare le particelle sub-ato-
miche, è necessaria una chiusura temporanea del sistema, in modo
da ottenere una stabilizzazione di tutte le varianti e comprendere il
comportamento della particella. di conseguenza diventa possibile
individuare i comportamenti intrinseci e quelli occasionali:

Oggi nessuno ritiene necessaria questa chiusura e, di fatto, tale chiusura


non era contemplata nemmeno in una delle versioni più rigide e carica-
turali dell’immanentismo che è stata attribuita a hjelmslev. piuttosto, se
non si tratta di chiusura, ma di antecedenza temporale nell’analisi, si tratta
comunque di capire dove porre il confine delle dipendenze di un oggetto
d’analisi. Certo bisogna includere il testo, occorre anche considerare il
contesto d’uso, e così per la pratica e la sociologia dei locutori (…) il
punto è che in ogni caso l’oggetto d’analisi comincia dove finisce il ri-
conoscimento di queste dipendenze, siano esse omogenee o eterogenee,
cioè appartenenti allo stesso sistema o a sistemi diversi. la domanda,

11
rasmussen 1993; 1997.

35
ovviamente, è “cosa accade quando le dipendenze non sono predeter-
minabili?”. Ecco l’insorgere di eventi esplosivi e imprevedibili che co-
stringono a variare le soglie dell’oggetto di studio (Zinna 2008, 6)

Il punto individuato consente di comprendere al meglio il di-


scorso filosofico-linguistico di hjelmslev. legare la problematica
dell’immanenza alla posizione del confine delle dipendenze12, che se-
gnano la fisionomia dell’oggetto, ha alcune conseguenze. Se è vero
che per comprendere l’attività verbale occorre partire dai fenomeni
sostanziali, è altrettanto vero che tra questi fenomeni sostanziali e
le forme in cui si manifestano si produce uno scarto. Questo va ri-
condotto al confine tra oggetto e analisi, delineato da una procedura
scandita in due movimenti. Il primo parte dal fenomeno testuale
per giungere all’oggetto lingua. Il secondo movimento, innescato dal
primo, consente di ri-comprendere i testi (i fenomeni sostanziali)
come fasi concrete e salienti dell’esperienza del linguaggio. Il rilievo
delle dipendenze mette in gioco, come scrive per Aage brandt, un’ap-
parecchiatura descrittiva che si trasforma di continuo, che va dal
senso «maximalement significatif (au sens d’une phénoménologie
de la communication ou pragmatique) vers un sens qui l’est de
moins en moins, et en même temps vers une expressivité de plus
en plus articulée: du macro-signifié vers le micro-signifiant» (brandt
2001, 112). È su questo aspetto che vanno rivisti i rapporti tra forma,
sostanza e materia in quanto fasi della determinazione dell’oggetto-
lingua. Questa va considerata come un «puro sistema di rapporti tra
grandezze che si determinano reciprocamente (funzioni)» (paolucci
2007b, 66). per questo, argomenta Claudio paolucci, «il sistema di
definizioni della glossematica non è un metalinguaggio rispetto al
linguaggio oggetto che pretende di descrivere (la forma della lingua),
ma è esattamente questa stessa forma linguistica considerata in
quanto descrivente e non in quanto descritta» (paolucci 2007b, 67).
l’immanenza, allora, consiste nell’insieme delle procedure – e degli
oggetti – che il linguaggio naturale genera per parlare di sé, parlando
del mondo. È in questa luce che l’immanenza trova un nesso con i
concetti di rizoma e di stratificazione. Essa mette in scena la natura di

12
Sul concetto di dipendenza, cfr. Zinna, 1993; paolucci 2997; piotrovski
2005.

36
sistema unitario, organico e monoplanare del linguaggio, e nello stesso
tempo apre alla modellizzazione dell’alterità consustanziale al linguag-
gio, che è la matrice del suo emergere fenomenologico.

1.5. lE “prOprIEtà” dEllA StrAtIFICAZIONE:


Il lINGuAGGIO COmE SIStEmA bOOt-StrAppING

l’analisi per strati mira a rappresentare i sistemi semiolinguistici se-


condo schemi d’interazione fra parti, elementi e livelli. una siffatta
analisi presuppone ciò che Franco lo piparo (lo piparo 1991) ha de-
finito come uno dei principi organizzativi del linguaggio verbale: la
“monoplanarità”13. rileggendo la teoria saussuriana del segno e del
valore, lo piparo propone di sostituire l’esempio del foglio di carta –
a suo parere più didattico che teorico –, con una versione «topologica».
Anzi, in luogo della bifaccialità del segno su cui si erge l’edificio saus-
suriano, la genesi delle forme semiotiche può essere spiegata meglio
ricorrendo a figure monoplane. l’implicazione semiotica – o, in altri
termini, il legame fra elementi del piano dell’espressione e del piano
del contenuto – si realizzerebbe all’interno di un universo monofac-
ciale, in cui gli elementi dell’un piano e dell’altro costituiscono, come
dice lo piparo, «punti di stabilizzazione dinamica delle forme». la
langue saussuriana, dunque, assomiglierebbe ad un sistema boot-strapping
da cui è impossibile uscire.
la relazione teorica fra stratificazione e rizoma si riflette su que-
sto sviluppo dell’idea d’immanenza e di monoplanarità dei sistemi
semiolinguistici. Come abbiamo visto, l’analisi per strati richiede
un’intuizione monista del linguaggio. tale richiesta proviene, come
nota lo piparo, dall’insufficienza dell’idea saussuriana di bifaccialità
del segno linguistico. Secondo lo studioso, la bifaccialità costituisce
un cattivo esempio, sia per la comprensione della teoria del valore
saussuriano, sia per il riconoscimento dei processi di morfogenesi
delle forme linguistiche.

13
lo piparo parla anche di monofaccialità o monodimensionalità del linguaggio
verbale. I tre termini sono utilizzati dallo studioso come sinonimi.

37
Fig. 1 - Nastro di möbius

möbius fornisce uno strumento euristico rigoroso. Esso tiene


insieme la dimensione immanente e autorganizzativa del linguaggio,
con gli strati che costituiscono l’alterità su cui il linguaggio lavora, si
costruisce e ricostruisce. Il nastro di möbius riesce a far figurare,
contemporaneamente, l’autonomia organizzativa della langue saus-
suriana e la non determinabilità dall’esterno delle forme linguistiche.
In altre parole, esso mette in rilievo la natura delle forme linguistiche.
Queste emergono da processi di auto-differenziazione, interni al si-
stema, proliferano sulla stessa superficie, pur attraversando, da una
parte all’altra, i bordi. per questo, sostiene lo piparo:

le langage verbal et le ruban de möbius partagent tous les deux les


mêmes caractères topologiques. Il sont des univers autosuffisants, mo-
nofaciales, infinis. Il sont autosuffisants. A partir d’un point donné, il est
possible de rejoindre un autre point quelconque sans jamais sortir de
leur univers. les langues peuvent s’explorer d’elle-mêmes sans faire re-
cours à aucun système sémiotique externe. Il sont monofaciales. les signi-
fiants et les signifiés ne sont pas deux faces distinctes qui seraient à
relier par une implication sémiotique (“si ceci, alors cela”); ils sont des
points dynamiques d’un univers unitaire, non pas parce qu’il le devient
mais parce qu’il naît unitaire. En tant qu’univers à une seule face, on ne
peut pas y distinguer un côté interne et un côté externe. Ils sont infinis ou
illimités. Il n’est pas possible de trouver une limite aux capacités expres-
sives du langage verbal en dehors de lui-même. le langage et le ruban
de möbius sont des univers dont les habitants ne peuvent pas penser
des univers autres qui se trouvent effectivement au-delà. l’ineffable est
ce que se dit d’une façon particulière, l’au-delà est condamné à n’être
qu’un continent de l’en deça (lo piparo 1991, 217-218).

perché ci sia condivisione delle proprietà topologiche fra linguag-


gio e nastro di möbius, dunque, occorre mettere insieme l’intuizione
monista sulla natura del linguaggio e l’analisi per strati. In questo
modo, diventa possibile esaminare l’insieme delle forze in campo che
contribuiscono a costruire e determinare le forme. Autosufficienza, mo-

38
nofaccialità e infinità sono alcune delle proprietà di un universo unitario,
che può essere descritto attraverso una metodologia immanentista;
quest’ultima deve suggerire l’impossibilità di uscire fuori dei confini
in cui il sistema in questione si sviluppa e vive.
Osservando le conseguenze della nozione di rizoma per ciò che ri-
guarda il linguaggio verbale, deleuze e Guattari si sono mossi in que-
sta direzione. per i due filosofi francesi, infatti, è possibile enucleare
con semplicità i legami teorici fra la monofaccialità (e immanenza) e
la dinamicità che questa comporta: «se sembra che il linguaggio pre-
supponga sempre il linguaggio, se non si può fissare un punto di
partenza non linguistico, è perché il linguaggio non si stabilisce fra
qualcosa di visto (o di percepito) e qualcosa di detto, ma va sempre
da un dire a un altro dire» (deleuze, Guattari 1980, 128). Come ab-
biamo già detto, c’è un’impossibilità, sia dal punto di vista dell’analisi
semiolinguistica, sia dal punto di vista della prassi comunicativa ed
enunciativa, di uscire fuori dei limiti del linguaggio. la stratificazione
hjelmsleviana, intesa come un «lavoro costante del linguaggio su se
stesso attraverso le lingue», sostanzia questa ipotesi. Non solo non si
può andare fuori dei limiti del linguaggio per osservare il linguaggio,
ma diventa difficile, se non impossibile, reperirne gli elementi originari,
appartenenti al dominio dell’extralinguistico. per deleuze e Guattari,
la semiotica non deve separare parole e cose, ma pensarne l’inestrica-
bile nesso. Essa deve pensare a parole e cose l’una come la piega del-
l’altra, mettendo a fuoco le loro relazioni di reciproca tensione o
modulazione dimensionale.
Il linguaggio verbale, in quest’ottica, si costruisce sempre a partire
dalle tracce, dalle linee e dalle dimensioni stabilite dall’insieme di
pratiche linguistiche precedenti. È ciò che deleuze e Guattari affer-
mano in modo esplicito: l’impossibilità di reperire un livello origi-
nario del linguaggio trova spiegazione in questo «passaggio di bocca
in bocca» che è il linguaggio. Questo è dotato di un’intrinseca capa-
cità di assorbire il reale e di ricostruirlo, ri-costruendo contempora-
neamente anche se stesso. Fuor di metafora, il «passaggio di bocca
in bocca» chiama in causa gli aspetti fondamentali di una rappre-
sentazione del linguaggio come sistema ed attività simbolica strati-
ficata: a) l’immanenza del sistema e della sua descrizione; b) le fasi
di questa strutturazione; c) i livelli di realtà che qualificano la dimen-
sione di alterità. È su questi tre aspetti – come vedremo nei prossimi
capitoli – che la stratificazione e la metodologia immanente trove-

39
ranno un più ampio respiro teorico. la monoplanarità – che garan-
tisce la fondatezza della procedura immanente – costituisce il luogo
da cui problematizzare l’articolazione fra “differenti” oggetti della
teoria del linguaggio.
da questo punto di vista, la metodologia immanente prova a
“dispiegare” una forma che circoscriva la storia e la fisionomia di una
lingua, e che sia capace di cogliere i passaggi che determinano le po-
tenzialità del linguaggio. l’analisi immanente è una strategia di sco-
perta del linguaggio attraverso la traccia e la presenza costituita dai
testi e dalle lingue, quali reticoli formali in cui i testi si stabilizzano.
per questo hjelmslev ha ragione di scrivere quanto segue:

una lingua rimane identica finché è identica la sua struttura, anche


quando è oggetto di usi, di utilizzazioni diverse. l’italiano resta italiano
anche se si introducono parole nuove, purché queste parole siano sem-
pre composte degli stessi elementi e rispettino la stessa struttura silla-
bica. È dunque la struttura, e soltanto essa, che condiziona l’identità e
la costanza di una lingua. Finché avremo la stessa struttura della lingua
avremo il diritto di dire che abbiamo la stessa lingua. Senza questo cri-
terio, si osserverebbe che la lingua si modifica senza tregua: (…) senza
questo criterio non potremmo mai dire, con ragione, che possediamo
una lingua (…). la struttura della lingua, che ne condiziona l’identità,
è anche alla base della differenza fra le lingue (hjelmslev 1963, 42-43).

l’analisi immanente, dunque, muove dall’esame della fenome-


nologia e della corposità dei testi verso la lingua come forma di Ge-
stalt intersoggettiva, su cui i parlanti intervengono costantemente.
una delle proprietà della stratificazione, allora, è quella dell’auto-ali-
mentazione e auto-differenziazione. l’analisi immanente consente
di reperire il ritmo e la storia di questa auto-differenziazione, ma
non esaurisce l’intera gamma di azioni e operazioni che qualificano
la stratificazione del linguaggio.

1.6. lE “prOprIEtà” dEllA StrAtIFICAZIONE:


mOrFOlOGIE Ed EvENtI-SENSO

Come detto nel paragrafo precedente, per hjelmslev, l’immanenza


costituisce il territorio epistemologico delle procedure di analisi del
testo. tale analisi mira alla descrizione esaustiva dell’oggetto-testo,

40
inteso come un oggetto mereologico, colto attraverso le dipendenze
sistemiche stabilite nel processo14. Questo risultato costituisce gerar-
chie ed entità, che hjelmslev intende riunificare nel segno del concetto
di lingua. le entità costitutive della lingua restano monoplane. In questo
modo, secondo brandt, la procedura immanente diventa il terreno
fertile alla base del rifiuto hjelmsleviano di trattare gli aspetti sostan-
ziali della semiosi: «le caractère scientifique de la démarche est en jeu
selon hjelmslev dans cette exclusivité, qui écarte tout ce que l’on
pourrait croire savoir par ailleurs de la langue par rapport au psy-
chisme, à la société, à la communication, à la pensée, au langage pra-
tiqué dans le monde des humains: à l’usage» (brandt 2001, 107).
Questa tensione fra interno ed esterno, che anima il pensiero hjelmsle-
viano, è a fondamento della nozione di stratificazione e consente di
individuarne le proprietà salienti.
Chi ha compreso, quasi trenta anni fa, la potenza della teoria della
stratificazione hjelmsleviana è stata, ancora una volta, la coppia filoso-
fica deleuze e Guattari. In un capitolo di Mille plateaux, intitolato 10.000
a.c. La geologia della Morale15, deleuze e Guattari raccontano la storia del
professor Challenger, scienziato esperto di geologia e biologia, affasci-
nato da Conan doyle, lettore di Spinoza e del suo amico, il “geologo
spinoziano danese” louis hjelmslev. Si tratta di un personaggio «dop-
pio»: «il professore, del resto, non era né geologo, né biologo, neppure
linguista, etnologo o psicoanalista, e da molto tempo tutti si erano di-
menticati qual era la sua specialità (…) Egli pretendeva di aver inventato
una disciplina, che chiamava con nomi diversi, rizomatica, stratoanalisi,
schizoanalisi, nomadologia, micropolitica, pragmatica, scienza della
molteplicità, ma non si vedevano chiaramente né gli scopi né il metodo
né la ragione di questa disciplina» (deleuze, Guattari 1980, 87).
Il professor Challenger si accorge di un fenomeno importante,
«inevitabile, benefico sotto certi aspetti, spiacevole sotto molti altri»:
la stratificazione. Così scrivono deleuze e Guattari:

Gli strati erano dei livelli, delle Cinture. Consistevano nel formare
materie, nell’imprigionare intensità o nel fissare singolarità in sistemi
di risonanza e ridondanza, nel costituire molecole più o meno grandi

14
Nel capitolo Iv torneremo in dettaglio sull’argomento.
15
deleuze, Guattari 1980, pp. 83-126.

41
sul corpo della terra, nel far entrare queste molecole in sistemi molari.
Gli strati erano delle catture, erano come «buchi neri» o occlusioni che
si sforzavano di trattenere tutto ciò che passava alla loro portata (de-
leuze Guattari 1980, 83).

Cerchiamo di annodare la storia filosofica raccontata da deleuze


e Guattari a una problematica semiotico-linguistica rigorosa. la no-
zione di strato è la chiave per comprendere i processi di struttura-
zione del senso. Così, almeno, nella riflessione dei due filosofi e in
quella di hjelmslev. uno strato non individua solo una messe di og-
getti più o meno legati, simultanei e in relazione reciproca; esso, dice
deleuze, costituisce la “cintura delle forme”. Nonostante l’irrita-
zione che il lessico deleuziano può suscitare, è possibile a nostro av-
viso fare uno sforzo di traduzione. Cosa s’intende, per “cintura delle
forme”, quando si vuole indicare la natura degli strati? richiamando
la manualistica geologica, il bizzarro professor Challenger alias de-
leuze-Guattari distingue tra “superfici di stratificazione” e “strati”.
Se le prime si possono identificare come dei “piani di consistenza”
compatti fra due livelli, gli strati coincidono tout court con questi
stessi “livelli”16. la stratificazione, allora, è il processo di concatena-
mento continuo di strati (cioè di livelli) che fungono da substrato l’uno
dell’altro. In altri termini, gli strati sono l’insieme di livelli in cui le
materie si formano. In questo senso essi rappresentano delle cinture
al cui interno si organizzano e si trattengono molteplicità di ele-
menti, proprietà e processi dinamici locali, che tendono a stabiliz-
zarsi in uità funzionali più estese, ossia le forme. perché ciò sia
possibile, Challenger afferma che gli strati non sono mai isolati, pro-
cedono sempre almeno in due; in più essi sono doppiamente arti-
colati al proprio interno in modo costitutivo. una doppia articolazione
che non coincide con quella di derivazione martinetiana. ricorrendo
alla definizione di strato geologico, deleuze e Guattari scrivono:

la prima articolazione sceglierebbe o preleverebbe, dai flussi-particelle


instabili, unità molecolari o quasi-molecolari metastabili (sostanze) alle

16
Occorre cautela nell’identificare la nozione di strato con quella di livello.
In linguistica strutturalista e generativista, il livello identifica classi omogenee
di componenti linguistiche riconducibili. diverso è il caso dell’utilizzo del ter-
mine livello che fanno deleuze e hjelmslev.

42
quali imporrebbe un ordine statistico di collegamenti e successioni
(forme) e costituirebbe i composti molari dove queste strutture si attua-
lizzano nello stesso tempo (sostanze). Così, in uno strato geologico, la
prima articolazione è la «sedimentazione», che accomuna unità di sedi-
menti ciclici secondo un ordine statistico: il flysch, con la sua succes-
sione di arenarie e scisti. la seconda articolazione è il «corrugamento»
che sistema una struttura funzionale stabile e assicura il passaggio dai
sedimenti alle rocce sedimentarie (deleuze, Guattari 1980, 84).

l’idea dei due filosofi è suggestiva ma, probabilmente, eccessiva-


mente metaforica e poco fondata sul profilo empirico e scientifico.
Ciononostante, dal nostro punto di vista, essa non è priva di interesse.
Gli strati costituiscono i luoghi di sedimentazione e corrugamento:
“cinture di spessore”, in cui si strutturano i processi di organizzazione
delle sostanze in forme (morfogenesi). Gli strati, dunque, vanno intesi
come livelli in cui le sostante vengono selezionate e riconosciute. In
virtù di tale processo di riconoscimento, che avviene sempre all’interno
di uno strato (che funge da substrato), le sostanze emergono come
dotate di “proprietà qualitative” e, perciò, formali. In conclusione: gli
strati sono il luogo delle pluralità di “morfologie locali”, in cui si or-
ganizzano le forme sostanziali che compaiono nel mondo. la nascita
di “forme sostanziali” avviene seguendo un insieme di processi dina-
mici di stabilizzazione, ispessimento e de-stabilizzazione o deforma-
zione delle proprietà qualitative. pensare agli oggetti (e nel nostro caso
agli oggetti linguistici), vuol dire allora pensare per “morfologie dina-
miche”: fragili stabilizzazioni di elementi, processi e qualità morfolo-
giche condivise dalle comunità, che rappresentano invarianti di senso
fragili ed esposti al lavoro delle pratiche intersoggettive di co-costru-
zione di senso. Questo approccio consente non solo di considerare
la nozione hjelmsleviana di stratificazione in senso dinamico e co-
struttivo, ma anche di studiare l’attività di linguaggio come luogo di
una istanziazione molteplice di strati morfologici differenziati ma re-
ciprocamente vincolati17.
A fronte del loro personaggio di copertura, deleuze e Guattari
pongono la teoria della stratificazione di hjelmslev, che costituirebbe,
in riferimento alla tradizione saussuriana, un vero e proprio “inedito”
in linguistica. definito amico del professor Challenger, che lo chia-

17
brandt 1994; petitot 2002; piotrowski 2009.

43
mava «geologo danese spinoziano» e «tenebroso principe discen-
dente di Amleto», deleuze e Guattari dedicano alcune pagine alla
griglia hjelmsleviana fondata sulle nozioni di materia, contenuto, espres-
sione, forma e sostanza. per hjelmslev, questi concetti – e la loro artico-
lazione – individuano gli “strati” del linguaggio, e, da un punto di
vista epistemologico, rappresentano delle condizioni imprescindibili
per coglierne la stratificazione. Contrariamente a molti commentatori
del lavoro di hjelmslev, per deleuze e Guattari, la stratificazione non
si occupa solo di una revisione della coppia saussuriana di significante
e significato, ma di una cosa «completamente diversa», nonostante
le opinioni dello stesso linguista danese.
la griglia hjelmsleviana, infatti, ha una portata che va al di là dei
caratteri generali degli strati e mira direttamente allo specifico del lin-
guaggio. la materia, dal punto di vista di deleuze e Guattari, va iden-
tificata con il “piano di consistenza” non organizzato (il «continuum
amorfo inanalizzato» di cui parla hjelmslev). Essa rappresenta la di-
mensione dove avviene l’intreccio fra il mentale, il mondano e il lin-
guistico in termini di dicibilità, e di ciò che non si è ancora dato in
termini fenomenici, linguisticamente analizzabile e dotato di esistenza
semoitica. Sulle coppie espressione/contenuto e forma/sostanza, deleuze
e Guattari si dilungano di più:

venivano chiamate contenuto le materie formate, che dovevano da quel


momento essere considerate da due punti di vista, quello della sostanza,
in quanto tali materie erano «scelte», e quello della forma, in quanto
erano scelte in un certo ordine (sostanza e forma di contenuto). Si sarebbero
chiamate espressione le strutture funzionali che dovevano, a loro volta,
venir considerate da due punti di vista, quello dell’organizzazione della
loro forma e quello della sostanza in quanto formavano dei composti
(forma e sostanza dell’espressione). C’era sempre in uno strato una dimen-
sione dell’esprimibile o dell’espressione, come condizione di un’inva-
rianza relativa (…). la distinzione delle due articolazioni non passa tra
forme e sostanze, ma tra contenuto ed espressione, poiché l’espressione
non ha meno sostanza del contenuto e il contenuto meno forma del-
l’espressione (deleuze, Guattari 1980, 87-88).

Fin qui, l’interpretazione deleuziana non è particolarmente in-


novativa, benché rigorosa per ciò che riguarda l’interpretazione del
pensiero hjelmsleviano. Non è un caso che ciò che i due filosofi scri-
vono, trova conferma ne La Stratificazione del Linguaggio (hjelmslev
1954). Così hjelmslev si esprime:

44
la distinction entre contenu et expression est supérieure à celle entre
forme et substance, si bien que, dans la procédure de l’analyse, la bi-
furcation qui conduit à séparer la hiérarchie constituée par le plan du
contenu et celle constituée par le plan de l’expression se trouve à un
stade antérieur à celle qui sépare forme et substance. C’est pourquoi
qu’il faut parler (…) de la ‘forme du contenu’, de la ‘substance du con-
tenu’, de la ‘forme de l’expression’ et de la ‘substance de l’expression’,
alors qu’il serait insensé, parce qu’inadéquat, de parler d’un ‘contenu
de substance’ (…). la distinction entre contenu et expression est le
premier carrefour, celle de forme et substance le second, et la distin-
ction de forme et substance est donc subordonnée à celle entre les
plans (hjelmslev 1954, 54).

Si tratta di un punto di vista essenziale nell’economia del pensiero


hjelmsleviano, che tiene insieme l’intera l’architettura teorica del suo
lavoro. Se guardiamo alle suggestioni di deleuze/Guattari e ci con-
centriamo sul saggio hjelmsleviano del 1954, vengono fuori alcuni tas-
selli di un mosaico, che vanno ricomposti. Anzitutto, dice hjelmslev,
la distinzione tra espressione e contenuto, che è anteriore a quella tra forma
e sostanza, trova la propria premessa nella procedura analitica:

pour sauvegarder une méthode empirique, l’analyste doit prévoir tou-


tes les possibilités et maintenir une attitude agnostique vis-à-vis de la
classe qui, à chaque stade, fait l’objet de l’analyse. Si l’objet de l’analyse
est une hiérarchie, c’est-à-dire une classe de classes, il peut se révéler
comme une hiérarchie de hiérarchies, sans conformité entre elles;
donc, dès le moment où, à un certain stade de l’analyse de cet objet
complexe, un manque de conformité se dénonce, l’analyste doit re-
connaître l’existence de deux hiérarchies différentes, et procéder par
conséquent, en vue d’épuiser l’analyse complète, à deux analyses sé-
parées. C’est ainsi que, si l’objet est une sémiotique (…) il faut distin-
guer les deux plans et les analyser séparément, à partir du moment
même où, pendant l’analyse de l’ensemble, ils révèlent entre eux une
différence de structure; de même, dans le cas d’une sémiotique mani-
festée, il faut distinguer et analyser séparément forme et substance dès
le moment où pendant l’analyse de l’ensemble elles cessent d‘être mu-
tuellement conformes (hjelmslev 1954, 51-52).

Qui non c’è in gioco solo la procedura analitica, con il suo metodo
di rilevamento delle dipendenze che costituiscono l’oggetto. la cosa
è più interessante, perché riguarda i limiti stessi del motivo analitico,
che hjelmslev misura nella “sequenza saussuriana” dei Fondamenti, e

45
che in La Stratificazione del Linguaggio, diventano il punto di partenza
per la teoria della stratificazione. Se prendiamo, ad esempio, il para-
grafo dodicesimo dei Fondamenti18, dal titolo Segni e Figure, emerge una
sorta di contraddizione fra la procedura analitica e la natura mereolo-
gica degli oggetti linguistici. hjelmslev afferma che, a un certo punto
della procedura, la planarità varia nel corso dell’analisi. Che vuol dire?
Se l’entità testuale è biplana, essa lo è in quanto segno, significante
che significa un significato. Ciò non riguarda l’analisi in modo im-
mediato; si dà il caso, però, che le entità formali siano spesso segni
e che lo scopo della teoria linguistica, in ultima istanza, sembra essere
quello di concepire la lingua come un sistema di segni:

le due osservazioni fatte, che un’entità può essere a volte della stessa
estensione di un’entità di grado diverso (…), e che la misura dell’in-
ventario decresce nel corso del procedimento (…) riveleranno la loro
importanza quando esamineremo la lingua come sistema di segni. Che
la lingua sia un sistema di segni pare a priori un’affermazione fonda-
mentale ed evidente (…). la teoria linguistica deve saperci dire che si-
gnificato si possa attribuire a tale affermazione, e in particolare alla
parola segno. per il momento dovremo accontentarci della vaga conce-
zione tradizionale. In base ad essa un «segno» è caratterizzato in primo
luogo dal suo essere un segno di qualcos’altro: peculiarità che stimola
il nostro interesse, poiché pare indicare che un «segno» è definito da
una funzione. un «segno» funziona, designa, denota: un segno, in
quanto si distingue da qualcosa che non è segno, è portatore di signi-
ficato (hjelmslev 1961, 47-48).

per hjelmslev, parlare di segno equivale a mettere temporanea-


mente da parte l’analisi per dipendenze e sposarne una che egli chiama
funzionale. l’analisi della planarità, che struttura le forme linguistiche,
stabilisce una funzione semiotica che di volta in volta può essere clas-
sificata19. È questa funzione semiotica che costruisce l’architettura rela-
zionale di espressione e contenuto. Agli occhi di deleuze e Guattari, che
la chiameranno la funzione di stratificazione, essa rappresenta uno degli
elementi fondamentali della teoria hjelmsleviana. Essa trova la pro-
pria ragion d’essere nel tentativo di conciliare l’analisi mereologica

18
la “sequenza saussuriana” dei Fondamenti di una teoria del linguaggio è co-
stituita dai §§ 12-20.
19
brandt 1994a; 1994b; 1994c; 1995; 2001.

46
del testo con lo statuto semiotico ed espressivo delle forme. Se una
certa idea di segno, disancorata dall’egemonia della sua rappresenta-
zione lessicalista, sembra inconciliabile con la concezione della lingua
come sistema di segni, è perché non si è compreso bene il ruolo
svolto dal concetto di funzione semiotica. In questa logica, l’interpreta-
zione deleuziana mostra la propria efficacia. Contrariamente al pre-
supposto mai veramente discusso in semiologia post-saussuriana,
secondo il quale il segno è composto di una dimensione intelligibile
e di una sensibile, deleuze fa osservare come per hjelmslev «la di-
stinzione delle due articolazioni non passa tra forme e sostanze, ma
tra contenuto ed espressione, poiché l’espressione non ha meno so-
stanza del contenuto e il contenuto meno forma dell’espressione»
(deleuze, Guattari 1980, 88). Espressione e contenuto vanno consi-
derati come variabili di una funzione di stratificazione o come co-
varianti di una funzione semiotica; esse sono intimamente dotate di
un “potere d’invarianza”. Il tipo di legame funzionale qui pensato,
allora, consente di pensare alla nozione di “strato” come ad un “luogo”
in cui si stabilizzano e deformano le direzioni che le forme possono
assumere. per hjelmslev, secondo deleuze e Guattari, si tratta di un
sistema di relazioni, fondato su una “non-conformità dei piani” ed
una relazione di presupposizione reciproca tra contenuto ed espres-
sione. Così scrivono i due:

tra il contenuto e l’espressione non c’è mai corrispondenza né con-


formità, ma soltanto isomorfismo con presupposizione reciproca. tra
il contenuto e l’espressione la distinzione è sempre reale, per svariati motivi,
ma non si può dire che i termini preesistano alla doppia articolazione.
Essa stessa li distribuisce seguendo il suo tracciato in ogni strato, e co-
stituisce la loro direzione reale. (Invece, tra la forma e la sostanza non
c’è distinzione reale, ma soltanto mentale o modale: poiché le sostanze
erano materie formate, non si potevano concepire sostanze senza
forma) (…). Anche nel suo potere di invarianza, l’espressione era una
variabile come il contenuto. Contenuto ed espressione erano le due
variabili di una funzione di stratificazione. Non soltanto variavano da
uno strato a un altro, ma entrambi sciamavano l’uno nell’altra e si di-
videvano o moltiplicavano all’infinito in uno stesso strato (deleuze,
Guattari 1980, 88).

la “stratificazione”, nell’interpretazione deleuziana, è l’insieme


dei “processi di distribuzione” delle articolazioni, secondo una mol-
teplicità direzionale di cui è vano reperire le traiettorie iniziali. Ogni

47
strato contiene una gamma d’azioni di natura morfologica, semantica,
sintattica, pragmatica o più genericamente comunicativa. le forme
linguistiche possono assumere e metterne in rilievo ora una ora un’al-
tra. una siffatta gamma di azione si sostiene sul potere di invarianza
che espressione e contenuto possiedono, grazie al loro parallelismo e
alle loro relazioni di co-presenza. Inoltre, come dice deleuze, grazie
alla relazione uno-molti, o non conforme, fra espressione e conte-
nuto, la stratificazione si traduce in un lavoro del linguaggio sul
mondo attraverso un lavoro esclusivo su se stesso, ovvero sulla pro-
teiformità delle lingue. hjelmslev sembra consapevole di ciò. Ne co-
stituisce prova l’individuazione di alcune caratteristiche dell’attività
di linguaggio o delle lingue: l’opacità nei confronti del mondo, la dia-
lettica tra latenza e manifestazione che rende le lingue sistemi per-
fettamente incompleti, l’avvolgimento delle lingue su se stesse
attraverso i livelli metasemiotici; infine, il carattere integrale della sostanza
del contenuto. Così scrive hjelmslev:

une langue est par définition une sémiotique passepartout, destinée à


former n’importe quelle matière, n’importe quel sens, donc une sé-
miotique à laquelle toute autre sémiotique peut être traduite sans que
l’invers soit vrai. Ce caractère intégral de la substance de contenu d’une
langue va jusqu’à inclure dans cette substance celle de l’expression, et
d’ailleurs aussi les formes de la même langue, ce qui est la condition
nécessaire pour povoir utiliser la langue comme la métalangue dont
on se sert pour la décrire (hjelmslev 1954, 70).

Il passo hjelmsleviano rende meno misterioso questo passaggio


di deleuze e Guattari:

Siccome ogni articolazione è doppia, non c’è un’articolazione di con-


tenuto e un’articolazione d’espressione senza che allo stesso tempo
l’articolazione di contenuto sia in se stessa doppia, costituendo così
un’espressione relativa nel contenuto – e senza che l’articolazione
d’espressione non sia a sua volta doppia e sempre allo stesso tempo,
giacché costituisce un contenuto relativo nell’espressione. per questo,
tra il contenuto e l’espressione, tra l’espressione e il contenuto ci sono
stati intermedi, livelli, equilibri e scambi attraverso i quali passa un si-
stema stratificato. In breve, si trovano forme e sostanze di contenuto
che hanno un ruolo d’espressione rispetto ad altre, e viceversa per
l’espressione (deleuze, Guattari 1980, 88-89).

48
Il linguaggio, in questa prospettiva, è visto come una “macchina
di molteplicità semiotica”, come una “stratificazione di forme” su
se stesse, che si realizza attraverso una pluralità d’operazioni e inte-
grazioni fra segmenti. pertanto, la sua strutturazione viene rappre-
sentata su due piani, che procedono in parallelo e che possono
definire i limiti dell’ontologia regionale in cui inserire gli oggetti lin-
guistici. Questa ontologia stratificata richiama necessariamente, a
sua volta, le operazioni di categorizzazione che la mente linguistica
mette in atto. È in questo quadro che le riflessioni di deleuze sulla
stratificazione sono illuminanti; non tanto per una comprensione
di hjelmslev juxta propria, quanto per un contributo a un dibattito
che oggi gli studi semiotici riprendono con vivacità:

le forme di contenuto e le forme di espressione sono eminentemente


relative e sempre in stato di presupposizione reciproca; esse mantengono
tra i loro rispettivi segmenti relazioni biunivoche, esterne e «difformi»;
non c’è mai conformità tra le due né dall’una all’altra, ma c’è sempre in-
dipendenza e distinzione reale; per adeguare una forma all’altra e per
determinare le relazioni occorre proprio un concatenamento speci-
fico variabile. Nessuno di questi caratteri conviene al rapporto signifi-
cante-significato, anche se alcuni sembrano avere con esso una sorta di
coincidenza parziale e accidentale. E l’insieme dei caratteri si oppone ra-
dicalmente al quadro del significante. una forma di contenuto non ap-
partiene al significato più di quanto una forma d’espressione appartenga
al significante. È vero per tutti gli strati, compresi quelli in cui interviene
il linguaggio (deleuze, Guattari 1980, 114)20.

la stratificazione del linguaggio – così come il rizoma deleuziano


– si definisce allora per alcune caratteristiche: l’avversione per le ge-
rarchie arborescenti; la natura molecolare degli spazi di costruzione
del senso; la modellizzazione di questi spazi reticolari per modula-
zione dimensionale. Così, l’analisi per strati diventa una descrizione

20
deleuze e Guattari ribadiscono, al proposito, il merito di hjelmslev in
questa rottura con la versione standard del segno saussuriano: «per questo
hjelmslev, nonostante le sue riserve e le sue esitazioni, ci sembra il solo lin-
guista che rompa realmente con il significante e il significato. molto di più di
altri linguisti che sembrano operare questa rottura deliberatamente, senza ri-
serva, ma mantenendo i presupposti impliciti del significante» (deleuze, Guat-
tari 1980, 125).

49
della morfogenesi, cioè dei processi di riconoscimento, costituzione
e autorganizzazione delle materie in forme sostanziali21.
Essa elabora una griglia che individua le tappe della morfogenesi
linguistica. Con la coppia assiomatica Espressione/Contenuto, hjel-
mslev ha posto il problema fondamentale di questa griglia, ossia
quello della “sostanza”. la “sostanza” lega la digressione sull’im-
manenza alla stratificazione, soprattutto per ciò che riguarda il le-
game fra attività di linguaggio e lingue storiconaturali.
la sostanza, in altre parole, è “spazio” dove linguaggio e lingue
lavorano l’uno sull’altra, generando i processi di storicizzazione delle
lingue. In essa si annidano il maggior numero di “strati”. Questa di-
mensione, al contempo concreta, determinata e molteplice, consente
alle “differenti storie” del linguaggio di realizzarsi nella diversità delle
lingue e della circolazione sociosemiotica.

21
petitot 1996; thom 1972; 1980; bourgine, lesne 2006.

50
CApItOlO 2
lE tENSIONI dEl SENSO lINGuIStICO

2.1. Il SENSO FrA lINGuAGGIO E lINGuE:


lO SpECChIO dEll’INStAbIlItà?

la riflessione epistemologica sul concetto hjelmsleviano di stratifi-


cazione, e sulle sue implicazioni filosofiche, ha indotto ad alcune
conclusioni. Anzitutto, parlare di stratificazione del linguaggio si-
gnifica mirare al nesso fra le esperienze semiolinguistiche contin-
genti – le performances –, le lingue come repertori plastici di forme
e di strumenti simbolici d’interazione e transazione fra parlanti e,
infine, l’attività di linguaggio come luogo di costruzione, spostamento
e modificazione concreta di questi stessi repertori. In quest’ordine
d’idee, definire l’universo linguistico come stratificato, marca la pre-
senza d’un doppio punto di vista intorno all’oggetto. da un lato, l’ana-
lisi per strati concepisce gli oggetti linguistici come attraversati da forze
eterogenee, che li strutturano, deformano e fanno convergere, en-
trare in conflitto fra loro e, talvolta, deflagrare. d’altro lato, alla luce
dei concetti di monofaccialità e immanenza, viene fuori che il lin-
guaggio costruisce dall’interno i punti di vista e d’osservazione, ne-
cessari alla propria rappresentazione. l’analisi immanente alle forme
linguistiche vuole descrivere i processi di costituzione di questi punti
d’osservazione interni al sistema, che le lingue realizzano. per fare
ciò, occorre altresì una riflessione sulla natura delle lingue in quanto
totalità, che emergono da “istanze materiali” di produzione e di ri-
cezione. Queste istanze materiali non sono esterne alla forma, ma,
al contrario, vi ineriscono. Inseguendo un tale tipo di descrizione delle
forme, diventa possibile comprendere il sistema-linguaggio, a sua
volta, come una totalità che è fatta di piani, di livelli, di micro-sintassi
e di strati.
la posta in palio è l’idea stessa di linguaggio come oggetto, la
cui natura consiste nell’intreccio di livelli fra loro eterogenei di strut-
tura e di forma. per questo l’ambiguità delle nozioni di linguaggio e
di lingua sembra inevitabile. Come declinare, allora, questa duplicità

51
dello sguardo teorico, che vuol tenere insieme le due ambigue no-
zioni? recuperando un suggerimento di hjelmslev, occorre guardare
al terreno dove convergono l’attività di “diversificazione” linguistica
(langagière) delle lingue storiconaturali e la potenzialità costitutiva del
linguaggio.
Ci riferiamo al terreno della semantica che, per hjelmslev, è il luogo
dove si mostra la natura paradossale della relazione che il linguaggio
intrattiene con l’ambiente o, più genericamente, con l’extralinguistico.
per il linguista danese, le lingue generano una specie “d’effetto ottico”:
esse danno l’impressione di non aderire a nessun orizzonte o universo
referenziale, proprio perché aderiscono ad ogni ambiente possibile.
le lingue non sono, dal punto di vista semantico, dei sistemi auto-
nomi. la loro diversità obbedisce ad un meccanismo che è comune
all’intero sistema-linguaggio: la sua “adattabilità” ad ogni ambiente
possibile; di qui, la plasticità e il carico di differenze che esso comporta.
Come hjelmslev sottolinea, è l’intrinseca “instabilità” del sistema lin-
guistico, che ingenera una dinamica di questo tipo:

A causa della sua instabilità, il sistema dei segni non è legato a certi
stati o a certe situazioni, si può adattare a tutti i cambiamenti. per que-
sto nessuna lingua è legata ad un determinato dominio concettuale,
ad un determinato ambiente o ad una determinata civiltà; con ragione
gli americanisti fanno rilevare che le lingue indiane sarebbero altret-
tanto adatte ad esprimere la civiltà occidentale quanto qualsiasi altra
lingua, anche se al servizio della civiltà indiana non hanno avuto oc-
casione di fornire i segni per un gran numero dei nostri concetti, per
esempio quelli tecnici e scientifici; quando ne sentissero il bisogno,
potrebbero fornire tali segni in modo perfettamente appropriato. Ogni
lingua, oltre ai segni effettivamente adoperati, possiede una riserva pra-
ticamente inesauribile di possibilità non sfruttate (hjelmslev 1963, 45).

hjelmslev, a dire il vero, aveva già individuato e definito questo


tipo di relazione come la non-conformità fra i due piani del linguaggio
(hjelmslev 1943). A questo proposito, molti hanno pensato che il lin-
guista danese avesse estromesso il mondo e l’aspetto di referenziazione
dalla propria elaborazione teorica. Ciò è vero solo in parte. In alcuni
passaggi di Sprøget (hjelmslev 1963), la relazione fra “contenuto” e
“mondo” viene considerata come “analoga” a quella fra “contenuto”
ed “espressione”.
Questa “analogia” si trova all’origine della teoria della stratificazione
e del pensiero semantico di hjelmslev:

52
la semantica costituisce un dominio molto meno studiato e insieme
molto più vasto. Il contenuto del linguaggio è il mondo stesso che ci
circonda; i significati particolari di una parola, quei significati particolari
che abbiamo chiamato individui sono le cose stesse del mondo: la lam-
pada che è sul mio tavolo è un significato particolare della parola lam-
pada; io stesso sono un significato particolare della parola uomo. (…)
nel mondo delle cose e delle idee ogni lingua pone i propri limiti, un
segno di una lingua non corrisponde ad un segno dell’altra, come ben
sanno i traduttori; le lingue non sono fra loro più conformi rispetto al
mondo delle cose che rispetto al mondo dei suoni. Si può dubitare fin
d’ora che si possano ragionevolmente trovare, nel mondo delle cose
o delle idee, delle zone che per una data lingua siano varianti seconda-
rie, o «terra di nessuno» (hjelmslev, 1963, 138-139).

le affermazioni hjelmsleviane ci pongono di fronte ad oggetti


complessi, in cui vi è un costante gioco tra le superfici formali – le
lingue – e le matrici sostanziali che originano queste superfici. lo
studio dell’orizzonte del contenuto – il problema del significato –
pone in primo piano la tensione fra l’apparato discreto delle lingue e
quello continuo dell’esperienza quale luogo dell’origine del senso. È
necessario, da questo punto di vista, tematizzare la relazione fra la
densità sotterranea del senso e la sua risposta fenomenologica nelle
forme linguistiche. Questa tensione è uno dei punti da cui una teoria
del linguaggio non solo non deve scappare, ma, al contrario, da cui
deve prendere inizio. di più: essa costituisce un orizzonte proble-
matico, che corre su un doppio binario, quello dell’ontologia formale
degli oggetti linguistici, e quello della costituzione interna del segno.
proseguendo quello che è stato, a suo avviso, l’obiettivo pro-
fondo della riflessione di Saussure, hjelmslev ha cercato di elaborare
delle strategie di comprensione di quest’orizzonte. per riuscirvi, ha
concentrato la sua attenzione su alcuni regimi fondamentali della
vita linguistica: a) l’“instabilità” e “incompletezza” costitutiva delle
lingue, intese come le proprietà necessarie alla tensione fra continuità
del senso e discretezza delle forme; b) la dualità del segno, in base
alla quale le facce dell’espressione e del contenuto si co-determinano
in una “unità sintetica”; c) la proprietà d’“integrazione”, che riguarda
la natura olistica delle costruzioni.
per inquadrare il rapporto tra unicità del linguaggio e diversità
delle lingue – al centro delle preoccupazioni di hjelmslev – il lin-
guista danese fa ricorso al tema, richiamato nel primo punto, della
“costitutiva incompletezza” e “potenzialità” del sistema-linguaggio.

53
hjelmslev ha individuato e sviluppato il nesso fra le forme lingui-
stiche e la loro potenza trasformativa. Questa connessione pro-
fonda, che è al cuore del sistema teorico hjelmsleviano, è in grado
di dar conto del legame fra attività di linguaggio e lingue a molti li-
velli. Nei paragrafi successivi mostreremo questa articolazione di-
spiegarsi a vari livelli dell’organizzazione linguistica, dalla sillaba alla
programmazione enunciativa, passando per l’analisi del significato.
I punti b) e c), richiamati sopra, riguardano quello che potremmo
chiamare il regime d’organizzazione interna del segno, così come
viene articolato nella tradizione saussuriana e hjelmsleviana. Se il
segno, nel panorama delle discipline linguistiche e semiotiche, è un
concetto in difficoltà, ciononostante gode ancora di fascino teorico
e forza esplicativa. Non è un caso che la riflessione di hjelmslev
(nonostante la sua critica al concetto di segno) ha rappresentato un
punto di riferimento per le semantiche d’orientamento morfodinamico.
Queste, come Jean petitot ha sottolineato22, hanno cercato di svi-
luppare la svolta cognitiva della linguistica di ispirazione strutturale.
dall’esame della nozione di segno, a nostro avviso, diverrà possibile
individuare le basi naturali della semiosi linguistica, e, così, ri-anco-
rare il pensiero strutturale a motivi cognitivi.
passiamo ora ad esaminare la nozione di “regola”, così come
è concepita da hjelmslev. per il linguista danese, essa gestisce la
tensione fra continuo e discreto che anima le lingue storiconatu-
rali e, così facendo, vincola il rapporto che le connette alla praxis
linguistica.

2.2. lA rEGOlA lINGuIStICA FrA rEGOlArItà lOCAlE


E ImprEvEdIbIlItà

hjelmslev – come abbiamo già detto – è considerato il più estremista


fra i linguisti d’area strutturalista. Egli avrebbe elaborato una lingui-
stica astratta, formalista, algebrizzante e platonizzante23. Gli aspetti
dinamici, imprevedibili e concreti dell’attività linguistica e delle lingue,
starebbero fuori della sua teoria. una voce fuori del coro è quella di

22
petitot 1992; 1996. Cfr.piotrovski 1997.
23
Arrivé 1986.

54
patrizia laspia (laspia 2000)24. la riflessione hjelmsleviana sullo sta-
tuto delle regole linguistiche, mostrerebbe, invece, che il linguista
danese ha cercato di porre, al cuore del proprio sistema teorico, l’im-
prevedibilità, le trasformazioni e la dinamicità. Secondo la studiosa,
«nel corso della sua intera vita, hjelmslev cercherà di riformulare la
dicotomia saussuriana fra langue e parole, nel tentativo di far diven-
tare variabilità ed imprevedibilità nozioni non più liminari, ma centrali
all’interno del sistema “lingua”» (laspia 2000, 200).
Anche se hjelmslev non utilizza mai o quasi il termine “regola”
con un’accezione tecnica, è possibile ricostruirne la fisionomia. Anzi,
la nozione di regola specifica alcuni nodi del pensiero di hjelmslev:
a) lo statuto delle lingue come sistemi; b) le relazioni di somiglianza
e differenza tra le lingue.
da questo punto di vista hjelmslev si iscrive ancora una volta nel
solco della lezione saussuriana. per risolvere il problema delle regole,
facendo in modo che queste contemplassero al proprio interno la
diversità e la variabilità, Saussure si era affidato a due nozioni: la massa
parlante e il tempo. l’intreccio di questi due elementi era da ricon-
durre al tema, più vasto, dell’uso. Contrariamente a quanto sosten-
gono gli storici della linguistica, hjelmslev ha cercato, nel corso della
sua ricerca, di elaborare una rigorosa nozione di “uso”, orientata in
senso dinamico e costruttivo.
Come ha fatto osservare laspia, lo studio delle regole linguistiche
ha in hjelmslev gli stessi obiettivi della linguistica generativa: la na-
tura delle unità linguistiche e il ruolo del parlante. Come è noto, la
teoria chomskiana produce due risultati correlati. da un lato, essa
mette in scena una idealizzazione del parlante; dall’altro una idea-
lizzazione degli oggetti linguistici. per Chomsky, infatti, il parlante
idealizzato genera un insieme “potenzialmente infinito” di frasi; e
questo si verifica, senza tenere conto delle limitazioni – costitutive
– di tempo e di memoria del parlante stesso. Inoltre, la grammatica
generale è tale solo se realizzata da parlanti idealizzati che producono
frasi grammaticali ben formate. dal nostro punto di vista, l’oggetto
grammaticale deriva da una regola algoritmica che non tiene conto
né della concretezza del parlante né della concretezza della prassi

24
parere simile ha espresso è il linguista nipponico Kenji tatsukawa. Cfr.
tatsukawa 1995.

55
comunicativa e del sapere linguistico, che non sono riducibili all’in-
sieme – benché “potenzialmente infinito” – delle frasi grammaticali
ben formate.
Ora, in consonanza con l’obiettivo di Chomsky, hjelmslev pro-
pone una riflessione sulla regola che coniughi la definizione della
natura delle unità linguistiche, con la messa in conto dell’uso e dei
parlanti. I risultati, però, non sono paragonabili. Anche hjelmslev,
come Chomsky, si è proposto di indagare sulla natura delle unità
linguistiche, soprattutto a proposito della loro “infinità”. per il lin-
guista danese, è importante capire se le unità linguistiche sono unità
“potenzialmente infinite”25, o se sono “infinite in atto”. la questione
non è di poco conto. dalla concezione delle unità linguistiche deriva,
come correlato immediato, l’identificazione dei limiti dei parlanti
quali motori interni e determinanti nella vita linguistica. Il nesso tra
temporalità della unità linguistiche – la loro infinità – e socialità – la
massa parlante – fornisce il quadro dell’adesione di hjelmslev alle
problematiche che già Saussure aveva individuato e sviluppato nei
suoi corsi di linguistica generale.
In questo quadro si possono comprendere i processi che fanno
sì che la lingua si stratifichi e trasformi, senza mai cambiare il proprio
“telos”. Ed è questo un filo rosso del pensiero di hjelmslev, che at-
traversa tutta la sua produzione, anche se in modo sotterraneo, dagli
anni trenta fino a Sprøget. In questo libro, il linguista danese intende
dar conto delle “trasformazioni” e delle “regole di formazione” delle
unità linguistiche. Come sostiene laspia, in quest’opera, lo scopo
di hjelmslev è quello di definire «le unità della lingua come infinite
(in atto) così come esse sono prodotte e percepite da un utente
umano con le sue limitazioni per nulla accidentali, ma al contrario
essenziali, di tempo e di memoria» (hjelmslev 1963, 200).
dunque, l’esame delle “trasformazioni” consente di esplicitare,
secondo il linguista danese, le regole di formazione degli oggetti lin-
guistici e le loro relazioni, che formano la struttura. Questa, in un
saggio del 1939 dal titolo «la struttura morfologica», viene conside-

25
posto che il concetto di “infinità” dovrebbe trovare una adeguata elabo-
razione teorica. Cosa che non rientra nei piani di questo lavoro. per ciò, rimando
ai lavori di patrizia laspia, in particolar modo alla concezione dell’infinito nella
linguistica del mondo greco. Cfr. laspia 1997.

56
rata come il “tratto costitutivo” di una lingua. le parole di hjelmslev
sono interessanti, anche se non prive di una certa enigmaticità:

la structure est le trait constitutif d’une langue, comme, d’une façon


générale, d’un système. la structure relève du fait que les parties d’un
système dépendent l’une de l’autre et n’existent qu’en vertu de cette
dépendance, et que les dépendances à leur tour dépendent l’une de
l’autre également. Qui dit structure dit dépendance entre les faits d’un
système (c’est-à-dire entre les parties d’un système et entre les dépen-
dances qu’elles engagent) (hjelmslev 1939, 122).

le lingue, dunque, sono sistemi, i cui elementi costitutivi stanno


in relazione di dipendenza l’una rispetto all’altra. ripensiamo a
quanto hjelmslev ha scritto in Sprøget: «la struttura condiziona l’identità
e la costanza di una lingua (…). la struttura della lingua, che ne con-
diziona l’identità, è anche alla base della differenza fra le lingue» (hjel-
mslev 1963, 43). Con “struttura”, allora, s’intendono delle dinamiche
relazionali e di trasformazione che, contemporaneamente, “identifi-
cano” e “differenziano” il parlare e le lingue. la nebbia concettuale,
però, non si dirada; soprattutto se restiamo ancorati alla rappresen-
tazione strutturalista del concetto di struttura. Contrariamente a
quanto si è creduto fino a un decennio fa, hjelmslev era consape-
vole che l’interpretazione “globalista”26 del concetto di struttura è
dannosa, e nello stesso articolo annota quanto segue:

la fameuse maxime selon laquelle tout se tient dans le système d’une langue
a été souvent appliquée d’une façon trop rigide, trop mécanique et trop
absolue. Il convient de bien garder les proportions. Il importe de re-
connaître que tout se tient, mais que tout ne se tient pas dans la même
mesure, et que à côté des interdépendances il y a aussi des dépendances
purement unilatérales aussi bien que de pures constellations. le système
linguistique est d’une souplesse plus délicate que la maxime précitée,
prise au pied de la lettre, ne le fait supposer; et s’il est vrai que le système
se tient, la tâche du linguiste est de découvrir dans quelle mesure il se
tient, et sur quels points il ne se tient pas. la structure ne se confond

26
per “globalista”, intendo un’accezione di struttura uniforme, indifferenziata,
senza spazio per le interazioni locali e le dinamiche dal risultato imprevedibile.
la concezione globalista della struttura linguistica è di natura esclusivamente “al-
gebrica” e relazionale. Cfr. petitot 1985; piotrovski 1997.

57
pas avec l’interdépendance; la notion même de structure implique la
possibilité d’une indépendance relative entre certaines parties du sy-
stème. décrire la structure c’est rendre compte des dépendances et des
indépendances à la fois (hjelmslev 1939, 123-124).

Il sistema, in quanto descrivibile a partire dalle “dipendenze” os-


servabili, è organizzato secondo una stratificazione relazionale. In altre
parole, esso segue una molteplicità di relazioni reciproche fra gli ele-
menti e fra i processi interni al sistema. Se andiamo a esaminare adesso
i concetti di trasformazione e di regola linguistica alla base di Sprøget,
le nebbie iniziano gradualmente a diradarsi.
hjelmslev si propone di criticare la nozione di diacronia d’ispira-
zione saussuriana. per arrivare a far questo, si spinge ad una riconsi-
derazione dello statuto della “trasformazione” rispetto allo “stato”.
l’esempio, noto, è quello delle leggi fonetiche, sul cui valore di tra-
sformazione hjelmslev esibisce le proprie riserve:

Ci sono altre ragioni che mettono in evidenza l’importanza dello stato


linguistico e gli permettono di rivendicare i suoi diritti rispetto ad una
considerazione troppo esclusiva delle trasformazioni del linguaggio.
per vederlo, la cosa migliore è forse considerare queste trasformazioni
stesse. Se in una lingua si trova che p all’inizio della parola è diventata
f, mentre in altre posizioni si è conservata come p (questo esempio fit-
tizio è stato scelto per la sua semplicità), ciò significa che c’è un periodo
della storia della lingua in cui ogni p al principio di parola è stata auto-
maticamente27 trasformata in f; in questo caso si può davvero parlare di
una legge fonetica, paragonabile a qualunque altra legge in vigore in una
società, per esempio ad una legge giuridica: durante tutto il periodo, a
partire dal momento in cui la legge è entrata in vigore e fino al mo-
mento in cui è stata abolita, la legge ha avuto autorità ed ha provocato,
per ogni parola di cui la comunità linguistica si è servita, la conversione
della p iniziale in una f, sia che la parola fosse ereditata dagli avi, che
fosse di prestito dal di fuori o che fosse un segno di nuova formazione
(…). ma una simile legge fonetica è una legge di trasformazione pro-
priamente detta, o piuttosto una legge statica? (hjelmslev 1963, 149)

Nel proseguire il suo esame della “legge” o “regola”, hjelmslev


ricorre prima all’analogia fra legge fonetica e legge giuridica; poi al-
l’esempio fornito dalle regole del gioco degli scacchi. Così, se una

27
Corsivo nostro.

58
qualsivoglia legge impone ad attori sociali qualsiasi un determinato
comportamento, ciò non implica che si debba parlare di diacronia
o di trasformazione. Anzi: hjelmslev sostiene che le cause della
legge in questione non devono essere cercate nelle “trasformazioni”,
ma nello “stato”. E ciò, almeno dal momento in cui la legge è isti-
tuita, e, con essa, le condizioni di esistenza della stessa istituzione:

Finché dura lo stato, finché vige la legge, sarebbe inesatto parlare di


trasformazione; si può parlare invece di una conversione meccanica,
in condizioni date, di un elemento in un altro. Finché dura la legge,
ogni p all’inizio di parola è convertito meccanicamente in f; è una legge
di conversione dello stesso tipo di quella che vale per il gioco degli
scacchi: le pedine che arrivano al fondo della scacchiera vengono con-
vertite in regine. Questa «trasformazione» si produce, o si può pro-
durre, ogni volta che si gioca a scacchi, domani come l’anno prossimo;
non è una trasformazione, è uno stato (hjelmslev 1963, 149-150).

la riflessione sulle regole e quella sulle trasformazioni e le dina-


miche di cambiamento si trovano esplicitamente connesse. hjel-
mslev le inserisce nel quadro dello studio tipologico delle lingue, che
rappresenta, ai suoi occhi, la finalità di ogni teoria del linguaggio. la
tipologia, infatti, si pone come scienza dei “possibili linguistici”:
strutture che si trasformano lungo il filo ininterrotto della pratica
linguistica, senza mai abbandonare il gioco di differenziazione ed
uniformità che le costituisce. per questo, dal punto di vista di hjel-
mslev, è d’obbligo legare lo studio tipologico al problema delle re-
gole e della variabilità:

Così la trasformazione linguistica presuppone lo stato linguistico, e,


analogamente, la linguistica genetica presuppone la teoria della strut-
tura linguistica (o grammatica), ossia, in realtà, la linguistica tipologica.
Soltanto quando la struttura di tutti gli stati linguistici particolari sarà
stata descritta a fondo, e quando vi sarà stato introdotto tutto quello
che vi si può introdurre, solo allora si potranno fare a giusto titolo dei
paragoni dal punto di vista linguistico (hjelmslev 1963, 150-151).

Non ci si può fermare, però, a questa pur apparentemente irenica


conclusione, perché, «anche se arriviamo ad una ripartizione nuova,
che dà più importanza allo stato linguistico e ne dà meno alla tra-
sformazione linguistica, resta il fatto che la lingua si trasforma» (hjelmslev
1963, 151). Questo dato fenomenologico ineludibile, e punto di par-

59
tenza dell’osservazione del teorico, deve trovare una spiegazione:
«questa questione controversa e non chiarita si semplificherà note-
volmente se si mantiene la distinzione fra struttura linguistica ed uso
linguistico» (hjelmslev 1963, 151). la distinzione fra struttura ed
uso linguistico è stata spesso fonte di fraintendimenti nella storia
del pensiero linguistico. Noi proviamo a riconsiderarla, nel quadro
dello studio della nozione di “regola” linguistica.
Se il concetto di struttura, e, con esso, quello di sistema, devono
essere pensati in termini dinamici, è perché lo statuto della trasfor-
mazione è più complesso di quanto sembri. Esso non si limita ad in-
dicare delle variazioni contestuali, che sarebbero ininfluenti sulla vita
della lingua. Capire la trasformazione, per hjelmslev, vuol dire pren-
dere atto che un mutamento o variazione linguistica deve “agire” sul
complesso della struttura, anche quando la variazione è di ordine lo-
cale, così come il suo risultato immediato. di questo, come emerso
dalle citazioni precedenti, il linguista danese è consapevole sin dal
1939. Non ogni variazione incide su tutto il sistema: possono darsi
variazioni locali, incidenze minime su alcuni aspetti, oppure solo degli
spostamenti puntuali. l’interessante è che i “risultati” non sono “de-
terminabili” a partire dal computo, dall’esecuzione e dalla ricorsività
delle regole date:

le cause della trasformazione dell’uso, cioè dei cambiamenti di pro-


nuncia (leggi fonetiche nel senso stretto del termine), di significato e
di segni, possono essere multiple: l’uomo è capriccioso ed enigmatico,
e qui si tratta proprio dell’uomo. la sola cosa che possiamo dire prov-
visoriamente con una certa sicurezza è che le trasformazioni fonetiche
che una lingua subisce nel corso del tempo si possono riassumere in
alcune tendenze predominanti che una stessa popolazione può conser-
vare per parecchi secoli. Grammont per esempio ha mostrato in modo
impressionante come simili tendenze a trasformare la pronuncia in
determinate direzioni hanno esercitato una grande influenza sulle lin-
gue indoeuropee orientali a partire dall’antichità più remota fino ai
tempi moderni, impadronendosi continuamente di materiali nuovi che
si offrivano alla trasformazione. Quanto a sapere a che cosa sono do-
vute tali tendenze, questa è un’altra questione; si deve trattare di abi-
tudini di natura psicologica (hjelmslev 1963, 151).

hjelmslev individua alcune costanti di comportamento, per così


dire, della vita linguistica: a) la dipendenza delle lingue dalla com-
plessità simbolica dell’uomo, ossia il legame fra comportamenti so-

60
ciali e comportamenti semantici; b) una evoluzione lenta delle lin-
gue28; c) una dimensione tendenziale e direzionale, o, in altri termini,
una dinamica di selezione per alcune soluzioni piuttosto che altre.
Queste tre costanti di comportamento pongono alcune domande:
come accade questo mistero strano del costante variare, del continuo
trasformarsi, rispetto ad un fenomeno di invarianza quale l’organiz-
zarsi delle lingue in complessi virtuali e potenziali? Come, in altre pa-
role, le lingue contengono in sé i principi di questa alterazione e di
questa continuità d’organizzazione? Quali sono le regole e le cause di
questo fenomeno? dove bisogna cercarle? le questioni qui poste
sono da considerare intimamente legate; così, almeno, per hjelmslev:

le cause delle trasformazioni della struttura non possono risiedere nelle


tendenze della comunità linguistica. Infatti la struttura è appunto defi-
nita come qualche cosa che ne è indipendente. Noi supponiamo che la
struttura segua le proprie leggi, e che una trasformazione strutturale
non sia dovuta alle tendenze proprie della comunità linguistica, ma a
certe disposizioni del sistema in via di trasformazione29: una lingua con una
struttura determinata si deve concepire come suscettibile di spostarsi in certe
direzioni e non in altre. Qui è la tipologia linguistica, nella misura in cui
essa prescrive quali categorie si attirano e si rinforzano a vicenda, quali si
evitano o si respingono, deve fornire la risposta alla domanda riguardante
le cause della trasformazione linguistica (hjelmslev 1963, 152).

per fornire una buona teoria delle regole di formazione e tra-


sformazione delle unità, è necessario definire in modo rigoroso la
struttura linguistica. Questa, per hjelmslev, va identificata come un
“sistema di disposizioni in via di trasformazione”. una tale formu-
lazione, che è reperibile in molti luoghi del corpus hjelmsleviano,
mostra come per il linguista danese una prospettiva “dinamica” sia
da reputare “in re” e non puramente di metodo. le lingue sono “di-
sposizioni” di elementi, che vanno in una “direzione” piuttosto che
in un’altra. la nozione di regola, da analogo dell’algoritmo – così
come viene pensata nella proposta chomskiana –, diventa lo stru-

28
Nel 1935, hjelmslev aveva già individuato nel carattere “conservatore”
delle lingue e delle comunità, il motore “a rilento” dell’evoluzione linguistica,
sottolineando, però, la compresenza di “stati critici” ed “imprevedibili esplo-
sioni” all’origine dei cambiamenti.
29
Corsivo nostro.

61
mento di questa struttura in movimento costante, intesa come una
“potenza d’espressione”.

2.3. lA SIllAbA IN QuANtO uNItà:


CONtINuItà, bIFOrCAZIONI, ImprEvEdIbIlItà

Quanto scritto finora implica alcune considerazioni. In primo luogo,


hjelmslev sembra stia ponendo in essere, fra struttura ed uso, una
scissione più che una semplice distinzione. In seconda battuta, sem-
bra che solo nella prima vadano cercate le cause della trasformazione
linguistica. Questo comporterebbe una stridente incoerenza con
quanto sinora affermato. Sarà compito di un altro capitolo mostrare
che le cose non stanno esattamente così: le nozioni di “uso” e di
“comunità di parlanti” sono nascostamente presenti nel modello
della stratificazione, quali perni del “dinamismo intrinseco” dei si-
stemi linguistici. Appunto: la questione delle regole attiene a questo
“dinamismo intrinseco” di quei “sistemi di disposizioni” che sono
le lingue. Ed è a questo livello che hjelmslev ha esplicitamente mi-
rato nel corso della sua ricerca. In un altro capitolo di Sprøget, il cui
titolo è «Struttura e uso della lingua», hjelmslev si concentra sulle
stesse questioni da un’altra angolatura.
Egli intende mettere a fuoco la questione della “formazione delle
entità” e della loro “identità”. Il punto di partenza, rispetto all’ideo-
logia strutturalista dominante, è sorprendente: per definire la lingua,
dice hjelmslev, non si deve partire dalla nozione di “segno”. bisogna
diffidare del segno: è un costrutto incidentale, contingente, e sul cui
statuto non si è mai d’accordo, Se, ad esempio, con segno ci rife-
riamo a qualsiasi combinazione di elementi del piano dell’espres-
sione e del piano del contenuto, allora è inevitabile abbandonare
l’equivalenza – per hjelmslev del tutto infondata – tra segno e parola
o lessema30. In questo modo, potremmo anche pensare alla lingua
come ad un sistema di segni, ma dovremmo seriamente rimettere
in discussione lo statuto delle unità linguistiche. Se, invece, con segno

30
Questa errata equivalenza, per hjelmslev, non è stata formulata da Saus-
sure, ma da alcune letture del Cours, ad opera di linguisti successivi al maestro
di Ginevra.

62
intendiamo riferirci alle unità lessicali quali unità minime dotate di
senso31, allora le lingue non sono sistemi di segni. Come non è diffi-
cile costatare – e in relazione a quanto hjelmslev dice altrove – la
nozione di segno è da abbondare nel momento in cui si vuole iden-
tificare cosa fa di una lingua una lingua.
torniamo al tema principale del testo hjelmsleviano, vale a dire
le regole di formazione. hjelmslev pensa che lo studio delle regole
di formazione renda esplicito il fallimento della definizione di lingua
come sistema di segni, e consenta di sposare una visione della lingua
come sistema di disposizioni. per realizzare questo sposalizio, con-
tinua il linguista danese, bisogna cercare il luogo privilegiato per la
costituzione della lingua: questo luogo è il “polo fonologico” del
parlare umano. È qui che appare chiara la “distinzione” fra struttura
ed uso. per hjelmslev, è necessario definire la struttura linguistica a
partire dalle “regole di formazione” che la organizzano; regole –
come dice in modo esplicito – che hanno lo statuto di “vincoli”:

A prima vista una lingua appare, abbiamo detto, come un sistema di


segni. Ora comprendiamo invece che in realtà una lingua è, in primo
luogo, tutt’altro: è un sistema di elementi destinati ad occupare certe
determinate posizioni nella catena, ad entrare in certe determinate relazioni,
ad esclusione di altre. Questi elementi si possono utilizzare per com-
porre dei segni, secondo le regole che li governano. Il numero degli
elementi e le possibilità di legame di ogni elemento sono fissate una
volta per tutte nella struttura della lingua. l’uso della lingua decide quali di
queste possibilità saranno sfruttate (hjelmslev 1963, 41-42)32.

Occorre comprendere le due espressioni che hjelmslev usa: “de-


terminate posizioni” e “determinate relazioni”. Il concetto di “posi-
zione” è centrale nello strutturalismo, così come deleuze aveva già

31
Occorre intendersi su cosa hjelmslev intenda con unità minime del lin-
guaggio. la letteratura strutturalista, sia filosofica sia linguistica – in ambito
fonologico e semantico – ha costruito un paradigma componenziale e seg-
mentalista su cui non è nostra intenzione tornare. hjelmslev ne è considerato
uno dei padri fondatori. Sia a livello fonologico sia a livello semantico, però,
hjelmslev ha sempre combattuto le impostazioni binariste di Jakobson e l’ana-
lisi componenziale. per una riflessione sulla semantica non-componenziale di
hjelmslev, cfr. prampolini 1997; picciarelli 1999.
32
tutti i corsivi sono nostri.

63
fatto notare33. Non solo differenze ed opposizioni definiscono una
struttura; il criterio posizionale o topologico, è quello che in prima
istanza distingue un approccio strutturale ai fenomeni di senso ri-
spetto ad altri. hjelmslev lo ha sostenuto con particolare nettezza; il
passaggio appena citato ce ne ha fornito una prova.
Gli elementi, egli afferma, sono tali in quanto “destinati” a occu-
pare “determinate” posizioni. la nozione di posizione è quanto mai
importante: essa costituisce un reticolo – che abbraccia e modula la
sua estensione dimensionale – definito da alcuni criteri, che regolano
le relazioni fra gli elementi: la vicinanza, la contiguità, la co-presenza,
la dipendenza direzionale etc. Queste relazioni svolgono il ruolo di
“agenti di determinazione” dell’oggetto. perché si ottemperi a tale
condizione, è necessario, per il linguista danese, chiarire lo statuto
delle regole che sottostanno a questa topologia relazionale. la strut-
tura della lingua ne dipende in un modo essenziale.
Allora, in «Struttura e uso della lingua» hjelmslev individua un
insieme limitato ma paradigmatico di regole linguistiche: le regole
di formazione delle sillabe. l’importanza di questo ridottissimo in-
sieme di regole è incalcolabile. Nonostante l’esiguo numero di ele-
menti che lo compongono, infatti, il linguista di Copenaghen pensa
allo studio della struttura sillabica come ad uno degli elementi im-
prescindibili per comprendere la formazione dei segni linguistici di
fattura più estesa:

Il fatto ora osservato, cioè che esistono certe restrizioni nella forma-
zione dei segni, è stato acquisito soltanto attraverso una osservazione
linguistica del tutto esteriore. Siamo partiti dalla lingua quale essa appare
a prima vista, cioè come un sistema di segni. Se vogliamo approfondire
la questione e ci chiediamo a che cosa siano dovute le restrizioni nella
formazione dei segni, quale sia la caratteristica strutturale della lingua
che limita la composizione di un segno, troveremo la spiegazione nel-
l’esistenza di regole che determinano la struttura della sillaba (hjel-
mslev1963, 38).

la sillaba costituisce la condizione di possibilità strutturale del-


l’esistenza dei segni linguistici:

33
deleuze 1969.

64
Ecco le ragioni per cui non si può avere un segno inglese mdt o mgt o
mkt: I. in inglese non si può avere una sillaba mdt, mgt o mkt; se ciò
fosse possibile, mdt mgt mkt potrebbero benissimo essere segni inglesi,
andrebbero bene quanto pit put e pot, o bip e mit, i quali ultimi appar-
tengono all’inglese come possibilità di segni, non sfruttate ma pur sem-
pre possibili, proprio perché sono stati formati secondo le regole
inglesi per la formazione delle sillabe; 2. in inglese non si possono
avere sillabe che terminano con -mdt, -mgt o -mkt; se ciò fosse possibile,
mdt mgt mkt sarebbero segni validi tanto quanto -s o -t (burnt) o -th
(tenth), che non formano sillaba a sé, ma sono segni utilizzabili in in-
glese poiché le sillabe inglesi possono terminare in -s, -rnt, -rnth (hjel-
mslev 1963, 38-39).

hjelmslev prosegue il suo ragionamento, considerandolo valido


anche per le sillabe ad inizio di parola o a cavallo in un qualunque
gruppo morfologico. la conclusione di questa riflessione, ai fini
della nostra argomentazione, è molto istruttiva:

Constatiamo quindi che i segni possibili dipendono dalle sillabe possi-


bili; la struttura del linguaggio non ha regole particolari per la costitu-
zione del segno: esso può essere una sillaba (pit), un elemento di sillaba
(-s), una serie di sillabe (come i segni introdotti sopra: paradigma e categoria
si compongono di 4 e 5 sillabe rispettivamente). Nella struttura della
lingua esistono regole particolari per le sillabe: i segni si conformano
alle regole solo di riflesso, poiché nessun segno può essere costituito
in violazione delle regole relative alle sillabe (hjelmslev 1963, 39).

ma cosa intende hjelmslev per sillaba? A questo elemento centrale


nello studio del linguaggio, hjelmslev non ha dedicato solo queste
pur illuminanti pagine di Sprøget, ma una serie di articoli composti
nella seconda metà degli anni trenta. Ora, qui siamo interessati al
problema della regola della sola formazione sillabica. per accedervi,
hjelmslev definisce la sillaba come un’entità che non è un segno; o
meglio, un’entità che può per caso coincidere con questo, pur non
essendo mai la stessa cosa. Anche se la sillaba /ma/, ad esempio,
coincide dal punto di vista fonologico con il segno /ma/, le due en-
tità non costituiscono la medesima entità. Come dice hjelmslev, ri-
spetto al segno, la sillaba è altra cosa: è una «unità prodotta dalla
relazione di certi elementi» (hjelmslev 1963, 40). la struttura della
sillaba è definita come ciò che dipende dall’insieme di relazioni che
gli elementi possono contrarre. Questo, prosegue il nostro, perché

65
«per ogni elemento o per ogni categoria di elementi si applicano re-
gole particolari» (hjelmslev 1963, 40). Ad esempio, le categorie delle
vocali e delle consonanti si differenziano per una proprietà costitutiva
e fondamentale: mentre le prime hanno la capacità di costituire “da
sole” una sillaba, le consonanti non godono di questa proprietà. Inol-
tre, scrive hjelmslev, consonanti e vocali si caratterizzano per la «pos-
sibilità di combinarsi fra loro all’interno di una stessa sillaba, o di
formare insieme una sillaba». l’importante, è non dimenticare che
«le combinazioni fra vocali o fra consonanti in una stessa sillaba sono
sottoposte a certe restrizioni; un elemento non si può combinare con
qualsiasi altro elemento della sua categoria. Qualche volta, per esem-
pio per le consonanti, le regole prescrivono perfino l’ordine delle
combinazioni: così una sillaba italiana può cominciare per tr- ma non
per rt-» (hjelmslev 1963, 40). per quest’ordine di ragioni, a conclu-
sione del suo ragionamento, hjelmslev scrive:

Ciascun elemento della lingua rientra dunque in una determinata ca-


tegoria, definita da certe determinate possibilità di combinazione, e
dall’esclusione di certe altre. Queste categorie, con le loro definizioni,
costituiscono il sistema di elementi della lingua, ovvero ciò che chia-
meremo la struttura della lingua. la struttura determina quali sillabe – e
di conseguenza quali segni – sono possibili o impossibili (hjelmslev
1964, 40).

la riflessione di hjelmslev sulle regole linguistiche trova qui una


chiave di volta, fornita dall’analisi della struttura fonologica. la strut-
tura della lingua, dice hjelmslev, «determina quali sillabe – e di con-
seguenza quali segni – sono possibili o impossibili»: ci accorgiamo
qui della distanza fra l’approccio chomskiano e quello hjelmsleviano.
Il modello chomskiano, con l’analogia tra regola e algoritmo, pensa
da una parte a una lingua potenzialmente infinita, ma non gestibile
da utenti umani finiti; dall’altra a una lingua prodotta da umani, ma
in fin dei conti “imperfetta” in quanto composta di frasi non gram-
maticalmente corrette. Il punto di partenza di Chomsky è che la re-
gola sancisce un percorso lineare di un dato di partenza che ricorre
un numero n di volte.
Ecco: è il “dato di partenza” che nel modello hjelmsleviano è
estremamente differente da quello di Chomsky:

Non sempre tutte le possibilità di sillabe deducibili dalla struttura della

66
lingua sono realmente sfruttate. la struttura della lingua francese per-
mette di formare sillabe che cominciano con str-. ma noi notiamo che,
mentre le possibilità di sillabe stra-, stri- (stratifier, strier) sono realmente
sfruttate in parole francesi, ciò non è vero per strou-. Così in danese
possiamo avere sillabe che cominciano con skv-; troviamo skvulp e
skvat, ma non per esempio skvilp o skvot (hjelmslev 1963, 40-41).

da ciò, secondo hjelmslev, ne segue che «non è possibile stabi-


lire regole di nessun genere per determinare le possibilità di sfruttamento
di una struttura complicata: è un puro caso che sia stata scelta una
possibilità piuttosto che un’altra» (hjelmslev 1963, 41). Il linguista
danese, dal nostro punto di vista, mira a mostrare che la struttura
della lingua contiene al proprio interno delle regole di formazione
delle entità che hanno uno statuto non deterministico. A partire da
queste regole, quelle che hjelmslev chiama le «possibilità di sfrutta-
mento», posseggono un grado di libertà, di relativa autonomia e,
soprattutto, di imprevedibilità, che solo delle regole non determini-
stiche possono garantire.
Insomma, in quello che per il nostro linguista è il livello principale
della morfogenesi linguistica, ossia il livello fonologico, constatiamo
quanto segue: dato «uno stadio n di costruzione di una sillaba non è
univocamente determinato né se, né come, verrà formato l’eventuale
livello superiore di formazione n+1» (laspia 2000, 201). Addirittura,
si può avanzare l’ipotesi che non si è in grado di sapere, dato un livello
n di costruzione, se questo stesso livello sarà dotato di un’omogeneità
e di una completezza o meno. Se, come dice hjelmslev, il dato di
partenza è costituito dall’interazione tra la complessità delle “dispo-
sizioni” del livello fonologico e le sue “tendenze” o “possibilità di
sfruttamento”, non si può parlare di un’omogeneità all’interno delle
differenti categorie e delle relazioni tra disposizioni e tendenze. Que-
sto comporterebbe una rappresentazione del sistema – e delle sue
realizzazioni collettive, ossia gli usi – inteso come un dispositivo
“completo” e potenzialmente infinito. Su questo punto il dissenso
tra la linea chomskiana e quella hjelmsleviana è sorprendente. laspia
individua ed elenca tutte le differenze:

Non solo l’insieme degli enunciati possibili, ma già l’insieme delle sillabe
possibili realizzate in atto in una lingua sono insiemi: 1. finiti, nel senso
che le unità che compongono tali insiemi sono finite; 2. limitati, cioè
generati da un insieme finito di applicazione di regole finite. E tuttavia,

67
simili insiemi possono essere, in una particolare accezione, detti infiniti.
tali insiemi sono infatti infiniti nel senso di non-finiti: sono cioè, siste-
maticamente incompleti (rispetto alle regole di formazione delle unità
ammesse dalla struttura della lingua) e realizzati in maniera indetermi-
nabile a priori. data una base, e date le regole di formazione delle unità
successive, non si sa, e non si può sapere, quali delle unità previste sa-
ranno effettivamente realizzate. Nell’applicazione delle regole linguisti-
che, sono pertanto inclusi dei punti di instabilità o biforcazione: punti,
cioè, in cui il comportamento del sistema è imprevedibile, perché può
scegliere fra diverse alternative. la realizzazione di una di queste, e non
di un’altra, dipende da ciò che precede, e influenza irreversibilmente
ciò che segue: il sistema è, con ciò, divenuto intrinsecamente dinamico
(laspia 2000, 201-202).

la relazione fra struttura ed uso, dunque, va concepita come una


relazione sistemica, in cui i due termini sono correlati, complementari,
con funzioni differenti. Questa relazione, come ha colto laspia, ha
intrinsecamente uno statuto dinamico. È quanto emerge dalle parole
dello stesso hjelmslev, se adeguatamente considerate:

per i segni si ha qualche cosa di analogo. dato che un segno, come


ogni altro segmento della catena della lingua, è obbligato a seguire le
regole strutturali della formazione delle sillabe, ne segue che certe for-
mazioni di segni sono escluse; ma ne segue pure che altre formazioni
di segni sono permesse. di conseguenza le sopraddette possibilità di
sillabe sono anche possibilità di segni. tuttavia non si conoscono segni
inglesi bip, mut, nar: sono possibilità di segni non sfruttate; ed è un puro
caso che proprio queste non siano sfruttate, mentre altre lo sono. E
per di più siamo liberi di sfruttarle quando vogliamo. potremmo in-
trodurre domani una parola inglese che abbia un significato, che si dica
bip o mut o nar. Ciò è permesso perché tali combinazioni sono sillabe
possibili, il che significa che i loro elementi sono destinati, secondo la
struttura della lingua, a poter occupare, fra le altre, le posizioni che
hanno in questi raggruppamenti (hjelmslev 1963, 41).

le parole seguono il medesimo itinerario delle sillabe. Il linguag-


gio naturale può essere trattato come un sistema dotato di una “au-
tosimilarità regolata”: ogni livello è vincolato ai medesimi criteri e
processi morfogenetici, che reperiamo a livelli “più bassi” dell’or-
ganizzazione. C’è un “determinismo locale” delle regole di forma-
zione da cui è impossibile uscire, se si vuole restare nel dominio del
linguistico: quando hjelmslev dice che «la struttura è un sistema

68
chiuso di elementi», occorre intendere che siamo di fronte ad una
“soglia” strutturale d’organizzazione minima al di qua della quale
non ci troviamo nell’universo del linguistico. perché possiamo dirci
dentro il linguistico, occorre essere nel mondo delle regole di for-
mazione strutturale delle sillabe; queste sono unità dinamiche alta-
mente complesse, risultanti da interazioni costanti di “possibilità di
disposizioni” e “sfruttamenti collettivi”.
Nello stesso tempo, il modello contempla, come propria dimen-
sione interna, il carico di storicità, di dinamicità, di rischio e di poten-
zialità, che altrimenti sarebbero lasciati fuori. In hjelmslev, l’intreccio
di struttura e storia, di stabilità strutturale e cambiamento imprevedi-
bile, risuonano come un unico ritmo interno a quello che chiamiamo
linguaggio. perché? le risposte sono molte: si tratta di un reticolo di
elementi e di processi interagenti che compongono la macchina-lin-
guaggio. possiamo, però, a questo punto, cominciare a tirar le fila del
nostro discorso.
Con le regole di formazione sillabica, hjelmslev cerca di dare
risposta ad alcuni tormenti dello strutturalismo. la struttura è un
criterio per spiegare la diversificazione e contemporaneamente la
somiglianza fra le lingue. Questo oggetto paradossale che la struttura
prende di mira è il “possibile” linguistico. Ogni elemento linguistico
segue delle regole di formazione localmente determinanti e vinco-
lanti, ma evolve continuamente perché le lingue variano. Questa
evoluzione è garantita, perché lo sfruttamento delle possibilità nasce
dall’intreccio di un sistema costitutivamente incompleto, con usi col-
lettivi che rendono elastiche ed imprevedibili le direzioni del senso.
le lingue, allora, sono il bacino morfo-simbolico di questa tensione
tra stabilità ed evoluzione. hjelmslev ne è consapevole:

Il rapporto fra gli elementi e i segni, di cui abbiamo parlato ora, è il


vero segreto di tutto il meccanismo meravigliosamente pratico34 della lin-
gua, si sarebbe perfino tentati di dire: il segreto geniale della costru-
zione della lingua. Infatti, poiché le regole e gli elementi sono pochi e
presto imparati, si ha sempre la possibilità di formare segni nuovi, sem-
plicemente raggruppando in maniera nuova, ma sempre secondo re-
gole ben note, elementi che a loro volta sono ben conosciuti. dati una
volta per tutte una manciata di elementi insieme con le regole corri-

34
Corsivo nostro.

69
spondenti, possiamo avere tante possibilità di combinazione, e quindi
tanti segni, quanti ne possiamo desiderare. Il sistema degli elementi è
chiuso, il sistema dei segni è produttivo. Gli elementi costituiscono
una serie chiusa, i segni una serie aperta. Il numero degli elementi è
costante entro una stessa lingua, il numero dei segni può essere au-
mentato secondo le necessità (…) della società o dell’individuo (…) e
inversamente può essere ridotto (…). Ogni lingua, oltre ai segni effet-
tivamente adoperati, possiede una riserva praticamente inesauribile di
possibilità non sfruttate (hjelmslev 1963, 44-45).

la nozione di stratificazione ritorna. Essa ci fa capire come questa


“incompletezza costitutiva” si adoperi senza interruzione nel lavorio
del linguaggio su se stesso, attraverso le lingue come strumento della
propria attualizzazione. Non solo. da una parte l’ontologia stratificata
di oggetti mentali come le parole, dall’altro la stratificazione semiotica
della prassi cognitiva che il linguaggio innesca, consentono di fare
intrecciare stabilità e instabilità, linearità e non-linearità, strutture e
storie, variazioni locali e trasformazioni globali in un modello con-
vergente dove il tempo ed il ritmo svolgono il ruolo di indici della
vita semiologica.
Nell’individuare questo intreccio relazionale tra strutture ed usi,
hjelmslev pone sia lo studio dello statuto delle espressioni verbali, sia
la fondazione della tipologia come osservazione e comprensione del
linguaggio attraverso le posizioni molteplici che le lingue assumono.
In questa ottica, sembra convincente l’analogia, che laspia propone,
fra sistemi linguistici e sistemi dinamici, soprattutto in ambito chi-
mico-biologico. Ci limitiamo ad osservare che, tra i sistemi dinamici
che la natura offre, le strutture dissipative studiate da prigogine e Sten-
gers offrono un istruttivo esempio per mostrare quanto vogliamo so-
stenere. Gli elementi, o meglio i processi che definiscono questi ultimi,
sono essenzialmente due: i loop (anelli) di retroazione e i punti di bifor-
cazione. I primi, agendo sulle cause che li determinano, generano i se-
condi, che possono essere considerati come dei punti di instabilità in
cui il sistema, sulla base della propria storia, è costretto a scegliere tra
differenti alternative. Nel momento della scelta, però, esso non è ca-
pace di predire o di individuare quali strade seguirà. la consonanza
con le affermazioni hjelmsleviane, osserva laspia, è interessante:

Se esteso ai sistemi linguistici, il comportamento delle strutture dissi-


pative ci permette di descrivere le lingue come sistemi infiniti (nel
senso di non-finiti) e di inserire il tempo all’interno delle regole lin-

70
guistiche e dell’intero sistema “lingua” (…). Come un sistema vivente
non è fatto di soli punti di biforcazione, ma lega al suo interno stabilità
e instabilità, così i punti di biforcazione all’interno delle regole lingui-
stiche si presenteranno verosimilmente solo a un certo livello di com-
plessità degli schemi. Non è un caso che gli esempi hjelmsleviani di
incompletezza negli schemi di formazione delle sillabe presentano tutti
un grado elevato di complessità (laspia 2000, 203).

È necessario comprendere il rapporto fra stabilità e instabilità:


solo così, ci si può aprire alla descrizione del linguaggio nei termini
di un sistema complesso e dinamico. l’analisi della sillaba ha mo-
strato che hjelmslev pensa alle forme linguistiche come organizza-
zioni non-lineari, scandite da una pluralità di dimensioni e di tempi,
vincolati alle pratiche sociali della significazione.

2.4. dAllA lINEArItà dEl SIGNIFICANtE


AllA SINCrONIZZAZIONE ENuNCIAtIvA

una conferma a quanto sinora detto proviene da una comunica-


zione pronunciata da hjelmslev nel 1939, al v Congresso Interna-
zionale di linguistica. Il bersaglio critico del linguista era il “carattere
lineare del significante”, principio cardine del ClG di Saussure.
l’esame di questa comunicazione, a nostro avviso, è premessa ne-
cessaria per la comprensione della stratificazione enunciativa che il
linguaggio realizza attraverso i suoi vari livelli d’organizzazione. pur-
troppo, del testo rimane solo un frammento35; possiamo, come fatto
finora, utilizzare le riflessioni hejlmsleviane quali bussole per intra-
prendere un discorso teorico autonomo.
Allora, uno dei problemi centrali con cui il linguista danese si mi-
sura è rappresentato da quella pagina molto conosciuta del ClG, in
cui Saussure cerca di separare il tempo dal sistema della lingua, dando
luogo alla ricostruzione di uno stato del sistema, chiamato sincronia,
in opposizione alla diacronia, che è invece lo studio dell’evoluzione
di uno stato. Come ha scritto Zinna: «dans l’idée de distinguer deux
approches du même objet, de considérer autrement une structure

35
Questa comunicazione è stata pubblicata grazie al lavoro di Alessandro
Zinna. Cfr. Zinna 1995.

71
dans le temps, il y a toute la richesse et toutes les limites du structu-
ralisme. Ces limites amènent à réduire la nature dynamique du langage
à un objet statique, ils amènent à résoudre les phénomènes continus en
phénomènes discontinus. définir la langue ou définir un système sé-
miologique, c’est alors étudier une de ces organisations en l’isolant
dans un état de son développement, autrement dit, en l’isolant de
ce singulier convergence de structures qu’est le temps» (Zinna 1995,
244-245).
È importante richiamare, seppur frettolosamente, le ragioni per
cui Saussure ha posto la divisione tra sincronia e diacronia. Saussure,
nel ClG, cerca di conservare un approccio dinamico allo studio della
lingua; perciò, nella prima parte che dedica a sincronia e diacronia,
afferma che esse si trovano in relazione di opposizione, ma anche di
incrocio. Con diacronico ci si riferisce a ciò che cambia con il tempo:
l’evoluzione delle lingue. la linguistica diacronica può essere, per-
tanto, di due tipi: prospettica o retrospettiva. la linguistica prospettica
avrebbe il compito di rendere conto di ogni minima variazione che
le lingue subiscono nel corso del tempo. Saussure, però, ricorrendo
al noto esempio delle fotografie, sembra sconfessare questo propo-
sito: «en effet pour pouvoir fixer l’histoire d’une langue dans tous les
détails en suivant le cours du temps, il faudrait posséder une infinité
de photographies de la langue, prises de moment en moment. Or
cette condition n’est jamais remplie» (Saussure 1922, 292-293).
la linguistica diacronica prospettica, volta a rendere conto del
cambiamento, muore sin da subito. per questa ragione, continua
Saussure, l’unico procedimento adeguato consiste nel risalire il corso
del tempo attraverso la retrospezione. Nonostante le difficoltà, Saus-
sure tocca in maniera esplicita il problema della trasformazione e del
tempo nel quale ogni trasformazione ha luogo. Così, come scrive an-
cora una volta Zinna, «la transformation, bien qu’elle présuppose le
temps, n’est pas le temps (…). En effet il y a deux possibilités de
saisir la transformation; la première privilégie le temps; bien que nous
n’apercevions pas la transformation, dans chaque instant la langue
est en train de changer. la condition idéale, comme le voudrait Saus-
sure, consisterait dans une quantité de photographies, prises chaque
instant, pour témoigner de toutes les étapes du changement: cela
équivaudrait à saisir le devenir de la transformation et à découvrir sa
dynamique» (Zinna 1995, 247).
Ora, anche se mettiamo da parte il fatto che l’istante può diventare

72
l’unità di misura del cambiamento linguistico con difficoltà, rimane
il problema, in questa prospettiva, di che cosa occorre fotografare: «pui-
sque la langue est définie comme une entité sociale, il ne suffit pas
qu’un sujet parlant change une prononciation, un usage sémantique
ou une norme grammaticale pour pouvoir dire que la langue a changé
d’état ou de système. Étant donné qu’avec Saussure la linguistique
se limite à décrire les changements introduits par les sujets parlants,
il faut que la communauté langagière ait accueilli ces nouvelles con-
ditions, et les ait assumées dans l’usage» (Zinna 1995, 247). Così, nel
momento in cui constata un cambiamento di stato, la linguistica re-
trospettiva riconosce uno stato B rispetto ad uno stato A. la trasfor-
mazione in atto, però, non è afferrabile nel proprio momento d’unità:
alla linguistica si impone una constatazione a posteriori, una volta
che la tendenza linguistica è confermata o meno dall’uso. Non è cer-
tamente il flusso del tempo che impone al linguista (e ai parlanti) l’esi-
stenza della diacronia, ma piuttosto il riconoscimento a posteriori di
una trasformazione sociale. Questa breve incursione in una porzione
limitatissima del ClG aveva lo scopo di spingerci in questo terreno
di riflessione e di farci comprendere le ragioni per cui Saussure si
concentrò sulla divisione tra sincronia e diacronia.
Nel tentativo di cogliere le lingue come organismi in costante
divenire, come mutevoli forme dinamiche, la diacronia si risolve
nel confronto/conflitto di almeno due stati di lingua in cui si rico-
nosce all’opera, secondo Saussure, uno dei principi fondamentali
che governa la vita semiologica: la relazione di alterazione reciproca
e di conseguenza diretta. Il punto fondamentale da cui si origina
l’impresa strutturale, nasce in questa contraddizione: cogliere la na-
tura “continua” dei fenomeni linguistici, per la cui spiegazione del
“divenire” si elaborano strumenti “discontinui”. O, peggio, si con-
cepiscono come discontinui quei fenomeni stessi. una medesima
inquietudine compare in molti scritti di hjelmslev, ed in particolar
modo in questa comunicazione. Afferrare il divenire di una lingua
è impresa impossibile, perché si ha a che fare con trasformazioni
di lunga durata ed a carattere collettivo, che però possono cogliersi
nell’uso, definito come «l’insieme delle abitudini linguistiche effet-
tivamente adottate e prodotte in una comunità». Secondo hjel-
mslev, contraddizioni del genere hanno animato i limiti e la forza
dell’ipotesi strutturale. Ne è un esempio il “carattere lineare” del
significante. per risolvere questa contraddizione, esso ha cercato di

73
“ridurre” la continuità del fenomeno ad una linearità, che ha gene-
rato non pochi problemi a Saussure, e allo strutturalismo a lui suc-
cessivo.
Ora, hjelmslev si concentra sull’esecuzione del sistema nell’atto
individuale di parole. In quanto manifestazione, la produzione se-
miotica «individuale» si svolge nel tempo. ma – ci chiediamo – di
quale “tempo” stiamo parlando? un tempo fenomenologico? Il
tempo lineare della parole, che Saussure chiama il carattere lineare
del significante? dalla risposta a queste domande sul “tempo” delle
manifestazioni concrete, scaturirà la necessità di una tipologia della
stratificazione delle forme linguistiche.
Esaminiamo il testo hjelmsleviano. Come spesso accade nei suoi
scritti, hjelmslev cerca di risolvere quelle che secondo lui sono le
numerose ambiguità del testo saussuriano. Infatti, da un lato hjel-
mslev mette in rilievo l’importanza teorica e storica delle proposte
saussuriane – e in questo caso della nozione di linearità del signifi-
cante; dall’altro lato ne sottolinea difficoltà e ambiguità. Così è anche
in questo caso: «il est bien connu que le Cours de linguistique générale
de F. de Saussure (…) enseigne le principe du caractère linéaire du si-
gnifiant. Ce principe implique (…) deux caractères du signifiant: 1°
il représente une étendue, et 2° cette ètendue est mesurable: (…)
c’est une ligne» (hjelmslev 1939e, 249).
hjelmslev ricostruisce le due premesse del discorso saussuriano
sul significante: esso è concepito come una estensione, misurabile
con un solo criterio, quello della linearità. benché Saussure non
abbia esitato a ritenere questo principio indiscutibile ed evidente,
hjelmslev intende metterne in discussione queste due proprietà; no-
nostante l’importanza teorica e storica che il carattere lineare del si-
gnificante ha comportato:

Importance théorique, car dans la pensée de F. de Saussure le principe


ne se présente pas à l’état isolé, mais constitue une partie organique
d’une théorie d’ensemble où tout se tient et où les principes sont cor-
rélativement motivés l’un par l’autre. dans la théorie de Saussure,
comme dans le système linguistique même qui en fait l’objet, on ne
saurait comprendre le particulier sans avoir compris d’abord la totalité.
En effet, le principe du caractère linéaire du signifiant occupe une place
définie et joue un rôle préscrit dans la théorie du signe. On ne pourrait
séparer ce principe ni de cet autre, non moins important, de l’arbitraire
du signe, ni de la définition générale du signe dont les deux principes

74
se présentent comme des conséquences, et selon laquelle le signe est
l’entité constituée par le signifié et le signifiant (hjelmslev 1939e, 250)36.

hjelmslev dà l’impressione, in questo frammento, di mantenere


un rapporto ambiguo con Saussure e con il suo principio. definito
come «radicato profondamente nella nostra concezione immediata
e irriflessa del linguaggio», il principio di linearità, che avrebbe por-
tato, secondo Saussure, a «conseguenze incalcolabili» per la teoria
linguistica, sembra a hjelmslev più complesso di come la tradizione
saussuriana lo ha tramandato. È solo a condizione di questa rivisi-
tazione che è possibile per il danese ricostruirne le difficoltà, le in-
genuità e, infine, misurarne la portata.
hjelmslev osserva che nel ClG la linearità è attribuita ora alla
langue ora alla parole, in una oscillazione che non è di poco conto: «le
principe du caractère linéaire du signifiant se croise d’une façon né-
cessaire et fatale avec la distinction (…), entre l’axe syntagmatique
et l’axe paradigmatique» (hjelmslev 1939e, 251). A prima vista, dice
hjelmslev, la linearità sembra ridursi al dominio del sintagmatico:

C’est en effet sur l’axe syntagmatique, et là seulement, que le principe


trouve son application et sa raison d’être. l’axe syntagmatique présente
par définition, et par opposition à l’axe paradigmatique, un enchaîne-
ment des unités: selon le Cours les combinaisons syntagmatiques ou
syntagmes ont pour support l’étendue et se composent d’unités con-
secutives. “placé dans un syntagme, un terme n’acquiert sa valeur que
parce qu’il est opposé à ce qui précède ou ce qui suit ou à tous les deux”.
les éléments “se rangent les uns à la suite des autres sur la chaîne de la
parole”. dans la syntagmatique la notion de consécution et celle de
chaîne semblent s’imposer inévitablement (hjelmslev 1939e, 251).

Anzi, prosegue hjelmslev, sembra proprio che il livello della sin-


tagmatica si identifichi con la linearità:

On est amené à définir l’axe syntagmatique par le principe même du ca-

36
Inoltre: «importance historique, car, précisément, à cause de ce caractère
totalisateur et nullement organisé qu’elle présente, la théorie de F. de Saussure
constitue à présent le point de départ de toute reflexion dans ce domaine.
tout ce qui est dans le Cours de linguistique générale fait partie de notre héritage
et s’impose inévitablement à nous» (hjelmslev 1939e, 250).

75
ractère linéaire du signifiant. pour illustrer le “mécanisme de la langue”,
constitué par le jeu combiné du syntagmatique et du paradigmatique, le
Cours de linguistique générale cite l’exemple d’une chaîne imaginaire anma,
où “le son est en opposition associative avec tous ceux que l’esprit peut
suggérer” (…) de plus, le Cours indique expressis verbis que la mécanique
de la langue dépend du caractère linéaire du signifiant. On est amené à
conclure que – pour ce qui est du signifiant au moins – syntagmatique et
linéaire est la même chose37, et à définir, en s’en tenant à l’exemple phono-
logique donné par le Cours même, l’axe syntagmatique comme l’axe des succes-
sivités et l’axe paradigmatique comme l’axe des simultanéités. C’est une des
conséquences qu’on a tirées de notre principe (hjelmslev 1939e, 252).

Questa riduzione del lineare al sintagmatico trova immediata-


mente delle difficoltà. Innanzitutto, c’è una sintagmatica dell’espres-
sione ed una del contenuto; ciò solleva un problema non da poco.
O, da un lato, la linearità non è un principio che riguarda solo il si-
gnificante, contravvenendo alla formulazione esplicita di Saussure;
linearità e asse sintagmatico non coincidono del tutto. delle due
l’una. ma non è la sola difficoltà che il principio della linearità in-
contra, nel momento in cui viene ridotta al sintagmatico come, se-
condo hjelmslev, Saussure sembra fare. C’è un’altra difficoltà ben
più rilevante:

l’axiome du caractère linéaire du signifiant se heurte à une difficulté:


si voyelles et consonnes paraissent se suivre l’une l’autre dans la seule
dimension de la chaîne, et si les accents se suivent l’un l’autre de la
même façon, et encore si les modulations constituent entre elles une
chaîne selon le même principe, les trois chaînes constituées par voyelles
et consonnes, par les accents et les modulations respectivement, se su-
perposent l’une à l’autre et se déroulent simultanément38 (…). donc simulta-
néité sur l’axe même des successivités (hjelmslev 1939e, 253).

Scegliendo implicitamente il piano della lingua parlata come base


della sua riflessione, hjelmslev evidenzia la seconda – e più proble-
matica – delle difficoltà cui va incontro la riduzione della linearità al
sintagmatico tout court. Nell’esaminare la linearizzazione sintagmatica
della lingua parlata – e dunque riferendosi alla parole, luogo delle

37
Corsivo nostro.
38
Corsivi nostri.

76
produzioni enunciative concrete – il danese afferma che il piano
dell’espressione è “stratificato” su più livelli sintagmatici. Questi li-
velli sintagmatici stratificati realizzano la compresenza paradossale
di una dimensione di “consecuzione” (o “successione lineare”), e
una dimensione di “simultaneità”. la struttura fonica di un enun-
ciato, per hjelmslev, coniuga ordini di relazioni che la costituiscono:
queste concorrono a determinare l’intero; tra loro, però, non sono
necessariamente omogenee.
dal punto di vista della parole, la sintagmatica deve essere mani-
festata. In questa manifestazione concreta, troviamo tutti gli elementi
che caratterizzano l’enunciato, almeno a livello del piano dell’espres-
sione. perciò il fenomeno della manifestazione verbale è stratificato
tra fonemi, accenti (ciò che hjelmslev chiama, con una parola, i pro-
sodemi) e modulazioni. l’osservazione di hjelmslev è la seguente:
mentre si manifesta una sintagmatica, cioè una successione, “nello
stesso tempo” prende corpo e si manifesta una simultaneità. Questa
osservazione getta luce sull’inadeguatezza dei tagli verticali operati
da Saussure, nel famoso esempio fonologico della parola greca bar-
baros. I tagli sulla sola stringa orizzontale di una sintagmatica lineare
non riuscirebbero a rendere conto della complessità di tale stratifi-
cazione. O meglio: non sarebbero in grado di delimitare unità dello
stesso rango, con funzioni e durate eterogenee, ma capaci di “sin-
cronizzarsi” all’interno di un atto linguistico concreto. Zinna, nel suo
esame del frammento hjelmsleviano, dice che del ragionamento di
hjelmslev, dopo aver indicato la compresenza di “successione” e “si-
multaneità” all’interno di una struttura sintagmatica, non abbiamo le
conclusioni. Abbiamo comunque, dal nostro punto di vista, delle
piste su cui ragionare. Se nei Fondamenti di una teoria del linguaggio, hjel-
mslev contraddice questo discorso quando definisce la complessità
come una gerarchia di relazioni, dal frammento possiamo ricavare
altre conclusioni. la gerarchia di relazioni, infatti, può risolversi in
una rappresentazione ad albero, contravvenendo così alle premesse
contenute nella comunicazione. l’albero è lo sviluppo di una rap-
presentazione lineare, una serie di linee che si biforcano. Se la risposta
di hjelmslev fosse questa, saremmo non lontani dalla proposta
chomskiana, che divide la frase in sintagma nominale e verbale, arti-
colo e nome etc. etc. Il problema di questa prospettiva comincia
quando ci si accorge che la sintagmatica non consiste in una succes-
sione di posizioni gerarchizzate, ma assomiglia più alla sincronizzazione

77
di molteplici sintagmatiche all’opera nella composizione della langue; mol-
teplicità di sintagmatiche e di posizioni che può non essere gerar-
chizzata. Così hjelmslev contesta il principio secondo il quale i
fonemi rappresentano delle entità sostanziali, che per composizione
lineare costruiscono le unità linguistiche. In un passo della comuni-
cazione questo risulta evidente. Secondo hjelmslev una certa con-
traddizione anima il Corso saussuriano:

le Cours de linguistique générale envisage ce fait de la façon suivante: “Si…


j’accentue une syllabe, il semble que j’accumule sur le même point des
éléments significatifs différents. mais c’est une illusion la syllabe et son
accent ne constituent qu’un acte phonatoire; il n’y a pas de dualité à
l’intérieur de cet acte, mais seulement des oppositions diverses avec
ce qui est à côté”. Cet énoncé contient une vérité profonde, à savoir
la nécessité de faire le départ entre les oppositions syntagmaiques et
l’acte même (…). mais le ClG n’attribue pas le caractère linéaire à la
substance phonique seule, ni à la parole seule: il attribue ce caractère
au signifiant et à la langue (hjelmslev 1939e, 253).

discorso omologo vale per i teorici che al ClG si sono ispirati.


Agli occhi di hjelmslev, costoro sono meno raffinati del maestro e
meno capaci di risolvere le contraddizioni in cui si trovano:

pour sauveguarder le principe du caractère linéaire du signifiant, ceux-


ci considèrent comme les seules véritables éléments du signifiant ceux
qui paraissent obéir le plus fidèlement au principe, c’est-à-dire les pho-
nèmes, en donnant une place à part, et pour ainsi dire en dehors de
l’inventaire, aux grandeurs qui s’y superposent, et qui sont qualifiées,
non comme des phonèmes, non comme des éléments de la langue,
mais come des qualités prosodiques. Il serait facile de faire la critique de
ce procédé. les accents et les modulations forment des chaînes éga-
lement, on l’a vu, et on pourrait aussi bien renverser les termes et con-
sidérer les “phonèmes” comme des qualités accompagnanant les
accents ou les modulations (…). Constatons seulement que les soi-di-
sants “phonèmes” sont considérés arbitrairement comme les consti-
tuants de la chaîne, alors que les prosodèmes (accents et modulations)
sont considérés comme accessoires (hjelmslev 1939e, 243-244).

Se consideriamo l’analisi della sintagmatica dell’espressione, hjel-


mslev sostiene che è impossibile reperire elementi di composizione
delle unità, di formato discreto, che si possono rappresentare se-
condo una mappatura ad albero. Sarebbe meglio cercare un modello

78
capace di rendere conto di questa sovrapposizione simultanea di ca-
tene aggrovigliate: un modello a rete39. la stratificazione delle sin-
tagmatiche osservata da hjelmslev, pone dunque che ci sia una
“simultaneità” sull’asse delle successioni, e ciò, a sua volta, implica
un livello di “non-separabilità nella successione”: la “sovrapposi-
zione”. Ciò, a dire il vero, non è detto in modo esplicito ma, secondo
Zinna, la differente durata di fonemi, accenti e modulazioni, ne co-
stituisce un indizio molto forte. Come trattare il fenomeno? Il mo-
dello a rete costruisce un insieme che consente un tipo di analisi per
dimensioni, in cui le sotto-categorie sono tutte coordinate. Si può
parlare di sincronizzazione delle differenti durate delle sintagmati-
che. Nell’atto di enunciazione, esse si condensano grazie ad una re-
lazione di co-presenza reciproca che abbatte e rende “concomitanti”
le differenti durate delle sintagmatiche. per questo la nozione di sin-
tagmatica si rivela insufficiente, ed è preferibile parlare di “strati”
dell’organizzazione di un atto d’enunciazione.
perché? Innanzitutto perché lo strato non ha natura lineare, ma
costituisce una sezione nello spazio-tempo le cui caratteristiche sono
di natura temporale, schematica e topologico/relazionale. lo strato,
dal punto di vista hjelmsleviano, è definito dalle relazioni funzionali
che contraggono gli spazi eterogenei del suono e del senso (espres-
sione e contenuto), controllandosi a vicenda. utilizzando una me-
tafora archeologica, lo strato non fornisce la monoplanarità di un
livello, dove coesistono elementi di natura discreta, ma apre uno
spazio di relazioni temporali, che consente di scrivere una porzione
di storia della terra esaminata. Appunto: lo strato è lo spazio-tempo
del divenire della terra. Secondo Zinna, la linguistica contempora-
nea, volta alla comprensione dell’enunciazione come atto pragma-
tico e come risultato di effetti di programmazione enunciativa, è
indotta a vedere nella durata sintagmatica proprio uno di questi ef-
fetti. la programmazione enunciativa consentirebbe ai soggetti, se-
condo Zinna, la realizzazione di una “sincronizzazione fra strati”:

dans la programmation de l’énonciation, entre le problème de la gé-


nèse du plan de l’expression, c’est-à-dire la possibilité de décrire les
variables individuelles selon un projet immanent lié à la synchronisa-

39
Cfr. hjelmslev 1935.

79
tion des strates (…). l’exemple donné par hjelmslev – où les strates
sont à la fois les articulations, les modulations et les accents, sans établir
aucun ordre de précédence, come il dit lui-même – n’est plus seule-
ment de l’ordre de la langue, mais de sa réalisation dans la parole, c’est-
à-dire, selon la révision que fait hjelmslev de ce concept saussurien,
entre l’usage et l’acte. l’usage est encore une régularité collective, dont
l’acte est la réalisation individuelle. Or, la programmation énonciative
est le projet d’un acte individuel où va se réaliser un usage (…). Si,
comme le fait hjelmslev, on doit considérer aussi la prosodie, com-
ment faut-il décrire cette deuxième syntagmatique des relations (…)?
On propose d’appeler concomitance cette superposition des fonctions de rela-
tions (Zinna 1995, 259-260).

Con “concomitanza” intendiamo una funzione immanente di


montaggio e sincronizzazione degli strati e della loro compresenza,
in vista della manifestazione di un effetto di senso. È a partire da
questa condizione, da questa funzione di montaggio che diventa
possibile, per hjelmslev, attualizzare la catena sintagmatica stratifi-
cata, composta da catene coordinate secondo una molteplicità di
dimensioni. Se il passaggio tra l’attualizzazione della catena e la sua
realizzazione nell’atto fonatorio è dell’ordine dell’istante, la conco-
mitanza rappresenta il groviglio funzionale ed operativo tra la sin-
cronizzazione immaginaria degli strati ed il tempo fenomenologico.
Questo punto merita attenzione. la programmazione enunciativa
presuppone un padroneggiamento, da parte del locutore, degli strati
della lingua da sincronizzare nell’atto linguistico; questo è sottoposto
ad una molteplicità di fattori presenti nelle forme di interazione ver-
bale. Se il punto di passaggio da un processo alla sua realizzazione
è l’atto pragmatico dell’enunciazione, inteso come un incontro tra
le invarianti della lingua che si specificano nelle varianti d’uso, pos-
siamo concludere che la temporalità propria di un qualsivoglia atto
di linguaggio è, per usare un’espressione di deleuze, l’“evento della
variazione”. per questa ragione non si può ridurre la linearità al sin-
tagmatico o all’ordine delle posizioni; la concomitanza degli strati
riposa su almeno due criteri: a) la concomitanza di una molteplicità
di piani o di spazi delle unità; b) la simultaneità dell’esecuzione. Que-
sta compresenza dei due criteri rende insufficienti i modelli lineari
ed arborescenti per spiegare l’atto linguistico:

Grâce à la concomitance entre strates, nous mettons en évidence une


différence qui nous permet de dépasser la problématique de la linéarité.

80
la concomitance nous donne la possibilité de rapporter les unités ma-
nifestées dans l’espace ou dans le temps à une même propriété imma-
nente. En bref, elle nous permet de penser la durée et la permanence
des syntagmatiques dans l’immanence de la langue ou dans l’imma-
nence du discours (Zinna 1995, 262).

l’argomento di Zinna presenta una considerazione interessante.


per ciò che riguarda la modellizzazione della genesi dell’espressione
enunciativa, l’inadeguatezza dei modelli di tipo arborescente, che
obbediscono ad incassamenti di sintagmatiche lineari, è evidente. In
primo luogo, nella manifestazione dell’espressione verbale, non si
ha alcun motivo per identificare una gerarchia logica di “elementi”
che si rivelino più costitutivi di altri nel definire la struttura fonica
dell’enunciato. Come ha ripetuto hjelmslev, i fonemi non hanno
alcun diritto da avanzare su modulazioni, accenti e quanto altro,
nella costruzione delle unità fonologiche, dalle sillabe alle frasi.
Stiamo parlando, piuttosto, del potenziale d’integrazione degli ele-
menti linguistici. parlare di integrazione delle forme linguistiche
equivale a pensarne la natura schematica. Ciò spiega, peraltro, cosa
hjelmslev intendesse quando parlava di “parallelismo” dell’espres-
sione e del contenuto: lungi dal ricercare elementi minimi parallelli
dell’un piano e dell’altro, il danese, nel frammento qui commentato,
ci fornisce qualche preziosa indicazione. Così scrive:

J’ai signalé déjà les rapports très étroits qui unissent le principe du ca-
ractère linéaire du signifiant avec la définition du signe comme consi-
stant en un signifiant et en un signifié (…). la définition du signe
comme consistant en deux plans, celui du signifiant et celui du signifié,
invite à confronter constamment ces deux plans et à en découvrir les
analogies et les différences. Selon le CLG le caractère linéaire serait
propre au signifiant seulement. A ce qu’il paraît le signifié ne serait pas
linéaire, pas nécessairement du moins. mais cette diffèrence entre les
deux plans de la langue est-elle tenable? dès qu’on fait entrer dans nos
considérations, comme il paraît inévitable, la différence entre axe syn-
tagmatique et axe paradigmatique, on a de la peine à réserver le carac-
tère linéaire au signifiant seul. Car le syntagmatique est en jeu pour le
signifié au même titre que pour le signifiant, et on n’entrevoit pas la
possibilité de reconnaître le syntagmatique du signifié sans reconnaître
du même coup un enchaînement des unités (hjelmslev 1939e, 254).

Il contenuto, così come l’espressione, richiede l’elaborazione di

81
una analoga nozione di “sintagmatica stratificata”. Così come la ge-
nesi dell’espressione si realizza attraverso il montaggio di micro-com-
petenze in interazione reciproca, così, nel dominio del contenuto,
l’unità di senso si struttura secondo una molteplicità di strati del con-
tenuto che interagiscono. la semantica hjelmsleviana – vedremo nei
prossimi paragrafi – si muove dal continuo dell’esperienza al puntuale
della forma semiotica che lo esprime. Così scrive hjelmslev, recupe-
rando un’intuizione di Saussure, ossia la natura non-decomponibile
del senso:

l’ordre choisi est dans le signifié même, et si le sujet de la proposition


s’exprime avant le prédicat, c’est qu’il se pense avant le prédicat. le si-
gnifié aussi présente un enchaînement d’unités consécutives, le signifié
aussi peut se ramener à une chaîne dont chaque chaînon n’acquiert sa
valeur que parce qu’il est opposé à ce qui précède ou à ce qui suit, ou
à tous les deux. On ne saurait tirer argument du fait que psychologi-
quement, bien que la chaîne se découpe en certaines unités successives
telles que les termes de la proposition ou les mots, plusieurs éléments
du signifié peuvent se cumuler à l’intérieur d’une seule et même de ces
grandes unités. On a vu que dans la chaîne phonique aussi il y a cer-
tains éléments, dits prosodiques, qui sont superposés ou simultanés40 par
rapport aux véritables constituants (…). décreter que c’est le signifié
qui imprime son agencement sur le signifiant serait prétendre que la
pensée préexiste à l’expression, donc établir un axiome indémontrable
et inutile, pour ne pas dire dangereux. Ce serait même erroné pui-
squ’on sait qu’il y a dans le plan de l’expression d’autres agencements
qui n’ont pas de reflet linéaire dans le signifié, à savoir les agencements
observés entre les phonèmes d’une syllabe. On est amené à conclure
plutôt que le principe de l’agencement, de l’enchaînement, du chemi-
nement, de l’ordre, de la consécution, du caractère linéaire, domine le
signifiant et signifié au même titre, en d’autres termes: qu’il domine le
signe (hjelmslev 1939e, 256).

per hjelmslev, spazio dell’espressione e del contenuto si struttu-


rano in parallelo: sono due spazi che si sovrappongono secondo una
concomitanza di strati dell’espressione e del contenuto. la struttu-
razione omologa implica che l’ordine globale delle forme dell’espres-
sione e delle forme del contenuto ri-determini costantemente le
proprietà dei vari strati, producendo effetti di senso complessi. Que-

40
Corsivi nostri.

82
sto punto è alla base del concetto di “funzione semiotica”, che non
è solo l’associazione d’elementi del contenuto e dell’espressione, ma
anche l’istanza operativa del montaggio simultaneo dei diversi strati,
che si fonda su due proprietà del linguaggio: a) la co-presenza di E/C
secondo procedure omologhe di strutturazione; b) la non-conformità
tra elementi di E/C. l’“omologia” E-C si trova inserita in un quadro,
dove le strutture linguistiche esibiscono una “incompletezza costi-
tutiva”, legata alle pratiche enunciative intersoggettive e contestual-
mente vincolate. per comprendere l’interazione langue/parole come
modello dell’evento linguistico e del suo divenire, si deve passare da
questa riconsiderazione dello schema a strati di hjelmslev. I modelli
lineari presuppongono una omogeneità del cambiamento, ponendo
una trasformazione assoluta, idealmente isolata o comunque isolabile.
ma – ci chiediamo – esistono eventi in cui si verifica una sola tra-
sformazione alla volta? pensare al divenire come ad un evento, im-
plica osservare le lingue nelle loro trasformazioni di breve e di lunga
durata: è solo una teoria degli strati che può elaborare una tipologia
di queste forme del divenire. Così, secondo Zinna: «tant dans le de-
venir des profondeurs que dans le devenir des surfaces, on retrouve
la stratification et la complexité, mais également la simultanéité de l’événe-
ment stratifié. donc, au-delà de la représentation qui oppose l’arbre
au réseau, il y a deux modèles conceptuels: la simplicité, la linéarité et
la succession du “venir”, face à la complexité, la stratification et la si-
multanéité de l’événement et des formes du devenir» (Zinna 1995,
264). la non linearità del significante, allora, apre le porte a model-
lizzazioni non lineari; a ciascun livello dell’organizzazione linguistica,
la tensione fra discreto e continuo deve essere in grado di pensare la
molteplicità delle trasformazioni e la puntualità e determinatezza
delle forme.

2.5. lA tEOrIA dEl SIGNIFICAtO E l’ApprOCCIO GEStAltIStA

Questo genere di tensioni è alla base anche del pensiero semantico


di hjelmslev. lo abbiamo visto ad inizio del nostro capitolo: la se-
mantica è il regno della fenomenologia del senso, delle fluttuazioni,
della instabilità costitutiva dell’attività verbale. Nello stesso tempo,
essa è il dominio dell’ancoraggio specifico e determinato ad ogni
ambiente di referenza possibile.

83
per ciò che riguarda in dettaglio la teoria del significato, le vulgate
ci hanno descritto hjelmslev come un estremista della semantica
componenziale (o componenzialista) o combinatoria. Secondo Fran-
çois rastier (rastier 1987), invece, hjelmslev perverrebbe a una vi-
sione opposta rispetto all’universalismo semantico trionfale, proprio
degli approcci componenzialisti. Anzi, il linguista danese si è speso
spesso contro le derive universaliste che certo pensiero strutturale –
e in particolar modo il binarismo di Jakobson – ha propugnato.
In Pour une sémantique structurale, ad esempio, scritto nel 195741, e
considerato il testo capitale per la nascita della semantica combina-
toria, hjelmslev propone un ragionamento interessante che è bene
presentare. A suo avviso, ogni pretesa universalizzante per ciò che
riguarda l’aspetto semantico, corre il rischio di “fonologizzare la se-
mantica”, ossia di smarrire la natura di “rete” o “reticolo” polidi-
mensionale delle lingue, a favore di una prospettiva descrittiva
gerarchica e rigida. Inoltre non tiene conto di due fenomeni essen-
ziali nel considerare il contenuto linguistico: la natura continua e
quella graduale del significato.
per questa ragione, dopo aver richiamato la tradizionale ars gene-
ralis di lullo e la characteristica universalis di leibinz quali possibili pre-
figurazioni di una semantica combinatoria, hjelmslev dichiara che
queste, benché affascinanti, non sono buone proposte per lo studio
del significato, all’interno di un quadro che tenga conto della mol-
teplicità ed instabilità delle lingue:

L’ars magna aurait pu devenir pour la linguistique une impasse compa-


rable à celle créée par les essais plus modernes pour établir une pho-
nologie universelle des sons (ou de phonèmes dans le sens d’espèces
phoniques), essais avec lesquels elle a exactement ceci de commun de
méconnaître le caractère spécifique du système d’un état de langue
donné, et les différences entre les langues. C’est dans ce sens que l’on
peut qualifier ces essais comme aprioriques: c’est par l’empirisme lin-
guistique qu’ils sont réfutés (hjelmslev 1971, 108).

ricordiamo che per la semantica componenziale, propria della


linguistica strutturale, oggetto privilegiato di studio è l’aspetto cul-
turalmente variabile del senso. Questo veniva scomposto, al fine di

41
hjelmslev 1957 in hjelmslev 1971.

84
identificare gli oggetti e i ‘pezzi di senso’ più o meno stabili e stabi-
lizzati all’interno dei percorsi interpretativi complessi. perciò, la se-
mantica componenziale ha considerato solo un certo tipo di grandezza
semantica, di natura esclusivamente relazionale. In più, ha negato
pertinenza epistemica alle entità di sostanza supposte autonome:
l’identità delle unità linguistiche si trova nei rapporti e nelle interse-
zioni contratte a seguito delle loro relazioni reciproche. In questo
modo, esse assurgono al loro statuto d’oggetto linguistico. Ciò che
caratterizza una parola, in altri termini, sono le connessioni che que-
sta contrae con altre parole. Come sottolineano da più parti gli stu-
diosi dell’ipotesi componenziale42, le grandezze elaborate da questo
indirizzo di ricerca seguono alcune modalità relazionali di costru-
zione, come quello della differenza: le grandezze della lingua stabi-
liscono la loro unità ed i loro valori sulla base di mutui rapporti di
differenziazione.
la teoria componenziale ha mirato allo statuto relazionale delle
identità linguistiche, ma anche ad un universalismo semantico. Si
tratta di un progetto di individuazione dei primitivi o unità minime
del significato, dal cui scambio reciproco sorgono le unità di senso
più complesse. la tentazione dello strutturalismo componenzialista
ha visto in hjelmslev il proprio progenitore. Se teniamo in consi-
derazione alcune pagine dei Fondamenti di una teoria del linguaggio e le
integriamo con altri passi di testi successivi, hjelmslev sembra vit-
tima di quello che potremmo chiamare il peccato originale dello strut-
turalismo: la ricerca di unità discrete minime grazie alle quali i sistemi
simbolici si realizzano.
ma – domandiamo – è proprio così? Quali sono i legami fra hjel-
mslev e la semantica componenziale? Qualcuno indica nel platoni-
smo e nel principio d’immanenza le premesse epistemologiche al
metodo della scomposizione, e all’idea che il linguaggio sia un sistema
di elementi minimi che si combinano secondo un modello algebrico.
Affermazioni del genere mettono in rilievo solo un aspetto del di-
scorso hjelmsleviano. la nostra lettura, su questo punto, non fornirà
una trattazione esaustiva43. Ci limiteremo a presentare le ragioni di

42
rastier 1987; piotrovski 1997b.
43
per questo rimandiamo agli studi di Giorgio Graffi 1974, rastier 1987,
violi 1997, Ablali 2003.

85
questa filiazione e le relazioni tra la semantica componenziale e la
linguistica strutturale di hjelmslev, per poi mostrare che, per il lin-
guista danese, la modellizzazione della stratificazione (del contenuto e
dell’espressione) necessita di un approccio dinamico e cognitivo/cul-
turale, in cui le tre dimensioni convivono e si determinano recipro-
camente.
Non è certo un mistero: l’articolo del 1957, Pour une sémantique
structurale non nasconde il proposito di elaborare delle ipotesi di ri-
cerca sul contenuto che siano omologhe a quelle che lo strutturalismo
ha avanzato nei riguardi della struttura morfologica, dell’impianto se-
miologico generale, della descrizione tipologica ecc. lo strutturali-
smo, nell’immagine che ne aveva hjelmslev, si presentava come una
ipotesi di ricerca fondata sull’individuazione e la descrizione struttu-
rale dei propri oggetti. descrivere un oggetto significa coglierlo come
una forma precisa; solo questo tipo di metodo riuscirebbe a fornire
criteri di scientificità per la comprensione dell’oggetto stesso. Già nel
1948, in un articolo scritto per il quarto volume degli Acta Linguistica
e dal titolo Linguistique Structurale, il linguista danese presentò le linee
generali della ricerca e della descrizione strutturale:

On comprend par linguistique structurale un ensemble de recherches repo-


sant sur une hypothèse selon laquelle il est scientifiquement légitime de
décrire le langage comme étant essentiellement une entité autonome de dé-
pendances internes, ou, en un mot, une structure. Insistons dès l’abord sur
le caractère hypothétique de cette proposition intiale (…) or une hypothèse
ne se vérifie que par la recherche. la recherche a pour but d’établir toutes
les propositions qu’il sera possibile et utile d’énoncer et de maintenir
sur l’objet envisagé, e le contrôle consiste à faire reconnaître si ces pro-
positions sont en contradiction ou non avec l’hypothèse iniziale (…).
Exempte de tout dogmatisme, la linguistique structurale s’abstient donc
également de toute spéculation métaphysique (hjelmslev 1948a, 29).

Nove anni dopo, hjelmslev si occupa dello statuto del significato


lessicale e di quella che lui chiama la questione del vocabolario o les-
sicologia. Egli afferma che «la structure sémantique suscite de l’intérêt»,
perché non ha trovato rigorose formulazioni all’interno delle scuole
linguistiche a lui contemporanee. per quale ragione? dal punto di
vista del danese, nel panorama teorico che si trova ad esaminare a
proposito del contenuto, e dunque dello statuto del vocabolario, do-
mina la lessicografia, che concepisce come una «simple énumération

86
d’un effectif instable et indécis de certaines grandeurs mal définies
auxquelles on attribue un fatras inextricable de multiples emplois
différents et apparemment arbitraires» (hjelmslev 1957, 107). Ciò,
in buona sostanza, perché non sarebbe venuta fuori alcuna descri-
zione strutturale del contenuto; anche quando è apparsa, hjelmslev
si mostra piuttosto scettico. lo strutturalismo, spiega hjelmslev, fino
a quel momento si è occupato per lo più dello statuto dell’espres-
sione verbale, dei fonemi, della morfologia e della sintassi, mirando
a superare, se non proprio ricomporre la spaccatura tra sintassi e
morfologia44.
Quello che hjelmslev chiama il metodo o l’ipotesi strutturale è
l’unico ad avere individuato dei criteri di scientificità attraverso i quali
descrivere il linguaggio e coglierne le dinamiche essenziali. È in que-
sto contesto che egli ritorna alla definizione di struttura del 1948;
sembra citarsi il linguista di Aarhus quando definisce la struttura
come une «entité autonome de dépendances internes». Se considerata
così, senza aggiungere quanto hjelmslev spiega nei due saggi, non
si può che convenire con rastier: si tratta di una formulazione troppo
forte, che oggi non aiuta a comprendere il metamorfismo intrinseco
della vita delle lingue e del senso45. Solo che hjelmslev aggiunge qual-
cosa in più: egli intende pagare il proprio debito nei confronti della
teoria della Gestalt. In pochissimi passaggi l’accenno alla teoria ge-
staltista diventa un riferimento teorico preciso. Non è un caso che
questo riferimento venga fuori a proposito dello studio semantico.
perché un metodo strutturale in semantica non è riuscito ancora
ad elaborarsi, nonostante il fatto che all’epoca in cui hjelmslev
scrive, la linguistica strutturale è una delle teorie dominanti? la ra-
gione, secondo il nostro, è da ricercare proprio nella natura del vo-
cabolario, così enigmatico rispetto a metodi, concetti e strategie
analitiche del metodo strutturale. di più: esso sembra mettere in

44
Così hjelmslev: «une syntaxe structurale ne sera concevable qu’à con-
dition d’abandonner le schème qui la sépare traditionnellement de la morpho-
logie, de rompre les cloisons étanches établies entre ces deux disciplines et de
reconnaître que corrélations (morphologiques) et relations (ou rapports syn-
tagmatiques) se conditionnent mutuellement, et que le sécret du mécanisme
grammatical est dans le jeu (…) entre catégories morphologiques contractant
des relations syntaxiques» (hjelmslev 1957, 106).
45
rastier 2006.

87
scacco l’intera concezione delle lingue e del linguaggio dello strut-
turalismo linguistico:

S’il y a un domaine où le scepticisme à l’égard du point de vue struc-


tural retrouve son véritable champ d’aventure et son vrai terrain de
jeu, c’est celui du vocabulaire. par opposition aux phonèmes (au sens
large) (et aux graphèmes etc.) aussi bien qu’aux morphèmes, les élé-
ments du vocabulaire, les vocables ou mots, ont ceci de particulier d’être
nombreux, voir même d’un nombre en principe illimité et incalculable.
Il y a plus: le vocabulaire est instable, il change constamment, il y a
dans un état de langue un va et vient incessable de mots nouveaux qui
sont forgés à volonté et selon les besoins et de mots anciens qui tom-
bent en désuétude et disparaissent. bref, le vocabulaire se présente au
premier abord comme la négation même d’un état, d’une stabilité,
d’une synchronie, d’une structure. A première vue, le vocabulaire reste
capricieux et juste le contraire d’une structure. C’est pourquoi tout essai
pour établir une description structurale du vocabulaire, et, à plus forte
raison, une sémantique structurale, semble être voué à l’échec et de-
vient facilement la proie du scepticisme (hjelmslev 1957, 106-107).

È questo l’orizzonte problematico in cui hjelmslev inserisce lo


studio del contenuto e la possibilità di una sua descrizione struttu-
rale. Il comportamento teorico adottato dal linguista danese è lo
stesso di quello che egli sta portando avanti su altri oggetti linguistici,
o, meglio, sugli stessi oggetti linguistici presi di mira da altri punti di
osservazione. Come osserva prampolini (prampolini 1997, 99), la
natura capricciosa del vocabolario, con il repertorio illimitato di unità
mutevoli ed incalcolabili, rappresenta il luogo dove forse si sono
scontrate di più le due anime di hjelmslev: la prima, quella del
«grammatico, che concepisce il sistema come inventario, e l’anima
teorica e speculativa, che concepisce il sistema come insieme di re-
gole che formano e creano il testo» (prampolini 1997, 109). da un
lato, infatti, è possibile mostrare che è stata proprio la tentazione al-
gebrizzante ad aver spinto il linguista danese verso discorsi, che
hanno spianato la strada alla semantica componenziale. dall’altro
lato, invece, lo studio della semantica hjelmsleviana è lo stesso che
consente di far vedere come le sue ipotesi sulle relazioni tra forme
e sostanze – ciò che lui chiama la significazione – non si reggono
su ipotesi componenziali. Così, è possibile rendere conto di alcuni
fatti non eludibili della vita linguistica: la priorità del testo, l’instabilità
delle lingue, la comprensione intersoggettiva, la dimensione conti-

88
nua e dinamica del significato. per far ciò, è necessario un approccio
olista e gestaltista ai fenomeni di senso. Questa necessità è visibile
nel testo del 1957, in cui hjelmslev accosta la propria definizione di
struttura come entità autonoma di dipendenze interne, alle formu-
lazioni gestaltiste dominanti alla sua epoca. Con ciò viene ammessa
la inequivocabile radice gestaltista, costruttiva e relazionale della sua
concezione della struttura46. Al proposito, prampolini sottolinea
quanto sia importante costruire una mappa dei concetti messi in
campo dal linguista danese, per intendere il senso di struttura e de-
scrizione strutturale. tre concetti, secondo la sua ricostruzione, sono
imprescindibili per definire la struttura linguistica, così come è con-
cepita da hjelmslev: a) l’olismo; b) la commutazione, che, come
prampolini osserva, «viene indicata come la funzione decisiva per
distinguere e demarcare i fatti linguistici e semiotici rispetto a quelli
che non sono tali» (prampolini 1997, 100); c) la significazione, ossia
il coordinamento tra la forma e la sostanza sul piano del contenuto.
Secondo prampolini, questi tre concetti riescono a far passare dalla
lessicografia alla lessicologia, riducendo la natura capricciosa del vo-
cabolario, e riportandola ad una sorta di ragione descrittiva ed espli-
cativa quale è quella strutturale. tra questi, sarebbe la commutazione
a garantire e a costruire la fondatezza di una semantica strutturale:
ciò, perché la commutazione può essere intesa come «allo stesso
tempo un concetto teorico, uno strumento della descrizione strut-
turale, ma anche uno strumento della pratica linguistica cui ricor-
rono i parlanti» (prampolini 1997, 100).

46
A dimostrazione di quanto sosteniamo, riportiamo un passo nel quale
hjelmslev richiama in maniera esplicita gli scritti di autori gestaltisti del suo
tempo come Claparède, Guillaume e altri: «Est structure une entité autonome de
dépendances internes. Structure s’emploie ici pour désigner, par opposition à une
simple combinaison d’éléments, un tout formé de phénomènes soldaires, tels
que chacun dépend des autres et ne peut être ce qu’il et que dans et par sa re-
lation avec eux. la théorie de la forme ou théorie des formes consiste à con-
sidérer les phénomènes non plus comme une somme d’éléments qu’il s’agit
avant tout d’isoler, d’analyser, de disséquer, mais comme des ensembles (Zu-
sammenhänge) constituant des unité autonomes manifestant une solidarité in-
terne, et ayant des lois propres. Il s’ensuit que la manière d’être de chaque
élément dépend de la structure de l’ensemble et des lois qui le régissent». hjel-
mslev 1957, p. 109.

89
la valenza operativa e metateorica della commutazione offre la
possibilità di individuare le domande cui hjelmslev cercò di fornire
adeguata risposta nella sua indagine semantica: «come vengono in-
dividuate le unità del lessico? Che cosa le caratterizza? di che cosa
si devono occupare i vocabolari?» (prampolini 1997, 100). In più,
queste tre nozioni consentono di comprendere come la descrizione
strutturale hjelmsleviana muova in direzione di un approccio olistico
e gestaltista e non strutturale ed algebrizzante. del resto, a leggere
ancora hjelmslev a proposito del metodo strutturale, vengono fuori
in maniera chiara i legami con la teoria della forma ed il debito che
l’idea strutturale di linguaggio intrattiene con quella. hjelmslev dia-
loga con quella che è la diffusione delle idee gestaltiste ai suoi tempi,
come è possibile osservare dalle citazioni che egli riporta, da Clapa-
rède a Guillaume, passando per un articolo scritto da viggo brøn-
dal47 e pubblicato nel primo numero degli Acta Linguistica, alla fine
degli anni trenta48:

Ni psychologiquement, ni physiologiquement, l’élément ne préexiste


à l’ensemble: il n’est ni plus immédiat ni plus ancien; la connaissance
du tout et de ses lois ne saurait être déduite de la connaissance séparée
des parties qu’on y rencontre. Ajoutons encore une citation: il faut en-
tendre l’idée de forme sur le modèle d’un système où l’on ne peut en-
lever ou ajouter une partie sans altérer les autres ou sans déterminer
un regroupement général. C’est sur une idée identique qui se fonde la
linguistique structurale. Comme nous l’avons dit longuement ailleurs,
il faut comprendre par linguistique structurale un ensemble de recherches
reposant sur une hypothèse selon laquelle il est scientifiquement légitime
de décrire le langage comme étant une structure, dans le sens adopté
plus haut pour ce terme (hjelmslev 1957, 109).

47
primo presidente del Circolo linguistico di Copenaghen, il linguista
viggo brøndal fu un importante esponente dello strutturalismo fenomeno-
logico europeo. Gli sforzi di coniugare descrizioni sincroniche della lingua con
le suggestioni dinamiche provenienti dalle scienze fisico-chimiche e biologiche
fu uno dei suoi punti di riflessione forse meno noti ma sicuramente più pe-
netranti. Non solo: la semantica, la logica operativa, la ritmica, come lui ribat-
tezzò quel luogo di mescolanza di sintassi e morfo-fonologia costituiscono
molti dei suoi interessi. Cfr. larsen 1987.
48
brøndal 1939.

90
rispetto a molti altri strutturalisti, hjelmslev non ha esplicitato
questo filo rosso tra le teorie strutturali del linguaggio e quelle ge-
staltiste. Questa consonanza nasce nel momento in cui, per rispon-
dere a certe esigenze analitiche, hjelmslev ha costituito un’analisi
componenziale del senso, per poi invece ripiegare nuovamente, in
modo impreveduto, verso una teoria della stratificazione semantica
e un modello gestaltista del senso. Non si può, però, comprendere
l’articolazione di questo discorso che noi chiamiamo dinamico,
senza prendere in considerazione la tensione effettivamente presente
tra uno hjelmslev più conosciuto, glossematico ed algebrizzante ed
uno hjelmslev dinamico e sostanzialista, interessato alla morfoge-
nesi dei fenomeni linguistici. dove è possibile trovare degli agganci
per articolare, da un punto di vista teorico, le relazioni fra teoria
strutturale hjelmsleviana e teorie gestaltiste? Seguendo ancora pram-
polini, vedremo che la natura capricciosa del senso, quel luogo com-
plesso e dinamico che è la semantica, fornisce una delle chiavi per
mettere in luce le insufficienze dei modelli componenziali e la per-
tinenza del modello a “strati interagenti”. partiamo dal primo punto,
ricostruendone la storia.

2.6. dAllA mOrFOlOGIA AllA SEmANtICA:


uNA CONtINuItà ININtErrOttA

per rispondere alle questioni ora poste, è utile richiamare alcuni


scritti hjelmsleviani della seconda metà degli anni ’30, dedicati allo
sviluppo della teoria morfologica, dove traspare l’esigenza dello
strutturalismo hjelmsleviano di pervenire ad un modello compo-
nenziale per descrivere l’organizzazione dei fenomeni di senso. Ne
viene fuori, però, un’idea di composizione che, se tale può dirsi, non
trova in realtà consonanze con quelle della semantica componen-
ziale europea di marca strutturalista e soprattutto francese.
Allora, hjelmslev si è preoccupato di elaborare una teoria mor-
fologica, cercando di risolvere in un quadro organico tutti gli stadi
dell’analisi, dai grammatemi alla frase o, nei suoi termini, nexus49.

49
prampolini 1997, pp. 100-101: «le osservazioni sul vocabolario si com-
prendono meglio passando prima attraverso i lavori sulla morfologia, che, dal

91
uno degli obiettivi della sua analisi morfologica fu l’individuazione
delle unità fondamentali del lessico: le radici, per ciò che riguarda il
piano dell’espressione, e le basi nel piano del contenuto. l’analisi do-
veva essere considerata come un’attività di separazione di radici e di
basi dal complesso dei morfemi con i quali questi si combinano, giac-
ché essi acquisiscono vita linguistica reale solo all’interno di queste
combinazioni, sia nel testo sia nelle categorie dei paradigmi. In altre
parole, l’analisi va concepita come un ‘cammino a ritroso’, che attra-
verso il metodo della commutazione individua le basi e le radici les-
sicali, operando «come un setaccio attraverso il quale il testo viene
ridotto in granelli, e questa operazione deve (dovrebbe) contenersi
entro gli strati formali tanto del contenuto che dell’espressione»
(prampolini 1997, 101). Questi granelli prodotti dal setaccio analitico
sono da considerare delle unità minime sul piano preso in esame.
Questa riflessione sulle unità del contenuto e sui modi di descriverle,
ha portato il linguista danese a due risultati: a) l’individuazione di una
asimmetria distributiva delle unità, b) la loro omogeneità semantica.
le unità del contenuto si dividono in due classi asimmetriche, i
morfemi e i semantemi o basi lessicali. mentre i primi costituiscono
una serie di unità che si raggruppano sotto un numero limitato di
tipi o categorie, i semantemi rappresentano «una pletora di unità
che restano libere e che non sono omologabili in una serie ridotta
di tipi» (prampolini 1997, 101). più specificamente, si definiscono i
morfemi degli elementi facenti parte di paradigmi o categorie50, la

punto di vista strettamente linguistico, contrapposto a quello semiotico gene-


rale, rappresentano il corpus di scritti hjelmsleviani più armonico e più ricco
di contributi».
50
I termini paradigma e categoria costituiscono nel lessico glossematico hjel-
msleviano dei concetti affini e strettamente imparentati. per paradigma, hjel-
mslev (hjelmslev 1941, p. 84) intende un insieme di elementi «qui ont les
mêmes fonctions à l’intérieur de la chaîne, et qui pourront donc à tour de rôle,
mais pas simultanément bien entendu, entrer dans la «position» donnée de la
chaîne. de tels éléments qui, chacun à leur tour, peuvent prendre la même
fonction dans la chaîne constituent un paradigme. un paradigme consiste en
des unite qui peuvent apparaître alternativement, mais qui ne peuvent pas coe-
xister, tandis qu’une chaîne se compose d’unités coexistantes». Con il termine
categoria si deve intendere un tipo particolare di funzione o relazione paradig-
matica, che è appunto propria dei morfemi. più dettagliatamente, con categoria

92
cui caratteristica è di contrarre relazioni di direzione. Così in Nota
sulle opposizioni sopprimibili, del 1939: «una volta effettuata la distin-
zione tra forma e sostanza, siamo in grado di stabilire, nell’ambito
della forma, le specie e i tipi. Nella sua forma più semplice la distin-
zione delle specie è quella che intercorre fra i paradigmi che, total-
mente o in parte, si prestano a contrarre un rapporto di direzione e
quelli che non vi si prestano; sul piano del contenuto o “plerema-
tico”, distinguiamo in tal modo i morfemi e i pleremi» (hjelmslev
1939a, 149). pertanto, argomenta hjelmlsev, nell’ambito degli strati
formali in cui si organizza la relazione di significazione, i morfemi
costituiscono un insieme limitato e riducibile di unità minime di
senso, tassello principale per la formazione delle unità lessicali. di
più: si inserisce qui la distinzione tra morfemi e semantemi, e sempre
in questo punto la si relativizza. Solo a partire dall’individuazione
del reticolo di relazioni che li uniscono, è possibile comprendere la
natura di morfemi e semantemi, con le relazioni di asimmetria che
li governano, e, infine con la loro omogeneità semantica. Queste
proprietà rappresentano il primo requisito dell’operazione di ridu-
zione, che prenderà corpo nell’analisi componenziale:

Ainsi la catégorie, classe fondamentale de la paradigmatique, est définie


par la faculté de ses membres d’entrer en des relations spécifiques; et
l’unité, classe fondamentale de la syntagmatique, est définie par l’ap-
partenance de chacun de ses membres à une catégorie spécifique. la
catégorie des morphèmes et celle des sémantèmes sont définies réci-
proquement par la relation spécifique contractée dans la chaîne entre
les membres appartenant à chacune des deux catégories. le syntagme
minimal (qui se recouvre souvent avec le mot) consiste d’une base (ex-
primée par un thème) sémantématique et d’une caractéristique (expri-
mée par une désinence) morphématique; c’est le fait que la base et la
caractéristique sont fonctions l’une de l’autre, et que la caractéristique
sert à déterminer la base, qui définit le sémantème et le morphème
respectivement (…). la catégorie des sémantèmes est définie par la
faculté de ses membres de se combiner pour former des unités su-
sceptibles d’être déterminées par une caractéristique, c’est-à-dire par
leur faculté de former des bases; et la catégorie des morphèmes est

hjelmslev si riferisce ad una “facoltà” che hanno i membri di un paradigma


di contrarre relazioni specifiche. Sono i fatti relazionali, quelli che chiama i
fatti di rection ad individuare lo spazio di una categoria.

93
définie par la faculté de ses membres de se combiner pour former des
unités susceptibles de déterminer une base, c’est-à-dire par leur faculté
de former des caractéristiques (hjelmslev 1939d, 136).

morfemi e semantemi, pur distinguendosi, sembrano sovrap-


porsi. Quali sono i criteri in base ai quali queste unità possono di-
stinguersi? Se non fosse per il numero, ossia per il fatto che gli uni, i
morfemi, sono di numero limitato, e gli altri di illimitata produttività,
hjelmslev pare sostenere che, dal punto di vista degli strati formali
delle lingue, non vi sia alcuna differenza semantica51. morfemi e se-
mantemi, dunque, si trovano in una posizione di relativa omogeneità;
come le unità lessicali, le informazioni grammaticali esprimono stati
di cose e stati di esperienza dei parlanti: tempo, diatesi, aspetto, quan-
tità, stati di preferenza, espressioni ipotetiche, attività o passività delle
azioni ecc. prampolini sostiene che, dal punto di vista della forma
linguistica, la distinzione tra la grammatica e il lessico è estremamente
relativa; sono le relazioni o funzioni di costruzione ed ordinamento
delle unità nel complesso testuale, che consentono la loro individua-
zione. Si tratta, semmai, di una differenza che è «formale, non implica
questioni di sostanza, anche la asimmetria quantitativa tra pochi e
molti: tra classe di riducibili e di irriducibili virtualmente illimitati»
(prampolini 1997, 102).
È questa asimmetria che costituisce ciò che hjelmslev ha chia-
mato i capricci del vocabolario. la lessicologia hjelmsleviana muove
da tale premessa, utilizzando metodi e concetti validi per la descri-

51
Come ha osservato a questo proposito prampolini (prampolini 1997,
101-102): «se si prescinde dal fatto che sono pochi gli uni e tanti gli altri, la na-
tura dei rispettivi significati è la stessa. Questa affermazione può, in prima
istanza, risultare poco accettabile perché sembra minare la distinzione classica,
accreditata tanto nel sapere comune che in quello dei linguisti: quella tra lessico
e grammatica, tra la parte del linguaggio impiegata nel riferimento agli stati di
cose e alle esperienze dei parlanti (le basi: nominali, verbali, ecc.), e la parte
del linguaggio impiegata nel coordinamento grammaticale e nella connessione
sintattica (i morfemi, con le annesse funzioni di reggenza, concordanza, ecc.).
tuttavia, una breve riflessione porta a concludere che non c’è differenza di
qualità o di genere tra il contenuto – per fare un esempio – del morfema “plu-
rale” e il contenuto di unità lessicali come “alcuni” o “molti”. l’equivalenza,
quanto al numero plurale, delle frasi “vedo che corrono” e “vedo alcuni cor-
rere” è una prova di questa omogeneità».

94
zione di queste unità formali, ossia l’olismo, la commutazione e la
significazione, anche per le unità formali del contenuto; aggiun-
gendo, però, un’ulteriore strategia di esplicazione, riduttiva e com-
ponenziale. una volta identificati i morfemi e i semantemi, infatti,
si può passare alla descrizione del lessico come insieme di unità for-
mali o semantemi. le conseguenze di questo approccio mettono a
fuoco le contraddizioni tra le due anime di hjelmslev.
Come riordinare, a questo punto, un dominio caotico e capric-
cioso come la lessicologia? due sono le strade: a) la collocazione pa-
radigmatica del senso di un termine, ovvero la sua definizione
propriamente formale, giacché il significato delle entità della lessico-
logia, in quanto unità formali, è esclusivamente oppositivo e relativo; b)
l’identificazione del significato, «in quanto contenuto immediata-
mente relato e solidale con l’espressione», con la sua denotazione, no-
zione che va intesa nel senso limitato di «significato primario e
intraducibile» (prampolini 1997, 103). Se queste due, come dice
prampolini, sono le operazioni perché sia fondata la lessicologia, di-
venta possibile comprendere gli obiettivi che questa ultima si pone:
il respingimento di una descrizione esperienziale dei semantemi, che
coinvolga il riferimento agli stati di cose, agli apprezzamenti collettivi,
ed alle valutazioni ed assiologie individuali, con la conseguente deriva
tautologica delle descrizioni semantiche di tipo denotativo. Quello
che sembra essere il vero obiettivo della semantica strutturale, in que-
sta lettura, è un riordinamento della semantica in base ad una map-
patura delle dipendenze: «disegnare aree di rapporti di dipendenza
tra i paradigmi e tra i componenti paradigmatici. tra unità e gruppi
lessicali si dovrà arrivare a descrivere specificazioni (iponimie), com-
plementarità (antonimie), autonomie e quanti altri rapporti tassono-
mici la lingua può implicare (…) in questo modo la descrizione
strutturale viene soddisfatta» (prampolini 1997, 103). per ottenere
questo tipo di descrizione – per hjelmslev la sola autenticamente
strutturale – occorre ricorrere ai tre criteri di cui si è parlato prima,
ossia l’olismo delle costruzioni semantiche, la commutazione come
metodo e pratica dei parlanti, e la significazione quale relazione pri-
vilegiata tra i piani del linguaggio verbale. Spieghiamo meglio: l’in-
troduzione della nozione di struttura nei fatti semantici, per hjelmslev,
vuol dire «y introduire la notion de valeur à côté de celle de signification»
(hjelmslev 1957, 111). In questo modo, essa consente sia di elaborare
una teoria del contenuto capace di dar conto delle unità formali, pen-

95
dendo per lo studio del valore, sia di occuparsi dei fatti sostanziali e dun-
que delle significazioni. Solo a queste condizioni è possibile fondare
una linguistica empirica, analitica e generale, che utilizzi per il piano
del contenuto gli stessi strumenti utilizzati nella teoria dell’espres-
sione. per questo:

la fonction décisive est la commutation, ou corrélation qui contracte une


relation avec une corrélation du plan opposé de la langue. deux mem-
bres d’un paradigme appartenant aux plan de l’expression (ou au signi-
fiant) sont dits commutables (ou invariants) si le remplacement de l’un de
ces membres par l’autre peut entraîner un remplacement analogue dans
le plan du contenu (ou dans le signifié); et inversement, deux membres
d’un paradigme du contenu sont commutables si le remplacement de
l’un par l’autre peut entraîner un replacement analogue dans l’expres-
sion. deux membres d’un paradigme qui ne sont pas commutables
peuvent être appelés substituables (ou variantes) (hjelmslev 1957, 112).

Gli esempi – piuttosto noti – di hjelmslev mostrano la cifra del


suo approccio componenziale:

On peut, en partant du plan du contenu, constater qu’entre ‘masculin’


et ‘féminin’ (ou ‘mâle’ et ‘femelle’) il y a commutation dans le pronom
personnelle du français (il : elle), de l’anglais (he : she) et d’autres langues,
mais substitution dans celui du finnois, du hongrois et du chinois,
puisque dans ces langues le remplacement de l’une de ces grandeurs
sémantiques par l’autre dans le pronom personnel ne peut pas en-
traîner un remplacement analogue dans l’expression: ‘il’ et ‘elle’ se
rendent indifféremment en finnois par hän, en hongrois par ö, en chi-
nois par –tha–. de même, à ne considérer que les signes non compo-
sés, les quatre grandeurs sémantiques ‘frère aîné’, ‘frère cadet’, ‘sœur
aînée’ et ‘sœur cadette’, sont toutes mutuellement commutables en
chinois et en hongrois, tandis que dans la plupart des langues euro-
péennes il y a dans ces signes substitution à la fois entre ‘aîné’ et
‘cadet’ et entre ‘frère’ et ‘sœur’ (hjelmslev 1957, 113).

Il discorso ruota attorno all’importanza della pratica commutativa


sotto almeno tre profili. un primo si preoccupa di analizzare, attra-
verso una strategia comparativa, settori più o meno strutturati del
lessico. In questo modo la commutazione consente di mostrare il ca-
rattere di struttura organizzata, secondo un principio di parallelismo
tra i due piani del linguaggio: e questo principio è per hjelmslev un
indubitabile, vero e proprio principio primo dell’organizzazione se-

96
miotica. Esso trova conferma sia quando si prendono in esame set-
tori del lessico che, nello scambio interlinguistico, sono dotati di una
certa omogeneità – come è il caso del dominio dei nomi parentali –
sia nel caso di domini lessicali che di quella omogeneità non sono
dotati. la parola al linguista e alle sue proposte grafiche:

hongrois Français malais


‘frère aîné’ bátya
frère
‘frère cadet’ öccs
sudara
‘sœur aînée’ néne
sœur
‘sœur cadette’ húg

d’une façon générale les noms de parenté offrent des matériaux par-
ticulièrement instructifs et facilement abordables pour la comparaison
des langues au point de vue de la commutation et de la substitution,
surtout parce que ces termes sont souvent particulièrement bien dé-
finis (…). la comparaison se complique, mais devient d’un certain
point de vue plus impressionante encore, dès le moment où elle révèle
un manque de congruence entre les structures examinées, comme
dans l’exemple

Français Allemand danois


Arbre Baum
trœ
Holz
Bois
skov
Wald
Forêt

Ces exemples (…) suffisent pour élucider le principe et pour permettre


d’en tirer les conséquences qu’il faut. du principe même de la com-
mutation découle la nécessité de reconnaître, à l’intérieure de la langue
même, deux plans: celui du contenu et celui de l’expression. En des
termes saussuriens: le signe est le total du signifié et du signifiant. plus
encore: le signe est établi par la relation qui réunit ces deux faces (hjel-
mslev 1957, 113-114).

97
C’è un secondo profilo, per hjelmslev d’importanza superiore,
per cui guardare alla commutazione come pratica linguistica – e me-
talinguistica –, capace di rivelare il fondo strutturale delle lingue. Essa
consentirebbe di giungere al loro cuore funzionale, ovverosia alla fun-
zione semiotica: «encore c’est la commutation qui fait voir que cette
relation constitutive du signe, cette fonction sémiotique qui est constitutive
de la langue même, change d’un état de langue à l’autre, et que par
conséquent la structure du contenu ainsi que celle de l’expression dif-
fère selon les états de langue qui s’observent» (hjelmslev 1957, 114).
Questo secondo punto di vista ne implica come sua conseguenza di-
retta un terzo, che è per il linguista danese quello della massima im-
portanza: l’individuazione, attraverso la commutazione, della funzione
semiotica, che garantisce la legittimità di un approccio tipologico per-
ciò concerne il piano dell’espressione e quello del contenuto:

C’est par l’epreuve de la commutation que l’on parvient à dégager les


différences structurales entre les états de langues, et à faire un premier
pas décisif vers une typologie linguistique. C’est en effet la preuve de
la commutation qui seule permet de déterminer le nombre des mem-
bres d’une catégorie reconnu par un état de langue donné, et les com-
paraisons font voir que ce nombre peut être fort différent: l’effectif
de cas, de prépositions, de temps, de modes, de conjonctions etc. etc.
peut différer du tout au tout en passant d’une langue à l’autre (hjel-
mslev 1957, 114).

la commutazione, dunque, è una pratica linguistica e metalingui-


stica che non si identifica con il semplice calcolo di invarianti, di
estensione minima, che verrebbero ad essere dedotti grazie ad una
prova di sostituzione reciproca tra elementi. l’argomentazione hjel-
msleviana va più in profondità: la commutazione diventa un criterio
della variazione costante dell’organizzazione semantica. In altre pa-
role, grazie alla pratica commutativa, è possibile misurare la variabilità
dell’estensione delle differenti zone semantiche, sia quelle dove si
struttura il significato grammaticale, sia quello propriamente lessicale.
Essa diviene il criterio di classificazione della realizzazione paradig-
matica e sintagmatica delle unità linguistiche, che consente la loro
analisi, senza richiamare zone della sostanza del contenuto, o dimen-
sioni extralinguistiche del senso. In quanto principio di valutazione
della variazione formale, si tratta di una pratica che espunge criteri
non linguistici e si fonda sulla nozione saussuriana di valore:

98
Ce n’est pas tout: l’épreuve de la commutation, et les comparaisons
qu’elle permet d’établir, font souvent voir comme les membres d’une
catégorie sont différement agencés au point de vue paradigmatique, que
les limites entre les membres ne se recouvrent pas (comme dans l’exem-
ple de arbre: bois: forêt) ou qu’il peut y avoir participation (ou remplace-
ment facultatif) entre eux (p.ex. suppléance d’un membre «marqué» par
un membre «non-marqué»; p. ex., dans bon nombre de systèmes de gen-
res grammaticaux, suppléance du féminin par le masculin et, dans le sy-
stème de temps, suppléance du prétérit et du futur par le présent). –
tout ceci prémunit d’une façon décisive contre toute essai de prendre
comme base des classements extra-linguistiques (hjelmslev 1957, 114).

l’analisi del significato, dal punto di vista del nostro autore, deve
allora abbracciare una prospettiva sistemica, che si concentri sul ruolo
del valore inteso come insieme di posizioni degli elementi all’interno
del sistema, e non come semplice insieme di opposizioni. la commu-
tazione, in questa prospettiva sistemica, è da considerare come uno
strumento di valutazione e di reperimento della densità funzionale
degli elementi, del loro statuto di entità puramente relazionali, por-
tatrici di cambiamento, di pluralità combinatoria, di flusso di scambio
costante di posizioni e, quindi, di valori differenziabili.

2.7. OltrE lA teNtAZIoNe pArAllElIStA:


Il SIGNIFICAtO È Il mONdO dEl lINGuAGGIO

Seguendo il pensiero hjelmsleviano da questo punto di vista, diventa


meno scontato identificare la sua linguistica come vincolata a un ap-
proccio componenziale al significato. piuttosto, ci sembra che si diano
le premesse per un pensiero sistemico e per un’idea olistica delle co-
struzioni linguistiche. l’insistenza sul nesso tra valore e commutazione
pone seri problemi ad una prospettiva componenziale. Il valore, infatti,
è una proprietà fondamentale dei sistemi linguistico-semiotici; ed è
necessario che questo sia concepito come il risultato dei processi di
posizionamento dinamico degli elementi, che diventano significativi all’in-
terno di un sistema. Grazie alla commutazione, allora, diventa possi-
bile reperire gli elementi, e qualificarli come dotati di forme specifiche
e peculiari di stabilità – o di stabilizzazione – che formano e determi-
nano l’articolazione e la complessità dei sistemi linguistici stessi.
Quanto asserito fin qui, secondo hjelmslev, non risolve il pro-

99
blema del significato lessicale. la fondazione di una lessicologia strut-
turale, valoriale e intralinguistica, non può eludere il problema della
natura capricciosa ed enigmatica del significato. l’ipotesi compo-
nenziale e la strategia della riduzione vedono qui la propria luce, tro-
vando lo sviluppo più compiuto nei Fondamenti di una teoria del linguaggio,
testo precedente all’articolo dedicato alla fondazione della semantica
strutturale. Se questo breve testo della seconda metà degli anni cin-
quanta manifesta l’oscillazione tra le due anime dello strutturalismo
di hjelmslev, i Fondamenti non lasciano spazio alle fluttuazioni del
senso, e s’indirizzano verso la fondazione di una teoria componen-
ziale del significato. la mappatura delle dipendenze di cui si è par-
lato, infatti, non riuscirebbe a dare conto della irriducibile instabilità
e mutevolezza del senso; i semantemi, infatti, restano in “numero
illimitato e incalcolabile per principio”. I Fondamenti di una teoria del lin-
guaggio si inseriscono a questo punto, proponendo una idea di com-
ponenzialità forte la quale «ipotizza un ordine tassonomico tra le
denotazioni con lo scopo di arrivare a una descrizione riduttiva delle
denotazioni» (prampolini 1997, 103). È questo il punto dolente della
riflessione hjelmsleviana, che ha consentito alla semantica linguistica
di matrice componenziale di richiamarsi direttamente a lui come pro-
prio illustre progenitore.
Appare in primo piano il problema del formato di rappresenta-
zione del significato. In questo ordine di ragioni, emerge la nozione
di “figura”. Questa ultima è alla base della tentazione di rintracciare
un perfetto parallelismo tra il piano dell’espressione e quello del con-
tenuto. Il concetto di figura fornirebbe un ausilio euristico per la de-
scrizione delle unità minime di senso e di suono, fondamento teorico
grazie al quale identificare le unità linguistiche e, di lì, le strutture
astratte della langue.
Come ha scritto patrizia violi (violi 1997), la definizione del si-
gnificato, nel modello componenziale di cui hjelmslev è antesignano
«non è mai graduale, ma presenta confini di delimitazione netti, per-
fettamente compatibili con la logica booleana a due valori e con una
teoria classica delle categorie» (violi 1997, 85). Secondo la studiosa,
le analisi che hjelmslev ha condotto a proposito delle unità lessicali
montone, pecora, porco, scrofa, toro, vacca, stallone, giumenta, fuco, pecchia, uomo,
donna, sono un esempio brillante di questo approccio al significato e
di questo modello componenziale forte. In tutti questi, si assiste ad
una spiegazione del significato in termini di «unità relazionali che com-

100
prendono solo “maschio”, “femmina”, da un lato, e “ovino”, “suino”,
“bovino”, “equino”, “ape”, “umano”, dall’altro» (violi 1997, 85). Se-
condo la studiosa, questo modello costituirebbe lo sviluppo rigoroso
della prospettiva immanente, cardine teorico dello strutturalismo, ga-
rantendo una definizione puramente interlinguistica del significato:
«le proprietà come “maschio”, “bovino”, “umano” eccetera sono
tratti a loro volta interni al sistema stesso, che definiscono la posizione
di ogni singolo termine all’interno della struttura. da questo punto di
vista la matrice hjelmsleviana si pone su una linea di continuità con la
nozione saussuriana di valore (e incorre, ovviamente, nella stessa cir-
colarità)» (violi 1997, 85).
Al problema della riduzione del significato lessicale ad unità mi-
nime di senso, si ricollega la riflessione sullo statuto della nozione
di invariante, connessa a quella di figura. le analisi componenziali
di hjelmslev che la violi richiama, si trovano in un capitolo dei Fon-
damenti, dedicato alla questione degli invarianti:

Se, per esempio, un inventario meccanico a un dato stadio del procedi-


mento, porta a registrare in italiano le entità di contenuto «montone», «pe-
cora», «porco», «scrofa», «toro», «vacca», «stallone», «giumenta», «fuco»,
«pecchia», «uomo», «donna», e «maschio», «femmina», e «(capo) ovino»,
«(capo) suino», «(capo) bovino», «(capo) equino», «ape», «essere umano»,
le prime dodici entità vanno eliminate dall’inventario degli elementi se
possono essere spiegate in maniera univoca come entità relazionali che
comprendono solo «maschio» e «femmina» da un lato, e «ovino»,
«suino», «bovino», «equino», «ape», «umano» dall’altro. Qui, come sul
piano dell’espressione, il criterio è la prova di scambio con cui si trova
una relazione fra correlazioni su ciascuno dei due piani. Come scambi
fra sai, sa e si possono comportare scambi fra tre contenuti diversi, così
scambi fra le entità di contenuto «toro», «maschio» e «bovino» possono
comportare scambi fra tre espressioni diverse. «toro» = «bovino ma-
schio» sarà diverso da «vacca» = «bovino femmina» esattamente come
sl è diverso, poniamo, da sn; e «toro» = «bovino maschio» sarà diverso
da «stallone» = «equino maschio» esattamente come sl è diverso, po-
niamo, da fl. lo scambio di un solo elemento con un altro è, in tutti e
due i casi sufficiente a comportare uno scambio sull’altro piano della
lingua (hjelmslev 1961, 75-76).

Come afferma violi, una prospettiva del genere, se estesa all’in-


tero lessico, non è accettabile da un punto di vista semantico inte-
grato. C’è però la necessità di concludere la nostra ricostruzione, per
relativizzare questa immagine di hjelmslev, che è presente nella sua

101
opera, ma che non è l’unica possibile. riprendendo il passo appena
citato, sono chiare le articolazioni teoriche e le strategie epistemolo-
giche a fondamento dell’ipotesi componenziale: a) l’inventario limi-
tato di elementi, che strutturano gerarchie di relazioni formali; b) la
struttura relazionale delle entità del contenuto; la relazione forte e
non eludibile tra il valore e la prova di commutazione per reperire le liste
di invarianti; c) l’idea dell’esistenza di tratti semantici irriducibili in
relazione di mutua sostituibilità, o, in altre parole, di primitivi semantici;
d) in ultimo, l’idea di un isomorfismo perfetto, di un parallelismo
senza sbavature, tra le relazioni delle entità del contenuto e quelle
dell’espressione.
dunque, come abbiamo detto, il setaccio analitico esamina il testo
mappando dipendenze relazionali; con ciò, esso intende pervenire
ad un inventario limitato di elementi. I modelli dizionariali52 pensano
che l’esistenza di termini primitivi sia garanzia della definizione del
significato in quanto lista di proprietà non ulteriormente scomponi-
bili. Come ha scritto violi, «i primitivi delimitano in questo modo il
formato chiuso della rappresentazione, cioè la sua natura profonda-
mente strutturale. (…). la possibilità di darne una rappresentazione
strutturalmente relata si basava proprio sul fatto che i termini avevano
in comune una o più componenti primitive di significato (ad esempio
“bovino”, “femmina”, “adulto”). I primitivi consentono di spiegare,
entro modelli dizionariali, le relazioni fra i termini e le sovrapposizioni
di significati» (violi 1997, 114). C’è un’altra ragione che sta alla base
dei modelli semantici a dizionario, e che sottostà all’analisi compo-
nenziale del contenuto di hjelmslev: diciamo una funzione che è
l’obiettivo profondo su cui ha insistito il linguista danese. l’obiettivo
in questione, sempre secondo violi, è stato quello di «garantire l’iso-
morfismo fra le strutture categoriali dei due piani dell’espressione e
del contenuto. l’idea di un parallelismo fra il piano fonico e il piano
semantico è stata spesso coltivata dai linguisti, e le ragioni sono evi-
denti: sarebbe infatti assai attraente poter arrivare a identificare unità
discrete minime sui due piani» (violi 1997, 114).

hjelmslev, nei Fondamenti, rende plausibile la critica che violi gli


indirizza. Egli adotta un approccio semantico puramente intralin-

52
Eco 1975; 1984.

102
guistico, che non tiene conto delle dimensioni cognitive ed enciclo-
pediche del senso. l’analisi del piano del contenuto diventa l’analisi
in figure del contenuto; queste sono da considerare e comprendere come
degli elementi minimi e discreti con cui si comporrebbe il significato
così come l’espressione:

Come in una partizione continuata della linea dell’espressione si arriva


prima o poi a un limite oltre il quale inventari non ristretti si risolvono
in inventari ristretti, che in seguito diventano, attraverso operazioni
successive, sempre più limitati, così esattamente la stessa cosa accadrà
in un’analisi della linea del contenuto. Si può dire che l’analisi in figure
sul piano dell’espressione consista, in pratica, nella risoluzione di entità
che entrano in inventari illimitati (per esempio espressioni di parole)
in entità che entrano in inventari limitati, e questa risoluzione è portata
avanti fino a che restino solo gli inventari più limitati. lo stesso varrà
per l’analisi del contenuto. mentre l’inventario dei contenuti di parole
è illimitato, in una lingua di struttura familiare, anche i segni minimi
saranno distribuiti, in base a differenze relazionali, in alcuni inventari
(selezionati) illimitati (per esempio inventari di contenuti di radici), e
altri inventari (selezionanti) limitati (per esempio inventari che com-
prendono i contenuti di elementi derivazionali e inflessionali, cioè de-
rivativi e morfemi). Così in pratica il procedimento consiste nel cercare
di analizzare le entità che entrano in inventari illimitati puramente in
entità che entrino in inventari limitati. Il compito consisterà dunque
nel portare avanti l’analisi fino a che tutti gli inventari siano diventati
limitati, anzi quanto più limitati possibile (hjelmslev 1961, 77).

Già umberto Eco aveva individuato la difficoltà che un simile


approccio al significato si trova ad affrontare: come stabilire i criteri
per la definizione dei limiti di un inventario53? Secondo Eco, nelle
analisi hjelmsleviane gli inventari risulterebbero sempre illimitati, e
non ci sarebbero garanzie per stabilire effettivamente quali sono i
criteri per inventariare e circoscrivere il numero degli inventari.
Siamo sicuri che hjelmslev intendesse, con il metodo della scom-
posizione, andare alla ricerca di elementi minimi del linguaggio? Egli
offre mai dei criteri di estensione spaziale, per così dire, delle figure?
Quale è il loro effettivo statuto? Non sono domande di poco conto,
perché toccano uno dei nuclei del pensiero di hjelmslev, e delle sue
forti simpatie per approcci non componenziali al senso.

53
Eco 1984.

103
violi individua proprio nel presunto parallelismo tra espressione
e contenuto i punti deboli della teoria hjelmsleviana:

Non si vede infatti perché il piano del contenuto, così connesso a com-
plessi fenomeni mentali come sono i significati delle parole, dovrebbe
esibire lo stesso tipo di regolarità del livello fonico, legato a precisi ele-
menti fisici identificabili in modo rigoroso e con metodi di analisi del
tutto diversi dall’introspezione, che resta ancora il principale mezzo per
l’analisi del contenuto. Sfugge qui la radicale differenza nello statuto se-
miotico dei due piani: il piano dell’Espressione rappresenta la compo-
nente segnica percettivamente presente, i cui elementi sono dati e
oggettivamente misurabili, mentre il piano del Contenuto non ha alcuna
evidenza percettiva né è direttamente accessibile (violi 1997, 115).

A ben guardare, nel passo hjelmsleviano, non sembra esservi


traccia di nessun tipo di inventario limitato costruito sulla base di
elementi minimi. Eco ha ragione quando mette in luce la difficoltà
hjelmsleviana nel costruire inventari limitati di figure. però occorre
sottolineare che le relazioni che costituiscono gli inventari sono di
natura differente rispetto a quelli postulati dagli approcci dizionariali.
Certamente è vero che il linguista danese ha messo in campo l’idea
che un gruppo ristrettissimo di elementi sillabici è alla base del mec-
canismo della produttività segnica, ma non si può parlare in questo
caso di elementi minimi discreti, per due ragioni: a) l’incompletezza,
alla base della instabilità e dinamicità del sistema; e b) la natura di
elementi costruiti e complessi delle sillabe, risultato di un’interazione tra
processi e livelli eterogenei.
benché quella dei Fondamenti sembri una versione forte della
componenzialità, le idee di struttura e di descrizione strutturale non
comportano vincoli relativi al numero delle entità che le strutture o
le categorie linguistiche debbono contenere. Né, sottolinea pram-
polini, «compare alcuna condizione di riduzione delle entità a un
numero di componenti o tratti primitivi» (prampolini 1997, 103).
per hjelmslev l’analisi linguistica deve concentrarsi su un oggetto
prioritario, con il quale i parlanti si trovano costantemente a lavorare,
ovverosia il testo: questo va inteso come un prius logico ed ontologico:

Se a chi compie l’analisi linguistica qualcosa è dato (…) ciò è il testo


non ancora analizzato, nella sua integrità indivisa ed assoluta. l’unico
procedimento possibile, se vogliamo coordinare un sistema al processo
di questo testo, sarà un’analisi in cui il testo sia considerato come una

104
classe analizzata in componenti, poi tali componenti siano considerati
come classi analizzate in componenti, e così via fino ad esaurimento
dell’analisi. Questo procedimento si può dunque definire brevemente
come una progressione dalla classe al componente, non dal compo-
nente alla classe, come un movimento analitico e specificante, non sin-
tetico e generalizzante, come l’opposto dell’induzione nel senso
tradizionale nella linguistica (hjelmslev 1961, 15-16).

Il tipo di priorità di cui parla hjelmslev è da intendere contem-


poraneamente come presenza e come condizione logico-cognitiva. Se il lin-
guaggio si manifesta ed acquisisce esistenza solo attraverso dei testi,
la forma testuale costituisce una datità originaria, condizione stessa
per la sussistenza del linguaggio. perché si costruiscano discorsi sul
mondo verbale, è necessario constatare che la forma testuale è la
condizione tanto del linguaggio da descrivere, quanto di quello de-
scritto. Ora, dall’assunzione della priorità del testo come totalità in-
divisa e primaria sotto il profilo fenomenologico, viene fuori quella
che secondo noi è la più forte delle intuizioni di hjelmslev, e cioè
che le strutture linguistiche sono ‘oggetti’ olistici governati da rela-
zioni di integrazione e non di composizione algebrica fra elementi.
I concetti fondamentali della descrizione strutturale, come la com-
mutazione, l’olismo e la significazione, sottolinea prampolini: «non
implicano che la struttura contenga necessariamente categorie con
un numero chiuso o limitato di elementi. la natura relazionale delle
entità, (…) non implica un numero contenuto e basso di compo-
nenti. Al contrario, la natura olistica della struttura (…) risolve i pro-
blemi di economia (…) nel rapporto tra l’entità e il tutto, ed è
indifferente a criteri basati sul numero dei componenti di base»
(prampolini 1997, 103-104). perciò, «le strutture olistiche sono go-
vernate prevalentemente da equilibri di complementarità (tra parti,
tra parte e intero), non di additività. Sono strutture le cui unità, anche
quando sono composte, non coincidono con la somma dei com-
ponenti; mentre sono necessariamente il risultato tra l’intero e il
complemento» (prampolini 1997, 104).
Abbiamo così rintracciato una linea di continuità tra il progetto
morfologico e quello semantico, che hjelmslev intendeva descrivere
seguendo la guida dell’ipotesi strutturale. Se osservata sotto il profilo
della spinta che la riflessione semantica ha esercitato sul linguista
danese, la nozione di struttura non può essere ristretta in una pro-
spettiva algebrizzante e formalista. Nozioni come quelle di totalità,

105
dipendenza, strati non vi troverebbero posto; ed invece, queste costi-
tuiscono il cuore pulsante del particolare strutturalismo morfodi-
namico del padre della glossematica. In che modo? le critiche che
Eco rivolge al paradigma dizionariale in semantica, vanno quindi
sfumate se ci si riferisce a hjelmslev.
la distanza fra il pensiero semantico del linguista danese e la se-
mantica componenziale viene fuori a proposito dello statuto del si-
gnificato lessicale. È plausibile, infatti, dire che il semantema “puledro”
contenga o meglio determini, nella terminologia classica della glosse-
matica, il semantema “giovane”; ciò che invece diventa molto discu-
tibile, è che «“giovane”, il semantema determinato (implicato), debba
assumere la valenza di una figura, cioè di una unità assorbita, conver-
tita o in sincretismo, della base di “puledro”» (prampolini 1997, 112).
In altri termini: se dico che «A» implica, nella sua definizione, «b», è
corretto dedurne che «b» costituisca un componente o una condizione di
«A»? trasponendo la domanda nel dominio della linguistica e della
semantica: se di una parola diciamo che il significato «A» comprende
il senso «b» come sua proprietà, se ne può inferire che il senso della
parola «A» è composto o determinato da «b», oppure, detto altrimenti che
il senso «b» è un componente o una condizione di «A»? In altre parole, è
sensato reputare che se con «puledro» ci riferiamo ad un “cavallo gio-
vane”, questa ultima qualità possa considerarsi un componente del signi-
ficato di “puledro”?
la domanda non è oziosa perché ne va non solo dell’interpre-
tazione del pensiero di un autore, ma di un’idea su cosa sono le pa-
role, come funzionano e, da lì, di una prospettiva sulla natura
dell’intera attività del linguaggio. In buona sostanza, ci chiediamo
se per hjelmslev gli oggetti linguistici sono oggetti composti per
combinazione di elementi già dati, o per interazione di strati, che ne
stabilizzano, secondo gradi e specificità differenziate, le forme so-
cialmente condivise. le due prospettive non sono separate, ma co-
stituiscono i due punti focali da cui guardare per capire la teoria
semantica del linguista danese. del resto, è lo stesso hjelmslev che
ha messo in evidenza questi nessi54. lo studio del contenuto lingui-
stico, dal suo punto di vista, coincide con la ricerca di un particolare
modo di ordinare la materia concettuale, che segue una complessa

54
hjelmslev 1947, pp. 154-196.

106
modalità di coarticolazione dinamica tra elementi che, in isolamento,
difficilmente troverebbero esistenza. Così diventano plausibili alcune
affermazioni di hjelmslev sullo statuto del significato, o meglio del
contenuto linguistico, che difficilmente hanno trovato spazio negli
studi dei commentatori. Ad esempio, a proposito del principio di
costruzione e composizione regolare all’interno delle catene lingui-
stiche, hjelmslev ha scritto:

Abbiamo mostrato come un processo sia soggetto ad una regola ge-


nerale di ordine nella catena (…). Questa regola non contravviene alla
libertà di costruire nuove unità composte dagli stessi elementi, benché
questa libertà possa essere limitata da regole particolari, o addirittura
soppressa (…). la regola dell’ordine nella catena implica che ogni unità
complessa, ad esempio ogni frase o ogni parola, assegni posizioni alle
sue parti costituenti (hjelmslev 1947, 168)55.

Questo genere di regole è interno al sistema ed analogo al fun-


zionamento delle inferenze logiche; la cosa rilevante da considerare,
per ciò che riguarda il contenuto linguistico, è che la regola dell’or-
dine mostra la modalità di fusione che lo caratterizza:

Quanto al contenuto linguistico, l’ordine nel tempo è sostenibile sola-


mente da un punto di vista psicologico e soltanto a grandi linee; il pen-
sare non è in tutti i suoi particolari una stringa di elementi che si
susseguono ordinatamente l’uno dopo l’altro. Questo diventa ancora
più evidente quando pensiamo a cosa sia in realtà il contenuto lingui-
stico e a quali siano gli elementi che ne fanno parte: probabilmente
nessuno sosterrebbe che un parlante che dica bonus pensi separata-
mente a «buono», «nominativo», «singolare», «maschile» e a «grado di
comparazione positivo». vi è una fusione analoga nella manifestazione di
un’espressione linguistica; non solo vi sono elementi sovrapposti, come
l’accento e la tonalità; ma i fonetisti moderni sono ben consci del fatto
che le articolazioni fonetiche non sono prodotte separatamente, ma
molto spesso interagiscono simultaneamente, così che un gruppo conso-
nantico, per esempio, non è una sequenza di articolazioni separate,
una per ogni consonante, ma una complessa «coarticolazione» i cui
singoli costituenti possono essere difficili da individuare (hjelmslev
1947, 168-169).

55
Corsivi nostri.

107
Questo passo è poco citato dagli studiosi; a nostro avviso, l’im-
portanza e la visione di hjelmslev sul linguaggio e sul contenuto lin-
guistico passano da riflessioni come queste. Sembra indubitabile che
hjelmslev consideri il sistema dei componenti come niente altro che
uno strumento di descrizione. di più: i componenti non possono
darsi se non allo stato della loro fusione all’interno di una presenza te-
stuale data, fenomenologica e densa, che egli chiama la manifestazione.
dunque, componenti, tratti, e figure non possono essere concepiti come
elementi minimi, dotati di stabilità ed autonomia, dalla cui addizione
o combinazione si costruiscono le unità della lingua.
È in altro modo che si articola il motore dell’organizzazione se-
mantica, ed è in un altro luogo, allora, che si deve pensare di seguire,
eventualmente, il sogno di un parallelismo – se non di un vero e pro-
prio isomorfismo – tra i due piani del linguaggio, l’espressione e il
contenuto. la critica al parallelismo, infatti, è valida solo nel momento
in cui esso presuppone l’idea di un sistema minimo e perfettamente
corrispondente fra elementi appartenenti ad un piano o dominio ed
elementi dell’altro. hjelmslev è consapevole della differenza strutturale
fra i due piani, ma ritiene possibile reperirne le modalità di funziona-
mento analoghe; analogia, peraltro, che vive solo ed esclusivamente nel
regno delle produzioni concrete, delle interazioni testuali: insomma,
di ciò che lui chiama la sostanza. Ed è proprio la questione di ciò che
hjelmslev chiama la sostanza, con il carico di complessità che essa
comporta, a costituire il nodo teorico principale da cui occorre partire
per comprendere lo statuto degli oggetti linguistici, della loro vita se-
mantica e della loro natura semiotico/cognitiva. Ancora una volta
prampolini ha sottolineato l’intreccio dei due aspetti:

Quando hjelmslev invoca le simmetrie riduzioniste dell’analisi compo-


nenziale, si muove integralmente dentro il dominio della pura forma,
pensa al lessico come a un inventario di unità (radici) relative, negative e
oppositive (…). ma già scendendo nell’exemplum, anche se opportuna-
mente scelto, l’unità formale deve concretizzarsi in un concetto: “X =
Y + Z” deve diventare “montone = Ovino + maschio”, e le grandezze
algebriche devono diventare forme materiali, manifestarsi in forma di un
determinato apprezzamento collettivo, di uno specifico aspetto sostan-
ziale. ma la sostanza, a sua volta, non è ininfluente sulla forma. Inevita-
bilmente, il discorso che ha preso origine dalle forme lessicali pure
prosegue nel lessico manifesto e sostanziale, dove le unità non sono più
le stesse: il lemmario algebrico diviene un vocabolario, l’unità del sistema
vivente diviene unità di testo e di contesto (prampolini 1997, 117).

108
per questa ragione, «il passaggio dalla forma alla sostanza tra-
sforma l’unità linguistica (anche quella lessicale) da unità di sistema
a unità di flusso (il testo, la manifestazione del processo). Nel con-
cetto di flusso convergono le caratteristiche della linearità e quelle
della temporalità e della memoria: l’invariante formale diventa varietà
sostanziale» (prampolini 1997, 117).
Sono queste motivazioni teoriche a spingere verso una riconsi-
derazione della semantica hjelmsleviana, del suo modello di segno,
di lingua e di linguaggio. la prospettiva linguistica e semiotica di hjel-
mslev intende rendere conto di questa trasformazione concettuale,
che rende i componenti non degli elementi minimi di natura formale,
dei mattoni di base del linguaggio, ma delle qualità semantiche emergenti
da interazioni fra differenti livelli che si uniscono, sovrappongono,
amalgamano e, di continuo, trasformano e stabilizzano. Se è vero,
come ha obiettato violi, che lo strutturalismo hjelmsleviano, con la
sua idea di parallelismo tra i due piani, non avrebbe visto la sostan-
ziale differenza tra dimensione fisica e percepibile del segno –
l’espressione – e dimensione cognitiva e mentale – il significato o
contenuto – è vero allo stesso tempo quanto Jean petitot ha bene in-
dividuato:

l’articolazione logico-combinatoria dei contenuti è pensata, seguendo


hjelmslev, a partire da un principio di parallelismo con la fonologia. ma
contrariamente a ciò che si produce in fonologia in cui (…) la forma
è identificabile alla fenomenologia di una sostanza la cui organizza-
zione psicofisica è, almeno in parte, accessibile all’esperienza (…), la
forma del senso articola una sostanza, una hyle, che non può essere os-
servata e di cui niente può essere detto. In materia di senso, la difficoltà
introdotta dalla inaccessibilità della “scatola nera” diventa massima e
inevitabile. la forma del senso non è oggettivabile nel senso classico
del termine. Ancor più che per la sintassi, manchiamo di ogni proce-
dura, ed è perciò che il postulato di un parallelismo con la fonologia è
una decisione, decisione che riguarda l’essere del senso (petitot 1985, 225).

Questo genere di decisione, se invertita rispetto alla considera-


zione che si ha dello strutturalismo hjelmsleviano, si rivela di notevole
interesse teorico, nel panorama del dibattito contemporaneo sul si-
gnificato. petitot, precisando ancora la sua posizione, aggiunge quale
è la sfida che l’approccio hjelmsleviano pone allo studio del senso:

l’articolazione dei contenuti (la categorizzazione semantica) rinvia

109
non più, come in fonologia, a una modellizzazione con valore empi-
rico, bensì, come in sintassi strutturale, a una schematizzazione con
valore trascendentale. In questo quadro, il principio hjelmsleviano di
parallelismo fra espressione e contenuto deve essere reinterpretato
come un principio di conformità alle cose stesse (a una essenza, a un
senso noematico), principio secondo il quale la schematizzazione deve
riposare sull’eidetica stessa che garantisce una adeguata modellizzazione
fonologica (petitot 1985, 226).

Il sistema semantico, per hjelmslev, coincide con l’orizzonte del


mondo in quanto dicibile. Esso si presenta come il luogo teorico
privilegiato per comprendere l’attività di stratificazione del linguag-
gio. Esso, inoltre, possiede il vantaggio di far focalizzare la funzione
semiotica, che, regolando le due morfologie dinamiche – l’espres-
sione e il contenuto – è il perno costitutivo del linguaggio. Il paral-
lelismo fra queste due, allora, non va considerato come una omologia
fra elementi della stessa dimensione, ma una relazione di reciproca
determinazione in base ad esigenze, ora dell’uno ora dell’altro piano
morfologico. È questo – in luogo di una visione di hjelmslev come
teorico del componenzialismo – un aspetto che merita considera-
zione. Così, diventa possibile inserire il danese fra quei linguisti, per
i quali il senso s’iscrive nelle dinamiche profonde della vita semiotica
umana. hjelmslev aveva individuato questa mobilità, ricapitolando
la sua versione del parallelismo tra espressione e contenuto; non si
tratta di una rigida corrispondenza tra inventari discreti, ma di una
dinamica di relazioni complesse che si tirano, s’attirano, si respin-
gono e trasformano reciprocamente, sulla base di quella che egli chiamò
la non-conformità dei piani. È questa reciprocità non-conforme che apre ad
un modello dinamico della semiosi e dell’attività di linguaggio: «la
lingua, che è essa stessa contenuto ed espressione, può sempre, nella
sua totalità, farsi espressione per un nuovo contenuto» (hjelmslev
1941, 139).

110
CApItOlO 3
GlI StrAtI dEllA SEmIOSI:
FENOmENOlOGIA dEllA FuNZIONE SEmIOtICA

3.1. uN SEGNO OltrE Il SEGNO?

tra i linguisti post-saussuriani, hjelmslev è probabilmente quello


che si è spinto più in là nella critica alla indissolubilità di significante
e significato. Conducendo l’analisi linguistica al di sotto del livello
del segno, il linguista danese, come ha sostenuto david piotrovski
(piotrovski 1997), è contravvenuto al principio cardine della lingui-
stica saussuriana. hjelmslev, infatti, ha posto l’esigenza di partire dal
“testo” – che considera l’autentico dato fenomenologico con il quale
lavorano i parlanti – e di proseguire secondo una strategia di scom-
posizione analitica. Il testo viene scomposto, nel corso del procedi-
mento analitico, in elementi di dimensione decrescente. da questa
discesa verso grandezze minime vengono fuori alcuni inventari di
grandezze dallo statuto particolare. pertanto, l’analisi linguistica non
deve porsi come obiettivo lo studio dei segni – e della lingua come
sistema di segni –, ma l’analisi in grandezze di natura fonica e seman-
tica, che con il segno non necessariamente coincidono. Se le lingue
costituiscono dei reticoli polifunzionali di relazioni fra elementi, una
nozione di segno legata ad una visione lessicalista è inadeguata.
le grandezze che l’analisi deve reperire, che hjelmslev chiama
figure, sono caratterizzate da una proprietà: esse non sono struttu-
rate secondo corrispondenze uno-ad-uno. Se consideriamo, ad
esempio, una figura del contenuto questa non avrà un correlato acu-
stico; e ciò reciprocamente: «la descrizione in base ai nostri principi
deve analizzare contenuto ed espressione separatamente, e ciascuna
delle due analisi deve finire col fornire un numero ristretto di entità,
a ciascuna delle quali non è detto che debba necessariamente corri-
spondere un’entità del piano opposto» (hjelmslev 1961, 50). perciò,
conclude hjelmslev: «se una lingua non fosse così organizzata, sa-
rebbe uno strumento inutilizzabile per il suo fine. Abbiamo dunque
ragione di supporre che questo tratto – la costruzione del segno in
base a un numero limitato di figure – costituisca un elemento basi-

111
lare essenziale nella struttura di qualunque lingua» (hjelmslev 1961,
51). Il linguista danese vuole rendere operativi i criteri della spiega-
zione strutturale del linguaggio. Così, attraverso il procedimento di
scomposizione analitica del testo, egli intende esaminare la struttura
del segno, nella convinzione di poter comprendere il linguaggio nella
sua stessa intrinseca finalità: quella, cioè, della formazione dei segni a
larghissimo uso e praticità.
È per questa ragione che hjelmslev ricorre ad una descrizione
del solo territorio funzionale che circoscrive una lingua; senza inte-
ressarsi a quelle che chiama le funzioni esterne delle lingue:

le lingue, dunque, non si possono descrivere come puri sistemi di segni;


in base al fine che loro generalmente si attribuisce, esse sono in primo
luogo e soprattutto sistemi di segni; ma in base alla loro struttura interna
esse sono in primo luogo e soprattutto qualcosa di diverso, cioè sistemi
di figure che si possono usare per costruire segni. la definizione della
lingua come sistema di segni si è dunque rivelata, a un’analisi più attenta,
insoddisfacente. Essa riguarda solo le funzioni esterne della lingua, i
suoi rapporti con i fattori non linguistici che la circondano, ma non le
sue funzioni interne caratteristiche (hjelmslev 1961, 51).

una pagina come questa, se non adeguatamente riletta, potrebbe


iscriversi benissimo negli slogan dello strutturalismo degli anni Ses-
santa: i segni sono composti di figure, che costituiscono inventari finiti
e limitati di non-segni. le lingue stesse, allora, sono sistemi di figure:
da un numero esiguo di queste – un gruppetto, dice hjelmslev – si
può ricavare un’infinità di segni. la loro utilizzabilità è garantita dal-
l’esiguo numero di figure, che rende maneggiabile l’allargamento o
lo spostamento costante delle lingue. la linguistica strutturale ha co-
struito i propri principi teorici su questo genere di affermazioni hjel-
msleviane: a) i segni sono strutture composte, di natura puramente
relazionale e componenziale; b) le lingue sono sistemi formali, ossia
reticoli e fasci di relazioni tra elementi di grandezza variabile; c) le
lingue, allora, sono pure forme astratte. da un certo punto di vista,
la riflessione linguistica di hjelmslev rappresenta una delle fondazioni
dell’epistemologia strutturale e della sua pratica descrittiva. I passi ci-
tati sopra, attestano che l’appartenenza di hjelmslev al quadro strut-
turale ne ha minato le pur illuminanti idee e la nozione di
stratificazione, cui si dedicò negli ultimi anni.
per iscrivere nel quadro della sistematica strutturale la propria pra-

112
tica descrittiva, hjelmslev ha bisogno di scomporre la connessione
tra significante e significato, che rappresenta l’insuperabile limite ul-
timo cui si può spingere l’analisi. Se per Saussure la langue è un «sy-
stème de signes où il n’y a d’essentiel que l’union du sens et de l’image
acoustique» (Saussure 1922,63), hjelmslev, prolungando l’analisi al
di sotto del livello del segno, tocca una delle più rilevanti problema-
tiche saussuriane. per il Saussure del ClG56, l’unione di suono e senso,
o di immagine acustica e concetto, costituisce la caratteristica capitale
delle forme dell’oggettività linguistica: «le signe linguistique est une
entité (…) à deux faces» i cui «deux éléments sont intimement unis
et s’appellent l’un l’autre» (Saussure 1922, 99). Alla fine dei suoi corsi,
Saussure introduce i termini significante e significato per identificare la
natura olistica della connessione tra un contenuto ed una forma fo-
nica: «nous appelons signe la combinaison du concept et de l’image
acoustique (…). Nous proposons de conserver le mot signe pour dé-
signer le total, et de remplacer concept et image acoustique respectivement
par signifié et signifiant» (Saussure 1922, 99). le tre dimensioni del segno
– la totalità organizzata, il significato ed il significante – vivono di re-
lazioni di richiamo reciproco e d’opposizione. Come osserva piotrov-
ski (piotrovski 1997), né per Saussure né tanto meno per hjelmslev
è sufficiente arrestarsi a questo livello:

Car pour atteindre une entière compréhension structurale il reste en-


core à renverser l’ordre des primautés, c’est-à-dire à établir l’existence
du signifiant et du signifié sur le principe même de la liaison organique
qu’ils contractent et qui les institue dans leur qualité de grandeur lin-
guistique. à ce moment, signifiant et sifgnifié ne sont plus seulement
les appellations, mieux appropriées, des objets acoustique et sémanti-
que insérés dans l’ordre linguistique par l’effet d’un rapport indéfecti-
ble et totalisant, mais des fractions de contenu et d’expression – objets
linguistiques à part entière dénommés alors signifiant et signifié – con-
struites sur le principe d’une fusion (piotrovski 1997b, 118-119).

In questo modo, diventa comprensibile la tesi del Cours per cui


«il n’y a pas de faits linguistiques indépendants d’une matière phoni-
que découpée en éléments significatifs» (Saussure 1922 [1972], 153).
C’è un’inversione del punto di vista alla base dell’oggettività e della

56
È questa l’opera che di Saussure hjelmslev conosce e con la quale dialoga.

113
caratterizzazione delle unità ed identità linguistiche57. Saussure scrive
che l’entità linguistica esiste solo tramite l’associazione di significato
e significante; nel momento in cui si considera una sola delle due di-
mensioni, l’entità linguistica “scompare”: «une suite de sons n’est
linguistique que si elle est le support d’une idée; prise en elle-même
elle n’est plus que la matière d’une étude physiologique, il en est de
même du signifié, dès qu’on le sépare de son signifiant» (Saussure
1922, 144). E altrove, aggiunge che «le rôle caractéristique de la langue
vis-à-vis de la pensée n’est pas de créer un moyen phonique matériel
pour l’expression des idées, mais de servir d’intermédiaire entre la
pensée et le son, dans des conditions telles que leur union aboutit
nécessairement à des délimitations réciproques d’unités» (Saussure
1922 [1972], 156). per Saussure, la natura formativa della lingua si in-
treccia con la dimensione psicologica, però resta sostanzialmente vin-
colata all’idea di un ordine inedito di configurazione delle forme,
specifico e non riducibile a dimensioni prelinguistiche. una qualsiasi
forma di divisione dell’unione di significante e di significato rappre-
senterebbe, agli occhi di Saussure, un’uscita dal piano della realtà lin-
guistica.
l’epistemologia e il metodo strutturale che hjelmslev concepisce,
invece, si propongono il superamento, attraverso l’analisi, dell’unione
di significante e di significato, in nome di due piani, in cui si muovono
una serie di grandezze variabili e variamente disposte, in relazione
fra loro. Se per Saussure è l’unità linguistica tutta intera, che è costi-
tuita sul modo di un’interazione tra i piani dell’espressione e del con-
tenuto, hjelmslev cerca di superare questa convinzione, rielaborando
la nozione di forma saussuriana in modo originale. Come Saussure,
hjelmslev è convinto del carattere primordiale del legame semiotico fra
regioni acustiche e semantiche. Egli, però, lo riorganizza non più al-
l’interno dell’analisi del segno, ma all’interno di uno studio di diffe-
renti modalità di connessione tra i piani. È questo il punto chiave che
inaugura la teoria della stratificazione, con uno spostamento fonda-
mentale: dal segno alla funzione semiotica. la connessione funzionale
è un sistema di operazioni, la cui intersezione genera oggetti intrin-
secamente stratificati. Nonostante le vistose differenze, questa visione
è profondamente saussuriana:

57
Cfr. russo Cardona 2007, pp. 171-172.

114
la funzione segnica è di per sé una solidarietà. Espressione e conte-
nuto sono solidali – si presuppongono reciprocamente in maniera ne-
cessaria. un’espressione è espressione solo grazie al fatto che è
espressione di un contenuto, e un contenuto è un contenuto solo gra-
zie al fatto che è contenuto di un’espressione. Non ci può dunque es-
sere, tranne che per un’artificiale separazione, un contenuto senza
un’espressione, né un’espressione senza un contenuto. Se pensiamo
senza parlare, il pensiero non è un contenuto linguistico, non è un fun-
tivo di una funzione segnica; se parliamo senza pensare, producendo
una serie di suoni a cui nessun ascoltatore può attribuire un contenuto,
il nostro discorso sarà un abracadabra, non un’espressione linguistica,
non un funtivo di una funzione segnica (hjelmslev 1961, 53).

lo spostamento che hjelmslev opera dal segno alla funzione se-


miotica è indice di una ristrutturazione originale, che, se da un lato
infila la via tracciata dal maestro, dall’altro intraprende una propria
originalità a causa di quelle che il linguista danese reputa le insuffi-
cienze di Saussure58. la teoria hjelmsleviana della stratificazione
gioca la propria partita nell’elaborazione di un sistema che dia conto
sia della morfogenesi delle forme linguistiche sia delle operazioni a
esse soggiacenti. Questo legame s’evince dalla chiusura di La Stra-
tification du Langage, dove hjelmslev lega la variabilità d’uso che le
unità linguistiche implicano, agli strati operativi che le comunità di
parlanti realizzano:

Nous croyons en effet que les réflexions que nous avons maintenant
terminées permettent de donner une définition non seulement de
l’usage, mais aussi, plus généralement, de la parole, et, d’autre part, plus
particulièrement, de la norme (…). On peut définir la parole par la ren-
contre même et l’entrecroisement des strata. la parole est en effet, en
dernière analyse, tout ce qui est arbitrare dans le langage. la parole se
définit comme l’ensemble des relations interstratiques effectivement
exécutées. l’usage, à son tour, est évidemment ce qu’il y a de stabilisé
dans la parole. l’usage se définit comme l’ensemble des connexions
interstratiques effectivement exécutées (…). à la différence de l’usage,
la norme doit être l’ensemble des relations interstratiques admises. le

58
hjelmslev ha sempre vissuto le sue relazioni teoriche con Saussure nei
termini di un apprendistato critico. Nei riguardi del pensiero del maestro, egli
si è proposto non solo di riorganizzarlo, ma anche di ristrutturarlo in modo ori-
ginale. Cfr. hjelmslev, 1943a.

115
schéma sémiotique (et linguistique) par contre est en dehors de cet ordre
d’idées: ce terme ne se rapporte qu’aux fonctions intrinsèques dans la
forme de chacun des plans pris à part (hjelmslev 1954, 76).

È in questa logica che diventano comprensibili i principi fonda-


mentali della semiotica hjelmsleviana: la solidarietà tra i piani del lin-
guaggio; la funzionalità sistemica dei segni e della loro formazione;
l’onniformatività del senso; la riflessività metalinguistica; e, soprat-
tutto, la non-conformità dei piani. la teoria semiotica di hjelmslev si
propone come una strategia di reperimento delle trasformazioni con-
tinue ed immanenti ad un solo e medesimo oggetto: il linguaggio.

3.2. Il SEGNO COmE ACCIdeNte: vErSO lA FuNZIONE SEmIOtICA

Spostando la propria osservazione sul concetto di funzione semiotica,


hjelmslev vuole descrivere gli schemi di organizzazione del senso, per
combattere la metafisica di fondo dei modelli componenziali del
senso. per questi, parlare di lingue equivale a discutere di sistemi
astratti, chiusi e statici. Anzi, come si è visto, in questa prospettiva è
ritenuto necessario reperire elementi non ulteriormente riducibili e
scomponibili: solo in questo modo, infatti, diventa possibile distin-
guere il linguistico dal non linguistico, e identificare “ciò che fa di
una lingua una lingua”. hjelmslev non considera il progetto com-
ponenziale adatto alla descrizione del significato lessicale; meno che
mai, lo reputa utile per comprendere quella “testa di medusa” che
è l’esperienza del senso. Ed è al problema del senso – su cui hjel-
mslev lavora sottotraccia – che bisogna tornare.
In questo contesto, l’analisi della funzione semiotica può mettere in
discussione la visione di uno hjelmslev teorico del formalismo esa-
sperato; interpretazione che ne fa l’esponente di spicco di una vi-
sione algebrizzante delle lingue e del senso. Cercheremo di
focalizzare l’architettura funzionale della semiosi, per mostrare che
le posizioni di hjelmslev sono spesso più sfumate ed avvertite: in
ogni caso, c’è in hjelmslev una cautela teorica e metodologica, poco
sottolineata dagli studiosi. Come ha bene intravisto Jacques Fonta-
nille (Fontanille 2004, 19-28), l’evoluzione della nozione di funzione
semiotica, così come si è sviluppata a partire dalla riflessione hjel-
msleviana, evidenzia che la posizione del linguista danese è sicura-

116
mente meno netta rispetto a quella che è stata fatta passare. In virtù
di una lettura riduttiva, con funzione semiotica si è inteso riferirsi
alla sola relazione logica di presupposizione tra elementi del piano
dell’espressione e del contenuto, senza riferimento agli operatori di
questa connessione – il corpo e la dimensione enunciativa –, né met-
tendo in conto quei fattori dinamici che rendono la funzione di re-
ciprocità tanto essenziale quanto fragile e mobile.
È stato a partire da questo genere di interpretazioni che il pen-
siero hjelmsleviano è stato considerato dogmatico. Così si è assistito
ad una duplice operazione di sistemazione che la riflessione hjel-
msleviana ha subito. O, infatti, alcuni tra i postulati, i temi, o anche
gli spunti del pensiero del linguista danese sono stati, per così dire,
neutralizzati in quanto postulati generali della semiotica, come nel
caso della relazione duale tra espressione e contenuto. Oppure,
come nel caso della relazione di presupposizione logica che governa
la funzione semiotica senza interesse per gli operatori cognitivi che vi
lavorano, si è pensato si trattasse di principi astratti, inadatti a spie-
gare l’attività linguistico/semiotica e le lingue. Queste interpreta-
zioni, dal nostro punto di vista, sono insufficienti per comprendere
l’articolazione del pensiero hjelmsleviano, e, in più, sembrano essere
figlie di una certa ricezione che lo strutturalismo ha subito; per que-
sta ragione, anzitutto, è utile relativizzare questa ricezione, che me-
rita, a qualche decennio di distanza, di essere riconsiderata perché
se ne possa correggere il tiro.
A nostro parere, però, c’è di più: se cerchiamo di rendere conto
delle dinamiche complesse e stratificate in cui si strutturano i processi
semiotici e linguistici, questo tipo di tradizione, come sottolinea Fon-
tanille, rischia di non essere funzionale per dei motivi essenziali. In
prima istanza, essa ha perseverato in una specie di “rimozione” degli
aspetti oggi al centro del dibattito semiotico/linguistico e cognitivo:
il corpo, la cognizione, la intersoggettività del senso, la temporalità,
l’enunciazione. Questa rimozione teorica ha trovato legittimazione
nella costruzione di un dispositivo concettuale, che ha rappresentato
il cuore della tradizione saussuriana e strutturalista in genere: la no-
zione di segno. Se questo ultimo ha costituito il fulcro imprescindibile
di ogni filosofia del linguaggio a sfondo semiotico, oggi, tra le altre,
è proprio buona parte della riflessione semiotica europea e non solo
a richiamarne le fragilità, le debolezze, le manchevolezze e, in buona
sostanza, le insufficienze fondamentali. Fontanille, tra altri, ha indi-

117
viduato proprio nella relazione segnica il fulcro e il punto debole della
tradizione che noi stiamo esaminando. laddove ha sposato una ela-
borazione in qualche modo logico-formale e disincarnata del segno,
questo tipo di tradizione non ha più potuto dare conto della com-
plessità e ricchezza dell’universo dei corpi parlanti e delle strutture
enunciative, nonché della mente linguistica:

Nella tradizione saussuriana e hjelmsleviana la relazione tra le due facce


del segno o tra i due piani del linguaggio è sempre una relazione logica,
qualunque sia la sua formulazione: necessaria o arbitraria, a seconda
del punto di vista adottato, o di presupposizione reciproca. Questo
tipo di operazione fa a meno di qualsiasi operatore: si constata, a po-
steriori, una volta stabilizzatosi il segno o il linguaggio istituito, che il si-
gnificante e il significato, l’espressione e il contenuto, sono in relazione
di presupposizione reciproca. di fatto non ci si interroga per nulla
sull’operatore di tale relazione, vale a dire sul ruolo giocato dall’eun-
ciazione e dal corpo nella correlazione segnica. Quest’ultima, negli
scritti di Saussure, in quanto simbolizzata da una barra orizzontale tra
il significante e il significato, risulta per definizione disincarnata (Fon-
tanille 2004, 19-20).

la conclusione del semiologo francese è molto forte: «in una


prospettiva diametralmente opposta, potremmo persino metter in
campo l’ipotesi che, nella prospettiva di una semiotica del corpo, la
nozione stessa di segno finisca con l’essere oramai definitivamente
desueta e non più operativa, dal momento che i due tipi di figure –
in senso hjelmsleviano – che la costituiscono, vale a dire il signifi-
cante e il significato, non possono essere in alcun modo trattati come
dei corpi» (Fontanille 2004, 20). le considerazioni di Fontanille sono
interessanti, sia per il discorso su hjelmslev che noi cerchiamo di
condurre, sia per le questioni più generali e complessive di episte-
mologia linguistica e semiotica che egli pone. da un lato, come egli
stesso afferma, la posizione di hjelmslev è molto più «esitante», per-
ché la nozione di segno, all’interno della sua teoria, ha lo statuto di
un accidente e non di un costituente essenziale59. dall’altro lato, la re-

59
Già nei Fondamenti di una teoria del Linguaggio, hjelmslev aveva utilizzato
questa espressione in riferimento al segno. Inoltre, nell’opera pubblicata po-
stuma, vale a dire il Résumé a theory of Language (1975) la nozione di segno scom-
pare del tutto.

118
lazione logica che sta alla base della nozione di segno, ossia la di-
stinzione e reciprocità tra i due piani del linguaggio, merita di essere
riconsiderata. per hjelmslev, scrive Fontanille, «1) la distinzione tra
piano dell’espressione e piano del contenuto è puramente pratica e
non possiede valore operativo, e (…) 2) essa è fluttuante, nonché
dipendente dal punto di vista e dai criteri di pertinenza dell’analista.
la relazione di presupposizione reciproca esprime allora di fatto,
nella formulazione logicista dell’epoca, una solidarietà pensata come
fragile, mobile e immotivata, e che richiede l’esplicitazione di un
operatore» (Fontanille 2004, 20).
Secondo lo studioso, rileggere hjelmlsev e la sua tradizione com-
porta sia una riflessione sullo statuto del legame tra espressione e
contenuto, sia una riflessione, forse più radicale, sullo statuto delle
operazioni semiotico-cognitive che generano questa dualità. In questo
modo, diventa possibile ritornare sul regime della dualità o monofac-
cialità degli oggetti linguistici, e, attraverso la loro stratificazione se-
mantico-espressiva, lo si può osservare non come una operazione
primitiva, ma come il risultato di un complesso operazionale più
ampio. Ciò, beninteso, se teniamo in considerazione – come sug-
gerisce Fontanille – tutte le implicazioni semiotico-linguistiche, fi-
losofiche e di modello che questo tipo di impostazione produce.
perciò, come egli stesso ha scritto, lo studio della funzione semiotica
di tradizione saussuriana e hjelmsleviana e della sua evoluzione teo-
rica comporta, come proprio correlato quasi necessario, una consi-
derazione sullo statuto semiotico e cognitivo del “corpo” quale
“substrato” della semiosi. È in questo quadro che ricompare, e tro-
verà specificazione, la nozione di istanza materiale che abbiamo visto
nel primo capitolo, e che adesso verrà utilizzata all’interno della ri-
flessione post-hjelmsleviana che cerchiamo di costruire. Come an-
cora una volta propone Fontanille, «nel momento stesso in cui ci
s’interroga sull’operazione che riunisce i due piani del linguaggio, il
corpo emerge come fattore indispensabile; che lo si assuma come
‘sede’, come ‘vettore’ o come ‘operatore’ della semiosi, adesso ap-
pare in ogni caso come la sola istanza comune alle due facce (o ai
due piani) del linguaggio in grado di fondare, garantire o realizzare
la loro riunione in un insieme significante» (Fontanille 2004, 20).
Questo nesso anima sia la riconsiderazione della ricerca hjelmsle-
viana, sia una più lungimirante riflessione che riguarda lo statuto
degli oggetti linguistico-semiotici, e quello delle lingue come sistemi

119
o tessuti formali. Queste ultime vanno intese, in questa ottica, come
«formate» dagli oggetti linguistici, dalle loro relazioni di tipo dina-
mico, e dalle varie operazioni semiotiche e cognitive che vi sono
soggiacenti. di più: questi tre livelli, interagenti e simultanei, ossia
oggetti (parole), lingue ed operazioni, si sovrappongono e rideterminano
costantemente, in una spirale complessa che è bene cercare di arti-
colare. È questo, a nostro avviso, il senso ultimo e lo scopo della
nozione di stratificazione, così come è usata da hjelmslev: una ipotesi
semiologica generale e complessiva, cioè, che sotto l’egida dei rapporti
tra variabilità e diversità delle forme, riesca ad individuare quel gro-
viglio d’operazioni e quella molteplicità di livelli e di strati interagenti,
che producono un costante, ed altrettanto molteplice, insieme di
performances storiconaturali che descrivono l’ecologia semiotica
della specie umana.
Se, seguendo Fontanille, siamo partiti dall’“esitazione” hjelmsle-
viana, è per confermare l’incompatibilità fra hjelmslev e i modelli
componenziali. Ci interessa, piuttosto, mostrare la plausibilità di una
rilettura “ecologica” del lavoro del linguista danese. lo sforzo è quello
di elaborare una ontologia della stratificazione degli oggetti linguistici
e dei processi di loro costituzione: la langue e la parole. È all’interno di
queste due modalità che l’attività di linguaggio vive; perciò essa può
essere rappresentata come un’instancabile opera di creazione, stabi-
lizzazione e deformazione di forme sociali e individuali all’interno
dei collettivi circuiti dell’enunciazione. Nei prossimi paragrafi, mo-
streremo l’insufficienza dell’interpretazione che fa di hjelmslev il
padre di una stratificazione logica del segno; questa si realizzebbe
solo a stabilizzazione dei segni avvenuta, ed esclusivamente dentro il
circolo chiuso della langue. Cercheremo di muoverci, al contrario, sulla
via indicata da Fontanille, verso un disegno teoricamente più ampio
ed interessante: quello, cioè, di un progetto di semiotica ad orienta-
mento topologico-dinamico, volto a marcare la stratificazione eco-
logica del senso.
la riflessione sulla funzione semiotica, allora, ci consentirà di ela-
borare la topologia semiotica di hjelmsev, al centro della quale inse-
rire l’“uso”, collettivo ed individuale, prerequisito imprescindibile,
per modellizzare l’unità di evento performativo semiolinguistico e
forma simbolico-linguistica. O, in altre parole, per dar conto dell’unità
di parole e langue nel langage.

120
3.3. dAllA trAduCIbIlItà dEl SENSO All’OpACItà dEllE lINGuE

Sia nei Fondamenti di una teoria del Linguaggio (1943) sia in La Stratifi-
cazione del Linguaggio (1954), hjelmslev definisce il sistema linguistico
come onniformativo o onnivalente. In particolar modo, nei Fonda-
menti, la questione viene affrontata a partire dalla riflessione sulla na-
tura “traducibile” dei sistemi semiotico-linguistici:

una lingua si può definire come una paradigmatica i cui paradigmi sono
manifestati da tutte le materie; e un testo analogamente, come una sin-
tagmatica le cui catene, se si espandono indefinitamente, sono mani-
festate da tutte le materie. Con materia indichiamo una classe di variabili
che manifestano più di una catena entro più di una paradigmatica. In
pratica ogni lingua è una semiotica nella quale ogni altra semiotica,
cioè ogni altra lingua e ogni altra struttura semiotica concepibile, può
essere tradotta. tale traducibilità si fonda sul fatto che le lingue (e le
lingue soltanto) sono in grado di formare qualunque materia; nella lin-
gua, e soltanto nella lingua, è possibile «lottare con l’inesprimibile fin-
ché si arrivi ad esprimerlo (hjelmslev 1961, 116-117).

Nella tradizione saussuriana è radicata una convinzione profonda,


secondo la quale il significato è costitutivamente legato al significante
attraverso la funzione del segno, in modo che ogni cambiamento –
deformazione o sostituzione che sia – che concerne il significante,
allo stesso titolo riguarda il significato che gli è solidale. da ciò, di
conseguenza, un cambiamento del significante può produrre la spa-
rizione o la trasformazione del segno tutto intero, senza relazioni con
quello precedente. In parte, questa convinzione è la stessa di hjel-
mslev, il quale sottolinea che la visione saussuriana del segno, conce-
pendolo come una totalità organizzata, ne riesce a contestare la
versione tradizionale, secondo la quale il significante è segno di qual-
cosa di estrinseco al segno medesimo – un referente, per intendersi:

Fino ad ora abbiamo deliberatamente rispettato la vecchia tradizione


secondo cui un segno è in primo luogo e soprattutto un segno di qual-
cosa. In tal modo siamo certamente d’accordo con la concezione po-
polare, e inoltre con una concezione largamente diffusa fra epistemologi
e logici. ma dobbiamo ora mostrare che tale concezione è linguistica-
mente insostenibile, e qui siamo d’accordo col pensiero linguistico re-
cente. mentre in base alla prima posizione il segno è un’espressione che
rimanda a un contenuto esterno al segno stesso, in base alla seconda po-
sizione (esposta in particolare da Saussure e, in base a Saussure da Wei-

121
sgerber), il segno è un’entità generata dalla connessione fra un’espres-
sione e un contenuto (hjelmslev 1961, 52).

In apparenza, seguendo questa indicazione dell’inizio del § 13


dei Fondamenti, paragrafo centrale nella sequenza saussuriana, sembra
che hjelmslev muova nella direzione sopra proposta:

Ci sarà sempre solidarietà fra funzione e (classe dei) suoi funtivi: una
funzione è inconcepibile senza i suoi terminali, e i terminali sono solo
punti finali per la funzione e quindi inconcepibili senza di essa (…).
C’è dunque anche solidarietà fra la funzione segnica e i suoi due funtivi,
espressione e contenuto. Non si avrà mai una funzione segnica senza
la presenza simultanea di entrambi questi funtivi; e un’espressione e il
suo contenuto, o un contenuto e la sua espressione, non si presente-
ranno mai insieme senza che ci sia fra loro anche la funzione segnica.
la funzione segnica è di per sé una solidarietà. Espressione e conte-
nuto sono solidali – si presuppongono reciprocamente in maniera
necessaria. un’espressione è espressione solo grazie al fatto che è
espressione di un contenuto, e un contenuto è contenuto solo grazie
al fatto che è contenuto di un’espressione. Non ci può dunque essere,
tranne che per un’artificiale separazione, un contenuto senza un’espres-
sione, né un’espressione senza un contenuto. Se pensiamo senza par-
lare, il pensiero non è un contenuto linguistico, non è un funtivo di
una funzione segnica; se parliamo senza pensare, producendo una serie
di suoni a cui nessun ascoltatore può attribuire un contenuto, il nostro
discorso sarà un abracadabra, non un’espressione linguistica, non un
un funtivo di una funzione segnica (hjelmslev 1961, 52-53).

Il segno, in questa prospettiva, è però un’entità rigida, in cui non


ci può essere trasferimento di senso senza un totale cambiamento
della sua struttura integrale. Esso pertanto presenta un’instabilità non
del tutto incontrollabile. Nonostante l’apparenza, hjelmslev si è
mosso contro questa visione.
postulando una forma del contenuto autonoma e parallela alla
forma dell’espressione, la glossematica ha proposto un’interpreta-
zione del segno saussuriano, che invita a concepire il rapporto tra
espressione (significante) e contenuto (significato) nei termini di una
messa in relazione di «due forme», e dunque di due differenti morfo-
logie. Questo, secondo brandt, dovrebbe consentire al modello hjel-
msleviano di riconoscere «l’existence d’une plasticité sémiotique à
l’endroit du signe, puisque ses deux formes émergent de deux sub-
stances et ne peuvent pas se constituer mutuellement (…). Et, si cha-

122
que forme gère sa propre stabilité, le signe se présente comme une
bi-stabilité dont l’identité sera compatible avec des déstabilisations
relatives, aux deux niveaux» (brandt, 1994, 83). le implicazioni di
questa “plasticità semiotica” derivante dalla natura “bi-stabile” del
segno, legata alle deformazioni e alle stratificazioni di entrambi i piani,
sono, secondo brandt, estremamente rilevanti:

la question de l’identité du signe est ainsi à reprendre dans la perspec-


tive du trasfert de sens; et en premier lieu, la question de l’identité du
mot est à repenser; l’échange et l’apprentissage, la transmission en gé-
néral des signes établissent une telle identité à travers une double in-
terprétation, celle de la forme de l’expression et celle, autonome, de la
forme du contenu. pour qu’un signe – tel un mot – soit identifié, il
faut précisément que ce qu’il signifie puisse être signifié autrement (…). le
signifiant est ce qui renvoie son signifié à un autre signifiant (…). le
même se constitue à travers l’autre. Ainsi, la traduction entre dans la
définition même de la signification (brandt 1994a, 83).

la “traducibilità” del senso, da questo punto di vista, mette alla


prova il principio “mono-morfologico”, alla base dell’intuizione del
saussurismo della vulgata. Nella misura in cui avviene un trasferimento
di senso, una forma del contenuto si ‘sgancia’ dalla forma dell’espres-
sione d’origine per glissare verso una nuova.
Ora, ci sono almeno due modi di considerare questo aspetto. Il
primo, meno interessante, è rappresentato dalla versione raffinata del
segno nella tradizione strutturalista. lo spostamento di senso alla
base della traducibilità interlinguistica viene considerato, in questa
prospettiva, esclusivamente come un effetto secondario. Si istituisce
una sorta di parentela fra due sostanze del contenuto rispetto all’iden-
tità della materia, anteriore ed esterna ad ogni problematica lingui-
stica. Che hjelmslev, in effetti, abbia per certi versi sposato questa
prospettiva, è considerazione plausibile. risuona emblematico, ad
esempio, lo studio effettuato dello spettro dei colori, e delle differenze
lessicali prodotte all’interno di paradigmi di lingue diverse. Se questi
passi del lavoro hjelmsleviano vengono letti in modo isolato, non è
difficile considerare il pensiero del nostro linguista come in conso-
nanza con una versione radicale del determinismo linguistico. Ci
limitiamo a qualche considerazione a margine. In relazione al tratta-
mento lessicale, il determinismo o relativismo linguistico si è limitato
alla descrizione dei differenti «tagli» imposti dalla lingua al mondo

123
circostante ed al mondo cognitivo, senza riguardo per le altre forme
di strutturazione dell’esperienza. Nell’ipotesi Sapir-Whorf sono le
lingue ad organizzare la nostra esperienza, le modalità di pensiero,
nonché l’intera sfera della cultura. Osservabili all’interno della sintassi,
dell’apparecchiatura morfologica e dei lessici, si muovono alcune strut-
ture organizzatrici, che plasmano il pensiero e finanche la percezione
“non-linguistica” degli appartenenti a differenti comunità linguistiche
in modo eterogeneo e reciprocamente impermeabile e quindi non
intertraducibile. È questa struttura organizzatrice, variabile da lingua
a lingua, che pone la diversità linguistica a fondamento di ogni diver-
sità culturale: un impermeabile schema d’organizzazione d’ogni lin-
gua, che vincola la relazione tra il linguaggio e le sue operazioni di
referenziazione, di rappresentazione e di regolazione comunitaria.
per ciò che riguarda hjelmslev, e le sue relazioni con questa prospet-
tiva, si tratta di uno schema teorico in cui i rapporti fra materia, so-
stanza e forma sono concepiti nei termini di proiezioni dei tessuti
formali astratti – lo schema organizzativo dell’ipotesi Sapir-Whorf – su
un continuo amorfo, anteriore alla semiosi, e che è ciò che hjelmslev
chiama materia. Se la concezione della costruzione di forme in hjel-
mslev si limitasse a questo schema, non si potrebbe fare altro che
collocare il nostro autore all’interno di quella corrente non-morfo-
logica, ma algebrista e formalista, che Jean petitot ha da un po’ di
anni ben descritto60. da questo punto di vista, lo strutturalismo di
hjelmslev ha formulato l’opposizione, di tradizione aristotelica, tra
materia e forma, in termini nettamente idealista. Secondo petitot, il
côté formalista dello strutturalismo ha certamente considerato la
“forma” come un principio di regolazione e differenziazione rela-
zionale dei sistemi di senso (e la lingua in prima istanza). Nello stesso
tempo, però, esso ha pensato a questa istituzione reticolare di diffe-
renze, come ad un «vero e proprio mistero»: una “proiezione” di re-
lazioni astratte su una “materia”. Questa è intesa come una “massa
amorfa”, un continuum indifferenziato, che si riferisce alle dimen-
sioni della percezione e dell’azione; livelli in cui il senso si trova pre-
strutturato dalla struttura generale della cognizione umana. Questa
posizione formalista provoca alcune conseguenze. In primo luogo,
la forma diventa puramente relazionale, costruita sulla base di ele-

60
petitot 1985; 1996.

124
menti pregressi isolati, di natura discreta. In secondo luogo, il senso
viene a essere percepito come qualcosa di disincarnato (disembodied)
e per ciò costantemente autonomizzato, concepito come un puro ef-
fetto di posizionamento degli elementi, senza riferimento ai processi
da cui emerge. Se la materia è un continuum amorfo, che nessuna
forma di (auto)organizzazione può regolare, è chiaro che la forma è
dotata a questo punto di una specie di «potere demiurgico», che con-
sente a questa pura combinazione di imporsi e di costruire un senso
che non ha alcun ancoraggio materiale o concreto. Si ha spesso l’im-
pressione di trovare questo nei lavori di hjelmslev: un profondo dua-
lismo che oppone la forma semiotica alla materia non semiotica:

Si può dire che un paradigma in una lingua, e un paradigma corrispon-


dente in un’altra coprano una medesima zona di materia che, astratta
da tali lingue, è un continuo amorfo inanalizzato entro cui l’azione for-
matrice delle lingue pone delle suddivisioni. dietro ai paradigmi offerti
nelle varie lingue dalle designazioni dei colori possiamo, sottraendo le
differenze, scoprire tale continuo amorfo, lo spettro solare, a cui ogni
lingua pone arbitrariamente le sue suddivisioni. Se le formazioni in
questa zona della materia sono per lo più approssimativamente le
stesse nelle lingue europee più diffuse, non occorre andare molto lon-
tano per trovare formazioni che ad esse non corrispondono61.

la zona di materia, di cui hjelmslev parla, benché ricoperta da pa-


radigmi differenti nelle differenti lingue, possiede una struttura indi-
pendente dalle lingue. l’organizzazione dello spettro dei colori è
costruita dal sistema percettivo umano, che gli conferisce una struttura
topologica autonoma, e un insieme di proprietà di salienza specifiche,
in cui le lingue sembrano poter intervenire solo posteriormente. Que-
ste proprietà costituiscono dei vincoli cognitivi per le lingue: nessuna,
ad esempio, potrebbe possedere un termine che, acchiappando con-
temporaneamente il rosso ed il giallo, non descriva anche l’arancione.
In qualche modo, si potrebbe dire, lo spettro dei colori è dotato di
una struttura relativamente ricca, extralinguistica e che s’impone al lin-
guaggio.
A questo proposito, come ha fatto osservare bernard victorri62,

61
hjelmslev, op. cit. p. 57.
62
victorri, comunicazione personale. Cfr. victorri 2005.

125
se da una parte la definizione dei sostrati fonici e semantici come dei
continua indifferenziati sembra essere insufficiente, non bisogna di-
menticare che linguisti come Saussure e hjelmslev hanno lavorato,
partendo da questa intuizione, su alcuni problemi di estrema impor-
tanza. Su tutti uno: la relazione tra lo statuto discreto delle unità lingui-
stiche e la natura continua dell’esperienza. Concordando con victorri,
è ragionevole asserire che il rapporto tra il continuum e le unità di cui
sono composte le lingue storiconaturali deve procedere lungo un dop-
pio binario: «l’arbitraire des frontières délimitant les régions occupées
par les unités discrètes n’est pas absolu: il est contraint par la structure
du continuum de sens dans lequel sont tracées ces frontières» (victorri
2005, 82). Se il problema della traducibilità del senso trovasse riscontro
solo in questa prima formulazione, sembrerebbe non inverosimile
considerare la proposta del linguista danese come una vetta dell’idea
di arbitrarietà linguistica, in un’accezione, peraltro, inaccettabile per gli
stessi studiosi di Saussure e della nozione di arbitrarietà. Non solo.
hjelmslev stesso, così considerato, non può che venir dipinto come
uno dei linguisti fra i più formalisti ed algebristi all’interno dell’arci-
pelago strutturalista. Se il focus della riflessione sulla funzione semiotica
e sulla traducibilità del senso viene spostato sulle relazioni di proie-
zione fra forma, sostanza e materia, si corre il serio rischio di perdere
– come accade spesso allo strutturalismo hjelmsleviano e al suo diretto
prosecutore, ossia la semiotica greimasiana – la capacità di pensare le
relazioni tra l’attività linguistica e il complesso d’operazioni cognitive
che ne sostengono la costruzione in forme enunciative. ma, cosa
ancor più rilevante, si perde lo stesso spessore teorico della proble-
matica della traducibilità (intertraducibilità) del senso, a favore di una
più pretestuosa teoria della costituzione di forme.
Al contrario, come brandt ha spesso sottolineato, hjelmslev parte
da quel dato sicuramente incerto – e forse bizzarro – che è la tradu-
cibilità dei fatti, delle esperienze e delle forme, e si muove verso la ri-
cerca di invarianti, in cui inquadrare la continua variazione del senso.
un esame del laboratorio di hjelmslev, fra l’altro, mette in guardia
da facili conclusioni, sia attorno al nodo dell’arbitrarietà, che, come
dice victorri, ha prodotto modelli di rappresentazione del significato
lessicale che non riescono a dare conto di molte delle sue proprietà
generali63; sia per ciò che riguarda la più generale teoria del segno (e

63
Cfr. victorri, Fuchs 1996.

126
della semiosi), le sue dinamiche di generazione, stabilizzazione, ap-
prendimento e trasmissione.
È per questo che si rivela interessante mettere in luce la presenza,
nei lavori del linguista danese, di una linea di ricerca, forse non espli-
cita, che intende riscrivere la nozione di funzione semiotica e di semiosi;
è questa seconda tendenza teorica che vuole essere capace, a sua
volta di rendere conto della intrinseca traducibilità semiotica che hjel-
mslev pone a fondamento della definizione di lingua. Se privi del
nesso fra lingua, traducibilità e stratificazione, diventa difficile com-
prendere l’idea antropologica di linguaggio che lo strutturalismo
hjelmsleviano propone. Questa ‘seconda strada’, dunque, non può
che intraprendere due diramazioni.
la prima è l’assunzione della centralità della sostanza, con la con-
seguente impostazione sostanzialista del fenomeno dell’emergenza
del sesno. la seconda è il mantenimento dell’ipotesi dei due piani
costitutivi che determinano il costruirsi delle forme semiotiche, in
modo da riuscire a dar conto del regime di dualità del segno stesso,
e del regime di co-variazione che costituisce le lingue e l’attività di
linguaggio. perciò, osserva brandt, è necessario supporre, per sal-
vaguardare l’ipotesi dei due piani costitutivi del segno, che ciò che
esiste sono «des morphogènes, qui font émerger les formes dans la sub-
stance spécifique de chaque plan» (brandt 1994a, 84). Solo in questo
modo, la differenza propria della traducibilità delle forme semiotiche
non si riduce ad un fatto quantitativo o ad un mero rapporto logico
tra forme. Al contrario, la traduciblità è circoscrivibile come un fatto
qualitativo, legato alla stratificazione delle categorie che entrano in gioco
nella vita sociale delle forme, e vincolata alla relazione di opacità e di
parafrasabilità che le lingue intrattengono con l’esperienza del senso.

3.4. lE mOrFOlOGIE dEl SEGNO E Il prOblEmA dEllA trAduZIONE

l’“esclusione della sostanza” è stato uno dei problemi centrali della


teoria di hjelmslev. tale esclusione, nel momento in cui si considera
un saggio come la Stratification du Langage, è meno netta di quanto
appaia. È hjelmslev stesso che conferma questa cautela, dieci anni
dopo la pubblicazione della sua opera divulgativa più nota. tra i
principi della glossematica, il danese suggerisce di considerarne quat-
tro, legati tra loro. A fianco di una procedura analitico-deduttiva e

127
di una insistenza sulla forma linguistica, hjelmslev così individua il
terzo ed il quarto compito della teoria linguistica:

vouloir comprendre dans la forme linguistique celle du contenu, et


non seulement celle de l’expression; et, en conséquence de ces princi-
pes, 4° celui de considérer le langage, dans le sens communément
adopté par les linguistes, comme un cas particulier d’un système sé-
miotique, c’est-à-dire d’un système comportant des plans différents
et, à l’intérieur de chaque plan, une différence entre forme et substance
(…) et de situer la linguistique dans les cadres d’une sémiotique (ou
sémiologie) générale (hjelmslev 1954, 46-47).

Come dire: un requisito per la comprensione dei fenomeni se-


mantici e della loro naturale trasmissibilità, è quello di coniugare la
centralità della dimensione sostanziale e della relazione di controllo re-
ciproco e coesistenza fra i due piani costitutivi. per questa ragione,
la teoria della stratificazione si propone di tenere insieme gli strati
immanenti alla costruzione del senso, e gli strati sostanziali: referen-
ziazione; domini concettuali; zone semantiche storico-culturali e an-
tropologico-cognitive etc. Si parla – come vedremo in seguito – degli
usi, vero perno della stratificazione del contenuto.
È in questa direzione che hjelmslev dichiara in maniera esplicita
la finalità del saggio in questione, ma anche lo scopo ultimo della
teoria. delimitare le lingue alla loro dimensione formale, con la con-
seguente esclusione della sostanza, rappresenta soltanto una tappa
della procedura analitica64: una procedura di setaccio, che parte dalla
natura olistica dei fenomeni linguistici65. Anzi, non soltanto hjelmslev
dirà che uno dei requisiti fondamentali per la comprensione dei fe-
nomeni di senso è la messa in rilievo della molteplicità delle sostanze
che li fa organizzare. In più, egli sostiene che la stessa teoria della
stratificazione non avrebbe alcun senso, se non si pensa questa mol-
teplicità all’origine del carattere integrale della sostanza del contenuto.

64
Zinna 2008.
65
Sempre in Stratification, leggiamo quanto segue: «à l’analyse (qui n’est pas
nécessairement une partition ou une division) le tout se présente justement
comme comportant divers aspects ou niveaux qui se correspondent et se com-
plètent et que l’analyse doit dégager. Elle ne saurait le faire sans se rendre com-
pte d’un certain ordre hiérarchique de ces niveaux». hjelmslev, op. cit., p. 60.

128
Questo, a sua volta, è la precondizione per la pratica della traduzione
e, ancor più profondamente, per la traduciblità come proprietà in-
trinseca del significato linguistico. Così si esprime su questo glissare
epistemologico fra sostanza e forma nel quadro della sua teoria:
En combinant le vues traditionnelles sur la délimitation de la linguisti-
que avec l’analyse fonctionnelle entreprise par la glossématique, tout le
monde sera d’accord pour reconnaître que le domaine dévolu à la lin-
guistique, le domaine qui lui est réservé et qui constitue son objet propre
et spécifique, est constitué par l’ensemble des unités dont la plus large
est la phrase et dont la plus petite est le glossème. Il est vrai que cette
ligne de démarcation ne doit avoir rien d’absolu, et que par contre le
point de vue élargi introduit par la glossématique et la nécessité d’une
description exhaustive exigent non seulement que dans la description
la hiérarchie de la forme, épuisée par l’établissement des glossèmes, soit
accompagnée, s’il y a lieu, des hiérarcies des substances, mais aussi que
l’analyse circonscrite par la ligne de démarcation indiqueée soit précédée
d’une analyse dégageant les unités plus larges (…). C’est ainsi que la sé-
miotique réclame le droit d’une discipline qui puisse servir de norme
pour toutes les sciences de l’homme (hjelmslev 1954, 66-67).

In questo senso, la traduzione/traducibilità diventa la chiave di


volta di questa architettura teorica, da almeno due punti di vista:
quello delle morfologie che costituiscono il sistema semiotico; e quello
delle relazioni di queste con i domini sostanziali, concreti luoghi del-
l’esperienza discorsiva ed enunciativa. proprio dalla semantica, e da
uno scritto ad essa dedicato, viene questo suggerimento, circa la cen-
tralità della traduzione – e dell’opacità che vi è connessa. In questo
breve ma interessante articolo, hjelmslev prende avvio dalla rela-
zione tra forma e sostanza, proprio in riferimento allo studio del
contenuto – la semantica – e dalle sue posizioni espresse nei Fonda-
menti, chiarendole, specificandole e diradando alcuni dubbi:

lingue europee ben note distinguono fra fratello e sorella; il malese, al


contrario, non conosce questa differenza nella sua forma linguistica,
ha solo un segno, solo una parola, che indifferentemente vuol dire
«fratello» o «sorella», cosicché il contesto o la parafrasi possono mo-
strare di quale delle due varianti semantiche si tratta nel caso specifico.
Altre lingue pongono, inoltre, non solo un limite fra fratelli maschi e
fratelli femmine, ma anche fra fratelli maggiori e fratelli minori cosic-
ché si possono, ad esempio nel cinese e nell’ungherese, avere quattro
parole corrispondenti alla nostre due parole fratello e sorella (…). la

129
forma del contenuto di queste lingue pratica dunque più tagli nella so-
stanza del contenuto rispetto alle nostre lingue. può anche essere che
una medesima zona del contenuto sia formata in modo diverso nelle
diverse lingue, cosicché in due lingue diverse c’è sì un solo limite, ma
in posizioni diverse. un esempio ben noto è il rapporto tra le due pa-
role inglesi tree e wood, rispetto alle due parole danesi trae e skov. la
frontiera tra tree e wood non è la stessa che demarca trae e skov, perché
la variante semantica «trae come materiale», contrapposta a «trae come
pianta», in inglese è formata come variante della parola wood, in danese
invece, come variante della parola trae (hjelmslev 1953, 271-272).

mettiamo in evidenza alcune cose. Innanzitutto, come hjelmslev


dice, le riflessioni sulla differenze di demarcazioni realizzate dalle
lingue, costituiscono uno dei luoghi teorici privilegiati in cui si gio-
cano le «difficoltà in qualunque traduzione». Anzi, tiene a sottoli-
neare subito dopo, «è solo attraverso la teoria di Saussure e i suoi
successori che queste osservazioni sono state interpretate in modo
giusto. Il loro punto di vista ha pesanti conseguenze per la seman-
tica. la forma semantica non si trova fuori della lingua, al contrario,
è una parte integrante della lingua stessa» (hjelmslev 1953, 272). per
hjelmslev, dunque, non si dà alcuna semantica al di fuori del domi-
nio linguistico. Ancor più nel dettaglio, le variazioni di demarcazione
che le lingue impongono, vanno osservate seguendo I processi di
emergenza delle forme da alcune sostanze del contenuto, che sono,
in quanto manifestazioni concrete di usi semantici intersoggettiva-
mente regolati e condivisi, pre-strutturate, organizzate, e già immerse
nel dominio della storia antropologica e semantica di una comunità.
per questo, la traduzione entra in maniera così prepotente nella de-
finizione stessa della significazione. Siamo lontani da quella idea, in
virtù della quale le forme linguistiche sono combinazioni di ele-
menti, che si impongono per proiezione su una materia amorfa,
continua e cognitivamente informe. Nel saggio sulla forma del con-
tenuto come fattore sociale, hjelmslev con estrema chiarezza fa luce
su quello che è lo spirito autentico, in cui va compreso il rapporto
tra forma e sostanza:

da lungo tempo è risaputo che le lingue pur essendo diverse l’una


dall’altra possono assomigliarsi se hanno un reciproco rapporto cul-
turale. (…) le lingue di comune origine, anche se durante il loro svi-
luppo divergono l’una dall’altra, possono però avere tratti di sviluppo
comuni e parallelli in seguito a un comune ambiente culturale. meillet

130
ha dimostrato che le lingue europee e soprattutto le lingue europee
occidentali hanno una lunga serie di tratti in comune, che non sono
tutti dovuti all’origine comune o all’influenza di tradizioni culturali dal
greco o dal latino, ma ad un omogeneo modo di vita (…). Grazie alle
ultime rivoluzioni linguistiche sono nate associazioni linguistiche di
estensione geografica molto vasta che hanno comuni sistemi di segni
politici, comune terminologia politica, o ideologia (…). la molto di-
scussa cortina di ferro è una frontiera semantica fra due enormi asso-
ciazioni linguistiche, ognuna con la sua specifica forma del contenuto
nella zona di sostanza chiamata politica in senso lato. la mancata com-
prensione fra questi due mondi è in ultima istanza, nel caso potesse
essere superata, un problema di traduzione (hjelmslev 1953, 273-274).

Sarebbe la traduzione a mettere in luce alcune nozioni, come


quelle di modo omogeneo di vita, ambiente culturale, frontiera semantica e zona
di sostanza. perché? la traduzione – o la traducibilità – mette in moto
le dinamiche che circoscrivono la formalità del senso, il suo organiz-
zarsi in forme dotate di intrinseca plasticità; le demarcazioni formali
delle lingue vanno concepite come l’emergenza di conflitti interni
alle sostanze, in cui il senso si instanzia. Occorre indagare meglio l’ar-
chitettura della semiotica hjelmsleviana, per non ridurla a idealismo
strutturalista, che suppone un rapporto biunivoco e unilaterale fra
forma e materia.

3.5. lE trE mOrFOlOGIE: GrAmmAtICAlE, ESprESSIvA, SEmANtICA

Ora, tornando al problema della traducibilità come proprietà prima


delle forme semiotiche, si impone immediatamente il tema di un’ac-
curata descrizione di che cosa si intenda per morfologie, e quali siano
i loro compiti. Analizziamo lo statuto della parola, dal punto di vista
dei tipi di variazione che realizza. Il loro studio dispiega delle opera-
zioni analitiche che ne consentono l’approccio al funzionamento. In-
nanzitutto facciamo entrare, en passant, una prima morfologia, che
non costituisce per noi un vero e proprio oggetto d’esame, ma che,
per esigenze di completezza, ricostruiamo, seguendo le indicazioni
di per Aage brandt.
In consonanza con una convinzione hjelmsleviana, molto radi-
cata e disseminata negli scritti del linguista, la distinzione fra i signi-
ficati lessicali e i significati grammaticali si rivelerebbe un’operazione
impossibile. brandt elabora uno schema delle relazioni di co-varia-

131
zione di espressione e contenuto, in vista di una problematica della
traduzione quale tratto naturale della morfogenesi, circolazione e
trasmissibilità del segno. mentre le morfologie dell’espressione e
quelle del contenuto, come vedremo in seguito, esibiscono linee di
tendenza e di preferenza, che regolano e vincolano la variazione –
e l’invarianza – semiotica, questo genere di morfologie fa un lavoro
di stabilizzazione schematica e cognitiva delle lingue. Esse costitui-
scono un insieme di operatori e di domini di senso «qui se prêtent
à cette mise en forme particulièrement forte et prégnante» (brandt
1994a, 88), che è la strutturazione morfologica vera e propria delle
lingue, con l’insieme dei suoi indicatori interlinguistici. Supponiamo,
ad esempio, che una variazione continua al livello del significato
possa corrispondere ad una altrettanto continua variazione situata
al livello del significante. In termini hjelmsleviani, si tratta di una va-
riazione parallela fra i due piani. In questo caso, secondo brandt, le
commutazioni sul livello del significato e del significante conducono
ad un medesimo risultato66. prendiamo ad esempio, la parola della
lingua francese cheval, e limitiamoci ad una considerazione sulla va-
riazione cheval à chevaux (X à X’). È intuitivo osservare che questa
variazione sul piano del significante provoca, sul piano del conte-
nuto, una variazione, vale a dire quella fra il singolare ed il plurale.
Si tratta, in questo caso, di morfologie grammaticali, che possono essere
schematizzate, come qui sotto, in maniera semplice:

s.nte : X→X’→X’’
↕ ––––––––––
s.to : Y→Y’→Y’’

66
la natura traduttiva del segno si rivela, nel lessico di brandt, nella natura
fortemente iconica della struttura morfologica dei segni. Anzi, così egli specifica:
«le concept d’iconicité mériterait ici une discussion approfondite et théorique.
Nous retenons, pour définir le signe iconique, son caractère entièrement continu,
c’est-a-dire sa spécificité comme signe composé de deux plans, de sorte qu’une
variation continue dans un plan correspond à une variation continue dans l’au-
tre. On dirait que nous contrôlons nos variations du signifié en les effectuant sur
le signifiant» (brandt 1994a, p. 89). l’idea di uno spazio di controllo reciproco
tra espressione e Contenuto è alla base della semiotica morfodinamica. Esami-
nando, pur scorporandole, le morfologie espressive e le semantiche, dovremo
ricordare che questo rapporto di controllo è condizione invariante della varia-
zione di senso.

132
tre sono le proprietà di questo tipo di morfologie: 1) un regime
di covariazione dei due piani e di rappresentazione iconica fra signi-
ficante e significato; 2) una quantità ristretta di queste formazioni, a
fronte di un’altissima frequenza nelle espressioni della lingua; 3) la
natura schematica delle formazioni morfologiche.
Si tratta di domini che pervadono l’intero sistema linguistico, co-
gnitivamente costitutivi e probabilmente universali come schemi del
contenuto: tempo, modalità, causalità, aspetto, posizione enunciativa
etc. per concludere, questo primo tipo di struttura morfologica pervasiva
nelle lingue è il primo termometro di un lavoro cognitivo, presumibil-
mente interlinguistico67, che i parlanti realizzano nella costruzione del
sistema collettivo lingua ma, anche, nelle pratiche discorsive e nelle situa-
zioni enunciative68. Non solo: la struttura morfologica della lingua,
lungi dal doversi considerare come uno scheletro formale di relazioni
tra elementi discreti, è un dominio morfologico che regola un sistema
di variazioni fonico/semantiche e sintattiche dell’intero sistema lin-
gua. Questo rende non soltanto la nozione di struttura, così intesa,
molto più dinamica e plastica di quanto un certo strutturalismo ha
creduto. Essa ritrova quegli spunti presenti negli articoli di hjelmslev,
scritti fra il 1938 ed il 1939, e dedicati alla teoria dei morfemi e alla
struttura morfologica. Solo in questa ottica, infatti, può trovare spie-
gazione adeguata quanto il linguista danese ha scritto: «l’espressione
comporta una forma, così come il contenuto. la forma dell’espres-
sione si somma a quella del contenuto. Nella lingua tutto è forma.
tutta la linguistica è morfologia» (hjelmslev 1939d, 129). E altrove:

le categorie morfologiche (…) sono generali, non universali. Esse non


sono realizzate nel sistema di un qualsiasi stato di lingua, ma risiedono
nel linguaggio a titolo di possibilità. tali categorie sono reciprocamente
autonome, non complementari, nel senso che se anche esse non si realizzino
tutte in una data lingua, siamo in grado di determinare quelle che vi si
realizzano; anche nel caso limite che se ne realizzi una sola, ne pos-
siamo constatare l’esistenza e identificare la categoria realizzata in rap-
porto al sistema del linguaggio (…). le categorie o correlazioni di cui

67
Nel senso che Gilbert lazard 2001; 2006 ha dato a questo termine.
68
benveniste, definendo l’atto enunciativo come atto di appropriazione da
parte del parlante del sistema formale della lingua all’interno di un atto con-
creto d’enunciazione, colloca lo statuto dell’enunciato in questo luogo ibrido
che qui si cerca di descrivere.

133
abbiamo parlato finora sono dunque le categorie o correlazioni presta-
bilite del linguaggio, preesistenti alla lingua, generali e realizzabili. Esse
vengono realizzate, in una data lingua, dalle combinazioni e dalle de-
terminazioni (…). tali categorie e correlazioni sono di natura diffe-
rente. Senza preesistere nel linguaggio, si costituiscono in ogni singola
lingua. Esse vengono stabilite, in una data lingua, dai fenomeni di di-
fettività e dalle semplificazioni (hjelmslev 1938a, 107-108).

Non proseguiamo lungo questa strada. Ci interessa ora consi-


derare ciò quella che hjelmslev chiama commutazione, l’operazione
analitica in grado di porre criteri di pertinenza per individuare la va-
riazione nello studio dell’espressione. Seguiamo ancora una volta lo
schema grafico di brandt:

s.nte : X→X’→X’’
↓ ––––––––––––
s.to : Y→Y?→Ø/Z

prendiamo a esempio ancora una volta la parola cheval; suppo-


nendo di comprendere, sotto questa X l’animale equus disegnato da
Saussure nel ClG. Ora, immaginiamo di applicare alla parola in que-
stione una deformazione nella pronuncia, ottenendo chevaul (X’).
Come brandt sottolinea, la comprensione può rimanere la stessa,
anche se con gradi di incertezza o stabilità minori (Y’); si tratta di
casi in cui avvengono stranezze nella flessione intonativa, o di acci-
denti fonetici, che però vengono tollerati dalla percezione linguistica
di una comunità. Supponiamo, però, che la deformazione della forma
espressiva prosegua, allontanandosi sempre più e producendo un
termine come chevoul, troppo lontano dal punto di partenza. A que-
sto punto, nel nostro schema il significato scompare (Ø/Z), a causa
di una esasperazione della tolleranza nella nostra comunità percet-
tiva. In questo caso viene superata la soglia di una frontiera, ragion
per cui lo scarto a-ou può essere considerato distintivo. Come è noto,
hjelmslev definì la commutazione come quel metodo operativo, ca-
pace di consentire l’identificazione di una forma distintiva, studiando
gli effetti di risposta che si ottenevano su uno dei due piani, attra-
verso variazioni locali e sostanziali nell’altro69. per il linguista danese,

69
È difficile trovare un luogo dove hjelmslev si dedichi in maniera com-

134
i casi emblematici in cui la commutazione mostrava la propria forza
esplicativa, erano quelli in cui una variazione locale produceva con-
temporaneamente la sparizione del primo segno e la produzione di
un secondo, nuovo e del tutto differente. ma, come argomenta in
maniera interessante brandt:

la variation locale, qu’elle soit productrice (Y à Z) ou destructrice (Y à


Ø), nous permet ainsi, au niveau de l’expression, de découvrir, dans la
substance, des écarts distinctifs établissant une forme. On pourrait pro-
poser de préciser en parlant, en général, ici, de commutations vers le signifié.
Elles nous permettent d’établir, dans une langue, des morphologies ex-
pressives (signifiantes). d’ailleurs, les variations qui rencontrent et tra-
versent des frontières distinctives aboutissent bien plus souvent à des
disparitions du signifié qu’à l’apparition d’un nouveau sens, le signifiant
du mot – et probablement de tout signe – semble ainsi entouré d’un
certain vide (…), comme si le signe était protégé, dans son identité, par
un environnement combinatoire de non-mots, par une auréole de va-
riantes vides (brandt 1994a, 86).

Questo è un punto molto delicato per una teoria della stratifica-


zione semiotica. perché si comprenda di cosa parliamo quando ci
riferiamo a delle morfologie espressive, è necessario mettere in relazione
il problema delle variazioni con la triade hjelmsleviana di forma, so-
stanza e materia. Non bisogna dimenticare che si tratta di termini
correlativi: non esistono forme, sostanze, materie, contenuti o espressioni
prese in sé. Esse si presentano in relazione di co-esistenza reciproca,
all’interno di una classe che si costruisce solo in base a questo tessuto
relazionale.
ma procediamo con ordine e facciamo un altro esempio che ri-
guarda il dominio della dimensione fonica della lingua. richiamiamo
brevemente lo studio della percezione categoriale delle unità fone-
tiche, e della loro interpretazione in ambito catastrofista70. Come ha
detto petitot, lo studio della percezione fonetica, il cui carattere prin-

piuta al solo metodo della commutazione. disseminata lungo il corpus – com-


preso, in modo essenziale, il Résumé – troviamo definizioni, applicazioni e
quanto altro su questa nozione.
70
la percezione categoriale, oggetto di studio della psicologia e della fonetica
sperimentale negli anni sessanta, fu ripresa dalla semantica catastrofista. Cfr.
petitot 1985.

135
cipale è quello di essere categoriale, ha rappresentato una chiave di
volta fondamentale per la risoluzione del conflitto che più ha ani-
mato lo strutturalismo71. Questo conflitto ha visto contrapporsi de-
scrizioni riduzioniste substance based «che fanno delle descrizioni
fonologiche degli epifenomeni artefattuali senza valore oggettivo»
(petitot 1985, 42), e le concezioni strutturaliste form based, le quali,
continua petitot, «affermano l’autonomia ontologica della forma del-
l’espressione. In questa seconda prospettiva, il fonema è concepito
come un’unità “differenziatrice e senza qualità concrete che si ma-
nifesta, nella parole, come un allofono con qualità fisiche (fisiologiche,
acustiche, percettive) che traducono nel mondo delle realtà fisiche
le loro qualità differenziali”. In altre parole, la forma dell’espressione
è un sistema astratto che, come la morphé aristotelica, si realizza nella
sostanza dell’espressione, nel processo concreto della parola. Se si
ammette allora che essa determini la percezione fonetica, si sarà por-
tati a muoversi dall’astratto verso il concreto» (petitot 1985, 42).
petitot ha chiaro che si gioca, in questa partita, la relazione tra gli
allofoni di un fonema, considerati, in termini hjelmsleviani, unità
della sostanza dell’espressione, ed i fonemi, concepiti come «fasci di
tratti distintivi e sottomessi a leggi fonologiche che manifestano una
stratificazione dei loro paradigmi» (petitot 1985, 41): «il problema
teorico diventa allora quello di comprendere il legame che esiste tra
la fonetica e la fonologia, tra l’organizzazione della sostanza dell’espressione
e l’articolazione della forma dell’espressione. Il problema è comprendere
come le categorizzazioni e le stratificazioni fonologiche, la cui de-
scrizione costituisce l’oggetto della fonologia, possano emergere, in
quanto strutture, dal substrato fonetico, dal flusso audio-acustico» (pe-
titot 1985, 42).
Alcuni lavori sulla morfologia dei suoni fonetici hanno messo in
luce la loro dipendenza da un piccolo numero di parametri, detti
anche indici acustici (acustic cues), che grazie a strumentazioni e a metodi
di sintesi, vengono fatti variare in modo continuo. dunque, si sotto-
pongono alcuni soggetti a test di identificazione e discriminazione
di stimoli. vediamo in che modo. Se si prende in considerazione un
continuum di stimoli che va da una sillaba S1 = C1 v a una sillaba S2

71
petitot 1985, p. 43.

136
= C2 v della medesima vocale, le consonanti C1 C2, come dice petitot,
«differiranno solo per un indice acustico (per esempio la sonorizza-
zione come in [ba]/[pa], [du]/[tu] ecc., o il luogo di articolazione come
in [bo]/[go], [pi]/[ti] ecc.). questo continuo non è altro che una serie
discreta di N stimoli (…), dove il primo e l’ultimo di questa serie
sono naturali (producibili articolatoriamente) mentre gli intermediari
sono sintetici» (petitot 1985, 101). Questo il materiale sottoposto ai
parlanti. Se consideriamo tale continuum come un insieme di input
per degli stati percettivi interni, controllati da stimoli esterni, due
sono rilevanti: a) la subordinazione della discriminazione all’identifi-
cazione e; b) l’assenza di una discriminazione intra-categoriale. Se,
per ciò che riguarda il primo punto, la subordinazione della discri-
minazione all’identificazione intende mostrare che «l’identificazione
categorizza i continua, li suddivide in domini che corrispondono ad
altrettanti percetti stabili» (petitot1985, 43), il secondo punto, secondo
petitot, è veramente fondamentale. Esso definisce la percezione fo-
netica come categoriale, opponendola alla percezione continua, come
quella, ad esempio, dei colori. In questo secondo tipo di percezione,
discriminazione e categorizzazione si strutturano secondo una rela-
zione di indipendenza reciproca. l’assenza di discriminazione intra-
categoriale, invece, come scrive sempre petitot: «permette di capire
come la percezione possa spontaneamente discretizzare il flusso audio-
acustico; in altri termini, come il discontinuo possa emergere dal continuo. In
questo senso si può stabilire un legame tra il livello audio-acustico
della fonetica (organizzazione della sostanza dell’espressione) e il li-
vello linguistico della fonologia (natura relazionale astratta delle forme
dell’espressione): poiché i fonemi codificati nel flusso audio-acustico
sono categorici in quanto immediatamente dati nella percezione, essi posseggono
una realtà psicologica in quanto unità discrete» (petitot 1985, 43). Si può
dire che la variazione fra i punti di frontiera, e l’identificazione delle
differenze fra stimoli istituiscano una vera e propria corrispondenza.
Claudio paolucci ha fornito una rappresentazione grafica che rias-
sume in maniera chiara quanto fin qui presentato (paolucci 2007, 71):

137
I soggetti sottoposti ai test non risultano capaci di discriminare
due stimoli vicini, chiamati n ed n+1, a meno che questi non siano
collocati sui due lati dell’interfaccia che separa due categorie adiacenti.
Come chiosa petitot, «è grazie all’assenza di discriminazione intra-
categoriale che si può assicurare una discretizzazione percettiva che
utilizzi il flusso audio-acustico come supporto al codice fonologico.
Questa discretizzazione si attua essenzialmente sulle consonanti (e
più precisamente sulle occlusive), cioè sui fonemi codificati nel flusso
(la percezione delle vocali e delle fricative è ad esempio più continua
e categoriale). I fonemi codificati sono categorici in quanto imme-
diatamente presenti nella percezione» (petitot 1985, 101).
In altri termini, come suggerisce lo schema qui riportato, i punti
di singolarità dello spazio interno costituiscono il luogo da cui partire
per la comprensione della percezione fonetica e della relazionalità
fonologica. Non ci sono differenze percettive fra il [ba] al punto mi-
nimo indicato dal grafico, e quello immediatamente vicino la frontiera
con [pa]. Anzi, si può con ragionevolezza sostenere che la percezione
scivoli lungo il continuum percettivo senza cogliere grandi differenze;
o comunque, differenze suscettibili di misurazione. Come già detto,
sono i punti singolari dello spazio interno che costituiscono zone di
frontiera, soglie di massima instabilità strutturale in cui si percepisce
la differenza [ba] [pa]. Quanto petitot dice a proposito della subor-
dinazione della discriminazione rispetto alla categorizzazione è ben

138
riassunto da paolucci: «sebbene la materia dell’espressione sia dunque
effettivamente variata in maniera misurabile, non si dà però alcuna
percezione cognitiva di questa stessa variazione se non una volta pas-
sata la frontiera. In questo modo, le immagini acustiche (forma) pro-
iettano sullo spazio esterno le loro morfologie e danno vita a sostanze
dell’espressione. (…) nel fenomeno della percezione categoriale i
punti singolari propri degli stati interni definiscono la forma dell’espres-
sione che si proietta sulla materia formando così una sostanza» (pao-
lucci 2007, 72).
Ora, cosa ci dice questo esempio, in riferimento a quanto prima
affermato? Esso conferma che lo studio della variazione continua
mette in condizione di guardare alla teoria della stratificazione, di
marca strutturale, da un’altra angolatura. E, soprattutto, consente di
mettere insieme l’intuizione relazionale dello strutturalismo classico,
con l’intuizione topologica e dinamica dello strutturalismo bioco-
gnitivo di ascendenza thomiana. legandoci ancora allo studio del-
l’espressione, gli esempi di variazione continua o della percezione
categoriale ci avvisano che a definire la forma dell’espressione sono
l’insieme dei punti singolari degli stati interni, che costituiscono, ap-
punto, le morfologie dell’epressione. Queste costituiscono dei sistemi lo-
cali, delle Gestalten foniche, che consentono una variazione continua
all’interno di uno spazio frastagliato, senza perdere di vista gli inva-
rianti d’organizzazione della Gestalt stessa, ovvero i suoi punti di ca-
tastrofe. Questo spazio morfologico dell’espressione si stratifica
secondo l’insieme di relazioni che i fonemi intraprendono da un
lato, e secondo le emergenze di discontinuità percettive (e percepite)
nelle sostanze dell’espressione dall’altro: in una formula, esso si di-
stribuisce sulla base della coesistenza delle forme, sostanze e materie
dell’espressione. Come indica efficacemente paolucci: «nel feno-
meno della percezione categoriale i punti singolari propri degli stati
interni definiscono la forma dell’espressione che si proietta sulla materia
formando così una sostanza» (paolucci 2007, 72). Se torniamo allo
schema grafico di paolucci, c’è già un primo schizzo di quella che è
la struttura dell’epressione. la forma dell’espressione, lungi dal costituire un
insieme di fonemi astratti, va identificata come emergenza su un piano
materiale di un groviglio di morfologie espressive locali, che governano
movimenti e slittamenti, o, in una parola, le variazioni espressive del
senso. Queste morfologie, nel momento in cui emergono come di-
scontinuità formali, si proiettano immediatamente su uno spazio

139
esterno di controllo che è quello dei domini sostanziali, dove si co-
stituice il mondo fenomenico. Certo, hjelmslev non si sarebbe spinto
fino a questo punto. Giunti a questo livello, ci interessa meno seguire
la lettera del discorso hjelmsleviano, ma introdurre le sue indicazioni
in un quadro che ne fa uno degli antesignani, o delle figure di rife-
rimento, per una semiotica cognitiva e dinamica72. Non solo: è hjel-
mslev stesso, in realtà, a suggerire la centralità della sostanza, in cui si
gioca il cuore del sistema semiotico. vedremo.
prima, però, occorre soffermarsi sulle altre due operazioni ana-
litiche capaci di descrivere la formalità della parola e di costruire le
morfologie locali che costituiscono ciò che hjelmselv intendeva con
struttura. Come abbiamo visto, la commutazione rappresenta l’ope-
razione capace di leggere il controllo e la coesistenza reciproca di
epressione e contenuto.
proviamo, seguendo il suggerimento di brandt, a formulare l’ope-
razione inversa, ricostruendo la stratificazione paradigmatica del con-
tenuto. In altre parole, partiamo dal significato della parola presa ad
esempio, ossia cheval, e osserviamo le sue variazioni semantiche al-
l’interno del dominio dei quadrupedi. Si ottengono termini come cen-
taure, hippogrife, licorne, pégase, étalon, jument, poulain, etc. Come osserva
brandt, siamo in presenza di una variazione, che opera al livello del
significato in modo estremamente determinato, seguendo almeno
due percorsi: un primo che si realizza «par des prototypes, qui attirent
nos variations, comme d’autant d’attracteurs imaginaires, dont les
traits se prêtent ensuite à la combinaison» (brandt 1994a, 86-87); l’al-
tro, invece, «par des schèmes-standard qui s’appliquent à des classes
entières de prototypes, et qui appellent, à titre de variation locale et
minimale, commutative, autour d’un type, une réponse terminologi-
que régulièrement positive» (brandt 1994a, 87)73. In questo caso pos-

72
buungard 1992.
73
Questo secondo aspetto, peraltro, rende giustizia alla nozione, fraintesa
di tratto, così come la usa hjelmslev in ambito semantico. Si è teso ad identi-
ficare le marche semantiche su cui hjelmslev ha lavorato come dei primitivi
semantici. brandt, a ragione, parla di schemi standard che lavorano sui prototipi
nominali, orientando variazioni locali nel continuo semantico della regione
paradigmatica della parola. Così non è che il significato di giumenta è cavallo fem-
mina, quasi che nella radice -a risiedesse il primitivo semantico femmina. Si tratta
di un tessuto di variazioni locali che si innestano nello spazio di azione che
una sostanza semantica costruisce nella pratica discorsiva.

140
siamo dire che si ha una commutazione verso il significante. In altri temini,
per stabilire l’esistenza di una morfologia del contenuto, è necessario
che la variazione continua produca ogni volta un effetto discontinuo
nell’altro piano. Come suggerisce brandt, è possibile invertire l’ordine
della formula precedente e così rappresentarla:

s.nte : X→X?→Ø/Z
↑ ––––––––––––
s.to : Y→Y’→Y’’

la situazione è ‘parallela’ alla costruzione delle morfologie espres-


sive, ma è di senso inverso. C’è una variazione, o meglio un dispie-
gamento del dominio semantico, in situazioni di discorso, scatenato
dalla variabilità dei parametri di costruzione del significato stesso74.
lo spazio della forma del contenuto – o spazio interno della morfo-
logia semantica – deve tenere conto, come parametri della propria
costruzione, di questi elementi o di queste dinamiche, in quanto in-
terfacce. In ogni caso, argomenta finemente brandt:

une morphologie du contenu est un «système» de positions ou d’états


différents d’une même chose, un système défini par cette variation exi-
stante, que l’opératoin retrouve, cest-à-dire par le déploiement continu
d’un domaine de sens que «recouvre» un ensemble discontinu de ter-
mes (expressions signifiantes). une telle morphologie est en vérité une
sémiologie, au sens de barthes ou de Greimas; c’est une formation cul-
turelle, consciente ou insconsciente, relevant d’une langue ou plus par-
ticulièrement d’un discours, et qui se manifeste par l’actualisation des
présuppositions crées par ces contraintes pour ainsi dire projectives,
reliant du (sa [scilicet signifiant]) discontinu (différentiel) a du (sé[scil.
signifié]) continu. Il s’agit ici de ce qu’on peut appeler la représentation
symbolique du sens75.

Anche per le morfologie del contenuto è possibile costruire una


modellizzazione della loro organizzazione:

74
Cfr. Franckel 1996.
75
brandt, op. cit. pp. 87-88.

141
Senza entrare nei dettagli delle modellizzazioni morfodinamiche,
cerchiamo di tradurre in un linguaggio più immediato l’idea che sta
dietro questo grafico. dunque, supponiamo uno spazio substrato
W, di cui si intenda spiegare la segmentazione in un sistema di soglie
o frontiere. È una rappresentazione di ciò che noi chiamiamo le
morfologie del contenuto, come strati culturali, operanti tanto in
lingua che nelle pratiche discorsive. Come suggerisce piotrovski:

dans sa version «élémentaire», la théorie morphodynamique considère


W comme un espace «externe», qui «contrôle» des processus dynami-
ques définis par des fonctions potentiel fW: m àr. Autrement dit, W
est l’espace «source» d’un champ σ W à F qui associe aux unités w de
W des éléments fw de l’espace F des processus dynamiques choisis.
Ces processus dynamiques déterminent alors les états internes d’un
certain système S, et la catégorisation de W procédera de la qualifica-
tion de ses unités w sur la base de l’identité qualitative (intrinsèque)
des états internes que celles-ci contrôlent (piotrovski 2005, 182).

lo studio delle morfologie del contenuto ci consente di entrare


nel complesso delle relazioni fra materia, forma e sostanza. Così facendo,
si può mettere a fuoco l’idea che le demarcazioni formali delle lingue
emergano da una materia che ha già delle strutturazioni interne, delle
linee di tendenza76. Questa emergenza si costituisce come una dis-

76
Cfr. Eco 1997; 2002.

142
tribuzione nello spazio delle sostanze, in cui hanno luogo concreta-
mente le condensazioni e quegli usi stabili (o stabilizzati) dei tipi lin-
guistici. piotrovski, presentando il suo schema, precisa:

la donnée d’une topologie et d’un groupe opérant sur F permet d’y


introduire les notions de stabilité et de type qualitatif, et on montre que,
sous certaines conditions, les formes dynamiques issues des stabilisa-
tions successives d’une dynamique instable f de F se distribuent dans
F suivant une stratification KF d’interfaces (frontières) qui catégorise
localement F. les portions d’espace qui regroupent des formes de
même type qualitatif sont mutuellement séparées par des frontières
qui correspondent aux formes de degré d’instabilité supérieur. la caté-
gorisation Kw de l’espace substrat W est alors «la trace sur lui des in-
stabilités des formes [dynamiques] qu’il contrôle» et des rapports de
conflit que les états internes entretiennent (piotrovski 2005, 182).

proviamo a spiegare in maniera schematica la rappresentazione


grafica della pagina precedente. le unità A e B dello spazio esterno
W, determinano delle dinamiche fA (con minimo assoluto m1 min-
imo relativo m2) ed fB (anche qui con minimo assoluto m2 e min-
imo relativo m1) che sono qualitativamente opposte, in quanto gli
attrattori m1 ed m2 sono in competizione per la attualizzazione. la
frontiera KW, che separa i domini che contengono rispettivamente
A e B, è un luogo di instabilità:

une variation infinitésimale des dynamiques associées aux unités de


KW (par exemple h) peut en modifier le type qualitatif. (…) la fonction
potentiel fh qui correspond à la valeur de contrôle h possède deux
minima égaux, et une «legère» déformation de cette fonction est sus-
ceptible de lui faire prendre le type qualitatif de fA ou de fb. le fran-
chissement de la fontière KW, par exemple au point h à l’occasion
d’un cheminement continu C de A vers b, sera le moment d’une com-
mutation qualitative des états internes déterminés par les dynamiques
que contrôlent les valeurs de C. En effet, de A à h les paramètres de
W déterminent des dynamiques qualitativement analogues à fA (at-
tracteur m1 actualisé et attracteur m2 virtualisé). Au point h la dy-
namique présentée un type qualitatif «instable», et de h à b les
dynamiques prennent le type qualitatif de fb (attracteur m2 actualisé
et attracteur m1 virtualisé) (piotrovski 2005, 183-184).

Questa breve incursione nelle suggestioni delle teorie morfodi-


namiche, ci suggerisce di guardare alle relazioni tra le nozioni di forma,

143
sostanza e materia, in modo più articolato. Ciò che hjelmslev identifi-
cava con materia77 è, per restare al nostro grafico, lo “spazio delle di-
namiche”; uno spazio di instabilità, continuo ma strutturato, che
coincide con l’esperienza in quanto dicibile. l’interfaccia morfologica
del contenuto, allora, non costituisce una proiezione di elementi già
bell’e pronti sullo spazio della materia, ma, al contrario, è l’emergenza
di stati interni che si stabilizzano progressivamente, che costruiscono
soglie e frontiere di discontinuità nel continuum dell’esperienza. la
sostanza del contenuto, a questo punto, diventa la proiezione sulla su-
perficie concreta dello scambio linguistico, delle morfologie del con-
tenuto. le lingue, dunque, possono essere paragonate a questi spazi
interni di controllo. per questo hjelmslev ha sempre insistito sulle
loro proprietà generali, senza voler entrare nel dettaglio della parole.

3.6. FENOmENOlOGIA dEl SEGNO:


lA “trAduCIbIlItà NAturAlE” dEllE FOrmE

Ora, concepire le lingue come luoghi in cui sono presenti una plu-
ralità di morfologie locali del contenuto, che costituiscono dei vincoli
per la costruzione sintagmatica e discorsiva in cui strutturare l’im-
maginario di una comunità, è un’idea dalle notevoli implicazioni. È
su questo livello che si gioca il confronto tra la prospettiva strutturale
rivisitata in un’ottica dinamica, e alcune idee generali delle seman-
tiche di ispirazione cognitiva. la questione che meglio dà il senso di
questo confronto, e dell’elaborazione di un modello che articoli le
morfologie prima esposte, è quella della traducibilità naturale delle forme
linguistiche (i segni), intra- o interlinguistica.
Nel §13 dei Fondamenti di una teoria del linguaggio, hjelmslev ricorre
ad un esempio molto noto: il campo semantico del «legno» (bois).
partendo da questo esempio hjelmsleviano, si può dare la misura di

77
Almeno tre sono le definizioni della nozione di materia: 1) classe di va-
riabili che manifestano più di una catena entro una sintagmatica e/o più di un
paradigma entro più di una paradigmatica; 2) entità manifestante che non pre-
suppone che essa sia semioticamente formata; 3) «Quando il contenuto riceve
una forma, la materia del contenuto diventa sostanza del contenuto e le idee
diventano idee linguistiche, cioè concetti» (hjelmslev 1937 [ ], p. 220). Cfr.
piotrovski 1993.

144
cosa intendiamo quando sosteniamo che il tema della riflessione
semiolinguistica è quello della plasticità e dinamicità delle forme semi-
olinguistiche. Queste si reggono su una forte idea di traducibilità,
secondo la quale il senso, simbolicamente circuitante all’interno delle
comunità parlanti, è conoscibile perché traducibile:

Questa mancanza di corrispondenza entro una stessa zona di materia,


si presenta dappertutto. Si confrontino, per esempio, le seguenti cor-
rispondenze fra danese, tedesco e francese:

Baum arbre
træ
Holz
bois
skov
Wald
forêt

possiamo concludere che in una delle due entità che sono funtivi della
funzione segnica – cioè il contenuto – la funzione segnica istituisce
una forma, la forma del contenuto, che dal punto di vista della materia è
arbitraria, e che si può spiegare solo grazie alla funzione segnica, ed è
ovviamente solidale con essa (hjelmslev 1961, 59).

Esempio noto, sul quale è stato veramente scritto tutto. Cerchi-


amo la nostra strada interpretativa. Questo esempio pedagogico fa
emergere l’accezione spaziale, o gestaltica, della nozione di forma: «la
forma si configura come un effetto di reciproca demarcazione dello
spazio di due concetti o di due percetti: ogni concetto delimita ed è
delimitato dall’estensione del concetto limitrofo» (Zinna 2001, 246).
Con questa accezione, hjelmslev fa emergere la forma del contenuto,
dalla comparazione tra i diversi modi in cui lingue diverse lessicaliz-
zano identiche zone di materia. Se sopprimessimo le sostanze del
caso specifico hjelmsleviano, verrebbe fuori, «l’evidenza della forma
come delimitazione di frontiere in uno spazio» (Zinna 2001, 247).
Se le frontiere orizzontali sono le rappresentazioni della forma im-
poste dal lessico di una lingua per designare le varie porzioni del
campo semantico, quelle verticali rappresentano invece le linee di de-
marcazione interlinguistica. Ora, abbiamo già affrontato le insuffi-

145
cienze di questo modello, se ci si limita a questo. Come a proposito
dei colori, ci si ritrova al dramma del relativismo linguistico. Se i punti
di differenza interlinguistica sono fondamentali, e se, a proposito di
queste, lo schema di hjelmslev può andare bene, è altrettanto vero
che sono fondamentali i “punti di coincidenza” nella forma di uno
stesso spazio semantico in lingue diverse. In altre parole, come chiude
Zinna, «se la non coincidenza dello spazio indica il relativismo con cui
una lingua segmenta il mondo, la coincidenza mostra la presenza di
discontinuità che il mondo impone o semplicemente fa emergere in
lingue diverse» (Zinna 2001, 247). Questa è l’impostazione della se-
mantica delle catastrofi: essa cerca di comprendere l’organizzazione
del senso da un lato nella configurazione topologica dei sistemi sim-
bolici; dall’altro lato essa è interessata a cogliere le discontinuità offerte
dal mondo, che vengono recepite e simbolizzate attraverso un com-
plesso gioco di schemi cognitivi dal corpo alla percezione fino al lin-
guaggio78. riconsideriamo l’esempio hjelmsleviano all’interno di
questa prospettiva.
hjelmslev sembra intenzionato a far comprendere la dipendenza
strutturale – il vincolo – che lega la forma del contenuto alla fun-
zione semiotica. per questa ragione, egli opera il confronto interlin-
guistico all’interno di un campo semantico. riproduciamo
graficamente l’idea hjelmsleviana in maniera differente dal linguista:

tedesco: ---- baum ----- / ---- holz ---- / ----Wald ----


francese: ---- arbre ---- / ------------ bois ---- / --forêt
danese: ------------ træ ------------- / ------ skov -----------

Si tratta di una morfologia del contenuto, in cui la variazione


opera a partire dal contenuto e in cui l’espressione, per dir così,
risponde, attraverso un’articolazione diversa a seconda delle lingue.
dal punto di vista di hjelmslev, le frontiere orizzontali non passano,
nelle tre lingue prese ad esempio, lungo gli stessi punti; perciò, uno
stesso dominio di senso o una stessa zona di materia si trova arti-
colata differentemente grazie alla funzione segnica, che proietterebbe
il reticolo dei significanti sulla superficie liscia e inarticolata della ma-

78
Cfr. petitot 1985a; 1992; 1996; piotrovski 1997. per un panorama cfr.
porte 1994.

146
teria. Questo genere di interpretazioni trova conferma nel paragrafo
hjelmsleviano:

vediamo dunque che la materia non formata che si può estrarre da


tutte queste catene linguistiche è formata diversamente nelle singole
lingue. Ogni lingua traccia le sue particolari suddivisioni all’interno della
massa del pensiero amorfa, e dà rilievo in essa a fattori diversi in dispo-
sizioni diverse, pone i centri di gravità in luoghi diversi e dà loro enfasi
diverse. È come una stessa manciata di sabbia che può prendere forme
diverse, o come la nuvola di Amleto che cambia aspetto da un mo-
mento all’altro. Come la stessa sabbia si può mettere in stampi diversi,
come la stessa nuvola può assumere forme sempre nuove, così la stessa
materia può essere formata o strutturata diversamente in lingue diverse.
A determinare la sua forma sono soltanto le funzioni della lingua, la
funzione segnica e le altre da essa deducibili. la materia rimane, ogni
volta, sostanza per una nuova forma, e non ha altra esistenza possibile
al di là del suo essere sostanza per questa o quella forma (hjelmslev
1961, 56-57).

brandt si domanda a quali condizioni la variazione continua del


contenuto sia possibile. Come conciliare la spinta differenziatrice delle
lingue e le somiglianze od omogeneità che il mondo impone? perché,
pur parlando di lingue diverse, la variazione sembra la stessa? lo stu-
dioso fa osservare che, per hjelmslev, la superficie o zona di materia
di cui si parla, non è un semplice continuo amorfo, non possiede
niente di liscio o di inarticolato. prendiamo, ad esempio, la prima fron-
tiera, ossia quella Baum/Holz in tedesco e arbre/bois in francese. Si
tratta della medesima frontiera in entrambi i paradigmi: «elle indique
sémantiquement un passage intuitivement net entre l’idée du végétal
en question et l’idée de la matière fibreuse que l’on en tire, mais qui
ne possède plus la forme du végétal. le terme danois træ recouvre les
deux idées, et ce n’est pas parce qu’un seul termes les rend, que les
danois les confondraient! le jeu des articles dépend au contraire de
cette distinction» (brandt 1994a, 93).
la seconda frontiera, invece, cioè Holz/Wald e bois/forêt, non co-
incide nelle due lingue, e si tratta di una differenza di tipo quantitativo:
bois è più grande di Holz, ma, in quanto idea di insieme di alberi, lo è
meno di forêt, Wald. Nel paradigma della lingua danese, questa seconda
frontiera non appare, per cui skov abbraccia l’idea generale di un ter-
reno popolato da alberi; la frontiera del danese træ / skov, proiettata
sui paradigmi tedesco e francese, taglia in due Holz e bois, marcando

147
un passaggio intelligibile fra la «materia fibrosa» e l’«insieme di alberi»,
perché, come conclude brandt, «ce sont les bois-Holz devenus skov qui
vont voisiner forêt-Wald, et non pas les bois-Holz restant træ» (brandt
1994a, 94). In altre parole, si tratta di un passaggio semantico, occul-
tato, nei due paradigmi, dall’insieme di relazioni differenziali interne
al campo, e che l’analisi della lingua danese rende manifeste. Così
come, all’inverso, il passaggio tra «albero» e «materia fibrosa» è assente
in danese a causa del termine sintetico. brandt conclude:

Il faut distinguer les sauts qualitatifs du sémantique et les frontières des


paradigmes (la morphologie du signifiant ne recouvre pas la morpholo-
gie du signifié) dans une même langue; il faut projecter les articulations
terminologiques de langue en langue pour dégager les articulations du
contenu qui soutiennent les signes, et qui ne sont aucunement consti-
tuées par ces signifiants (qui tantôt les manifestent, tantôt les cachent),
mais renvoient à une topologie sémantique rendant compte de ces «pas-
sages». le domaine du sens hyléthique, pour ainsi dire, qui était le point
de départ intuitif de hjelmslev, et qui lui permettait de mettre en par-
allèles les paradigmes (…) est donc topologiquement structuré, et cette
structure est bien «interlingue» (brandt 1994a, 94).

hjelmslev intendeva mettere a fuoco il nesso fra la natura delle


lingue, intese come sistemi in continua differenziazione, e le strutture
semantiche. Se la diversità è un tratto universale delle lingue, le strut-
ture semantiche costituiscono delle basi, di natura topologico/dinam-
ica, da cui estrarre il senso; e ciò per via del loro movimento trasversale
rispetto alle differenti lingue. È per questo che hjelmslev diventa una
di quelle guide teoriche per reperire ciò che Eco chiamava le nervature
o lo zoccolo duro dell’essere. Considerandolo una «autorità in materia di
ontologia», Eco suggerisce di riconsiderare hjelmslev, a proposito del
rapporto tra forma, sostanza e materia:

Noi usiamo segni come espressioni per esprimere un contenuto, e


questo contenuto viene ritagliato e organizzato in forme diverse da
culture (e lingue) diverse. Su e da che cosa viene ritagliato? da una
pasta amorfa, amorfa prima che il linguaggio vi abbia operato le sue
vivisezioni, che chiameremo il continuum del contenuto, tutto l’es-
peribile, il dicibile, il pensabile (…), l’orizzonte infinito di ciò che è (…).
parrebbe che, prima che una cultura non l’abbia linguisticamente orga-
nizzato in forma del contenuto, questo continuum sia tutto e nulla, e
sfugga quindi ad ogni determinazione. tuttavia ha sempre imbarazzato
che hjelmslev lo chiamasse in danese mening, che è inevitabile tradurre

148
con “senso” (non necessariamente nel senso di “significato” ma nel
senso di “direzione”, nello stesso senso in cui in una città ci sono sensi
permessi e sensi vietati). Che cosa significa che ci sia del senso, prima di
ogni articolazione (…) hjelmslev lascia a un certo momento capire che
dipende dal “senso” il fatto che espressioni diverse come piove, il pleut, it
rains, si riferiscano tutte allo stesso fenomeno. Come a dire che nel
magma del continuum ci sono delle linee di resistenza e delle possibilità
di flusso, come delle nervature del legno o del marmo che rendono più
agevole tagliare in una direzione piuttosto che nell’altra (…). Se il con-
tinuum ha delle linee di tendenza, per impreviste e misteriose che siano,
non si può dire tutto quello che si vuole. l’essere può non avere un
senso, ma ha dei sensi; forse non dei sensi obbligati, ma certo dei sensi vietati.
Ci sono cose che non si possono dire (Eco 2002, 628-629).

Il passo di Eco rende conto dell’esempio che abbiamo preso in


considerazione, a proposito delle relazioni tra forme linguistiche e la
loro emergenza dalle materie del mondo. Si tratta di pensare, cioè, ai
rapporti fra materia, sostanza e forma in modo differente rispetto
alle tradizionali elaborazioni dello strutturalismo. detto altrimenti: i
paradigmi differenziali delle lingue non obbediscono a modelli lineari
dell’organizzazione, ma costituiscono la linearizzazione di topologie
semantiche soggiacenti, garantendo così la traducibilità intrinseca di
forme e senso. Il punto che interessava a hjelmslev era quello di
costruire una teoria della «sola forma», che fosse capace, però, di ren-
dere conto dell’intera morfogenesi semiolinguistica: per questo si
mosse alla ricerca delle proprietà semiologiche fondamentali.
Facciamo ritorno all’esempio del campo semantico del legno. ve-
diamo in cosa il modello lineare di hjelmslev mostra le sue insuffi-
cienze, e come eventualmente integrarlo. dunque, abbiamo visto che
il campo abbraccia tre zone semantiche specifiche – il vegetale, la
materia fibrosa ed il terreno – e comprende almeno due passaggi di
stato ed un passaggio quantitativo a mo’ di un glissando. Ora, se con-
sideriamo in un primo momento la variazione continua come uno
slittamento lineare, è possibile formulare una rappresentazione tri-
angolare, capace di spiegare le componenti semantiche del paradigma
in questione, e che, come dice brandt, potrebbe essere intesa quale
l’«immagine» del senso che è sottintesa ai paradigmi espressivi. pren-
diamo in prestito a brandt questa rappresentazione grafica:

149
In riferimento al paradigma tedesco, ci si accorge di quanto ab-
biamo detto sopra. Siamo dinnanzi a tre idee implicate (o tre zone
semantiche): l’insieme d’alberi, quella dell’albero inteso come vege-
tale, e quello della materia fibrosa ottenuta tagliando il vegetale. Il pa-
radigma tedesco copre in modo abbastanza netto la distinzione delle
tre idee ad eccezione di Holz. Questo si lascia attirare verso Wald,
quando si inseriscono parametri quantitativi circa l’entità e l’esten-
sione della zona «insieme di alberi»; per bois sembra accadere la stessa
cosa, mentre skov, come si è già detto, è univoco. In relazione all’idea
di «vegetale», invece, Baum e arbre sono univoci, ed è proprio questa
univocità che il grafo hjelmsleviano non consente di comprendere:
se la vicinanza semantica di Holz e Wald esibisce, come detto, un pa-
rametro quantitativo – uno slittamento – così come fanno le due ac-
cezioni semantiche di bois, la vicinanza di Holz e di Baum, che viene,
per dir così, manifestata dai due sensi di træ, non implica alcun para-
metro quantitativo, ma una transizione netta e categorica. In breve,
non si può dire che le tre zone semantiche costituiscano un equilibro
assoluto, dalle cui proprietà ricavare equivalenze semantiche soggia-
centi ai paradigmi: lo stesso campo manifesta situazioni di sincreti-
smo per quantificazione, per transizioni nette o addirittura per
assenza di sincretismi. Ciò perché, come scrive brandt, «les morpho-
logies n’ont aucune raison d’être linéaires, et, dans notre cas, elles ne
le sont certainement pas. la topologie qui sous-tend ces paradigmes, li-
néarisés par une routine sémiologique (…) doit en revanche saisir le
contenu du contenu, les choses dont il s’agit dans le domaine de sens
considéré» (brandt 1994a, 95).

150
Come descrivere allora questa topologia sottintesa del dominio di
senso? le intuizioni hjelmsleviane possono essere ricostruite, a patto
di elaborare una geometria non triangolare, uno scenario cognitivo e
semantico – dominio delle significazioni potenziali – che soggiace alla
differenziazione paradigmatica, ovvero alle relazioni fra i valori.
per restare al nostro esempio, proponiamo una ricostruzione: c’è
un terreno coperto d’alberi, la forêt, da cui se ne estrae un esemplare,
l’arbre; questo, a sua volta, viene tagliato, ottenendone così del bois. Si
tratta di un processo di trasformazione, che si presenta come una
“traiettoria”, scandita da due transizioni osservabili: l’estrazione e il
taglio. Questa seconda transizione individua e produce un’entità qua-
litativamente informe, che contrasta in modo netto con il punto di
partenza (da bois a bois). Come dire: la descrizione di un campo para-
digmatico passa per l’individuazione delle “traiettorie semantiche”
di cui le parole sono portatrici, in quanto tracce delle discontinuità
che l’esperienza, l’attività cognitiva, pratica e culturale umana realizza.
per questa ragione, è utile abbandonare i modelli di descrizione li-
neare del senso, e pensare alle parole come a delle “traiettorie di
senso”: «les états se trouvent ainsi reliés par des chemins, et se pré-
sentent comme des zones dans un paysage qui est celui de la cata-
strophe thomienne dite fronce ou cusp» (brandt 1994a, 95).

Questa geografia o topografia mentale del processo di costru-


zione semantica, lega le tre idee, in un “insieme di traiettorie vetto-

151
riali” del senso. Questo cammino viene scandito dalle due catastrofi
dell’estrazione dell’albero e della distruzione della forma-albero. È
la presenza della separazione netta, grazie ai due punti di catastrofe,
che ci consente di costruire i tre paradigmi linguistici, che, a loro
volta, possiedono termini netti per afferrarli. la rappresentazione
hjelmsleviana coglie bene la dimensione differenziale della relazione
interlinguistica. Essa, però, non riesce a descrivere i passaggi e gli
slittamenti degli spazi interni, che fanno in modo che un termine
come bois possa, contemporaneamente, appartenere al dominio di
ciò da cui è estratto, così come a quello di ciò che è diventato, fun-
gendo da intermediario e agente delle trasformazioni. la proposta
di hjelmslev fa pensare alla dimensione segnica come ad un movi-
mento plastico dei paradigmi, che si costruiscono attraversando una
stessa topologia: è questa che costituisce la base semantica sulla quale
i parlanti traducono delle non-identità paradigmatiche. Ed è per que-
sta ragione che brandt ripensa la più brillante delle idee di hjelmslev:
la naturale traducibilità della dimensione semiotica. lo studioso pro-
pone un suggestivo confronto fra l’esempio di bois e la traducibilità,
garanzia e motore della semiosi: «de la forêt du texte, le traducteur
extrait d’abord un segment, typiquement une phrase, comme un
arbre; en l’interprétant, il dépouille ensuite cette entité sémiotique
de sa forme littérale, de sa morphologie d’expression, et isole sa
“substantifique moelle”, sa morphologie du contenu, autrement dit
son sens. Ce sens est immédiatement re-signifié, par ailleurs, dans
cette saisie eidétique même; il est implicitement relexicalisé, dans la
même langue ou dans une autre, et la traduction proprement dite
est ainsi une extériorisation explicitant sa nouvelle mise en signifiants
et en paradigmes» (brandt 1994a, 97-98).
Si recupera, così, l’autentica tensione del discorso hjelmsleviano:
pensare alla forma linguistica non come ad un dato formale, da
proeittare su un continuo materiale amorfo, ma come una “situazione
transitoria”, un “passaggio fluttuante”, temporalmente e localmente
stabilizzato, fra la continuità dell’universo del dicibile, le sue linee di
organizzazione interna e le concrete esperienze linguistiche. Questa
concezione di un “segno plastico”, apre allo studio della funzione
semiotica, come chiave di volta per comprendere la stratificazione
del linguaggio. Inoltre, essa introduce al tema della “deformabilità
del senso”, che coinvolge i livelli di “percezione semiotica” e di
“costruzione delle norme”, come luoghi collettivi dell’enunciazione.

152
brandt ci fornisce ancora una volta chiavi di lettura e rappresentazioni
grafiche interessanti (brandt 1994a, 98):

s.nte : X→Z
––––––––––
s.to : Y
le passage phénoménologique du X tesxtuel au Y sémantique, à tra-
vers la forme X/Y, grammaticale et discursive, dans le mouvement
élémentaire de l’interprétation, est possible parce que cet Y, le sujet de
l’opération le connaît déjà couvert d’un autre terme Z existant, ou le
prévoit déjà comme constructible discursivement, tout Y, tout signifié,
est un projet de mise en signifiants (conformément à la projection on-
tologique de toute substance en substrat):

Come dire: la genesi delle forme è in diretta relazione con una


“percezione”, che sposta senza interruzione i limiti del proprio oper-
are. parlare di segni, allora, equivale a individuare degli oggetti, la cui
condizione d’esistenza è che siano “altrimenti”. la loro percepibilità
è legata al movimento che li sostiene, vincola, definisce ed organizza.
È questa esigenza che ha spinto hjelmslev a indagare sulle pro-
prietà semiologiche generali, che garantiscono l’esistenza di tali
forme. Fra queste proprietà, la natura non-conforme dei piani del con-
tenuto e dell’espressione, rappresenta solo l’ultimo dei tasselli del
puzzle hjelmselviano. Essa non si può comprendere senza una in-
cursione nella nozione di funzione semiotica.

153
3.7. lA «FuNZIONE SEmIOtICA»:
dA uN mOdEllO StrutturAlE A uNO COGNItIvO

Fin qui, è stato nostro interesse riconsiderare la teoria hjelmsleviana


dal punto di vista dei suoi aspetti dinamici, per integrarli con alcune
idee delle teorie cognitive in linguistica e in semiotica. la funzione
semiotica, in questo quadro, svolge un ruolo significativo. Nono-
stante alcune formulazioni poco felici, per hjelmslev lo studio della
funzione semiotica individua il cuore dell’attività simbolica. È lo
stesso hjelmslev che precisa il centro delle sue riflesioni. la funzione
semiotica è un concetto di tipo assiomatico ed operativo; nel con-
tempo, però, essa è un’operazione semiotica vera e propria, al centro
della prassi verbale. Anzi: dietro l’apparenza di una assiomatica de-
duttiva, si nasconde una teoria delle operazioni di costituzione delle
forme linguistiche; una teoria della trama cognitiva, che rende pos-
sibile il riempimento semantico di un supporto sensibile.
dunque, come abbiamo detto precedentemente, la metodologia
hjelmsleviana consiste nella scomposizione analitica di una totalità
organizzata, di cui occorre inventariare componenti e dinamiche in-
varianti: «c’è dunque anche solidarietà fra la funzione segnica e i suoi
due funtivi, espressione e contenuto. Non si avrà mai una funzione
segnica senza la presenza simultanea di entrambi questi funtivi; e
un’espressione e il suo contenuto, o un contenuto e la sua espres-
sione, non si presenteranno mai insieme senza che ci sia fra loro
anche la funzione segnica» (hjelmlev 1961, 53). Il passo è noto, ma
le interpretazioni date non hanno mai messo in risalto la struttura-
zione funzionale dell’attività linguistica.
hjelmslev presenta la funzione semiotica come una solidarietà,
cioè come una funzione fra due costanti. purtuttavia, non si limita
a presentare la simultaneità delle due coordinate; egli aggiunge che
la funzione semiotica funge da istanza di mediazione di due domini
eterogenei su cui il linguaggio si innesta. Fin qui, si può dire, tutto
facile: ci sono un piano del senso amorfo, ed un piano non meno
indeterminato del suono. Il segno si limiterebbe a segmentare in ele-
menti discreti i flussi indeterminati. hjelmslev, però, dice una cosa
la cui sfumatura è sottile ma non irrilevante; egli sostiene la possibi-
lità di modellizzare la relazione semiosica come una funzione tra
due co-varianti, o, come oramai sappiamo, fra due morfologie co-va-
rianti. Supponiamo che p sia una funzione semiotica; essa costituisce il

154
risultato qualitativo S di due co-varianti: un’espressione e ed un con-
tenuto C:

S=f (E,C)

la funzione semiotica f rende significante l’espressione e rende


manifestabile il contenuto: essa è all’origine delle due “potenze mo-
bili” della semiosi, ed anche della organizzazione e delimitazione re-
ciproca dei segni: «se analizzando il testo trascurassimo di prendere
in considerazione la funzione segnica ci troveremmo nell’impossibi-
lità di delimitare i segni uno rispetto all’altro» (hjelmslev 1961, 54).
hjelmslev parla di un ordine morfogenetico nuovo, inedito prima
dell’emergenza linguistica, in cui i rapporti tra i due insiemi si devono
descrivere a partire dalla funzione medesima.
In questo contesto, hjelmslev sembra considerare Contenuto ed
Espressione come dei meri strumenti metateorici dal valore pura-
mente operativo. per questa ragione, non sarebbe necessario andare
alla ricerca dei loro piani di consistenza. la necessità d’introdurre la
funzione semiotica, però, indica un problema: resta misteriosa la mo-
dellizzazione dell’emergenza di queste unità sintetiche che sono i
segni linguistici, dotati di un’interna duplicità, di un côté sensibile e di
uno intelligibile. la simultaneità della coppia ‘espressione/contenuto’,
è un rompicapo su cui si è soffermata la riflessione teorica sul lin-
guaggio d’inizio secolo.
Se si vuol dar credito all’accezione logico-matematica del concetto
di funzione, così come hjelmlsev fa, bisogna comprendere la natura
dei funtivi Espressione/Contenuto. Si impone un altro punto di vista
rispetto alla teoria delle dipendenze, che si limita a circoscrivere l’os-
satura della catena testuale. Così brandt ci consiglia di decomporre,
dal punto di vista metodologico, la struttura della funzione semiotica:

Si une fonction sémiotique relie par un appel mutuel un plan de l’ex-


pression et un plan du contenu, dans n’importe quel phénomène in-
terprété comme un signe, il faut savoir plus précisement comment ces
plans “fonctionnent”, ensemble et séparément – au lieu de procéder
à la stratification immédiate –, avant même de pouvoir effectuer le
passage du signe au langage, dans le sens d’une langue, occurrence du lan-
gage humain. hjelmslev voit que l’articulation des plans n’est pas que
fonctionnelle. la catégorisation formelle qui a lieu dans le plan de l’ex-
pression d’un signe et dans son plan de contenu ne forme pas une

155
unité fonctionnelle (…). la catégorisation et la fonction (sémiotique)
ne coïncident pas. Si catégorisation et fonction coïncidaient, on aurait
en effet un monde transparent, un mode de donation du monde hu-
main ou physique offrant un accès direct aux choses mentales ou ma-
térielles. Or, le signe n’a même pas besoin d’être arbitraire pour nous
bloquer cet accès (brandt 1993, 12-13).

una certa interpretazione ha identificato l’espressione con l’insieme


dei tratti fonologici, ed il contenuto con l’insieme dei tratti semantici.
dal nostro punto di vista, la posizione di hjelmslev è più complessa,
e si può orientare in senso cognitivo. la funzione semiotica costituisce
il punto di mediazione di due domini della cognitività umana, che esi-
stono solo linguisticamente – privi d’autonomia ontologica –, ma che
funzionano in modo relativamente indipendente. hjelmslev trae una
prima conseguenza da questa formulazione della funzione semiotica:
la forma, nei due piani, è articolata in figure, di cui solo la combina-
zione acquisisce la funzionalità. di più: le figure separano i piani l’uno
dall’altro, allorché la funzione delle combinazioni li costituisce in piani
semiotici79. «Chaque figure est le résultat d’une catégorisation, et ces
résultats forment, dans chaque plan, une organisation autonome; les
deux organisations sont connectées par la fonction sémiotique, qui
n’est pas universelle, puisqu’elle ne connecte que telle combinaison de
figures dans un plan et telle autre dans l’autre plan, sans épuiser l’en-
semble des connexions possibles, et sans contrôler ou même affecter
le registre de figures» (brandt 1993, 14).
È l’insieme delle connessioni che costituisce la struttura della lin-
gua; si tratta di un concetto di struttura sufficientemente aperto, ca-
pace d’adattarsi alla contingenza e alla storicità, che la comunicazione
e la cognizione umana ci offrono. Se, da una parte, come hjelmslev
afferma, «la forme, dans ce sens général, se définit comme l’ensemble

79
brandt fa osservare come la stessa introduzione della nozione di piano
sia solidale con quella delle figure indipendenti: perché le categorie possano es-
sere colte separatamente, è necessario che l’espressione ed il contenuto siano,
essi stessi, compresi al di fuori della funzione semiotica. Ciò non accade in
Saussure, che identifica, al contrario, categorizzazione e funzione per questa
ragione, nelle sue analisi, difficilmente troviamo dei piani, ma un costante rinvio
terminologico del significante e del significato al segno: è questa, a nostro avviso,
la più grande differenza fra Saussure e hjelmslev.

156
total, mais exclusif, des marques qui, selon l’axiomatique choisit, sont
constitutives des définitions» (hjelmslev 1954, 56), dall’altra parte «la
forme est, à l’intérieur de chaque plan, sélectionnée par la substance,
il est possible en partie (…) de concentrer les relations entre les deux
plans (et des grandeurs relevant de deux plans différents) de façon à
considérer ces relations comme contractées par la forme du contenu
(ou par des grandeurs qui en relèvent) et la forme de l’expression (ou
par ses grandeurs)» (hjelmslev 1954, 54). lo studio delle morfologie
dell’espressione e del contenuto, nonché delle loro variazioni, passa
per una revisione sia dei rapporti fra espressione e contenuto, sia dei
rapporti tra forma e sostanza:
dès le moment où l’on change point de vue et on procède à l’analyse
scientifique de la «substance»80, cette substance devient forcément à
son tour une forme, d’un degré différent il est vrai, mais une «forme»
néanmoins, dont le complément est encore une «substance», compre-
nant encore une fois les résidus qui n’ont pas été acceptés comme les
marques constitutives des définitions. Ceci devient à dire que dans ce
sens général «forme» et «substance» sont des termes relatifs, non des
termes absolus (hjelmslev 1954, 57).

espressione e Contenuto costituiscono gli spazi di descrizione delle


transizioni da forme di cognizione prelinguistica a forme linguistiche.
A garanzia di ciò, dal punto di vista hjelmsleviano, sta la nozione di
sostanza. Se forma e sostanza sono termini correlativi, infatti, è per-
ché la funzione semiotica funge da mediatore e attrattore di istanze
sostanziali, legate a spazi non linguistici – il concettuale ed il sonoro.
È necessario, allora, comprendere l’insieme di relazioni tra forme
e sostanze in un’architettura unica; è questa, in fondo, ciò che hjel-
mslev considera la stratificazione del linguaggio. Nei Fondamenti, egli
trova lo spazio per ridefinire l’estensione della nozione di segno. la
sua architettura è contemporaneamente mereologica e fortemente
vincolata all’emergenza, a titolo di “sostanze” nei due registri del con-

80
Qualche riga prima, sempre nello stesso saggio, hjelmslev definisce così
la sostanza: «tout ce qui n’est pas compris dans une telle forme, mais qui de
toute évidence appartiendrait à une description exhaustive de l’objet étudié,
est rélégué à une autre hiérarchie qui par rapport à la forme joue le rôle de
substance». hjelmslev 1954, p. 56.

157
tenuto e dell’espressione. In questo modo, per il linguista danese, di-
venta possibile comprendere i segni come fenomeni concreti, inter-
soggettivi, aderenti al mondo dell’esperienza semiotica:

Se torniamo alla questione da cui siamo partiti, del significato più ap-
propriato della parola segno, siamo ora in condizione di vedere più chiaro
nella controversia fra i punti di vista della linguistica tradizionale e quelli
della linguistica moderna. pare che sia vero che un segno è segno di
qualcosa, e che questo qualcosa si trova in un certo senso al di fuori
del segno stesso. per esempio la parola mosca è il segno di un determi-
nato insetto che vola ora in questa stanza, insetto che, in un certo senso
(tradizionale) non entra nel segno stesso. ma questo particolare insetto
è un’entità di sostanza del contenuto che, attraverso il segno, è coordi-
nata a una forma del contenuto, ed ivi sistemata ad altre entità di so-
stanza del contenuto (per esempio la mosca come barbetta, la mosca
come bastimento, la città di mosca). Che un segno sia il segno di qual-
cosa significa che la forma del contenuto può sussumere questo qual-
cosa come sostanza del contenuto (hjelmslev 1961, 62-63).

Il parallelismo hjelmsleviano fra espressione e contenuto viene


fuori, rispetto alle interpretazioni tradizionali che se ne danno, in un
altro senso. proseguendo il proprio ragionamento a proposito della
struttura dell’espressione, hjelmslev scrive che «dovremmo poter
dire, esattamente allo stesso titolo, che un segno è segno di una so-
stanza dell’espressione. la sequenza sonora [moska], come fenomeno
unico, pronunciato hic et nunc, è un’entità di sostanza dell’espressione,
e come tale viene classificata insieme a varie altre entità di sostanza
dell’espressione (altre pronunce possibili, da parte di altre persone
o in altre occasioni, dello stesso segno» (hjelmslev 1961, 63). da
qui, in conclusione:

Il segno è dunque, per quanto ciò possa sembrare paradossale, segno


di una sostanza del contenuto e segno di una sostanza dell’espressione.
È in questo senso che si può dire che il segno è segno di qualcosa. d’al-
tra parte non vediamo nessuna ragione per considerare il segno soltanto
come segno della sostanza del contenuto, o (cosa che, a dire il vero,
nessuno ha affermato) soltanto come segno della sostanza dell’espres-
sione. Il segno è un’entità a due facce, che guarda come Giano in due
direzioni, e si volge all’esterno verso la sostanza dell’espressione, e al-
l’interno verso la sostanza del contenuto (hjelmslev 1961, 63).

da quanto detto, emerge la necessità di rivedere le nozioni di

158
segno e quella di funzione semiotica: non più come delle combina-
zioni di elementi minimi di senso e suono, ma come “transitorie
emergenze” di forme in delle sostanze. perché si riesca a capire bene
cosa intendiamo, ancora una volta cerchiamo l’ausilio di brandt, che
dedica un lavoro all’architettura cognitiva della funzione semiotica
hjelmsleviana:

le signe reformulé (…) repose sur deux catégorisations et une fonction


sémiotique de connexion, qui ne prend en charge que les combinaisons
de figures résultant des catégorisations, et ne les épuise pas. Il y aura
ainsi une forme de l’expression et une forme du contenu; l’indépendance
de ces deux formes est due au fait que les catégorisations s’appliquent
à deux substances naturellement distinctes, à savoir la perception et la
pensée. les instances naturelles responsables des catégorisations sont
tout aussi distinctes. Cependant, la fonction sémiotique, troisième in-
stance fondamentale à considérer, et se présentant dans un premier
temps comme un vèritable mystère, fait que les deux substances s’“at-
tirent”, au point d’attacher et de “fixer” les formes complexes (combi-
naisons de figures) les unes aux autres (brandt 1993, 14).

È in questo ordine di cose che va concepita la nozione hjelmsle-


viana di figura: essa implica un livello che descrive i “potenziali d’in-
tegrazione” dei pezzi di linguaggio. Il segno, allora, è una totalità
organizzata, i cui piani dell’espressione e del contenuto costituiscono
gli spazi d’acquisizione graduale di valori possibili (fonosemantici, sintat-
tici, narrativi, etc.). Con valore intendiamo un potenziale di combina-
bilità, senza dimenticare, però, che è la totalità semiolinguistica ciò
che noi incontriamo nel commercio linguistico. dunque, se il con-
cetto di segno è riduttivo, occorre pensare al linguaggio come a un
sistema di integrazioni espressive e semantiche, che agiscono sulla base
di un potenziale di attrazione tra elementi, che si riuniscono in quanto
l’uno funzione dell’altro.
le figure dell’espressione e le figure del contenuto, in questo
quadro, svolgono il ruolo di “punti di stabilizzazione” linguistica,
che consentono la riconoscibilità intersoggettiva dei fenomeni. Essi
sono degli “operatori di marca”, che mettono in condizione le lingue
di realizzare ciò a cui sono votate: dar forma a nuovi sensi. Figure
dell’espressione e del contenuto diventano condizioni di differen-
ziazione morfologica.
la funzione semiotica, dunque, si costituisce, per usare un’espres-
sione di lazard, in quanto «invariante interlingua». Essa è un mecca-

159
nismo funzionale che, garantendo la diversità linguistica, non perde
di vista l’operatività cognitiva dell’attività di linguaggio:

Sia la somiglianza che la differenza fra le lingue si trovano dunque nel


linguaggio, e nelle lingue stesse, nella loro strutturazione interna, e non
ci sono somiglianze e differenze di lingue che dipendano da fattori
esterni al linguaggio. Sia la somiglianza che la differenza fra le lingue
dipendono da ciò che, con Saussure, abbiamo chiamato la forma, non
la sostanza che è formata. Si potrebbe forse supporre, a priori, che la
materia che è formata appartenesse a ciò che è comune a tutte le lin-
gue, e quindi alla somiglianza fra le lingue; ma si tratterebbe di un’illu-
sione. la materia è formata in maniera specifica in ogni singola lingua,
e quindi non si ha una formazione universale ma solo un universale prin-
cipio di formazione. In se stessa la materia è non formata, non soggetta
a formazione, ma solo suscettibile di formazione, di qualunque for-
mazione; e se qui si trovano delle delimitazioni, esse appartengono
alla formazione e non alla materia (hjelmslev 1961, 82).

proviamo adesso a riscrivere l’architettura della semiosi, così come


la si può leggere in hjelmslev. le unità linguistiche sono, abbiamo
detto, stabilizzazioni temporanee di dinamiche interne ai registri di
contenuto ed espressione. le operazioni semiotiche di loro costitu-
zione si strutturano su tre livelli. Il primo livello è quello che piotrov-
ski (piotrovski 2005) chiama la “primauté ontologique du signe”. le
unità sono delle forme emergenti nel panorama delle forme della co-
gnizione umana. Esse costituiscono un ordine “inedito”, che si fonda
su un regime di differenze distintive, di processi che rendono distin-
guibili e delimitabili i segni: «se analizzando il testo trascurassimo di
prendere in considerazione la funzione segnica ci troveremmo nel-
l’impossibilità di delimitare i segni uno rispetto all’altro» (hjelmslev
1961, 54).
degli altri due livelli, il primo è quello costituito dalle figure del-
l’espressione. di cosa stiamo trattando? Si può guardare alle figure del-
l’espressione sotto una duplice angolatura: da una parte, infatti, esse
costituiscono i risultati delle operazioni di integrazione che, a livello
della sfera sensibile, legano i livelli del linguaggio secondo regimi di
dipendenza polifunzionale: intonazioni, accentazioni, sillabazioni, di-
sposizioni frasali, modalizzazioni enunciative etc. d’altra parte, forse
più interessante dal punto di vista cognitivo, le figure costituiscono
una sorta di «apertura» del senso verso l’esterno, ossia l’insieme dei

160
processi di messa in scena, concepiti come un «gesto» cognitivo, un
insieme di azioni foniche che aprono alle azioni del senso e su cui
queste lavorano costantemente. Esse costituiscono, in un certo senso,
l’insieme delle categorizzazioni differenziali della materia sonora, che
diventa sostanza fonica, categoria che veicola distintività. È per que-
sto che le figure dell’espressione possono essere anche considerate
come i materiali linguistici in vista dell’enunciazione, e ad essa vin-
colati.
Il terzo livello è rappresentato da quelle che, con hjelmslev, si
chiamano le figure del contenuto. Anche qui si può osservare da un’an-
golatura duplice. Infatti, in prima istanza le figure del contenuto ri-
chiamano le operazioni d’integrazione e d’amalgama, che le dipendenze
rivelano nella trama linguistica, almeno per ciò che riguarda lo spazio
delle azioni semantiche; ci si muove, cioè, da uno strato micro-se-
mantico rappresentato dal senso grammaticale, passando per la sche-
matizzazione cognitivo/referenziale che viene integrata dai lessemi,
fino alle più complesse forme del macro-semantico, come la modalità
e l’aspetto, che emergono quali proprietà specifiche del senso nei tes-
suti enunciativi. l’altra angolatura, suggerita da brandt (brandt 1993),
lega lo spazio del contenuto allo spazio non conforme dell’espres-
sione da cui è attratto grazie alla funzione semiotica. Il contenuto è,
in qualche modo, il correlato mentale del gesto fono-sintattico: la mol-
teplicità delle categorizzazioni in atto nel dominio del concettuale,
trova nel piano del contenuto una forma d’articolazione. le figure
del contenuto sono le forme precarie in cui il senso si addensa e di
cui si serve per rimaneggiarsi di continuo. Come scrive brandt:

les morphogènes – émergence et stabilisation d’une forme dans une sub-


stance – se réalisent dans des conditions différentes dans les deux plans
(…): dans le plan du contenu, soit il s’agit d’une idéation pure, et cette
forme conceptuelle ne déclenche aucune réponse mimétique; si nous
nous mettons à imiter nos propres pensées par une auto-réception
mimétique et corporelle, motrice, il s’agit déjà par définition d’une ex-
pression, d’une “extériorisation” qui la traduit; mais le signifiant est
déjà là, dans le plan de l’expression; soit il s’agit d’une pensée orientée
vers un référent extérieur, et s’exprimant par un geste déictique; dans
ce cas, le contenu de la pensée, l’objet référentiel, apparaît au bout du
geste déictique – s’offrant donc à une reconnaissance sans mimétisme,
forme stabilisée uniquement par l’intervention de la mémoire du sujet.
la fonction sémiotique s’expliquerait ainsi par une superposition de
deux processus de reconnaissance, dont l’un seulement active le mi-

161
métisme, alors que l’autre active la mémoire. le contenu est saisi sans
mimétisme (il est intelligibilis), alors que la saisie de l’expression y fait
appel (elle est sensibilis). la fonction sémiotique est alors à comprendre
par extension de la projection intentionnelle, orientation “centrifuge”
de l’attention qui part du proche et va vers le lointain. le proche est
la zone environnante de tout ce qui déclenche le mimétisme corporel;
le lointain recouvre comme catégorie tout ce qui reste au-dehors de
cette zone. le proche – expression – indique et vise le lointain – con-
tenu – un “lointain” qui disparaît à l’horizon pour réapparaître (brandt
1993, 14).

hjelmslev non si è spinto sin qui. ma è questa, dal nostro punto


di vista, la via da seguire per legare la ricostruzione della funzione
semiotica al programma di ricerca noto come semiotica cognitiva e
dinamica81. la struttura della simbolizzazione non presuppone una
mutua corrispondenza, ma un dinamismo orientato che concepisce
lo spazio del suono come lo spazio di controllo delle azioni seman-
tiche, le quali, a loro volta, retroagiscono in modo imprevedibile
sulle strutture e sull’estensione dello spazio fonico umano. Non solo:
parlare di funzione semiotica, se, come hjelmslev ha scritto, presup-
pone la co-presenza delle sue stratificazioni espressive e semantiche,
nondimeno è il risultato di una proiezione intenzionale, di una stra-
tificazione dell’attività cognitiva e culturale che ispessisce e rende in-
tersoggettivo il senso. O, in altri termini, c’è una coscienza sociale e
semiotica che determina le forme linguistiche, il senso e la sua cir-
colazione: per questa ragione, come vedremo, l’uso è al cuore di
questa topologia in cui la nozione di segno è l’emergenza di una
molteplicità di processi di categorizzazione.
Il lavoro di brandt si propone come un tentativo di fondazione
cognitiva della funzione semiotica. Osservazioni di tipo fenomeno-
logico come queste, infatti, si infilano nel cuore del semiotico a li-
vello di fondazione e costituzione degli stessi oggetti della disciplina.
la prima osservazione che traiamo, è che la funzione semiotica si
impone ai soggetti parlanti come un’operazione cognitiva indisso-
lubile dalla simbolizzazione e dall’accesso al mondo. In secondo
luogo, trattandosi di un principio dinamico imposto, ed in quanto

81
programma di ricerca che si sviluppa al seguito di teorici di semantica
catastrofista.

162
condizione semiotica di ogni relazione con il mondo esterno, è ne-
cessario individuare le fonti della potenza di tale strutturazione. per
brandt, la fonte del significante – e dunque dell’espressione – è di
natura prossemica; la fonte del mentale, al contrario, può essere re-
perita nello studio del rapporto immaginario che l’uomo intrattiene
con l’ambiente. Ora, senza sottoporre a verifica questa idea, cerchiamo
di mantenere i confini del nostro lavoro e di constatare, a partire da
hjelmslev, l’elaborazione di questa architettura, la sua coerenza, e il
valore che può assumere per la teoria del linguaggio. la struttura
della funzione semiotica dispiega tre istanze operativo-cognitive: a)
una categorizzazione (C1) opera nel piano dell’espressione, è re-
sponsabile della forme dell’espressione, la cui sostanza emerge dalla
percezione; b) una categorizzazione (C2) all’opera, al contrario, nel
piano del contenuto, genera la forme del contenuto, e, molto pro-
babilmente, l’organizzazione concettuale in generale; c) infine, la fun-
zione semiotica (FS), attraverso la quale la donazione del mondo è
indissociabile dalla sua simbolizzazione. la struttura della simboliz-
zazione può essere così riprodotta graficamente:

In questa prospettiva, l’unità duale del segno viene messa in di-


scussione in modo radicale. Essa diviene, come argomenta brandt,
una “topologia” o, appunto, un “dinamismo orientato”: «l’expres-
sion – quel que soit son degré de formalité – est appliquée au con-
tenu – quel que soit le degré de formalité de ce dernier –, du fait
même que cette fonction dépend d’une phénoménologie constitu-
tive du sens. C’est par la fonction ainsi comprise que le monde (W)

163
de l’énonciation réelle et de la référence entre dans l’expérience sé-
miotique» (brandt 1993, 15).
A suffragare questa proposta, c’è proprio hjelmslev, in La stra-
tificazione del linguaggio. Qui egli riflette sulla natura della sostanza, la
sua centralità e la sua composizione stratigrafica; guardare alle so-
stanze permette, secondo il danese, di definire adeguatamente anche
le forme.
Queste, secondo hjelmslev, vanno considerate come i risultati di
emergenze sostanziali, riconosciute grazie alle istanze di categoriz-
zazione. benché indissociabile dal mondo, e benché porta d’accesso
privilegiato per la enunciazione, la funzione semiotica non è all’ori-
gine di questi risultati; semmai ne è l’istanza dinamica di montaggio
e programmazione enunciativa. Sembra più interessante mettere al
cuore di questa topologia la categoria di uso, e dunque concepire la
solidarietà funzionale, propria della funzione segnica, come una pro-
prietà che fa sistema, ma, tutto sommato, come un effetto secondario.
più di una pretesa – ed onnivalente – funzione, è meglio andare a
studiare le configurazioni fragili delle forme semantiche, le loro sta-
bilizzazioni locali, connesse a strati meno prossimi; indagare le mol-
teplicità di morfologie grammaticali locali, che si iscrivono nelle
competenze dei parlanti nel corso dell’apprendimento o, in altre pa-
role, della esperienza di comunità linguistica.
È questo il punto che consente di riscrivere non solo la storia
teorica di hjelmslev, ma anche, secondo noi, di buona parte dello
strutturalismo linguistico. lo studio che abbiamo condotto sin qui
sulle relazioni fra variazioni formali nell’espressione e nel contenuto
fanno luce su un dato per noi rilevante: la comunità parlante può
sperimentare queste variazioni formali solo nell’esperienza della re-
golazione intersoggettiva del senso. In altre parole, la variazione for-
male diventa “portatrice di senso”, solo quando il parlante verifica
che nell’intorno semiotico della propria comunità, le connessioni di
senso da lui sperimentate trovano un “riscontro”.
Ciò ha varie conseguenze. Innanzitutto per la definizione stessa
del significato. la stratificazione, come si è detto, assume come pro-
prio oggetto la sostanza, del senso e del suono, cercando di studiarla
da tre angolature: a) la molteplicità delle sostanze; b) il rapporto non
bi-univoco tra forme espressive e forme semantiche; c) la struttura-
zione delle sostanze per livelli, da uno strato socio-biologico ad uno
strato valutativo, o, in altri termini, da uno strato generale ma indi-

164
viduale ad uno strato intersoggettivo, collettivo, legato alla storia di
una comunità.
Soffermiamoci sul terzo punto. Sviluppando il concetto di valore
saussuriano in una direzione insospettata, hjelmslev afferma che
perché si possa definire il significato di un campo semantico, non ci
si può limitare a relazioni di tipo interlinguistico, ma bisogna avva-
lersi delle «valutazioni adottate da una data comunità, dall’opinione
sociale che essa esprime» (violi 1997, 341). Ciò trova la propria giu-
stificazione, come scrive lo stesso hjelmslev nella costatzione della
“molteplicità delle sostanze”.

On ne saurait signaler le fait constitué par la multiplicité des substances


sans insister, tout d’une haleine, sur une autre fait qui vient le compli-
quer apparemment: nous voulons dire le fait qu’une même substance
comporte à son tour plusieurs aspetcs, ou, comme nous préfèrons
dire, plusieurs niveaux. On sait que la substance phonique, prise dans
son ensemble et dans le sens plus large du terme, demande tout au
moins une description physiologique (dite aussi articulatoire, myoci-
nétique, etc.) et une description purement physique (ou acoustique,
dans le sens propre de ce terme), et qu’il faut y ajouter sans doute une
description auditive, selon l’apperception des sons du langage par les sujets
parlants (hjelmslev 1954, 60).

discorso simile vale per la sostanza del contenuto, che hjelmslev


individua secondo una medesima stratificazione dei livelli. Egli parla
di compresenza di livelli di realtà dell’oggetto semiolinguistico; livelli
che possono generare differenti descrizioni dell’oggetto medesimo:

la substance du contenu ne parait pas être exempte d’une différenciation


analogue: on ne sépare pas utilement les grandeurs sémantiques suscep-
tibles d’une description physique (telle que ‘cheval’, ‘chien’, ‘montagne’,
‘sapin’) et celles qui se prêtent surtout, ou peut-être même uniquement,
à une description utilisant les termes d’apperception ou d’évaluation (tel-
les que ‘grand’, ‘petit’, ‘bon’, ‘mauvais’). Au contraire, à regarder la sub-
stance du contenu dans son ensemble et du dehors, les deux points de
vue se confondent et se suppléent constamment, bien qu’à degrès divers,
et il y a un glissement constant entre eux (hjelmslev 1954, 60).

le valutazioni sociali non costituiscono un significato derivato,


da aggiungere a un significato letterale, ma sono «parte integrante
del significato linguistico, anzi prioritarie rispetto al livello cosiddetto
denotativo» (violi 1997, 342). Ne dà conferma lo stesso hjelmslev:

165
Il n’en reste pas moins que la substance immédiate du contenu semble
consister en des éléments d’appréciation; on peut même dire que, grâce
à cette analyse formelle, le niveau immédiat de la substance se réduira
à plus forte raison à n’être que d’une nature nettement appréciative.
En somme, un examen provisoire de la substance du contenu invite à
conclure qu’à l’intérieur de cette substance le niveau primaire, immé-
diat, parce que seul directement pertinent du point de vue linguistique
et anthropologique, est un niveau d’appréciation sociale (hjelmslev
1954, 61-62).

ragion per cui, dal punto di vista metodologico, hjelmslev so-


stiene che una tale torsione nello studio dei fatti di senso consente
di sbarazzarsi delle distinzioni faziose fra significati primari e signi-
ficati secondari, derivati, metaforici ecc.:

pour le dire en passant, la méthode qui consiste à décrire le niveau


d’appréciation sociale présente aussi l’avantage, indispensable au lin-
guiste, de pouvoir rendre suffisamment compte des «métaphores», qui
dans quelques cas jouent un rôle aussi considèrable que le «sens pro-
pre», et qui le plus souvent proviennent justement d’une telle appré-
ciation collective qui arbitrairement met en évidence certaines qualités
attribuées de préférence (hjelmslev 1954, 62).

da ciò, sempre sul versante metodologico: «le premier devoir


du linguiste, ou, plus généralment du sémiotiste, qui voudrait entre-
prendre une description de la substance du contenu consisterait à
décrire ce que nous avons appelé le niveau de l’appréciation collec-
tive, en suivant le corps de doctrine et d’opinion adopté dans les
traditions et les usages de la société envisagée» (hjelmslev 1954, 62).
bisogna entrare ancora di più nel merito. Il “livello di apprezza-
mento collettivo” non costituisce una semplice assiologia culturale,
che le comunità parlanti assorbono ed eventualmente trasformano.
Si tratta di “criteri di riconoscimento” delle forme nelle sostanze.
In altri termini, se la costruzione della sostanza è possibile grazie
alla coesistenza di una molteplicità di strati interagenti, sovrapposti
e simultanei, e nello stesso tempo gli strati della sostanza si articolano
in livelli, è necessario capire non solo che cosa, e di che natura sono questi
livelli, ma anche come si dispiegano, funzionano e modificano.
Il livello della sostanza semiotica immediata, ovverosia la pratica
del commercio semiotico concreto, viene concepito come un tutto
pratico-linguistico, in cui si realizza l’attività di produzione e rico-

166
noscimento di forme, che definisce l’attività del linguaggio. hjel-
mslev pensa ad uno spazio dell’uso, di tipo antropologico-linguistico,
in cui i “livelli della sostanza” sono criteri ecologici82 di costruzione
della pertinenza semantica, e delle sue latitudini di variazione:

de toute évidence, c’est la description par évaluation qui pour la sub-


stance du contenu s’impose immédiatement. Ce n’est pas de la de-
scription physique des choses signifiées que l’on arriverait à caractériser
utilement l’usage sémantique adopté dans une communauté linguisti-
que et appartenant à la langue qu’on veut décrire; c’est tout au contraire
par les évalutaions adoptées par cette communauté, les appréciations
collectives, l’opinion sociale. la description de la substance doit donc
consister avant tout en un rapprochement de la langue aux autres in-
stitutions sociales, et constituer le point de contact entre la linguistique
et les autre branches de l’anthropologie. C’est ainsi que la même
«chose» physique peut recevoir des descriptions sémantiques différen-
tes selon la civilisation envisagée (hjelmslev 1954, 61).

Che hjelmslev non rappresenti un teorico del relativismo lingui-


stico pare chiaro. vicino alle teorie gestaltiste, il linguista danese non
è tanto interessanto alla diversità dei risultati semantici, quanto alle
condizioni ed ai criteri di costruzione collettiva ed individuale dei pro-
cessi di riconoscimento e circolazione semiotica delle forme. Come
la masse parlante di saussuriana memoria, il livello dell’apprezzamento
collettivo costruisce definizioni semantiche delle parole, istituisce pra-
tiche di significazione intorno o con esse; esso, insomma, edifica dei
sistemi di rappresentazione collettiva. hjelmslev ha proposto un si-
stema fatto di pluralità morfologiche aperte, di istanze enuncianti, di
creazioni incerte, fragili, ma storicamente determinate.
È in questo complesso operativo ed ecologico che egli inserisce
gli “agencements énonciatifs collectifs”, istanze pratico-linguistiche,
in cui il senso vive l’oscillazione permanente tra variazione e stabi-
lizzazione:

Non seulement ‘cheval’, ‘chien’, ‘montagne’, ‘sapin’, etc. seront définis


différemment dans une société qui les connaît comme indigènes et
dans telle autre pour laquelle ils restent des phénomènes étrangers –

parliamo di criteri ecologici nel senso in cui lo fa l’antropologia ecologica e


82

cognitiva di tim Ingold. Cfr. Ingold 2001.

167
ce qui d’ailleurs n’empêche pas, on le sait bien, que la langue dispose
d’un nom pour les désigner, comme p. ex. le mot russe pour l’éléphant:
slon. mais l’éléphant est quelque chose de bien différent pour un hin-
dou ou un Africain qui l’utilise et le cultive; qui le redoute ou qui l’aime,
et d’autre part pour telle société européenne ou américaine pour la-
quelle l’éléphant n’existe que comme un objet de curiosité exposé dans
un jardin d’acclimatation et dans les cirques ou les mémageries, et dé-
crit dans les manuels de zoologie. le ‘chien’ recevra une définition sé-
mantique tout à fait différente chez les Eskimois, où il est surtout
animal de trait, chez les parses, dont il est animal sacré, dans telle so-
ciété hindoue où il est réprouvé comme paria, et dans nos sociétés oc-
cidentales dans lesquelles il est surtout l’animal domestique dressé pour
la chasse ou pour la vigilance (hjelmslev 1954, 61).

Gli agencements enunciativi sono le definizioni semantiche delle co-


munità, gli usi collettivi che si stratificano nella parola, nella sua storia,
che ne fanno un sistema di valori e di potenzialità significative, un
vortice capace di risucchiare un numero indeterminato di significa-
zioni. Ogni parola porta con sé, allo stato contratto, la traccia della
propria storia semantica ed antropologicoa, o, in altre parole, la traccia
del proprio ruolo svolto nella ecologia pratica di una data comunità.
Non solo: in quanto criteri enunciativi, gli agencements sono forme
sostanziali, fenomeni che emergono dalla prassi linguistica. Essi di-
ventano definizioni semantiche grazie alla “appercezione” dei par-
lanti. l’appercezione collettiva è lo strumento di cui dispongono i
parlanti per elaborare norme sociali, spazi semantici e universi di di-
scorso; ma, più in profondità, è quel processo di percezione, che fa
in modo di percepire come forma semantica le lingue, i suoi pezzi
più o meno coordinati, i discorsi etc. Ecco perché non si può asso-
ciare l’idea di opinione sociale o apprezzamento collettivo di hjel-
mslev ad una trovata relativista: non è in gioco la differenza che la
lingua impone al mondo. Al contrario. hjelmslev parla di un criterio
di definizione della mente collettiva e linguistica, che i soggetti si tro-
vano inconsciamente ad adoperare – si impone ai soggetti. Si tratta di
un criterio che si articola su livelli che definiscono la sostanza seman-
tica delle forme; livelli radicati nella biologia e nella fisica della specie,
ma che non sono sufficienti, da soli, per scoprire di che cosa trattiamo
quando parliamo di significato:

la description par aperception (…) s’assimile bien à la description des


appréciations collectives (…). toute substance sémiotique (…) com-

168
porte plusieurs niveaux, entre lesquels il y a bien entendu des fonctions
définies et un ordre hiérarchique. Il paraît que le niveau qui est en tête
de cet ordre hiérarchique est le niveau d’appréciation collective qui, en
conséquence de cette circonstance, peut être considéré comme la sub-
stance par excellence, la seule substance qui du point de vue sémiotique
soit immédiatement pertinente. On peut exprimer ce fait dans la ter-
minologie fonctionnelle en disant que ce niveau, ou susbtance sémio-
tique immédiate, qui évidemment sélectionne la forme qu’elle manifeste,
et avec laquelle elle est complémentaire, est à son tour selectionné par
les autres niveaux, parmi lesquels nous avons envisagé deux: le niveau
physique et le niveau socio-biologique. Ces deux derniers niveaux sont
d’ailluers spécifiés également par la substance sémiotique immédiate
(hjelmslev 1954, 63).

Ora, hjelmslev dice che espressione e contenuto sono organizzati


secondo una medesima stratificazione in livelli: appercettivo, socio-
biologico e fisico. I livelli di descrizione corrispondono ad un lavoro
dei corpi parlanti che è sicuramente differente. hjelmslev insiste sulla
differenza fra il livello psicologico-sociale e cognitivo, estremamente
variabile, che caratterizza le sostanze, e la natura degli altri strati del
senso, che, appartenendo al dominio della biologia della specie, non
gode della stessa potenza di variabilità:

Substance et niveau ne se confondent pas. Il paraît que les niveaux


constituent, sans égard à la substance considérée, un système universel
(pour lequel il faut prévoir, naturellement, des lacunes possibles dans
les réalisations concrètes), ce qui n’est pas le des substances. Il y a d’ail-
leurs plusieurs autres circonstances, que l’on trouvera dans la suite, qui
induisent à penser que les niveaux se comportent entre eux autrement
que les substances entre elles, et – on peut l’ajouter – que ni les sub-
stances ni les niveaux ne constituent des strata différents: c’est au con-
traire l’ensemble de la catégorie composée des diverses substances
(chacune organisée dans un système de niveaux) appartenant à une
seule et même forme, relevant d’un seul plan, qui constitue, par rap-
port à cette forme, un seul stratum, bien que diversifié de la façon in-
diquée (hjelmslev 1954, 65-66).

Cosa curiosa – annota hjelmslev –: questa riflessione sullo strato


come categoria che distribuisce al proprio interno l’insieme dei livelli
socio-biologico, fisico e percettivo-valutativo, recupera l’intento ori-
ginario di Saussure, vale a dire la descrizione del segno come una
“entità interamente psichica”. In qualche modo, la teoria della stra-

169
tificazione semantica è un tentativo di ripensare la stratificazione bio-
cognitiva del senso, dal punto di vista della prassi intersoggettiva che
definisce l’uomo come animale comunitario parlante83. Ciò diventa
più chiaro se leggiamo quanto hjelmslev scrive, a proposito delle re-
lazioni di coesistenza dei livelli, all’interno di una stessa sostanza.
la varietà delle sostanze è possibile perché la simbolizzazione con-
densa, rispettivamente sui piani delle categorizzazioni mimetiche ed
espressive e di quelle concettuali e genericamente cognitive, un com-
plesso sovrapponibile di tendenze, latenze, e sistemi differenziati che
si sincronizzano, a seconda del tipo di sostanza in cui si manifestano:

à l’intérieur d’une seule et même substance faisant partie d’une seule


et même sémiotique, il y a une certaine correspondance de structure
interne dans les différents niveaux, de façon à rendre les niveaux con-
nexes mutuellement superposables selon un principe qui reste encore
à trouver (…). la distinction opérée entre substance et niveau nous
aidera à mieux comprendre le fait de la multiplicité des substances.
Cette multiplicité possible est due à un fait curieux concernant le rap-
port mutuel entre les niveaux: le niveau d’appréciation, ou substance
sémiotique immédiate, ne recouvre pas par nécessité le domaine inté-
gral de chacun des autres niveaux; il peut au contraire se concentrer à
n’en refléter qu’un secteur choisi, si bien que, une fois fait ce triade, ce
secteur choisi seul est projeté sur l’écran du niveau d’appréciation
(hjelmslev 1954, 69).

83
Gambarara 2005.

170
CApItOlO 4
l’uSO: Il lINGuAGGIO FrA SEdImENtAZIONE E mEtAmOrFOSI

4.1. l’uSO Al CuOrE dEl rAppOrtO FrA LANGAGe LANGue E PARoLe

la stratificazione linguistica è, per hjelmslev, un modo di pensare


al linguaggio che si determina di volta in volta, a seconda del focus
scelto dall’osservatore. un’ultima accezione in cui il pensiero della
stratificazione si manifesta, riguarda la riflessione hjelmsleviana
sull’“uso”; hjelmslev cerca di far convergere in un complesso di-
namico l’intreccio fra linguaggio, lingue (langues) e parole. Questo in-
treccio illumina sulla profonda intuizione unitaria e monista che ha
animato il linguista danese.
hjelmlsev, infatti, sente la necessità di pensare al rapporto fra le
dinamiche interne alle componenti del sistema e le variazioni dettate
dalla varietà sociale, in termini di osmosi. Anzi: fra gli strutturalisti
europei, hjelmslev ha cercato di fondare la propria indagine sul lin-
guaggio, mettendo in primo piano il circolo virtuoso e non vizioso
tra uso e trasmissione collettiva delle forme linguistiche. di più: la
sua epistemologia strutturale ha posto consapevolmente la propria
concezione dell’«oggetto linguistico» su questa circolarità fondativa.
Ciò perché le lingue sembrano costituire dei sistemi concreti e
internamente dinamici e mobili, che vengono regolati e organizzati
sulla base di vincoli di dipendenza: sono questi ultimi che generano
la varietà di oggetti di cui le lingue sono fatte. E, come è bene insis-
tere, tale varietà si dà non sotto le spoglie di un insieme più o meno
relazionale di «oggetti», la cui natura è eminentement «cosale». pi-
uttosto, è meglio parlare di una varietà di morfologie locali, sotto-
poste a spinte metamorfiche, in virtù di due ordini di pressioni:
quelle interne, legate al tessuto delle dipendenze, e quelle esterne,
piegate ai vincoli che le comunità parlanti impongono.
per individuare gli strati di organizzazione delle forme linguis-
tiche, allora, è meglio parlare di fasi della vita degli oggetti linguistici.
In questa prospettiva, François rastier (rastier 2006) ha sostenuto
che il progetto hjelmsleviano si è fondato sullo sganciamento della

171
semantica da una metafisica ingenuamente realista e sull’importanza
delle trasformazione e dei cambiamenti linguistici locali all’interno
di quel quadro pancronico, che è lo studio del linguaggio attraverso
le lingue. È qui, secondo rastier che, «une théorie des formes lin-
guistiques débouche nécessairement sur une théorie de transforma-
tions, car une forme n’est qu’un moment de stabilisation dans une
suite de transformations. Cela vaut pour les transformations au sein
d’une performance linguistique, par exemple les transformations
thématiques entre le début et la fin d’un texte, mais aussi entre per-
formances, entre textes séparés dans des séries temporelles. Ainsi
l’on peut décrire les évolutions et permanences panchroniques par
une théorie des métamorphismes» (rastier 2006, 96).
la teoria di hjelmslev, da questo punto di vista, si configura come
una teoria dell’evento semiolinguistico. Questo va inteso come un’in-
tersezione di strati, che la mente sociale e linguistica sedimenta, rende
latenti e, per via di una costitutitva instabilità del sistema, costante-
mente riutilizzabili. Si tratta di un punto fondamentale, che ritorna
negli scritti hjelmsleviani degli anni cinquanta:

On peut définir la parole par la rencontre même et l’entrecroisement


des strata. la parole en effet est, en dernière analyse, tout ce qui est
arbitraire dans le langage. la parole se définit comme l’ensemble des
relations interstratiques effectivement exécutées. l’usage, à son tour,
est évidemment ce qu’il y a de stabilisé dans la parole. l’usage se définit
comme l’ensemble des connexions interstratiques effectivement exé-
cutées (hjelmslev 1954, 76).

per definire la parole come un incrocio o una tessitura (entrecroise-


ment) di strati, bisogna ripensare la relazione tra langue e parole di saus-
suriana memoria. Questa va vista come una relazione dinamica tra
modalità inscindibili del linguaggio, vincolate sia ad una forte pressione
del tempo e delle variazioni che esso impone, sia al tipo di forme e di
operazioni richieste perché se ne possano descrivere le formazioni e
le deformazioni. È solo in questo contesto che, a nostro avviso, si
può misurare effettivamente l’apporto teorico di hjelmslev a una teo-
ria della programmazione e della praxis enunciativa84.
torniamo un istante alla teoria del significato. Al proposito, si è

84
Zinna 2008.

172
visto come la riflessione hjelmsleviana sia più articolata di quanto co-
munemente si creda. la teoria della stratificazione della simbolizza-
zione, infatti, ci ha messo di fronte ad una molteplicità di istanze di
categorizzazione sovrapposte, che fanno sì che l’unità duale del segno
sia l’emergenza di un dinamismo orientato dalle relazioni di controllo
reciproco fra gli spazi del senso e quelli del suono. In più, come la
struttura della sostanza ci ha fatto scoprire, la densità fenomenologica
della sostanza semiotica proviene dai livelli di riconoscimento che le menti
sociali dei parlanti mettono in gioco: tra questi, ve n’è uno, quello degli
apprezzamenti collettivi, che coordina e nello stesso tempo tiene in
moto pratiche culturali, forme semantiche, sistemi di assiologie, etc.
da questo punto di vista, descrivere il linguaggio nei termini di
un sistema sottile e complesso sembra una strada proficua, benché
non priva di difficoltà. per “sistema complesso” intendiamo una to-
talità d’elementi e di processi, legati fra loro da un reticolo di rela-
zioni, e la cui organizzazione si struttura secondo livelli. A loro volta,
questi producono una serie di interazioni, grazie alle quali emergono
proprietà specifiche per ogni livello, che sono quasi costantemente
nuove (inedite) rispetto a precedenti proprietà, e che sono non spie-
gabili a partire dai livelli inferiori. Anzi, è solo l’insieme di relazioni
tra la globalità del sistema e la località dei fenomeni, che consente
di descrivere l’organizzazione e la dinamica del sistema: in una pa-
rola, la sua vita semiologica.
Ora, questa può essere l’angolatura dalla quale osservare le rela-
zioni fra langage, langue e parole, all’interno della tradizione saussuriana
e della sua ricezione. In altre parole, si cercherà adesso di mettere in
rilievo una lettura dell’articolazione fra langue e parole nei termini di
interazioni tra livelli differenti, ma coesistenti e complementari. Se-
condo noi, questa idea trova esplicito riscontro in quella che è la più
profonda visione della complessità dell’universo del verbale che
hjelmslev – e prima di lui il suo maestro ideale Saussure – immagi-
navano. Saussure e hjelmslev pensavano al langage come ad un si-
stema dinamico, in cui le relazioni ed interazioni tra langue e parole
rappresentano, attraverso la loro stratificazione reciproca, la vita se-
miologica del linguaggio nella sua interezza. per giungere a questo,
è necessario eliminare alcune ipostasi, proprie dello strutturalismo
linguistico; in modo particolare, della formula secondo la quale è
possibile identificare il langage come la somma di langue e parole.
Cercheremo di mostrare l’insufficienza di questa rappresentazione.

173
4.2. lA FOrmulA LANGAGe = LANGue + PARoLe

dunque, perché diciamo che il linguaggio non è una somma mecca-


nica di due sistemi autonomi, la langue e la parole, così come ha cercato
di far credere l’approccio analitico o formalista delle correnti struttura-
liste? la risposta a un quesito di tal genere, come ha suggerito André
pétroff85, non può che provenire da un approccio autenticamente si-
stemico, che non ammette che qualcuno dei sotto-sistemi di un macro-
sistema possa essere dotato di un’autonomia assoluta. Contrariamente
a quanto si ritiene, già all’interno dello strutturalismo – e hjelmslev
ce ne ha dato prova – ci sono state opposizioni a questa interpreta-
zione meccanica e semplicistica della formulazione saussuriana.
hjelmslev, nel 1942, ha pubblicato un articolo sul primo numero
dei Cahiers Ferdinand de Saussure, dal titolo emblematico: Langue et Pa-
role. In questo, il linguista ha chiara l’importanza e l’innovazione del
lavoro saussuriano, in merito alla portata fortemente sistemico/di-
namica della proposta del ginevrino, e comprendendo la svolta “ge-
staltista”, per così dire, che il metodo e la teoria linguistica si sarebbero
apprestati a compiere. A hjelmslev non è sfuggito, come erronea-
mente si crede, che le poste in gioco della linguistica (e della teoria
del linguaggio) riguardassero essenzialmente il problema del tempo
(ossia delle variazioni e delle trasformazioni del linguaggio) e il pro-
blema della collettività e socialità della mente e dei fatti di linguaggio.
Questo passo ci dà conferma della forte motivazione gestaltista e
dinamicista di hjelmslev:

les termes dans lesquels se posait tout problème de la linguistique


présaussurienne étaient ceux de l’acte individuel. le dernier et capital
problème était celui de la cause du changement linguistique, cherchée
dans les variations et glissements de la prononciation, dans les asso-
ciations spontanées, dans les actions de l’analogie. En dernière analyse,
dans la linguistique présaussurienne tout se ramène à l’action de l’in-
dividu; le langage se réduit à la somme des actions individuelles. C’est
ce qui constitue à la fois la profonde différence avec la nouvelle théorie
et le point de contact qu’elle devrait exploiter pour se faire compren-
dre. C’est ainsi que, tout en admettant l’importance de l’acte individuel
et son rôle décisif pour le changement, et en faisant de la sorte ample

85
pétroff 1995; 2004.

174
concession aux recherches traditionnelles, F. de Saussure arrive à établir
quelque chose qui en diffère radicalement: une linguistique structurale,
une Gestaltlinguistik destinée à supplanter ou du moins compléter la
linguistique purement associative de jadis (hjelmslev 1943b, 79).

la chiave di volta dell’edificio saussuriano risiede nella distinzione


fra langue e parole, alla sola condizione, però, che questa venga conce-
pita come una suddivisione epistemologica dei livelli del linguaggio.
Questi si trovano legati secondo lo schema funzionale dei rapporti
di dipendenza e co-presenza reciproca:

la comparaison de la langue schéma avec un jeu reste plus exacte et


plus simple. d’autre part, c’est la notion de valeur, empruntée (pour le
jeu aussi bien que pour la grammaire) aux sciences économiques, qui
sert le mieux à nous éclairer sur l’espèce de fonctions qui lie le schéma
aux autres couches du langage: tout comme une pièce d’argent est en
vertu de la valeur et non inversement, le son et la signification sont en
vertu de la forme pure et non inversement. Ici comme partout, c’est la
variable qui détermine la constante, et non inversement. dans tout sy-
stème sémiologique, le schéma constitue la constante, c’est-à-dire le
présupposé, tandis que par rapport au schéma la norme, l’usage et l’acte
sont les variables, c’est-à-dire les présupposantes (hjelmslev 1943b, 87).

pur considerando la distinzione langue/parole come la «tesi primor-


diale» dell’epistemologia saussuriana, hjelmslev non esita ad indicare
che la bipartizione così operata non soddisfa a quelle che egli chiama
le tre accezioni della parola langue; tutte e tre parimenti legittime sulla
base di una lettura del Cours. pertanto, per quanto interessante, la bi-
partizione langue/parole va considerata «teoricamente imperfetta»: cette
doctrine [ de Saussure], ramenée à son essence absolue, est la distin-
ction opérée entre langue et parole. l’ensemble de la théorie se déduit
logiquement de cette thèse primordiale» (hjelmslev 1943b, 78). E
qualche pagina dopo, a proposito dello stesso argomento, chiosa in
questo modo:«[cette subdivision] entre Langue et Parole, si nous voyons
juste, n’en constitue qu’une première approximation, historiquement
importante, mais théoriquement imparfaite» (hjelmslev 1943b, 90).
Nell’obiettivo di esaminare «les rapports possibles entre langue et pa-
role dans l’acception saussurienne» hjelmslev analizza, in un primo
tempo, la parola langue, deducendone tre accezioni, che designa con i
termini schema, norma e uso: «a. schéma: «une forme pure, définie indépen-
damment de sa réalisation sociale et de sa manifestation matérielle»;

175
b. norme: «une forme matérielle, définie par une réalisation sociale donnée
mais indépendamment encore du détail de la manifestation»; c. «usage:
un simple ensemble des habitudes adoptées dans un société donnée, et
définies par les manifestations observées» (hjelmslev 1943b, 78).
In un secondo tempo, il linguista sottopone ad analoga indagine
il concetto di parole, «une notion aussi complexe que celle de langue»,
come egli la considera. l’analisi ne rivela come carattere essenziale
quello di essere un atto di «esecuzione individuale libera»: «selon la
doctrine du Cours, la parole se distingue de la langue par trois quali-
tés: elle est 1° une exécution, non une institution; 2° elle est individuelle,
non sociale; 3° libre, non figée» (hjelmslev 1943b, 87-88).
Così facendo, hjelmslev mette insieme i quattro termini venuti
fuori dall’analisi condotta (schema, norma, uso ed atto), e sostiene
di poter ridurre la distinzione temporanea tra norma, uso ed atto ad
un unico concetto, l’uso, in quanto esecuzione della lingua-schema
secondo due modalità: l’uso collettivo e l’uso individuale:

C’est ici que se trouve la frontière essentielle: celle entre la forme et la


substance, entre l’incorporel et le matériel. Cela revient à dire que la théo-
rie de l’institution se réduit à une théorie du schéma, et que la théorie de
l’exécution renferme toute la théorie de la substance, et a pour objet ce
que nous avons appelé jusqu’ici la norme, l’usage et l’acte. Norme, usage
et acte sont d’autre part intimement liés ensemble et se ramènent natu-
rellment à ne constituer qu’un seul objet véritable: l’usage, par rapport
auquel la norme est une abstraction et l’acte une concrétisation. C’est
l’usage seul qui fait l’objet de la théorie de l’exécution; la norme n’est en
réalité qu’une constitution artificielle, et l’acte d’autre part n’est qu’un
document passager. En fait, l’exécution du schéma serait nécessairement
un usage: usage collectif et usage individuel (hjelmslev1943b, 88-89).

hjelmslev raffigura le relazioni tra i termini che definiscono l’in-


terazione langue-parole, nei termini di un’interazione tra schema e uso.

176
Schema ed uso contengono una serie di interazioni molteplici, le-
gate ai due modi specifici dell’uso: l’uso collettivo e quello individuale.

da qui la proposta hjelmsleviana di abbandonare l’opposizione


tra il sociale e l’individuale come base della distinzione langue/parole,
poiché i termini si succedono l’uno come “documento” dell’altro:

È in gioco, dietro questa ricostruzione “semi-infedele” a hjel-


mslev, l’idea di una realtà integrale del linguaggio, le cui dinamiche
sono quelle di stratificazione reciproca o, in altri termini di transi-
zione costante e naturale tra la langue e la parole. Questa è la relazione
costitutiva che hjelmslev legge a partire da quelle che, secondo lui,
sono le insufficienze del ClG. Si tratta, secondo il danese, di un vin-
colo reciproco secondo il quale usi, norme ed atti stanno “l’uno
come documento dell’altro”.
Ora, è da tenere in considerazione che già Saussure pensava in
modo simile a quanto hjelmslev andava predicando. Questi passi,

177
non confluiti poi nell’edizione bally e Sechehaye (quella a disposi-
zione del linguista danese) mostrano, dal punto di vista storico-cri-
tico, come le intuizioni di hjelmslev su Saussure fossero quanto mai
penetranti, o comunque cogliessero nel segno. da un punto di vista
teorico, invece, ci fanno avvicinare ad una più ricca visione dei rap-
porti tra langue e parole.

4.3. lA PARoLe EFFEttIvA, lA PARoLe pOtENZIAlE,


lA LANGue E lE LANGueS

Come si configurano, infatti, i vari passaggi “documentari” da schema


ad uso? E, come opererebbero le due modalità dell’uso, quello collet-
tivo e quello individuale, nozioni ancora un po’ misteriose?
hjelmslev dice in modo inequivocabile che non sono distinzioni
di tipo sociologico che occorre andare a cercare, giacché siamo dinanzi
ad un sistema di lavoro cognitivo, che solo nella dinamica complessiva
del linguaggio può trovare una spiegazione. le soluzioni che egli cercò
di vedere, e così come le propone, trovano un interessante luogo di
confronto con il Saussure degli Écrits de linguistique générale, e per la pre-
cisione del manoscritto de l’essence double du langage (Saussure 2002).
per Saussure, occorre misurarsi con quello che è il punto di par-
tenza della teoria del linguaggio, ovverosia la parole.

17 [parole effective et parole potentielle ]

Nous appelons syntagme la parole effective,


- ou la combinaison d’éléments contenus dans une tranche de parole
réelle,
- ou le régime dans lequel les éléments se trouvent liés entre eux par
leur suite et précédence.
par opposition à la parallélie ou parole potentielle, ou collectivité d’élé-
ments conçus et associés par l’esprit, ou régime dans lequel un élément
mène une existence abstraite au milieu d’autres éléments possibles.
toute espèce d’élément vocal (et comme nous le verrons toute espèce
d’élément morphologique) est soumis de sa nature à exister sous deux
régimes: celui où il devient définissable par rapport à ce qui suit et pré-
cède, celui où il est définissable par rapport à [ ] (Saussure 2002, 61-62).

Questo passo saussuriano ci pone di fronte ad una prima rivisitazione


della formula canonica. Il linguaggio, come un elastico, si estende dalla

178
pura potenzialità (instabile per definizione), che è costituita dallo schema,
per transitare nell’uso secondo una duplice modalità.
Questa idea trova in Saussure una specie di seconda formula. Non più
il langage come la somma di langue e parole, ma:

langage = langue → parole potentielle → parole effective.

la funzione del linguista, in questo contesto, è quella di partire


dall’osservazione della parole effective. A questo punto è necessario
fare alcune osservazioni. In primo luogo, ciò che Saussure chiama la
parole effective, è l’unica parte del linguaggio direttamente osservabile,
perché possiede una materialità fisica percepibile: «la combinaison
d’éléments contenus dans une tranche de parole réelle» è in effetti la
catena sonora, «une suite quelconque d’éléments dans la parole»
(Saussure 2002, 299). Saussure precisa che si tratta del «fait le plus
matériel, le plus évidemment défini en soi en apparence» e che con-
siste in una «suite de sons vocaux» (Saussure 2002, 200). un secondo
e un terzo aspetto, invece, riguardano rispettivamente la collocazione
della langue, e il contatto fra la langue medesima e la parole effective. per
ciò che riguarda il primo dei due aspetti, Saussure non ha dubbi: egli
colloca la langue tutta intera nel mentale; e ciò tanto nel ClG tanto
negli scritti rimasti fuori: «la langue […] se trouve ne comprendre
que des termes psychiques, le noeud psychique entre idée et signe»
(Saussure 2002, 334).
per ciò che concerne, invece, il contatto tra langue e parole effective,
Saussure dice che questo passa imperativamente attraverso la me-
diazione della parole potentielle: «la langue, pour s’imposer à l’esprit de
l’individu, doit d’abord avoir la sanction de la collectivité» (Saussure
2002, 299). proviamo allora a ricostruire il ragionamento saussu-
riano. Se partiamo dall’osservabile, si impone, agli occhi del linguista,
una prima differenziazione, che è quella fra parole effective e parole po-
tentielle. Ciò che Saussure chiama la parole effective ha fra le proprie
qualità la concretezza, l’individualità (essa è «prononcée par telle per-
sonne»), la diversità nello spazio-tempo («à mille endroits et à mille
moments»), e l’istantaneità («1° prends un temps pour se réaliser, et
2° tombe dans le néant après ce temps»).
Ora, benché i fatti di parole siano il solo ‘fatto dato’ del linguaggio,
essi non sono l’oggetto primo della linguistica, nella misura in cui questa
non si interessa ai quando, dove, come e per chi un tale segmento è stato
pronunziato. Ciò che interessa alla linguistica, è l’identità delle diverse

179
esecuzioni dello stesso segmento; altrimenti detto, la loro astrazione
nella parole potentielle che, in questo modo, si sbarazza dell’accidentale
individuale, per raggiungere l’essenziale condiviso dalla collettività:

les faits de parole, pris en eux-mêmes, qui seuls certainement sont


concrets, se voient condamnés à ne signifier absolument rien que leur
identité ou leur non-identité. le fait par exemple que aka est prononcé
par telle personne à un certain endroit et à un certain moment, ou le
fait que mille personnes à mille endroits et à mille moments émettent
la succession de sons aka, est absolument le seul fait donné: mais il
n’en est pas moins vrai que le seul fait AbStrAIt, l’identité acoustique
de ces aka, forme seule l’entité acoustique aka: et qu’il n’y a pas à chercher
un objet premier plus tangible que ce premier objet abstrait.
Il en est de même d’ailleurs pour toute entité acoustique, parce qu’elle
est soumise au temps; 1° prend un temps pour se réaliser, et 2° tombe
dans le néant après ce temps. Où existe une composition musicale? […
] réellement cette composition n’existe que quand on l’exécute; mais
considérer cette exécution comme son existence est faux. Son exi-
stence, c’est l’identité des exécutions (Saussure 2002, 32).

Il discorso di hjelmslev si inserisce a questo punto della discus-


sione. Il linguista danese ha compreso a fondo l’importanza e il va-
lore della nozione saussuriana di esecuzione. Come abbiamo detto
introducendo il capitolo, hjelmslev mirava ad una teoria dell’esecuzione,
il cui oggetto sarebbe stato l’uso nella sua doppia (o duplice) modalità
d’esistenza, vale a dire l’uso collettivo e l’uso individuale o atto:

En fait, l’exécution du schéma serait nécessairement un usage: usage


collectif et usage individuel. Nous ne voyons pas comment de ce point
de vue il serait possible de maintenir la distinction entre le sociale et l’in-
dividuel. tout comme la parole peut être considérée comme un docu-
ment de la langue, l’acte peut être considéré comme un document de
l’usage individuel, et l’usage individuel à son tour comme un document
de l’usage collectif; il serait même vain et inutile de les considérer au-
trement (hjelmslev 1943b, 89).

In risposta alla libertà spontanea che caratterizza l’atto, l’uso col-


lettivo è un insieme di possibilità, che si presentano come un oggetto
astratto, o, meglio, come un modello generale di identificazione. Que-
sto è un uso che comprende, come dice hjelmslev, la latitudine della
variazione degli elementi linguistici, e corrisponde a ciò che fin adesso
abbiamo chiamato la parole potenziale, condivisa dalla collettività:

180
On répondra que dans ces conditions on ne tiendrait pas suffisamment
compte du caractère libre et spontané, du rôle créateur de l’acte; mais
ce serait une erreur, puisque l’usage ne saurait être qu’un ensemble de
possibilités entre lesquelles tout acte aurait libre choix; en décrivant
l’usage il convient de tenir compte de la latitude de variation qu’il
admet, et cette latitude, pourvu qu’elle soit enregistrée de façon exacte,
ne serait jamais dépassée par l’acte; du moment où elle le serait appa-
remment, la description de l’usage serait à remanier. Il paraît donc que
par définition il ne peut rien y avoir dans l’acte qui ne soit prévu par
l’usage (hjelmslev 1943b, 89).

Nonostante un certo sentimento di sufficienza teorica espressa


dal cambiamento terminologico, la concezione hjelmsleviana dell’uso
non differisce nell’essenziale dalla parole saussuriana, grazie al concetto
di parole potentielle. Non soltanto, infatti, questo tipo di distinzioni li-
bera da alcune ambiguità del ClG, circa la natura volontaristica ed
individuale dell’atto di parole. la proposta di hjelmslev consiste nel
progetto di mettere a fuoco l’uso collettivo, e conferma la riflessione
saussuriana sulla langue. Al fine di imporsi alla mente individuale, le
forme della langue sono costrette a passare per la sanzione della col-
lettività, attraverso una consacrazione che si realizza grazie a un uso
comune. l’uso comune gestisce la pluralità delle esecuzioni e ne
permette l’identificazione, attraverso un fondo condiviso di modelli
convenzionali, che costituiscono il bacino della parole potentielle. Si
comprende, alla luce di queste riflessioni, quanto hjelmslev inten-
desse sostenere in un passo come questo:

Au cours de la dernière partie de notre exposé on a eu l’occasione de


considérer les faits de l’usage. Nous croyons en effet que les réflexions
que nous avons maintenant terminées permettent de donner une dé-
finition non seulement de l’usage, mais aussi, plus généralment, de la
parole […].
On peut définir la parole par la rencontre même et l’entrecroisement
des strata. la parole est en effet, en dernière analyse, tout ce qui est
arbitraire dans le langage. la parole se définit comme l’ensemble des
relations interstratique effectivement exécutées.
l’usage, à son tour, est évidemment ce qu’il y a de stabilisé dans la pa-
role. l’usage se définit comme l’ensemble des connexions interstrati-
ques effectivement exécutées. les combinaisons qui sont des variantes
des connexions interstratiques appartiennent à la parole sans appar-
tenir à l’usage. Elle constituent, en d’auters termes, ce qui reste de la
parole en soustrayant l’usage. C’est ce qu’on appelle l’acte linguistique
ou sémiotique (hjelmslev 1954, 76).

181
benché la parole potentielle costituisca un’astrazione o un modello
d’identificazione, essa fa pur sempre parte dell’esecuzione. Secondo
hjelmslev, langue e parole si ‘oppongono’ come l’istituzione e l’esecu-
zione: se quest’ultima è direttamente vincolata all’uso, la langue si lega
all’istituzione, per le proprietà che assume in quanto schema, «forme
pure, définie indépendamment de sa réalisation sociale et de sa ma-
nifestation matérielle» (hjelmslev 1943b, 81).

On pourrait considérer l’exécution en faisant abstraction des distin-


ctions entre l’individuel et le social et entre libre et figé.
du même coup on serait amené à identifier le schéma seul à l’institu-
tion et à identifier tout le reste à l’exécution.
[…] C’est ici que se trouve la frontière essentielle: celle entre la forme
et la substance, entre l’incorporel et le matériel. Cela revient à dire que
la théorie de l’institution se réduit à une théorie du schéma, et que la
théorie de l’exécution renferme toute la théorie de la substance (hjel-
mslev 1943b, 88).

lo schema, dunque, costituisce la costante di una lingua, mentre


l’uso è composto di variabili. lo schema si vuole conforme alla teoria
dei valori stabilita da Saussure. Era stato già Saussure stesso a muo-
versi in questa direzione:

Quelle que soit sa nature plus particulière la langue, comme les autres
sortes de signes, est avant tout un système de valeurs, et cela fixe sa place
au phénomène. En effet tout espèce de valeur quoique usant d’élé-
ments très différents n’a sa base que dans le milieu social et la puissance
sociale. C’est la collectivité qui est créatrice de la valeur, ce qui signifie
qu’elle n’existe pas avant et en dehors d’elle, ni dans ses éléments décom-
posés ni chez les individus (Saussure 2002, 290-291).

Così langue e parole potentielle, in quanto entrambe situate nella di-


mensione della potenzialità (dynamis-virtualità), si distinguono sostan-
zialmente per due fattori: a) il loro carattere d’istituzione/esecuzione;
b) il fatto che la langue è esterna all’individuo, mentre la parole potentielle
gli è interna, perché l’individuo è sempre padrone dell’esecuzione,
anche quando si tratta di riconoscere/produrre un’identità tra una
moltitudine di esecuzioni.
la diversità della parole individuale, allora, subisce una prima ge-
neralizzazione sul piano della parole potentielle, ed una seconda genera-
lizzazione sul piano della langue. Sono state queste due generalizzazioni

182
che hanno consentito a hjelmslev di usare il termine schema per langue
e di uso per la parole, insieme alla constatazione sopra citata, ossia che
«la théorie de l’institution se réduit à une théorie du schéma, et que la
théorie de l’exécution renferme toute la théorie de la substance» (hjel-
mslev 1943b, 88).
Questo processo di progressiva generalizzazione epistemologica
nello studio delle variazioni dalla parole alla langue, non intacca la
complessità del linguaggio. Come hjelmslev ha indicato, mentre la
generalizzazione restringe la diversità fisica degli atti individuali, allo
stesso tempo aumenta quella che lui chiama la «latitude de variation»
dei livelli del linguaggio, in modo che il modello non venga mai su-
perato dall’atto. la consonanza dell’idea di hjelmslev con il Saussure
degli ElG è impressionante:

la langue repose sur un certain nombre de différences ou d’oppositions


qu’elle reconnaît et ne se préoccupe pas essentiellement de la valeur
absolue de chacun des termes opposés, qui pourra considérablement
varier sans que l’état de langue soit brisé. la latitude qui existe au sein
d’une valeur peut être dénommée “fluctuation” (Saussure 2002, 36).

Il passaggio dalla langue, concepita in maniera astratta, alla parole,


non è soltanto una declinazione di gradi di sistematicità in decrescita,
ma una complessa operazione di trasformazione degli status epistemologici
degli oggetti linguistici. Questi passaggi epistemologici testimoniano
del processo di generalizzazione che regola le relazioni langage/langue/parole
in Saussure. È sempre il linguista di Ginevra che riassume in un pas-
saggio le condizioni o i requisiti della linguistica:

En résumé: 1° non ce qui est individuel mais ce qui est consacré par
l’usage social, remplissant ainsi les conditions qui font qu’une chose
est linguistique;
2° non nécessairement ce qui est écrit mais de préférence ce qui est
parlé;
3° non dans un but normatif et pour donner les règles de la bonne
expression, mais
4° enfin, avec le but de généraliser les observations, d’arriver à une
théorie applicable aux langues (Saussure 2002, 273).

Qui, dunque, si trova la sintesi di quanto detto sopra: il campo


dell’osservazione è «ce qui est parlé», cioè la parole effective (l’atto, ossia
l’uso individuale, nella versione hjelmsleviana), di cui si trattiene «ce qui

183
est consacré par l’usage social», ossia la parole potentielle (l’uso collettivo
di hjelmslev), e a partire da questa si generalizza il pertinente, ossia la
langue (schema). In altre parole, il processo di generalizzazione si ef-
fettua, o meglio è scandito in due tempi: un primo che va dalla parole
effective a quella potentielle; ed un secondo, che dalla parole potentielle
giunge alla langue. Capiamo in questo modo, perché Saussure preve-
desse due parti della linguistica, una della langue e una della parole.
Il movimento parole effective → parole potentielle, infatti, costituisce
l’oggetto della linguistica della parole, a cavallo tra il potenziale e l’ef-
fettivo; questa linguistica non può che avere come oggetto una langue
particolare, e più precisamente i suoi usi collettivi ed individuali. Il mo-
vimento parole potentielle → langue, invece, rappresenta l’oggetto della
linguistica della langue; situata nel potenziale, le sue modalità d’esistenza
“naturali”, come sostiene bulea, sono altrettanto «doublement psy-
chologique que social»86. Così essa può avere per oggetto tanto la
generalizzazione di una lingua particolare, quanto quella di più lingue
particolari, nonché della totalità delle lingue che compongono il lin-
guaggio. Insomma, in Saussure il rapporto di generalizzazione che vin-
cola l’insieme langage, langue e parole può e deve leggersi come una
relazione dinamica tra la potenza e l’atto. A garantire la dinamicità
del processo, deve essere un tipo di mente o di intelligenza, che è
decisamente linguistica e collettiva: ciò ha trovato nella nozione di
uso collettivo di hjelmslev il terzo polo che consente il dinamismo di
questo sistema complessivo.
la lettura di hjelmslev, su questo punto, è eminentemente per-
tinente. malgrado i travestimenti editoriali del pensiero saussuriano,
hjelmslev arriva a leggere nel ClG la concezione «autentica» del-
l’unità della langue e della parole nel linguaggio.
Questa forza del collettivo trova un’ennesima conferma nello
hjelmslev del La Stratificazione del linguaggio, e nel Saussure degli ElG.
Il primo, a proposito della sostanza e della stratificazione della so-
stanza del contenuto, ossia la semantica, osserva che sono gli apprez-
zamenti collettivi, come abbiamo ripetuto varie volte, i propulsori
della dinamica di cambiamento e stabilizzazione del linguaggio:

premier devoir du linguiste: […] décrire ce que nous avons appelé le

86
bulea 2005.

184
niveau d’appréciation collective, en suivant le corps de doctrine et
d’opinion adopté dans les traditions et les usages de la société envisa-
gée. […] Il ne faut pas croire d’ailleurs que ce soit un niveau psyshique
et rien de plus. Il faudra sans doute envisager également une étude des
conditions socio-biologiques et du mécanisme psycho-physiologique
qui, grâce à des dispositions naturelles et à des habitudes acquises, va-
lables pour les expériences sensorielles et autres, permettent aux sujets
parlants, appartenant à la communauté linguistique dont il s’agit, de
créer, de reproduire, d’évoquer et de manier de diverses façons les éléments d’ap-
préciation dont nous venons de parler, et les unités qui peuvent en
être formes (hjelmslev 1954, 62-63).

Questo confronto tra l’eredità saussuriana e hjelmslev, qui pre-


sentato soltanto per grandi linee, voleva chiudere il nostro itinerario
di ricerca sull’interesse che la questione ha suscitato in ambito di ri-
flessione strutturale.
la parole effective conterrebbe tutte le varianti di un fatto linguistico;
la parole potentielle elimina tutte le varianti individuali, per non conser-
vare che quelle che sono risonosciute socialmente, e la langue sceglie
le varianti pertinenti, cioè quelle che sono portatrici di tratti distintivi,
che creano la differenza tra questo fatto e tutti gli altri fatti di lingua. Il
cammino verso la langue è un’eliminazione progressiva del non per-
tinente, in modo che la lingua diviene la parte meno estesa, ma vera-
mente essenziale del linguaggio, il che spiega perché Saussure
insistesse tanto sullo studio della lingua. però, a dispetto della infelice
frase di chiusura del Corso, e contrariamente alla interpretazioni strut-
turaliste, per Saussure la lingua è impensabile senza l’altra metà del
linguaggio, la parole «origine véritable des phénomènes»: «seulement,
la linguistique, j’ose le dire, est vaste. Notamment elle comporte deux
parties: l’une qui est plu près de la langue, dépôt passif, l’autre qui est
plus près de la parole, force active et origine véritable des phénomènes
qui s’aperçoivent ensuite peu à peu dans l’autre moitié du langage»
(Saussure 2002, 273).
tutto è detto in questo passaggio che viene dall’ultimo testo au-
tografo di Saussure. Il linguaggio è un sistema duale di cui ogni metà
ha la sua innegabile importanza: una riflette la diversità dei fenomeni
linguistici rispetto alla loro origine, l’altra detiene i caratteri pertinenti
del sistema, ma ciascuna non esiste che in virtù dell’altra. la reci-
procità è dinamica e permanente: «aujourd’hui on voit qu’il ya une
réciprocité permanente et que dans l’acte de langage la langue tire à

185
la fois son application et sa source unique et continuelle et que le
langage est à la fois l’application et le générateur continuel de la lan-
gue, [ ] la reproduction et la production» (Saussure 2002, 129).
Con hjelmslev diciamo, in conclusione, che ogni cambiamento
di profondità della langue passa per la superficie dell’uso e della parole.
Zinna, nel commentare questa relazione fra cambiamento di senso,
passaggi in profondità e superfici delle lingue, risulta a nostro avviso
uno degli studiosi che ha meglio di altri capito il profondo messaggio
hjelmsleviano: «tous les changements en profondeur passent par la
surface. dans l’instante de la parole il y a la stratification syntagma-
tique d’une langue, mais aussi la stratification des fragments de tou-
tes les langues du passé qui réalisent leurs strates. dans l’énonciation,
la rencontre entre le projet individuel et l’événement, est donc de
l’ordre du devenir: il échappe, en partie, à une volonté préordonnée
qui voudrait dominer la réalisation du projet. Et le projet même du
devenir d’une langue nous échappe. (…) la langue n’a pas d’origine
ni but: on l’observe toujours en changement» (Zinna 1995, 264).
Il linguaggio, dunque, non è un’addizione di sistemi autosuffi-
cienti, e nulla autorizza una visione scismatica dei fatti di linguaggio.
la concezione strutturalista dei livelli gerarchici discende da un’in-
terpretazione dicotomica della relazione langue/parole. però, la parola
dicotomia non esiste nei testi saussuriani, anzi: per Saussure la rela-
zione langue-parole è una dualità.
E, a ben guardare, lo stesso hjelmslev, non solo non pensa, ma
nemmeno allude mai ad interpretazioni dicotomiche delle relazioni
fra i termini del sistema. Egli ha piuttosto cercato di coglierne la
stratificazione: il costante, cioè, farsi storia del linguaggio attraverso le
pratiche langagières pronte già da subito a farsi langues. Langue e parole,
nella sua prospettiva, non sono due sistemi autonomi, ma le due
facce di un sistema unico, il linguaggio, che si costituisce ed esiste
attraverso questa dualità. per questo, forse, sarebbe utile cominciare
a pensare al linguaggio mettendo a fuoco il nesso fra la dimensione
autopoietica ed autorganizzativa dei sistemi e quella eteroreferenziale
e cognitiva che li alimenta.
ma questo, decisamente, è il preludio di una nuova storia.

186
bIblIOGrAFIA

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