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i T ram o

DEI POPOLO
Il pensiero dell’uomo che diresse la Congiura degli
Eguali, in una raccolta di scritti presentata da
CLAUDE MAZAURIC

BABEUF
LE IDEE
EDITORI RIUNITI
Le idee 30
Francois N oè! Babeuf

Il tribuno del popolo


a cura di Claude Mazauric

Editori Riuniti
I edizione, I ristampa: aprile 1977
Titolo originale: Textes choisis
Traduzione di Luisa Cicchetto Baruffi
© Copyright by Editori Riuniti, 1969
Via Serchio 9/11 - 00198 Roma
Copertina di Bruno Munart
CI- 63-1081-8
Indice

Introduzione 7
I. Il giovane Babeuf (1785-1789), p. 9 - II. Il
tempo di agire (1789-1795), p. 21 - III. «Spez­
zare le catene! » (1795-1796), p. 38 - IV. La
morte di Babeuf, p. 57.

Il giovane Babeuf (1785-1789)


1. Il feudista Babeuf e l’Accademia di Arras 63
La ricerca della felicità sociale, p. 67 - L’edu­
cazione dei fanciulli, p. 69 - Le preoccupazioni
agrarie e comunitarie, p. 74 - L’entusiasmo rifor­
matore, p. 76 - Catasto perpetuo e fiscalità, p.
79 - Realismo e utopia, p. 81 - Progresso tecnico
e progresso sociale, p. 89 - Babeuf padre ed
educatore, p. 92 - Fine di una corrispondenza,
p. 97.

Babeuf durante la rivoluzione (1789-1794)


2. Il catasto perpetuo 101
3. Babeuf gazzettiere democratico 111
Corrispondenza a Londra (1-8 ottobre 1789),
p. 111.

4. La rivoluzione! Ma per che fare? 122


Lettera di Babeuf al Comitato delle ricerche,
p. 122 - Lettera di Babeuf a J. Rutledge, p.
128 - Babeuf a Lauraguais, p. 134.

5
5. Il cittadino povero è un cittadino interamente
a parte? 143
Democrazia politica e democrazia sociale, p.
143 - Cos’è un deputato?, p. 150 - Democrazia
sociale e legge agraria, p. 159 - Contro la pro­
prietà per la comune felicità, p. 167.

Babeuf e l'equivoco di Termidoro (1794-1795)


6. « Le Journal de la li'berté de la presse » e « Le
Trifaun du peuple » 177
Contro la dittatura robespierrista, p. 178 - La
« felicità comune », p. 180 - La forza dell’opi­
nione popolare, 181 - Perché « Gracchus »
Babeuf?, p. 184 - Dove va la Repubblica?, p.
188 - Contro la critica termidoriana, p. 192 -
Milione dorato e pance vuote, p. 199 - Il diritto
e il dovere di insorgere, p. 202.

«Spezzare le fatene! » (1795-1796)


7. Il fine e i mezzi del comuniSmo 209
Gracchus Babeuf a Charles Germain, p. 210 -
Seconda lettera all’armata infernale e ai patrioti
di Arras, p. 224.

8. Il Manifesto dei plebei 228


9. La rivoluzione è l’ordine! 245
Un b ell’esempio di propaganda politica, p. 248.

10. Per un « fronte popolare » 250


11. L’appello aM’esercito 254
12. Una parola urgente aipatrioti 257
13. Combattere! 264
Epilogo
14. La morte di Babeuf 271
Babeuf alla moglie e al figlio, p. 272 - Lettera
a Félix Lepeletier, p. 275 - Ultima lettera di
Babeuf alla famiglia, p. 277.

Bibliografia 281
Cronologia 284
Indice dei nomi 293

6
Introduzione

Perché Babeuf esce ai nostri giorni dalla penombra


in cui lo avevano lasciato gli storici del XIX secolo fino
a Jaurès — per lo meno, la maggior parte di quelli il cui
mestiere fu di scrivere la storia? Perché questo ritorno,
qui d’interesse, là di fervore o di disprezzo? Perché que­
sta fioritura di nuove ricerche e di pubblicazioni su Ba­
beuf e sui suoi compagni?
Non è molto facile rispondere a tali interrogativi, ma
constatiamo questo fatto evidente: il pensiero e l’azione
di Babeuf, una delle prime vittime della reazione borghese,
ghigliottinato solo nove anni dopo la presa della Basti­
glia e l’immenso impeto di speranza del 1789, eccitano
la curiosità degli storici e dei loro lettori. Non passa anno
senza che appaiano in URSS, in Francia, in Inghilterra,
in Italia, in Germania, in Norvegia notizie o cospicui stu­
di su Babeuf e sui babuvisti: qui in una rivista specializ­
zata e di scarsa tiratura, là in grosse opere di ampia diffu­
sione. La curiosità dei ricercatori è sempre all’erta: una
volta aperta la strada, gli eruditi vi si precipitano. Ma la
analisi non potrebbe limitarsi a questa elementare psicolo­
gia dello storico. Nel tempo che vede il comuniSmo inse­
diarsi in un terzo del pianeta, non siamo affatto stupiti
che uno dei precursori di un’ideologia trionfante profitti
dei successi di prestigio di un mondo che gli deve almeno
una parte dei suoi sogni, delle sue formulazioni, dei suoi

7
obiettivi. Cosi, un vero rinnovamento degli studi babuvi-
sti è partito dalPURSS negli anni 1920-1930.
La Riforma fece conoscere il cristianesimo primitivo;
il socialismo realizzato riabilita l’utopia socialista e coloro
che pretesero di darle vita. Tanto piu che, ponendosi a
distanza dall’utopia, il socialismo scientifico contempora­
neo può dare l’immagine esatta e critica che ne fissa
grandezza e limiti. È possibile a metà del XX secolo dire
ciò che a metà del secolo scorso, quando il babuvismo
era ancora linea di condotta, non era neppure immagina­
bile. Al tempo stesso, si può meglio giudicare e meglio
congiungere « lo studio dei morti a quello dei vivi » se­
condo il detto di Marc Bloch.
Se vi è una possibile corrispondenza tra le frasi ap­
passionate ed audaci di Babeuf e le nostre attuali speranze
di giustizia e di pace, ch’essa emerga, per nostro diletto e
profitto, nel corso della lettura di questi estratti.

N.B. Babeuf, nella sua passione riformatrice, sognava una riforma


dell’ortografìa; adottò cosi, prima della Rivoluzione, un sistema alquanto
confuso di ortografia semplificata e fonetica che riteneva piu accessibile
al popolo. Dopo il 1790, abbandona di fatto tale punto di vista, anche
se si trovano ancora sotto la sua penna fantasie ortografiche. Nel 1796,
insegnerà al figlio le regole grammaticali.
Abbiamo rispettato, per quanto possibile, la punteggiatura, l’im­
piego del corsivo e delle maiuscole che conferiscono allo stile di Babeuf
un tono assai oratorio che è essenziale mantenere.

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I. Il giovane Babeuf (178 5 -1 7 8 9 )

La scossa rivoluzionaria del 1789 non ha sorpreso Ba­


beuf. Se non possedeva a questa data un corpo di dottrine
coerente e un programma stabilito, le sue idee essenziali
erano non dii meno già fissate e le sue preoccupazioni egua­
litarie e comuniste solidamente ancorate.

La giovinezza di Babeuf
Nato nel 1760 a Saint-Quentin, Frangois-Noel Babeuf
appartiene alla generazione di Robespierre e piu ancora a
quella di Saint-Just.
La sua giovinezza, la sua adolescenza si sono svolte
in mezzo alle grandi crisi politiche, ideologiche ed econo­
miche che segnano la fine dell 'ancien regime. Primogenito
di una famiglia numerosa e poco agiata, può sembrare
sorprendente che Babeuf abbia ricevuto un’educazione in­
tellettuale. Venne tuttavia istruito dal padre, Claude Ba­
beuf, soldato condannato per diserzione, amnistiato nel
1755 e divenuto impiegato delle gabelle, autodidatta per
necessità e di quando in quando pedagogo. Claude Babeuf
insegnò al figlio, non senza usare brutalità, il francese scrit­
to, l’aritmetica e la geometria. Cosi, paradossalmente, Ba­
beuf, che non era di origine borghese, acquisi non di meno
la facoltà di partecipare in tutta lucidità ai grandi dibattiti
di pensiero che ebbero luogo nel penultimo quarto del

9
XVIII secolo. Ma, se non si può accreditare a Babeuf una
formazione intellettuale pari a quella di un Robespierre,
è però evidente che la sua cultura più ancora che l’onigine
sociale e la professione paterna lo facevano emergere dagli
strati più oppressi della società dell 'ancien régime. Babeuf,
socialmente, rientra in quella categoria, così numerosa nel
XVIII secolo, di attori, di giornalisti, di impiegati ammi­
nistrativi che si situa al livello in cui si congiungono la pic­
cola borghesia declassata e i più emancipati dei lavoratori
senza beni propri; ambiente da cui sono usciti tanti rivo­
luzionari del 1789.
Divenuto esperto in materia di documenti fiscali, gra­
zie al padre, Fran^ois-Noel è presto posto al servizio di
un notabile della regione di Roye in Picardia, il signore
di Bracquemont; nel 1777 lo traviamo là come apprendista
feudista. Situazione precaria, che nel 1779 è impiegato a
tre lire il mese presso un greffier de communauté 1 a Fli-
xecourt. Nel 1780, orfano di padre, deve contribuire al
mantenimento della famiglia; a tale compito di primogenito
di famiglia numerosa dovrà provvedere quasi fino alla mor­
te. Nel novembre 1782, Babeuf si sposa con una ex ca­
meriera della signora di Bracquemont, che aveva conosciu­
to al tempo del primo impiego. La coppia si stabilisce a
Roye e, nel 1785, si insedia in una grande casa; è qui
che Babeuf, il quale non traslocherà per il povero quar­
tiere di Saint-Gilles di Roye che nel 1788, può acquisire
una posizione di indipendenza, aprendovi uno studio di
agrimensore-geometra e di commissaire à terrier. Fino
al 1787, la sua professione gli assicura se non l’agiatezza
materiale — giacché molti onorari dovutigli non gli saran­
no mai pagati — almeno i mezzi per una vita decente
per sé e la famiglia. Dopo quell’anno, la miseria si installa
nel suo focolare e vi resterà fino alla sua morte.

1 Cancelliere di comunità ( n.d.t.).

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Il mestiere di Babeuf in Picardia

« Il terrier 1 — scriverà più tardi Babeuf — era una


raccolta enumerativa dei beni demaniali, feudali e censuali
di una terra, e in generale di tutti i diritti e pertinenze che
ne derivavano. » Commissaire-à terrier o feudista, la pro­
fessione di Babeuf era di ricostruire o di determinare
l’elenco dei diritti signorili gravanti sulle terre, a profitto
dell’aristocrazia, fondiaria, per « evitare prescrizioni ed in­
vasioni ». Ora, dall’inizio del secolo, malgrado il loro as­
senteismo e l’affettato disprezzo nei confronti delle pro­
fessioni che portavano all’arricchimento, nobiltà e borghe­
sia proprietaria cercavano, nel complesso, di rafforzare le
forme tradizionali dello sfruttamento signorile per tentate
di evitare le conseguenze dell’aumento dei prezzi sulla sta­
bilità delle loro rendite: aspetto particolare di quella rea­
zione feudale, di cui è un aspetto più noto l ’opposizione
nobiliare ai tentativi di riforme amministrative e fiscali.
Il ruolo di Babeuf, come quello di molti altri di quei feu-
disti la cui pratica e i cui pensieri sono ancora mal cono­
sciuti, consisteva dunque nel servire la nobiltà nei suoi
obiettivi più retrogradi. Babeuf l’ha indubbiamente ser­
vita con talento se nel 1787 arrivava a vivere quasi nel­
l’agiatezza. Ma da simile mestiere trae un profitto ben
diverso e in apparenza paradossale; scriverà nel 1795:
« Fu nella polvere degli archivi signorili che scoparsi i
misteri delle usurpazioni della casta nobiliare ». È certo
che Babeuf conobbe, assai meglio di altri rivoluzionari, la
natura dello sfruttamento dei contadini da parte dell’ari­
stocrazia fondiaria; donde la precisione delle sue analisi
tanto nei primi scritti del 1785-1789 quanto nei periodi
posteriori.
Se Frangois-Noél, partito alla scoperta del mondo,
avesse lavorato in Normandia, provincia accanto alla sua,
non avrebbe indubbiamente fatto gran caso a tale tipo di

1 Registro delle terre, sorta di catasto (n.d.t.).

11
sfruttamento semplicemente perché questa forma di op­
pressione signorile vi era ormai decrepita; ma in Picar-
dia, ancora paese di decime, se si eccettuano alcuni gran­
di signori colpiti dall’anglomania e poi dalle dottrine eco­
nomicamente progressive della fisiocrazia, come il duca de
la Rochefoucauld-Liancourt, il mantenimento delle antiche
forme di sfruttamento feudale continuava ad essere la re­
gola. A ciò si aggiungeva un duplice fatto gravido di con­
seguenze per i contadini.
1. La pressione demografica, caratteristica del se­
colo, moltiplicava le spartizioni di terre, generava dalla
massa di contadini, poco o molto agiati, ima massa ancor
piu grande di poveri giornalieri e di coltivatori senza terra
che erravano di podere in podere alla ricerca di un lavoro
occasionale.
2. In queste campagne sovrappopolate, il contadi­
name subiva da un lato la progressiva riduzione dei di­
ritti collettivi ancestrali di cui aveva goduto (diritto di
spigolatura, di pascolo vano, di uso dei beni comunali),
dall’altro, gli effetti della concentrazione agraria degli ap­
pezzamenti in grandi poderi, acquistati da quegli agricol­
tori che, avendo in media un’eccedenza da vendere, ap­
profittavano dell’aumento dei prezzi. Di modo che la con­
dizione dei contadini poveri in questo secolo di euforia
borghese non cessava di aggravarsi. L’industria a domici­
lio completava talvolta le risorse delle famiglie contadine...
ma in tempo di crisi? Ora, la congiuntura divenne sfavo­
revole a partire dal 1786. Troppa gente sprovvista di ter­
re, molta miseria e abbandono, un accresciuto sfruttamen­
to dei contadini: questa, l’immagine che il giovane Ba-
beuf aveva della situazione iin Picardia negli ultimi dieci
anni ò.e\Yancien régirne.
Frangois-Noél, al servizio dei notabili, avrebbe po­
tuto disinteressarsene; invece, la sua corrispondenza a par­
tire dal 1785 ce lo mostra assai sensibile al grande dolore
popolare. Perché?
Aveva fatto il tirocinio della miseria e dell’insicurez­

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za: ma ancor più, col suo stesso mestiere, aveva avvertito
la resistenza dei contadini picardi: quel loro mauvais gré 1
come si diceva fin dal XVI secolo. Qui, in queste larghe
pianure, soprattutto nel Santerre, era pocanzi esplosa la
grande jacquerie 2 del Beauvaisis. In queste regioni di ri­
volta agraria permanente nel XVII secolo, e più ancora
di reazione contadina collettiva, da quando le vittorie
francesi sugli spagnoli, durante il XVII secolo, avevano
rialzato le sorti di signori e ricchi borghesi, i contadini non
erano gente da lasciarsi spogliare. Babeuf assiste dunque
a una lotta di classe costante e accanita.
Vi prende presto personalmente parte salvaguardan­
do i diritti dei contadini nel rifacimento dei terriers affi­
datigli e, fondando la sua riflessione sulla realtà a lui nota,
cerca generosamente soluzioni alla crisi. È cosi che divie­
ne filosofo, come lo si era nel secolo XVIII, aspirando alla
felicità sulla terra per l’umanità intera.

Babeuf e la questione sociale nel secolo X V III

Si conosce relativamente meglio Babeuf di altri ve­


nuti alla ribalta nel corso della Rivoluzione francese. È
stata scoperta, infatti, tutta una corrispondenza presso­
ché regolare tra Babeuf e l’Accademia di Arras, senza con­
tare alcuni documenti supplementari. Tale corrispondenza
è stata pubblicata, in maniera incompleta ma rivelatrice,
una prima volta nel 1884 ad opera di Victor Advielle,
sulla base degli1archivi di Babeuf: vale a dire con, da un
lato, la minuta delle sue lettere e dall’altro, la corrispon­
denza che egli ricevette effettivamente da Arras. Nel 1960,
l’Institut d’histoire de la Révolution frangaise ha pubbli­
cato sotto la direzione di Marcel Reinhard questa vasta
corrispondenza, ma stavolta sulla base del fondo di Dubois12

1 Malcontento.
2 Rivolta contadina.

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de Fosseux, segretario dell’Accademia di Arras, e conser­
vata oggi nel castello de Fosseux. In modo che qui, in­
versamente, disponiamo della minuta delle lettere di Du-
bois de Fosseux e delle risposte effettivamente spedite
da Babeuf. In tutti d casi, questa corrispondenza, piu ab­
bondante nell’ultima raccolta edita, è ancora soltanto par­
ziale. Manoscritti di Babeuf, dispersi dal 1884, ma talora
visti e spesso ricopiati da Advielle, non sono ancora stati
pubblicati ed alcuni sono scomparsi, forse definitivamente.
Nondimeno, certi manoscritti o memorie, ancora ignorati
dalla maggior parte dei ricercatori francesi, sono conser­
vati nel fondo dell’Istituto del marxismo-leninismo a Mo­
sca, tanto che gli storici sovietici, in particolare V. M.
Dalin, del quale è appena apparso a Mosca un grosso libro
su Babeuf, sono più degli altri in grado di assicurarne oggi
l’edizione, in collaborazione, ed elaborarne l’interpretazio­
ne storica.
Comunque sia, tale corrispondenza, benché parziale,
è un notevole strumento per la conoscenza del pensiero
del giovane feudista di Roye; immaginando di essere un
corrispondente scelto, Babeuf dopo un breve periodo di
estrema timidezza, dal novembre 1785 alla primavera 1786,
fini per comunicare abbastanza precisamente i suoi pensie­
ri e il senso delle sue preoccupazioni. In realtà, Babeuf
non era quel corrispondente privilegiato che riteneva di
essere. Quelle che credeva lettere personali a lui indiriz­
zate non erano sovente, nella loro parte piu sostanziale,
che estratti di circolari (per i due terzi circa) adattati al
tipo di domande fatte da Babeuf ed alle sue preoccupa­
zioni di feudista-filosofo e di padre di famiglia. Forse Ba­
beuf si rese conto di questo fatto (che fu rivelato soltan­
to dallo spoglio del fondo de Fosseux), forse ne ebbe pre­
sto abbastanza del bric-à-brac di questioni fuori luogo af­
frontate dall’Accademia di Arras e dal suo segretario per­
petuo? Il fatto è che addusse per pretesto, alla fine del
1787, la morte accidentale della figlioletta per rallentare
il ritmo della corrispondenza, per poi interromperla nel-

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l’aprile 1788. Siamo dunque mal informati sull’evoluzione
del suo pensiero fino all’estate 1789, ma così com’è, la
lunga corrispondenza con Dubods de Fosseux ci offre già
molteplici elementi di analisi.
L’Accademia di Arras costituì per Babeuf la sua uni­
versità e la campagna picarda il suo laboratorio di espe­
rienze. Dubods de Fosseux indirizza al suo corrispondente
di Roye numerosi opuscoli, il testo delle comunicazioni
sostenute dinanzi all’Accademia da scrittori dell’Artois e
della Picardia, ritagli di stampa, prospetti. Babeuf divora
con passione il tutto e risponde avanzando giudizi spesso
circostanziati su ciò ohe legge. All’occasione, pretende
nuove informazioni sugli argomenti che gli stanno a cuo­
re. Prende parte ad alcuni concorsi ma senza successo, e
propone altresì dei soggetti per il concorso accademico
previsto nel 1789. Rende Dubois de Fosseux partecipe dei
suoi progetti, delle sue iniziative e dei suoi sogni. Non di
meno, turbato della propria audacia, gli capita di prati­
care l’autocensura, come nel 1786.
Se anche ci è possibile conoscere il senso del suo
pensiero, questo non è sempre perfettamente chiaro. Nel­
la misura in cui Babeuf non agisce ancora nell’ambito po­
litico, non si può a questa data, come sarà lecito fare piu
tardi, confrontare il contenuto dei suoi scritti ed il senso
della sua azione pratica. Gli storiai si trovano di fronte a
zone d’ombra.
La preoccupazione fondamentale di Babeuf è di or­
dine sociale. Come risolvere il problema della miseria so­
ciale, dell’incultura delle masse, dell’oppressione dei po­
veri? Come dare agli uomini i mezzi ed i fini della loro
felicità?
Fin dal 1785, Babeuf partecipa al concorso dell’Ac­
cademia: è questa l’occasione della sua presa di contatto
con Dubois de Fosseux. Ma il suo manoscritto che tratta
dei meriti e degli inconvenienti dei « grandi poderi », vale
a dire delle forme moderne, concentrate ed individualisti­
che dello sfruttamento del suolo, non arriva in tempo.

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Nondimeno, agli inizi del 1786, in una minuta di lettera,
molto audace e che non ricopia indubbiamente a causa di
questa audacia, si pronuncia, a proposito dei premi con­
traddittoriamente assegnati ad un sostenitore dei grandi
poderi e al suo avversario, a favore di uno sfruttamento
collettivo delle terre, ravvisandovi molteplici vantaggi eco­
nomici, migliori rendimenti, un’economia di lavoro e la so­
luzione al problema della mancanza di terra. Idea sorpren­
dente in questo secolo di trionfante individualismo! Idea
di un precursore in ogni caso, a prescindere dall’apparen­
za utopistica, e che soltanto la concreta conoscenza della
miseria contadina e della consuetudine collettiva picarda
poteva far nascere. Babeuf restò fedele in seguito a que­
sta prima idea? V. M. Dalin, che rivelò il documento, è
di quest’avviso e sostiene che Babeuf non ne parlasse piu
avendo deciso di attenersi a una saggia prudenza. Soltanto
nel 1795 il progetto avrebbe ripreso qualche consistenza.
Constatiamo in ogni caso che questa prima idea comunista
che concepisce al tempo stesso il progresso economico e la
soluzione della disuguaglianza sociale è sensibilmente di­
versa dai principi del comuniSmo babuvista del 1795-1796
che si limita a stabilire le regole di una vita comunitaria
fondata sulla stretta eguaglianza sociale, senza prospettare
veramente il progresso economico. Non è impossibile im­
maginare che nel 1786 Babeuf abbia ragionato in maniera
puramente teorica e può darsi che non abbia creduto nep­
pure lui a quella che era soltanto una meditazione specula­
tiva sui problemi che lo preoccupavano.
Nondimeno, l’adesione di Babeuf alle utopie co­
munistiche è documentata ben prima del 1789. Dubois de
Fosseux, con circolari successive, gli comunicò a piccale
dosi, malgrado le proteste, dal marzo al giugno 1787, il
progetto di un’opera che sarebbe apparsa — e che non
apparve mai — ad Orléans, il cui prospetto s’intitolava:
L’Avant-coureur du changement du monde entier... Ba­
beuf lesse quel seguito di analisi con passione non dissi­
mulata. Si dilettava del gran sogno comunitario ed egua-

16
lkurio, ispirato a Morelly, che scaturiva dalle frasi di
Dubois de Fosseux. Da quel momento nulla potè apparir­
gli più grande ed egli aderì pienamente all’utopia comu­
nista e moralizzante del prospectus. All’autore àtWAvant-
coureur rimproverò soltanto di lasciare « un vuoto a pro­
posito dei mezzi ». In effetti, Babeuf non ha mai potuto
cullarsi unicamente nei sogni utopistici e nei sistemi. Una
delle componenti del suo carattere sarà sempre il senso
del reale, del possibile, del compito da assolvere, anche
se il suo pensiero non esce dal quadro prescientifico del­
l’ideologia. Già nel 1786, si era pronunciato sul miglior
metodo di studio dei feudi e sulla riduzione delle strade
troppo numerose in quei campi aperti. Nel 1787, propone
a Dubois de Fosseux, a proposito del concorso del 1789,
di dare il suo parere sulla soppressione del maggese e con­
temporaneamente, sulle difficoltà di stabilire la comunio­
ne dei beni. Più precisamente, dedica il suo tempo, a par­
tire dal 1789, alla redazione di un progetto di «catasto
perpetuo ». In questo periodo, una simile preoccupazio­
ne non era molto singolare giacché altri perseguivano
obiettivi riformatori analoghi. Ma Babeuf è alla ricerca dei
mezzi pratici per realizzare il suo progetto di riforma.
In contatto dal 1786 con il geometra Audiffred, al
quale rende indubbiamente visita a Parigi e a cui più tar­
di si legherà per contratto — il che doveva frenare gli
slanci audaci della sua penna — Babeuf pensa di utiliz­
zare un sistema trigonometrico per misurare gli appezza­
menti. Tale procedimento doveva permettere, a suo av­
viso, una giusta ripartizione dell’imposta, così fondata su
una valutazione materiale dei beni; e costituire eventual­
mente il mezzo tecnico attraverso il quale realizzare più
tardi quella eguaglianza nel possesso delle terre che di­
venne il suo ideale dichiarato fino al 1796. Il Cadastre
perpétuel apparve a Parigi soltanto nell’estate 1789, ma
il suo contenuto era elaborato da due anni in quanto do­
veva essere presentato alle Assemblee di notabili riuni­
tesi nel 1787. Si tratta dunque anzitutto di un’opera di ri­

17
forma fiscale come ne apparvero tante nel corso degli
ultimi anni déll’ancien régime. Ma il testo fu accompagna­
to, per la pubblicazione, da un Discours prélimìnaire scrit­
to sicuramente nel pieno ardore dell’estate 1789. Il di­
scorso dilata il senso della ricerca di Babeuf fino a lasciar
intendere che il Cadastre non è che un primo passo; per
questo evoca « dopo il gran beneficio del catasto, la di­
stanza che resterebbe da percorrere per arrivare assoluta-
mente alla felicità generale ». Saranno gli anni rivoluzio­
nari a contrassegnare, di fatto, la distanza che separa que­
sto primo scritto brillantemente composto dalla cospira­
zione dell’anno IV.

Babeuf e la filosofia dei lumi


Resta tm'ultima domanda per chiarire l’itinerario del
giovane Babeuf. Quale fu il suo atteggiamento nei con­
fronti delle grandi correnti della filosofia dei lumi? Con­
statiamo in primo luogo che, non potendo conoscere
l’elenco delle opere della sua biblioteca, posseduto da Ad-
vielle ma non pervenuto fino a noi, è difficile dire preci­
samente ciò che ha potuto leggere Babeuf prima del 1789.
Era abbonato al Mercure de Trance, riceveva da Arras
U Anne e littéraire; possedeva un Dictionnaire géographi-
que; dirà più tardi, nel 1791, di aver letto, ben prima della
Rivoluzione, Mably e, giudicando dai riferimenti del Ca­
dastre perpétuel, prese cognizione del suo libro, i Princi­
pes de là législation nonché della Dime royale di Vauban;
studiò indubbiamente il Discours sur l’origine de l’inéga-
lité parmi les hommes di Jean-Jacques Rousseau, conobbe
VEmile, ma resta qualche dubbio sulla sua reale familia­
rità con il complesso delle grandi opere prima del 1789.
Semplicemente perché la massa delle sue letture veniva
da Arras ove si ripercuoteva, negli scritti dei petits-
maìtres 1 del pensiero locali, il grande movimento della
filosofia dei lumi. Inoltre, grandi opere come le Confes-
1 Damerini.

18
sioni o II contratto sociale non sono effettivamente cono­
sciute dal gran pubblico, in provincia soprattutto, che do­
po il 1789. Accade d’altronde che Babeuf si lagni di non
possedere un numero sufficiente di libri (cfr. la lettera
del 20 agosto 1787).
La cultura di Babeuf fu quella di un autodidatta,
nutritosi degli innumerevoli racconti che fiorivano do­
vunque in quel secolo, « quei paesi di cuccagna », « quei
buongoverni ideali », « i racconti alla Robinson, sui sel­
vaggi, tutta quella immensa letteratura americanista, in-
dostanista, primitivistica, millenarista... » (M. Domman-
get). La cultura di Babeuf si alimentava alle fonti più
disparate e riposava sicuramente su una conoscenza di se­
conda mano. Basti vedere la serietà con cui critica e giu­
dica gli autori i cui scritti gli provenivano per mezzo del­
l’Accademia di Arras. Poco importa del resto, giacché è
facile sulla base della sua corrispondenza distinguere le
tendenze della sua filosofia. Babeuf fu dapprima rousse-
auiano; lo fu in rapporto tanto al suo modo di essere ed
alla sua attuazione sociale quanto al suo atteggiamento di
principio nei confronti della disuguaglianza sociale e della
proprietà privata. Approva, ma con qualche riserva, la
libertà di educazione di Emilio a cui si ispira per allevare
i suoi figli. È d ’accordo con Rousseau sull’origine della
disuguaglianza. Ammette che la « volontà generale » sia
quella, del maggior numero, sul quale fonda la legittimità
del « sovrano ». Ma qui si ferma il rousseauismo di Ba­
beuf: egli rifiuta, infatti, il pessimismo filosofico di Jean-
Jacques (o almeno ciò che veniva considerato come tale
a quel tempo); Babeuf, da discepolo dei lumi, crede al
progresso e, come Condorcet, ammette che la diffusione
delle conoscenze possa condurre all’emancipazione del ge­
nere umano. Non accetta la religiosità rousseauiana: nel
1790, dopo aver letto le Confessioni, comincerà a scrive­
re una Vie de Jésus e un trattato, Les Lueurs philosophi-
ques, in cui si fa beffe di Rousseau; confesserà di non

19
averlo mai trovato si petit '. Malgrado alcune incertezze
sulla religione di Babeuf, è chiaro che un materialismo
ispirato a Helvétius coordina il suo pensiero fin da'l 1788.
In ogni caso, egli si proclamerà ateo, senza equivoco,
qualche anno più tardi e non approverà il culto dell’Esse­
re supremo nell’anno II.
Su un altro piano, il suo comuniSmo lo riavvicina a
Morelly (che si riteneva essere Diderot), il suo egualitari­
smo a Mably, che piu tardi pretese di aver studiato in
compagnia di Coupé, curato di Sermaize, futuro deputato
all’Assemblea legislativa.
Prima del 1789, Babeuf, per il suo ambiente, la sua
cultura, la sua funzione, è interamente guadagnato alla
corrente democratica che la Rivoluzione in ascesa sta per
portare alla ribalta della scena; questo solo importa e que­
sto solo permette di comprendere con quanta facilità av­
venne l’assimilazione delle grandi opere: il Code de la na­
ture di Morelly, Le Contrat social di Rousseau, Les Chaì-
nes de l’esclavage di Marat, che egli conobbe, di sicuro,
solo nel 1790, 1793, 1794. Tuttavia, fin dalla giovinezza,
il suo pensiero era già chiaramente orientato.
Alcuni, come Marat, sono arrivati alla Rivoluzione
con idee bell’e fatte nonché con un programma coerente.
Ma Babeuf, piu vicino alla gente delle campagne, più at­
tento all’avvenimento, può acquisire più scienza'e più
esperienza al contatto stesso dell’azione rivoluzionaria. Per
questo andò più lontano fino a sognare una repubblica
comunitaria ed egualitaria, proprio nel tempo della vitto­
ria borghese.1

1 Cosi modesto.

20
II. Il tempo di agire (1789-1795)

Perché la rivoluzione? (1789-1793 )

Babeuf era a Roye durante la convocazione degli


Stati generali del 1789, ma giunse a Parigi in piena ef­
fervescenza popolare. Qui si trova il 17 luglio, in teoria
per dare l’ultima mano alla pubblicazione del suo Cadastre
perpétuel, ma, di fatto, egli è soprattutto preoccupato del
carattere torrenziale della rivoluzione popolare. Ne è cosi
sconvolto che scrive alla moglie, rimasta a Roye, solamen­
te il 27 luglio e con un tono che non lascia dubbi, mal­
grado certe ingenuità, sul senso del suo impegno politico;
nonostante il disgusto per il sangue versato; denuncia la
controrivoluzione e l’incuria dei responsabili alle sussi­
stenze della capitale uccisi dalla folla infuriata. Frangois-
Noèl resta a Parigi fino al 5 ottobre; poiché bisognava pur
vivere e il mestiere di feudista non aveva molte prospetti­
ve in una rivoluzione antifeudale, Babeuf cerca la sua stra­
da nel giornalismo. La Rivoluzione apriva un periodo fe­
condo di libertà di stampa e come un’infinità di altri, si­
curi del loro talento, Babeuf diventa gazzettiere rivolu­
zionario.
Nel corso dell’estate, Fran?ois-Noél si impiega presso
il signore de la Tour come corrispondente a Londra del
giornale Le Courrier de l’Europe; V. M. Dalin ci ha ri­
velato il manoscritto di questa « corrispondenza londine­
se », conservato negli archivi dell’Istituto del marxismo-

21
leninismo. Ne riproduciamo più avanti alcuni estratti ohe
dimostrano che, se Babeuf fu meno perspicace di altri —
di Marat, per esempio — sulla natura e sulle conseguenze
del « complotto aristocratico » o del pacte de famine,
fu tuttavia più attento dell’« Ami du peuple » ai movi­
menti della folla e all’incentivo di questa agitazione popo­
lare: la questione del pane e delle sussistenze. Il 5 otto­
bre, Babeuf è di nuovo in Picardia e riprende la sua atti­
vità di pubblicista solo agli inizi del 1790. Si colloca in
questo frattempo la sua azione militante contro la fisca­
lità oppressiva dell 'ancien régime che l’Assemblea costi­
tuente aveva reintrodotto attendendo i risultati delle ri­
forme previste.
Non possediamo che pochi resti degli scritti del 1790-
1791 di Babeuf giornalista. L’Istituto del marxismo-leni­
nismo possiede, secondo V. M. Dalin, i manoscritti di un
giornale che restò inedito, Le Patriote brabanqon, i numeri
3 e 4 del Journal de la Conféderation, pubblicato a Parigi e
di cui sono accessibili soltanto i due primi numeri, il se­
condo dei quali è datato 3 luglio 1790. Ma la sola gazzet­
ta di Babeuf che rappresentò un vero successo e suggellò
la sua nuova carriera di giornalista fu Le Correspondant
Picard et le Rédacteur des cahiers de la seconde législatu-
re, )ournal dédié aux habitants des cantons, villes, bourgs,
villages, hameaux et municipalités des départements de la
Somme, de l’Aisne, de l’Oise. Lo stampatore Devin de
Noyon, con il quale Babeuf intratteneva amichevoli rela­
zioni da molti anni, si incaricò dell’edizione del giornale
(1790-1791). La collezione è stata quasi interamente per­
duta, ma l’Istituto del marxismo-leninismo detiene una
parte dei manoscritti. Secondo la moda del tempo, Ba­
beuf era il redattore unico di questo giornale ohe sognava
di veder diventare un foglio popolare dii informazione e
di agitazione politica.
Da tutti questi testi, e soprattutto da quelli che è
possibile consultare in Francia, risulta che il pensiero pro­
fondo di Babeuf e il senso dell’azione da lui intrapresa

22
come giornalista si riducono all’idea che la rivoluzione è
un’illusione, un’apparenza fallace per le masse popolari se
non sfocia immediatamente neH’applicazione, nei fatti, dei
grandi principi generali affermati nella Dichiarazione dei
diritti dell’uomo e del cittadino. Lo aveva già lasciato in­
tendere nel « discorso preliminare » del Cadastre perpé-
tuel; lo riafferma con veemenza e spesso con ironia; in
particolare, protesta energicamente contro la distinzione,
scandalosa agli occhi dei democratici, che si operava nella
Costituzione del 1791, tra cittadini attivi, i ricchi o bene­
stanti, e passivi, i poveri.
Per Babeuf, come per Marat e presto per Robespier­
re, l’uguaglianza dei diritti civili presupponeva l’uguat-
glianza dei diritti politici, la quale a sua volta doveva con­
durre infine ai benefici dell’uguaglianza sociale.
Ma Babeuf non si accontenta di affermarlo; e mette
tutta la sua fede ed il suo temperamento di lottatore ad
organizzare il movimento spontaneo che solleva le masse
popolari contro questa o quella sopravvivenza dell 'ancien
regime.
Dopo i tre mesi febbrili trascorsi a Parigi e che si
dimostrarono assai rivelatori, Babeuf, di ritorno in Pi-
cardia, si dedica interamente al movimento popolare. Nella
primavera del 1790, anima un vasto movimento che si ri­
percuote in tutta la regione da Abbeville a Saint-Quentin,
da Péronne a Guise, contro le imposte indirette iaides)
e le gabelle, tasse di consumo detestate dal popolo. L’As­
semblea non le ha ancora abolite; per forzarle la mano,
Babeuf redige un’energica petizione che viene adottata da
ottocento comuni picardi ed artesiani. Ciò lo porta in pri­
gione. Il Comitato delle ricerche dell’Assemblea nazionale,
accusandolo di predicare l’anarchia, lo fa arrestare a Roye
nel maggio 1790. Rinchiuso nel carcere della Conciergerie,
è condannato dal Parlamento. Le sue proteste coraggiose e
combattive, ma soprattutto l’aiuto (forse interessato) di
alcuni nobili liberali e piu ancora la veemente apostrofe
di Marat nell 'Ami du peuple, riescono a liberarlo. Come

23
aveva temuto l’Assemblea, la scarcerazione di Babeuf è
salutata come una vittoria; da Parigi a Roye, Fran^ois-
Noèl è acclamato e attorniato come un eroe. Imbaldanzito
da questo primo successo, si consacra interamente alla
propaganda democratica. Tutto lo porta, in materia poli­
tica, a ritrovarsi al fianco degli uomini più avanzati del-
l’89, Marat, Danton, e del club dei Cordiglieri che ave­
vano richiesto la sua liberazione. Rivendica la democrazia
politica e la distruzione dell 'ancien regime.
Il progetto di Babeuf è indubbiamente piu ambizio­
so, ma per volontà di efficacia, per realismo, non va al di
là dell’opinione comune diffusa presso i democratici; tut­
tavia egli si impegna totalmente e cerca i mezzi pratici per
trascinare all’azione i più vasti settori dell’opinione popo­
lare. Il suo giornale divulga parole d’ordine di azione di­
retta facilmente accessibili, per esempio contro la pretesa
dei monaci di disporre dei beni comunali, finora in pos­
sesso usufruttuario degli abitanti del povero quartiere di
Saint-Gilles a Roye; per la divisione delle paludi di Brac-
quemont, che conosce bene per la sua antica professione
di feudista; contro i diritti signorili, ancora riscossi o re­
clamati, contro l’esazione delle imposte indirette, che pe­
sano ancora sulle bevande. L’azione intrapresa, indubbia­
mente molto popolare, non può fare a meno di attirargli
l’astio della municipalità moderata di Roye; che, guidata
da un notabile, Longuecamp, lo perseguiterà fino al 1793
con odio implacabile, un tipico odio di classe. Arrestato
una seconda volta, Babeuf è nuovamente liberato per ac­
clamazione e, forte di questo appoggio, ricomincia nel 1791
ad incitare i contadini dell’Oise a rifiutare il pagamento
delle decime.
Questa fu l’azione « antifeudale » di Babeuf, ma tale
atteggiamento .trovava il suo logico prolungamento nel suo
repubblicanesimo offensivo. Reclama la repubblica, come
i democratici parigini, non appena apprende il tentativo di
fuga di Luigi XVI. Ciò ci porta a pensare che egli doveva
conservare delle relazioni con gli ambienti cordiglieri di

24
Parigi; v’è, infatti, una sorprendente simultaneità tra le
proposte repubblicane di Babeuf e l’agitazione cordigliera
ohe condusse alla manifestazione del 17 luglio 1791 al
Campo di Marte. Repubblicano della prima ora, Babeuf
sostiene la candidatura dell’abate democratico Coupé de
Sermaize, al quale s’era legato nel 1786 quando questi era
stato commesso censore reale per l’esame del suo opusco­
lo L ’Arcbiviste-terriste. Ripone grandi speranze in Coupé,
vedendo in lui il futuro oratore dell’uguaglianza; per que­
sto gli scrive parecchie lettere che sono veri e propri pro­
grammi d ’azione; riproduciamo piu avanti alcuni estratti
di due di esse. Additandovi l’uguaglianza sociale come ter-
taine ultimo del movimento rivoluzionario, Babeuf dimo­
stra sufficientemente che tutta la sua azione pubblica non
era che un’attenuazione pratica di un programma piu va­
sto, ma la cui audacia però poteva ancora allarmare giac­
ché vi era condannata la proprietà privata, e soprattutto la
grande proprietà, fondamento della disuguaglianza sociale.
Babeuf poteva sperare di divenire segretario di Coupé
de Sermaize, ma è deluso dall’uomo su questo cosi come
su altri piani. La miseria si insedia nel focolare. Non ri­
nunciando alla sua nuova vocazione, cerca nell’amministra­
zione rivoluzionaria un posto all’altezza delle sue ambi­
zioni. L’ondata democratica che segue il 10 agosto 1792
gli permette di essere eletto, il 17 settembre, amministra­
tore del dipartimento della Somme. Vi dà prova di zelo,
di abnegazione, di competenza e di patriottismo, denun­
ciando, per esempio, il tentativo di tradimento degli ari­
stocratici di Péronne ohe prevedevano, essendo la guerra
dichiarata dall’aprile 1792, di consegnare la città ai prus­
siani. Ma questo democratico, che osò rallegrarsi della
morte del re in mezzo alla costernazione dei moderati pi-
cardi, non aveva limitato la sua propaganda orale alla sola
rivendicazione dell’uguaglianza dei diritti politici; nel cor­
so della sua campagna elettorale si era dichiarato fautore
della « legge agraria », vale a dire come minimo della
spartizione dei grandi poderi, come massimo della divisione

25
delle proprietà. Spaventava i possidenti. Altri in Francia,
l’abate Dolivier de Mauchamp, il cordigliere Momoro, nu­
merosi libellisti, rivoluzionari di villaggi o di sezioni ur­
bane, agitavano temi analoghi e la minaccia della « legge
agraria » pareva seria se non imminente. Babeuf preoc­
cupa. Trova sulla sua strada il sindaco moderato di Roye,
Longuecamp, che è appena stato eletto procuratore-sinda-
co del dipartimento della Somme. Longuecamp non aspet­
ta che un’occasione legale per vendicarsi di Babeuf per i
vari affronti inflittigli dal 1791. Babeuf si fa cogliere in
fallo come un bambino. Cancella il nome di un compra­
tore di beni nazionali su un atto di vendita per introdurvi
al suo posto quello di un piccolo fittavolo che lil primo
compratore ha spossessato; fa tutto ciò molto ingenuamen­
te su richiesta espressa, ma equivoca, di un curato sancu­
lotto che aveva acquistato il bene per primo, l’aveva poi
rivenduto al beneficiario dell’atto e pretendeva ora di dar­
lo patriotticamente, malgrado i suoi precedenti impegni,
al piccolo fittavolo. Babeuf non vi scorse alcuna malizia e
si lasciò ancor piu convincere dal fatto che il beneficiario
legale era un grande proprietario del distretto di Mont-
didier. Trovata la falla, Longuecamp si accanisce ad allar­
garla; fa destituire Babeuf per atto indebito, falso ed uso
di falso; tradotto dinanzi al giuri del tribunale criminale,
Babeuf rischia la prigione e preferisce fuggire senza risor­
se a Parigi. Per forza di cose, perde la sua base d’azione
di Picardia e si vede costretto, una volta nella capitale, a
riprendere direttamente le sue antiche amicizie cor­
digliere.
Le vicissitudini della sua vita e gli scacchi, le incer­
tezze delia rivoluzione democratica e della Convenzione
hanno avuto ragione della duttilità di Babeuf. Non spera
piu gran cosa dai grandi uomini della democrazia che ave­
va testé salutati coi termini di « legislatori virtuosi », di
« novelli Licurghi » che dovevano condurre, a poco a po­
co, il popolo ai benefici della santa uguaglianza. Non cre­
de piu che al popolo legiferante nelle sue assemblee di

26
base, come stava per prevedere, ma non realizzare, la Co­
stituzione del 1793. Babeuf è divenuto, a Parigi, un vero
sanculotto, dairegualitarismo virulento, dall’orgoglioso de­
mocratismo. Lui che si era dianzi definito il « Marat di
Picardia » non esita, per esempio, a prestare la sua penna
a Fournier l’Américain per un attacco in regola contro Ma-
rat. Il prestigio di quest’ultimo, del resto, è seriamente
intaccato, a questa data, agli occhi dei sanculotti che gli
rimproverano momentaneamente le sue palinodie con i
Montagnardi della Convenzione. Babeuf non vede piu sal­
vezza tranne che in Chaumette, il nuovo procuratore del
Comune di Parigi, che beneficia del sostegno dei sanculot­
ti, per proclamare l’audace misura che gli sembra il corona­
mento necessario della Rivoluzione: l’abolizione della pro­
prietà privata.
Grazie alle sue relazioni con i dirigenti del club dei
Cordiglieri o con personalità in vista del movimento san­
culotto, come Menessier, Sylvain Maréchal, Garin e qual­
che altro, può per il momento occupare un posto nell’am­
ministrazione delle sussistenze. Ma, sempre sotto l’incubo
del decreto di arresto, è coinvolto, nel suo caso, con un’ap­
parenza di legalità, nella vasta repressione che, a causa del­
l’inquietudine della borghesia e della politica di centraliz­
zazione del Comitato di salute pubblica, colpisce il movi­
mento sanculotto nel germinale dell’anno II. Il 9 termidoro
lo trova appena uscito di prigione: era infatti in libertà
soltanto dal 30 messidoro dell’anno II (18 luglio 1794),
dieci giorni prima che cominciasse la « reazione termi­
doriana ».

Le idee sociali di Babeuf nel 1794

Tutto l’atteggiamento di Babeuf mostra eloquente­


mente che il suo obiettivo è di contribuire all’avvento di
una rivoluzione sociale irreversibile, con cui realizzare la
« felicità comune » promessa nel preambolo della Costi­

27
tuzione del 1793. L’uguaglianza dei diritti civili gli sem­
brava un’illusione senza democrazia politica, e l’uguaglian­
za politica un vano sogno senza l’uguaglianza sociale. In
ciò, Babeuf non era originale a quell’epoca. Il vero pro­
blema rimane quello di misurare l’itinerario ideologico e
di sapere in particolare se il suo comuniSmo, appurato
nel 1789, è rimasto una linea di condotta cosciente e co­
stante dal 1789 al 1795.
Nessun testo noto permette di affermarlo senza pos­
sibile contestazione. La « comunione dei beni » non è una
espressione di questo periodo della sua vita e quelle di
« bene comune », « felicità comune » sono intese in un
senso etico o politico cui non è pregiudiziale una qualsiasi
opinione collettivista in materia economica. In compenso,
abbondano le prove che ci mostrano un Babeuf nemico
irriducibile della proprietà privata, partigiano del suo
smembramento (la « legge agraria ») e dell’abolizione del
principio stesso della sacrosanta proprietà privata. Nel Ca-
dastre perpétuel, lasciava intendere fra le righe l’idea che
la eguale ripartizione delle terre era l’unica soluzione alla
disuguaglianza sociale. Lo afferma senza equivoco nelle sue
lettere-programma a Coupé de l’Oise. Lo proclama duran­
te la sua campagna elettorale del 1792, se si vuol prestare
fede all’abate Croissy d ’Etalon (distretto di Montdidier).
Accusato, tra l’altro, di aver predicato la « legge agraria »,
l’abate Croissy dichiarava nel floreale dell’anno II (aprile-
maggio 1794) dinanzi al tribunale rivoluzionario che il
campione ne era stato Babeuf e non lui. Era questa una
idea forza di Babeuf, se ci si attiene ad un manoscritto
sconosciuto risalente ai primi anni della Rivoluzione, ana­
lizzato da V. M. Dalin. In una minuta di alcune pagine
intitolata Lueurs pkilosophiques sur ce qu’il y a de réel
dans ce qu’on nomme «Droit naturel», «Droit des gens»,
«Droit civil», aveva condannato nel 1790 il carattere in­
violabile della proprietà, lo Stato istituito per preservare
la disuguaglianza delle proprietà e l’ingiustizia derivante
dalla disuguaglianza dei possedimenti e delle ricchezze.

28
Questa, d ’altronde, gli sembrava il risultato dell’accapar­
ramento del prodotto del lavoro, giacché solo il lavoro è
creatore di ricchezze ed i più ricchi non erano affatto quel­
li che lavoravano di più, come già era stato sottolineato da
alcuni economisti. Tre anni più tardi, il 7 maggio 1793,
Babeuf trova accenti patetici, in una lettera a Chaumette,
per vilipendere il nuovo progetto di Dichiarazione dei di­
ritti dell’uomo, che garantiva il diritto di proprietà. In tale
occasione, tende omaggio a Robespierre del quale ha a
più riprese esaltato la dottrina e l’azione. Ma il suo en­
tusiasmo è di breve durata e presto rimprovera a Robes­
pierre le esitazioni della sua politica sociale.
Infine, è nel 1793, a Parigi, che si dà per la prima
volta, dopo quello di Camille, il soprannome di Grac-
ohus, sotto il quale diverrà celebre; evidente omaggio agli
eroi della Repubblica romana, che avevano proposto, nel
II secolo, una « legge agraria »: reminiscenza classicheg­
giante normale in quest’epoca e in un uomo nutrito di
Plutarco, certo, ma indubbia ne è l’intenzione profonda.
Da tutto questo, cosa concludere? Se Babeuf da un
lato predica la spartizione delle proprietà e dall’altro con­
danna la proprietà privata, significa che in fondo è fauto­
re di una proprietà collettiva e nazionale di tutte le terre.
Tuttavia non lo ha mai dichiarato nel corso di questo pe­
riodo. Perché? Paura, senza dubbio, di essere in anticipo
sulle realtà del suo tempo, volontà incontestabile di re­
stare vicino ai desideri dei contadini poveri che aspirava­
no soltanto a possedere liberamente un più grande appez­
zamento nello stesso momento in cui il sistema di vendita
all’incanto li escludeva praticamente dalle distribuzioni
delle terre. Inoltre, è incontestabile che Babeuf, per il suo
senso di opportunità tattica, non volle isolarsi dal vasto
movimento democratico, che restava non di meno ostile
a qualsiasi sconvolgimento sociale. Nel 1796 ancora, in
piena cospirazione, agirà in modo identico: si tratta qui
di una costante del personaggio da accreditare al suo rea­
lismo politico. Infine, sul piano teorico, se sapeva già (lo

29
aveva detto lui stesso e l’aveva sentito dire) quale genere
di contraddizione vi fosse nel voler dividere le proprietà
conservando intatto il diritto di disporre degli appezzamen­
ti dopo la loro ripartizione, non poteva tuttavia pretendere
di distribuire egualmente le terre e subito dopo affermare
il diritto della nazione di disporne a suo piacimento. La
opinione popolare non l’avrebbe ammesso. In modo che
Babeuf, pubblicamente, non rivelò mai il suo grande pro­
getto e non scrisse quel libro, De l’égalité, che aveva pro­
gettato di scrivere.
Tutti questi fatti rimangono, ma non permettono tut­
tavia di accettare certi punti di vista secondo cui egli avreb­
be avuto, già nel 1794, un programma coerente del quale
non avrebbe lasciato apparire ohe alcuni aspetti serbando
per dopo l’essenziale, la « comunione dei beni ». Con ciò
proietteremmo retrospettivamente la realtà del 1796 su
quella de1! 1794. Più semplicemente, mi sembra che Ba­
beuf, in questo tempo di rivoluzione in ascesa, non abbia
ancora elaborato totalmente il suo sistema che è quello
della Cospirazione. La sua esperienza parigina è recente.
Essa decorre infatti dal suo impiego all’amministrazione
delle sussistenze; ora, se a Babeuf era possibile immagina­
re il possesso individuale di aziende agricole, strettamente
eguali, e redistribuite ad ogni generazione o, addirittura,
la gestione collettiva come nel 1786, un tal sistema si di­
mostrava impossibile per la moltitudine di mestieri di una
città gigantesca con piu di cinqueoentomila abitanti, come
era Parigi. Del resto, qui, si trattava non tanto di livellare
il possesso dei beni di produzione quanto di garantire alla
massa gli alimenti, l’alloggio, « l’arte medica », e l’istru­
zione elementare; era il solo punto su cui concordavano
i diversi strati della popolazione dei faubourgs 1. Meditan­
do sull’esempio parigino e cercando una soluzione nel sen­
so del suo pensiero anteriore, suscettibile di risolvere al
contempo la crisi agraria e la crisi urbana, giunse a preco­

1 Sobborghi.

30
nizzare, l’anno seguente, il comuniSmo distributivo. D ’al­
tronde, la tassazione delle merci, la requisizione e il con­
trollo della distribuzione da parte del Comune o dei Bu-
reaux de la guerre relativamente all’esereito gli dimostra­
vano che il sistema era attuabile se non agevole. Bastava
generalizzarne il princìpio.
Nessun elemento delle teorie comuniste del XVIII
secolo, né delle generalizzazioni utopistiche nutritesi del­
l’esperienza picarda, poteva sostituire una simile lezione
di cose. Cosi è facile immaginare Babeuf intento a recla­
mare, nel 1794, la « legge agraria » come una prima tappa
perché di fatto tutto partirebbe di là; a preconizzare in
seguito, in una seconda tappa, tenuta segreta, la naziona­
lizzazione della terra e delle grosse aziende per evitare la
ricostituzione della disuguaglianza nei possedimenti; infi­
ne, a cercare i mezzi per evitare che la disuguaglianza so­
ciale rinasca dalla vendita dei prodotti e dallo sfruttamen­
to del lavoratore caldeggiando una sorta di maximum
generalizzato, una requisizione gigantesca, grazie a cui po­
ter fondare « l’uguaglianza dei godimenti ». Comincia cosi
a precisarsi il comuniSmo babuvista della Cospirazione
che è meno un programma adattato alle circostanze che
un’ideologia foggiata dall’esperienza.
Nel momento stesso in cui si opera questa decanta­
zione delle idee sociali di Babeuf, si assiste a un vero e
proprio salto nel suo pensiero politico. Il fatto che inter­
viene dal 1789 al 1794 è il venir meno di tutte le sue il­
lusioni. Aveva creduto, all’inizio, in conformità alla filo­
sofia dei « lumi », che la diffusione della « sana filosofia »
avrebbe saputo guidare le élites e, per loro tramite, il ge­
nere umano alla « felicità comune ». L’uguaglianza sarebbe
venuta come un frutto maturo. Ora gli anni 1790-1791
segnarono un periodo di congiuntura favorevole e di tran­
quillità sociale. I borghesi moderati dominavano l’Assem­
blea e riprendevano nei fatti ciò che acconsentivano a con­
cedere in teoria. Babeuf accordò allora fiducia al movimen­
to spontaneo delle masse guidate da un « tribuno », capace

31
con il suo ascendente di imporre le « buone leggi »: Dan-
ton, al quale scrisse nel 1790 (e non nel 1793 come aveva
pensato Albert Mathiez)? Coupé de l’Oise? Fouché? Ro­
bespierre? Tutti lo delusero. Colpito dalla grazia di Marat,
aveva sognato nel 1792 un « legislatore » capace di im­
porre dall’alto la riforma per il bene del popolo. Anche
questa idea si dimostrò caduca quando valutò l’uso fat­
tone, contro i sanculotti, dalla dittatura giacobina del Co­
mitato di salute pubblica. Tanto che nel 1794 fondava tut­
te le sue speranze sulla organizzazione del movimento po­
polare secondo l’esempio delle sezioni e dei club che aveva
frequentato a Parigi. Àncora una tappa e uno scacco, quello
dei faubourgs nell’anno III, per condurlo all’idea di un
partito, che animasse la lotta dei poveri contro i ricchi e
portasse la « fazione del popolo » alla vittoria. Questa
idea sarà la chiave di volta della cospirazione babuvista.

Babeuf termidoriano

Per Babeuf e le migliaia di sanculotti come lui « che


gemevano fra i ferri », da quando nel germinale dell’anno
II il Comitato di salute pubblica aveva soffocato il movi­
mento sanculotto, la caduta di Robespierre e dei suoi com­
pagni, il 9 termidoro, non rappresentò quello che, come
oggi sappiamo, essa fu realmente. Il 9 termidoro era la
libertà; si aprivano le prigioni ai moderati, certo, ma si­
multaneamente ai fautori della uguaglianza sociale e della
democrazia sanculotta. Per gli uomini delle sezioni perse­
guitati da tre mesi, il 9 termidoro, ancor piu che la liber­
tà, significava la ripresa del cammino in avanti verso
l’uguaglianza di fatto. Per il momento, doveva essere l’ap­
plicazione della Costituzione del 1793 messa sotto il mog­
gio dopo la sua ratificazione. Essa non prometteva forse,
nel suo preambolo, la « felicità comune »?
Preso dall’euforia che conquistava borghesi e prole­
tari, Babeuf all’uscita dal carcere è un vero termidoriano.

32
Può riprendere la pubblicazione del suo giornale. Rimane
giornalista fino al suo arresto definitivo.
Il suo giornale, il solo grande giornale di Babeuf, co­
pre tutto il periodo che va dall’estate 1794 al 24 aprile
1796; porta successivamente due titoli: dal 3 settembre
1794 (17 fruttidoro anno li) al 1° ottobre 1794 (10 ven­
demmiaio anno III), ventidue numeri appaiono con il ti­
tolo: Journal de la liberti de la presse, a Parigi, rue Ho-
noré, n. 35; poi irregolarmente, a seconda dei mutamenti
della sua situazione personale, venti numeri del Tribun
du peuple ou le Défenseur des droits de l’homme di Grac-
chus Babeuf; un Prospectus supplementare precede la com­
parsa del n. 34 e l’ultimo numero è contemporaneo al fal­
limento della Cospirazione per l’eguaglianza.
Il periodo post-termidoriano è per Babeuf una terri­
bile lezione di saggezza politica. In un primo tempo, non
comprende l’equivoco della vittoria della Convenzione sui
robespierristi, né il significato reazionario della caduta del­
l’Incorruttibile. In seguito, illuminato dagli eventi, consa­
cra tutta la sua energia a ridar vita al movimento delle
masse popolari scoraggile dallo scacco, indebolite dagli
effetti della crisi economica e della vittoria borghese.
Inizialmente, Babeuf si riaccosta ai termidoriani « di
destra », i coquins l, come Tallien, Fréron, Bourdon de
l’Oise, ed unisce i suoi clamori alle loro denunzie dema­
gogiche. Accetta, per sostenere il suo giornale, i fondi del­
l’ex « terrorista » Guffroy, divenuto uno dei pilastri del­
l’antiterrorismo. Sembra anche, a leggere la sua prosa, che
Babeuf abbia perduto l’esatta nozione delle lotte reali,
quando si mette a distinguere due partiti nella Repub­
blica: l’uno favorevole al governo di Robespierre, l’altro
guidato esclusivamente dai « diritti eterni dell’uomo ». Più
grave è senza dubbio il fatto che egli contribuisce cosi a
distruggere la reputazione, presso i sanculotti, degli ulti­
mi Giacobini, anche di coloro che non avevano avuto parte

1 Bricconi.

33
alcuna nella repressione di germinale dell’anno II; ed iso­
la cosi il movimento popolare dai suoi alleati naturali.
Ma non fu Babeuf a scegliere tale atteggiamento; es­
so gli fu dettato dalla mentalità del tempo, dall’odio fero­
ce che animava dopo il « dramma di germinale » 1 gli
uomini del faubourg contro i partigiani della dittatura gia­
cobina. Il tribuno, in quest’ambito, è più « eco che guida »
come ha potuto affermare A. Soboul a proposito di Hé-
bert nell’anno II. Babeuf svolgeva un ruolo importante in
seno al Club elettorale, una potente organizzazione san-
culotta apparsa dopo Termidoro. Ora, non si videro forse
certi leader prestigiosi del club, come Varlet o Bodson,
già sostenitori della regolamentazione e della tassazio­
ne, reclamare la libertà di commercio? Nell’attesa, la rea­
zione estendeva il suo influsso sulla Repubblica e, se i
robespierristi si trovavano eliminati, ciò non avveniva cer­
to a profitto delle masse popolari; i fatti non tarderanno
a dimostrarlo.
Apparve presto a Babeuf, più presto che ad altri, che
il 9 termidoro non era di fatto che la vittoria della rea­
zione, dei possidenti, dei moderati, della controrivoluzio­
ne. Per questo, una volta dissipate le follie termidoriane,
adotta una linea di condotta più radicalmente combattiva.
Attacca Fréron e perde cosi l’appoggio del suo stampatore
Guffroy. Se gli succede ancora di rallegrarsi dello sciogli­
mento del club dei Giacobini, attacca con non minore in­
tensità i moderati della Convenzione. Il 3 brumaio del­
l’anno III (24 ottobre 1794), leggerà il n. 17 del Tributi
du peuple al Club elettorale, che decide di conseguenza di
esigere dalla Convenzione l’elezione del personale del Co­
mune di Parigi e l’applicazione immediata della Costituzio-

1 II «dramma di germinale », questa espressione di Albert So­


boul, caratterizza la rottura dell’unità rivoluzionaria tra Montagnardi
e sanculotti, cinque mesi prima della caduta del Comitato di salute
pubblica il 9 termidoro dell’anno II. Si deve accuratamente evitare di
confondere il dramma di germinale almo I I con la fallita insurrezione
di germinale anno III che ne è solo il prolungamento.

34
nc democratica, ratificata nel 1793. Essendo appena state
proibite le petizioni pubbliche per timore delle offensive
popolari, Babeuf è citato in giudizio. Rimane in prigione
lino al 28 frimaio dell’anno III (18 dicembre 1794). Nien­
te gli aprirà più gli occhi di questo breve soggiorno in
carcere.
Certo apparve ancora, firmato da lui, un opuscolo
esageratamente antigiacobino a proposito del processo in­
trapreso contro il convenzionale Carrier: D ii systèrne de
dépopulation, ou la vie et les crimes de Carrier... Babeuf
vi patrocinava la tesi secondo cui Robespierre avrebbe vo­
luto con la ghigliottina ricondurre il numero degli uomini
alla quantità di risorse disponibili! Ma non è qui l’essen­
ziale, ché Babeuf, all’uscita dalla prigione, opera una vera
c propria svolta politica.
Fin dalla ripresa del Tributi du peuple, afferma chia­
ramente di non aver avvertito in precedenza ove si na­
scondeva il nemico irriducibile del movimento popolare.
Denuncia con violenza la reazione borghese la cui politica
porta il maggior numero alla carestia e favorisce l’assalto
della controrivoluzione realista. Nel n. 29 del suo giornale,
sviluppa, come non aveva ancora mai fatto, una vera e
propria analisi della lotta di classe, tra i ricchi che voglio­
no la repubblica per il « milione dorato » ed i ventiquat­
tro milioni di « pance vuote » che la vogliono « per tut­
ti ». Per Babeuf, tutta la storia della Rivoluzione si spiega
con questa lotta accanita, di cui i tempi presenti non sono
che una tappa amaramente sofferta.
Contro l’offensiva dei réacteurs 1 e del « milione do­
rato », Babeuf caldeggia un vasto movimento spontaneo,
una <<insurrezione pacifica ». Il progetto non appariva il­
lusorio in quel momento. Le sezioni parigine dell’est e del
sud erano armate. Si poteva contare sull’aiuto dei canno­
nieri. L’esercito, miserabile, avrebbe indubbiamente appro­
vato, qui o là, un sollevamento popolare. Inoltre, da di­

1 Reazionari,
cembre Giacobini e sanculotti, vittime gli uni e gli altri
della reazione, riavvicinavano il loro punto di vista e strin­
gevano di nuovo una mutua solidarietà. La crisi economi­
ca, che seguì il ritorno all’economia liberale, lasciava sfor­
niti i mercati pubblici. Il valore dell’assegnato era crol­
lato. Nei faubourgs si moriva letteralmente di fame e la
collera tuonava alle porte dei forni. Certi rimpiangevano
il « tempo di Robespierre », tutti reclamavano nei quar­
tieri popolari « il pane e la Costituzione del 1793 ».
Babeuf è nuovamente arrestato per la sua propagan­
da insurrezionale il 19 piovoso dell’anno III (7 febbraio
1795), dopo essersi nascosto per dieci giorni. Tanto che
ufficialmente non può prendere parte alcuna all’organiz­
zazione del sollevamento spontaneo del popolo parigino,
il 13 germinale e il 1° pratile; è in carcere, quindi disar­
mato: questa, la versione corrente. Tuttavia, se crediamo a
Buonarroti ed alle conferme fornite dalle attuali ricerche,
sembra plausibile che con alcuni altri prigionieri vittime
come lui della reazione termidoriana, abbia avuto qualche
responsabilità nelle iniziative che preparano l’insurrezione
pacifica di germinale e di pratile. In compagnia di Buonar­
roti, che conobbe senz’altro in prigione, di Bodson, Clau­
de Figuet e Brutus Magnier, tutti ex funzionari dell’anno
II, contribuisce, tramite agenti di collegamento, all’orga­
nizzazione del sollevamento, in modo che il faubourg se­
gue forse, senza saperlo, le parole d ’ordine elaborate nelle
prigioni del Plessis e delle Quatre-Nations. Ciò renderebbe
conto del fatto che i sanculotti, padroni del campo, ma
senza direzione effettiva, non seppero spingere all’estremo
il loro vantaggio e ritornarono ai quartieri, una volta fatta
la dimostrazione della loro forza. Le truppe fedeli alla
Convenzione li disarmarono senza colpo ferire, i giorni se­
guenti. Il « leone » (Malet du Pan) era disarmato: per il
movimento delle masse popolari nel corso della Rivolu­
zione era la fine.
Babeuf non può che trarre una conclusione da un fal­
limento così disastroso, ma questa conclusione è decisiva

36
per comprendere l’evoluzione della sua dottrina e del suo
programma di azione: è disperato per la vittoria della rea­
zione, ma questa stessa disperazione è ricca di insegna­
mento. Con lucidità, comprende tutte le insufficienze del­
l’organizzazione spontanea ed anarchica delle masse popo­
lari insorte e l’incoerenza che sta nel volersi imporre con
la forza senza prendere il potere. Così, per conseguire
la « felicità comune », giunge a voler la rivoluzione so­
ciale d’un sol colpo, senza mezze misure; per realizzare
questo obiettivo decisivo, immagina con i suoi compagni
un’organizzazione, centralizzata, disciplinata e al contem­
po profondamente legata alle masse popolari, sufficiente­
mente articolata per sentire l’esatto peso dei faubourgs,
sufficientemente efficace per dirigere sul posto l’insurre­
zione dei poveri, ma abbastanza segreta per non esporsi
ai colpi della repressione preventiva. L’organismo dirigen­
te deve tenersi pronto, una volta assicurata la vittoria, a
passare dalla direzione insurrezionale al governo della Re­
pubblica. Sarà questa, alcuni mesi più tardi, l’organizzazio­
ne della Congiura degli Eguali, primo esempio nella storia
di un partito rivoluzionario clandestino. Si vede abbastan­
za bene come questa forma di organizzazione fu una crea­
zione concreta, una risposta alle esigenze del reale, e non
una chimera, un’immagine di sogno come si è soliti pre­
sentare la congiura babuvista.

37
III. « S p e z z a r e le c a t e n e ! » ( 1 7 9 5 - 1 7 9 6 )

Babeuf non ebbe a condividere con i compagni incar­


cerati a Parigi l’amara disperazione per la disfatta dei san­
culotti. Il 25 ventoso dell’anno III (15 marzo 1795), in­
fatti, era stato trasferito da Parigi a Arras nella prigione
dei Baudets. Vi rimase fino al 24 fruttidoro dell’anno III
(10 settembre 1795), per essere di nuovo ricondotto a Pa­
rigi. Alcune settimane piu tardi, scarcerato il 26 vendem­
miaio (18 ottobre 1795), beneficiava dell’amnistia decisa
dal nuovo regime del Direttorio. Può cosi riprendere la
pubblicazione del Tribun du peuple. Da questo momento,
la vita di Babeuf si confonde con la sua lotta, ed il suo gior­
nale ne diviene lo strumento. A partire dal frimaio del­
l’anno IV (dicembre 1795) riannoda le antiche relazioni,
ex quadri dell’anno II, ex prigionieri dell’anno III, usciti
anch’essi di prigione. Contribuisce, se vogliamo credere a
Buonarroti, a dar vita ai numerosi club, più o meno clan­
destini, che rinascevano qua o là, col favore delle riconqui­
state libertà, come il famoso Club del Panthéon. Si propo­
ne di ricondurre tutte queste formazioni politiche ad un
unico centro di direzione, piu efficace, più coerente di una
molteplicità di società. Il fine che assegna a tale gruppo
centrale è di animare e organizzare il sollevamento popo­
lare contro i « tiranni repubblicani », per poi instaurare,
in una seconda tappa, una repubblica egualitaria e comuni­
sta utilizzando nel modo migliore i quadri istituzionali del­
la Costituzione democratica del 1793. Nel germinale (mar-

38
zo-aprile 1796), Babeuf prende l’iniziativa di riunire un
Direttorio collegiale e segreto, incaricato di scatenare la
insurrezione e di affidare il potere politico, un potere dit­
tatoriale, ad una Convenzione babuvista, col compito di
gettare le basi della futura città comunista. Cosi si im­
bastisce la Congiura degli Eguali. Ma, rapidamente isolata
e scoperta, in preda anche a contraddizioni insormontabi­
li, la congiura si conclude rovinosamente il 21 floreale del­
l’anno IV (10 maggio 1796) con l’arresto dei suoi capi,
Babeuf, Buonarroti e qualche altro.
Ricondotte alla breve e prosaica nomenclatura a cui
si attengono la maggior parte dei manuali di storia, le ul­
time tappe dell’azione di Babeuf non riflettono la varietà
della sua vita e l’ampiezza della sua azione pratica. In car­
cere a Arras, a Parigi, e quindi in libertà, il tribuno arde
ili una passione continua. Nelle sue lettere scritte da Ar­
ras al futuro congiurato Charles Germain o ai « patrioti
del Nord », Babeuf non si piega sotto i colpi delle repres­
sione come altri, Varlet per esempio, uno dei capi sancu­
lotti dell’anno II, che rifiutò di prendere il suo posto nella
lotta, nonostante la fiducia che i suoi compagni riponeva­
no in lui. Babeuf utilizza nel modo migliore la sua for­
zata inattività; intraprende un vasto sforzo di decantazione
delle sue teorie, e questa meditazione critica guidata da
una costante vigilanza politica gli dà la forza per credere
nell’avvenire. Germain dirà più tardi davanti all’Alta Cor­
te di quale consolazione furono, per gli imprigionati, l’at­
teggiamento combattivo e il rifiuto di ogni rassegnazione
di cui Babeuf diede allora esempio a tutti. In prigione, in
particolare, elabora le forme distributive del suo comuni­
Smo, per le produzioni dell’artigianato e della manifattu­
ra. Ancora in prigione, medita sulla sua esperienza della
vita urbana ed emette il giudizio piu chiaro da lui mai for­
mulato sulla questione del « commercio » (inteso, più ge­
neralmente, nel senso di allora, come « capitalismo »). La
riflessione teorica s’accompagna costantemente alla presa
di posizione politica ed è ai Baudets che pronuncia, con

39
chiarezza affatto pedagogica, e con tono di sana polemica,
quella condanna, ripresa abbondantemente piu tardi, della
Costituzione del 1795; denuncia questo « monumento di
tirannia », mal ratificato da un numero infimo di elettori,
e retrogrado in quanto si riallaccia, al di là della fase de­
mocratica dell’anno II, alle scelte restrittive del 1791.
Uscito di prigione, grazie a un’amnistia non priva di
secondi fini, Babeuf non ha quei drammi di coscienza che
impacciano lo spirito dei rivoluzionari esitanti. Certo, li
hanno liberati, lui e molti altri di quelli che venivano chia­
mati i « patrioti del 1789 », nel tentativo di ricondurli nel
grembo della repubblica conservatrice. Ma l’apparente li­
beralismo del Direttorio nei loro confronti non offuscava
agli occhi di Babeuf la realtà della politica stessa dei Di­
rettori e della maggioranza degli ex convenzionali che po­
polavano il Consiglio degli Anziani e quello dei Cinque­
cento.
Alcuni, paghi del solo antirealismo del nuovo regi­
me, accettano posti e prebende; abbandonano al tempo
stesso il loro esclusivismo giacobino o l’egualitarismo di
poco prima. Ma Babeuf è di un’altra tempra; non tenta
neppure di destreggiarsi, di approfittare delle nuove pos­
sibilità per piazzarsi e marciare silenziosamente verso
obiettivi accuratamente camuffati. Brutalmente, riprende
la pubblicazione del Tributi du peuple; sempre coerente,
denuncia quella consacrazione della disuguaglianza che in­
carna la vittoria dei possidenti raccolti attorno al nuovo
regime.

« Le Tributi du peuple »

A partire dal 15 brumaio dell’anno IV (6 novembre


1795), Babeuf si consacra essenzialmente alla sua attività
di giornalista del Tributi du peuple, del quale redige quasi
da solo, da cima a fondo, tutti i fascicoli. All’occasione, ri-

40
produce lettere di corrispondenti o di collaboratori, sia per
illustrare tesi sue proprie, sia per suscitare attorno ai suoi
articoli una discussione pubblica. Ispira lettere interro­
gative, forse addirittura le redige, per far progredire 1a
sua critica o divulgare le sue proposte tra il pubblico (ve­
di la lettre de M. V... [Vadier?] 1 che provoca la réponse
<} M. V. ... redatta da Buonarroti). Materialmente, Le Tri­
bun si presenta come una serie di brutti fascicoli, mala­
mente stampati su carta cattiva. Una tipografia incerta,
caratteri spesso differenti dall’inizio alla fine del fascicolo:
riflesso della crisi economica, ma altresì testimonianza del­
la povertà e dell’insicurezza in cui si dibatte il redattore.
Di fatto, Babeuf, come già prima Marat, è condannato
alla clandestinità fin dal terzo numero della nuova serie.
Spesso, si scusa alla fine del paragrafo degli errori che
macchiano il suo giornale.
La tiratura varia sensibilmente intorno alle duemila
copie. È poco se si pensa alla tiratura dei grandi giornali
apparsi all’inizio della Rivoluzione (duecentomila per Les
Révolutions de Paris di Loustalot!), poco anche rispetto
al successo dei giornali direttoriali come L’Ami des lois o
Le Journal des hommes libres, ma è molto per un giornale
popolare o un opuscolo periodico costantemente diretto
contro il potere. L ’Am i du peuple di Marat, con cui si im­
pone il raffronto, non ebbe nel 1791, salvo casi eccezio­
nali, una tiratura superiore eppure ne è nota la risonanza.
L’efficacia politica di un giornale popolare durante la Rivo­
luzione non si misurava in base alla sua tiratura ma al suo
influsso reale, non valutabile con il solo calcolo aritmeti­
co. La stessa cosa non vale spesso ancor oggi?
Un giornale era più ascoltato che letto; oratori im­
provvisati ne prolungavano gli echi, all’angolo delle stra­
de, nelle botteghe da caffè, ai crocicchi, sulle piazze. Il
giornale circolava nei quartieri, penetrava nelle soffitte.

1 Ex convenzionale; era stato ij membro piu importante del Co­


mitato di sorveglianza generale nel periodo giacobino.

41
Inoltre non si può calcolare il numero di abbonamenti
collettivi, raccolti sotto il nome di un solo destinatario;
abbiamo nondimeno la prova che ve n'erano: così 'l’ab­
bonamento n. 492 sottoscritto dai « citoyens réunis, café
des Amis de la Patrie, section des Quinze-vingts ». Vi si
erano abbonati dieci bettolieri di Parigi, e tra di loro
l’oste Chrétien, la cui sala risuonava dei proclami rivo­
luzionari, nonché alcuni librai. Nei dipartimenti, nell’eser­
cito, era lo stesso e se il numero degli abbonati di pro­
vincia (238 su un totale di 390, vale a dire il 40,3%)
era pressoché equivalente a quello dei parigini, nulla vie­
ta di pensare che dietro un borghese, un funzionario, un
ufficiale, si nascondesse un gruppo di lettori o di ascol­
tatori. Un giornale costava caro in quel tempo di disa­
stro economico! Tutto porta a credere che Le Tribun du
peuple beneficiò di un incontestabile prestigio. Nel caso
contrario, non si comprenderebbero né le angosce dei Di­
rettori e le vendette dei Consigli, né le misure prese per
ridurre l’influenza delle idee di Babeuf.
I giornali del tempo non erano « giornali di informa­
zione » nel senso attuale, ma piuttosto opuscoli politici a
pubblicazione periodica.
Le Tribun du peuple illustra perfettamente tale defi­
nizione. Questa forma si adattava per il meglio al carat­
tere del giornale che si voleva dimostrativo, didattico;
in questo modo, dava materia al dibattito ed aveva il ta­
glio di un rapporto inteso a suscitare discussione e deci­
sione. Agiva dunque sulla mente del lettore. Le Tribun du
peuple era un giornale di partito. Per esempio, era per
meglio presentare la politica babuvista nel Tribun che Ba­
beuf e compagni suscitavano critiche politiche in altri
periodici. Così Antonelle, che era membro del Direttorio
segreto, manifestò il suo scetticismo dinanzi al progetto
babuvista nel novembre 1795 nelTOrateur plébéien di Ève
Demaillot e nuovamente nel n. 144 del Journal des hom-
mes libres. Metteva in dubbio il realismo del comuniSmo
di Babeuf e la possibilità stessa del sistema che Babeuf

42
aveva esposto nel Tribun (in particolare nel n. 35 del 9
frimaio); Babeuf trasse partito dagli interrogativi di Anto-
nelle per rispondere a tutti gli scettici, nel n. 37 del Tribun
e indirettamente nei numeri seguenti. Cosi il pensiero, di
Babeuf poteva oltrepassare largamente la cerchia degli ab­
bonati e dei lettori abituali.
Nello spirito di Babeuf, il compito del giornalista ri­
voluzionario era di agitazione, di propaganda, di appello
alla vigilanza. Ma a questo programma di ispirazione tna-
ratista, Babeuf aggiunge un ulteriore elemento: organiz­
zare la lotta delle masse popolari, darle obiettivi precisi,
aprirle a poco a poco l ’orizzonte, incoraggiarla a trovare
forme di azione, originali possibilmente, efficaci comunque.
Primo esempio, non equivoco, di un giornale socialista
come ne appariranno tanti nel secolo seguente.
Tutta l’opera di Babeuf giornalista si iscrive in alcuni
temi, ripresi instancabilmente, sia negli undici numeri del
Tribun du peuple che precedettero il fallimento della Con­
giura, sia nel n. 5 deÌYEclaireur du peuple, foglio babu­
vista di grande tiratura, edito nel germinale dell’anno IV,
forse per essere distribuito nei faubourgs. Questi temi di
cui i testi da noi scelti offriranno un campionario suffi­
ciente, mirano anzitutto a stimolare l’ardore popolare, a
svelare davanti agli occhi delle masse popolari, stordite
dalla disfatta dell’anno III e dalle loro disumane condizio­
ni di vita, le cause della spaventosa crisi materiale e mo­
rale che le colpisce (nn. 34, 35, 40). Inoltre, nel n. 40 del
5 ventoso anno IV (24 febbraio 1796), Babeuf si sforza
di rispondere a questa necessaria domanda: Che fare? La
sua risposta, commentata al Club del Panthéon; offre alla
polizia il pretesto di un’operazione contro il club, opera­
zione decisa dal Direttorio ed eseguita celermente dal gio­
vanissimo Bonaparte. Babeuf preconizza una duplice di­
rettiva: da un lato, denunciare i « poteri regnanti »; dal­
l’altro, esaltare il sistema della « reale eguaglianza ».
I numeri successivi predicano energicamente la pazienza
a coloro che vogliono insorgere senza spirito di responsa­

43
bilità, dal momento che non v’è nulla di pronto ed occorre
ad ogni costo guardarsi dai metodi seguiti nel moto di pra­
tile. In particolare, Babeuf critica aspramente chi, in nome
della purezza rivoluzionaria, come il sanculotto Bodson,
vorrebbe respingere i robespierristi e tutti quelli che ri­
mangono legati al ricordo dell’Incorruttibile proprio nel
momento in cui rinasce l’accordo tra il « partito del popo­
lo » e gli ex Giacobini. Nell’anno IV, Babeuf proclama
senza ambiguità che, malgrado le passate vicissitudini, oc­
corre riabilitare Robespierre e l’anno II perché, da allora,
non si è smesso di dérévolutionner. Ma al tempo stesso,
Babeuf dirige ogni suo colpo contro i temporeggiatori,
quelli che vorrebbero con ima « negoziazione » riconciliare
la fazione repubblicana degli « uomini al potere » con il
« partito plebeo » dei ventiquattro milioni di oppressi.
Da qui l’abituale tiro al bersaglio con cui Babeuf cer­
ca di distruggere la reputazione di Fouché, Barras, Tallien,
i quali cercano di sfruttare a loro vantaggio il movimento.
In questo modo, Le Tributi vuole dimostrare che la posta
in gioco del conflitto non è la mera sostituzione di un grup­
po dirigente « liberticida » con un altro, quasi altrettanto
rapace. L’obiettivo è un altro, la prospettiva più lontana:
si tratta di distruggere il vecchio mondo della disuguaglian­
za e di costruire il regno della « santa eguaglianza ».
Entrare nel gioco di quei « falsi amici dell’eguaglian­
za », il cui programma non supera per ampiezza le piccale
combinazioni politiche del passato, significherebbe abdi­
care o rinnegarsi. In modo che Babeuf, al momento della
Congiura, invita il popolo a lottare, da solo, per i propri
interessi contro coloro che l’hanno prairialisé l.
« Lungi da noi questa pusillanimità che ci farebbe
credere che non possiamo nulla da soli e che dobbiamo
sempre avere dalla nostra dei governanti. I governanti
fanno le rivoluzioni solo per governare. Noi ne vogliamo
finalmente una che assicuri per sempre la felicità del po-

1 Da p r a ir ia l : pratile (n.d.t.).

44
polo attraverso la vera democrazia. Sanculotti... è per il
pane, il benessere e la libertà che ci accaloriamo. Non la­
sciamoci ingannare. »
Si può così concludere su questo punto che Babeuf
esprime, in forma brutale e concisa, le aspirazioni ultime
ilei movimento popolare di cui A. Soboul ha dimostrato
le specificità, nonché l’autonomia.
L’agitazione assume tali proporzioni agli inizi di ger­
minale che il 27 e il 28 del mese (16-17 aprile 1796) il
Direttorio, minacciato, fa adottare dai Consigli una legge
marziale e « leggi scellerate » contro la stampa. Nell’ulti­
mo numero da lui pubblicato, Babeuf risponde: « Popolo!
è in buona parte perché questo piano infame non potesse
esserti svelato che si è voluto ammanettare la libertà di
stampa. Tranquillizzati, noi spezzeremo tutte le catene
per impedirti di morire vittima di coloro che da venti mesi
ti torturano, ti spogliano, e ti avviliscono ».
Sedici giorni piu tardi, Babeuf e i suoi compagni sono
scoperti ed arrestati.Il

Il comuniSmo di Babeuf nel 1796

Babeuf non ha mai esposto il suo comuniSmo in ma­


niera dottrinale; la sua teoria non è mai stata precisata a
freddo, nel silenzio di uno scrittoio, ma qui o là, a tocchi
successivi, in prigione, nella strada, in occasione delle svol­
te della vita politica, nei club, dopo la lettura di un libro.
Il comuniSmo di Babeuf è nato come negazione delle teo­
rie liberali divenute ufficiali dopo il 1789. Risposta glo­
bale all’ideologia dei proprietari, il suo pensiero è incisivo
e polemico ma anche oscuro nei particolari giacché Babeuf
non ha mai avuto il tempo di abbracciare tutta la diversità
dei fatti. Non chiediamogli dunque, come ha fatto Albert
Mathiez, una precisione scrupolosa e risposte sistematiche
a tutte le questioni. Occorre accontentarsi di mettere in
evidenza degli schemi. Tali schemi non sono necessaria-

45
mente utopistici; quale che fosse stata la parte avuta dal­
l’utopia nella formazione di Babeuf, il babuvismo del 1796
appare soprattutto come un tentativo di soluzione alla cri­
si sociale, alla crisi delle sussistenze dell’anno IV. Ciò
spiegherebbe, in particolare, perché molti babuvisti della
Congiura, che ridiverranno in seguito buoni liberali, siano
stati letteralmente conquistati dal programma di Babeuf
(come Antonelle, Lepeletier, e gli ex Giacobini...). Se la
struttura del pensiero di Babeuf è talora arcaica, non ces­
sa mai di collocarsi al di sopra del semplice livello ideolo­
gico. Riflesso di una congiuntura precisa e di dati sociali
immediati ma al contempo creatore di miti, il pensiero
di Babeuf fa presa sul reale nel momento stesso in cui se
ne allontana. Occorre dunque, ancora una volta, parlare
del realismo sociale ed economico di Babeuf. Occorre al­
tresì valutarne la portata. Ma si apprezza meglio, in tal
modo, la limitatezza del punto di vista di Albert Mathiez
che vedeva nella Congiura degli Eguali un ultimo ten­
tativo degli ex Giacobini di ricoprire il loro progetto di
un « orpello ideologico » ripreso dal comuniSmo utopisti­
co. Gli storici oggi non mettono più in dubbio, almeno
per i dirigenti della Congiura, la profondità dell’adesione
al comuniSmo di Babeuf, che solo poteva riunire in un
« comune concerto » la voce degli ex Giacobini dell’anno
II e quella dei capi più perseveranti del movimento san­
culotto. Tutti capivano, allora, che il successo della demo­
crazia dipendeva dalla soluzione del problema sociale, dun­
que dalla sorte della proprietà.
In realtà, il comuniSmo di Babeuf, nel 1796, non è
riducibile alle prime critiche utopistiche del « giovane
Babeuf ». È il risultato di una lunga evoluzione, si è nu­
trito del frutto di sette anni di rivoluzione popolare. Alla
radice continua ad esserci l’utopia libresca e la critica filo­
sofica del XVIII secolo; ma, alla conoscenza concreta dei
problemi rurali di Picardia che aveva determinato l ’orien­
tamento egualitario e comunitario di Babeuf, bisogna ag­
giungere Tapporto della vita parigina durante il Terrore

46
c la guerra alle frontiere, la rivelazione della politica eco­
nomica, i bisogni sociali delle masse urbane e le necessità
dell’organizzazione collettiva di una grande nazione. Inol­
tre, le decisioni del governo rivoluzionario, in quanto or­
ganismo di coercizione e di regolazione economica per la
produzione e la distribuzione dei beni di consumo, illu­
minarono vivamente Babeuf sui mezzi pratici per realiz­
zare la sua città comunitaria, tanto più che l’entusiasmo
creatore delle masse dal 1792 al 1794 autorizzava Babeuf
a fondare la sua repubblica non su un semplice statuto le­
gislativo, come gli utopisti, ma sulla partecipazione coscien­
te delle organizzazioni popolari. Questo retaggio di cui si
è nutrito il babuvismo concorre a determinarne la ricchezza
e le incertezze, la grandezza e i limiti. E del pari la dottrina
di Babeuf fu rivendicata come un retaggio dai socialisti
dell’epoca seguente; per suo tramite, essi si ricollegano a
tutta la storia vera del mondo popolare durante la Rivolu­
zione, ai suoi miti e alle sue lotte.
Conosciamo il senso e la struttura del comuniSmo di
Babeuf grazie a un certo numero di testi chiave del 1795
e del 1796; soprattutto, bisogna fare particolare menzione
delle lettere di Arras a Charles Germain, dei vari articoli
del Tributi du peuple, come il celebre Manifeste des plé-
béiens. Ma la messe dei testi propri di Babeuf è spesso
limitata, soprattutto per le ultime settimane; Babeuf, in­
fatti, tutto preso dalla critica politica e dall’azione orga­
nizzativa, procede frequentemente per allusioni o affer­
mazioni perentorie. Si è cosi portati, per studiare il « ba­
buvismo », a fare appello ad altre fonti che non siano i soli
scritti del Tribun. I testi redatti da Buonarroti, l'Analyse
de la doctrine du Tribun du peuple e il Projet de décret
économique, richiamano particolarmente l’attenzione. Si
deve utilizzare, ma con riserve, il troppo celebre Manifeste
des Egaux di Sylvain Maréchal, giacché i babuvisti stessi
non mancarono di criticarne la brutalità. A titolo di com­
plemento, bisogna far ricorso a testi anteriori di Babeuf
e posteriori di Buonarroti come quello apparso a Bruxelles

47
nel 1828, Conspiration pour Végalité, dite de Babeuf. Que­
sto semplice inventario impone una conclusione immediata
benché importante: se Babeuf è il più vecchio ed il più
attivo dei comunisti dell’anno IV, non di meno è evidente
che il babuvismo, come movimento politico e dottrina so­
ciale, è un’opera collettiva. Con una generalizzazione, che
potrà parere abusiva ma che viene da noi ritenuta dimo­
strativa, presenteremo quindi il babuvismo come la prima
manifestazione di un comuniSmo di partito.
L’obiettivo finale della dottrina di Babeuf non è mu­
tato. Si tratta di assicurare la « felicità comune », intesa
come felicità sociale: quel minimo di benessere e di si­
curezza, quella « eguaglianza dei godimenti » cui aspirava­
no, da sempre, tutti i diseredati della terra.
Per distruggere la disuguaglianza, fonte di miseria e
di disuguaglianza sempre più profonda, occorreva andare
al di là di un semplice sécurisme social (E. Labrousse)
cosi come l’avevano inteso i robespierristi. Occorreva an­
dare al cuore del problema e sopprimere la proprietà pri­
vata, fonte di tutti i mali come avevano dimostrato i philo-
sophes. La ricerca di base era dunque sociale o morale,
quasi mai economica. Per un ex feudista come Babeuf,
l’abolizione della proprietà privata delle terre o degli stru­
menti non presentava difficoltà, giacché bastava estendere
alla nazione, organismo collettivo, la nozione di proprietà
eminente, rivendicata dai signori ai tempi classici della si­
gnoria fondiaria. Per altro, per esigenze di Stato e di dife­
sa nazionale, le autorità governative dal 1791 non aveva­
no esitato a nazionalizzare i beni del clero e quindi quelli
dei nobili emigrati; infine, il maximum dei prezzi aveva
chiaramente indicato che si poteva con tutta legittimità
limitare lo jus utendi dei proprietari. Abolire la proprietà
privata era dunque possibile, ma significava al tempo stes­
so ripudiare la « legge agraria », quella spartizione gene­
ralizzata, quella vasta costruzione di uno scacchiere di con-

48
duttori al quale Babeuf aveva forse creduto nel 1793; in
realtà, non aveva mai ignorato che si trattava di cosa non
vitale, né necessaria.
La proprietà diveniva dunque collettiva. Ma lo sfrut­
tamento delle terre e degli strumenti sarebbe stato collet­
tivo? Anche se Babeuf, nel 1786, ha immaginato, con
buoni argomenti economici, lo sfruttamento collettivo delle
terre, è giocoforza constatare che di li a dieci anni non
se ne parla piu. Del resto il macchinismo non aveva ancora
imposto, in questa fine del XVIII secolo, un vero e proprio
tipo di produzione sociale; il rispetto dei dati economici
portava ad attenersi a quella che continuava ad essere
la norma: il lavoro familiare, la piccola impresa, l’officina.
In modo che, se la proprietà diveniva collettiva, lo sfrut­
tamento e il lavoro restavano appannaggio della piccola
unità economica; della « cellula » familiare, di preferenza.
Non c’era allora il rischio di vedere ricostituirsi, con il
commercio e il denaro, la disuguaglianza delle ricchezze,
poi dei possessi, infine della proprietà privata? Per ovvia­
re alla minaccia di una simile eventualità, i babuvisti pre­
vedevano di redistribuire ad ogni generazione gli appez­
zamenti o le officine lasciati dai defunti. Ma poiché ciò
rischiava di essere difficilmente controllabile (malgrado il
catasto e la trigonometria!), si ispirarono al Code di Mo-
relly, ai granai dell’antichità romana, e d’altro lato all’espe­
rienza distributiva intrapresa negli enórmi campi militari
della Rivoluzione; nello stesso tempo prospettarono la pos­
sibilità di una nazionalizzazione totale delle produzioni, per
ripartirne i frutti tra tutti i cittadini di quella repubblica
comunitaria. Si sarebbero cosi istituiti i granai collettivi
amministrati da magistrati eletti, incaricati al contempo di
gestire i raccolti e i prodotti del lavoro. Il lavoro sarebbe
stato obbligatorio; sarebbe stato talvolta collettivo e in tal
caso i lavoratori si sarebbero raggruppati in brigate, di ti­
po corporativo: è questo il solo punto in cui il comuniSmo
distributivo preannuncia la socializzazione della produzio­
ne. L’obbligo del lavoro diveniva una necessità sociale; es­

49
sendo ciascuno obbligato a consumare per vivere, doveva
aggiungere la sua parte — la sua « quota » (Buonarroti) —
alla massa dei lavori produttivi. Ma a prescindere dalla
qualità del lavoro e dalla specializzazione del lavoratore,
bracciante delle campagne oppure orologiaio, la retribu­
zione sarebbe stata la stessa in quanto, come consuma­
tore, ciascuno non ha « che una bocca e due braccia ». « La
superiorità dei talenti e delle attività industriali è una chi­
mera », scrive Babeuf nel Manifeste des plébéiens. Né a
« ciascuno secondo i suoi bisogni » né a « ciascuno secondo
il suo lavoro », ma a ciascuno secondo quello che la Re­
pubblica può dare! E se la popolazione aumenta, cosa au­
gurabile, la parte di ognuno, in caso di bisogno, sarà pro­
porzionalmente ridotta. Ma non si concepisce neppure una
simile eventualità.
Un sistema siffatto pareva tale da liberare il lavoro
dal suo carattere oppressivo e il lavoratore dall’angoscia.
Inoltre si riteneva, a priori, che le risorse del lavoro, libe­
rato dall’accaparramento, dovevano essere superiori ai bi­
sogni di una popolazione, sia pur crescente. Tanto che, es­
sendo moderato, il lavoro cessava di essere una catena
per divenire, secondo le parole di Buonarroti, « una fonte
di salute e di divertimento » sufficiente a soddisfare i bi­
sogni. Bisogni che i babuvisti cercavano di definire: un
alloggio sano, un buon abito, alimenti sufficienti e variati,
bevande conformi ai gusti locali, « l’arte di guarire »,
un’istruzione elementare; niente lusso, niente di superfluo.
Il necessario per vivere come si sarebbe vissuti a quel tem­
po secondo una media aritmetica e per riprodursi. Era
poco, e poco progressivo soprattutto, ma era un sogno
quasi inaccessibile per i poveri del 1795, scoraggiati dalia
miseria, oppressi dalla fame nelle campagne e nelle grandi
città.
Tuttavia Babeuf, che aveva altre volte ipotizzato il
miglior « bene comune » possibile, avverte, la vigilia del
suo arresto, i limiti di questo sistema generalizzato di acca-
sermamento sociale e scrive nel n. 5 AeWEclaireur du

50
peuple: « Non v’è dubbio che sarebbe preferibile conse­
guire la massima felicità sociale. Ma se è ammesso, di­
mostrato che vi si può arrivare con certezza solo passando
attraverso uno stadio intermedio, è senz’altro meglio ag­
giornare il nec plus ultra della felicità anziché correre il
rischio di non toccarlo mài ».
Poiché l’abbondanza gli pare un sogno, per realismo
politico e scrupolo di limitarsi al possibile, si astiene dalla
facile demagogia, del resto scarsamente praticabile in una
simile congiuntura: non promette « l’età dell’oro ». Non
si può fare a meno, nel 1964, di confrontare questa vi­
sione delle cose a certi punti di vista che si sono fatti strada
nel movimento comunista mondiale.
Ma cosa diverranno allora l’emulazione nel lavoro, il
progresso tecnico, il macchinismo? Babeuf non ha ignorato
la questione e, in una lettera a Charles Germain, la risolve
in mòdo semplice. Lungi dal concepire il carattere pro­
gressivo dell’industria come fonte di abbondanza, non ve­
de nel progresso tecnico che il mezzo per diminuire la fa­
tica umana. In un senso esattamente contrario, non è piu
lucido degli economisti che distinguevano nel progresso
tecnico soltanto il progresso economico, senza mai vedere
l’alienazione del lavoratore. Il comuniSmo di Babeuf appa­
re come una visione pessimistica dell’economia, secondo
il giudizio di Jean Dautry; ignora l’abbondanza e lo slancio
delle forze produttive; considera l’economia a livello del
consumo e con ciò si allontana irriducibilmente dall’otti­
mismo degli economisti anteriori e dai socialisti saint-
simoniani, il cui sogno sarà di costruire il mondo della pro­
duzione di massa.
Nessun ruscello di latte, nessuna montagna di miele
nel pensiero di Babeuf ma la volontà di sopprimere la mi­
seria e l’angoscia del domani. Non respingiamo, per il suo
pessimismo, il suo messaggio! Prima del socialismo di
Marx, prima del macchinismo, dell’automazione e della
cibernetica, non si poteva uscire dall’alternativa: o aumen­
tare la ricchezza globale e, al tempo stesso, la « disugua­

li
glianza dei godimenti » o realizzare l’eguaglianza sociale,
ma conservare le vecchie forme di produzione e di scam­
bio. Questo secondo punto di vista, che corrisponde d’al­
tronde ai nostri giorni ad una certa pigrizia mentale, si
radicò fino al 1900 circa nella coscienza popolare, dando
alimento alle propagande anarchiche o reazionarie. E non
è certo che sia del tutto scomparso.
Limitata nei suoi obiettivi economici, l’« economia
societaria » di Babeuf era non di meno liberatrice sul pia­
no sociale. L’uomo, affrancato dallo spirito di lucro o di
profitto, potrà infine realizzare la sua natura profonda:
dedicandosi alla collettività, allo spirito patriottico che ne
è la forma mediata, alla fraternità umana, alla nobiltà dei
sentimenti, all’esaltazione generosa... Così, quell’inaltera-
bile bontà naturale dell’uomo primitivo, descritta dai viag­
giatori delle Americhe, esaltata da Rousseau, studiata dai
filosofi, potrà avere libero corso. L’uomo della repubblica
babuvista, riconciliato infine con la sua natura, eserciterà
la sua sovranità, direttamente e senza sotterfugi. Sarà li­
bero perché è « il palazzo che chiama il tiranno, il castello
il Signore, il patibolo la vittima e il carnefice » e perché
l’oppressione sparirà con il comuniSmo.
Questo, l’umanesimo pratico di Babeuf: un’economia
angusta ma una visione sociale che si elevava ad orizzonti
grandiosi. Utopia? Si, se si giudica retrospettivamente;
sì ancora, se si stabilisce un rapporto meccanico tra l’am­
piezza dei pensieri profetici di Babeuf e le basi materiali
della Congiura degli Eguali e dell’ambiente che li circonda.
No, se si tien conto del realismo del sistema, delle preci­
sazioni concrete del programma babuvista e dell’origine so­
ciale eteroclita di quelli per cui Babeuf ha combattuto. Il
progetto dei babuvisti era irrealizzabile, ma si può negare
che sia stato legittimo, coerente e fondato nei fatti?

Babeuf, capo di partito

La storia dice di Babeuf che fu l’organizzatore della

52
Congiura. In verità, la Congiura, fu un’opera collettiva e
la parte di Darthé, che doveva presiedere la Convenzione
babuvista, o di Buonarroti, uomo di governo quanto altri
mai, pare fondamentale. È dunque difficile fare il bilancio
dell’apporto personale di Babeuf. Inoltre, l’istituzione del
« Direttorio segreto insurrezionale » fu solo superficialmen­
te un fatto di congiura, malgrado le dichiarazioni governati­
ve ed il titolo del libro di Buonarroti. La Congiura babu­
vista fu di fatto la prima affermazione nella storia di un
partito organizzato e disciplinato, al quale le condizioni
politiche del tempo e, d’altro lato, le difficoltà di collega­
mento interno imposero la clandestinità. Buonarroti, nel
resoconto scrittone trent’anni più tardi, ha indubbiamente
accentuato l’aspetto settario e le forme cospirative, cui era
necessariamente portato dalla sua esperienza posteriore di
« rivoluzionario di professione » e dalle sue stesse inclina­
zioni, giacché era nutrito di tradizioni massoniche ed aveva
frequentato le società segrete fiorite in Italia durante la
sua giovinezza.
Non v’è dubbio che Babeuf avrebbe preferito la pro­
paganda pubblica e l’organizzazione alla luce del giorno.
Era conforme al suo temperamento e coerente alla linea
della sua azione in Picardia dal 1791 al 1793 e al Club
elettorale nel 1794. Ma la repressione lo portò a pro­
cedere nel silenzio e nell’anonimato della clandestinità. An­
che se non vi si sentì mai a suo agio, seppe non di meno
assumere le proprie responsabilità.
Agli inizi del Direttorio, nell’autunno del 1795, ri­
nascevano dalle loro ceneri numerosi focolai di opposizione.
Babeuf, su testimonianza di Buonarroti, cercò di raggrup­
parli utilizzando in questo senso il suo giornale nonché il
suo prestigio e quello delle sue molteplici relazioni. Vi
riuscì abbastanza in fretta e si costituì un primo comitato
clandestino, detto il Comitato Amar — dal nome di un
ex membro antirobespierrista del Comitato di sicurez­
za generale nell’anno II; Babeuf vi agiva per interposta
persona . Il comitato non ebbe lunga durata poiché Amar

53
non cessava di inquietare molta gente senza per altro riu­
scire di grande utilità. Ma Babeuf mantenne i contatti con
alcuni dei membri, come Antonelle, Sylvain Maréchal e
Félix Lepeletier. Dopo lo scioglimento del Club del Pan­
théon, divenuto una tribuna babuvista, Babeuf fece pre­
valere nei cenacoli, dove si ritrovavano i democratici in­
transigenti, l’idea di un gruppo unico di opposizione; ma
dovette lottare per questo contro quelli che difendevano
l’idea di un’agitazione sezionaria, dispersa, che non poteva
condurre che a un nuovo pratile. Fu così costituito il « Di­
rettorio segreto di salute pubblica » o « Comitato insur­
rezionale ». Vi si ritrovavano Babeuf e gli amici sopra
citati dell’ex Comitato Amar a cui s’aggiunsero, grazie
all’agente di collegamento Didier, Debon, Darthé e Buo­
narroti. Non era ancora che l’abbozzo di un partito. Il
partito nacque di fatto quando fu organizzata, nell’aprile
1796, l’unione del gruppo dirigente con quegli animatori
di base, capi locali e propagandisti di quartiere che furono
gli agenti di circondario, di sezione e presso l ’esercito. Il
Direttorio segreto corrispondeva con loro per circolare o
comunicando oralmente le sue direttive agli agenti di col-
legamento, Didier per i quartieri, Germain e Grisel per
l’esercito. Attraverso lo stesso canale, era operato il con­
tatto tra la base e il vertice. Babeuf, Darthé e Buonarroti
davano vita a una vera e propria segreteria il cui capo uf­
ficio era il copista Pillé.
Grazie a tale organizzazione, e utilizzando al massi­
mo il suo giornale (nn. 41, 42, 43), Babeuf potè indicare
il cammino da seguire imponendo contro le tendenze di­
vergenti la disciplina del pensiero e dell’azione. È incon­
testabile che la trasmissione delle decisioni dall’alto verso
il basso avvenne senza urti, mentre è evidente che la cir­
colazione inversa delle idee, dai faubourgs e dalle brigate
agli agenti, da questi al Direttorio segreto, doveva essere
pressappoco nulla; non vi erano favorevoli né la clande­
stinità né l’atteggiamento dei dirigenti, tutti fedeli all’idea
che sono le élites, gli uomini coraggiosi e disinteressati

54
come degli eroi di Plutarco, ad avere il compito di « illu­
minare il popolo » e di stimolarne « l’ira », laddove la
massa non fornisce che il suo peso ed il « popolo » il con­
tributo della sua legittimità, una volta venuto il tempo di
prendere il potere. Ma se non altro è necessario rilevare
l’originalità di questo partito babuvista, contemporanea­
mente alla ricerca della centralizzazione della direzione
(sviluppo dell’antica idea maratista del « dittatore ») e del­
l’articolazione delle sue organizzazioni nelle masse, il che
corrispondeva alla tradizione sezionaria della Rivoluzione
francese. Tale « partito » s’era assunto come compito im­
mediato quello di preparare l’insurrezione, in quanto era
l’artefice di un complotto; ma la sua funzione non si ar­
restava al successo dell’insurrezione, e in questo già prean­
nunciava i partiti di classe del futuro movimento operaio.
Come dirigeva l’insurrezione, così doveva prepararsi
a detenere un potere politico dittatoriale, fino a quando
la situazione fosse giunta al punto in cui poter passare dal
« governo degli uomini » alla « amministrazione delle co­
se ». Così, per salvaguardare l’avvenire e cautelarsi contro
il presente, Babeuf fu portato a combattere una duplice
lotta politica: contro quanti erano fermi al sanculottismo
e restavano legati alla democrazia diretta delle sezioni pa­
rigine come alla forma superiore di vita sociale, dovette
riabilitare la dittatura rivoluzionaria dello Stato e la per­
sona di Robespierre; contro i robespierristi, sostenne che
tale dittatura non era fine a se stessa, che doveva essere
temporanea e preparare, con la riduzione delle opposizioni,
la « comunità dei beni e dei lavori », solo fondamento
possibile della eguaglianza tra gli uomini. D ’altronde ebbe
cura di raggruppare le due tendenze in seno al Comitato
insurrezionale e di allargare il movimento popolando la
futura Convenzione babuvista di ex convenzionali e di mi­
litanti sanculotti.
Era un’idea nuova il prevedere una dittatura rivolu­
zionaria provvisoria, concepita come mezzo necessario di
coercizione e di educazione delle masse per preparare la

55
istituzione della comunità socialista. Tramite Buonarroti,
che ne ampliò ulteriormente il significato, poi tramite le
leghe comuniste del 1830, ripresa in seguito da Blanqui
che rifiutò in nome di questo principio le elezioni alla
Costituente nel marzo del 1848, tale nozione penetrò in
tutto il movimento operaio e socialista posteriore. Marx
la scoperse nel 1842 leggendo il racconto di Buonarroti, e
seppe ritenerne l’essenziale elaborando la teoria della ditta­
tura del proletariato. La Comune di Parigi ne fece esperi­
mento e Lenin, meditando come è noto su questo vasto
retaggio collettivo, vi trovò materia di riflessione per il
problema dello Stato. Si precisano cosi il valore storico e
l’influenza del babuvismo. Con esso, la politica rivoluzio­
naria socialista emerge dalla sua preistoria.

56
IV. La m orte d i Babeuf

Il 21 floreale dell’anno IV (10 maggio 1796), Babeuf


e i suoi compagni sono arrestati. Traditi dall’agente mili­
tare Grisel, vendutosi a Carnot, ma altresì abbandonati
da un popolo di cui hanno indubbiamente sopravvalutato
l’attaccamento, i babuvisti sono imprigionati all’Abbazia.
Babeuf tenta un’ultima volta di bloccare il potere dimo­
strando molto giustamente — e il seguito immediato lo
proverà — ma troppo brutalmente per essere seguito, che
solo i realisti trarranno vantaggio dalla sua eliminazione.
La lettera ai Direttori illustra perfettamente il realismo
politico di Babeuf e testimonia la sua audacia mai smentita
dal 1789. Il Direttorio del resto è imbarazzato, dà inizio
a una repressione brutale, ma sta attento a non estenderla
troppo a sinistra per non fornire pretesti all’agitazione rea­
lista. Poiché uno degli incolpati è Drouet, membro del
Consiglio dei Cinquecento, tutti gli accusati sono tradotti
davanti a un’Alta Corte, convocata a Vendóme. Babeuf e
gli altri imputati sono trasferiti in questa città nell’agosto
1796, in mezzo ai clamori e alla paura retrospettiva e
molto teatrale dei possidenti.
I babuvisti imperniano la loro difesa sulla negazione
di tutta la Congiura; per proteggere quelli meno compro­
messi, tutti accettano, salvo Darthé che non dice nulla, di
negare la loro partecipazione al complotto, l’adesione alle
tesi comuniste di Babeuf e le simpatie per la Costituzione
del 1793. Per molti, è la salvaguardia, ma Babeuf e Darthé,

57
paralizzati da questo sistema di difesa che impedisce loro
di giustificarsi, concentrano su di sé tutta l’accusa. Tanto
che i dibattiti del processo di Venderne, benché si tratti
del primo di cui possediamo la stenografia completa, non
illuminano praticamente il senso dell’azione di Babeuf. Sol­
tanto gli atti allegati al processo rimangono dei documenti
insostituibili.
I dibattiti durano dal 20 febbraio al 27 maggio 1797.
Curioso processo! Malgrado il segreto, gli accusati possono
comunicare con l’esterno, in particolare grazie a P.N. Hé-
sine, un ex funzionario dell’anno II, che prende la loro
difesa in un giornale pubblicato a questo scopo. La sala
freme di continuo, la voce dei sostenitori o degli avversari,
le proteste degli accusati si confondono col rumore delle
cazzuole poiché il restauro dell’edificio non è ancora ulti­
mato. Il difensore ufficiale di Babeuf, Réal, attenua siste­
maticamente, contro la volontà del tribuno e contro l’evi­
denza, il significato dell’impresa. Non serve. A partire
dalla fine di marzo, Babeuf, finora alquanto fiducioso, in
quanto aveva immaginato la propria evasione sulla base
di qualche indizio reale, si persuade che sarà offerto come
olocausto sull’altare dell’ordine e della proprietà. Le sue
ultime lettere, patetiche, non hanno bisogno di commenti
per chi serbi ancora memoria delle lettere ilei fucilati del-
l’ultima guerra. Il martirio di Babeuf è un esempio di ab­
negazione, di coraggio e di lucidità per le generazioni av­
venire. Al di là dei suoi giudici, egli si rivolge alla storia
e al popolo reclamando giustizia.
Allorché apprendono, il 7 pratile dell’anno VII (27
maggio 1797), di essere condannati a morte, Darthé e Ba­
beuf si infliggono un colpo di pugnale, come Catone l’Uti-
cense, uno di quegli eroi di Plutarco che Babeuf ammirava
quanto il tribuno Caio Gracco. Episodio raccapricciante
in cui s’esprime l ’odio di chi lo condannava, il cadavere
di Babeuf fu condotto al patibolo. Era necessario per i
notabili ch’egli morisse su ordinazione.

58
Scompare cosi questo eroe affascinante, profetico, tut­
to animato da una fiamma di apostolo. Per il suo pensiero,
la sua azione, in una parola, il suo messaggio, prendeva
il primo posto nella lunga storia che portò « al di là del­
l’antico ordine di cose » (Marx).
Claude Mazauric

59
Il'giovane Babeuf (1785-1789)
Il feudista Babeuf e VAccademia di Arras

A Dubois de Fosseux 1
21 maggio 1786, Roye
Signore,
ricevo in questo momento la lettera che mi avete
fatto l’onore di scrivermi l’i l corrente, con il programma
dei premi del 1787 e 1788, il tutto contrassegnato su di
una prima busta Acadèrnie d’Arras, e su una seconda De
Colonne 12.
Vedrò con piacere, Signore, secondo quanto avete la
bontà di promettermi, l’estratto della vostra ultima sedu­
ta 3, nel quale sarò ancora certamente lieto di notare il
nome del soggetto che ha meritato la premiazione della
accademia. Vi ringrazio infinitamente della compiacenza

1 Correspondance de Babeuf avec l’Académie d’Arras (178S-1788)


pubblicata sotto la direzione di M. Reinhard, professore alla Sorbona,
Paris, PUF, 1960, collana « Textes », tomo I, publications de la Faculté
des lettres et Sciences humaines de Paris, lettera n. 4, p. 4.
2 Calonne, gran maestro delle poste e messaggerie, su intervento
di Esmangart, intendente di Fiandra e d’Artois, aveva concesso al cor­
riere dell’Accademia di passare attraverso il palazzo dell’Intendenza;
in tal modo il servizio era gratuito per il destinatario; sul quale, in tempo
normale, gravavano le spese postali. È questo uno dei numerosi privilegi
di cui beneficiavano le Accademie delVancien regime.
3 Vi si era data, il 26 aprile, conoscenza dei premi sulla questio­
ne dei « grandi poderi », tema del concorso del 1785 e al quale Babeuf
non potè partecipare essendo la sua spedizione giunta troppo tardi; il
27 aprile, l’Accademia ascoltò parecchie comunicazioni tra cui una di
Robespierre a proposito della « legislazione sui bastardi ».

63
con cui mi informate delle circostanze gradevoli e interes­
santi che hanno accompagnato l’andamento di tale seduta,
e prendo parte con voi alla soddisfazione provata: essa
non era che il piu piccolo omaggio che Lorsignori potevano
attendersi da un numeroso concorso di spettatori che la
nobiltà di sentimenti, improntata a grandezza d’animo, ha
portato a penetrarsi tanto dell’importanza delle questioni
da trattarsi nell’augusto Comitato da fare del desiderio di
ascoltare la discussione di punti cosi essenziali, e suscetti­
bili a causa del loro genere di interessare tante classi di
cittadini motivo di nobile orgoglio e di sollecitudine.
Si, Signore, mi propongo sempre, come ho avuto l’o­
nore di comunicarvi, e piu ancora in seguito ai vostri
graziosi incoraggiamenti, mi propongo sempre, dico, di
concorrere al premio relativo alla riduzione delle strade I2,
soggetto che non è affatto estraneo alla mia professione,
in virtù della quale potrei forse, data la vostra posizione
di signore di parrocchia 3, avere il vantaggio di servirvi
con qualche utilità. Con l’occasione ho l’onore di indiriz­
zarvi una copia di un piccolo saggio da me testé prodotto,
che si potrebbe in qualche modo considerare il Prospetto
di un’opera che progetto di eseguire sulla manutenzione
degli archivi signorili e la redazione e perpetuazione dei
catasti4. Vi propongo un nuovo metodo che ritengo più
I Si noterà lo stile ampolloso di Babeuf il quale, a questa data,
cerca di elevarsi al livello letterario che suppone proprio degli accade­
mici. Esso risalta di contro la maniera asciutta di Dubois de Fosseux,
a cui Babeuf si adeguerà alcuni mesi piu tardi.
3 La questione posta era la seguente: « È vantaggioso ridurre il
numero delle strade nel territorio dei villaggi della provincia di Artois
e dare a quelle che si conserverebbero una larghezza sufficiente per
essere alberate? Indicare, in caso affermativo, i mezzi per operare tale
riduzione ». Advielle (cfr. bibliografia) riproduce il testo della risposta
di Babeuf (11-1-14).
3 Della parrocchia di Fosseux presso Arras.
4 Al émoire peut-ètre importata pour les Propriétaires des Terrei
et des Seigneuries ou idées sur la manutention des Fiefs. (1786) 30
pagine in-4°. Questa memoria, nell’edizione originale, è conservata nel
fondo dell’Istituto del marxismo-leninismo a Mosca.
II prospetto in questione (in-4° del 30 ottobre 1786) si intitola:
L ’archivisle terriste, ou traité méthodique de l'arrangement des arcbi-

64
sicuro di quelli finora adottati, come forse voi stesso po­
trete constatare se vi degnerete di leggere questa piccola
raccolta di mie riflessioni, dalla quale son persuaso coglie­
rete il vero motivo che mi ha mosso; che non è stato affat­
to, come certuni potrebbero immaginare, il desiderio bia­
simevole di denigrare il mio confratello parigino h
Ho l’onore di essere con la piu perfetta considerazione
Signore
Il vostro umilissimo e ubbidientissimo servo.
Babeuf

Nella lettera che segue e che Advielle non aveva rite­


nuto opportuno riprodurre, ecco un Babeuf familiare, dallo
stile disteso, attento alle cose della sua provincia e preoccu­
pato di quella che è la vita quotidiana dei contadini: il
tempo che fa. Dubois de Fosseux aveva tratto argomento
dal cattivo tempo per una circolare riprodotta nella sua
lettera del 12 ottobre. Babeuf, che queste cose non lascia­
no indifferente, riprende la questione per tentare di va­
lutare, da specialista della terra, la portata dei possibili
danni.
A Dubois de Fosseux'-
27 ottobre 1786, Roye
Signore,
[...] anche da noi il tempo è stato brutto non quanto
però da voi stando' a quello che descrivete. Almeno non
ves seigneuriales et de la confection et perpétuation successive des in-
ventaires, des tilres et des terriers d'icelles, des plans domaniaux, féo-
daux et censuels.
Con le sue proposte, Babeuf cerca di far valere il proprio ta­
lento agli occhi dell’Accademia, ma ciò ci rivela la sua conoscenza del
mondo rurale (cfr. V. M. D altn, Gracchi; Babeuf alla vigilia e durante
la Grande Rivoluzione francese (1785-1794), Mosca, 1963, pp. 58
e 62 sgg).
1 Nel 1786 e 1787 apparvero a Parigi numerose pubblicazioni sul­
la questione del rifacimento dei terriers. Qui non può trattarsi che di
quella di Aubry de Saint-Vibert, apparsa a Parigi nel 1781, e di cui
Babeuf parla nella sua corrispondenza.
2 Correspondance..., cit., lettera 16, p. 24.

65
ha causato altrettanti danni. Abbiamo avuto anche noi
piogge continue & molto abbondanti ma poiché il raccolto
qui è stato fatto un po’ prima, i nostri foraggi & avene
sono stati riposti meno umidi. Anche le nostre strade non
sono state rovinate quanto le vostre, ma forse la differen­
za del terreno ha messo le prime in condizione di dete­
riorarsi meno rapidamente delle seconde. L’uragano in
questione s’è avuto anche qui ed ha fatto cadere abbastan­
za frutti, ha spezzato molti rami ed abbattuto interamente
qualche albero; ma in generale, mi sembra che i guasti
causati da tali intemperie siano stati minori che ad Arras.
Penso che da voi il cielo sia come da noi, alquanto solle­
vato dai vapori da 10-12 giorni & mi auguro che i lavori
della vostra Chiesa 1 riprendano secondo i vostri desideri.
Questa volta, Signore, ha modo di indirizzarvi il Pro­
spetto 12 di cui ebbi per l’addietro l’onore di parlarvi. Es­
sendomi accorto, dopo la stampa, che il titolo dell’opera
& certi punti di tale prospetto, non rendevano positiva-
mente l’idea dell’opera, cosi come mi propongo di trattar­
la, ho deciso di effettuare qualche modifica ed aggiunta
in una seconda tiratura che intendo far eseguire. Vi invio
due esemplari del prospetto, in uno dei quali ho eseguito
le correzioni per mettervi maggiormente in grado di inten­
dere i miei punti di vista.-
Com’è lusinghiero & onorevole per me, Signore, l’in­
vito che mi rivolgete! Con quale gioia m’affretto a sotto­
scriverlo! Ma come essa sarebbe ancora più intera se mi
sentissi capace di soddisfarne le condizioni! Voi consentite
ad apporre il suggello della nostra amicizia soltanto a patto
di istruirci & illuminarci reciprocamente 3. Sf, senza dub-

1 ...Cortesia da parte di Babeuf al quale Dubois de Fosseux, nella


sua circolare, parlava del ritardo nella costruzione della nuova chiesa
di Fosseux (1785-1788).
2 Cfr. lettera precedente nota 4, p. 64.
3 II segretario dell’Accademia di Arras, terminando la lettera del
12 ottobre, aveva invitato Babeuf a considerarlo come un amico. Du­
bois de Fosseux voleva mostrarsi amabile per attenuare la riserbatezza

66
bio, Signore, voi potete illuminarmi e istruirmi ma io mi­
sero, non potrò contraccambiarvi1 che i sentimenti di alta
venerazione & di sincera devozione con i quali ho l’onore
di essere,
Signore,
Il vostro umilissimo & ubbidiente servo.
Babeuf

La ricerca della felicità sociale


A Dubois de Fosseux -
27 novembre 1786, Roye
Signore,
quale deliziosa famiglia di differenti membri è quella
di aii mi procurate alternativamente la visita 3! Ne sono
assolutamente incantato. E chi potrebbe stancarsi di am­
mirare creature cosi amabili? Una più interessante dell’al­
tra, s’immagina sempre che la più meritevole sia quella
su cui si fermano insistentemente gli occhi. È infatti il
caso per tutto ciò che ha un vero pregio, di fissare intera­
mente l’idea che vi si porta, e di distrarla da ogni altro
oggetto. Lungi dunque dal lagnarmi del numero delle no­

di Babeuf nelle sue prime risposte? O prendeva sul serio questo fon­
dista di Roye tanto meticoloso?
1 In francese réciproquer. I neologismi abbondano nella prosa
di Babeuf. Da buon autodidatta, Babeuf non si dà pensiero di regole
troppo severe! D ’altronde, nel XVIII secolo, l’insegniamento primario
non aveva ancora disciplinato la lingua come avviene oggi.
2 Correspondance..., cit., lettera n. 23, p. 35. .
3 Sotto questa forma ricca di metafore e un po’ pesante, che
ritiene gradita al suo corrispondente, Babeuf lo ringrazia dell’invio
delle numerose lettere, degli opuscoli e dei giornali che ha ricevuto nel
corso del mese di novembre. Ma ne approfitterà, qualche riga più
avanti, per affermare le sue opinioni popolazionistiche, ben lontane dal
pensiero fisiocratico che predicava la limitazione del numero di uomini;
è con allusioni di questo tipo, apparentemente anodine, che si misura
nella maniera più efficace il democratismo di Babeuf già prima della
Rivoluzione (cfr. M. R einhard, Histoire de la population mondiale
de 1700 à 1948, Paris, Domat-Monchrestien, 1949).

67
stre sublimi sorelle, di queste sorelle così attraenti, fatte
apposta per piacere, non sento altro desiderio che di ve:
derle crescere. Vi sono inoltre portato da una ragione
invincibile, quella d’essere il fautore di un sistema assai
noto, che si alimenta dell’idea di felicità sociale 1, e con­
siste nella pretesa che [l’estensione de] la popolazione è
la misura dell’aumento della ricchezza comune. Non ri­
schio nulla, d’altronde, ad abbracciare quest’opinione, re­
lativamente alla famiglia delle nostre sorelle, che, per
numerosa che possa divenire, non mi graverà mai d ’un
mantenimento molto dispendioso.
Non faccio talora che estrarre i discorsi cui queste
amabili Dame mi onorano di partecipare, ma quando le
loro conversazioni cadono su soggetti che non sono per
niente a me superiori, li trascrivo per intero: quelli della
sesta che vi rimando, rientrano in questo caso. Riservo
le mie osservazioni sulle opere ivi analizzate per il tempo
in cui, confort me] mente alla vostra promessa, avrete la
cortesia di trasmettermele.
Ma, Signore, sapete che questo signor Tournon è af­
fascinante con le sue passeggiate? Sembra che si sia per­
fettamente modellato su Rousseau e che abbia afferrato,
quanto meglio si potrebbe, la sua principale e prima mas­
sima in fatto di educazione morale Istruire divertendo 12.

1 Contrariamente al punto di vista della maggior parte dei filo­


sofi idealisti del secolo e di quello di certi filosofi dei lumi, secondo i
quali la felicità è « un’attitudine dell’anima », e «una felicità per tutti
gli stati » (d’Holbach), Babeuf pensa che essa non sia possibile che in
un quadro sociale in cui l’individuo possa emanciparsi (cfr. la lettera
dell’8 luglio 1787). Inoltre esalta, indirettamente qui, Tallungamento
della durata della vita, fatto essenziale della « rivoluzione demogra­
fica » del XVIII secolo (cfr. R obert M auzi, L’Idée du bonheur dans
la littérature et la pensée du X V I I I siede, Paris, Colin, 1960, in-8°,
pp. 149-156 e p. 306).
2 È la prima allusione a J.-J. Fousseau nella corrispondenza di
Babeuf. Alexandre Tournon aveva pubblicato una piccola opera in due
volumi in-12°, del resto incompiuta: Les promenades de Clarisse et du
marquis de Valzé, ou nouvelle méthode pour apprendre les principes
de la langue jrangaise aux dames, Paris, 1784-1787. Ispirandosi aWEmi-
lio, ma in maniera assai mondana, l’opera di Tournon induce Babeuf a

68
Sembra ancora essersi egualmente penetrato delle idee di
quel Filosofo galantuomo, presentando precetti nel modo
piu chiaro, piu semplice e sinonimamente, piu intelligibile
che si possa desiderare. Sotto tutti gli aspetti, bisogna con­
venire che si ha oggi un eccellente modo di vedere, do­
vunque si sostituiscano le idee veramente buone a quelle
che non erano fondate che sull’errore. La sana Filosofia
germina in tutti i cuori e vi fruttifica a piacere. È il caso
di attendersi di vederla infine presto regnare generalmen­
te, ed esercitare, per la felicità degli uomini, un glorioso ed
eterno impero, fondato sulle rovine di quello dei pregiu­
dizi fatali, del fanatismo crudele e della pericolosa super­
stizione [...].

L’educazione dei fanciulli

Nella lettera del 13 dicembre 1786, importante per la


conoscenza del suo pensiero, Babeuf, in preda alle sue
preoccupazioni di giovane padre, si entusiasma per i pro­
blemi dell’educazione. Qui, ancora, si afferma la sua voca­
zione di umanista. Facendo segnatamente allusione all’Emi­
lio di Rousseau, emette alcune riserve sul sistema educati­
vo preconizzato da Jean-Jacques, ma in fondo resta suo di­
scepolo; come lui, ha orrore dell’educazione periclitante, ar-
ficiale e piena di pregiudizi dominante a quel tempo; crede,
come Rousseau, che l’uomo sia nato buono e che soltanto
la società lo corrompa.
Babeuf aveva a quell’epoca una conoscenza precisa dei
libri di Rousseau? La sua lettera, malgrado i riferimenti,
del resto imprecisi, non permette di dare una risposta.

giudicare che, decisamente, la filosofia penetra dappertutto. Non resta


allora che estenderne il campo e l’uditorio perché il mondo cambi fon­
damentalmente. La Rivoluzione, la resistenza dei privilegiati e dei ricchi
porteranno Babeuf a ricredersi sull’illusione che la diffusione dei lumi
basti a dare la « felicità sociale ». Nel 1786, crede ancora al sogno
unanimista ispirato al democratismo teorico di Rousseau.

69
Benché proibito, /'Emilio era divenuto un tale oggetto di
scandalo che i suoi temi erano noti ovunque 1.
Babeuf sente di poter liberamente parlare in questa
lettera poiché sapeva che Dubois de Fosseux dirigeva per­
sonalmente l’educazione dei suoi tre figli e delle sue tre
figlie.
A Dubois de Fosseux 12
13 dicemhre 1786, Roye
Signore,
Voi non tenete in nessun conto l’ultima lettera di
cui m’avete onorato? Per conto mio, vi trovo materia di
ampia riflessione. Vi si tratta di bambini. Quanto interesse
m’ispira questo soggetto! Quanto piacevole il solo nome
suona al mio orecchio! Quanto debole ho infine per tutto
ciò che appartiene all’infanzia! Questa sensibilità mi ha
dominato di buon’ora, cosi non mi sono limitato a dedi-
carmici per lungo tempo per semplice speculazione. La
prova è molto sensibile; appena maggiorenne, mi vedo
padre di due di questi incantevoli esseri, l’uno, di quattro
anni, di sesso femminile3, & l’altro, di quindici m esi4,
di sesso contrario. (Perdonate, Signore, se, cedendo all’in­
clinazione del mio cuore, entro in particolari che potreb­
bero apparire minuziosi... ma, no, m’ingannavo, voi siete
padre, questo basta, non lo saranno per voi. La natura
dunque, come per volere ricompensare, in anticipo, le mie
disposizioni sentimentali, ha voluto favorire queste piccole
creature dei suoi doni piu seducenti: felice costituzione,
tratti incantevoli, fisionomia animata, carattere che si ma­
nifesta ricco di ogni promessa, (ma, forse, state per pro-

1 Cfr. J.-J. R ousseau , Emile, ou de l’Education, Studio e note


di J.-L. Lecercle, introduzione di Henri Wallon, Paris, Editions sociales,
1958, collana « Les Classiques du peuple ».
2 Correspondance..., cit., 'lettera n. 26, p. 39.
3 Sophie, la sua prima figlia, deceduta in seguito a gravi brucia­
ture accidentali, il 14 novembre 1787.
4 Robert, nato il 29 settembre 1785. In omaggio a Rousseau,
Babeuf soprannomino poi il figlio Emile.

70
(ostare che il mio è il ritratto d’un padre? Che importa.
I,asciatemi continuare. Vi assicuro: credo che, quand’an­
che non lo fossi, vedrei allo stesso modo) infine, che dirvi,
assaporo la soddisfazione di vedere bambini, che m’appar­
tengono, tali che non potrei desiderarli migliori. Per as­
secondare questa buona Natura, & per soddisfare la mia
propria inclinazione, ho creduto di dovermi dedicare co­
stantemente alla formazione, o piuttosto alla conservazione,
del fisico dei miei rampolli, & per questo ho seguito, quan­
to meglio ho potuto, il noto sistema di quelli fra i nostri
pensatori moderni che stimo essere i più ragionevoli os­
sia, quelli che hanno esortato ad addolcire la prima sorte
che ridicoli pregiudizi riservavano da sempre all’infanzia;
che hanno dimostrato tutta la falsità di tali pregiudizi: che
hanno saputo presentare agli uomini, nei quali una ripro­
vevole indolenza & una abitudine abusiva avevano alterato
ogni sentimento ragionevole & naturale, l’esempio signifi­
cativo dell’istinto dei bruti, che hanno provato che non
era affatto naturale demandare ad altri i doveri materni,
che era barbaro, & per di più crudele, rifiutare all’infanzia
il libero godimento del'e sue membra, soffocarla, interior­
mente, di alimenti sproporzionati alla debolezza del suo
stomaco, privarla, esteriormente, del benessere della respi­
razione, sovraccaricarla, d’altronde, di abiti troppo caldi,
immergerla, con mille mezzi, in una mollezza spesso este­
nuante, & sempre dannosa 12, ecc. Ho creduto, dico, di do­
ver osservare letteralmente tutti i degni precetti di questi
uomini stimabili, & i risultati son stati quelli che non po­
tevano, naturalmente, far a meno di essere, cioè, i più
soddisfacenti.

1 J.-J R ousseau , Emile..., cit., libro I, capitolo XIII, p. 102, e


libro II, capitolo XVI, p. 110.
2 « Qu’Emile coure le matin à pieds rius, en toute saison,_ par
la chambre, par l’escalier, par le jardin... » (ibidem), libro II, capitolo
XXXIV, pp. 139-140. Babeuf, si dice (ma non c’è da fidarsi molto di
tale tradizione), faceva fare al figlio bagni ghiacciati, l’inverno come
l’estate...

71
In effetti non è tutto. Mi sono costantemente pro­
posto di non fare le cose a metà. Convinto, per troppo co­
mune esperienza della difficoltà di porre la gioventù sotto
buone istituzioni, ho creduto che come il meno cattivo dei
Precettori non dovevo scegliere per i miei bambini che il
loro padre. Tale risoluzione, si dirà, sembra peccare di
un po’ di vanità. Sia. Ma, m’illudo che i sentimenti che mi
guideranno m’assicureranno altrettanti successi di quelli
che animano tutta la classe dei Precettori stipendiati \ &
che il mio zelo non equivoco potrà supplire a tutti i loro
pretesi talenti.
Una cosa tuttavia mi imbarazza. Le disposizioni che
avverto nella mia figlia maggiore, congiunte all’ardore pa­
terno, che forse esagera il piacere che proverò nel darle
lezioni, mi porterebbero, fin d ’ora, a darvi inizio, se i
pareri del Cittadino di Ginevra non avessero per me tanto
peso 12. Egli dice che prima della minuzia della lettura &
della scrittura, ci sono mille altre cose, piu interessanti,
che i bambini devono sapere; che non bisogna affrettarsi
a gravare la loro memoria di parole; che è altresì essen­
ziale rimandare al domani ciò che si può fare a meno di
insegnare loro oggi; che c’è piu talento nel saper così dif­
ferire in qualche modo i loro progressi, che nell’anticipar-
li altrimenti in apparenza; che la marcia successiva delle
loro acquisizioni di conoscenza utili, dev’essere gradual­
mente subordinata alle dipendenze relative che le cose
hanno fra loro; che in questo modo gli allievi fanno da

1 Nel linguaggio di Babeuf Instituteurs gagistes, senza dubbio


précepteur à gages. Si intende facilmente perché Babeuf fion pensò
ad inviare 1 suoi figli nelle scuole nei pressi di Roye. Gli edifìci erano
fediti, benché recenti; quanto ai maestri, il regolamento diocesano
imponeva soltanto che sapessero leggere, scrivere, e conoscere il cate­
chismo e lo svolgimento delle principali cerimonie religiose (cfr. M.
D ommanget, Babeuf et l’éducation, in Annales hisloriques de la Ré-
volution frani;aise, 1960, n. 4, e 1961, n. 1).
2 L’umanesimo di Babeuf, il cui sistema farà piu tardi gran posto
alla donna, nutre altrettanto interesse per l’educazione e l’istruzione
della figlia quanto del figlio. A quel tempo e in quell’ambiente sociale,
un simile metodo è aflatto rivoluzionario.

72
sé la maggior parte del cammino e che, in conseguenza di
questo sistema, è più che sicuro che il suo Emilio, di cui
gli importa poco che conosca, a dodici anni, il primo ca­
rattere dell’alfabeto, saprà leggere perfettamente a quat­
tordici, senza per conto suo essersi dato la minima pena,
né la piu piccola apparenza di premura di insegnargli, &
che per di più il giovanotto avrà, a tale età, un’infinità di
conoscenze, di cui i suoi coetanei, dopo esser stati tormen­
tati, stimolati allo studio, non avranno il minimo sospetto.
Tutte queste cose sono appoggiate da ragioni tanto plau­
sibili che, per conto mio, mi è affatto impossibile sottrar-
mivisi.
Degnatevi, Signore, di comunicarmi il vostro senti­
mento circa l’ampiezza della mia fiducia in Jean-Jacques \
Oso consultavi a titolo di amico, e inoltre, a quello
di padre che ha più esperienza di me. Spero che voi non
disdegnerete l’oggetto su cui vi intrattengo oggi, e che mi
ha condotto troppo oltre sì da farmi ritenere dispensato di
parlarvi d ’altro. Provvederò la prossima volta a riman­
darvi l’8a sorella 12, & altri oggetti.
Signore,
Ho l’onore d’essere coi sentimenti che voi sapete
ispirare, Signore,
Il vostro umile ed ubbidientissimo servo.
Babeuf

1 Dubois de Fosseux gli scrisse: « Non credete al sognatore


Jean-Jacques e siate persuaso che i fanciulli che imparano a leggere
tardi, lo imparano con molte piu difficoltà e non sanno mai farlo per­
fettamente. Sapete che Jean-Jacques aveva la mania di pensare, su tut­
to, in modo affatto diverso dagli altri ». Babeuf tenne, forse per com­
piacenza, a distinguersi da Rousseau, proclamando la propria indipen­
denza di giudizio e concluse: « 11 sentimento di un Padre-Istruttore
deve prevalere su quello di un ideatore di sistemi puramente ideali ».
Nondimeno, l’ispirazione fondamentale del punto di vista di Babeuf
sull’educazione rimarrà rousseauista fino alla fine (tìfr. la lettera del
22 novembre 1787, dopo la morte di Sophie).
2 Sorella: lettera. Babeuf riprende al termine della lettera l ’im­
magine alquanto -pesante dell’inizio.

73
Le preoccupazioni agrarie e comunitarie

Nella lettera che segue, Babeuf, proponendo tre sog­


getti per il concorso accademico del 1789, ci fa parte
esplicitamente della sua vocazione di riformatore e impli­
citamente del senso che intende dare alla riforma: aumen­
to della produzione agricola mediante la messa a coltura
del maggese, stretta eguaglianza nel possesso delle terre,
appropriazione comunitaria del suolo e della produzione
per una giusta ripartizione tra tutti i lavoratori. Babeuf
si sente in grado di rispondere a queste tre questioni; ci
si rammarica che non abbia potuto farlo! Non di meno,
se si eccettua la sua minuta sui « poderi collettivi » con­
servata a Mosca e di cui s’è parlato nell’introduzione, que­
sto testo è il solo che, prima del 1789, dimostra senza
equivocità alcuna, che Babeuf aveva una soluzione comu­
nista ed egualitaria già saldamente fondata per abbattere
e la miseria dei contadini poveri e l’ineguaglianza sociale.
Altro interesse di questo testo: è la sola volta che
Babeuf riterrà utile e possibile quella messa a coltura del
maggese che dal canto loro predicavano, e a profitto dei
« grandi fittavoli », le società d ’agricoltura 1.

A Dubois de Fosseux 2
21 marzo 1787, Roye
Signore,
non ho oggi che il tempo di sottoporvi rapidamente,
in seguito alla richiesta da voi fattami, alcune questioni
che il mio cervello sognatore ha concepito. Eccole:
1.
È un uso abusivo lasciare annualmente a maggese
il terzo delle terre di prima qualità o anche di tutti i tipi

' Cfr. E. J ustin , Les sociétés royales d’agriculture au X VI I I


siede, in-8°, 1935.
2 Corresporutance..., cit., lettera n. 49, p. 70.

74
di terra coltivabile ' ? In caso affermativo, per l’uno e l’al­
tro aspetto della questione, determinare teoricamente 1)
i vantaggi che parrebbero risultare dall’abolizione di que­
st’uso, sottrazione fatta dell’eccedenza di spesa che occa­
sionerebbe per lo sfruttamento una pratica opposta 12. 2)
I mezzi più opportuni per indurre la maggior parte dei
coltivatori a seguire questo nuovo uso.
2.
Quali sarebbero i mezzi per stabilire la più giusta
determinazione della quantità, della situazione locale, dei
limiti, dei diritti e dei doveri di tutte le parti di Beni Im­
mobili, di qualsiasi condizione esse siano di fronte alla
legge, nonché per perpetuare questa determinazione, qual­
sivoglia cambiamento intervenga nelle forme distributive
e nelle dipendenze degli oggetti: così da prevenire ogni
sorta di processi tra i cittadini, a proposito delle proprie­
tà fondiarie.
3.
Con la somma generale di conoscenze ora acquisita,
quale sarebbe lo stato di un popolo le cui istituzioni so­
ciali fossero tali che regnasse indistintamente presso cia­
scuno dei suoi membri individuali, la più perfetta egua­
glianza, che il suolo da lui abitato non appartenesse a nes­
suno ma a tutti, che infine tutto fosse comune, compresi
i prodotti di ogni genere di industria. Simili istituzioni
sarebbero autorizzate dalla Legge naturale? 3 Sarebbe pos­

1 NeH’avvicenciamen:o di colture triennale, un terzo del terreno


era lasciato ogni anno incolto e il gregge veniva portato a pascolare
nel maggese; questo allo scopo di preservare la qualità dei suoli e
conservare i pascoli collettivi per tutti i coltivatori del villaggio.
2 Per esempio utilizzando i nuovi avvicendamenti di colture, il
cui uso si diffondeva in Inghilterra, in Olanda, in Svizzera e nel Nord
della Francia.
3 Qui si manifesta ancora il rousseauismo di Babeuf, il quale
non ritiene un fatto del «diritto naturale» l’esercizio deEa proprietà
privata.

75
sibile che siffatta società sussistesse, e anche, che fossero
praticabili1 i mezzi d’osservare una ripartizione assoluta-
mente eguale.
Stimate, Signore, che tutto ciò non è scaturito dalla
mia immaginazione senza che io avessi, in riserva, idee
più estese su questi diversi soggetti, che, se fossero pro­
posti dalla vostra dotta compagnia, tenterei indubbiamen­
te di trattare.
Ho l’onore di essere, sempre con i sentimenti che
mi conoscete, Signore,
Il vostro umilissimo e ubbidientissimo servo.
Babeuf 12

U entusiasmo riformatore

Nel corso dei mesi precedenti, Babeuf aveva messo


Dubois de Fosseux al corrente di un progetto che gli sta­
va a cuore: stabilire un sistema di « catasto perpetuo »
che permettesse di determinare con giustizia e precisione
la ripartizione dell’imposta. In una prospettiva più lonta­
na e da lui evocata soltanto a mezze parole (per esempio
nel terzo soggetto proposto nella lettera precedente), il
catasto perpetuo poteva essere efficacemente utilizzato per
una redistribuzione egualitaria dei beni immobili in quel­
la grande rivoluzione delle terre che Babeuf sogna. Tale

1 Tra ciascuno dei tre soggetti proposti e gli sviluppi che lasciano
indovinare, non si saprebbe dire si all’uno e rispondere no agli altri:
la soppressione del maggese aggraverebbe la pena dei contadini poveri
privandoli del pascolo vano. Inoltre, la ripartizione egualitaria degli
apprezzamenti non sarebbe che una schiavitù supplementare, del resto
scarsamente applicabile; infine senza le altre due risposte affermative,
l’ultima non sarebbe che un pio desiderio. È quel che Babeuf dimostrerà
poi durante tutta la sua vita.
2 I soggetti proposti da Babeuf non furono accettati dall’Accade­
mia e Dubois de Fosseux rispose a Babeuf solo con un accenno cortese.
Questi dovette esserne molto irritato; dovette provare mutatis mutar.àis
lo stesso stato d’animo di Jean-Jacques Rousseau dopo lo scacco del
suo Discours sur l’origine de l’inégalité panni les hommes, al concorso
dell’Accademia di Digione nel 1754 (cfr. Confessions, libro V ili).

76
strumento, in attesa di meglio, gli dà i mezzi di concepire
un sistema di controllo degli appezzamenti che egli inten­
de comunicare immediatamente all’Assemblea dei nota­
bili convocata nel 1787. La realizzazione del progetto di
« catasto perpetuo » non vedrà la luce che nel 1789. Ma
il prospetto qui riprodotto indica sufficientemente il sen­
so del tentativo di Babeuf. Era quanto meno importante
segnalare la precocità dell’impegno di Babeuf sulla strada
della rivoluzione sociale.
Non ci stupiamo più ormai se Dubois de Fosseux si
congratula con lui con qualche bella parola, ma senza of­
frirgli il minimo appoggio. Babeuf ne trarrà motivo di ama­
rezza e si stancherà presto della leggerezza di Dubois de
Fosseux e della sua noncuranza nei suoi confronti. Anco­
ra qualche mese e la corrispondenza si farà più rada.

A Dubois de Fosseux 1
23 maggio 1787, Roye
Signore,
[...] Non ho ancora modo questa volta di trasmet­
tervi l’opera che già vi promisi12, ma vi parlerò della sod­
disfazione che ho tratto dal mio viaggio a Parigi3, un frut­
to che può diventare assai proficuo. Vi ho fatto conoscen­
za di un dotto 4 che non gode, forse, di tutta la conside­
razione che, senza dubbio, merita, ma è giusto dire che
egli avrebbe potuto acquistarne di più se da un lato, aves­
se meglio conosciuto l’arte di comunicare le sue idee, ver­
balmente o per iscritto, e dall’altro, avesse saputo altresì
piegarsi a certa duttilità che, ad onta del secolo, è troppo
deplorevole uso esigere dagli uomini che servono per il

1 Correspondance..., cit., lettera n. 61, p. 86.


2 II suo progetto di Cadastre perpétuel.
3 È il primo viaggio di Babeuf a Parigi, dove ritornerà soltanto
nel luglio 1789.
4 Si tratta del dotto e tecnico (poco noto) Audiflred cui Babeuf
sarà legato da contratto per l’edizione del Cadastre perpétuel.

77
meglio i loro simili. Comunque sia, Signore, tra una folla
di scoperte che l’uomo di cui vi parlo ha fatto in Geome­
tria, in Fisica, in Meccanica, ha escogitato 1 uno strumen­
to che chiama Grafometro-Trigonometrico, il cui uso, sin­
golarmente esteso, può applicarsi a soggetti della massima
importanza. Egli esegue, per suo mezzo, la più esatta mi­
surazione di ogni oggetto raggiungibile dallo sguardo, sia
in cielo, sulla terra, o in mare, semplicemente mirando tali
oggetti: di modo che, su vostra richiesta, Signore, questo
uomo vi dirà all’istante la distanza che corre tra voi e il
corpo celeste che gli nominerete 12. Posto su una prospet­
tiva opportuna, vi darà ancora all’istante la carta geografi­
ca di tutti i luoghi su cui la vista potrà estendersi. Vi for­
nirà analogamente, e con la stessa facilità, a qualunque di­
stanza possa trovarsi da tali oggetti, l’altezza di un cam­
panile, il diametro d ’un cannone, la statura d’un uomo,
ecc. Questo strumento può fra mille vantaggi, procurarne
di assai reali neU’agrimensura poiché (ciò di cui ho fatto
la verifica, ai champs Elisées, con l’autore in presenza di
una moltitudine di spettatori fra il cui novero si trovava­
no degli esperti, che con ragione, hanno ammirato tale
scoperta) offre: 1) la conoscenza immediata delle distan­
ze dei confini di un terreno qualunque mediante la sola
messa a fuoco delle biffe poste per contrassegnarli, senza
bisogno di catena né d’altra misura. 2) Un’esecuzione del
lavoro talmente soddisfacente che chi usa tale strumento
può fare da solo quanto cinque agrimensori operanti me­
diante i procedimenti ordinari. 3) Il mezzo di rendere la
superficie dei terreni (indipendentemente dalle inegua­
glianze naturali che possono presentare) in modo cosi

1 L’apparecchio è un goniomentro d’agrimensore, inventato da


Tyot (di Lione) e reso utilizzabile da Audiffred. Esso poteva essere
utilizzato per i rilevamenti topografici e la misura delle distanze secondo
i procedimenti trigonometrici messi a punto nel XVIII secolo.
2 Babeuf, da neofita, esagera la portata esatta dello strumento.
Resta non di meno che esso, nella sua prospettiva, era utilizzabile.
L'utopia non sta nel progetto tecnico, ma nel progetto sociale di Babeuf.

78
esatto, che, anziché trovale, come per l’addietro, median-
le differenti misurazioni risultati sempre differenti, ogni
operazione, una volta fatta, offrirà costantemente un risul­
tato perfettamente identico: per quanto ripetuta possa
essere questa operazione; da una o da più persone '. Ecco,
Signore, il quadro che ho potuto darvi dell’uso e dell’uti­
lità di questa invenzione. Un’altra volta, vi farò la descri­
zione analitica dello strumento stesso, per tentare di farvi
ancor meglio intendere quant’è veramente prezioso e de­
gno di considerazione.
Lascio a malincuore ogni conversazione che posso
avere con colui cui sono tanto obbligato, e che conosce i
sentimenti con cui ho l’onore d’essere,
Signore,
Il vostro umilissimo e obbedientissimo servo
Babeuf

Catasto perpetuo e fiscalità


A Dubois de Fosseux 12
3 giugno 1787, Roye

[...] Ecco il titolo della mia piccola opera di cui vi


ho parlato nella lettera del 4 del mese scorso:
« Abbozzo d’un Progetto di Catasto perpetuo, in cui
si illustra principalmente un sistema con cui si potrà: 1)
Conservare, con poco lavoro, tutte le nozioni possibili e
ritenere indicazioni sempre attuali sulla proprietà e sulla
più particolareggiata topografia di tutte le parti dei beni
immobili del regno. 2) Stabilire le più giuste proporzioni
nella ripartizione dell 'imposta territoriale o di ogni altra
sovvenzione equivalente3. 3) Esercitare una riscossione

1 Si conferma qui il razionalismo di Babeuf, tipico del suo secolo,


nonché il suo comunicativo entusiasmo per la scienza.
2 Correspondance..., cit., lettera n. 64, p. 91.
3 L’ineguaglianza nei riguardi dell’imposta diretta non concerneva

79
talmente semplice che, per un distretto di duecento par­
rocchie, un solo addetto principale, secondato semplice-
mente da tre commessi, potrà, ogni anno e nel breve spa­
zio di un mese, senza l’aiuto di alcun collettore, e senza
causare fastidi ai sudditi del re \ non solo operare questa
riscossione, ma altresì prendere nota, e nel modo piu pre­
ciso, di tutte le informazioni necessarie su tutte le mo­
dificazioni relative alle proprietà, e registrarle nel catasto,
per attuarvi la perpetuazione annunciata insieme al man­
tenimento delle designazioni sempre attuali » 2.
Potrò, Signore, trasmettervi, tra qualche tempo, il
mio manoscritto che attualmente è in possesso del Signor
de Lessart, Intendente generale delle Finanze, al cui esa­
me è stato sottoposto3.
Con i più vivi sentimenti ho l’onore d’essere, [...].

soltanto la distinzione tra privilegiati e soggetti all’innposta, ma anche


l’esenzione di chiunque potesse nascondere una parte del suo fondo al
collettore; ora, trattandosi di imposta di ripartizione, l’ammontare ri­
chiesto ricadeva su coloro la cui ricchezza era esattamente valutata o
sopravvalutata. L’assenza di un catasto portava a stridenti ingiustìzie.
Le Assemblee dei notabili cui Babeuf contava di indirizzare la sua ope­
ra, si riunivano appunto per discutere, tra l’altro, la riforma fiscale.
1 Babeuf conosceva cosi bene l’odio dei contadini verso i colletto­
ri di imposte che, in aggiunta al progetto tecnico, cerca di dar soddi­
sfazione ai soggetti all’imposta diminuendo il numero straordinariamente
elevato degli impiegati.
2 I mutamenti e le nuove iscrizioni degli appezzamenti, conse­
guenti al frazionamento delle eredità, della vendita o dell’affittanza, ren­
devano quasi illusoria l’utilizzazione di un catasto se non si metteva
contemporaneamente a punto un metodo di controllo efficace. Alla
risoluzione di questo problema si dedica Babeuf nel Cadastre perpétuel.
Ma si spinge oltre: in una lettera del 15 luglio 1787, preciserà indi­
rettamente il suo obiettivo pronunciandosi contro l’eredità individuale:
« Ogni membro morendo lascerebbe l’intera Società erede di tutto il
suo avere » (cfr. M. D ommanget, Pages choisies de Babeuf, recueillics,
commentées, annotées, Paris, A. Colin, 1935, collana « Les Classiques
de la Revolution fran?aise », pp. 64 e 65). Che dovette pensarne Dubois
de Fosseux che proponeva semplicemente di rendere eguali nel regno
le leggi sull’eredità? E che ereditò egli stesso la bella signoria' di
Fosseux?
3 I regolamenti reali imponevano che appositi censori reali des­
sero il loro parere prima di qualsiasi autorizzazione a stampare l’opera.

80
Realismo e utopia

La celebre lettera dell’8 luglio 1787 è fondamentale,


poiché ci indica per la prima volta e senza equivoco in qual
senso s’orienti il giovane Babeuf. Dubois de Fosseux ave­
va fatto sapere ai suoi corrispondenti, il 26 ottobre 1786,
d’aver ricevuto da Orléans il prospetto originale dell’ope­
ra di un avvocato, Collignon. L’opuscolo portava il se­
guente titolo: L’avant-coureur du changement du monde
entier par l’aisance, la bonne éducation et la prospérité
générale de tous les hommes, ou prospectus d’un mémoire
patriotique sur les causes de la grande misère qui existe
partout et sur le moyens de l’extirper radicalement.
Babeuf, il 6 novembre, rispondeva incidentalmente in
una lunga lettera-, « L ’autore de L’Avant-coureur du chan­
gement du monde entier mi pare originale, invero, ma la
sua originalità mi piace, e sono ben lungi dal biasimarne
i versi e le intenzioni, di cui vorrei conoscere i particola­
ri ». Ma poiché Dubois de Fosseux esitava a comunicare
il contenuto del Prospectus, Babeuf si impazienti, pretese
informazioni e citazioni. In una serie di circolari spedite
a piccole dosi dal 19 marzo al 21 giugno, Dubois de
Fosseux diede soddisfazione a Babeuf, il quale era, come
egli stesso disse, « bramoso » di conoscere i vasti progetti
utopistici c/e//'Avant-coureur.
La lettera dell’8 luglio 1787 suffraga incontestabil­
mente la teoria della precocità del comuniSmo di Babeuf,
anche se questo rimane ancora molto letterario.
Segnaliamo, infine, che Babeuf non seppe mai nien-
t’altro di Collignon e che Dubois de Fosseux, il quale scris­
se sedici lettere a Collignon, non gli parlò mai di Babeuf.
Tutto il ragionamento di Babeuf si basa sulle affermazioni
assai vaghe tratte dal Prospectus.

81
A Dubois de Fosseux '
8 luglio 1787, Roye
Signore,
Il sistema del Riformatore del mondo intiero, e le
riflessioni del vostro corrispondente sulla riforma del Co­
dice 12, mi forniranno oggi il pretesto per altre riflessioni
con cui comincerò coll’esaminare quanto questi diversi
progetti di riforma possono avere di simile e di dissimile.
Entrambi paiono tendere al bene comune 34. Ma so­
gno per sogno, paradosso per paradosso, non saprei a qua­
le dei due pensatori accordare preferenza. Tuttavia, l’og­
getto dell’uno è piu ampio di quello dell’altro. L’Apostolo
del Codice universale sembra desiderare che si concedano
agli uomini d’ogni stato, secondo l’ordine delle successio­
ni, i medesimi diritti in tutti i paesi, e ciò andrebbe molto
bene. Ma il riformatore generale vorrebbe che si procuras­
se a tutti gli individui indistintamente, in tutti i beni e i
vantaggi di cui si può godere in questo basso mondo,
una porzione assolutamente eguale, e ciò mi sembrerebbe
molto meglio *.

1 Correipondance..., cit., lettera n. 83, p. 109.


- Allusione alla proposta di un corrispondente dell’Accademia che
progettava di redigere un codice delle leggi francesi; risposta all’anar­
chica molteplicità delle procedure e delle consuetudini, copiando il
codice di Federico II di Prussia, quel « grand’uomo ». Il prestigio di
Federico II di Prussia era ancora grande prima del 1789; e fino alla
dichiarazione di guerra del 1792, l’opinione illuminata in Francia con­
tinuò ad esser persuasa per un prodigioso controsenso che Fedenioo
fosse una sorta di monarca « progressista », come si direbbe oggi.
3 La ricerca del «bene comune» è il fine ultimo di Babeuf, il
quale, in seguito, adottò la formula piu precisa e piu popolare di
« felicità comune » proposta nel preambolo della Costituzione del 1793.
La « comunione dei beni » non era in fin dei conti altro che il mezzo
per conseguire tale bene o felicità comune precedentemente definiti
secondo canoni metafisici come la felicità sociale: Babeuf è, dal princi­
pio alla fine della sua vita, un filosofo del XVIII secolo.
4 L’egualitarismo sociale diviene cosi il fondamento della « feli­
cità comune». Ciò equivale alla ripresa, sotto forma filosofica, della
aspirazione egualitaristica dei contadini poveri del Santerre e della loro
rivendicazioni dell’eguaglianza dei possessi.

82
Ci si stupisce della molteplicità dei nostri Costumi.
Mi sembra che, risalendo all’epoca della loro formazione,
non vi si debba vedere nulla di sorprendente. Gli uomini
di allora, ignoranti e barbari, non hanno dovuto fare che
cose corrispondenti al loro carattere. Tutte le teste esal­
tate dall’entusiasmo delle conquiste, si sono trovate por­
tate, come per una naturale conseguenza di tale inumana
inclinazione cui lo straordinario sistema feudale venne a
prestare nuove forze, a istituire usi che soddisfacessero la
loro ridicola vanità. Un brigante fortunato era contento
solo a metà allorché perveniva ad assicurarsi una ricca
proprietà. Il suo rozzo orgoglio soffriva, guardando all’av­
venire, nel percepire che questa proprietà, frantumandosi
tra tutti i propri discendenti, non sarebbe stata a lungo
in grado di dare al suo possessore la sciocca importanza
che la cieca fortuna ordinariamente conferisce soprattut­
to a uomini guidati da quei pregiudizi di cui si era comu­
nemente affetti nei tempi di cui parlo. Per ovviare a que­
sto inconveniente, si escogitò una nuova nefandezza. Oc­
corse soffocare la voce del sangue per soddisfare l ’osten­
tazione e si ridussero i cadetti quasi alla mera sussistenza
per colmare il primogenito di superfluità e conferirgli un
preteso lustro, trasmettendogli beni usurpati e un nome
odioso da principio. Da qui, l’origine dei sedicenti nobili;
e quella delle rivoltanti distinzioni in tutti gli ordini della
società. Chiunque fu meno feroce, meno astuto o piu
sfortunato nella lotta, fini coll’essere servo e oggetto del
disprezzo altrui. Di qui ancora, la formazione dei codici
bizzarri, che servirono agli usurpatori come titoli legitti­
manti i loro saccheggi, e alle famiglie vinte come irrevoca­
bili decreti di confisca delle loro spoglie. Si fece.di più, si
sistemarono le cose in modo da impedire che mai questi
ultimi fossero in grado di sollevarsi da tal sorta di avvi­
limento, e che al contrario fossero sempre considerati dal­
la .classe vittoriosa come costituenti una sorta di classe
molto inferiore della specie umana. Si soddisfece ugual­
mente l’orgoglio dei pretesi nobili, e dietro loro strava-

83
gante richiesta, fu scritto ch’essi non sarebbero tenuti a
riconoscere per loro principale erede che il primogenito
maschio, mentre gli altri figli nonché le figlie maggiori sa­
rebbero da loro considerati solo come mezzi quarti, o ad­
dirittura più spesso quinti di progenie 1. Coloro che ave­
vano piu ascendente e preponderanza in ragione delle loro
ricchezze, nelle assemblee convocate per la redazione di
siffatti codici, fecero stabilire gli articoli a loro piacimen­
to. Di qui la molteplicità e l’inconseguenza di quelle pro­
duzioni che gli uomini citano talora, come opere della
prudenza e della perfetta equità e che, in fondo, non fan­
no che presentare le prove meno equivoche delle passioni
che le hanno sempre ispirate 123.
Quale potrebbe dunque essere un nuovo codice che
non prevedesse altro cambiamento che fare estinguere in
una provincia ciò che è lecito in un’altra? Un ben piccolo
palliativo per un gran male *. Non impedirebbe ai miei
figli di nascere poveri e diseredati, mentre quelli del mio
vicino milionario, nel venire alla luce, abbonderebbero di
tutto. Non impedirebbe al mio vicino, tronfio della sua
immensa fortuna, di disprezzarmi profondamente per la
sola ragione d’essere un infelice prostrato dal peso della
indigenza. Non impedirebbe all’erede feudale di questo
uomo superbo d’essere un gran signore, mentre il suo fra­
tello minore non è, in confronto a lui, che un giovane
meschino, e, per ingrandire ancora il possesso del primo,
non impedirebbe a sua sorella, il cui tenero cuore prove­
rebbe soltanto disgusto per il nodo d’imene, d’essere ob­

1 II diritto di primogenitura era limitato in Picardia ai nobili, ma


in alcune province la consuetudine lo ammetteva egualmente per le per­
sone di origine non nobile; era il caso di Caux.
2 In tutto questo passo ispirato a Rousseau o Mably, si mescolano
curiosamente la conoscenza precisa della subordinazione feudale degli
uomini, di cui il feudista Babeuf poteva giudicare con cognizione di
causa, e le congetture filosofico-storiche in auge nel secolo.
3 Si precisa cosi l’orientamento fondamentalmente rivoluzionarlo di
Babeuf, il quale anche nel 1795, rifiuterà i « palliativi », i rimedi illusori
a favore di un mutamento radicale dei rapporti sociali.

84
bligata a seppellirsi in un triste chiostro. Non impedirebbe,
ecc. ancora tante altre cose, ecc.
Ma come amo il Riformatore generale! È un vero pec­
cato che egli lasci un vuoto a proposito dei mezzi \ Possa
presto completare la sua sottoscrizione, così da colmare
questo vuoto. È certo che il suo piano abbraccia ogni og­
getto, e non mi pare tutto considerato, che, una volta at­
tuate tutte le sue disposizioni, resti altro crimine da punire,
se non quello di sottrarsi al lavoro comune, senza dubbio,
per l’intera universalità della Società. Occorrerebbe proba­
bilmente, per tutto ciò, che ogni persona titolata e qualifi­
cata deponesse i suoi gradi, i suoi impieghi, le sue cariche.
Ma poco importa. Per realizzare una grande rivoluzione
bisogna operare grandi mutamenti. Cosa vogliono dire, del
resto, tutte queste stravaganti qualifiche? Non sono forse
espressioni vane e chimeriche inventate dall’orgoglio, e con­
solidate dalla bassezza? Tra gli uomini ci devono essere le
minime differenze? Perché accordare maggior considerazio­
ne a chi porta una spada che a quello che l’ha saputa for­
giare? La Natura, nel dare avvio alla nostra specie, ha sta­
bilito ch’essa subisse altre leggi da quelle tracciate per tutti
gli altri animali? Ha voluto che un individuo fosse nutrito,
vestito, alloggiato meno bene di un altro? È verosimile che
questo si sia potuto verificare nelle prime età del mondo?
La Conoscenza moderna che abbiamo dei costumi naturali
dei nostri fratelli Americani12, prima che andando alla sco­
perta del loro pacifico paese li trattassimo così male, non
smentirebbe tale asserzione? Il primo che, recinto un ter-

1 Aspetto decisivo della personalità di Babeuf! Già prima del


1789, Babeuf non è portato semplicemente alla speculazione, ma è po­
tenzialmente uomo d ’azione. La ricerca pratica precede sempre (o segue)
la riflessione teorica. Ciò si manifesta ancor piu precisamente durante la
Rivoluzione (cfr. M. D ommanget, Tempérament et formattati de Babeuf,
in Babeuf et les problètnes du babouvisme, Paris, Editions sociales,
1963, pp. 35 e sgg.).
2 La maggior parte delle teorie e delle utopie sociali, che preten­
devano di ritrovare « l’uomo allo stato di natura », « l’uomo primitivo »,
ricorrevano costantemente fin dal XVI secolo ai racconti dei viaggiatori

85
reno, dice l’autore dell’Etnilio, osò dire: Questo è mio 1
fu il primo autore di tutti i mali che afflissero l’umanità.
Jean-Jacques afferma d’altronde che questi mali diedero
luogo all’invenzione di tutte le conoscenze che abbiamo poi
acquisite. Ma Jean-Jacques pretende che tutto questo acqui­
sto 2 non ha fatto che renderci meno felici rispetto al pri­
mitivo stato di natura, di conseguenza, sembra volerci rin­
viare là per procurarci il miglior benessere di cui possiamo
godere. Mi sembra che il nostro Riformatore vada oltre il
Cittadino di Ginevra, che ho udito trattare talora da peg-
gior sognatore3. Anch’egli sognava la Verità, ma il nostro
sogna meglio 4. Come lui sostiene che essendo gli uomini
assolutamente eguali, non devono possedere nulla in parti­
colare, ma godere di tutto in comune, e in modo che na­
scendo, ogni individuo non sia né piu né meno ricco, né
meno considerato di ciascuno di quelli che lo circondano.
Ma perché si dia ciò lungi dal rinviarci, come Rousseau,

di ritorno dall’America. Un racconto sintetico apparve neìl’Histoire géné-


rale des voyages. Inoltre, Rousseau, nel suo Discours sur l’origine de
l’inégalité, si basava su tali testimonianze per dimostrare l’originaria
eguaglianza degli uomini.
1 J.-J. R ousseau , Discours sur l’origine et les fondements de
l’inégalité parrni les hommes. Prefazione e commento di J. L. Lecerde.
Paris, Editions sociales, 1961, p. 108. (Trad. it. a cura di V. Gerratana,
Roma, Editori Riuniti, 1968).
2 I progressi, le conoscenze che sono da mettere sul conto della
« società civile ».
3 Nella raccolta di Advielle (op. cit.) l’aggettivo pire (peggiore)
è dimenticato. La parola ha la sua importanza da un duplice punto
di vista: da un lato, dimostra che Babeuf, forse per desiderio di pia­
cere, si distingue da Rousseau il cui pensiero democratico non è in
odore di santità nelle Accademie a causa della sua rivendicazione con­
creta e politica dell’eguaglianza; dall’altro, che egli desidera porre in
rilievo il proprio sogno comunistico.
4 Babeuf non sembra avere molto ben compreso (o letto) il Discours
sur l’origine de l’inégalité, nel quale Rousseau dimostra al contrario il
carattere irreversibile del cambiamento. Babeuf riprende per conto suo
le incomprensioni spesso malevole che salutarono la pubblicazione del
Discours, come quella di Voltaire, il 30 agosto 1755: « Ho ricevuto,
Signore, il vostro nuovo libro contro il genere umano... ». Ciò tenderebbe
a provare, a nostro avviso, la conoscenza superficiale dell’opera di Rous­
seau, per lo meno prima del 1789, da parte dell’autodidatta Babeuf.

86
in mezzo ai boschi, a saziarci sotto una quercia, ad abbeve­
rarci al primo ruscello, e a riposarci sotto quella stessa
quercia presso cui abbiamo prima trovato di che nutrirci,
il Nostro Riformatore ci fa fare quattro buoni pasti al gior­
no, ci veste molto elegantemente e dà, a ognuno di noialtri
padri di famiglia, incantevoli case da mille luigi. Dimostra
cosi di aver ben saputo conciliare i piaceri della vita sociale
con quelli della vita naturale e primitiva. Ebbene, viva, per
me; sono deciso ad essere uno dei primi emigrati che an­
dranno a popolare la nuova repubblica Non farò difficoltà
a conformarmi a tutto ciò che vi si osserverà, purché possa
vivere felice, contento, senza inquietudini sulla sorte dei
miei figli, né sulla mia. Se anche ivi farò professione di
scrittore, sarò lieto di non trovarmi piu disprezzato da colo­
ro che, per professioni che si pretendono da noi più di­
stinte, si credano autorizzati a rivolgermi solo sguardi che
sembrano annunciare protezione, e dal canto mio, non mi
costerà sacrificio trattare da pari l’artigiano che mi accon-
cerà i capelli, o quegli che mi fabbricherà le scarpe. Deve
essere cosi di fatto. Non è forse necessario che ci siano di
questi utili artigiani? Se il loro gusto o le loro naturali di­
sposizioni li hanno portati a queste professioni piuttosto
che allo studio delle leggi, devono essere considerati nella
società come individui meno interessanti di colui la cui in­
clinazione o una qualunque facoltà hanno indirizzato alla
Magistratura? Non tutti possono essere Magistrati, e chi
lo è divenuto, ha fatto forse meno fatica di quanta è occor-1

1 L’adesione è formale, non si smentirà e sulla precocità della


sua adesione alle teorie comunistiche, Babeuf darà conferma nel 1793
e poi nel 1795. Pur credendo all’età dell’oro, egli non pretende, come
gli utopisti precedenti, chi vi si faccia ritorno: cerca praticamenfte i
mezzi per fondarla nel presente. Su questo punto, discepolo dei lumi,
Babeuf crede al progresso, ma ne vede il risultato in una distribuzione
frugale dei beni di consumo e in una ripartizione egualitaria dei mezzi
di lavoro. Contrariamente a M. D ommanget (Pages choisies..., cit.,
p. 631 noi non vediamo qui un Babeuf precursore di Saint-Simon profetiz­
zare « l'età industriale » (a titolo di conferma, si veda più avanti la
opinione di Babeuf sul lusso).

87
sa a un infelice operaio, verso cui la Natura fu ingrata, per
apprendere il mestiere più semplice. È sua la colpa se non
ha ricevuto nascendo disposizioni più felici1? Deve, perciò,
disporre di minori vantaggi che se la sorte gli avesse con­
sentito la capacità del governo supremo di tutta la repubbli­
ca 12? Non ha saputo imparare che il lavoro a maglia? Eb­
bene, farà delle calze per gli Agricoltori, per i Cucinieri,
per i Vignaiuoli, per i fabbricanti di stoffe, per i Sarti, per
i Calzolai, per i Parrucchieri, per i muratori, per gli uomini
di legge, ecc.; e costoro per contro gli procureranno il pane,
la buona carne, il vino, gli abiti, le scarpe, l’acconciatura,
l’abitazione e la conservazione generale di tutti i suoi di­
ritti. Sarà lo stesso reciprocamente per ogni condizione, e
spero che, in tal modo, ciascuno sarà perfettamente con­
tento 3.
Si è scritto, qualche anno fa, contro gli eccessivi pro­
gressi del lusso. Si lamentava la confusione fra i ranghi;
che non era più possibile distinguere, dall’abito, un gran
Signore da un villano e si è proposto, per mettere un freno
a questo preteso abuso, di stabilire per ogni rango un se­
gno distintivo. Segno d ’altronde espressivo nonché espli­
cativo dello stato di ciascuno, come per il nobile l’immagi­
ne di una spada; il droghiere, quella d’un pan di zucchero;
il mercante d’olio, un barile d’acciughe; il rosticciere, una
oca; il fabbro, un’incudine; il sarto, delle forbici, ecc. Spe­
ro che quando la nostra nuova repubblica sarà stabilita,
non si solleveranno più siffatte questioni, poiché tutti i me­
stieri utili (e sicuramente non ve ne saranno altri) saranno
egualmente onorevoli.

1 Malgrado il realismo delle sue analisi precedenti, Babeuf si


rivela qui nettamente idealista in quanto vede nel fatto della divisione
del lavoro il risultato di fattori naturali. In ciò si può rinvenire una
delle contraddizioni tipiche del « giovane Babeuf ». Occorre non di me­
no notare che Babeuf, considerando ogni mestiere eguale all’altro, av­
via qui un ragionamento che lo condurrà piu tardi a rivendicare
l’egualitarismo del salario o del reddito.
2 Repubblica: Stato.
3 La contentezza sociale come fonte della felicità individuale.

88
Con sentimenti immutati, ho l’onore di essere,
Signore,
Il vostro umilissimo ed obbedientissimo servo.
Babeuf

Progresso tecnico e progresso sociale


A Duibois de Fosseux 1
20 agosto 1787, Roye

Signore,
indirizzandovi a me per la questione relativa all’agri­
coltura dei romani avrete assai meno soddisfazione di quan­
ta ne avreste avuta da parte del corrispondente di cui mi
comunicate la risposta sull’argomento 12. Egli sembra essere
un vero letterato mentre io non lo sono per nulla. Vero­
similmente egli ha tempo da dedicare alla meditazione su
queste impegnative materie mentre io mi trovo in condi­
zioni opposte; si vede infine che egli ha in proposito
l’aiuto di qualche lettura: quanto a ciò, mi trovo ancora
in una situazione affatto diversa 3*lo. Posso dunque intravve-
dere tutt’al piu delle probabilità e quanto mi apparirà a
questo proposito ragionevole trascinerà, senza resistenza,
le mie deboli opinioni. Così, Signore, potrei scarsamente

1 Correspondence..., cit., lettera n. 99, p. 128.


2 Una dissertazione di sei pagine, nella tradizione classicheg­
giante degli ultimi anni del secolo.
3 Lo studio di feudista di Babeuf aveva ancora, a quest’epoca,
numerosi clienti. Nel 1786 Babeuf ebbe al suo servizio fino a sei com­
messi. Tra le altre cose egli effettuava indagini sui beni del marchese
di Soyecourt, il quale non versò mai la somma degli onorari dovuti.
Già molto preso dall’educazione dei figli, Babeuf, si dedicava inoltre
alla redazione del Cadastre perpétuel (cfr. V. M. D alin, Gracchus
Babeuf..., cit., pp. 49-62). La frase sopra citata rivela la sua stanchezza
davanti alla valanga di questioni sollevate da Dubois de- Fosseux. Al­
cune, cui Babeuf cercherà di rispondere per dovere o per convinzione,
lo irritavano. Tanto piu che Dubois de Fosseux non gli diceva nulla
né sui progetti di concorso proposti per il 1789, né sul suo progetto
di Catasto perpetuo. Vi scorgiamo la prova di quella specie di aristocra­
tica condiscendenza che Dubois de Fosseux manifesta nella sua corri­
spondenza malgrado l’aria bonaria.

89
contraddire il vostro stesso corrispondente, il quale mi
sembra abbia visto molto bene le cose. Quel che trovo da
riprendere nelle sue idee, è il ridicolo che egli getta sul
gusto per l’agricoltura dei primi cittadini di Roma. I suoi
bravi carrettieri ben robusti, ben allenati, non sono per
lo più, a mio parere, che pure macchine che, per non gua­
starsi, hanno bisogno d ’essere costantemente dirette da
abili artisti. E come potranno aversi tali artisti, se, facen­
do intero affidamento sulle macchine, i cittadini delle pri­
me classi disdegneranno di metter mano all’opera? Soltan­
to la pratica può perfezionare la teoria \ Del resto sareb­
be sicuramente augurabile che quanti da noi sono assimi­
labili ai consoli di Roma e a tutti gli eroi in uso! avessero
talora a porre sull’aratro le loro mani spesso oppressive
e quasi sempre inutili (ci si riterrebbe ancora fortunati se
esse fossero solo questo): imparerebbero meglio a rispet­
tare i diritti dell’infelice contadino 12.
Dirò ancora col suddetto corrispondente, che presu­
mibilmente le arti si perfezionarono costantemente in ra­
gione della loro utilità. Senza dubbio è da credere che la
nostra agricoltura è attualmente giunta a un alto grado di
valore, ma quanto ci resta ancora da fare! Del resto,
quante scoperte non restano nascoste e non muoiono per
cosi dire col nascere? Un agricoltore inventa un buon pro­
cedimento, ne fa uso isolato. I suoi vicini, spesso prigio­

1 Babeuf si rivela qui, implicitamente, discepolo degli enciclo­


pedisti, in particolare di Diderot, uno dei cui obiettivi nella Description
des Arts deWEncyclopédie fu di riflettere costantemente sui problemi
filosofici dell’unione di teoria e pratica, di applicazione tecnica e cono­
scenza. (Vedi le analisi decisive di J.P roust, Diderot e l’Encyclopédie,
Paris, Colin, 1962).
2 È incontestabile — e il lettore se ne sarà reso conto — che
l’audacia di Babeuf si rinsalda di anno in anno, di mese in mese.
La familiarità che nasce da una corrispondenza assidua non spiega da
sola quest’audacia; l’accentuarsi delle rivendicazioni popolari in questi
anni di crisi, i movimenti politici della prerivoluzione e l’esacerbarsi
dei conflitti di ordini e di classe vi contribuiscono in misura maggiore.
Babeuf era vicino ai contadini, i cui interessi cercava di difendere
persino nelle sue inchieste feudali (cfr. V. M. D alin , Gracchus Babeuf...,
cit., pp. 60-62).

90
nieri del pregiudizio, lo disprezzano o sono troppo limitati
o troppo poco coraggiosi per superare alcune piccole diffi­
coltà che si frappongono all’esecuzione. L’inventore stesso
non cerca di diffondere la sua scoperta. Essa si estingue
con lui ed ecco come quasi tutte le arti procedono a passo
lento verso il progresso. Non sarebbe ima buona legge ob­
bligare ogni cittadino a restituire alla società gli stessi ser­
vizi che ne ha ricevuto, ossia farle omaggio di tutte le
scoperte che potrà fare 1?
Quanto ho detto spiega la ragione per cui succede
che si coltivi meglio in alcuni cantoni d’una stessa provin­
cia che in altri; che si coltivi meglio qui che là un mede­
simo prodotto, benché i terreni siano identici; che si lavo­
rino annualmente a Roye solo i due terzi delle terre, men­
tre a 5 leghe di distanza, verso Noyon e Compiègne, dove
il suolo è anche inferiore, non si lascia mai riposare un
solo pollice d ’ogni sorta di fondo ecc., ecc.
Ecco, Signore, quanto sono in grado di dirvi sulla
questione di cui si tratta. Con sentimenti immutati ho
l’onore d ’essere,
Signore,
Il vostro umilissimo e obbedientissimo servo.
Babeuf

1 La questione dell’atteggiamento di Babeuf nei confronti del pro­


gresso tecnico è ambigua. È difficile sostenere che Babeuf, dopo quanto
scrive qui, è ardentemente ostile al progresso tecnico come lo fu Rous­
seau. Babeuf sogna di diminuire la fatica umana, e il miglioramento dei
mezzi di lavoro può contribuirvi. Nondimeno, pare incontestabile che
Babeuf giudica il progresso tecnico nei suoi aspetti minori: ignora la
industria nascente in Picardia, non parla in termini di produttività né di
rendimento; non concepisce, in fondo, il carattere rivoluzionario della
tecnica nel movimento storico. È, su questo punto, piu retrogrado di
Turgot, degli enciclopedisti. Ma ciò si spiega con il punto di partenza
della sua riflessione il quale è solo un postulato sociale e mollale, mai
economico, persino nella minuta della lettera sui « poderi collettivi »
conservata a Mosca ed analizzata da V.M. Dalin. Sulla base del­
la crisi delle sussistenze, sarà possibile qualificare la dottrina di Babeuf
nel 1794-1796 con l’appellativo di « pessimismo economico » (cfr. J ean
D autry, Le pessimistne économìque de Babeuf, in Annales historiques
de la Révolution frangqise, 1961).

91
Babeuf padre ed educatore

La lettera del 22 novembre 1787 è assai commoven­


te. Essa illumina la natura dell’uomo Babeuf, sconvolto
dalla morte della figlioletta, e dimostra altresi la profondi­
tà delle sue preoccupazioni educative e pedagogiche. La
leggenda nera antibabuvista si alimentò di una calunnia
divulgata dai suoi nemici contemporanei o postumi, se­
condo cui Babeuf avrebbe divorato metà del cuore della
figlia scomparsa e portatone l’altra metà in un meda­
glione!
Dubois de Fosseux, l‘l 1 novembre, rispose a Babeuf
con qualche riga di condoglianze ed una lunga copia di
circolare. Babeuf ignorò indubbiamente il poco interesse
con cui il « buon » Dubois de Fosseux accolse il suo pa­
tetico dolore.
Come doveva allora parergli futile la natura delle ri­
cerche proposte! In particolare quella richiesta dal segre­
tario perpetuo sulla « belle éveillée de Roye »! Fu in que­
sta data, pare, che Babeuf rinunciò a prolungare una cor­
rispondenza che gli sembrava inutile.

A Dubois de Fosseux 1
22 novembre 1878, Roye

Signore,
da quanto tempo non ho l’onore di scrivervi! Accu­
satene una triste e deplorevole causa, di cui tra breve co­
noscerete i particolari. Ma riprendiamo le cose dall’inizio
ed osserviamo un ordine:
Verso la fine del Settembre scorso, il fattorino della
posta venne a consegnarmi un pacchetto da parte vostra,
Signore, di volume alquanto discreto, poich’era tassato
con un porto di 6 franchi (conteneva apparentemente la
Memoria del Cavaliere Rutledge che dovevate restituirmi

1 Correspondance..., cit., lettera n. I l i , p. 146.

92
c che io non ricevetti *). Assicurato da voi che la nostra cor­
rispondenza doveva restare affrancata fino al 1° ottobre,
credetti opportuno non ritirare il pacchetto proponendo­
mi di scrivervi per informarvi di tale singolarità da parte
del Signor Direttore della Poste aux lettres di Arras (era
di là che veniva il timbro) e per chiedervi al tempo stesso
quale poteva esserne la causa. Ma mi sopraggiunse nel frat­
tempo un’indisposizione che mi trattenne: Primo fasti­
dioso impedimento.
L’8 Ottobre, voi mi scriveste ed io ricevetti pochi
giorni dopo ima lettera in cui mi davate la soddisfazione
di informarmi che la nostra corrispondenza era ricomincia­
ta con la medesima franchigia di cui usufruivamo prima
dell’Editto di abrogazione; parecchie carte accompagnava­
no tale lettera, la maggior parte delle quali trattava di
questioni su cui vi degnavate di domandare il mio pare­
re 12. Non mi sentii né sufficientemente capace né partico­
larmente incline ad intraprendere l’esame della maggior
parte di tali questioni. Soltanto su quelle relative all’ino­
culazione e al vaiolo avrei azzardato qualche riflessione.
M’ero anche preparato a soffermarmi su questa materia.
Ma, ahimè, il Cielo ha disposto altrimenti!
Vorrete forse, Signore, ascoltare con qualche interes­
se il triste racconto del piu sensibile colpo testé inferto-
mi. Conto da parte vostra su tale disposizione, dati gli

1 Jean Rutledge, di cui parleremo più avanti a proposito delle


lettere che Babeuf gli scrisse nel 1790, non godeva allora che di una
bella reputazione di pubblicista riformatore (cfr. L as V ergnas, Le
Cbevalier Rutledge « gentilhomme anglais », 1742-1794, Paris, 1932,
in-8°). Babeuf in una lettera del 7 settembre 1787 affermerà di « sti­
marlo grandemente » e trasmetterà parecchi dei suoi opuscoli a Dubois
de Fosseux.
2 II sistema di posta gratuita, privilegio dell’Accademia di Arras,
fu rimesso in questione nel corso dell’estate, ma alla fine venne rinno­
vato pur con la riserva di qualche nuova precauzione. Non fu dunque
per motivi pecuniari che Babeuf smise di corrispondere con l’Accademia,
benché la miseria si fosse insediata in casa sua (cfr. V.M. D alin ,
Graccbus Babeuf..., cit., p. 59).

93
straordinari sentimenti d ’umanità che vi conosco e quelli I
di particolare affetto che mi avete costantemente testi- 1
moniato.
Volto, fin quasi dal momento in cui le mie forze in- 1
tellettuali e fisiche si svilupparono con maggior energia, 1
alla dolce vocazione della paternità, impiegai buona parte ]
della prima giovinezza a rendermi edotto dei doveri che
tale condizione comporta. I miei studi in questo campo j
mi portarono a un gusto deciso, ad una determinazione
assoluta per le cose che potevano condurmi ad acquisire
questo diletto stato. Mi impegnai dunque molto giovane, ;
vale a dire cinque anni fa (e allora non ne avevo che ven­
tuno) nei nodi di imene. La mia unione fu coronata dalla
nascita successiva di due figli, una femmina e un maschio.
Il Cielo sembrava essersi compiaciuto ad esaudire i miei
voti ardenti. La mia figlia maggiore aveva, fin dalla na­
scita, richiamato l’ammirazione di tutti gli sguardi. La sua
figura, l ’insieme della sua conformazione, avevano costret­
to quanti l’avevano vista a riconoscere e dire: « Ecco un
vero capolavoro della natura! Ci si sforzerebbe invano di
individuare, in questa creaturina deliziosa, una sola cosa
al di sotto delle migliori aspettative. Bella bambina! Sen­
za dubbio amore ti formò sul suo modello ».
Non dubitate, Signore, della mia tenera e perfetta
allegrezza, né della mia sollecitudine a mettere ogni cura
nel crescere una creatura cosi preziosa. Tutti i miei pen­
sieri, i miei attimi, le mie attenzioni erano rivolti al caro
oggetto che m’incantava. Nulla poteva distrarmene. Non
mi accontentai dei libri che avevo sott’occhi, né dei lumi
particolari che m’ero procurato sull’educazione fisica dei
bambini nella prima infanzia, volli consultare personal­
mente le persone che avevano fama d’essersi dedicati in
modo distinto e con profitto a questo genere di lodevole
studio. Mi rivolsi dunque al signor de Fourcroy ', noto1

1 J ean-Louis de F ourcroy de G uileerville , Les enfants élévés


datis l'ordre de la nature, ou abrégé de l'bistoire naturelle des enfants
du premier àge..., Paris, 1774.

94
per l’opera intitolata: La madre secondo l’ordine della na­
tura. (Credo che avrei osato consultare l’Autore deU’Emi-
lio, se fosse esistito ancora \ )
Il galantuomo si degnò di rispondermi, dandomi am­
pi consigli di carattere generale, che ho sempre stimato
degnissimi di universale considerazione. In seguito, con­
tinuando a prestare alla mia prediletta cure assidue e mai
affievolite, mi confermai ancor più nel disegno che avevo
concepito di allevarla secondo quel che volgarmente si chia­
ma sistema, tale tuttavia che non fosse affatto il sistema
di questi, né di quegli, ma che potesse avere qualcosa di
tutti e un po’ di me stesso. Comunque sia stato, le mie
cure furono ricompensate felicemente, e in capo a quat­
tro anni la mia allieva era fatta per piacere sotto ogni ri­
guardo. Sotto l’aspetto fisico, Natura aveva ancora con­
siderevolmente abbellito la sua opera, tratti divini, grazia,
forza, agilità, floridezza, tutto era riunito. Il Morale cor­
rispondeva. Cuore straordinariamente eccellente, caratte­
re fermo, spirito giusto, idee rette e limitate a conoscen­
ze semplicemente e perfettamente necessarie alla sua età.
In breve, la mia Sophie (questo era il suo nome) non era
proprio la Sophie che Jean-Jacques descrive per il suo Emi­
lio, ma pure possedeva molte delle sue buone qualità, e
in generale oso dire che non era da meno. Un padre co­
me me non finirebbe mai di elogiarla, e se si trattasse di
entrare in dettagli, avrei di che scrivere volumi. Conver­
rete che con sentimenti come i miei e un oggetto degno
di radicarli, l’argomento dell’inoculazione non poteva es­
sermi indifferente. L’occasione di ragionare veniva assai
a proposito. Mi proponevo di dire ciò che ne pensavo, e
quindi di consultarvi in proposito, e con voi, tutte le per­
sone assennate di cui m’avreste riferito il parere sulla que­
stione: ma ahimè!.. Signore,., allorché mi concentravo nel-1

1 Si rivela qui tutta la fiducia, fondamentale malgrado alcune ri­


serve, del giovane Babeuf nei confronti del messaggio emancipatore di
Rousseau neìl’Emile.

95
l’abbozzare la mia risposta, una febbre ardente colpì il
mio idolo; l’indomani chiamai in suo aiuto l’ignorante e
assassina Facoltà l, che, sconsideratamente e con un gros­
solano equivoco, scambiò la sua malattia per sovrabbon­
danza di sangue e di umori (la bambina era eccessivamen­
te florida); decide che occorre anzitutto sbarazzare lo sto­
maco che si pretende sovraccarico d ’alimenti non digeriti;
le somministra a questo scopo l’emetico, come fosse la co­
sa che si sarebbe decisa a prendere con minore difficoltà;
dopo di che, l’infelice bambina cade presto in preda a stra­
ne convulsioni, e quattro ore dopo... o dolore... mi è
tolta 12...
O Signore! Non si può comunicare la violenza dijun
dolore quale m’ha fatto provare quest’evento! O mie vi­
scere! sempre, sì, sempre risentirete l’effetto della lacera­
zione crudele che avete sofferto in questa congiuntura di
morte! È inutile, Signore, prolungare le mie riflessioni per
farvi intendere la natura di quelle che ho potuto conce­
pire in quegli orribili momenti. Siete padre: è sufficiente;
immaginate quale dev’essere l ’amarezza del ricordo di tut­
to ciò che, in passato, mi ha conquistato in quella bimba
così amorevole e amata. Ma che dico mai?... Forse avete
qualche volta provato simili pene cocenti; e pensando a
questo, taccio, poiché sarebbe, lo sento, riaprire ben do­
lorose piaghe 3.
In seguito a questo racconto, perdonate, Signore, se
ho ricevuto le vostre lettere senza rispondere alle disser­
tazioni che le accompagnavano. Converrete che non era

1 Babeuf, dopo le bruciature subite dalla figlioletta, fu assai scon­


tento delle cure mediche praticatele, donde la sua invettiva contro la
medicina ed il medico.
2 Atto di sepoltura del 14 novembre 1787.
3 Questa riflessione di Babeuf non deve stupire giacché la mor­
talità infantile era, nel XVIII secolo, cosi diffusa che sare erano le
famiglie che non ne avessero subito gli effetti.

96
il momento, e continuerete ad esser convinto dei senti­
menti con cui come sempre mi onoro d ’essere,
Signore,
Il vostro umilissimo e obbedientissimo servo.
Babeuf

Fine d’una corrispondenza


A Dubois de Fosseux 1
21 aprile 1788, Roye

Signore,
Come voi mi dicevate nella lettera del 3 febbraio cui
son seguite molte altre senza ch’io abbia avuto la soddi­
sfazione di rispondere, anch’io vi dico: Gli impegni, i fa­
stidi, si succedono per me con una rapidità senza pari;
non bastando ciò, qualche indisposizione, tuttavia lieve,
ha contribuito a costringermi a conservare un silenzio di
cui temo non vogliate perdonarmi la durata 12.
Oso non di meno romperlo restituendovi tutto ciò
che accompagnava la prima delle missive cui non ho po­
tuto rispondere, quella cioè del 13 gennaio scorso. Farò
successivamente altrettanto per le altre. A quanto preve­
do, i miei impegni non mi consentiranno di dilungarmi in
ciascuna delle lettere che le accompagneranno. Mi conso­
lerò pensando che avrete poco da perdere.
I vostri stati3 hanno fatto atto buono e generoso, se­
condo me, accordando al Re il dono gratuito di cui mi
annunciate la consistenza. Avete fatto, Signori Deputati,
cosa buona e proficua intramezzando le vostre sedute con

1 Correspondance..., cit., lettera n. 119, p. 160.


2 La situazione finanziaria di Babeuf si era considerevolmente ag­
gravata a partire dal 1787. Si stabili nel misero faubourg Saint-Gilles
a Roye, abbandonando la casa interamente rinnovata nel 1785 (cfr. V.M.
D alin , op. cit., p. 53, e A dvielle, Histoire de Gracchus Babeuf et
du babouvisme, d’après de nombreux documenti inediti, Paris, chez
l’auteur, 1884, tomo I, pp. 47-48).
3 Gli stati d ’Artois.

97
banchetti di 80 coperti. Son contento di aver fatto qual­
cosa di buono anch’io offrendo qualche riflessione soppor­
tabile sulle cause del lusso. Son mortificato di non aver
da dire nulla di valido sulla causa dell’elevarsi delle esala­
zioni. Avrei da offrire qualche meditazione sulla questio­
ne del cordone ombelicale; ma me ne manca ora il tempo.
L’avrò forse più tardi. Sì, la penso come voi circa l’inocu­
lazione. Quanto alla Geometria, confesso che quei Signo­
ri ne parlano troppo scientificamente perché io osi con­
traddirli \
Il vostro nuovo aggregato mi sembra un vero scien­
ziato 12.
Ho l’onore di essere, pregandovi di credere che la
mia brevità non è certo causata da indifferenza.
Signore,
Il vostro umilissimo e obbedientissimo servo.
Babeuf

1 Babeuf sembra stanco delle questioni eteroclite affrontate dalla


Accademia Non apprezza l’enciclopedismo superficiale che consiste nel
proporre tutto e nel non disporre nulla. Sa d ’altro canto che le domande
dell’Accademia sono tali da non poter sfociare in nessuna soluzione
concreta e non speculativa, nel momento in cui divampa la rivolta nel
regno. Ne abbiamo la prova nel giudizio che darà l’anno seguente sulle
Accademie: « ... Ciò dimostra che le Società Accademiche non son
sempre società del tutto filosofiche » (Le Cadastre perpétuel, nota, p.
42). Filosofare è, per Babeuf, agire e prendere partito.
2 Si tratta indubbiamente dell’abate Nauton, dottore in teologia
e membro del Museo di Parigi. (Dalla Correspondance..., cit., p. 158,
nota 9).

98
Babeuf durante la rivoluzione (1789-1794)
2. Il catasto perpetuo 1

Dimostrazione dei procedimenti adatti alla formazione di


questa importante opera, per assicurare i principi della
base delle imposte e della Ripartizione giuste e permanen­
ti, e dell’agevole riscossione di u n ’uNiCA c o n t r i b u z i o n e ,
tanto sui Possessi Territoriali quanto sui redditi perso­
nali. Con l’esposizione del Metodo d’Agrimensura del
Signor Audiffred, mediante il suo nuovo strumento detto
GRAFOMETRO-TRIGONOMETRICO, eCC.
Dedicato all’Assemblea Nazionale
A Parigi. L’anno 1789,
e il primo della libertà Francese

Discorso preliminare
inteso ad illustrare gli effetti dell’adozione del progetto,
a riepilogare i numerosi vantaggi che potrebbero derivar­
ne, a fermare l’attenzione sulla distanza, che, dopo di
ciò, resterebbe ancora dal conseguimento della felicità co­
mune dei Popoli, e sulle cause che s’oppongono all’avan­
zamento positivo di questo grande fine.

1 II Cadastre perpétuel è il solo grande libro di Babeuf. Il proget­


to risale al 1787 (cfr. supra la lettera del 3 giugno 1787). Babeuf lo
destinava alle Assemblee provinciali di notabili convocate quell’anno.
Poiché esse furono assai presto sciolte, Babeuf decise di dedicare il
libro agli Stati generali divenuti Assemblea nazionale per decisione del
Terzo Stato il 17 giugno 1789. Lo fece precedere da un Discours préli-
minaire redatto senza dubbio nel corso della primavera e dell’estate 1789,
in pieno fermento rivoluzionario; cosi che l’opera comprende due parti.

101
Effetti dell’adozione del progetto. Numerosi vantaggi che
potranno derivarne

Cosa ci prefiggiamo nel proporre il nostro Catasto


nella forma da noi concepita? Di indicare i soli mezzi che
riteniamo capaci di estinguere l’ineguaglianza distributiva
che le forme finora note non potevano evitare; anche in­
dipendentemente dall’effetto della politica delle classi
egoiste che, secondo l’opinione comune, hanno saputo ele­
vare a titolo d’onore l’esenzione dal concorso agli oneri
sociali. Perché, vediamo, e l’abbiamo dimostrato, che an­
che quelli dei precedenti progetti di Catasto, che preve­
dono l’estensione delle imposte a tutte le proprietà in­
distintamente, sono ancora insufficienti ad operare la per­
fetta distruzione di tale ineguaglianza. Il nostro procedi­
mento conduce alla partecipazione di tutti i Francesi nella
piu esatta proporzione, secondo le loro rispettive facoltà.
[...] Ma è passato in proverbio che piu si ha, piu
si vuole avere. Questa massima offre il destro a conside­
revoli osservazioni. Colui che, godendo nella Società d’un
onesto necessario, non limita la sua ambizione, dovrebbe
essere considerato come lo spogliatore della legittima al­
trui. Al contrario, colui che domanda e ottiene, ma non
abbastanza per conseguire il livello d’agiatezza proporzio­
nale che, se tutto andasse bene, si troverebbe egualmente
ripartita fra tutti gli uomini, ha il diritto di continuare a
domandare, fin tanto che gli si accordi di che conseguire
una ragionevole sufficienza. Così, non pensiamo che l’ado-I

II Cadastre perpétuel propriamente detto è un’opera di tecnico rifor­


matore, in cui si estendono al dominio feudale le esperienze di feudista
dì Babeuf. Essa si fonda sull’utilizzazione pratica di uno strumento,
il grafometro-trigonometrico e il ciclometro del quale il geometra
Audiffred, che lo aveva perfezionato, spiega l’uso al termine del libro.
Ma, filosoficamente parlando, è il Discottrs prélimirtaire ad illustrare
meglio il pensiero di Babeuf. Non di meno, il complesso dell’opera merita
ampiamente una riedizione completa che oltrepassi il limite di questa
raccolta (gli estratti qui citati sono compresi tra le pp. XIX-XLVI del­
l’edizione originale).

102
/ione del Catasto esaurisca ciò che si può fare per il mi­
glioramento della condizione dèi Popoli, e non possiamo
nascondere che dopo averlo ottenuto essi abbiano ancora
molto da pretendere.
L’Opera, invero, presenterà la forma della Contri­
buzióne unica, e si percepisce quali debbano essere tutti
i felici risultati di questa forma così semplice; essa colpirà
inevitabilmente tutte le proprietà, e si capisce che più
grande è il numero di coloro che vengono a sostenerlo,
meno è pesante il fardello per ciascuno; opererà la piu
giusta e scrupolosa ripartizione, ed è altresì evidente la
consolazione che procede dal sapere che ciò che si sop­
porta non è che esattamente proporzionale a quanto sop­
portano generalmente tutti gli altri b
Ma ancora solo l’uomo che detiene una fortuna me­
diocre, sarebbe sollevato da questa disposizione. Il Po­
vero, il Cittadino affatto diseredato, non ne condividereb­
be i vantaggi. In ogni caso, non può più pagare nulla, per­
ché non ha più nulla. Classi infelici! che fare dunque per
procurarvi qualche sollievo? Che fare per convincervi a
sopportare ancora la vostra penosa esistenza?

Distanza che resterebbe dal conseguimento della felicità


comune dei Popoli. Principali cause che s’oppongono al­
l’avanzamento positivo di questo grande fine

Benché l’obiettivo di assicurare la perfetta distribu­


zione degli oneri comuni, tra tutti i membri della società1

1 Babeuf pensa all’imposta proporzionale e non all’imposta pro­


gressiva sul reddito che diverrà una delle rivendicazioni immediate dei
socialisti del XIX secolo. Ma, in questo discorso del 1789, emerge net­
tamente che l’autore non si interessa piu tanto alla riforma fiscale come
nel 1787; ed è animato da altri progetti di portata molto piu vasta.
Tutto il suo ragionamento, fino al termine del Discorso, riprende le
rivendicazioni piu democratiche dei cahiers de doléances composti per
gli Stati generali. E Babeuf generalizza tali rivendicazioni interpretandole
conformemente ai principi fondamentali di Rousseau, di Mably e dei
filosofi democratici del -secolo dei lumi.

103
politica, non sia che esattamente conforme alla sana giu­
stizia, abbiamo previsto di incontrare uomini cui un’Ope­
ra che manifestasse disposizioni a un siffatto ordine di co­
se, non sarebbe affatto gradita. Ma, per indurli a mi­
nore resistenza, ci dedicheremo all’esame dei grandi prin­
cipi che derivano dalla questione dei diritti dell’uomo.
Cercheremo di mostrare che i beni conseguibili me­
diante il Catasto costituiscono solo l ’oggetto d ’una riven­
dicazione assai moderata da parte del popolo lavoratore,
e che forse esso potrebbe ragionevolmente avanzarne al­
tre tali da suscitare maggior scalpore di quella.
Appunto in favore dell’oppresso ci siamo votati alla
redazione dell’Opera che pubblichiamo. È dunque natu­
rale che ci occupiamo molto di lui.
Scorrendo tutte le mozioni presentate dalle varie lo­
calità del Regno, e raccogliendo tutto ciò che vi è contenu­
to direttamente in favore degli infelici, ecco a cosa si ri­
duce a un dipresso quanto si richiede in proposito.
Che non si vendano piu i beni spirituali della Reli­
gione, cioè, che sia permesso nascere e morire senz’obbli-
go di mettere mano alla tasca per pagare le cerimonie di
uso in queste circostanze.
Che si istituisca una cassa nazionale per la sussisten­
za dei Poveri.
Che si stipendino, a carico dei fondi pubblici, i Me­
dici, i Farmacisti e i Chirurghi, perché possano sommini­
strare gratis i loro servigi.
Che sia fatto un piano di educazione nazionale, di
cui possano profittare tutti i Cittadini.
Che i Magistrati siano del pari stipendiati con le pub­
bliche entrate, cosi da rendere la Giustizia gratuita '.
In modo da riconoscere che la Società comprende
una folla di indigenti col diritto di nascere, sussistere, es-1

1 Babeuf propone: primo grado: la giustizia resa dai pari. Secondo


grado: giudizio reso entro l’anno.

104
sere assistiti in caso di malattia, ricevere istruzione, giu­
stizia nei loro processi; e onoranze funebri assolutamente
|ier niente.
Ma, dirà l’egoista, sarebbe troppo comodo. Ecco
pensionati da non compiangere affatto. A qual titolo co­
loro che non posseggono nulla potrebbero esigere tanti
vantaggi da coloro che possiedono tutto? [...] Su questa
base la sorte degli uni non sarà preferibile a quella degli
altri?... Ah, Signori ricchi! [...] Questo è il punto cui
eravamo ansiosi di portarvi.
Nostro compito, senza dubbio, è di affrontare l’esa­
me dei mezzi con cui presentare un piano compatibile con
l’ordine esistente; ma deve esserci consentito gettare qual­
che sguardo sull’ordine che dovrebbe esistere.
Nello stato naturale, tutti gli uomini sono eguali.
Non c’è chi non convenga di questa verità. Per giustifi­
care l’estrema diseguaglianza delle fortune nello stato so­
ciale, s’è detto tuttavia che, anche nello stato selvaggio,
tutti gli individui non godevano rigorosamente d’un’asso-
luta eguaglianza, perché la natura non aveva amministra­
to a ciascuno gli stessi gradi di sensibilità, d ’intelligenza,
di immaginazione, di abilità, attività e forza; di conse­
guenza neppure gli stessi mezzi di provvedere alla loro fe­
licità e di acquistare i beni che la procurano. Ma se il
patto sociale fosse veramente fondato sulla ragione, non
dovrebbe tendere a far scomparire quanto le leggi natu­
rali hanno di difettoso e di ingiusto? Se con la forza, od
altro mezzo, riesco a strappare dalle mani di mio fratello
la preda che s’è procurata per soddisfare la fame imme­
diata, la legge della società non deve impormi l’interdizio­
ne di quest’atto barbaro, e insegnarmi che non devo cer­
care che i mezzi di sussistenza di cui nessun altro s’è an­
cora appropriato per suo uso individuale? Non deve im­
pegnarmi a condividere il vantaggio delle mie facoltà
superiori con colui che nascendo non è stato favorito in
modo che il germe delle stesse facoltà fosse egualmente
radicato nel suo essere?

105
Per contro, le leggi sociali hanno fornito all’intrigo,
all’astuzia, all’artificio, i mezzi di impadronirsi scaltramen­
te delle proprietà comuni [...]. Nulla ha fissato i limiti
delle ricchezze che si poterono acquistare. Con l’aiuto di
falsi pregiudizi, s’è esaltato in modo ridicolo il merito e
l’importanza di alcune professioni la cui utilità, invero,
non era per lo piu che illusoria o chimerica. Quanti le
hanno esercitate sono nondimeno giunti ad impossessarsi
di tutto: laddove gli uomini realmente essenziali per i
loro lavori indispensabili e necessari, han visto i loro sa­
lari ridotti quasi a nulla.
Ma il male non si è limitato a ciò; questi lavori sono
diventati infine una risorsa assolutamente insufficiente per
ogni individuo. Avendo tutto concorso all’assorbimento
delle piccole nelle grandi fortune, il numero degli Operai
è cresciuto a dismisura. In conseguenza, non solo si è avu­
to un ulteriore abbassamento degli stessi salari, ma una
stragrande quantità di Cittadini si è vista nell’impossibi­
lità di trovare occupazione, sia pure dietro la misera retri­
buzione che la tirannica e spietata opulenza aveva fissato
e la disgrazia aveva costretto l’industrioso Artigiano ad
accettare.
Tuttavia, « va a lavorare » è il ritornello che quanti
nuotano nell’abbondanza rivolgono aU’importuno che,
spinto dall’incresciosa urgenza dei piu elementari bisogni,
va da loro a reclamare il piu piccolo aiuto. L’occhio di
Creso, ferito dall’aspetto veramente spaventoso dei tristi
stracci che, nel povero, sostituiscono tutte le decorazioni
esteriori, dallo squallido insieme costituito dalla sua pie­
tosa divisa, dallo stravolgente pallore e dal laido colorito
del suo volto Solcato di lacrime: l ’occhio di Creso, ferito
da un tale spetfacolo, non perché l ’animo suo, sicuramen­
te accessibile alla pietà, ne sia un tantino commosso, ma
perché si sente contrariato di non vedere cose allegre,
scosta e si sbarazza freddamente dell’infelice. Va a lavo­
rare! Ma dove trovare questo lavoro?

106
L’ordine naturale può essere alterato, mutato, scon­
volto ma la sua intera distruzione tende a riprodurlo. Se,
dopo esser stata spogliata d’ogni risorsa fondiaria, la mag­
gior parte degli uomini si vede anche spogliata dei mez­
zi di trarsi d ’impaccio nel lavoro, quale partito prenderà?
Bisogna rispettare i Proprietari! Ma se, su ventiquattro
milioni di uomini se ne trovano quindici privi di qualsiasi
specie di proprietà perché i nove milioni restanti non ne
hanno rispettato i diritti al punto di non assicurar loro
neppure i mezzi di sussistenza? Bisogna dunque che i quin­
dici milioni si decidano a morir di fame per amore dei
nove, come riconoscenza del fatto d’esser stati totalmen­
te spogliati? Indubbiamente, non vi si decideranno tanto
volentieri e probabilmente sarebbe meglio che la classe
opulenta cedesse, di fronte a loro, di buon grado anzi­
ché attenderne la disperazione.
[...] Sono dunque i pregiudizi, figli dell’ignoranza,
ad aver fatto in ogni tempo l’infelicità delle razze umane.
Senza di loro, tutti gli individui avrebbero avvertito la
propria dignità; tutti avrebbero visto che la Società non è
che una grande famiglia i cui vari membri, a patto di con­
correre, ciascuno secondo le sue facoltà fisiche ed intel­
lettuali, al vantaggio generale, devono avere eguali diritti.
La terra, madre comune, avrebbe potuto essere divisa solo
a vita ed ogni parte resa inalienabile di modo che il patri­
monio individuale di ciascun Cittadino fosse sempre in­
tatto e sicuro. In un paese come la Francia, dove, secondo
la media proporzionale dei risultati dei differenti calcoli
sull’estensione dei terreni coltivati, possono trovarsi circa
settanta milioni di jugeri, quale capo famiglia non avreb­
be potuto fruire d’un bel podere?
Supponendo quattro persone per famiglia, la divisio­
ne dei ventiquattro milioni di abitanti, cui si fa ammon­
tare la popolazione dell’Impero francese, dà sei milioni.
Di conseguenza, ogni podere sarebbe stato di undici
arpenti.

107
Con una tale estensione di fondi ben coltivati, in qua­
le onesta mediocrità non ci si sarebbe mantenuti? Quale
candore, quale semplicità di costumi, quale invariabile or­
dine non sarebbe regnato tra il popolo che avesse adotta­
to una forma cosi saggia, cosi perfettamente conforme alle
Leggi generali tracciate dalla natura e che la nostra sola
specie si è permessa di infrangere?
Le leggi contrarie sono prevalse solo perché gli uo­
mini hanno difettato di lumi. Tutte le istituzioni sociali
hanno avuto per principio universale che, purché un es­
sere umano non strappasse di viva forza i beni di cui il
suo simile era in possesso, era permesso, per il resto, im­
piegare vicendevolmente tutti gli artifici immaginabili per
sottrarsi di mano l’un l’altro tali beni.
[...] È cosi per usurpazione che gli uomini possiedo­
no individualmente molte parti nell’eredità comune. Non
pensiamo di dover pretendere di riformare il mondo, al
punto da voler esattamente ristabilire la primitiva egua­
glianza: ma tendiamo a dimostrare che tutti coloro che
son caduti nella sventura, avrebbero il diritto di chiederne
il ristabilimento, se l’opulenza persistesse nel rifiutar loro
soccorsi onorevoli, e tali da potersi considerare confacen­
ti a degli eguali; tali ancora da non permettere più che
quegli stessi eguali possano ricadere nella rivoltante in­
digenza cui i mali accumulati dai secoli precedenti li han­
no ridotti nel momento attuale...
[Babeuf dimostra poi che l’ignoranza, la superstizio­
ne e la ineducazione del popolo ne spiegano la passività.]
[...] Vi siete fatti un piano di educazione che ha
sempre teso a propagare l’estrema miseria, a spremere
senza posa il sangue dell’infelice, e avete avuto cura di
dargli nozioni tali ch’egli non pensasse di doversi lamen­
tare delle vostre perfidie, tali che non immaginasse nep­
pure che non eravate affatto autorizzati a commetterle.
Insomma, è a partire dal contrasto stabilito tra l’educazio­
ne del povero e la vostra, che siete riusciti a rendere que­

108
st’ultimo tale e vi siete formati quei cuori duri e spietati
che vi fanno sopportare lo spettacolo dei vostri simili mo­
renti di fame, mentre nuotate nel superfluo e nelle de­
lizie...
[Babeuf propone in seguito, come primo bisogno da
soddisfare, l’istituzione di un piano di educazione nazio­
nale, con maestri stipendiati dallo Stato, il quale trove­
rebbe il denaro necessario nella vendita dei beni ecclesia­
stici. Gli istitutori dovrebbero ricevere una solida forma­
zione basata sulla conoscenza della lingua. L’educazione
del popolo è il mezzo della sua emancipazione sociale.]
Fu necessaria Yeducazione per difendersi senza tre­
gua, dall’oppressione... Inoltre, se non vien data a tutti
l’educazione [diviene fattore di ineguaglianza sociale].
[...] È dunque dimostrato che, in una società di uo­
mini, occorrerebbe necessariamente o che non s’avesse af­
fatto educazione o che tutti gli individui potessero egual­
mente averne. Fin tanto che sarà altrimenti, i piu sottili
inganneranno sempre quelli che lo saranno meno; ciò che
è stato ci rende edotti di ciò che potrà essere.
[Per Babeuf, l’educazione nella società del suo tempo
è un privilegio, una « proprietà », dunque ciascuno ha il
diritto di pretendervi. Inoltre, l’educazione è necessaria
per la vita sociale e la conoscenza dei nostri diritti. Babeuf
ritiene cosi che l'allievo debba esercitarsi principalmente
a conoscere:]
... il testo della legge, perché gli siano inculcati di
buon’ora i suoi diritti ed i suoi doveri.
[L’educazione è fonte di liberazione umana poiché
come l’ignoranza ha permesso la nascita del feudalismo]
...cosi il ricupero dei lumi potrà da solo riabilitare l’uomo
nello stato onorevole che gli è proprio, e far scomparire
tutti i mali che son risultati dalla propagazione dei diversi
flagelli contro i quali siamo insorti.
[...] Non essendoci possibile da soli, procurare al
mondo tutto il bene che per lui desidereremmo, abbiamo

109
visto che sarebbe già un grandissimo risultato, per la so­
cietà cosi com’è, se riuscissimo a farvi accettare un Piano
che comportasse i mezzi per evitare l’arbitrio e stabilire
la miglior giustizia possibile nella distribuzione degli one­
ri pubblici. Ecco dove si limita la nostra ambizione *.1

1 Tutto il Discorso preliminare si ispira al pensiero di alcu


filosofi le cui analisi erano divenute di pubblico dominio: l’origine del­
l’ineguaglianza tra gli uomini deriva direttamente da Jean-Jacques
Rousseau (Discours sur l’origine de l’inégalité pormi les hommes); il
ruolo dei pregiudizi sociali che pietrificano l’ineguaglianza sociale, da
Helvétius (De l’bomme); il ruolo di emancipazione o, al contrario, dj
assoggettamento svolto dall’educazione si ispira al pensiero comune degli
enciclopedisti, Condorcet per esempio, al quale Babeuf si riferisce; l’ideale
familiare di stretta eguaglianza sociale, a Mably e agli utopisti classicheg­
giami che sognarono per tutto il secolo la bontà primitiva dell’uomo
distrutta dalle leggi sociali e dalla disuguaglianza dei possessi.

110
3. Babeuf gazzettiere democratico

Riportiamo nel testo seguente un estratto di quella


Corrispondenza a Londra per tanto tempo sconosciuta.
Babeuf, senza risorse a Parigi nel corso dell’estate 1789,
si lancia nel giornalismo, che diverrà ben presto la sua
unica professione. Il giornalismo non è nato dalla Rivolu­
zione francese, ma la libertà di stampa permette la fiori­
tura di una moltitudine di giornali di piccola o grande ti­
ratura (Les Révolutions de Paris, di Loustalot, per esem­
pio). Avidi di notizie da Parigi, i giornali dei paesi europei
liberali e soprattutto quelli inglesi mantenevano corrispon­
denti nella capitale. È questo il ruolo svolto da Babeuf
analizzando le «giornate dell’ottobre 1789 ».

Corrispondenza a Londra (1-8 ottobre 1789) 1


Venerdì 2 ottobre 12

L’Atto che segue apparve sotto il titolo di proclama


dell’Assemblea dei Rappresentanti della Comune: « In se­

1 Dagli archivi dell’Istituto del marxismo-leninismo. (Segnatura:


17 B I II; lettera 109 B V ili riprodotta da VAI. D alin , in Annales
historiques de la Révolution francane [ j4HRF], 1958, n. 151, pp. 37-53).
2 Si tratta di una cronaca quotidiana e familiare, in cui Babeuf
avanza alcuni giudizi assai pertinenti sulla questione delle sussistenze.
Egli seppe distinguere, nella folla dei nuovi giornali, l'Ami du peuple
di Marat, il che dimostra sufficientemente la sua chiaroveggenza politica.

Ili
guito alle voci allarmanti1 diffuse tra il Pubblico da gen­
te mal informata, forse malintenzionata, secondo cui i Mu­
lini di Corbeil non funzionavano, i fornai mancavano di
farina, perché il mercato non era approvvigionato, la Scuo­
la Militare nascondeva una quantità considerevole di fa­
rine 12, ed infine la maggior parte di tali farine erano pe­
ricolose e nocive alla salute dei Cittadini, il Comitato del­
le Sussistenze 3 ha creduto di dover far presente all’As­
semblea generale che riteneva suo dovere e sollecitudine
informare il Pubblico della falsità di simili affermazioni
e porre termine alla moltitudine di deputazioni dei vari
Distretti che, cedendo all’incitamento di taluni individui,
si recano senza tregua all’Assemblea generale ed al Co­
mitato delle Sussistenze per farli partecipi dei loro timori,
distraendoli in tal modo dalle operazioni che sole possono
ristabilire l’ordine e la tranquillità nella Capitale ».
A prova di tali confortanti asserzioni, il proclama av­
vertiva inoltre che il Signor Cousin, Deputato dalla Co­
mune ed uno dei Rappresentanti inviato a Corbeil e in
diverse altre località, aveva scritto che in seguito ad una

1 Le difficoltà economiche erano al culmine. Tutto rincarava.


L'emigrazione aveva c'ausato una fuga di capitali dalla Francia. La
disoccupazione colpiva i mestieri tradizionali di Parigi. Le trebbia­
ture non erano terminate. Richieste di aumento dei salari accompa­
gnavano, fin dal settembre, le manifestazioni che scoppiavano spon­
taneamente davanti all’ingresso dei forni. L’incapacità dell’Assemblea
di regolare la questione della circolazione dei grani e l’incuria del Pa­
lazzo di Città, che moltiplicava le dichiarazioni anodine come questa
e quella seguente, suscitavano la collera popolare.
2 Nacque cosi la credenza al « patto di carestia » ed al « complotto
aristocratico » che stimolerà quella che Georges Lefebvre ha chiamato
la « reazione difensiva » dei fauhourgs, prolungatesi in « volontà pu­
nitiva »: tali sono le giornate del 5 e 6 ottobre 1789 (cfr. G. R ude ,
The Crowd in thè French Revolution, Oxford, 1959, p. 251: Appendice
con la percentuale delle spese per il pane nel bilancio dei lavoratori;
trad. it., Dalla Bastiglia a Termidoro, Roma, 1966).
3 II Comitato delle sussistenze: commissione municipale specializ­
zata nelTapprawigionamento dei mercati.

112
infinità di operazioni e di ricerche constatava che tutto
andava per il meglio.
L’Assemblea credette cosi di dover assicurare il Pub­
blico « che il male esisteva piu nell’opinione che nella real­
tà, ed osservò che se i nemici del bene comune non ecci­
tassero il fermento che turba la pace dei Cittadini, con
discorsi1 che seminano l’allarme e inducono gran parte
dei cittadini a procurarsi una quantità di pane superiore
a quella necessaria al loro fabbisogno giornaliero, le mi­
sure prese avrebbero maggior successo, tanto più che il
Signor Sindaco e l’Assemblea dei Rappresentanti del Co­
mune avevano assicurato la libertà di Commercio, ed in­
vitato il Signor Comandante Generale a proteggere le
strade e i mercati12, e che le disposizioni dovute alla sua
saggezza ed alla sua attività dovevano ricondurre la tran­
quillità ».
È veramente interessante esaminare come l’attenzio­
ne pubblica si concentri sulle operazioni dei governanti.
Si sentivano i Cittadini esclamare a gran voce che il tono
di sicurezza ostentato nel proclama del 2 ottobre non ras­
sicurava punto sui timori disgraziatamente troppo fonda­
ti; che era impossibile persuadere gli Abitanti della Capi­
tale a non dover temere d ’essere affetti dalla carestia,
quando già ne sentivano i colpi terribili; che indipenden­
temente dalle scoperte del Signor Cousin, il fatto era che
tutta Parigi si sentiva prossima a morir d ’inedia; ch’era
derisorio asserire che il male era solo immaginario e di­
pendeva dall’aver taluni individui affamato tutti gli altri
approvvigionandosi al di là del necessario al proprio fab­
bisogno quotidiano. Ciò è impossibile, si diceva, conside­

1 Per esempio, Marat, che, fin dal numero 2 dell’Am i du peuple


(16 settembre) chiamò in causa il Comitato delle sussistenze (cfr. M arat,
Textes choisis, Introduzione e note di Michel Vovelle, Paris, Editions
sociales, 1963, collana « Les Classiques du peuple »).
2 ..contro i movimenti di tassazione popolare animati dai con­
tadini, contro la fuga dei grani, dalle campagne verso Parigi.

113
rando il modo sempre piu parsimonioso con cui si proce­
de alla distribuzione del pane, tanto che può considerarsi
molto fortunato chi riesce in capo a qualche ora a pro­
curarsene al piu due libbre. Non è offendere oltremodo
il nostro giudizio, si aggiungeva, pretendere contro l’in­
variabile testimonianza di tutti i palati parigini in cui il
senso di gusto non è affatto smorzato, che non è vero che
le farine siano guaste ed abbiano contratto una qualità pe­
ricolosa? È troppo il volersi imporre a tutta ima grande
capitale contro la sua stessa evidenza. È cosi che i rappre­
sentanti rispondono alle Deputazioni dei Distretti da cui
derivano i loro poteri e alle quali devono, come ai loro
Committenti, render conto delle loro operazioni e chie­
derne sanzione 1. NeU’esporre loro l ’impressionante qua­
dro delle Milizie comuni, i Distretti chiedono forse sol­
tanto frasi tendenti a far compiere una diversione sui gran­
di mali della Patria? Una simile illusione non può dura­
re 12. L’Assemblea di St-Nicolas-des-Champs forse non si
aspettava, il 30 settembre, quando, in nome della Salute
pubblica che riposava nelle sue mani, scongiurava il Co­
mitato delle Sussistenze (vedi più sopra) di occuparsi, sen­
za tregua, dell’importante oggetto per cui esso è istituito;
quest’Assemblea non si aspettava forse di ricevere l’edifi­
cante risposta secondo cui era dovere e sollecitudine del
Comitato « porre termine alla moltitudine di Deputazioni
dei Distretti, che, cedendo all’incitarùento di taluni indi­
vidui, si recavano senza tregua all’Assemblea generale ed
al Comitato delle Sussistenze per farli partecipi dei loro
timori, distraendoli in tal modo dalle operazioni che sole

1 I 60 distretti elettorali costituiti dal Regolamento reale del


13 aprile 1789 erano nelle mani degli elettori dei deputati, essi stessi
eletti dalle corporazioni e dai quartieri. I deputati dei distretti, piu
vicini al ipopolo, erano altresì più sensibili alle rimostranze delle masse
ed 'all’agitazione sociale.
2 Sotto l ’apparenza di fredda obiettività, la cronaca di Babeuf
non manca di far sentire, con il termine diversione, il senso dell’atteg­
giamento dei possidenti, riuniti in seno alla municipalità di Parigi.

114
potevano ristabilire l’ordine e la tranquillità nella Ca­
pitale ».
È difficile rendere l’idea del malcontento suscitato
da questa rimostrarla di importunità pronunciata con ma­
nifesta acredine dai Mandatari contro i loro Mandanti.
Quelle imperiose espressioni come porre termine, e il rim­
provero di distrazione, indisposero tutti coloro che vi fe­
cero caso. Si trovò improprio un simile linguaggio sulle
labbra di Intendenti o di semplici procuratori \ Non si
fece piu che gridare all’ordine. Gli animi cominciarono a
infiammarsi seriamente, e parvero da questo momento pre­
pararsi a far esplodere il grande fermento del quale sa­
remo indotti a descrivere ancora alcuni particolari.

Martedì 6 ottobre 12
È difficile raffigurarsi l’inquietudine generale di cui
tutta Parigi era pervasa relativamente all’esito della mar­
cia su Versailles di piu di ventimila cittadini alla cui sorte
era del tutto naturale interessarsi. Non si poteva credere

1 Conformemente alla dottrina di Rousseau, il deputato, il man­


datario restano sempre sotto il controllo vigilante del popolo nel quale
risiede, molto concretamente, la sovranità. A partire dal 1789, Il con­
tratto sociale, secondo la testimonianza di Sébastien Mercder, divenne
un libro assai diffuso, mentre era poco conosciuto prima della Rivolu­
zione. Inoltre, i libelli più diversi ne ripercuotevano le analisi essenziali
sotto forma di aforismi popolari (cfr. A lbert Soboul, Classes popu-
laires et rousseauisme sous la Révolution, Société des études robespier-
ristes, Pour le 250e anniver.-aire de la naissance de Rousseau, Louis-Jean,
Gap. 1963, pp. 44-60).
2 II 3 ottobre si seppe a Parigi che gli ufficiali delle Guardie
del corpo, due giorni prima, avevano calpestato la coccarda tricolore.
La credenza nel « patto di carestia » e nel « complotto aristocratico »
vi trovò un ottimo alimento. Marat, neWAnti du peuple, numerosi ora­
tori o gazzettieri, un pamphlet, Le Fouet national, invitavano il ipopolo
a « svegliarsi ».
La domenica 4 ottobre, si formavano degli assembramenti, so­
prattutto al palazzo reale dove l’agitazione giungeva al qulmine. Il 5
ottobre, sotto la guida di Maillard, uno dei vincitori della Bastiglia,
migliaia di donne si diressero su Versailles per reclamare il pane. La

115
che ne sarebbero tornati trionfanti. Ci si augurava di non
ricevere notizie di spargimenti di sangue, e si ripeteva di
continuo il principale ritornello: Voglia il Cielo che ci por­
tino del pane!
Fin dal mattino l’Assemblea della Comune ha pub­
blicato il Decreto dell’Assemblea Nazionale, emesso la vi­
gilia, sulla libera circolazione dei grani all’interno e sul-
l’obbligo per i trasportatori di grani e farine via mare di
notificare con esattezza alle Municipalità locali partenza e
carico, e di comprovare arrivo e scarico ai luoghi di de­
stinazione mediante un certificato delle Municipalità dei
detti luoghi: l’esportazione all’estero è provvisoriamente
proibita.
In calce a tale Decreto v’è un altro atto dell’Assem­
blea Nazionale sempre del giorno 5, in cui essa riconosce
che il suo precedente Decreto del 18 settembre, enuncian-
te le medesime disposizioni, non è rispettato, e ne doman­
da al Re la sanzione.
La risposta di S. M. è un ordine di far trasportare a
Parigi, senza indugio, i grani che si dice sian fermi a Sen-
lis, Lagny e altrove.
La sera, dietro nuove istanze dell’Assemblea Nazio­
nale relative ai mezzi di approvvigionare Parigi, il Re ri­
sponde « che è sensibilmente colpito dall’insufficienza del­
l’approvvigionamento della Capitale, che continuerà a se­
condare gli sforzi della Municipalità con tutti i mezzi in
suo potere, e che ha dato ordini per la libera circolazione
dei grani e il trasporto di quelli destinati a Parigi ».
Tutto ciò è soltanto fumo l, diceva il Popolo Pari-

Guardia nazionale, capeggiata da Lafayette, e migliaia di parigini dove­


vano congiungersi alla colonna.
Babeuf riproduce qui l’atmosfera che regnò a Parigi durante la
marcia su Versailles del 5 e 6 ottobre. Vi si mostra assai sensibile
all’inquietudine popolare con un notevole senso della realtà, se si tien
conto che egli si trova in una grande città da soli tre mesi.
1 II re, pensando di disarmare i suoi avversari e la folla radunata
a Versailles, aveva accettato, il 5, i decreti dell’Assemblea del mese
d ’agosto, presi anch’essi sotto la pressione popolare. Accettava cosi

116
gino, non vedremo una libbra di pane in piu nella bottega
del Fornaio. Ma l’arrivo del Re e della Regina a Parigi
nella serata del famoso Martedì 6 Ottobre, trasformò su­
bitamente, e come per vero prodigio, il pane da cattivo
in buono e non meno meravigliosamente lo fece sembrare
così abbondante da far dire al Francese, tosto restituito
alla sua naturale gaiezza: Adesso non ci mancherà piu;
abbiamo portato qui il Fornaio e la Fornaia \
Si è tuttavia voluto dare una spiegazione a tale fe­
nomeno, pretendendo che fosse causato dallo scarico di
numerosi convogli di farina che avevano seguito l’equipag­
gio delle loro Maestà e che le farine provenissero dai va­
sti magazzini di grano delle Scuderie del Conte d’Artois \
Si era tosto pubblicato un comunicato del Comune
in cui si avvertivano i Cittadini che la Guardia Nazionale
Parigina non aveva incontrato alcun ostacolo a Versail­
les 3; che il Re l’aveva ricevuta con bontà; che Sua Mae­
stà aveva accettato gli articoli della Costituzione; che ave­
va deciso che un distaccamento della Milizia Nazionale
Parigina4 contribuisse alla sua guardia personale; e che
le nostre truppe controllavano già tutte le posizioni.
L’Assemblea aggiungeva di aver preso le misure più
efficaci per assicurare la sussistenza della città. Si giudiche­
rà, sulla base di quanto abbiamo sopra esposto, se dav-

sembrava, dà accondiscendere alle richieste dei manifestanti. Ma, e Ba-


beuf lo avverte bene, il popolo s’accorse della manovra e per questo
reclamò la venuta a Parigi, sotto buona scorta, della famiglia reale.
1 Tutta un’iconografia si impadroni di questo ritorno del « Fornaio,
della Fornaia e del piccolo Garzone » (il Delfino)
2 Effettivamente, furono portati da Versailles stock di farina,
ma Babeuf, ironico, comprende perfettamente che la questione, mal­
grado l’entusiasmo popolare, è lungi dall’essere chiusa. V.M. Dalin vede
qui la prova della perspicacia di Babeuf (cfr. V.M. D alin , Babeuf et
Marat en 1789-1790, in AHRF, 1958).
3 Era una bugia proferita per calmare l’agitazione popolare: il
6 ottobre all’alba, sotto gli appartamenti della regina, erano scoppiati
incidenti tra le guardie del corpo e la folla. La maggioranza della
Costituente per paura sociale cercava sistematicamente, nel settembre
1789, di assolvere il re per coinvolgerlo nel suo gioco.
4 La Guardia nazionale comandata da Lafayette.

117
vero fosse a queste misure promesse dai Rappresentanti
del Comune che i Cittadini dovessero la pronta abbondan­
za tanto agognata e di cui era cosi urgente che godessero.
Nessuno stupore circa l’assicuràzione che il nostro
partito non aveva incontrato a Versailles alcun ostacolo.
Ventidue cannoni, quattromila donne e ventimila uomini
dovevano aspettarsi di incontrarne? La forza trova sempre
buona accoglienzal. Ci si congratulò per l’accettazione
da parte reale della Costituzione e per le altre notizie lu­
singhiere di cui gli Abitanti della Capitale erano informati.
Verso sera si rese pubblico un altro avviso con cui
si notificava ai Cittadini, che il Re, la Regina e la Fami­
glia Reale erano in cammino per Parigi. Si aggiungeva che
le Guardie del Corpo, le quali, il mattino, avevano pro­
ferito il giuramento’ prestato dalle Truppe Nazionali, si
erano fraternamente confuse sotto i vessilli della Guar­
dia-Nazionale-Parigina .
Ci si sentì sensibilmente toccati dalla generosità di
questo fraterno atto di ossequio da parte delle Guardie
del Corpo di Sua Maestà 12...

Mercoledì 7 ottobre

[...] Il Signor Marat ha fatto mostra in questo gior­


no, nel 26 3 de\YAmi du Peuple, di uno zelo veemente

1 Come nella lettera del 25 luglio 1789 alla moglie (cfr. M. D om-
manget , Pages choisies..., citi, pp. 73-76), Babeuf prende coscienza della
forza del movimento di massa, l’unica capace di imporre le misure
necessarie.
2 Non si può ohe essere sensibili all’ironia dubitativa di Babeuf.
Come Marat, egli avverte con inquietudine la falsa riconciliazione,
l’equivoco fondamentale che riunisce coloro che, per ragioni di classe,
erano il giorno prima nemici. « Come è al bagliore delle fiamme dei loro
castelli incendiati che hanno la magnanimità di rinunciare al privilegio
di tenere in catene quegli uomini die hanno recuperato armi alla mano
la propria libertà» (cfr. J.P. M arat, L'Am i du peuple, n. 11, 21 settem­
bre 1789, in L'amico del popolo, Roma, Editori Riuniti, 1968, p. 57).
3 Basandosi su un’informazione inesatta, Marat aveva accusato di
falsificazione il segretario del Comune, de Joly. Avendo questi sporto

118
i he non a tutti è piaciuto. Si è scagliato con gran forza
contro la Denuncia sporta dal Signor de Joly relativamen­
te al Manifesto, da questi definito ingiurioso, pubblicato
il 4. Egli informa che il nome che non aveva potuto sape­
re nel corso della stampa del foglio n. 24 e che era quindi
rimasto in bianco, è quello del Conte d’Epernay, Coman­
dante della Milizia della Periferia di Parigi, mandato al
Palazzo di Città con lo scopo che ha dato luogo ai fatti
esposti nel n. 24 e che hanno ispirato il Manifesto. Inter­
pella il detto Signor d’Epernay perché renda pubblica te­
stimonianza circa il contenuto del n. denunciato e dica se
L’Ami du Peuple ha profferito una sola sillaba che si sco­
stasse dalla verità.
I pennelli del Signor Marat erano stati intinti nel
fiele per lavorare allo schizzo del nero quadro della Mu­
nicipalità, al quale aveva progettato di dare perfetta fini-
tura. Quegli stessi pennelli hanno serbato un poco dei Co­
lorì di cui erano imbevuti. Non potendosi arrestare in
cosi bel cammino, egli corre con tutta la sua forza e cade
schiumante sul primo Ministro delle Finanze *. Promette
di commentare il suo Rapporto fatto al Re nel suo Consi­
glio, e di farne risaltare le spaventevoli massime di ser-

querela, Marat fu oggetto di un decreto di arresto per il 6 ottobre,


rinviato all’8 a causa dell’insurrezione parigina. Marat tuttavia, nel
numero di cui si tratta qui sopra, ritrattava pubblicamente'le sue accuse:
l’affare non fu però archiviato, avendo Bailly. e il Comune trovato
il pretesto cercato per perseguire L’Ami du peuple.
1 Si tratta di Necker, banchiere svizzero e protestante, richiam
da Luigi XVI alle finanze nell’agosto 1788, quindi licenziato e richiamato
dopo il 14 luglio. Necker, non soltanto era sostenuto dalla borghesia
parigina, ma rimaneva ancora a questa data circondato di prestigio agli
occhi del popolo, dal commerciante agiato fino al più umile facchino.
L’autorità del ministro non era ancora scalfita malgrado i suoi compro­
messi con la corte. Marat fu il primo ad attaccarlo senza concessioni,
benché poco prima neWOffrande à la patrie, del marzo 1789, gli avesse
reso sincero omaggio. Il 22 ottobre 1789, lo denuncia come un « falso
dio » (Vovelle), un idolo cui occorre strappare la maschera per incitare
il popolo alla vigilanza. L’analisi che BaSeuf fece delle prime accuse
di Marat contro Necker è perfettamente esatta. L’attacco si prolungò
fino al dicembre, ma nella clandestinità (cfr. J ean M assin , Marat, Club
franpais du livre, 1962, pp. 110-113).

119
vaggio che vi sono con arte velate. Lo accusa di aver cer­
cato di rimettere nelle mani del Re le catene del dispoti­
smo, di aver cessato di atteggiarsi a difensore del Popolo
proprio quando l’entusiasmo di questi aveva appena fi­
nito di riabilitarlo, di averlo vilmente abbandonato per
sollecitare la grazia dei traditori della Patria1 e, come ri­
compensa della cieca fiducia di questo Popolo devoto le
cui vive rimostranze l’avevano richiamato dall’esilio, di
aver spinto la barbarie al punto di volerlo fare morire di
stenti123, mettendosi alla testa dei vili accaparratori.
L’eccesso di fiducia accordato a un uomo in carica,
l’alta stima generalmente concepita nei suoi riguardi, gli
omaggi costantemente resi al merito che si è creduto di
riconoscergli, non son certo motivi che vietino di poterlo
mai accusare. Se le lagnanze del Signor Marat fossero fon­
date, se fosse in grado di provare ciò che asserisce, se men­
tre la Francia ha creduto di vedere il degno Ministro e il
galantuomo per eccellenza, lui soltanto avesse avuto il
talento di ravvisare un traditore coperto dal manto della
ipocrisia, e fosse capace di palesare con tutta chiarezza
infamie e criminali manovre, la sua denuncia diverrebbe
un atto di coraggio e di vero patriottismo, di cui la Na­
zione gli serberebbe eterna riconoscenza. Ma se quest’atto
non è che ima diffamazione colpevole fatta allo scopo di
ispirare sfiducia nei riguardi di un amministratore che è
divenuto l’idolo del Regno, un simile attentato non sarà
mai punito troppo severamente. Forti prove occorreran­
no al Signor Marat per sostenere le sue imput azioni, quan­
do i sentimenti ispirati da colui ch’egli incolpa sono tali
che i Francesi esiterebbero a crederlo capace di far del
male anche se glielo vedessero commettere. Non sarà con

1 Necker non aveva detto nulla dei preparativi militari decisi a


Versailles nel luglio 1789, prima del suo licenziamento: « La nazione
deve punirlo come un traditore o licenziarlo come un imbecille. Può
scegliere », aveva osato scrivere Marat.
3 Marat accusava Necker di essersi messo d’accordo con dei nego
zianti di farine, i fratelli Leleu, per giocare al rialzo sul prezzo del grano.

120
gli epiteti di Ministro scioccamente adorato, di ambizioso
intrigante, di Cavaliere d’industria, e simili ch’egli potrà
imporsi; ma con le testimonianze cui la prudenza esige
debba sempre appoggiarsi colui che osa spargere denun­
cia 1

1 L’atteggiamento di Babeuf sorprenderà il lettore che si imm


gina, sulla base dell’agiografia democratica, che nessuno meglio di Marat
potesse discernere il vero e indicare il cammino da percorrere. Tuttavia,
qualche giorno prima, Marat s’era ingannato e lo aveva pubblicamente
riconosciuto. Cosa esige dunque Babeuf nella sua veste? Un atteggia­
mento morale, veramente rivoluzionario, basato sul rispetto della verità
dei fatti. Non condanna Marat, esige da lui le prove di ciò che asserisce
e la rinuncia agli epiteti che non fanno procedere di un passo la di­
mostrazione. Bella lezione, eloquente anche ai nostri giorni!
Nondimeno, se l’atteggiamento di Babeuf si spiega facilmente con
il carattere equivoco dell’inatteso attacco di Marat, bisogna sottolinear­
ne i limiti. Braccato, Marat fu costretto a nascondersi dall’8 ottobre
fino al 12 dicembre ed a pubblicare nelle peggiori condizioni L’Ami du
peuple. È possibile che Marat si sia sbagliato attaccando Necker di cui
la corte voleva sbarazzarsi, e non altri piu pericolosi come Lafayette.
Tuttavia la sua politica si dimostrò efficace in quanto contribuì a far
conoscere le manovre della corte.
Babeuf non ha capito niente di questo aspetto determinante della
politica profetica di Marat (cfr. J. M assin , op. cit.).

121
4. La rivoluzione! Ma per che fare?

Nei tre testi che seguono, gli ultimi due dei quali
sono stati qui abbreviati, Babeuf pone chiaramente, a prò- ,
posilo della riscossione delle imposte dell'ancien regime,
la domanda fondamentale: la rivoluzione dei diritti del
1789 si fermerà a delle dichiarazioni di principio? Anche
il popolo diseredato — i contadini poveri ed i lavoratori
dei faubourgs — potrà far sentire la sua voce?
Babeuf, animatore della lotta collettiva contro i di­
ritti feudali e le tasse dell1Iancien regime, vi trova la prima
occasione per affermare la propria vocazione di « tribuno
del popolo ».

Lettera di Babeuf al Comitato delle ricerche 1

Signori,
quando a Parigi si riacquistò la libertà, avveniva che
un cittadino consultasse l’opinione pubblica sui punti di
generale rivendicazione, cercasse di afferrare tale opinio­

I II 10 maggio 1790, Babeuf scrive al Comitato delle ricerche


dell’Assemblea nazionale per giustificare la petizione da lui redatta
contro le imposte dellWcie» regime. Lo fa abilmente, adducendo a pre­
testo le libertà garantite dai Diritti dell'uomo. Georges Bourgin pubblicò
questo testo prima della sua morte. Esso è conservato negli Archives
nationales, D XXXIX bis, I, n. 77, p. 11.
II Comitato delle ricerche dell’Assemblea era una vera e propria
commissione di sicurezza interna, che possedeva il diritto di investigare
ed incarcerare gli accusati, prima di farli incriminare dall’Assemblea
nazionale.

122
ne, mettesse mano alla penna, si sforzasse di rendere ade­
guatamente quanto aveva inteso e, dato al suo lavoro il
taglio e il titolo di Mozione, corresse al suo distretto per
darne lettura; essa veniva unanimemente accolta e invia­
ta a tutti gli altri distretti; la pluralità l’adottava, e cosi
si giungeva a conoscere la volontà generale 1.
Molto recentemente, un cittadino di mia conoscenza
consultò l’opinione pubblica sull’argomento delle imposte
indirette e delle gabelle; cercò di afferrare bene tale opi­
nione, mise mano alla penna, si sforzò di rendere adegua­
tamente quanto aveva ascoltato; diede al suo lavoro il
tono e il titolo di Petizione 12. Lesse questa Petizione ai
suoi concittadini; essa venne generalmente ben accolta;
fu inviata in numerose comunità della Provincia; la plu­
ralità l’adottò; e fu cosi che\il cittadino s’incontrò con il
voto generale.
Non si fece mai colpa al primi redattori di mozioni
di aver reso note le loro opinioni, e tuttavia sembra che
si sia voluto farne al redattore della Petizione sulle impo­
ste indirette e gabelle 3 per aver divulgato le sue... Tut­

1 II democratismo di Babeuf, ispirato a Rousseau nonché alla


prassi popolare, chiarisce il senso del suo pensiero e la legittimità della
sua azione. La « volontà generale », secondo il giudizio popolare, non
ha il contenuto metafisico astratto datole da Rousseau nel Contratto
sociale. È semplicemente l’unanimità o, almeno, la maggioranza (qui la
« pluralità »).
2 Questo indirizzo, stampato presso Devin a Noyon, fu distribuito
nei Comuni per essere sottoscritto e spedito all’Assemblea nazionale:
Pétition sur le: impóts adressée par les habitants de... en... à l'Assemblée
nationale, dans laquelle il est démontré que les aides, la gabelle, les
droits d’entrée aux villes... ne doivent et ne peuvent plus subsister,
ménte provisoirement, chez les Francois devenus libres. 800 comuni della
Picardia e dell’Artois fecero propria tale petizione. Il Comitato delle
ricerche dell’Assemblea nazionale defim il testo « libello incendiario »
e redarguì piuttosto aspramente le municipalità, le quali ne furono
preoccupate, in particolare quella di Péronne che aveva scaricato la re­
sponsabilità dell’arresto di Babeuf sulla municipalità di Roye dalla quale
questi dipendeva per il domicilio.
3 Le aides (imposte indirette) sono le imposte che gravano sulle
'bevande; le fermes (gabelle) sono le tasse date in appalto come la ga­
bella sul sale, i dazi e le dogane alle frontiere di provincia e i dazi

123
tavia vi è ben parità di casi; sorprendente è l’analogia tra
l’una e l’altra condotta.
Non si pensò mai di impedire ai cittadini di redige­
re e presentare le loro mozioni, e si apprende che sono
stati adottati dei mezzi per impedire a molte comunità di
far pervenire all’Assemblea nazionale la loro adesione alla
Petizione in questione; che altre disposizioni stanno per
essere prese per far si che quelle già inviate ad essa non vi
pervenissero però affatto; e che la municipalità del luogo
di stampa ha testé ricevuto dal Comitato delle ricerche
ordini affinché in avvenire questo stesso scritto, che il Co­
mitato definisce libello incendiario, non sia più ristampa­
to e venduto.
Ecco dunque, da un lato, delle misure prese per im­
pedire ai cittadini di far pervenire la verità all’orecchio dei
governanti, ecco dunque il « diritto di parola, la libera
comunicazione dei pensieri e delle opinioni » \ che non
sono già piu che chimere; ecco l’inquisizione sulla stam­
pa e la piu rigida delle censure ristabilite nelle mani delle
municipalità, con l’autorizzazione del Comitato delle Ri­
cerche.
Ma ciò che può essere singolarmente degno di nota
è la definizione, di libello incendiario data alla Petizione.
Già il termine Petizione sembra accordarsi abbastanza ma­
le con quello di libello. Un libello inoltre non è di solito

comunali. La Picardia era paese di « grande gabella » e dipendeva dalla


ferme générale (amministrazione composta di tutti gli appaltatori
generali riuniti, n.d.t.). Ovunque, ma soprattutto intorno a Parigi, le di­
chiarazioni rivoluzionarie, prese alla lettera, indussero i contadini a rifiu­
tare il pagamento delle odiate imposte, sinonimi di arbitrio (cfr. R. Le-
grand, Babeuf en Picardie, in AHRF, I960, n. 4, pp. 58-59).
1 Molto abilmente, Babeuf si giustifica non solo adducendo com
esempio ciò che si fece a Parigi nell’estate dell’89, ma anche ritorcendo
a suo profitto contro l’Assemblea gli stessi termini da essa adottati
nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (qui, l’articolo II,
del resto mal riprodotto). Si riscontra già, qui, un atteggiamento che si
ritroverà presso tutti i rivoluzionari nei regimi cosiddetti « liberali » del
XIX e del XX secolo: rivendicare le libertà fondamentali e i diritti rico­
nosciuti dallo stesso liberalismo per mostrare l’ipocrisia borghese che
abbandona, a seconda delle circostanze, i suoi stessi valori.

124
uno scritto il cui autore si faccia conoscere pubblicamen­
te, non è uno scritto che tutti si affrettano a sottoscrivere.
In tal caso bisognerebbe supporre un’adesione generale
nlle cattive intenzioni o, se si vuole, al complotto del li-
Ixdlista. Ma allora non vi sarebbe più complotto, né il
libello sarebbe più tale. Giacché, quando un uomo è giun­
to a rendere tutti gli altri suoi complici, non v’è più com­
plicità; la volontà del primo motore è divenuta la volontà
generale, e in una giudiziosa politica la volontà generale
fa la legge l.
Ma chi è dunque il redattore che si mostra cosi pub­
blicamente? Signori, sono io... Ho appena finito di difen­
dere il mio preteso libello, ed entro subito nel merito.
È bene ricordare anzitutto che, cosa forse alquanto
sorprendente, questo scritto, oggi definito incendiario, non
è stato considerato tale fin da quando, il 20 febbraio scor­
so, la sola città di Roye lo indirizzò sotto forma di ma­
noscritto al Comitato dei Rapporti. Il Signor Atóte Gré-
goire 2, presidente, si limitò a rispondere, senza minima­
mente qualificarlo, dicendo « che ci si era ingannati sul
vero senso dei decreti dell’Assemblea nazionale, quando,
per reclamare l’affrancamento dei diritti di imposte indi­
rette e di gabelle, ci si era basati su quel decreto secondo
cui: ”Tutte le contribuzioni e pubblici tributi qualunque
sia la loro natura saranno sopportati da tutti i cittadini in
1 Incisiva difesa! Babeuf si eclissa dietro le masse per distrug­
gere qualsiasi possibilità di diversione da parte dell’avversario. Egli
cita qui la locuzione rousseauista « volontà generale » e pare in questo
periodo tutto imbevuto delle idee del Contratto sociale. L’Istituto del
marxismo-leninismo, ha comunicato V.M. Dalin, possiede degli espatri
del 1790-1791 redatti dallo stesso Babeuf assai probanti su tale questione.
Ma, al livello in cui si pone qui Babeuf, non è necessario supporre che
abbia avuto una conoscenza approfondita di Rousseau.
2 Henri Grégoire: nato nel 1750 in Lorena, l’abate Grégoire fu
eletto deputato del clero di Nancy agli Stati generali. Fu uno dei pre­
lati piu favorevoli alla Costituzione civile del clero, divenne vescovo
costituzionale di Blois e deputato alla Convenzione. Rimase fedele
alla sua religione ed alla sua concezione dei rapporti tra Chiosa e
Stato fino alla morte avvenuta nel 1831. Si proclamò repubblicano fin
dal 1791, ma il suo democratismo fu assai moderato e non si estese
mai all’ambito sociale.

125
ragione e proporzione dei loro beni e delle loro facoltà”;
che con ciò l’Assemblea nazionale aveva inteso pronunciar­
si unicamente sulle imposte dirette e non su quelle che
gravano sui consumi ».
Qualora si fosse chiesto al Signor Abate Grégoire di
dare una spiegazione sulle precise parole del decreto:
« qualunque sia la loro natura » lo si sarebbe indubbia­
mente posto in imbarazzo; ma si volle attendere ch’egli
potesse avere la prova che la sua confutazione non era per
niente convincente, poiché ci si disponeva a far partire,
da mille località differenti, l’adesione alla Petizione della
città di Roye.
Fu in occasione di tale partenza, cosi clamorosamen­
te simultanea, che si pensò di tacciare lo scritto conte­
nente la rivendicazione generale di « libello incendiario ».
Non converrebbe esaminare, dopo quanto abbiamo già
detto sulle caratteristiche che possono rendere tale uno
scritto, non converrebbe esaminare sotto quale profilo il
nostro non dico possa meritare simile imputazione ma es­
sere in qualche modo reprensibile?
Forse perché fa sentire ai cittadini di quale impor­
tanza sia per loro chiedere l’adempimento di quel grande
ed equo principio secondo cui tutte le contribuzioni e i
pubblici tributi, qualunque sia la loro natura, devono es­
sere sopportati da ognuno in ragione dei suoi beni e fa­
coltà? La mia risposta è nell’articolo 13 della Dichiara­
zione dei Diritti dell’Uomo, e nel decreto confermativo del
7 ottobre.
Forse perché vi si annuncia di voler fare, e vi si fa
realmente uso del Diritto di parlare? La mia risposta è
nell’articolo 11 della stessa Dichiarazione dei Diritti.
Forse perché vi si lamenta l’esistenza di due partiti
avversi nell’Assemblea nazionale e si distingue l’effetto
dell’influenza alternativa dell’uno o dell’altro? Ma tutti i
giornali lo affermano continuamente, e i Deputati patrio­
ti sono i primi a lamentarsene amaramente.

126
Forse perché vi si sviluppano i grandi principi della
Sovranità popolare? Ma essi sono altresì presenti nella
Dichiarazione dei Diritti, articoli 3, 6 e 14
Forse perché vi si parla della resistenza all’oppres­
sone? La risposta è ancora nell’articolo 2 della medesima
Dichiarazione dei Diritti dell’uomo.
Forse perché si svelano le manovre dell’aristocrazia
per ingannare, abusare dei popoli contro il loro interesse?
Ma ciò indica solo l’onestissimo carattere di uno scritto­
le patriota, e io non dovevo aspettarmi per questo altro
che la riconoscenza dei bravi cittadini.
Forse perché vi si difende con ardore la causa del
povero, contro l’ingiustizia e la durezza dell’opulenza?
Su questa base, tutti i difensori dell’umanità,. tutti i di­
vulgatori della sana filosofia, sarebbero stati riniserabili e
criminali incendiari.
Forse perché vi si fa la triste enumeratone di tutte
le calamità che oppressero cosi orribilmente gli sfortunati
sudditi per tutta la lunga durata del regno pubblicano*?
Ma, ancora, non sono il primo che, sotto questo punto di
vista, avrebbero dovuto ricercare e tacciare di colpevole
incendiario.
Infine è forse perché si previene l’Assemblea legi­
slativa sul pericolo e sull’impossibilità di ristabilire la ri­
scossione dei diritti di imposte e di gabelle? Ma di nuovo
non si tratta qui che di un bravo cittadino il quale fa
tutti gli sforzi per stornare dalla patria un nugolo di ca­
lamità di cui si può misurare la portata. La municipalità
di Saint-Quentin, con il decreto pubblicato alcune setti­
mane or sono, in occasione dell’arrivo di pretesi commis­
sari per il ristabilimento dell’esercizio dei diritti in que­
stione 12, ha seguito un’intenzione del tutto analoga.
1 I pubblicani, a Roma, avevano in appalto l’esazione delle im­
poste e lo sfruttamento dei beni dello Stato.
2 Dappertutto in Picardia, le municipalità, sotto la pressione po­
polare, esortarono i direttori delle imposte indirette a sospendere le
visite domiciliari ed a soprassedere alla riscossione dei diritti. Cosi a
Noyon nell’aprile 1790.

127
Signori, ecco dunque l’analisi completa dell’opera da
me redatta. Se si può essere ritenuti colpevoli per avere
così operato, le idee sane sono allora più che mai rove­
sciate nella nostra triste patria; la Rivoluzione non ha dun­
que prodotto che un più grande servaggio. Lo ripeto: sot­
to il regno del dispotismo, mai ci si è opposti così aperta­
mente a che i cittadini facessero pervenire la verità ai
governanti: mai sospettosa amministrazione prese mezzi
meno riguardosi per intercettare la comunicazione delle
idee; mai l’inquieta tirannide spinse le precauzioni al pun­
to di chiudere decisamente la bocca alle proteste, e mai
ancora la rigida inquisizione sulla stampa, congiunta alla
severa formalità della censura, fu esercitata con maggiore
arbitrio di quanto abbiate fatto voi tramite la municipa­
lità della città in cui s’è stampato lo scritto su cui avete
scagliato i fulmini della riprovazione. Se è così, Signori,
che si agisce in un paese che si dice libero, non so più
che fare, non posso più essere utile ai miei concittadini.
Inviate i sicari, fatemi condannare come incendiario; sarò
contento di morire per la buona causa.
Babeuf
Soldato-cittadino, a Roye, in Picardia
Roye, 10 maggio 1790

Lettera di Babeuf a J. Rutledge 1


Parigi, 22 e 24 maggio 179012
Dalle prigioni della Conciergerie del Palazzo, il 22 maggio 1790.
Signore,
Vi ricorderete senza dubbio di aver conosciuto alcu­

1 J. Rutledge: pubblicista irlandese che fece carriera in Francia.


Divenne celebre per una polemica su Shakespeare iniziata nel 1776
con Voltaire. Vicino per il suo pensiero agli economisti, pubblicò al­
cuni opuscoli che Babeuf conobbe nel 1785. Fu conquistato alla causa
della Rivoluzione e, dopo aver lodato Necker, ne divenne nemico giu­
rato, ottenendo in quanto tale l’appoggio del club dei Cordiglieri. Ar­
restato nel 1793, mori in carcere (vedi L as V ergnas, Le Chevalier
Rutledge..., cit.).
2 Estratto della minuta della lettera. Archivi dell’Istituto del mar-

128
ni anni fa (credo nel 1785)1 tramite i Signori Audiffred 2
e Devin 3, un certo Signor Babeuf, venuto allora per la
prima volta a Parigi allo scopo di presentare un progetto
sulla migliore forma di ripartizione di tutte le contribu­
zioni e i pubblici tributi. Tale progetto era intitolato Ca­
tasto perpetuo. Fu sottoposto al vostro esame e-voi vi
rilevaste, Signore, idee di patriottismo e di bene pubblico
di cui sembraste lusingato. Avete voluto anche interessarvi
al successo del progetto, ne avete corretto lo stile é *vi siete
incaricato di presentare il manoscritto al Ministerò. Ecco,
credo, quanto basta per darvi il modo di riconoscermi, Si,
sono io che vi scrivo dal fondo di una prigione in cui sono
stato trascinato in virtù di un decreto di arresto 4. Ecco
la storia sommaria di questo contrattempo.
Nato con un carattere estremamente sensibile, com­
passionevole e filosofico, ho sempre riflettuto' piu sui mez­
zi per essere utile agli altri che non a me stesso5. Per

xismo-leninismo. Riprodotto nell’Annuaire d ’Etudes frangaises, Edizioni


dell’Accademia delle scienze dell’URSS, Mosca, 1960, ,pp. 255 e sgg.
1 Se la minuta è stata correttamente trascritta, si tratta indubbia­
mente di un errore di Babeuf, recatosi a Parigi soltanto nel maggio 1787
(cfr. supra).
2 Cfr. nota 4, p. 77.
3 Stampatore di Noyon. Presso Devin figlio; al quale era molto
legato, Babeuf pubblicò diversi opuscoli e il Correspondant picard. Qui
deve tuttavia trattarsi di Devin padre, stampatore di Noyon dal 1776
e morto il 21 maggio 1791. Devin padre publicò i primi scritti di Babeur
e lo mise in contatto con Audiffred e tramite questi con Rutledge.
4 Arrestato il 19 maggio su richiesta della Corte delle imposte,
quindi trasferito alla Conciergerie per la Campagna d ’opinione di cui la
lettera precedente mostra il senso non equivoco.
5 Babeuf, nel 1790, rimane ancora molto vicino al sentimentalismo
del XVIII secolo: pietà, compassione sono allora virtù rivoluzionarie,
ma col passare degli anni, « l’argomento sentimentale » si eclissa in parte
davanti alle esigenze della « logica costruttiva ». Nondimeno, in Babeuf
l’indignazione non cesserà mai di alimentare la polemica o la propaganda
(cfr. P ierre T rahard, La sensibilità révolutionnaire (1789-1794), Paris,
Boivin, 1936, pp. 71-72).

129
questo dopo avervi lasciato con il mio progetto di Catasto
perpetuo, non ho smesso di nutrire l’idea di farne omag­
gio ai miei concittadini. Realizzai il mio desiderio l’anno
passato al momento della rivoluzione dando alle stampe
il mio Catasto, e credetti cosi di essere riuscito da un lato
a dimostrare la possibilità di giungere alla determinazio­
ne dell’imponibile e alla ripartizione di tutte le imposte,
nel modo piu equo e più proporzionale alle facoltà di ogni
cittadino; d’altro lato a stabilire un metodo di Catasto
grazie al quale risparmiare all’amministrazione grandi spe­
se in quanto era superata la necessità di ricominciare ogni
anno nuovi ruoli, poiché il mio Catasto una volta fatto
sarebbe potuto servire in eterno. Eccomi dunque assai de­
bitamente dichiarato l’amico e il protettore del pagamen­
to giusto ed equo delle imposte. Chi crederebbe che son
oggi accusato di essere uno dei principali agenti che hanno
concorso a., far si che alcune di esse non fossero giusta­
mente pagate? Vi ho fornito, Signore, dettagli sul mio
Catasto, perché ad esso può ben riallacciarsi l’origine del
mio caso. Attivo presto alle circostanze principali che lo
hanno determinato. In Picardia, dal momento della rivo­
luzione, si cessò, quasi dappertutto di pagare i Diritti di
imposte e gabelle Essendo noto nel paese come redat­
tore per il pubblico delle varie memorie richiestemi, sono
stato invitato dalla Comunità degli Albergatori della no­
stra città di Roye, a redigere per loro un Indirizzo al-
l'AN 12 ove le si chiedeva di pronunciarsi prontamente sui
Diritti di imposte. Ho professato in tale indirizzo solo
principi assai patriottici. Vi ho stabilito il principio costi­
tuzionale della ripartizone di tutte le contribuzioni in pro­
porzione delle facoltà; ho ricordato il diritto di parola
rivelando in proposito la durezza del regime delle impo­
ste e gabelle; ho parlato di due partiti3 all’interno dell’AN,

1 Aides e fermes: imposte indirette (cfr. nota 3, p. 123).


2 Assemblea nazionale.
3 Aristocratici e patrioti; i primi avevano ricevuto l’appoggio di
una frazione della borghesia spaventata dall’ampiezza del movimento per

130
uno dei quali impediva la deliberazione di buone leggi;
vi ho altresì enunciato il principio della sovranità popo­
lare, quello della resistenza all’oppressione; mi sono dilun­
gato su certe manovre aristocratiche; ho difeso la causa
del povero contro l’ingiustizia e la durezza dell’opulenza;
ho fatto la triste nomenclatura di tutte le calamità che
oppressero così sensibilmente il popolo, sotto il fardello
ilei regime finanziario; ho avvertito del pericolo e dell’im­
possibilità di ristabilire i Diritti di imposte e gabelle. Eb­
bene, tutto ciò è dispiaciuto all’aristocrazia, ed al Sindaco
della Muncipalità di Roye '; ed avendomi questi provo­
cato ad una rissa verbale a proposito dell’indirizzo di cui
aveva avuto conoscenza, ho creduto di dover pronunciare
per mia giustificazione, in una seduta della Municipalità,
un Discorso in cui il suddetto indirizzo era riferito quasi
per intero, tranne alcune aggiunte che spiegavano la pu­
rezza di intenzioni2. Lasciai il Discorso firmato alla Mu­
nicipalità, e si stenterà a credere che sulla base di questo
documento, inviato dai Municipali di Roye alla Corte delle
Imposte, vennero decretati il mio arresto e la mia incar­
cerazione.
Istruito pure voi dalla disgrazia3, Signore, ho osato
contare su di voi perché mi difendiate e mi facciate da Av­
vocato Consulente. Vi ho indicato come tale ai miei Giu­
dici, ed essi hanno accettato la vostra nomina. Siete sempre
stato l’Avvocato degli oppressi, vi piaccia esserlo ancora
in questa occasione. Questo caso diverrà indubbiamente

polare del 1789. Babeuf si basa come in precedenza sui princìpi della
Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino per esigere che i cit­
tadini poveri abbiano diritti riconosciuti e rispettati in quanto uomini:
metodo abile e che mostra abbastanza chiaramente come Babeuf non si
limiti alla legalità formale delle parole.
1 II Signore de Longuecamp, sindaco moderato di Roye (cfr. Intro­
duzione p. 24).
2 II 7 marzo 1790.
3 Rutledge fu imprigionato nel 1783 e di nuovo, per due mesi,
nel 1789.

131
celebre 1 per la sua importanza e per il modo in cui sarà
difeso. Vi saranno, prevedo, molte cose da dire sull’in-
fluenza persistente del dispotismo. Perdonatemi, Signore,
mi si sollecita, vi aspetto domani alle nove del mattino,
quando dovrò subire il mio primo interrogatorio, che non
vorrò cominciare senza di voi.
[...] Tutti i poteri conformi ai Diritti dell’uomo, ri­
siedono essenzialmente nella Nazione, la quale li delega
a suo piacimento. Nella nostra nuova costituzione, la Na­
zione ha il potere costitutivo, l’AN il potere legislativo,
il Re il potere esecutivo, e il potere giudiziario è diviso
tra la camera delle vacazioni del Parlamento per gli -affari
civili e penali ordinari, e la Corte dello Chàtelet per le
accuse di lesa-Nazione. Si è delegato alla Corte delle Im­
poste parte del potere giudiziario? Sembra che tale que­
stione debba essere chiarita prima di passar oltre alla
procedura. Nella più intera fiducia, e nell’attesa più ar­
dente che veniate in mio aiuto, e presentiate quante cose,
se mi si lasciasse più tempo, vi direi sull’importanza di
questo servizio, ho l’onore di essere. — Un’orribile mac­
chinazione è la causa di tutto ciò che mi capita oggi. Se
aveste già concepito per me qualche prevenzione sfavore­
vole, sarebbe anch’essa effetto della malvagità dei miei
nemici. Mi hanno dipinto con i tratti di un cattivo citta­
dino, perché ho precedentemente dimostrato che essi era­
no tali, perché ho svelato tutte le loro trame antinazionali.
Sono, Signore, oso vantarmene, un uomo pieno d ’una sen­
sibilità, d ’un patriottismo puri, saggi, illuminati. È questo
che mi rende criminale agli occhi dei miei detrattori. Han­
no stranamente snaturato i fatti, reso corrotti innocenti
tentativi. Oh, quando, dopo avermi visto qual essi mi

1 Si scopre, anche se in debole misura, una certa vanità in Babeuf,


che gli è del resto abituale; ma egli può prevedere che la sua incrimina­
zione non si svolgerà nell’indifferenza, poiché l’agitazione sulla questione
delle imposte indirette guadagnava terreno in Picardia. Ricevette d ’al­
tronde molteplici testimonianze di simpatia e chiese ai suoi concittadini
di far firmare una petizione in suo favore.

132
hanno fatto, mi si vedrà qual sono, che differenza nei due
ritratti!
24 maggio 1790
Signore,
vi ho fatto cercare da ier l’altro sera fino a ieri a
mezzogiorno ed infine la vostra dimora è stata forturìata-
mente trovata. Questa mattina hanno voluto farmi subire
Pinterrogatorio, ma ci si è limitati soltanto alla Dichiara­
zione del nome, professione e indirizzo, perché ho quindi
domandato di soprassedere finché non avessi visto il mio
avvocato, che ho dichiarato di non essere ancora riuscito
a rintracciare. Sono state fatte alcune difficoltà, ma ho in­
sistito energicamente, sostenendo che non poteva esservi
circostanza suscettibile di impedirmi di godere del bene­
ficio della nuova legge 1. La richiesta è stata accolta. Ma
sono in prigione e senza quella consolazione che sentirò,
Signore, soltanto quando vi vedrò. Affrettatevi dunque,
di grazia, a farmi godere questa felicità. Conoscendo 'la
sensibilità del vostro animo, sono sicuro che non vorre­
te lasciarmi languire a lungo. La mia è già trasalita quan­
do ho saputo della commozione della Signora Mayer alla
lettura della mia prima lettera; è questa l’unica cosa che
abbia potuto distogliermi dal mio dolore, da quando sono
in catene: non che non abbia nulla da imparare, ma lascio
una sposa e dei figli nell’affanno, nell’abbandono e nelle
crudeli inquietudini che il tenero amore ispira; è un van­
taggio essere amati da quelli che ci circondano, ma Signore,
ben piu crudeli, più strazianti sono le sofferenze quando
sappiamo quanto patiscano nel vederci patire, perché sap­
piamo che soffrono dei nostri mali molto di più di quanto
soffriamo noi stessi. Il Commissario è un uomo molto
semplice, ma quanto mi ha detto è stato sufficiente per
permettermi di giudicare tutta la partecipazione della Si-

1 La legge del 10 ottobre 1789 istituiva tutta una serie di misure


transitorie in attesa della definitiva riorganizzazione della giustizia. Tra
l’altro, la legge prevedeva che l’accusato dovesse essere assistito dal suo
avvocato, non soltanto all’udienza, ma durante l’istruttoria.

133
gnor a Mayer alla mia situazione. È per me un buon au­
gurio dell’interesse che vi prenderanno tutte le anime sen­
sibili e umane. Non ignoravo che eravate ancora, Signore,
prigioniero dei vincoli d ’un Decreto *, ma tale considera­
zione non mi ha trattenuto dal primo disegno concepito
allorché si trattò di scegliermi un Avvocato. Al contrario,
mi son detto, gli infelici si sentono meglio disposti a soc­
correre quelli che lo sono altrettanto. Non credo del resto
che possiate aver qualcosa da temere cedendo al mio estre­
mo desiderio e se fosse necessario ch’io scrivessi ai miei
Giudici o facessi qualche altro passo per assicurare la vo­
stra tranquillità, parlate, farò tutto ciò che occorrerà fare.
D’altronde, mi si è riferito che eravate sotto la salvaguar­
dia dei Distretti più devoti alla buona causa e quindi non
avevate nulla da temere 2. Non posso portare avanti nulla
senza di voi e potrò tutto quando vi avrò visto; vi saranno
diverse misure 3 da prendere, alcune delle quali potranno
rendere certa la mia prossima scarcerazione: mi guiderete
nella scelta dei mezzi. Vi sono persone autorevoli che si
occuperanno volentieri dei miei affari, ma mi direte voi
se sarà questo il metodo più opportuno di cui servirmi.
Infine, Signore, venite qui, parleremo più a lungo; vi
aspetto istantemente, venite dunque a restituirmi la vita
.della quale più non si gode in questi tristi luoghi, venite.
Ho l’onore di essere, con i sentimenti che mi ispirate.

'Babeuf a de Lauraguais 4
Al Signor de Lauraguais 3
20 luglio 1790
Non indovinereste in quale stato il decreto della Cor-
1 Di un decreto di arresto (cfr. supra).
2 Rutledge era sostenuto dai distretti della riva sinistra e dal club
dei Cordiglieri, come lo sarà Babeuf qualche giorno dopo.
3 Misure scelte dopo matura riflessione.
4 Minuta della lettera. Archivi dell’Istituto del marxismo-leninismo,
riprodotta dall'Annuaire d’études franpaises, cit., pp. 261 e sgg.
5 II conte de Lauraguais, grande signore liberale e alquanto av-

J34
I te delle Imposte mi libera di prigione \ Non in stato di
riconvocazione personale; e neppure in stato di fermo per
essere ascoltato; ma chi ci crederebbe, dico, in stato di
arresto... In maniera che sono stato incarcerato alla Con-
ciergierie in virtù di un Decreto di arresto e in virtù di
un Decreto di arresto mi si sono aperte le porte del car­
cere. È questo indubbiamente il primo esempio di un rag­
giro di nuovo genere dacché son nate le baie giudiziarie.
Ma si indovinano facilmente i motivi che hanno indotto i
giudici della Corte delle Imposte ad agire in questa ma­
niera. Non ignoravano che ero stato io a capeggiare il mo­
vimento che ha portato all’intervento del famoso Decreto
del 1° luglio concernente gli incendiari delle barriere 2;
vedevano che il prolungarsi della mia cattività non li avreb­
be portati a nulla e che maggiore sarebbe divenuto il mio
accanimento neU’infliggere i colpi più furiosi alla ferme
générale; speravano, diminuendo il rigore della mia perse­
cuzione, di riuscire ad ammansirmi e a rendermi un meno
remibi le avversario 3: ma volevano che mi guardassi dal
mostrarmi nella mia provincia, dove la mia presenza, se­
condo loro, poteva succitare nuovo fermento e rafforzare
i debitori nella risoluzione di non pagare più le imposte

venturiero, si era proclamato partigiano della Rivoluzione. Aveva avuto


di che lagnarsi della corte, prima del 1789.
1 Liberato il 7 o 8 luglio per intervento di Rutledge, di Lauraguais
e soprattutto per quello di Marat e degli abitanti di Roye, Babeuf fu non­
dimeno obbligato alla residenza a Parigi. Ne spiega lui stesso la ragione.
Ritornerà nella sua provincia il 20 agosto fra le acclamazioni popolari:
« Abbracci, carezze, complimenti rivolti con tutto il candore contadino...
Cordialità, franchezza, allegria... Era, malgrado la mediocrità delle vi­
vande, un vero festino, i cui convitati erano uomini liberi ed uguali. Si
bevve alla salute di quella uguaglianza di cui i Picardi vorranno sempre
godere malgrado tutto ciò che se ne potrà dire o fare... » (V. M. D alin,
AHRF, c it, 1958).
2 Decreto di repressione degli attentati commessi contro le bar­
riere daziarie e gli uffici delle finanze (1° luglio 1790),
3 Reazione di Babeuf paragonabile a quella di Marat liberato al­
cuni mesi prima, grazie all’intervento di Lafayette. Né l’uno né l’altro
fulono vittime delle manovre degli « aristocratici » anche liberali", che
volevano conquistarli alla loro causa.

135
indirette. E non intrawedevano alcuna possibilità di te­
nermi piu a lungo in prigione per una considerazione di
cui sentirete tutta la forza: Marat, l’amico del popolo, ave­
va detto, nel n. 155 (a seguito di quanto aveva pubblicato
nel n. 153, di cui vi ho fatto trasmettere 50 esemplari):
« L’amico del Popolo reclama in favore dell’oppresso Ba­
beuf, prigioniero alla Conciergerie, la generosa assistenza
che i Distretti hanno fornito ai pretesi incendiari delle
barriere, in virtù degli sforzi e dell’illimitata devozione
di questo Martire della buona causa » \
A sostegno di questo grido di allarme, che doveva
risuonare ben inquietante per un sistema di arbitrio 12, ave­
vo preparato un Indirizzo ai 60 Distretti, della cui buona
accoglienza ero anticipatamente quasi certo. Si trattava
ormai di qualche migliaio di coraggiosi3 che venissero a
farmi aprire le porte della Conciergerie, e i vampiri fiscali,
che si erano accorti della serietà di tali intenti, si guarda­
rono bene dall’attenderne l’effetto.
Siamo attualmente all’opera, il Signore di Rutledge
ed io, per chiarire con la Corte delle Imposte cosa signi­
fichino queste parole: Scarcerazione provvisoria in stato
di arresto. Anche il Comitato delle Ricerche, si dice, è in
grado di dirci qualcosa al riguardo. Lo sollecitiamo quin­
di a contribuire alla spiegazione.

1 Ritornato dal suo esilio a Londra, Marat, che si disperava del­


l’indifferenza popolare e dei successi di Lafayette, aveva appena rilanciato
L ’Am i du peuple al quale affiancò, il 2 giugno, lo Junius frangais. De­
nunciare le azioni penali intraprese contro Babeuf che non conosceva
ma del quale apprese la sventura, quadrava esattamente con il suo pro­
gramma di agitazione e di appello all’insurrezione cosi come preconiz­
zava la Supplique de 18 millions d’infortunés aux députés de VAssem­
blée nationale.
2 In francese « maltóte »: la parola, se non il fatto, risale al X III
secolo; significa imposizione arbitraria, ma, per estensione al XVIII se­
colo, ogni sistema di riscossione delle imposte e in particolare quello
della gabella generale.
3 Non si può fornire nessuna prova a sostegno dell’affermazione di
Babeuf. Ma la situazione generale, assai poco tesa prima della fine del­
l’agosto 1790, rendeva poco probabile un tale intervento popolare.

136
[...] Necessità politica di sostenere l’uomo del popo­
lo contro le imposte vessatorie e di tenerlo impegnato fino
,i che ne abbia ottenuto la soppressione *. Fintantoché sarà
occupato da tale obiettivo, non penserà ad abbandonarsi
ad altri eccessi: il voler tentare di fargli rinunciare ad ab­
battere il regime pubblicano 12 costituirebbe forse il peri­
colo maggiore nelle nostre Province. So di sicuro che la
maggior parte delle nostre Città di Picardia e della zona
ili Soissons tengono duro su questo articolo e non sem­
brano disposte alla sorpresa.
[...] L’Assemblea Nazionale che si è servita del po­
polo finché ha creduto che le fosse necessario il suo ap­
poggio, oggi fa di tutto per soggiogarlo, in quanto ritiene
che non le resti piu che questa sola forza da abbattere 3. E
in verità, non sarà certo questa la forza che le sarà piu
difficile sgominare. Questo popolo di Parigi, un tempo cosi
fiero, è caduto in un grado di avvilimento indicibile. Ido­
latra di La Fayette, al quale bacia gli stivali e il cavallo
ad ogni incontro; inebriato dalle feste che gli si offrono
per distrarlo dai grandi progetti di politica sociale cui è
invero ben lungi dall’essere adatto, ritornato alle sue can­
zoni, alle sue inezie, ai suoi teatri, ai suoi toni fatui e ri­
dicoli, limita ogni sua cura ad adorare il bravo generale e
qualche altro intrigante. Bisognava vedere il giorno del 14
luglio 4 e l’indomani, il giorno seguente, ecc., si sarebbe

1 II seguito della minuta è solo una serie di note gettate sulla


carta secondo un ordine alquanto confuso ma che illustra chiaramente il
senso del tentativo di Babeuf.
2 Pubblicano e non repubblicano: si tratta di una reminiscenza
classica. A Roma i pubblicani amministravano la fortuna pubblica e
sfruttavano le regioni conquistate. L’immagine è eloquente.
3 Viene in mente la formula contemporanea di Marat: « Cosa
avremo guadagnato a distruggere l’aristocrazia dei nobili se sarà sostitui­
ta dall’aristocrazia dei ricchi? ». Babeuf è forse piu consapevole di Marat
delle nuove forme di lotta rivoluzionaria da che la proclamazione del­
l’eguaglianza dei diritti ha soddisfatto gran parte della borghesia. È questa
l’idea che sviluppa a seguito di tale constatazione.
4 La festa della Federazione nazionale del 14 luglio 1790. Lafayette
vi ottenne un enorme successo personale e vi guadagnò un considerevole
ascendente. Ma Babeuf vede chiaramente che al di là delle maschere della

137
detto che tutta questa nazione imbecille aveva perso la
testa, che era impazzita, decisamente impazzita. Non vi
era più questione né di sovranità popolare né di libertà di
parola. Delle brave persone che avevano avuto la dabbe­
naggine di azzardare le loro opinioni davanti al Palazzo
Reale e in qualche altro luogo pubblico relativamente a
quanto ritenevano fosse mancato o vi fosse stato di trop­
po nella cerimonia del giuramento federativo, furono ar­
restate sotto i miei occhi dai loro fratelli, le guardie na­
zionali divenute i sicari, i confidenti, le spie dei nuovi in­
quisitori municipali.
Altri ne vidi condurre ai Corpi di Guardia dei Di­
stretti e di li trascinarle in galera perché s’eran permesse
di affermare che La Fayette non era una creatura divina,
che questa macchina faceva inchini un po’ troppo profon­
di al cospetto di semplici mortali di cui pareva gustare
l’incenso. Infine per concludere la dimostrazione dell’ot
tusità e la stoltezza di questo spregevole popolo 1, nessuno
s’è accorto, prima della festa, che la formula del giura­
mento era sufficientemente contorta per assoggettare a
meraviglia gli sciocchi e tre volte sciocchi francesi. Si sen­
tiva applaudire da ogni parte l’eccelsa saggezza dei nostri
grandi deputati, ed ammirare senza misura il sublime e
geniale sforzo che aveva fatto loro concepire un cosi bel
giuramento. Guai a chi avesse voluto commentarlo, e far­
ne emergere le odiose massime di servitù che ogni parola

fraternizzazione trionfava al Campo di Marte il compromesso tra la bor­


ghesia del 1789 e l’aristocrazia parigina. Il suo errore fu di non vedere
il carattere instabile di tale compromesso. Babeuf subisce qui inconte­
stabilmente l ’ascendente di Marat che si lamentava della passività popo­
lare e del prestigio di Lafayette, « Gilles » César; sull’atteggiamento delle
masse popolari durante l’estate 1790 vedi le bellissime pagine di J ean
M assin , Marat, cit., pp. 144-145.
1 II rivoluzionario Babeuf come l’Amico del popolo, l’uno appena
uscito di prigione, l’altro sotto il peso di nuove incriminazioni, perdono
simultaneamente la loro fiducia nel popolo. Ma la Rivoluzione illumi­
nerà Babeuf e, nella situazione ben piu disperata del 1795, mai egli du­
biterà delle masse popolari in cui risiedono la legittimità e la forza. Ma
qui, la sua emozione è reale e la sua verve caustica.

138
esprime: si sarebbe gridato all’aristocratico, e gli si sa;-
rebbe perfettamente insegnato cosa sia il diritto di mani­
festare liberamente la propria opinione.
I partigiani della lega, ai quali si è a bella prima con­
ferita la qualificazione di aristocratici, hanno fatto uno
splendido calcolo pensando di ritorcere l’argomento e di
dirigere l’opinione in senso inverso in modo da far chia­
mare aristocrazia tutto quanto si definiva patriottismo \
L’orrore per la parola aristocratico non è diminuito nel
popolo, ma grazie al pregiudizio connesso a questa espres­
sione, è stato un grandissimo colpo politico l’aver saputo
rivolgere tale pregiudizio contro ciò che si chiamava buon
cittadino. Per il partito che si definisce antipatriottico
sarebbe la piu terribile delle sciagure se qualcuno riuscisse
a far capire attualmente al popolo che gli aristocratici del
1789 non sono gli aristocratici del 1790, e che quanto si
trattava poc’anzi come democratico oggi si designa col
termine di aristocratico, e la causa per cui in virtù di que­
sto malinteso, di questo errore abilmente preparato nella
accezione di una parola, si perseguita a oltranza ciò che si
idolatrava qualche tempo fa, e di conseguenza, si idolatra­
no coloro che si perseguitavano senza misericordia. Oh!
se fossi aristocratico, come mi applicherei ad avere simili
intuizioni. C’è da ridere sentendo tutti quei babbei, o al­
meno buona parte di loro, ripetere continuamente : Ah! la
festa nazionale; ah! il giuramento federativo hanno sep-
pellito tutti gli aristocràtici... Bisogna bene che in Parigi
non vi sia un solo uomo che sappia leggere, o almeno che
sappia capire ciò che legge per non aver visto che la for­
mula del giuramento è tale che il patto federale assicura
incontestabilmente il trionfo del partito antipopplare12.

1 Qui e fino al termine di questa lettera, il senso politico di Ba-


beuf, il suo senso della polemica, dell’argomento convincente, esplodono
letteralmente. Molti altri esempi si trovano nel Correspondant picard e
più tardi nel Tributi du peuple.
2 Una volta di piu, con questa parola, Babeuf si dimostra cosciente
del contenuto sociale presente nel tentativo di compromesso incarnato

139
No, questo popolo imbecille non è fatto per meritare che
un onest’uomo ne prenda le difese. Ho avuto la dabbe­
naggine di volergli aprire gli occhi due giorni prima della
festa memorabile, pubblicando su di essa la famosa mo­
zione ', una copia della quale, trasmessavi qui in allegato,
ritengo possa interessarvi: so che ne sono state vendute
molte tra i confederati delle Province, ma dubito che ciò
abbia sortito grande effetto. È certo che l’Assemblea Na­
zionale procede troppo in fretta in tutte le sue operazioni,
che ha voluto abbattere tutto, rovesciare tutto, disunire
tutto, con la ben palese ambizione di divenire padrona
assoluta di Roma senza lasciar sussistere nulla che possa
reprimere le sue imprese. Se mi sentissi la capacità neces­
saria, stimolerei il popolo con qualche obiettivo di inte­
resse molto ampio ed opporrei così un diga imponente a
quel torrente impetuoso. Per esempio comincerei coll’in-
fiammare soltanto una Provincia perché la legge, che il
Corpo legislativo sarebbe obbligato, a sottoscrivere dalle
forze unite di tale Provincia, diventa diritto necessaria­
mente comune a tutto il Regno in quanto rientra nel
grande piano stabilire un solo e medesimo codice per
tutto l’impero2. Inonderei, per conseguire i miei fini,
tutte le parti di questa provincia di scritti relativi all’ar­
gomento sul quale vorrei fermare l’attenzione della mol­
titudine. Riguardo alla scelta del soggetto, quello delle
Imposte indirette e delle Gabelle mi sembra sempre in
grado di far fortuna nelle Campagne. (La petizione ha

dalla Festa della Federazione del 1790. Compromesso di cui facevano le


spese le masse popolari (cfr. A lbert Soboul, Précis d'histoire de la Ré-
volution fran(aise, Paris, Editions sociales, 1962, p. 140).
1 Questa mozione, per quanto sappiamo, non è pervenuta fino
a noi.
2 L’idea di suscitare un movimento rivoluzionario vittorioso in una
parte del territorio per estenderlo alle altre, per capillarità o con un
colpo di forza, è sempre presente al suo spirito. Nel 1795, parlerà di una
« Vandea plebea ». Aggiungiamo, inoltre, che Babeuf, che conosce i con­
tadini poveri, li considera come la massa rivoluzionaria per eccellenza.
Questo almeno finché nel 1793-1794 penetrerà nel cuore del movimento
sanculotto parigino.

140
prodotto sensazione anche nella stessa Parigi, secondo il
n. 153 di Marat.) Ma un altro argomento sul quale si
potrebbe tentare non inutilmente di richiamare l’atten­
zione dei Coltivatori poco fortunati, cioè della stragrande
maggioranza; un argomento la cui trattazione ben con­
gegnata farebbe gran piacere a molta gente, e che riani­
merebbe molte speranze; questo argomento sarebbe il di­
mostrare ad ogni cittadino di tutta una provincia, come
ho detto, che un Contratto di affitto ultranovennale dei
beni ecclesiastici sarebbe piu vantaggioso alla Nazione, a
ciascun individuo ed al tesoro pubblico 1 che non la ven­
dita a vii prezzo a qualche Compagnia di Capitalisti e di
aggiotatori12. Avevo intenzione di trattare tale argomento
al momento del mio arresto, dopo il quale il figlio di
un Cavaliere di Roye, uomo di Chiesa, tentò l’impresa e lo
pubblicò sotto il nome del padre. Ho appena ricevuto da
lui diversi esemplari della sua opera 3 e ne metto da parte
uno per sottometterlo al vostro giudizio. Quanto a me,
sono dell’opinione che il soggetto non vi sia per nulla
trattato e che in 6 pagine non si poteva neppure sfiorarlo.
Qualora voi riteneste tuttavia, Signore, che sia utile per
preparare gli animi, nell’attesa che si presenti loro qual­
cosa di più chiaro, di più convincente e di più adatto a
determinarli a mettersi in movimento per sostenere la
loro richiesta e darle consistenza, vi esorto, per il bene
di molti, ad inoltrare tale scritto a qualche centinaio di

1 Babeuf conosce la « fame di terre » dei contadini poveri o indi­


genti. La sua proposta di una divisione dei beni ecclesiastici — divenuti
beni nazionali il 2 novembre 1789 e garanzie dell’assegnato il 14 dicem­
bre 1789 — prefigura la « ripartizione generalizzata », la « legge agraria »
di cui si proclamerà chiaramente fautore l’anno seguente (cfr. Introduzio­
ne, p. 28). Si noti che egli non dice di dare queste terre in piena
proprietà, ma in pieno possesso, restando la nazione il proprietario
eminente.
2 La vendita dei beni nazionali, decisa il 14 maggio 1790, ebbe
luogo all’asta e per lotti, favorendo cosi i ricchi « capitalisti » (nel senso
di detentori di una fortuna) e gli speculatori che rivendevano poi la
terra per appezzamenti.
3 Malgrado le nostre ricerche, il contenuto di questo opuscolo ci
è rimasto ignoto.

141
Comuni in cui vi siano numerosi beni ecclesiastici. Mi ri­
volgo a voi, Signore, perché vi ritengo partecipe delle mie
idee relativamente al desiderio di prevenire lo sperpero
dei beni sacerdotali. È certo che v’è ancora tempo, le ven­
dite non sono ancora effettuate, ma forse se si indugiasse
tra qualche settimana sarebbe troppo tardi. Chi s’oppones­
se o concorresse a opporsi a questo bel colpo di forza, ot­
terrebbe senza dubbio la riconoscenza di molta brava
gente [...].

142
5. Il cittadino povero è un cittadino
interamente a parte?

Democrazia politica e democrazia sociale1

Le ambizioni di Babeuf non si limitavano alla sem­


plice lotta contro le iniquità Je/fancien régime. Riven­
dicare l’eguaglianza politica e trovare la via di una per­
fetta eguaglianza sociale sono obiettivi ben più ampi ed
audaci; il senso polemico dei testi riboccanti di sana indi­
gnazione, che qui pubblichiamo, è abbastanza chiaro: le
masse popolari non hanno conquistato ancora nulla se la
eguaglianza civile non conduce alla democrazia politica, e
questa è solo una forma vuota se non si fonda sull’egua­
glianza sociale, la quale suppone che sia limitato l’uso
della proprietà, nonché lo stesso diritto di proprietà.

Umilissimo indirizzo ai Membri dell'ordine delle Patac­


che 12, ai rispettabili cittadini dell’ordine del Marco con
1 Le Correspondant picard, novembre 1790, riprodotto da M. D om -
manget, Pages choisies... cit., pp. 98-103.
2 In francese patard: piccola moneta senza valore = i poveri (la­
voranti, giornalieri, contadini poveri). La doppia (pistole) e lo scudo
(écu) moneta di medio valore (gli artigiani agiati, i commercianti, gli
agricoltori, gli avvocati e uomini di legge, i piccoli «capitalisti»). Il
marco (d’argento): i più ricchi, « l’aristocrazia della ricchezza» e la gran­
de nobiltà.
Babeuf tenta qui di promuovere l’alleanza degli strati piu nume­
rosi del Terzo Stato, quelli che, in ultima analisi, costituiranno i quadri
della sanculotteria dell’anno I I (cfr. A lbert Soboul, Les Sans-culottes
parisiens de Vari II, Librairie Clavreuil, 1962, I I edizione), contro i pri­
vilegi della nascita e della fortuna che dominano l’Assemblea. Il testo,

143
l’adesione dei membri degli ordini della Doppia e dello
Scudo

Signori,
per alcune decadi dell’antica Roma, l’ordine dei Pa­
trizi volle occupare da solo tutti gli impieghi della Repub­
blica, volle dirigere da solo tutti gli affari dell’ammini­
strazione.
L’ordine del popolo, indignato di un’esclusione in
cui il disprezzo si univa all’oltraggio, si ribellò ben presto
contro coloro che lo opprimevano volendo usurpare i suoi
diritti più sacri. Ebbe cosi i suoi tribuni, i suoi rappre­
sentanti al Senato, consoli e dittatori scelti nel proprio
seno.
In Francia, sotto il regime precedente, si riconosce­
vano tre ordini: la nobiltà, il clero, il terzo-stato. Que­
st’ultimo, costantemente disprezzato, aveva scarsissima in­
fluenza negli affari pubblici. Timido e tremante, la sua
debole voce era troppo facilmente soffocata; non aveva
che un’esigua rappresentanza in rapporto alla massa dei
rappresentati, ma almeno non si poteva dire che non
avesse, come gli altri ordini, i suoi rappresentanti.
Ma in Francia, sotto il nuovo assetto di cose, non
esiste un solo ordine come si vorrebbe far credere al volgo,
bensì se ne innalzano quattro sopra i resti dei tre antichi:
l’ordine delle patacche, quello dello scudo, quello della
doppia e quello del marco. Di questi quattro nuovi ordini,
Signori, se il vostro, vale a dire l’ordine del marco, non è
il solo ad avere un’effettiva consistenza, almeno non ci si
può nascondere che il nostro, vale a dire il triste ordine
delle patacche, non ne ha nessuna.
Esclusi dai pubblici impieghi, privati del diritto di
concorrere all’elezione dei nostri capi e di prendere in

redatto nel novembre 1790, apparve nel n. 2 del Correspondant picard,


nel momento (il 23 ottobre) in cui l’Assemblea riprendeva il dibattito
sulle condizioni di censo necessarie per accedere alla categoria dei cit­
tadini attivi.

144
qualche modo parte alle deliberazioni degli affari comuni,
oggetto insomma di disprezzo più di quanto l’insolenza
del ricco abbia mai osato coprirne l’infelice virtù: è dav­
vero impossibile che ci si inganni più a lungo intorno a
una parvenza di libertà, alla cui esistenza i violatori dei
nostri diritti vorrebbero farci credere.
Durante i pochi giorni in cui l’Assemblea nazionale
rispettò i diritti dell’uomo ' da essa decretati, convinti di
contare qualcosa nell’ordine sociale, ci siamo abbandonati
senza riserve ai dolci impulsi dell’amor di Patria. Ma, ci
si chiede, è possibile che noi le apparteniamo ancora quan-
d’essa ci respinge lontano; è possibile che possiamo nutri­
re qualche interesse per una matrigna che ci caccia dal suo
seno, dopo che le abbiamo dato le meno equivoche mani­
festazioni d’amor filiale?
Là dove non ci sono più diritti, non ci sono più
doveri. A quale titolo, Signori, vorreste che, divenuti
estranei alla Patria, contribuissimo ancora con voi ad as­
solverne i compiti? Come potete non disdegnare i nostri
pareri nelle assemblee per gli affari generali; quando ci
escludete, con il massimo disprezzo, dagli impieghi am­
ministrativi; quando respingete perfino i nostri suffragi
per la scelta dei soggetti da promuovere a quegli impie-1

1 È noto che essa distinse nella nazione i « cittadini attivi » —


coloro che pagavano un contributo diretto equivalente al valore locale
di tre giornate lavorative — dai « cittadini passivi » i quali, non pos­
sedendo nulla, non hanno da « prendere parte attiva alla formazione
dei pubblici poteri » (Sieyès). Tra i cittadini attivi, quelli della pistole
(doppia) (4 milioni), si sceglievano in ragione dell’un per cento i piu
agiati perché divenissero elettori (l’écu lo scudo); questi nominavano i
deputati, i quali dovevano pagare un contributo pari a un marco d ’ar­
gento (ossia 52 lire, o franchi, in moneta spicciola). Il potere apparte­
neva cosi esclusivamente ai ricchi.
Babeuf chiede: l’eguaglianza dei diritti non deve corrispondere
anche all’eguaglianza dei diritti politici? Egli si ricongiunge qui a Ro­
bespierre (discorso del 23 ottobre) e a Marat che protestava veemente­
mente nell’Am i du peuple. Babeuf fu molto sensibile all’argomentazione
di Robespierre: « Se vi fosse una proporzione, colui che avesse cento-
mila lire di rendita sarebbe dunque centomila volte piu cittadino? ».
Fino al 1793, Babeuf dimostra a Robespierre una fiducia immutata,
malgrado i limiti del pensiero sociale di Maximilien.

145
ghi? Dovreste arrossire d ’aver l’ardire di pretendere an­
cora da coloro ai quali non concedete nulla! Riflettete, e
per poco che ci pensiate onestamente, vi lasceremo giudi­
care da voi della nostra pretesa secondo cui questa mas­
sima è inattaccabile: nessun dovere senza diritto.
Gli uomini, articolo 1° della nostra dichiarazione dei
diritti, nascono liberi ed eguali nei diritti, ecco il prin­
cipio che consacra il titolo dell’uomo alla pretesa, fin dal
momento della sua esistenza, dei medesimi vantaggi di cui
godono tutti i suoi simili e di cui nessun potere umano
può giustamente privarlo \ -
Il fine di ogni associazione politica, art. 2, è la pre­
servazione dei diritti naturali e imprescrittibili dell’uomo.
Dunque, i capi di una società che lungi dal garantire a
ciascun individuo il mantenimento dei suoi diritti cercano
di usurpare quelli della stragrande maggioranza, sono fla­
gelli politici, esseri mostruosi.
La libertà dell’uomo, il piu prezioso di tutti i dirit­
ti, consiste segnatamente nell’ubbidire soltanto alla legge,
alla cui formazione ha concorso personalmente o mediante
i rappresentand che si è scelto. Quegli la cui volontà con­
corre alla formazione della legge alla quale è sottomesso
è dunque veramente libero. In uno stato ove ci sono uo­
mini domiciliati, cittadini la cui volontà è inoperante, que­
sti uomini sono degli schiavi e coloro che dettano loro
legge, dei despoti12.
Pretendere che chi non ha proprietà fondiarie non
ha interesse alla cosa politica, non è forse offendere il

1 Buona tattica e già solidamente provata l’opporre la profondità


dei progetti alla limitatezza delle decisioni! « Per distruggere il privile­
gio dei nobili, i plebei hanno fatto valere il grande argomento, l’irresi­
stibile argomento secondo cui gli uomini, essendo tutti uguali, hanno
tutti gli stessi diritti » (Marat, citato da J ean M assin , Marat, cit.,
p. 107).
2 Cfr. J.-J. R ousseau , D u Contrai social. Prefazione e commento
di J.-L. Lecercle, Paris, Editions sociales, 1963, collana « Les Classiques
du peuple », pp. 59-63. Questo testo, d’altronde, è tutta una riprodu­
zione del pensiero di Rousseau, almeno quale risultava da centinaia di
opuscoli.

146
buon senso ed oltraggiare la ragione? Ogni essere umano
che viva in seno a una società è interessato alla sua feli­
cità. Il proprietario e l’operaio sono entrambi reciproca­
mente utili. La differenza di interesse tra chi è proprie­
tario e chi non lo è, riguarderebbe tutt’al piu la determi­
nazione delle pubbliche contribuzioni sulla base dei beni
immobili, quantunque sia necessario ch’essi siano messi in
grado di contraddirsi vicendevolmente per far soppesare
in proporzione equa la parte di imposta da stabilirsi sui
possessi territoriali e quella da istituire sui redditi per­
sonali ed industriali ’. L’opera dei legislatori, del resto,
non può limitarsi all’oggetto delle finanze e delle entrate
fiscali.
Il principio di ogni sovranità, art. 3, risiede essen­
zialmente nella nazione. Ora, chiunque sia membro della
nazione ha il diritto imprescrittibile di collaborare alla
formazione della legge. Sottrarre questo diritto a tutti co­
loro che non sono proprietari di beni immobili, che non
pagano un marco d ’argento di imposta diretta, equivale
a escluderli dal novero dei membri della nazione. Ormai,
bisognerà dire: Il principio di sovranità risiede essenzial­
mente nel complesso dei proprietari di beni territoriali e
di quanti pagano un marco d ’argento di imposta diretta;
soltanto a loro appartiene il diritto di fare le leggi12. Ciò
non significa voler stabilire la piu spaventosa aristocrazia
ed erigere a costituzione la massima assurdità? Ciò signi­
fica voler far nascere un’eterna fonte di discordia tra i
cittadini.
Giacché le proprietà dei cittadini sono la misura dei
loro diritti politici, tali diritti devono seguire la propor­
zione delle proprietà. Colui che paga un marco d’argento
ha più diritti di colui che ne paga soltanto mezzo, chi
paga dieci marchi deve avete più diritti di chi ne paga

1 Babeuf riprende qui l’argomento del Cadastre perpétuel.


2 Sieyès: «... I veri azionisti della grande impresa sociale» (1790);
Boissy d ’Anglas: « Un paese governato dai proprietari è nell’ordine so­
ciale » (1795); Guizot: «Arricchitevi e sarete elettori! » (1840).

147
uno solo; è la conseguenza necessaria del decreto e noi
consigliamo a tutti i proprietari di procedere a un calcolo
sulla base del quale aggiungeremo qualche ordine in piu
ai quattro che abbiamo distinto.
Quanto a noi, che siamo umilmente annoverati in
quello delle patacche, dichiariamo, sempre secondo la car­
ta dei Diritti dell’uomo, art. 6, che la legge è l’espressione
della volontà generale; che là dove non vediamo volontà
generale non vediamo legge, e poiché non può esservi
volontà generale là dove tutti gli uomini non hanno di­
ritto di esprimere le loro volontà particolari, protestiamo
contro la nomina fatta, senza la nostra partecipazione, di
tutti gli agenti pubblici, contro ogni usurpazione dei no­
stri diritti naturali e imprescrittibili, contro ogni legge
insidiosa e tale da attentare alle nostre immunità sociali.
E fino a quando non ne avremo ripreso possesso, ci dichia­
riamo dispensati dal minimo dovere verso la patria che
ci respinge, dispensati da ogni servizio militare, dispensati
da ogni pubblica contribuzione, diretta e indiretta e se ciò
non bastasse, ci dispenseremo anche dal mettere le no­
stre braccia al servizio di chi non appartenga all’ordine
delle patacche.

Adesione dell’ordine dello scudo. Noi vogliamo costi­


tuire un unico ordine con i nostri fratelli delle patacche
e aderiamo alle loro dichiarazioni e proteste. Dire che chi
non ha il diritto di essere eletto, pur avendo quello di
eleggere, concorre tramite colui che ha scelto alla forma­
zione della legge, è secondo noi proferire una mostruosa
contraddizione; nessun individuo può né deve essere rap­
presentato, là dove non ha il diritto di essere di persona.
Se, secondo l’art. 6 della dichiarazione dei Diritti,
la legge dev’essere la stessa per tutti, chi ha il diritto di
eleggere deve avere anche quello di essere eletto; chi eleg­
ge senza poter essere eletto si sceglie un padrone e non
un rappresentante.

148
Adesione dell’ordine della doppia. Noi vogliamo che
l’ordine delle patacche, quello dello scudo e quello della
doppia costituiscano un solo ordine, ed uniamo la nostra
dichiarazione e protesta a quelle del primo. Abbiamo vi­
sto a quale umiliazione ci si è voluto condannare bloccan­
doci l’accesso alle cariche di senatore e limitandoci agli
impieghi subalterni delle municipalità, dei distretti e dei
dipartimenti. Abbiamo visto che i creatori dei quattro
nuovi ordini avevano avuto la pretesa di concentrare tut­
ta la sovranità nazionale nell’ordine del marco e di ren­
derlo indipendente dalla nazione intera. Abbiamo visto
che era vergognoso per noi cosi come per i nostri fratel­
li delle patacche e dello scudo sanzionare queste dispo­
sizioni incostituzionali. Abbiamo sentito dire ovunque,
insomma, che era affatto impossibile conciliare il decre­
to del marco d’argento con l’art. 6 della dichiarazione dei
Diritti dell’Uomo: tutti i cittadini essendo eguali agli oc­
chi della legge, dice tale articolo, sono egualmente am­
missibili a tutte le dignità, cariche ed impieghi pubblici,
secondo la loro capacità e senz’altra distinzione di quel­
la della loro virtù e dei loro talenti. Lo ribadiamo, l’as­
semblea ha formalmente proclamato nel suo indirizzo ai
Francesi, redatto dal vescovo di A utun1: Questa dichia­
razione dei Diritti costituirà per sempre la parola d’or­
dine contro gli oppressori e la legge degli stessi legisla­
tori. È ora o mai piu il caso di ricordare seriamente tale di­
chiarazione, ovvero di buttarla, senza esitare, nel fuoco.
Babeuf
Cittadino-soldato, rue Quincampoix, n. 39

1 Talleyrand, vescovo di Autun e deputato del clero agli Stat


generali. Fu uno dei primi privilegiati a proporre di unirsi al Terzo
Stato nel giugno 1789 per formare l’Assemblea nazionale, proclamatasi
Costituente il 9 luglio 1789. Il suo patetico indirizzo, congiunto al testo
della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, adottata il 26
agosto 1789, contribuì ad accrescerne l’interesse. Era comunque una
buona tattica riferirsi alla testimonianza di un prelato liberale per di­
mostrare la contraddizione permanente tra il carattere generale della
Dichiarazione ed il contenuto, affatto prosaico, dei regolamenti elettorali.

149
Cos’è un deputato?
Roye, 20 agosto 1791 1

Signore e fratello nella Città.


[...] Ecco, fratello, cittadino, ciò che mi sembra di
avervi già espresso, ma con maggiore crudezza di linguag­
gio, in parecchi dei nostri colloqui. Questa dichiarazione
della moralità delle mie tendenze, si rifà allo scopo prin­
cipale della presente lettera e deve naturalmente prece­
dere alcune riflessioni sui mezzi con i quali mi sembra
potremmo di concerto soddisfare il nostro comune desi­
derio di renderci sensibilmente utili alla cosa pubblica.
La prossima nomina dei secondi legislatori è nuova­
mente decretata: vi si procederà to sto 12. L’antipatriottico
decreto del marco d’argento è fortunatamente silurato con
viva soddisfazione dei veri patrioti... Eccoci dunque quasi
del tutto liberi e ridivenuti eguali nei d iritti3. Questa
idea mi incanta e mi rianima. Mi dico che, quantunque
senza fortune, posso essere allora chiamato anch’io dai

1 Lettera a Coupé sulle elezioni all’Assemblea legislativa (estrat­


ti), riprodotta da M. D ommanget, Pages choisies..., cit., pp. 103-121.
In questa lettera, Babeuf non vede bene come potrà realizzarsi la rivo­
luzione politica e sociale; la sparatoria del Campo di Marte a Parigi
indicava chiaramente che la borghesia intendeva non spingersi piu in
là nella rivoluzione. I « distretti » elettorali del 1789 erano stati sop­
pressi a vantaggio di 48 sezioni popolate esclusivamente da cittadini
attivi tra i quali si reclutavano i nuovi quadri usciti dalla rivoluzione
del 1789. Anche Babeuf fonda tutte le sue speranze sull’azione generosa
di un « legislatore virtuoso ». Non potendo proporre se stesso, si sforzò
di far eleggere Coupé e gli propose un vero e proprio piano di azione
parlamentare (cfs, la lettera seguente).
2 Le elezioni ebbero luogo, a due scaglioni, dal 29 agosto al 5
settembre.
3 La distinzione tra cittadini attivi e passivi continuava a sussi­
stere ma, al momento del voto della Costituzione del 1791, un articolo
sopprimeva il censo di eleggibilità del marco d’argento. L’assemblea
da eleggere era l’Assemblea legislativa.

150
miei concittadini a collaborare alla formazione delle leggi
che essi giudicano idonee ad assicurare la loro felicità;
perché mi affidino questo compito, non si tratta più che
di persuaderli della mia buona volontà di servirli come
fedele rappresentante.
Ve lo confesserò molto francamente, giacché la fran­
chezza regnerà sempre tra noi due, tutti i miei voti sareb­
bero esauditi se arrivassi al posto eminente dal quale è
possibile perorare con speranza di successo la grande cau­
sa dell’umanità. Oh! fratello mio, se i miei concittadini
sapessero quanta abnegazione v’è in tale desiderio, se
potessero conoscere con quale purezza di intenzione, con
quale ardore di devozione mi farei difensore dei diritti
comuni e di questa libertà intera, la sola che non sia una
finzione; se fosse dato loro di capire di quali sforzi sono
capace perché in me lo zelo possa supplire al talento, se
avessero modo di leggere nel mio animo tutto ciò che
mediterei per la loro felicità, oh! allora avrei conquistato
i loro suffragi. Ma non lo ignoro: un gran numero di
individui1 che i miei primi sforzi hanno sollevato contro
di me soffocheranno fin troppo facilmente la voce di
qualche persona sincera e spassionata che m’è rimasta
amica e io resterei con la mia buona volontà sterile.
Sarebbe l’ambizione, la vanità o l’attrattiva del lucro
a indurmi a desiderare la più invidiabile delle missioni,
quella di rappresentante della nazione? No, non si è né
ambiziosi, né vanitosi, né avidi quando, padre di famiglia,
ci si condanna a tutte le privazioni, quando per sé e per
i familiari si rinuncia ad approfittare delle occasioni più

1 Tra i nemici di Babeuf, occorre segnalare il direttore dell’As­


semblea del dipartimento della Somme e Longuecamp, il sindaco di
Roye. Babeuf, fin dal suo ritorno da Parigi, nell’autunno del 1790,
aveva ricominciato ad organizzare la lotta contro le imposte indirette.
Roye rifiutò fino al 1792 di pagare imposte e Babeuf fu perseguitato
per la sua tenace propaganda. Lo fu poi ancora per la sua partecipa­
zione attiva alla resistenza degli abitanti di Roye al mantenimento di
alcuni diritti feudali non aboliti il 4 agosto 1789 e reclamati dai loro
beneficiari (cfr. R. L egrand, in AHRF, cit.).

151
vantaggiose, quando si vive per cosi dire da anacoreta
allo scopo di praticare con maggior libertà le virtù repub­
blicane, quando si affrontano la prigione e tutti i furori
della persecuzione, per la sola ricompensa d ’essere in pari
con la propria coscienza, quando infine si disdegnano tut­
ti gli impieghi, tutti i posti che non si concilierebbero con
il fine che occorre conseguire: la distruzione degli abusi;
quando ci si sa presi di mira dai motteggi degli sciocchi e
dei corrotti che definiscono follia una condotta cosi poco
comune; quando non si ostenta una simile condotta di
fronte a chicchessia — o almeno si è atteso fino a questo
giorno per compiacersene — ma di fronte a voi soltanto
fratello mio, e nelle effusioni dell’amicizia. E nel mio aspi­
rare a farmi il campione del popolo sarebbe pura presun­
zione da parte mia o l’effetto ingannevole di una immagi­
nazione colpita dall’idea d ’una capacità superiore e del
possesso di un insieme di mezzi abbastanza potenti per
assicurare alla buona causa i piu clamorosi trionfi? Di soli­
to, non si è molto presuntuosi quando non si è compieta-
mente ignoranti; ma vi confesserò ancora, allorché si ha
una passione predominante come la nostra, quella di fare
il bene, si possiede tuttavia un po’ di quell’alta stima di sé
che ci porta a credere che in una posizione opportuna sa­
remmo in grado di decidere la vittoria in favore del po­
polo. Non ch’io abbia la dabbenaggine di pensare che, su
questo grande teatro in cui tanti personaggi verranno con
un ruolo e una maschera, in cui cosi pochi appariranno
armati soltanto della loro rettitudine e del senso d ’una illi­
mitata equità, non m’incontrerò con una folla di talenti
dei quali non sarò così ridicolo da misconoscere la supe­
riorità; so che nella nuova assemblea non mancheranno
anche brillanti oratori, improvvisatori piu o meno abili,
logici dotati d’una notevole sottigliezza sofistica insieme
ad avvocati avvezzi a sostenere il prò e il contro, vi sarà
tutto questo; ma quelle che saranno ancora rare, almeno
credo, saranno le teste ferme e solide, penetrate da tutta
la forza dei grandi principi, le teste metodiche e tattiche;

152
metodiche: vale a dire capaci di concepire il vasto insie­
me di un buon piano di costituzione e di seguirlo in ogni
sua parte senza permettere che se ne alteri né la fisiono­
mia né il senso attraverso i perfidi cambiamenti proposti
ad arte; tattiche: capaci cioè di aggirare tutti gli ostacoli e
di sventare con astute manovre le macchinazioni e le bric­
conerie del partito dell’iniquità, di evitare le sorprese e le
insidie, di opporre insomma con opportunità e perspica­
cia una tattica all’altra. Ciò ch’io vorrei in quest’assemblea
sarebbe, tra i sostegni che il popolo può dare, una cono­
scenza più approfondita delle sue sofferenze e dei suoi
bisogni, maggior risoluzione ad applicare a tanti mali il
solo rimedio efficace, piu animo per volere con energia,
con persistenza la soppressione della miseria e dell’igno­
ranza, e meno di quella sterile inflessibilità dei Robespier­
re e dei Péthion 1; giacché i Péthion e i Robespierre con
quella loro magistrale inflessibilità di cui si son fatti un
abito solenne non hanno insistito sulla conseguenza capi­
tale che discende naturalmente dal principio àél'egua­
glianza dei diritti: a tutti eguale educazione e sussistenza
assicurata 12. Simile disposizione, introdotta nella costitu­
zione, avrebbe rappresentato il più grande dei benefici,
l’avrebbe resa inviolabile. Quando l’immenso superfluo di
una minoranza opulenta si sarà riversato in [parola illeg-

1 Péthion o Pétion: avvocato, nato nel 1756, fu deputato di Char-


tres alla Costituente. Godette di un enorme prestigio agli occhi del
popolo nel 1791, per i suoi democratici proclami. Amico a quest’epoca
di Robespierre, ostentava un’aria che gli valse l’appellativo di Virtuoso,
come Robespierre, l’Incorruttibile. Slittò, per stupidità ma anche per
timore sociale, sulle posizioni dei Girondini. Robespierre lo prese come
bersaglio nei suoi giornali. Pétion mori sotto il peso di un mandato di
arresto, nei pressi di Bordeaux, nell’anno II.
2 Babeuf avverte qui pienamente i limiti sociali del pensiero di
Robespierre. Fino al 1794, l’Incorruttibile si rifiuterà di considerare in
termini materiali il problema dell’eguaglianza sociale; malgrado la sua
ammirazione per l’uomo e il democratico, Babeuf si distacca da lui per­
ché si aspetta di più dalla Rivoluzione che non la semplice eguaglianza
politica. « Eguale educazione e sussistenza assicurata »: questo, lo scopo
permanente di Babeuf per tutta la sua vita. Le divergenze tra Babeuf
e Robespierre sono in ultima analisi divergenze di classe.

153
gibile] sulla stragrande maggioranza che manca del neces­
sario, sarà impossibile che quelli che sono oggi i meno
fortunati non sentano che la parte loro toccata mitiga la
loro sorte l; tutti gli affanni, tutte le estreme privazioni
saranno evidentemente alleviate da questa incessante e
giusta ripartizione. Dal momento che la costituzione ga­
rantisce a tutti la vita fisica e la vita morale chi oserebbe
attentarvi?... Bisogna che la costituzione sia un patrimo­
nio nazionale in cui il popolo trovi al contempo il pane
spirituale e il pane materiale, in cui una stipulazione per
la vita .intellettuale e la vita materiale completa sia non
soltanto chiara, precisa, positiva ma anche immediatamen­
te sanzionata dalla messa in comune di tutte le risorse
infinitamente moltiplicate ed accresciute per mezzo di una
organizzazione sapientemente combinata e del lavoro ge­
nerale saggiamente diretto 12. Perché la costituzione così in­
tesa sarà innanzi tutto la legge della vita, il pane per tutti,
'l’istruzione per tutti, e sarà insieme la base e la chiave di
volta dell’edificio, non si dovrà piu temere che venga ab­
battuta o si cerchi di demolirla pezzo per pezzo. Chi dun­
que in un villaggio permetterebbe la demolizione del for­
no bannale 3 o che si prosciugassero i pozzi cui ciascuno
va ad attingere l ’acqua? Che ogni articolo della costitu­
zione sia limpido nelle definizioni e nelle espressioni, alla
portata del piu rozzo buon senso, senza ambiguità, senza

1 Si tratta con parole velate di una proposta incontestabile e nel


senso della « legge agraria ». Ma Babeuf pensa alla divisione delle pro­
prietà private o alla divisione dei beni dei piu abbienti com’era desiderio
dei contadini poveri? (cfr. G eorges Lefebvre, O ù il est question de
Babeuf, in Etudes sur la Révolution fran^aise, Paris, PUF, 1954, p. 298).
2 È questa una delle rare allusioni comunistiche di Babeuf nel
corso della Rivoluzione. Egli insiste del resto molto di più sull’egua­
glianza dei mezzi di sussistenza o degli appezzamenti che non sulla pro­
prietà comune; in questo testo si trova in germe quel « comuniSmo
distributivo » ispirato a Morelly, che sarà al centro della sua dottrina
e d i quella degli Eguali nel 1795-1796.
3 II four bannal (cosf nel testo francese) o band, utilizzato dai
contadini che pagavano le « banalità » per cuocere il pane, dipendeva
dai signori-, per Babeuf, la nazione si sostituisce al signore per il bene
di tutti.

154
possibilità di commenti o di interpretazioni, senza il mi­
nimo appiglio lasciato ai cavilli degli ideatori di perni­
ciose dottrine, dei travisatori di testi, dei giuristi in cerca
di tergiversazioni e scappatoie, dei segreti dell’anfibologia
e di tutti quei falsari della basoche 1 che speculano sul po­
sto del punto e della virgola; che, per esempio, tutte le
libertà di cui è costituita la libertà vi siano enumerate
senza ometterne una sola ed io garantisco che non si par­
lerà di attentare alla più piccola di esse senza che cia­
scuno non si creda subito minacciato nella sua stessa
vita... Il rispetto della costituzione sarà allora una reli­
gione; alla fede cieca e sterile, la quale non è che il retag­
gio degli spiriti deboli e asserviti, sarà sostituita la fede
salutare della ragione e dell’umanità...
La maggioranza sarebbe sempre sicura di venire a
capo della minoranza refrattaria quand’anche questa
ostentasse la piu grande energia e tutta l’astuzia possibile.
Oggi il popolo è come il bue, ignora la propria forza e il
suo occhio gli esagera ogni cosa. Ah! se conoscesse come
me la storia dei grandi possessi e dei grandi possessori
di questo mondo! Ma quando colui che ha appena di che
vivere si sarà reso conto che grazie alla buona distribu­
zione la costituzione gli vale quasi l’agiatezza in quanto
eleva al suo livello tutti quelli che prima vivevano solo
di stenti, si farà tagliare a pezzi piuttosto che lasciar ab­
battere ima costituzione così liberale... Grazie ad essa
si purificheranno e si trasformeranno i costumi delle gio­
vani generazioni dal cui seno sarà scomparso tutto quanto
l’egoismo ha di più disgustoso.
Chi può tenere a un’eguaglianza nominale? Non v’è
in effetti- alcun motivo di esporsi per conservarla; essa
non merita che il popolo si muova in suo favore. L’egua­
glianza non dev’essere il battesimo di una transazione in­
significante; deve manifestarsi con risultati enormi e posi-

1 Forma popolare di basilique'. anticamente era la comunità dei


chiérici che dipendevano dalle Corti di giustizia (n.d.t.).

155
tivi, con effetti facilmente apprezzabili e non con chime­
riche astrazioni Non può essere una questione di scola­
stica grammaticale e legislativa. Non si deve poter equivo­
care in materia di eguaglianza piu di quanto sia lecito in
materia di cifre. Tutto può essere ricondotto a pesi e mi­
sure. I mezzi e la possibilità di esecuzione esigono ampi
sviluppi. I nostri difensori della prima legislativa non
hanno intrapreso questo grande compito, io oserò affron­
tarlo. Se fossi chiamato a sedere nella nuova assemblea
e in grado di farmi intendere, assumo anticipatamente
l’impegno di risolvere tutte le obiezioni e di chiudere la
bocca ai controversisti e ai nostri pericolosi eruditi.
[...] Ancora una parola sul grande esercito civico12.
Posso dire il grande esercito, poiché esso sarà da solo piu
considerevole di quanto non siano, presi insieme, tutti gli
eserciti d ’Europa. Componendosi la guardia nazionale di
parecchi milioni di uomini, diventa affatto naturale con­
gedare almeno in gran parte le truppe regolari le quali
rappresentano al tempo stesso una superfluità e un peri­
colo per la libertà. Capi e soldati ritornati alle loro case,
introdotti di conseguenza nei quadri della guardia nazio­
nale vi diverranno gli istruttori dei cittadini i quali non
tarderanno a saperne quanto loro. Quanto alla porzione
di esercito permanente che può essere necessario conser­
vare per il momento, vi sono due mezzi semplicissimi per
sottrarlo alle cattive influenze: 1° nomina di tutti i capi a
maggioranza dei voti; 2° eguaglianza nella paga per tutti
i gradi. Senza questa eguaglianza che non può nuocere
in nulla alla disciplina, le tradizioni aristocratiche si per­
petueranno mentre è urgente estirparle perché l’esercito

1 Pei Giacobini, al contrario, è una chimera « l’eguaglianza dei


godimenti ».
2 Come i militanti popolari che sommergeranno ben presto le
sezioni, Babeuf si dichiara qui fautore di un esercito popolare di soldati­
cittadini. Nutrita di reminiscenze classiche, quest’idea diverrà un ele­
mento del programma di tutti i partiti socialisti e di tutti i movimenti
popolari. Basti pensare all’estensione che le darà, in forma moderna,
J ean J aurès . ùi L’Armée nouvelle.

156
cessi di essere ostile alla libertà L’eguaglianza nella paga
taglierà corto a tutte le beghe per ottenere i posti di co­
mando, inaugurerà e rinsalderà la fratellanza sotto le ar­
mi.. La riduzione delle truppe realizzerà una grande eco­
nomia. Poiché i soldati sono stati finora insufficientemen­
te pagati e grossolanamente nutriti, i reggimenti che non
saranno stati congedati costeranno allo Stato la stessa
somma che per l’innanzi, ma tale somma, divisa egual­
mente tra tutti i soldati, costituirà la paga di ciascuno di
loro. Troverete indubbiamente che mi spingo ben avanti
nei miei progetti di riforma, ma ho la convinzione che dei
mutamenti deboli non sarebbero altro che palliativi e che
bisogna molto innovare se si vuole che la Rivoluzione dia
i suoi frutti. Mi prefiguro bene fin dove dovrebbe arri­
vare, ma forse la prudenza prescrive di procedere solo per
addentellati, senza lasciar troppo intravedere quel che sa­
rà il nuovo edificio sociale 12. È però molto importante co­
gliere ogni occasione di incamminarsi vuoi per una via
vuoi per un’altra, verso il vero scopo della Rivoluzione,
l’eguaglianza senza finzione.
[...] Capisco quanto sarebbe difficile far accettare
tutto d ’un colpo un sistema di eguaglianza generale, ma
essendo ammessa l’eguaglianza dei diritti, occorre, se non
si vuole che sia mero disinganno, cominciar bene a met­
terla in qualche modo in pratica. Nell’esercito si incon­
treranno gli ostacoli minori3 giacché l’esercito non pos­

1 I quadri dell’esercito restavano devoti all'ancien regime e il tradi­


mento del marchese de Bouillé, durante il tentativo di fuga del re,
illustrava questa opinione corrente negli ambienti democratici della
estate 1791.
2 Le riflessioni di questo tipo non mancano in Babeuf. Per de­
siderio di efficacia e volontà di rimaner vicino alla coscienza popolare
media, Babeuf difende la tattica della rivelazione progressiva e della
lotta quotidiana attraverso cui educare le masse rivoluzionarie.
3 Nella misura in cui la distribuzione comunitaria e l’eguaglianza
dei consumi costituiscono l’architettura del suo pensiero sociale, si
comprende perché Babeuf abbia pensato all’istituzione del suo sistema
prima di tutto nell’esercito, il solo corpo della nazione totalmente stac­
cato da ogni lavoro produttivo, e sottomesso per principio a una di­
rezione amministrativa centralizzata.

157
siede nulla ed è abituato a non ricevere nulla se non dallo
Stato; i suoi capi attuali mormoreranno, ché la maggior
parte appartiene alle famiglie aristocratiche; gli altri sono
ufficiali di fortuna che hanno preso il tono e le maniere
degli aristocratici. I primi si crederanno frustrati sotto
diversi aspetti; i secondi deploreranno la perdita del loro
stato, ma che significheranno tali clamori? Dal momento
che non li si costringe a rinunciare alla professione delle
armi, restino sotto le armi e vivranno. I loro lamenti non
meriteranno dunque attenzione, non saranno che pochi
contro tutti quelli che s’awantaggeranno e si compiaceran­
no del livellamento della paga, consistente in circa 50 lire
al mese per ciascuno, e si rallegreranno di dover ormai
ubbidire solo a capi di loro scelta. I capi non sono esseri
di natura diversa da quella dei soldati. Perché gli uni do­
vrebbero vivere come canonici e gli altri come forzati?
Perché agli uni la buona tavola e il soddisfacimento dei
loro desideri e agli altri il pane nero e gli stenti? L’orga­
nismo dei capi esige forse vivande più abbondanti, piu
succulente, più delicate? Quel che li manda all’ospedale
sono le dissolutezze della guarnigione, è il libertinaggio,
mentre quel che vi ammassa i loro subordinati, è un regi­
me equivalente alla miseria.
L’uguagliamento in tutto darà i migliori risultati. I
contrassegni distintivi dei gradi sussisteranno ma con una
totale uniformità nella divisa; l’ufficiale non sembrerà
mai più ricco del soldato, perderà così uno dei suoi mezzi
di seduzione e le famiglie vi guadagneranno una certa si­
curezza.
Essendo meglio nutriti i soldati avranno maggior sa­
lute e maggior vigore; saranno di conseguenza più adatti
a sopportare le fatiche in tempo di pace; si potrà così im­
piegarli in lavori utili alla patria, anziché lasciarli marcire
in una funesta oziosità 1. Quelli che li comanderanno, es-

1 I babuvisti diranno piu tardi che ciascuno riceverà la sua parte


in funzione della sua « quota » (mise)-, l’esercito, non essendo separato
dalla nazione, deve in tempo di pace contribuire agli oneri comuni
sondo privati della pericolosa facoltà di snervarsi nei pia­
ceri della mollezza, purificati della boria impudente che
procurano i pennacchi e gli orpelli, non si riterranno più
disonorati di dedicarsi seriamente a dirigere un’attività
laboriosa utile ai loro concittadini, i quali disprezzano oggi
le loro dissipazioni e la loro scioperataggine. Se la Fran­
cia li paga, almeno non dovrà piu rimpiangere il suo de­
naro, in quanto essi le avranno dato canali, strade prati­
cabili e fertili pianure al posto di paludi insalubri e ter­
reni incolti. Li si benedirà per l’incremento di ricchezze
da loro prodotto.
È fuori dubbio che con le elezioni, i gradi saranno
anzitutto conferiti ai più istruiti, ai più capaci, ai più co­
raggiosi, ma quando tutti saranno egualmente istruiti, es­
sendo il coraggio una qualità delle più comuni tra i fran­
cesi, è evidente che per conciliarsi i suffragi, i candidati
dovranno' unire agli altri meriti la virtù per la quale vi
sarà allora emulazione. L’eguaglianza contribuirà cosi a
purificare i costumi. L’esercito si conformerà prontamen­
te allo spirito di eguaglianza trovandovi vantaggi mate­
riali. E di là esso non tarderà a diffondersi e ad acclima­
tarsi ovunque [...].

Democrazia sociale e legge agraria 1

Beauvais, 10 settembre 1791 2


[...] Lo dico a voi a voce alta, fratello miope tra non

cosi come contribuisce in tempo di guerra alla sopravvivenza della


nazione (cfr. Buonarroti, Conspiratìon pour Végalité dite de Babeuf,
Prefazione di Georges Lefebvre, Paris, Editions sociales, 1957, collana
« Les Classiques du peuple », tomo I, p. 182).
1 La lettera ha il titolo: Seconda lettera di F.Ni' Cam. Babeuf,
cittadino, a J.M. Coupé, legislatore (ne sono qui riprodotti degli estratti).
Fran?ois-Noèl, Camille Babeuf; Camille è il soprannome che
Babeuf si è dato.
2 M. D ommanget, Pages choisies..., cit., pp. 121 e sgg.

159
molto oserò dichiararlo a bassa voce ad altri: questa leg­
ge agraria, questa legge che i ricchi temono e che pur
sentono approssimarsi, e alla quale ancora non pensa il
gran numero dei diseredati, cioè i quarantanove cinquan­
tesimi del genere umano, i quali tuttavia, se essa non arri­
verà, soccomberanno tutti al massimo nello spazio di due
generazioni (verificheremo insieme matematicamente que­
sta spaventosa profezia appena lo vorrete); questa legge
che, come ben ricorderete, abbiamo visto invocare dai
voti ardenti di Mably l; questa legge, che non riappare
mai sull’orizzonte dei secoli se non in circostanze analo­
ghe a quella in cui ci troviamo; ossia quando gli estremi
si toccano in modo assoluto; quando le proprietà fondia­
rie, le sole vere ricchezze, non sono piu che nelle mani di
pochi, e la generale impossibilità di appagare la terribile
fame determina la maggioranza a rivendicare il grande
predominio del mondo, in cui il Creatore ha voluto che
ciascuno possedesse il raggio di circonferenza necessario
per provvedere alla propria sussistenza; questa legge, di­
co, è il corollario di tutte le leggi. In essa trova sempre
la sua pace un popolo quand’è giunto a migliorare la pro­
pria costituzione, in tutti gli altri settori.., che dico? pro­
prio allora esso semplifica sorprendentemente tale costi­
tuzione. Vi sarete accorto che da quando è cominciata la
nostra, abbiamo fatto cento leggi al giorno, e a mano a
mano che si son moltiplicate, il nostro Codice è divenuto
successivamente più oscuro. Quando arriveremo alla legge
agraria, prevedo che, a guisa del legislatore di Sparta, que­
sto codice troppo grande sarà messo al rogo e ci basterà 2
una sola legge dai 6 ai 7 articoli. Mi impegno ancora a dar-
vene un’assai rigorosa dimostrazione.

Allusioni alle relazioni di antica data esistenti tra Babeuf e


Coupé dopo che l’abate era stato nominato censore reale per giudicare
l'opuscolo di Babeuf sull’amministrazione dei feudi.
2 Una delle caratteristiche permanenti del socialismo utopistico
sta nella convinzione che la soluzione del problema sociale fondamen­
tale semplifichi necessariamente l’azione governativa e la renda quasi
superflua (cfr. Buonarroti, Conspiration..., cit., t. I, p. 197).

160
Riconoscerete senza dubbio, come me, questa grande
verità: una legislazione perfetta tende al ristabilimento di
quella eguaglianza primitiva che avete cosi ben cantato
nei vostri poemi patriottici, e come me, avvertite senza
dubbio ancora che marciamo a gran passi verso questa sor­
prendente rivoluzione.
Ecco perché io, che tanto caldeggio il sistema, non
mi ricredo delle contemplazioni, cui m’abbandono consi­
derando che i vostri principi e la vostra energia fanno di
voi forse l’unico idoneo a preparare questa grande conqui­
sta, e che la Provvidenza sembra secondarci facendovi en­
trare nella carriera che vi permetterà di combattere, con i
maggiori vantaggi, a favore della causa \
Si, voi siete forse destinato, e forse lo eravamo en­
trambi, a sentire per primi e a far gustare agli altri il gran­
de mistero, il più [parola illeggibile] segreto che deve
spezzare le catene umane. Se è cosi, come vi vedo grande
fra i Legislatori!
Ma come penso che, pur con tutta la forza di cui
siete armato, vi sarà possibile dirigere i primi movimenti
intesi ad accelerare una cosi bella vittoria? Bisognerà forse
che il Salvatore del Mondo s’annunci apertamente e con
un preciso manifesto? No, senza dubbio, e, penso, non
sarebbe ben accolto se proponesse crudamente simili con­
siderazioni alla nostra disgraziata Assemblea. La sua virtù
si vedrà dunque costretta, per combattere la corruzione,
a servirsi delle armi generalmente usate dalla corruzione
stessa; dovrà opporre politica a politica. Occorrerà che le
prime disposizioni siano ben dissimulate e non rivelino in
alcun modo il fine concertato.
Ma rifletto... Mi dico: non v’è quasi nessuno che non
respinga la legge agraria; su di essa il pregiudizio è più1

1 A questo punto della sua evoluzione politica, Babeuf è alla ri­


cerca del « legislatore virtuoso ». Deluso da Danton, spera in Coupé,
quindi in Robespierre. Finalmente, il movimento delle masse popolari
dal 1793 al 1795 gli mosterà che non resta che fare appello all’interesse
dei proletari, « la loro guida migliore ».

161
radicato ancora di quello relativo alla monarchia e quanti
hanno avuto l’ardire di aprir la bocca in proposito sono
sempre stati giustiziati. È sicuro che lo stesso Signor Cou­
pé sarà d’accordo con me su quest’articolo? Non mi obiet­
terà anche lui, come tutti, che ne deriverebbe il disfaci­
mento della società? che sarebbe ingiusto spogliare tutti
coloro che hanno legittimamente acquistato, che non si
farebbe più nulla gli uni per gli altri e che, supponendo la
cosa possibile, i successivi mutamenti ristabilirebbero ben
presto l’ordine di prima? Si accontenterà delle mie rispo­
ste?: che la terra non dev’essere alienabile; che ognuno
nascendo ha diritto di avere la sua parte sufficiente, come
avviene per l’aria e per l’acqua; che morendo deve lasciar­
ne eredi non quelli che gli sono più vicini nella società
ma là società intera; che proprio questo sistema di aliena­
bilità è stato quello che ha dato tutto agli uni e nulla agli
altri...; che proprio per effetto di tacite convenzioni i prez­
zi dei lavori più utili sono stati ridotti al livello più basso,
mentre i prezzi delle occupazioni inutili o addirittura dan­
nose per la società sono stati centuplicati; chi attende a
cose inutili ha potuto defraudare il lavoratore più utile
e più laborioso...; che se ci fosse stata maggiore uniformi­
tà nei prezzi di tutti i lavori, se non si fosse assegnato ad
alcuni di essi un valore d’opinione, tutti i lavoratori1 sa­
rebbero press’a poco egualmente ricchi; che stando cosi le
cose una nuova divisione non farebbe che rimettere le co­
se a posto...; che, se la terra fosse stata dichiarata inalie­
nabile, — sistema che elimina interamente l’obiezione che
nasce dal timore del ristabilirsi dell’ineguaglianza attra­
verso i mutamenti, dopo la nuova divisione, — ogni sin­
golo uomo sarebbe stato sempre sicuro del suo patrimonio
e non avrebbero avuto origine quelle inquietudini conti­
nue e sempre angosciose sulla sorte dei nostri figli: donde
l’età dell’oro e la felicità sociale al posto del disfacimento
della società; uno stato di tranquillità per l’avvenire, una

’i In francese ouvriers (n.d.t.).

162
fortuna durevole per sempre al riparo dei capricci della
sorte, fortuna che dovrebbe essere ambita anche dai pitó
felici del mondo se avessero un’esatta nozione dei loro veri
interessi...; che, infine, non è vero che la scomparsa delle
a rti1 sarebbe il necessario risultato di tale nuova condi­
zione, poiché è evidente al contrario che non tutti potreb­
bero essere contadini; che ciascun individuo non potrebbe,
piu di quanto avvenga oggi, procurarsi da solo tutti gli
strumenti che ci sono divenuti necessari! che non cesse­
remmo di aver bisogno di operare tra noi uno scambio con­
tinuo di servizi e che, ad eccezione del fatto che ogni in­
dividuo avrebbe il suo patrimonio inalienabile, costituen­
te, in ogni tempo e circostanza, un fondo, una risorsa inat­
taccabile contro i bisogni, tutto ciò che riguarda l’indu­
stria umana resterebbe nel medesimo stato di oggi,
Intendo provare a voi, caro fratello, e nello stesso
tempo anche a me, che voi partite per l’Assemblea legislati­
va con l’intento di far consacrare tutto questo come arti­
coli di legge costituzionale. Nella mia precedente lettera
vi ho detto che i miei voti sono:
1° Che i legislatori di tutte le legislature riconoscano
per il popolo che un’Assemblea costituente è un’assurdità,
che i deputati eletti dal popolo abbiano in ogni momento
il dovere di fare tutto ciò che riconosceranno utile per la
felicità del Popolo... Donde l’obbligo e la necessità di as­
sicurare la sussistenza a questa stragrande maggioranza del
Popolo che, con tutta la buona volontà di lavorare, non ne
ha piu. Legge agraria, eguaglianza reale.
2° Che il veto 12, vero attributo della sovranità, ap­

1 Arts va qui inteso nel senso di artigianato e di Industria;


industrie nel senso di attività generale, di lavoro untano; machines
nel senso di strumenti di lavoro e di prodotti di lavoro artigianale
(cfr. l’articolo Arts di Diderot nell’Encyclopédie: Textes choisis de
l’Encyclopédie, Introduzione e note di Albert Soboul, Paris, Editions
sociales, 1962, collana « Les Classiques du peuple », p. 49 e sgg.; trad.
it., Roma, Editori Riuniti, 1968, pp. 4? e sgg).
2 La Costituzione del 1791 aveva concesso al re il veto sospensivo,
grazie al quale egli da solo poteva, per due anni, opporsi’ ad ogni
decisione dell’Assemblea.

163
partenga al Popolo; con un successo abbastanza evidente
(giacché poi abbiamo visto, nella piccola opera Della rati­
ficazione della Legge, da me trasmessavi, che i miei mezzi
sono simili a quelli dell’autore) ne ho dimostrato la pos­
sibilità di esecuzione in opposizione a quanto si è potuto
dire in contrario... Da questo veto del Popolo non biso­
gna forse attendersi che sarà richiesto, dalla parte soffe­
rente e sempre finora esposta al crudele tormento della
fame, un patrimonio sicuro: la legge agraria?
3° Che non vi sia piu divisione di cittadini in parec­
chie classi; ammissione di tutti a tutti i posti; diritto per
tutti di votare, di esprimere le proprie opinioni in tutte le
assemblee; di sorvegliare attentamente l’assemblea dei Le­
gislatori; libertà di riunione nelle pubbliche piazze; non
piu legge marziale '; distruzione dello spirito di corpo del­
le Guardie nazionali aprendo l’arruolamento a tutti i citta­
dini senza eccezioni e senz’altra destinazione che quella di
combattere i nemici esterni della Patria12... Da tutto ciò
deriveranno necessariamente la massima emulazione, un
grande spirito di libertà, di eguaglianza, l’energia civica,
i grandi mezzi di manifestazione dell’opinione pubblica e
quindi di espressione del voto generale che è, per princi­
pio, la legge; la rivendicazione dei primi diritti dell’uomo
e quindi del pane onestamente assicurato a tutti: Legge
agraria.
4° Che tutte le cause nazionali siano trattate in piena
assemblea plenaria, e non vi siano più comitati... Scompa­
rirebbero cosi quella negligenza, quell’apatia, quell’indif­
ferenza, quell’abbandono assoluto alla pretesa saggezza di
un pugno di uomini che dominano un’intera assemblea, e

1 La legge marziale fu proclamata dalla Costituente dopo la de­


cisione dei Cordiglieri di riunirsi al Campo di Marte, per firmare una pe­
tizione repubblicana il 17 luglio 1791.
2 È già, in germe, l’affermazione dei princìpi della democrazia
reclamata dai sanculotti, così come verrà in parte messa per scritto
nella Costituzione del 1793 (revocabilità permanente degli eletti) e nella
prassi dell’anno II, fondata sulla leva in massa.

164
sui quali è tanto più facile effettuare tentativi di corru­
zione.
Di qui l’obbligo per tutti i senatori1 di occuparsi es­
senzialmente dell’oggetto del dibattito e di pronunciarsi
con cognizione di causa; di qui l’incitamento dato a tutti i
difensori del popolo e la necessità di sostenere i suoi più
cari diritti, di vegliare quindi perché tutti possano vivere:
Legge agraria.
5° Che, per il dibattito di tutte le materie, sia ac­
cordato un ampio periodo di riflessione... Di qui risulterà
che non soltanto gli improvvisatori, gli sventati, gli eterni
chiacchieroni, quelli che sentenziano sempre prima di aver
pensato, saranno gli unici in grado di deliberare i decreti,
ma sulle decisioni influiranno anche coloro che prima di
pronunciarsi su un piano amano meditare su di esso: un
parolaio interessato a combattere tutto ciò che è giusto
non verrà più lesto lesto a respingere una vostra buona
proposta per un qualche nulla sottile e illusorio; e se si
parlerà in favore di colui i cui bisogni sono più pressanti,
l’uomo onesto potrà valutare ed appoggiare la proposta
ed ottenere il trionfo della sensibilità 2. Grande avvio alla
legge agraria.
Ebbene! Fratello patriota, se i princìpi da me testé
esposti sono sempre stati i vostri, è necessario oggi che
vi rinunciate se non volete la legge agraria perché, o io
m’inganno grossolanamente o le conseguenze estreme di
siffatti princìpi sono questa legge. Agirete dunque efficace­
mente in suo favore se persisterete in questi princìpi. Con
essi non si viene a compromessi e se, nell’intimo, vi propo­
nete qualcosa di meno di ciò nel vostro compito di legisla-
1 Formula classicheggiante: il deputato è chiamato senatore in
ricordo delle tradizioni dell’antica Roma.
3 Reclamando un dibattito aperto cui dovrebbero prender parte
tutti i deputati, Babeuf condanna la pratica della discussione in comitati
derivati dall’Assemblea ed esige che il popolo possa in ogni momento
intervenire direttamente nel dibattito e giudicare sul posto i suoi man­
datari. Non diversa sarà la prassi delle sezioni agli inizi dell’anno II (cfr.
A lbert Soboul, Les Sans<ulottes..., cit., p. 558).

165
tore, ve lo ripeto, libertà, eguaglianza, diritti dell'uomo
saranno sempre parole ridondanti e termini vuoti di si­
gnificato.
Lo ripeto di nuovo, non sarebbero queste le intenzio­
ni da divulgarsi per prime; ma un uomo di buona volontà
potrebbe anticipare di molto la conclusione se si sforzas­
se di far decretare tutti i punti qui sopra esposti sulla base
della pienezza dei diritti di libertà dovuti all’uomo, prin­
cipio che si può sempre invocare e professare palesemente
senza correre rischi. Quelli che vengono chiamati aristo­
cratici hanno più intelligenza di noi; intravedono fin trop­
po bene tale conclusione. Il motivo della loro viva oppo­
sizione nella faccenda delle decime 1 dipende dal fatto che
temono che, una volta posta una mano profana su quel
che chiamano il sacro diritto della proprietà, la mancanza
di rispetto non conoscerà piu limiti. Essi manifestano ge­
neralmente i loro timori su ciò che sperano i difensori de­
gli affamati, vale a dire sulla legge agraria a breve scaden­
za; buona notizia da annotare sui nostri taccuini.
Amo dilungarmi su questo grande soggetto con un’a­
nima sensibile quanto la vostra. Perché, infine, nessuno
ha ancora pensato al povero; e, dico io, nel rinnovamento
delle leggi di un Impero bisogna principalmente trattare
del povero; è lui, è la sua causa che interessa più d’ogni
altra sostenere. Qual è lo scopo della società? Non è forse
quello di procurare ai suoi membri la più grande felicità
possibile? E a che servono dunque tutte le vostre leggi
se in ultima analisi non riescono a trarre dagli abissi della
miseria questa enorme massa di indigenti, questa moltitu­
dine che compone la stragrande maggioranza della socie­
tà? A che serve un comitato di mendicità che continua ad

1 I diritti feudali gravanti sui beni e non sulle persone furono


mantenuti dalla Costituente e verranno aboliti dalla Convenzione sol­
tanto il 17 luglio 1793 con l’ordine di distruzione dei titoli primitivi,
deposti nelle cancellerie municipali (cfr. A. Soboul, De la pratique des
terriers au brulement des titres féodaux (1789-1793), in AHRF 1964,
n. 3, pp. 149-158).

166
avvilire gli esseri umani parlando di elemosine e di leggi
repressive, nel tentativo di obbligare un gran numero di
infelici a seppellirsi in capanne e a morirvi d ’inedia, affin­
ché il triste spettacolo della natura sofferente non inciti
a rivendicare i primitivi diritti di tutti gli uomini, che la
natura ha creato perché vivano e non perché solo alcuni di
essi accaparrino per sé il bene di tutti? [...].

Contro la proprietà per la comune felicità


Lettera a Anaxagoras Chaumette 1
Parigi, 7 maggio, l’anno 2 della Repubblica francese 12

Tribuno del Popolo 3


Che momento... quello attuale! Da esso dipenderan­
no i destini del mondo! Che momento... per la vostra glo­
ria! per il posto che vi sarà assegnato nelle pagine della

1 Archives départementales de la Somme: F 129-copia riprodotta


da M. D ommanget, op. cit., pp. 142-147.
Chaumette: nato a Nevers il 24 maggio 1763, collaborò con
Prudhomme alle Révolutions de JParis. Repubblicano e democratico
convinto, fu membro del Comune insurrezionale del 10 agosto 1792.
Eletto procuratore del Comune di Parigi, fu uno degli artefici delle
giornate dal 31 maggio al 2 giugno 1793. Generoso, vicino al popolo dei
faubourgs, si affermò come uno dei piu energici « decristianizzatori ».
Fu condannato a morte il 13 aprile 1794 durante la repressione del
movimento sanculotto.
2 Babeuf, che è dovuto fuggire dalla Picardia, è a Parigi. Grazie
all’appoggio di alcuni dei suoi amici vicini al movimento sanculotto,
ha potuto trovare un impiego neH’amministrazione delle sussistenze della
capitale. Progressivamente tale amministrazione estenderà il suo recluta­
mento nel personale sezionario dopo le giornate del 31-maggio-2 giugno
che videro la caduta dei Girondini. Nell’attesa, la pressione dell’ambiente
sanculotto induce l’Assemblea alla proclamazione del primo maximum
dei prezzi e, grazie alla prassi della « fraternizzazione », la maggior
parte delle sezioni moderate passano sotto il controllo dei sanculotti
(cfr. A. S oboul, Les Sans-culottes..., cit., capitolo IV, e A. M athiez,
La vie chère et le mouvement social sous la terreur, Paris, Librairie
Payot, 1927).
3 « Non do all’accezione di tale titolo che la facoltà di designare
convenientemente un vero difensore della sanculotteria » (nota di Babeuf).

167
storia imparziale!!! Essa dirà alle generazioni future ciò
che siete stati a seconda della condotta che terrete al pre­
sente! Che grande carattere avete cominciato a rivelare
nella giornata del 18 aprile, provocando il sublime decre­
to per cui « il Consiglio Generale si dichiara in stato di
rivoluzione finché non saranno assicurate le sussistenze! ».
Non si tratta più che di sostenere i fondamenti e pro­
seguire l’edificazione di quest’opera cosi bella! È arrivato
il giorno in cui il Comune di Parigi deve dimostrare di non
essersi impegnato invano a difendere i diritti del popolo.
L’avete ben visto quell’articolo della dichiarazione dei pre­
tesi Diritti deU’Uomo, che definisce la proprietà « il dirit­
to di disporre a proprio piacimento dei propri beni, dei
propri redditi, dei propri capitali, della propria attività »?
Diritti naturali imprescrittibili! siete criminalmente vio­
lati!!! Accaparratori! voi tutti che siete in condizione di
dar fondo 1 a gara alle fonti vitali della grande massa del
Popolo! rallegratevi, soltanto i vostri spaventosi diritti
sono consacrati. Coalizzatevi più di prima. Perfezionate
il sistema delle vostre combinazioni omicide, dei vostri cal­
coli assassini. Studiate a fondo le raffinatezze delle vostre
barbare speculazioni sulla sostanza dell’innumerevole clas­
se di diseredati: i vostri voti colpevoli saranno presto esau­
diti. Presto, in virtù della Dichiarazione dei "Diritti dell’Uo­
mo 12, sarete giunti ad aumentare il prezzo della libbra di pa­

1 Babeuf fornisce, con questa formula, la prova del suo sanculot-


tismo. La rivendicazione media dei sanculotti parigini, ambiente poco
omogeneo di salariati, di lavoranti, di piccoli imprenditori e di indigenti,
mirava ad' ottenere, come consumatori, un prezzo delle sussistenze
accessibile a tutti; si trattava meno di intaccare le condizioni della
produzione economica, il che avrebbe diviso il mondo -della sanculot-
teria, che di imporre contro i ricchi e gli accaparratori una limitazione
al diritto d ’uso della proprietà.
2 Dal 17 aprile, la Convenzione discuteva intorno alla nuova Co­
stituzione e la Dichiarazione dei diritti ne fissava lo spirito. Robespierre
aveva preconizzato, nel celebre Discorso del 24 aprile, una limitazione
al diritto di proprietà, donde l’appoggio apportatogli da Babeuf. Ma
presto, come i sanculotti, questi sarà deluso da Robespierre che con­
dannò. a piu riprese l’agitazione popolare per le « misere merci ».

168
ne... Chi può valutare dove si fermerà la vostra criminale
cupidigia! Delegati! non contate fra di voi veri sanculotti!...
quasi nessuno di voi esce dal vero terzo-stato!... il terzo-
stato non è rappresentato nell’areopago. No, quasi nessuno
di voi, si vede, ha mai provato le angosce laceranti del bi­
sogno. Siete incapaci di fare da soli il bene del Popolo! Lo
farete soltanto se vi sarete costretti!... Tu, però, Robespier­
re, che con precisione hai definito la proprietà, che hai trac­
ciato i limiti entro i quali tale diritto dev’essere circoscrit­
to per impedirgli di nuocere alla grande maggioranza so­
ciale... Vieni, tu sei il nostro legislatore. E voi, Giacobini!
che avete adottato all’unanimità 1 l’opera sublime di questo
degno mandatario, voi che non siete spietati come un Se­
nato, venite a schierarvi a fianco del nostro Licurgo, voi
che siete i suoi aiutanti e i suoi stimabili collaboratori.
Comune di Parigi! che vi siete coraggiosamente dichiarato
in stato di insurrezione fino a che non fosse assicurata la
vita di tutti i membri del sovrano, finché essa non fosse piu
in preda alla voracità dei barbari-economisti-monopolizzato-
ri, adempite il vostro impegno. Eh! siete una parte essen­
ziale del Popolo, il cui voto (Robespierre, art. 17) dev’esse­
re rispettato in quanto concorre a formare la volontà gene­
rale. Apponete, fin da questo istante, il veto nazionale a
quella perfida Dichiarazione dei Diritti, non dell’Uomo,
ma degli aggiotatori, degli usurai, degli accaparratori, delle
sanguisughe insaziabili ed omicide, degli avidi speculatori
d’ogni genere. Al vostro generoso gesto, la Repubblica in­
tera si leva e confonde con il vostro il suo passo. Ri­
sponderà ai vostri segnali come ha sempre fatto nelle gran­
di occasioni e a maggior ragione questa volta trattandosi di

1 I Giacobini avevano approvato in blocco la Dichiarazione dei


diritti redatta da Robespierre (21 aprile 1793). Per Babeuf, da buon
rousseauista, la volontà generale si esprime nelle Assemblee ove si riuni­
sce direttamente il 'popolo: non essendo la volontà generale divisibile,
una mozione dei Giacobini è meno un’opinione che un elemento d’una
decisione popolare che ha forza di legge allo stesso titolo di un voto
dell'Assemblea.

169
assicurare alla classe dei bisognosi \ la classe incontestabil­
mente piu numerosa nello Stato, vantaggi finalmente reali,
dopo quelli meramente contemplativi di cui si è potuto
inebriarla dopo la rivoluzione.
Questa classe interessante, che ha realmente fatto que­
sta riflessione, la quale può divenir fatale al successo della
nostra causa, che finora la si è fatta dibattere ed infiammare
soltanto per delle chimere giacché le parole rivoluzione,
libertà, eguaglianza, repubblica, patria, non hanno mutato
in meglio il suo stato (riflessione di cui è impossibile dis­
simularsi gli infausti effetti già risultati, voglio dire un’apa­
tia, uno scoraggiamento, un’indifferenza generale che get­
tano nella disperazione il piccolo numero di cittadini che
hanno conservato la loro piena energia)12; questa classe in­
teressante, dico, al cospetto del grande movimento che ten­
derà ad assicurarle la felice esistenza che dev’essere appan­
naggio di ogni repubblicano, riprenderà tutto il suo vigore
e il suo coraggio, e soltanto questo potrà assicurare la no­
stra invincibilità presso i tiranni che ci minacciano, e, so­
prattutto, ci assicurerà una vittoria tanto piu completa in
quanto sarà allora che i Popoli vicini, edotti della nostra

1 L’opposizione tra le « sanguisughe » (speculatori ed accaparra­


tori) e i « bisognosi » dimostra sufficientemente che Babeuf non con­
cepisce lo sfruttamento a livello del lavoro produttivo bensf, come i
sanculotti, a livello del consumatore povero. Un simile punto di vista,
per quanto primitivo possa sembrare, per quanto anacronistico sia oggi,
risponde esattamente alle necessità del tempo. Il «ipopolo » non era la
« classe operaia » ma un raggruppamento molto eterogeneo di strati
sociali tutti direttamente sottomessi all’oppressione del capitalismo di
tipo commerciale che costituiva la norma economica del XVIII secolo.
L’indeterminatezza della formulazione di Babeuf rende conto della ete­
rogeneità sociale dei « poveri » e permette di raggruppare verso un
obiettivo comune le diverse frazioni della sanculotteria urbana.
2 Babeuf, sempre angosciato dall’immensità dell’azione da intra­
prendere, sottovaluta spesso le difficoltà del movimento popolare e sem­
bra qui dimenticare le enormi e frequenti agitazioni che si .verificavano
in modo assai, consapevole su tutto il territorio della repubblica, in
Picardia, in Normandia, nella regione di Rouen, in Beauce e nel
Gàtinais, ma soprattutto nella stessa Parigi, al mercato generale di
frutta e verdura e il 1° maggio alla Convenzione (Cfr. A. M athiez,
La vie chère..., cit.).

170
reale e generale felicità, saranno unicamente gelosi di con­
quistarne una simile
Tribuno, l’ultimo decreto sulle sussistenze non è in
grado di soddisfare il Popolo 12! Anche quando questa legge
potesse produrre qualche buon effetto, esso non sarebbe che
momentaneo. Ma quale sarà il risultato di questa fissazione
al valore medio del prezzo dei grani dopo un’epoca che lo
ha visto costantemente caro? Non è questo che il Popolo
ha domandato. L’aver fatto mostra di cedere alle sue pres­
santi istanze è evidentemente solo una perfida scappatoia.
Il Popolo voleva che Valimento a tutti necessario fosse an­
corato a un prezzo accessibile a tutti. È quanto indubbia­
mente intendeva domandare anche Anassagora con la sua
famosa requisitoria del 18 aprile, prezioso stimolante il
cui tono ha modulato quello della bella petizione del fau-
bourg Saint-Antoine 3. Il vostro compito non è finito, di­
fensore del Popolo; il comune deve ancora considerarsi in
stato di rivoluzione, perché è vero che le sussistenze non so­
no ancora assicurate. E possono esserlo solo in virtù di una
legge regolamentare; bisogna che lo siano sulle basi fon­
damentali del contratto sociale; bisogna far consacrare que­
sto principio di Robespierre « che il diritto di proprietà
non può pregiudicare l’esistenza dei nostri simili! che la

1 Grande fu la sorpresa di molti rivoluzionari nel constatare che


la guerra fatta alla Francia dalle potenze aristocratiche d ’Europa non
aveva portato il grande sollevamento sperato dei « popoli schiavi » con­
tro le « teste coronate ». Ricompare sempre quella visione meccanicistica,
« materialistica dal basso e idealista dall’alto » (Marx), che caratterizza
la filosofia dei lumi.
2 II primo maximum dei prezzi era in effetti molto insufficiente,
poiché non prevedeva né i mezzi per impedire la speculazione né le
sanzioni, misure indispensabili a cui si opponevano naturalmente gli
speculatori (3-4 maggio).
3 II 18 aprile, di ritorno dalla Convenzione, dove aveva accom­
pagnato il procuratore generale sindaco del dipartimento, Ghaumette
fece emettere dal Comune il decreto secondo cui si proclamava « in
insurrezione » fino a quando non si fosse resa giustizia alle rivendica­
zioni popolari espresse nella petizione del dipartimento e riaffermate
il 1° maggio dalle donne di Versailles e dalle migliaia di sanculotti del
faubourg Saint-Antoine che penetrarono nella Convenzione.

171
società è obbligata a provvedere alla sussistenza di tutti i
suoi membri, sia procurando loro del lavoro, sia assicurando
i mezzi di esistenza a quelli che non sono in condizione di
lavorare! ».
Ecco, cittadino magistrato, il grande articolo della Car­
ta dei Diritti dell’Uomo, che la nazione sovrana deve far
consacrare. Grazie ad esso la massa principale ed essenziale
del popolo riconoscerà che finalmente la Rivoluzione è giu­
sta nei suoi confronti, e perciò la benedirà, perciò sarà pron­
ta a morire mille volte per difenderla. Il Procuratore del
Comune di Parigi è tra tutti i cittadini della Repubblica
quello più in grado, piu provvisto di mezzi per imprimere
il movimento capace di assicurare la vittoria di questo gran­
de processo e siffatta conquista equivarrà a quella del 10
agosto 1792 '... Anassagora richieda a questo scopo un in­
dirizzo di reclamo ben preciso da parte del Consiglio Ge­
nerale. La causa è cosi bella, gli spiriti sono già cosi di­
sposti all’adozione di tutte le misure che verranno propo­
ste per un oggetto di cosi grande interesse, che già si può
dire con certezza che l’indirizzo passerà; che tutte le se­
zioni di Parigi non mancheranno di aderirvi, che le altre
sezioni della Repubblica, le quali si son sempre fatto vanto
di applaudire le grandi misure della città madre e di mar­
ciare al suo seguito, s’affiancheranno ancora; che si mani­
festerà così fin da questo momento il veto nazionale allo
scopo di far riformare l’assurdo e rivoltante principio di
abuso, consacrato nella nostra nuova Dichiarazione dei
Diritti; e che quello che di tutti i diritti dell’Uomo è il
piu incontestabile, ancorché finora il più misconosciuto, si
vedrà consacrato per la felicità di tutte le generazioni.
È al vostro impegno, Anassagora tribuno, che vi inti-1

1 L’affermazione di Babeuf è chiara: la democrazia politica del


agosto 1792 deve portare alla democrazia sociale, unico mezzo suscettibile
di consacrare legittimamente il popolo alla causa della Rivoluzione co­
minciata nel 1789. Questa idea rimane una costante del pensiero di Babeuf
(cfr. Le Correspondant picard, p. 139, Lettre à Coupé, p. 148, Le Tributi
du peuple, p. 202).

172
mo di adempiere; e se intrawedete degli ostacoli quale ma­
gnifica occasione per dimostrare la vostra grandezza! Quale
circostanza renderà mai più imperioso l’obbligo di mettere
in pratica il grande principio della resistenza all’oppres­
sione?
Affrettiamoci a grandi passi per arrivare al termine
fortunato della rivoluzione che condurrà con sé i giorni di
una felicità generale 1 ignota a tutte le età e a tutte le na­
zioni di cui ci son restati i fasti. Senza dubbio il cieco e
imprevidente egoismo non ha saputo calcolare l’approssi­
marsi di questo termine seducente cui l’uomo onesto aspira
con tutto l’animo, ma la penetrante filosofia non ha ancora
fatto a questo riguardo false supposizioni. Filantropi! vi
annuncio il libro de\VEguaglianza 12 di cui intendo far dono
al Mondo. Sofisti! con esso distruggerò tutti i paralogismi
in virtù dei quali avete fuorviato, incatenato e fatto costan­
temente soffrire l’Universo; e vostro malgrado, gli uomini
misureranno tutta la vastità dei loro diritti, il voto della
natura non sarà piu deluso ed essi saranno felici.

1 La « felicità comune », leitmotiv delle dichiarazioni sezionarie del­


l’anno II che diverrà la formula-chiave della Costituzione dell’estate 1793
(dopo la caduta dei Girondini) e resterà l’obiettivo ultimo di tutto il
movimento babuvista.
2 Babeuf, preso dall’azione, non scrisse mai questo libro (cfr. In­
troduzione, pp. 29-30).

173
Babeuf e l’equivoco di Termidoro ( 1794-1795)
6. « L e Journal de la liberté de la presse »
e « Le Tribun du peuple »

Il 9 termidoro, Robespierre e i suoi compagni del


Comitato di salute pubblica sono arrestati e ghigliottinati.
In capo ad alcune settimane, il governo rivoluzionario è
smembrato e i Giacobini isolati. La Francia nel complesso
è soddisfatta della tregua termidoriana e della pace vitto­
riosa che si sentiva prossima. Ma fu presto evidente che
le masse popolari avrebbero fatto le spese di questa nuova
politica. Dopo i Giacobini, bersaglio della reazione bor­
ghese divennero i sanculotti. Ingenuamente rallegrato il 9
termidoro, poiché rimaneva animato da un odio incoercibi­
le nei confronti dei robespierristi, l’ambiente sanculotto pa­
rigino non tardò a mutar avviso: escluso dalla direzione po­
litica come per Vinnanzi e condannato alla fame, ritorna
sulle proprie illusioni post-termidoriane e tenta, invano, il
12-13 germinale e il 1° pratile (1-2 aprile e 20 maggio
1795) di insorgere per il «pane eia Costituzione del
1793 ».
Babeuf, che aveva fondato qualche settimana dopo il
9 termidoro il suo giornale, Le Journal de la liberté de
la presse, divenuto presto Le Tribun du peuple, segue esat­
tamente l’evoluzione dell’ambiente sanculotto parigino. In
un primo tempo, protesta contro il sistema dei « decem­
viri » (il Comitato di salute pubblica), ma non senza ri­
serve, quindi, a partire dall’autunno, inizia risolutamente
le ostilità con i termidoriani al potere. Ciò lo conduce in
prigione ove si trova ancora al momento delle insurrezioni

111
di germinale e di pratile. Si è parlato dell’« autocritica »
di Babeuf: non c’è parola più conforme alla verità delle
cose e l’esperienza di Babeuf rimane un’incomparabile le­
zione di saggezza politica.
I testi che seguono delineano molto fedelmente que­
sta evoluzione di Babeuf e nello stesso tempo quella del
suo auditorio dei faubourgs.

Contro la dittatura robespierrista 1


[...] Questa affermazione, che fornisce una scusa alla
infanzia apparente del nostro attuale spirito pubblico, non
è errata. Abbiamo si fatto una rivoluzione, cinque anni
fa; ma bisogna aver la buona fede di riconoscere che in
seguito abbiamo lasciato fare la controrivoluzione; e que-
st’ultima data precisamente dall’epoca 12 in cui si lasciò por­
tare il primo attacco alla libertà di opinione, sia verbale
che scritta; il 10 termidoro segna il nuovo termine dopo
il quale siamo all’opera per rinascere alla libertà. Non sia­
mo dunque, per così dire, che embrioni senza forma, trop­
po deboli per aver ancora il sentimento dei nostri diritti,
e dei princìpi su cui essi riposano. Non c’è da stupirsi se
procediamo così lentamente alla soluzione d ’una questione
che, senza dubbio, per esseri ragionevoli, parrebbe infini­
tamente semplice.
E non si dica che occorre sempre considerarsi come
rivoluzionari di cinque anni, e contare sulle nostre prime
forze acquistate in libertà. L’istruzione repubblicana, inve­
ro, ci aveva già condotto molto innanzi nella conoscenza
dei princìpi che tutelano la dignità del vincolo sociale. Ma
tale istruzione, per effetto dei corruttori che abbiamo la­

1 Journal de la liberté de la presse, n. 2, 19 fruttidoro, anno II


(5 settembre 1794), pp. 2-4 (Bibl. Nat. Le 8» 824-825).
2 In nome della centralizzazione rivoluzionaria e delle esigenze di
difesa nazionale contro la coalizione aristocratica, il governo rivoluzionario
aveva progressivamente imbrigliato la maggior parte della libertà e ciò
sia contro la borghesia moderata che a svantaggio del movimento popola­
re (cfr. A. Soboul, Les Sans-culottes..., cit., pp. 243 e sgg.).

178
sciato prendere piede tra noi, è retrocessa di tutto il cam­
mino già guadagnato.-Essi sono giunti a pervertire intera­
mente la morale democratica, a offuscare, a stravolgere tut­
te le idee fondamentali e immutabili; e hanno fatto errare
la ragione dei cittadini in un mare sconosciuto di concezioni
astratte e volubili. A nozioni semplici della ragione e della
giustizia eterna, che s’esprimevano in un linguaggio altret­
tanto semplice, grazie al quale tutti i membri della società
potevano facilmente conoscere i loro doveri e i loro diritti
insieme ai fondamenti su cui riposavano, praticare gli uni,
godere degli altri e difenderli, si sostituirono pretesi prin­
cipi, fino allora ignoti, della cui necessità si persuase sotto
il pretesto delle circostanze difficili e straordinarie che
mettevano d’ogni lato la patria in pericolo. Si espressero
in un gergo oscuro, in un neologismo inintellegibile, vedute
affatto eversive della libertà pubblica; si perfezionò l’arte
del Machiavelli per indurre il popolo a non tener piu con­
to dei suoi diritti di sovranità, a credere che era necessario
alla salvezza della patria che esso se ne spogliasse per un
po’, al fine di goderne piu sicuramente più tardi, e che per
essere allora sicuro della propria libertà, bisognava comin­
ciare col rinunciarvi. Il popolo si abituò insensibilmente
a idee stravolte, singolari; ad adottare per ogni cosa il con­
trario della prima morale che si era forgiata dopo la di­
chiarazione dei diritti1; a seguire le fluttuazioni perpetue
dei regolamenti che si susseguivano, s’accavallavano, s’am­
massavano, e costituivano sempre la contraddizione, la sov­
versione dei principi eterni. Fini col dimenticarli. L’incoc­
renza, la mancanza di equo fondamento mischiò confusa-
mente gli altri nella sua testa; non si seppe piu nulla; non
si vide piu che il caos; si lasciò sbrogliare ogni cosa a coloro

1 Babeuf, fedele alle concezioni democratiche della «anculotteria


parigina, fa costantemente allusione alla Dichiarazione dei diritti ratificata
come preambolo alla Costituzione del 1793. Essa proclamava che lo
scopo di ogni società è di fondare « la felicità comune ». La riaffermazione
di questa formula è il fondamento della propaganda di Babeuf e dei
babuvisti.

179
che si pensò avessero tutto cosi sconvolto per rendersi
esclusivamente necessari.

La « felicità comune » 1

[...] Sono deciso. Dovessi non uscire per molto tempo


da una delle cantine di Marat che è tutta pronta e dove ho
già allestito il mio ufficio, la mia vecchia lampada, il mio
tavolino, la sedia e la cassetta; dovessero i miei strilloni
giocare d ’astuzia, se nuovi segugi Lafayettisti si mettessero
in mente di arrestarli davanti ai corpi di guardia, e di
confiscare le mie verità nelle loro mani, è certo che tali
verità circoleranno, concorreranno a mostrare al popolo
che si può, e presto, tramutare in realtà la piu bella delle
massime che fu finora solo un’illusione: lo scopo della so­
cietà è la felicità comune.
Senza dubbio la bontà della causa che ho intrapreso a
difendere mi dà lettori, estimatori, critici; è questa corri­
spondenza che fa piovere nella mia buca un nugolo di prove
una piu forte dell’altra in favore della mia dottrina. Gli
animi s’accendono, buon segno. Ricevo ogni sorta d’inco­
raggiamenti: e per nessuno ce n’è tanto bisogno come per
chi nutre un amore abbastanza vivo per il suo paese.
Mi compiaccio molto di avere escogitato la buca della
verità 12. Essa mi fornisce materiali che mi lasciano solo
l’imbarazzo della scelta, e che rendono il mio giornale bell’e
fatto quanto allo schema della prima parte. Ecco il giornale

1 Journal de la libertà de la presse, n. 4, 25 fruttidoro, anno II


(11 settembre 1794), pp. 1-2.
2 Come molti libellisti e giornalisti dall’inizio della Rivoluzione,
Babeuf pubblica sovente lettere di lettori. In ciò si ispira a Marat
(cfr. M arat, Pages choisies..., cit., pp. 118-119), ma deve molto indub­
biamente anche a La Bouche de fer di Bonneville e Faucher che aveva­
no eretto questa pratica a principio nel 1790; ora, nel 1795, Babeuf è in
relazione con vecchi discepoli di Nicolas de Bonneville come S. Maréchal.

180
del pubblico, poiché tutti i buoni cittadini vi cooperano
solo che lo vogliano. Tale era il giornale delPAmico del
Popo’o. Avevo temuto che lo stupore dei Robespierre a-
vrebbe ucciso tanti di quegli uomini energici, luminosi,
amanti del bene, che secondarono così efficacemente Marat
e gli altri franchi missionari della libertà, ai primi tempi
della Rivoluzione. Vedo con soddisfazione che essi vivono
e che in Roma vi sono ancora cuori liberi e virtuosi.

La forza dell’opinione popolare 1

È giusto questo motto che pare costituire la base della


politica dei capi della società-madre 12. Coll’opinione pub­
blica si può fare tutto, e quando si è giunti ad orientarla
ad un sistema qualunque, si è certi di farlo prevalere, per­
ché l’opinione del popolo, come si dice molto bene, è la
sua forza, e la forza del popolo è tutto.
Robespierre ne era perfettamente consapevole. Sembra
che i suoi epigoni non l’abbiano dimenticato. Siamone del
pari consapevoli, e sfruttiamo pure noi questa grande for­
za. Se essa si pronuncia in nostro favore, la giustizia, la
fraternità, la mutua fiducia, la sicurezza interiore, la morale
repubblicana e la felicità, figlie del diritto dell’uomo, trion­
fano; se prevale la setta del termidoro, per il popolo ci
saranno sempre l’arbitrio, le delazioni reciproche, le diffi­
denze fin nel seno delle stesse famiglie, il terrore senza tre­
gua molesto, agghiacciante e oppressivo, l’assenza di ogni
moralità e il disgusto dell’esistenza, figli mostruosi del
robespierrismo. Spetta a noi, capi della fazione dei diritti
dell’uomo 3, mostrare costantemente il fascino della nostra

1 Journal de la libertà de la presse, n. 18, 6 vendemmiaio, anno


III (27 settembre 1794), pp. 1-4.
2 I Giacobini.
3 Babeuf e la maggior parte dei dirigenti del Club elettorale so­
stenuti dai sanculotti affermano, in questo periodo, di fondare la loro
politica sui « diritti eterni » dell’uomo, contribuendo a mantenere l’equi-

181
dottrina, in opposizione a quella della fazione a noi avver­
sa, perché ecco il nodo del segreto (e noi, uomini franchi,
cospiratori alla luce del giorno, non temiamo di metterne
a parte i nostri stessi nemici): tutta la nostra politica con­
sisterà nello sforzo di provare al popolo che noi vogliamo
meglio di loro la sua felicità, che vogliamo condurvelo per
una strada più sicura; e senza dubbio a chi di noi o loro
proverà, mostrerà la via più sensibile, più certa, più breve,
per arrivare al bene, è riservata la palma dell’opinione ge­
nerale, di conseguenza la forza del popolo davanti a cui
tutto si piega.
Cosi per scoprire quali sono le nostre forze, o meglio
le forze del popolo, mi pare necessario ricapitolare le mas­
sime della nostra fazione, professate fin dal 10 termidoro,
vedere quali progressi hanno compiuto presso l’opinione
pubblica, e prenderne atto.
Quando, dopo questa giornata del 10 termidoro che
si proclama una rivoluzione, il popolo s’avvide che si
trattava soltanto della rivoluzione d ’un uomo morto, d’un
tiranno se si vuole, ma che questa sedicente rivoluzione
non aveva portato via con sé la tirannia la quale era solo
cambiata di marw; quando si vide che tutto si riduceva ad
alcune modifiche nel sistema dei comitati di governo e nel
regime rivoluzionario, modifiche quasi nulle per il popolo,
e che sembravano fatte unicamente per corrispondere alla
sua giusta attesa di una proscrizione del regime cui s’era
appena fatto il processo insieme con quello del suo autore; *
quando si vide mettere in questione il diritto supremo della
libera espressione del pensiero; quando si vide approfittare
delle stesse giornate del 9 e del 10 per portare l’ultimo
colpo alla libertà del popolo di Parigi, contro il quale si
fece una legge per sottrargli del tutto la magistratura muni­
cipale di cui gli era ancora rimasto il simulacro dopo che

voco tra le loro aspirazioni profonde e quelle dei termidoriani di destra


(cfr. K are T onnesson, La défaite de; sans-cidottes, Paris-Oslo, 1959,
pp. 53 e sgg).

182
l’autorità decemvirale ne aveva usurpato la nomina 1; quan­
do, dico, ci si avvide di tutte queste cose susseguenti una
giornata che si onorava per aver operato la caduta della
tirannia, il popolo pensante si mise in fermento e la prima
ebollizione dell’ardore civico si manifestò nella sezione del
Museo, la quale mise, il 30 termidoro, un’ordinanza memo­
rabile che tutti gli annali della schiavitù si sono ben guarda­
ti dal registrare, ma che il giornale consacrato alla difesa
dei principi deve ospitare con una sorta di religiosa ve­
nerazione.
Quest’ordinanza afferma: « Che la sezione del Museo
ha discusso durante due intere sedute sui diritti del popolo;
che ha visto come una delle principali cause delle pubbliche
sciagure è stata l’usurpazione di tali diritti, perché i co­
spiratori hanno scelto degli scellerati per concorrere con lo­
ro al dispotismo. — Che un buon repubblicano non può ac­
cettare funzioni alle quali dovrebbe essere chiamato dal
popolo perché allora la sua elezione costituisce la sovver­
sione dei princìpi. — Che è impossibile, dopo gli avveni­
menti che, senza il patriottismo dei cittadini di Parigi,
avrebbero annientato la rappresentanza nazionale, lo sta­
bilirsi di una mutua fiducia tra il popolo e una autorità co­
stituita che esso non ha eletto. — Che nulla può impedire
la riunione dei commissari delle assemblee del popolo, i
quali non possono essere considerati come autorità costitui­
te, ma come facenti parte dell’autorità costituente, il cui
voto può manifestarsi in ogni momento e non può essere
conculcato che dalla tirannia » 2.
[...] Impieghiamo dunque per questa discussione tut­
to il tempo che occorre... Ma notizie! notizie! reclameranno
1 Nel ventoso dell’anno II, i robespierristi s’erano sbarazzati della
opposizione del Comune di Parigi e l’avevano epurato. Dopo Termidoro,
la reazione se ne sbarazzò a sua volta 'perché il suo apparato era giaco­
bino; ora, il Consiglio generale del Comune appariva il solo rappresentan­
te legittimo degli ambienti ipopolari parigini in quanto era scaturito
dalle sezioni.
2 La sezione del Museo era interamente conquistata alle idee del
Club elettorale di cui il giornale di Babeuf fu il vero portavoce (cfr.
K. T onnesson, La défaite..., cit., p. 49).

183
i superficiali che non cercano che questo nelle pubblicazioni
periodiche. Ho già detto di non essere un gazzettiere. Noi
rivoluzioniamo, a quanto penso, componendo noi tutti la
fazione dei difensori dei diritti; noi rivoluzioniamo, dico,
per riconquistare al popolo la sua libertà usurpata. Scrivo,
per conto mio, per tale rivoluzione: esaminare quali sono
i principi, far rilevare le violazioni, ricordare ciò che è stato
fatto e dire ciò che penso resti da fare, ecco le mie notizie.
So bene di fare ciò che gli altri non fanno, far si che il
popolo si guardi indietro. Vorrei abituarlo a non dimentica­
re l’indomani l’anello di catena che gli si è forgiato la vigilia.
Se non vi riesco, i l p o p o l o f r a n c e s e è in d e g n o d e l l a
l i b e r t à . Scrivo queste terribili parole a grandi lettere
perché siano notate, e credo che lo meritino. Vorrei che
l’annunzio d’una vittoria non facesse perdere di vista al
popolo l’assassinio di un principio. Perché lo dichiaro con
la consueta- franchezza, preferisco che la Francia perda una
città che un principio. Mi sono mediocremente afflitto al­
l’ingresso del nemico a Condé e a Valenciennes, mentre mi
sono strappato i capelli e stracciato gli abiti il giorno in
cui la Convenzione parve obbligata dalla fazione dei decem­
viri a violare la dichiarazione dei d iritti1.

Perché « Gracchus » Babeuf? 2

[... ] Cambio titolo cosi come ho annunciato che avrei


fatto non appena l’obiettivo del precedente titolo da me

1 I sanculotti avevano visto nella politica centralizzatrice del


Comitato di salute pubblica una diversione. Ciò li condusse alla rovina.
Non che non siano stati patrioti, ma volevano anzitutto « rivoluzionare »
all’interno prima di raggiungere le frontiere. Tale fu il senso della loro
richiesta d’un « esercito rivoluzionario », organismo punitivo altrettanto
che forza armata difensiva, come mostra R. C obb nella sua tesi, Les
Armées révolutionnaires, Paris, Mouton, 1961, tomo II, pp. 555 e sgg.
In questa dichiarazione lapidaria spesso mal compresa, Babeuf si mostra
fedele al punto di vista popolare.
a Le Tributi du peuple, n. 23, 14 vendemmiaio, anno I II (5 ot­
tobre 1794), pp. 1-5.

184
adottato fosse stato raggiunto, cioè non appena avessimo
assicurato la conquista del palladio antitirannico, dell’arma
infallibile e irresistibile della stampa con cui dovevamo in
seguito marciare a passi sicuri verso ogni successo nel re­
cupero della libertà e dei diritti usurpati dell’uomo. Poiché
questa conquista non è piu dubbia, poiché l’arma è ben
salda nelle mie mani, devo far fronte agli usurpatori di
questi diritti e ai loro partigiani, con una nuova qualifica
adatta al ruolo vigoroso che mi sento il coraggio di soste­
nere nella lotta già intrapresa. La qualifica che ho scelto
potrebbe suscitare i clamori degli scrupolosi che tutto adom­
bra. Non credo dunque inutile giustificarne i motivi.
Ogni titolo di giornale dovrebbe contenere il nome sa­
cro del popolo, perché chi scrive deve farlo solo per il
popolo. Confesso di aver provato qualche imbarazzo nella
ricerca di una qualifica cui si potesse affiancare tale pa­
rola. Oratore, Difensore del popolo era già usati. Amico
del popolo mi sarebbe andato benissimo, se tale titolo non
si addicesse forse bene che al solo M arat1; esso non ha
potuto essere sostenuto dai tre o quattro temerari, che
dopo di lui hanno osato appropriarselo, ed è in questo
momento ancora impiegato; possa chi se n’è impossessato
rendersene degno! Tribuno del popolo 12 m’è parsa la de­

1 L’Orateur du peuple, giornale di Fréron, apparso dal 25 frutti­


doro a n n o d i al 25 termidoro anno IV, fu l’organo dei nuovi moderati
di Termidoro e dei moscardini. L'Ami du peuple ou le démocrate consti-
tutionnd di R.J. Lebois, redatto da una società di patrioti e di deputati
democratici, apparve dal 29 fruttidoro anno II al 24 ventoso anno III;
riapparve ancora nell’anno VI. Babeuf apprezzava la buona volontà egua­
litaria di Lebois, ma questi, che non sapeva redigere un articolo, cadde
spesso alle dipendenze di avventurieri come il realista Ange Pitou, tanto
che Lebois fu spesso incarcerato senza che peraltro rinunciasse a stampare
il suo giornale.
2 Le Tributi du peuple e Le Vieux Tributi du peuple furono i titoli
di due giornali del 1790-1791, di Nicolas de Bonneville, concorrenti di
La Bouche de fer. Nicolas de Bonneville ha svolto un ruolo molto im­
portante neh a trasmissione delle correnti della filosofia egualitaria e
mistica del XVIII secolo e degli inizi della Rivoluzione fino a Babeuf
e alla cospirazione babuvista. -Babeuf è forse stato ispirato da Sylvain
Maréchal, vecchio compagno di Bonneville al Cercle social del 1790,

185
nominazione più prossima a quella di amico o difensore
del popolo. Chiedo che non si abbiano a cercare altre ac­
cezioni oltre quella che io attribuisco a tale termine di
tribuno. Voglio solamente annunciare con esso l’uomo
che sta per affacciarsi alla tribuna, invero una tribuna mul­
tipla, per difendere, di fronte e contro tutti, i diritti del
popolo. Dichiaro in anticipo che non voglio né vorrò altra
magistratura morale, che rinuncio a tutte quelle pratiche
che si potrebbe credere mi saranno offerte in base al mio
titolo e all’illusione che la mia teoria potrebbe ispirare.
No, non c’è alcuna analogia tra il mio tribunato e quello
dei Romani, benché con Mably, e gli altri pubblici filoso­
fi, contrariamente a tanti che condannano ciò che mal co­
noscono, io ammiri come la piu bella delle istituzioni que­
sta magistratura tribunizia che ha salvato tante volte la
libertà romana, da Valerio-Publicola fino a Marc’Antonio,
il quale è stato capace di abusarne contro quella stessa
libertà.
Giustificherò cosi il mio nome. È stato mio scopo
morale, nel prendere a miei patroni gli uomini a mio av­
viso più onesti della Repubblica Romana, poiché furon
loro a volere più fortemente la felicità comune; è stato
mio scopo, dico, far presentire ch’io vorrei quanto loro
tale felicità, benché con mezzi differenti. Mi dichiaro al­
tresì felice in anticipo se come loro debbo morire martire
della mia abnegazione. Si sa che coloro che si sono affac­
ciati al nostro palcoscenico col nome di grandi uomini non
sono stati fortunati: abbiamo mandato al patibolo i nostri
Camillo i nostri Anassagora2, i nostri Anacarsi3; ma

nella scelta del titolo del suo giornale. (Da una comunicazione di Jean
Massin alla Société des études robespierristes nel 1962; vedi altresì
V.M. D alin , Pages choisies, cit.).
1 Camillo: C. Desmoulins (1762-1794), giornalista rivoluzionario
dal 1789, poi convenzionale e amico di Robespierre; fu ghigliottinato
con gli « indulgenti » il 5 aprile 1794; aveva attaccato il governo ri­
voluzionario nel suo giornale Le Vieux Cordelier.
2 Anassagora: Chaumette, cfr. nota 1, p. 167.
3 Anacarsi: Cloots, banchiere di origine tedesca, nato a Clèves

186
tutto ciò non m’intimidisce; tutto ciò non mi trattiene
dal dare un esempio di filosofia repubblicana che ritengo
utile. Per cancellare le tracce di realismo, di spirito nobi­
liare e di fanatismo, abbiamo dato nomi repubblicani ai
nostri paesi, alle nostre città, alle nostre strade, a tutto
ciò che portava l’impronta di questi tre tipi di tirannide.
Perché dunque la Convenzione ha voluto recentemente ob­
bligarci con un decreto a conservare individualmente i no­
mi fanatici che il dispotismo sacerdotale ci aveva fatto as­
sumere senza il nostro consenso? 1 Perché volermi costrin­
gere a conservare sempre san Giuseppe come patrono e
modello? Non voglio le virtù di quel brav’uomo! Il de­
creto emesso nel corso della legislatura con cui si permet­
teva di dichiarare con un atto autentico di non volersi più
chiamare Rock o Nicodème, ma di preferire prendere co­
me patrono, come ritratto da imitare, Bruto o Agide2; que­
sto decreto era saggio e morale. Chi l’ha ora soppresso
delira ed è antirepubblicano. Coloro che l’han fatto non
hanno potuto voler altro che abbassarci e metterci al li­
vello della loro sfera ristretta. Senatori, andiamo dunque,
non ci penserete. Non vi si chiede di degradare la morale e
e i principi; piuttosto di aumentarne lo slancio. Ma so­
stengo che allorché avete riconosciuto, con la sezione del

nel 1755. Filantropo e giornalista, si entusiasmò per la Rivoluzione del


1789; venuto a Parigi, si affiliò al club dei Cordiglieri. Celebre per il
suo talento oratorio e per il suo ateismo ispirato a Helvétius, si fece
beffa della politica rousseauista del Comitato di salute pubblica e fu
perciò escluso dal club dei Giacobini. Subì, nel germinale dell’anno II,
la repressione che s’abbatté sui capi sanculotti. L’opulenza di Cloots e
la sua leggerezza sembravano provare la giustezza, a quel tempo, del
pensiero di Robespierre secondo cui « l’ateismo è aristocratico ».
1 II decreto del 24 marzo 1793 che autorizzava ogni cittadino a
chiamarsi « come voleva » era stato approvato il 6 fruttidoro anno II
(23 agosto 1794); il decreto proibiva sotto pena di reclusione e di am­
menda di portare un nome diverso da quello figurante sull’atto di nascita.
2 Bruto e Agide: personaggi dell’agiografia repubblicana. Bruto
partecipò all’assassinio di Cesare nel 44 a.C.; Agide, re di Sparta, volle,
nel III secolo, ristabilire l’eguaglianza primitiva a Sparta. Babeuf si
nutre di esempi classici ispirati alla sua conoscenza di Plutarco e li
sceglie di preferenza nella tradizione spartana o romana e non nell’atti­
cismo che diverrà una tradizione democratica solo nel XIX secolo.

187
Panthéon, che era tempo di smettere di misconoscere i
diritti dell’uomo, avete revocato il vostro fanatico decre­
to: perché i diritti dell’uomo garantiscono la libertà di
opinione. Ora, nella libertà di opinione, mi ripugna por­
tare ancora, per secondo nome, Toussaint. E Nicaise ’,
terzo e ultimo beato che il caro padrino m’ha dato da imi
tare, non ha per nulla un andazzo che mi piace, e se un
giorno la mia testa cadrà, non ho affatto la pretesa di an­
dare a spasso portandola in mano. Preferisco morire sem­
plicemente come i Gracchi, di cui amo altresì la vita e sotto
la cui tutela ormai mi pongo. Faccio a meno di quest’atto
autentico ed eccomi, credo, in regola. Dichiaro anche di
lasciare, per i miei nuovi apostoli, Camillo, soprannome
che mi ero dato all’inizio della Rivoluzione; perché, in
seguito, il mio democratismo s’è epurato, è divenuto più
austero, e io non ho amato il Tempio alla Concordia eret­
to da e per Camillo, il quale non è altro che il monu­
mento che consacra una transazione in cui quegli, leale
e devoto avvocato della casta senatoria e patrizia, e avvo­
cato finto e insidioso dei plebei, negoziò tra le due parti
degli accordi che, senza di lui, avrebbero potuto essere più
compiutamente vantaggiosi per il popolo 12.

Dove va la Repubblica? 3
[...] Quale delirio s’è impadronito dei nostri cervel­
li! Dovremo accennare nel primo numero a idee non or­

1 Toussaint e Nicaise: Babeuf s’attribuisce nomi che non ha inai


ricevuto per meglio sottolineare il senso rivoluzionario di quelli che si
sceglie.
2 Non agli inizi della Rivoluzione, bensì nel 1791 o 1792 si so­
prannominò Camillo, in omaggio all’eroe dell’antichità romana che pre­
tese di riconciliare con un compromesso patrizi e plebei. Babeuf riprese
tale soprannome dopo il 9 termidoro e il fatto che lo lasciasse qualche
settimana piu tardi mostra chiaramente come egli cessasse di credere
ai valori di una fraternità meramente artificiosa. Gracco era molto piu
significativo della sua nuova linea politica.
3 Le Tribun du peuple, n. 26, 19 vendemmiaio, anno I II (10
ottobre 1794), p. 8.

188
todosse che fanno fremere; la morale si pervertisce nelle
teste dei discepoli stimati i piu austeri! Fréron 1, di cui
continuo ad accusare solo la mente ritenendo il cuore sem­
pre puro, se smarrito nel paese degli errori in modo da
fare il più gran male alla santa causa di cui si è mostrato
dapprima il più fermo sostegno. Fratelli, sono indulgente,
ma la mia franchezza, la mia inflessibilità repubblicane non
mi permettono di non farvi osservare la gravità dei vostri
errori. Non lascerò correre a Fréron i suoi. Gli dimostre­
rò domani com’è enorme quello del suo numero 10 in cui
stabilisce la pretesa sovranità in miniatura della Conven­
zione nazionale, al posto della vera sovranità del popolo 2.
Gli dimostrerò com’è più enorme ancora quello del nu­
mero 13, ove si costituisce apologista di Bourdon de l’Oi-
se 3 e della sua mozione repubblicida sull’epurazione delle
società popolari; mozione cui Fréron va oltre proponen­
dosi (o'pudore!) di fare di persona tale epurazione fru­
sta alla mano e di scacciare venditori e compratori. Segna­
lerò altresì gli intriganti antagonisti dei diritti dell’uomo
nelle sezioni, e ho pronti degli appunti su un certo Véline,
1 Fréron: giornalista all’inizio della Rivoluzione (L'Orateur du
peuple), si impose come uno degli uomini più in vista tra i demo­
cratici del periodo della Costituente, al club dei Cordiglieri dove
fiancheggiava Danton e C. Desmoulins. Fu membro del Comune insur­
rezionale del 10 agosto 1792 e il suo ruolo, da allora, non cessò di con­
solidarsi. Convenzionale, fu inviato in missione a Marsiglia, dove agi
con spietata brutalità. Sentendosi minacciato dal Comitato di salute pub­
blica, partecipò all’operazione del 9 termidoro. Questo ex terrorista
divenne in seguito il nemico piu accanito dei Giacobini. Li denunciava
nel suo giornale (che egli del resto non redigeva) e, alla testa della sua
jcunesse dorée, li attaccava nella strada. Babeuf si fece molte illusioni
su Fréron dopo il 9 termidoro perché questi parlava sempre di libertà!
Fréron mori nel 1802 a San Domingo.
2 « ...Coloro che sostengono che l’atto con cui un popolo si sot­
tomette a dei capi non è un contratto hanno decisamente ragione. Non
si tratta che di una semplice commissione, un impiego in cui dei semplici
ufficiali del sovrano esercitano in suo nome il potere di cui egli li ha
fatti depositari, e che può limitare, modificare, riprendere quando gli
piaccia, l’alienazione di un tal diritto essendo incompatibile con la
natura del corpo sociale e contraria allo scopo dell’associazione » (J.-J.
R ousseau , D u Conlrat social, cit., libro III, capitolo I, p. 116).
3 Bourdon: uno degli ex terroristi divenuto termidoriano arrab­
biato.

189
che lavora in quella dell’Arsenale1, per fargli fare una
ritrattazione che cambierebbe in vergognosa defezione gli
onori che essa ha conquistato nell’ultima scaramuccia.
P. S.: Ho appena letto l’incomparabile seduta del 18.
O patria! Libertà! Diritti dell’Uomo! Marciamo su muc­
chi di catene! Coraggio! audacia, a me venite, entrate nel
cuore di tutti i Francesi... le spezzeremo ancora!

C. Babeuf,
Tribuno del popolo

[...] N o 12, i Francesi non sopporteranno a sangue


freddo l’usurpazione della loro libertà e di tutti i loro di­
ritti. Odo d ’ogni parte i più acuti bisbigli del malconten­
to che monta contro un governo di ferro che, usurpando
tutto, non usa neppure l’accortezza degli altri tiranni. Co­
storo, quando vollero affermare il loro dominio, adotta­
rono l’astuta politica di fare almeno godere il popolo d ’un
benessere momentaneo. I nostri attuali tiranni non si de­
gnano di prendere tale precauzione! Essa è loro inutile
col terrore, il terrore per loro sostituisce ogni altro mezzo.
Con il terrore si giunge a soffocare il grido delle ma­
dri di famiglia obbligate a consacrare le loro intere gior­
nate ad impedirci di morir di fame! a strappare, come per
grazia o per elemosina, un quarto di ciò che ci occorre del­
le peggiori sussistenze, un quarto di ciò che ci abbisogna
degli altri oggetti di indispensabile necessità! al cui con­
sumo questa spilorceria assassina ci costringe malgrado
l’esecrabile qualità! [...]
Ma attenti che le donne, che abbiamo troppo avvili­
to, senza le quali tuttavia e senza il cui coraggio del 5 e 6

1 La sezione dell’Arsenale aveva aderito alla petizione del Club


elettorale 1*11 vendemmiaio (2 ottobre 1794) (cfr. K. T ònnesson.. La
défaite..., cit., p. 77).
2 Le Tributi du peuple, n. 27, 22 vendemmiaio, anno I I I (13 ot­
tobre 1794), pp. 215-216.

190
ottobre non avremmo forse avuto la libertà! Attenti che
malgrado noi e i nostri sdegni, esse non ridiventino ciò
che furono allora M... che non contribuiscano a riconqui­
stare i nostri diritti e ad uscire da questo stato di avvili­
mento e di miseria 2 di cui l’umanità freme d’indignazio­
ne. Già una di queste coraggiose cittadine, degna del no­
me di repubblicana, degna di portare quello dell’uomo ri­
voluzionario che voi riverite di piu, ha aperto la strada che
i suoi pari devono seguire! Uomini! arrossite, se non ave­
te fatto per il vostro stimabile concittadino oppresso, per
il patriota Legray3, quello che apprenderete aver fatto una
cittadina generosa. Ascoltate una lettera di Albertine Ma-
rat, sorella dell’Amico del Popolo, scritta il pomeriggio
del 21 vendemmiaio, a Fréron, per mettere alla prova lo

1 Era abitudine della maggior parte dei rivoluzionari disprezzare


l’opinione politica delle donne le cui ambizioni suscitavano ilarità. Babeuf,
contrariamente alla maggioranza dei compagni, rivendica alle donne l’egua­
glianza dei diritti politici; qui mostra quanto ferma è la sua convinzione
che le sofferenze dei poveri siano anzitutto sofferenze femminili. Scriveva
il 2 novembre 1794: « Non imponete piu il silenzio a questo sesso che
non merita d ’esser disprezzato. Rilevate al contrario la dignità della
parte migliore di voi stessi. Lasciate che le vostre mogli prendano parte
all’interesse della patria; esse possono piu di quanto non si pensi per
la sua prosperità. Come volete che allevino degli uomini per farne de­
gli eroi, se voi le annientate?... Provate a non tenere in nessun conto,
nella vostra repubblica, le donne: ne farete delle civette della monar­
chia, e la loro influenza sarà tale che esse la ristabiliranno » (brano ci­
tato da G. L ecoq, Un manifeste de Gracchus Babeuf, p. 40). È signi­
ficativo che la speranza di emancipazione della donna sia stata, all’ori­
gine, associata all’ideale comunista, ma non bisogna esagerare la portata
della formula di Babeuf che rimane molto paternalista nei riguardi del­
le donne.
2 Fin da fruttidoro si ampliò la crisi economica: la sottoalimenta­
zione delle masse e l’abbondanza delle derrate al mercato libero anda­
vano di pari passo (cfr. A ulard, Paris sous la Convention thermido-
rienne et sous le Directoire, Raccolta di documenti, Paris, 1898-1902,
pp. 1-57 e K. T onnesson, La défaite, cit., p. 18).
3 Francois Legray: uno dei piu energici dirigenti del Club elet­
torale, fin dal momento della sua uscita dalla Conciergerie il 13 frut­
tidoro anno IL Ex vincitore della Bastiglia ed ex insorto del 10 agosto
1792, Legray ebbe a patire delle misure giacobine dell’anno II. Ritornò
in prigione per il suo democratismo nell’ottobre 1794 e quando nel mag-
zo 1795 si affermò la reazione.

191
zelo di questo preteso successore dell’immortale fratello
in favore d’una vittima della più insigne oppressione con­
tro il piu intrepido patriottismo. [Segue la lettera di Al­
bertine Marat. ]

Contro la reazione termidoriana 1

Babeuf, che aveva cominciato a valutare con esattez­


za il significato della giornata del 9 termidoro, giunse nel
corso del mese di ottobre a sospettare di Fréron, quindi
ad accusarlo; in seguito a ciò perse l’appoggio del suo
stampatore Guffroy; prendendo pubblicamente posizione
in favore di Legray, ebbe a subire i colpi che gli uomini
di Termidoro destinavano al movimento popolare. Arre­
stato su ordine del Comitato di sicurezza generale, fu im­
prigionato fino al 18 dicembre 1794. Tale arresto dissipò
le ultime illusioni termidoriane del Tribuno del popolo.
Riafferro il fulmine della verità. Cedendo alle insi­
nuazioni di ciò che si chiama prudenza, ho voluto, in al­
cuni opuscoli sparsi12, per far passare di contrabbando il
richiamo dei principi, provare lo stiletto dell’astuta poli­
tica e prenderla alla larga, per giungere a qualche parola
di ragione. Questa armatura e questo genere di scherma
non mi si addicono, ho corso il rischio di passare per un
atleta equivoco. Ritorno me stesso; rinuncio ad ogni finta,
che non» svela mai che perfidia, o pusillanimità; respingo
ogni tattica dell’ipocrisia; mi batto allo scoperto, corpo a
corpo, e affronto lealmente ogni rischio; riprendo, insom­
ma, ii mio tono vero; il mio atteggiamento franco, e la

1 Le Tributi du peuple, n. 28, 28 frimaio, anno I II (18 dicem­


bre 1794), pp. 234, 237, 242-249.
2 Secondo M. Dommanget (Pages choisies..., cit., p. 188), si tratta
dell’opuscolo di Babeuf: Les Battus paient l’amende; voyage des Jacobins
dans les quatre parties du monde. Questo opuscolo apparve durante il
suo soggiorno in carcere.

192
mia clava naturale. Il coraggioso Aiace non deve ricorrere
alle forme elastiche e alle astuzie d ’Ulisse [...].
Quando, tra i primi, levai con veemenza la voce, per
far crollare l’impalcatura mostruosa del regime di Robes­
pierre, ero lungi dal prevedere che avrei concorso a fon­
dare un edificio che, costruito in modo affatto opposto,
non sarebbe stato meno funesto al Popolo; ero lungi dal
prevedere che reclamando l’indulgenza, la fine di ogni op­
pressione, di ogni dispotismo, di ogni ingiusto rigore, e la
più completa libertà di opinioni scritte e orali, ci si sareb­
be serviti di tutto ciò per minare la Repubblica nei suoi
fondamenti, e per aprire una nuova arena alle pressioni
vendicative e reazionarie, i cui furori sarebbero progre­
diti fin a spingersi forse insensibilmente altrettanto lonta­
no che nella precedente. Bisogna venire a dei fatti per giu­
stificare queste osservazioni preliminari.
[...] La denominazione di sanculotti è a un dipresso
quella che la corte di Luigi XVI e gli aristocratici del suo
tempo volevano che divenisse, un’ingiuria. Di conseguen­
za, un giornalista, che aveva dato tale titolo al suo gior­
nale, ha desistito. Una sezione, quella di Lepeletier s’è
testé segnalata chiedendo che coloro che portano l’abito
semplice e i capelli lisci, siano estromessi dagli impieghi.
Tutto fa presagire il pronto e completo ritorno dei signo­
ri 12. Quale follia l’aver noi voluto scimmiottare i costumi
e le sembianze esteriori dell’antiche Repubbliche. Possia­
mo avere senso comune ed energia con una testa non in­
cipriata? Si sa che Cicerone e Bruto, con i loro semplici
abiti, erano degli imbecilli e dei molli. Una Repubblica,
per essere saldamente stabilita, dev’essere ben incipriata; e

1 La sezione Lepeletier, la « sezione dei banchieri » (Mathiez),


era caduta nelle mani della reazione. Essa si distingueva nelle misuire
di « desanculottizzazione » che misero capo alla « depantheonizzazione »
delle ceneri di Marat che erano oggetto di un culto popolare, il 20 pio­
voso anno III. La gioventù dorata contrapponeva Io stravagante costu­
me del moscardino alla semplicità del costume sanculotto, assunto dianzi
a segno di virtù repubblicana: capelli lisci, pantaloni dritti e blusa.
2 Gli aristocratici.

193
in questi tempi calamitosi, in cui il pane manca e si ven­
de in molti posti trenta soldi la libbra, la Francia non può
tuttavia dispensarsi, se ne è richiesta, di consacrare il
quarto delle farine ad imbiancare la nuca dell’importante
e innumerevole burocrazia; perché s’avverte quanti in­
convenienti possono nascere laddove gli amministratori,
i loro commessi, e fino all’ultimo impiegatuccio d’una am­
ministrazione, non abbiano un tono differente da quello del
Popolo, che possa imporne, sottolinearne la distanza e farli
sembrare abili. Barbieri aristocratici? Non piangete più,
l’impero dell’acconciatura è presto riconquistato; la legi­
slazione della parrucca sta per essere messa all’ordine del
giorno e presto leggerete con gioia, di concerto con tutti
gli altri artigiani di lusso: Avviso al pubblico: « Il primo
titolo che dovrà presentare d ’ora in poi ogni aspirante a
un posto sarà di presentarsi col capo infarinato, riccio alla
Mirabeau, i quattro boccoli ad ala di piccione, jabot ri­
gido, polsini a punti d ’AIengon, e il resto assortito ». Si
capisce che io intendo qui riferirmi al processo fatto nel­
la giornata del 31 maggio al Popolo di Parigi e al Popolo
francese 1.
Le conseguenze di questo processo sono spaventose.
Desideravo che la promessa inclusa nella dichiarazione del
vecchio Dussault al rientro dei 71 fosse eseguibile; che
fosse possibile che con la rinuncia ad ogni risentimento,
la riammissione non avesse altro seguito che il concorso
fraterno dei reintegrati ai grandi lavori della Convenzione.
Ma i 71 sono rientrati da trionfatori. Sono stati accolti
come oppressi cui si rende giustizia. La loro opposizione
alla giornata del 31 maggio e ai motivi che l’hanno provo­
cata è considerata un atto meritorio. Quelli di loro morti

1 II 31 maggio - 2 giugno 1793, i Girondini furono esclusi dalla


Convenzione sotto la pressione delle sezioni parigine. I 71 erano i
Girondini meno compromessi, quelli che avevano solo sottoscritto una
protesta contro la giornata. Messi fuori legge, furono nondimeno pro­
tetti da Robespierre durante il Terrore. Furono reintegrati alla Con­
venzione dopo il 9 termidoro (non 71 ma 77). Questa reintegrazione
simboleggiava la dérévolution.

194
in seguito alla lotta sono eroi e martiri. Di conseguenza,
Parigi, la Francia, la Convenzione stessa, che hanno ap­
plaudito quella giornata, hanno avuto torto, e solo i 71
hanno avuto ragione. Il federalismo, l’opposizione ai prin­
cìpi dell’ordinamento della Repubblica, o non sono af­
fatto esistiti o la loro esistenza non era un crimine. Tutto
ciò non sarebbe nulla, se non potessero e non dovessero
risultarne conseguenze funeste. Importerebbe poco che il
carattere d’una giornata qualunque lasciasse alla nazione
questa o quella opinione, se ciò non potesse affatto influi­
re sulla stabilità dell’ordine costituito. Ma quando si con­
sidera che qui l’opinione sul 31 maggio può compromet­
tere le istituzioni che il Popolo ha considerato come le piu
efficacemente garanti della sua libertà e della sua felicità,
si freme di spavento per i risultati che si possono atten­
dere da un nuovo sviluppo del giudizio pubblico su que­
sto punto.
Ecco quanto indica con precisione il pericolo. Il pro­
cesso del 31 maggio è stato contrassegnato da una discus­
sione polemica di cui i 71, pressoché soli e senza contrad­
dizione, han fatto le spese. Vi si è visto il loro scopo, che
non è stato soltanto di assicurarsi un ritorno trionfale al
Senato, di farvi stigmatizzare il 31 maggio, ma anche di
farvi prevalere le loro opinioni antecedenti l’epoca del
31 maggio, le quali non esercitavano allora che una forza
d’attrazione più che vigorosamente controbilanciata, giac­
ché essa è stata compromessa a loro sfavore dalla più seria
catastrofe. Ora tutti sanno che tali opinioni comporta­
vano un’opposizione diretta ai princìpi consacrati nella Di­
chiarazione dei Diritti e nell’Atto Costituzionale, i quali
furono il risultato della rivoluzione del 31 maggio. Ea ri­
provazione della causa comporta quella dell’effetto. La
Rivoluzione del 31 maggio è causa, l’Atto Costituzionale
e la Dichiarazione dei Diritti sono effetti1; i 71 non esi­

1 Solo dopo l’esclusione dei Girondini, la discussione dell’atto


costituzionale del 1793 potè essere veramente orientata nel senso di
uno stretto democratismo ispirato a Rousseau.

195
tano, in molti scritti che citerò, a riversare esplicitamente
la riprovazione sull’ima e sull’altro, il senato applaude al
loro modo di vedere, chiede e riceve gli applausi delle se­
zioni di Parigi e della repubblica. Non senza ragione dun­
que molti giornalisti prima di me hanno rilevato che c’era
da temere per il popolo perfino la perdita della sua costi­
tuzione del 93, che ha cosi solennemente accettato e giu­
rato di difendere; che c’era da dubitare della stessa so­
pravvivenza della repubblica.
Voglio additare le prove a chiunque volesse affer­
mare che questi timori e questi dubbi sono destituiti di
fondamento. Gli eredi della Gironda hanno esumato tutti i
loro morti e fatto concorrere i loro vivi per opporre a noi
e alla nostra costituzione una massa imponente. Gorsas \
divenuto in questi ultimi tempi un santo, ci invia dal­
l’Eliso i suoi oracoli che la moglie stampa ed osa diffon­
dere tra i mortali, ove questo insolente estinto afferma,
pagina 41: «Che questa costituzione dei Francesi non è
che uno scheletro informe cui si è dato tal nome ». Si leg­
ga quindi un ameno scritto intitolato: L’ancien comité de
salut public, etc. par une société de Girondins [L ’ex co­
mitato di salute pubblica, ecc., da parte di una società di
Girondini], vi si vedrà il celebre Girey-Dupré, sempre
Zo'ile, affermare: « La sublime costituzione! La santa co­
stituzione! ». Si veda ancora quest’altro scritto: De l’in-
térèt des comités, dans Vaffaire des 71 députés détenus
[Dell’interesse dei comitati, nell’affare dei 71 deputati
detenuti]: vi si mette in questione se gli atti della Con­
venzione dopo il 31 maggio siano leggi. Un altro libello:
Les douze représentants détenus à Fort Libre [I dodici
rappresentanti detenuti a Port Libre], fa il parallelo dei
governi federativi e delle repubbliche indivisibili. Infine
un uomo di spirito, legatario di Gorsas, che copiandomi1

1 Convenzionale girondino e giornalista molto ostile al movimento


parigino; fu condannato a morte e giustiziato il 7 ottobre 1793. La ve­
dova aveva aperto una libreria.

196
dà in escandescenze, Y. Baralère 1 insomma, l'Amico della
Convenzione, la quale, malgrado il suo debole per gli
adulatori, non ha giudicato costui degno d’essere mante­
nuto a spese del tesoro; Y. Baralère è andato più lontano
di tutti gli altri: nella sua opera, Rappelez vos collegues
[Ricordate i vostri colleghi], dimostra la superiorità del
federalismo rispetto al governo dell’Unità e dell’indivi­
sibilità.
Cosi, lo scopo non è più equivoco. La nostra costitu­
zione è uno scheletro informe; la si copre arditamente e
impunemente di motti, di sarcasmi ingiuriosi: la santa! la
sublime costituzione! ancora, non è sicuro che tutti gli
atti della Convenzione, fatti dopo il 31 maggio, siano leg­
gi; dunque questa costituzione pecca nella forma, non può
essere valida. D’altronde, non è poi sicuro che il governo
repubblicano, uno e indivisibile convenga alla Francia; bi­
sogna rivedere la questione del federalismo 2, che non è
stata approfondita [...].
Tutto il mio sangue ribolle di fronte a questi orri­
bili complotti! Fazione infame! che si ha l’aria di non ve­
dere, io si ti distinguo assai bene! Ti seguo, e ti dichiaro
che non ti perderò di vista che con la vita. Tirannicidi! vi
convoco tutti. Che il primo schiavo che oserà ancora at­
taccare, direttamente o indirettamente, il sistema repub­
blicano indivisibile sia irrimediabilmente colpito a morte.
Che il primo cavilloso liberticida che opporrà le sue ra­
gioni di nullità ai Diritti dell’Uomo, perché sono stati pro­
clamati dopo il 31 maggio, sia squartato vivo dal Popolo,1

1/Baralère era il prestanome di Jollivet, ex deputato alla Legi­


slativa/ e futuro alto funzionario di Napoleone; divenne conte del-
l’Imijéro.
/ 2 I Girondini erano ostili alla centralizzazione rivoluzionaria e al
ruojo determinante delle giornate parigine nella salvaguardia della pa­
tria e della Rivoluzione. Deputati dei dipartimenti, miravano a una
federazione francese per combattere l’influenza della Parigi rivoluzio­
naria. L’insurrezione federalista dell’estate 1793 fu opera loro; essa
servi solo a ridare dinamicità alla controrivoluzione aristocratica.

197
giacché le leggi che punivano con la pena capitale questi
supremi delitti sono diventate inoperanti.
Se si dovesse combattere queste pretese ragioni di
nullità, non se ne trionferebbe forse completamente con
una frase: « Il Popolo Francese ha sanzionato solenne­
mente i Diritti dell’Uomo, l’Atto Costituzionale, e l’unità
della repubbHca; questa forma garantisce la legittimità
di tutte le altre »? Mai in effetti Patto Sociale è stato
più unanimemente, più formalmente approvato, e questa
sanzione non ha avuto nulla di simile alle felicitazioni
mendicate che, dopo, hanno dato un simulacro d ’appro­
vazione a molte misure populicide. La differenza tra l’e­
spressione di questo primo suffragio e gli altri, è che quello
fu l’opera del Popolo Francese, e questi sono soltanto
l’opera degli schiavi francesi. Gli uomini liberi sapranno
preservare l’opera del Popolo. Si tengano pronti, è tempo.
Non spaventiamoci del numero dei lacche della tirannide,
non ne occorrono tanti dei nostri per schiacciarli. Ecco
per quel che mi riguarda le mie intenzioni; ecco il mio
Avviso agli Schiavi:
« Vi dichiaro che il mio carattere di repubblicano non
mi lascia pago di battermi contro di voi con la penna; vi
perseguiterò con la spada. Vi dichiaro che il solo titolo di
princìpi eterni, e la sanzione popolare, delle massime della
Dichiarazione dei Diritti, valgono per me da forma suffi­
ciente per riconoscerli sacri e inattaccabili. Vi dichiaro
che, ciò posto, ritengo vincolante per ogni repubblicano
il precetto dell’articolo 27 di tale dichiarazione: Ogni in­
dividuo che usurpi la sovranità sia immediatamente messo
a morte dagli uomini liberi. Dichiaro, di conseguenza, che
il primo mandatario del Popolo che oserà proporre il ro­
vesciamento della Dichiarazione dei Diritti e dell’Atto Co­
stituzionale, entrambi unici garanti di queste sovranità,
io l o p u g n a l e r ò ... al Senato, a casa sua, nella strada,
ovunque: non mi importa ».

198
Milione dorato e pance vuote 1

Di questi lumi, di questi principi, e di queste buone


intenzioni, ho scrutato le prove in tutte le opinioni rela­
tive al processo del tiranno. 12. È qui che ogni membro, co­
stretto a uscire allo scoperto, ha dato la misura e della
sua capacità e della sua moralità repubblicana.
Su questa base, vedo di quali elementi si componga
la totalità del senato. Calcolo i risultati, e scorgo che es­
si hanno sempre dovuto essere ciò che sono stati, e ciò che
sono.
Credo si che entrambi i partiti vogliano la repubbli­
ca; ma ciascuno la vuole a suo modo. L’uno la desidera
borghese e aristocratica; l’altro intende averla fatta e
eh'essa rimanga integralmente popolare e democratica.
L’uno vuole la repubblica del milione di cittadini che fu
sempre il nemico, il dominatore, l’esattore, l’oppressore, la
sanguisuga degli altri ventiquattro; del milione che si di­
letta da secoli neh’ozio a spese del nostro sudore e del
nostro lavoro; l’altro partito vuole la repubblica per i ven­
tiquattro milioni che nc hanno gettato le basi cementando­
le col loro sangue, che nutrono, sostengono, provvedono la
patria di tutti i suoi bisogni, la difendono e muoiono per
la sua sicurezza e la sua gloria. Il primo partito vuole nella
repubblica il patriziato e la plebe; vi vuole un piccolo nu­
mero di privilegiati e di signori colmi di superfluità e di
delizie, la maggioranza ridotta alla situazione di iloti e di
schiavi; il secondo partito vuole per tutti, non soltanto
l’eguaglianza dei diritti, l’eguaglianza sulla carta, ma an­
che l’onesta agiatezza, la sufficienza legalmente garantita

1 Le Tributi du peuple, n. 29, dal 1° al 19 nevoso, anno I I I (21


dicembre 1794 - 8 gennaio 1795) pp. 263-265.
2 Si tratta di tutti i dibattiti di cui risuonò l’aula della Conven­
zione dopo la caduta di Robespierre e i processi intentati ai Giacobini
(Carrier de Nantes, ecc.). Rileviamo che Babeuf giudica qui la lotta
di classe al livello della lotta politica piuttosto che a quello della pra­
tica sociale quotidiana, di cui valuta male l’importanza. Per questo dà
tanto rilievo alla tattica «parlamentare ».

199
di tutti i bisogni fisici, di tutti i vantaggi sociali, come giu­
sta e indispensabile ricompensa della porzione di lavoro
che ciascuno ha fornito all’impresa comune.
Ho detto che le circostanze fanno variare la forza del
partito plebeo o di quello patrizio e che esclusivamente ciò
spiega gli alterni vantaggi che ciascuno di loro riporta. È
utile ricercare quali sono tali circostanze? Si, perché sco­
priremo forse qualche mezzo per far si che queste circo­
stanze predominino costantemente in favore di quello dei
due partiti cui ci siamo votati, che è, ne siamo certi, il
buon partito, secondo la massima incontestabile: lo scopo
della società è la felicità della maggioranza; e secondo la
verità che noi abbiamo altresì reso assai evidente, che noi
non tendiamo che a questo fine.
La necessità di parlare di molte cose in questo nume­
ro non ci permetterà di approfondire la ricerca quanto po­
trebbe essere utile: ci soffermeremo soltanto sui punti es­
senziali.
Essendo l’uomo un composto di passioni contrarie, ri­
sulta che in ogni assemblea riunita per fare delle leggi è
assolutamente impossibile che tutti le vogliano buone, cioè,
piu conformi all’interesse generale che all’interesse parti­
colare.
Di qui, la prova inconfutabile dell’impossibilità che
non esistano costantemente in tale assemblea due partiti,
uno che vuole il bene per la sola attrattiva della glo­
ria, l’altro che vuole il male per il vergognoso tornaconto
di procurare il proprio bene personale, perché sempre un
qualsiasi interesse anima tutti gli uomini.
Questa necessità insormontabile che esistano due par­
titi in una assemblea rappresentativa è un bene per la na­
zione rappresentata, e questo bene è efficace in ragione del­
la forza d ’organizzazione pressoché eguale dei partiti op­
posti. Quando essi sono entrambi ben distintamente carat­
terizzati, ci si può attendere anzitutto che le questioni sa­
ranno pienamente dibattute; quindi, che il buon partito
prevarrà perché avrà dalla sua il grande sostegno dell’opi­

200
nione del popolo il quale non vuole, non può mai volere
che il suo bene, e la cui buona espressione di voto, con­
giunta all’ascendente possente della ragione e della verità,
incutono rispetto alla perfidia e le fanno accordare, per
timore o per un resto di pudore, ciò che essa non accorde­
rebbe per virtù.
Quando in un’assemblea legislativa non si vedrà quasi
che un partito, e i dibattiti vi appariranno poco animati,
si potrà decidere pressoché a colpo sicuro che è il cattivo
partito a predominare, e che la maggioranza dei membri è
d’accordo contro il popolo.
Per ignoranza dunque o con maliziose intenzioni mol­
ti avanzano l’opinione secondo cui sarebbe auspicabile il
momento in cui ogni assemblea di delegati del popolo ap­
parisse confondersi in uno stesso voto, e non si mostrasse
piu divisa su alcun punto.
La nostra esperienza rivoluzionaria prova tale asser­
zione.
Da quando vi regna questa apparenza di inalterabile
accordo e di perfetta intesa, il nostro senato ci ha dato tan­
te leggi cattive.
Quando ogni articolo del nostro codice non scaturiva
che al clamore di tuoni e fulmini, tra i movimenti animati
dei due partiti, vigorosamente in lotta, e tra le libere gri­
da di tutto il popolo, attentamente vigile; allora, dico, ab­
biamo ottenuto leggi popolari, benefiche, e recanti il segno
della vera democrazia.
La tattica confacente all’interesse d’ogni partito è evi­
dentemente quella di tendere a ingrandirsi, fino a rendersi
preponderante sull’altro.
È manifestamente questa tattica, seguita con alterna
superiorità dai due partiti nella nostra assemblea convenzio­
nale, che li ha resi volta a volta vincitori.
Il turno vittorioso tocca oggi al partito patrizio.
Ciò vuol dire che il partito plebeo non esiste più? Che
si è lasciato corrompere dall’altro? e che non'c’è piu virtù
nella convenzione? No, affatto. Ho oggi la perfetta cer­

201
tezza del contrario. Ciò significa soltanto che il partito ple­
beo s’è lasciato sopravanzare nella tattica, che ha permes­
so ai difensori del popolo di un milione di prendere la
supremazia che bisognava conservasse per continuare ad
essere utile al popolo di ventiquattro milioni
Deriva da ciò che tutto il segreto per giungere anco­
ra a fare il bene della maggioranza, consiste nel far ritro­
vare al partito plebeo la tattica della supremazia che ha
perduto, lasciandola conquistare al partito avversario. Ciò
che è stato organizzato, può esserlo ancora. Ora, è cer­
to che il partito popolare nella convenzione fu, per un cer­
to tempo, più forte del partito dei nemici del popolo. È
certo inoltre che gli stessi uomini, o quasi, che compon­
gono questa forza, esistono ancora. È altresì certo che
chi ha virtù ne avrà sempre, e che pochi dei veri amici
della libertà possono esserne divenuti realmente i nemi­
ci. È certo, ancora, che con forze minime, il partito del
popolo, in quanto, come ho detto, immancabilmente so­
stenuto dal popolo, e grazie all’ascendente possente della
ragione e della verità, trionferà sempre. È dunque incon­
testabile che non occorre che tattica e un po’ di coraggio
ai delegati popolari, per rimetterli in grado di fondare il
governo su basi degne della repubblica francese.Il

Il diritto e il dovere di insorgere 2


Ritorno dunque ai tre punti del mio esame.
1 Concependo la repubblica come un campo chiusojin cui s’oppon­
gono contraddittoriamente due gruppi politici l’uno dei quali esprime le
aspirazioni popolari, Babeuf non si rende ancora ben copto che la lotta
dei « plebei » suppone il ricorso ad altri appoggi che l’iriiziativa dei de­
putati e la mobilitazione delle masse popolari spontaneamente sollevate.
Non esisteva d’altronde, a quel tempo, che un piccolo gruppo di depu­
tati montagnardi (« la Créte », la cresta), divisi dai loro colleghi e iso­
lati dalle masse (cfr. T arlé: Germinai et prairial, Mosca, 1959, pp. 98
e sgg.). Lo scacco dei sanculotti non tarderà a illuminarlo sulla necessità
d’una organizzazione coerente del movimento popolare. L’ottimismo di
Babeuf avrà a soffrirne, non però il vigore del suo pensiero politico.
2 Le Tribun du peuple, n. 31, 9 piovoso, anno I I I (28 gennaio
1795), pp. 321-322.

202
Il popolo deve insorgere? 1 Ciò è fuori di dubbio, se
non vuol perdere definitivamente la libertà, e se non può
piu contestare la violazione dei suoi diritti. La soluzione
procede dall’articolo stesso della tavola della legge, il qua­
le dice che in tal caso « è il piu indispensabile dei do­
veri ».
Il popolo può insorgere? Chi glielo impedirà? Cre­
dete voi per il fatto di aver tutto usurpato; di aver tutto
popolato dei vostri vili fautori; di aver preposto a tutti
gli organi civili e militari la feccia della Nazione; [...] di
aver scompigliato tutti gli strumenti capaci di promuo­
vere, nel tempo, nella stagione e nel primo momento che
ce ne fosse bisogno, la resistenza alla vostra infame op­
pressione [...] e di aver potuto con l’aiuto di questa vio­
lazione impunita, assumere un certo grado di forza contro
il Popolo [...] credete che il baluardo della vostra tiran­
nia sia impenetrabile? Per la prima volta l’energia e il
valore della più possente delle Nazioni si troverebbero
in difetto! incontrerebbero ostacoli invincibili! [...] No,
un popolo davanti al quale tutti i troni s’abbassano non è
fatto per subire il gioco d’un pugno di vili tiranni! senza
mezzi! senza idee! e senz’altro merito che la presunzione
e la ridicala vanità! [...].
Come può il popolo insorgere? Pacificamente. Anche
più che il 31 maggio; e qui forse qualcuno che non si
aspettava questa conclusione si stupirà un poco: perché
la parola insurrezione non suona ancora, all’orecchio di

3 Babeuf fa allusione all’art. 35 della Costituzione del 1793 c


garantiva il « diritto all’insurrezione ». La proclamazione di Babeuf qui
citata non gli è esclusiva. Appariva chiaramente che la Costituzione stava
per essere rivista e forse abbandonata; la Convenzione si metteva dun­
que fuori legge e il diritto di insurrezione diventava un dovere. Inol­
tre, la carestia aveva raggiunto la capitale nel cuore deH’invemo, in
modo che il diritto di insorgere si giustificava nella coscienza popolare
con il diritto alla vita. I pamphlets, Peuple, réveille-toi e L’Insurrection
du peuple pour obtenir du pàin et reconquérir ses droits ripresero alla
vigilia delle giornate di germinale e di pratile le idee di Babeuf (cfr.
K. T ònnesson, La défaite..., cit., pp. 349-350).

203
molti, che come torrenti di sangue e mucchi di cadaveri.
L’esperienza mostra che le insurrezioni possono riposare
su altre basi. Ne proporrò un piano affatto semplice. Un
tempo le Accademie offrivano premi in oro a chi meglio
risolveva problemi assai indifferenti. Io prometto quello
di benemerito della Patria a chi proporrà il miglior p r o ­
getto DI INDIRIZZO DEL POPOLO FRANCESE AI SUOI DE­
LEGATI; per esporre loro in un quadro vivo e vero lo
Stato doloroso della Nazione, quello eh’essa doveva atten­
dersi, ciò che è stato fatto per procurarglielo, ciò che ha
arrestato e ciò che ne arresta il successo; e ciò che è me­
glio fare, e che il popolo intende sia fatto per arrivare al
termine dei diritti di tutti gli uomini e della felicità comu­
ne per i quali ha fatto la rivoluzione \
Fatta questa dichiarazione, nel senso adatto a tutta
la massa, perché essa deve includere ciò che la massa de­
sidera e ha in animo, voto perché sia notificata all’Assem­
blea dei mandatari; dapprima, da una porzione qualunque
del popolo; poi, da piu porzioni progressivamente riunite,
finché i delegati della Nazione abbiano potuto compren­
dere che il voto che sarà dato sarà quello generale.
Il voto generale dev’essere la legge.
Allora dunque, sarà incontestabilmente legale fare di
un voto cosi espresso la legge.
Né io conosco altro modo di ottenere, attivamente,
il voto generale.
Se nessuno lo conosce, il mio piano di insurrezione
è legittimo.
Ho affrontato questo grande problema con molta
franchezza. Desidererei che coloro che lavorano cosi ar­
dentemente alla contro-rivoluzione, ne mettessero altret­
tanta.1

1 II piano di Babeuf fu esattamente quello adottato dagli insorti


di germinale e di pratile.

204
Gracchus Babeuf,
Tribuno del popolo

Errata. Nell’oscurità d’una cantina, alla luce d ’una


flebile lampada, si è in condizioni assai disagevoli per cor­
reggere delle bozze di stampa. Quest’opera ha la sorte dei
numeri di Marat; essi erano pieni di errori tipografici. I let­
tori patrioti divoravano non di meno le pagine dell’Amico
del Popolo; e, tenuto conto del punto in cui si-trovava l’er­
rore, facevano da sé l’errata corrige, ciascuno per conto
suo, ed erano ben ricompensati di questa fatica dalle veri­
tà forti e utili che trovavano in fondo alle scorrettezze del­
le pagine di Marat. Prego i miei lettori di volermi usare
la stessa indulgenza. D ’altronde, prometto loro di supe­
rare d ’ora in poi gli ostacoli che hanno causato i nume­
rosi punti oscuri degli ultimi numeri, che chiarisco con
le correzioni seguenti [...].

205
« Spezzare le catene » (1795-1796)
7. Il fine e i mezzi del comuniSmo

Dopo il suo arresto e un breve soggiorno nelle pri­


gioni di Parigi dove s’erano ordite le insurrezioni di ger­
minale e di pratile, Babeuf è trasferito nel carcere dei
Baudets ad Arras, ove intraprende un vasto sforzo teori­
co per fondare la sua azione su una dottrina coerente. Le
lettere di Arras sono indispensabili per conoscere il sen­
so e la portata del pensiero di Babeuf alla vigilia della
Congiura. ,
La prima lettera fissa gli obiettivi economici della
città comunista e le condizioni della sua istituzione. Ba­
beuf vi procede a una critica di fondo del regime dell’ine­
guaglianza e del liberalismo economico. La lettera illumina
il suo orientamento fondamentale. Egli parla molto, per
esempio, del suo atteggiamento critico nei confronti del­
l’industria e del commercio, in modo che molti commen­
tatori vi hanno scorto un ribaltamento dei fondamenti del­
la sua dottrina che, fino allora agraria, diviene improvvi­
samente industriale e urbana. Per conto mio, non ne sono
convinto; mi sembra al contrario che Babeuf, le cui idee
in materia d’economia rurale sono chiare, s’imponga di
risolvere la questione dell’attività urbana nella sua città
comunista; senza questo, non poteva pretendere di aver
successo a Parigi, dunque in tutta la repubblica. Inoltre,
egli risponde a interrogazioni precise del suo interlocuto­
re, Charles Germain.
Alla fine della prima lettera e nella seconda, Babeuf si
pronuncia sui mezzi politici della rivoluzione sociale. Con-

209
danna, senza remissioni e con un tono che non ammette
discussione, la Costituzione censitaria dell’anno III, de­
stinata alla ratifica nelle assemblee primarie. Rifiuta egual­
mente ogni tentativo di rinnovamento di un sistema con­
dannato. Predica una rivoluzione radicale che distrugga
tutte le vecchie istituzioni. Per far ciò, pensa che il siste­
ma possa essere applicato su un qualunque dominio del
territorio della repubblica (una « Vandea plebea ») don­
de, mediante l’esempio e come per un fenomeno di capilla­
rità, il sistema conquisterà il paese intero. Non si può fa­
re a meno di pensare che, nelle loro teorie societarie,
Fourier e Cabet trovarono sovente materia di riflessione
nel babuvismo.

Gracchus Babeuf a Charles Germain i


10 termidoro, anno I II 12
Generale,3
[...] Il commercio, dicono i suoi fautori, deve tut­
to vivificare. Deve arrecare nutrimento a tutti i suoi agen­
ti, dal primo operaio che produce e appresta le materie
prime, fino al capo di manifattura che dirige i grandi
esercizi, fino al commerciante che fa circolare nei diversi
luoghi i manufatti. Sì, ecco ciò che il commercio dovreb­
be fare ma non fa. Esso deve arrecare nutrimento a tutti

1 Estratti, da una copia della collezione Rollin. in M. D omman-


get, Pages choisies..., cit., pp. 207-221.
2 28 luglio 1795.
3 Charles Germain: nato a Narbona nel 1770, studiò come bor­
sista al Collegio reale di Narbona. Nel 1789 si arruolò nell’esercito e
combattè alle frontiere fino al 1794. Il 15 gennaio 1795, fu arrestato
per aver annunciato propositi estremisti alla Convenzione. Ad Arras,
progioniero con Babeuf, ne divenne discepolo; la loro amicizia rapida­
mente suggellata e la fiducia che Babeuf riponeva in lui spiegano per­
ché egli sia chiamato « generale » mentre non era che un sottufficiale.
Babeuf lo destinava già a dirigere l’attività propagandistica dei babuvi-
sti nell’esercito. Al processo di Vendóme fu condannato alla depor­
tazione.

210
i suoi agenti, e deve farlo in modo eguale, ma lo fa as­
sai inegualmente. Mi chiedo chi siano quei novantanove
uomini mal vestiti su cento che incontro sia nelle nostre
campagne sia nelle nostre città. Guardando bene, rico­
nosco che son tutti agenti di commercio l. Vedo senza ca­
micia, senz’abito, senza scarpe, quasi tutti coloro che pro­
ducono il lino e la canapa, quasi tutti coloro che appre­
stano all’uso sia le materie tessili, sia la lana o la seta,
quasi tutti coloro che le filano, che fanno la tela e le
stoffe, che trattano il cuoio, che confezionano le calzature.
Vedo egualmente mancare quasi di tutto i lavoratori ma­
nuali dei mobili, degli utensili professionali o domestici,
delle costruzioni, ecc... Se poi osservo la piccola minoran­
za che non manca di nulla, al di fuori dei proprietari ter­
rieri, la vedo composta di tutti coloro che di fatto non
mettono le mani in pasta, di tutti coloro che si limitano
a calcolare, combinare, travestire, ravvivare, ringiovanire
sotto forme sempre nuove l’antico complotto della parte
contro il tutto, voglio dire il complotto con l’aiuto del
quale si giunge a far muovere una moltitudine di braccia
senza che coloro che le muovono ne traggano il frutto de­
stinato, fin dal principio, a far sì che s’ammucchino in
grandi masse sotto la mano di speculatori criminali, i qua­
li dopo essersi intesi per ridurre senza tregua il salario del
lavoratore, si mettono d’accordo sia fra loro, sia con i
distributori di quanto hanno accumulato, i mercanti, loro
complici, per fissare la quota di tutte le cose, di modo che
tale quota non sia alla portata che dell’opulenza o dei
membri della loro lega, cioè di quanti come loro sono in

1 Commercio deve essere qui inteso nel senso moderno di com


mercio ma anche nel senso arcaico di capitalismo. Il capitalismo indu­
striale era ancora agli inizi a quell’epoca e il capitalismo commerciale
continuava ad essere la norma. Il chiamare in causa il commercio come
fondamento economico dell’ineguaglianza sociale equivale di fatto a
rimettere in causa il capitalismo nel suo insieme che, sotto pretesto di
arricchire la nazione, accumula, ai due poli della società, estrema ric­
chezza e miseria estrema. Il seguito del testo è su quest’argomento senza
'possibilità di equivoco.

211
grado d ’approfittare dei mezzi d’accumulazione dei segni
rappresentativi1 e di impadronirsi di tutto. Pertanto, quel­
le innumerevoli mani da cui tutto è uscito non possono
più raggiungere nulla, toccare nulla, e i veri produttori
son destinati alla miseria, o almeno quel po’ che gli si
■lascia non è che la grossa schiuma o l’assai misera crosta.
Il tribuno Gracco si scandalizza fino al furore dinanzi a un
tale disordine. Il commercio deve tutto vivificare, deve
portare egual nutrimento a tutti i suoi agenti. Ma che
cos’è questo commercio? Cerchiamo di definirlo. Non è
l’insieme di tutte le operazioni che fanno nascere la ma­
teria prima, che l’adattano ai diversi usi mediante la
manipolazione e che la distribuiscono? Così tutti coloro
che collaborano ad una di queste cose sono agenti di com­
mercio. Perché i primi agenti, coloro che fanno il lavo­
ro creatore, il lavoro essenziale, ne traggono incompara­
bilmente minori vantaggi degli ultimi, i mercanti, per
esempio, che, ai miei occhi, non fanno che il lavoro più
subalterno, il lavoro di distribuzione? Ah, ciò si spiega
da sé e nel modo più semplice. Il fatto è che questi ulti­
mi approfittano e che gli altri li lasciano approfittare; il
fatto è che speculatori e mercanti fanno lega tra loro per
tenere alla loro mercé il vero produttore, per essere in
condizione di dirgli: lavora molto, mangia poco, o non
avrai più lavoro e non mangerai affatto. Ecco la legge
barbara dettata dai capitali. Il fatto è che questi assassi­
ni sono in grado inoltre di imbrogliare l’acquirente esa­
gerandogli il prezzo di costo di ogni cosa, tenendolo al­
l’oscuro, operando a volontà il rialzo o il ribasso con
l’aiuto di colpevoli artefici, ora con un pretesto, ora con
un altro, simulando la rarità degli oggetti di prima neces­
sità, facendone incetta fraudolenta e nociva, e spingendo

1 La moneta, l’oro, l’argento, ma anche, durante la Rivoluzione


francese, la cartamoneta. Babeuf vede abbastanza chiaramente, qui, ma
in una forma descrittiva e volontaristica, il processo dell’accumulazione
capitalistica. La condanna in nome della giustizia eterna e non come i
socialisti scientifici in nome della dialettica della necessità storica.

212
talora la propria scelleratezza fino a distruggerne la mag­
gior parte.
Il commercio, così come si pratica in quel misto di
falsità e di iniquità innumerevoli che costituiscono il no­
stro attuale stato sociale, non è dunque che una somma
enorme degli abusi più omicidi. Nel suo complesso, è un
abuso mostruoso; ma ogni abuso dev’essere distrutto, af­
ferma la giustizia eterna. Per questo l’abolizione del com­
mercio, cioè del nostro commercio omicida e rapace, rien­
tra nel piano di Gracco, nel suo piano riformatore d ’ogni
genere di abuso. Resta tuttavia inteso e sufficientemente
chiaro che noi condanniamo a morte solo il commercio
che non realizza il benessere di tutti i suoi agenti. Che la
minoranza che s’impingua, consuma e non ha altro lavoro
che la cura delle sue insaziabili cupidigie non possa più af­
famare e dimagrire l’immensa maggioranza che produce e
lavora effettivamente. Che in seno a questa maggioranza
tutti siano insieme produttori e consumatori nella pro­
porzione in cui tutti i bisogni siano soddisfatti, in cui nes­
suno soffra né miseria, né fatica. Nella società rigenerata,
tutto dev’essere equilibrio e compensazione; nulla deve
costituire motivo di mettersi avanti, di farsi valere, di vo­
ler dominare. Non ci dev’essere né alto, né basso, né pri­
mo, né ultimo, gli sforzi come le intenzioni di tutti gli
associati (gli individui di cui la società si compone non so­
no altro) devono costantemente convergere verso il gran­
de scopo fraterno, la prosperità comune, inesauribile mi­
niera del benessere individuale e perpetuo. È tempo per
la moltitudine di non essere più un gregge che si tosa
fino alla carne, che si scanna o si fa in modo che si scan­
ni da sé. Non più padroni, antropofagi, tiranni, non più
ambiziosi, [...] non più sfruttatori e sfruttati. Equità,
lealtà, probità, sincerità sempre e ovunque. Che ciascuno
abbia ed eserciti coscienziosamente la sua mansione sì da
viverne felicemente e basta, giacché occorre ci sia felicità
per tutti, egualmente ripartita. Non più mercanti né nego­
zianti, se non si limitano a essere quel che noi abbiamo

213
detto che sono, puri agenti di distribuzione. Quando tutti
gli agenti di produzione e di fabbricazione lavoreranno per
il magazzino comune e ciascuno di essi vi invierà il pro­
dotto in natura del suo lavoro individuale e agenti di di­
stribuzione, non piu istituiti per conto proprio, ma per
quello della grande famiglia, faranno rifluire verso ogni
cittadino la sua parte eguale e varia della massa intera dei
prodotti di tutta l’associazione, in cambio di ciò che avrà
fatto sia per aumentarli, sia per migliorarli, penso che,
lungi dall’essere annientato, il commercio si sarà anzi
perfezionato perché sarà divenuto proficuo per tu ttil.
Secondo me, solo questo è il buon commercio, per­
ché è il contrario di quel traffico senza pudore, senz’animo
e senza fede, i cui rivoltanti abusi hanno prodotto una
lebbra sociale. Trasformato sulla base delle nostre idee,
il commercio è infine ricondotto allo scopo della sua fun­
zione, che è di tutto vivificare e di portare egual nutri­
mento a tutti i suoi agenti12. E un fatto che bisogna ben
notare è che, indipendentemente dalle nostre funzioni in­
dividuali, se non saremo né bambini, né vecchi, né infer­
mi, saremo tutti agenti di questo commercio, in cui tutto
si trova confuso e posto sulla base d ’una perfetta egua­
glianza, i produttori, che sono gli agricoltori e gli ope­
rai, gli artigiani, gli artisti e i dotti, gli immagazzinatoti,
i ripartitori e i distributori, incaricati di avviare al con­
sumo i prodotti materiali. Svanisce cosi ogni distinzione
tra industria 3 e commercio e s’opera la fusione di tutte
le professioni poste sullo stesso piano di valore. Tutti
produciamo e tutti partecipiamo agli scambi, siamo tutti
dediti ad una industria, sia agricola, sia manifatturiera,

1 Si ritrova qui il piano di organizzazione di Morelly nel Code


de la nature, ma altresì, elevato a un livello istituzionale, il classico
sistema dei granai collettivi e la pratica legale della requisizione del­
l’anno II.
2 II commercio si riduce cosi allo scambio, al trasporto dei pro­
dotti e alla loro distribuzione. Ciò illustra chiaramente l’arcaismo del
pensiero economico di Babeuf.
3 Nel senso del XVIII secolo: attività produttiva.

214
sia governativa, sia commerciale, siamo tutti egualmente
mercanti o commercianti. Non c’è bisogno di dire cbe
non si tratta qui che del commercio interno; il commercio
estero, nel caso in cui non costituirà. un pericolo per
l’associazione, non potrà essere che di competenza po­
litica; fin tanto che il grande principio dell’eguaglianza
o della fraternità universale, divenuto l’unica religione
dei popoli, non sarà generalmente applicato. Soltanto
allora, le nazioni non saranno più individui collettivi
impestati di pregiudizi e di crimini dai despoti, chiusi
in confini arbitrari e precipitati ad ogni istante in guerre
contrarie ai loro interessi, fatali alla loro libertà. Il cerchio
dell’umanità si sarà allargato e gradualmente, frontiere,
dogane e cattivi governi scompariranno.
Voi annientate l’industria, ripeteranno a sazietà i
difensori dell’antiquata bottega. Da che dunque lo de­
ducono? Le nostre istituzioni regolarizzano tutto e non
spostano chicchessia, non mettono fuori posto nulla di
ciò che è, nella misura in cui non attenti alla giustizia.
Tutto quanto si fa attualmente continuerà ad essere fatto
dalle stesse persone. Il contadino resterà contadino, il
fabbro fabbro, il tessitore tessitore e sarà lo stesso per
tutte le specie di lavoratori. Soltanto, tutti i lavoranti
saranno raggruppati secondo il genere di lavoro; l’asso­
ciazione sarà costantemente al corrente di ciò che ciascuno
fa affinché non si produca né troppo, né poco degli stessi
oggetti; sarà essa a determinare per ogni specialità il nu­
mero dei cittadini che dovranno esservi impiegati ed i
giovani che dovranno destinarvisi. Tutto sarà adeguato
e proporzionato ai bisogni presenti e ai bisogni previsti
secondo l’accrescimento probabile e facilmente calco­
labile della comunità. Tutti i bisogni reali saranno esat­
tamente studiati e pienamente soddisfatti mediante ra­
pida trasmissione in tutte le località e a tutte le distanze.
L’industria perirà perché non sarà più esposta a pro­
cedere ciecamente, ad avventurarsi, a smarrirsi nel for­
tuito o nel superfluo, perché sarà intelligentemente di­

215
retta e stimolata in vista dell’utilità e del benessere di
tutti? No, non vi sarà altro notevole cambiamento che
questo: ogni industria particolare perderà il suo carat­
tere privato, dal momento che tutte le industrie saranno
esercite a profitto della grande famiglia. Ogni officina
fa parte della grande officina, ogni derrata, ogni merce
entra nel novero del grande magazzino e si computa nel­
l’insieme delle risorse della Repubblica. Sono sicuro che
allora il mio diritto non sarà misconosciuto né la mia
parte contestata. Cosi, anziché essere ridotto come prima
a scervellarmi per ingannare in un qualunque modo i miei
simili sul merito della mansione che ricopro, sia cercando
di illudere sul suo valore intrinseco, sia accaparrando una
gran quantità di materia o di mano d’opera, lavoro franca­
mente e tranquillamente per fare solo ciò che un uomo
deve fare, senza nuocere alla sua organizzazione. Ciò che
posso fare, ne son certo, mi procurerà quanto basta a me
e ai miei, che pretendere di piu? Se ho inventato una
macchina, un procedimento che semplifica e riduce le in­
combenze del mio lavoro, se possiedo un segreto per far
meglio e piu presto una qualsiasi cosa, non tremo piu alla
idea d’esserne derubato, ma mi affretterò al contrario a
comunicarlo all’associazione e a depositarlo nei suoi archivi
perché mai si abbia a deplorare d ’averlo perduto. Questo
segreto mi sarà conteggiato, mi procurerà riposo, ne pro­
curerò a tutti, nella categoria dei lavori che la sua appli­
cazione faciliterà, e questo riposo non sarà piu una fune­
sta inattività ma un gradevole tempo libero. L’industria
avrà da perdere o da guadagnare da questa pronta utiliz­
zazione di ogni scoperta? La concorrenza che lungi dal mi­
rare alla perfezione sommerge i prodotti coscienziosi sotto
mucchi di prodotti scadenti, escogitati per abbagliare il
pubblico; che ottiene il vii prezzo solo obbligando l’ope­
raio a rimetterci la mano nelle opere affrettate, sfinendolo,
affamandolo, uccidendone la moralità con l’esempio di
scarso scrupolo; la concorrenza che non dà la vittoria che
a colui che ha più denaro; che, dopo la lotta, mette capo

216
soltanto al monopolio nelle mani del vincitore e alia scom­
parsa dei buoni prezzi; la concorrenza che fabbrica non im­
porta come, a diritto e a rovescio, col rischio di non trovare
acquirenti e di annientare una gran quantità di materia
prima che avrebbe potuto essere impiegata utilmente ma
che non servirà piu a nulla: no, da questo lato, lo garan­
tisco ancora, l’invidia non mi sferrerà, assalto donde possa
derivare la mia rovina e la miseria di tutto ciò che mi
riguarda. Mi dovrei allarmare all’annuncio di una macchina
che sopprime nella mia professione l’impiego di un gran
numero di braccia? No, mille volte no, perché so che la
introduzione di questa macchina non conduce a nulla di
spiacevole: si tratterà semplicemente per l’associazione di
una somma di tempo guadagnato e di conseguenza di una
diminuzione di fatica 1. Le braccia sostituite dalla macchi­
na saranno chiamate a cooperare altrove e nessuno stomaco
ne soffrirà. La mia sussistenza e quella di tutti sono assi­
curate convenientemente e per sempre; è al riparo da tutte
le vicissitudini, da tutti i carovita, da tutte le speculazioni,
da ogni alto prezzo. Anziché essere obbligato come per
l’innanzi a scambiare il lavoro delle mie mani con segni
rappresentativi che ora sono appena al livello dei bisogni
quotidiani ora ne sono molto al di sotto, scambierò tale
lavoro con tutti gli oggetti reali che mi sono necessari, e
sarò sicuro che mi procurerà costantemente tutto quanto
mi occorrerà, anche quando mi sarà impossibile continuare
a eseguirlo, cioè quando sarò malato o piegato sotto il peso
degli anni. Perché la società avendo interesse ad essere
giusta s’è impegnata a prendere egual cura dei bambini,
degli infermi e dei vecchi. È un credito che essa fa ai primi
affinché possano servirla nell’età della forza. Verso gli altri,
se l’hanno servita, salda un debito; se sono stati capaci di
rendersi utili, paga il debito dell’umanità. Quale individuo
sarebbe tanto insensato da non considerare stimolo suffi­

1 Sulla questione del progresso tecnico e della retribuzione dei


produttori, cfr. Introduzione, pp. 51-52.

217
ciente questa garanzia di non mancare mai di nulla e di non
vedere mai nessuno dei suoi figli sprovvisto del necessario?
Le nostre attuali istituzioni sono lungi dall’offrire una si­
mile certezza Ecco perché, non potendo fare affidamento
su nulla, siamo smodati nei nostri desideri. Se le nostre
cupidigie, se i nostri progetti di fortuna sono tanto esage­
rati, è perché nella vecchia società del caso, in cui tutto
è così precario, non esiste fortuna colossale che non possa
essere distrutta dalla sorte. Non siamo mai sicuri che la
nostra progenie, non più di noi stessi, sia esclusa dal rischio
dell’indigenza. La nostra ambizione sarà necessariamente
limitata quando avremo conosciuto il segreto d ’incatenare
la sorte, quando non potremo più nutrire inquietudine né
sul nostro avvenire in alcuna epoca dell’esistenza, né su
quello di tutti coloro che ci debbono la vita 12 [...].
L ’agricoltura sarà trascurata a causa della necessità
per le grandi famiglie di reclutare numerose falangi al fine
di conquistare ed assicurare la propria indipendenza.
Mi sembra che tu vi abbia sufficientemente risposto
ricordando che la Francia ha potuto mettere insieme un
milione e mezzo di uomini senza che la coltura delle nostre
campagne ne abbia sofferto. Nessuno se ne è reso ben
conto. Per ostentare siffatto timore bisogna essere malevoli
o ignoranti come quei Parigini che non si fanno la minima
idea del rapporto fra la popolazione delle campagne e il
numero di braccia che esige il loro sfruttamento. Coloro che
hanno nozioni un po’ più positive sanno che per effetto
dell’impiego di macchine agricole e della buona distribu­
zione dei lavori, così come si fa nei paesi di grande coltura
1 Le projet de décret économique di Buonarroti prevedeva che i
vecchi, i bambini e gli infermi fossero dispensati dal lavoro, per gli
altri obbligatorio. Morelly aveva concepito un sistema analogo.
2 Babeuf pensa piu a una eguale ripartizione dei beni disponibili
che a un consumo crescente e a un numero illimitato di godimenti.
Per questo si è potuto parlare a suo proposito di « socialismo della fru­
galità » (cfr. lo studio fondamentale di J ean D autry, Le pessimisme
économique de Babeuf et l’histoire des utopies, in AHRF, 1961, pp.
214 e sgg.).

218
dove la proprietà s’è agglomerata in poche mani, ci sarebbe
un numero dieci volte maggiore di braccia di quel che oc­
corre per valorizzare le terre. Chiunque del resto ha os­
servato le campagne prima della rivoluzione può dire come
i loro abitanti marcissero alk ra in una languente inatti­
vità. Se conserviamo il vecchio ordine di cose, nessun dub­
bio che questo stato di miseria oziosa si riprodurrebbe :on
sintomi ancor piu spaventosi, con carattere piu disastroso,
soprattutto dopo il congedo delle nostre armate, quando i
nostri soldati, di ritorno ai paesi natali, formerebbero una
massa colossale di operai bisognosi di guadagnarsi la vita
che non trovano da nessuna parte una risorsa sufficiente a
causa della troppo grande concorrenza \ Non c’è timore
meno fondato di quello di diminuire il numero di braccia
necessarie all’agricoltura. Fossimo obbligati a fare una do­
po l’altra due o tre requisizioni, i nostri campi non sareb­
bero meno coltivati, i nostri raccolti meno abbondanti.
Faccio appello ai cittadini di questo paese; faccio appello
a tutti coloro che hanno visto dopo la rivoluzione la mia
provincia di un tempo, la Picardia, sempre citata come uno
dei granai di Francia. Negli ultimi sei anni le pianure di
questo paese sono parse meno fertili, meno ricche di grano
che prima dell’89, vi hanno scorto in qualche parte un
angolo di terra rimasto incolto? Ho del resto indicato nel
mio piano, e tu lo ricorderai, i mezzi per conciliare duran­
te la nostra santa spedizione il lavoro dei campi con la leva1

1 Relativamente al problema dei rapporti fra popolazione e


risorse, pur traendo conclusioni in un senso populazionista, dunque
differente da quello di Malthus, Babeuf non è tuttavia lontano dal
ragionare come lui: la domanda di lavoro supera sempre l’offerta, e
Babeuf non immagina né la crescita economica come piu tardi i san-
simoniani né il progresso della produttività ancora poco visibile, anche
nell’Artois e in Picardia dove pure esistevano manifatture. L’unico
problema era per lui assicurare lavoro perché il lavoro assicura 0 pane;
ora, la vita rurale assai arcaica del tempo era divoratrice di mano
d ’opera; non sembrava che si dovesse mancare di lavoro con una
buona organizzazione sociale delle forze produttive esistenti. Buonarroti
preciserà piu tardi nel suo libro, scritto nel 1828, che in caso di
necessità si era previsto di diminuire la parte di ciascuno.

219
di legioni formidabili di non meno di un milione e mezzo
di uomini. È uno dei punti su cui dovevo piu insistere.
Pensi giustamente, e in questo sei perfettamente d ’ac­
cordo con me, che durante l’impresa rigeneratrice, tutte
le relazioni di commercio coi nostri vicini debbano essere
interrotte; anche dopo, non ci dovrà ancora essere com­
mercio fra nazione e nazione. Come tu dici, abbiamo cer­
tamente da noi quanto basta e dobbiamo essere abbastanza
sobri, abbastanza moderati nei nostri desideri da saper
fare a meno delle superfluità straniere. Queste ci ricondur­
rebbero il gusto della mollezza e del lusso e saremmo an­
cora una volta perduti. Il commercio fra nazioni, se fosse
autorizzato, farebbe prontamente rivivere il commercio fra
privati: resusciterebbe lo spirito mercantile. Voglio come
te che non ci si isoli come lupi dagli altri abitanti d’Europa.
Sono anche d’accordo che siano ammessi a godere dello
spettacolo della nostra felicità così che ritornando in patria,
ne riportino un bel desiderio di imitazione. Su questo pun­
to, adotto la tua opinione, benché un gran popolo, citato
a torto o a ragione come dotato di qualche saggezza, ci
abbia dato l’esempio di quella famosa muraglia, che pro­
tegge una terra asilo da tempo di molte virtù contro l’in­
vasione dei vizi stranieri e le colpevoli imprese della con­
quista. Non contesto le virtù dei Cinesi, ma vorrei che ci
facessimo onore duna virtù eh'essi ignorano: il simpatico
disinteresse manifestato attraverso la pratica maestosa del­
la fratellanza umana. Dovremmo offrire questa virtù so­
ciale all’ammirazione dei popoli lasciando loro come dono
il nostro superfluo, ed accettando francamente allo stesso
titolo tutto ciò che piacerà loro inviarci.
È davvero grande la tua idea d ’un incendio progres­
sivo, d ’una resurrezione subitanea d ’una buona parte del
genere umano alla vita dell’eguaglianza, ma non bisogna
volere che ciò che è attuabile. Quanto tu proponi lo sareb­
be, se fosse possibile indottrinare e catechizzare senza
impedimento e a lungo, per metterla al corrente del fine,
tutta la massa interessata al suo raggiungimento. Ma è fin

220
troppo evidente che se tu intraprendessi tale iniziazione,
saresti inevitabilmente arrestato fin dal principio dagli at­
tuali detentori del potere. Ebbene, ammetto che tu proceda
inopinatamente a questa vasta esecuzione che deve fare
piazza pulita per la costruzione del nuovo edificio sociale;
hai dei seguaci numerosi e sicuri. In una sola notte e alla
stessa ora, essi s’affrettano a realizzare la tua incinerazione
universale '. Ma quale terribile impressione farà sugli ani­
mi non preparati quest’atto di un’energia finora inaudita!
Nei tuoi seguaci si vedranno solo dei briganti, degli incen­
diari, degli scellerati matricolati. Invano essi diffondereb­
bero il nostro sacro manifesto: in mezzo allo spavento ge­
nerale, nessuno lo leggerebbe. Gli abituali ingannatori della
moltitudine, quella minoranza potente di astuti che hanno
confiscato a loro profitto tutte le fonti d ’istruzione per po­
ter essere in grado di combattere la verità col sofisma, non
mancherebbero di corroborare l’indignazione pubblica con
le imposture della calunnia. Da ogni parte, laverebbero
anatemi sugli apostoli armati di torce, e il manifesto desti­
nato a promulgare il vero sistema sociale sarebbe su loro
istigazione fatto a pezzi non appena scorto. La folla sprov­
veduta, agitata, sconvolta, la folla smarrita e troppo emo­
zionata per far ricorso alla riflessione, la folla costernata,
terrificata perché nessun insegnamento, nessun avvertimen­
to l’avrebbe illuminata sul vantaggio di adottare il mezzo
piu spedito per assicurare di colpo e per sempre il successo
della Riforma che deve inaugurare per essa l’era del benes-1

1 Babeuf rifiuta qui l’idea di un complotto e respinge l’id


anarcoide che si diffonderà più tardi, fondandosi del resto su un’inter­
pretazione abusiva dell’esperienza babuvista, della « grande sera » ohe
isolerebbe i rivoluzionari dalle masse popolari. Poche pagine illustrano
cosi chiaramente il realismo politico di Babeuf. Per questo, sentendo
il bisogno di convincere, preconizza la « Vandea plebea»: non era
un’idea chimerica nella vasta Francia del XVIII secolo senza trasporti
né mezzi d i rapida comunicazione. Non era piu assurdo immaginare
una base d ’azione rivoluzionaria qui e in questo tempo che in Cina
al tempo di Sun Yat-sen. Ma, l’anno seguente, Babeuf aderisce all’idea
d’una « cospirazione », in realtà al principio d ’una azione nazionale
animata da un partito clandestino dirigente il movimento delle masse.

221
sere, la folla incapace di cogliere all’istante le felici e pros­
sime conseguenze di quest’improvviso e rapido rivolgimen­
to, favorirebbe certamente a meraviglia i nemici dell’e­
guaglianza. Nel suo accecamento si slancerebbe su noi con
furore e il nostro progetto seppellito sul nascere nelle te­
nebre dell’oblio, i nostri disegni snaturati dai traditori al
soldo dei beneficiari dell’antica iniquità non sarebbero tra­
smessi alla posterità che come un’odiosa concezione in cui
la piu delirante stravaganza si sarebbe imita alla premedi­
tazione atrocemente criminale d ’un sovvertimento distrut­
tore d’ogni ordine ragionevole e giusto. Saremmo votati
all’esecrazione dei secoli perché la turba possente avrebbe
fatto di tutto perché mai si potesse conoscere e neppur
sospettare la purezza delle nostre intenzioni. Ah! se vi
fosse modo d’essere compresi dalla massa, se potesse di
colpo illuminarsi e accorgersi che a transigere senza posa,
non fa che differire indefinitivamente la sua felicità, se po­
tesse penetrarsi della verità secondo cui, affinché l’egua­
glianza sia definitivamente fondata, non deve restare ve­
stigio di tutto ciò che ha costituito materia di abuso, si
precipiterebbe spontaneamente alla distruzione di tutte le
arroganti creazioni dell’ineguaglianza. Il miglior espedien­
te per estirpare gli abusi è di far scomparire i loro nidi;
senza questa precauzione, la tentazione di farli rivivere po­
trebbe ancora risvegliarsi. La chiesa e il presbiterio invo­
cano il prete, il palazzo il tiranno, il castello il signore, la
cella il monaco, la caserma il soldato, la prigione il de­
tenuto, il patibolo e il carnefice la vittima. Scalfire il vec­
chio regime d’oppressione, di pregiudizi, di superstizione,
non è che voler perdere i frutti d ’una rivoluzione, bisogna
annientarlo oppure esporsi a ricominciare, bisogna che gli
spossessati abbiano troppo da fare per insediarsi di nuovo
in seno alle loro usurpazioni; bisogna che nessuna luce di
speranza si mescoli ai loro rimpianti d ’egoisti. Così, se pos­
sedessi la bacchetta d ’una fata, da un lato tramuterei in
polvere del passato tutto ciò che ci intralcia, dall’altro fa­
rei sorgere da terra tutto ciò che l’istituzione di una socie­

222
tà di eguali reclama e comporta. Disgraziatamente non
possediamo questa meravigliosa bacchetta e la minoranza
degli egoisti oppressori domina ancora una maggioranza
che s’inganna e si crederebbe perduta se cessasse d ’essere
servile. Se non fosse impossibile far uscire da questa in­
genuità una pronta conversione, opterei per l ’esecuzione
della tua idea. Ma, caro generale, guardiamoci dall’andare
troppo in fretta e dal voler tutto conquistare d ’assalto. Se
il tuo piano riesce, la vittoria è immensa e decisiva, se in­
vece fallisce, lo scacco è irreparabile e fatale. Senza dub­
bio il mezzo che ti ho proposto non è cosi eroico, poiché
consiste nel non guadagnare sulle prime ai nostri princi­
pi che una piccola parte del paese. Ma ha dalla sua un
grande vantaggio, quello di non compromettere nulla. Non
appena possibile cerchiamo di installarci in un centro di
popolazione dove le disposizioni degli animi ci siano ge­
neralmente favorevoli. Una volta stabiliti in questa fa­
miglia, non fatichiamo a farvi gustare le nostre dottrine.
Ardenti e numerosi proseliti reclamano e accolgono con
entusiasmo i primi saggi delle nostre istituzioni. Le esal­
tano e gli abitanti dei territori limitrofi attratti dall’esem­
pio non tardano a venire a noi. Cosi il cerchio delle ade­
sioni si estenderebbe gradualmente. La nostra Vandea, al­
meno ho ragione di credere, si ingrandirebbe progressiva­
mente con abbastanza rapidità perché non avessimo a di­
sperare né del complemento né della durata del successo.
Avanzando per gradi, consolidandoci a mano a mano che
guadagneremo terreno, potremmo organizzare senza trop­
pa precipitazione e con tutta la opportuna prudenza l’am­
ministrazione provvisoria e in conformità alla legge del­
l’eguaglianza. Il punto essenziale per non fallire è d ’esse­
re stati ben compresi e ben apprezzati. Se questa suprema
condizione non sarà soddisfatta, i mostri che detengono
la terra e i prodotti, gli scellerati che sono nella condizione
e nella volontà di ingannare il popolo perché non sfugga
all’oppressione ci faranno detestare come un flagello.
Ancora una parola, mio caro generale, coloro che at-

223
tentano alla giustizia e all’umanità rimpinzandosi dei frut­
ti degli abusi, questi leoni sempre sazi e tuttavia sempre
avidi, che per digerire a loro agio e dormire in tutta sicu­
rezza sull’immensa parte che si sono procacciati [tente­
ranno] di convincere la folla degli affamati che essa si
protegge da sé, quando al loro appello si consacra a di­
fendere l’inviolabilità del loro assorbente superfluo. Que­
sti parassiti assassini non si faranno scrupolo di gridare
che noi pretendiamo ricondurre la società allo stato di bar­
barie; ci dipingeranno come vandali, nemici delle scien­
ze, delle arti e dell’industria. Né le arti, né le scienze, né
l’industria correrebbero pericolo, anzi. Riceverebbero un
impulso nel senso dell’utilità generale, si trasformerebbe­
ro nelle loro applicazioni, in modo da accrescere la som­
ma dei godimenti di tutti. Arti, scienze, industrie si svi­
lupperebbero e si purificherebbero nella ricerca di nuove
vie; riceverebbero un’impronta sublime conforme ai gran­
di sentimenti che un’immensa associazione di uomini fe­
lici farebbe necessariamente nascere. Cesserebbero d’esse­
re schiave e non essendo piu condannate a degradarsi a
piacimento di mecenati, si innalzerebbero a concezioni
grandiose, le sole degne di una civiltà, quella che implica
la felicità comune, le sole che la caratterizzano.
Ho finito con la tua del 5 termidoro1. In ciò che
precede, v’è forse qualcosa di buono. Credo che la discus­
sione in cui tu m’hai fatto divagare mi abbia indotto a
sviluppare qualche idea essenziale per il nostro obiettivo
e che non costituirebbe cattivo materiale per il manifesto...

Seconda lettera all’armata infernale e ai patrioti di Arras


18 fruttidoro, anno I II -

Voi mi chiedete, Patrioti, in seguito alla mia prima


lettera, di volervi meglio precisare i caratteri mostruosi12

1 La lettera interrogativa di Germain del 5 termidoro.


2 4 settembre 1795. La prima lettera è datata 3 settembre (cfr.

224
di quel monumento di tirannia che ci si offre sotto il ti­
tolo impudentemente menzognero di Costituzione repub­
blicana...
Cittadini, secondo questa Costituzione, non c’è piu
per voi il marco d ’argento come in quella del 1791; ma
c’è di meglio, c’è il marco d ’oro, e soltanto i grandi signo­
ri potranno essere eletti al Corpo legislativo. È tuttavia
per l’Eguaglianza che avete fatto il 10 agosto *, che avete
combattuto per sei anni.
Secondo tale Costituzione 1, tutti coloro che non han­
no proprietà terriere, e tutti coloro che non sanno scri­
vere, cioè la maggioranza dei Francesi, non avranno nep­
pure più il diritto di votare nelle pubbliche assemblee. So­
lo i ricchi e le menti elette saranno la nazione. Questo
diritto non è tuttavia immediatamente tolto a tutti noi
che abbiamo combattuto per l’annientamento della schia­
vitù. Ma si vuole che ciascuno di noi, morendo, dica ai
suoi figli: Figli miei, ho esposto cento volte la vita per
il trionfo dell’Eguaglianza e della libertà, ma ho lavorato
solo per me. Come premio dei pericoli che ho affrontato,
ho potuto essere cittadino dello Stato; muoio, non ho po­
tuto lasciarvi proprietà né istruzione; non posso neppure
lasciarvi diritti civili; voi non siete piu niente, siete degli
schiavi; voi rientrate sotto la dipendenza dei ricchi e del­
le persone istruite. Abbiamo distrutto la nobiltà e i pri­
vilegi per noi, ma abbiamo voluto che fossero ricreati
per v o i3.
Secondo tale Costituzione, cittadini, si vuole il piu

A dvielle , Histoire..., cit., I, pp. 165-167), riprodotta da M. D ommanget,


Pages choisiec..:, cit., pp. 221-223.
1 La rivoluzione del 10 agosto 1792 che proclamava la repubblica.
2 Si troverà l’analisi di questa Costituzione in J. G odechot, Les
istitutions de la France sous la Révolution et l’Empire, Paris, PUF,
1951, pp. 396414.
3 Babeuf, per spirito polemico, deforma il senso della Costitu­
zione del 1795 che rimane fedele al principio, d ’altronde illusorio,
della eguaglianza civile, ma non a quello dell’eguaglianza dei diritti
politici.

225
possibile diffondere quell’ignoranza che si condanna al su­
premo disprezzo. Non vi si accordano piu per i vostri figli
istitutori stipendiati dalla Nazione: tutti coloro che non
avranno i mezzi di pagare dei maestri, non apprenderanno,
non sapranno nulla.
Secondo tale Costituzione, non avete un re, ne avete
cinque 1, ciascuno dei quali cambia soltanto ogni cinque
anni. Questo Quintemvirato è chiamato potere esecutivo.
Non è il Popolo a nominarlo, ma il corpo legislativo. Cia­
scuno dei Quintemviri sarà alternativamente dittatore per
tre mesi. A lui spetterà l’amministrazione suprema di tut­
ta la Repubblica, l’invenzione di tutte le leggi, il coman­
do della forza armata. Ciascun Re avrà un costume di cui
mai si ebbe l’uguale, delle guardie al suo seguito, un pa­
lazzo nazionale e un trattamento splendido. (Sono i ter­
niini stessi dell’atto costituzionale). O santa Eguaglianza
del 1793, dove sono i tuoi vestigi!
Secondo tale Costituzione, il vostro Senato attuale
è presto inamovibile; i vostri precedenti Legislatori re­
stano, perpetuano quasii indefinitivamente i loro poteri
perché non ne esce che un terzo ogni due anni e questo
terzo è rieleggibile; nessuno ignora ciò che significhi la
lunga permanenza dei primi depositati dell’autorità 12.
Secondo tale Costituzione, voi avete due Camere 3, la
Camera alta e la Camera bassa, la Camera dei Pari e la Ca­
mera dei Comuni. Non è piu il Popolo a sanzionare le leg­
gi; è la Camera Alta ad avere il veto. Tanto valeva la­
sciarlo alla Camera di Luigi XVI.
Ecco, Repubblicani, qualcuna delle macchie orrende,
delle nefandezze populicide di questo progetto che vi si

1 I cinque Direttori. La Costituzione rafforzava il potere ese­


cutivo a danno di quello legislativo.
2 I decreti detti dei « due terzi » del 5 e 13 fruttidoro (22
e 30 agosto 1795) prevedevano che i nuovi Consigli fossero reclutati
nella proporzione di due terzi dei loro membri tra gli ex convenzionali.
Il malcontento che ne derivò fu sfruttato dai realisti in un tentativo
insurrezionale il 13 vendemmiaio (5 ottobre).
3 II Consiglio degli anziani e il Consiglio dei Cinquecento.
offre sotto Jil nome di libera Costituzione. Se si volesse
rivelarne tutte le mostruosità, occorrerebbe altro lavoro
che questo; ma non ve ne ho fatto cogliere fin troppe per­
ché, nemici come siete d’ogni forma di dispotismo, non
facciate a quest’edificio di tirannia che l’onore di cal­
pestarlo?

227
8. Il Manifesto dei p leb ei1

Uscito di prigione in occasione dell’amnistia procla­


mata dal Direttorio, Babeuf riprese presto la pubblicazio­
ne del suo giornale, Le Tributi du peuple. Le sue idee so­
ciali e politiche erano ormai chiare e il suo programma
coerente. Era ancora opportuno propagarle e rimanere fer­
mi sulle posizioni definite. Nelle settimane che separano
la riapparizione del Tributi dal fallimento della Congiura,
Babeuf agisce come un capo di partito: designa gli obiet­
tivi e critica i giornali repubblicani che vengono a patti
con il Direttorio; contribuisce eminentemente alla rina­
scita del movimento democratico e all’organizzazione dei
gruppi rivoluzionari; denuncia la reazione e mette a con­
fronto sul suo giornale i vantaggi del « sistema d’egua­
glianza » e le bassezze direttoriali. I suoi ultimi appelli
sono contemporanei alla messa a punto dell’apparato in­
surrezionale babuvista. Le frasi appassionate di Babeuf ri­
velano insieme la grandezza messianica dell’uomo e le in­
certezze del suo tentativo.
Nel sommario del suo giornale Babeuf presentò il
Manifesto sotto questo titolo: « Compendio del Gran Ma­
nifesto da proclamare per ristabilire /'Eguaglianza di fatto.
Necessità per tutti i Francesi sfortunati d’un ritiro sul
M o n t e -S a c r o o della formazione d ’una V a n d e a P l e b e a ».
Si tratta qui dell’abbozzo, del compendio sommario, del
manifesto annunciato nella lettera a Germain citata più
1 Le Tribùn du peuple, n. 35, 9 frimaio, anno IV (30 novem­
bre 1795), pp. 79-107.

228
sopra. Vi si trova l’essenziale dei progetti sociali e politici
dei babuvisti; tuttavia questo testo ci lascia insoddisfatti
perché numerose questioni rimangono nell’ombra. Babeuf,
che aveva constatato all’uscita dal carcere il disorientamen­
to popolare e le esitazioni dei democratici, senti come una
'necessità mostrare al più presto « ciò che bisognava fare ».
Nel Prospetto, apparso contemporaneamente al numero
34 del Tribun du peuple, scriveva: « Eternamente persua­
so che non si può far nulla di grande che con tutto il Po­
polo, credo che occorra anche, per far qualcosa con lui,
dirgli tutW, mostrargli senza posa ciò che bisogna fare, e
temere meno gli inconvenienti della pubblicità di cui ap­
profitta la politica, che contare sui vantaggi della forza
colossale che elude sempre bene la politica... Occorre cal­
colare quante forze si perdono lasciando l’opinione nella
apatia, senza alimento e senza obiettivo, e tutto ciò che
si guadagna attivandola, rischiarandola e additandole uno
scopo ». Putto il numero 34 del Tribun du peuple, prece­
dente il Manifesto, è un appello all’opinione perché si ri­
svegli, perché non si lasci conquistare da coloro che cer­
cano di dirottare il movimento popolare sulla via del mo­
deratismo (Fouché, Barras, ecc.) e, per esprimersi come
all’inizio del XX secolo, sulla via della « collaborazione di
classe e del riformismo ».
Il Manifesto dei plebei fu il pretesto di nuove per­
secuzioni contro Babeuf.

Patrioti! Siete un po’ scoraggiati, oserei dire un po’


pusillanimi! Siete spaventati dal vostro numero esiguo, e
temete l’insuccesso. Ma avete appena visto, e tutto oiò
che vedete ve lo dimostra, che non c’è piu molto da esi­
tare. Vincere o morire! non avete dimenticato che questo
fu il nostro giuramento. I vostri nemici vi spingeranno
a venire alle mani: e io pure! Giungendovi in maniera di­
versa da come essi l’intendono, adottate il mezzo estremo
di salvare la patria. Vostro malgrado, vi farò dunque es­
sere coraggiosi. Vi obbligherò a venire alle prese con i

229
nostri comuni avversari... Uomini liberi! non sono impru­
dente... non sono azzardato... Voi sapete ancora come e
dove io voglia andare. Presto vedrete chiaro sul mio pia­
no; e, o voi non siete democratici, o lo giudicherete buono
e sicuro. Siamo all’inizio pochi operai, è vero; ma presto
il nostro numero sarà sufficiente.
[...] Patrioti! ho fatto di tutto per farvi riconoscere
d ’essere colpevoli di fatto e di diritto di detestare il regime
aristocratico sotto cui siamo incatenati, e per far vedere,
in maniera altrettanto evidente, che bramate soltanto il ri­
torno della democrazia, che avevate già conquistata. L’ho
fatto, perché ho creduto fosse tempo che voi ingaggiaste
battaglia con i perfidi nemici di quest’equo sistema. Ora la
battaglia dev’essere per voi inevitabile. È quel che ho vo­
luto. Dev’essere inevitabile, dico, perché i vostri nemici
non possono piu disconoscere, né voi potete più dissimu­
lare, ciò che vogliamo. Non abbiamo più pensieri reconditi.
Ho creduto, e credo sempre che se lasceremo sfuggire que­
sto momento di venire alle mani, non ci resterà più a lun­
go la speranza di riacquistare quello stato di libertà e di
felicità per il quale abbiamo fatto tanti sacrifici.
Che il governo, tanto adulato dai repubblicani, e che
i patrizi con i realisti odiano cosi cordialmente; che il go­
verno giustifichi la speranza degli uni e paghi all’odio degli
altri il meritato tributo. Che favorisca, anziché 'intralciare,
i movimenti necessari per far restituire al popolo tutti i
suoi diritti. Che i membri del Direttorio esecutivo abbia­
no tanta virtù da minare il loro stesso ordinamento. Si
decidano di buona grazia e disdegnino, per primi, tutta
quest’impalcatura d’aristocrazia superlativa, questa gigan­
tesca istituzione che si sosterrebbe sempre difficilmente,
perché troppo in contrasto coi principi che ci hanno fatto
fare la rivoluzione. Che ripudino tutto questo armamen­
tario, tutta questa pompa veneziana, questa magnificenza
quasi regale 1, che scandalizzano i nostri occhi già abituati
1 La Costituzione dell’anno I II aveva esaltato i poteri, con
dendo grandi vantaggi personali ai Direttori e ai membri dei Consigli.

230
ad ammirare solo ciò che è semplice e che rappresenta la
pura eguaglianza. Che proteggano, anziché perseguitare an­
cora, gli apostoli della democrazia, e li lascino predicare,
in tutta libertà, la santa morale. Che siano tanto grandi
quanto lo furono Agide e Cleomene, in posizioni assai si­
mili alla loro [...].
[Babeuf condanna quindi il quietismo dei democratici
e le loro esitazioni a combattere il governo, e dimostra che
il suo }ine non è di stabilire un nuovo regime politico,
ma un nuovo regime sociale fondato sull’eguaglianza, il
cui avvento non si può differire],
[...] Delle istituzioni devono assicurare la felicità
comune, l’eguale agiatezza di tutti i coassociati.
Richiamiamo alla mente qualcuno dei principi fonda-
mentali sviluppati nel nostro ultimo numero \ sotto il
punto: Della guerra dei ricchi e dei poveri. Simili ripe­
tizioni non tediano coloro che vi sono interessati.
Abbiamo stabilito che la perfetta eguaglianza è un di­
ritto primitivo; che il patto sociale, lungi dall’arrecare
pregiudizio a quel diritto naturale, deve solo dare a ogni
individuo la garanzia che esso non sarà mai violato; e per­
tanto non avrebbero mai dovuto esserqi istituzioni che
favorissero ‘l ’ineguaglianza, la cupidigia, e permettessero
che il necessario potesse essere sottratto agli uni, per co­
stituire un superfluo per altri. Che tuttavia s’era verifica­
to il contrario, che assurde convenzioni s’erano introdotte

Essa elevava la loro dignità esteriore camuffandoli con un costume


all’antica. Si preparava cosi, nella forma, la deificazione dello Stato
borghese e il culto dell’eroe che divennero la regok sotto il Con­
solato e oltre.
1 Nel numero 34 del 15 brumaio anno IV (8 ottobre 1795)
« Questa guerra dei plebei e dei patrizi, o dei poveri e dei ricchi,
non esiste soltanto quando è dichiarata. Essa è perpetua, comincia
fin da quando le istituzioni tendono a far si che gli uni prendano
tutto senza che resti nuda agli altri; f...] sembra ai ricchi, che osten­
tano sicurezza sforzandosi di far credere ai ipoveri che il loro stato
è inevitabilmente nelk natura, che sia questo il miglior baluardo
contro le loro 'iniziative ».

231
nella società, e avevano protetto l’ineguaglianza, avevano
permesso la spoliazione della maggioranza da parte della
minoranza; ed erano sopraggiunte epoche in cui, come ul­
timo risultato di queste regole sociali omicide, l’universa-
lità delle ricchezze cornimi si trovava inglobata nelle mani
di poch,i; che la pace, naturale quando tutti sono felici,
veniva quindi necessariamente pregiudicata; e poiché la
massa non poteva piu sopravvivere, non aveva nulla in
suo possesso, non incontrava che cuori spietati nella casta
che tutto ha accaparrato, questi effetti determinavano
l’epoca delle grandi rivoluzioni, fissavano quei periodi me­
morabili, predetti nel libro dei Tempi e del Destino, in cui
un sovvertimento generale nel sistema delle proprietà di­
viene inevitabile, in cui la rivolta dei poveri contro i ric­
chi è d’una necessità che nulla può vincere.
Abbiamo dimostrato che, fin dall’89, ci trovavamo a
questo punto, e che per questo è scoppiata allora la rivo­
luzione.
Abbiamo dimostrato che, dopo l’89, e particolarmen­
te dopo il 94 e il 95, l’accumularsi dell’oppressione e del­
le calamità pubbliche aveva reso singolarmente piu urgen­
te lo scuotimento possente del popolo contro i suoi spo-
gliatori e i suoi oppressori:
[Babeuf utilizza quindi tutto un bric-à-brac, scelto nel­
la storia repubblicana di Roma, per mostrare che in una si­
tuazione paragonabile, ai suoi occhi, a quella conosciuta
dal popolo di Parigi nel 1795, era conforme alla giustizia
e alla fratellanza umana non « rispettare le proprietà » ].
[...] Non un’eguaglianza mentale occorre all’uomo
che ha fame o ha dei bisogni: questa eguaglianza, egli l’ave­
va allo stato di natura. Lo ripeto, perché non è questo un
dono della società; e perché per limitare a ciò i diritti del­
l ’uomo, tanto valeva e meglio era per lui restare nello
stato di natura, cercando e disputando di che sussistere
nelle foreste o sulle rive dei mari e dei fiumi... La prima e
più pericolosa obiezione, benché la più immorale, è il pre­

232
teso diritto-di proprietà, nell’accezione acquisita. Il dirit­
to di proprietà! Ma cos’è dunque questo diritto di pro­
prietà? Intendiamo forse la facoltà illimitata di disporne
a pròprio piacere? Se è cosi, lo dico apertamente, è am­
mettere la legge del più forte. È tradire il voto dell’asso­
ciazione; è ricondurre gli uomini all’esercizio dei diritti
della natura, e provocare la dissoluzione del corpo poli­
tico. Se, al contrario, non lo si intende cosi, chiedo quale
sarà dunque la misura e il limite di questo diritto? Poiché,
infine, ce ne dev’essere imo. Non lo aspetterete, indubbia­
mente, dalla moderazione del proprietario? [...].
[...] Volete in buona fede la felicità del popolo? Vo­
lete tranquillizzarlo, volete legarlo indissolubilmente al
successo della rivoluzione e all’istituzione della repubblica?
volete far cessare le sue inquietudini e le agitazioni inte­
stine: dichiarate oggi che la base della costituzione repub­
blicana dei Francesi sarà il limite del diritto di proprietà.
[...] Non piu negli spiriti bisogna fare la rivoluzio­
ne; non è piu qui che bisogna cercare il successo: da molto
tempo essa è fatta e in modo compiuto, tutta la Francia
ve l’attesta: ma nelle cose bisogna infine che questa rivo­
luzione, dalla quale dipende la felicità del genere umano,
sia fatta compiutamente. Eh! che importa al popolo, che
importa a tutti gli uomini un cambiamento d ’opinione che
procuri loro solo una felicità ideale? Ci si può senza dub­
bio estasiare di tale cambiamento d ’opinione; ma queste
beatitudini spirituali non convengono che ai begli spiriti
e agli uomini che godono di tutti i doni della fortuna. È
ben facile, per costoro, inebriarsi di libertà e di eguaglian­
za: anche il popolo ne ha bevuto la prima coppa con deli­
zia e trasporto, anch’esso se n’è inebriato. Ma temete che
questa ebbrezza non abbia a passare e che, ridivenuto piu
calmo e piti infelice di prima, esso non l’attribuisca alla
seduzione di qualche fazioso, e s’immagini d ’essere stato
lo zimbello delle passioni o dei sistemi e dell’ambizione
di qualche individuo. La situazione morale del popolo non
è oggi che un bel sogno che bisogna realizzare e voi lo po­

233
tete solo facendo nelle cose la stessa rivoluzione che ave­
te fatto negli spiriti.
[...] È la legge agraria che volete, esclameranno mil­
le voci di galantuomini? No: è piu di questo. Sappiamo
quale invincibile argomento ci si potrebbe opporre. Ci si
direbbe, con ragione, che la legge agraria può durare sol­
tanto un giorno; che, alPindomani della sua istituzione,
ricomparirebbe l’ineguaglianza. I Tribuni della Francia,
che ci hanno preceduto, hanno concepito in modo miglio­
re il vero sistema della felicità sociale. Hanno visto che
poteva risiedere solo in istituzioni capaci d’assicurare e di
preservare inalterabilmente Yeguaglianza di fatto 1.
L’eguaglianza di fatto non è una chimera, Il tentati­
vo pratico ne fu felicemente intrapreso dal grande tribuno
Licurgo 12. È noto com’egli fosse giunto a istituire questo
sistema ammirabile, 'in cui gli oneri e i benefici della cit­
tà erano egualmente ripartiti, in cui la sufficienza era la
quota inalienabile di tutti, e dove nessuno poteva conse­
guire il superfluo.
Tutt,i i moralisti di buona fede riconobbero questo
grande principio e cercarono di consacrarlo. Coloro che
l’enunciarono piu chiaramente furono, a mio avviso, gli
uomini piu stimabili e i tribuni piu insigni. L’ebreo Gesù
Cristo non merita che mediocremente questo titolo, per
aver troppo oscuramente espresso la massima: Ama il fra­
tello tuo come te stesso, ha detto. Ciò insinua bene, ma
non dice abbastanza esplicitamente, che la prima di tutte
le leggi è che nessun uomo può legittimamente pretendere
che alcuno dei suoi simili sia meno felice di lu i3.
1 Quest’espressione è fondamentale. La si ritrova in tutti i testi
babuvisti, in particolare nel 'primo capoverso del Manifesto degli Eguali
di Sylvain Maréchal. Nondimeno, nel 1795, Babeuf aveva in animo
non tanto di dividere le terre come aveva forse ammesso dal 1790
al 1794, ma di « espropriare generalmente tutta la Francia ». Lo precisò
al generale sanculotto Rossignol durante una seduta del Direttorio
segreto insurrezionale. S. Maréchal affermava il medesimo punto di
vista nel suo Manifesto.
2 Nella Costituzione originaria e mitologica di Sparta.
3 A differenza di Buonarroti, Babeuf non crede al « sanculottismo

234
J.-J. Iacques ha meglio precisato questo stesso princi­
pio, quando ha scritto: Perché lo stato sociale sia perfezio­
nato, bisogna che ciascuno abbia abbastanza \ e nessuno
abbia troppo. Questo breve passo costituisce, a mio avviso,
l’elisir del contratto sociale. Il suo autore l’ha reso intelligi­
bile quanto poteva al tempo in cui scriveva, e poche pa­
role bastano a chi sa intendere.
Ascoltate D iderot2, non vi lascerà dubbi sul segreto
del vero e solo sistema sociale conforme alla giustizia: Di­
scutete quanto volete, dice, sulla forma migliore di gover­
no, non avrete fatto nulla fin tanto che non avrete distrut­
to i germi della cupidigia e dell’ambizione. Non c’è biso­
gno di commento per spiegare che, nella miglior forma di
governo, bisogna che sia impossibile a tutti i governanti
diventare o più ricchi, o più potenti in autorità di ciascu­
no dei loro fratelli; affinché al termine d ’una giusta, egua­
le e sufficiente porzione di benefici per ogni individuo, la
cupidigia s’arresti e l’ambizione incontri limiti ragionevoli.
Anche Robespierre 3 vi dirà che tali sono le basi di
ogni patto fondato sull’equità, sui diritti primitivi o na­
turali. Lo scopo della società, afferma nella Dichiarazione
dei Diritti, è la felicità comune, cioè, evidentemente, la
eguale felicità di tutti gli individui, i quali nascono eguali
di Gesù ». Prima del 1795 Buonarroti aveva visto nella Rivoluzione
francese « la redenzione del genere umano predetta dal Vangelo e
realizzata dalla legge benefica dei ”senza-calzoni” ».
1 Babeuf ha citato tre volte nel corso della sua vita, per quanto
ci è noto, questa formula del Contratto sociale, nel 1793, nel 1794 e qui.
Ma ogni vòlta in maniera molto approssimativa e inesatta. Inoltre,
egli la distacca dal contesto e ne fa « la grande conclusione » di
Rousseau, il-che è abusivo (cfr. C. M azauric, Le rousseauisme de
babeuf, in AHRF, 1963, p. 459).
2 Si tratta in realtà di Morelly, l’autore del Codice della natura
che si riteneva opera di Diderot. Babeuf riassume qui in maniera
disinvolta e sotto forma di aforisma popolare le tre prime parti
dell’opera (efr. M orelly, Code de la nature, Introduzione e note di
V.-P. Volguine, Paris, Bditions sociales 1953, collana « Les Classiques
du peuple », pp. 46-50).
3 Babeuf, abilmente, riprende il progetto di Dichiarazione dei
diritti di Robespierre nel 1793. Vuole cosi incoraggiare gli ex Giacobini
a riavvicinarsi al suo movimento.

235
in diritti e in bisogni. E più oltre, quest’altra massima di
morale eterna: Non fare ad altri ciò che non vorresti fosse
fatto a te. Cioè: Fai agli altri tutto ciò che vorresti fosse
fatto a te [...].
E allorché sembrava si volessero contestare queste ve­
rità incontestabili, non era Saint-Just \ armato della su­
prema ragione, a proteggerle sotto una duplice egida, in­
dirizzando a voi, Sanculotti sempre oppressi, queste degne
parole: « Gli infelici sono le energie della terra, hanno il
diritto di parlare da padroni ai governi che li trascurano »?
[...] La religione della pura eguaglianza, che osiamo
predicare a tutti i nostri fratelli diseredati e affamati, ap­
parirà forse loro ancor nuova, per quanto sia naturale; ap­
parirà loro, dico, forse ancor nuova, per la ragione che
siamo talmente invecchiati nelle nostre barbare e numero­
se istituzioni che facciamo fatica a concepirne di più giu­
ste e di più semplici [...].
[Babeuf fa poi appello alla tradizione propria della
Rivoluzione francese, citando i testi egualitari degli uomini
che dopo il 9 termidoro hanno voltato gabbana: Tallien,
nell’Ami des sans-culottes nel 1793, e Fouché, nel suo de­
creto di Nevers del 24 brumaio anno I I (14 novembre
1793).]
[...] Occorre, per ristabilire i diritti del genere uma­
no e far cessare tutti i nostri mali, occorre ritirarsi sul
MONTE-SACRO o una v a n d e a p l e b e a ? Tutti gli amici del­
l’Eguaglianza si preparino e si ritengano già avvertiti!
Ciascuno si penetri deU’incomparabile beltà di questa im­
presa! Liberare gli Israeliti dalla servitù egiziana! condur­
li in possesso delle terre di Chanaan! Quale spedizione fu
mai più degna d ’infiammare grandi animi? Il D,ìo della
Libertà, siamone certi, proteggerà i Mosè che vorranno di-
1 Nel rapporto di Saint-Just alla Convenzione dell’8 ventoso
anno I II (26 febbraio 1794) (efr. S aint-Just , Discours et Rapports,
Introduzione e note di Albert Soboul, Paris, Editions sociales, 1957,
collana « Les Classiques du peuple », p. 145; trad. it., Roma, Editori
Riuniti, p. 150).

236
rigerla. Ce l’ha promesso, senza il tramite di Aronne, del
quale non sappiamo che fare, non piu che del suo collega
vicariale. L’ha promesso, senza miracolosa apparizione nel
roveto ardente. Lasciamo perdere tutti questi prodigi, tut­
te queste sciocchezze. Le ispirazioni delle divinità repub­
blicane si manifestano in tutta semplicità, sotto gli auspici
della natura (Dio supremo) attraverso la voce del cuore
de,i repubblicani 1. Ci è dunque rivelato che, mentre nuo­
vi Giosuè combatteranno un bel giorno nella pianura sen­
za aver bisogno di fermare il sole, molti, in luogo d ’un le­
gislatore degli Ebrei, saranno sulla vera Montagna Plebea.
Vi trascriveranno, sotto la dettatura dell’eterna giustizia,
il decalogo della santa umanità, del sanculottismo, dell’im-
prescrittibile equità. Proclameremo, sotto la protezione
delle nostre centomila lance e dei nostri cannoni, il primo
vero codice della natura, che non avrebbe mai dovuto es­
sere infranto.
Spiegheremo chiaramente cos’è la felicità comune, fine
della società.
Dimostreremo che la sorte d ’ogni uomo non è dovuta
peggiorare al passaggio dallo stato di natura allo stato
sociale.
Definiremo la proprietà.
Proveremo che la terra non è di nessuno, ma di tutti.
Proveremo che tutto ciò che un individuo s’accapar­
ra al di là di quanto può nutrirlo, è un furto sociale.
Proveremo che il preteso diritto di alienabilità è un
infame attentato populicida.
Proveremo che Veredità familiare è un orrore non
meno grande; che isola tutti i membri dell’associazione, e
fa di ogni famiglia una piccola repubblica, la quale non
può che cospirare contro la grande, e consacrare l’inegua­
glianza.
Proveremo che tutto ciò che un membro del corpo so­
ciale ha al di sotto della sufficienza dei suoi bisogni d’ogni
1 Babeuf conferma qui il suo ateismo, o meglio, indubbiamente,
il suo panteismo naturalistico.

237
specie e di tutti i giorni, è il risultato d’una spoliazione
della sua proprietà naturale individuale, perpetrata dagli
accaparratori dei beni comuni.
Che, per la stessa ragione, tutto ciò che un membro
del corpo sociale ha al di sopra della sufficienza dei suoi
bisogni d ’ogni specie e di tutti i giorni, è il risultato di un
furto fatto agli altri coassociati, che priva necessariamen­
te un numero più o meno grande della sua quota-parte
[sic] dei beni comuni.
Che tutti i ragionamenti piu sottili non possono pre­
valere contro queste inalterabili verità.
Che la superiorità di talenti e di attività non è che
una chimera e un’esca speciosa, che è sempre indebita­
mente servita ai complotti dei cospiratori contro l’egua­
glianza.
Che la differenza di valore e di merito nel prodotto
del lavoro degli uomini, non riposa che sull’opinione che
alcuni di loro vi hanno attribuito e hanno saputo far pre­
valere.
Che senza dubbio a torto tale opinione ha valutato la
giornata di colui che costruisce un orologio venti volte di
più della giornata di chi traccia dei solchi.
Che tuttavia con l’aiuto di questa falsa valutazione,
l’operaio orologiaio ha potuto con il suo guadagno acqui­
stare il patrimonio di venti lavoratori dell’aratro, che egli
ha, pertanto, espropriati.
Che tutti i proletari son divenuti tali per risultato
della stessa combinazione in tutti gli altri rapporti di pro­
porzione, i quali tutti muovono dall’unica base della dif­
ferenza di valore stabilita tra le cose dalla sola autorità
dell’opinione.
Che è assurda e ingiusta la pretesa d ’una maggiore
ricompensa per colui il cui compito esige un più alto gra­
do di intelligenza, e più applicazione e tensione intellet­
tuale; che ciò non aumenta affatto la capacità del suo
stomaco '.
1 Una delle costanti del pensiero economico-sociale dei babuvisti

238
Ohe nessuna ragione può far pretendere una ricom­
pensa eccedente la sufficienza dei bisogni individuali.
Che non c’è cosa più opinabile del valore dell’intelli­
genza, e che resta forse ancora da stabilire se il valore
della forza affatto naturale e fisica non le sia equivalente.
Che sono gli intelligenti ad aver conferito un si alto
valore alle concezioni dei loro cervelli, e che, se fossero
stati i forti a regolare congiuntamente le cose, avrebbero
indubbiamente stabilito che il merito delle braccia valeva
quello della testa, e che la fatica di tutto il corpo poteva
essere messa sullo stesso piano di quella della sola parte
ruminante.
Che se non si stabilisce questa equiparazione, si dà
ai piu intelligenti, ai più industriosi, un brevetto di acca­
parramento, un titolo per spogliare impunemente quanti lo
sono meno.
Che cosi si è distrutto, sovvertito nello stato sociale
l’equilibrio dell’agiatezza, poiché non v’è nulla di meglio
provato della nostra grande massima: si riesce ad aver
troppo solo facendo si che altri non abbiano abbastanza.
Che tutte le nostre istituzioni civili, le nostre transa­
zioni reciproche non sono che gli atti di un perpetuo bri­
gantaggio, autorizzato da leggi assurde e barbare, all’om­
bra delle quali non siamo impegnati che a spogliarci reci­
procamente.
Che la nostra società di bricconi comporta, in conse­
guenza delle sue atroci convenzioni primordiali, ogni spe­
cie di vizi, di crimini e di sventure, e invano alcuni uomi­
ni dabbene si associano per muovere loro una guerra che
non può riuscire vittoriosa perché non combattono jl ma­
le alla radice ed applicano soltanto palliativi attinti nel
serbatoio delle false idee della nostra depravazione or­
ganica.
è la stretta eguaglianza delle retribuzioni; questo punto di vista prean­
nuncia gli atteggiamenti operaisti che si faranno luce più avanti, per
esempio nella I Intemazionale (cfr. J. D uclos, La Première Inter­
nationale, Paris, Editions sociales, 1964).

239
Che risulta chiaramente da tutto quanto precede, che
tutto quel che possiedono coloro che hanno oltre la loro
quota-parte individuale di beni della società, è furto ed
usurpazione.
È dunque giusto riprenderlo loro.
Che anche colui che provasse di essere capace, per
effetto delle sue sole forze naturali, di fare quanto quat­
tro persone e che, di conseguenza, esigesse la retribuzione
di quattro persone, sarebbe pur sempre un cospiratore
contro la socità, perché già cosi ne farebbe vacillare l’equi­
librio, e distruggerebbe la preziosa eguaglianza.
Che la saggezza ordina imperiosamente a tutti i
coassociati di reprimere un tal individuo, di perseguirlo
come un flagello sociale, di ridurlo almeno in condizioni
di non poter svolgere che la mansione di uno solo, per
non poter esigere che la ricompensa d ’uno solo.
Che solo la nostra specie ha introdotto la follia omi­
cida della distinzione di merito e di valore, e che essa sola
conosce l’infelicità e le privazioni.
Che non devono esserci privazioni delle cose che la
natura dà a tutti, produce per tutti, se non quelle che
conseguono agli accidenti inevitabili della natura, e che in
questo caso, tali privazioni devono essere sopportate e
condivise egualmente da tutti.
Che le produzioni dell’industria e del genio divenga­
no altresì proprietà di tutti, dominio dell’intera associa­
zione, dal momento stesso in cui gli inventori e i lavora­
tori le hanno fatte nascere; perché sono solo un risarci­
mento delle precedenti invenzioni del genio e dell’indu­
stria, di cui questi nuovi inventori e lavoratori hanno ap­
profittato nella vita sociale, e che li hanno aiutati nelle
loro scoperte.
Che, siccome le conoscenze acquisite sono dominio
di tutti, devono dunque essere egualmente ripartite fra
tutti.
Che una verità contestata a sproposito dalla cattiva
fede, dal pregiudizio o dalla mancanza di riflessione, è che

24 0
questa eguale ripartizione renderebbe tutti gli uomini
pressoché eguali in capacità e persino in talento.
Che l’educazione è una mostruosità, quand’è inegua­
le, quand’è patrimonio esclusivo d ’una parte dell’associa­
zione; perché allora diviene, nelle mani di tale parte, un
insieme di macchine, una riserva di armi d ’ogni specie, con
l’aiuto delle quali questa parte combatte l’altra che è di­
sarmata, giunge facilmente, di conseguenza, a soffocarla,
a trarla in inganno, a spogliarla, ad asservirla sotto le piu
infami catene.
Che non c’è verità più importante di quella che ab­
biamo già citato e che un filosofo ha cosi proclamato: Di­
scutete quanto volete sulla miglior forma di governo, non
avrete fatto nulla fin tanto che non avrete distrutto i ger­
mi della cupidigia e dell’ambizione.
Che bisogna dunque che le istituzioni sociali condu­
cano a ciò e tolgano ad ogni individuo la speranza di di­
venire mai più ricco, o più potente, o più ragguardevole
per i suoi lumi, d ’alcuno dei suoi simili.
Che bisogna, per meglio precisare questo punto,
giungere a incatenare la sorte; a rendere quella di ogni
coassociato indipendente dalle possibilità e dalle circo­
stanze fauste e infauste; ad assicurare a ciascuno e alla
sua posterità, per numerosa che sia, la sufficienza, ma
nient’altro che la sufficienza; e a sbarrare, a tutti, ogni
possibile via d ’ottenere oltre la quota-parte individuale
di prodotti della natura e del lavoro.
Che l’unico mezzo per arrivarvi è stabilire l’ammini­
strazione comune; sopprimere la proprietà privata; legare
ogni uomo al talento, all’attività che conosce; obbligarlo
a depositarne il prodotto in natura al magazzino comune;
e istituire una semplice amministrazione di distribuzione,
un’amministrazione delle sussistenze, la quale, tenendo re­
gistro di tutti gli individui e di tutte le cose, ripartirà
queste ultime secondo la più scrupolosa eguaglianza e le
recapiterà al domicilio di ogni cittadino.
Che questo governo, dimostrato attuabile dall’espe­

241
rienza, poiché è quello adottato per il milione e duecento-
mila uomini delle nostre dodici armate (ciò che è possibi­
le in piccolo lo è in grande) che questo governo è il
solo da cui può risultare una felicità universale, inaltera-
rabile, pura; la felicità comune, fn e della società.
Che questo governo farà sparire i confini, gli stecca­
ti, i muri, le serrature alle porte, le dispute, i processi, i
furti, gli assassini, tutti i crimini; i tribunali, le prigioni,
le forche, le pene, la disperazione che causano tutte queste
calamità; l’invidia, la gelosia, l’insaziabilità, l’orgoglio, l’in­
ganno, la doppiezza, infine tutti i vizi; inoltre (e questo è
senza dubbio il punto essenziale), il verme corrosivo del­
l’inquietudine generale, particolare, perpetua di ciascuno
di noi, sulla sorte che ci toccherà domani, il mese, l’anno
prossimo, sulla sorte della nostra vecchiaia, dei nostri figli
e dei figli di questi.
Questo, il compendio sommario del terribile Mani­
festo che offriremo alla massa oppressa del popolo fran­
cese, e di cuf gli presentiamo il primo abbozzo per farglie­
ne presentire il gusto.
Popolo! risvegliati alla speranza, riscuotiti dal torpo­
re e dallo scoraggiamento.
[...] Illuminati alla vista d ’un prossimo avvenire fe­
lice. Amici dei re! rinunciate all’idea che i mali di cui ave­
te colmato questo popolo, lo sottometteranno definitiva­
mente al giogo d’uno solo. E voi, patrizi! ricchi! tiranni
repubblicani! rinunciate del pari e tutti in una volta alle
vostre oppressive speculazioni, su questa nazione che non
ha del tutto dimenticato i suoi giuramenti alla libertà.
Una prospettiva, più lieta di tutte le vostre lusinghe, si
offre al suo sguardo. Dominatori colpevoli! nel momento
jn cui credete di potere, impunemente, far gravare il vo-1

1 Babeuf mostra qui chiaramente tutto ciò che la sua dottrina


deve alla prassi dell’anno II: tassazione e requisizione. La stessa idea,
enunciata frequentemente a quest’epoca, sarà ripresa dai socialisti uto­
pisti nel loro progetto di « eserciti industriali » (cfr. M. D ommanget,
Pages choisies..., cit., note, p. 262).

242
' io Ji ferro su questo popolo virtuoso, esso vi
farà sentire la sua superiorità, si affrancherà da tutte le
vostre usurpazioni e dalle vostre catene, recupererà i suoi
diritti primitivi e sacri. Da troppo tempo, vi prendete gio­
co della sua magnanimità; da troppo tempo oltraggiate la
sua agonia...
« Il popolo — dite — è senza vigore; soffre e muore
senza osare lamentarsi ». I fasti della repubblica non sa­
ranno macchiati da una simile umiliazione! Il nome fran­
cese non perverrà alla posterità accompagnato da un tale
avvilimento. Questo scritto sia il segnale, sia il lampo che
rianima e ridà vita a tutto ciò che ebbe un tempo calore
e coraggio! tutto ciò che arse d’una fiamma ardente per la
felicità pubblica e la perfetta indipendenza. Il popolo vi
attinga la prima vera idea dell’EGUAGLiANZA! Le parole:
eg u a g lia n za , eg u a li, p le b e is m o , chiamino a raccolta tutti
gli amici del popolo. Il popolo rimetta in discussione i
grandi princìpi; si inizi la battaglia sul famoso capitolo
d e ll’eg u a g lian za propriamente detta, e su quello della
p r o p r i e t à ! Ne assapori questa volta, precisamente la mo­
rale, ed essa rinfiammi d’un fuoco continuo fino alla to­
tale consumazione della sua opera! Rovesci tutte queste
vecchie e barbare istituzioni, e vi sostituisca quelle detta­
te dalla natura e dall’eterna giustizia. Sì, tutti i mali del
popolo sono al culmine; non possono aggravarsi ulterior­
mente! Vi si può porre rimedio solo con un sovvertimen­
to totale? Che questa guerra atroce del ricco contro il
povero prenda alfine un colore meno ignobile! Cessi di
avere questo carattere di piena audacia da un lato, e di
piena viltà dall’altro! Gli sventurati rispondano infine ai
loro aggressori!... Profittiamo del fatto che ci hanno spin­
to allo stremo. Avanziamo senza indugi, da uomini consa­
pevoli delle proprie forze. Avviamoci francamente alla
e g u a g l ia n z a . Vediamo il fin e d e lla so c ie tà ; vediamo la f e ­
lic ità co m u n e !
Perfidi o ignoranti! gridate che bisogna evitare la
guerra civile? che non bisogna gettare tra il popolo scin-

243
tille di discordia? [...] E quale guerra civile più rivoltan­
te di quella che mostra tutti gli assassini da una parte, e
tutte le vittime senza difesa dalPaltra? Potete fare ima
colpa a colui che vuole armare le vittime contro gli assas­
sini? Non è meglio la guerra civile in cui le due parti pos­
sono difendersi l’una contro l’altra? Si accusi dunque, se
si vuole, il nostro giornale d’essere un focolaio di discor­
dia. Tanto meglio: la discordia è meglio d’una orribile
concordia in cui si strozza la fame. Le parti vengano alle
prese; la ribellione parziale, generale, incombente, remo­
ta, si determini; siamo sempre soddisfatti! Il Monte Sa­
cro o la Vandea plebea si formino in un sol punto o in
ciascuno degli 86 dipartimenti! Si cospiri contro l’oppres­
sione, sia in grande, sia in piccolo, segretamente o allo
scoperto, in centomila conciliaboli o in uno solo, poco ci
importa, purché si cospini, e ormai i rimorsi e le angosce
accompagnino in ogni momento gli oppressori. Abbiamo
dato con gran forza il segnale, perché molti lo sentissero;
per richiamare molti complici; abbiamo fornito loro giu­
stificati motivi e qualche idea del modo, siamo quasi sicu­
ri che si cospirerà. La tirannia tenti se può di mettersi
in condizione di ostacolarci... Il popolo, si dice, non ha
guide. Si facciano avanti, e il popolo, all’istante, spezza le
catene, e conquista il pane per sé e per tutte le sue gene­
razioni. Ripetiamolo ancora: Tutti i mali sono al culmine;
non possono ulteriormente aggravarsi; ad essi non si può
porre rimedio che con un sovvertimento totale!... Tutto
si confonda dunque!... tutti gli elementi si imbroglino, si
mescolino e si scontrino!... tutto rientri nel caos e dal caos
esca un mondo nuovo e rigenerato!
« C a m b ia m o , d o po m il l e a n n i, q u e s t e l e g g i in ­
c iv il i.»

244
9. La rivoluzione è l’ordine! '

Incriminato dopo la pubblicazione del Manifesto dei


plebei, per aver predicato « l’anarchia », il « disordine »,
Babeuf è costretto alla clandestinità. Nello stesso tempo,
riprende contatto con i democratici che animavano il Club
del Panthéon. Si difende dall’accusa di anarchia e da quel­
la di voler « sempre rivoluzionare », denunciando coloro
che accettano il disordine fondamentale della società, la
peggiore delle anarchie, quella che mantiene ventiquattro
milioni di oppressi alle dipendenze d’un milione di op­
pressori.
[...] Questa parola anarchici, usata sotto Lafayette,
sotto Luigi XVI, sotto la Gironda, si ripropone ora con
una scandalosa affettazione. Dev’essere familiare a tutte le
corti, lo sappiamo. Ma i nostri nuovi despoti dovrebbero
forse usare l’accortezza d ’essere meno solleciti nel pro­
digarla. Dovrebbero ricordarsi d ’essere debitori del loro
stato attuale solo al vantaggio d ’essere stati anch’essi, e
l’epoca è ancora recente, degli anarchici, a giudizio dei re
che li hanno preceduti. Monsignor Réal2 dovrebbe altre­
sì ricordarsi di non essere diventato un personaggio che
per essere stato anarchico e che si possono citargli j tem­
pi e le circostanze in cui se ne vantava. Ma passiamo agli
uomini che vorrebbero sempre rivoluzionare.
1 Le Tribùn du peuple, n. 36, 20 frimaio, anno IV (10 dicembre
1795) pp. 115-117.
2 Réal: ex Convenzionale regicida, divenuto una delle colonne
della Repubblica moderata.

245
Rivoluzionare, abbiamo già detto più volte cosa si­
gnifichi. Significa cospirare contro uno stato di cose che
non va: tendere a distruggerlo e a mettere al suo posto
qualcosa di più valido. Ora, finché ciò che non vale non è
scalzato e ciò che sarebbe buono non è istituito, nego che
si sia rivoluzionato abbastanza per il popolo.
Capisco che uomini che riferiscono tutto a se stessi,
affermino che s’è rivoluzionato abbastanza, quando la ri­
voluzione li ha condotti a questo punto in cui si trovano
a meraviglia; e questo punto in cui, individualmente, non
hanno più nulla da desiderare. Allora, indubbiamente, la
rivoluzione è fatta, ma per loro. La rivoluzione è comple­
tamente fatta in Turchia per il gran Sultano. La rivoluzio­
ne era completamente fatta per i Borboni sotto Luigi XIV,
sotto Luigi XV e sotto Luigi XVI. Convengo ch’essa lo è
ancora al presente per tutti i m ir ia g r a m m is ti ', sia diret­
tori che legislatori giovani e vecchi; lo è ancora per tutto
(il milione dorato. Ma continuo a sostenere che la rivolu­
zione non è fatta per il popolo.
Solo per il popolo tuttavia si è detto che si sarebbe
fatta; lui stesso ha detto che l’avrebbe portata a termine o
sarebbe morto. Non è compiuta, perché nulla è fatto per
assicurare la felicità del popolo e tutto invece è fatto per
sfinirlo, per far colare eternamente il suo sudore e di suo
sangue nei vasi d ’oro d’un pugno di odiosi ricchi. Bisogna
dunque continuarla, questa rivoluzione, finché sia diven­
tata la rivoluzione del popolo. Dunque, coloro che si la­
menteranno d e g li u o m in i ch e v o g lio n o s e m p r e r iv o lu z io ­
n a re, non dovranno essere ragionevolmente considerati
che come i nemici del popolo.
I grandi e i potenti di oggi concepiscono in modo sin­
golare il termine r iv o lu z io n e , quando pretendono che la1

1 La legge del 21 fruttidoro anno I I I (7 settembre 1795) fissava


in miriagrammi di grano la retribuzione dei Direttori e dei consiglieri.
La moneta di metallo era rara e l’assegnato totalmente svalutato, di
modo che si faceva ricorso al campione alimentare «per stabilire una
sorta di scala mobile delle retribuzioni.

246
rivoluzione, da noi, è fatta. Dicano piuttosto la controri­
voluzione! La rivoluzione, ancora una volta, è la felicità
di tutti; ciò che non abbiamo: non è dunque vero che la
rivoluzione non è fatta? La controrivoluzione è l’infelicità
del maggior numero; ciò che noi abbiamo: non è dunque
la controrivoluzione che è fatta?
E tuttavia, non si è ancora osato oltraggiare il pudo­
re fino al punto di confessare, fino al punto di proclamare
francamente che il termine dei nostri movimenti di sei
anni dovrebbe essere la controrivoluzione! Si ha ancora
la decenza di dire che lo scopo di tali movimenti non è
stato che la rivoluzione e non si dice la rivoluzione dei
ricchi e dell’onorevole milione. Se si è cosi costretti a con­
venire, da un lato, che la sola rivoluzione è quella della
massa, e che appunto tale rivoluzione noi dobbiamo avere;
d ’altro lato, che abbiamo tuttavia ottenuto soltanto quella
della parte minore, e che quest’ultima rivoluzione si chia­
ma incontestabilmente controrivoluzione... consegue che
la rivoluzione è da rifare, per ammissione degli stessi con­
trorivoluzionari.
Ciò nonostante, poiché noi vogliamo effettivamente
rifarla, ci trattano da anarchici, da faziosi, da disorganiz­
zatori. Ma ciò per una di quelle contraddizioni del tutto
analoga a quella che fa loro chiamare rivoluzione la con­
trorivoluzione. L’organizzazione, per questi signori, è al­
tresì la disorganizzazione. Chiamo disorganizzazione ogni
ordine che riempie la minoranza e fa languire e perire la
maggioranza; e chiamo disorganizzatori, tutti coloro che
hanno concorso a (istituire e che concorrono a mantenere
un tale ordine. Chiamo organizzazione, un ordine affatto
opposto, grazie al quale è assicurata la felicità delle masse;
e chiamo organizzatori, coloro che lavorano a fondare e
ad assicurare regole donde possono derivare effetti pari­
mente felici. Ma tale è il dizionario delle regge, dei ca­
stelli e dei palazzi, che le medesime espressioni pre­
sentano quasi sempre il significato inverso che si at­
tribuisce loro nelle capanne. A Versailles e alle Tuileries,

247
dal 90 al 92 i termini an arch ici, fa zio si, d is o rg a n izza to ri
erano in grande uso; e coloro che li applicavano erano i
soli e veri disorganizzatori; e coloro contro cui erano ap­
plicati erano invece uomini che volevano organizzare sopra
la disorganizzazione dei regi energumeni. È ancora lo stes­
so oggi. Si rispolverano, sii diffondono, quasi dai medesi­
mi luoghi, questi vecchi termini di anarchia e disorganizza­
zione e proprio quelli che hanno tutto disorganizzato li
spargono con piu furore; e li indirizzano con l’accanimento
della rabbia ai nuovi organizzatori, o almeno a quanti mo­
strano il filantropico desiderio di poterlo essere.

U n b e ll’e s e m p io d i p ro p a g a n d a p o litic a 1

[...] E in qual momento l’Amico del popolo avreb­


be abbandonato il suo posto? Nel momento del piu bel
trionfo della causa popolare. Sì, agli occhi di tutti coloro
che sanno giudicare, la sua assoluzione è la più bella vit­
toria riportata dai principi2. L’autorità giudiziaria, che ha
pronunciato tale assoluzione, ha, forse, senza farvi caso
e in modo ben lontano dai suoi voti, solennemente consa­
crato, in barba al patriziato e ai suoi apostoli, di fronte
al dispotismo dei ricchi e nonostante i loro brillanti argo­
menti, le loro massime taglienti ed i loro imperiosi segua­
ci; ha consacrato che predicare il dogma della fe lic ità c o ­
m u n e non è un crimine. Ha dunque legittimato la nostra
guerra dei poveri contro i ricchi, dei plebei contro i pa­
trizi, di coloro che non hanno n u lla contro coloro che han­

1 Le Tributi du peuple, n. 40, 5 ventoso, anno IV (24 febbraio


1796), pp. 235-236.
- Si tratta di Lebois, stampatore dell'Ami du Peuple, imprigio­
nato ad Arras con Babeuf. Era stato condotto davanti alla giuria
d’accusa per aver pubblicato che « la promessa della rivoluzione era di
togliere a colui che ha troppo per dare a colui che non ha nulla ».
La giuria l’aveva appena assolto. L’abilità costante della tattica di
Babeuf consiste nello sfruttare tutte le esitazioni del potere direttoriale
per dimostrare la giustezza dei propri scopi e la loro legittimità: ne
abbiamo qui la prova evidente.

248
no tutto! Ci ha dunque lasciato libero campo di svilup­
pare la verità piu importante e più utile alle Nazioni... La
veiità che qualche filosofo ha osato solo affrontare e sfio­
rare leggermente? Ci ha dunque permesso di dimostrare,
di proclamare forte che è conforme alla giustizia primitiva,
fondamentale ed eterna il prendere ovunque vi sia del
superfluo per colmare ovunque si trovino partii insufficien­
ti? Faremo uso di questo permesso. Prendiamo atto e sa­
premo approfittare di questa preziosa confessione dei giu­
stizieri del governo attuale. Sapremo ricordarci che in pre­
senza della tirannia patrizia, e senza opposizioni da parte
sua, è stato riconosciuto che la giustizia del principio del-
YEguaglianza reale non è contestabile.

249
10. Per un « fronte popolare » 1

Nella lettera seguente che fu allegata al dossier tra­


smesso dinanzi all’Alta Corte di Vendóme 12, Babeuf rispon­
de al militante sanculotto Joseph Bodson. Questi aveva
avanzato delle riserve sulla necessità di un’alleanza tra i
habuvisti, eredi ai suoi occhi del sanculottismo dell’an­
no II, e gli ex Giacobini che avevano avallato la repressio­
ne del movimento popolare nel germinale dell’anno II da
parte del Comitato di salute pubblica. Babeuf gli dimostra
ì’illusorietà del volere, in completa purezza rivoluzionaria,
riportare da soli la vittoria, e che inoltre non si tratta più
di recriminare sul passato, a prescindere dai rancori, ma
di combattere per l’avvenire. Ritiene un dovere per i ba-
buvisti assumere su di sé il meglio delle tradizioni rivolu­
zionarie anteriori e in particolare quelle del robespierri-
smo. Né « settarismo », né « confusione », ecco il senso
di questa lettera in cui si può ancora trovare materia di ri­
flessione.
Bodson non ne fu convinto. Chiese ancora a Babeuf
di non seguire le orme « di uomini che devi avere il no­
bile orgoglio (malgrado i servizi che hanno potuto rendere
alla patria) di superare ». Non comprese che il babuvismo

1 Espressione di Georges Lefebvre a proposito dell’alleanza po­


litica realizzatasi nel 1793, tra i sanculotti e la borghesia montagnarda,
e che Babeuf cercava di rinnovare.
2 Alta Corte Mi giustizia. Seguito della copia dei documenti (cfr.
A dvieli.f., H is to ir e ..., cit., II, p. 52-54) riprodotto da M. D ommanget,
P a g e s c h o is ie s ..., cit., pp. 284-286.

250
portava in sé il superamento radicale delle anteriori divi­
sioni del movimento rivoluzionario.
Al cittadino Joseph Bodson
9 ventoso anno IV (28 febbraio 1796)
Sono molto contento, amico mio, che tu mi parli con
tanta franchezza come nella tua lettera di ieri. Ne userò al­
trettanta nel risponderti e non rimpiangerò il tempo che
impiegherò per giustificare in qualche modo, agli occhi di
un uomo come te, certa sfumatura di condotta nel mio
modo di procedere, di cui non mi sorprende che ti siia
stupito. Non ho mai cambiato opinione sui princìpi; ma
l’ho cambiata su alcuni uomlini. Confesso oggi in buona
fede di rammaricarmi di aver un tempo visto nero sia sul
governo rivoluzionario, sia su Robespierre, Saint-Just,
ecc... Credo che questi uomini da soli valessero di più di
tutti i rivoluzionari insieme, e che il loro governo dittato­
riale fosse terribilmente ben concepito. Tutto ciò che è
avvenuto da che gli uomini e il governo non son più, giu­
stifica forse abbastanza bene l’asserzione. Non sono del
tutto d ’accordo con te sul fatto che abbiano commesso
grandi crimini e fatto morire dei repubblicani. Non tanti,
credo: è la reazione termidoriana che ne ha fatui morire
molti. Non voglio discutere se Hébert e Chaumette fossero
innocenti. Quand’anche fosse, giustifico nondimeno Robes­
pierre. Questi poteva a buon diritto aver l’orgoglio d’es­
sere il solo capace di condurre al suo vero fine il carro
della rivoluzione. Arruffoni, uomini semi-mediocrii, secon­
do lui, e fors’anche secondo la realtà; uomini, dico, avidi
di gloria e pieni di presunzione, quali un Chaumette, il
nostro Robespierre può averli visti intenzionati a dispu­
targli la guida del carro. Allora colui che aveva l’iniziativa,
che aveva il senso della sua esclusiva capacità, ha dovuto
accorgersi che tutti questi ridicoli rivali, anche ben inten­
zionati, avrebbero intralciato, guastato tutto. Suppongo che
egli dicesse: Gettiamo sotto lo spegnitoio questi spiriti
importuni e le loro buone intenzioni. La mia opinione è

251
che abbia fatto bene. La salvezza di 25 milioni di uomini
non dev’essere barattata con il riguardo nei confronti di
qualche individuo equivoco. Un rigeneratore deve vedere
in grande. Deve falciare tutto ciò che ostacola, che ostrui­
sce il suo passaggio, che può nuocere al rapido raggiungi­
mento del termine che s’è prefisso. Bricconi, o imbecilli, o
presuntuosi e ambiziosi, è lo stesso, tanto peggio per loro.
Perché ve ne sono? Robespierre sapeva tutto questo, ed
è in parte ciò che me lo fa ammirare. È ciò che mi fa ve­
dere in lui il genio ove risiedevano vere idee rigeneratrici.
È vero che tali idee potevano travolgere me e te. Ma che
sarebbe importato se la felicità comune fosse giunta a buon
fine?
Non so, amico mio, se con queste spiegazioni sia an­
cora consentito a uomini di buona fede come te rimanere
hebertisti.
L’hebertismo è un’affezione ristretta in questa clas­
se di uomini. Essa non consente loro che il ricordo di
qualche individuo, e l’essenziale dei grandi destini della
Repubblica gli sfugge.
Neppure credo, come te, impolitico e superfluo evo­
care lo spirito e i principi di Robespierre e di Saint-Just
per puntellare la nostra dottrina. Anzitutto non facciamo
altro che rendere omaggio a una grande veriità, senza la
quale saremmo troppo al di sotto di una giusta modestia.
Questa verità è che noi siamo i secondi Gracchi1 della ri­
voluzione francese. Non è forse utile mostrare che non
facciamo nessuna innovazione, che non facciamo altro che
succedere ai primi generosi difensori del popolo i quali,
prima di noi, avevano mirato allo stesso scopo di giusti­
zia e di felicità che il popolo deve conseguire? e in se­
condo luogo resuscitare Robespierre slignifica risvegliare
tutti i patrioti energici della Repubblica, e con loro il po­
polo, che un tempo ascoltava e seguiva solo loro. Sono
1 Allusione ai Decreti di ventoso che prevedevano la distribu
zione dei beni confiscati ai poveri che combattevano per la patria.
Saint-Just ne fu uno uei relatori alla Convenzione il 13 ventoso anno II.

252
nulli e impotenti, per cosi dire mortli, questi patrioti ener­
gici, questi discepoli di colui che, si può dire, fondò da noi
la libertà. Sono, dico, nulli e impotenti da che la memo­
ria di tal fondatore è ingiustamente diffamata. Restituite­
gli il dovuto onore, e tutti i discepoli resusciteranno e
presto trionferanno. Il robespierrismo atterra di nuovo
tutte le-fazioni; non assomiglia a nessuna di loro; non è
fittizio né limitato. L’hebertismo, per esempio, è solo a
Parigi e presso una piccola parte di uomini, e ancora non
si sostiene che con le dande. Il robespierrismo è in tutta
la Repubblica, in tutta la classe assennata e chiaroveggen­
te, e naturalmente in tutto lil popolo. Il motivo è sempli­
ce: il robespierrismo è la democrazia, e i due termini sono
perfettamente equivalenti: dunque risollevando il robe­
spierrismo, siete sicuri di risollevare la democrazia.
Inviami le tue note, son certo che mi saranno utili:
abbiamo tanto esaminato insieme un tempo la grande ma­
teria che oggi metto all’ordine del giorno, che è per me
fuori di dubbio che la tua mente rigorosa avrà escogitato
in merito qualcosa di prezioso...

253
11. L ’appello all’esercito1

Il Direttorio, inquieto, manteneva le truppe a Parigi


e su tutto il territorio della Repubblica. I babuvisti che
avevano tratto frutto dalla repressione delle insurrezioni
di germinale e di pratile giudicarono necessario suggel­
lare l’alleanza dell’esercito e del movimento popolare; era
del resto una tradizione della democrazia in lotta dal 1789.
Inoltre, dopo la giornata realista del 13 vendemmiaio, nu­
merosi soldati democratici erano stati reintegrati nell’eser­
cito. Cinque agenti babuvisti si consacrarono, sotto la di­
rezione di Germain, all’organizzazione del movimento nel­
l’esercito: l’ex generale Fyon agli Invalidi, Massey al cam­
po di Franciade (Saint-Denis), Vaneck per le truppe ac­
cantonate in Francia, Georges Grisel, che tradirà, al campo
di Grenelle e Charles Germain presso la legione di polizia
di Parigi12 da cui ci si attendeva molto.
« Se l’opinione del popolo è fatta, non lo è quella
del soldato », pensavano i babuvisti; moltiplicarono cosi
i loro sforzi di propaganda.
Le loro speranze andarono deluse. Quando il Diret­
torio, animato da Carnot, prese la decisione di trasferire
le truppe da Parigi alle frontiere, i reggimenti obbedirono
e coloro che rifiutarono temevano più la vita alle frontiere

1 Le Tribun du peuple, n. 41, pp. 272-273. Buonarroti, op. cit.,


II, pp. 132-134.
2 Cfr. J ean T ulard, La légion de Polke de Paris sous la Con­
vention thermidorienne et le Directoire, in AHRF, n. 2, 1964, pp. 38
e sgg.

254
di quanto non fossero preoccupati della vittoria reaziona­
ria del Direttorio. I soldati dell’anno I I diventavano a
poco a poco dei pretoriani.
[...] Che fate, raccolti in sì gran numero, intorno alla
Città per eccellenza, la città della rivoluzione? la culla del­
la libertà?... Perché vi siete stati chiamati? I suoi abitanti
son forse ribelli? Si tratta di sottometterli?... Sono que­
stioni che non è indifferente chiarire...
Non per il vero Popolo formate, attorno alle nostre
mura, una cinta formidabile! Il vero popolo, |il popolo
operoso, il popolo lavoratore... vi è maltrattato! imbava­
gliato! disprezzato! affamato! rovinato dal popolo di ag­
giotatori e di furfanti!!! è dunque questa specie di popolo
a condurre la piu criminale rivolta contro il popolo buo­
no!!! Ma, è per soggiogare la parte degli oppressori, e per
difendere la parte oppressa, che schierate una triplice fila
di baionette lungo tutta la cinta di Parigi? No! È tutto
il contrario... Si vogliono impiegare le vostre armi e le vo­
stre forze per piegare totalmente l’oppresso sotto il giogo
degli oppressori! per mantenere costoro nei loro odiosi
domini, e il popolo nelle sue sofferenze e nel suo debole
languore! Eh! se era il popolo che si voleva difendere,
non bisognava distogliere quelli dei suoi fratelli la cui de­
stinazione era la lotta contro i nemici interni! Il popolo
sarebbe più che sufficiente a se stesso! Ma quando si vuol
immolare la massa a una parte, sii ha bisogno di soccorsi
estranei...; allora si crede di trovarli negli uomini che si
dice debbano essere essenzialmente obbedienti... Quando
il governo e la casta perversa ch’esso protegge esclusiva-
mente hanno perduto ogni vergogna; quando senza pu­
dore e senza veli, e mediante la più infame complicità,
hanno, con regolamenti atroci che osano chiamare Leggi...,
consacrato le ingiustizie in ogni genere! la miseria più spa­
ventosa! la schiavitù più rivoltante!!! quando la misura
dei loro misfatti è portata a un tal colmo e a una tale evi­
denza... la lunga pazienza del popolo vtien meno e, anche

255
la sua credulità non regge piu!... Allora si gettano gli oc­
chi su di voi! Si armano le vostre braccia per voler conser­
vare, voler perpetuare una tale oppressione! Si istituisce
lil governo militare per obbligare il popolo a sottometter­
si a un regime in cui si pretende che viva senza nutrimen­
to! senza vestiti! senza libertà!... e si vuole che i padri...
gli sposi... i figli... i fratelli... i parenti... intimidiscano, per­
fino colpiscano (se si dà il caso) i loro figli! le loro mogli!
i loro padri! i loro fratelli! le loro sorelle!... i loro amici!
i loro parenti!!! E il popolo siete voi! siete voi soldati
della Repubblica! ad essere cosi opposti a un’altra parte
del popolo!... Per mezzo vostro si vuole consolidare que­
sto stato di servaggio, d ’avvilimento e di miseria... mille
volte peggiore delPantica servitù... contro cui siamo in­
sorti sei anni fa!
No! Voi non sarete i vili satelliti, gli strumenti cru­
deli e ciechi dei nemici del popolo!... e di conseguenza dei
vostri!... Ve lo ripeto, solo quando s’è resa colpevole...
e ha voluto tornare ad esserlo, l’autorità s’è circondata di
baionette... Quando il potere è giusto, è sempre abbastan­
za forte della forza del popolo!
Capeto s’era circondato di un esercito, prima del 14
luglio... si sa quali erano i suoi disegni, e di qual somma
di crimini voleva per questa via assicurarsi l’impunità...
Si sarà colpevoli per il fatto di esaminare se coloro che lo
imitano lo fanno solo perché vi è una perfetta identità di
motivi?
Ricordatevi, soldati! che quest’eseraito di Capeto,
benché tirato su alla scuola della disciplina monarchica, s’è
condotto sovranamente! S’è ricordato di appartenere al po­
polo! Le guardie francesi... abbassano i loro fasci davanti
ali sanculotti, ecco un esempio che passerà all’ammirazione
di tutti i secoli\ 1

1 Allusione alla fraternizzazione delle milizie borghesi di Parigi


e delle Guardie francesi con il popolo dei faubourgs alla vigilia del
14 luglio 1789.

256
12. Una parola urgente ai p a trio ti1

« Ai primi giorni di germinale, Babeuf, Antonelle,


Sylvain Maréchal e Félix Lepeletier si costituirono in Di­
rettorio segreto di salute pubblica [...]. Cosi, il 19 ger­
minale anno IV, esisteva a Parigi un Direttorio segreto di
salute pubblica, istituito per ristabilire il popolo nell’eser­
cizio dei suoi diritti... » scrive Buonarroti nel suo libro (op.
cit. I, pp. 98-99).
Ci si attendeva ch’esso proclamasse /'atto insurrezio­
nale, essendo pronta la sua organizzazione. Ma, pur man­
tenendo all’erta i loro fidi, i babuvisti sentivano il bisogno
di puntellare il movimento riavvicinandosi a democratici
meno impegnati al loro fianco. Babeuf, nel numero 41 del
suo giornale, predicava la pazienza. Ma metteva egualmen­
te in guardia i suoi lettori contro i tentativi di diversione
intrapresi dalla « sinistra » del Direttorio il quale pensava
di utilizzare la corrente popolare per un semplice cambia­
mento d ’ordine politico — eliminare Carnot che slittava
verso il realismo — mantenendo intatto il « sistema di
ineguaglianza » e la Repubblica borghese.
Dopo aver combattuto il settarismo di Bodson, Ba­
beuf denunciò allora i tentativi equivoci dei « falsi ami­
ci » dell’eguaglianza.
Amici! Non dovevo parlarvi oggi. Interrompo un la­
voro di piu ampio respiro per rivolgervi in fretta alcune1

1 Le Tributi du peuple, n. 42, 24 germinale, anno IV (13 aprile


1796), pp. 285-295.

25 7
parole urgenti: Ascoltatele: vi interessano infinitamente.
La verità trionfa. Tutti-gli oppressori impallidiscono.
Gli occhi del popolo sono aperti dai suoi amici. Anche
l’esercito vede chiaro. Il torrente dell’energia non può più
essere arrestato da nessuna diga. I nostri dominatori han­
no visto tutto ciò, e stanno per rettificare il tiro allo scopo
d ’evitare la caduta la cui attesa oi conforta e procura loro
disperazione ‘.
Da dieci o dodici giorni2, essi hanno ritenuto che la
persecuzione e gli oltraggi verso i migliori cittadini non
erano più un’arma efficace nelle loro mani. Vi hanno so­
stituito l’astuzia e le moine disgustose. I lupi furiosi si
son trasformati in volpi premurose e cattivanti. Non v’in­
gannate. Sono sempre animali carnivori; non hanno cam­
biato natura, e non la cambieranno mai. Oggi vi nascon­
dono gli artigli; domarti vi divoreranno.
Ecco su cosa devo mettervi in guardia:
Quei galantuomini di Tallien 3, Legendre 4, Barras 5,
1 Babeuf esagera nettamente, ma è vero che il Direttorio diviso
reagiva male all’offensiva babuvista in questa prima fase del conflitto
(cfr. C. M azauric, Babeuf et la Conspiration pour l’Egalité, Paris,
Editions sociales, 1962, pp. 196-197).
2 11 Comitato insurrezionale fu istituito il 10 germinale e l’ar­
ticolo di Babeuf risale al 24.
3 Tallien (1769-1820): convenzionale regicida e giacobino, Tallien
si distinse nella repressione a Bordeaux; sentendosi minacciato per le
sue ruberie e la sua brutalità, fu uno di coloro che presero l’iniziativa
del 9 termidoro. Fu uno dei piu « repubblicani » di Termidoro' contro
tutto quanto ricordava l’anno II (il maximum, le società popolari, ecc).
4 Legendre (1756-1797): ex combattente della Bastiglia, conven­
zionale regicida e giacobino, Legendre sembrò essere per molto tempo
uno dei portavoce dei faubourgs. In realtà, era soprattutto molto dema­
gogo e di idee moderate. Dopo la congiura babuvista, deputato degli
Anziani, domandò che gli ex convenzionali fossero cacciati da Parigi.
5 Barras (1755-1829): già conte ed ex ufficiale delle Indie, Barras
fu eletto deputato del Terzo Stato alla Costituente; divenne commissario
rivoluzionario e convenzionale, votò la morte del re. Fu un montagnardo
convinto, ma brutale, dissoluto e corrotto. Sentendosi minacciato, in
quanto era uno dei « furfanti » denunciati da Robespierre, contribuì
risolutamente ad organizzare la giornata del 9 termidoro. Divenne in
seguito uno dei caipi dei termidoriani di destra e i suoi abusi sono
leggendari. Nondimeno, il suo repubblicanesimo restava autentico, dato
che egli doveva alla Repubblica tutta la sua fortuna.

258
e i loro emissari si dimenano e si dànno un gran daffare
nel tentativo di farvi cadere nel più abominevole dei tra­
nelli. Approfittano delle vostre disposizioni contro tuttfi i
colpevoli artefici delle vostre sventure fra i quali essi han­
no figurato al primo posto; hanno l’impudicizia di fingere
che non è stato a causa loro, o almeno che si separano oggi
dalla truppa dei persecutori che agi solo su loro ordine e
dietro loro ispirazione; osano farvi credere di esser pronti
ora a costituirsi vendicatori dei misfatti che hanno com­
messo e fatto commettere. Bisogna dimostrarci l’obiettivo
delle loro mire, quale nuovo profondo abisso scavano sot­
to i vostri piedi; ma prima è necessario indicarvi il corso
dei loro lintrighi [...].
[Segue un resoconto apocalittico dei tentativi di Bar-
ras, Tallien e Legendre.]
[...] Amici! ecco il loro complotto; ecco il loro se­
greto pieno d’orrori. Qualcuno potrebbe esserne ancora
la deplorevole vittima, dopo ch’è stato scoperto?
No, non ci sarà movimento parziale. Senza dubbio
la massa dei patrioti e del popolo non si sarebbe mossa
al perfido appello d ’un Barras o d ’un Tallien; ma, dopo
il mio avvertimento, confido ch’essi non troveranno più
due uomini da ingannare. Sì, sì, i loro Anticristi, i loro
falsi Profeti consumeranno invano le loro fatiche. Mise­
rabili lacchè! andate ad aggredire in ogni luogo i repub­
blicani; fermateli alla passeggiata, nelle vie; offuscate ovun­
que la loro vista con le vostre vergognose figure, li vostri
veleni assassini non potranno nulla contro il nostro in­
vulnerabile antidoto. Vi respingeranno, voi e le vostre in­
sidiose intenzioni, con tutto il disprezzo di cui siete de­
gni. Dichiaro ai vostri padroni ch’è ormai denaro perduto
quello con cui vi pagano.
Il popolo si leverà in massa solo alla voce dei suoi
veri liberatori, di cui distinguerà il segnale a cenni sicuri.
Resterà calmo finché essi glielo diranno; non vorrà rovi­
nare tutto per una cattiva precipitazione. Dopo aver sapu­

259
to tanto soffrire saprà aspettare qualche istante ancora
per meglio assicurare la propria liberazione; darà ascolto
ai suoi amici, fin tanto che gli diranno: il momento di
salvare la patria non è ancora arrivato.
Anche noi vogliamo liberarci dall’influenza fatale dei
corifei del realismo; ma vogliamo al tempo stesso sbaraz­
zarci di quella dei dogi. Non scegliamo tra due tirannidi '.
Odiamo infinitamente i sinceri rappresentanti di Lui­
gi XVIII, ma detestiamo ancor piu gli ipocriti oppressori
che ci nascondono il loro giogo sotto delle rose. Affretta­
tevi dunque sotto le bandiere di Fréron e di Legendre, di
Barras e di Tallien. Perdonate dunque a tutti costoro i
loro piccoli errori. Non hanno realmente commesso che
dei peccatucci: Tallien ha solo determinato la grande epo­
ca delle nostre sventure, sostenuto costantemente la sua
opera, diretto con zelo tutte le operazioni reazionarie che
hanno spogliato il popolo di tutti i suoi diritti uno dopo
l’altro, e l’hanno oppresso sotto ogni genere di sofferen­
ze. Barras è stato solo il dittatore di Termidoro, di Ger­
minale, di Pratile, di Vendemmiaio; e in quest’ultima epo­
ca, in modo tanto più criminale in quanto ha ingannato fi
patrioti cui aveva promesso di ricondurli in possesso dei
loro dirittji, una volta che avessero salvato la convenzio­
ne 12. Legendre ha solo marciato con la sciabola in mano
contro il popolo in alcune circostanze; e dopo la bella rea­
zione, non ha fatto che accanirsi come un vero macellaio
tutte le volte che s’è trattato di accoppare e di scannare
il popolo in ogni maniera. Quanto a Fréron, non mette
conto di parlarne; ha solo messo il pugnale in mano a tutti
i massacratori, organizzato e diretto, con una serie di co­
mandi formali, per il tramite semplicissimo di un giornale
pubblico e quotidiano, le migliaia d’assassini dei più vir­
tuosi patrioti, il cui sangue continua a inondare il suolo
1 Babeuf rifiuta il ricatto di Barras che sfruttava il pericolo rea­
lista per ottenere la capitolazione senza condizione dei democratici.
2 Barras aveva arruolato un contingente armato di « patrioti del-
l’89 ».

260
francese da diciotto mesi. Dopo di ciò, dovete gettarvi ai
piedi di questi galantuomini, pregarli d ’essere i vostri li­
beratori; e riporre la vostra piu grande fiducia in loro.
Sbrigatevi dunque a levarvi, quando questi turpi indivi­
dui faranno suonare l’adunata per condurvi ad abbattere
i loro nemici; dopo di che, a titolo di ricompensa, vi pra-
tilizzeranno 1. Si son fatte deplorevoli stravaganze nella
rivoluzione, ma questa non potrà essere aggiunta alle al­
tre; non avrà davvero luogo. Il Tribuno del popolo non
lo consentirà. No, il popolo non si leverà per combattere
agli ordini dei suoi perpetui assassini. Glielo proibisco!...
Si è parlato di riunione, di riconciliazione, di dimen­
ticare torti ed errori. I torti e gli errori passino; ma la
persistenza del crimine, no. Accoglieremo nelle nostre file
tutti gli uomini ingannati, i semplici strumenti, coloro che
non hanno peccato che con intenzioni pure, e che hanno
colpito la Patria credendo di servirla. Ma non avremo la
inetta bassezza di consentire che gli autori sistematici della
lunga serie di criimini che durano ancora, e i cui disastrosi
effetti ci causano mali così cocenti: non avremo la deli­
rante bassezza di consentire che costoro vengano oggi a
porsi alla nostra testa; quando si tratta di guarire i mali
che ci hanno fatto. Non avremo la dabbenaggine di creder
loro, quando ci diranno (ma non ce lo dicono neppure)
che intendono espiare tutte le loro scelleratezze, facendo­
ne cessare essi stessi gli atroci risultati. Non dobbiamo
neppure consentire che questi esseri odiosi prendano un
fucile e s’allineino, come semplici soldati, in mezzo a noi.
Se di popolo di Francia agisse altrimenti nei loro confronti,
sarebbe il piu vile dei popoli: non meriterebbe piu che
un solo uomo forte e saggio s’adoperasse per far trionfare
a suo profitto la libertà.
Cittadini, ascoltate bene questa verità. Non abbiate
tanto Dimore dei realisti nel senato; essi ci servono. Siamo

1 Questo neologismo era eloquente dopo germinale e pratile per


la popolazione dei foubourgs.

261
in grado di far fronte al male che hanno intenzione di
farci; e allora la loro lotta, con un partito opposto, d
è utile. Qualora non ci fosse che un unico partito in tutti
i governi, essi avrebbero ben piu forza contro il partito
del popolo.
Bisogna che il partito del popolo si metta in condi­
zione di vincere da solo, sia il partito del realismo, il cui
idolo è a Verona, sia il partito del realismo i cui idoli
sono nel Senato, senza aver bisogno di servirsi né dell’uno
né dell’altro. Sarebbe folle voler nascondere a entrambi
le nostre disposizioni ostili, col pretesto di impedir loro
di tenersi all’erta contro di esse. Da molto tempo tali di­
sposizioni non son potute sfuggire loro, ed essi hanno
fatto tutto quanto hanno potuto per infrangerle. Non so­
no più in grado di farlo con la forza e l’opinione; ecco
perché hanno fatto ricorso all’astuzia. Trionferemo anche
di quest’ultimo mezzo. Oppongo loro batterie in piena lu­
ce. I tonti, gli sciocchi della fazione dei prudenti diranno
forse ancora che sarebbe stato meglio mettersi al riparo di
qualche ombra. Dico che è assolutamente necessario e che
è tempo che la massa dell’esercito sanculotto esca in cam­
po, e che ancora una volta la sua esistenza non può più
essere celata al nemico. Non con la sorpresa possiamo e
vogliamo vincerlo; ma in un modo più degno del popolo:
a forza aperta. Lungi da noi quella pusillanimità che ci
farebbe credere di non poter nulla da soli, e di dover sem­
pre aver dalla nostra dei governanti. I governanti non fan­
no rivoluzioni che per continuare a governare '. Noi ne
vogliamo fare infine una per assicurare per sempre la fe­
licità del popolo mediante la vera democrazia. Sanculotti!
deponiamo l’idea d’una semplice animosità contro alcuni
uomini; è per il pane, per l’agiatezza e la libertà che lo1

1 Riprendendo formule di questo tipo, correnti nella letteratura


babuvista, gli anarchici del XIX secolo hanno potuto, anch’essi, dirsi
eredi della Congiura di Babeuf. Ma in realtà è giusto segnalare che
i babuvisti cercarono di resistere a tale tendenza e per questo non
divulgarono il Manifesto degli Eguali di Maréchal.

262
eccitiamo. Non lasciamoci dunque ingannare. Non disto­
gliamo l’attenzione dal vero oggetto che ci interessa. Ve
lo dico e ve lo ripeto: è un errore credere che non po­
tete nulla da soli e con le vostre forze. Non si farà mai
nulla di grande e di degno del popolo che con il popolo
e con lui solo. Muovetevi dunque soltanto quando ve­
drete muoversi e comparire gli uomini del popolo. Non
cadete in alcuna trappola; non cercate altrove |i vostri li­
beratori; non riconoscete altre bandiere. Non lasciatevi
trarre in inganno da quest’altro sofisma degli spioni-inter­
preti di tutte le ingannevoli induzioni dei nostri nemici:
essi dicono di avere i loro soldati. Mentono, non sono i
loro, ma i nostri. Lo sono per la loro stessa istituzione;
ma lo sono anche per le loro attuali disposizioni. Sì, il
soldato non andrà che con noi e per noi. Tanto meglio se
gli scellerati che ci opprimono hanno fatto venire un gros­
so esercito. Meglio ancora se l’aumenteranno: saremo piu
forti. L’indottrinamento ha messo radici tra i nostri
fratelli irreggimentati, che appartengono come noi al
popolo, e che con noi condividono una medesima causa;
la tirannia s’inganna da sé cambiandoli di posto ad ogni
momento: quelli che arrivano ricevono le lezioni di quan­
ti li hanno preceduti, e quelli che se ne vanno portano al­
trove i dogmi che gli abbiamo inculcato, di modo che i
nostri veleni popolari attecchiscono ovunque. No, no, non
è più in potere dell’inquisizione né civile né militare im­
pedirne la lettura a nostri soldati e ai nostri operai, che
la divorano e vi attingono i fermenti del contagio demo­
cratico più attivo e più esaltante. Popolo! è così che i tuoi
uomini ti bastano, perché hanno te, tutto intero, e già
una buona parte dei soldati sanculotti che ci sii era ripro­
messi di traviare per opporli a te. Così andremo tutti in­
sieme, il giorno del popolo, ad una vittoria sicura, al se­
guito e sotto l’unica guida di uomini del popolo, quando
ci segnaleranno questo felice giorno.

263
13. Combattere! '

Incapace di resistere alla pressione reazionaria di Car-


not e della maggioranza dei Consigli, la sinistra del Diret­
torio accettò la messa a punto di un apparato repressivo.
Il 25 germinale (14 aprile 1796), il Direttorio denuncia­
va ai cittadini di Parigi coloro che volevano il « saccheg­
gio », l’« anarchia », la « divisione delle proprietà » e il
« codice atroce del 1793 ». Il 27 e il 28 germinale (16-17
aprile), i Consigli votavano leggi scellerate sulla stampa,
gli assembramenti, i divulgatori e i partigiani della Costi­
tuzione del 1793, e le leggi prevedevano Vapplicazione
eventuale della pena di morte. Nello stesso tempo, i ba-
buvisti incontravano gravi difficoltà a far passare un com­
promesso con gli ex convenzionali democratici (Drouet,
Lindet, Laignelot...), perdevano tempo a elaborate il fa­
moso atto insurrezionale. Babeuf ne lasciava indovinare
l’imminente proclamazione denunciando le leggi « ultra-
marziali » e « straordinariamente penali » che erano ap­
pena state votate.
È questo l’ultimo numero del Tributi du peuple,
qualche giorno prima dello scacco.
Tutto è consumato. Il Terrore contro |il Popolo è al­
l’ordine del giorno. Non è più permesso parlarsi; non è
più permesso leggere; non è più permesso pensare.
Non è più permesso dire che si soffre; non è più1

1 Le Tribun du peuple, n. 43, 5 floreale, anno IV (24 aprile


1796), pp. 298-308.

264
permesso ripetere che viviamo sotto il regno dei piu spa­
ventosi tiranni.
Non è piu permesso esprimere dolore quando i no­
stri carnefici ci lacerano sotto le tenaglie, quando strap­
pano a brandelli le nostre membra palpitanti; non è più
permesso domandare a questi barbari torture meno atro­
ci, meno raffinatezza nel genere dei supplizi, una morte
meno crudele e meno lenta.
Non è piu permesso obbedire alla natura che coman­
da la contrazione delle membra, l’alterazione dei tratti,
alla prova di angosce che risultano dai piu orribili tor­
menti.
Non è più permesso esclamare che la legislazione di
Costantinopoli è estremamente moderata e popolare ri­
spetto alle ordinanze dei nostri sovrani senatori.
Non è più permesso esprimere il desiderio che Dra-
cone 1 venga a governarci in luogo e al posto dei nostri
despoti attuali; non è più permesso rendere giustizia a
questo Greco severo, che almeno fece un codice di sangue
solo per spaventare i veri malvagi: laddove li suoi imita­
tori non mostrano ovunque la spada che per alterare tutto
quanto è puro ed ha conservato virtù.
Si ordina di lodare, ammirare, benedire, questa op­
pressione, e di proclamare che non c’è al mondo nulla di
cosi bello e adorabile.
Si ordina di dir bene di ciò che è mostruoso e assas­
sino, e di colmare di imprecazioni e di improperi ciò che
meriterà l’omaggio e il rispetto degli uomini giusti di
tutte le nazioni e di tutti i secoli; si ordina di prosternarsi
davanti al codice atroce del 95, e di chiamarlo legge santa
e venerabile; si ordina di maledire il patto sacro e subli­
me del 93, chiamandolo atroce.
Si ordina di abbassare servilmente la fronte a tutte
le calunnie che piacerà al governo di diffondere contro il1

1 Legislatore greco che, scelto come arbitro, diede nel 621 a.C.
un codice di leggi scritte, stimato molto severo.

26 5
Popolo intero e contro i suoi piu fedeli e coraggiosi di­
fensori; e si ordina che costoro non rispondano a tali odio­
se calunnie, e che, s’azzardassero a farlo, il Popolo stesso
si renderebbe colpevole per il solo fatto d ’osare leggere
uno scritto in cui lo si discolperebbe, e lo si vendichereb­
be dei suoi potenti calunniatori.
Siamo bell’è stanchi di tante infami vessazioni? Poi­
ché non c’è piu termine pensabile davanti al quale i nostri
dominatori s’arresteranno da sé, domanderemo qual ter­
mine vogliamo stabilire ch’essi non dovranno oltrepassare?
...Quante ciarlatanerie, quanta astuzia, quante grossolane
menzogne, quanti goffi sofismi, quante fruste calunnie,
quante frasi banali in questa proclamazione del direttorio
sugli scritti, i discorsi e gli assembramenti pretesi sedi­
ziosi! Si è voluto far credere che vogliamo il sacch eg g io d e l­
la p iù m in u sc o la b o tte g a e d e l p iù se m p lic e m én a g e, come
se non spettasse al solo governo l’aver saputo operare tale
saccheggio '. Come se, col suo regime di fame, non avesse
trovato il segreto di far trasferire all’aggiotatore e a tutti
i bricconi dorati, dagli stessi sventurati, tutto ciò che era
contenuto nei loro s e m p lic i m én a g es e nelle loro m in u ­
sc o le b o tte g h e . Come se ancora restasse qualcosa da sac­
ch eg g ia re. Come se, al contrario di quanto sostiene il go­
verno, non avessimo sempre chiaramente annunciato che
vogliamo r i s o l l e v a r e , f o r t i f i c a r e , le m in u sc o le b o t­
te g h e e i p ic c o li m é n a g e s, facendovi ritornare almeno l’e­
quivalente di ciò che il brigantaggio legale ne ha fatto
uscire. Come se tutte le fortune ordinarie non avessero
dovuto essere rassicurate dalle nostre franche dichiara­
zioni. Come se non avessimo sempre detto che non vo­
gliamo altro che demolire le fortune colossali e migliorare
tutte le altre.
Si è voluto far credere, con la proclamazione del
direttorio, che lo stra n ie ro c i paga. Come se fosse possibile1

1 Attraverso il prestito forzoso e «l’organizzazione» del disordine


economico.

266 i
abusare piu assurdamente dei nomi di Pitt e di Cobourg 1.
Come se il Direttorio impiegando ancora, al termine
di tutte le sue frasi, questa trivialità di cui le orecchie son
frastornate, non avesse dovuto temere che io gli ritorcessi
una verità che, per non essere venuta ancora, a quanto
pare, in mente a nessuno, non è meno sorprendente: vo­
glio dire che è impossibile che Cobourg e Pitt abbiano
ancora qualcuno da pagare dopo aver pagato i fondatori
di un governo cosi capace di piacere a tutti i despoti, e
cosi perfettamente simile a quello eh'essi mantengono con
tutti i mezzi che fornisce la tirannia. Come se non fosse
patente che il direttorio ha voluto pagarci, lui, per es­
sere suo complice, e per vivere tranquilli e protetti da
lu i12. Come se non fosse ancora patente che abbiamo pre­
ferito, per strappare il Popolo alla sua barbara domina­
zione, passare ogni giorno attraverso la miseria e i pericoli,
e sfidare i nugoli dei satelliti e le forche [...].
[...] Ma viene tuttavia il tempo in cui la misura
degli attentati non può andar oltre. Annunoio ai tiranni
che sono in piedi, che non mi dichiaro vinto. Plebei! Fra­
telli! siete nella stessa disposizione. Calpesteremo i loro
rescritti impertinenti, eluderemo le loro minacce di atro­
ci penalità. Amlici! bisogna essere fermi, perseveranti, in­
vincibili; ma bisogna nondimeno unire a tutte queste vir­
tù l’estrema prudenza Gli oppressori hanno tramato or­
ribili manovre per precipitarvi in un ultimo abisso. Ve lo
faremo evitare. Debbo oggi raccomandarvi due punti es­
senziali. Il primo è che, mantenendovi in condizione d’a­
gire costantemente, nessuno di voi soprattutto si lasci
arrestare: lavoriamo ardentemente nel silenzio: ma met­
tiamoci, tutti, fuori della portata dei colpi dell’oppressio­
ne. Il secondo punto è di eludere i nostri nemici tenen-

1 Pitt, primo ministro britannico, e Cobourg, ministro austriaco,


alimentavano dal 1791 tutta una mitologia del tradimento, spesso effi­
cace, sempre inquietante, e ciò fino al 1799.
2 Allusione ai tentativi di Barras, Tallien e della loro « cricca »
di cui si è già parlato.

267
dovi ben in guardia contro il seguente machiavellico pro­
getto 1:
« Una quarantina di donne deve riunirsi (in un quar­
tiere stabilito. Grideranno forte contro gli accaparratori
e gli aggiotatori; diranno che da troppo tempo costoro
affamano il Popolo, che è giusto che essi si levino di mez­
zo con le buone o con le cattive. Accenderanno e provo­
cheranno chi le ascolterà e infine soddisfaranno la loro in­
dignazione buttandosi con furore su qualche mercante.
Individui appostati appositamente si spargeranno per Pa­
rigi, diranno che quei furfanti dei Giacobini hanno infine
posto in esecuzione l’orribile progetto di far saccheggiare
li galantuomini, i buoni cittadini.
« La voce otterrà notevole credito. Le misure repres­
sive saranno messe in atto. I giornali faranno risuonare
tutta Parigi e la repubblica intera di questo nuovo crimi­
ne dei terroristi. Di qui l’incitamento contro di essi, il
seguito e la conclusione della reazione, la persecuzione
motivata e la distruzione totale di questi uomini terribili ».
Popolo! è jin buona parte perché questo piano infa­
me non potesse esserti rivelato che si è voluto strangolare
la libertà di stampa. Sta tranquillo! Spezzeremo tutte le
catene per impedirti di morire vittima di coloro che ti
torturano, ti spogliano e t’avviliscono da venti mesi.

1 Rabeuf fa qui allusione a una possibile provocazione del mini­


stro di polizia Cochon, creatura agli ordini di Garnot.

268
Epilogo
14. La morte di Babeuf

Il 21 floreale dell’anno IV (10 maggio 1796), la po­


lizia del Direttorio arrestò i capi della Congiura per l’E­
guaglianza. Babeuf redigeva, al momento del suo arresto,
il numero 44 del Tribun du peuple. Insieme con i com­
pagni arrestati fu incarcerato nelle torri della prigione
del Tempio e all’Abbazia. Il 23 floreale (12 maggio),
Babeuf propose al Direttorio, in una lettera spesso frainte­
sa, di rinunciare alle incriminazioni per evitare la controf­
fensiva realista paventata da molti repubblicani modera­
ti (J. S u r r a t e a u , Les babouvistes, le perii rouge et le
Directoire, in Babeuf et les problèmes..., cit., pp. 147
173). Carnot, intento a reprimere con accanimento l’«a-
narchia », non capi il ragionamento di Babeuf. Il Consiglio
dei Cinquecento designò un’Alta Corte la cui sede venne
fissata a Vendóme e si preparò l’atto d’accusa.
Gli accusati raggiunsero Vendóme, qui insultati dai
notabili, là fraternamente salutati dai democratici, solo la
notte dal 9 al 10 fruttidoro (27 agosto 1796). Il proces­
so fu costantemente rinviato e non ebbe inizio che nel
febbraio 1797.
Non riprodurremo qui la difesa di Babeuf dinanzi al­
l’Alta Corte, ché il sistema di difesa dei babuvisti non per­
mise a Babeuf di esporre in maniera chiara e continua i
principi ed i motivi della sua impresa. Avendo collettiva­
mente deciso di negare tutto in materia di cospirazione,
per salvare i meno compromessi, i 47 accusati, di cui sol­
tanto 24 erano stati a conoscenza dei progetti, furono co-

271
stretti a ridurre la portata del movimento. Babeuf ne fu
assai impacciato e la sua difesa, spesso verbosa e malde­
stra, presenta minor interesse dei testi anteriori dei quali
abbiamo presentato qualche estratto.
Abbiamo preso in considerazione le ultime lettere di
Babeuf in quanto illuminano la natura del personaggio non­
ché i suoi movimenti. Esse sono indirizzate al figlio, alla
moglie e all’amico Lepeletier. Nella prima si vedrà, non
senza emozione, Babeuf dirigere l’educazione intellettuale
del figlio Emilio e cercare, dal buio della sua prigione,
di sostenere moralmente e materialmente la moglie. L’i­
deale del sanculotto « buon padre e buono sposo » cosi
come « buon patriota » si incarnava veramente in Babeuf.
Nelle ultime lettere, sicuro della sua sorte alla vigilia del
decreto di morte, egli si confida con la moglie e con l’ami­
co Lepeletier più favorito dalla giuria. Non troviamo in
lui nessuna consolazione di tipo religioso, nessuna spe­
ranza mistica, ma il senso del dovere compiuto, del com­
pito assolto con onore. In se stesso e nella stima di coloro
che resteranno fedeli al suo messaggio, Babeuf trova il
coraggio di fare della propria morte un esempio.

Babeuf alla moglie e al figlio


3 vendemmiaio, anno V della Repubblida '

-Ho ricevuto, miei buoni amici, tutte le vostre lettere,


vale a dire, due da Emilio avantieri con della biancheria,
un’altra della sua mamma ieri mattiina, e l’ultima da lui
ieri sera. Ho saputo, prima che me lo comunicaste voi,
che l’udienza che deve decidere in merito alla nostra pro­
testa 12 era differita ancora di qualche tempo. Ho gradito

1 24 settembre 1796. Conservata a Mosca, questa lettera è ripro­


dotta ne\\'Annuaire d’études fratigaises, cit., pp. 268-269.
2 Gli accusati protestarono contro la scelta dei giurati ed otten­
nero la radiazione di parecchi di questi troppo manifestamente ostili
alla loro causa; ma favorevoli a loro furono solo in tre, mentre ne

272
quanto m|i avete detto circa la richiesta delle comunicazio­
ni l; non potete dubitare ch’io desideri quanto voi go­
derne, ma vi ho già invitato a rimettervi alla mia prudenza
su questo punto; siate certi che agirò quando e dove oc­
correrà.
Mi ha molto afflitto la dichiarazione che mi hai fatto,
cara, relativamente ai bisogni che ti assillano. Non ti cre­
devo così vicina a una simile situazione. Ma farò subito
in modo di trartene fuori. Scriverò per questo e sono si­
curo che tra pochissimi giorni sarò in grado di consolarti
al riguardo. Così, cerca di arrangiarti ancora soltanto per
qualche giorno, e tranquillizzati2.
Parlerò ora al mio Emilio 3:
Credo effettivamente, amico mio, che il metodo da
te adottato sia preferibile a quello di mandarti a scuola,
e non chiedo di meglio che adottarlo io stesso ed asse­
condare i tuoi desideri. Ti rinvio il tuo primo foglio cor­
retto ed attendo il seguito al piu presto possibile. Non
sono molto scontento della parte di questo foglio da te
copiata; gli errori non sono pòi tanti e si vede che met­
tendoci un po’ d’attenzione potrai conseguire qualche buon

sarebbero occorsi quattro. (Su tutto il processo, cfr. M. D ommanget,


Le systèrne de défense des babouvistes au procès de Vendóme, in AHRF,
1965).
1 La richiesta di poter comunicare con l’esterno non fu accordata
che il 23 vendemmiaio, anno V (15 ottobre 1796). I babuvisti sem­
bra che abbiano usufruito di questo diritto per mettersi in contatto
con P.N. Hésine, che fece uscire un numero di giornale in loro favore
(Le Journal de la Haute Cour), e forse cercò anche di organizzare
la loro evasione (cfr. R. Bouis, P.N. Hésine et le procès de Venderne.
in AHRF, 1960, p. 480 e sgg).
2 La moglie di Babeuf abitava nel centro della città e il 9 piovoso
dell’anno V (28 gennaio 1797) diede alla luce un figlio. Durante tutto
il processo visse unicamente dei gesti di solidarietà degli amici di Babeuf.
3 Robert, detto Emile, fu adottato dopo il processo da Lepeletier.
Fece studi regolari, lavorò in una libreria, a Lione. Partigiano di
Napoleone nel 1814 e durante i Cento giorni, fu condannato alla de­
portazione dopo il ritorno dei Borboni. Nel 1818, ridivenne libraio
a Parigi e riprese i contatti con Buonarroti che si trovava a Bruxelles.
Questi gli rimproverava sempre le sue opinioni a favore di Napoleone
(da M. D ommanget, Pages cboisies..., cit.., p. 317).

273
risultato. Una prima condizione importante per imparare
è di averne voglia, e, lin genere, si riesce ad ottenere tutto
quello che si vuole. Si tratta dunque quasi soltanto di vo­
lere fortemente una cosa per farla con successo. Il sistema
di copiare non è cattivo, infonde la pratica, l’abitudine
di scrivere ogni parola in conformità alla buona ortogra­
fia. Ma non è sufficiente. L’abitudine, la pratica non pro­
ducono che nozioni vaghe e incerte. Soltanto le regole
e i princìpi ne forniscono di (invariabili. Coloro che non
fanno altro che copiare per apprendere assomigliano a
quanti vogliono suonare il violino senza conoscere la mu­
sica. Gli unti e gli altri non arrivano che a una certa
praticacela traboccante di difetti. Sembra a chi non se ne
intende molto che queste due specie di praticoni vadano
abbastanza bene, ma quelli che s’intendono di piu s’ac­
corgono della verità. S’accorgono che l’uno non è musi­
cista, che produce soltanto suoni discordanti, e che l’altro
non ha imparato la sua lingua e fa errori a ogni piè so­
spinto. Bisogna dunque, di necessità, se si vuol eccellere
in un qualunque genere, apprenderne regole e princìpi.
Bisogna, per la musica, imparare le note e sapere qual è
il tono che conviene a ciascuna di esse. Per parlare e scri­
vere bene la propria lingua, vale la stessa cosa; i princìpi
rappresentano qui quel che son le note per la musica.
Ciò che v’è del resto di vantaggioso nell’apprendere at­
traverso i princìpi anziché con la pratica è il fatto che i
princìpi abbreviano lo studio e lo rendono assai più facile
perché si applicano a un’infinità di casi contemporanea­
mente, di modo che quando si è imparata una cosa rela­
tivamente a una sola parola, la stessa regola si applica
a mille altre parole, ed una sola lezione serve per far co­
noscere la costruzione di tutte. Con la pratica, invece, non
si arriva a generalizzare nulla, si immagina che ogni parola
esiga l’apprendimento di una particolare ortografia; è uno
studio che non finisce piu e che non può mai condurre
a un felice risultato. Ritengo che tu sia in grado di capire
tutto questo e che sia necessario dirtelo prima di ogni

274
altra lezione. Cosi, poiché tu vuoi ch’io sia il tuo solo
precettore, ti consiglio dunque di non riproporti princi­
palmente di copiare, anche se non bisogna rinunciarvi del
tutto, perché, come ti ho detto, si tratta di un sistema
utile per acquistare una pratica generale, per familiariz­
zarsi sommariamente con la maggior parte dei termini
della lingua. Ma, per compiere progressi piu sicuri, per
arrivare a lumi piu positivi, bisognerà studiare insieme
i principi della grammatica. Soltanto che probabilmente
non ti ci raccapezzerai. Io ti aiuterò mettendo questi prin­
cipi alla tua portata. Ti ricorderai che avevamo cominciato,
molto tempo fa, un corso di studi di questo tipo. Biso­
gnerà continuarlo. Ti manderò già da domani l’inizio. Tu
copierai e imparerai a memoria e col ragionamento quello
che ti invierò giornalmente, e ciò non impedirà che tu
mi faccia avere lo stesso ogni giorno una pagina o due
di copia simile a quella che hai cominciato a inviarmi.
Dimmi se sei d ’accordo. Addio. Buongiorno, mio piccolo
compagno.
Saluti e fraternità.
G. Babeuf

Lettera a Félix Lepeletier 1


Vendòme, 5 pratile, anno V della Repubblica 12
Al mio, degno e sincero amico, .
I giurati, amico mio, stanno per procedere alla vota-

1 Félix Lepeletier: nato nel 1767, Lepeletier apparteneva ad una


ricca famiglia della nobiltà di toga ed era stato lui stesso banchiere.
Eia il fratello minore del convenzionale Michel Lepeletier assassinato
il 20 gennaio 1793 da un realista, e che si era reso celebre per aver
elaborato un piano molto democratico di pubblica istruzione. Dal gia­
cobinismo, Félix Lepeletier passò al babuvismo per attaccamento ai
principi della democrazia politica e fedeltà alla memoria del fratello.
Babeuf lo teneva in grandissima stima. Superò senza difficoltà lo
scoglio del processo di Vendòme ma, schedato dalla polizia, fu esiliato
da Bonaparte dopo l’attentato della rue Saint-Nicaise. Piu tardi, si
proclamò fautore del liberalismo economico, ma rimase tuttavia fedele
al ricordo dei suoi compagni dell’anno IV. Mori nel 1837.
2 24 maggio 1797 (A dvielle, op. cit., I, pp. 337-338).

275
zione che deciderà della tua sorte e della mia. Da quel che
(intravedo, tu la scamperai, non io. Se mia moglie ti conse­
gnerà questa lettera, vi unirà quella che ti scrissi il 26 mes­
sidoro dell’anno scorso. Non avendo avuto allora, come
credevo, modo di fartela pervenire, l’ho conservata fino a
questo momento: non posso oggi aggiungere nulla a quan­
to contiene; d ’altronde 'l’avvicinarsi dell’istante fatale chiu­
de la mia mente e forse anche il mio cuore ad ogni espres­
sione di sentimenti che io abbia potuto concepire per l’fin-
nanzi. Non so, ma non credevo che mi sarebbe costato
tanto vedere la dissoluzione del mio essere. Si ha un bel
dire, la natura è sempre forte. La filosofia fornisce qualche
arma per vincerla ma bisogna sempre pagarle il tributo.
Spero tuttavia di conservare sufficienti forze per sopportare,
come devo, la mia ultima ora; ma non bisogna chiedermi
di piu. Sento un’inquietudine, un’indifferenza o un vuoto
di idee che non posso spiegarmi; mi sembra di voler sen­
tire qualcosa per mia moglie, per d miei figli e di non sentire
piu nulla. Non trovo niente da dirti per loro. Ignoro anco­
ra se ne sia causa lo spaventoso presentimento dell’inanità
d’ogni mia sollecitudine nei loro confronti, quando l’odio­
sa contro-Rivoluzione deve proscrivere tutto quanto appar­
tiene ai sinceri repubblicani. E poi tutta quest’esistenza (in
stato di disgrazia attenua indubbiamente una sensibilità
troppo spesso provata; e c’è una misura che la natura urna-,
na non oltrepassa, forse; fors’anche scambio per incuranza
quel che non lo è, perché arrossisco di una simile disposi­
zione d ’animo; forse credo di non sentir nulla per troppo
sentire. Perdona il disordine delle mie idee; (indovina tut­
to quanto vorrei dirti e fa ciò che da te si aspetta chi im­
magina di aver detto tutto rassicurandoti di credere di de­
porre le sue ultime parole nel seno del suo vero amico.
Credo di poter trarre consolazione dalla maniera con cui
mi son condotto al processo. Malgrado l’inquietudine che s
mi agita, sento che fino all’ultimo minuto non farò nulla
di cui non debba lodarsi la memoria di un uomo onesto.
Addio.

276
Ultima lettera di Babeuf alla famiglia 1

Buona sera, amici miei. Sono pronto ad avvolgermi


nella notte eterna. All’amico, al quale indirizzo le due let­
tere che avrete visto, esprimo meglio il mio stato d’animo
nei vostri confronti, meglio di quanto non possa fare con
voi stessi. Mi sembra di non sentire nulla per troppo sen­
tire. Rimetto nelle sue mani il vostro destino. Ahimè! non
so se lo troverete in condizione di fare ciò che gli domando;
non so come potrete arrivare fino a lui. Il vostro amore
per me vi ha condotto qui attraverso tutti gli ostacoli della
nostra miseria; avete resistito in mezzo agli affanni e agli
stenti; la vostra costante sensibilità vi ha fatto seguire ogni
istante della lunga e crudele procedura della quale avete,
al pari di me, bevuto l’amaro calice; ma non so come fa­
rete per raggiungere il luogo donde siete partiti; non so se
vi ritroverete gli amici; non so come sarà giudicata la mia
memoria, benché ìio creda d ’essermi condotto nella maniera
piu irreprensibile; non so infine quello che sarà di tutti i
repubblicani, delle loro famiglie, dei loro figlioli ancora
lattanti, in mezzo ai furori monarchici che la contro-Rivolu-
zione sta per portare. O amidi! come sono strazianti queste
riflessioni negli ultimi istanti!... Morire per la patria, la­
sciare una famiglia, dei figli, una sposa diletta, sarebbero
cose più sopportabili s’io non vedessi alla fine la libertà per­
duta e tutto ciò che appartiene ai repubblicani sinceri av­
viluppato nella più orribile proscrizione. Ah! figli miei di­
letti, che sarà di voi? Non posso qui difendermi dalla più
viva commozione... Non crediate ch’io rimpianga d ’essermi
sacrificato per la più bella delle cause; quand’anche tuttfi i
miei sforzi fossero stati vani, ho assolto il mio compito...
Se, contro le mie previsioni, riusciste a sopravvivere
al terribile uragano che incombe ora sulla Repubblica e su
tutto quanto le fu fedele; se poteste ritrovarvi in una si­
tuazione tranquilla, e incontrare qualche amico che vi aiu-
1 Buonarroti, <
y p . c i t ., II, pp. 215-217.

277
tasse a trionfare della vostra cattiva sorte, vi raccomanderei
di vivere insieme e uniti; raccomanderai a mia moglie di
cercare di guidare i suoi figli con molta dolcezza, e racco­
manderei ai miei figli di meritare la bontà della loro madre
rispettandola ed essendo sempre a lei sottomessi. È proprio
della famiglia di un martire della libertà offrire l’esempio
d’ogni virtù per attirarsi la stima e l’affetto di tutti gli uo­
mini onesti.
Vorrei che mia moglie facesse il possibile per dare una
educazione ai miei figli, invitando tutti i suoi amici ad aiu­
tarla in tutto ciò che potranno fare in questo senso. Esorto
Emilio ad assecondare il voto di un padre che ritengo da
lui amato e dal quale fu tanto amato; lo esorto a farlo sen­
za indugi e il piu presto possibile.
Amici, spero che vi ricorderete tutti di me e ne par­
lerete-sovente. Spero crederete che vi ho tutti molto amato.
Non concepivo altra maniera per rendervi felici che attra­
verso la comune felicità. Il mio piano è fallito: mi sono
sacrificato; muoio anche per voi.
Parlate molto di me a Camillo; ditegli mille e mille
volte che lo portavo teneramente nel mio cuore.
Dite la stessa cosa a Caio *, quando sarà in grado di
capire.
Lebois 12 ha annunciato che avrebbe stampato a parte
le nostre difese. Bisogna dare alla mia la maggior pubblicità
possibile. Raccomando a mia moglie, alla mia buon’amica,
di non consegnare né a Baudouin 3, né a Lebois, né ad
altri, nessuna copia della mia difesa senza averne un’altra
ben corretta presso di sé, onde essere ben sicura che tale
difesa non vada mai perduta. Saprai, mia cara, che questa

1 Caio: il figlio nato a Vendóme e chiamato Caio in omaggio


alla memoria del minore dei Gracchi.
2 'Lebois: coraggiosamente, pubblicò la perorazione della difesa
di Babeuf. È vero che tale difesa attenuava considerevolmente la por­
tata del movimento.
3 Baudouin divenne l ’editore dei dibattiti stenografici del proces­
so di Vendòme (4 volumi in 8°).

278
difesa è preziosa, eh'essa sarà sempre cara ai cuori virtuosi
e agli amici del proprio paese. Il solo bene che ti resterà
di me sarà la mia reputazione. E sono sicuro che tu e i tuoi
figli vi consolerete assai godendone. Gioirete nel sentire
tutti i cuori sensibili e retti dire parlando del vostro sposo,
di vostro padre:
Fu perfettamente virtuoso.
Addio. Sono legato alla terra soltanto da un filo che
il giorno di domani spezzerà. Questo è certo, lo vedo fin
troppo. Bisogna farne sacrificio. I malvagi sono i più forti;
mi arrendo a loro. Almeno è dolce morire con una coscien­
za pura come la mia; ciò che vi è di crudele, di straziante,
è lo strapparmi dalle vostre braccia, o miei diletti amici, o
tutto quanto ho di più caro!... Me ne distacco; violenza è
fatta... Addio, addio, addio, dieci milioni di volte addio...
Ancora una parola. Scrivete a mia madre 1 e alle mie
sorelle. Inviate loro tramite la diligenza o con altro mezzo
la mia difesa, come sarà stampata. Dite loro come sono mor­
to, e cercate di far comprendere, a quella brava gente, che
una simile morte, lungi dall’essere disonorevole, è gloriosa.
Addio dunque ancora una volta, miei cari, miei diletti
amici. Addio per sempre; mi avvolgo nel seno di un sonno
virtuoso...

1 La madre di Babeuf era ancora giovane, ma era vedova da


diciassette anni quando mori Babeuf (cfr. M. D ommanget, Pages
choisies..., cit., p. 313).

279
Bibliografia

Opere di Babeuf

I m anoscritti d i B ab eu f e d i su oi testi a stam pa, le co p ie di


alcuni d o cu m en ti essen ziali e ffe ttu a te da V icto r A d v ie lle n e l 1884
so n o og g i estrem am en te d isp ersi. P arecchi d i essi si trovano n ella
co lle z io n e d i M . D om m an get in Francia. L ’Istitu to d e l m arxism o-
len in ism o d i M osca con sen ta un gran num ero d i co p ie e d i m a­
n o scritti origin ali; il resto è accessib ile p resso g li A rahivi nazion ali
e la B ib lioteca n azionale d i P arigi, g li A rch ivi d ip artim en tali
d e ll’A isn e , d ella Som m e e d e ll’O ise . G li A rch ivi d e ll’A ccadem ia
d i A rras so n o con servati n e l ca stello d i F osseu x d o v e si trova
anche la m aggior parte d ella corrispondenza d i B ab eu f co n l ’A c­
cadem ia.
N u m ero si te sti son o sta ti p u b b licati e, senza l ’esisten za d i
tali raccolte, q u e st’op era sarebbe stata irrealizzabile. Segnaliam o
che g li estratti q u i p u b b licati son o stati tratti d alle segu en ti
ed izio n i:
Correspondance de Babeuf avec l ’Académie d ’Arras p u b b li­
cata so tto la d irezion e d i M . R einhard, p rofessore alla Sorbona,
P aris, P U F 19 6 0 . C oll. « T ex tes », p u b lication s d e la F acu lté d es
lettres e t d e s Sciences hum ain es d e Paris.
V icto r A d v ie lle , H istoire de Gracchus Babeuf e du babou-
visme, d ’après de nom breux docum ents inédits. P aris, chez l ’auteur,
1884; d u e volu m i in-8° (3 0 0 esem p lari). R accolta d i d o cu m en ti
n e l tom o II .
M aurice D om m an get, Pages choisies de Babeuf recueillies,
commentées, annotées, co n u n ’in tro d u zio n e e una bibliografia cri­
tica. P aris, A . C olin , 1 9 3 5 . C o ll. « L es C lassiques d e la Révo-
lu tio n fran?aise ».
Les Annales historiques de la R évolution franqaise ( A H R F )
hanno p u b b licato, d al 1 9 5 0 al 1 9 6 3 , num erosi in e d iti d i B abeuf
ai quali abbiam o fa tto ricorso.

281
L'Annuaire d ’études franqaises, edizioni dell’Accademia delle
scienze dell’URSS, Mosca, 1960, h a reso noti alcuni docum enti
conservati nel fondo dell’Istituto del marxismo-leninismo.
In parecchi casi, abbiam o fatto ricorso all’edizione originale
degli scritti di Rabeuf, in particolare:
Frangoiis-Noél Babeuf et Audiffred, Le Cadastre perpétuel.
A Paris, l’an 1789 et le prem ier de la liberté frangaise (Bibliothèque
municipale de Rouen).
Le Journal de la liberté de la presse, par C. Babeuf. A Paris,
de l’dmprimerie de Rougyff (Guffroy), rue H onoré, n. 35, divenuto
nell’ottobre 1795, Le Tributi du peuple, ou le Défenseur des
droits de l’homme, de l’im prim erie de Franklin puis de l’impri-
rnerie d u « T ribun d u peuple », par Gracohus Babeuf. Due
volumi rilegati (B.N. Le 8° 824-825).
Sono attualm ente in corso la raccolta e l’inventario degli
scritti di Babeuf. Un collettivo di eruditi e di storici, animato
da Albert Soboul, Arm ando Saitta e V.M. Dalin, sta cercando
d i condurre a buon fine questa vasta impresa, il cui risultato
costituirà l’oggetto di una edizione bilingue, francese e russa,
in tre volumi, delle opere di Babeuf. Il prim o volume conterrà
l ’inventario com pleto degli scritti di Babeuf finora noti.

Opere su Babeuf

Alla fine del volume degli Acta du colloque de Stockholm


pubblicato con il titolo: Babeuf et les problèmes du babouvisme
e contenente le comunicazioni di M aurice Dommanget, V.M. D a­
lin, A rthur Lehning, J. Suratteau, W alter M arkov, H ilde Ko-
plening, Alessandro G alante-G arrone, K arl O berm ann, Samuel
Bernstein, Madeleine Rebérioux, con una prefazione e uno studio
di A lbert Soboul (Paris, Éditions sociales, 1963, in 8°, 318 pagine),
ho pubblicato un breve resoconto (pp. 283-309); ad esso, nonché
alla mia relazione qui sotto citata, rinvio il lettore:
Babeuf et la Conspiration pour l’Egalité, Paris, É ditions so­
ciales, 1962, in-8°, 244 pagine + bibliografia 4- 2 tavole.
Si farà altresì ricorso, con priorità, alla classica esposizione
del compagno di Babeuf:
Philippe Buonanofli, Conspiration pour l’égalité dite de
Babeuf, 1828; riedizione, Paris, Éditions sociales, 1957, in-8°,
coll. « Les Classiques d u peuple », 2 w ., prefazione di Georges

282
Lefebvre, professore onorario alla Sorbona, e bibliografia d i Jean
Dautry.
N on ha perduto nulla della sua ricchezza e della sua novità,
malgrado gli anni, l ’opera di:
M aurice Dommanget, Pages choisies de Babeuf, cit., 1935.
Segnaleremo infine il recentissimo libro, in russo:
V.M. Dalin, Gracchus Babeuf alla vigilia e durante la Grande
Rivoluzione francese (1785-1794) Mosca, 1963, in-8°, 615 pagine.
O pera pubblicata dall’Istitu to di storia, presso l ’Accademia delle
scienze dell’URSS. Si tratta della tesi di dottorato del miglior
specialista attuale di Babeuf; quest’opera m eriterebbe di essere
tradotta. (Si veda il resoconto critico fattone d a A lbert Soboul in
Les Annales historiques de la Révolution franqaise, 1964, n. 3).
Ricordiamo che u n ’edizione anteriore dei Textes choisis di
Babeuf, oggi esaurita, era stata pubblicata nella collezione « Les
Classiques du peuple » nel 1951, con prefazione e commenti di
G erm aine e Claude W illard. In essa si trovavano, in particolare,
i testi com unisti piu appassionati di Babeuf.
Abbiamo specificato, nel corso dell’annotazione dei testi qui
pubblicati, gli altri titoli di riferim ento apparsici essenziali.

283
Cronologia

Storia generale Vita e opera di Babeuf

1760 Jean-Jacques R ousseau: 24 novembre: N ascita a


La Nouvelle Hélo'ise. S ain t-Q u en tin d i Fran?ois-
N o è l B ab eu f, figlio di
C laude B ab eu f, disertore
am n istiato, im p iegato d el­
le gab elle.

1762 Jean-Jacques R ousseau:


Emile, Le Contrat social.

1776 F allim en to d e l m in istero


riform atore d i T urgot.

1777 F .N . B abeuf, apprendista


feu d ista p resso il signore
d e B racquem ont.

1779 A p p arizion e d e lle assem ­ F .N . B ab eu f, can celliere d i


b le e p rovin ciali n el Berry C om unità rurale a F lixe-
e in G uienna. court.

1781 F a llim en to d e l m in istero


N eck er.

1782 13 novembre: Matrimonio»


d i F .N . B ab eu f e d i A nne-
V icto ire L an glet, e x cam e­
riera p resso il signore de
B racquem ont.

284
1783 M in istero C alonne.

1785 10 agosto: B ab eu f, già ap­


prezzato co m e feu d ista fin
dal 1 7 8 1 , affitta a R oye,
p er 120 lire a ll’anno, una
casa in cu i terrà il su o ga­
b in e tto d i stu d i fino al
1788.
Novembre: B ab eu f entra
in c o n ta tto con D u b o is de
F osseu x, segretario d ella
A ccadem ia d i Arras.
In iz io d e lla corrisp on d en ­
za d i B ab eu f con l ’A cca­
dem ia.

1786 Agosto: P ro g etto d i rifor­ M in u ta su i « p od eri c o lle t­


m a d e llo Stato da parte tiv i ».
d i C alonne. R ed azion e e p u b b licazion e
di parecchi o p u sc o li e m e­
m orie d i ord in e tecn ico e
agrario.

1787 R iu n io n e e rin vio d e ll’A s­ P rogetto d i u n « catasto


sem blea d ei n otab ili. p erp etu o » d ed icato ai n o ­
tabili.
V ia g g io a P arigi, incontro
con A u d iffred , geom etra e
m atem atico.
Luglio: B ab eu f si pronun­
cia in favore d e ll’u top ia
com u n ista <\e\YAvant-co_u-
reur du changement du
m onte entier.

1788 8 agosto: C on vocazion e 24 aprile: F in e d e lla corri­


d eg li Stati generali. spond en za d i B ab eu f con
l ’A ccadem ia d i Arras.
2 7 dicembre: V ie n e rad­
dop p iata la rappresentan­
za d e l T erzo Stato.

285
1789 R iu n io n e d e g li S tati g e­ R ed azion e d e l « d iscorso
nerali. prelim inare » d e l Cadastre
In su rrezion e parigina d el perpétuel(P).
1 4 lu glio. 17 luglio: B ab eu f a P a­
Agosto: La « grande p au ­ rigi.
ra » in p rovincia. C om parsa del Cadastre
G iorn ate d e l 5 e 6 o ttob re perpétuel.
a V ersailles. B ab eu f corrisp on d en te a
L ondra d e l Courrier de
l ’Europe.
R itorn o d i B ab eu f a R oye
agli in izi d i ottob re.
L ettera aperta d i B abeuf
con tro le im p o ste dell’an-
cien regime ed i d ir itti si­
gn orili su p erstiti.

1790 15 marzo: O b b lig o d el O tto c e n to com u n i picardi


riscatto dei d ir itti si­ ed artesian i firm ano la p e­
gn orili. tizio n e d i B ab eu f con tro
A prile: A P arigi, fon d a­ le im p o ste in d irette d el-
zio n e d e l c lu b d e i C or­ Vancien régime.
d iglieri.
14 maggio: M essa in v e n ­ Maggio: B ab eu f arrestato
d ita d e i b en i d e l clero. per la sua azion e in P i-
cardia. D ife sa d i B ab eu f.

L iberazione d i B ab eu f gra­
zie a ll’ap p oggio d ei n o b ili
liberali e d i M arat.
Luglio: Journal de la Con-
fédération (n u m ero d e l 3
lu glio).
R itorn o a R oye.

1791 20-21 giugno 1791: Fuga 1790-1791: Le Correspon-


d e l re a V aren n es. dant picard ch ez D e v in à
N o y o n , 4 0 nu m eri in -8°.
17 luglio: Sparatoria al B ab eu f a N o y o n in voca
C am po d i M arte. la R ep u b b lica

286
2 7 agosto-. A u m en to d el D a l m aggio 1 7 9 1 , B ab eu f
cen so elettorale. d irige i m o v im en ti d i m as­
14 settembre: L u igi X V I sa co n tro i dazi in tern i, i
giura d i d ifen d ere la C o­ d ir itti signorili le p retese
stitu zio n e. signorili.
B ab eu f riven d ica la d em o ­
crazia p olitica.

1792 feb b ra io : S om m osse per


il pan e a N o y o n e in altri
d ip artim en ti.
20 giugno: M an ifestazio­
n e alle T u ileries.
11 luglio: « La P atria in
p e r ic o lo ».
10 agosto: C aduta della
m onarchia.
20 agosto: La guerra.
25 agosto: A b o lizio n e d e i B ab eu f si dichiara fau tore
d iritti feu d ali. della « L egge agraria ».

M assacri d i settem b re. 17 settembre: B ab eu f e le t­


to am m inistratore d e l d i­
p artim en to d e lla S om m e.

20 settembre: La C on ­ B abeuf d en u n cia il p roget­


ven zio n e. to d i trad im en to d eg li ari­
stocratici d i P éron n e.

1793 21 gennaio: M orte di B ab eu f si rallegra d ella


L u ig i C apeto. m orte d e ll’e x re.

30 gennaio: L ’affare d e l
« falso ». B ab eu f, d e sti­
tu ito d alle su e fu n zio n i,
si rifugia a P arigi.
È im p iegato n e ll’am m in i­
strazione d e lle su ssisten ze.

4 maggio: P rim o maxi­ 7 maggio: L ettera a Chiau-


mum d e i prezzi. m e tte co n tro il d ir itto d i
proprietà; su o parere s u l

287
p rogetto robéspierrista di
C ostitu zion e.

D iv erse le ttere d i B abeuf


per giustificarsi e far va­
lere l ’audacia d e lle sue
id e e sociali (a R aisson,
a S. M aréchal).
2 giugno: C aduta d e i G i­
rondini.
25 giugno: D isco rso d i B ab eu f in relazion e con
R ob esp ierre co n tro le ri­ V arlet, S ylvain M aréchal,
ven d icazion i p opolari. M en essier e altri cap i d e l­
la san eu lotteria parigina.
13 luglio: A ssa ssin io d i
M arat.
2 7 luglio : C om itato d i sa­
lu te p u b b lica robespier-
ttista.
4-5 settem bre: G iorn ate
p op olari dei san cu lotti
parigini.
29 settembre: Il maxi­
mum generale.

1794 4 marzo: I C ord iglieri si


d ich iaran o in in su rrezion e.
24 marzo : « I l dram m a « E p u razion e » d e i sancu­
d i G erm in ale »; rottura lo tti im p iegati n e lle am m i­
d e l govern o rivolu zion a­ n istrazion i. B ab eu f n e è
rio e d e l m ov/im ento vittim a.
sa n cu lo tto .
5 aprile: E secu zio n e d ei B abeuf, p rigion iero, è tra­
n u o v i m od erati (D a n to n ). sferito a L aon.
8 giugno: F esta d e ll’E s­
sere suprem o.
28 luglio - 9 termidoro: 18 luglio: B ab eu f esc e d i
C aduta d e l C om itato d i prigion e; B ab eu f term id o­
salu te p u b b lica robespier- riano.
rista.

288
O ttobre: A ccelerazion e R ed ig e o p u sc o li antigiaco­
d e lla crisi econ om ica; b in i (Les Jacobins Jannot;
c r o llo d e l valore d e ll’as- le système d e dépopula-
segnato. tion, ou les crimes de
Carrier).
Dal 3 settembre al 1° otto­
bre: P u b b licazion e d e l
Journal de la libertà de la
presse (2 2 n um eri d i Car-
m illo in d i di G racchus Ba-
b eu f) d e lla stam peria d i
G u ffroy.
Dal 3 ottobre al 24 aprile
1796: 2 0 n um eri d e l Tri-
bun du peuple ou le de-
fenseur des droits de
l ’homme d i G racchus Ba-
b eu f.
24 ottobre: B ab eu f al
C lub elettorale.
B ab eu f in carcere: p u b b li­
ca zio n e d e l su o o p u sco lo
an tigiacob in o L e système
de dépopulation, ou les
crimes d e Carrier.
19 novem bre: C hiusura
d e l clu b d e i G ia co b in i.
23 novembre - 16 dicem­
bre: P rocesso ed esecu zio ­
n e d i Carrier d e N a n te s.
18 dicembre: B ab eu f, u sci­
to d i p rigion e, attacca v io ­
le n te m e n te i term idoriani
d i d estra e la m aggioranza
della C on ven zion e: au to­
critica d i B abeuf.
24 dicembre : A b o lizio n e
d e l maximum d ei prezzi
c h e n on v en iv a p iu risp et­
tato da tre m esi.

289
1795 7 febbraio: B ab eu f è n u o ­
vam en te arrestato co n al­
tri m ilita n ti sarjculotti per
la sua propaganda insurre­
zion ale. In p rigion e, con ­
trib u isce alla preparazione
d u n a « G iorn ata p op ola­
re ». In con tra B uonarroti
(? ).
15 marzo: È trasferito ad
Arras.
1 aprile : G iorn ata insur­
rezionale del 12 germ i­
nale.
20 maggio : G iorn ata d el
1° p ratile.
20-23 maggio: D isarm o d ei L ettere d i B ab eu f a Char­
faubourgs. les G erm ain, ai patrioti
d el N o rd e d e l Pas-de-Ca-
lais.
C ondanna d ella C o stitu zio ­
n e d e ll’anno I I I (estate
1 7 9 5 ).
15 settembre: B ab eu f è ri­
co n d o tto a P arigi.
5 ottobre: G iorn ata reali­
sta d e l 13 v en d em m iaio
(« i p atrioti d e l 1 7 8 9 »
lib erati dalla C o n v en zio ­
n e).
18 ottobre: B ab eu f am ni­
stiato. R ip ren d e la p u b b li­
cazione d e l Tributi (n . 34
piu u n prospectus).
26 ottobre: A v v e n to d e l
D iretto rio .
Novembre: I l C lub d e l
P an th éon (2 .0 0 0 aderenti
il 6 dicem bre).

290
P u b b lica il Manifeste des
plébéiens (n . 3 5 ).
F orm azione d e l C om itato
segreto d e tto « C om itato
A m ar ». Suo fa llim en to .
Dicembre : B ab eu f co stret­
to alla clan d estin ità per
sottrarsi alle azioni g iu d i­
ziarie in ten ta te con tro d i
lui.

1796 24 febbraio: L ettu ra da­


van ti ai p a n th eo n isti, da
parte d i D a rth é, d e l n . 4 0
d e l Tribun du peuple.
C hiusura d e l clu b a opera
d i B onaparte su ord in e
d e l D iretto rio .

24 febbraio: P u b b licazion e
d i L ’Eclaireur du peuple
ou le défenseur de vingt-
quatre millions d ’oppri-
més, d i S. L alande, sold a­
to d ella patria (p u b b lica­
zio n e d isco n tin u a fin o al
2 7 aprile so tto la d irezio n e
d i B abeuf).

30 marzo (10 germina­ Marzo: In d irizzo d e l Trt-


le): Istitu z io n e d e l « D i ­ bun du peuple a ll’esercito
rettorio segreto ese c u tiv o deH’in tern o.
d i salute p u b b lica ».
16 e 71 aprile (27-28 ger­ Metà aprile : D a l n. 4 0 al
minale): L egge m arziale 4 3 d e l Tribun du peuple.
e leg g e con tro la libertà
d i stam pa.
21 floreale dell’anno IV
(10 maggio 1796): A rre­
sto d i B ab eu f, Buonarro-

291
ti, D a rth é su d en u n cia d el­
l ’agen te m ilitare G risel.
N essu n m o to p op olare im-
m ed iato per d ifen d erli.
Agosto 1796: T rasferim en­
to d eg li accusati a V e n d e ­
rne o v e è con vocata l ’A lta
C orte.

1797 20 febbraio - 2 7 maggio


1797: P rocesso d i V en d ò-
m e.
Maggio: U ltim a lettera d i
B abeuf alla m o g lie ed ai
figli. L ettera a L ep eletier.
27 maggio: B ab eu f con ­
d annato a m orte con D ar­
th é si pugnala; v ie n e p or­
tato al p atib olo.

1828 B ruxelles: P u b b licazion e


d el lib ro d i Buonarroti.
Conspiration pour l’Egali-
té dite de Babeuf.

292
Indice dei nomi
A d v ie lle V ictor, 13, 1 4, 18, 64 B od son J osep h , 3 4 , 3 6 , 4 4 , 2 5 0 ,
n ., 6 5 , 8 6 n ., 97 n ., 2 2 5 n ., 251, 257.
2 5 0 n ., 2 7 5 n. B oissy d ’A n glas Frangois-An-
A g id e d i Sparta, 18 7 , 2 3 1 . to in e, 147 n .
A m ar Jean-Pierre, 53. B onaparte N a p o le o n e , 4 3 , 197
A n to n e lle P ierre-A n toin e d ’, 4 2 , n „ 2 7 3 n ., 2 7 5 n .
43, 46, 54, 257. Bonneviille N ic o la s d e , 180 n .,
A n to n io M arco, 187. 185 n.
A r to is Carlo F ilip p o d i B orb on e B o u illé F rancois C laude A m our
c o n te d i, 117. d e , 157 n.
A u d iffred , 1 7, 77 n ., 7 8 n , 1 0 1 , B ouis R ., 2 7 3 n.
102 n , 129. B ourdon d e l ’O ise Frangois-
A ulard A lp h o n se, 191 n. L o u is, 3 3 , 189.
B ourgin G eo rg e s, 122 n .
B racquem ont signora d i, 10.
B racquem ont sign ore d i, 10.
B ab eu f C aio, 2 7 8 .
B ru to M arco G iu n io , 1 8 7 , 19 3 .
B ab eu f C am ille, 2 7 8 .
B uonarroti F ilip p o M ich ele, 3 6 ,
B ab eu f C laude, 9.
38, 39, 4 1 , 4 7 , 50, 53, 54,
B ab eu f R ob ert E m ile , 7 0 n .,
5 6 , 160 n „ 2 1 8 n ., 2 1 9 n .,
272, 273, 278.
2 3 4 n ., 2 5 4 n ., 2 5 7 , 2 7 3 n .,
B ab eu f S op h ie, 7 0 n ., 7 3 n ., 9 5 .
2 7 7 n.
B ailly Jean S ylvain, 119 n..
Baralère Y ., 197.
Barras P au l - Francois - Jean - C abet É tie n n e , 2 1 0 .
N ico la s, 4 4 , 229, 2 5 8 -2 6 0 , C alon n e C harles - A lexan d re, 63.
2 6 7 n. C am illo M arco F u rio, 188.
B au d ou in , 2 7 8 . C arnot N ic o la s - M argu erite, 5 7 ,
B lan q u i L ou is - A u g u ste, 5 6 . 2 5 4 , 2 5 7 , 2 6 4 , 2 6 8 n ., 2 7 1 .
B loch M arc, 8. Carrier Jean -B ap tiste, 3 5 , 1 9 9 n.

295
C aton e M arco P orcio, l ’U ticen se, D om m an get M aurice, 19, 72 n .,
58. 8 0 n ., 85 n „ 87 n ., 118 n .,
C esare C aio G iu lio , 187 n . 143 n ., 1 5 0 n ., 167 n ., 192 n,.,
C h au m ette Pierre-G aspard, 2 7 , 2 1 0 n ., 2 2 5 n ., 2 4 2 n ., 2 5 0
2 9 , 16 7 , 1 7 1 , 1 7 2 , 1 86, 2 5 1 . n ., 2 7 3 n ., 2 7 9 n.
C h rétien , 4 2 . D racon e, 2 6 5 .
C iceron e M arco T u llio , 193. D r o u e t Jean-B aptiste, 5 7 , 2 6 4 .
C leom en e d i Sparta, 2 3 1 . D u clo s J ., 2 3 8 n.
C lo o ts Jean-B aptiste d u V al-de- D u ssa u lt F rangois-Joseph, 194.
G vàce, 1 8 6 , 187 n .
C ob b R ., 184 n .
C ochon d e Lapparent C harles, E pernay c o n te d i, 119.
2 6 8 n. E sm angart, 6 3 n.
C o llig n o n , 81.
G indorcet M arie-Jean-A ntoine
N ich o la s d e C aritat, 1 9 , 1 1 0 n. F aucher, 1 8 0 n.
C ou p é d e l ’O ise Jacques-M ichel, F ed erico I I d i P russia, 8 2 n .
2 0 , 2 5 , 2 8 , 3 2 , 150 n „ 15 9 , F igu et C laude, 3 6 .
160 n ., 161 n „ 162. F o sseu x D u b o is d e , 1 3 -1 7 , 6 3 ,
C ou sin , 1 1 2 , 11 3 . 6 4 n,., 6 5 , 6 6 n ., 6 7 , 7 0 , 7 3
C roissy d ’E ta lo n , 2 8 . n ., 7 4 , 7 6 , 7 7 , 7 9 , 8 0 n ., 8 1 ,
8 2 , 8 9 , 9 2 , 9 3 n ., 97.
F ou ch é J o sep h , 3 2 , 4 4 , 2 2 9 , 2 3 6 .
F ourcroy d e G u ille r v ille Jean-
D a lin V .M ., 1 4 , 1 6 , 2 1 , 2 2 , 2 8 ,
L ou is, 9 4 .
6 5 n ., 8 9 n.-91 n ., 9 3 n ., 97
F ourier Frangois-M arie-C harles,
n ., I l i n ., 117 n ., 125 n .,
210 .
135 n ., 1 8 6 n.
Fréron L ouis-M arie-Stanislas, 3 3 ,
D a n to n G eorges-Jacq u es, 2 4 ,
3 4 , 185 n ., 189, 191, 19 2 ,
3 2 , 161 n ., 1 8 9 n .
260.
D arth é A ugustàn, 5 3 , 5 4 , 5 7 , 58.
F yon, 2 5 4 .
D au try Jean, 5 1 , 91 n ., 2 1 8 n.
D ebon, 54.
D e m a illo t È v e, 4 2 .
D esm o u lin s C am ille, 1 8 6 , 189 n. G arin , 2 7 .
D e v io , 129. G erm ain C harles, 3 9 , 4 7 , 5 1 ,
D e v in , figlio, 1 2 9 n. 5 4 , 2 0 9 , 2 1 0 , 2 2 4 n ., 2 2 8 ,
D id e r o t D e n is, 2 0 , 9 0 n ., 163 254.
n ., 2 3 5 . G irey-D u p ré Joseph-M arie, 196.
D id ie r , 54. G o d ech o t J ., 2 2 5 n.
D o liv ie r P ierre, 2 6. G orsas A n ta in e-J o sep h , 196.

296
G racco C aio S em p ron io, 5 8 , L egrand R ., 124 tv , 151 n.
188. L egray F rancois, 1 9 1 , 192.
G racco T ib erio S em p ron io, 18 8 . L eleu , fra telli, 1 2 0 n.
Grégcdre H e n r i, 1 25, 12 6 . L en in V la d im ir Ilic , 5 6 .
G risel G eorges, 5 4 , 5 7 , 2 5 4 . L ep eletier F é lix , 4 6 , 3 4 , 1 9 3 ,
G u ffroy, 3 3 , 3 4 , 19 2 . 2 5 7 , 2 7 2 , 2 7 3 n ., 2 7 5 .
L ep eletier d e Sain t Fargeau
L ou is-M ich el, 2 7 5 n.
H é b e r t Jacques-R ené, 3 4 , 2 5 1 . L essart signor d e , 8 0 .
H e lv é tiu s C laude-A drien, 2 0. L icurgo, 1 6 9 , 2 3 4 .
1 1 0 n ., 187 n. L in d et Jean - R ap tiste - R ob ert,
H é s in e P .N ., 5 8 , 2 7 3 n. 264.
H o lb a ch P au l - H en ri - D ietrich . L onguecam p sig n o te d i, 2 4 , 2 6 ,
6 8 n. 131 n.
L ou stalot E ly sé e , 4 1 , 111.
L u igi X IV , 2 4 6 .
Jaurès Jean, 1 5 6 n. L u igi X V , 2 4 6 .
J o lliv e t J.-B .-M ., 197 n. L u igi X V I, 2 4 , 1 1 9 n ., 1 9 3 , 2 2 6 ,
Jo ly sign ore d e , 1 1 8 n ., 11 9 . 245, 246, 256.
Ju stin E ., 7 4 n. L u igi X V I I I , 2 6 0 .

M ab ly G ab riel B o n n o t d e , 1 8,
La R ochefou oau ld - L iancourt 2 0 , 8 4 n ., 103 n ., 1 1 0 n ., 1 6 0 ,
F rancois - A lexan d re - F rédéric 186.
d e , 12. M ach iavelli N ic c o lò , 179.
La F ayette M anie-Joseph, 116 n ., M agnjer B rutus, 3 6.
117 n ., 121 n ., 135 n ., 1 3 6 n ., M aillard Stanislas-M arie, 115.
1 3 7 , 13 8 , 2 4 5 . M althus T h om as R ob ert, 2 1 9 n.
L a T o u r sign ore d e , 2 1 . M arat A lb ertin e, 1 9 1 , 19 2 .
L abrousse E rn est, 4 8. M arat Jean-P aul, 2 0 , 2 2 -2 4 , 2 7 ,
L aign elot, 2 6 4 . 3 2 , 4 1 , 111 n ., 113 n „ 115 n .,
Las V ergnas, 9 3 n ., 128 n . 1 1 8 -1 2 0 , 121 n „ 135 n „ 1 3 6 ,
Lauraguais c o n te d i, 1 3 4 , 135 n. 137 n ., 138 n ., 1 4 1 , 145 n .,
L eb ois R .-J., 185 n ., 2 6 4 n ., 2 7 8 . 146 n ., 18 0 , 1 8 1 , 1 8 5 , 193
L etercle J--L., 7 0 n ., 8 6 n ., n„ 205.
146 n. M aréchal S ylv a in , 2 7 , 4 7 , 5 4 ,
L ecoq G ., 191 n. 180 n ., 185 n „ 2 3 4 , 2 5 7 , 2 6 2
L efeb vre G eorges, 112 n ., 154 n.
n ., 2 5 0 n . M arx K arl, 5 1 , 5 6 , 5 9 , 171 n .
L egendre L o u is, 2 5 8 -2 6 0 . M assey, 2 5 4 .

297
M assin Jean, 119 n ., 121 n ., R ou sseau Jean-Jacques, 18-20,
138 n ., 1 4 6 n ., 1 8 6 n . 5 2 , 6 8 , 6 9 , 7 0 n ., 71 n ., 7 3 ,
M ath iez A lb ert, 3 2 , 4 5 , 4 6 , 167 7 6 n ., 8 4 n ., 8 6 , 91 n ., 9 5 ,
n ., 170 n ., 193 n . 103 n ., 110 n ., 115 n ., 123 n .,
M auzi R ob ert, 6 8 n. 125 n ., 1 4 6 n ., 1 8 9 n ., 195
M ayer, signora, 1 3 3 , 134. n ., 2 3 5 .
M azauric C ., 2 3 5 n ., 2 5 8 n . R ude G eorge, 112 n.
M ercier S éb astien , 115 n. R u tled ge Jean, 9 2 , 9 3 n ., 12 8 ,
M om oro A ntoine-Frangods, 2 6 . 129 n ., 131 n ., 134 n ., 135
M on essier, 2 7. n ., 136.
M orelly, 17, 2 0 , 4 9 , 154 n .,
2 1 4 n ., 2 1 8 n ., 2 3 5 n.
Saint-Just L ou is-A n toin e-L ion ,
N a u to n , ab ate, 9 8 n. 9, 236, 251, 252.
N eck er Jacques, 119 n .-121 n ., Saint-Sim on C lau d e H e n r i d e
128 n. R ou vroy, 8 7 n.
N o y o n D e v in d e , 22. Shakespeare W illia m , 1 2 8 n .
S ieyès E m an u el-Josep h , 145 n .,
147 n.
P é tio n d e V ille n e u v e Jéróm e, S ob ou l A lb ert, 3 4 , 4 5 , 115 n .,
153. 140 n ., 143 n ., 163 n ., 165
P ilé , 54. n. - 1 6 7 n ., 178 n ., 2 3 6 n.
P ito u A n ge, 185 n. S oyecourt m archese d i, 8 9 n,.
P itt W illia m , 2 6 7 . Sun Y at-sen , 2 2 1 n .
P lu tarco, 5 5 , 5 8 , 187 n . Surrateau J., 2 7 1 .
P rou st J., 9 0 n.
P rud h om m e L ouis-M arie, 167 n.
P u b lico la P u b lio V alerio, 186. Talleyrand - P érigord C harles -
M aurice d e , 149.
R éal Pierre-Frangois, 5 8 , 2 4 5 . T a llien Jean L am bert, 3 3 , 44,
R einhard M arcel, 13, 63 n ., 67 2 3 6 , 2 5 8 -2 6 0 , 2 6 7 n.
n. T arle E. V ., 2 0 2 n.
R ob esp ierre M axim ilien - Fran­ T o n n esso n K are, 1 8 2 n ., 183 n .,
cois - Isid ore d e , 9 , 10, 2 3 , 190 n ., 191 n ., 2 0 3 n .
29, 32, 33, 35, 36, 44, 55, T ou rn on A lexan d re, 6 8 .
6 3 n ., 145 n ., 1 5 3 , 161 n ., Trahard P ierre, 1 2 9 n.
168 n ., 16 9 , 1 7 1 , 1 7 7 , 18 1 , T ulard Jean , 2 5 4 n .
186 n ., 187 n ., 1 9 3 , 199 n ., T urgot A n n e - R ob ert - Jacques,
2 3 5 , 2 5 1 , 2 5 2 , 2 5 8 n. 91 n.
R o ssig n o l Jean -A n toin e, 2 3 4 n. T y o t, 7 8 n.

298
V ad ier M arc-G u illau m e-A lexis, V o lta ir e , 8 6 n ., 1 2 8 n .
41. V o v e lle M ich el, 113 n ., 119 n.
V an eck , 2 5 4 .
V arlet Jean, 3 4 , 39.
W a llo n H e n r i, 7 0 n>
V auban S ébastian L e P restre,
18.
V o lg in V .P ., 2 3 5 n. Zo'ilus, 196.

299
Finito di stampare nell’aprile 1977
dallo Stab. Tip. « Grafica » di Salvi & C. - Perugia
per conto degli Editori Riuniti
Via Serchio 9/11 - 00198 Roma
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LE IDEE
EDITORI RIUNITI
I l p e n s ie r o e l ’a z io n e d i F r a n g o is -N o é l, so p r a n n o ­
m in a to s i G r a c c h u s , B a b e u f v a n n o se m p r e p iù s u s c ita n ­
d o l ’in te r e s s e d e g li sto r ic i e d e i le t to r i. N o n p a ssa a n n o
sen za c h e a p p a ia n o n e i v a r i p a e s i n o tiz ie o v o lu m in o s i
s tu d i su B a b e u f e i b a b u v is ti. L ’a tte n z io n e o g g i r iv o lta
al p iù e ffic a c e a ss e r to r e d e l c o m u n iS m o u to p is tic o , al
c a p o d e lla C o n g iu r a d e g li E g u a li, — i l p r im o e s p e r i­
m e n t o d i p a r tito r iv o lu z io n a r io o r g a n iz z a to , — è u n
n a tu r a le p o r ta to d e ll’a ffe r m a r si n e l m o n d o c o n te m ­
p o r a n e o d e l so c ia lis m o s c ie n tif ic o , il q u a le r ia b ilita in
sé a n c h e le u topie c h e lo h a n n o p r e c o r so e in s ie m e
sa d a re d i lo r o u n a im m a g in e c r itic a c h e n e fissa
la g r a n d e z z a e i lim iti.

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