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BERGSON

IL CONCRETO
di Enrico Redaelli

Bergson il concreto in Alias, anno XI n. 6 – Il manifesto, 9 febbraio 2008 (recensione del libro: H.
Bergson, Storia della memoria e storia della metafisica, Edizioni Ets, 2008)

Se dicessimo a neurofisiologi e psicologi che le loro teorie cognitive provengono


da una certa concezione di Dio, certo balzerebbero tutti sulla sedia. Se poi
aggiungessimo che il loro modo di pensare il rapporto tra mente e corpo (e le
annesse questioni della percezione e della memoria) deriva niente meno che dalla
teologia aristotelica, penserebbero che siamo in vena di scherzare. Eppure è
proprio questo che il filosofo Henri Bergson mostra puntigliosamente, passo dopo
passo, in un corso di lezioni tenute al Collège de France nel 1904. Dopo oltre un
secolo, quelle lezioni, pubblicate ora in Italia col titolo Storia della memoria e
storia della metafisica (ETS, pp. 148, € 15) a cura di Rocco Ronchi e Federico
Leoni, risultano straordinariamente attuali: ciò che il pensatore parigino vi mette
in luce si attaglia perfettamente anche alle odierne scienze cognitive e alle più
recenti teorie sul funzionamento della memoria. A dimostrazione che ancora oggi
la scienza parla inconsapevolmente il linguaggio della metafisica: non quando è
concretamente all’opera (in quei momenti «fa» e tace) ma quando discetta sui
propri risultati. Nello spiegare i propri esperimenti e le proprie operazioni, nel
portarli al linguaggio, tanto il neurofisiologo quanto lo psicologo non possono
infatti evitare di fare ricorso a nozioni («mente», «corpo», «memoria»,
«percezione», ecc.) che entrambi ereditano da una bimillenaria storia del pensiero
e che con essa sono inevitabilmente compromesse. Non solo nozioni, ma un vero
e proprio sistema di idee e di relazioni che provengono per lo più dalla metafisica
platonico-aristotelica, base di tutta la concettualità occidentale, e che, stratificatesi
nel tempo fino a divenire senso comune, vengono assunte come ovvie e mai
messe in questione, restando quali presupposti inindagati al fondo del discorso
scientifico. Nel 1904 come nel 2008.
Cosa spinge Bergson a smontare questa rete concettuale e a tracciarne una
genealogia, che dalle teorie moderne sulla memoria risale fino al pensiero greco?
La stessa esigenza che lo mosse sin dai suoi primi studi, con i quali ottenne il
dottorato in filosofia alla Sorbona nel 1889: fare luce su alcuni concetti base
impiegati nelle teorie scientifiche. A lungo (e a torto) rappresentato nella vulgata
come filosofo «spiritualista» e anti-scientista, Bergson era invece assai incline alle
scienze e mostrò inizialmente grande interesse per l’evoluzionismo di Spencer, cui
intendeva però dare più solide basi scientifico-matematiche e un’adeguata
fondazione teorica. Come ha infatti ben mostrato un recente saggio di Gianluigi
Fasolo, Tempo e durata (Albo Versorio 2005), la sua ricerca non è affatto partita
dalla psicologia, ma da una problematica eminentemente fisica ed epistemologica:
indagare e portare a un chiarimento sostanziale la nozione di tempo adottata dalla
scienza meccanica.
Lungo questa via il giovane filosofo dovette presto accorgersi che positivismo ed
evoluzionismo non mantenevano la promessa di fedeltà all’esperienza concreta,
rivestita invece con nozioni intellettualistiche e astratte. È appunto il caso del
«tempo» e del «movimento», rappresentati dal sapere scientifico-matematico per
mezzo di una traiettoria di spazio immobile (il tempo aristotelicamente inteso
come successione di punti-istanti): una convenzione semplificatoria, sostiene
Bergson nel Saggio sui dati immediati della coscienza, che pietrifica ogni
processo in atto e lo guarda a posteriori, quando è ormai giunto a compimento e
non è più né «processo» né «movimento». Di contro a un tale modo di intendere il
tempo e il movimento, egli elaborò il noto concetto di «durata», cardine di tutto il
suo pensiero, come atto diveniente non divisibile in punti omogenei, continuum
che in ogni momento riconfigura il proprio insieme. Ed è a partire dalla durata
così intesa che si propose di comprendere quei processi dinamici (la vita, il
movimento, il cambiamento) che l’evoluzionismo spenceriano imbrigliava invece
in schemi astratti. Se dunque, con il Saggio del 1889 egli si allontanò dal punto di
vista matematico e meccanicistico fu perché le nozioni in esso implicate
nascondevano paradossi inavvertiti precomprensioni inindagate. Fu cioè per
un’esigenza di radicalità razionale: non lasciarsi abbagliare dai presupposto insiti
nei concetti in uso e restare aderente all’esperienza.
Proprio questa sua aderenza all’immediato e al vissuto fu per molto tempo
misconosciuta tanto dai filosofi empiristi che liquidarono il pensiero bergsoniano
come irrazionalista quanto successivamente dalla nuova filosofia francese
d’ispirazione fenomenologico-esistenziale, che lo lesse come un tentativo
fallimentare di raggiungere il concreto tramite un’animazione artificiosa della
concettualità tradizionale. Il vissuto che Bergson crede di recuperare, contro ogni
astrazione intellettualistica, altro non sarebbe che il caro vecchio ‘astratto’ sotto
false spoglie: con questa sentenza, a partire dagli anni Trenta, la posterità francese
di Husserl, da Sartre a Merleau-Ponty, seppelliva ogni interesse per l’autore di
Materia e memoria. Proprio questo saggio bergsoniano del 1896 nascondeva
invece potenzialità teoretiche inesplorate, come ha mostrato Deleuze, che proprio
di lì è partito per un’originale rilettura del Bergsonismo (1966), e più
recentemente Rocco Ronchi che, in Bergson filosofo dell’interpretazione (Marietti
1990), ne indaga la fecondità ermenutico-pragmatica sottraendolo alle affrettate
critiche della fenomenologia francese.
Ma, a testimoniare l’attualità del pensiero di Bergson, nonché la sua radicalità
teoretica, basterebbero da sole queste cinque lezioni sulla storia della memoria
appena edite in Italia. Qui il filosofo parigino mostra di essere perfettamente
consapevole che non da sempre esistono «la psiche» e «la memoria». Questi sono
infatti oggetti di una pratica di sapere, direbbe Foucault, e, come tali, variano al
variare di quella pratica (la «psiche» di cui parla Aristotele non è più quella di cui
parla Omero e non è ancora quella di cui parla lo psicologo odierno). Stupisce, in
queste lezioni, proprio lo stile, quasi «foucaultiano», con cui Bergson rinviene la
catena di tali variazioni, tracciando un’«archeologia del sapere» che mette in luce
l’origine metafisica della teoria psico-fisiologica della memoria. Una teoria che
nasce non da osservazioni sperimentali, ma, come egli illustra qui in dettaglio, da
presupposti concettuali scambiati per dati di fatto, quali l’esistenza di «stati di
coscienza» stabili e a sé stanti e la presunta corrispondenza tra un ricordo e un
determinato stato cerebrale (parallelismo psico-fisiologico). Presupposti che
questo libro decostruisce mostrandone la dipendenza dal pensiero greco e
rintracciandone il fondamento nella noesis noeseos, ovvero nel modo in cui
Aristotele ha pensato Dio.
Sono pagine di una precisione e di una chiarezza esemplari: se il linguaggio e lo
stile di Bergson sono sempre stati particolarmente efficaci, tanto da fargli vincere
il Nobel per la letteratura nel 1927, anche questo corso di lezioni universitarie non
è da meno. Lo si legge agilmente e con piacere: la traduzione italiana di Federico
Leoni, come già l’edizione francese, ha mantenuto le peculiarità del «parlato» di
Bergson, di un’accessibilità e comprensibilità immediate.
Sono pagine, infine, di grande radicalità filosofica, con cui Bergson mostra di
essere sempre stato fedele al proprio imperativo: essere «più razionale» della
stessa razionalità scientifica, la quale - nella misura in cui non fa questione dei
propri presupposti, linguistici e non - mostra invero di essere alquanto irrazionale
(come suggeriva il «razionalissimo» Husserl in un libro intitolato, non a caso, La
crisi delle scienze europee).