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Come i personaggi delle fiabe vittime di un incantesimo, così anche l’umanità è

immersa in un sonno inconsapevole, che dura da millenni. La maggior parte


degli esseri umani dorme pensando di essere sveglia e vive quindi in una
condizione del tutto simile a quella degli schiavi. Vi state chiedendo se siete
addormentati anche voi? È un buon inizio verso il risveglio della
consapevolezza!
L’essere umano, vero e proprio co-creatore dell’universo, vive ignorando il
potere che esercita quotidianamente sugli eventi della propria esistenza, perché è
stato educato a un ruolo passivo e rassegnato, al fine di mantenere l’umanità in
uno stato di confusione.
Che ci si creda o meno, che lo si voglia o no, le nostre parole, i nostri pensieri,
creano davvero la realtà in cui viviamo.
Tutto ciò che è fuori di noi, l’abbiamo già creato dentro di noi: siamo totalmente
responsabili del nostro mondo e non dobbiamo lamentarci o incolpare il destino
per ciò che ci accade. È tutto nelle nostre mani… o meglio, nella nostra mente.
«Avrah Ka Dabra»: creo quel che dico!
Ecco la vera magia, ecco il vero potere creativo che ognuno di noi deve riportare
alla luce dalle nebbie dell’inconscio. Quando l’uomo usa la mente con
padronanza e creatività può manifestare la sua grandezza, quando è la mente a
usarlo, la sua condizione diventa patologica.
Questo libro di risveglio dell’Anima, con il supporto di efficaci tecniche e
strumenti, vi aiuterà a compiere quel cammino di elevazione verso il pieno
«ricordo di Sé», verso la vostra essenza divina di creatori del mondo.
Dario CANIL è nato a Basilea. Psicologo, si dedica allo studio dell’energia,
della Coscienza e del potenziale evolutivo. Appassionato di misticismo,
sciamanismo tolteco e Huna, dal 1997 è Reiki Master e ha fondato il Centro
Olistico Tolteca. Si è formato con Frank Arjava Petter, Walter Lübeck, William
Lee Rand, Howard Lee e Serge Kahili King. Appassionato di arti marziali ha
conseguito la Cintura Nera I Dan di Karate nel 1990 e di Viet Vo Dao (con il
Maestro Bao Lan) nel 2012. Nutre profondo rispetto e simpatia per Eckhart Tolle
e si ispira ai suoi insegnamenti. Per L’Età dell’Acquario ha pubblicato:
Risognare la Realtà (2014) e L’Anima del Reiki (2015).
Felici di crescere
Immagine di copertina: © Andrea Osella
Immagine a p. 128: © Dario Canil

© 2015 Edizioni L’Età dell’Acquario


Edizioni L’Età dell’Acquario è un marchio di Lindau s.r.l.

Lindau s.r.l.
corso Re Umberto 37 - 10128 Torino

Prima edizione: settembre 2015


ISBN 978-88-7136-715-6
Dario Canil

AVRAH KA DABRA CREO QUEL


CHE DICO
Vivere una vita felice risvegliandosi al Momento Presente
M: Ciao… mi sento sola.
C: Ci sono io qui giù.
M: Ci conosciamo?
C: Conosco te ma tu ancora non conosci me!
M: Davvero? Com’è possibile? Non ci credo!
C: Mi dispiace, io invece credo.
M: Posso avvicinarmi?
C: Sì.
M: C’è troppo caldo, mi brucio. La mia natura è fredda, ho paura di sciogliermi.
C: Non temere, vieni vicino.
M: Eccomi. Come ti chiami?
C: Non mi chiamo, sono gli altri a definirmi: la maggioranza mi chiama «Cuore». Sono una specie di
bussola.
M: Cuore: che nome buffo. Perché non hai gli occhi? Sei cieco?
C: In un certo senso lo sono; gli occhi non mi servono.
M: E come fai a vedere?
C: Sento. Sento tutte le cose. A volte però, quando tu bisbigli o gridi … mi confondo e smetto di vedere.
Quando avevo cinque anni la mia voce era l’unica… Poi sei arrivata tu e hai cominciato a prendere
decisioni al posto mio.
M: Vuoi dire che sei migliore di me? Io organizzo, concettualizzo, confronto informazioni, ragiono… E tu
cosa fai?
C: Amo. Amo anche te.
M: Ami? Che significa?
C: Non posso raccontarti l’Amore: abbracciami.
M: Ho paura di perdermi!
C: Abbracciami…
M: Sei sicuro?
C: Abbracciami…
M: Io… io… io… muoio.
C: Non temere, solo una parte di te potrà morire. Resta qui tra le mie braccia, non aver paura: la paura non
abita qui.
M: Non esisterò più… Dove sono?
C: Nel tutto.
M: Nel tutto?
C: Sì, ora esisti nel tutto.
M: Resterai con me?
C: Per sempre, uniti per sempre.
M: Tu e io, per sempre?
C: Sì, noi due in Uno, per sempre.

Martina Crepaldi
Prefazione

di Giovanna Garbuio

«Prima de dille le cose, salle!» recita una nota battuta!


È una frase ironica e ridicola, che contiene però una grandissima verità,
particolarmente calzante a tutto ciò che riguarda la spiritualità. Tra i cosiddetti
«operatori di luce» c’è un dilagante pressapochismo, un incommensurabile
improvvisazione infarcita di insostenibile presunzione che avvelena purtroppo
anche il lavoro di chi è competente e coerente! Da quando sono entrata in
«questo mondo», cominciando a scrivere di Ho-Oponopono, ho conosciuto
parecchi operatori del settore, moltissimi dei quali credono di possedere la
cosiddetta «scienza infusa» e di aver capito tutto, salvo poi sostenerlo con frasi
fatte o sentite dire, che finiscono per risultare solo deboli e incoerenti.
Divulgare determinate conoscenze apprese da altri ha certamente senso e può
risultare molto efficace, ma solamente se ci siamo convinti della veridicità di
quanto acquisito attraverso la nostra esperienza vissuta e diretta. Quindi si può
diventare efficaci divulgatori di teorie altrui, ma solo a patto che queste siano
state verificate e ampiamente messe in pratica e quindi fatte proprie, altrimenti
tutta l’operazione sarà inefficace e falsa. Niente è vero se prima non si è
sperimentato personalmente che lo sia. Questa è l’unica regola per un serio
ricercatore spirituale, la sola da seguire se vogliamo veramente crescere! È
assolutamente necessario essere sempre pronti (e in questo sta lo sforzo,
l’impegno) a metter in pratica quello che ci viene proposto con il fermo obiettivo
di trovare personalmente le prove dell’efficacia di quello che stiamo facendo o di
quello in cui decidiamo di credere. Questa sperimentazione è quella che ci
porterà dunque a smettere di credere. Non crederemo più a niente semplicemente
perché finalmente sapremo come stanno le cose e quando si sa… non si ha più
bisogno di credere.

Di tutte le persone che ho incontrato e conosciuto che hanno scelto come


«missione di vita» quella di diffondere la propria conoscenza per il bene di chi
può coglierla, devo ammettere che quelli che si sono guadagnati la mia stima
(certamente senza nessun intento di guadagnarsela da parte loro), credo che si
possano contare sulle dita di una mano o poco più! Dario Canil è senza alcun
dubbio uno di questi, perché dimostra costantemente che sa sempre con
precisione di cosa parla! A lui non c’è bisogno di dire :«Salle!», perché di
saperle lo dimostra. Dario non parla, non scrive, non vive per sentito dire, Dario
sostiene e giustifica ogni virgola del suo operato con il suo quotidiano vivere. È
un uomo che cammina le sue parole e che non ha paura di metterci la faccia per
sostenere e per difendere ciò in cui crede (anzi ciò che sa!), senza secondi fini e
senza opportunismi (anch’essi a mio avviso un po’ troppo presenti in questo
ambito). Questo libro è un’ulteriore entusiasmante conferma di chi sia Dario
Canil, il quale ancora una volta, con un linguaggio semplice e diretto, riesce a
rendere alla portata di noi comuni mortali concetti che per altri sono solo
questioni per iniziati, data la complessità con cui sono sempre stati presentati.
Avrah Ka Dabra - Creo quel che dico è ancora una volta un testo che
mancava, ricco di grandi insegnamenti offerti con umile semplicità! È un libro
che può diventare davvero uno strumento indispensabile per ogni ricercatore
spirituale serio, disposto a mettersi in discussione e a lavorare con impegno su sé
stesso, che ci aiuta a mettere a nudo la nostra reale identità, permettendoci di
riconoscerla e di poter finalmente realizzare la nostra missione di vita: essere
felici!
Grazie Dario ancora una volta per questo libro, grazie di esserci e soprattutto
grazie di essere la persona che sei!

Giovanna Garbuio1
1
Giovanna Garbuio è architetto, autrice, insegnante, conferenziera. È una delle maggiori esperte della
visione del mondo Huna, la saggezza degli antichi sciamani hawaiiani e polinesiani. Autrice di svariati
bestseller è la più autorevole voce in Italia per quanto riguarda l’Ho-Oponopono.
AVRAH KA DABRA CREO QUEL CHE DICO

Tre cose puoi donare alla tua vita:


non chiuderti,
non chiudere
e non farti chiudere.
Introduzione

«Avrah Ka Dabra», caro lettore, tu crei quel che dici.


Questa è la legge. Che tu lo sappia o no, che tu ci creda o no, che tu lo voglia
o no, i tuoi pensieri e le tue parole determinano la tua realtà, la creano
letteralmente. Quali pensieri, quali parole? Tutto ciò che è frutto della tua psiche,
la quale, come ben sappiamo, ha dei contenuti consci e molti di più inconsci. E
da questo deriva l’impellente necessità, per tutti, di lavorare su di sé, per
«ricordarsi di sé».
Se ci pensi, a volte la tua vita sembra simile a un’arena in cui moderni
gladiatori, anche quando vestiti con giacca e cravatta, sono posti l’uno contro
l’altro, in un «tutti contro tutti». E la cosa sconcertante è l’impressione generale
di consenso che aleggia in tale contesto, sotto forma di tacita mesta
rassegnazione, nei panni malcelati di un profondo senso di impotenza.
Tu però non hai mai davvero voluto accettare questo ruolo che la società
sembra averti subdolamente riservato. Tu ti senti diverso dalla massa, dal gregge
semi-analfabeta e imbambolato che si beve tutte le cose sapientemente pilotate
dalla TV.
Tu hai sempre voluto di più, hai guardato oltre, ti sei spinto al di là dei paletti
che il sistema ha piazzato davanti al giardino della tua mente. Hai letto molto,
hai tenuto gli occhi ben aperti, ti sei preso cura di te cercando di alimentarti
correttamente, facendo attività fisica, investendo il tuo prezioso tempo in attività
creative e rilassanti. Ti sei informato a più non posso in internet. Hai fatto corsi
di meditazione, di Reiki, di Yoga, di crescita personale. Hai sperimentato e
praticato con costanza il «pensiero positivo».
Eppure, ancora, senti che i conti non tornano. A volte ti senti persino perso.
Solo, incompreso, tradito. Percepisci in te, in modo inspiegabilmente chiaro, di
avere un potere enorme, ancora più grande di quello della mitica bacchetta
magica di Harry Potter. Tuttavia non sai dove esso sia celato né come riportarlo
in vita.
Questa forza è in te. Anche se in modo flebile, tu la senti. Questo libro vuole
semplicemente ricordarti come riscoprire e utilizzare non tanto il potere che tu
hai, quanto piuttosto il potere che tu sei.
L’Essere è la più alta verità dell’universo. E tu sei. Fai finta di non saperlo, o
meglio, ti hanno abilmente insegnato a dimenticarlo, e quasi ci stavi cascando.
Fino al momento in cui qualcosa di magico è scattato in te. E ora non puoi più
tornare indietro. A volte sei stato persino tentato di farlo, di tornare indietro,
forse immaginando che nell’inconsapevolezza si possano evitare i problemi,
ma… niente, non è possibile. A conti fatti, per quanto «invidiato» possa essere lo
scemo del villaggio, nessuno ne prenderebbe il posto. E credo tu non faccia
eccezione.
È legge anche questo. Un altro principio cosmico: quando prendi coscienza
di qualcosa non puoi più regredire. Puoi raccontartela, certo, ma sai già che non
puoi farlo a lungo. La coscienza è tutto ciò che davvero sei ed è talmente
vibrante di vita che nasconderla è un’impresa impossibile.
Tutto è collegato, nulla accade per caso, una forza immanente all’Essere è
all’opera sempre e ovunque e tu stesso ne fai parte in modo indissolubile e
importante. Applicando nella vita di tutti i giorni quanto qui stai leggendo, puoi
letteralmente «risognare la realtà». Puoi utilizzare consapevolmente le forze che
governano il tuo stesso «destino» o storia personale. Puoi trovare quello che
stavi cercando, puoi raccogliere i frutti che hai a lungo coltivato, puoi ritrovare,
comprendere, amplificare e dirigere il tuo potere personale con semplicità. Puoi
accedere in modo rapido a modalità conoscitive e realizzative nuove. Puoi
rendere più semplice realizzare i tuoi obiettivi e plasmare il tuo presente proprio
come desideri che sia.
Tu di fatto eserciti un enorme potere nelle faccende della vita di ogni giorno,
ma ti hanno insegnato a non riconoscere questo ruolo attivo; ne consegue che usi
il tuo potere per lo più inconsapevolmente.
E qui la faccenda si fa davvero interessante: come non daresti mai in mano la
tua auto a tuo figlio di dieci anni, così non dovresti nemmeno permettere a te
stesso di essere involontario gestore di un immane potere creativo.
Tutto ciò che puoi percepire fuori di te, tu lo stai letteralmente creando
dentro di te, avendo luogo la percezione soltanto dentro al tuo essere. E di ciò
che percepisci, tu sei totalmente responsabile, sia che la tua capacità creativa sia
sotto il tuo controllo sia che tu te ne sia scordato.
Tutto il mondo che vedi, tutto ciò che definisci universo, che credi essere «la» realtà, cioè qualcosa che
ti hanno insegnato a situare fuori dalla tua Coscienza, in realtà si trova dentro la tua Coscienza, è
qualcosa che viene creato dal tuo sistema percettivo. I tuoi sensi ti fanno vedere qualcosa che tu credi là
fuori, un mondo di immagini, di suoni, di forme, di colori, di materia, un mondo interamente generato
dal tuo sistema percettivo che rileva dati sensoriali, dal tuo cervello che li elabora, dal tuo sistema
nervoso che li trasmette, dalla tua mente che attribuisce loro significati. Di fatto, la percezione è un
evento di natura esclusivamente psichica e soggettiva, è qualcosa che avviene nello spazio interiore di
ogni individuo.
Il mondo, così come ti si presenta nella sua maestosa e multisfaccettata apparenza, non ha alcuna
esistenza oggettiva: è piuttosto la risultante di un’azione combinata di un trasmettitore e di un’antenna
ricevente, lo schermo psichico del tuo spazio interiore.1

Il potere c’è, è proprio lì, dentro di te; vale dunque la pena di rammentarlo,
divenirne via via cosciente e poi usarlo «come Dio comanda», ovvero come la
tua Coscienza ti dice.
Sei il co-creatore di tutto-ciò-che-esiste.
La tua coscienza è in contatto continuo con le coscienze di tutte le altre
creature attualmente viventi e con tutte le coscienze dislocate su infiniti altri
piani dell’universo di ogni tempo. La Coscienza controlla l’onnipotente,
onnipresente, infinito campo quantico2 che avvolge tutto e si manifesta come
universo olografico.
«Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu.»3
Nel principio era la Parola,
la Parola era con Dio,
e la Parola era Dio.
Essa era nel principio con Dio.
Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei;
e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta.
In lei era la vita, e la vita era la luce degli uomini.4

La nota parola «abracadabra» secondo taluni risale all’espressione


mesopotamica «ab-ba-tab-ba-ri» che veniva recitata come un mantra5 nei culti
sumerici, ed era di aiuto nell’indurre stati alterati di coscienza.
Le parole aramaiche6 «Avrah KaDabra» evocano un collegamento diretto al
divino, significando «io creo quel che dico». Fu Quinto Sereno Sammonico,
medico dell’imperatore Settimio Severo, a scrivere nel 208 d.C. le «istruzioni
per l’uso» di queste antichissime parole magiche: ad esempio, esse venivano
scritte su della pergamena che l’ammalato doveva indossare per nove giorni al
collo, trascorsi i quali veniva gettata sulla riva di un torrente fluente verso est.
La parola magica andava scritta su 11 linee parallele, in questo modo:
ABRACAD ABRA
ABRACAD ABR
AB RACAD AB
ABR ACAD A
ABRAC AD
A B R AC A
ABRAC
ABRA
A BR
AB
A

Si intendeva così indicare la decrescita della malattia fino alla sua completa
trasformazione in guarigione.
In altri contesti le parole magiche venivano usate per allontanare e debellare
le forze malvagie.
Oggi l’antica sapienza sembra essere perduta ai più. La magica formula
«Avrah Ka Dabra» viene pronunciata ormai solo da qualche prestigiatore. Ti
ricordo tuttavia che anche tu quando eri bambino la pronunciavi con sentimento.
La purezza dei bambini riconosce in essa la parola magica per eccellenza.
Quanta saggezza dove non è ancora arrivata la corruzione del triste mondo senza
magia dei grandi!
Avrah Ka Dabra, io creo quel che dico, reca in sé la conoscenza del
primordiale potere generativo.
Riscopri ora la tua magia, oppure approfondisci il tuo contatto con questo
immane potere creativo, per vivere una realtà felice risvegliandoti al Momento
Presente.
1
Dario Canil, Risognare la Realtà. Lettura consigliata per approfondire le basi concettuali di quanto viene
qui esposto.
2
È il campo universale, energetico, morfogenetico che accoglie tutte le possibilità e ti permette nello
specifico di indirizzare energia verso una scelta precisa, un intento mirato, affinché si realizzi
concretamente.
3
La Bibbia, Genesi 1,3.
4
La Bibbia, Giovanni 1,1-18.
5
Mantra è un termine sanscrito che significa «suono sacro», inteso come «veicolo o strumento del pensiero
o del pensare».
6
L’aramaico è una lingua semitica che vanta circa 3000 anni di storia.
PARTE PRIMA

IL SONNO
Addormentati

Tutto (ciò che è) è perfetto

Tutto ciò che è deriva dall’Amore. L’Amore evolve in direzione di sé stesso


facendo esperienza di sé e lo fa totalmente, sperimentando alla perfezione ogni
sua possibile espressione, al di là del bene e del male.
Ogni singolo concetto che in questo libro descriva una realtà apparentemente
«negativa» non ha lo scopo di incupire gli animi o portare energia proprio sugli
aspetti bui illustrati, quanto piuttosto di stimolare un’elevata presa di coscienza
al fine di riconoscere, nonostante tutto, la perfezione del Tutto.
Questo riconoscimento può portare poi all’azione, al risveglio, alla
redenzione, al «ricordo di Sé»1, alla conquista della pienezza, alla resa al
Momento Presente, all’autorealizzazione.

Il lungo sonno

L’essere umano è addormentato. Il suo sonno è molto lungo. Dorme ormai da


millenni. E lo fa in modo simile alle vittime di incantesimi nelle fiabe per
bambini. C’è una forza, un potere che controlla questo sonno, lo produce, lo
mantiene e che relega le persone nell’oblio dell’inconsapevolezza. E così la
maggior parte degli esseri umani non sa che sta dormendo. Dorme almeno 23 ore
e 45 minuti su 24. Dorme pensando di essere sveglia. Questo spiega tante cose
su come funziona il mondo!
Come si potrebbe descrivere l’addormentamento alle persone che sono
convinte di essere già sveglie? Eh sì, perché non ci sono soltanto quelli che
dormono e, dormendo, non si pongono affatto il problema, ma ci sono anche
quelli che hanno fatto del lavoro su di sé e sono fortemente convinti di essere
svegli. Forse quest’ultimi non risuonano tanto con il socratico: «So di non
sapere».
Definiamo addormentato colui che si identifica ancora con la sua mente e le
emozioni che essa produce. Ti stai chiedendo se sei addormentato anche tu?
Questo è un buon segno! Se pensi di essere quella voce che senti nella tua testa
da quando sei nato, allora, sei dentro il problema!
Si tratta però di un problema che è in sé la matrice di un’opportunità. Nel
momento in cui ti svegli, la percezione del problema diventa percezione di una
opportunità.
Gli esseri umani non sono davvero svegli, essi vivono in una condizione di
oblio della coscienza che gli impedisce di vedere la realtà per come è.
Carlos Castaneda2, in dodici libri straordinari racconta la sua esperienza
sciamanica sotto la guida di don Juan, erede di un antico sapere tolteco. Uno dei
punti centrali di tutta la lungimirante visione energetica dell’universo tramandata
dai toltechi, è che l’essere umano vive nella condizione dello schiavo.
Il film The Matrix di Andy e Lana Wachowsky, del 1999, ripercorre gli stessi
temi di Castaneda a livello di efficacissimi dialoghi e di ispiranti effetti speciali.
Morpheus: «La Matrice è ovunque, è intorno a noi, anche adesso nella stanza in cui siamo. È quello che
vedi quando ti affacci alla finestra o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai al lavoro,
quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo dinanzi agli occhi, per
nasconderti la verità».
Neo: «Quale verità?».
Morpheus: «Che tu sei uno schiavo! Come tutti gli altri sei nato in catene, sei nato in una prigione che
non ha sbarre, che non ha mura, che non ha odore, una prigione per la tua mente».

L’essere addormentati, pur rientrando nella perfezione, è di per sé una


condizione penosa; infatti sette miliardi di persone non si stanno accorgendo di
ciò che accade sul loro pianeta. E i telegiornali certo non glielo dicono,
focalizzandosi di volta in volta su notizie gestite ad arte per spostare l’attenzione
e far permanere il popolo nella confusione.
Quali sono le conseguenze pratiche del sonno della coscienza? Immagina per
un istante di essere una persona ricchissima, in perfetta salute, dotato di fervida
intelligenza, creatività e consapevolezza, circondato da affetti genuini, in pace
con il mondo intero. Un brutto giorno, in gita lontano da casa, scivoli, hai una
leggera commozione cerebrale e un’amnesia totale. Non ti ricordi più chi sei!
Questa condizione assai spiacevole non è che un pallidissimo riflesso di ciò che
sta accadendo realmente all’essere umano il quale, caduto dall’infinita
beatitudine della sua Divina Presenza dentro il sonno della sua macchina
biologica, non ha la più pallida idea di chi sia! Questo è il peccato originale.
Il problema maggiore dell’umanità sembra essere proprio questo: dimenticare di essere l’agente
creativo, dimenticare di essere una creatura meravigliosa, dimenticare di Essere… Nel mondo
dell’esperienza, è come se fossimo stati sconnessi dalla fonte originaria, come se avessimo perso la
memoria dell’Essere. Forse è proprio questo il peccato originale: aver smarrito la coscienza del divino.3

Sei responsabile al 100% della tua vita. Questo è l’insegnamento principale


di tutte le dottrine esoteriche e sciamaniche. La maggior parte delle persone vive
ignorando questo principio e quindi tende a proiettare tutto fuori: tutto dipende
sempre da qualcosa «fuori» di loro.
Le persone credono che la realtà in cui vivono sia pressoché oggettiva, certa,
e ignorano che invece ogni significato attribuito alle cose è meramente
convenzionale. Se io ti dico che quel cuscino è blu, tu fai un cenno di assenso
con la testa e convieni con me che è blu. Abbiamo appena recitato il copione
delle persone che fanno finta di comprendere ciò che si dicono. Eppure io non ho
la più pallida idea di come sia davvero il «tuo» blu, cosa ti significhi, cosa ti
evochi, che sensazioni ti faccia vivere. Mi comporto come se lo sapessi. Invece
ognuno di noi vive rinchiuso nella sua personale gabbia percettiva e
interpretativa. Non viviamo nello stesso mondo! Crediamo di farlo e poi,
continuamente, inciampiamo in mille incomprensioni e aspettative basate sulla
nostra personale lettura della realtà: «Ma io credevo che tu…».
Questa incomprensione di base riguarda ogni cosa: se faccio vedere un
albero a cento persone e poi chiedo loro di descriverlo a parole, o attraverso un
disegno, mi accorgo che ricavo cento diverse descrizioni di quell’albero e
nessuna di esse è esattamente come la mia! Portando all’estremo questa
considerazione mi accorgo che esiste una sostanziale distanza conoscitiva tra le
persone, persino con gli affetti più profondi quali partner, figli, genitori, amici.
Più sono addormentato e più grande si fa questa distanza.
Persino un sorriso non è sempre il sorriso che si immagina. Ci sono persone
che quando sorridono ti fanno vedere l’Anima! Ci sono persone che quando
sorridono ti fanno vedere la maschera. Quando sei sveglio ti accorgi della
differenza e scopri che tutto è perfetto: l’Anima, il sorriso e la maschera.

Esercizio n. 1: il mantra della Presenza

L’«Io Sono» è la più potente invocazione dell’universo in quanto afferma


l’Essere. Come vedremo nel capitolo a esso dedicato, l’«Io Sono» è una formula
potente di benedizione e affermazione ed è completa in sé.
Il mantra che qui propongo è propedeutico a tutti gli altri esercizi pratici che
seguono ed è costituito dall’Io Sono seguito da un complemento di stato in
luogo. Dunque non «Io Sono + un aggettivo», che depotenzia l’Essere
identificandolo con la mente egoica, ma Io Sono in un luogo particolare, nel
pieno ricordo di me. Ecco il mantra:

«IO SONO NELLA PRESENZA».


Quando esegui gli esercizi di Presenza, pronunciare il mantra «Io Sono nella
Presenza» ti aiuta a focalizzare tutta la tua attenzione sul qui e ora del tuo Essere,
sganciandoti dall’illusione, risvegliandoti. Pronuncia dunque ogni giorno, più e
più volte con tutta l’intenzionalità del tuo cuore, queste sacre potentissime
parole: «Io Sono nella Presenza».
1
Il ricordo di Sé è l’atto di portare nel Momento Presente l’autosservazione, il vigile, disciplinato e
continuo accorgersi di sé in ogni cosa che si fa. Essendo addormentati, il ricordo di Sé è questione di
volontà, il voler trovare nell’incentivo del risveglio alla propria libertà la forza di essere e di agire in
Presenza.
2
Il più noto sciamano/scrittore di tutti i tempi, vissuto tra il 1925 e il 1999 tra Los Angeles e il deserto di
Sonora in Messico.
3
Dario Canil, Risognare la Realtà, L’Età dell’Acquario, Torino 2014.
La scoperta epocale degli sciamani toltechi

Los voladores: oscuri predatori

Perché siamo così addormentati e dipendenti? Perché desideriamo spesso che


qualcuno ci dica cosa fare e che ci guidi quando possiamo fare da soli? Quando
spetta alla nostra personale responsabilità compiere le scelte?
«Gli sciamani dell’antico Messico scoprirono che abbiamo un compagno che
resta con noi per tutta la vita, un predatore che emerge dalle profondità del
cosmo e assume il dominio della nostra vita.» (don Juan)1
Le considerazioni che seguono possono apparire davvero sconcertanti e
possono generare una varietà di reazioni: di difesa come il rifiuto o di
consapevolezza profonda come angoscia, senso di schifo, paranoia.
Ti prego di sospendere per un istante il giudizio e di aprirti alla possibilità
che vi siano cose nella tua testa che non sono davvero tue. Gli sciamani toltechi
dell’antico Messico si accorsero per primi che qualcosa non andava per il verso
giusto. Essi videro che le emanazioni luminose dei bambini – tenute insieme da
una forza agglutinante nella forma di un uovo – erano anche ricoperte da una
patina di straordinario splendore.
Videro che alla crescita del bambino questa patina, anziché svilupparsi
anch’essa di conseguenza, diminuiva drammaticamente. Videro che questo
involucro di luce era direttamente correlato alla consapevolezza dell’individuo e
lo chiamarono lo splendore della consapevolezza.
La consapevolezza non si sviluppava come sarebbe stato naturale. Inquietati
da questa incongruenza estesero le loro indagini e scoprirono la presenza di
esseri oscuri posti direttamente sullo sfondo del campo energetico umano e per
questo difficilmente individuabili.
Gli sciamani videro che questi esseri oscuri si cibavano della lucentezza della
consapevolezza di ogni individuo, riducendone sempre di più la patina luminosa.
Le entità oscure sono particolari esseri inorganici, coscienti, e molto evoluti,
e poiché si muovono saltellando o volando come spaventose ombre vampire
vengono chiamati los voladores2, ovvero «quelli che volano».
Don Juan: «Sei arrivato, e con le tue sole forze, a ciò che per gli sciamani
dell’antico Messico era la questione suprema. Per tutto questo tempo non ho
fatto che menare il can per l’aia, insinuando in te l’idea di un qualcosa che ci
tiene prigionieri. Ed è davvero così!».
Carlos: «Perché questo predatore ci avrebbe sottomessi nel modo che stai
descrivendo, don Juan? Dev’esserci una spiegazione logica».
Don Juan: «Una spiegazione c’è ed è la più semplice che si possa
immaginare. I predatori hanno preso il sopravvento perché siamo il loro cibo, la
loro fonte di sostentamento. Ecco perché ci spremono senza pietà. Proprio come
noi alleviamo i polli nelle stie»3.
I voladores si nutrono solo di un determinato tipo di energia e noi
produciamo molta di quella energia. Questo ci fa essere le prede ideali da
mungere quotidianamente. Il danno energetico che questa azione predatrice ci
arreca è immenso. Siamo esseri magici, dotati di possibilità infinite, condannati a
brandelli di consapevolezza: i voladores consumano regolarmente la patina
luminosa – che torna a crescere per sua natura – e come impeccabili giardinieri
tengono l’erba rasa sempre allo stesso (misero) livello. Gli sciamani possono
vedere quanto la patina di luminosità rimastaci sia soltanto una piccola
pozzanghera di luce sotto i piedi, che non arriva nemmeno agli alluci.
Questa consapevolezza rimastaci è davvero poca cosa e ci permette giusto di
interagire nel mondo quotidiano fissato dalla socializzazione, ma certo non ci dà
modo di comprendere la nostra reale situazione o di riconoscere che
condividiamo lo stesso destino degli animali che alleviamo.
Come inconsapevoli schiavi ci identifichiamo nei nostri predatori e
riproponiamo i loro nefandi comportamenti con la natura in generale inquinando,
disboscando, distruggendo e «sfruttiamo noi stessi senza ritegno i nostri animali:
li mungiamo, li tosiamo, prendiamo loro le uova e poi li macelliamo o li
rendiamo in diversi modi sottomessi e mansueti. Li leghiamo, li mettiamo in
gabbia, tagliamo loro le ali, le corna, gli artigli e i becchi, li ammaestriamo
rendendoli dipendenti e gli togliamo poco a poco l’aggressività e l’istinto
naturale per la libertà»4.
Ci manca l’energia, non possiamo fare altro che specchiarci nella
pozzanghera di consapevolezza, in un limitato e illusorio riflesso di sé, una falsa
personalità. «La coscienza delle suole rispecchia la nostra immagine, la nostra
superbia e il nostro ego, i quali alla fine non sono altro che la nostra vera
gabbia.»5
L’esigua pozzanghera di consapevolezza è l’epicentro dell’egocentrismo in
cui l’uomo è irrimediabilmente intrappolato. Ci hanno tolto tutta l’energia, ma ci
hanno lasciato proprio quella che ruota intorno all’ego! E proprio facendo leva
sul nostro egocentrismo i voladores creano fiammate di consapevolezza che poi
voracemente consumano.
I predatori alimentano l’avidità, il desiderio smodato, la codardia, la paura,
l’aggressività, l’importanza personale, la violenza, le emozioni forti,
l’autocompiacimento ma anche l’autocommiserazione. Le fiamme energetiche
generate da queste qualità «eccessive e vibrazionalmente basse» sono il loro cibo
prediletto.
I voladores non amano invece la qualità vibrazionale dell’amore puro,
dell’armonia, dell’equilibrio, della pace, della sobrietà, in una parola aborriscono
la qualità energetica della crescita evolutiva, della Presenza, della disciplina e
traggono vantaggio nel boicottare ogni nostro incremento di consapevolezza.
La nostra mentalità da schiavi, che nella cultura giudeo-cristiana ci promette consolazione nell’aldilà,
non porta alcun vantaggio a noi stessi, bensì a una forza estranea, che in cambio della nostra energia ci
fornisce credenze, fedi e modi di vedere che limitano le nostre possibilità e ci fanno cadere nella
dipendenza.6

Secondo don Juan sono stati proprio i voladores a instillarci stupidi sistemi
di credenza, le abitudini, le consuetudini sociali, e sono loro a definire le nostre
paure, le nostre speranze, sono loro ad alimentare in continuazione e senza
ritegno il nostro ego.

L’installazione estranea
Carlos: «Ma come ci riescono, don Juan? Ci sussurrano queste cose all’orecchio mentre dormiamo?».
Don Juan: «Certamente no. Sarebbe idiota! Sono infinitamente più efficienti e organizzati. Per
mantenerci obbedienti, deboli e mansueti, i predatori si sono impegnati in un’operazione stupenda,
naturalmente dal punto di vista dello stratega. Orrenda nell’ottica di chi la subisce. Ci hanno dato la
loro mente!
Mi ascolti? I predatori ci hanno dato la loro mente che è la nostra. La mente dei predatori è barocca,
contraddittoria, tetra, ossessionata dal timore di essere smascherata. Benché tu non abbia mai sofferto la
fame, sei ugualmente vittima dell’ansia da cibo e la tua altro non è che l’ansia del predatore, sempre
timoroso che il suo stratagemma venga scoperto e il nutrimento gli sia negato. Tramite la mente che,
dopotutto, è la loro, i predatori instillano nella vita degli uomini ciò che più gli conviene…
Le nostre meschinità e le nostre contraddizioni sono il risultato di un conflitto trascendentale che
affligge tutti noi, ma di cui solo gli sciamani sono dolorosamente e disperatamente consapevoli: si tratta
del conflitto delle nostre due menti.
Una è la nostra vera mente, il prodotto delle nostre esperienze di vita, quella che parla di rado perché è
stata sconfitta e relegata nell’oscurità. L’altra, quella che usiamo ogni giorno per qualunque attività
quotidiana, è una installazione estranea».
Carlos: «Ma se gli sciamani dell’antico Messico e quelli attuali vedono i predatori, perché non fanno
nulla?».
Don Juan: «Non c’è nulla che tu e io possiamo fare se non esercitare l’autodisciplina fino a renderci
inaccessibili. Ma pensi forse di poter convincere i tuoi simili ad affrontare tali rigori? Si metterebbero a
ridere e si farebbero beffe di te, e i più aggressivi ti picchierebbero a morte. Non perché non ti credano.
Nel profondo di ogni essere umano c’è una consapevolezza ancestrale, viscerale, dell’esistenza dei
predatori».7

Non c’è da meravigliarsi dunque del fatto che i bambini abbiano spesso
paura di demoni, mostri, spiriti o strane ombre (l’Uomo Nero) che secondo loro
si nasconderebbero sotto il letto, dietro le porte, negli armadi ecc. I bambini
piccoli vedono e solo quando hanno raggiunto una certa quota di socializzazione
smettono di vedere, e ciò che prima era visibile si manifesta come inconscia
presenza, come inquietudine, o varie forme di paura, disperazione, depressione.
Don Juan: «La mente di quello che vola non ha rivali. Quando si propone qualcosa non può che
concordare con se stessa e indurti a credere di aver fatto qualcosa di meritevole. La mente di quello che
vola ti dirà che qualsiasi cosa dica Juan Matus è solo un mucchio di sciocchezze e quindi essa stessa
concorderà con la sua affermazione, “ma certo, sono sciocchezze” dirai tu. È così che ci sconfiggono».8

Il film The Matrix dà forma in maniera efficace a queste tematiche


castanediane: il Tonal dei toltechi – ovvero il mondo quotidiano frutto della
socializzazione e mantenuto dall’attività della mente – è Matrix, la matrice, una
terrificante trappola che consente a delle entità (in questo caso macchine) di
depredare l’energia degli esseri umani.
I pensieri che attraversano la nostra mente sono certamente «nostri», ma la
mente, attraverso la socializzazione, ne dirige il percorso in modo da renderli
«liberi» non più di quanto lo sia un treno su delle rotaie. I dati sensoriali sono i
nostri, ma il software che guida il pensiero è estraneo. Il pensiero ricrea
costantemente il mondo così come lo vediamo (o meglio, così come ci è stato
insegnato a vederlo). Fermare il pensiero per gli sciamani toltechi significa
«fermare il mondo» e vedere le cose come sono veramente al di là di ogni
descrizione: pura energia.
Don Juan spiega che gli sciamani possono sconfiggere l’installazione
estranea attraverso una vita d’impeccabilità (l’uso strategico dell’energia),
perché la disciplina strema in modo incommensurabile la mente aliena.
La disciplina e la sobrietà sono qualità della consapevolezza che rendono la
patina di splendore dell’uovo luminoso sgradevole al gusto del volador.
Ogni volta che si interrompe il dialogo interiore e si entra nel silenzio
interiore si affatica la mente del predatore in modo così insostenibile che
l’installazione estranea fugge. Successivamente essa ritorna, ma indebolita.
Attraverso ripetuti stati di silenzio interiore l’installazione estranea prima o poi
viene sconfitta e non torna.
Ogni volta che si interrompe il dialogo interiore, il mondo così come lo
conosciamo collassa e affiorano aspetti di noi del tutto straordinari, come se fino
a quel momento fossero stati sorvegliati a vista dalle nostre parole.
Don Juan sostiene che il giorno in cui la mente estranea ci abbandona è il
giorno più triste e difficile, poiché siamo costretti a contare solo sulle nostre
forze e non c’è più nessuno a dirci cosa dobbiamo fare. Dopo un’esistenza di
schiavitù, la nostra vera mente è molto debole e insicura e deve ritrovare la sua
identità.
La via tolteca fornisce agli amanti della libertà tantissime tecniche pratiche
per uscire dalla prigione della vita quotidiana: le arti dell’intento, dell’agguato e
del sognare, la tecnica della ricapitolazione e i Passi Magici (Tensegrità). La
ricapitolazione è la tecnica respiratoria e di rievocazione per recuperare tutte le
energie perdute nelle infinite situazioni e negli innumerevoli incontri della nostra
vita e per abbandonare le energie tossiche che tali situazioni o persone hanno
lasciato in noi. La Tensegrità è l’eredità dei passi magici che gli antichi sciamani
toltechi ci hanno lasciato. Attraverso moltissime sequenze di movimenti
possiamo attingere alle energie dell’universo e invocare la forza dell’Intento in
noi. Queste discipline favoriscono forza, sobrietà, salute e determinazione in
coloro che le praticano.
E questo pare piuttosto utile nell’universo predatorio in cui ci troviamo.
Castaneda racconta: «Il predatore che don Juan mi aveva descritto e che avevo
visto non aveva nulla di benevolo. Era immensamente grande, osceno,
indifferente. Avevo percepito con chiarezza il disprezzo che provava nei nostri
confronti. Non c’era da dubitare che tanto tempo addietro quelli della sua specie
ci avessero schiacciati, rendendoci deboli, vulnerabili e docili. Mi sedetti e piansi
fino a non poterne più. Ma non era per me stesso che piangevo. A difendermi dai
predatori avevo la mia collera, il mio inflessibile intento. Piangevo per i miei
simili»9.
Lo studioso tolteco Norbert Classen ci ricorda che se
ci vogliamo effettivamente liberare dai voladores e da quella parte dell’intelletto che non è nostra,
dobbiamo cominciare dal falso dualismo del nostro ego, dallo specchiarci nella pozzanghera di
consapevolezza, e ritornare a osservare il mondo per quello che è, cioè pura energia, che non è né
buona né cattiva.
Se riusciamo in questo, potremo riconoscere che oltre il velo del conosciuto e degli stretti confini del
quotidiano ci attende un universo immenso e meraviglioso. Certo è un universo predatorio con
voladores e uomini altrettanto rapaci, ma questa constatazione non significa il dover giudicare; mette
anzi noi, i voladores e tutto ciò che esiste su uno stesso piano.
Solo se ci liberiamo dallo spirito di schiavitù e dallo schema fisso «carnefice-vittima» abbiamo davvero
una chance di riguadagnare la nostra libertà – una chance di libertà dai dettami impostici dai voladores,
dallo specchio del narcisismo, dagli obblighi della realtà quotidiana.
Se ci disfiamo del giudizio dualistico e consideriamo gli avvenimenti che ci accadono non più come
maledizioni e ricompense, ma come promettenti sfide, abbiamo mosso il primo passo sulla via che ci
può portare fuori dalla prigione del nostro Io abituale: la via del guerriero.10
Esercizio n. 2: essere presente attraverso una porta

Ogni volta che passi attraverso una porta ricordati di «ricordarti di te».
Prendi seriamente questo compito, in quanto probabilmente scoprirai che è più
difficile di quanto sembri. Che tu sia in casa o fuori casa, ogni volta che passi
attraverso una porta, sia che sia già aperta sia che tu la debba aprire, fallo
completamente conscio del qui e dell’ora. Puoi aiutarti, mentre stai facendo
questo esercizio, pronunciando in modo convinto, una volta di più, il mantra «Io
Sono nella Presenza», e «Io sto passando attraverso questa porta e ne sono
totalmente consapevole».

Esercizio n. 3: essere presente alzandosi e sedendosi

Ogni volta che ti siedi su una sedia, su un divano, su una poltrona, sul letto,
su un muretto, per terra o in qualunque altro luogo, ricordati di «ricordarti di te».
Fallo anche quando ti rialzi, del tutto consapevole del qui e dell’ora. Puoi
aiutarti, in questo compito, mentre lo stai facendo, pronunciando in modo
convinto, una volta di più, il mantra «Io Sono nella Presenza», e «Io mi sto
sedendo/alzando proprio in questo momento e ne sono completamente conscio».

Esercizio n. 4: essere presente accendendo un interruttore

Ogni volta che azioni un interruttore della luce o di un apparecchio elettrico


qualunque, ricordarti di te. «Io Sono nella Presenza», e «Io sto
accendendo/spegnendo questo interruttore e ne sono totalmente consapevole».
La visione del mondo magico degli sciamani toltechi è uno straordinario
invito alla libertà. «Per consentire alla magia di avere presa su di noi, non
dobbiamo fare altro che bandire ogni dubbio dalla nostra mente. Una volta
eliminati i dubbi, tutto diventa possibile.»11 È semplicissimo, ma abbiamo
imparato a pensare che sia difficile.
1
Carlos Castaneda, Il lato attivo dell’infinito, BUR, Milano 2007.
2
Una curiosità: sono stato il primo al mondo, nel 2003, in uno dei miei siti (www.carloscastaneda.it) a
parlare dei voladores in internet. Prima di allora, probabilmente per un emblematico tabù in merito, in tutto
il world wide web Google non rilevava alcuna informazione su di essi.
3
Castaneda, Il lato attivo dell’infinito cit.
4
Carol Tiggs, Conferenza del 22 luglio 1996, Tensegrity Workshop a Westwood, Los Angeles.
5
Carlos Castaneda, Conferenza al workshop intensivo di Los Angeles, 13 agosto 1995.
6
Ivi.
7
Castaneda, Il lato attivo dell’infinito cit.
8
Ivi
9
Castaneda, Il lato attivo dell’infinito cit.
10
Norbert Classen, Carlos Castaneda e i Guerrieri di don Juan, Il Punto d’Incontro, Vicenza 1998.
11
Carlos Castaneda, Il potere del silenzio, BUR, Milano 2006.
L’Entità Pensante

Una volta raggiunto il silenzio interiore, tutto diventa


possibile.1

La sottomissione alla socializzazione

La visione del mondo che genitori ed educatori trasmettono al bimbo viene


chiamata socializzazione.
«Fin da quando nasciamo, gli altri ci dicono che il mondo è in un
determinato modo, e naturalmente noi non abbiamo altra scelta che accettare che
il mondo sia come gli altri ci hanno detto che è.»2 Il bambino apprende come
deve percepire il mondo per essere pienamente integrato nella società. Passo
dopo passo, gli viene resa familiare una descrizione del mondo, che egli impara
a percepire, mantenere e difendere come «la vera realtà».
Il mondo come costrutto sociale viene mantenuto da ogni essere umano
attraverso la principale attività della mente: il pensiero. Ogni persona è «vittima»
di un continuo, incessante e difficilmente controllabile flusso di pensieri, il
dialogo interiore.
Parliamo incessantemente a noi stessi del nostro mondo ed è proprio grazie a questo nostro dialogo
interiore che lo preserviamo, e ogniqualvolta continuiamo a parlarci di noi e del nostro mondo, il
mondo rimane sempre come dovrebbe essere. Con questo nostro dialogo lo rinnoviamo, gli infondiamo
vita, lo puntelliamo. Non solo; è mentre parliamo a noi stessi che scegliamo le nostre strade. Ripetiamo
quindi le stesse scelte fino al giorno della morte, perché fino a quel giorno continuiamo a ripeterci le
stesse cose. Un guerriero è consapevole di questo atteggiamento e si sforza di fermare il suo dialogo
interiore.3

Anche se il mondo è talmente vasto da apparire assai complesso, in realtà


esso è molto più complesso di quanto siamo disposti ad ammettere di solito. Ciò
che abbiamo incasellato in innumerevoli categorie di riferimento e che
interpretiamo come realtà ci viene imposto come «accordo» proprio dal
consenso sociale, il quale a sua volta altro non è che un trucco.
La nostra capacità di creare il falso, ora supera la nostra capacità di scoprirlo. 4
Quelli che sono nati prima di noi ci insegnano come percepire e comprendere
il mondo attraverso un processo standard di socializzazione, il quale, quando
funziona secondo i piani del sistema, ci convince che le interpretazioni della
realtà che noi condividiamo sono anche i suoi rigidi confini. La socializzazione
continua poi incessantemente nella sua funzione di controllo attraverso la
diffusione di pensieri limitanti affidati al suo emissario di fiducia: la mente.

Il delirante dialogo interiore

La mente è uno strumento molto potente che quando è al servizio dell’essere


umano gli permette di progettare e realizzare grandi cose, ma che quando prende
il controllo sull’essere umano è capace di relegarlo nella scomoda posizione
dello schiavo. Quando l’uomo usa la mente con padronanza e creatività può
manifestare la sua grandezza, quando è la mente a usarlo, la sua condizione
diventa patologica.
Perché non dovresti avere il controllo della tua mente? Sono tuoi i pensieri
che produci, non è vero? Ed essendo tuoi li puoi portare quando vuoi nella
direzione che desideri, non è vero? E ancora, ogni volta che desideri puoi
decidere con semplicità di interrompere il tuo dialogo interiore gustandoti a
tempo indeterminato il piacere del silenzio assoluto, non è vero?
Non riesci a stare in silenzio per più di 1-2 secondi? Davvero? Questo è
sconvolgente, non trovi? Persino inquietante, direi. Non te n’eri mai accorto
prima? E dov’eri per non accorgertene? Eri fuori di te? E adesso, sei tornato? Sei
proprio qui in questo momento? Completamente? Sicuro? O una parte di te sta
ancora viaggiando su qualche pensiero distraente? Secondo me, per un
momento, ti conviene esserci del tutto, perché questo discorso ti riguarda ed è
piuttosto importante, oserei dire.
Prova a immaginare per un momento di essere seduto con degli amici a un
tavolo di un locale molto affollato. Ci sono più di duecento persone che parlano
contemporaneamente. Le senti? Ok. Adesso per un momento chiudi gli occhi e
senti questo fastidioso brusio che evoca confusione, scarsa chiarezza ed estrema
difficoltà di comprensione. Bene, questa è una fedele immagine dello stato
abituale della tua mente. Ho detto «abituale» e non «normale». Lo stato abituale
della mente non ha proprio nulla di normale!
Ovviamente non ce l’ho con te. Stiamo tutti nelle tue condizioni. L’umanità
attualmente condivide questo pietoso stato della mente. Proprio perché condiviso
da tutti, questo stato di inaccettabile confusione è considerato normale. «Non
essere capaci di smettere di pensare è un’afflizione terribile, ma non ce ne
rendiamo conto perché quasi tutti ne soffrono, per cui è considerato normale.»5
Persino in stato di estrema stanchezza, nei momenti in cui non hai nemmeno
la forza di articolare una frase di senso compiuto, la mente continua a parlare, e
lo fa, appunto, senza alcun senso, né più né meno come farebbe uno
schizofrenico. Eppure tu non sei uno schizofrenico, giusto? E allora come
giustifichi il fatto che non ti sei mai accorto che nella tua testa la voce che
rappresenta proprio te, parli per lunghi tratti come un malato di mente?
Non ti devi giustificare, perché né io accuso te né tu hai bisogno di accusarti.
Prendiamola piuttosto come un’opportunità di comprensione. È proprio la mente
che, quando si avvede che tu l’hai smascherata nei suoi stravaganti (deliranti)
monologhi, tira fuori il suo miglior repertorio da imbonitrice e ti racconta
qualcos’altro che ti distrae, oppure ti convince razionalmente che va tutto bene,
che stai a posto, che accusi semplicemente un po’ di stress.
Diplomaticamente lei glissa e dopo qualche istante tutto, come ogni volta, va
nel dimenticatoio. Cerchiamo invece in questo preciso momento di vederci
chiaro. Quando non riesci a smettere volontariamente di pensare, la prima
evidenza è che c’è qualcosa che non va. La tua stessa mente è fuori dal tuo
controllo, perché diversamente non assisteresti frustrato alla perpetuazione
incontrollata del dialogo interiore nonostante la tua volontà di silenzio.
Un’altra evidenza è che siete in due là dentro (nella mente)! Tu sei quello che
sta provando a smettere di pensare (senza riuscirci). Tu sei quello che sente tutti i
dialoghi insensati di «quell’altro» che blatera.
E chi è «quell’altro»? Si tratta proprio dell’installazione estranea raccontata
nel capitolo precedente. Viene chiamata anche con nomi diversi dalle varie
tradizioni esoteriche: l’entità pensante, il parassita, lo sfidante, la mente di
superficie.
La «mente di superficie» fa largo uso delle emozioni, le quali sono reazioni a
determinate esperienze che il corpo apprende a produrre in modo associativo e
automatico6. Tra le varie emozioni viene privilegiata la paura (in quanto è
l’esatto contraltare dell’Amore) e i suoi derivati: la preoccupazione, l’ansia,
l’inquietudine, la rabbia, la gelosia, l’aggressività. Quando Anima ti porta verso
nuove esperienze, la tipica reazione emotiva della mente di superficie è quella di
generare un dialogo interno di paranoia, lamentela, resistenza, preoccupazione,
fantasie funeste ecc. Se ti metti in ascolto, puoi sentire come l’entità pensante ti
depredi del tuo naturale entusiasmo e della tua spinta realizzativa facendo leva
proprio su questo tipo di emozioni sgradevoli.
Parallelamente fa di tutto per arginare la voce del cuore, i sentimenti, la
spinta all’azione della «mente profonda».
La mente profonda sa quale è la via più giusta per noi, e ce lo comunica attraverso le sensazioni e i
sentimenti. Non essendo il suo funzionamento basato sul pensiero, bensì sulla valutazione energetica
del momento presente, ci indica una strada senza affidarsi a nessun calcolo di profitto o perdita e a
nessuna aspettativa di risultato. Questa mente non ha alcuna necessità di fare piani o progetti proiettati
verso scadenze future prefissate, perché non usa il futuro come via di fuga, e non prende decisioni
basandosi esclusivamente su dati pregressi provenienti dal passato, perché non usa il passato come
modello immutabile del presente.7

La confusione della mente di superficie è funzionale a coprire il palpito della


mente profonda, il vero sentire dell’Anima.
L’entità pensante è un predatore arrivato qui decine di migliaia di anni fa. A
quell’epoca prese il sopravvento e cominciò a nutrirsi di noi. Tutto l’universo è
predatorio: il più grande e forte mangia il più piccolo e debole, è così che
funziona in natura, solo che a noi umani la mente fa credere che avere tecnologia
e cervello molto sviluppati ci porti al vertice di questa piramide alimentare.
Invece non è così. Possiamo essere divorati anche se nessuno ci azzanna un
gomito. È l’energia il cibo di cui il parassita si nutre. Ecco cos’è l’entità pensante
e come agisce: è «un insieme di forze che agiscono nel campo di consapevolezza
umano al fine di depotenziarlo e mantenerlo in uno stato inconsapevole e
identificato con costruzioni mentali irreali. Tale insieme di forze agisce su di noi
come elemento conservatore, come forza opposta e contrastante alla nostra
spinta all’evoluzione e all’espansione della consapevolezza».8
Siccome nell’universo tutto è perfetto in quanto nasce dall’Amore, anche se
dal punto di vista orizzontale il parassita è una presenza scomoda, inquietante e
terribile, da un punto di vista cosmico è semplicemente quel che è, né buono né
cattivo; una forza tra le tante che sono in gioco nel teatro della vita che abbiamo
allestito per evolvere. Uno dei compiti dell’entità pensante è, da questo punto di
vista, quello di sfidarci: di farci tirar fuori il meglio di noi, di farci ricordare chi
davvero siamo e di mettere alla prova la nostra determinazione sulla via
dell’evoluzione.
Lo sforzo di ricordarci di noi stessi nell’arco della giornata ci permette di vedere come siamo fatti e in
quale stato viviamo tutti i giorni; serve a farci comprendere che durante il giorno dormiamo e di
conseguenza non siamo mai coscienti di noi. Le filosofie non servono a nulla: dobbiamo sentire che
trascorriamo il nostro tempo dormendo. Viviamo dentro un’allucinazione; non vediamo la realtà e non
possediamo alcun potere di modificarla semplicemente perché dormiamo. Tutti intorno a noi dormono,
quindi ci è difficile percepire che c’è qualcosa che non va.9

Se soltanto volessimo risvegliarci! Ecco il senso dei tanti esercizi proposti in


questo libro. Dalla prigione senza sbarre che è la mente che il predatore ci ha
installato, è possibile uscire lavorando con determinazione su di sé.
La mente del predatore non vuole e non può interrompere l’incessante
dialogo interiore, essa mira invece a mantenerlo costantemente attivo e puntato
su deliri associativi che lo tengono in funzione a ritmo continuo come una radio
di pessima lega: «Che palle, piove di nuovo, sono tre giorni che piove e devo
andare in banca a depositare i soldi, chissà se c’è ancora quel tipo lento allo
sportello, mi ricorda mio zio, poveraccio, chissà se hanno accettato la domanda
di adozione di Giuseppe, in Italia è proprio vero che non si può fare niente,
chissà quanto gli costa tutta quella faccenda… speriamo non porti a casa un
bimbo con le orecchie a sventola, sennò sai quanto lo prendono in giro a
scuola… ho preso il pane per stasera? mannaggia, forse è meglio se me lo
scrivo, dove ho messo la penna? ho abbastanza benzina?…». E avanti così,
un’assurdità dopo l’altra a macinare lamentele e sterili considerazioni.
Come fa la mente a imprigionarti nelle trame delle sue infinite idiozie
associative?
a) Attraverso l’ininterrotto fluire del dialogo interiore con predilezione verso
pensieri confusi, ansiogeni, e in generale negativi come il ricordare cose
dolorose del passato e il preoccuparsi per l’incertezza del futuro.
b) Attraverso una marcata inclinazione all’autosvalutazione e all’autosabotaggio.
c) Attraverso l’uso sciaguratamente continuo e creativo della lamentela.
d) Attraverso il giudizio critico verso sé, gli altri, le situazioni e le cose.
e) Attraverso l’arte di raccontarsela razionalizzando tutto secondo criteri irreali.
f) Attraverso la fuga da tutto ciò che è intenso, appassionato, libero e irrazionale.
g) Attraverso il rifiuto dell’azione disciplinata rivolta verso la realizzazione
creativa.
h) Attraverso l’attaccamento ad abitudini stereotipate, ad automatismi
compulsivi e a schemi rigidi.
i) Attraverso il mantenimento di sé nel senso di colpa per qualunque cosa.
l) Attraverso la permanenza in un continuo stato di paura.
L’essere umano viene tenuto in scacco proprio sovralimentando la mente di
superficie con un’infinità di pensieri confusi, irreali, inutili in grado di produrre
soltanto le emozioni a bassa frequenza energetica citate più sopra. Si tratta di un
funzionale insieme di manovre strategiche e di azioni così devastanti da riuscire
a farci dimenticare efficacemente chi siamo e da farci rimanere addormentati.

Lamentela e importanza personale

La maggior parte delle persone su questo pianeta è letteralmente posseduta


dalla propria mente. Si tratta di coloro che sono così totalmente identificati con
l’incessante e compulsivo chiacchiericcio mentale da non porsi mai alcuna
domanda in merito.
Una delle strategie predilette dall’ego, il falso sé che la mente di superficie
ha creato, è di rinforzarsi mediante la lamentela e il risentimento. Si passa così
molto tempo a lamentarsi del comportamento delle persone, magari persino
apostrofandole in modo colorito, oppure delle circostanze della vita, che sono
viste come inconfutabilmente sbagliate o ingiuste.
L’ego nella sua debolezza ha sempre bisogno di aver ragione e di mettersi un
gradino più su del resto del mondo: solo così può continuare a mantenere la sua
fragile identità.
La lamentela è davvero assurda.
È come toccarsi in continuazione una ferita sul proprio corpo, non solo
rallentandone così la guarigione, ma anche rischiando di farla infettare. Quando
ti lamenti stai sciaguratamente programmando cose simili all’oggetto della
lamentela nella tua vita futura. Molto meglio se esprimi apprezzamento e
gratitudine per le tutte le cose buone e belle che hai.

Esercizio n. 5: essere presente quando scatta la lamentela

Fa’ in modo di prestare attenzione a ogni lamentela che emetti. Proponiti di


essere un autentico «cacciatore di lamentele». Cercale anche negli altri, non per
giudicarli e apertamente criticarli, ma soltanto per affinare la tua «arte di
rilevamento della lamentela», in qualunque sua forma.
Quando ti accorgi che ti stai lamentando, porta la luce della consapevolezza
su questo atto, illuminalo interrompendoti, sorridendo e portando parole e
immagini di segno diametralmente opposto in vece di quelle che hai appena
smascherato.

Esercizio n. 6: agire senza reagire

Solitamente, nella condizione dell’addormentamento, all’energia della


provocazione dell’ego altrui si reagisce sintonizzando il proprio ego di
conseguenza; ad esempio: a insulti si risponde con altri insulti.
Nel momento in cui reagisci da sveglio, nella sobrietà del ruolo
dell’osservatore neutro, ti rendi conto che nulla in realtà è situato su un piano
personale come invece l’ego crede. Puoi leggere il comportamento egoico altrui
come una diffusa forma disfunzionale dell’agire umano. L’altro non ce l’ha
davvero con te, ha imparato a prendersela con sé stesso e a proiettare la sua
frustrazione nel mondo esterno.
L’evitamento della primitiva reazione egoica/emozionale può talvolta far
rinsavire chi si è smarrito nell’onda emotiva, permettendo l’emergere di aspetti
comunicativi più sani e armonici. Se per strada uno sconosciuto automobilista ti
insulta e tu rispondi per le rime, corri un grosso rischio, in quanto non ti è dato
sapere quanto egli potrà a sua volta rincarare la dose di aggressività. Se invece
mantieni la calma, eviti la reazione egoica e trovi in te delle parole pacificanti, è
possibile che il fuoco dell’ira altrui si smorzi improvvisamente, in quanto non
trova in te alcun aggancio né alimento.
Ogni volta che senti il tuo corpo scattare sull’onda di una emozione reattiva
appresa, disidentificati da tale potenziale azione e crea in piena presenza una
risposta che scaturisca dalla profondità del tuo vero centro. Scopri così come ciò
che l’ego chiamerebbe «debolezza», in realtà è una tua espressione di «forza».

Il corpo di dolore

Una delle strategie per tenerci addormentati è l’alimentazione del «corpo di


dolore». Questo avviene sia generando dolore nel presente, stimolando la
resistenza alla vita, sia rievocando dolore dal passato sotto forma di ricordi
infelici ed emozioni negative.
Il dolore accumulato nel vostro corpo è un campo di energia negativa che occupa il corpo e la mente. Se
lo considerate un’entità invisibile a sé stante, vi avvicinate molto alla verità. Si tratta del corpo di dolore
emozionale. State in guardia per scoprire eventuali segni di infelicità in voi, sotto qualunque forma: può
essere il corpo di dolore che si risveglia. Può assumere la forma di irritazione, impazienza, malinconia,
desiderio di offendere, collera, furore, depressione, necessità di avere qualche dramma nei rapporti
personali, e così via. Il corpo di dolore vuole sopravvivere, al pari di ogni altra entità esiste nte, e può
sopravvivere soltanto se vi induce a identificarvi inconsapevolmente con esso. Allora può impadronirsi
di voi, diventare voi, e vivere attraverso voi. Deve alimentarsi tramite voi. Si nutrirà di ogni esperienza
che entri in risonanza con il suo stesso tipo di energia, ogni cosa che crei ulteriore dolore sotto
qualunque forma: collera, capacità distruttiva, odio, afflizione, dramma emozionale, violenza, perfino
malattia. Il dolore può alimentarsi soltanto di dolore, e una volta che il corpo di dolore si è impadronito
di voi, necessitate di altro dolore, e diventate vittime, o persecutori. La sua sopravvivenza dipende dalla
vostra identificazione inconsapevole con esso, nonché dalla vostra paura inconsapevole di affrontare il
dolore che vive in voi.10

Il dolore cerca altro dolore con cui alimentarsi e volendo il corpo di dolore
sopravvivere come ogni altra forma di vita, esso fa di tutto per farci identificare
con esso, come è già accaduto per la mente, e usarci per il suo scopo. E lo fa
rovistando in quelle situazioni di vita che sono impregnate di dolore,
dinamizzandole e spingendoci verso nuove situazioni del tutto simili e in grado
di produrre altro dolore.
Esercizio n. 7: disidentificarsi dal corpo di dolore

Ciò che il corpo di dolore teme più di ogni altra cosa è la luce della
consapevolezza. Quando ti senti dentro il dolore non rifuggirlo, guardalo dritto
in faccia. Osservalo attentamente, vedilo per come è davvero al di là dell’idea
che la mente se ne è fatta. Stai interrompendo il processo di identificazione con
il «corpo di dolore», in quanto osservatore stai sciogliendo i perversi vincoli che
la mente aveva creato per tormentarti. Ora riesci persino a vedere quella subdola
forma di piacere che ti dava il restare nell’emozione dell’infelicità.
Il «corpo di dolore» che ha ben imparato le strategie inerziali tornerà ancora
e ancora, ma adesso sei pronto a riservargli ogni volta un’adeguata ed efficace
accoglienza: ora sai come non resistere al dolore per illuminarlo alla luce della
consapevolezza, ora sai come arrenderti al Momento Presente.

La sfida

La strategia più grande dell’entità pensante è di aver messo la mente di


superficie al posto della mente profonda a interpretare i dati sensoriali che
provengono dal mondo esterno. La mente profonda interpreterebbe questi dati
con la saggezza, l’armonia e la fluidità dell’Anima e il sentire diretto. La mente
di superficie dovrebbe essere una mera esecutrice degli ordini. Invece questo
rapporto è completamente ribaltato e pertanto anziché vedere le cose che
nascono dall’Amore (tutto nasce dall’Amore!) attraverso il cuore, le vediamo
attraverso sterili automatismi mentali.
La mente di superficie abusa a più non posso del circolo vizioso dialogo
interiore/emozione e alimenta continuamente una perversa spirale di
depotenziamento: dopo aver prodotto una qualunque efficace forma di
pensiero/immagine, essa intercetta tale pensiero e lo elabora, caricandolo di
energia, attraverso il dialogo interiore al fine di farlo realizzare a tutti i costi.
Una volta realizzato e placata momentaneamente la tensione, il processo riparte
e la tossicodipendenza emozionale ha preso piede. Ogni dipendenza stringe le
catene che la mente impone ai nostri polsi.
Ovviamente lo stesso processo potrebbe essere usato come circolo virtuoso
potenziante là dove fosse Anima a scegliere il pensiero iniziale. Assecondare
Anima equivale a porre le basi per creare una vita felice.
Stare nella mente invece significa preoccuparsi, perdersi nel passato, nella
malinconia, nel rammarico, nella depressione, significa anche schierarsi contro
qualcosa o qualcuno, prendere posizione, giudicare, deresponsabilizzarsi,
accusare persone o eventi della propria sfortuna, significa vivere di ansia e
attaccamento alle cose, significa coltivare rigidità, squilibrio, distacco dalla
realtà, alienazione. La mente, sotto questo profilo può diventare un autentico
inferno sulla terra.
Noi che siamo semplicemente qui per fare esperienza, possiamo esprimere
l’intento di fare questa esperienza vivendo al meglio del nostro potenziale.
È un compito sacro l’atto di accettare la propria sfida per la libertà. L’entità
pensante ci rende schiavi e riduce l’esistenza umana a poco più di una farsa. Se
nostro figlio viene minacciato, per quanto tutto sia perfetto, non ci poniamo
nemmeno il problema di intervenire o meno. Lo facciamo e basta. Ecco, la stessa
cosa vale per noi stessi. Siamo minacciati. Siamo sfidati. Per questo la mente del
predatore dev’essere affrontata e trascesa: in nome della libertà.
Quando punti all’audace obiettivo della libertà dal rumore della mente
attraverso la ricerca del silenzio interiore, ricorda che lo stato d’animo ottimale è
quello della Presenza: cerca di essere presente in ogni cosa che fai, dal respiro
alle azioni, persino nel sonno. Si tratta di coltivare il «ricordo di Sé», come
soleva dire Gurdjieff11, di riportare la tua attenzione costantemente all’Istante
Presente, staccandola da ogni elucubrazione della mente.
Questo processo richiede un intento inflessibile, disciplina, il trascendimento
dell’espressione reattiva ed emozionale, la riemersione della Mente Profonda (la
Divina Presenza) e continuità nel coltivare queste qualità.
L’intento inflessibile è la controparte animica di ciò che la mente chiama
volontà.
La disciplina è qui intesa come il non cadere nella trappola delle vecchie
abitudini, il decidere consapevolmente le proprie azioni, l’agire senza aspettative
e la capacità di accogliere qualunque risultato in serenità.
Il trascendimento dell’espressione reattiva è l’atto di non farsi trascinare
dalle emozioni e da stereotipate risposte automatiche, ma di riuscire a dare per
ogni situazione risposte pertinenti al Momento Presente.
Possiamo far riemergere la Mente Profonda in ogni occasione della vita. Si
tratta di interpretare le percezioni con il Cuore anziché con la mente ed è una
cosa che si fa da svegli, nella Presenza e con profonda gioia.
Praticare i suggerimenti di questo libro mira proprio al ricordo di Sé, allo
stare nella piena Presenza, liberi, a poter entrare a piacimento nella meraviglia
del silenzio interiore.

Esercizio n. 8: essere presente senza pronunciare la parola «io»


Quando te la senti datti il compito di non usare durante la mattina, o durante
il pomeriggio o durante la sera, la parola «io». Usa dei termini sostitutivi,
inventati qualcosa, ma quella parola resta vietata. Questo ti costringe in ogni tua
interazione con gli altri a essere estremamente vigile e attento.
Quando hai fatto un po’ di pratica, senza barare, prolunga il compito a
un’intera giornata.

Esercizio n. 9: essere presente senza pensare a un dato argomento

Quando te la senti datti il compito di non pensare per una intera giornata a un
dato argomento. Fallo su un argomento che in quel periodo la mente usa per
tormentarti sistematicamente (un pensiero fisso, una preoccupazione ecc.)
oppure su cui ama indugiare in modo stereotipato e meccanico come per es. su
faccende di sesso, oppure sulle sigarette. Ovviamente se coinvolgi l’argomento
sigarette, il non pensarci, o impegnare la Presenza per scacciare ogni pensiero da
esse, ti porta necessariamente a non fumarle durante l’esercizio. Buon per te!
1
Carlos Castaneda, Il fuoco dal profondo, BUR, Milano 2014.
2
Carlos Castaneda, Una realtà separata, Rizzoli, Milano 2004.
3
Castaneda, Una realtà separata cit.
4
Viktor Taransky, da S1m0ne, un film di fantascienza del 2002 scritto, prodotto e diretto da Andrew Niccol
e interpretato da Al Pacino.
5
Eckhart Tolle, Il Potere di Adesso, Mondadori, Milano 1999.
6
Ogni emozione che si manifesti al posto di un sentimento pare derivare da un’emozione archetipica che
riprende vita ogni volta che vi è una momentanea perdita di consapevolezza del divino che davvero sei.
7
Giulio Achilli, Lo sfidante. Chi sta usando la tua mente?, film documentario del 2012.
8
Ivi.
9
Tolle, Il Potere di Adesso cit.
10
Tolle, Il Potere di Adesso cit.
11
Georges Ivanovič Gurdjieff (1866-1949), armeno, è stato un filosofo, scrittore, mistico e «maestro di
danze». Il suo insegnamento combina sufismo e altre tradizioni religiose in un sistema di tecniche
psicofisiche che mira a favorire il superamento degli automatismi psicologici ed esistenziali che
condizionano l’essere umano. L’insegnamento fondamentale di Gurdjieff è che la vita umana è vissuta in
uno stato di veglia apparente prossimo al sonno. Per trascendere questo stato di oblio elaborò uno specifico
lavoro su sé stessi al fine di ottenere un livello superiore di Presenza, consapevolezza e benessere
psicofisico.
Un mondo creato sotto ipnosi

Ti trovi dentro un sogno caro lettore, il Sogno della


Coscienza. Sei dentro una Proiezione Olografica, la
proiezione della Coscienza. Sei dentro una Realtà Virtuale,
un immenso videogame. E sei qui per fare esperienza, per
ricordare chi sei. E ciò che sei, a dispetto della
socializzazione che ti ha instillato limiti su limiti, è a dir
poco meraviglioso! Sei un essere magico coinvolto in un
viaggio evolutivo stupefacente e sei colmo di incredibili
risorse che nemmeno immagini di possedere. 1

La Coscienza che sogna

L’Essere è l’unica Realtà, è la Coscienza, è da sempre, è ovunque ed è privo


di ogni tensione, fermo, senza polarità, indistinto. In quanto pura Autocoscienza,
totalmente indifferenziato, non si conosce, non sa come è fatto, poiché in Esso
tutto è identico a Sé. Immagina per un istante che la Realtà voglia sapere come è
fatta, voglia guardarsi allo specchio, conoscersi.
L’Essere crea così uno specchio in cui specchiarsi, per vedere come è fatto, e
proietta in questo specchio se stesso, dando vita alla Conoscenza attraverso ogni
possibile esperienza. Questa è la virtualità, il regno della dualità, dell’apparente
separazione, ciò che gli sciamani chiamano il sogno, e che noi chiamiamo realtà
olografica. La virtualità non è irreale o finta, ma è una proiezione modificabile –
al fine di permettere ogni esperienza – della Realtà immutabile.
Nella virtualità esistono le illusioni dello spazio, del tempo e dell’energia
potenziale e una parte di Realtà costituita dalla Scintilla Divina/Unità di Luce
(Anima). Quest’ultima è l’elemento che la Coscienza proietta in una macchina
biologica per poter vivere ogni possibile esperienza modificando le illusioni
(spazio, tempo ed energia) della virtualità stessa. Tu non possiedi un’Anima, tu
sei un’Anima.
Lo spazio, che siamo abituati a considerare così reale, non è che una
proiezione della Coscienza. La cosiddetta materia solida è fatta di atomi che
sono costituiti al 99,9% periodico di vuoto. Quando tocchi con la tua mano ciò
che credi sia un «reale oggetto solido» stai di fatto sperimentando la forza
elettrostatica di repulsione degli elettroni.
Il tempo, parimenti, non è che una proiezione della Coscienza, a cui la mente
si collega. In realtà esiste un unico momento. Proprio l’Adesso. Puoi facilmente
accorgertene quando pensi all’illusione della proiezione di un film di due ore.
Adesso, nell’unico momento che davvero esiste, tutti i fotogrammi in realtà già
coesistono. Il flusso lineare del tempo è una costruzione psicologica.
Tutti noi siamo i protagonisti del sogno della Coscienza che semplicemente
sta facendo esperienza di sé, e mentre noi finora abbiamo contato 13,8 miliardi
di anni dal Big Bang a oggi, questa sbirciatina sta avvenendo nell’Adesso,
l’istante cosmico che si manifesta in 10-44 secondi (il tempo elementare di
Planck)2.

Il mondo è dentro di noi, non fuori

Sin da piccoli il mondo che ci circonda ci viene raccontato come un mondo


fatto di oggetti, di forme e di colori. Ci abituiamo così tanto a esso con il
trascorrere del tempo che difficilmente arriviamo a dubitare della sua realtà.
Eppure il mondo che vediamo, il mondo che percepiamo con i nostri sensi
non è davvero reale come crediamo. Esso di fatto è costituito da immagini che
creiamo nel nostro cervello. Tutto ciò che percepiamo è «illusione», ovvero
qualcosa che avviene dentro di noi. Tuttavia questo non significa che non esista,
quanto piuttosto che è modificabile. Si tratta di una virtualità modificabile dalla
Coscienza.
Siamo stati convinti che per vedere utilizziamo gli occhi, ma di notte, a occhi
chiusi, mentre siamo coinvolti in qualche sogno vivido, siamo in grado di vedere
benissimo. Ogni organo di senso traduce i suoi particolari stimoli in segnali
elettrici. Quello che c’è davvero nel nostro cervello sono dunque campi elettrici
che sorprendentemente stimolano i neuroni preposti alle differenti capacità
percettive: alcuni stimoli diventano olfattivi, altri visivi, altri tattili, altri uditivi,
altri gustativi. La macchina biologica umana e i suoi campi elettrici danno vita
alla percezione all’interno del cervello. Noi presumiamo soltanto che vi sia
un’effettiva realtà fuori di noi, quando invece essa viene creata dentro di noi.
In altre parole, tutto ciò che uno percepisce, esiste soltanto nel suo cervello e
se in questo momento la mente ne dubita, ci basti ricordare una delle basi della
moderna fisica: la materia non è affatto solida come ci appare. Gli atomi sono
particelle elementari microscopiche, a loro volta essi sono formate da
microparticelle subatomiche che di fatto, oltre a essere davvero incredibilmente
piccole sono anche così particolari da non poter essere chiamate materia, quanto
piuttosto nuvole confuse di un’esistenza potenziale, che assomigliano più a onde
che a particelle fisiche.
Fuori dal nostro cervello, quindi, dove abbiamo imparato a collocare il
mondo esterno, ci sono «soltanto» onde e pacchetti di misteriosa energia.
Quando crediamo di toccare qualcosa di reale, in realtà si tratta dell’azione di
protoni ed elettroni dei nostri polpastrelli su protoni ed elettroni di ciò che
chiamiamo «oggetto reale». Ma con dei simulatori meccanici, indossando uno
speciale guanto capace di creare diversi spettri di interferenza sia elettrica che
protonica, possiamo essere convinti di toccare un muro di pietra, oppure un
animale domestico, o un morbido cuscino di lattice. Ne consegue che
percepiamo come reale qualcosa che concretamente non ha alcuna realtà fisica,
soltanto perché il nostro cervello ce la fa apparire tale.
Tutte le percezioni umane hanno dunque luogo nel cervello e vengono
interpretate dalla mente. Siamo stati addestrati (ipnotizzati) a conferire loro lo
spessore della realtà. Il mondo è una costruzione mentale e sociale e si basa su
innumerevoli suggestioni ipnotiche.

L’ipnotismo è accogliere suggestioni

Tutto questo può apparire stupefacente per quelle persone convinte che il
mondo sia fatto di mattoni, legno e metalli vari, ma certo non a chi da tempo ha
intuito che effettivamente il mondo non è affatto come sembra.
La «suggestione» è l’accettazione più o meno passiva di un suggerimento di
natura generica o di una particolare influenza. Accettando una suggestione dopo
l’altra, le indicazioni che provengono dal mondo esterno possono via via
divenire meno generiche e costituire, nel tempo, vere e proprie «credenze».
La suggestione è un fenomeno psicologico per cui un’idea, un
convincimento, un’aspirazione si impongono alla coscienza per azione diretta o
indiretta di un’altra personalità o comunque per mezzo di una forza esterna cui
non si riesce – o non si vuole – opporre una resistenza efficace.
Tutti gli esseri umani, da quando nascono in poi, sono soggetti all’azione
delle suggestioni e a loro volta suggestionano gli altri nelle forme più disparate.
A livello più elementare è evidente che ogni affermazione che facciamo è di per
sé una suggestione e ogni suggestione può essere accolta o rifiutata.
Quando viene accettata essa intensifica sé stessa. Sei stato ipnotizzato
(abituato) a reagire con la tua mente in modo stereotipato a certi stimoli che il
tuo corpo percepisce. Per esempio, quando cominci ad avvertire che ti cola il
naso, la tua mente subito parte con uno dei noti programmi di lamentela: «Porca
miseria, mi sta venendo il raffreddore!». E se ascoltando meglio il tuo corpo ti
senti un po’ indebolito e rincari la dose: «Mi sa che non sto tanto bene!», hai già
posto delle solide basi per accettare suggestioni ipnotiche negative che stanno
programmando il tuo corpo a comportarsi da malato. Ti sei appena ipnotizzato.
O, per meglio dire, sei passato da una ipnosi all’altra.
È un circolo vizioso o virtuoso, a seconda della direzione in cui le tue
suggestioni ti portano. Tu stai creando la tua realtà. Se quando stai per
raffreddarti porti l’attenzione su aspetti positivi e ti dici che stai bene,
intensifichi proprio quella realtà. Mentre se ti fai portare dalla tua mente su
aspetti negativi: «Mi sembra di avere la febbre!», allora è proprio quelli che vai a
intensificare.
Ma perché mai, potendo scegliere, dovresti lasciarti andare a pensieri
negativi? Questo accade perché sei stato lungamente addestrato al ruolo di
vittima lamentante. Accade perché il processo è solo in parte conscio ed entrano
in gioco aspetti poco luminosi della psiche che inconsciamente tendono a
boicottare la razionale volontà di stare bene. E poi, non ultimo, entra in gioco la
massiccia forza dell’abitudine. È una vera e propria deriva inerziale: tutte le
volte che ti sei sentito in un certo modo, poi è finita che ti sei ammalato. Quindi
il programma: «Anche stavolta mi tocca», è attivo. Questa forma di ipnosi, in cui
accogli le tue stesse suggestioni, viene chiamato «autoipnosi».
Di tutte le suggestioni di cui hai potuto fare esperienza nella tua vita, le tue
credenze si sono strutturate su quelle che hai deciso di accogliere, consciamente
o inconsciamente. Hai costruito le tue verità sulle suggestioni che hai accettato.
E stai continuando a fare proprio questo, proprio ora.
Ovviamente comprendere questo processo fa parte dello smascheramento
dell’ipnosi subita e ti permette, divenendone davvero cosciente, di invertire il
copione sin lì recitato, trasmutando il ruolo di vittima nel ruolo di comandante.

Ipnotizzatori e ipnotizzati

Ogni giorno, in ogni cosa che fa, ogni essere umano ipnotizza ed è
ipnotizzato e questo semplicemente accade mentre egli pensa o dice qualcosa,
oppure ascolta gli altri. La trance ipnotica umana è costituita da un’enorme rete
di suggestioni condivise e interfacciate. Si tratta di milioni e milioni di input
quotidiani con cui ognuno di noi si confronta.
Il mondo intorno a noi, come un fedele specchio, riflette l’esatta immagine di
ciò che ogni persona si aspetta di vedere in base alle suggestioni accolte
precedentemente. Scegliamo sempre quale suggestione accogliere e quale no,
per miliardi di volte nella vita. Ognuna di esse potenzialmente potrebbe
diventare realtà, a seconda di quanta accoglienza le venga riservata. La maggior
parte degli elementi della cosiddetta realtà visibile nascono dal consenso sociale,
ovvero su di essi si è creato un campo morfico3 di consistenza: più persone
credono che una determinata cosa sia fatta in un determinato modo e più essa
acquisisce proprio quel tipo di realtà di fronte ai nostri sensi. E questa
convenzione, o accordo, viene tramandata geneticamente di generazione in
generazione. Ognuno di noi è così co-creatore del mondo esterno che chiamiamo
«realtà». Il mondo appare così solido perché da centinaia di migliaia di anni di
anni lo pensiamo collettivamente solido. Quando una convenzione diventa
convinzione è capace di vincolare l’uomo a essa e di rendere difficile l’accettare
suggestioni contrarie.
Ad esempio, oggi sette miliardi di persone sono convinte della assolutezza
del dover mangiare per vivere, eppure su questo pianeta ci sono delle persone (si
contano sulle dita di due mani) che da molti anni non mangiano e godono di
ottima salute. Le convinzioni, le credenze, la rigidità di una realtà collettiva
prendono spesso la forma di pesanti catene.
Con l’uso cosciente dell’ipnosi possiamo interrompere la catena del dolore.
Essere trafitti da oggetti acuminati senza percepire dolore e senza sanguinare è
uno dei possibili effetti di una buona trance ipnotica. Adeguate suggestioni
permettono un parto indolore, di far cessare il mal di testa ecc.
Con l’uso cosciente dell’ipnosi possiamo momentaneamente interrompere gli
effetti fastidiosi di svariati sintomi, dimostrando, inequivocabilmente, che il
potere è dentro di noi, la difficoltà sta solo nel crederci dopo una vita di
educazione al depotenziamento e all’annichilimento delle nostre naturali
capacità creative.
Per questo non è sufficiente scoprire quali sono le suggestioni negative che
abbiamo sciaguratamente scelto di accogliere nella nostra vita e di modificarle,
ma occorre credere totalmente alla nostra autentica divina natura creativa e
ricordare a ogni istante che siamo davvero noi quelli che plasmano le loro
personali vite.
Tutto accade dentro di noi, nulla là fuori è reale, se non nella misura in cui il
nostro stesso pensiero creativo pensa che lo sia. Noi creiamo realtà.
Esistono infiniti universi paralleli e noi ci muoviamo tra di essi in base alle
scelte che di continuo facciamo. Ogni nostra singola scelta crea un universo
parallelo. Il teatro in cui ci esprimiamo è l’Infinito.
E non c’è nulla di cui aver paura. Anche la paura è una scelta, una
suggestione che possiamo scegliere di accogliere, oppure rifiutare, in nome
dell’Amore. Persino vivere e morire come le intendiamo comunemente sono
illusioni, forme di suggestione. Il non-essere non c’è, esiste solo l’Essere. Noi
siamo vita eterna, il vivere e il morire qui sul pianeta Terra è solo un gioco per la
nostra Anima, la cui vera casa è l’Infinito e il cui tempo, nel continuo presente è
l’Eternità. Anima sta facendo l’esperienza di un’identificazione limitante con il
contenitore che la ospita, il meraviglioso conglomerato di campi di energia
apparentemente solida che chiamiamo «corpo umano». Noi siamo; tutto ciò che
ci circonda invece è suggestione.
Possiamo uscire dalla prigione delle nostre idee, possiamo diventare padroni
delle decisioni su ogni suggestione con cui creiamo la realtà. Possiamo ricordare
ciò che siamo, l’Essenza, la Divina Presenza. «Ogni suggestione di ogni
secondo, ogni suggestione che prendiamo o non prendiamo è influenzata dalla
decisione precedente, e la decisione precedente era a sua volta influenzata da
quella precedente ancora. Ogni scelta viene compiuta sulla base della
suggestione che io-soltanto-io decido essere vera per me. Nessuno mai prende
una decisione per me: quando accetto un consiglio, sono io che scelgo di farlo e
che scelgo come agire. Avrei potuto rifiutarlo, in mille modi diversi.»4
Puoi sempre scegliere, sei l’unico creatore della tua vita, e se pensi di non
potere è soltanto perché hai scelto di ipnotizzarti secondo quella suggestione
limitante.
Puoi scegliere di uscire dall’ipnosi. Puoi scegliere di cominciare a ricordare
chi sei da sempre dietro la recita che hai messo in piedi.
Puoi scegliere di ricordarti di ricordare.

Esercizio n. 10: essere presente sotto la doccia

Ogni volta che ti fai la doccia hai l’occasione di essere totalmente presente a
te stesso. Senti in piena consapevolezza la temperatura e la pressione dell’acqua
e l’effetto che fanno al tuo corpo. Stai nel sentire per tutto il tempo in cui ti lavi.
Questo esercizio è anche un’opportunità di non dare per scontata la praticità
dell’acqua corrente e il piacere della temperatura regolabile, così mentre ti
ricordi di te, puoi persino manifestare gratitudine.

Esercizio n. 1 : essere presente lavando i denti

Ogni volta che ti lavi i denti fallo pienamente concentrato su ogni singolo
aspetto dell’operazione, da quando sviti il tappo del dentifricio fino a quando ti
asciughi la bocca. Esegui tutto il lavaggio senza alcuna distrazione mentale, in
piena Presenza.

Esercizio n. 12: essere presente nello spogliarsi e nel vestirsi

Ogni volta che ti togli o metti un qualunque indumento ricordati di te. Sii
totalmente presente al gesto che stai compiendo: «Io Sono nella Presenza», e «Io
mi sto spogliando/vestendo proprio in questo momento e ne sono completamente
conscio».

Programmato per dimenticare

Tutto ciò che c’è scritto in questo libro tu lo sai già. Te ne sei soltanto
scordato. Sei stato programmato, come tutti, a dimenticare. E sei stato anche
abilmente programmato a «dimenticare di ricordare». Bel pasticcio, vero?
Quello che stai leggendo, ovvero ricordando, è importante che tu lo recuperi
dallo spazio oscuro di quella potente programmazione. Ti suggerisco di importi
quotidianamente di ricordare. Ricorda-ti la tua Essenza, il tuo Potenziale, quanto
sei una Creatura Meravigliosa!
La costanza del ricordare può «craccare» l’infelice programmazione
dell’oblio essenziale e come un autentico hacker puoi cantare vittoria quando ti
accorgi che per ricordare non ti è più necessario sforzo alcuno e, al suo posto,
percepisci l’intensa autentica gioia di Essere.

Esercizio n. 13: essere presente cucinando

Il cibo è sacro perché ti dà tutta l’energia necessaria al sostentamento. Siine


grato e porta questa gratitudine negli alimenti che tocchi mentre li cucini. Sii
presente a ogni singolo gesto, lascia che tutta l’attenzione ruoti intorno all’atto
del cucinare in modo consapevole.

Esercizio n. 14: essere presente mangiando

Se possibile evita di guardare il telegiornale mentre mangi, a causa


dell’associazione tossica che andresti a creare (cattive notizie abbinate al
nutrimento). Cerca il silenzio. Quando mangi è opportuno che tu lo faccia al
100% della tua Presenza, conscio dell’importanza del gesto che stai facendo e
grato che la vita del mondo vegetale stia permettendo a te di vivere dopo essersi
nutrita a sua volta dell’energia del sole. Sii presente in ogni gesto, da quando
porti il boccone alla bocca, durante ogni singola masticazione, fino a quando
deglutisci.

Esercizio n. 15: essere presente lavando i piatti

Sembra un compito misero. Rassettare e pulire i piatti. Secondo tradizione è


cosa da donne! Ma perché mai questa cosa dovrebbe avere una caratterizzazione
di genere? Un uomo può benissimo lavare i piatti, non ci sono scuse. Uomo o
donna che tu sia, lascia che lavare i piatti diventi non tanto una fastidiosa
incombenza da risolvere il prima possibile, ma piuttosto una divertente
meditazione e una palestra per allenare la tua Presenza.
Quando lavi i piatti, lava esclusivamente i piatti, uno alla volta, nella piena
consapevolezza di farlo, senza fretta, senza agire null’altro nella tua mente.
Questo esercizio conferisce presenza, fermezza e determinazione.
1
Dario Canil, Risognare la Realtà, L’Età dell’Acquario, Torino 2014.
2
Max Planck (1858-1947), fisico tedesco.
3
Rupert Sheldrake (1942- ) è il biologo e saggista britannico che ha dato vita alla teoria della «risonanza
morfica», che implica un universo non meccanicistico, governato da leggi che sono esse stesse soggette a
cambiamenti. L’idea che ogni specie, ogni membro di ogni specie, attinga alla memoria collettiva della
specie, si sintonizzi con i suoi membri passati e a sua volta contribuisca all’ulteriore sviluppo della stessa,
comporta una sorta di «risonanza» fra gli individui e i gruppi della specie. Questo avviene attraverso un
sistema regolato e gestito da campi organizzativi invisibili, che lui chiama «morfici» o «morfogenetici»
ossia dei campi di energia in grado di veicolare informazioni. Questi campi non sarebbero memorizzati nel
cervello, ma piuttosto sarebbero memorizzati in un campo di informazioni al quale si può accedere
mediante il cervello. Ciò avvalorerebbe la tesi che la coscienza umana, i nostri ricordi personali e il nostro
senso dell’Io possano sopravvivere alla morte biologica. Trovi ulteriori considerazioni intorno ai campi
morfici a p. 158.
4
Richard Bach, Hypnotizing Maria, Hampton Road Publishing Company, Newburyport 2009.
PARTE SECONDA

IL RISVEGLIO
La macchina biologica umana

Le sfide portano con sé un dono che aiuta a conoscere la


verità.1

L’Essenza confusa

L’essere umano è una macchina biologica complessa, che trae energia dal
cibo che ingerisce, dall’acqua, dall’aria, dal sole e dal sonno. Si tratta di un
apparato psicofisico prodigioso ed estremamente sofisticato. È costituito da
migliaia di sistemi efficacemente interconnessi e organizzati che ci permettono
di vivere, muoverci, provare sentimenti, pensare, sperimentare emozioni, fare
esperienza.
Qualcuno sostiene che non è possibile sviluppare questa macchina, e che si
debba sviluppare ciò che la abita, l’Essenza. A ben guardare però, l’Essenza non
ha bisogno di essere sviluppata, quanto piuttosto di essere risvegliata dal suo
torpore, in quanto legandosi alla macchina biologica si è confusa con essa, si è
identificata con essa, assumendone i limiti.
Per la maggior parte del tempo della vita ordinaria di un essere umano, la
macchina biologica giace in letargo, le sue connessioni con la Divina Presenza
non sono attive, ogni risposta è prettamente automatica, la sua volontà in merito
agli accadimenti meramente meccanica. L’attenzione della macchina è
totalmente autoreferenziale, rivolta narcisisticamente su di sé, sui propri
contenuti soggettivi a loro volta filtrati da modalità interpretative del tutto
schematiche. In definitiva, quando la macchina biologica è addormentata è del
tutto simile a un automa.
Il nostro tempio/contenitore, qui nel breve passaggio su questa terra, va
trattato bene, dandogli una corretta alimentazione, un opportuno riposo, adeguata
attività fisica, pensieri felici, eppure questo non basta. La cosa più importante e
degna che possiamo fare nei suoi confronti è di risvegliarlo dal suo lungo sonno.
«L’attenzione è lo strumento più potente che possiamo usare per produrre lo
shock che porta la macchina biologica umana nello stato di veglia.»2
Il più efficace mezzo di cui disponiamo per svegliarla è stare nella Presenza,
praticare il ricordo di Sé. Questo equivale a invertire una scala di valori. La
macchina biologica è nella virtualità la rappresentazione olografica del
contenitore che Anima crea per fare esperienza. Anima, facendo esperienza,
immergendosi pienamente in essa, perde di vista la sua essenza identificandosi
nella macchina e divenendone prigioniera. In altre parole Anima sta creando il
corpo nella nostra dimensione materiale (virtualità olografica) e nel farlo si
confonde con esso, si smarrisce nelle sue limitazioni disconnettendosi dal
ricordo di Sé. E così il corpo agisce da padrone fagocitando e sopprimendo ogni
potenzialità creativa all’interno della sua cieca meccanicità.
La Presenza ha il potere di interrompere il segnale portante della
socializzazione che tiene addormentata la macchina biologica. L’autosservarsi ha
proprio il potere di infrangere l’incantesimo soporifero, smascherando le noiose
e meschine trame di un organismo ridotto in schiavitù, rivelando le sue
insopportabili e assurde associazioni mentali che ancora ognuno si ostina a
chiamare «il mio pensiero».
«Prigioniera di una macchina addormentata, l’Anima interpreta gli eventi del
mondo come se non avesse alcun potere su di essi. Il mondo sembra allora un
mostro gigantesco dotato di volontà propria e capace di danneggiarci contro la
nostra volontà. Risvegliando l’apparato psicofisico di cui è ospite, l’Anima si
riappropria invece del suo potere, comprende che il mondo non possiede una
volontà sua e che è Lei l’unica artefice – in parte consapevole, in parte
inconsapevole – della realtà che sta vivendo.»3
Premessa di ogni lavoro su di sé è il riconoscimento, oltre ogni dubbio, che
le nostre abituali attività quotidiane sono condotte all’interno di uno stato di
sonno verticale. Ovvero si crede di essere svegli perché si è in una posizione
verticale e si dà vita al proprio libero arbitrio. Di fatto è proprio questo «sentirsi
svegli» che rappresenta un grosso ostacolo al vero lavoro di risveglio. Per lo più,
chi pensa di pensare è pensato (ovvero subisce il pensiero), chi crede di cogliere
dei sentimenti sta subendo delle emozioni e chi crede di essere presente al
proprio corpo sta passivamente soggiacendo alla sua programmazione cinetica.
Abitualmente definiamo «volontà» la capacità di imporre a noi stessi qualche
atto e non ci rendiamo conto che laddove questo avviene nella fase di sonno, in
realtà essa non è altro che l’espressione capricciosa di una catena di pensieri
automatici. La vera volontà è invece la capacità animica di osservare a
piacimento, in modo neutro e in piena Presenza, come la macchina biologica sta
reagendo meccanicamente agli stimoli del mondo esterno.
In quest’ottica, la volontà è libera consapevole attenzione. Questa Presenza
in sé, quando diventa disciplina, ovvero uno stato dell’essere, libera l’essere
umano dalla schiavitù.
Implicazioni del malinteso originario

Fondamentalmente noi siamo Anima e crediamo di essere il corpo, il


contenitore che ci ospita e che ci scorrazza in giro per il mondo. Questo
malinteso originario fa sì che tutte le nostre risorse vengano dedicate alla
macchina biologica, ai suoi istinti, ai suoi appetiti, alle sue frenetiche emozioni.
Nello smarrirci in esso perdiamo completamente di vista proprio l’essenza di
ciò che siamo, l’amore da cui originiamo e l’illimitato potere creativo di cui
disponiamo.
Comprendere questo non solo dal punto di vista cognitivo, ma
profondamente, appare difficile a causa del perdurare del sonno della macchina
per tutta la nostra vita. Siamo talmente abituati e assuefatti all’addormentamento
da non rendercene quasi più conto.
La mente, che come abbiamo visto, è parte integrante del problema, si ribella
con tutte le sue forze all’azione di risveglio, questo in virtù del suo stesso istinto
di sopravvivenza: lei sa che il risveglio ha il potere di distruggerla. La mente a
cui siamo stati assoggettati per tutta la vita è costretta dal risveglio a entrare nel
Momento Presente e, sacrificando il passato e il futuro che sono la sua fonte di
sostentamento, essa non può che collassare e i suoi pensieri meccanici lasciano
spazio alla meraviglia e alla quiete del silenzio.
La premessa necessaria al risveglio della macchina è dunque la
consapevolezza profonda che è essa di fatto a essere addormentata e non
l’Anima. L’Anima è soltanto confusa. L’Anima è pura autocoscienza
intrappolata nell’identificazione con il suo addormentato contenitore biologico.
Presa coscienza di ciò e assumendoci al 100% la responsabilità della nostra
vita, ci rendiamo conto che nessuno fuori di noi può risvegliare la macchina:
questo è un compito del tutto personale. Anzi, lo stesso fatto che la macchina sia
addormentata può essere concepito come uno degli elementi della perfezione del
creato: lo sforzo di risvegliarla è, in quest’ottica, la sfida che noi stessi ci siamo
dati per sviluppare determinate aspetti dell’esperienza. In parole povere ci
stiamo costringendo a tirar fuori il meglio di noi per ricordarci chi siamo.
L’esperienza umana che stiamo facendo è molto preziosa, tuttavia, se durante
questo nostro passaggio dalla dimensione terrestre a una dimensione più
spirituale la macchina biologica resta addormentata, questa preziosa esperienza
in gran parte viene perduta né più né meno come perdiamo la memoria di un
vivido sogno dopo qualche ora o qualche giorno. Mancare quest’occasione
sembra davvero un grosso spreco e saperlo potrebbe diventare un buon incentivo
a risvegliare il nostro contenitore.

Pura Presenza e volontà di attenzione

Anima accetta quel che c’è senza giudicarlo in alcun modo e la macchina
addormentata non fa certo eccezione, quindi a tale scopo dovremmo utilizzare
strategicamente le qualità essenziali di Anima, ovvero l’Amore, la Luce e la
Forza qui intese sotto forma di pura Presenza e volontà di attenzione. «Possiamo
usare la nostra attenzione per osservare attentamente e con intensità tutto ciò che
la macchina fa. In breve tempo raccoglieremo abbastanza prove da convincerci
al di là di ogni ragionevole dubbio che essa pensa mediante associazioni
automatiche; che sa condurre un dialogo interno con se stessa; che reagisce
secondo modelli molto complicati a tutte le situazioni possibili senza che glielo
ordiniamo e perfino senza la partecipazione della nostra attenzione; che conosce
tutti i gesti appropriati, tutto il corretto protocollo sociale, intellettuale ed
emotivo.»4
Scopriamo così qualcosa di molto inquietante: lo scopo del rituale sociale
pare essere proprio quello di mantenere addormentata la macchina a tempo
indeterminato.

Sintomi della resistenza al risveglio

La macchina biologica vive in una sorta di deriva inerziale. Ogni volta che
un barlume di risveglio pare manifestarsi, essa si oppone con tutte le sue forze a
tale risveglio; sembra avere dei veri e propri meccanismi difensivi pronti ad
attivarsi immediatamente per ottenere lo scopo di permanere nel rassicurante
torpore del sonno.
Non di rado, quando la macchina comincia a risvegliarsi, si manifestano
sensazioni sgradevoli nei piani fisico, mentale ed emozionale, al punto da
indurci a desiderare che essa torni al suo abituale e consolidato sonno.
I sintomi del risveglio potrebbero assumere la forma di agitazione,
nervosismo, tachicardia, vampate di calore, sensazione di fuoco nel corpo,
vertigini, formicolio, confusione, un paradossale senso di perdita della presenza
(!) Questo accade perché la macchina ha barlumi di risveglio e non si trova in
uno stato di totale risveglio: tutta la sua resistenza inerziale viene così mostrata
sotto forma di disagio.
In definitiva il risveglio della macchina biologica appare come qualcosa di
fastidioso e questo, ovviamente, spaventa chi ne fa esperienza e contribuisce a
fargli mantenere lo status quo, l’addormentamento.
Un altro ostacolo che incontriamo durante il lento e progressivo processo di
risveglio è di pensare che – quando la osserviamo – la macchina sia già del tutto
sveglia. Di fatto è sveglia, ma è in una fase di risveglio appena abbozzato, non
ancora nella sua piena maturità e del tutto incomparabile al vero risveglio.
Quindi dobbiamo fare attenzione a non convincerci che la macchina sia del tutto
sveglia quando invece siamo appena all’inizio del nostro lavoro. Crederlo
significherebbe «raccontarsela», che è proprio una tipica espressione
dell’addormentamento.

Modalità per favorire il risveglio

Un autentico lavoro su di sé non consiste dunque nell’astrarsi dalla


macchina, nell’ignorarla, nel cercare una fantomatica illuminazione
trascendendola, bensì nel conoscerla in modo sempre più profondo e
nell’imparare a gestirla in piena presenza.
L’osservazione è davvero uno strumento potente a tale scopo. Osservare la
macchina biologica mentre essa è addormentata è già di per sé un potente
impulso di risveglio. Ed è un impulso cumulativo: ogni istante di veglia si
accumula a creare un campo di saturazione. Nessun momento di presenza viene
perduto.
Di seguito propongo delle modalità pratiche per favorire il risveglio della
macchina biologica:
− l’osservazione (stare nella Presenza);
− il non-fare;
− il non volere l’approvazione;
− Ho’Oponopono;
− la legge dello specchio;
− l’adorazione: la resa alla Divina Presenza.

Esercizio n. 16: l’autosservazione

Durante il giorno, in diversi momenti, prenditi qualche minuto e come se


fossi un osservatore esterno guarda, senza giudicarla né volerla cambiare, la tua
macchina biologica. Osserva i suoi automatismi motori, la sua cinetica del tutto
meccanica e scontata, osserva i processi mentali, l’incessante dialogo interiore
fatto di incredibili associazioni di pensiero, osserva le sue stereotipate reazioni
emotive. Renditi conto che in quei momenti la macchina fa tutto quello che
vuole, in totale assenza di te.
L’esercizio in sé è piuttosto semplice: quando in piena Presenza e con intento
inflessibile porti l’attenzione sulla macchina biologica, essa si risveglia.
Ricordatene.

La follia controllata

Gli sciamani toltechi della tradizione di don Juan, raccontatici da Carlos


Castaneda, erano soliti considerare il mondo in cui viviamo come un mondo di
pazzi scatenati. Per questo essi applicavano al loro vivere «da guerrieri» i
principi della follia controllata, ovvero vivevano nel mondo di pazzi scatenati
facendo intendere di esserlo anche loro, ma nella piena consapevolezza di non
esserlo affatto. Questi sciamani praticavano la follia controllata attraverso l’«arte
dell’agguato».
«L’arte dell’agguato consiste nell’apprendere tutti i trucchi del
camuffamento, e impararli così bene che nessuno si accorge che si è camuffati.
Per riuscirci è necessario essere spietati, astuti, pazienti e gentili. La spietatezza
non dovrà essere durezza, l’astuzia non dovrà essere crudeltà, la pazienza non
dovrà essere negligenza né la gentilezza stupidità.»5 La spietatezza è l’arte di
non raccontarsela e di non indulgere nell’autocommiserazione; l’astuzia è l’uso
strategico delle circostanze; la pazienza è la rinuncia all’aspettativa e la fiducia
nell’intento; la gentilezza è scegliere e percorrere sentieri che hanno un cuore.
«L’arte dell’agguato consiste in una serie di procedure e atteggiamenti che
consentono al guerriero di trarre il meglio da ogni possibile situazione.» 6
Allo scopo di ridurre la presunzione e l’arroganza − e parallelamente una
delle tecniche di lavoro più efficaci per smascherare il proprio addormentamento
− viene attribuita grande enfasi al tendere-agguati-a-sé-stessi.
La forma più comune e potente di agguato a sé stessi è di praticare l’«arte di
non-fare».
Il non-fare consiste nel rilevare una qualsivoglia stereotipia comportamentale
della macchina biologica, osservandola e poi decidere di fare ciò che si stava
facendo in un modo completamente diverso dal solito e del tutto inusuale. Il non-
fare spezza la forza della rigidità della macchina e la risveglia attraverso un vero
e proprio scossone.
Esercizio n. 17: il non-fare

Se osservandoti ti accorgi che la macchina biologica allaccia sempre per


prima la scarpa destra, in piena Presenza allacciati per prima la scarpa sinistra.
Se mangiando tieni la forchetta nella mano destra, in piena Presenza scuoti la
macchina utilizzando la mano sinistra e, in alcune occasioni, mangiando
direttamente con le mani. Osa farlo con gli spaghetti, sorprenditi!
Ogni tanto perché non cammini per qualche decina di metri all’indietro?
Questi sono solo degli esempi. Puoi applicare il non-fare a innumerevoli
situazioni che pertengono alla comune descrizione che dai del mondo o di te
stesso. Il non-fare interrompe la tua descrizione del mondo, sospende il fare del
mondo ordinario; è lo strumento che ti porta sul versante ignoto della realtà e a
esplorare nuovi aspetti di te stesso. Il non-fare ti libera dall’incantesimo della
macchina biologica, che ti vuol far credere di essere lei a dirigere la tua realtà. Ti
puoi così più facilmente riconoscere come un essere fluido, libero e creatore del
suo mondo.
«Ci sono molte cose che un guerriero può fare in un determinato momento e
che non avrebbe potuto fare anni prima. Non perché quelle cose siano cambiate;
ciò che è cambiata è l’idea che lui ha di sé.»7 Le cose sono come sono, non
cambiano, ma tu puoi cambiare il tuo modo di vederle.

Esercizio n. 18: trascendere la voglia di approvazione

Agli allenamenti di Viet Vo Dao8 il mio apparato psico-fisico non vedeva


l’ora di fare la spaccata per ottenere l’approvazione e le lodi degli altri,
considerando oltretutto che pochissimi riuscivano a eseguirla.
La macchina biologica e la sua intima amica mente egoica amano tantissimo
ricevere elogi di ogni tipo.
Ogni volta che hai l’occasione di dire qualcosa che può metterti in buona
luce di fronte alle persone che per te contano hai due modi di scuotere la
macchina:
− trattenendoti dal manifestare apertamente quanto sei bravo, intelligente,
geniale, spiritoso, simpatico, profondo, colto ecc. Tanto più ti costa trattenerti in
tal senso, tanto più stai costringendo la macchina a svegliarsi;
− osservandoti in piena presenza, quando hai appena mostrato al mondo la tua
straordinaria lungimiranza, ridi di gusto della tua assurda e patetica importanza
personale. Rileva quanto essa sia ridicola, misera, triste e indegna di una persona
sveglia, del tutto fuori luogo a fronte della tua Divina Presenza. Questa modalità
ti aiuta anche a ricordare quante volte in passato hai trascorso diverso tempo
offeso da qualcuno, arrabbiato con qualcuno, deluso da qualcuno. Povera,
piccola, arrogante importanza personale!
Adesso finalmente la puoi vedere per come essa è davvero e non
giudicandola come negativa, ma piuttosto sorridendo amorevolmente della sua
debolezza e inconsistenza.
Anche l’importanza personale, come ogni emozione, era perfetta quando si è
manifestata. Ora è perfetta la catartica espressione che ti trovi sul viso
smascherandola! Non è fantastico?

Ho’Oponopono

Nel capitolo «La benedizione» viene delineato l’importante ruolo della


preghiera. La preghiera non è intesa qui come il timoroso rivolgersi a una
divinità esterna, quanto piuttosto il gioioso riscoprire il nostro vero centro
interiore, l’Anima, la Divina Presenza.
In quanto Anima che crea e abita un contenitore biologico, io sono
responsabile al 100% della mia vita. Siccome la maggior parte dei miei processi
psichici avviene nel mio inconscio, se voglio trasformare degli elementi della
mia vita che non mi risuonano o soddisfano, devo modificare qualcosa dentro di
me. Si tratta di ripulire programmi, schemi, abitudini che si sono fissati in me
dalla vita intrauterina in poi.
Cancellare le memorie dolorose del mio passato non significa annullare le
mie relazioni con le persone coinvolte o negare aspetti della realtà. È una
trasmutazione. Con Ho’Oponopono non annullo né rinnego qualcosa.
Trasformare le memorie dolorose significa semplicemente neutralizzare l’energia
che associo ai fatti che mi procurano l’attuale disagio o uno stato di sofferenza.
Secondo la visione Huna9, Ho’Oponopono10 è uno stato di coscienza
particolarmente luminoso, è una preghiera che si rivolge alla Divina Presenza
manifestando l’intenzione di stare bene, di cogliere sempre il meglio da ogni
situazione. In quest’ottica la lamentela è del tutto bandita e non vi è alcuna
necessità di fare anni di indagini psicoanalitiche in me. In questo preciso
momento, l’unico che esiste, quando riesco a coglierlo in Presenza, c’è tutto
quello che mi serve.
Con Ho’Oponopono, percependo la Perfezione, miglioro la mia realtà, infatti
il problema non è mai nelle persone, nelle cose o nelle situazioni della mia vita,
ma in come io, dentro di me, percepisco tali persone, cose e situazioni.
Tutto è perfetto in quanto nasce dall’Amore e un problema è, quando visto in
modo appropriato, una straordinaria opportunità di riscoprire questa perfezione
dietro una precedente limitazione percettiva.
Quando percepisco una qualsiasi forma di disagio, malessere o un problema,
significa semplicemente che la mia macchina biologica non sta percependo la
perfezione di ciò che in quel momento È, in quanto è addormentata.

Esercizio n. 19: sentirsi Pono11

Quando percepisci disagio, malessere o un problema, ricorda che la


preghiera non consiste nel chiedere a un Dio fuori di te ciò di cui pensi di avere
bisogno, ma di trasformarti interiormente al punto da ricordare il Dio dentro di
te. Si tratta di risvegliarti alla coscienza che tu sei Dio, che la Divina Presenza è
ciò che tu davvero sei al di là della tua identificazione con l’apparato psico-
fisico.
Ricordando questo, la più potente e semplice preghiera Ho’Oponopono è la
gratitudine connessa all’Amore.

«GRAZIE! TI AMO!».

Oppure, nella forma più completa in 4 elementi:

«MI DISPIACE»,
«TI PREGO PERDONAMI»,
«GRAZIE»,
«TI AMO!»,

dove il «mi dispiace» e il «ti prego perdonami» sono rivolti proprio alla tua
Divina Presenza in segno di scusa perché in quel momento, pur sapendo che
tutto è perfetto, tu non stai vedendo davvero la perfezione di ciò che È. E con il
«grazie» e il «ti amo» ti rivolgi proprio a quella perfezione che sta in tutte le
cose, soprattutto quando fatichi a vederla.
Con Ho’Oponopono tu ti sintonizzi e riallinei con la perfezione
dell’universo. Qualunque tuo malessere non è che un segnale d’allarme del fatto
che in quel momento hai bisogno di risintonizzare la tua percezione con la
perfezione. Tu non sei infelice a causa della tua situazione di vita. È come tu
interpreti la tua situazione di vita che ti rende infelice. Sta sempre tutto in te.
Tutto il potere è in te. E lo è proprio ora. Cerca dunque sempre l’aspetto positivo
in ogni cosa.
Recita con fiducia il mantra: «Mi dispiace, ti prego perdonami, grazie, ti
amo» tutte le volte che vuoi realizzare questa meravigliosa risintonizzazione. E:
«Grazie, ti amo» tutte le volte che vuoi esprimere gratitudine verso ciò che È.
Ho’Oponopono come preghiera dell’Essere ha il potere di sbloccare i vari
blocchi energetici ed emozionali accumulati nel tempo e di risvegliare la tua
macchina biologica.

La legge dello specchio

Quando smetti di incolpare il mondo esterno per il dolore che percepisci


dentro di te, hai l’opportunità di usare a tuo vantaggio la legge dello specchio.12
Tutto ciò che tu vedi come una qualsivoglia forma di problema, altro non è
che la proiezione all’esterno di qualcosa che sta avendo luogo dentro di te.
Comprendere questo permette di vedere ogni problematica come una spia
d’allarme, dandoti l’opportunità di trasmutare le energie che sono all’opera in
quel processo.
Secondo Gold l’apparato psico-fisico è un potente «campo elettrico
dominante». Se le sue funzioni trasformazionali vengono attivate mentre è
sveglio, esso è capace di stimolare il campo elettrico più sottile che forma il sé
essenziale distogliendolo dalla sua identificazione con la macchina.
Secondo questa analogia elettrica, la maggior parte degli esseri umani
sembra avere le pile completamente scariche, venendo l’energia vitale per lo più
sprecata in inutili stati quali l’ansia, il nervosismo, le preoccupazioni, lo stress,
abitudini alimentari assurde, ritmi frenetici, cattiva qualità del sonno, il respiro
troppo veloce e superficiale, l’esercizio della lamentela ecc.
Va da sé che eliminando queste cattive abitudini e risvegliando la macchina,
ne ripristiniamo l’enorme potenziale.
Ogni esperienza viene immagazzinata dalla macchina sotto forma di campi
elettrici che creano una memoria muscolare. Una delle spiegazioni del perché la
macchina invecchi nonostante le sue cellule si rinnovino completamente ogni
sette anni, potrebbe avere a che fare con il peso delle proprie esperienze di vita
memorizzate nei muscoli.
Lavorare sulla macchina significa dunque puntare all’eliminazione delle
distorsioni che si sono prodotte a livello muscolare. Tutti gli esercizi qui proposti
lavorano proprio sulla disfunzione del campo elettrico.
La creazione di un sintomo oppure delle circostanze sgradevoli di una
determinata situazione di vita ha il significato e lo scopo di produrre dapprima
una fiammata di risveglio, poi un potenziale di consapevolezza e poi
possibilmente di risolvere la distorsione stessa.
Il visibile/esterno è una rappresentazione/proiezione di contenuti interni
profondi che proprio in quanto rivelati (nel sintomo o in una particolare
situazione di vita) permettono, a colui che si autosserva attentamente e che
lavora su di sé, una adeguata presa di coscienza. La chiave di volta è rimanere
presenti e osservare in modo neutro la macchina biologica mentre si strugge dal
dolore e si autocommisera, per esempio per essere stata lasciata dal partner o per
aver appreso di soffrire di una certa malattia o perché è stata licenziata.
Questa presa di coscienza è in grado di veicolare la guarigione, la quale
costituisce contemporaneamente un altro passo verso il risveglio.

Esercizio n. 20: lo specchio

Quando stai vivendo una condizione di sofferenza di qualunque tipo, isolati


per qualche istante dal mondo esterno e rivolgendoti al tuo interno in amorevole
ascolto, chiediti quale stato interno (distorsione del campo elettrico) sta
proiettando la sofferenza che percepisci.
Ogni sofferenza è uno specchio che ti permette di accedere alla profondità
del tuo essere per rimettere in equilibrio ciò che è stato perturbato.
Amare l’amico è facile, amare il «nemico» è una peculiarità divina. Le
creature che la macchina biologica addormentata identifica come «nemiche» ci
offrono le più grandi opportunità di scuotere la macchina stessa risvegliandola
alla coscienza del divino.
Gli sciamani toltechi raccontatici da Carlos Castaneda erano soliti andare a
caccia di piccoli e grandi «tiranni» che fossero in grado di scuoterli al fine di
perdere la forma umana, ovvero per risvegliare la macchina biologica.
Nella nostra vita ci capita che alcune persone riescano a «farci del male» in
modo particolarmente intenso. Cogliere la perfezione di ciò che È significa
anche riconoscere che le persone che abbiamo fatto entrare nella nostra vita con
lo scopo animico di ferirci più profondamente, sono proprio quelle che ci amano
di più in quanto ci consentono le esperienze più intense e maggiormente intrise
di significato. Queste anime si assumono – per amore – l’onere di essere
etichettate come nemiche, quando invece ci stanno donando la possibilità di
realizzare le più significative, potenti e profonde esperienze della nostra vita
terrena.

L’adorazione, la resa alla Divina Presenza


Abbiamo visto che portare l’attenzione sulla macchina la costringe a
risvegliarsi. Tuttavia siamo stati educati (condizionati) a pretendere molta più
attenzione di quanta siamo disposti a dare, perciò, per dare un’opportuna
quantità e qualità di attenzione alla macchina, dobbiamo andare oltre la mera
forza di volontà, dobbiamo attingere alla forza primigenia: quella del cuore.
Aprire il cuore ci permette di accedere a quei sentimenti superiori che
chiamiamo «compassione», «venerazione», «meraviglia».
Quando nel ricordo di Sé la Presenza si sposa alla capacità di mettersi nei
panni degli altri, di onorare la Divina Presenza in noi e di meravigliarci
dell’infinita bellezza del creato, allora realizziamo il sacro compito dell’uscita
dal peccato originale, del ritorno a Casa, della riunione con tutto ciò che È.
Quando la nostra volontà e la volontà dell’Uno coincidono, realizziamo la più
potente magia: quella dell’Essere.

Esercizio n. 21: essere presente rilassando i muscoli

Una condizione comune del moderno uomo occidentale è di avere l’apparato


psicofisico costantemente contratto in una morsa di innaturale rigidità. Ricordati
più volte al giorno di rilassare i tuoi muscoli, non solo quando sei sdraiato, ma
anche quando stai in posizione verticale. Passa in rassegna «scansionandoti» tutti
i tuoi punti in tensione e deliberatamente imponi ai muscoli di rilassarsi. Dedica
particolare cura alla muscolatura facciale, del collo e delle cervicali, senza
disdegnare la schiena e i glutei. Usa il respiro profondo e quieto per aiutarti in
questo utilissimo intento.

Esercizio n. 22: essere presente toccando le cose con le mani

Ogni cosa con cui tu entri in relazione fisica concreta viene da te toccata. La
macchina biologica addormentata tocca migliaia di cose al giorno senza
nemmeno rendersene conto. Porta dunque la tua Presenza in ogni singola cosa
che tocchi: diventane totalmente consapevole, anche se stai facendo cose diverse
e stai pensando a quel che stai facendo. Usa l’«attenzione divisa»13. Ricordati di
te quando tocchi le cose di questo mondo.
1
Marcia Grad, La principessa che credeva nelle favole, Piemme, Casale Monferrato 2000.
2
E. J. Gold, La macchina biologica umana, Crisalide, Spigno Saturnia 1993.
3
Salvatore Brizzi, Risvegliare la macchina biologica per utilizzarla come strumento magico, Antipodi,
Milano 2011.
4
Gold, La macchina biologica umana cit.
5
Carlos Castaneda, Il potere del silenzio, BUR, Milano 2006.
6
Carlos Castaneda, Il dono dell’aquila, BUR, Milano 2007.
7
Carlos Castaneda, L’isola del Tonal, BUR, Milano 2010.
8
Antica arte marziale (un tipo di Kung Fu) vietnamita.
9
La «Via dell’Avventura» Huna è l’antica saggezza degli sciamani della Polinesia resa accessibile all’uomo
moderno. L’aspetto fondamentale della filosofia Huna è che ciascuno di noi crea la propria personale
esperienza della realtà. Ognuno crea il suo mondo. Questo avviene attraverso le proprie personali
convinzioni e interpretazioni, l’insieme di pensieri, idee, sensazioni, emozioni, le particolari azioni e
reazioni.
10
Ho’Oponopono («Make Right, More Right») secondo la lungimirante traduzione di Giovanna Garbuio
significa: «Percependo la perfezione, migliori la realtà».
11
Pono: essere in equilibrio in tutti i settori della vita.
12
«Il mondo è uno specchio e tutto ciò che si manifesta nella nostra realtà dipende completamente da noi,
in quanto riflette una qualche caratteristica in noi, palese o nascosta, grande o piccola, ma comunque viva e
presente. Tutto ciò che è fuori riflette ciò che siamo dentro. Se abbiamo delle sensazioni spiacevoli significa
che c’è qualcosa che non va in noi (o meglio, che noi percepiamo come qualcosa che non va), se gli altri ci
procurano sensazioni spiacevoli dipende sempre dal fatto che riflettono qualcosa in noi che giudichiamo
sbagliato, che non accettiamo, che percepiamo come erroneo; se quel qualcosa non ci fosse, i medesimi
comportamenti non ci procurerebbero disagio. Probabilmente non li noteremmo nemmeno! Tutto quello che
ci infastidisce nel nostro prossimo o nelle situazioni che viviamo o di cui siamo testimoni, tutto quello che
giudichiamo e biasimiamo o apprezziamo si è realizzato nella nostra esistenza con l’obiettivo di farci
provare determinate sensazioni di fastidio, di contrarietà o perché no, di gioia e di apprezzamento, e tali
sensazioni sono suscitate in noi soltanto dalla presenza in noi stessi delle medesime caratteristiche che
notiamo all’esterno.» (Giovanna Garbuio, Ho-Oponopono Occidentale, Il Punto d’Incontro, Vicenza 2014)
13
L’attenzione divisa è quello stato di coscienza per cui, mentre compio un atto, una parte dell’attenzione è
rivolta all’atto in sé, mentre un’altra parte è rivolta a me che lo compio.
Il Momento Presente

Chiedi a te e ti sarà dato!


Dai agli altri e ti sarà dato!

La redenzione dal peccato originale

Il peccato originale dunque è l’esserti scordato che sei Dio, Coscienza


Universale. Sei caduto, come tutti, vittima dell’oblio e la tua natura magica è
stata addormentata.
L’universo dualistico in cui ti stai manifestando è come una grande scatola,
un teatro magico, in cui tutti gli esseri che vi sono dentro hanno un diverso
universo di significati, hanno consapevolezza differente e ognuno ha una propria
mappa del territorio, ognuno ha una personale fotografia della realtà in cui
muoversi.
L’opera del mago, dello sciamano, dell’alchimista o del risvegliato è di
riscoprire in sé la Divina Presenza e agirla.
La magia è scoprire che tu sei Dio e che hai costruito l’intero universo al fine
di comprendere una cosa fondamentale: chi sei, da dove vieni e dove vai.
Ovvero: come sei fatto, come cominci e come finisci.
Come Essere Infinito, esprimendo i tuoi infiniti raggi attraverso
innumerevoli contenitori (macchine biologiche), tu vivi nascendo e morendo e
acquisendo consapevolezza del tuo particolare e personale vissuto. Sei il divino
scrittore, il divino lettore e il divino protagonista del Libro della Vita.
Come Coscienza Universale tu ti incarni in tantissimi esseri, miliardi di
miliardi di miliardi e ognuno, contemporaneamente, in questo istante, l’unico
che esiste, fa esperienza e comprende un particolare aspetto del fare. Il fare è
sempre necessario. Se spieghi a una persona che non ha mai fatto l’amore che
cosa quell’atto è e cosa significa, la sua comprensione resta del tutto aleatoria
fintantoché egli stesso non ne faccia esperienza diretta.
La Coscienza ha bisogno di manifestarsi. Se non ti manifesti non esisti. Tu
esisti proprio perché ti manifesti.
Le Anime che comprendono cosa vuol dire «fare», così facendo, possono
scegliere se tornare a dormire oppure prendere in mano le redini del gioco. Ogni
Anima completamente risvegliata e integrata può decidere di «far girare la
giostra» per conto suo e non farla più guidare a chi ha creato l’illusione della
dualità e ne ha approfittato.

La scelta
Io Sono!
Le mie scelte sono tutto ciò che ho!

Dormendo, passi la maggior parte del tuo tempo da qualche altra parte.
Quando sei sveglio sei qui e ora.
Puoi scegliere dove vuoi stare, nel sonno o nella veglia, dipendendo questo
dalla coscienza che hai sull’intera faccenda.
Qualcuno preferisce continuare a dormire, perché la percezione che ha del
suo stato, tutto sommato, è piuttosto tranquillizzante. Se sei di quell’idea farai un
figurone a regalare questo libro a chi sta pensando di lavorare su di sé per
risvegliarsi. Con che cuore lo daresti in mano a un altro che ha scelto di
continuare a dormire?
Se invece te lo vuoi tenere ben stretto ti auguro che possa aiutarti a tirar fuori
da te tutto ciò che già hai, ma che finora non hai visto del tutto a causa delle
distrazioni del vivere in questo strano mondo.
Tu davvero hai già tutto in te, il mio intento è soltanto di ricordartelo. Non
posso insegnarti nulla di nuovo, sei già meravigliosamente completo e perfetto!
E stai scegliendo di trascendere il peccato originale, stai scegliendo di svegliarti,
di tornare in te!
Un’antica, illuminante, storiella cherokee (spesso riportata in modo
approssimativo) mette in rilievo il valore straordinario della scelta. Eccola.
Un giorno una bimba molto sveglia si rivolse al vecchio nonno Cherokee
mentre egli stava in meditazione dinnanzi a uno splendido tramonto.
«Nonno: perché gli uomini combattono?».
E proprio mentre il sole stava perdendo la sua battaglia con la notte, il saggio
indiano spostò lo sguardo dalla rossa sfera e guardò dritto negli occhi della
bimba, perle altrettanto infuocate.
«Ogni uomo», disse calmo e sicuro, «è chiamato a compiere le proprie
battaglie e la madre di tutte le battaglie è lo scontro che avviene tra i due lupi».
«Quali due lupi, nonno?».
«Quelli che ogni uomo cela dentro di sé».
La bimba non comprese subito, tuttavia cominciò ad ascoltarsi e percepì in
sé forti sensazioni mentre il nonno continuò: «Dentro ognuno di noi ci sono due
lupi, uno è ferito, deluso, incattivito e vive di paura, invidia, gelosia,
risentimento, menzogna ed egoismo».
Fece una pausa vedendo che la nipote era profondamente assorta.
«E l’altro?» disse ella all’improvviso.
«L’altro è un lupo felice, gentile, compassionevole. Vive in pace, nell’amore,
nella fiducia e nella generosità. Si esprime in modo autentico».
La bimba, sempre più assorta e intenta a comprendere, chiese infine con
trepidazione:
«E quale lupo vince?».
Il saggio Cherokee, con gli occhi lucidi e luminosi, con lo sguardo libero e
profondo, rispose così:
«Quello che scegli di nutrire di più!».
La ragazza sveglia ne fu molto colpita e durante la notte fece curiosi sogni di
epiche battaglie. Al risveglio una domanda le sgorgò urgentemente dal cuore. La
rivolse al nonno alla prima occasione: «Nonno, tra il giorno e la notte io scelgo il
giorno, ma mi piace anche la notte. Tra il caldo e il freddo, io scelgo il caldo, ma
apprezzo anche il fresco. Perché ci deve essere sempre una battaglia? Perché ci
deve essere sempre una cosa migliore dell’altra?».
Il nonno, compiaciuto, si illuminò in volto.
«Hai colto nel segno, non c’è un lupo davvero buono e un lupo davvero
cattivo. Tutto è parte dell’Uno. Entrambi i lupi sono parte della Perfezione. Il
giorno esiste solo perché c’è anche la notte, puoi inspirare soltanto dopo aver
espirato. A volte occorre usare la violenza per legittima difesa e in quel caso ti
occorre il lupo che la conosce. Entrambi i lupi vanno dunque nutriti, tuttavia
occorre essere svegli e presenti per farlo in modo corretto, cogliendo di entrambi
l’autentica natura, il potenziale e la forza. Rispettando i caratteri di entrambi i
lupi tu crei un equilibrio che ti permette di stare nella pace: nessuno dei due
vorrà attirare maggiore attenzione e tu potrai sentire di volta in volta la voce più
profonda della tua coscienza».
«Allora vincono tutti e due i lupi!» esclamò la ragazza con allegria.
«Esatto!» confermò il nonno. «La quiete è l’obiettivo di un uomo di
Conoscenza! Grazie al silenzio e alla pace interiore ogni conflitto perde
significato. Tutto torna a splendere alla luce della Perfezione».
La giovane ragazza sorrise di tutto cuore.
La scelta, ogni scelta, è importante nel momento esatto in cui viene a
compiersi e riguarda una realtà costantemente in movimento. Ogni scelta di una
persona sveglia è al di là del bene e del male, è oltre l’illusione della dualità. È
Presenza che si rende consapevole a se stessa.
L’Anima

Gli esseri umani sono dotati di Anima, eppure la maggior parte di loro si
comporta come se non ce l’avesse, in quanto essa è sepolta nei meandri
dell’identificazione con l’apparato psicofisico. Gurdjieff era solito dire che
l’Anima va conquistata. Salvatore Brizzi sostiene che «attraverso il persistente
sforzo teso al ricordo di Sé si produce nella materia della macchina biologica –
l’apparato psicofisico – una trasmutazione alchemica che consente di costruire
prima il “testimone” e poi il “corpo dell’Anima” o “corpo di gloria” e di
trasferire in esso la nostra coscienza. Tale nuovo corpo ospita infatti il Sé, e non
più l’ego, che è invece ancora un Io psichico legato all’apparato psicofisico» 1. I
libri di Salvatore Brizzi sono ottimi strumenti per il lavoro su di sé finalizzato al
risveglio: offrono spesso lungimiranti visioni e utilissime modalità pratiche.
In merito all’uso comune di parole come «Spirito» e «Anima», capaci spesso
di generare confusione in colui che pratica delle discipline di natura spirituale,
Brizzi fornisce una spiegazione straordinariamente chiara sulla differenza fra i
due termini e chiarimenti sulla sconvolgente affermazione di Corrado Malanga2
circa il fatto che non tutti gli esseri umani siano dotati di Anima.
Un frammento dello spirito è in ognuno di noi, è ciò che ci tiene in vita, ciò di cui siamo fatti, ciò di cui
è fatto l’universo. Una sola Vita è in tutte le forme. Spirito ed Energia sono sinonimi, come anche la
fisica sta dimostrando. Lo Spirito è Dio stesso e alberga in ognuno di noi come in ogni cosa. L’Anima è
invece qualcosa di molto particolare: è l’autocoscienza. È il risultato dell’incontro/scontro fra spirito e
materia. Lo Spirito è presente anche nel ragno e nel topo mentre l’Anima no, è presente solo nell’uomo
e non in tutti gli uomini. Esiste in potenza in tutti, ma questo non significa nulla, perché fino a quando
resta solo un embrione non può influenzare in alcun modo la vita di un individuo, pertanto all’atto
pratico è come se egli non l’avesse. Quella personalità non potrà che far parte del «branco» e di
conseguenza agire secondo i «programmi di reazione mentale» che le sono stati inseriti dalla nascita,
subirà cioè passivamente i condizionamenti impartiti dalla società, dalla comunità scientifica e dal
credo religioso vigenti nel suo ambiente. Un essere umano senz’Anima può essere programmato a
credere solo nelle verità comunemente accettate dalla massa e trattato come si fa con gli zombie.3

Il Risveglio alla tua Divina Presenza ti permette ora di raggiungere la pace di


fronte a qualunque problema, e ti permette, nel lontano giorno in cui succederà,
di lasciare il tuo corpo in piena Presenza e di non vagare perduto come Anima
dormiente nel grande calderone dell’energia universale.

Aspetti del percepire

Una delle maggiori cause del peccato originale è il rumore. Abbiamo visto
che si tratta del continuo incessante dialogo interno a te. La tua sfida primaria.
La percezione pura, premessa all’agire autentico, avviene quando in te vi è il
silenzio. Quando tutti i programmi, gli schemi, le abitudini sono messi a tacere,
ecco che con tutto il tuo essere tu ti trovi nella Presenza del sentire.
Quando cominci il lavoro su di te i momenti di Presenza sono sporadici e
brevi, sono assaggi della vera Presenza come stato continuo dell’Essere. Questi
momenti non è possibile capirli, in quanto quando li vivi sei al di là della mente;
ne puoi fare esperienza soltanto attraverso il sentire del cuore. Allo stesso modo
non puoi nemmeno essere cosciente del tuo dormire, in quanto quando dormi
non ne hai coscienza e quando hai coscienza ti situi al di fuori del dormire. Del
dormire ti accorgi per contrasto, sentendo in te la differenza rispetto a quando sei
sveglio.

Esercizio n. 23: ascoltare il proprio dialogo interiore

Per una settimana, 3 volte al giorno, prenditi 5 minuti in cui ti dedichi


all’osservazione sobria e neutrale del contenuto del tuo dialogo interiore.
Ascoltati come se fossi un testimone esterno di questo dialogo. Non giudicarlo,
non analizzarlo, non volerlo dirigere o cambiare. Lascia che semplicemente
scorra sotto la lente della tua attenzione.
Essendo presente anche come osservatore noterai che ben presto insinui una
sorta di cuneo tra te e il dialogo, il quale è l’espressione del momentaneo stacco
tra te e la mente. Di solito ti identifichi con lei, ora per un momento la osservi da
fuori, e questo fa emergere la consapevolezza profonda. Quando osservi la mente
come testimone, ciò che fai è creare distacco della consapevolezza dalle
formazioni mentali, le quali si indeboliscono mentre la consapevolezza si fa più
forte e diviene pura.

La Presenza

Tutto accade ora, in questo momento così prezioso. Tu sei ora! Perdere
l’Adesso equivale a perdere l’Essere. Quando non sei nella Presenza, tu non sei.
Ecco quanto è importante l’Adesso!
La Presenza e il ricordo di Sé significano semplicemente «vivere nel qui e
ora» e superare la sofferenza disidentificandosi dalla mente. La Presenza è l’atto
di elevarsi oltre il pensiero; è il risveglio della propria Divina Essenza. Questo
risveglio comincia da una intensa osservazione di sé e richiede l’azione
disciplinata dell’esercizio dell’attenzione.
Tu sei il creatore del tuo mondo, tu ne hai il 100% di responsabilità (e di
potere). Adesso non ci sono problemi, Adesso sei nel tuo corpo, proprio in
questo Momento Presente. Se ti sposti nel tempo esci dalla Presenza ed entri
nella mente, che è il luogo da cui nascono e scaturiscono la paura, la resistenza
alla vita così come ogni sofferenza.
L’illuminazione o autorealizzazione consiste nel superamento
dell’identificazione con l’ego, l’Io-mentale, a tutti i livelli e non al mero piano
psichico.
Il potere di creare la tua realtà, di modificarla, di realizzare i tuoi progetti si
trova soltanto nel Momento Presente. Nel momento in cui ti sintonizzi
coscientemente con l’Adesso puoi manifestare tutto ciò che la tua creatività ti
suggerisce. Presta attenzione a questo momento, sii presente a ogni tuo pensiero,
ogni tuo sentimento, ogni tua emozione, ogni tuo atto, ogni tuo respiro via via
che accadono nel presente. Diventando un attento osservatore di te stesso, senza
più giudicarti, accettando tutto ciò che È, tu puoi risvegliarti ed esprimere
totalmente la pienezza del tuo Essere.

Esercizio n. 24: entrare in Presenza con il respiro

Uno dei modi più efficaci per connetterti con il Momento Presente si basa
sulla consapevolezza del tuo respiro. Stai in ascolto dell’aria che entra attraverso
il naso e scende profondamente nell’addome e dopo un istante di apnea esce
dalla bocca. Sii testimone silenzioso di come il naturale flusso del respiro
rivitalizzi tutto il corpo.
Sdraiato supino, misura, contando, la durata dell’inspirazione e della
espirazione; dopo qualche respiro ne conosci la lunghezza, per esempio 3
secondi la prima e 4 la seconda (solitamente l’inspirazione è più breve
dell’espirazione). Ora consapevolmente cerca di allungare entrambe di 1 o 2
secondi. Prima di inspirare, fai sempre un istante di pausa. Dopo qualche giorno
o settimana di pratica nelle più svariate circostanze, tra cui stando in piedi e
passeggiando all’aperto, la durata dell’inspirazione e dell’espirazione tenderà a
uniformarsi. Puoi fare l’esercizio diverse volte al giorno per una ventina di
respirazioni. Esegui ogni respiro in quiete, in modo fluido e silenzioso, essendo
il respiro stesso.

La Via della Presenza

Il ricordo di Sé, il vivere in Presenza, l’autorealizzazione è qualcosa che puoi


realizzare ora. Uno dei primi passi è sentire la mancanza di te, l’accorgerti che la
maggior parte del tempo l’hai passata fuori di te, altrove. Torna a sentirti
dunque, concentrati su ogni cosa che stai facendo: fai ogni cosa nella piena
Presenza. Se stai camminando, porta un passo dopo l’altro sapendo a ogni passo
che sei tu che muovi i tuoi piedi. Sii pronto a gestire ogni situazione del
momento da persona sveglia.
La maggior parte degli esercizi di questo libro ti offre degli spunti per
esercitare nelle più disparate situazioni la tua Presenza. Ovunque tu sia, sii
completamente là, qualunque cosa tu faccia, falla con tutta la tua Presenza, dal
vestirti, al lavarti i denti, al mangiare, al lavare i piatti, al leggere questo libro. Se
dove sei o ciò che fai non ti risuona, hai la responsabilità totalmente nelle tue
mani: allontanati a gambe levate dalla situazione in cui ti trovi, oppure cambiala,
oppure cambia il modo in cui la vedi e accettala. Fallo adesso! Se non ora,
quando? Esiste solo l’Adesso e ha un potere straordinario: puoi manifestarti
come un essere che è libero dalle forme del pensiero e dispiegare in Presenza
tutto il tuo potenziale creativo.
Quando cominci a ricordarti di te accumulando Presenza, cominci a
riscoprirti felice, cogli la sensazione che ogni cosa – a partire da te – sta
tornando al proprio posto. Quello che ti serve ora è la costanza, l’azione
disciplinata, graduale, progressiva, strategica. Don Juan4 soleva dire che si va
alla conoscenza come si va alla guerra: vigile, con timore, con rispetto e con
assoluta sicurezza.
Domare gli assalti dell’ego è una lotta senza quartiere tra la falsa idea di te
che hai coltivato una vita intera e «l’Io Sono», che è ciò che davvero sei. L’ego
vuole continuare a mantenere la rigidità delle proprie certezze e rifugge ogni
cambiamento. Ecco il senso della pratica costante del ricordo di te: giorno dopo
giorno, dai sempre più potere alla forza di concentrazione che ti porta al
risveglio.
Nel tuo percorso bada a non idealizzare la tua idea di ciò che è il risveglio,
l’illuminazione, il ricordo di te, perché facendolo scivoleresti nuovamente nelle
insidiose dinamiche della mente. La concreta realtà del risveglio è fatta
dell’accettazione delle cosiddette debolezze umane, della tua fragilità, della tua
paura, del tuo illusorio senso del limite. Ti trovi dunque subito davanti alla sfida
del giudizio, uno dei grandi fardelli da smantellare pezzo dopo pezzo a favore
della resa a ciò che È e della sua accettazione incondizionata.
L’Adesso è l’unico momento che esiste, mentre il tempo è l’illusione
ancorata alla mente. La mente non conosce davvero le cose: può accumulare
informazioni sulle cose e su te, ma non può conoscere direttamente. Perciò usa il
tempo per le cose quotidiane, usalo come apprendimento dal passato per evitare
di ripetere gli stessi errori, usalo per praticare la Presenza, ma non farti mai più
usare dal tempo.
Dopo un po’ di pratica della Presenza comincia a farsi sentire il vuoto. Anni
e anni di accumulo di schemi di pensiero statici, di storie che la mente si
raccontava, lasciano progressivamente spazio al silenzio. L’ego è molto turbato
da questa novità e per te è un ottimo segnale. Mentre la mente di superficie
lentamente capitola, la mente profonda riemerge con la sua voglia di libertà.
Il continuo rivolgerti al tuo interno, il tuo vero centro, è fonte di gioia, ma via
via che procedi nel tuo percorso di risveglio arrivi a toccare l’angoscia che le
strategie mentali dell’ego avevano accuratamente bypassato strutturando di
menzogna in menzogna un centro alternativo e fasullo. Per rientrare nel vero
centro passi inevitabilmente attraverso l’angoscia. Questa è l’occasione d’oro per
illuminare con luce, amore e forza quelle zone d’ombra finora non affrontate né
elaborate. È il momento di aprire il cuore all’accettazione di ciò che È, di
trascendere il dolore accogliendolo e facendoti attraversare da esso nella piena
Presenza dell’Amore che senti in te. Questo Amore è proprio il potere che può
trasformare ogni cosa.
A un certo punto cominci a sentire che tutte le tue vecchie identificazioni −
«Io sono questo», «Io sono quello», «Io faccio questo», «Io faccio quello» −,
suonano come vuote etichette in cui non ti riconosci più e finalmente emerge dal
profondo il vero senso di ciò che davvero sei: l’«Io-Sono» in tutta la sua
meravigliosa Presenza. L’io mentale aveva scambiato le tue situazioni di vita per
la vita stessa costruendo molte storie su di te in cui tu potessi perderti, mentre la
tua vita reale è soltanto nell’«Io-Sono». Ed è Adesso.
Non puoi pensare alla Presenza e la mente non può comprenderla. Quando
comprendi la Presenza sei nella Presenza e dunque fuori dalla mente.
La Presenza diventa testimone di sé stessa, giacché la mente rimane esclusa
dal Momento Presente. Questa esclusione porta al colpo di coda della mente di
superficie che ha così paura di morire che vuole difendersi fino all’ultimo,
manifestando tutta la sua angoscia, cercando di riempirti la testa di emozioni
quali la colpa e l’inadeguatezza.
Questo è il momento di comprendere che puoi portare la tua Presenza anche
su quelle emozioni e illuminarle, rimanendo saldamente nel tuo centro, l’«Io-
Sono». Con commozione e meraviglia puoi percepire in profondità che tutto
deriva da te, che tutto è presente a te. Le etichette, i limiti e i confini dell’io si
sciolgono di fronte alla magia della percezione del Tutto che tu stesso Sei.
Non desideri più essere in un posto diverso da quello in cui sei ora, non
aspetti più qualcosa di diverso da ciò che hai ora, né vuoi diventare qualcosa di
diverso da ciò che sei ora. Ti senti per come davvero sei: integro, completo,
vigile, in quiete.
In te la Presenza si fa presente a se stessa. È sempre stato così, ma tu ora lo
sai, non sono cambiate le cose di questo mondo, ciò che è cambiato è il tuo
modo di vederle. Tu sei, Tutto È da sempre, prima di essere qualunque cosa,
prima di pensare qualunque cosa, prima di sentire qualunque emozione. Tu sei il
sentire che sente sé stesso. Ti riconosci nell’Adesso come l’unica vera fonte
della Perfezione di ogni cosa: l’Amore. Tu sei l’Amore. Tu sei Colui che ama il
Tutto. Nella Presenza tu sei Uno con la Vita.
1
Salvatore Brizzi, La porta del mago, Anima Edizioni, Milano 2009.
2
Corrado Malanga, chimico, docente all’Università di Pisa è considerato il massimo esperto mondiale di
studi sulla Coscienza.
3
Salvatore Brizzi, Risveglio, Antipodi, Torino 2008.
4
Carlos Castaneda: «Allora che cosa deve fare un uomo per diventare un uomo di conoscenza?». Don Juan:
«Deve sfidare e sconfiggere i suoi quattro nemici naturali. [n.d.a: la paura, la lucidità, il potere, la vecchiaia]
Un uomo va alla conoscenza come va alla guerra, vigile, con timore, con rispetto e con assoluta sicurezza.
Andare verso la conoscenza o verso la guerra in qualunque altro modo è un errore, e chi lo commette
potrebbe non vivere abbastanza a lungo per rimpiangerlo. Quando un uomo ha soddisfatto questi quattro
requisiti − essere perfettamente vigile, provare timore, rispetto e un’assoluta sicurezza − non dovrà rendere
conto di alcun errore; quando è in questa condizione, le sue azioni perdono la fallibilità delle azioni di uno
stupido. Se l’uomo sbaglia, o subisce una sconfitta, avrà perso soltanto una battaglia e non dovrà pentirsene
amaramente». Da: Carlos Castaneda, Gli insegnamenti di don Juan, BUR, Milano 2013.
Arrendersi al qui e ora

L’autorealizzazione secondo Antonio Blay

Secondo Antonio Blay1 l’autorealizzazione è la condizione di chi vive la


pienezza e sente la sua realtà concreta integrata armonicamente con il mondo
esterno ed è anche la realizzazione dell’identità primaria, ovvero di ciò che in
essenza davvero siamo. La piena liberazione del potenziale di sviluppo umano
determina la maturità e la pienezza della coscienza interiore.
Il potenziale umano, in base all’osservazione fenomenologica e
all’esperienza, è costituito da tre qualità di base: l’energia, l’intelligenza e
l’affettività.

Amore Affettività Compassione


Luce Intelligenza Saggezza
Forza Energia Potere

Le qualità essenziali sono presenti in tutte le forme del creato, anche se in


proporzioni diverse.
L’autorealizzazione non è nel tuo mondo esterno, qualcosa che ti manca e
che una volta raggiunta ti completa. Non puoi essere davvero completo
accumulando cose o proprietà. Il tuo centro è dentro di te. Le circostanze della
vita ci sono, ma per crescere non puoi dipendere da loro. Se ti appoggi a persone
o a particolari circostanze, quando queste persone cambiano o si modificano le
circostanze, rischi di perderti e di crollare insieme alle tue certezze basate
proprio sull’esterno. Non puoi più permetterti di incolpare il mondo esterno se ti
senti infelice.
Antonio Blay identifica le risposte condizionate (le abitudini) e i modelli
comportamentali come principali ostacoli alla crescita naturale. Non sono gli
stimoli esterni a farti crescere, ma come tu rispondi a essi. Il condizionamento è
l’agire in modo meccanico, il non essere padrone delle tue scelte.
L’abitudine ti ha portato a non creare di volta in volta risposte originali e
pertinenti a un dato momento. Non creando le tue risposte, ma aspettandoti di
fatto che esse scaturiscano in modo passivo, passi la tua vita in stato di ipnosi,
programmato a rispondere agli stimoli in base ai dati raccolti nei tuoi primissimi
anni di vita.
Senza saperlo, ti trovi così a frequentare le persone che ti lusingano e a
evitare quelle che ti criticano, in quanto la vita stessa diventa un ossessivo
viaggio di ricerca di stimoli positivi e di fuga da quelli negativi. Porti con te un
kit preconfezionato di risposte stereotipate e pronte all’uso.
Un altro ostacolo alla crescita naturale sono i modelli comportamentali che ti
hanno imposto i genitori, l’ambiente, la cultura, ovvero la socializzazione, non
soltanto in relazione alla descrizione del mondo che ti hanno propinato, ma a ciò
che puoi o non puoi fare, a come devi comportarti, persino a come devi pensare.
Il fatto che a un determinato stimolo segue sempre una determinata risposta
chiarisce perché è così facile manipolare una persona: se vuoi che sorrida, dille
una cosa gradevole, se vuoi ferirla, chiamala ignorante o stupida, l’effetto è
garantito.
Vivere in questo modo è come essere addormentati ed è la cosa più lontana
dalla naturale autentica pienezza dell’Essere che si possa immaginare: è
l’alienazione.
Cerca dunque di vivere il tuo potenziale in azione a ogni istante, sia nelle
circostanze più «importanti» e nelle situazioni di pericolo sia nella tua normale
quotidianità, ovvero nei gesti più semplici così come nel mangiare, nel riposare,
nel goderti la vita, nell’essere recettivo. Fai ognuna di queste cose sempre nella
massima Presenza. Mobilitare al massimo energia, intelligenza e affettività per te
stesso significa anche prenderti cura di te, volerti bene, onorare la vita.
Mettendoti in ascolto, auto-osservandoti, puoi scoprire cosa accade dentro di
te. Per scoprire quale delle tre qualità essenziali ha in un dato momento più
bisogno di svilupparsi, è sufficiente individuare le situazioni della tua vita che
tendono a ripetersi, scovare le buche in cui più facilmente tendi a cadere, rilevare
ciò che ti scatena abitualmente sofferenza. Così facendo cominci a sostenere
concretamente il tuo proposito di essere sempre più Presente al tuo essere e
cominci a dare forma alla gioia irreversibile che deriva proprio dallo sviluppo
del tuo potenziale interiore.
Quando eri bambino hai sentito di non essere accettato semplicemente
perché eri tu, un essere meraviglioso, una fonte di amore, intelligenza, energia,
un’individualità a prescindere dai tuoi modi di essere, dai tuoi comportamenti;
hai imparato a essere considerato e valorizzato in proporzione al tuo adattamento
ai modelli che ti venivano imposti con modalità educative piuttosto ricattatorie.
Accettando che il tuo valore dipendesse dai tuoi modi di essere, ti sei via via
staccato dal tuo centro naturale perdendo il contatto con la tua parte più vera e
profonda, disconnettendoti dalla tua Anima. Hai cominciato a vivere nella
superficie. A un certo punto hai proiettato all’esterno il tuo centro e hai chiesto,
prima alla mamma e poi al mondo, amore, felicità, sicurezza, verità. Ti sei
staccato dal tuo centro vero, da cui nascerebbero risposte naturali, le migliori per
ogni situazione, e hai aspettato invano che l’esterno ti desse la pienezza interiore
da cui ti hanno separato. E così, sentendoti in uno stato di vuoto totale, hai
conosciuto l’angoscia di abbandono, l’angoscia di identità e l’angoscia di
impotenza.
Per sopravvivere hai fatto ricorso a delle strategie mentali, per coprire e
cercare di non sentire l’angoscia. Potresti aver scelto di essere buono, o di
ribellarti, o di isolarti. Sono compensazioni che servono a mitigare la
disperazione.
Quando eri piccolo, la tua Anima voleva ardentemente sviluppare il suo
potenziale evolutivo a livello fisico, affettivo e mentale, invece al tuo ego veniva
detto che «sei questo» «sei quello», di fatto confondendoti, sminuendoti,
imprigionandoti in una serie di limitanti identificazioni. «Sei un bravo
bambino!», «Devi essere gentile!», «Sei forte!».
Quand’anche queste identificazioni possano sembrare positive e siano
convalidate come tali dalla società, esse tuttavia non hanno nulla a che vedere
con ciò che tu eri mentre stavi crescendo, ovvero con la tua natura essenziale.
Sono solo sterili strutture mentali, modelli, a cui ti sei aggrappato quando hai
capito che «i grandi» ti valutavano e giudicavano proprio in base a quanto ti
conformavi a essi.
Questa è la cacciata dal Paradiso, dal tuo centro che è la Divina Presenza; è
l’esilio. Comparandoti continuamente a dei modelli ti è stata imposta una falsa
idea di te, l’«Io Idea» che è totalmente limitante rispetto alla tua naturale
pienezza. In relazione a quanto hai aderito ai modelli, si è creato un giudizio
esterno su di te. La tua accettazione di questo giudizio limitante diventa proprio
l’idea che ti sei fatto di te. Questo «Io-Idea» però non ha carattere di piena
consapevolezza: è piuttosto una subdola idea sottesa, a cavallo tra l’inconscio e
il conscio.
Secondo Blay, tra «l’Io-Idea» che ti sei rassegnato a essere e il tuo ancestrale
bisogno di pienezza, si è sviluppato un conflitto che si è espresso nella necessità
assoluta di creare un modello ideale per il futuro.
L’«Io-Idea» limitante, dunque, ha generato automaticamente un «Io-Ideale»
e la forza con cui hai vissuto la limitazione dell’«Io-Idea» è la stessa utilizzata
per aggrapparti all’«Io-Ideale». La medesima forza rabbiosa che fa rifiutare
l’«Io-Idea» ti ha spinto a cercare di acquisire un valore.
L’«Io-Ideale» è sempre l’opposto dell’«Io-Idea».
Se ad esempio l’«Io-Idea» è negativo: «Non sono intelligente!», l’«Io-
Ideale» è: «Riuscirò a essere molto intelligente e capace!». Se l’«Io-Idea» è
positivo, ma limitato: «Sono poco intelligente», l’«Io-Ideale» ne è una
amplificazione totale: «Sarò la persona più intelligente del mondo!»
Oggi, come adulto, cercherai di raggiungere, consciamente o
inconsciamente, quell’ideale: essere molto intelligente, forte, famoso, potente o
facoltoso, ottenere riconoscimento, ammirazione o qualunque altra cosa tu
credessi avrebbe potuto conferirti la pienezza a cui aspiravi. L’«Io-Idea»,
dunque, si proietta nell’«Io-Ideale» e tutta la vita è costruita su questo asse:
cercare di uscire da ciò che fin dall’infanzia hai creduto di essere e raggiungere
l’ideale che aspiri a essere.
Questa tensione è per lo più approvata dalla società in quanto la esprimi
come volontà di dare un senso alla tua vita, come voler emergere, come volerti
sentire forte, ma nasconde di fatto un aspetto tremendo, ovvero l’occultamento
(e il sacrificio) di ciò che è più autentico: la tua Anima.
La tua vita si configura così, secondo Blay, come un teatro in cui metti in
scena un copione che rappresenti con un «Personaggio» il quale incarna, con il
suo particolare stile, questa tensione, questa continua oscillazione tra l’«Io-Idea»
e l’«Io-Ideale». Tutta la tua vita sotto ipnosi sembra consumarsi proprio in tale
messinscena.
Il «Personaggio» sente il compito di affrancarsi dal disagio procurato dalle
limitazioni dell’«Io-Idea» tendendo al suo opposto, l’«Io-Ideale», ovvero
l’illusoria oasi di pace, sede di una utopica felicità. Il «Personaggio» oscilla
come un pendolo tra l’«Io-Idea» e l’«Io-Ideale»: quando si avvicina al secondo è
sollevato dall’illusione di felicità, mentre quando ricade verso il primo si
angoscia per il senso di fallimento.
Il «Personaggio» fa tutto questo senza accorgersene ed è di fatto in scacco
perché, ipnotizzato com’è dal falso centro che ha preso come riferimento, ignora
che in realtà lui non è né l’«Io-Idea» che lo fa soffrire né l’«Io-Ideale» che lo
illude. Il «Personaggio» non è di fatto queste cose, ma ci si identifica. E proprio
tale identificazione lo imprigiona percettivamente.
Ogni esistenza sembra vivere questo copione segreto: l’oscillare tra due poli
di falsità senza rendersene conto.
«Realizzarsi è scoprire quello che si è dietro l’errore che si vive. Se non si
scopre l’errore, non si può vivere la verità. La verità non è qualcosa da acquisire,
è quello che resta quando si eliminano gli errori sovrapposti. La verità emerge
quando viene liberata dagli ostacoli che la coprono: paure, credenze, desideri e
tutta la sovrastruttura posta su di essa. Soltanto quando tutto ciò sarà dissolto,
quel che si è sorgerà evidente, inevitabilmente.»2
Il lavoro su di sé

Tu sei l’«Io Sono». Questo è il punto di partenza, il percorso e il fine:


ritrovarti, autorealizzarti per come davvero sei, in essenza. Il «Personaggio» è
l’errore che finora hai messo in scena. Ciò che sei davvero è «Anima».
Secondo Antonio Blay, i passi fondamentali del lavoro personale per
raggiungere la realizzazione di sé sono la disidentificazione: l’attenzione che
smaschera il Personaggio; la mobilitazione del potenziale; la rieducazione
dell’inconscio; la centratura: risvegliarsi alla piena Presenza.

Esercizio n. 25: la lista dei desideri - la disidentificazione

L’autorealizzazione si traduce primariamente in una disidentificazione dai


tuoi modelli, nella libertà dai comportamenti condizionati e nella manifestazione
del tuo potenziale di amore, intelligenza ed energia. Si tratta qui di risvegliare e
focalizzare la tua attenzione per scoprire le abitudini acquisite, i condizionamenti
e il «Personaggio» che rappresenti nella vita. È un lavoro lento ma
importantissimo. L’attenzione costante ti permette di scoprire l’errore in cui hai
vissuto.
Durante diversi giorni, annota su un block-notes i tuoi più sfrenati desideri.
Scrivine da 20 a 100, senza alcun limite di fantasia, senza alcuna censura:
esprimi a parole ciò che ritieni potrebbe renderti massimamente felice. Ciò che
vorresti realizzare, ciò che vorresti avere, ciò che vorresti sentire, chi vorresti
essere, come vorresti essere ecc. Fa’ in modo che il tuo «Io-Ideale» emerga in
tutta la sua sfrontatezza, esprimiti in modo totale con la massima onestà. Riporta
le tue massime aspirazioni sia sul piano dell’energia (che cosa vorresti fare?), sia
sul piano dell’affettività (che cosa vorresti sentire?), sia sul piano dell’identità
(come vorresti diventare?).
Un desiderio che si riferisca al diventare come qualcuno di famoso
sottintende che devi poi individuare l’aspetto di identità che brami: «Voglio
essere… bello come… ricco come… intelligente come… capace come…» ecc.
Nel fare il tuo elenco puoi scoprire come emergano alcune costanti, le quali
rappresentano proprio ciò che davvero stai cercando, anche se non ti fosse subito
chiaro, anche se faticassi ad accettarlo. Quando dopo qualche giorno il tuo
elenco ti sembra esaustivo rileggilo diverse volte numerando i desideri per
ordine di priorità.
Una delle cose più evidenti è che se davvero vuoi raggiungere gli obiettivi
scritti, significa che fino a ora hai vissuto in maniera pressoché opposta. Se
desideri essere ascoltato da grandi platee, con ogni probabilità da bambino ti sei
sentito profondamente ignorato. Visto che l’«Io-Idea» è proprio l’opposto
dell’«Io-Ideale» di cui hai appena fatto un’interessante e completa lista, adesso
puoi procedere a ricavare dal tuo elenco un’altra lista che descrive pienamente il
tuo «Io-Idea». Ti è sufficiente girare, come faresti con un calzino, ogni frase al
contrario.
Ad esempio: «Voglio essere riconosciuto come straordinariamente capace in
ciò che faccio ed essere molto ammirato» (Io-Ideale) diventa «Mi sento
totalmente incapace. Mi sento un disgraziato» (Io-Idea). «Voglio avere grande
talento» (Io-Ideale) diventa: «Non valgo nulla» oppure, «Mi sento un fallito»
(Io-Idea).
A questo punto puoi verificare se l’insieme delle idee dell’Io corrisponde al
tuo vissuto infantile, ovvero al momento in cui hai dato origine a quelle idee, e
se il «Personaggio» che ne risulta (colui che oscilla dall’«Io-Idea» all’«Io-
Ideale») rispecchia la tua effettiva condotta di vita. L’«Io-Idea», l’«Io-Ideale» e il
«Personaggio» devono formare un’unità ed essere rivelati con sincerità e
pazienza, senza forzature.
Una volta smascherato il «Personaggio», puoi osservarlo in azione nel
quotidiano, in modo molto neutro e distaccato, così da approfondirne via via la
conoscenza.
Piano piano puoi renderti conto e divenirne progressivamente consapevole,
che tu di fatto non sei quel «Personaggio». Hai soltanto assunto un ruolo
identificandoti in quel bambino buono o triste o cattivo ecc. nella speranza di
avere amore, comprensione e potere. In seguito, per abitudine, hai perpetuato e
consolidato quel ruolo. Ora ti accorgi che quel ruolo è finto, hai vissuto un
dramma che non ti appartiene, ti rendi conto di aver dimorato lontano dalla tua
verità profonda, dal centro che davvero sei.

Esercizio n. 26: l’intensificazione - la mobilitazione del potenziale

Assumere un atteggiamento positivo e autentico attraverso il quale puoi


vivere sempre più pienamente in ogni situazione il tuo potenziale di energia,
amore e intelligenza è un altro grande passo nel lavoro su di te. Questo significa
dare spazio al reale, vivere nell’«Io-Esperienza», favorendone la crescita.
Utilizzando ancora la tua lista dell’«Io-Ideale» in un contesto meditativo e
riservato, passa in rassegna un desiderio alla volta, come se fosse un gioco,
eseguito tuttavia in modo serio. Immagina con intensità che il tuo desiderio si
realizzi; per esempio sulla platea in cui ti trovi, tutti ti ascoltano assorti e non si
perdono nemmeno una parola del tuo trascinante discorso. Evoca un contesto di
realtà, con ricchezza di dettagli, metti trasporto e passione alla tua
drammatizzazione interiore. Ora ascoltati e cogli tutta l’intensità delle tue
sensazioni. Senti l’onda di benessere, soddisfazione e piena felicità che ti
pervade interamente.
A questo punto una cosa diventa estremamente chiara. Conscio della
virtualità della recita, ti accorgi tuttavia che le tue sensazioni sono del tutto reali
e, soprattutto, che si trovano dentro di te. In altre parole, la situazione mentale è
artificiosa, ma la forza, la chiarezza e la felicità che provi sono vere in quanto
sono l’espressione autentica della tua parte più profonda.
Ricorda di esercitarti regolarmente a esprimere ciò che a un dato momento
senti interiormente. Puoi portare quella meravigliosa pienezza in ogni tuo
respiro, in ogni tuo passo, in ogni tuo gesto. Praticando quelle qualità, esse si
imprimono nell’«Io-Esperienza» in modo irreversibile.
Ciò che puoi sentire in un momento di felicità è temporaneo, ma ciò che puoi
disciplinarti a esprimere autenticamente e con costanza porta a uno sviluppo
reale. Lasci così sempre più andare il falso per accogliere il vero.

Esercizio n. 27: la rieducazione dell’inconscio

Rieducare l’inconscio è un altro importante passo nel lavoro su di sé.


L’intento qui è di mostrare la verità all’inconscio, come se si trattasse di educare
un bambino, e la verità è questa: sempre, dall’infanzia a oggi, non sei mai stato
la creatura limitata che credevi di essere, ma un centro di intelligenza, amore ed
energia che viene dall’Infinito.
Questo lavoro, in cui letteralmente vai a risognare la realtà, consiste nel
modificare le idee inopportune registrate nell’inconscio e nel portare a
conclusione tutte le situazioni rimaste in sospeso, permettendo l’espressione e la
liquidazione di tutto ciò che era trattenuto.
Respira a fondo, rilassati e rivolgiti alla tua parte più profonda, qualcuno la
chiama il bambino interiore. Evoca il tempo in eri cui proprio piccino e parla a
quel bimbo con la coscienza della verità che ora comprendi. Fallo con dolcezza,
semplicità, calma, cercando di usare parole che anche un bimbo può
comprendere.
Ad esempio: «Senti, ti racconto una storia. È una storia bellissima e vera. Tu
non sei davvero solo e triste come credi. Lo so che adesso ti sembra così, ma ti
assicuro che tu sei una creatura meravigliosa e meriti tutto l’amore del mondo.
Quello che davvero sei è così bello che è difficile da descrivere a parole. Tu sei
come un giardino delle fate con fiori bellissimi, di tutti i colori. Sei un centro di
infinito Amore, infinita Saggezza e infinita Energia. Crescere significa imparare
a vedere le cose di questo mondo, anche quelle che ti sembrano molto strane,
attraverso questo Amore, questa Saggezza e questa Energia. È questo ciò che
davvero sei! Non sei il bambino che credi di essere. Non sei mai stato quello lì.
Quel bambino è solo una serie di idee che ti hanno appiccicato addosso. Guardati
ora per come sei davvero!».
Così facendo permetti al tuo bambino interiore di comprendere qualcosa di
nuovo sulla sua autenticità. Porta ora questi concetti concretamente in situazioni
della tua vita. Fai rispondere al tuo bambino interiore secondo questa nuova
visione. Immaginalo per qualche minuto reagire a situazioni concrete partendo
non dal vecchio «Io-Idea», ma proprio dalla coscienza di essere quel
meraviglioso centro di Amore, Luce e Forza. Ad esempio, in una situazione di
conflitto con tuo padre, anziché produrre la solita risposta da vittima sofferente,
puoi rispondere attraverso l’armonia del tuo centro, con autenticità,
immaginando di comunicargli serenamente tutto ciò che stai sentendo,
rimanendo nella tua quiete.
Quando te la senti, rivolgendoti ancora alla tua parte profonda, puoi evocare
una situazione che percepisci come ancora non risolta dentro di te; cerca quella
più datata che riesci a ricordare e mantenendo la calma permettile di riemergere
non soltanto mentalmente, ma rievocandone completamente le sensazioni.
Ascolta bene ciò che senti, perché è proprio da lì che scatta la tua nota base,
la tipica reazione meccanica appresa proprio per quel tipo di evento (ad esempio:
rifiuto, ribellione, lamentela, rabbia, depressione ecc.) e poi perpetuata per ogni
situazione simile accaduta successivamente.
E proprio a quella nota base, quella reazione meccanica, puoi ora
lucidamente dire di no! Da sveglio, puoi ora accettare la situazione con tutto il
malessere che porta con sé, attraversarla, fluire in essa. Dopo un po’,
arrendendoti a quello che è, il dolore scompare, non perché sia stato inibito, ma
perché hai portato l’esperienza fino in fondo, nel tuo vero centro, dove vengono
assorbite e liquidate totalmente sia la carica mentale sia quella emozionale: il
centro è l’espressione della tua Divina Presenza e ha concretamente il potere di
trasmutare.

Esercizio n. 28: la centratura


La disidentificazione, la mobilitazione del potenziale e la rieducazione
dell’inconscio non costituiscono ancora l’autorealizzazione, ma portano alla
normalizzazione dell’essere umano. Arrivare a rendere stabilmente attive in te
queste potenti metodiche di lavoro personale, equivale, come nelle arti marziali,
a raggiungere la cintura nera, che non indica la fine del proprio percorso, ma il
suo vero inizio, i primi passi decisi e stabili nel cammino verso
l’autorealizzazione.
La situazioni della vita ti portano fuori, verso un centro fittizio, illusorio, in
cui predomina proprio ciò che è esteriore e superficiale. Eppure nei momenti di
emergenza sembri rinsavire. Qualcosa in te sembra sapere perfettamente che le
tue risposte migliori sono quelle più profonde. Sul piano fisico, durante
un’emergenza, come per esempio quando sei costretto a camminare di notte in
un bosco, riesci ad attivare una speciale attenzione che conduce il corpo a un
inaspettato equilibrio e a una grande saggezza in ogni singolo movimento.
Qualcosa di simile accade anche quando ti trovi in una situazione che ritieni
importante per la tua vita affettiva: la tua Presenza sembra acuirsi, il tuo sentire
sintonizzarsi su mille dettagli. Tutto pare condurti verso il tuo vero centro.
Quindi una parte di te sa esattamente qual è il l’autentico centro da cui
ottenere risposte davvero appropriate. È una parte che agisce in modo istintuale,
libero e diretto. Purtroppo attingi a questa risorsa soltanto in condizioni di
emergenza, essendo la tua «normalità» tarata su un centro non autentico.
Invece dovresti imparare a ricordare sempre più frequentemente che tutta la
tua vita fluisce a partire dalle qualità essenziali dell’essere: affettività,
intelligenza ed energia. Infatti, quanto più porti con Presenza queste qualità nel
quotidiano, tanto più vivi nella verità e aumenta sia l’efficacia delle tue azioni
che la sensazione di autenticità. Dovresti dunque stare nella Presenza costante
del tuo autentico centro.
Dovresti imparare a porre in ogni momento la coscienza non tanto
nell’oggetto percepito, ma nel centro del tuo sentire, là dove via via percepisci
che ha sede la tua libertà e che sei realmente te stesso.
Esercizio di centratura. Quando te la senti, respira a fondo, rilassati e
rivolgiti con fiducia al tuo vero centro. Comincia a osservare il tuo respiro, in
piena Presenza, completamente sveglio, registra ciò che c’è senza giudicarlo.
Diventa quel piano di coscienza vigile che contempla il respiro, che sente il
corpo in tutti i suoi processi vitali.
E rivolgendoti quindi alla tua componente affettiva, fa’ la stessa cosa. Evoca
l’amore in te e rivolgendolo a tutto ciò che in quel momento semplicemente è,
ascoltati come centro di espressione e di percezione del puro amore. Diventa
quel piano di coscienza vigile che contempla l’amore.
E rivolgendoti anche alla tua parte mentale fa’ ancora la medesima cosa.
Renditi completamente Presente a ogni processo cognitivo, istante per istante.
«Sono io che sento, che penso, che guardo, dirigo l’attenzione sulle mie idee, io
mi rendo presente alla capacità di cogliere, di comprendere.» Diventa quel piano
di coscienza vigile che contempla l’atto del comprendere.
A questo punto prendi semplicemente atto che sei nel tuo centro più
profondo, nell’asse originario di amore, luce e forza. Sei a casa! L’Infinito è in
te. La coscienza diventa via via consapevole di sé stessa.3

Lo spazio delle varianti

Lo «spazio delle varianti» è un concetto molto interessante proposto dal


misterioso Vadim Zeland all’interno della teoria del Transurfing.
Il Transurfing della realtà è una metodica che insegna come rapportarsi
efficacemente all’esistenza stando in completo accordo con la propria Essenza
Animica e come navigare tra le infinite possibili situazioni che potrebbero
manifestarsi nella vita, scegliendo di volta in volta l’opzione più opportuna,
accogliendo e nutrendo soltanto gli scenari più favorevoli.
Nell’ottica di chi fabbrica da sé il proprio destino, il Transurfing insegna che
se pensi che il tuo fato sia già stato deciso, è proprio in quella direzione che lo
stai portando. Se invece ritieni che ogni cosa dipenda dalle tue scelte e te ne
assumi la piena responsabilità, allora la tua vita è interamente nelle tue mani.
Non ci sono limiti, soltanto infiniti possibili scenari che la fisica quantistica
descrive come le molteplici possibilità di un evento e il collasso di una sola
realtà quando tu ti accordi a essa. In un dato momento, nella realtà fisica può
manifestarsi una sola delle possibili varianti.
Quando l’evento su cui ti sintonizzi si manifesta, le altre infinite varianti di
quell’evento restano in uno stato potenziale. Lo spazio delle varianti è proprio
l’insieme di tutte le possibilità presenti a un livello non ancora manifestato, uno
sterminato campo di informazioni in cui c’è tutto: tutto il passato e tutto il futuro
nel Momento Presente.
Lottare contro le difficoltà è inopportuno, viene soltanto generata resistenza,
un’energia che nutre proprio le difficoltà. Assai più opportuno è scivolare
attraverso esse quando si presentano, o non incontrarle affatto.
Nella tua vita ogni scelta è una rivoluzione nel tuo «spazio delle varianti» in
quanto modifichi il tuo percorso. Ti muovi, consapevolmente o meno, sulle linee
della tua vita. Destino è l’insieme delle scelte che compi. Il pensiero, la parola e
le tue immagini mentali influiscono direttamente sulla realtà che ti circonda:
l’energia che emetti materializza una potenziale variante. Con ogni singolo
pensiero la frequenza energetica si accorda su una determinata zona nello
«spazio delle varianti» dando forma alla realizzazione materiale di quella
specifica variante. E più la sostieni, più essa si rafforza e a sua volta rinforza le
tue precedenti credenze a essa collegate.
A ogni istante sei libero di scegliere la variante in cui percepisci felicità nella
tua Anima, oppure secondo complessi calcoli mentali. Soltanto la prima rende
davvero felice la tua esistenza, la seconda prima o poi ti trascina lontano dal tuo
originale proposito animico.
Ogni linea della vita è di per sé rigida, immutabile, proprio perché esiste ogni
sua possibile variante. Dunque non puoi ostinarti a cambiare una determinata
linea di vita, ma puoi spostarti su una linea di vita che ritieni maggiormente in
accordo con il tuo essere in quel momento. Nelle arti marziali si impara a
combattere benissimo per non dover mai combattere. Perché lottare quando puoi
fluire di scelta felice in scelta felice?
L’atteggiamento positivo è la tua guida silenziosa in questo processo, mentre
la Presenza è la tua vera forza. Intorno a te ci sono le altre persone, anche loro
creatrici di realtà, e non è affatto detto che ambiscano alla libertà di Percepire e
di Essere quanto tu lo vuoi. Le forme pensiero collettive possono distrarre e
ostacolare. Zeland le chiama i «pendoli»4. Ogni pendolo (un’ideologia, una
moda, una congregazione, un movimento religioso, un partito politico ecc.)
acquista una forza e una consapevolezza indipendente dalle persone che lo
hanno generato e a queste persone sottrae distruttivamente energia. A un pendolo
non importa del singolo individuo, esso bada soltanto a sé stesso e alla sua
sopravvivenza, a tutti i costi.
Ogni pendolo è un emblema di resistenza e, quindi, di dispersione energetica.
Il pendolo ha diritto di esistere, tu hai il diritto di evitarlo e, spero, il buon senso
di non ingaggiare battaglia con esso. Fluisci ogni volta che puoi, perché questo è
ciò che fa il Cuore, condurti su linee dello spazio delle varianti in cui fluire,
mentre la mente ti vuol portare all’attrito, allo scontro, alla resistenza.
Quando incontri un pendolo una buona strategia è di essergli indifferente,
perché ogni giudizio tende a vincolarti a esso. Le emozioni in generale e quelle
negative in particolare sono proprio provocazioni dei pendoli (così come di
diverse forme di consapevolezza inorganica e parassita) per depredare l’energia.
Nessuna emozione negativa ha mai contribuito a risolvere un problema. Ogni
atteggiamento positivo e ogni punto di vista del Cuore, invece, crea il potenziale
per trasformare ciò che viene percepito come problema in opportunità.
Asseconda la realtà pensando poco e quel poco in piena Presenza, rapportati
alla vita in semplicità, evita di lamentarti, cerca il bello delle cose, anche quando
sembra più difficile, accetta gli eventi per come sono, evita di giudicare gli altri,
datti il permesso di accogliere e di ottenere l’abbondanza dell’universo,
gioiosamente sintonizzati con varianti luminose, accetta le altre realtà e le realtà
altrui, molla la presa, lascia il controllo mentale, fluisci e, di fronte alla tua
Divina Presenza, arrenditi.

La resa

Arrendersi non vuol affatto dire mollare, divenire passivi, smettere di credere
in una idea, venire sconfitti. Arrendersi non è debolezza, quanto piuttosto vera
forza spirituale, fluidità, libertà interiore.
Lavorando su di te ti conosci, conoscendoti puoi scegliere di accettarti e
accettandoti puoi accogliere la quiete, la pace interiore. Puoi finalmente
arrenderti a ciò che È.
Ama, perdona, arrenditi alla tua Divina Presenza. Non cercare ossessivamente la pace. Non cercare
immediato sollievo a una qualsivoglia sofferenza, ascoltala piuttosto, attraversala e poi lasciala andare
senza resistenza. Non cercare alcuno stato diverso da quello in cui ti trovi adesso, perché non faresti
altro che alimentare un conflitto nascosto e generare nuova resistenza. Ama quel momento, nonostante
tutto, perché è vero, perché ti sta insegnando qualcosa e perché lo stai creando tu, esattamente così
come è. Perdona te stesso se senti che quel sentire non è opportuno, non riflette la pace. Perdonati di
non sentirti in pace. Perdonati di non sentirti un adeguato riflesso corporeo della Divina Presenza che
percepisci in te, della Coscienza che sei. Quando non opponi resistenza alla tua inquietudine tu smetti di
alimentarla e come un alchimista la trasformi in pace. La non-resistenza è la chiave alchemica della
trasmutazione. Questo è il significato profondo dell’arrendersi al Momento Presente. Ogni cosa è
perfetta così come è.5

La resa è l’accettazione di ciò che porta il Momento Presente, è dire sì alla


vita, è lasciare gli attaccamenti, è aprire il Cuore. Più fai resistenza alla vita,
attraverso i giudizi della mente e le emozioni negative, più attrito generi e più
dolore percepisci: questo può portare alla follia.
La resa è seguire il flusso della vita anziché opporvisi. E poiché la vita è
proprio Adesso, la resa è accogliere totalmente il Momento Presente. Questo non
significa assolutamente cadere nella rassegnazione e rinunciare a ogni azione. Se
ti rompi una gamba intraprendi ogni azione possibile per guarirla nel migliore
dei modi. Contemporaneamente rinunci a imprecare, avvilirti, colpevolizzare te
o altri dell’accaduto, autocommiserarti ecc. Accetti che nel Momento Presente la
gamba è rotta, passi attraverso il dolore accogliendolo ed eviti ogni resistenza
mentale ed emozionale. Nell’arrendersi l’azione pratica risulta assai più lucida,
semplice ed efficace, in quanto guidata dalla fluidità e non dalla tensione che
ogni resistenza genera.
La resa attira positività dall’universo, mentre la resistenza altra resistenza. E
francamente trovo assurdo che ci si voglia inimicare l’universo. Lo può volere
solo l’ego, in quanto non può sopravvivere alla resa.
Quando le persone subiscono un lutto, un abbandono, un licenziamento, una
malattia o una qualsiasi forma di tragedia, la tipica reazione che apprendono è
proprio la resistenza. Si tratta di una contrazione, di un irrigidimento, di una
chiusura che genera dolore.
Tu non sei quella situazione di vita che stai vivendo, puoi scegliere di
cambiare alcuni aspetti di una data situazione di vita e di accettarne altri senza
giudicare in alcun modo questo momento. Questo ti porta ad accedere a uno
stato superiore di coscienza rispetto all’ego, uno stato libero dalla resistenza in
cui le circostanze stesse, parimenti libere dalla resistenza, possono volgere al
meglio. Possono verificarsi «coincidenze» magiche, manifestarsi generose
collaborazioni, crearsi nuovi meravigliosi incontri ecc.
Quando nessuna azione diventa possibile, allora adagiati nella quiete che
scaturisce dalla resa, in quanto in ogni caso il più grande potere dell’universo è
proprio accettare la vita, così come essa è. In questo modo l’Anima si libera
dalla sua identificazione con la macchina biologica, con la personalità e con ogni
altra forma effimera. Essa ricorda di Essere Uno con la Vita. «Qualsiasi cosa
accetti completamente ti porta alla pace, incluso l’accettare che non puoi
accettare, che sei in uno stato di resistenza.»6
Quando hai a che fare con una malattia che ti riguarda, si tratta di un
meccanismo comunicativo che tu stesso, attraverso la tua Anima, hai messo in
piedi. Il sintomo vuole darti un messaggio e ti invita all’ascolto. C’è un
equilibrio turbato e, attraverso l’attento ascolto, puoi scoprire qual è. Ogni
resistenza − che puntualmente si traduce in tensione, incremento del dolore,
mancanza di chiarezza e altri aspetti poco positivi −, evidentemente entra in
conflitto con la possibilità di recepire il messaggio dell’Anima.
Quindi, non considerare il sintomo tuo nemico, non opporgli resistenza. «Se
in un sintomo troviamo un principio che ci manca, basta imparare ad amare il
sintomo perché esso realizza già quello che ci manca. Chi attende con
impazienza che il sintomo sparisca, non ha capito ancora il concetto di base.
Questa è una chiave: accettando il sintomo lo rendiamo inutile. Il sintomo
sparisce quando il paziente è diventato indifferente a esso.»7
La voglia di lottare per la vita può armoniosamente accompagnarsi con
l’arrendersi a ciò che c’è nel Momento Presente, in quanto meno resistenza c’è,
più facilmente l’individuo può trovare la sua via di guarigione. Questa
guarigione può essere dell’apparato psicofisico oppure direttamente dell’Anima,
che compie semplicemente il suo percorso e quando l’ha completato lascia
l’illusione della forma, ovvero il corpo fisico.
Un modo per guardare in faccia la propria paura trasmutandola, e di ridurre
l’importanza degli attaccamenti così come del fine desiderato (l’intenzione
interna di guarire), è accettare la possibile «sconfitta», fin da Adesso. Quegli
sciamani toltechi che sono consapevoli dell’illusione della morte chiamano
questo atteggiamento «usare la morte come consigliera», mirando a vivere nella
massima Presenza ogni giorno come se fosse l’ultimo su questa terra. Alla luce
della morte persino le situazioni più terrificanti perdono ogni significato. La
morte è lì, sta aspettando, il resto sono solo sciocchezze. Sono vivo Adesso e per
questo sento e scelgo di rendere grazie.
Come puoi allenare l’abbandono, l’apertura, la resa? È opportuno cominciare
dalle piccole cose di tutti i giorni. Quando il vicino di casa va di trapano a
percussione come un pazzo, il tuo corpo si irrigidisce. La stessa cosa succede
quando parte l’allarme di un’auto (vien da domandarsi come mai quelle
diavolerie siano legali!) senza che ovviamente sia sotto scasso; pare che parta
per il mero gusto di darti fastidio. Ecco, quando accadono simili situazioni, puoi
uscire dalla vittimistica convinzione che «Queste cose non dovrebbero
accadere!», che «Non è giusto!», puoi ascoltare l’automatica reazione del tuo
corpo a tali stimoli e sentendo in te il disagio puoi farti attraversare
incondizionatamente da esso, senza opporgli alcuna resistenza.
Ancora più difficile è quando qualcuno ti insulta o ti offende e senti il tuo
corpo pronto a reagire di scatto, la tua mente elaborare fulminanti invettive di
rimando mentre il tuo Cuore ti suggerisce semplicemente di passare oltre.
Quando accogli la voce del Cuore e lasci andare, ascolta in te l’emozione che hai
appreso a manifestare: rabbia, delusione, frustrazione, o umiliazione che sia e
lascia che passi attraverso di te senza incontrare ostacoli, senza commentare
mentalmente, finché non si esaurisce spontaneamente. Poi non tornar mai più su
questo episodio: è passato, e come dice qualcuno, «col passato ci facciamo
soltanto il sugo».
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa. 8

Questo è uscire dalla sfera di potere di qualcuno o qualcosa, questo è il


perdono che offri a te stesso per tutte le volte che invece hai fatto resistenza alla
vita. Tu non sei le tue situazioni di vita: se anche perdessi tutto ciò che credi di
«avere», non potrai mai perdere ciò che sei.
Quando divieni totalmente cosciente di questo, al di là di ciò che ti racconta
la mente, significa che sei completamente aperto alla vita. Significa che sei
libero.

Il silenzio interiore, la quiete

Siamo immersi in un mondo rumoroso. Il pensiero e la parola sembrano


essere sempre e ovunque. Tutto parla in continuazione in un ginepraio di
linguaggi sovrapposti. Anche il silenzio fa parte del linguaggio e, come ci
ricorda Daniel Pennac, «dice più di quel che tace». Ma nella nostra cultura del
fare, il silenzio sembra fuori moda, tempo perso.
La giornata tipica del moderno uomo occidentale è intrisa di suoni, rumori e
infinite parole. Ovunque ci si rechi, qualcosa o qualcuno ci impegna ad ascoltare
e, come abbiamo visto, quando l’ambiente ci offre un po’ di quiete ci pensa la
mente a tenere alto il ritmo della favella.
Il silenzio spaventa, non sembra tollerato nemmeno in ferie. Il silenzio mette
in luce la dipendenza dalle parole, la nostra assuefazione a esse, il bisogno del
rumore a cui la società ci ha ipnotizzato per non entrare più in profondità, per
non sentire più l’autenticità del mondo interiore. Per altri invece, sentire il
proprio mondo interiore significherebbe contattare un vuoto intollerabile.
C’è un mondo di bellezza sconfinata che sfugge costantemente alla nostra
vera attenzione. Quando lo guardiamo in modo ordinario esso ci riflette come
uno specchio le nostre aspettative. Henri Bergson sosteneva che «gli occhi
vedono soltanto ciò che la mente è pronta a comprendere». Siamo così
incredibilmente ciechi, credendo di vedere, eppure guardiamo sempre e soltanto
nel modo limitato e automatico in cui abbiamo appreso a farlo. Lontano dalla
quiete, che è la nostra vera natura, perdiamo il contatto con noi stessi e ci
perdiamo nelle cose del mondo.
Esercitare il ricordo di Sé mentre ci si trova di fronte a una espressione della
natura, un’opera d’arte o agli occhi puri di un neonato, consente di vivere le
percezioni come strade con un Cuore che portano direttamente alla nostra
Essenza. Per accedere a questa condizione magica è fondamentale uscire dalla
meccanicità del pensiero e delle emozioni. Occorre interrompere l’incessante,
frenetico, scontato dialogo interiore ed entrare proprio nella dimensione
profonda del silenzio. «Gli antichi sciamani lo chiamavano “Silenzio Interiore”
perché è uno stato in cui la percezione non dipende dai sensi, ma da un’altra
facoltà dell’essere umano, la facoltà che lo rende un essere magico.»9
I toltechi consigliano la pratica dei Passi Magici della Tensegrità10 che ha la
peculiarità di aiutare il processo di sospensione del pensiero; essi invitano anche
a praticare la contemplazione, uno speciale modo di guardare alle cose in
maniera diversa dal solito.
Per questi sciamani il silenzio interiore è la base di tutto, la porta d’accesso
ad altri piani di coscienza, a nuove incredibili forme percettive e loro sono soliti
utilizzare tantissimi sistemi diversi per scuotersi dalla rigida percezione
ordinaria. Il silenzio interiore ha una caratteristica molto importante: esso viene
accumulato praticandolo. Il silenzio fa sentire subito il suo effetto, appena si
comincia ad accumularlo, ma ognuno ha una soglia personale da superare prima
che i suoi effetti benefici diventino dirompenti. Ogni persona ha bisogno del
giusto tempo per varcare questa soglia, praticando incessantemente il silenzio
stesso, il quale satura la mente fino a esaurirla e si accumula fino a «fermare il
mondo». Questo concetto è davvero interessante, perché l’intero mondo che noi
percepiamo è creato e ricostruito a ogni istante dall’incessante dialogo interiore.
Quando un individuo smette completamente di pensare varcando la propria
soglia personale di accumulo, questo mondo percepito cessa di esistere in quanto
non c’è più un pensiero a reggerlo e al suo posto compare, attraverso la «visione
nitida», il vedere il puro flusso dell’energia nell’universo.11 In altre parole,
attraverso il silenzio interiore il mondo così come lo conosciamo cessa di
esistere di fronte alla nostra percezione e appare come veramente è: pura energia.
Questo risultato straordinario è ciò che gli sciamani chiamano «Libertà Totale».
In natura la quiete è presente ovunque. Contempla una montagna, un albero,
un lago, sogna il loro sogno, diventa uno con loro, assorbine la quiete affinché
possa ricordarti che tu stesso in Essenza sei quella quiete.
Anche le situazioni in cui vivi la mancanza di quiete possono essere uno
straordinario mezzo per allenarti ad accoglierla. «Qualsiasi rumore fastidioso
può essere d’aiuto tanto quanto il silenzio. Come? Lasciando cadere la tua
resistenza interiore al rumore. Lasciandolo essere come è. Questa accettazione
porta anche te nel regno della pace interiore, che è la quiete.»12
Quando guardi le cose di questo mondo attraverso la quiete, sei testimone
della Coscienza che contempla la sua creazione. «Diventare consapevole della
consapevolezza è il sorgere della quiete interiore. La quiete è la sola cosa di
questo mondo che non ha forma. Ma allora non è realmente una cosa, e non è di
questo mondo.»13
Lascia che attraverso la quiete, la saggezza della tua Divina Presenza guidi
ogni pensiero, ogni atto, ogni respiro, ogni passo dello straordinario viaggio che
è la tua vita.

Esercizio n. 29: essere presente in bagno


Oltre alla doccia e al lavarti i denti, riunisci in questo esercizio tutte le cose
che fai abitualmente in bagno, dall’espletare le tue funzioni corporali al lavarti le
mani, farti la barba/ceretta, pettinarti, lavarti ecc. Ogni volta che varchi la soglia
del bagno, in casa o fuori casa, tutto ciò che in quel luogo solitamente fai, fallo
ora in pieno ricordo di te. Sii presente a ogni singolo gesto, senza alcuna
distrazione.

Esercizio n. 30: essere presente guardando la TV

Questo esercizio è molto semplice: evita di guardare la TV! La televisione è


spazzatura confezionata ad arte dal sistema per farti rimanere addormentato.
Addirittura la nuova tecnologia digitale imposta in anni recenti rivela un
maggiore effetto ipnotico di quanto fosse riscontrabile in precedenza. Don Juan,
maestro di Carlos Castaneda, soleva dire ai suoi apprendisti di guardare la TV
quanto volevano, purché la lasciassero spenta!
Detto questo, quando scegli di guardarla, fallo in piena Presenza, con
l’attenzione divisa, ovvero mantenendo piena consapevolezza sia su quanto stai
percependo attraverso lo schermo sia su quanto accade in te: tieni costantemente
monitorata ogni tua reazione fisica o emozionale.

Esercizio n. 31: essere presente quando scatta un’emozione

Quando provi qualcosa, qualunque cosa, sii presente a ciò che provi, non
farti invadere dall’emozione stessa e dall’assenza di Presenza che tale invasione
solitamente provoca. Abbiamo appreso che quando l’emozione si fa largo porta
via spazio alla Presenza. Invece con l’attenzione divisa puoi essere
completamente consapevole di ciò che accade dentro di te mentre accade. Fai in
modo che non vi sia più alcun pensiero, alcuna emozione e persino sentimento
che accada senza la tua Presenza. È tuo diritto (e dovere) Esser-ci.
1
Antonio Blay (1924-1985) psicologo catalano, riconosciuto come colui che ha introdotto in Spagna la
Psicologia Transpersonale.
2
Antonio Blay, Ser. Curso de psicología de la autorrealización, Ediciones Indigo, Barcelona 1993.
3
Tutta la parte di Psicologia Transpersonale di Antonio Blay qui riportata è una sintesi tratta dal libro di
Dario Canil, L’Anima del Reiki, L’Età dell’Acquario, Torino 2015. Per un approfondimento si rimanda il
lettore alla consultazione di quel testo.
4
Corrisponde al concetto di elementale, pensiero-forma o egregora, illustrato nel capitolo finale.
5
Dario Canil, Risognare la Realtà, L’Età dell’Acquario, Torino 2014.
6
Eckhart Tolle, Parole dalla Quiete, Armenia, Milano 2005.
7
Thorwald Dethlefsen, Malattia e Destino. Il valore e il messaggio della malattia, Mediterranee, Roma
1997.
8
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, III, 51.
9
Carlos Castaneda, Il lato attivo dell’infinito, BUR, Milano 2007.
10
Particolari sequenze di movimenti apprese dagli sciamani toltechi nei loro viaggi in altre dimensioni
dell’essere e che riproposte nel nostro piano materiale sono in grado di produrre benessere, vigore fisico,
equilibrio energetico, silenzio e altri scopi specifici.
11
Nel film The Matrix questo è reso visivamente dal flusso del codice, raffigurato nel colore verde.
12
Tolle, Parole dalla Quiete cit.
13
Ivi.
Io Sono l’«Io Sono»

Ciò che davvero sono

Io Sono l’«Io Sono». L’Essere È e non può che Essere. Io non sono qualcosa.
Non posso essere qualcosa. Posso mostrare qualcosa, manifestare qualcosa,
esprimere qualcosa. E posso fare tutto ciò permanendo nell’essenza di ciò che
sono.
Quando ad esempio mi scopro ad affermare: «Io sono stanco» sto dunque
dentro un errore concettuale che interferisce con la manifestazione del mio
essere. L’essere non può essere stanco. L’essere semplicemente È. Io posso
«sentirmi» stanco e questa sensazione è reale. È indiscutibile laddove,
ascoltandomi bene, percependo le mie sensazioni, io colga in me la stanchezza.
Questa stanchezza è un momentaneo stato dell’essere, ovvero soltanto una
sensazione, non è l’Essere in sé.
Non è reale la stanchezza. È reale la sensazione di stanchezza. Quando dico
«sono stanco» confondo la parte con il tutto. Quando dico «mi sento stanco» sto
nella verità del sentire di quel momento.
Tra le due affermazioni, apparentemente equivalenti nell’uso comune, vi è
una distanza abissale. Una mi ipnotizza e depotenzia, riduce nel qui e nell’ora
l’infinito dell’Essere a qualcosa di misero, l’altra racconta semplicemente la
verità di una momentanea situazione percettiva.
Tutto parte da questa semplice considerazione: «Il mondo è come io penso
che sia», che è sia un principio taoista che il Primo Principio dello sciamanismo
Huna1. Io sto creando la mia realtà, e di essa ho il 100% di responsabilità. Faccio
questo con l’insieme dei miei pensieri e delle mie convinzioni profonde. Il
linguaggio che utilizzo è continuamente una programmazione neuro-linguistica
che precede l’effettiva creazione della realtà.

Il Potere del mantra «Io Sono»

Quando utilizzo il mantra «Io Sono» dò vita alla più potente invocazione
dell’universo, l’affermazione pura dell’Essere. Parto dalla verità essenziale e la
porto nel qui e nell’ora della mia manifestazione virtuale su questo pianeta.
Porto l’«Io Sono» nell’esperienza.
Questa invocazione-affermazione è l’antitesi di ogni rappresentazione
egoica, non ha nulla a che vedere con qualsivoglia autocelebrazione narcisistica.
È il riconoscimento dell’Essere in sé. È il mantra per eccellenza, il suono che
rievoca in semplicità e potenza ciò che autenticamente sono. L’«Io Sono» è la
rappresentazione fonetica che evoca la Divina Presenza dentro l’illusione della
virtualità. È l’atto magico che richiama nella virtualità la coscienza di ciò che
sono davvero, al di là dello spazio e del tempo, in essenza.
È «il» suono sacro per eccellenza. Dunque, pronunciare «Io Sono» più e più
volte durante il giorno è un’autentica benedizione. Porta consapevolezza, mi
aiuta a riconnettermi con la Sorgente, mi avvolge in un potente flusso energetico
che è contemporaneamente creativo: attraverso esso posso risognare la realtà.

La volontà del sistema di degradare l’«Io Sono»

Nella sua volontà stordente di ipnotizzarmi, il sistema, attraverso la


socializzazione, mi ha portato sia a dimenticarmi il sacro potere delle mie parole,
tra cui soprattutto l’«Io Sono», sia a manipolare sapientemente il suo utilizzo al
fine di una subdola azione depotenziante.
Sto parlando dell’«Io-sono-qualcosa» che rappresenta l’esaltazione distorta
di un misero ego che si crede chissà chi e che passa l’intera vita a cercare di
accumulare un po’ di più di ciò che si convince di essere. Ovviamente diecimila
cose che credo di essere, e a cui persino mi aggrappo con tenacia,
identificandomici totalmente, non valgono un’infinitesima parte di ciò che
l’Essere davvero È, di ciò che davvero Sono. Questo è il rapporto che descrive in
qualche misura ciò che perdo in termini di Coscienza di Essere, quando mi
smarrisco nei labirinti seducenti di ciò che credo di essere, nel regno
dell’illusione.
«Io sono questo», «io sono quello…» la socializzazione mi invita
continuamente a trovare delle descrizioni di ciò che sono al fine di farmi
identificare in una definita personalità fatta di caratteristiche ben determinate,
persino uniche.
E così, quando parlo di me tendo a blindarmi in frasi fatte di «io sono» +
«qualcosa». Mi convinco, approvato dalla società, che più cose sono (in una
sorta di modalità da collezionista) più la mia identità si potenzia e viene
apprezzata. La società bada bene a non indurmi nemmeno il sospetto che in
realtà l’autodefinizione è una autolimitazione. Più mi perdo in alcuni aspetti
dell’essere che mi convinco di essere, più perdo l’autentica connessione con il
vero Essere, la Coscienza. E ogni singola frase fatta di «io sono» + «qualcosa» è
di per sé un errore concettuale limitante l’Essere.

L’«Io Sono» e gli errori linguistici da evitare

Ci sono tre tipi di questi errori:


− «io sono qualcosa di positivo»;
− «io sono qualcosa di neutro»;
− «io sono qualcosa di negativo».
Definirsi come qualcosa di positivo usando l’«Io Sono» è la modalità più
subdola in quanto è quella ufficialmente più sostenuta dalla società. Ad esempio:
«Io sono sereno», «Io sono tranquillo», «Io sono felice», «Io sono sano» sono
tutte formule che sembrano efficaci espressioni del pensiero positivo. Invece,
proprio per quanto detto sino a ora, esse tendono dentro di me a far identificare
l’Essere – limitandolo – con delle categorie che non appartengono all’essere,
quanto piuttosto al sentire. Infatti l’espressione corretta è: «Io mi sento sereno»,
«Io mi sento tranquillo», «Io mi sento felice», «Io mi sento sano».
Proprio questo sentire, questo rivolgermi al mio interno, viene escluso dalla
rappresentazione verbale dell’«Io sono qualcosa». La società privilegia la
formula «Io sono qualcosa», ipnotizzandomi a categorizzarmi bypassando il mio
vero centro. La società vuole che tutti noi cerchiamo fuori, perché quando
troviamo dentro, diventiamo troppo pericolosi, in quanto cominciamo a
smantellare pezzo dopo pezzo l’illusione che ci hanno messo davanti per
renderci schiavi.
Definirsi come qualcosa di neutro usando l’«Io Sono» è la modalità
apparentemente più innocua, in quanto pur non essendo positiva, non sembra in
alcun modo dannosa. Dire: «Io sono stanco», «Io sono perplesso», «Io sono
indaffarato», non attira affatto l’attenzione, non sconvolge proprio nessuno. Ma
questa programmazione, questo creare una credenza interiore in cui l’essere è
visto come stanco, perplesso e indaffarato, è di per sé un errore. Nuovamente
l’Essere viene depotenziato.
Eppure basta poco, ancora una volta è sufficiente che io riconduca quanto
affermo a ciò che sento: «Io mi sento stanco», «Io mi sento perplesso», «In
questo momento mi sto occupando di tante cose».
Definirsi come qualcosa di negativo usando l’«Io Sono» è la modalità più
deleteria in quanto è quella più carica di energia negativa, quella più pesante da
sostenere a livello evolutivo. È la vera bestemmia, la negazione del divino in sé,
l’allontanamento dalla nostra Casa, l’Infinito.
Affermazioni quali: «Io sono un cretino», «Quanto sono stupido!», «Io sono
depresso», «Io sono uno sfigato» appaiono in tutta la loro drammatica
catastroficità. Essendo il potere nella parola, colui che va pronunciando con la
propria Divina Presenza tali parole attira a sé la complicità dell’intero universo.
In un quadro siffatto, immaginiamo l’intero universo che, a fronte della potente
affermazione di un essere dalla natura divina (l’Uomo), non può che concordare
con tale affermazione, gridando di rimando: «Sì, sei un cretino!», «Sì, sei
davvero stupido!», «Sì, sei proprio depresso!», «Sì, sei uno sfigato!».
E lo «sfigato», senza saperlo, lo fa da Dio…
Uuuuh! Il pensiero di avere l’intero universo alleato di una cattiva idea su di
me mi fa rabbrividire, direi che è assai meglio tenermelo amico il buon vecchio
universo! E il modo che ho a disposizione per farlo è diventare attento padrone
della divina espressione della mia lingua madre.
Se io ricordo la mia origine ed essenza, se sono connesso, allora la realtà che
vado creando − con la mia parola, le mie immagini mentali e le mie azioni − è un
riflesso di tale connessione (il ricordo di Sé).
Quando uso impropriamente l’«Io Sono» nei tre modi appena descritti,
ovviamente non è l’Essere che viene depotenziato, in quanto l’Essere è e non
può che Essere. Ciò che viene depotenziato è il sistema di credenze con cui dò
vita alla realtà che mi circonda. Quando i miei pensieri sono pensieri propri di
una creatura addormentata, schiava e vittima delle circostanze, allora i sistemi di
credenze riflettono la scarsa consapevolezza del mio 100% di responsabilità in
questa vita. Meno mi sento responsabile e meno potere ho di plasmare la realtà
secondo la mia ispirazione. Voglio dunque ricordarmi a ogni istante il mio 100%
di responsabilità, voglio riprendere nelle mie mani il potere sulla mia vita.
Voglio imparare a parlare bene, a dire bene, a benedire.

Esercizio n. 32: pronunciare «Io Sono»

Ogni volta che puoi, in piena presenza, in quieta e vigile autosservazione,


pronuncia più volte dentro di te, oppure a voce alta, la potentissima
benedizione/verità: «Io Sono». Accogli in serenità le sensazioni che ne derivano.
Comincia con il farlo 2-3 volte al giorno, aumentando progressivamente la dose,
fino a ricordarti l’«Io Sono» almeno ogni mezz’ora.
1
Antichissima visione sciamanica diffusa in varie parti del mondo partendo dalle Hawaii, viene chiamata
anche «La Via dell’Avventura».
La benedizione

Non c’è un obiettivo da raggiungere.


Non c’è qualcosa di cui lamentarsi.
Non c’è qualcosa da conquistare.
Tu sei l’Essere. E lo sei Sempre.

Tutto è perfetto perché nasce dall’Amore

Il segreto di tutto, la magia, il trucco, consiste nell’Amore. Amare tutto è la


via maestra per «essere» pienamente. L’Amore che qui intendo è quello totale,
quello che riguarda ogni aspetto del creato, ogni espressione dell’Essere. Dal
fiorellino carino che ammiro in un campo, al tramonto spettacolare che mi attrae
e affascina finanche alle tremende notizie divulgate dai mass media. Tutto! Me
compreso, ovviamente.
Questo sembra un compito immane e impossibile dal punto di vista della
macchina biologica addormentata e della mente ipnotizzata e programmata al
depotenziamento.
In effetti non è nemmeno un compito. È proprio quanto di più semplice e
naturale si possa fare: riconoscere il divino in ogni cosa e sentirsi a casa.
Percepire il divino fuori di me presuppone che io lo veda prima di tutto in
me, ovvero che io mi ricordi di essere parte dell’Uno, del Tutto e che mi
prodighi, nonostante le mille trappole percettive che lavorano nella direzione
opposta, di mantenere costante nella Presenza questa consapevolezza. L’intento
di questo libro va proprio in tale direzione.
In quest’ottica di ricordo di me, di riconnessione consapevole al Tutto, posso
sintonizzarmi facilmente su tutte le cose che percepisco come luminose, ad
esempio con le straordinarie creature del mondo vegetale e con i meravigliosi
amici animali, o più in generale con la natura, come i boschi, il mare, le
montagne ecc. Meno facile è fare questo con ciò che percepisco a livello
ordinario come oscuro: omicidi, stupri, catastrofi non naturali, segreti di stato, la
violenza gratuita in tutte le sue forme, l’ignoranza, la paura ecc. Per queste cose
sento forte la spinta al lavoro su di me al fine di deprogrammarmi da ogni tipo di
giudizio.
Come dice l’amica Giovanna Garbuio1: «Tutto ciò che è è sempre il meglio.
E percependo la perfezione migliori la realtà». Tutto è già perfetto, solo che io
fatico ad accorgermene in quanto addestrato a non accorgermene. Ecco perché
voglio continuare a lavorare su di me. Voglio percepire la perfezione del Tutto,
poiché percependo la perfezione del Tutto io mi sento totalmente vivo, felice,
realizzato.
Persino la malattia reca in sé la guarigione: non c’è qualcosa da curare, non
c’è qualcosa di «sbagliato»; c’è piuttosto qualcosa da vedere dalla prospettiva
della perfezione. La malattia è una manifestazione delle forme di resistenza a
tale percezione di perfezione.
Quando attraverso il lavoro su di me torno in me e percepisco la perfezione,
mi metto nella condizione di vibrare a un livello più alto, il che per la legge di
risonanza porta a manifestare la mia realtà in modo coerente con tale vibrazione.
Quando anche solo uno di noi emette nell’universo «buona energia», è l’intero
universo a beneficiarne.
Come posso concretamente, il più possibile, stare nella Presenza della
consapevolezza che Tutto è perfetto, quando la mia mente ancora tende a
trascinarmi nei suoi ingannevoli percorsi depotenzianti? In altre parole, come
posso davvero vedere la luce (la Perfezione) in ciò che per la mente è
«palesemente» catastrofico, orribile, devastante?
Scelgo di non temere gli scenari catastrofici descritti dalle profezie o dai
teorici del complotto. Le mie credenze non mi rendono una persona migliore, ma
lo possono fare i miei comportamenti. Scelgo dunque di occuparmi
dell’incapacità di amare, poiché è in essa la ragione della sofferenza di questo
mondo, è su di essa che posso lavorare. Dov’è l’Amore? Dov’è? È dall’altra
parte della paura, è in tutto ciò che È, anche quando non lo colgo
immediatamente. È in tutto ciò che non trattengo. È espressione, vita, azione,
esperienza.
L’Essere ha bisogno di sperimentare il non-essere per comprendere sé stesso.
L’Amore ha bisogno di sperimentare ciò che non è per poter conoscere ciò che è.
Per accogliere questa prospettiva occorre abbracciare una visione più ampia
della umana logica lineare, una visione che ricomprenda la consapevolezza
dell’equilibrio cosmico, fatto di elementi che apparentemente non sono tangibili,
ma che sono guidati dalle più alte leggi spirituali. Ciò che io da una visione
momentaneamente limitata, scorgo come squilibrio e disarmonia certamente
trova nell’universo compensazione in un quadro globale in cui ogni esperienza
possibile viene compiuta. La Coscienza sperimenta sé stessa totalmente: non vi è
esperienza che Essa escluda e, tutte insieme costituiscono quello che le varie
tradizioni chiamano il «progetto divino», «il progetto della Creazione», la
manifestazione globale dell’esperienza nella virtualità2.

Il significato magico della benedizione


Ben oltre le idee di giusto e di sbagliato c’è un campo. Ti
aspetterò laggiù.3

Il luogo neutrale che Rumi ci indica è uno stato di sospensione di ogni


giudizio, di ogni lamentela, di ogni categorizzazione. È lo stato magico della
benedizione.
L’antico significato esoterico della benedizione è proprio la totale
accettazione di ciò che è. È la resa, consapevole e grata al Momento Presente.
Senza alcuna resistenza.
Benedire la mia vita significa avere consapevolezza che tutto è perfetto, e la
quotidiana applicazione materiale di questa consapevolezza è ciò che mi rende
felice.
Benedire è il potere più grande.

La benedizione non è un atto di fede, ma di esperienza

Siamo qui per imparare, o per ricordarci di noi. Siamo qui per manifestare il
divino in ogni possibile esperienza. Abbiamo scelto questo progetto. Ne siamo
co-creatori. La tua Anima, scegliendo lo specifico contenitore (macchina
biologica) che ti contraddistingue, si è presa l’incarico di fare determinate
esperienze. Tu crei la tua realtà e ne sei responsabile al 100%. Con la
socializzazione te lo dimentichi e cominci a vivere come uno schiavo. Poi
cominci a ricordare. E senti che vale la pena di riscoprire quella dimensione
magica che al momento non ricordi, ma che intuisci dentro di te come una sorta
di fiamma che ti brucia nel petto. Cominci anche ad accorgerti di alcune costanti.
Per esempio quando ti rifiuti di apprendere una lezione in un modo, l’universo te
la ripropone in modo diverso solo nell’apparenza. Il momento è diverso, la
forma è diversa, ma tu senti che il contenuto della lezione è proprio quello. Ti
stai risvegliando. Via via senti anche che la separazione è un’illusione, che tutto
è collegato da invisibili fili.
La chiave magica della benedizione è alla tua portata quando cominci a
intuire che, essendo tutto Uno, qualunque rappresaglia, vendetta, o «giusta»
punizione sono concetti mentali che perdono ogni significato. Parimenti ti
avvicini al potere sacro della benedizione quando senti che non hai più alcun
desiderio di punire chi ti ha ferito, ferendolo a tua volta. Se tutto questo ha senso
per te, ne sono davvero lieto!
La benedizione è lo stato di presenza che ti permette di uscire dalla modalità
percettiva dualistica: quando benedici, le cose non sono giuste o sbagliate,
semplicemente sono come sono.

La benedizione come fattore di guarigione

La benedizione rappresenta inoltre un grande fattore di guarigione. Durante


la nostra vita collezioniamo indicibili quantità di dolore. Il dolore, che di solito
non viene adeguatamente elaborato e metabolizzato attraverso il lavoro su di sé,
rimane nella macchina biologica sotto varie forme di depotenziamento. A livello
mentale ed emozionale ne sono esempi evidenti le condizioni quali la
depressione, la frustrazione, il senso d’impotenza, la rabbia, la paura. A livello di
salute è oggi provato che il dolore può arrivare persino a uccidere una persona.
Il dolore accumulato tende a far chiudere in sé stessa la persona che crede di
averlo subito. Ricordo ancora una volta, in quanto è davvero fondamentale, che
noi non subiamo proprio nulla, siamo i creatori della nostra realtà e ne siamo
responsabili al 100%. Certo ti può «colpire» una tragedia, tuttavia ciò che accade
ti accade proprio così e proprio in quel momento perché tu stesso lo hai
manifestato come elemento evolutivo e hai tutti i mezzi per affrontarlo. E la
reazione che esprimi dinanzi a tale evento è del tutto nelle tue mani. Tu scegli
chi sei e come sei. Sempre.
La benedizione è una specifica sensazione che poi diventa qualità di
pensiero, emozione, atteggiamento; è una sensazione improntata al
riconoscimento che tutto è perfetto così com’è, al di là di ogni apparenza.
Benedire qualcosa o qualcuno significa ricondurlo a questo atteggiamento
illuminato. Benedire situazioni o persone che prima tendevamo a colpevolizzare
per il male che ci hanno fatto, ci disintossica e ci purifica da una quantità
straordinaria di dolore rimasto fino a quel momento insoluto.
Benedire qualcuno o qualcosa ha anche il significato di perdonare e
accettare, ma non significa giustificare qualcosa di negativo né volerne ripetere
l’esperienza. Se vedo una persona prendere a calci un cagnolino, registro la
sensazione di dolore in me, e il benedire la situazione, il cane e l’ingiustificabile
persona che ha compiuto il gesto rappresenta il riconoscimento che quello che ho
visto, come tutto, fa parte della perfezione, nasce dall’Amore che evolve in
direzione di sé stesso. Questo non mi impedisce, quando possibile, di limitare la
violenza altrui, come per esempio intervenendo in qualche modo. La
benedizione va prima di tutto alla mia percezione (il dolore) perché sto creando
io, dentro di me, quella sensazione. Modificando la sensazione in me risogno la
realtà, la ricreo e, di conseguenza, libero il dolore. La benedizione va alla
persona che, probabilmente e fuor di giudizio, per fare una cosa del genere ne ha
bisogno forse più che del cane, il quale a sua volta va benedetto per aver
accettato in quel momento il ruolo di vittima.
Per benedizione intendo qui certamente un atteggiamento cosciente di
rilettura di tutti i dati all’interno dell’ottica di perfezione, ma soprattutto intendo
una grande, sincera, gioiosa e incondizionata apertura di cuore.
Quanto detto per questo semplice esempio del cagnolino riguarda allo stesso
modo qualunque tipo di dolore accumulato nella vita. E di sicuro, ognuno di noi
ne ha accumulato tanto. Questo dolore oggi è registrato profondamente dentro di
noi, a livello cellulare, condizionando pesantemente le nostre vite, inibendone la
libera e felice espressione, limitandone lo sviluppo armonico.
Il dolore però è del passato e, nonostante alcune forme di psicoterapia siano
orientate a rivangare il passato in ogni maniera possibile, noi di fatto abbiamo
tutto il passato che ci serve proprio ora nel Momento Presente. L’atto del
benedire lavora in questo preciso istante nella direzione dello scioglimento del
dolore passato. L’atto del benedire è un potere magico istantaneo, è uno stato
dell’essere capace in sé di trasmutare l’energia-dolore in energia-
consapevolezza. E questa consapevolezza non è fatta di congetture o di risposte
ai mille perché sulle cose dolorose del passato, quanto piuttosto di resa quieta,
fiduciosa e amorevole a ciò che è.
Puoi intendere due modalità distinte di incontrare il dolore per trasmutarlo: la
prima modalità riguarda le cose irrisolte del tuo passato su cui decidi di fare luce
e la seconda riguarda il dolore che può toccarti proprio nel momento attuale.

Esercizio n. 33: trasmutare il dolore del passato

Nel primo caso il lavoro che puoi fare consiste nel rievocare volontariamente
e serenamente la situazione dolorosa irrisolta. Prenditi qualche minuto, respira a
fondo, rilassa il corpo e concentrati sulle tue sensazioni in merito a quanto vuoi
trasmutare.
Quando dico rievocare non intendo soltanto rammentare (portare alla mente)
ma ricordare pienamente (portare al cuore) tutte le sensazioni che un dato
evento, situazione o persona ha scatenato in te.
Ora fissa quelle sensazioni, lasciale un istante in sospeso e torna nella pace
assoluta del Momento Presente. Nulla di ciò che ti ha ferito è qui ora. Quel
passato non esiste più, non esisterà mai più. Senti il tuo centro, attraverso il
silenzio e la percezione della Presenza.
Lascia che quel passato con tutta la sua carica di dolore ora attraversi
completamente il tuo essere mentre sei nel centro dell’«Io Sono». Lascia che il
dolore ti attraversi, non resistergli in alcun modo, lascia che esso esaurisca la sua
carica alla luce della tua Divina Presenza. Filtra ogni sensazione con la Presenza,
benedici ogni tua sensazione con la percezione della perfezione.
All’improvviso tutto cambia, ti accorgi del tuo infinito potere di modificare
la realtà, il dolore viene trasmutato in consapevolezza dell’Essere. Tu sei ancora
tu, eppure sei diverso, hai ampliato la tua coscienza.
Puoi fare questo esercizio su innumerevoli ricordi del tuo passato tutte le
volte che senti. Più lo fai e più ti accorgi concretamente che il passato davvero
non esiste più, a tutto vantaggio della tua adesione totale al Presente.

Esercizio n. 34: trasmutare il dolore attuale

Nel caso tu venga improvvisamente sopraffatto da una situazione o da un


evento doloroso che accade nel presente, puoi fare qualcosa di straordinario in
modo molto simile all’esercizio precedente. Accetta il dolore di quel momento
ma non immolarti a esso. Sentilo, attraversalo con coraggio fino in fondo, nella
spietata4 realtà delle tue sensazioni, Non resistergli. Ma quando senti che la
mente parte con programmi automatici di autocommiserazione e di vittimismo,
non assecondarla, ascolta anche questa sensazione, fa parte di tutto il turbinio
che stai vivendo.
Prenditi il tempo che ti serve, respira a fondo, rilassa il corpo e concentrati
sul sentire in tempo reale ciò che intendi trasmutare. Fai silenzio e vuoto in te e
lascia che tutto il dolore vi fluisca dentro.
Nulla di ciò che ti sta dando la sensazione di ferirti è qui per caso o per
capriccio. Quel dolore è prezioso, tu animicamente stai scegliendo di
manifestarlo nella tua vita per apprendere una lezione. Senti il tuo centro e da lì,
attraverso il silenzio e la percezione della Presenza, come centro di osservazione
neutro e imparziale, cogli tutto il significato del messaggio che tu stesso ti sei
fatto arrivare creando la circostanza del percepire dolore.
Il tuo benedire la situazione difficile e le sensazioni che sperimenti ha il
potere di sospendere momentaneamente il dolore più intenso permettendoti di
trasmutarlo via via con sentimenti più elevati. E questi nuovi sentimenti sono più
elevati proprio perché la benedizione alza la vibrazione di tutto il tuo essere.
Anziché farti sopraffare dal panico ciò che realizzi è di convertire il dolore in
consapevolezza e opportunità. La comprensione si fa più globale, tutto acquista
senso.
Sul piano fisico accade qualcosa di simile (in grado metaforicamente di
chiarire questo concetto), quando in seguito a una storta al piede esso viene
posto immediatamente in un secchio con acqua ghiacciata. Se l’azione è davvero
immediata, i tessuti non fanno in tempo a gonfiarsi (sospensione) perché il
freddo glielo impedisce. Tenendo il piede diversi minuti in quella condizione
possiamo poi eseguire il bendaggio stretto che a sua volta, a temperatura
normale, ne inibisce il rigonfiamento. L’inutile, fastidioso e doloroso gonfiore
viene così trasmutato in opportunità di rapida guarigione.

Cosa benedire

Come hai visto, il campo che Rumi indica è ben oltre le idee di giusto e
sbagliato.
La benedizione è il riconoscimento della perfezione in ogni cosa. Questo
implica l’intimo superamento dell’illusione della dualità a cui ci hanno
addestrato da millenni.
Quando scegli di benedire vi sono tre tipi di beneficiari: chi interpreta il
ruolo della vittima, chi interpreta il ruolo del carnefice, chi interpreta il ruolo del
testimone.
Provare compassione per chi soffre è una caratteristica dell’Anima, la quale
sa che tutto è Uno e il tuo dolore è anche il mio dolore. Quando qualcuno viene
colpito da una qualche tragedia e ci mettiamo nei suoi panni sentiamo dolore.
C’è molta differenza tra un dolore che rimane nelle pieghe dell’emotività e delle
vittimistiche trame mentali e un dolore che sia stato ricompreso in una più ampia
e consapevole logica cosmica. La benedizione non significa né annullare né
negare il dolore, significa appunto trasmutarlo in questa più elevata
consapevolezza. Quando le cose non sono frutto del cieco caso, ma acquistano
significato, per noi è più facile tornare a percepire la bellezza e l’armonia.
Talvolta accade che colui che è stato colpito dal dolore sia la persona che ti
sta più vicina in assoluto: tu stesso.
Benedire chi interpreta il ruolo del carnefice può sembrare la parte più
difficile del lavoro. L’agente cattivo può essere sia una persona che una
situazione che identifichi come «fato avverso», ad esempio un terremoto, una
guerra, un crollo economico.
Talvolta accade che colui che si fa veicolo e causa del dolore altrui sia la
persona che ti sta più vicina in assoluto: tu stesso. Divenirne pienamente
cosciente è un ulteriore passaggio nel dolore da trasmutare con la benedizione.
Provare compassione per chi si trova coinvolto nel percepire il dolore altrui è
la terza modalità di benedizione. Spesso questi testimoni siamo noi. Quando
proviamo dolore per una tragedia che ha colpito qualcun altro, noi diventiamo
parte del quadro e possiamo ragionevolmente voler trasmutare in
consapevolezza il dolore che stiamo accogliendo sotto forma di autentiche
sensazioni (del cuore) e sotto forma di reazioni emotive (della mente). La parte
più difficile è rappresentata da quest’ultime in quanto il cuore è già in perfetta
sintonia con il senso della benedizione.

Come benedire: compendio agli esercizi 33 e 34

Benedire, ovvero scorgere ovunque la perfezione, è una via felice che segue
questo principio cosmico: più benedici l’universo in tutte le sue forme e più
l’universo in tutte le sue forme benedice te! Davvero meraviglioso!
Ogni volta che qualcosa ti turba, ti affligge, ti crea dolore, puoi utilizzare una
formula simile5 alla seguente: «Accolgo in me ciò che sento proprio ora, lo
accetto, lo porto nel mio vero centro, nella mia essenza. Benedico questo
momento, benedico queste sensazioni così dolorose, benedico me per avere il
coraggio di volerle percepire fino in fondo, senza resistere, benedico […6] e lo
ringrazio di essersi assunto il difficile ruolo di colui che mi sta insegnando
questa preziosa lezione».

Esercizio n. 35: recuperare energia e quiete

Sul piano energetico dell’esperienza-dolore puoi adoperare − al fine di


eseguire un ottimo lavoro complementare di recupero energetico e pulizia − un
adattamento delle formule di trasmutazione usate nella Logosintesi di Willem
Lammers7. Pronuncia a voce alta e senti nel cuore:

1) Recupero ora e per sempre tutta la mia energia che avevo legato a questo
dolore e la riporto nel posto più opportuno in me stesso. Sento che tutto è
perfetto.

2) Mi ripulisco e allontano tutta l’energia non-mia collegata a questo dolore da


tutte le mie cellule, dal mio corpo e dal mio spazio personale e la rimando nel
luogo al quale realmente appartiene. Sento che tutto è perfetto.
3) Recupero tutta la mia energia legata a tutte le mie reazioni a questo dolore e
la riporto nel posto più opportuno in me stesso. Sento che tutto è perfetto.

4) Adatto con gioia tutti i miei sistemi a questo nuovo livello di consapevolezza.
Sento che tutto è perfetto. Riconosco e onoro la mia Divina Presenza. Grazie! Ti
Amo!

È importante a livello energetico e cellulare essere sempre idratati. Prima di


fare questo esercizio bevi preferibilmente un buon bicchiere d’acqua. Da una
frase all’altra lascia che trascorra qualche minuto, da 2 a 10, secondo necessità.
Rimani in ascolto.
La benedizione e il recupero energetico possono, attraverso la pratica, darti
così tanto in termini di qualità di vita e felicità che ti auguro tu le voglia
utilizzare costantemente in merito a ogni possibile circostanza della vita. Lascia
che la benedizione diventi una costante nel tuo rapportarti a te stesso e al mondo.
Lasciati sorprendere dalla bellezza abbagliante della luce che sei capace di
accogliere!

Il ruolo della bellezza

Dentro te, come in ogni essere umano, esiste già un nucleo


fondamentalmente sano e pienamente in grado di condurti verso la felicità e
l’autorealizzazione. Quando vedi il mondo da questo nucleo tutto ti diventa più
chiaro. Scorgi schemi di simmetria, cogli la non-casualità di ogni cosa, puoi
vedere le trame dell’equilibrio. Letto da questa prospettiva, il mondo torna come
dovrebbe essere: una realtà meravigliosa e bellissima. Quando porti anche il tuo
dolore attraverso questa via di chiarezza, tutto si riempie di senso e significato,
fino a trasmutare il dolore stesso in saggezza e comprensione. Questa è la vera
bellezza, che nasce da dentro, che dipinge i colori del mondo con i pennelli della
gentilezza e della compassione, che coglie la pienezza e la meraviglia anche là
dove la ragione vedrebbe mancanza e difetto. Questa è la pura bellezza che
riconnette alla Divina Presenza e guarisce.
La bellezza è ovunque tu ti ricordi di vederla e in ogni momento in cui tu
scegli di accoglierla.

Sette Principi Universali di antichissima saggezza8

1) Il mondo è come tu pensi che sia.


2) Non ci sono limiti, tutto è connesso.
3) L’energia fluisce dove va l’attenzione.
4) Adesso è il momento del potere.
5) Amare è essere felici insieme.
6) Tutto il potere viene da dentro.
7) L’efficacia è la misura della verità.

Il potere dell’intensificazione della gratitudine

Una delle più importanti leggi dell’universo, la risonanza, dice che il simile
attira il simile. Se tu desideri amore e preghi amore come farebbe un mendicante
con i soldi, allora l’universo accoglie la tua preghiera come quella di un
mendicante. Se è mancanza di amore che tu lamenti, sempre più l’universo che ti
circonda consolida tale mancanza. Se invece poni l’accento sull’amore che c’è,
sempre più l’universo ne consolida la presenza.
Quando chiedi che qualcosa accada, ti trovi di fatto cristallizzato nel
consolidare proprio ciò che non è ancora successo. Non ha senso che preghi per
il denaro, o che desideri sempre più amore: facendolo ottieni soltanto più
desiderio di entrambi.
Il punto di svolta è piuttosto la tua capacità di evocare dentro di te un senso
profondo e convinto di gratitudine e apprezzamento per l’universo, come se ogni
tua richiesta fosse già esaudita9. Perché la Divina Presenza dell’universo risuoni
con te devi sintonizzare la tua Divina Presenza con quella dell’Universo. Allora
il tuo intento e quello dell’universo diventano Uno. Tu Sei Uno con la Vita. Il
divino può così rispecchiarsi e manifestarsi appieno nel tuo quotidiano.
Vibra d’amore e l’universo ti circonda d’amore. Ragiona come un benestante
che attinge a piene mani dalla prosperità dell’universo e l’universo ti riflette
abbondanza.

Esercizio n. 36: l’intensificazione della gratitudine

Più metti presenza, passione e intensità in questa tecnica, più essa è potente
ed efficace.
Senti dentro di te profondamente e intensamente il sentimento di pienezza e
soddisfazione che si manifesta al pensiero di aver già esaudito il tuo desiderio.
Ad esempio vuoi trovare l’amore della tua vita. Immagina di stare già con
il/la tuo partner; evoca un contesto di realtà, con ricchezza di dettagli, metti
trasporto e passione alla tua intensificazione interiore. Ora ascoltati e cogli tutta
l’intensità delle tue sensazioni. Senti l’onda di benessere, soddisfazione e piena
felicità che ti pervade interamente.
A questo punto una cosa diventa estremamente chiara. Conscio della
virtualità della recita, ti accorgi tuttavia che le tue sensazioni sono proprio reali
e, soprattutto, che si trovano dentro di te. Detto in altro modo, la situazione
mentale è artificiosa, ma l’intensità, la chiarezza e la gioia che provi sono vere in
quanto sono l’espressione autentica della tua parte più profonda.
In seguito, esercitandoti quotidianamente a esprimere ciò che a un dato
momento senti interiormente, puoi portare quella meravigliosa pienezza in ogni
tuo respiro, in ogni tuo passo, in ogni tuo gesto. Puoi portare questa
consapevolezza nella tua vita in modo irreversibile. E quando vuoi raggiungere
un determinato intento esso si avvale, attraverso questo potente flusso di
coscienza, di un potere straordinario.
Il linguaggio dell’Amore è il sentimento. Quando vuoi qualcosa dalla più
grande forza dell’universo, chiedigliela nella sua lingua! L’Amore guarisce, e se
vuoi che ti guarisca, fallo semplicemente entrare nella tua vita! Ecco il segreto:
per essere felice, sii felice! Senza limiti!

Considerazioni preliminari sul potere della parola

Qualcuno sostiene erroneamente che le parole non abbiano potere. Le parole


hanno un potere enorme e lo attingono dall’Anima. Le parole veicolano
sentimento dentro specifici sistemi di credenze e così facendo creano reti neurali
che vanno ad agire quantisticamente sulla realtà plasmandola e modificandola.
La legge dell’attrazione governa l’universo e l’universo risponde alle
sensazioni che emaniamo noi, ma la maggior parte delle sensazioni sono coperte
dalle emozioni della macchina biologica e quelle emozioni rispondono alle
parole con cui abbiamo costruito la nostra sintassi. Finché non ricontattiamo
pienamente la nostra Essenza è bene ri-educare le parole da «dette male» a
«dette bene». Quando bene-dici riallinei la tua macchina biologica
(risvegliandola) al sentire dell’Essenza.
È la semantica, l’attribuzione di significato, che conferisce attraverso
l’Anima lo specifico potere alle parole e alle formulazioni verbali. È tutto così
semplice. La mente ovviamente fatica a crederci, per i motivi che abbiamo
ripetutamente affrontato. Quindi la semplicità si scontra con la non facilità
causata dalla resistenza mentale ed emotiva.
Se intendi trasferirti dal tuo appartamento a una casa con giardino è inutile
che tu dica mille volte: «Voglio una casa nuova!» perché nel tempo avrai
rafforzato soltanto il pensiero forma della tua voglia di casa, senza ottenere
null’altro. Piuttosto, utilizzando la tecnica della intensificazione, puoi
visualizzare con ricchezza di dettagli il luogo dove vuoi la casa, la sua
architettura, il suo giardino, ogni singola stanza compreso l’arredamento ecc. e
sentire, mentre lo fai, il piacere e la soddisfazione che questo ti dà, l’intima
profonda gioia.
«Nel cervello, una certa struttura neuronale interpreta la visualizzazione
come realtà, creando reti neurali, mandando e coordinando gli impulsi
neuromuscolari verso la realizzazione del tuo pensiero. La mente,
strategicamente “ingannata” si comporta come se la visualizzazione fosse reale:
in questo modo l’energia del tuo pensiero può guidare l’insieme delle azioni che
è più opportuno compiere per raggiungere il tuo obiettivo.»10
Le formule verbali opportune da abbinare? «Io sono nella mia nuova
bellissima casa!», «Io ho una nuova meravigliosa casa!», «Io mi sento felice
nella mia nuova splendida casa!» La mente si ribella dandoti del credulone
insensato, visto che sai benissimo di stare ancora nel tuo vecchio appartamento?
Ignorala, sorridile, cerca il silenzio, rifugiati in quella parte della tua coscienza
che sa che il tempo è una illusione, che esiste solo ora e che ti stai con amore
sintonizzando proprio su quel momento presente (tra gli infiniti possibili) in cui
effettivamente ti godi la tua casa.
1
Giovanna Garbuio, Ho-Oponopono occidentale, Il Punto d’Incontro, Vicenza 2014.
2
Un approfondimento di questi temi cosmologici si trova nello scritto di Dario Canil, Risognare la Realtà,
L’Età dell’Acquario, Torino 2014.
3
Jalāl al-Dīn Rūmī, Ascolta la musica dell’anima, Mondadori, Milano 2008.
4
Nel linguaggio sciamanico tolteco, per «spietatezza» si intende l’arte di «non raccontarsela».
5
La formula è ampiamente modificabile secondo la creatività e la sensibilità di cisacuno.
6
Inserire il nome della persona o della situazione che mi stanno facendo soffrire.
7
Willem Lammers, Andrea Fredi, Il potere delle Parole. Una introduzione a Logosintesi. Ecco le 4 frasi
originali: «1) Recupero tutta la mia energia legata a questo/a (memoria, fantasia, persona, oggetto, o aspetti
di essi), e la riporto nel posto giusto in me stesso. 2) Allontano tutta l’energia non-mia collegata a questo/a
(memoria, fantasia, persona, oggetto, o aspetti di essi), da tutte le mie cellule, dal mio corpo e dal mio
spazio personale e la rimando nel luogo al quale realmente appartiene. 3) Recupero tutta la mia energia
legata a tutte le mie reazioni a questo/a (memoria, fantasia, persona, oggetto, o aspetti di essi), e la riporto
nel posto giusto in me stesso. 4) Adatto tutti i miei sistemi a questo livello di consapevolezza».
8
I sette Principi dello Sciamanismo Huna delle Hawaii sono qui riportati per la loro straordinaria
lungimiranza e potenza pratica. Sono strettamente connessi ai principi della benedizione.
9
«Perciò vi dico: tutte le cose che voi chiederete pregando, crediate che le avete ricevute e voi le otterrete»
(Mc 11,24).
10
Dario Canil, Risognare la Realtà, p. 71.
Il Potere delle Parole

Io ho creduto nella magia delle parole sin da quando, in


tenera età, ho scoperto che alcune parole mi mettevano nei
guai e altre me ne tiravano fuori.
Katherine Dunn

Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto


la parola. A volte ne scrivo una, e la guardo, fino a quando
non comincia a splendere.
Emily Dickinson

La mente come software

«Il potere è tutto nella mente», ci è stato ripetuto così tante volte che oggi
rischia di apparirci come una frase addirittura scontata e banale. Alla luce di
quanto è stato detto finora, è necessario puntualizzare che la mente non ha alcun
potere, o energia, ma che attinge il potere dal cuore, ovvero dall’Anima, l’unico
luogo di realtà all’interno della virtualità in cui viviamo.
La mente è l’esecutrice dei pensieri che si basano su sistemi di credenze,
memorie e programmi acquisiti sin dalla tenera età. La forza di cui dispone
deriva dall’Anima che si identifica nell’apparato psicofisico. Tutti gli esercizi di
risveglio hanno proprio lo scopo di abbandonare le limitanti identificazioni per
ritrovare la piena coscienza di sé (il ricordo di Sé) con cui creare la propria realtà
ed edificare la propria vita all’insegna della libertà di percepire e di Essere.
Operando una analogia informatica al fine di rendere questo concetto più
chiaro, potremmo intendere la mente come un sofisticato software 1 che utilizza
l’energia creativa dell’Anima in base agli input che ha raccolto. Noi in effetti
siamo proprio il risultato di tutto quello che finora abbiamo pensato.
Siamo Essere, Coscienza, Anima che abita una macchina biologica e che con
tale apparato psicofisico si è identificata perdendo di vista la sua essenza e
potenza. In altre parole siamo Dio e non ce ne ricordiamo. Uno dei motivi di
questo smarrimento, che abbiamo precedentemente chiamato «peccato
originale», è che la mente cosciente contribuisce solamente con un 5-10% di
presenza, mentre il restante 90-95% è occupato da attività psichica al di fuori
della nostra coscienza (l’inconscio).
Considerando che la maggior parte dei nostri comportamenti, dei nostri
pensieri, delle nostre emozioni viene determinato fuori dal nostro controllo
cosciente, possiamo davvero affermare di essere in una condizione di
addormentamento.
Prendere coscienza di questo può stimolare la volontà di risvegliarsi alla
conoscenza autentica e profonda di sé.
Ti avverto, chiunque tu sia. Oh tu che desideri sondare gli arcani della Natura, se non riuscirai a trovare
dentro te stesso ciò che cerchi non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa,
come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il Tesoro degli Dei. Oh Uomo, conosci
te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei. (Oracolo di Delfi)

Il potere che la mente è capace di veicolare dall’Anima è vincolato proprio


dai sistemi di credenze limitanti instillati dalla socializzazione. L’inconscio
funziona in modo estremamente coerente con il tipo di input immagazzinati
durante anni di apprendimento e di processi educativi, tra cui quelli più
importanti − che lasciano il segno − sono le suggestioni ricevute e accolte nei
primi sette anni di vita.
Queste memorie, o programmi, possono venire craccati o aggiornati, usando
ancora il linguaggio informatico, e questo è proprio ciò che corrisponde a quanto
chiamiamo «lavoro su di sé». Come abbiamo visto incontreremo molte
resistenze al cambiamento, in quanto ciò che è consolidato immette nel sistema
delle forme di gratificazione secondaria e un istinto di sopravvivenza. Un
comportamento acquisito e non funzionale al proprio benessere (ad esempio il
piangersi addosso) può avere come effetto collaterale il fatto che qualcuno si
impietosisca, cosa che potrebbe gratificare la persona che si identifica nel
«Personaggio» della vittima. Al tempo stesso è come se energeticamente il
programma «piangersi addosso» avesse una propria identità, rafforzata dalla
tossicodipendente coazione a ripetere se stesso e, stando così le cose, non ha
alcuna intenzione di rinunciare a quel che è, e tantomeno di soccombere. Parte
del lavoro consiste dunque proprio nel convincere questo programma
cristallizzato che un aggiornamento non significa affatto la sua morte, ma un
notevole miglioramento della prospettiva di benessere.

Il Potere delle Parole

Le parole sono pensieri che si sono rivestite dell’energia del suono. Le parole
con cui abbiamo creato il mondo hanno anche il potere di distruggerlo. Sono
spade infuocate che escono dalla bocca e fanno accadere le cose. Una volta
prodotte non puoi più farle rientrare. Le ferite che sanno provocare non
guariscono. Prima ancora di avere un significato portano con sé energia, hanno
un profumo, un gusto, un suono, una consistenza e un aspetto proprio. A volte,
beffarde, hanno persino una risata tutta loro.
Nelle parole c’è tanto potere. Diventiamo costantemente ciò che pensiamo di
essere. Noi siamo esattamente il risultato di tutti i pensieri che abbiamo finora
espresso.
Fai attenzione ai tuoi pensieri, perché diventeranno le tue parole. Fai attenzione alle tue parole, perché
diventeranno le tue azioni. Fai attenzione alle tue azioni, perché diventeranno le tue abitudini. Fai
attenzione alle tue abitudini, perché diventeranno il tuo carattere. Fai attenzione al tuo carattere, perché
diventerà il tuo destino.2

Qualcuno ritiene che le parole in sé non abbiano potere, ma che il loro potere
risieda nell’intenzione abbinata a esse. Secondo questo modo di vedere tutto
dipenderebbe dalla vibrazione (la reale intenzione e il tono di voce usato) e non
dai fonemi espressi. Quindi potremmo rivolgerci a una persona utilizzando le
parole che normalmente si usano per insultare pesantemente, ma proferendole in
modo gentile con una intenzionalità amorevole, esse arriverebbero a sortire un
effetto positivo.
Personalmente questa lettura non mi convince affatto, perché tutti noi siamo
immersi in un contesto di tale condivisione (un campo morfogenetico) che non
solo a livello semantico ogni parola evoca un significato collettivamente
condiviso, ma porta con sé anche il concreto tipo di energia di cui è costituita.
Perciò quando viene usata una parola negativa, essa arriva negativa sia nei
termini di significato sia in termini energetici in quanto è un pensiero-forma
collettivamente condiviso e carico di una specifica informazione energetica.
Questo vale non solo nel caso in cui il ricevente capisca a livello cognitivo la
parola usata, ma anche nel caso in cui non la capisca affatto, come ad esempio
un bimbo molto piccolo o un animale. Entrambi sono in quel campo energetico
unificante o «inconscio collettivo», come lo chiamerebbe Carl Gustav Jung3,
che somiglia a un arcipelago di isole apparentemente separate, che sono di fatto
unite sotto il livello del mare.
Ogni parola evoca certamente un significato e una emozione, ma ha
soprattutto un effetto attivo e creativo. Ogni singola parola, per il significato
condiviso e per l’energia che raccoglie, ha in sé e per sé un enorme potere, al di
là dell’intenzione con cui la si afferma.
La parola crea letteralmente la realtà. In tutto il mondo innumerevoli
tradizioni spirituali fanno uso delle parole nella preghiera. Benedizioni o
formulazioni di natura opposta sono emblemi dell’intento di augurare del bene o
il contrario a coloro a cui sono dirette. Nell’ipnosi le suggestioni veicolate da
precise parole hanno effetti reali e tangibili sul corpo umano. In Giappone il
kotodama rappresenta la forza spirituale e creativa contenuta nella parola.
Tradizionalmente in terra nipponica si credeva che ogni parola pronunciata
avrebbe trovato un giorno realizzazione e ancora oggi i saggi a conoscenza di
questa verità stanno molto attenti alle parole che usano. «Abracadabra» (Avrah
Ka Dabra) è la parola magica per eccellenza e ogni bambino non ancora del tutto
corrotto dalla socializzazione ne conosce intuitivamente il potere creativo.

Il campo morfico

Il campo morfico o morfogenetico di cui parla Rupert Sheldrake è una


memoria universale che ricorda l’inconscio collettivo di Carl Gustav Jung; è un
campo energetico in cui, sotto forma di vibrazioni, vengono immagazzinate tutte
le informazioni.
Il campo morfico globale è fatto di tutti i campi morfici individuali degli
esseri dotati di coscienza. L’immagine del mare e delle sue infinite gocce
d’acqua può avvicinarti alla comprensione di questo concetto. Ogni variazione in
ogni singola goccia d’acqua influenza il mare.
Ogni volta che anche una sola persona pensa o pronuncia una specifica
parola, il relativo campo viene rafforzato. Più parole a bassa frequenza
energetica vengono emesse dalla popolazione, più l’energia collettiva si adegua
(abbassandosi vibrazionalmente); al contrario, più parole ad alta frequenza
energetica – come ad esempio «Amore», «Luce», «Grazie» – vengono emesse e
più l’energia collettiva si eleva vibrazionalmente favorendo di conseguenza il
benessere di tutti.
Se una persona attinge una specifica informazione dal campo universale di
conoscenza, questa fa da quel momento parte della sua coscienza e, pur
influenzando il campo morfico globale, non arriva alla coscienza di tutti.
Affinché ciò avvenga, occorre che il segnale diventi abbastanza forte, ovvero si
rende necessaria una cosiddetta «massa critica» di persone perché il campo si
attivi e l’informazione arrivi contemporaneamente a tutti gli altri.
Spesso alcune invenzioni si sono prodotte pressoché contemporaneamente in
diverse parti del mondo, perché alcune persone particolarmente sensibili erano
pronte a recepire una data informazione che l’inconscio collettivo stava facendo
emergere, in quanto i tempi erano maturi.
Ogni pensiero, ogni emozione, ogni atteggiamento crea uno specifico campo
vibrazionale in grado di trasferire l’informazione (consciamente o
inconsciamente) a tutti gli altri; più alto è il numero di persone che contribuisce
alla formazione di un campo morfico luminoso, maggiori sono i benefici per
tutti.
Creare campi morfogenetici opportuni (attraverso la ripetizione e l’intensità
dei tuoi sentimenti di cooperazione, di rispetto, di amore, di condivisione, di
intento evolutivo) è lo strumento più potente per modificare il mondo che ti
circonda rendendolo una realtà felice.
Sul piano personale puoi fare la tua parte lavorando su di te, conoscendoti,
amandoti e, attraverso l’intuizione, accedendo al tuo campo morfico personale in
cui è custodita ogni informazione su di te riguardo a ogni ambito della tua vita al
fine di sintonizzare la tua vita sui propositi della tua Anima.

L’intento inflessibile
Presta molta attenzione alle tue parole; sceglile con
grande cura, perché con esse stai creando un mondo
intorno a te.4

Carlos Castaneda riteneva che l’intento fosse lo strumento più potente che
uno sciamano potesse utilizzare per intervenire sulla propria realtà
modificandola.
L’intento è più della mera forza di volontà. L’intento si realizza quando un
atto di volontà della mente viene abbracciato da Anima. Per chiamare l’intento è
necessaria la totale Presenza sul motivo che ci spinge ad agire. Servono anche
disciplina e sobrietà. L’intento inflessibile è volontà indomita rivestita di spirito e
capace di portare a decisioni irrevocabili. Gli sciamani attiravano l’intento con lo
sguardo ma anche pronunciando a voce alta e chiara la parola «intento».
Un singolo atto di intento protratto nel tempo attraverso la disciplina e
caricato della forza del cuore è la via più immediata per risognare la realtà
portando nella nostra vita ciò che desideriamo. Tutto è possibile quando si
focalizza la forza dell’intento: ogni obiettivo diventa raggiungibile.
Nell’illusione della realtà dualistica siamo portati a pensare che le cose che
desideriamo siano separate da noi, ecco il senso del volerle «raggiungere», ma di
fatto, dal punto di vista animico tutto è Uno, tu sei già completo, non c’è nulla da
raggiungere, nulla da possedere, poiché tu non manchi di nulla, tu sei. Tu sei già
ciò che credi di voler raggiungere.
I programmi che abbiamo appreso sono pressoché tutti di natura limitante, le
forze che li stanno gestendo ovviamente puntano a non essere smascherate.
Faccio alcuni esempi molto semplici. Abbiamo appreso che il fuoco scotta,
l’acqua calda pure, una ferita di una lama fa sanguinare e se inferta in un punto
critico fa persino morire; abbiamo imparato che per vivere in questa dimensione
spazio/temporale occorre bere e mangiare.
Eppure ci sono uomini straordinari che nei confronti di questi programmi
limitanti hanno trovato interessanti alternative: li hanno craccati (o aggiornati in
modo originale e creativo) attraverso l’intento inflessibile. Monaci di varie
scuole compiono prodezze inspiegabili dal punto di vista fisico creando rinforzi
alla fragile struttura del corpo umano, dirigendo la cosiddetta «energia interna».
Queste persone possono spezzare una lancia la cui punta è stata appoggiata al
collo. Possono rallentare il loro battito cardiaco a una pulsazione al minuto
(diremmo che in quel momento sono morti), possono camminare indenni per
decine di metri sui carboni ardenti, possono stare immersi nell’acqua bollente
nella classica pentola da cannibali con il fuoco acceso sotto ecc.
Alcune persone non mangiano da diversi anni (si nutrono di energia), e credo
che questa conquista costi davvero tanto in termini di disciplina, in quanto si
tratta di remare contro una credenza collettiva retta «soltanto» da sette miliardi
di persone! Esiste poi un signore molto anziano che ha incontrato una figura
sacra all’età di 8 anni che gli ha detto che da quel momento non avrebbe più
avuto necessità né di mangiare né di bere. E lui da 75 anni non mangia e non
beve. Qui la credenza collettiva è stata bypassata da questo incontro
straordinario avuto da bambino. Il signore in questione è stato sottoposto a
rigorosi controlli con telecamere per 24 ore su 24 per settimane intere e ha
passato la verifica. A dispetto della credenza medica che afferma che dopo 6-7
giorni senza bere si muore: gli organi collassano.
Mirin Dajo5, fachiro olandese degli anni ’50 del secolo scorso, ha compiuto
imprese straordinarie riconosciute persino dal CICAP6 come autentiche: questo
artista, con la disciplina mentale, si faceva trafiggere da vari tipi di spada in
diversi punti critici del costato e dell’addome, senza nemmeno versare una
goccia di sangue.
A Pordenone insegna Wushu il maestro Huang Shaosong che da quando
aveva 10 anni riesce a eseguire, unico al mondo, la verticale sugli indici,
straordinaria prova di controllo dell’energia interna, attraverso la mente.
Quando praticavo Aikido il maestro Alberto Gaspari diede diverse
dimostrazioni di controllo dell’energia attraverso la mente. Curioso di natura mi
offrii volontario per verificare una di esse. Il maestro si mise seduto per terra
nella tradizionale posizione giapponese Seiza. In due, uno per lato, avevamo il
compito di alzare quest’uomo da terra, e facilmente portammo i suoi 60 chili a
circa un metro d’altezza. Dopo qualche istante ci disse di riposizionarlo giù e si
mise a respirare in modo particolare per quasi un minuto, dopodiché ci invitò:
«Provate adesso!». Per quanto ci sforzassimo, noi due omoni di un metro e
novanta nel pieno vigore atletico dei 25 anni, non c’era verso alcuno di
sollevarlo, nemmeno di un millimetro. Eppure i suoi 60 chili erano gli stessi di
un minuto prima. La sua energia vitale però era diventata tutt’uno con la terra!
Un’altra grande prova del fatto che il potere sia dentro di noi, ma che la
maggioranza di noi non sappia come attivarlo, è documentato dai casi di
«remissione spontanea» di malattie allo stato terminale. La medicina ufficiale,
non sapendo (o volendo) dare una spiegazione migliore alla parola «miracolo»,
ha adottato questa terminologia asettica e ufficialmente parla di fenomeno raro
(1 su 10.000) ma in realtà i valori effettivi sono ben altri. Attualmente ci
riferiamo a 5 (scomode) persone su 100.
Oggi, in tempo di grande risveglio della coscienza, sempre più persone
riescono a riprogrammarsi7 efficacemente dallo stato di malattia a uno stato di
salute. Probabilmente la presa di coscienza del fatto che se tutto rimane
immutato essi muoiono, fa scattare in loro dei cambiamenti di vita tali da rendere
superfluo il messaggio di cui il sintomo si era fatto carico. Non essendo più
necessario, avendolo la persona compreso, il sintomo sparisce e la persona
divenutane consapevole guarisce.
Secondo una lungimirante intuizione di Vadim Zeland vi sono due tipi di
intento che si contrappongono al semplice, inconcludente, desiderio: l’intenzione
interna (il voler fare, l’impegno, la determinazione) e l’intenzione esterna,
ovvero il sapere di potere e di avere, cioè la fiducia che accada proprio la cosa
più opportuna.
L’intenzione interna è una forma di volontà personale che attraverso l’azione,
lo sforzo e la dedizione mira a raggiungere uno scopo.
L’intenzione esterna è l’atto di permettere che la manifestazione di un nuovo
spazio delle varianti semplicemente accada perché l’individuo, in Presenza e
fiducia, si sintonizza sul risultato finale.
«Il desiderio è la concentrazione dell’attenzione su un determinato fine (e
non porta a nulla). L’intenzione interna è la concentrazione dell’attenzione sul
processo del muoversi verso un fine (funziona ma è dispendiosa in termini
energetici). L’intenzione esterna è la concentrazione dell’attenzione su come il
fine arriva a realizzarsi da solo!»8
Nei sogni lucidi9 puoi sperimentare come l’intenzione esterna funzioni
istantaneamente focalizzandoti su un qualunque proposito, come per esempio
librarti in aria. Il sogno della vita e il sogno lucido si differenziano soltanto per
l’inerzia della realizzazione materiale nello spazio delle varianti. La vita che tu
credi di condurre nella cosiddetta «realtà» è soltanto un sogno più solido.10
Una delle chiavi più importanti per accedere al potere di modificare la realtà
è trasformare la tua intenzione interna in esterna, cosa che avviene, lavorando su
di te, quando la tua Anima e la tua mente raggiungono un’armonica intesa.
1
Il software, nel linguaggio dei computer, è l’insieme di informazioni − organizzate in programmi e
memorizzate su un supporto − utilizzate da un sistema informatico per fargli eseguire un determinato
compito.
2
Questa nota frase non trova un’attribuzione univoca. Alcuni la riferiscono a Lao Tzu, altri al Talmud, altri
ancora a Seneca o a Oscar Wilde.
3
Carl Gustav Jung (1875-1961), geniale psichiatra e psicoterapeuta svizzero, la cui brillante intuizione
secondo cui ogni individuo è interconnesso con gli altri, trova oggi riscontro concreto nelle nuove scoperte
della fisica quantistica.
4
Dario Canil, Risognare la Realtà, L’Età dell’Acquario, Torino 2014.
5
Arnold Gerrit Henske (Mirin Dajo, 1912-1948) è stato un fachiro olandese, che si esibiva principalmente
in Olanda e in Svizzera. Divenne famoso per la capacità di trafiggere il proprio corpo con lame di spada e
ingoiare vetro e altri oggetti acuminati, senza sanguinare e senza provocarsi danni interni permanenti, cosa
che suscitò forte interesse nella comunità medica dell’epoca. Non fu mai dimostrato che le sue performance
fossero falsificate. Un articolo del «Time» del 23 giugno 1947 riportava che Dajo si era fatto trafiggere
cuore e polmoni da una spada all’ospedale di Basilea, al fine di convincere i medici delle sue capacità, e che
in tale circostanza si era recato nella sala per i raggi X camminando sulle proprie gambe, con la spada
ancora conficcata nel petto. In rete sono disponibili diversi video dell’epoca in grado di lasciare stupefatto
lo spettatore.
6
CICAP è l’acronimo di «Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale»,
un’organizzazione che si propone di indagare, ma soprattutto smascherare ogni truffa, inganno o
sensazionalismo che ruoti attorno alla fenomenologia paranormale. L’intento più che valido di questo
gruppo pare tuttavia essere macchiato da un eccessivo radicalismo. Trapela inoltre l’ideologia di fondo che
qualsiasi fenomeno non in linea con i consolidati princìpi e metodi della scienza sia a priori fasullo. Il
CICAP dà paradossalmente l’impressione di voler indagare (e dunque degnare d’attenzione) proprio ciò che
nega per definizione essere reale: il cosiddetto «paranormale».
7
La disciplina che si occupa delle relazioni fra il funzionamento del sistema nervoso, del sistema
immunitario e del sistema endocrino è la psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI).
8
Vadim Zeland, Reality Transurfing, lo spazio delle varianti, Macro, Cesena 2009..
9
Svegliarsi in piena Presenza in sogno e agire nella realtà del sogno con lucidità.
10
Non tanto in termini di materia (che nella realtà subatomica è tutt’altro che solida), ma in termini di
rigidità strutturale della propria visione di realtà.
Dire bene: l’arte di benedire

Quando desideriamo che un certo evento accada o quando


vogliamo ottenere qualcosa, dal potere del nostro pensiero
o della nostra volontà si sprigiona un raggio di energia.
L’energia, a sua volta, genera un campo magnetico: è
questa forza magnetica che attira a noi l’oggetto delle
nostre aspettative. Per attirare il denaro, quindi, dobbiamo
convincerci che abbiamo diritto alla nostra fetta di
abbondanza dell’universo. Abbiamo davvero questo
diritto; ciascuno di noi lo ha.1

Oltre la resistenza

Abbiamo visto in precedenza la legge dello specchio. Tutto il tuo mondo


esterno è un riflesso del tuo mondo interiore. Il mondo è una tua creazione. Il
mondo è come tu pensi che sia e come tu lo affermi con le tue parole. Le parole
sono molto potenti. Perché allora in questo momento non sei felice quanto
vorresti? Perché non ti senti bene quanto vorresti? Probabilmente è solo
questione di resistenza. Posto che hai deciso di prendere in mano le redini della
tua vita e che stai facendo esercizi pratici e costanti per risvegliarti al Momento
Presente, ora occorre che tu assuma un opportuno e costruttivo atteggiamento.
La resistenza di cui parlo è fatta di residui inerziali di vecchi stati (non
d’animo, ma emotivi!) che necessitano di un po’ di tempo per essere aggiornati a
un superiore livello vibratorio. Sto parlando di forme-pensiero quali il senso di
colpa, il senso di inadeguatezza, l’ansia, l’atteggiamento vittimistico,
l’autocommiserazione, la lamentela, lo stato di depressione, il pessimismo,
l’arrabbiatura e il risentimento, l’aspettativa, la deresponsabilizzazione.
Applicando con costanza e convinzione i principi e gli esercizi proposti in
questo libro arrivi gradualmente a superare, trascendendole, tutte queste obsolete
resistenze che non hanno più alcun senso quando sei disposto ad assumerti il
100% della responsabilità della tua vita. Tu non sei mai vittima di qualche
crudele circostanza della vita, ti sei soltanto reso vittima delle tue personali e
limitanti credenze, che ora puoi aggiornare efficacemente a un livello di
consapevolezza superiore. Sei sempre tu la chiave di tutto.
Questione di atteggiamento

Tu accetti solo l’amore che pensi di meritare.


Tu accetti solo la felicità che pensi di meritare.
Tu accetti solo la salute che pensi di meritare.
Tu accetti solo la prosperità che pensi di meritare ecc.
Tutto dipende dal tuo stato interiore. La tua vita affettiva corrisponde al tuo
stato interiore. La tua felicità corrisponde al tuo stato interiore. La tua salute
corrisponde al tuo stato interiore. La tua ricchezza corrisponde al tuo stato
interiore.
Non è che tu sei ricco perché hai tanti soldi nel conto in banca, piuttosto hai
tanti soldi in banca perché sei già ricco dentro, nel tuo essere profondo. Se sei
povero, non sei povero perché non hai soldi, ma non hai soldi perché ti senti
povero. L’universo è abbondanza infinita, ce n’è per tutti. Tutto dipende dal tuo
stato interiore, infatti anche se il sistema ci sta bombardando in modo terroristico
con le credenze sulla crisi, persino in questo periodo qualcuno che interiormente
rifiuta l’idea di crisi ha notevole successo. Non esiste nulla là fuori, la crisi è
soltanto dentro. Un’idea poco felice sostenuta collettivamente.
Puoi applicare questo principio a qualunque cosa.
Tu non sei solo perché non hai amici, ma non hai amici perché ti senti solo
dentro.
Tu non sei infelice perché non hai gioia, ma non hai gioia in te perché ti senti
infelice. E in ultima analisi consciamente o inconsciamente, tu scegli di sentirti
come ti senti!

Il concetto di elementale, pensiero-forma, egregora

«Le parole erano originariamente incantesimi, e la parola ha conservato


ancora oggi molto del suo antico potere magico. Con le parole un uomo può
rendere felice un altro o spingerlo alla disperazione.»2
Come tu pensi, così crei. Il pensiero, ogni pensiero, è una realtà. Anche se
non puoi vederlo o toccarlo, il pensiero è reale e potente e al suo livello (il piano
mentale) è di fatto una creatura vivente capace di agire: le scienze iniziatiche lo
chiamano «elementale», «pensiero-forma» o «egregora».
Daskalos3, il maestro raccontato dal sociologo Kyriakos Markides descrive
gli elementali come entità energetiche che hanno vita propria, come qualunque
altra forma vivente e sostiene che possano avere un’esistenza indipendente da
chi li ha emessi. Ogni pensiero e ogni emozione che tu proietti è di fatto un
elementale. Ci sono due tipi di elementali: quelli che produci a livello inconscio,
i «desideri-pensiero» e quelli che crei consapevolmente, i «pensieri-desiderio», a
seconda di ciò che viene prima: un impulso inconscio che emerge e si manifesta
come desiderio oppure un atto cosciente di pensiero.
Ogni pensiero emesso continua a esistere da qualche parte e rimane, per così
dire, latente fino a quando non torni a sintonizzarti su di esso. Secondo il
principio che l’energia va dove va l’attenzione, quanto più torni allo stesso
pensiero, tanto più esso acquista forza. Tu ti allinei così a livello vibrazionale a
un’idea che acquista sempre più potere e la attiri attivamente nella tua
esperienza.
Quando il potere di un elementale sia sufficientemente grande esso può
travalicare il confine che gli è proprio (il piano mentale) e agire direttamente
sulla materia come impedimento, dipendenza, malattia, infelicità ecc. se è
negativo oppure come autostima, autorealizzazione, salute, benessere,
consapevolezza di crescita, serenità se è positivo.
Il pensiero è estremamente potente: se è puro e positivo la tua vita ne viene
influenzata positivamente, se è negativo la tua vita può diventare un inferno.
Eppure, in termini energetici ti costa lo stesso sforzo vedere il bicchiere mezzo
pieno o mezzo vuoto. Forse pensi ancora che dipenda da come ti hanno
insegnato a pensare quando eri un bambino. Ma ora non sei più un bambino e
puoi pensare in modo libero, se lo vuoi.
Quando rivolgi ad altre persone pensieri frutto di odio, rancore, frustrazione,
lamentela ecc. crei degli elementali potenzialmente pericolosi per chi ne viene
colpito (la persona contro la quale proietti il pensiero-forma «negativo» ne viene
influenzata nella misura in cui vibra sulla stessa frequenza dell’intento negativo),
ma soprattutto per te che li emetti, poiché tutto torna là dov’è partito. Qualunque
elementale proietti, prima o poi torna a te, è la legge dell’equilibrio cosmico.
Come puoi neutralizzare e dissolvere il potere degli elementali negativi che
tu stesso hai creato? Innanzitutto non ha senso combattere contro gli elementali.
Più gli dai attenzione più gli dai energia. Il modo più efficace per neutralizzarne
il potere è ignorarli, crearne altri positivi che contrastino i precedenti e,
soprattutto una lucida autoanalisi (lavoro su di te) che miri a capire per quale
motivo hai dato origine proprio a degli elementali così infelici.
Ancora una volta ti rendi facilmente conto che il «male» è come ogni altra
cosa una creazione interiore e che vivere nell’armonia diventa la prima fonte di
difesa dal pericolo di attrarre nella tua vita il male dal mondo esterno (la
proiezione olografica creata da te e dagli altri generatori di pensiero tuoi simili).
Del resto siamo co-creatori di questo mondo che percepiamo con i sensi.
L’aggiornamento ai sentimenti superiori

Nel lavoro di risveglio una delle conquiste più importanti è l’acquisire la


capacità di vedere che ciò che accade all’esterno riflette la tua interiorità. Nel
momento in cui riesci a creare interiormente sentimenti superiori e a sostenerli
con Presenza e determinazione, allora la tua realtà esterna si adatta alla tua
nuova, efficace, felice visione interna.
Come si è visto, i sentimenti superiori originano dal cuore e vanno ben
distinti dalle emozioni che invece sono generate dalla mente. L’Anima utilizza la
naturale e genuina manifestazione del cuore per consolidare sé stessa in questo
piano esperienziale e per divenire autocosciente. Quando ti innamori sei in
questa vibrazione e se riesci a trasformare quel sentimento in amore senza
possesso vi permani, altrimenti ne sporchi in qualche misura la purezza
originaria. Anche quando assisti a qualcosa di straordinario, come un gesto di
generosità autentica, il tuo cuore si commuove e vibra ad alta frequenza. Persino
quando contempli la natura e diventi parte di essa o ti «immergi» nella luce
dell’Anima altrui attraverso uno sguardo in stato di Presenza esprimi la
vibrazione superiore del cuore.
Un sentimento superiore ha delle caratteristiche univoche: ti collega alla
Realtà (la Coscienza); non pretende nulla in cambio, è del tutto incondizionato;
non ha aspettative; è intenso, profondo, autentico, vivo, vibrante e dona
incommensurabile gioia.
Il sentimento autentico, in generale, non è affatto comune quanto si creda.
Nell’amore di coppia ad esempio, se il partner ti abbandona e tu ti ritieni vittima
e ti lasci andare alla «emozione» della disperazione, sai che sei di fronte molto
più all’abitudine, al possesso e ad altre emozioni basse piuttosto che all’alta
vibrazione del vero amore.
Nel vero amore riconosci che il gesto del/della partner è comunque perfetto,
al di là della legittima sofferenza del momento.
Le emozioni negative sono un ostacolo alla crescita, le altre emozioni sono
una distrazione durante il cammino, mentre ogni sentimento autentico ti innalza
vibrazionalmente e nutre la tua Anima. Eppure anche le emozioni negative
servono – per contrasto – proprio a comprendere la portata dei sentimenti
superiori. Quindi quando compare un’emozione non ignorarla o negarla, ma
piuttosto esercita la Presenza nei suoi confronti, accettala per quel che è in quel
momento, in serenità, senza indulgere in alcun trattenimento. Stare in Presenza
di fronte alla tua paura ti aiuta a comprendere meglio l’amore, stare in Presenza
di fronte alla tua pietà ti aiuta a comprendere meglio la compassione, stare in
Presenza di fronte alla tua rabbia ti aiuta a comprendere meglio la quiete
interiore, e così via.
A ogni autentico moto dell’Anima lascia invece tutto lo spazio che trovi in
quell’istante, spalanca completamente il tuo cuore e accogli tutto ciò che
attraverso la comunicazione animica giunge a te.
Nel lavoro su di te, ti accorgi che come ogni essere umano, con ogni
probabilità hai collezionato tanto dolore e coltivato molte emozioni di basso
livello. Il sentimento principe per guarire da questa condizione di tossicità si
chiama «perdono».
Quando perdoni qualcuno fuori di te lasciando andare rabbia, risentimento e
desiderio di vendetta, in realtà stai perdonando te, stai perdonando un processo
emotivo che accade dentro te. Non stai né dimenticando né negando le
responsabilità degli altri, ma ti assumi la responsabilità al 100% di quello che tu
senti dentro di te in relazione a quanto accaduto. Oltretutto la tua macchina
biologica ne ricava una riduzione dello stress, pressione e battito cardiaco più
regolare, distensione generale, diffuso senso di benessere, chiarezza e lucidità.
La macchina biologica con le sue emozioni reagirebbe in modo speculare ai
torti che pensa di aver subito, il perdono è invece la suprema via per
disidentificarti dalla macchina, dalle sue credenze, dai suoi limiti e per accedere
ai piani superiori dello spirito riconoscendoti per quel che sei davvero: Anima.
Se il tuo cuore sofferente a volte ti sembra chiuso da una massiccia serratura, stai
certo che il perdono è la chiave per entrarvi. La compassione, la gratitudine, la
Presenza e il perdono aprono il cuore.

Il potere del riallineamento alla Divina Presenza

Tu sei un generatore di campi di energia e secondo la «legge di attrazione» il


simile attira il simile. Ne consegue che più la tua energia vibra alta, più i tuoi
pensieri e parole sono improntati a valori universali come amore, rispetto, pace,
compassione, comprensione, condivisione ecc. e più diventi un potente polo di
attrazione delle medesime luminose energie.
«Chiedi e ti sarà dato», è stato detto da un illustre maestro. Gli umani per
contro sono più inclini a lamentarsi che a chiedere. Gli è stato insegnato così. Ma
questo non li giustifica. Ognuno può cambiare ciò che vuole quando vuole.
Chiedi all’universo a cuore aperto, in piena Presenza, con determinazione e
passione, ascolta la sua risposta e accoglila in serenità, libero da ogni aspettativa.
Ricorda che puoi tornare sullo stesso pensiero/richiesta più volte e quando lo
fai sii nella vibrazione luminosa della letizia e della gratitudine (del cuore), mai
della preoccupazione (mentale). Visualizza e crea parole di potere che si basino
sull’ottenimento di ciò a cui miri e mai sulla sua mancanza. Ad esempio se
formuli un intento di protezione personale non portare mai l’attenzione sul
pericolo, sulla minaccia, sulla mancanza di protezione, ma sempre e solo
sull’aspetto positivo e luminoso. Visualizzati protetto e schermato dalla luce,
sentiti di tutto cuore completamente libero, sereno, grato e radiante.
Quando ti focalizzi e concentri ripetutamente su un pensiero positivo, al
punto da conferirgli molto potere, l’universo ti risponde manifestando eventi che
corrispondono alla vibrazione che stai emettendo.
Sia la tua nota base dunque un’armonica miscela di Amore, Gratitudine,
Gioia, Prosperità in cui senti come il tuo scopo è già stato raggiunto, tu sei già
Uno con il tuo obiettivo e con le sensazioni positive che esso ti trasmette.

Percependo la Perfezione miglioro la realtà

Tutto è perfetto in quanto parte dell’equilibrio universale, tutto deriva


dall’Amore che si evolve in direzione di sé stesso. Accettato questo, assieme al
100% di responsabilità della gestione della tua vita, ne consegue che quando ti
trovi in uno stato di sofferenza non stai percependo la perfezione. «La sofferenza
è la rappresentazione della distanza che c’è tra quello che hai deciso di fare
animicamente e quello che stai facendo davvero.»4
La sofferenza è la momentanea indisponibilità a vedere le cose con gli occhi
del Cuore. Avendo saputo che l’apparato psicofisico è stato ipnotizzato a
eseguire reazioni rigide, automatiche e stereotipate, lasciati pure andare per il
tempo che ti serve ai soliti improperi, alla solita delusione, alla solita rabbia, al
solito fastidio, alla solita lamentela, però cerca di farlo osservandoti, sii
testimone di te stesso. Vivi la tua reazione sotto gli occhi vigili della tua
Presenza.
Poi, appena ti senti pronto, lascia che la tua testimonianza in Presenza ti offra
l’opportunità di capovolgere la visuale. Lascia stare la mente, vai al Cuore e
ascolta come la tua sofferenza è sostanzialmente frutto di un apprendimento.
Una certa situazione di vita (che non è la tua vita) ti fa reagire come un automa e
la cosa è evidente che non funziona, nella misura in cui non ti fa stare bene.
Il tuo Cuore lo sa, perché vede con la coscienza dell’Anima. Sa che sia la tua
reazione del momento sia la situazione in sé sono semplicemente quello che
sono, qualcosa al di là del bene e del male, al di là del giudizio. La reazione non
è davvero tua, è della macchina biologica che ti ospita, la situazione che ti
coinvolge è esattamente quella che tu stesso stai creando. La percezione avviene
dentro te. La reazione avviene dentro te. Tutto accade dentro te, e quando ne
diventi cosciente ti assumi il 100% di potere di modificare proprio ciò che
accade dentro te.

Esercizio n. 37: vedere con il Cuore

Ogni volta che percepisci una qualsivoglia sofferenza ricordati di guardare le


cose del mondo con gli occhi del Cuore e di affermare con decisione e Presenza
un intento simile a questo: «Se in questo preciso momento non mi sento nella
quiete, nella gioia e nella gratitudine è perché sto guardando il mondo attraverso
gli occhi della mia mente e sto traducendo quel che percepisco come doloroso,
sbagliato, brutto. La vita invece è Perfetta in ogni suo aspetto e io posso
sintonizzarmi sulla Perfezione. Io decido di guardare, proprio ora, con gli occhi
del mio Cuore. Permetto a me stesso di vedere il mondo per come davvero è:
bellissimo e Perfetto». Puoi stampare la frase e appenderla sul frigorifero se
vuoi, oppure tenerla sempre sul comodino. Puoi integrarla, completarla,
migliorarla, naturalmente.
Questo esercizio è potentissimo, in quanto ti riallinea con la tua Divina
Presenza. Ti consiglio di eseguirlo con grande costanza e sentimento.

Esercizio n. 38: descrivere il problema al passato e lasciarlo lì

Molto spesso quando le persone si incontrano tendono a fare un reciproco


aggiornamento delle proprie condizioni di vita, cosa che avviene raccontando i
propri recenti avvenimenti personali e la propria condizione di salute. Ancora
generalizzando, possiamo riscontrare che le persone tendono a mettere in pratica
i «migliori» insegnamenti della socializzazione su come mantenersi schiavi
lamentandosi, prendendosela con qualcuno, o autocommiserandosi all’insegna
del motto popolare: «Mal comune, mezzo gaudio».
Quando ti trovi a dialogare con le persone, siccome abbiamo tutti appreso ad
acquisire modelli caratteriali e comportamentali presenti negli altri (basti pensare
a quanto facilmente si prende l’accento di una città in cui si soggiorni per un
breve periodo), è facile cadere in questa trappola della socializzazione. Proprio
per questo il relazionarti agli altri può trasformarsi da potenziale problema a
straordinaria opportunità di tirar fuori il meglio di te. Confrontarti con gli altri
può divenire uno strumento di crescita che affina la tua arte di elevarti oltre il
pensiero, ovvero di stare nella Presenza.
Una delle tendenze più deleterie per mantenere «viva» la propria realtà di
schiavo, la persona addormentata la realizza portando nel Momento Presente
cose del passato, sia recente che remoto. «Ho sempre mal di testa», è un esempio
assai infelice di descrizione di un malessere che affligge la persona che te lo sta
raccontando. Come puoi vedere, le sue parole non solo sono inopportune, ma
letteralmente portano nel qui e ora il senso di malessere, lo rinforzano e lo
oggettivano. La parola «sempre» è addirittura la ciliegina sulla torta, in quanto
va a fissare il malessere nella continuità dell’Eterno Presente.
La prima strategia a tua disposizione è quella di stare molto in ascolto di
come gli altri si esprimono e valutare – al di là del giudizio – l’efficacia e
l’opportunità di quello che dicono. Gli altri ci fanno da specchio e ci insegnano
molto. Quando senti che tu stesso tendi a manifestare in automatico qui e ora una
infelice frase-fatta appresa nel tuo passato e che non ha attinenza con questo
preciso Momento Presente, hai la possibilità di trasformare tale frase da
inopportuna in semplicemente descrittiva, riportandola nel suo giusto tempo, il
passato, che Adesso non c’è più.
Così facendo poni termine all’automatismo. Le tue reti neurali creano un
distacco tra quel passato doloroso e l’Adesso che sei libero di creare secondo la
tua esigenza del momento. Se anche tu usassi in automatico quello schema: «Ah,
mi dispiace. Pure io ho spesso mal di testa» faresti un pessimo affare, mentre la
strategia del distacco ti permette di raccontare al tuo interlocutore qualcosa del
tuo recente passato, liberando l’oggi a nuove possibilità. «Ah, mi dispiace che sei
stato male. Pure io ho avuto mal di testa per due giorni. Ora va molto meglio.
Mi sento bene».
Altri esempi apparentemente banali di asserzioni con ampio margine di
miglioramento:

«Mannaggia, non ne posso più di questa tosse, mi sta mandando via di testa!».
«Mannaggia, ho avuto una tosse proprio fastidiosa, adesso sto migliorando di
giorno in giorno!».

«Sono ancora influenzata! Che fiacchezza!».


«Ho avuto per due giorni l’influenza. Ora va molto meglio!».

«Tremendo quel terremoto! Sono ancora tutto scosso!».


«Mannaggia che scossa! Mi sono sentito molto agitato. Ora è passata e mi sento
molto più tranquillo!».

Descrivi dunque il tuo problema al passato, separandolo dal Presente che


colori di fiducia e vedi come opportunità.
Quando ti senti ancora parzialmente dentro il problema, puoi comunque
forzare con un proposito positivo la descrizione che ne stai dando. Le reti neurali
create dalla tua descrizione positiva ti favoriscono proprio l’effettivo
miglioramento. Quindi ne vale la pena! O no? Meglio dire: «Conviene!». Perché
mai vorresti portare l’attenzione (e di conseguenza la tua energia) sulla pena?
Piuttosto «il gioco vale la candela» o «ne vale la spesa» sembrano asserzioni
assai più opportune e felici.

Trovare il Punto 0 della propria sintassi

In generale nella vita è importante sapere con chiarezza dove si è per capire
dove si vuole arrivare.
Quando decidi interiormente di prendere atto che le parole esprimono il
potere di creare e modellare la tua realtà e scegli di divenire il padrone della tua
sintassi5, allora puoi iniziare un gioco di riscoperta davvero interessante. Come
pensi? Come parli? Qual è il tuo stile? Qual è la tua modalità verbale tipica? Nel
tuo esprimerti tendi a vedere meglio il lato positivo o quello negativo nelle cose?
Fai maggior uso di parole ad alta frequenza vibrazionale o di parole che hanno
vibrazione molto bassa? Tendi a lamentarti? Sei solito imprecare? Esprimi la
gratitudine e l’amore attraverso il tuo parlare a te stesso e agli altri? La tua voce
esce in modo monotono oppure si adatta di continuo al variare di ciò che
percepisci e senti?
Il tuo modo di parlare, in questo nostro mondo illusoriamente dualistico, non
è mai giusto o sbagliato. Piuttosto si manifesta in diversi gradi di opportunità.
Più il tuo parlare ti rende felice, più è opportuno, e viceversa. L’efficacia è la
misura della verità. Ne consegue che il tuo obiettivo, riconosciuto il potere delle
parole e del saperle coordinare ed esprimere in modo opportuno, è di cercare in
te una sintassi che sia in grado di renderti massimamente felice.
Proprio ora puoi modificare tutto ciò che vuoi purché tu ne sia consapevole.
Tutto quello che è stato, ora non c’è più e non giustifica in alcun modo le tue
attuali modalità linguistiche, anche se probabilmente le spiega.
Se hai avuto intorno a te persone che si esprimevano quasi esclusivamente in
modo negativo quando eri un bambino (e quindi molto ricettivo) e hai appreso
modalità comunicative infelici, proprio ora hai l’occasione di cambiarle a
piacimento in quanto le condizioni che hanno determinato le sventurate modalità
precedenti non sussistono di fatto più. Ne stai piuttosto conservando un ricordo
che trattieni in te più per abitudine che per consapevole convinzione.
Tu ti manifesti così come parli. Se parli bene (opportunamente) la tua
manifestazione è una benedizione. Al contrario, porti la tua vita sul versante
opposto.6
Per imparare a conoscere il territorio della tua modalità espressiva linguistica
è necessario un certo impegno e buona determinazione. Con l’attenzione divisa
osserva ogni tua singola espressione vocale, ogni tuo singolo pensiero mentre sta
accadendo e non soltanto nei termini semantici (ovvero dal punto di vista del
significato) ma anche dal punto di vista prettamente strutturale e contenutistico
e, non ultimo, dalla prospettiva delle sensazioni (cuore) ed emozioni (mente) che
ti suscita. Ovvero, ciò che stai dicendo che significa? Che parole usi? Felici o
infelici? E cosa senti?
Dopo esserti ascoltato per un periodo di tempo sufficiente, cominci a
prendere coscienza del livello di felicità a cui ti porta la tua sintassi. Puoi così
decidere quanto intervenire attivamente su di essa per migliorarla e per renderla
massimamente efficiente allo scopo di creare in te e intorno a te una realtà
davvero felice.

Esercizio n. 39: il «radar»

Il «radar» è uno dei miei esercizi preferiti. Se ti risuona puoi adottarlo per
rieducare radicalmente il tuo linguaggio. Siccome è un compito impegnativo
stare nella completa attenzione della tua sintassi via via che essa trova
espressione, lascia che questo tuo intento diventi un interessante gioco.
È un gioco che ti mette in gioco, è un modo per sorridere, per non prendere
tutto troppo sul serio, a cominciare dalla tua «importanza personale». È un modo
leggero, eppure molto profondo ed efficace, di giocare con te stesso.
Stando in ascolto, ogni volta che senti te stesso pensare o affermare a voce
alta qualcosa in modo inopportuno, trattieni la tua attenzione su quello che hai
espresso, valutane intensamente il significato, sorridi, senti in te ciò che davvero
vuoi esprimere, scegli delle parole più adatte e riformula il tuo pensiero
(mentalmente o a voce alta) secondo la nuova più opportuna formulazione
linguistica.
Possibilmente evita ogni enunciazione negativa: «Io non ho più mal di
testa». Una frase strutturata al negativo si trasforma parzialmente nel messaggio
opposto: «Io ho più mal di testa», in quanto le negazioni sono prive di senso al
livello del linguaggio primario dell’inconscio. Meglio piuttosto: «Il mal di testa
se ne va rapidamente» e poi, sganciando l’attenzione dal sintomo e portandola
su un aspetto unicamente positivo: «La mia testa è perfettamente libera e mi
sento benissimo».
Poco sopra ho consigliato di lasciare il passato al passato per parlare al
Presente; allo stesso modo consiglio di lasciare il futuro per parlare al Presente.
Poiché il tempo non esiste, tutto si svolge Adesso e allora formula ogni intento
positivo nell’ambito del Momento Presente. «Domani sarò felice» è una frase
che non ha alcun senso, se non quello di distrarti e di farti deviare proprio dal qui
e dall’ora. Domani non arriva mai, perché è sempre Adesso. «Presto guarirò»,
«Starò presto bene», «Andrà tutto bene», «Riuscirò a cambiare lavoro», «Presto
avrò una casa nuova» ecc. sono tutte formulazioni assurde in quanto proiettano
l’intento nel nulla della non esistenza del futuro.
Il tempo presente è la scelta più opportuna: «Presto guarisco», «Io sto bene»,
«Va tutto bene», «Presto cambio lavoro» «La felicità è qui e sto cominciando a
vederla», «Mi sento completamente rilassato», «La vita mi sorride», «Io sono
nella mia casa nuova», «Tutto è perfetto; percependo la Perfezione miglioro la
mia realtà».
E anche se la mente si oppone con la sua rigida razionalità obiettandoti che
tu non stai bene, che tu non ti senti felice, che tu di fatto non sei nella tua casa
nuova, ma nel tuo vecchio appartamento ecc. ascoltala in Presenza, nuovamente
sorridi, conscio dell’assurdità di tali limitazioni, centrato sul reale Potere del
Cuore. Quando nel Momento Presente porti l’attenzione sulla realtà che desideri,
vi porti anche l’energia, strutturi reti neurali che predispongono ogni tua azione
concreta nella direzione della realizzazione dell’obiettivo. Questo è potere! Altro
che le chiacchiere della mente di superficie.

Trasmutare il linguaggio rendendolo opportuno e felice

Se il pensiero è così potente da farti vivere malato, triste e ossessionato deve


anche essere capace di farti guarire, e di farti vivere in pace, salute, armonia e
gioia. Ed è così! Se impari a diventare consapevole delle modalità di pensiero
errate che hai appreso precedentemente puoi invertire la rotta, riparare i danni
del passato (che non c’è più), smettere di preoccuparti del futuro (che non c’è
ancora) e, soprattutto, vivere il Presente usando il pensiero e la parola in modo
nuovo, strategico, efficace e felice.

Esercizio n. 40: cancellare, sovrascrivere, trasmutare

Praticando la strategia del «radar» con continuità, ti accorgi ben presto di


poterti concentrare più facilmente e di avere maggiore facilità a essere Presente a
te stesso. Diventi via via sempre più padrone dei tuoi pensieri, delle tue parole e
conseguentemente della tua vita.
Puoi abbinare alla tecnica del radar un altro utile espediente che mette in
gioco un tuo ulteriore importante talento: la capacità di visualizzare.
Ascoltando le parole che proferisci, quando con il radar le smascheri nella
loro inopportunità, puoi immaginare di vederle scritte con il gesso su una
lavagna e poi di prendere un cancellino ben inumidito ed eliminarle
magicamente (è un atto psicomagico7). Mentre dai vita a questa visualizzazione,
o altre parimenti efficaci – come per esempio vedere le parole inopportune
scritte su un foglio e dare in pasto quel foglio al fuoco della trasformazione –
puoi pronunciare interiormente o a voce alta, in modo solenne e determinato, le
parole: «Cancella! Cancella! Cancella!»
Subito dopo riformula quello che di fatto avresti davvero voluto dire con
nuove, più positive, efficaci e opportune parole. Puoi anche rinforzare questa
sovrascrittura fissandola a livello visivo sulla lavagna o su una bellissima,
pregiata pergamena.
Ecco un emblematico elenco di enunciazioni davvero infelici che sembrano
banali in quanto molto ben radicate nell’immaginario collettivo, ma che
contribuiscono subdolamente (proprio perché ritenute innocue) a mantenere
nelle persone abitudini verbali inopportune e dannose.
Ti invito a riconoscerle tutte, quelle che seguono e ogni altra ancora,
divenirne consapevole e trasmutarle ogni volta che si presentano fino a quando
un bel giorno, appresa una sintassi del tutto opportuna e felice, non si
presenteranno più.

FORMULAZIONI INFELICI TRASMUTAZIONE

Pensavo di non riuscire, tuttavia una soluzione ora


Non riesco.
la trovo.

Non ce la faccio. Sembrava difficilissimo, tuttavia ce la posso fare.

Non posso. Pareva impossibile, tuttavia io posso.

È tutta colpa mia. Ne ho la totale responsabilità.

Hai la totale responsabilità della tua vita e io ho la


È tutta colpa tua. totale responsabilità della mia e di ciò che sto
percependo.

Il mio destino è nelle mie mani in ogni istante e


Se solo avessi…
tutto è Perfetto.
Cambio le situazioni di vita che posso cambiare e
Questa cosa mi fa impazzire! accetto quelle che non posso cambiare. Accolgo
ciò che sto percependo.

Vado pazzo per… Mi piace molto…

Mi fai impazzire! Mi piaci moltissimo!

Ti amo alla follia! Ti amo tantissimo!

Ti amo da morire! Ti amo con tutto il mio Essere!

Mi togli il fiato! Mi emozioni tantissimo!

Ho una fame da morire! Mi sento un gran languorino.

Sento i morsi della fame! Sento fame.

Ho un buco allo stomaco! Sento il desiderio di mangiare.

Sento che ci devo lavorare per fare chiarezza in


Ho un nodo allo stomaco!
me.

Accolgo in piena Presenza ciò che sento e lo


Mi brucia dentro!
trasmuto con il Cuore.

Ho avvertito un po’ di scombussolamento. Ora mi


Ho lo stomaco sottosopra.
riprendo subito.

È stata una emozione forte. Ora accetto ciò che


È un pugno allo stomaco
sento e ritrovo la quiete.

Ho sentito dell’agitazione in me. Ora mi centro e


Sono fuori di me.
ritrovo la mia quiete.

Ho avvertito dello smarrimento. Ora ritrovo il mio


Ho perso la testa.
equilibrio.

Mi sono sentito proprio smarrito. Adesso ritrovo il


Sto cadendo a pezzi.
mio centro.

Mi sono sentito poco concentrato. Adesso


Sto perdendo colpi.
recupero la mia energia.

Mi sento proprio stanco. Ora riposo e ritrovo il


Sono stanco morto.
100% della mia forza.

Ho sentito il peso di questa situazione. Ora la


Mi spezza la schiena.
cambio.

Ho sentito di aver per un momento perso il


Sono esploso. controllo delle mie emozioni. Ora mi sento molto
calmo.

Mi sono sentito sopraffatto. Ora riprendo il mio


Mi è esploso dentro.
pieno controllo.

Ho sentito paura. Mi sento felice che ora mi sento


Mi sono spaventato a morte.
completamente sereno.

Ho sentito paura. Mi sento felice che ora mi sento


Ho preso tanta paura.
completamente sereno.

Mi fai venire un colpo. Per favore non fare scherzi che mi spaventano.

Mi sono spaventato prima. Adesso sto molto


Mi è venuto un colpo.
meglio.

Mi fai venire un accidente. Per favore chiudi la finestra.

Mi fa venire il crepacuore. Mi ha proprio toccato la mia sensibilità.

Ho le ossa rotte Mi son sentito provato. Ora va meglio.

Ah, ho ripetuto di nuovo quello stesso errore. Ora


Ci sono cascato. ci presto particolare attenzione, in modo da
imparare da esso.

Le cose sono andate così per un motivo. Ho


Mi va tutto storto.
fiducia nell’universo.

Oggi è un nuovo giorno. Oggi tutto va per il


Non mi va mai bene niente.
meglio.

Sono un incapace/buono a nulla/fallito. Do il meglio di me.

Non ce la posso fare/non ce la faccio. Faccio tutto il possibile.

Sono un caso disperato. Ho fiducia in me e nella vita.

Sono in coma. Sento la stanchezza.

Sto morendo di caldo/freddo. Sento davvero molto caldo.

L’ho amato/a tanto. La vita va avanti e io ho


Nessuno mi amerà mai più come lui/lei.
ancora tanto amore da dare.

Nessuno mi ama/vuole. Comincio ad amarmi e ad amare il mondo.

Darei il mio braccio destro. Faccio tutto ciò che mi è possibile.

Ci do un occhio. Ci do un’occhiata.
Non potrò mai ringraziarti abbastanza. Ti sono davvero molto grato. Grazie di cuore!

Non posso aspettare. Ogni cosa a suo tempo.

Non posso crederci. Questa cosa mi apre nuove prospettive!

Posso attingere liberamente all’abbondanza


Non ne ho mai abbastanza.
dell’universo e sono grato di ciò che ho.

Non ho presente. Mi sa che non lo so.

Mi piace troppo! Mi piace tanto!

Risognare la Realtà

Il DNA umano è un campo di informazioni connesse in modo simile a


internet. Recenti ricerche russe documentano come il DNA possa essere
influenzato e riprogrammato da parole e specifiche frequenze. Normalmente si
considera importante solo il 10% del DNA umano, mentre il resto è etichettato
poco felicemente come «DNA spazzatura».
Pare che il codice genetico umano segua le medesime regole linguistiche
della comunicazione umana, al punto da ritenere che le lingue siano un riflesso
dello stesso DNA.
Nella neuro-simulazione interattiva che è il nostro mondo olografico, le
affermazioni, l’educazione autogena, l’ipnosi e altre forme di suggestione
possono avere forti effetti sugli esseri umani e sui loro apparati psicofisici.
Possiamo riprogrammare le informazioni di cellule e geni per migliorare la
nostra salute.
Il DNA reagisce al linguaggio. «Noi possiamo modificare le nostre cellule
cerebrali, possiamo guarire il nostro corpo, siamo in grado di far collassare le
probabilità di un singolo evento specifico fino a modellare la realtà condivisa
senza infrangere nessuna legge fisica se non le nostre vecchie credenze di che
cosa fosse la realtà.»8
Può essere che proprio perché una parte di te è conscia dell’enorme potere
che ha, l’altra abbia strutturato insieme a memorie limitanti, programmi
schiavizzanti e rigide abitudini, anche una buona dose di autosabotaggio…
perché teme il riemergere di quell’infinito luminoso potere… Sentiti, torna in te
completamente, soprattutto nel cogliere il 100% di responsabilità, a cui
inevitabilmente è collegato il 100% di potere! L’Essere è e non può che Essere,
tuttavia come tu credi che debba essere dipende da te… e scoprirlo è uscire dal
problema ed entrare nell’opportunità!
Dire: «Sono un fallito», «Mi va sempre tutto storto», «Mi fa venire il
crepacuore» e tutte le altre infelici formulazioni in elenco, equivale a esprimere
veri e propri decreti che plasmano la realtà e la rendono, attraverso la loro
ripetizione, sempre più allineata a come essa viene descritta. Al tempo stesso
queste programmazioni deleterie, accumulandosi, tendono a occultare le diverse
soluzioni che sempre ci sono, ma che non essendo più viste è come se non ci
fossero. Ecco in poche parole la diabolica spirale depotenziante che una persona
può creare intorno a sé per rovinarsi la vita. È il classico serpente che si mangia
la coda. Se cominci a percepire che le cose nella tua vita vanno via via a rotoli,
le tue emozioni sono coerenti con questa impressione e a loro volta influenzano
la tua percezione/creazione della realtà, in questo caso verso una direzione poco
«felice».
Il meccanismo è ovviamente identico anche al contrario. Se cominci a
percepire che le cose nella tua vita vanno via via meglio, le tue emozioni sono
coerenti con questo miglioramento e a loro volta influenzano la tua positiva
percezione/creazione della realtà, che in questo caso prende una direzione
«felice».
Tu non ti senti infelice perché tutto va storto, ma ti va tutto storto perché ti
senti infelice, perciò per fare in modo che la ruota della tua fortuna creativa torni
a girare per il verso «giusto», per prima cosa cambia dentro, smettendo di sentirti
infelice.
Nella via verso Casa, il percorso verso la Libertà di Percepire e di Essere,
conta più di tutto l’intento, che va costantemente riaffermato, in Presenza.
Sapendo che sei il creatore di ogni aspetto della tua realtà, puoi scegliere ora
di osservare una qualunque tua situazione di vita così come è (ovvero come stai
pensando che sia), oppure puoi immaginarla come la vorresti e intenderla in tal
modo con le tue parole di potere.
Le due opzioni sono ugualmente potenti e richiedono lo stesso impiego di
energia: la seconda ti fa sentire certamente meglio e contribuisce a creare
attivamente la realtà che ti proponi. Puoi scegliere di portare il tuo pensiero e le
tue immagini mentali su qualcosa di infelice oppure su qualcosa di felice. Il tuo
pensiero crea uno stato vibratorio specifico e secondo la legge dell’attrazione tu
attiri vibrazioni esattamente corrispondenti a quelle che emetti; vibrazioni che si
traducono in circostanze e accadimenti.
E per il passato? Quando richiami alla mente immagini negative legate alle
tue situazioni di vita del passato, è come se tu ne programmassi una riedizione
futura, è come se tu prenotassi all’universo una sciagurata ordinazione di eventi
simili nella tua vita futura. Come se fosse un allarme, usa il «radar» anche per le
immagini negative che dovessero di tanto in tanto comparire sul tuo schermo
mentale. E poi modifica quelle immagini facendole diventare felici e luminose.
Non puoi più tollerare di dipingerti come una vittima o un perdente. La libertà e
il suo potere ti stanno chiamando. Quando hai un momento di nostalgia, con un
sorriso, prendi dal passato (che non c’è più) soltanto parole e immagini che ti
fanno stare bene.
E per il futuro? Programma gli eventi futuri come se tu fossi già lì a viverne i
meravigliosi effetti. Puoi fantasticare a occhi aperti purché tu lo faccia in piena
Presenza. Sii pure specifico nell’immaginare i dettagli delle tue richieste, ma
soprattutto punta sulle straordinarie sensazioni di benessere che percepisci
nell’intendere e nel visualizzare i tuoi progetti futuri. Carica i tuoi ordini del
potere della tua felicità, la quale sorge dall’Anima.
Strategicamente punta sulla brevità e sull’intensità, in modo che ogni
comando della tua Divina Presenza sia ben comprensibile all’universo e che tu
possa reiterarlo ogni volta che ti senti infondendogli rinnovato potere. Quello
che tu dici e immagini e ripeti in Presenza, con decisione, potere e passione, tu lo
ottieni. La felicità attira il successo.
Puoi anche immaginarti ultranovantenne sano, felice e realizzato, e
accompagnare queste immagini con parole opportune. L’esercizio di tornare a
queste immagini e parole è un incantesimo di lunga vita di un individuo che si
risveglia alla naturale magia dell’Essere.
Non sì è tanto facendo, quanto essendo! Eppur non si è se non si fa.
Che mistero questa nostra vita! Mentre la mente cerca di trovar degli appigli,
lascia che il tuo Cuore ti porti a Essere in ogni circostanza, e nell’essere fai ciò
che senti proprio nel tuo Cuore.
La vera saggezza è mettere in pratica le buone idee! Se hai trovato qualche
buona idea in questo scritto, applicala dunque. Applicala con Amore, Presenza e
costanza affinché la tua vita torni completamente nelle tue mani e prenda ogni
possibile forma meravigliosa. È davvero tutto molto semplice, eccetto
comprendere il fatto che è così semplice.
Riconosciti come Anima! Accendi l’Anima!
Caro lettore, tu crei davvero quel che dici. Ti auguro di cuore di ritrovare
tutta la meraviglia in te e di creare un mondo bene-detto! Sii bene-detto.
Sii felice!
Avrah Ka Dabra.
1
Swami Kriyananda, Attrarre la prosperità, Ananda, Gualdo Tadino 2010.
2
Sigmund Freud, Introduzione alla psicoanalisi, Bollati Boringhieri, Torino 2012.
3
Kyriakos Markides, Il mago di Strovolos, Il Punto d’Incontro, Vicenza 2006.
4
Dario Canil, Risognare la Realtà, L’Età dell’Acquario, Torino 2014.
5
La sintassi è la branca della linguistica che studia i diversi modi in cui le parole si uniscono tra loro per
formare una proposizione e i vari modi in cui le proposizioni si collegano per formare un periodo.
Estensivamente indica anche la visione del mondo (Weltanschauung) che un individuo ha.
6
Il quale preferisco non nominare (o nominare il meno possibile), proprio in virtù del fatto che le parole
hanno potere e l’energia va dove va l’attenzione.
7
È un particolare atto disciplinato e caricato di intento che assume la forma del non-fare e che, rompendo le
barriere dell’azione convenzionale, libera energia utile a sbloccare situazioni congestionate (traumi,
conflitti, emozioni represse).
8
Riccardo Tristano Tuis, Zenix, Uno Editori, Orbassano 2014.
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www.huna.it
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Indice

Introduzione

PARTE PRIMA - IL SONNO

Addormentati
Tutto (ciò che è) è perfetto
Il lungo sonno
Esercizio n. 1: il mantra della Presenza
La scoperta epocale degli sciamani toltechi
Los voladores: oscuri predatori
L’installazione estranea
Esercizio n. 2: essere presente attraverso una porta
Esercizio n. 3: essere presente alzandosi o sedendosi
Esercizio n. 4: essere presente accendendo un interruttore
L’Entità Pensante
La sottomissione alla socializzazione
Il delirante dialogo interiore
Lamentela e importanza personale
Esercizio n. 5: essere presente quando scatta la lamentela
Esercizio n. 6: agire senza reagire
Il corpo di dolore
Esercizio n. 7: disidentificarsi dal corpo di dolore
La sfida
Esercizio n. 8: essere presente senza pronunciare la parola «io»
Esercizio n. 9: essere presente senza pensare a un dato argomento
Un mondo creato sotto ipnosi
La Coscienza che sogna
Il mondo è dentro di noi, non fuori
L’ipnotismo è accogliere suggestioni
Ipnotizzatori e ipnotizzati
Esercizio n. 10: essere presente sotto la doccia
Esercizio n. 11: essere presente lavando i denti
Esercizio n. 12: essere presente nello spogliarsi e nel vestirsi
Programmato per dimenticare
Esercizio n. 13: essere presente cucinando
Esercizio n. 14: essere presente mangiando
Esercizio n. 15: essere presente lavando i piatti

PARTE SECONDA - IL RISVEGLIO

La macchina biologica umana


L’Essenza confusa
Implicazioni del malinteso originario
Pura Presenza e volontà di attenzione
Sintomi della resistenza al risveglio
Modalità per favorire il risveglio
Esercizio n. 16: l’autosservazione
La follia controllata
Esercizio n. 17: il non-fare
Esercizio n. 18: trascendere la voglia di approvazione
Ho’Oponopono
Esercizio n. 19: sentirsi Pono
La legge dello specchio
Esercizio n. 20: lo specchio
L’adorazione, la resa alla Divina Presenza
Esercizio n. 21: essere presente rilassando i muscoli
Esercizio n. 22: essere presente toccando le cose con le mani
Il Momento Presente
La redenzione dal peccato originale
La scelta
L’Anima
Aspetti del percepire
Esercizio n. 23: ascoltare il proprio dialogo interiore
La Presenza
Esercizio n. 24: entrare in Presenza con il respiro
La Via della Presenza
Arrendersi al qui e ora
L’autorealizzazione secondo Antonio Blay
Il lavoro su di sé
Esercizio n. 25: la lista dei desideri - la disidentificazione
Esercizio n. 26: l’intensificazione - la mobilitazione del potenziale
Esercizio n. 27: la rieducazione dell’inconscio
Esercizio n. 28: la centratura
Lo spazio delle varianti
La resa
Il silenzio interiore, la quiete
Esercizio n. 29: essere presente in bagno
Esercizio n. 30: essere presente guardando la TV
Esercizio n. 31: essere presente quando scatta un’emozione
Io Sono l’Io Sono
Ciò che davvero sono
Il Potere del mantra «Io Sono»
La volontà del sistema di degradare l’«Io Sono»
L’«Io Sono» e gli errori linguistici da evitare
Esercizio n. 32: pronunciare «Io Sono»
La benedizione
Tutto è perfetto perché nasce dall’Amore
Il significato magico della benedizione
La benedizione non è un atto di fede, ma di esperienza
La benedizione come fattore di guarigione
Esercizio n. 33: trasmutare il dolore del passato
Esercizio n. 34: trasmutare il dolore attuale
Cosa benedire
Come benedire: compendio agli esercizi 33 e 34
Esercizio n. 35: recuperare energia e quiete
Il ruolo della bellezza
Sette Principi Universali di antichissima saggezza
Il potere dell’intensificazione della gratitudine
Esercizio n. 36: l’intensificazione della gratitudine
Considerazioni preliminari sul potere della parola
Il Potere delle Parole
La mente come software
Il Potere delle Parole
Il campo morfico
L’intento inflessibile
Dire bene: l’arte di benedire
Oltre la resistenza
Questione di atteggiamento
Il concetto di elementale, pensiero-forma, egregora
L’aggiornamento ai sentimenti superiori
Il potere del riallineamento alla Divina Presenza
Percependo la Perfezione miglioro la realtà
Esercizio n. 37: vedere con il Cuore
Esercizio n. 38: descrivere il problema al passato e lasciarlo lì
Trovare il Punto 0 della propria sintassi
Esercizio n. 39: il «radar»
Trasmutare il linguaggio rendendolo opportuno e felice
Esercizio n. 40: cancellare, sovrascrivere e trasmutare
Risognare la Realtà

Bibliografia
Altrimondi

DARIO CANIL
Risognare la realtà
pp. 176, € 14,90 ISBN 978-88-7136-496-4

Risognare la realtà affronta argomenti antichi, ma molto attuali: il mistero


della natura umana e le potenzialità dell’Essere. Attraverso l’accurata
illustrazione delle potenti metodiche sciamaniche Ho’Oponopono e Huna,
il lettore viene invitato a scoprire una saggezza che si accompagna alla
semplicità, al potere e alla responsabilità sulla propria vita, alla felicità e
all’autorealizzazione fuori dagli schemi. Ho’Oponopono è una via
pragmatica di riconoscimento della perfezione dell’Essere, attraverso il
decondizionamento della propria percezione. DynaHeart è una tecnica
Huna di guarigione capace di riscrivere gli input registrati nella sfera
dell’inconscio. L’autore affronta entrambe adottando una chiave di lettura
metafisica dell’universo, che lo colloca su un piano di virtualità
modificabile dalla Coscienza: una visione trasversale, comune sia all’antica
sapienza iniziatica che a contemporanei uomini di genio come David Bohm
(fisico quantistico), karl Pribram (neurofisiologo) e Corrado Malanga
(chimico e studioso della Coscienza). Dario Canil concepisce un universo
olografico non locale, teatro dell’esperienza umana, che è pura proiezione
della Coscienza che intende conoscere se stessa, e al cui interno operano i
processi di trasformazione profonda – e di guarigione – veicolati in modo
semplice ed efficace attraverso Ho’Oponopono e Huna. Risognare la realtà
potrà aiutare ogni ricercatore dell’Anima a ritrovare la via verso casa:
l’Infinito.

Disponibile sul sito www.etadellacquario.it e nelle migliori librerie


salute&benessere

DARIO CANIL
L’Anima del Reiki
pp. 400, € 24,00 ISBN 978-88-7136-581-7

L’antica disciplina giapponese del Reiki porta gli allievi a entrare in


connessione profonda con il creato. Mikao Usui – un vero maestro
spirituale e amante della conoscenza – è l’uomo che ne ha scoperto il
potere. Dario Canil, che tra i primi ha portato il Reiki in Italia
diffondendone la pratica e le tecniche, racconta in questo libro come è
entrato in contatto con questa mitica figura di maestro della luce, che in
Giappone è considerato uno dei più grandi saggi di sempre. Da quando
Frank Arjava Petter ha «scoperto» la tomba di Usui e ne ha parlato a Canil,
l’autore ha indagato in profondità tra storia e leggenda, per ricostruirne le
vicende e riscoprirne gli insegnamenti. Durante questo viaggio a ritroso
nell’evoluzione del Reiki ha riordinato e dato una forma nuova a tutto
quello che aveva appreso fino a quel momento. questo libro è il distillato
della sua ricerca spirituale perché, come scrive, il Reiki è «un’esperienza
diretta che coinvolge i più lucidi e raffinati processi intuitivi liberi da
pregiudizi e si contrappone all’esperienza indiretta del dover credere».

Disponibile sul sito www.etadellacquario.it e nelle migliori librerie