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La cartografia: introduzione

Introduzione e scale
Le carte topografiche attuali sono classificabili in base alla scala e ai contenuti. Si tratta di
rappresentazioni della superficie terrestre su un piano in scala ridotta, approssimata e simbolica. La
rappresentazione topografica costituisce quindi una semplificazione e bisogna sempre tener conto dei
rapporti tra il reale e il rappresentato.
Una scala classifica una carta. 1:25000, ad esempio, è una scala numerica.
La scala grafica si trova invece alla base della carta e corrisponde alla scala numerica.

Si parla di mappe o piante quando la scala è di 1:10.000.


Le carte topografiche hanno una scala che va da 1:10.000 fino a 1:150.000.
Le carte corografiche vanno da 1:150.000 a 1:1.000.000.
Le carte geografiche infine hanno scale superiori al milione.

Si parla di grande e piccola scala: più il denominatore è piccolo, più la scala è grande: si ha infatti un
minore processo di riduzione e sono presenti più elementi.
Una scala si riferisce sempre a misure lineari e si può anche parlare di scala doppia.
Si noti come, dimezzando il denominatore, sia necessaria una carta più grande, in quanto il risultato
della divisione diventa maggiore.

Ordine di lettura di una carta geografica


1- Mare;
2- Rilievo;
3- Idrografia;
4- Vegetazione;
5- Vegetazione umana;
6- Attività economiche;
7- Sedi, luoghi dello stare (casa a corte, villaggio);
8- Vie di comunicazione;
9- Confini amministrativi;
10- Toponomastica.
Il rilievo e le isolinee
Il rilievo si rappresenta con isolinee, intervalli regolari a tacche equidistanti, culminanti nella parte
superiore, la vetta. Ogni linea unisce le medesime quote.

Oltre ai rilievi e alle isolinee però si parla di isoipse. Posti 0 m sul livello del mare, si procede mediante
un parametro stabilito, ad esempio 25 metri, fino a 100 m, una quota in cui l’isoipsa viene
maggiormente marcata (isoipsa direttrice). Ovviamente posso non avere isoipse sempre a 25 metri.
Posso avere delle linee intermedie che sono dette ausiliarie (poste ad esempio ogni 5 metri).

Esempio di studio di una carta: il Vesuvio


Nella carta del Vesuvio l’idrografia è pressoché assente. Tuttavia sono presenti i lagni. I regi lagni
ebbero come scopo, su direttiva dei Borboni di Napoli, di favorire l’industrializzazione e l’agricoltura.
Si tratta di adduzioni di acqua canalizzata ad usi agricoli ed industriali.

Da dove sono dedotti i lagni? I lagni furono dedotti da una sorgente. Favorirono in questo modo uno
sviluppo protoindustriale del territorio, in particolare nel settore della tessitura e molto spesso tutto
nei pressi delle regge borboniche. Si tratta di elementi che invitano ad una prudenza storica nei giudizi
nei confronti del Sud.
Se si guarda invece al mare si nota come cambi la vegetazione. Le ginestre si trovano sulla roccia
sterile. Queste piante pioniere, marcendo, colonizzano favorendo la nascita di una parte organica. I
suoi diventano così più ricchi e profondi, un processo di pedogenesi. Per questo la ginestra è una
pianta pioniera (ricorda Leopardi).
Boschi e pascoli seguono invece uno sviluppo climacico, ogni altutine presenta una sua vegetazione.
I coltivi presentano un simbolismo planimetrico.
I piani vegetazionali denotano la diffusione della vite e del frutteto, oltre alla gestione del ceduo:
Il ceduo ha un ciclo normale ventennale, ma anche decennale ed eccezionalmente quinquennale.
Se si taglia il ceduo regolarmente si rischia di distruggerlo.
L’insediamento è legato alla circumvesuviana, è una conurbazione, un continuum urbano. I centri si
saldano. Lungo la costa in particolare l’insediamento è fisso. Ma il problema è che il Vesuvio è solo
quiescente (dormiente). Si tratta di zone molto popolate in cui la valutazione d’impatto ambientale è
stata fatta… dopo il danno! C’è stata solo una valutazione economica. I comuni hanno pensato
perlopiù agli introiti. Le zone industriali sono senza una pianificazione.
Le vie di comunicazione, infine, rimandano alla ferrovia. Si pensi alla Napoli-Portici, la prima
ferrovia d’Italia, che ha avuto una sua rilevanza nello sviluppo del territorio. Insieme ai lagni questo
aspetto è troppo spesso sottovalutato.

Esempio 2: Anterselva
Nella carta di Anterselva i ghiacciai sono inclinati verso nord, la valle è stretta e si è così formato un
conoide di deiazione, che è avanzato talmente tanto da toccare il versante prospicente. Si è così
formata una diga naturale che ha dato vita ad un lago: il lago di Anterselva. L’acqua ha poi trovato
un deflusso per proseguire verso ovest.

Esempio 3: Latisana
La carta di Latisana non presenta delle isoipse. Il fiume Tagliamento scorre da nord verso sud.
Ci sono le quote: per 8 km il dislivello è di 3. Quindi il territorio è molto piano.
Ci sono una ferrovia e un ponte affiancato agli argini. I rettangolini azzurri indicano opere di bonifica
e di canalizzazione. Il fiume è tortuoso, con un andamento meandriforme.
Il fiume si è evoluto con il suo corso, fino ad avere l’attuale impostazione. Il limite amministrativo è
però rimasto immobile. La tortuosità del fiume ha reso necessarie tante opere di canalizzazione e
bonifica.

Storia della cartografia


Quando si parla di cartografia si tratta di capire in che modo il rapporto dell’uomo con l’ambiente
viene visualizzato e codificato. Si tratta di aspetto molto importante, almeno agli albori della
cartografia.
Nell’uomo c’è sempre stata infatti un’esigenza di codificare lo spazio; inoltre toccare delle civiltà non
occidentalizzate permette di guardare a dei modi differenti di rappresentare il mondo. Con “carte” si
intendono dei supporti cartografici (che possono essere anche in corteccia, foglie e conchiglie).

Nel 1988 Chatwin ha pubblicato un libro, The longlines (Le vie dei canti), sul complesso sistema
utilizzato dagli aborigeni australiani per comunicare informazioni territoriali.
“L’Australia è come uno spartito musicale. Rocce e ruscelli si ritrovano cantati.”
Il sistema di comunicazione aborigeno si basa quindi su una rielaborazione di canti. Distruggere i
luoghi dei canti significa in pratica disorientare.

La cartografia: tra prassi e astrazione dello spazio


Si è già detto di come nell’uomo sia presente un’innata esigenza di concettualizzare lo spazio, e quindi
anche di rappresentarlo.
Secondo Wood una carta è tale quando è un tramite e si inserisce in un sistema di comunicazione
condiviso.
La carta è una rappresentazione simbolica, utile ad una comunicazione condivisa e solo in seguito
con un proprio valore politico. Oltre al valore pratico infatti la carta comunica l’idea che ha di se
stessa. Ci sono allora tre diversi aspetti da tenere sempre in considerazione in una carta: l’aspetto
tecnico, quello operativo e quello ideologico.
La carta non è il territorio, ma è l’idea del mondo.
Lafitau, in uno studio quasi antropologico, ha indagato sugli indiani d’America, studiando il loro
modo di codificare lo spazio. Gli indiani si servivano di corteccia di legno, pelli trasportabili, da
utilizzare in momenti di caccia.
Altre spedizioni sono avvenute presso gli esquimesi, i quali utilizzano bastoni intagliati e modellati a
rappresentare il profilo dei fiordi e delle insenature.

Ogni società si caratterizza per un criterio di rappresentazione del mondo, che può essere anche molto
plastico. In Polinesia per esempio si utilizzano coste di foglie di cocco legate, per stabilire i moti delle
onde e i sistemi di navigazione, e annodate per indicare isole, traiettorie, tragitti e moti del mare.
In una serie di incisioni risalenti al 3000 a.C., nella Val Camonica, si è risalito ad una carta geografica
nella roccia, la “carta di Bedolina”, che è stata studiata da Beltran nel secondo ‘900. Si tratta della
rappresentazione dell’area di Pescarzo (provincia di Brescia), vista dall’alto, con la registrazione di
elementi fisici e antropici.

Cartografia egizia
Per gli antichi egizi la cartografia era molto importante. “Il Dono del Nilo” comportava dei problemi
nella catastazione per via delle inondazioni del fiume. Inoltre l’ampio spazio desertico circostante
poteva offrire risorse importanti, come la pietra.
E’ documentato perciò un ampio uso di carte, differenziate a seconda dell’uso per cui erano pensate
e realizzate.

Un documento importante in questo senso è il “Papiro delle miniere” (1290-1147 a.C. ovvero tra i
regni di Seti I e Ramesse IV). Si tratta di un ibrido: una carta geologica, mineraria e anche topografica.
E’ stato rinvenuto nel corso della missione Castiglioni (non archeologi, ma legati al tessile) che il
disegno del papiro rappresenti le miniere della Nubia e sia perciò legato all’estrazione dell’oro e
dell’argento.
La sua realizzazione si deve forse ad Amennakthe, uno scriba tebano. Il papiro fu trovato a Luxor nel
1820 e acquistato da Carlo Felice nel 1824. La sua peculiarità è che un papiro molto lungo (2,82 m)
e basso (0,41 m), quindi doveva essere facilmente trasportabile. Una tale forma presentava delle
deformazioni e la mancanza di proporzioni.
Il papiro è disegnato sul recto e commentato in demotico sul verso ed è orientata verso sud. Le scale
variano da 1:50 ad 1:100 con l’enfatizzazione di alcuni elementi.
Non ci sono rese prospettiche, la rappresentazione è a volo d’uccello, con una certa inclinazione. Un
criterio che ritroviamo ancora oggi nelle carte della metropolitana.
Castiglioni, Balbo e Negro hanno individuato come già detto, questo territorio nella Nubia, facendo
riferimento a dei torrenti (uadi) e due strade, una verso il mare o il Nilo (ym) e l’altra verso tent-p-
mer (tesoriere o porto).
Le montagne sono schiacciate a 90° e i colori sono tematici.
Dalla legenda si ricava che le montagne rosse (dsr) sono quelle in cui si lavora l’oro. Esistono cinque
diversi tipi di roccia.
Ci sono inoltre dei pozzi o delle cisterne, le case del villaggio dei lavoratori, la cappella di Amon
presso la montagna sacra e una stele di Seti I (1309-1291 a.C.) che è utile per la datazione.
Nella seconda parte del papiro si trova l’area di una pietra particolare (bekhen), lo scisto grigiastro,
utile per la statuaria. L’acqua serviva a questo allora: per il lavaggio delle lavorazioni. I mulini
servivano per la macinazione della pietra, utili per i colori. Infine il setacciamento era utile per
separare la ganga dal materiale aurifero proveniente dalle miniere.

La funzione di questo papiro non doveva essere di tipo stradale, data l’area troppo ristretta. L’origine
doveva essere catastale, ma vengono offerte informazioni diverse e numerose. Suggerisce la ricerca
di pietre e cave aurifere sotto Ramesse IV. Questa carta è insomma un antenato della cartografia
tematica e speciale geologica.

Cartografia mesopotamica
Tra le attestazioni cartografiche babilonesi una è la tavoletta di Tello, indicante le tenute agricole per
oltre 200 ettari.
Un’altra è la pianta di Nippur con il percorso delle mura, i terrapieni, i fossati. Una pianta urbana che
è utile all’archeologia.
La più importante attestazione è però il mappamondo babilonese, vertice dell’elaborazione
babilonese, che presenta un disegno e un’epigrafe ed è una summa della geografia mistica babilonese
(Eliade 1991). Vi è in essa una omologia tra Cielo e Mondo. Il mondo è una grande isola circondata
dall’oceano. Gli attributi di questa carta sono di tipo astronomico; il centro del mondo è Babilonia e
l’anello dell’oceano è ciò che limita questo spazio.
Oltre a questo ci sono sette isole-ponte verso il cielo. Regioni ed elementi diversi vengono tenuti tutti
insieme: convivono città, regioni, elementi fisici ed elementi astronomici.

I greci: la mimesi cartografica


Il procedere cartografico procede sovente con le esplorazioni. Il disegno è infatti il modo simbolico
di concettualizzare lo spazio geografico.
Secondo Tolomeo (I sec. d.C.) “la geografia è una mimesis, attraverso il disegno, della parte
conosciuta della Terra nella sua totalità.”
Osservare il mondo nella sua interezza però non poteva essere una cosa da uomini, in quanto solo gli
dei vedono il mondo nella sua interezza.
Per quanto riguarda i greci, però, già nei poemi omerici compaiono strumenti cartografici: nel XVIII
canto dell’Iliade il mondo viene rappresentato nello scudo di Achille. Vengono ivi rappresentate due
città, una con il popolo, l’altra con due eserciti.

La perimetrazione viene fatta su base cosmica, si cerca di capire come si muove il mondo, si studia il
ciclo dell’acqua, ma tutto questo viene profondamente rapportato al mito.
L’oceano originario è la profondità, un connotato ctonio.
La cartografia è un elemento utile a dominare il mondo nella sua interezza.
In questo senso una testimonianza importante è quella di Ferecide di Siro (VI sec. a.C.) in cui viene
presentata una teogonia: Chronos (tempo), Ctonie (la sommersa) e Zas (Zeus) sono gli elementi che
sono sempre esistiti. La mimesis nasce dal matrimonio tra Zas e Ctonie. Ctonie viene per questo
denudata da Zas e si rivela non dominabile, né controllabile. Zas decide allora di avvolgere Ctonie
con un mantello, trasformandola in Gea. Il mantello è la carta.
Le nozze simboleggiano il disvelamento di una totalità. Sul manto vengono impressi colori, Terra e
vegetazione. L’inconoscibile diventa così, almeno superficialmente, conoscibile.
L’uomo in questo senso può soltanto rappresentare una complessità che è destinata a rimanere
sommersa, se non la piega al mito. Si va verso la conoscenza, la conoscenza del fenomeno, ovvero di
ciò che appare.

Un passo in questo senso è la cartografia ionica che ha in Anassimandro il suo principale esponente.
Eratostene ci informa che egli rappresentò il mondo su un pinax, un tavolo. Questa tecnica fu
perfezionata da Ecateo e criticata da Erodoto (“come fatta al tornio”). Il mondo è rappresentato in una
carta rotonda, centrata. Il concetto di sfericità della terra era infatti già da tempo posseduto dagli
antichi. Solamente, mancando un concetto di gravità, si pensava che al limite del mondo si dovesse
cadere.
La carta di Anassimandro però è soprattutto una carta di colonizzazione del Mediterraneo da parte
dei greci, con Delfi posta al centro. La sfera visualizza una piena padronanza intellettuale dello spazio,
mediante una visione zenitale quale era propria degli dei.
Macrocosmo e microcosmo vengono così ridotti ad unità. La circolarità rimanda peraltro alle piazze,
all’agorà alla polis.
Suggerisce un concetto di partecipazione politica. La verticalità rappresentava infatti una gerarchia.
Nell’orizzontale questa gerarchia era in parte persa, nel senso che veniva a mancare la
gerarchizzazione del sovrano. Tuttavia rimaneva una gerarchia sulla base della prossimità e
dell’inclusione entro la polis.
Vi è una distorsione della realtà sferica e un’isonomia (equilibrio) rispetto al centro. Ciononostante
la carte resta un inganno, che maschera la sfera e il tempo. E’ una finzione sociale.
La gerarchia si è, in altre parole, occultata a livello sociale secondo un ordine di prossimità (cittadini,
donne, schiavi) e secondo concetti di centralità e marginalità.

Con Eudosso di Cnido (395-341) si ha una prima scala (klima), e lo stabilirsi della posizione
latitudinale (equatore, latitudine). Tutto questo insieme agli elementi di Euclide rappresenterà una
base per avanzamenti successivi.
Dicearco da Messina (350-290) tracciò invece una linea di terra a dividere l’ecumene: un diaframma.
Allineò per questo le colonne d’Ercole, la Sicilia, Atene, Rodi e il Tauro. Anche se erronea, si tratta
di un modello di linea di riferimento.

Eratostene (276-195) permise di tracciare anche le linee verticali, favorendo la nascita di un reticolato,
seppure impreciso.
I paralleli passavano per Meroe, Syene, Alessandria, Rodi e Bisanzio e si intrecciavano ai meridiani.
La carte non era più circolare, ma rettangolare. Strabone ci dice che somigliava ad una clamide, il
nuovo mantello di Gea, un mantello macedone, l’abito di Alessandro, colui grazie al quale era stato
ampliato il mondo. La visione si centrava quindi non più sulla polis, ma divenne ecumenica, da Thule
a Taprobane (Sri Lanka).
Ad Eratostene si deve inoltre il calcolo della circonferenza terrestre: sapendo che Alessandria e Syene
distavano 5000 stadi e che mentre a Syene a mezzogiorno durante il solstizio estivo il sole era allo
zenith, ad Alessandria era inclinato di 7,2°, sapendo che questa misura è 1/50 di un angolo giro fece
un’equivalenza per cui 7,2°/50=5000 stadi/x trovando una distanza di 39.357 km (con soli 600 km di
errore).
La misurazione di Eratostene non ha avuto un lungo seguito.
Molto più seguito ha avuto l’errata visione di Posidonio. Posidonio però è una figura molto importante
per il calcolo delle dimensioni della terra e per l’osservazione di certi fenomeni. Le oscillazioni delle
maree sono alcuni dei suoi principali contribuiti.
Pensò la terra come molto più piccola.

Altro importante studioso su Ipparco da Nicea, che studiò la precessione degli equinozi oltre ad un
sistema per trasferire i punti dalla Terra alla carta.
In questo senso si devono considerare i concetti di proiezione ortografica e stereografica
(approfondire).

Cratete di Mallo invece, in rapporto alla rappresentazione della superficie terrestre, necessariamente
da alterarsi se la si trasferisce un piano, usa un supporto sferico.
L’alterazione di una realtà tridimensionale non occorre in questo supporto. La rappresentazione su
globo è più fedele, ma non può che essere a piccola scala.
Non si possono rappresentare le regioni del mondo nei dettagli.
Se altero le distanze, gli angoli, non posso avere una rappresentazione che rispetti
contemporaneamente aree, distanze e angoli, tranne che nel globo, ma non posso avere una
rappresentazione a grande scala.

Quando si trasferisce su un piano si parla appunto di proiezioni: prospettiche o azimutali,


ortografiche, centrografiche che fanno riferimento alla semplice geometrie, ma anche quelle di
sviluppo (cono, cilindro), sono pure cioè geometriche. Con il tempo si sono complicate: si è associato
un adeguamento prodotto sulla base di un calcolo matematico, sulla base dell’analisi (trigonometria
o calcolo del seno e del coseno della latitudine). Si parla in questo caso di proiezioni modificate.
La più nota è la proiezione di Mercatore a fine ‘500, perché l’ecumene fosse ampliato, per favorire
navigazione verso il nuovo mondo.
Infine oggi si è arrivati a proiezioni svincolate da supporto geometrico ma impostate sul piano
cartesiano, in base a funzioni analitiche. Proiezioni convenzionali, di base puramente matematica.
Se in un percorso Palazzo Ugolini-Santa Croce c’è distanza 2 e tra Palazzo Ugolini e Filosofia 0,5,
questo rapporto viene mantenuto sulla carta. Un altro requisito riguarda l’equivalenza tra le aree:
l’area della realtà della Sicilia, della Sardegna, viene mantenuto. La carta rispetta le aree.
Se devo fare una carta catastale mi preoccupo delle aree.
Infine c’è un isogonia, mantengo gli angoli: meridiani e paralleli si intersecano con angoli di 90°.
Ognuna interseca il reticolo con un proprio angolo. Quando disegno una carta che rispetta gli angoli
ho una carta isogonica: impossibile avere tutti questi elementi. Difficile conciliare isogonia ed
equivalenza.
Ci sono poi carte che non rispettano l’equidistanza, l’equivalenza e l’isogonia: carte afilattiche, che
non mantengono nulla e si discostano dall’equivalenza talmente di poco, ad esempio, che l’alterazione
non comporta sostanziale equivalenza. Lo scartamento è talmente ridotto che si possono ignorare.

Tolomeo porta a compimento il patrimonio precedente.


Tolomeo ha la possibilità di basarsi sui materiali raccolti nella biblioteca d’Alessandria. Può basarsi
sui peripli e le informazioni letterari. Ritiene che Posidonio abbia ragione sulle dimensioni della
Terra.
Tolomeo riferimento nell’età moderna, Colombo pensò ad un mondo molto più piccolo per il suo
viaggio. Poi scoprì l’America, pensando di andare nelle Indie.
Tolomeo sovrastima dimensioni del Mediterraneo. Nell’ecumene di Tolomeo c’è un Mediterraneo
enfatizzato. Il faro geocartografico dell’antichità: opera sistematica di definizione delle coordinate
dei luoghi. Due opere:
Una astronomica, l’Almagesto [Il (al) grandissimo, in arabo] e poi la Geografia in 8 libri, di contenuto
cartografico. E’ una serie di dati, non un libro leggibile. Si vuole rappresentare con una proiezione
idonea il profilo delle terre emerse. Una proiezione conica.
La gran parte è un calcolo di località. Lavora con la latitudine, basandosi su Eratostene, sullo
gnomone, sull’ombra, l’angolo.
Più complesso è il calcolo della longitudine, una convenzione. Oggi prendiamo Greenwich. Un valore
angolare.
In questo caso si procedeva su un calcolo della distanza reale, calcolato in rapporto a termini orari,
basato sulle vicende di Alessandro, sull’eclisse prima di Gaugamela nel 331 a.C.
1 h copre 15° così si può calcolare la longitudine.
Le isole Canarie, del ferro, sono il meridiano principale (fino a Greenwich), fino a Serra
Metropolis(?). Poi abbiamo il lagus, chiare acquisizioni del Mediterraneo, indeterminatezza
dell’Oriente e indeterminatezza dell’Africa, che non è conosciuta nella parte meridionale.
Non si sa se l’Africa sia indipendente dall’Asia. Tolomeo ritiene che l’Oceano indiano sia un mare
chiuso. Gli antichi avevano notizie della circumnavigazione dell’Africa, sotto Meco II, da parte dei
Fenici. Erodoto non crede a questa cosa.
Contemporaneo a Tolomeo c’è il periplo del mare eritreo, attribuito ad un Anonimo, che afferma che
l’Africa è circumnavigabile.
Rimane un problema fino al 1498, fino alla circumnavigazione portoghese.
Il trattato della Geografia di Tolomeo nel primo libro parla dell’importanza della geografia regionale
e generale.
La generale è il tutto.
Poi parla delle proiezioni.
Per gran parte dei libri elenca i luoghi noti. 8000 località note agli antichi vengono elencate ognuna
con le proprie coordinate geografiche.
Poi nei capitoli del settimo e ottavo viene ripreso il problema delle coordinate e delle proiezioni.
Per questo Tolomeo fissa i dati di queste località. Un faro.
C’è una questione: come ci è stato tramandato?
Ci è arrivato con i codici bizantini successivi di otto secoli e quindi c’è un lavoro dei copisti che
hanno tramandato queste opere. E’ nel ‘400 con Iacopo Angelo da Scarperia che viene tradotto e
pubblicato Tolomeo.
I manoscritti bizantini hanno delle carte, altri manoscritti bizantini no.
Ci si chiede se Tolomeo abbia corredato le carte o meno.
La questione della paternità delle carte è tutta da indagare.
Un gruppo A comprende 11 codici con 26 grandi carte e 5 di 64 carte più piccole.
Ci si chiede una tradizione di Tolomeo o delle aggiunte: originali o no?
Sono da attribuire a Tolomeo? Oppure sulla base di quello che dice i copisti si sono dilettati di vedere
quanto questi principi fossero esatti, costruendo le carte?
Una deduzione è che Tolomeo abbia prodotto delle carte per dimostrare un principio ritenuto
spendibile, applicabile. In realtà però è solo una supposizione.
Ci stanno delle attestazioni: il Begro (studioso di cartografia) afferma che è impossibile attribuire la
paternità delle carte da Tolomeo. Si basa sul racconto di Massimo Planude, monaco bizantino, nel
XIII secolo che dichiara di aver trovato sul mercato antiquario un codice di Tolomeo e di aver
tracciato le carte.
Begro assolutizza, così hanno fatto tutti gli altri. Ma molti ritengono che sia impossibile che Tolomeo
non abbia proceduto al disegno. Ma se avesse disegnato tutti i luoghi si sarebbe reso conto degli errori
(alcune località in mare!). Ma anche il testo non è l’originale ed è forse intervenuta una distrazione o
un errore del copista. Restano aperte molte questioni, anche il disegno della carta che avrebbe reso
evidenti molti errori.
Alla fine possiamo dire che oggi l’opera di Tolomeo va studiata tenendo separato il testo dalle carte.
Stabilire una relazione non è ancora possibile. Ipotesi che restano lontane.

La cartografia romana
Nel momento in cui si fa cartografia degli antichi si parla della dominanza del mondo greco su quello
romano. I romani hanno impresso un valore utilitaristico, pedestre. Per i romani la cartografia è
fondamentale. Conquistare significa procedere con operazioni territoriali: la ripartizione delle terre
conquistate, degli itinerari, gli strumenti militari per spostare le truppe. Inoltre assegnazione delle
terre ai veterani. Occorre misurare e ripartire con un lavoro cartografico. Aspetti pratici che connotano
l’attività cartografica nei romani.
Per i romani è anche necessario stabilire pubblico e privato, separare le proprietà, misurare, ripartire
e codificare informazione pubblica e privata. L’informazione pubblica riguarda distanze dei percorsi.
Tutto da codificare con la cartografia. Ripartire la proprietà e venderla se possibile con operazione
catastale.
Occorrono strutture e tecnici, archivi per conservare. Le informazioni non vanno alterate. Questo non
tocca il mondo greco, più individualista.
La misurazione del mondo non si ferma nel mondo romano ma si somma, in progress, si associa alla
distribuzione delle conquiste ai veterani. Per questo è una pratica che deve stabilire quanto appartiene
al popolo romano, agli autoctoni e quanto aggiungere. Agrimensura, attestazione del significato
tecnico della cartografazione del territorio romano, indecifrato fino all’’800. Solo l’archeologia
romana in Africa ha riscontrato una rispondenza con il territorio libico e il Corpus Agrimensorum.

Per fare questa operazione servono i mensores e gli agrimensores. I mensores edificiorum si occupano
della città, gli agrimensores del mondo rurale. La territorializzazione come avviene?
Avviene attraverso alcuni strumenti e alcune codificazioni.
Uso dell’agroma, per stabilire i punti e le direzioni e della tavoletta pretoriana (ancora oggi per rilievi
sulle strade). Informazioni riportate su carte, formae e su registri, tabulae. Le formae su pelle o altro
supporto, oppure su bronzo. Quelle archiviate vanno su bronzo, perché è difficile alterare i dati.
Il tabularium è l’archivio dove vengono conservate le forme di bronzo.
Il termine di tabula viene a coincidere con quello di carta.
Forma rimane in agrimensura, per il canale di scolo, che dà forma all’acqua.
I criteri di questa organizzazione si trovano nella centuriazione. Assi cardine (nord-sud) e decumano
(est-ovest) a cui si associano cardini e decumani minori.
Il criterio: un reticolato di strade a maglie quadrate con lato di 2400 piedi, cioè 20 actus x 20 actus.
Actus 20 piedi cioè 35 m. Lo iugerum è due actus lineari. La centuria 20x20 actus lineari 705x705
m.
La centuria: 20x20 actus lineare. Heredium è il mezzo ettaro, i due iugeri (iugeri ¼ di ettaro), per il
veterano.
Se viene fatta questa maglia di 20 piedi per 20 piedi, 20 actus lineari sono 705 m, 705x705 fa 50
ettari, diviso per una centuria, cento famiglie, mezzo ettaro a testa, cioè l’Heredium.
Si può appoggiare nord sud allineati con agroma (secundum celum, elementi astronomici).
Ma in Emilia ci si appoggia agli Appennini e quindi l’Appennino ha orientamente da Nord-Ovest
verso Sud-Est. Si tiene conto del corso del fiume se c’è. Si tiene conto dello scorrimento dell’acqua,
della pendenza: se faccio una strada perpendicolare a dove scorre l’acqua, l’acqua scorrerà sopra la
strada, sempre, tenderà a cancellarla (secundum naturam).
705 m è la misura.
Le carte che utilizziamo hanno scala 1:25000. 2,8 cm.

Vedi carta di Cotignola:


Si può notare come questa carta sia profondamente geometrica: ci sono una serie di linee che
scompongono in quadrati il territorio. Ogni quadrato misura 2,8 cm. Ognuno di questi quadrati
corrisponde a 700 m. Ritrovo ancora perfettamente conservato un intervento di territorializzazione
che risale a 2000 anni fa! Il paesaggio si presenta nelle forme della centuriazione. Lo ritrovo dalla
regolarità con cui si intersecano e perimetrano le strade.
Ogni quadrato è una centuria, una proprietà di 50 ettari.
Guardando Lugo, Porta Faenza, se si guarda l’asse è un asse della centuriazione che riguarda città e
campagna. Quando guardo un paesaggio geometrico se ha rettangoli fitti e sottili è di bonifica, se ho
un geometrismo quadrangolare con strade come bordi è di centuriazione.
Una cosa che si può considerare di questa carta inoltre sono i punti angolari, nord-est 14°, sud ovest
30°, 25°. Questo territorio è inclinato in questo senso. Leggera pendenza.
Da sud ovest verso nord est. Si pensi a come scorrono i fiumi e si trova questo andamento. Il fiume
rappresentato è il Senio. Vedi fotocopie Cotignola.
Questo corso è bordato da una serie coronata in ocra, magenta (per rilievi), di pennature piccolissime,
come delle gocce. Le gocce stanno ad indicare un argine, un terrapieno. Se guardo il corso del Senio
e i punti quotati verso l’argine mi rendo conto di come sia 27 e accanto al fiume di un metro o due
superiori. Il fiume scorre su un letto pensile. Un fiume molto pericoloso, che può allagare dappertutto.
Se si fa un argine questo succede ancora di più. Materiali accumulati dal fiume su cui si forma il letto
pensile. Il bordo tende a salire. Su un piano di campagna, poco inclinato, al bordo si abbandonato
detriti ma anche sul letto.
Aumentando l’argine aumenta il fondo e la pensilità. Da qui argini sempre più alti.
Il Senio è quindi l’unico elemento di disturbo perché con il suo corso interseca questa regolarità.
Quindi oltre alla situazione di oggi la carta ha un valore storico, la storia da quando la popolazione
ha utilizzato questo territorio. Il reticolo stradale si è mantenuto tanto da leggersi come centuriazione.
Ci sono poi delle linee nere che sono la ferrovia in cui c’è un nodo a Granarolo. Inoltre ci sono alcune
sedi che hanno piante ad U, o quadrangolari che assomigliano alla tipica casa-corte.
Inoltre per il terreno ci sono fossi e scoli perché, data l’inclinazione, Canale Naviglio ecc… sono
linee di scolo delle acque. La staticità dell’acqua ha condotto a curare i canaletti non solo per lo scolo
ma anche per l’irrigazione. Un paesaggio agrario caratterizzato dall’acqua.
Si vede un fenomeno tipico dell’agricoltura romagnola, il frutteto caratteristico del Cesenate.
Frutticoltura. Si vede simbolo albero da frutto.

Un’altra centuriazione nella carta di Noale: non una perfetta quadratura. Distanza tra assi stradali:
5,6. Significa che la proprietà intermedia è caduta. Un multiplo o un sottomultiplo del criterio della
distanza della centuriazione.
Valle del Potenza: tavoletta di Recanati. Porto Recanati. La strada Regina ha andamento molto
rettilineo. La Regina è stata realizzata negli anni ’80 dell’’800 ma guardando la parte pedemonte e
pedecollinare e andiamo a misurare le distanze tra questi assi possiamo trovare una centuriazione che
non si è conservata nella maniera così evidente, però tra queste parti, assi secondari della campagna,
e queste intersezioni si ricava rispondenza con intersezioni.
La Regina è una derivazione successiva.

La cartografia romana si lega quindi ad un aspetto molto pratico, quale è la centuriazione.


L’altro aspetto fondamentale da considerare è legato ad una celebrazione del potere. Il messaggio
cartografico si traduce quindi in un messaggio di consenso politico.
Augusto consegnò alle vestali tre documenti:
- Uno era l’Index rerum gestarum, una sorta di inventario del mondo;
- Il secondo era il Breviarium totius imperi;
- Il terzo erano le disposizioni per il suo funerale.

L’index si presenta come una descrizione puntale e precisa, mossa dalla volontà di fissare la
realizzazione del progetto compiuto dall’imperatore.
Per questo doveva essere rappresentato nel bronzo, dinanzi al mausoleo di Augusto.
In questo modo si intendevano fissare a Roma vita e morte del primo imperatore.
La zona dell’Ara Pacis presentava un simbolismo che ha poi avuto la propria realizzazione
nell’urbanistica di Roma.
Di questi edifici uno era la “Carta di Augusto”, laddove il cittadino romano prendeva visione
dell’ordine del mondo.
Già nelle Res Gestae c’era una coincidenza tra mondo conquistato e mondo pacificato. Questo era il
presupposto alla realizzazione della carta di Augusto. Nella carta si realizza l’epifania del potere e
della sua ostentata vastità. Significava celebrare l’ordine di Roma.
Fu l’apice della cartografia romana, qualcosa che non avrà eguali (tranne un tentativo di Teodosio II
nel 435).
Probabilmente la carta era ancora visibile con Claudio Tolomeo. Si trattava di un portico entro il
quale c’era tutto il mondo conosciuto.
Si esplicava così una funzione avvolgente: si era inseriti nello spazio organizzato da Roma.
La sua realizzazione fu affidata a Marco Vipsanio Agrippa, genero, generale, architetto e trattatista
di geografia (Commentarii), erede designato da Augusto.
La carta doveva essere sistemata nel Portico Vipsanio, presso il Campo Marzio.
Morto Agrippa nel 12 a.C., l’opera fu compiuta da sua sorella Vipsania Polla e da Augusto stesso,
nel 2 a.C. (aggiungi immagine).
Ci restano oggi solo delle sussistenze del porticato, ma fu una costruzione imitata. Eumenio (III sec.
d.C.) ci ricorda ad esempio che ad Autun (Augustodurum) c’era un portico simile.

La geografia ellenistica si era così fusa con le conoscenze di Roma. Si trattava della summa delle
spedizioni militari romane e della visualizzazione delle Res Gestae. Un vero inventario dell’Impero.
La carta era orientata verso est.
Il valore politico celebrativo stava nella coincidenza tra orbis romanus e orbis terrarum, uno degli
slogan di Ovidio nei Fasti.
Plinio ci offre una testimonianza della carta d’Augusto: sarà questo il mondo che il Medioevo
ritroverà. Tre parti (Europa, Asia e Africa), Cadice come limite occidentale e il Mediterraneo come
mare interno. Di fronte l’Asia, a destra l’Africa e a sinistra l’Europa.
Asia ed Europa divise dal fiume Tanais (Don), Asia ed Africa divise dal Nilo.

Esisteva però un’altra tipologia di cartografia romana, quella al servizio della mobilità all’interno
dell’Impero. Gli itineraria erano infatti molto importanti per l’uomo di epoca classica (homo viatur).
Addirittura sui bicchieri da viaggio era riportata, secondo alcune teorie, una mappa.
Questo sviluppo della cartografia degli itineraria si affiancava ad un imponente sviluppo delle vie di
comunicazione, con funzionalità civili e militari.
Ad Augusto si deve la riqualificazione e il potenziamento delle rete stradale, oltreché delle mansiones
(o poste).
Da tutto questo si ricavano degli importanti documenti cartografici, appunto gli itineraria.
Si tratta di prodotti cartografici legati a spostamenti, a viaggi e a percorsi e si possono suddividere in
due categorie:
- Itineraria scripta o adnotata: dei repertori, un elenco di luoghi, terme, santuari e mansiones;
- Itineraria picta: disegni del territorio.

Tra gli itineraria scripta i più importanti sono l’Itinerarium Antonini, databile all’età di Caracalla. Un
altro è il Burdigalense o Ierosolomitano, un percorso fino a Gerusalemme partendo da Bordeaux.
Quest’ultimo è datato al IV secolo e segna l’esordio dei pellegrinaggi in Terrasanta, presentando però
delle analogie con il primo.
Un altro documento è l’anonomo ravennate, del VII secolo.

Il più importante documento cartografico in questo senso è un pictum, la Tabula Peutingeriana.


Si tratta in realtà di una copia pergamenacea di periodo medievale ed è un documento molto
complesso.
Fu ritrovata nel 1507 da Konrad Celtes, bibliotecario di Massimiliano d’Asburgo, poi passata a
Peutinger che la studiò.
E’ un lungo rotolo di 11 fogli (segmenta), di 60 cm di lunghezza. L’altezza è di 34 cm. In totale si
tratta di 6,752 m di lunghezza x 0,34 cm d’altezza. Probabilmente all’inizio dovevano essere 12
segmenta, quindi la lunghezza totale sarebbe stata di circa 7,40 m. Infatti manca una parte, l’inizio
della carta: in questa carta il mondo inizia dai Pirenei, manca cioè dello stretto di Gibilterra che era
sempre stato un riferimento in questo senso. La sua scarsa altezza rimanda invece al papiro delle
miniere, al fatto di dover essere trasportabile.
Si è rovinato all’inizio probabilmente perché, avvolgendolo e svolgendolo è stato più manipolato
all’inizio e qui maggiormente sottoposto ad usura. Probabilmente l’inizio si era già perso quando vi
mise le mani il copista medievale.
La Tabula tenta di rendere tascabile il mondo (come nella carta di una metropolitana): per questo le
terre sono alterate, dilatate in direzione est-ovest e schiacciate in latitudine.

Oggi ci sono diverse edizioni: guardando all’edizione Miller (1887-88), al segmentum IX si intravede
un simbolismo più o meno importante a seconda della città rappresentata. Le case vengono
rappresentate con delle vignette.
Il confine orientale è segnato dalla presenza delle are commemorative dell’estremo limite delle
conquiste di Alessandro.
Il litorale adriatico si presenta come un mare superiore rispetto a Roma. Tutto quanto è schiacciato
per dare importanza alle terre, ai numeri e alle strade.
Non vengono rispettate le giuste proporzioni e si va perlopiù per conoscenze, quindi l’Italia, la più
documentata, si distribuisce per ben 5 segmenta! L’Asia invece è tutta in un segmentum.
Figurano in Asia territori estremi dove non è arrivata Roma, tra cui Taprobane (Ceylon).

In sintesi nella carta figurano 100000 km di strade, 3000 mansiones, porti, templi, centri di mercato
e terme e 555 località.
Le peculiarità sono l’assenza dell’importanza data al rilievo e al mare. I fiumi sono deformati. Il Nilo
è deviato a sinistra perché non poteva proseguire fuori dalla carta.
Essendo una carta appartenente agli itineraria il tema principale è la strada. Le distanze sono espresse
in leghe fino a Lione e in miglia ad Oriente (il che suggerisce il rispetto dei romani per gli usi delle
popolazioni sottomesse).
Le vignette delle città sono molto importanti: Roma è la più complessa, presenta la Tyche, la corona,
il globo, lo scudo, la lancia e le strade che si dipartono da essa. E’ in una posizione di primato.
Costantinopoli invece (e la sua presenza farebbe pensare al 330 d.C. data dell’ideazione della mappa),
è presentata come una divinità in trono, ma che ha solo la lancia e lo scudo. Al suo fianco si trova una
colonna di porfido, la quale si trovava al centro del foro di Costantino.
Antiochia possiede solo la lancia e intorno presenta un simbolismo di alberi e il tempio di Apollo
Epidafne e di Dafne. Un bosco di alloro circonda in questo senso il tempio.
Si deduce che l’archetipo si può collocare tra il II e il IV secolo. Un intervallo molto ampio, dovuto
ad alcuni elementi discordanti. A Sciacca ad esempio sono rappresentate delle terme che in realtà
sono sorte nel 350 a.C. Il bosco di Lauri è stato distrutto nel 360.
Inoltre Gerusalemme apre un altro problema: viene qui chiamata Helia Capitolina, che era il nome
attribuitogli da Adriano nel 130.
E’ probabile che, essendo questa una copia, il copista possa avere aggiunto dei particolari, creando i
contrasti.

La cartografia bizantina
Un esempio di cartografia bizantina è dato dal mosaico di Madaba (aggiungi) è stato scoperto tra il
1884 e il 1897. Si tratta di un itinerario, una via carovaniera, presso il mar Morto, rappresentato su di
un pavimento. E’ una rappresentazione pittografica rappresentante qualcosa, un transito attraverso
numerosi santuari fino a Gerusalemme.
Il percorso si snoda lungo l’asse tra fiume Giordano e Mar Morto, passando per Tiro, Sidone (a Nord),
il Mediterraneo a ovest e il Nilo a sud.
Gli intenti sono volutamente didascalici: vengono rappresentati i luoghi biblici, la Terrasanta.
Chi percorre l’interno del santuario con la sua pavimentazione ripercorre quindi un itinerario ideale.
E’ un esempio di geografia biblica.
La città santa viene ivi rappresentata con prospettiva a volo d’uccello, con le 6 porte e il complesso
costantiniano del Santo Sepolcro.

Un altro esempio di cartografia bizantina è quello di Cosma Indicopleuste di Costantino d’Antiochia,


nei 12 libri della Topographia Christiana (535-547).
L’universo viene qui rappresentato come un tabernacolo, come l’arca dell’alleanza.
Il passato e la visione cristiana si fondono. L’ecumene viene rappresentato rettangolare, con il
Paradiso Terrestre non accessibile, separato da un oceano che è il motore di tutto il mondo.
Dal Paradiso terrestre si originano però i grandi fiumi dell’antichità.
Si tratta quindi di una grande sintesi svincolata da ogni elemento metrico o temporale. Il mondo è un
rettangolo di 400x200… giorni di cammino. Sono presenti i tre golfi Romaico, Arabico e Persico. Ai
confini del mondo sono poste alte muraglie a reggere il firmamento. Il Sole e la Luna sono coperti da
un alto monte.
Sono tre i manoscritti di Cosma. Si è qui realizzata una fusione tra mondo classico, criteri di durata
temporale, tradizione cristiana, patristica e Sacre scritture.
Da qui ha origine la topografia di epoca cristiana: una concezione tipica del Medioevo.
Lo spazio non esiste più. Esiste solo il tempo (la storia, dalla creazione al giudizio). Il disegno
ecumenico è il nuovo logos: il verbo divino plasma la terra. Percorrere una pavimentazione, come a
Masada, significava ripercorrere il luoghi sacri con un alto valore di purificazione.

La cartografia medievale
In buona parte della cartografia medievale le misure oggettive sono sacrificate al trascendentale e alla
dimensione temporale. Si hanno così una pluralità di possibilità. Dietro la cartografia medievale sta
un profondo ideale culturale. La forma è molto importante. Le conoscenze del mondo vengono qui
sistematizzate, in una sintesi tra conoscenza antiche e rivelate. Le informazioni vengono piegate in
griglia per offrire un testo e uno schema del mondo.
Grande importanza viene data ai fatti storici. C’è una compresenza tra la cartografia e le parti dedicate
alla trattazione del mondo. Viene data l’immagine dei fatti avvenuti.
Esistono però due tipologie di cartografia medievale:
- Cartografia ecumenica: cartografia con impostazione speculativa. Si tenta di spiegare il
mondo. Una “summa” illustrata del sapere del tempo.
- Cartografia nautica: prodotti soprattutto di uso pratico: la produzione di portolani e carte
nautiche era funzionale ai commerci, ovvero al ponte che univa il mondo medievale.
Si constata dunque una divaricazione tra la speculazione filosofica, ideologica e la carta pragmatica
nautica, centrata sul tema delle crociate, sugli interessi per l’Oriente, sugli scambi.

Carte ecumeniche
Per quanto riguarda le carte ecumeniche il punto di partenza è la normalizzazione dei testi sallustiani,
per cui una carta era preceduta da schemi che favorivano l’acquisizione del sapere. Si assiste alla
trasmissione di un’idea di mondo antico.
Permane la trifaria orbis divisio, cui si associa un criterio di proporzionalità, ereditato da
Sant’Agostino. L’Asia risultava in questo senso doppia rispetto a Europa e Asia.
Trionfò l’idea di un mappamondo T in O (orbis terrarum). La T era il Mediterraneo messo in verticale,
il cui taglio erano i limiti del Don e del Nilo. La T richiamava inoltre ai tre bracci della croce di Cristo.
Tutto quanto veniva quindi letto in funzione salvifica per il mondo, contrapponendosi ad una
delineazione pratica di fiumi e mari.
La divisione in tre continenti riproponeva il popolamento del mondo ad opera della discendenza di
Noè.
In una carta del XV secolo Simon Marmion riportò Sem in Asia, Jafet in Europa e Cam in Africa.
L’arca di Noè veniva posta sull’Ararat.
Le tre porzioni richiamavano infine alla Trinità.

Esistono diverse tipologie di mappomondi T in O:


- Tripartito (da Sallustio, Isidoro, Gautier de Metz);
- Quadripartito (come nel “Beatus”), una carta “orientata”, ovvero rivolta ad est in cui è
presente anche la terra degli Antipodi. Nei codici del XI secolo anche questo era concepibile.
In questa terra vivevano esseri e umanità deformi, inconcepibili. Uomini con un solo piede,
ciclopi, uomini-cane. Una terra abitata dai miti antichi e dalle stirpi maledette fin
dall’antichità;
- Zonale (in Macrobio e Marziano Capella), con zone torride, temperate e fredde;
- Transizionale, con l’est in alto ma non più con una T netta. La transizione era dovuta alla
pratica del viaggio, alla navigazione, all’esplorazione dell’Asia. L’Asia è rappresentata con le
sue spezie e la sua sete. Il Milione si può inserire tra i libri delle meraviglie: erano presenti
cose mitiche, salamandre, un Re Cristiano isolato, il Prete Gianni.

Un mappamondo transizionale è quello del Salterio, del 1265, custodito nella British Library.
L’orientamento è ad est. Si intravede il paradiso terrestre (il serpente del peccato originale) e ci sono
i grandi fiumi. Gerusalemme è il centro e sono presenti mirabilia tra Africa ed Asia, come un uomo
con la faccia sul torace e i cinocefali.
Pinax e logos colloquiano tra di loro e con l’osservatore: una grande pala diventa una summa del
sapere medievale, un’enciclopedia per l’uomo colto.
E’ questa infatti una delle caratteristiche delle carte ecumeniche medievali, quella di raccogliere tutto
il sapere dell’epoca a partire dalle Etimologie di Isidoro di Siviglia.
Informazioni geografiche, popoli e fauna sono però ordinati da Cristo. L’aspetto scritturale è quello
prevalente. Risalta una concezione metafisica del creato. La funzione è educatrice e forse anche
pratica, ma molto meno rispetto alla comunicazione scritturale.

Un altro esempio celebre è la carta di Ebstorff, una pala d’altare non più sormontata dal Cristo. I suoi
piedi sono il fondo e il mare. La testa è in alto. Qui Cristo ha come abito il mondo. Il mantello e poi
la clamide di Alessandro si sono trasformati nella tunica di Cristo. Le mani uniscono il nord e il sud,
includendo in questo anche gli Antipodi. Si contempla cioè persino lo sfuggente. La Sicilia è
rappresentata come un cuore (un fatto che resta enigmatico). La pala vera e propria è stata perduta
nell’ultima guerra, ma è stata copiata prima. Misura 3,58 m x 3,56 m. E’ fitta di pergamene ed è
orientata, è presente l’Eden. La centralità è ancora di Gerusalemme.
Cristo è posto tra l’alpha e l’omega a simboleggiare l’apocalisse.
Dextera domini fecit virtutem.
La testa, le mani e i piedi del Cristo sono i quattro punti cardinali: le glosse di sant’Eucherio
riportavano infatti che le membra di Cristo si erano sparse e diffuse. Ogni parte del Cristo è così una
manifestazione del creato: la testa rappresenta ciò che era stato prima della creazione del mondo. I
piedi rappresentano l’umana creazione di Dio. Le mani rappresentano il divino potere di creare,
governare e punire.
Nella parte settentrionale dell’Asia, oltre al simbolismo del rilievo (curva del Caucaso) si nota un
quadrato che sporge nell’Oceano, di cui il Caspio non è che un’insenatura. In questo quadrato si
trovano le stirpi maledette di Gog e Magog: il male intenzionato a devastare il mondo, ciò che avverrà
con l’Apocalisse.
Tutto questo era tratto dalle scritture, ma aveva forti richiami alla classicità. Il rettangolo merlato
secondo la tradizione fu costruito da Alessandro Magno (dal Roman d’Alexandre), per rinchiudervi
le stirpi maledette. Alessandro fu una figura enfatizzata nel Medioevo.
In basso di questo quadrato si trovano anche le Amazzoni. Le mirabilia sono strette nelle braccia di
Cristo.
L’Italia non appare peninsulare, ma si riconoscono Roma, sette chiese e le Alpi, mentre la Sicilia è
un cuore, forse ad indicare il luogo di Federico II. La Sardegna è un piede per via del sandalo, tipica
impronta attribuita all’isola (da Pausania). Ogni parte viene ricondotta agli schemi di allora.
Anche il monastero di Ebstorf viene raffigurato.
La carta è attribuita a Gervasio Von Tilbury, docente a Bologna e prevosto ad Ebstorf.

Un altro mappamondo importante è quello di Hereford, nel Regno Unito, una pala d’altare ancora
visibile di 1,34x1,65x1,32m.
L’autore certo è Richard di Haldingham, in quanto si legge una preghiera dell’autore per il lettore.
La carta è orientata ad est, con Gerusalemme al centro, come una Maestà sovrastante. La carta è datata
al 1260-1270.
Presenta una matrice comune con la carta di Ebstorf, infatti Von Tilbury si trovava in Inghilterra nel
1229 ed è possibile che ci sia stato uno scambio di informazioni. A testimonianza di tutto ciò ci sono
dei testi: Gervasio ci ha lasciato gli “Otia imperialia”, una descrizione del mondo simile a quella di
Ebstorf.
In Africa compare un personaggio con la testa canina. Poi anche umanoidi, centauri e unicorni.
Ancora nel ‘700 rimarranno gli unicorni nei testi di pellegrinaggi, ma trasfigurati in rinoceronti. Il
mito si stava normalizzando con le scoperte. Il cinocefalo divenne un babbuino.
Tornando alla carta essa presenta agli angoli le lettere M-O-R-S. La terra è il regno della morte. E’ il
regno di ciò che è transitorio: “La mappa esprime un concetto di transitorietà dell’esistenza terrena,
rafforzando così la comprensione dell’ineluttabilità e universalità del Giudizio finale.” (Schulz).
Cristo in maestà, posto sulla sommità, è un giudice. Vicino a lui c’è il Paradiso terrestre.
Per quanto riguarda la paternità di Hereford c’è la richiesta di una indulgenza.

Cartografia nautica
Ci sono rimaste solo 180 carte nautiche anteriori al ‘500. Le carte nautiche avevano infatti vita breve.
Di queste 180 carte, ben 60 sono costituite da atlanti (ovvero raccolte rilegate).
Ci sono rimaste molte meno carte sciolte, ovvero non rilegate e quindi più utilizzate.
Gli atlanti sono miniati, sfarzosi e non molto pratici, quindi probabilmente non trovavano grande
impiego a bordo.

Le carte nautiche non facevano parte dell’inventario delle navi, ma erano parte del bagaglio del
marinaio. Solo nel 1354 l’Aragona impose di tenere a bordo una carta per la navigazione, ma questo
ordine non valeva ovviamente per altre realtà come Genova e Venezia.

Un esempio di atlante è quello di Battista Agnese, della scuola cartografica genovese, a Venezia. Lo
redisse nel 1553 in italiano, latino e spagnolo (nei porti invece prevaleva una lingua franca, con
vocaboli presi in prestito da diverse lingue).
Questi atlanti erano forse destinati a personaggi illustri o a principi: la carta era infatti un simbolo di
legalità. Offrire una carta significava riconoscere tale legalità.
Questi erano però dei modelli e sovente le carte venivano copiate.
Bartolomeo Crescenzi si lamenta infatti in Nautica Mediterranea degli “huomini idioti” che si
limitano a copiare senza specializzazioni di alcun tipo.
I caratteri di comuni di queste carte erano i colori delle coste in oro e verde, che erano anche i colori
degli otto venti principali.

I portolani
I portolani erano guide per porti, coste e fondali, ancora oggi vengono utilizzati. Ricordano gli
itineraria scripta, ma oltre alle elencazioni erano presenti delle carte allegate, le quali non si sono
sempre conservate.
I portolani riportano guide dell’intero Mediterraneo; uno di questi è del 1296 e si chiama “compasso
de navegare” un nome che solitamente era attribuito alla bussola o alla rosa dei venti.
E’ conservato a Berlino ed è redatto in sabir (lingua franca). Va dal Mar Nero al Marocco atlantico,
dalla penisola balcanica a quella iberica.
Inoltre presenta una compilazione di pileggi, ovvero di percorsi in mare aperto tra località costiere
prospicenti.

Altri portolani sono:


- Il Gratia Pauli;
- Il portolano di Marin Sanudo il Vecchio: Liber secretorum fidelium crucis (1318-1320), con
l’apporto di Pietro Vesconte, un cartografo.

Carte nautiche
La più antica carta nautica mostrante le sole coste è la carta pisana, datata al 1275 circa e che oggi si
trova a Parigi, dove è stata acquistata nel 1839. In realtà nonostante il nome non è stata fatta a Pisa,
ma proviene da una scuola genovese. E’ molto prossima al “Compasso de navegare” e potrebbe
esserci addirittura un legame tra le due opere. Anche la carta pisana infatti rimanda ad un sabir. A
parte questo però non abbiamo altre prove.
La carta si organizza in un sistema di rombi che definisco due cerchi, uno ad ovest della Sardegna ed
uno a Samo, tangenti al golfo di squillace. La quadrettatura inoltre è utile per le terre costiere.
La presenza di un insula angleterra indica inoltre che con i commerci si arrivava anche in Inghilterra.
Verso occidente però aumentano le deformazioni. I termini utilizzati sono, tra gli altri, veneziani e
genovesi. Capo ad esempio viene indicato in veneziano come cavo.

La scuola cartografica anconitana


Due grandi esponenti della scuola cartografica anconitana furono Benincasa, autore di una grande
carta adriatica fatta a Venezia, e Freducci. Freducci, il Conte di Ottomano Freducci, rappresenta nel
1500 anche le coste dell’America con la creduta isola della Florida, laddove i vecchi miti stanno
migrando (si pensi alla fonte della giovinezza, a Ponce de Leon che pensò di averla trovata in Florida).
L’atlante Cresques
L’atlante Cresques è datato al 1375. Si tratta di una Carta catalana (Maiorca e Barcellona), così
chiamata per distinguerla da Genova, Venezia e Ancona.
L’opera mostra una conoscenza molto ampia delle fonti classiche, mediate da arabi ed ebrei.
Fu donato al re di Francia Carlo V, quindi si tratta di una carta encomiastica.
Mostra l’itinerario di Marco Polo ma anche nuovi elementi come ad esempio quelli di Sevèrac:
vengono messe in luce le peculiarità di certe terre: vengono perciò riportati i tuareg (con tende e
cammelli), il rito della cremazione (cortei di musici) in India, il Gran Khan, l’isola della Sirena.

La cartografia araba
Gli arabi hanno costituito una mediazione al millenario sapere degli antichi, anche in campo
cartografico, geocartografico e astronomico. Gli arabi hanno prodotto carte dell’intero Mediterraneo,
che era sotto il loro controllo. Palermo, Baghdad e Cordoba erano alcuni dei centri più importanti.
Nel IX secolo fu costruito un osservatorio astronomico a Baghdad. Ben Musa fu inoltre autore delle
tabelle di Damasco (delle tavole astronomiche).
La trasmissione di Tolomeo è passata attraverso l’opera di Idrisi, che è stato al centro di quasi tutti i
giudizi e le valutazioni di originalità rispetto alla cartografia araba.
Tuttavia questo ha portato a sottovalutare tutto quanto uno scenario di contatti di questa cultura. Nel
X secolo è infatti fiorita una cartografia molto pratica, legata agli itinerari, in cui si è avuto un
progresso ben maggiore che in Idrisi.
Per citare alcuni esempi di cartografia araba si pensi all’Atlante dell’Islam e al libro degli itinerari.
L’atlante è una raccolta di carte particolari, precedenti il Mille, di cui 3 sono nautiche. Esistono 4
versioni di questa opera.

Il libro degli itinerari è invece un compendio di poste redatto dal visir di Cordoba. Si studiano il
livello delle infrastrutture, i rapporti con il Medio e l’Estremo Oriente, con la Cina, con l’India.
Fu a Cordoba che nacque Idrisi (o Edrisi), il quale lavorò per Ruggero II a Palermo.
Nel 1154 fu autore del Libro di Re Ruggero e della tavola rogeriana, un grande mappamondo in cui
l’ecumene viene rappresentato su di una lastra d’argento, che non ci è giunta.
Da questa opera però abbiamo due sintesi, una del 1161 (Piccolo Edrisi), l’altro del 1192, con 73
carte (Il giardino della gioia).
Le ultime opere di Edrisi sono molto diverse dalle prime, sono più sintetiche.
In ogni caso dominano dei criteri tolemaici, un limite di Edrisi in quanto gli elementi delle carte
itinerario vengono ricondotte allo schema tolemaico.

Il mappamondo di Fra’ Paolino Minorita


Il mappamondo di Fra’ Paolino è un planisfero circolare annesso ad un trattato De mapa mundi cum
trifaria orbis divisione del 1320.
Fra’ Paolino era un veneziano che svolse delle missioni diplomatiche presso Giovanni XXII ad
Avignone. Fu chiamato nella commissione per un progetto di crociata su idea di Marin Sanudo.
Per questo preparò un Dossier Liber secretorum fidelium crucis, ed è probabile che ci siano stati
contatti tra Fra’ Paolino e Sanudo.
Nel prologo si trovano varie mappe e fonti: si parte dagli otia imperialia.
Ci sono diversi elementi interessanti:
1- Si parte da un modello di planisfero isidoriano, con alcuni errori: ad esempio scrive Dacia
anziché Dania (Jutland);
2- C’era un mappa mundi ad accompagnare l’opera;
3- Ci sono degli aggiornamenti, con elementi di Bartolomeo e San Tommaso.
Altri aggiornamenti derivano dalle varie spedizioni ed esplorazioni.
Il Caspio viene rappresentato come un mare chiuso, compare l’Africa orientale.
Permangono però elementi di tradizione, come ad esempio il prete Gianni, che scrisse all’imperatore
di Bisanzio e che poteva costituire un possibile alleato cristiano anti-turco. Era nei fatti un mito.
Il regno di Prete Gianni secondo la leggenda si collocava in India.
Opicino de Canistris
Ad Avignone operò anche Opicino de Canistris (1296-1352), un monaco pavese che mostra una
grande perizia cartografica. Ad elementi scientifici affida le sue immagini del mondo, per mostrare
la superiorità del potere del papato.
Si tratta essenzialmente di carte moralizzate con dei colori particolari.
Una donna rappresenta l’Africa, un uomo l’Europa e vengono fermati da un demone, un uccello e un
dragone.
La quadrettature, ripresa dalle carte nautiche genovesi, viene privata di una sua praticità,
trasformandosi in strumento nelle mani di Dio.
Kris ha visto nel 1988 in queste carte una patologia psicotica.
In realtà tutto questa rientra nell’ottica dell’esigenza di una crociata. Si constatano anche qui i rapporti
con Sanudo.
Sanudo allega a queste opere delle carte iconografiche e una carta generale “de mari et de terra”: un
planisfero di 27 cm di diametro.
Il mappamondo di Vesconte e Sanudo deriva da quello di Fra’ Paolino, con in aggiunta la rosa dei
venti: è qui che scatta l’incontro tra cartografia nautica ed ecumenica.

Il mappamondo di Fra’ Mauro


Questo mappamondo è databile alla metà del ‘400 ed è un quadrato in cui è inscritto un mappamondo.
Probabilmente venne forgiato tra il 1456 e il 1459 (o 60) a Venezia.
Per la prima volta ad essere posto in alto è il Sud e non l’Est.
E’ da Venezia che si guarda il mondo.
La carta ha un diametro di 1,94 m in un quadrato di lato 2,23 m.
Si intravede l’influenza delle carte ecumeniche transizionali. Grande è la rottura con la tradizione.
Il disegno viene epurato da elementi fantastici (almeno in parte).
Inoltre vi è una forte rottura anche con i contemporanei, in quanto si oppone alla dogmaticità di
Tolomeo e ci si fida molto più dell’esperienza.
E’ un disegno operativo, in quanto si inseriscono dei cartigli per entrare davvero nella carta.
Le fonti principali sono i pellegrini e i mercanti. Venezia è un ottimo luogo in cui ottenere delle
informazioni.
La rottura principale è contro chi non ha visto.

Si confuta Alessandro Magno, la cui figura è stata trasfigurata. Cadono Gog e Magog. Il profilo delle
terre viene aggiornato: l’India viene raffigurata in parte, perché poco conosciuta, e viene separata
dall’Africa (che Tolomeo riteneva impossibile circumnavigare…).
E’ la vittoria dell’esperienza sulla dottrina. La separazione di Africa e India è un dato che però non
era ancora stato confermato. Fra’ Mauro trasse infatti moltissimo dalle esplorazioni dei portoghesi
nell’Atlantico, ancora in corso.
La circumnavigazione dell’Africa aveva riguardato anche Annone (periplo cartaginese).
Con Bartolomeo Diaz nel 1488 fu raggiunto il capo di Buona Speranza.
Vasco da Gama nel 1498 invece si spinse fino all’Etiopia.
Fu in Etiopia che si spostò il Prete Gianni, in un continuo aggiornamento che evolveva man mano
che si chiariva l’Oriente.
Prendendo infatti il Nilo, fiume basilare per l’Egitto islamico, il Prete Gianni avrebbe potuto fermarlo
e sconfiggere l’Islam.

La riscoperta di Tolomeo
La riscoperta di Tolomeo avvenne nel 1406. Cosmographia fu tradotta dal latino da Jacopo Angelo
de Scarperia.
Nel 1415 Boninsegni e Lapacino allegarono delle carte al manoscritto. Un prodotto di pregio che
andò a vivacizzare il commercio dell’opera, che ebbe un grande successo ed una successiva edizione
del 1475, senza carte.
Altre edizioni di Tolomeo furono:
- Nel 1477 con 26 carte;
- Nel 1482, un edizione fiorentina di Berlingheri;
- Un’edizione dal titolo Geografia;
- Un’edizione tradotta in volgare;
- Un’edizione con 4 tabulae novae.

Il Cinquecento
La carta di Augusto abbiamo visto come fosse stata l’epifania del potere: nel ‘500 si realizzarono cicli
pittorici murali di soggetto cartografico all’interno degli edifici del potere.
Tra il 1565 e il 1590 alcuni dei cicli più importanti:
- Il Guardaroba (ovvero sala delle cose preziose e scientifiche) mediceo a Palazzo Vecchio, tra
il 1563 e il 1586;
- Il Palazzo Farnese a Caprarola nel Viterbese (1573-1574);
- La Galleria delle Carte Geografiche in Vaticano (1580-1581).
Professionisti in questo senso furono Ignazio Danti, Stefano Buonsignori e il Vanosino.

La Galleria delle Carte in Vaticano


All’interno della sua politica contro-riformista, Gregorio XIII si propose il rilancio di Roma e la
riforma del calendario. Inoltre a questo papa si deve un corridoio in cui il potere fluisce e si spande
sul mondo, con una volta decorata in senso anti-protestante, con richiami alla missione apostolica.
Si tratta di 40 tavole, di cui le più grandi anche di 4,30x3,30 m. L’ingresso è a sud, da dove accedeva
il Papa. Il disegno è coerente.
All’inizio vengono infatti presentate le zone settentrionali dell’Italia, alla fine le meridionali. Sul lato
destro c’è il Tirreno, sul sinistro c’è l’Adriatico. Ci sono scene di battaglie della latinità: un messaggio
per indicare che le minacce sono tante, ma che alla fine non prevarranno.