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RISPOSTA ANTICORPALE O UMORALE

Nelle risposte umorali i linfociti B una volta attivati dall’antigene proliferano, si espandono clonalmente e si
differenziano in plasmacellule secernenti anticorpi capaci di eliminare l’antigene estraneo.

Struttura degli anticorpi

Gli anticorpi sono una famiglia di glicoproteine prodotte dai linfociti B o in forma secreta o legate alla
membrana cellulare.
Gli anticorpi di membrana servono da recettore per l’antigene e inducono l’attivazione dei linfociti B, mentre
quelli secreti sono le molecole effettrici dell’immunità umorale e sono destinati all’eliminazione dell’antigene.
Sono costituite da:

• due catene pesanti  costituite da un dominio variabile V e da 3-4 domini costanti C


• due catene leggere  costituite da un dominio variabile V ed uno costante C

Ogni catena leggera è legata ad una catena pesante mediante ponti disolfuro
Anche le catene pesanti sono legate tra loro mediate ponti disolfuro

Presentano le seguenti caratteristiche:

❖ Le regioni V sia della catena pesante che della catena leggera costituiscono il sito di legame per
l’antigene. Ce ne sono due per ogni molecola di anticorpo.
Tali regioni V si generano per riarriangiamento genico durante la maturazione midollare di
ciascun linfocita B e sono diverse da anticorpo ad anticorpo.
Le maggiori differenze di sequenza si concentrano in TRE brevi tratti da DIECI aa ciascuno denominati
segmenti ipervariabili. Partendo dall’estremità ammino-terminale della catena V pesante o leggera,
queste regioni sono chiamate CR1,2,3. Quelle CDR3 sono quelle che presentano il maggior grado di
variabilità e sono quelle che corrispondono alla giunzioni tra le regioni V e C.

❖ I domini CH delle catene pesanti non partecipano al riconoscimento dell’antigene, ma interagiscono


con altre molecole o cellule del sistema immunitario per svolgere funzioni effettrici degli
anticorpi. In particolare, nella porzione Fc (frammento cristallizzabile), che corrisponde ai primi due
domini della regione Ch, si trovano i siti di legame per le molecole del complemento e per il recettore
FcR dei fagociti.
Sulla base delle differenze presenti nella struttura dei domini CH della catena pesante, gli anticorpi
possono essere suddivisi in ISOTIPI (IgA, D, E ecc).
Le IgA si trovano nelle MALT.
Nelle Ig di membrana (IgM) la regione intracitoplasmatica termina con una corta coda citoplasmatica di
soli 3 aa, insufficiente a trasmettere il segnale di attivazione della cellula. Per questo scopo nel BCR
sono presenti altre due catene: Ig alpha e Ig beta, legate tra loro covalentemente mediante ponte
disolfuro, che si associano a tutte le IgM di membrana.

Attivazione linfociti B
I linfociti B vergini che non hanno mai incontrato l’antigene risiedono nei follicoli degli organi linfoidi
secondari, dove riciclano alla ricerca dell’antigene specifico. L’ingresso del follicolo è mediato dalla
chemochina CXCL13.
Le risposte umorali hanno sempre inizio negli organi linfoidi secondari, come la milza o tessuti linfoidi
associati alle mucose.

A differenza dei linfociti T, i linfociti B riconoscono gli antigeni nativi, cioè molecole integre non modificate,
così come sono espresse dai patogeni.

Solo le immunoglobuline di classe IgM e IgD funzionano da recettore per l’antigene. Tuttavia entrambe le
molecole presentano una corta coda citoplasmatica incapace di trasdurre il segnale di attivazione. Per
questo motivo, come detto precedentemente, ci sono le Ig alpha e beta che permettono la trasduzione del
segnale in quanto contengono nella coda citoplasmatica la sequenza ITAM associata a tirosina chinasi.

TRASDUZIONE DEL SEGNALE:


1. Il legame con l’antigene determina quindi la fosforilazione in tirosina delle sequenze ITAM
2. Questo porta all’ancoraggio della tirosina chinasi che attiva numerose cascate di reazione che attiva fattori
di trascrizione che inducono l’espressione di geni che portano alla risposta del linfocita B

*
3. L’antigene viene internalizzato e, se di natura proteica viene tagliato in peptidi che verrano esposti
sulla superficie della cellula per la stimolazione dei linfociti Th.
[Tuttavia il solo riconoscimento dell’antigene non è sufficiente per stimolare la proliferazione e la
differenziazione dei linfociti B  sono infatti necessari stimoli come:
- recettore Toll like receptor
- citochine prodotte dai linfociti Th
- proteine del complemento]

Cosa succede una volta che la cellula riceve gli opportuni segnali da parte della cascata di reazione?

➢ nei linfociti B attivati aumenta l’espressione delle MHCII e delle molecole co-stimolatorie B7 in modo
da stimolare in maniera più efficiente linfociti Th.
➢ i linfociti B entrano nella fase G1 del ciclo cellulare, la cui sopravvivenza è incrementata grazie alla
presenza di geni anti-apoptotici quali Bcl-2  inizia il processo di PROLIFERAZIONE
➢ Durante la proliferazione avviene la SELEZIONE CLONALE  ossia l’attivazione e
l’espansione di un clone di linfociti che esprimono tutti lo stesso BCR e quindi sono in grado di
produrre anticorpi della STESSA SPECIFICITA’.

➢ La proliferazione clonale è seguita dalla DIFFERENZIAZIONE dei linfociti B in cellule secernenti


anticorpi, ossia plasmacellule.
In una prima risposta si producono anticorpi di classe IgM.
➢ Al progredire della risposta avviene lo SCAMBIO ISOTIPICO, in cui vengono selezionati
linfociti B che producono anticorpi con la STESSA SPECIFICITA’, ma con DIVERSE FUNZIONI
EFFETTRICI.

➢ MATURAZIONE DI AFFINITA’  Gli anticorpi prodotti dopo una ripetuta esposizione ad


uno stesso antigene presentano un’AUMENTATA AFFINITA’ VERSO L’ANTIGENE.
Questa è dovuta a successive mutazioni somatiche che si verificano a livello delle regioni CDR della
regione variabile degli anticorpi.

➢ Altri linfociti B attivati si differenziano in CELLULE DI MEMORIA che saranno in grado di rispondere
più velocemente e con maggiore intensità ad ogni successivo contatto con lo stesso antigene.

Alla risposta anticorpale primaria detta fase di sensibilizzazione, che si genera la primo contatto con
l’antigene, è caratterizzata dalla produzione prevalente di IgM e poche IgG

La risposta secondaria è mediata dai linfociti di memoria che si attivano molto più velocemente e portano
alla produzione di una maggiore quantità di anticorpi. Prevalgono IgG o IgE.

Si assiste inoltre al processo di maturazione degli anticorpi per MUTAZIONI SOMATICHE in cui si
selezionano i linfociti B che producono anticorpi sempre più efficienti nell’eliminazione dell’antigene.

*Quando l’anticorpo è di origine proteica, richiedono l’intervento sia dei linfociti B che producono gli
anticorpi, che delle cellule Th che secernono citochine che servono alla stimolazione delle cellule B e
permettere la produzione di anticorpi di isotipo diverso. Questi antigeni vengono detti T-DIPENDENTI.

RISPOSTA CELLULARE
Le risposte immunitarie cellulari sono mediate da linfociti T che utilizzano un recettore specifico, detto TCR
per riconoscere l’antigene. Diversamente dai linfociti B, i linfociti T non sono in grado di riconoscere antigeni
solubili ne molecole native, ma soltanto antigeni espressi sulla membrana di altre cellule in
associazione con molecole del complesso di maggiore istocompatibilità (MHC), dopo che sono stati
elaborati da cellule presentanti l’antigene.

Molecole del complesso maggiore di istocompatibilità (MHC)


Il ruolo principale di queste glicoproteine è quello di legare frammenti peptidici di antigeni estranei e
presentarli in maniera appropriata ai linfociti T.
Tutte le molecole di MHC appartengono alla famiglia delle immunoglobuline

• Le MHC di classe I sono espresse su:


- cellule nucleate
- piastrine
- MA NON sugli eritrociti (questa potrebbe essere la causa della non eliminazione da parte dei
linfociti T dei globuli rossi infettati dai parassiti della malaria, in quanto gli antigeni del parassita
non vengono riconosciuti).
MHC di classe I riconoscono soltanto peptidi di origine endogena, cioè che vengono
sintetizzati all’interno della cellula, come avviene nelle cellule infettate da virus o nelle cellule
tumorali.
Struttura:
E’ presente:
- una catena pesante alpha con tre domini extracellulari: alpha 1,2,3
- un dominio transmembrana
- un dominio citoplasmatico
- una catena di beta2-microglobulina
alpha 1 e 2 N-terminali formano una tasca dove si lega il peptide antigenico. La tasca possiede
dimensioni sufficienti a legare peptidi di 8-11 aa e quindi le proteine native di grandi dimensioni
devono essere prima elaborate e digerite a piccoli peptidi per essere legate dalle molecole MHC.
alpha 3 e beta2-microglobulina sono di sostegno.
Il dominio alpha3 contiene i siti di legame per CD8+ dei linfociti T.
I linfociti TCD8+ sono ristretti da MHC di classe I.

• Le MHC di classe II sono espresse su:


- cellule APC che includono:
- cellule dendridiche
- macrofagi
- linfociti B
oppure anche su altri tipi di cellule come:
- linfociti T
- fibroblasti
- INF-gamma
MHC di classe II riconoscono soltanto peptidi di origine esogena.
Struttura:
Ciascuna molecole di MHCII è costituito da un eterodimero di due catene transmembrana alpha
e beta. Ciascuna catena è caratterizzata da due domini: alpha1 e alpha2 e beta1 e beta2.
Alpha 1 e 2 N-terminali formano la tasca di legame per i peptidi antigenici. In tale tasca possono
alloggiare peptidi leggermente più grandi di quelli di classe I.
Il dominio del segmento beta2 lega il CD4 dei linfociti T.
I linfociti TCD4+ sono ristretti da MHC di classe II.

Elaborazione e presentazione dell’antigene ai linfociti T


✓ Cellule che presentano l’antigene APC
Sono cellule specializzate nella cattura e presentazione dell’antigene e nell’attivazione dei linfociti T.
Le più efficaci sono le cellule dendridiche, ma possono essere anche i macrofagi e i linfociti B.
- Una volta catturato l’antigene, le cellule dendridiche si attivano, maturano, si staccano dagli
epiteli e trasportano l’antigene ai linfonodi dove sono presenti i linfociti. In questa fase inoltre i DC
esprimono i recettori per le chemochine.
- I macrofagi che hanno fagocitato i patogeni, agiranno andando ad esprimere molecole MHCII,
stimolando quindi i linfociti CD4+ a produrre citochine in grado di aumentare la risposta macrofagica.
- I linfociti B invece, dopo aver internalizzato l’antigene proteico con il BCR, presentano il peptide
associato alle molecole di MHCII ai linfociti CD4+. Si avrà quindi una produzione di anticorpi verso
antigeni T-dipendenti.
- Inoltre, tutte le cellule nucleate infettate da virus o cellule tumorali possono presentare peptidi
endogeni attivati ai linfociti TCD8+

✓ Vie di elaborazione di antigeni endogeni ed esogeni


Affinchè l’associazione fra MHC-peptide(antigene) avvenga in modo adeguato, occorre che i peptidi
antigenici seguano dei percorsi intracellulari che permettano loro di legarsi alle molecole MHC prima
che queste siano espresse in superficie.

❖ Antigeni esogeni
1. gli antigeni esogeni vengono fagocitati dalle APC e inglobate in un endosoma. L’endosoma si
fonde poi con i lisosomi che contengono diverse proteasi, formando il fagolisosoma al cui
interno le proteine vengono degradate in peptidi.
2. Contemporaneamente le molecole di MHCII vengono sintetizzate a livello del reticolo
endoplasmatico e trasportate agli endosomi, con le catene alpha e beta associate ad una
proteina detta catena invariante, che serve a prevenire il legame alla tasca peptidica dell MHCII
di altri peptidi del reticolo endoplasmatico.
3. La molecola di MHCII si fonde con i fagolisosomi contenente gli antigeni elaborati
4. La catena invariante viene rimossa e sostituita dagli antigeni
5. Il complesso MHCII-antigene viene trasportato in membrana ed esposto al riconoscimento
dei linfociti TCD4+.
❖ Antigeni endogeni
Riguarda peptidi che derivano da proteine presenti nel citosol cellulare. Possono essere il
prodotto di virus oppure il prodotto di oncogeni nelle cellule tumorali.
1. La maggior parte vanno incontro ad un processo di degradazione all’interno del citosol ad
opera di un proteasoma. Il proteasoma è un complesso enzimatico ad attività proteolitica adibita
alla degradazione delle proteine cellulari danneggiate o malformate, ma anche di proteine di
origine virale o tumorale, dopo che sono state legate da un piccolo peptide, detto ubiquitina.
2. Una volta frammentato, l’antigene sotto forma di peptide, viene trasportato nel reticolo
endoplasmatico grazie alle proteine TAP, dove viene inserito all’interno della tasca peptidica
dell’MHCI.
3. Il complesso MHC-peptide viene inserito in una vescicola e trasportato verso l’apparato Golgi,
ed infine traslocato sulla superficie cellulare per essere riconosciuto dai linfociti TCD8+.

In assenza di infezione le molecole di MHCI legano i propri peptidi (self) che vengono esposti
sulla membrana, ma che non generano una risposta immunitari

Il recettore dei linfociti T (TCR)


E’ un recettore che appartiene alla famiglia delle
immunoglobuline.
E’ costituito da due catene polipeptidiche
transmembrana alpha e beta, tenute insieme da ponti
disolfuro.
Sia la catena alpha che beta sono costituite da un
dominio costante ed un dominio variabile.

➢ Il dominio variabile lega l’antigene. Presentano


regioni ipervariabili CDR che determinano la specificità
per i vari antigeni.

Anche in questo caso la cosa citoplasmatica è troppo


corta per poter trasdurre segnali e quindi tale funzione viene svolta da 3 diverse immunoglobuline:
gamma, delta ed epsilon collettivamente chiamate CD3, e le proteine zeta. Formano il dimeno gamma-
epsilon, delta-epsilon e zeta-zeta.
La trasduzione del segnale avviene grazie a domini intracitoplasmatici ITAM associati a queste catene
che vengono fosforilati da chinasi e a loro volta reclutano altre tirosina chinasi che fosforilano i bersagli
attivando le vie di trasduzione del segnale.

Riconoscimento dell’antigene e attivazione dei linfociti T


Le risposte primarie cellulari iniziano con l’attivazione dei linfociti T vergini negli organi linfoidi secondari in
seguito al riconoscimento dell’antigene presentato da APC professionali, normalmente da cellule
dendridiche.
Affinchè l’attivazione del linfocita T sia completa sono necessari due segnali:
1. Il primo segnale è dato dal riconoscimento dell’antigene e dipende dalla formazione del complesso TCR-
peptide-MHC.
2. Il secondo segnale è dato dall’interazione di diverse molecole co-stimolatorie presenti sia sui linfociti T
che sulle cellule APC, che vanno ad amplificare il segnale. Tra le molecole costimolatorie ricordiamo:
- corecettori CD4 e CD8 (immunoglobuline) espresse, rispettivamente, sui linfociti T helper e T citotossici.
Contribuiscono all’attivazione dei linfociti T in quanto con la coda citoplasmatica legano Lck, una tirosina
chinasi, che interviene nella trasduzione del segnale.
- CD28 espresso sui linfociti T, che lega B7 presente sulle APC
- CD40 espresso sulle APC, e dal suo ligando CD40L, espresso sui linfociti TH; sono importanti
nell’attivazione dei linfociti B

Cosa accade una volta formatasi la sinapsi?


1. Si ha l’attivazione della tirosina-chinasi associata ai domini intra-citoplasmatici del CD3 e dei
corecettori
2. Si ha la fosforilazione di residui di tirosina nei domini ITAM delle catene CD3 e zeta
3. Fosforilazione di effettori
4. Attivazione di fattori di trascrizione quali NF-kB e AP-1

Entrambi i linfociti, T e B, vanno prima incontro ad espansione clonale, poi proliferano ed infine differenziano,
poi migrano in circolo ed esercitano le proprie funzioni effettrici che sono di seguito descritte:

Linfociti T helper CD4+


La loro azione si basa sull’attivazione di tutti i linfociti, producendo citochine che intervengono sia
stimolando sia inibendo la risposta cellulare ed umorale.
- Le prime citochine prodotte sono fattori di crescita che stimolano in maniera autocrina la proliferazione e
l’espansione clonale dei linfociti naive specifici per un dato antigene. Il principale fattore di crescita,
sopravvivenza e differenziamento per i linfociti T è IL-2 che produce i suoi effetti sui recettori CD25 che
vengono espressi sulla superficie dei linfociti T subito dopo l’attivazione.

I linfociti TH dopo la stimolazione antigenica si differenziano in 3 sottopopolazioni:


1. Sottopopolazione TH1
Il differenziamento è indotto da: citochine IL-2 e INF-gamma prodotte da cellule dendridiche, macrofagi,
cellule NK
in risposta a patogeni intracellulari
Una volta differenziate producono:
- INF-gamma le cui funzioni sono:

❖ Sviluppo di TH1 e inibizione dello sviluppo di TH2


❖ Attiva i macrofagi (quindi importante per l’immunità cellulo-mediata)  quindi partecipa alle reazioni
di ipersensibilità ritardata e alla formazione di granulomi
❖ Favorisce lo scambio isotipico verso le IgG piuttosto che IgE
❖ Aumenta l’espressione di MHCI e II (presentanti l’antigene)
❖ Differenziazione dei linfociti T citotossici

- TNF le cui funzioni sono:

❖ Reclutamento dei neutrofili e amplificazione dell’infiammazione

- IL- 10 le cui funzioni sono:

❖ Inibizione macrofagi
❖ Inibizione cellule dendridiche
❖ Inibizione TH1

2. Sottopopolazione TH2
Il cui differenziamento è indotto da: citochina IL-4 prodotta da mastociti, leucociti e Th2 stesse
in risposta a elminti o allergeni
Una volta differenziate producono:
- IL-4 le cui funzioni sono:

❖ Sviluppo della sottopopolazione TH2


❖ Favorisce lo scambio isotipico dei linfociti B verso IgE

- IL- 5 le cui funzioni sono:

❖ Stimolazione, attivazione degli eosinofili

- IL- 13 che insieme a IL-4:

❖ chemiotattico per gli eosinofili


❖ attivazione peristalsi intestinale
❖ produzione di muco a livello del tratto GI favorendo l’eliminazione dei microrganismi
❖ inibizione funzione macrofagiche

3. Sottopolazione TH17
Il cui differenziamento è indotto da citochine infiammatorie come IL-6 e IL-1
in risposta a infezione batteriche o fungine
Una volta differenziate producono:
- IL-17 (citochina infiammatoria) e IL-22 le cui funzioni sono:

❖ Indurre il reclutamento di leucociti, in particolare neutrofili, nel sito di infezione

Linfociti T regolatori CD4+


inibiscono l’attivazione e le funzioni effettrici degli altri linfociti e mantengono la tolleranza al self.
Necessitano per l’attivazione IL-2 e infatti esprimono il recettore CD25.
La loro funzione dipende dalla produzione di citochine inibitorie come IL-10 e TGF-beta che inibiscono:
- l’attivazione dei macrofagi
- l’attivazione delle cellule dendridiche
- l’espressione delle molecole costimolatorie e la differenziazione delle sottopopolazioni di linfociti Th

Citotossicità mediata dai linfociti T CD8+


La funzione effettrice primaria di tali linfociti è l’uccisione delle cellule bersaglio esprimenti l’antigene.
Ciò è diretto in particolare ai patogeni che penetrano e si replicano all’interno della cellula ospite, come i
virus, oppure verso le cellule alterate del self, come le cellule tumorali (purchè l’agente sia
opportunamente presentato).

Quando i CTL sono maturi, presentano al loro interno dei granuli che contengono perforina e grazimi
deputati all’uccisione delle cellule bersaglio.
Inoltre sono anche in grado di produrre INF-gamma che attiva i fagociti ed amplifica l’azione citolitica.

Fasi dell’uccisione della cellula bersaglio:


1. Fase di adesione e riconoscimento dell’antigene:
Anche la differenziazione dei linfociti T CD8+ richiede un doppio segnale:
- interazione tra MHCI presentante l’antigene e il recettore TCR
- intervento di molecole co-stimolatorie (CD8 e ICAM-1 e LFA-1) o citochine (INF-gamma fornito dai linfociti
TH1 che stimola la differenziazione di CTL)
2. Fase di attivazione dei CTL:
modificazione del citoscheletro con movimento dei granuli nei pressi della sinapsi con la cellula bersaglio
3. Fase di uccisione della cellula bersaglio:
Avviene in due modi:
- col primo, i granuli vengono rilasciati nello spazio sinaptico e le perforine (che presentano omologie di
sequenza con il componente C9 del complemento) formano dei pori sulla membrana della cellula
bersaglio. Mentre i grazimi penetrano nel citosol e attivano le caspasi inducendo la morte per
apoptosi
- il secondo metodo è mediato dal legame tra il ligando FASL espresso sui CTL e il suo recettore FAS
espresso sulla cellula bersaglio  morte per apoptosi
4. Distacco del CTL dalla cellula bersaglio
la cellula bersaglio muore, mentre CTL rimane intatto e può attaccare altre cellule bersaglio.

Citotossicità mediata dalle cellule NK


Mediano la risposta ADCC ossia di citotossicità cellulo-mediata anticorpo dipendente. Sono in grado di
distinguere le cellule infettate da quelle sane.
NON esprimono i recettori TCR per riconoscere l’antigene, ma la loro attività dipende dall’equilibrio tra
recettori attivatori e recettori inibitori.

• I recettori inibitori (KIR) riconoscono le proteine MHC I che sono espresse dalle cellule sane
complessate con proteine self.
I recettori inibitori posseggono un motivo strutturale detto ITIM che, una volta fosforilato, porta
all’attivazione di fosfatasi che rimuovono i gruppi fosfato dalle proteine e quindi bloccano la
trasmissione del segnale.

Se la cellula bersaglio esprime poco o non esprime affatto MHC I (condizione che si verifica nelle
cellule infettate da virus) i KIR non trasmettono il segnale inibitorio, permettendo alla cellula NK di
uccidere il bersaglio. In tal caso entrano in gioco:
• I recettori attivatori (CD16) portano all’uccisione della cellula bersaglio mediante: liberazione
perforine, grazimi e tramite il ligando FASL.

L’attività delle NK è potenziata da INF-gamma che a sua volta è un potente attivatore dei macrofagi.

MEMORIA IMMUNOLOGICA
Tutte le risposte immunitarie T-dipendenti stimolano i linfociti T e B di memoria, che consentono
all’organismo di combattere gli stessi patogeni per tutta la vita. Tale memoria immunologica è alla base delle
vaccinazioni.
Abbiamo due tipi di memoria:
- memoria centrale  linfociti che si trovano nella milza o linfonodi che si replicano ogni due settimane
circa anche in assenza del patogeno per tutta la vita
- memoria effettrice  cellule che mantengono costantemente le capacità funzionali (come plasmacellule
che secernono quantità basse di anticorpi)
La maggiore sopravvivenza di queste cellule dipende dalla maggiore espressione di proteine anti-
apoptotiche come Bcl-2 e Bcl-X e dalla presenza di citochine come IL-7 (per i linfociti T che esprimeranno
infatti i recettori IL-7R CD127).
Le risposte secondarie si attivano molto rapidamente e sono anche molto più intense.

I recettori per l’antigene dei linfociti T o B vengono prodotti durante la maturazione linfocitaria, e ciò avviene
nel midollo ossei per i linfociti B e nel timo per quanto riguarda i linfociti T.
L’enorme diversificazione recettoriale non richiede la presenza nel genoma di un numero corrispondente di
geni per i diversi TCR o BRC, ma si genera con un meccanismo detto RIARRANGIAMENTO GENICO.
In particolare, un numero limitato di segmenti genici si ricombina per generare le regioni variabili del BCR o
del TCR. E’ un processo mediato dall’enzima RICOMBINASI.

REAZIONI DI IPERSENSIBILITA’
In alcune circostanze, il sistema immunitario si attiva contro antigeni ambientali normalmente innocui o verso
antigeni tissutali endogeni. Nei soggetti sensibilizzati molecole normalmente non nocive possono stimolare
una risposta immunitaria e lo sviluppo di una risposta immunologica che genera una reazione infiammatoria
e un danno tissutale ogni qualvolta l’organismo viene a contatto con lo stesso antigene.
Nelle reazioni di tipo I e II e III sono coinvolti gli anticorpi, mentre quella di tipo IV è mediata da linfociti e
macrofagi.
In tutte le reazioni di ipersensibilità si susseguono 3 fasi:
1. Fase di sensibilizzazione: inizio della risposta immunitaria al primo contatto con l’antigene
2. Periodo di latenza: necessario per la selezione e lo sviluppo di linfociti effettori e di memoria
3. Scatenamento: reazione immunitaria tissutale, sintomatologica, determinata dai successivi contatti con lo
stesso antigene.

Reazioni di ipersensibilità di tipo I o reazioni anafilattiche


Si genera in risposta ad antigeni ambientali molto diffusi, detti allergeni, che causano la produzione di IgE
specifiche da parte di linfociti B. Dal momento che negli individui sensibilizzati le reazioni patologiche più
importanti compaiono dopo pochi minuti dall’esposizione all’antigene, questa reazione viene definita anche
come ipersensibilità ritardata. Gli individui predisposti alla produzione di IgE si dicono atopici e le
manifestazioni patologiche vengono definite allergie.
Negli individui atopici, il primo contatto con l’allergene, ovvero la fase di sensibilizzazione, è di solito
asintomatico. Gli antigeni, vengono catturati dalle cellule dendridiche che li elaborano per presentarli ai
linfociti T CD4+. Le cellule Th in risposta all’antigene si differenziano in cellule effettrici di tipo Th2. I Th2, a
loro volta
- mediante citochine quali IL-4, cooperano con i linfociti B specifici per lo stesso antigene e ne favoriscono
la differenziazione in cellule producenti IgE
- producono anche IL-5 che attiva gli eosinofili
- producono anche IL-13 che favorisce la produzione di IgE e stimola le cellule epiteliali a secernere muco
Le IgE specifiche si vanno quindi a posizionare principalmente nei tessuti dove si legano stabilmente ai
mastociti e basofili.
Ad ogni successivo contatto, l’allergene si lega alle IgE specifiche già attaccate a mastociti e basofili,
determinando l’aggregazione dei recettori che trasmettono alla cellula un segnale di attivazione. Il segnale di
attivazione porta la liberazione dei mediatori preformati, quali istamina ed enzimi proteolitici e la sintesi ex-
novo di mediatori secondari quali i derivati dell’acido arachidonico prima, e le chemochine poi. Questi
mediatori sono responsabili, rispettivamente, della sintomatologia iniziale rapida che segue il contatto con
l’allergene e gli eventi che portano alla risposta tardiva con accumulo di eosinofili, mastociti e linfociti.
L’istamina svolge diversi effetti tramite diversi tre tipi di recettori: H1, H2, H3 che hanno effetti diversi a
seconda del distretto anatomico interessato:
A livello delle vie aeree si osserva un’aumentata secrezione di muco con broncocostrizione
A livello circolatorio aumentano il flusso ematico e la permeabilità vasale con formazione di edema ed
infiammazione
A livello del tratto gastrointestinale si osserva aumentata peristalsi con vomito e diarrea.

Reazioni di ipersensibilità di tipo II


E’ la forma di reazione di ipersensibilità più diffusa in ambito medico; avviene infatti, per esempio, in caso
di trasfusioni di sangue non compatibile, allergie a farmaci (come la penicillina), ecc.. La penicillina, ad
esempio, si lega sulla superficie dei globuli rossi, formando dei nuovi determinanti antigenici, riconosciuti
come estranei dal sistema immunitario. I nuovi epitopi stimolano la formazione di IgG e IgM che, reagendo
con gli stessi epitopi, attivano il complemento e causano emolisi.
Nelle reazioni di ipersensibilità di tipo II, il danno è causato dal legame degli anticorpi alle cellule.
Generalmente le malattie causate dalle reazioni di ipersensibilità di secondo tipo sono dovute alla
produzione di auto-anticorpi, ovvero di Ig che legano antigeni dell’individuo (antigeni “self” ) presenti sulle
cellule o nelle componenti della matrice extracellulare. Più raramente si tratta di anticorpi verso antigeni dei
microbi che sono anche in grado di legare antigeni presenti nei tessuti della persona ammalata. Quando gli
auto-anticorpi si legano all’antigene presente sulle cellule si attivano differenti meccanismi patogenetici, cioè
meccanismi che portano a malattia portano a malattia.

E’ mediata dalle immunoglobuline IgG ed IgM, e può procedere per 4 meccanismi differenti:

1. lisi colloidosmotica: IgG lega il complemento nella sua prima frazione, C1q, attivando
successivamente tutte le componenti del complemento sino al MAC (complesso d’attacco alla
membrana), causando la lisi colloidosmotica della cellula avente l’antigene;

2. opsonizzazione: le IgG sono opsonine, e pertanto possono opsonizzare la cellula a cui è legato
l’antigene marcandola per la fagocitosi, ad opera dei neutrofili, che presentano il recettore CD13 per
le IgG;

3. meccanismo citotossico: oltre ai neutrofili, anche i linfociti NK posseggono il recettore CD13 per le
IgG; questi però non procedono per fagocitosi bensì per azione citotossica; è il meccanismo alla
base dell’eritroblastosi fetale, ovvero la morte intrauterina del feto causata dal sistema immunitario
della madre: se nella prima gravidanza la madre Rh- partorisce un figlio Rh+, può venire in contatto
con i suoi eritrociti, sviluppando anticorpi anti D (D è l’antigene Rh); le IgG sono le uniche
immunoglobuline in grado di passare attraverso la placenta, e pertanto saranno proprio le IgG
l’anticorpo specifico per l’antigene D di Rh. Per evitare tale evento nefasto nella successiva
gravidanza, è sufficiente iniettare anticorpi diretti contro gli anticorpi anti-D, in modo da distruggerli,
entro 72 ore dal primo parto. Questi ultimi vengono identificati mediante il test di Coombs diretto; una
volta distrutti non vi saranno complicazioni di questo tipo.

4. non citotossico: è un meccanismo di ipersensibilità particolare, diverso per certi aspetti dagli altri:
si formano anticorpi contro cellule, recettori o fattori fondamentali per diverse funzioni fisiologiche del
nostro organismo; per esempio, nella miastenia gravis (caratterizzata da grave debolezza
muscolare) abbiamo la distruzione dei recettori per il neurotrasmettitore acetilcolina, nel diabete di
tipo 1 abbiamo l’attacco dei recettori per l’insulina, nell’anemia perniciosa viene attaccato il fattore
intrinseco, un fattore gastrico che, legandosi alla vitamina B12, ne permette l’assorbimento in sede
intestinale.

Reazioni di ipersensibilità di tipo III o malattie da immunocomplessi


Un “immunocomplesso” è appunto un complesso formato da antigene (solubili) ed anticorpo
(preferenzialmente di classe IgG). E’ pertanto una struttura che si forma ordinariamente in condizioni
fisiologiche; ma sempre in condizioni fisiologiche, questi, terminato il loro compito, vengono distrutti. Pertanto
la reazione di ipersensibilità di 3° tipo si verificherà laddove non fosse possibile eliminare gli
immunocomplessi.

La principale via di eliminazione di un immunocomplesso consiste nella sua distruzione nel fegato ad opera
dei macrofagi di Kuppfer; infatti nel circolo l’immunocomplesso viene opsonizzato dal complemento, in
particolare da C3, quindi legato dagli eritrociti, che possiedono CR1, il recettore per C3; da questi verrà
veicolato sino al fegato, dove verrà distrutto. L’eliminazione da parte dei macrofagi avviene grazie al
recettore per il frammento Fc delle immunoglobuline espressi su di esso.

Sono diverse le condizioni che possono portare ad un accumulo di immunocomplessi conseguente ad una
loro non sufficiente distruzione: riduzione del complemento disponibile, perdita dei recettori CR1 per C3, ma
soprattutto nelle malattie autoimmuni: in questo caso infatti, essendo l’antigene “self”, verrà prodotto un
numero esageratamente alto di immunocomplessi.

Le immunoglobuline coinvolte sono IgM, IgA e soprattutto IgG; le IgG infatti sono in grado di attivare il
complemento, sino alla produzione delle anafilotossine C3a, C4a e C5a, a seguito del taglio delle
corrispettive componenti del complemento, ossia C3, C4 e C5. Queste anafilotossine
causano degranulazione dei mastociti che, consecutivamente, libereranno il loro contenuto: questi mediatori,
principalmente l’istamina, aumentano la permeabilità endoteliale, e pertanto gli immunocomplessi saranno in
grado di fuoriuscire dai vasi ed invadere altri distretti del nostro organismo e generare una risposta
infiammatoria acuta.

Gli immunocomplessi “migranti” possono depositarsi in luoghi dove le cellule dell’immunità non possono
agire in maniera ottimale: un esempio è il glomerulo renale. In porzioni così ristrette, la fagocitosi non è
possibile, ma il fagocita, dovendo in qualche modo eliminare la causa dell’infiammazione, agisce liberando il
contenuto dei granuli per esocitosi; questo meccanismo che in un certo senso potremmo definire “disperato”
è detto infatti fagocitosi frustrata, o fagocitosi inversa. Come conseguenza avremo danneggiamento dei
tessuti.

Reazioni di ipersensibilità di 3° tipo a livello glomerulare si hanno si hanno soprattutto in seguito ad infezioni
streptococciche, che causano glomerulonefrite; questa patologia solitamente è acuta ma può degenerare in
cronica causando danno irreversibile al rene.

Alcune caratteristiche degli immunocomplessi contribuiscono alla loro patogenicità:

• la grandezza: tanto più l’immunocomplesso è piccolo tanto più facilmente potrà insinuarsi in porzioni
ristrette;

• la carica elettrica: la carica influenza l’ingombro sterico dell’immunocomplesso;

• pressione idrostatica e fattori emodinamici vascolari: biforcazioni o curvature del circolo sono
caratterizzate da una maggiore pressione idrostatica, che tenderà a spingere gli immunocomplessi
contro l’endotelio, causando un accumulo che può divenire “fuoriuscita” laddove subentrino fattori
che aumentano la permeabilità endoteliale, come abbiamo visto prima.

Tra le patologie più comuni, che annoverano come meccanismo patogenetico la reazione di ipersensibilità di
3° tipo, abbiamo l’artrite reumatoide: in questa patologia abbiamo infatti la deposizione degli
immunocomplessi non solo a livello articolare, ma anche vascolare, cardiaco. Altre patologie che ricordiamo
sono il lupus eritematoso, la lebbra, la malaria,l’epatite.

Reazioni di ipersensibilità di tipo IV o ipersensibilità ritardata


E’ una reazione di ipersensibilità non mediata da anticorpi, bensì da cellule, in particolare linfociti T helper
Th1, ed in alcuni casi anche linfociti T citotossici.

Ricordiamo brevemente il ruolo dei linfociti Th1: mentre i Th2 liberando IL-4, IL-5 ed IL-6 agiscono
principalmente sui linfociti B e sui macrofagi, i linfociti Th1 liberando IL-2, IFN-gamma, TNF-alfa ed IL-12
agiscono attivando fagocitosi e citotossicità.

Le reazioni di ipersensibilità di tipo IV sono conosciute anche col nome di ipersensibilità ritardata, in quanto
sono reazioni che si manifestano solo due o tre giorni dopo l’introduzione dell’antigene che scatena la
reazione. Questo ritardo le differenzia nettamente dalle reazioni di ipersensibilità immediata o di tipo I, che si
manifestano pochi minuti dall’arrivo dell’antigene. Il ritardo nasce dal fatto che le reazioni di ipersensibilità
ritardata sono mediate dai linfociti T, e non dagli anticorpi, come invece quelle di tipo I. Le reazioni di
ipersensibilità d ritardata si manifestano verso numerosi antigeni capaci di attivare i linfociti T CD4 + o CD8+.
La reazione è dovuta ad un forte infiltrato linfocitario e ad edema nella zona in cui è arrivato l’antigene
scatenante. Molte reazioni di ipersensibilità ritardata dipendono dalla presenza in circolo di linfociti T
autoreattivi. I meccanismi che portano al danno tissutale sono gli stessi utilizzati dai linfociti T per eliminare i
microbi che si localizzano dentro le cellule. L’attivazione dei linfociti CD4+ porta al rilascio di citochine che
attivano un’infiammazione locale e attivano i macrofagi che, insieme agli altri leucociti richiamati nel sito
infiammatorio, causano il danno dei tessuti. Nel caso in cui si attivino anche i linfociti CD8+, il danno tissutale
diventa più marcato perchè all’azione dei linfociti CD4+ si associa l’attività litica dei linfociti CD8+. In
numerose malattie in cui vengono attivate reazioni di ipersensibilità ritardata sono attivati
contemporaneamente sia i linfociti T CD4+ sia i linfociti CD8+.
Le reazioni di ipersensibilità ritardata possono essere passate da un individuo all’altro trasferendo i linfociti T
.

Le reazioni di ipersensibilità ritardata sono anche responsabili del rigetto dei tessuti trapiantati,
dell’eliminazione delle cellule che invecchiano, delle cellule mutate e delle cellule tumorali.

Le reazioni DTH sono solitamente associate ad infiammazione cronica.

Esistono 3 tipi di reazione di ipersensibilità di 4° tipo: reazione granulomatosa, reazione alla tubercolina,
reazione da contatto.

REAZIONE ALLA TUBERCOLINA

La tubercolina è un prodotto batterico che porta alla formazione di un granuloma tubercolare. In occasione di
una prima esposizione al micobatterio tubercolare l’antigene viene processato, e tramite MHC II viene
presentato ai linfociti helper, che si differenziano in Th1 e TH17; questi proliferano, liberano le loro citochine,
e si crea un pool di linfociti T CD4+ memoria per questo antigene. Una volta sensibilizzato, l’organismo
risponderà ad un secondo incontro con quell’antigene con una risposta immunitaria: l’antigene captato viene
legato da MHC II e presentato ai linfociti memoria che porteranno all’espansione clonale di quei linfociti Th1
specifici per la tubercolina. Queste interagiscono con l’antigene espresso sulla superficie delle APC, si
attivano ed iniziano a produrre citochine di tipo TH1, quali INF-gamma, IL-2, IL-12 e TNF alpha che
partecipano alla reazione facilitando la proliferazione, l’attivazione e la migrazione dei linfociti T effettori e dei
macrofagi.
I linfociti TH17 producono IL-17 che stimola il reclutamento dei neutrofili e anche la produzione di INF-
gamma che contribuisce all’attivazione dei macrofagi citotossici. Ne deriva quindi un danno tissutale indotto
dalla secrezione di prodotti di secrezione (lisosomi ecc) da parte di neutrofili e macrofagi.

In alcuni casi sono presenti anche cellule citotossiche CD8+.

Test per verificare l’eventuale sensibilizzazione alla Tubercolina: viene somministrata tubercolina; non caso
negativo non abbiamo conseguenze; in caso positivo, invece, dopo 8-12 ore, nel sito d’iniezione comparirà
eritema ed una tumefazione dura, che dopo 24-72 ore tenderà a regredire.

REAZIONE DA CONTATTO

E’ una reazione piuttosto violenta, che fortunatamente ha andamento transitorio, in quanto tra le varie
sostanze che si andranno a liberare ci sono anche inibitori, come prostaglandine, che bloccano la
liberazione di IL-2.

Nasce in seguito alla captazione di un antigene a livello cutaneo; spesso alcune sostanze non hanno
carattere antigenico, come alcuni metalli; ma, penetrando nella cute possono legarsi a proteine, acquisendo
carattere allergenico.

Questi allergeni vengono captati dalle cellule di Langherans, APC di tipo macrofagico presenti a livello
dell’epidermide, in grado di migrare dal sistema linfatico sino ai linfonodi, dove presenteranno l’antigene
processato e legato a MHC di classe II ai linfociti T helper. Questi si differenzieranno in Th1, libereranno le
loro citochine, morendo, e si formerà un pool di linfociti memoria.

Al secondo incontro con quell’antigene avverrà la reazione immunitaria, causata dalla liberazione di una
grande quantità di mediatori chimici. Ad ogni successivo contatto con l’antigene si avranno reazioni sempre
più gravi

Sono presenti non solo linfociti CD4, ma anche CD8+.

REAZIONE GRANULOMATOSA
Nel caso in cui si abbia persistenza dell’antigene perché di difficile eliminazione, la risposta macrofagica e
linfocitaria si evolve e porta alla formazione di granulomi con una infiammazione cronica: IFN-gamma e TNF-
alfa agiscono attivando i macrofagi ed inducendoli a differenziarsi verso cellule epitelioidi e cellule giganti.

PS : VEDI PARTE INIZIALE E FUNZIONI EFFETTRICI ANTICORPI