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COMUNITA' E SICUREZZA

1) INTRODUZIONE
La comunità assume il compito di garantire la sicurezza. Quest'ultima racchiude in sé
l'idea della cura. “è la cura, non l'interesse alla base della comunità. La comunità è
determinata dalla cura. Non ci potrebbe essere l'una senza l'altra.”
Non vi è comunità se non attraverso la realizzazione della sicurezza e quest'ultima non si
dà se non nella forma dell'essere con. La coessenzialità costituisce un obiettivo, cui
asintoticamente si rivolge.
Si analizzerà quindi il movimento che conduce dalla sicurezza alla comunità e dalla
comunità alla sicurezza intesa come cura.
L'idea di sicurezza ha una duplice valenza:
viene concepita come istanza imprescindibile, come finalità prima e essenziale per
il diritto
come possibilità di essere realizzata compiutamente
La seconda direzione conduce alla sicurezza intesa come se-curare, farsi quindi carico del
sé concepito come universale.
Il concetto di sicurezza obbliga, da una parte a confrontarsi con ciò che la rende possibile
o ne impedisce la realizzazione (rischio e paura), dall'altra la comunità obbliga a
interrogare la modalità con la quale si passa dal molteplice all'unità.
L'analisi si proietta quindi sul piano delle strategie difensive: la comunità sicura si rischia
nello spettro di possibilità a cui l'altro da sé espone.
Si svolge quindi un percorso intorno a tre termini: comunità, sicurezza e cura. Essi si
completano in una formulazione: la comunità si-cura.
Si tratta quindi di un'analisi che può essere considerata circolare e che lega l'analisi della
sicurezza, al modo con il quale si concepisce la comunità e l'analisi della comunità proprio
a partire dall'esigenza di sicurezza.
Comunità e sicurezza devono quindi essere considerati come due luoghi, due spazi di
riflessione che si intersecano secondo una modalità scandita dall'idea di crisi.
La crisi contemporanea è in effetti crisi di un modello, quello della modernità che
rintracciava come suo fondamento un ethos condiviso.
In questo discorso si seguirà la linea argomentativa seguita dai Lumi, nella convinzione
che il paradigma della modernità, conservi al suo interno strumenti concettuali che
sembrano non aver del tutto esaurito la propria capacità regolativa.
La crisi della comunità sembra quindi essere crisi dell'autorità. La comunità è divenuta
difficile e questa difficoltà investe sia i principi, attorno ai quali edificare la costruzione di un
soggetto collettivo, ma anche le modalità tramite le quali organizzare le relazioni all'interno
di esso.
Il potere diffuso ha in effetti determinato la frammentazione delle rappresentazioni della
socialità, dissipando il senso stesso della comunità e favorendo il sorgere di singolarità in
comune.
Le politiche securitarie si dispongono a partire dalla identificazione dicotomica di un
interno e di un esterno. Le strategie difensive sembrano esaurire il piano securitario ma si
rivelano inefficienti. Esse con il loro fallimento conducono ad un ulteriore irrigidimento e a
un ulteriore restringimento della libertà dei singoli.
L'insicurezza contemporanea è infatti la conseguenza di una promessa non mantenuta: il
connubio tra gli ideali di libertà e democrazia hanno diffuso aspettative generalizzate di
inclusione e protezione, diffettate però dall'impossibilità di garantire lo stesso livello di
qualità di vita.
Tale prospettive aprono ad una nuova rappresentazione della problematicità della
sicurezza, si stagliano sullo sfondo degli ideali rivoluzionari. In particolare il principio di
fraternità, accantonato troppo frettolosamente è invece capace, nel cordinarsi con gli altri
due poli ( libertà e uguaglianza), di definire i confini morali di una società.
Si può quindi partire con l'analisi della sicurezza a partire dall'analisi della dimensione del
rischio. Viviamo indubbiamente nella società del rischio, che indica una precipua modalità
di rappresentazione e comprensione della realtà e della condizione che si sperimenta.
Il rischio rappresenta un preciso modo di intendere la conoscenza e impone una specifica
rappresentazione della temporalità. L'ipotesi del rischio sottrae il futuro all'ordine della
possibilità. Ciò che è nell'ordine dell'imprevedibile assume la forma di una previsione, ma
rimane ontologicamente inattendibile: esiste e persiste nella misura in cui è ritenuto reale,
quindi presente.
La percezione dei rischi trova la sua scaturigine nella condizione emotiva della paura. I
rischi si moltiplicano al diffondersi della paura ed è proprio quest'ultima a rendere i rischi
presunti, presenti.
Occorre allora comprendere e analizzare le modalità tramite le quali la paura opera nella
sfera relazionale.
La difficoltà epistemologica di esaurire il contenuto di senso del concetto di rischio, spinge
a interrogare le ragioni della sua imperante presenza. La condizione di insicurezza,
determinata dalle rappresentazioni dei rischi, può essere considerata come epifenomeno
della crisi del paradigma della modernità. Il termine paura non si connota quindi solo in
termini negativi, ma si rivela un sentimento neutro, che può implicare una chiusura delle
relazioni ma può anche spingere a riappropriarsi dei sistemi e degli strumenti decisionali,
traducendo così perfettamente il concetto di stasi: la paura blocca, impedisce l'agire.
La paura allora, intesa come fondamento per un agire protetto, apre alla questione della
cura.
La comunità è infatti tale solo nella misura in cui si-cura.
Secondo la tesi di Heidegger non possiamo immaginare un'esistenza che non sia un
essere con.
La relazione immunità-comunità rivede allora la paura come luogo teorico in cui si
raccolgono le istanze securitarie che divengono immunizzanti, cioè propriamente vie
tramite le quali procedere all'identificazione.
La reazione immunitaria provvede allora a situare il corpo sociale rispetto a ciò che gli è
esterno e che costituisce una minaccia alla sua integrità.
La cura quindi risponde ad una necessità etica in quanto connota il rapporto che si
istituisce tra i soggetti della comunità.
2) RISCHIO
La questione della sicurezza si sviluppa principalmente attraverso l'identificazione delle
ipotesi di rischio che devono essere neutralizzate, disinnescate, escluse.
L'elaborazione delle ipotesi di rischio obbliga a riformulare il concetto stesso di razionalità.
Se da una parte si può definire la società contemporanea come “società del rischio”,
dall'altra è nel passaggio da reale e possibile che il rischio traduce la conoscenza.
Il modo stesso di concepire i saperi trova con i rischio una sfida che ne pone in questione i
concetti fondamentali.
Lo stato,il soggetto, la previsione normativa, devono essere riformulati e il fenomeno dei
rischi diviene chiave interpretativa dei nostri mondi sociali.
Interrogare il concetto di rischio può rappresentare in questo senso un'occasione per
ripensare i termini del moderno.
La razionalità moderna sembra incapace di soddisfare le esigenze conoscitive che
potrebbe dominare.
Tuttavia sembra ancora possibile recuperare nel lessico e nella formalizzazione della
modernità strumenti concettuali che non sembrano aver esaurito la loro capacità di
disegnare efficaciemente i tratti di una socialità pacifica.
Questa seconda modernità può in effetti riappropriarsi dei termini della prima, declinandoli
entro un quadro di senso che è variato.
Se in effetti la condizione attuale si caratterizza per la sua precarietà, occorre identificare
ciò che possa riconferire stabilità al sistema.
Si recupera l'idea di universalità che proprio la modernità ha riformulato e posto alla base
del modello sociale.
LA DIMENSIONE ONTICA DEL RISCHIO
il rischio è la sfera del possibile. Esso indica un evento dannoso che seppure non si è
ancora manifestato, costituisce una minaccia che si presume incombente e da cui occorre
difendersi. Implica così sia l'agire sia l'inazione.
Il concetto di rischia si trova generalmente opposto a quello di sicurezza. La presenza dei
rischi mina infatti la possibilità della sicurezza.
Occorre quindi identificare i tipi di pericoli futuri.
La prima dimensione problematica di tale attività rinvia proprio alla sua dimensione
gnoseologica in quanto si traduce nell'ordine della profezia. L'ansia per il futuro costituisce
la base simbolica su cui fondare i rapporti con l'altro. Con la modernità questa forma di
cognizione viene elaborata e riportata alle ipotesi di rischio. Esso corrisponde così allo
sguardo profetico della ragione. In questa possibilità di dire il futuro si rintraccia la garanzia
della realizzazione del rischio.
La sicurezza corrisponde dunque alla capacità di esaurire il futuro, trasformando il futuro
anticipato in un impossibile avvenire.
Proprio a causa della sua specificità ontica il rischio rene la sicurezza un obbiettivo a cui la
conoscenza può rivolgersi solo asintoticamente.
Il concetto di rischio trova nelle sue elaborazioni della modernità un primo piano che
testimonia la precipua struttura della razionalità.
Al suo apparire questo termine indicava il rapporto con la natura. Il rischio indicava quindi
la presenza di un pericolo oggettivo. Con la modernità però la natura viene ricondotta
entro le forme della conoscenza razionale, si nutre quindi la possibilità che possa essere
dominata dalla ragione, che sia possibile quindi razionalmente determinare ogni cosa,
il rischio diviene quindi espressione della capacità razionale di prevedere.
I concetti di pericolo e rischio si differenziano quindi entro lo spazio della possibilità: se il
pericolo rinvia alla presenza di una minaccia incombente che si rivela nel momento in cui
si realizza, il rischio indica invece la potenzialità di quella minaccia.
Il pericolo e il rischio sono quindi uno negazione dell'altro.
Il rischio proviene da una decisione e si manifesta come tale. Il rischio traduce e indica
l'agire che è in grado di escluderla.
L'orizzonte di comprensione del rischio è propriamente quindi quello della decisione: sono
le decisioni prese nel presente che possono determinare un certo andamento nel futuro.
Luhmann afferma che il principio di distinzione tra il concetto di rischio e e il concetto di
pericolo può essere rintracciato nella decisione: si riscontra un'ipotesi di rischio quando vi
sia incertezza sull'accadere di danni futuri in conseguenza di un certo aire dell'uomo.
Il futuro anticipato diviene quindi la materia su cui si sostanziano le scelte collettive, su cui
si perviene alla concrezione di decisioni che vincolano le relazioni sociali.
Rischio e incertezza divengono dunque concetti equivalenti.
La forma anticipata che l'ipotesi del rischio traduce è pertanto il futuro auto prodotto (ciò
che si determina come conseguenza di un determinato agire).
La dimensione funzionale di questa impostazione non cela però le sue problematicità: si
determina infatti un agire sulla base di potenzialità e pericoli ancora inespressi. Si assume
che del futuro si possa avere una determinata cognizione.
L'imprevedibilità diviene allora una forma di conoscenza possibile ma inesprimibile. In
questo senso il rischio rimane in sé gnoseologicamente una finzione.
La peculiarità dell'ipotesi del rischio si rintraccia in una duplice impossibilità: il rischio non
avviene, non ha un luogo o uno spazio determinati. La sua dimensione spaziale, così
come quella temporale, dipendono e discendono dalla credenza nella sua realtà, si
pongono nel come se.
La distinzione essenziale tra il pericolo e il rischio si colloca propriamente nello scarto tra
la presenza in atto di una minaccia e la sua presenza in potenza che occorre negare.
Il rischio è quindi espressione di un'attesa. È la presenza di un'assenza, un non sapere, ad
articolare la semantica del rischio. Esso trova la sua ragion d'essere nel non-ancora. È la
possibilità da negare, la possibilità che la ragione può escludere o neutralizzare.
Nel momento in cui si avvera in rischio diviene altro da sé, pericolo, catastrofe.
Il rischio è in quanto può diventare altro da sé, cioè minaccia concreta, pericolo attuale.
Nella sua dimensione ontica risiede dunque la possibilità dell'essere e la sua negazione. In
questa differenza ontica sorge e si crea lo spazio per la sua esistenza.
Nel suo fondamento bisogna quindi identificare la coesistenza di essere e non essere, di
realtà e irrealtà.
Il fine ultimo del rischio consiste nella capacità di poter fare in modo che non avvenga.
Beck dice: “ ma perché una scienza e una disciplina dovrebbero occuparsi di qualcosa che
non c'è affatto? A questa domanda c'è una convincente risposta sociologica: perché la
sicurezza è il primato della società moderna, che non viene cancellato dal non sapere, ma
viene al contrario da esso attivato e dominato”.
La difficoltà del rischio risiede nell'impossibilità di coglierlo nella sua attualità, sebbene
questa sia l'unica forma possibile.
Ciò che è presente è questo non saputo che si rappresenta, si rende presente nel
presente come una possibilità negata, una possibilità che non si do. Il rischio si scrive
quindi entro il piano di irrealtà.
Questa dimensione del non ancora, della non presenza presente , assurge allo statuto di
conoscenza del presente sebbene si concettualizzi generalmente come la forma della
non-conoscenza.
Beck in questo senso parla di un sapere del non sapere.
Il modo di questo sapere-non saputo consiste nell'elaborazione di criteri e calcoli.
Bisogna quindi da una parte definire la razionalità, e dall'altra interrogare la questione
dell'elaborazione del sapere. Si introduce così la riflessione del rischio entro una precipua
rappresentazione del potere.
LA RIFORMULAZIONE DEL CONCETTO MODERNO DI RAZIONALITA'
l'indagine che intenda interrogare il concetto di rischio sembra iscriversi necessariamente
entro una rappresentazione temporale. Il rischio esprime necessariamente un'articolazione
tra presente e futuro poiché rende presente il futuro. Esprime nel presente le potenzialità
di un certo futuro.
Questa anticipazione temporale pretende di prevedere un futuro al fine precipuo di
renderlo impossibile, al fine di disinnescare la potenzialità negativa. Il rischio rende il futuro
decidibile nel presente.
Non vi è alcuna certezza però nella formulazione dei rischi: essi esprimono una struttura
paradossale che rende presente ciò che non è ancora nell'ordine della presenza.
Questa struttura paradossale risponde ad un'esigenza pratica:permette anche di fronte a
lacune epistemologiche di regolare le relazionalità intersoggettive.
È dunque nella natura finzionale che si rivela la dimensione aporetica del concetto di
rischio. La pretesa di anticipare il futuro non può che essere aporetica nella misura in cui
ciò che si definisce futuro non è che l'espressione di qualcosa che non si sa.
La presentificazione del futuro non può che generare la sua negazione. In tal modo si
arriva a negare il senso stesso delle distinzioni: passato presente e futuro convergono in
un'unica forma, per cui non si avrà che un passato-presente e un futuro-presente. Ma
private della distinzione queste categorie divengono prive di senso.
La riflessione dei Lumi considera passato e futuro come concetti appropriabili dalla
ragione, come unità di senso che esprimono la verità della conoscenza: passato e futuro
sono oggetti della conoscenza. La rappresentazione data dai Lumi si attua sul dominio del
tempo: il tempo può cioè essere dominato attraverso l'esercizio della ragione.
La temporalità diviene principio spiegazionale della conoscenza. Tutto è determinato: ciò
che occorre fare è soltanto esercitare la ragione al fine di intelligere le relazioni causali tra
gli eventi.
Ad ogni causa corrisponde un effetto o una serie di effetti che sono riconducibili alla
previsione.
L'ordine temporale determina il senso, esaurisce lo spazio di senso che viene indagato. In
questo senso viene meno la distinzione tra sapere e non-sapere poiché tutto può
progressivamente essere oggetto di sapere.
Con il rischio la concezione del progresso trova una sua applicazione concreta. Nell'800 il
concetto di rischio si elabora a partire dalla presupposizione che le forme di
indeterminatezza che traduce e identifica siano assoggettabili al calcolo razionale.
L'aspettativa di conoscenza è direttamente proporzionale all'esclusione delle incertezze.
L'incognita che il futuro rappresenta sarebbe sempre meno misteriosa.
Il dominio sul tempo determina la capacità di eludere e superare le diverse minacce che
incombono sull'esistenza umana.
La rappresentazione di matrice weberiana che vedrebbe nella conoscenza la diminuzione
dei rischi si contrappone al dato esperienziale contemporaneo che rivela una costante
crescita dei rischi. Per sciogliere questo paradosso ocorre interrogare la possibilità di tale
capacità di previsione, occorre cioè indagare il paradigma della temporalità. Esso trova il
suo fondamento nella tecnica che esprime l'agire della ragione esercitato entro una
struttura temporale. Essa consiste nella predisposizione di strumenti che consentono di
organizzare la conoscenza secondo un principio deterministico.
In realtà non vi è il tempo al principio della conoscenza: non è la causa a disporre il
ragionamento bensì il risultato a implicare le sue cause. È cioè solo il tempo finito che
consente l'indagine sul senso.
La modalità del ragionamento consiste nello sviluppare un'articolazione dive il logico
accerta un prima temporale in una determinazione che un prima logico implica.
La tecnica ha ampliato le possibilità conoscitive, arrecando una variazione nell'ordine
rappresentativo delle stesse, che non sembrano più riconducibili e riducibili entro la figura
della totalità. Sembrano piuttosto corrispondere a un'apertura infinita e incerta.
La tecnica ha fagocitato e ha dissipato la possibilità stessa della sicurezza.
Se dunque i processi e i procedimenti tecnico-scientifici hanno tradotto in primo luogo
questa idea che con la ragione si possa dominare il tempo, essi hanno altresì finito con il
rendere precarie le conoscenze raggiunte.
L'impegno cognitivo diviene quello di intervenire sull'ordine del possibile per ricondurlo
entro uno spazio dominato dalla ragione. È in questi termini che si apre la riflessione della
post-modernità. Si ritiene cioè che l'intervento delle pratiche tecniche abbia prodotto una
variazione essenziale al concetto di razionalità che non può essere spiegata e ricondotta
entro la grammatica della modernità. Si ritiene che il moderno abbia esaurito la sua
capacità spiegazionale attraverso gli istituti e le forme del sapere proprie. In quest'ottica si
afferma il postmoderno come espressione del conflitto di valori che ne decreta in qualche
modo la fine.
La struttura temporale attraverso la quale si concepisce il rischio perde quindi la sua
aderenza e determina una variazione in ordine alla modalità con la quale si rappresenta la
socialità. Si afferma la rappresentazione della socialità come determinata dal rischio; la
società del rischio (di Beck) rintraccia al centro della sua struttura una variazione in ordine
alla modalità con la quale si concepiscono la razionalità e la conoscenza.. il concetto
stesso di rischio diviene il principio ermeneutico che consente di accedere alla
comprensione delle modalità con le quali si concepisce la relazionalità tra gli individui e il
mondo. Il solo modo per accedere all'ordine del naturale diviene da un'impostazione
culturale. I rischi non indicano più il rapporto con il futuro, con la natura delle cose ma
corrispondono ad una costruzione, un artificio tramite il quale si organizzano e si pongono
le scelte individuali e collettive.
La scienza ha quindi perso la sua qualità di indagine neutrale e oggettiva. Il paradigma
scientifico cambia e da una visione acritica che si pretende oggettiva e certa passa ad
un'impostazione che perde tale neutralità. La scienza appare quindi indispensabile ma
insufficiente.
Il rischio diviene una questione della collettività. I rischi diventano cioè globali. Essi
impongono una nuova politica dell'incertezza e costringono a distinguere tra
l'incontrollabilità di principio e di fatto.
La caratteristica fondamentale di questa nuova forma di rischi è la delocalizzazione
(incombono su tutti e ovunque senza limiti di spazio e tempo). La modalità di relazione con
questa specifica forma di rischi è allora quella della permanenza.
La questione stessa della conoscenza è così declinata entro la prospettiva del potere e
pone in questo senso drammaticamente la questione delle strutture dei percorsi
decisionali.
Occorre pertanto ri-centrare l'indagine cognitiva assumendo come premessa la possibilità
di identificare uno spazio di senso condiviso. L'evoluzione del paradigma
tecnico-scientifico ha posto al centro dell'elaborazione teorica e pratica l'imprescindibilità
della dimensione morale che però deve essere rifondata e riformulata.
IL RISCHIO NELLA RELAZIONE TRA SAPERE E POTERE
La possibilità della sicurezza sarebbe inversamente proporzionale alla conoscenza e si
giungerebbe al paradosso per cui conoscere sarebbe il pericolo da evitare.
Il futuro viene visto come una minaccia. Questo costituisce la base della situazione di crisi
che investe e riguarda in primis gli strumenti cognitivi stessi e la relazione con la
conoscenza.
L'incertezza proverrebbe dall'incapacità di rintracciare nelle conoscenze che elaboriamo
degli approdi: ogni intrapresa conoscitiva tradurrebbe quindi sia il procedere che l'errore.
L'idea di Beck per la quale l'ordine conoscitivo è al principio del venire in essere dei rischi
sollecita anche un altro profilo di indagine.
Consente di interrogare i diversi approcci che si occupano del modo con il quale la
percezione del rischio si pone. Il sapere che considera e che interroga i rischi è la fonte
che ne determina il venire in essere.
L'affermazione che pone alla sorgente dei rischi non più la natura ma la conoscenza,
implica e determina una sostanziale variazione nello statuto ontico di questo stesso
concetto.
Si mette in discussione la scienza che indaga il fenomeno dei rischi a partire da una
proiezione entro un quadro analitico: si riformula l'assunto per il quale i rischi possono
essere analizzati come dei dati e definiti attraverso strumenti oggettivi.
Si abbandona la prospettiva per la quale il rischio corrisponderebbe al prodotto delle
probabilità e delle conseguenze del verificarsi di un certo evento poiché questa
elaborazione esprimerebbe una logica causale che rimanderebbe ad una temporalità
impossibile.
Queste considerazioni conserverebbero il carattere neutrale che il sapere scientifico
intende tradurre.
L'impostazione causale traduce infatti una temporalità in sé impossibile.
La necessarietà che si riscontra è sempre e solo nell'ordine del costituito, in quanto tale è
arbitraria tautologica e per nulla oggettiva.
La conseguenza si afferma nel dato esperimentale per cui gli esperti non possono che
fornire valutazioni ai rischi del tutto parziali: in ciò si insinua la possibilità dell'assenza di
accordo sulla rappresentazione dei rischi.
Il rischio non è dunque un oggetto.
Esso è l'attesa, copre lo spazio di senso che l'evento implica. Esso ha a che fare con il
non accedere di qualcosa. L'impossibilità dell'osservazione dei rischi dipende da questa
congenita irriducibilità all'oggettificazione.
Non può quindi esserci ontologia del rischio: essi non esistono per sé, come le cose. Essi
sono conflitti sui rischi. La dimensione conflittuale dipende dall'impossibilità di esaurire con
certezza l'analisi.
Il fuoco di quest'ultima deve allora spostarsi sulle modalità con le quali si procede alla
costruzione di queste ipotesi. La rappresentazione dei rischi ne mostra i limiti ( uno
principalmente che corrisponde al futuro predetto. Ciò implica che la sua realtà sia
puramente narrativa.
L'unico modo per articolare una riflessione sui rischi consiste nell'organizzarli in un
discorso. Il divenire reale del rischio si pone sul piano narrativo : si può evocare la realtà
del rischio solo quando quest'ultimo entra nell'ordine del discorso. La realtà del rischio
rimane collegata in via esclusiva nell'ordine della possibilità. In altri termini il rischio è frutto
dell'immaginazione.
Occorre infatti che la rappresentazione che li pone in essere sia percepita come reale,
come realmente presente.
Lo statuto di verità del rischio può essere allora rintracciato limitatamente alla dimensione
discorsiva. Dunque si lega all'area della dimensione percettiva. Si può affermare pertanto
che esita solo il rischio creduto. Il rischio dipende dalla capacità della sua
rappresentazione di essere accettata come possibile.
La previsione della catastrofe determina l'agire nella misura in cui si diffonda la
convinzione del suo potenziale accadere.
Non sembra in nessun modo possibile determinare a priori quali siano i caratteri, i tratti di
u rischio che possa essere creduto. Avviene così che anche di fronte ad un ordine
probabilistico molto alto, un certo evento o una certa situazione non siano considerati
rischiosi e per contro avviene che si catalizzi l'attenzione su eventi e situazioni il cui
accadimento è n realtà particolarmente improbabile.
Leon Festinger chiama questo fenomeno dissonanza cognitiva =si possono costruire
rappresentazioni totalmente avulse dalla realtà che tuttavia divengono premessa per
l'agire nel reale.
Tale fenomeno poggia la sua consistenza nella natura stessa del rischio: questo infatti
dipende da un atteggiamento selettivo che fa prevalere talune rappresentazioni sulle altre.
Si impegna quindi l'attenzione su alcuni rischi che si impongono nell'immaginario collettivo
come potenziali. Avviene così che la percezione dei rischi vari nel tempo. Non vi può
essere una valutazione oggettiva e preordinata rispetto alle ipotesi di rischio che saranno
riconosciute come tali. I rischi sono in quanto tali, sempre già calati entro un orizzonte di
senso precipuo che li determina.
Ciò che quindi non si può dire in anticipo è dove si collochi la soglia che fa passare dal
piano dell'immaginazione al piano dell'immaginazione creduta.
La condizione di insicurezza congenita alla socialità stessa indica che il rischio stesso non
sia altro che il risultato di una costruzione sociale: il rischio è un prodotto culturale.
È in effetti l'approccio stesso dell'indagine cognitiva che scorge i rischi a essere mediato
culturalmente, cosicchè la conoscenza che ne deriva non potrà che essere essa stessa
socialmente e culturalmente mediata.
Ciò che percepiamo come pericoloso si pone attraverso la combinatoria di due elementi:
la dimensione percettiva, o la fede nell'esistenza (nella consistenza dell'attualità del
pericolo)
la rappresentazione secondo l'ordine della narrazione.
Il rischio trova nella sua dimensione culturale il suo orizzonte di senso, nella misura in cui
è la dimensione culturale a influenzare e determinare la modalità stessa con la quale si
procede all'identificazione dei rischi.
Tale prospettiva è definita come teoria culturale del rischio. È quindi l'insieme dei valori e
dei principi a rendere rilevanti le ipotesi di rischio.
La credenza dell'esistenza del rischio dipende dal modo con il quale i rischi vengono
percepiti e riconosciuti collettivamente.
L'oggettività del rischio è il prodotto della sua percezione.
L'ontologia del rischio può essere rintracciata solo nello scarto differenziale tra la realtà e
la sua rappresentazione.
Il potere della rappresentazione dei rischi si disloca su più piani: parte da quello scientifico
e si propaga per più piani non sempre prevedibili.
La potenza del rischio dipende quindi dalla credenza condivisa sulla sua esistenza. Gli
strumenti di difesa rinviano a una percezione, tutta culturale che diviene quindi vincolante.
Il determinarsi e la comprensione di ciò che qualifichiamo come rischio, risponde a quella
specifica formulazione della razionalità universale che procede dalla rappresentazione
della socialità tramite l'accordo.
La riflessione sui rischi sembra così aderire perfettamente alla rappresentazione della
socialità proposta da Habermas (dimensione comunicativa).
Affinché un rischio sia considerato come esistente occorre che esso sia stato
propedeuticamente formulato e definito. Ciò che il riferimento al rischio sostanzia è un
racconto capace di incontrare o meno, l'attenzione dei soggetti sui quali incombe.
L'ipotesi di rischio aderisce così all'impostazione che identifica la validità di una decisione
tramite il riconoscimento razionalmente motivato.
Il rischio non esiste al di fuori dei discorsi pubblici che lo descrivono, che lo enunciano.
Questi discorsi sono propriamente l'espressione di gerarchie del sapere che si
organizzano come strutture di potere. Il discorso del rischio non può che essere allora
discorso sul potere.
Le rappresentazioni dei rischi esprimono necessariamente, e si iscrivono entro dinamiche
di potere dove si fronteggiano diverse narrazioni, alcune delle quali prevarranno.
I rischi in quanto si rappresentano, rappresentano le dinamiche di potere che insistono su
una certa comunità. Il rischio corrisponde a un processo in cui la presenza di un pericolo
viene elaborata, mediata socialmente e culturalmente da dinamiche politiche.
Ogni studio sui rischi, in altri termini non può che collocarsi sul limite tra il rischio presente
e il rischio presunto, tra il rischio reale e il rischio reale creduto.
La rappresentazione dei rischi diviene uno tra gli strumenti privilegiati di controllo sociale.
L'identificazione e il monitoraggio dei rischi costituisce una forma di sorveglianza.
Non è più l'individuo a essere al centro dell'attenzione securitaria , bensì egli è considerato
in quanto parte di un insieme che deve essere organizzato e disciplinato.
Vere e proprie ondate di panico morale assolvono principalmente il compito di identificare i
rischi.
Le rappresentazioni dei rischi dipendono in altri termini dal grado di paura che si diffonde
nel tessuto sociale.
3) LA PAURA
il nostro modo di essere e relazionarci con l'altro trova nella dimensione emotiva della
paura una chiave di lettura particolarmente efficiente.
La paura è la condizione emotiva che meglio esprime l'idea della stasi.
Tuttavia la centralità che essa occupa nella sfera dell'umano si rivela immediatamente
problematica. La duplice natura della paura appare problematica: essa è l'emozione che
blocca, che impedisce l'agire e testimonia dello stallo, ma è anche strumento che orienta
le scelte e forza le decisioni.
La paura sorge dalle possibilità e apre essa stessa alle possibilità.
Essa finisce per occupare la quasi integrità della sfera relazionale.
Essa assume un ruolo fondamentale per la comprensione della dimensione sociale e in
questo senso può essere considerata come un luogo teorico privilegiato per esercitare una
comprensione dell'umano.
Questo luogo teorico trova nel giuridico il suo terreno di elezione. La paura costituisce il
fondamento delle pratiche giuridiche. È grazie alla paura che la comunità diviene possibile:
essa spinge a disporre l'ordine istituzionale tramite il quale gestire la dimensione
relazionale.
La paura costituisce e fornisce il quadro sintattico entro il quale pensare i nostri modelli
giuridici.
Il tratto caratterizzante rinvia alla sua opacità.
L'assenza di chiarezza evidenzia il fallimento della concezione razionalistica moderna.
La capacità razionale di prevedere incontra il suo limite.
L'imprevedibilità della paura impedisce l'intelligibilità delle relazioni causali che le forme
giuridiche intendono esprimere.
Si determina così un'opposizione dialettica tra paura e razionalità. Il diritto si fa interprete
di questo conflitto senza però riuscire a risolverlo.
La paura è sempre scusa o causa tramite cui si esercita il potere.
Nel corso della storia l'impatto della paura nell'ambito delle relazioni non sembra esser
stato ridimensionato. Ciò che varia è invece lo statuto ontico: la paura dipende e
testimonia della crisi del modello elaborato nella modernità.
La condizione di insicurezza che generalmente si riscontra determina la richiesta di una
maggiore persuasività del diritto, un restringimento nell'esercizio dei diritti che sono
considerati fondamentali.
Il diritto appare sempre più indebolito, data la sua incapacità di garantire l'ordine in base ai
principi assunti come fondamento. La realtà sorprende il diritto, lo coglie impreparato.
Sperimentiamo in questi tempi “l'emergenza sicurezza”. Questa espressione dimostra la
capacità del diritto ad adempiere alla sua funzione essenziale di disciplinamento della
realtà. La dimensione emergenziale investe la funzione principale del diritto che è
garantire la sicurezza: così il diritto denuncia i suoi stessi limiti.
L'allarme sicurezza traduce l'idea per la quale il predominio della paura nelle relazioni
intersoggettive sia l'esito e dipenda dall'assenza o comunque dall'inefficienza.
L'allarme sicurezza indica il carattere inesauribile delle istanze securitarie.
Tra paura e sicurezza si rileva così una relazione complessa, un vero e proprio paradosso.
Bauman rileva una proporzionalità inversa tra la predisposizione di strumenti securitari e la
percezione della sicurezza da parte dei cittadini.
L'idea di Bauman diviene così da un lato un obiettivo, dall'altro una fonte di ansia.
L'insicurezza è in larga misura il rovescio della medaglia di una società che garantisce la
sicurezza.
La dimensione paradossale proviene proprio dalla condizione insita nell'umano, la sua
finitezza.
È in questa tensione tra l'aspettativa infinita e la finitezza del vivere che si insedia la paura,
che la paura trova la sua scaturigine.
Vi è quindi un quadro delimitato da due poli: da una parte un'esigenza di garanzia della
sicurezza che si presenta come inesauribile, dall'altra la dimensione finita dell'umano, che
appare dunque incapace di soddisfare questa aspettativa.
Gli strumenti di difesa testimoniano la sospensione infinita che intrattiene gli individui sul
margine delle paure.
Per sopperire alla mancanza delle istanze securitarie si diffonde l'idea che si debbano
mettere in atto tutti gli sforzi per poter controllare tutte le minacce e che le istituzioni
debbano svolgere tale compito e tale funzione.
Tale pretesa rimane però insoddisfatta poiché le risposte delle istituzioni sono inadeguate.
Le ragioni di questa inadeguatezza possono essere collocate in molteplici sedi e
traducono di fatto un'incapacità politica.
Questo fallimento dipende dall'impossibilità stessa delle domande. La domanda di
sicurezza rimane insoddisfatta poiché essa è sempre posta in termini assoluti. La paura
viene ad indicare lo stallo, l'incapacità di assolvere al compito cui le società sembrano auto
destinarsi: la sicurezza.
Uno degli aspetti più interessanti nell'indagine sulla paura risiede prorpio nella relazione
tra paura e sicurezza. Il paradosso si rivela nell'esaurire la portata significante del concetto
di paura nella sua valenza negativa. La relazione tra i due termini viene solitamente
rappresentata come una relazione polarizzata che attribuisce alla paura un valore
negativo. La paura è propriamente la condizione emotiva che consente di predisporre una
difesa.
L'azione di difesa rivela la sua portata positiva. La paura diviene cioè espressione di
qualcosa di positivo, mezzo o strada che garantisce il raggiungimento di obiettivi
fondamentali per l'esistenza stessa.
Il polo negativo si trasforma quindi in polarità positiva.
La paura può allora essere considerata come un concetto neutro.
La qualificazione della paura in termini positivi o negativi può essere posta quindi solo una
volta che un certo agire sia stato intrapreso.
La dimensione neutra della paura significa riferirsi ad un quadro morale laddove si voglia
esercitare una comprensione della realtà, dei fatti del reale.
La paura diviene così l'epifenomeno della socialità stessa.
La paura interviene nel modo in cui percepiamo la realtà. Altera cioè la percezione e
sovente la determina interamente.
La paura non è solo condizione esistenziale e sociale ma è anche vero e proprio
strumento di potere e del potere, tramite il quale si ordinano le relazioni, si disciplinano le
interazioni tra gli inidividui.
La qualità della paura consiste nella sua capacità coesiva, nella sua capacità di creare e
determinare un'unità.
La paura costituisce il collante tramite il quale fare di un molteplice un'unità.
Si delineano quindi due aspetti della paura che vanno considerati:
da una parte il suo essere strumento a servizio del potere
dall'altra la sua capacità di creare un'unità del molteplice.
La paura necessita del potere, il potere necessita della paura per potersi imporre e
giustificare nella sua operosità.
PAURA E POTERE
l'esercizio del potere è generalmente orientato alla stabilizzazione di un ordine ed è
all'interno di questo che la sicurezza trova occasione di essere garantita.
Il potere rappresenta la via tramite la quale garantire la sicurezza.
Il potere protegge i soggetti sui quali è esercitato, dalle minacce che provengono
dall'esterno. Definisce così uno spazio all'interno del quale si è al sicuro all'interno del
quale la paura è esclusa.
L'esclusione della paura in seno alla società si rivela un'operazione tutt'altro che semplice.
L'esercizio del potere si orienta non solo a escludere la paura ma anche a gestirla.
Il potere assicura le istanze securitarie, identificando le minacce da neutralizzare e
organizzando su questa base l'azione di difesa. Esso è concepito quindi come lo
strumento tramite il quale ci proponiamo di governare la paura, di spingerla ai margini
della nostra sfera di esistenza.
La modalità con la quale si valuta l'esercizio del potere rinvia proprio alla capacità di
fronteggiare le minacce che esso rivela. Per garantirsi la sua esistenza quindi, il potere
costruito dovrà saper fronteggiare le ansie, i timori che insidiano lo spazio sociale su cui
incombe. La paura diviene propriamente la materia impalpabile e onnipresente sulla quale
il potere interviene.
Il potere deve ammansire la paura, deve dominarla.
Essa è determinata da un'irriducibile molteplicità di fattori.
Le paure influenzano l'agire del potere ma quest'ultimo influenza le nostre paure, ora
rendendole manifeste, ora accentrando l'attenzione su alcune di esse o ignorandone altre.
L'agire operato dal potere sulle nostre paure orienta orienta anche il modo stesso di
rappresentare il potere , di identificarne i caratteri e le potenzialità espressive.
Si instaura così una relazione biunivoca tra paura e potere. Occorre servire il potere, al
fine di gestire le paure che inevitabilmente appartengono all'ordine dell'interrelazionalità,
quasi esprimendo quella forma di virtù volontaria che La Boetie riconosceva al fondamento
del vivere in comune.
Che si concordi o meno con l'idea di Boetie e che quindi si ritenga facile o no conquistare
ed esercitare la libertà, rimane tutt'altro che semplice relazionarsi con la paura che sfida il
desiderio stesso della libertà.
La riflessione su quest'ultima non può che declinarsi a partire dal modo con il quale si
fronteggia la paura.
La peculiarità del potere è la sua capacità di pervadere ogni ambito relazionale, ogni
spazio intersoggettivo. Il potere è l'insieme delle pratiche discorsive attraverso le quali si
veicola e si afferma una certa visione del mondo ma è anche la risultante di forze
contrastanti che esprimono una certa realtà.
Rispetto a tale duplicità si rileva allora la possibilità di identificare una sorta di meta-potere
che consiste nella possibilità che il potere ha di rafforzare se stesso attraverso il suo
esercizio.
Questo meccanismo si perpetua attraverso la paura che diviene il fattore che incide
maggiormente nell'elaborazione e nella presentazione della realtà. La dimensione diffusa
si propaga lungo la percezione dell'insicurezza.
La società liquida, che si caratterizza per il potere diffuso diviene un ottimo conduttore per
il diffondersi della paura (gassosa). Non già per una maggiore esposizione ai rischi ma
solo a causa di una maggiore percezione di insicurezza, di instabilità.
Non è il dato reale a giustificare la paura , ma tuttavia essa dipende dalla modalità tramite
la quale la realtà è organizzata.
La richiesta di maggiore protezione implica il ri-centramento della sfera decisionale. I
termini di tale riposizionamento implicano un ampliamento del potere stesso che si
manifesta tramite l'estensione dello spazio decisionale e della congruente potenziale
riduzione delle sfere di llibertà dei singoli.
La relazione tra paura e potere si declina quindi in una triplice direzione:
il potere la esclude, scegliendo l'ordine interno
la sceglie come fulcro della propria attività di difesa
la suscita nel suo esercizio.
La paura funziona come un collante che ha la capacità di conservare l'ordine istituito:
sorge dall'ineguaglianza e si preserva perpetuando l'ineguaglianza.
La modalità precipua con la quale il potere si legittima procede e proviene dal modo
tramite il quale esso organizza le risposte alla condizione di ansia che pervade il tessuto
sociale. Il potere diviene così cassa di risonanza delle ansie diffuse ma è al tempo stesso
centro che propaga queste ansie. La percezione della sicurezza è dunque influenzata da
un continuo scambio tra le forme politiche del potere e la polis stessa.
In questa circolarità si rivela il valore neutro della paura, che assume i tratti positivi e
negativi rispettivamente nella misura in cui dà forma e fonda una pluralità di individui in
società, oppure nella misura in cui il potere può imporne la presenza al fine esclusivo di
preservarsi.

LA COSTRUZIONE DELLA PAURA


la paura può essere costruita ad arte per garantire la stabilità delle relazioni di potere.
Questo meccanismo si insinua nel rapporto che lega potere e menzogna.
Il potere si impone sulle masse attraverso la manipolazione delle informazioni e dei dati
che rende accessibili. L'attività manipolatoria è un dato eliminabile e problematico.
La problematicità investe in primo luogo la finalità di tale attività: il mantenimento
dell'ordine costituito.
È la paura condivisa a giustificare e legittimare l'azione di potere: essa provvede alla
costruzione di un ordine sociale capace di identificare i confini morali ma alimenta
contemporaneamente una condizione di ansia generalizzata che incombe su tutti.
Questa modalità tramite la quale si dà la relazione tra paura e potere rivela pienamente i
tratti della sua ambiguità. Rappresentata dalla formula “segreto di stato”.
Questa formula risponde all'esigenza di non rendere accessibili tutte le informazioni e
trova la sua ragion d'essere nella possibilità di tutelare la sicurezza della collettività.
Con tale formula si ammette che vi siano verità che possono essere taciute. Si sacrifica
così il diritto a essere informati.
Questa attività manipolatoria che utilizza la menzogna e che si propone di affermare una
certa rappresentazione della realtà, si giustifica moralmente tramite un argomento che
risulta particolarmente convincente: la necessità di mantenere l'ordine, ovvero il bene
fondamentale del collettivo.
Il bene comune supera la verità, si eleva sopra di essa.
Attraverso la menzogna si ordina la relazione tra la collettività e il potere e si dà
propriamente una precipua forma alla paura: si sceglie quali paure affrontare.
Davanti ad una precipua forma di paura il corpo sociale ritrova la sua unità. Avviene così
che la paura mantenga coeso un insieme eterogeneo, che garantisca uniformità.
La reiterazione di specifiche paure consente di esercitare un controllo costante: si impone
la paura dell'altro, il quale diviene un riferimento fondamentale sul quale far gravare il peso
della condizione di crisi che si attraversa.
La paura diviene la grammatica che disciplina il linguaggio tramite il quale si ordina e si
definisce la realtà.
Il linguaggio della paura crea la realtà con la quale ci confrontiamo, determina lo spazio di
senso entro il quale interagiamo: definisce in questo senso l'ordine del politico.
Le rappresentazioni di minacce influenzano l'agire così come influenzano il pensiero.
Si tratta del meccanismo chiamato deprivazione di massa, per il quale maggiore è
l'aspettativa di protezione, maggiore sarà la percezione dell'assenza di protezioni.
La paura è cioè manipolata e strumentalizzata al fine di creare una condizione di
incertezza che giustifichi l'azione del potere, determinando così un circolo vizioso che
alimenta la domanda di sicurezza e nutre la condizione di incertezza.
Si rilevano in effetti delle vere e proprie ondate di panico morale che consistono nel far
prevalere, rispetto alle molteplici paure, quella a cui conferire un'azione immediata.
Si crea quindi un oggetto disponibile contro il quale si orientano le strategie difensive.
Creando questo oggetto disponibile si conferisce all'indefinibilità del rischio una
definizione. Il rischio così torna ad essere pericolo.
Occorre pertanto identificare un oggetto disponibile, visibile, capace di accentrare
l'attenzione securitaria. Tale operazione si realizza tramite uno spostamento: dalla
minaccia reale che non sappiamo identificare, al pericolo fittizio che consente invece di
predisporre elementi di difesa che appaiono disponibili.
Esistono senz'ombra di dubbio pericoli che insidiano il vivere comune ma non sempre si
dispone di strumenti di difesa adeguati.
Questa lacuna può creare una frattura insanabile entro il tessuto sociale: si provvede
quindi da un lato ad accentrare l'attenzione su alcuni tratti del reale, dall'altro occultandone
altri. Questo fenomeno viene definito tacita tacitazione e consiste nel velare ciò che
potrebbe sviluppare la sua potenzialità disgregante.
Questa finzione opera secondo una duplice modalità: crea, definisce qualcosa che
assurge al fuoco dell'attenzione securitaria e nel contempo occulta, nasconde quegli
aspetti del reale che non sembrano prestarsi al loro disciplinamento.
Questa attività creativa serve a dare alle persone un oggetto disponibile contro il quale e
sul quale scagliarsi per procedere alla sua espulsione.
Più la risposta della paura identificata è forte e immediata, più si accentua la rilevanza
della minaccia, la rappresentazione della sua pericolosità.
Lo stato di ansia che alberga nelle nostre società non è affatto ingiustificato, poiché la
condizione primaria della nostra società è la precarietà.
Per poter eliminare la paura che questa precarietà suscita, dovremmo rintracciare la fonte
della minaccia.
Questa operazione è particolarmente ardua poiché vi sono troppi elementi che mettono a
rischio la nostra esistenza. Si concentra quindi l'attenzione su alcune di esse e ciò
determina due ordini di conseguenze: in primo luogo occorre ingigantire il fenomeno
prescelto.
Si deve provvedere a costruire un mostro di modo che l'attività intrapresa per sconfiggerlo
possa placare l'ansia di sicurezza che è diffusa tra i consociati.
Ciò non consente però di risolvere la questione della sicurezza.
Le ondate di panico si caratterizzano allora per il loro carattere sovra-rappresentativo. La
sovra rappresentazione serve in effetti a far convergere in un unico punto focale le paure e
le angosce che altrimenti sarebbero esplosive e disgreganti.
Il sistema mass-mediatico sollecita la costruzione di tali ondate, creando uno spazio nel
quale la società si ritrova, si riconosce come un'identità collettiva e si unisce per
proteggersi.
Ogni dispositivo securitario non è mai percepito come efficace se non in accordo con la
narrazione che di tale situazione viene elaborata dai media: la sovra rappresentazione
necessita allora di questo contributo fornito dal sistema informativo e della comunicazione
in generale.
La domanda assoluta di sicurezza entra in forte contrasto con l'esigenza del rispetto delle
libertà fondamentali.
L'esasperazione securitaria genera un'inclinazione sempre più forte ad accettare
limitazioni rispetto all'esercizio dei diritti e delle garanzie fondamentali.
L'assolutezza della domande restringe i diritti dei singoli ma tuttavia questa restrizione
diffonde l'esigenza di essere coinvolti in processi decisori, e si trasforma nella via
privilegiata per la riaffermazione di quegli stessi diritti che sono stati compressi.
La domanda di sicurezza si traduce sempre in una domanda di autorità, la quale una volta
affermatasi, può certamente minacciare la democrazia.
La democraticità si rivela ciò che mette in discussione la sicurezza.
L'ossessione per la sicurezza è diventata così pervasiva da mettere in discussione le
stesse fondamenta del paradigma democratico, comportando di conseguenza sempre
maggiori restrizioni sull'esercizio effettivo dei diritti basilari come la libertà e l'uguaglianza.
La questione della paura è un problema ancora più diffuso che investe anche la
rapresentazione dei diritti civili, ne intacca la definizione e le possibilità di esercizio e
godimento.
Pur di ottenere protezione si è disposti ad accettare una contrazione anche significativa
della sfera dei propri diritti: la minaccia da esterna diviene così interna. Ed è il potere a
restringere i diritti.
Le ondate di panico morale costituiscono un elemento importante per la costruzione del
noi che si oppone all'altro. Si rivela in tal senso una paradossale relazione tra il piano
identitario e la possibilità di garantire la sicurezza di una certa soggettività.
La paura è dunque il collante, è risolutiva poiché non si limita ad aggregare ma orienta
l'aggregazione in un senso o nell'altro.
Tra le molteplici paure che siamo in grado di avvertire,solo alcune di esse assurgono a
chiave di lettura, a chiave interpretativa che consente la comprensione della realtà.
Si rivela per questa via la capacità aggregante della paura, la sua dimensione
squisitamente euristica.
LA PAURA COME FONDAMENTO DELLA SOCIALITA'
“il nesso di paura e politica costituisce, secondo un'opinione diffusa, la scena inaugurale
del progetto moderno”.
La paura rappresenta il fondamento dell'ordine sociale. Thomas Hobbes nella sua
formulazione dello stato di natura, avverte la sensazione di generale insicurezza causata
dall'assenza di regole e legami predeterminati e osserva come questa conduca gli uomini
a unirsi.
Per uscire dalla situazione di differenza tra gli uomini occorre identificare un denomintatore
comune e questo elemento comune viene riconosciuto nella paura.
Hobbes riconosce nella paura una funzione emancipativa, vale a dire capace di far uscire
gli uomini da una condizione che possiamo definire latu sensu svantaggiosa, in quanto
precaria e incerta.
Hobbes pone a fondamento dello stato la paura che gli uomini provavano l'uno verso l'altro
nello stato di natura e rintraccia in essa il dispositivo tramite il quale si determina il
passaggio allo stato civile.
La paura spinge ad interagire con l'altro e a creare una condizione di pace.
Lo stato civile riposa sull'idea che tra una condizione di conflitto e una di pace, si opterà
per la seconda. Il timore del conflitto spinge all'accordo con l'altro.
La paura diffusa diventa stimolo di cambiamento, esercitando quella funzione
emancipativa che procede dalla consapevolezza della possibilità dell'autodistruzione.
L'espressione Hobbesiana “homo hominis lupus” diviene forza propulsiva per la
realizzazione del progetto giuridico-politico moderno. Si costruisce infatti un ordine sociale
sull'idea di insìclusività in cui ciascuno accede a una dimensione altra, che determina una
vera e propria trasformazione del modo di concepire la soggettività.
Si realizza una variazione ontica del concetto di soggetto che trasforma una moltitudine in
stato.
La paura che positivamente produce l'ordine sociale non viene, attraverso questo stesso
cancellata, neutralizzata, esaurita. Essa piuttosto si trasforma e diviene paura verso il
potere. La paura duqnue conserva il suo valore positivo in quanto elemento coesivo, ma
svela il suo tratto negativo nella misura in cui opera tale coesione attraverso lo spettro
dell'ineliminabilità della sua presenza.
La paura non è quindi esclusa bensì orientata verso il sovrano. La sovranità trova la sua
legittimazione e il suo perdurare solo nella capacità del sovrano di accentrare su di sé la
paura diffusa della socialità.
La relazione tra paura e potere si innesta nel cuore stesso della dimensione associativa.
La dimensione euristica della paura rivela allora uno spostamento che trasforma la paura
da condizione di fragilità a precondizione per la rappresentazione del potere.
Ciò che si presenta come una passione positiva diviene attraverso il diritto stesso una
passione negativa, che si situa nel cuore del potere poiché dipende dal suo esercizio.
La paura non è considerata da Montesquieu come fondatrice del potere, bensì come
elemento per spiegarlo.
L'esigenza di porre dei limiti al potere, proposta da Montesquieu traduce l'idea per la quale
il timore stesso che esso suscita deve essere contenuto. È dunque in virtù di questi limiti
che la paura può ridivenire un vincolo positivo. Il potere diviene propriamente strumento
regolatore delle paure. Paura del potere e paura per il potere: questa è la relazionalità
attiva e passiva che si può rintracciar ein ogni forma di esercizio del potere.
L'assenza di limiti suscita paura e questa interviene per disporli.
La paura costituisce in altri termini lo strumento per la definizione dell'ethos collettivo: essa
indica infatti l'imprescindibilità di un obiettivo verso il quale orientare le relazioni.
Accade spesso infatti che le forme di paura siano suscitare, create ad arte, al solo fine di
consolidare un certo assetto, una certa struttura di potere. La paura non viene mai
espulsa, bensì si trasforma: gli individui singoli, che la paura ha reso una comunità, si
ritrovano legati dal timore verso il potere.
La paura non è soltanto uno strumento nelle mani di quelli che detengono il potere ma è il
prodotto di una mentalità collettiva.
Essa esprime un carattere soggettivante, crea cioè propriamente una soggettività.
La paura non basta a se stessa come strumento dell'ordine costituito.
L'ordine della paura è quindi da una parte essenziale per comprendere la socialità,
dall'altro necessita, in quanto strumento neutro, di essere inserito in un contesto che ne
definisca l'estensione e l'intensità.
3) CURA
la paura rende una pluralità di individui un insieme coeso. La forza unificante della paura è
forza creatrice: crea tramite il legame che dispone, un soggetto altro la cui caratteristica
principale sta nel tradurre il plurale in un'entità.
Tuttavia la modalità con la quale quest'ultima si dà non sembra riducibile all'essere parte,
a un agire.
Si può piuttosto rintracciare in questa nuova e altra soggettività un'identità che presuppone
, e poi si disloca entro e attraverso una moltiplicazione numerica.
Ognuno è più di sé poiché ognuno è in relazione irrecusabile con ogni altro; la presenza
dell'altro attiva una modalità propria del sé: l'altro è imprescindibile.
Il modo di essere di ciascuno si dà a partire da questo meccanismo che presuppone l'altro
e opera tramite il distanziamento di ciascuno rispetto a ogni altro. In questa distanza si
individua lo spazio in cui il molteplice trova la sua sintesi, lo spazio in cui il plurimo si pone
come unitario.
È quindi la relazione con l'altro, ogni altro, che riempe di senso il sé.
Sul piano identitario l'altro assume un valore costitutivo. Il singolo, il vero io evocato da
Rousseau trova il suo senso a partire dalla presenza dell'altro ma se la semantica dell'altro
è necessaria, essa appesantisce il porsi stesso del singolo.
L'altro è quindi il limite, il confine, la fine che si moltiplica per ogni individuo.
L'altro è ciò che consente di posizionarsi rispetto a tutto il resto: è la presenza dell'altro
che dà valore all'esistenza di ciascuno e di tutti.
Il senso stesso dell'esistere risiede in questa intrinseca capacità di aprirsi all'altro.
L'altro dà valore al sé, ma costituisce anche una minaccia dalla quale occorre difendersi.
La dimensione dell'alterità si insedia in questa duplice modalità, per la quale l'altro è
insieme essenziale all'essere del singolo e possibile sua negazione.
L'altro quindi cessa di essere una minaccia e diventa parte di un noi.
Questa duplice modalità della relazione tra sé e l'altro trova la sua dimensione sincretica
nell'idea di immunità.
La relazione con l'altro da sé trasforma una minaccia esterna in una risorsa endemica,
capace di garantire l'esistenza del sé e dell'altro, trasformandoli in un unicum, dando così
vita alla comunità.
Il contratto serve quindi come passaggio dallo stato naturale a quello civile. Esso vede
ogni singolo come parte ed espressione di una volontà generale che. Secondo la
formulazione di Rousseau, non coincide con la somma delle singole volontà, ma
costituisce il superamento.
Si dà quindi vita a qualcosa di altro, il corpo sociale, che esprime l'idea di ulteriorità.
Concepire però la comunità come corpo sociale, implica il riconoscimento della variazione
come momento fondamentale della vita di quel corpo.
L'altro assume un ruolo chiave, è infatti all'altro che ci esponiamo, davanti all'altro la fine
può
realizzarsi.
LA SICUREZZA COME TERAPIA
la cura intrattiene un legame assai stretto con il concetto di comunità. La presenza
dell'altro ha valore costitutivo, non accidentale. La dimensione identitaria presuppone che
l'altro non possa essere in alcun modo ignorato ma debba essere considerato, occorre
averne cura.
La cura traduce la modalità d'essere fondamentale che, com'è stato più volte ribadito,
rinvia alla relazionalità. La cura è essa stessa un concetto relazionale: si pone infatti come
un'attività che procede da un soggetto e si riversa su un altro.
Si crea quindi una relazionalità necessariamente asimmetrica che si fonda su una
mancanza, su un deficit.
La mancanza si rivela come il tratto caratterizzante della relazionalità e rende quest'ultima
necessaria: siamo esseri incompleti ed è da questa incompletezza che si impone la
necessità dell'altro.
L'essere con esprime un'implicazione reciproca che rende il molteplice unitario, cosicchè
la cura dell'altro è sempre già la cura di sé.
La cura è quindi il denominatore della relazione comunità e sicurezza. Questa relazione è
generalmente assunta e riconosciuta come fondamentale e rimane inarrivabile.
Non esiste una comunità in cui la sicurezza sia compiutamente realizzata. Ciò che
sperimentiamo è piuttosto una serie di strategie e di modalità che tendono alla
realizzazione della sicurezza.
La sicurezza si realizza cioè avendo cura della comunità. Comunità e sicurezza possono
essere allora pensati come i due poli entro i quali si attua la cura.
La comunità sicura è infatti quella comunità in cui l'essere con implica il tendere all'altro.
Avere cura dell'altro significa assicurare le condizioni e le protezioni che consentono di
preservarsi nell'essere. La cura si realizza secondo una duplice modalità:
si accoglie l'altro, per garantire la pluralità
si destituisce l'altro nella misura in cui lo si riconosca come minaccia.
Se quindi la cura sembra incontestabilmente posta al cuore della sicurezza, meno ovvio
sembra essere il contenuto di senso che questa idea di cura esprime.
Tra i significati che il concetto di cura esprime, si rileva una tendenza generale ad
appiattire il senso rinviando alla condizione della malattia. La cura viene intesa quindi
come terapia.
Il primo profilo che la cura manifesta consiste nella rappresentazione di una rottura,
un'equilibrio è stato turbato, e la cura consiste nell'insieme dei dispositivi tramite i quali si
provvede a ripristinare la condizione ex ante.
La cura sopperisce al dissesto del corpo in due tempi:
● si verifica che vi sia un attacco
● si attivano i meccanismo riparatori e difensivi
La cura sollecita quindi una risposta endemica a un attacco esogeno o endogeno, del
quale tuttavia necessita per potersi attuare.
Questi due distinti momenti, esprimono la neutralizzazione che propriamente l'attività della
cura realizza.
La comunità può cioè ammalarsi, intendendo la malattia come l'espressione della
negazione della relazionalità che il con dispone: la malattia della comunità consiste nello
spostamento semantico che porta dal con al contro.
Tale opposizione rimanda immediatamente ad una specificità:essa non consiste in una
vera e propria battaglia che conduce alla sconfitta, bensì si risolve in una modalità
integrante.
La cura illustra allora una duplice trasformazione: un corpo subisce un attacco: qualcosa si
infiltra nello spazio che quel corpo occupa e la cura indica la reazione a quell'attacco, che
determina una nuova trasformazione con un effetto neutralizzante sulla prima.
In questi termini si può comprendere l'idea di immunità. Essa è la forma che la cura
assume e in particolare sembra essere la forma prevalente tramite la quale la comunità si
cura.
L'immunità è un concetto comparativo che identifica distinguendo e che esprime, tramite
questa distinzione una condizione di privilegio.
Il concetto di immunità costituisce un'efficace chiave interpretativa per la comprensione
delle politiche securitarie di una comunità. Il sistema immunitario deve però riconoscere
per reagire. Diviene pertanto non soluzione del problema ma comprensione del sé.
Alla base della vita sociale è iscritta la possibilità della fine ed è per scongiurare tale
evento che la sicurezza diviene uno dei compiti fondamentali di ogni comunità. La
sicurezza è senz'altro cura della ineliminabile condizione di potenzialità della malattia. La
sicurezza coincide con questa modalità immunizzante. Si manifesta così una precipua
struttura temporale tra il manifestarsi dell'aggressione e la messa in atto degli strumenti
volti a ricostruire l'ordine violato.
Non si attende l'effettivo dell'affetto per predisporre i dispositivi terapeutici ma si procede
secondo una modalità preventiva.
Tramite questa modalità preventiva si rende possibile la neutralizzazione. Tuttavia
l'eccesso di immunità che sperimentiamo nelle nostre comunità consiste in questa
reazione che non attende il manifestarsi del fenomeno da contrastare.
Si realizza pertanto un irrigidimento dei dispositivi securitari senza che vi sia riconnessa la
certezza della loro efficienza.
Per difendersi si assume una dose del principio negativo. Ma questo medicamento si
rivela nella sua duplice natura e da medicamento diventa veleno. La violenza introdotta
per impedire la violazione mette a rischio la comunità nella misura in cui moltiplica le
distinzioni in seno ad esso.
La protezione si rivela così essere essa stessa il pericolo. Quale sia la giusta misura è
precisamente ciò che sempre si ricerca: questa ricerca della misura è il cuore stesso
dell'idea di giustizia.
L'idea di giustizia è definita dal quadro etico: bisogna comprendere e selezionare quali
criteri servono per l'attività di costruzione.