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«SAGGI»

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CARLO PALERMO

LA BESTIA

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Pubblicato per

da Mondadori Libri S.p.A.


Proprietà Letteraria Riservata
© 2018 Mondadori Libri S.p.A., Milano
la bestia

ISBN 978-88-200-6562-1

I Edizione ottobre 2018

Anno 2018-2019-2020 - Edizione 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10

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Poi venne uno dei sette angeli che avevano le sette tazze, e parlò
meco, dicendomi: «Vieni, io ti mostrerò la condanna della grande
meretrice, che siede sopra molte acque. Con la quale i re della terra
fornicarono, e furono resi ubriachi dal vino della fornicazione di
essa coloro che abitano la terra».
Ed egli mi trasportò in ispirito in un deserto; e vidi una donna che
sedeva sopra una bestia di colore scarlatto, piena di nomi di bestem-
mia, che aveva sette teste e dieci corna.
Apocalisse di Giovanni, 17,1-3*

* Questa versione dei versetti 17,1-3 dell’Apocalisse è riportata nel volume


Una spiegazione dell’Apocalisse contenente il vero misterioso nome 666 scoperto e
scientificamente dimostrato dall’ingegnere Michele Santangeli, Tipografia Brescia-
ni, Ferrara 1868. Nella versione interconfessionale approvata, da parte cattolica,
dalla Conferenza Episcopale Italiana, l’espressione «la bestia» risulta sostituita con
«il mostro».

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Indice

Introduzione IX

1. Il segno della Bestia (Indagine 2016, 7 luglio) 1


2. Un palestinese nel 2008 (Indagine 2014, 27 luglio) 9
3. Luci e ombre (Indagine 2014, 30 novembre) 33
4. Dal Lodo Moro al sequestro Moro
(Indagine 2014-2015) 44
5. La Grande Madre Sofia e l’attentato al papa
(Indagine 2015, 2 aprile) 58
6. Il governo della guerra
(Indagine 2015, settembre-dicembre) 69
7. Il depistaggio (Indagine 2015-2018) 82
8. Le «XI Tavole» (Indagine 2015-2018) 96
9. La macchia indelebile (Indagine 2016-2017) 119
10. Il patto col diavolo e la cellula Scorpione
(Indagine 2016) 152
11. L’Olimpo degli dei (Indagine 2016-2017) 169
12. La piramide rovesciata, la rete bancaria e l’approdo
del Britannia (Indagine 2016-2017) 220
13. Ritorno al passato: Caligola crime, il caso Moro
(Indagine 2016-2017) 248
14. Dal museo del Louvre alle stragi del 1993
(Indagine 2017-2018) 283
15. La Bestia (Indagine 2017-2018) 302

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16. Mystérion e l’ultima battaglia (Indagine 2017-2018) 314
17. Il Grande Architetto 329
18. La loggia degli immortali (Indagine 2018) 347
19. Le ultime luci di Pizzolungo (Indagine 2018) 372
20. Turris Babel (Indagine 2018, aprile) 378
21. Phòenix, la fenice (Indagine 2016, maggio-giugno) 388
22. La prima pietra (Indagine 2018, 24 agosto) 396

Appendice 411
Indice dei nomi 431
Ipotesi 441
Ringraziamenti 447

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Introduzione

Questo libro ha la sua origine nell’estate del 2014, quando per la


prima volta ho compreso l’importanza e il ruolo svolto da alcuni
personaggi i cui nomi mi erano stati taciuti durante l’inchiesta su
un traffico di armi e droga che avevo condotto a Trento, quando ero
giudice istruttore, dal 1980 al 1984.
Avevo scoperto fatti e informazioni di tale rilevanza e novità
(grazie anche alla divulgazione di segreti di Stato presenti all’epoca
dei fatti), da credere che avrei potuto ricostruire anche le ragioni
dell’attentato che ho subito a Pizzolungo il 2 aprile 1985, appena
cinquanta giorni dopo il mio trasferimento alla Procura di Trapani.
Nell’esplosione dell’autobomba destinata a me rimasero uccisi, al
posto mio, due gemellini di sei anni e la loro mamma.
Non avevo mai smesso di indagare su quelle storie, ma a partire da
quel momento rivelatore del 2014 mi sono posto l’obiettivo di trovare
qualche riscontro attendibile alla prima vera ipotesi che dentro di me
avevo formulato per spiegarle. L’itinerario partito da quella prima
supposizione mi ha condotto, nel giro di due anni, a individuare una
serie sempre maggiore di circostanze, tutte in vario modo concatenate
e al tempo stesso convergenti verso una ricostruzione complessiva che
non coincide col quadro comunemente noto. Una lista così nutrita che
all’altezza del 2016 mi ero ritrovato a incolonnare l’ipotesi numero 33.
Dapprima la scoperta di alcuni depistaggi quasi incredibili ope-
rati a Trento nei miei confronti, poi il rinvenimento di importanti

IX

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documenti che risalivano ai nostri apparati segreti, mi hanno così
portato a chiedermi se, accanto alla storia nota del nostro Paese, non
ce ne fosse anche un’altra, sino a oggi rimasta ignota. Una compo-
nente occulta da me incrociata a Trento, allora non compresa e pre-
clusami per condotte e volontà esterne alla mia e infine ritrovata
oggi, cioè in un futuro di cui non avrei dovuto fare parte.
In ogni caso, nel 2016 – cioè all’inizio del terzo anno della mia
indagine riavviata da capo – la ricostruzione mi sembrava anche vi-
cina al suo termine poiché avevo raggiunto quel periodo dello stra-
gismo degli anni Novanta alla cui minuziosa ricostruzione (che pur
presenta ancora buchi, opacità e discordanze) appare ormai difficile
apportare ulteriori certezze inedite. Anche questa volta, però, mi
sbagliavo.
È stato infatti in quel preciso momento che mi sono imbattuto
nelle scoperte più imprevedibili. Rileggendo i fatti di quegli anni mi
si è spalancata all’improvviso la visione di un intreccio di personag-
gi ed eventi che mi sono accorto di avere (sia io che altri)... già in-
contrato, anche se in una lettura semplificata e assai diversa da quel-
la che ora si era dischiusa davanti ai miei occhi. E non si trattava
solo dell’intuizione del solito ruolo di Cosa nostra e di «Cosa loro»
(degli americani), né dei noti vecchi terroristi o di altri superservizi
segreti. Era una percezione nitida, precisa, nuova, fondata su docu-
menti forse fino ad allora inesplorati. Dal loro esame parrebbe che
nel teatro degli anni Novanta non abbiano recitato soltanto le stragi
mafiose, i depistaggi, gli arresti di Tangentopoli e i possibili accordi
tra criminali e pezzi dello Stato. Sembra che dietro le quinte di quel
proscenio sia stato prima scoperto (e aperto), poi risigillato (e quindi
sepolto di nuovo), lo scrigno sacro degli scheletri e dei fantasmi
della nostra intera storia. E che pur di favorirne il rinnovato e defini-
tivo occultamento siano stati cancellati e tacitati tutti coloro che
avrebbero potuto disseppellire i vecchi scheletri, come pure quelli
nuovi accumulati nel frattempo per nascondere gli antichi.
Così è accaduto che di scoperta in scoperta, nella mia ricostruzio-
ne, dalla prima ipotesi del 2014, ho raggiunto oggi – quando per
varie necessità devo fermarmi – l’ipotesi n. 106. E nemmeno posso
considerarmi alla fine del lavoro, perché la curiosità ormai mi avvi-

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luppa sempre di più. Anche perché per la prima volta ho l’impressio-
ne di essere vicino a comprendere quel che successe a Pizzolungo!
E che la chiave per aprire quel sacro scrigno si trovi celata, forse,
proprio lì, senza che finora l’abbia vista nessuno. Può apparire incre-
dibile. Per la verità stento ancora a crederci anch’io.
Le mie spiegazioni sono, come ho detto, ipotesi, non accertamen-
ti giudiziali né tantomeno formulazioni di accuse di reati. Ho smesso
di fare il giudice ormai ventotto anni fa e quella che descrivo qui è
solo una mia personale ricostruzione. Suffragata, questo sì, da nume-
rose carte, alcune inedite rivelazioni e molti anni di ricerche.
Le ipotesi, illustrate nel testo, sono riportate anche in fondo al
volume sotto forma di elenco, con l’indicazione del grado di atten-
dibilità che attribuisco loro, ovviamente in via provvisoria. Si tratta
spesso di letture dei fatti del tutto nuove, che hanno bisogno di esse-
re approfondite, e chissà, forse anche incrementate.
Insieme alla pubblicazione del libro mi sono proposto di svilup-
pare un sito web contenente la copiosa documentazione raccolta,
impossibile da racchiudere ed esporre per intero nel volume. E di
tale spessore da consentire una verifica e una discussione successiva
delle ipotesi che ho formulato.
Sono comunque sicuro che sarà assai difficile rimuovere tutti gli
ostacoli che si frapporranno al tentativo di portare alla luce gli sche-
letri nascosti nei vari armadi del potere: non solo in ragione di segre-
ti di Stato tuttora perduranti, ma anche in conseguenza della rasse-
gnazione o del perdono spesso espressi da disperate parti offese (o
dai comuni cittadini) che hanno perso la speranza di conoscere la
realtà, così come anche del naturale oblio che il tempo stende sulla
memoria e sulle vite degli esseri umani.
Ma brandelli di corpi dilaniati non lo consentono: prima di trova-
re pace, reclamano giustizia e verità.

XI

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1
Il segno della Bestia
(Indagine 2016, 7 luglio)

1997: processo sulla strage di Capaci

«Sono quasi le sei...» Riascolto la mia voce sulle frequenze di


Radio Radicale. Registrata nel 1997, in una pubblica udienza del
processo sulla strage di Capaci, dinanzi alla Corte d’Assise del Tri-
bunale di Caltanissetta. Parlavo in qualità di avvocato, rappresentan-
do Rosaria Costa e tutta la famiglia di suo marito, l’agente Vito
Schifani, ucciso insieme ad altri suoi colleghi il 23 maggio 1992 alle
ore 17.58 per proteggere Giovanni Falcone.
Da sette anni avevo lasciato la magistratura e spesso difendevo
parti offese in procedimenti di mafia; lo facevo anche per compren-
dere alcuni fatti rimasti oscuri nella mia storia. Ricordo che per
evitare capogiri, viste le mie precarie condizioni fisiche, tenevo ap-
poggiata la gamba destra sulla sedia. Riascolto la mia esposizione e
la trovo più lenta e meditata rispetto al passato, quando mi fluiva
scattante, intensa, istintiva. Nell’aula di Caltanissetta quasi ogni mia
parola sembra strappata a pensieri e immagini che mi occupano la
mente. Ho iniziato quel mio intervento alle 17.00 del 23 maggio 1997,
e cioè esattamente cinque anni dopo la strage, stesso giorno e quasi
stessa ora. Avverto la tensione della mia voce mentre lo ricordo, allo
scoccare di quell’attimo.
Riascolto questa arringa il 7 luglio 2016. Sono trascorsi oltre due
anni dall’inizio dell’ultimo tentativo di ricostruire la mia storia in-

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compiuta. Ne ho per la prima volta compreso alcuni snodi essenzia-
li, ma solo ora mi accosto alla rilettura delle stragi mafiose che
hanno accompagnato anche la fine della Prima Repubblica. Ed è
proprio in questo momento che mi accorgo di qualcosa che sinora mi
era sfuggito. Emerge da un atto che commentavo allora e che ora ho
sott’occhio: l’esame testimoniale, a Washington, del giudice Charles
Rose, magistrato degli Stati Uniti. Con lui Falcone era stato in con-
tatto prima come giudice del Tribunale di Palermo e poi come diret-
tore generale al ministero di Grazia e giustizia a Roma.
Rose viene interrogato nel novembre del 1993 da tre nostri magi-
strati che indagano sulla strage. Cercano di verificare a quando risal-
ga l’ultima visita di Falcone negli Stati Uniti.
Oggi colgo alcuni particolari sfuggiti a tutti: nell’atto è citato il
nome di un investigatore italiano, forse depistatore nei processi sulle
stragi degli anni Novanta (solo di recente scoperto in questo suo
ruolo). Compare insieme al nome di un avvocato ebreo americano
(figura anonima nella nostra storia, ma molto conosciuto negli Stati
Uniti per avere difeso imputati importanti, per esempio nel processo
per l’assassinio di John F. Kennedy) e a quello di un nostro parla-
mentare della sinistra non di primo piano e mai coinvolto nelle vi-
cende del processo di Capaci, ma che allora svolgeva un ruolo pres-
so il ministero degli Esteri.
Noto, soprattutto, il nome di un arabo a cui nessuno ha mai pre-
stato attenzione. Possibile che negli aspetti rimasti oscuri in quella
strage, mi domando, sia esistita anche una sconosciuta componente
terroristica?

L’arabo proveniente dagli abissi

Questo nome, allora sotto gli occhi di tutti gli inquirenti, non è di
un arabo qualunque, come vedremo più avanti: si tratta del primo
fabbricatore di autobombe realizzate con un inconfondibile esplosivo
militare di origine cecoslovacca, il Semtex, usato (senza che ne sia
mai stata trovata l’origine) anche in altri attentati, come quelli avve-
nuti in via D’Amelio, all’Addaura e a Pizzolungo.

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Nella propria testimonianza il giudice Rose afferma che costui è
stato «estradato negli Stati Uniti da Giovanni Falcone». Ne dà con-
ferma un altro giudice che lo affianca, Laurie Bersella.
Queste dichiarazioni mi lasciano stupefatto. Riscontrare la pre-
senza in Italia di un pericoloso terrorista già costituisce una grande
novità nella storia del nostro Paese. Più inquietante è trovarne uno
appena prima dell’uccisione di Falcone e apprendere che era stato
proprio quest’ultimo a consegnarlo agli americani.
Sento che si tratta di un elemento significativo, rilevante, e inizio
subito a fare ricerche sui personaggi italiani e americani presenti
nella vicenda. E incontro grosse difficoltà. Dell’arresto dell’arabo nel
nostro Paese non trovo traccia. Come legale di parti offese mi rivolgo
alle autorità dello Stato del massimo livello. Non mi viene fornita
alcuna informazione.
Cerco allora sul versante americano. E quando finalmente trovo
qualcosa, rimango ancora più allibito. Mi imbatto infatti nel nome di
George Bush senior, allora presidente degli Stati Uniti, e in quelli dei
componenti del suo staff militare: il capo di gabinetto John Sununu,
il consigliere per la Sicurezza nazionale Brent Scowcroft (nome
spesso affiancato a quello del suo socio in affari Henry Kissinger), il
segretario di Stato James Baker.
Li vedo anche immortalati tutti insieme in una foto davanti a un
elicottero da guerra americano. Verso la fine del 1991 i quattro sono
stati in Italia per un summit militare della NATO. E con loro c’è
anche l’ambasciatore in Italia Peter Secchia. In tale occasione, sul
suolo italiano, hanno discusso non solo dell’invasione in atto dell’Iraq
di Saddam Hussein e della nascente «Nuova Europa», ma anche di
questo pericoloso terrorista, come racconterà proprio Secchia.
In sostanza «parlano» di questo arabo all’ambasciatore in Italia,
membro della Commissione esecutiva della Gerald R. Ford Founda-
tion, i massimi vertici dei supremi apparati militari degli Stati Uniti
– National Security Agency (NSA), Central Intelligence Agency
(CIA), Federal Bureau of Investigation (FBI), Drug Enforcement
Administration (DEA) –, ovvero personaggi che, allora come sempre,
governano il mondo tramite questi summit. È un circolo rarefatto e
potente che si incontra anche attraverso altri enti ed eventi riservati

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denominati Council on Foreign Relations, Bilderberg, Trilaterale,
costantemente diretti ad attuare il New World Order, il «nuovo ordine
mondiale»; o attraverso misteriose società ed entità cui talvolta sono
collegati, come la Skull and Bones dell’Università di Yale (società
segreta che avrebbe visto tra i propri membri vari futuri presidenti
degli Stati Uniti); la Confraternita Phi Sigma Kappa della West Vir-
ginia University; l’Ordine dell’Impero britannico; la Chiesa di Gesù
Cristo dei santi degli ultimi giorni, ossia dei mormoni.
Quale può essere l’oggetto del loro colloquio? Il tema ricorrente
della (loro) sovranità sul nostro Paese. Già il predecessore di Bush,
il presidente Ronald Reagan, nell’ottobre del 1985 aveva obbligato
un aereo arabo ad atterrare in Sicilia all’aeroporto di Sigonella e
aveva tentato con la prepotenza di ottenere la consegna del terrorista
Abu Abbas. Questi però, essendo un militante del Fronte popolare
per la liberazione della Palestina, era stato protetto, con il plauso
della nostra popolazione, dal presidente del Consiglio italiano Betti-
no Craxi, sulla base di nostri vecchi patti di Stato risalenti all’inizio
degli anni Settanta, quando Aldo Moro era ministro degli Esteri.
Mi chiedo se l’arabo preteso nel 1991 dagli americani fosse uno
di quelli protetti con quei vecchi patti, poi denominati «Lodo Moro»
con una terminologia, tuttavia, non del tutto corretta, in quanto co-
stituirono espressione di volontà di interi nostri governi e non solo
del politico democristiano sequestrato dalle Brigate rosse nel 1978.
Anche se di certo fu Moro stesso l’unico a rivelarlo e ad appellar-
visi pubblicamente durante la propria prigionia per invocare un suo
scambio con terroristi detenuti, che però venne negato sulla base di
ragioni... di Stato.
La risposta a questo primo quesito non lascia comunque adito
a dubbi: il terrorista estradato da Giovanni Falcone risulta di parte
palestinese; anzi appare stretto sodale dei due più terribili terroristi
dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) di quell’e-
poca: Salah Khalaf alias Abu Ayad, capo dei servizi di sicurezza di
Arafat, e Abu al-Hol, capo della famosa Forza 17, il piccolo esercito
clandestino dell’OLP incaricato anche dei suoi lavori sporchi. En-
trambi da noi ben conosciuti per forniture di armi alle Brigate rosse
e per altri episodi oscuri degli anni Settanta e Ottanta.

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Come mai quest’arabo, legato a simili tradizionali «amici» dell’Ita­
lia, non venne protetto nel nostro Paese e fu invece consegnato agli
americani in un accurato silenzio?
Questo è il punto dolente della vicenda. E ci rimanda a un giorno
fatidico. Il 15 gennaio 1991 scade, a mezzanotte, l’ultimatum intima-
to dall’ONU al dittatore Saddam Hussein per ritirarsi dal Kuwait. È
quindi anche il giorno in cui, non essendosi lui ovviamente arreso,
inizia l’invasione dell’Iraq su ordine di George H.W. Bush. Che si
trascina dietro l’ONU, la NATO e perfino l’Italia, da sempre forni-
trice di armi anche al dittatore, del quale è alleato pure il capo dell’OLP,
Yasser Arafat, nostro vecchio amico. Ebbene, proprio alla vigilia di
questo giorno, il 14 gennaio 1991, Abu Ayad e Abu al-Hol vengono
uccisi a Tunisi, dove da anni risiedevano protetti.
Ed è a questo punto che l’arabo spunta d’improvviso come dal
nulla, con nove identità. Intende (narrano le carte giudiziarie) parte-
cipare ai funerali dei due amici assassinati. Viene però pizzicato e
fermato a Roma in un’operazione di polizia orchestrata tra Stati
Uniti e Italia, alleati di guerra. È questo il triste e oscurato battesimo
del nostro intervento militare contro Saddam Hussein, non racconta-
to in televisione né su alcun giornale. La pretesa di ottenere l’estra-
dizione del terrorista arabo sembra quindi diretta a colpire e porre
fine a quei segreti patti stipulati fra l’Italia e i palestinesi mai appro-
vati dagli Stati Uniti e ormai forse ritenuti superati dalla fine della
Guerra fredda.
Poco dopo l’arresto a Roma dell’arabo, nel marzo del 1991, viene
chiamato a dirigere l’Ufficio Affari penali del ministero di Grazia e
giustizia Giovanni Falcone, noto amico degli americani e da essi sem-
pre stimato e benvoluto per tante indagini di mafia svolte nel passato.

Lo spartiacque e la tacitazione dell’Italia

Quando Falcone arriva al ministero di Grazia e giustizia, le inda-


gini specifiche da lui condotte a Palermo subiscono una battuta
d’arresto. Ma allo stesso tempo con la sua nomina viene espresso da
Roma un chiaro segnale contro la mafia: contro le scarcerazioni fa-

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cili, contro i detenuti pericolosi, contro gli annullamenti dei processi
per motivi formali.
Intanto, pochi mesi prima, il 24 ottobre 1990, il presidente del
Consiglio Giulio Andreotti ha reso pubblica l’esistenza di Gladio,
l’organizzazione clandestina creata durante la Guerra fredda in fun-
zione anticomunista e legata alla rete NATO Stay-behind. L’ammi-
raglio Fulvio Martini, nominato direttore del SISMI (Servizio per le
informazioni e la sicurezza militare) da Craxi nel 1984, lascia l’in-
carico: era un profondo conoscitore dello scenario mediorientale e
aveva curato con attenzione i rapporti con palestinesi e israeliani.
Del tutto ignoto è, invece, quel che è avvenuto proprio in casa
nostra a proposito del terrorista arabo, che gira per il mondo con
numerose identità, esplosivi e conoscenze assai pericolose. Di questa
storia, tenuta nascosta in Italia per venticinque anni dai protagonisti
degli eventi, parla invece apertamente Peter Secchia in un’intervista
rilasciata negli Stati Uniti nel 1994 (ignorata da noi italiani) e ripre-
sa in un link del 2015 che riesco a individuare nel web.1 «There
were five people on their decision board», racconta. «We needed
three votes to make this work»: «C’erano cinque persone nel loro
consiglio decisionale e noi per fare questo lavoro [ovvero per l’estra-
dizione dell’arabo, N.d.A.] avevamo bisogno di tre voti». E prosegue:
«We started working on them one by one», «Abbiamo iniziato a la-
vorarceli uno per uno».
C’erano dunque cinque o sei personaggi italiani coinvolti nella
decisione. Tre di questi almeno avrebbero dovuto esprimersi a fa-
vore degli americani, tradendo un palestinese, ovvero uno dei più
tradizionali amici degli italiani. Uno di costoro era il presidente della
nostra Repubblica, Francesco Cossiga, che si dimetterà nell’aprile del
1992, due mesi prima della scadenza del proprio mandato. Un altro
era Giulio Andreotti. Poi due ministri, Claudio Martelli, che operava
al dicastero della Giustizia ed era il superiore di Giovanni Falcone,

1. «The Diplomacy of Extraditing an Alleged Terrorist», Association for Di-


plomatic Studies & Training, 23 dicembre 2015, https://adst.org/2015/12/the-di-
plomacy-of-extraditing-an-alleged-terrorist/. Questa intervista è approfondita nel
capitolo 11.

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e Gianni De Michelis, cui erano affidati gli Esteri: due politici non
sprovveduti rispetto a quel tipo di iniziative degli USA – ben note
a Craxi, capo del loro partito –, ma nemmeno disposti a seguirne
ciecamente le direttive.
Di un altro autorevole personaggio, determinante nella vicenda,
Secchia non pronuncia il nome né la carica. Ricordando però le nor-
me vigenti in materia di estradizione, si potrebbe pensare a un giudi-
ce. Magari a quello «superiore», della Suprema Corte di Cassazione,
per legge chiamata a esprimere il proprio assenso o dissenso su ogni
domanda di estradizione prima del provvedimento del ministro di
Grazia e giustizia. In tal caso, quale presidente del collegio giudican-
te la pratica dell’arabo viene designato il noto Corrado Carnevale.
È ormai il 1992. E il 17 febbraio accadono – a Roma, Milano e
Palermo – cose apparentemente assai diverse e distanti tra loro, ma
che, in seguito, stranamente, appaiono convergere nei loro effetti. A
Roma la Suprema Corte esprime parere favorevole rispetto all’estra-
dizione dell’arabo, a Milano iniziano gli arresti di Tangentopoli, a
Palermo (e dintorni) la più semplice decisione di uccidere Giovanni
Falcone a Roma viene sostituita da quella più micidiale di attuare una
strategia stragista in Sicilia.
Vengono, subito dopo, i giorni del terrore, quelli del silenzio e
infine quelli della tacitazione. Di tutti, anche dell’Italia della Prima
Repubblica. Quasi ripercorrendo quell’antico rito ebraico che preve-
deva la scelta non di uno, ma di ben due capri espiatori da sacrifica-
re nel tempio di Gerusalemme, il cui sangue era destinato a purifica-
re il tempio e l’altare, profanati dai peccati degli israeliti.

Questo silenzio sulla vicenda del terrorista in Italia viene imposto


– lo spiega ancora l’ex ambasciatore statunitense – per motivi di sicu-
rezza nazionale del nostro Paese, perché eravamo stati minacciati dai
terroristi arabi. «Gli italiani a quel tempo erano sempre disponibili ad
aiutarci, ma non sarebbero andati molto lontano se il loro popolo fosse
stato minacciato.» Tutto quindi avviene in gran segreto. E l’estradizione
di quell’arabo giunge a compimento senza che nessuno lo venga a
sapere. A eccezione, naturalmente, dei terroristi arabi, che, sino alla

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fine, continuano a minacciare rappresaglie all’Italia. Che però, forse,
non vengono prese troppo in considerazione qui da noi. In ogni caso
gli americani agiscono con molta prudenza. «Non abbiamo mai reso
pubblica la cosa perché c’erano ancora minacce di ritorsioni», riferisce
Peter Secchia. E poi aggiunge la sua finale valutazione sulla vicenda,
forse la più espressiva: «Quell’estradizione poteva significare l’inizio
della fine degli arabi. È stata uno spartiacque... un segnale veramente
importante». «A watershed, a very important signal» (Ip. 0).
Uno spartiacque per l’America? L’inizio della fine per gli arabi?
E tutto ciò avvenne per merito dell’Italia, di Giovanni Falcone e
delle nostre massime autorità su richiesta e volontà del governo sta-
tunitense? E nessuno ci ha ringraziato? Nessuno ce lo ha mai raccon-
tato? Nessuno ha mai riconosciuto questa eccezionale collaborazione
internazionale nella lotta al terrorismo all’Ita­lia, a Giovanni Falcone,
a Paolo Borsellino, alle loro famiglie, alle loro scorte, a tutti noi?
Sembra la descrizione di una storia accaduta su un altro pianeta e
della quale viene omesso il racconto del seguito e dell’epilogo, che
sono stati assai più foschi della parte che abbiamo appreso da questo
racconto quasi distratto. Come vedremo, quel fatto ha riguardato, in
particolare, proprio l’Italia del 1992 e quella degli anni seguenti,
ovvero il periodo in cui si verificarono le stragi mafiose, le dimissio-
ni di un presidente della Repubblica, la fine della Prima Repubblica
con l’inchiesta Mani pulite, la distruzione dell’allora florida economia
italiana, l’avvento del terrorismo internazionale e la completa tacita-
zione dei più oscuri eventi che colpirono il nostro Paese. E in cui
avvenne, soprattutto, che alcuni servitori dello Stato pagassero il
prezzo estremo della vita, senza che da allora a oggi ancora se ne
conosca il motivo.

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2
Un palestinese nel 2008
(Indagine 2014, 27 luglio)

Un processo di terrorismo a New York

L’hotel all’estremità del golfo domina uno scenario incantevole


sulla conca della spiaggia di Mondello, vicino a Palermo. Il mare mi
affascina con i suoi contrasti di colore tra il blu cobalto e il verde
smeraldo.
Mi ricorda momenti cruciali di un passato, mio e di altri, che non
esiste più. Ero venuto qui il 30 marzo 1985, tre giorni prima dell’at-
tentato, a celebrare, con i nuovi colleghi e amici di Trapani, il mio
ritorno alla vita dopo le delusioni di Trento, da dove ero arrivato
quaranta giorni prima.
Ci ritornai qualche mese dopo. Ma c’era stato l’attentato, e
tutto era cambiato. E stavolta la festicciola cui partecipai prevede-
va anche l’allucinante presenza di decine di agenti di scorta, spar-
si attorno, con i mitra spianati come se fossimo in territorio di
guerra, il trillo dei radiotelefoni militari con cui comunicavano, il
rombo sopra le nostre teste di due elicotteri a farci la guardia: uno
per me, da poco sopravvissuto all’attentato di Pizzolungo, l’altro
per Giovanni Falcone.
Oggi, tanti anni dopo, questo posto mi attira. Mi fa riflettere. Devo
questo ritorno in Sicilia a un colloquio avvenuto due mesi fa con Mar-
gherita Asta. Il 2 aprile 1985 l’auto della sua famiglia fece da scudo
a quella che mi portava al lavoro: della madre Barbara e dei fratellini

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Giuseppe e Salvatore restarono solo frammenti e una macchia rossa
su una palazzina bianca. Margherita, che allora aveva dieci anni, si
salvò: non era in quella macchina solo per caso, ma era passata in
quello stesso punto un quarto d’ora prima. Da tanti anni promuove e
anima iniziative per la legalità e contro la mafia. Lo scorso maggio è
venuta a Trento e mi ha invitato a partecipare a un dibattito. Ma io,
deluso dalle mie ricerche sempre senza risultati positivi, inizialmente
ho rifiutato. Nel corso del pranzo mi ha incalzato: «Ricorda che l’anno
prossimo saranno trascorsi trent’anni da quel giorno. In quell’occa-
sione a Trapani dovrai esserci tu a ricostruire quella storia che ormai
non ricorda quasi più nessuno. Prova ancora, Carlo».
«Lo farò», l’ho rassicurata. Da allora ho ripreso a cercare.

Sono ripartito da due fatti concomitanti avvenuti nel 2008. Anzi-


tutto, è stato estradato dalla Spagna e poi condannato negli Stati
Uniti un siriano, tale Monzer al-Kassar. Si tratta di un trafficante di
armi a me noto dagli anni Ottanta, quando ero giudice istruttore a
Trento: come altri miei indagati, lo avrei probabilmente fatto arresta-
re se avessi potuto proseguire la mia indagine. In secondo luogo,
alla fine di quell’anno l’ex presidente della Repubblica Francesco
Cossiga ha parlato, all’improvviso, di uno dei più misteriosi episodi
occulti della nostra Repubblica, su cui persiste ancora un segreto di
Stato. Viene definito il «Lodo Moro».1

1. Le parole pronunciate il 3 ottobre 2008 dall’ex presidente Cossiga si esten-


dono alla attuale vigenza del patto. Sono riportate nel sito http://www.focusoni-
srael.org/2008/10/06/cossiga-ebrei-italiani-vi-abbiamo-venduti-lodo-moro/ «E se a
qualcuno potesse sembrare che quei giorni bui siano spariti – vi si scrive –, il quadro
che dipinge Cossiga è allarmante: l’Italia, egli crede, attua oggi un accordo analogo
con Hezbollah. Le forze di UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon)
sarebbero invitate a circolare liberamente nel sud del Libano, senza temere per la
propria incolumità, in cambio di un occhio chiuso e della possibilità di riarmarsi of-
ferta a Hezbollah. ‘L’Accordo Moro non mi fu mai esposto in maniera chiara, ne ho
solo ipotizzato l’esistenza. Nel caso di Hezbollah posso affermare con certezza che
esiste un accordo tra le parti’, dice Cossiga sicuro di quanto afferma. ‘Se verranno
a interrogarmi, deporrò davanti ai giudici che trattasi di segreti dello Stato, e io non
sono tenuto a rivelare le mie fonti.’»

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A quanto comunemente si sostiene, questo patto clandestino ven-
ne siglato tra il 1973 e il 1974 dalle massime autorità politiche
dell’epo­ca e da rappresentanti dei nostri apparati di sicurezza con i
loro omologhi della Palestina, e cioè taluni tra i più feroci esponenti
del terrorismo. Con esso si volevano proteggere i nostri cittadini da
loro possibili attacchi. In cambio, l’Italia garantiva l’impunità per
transiti di armi sul territorio nazionale nonché per eventuali azioni
violente contro bersagli ebraici e israeliani.
Le rivelazioni mi apparvero però assai parziali. Privilegi analoghi
erano stati già concessi a Israele e anche alla Libia. Inoltre, Cossiga
in passato aveva raccontato verità ben limitate, per esempio sulla
struttura Gladio, presente fin dal dopoguerra nei Paesi nella NATO per
contrastare l’allora ipotizzata invasione dell’Unione Sovietica. La sua
esistenza, come ho ricordato, era stata rivelata nel 1990 da Andreotti.

Dopo un paio di mesi di ricerche ho rintracciato, su questi due


fatti, qualche punto da approfondire. Uno si ricollega a Trapani, ed è
per questo che sono tornato in Sicilia. Ho in programma qualche
incontro riservato che mi consenta di riavviare il motore. Non sono
più un giudice: ricominciare è difficile.
Ho davanti a me un lungo articolo del 2009 scelto fra quelli che
trattano di Monzer al-Kassar. È intitolato «Inside a Terror Trial. How
a Manhattan jury reached its verdict in the government’s case against
international arms dealer Monzer al-Kassar» («Dentro un processo
per terrorismo. Come una giuria di Manhattan è giunta al verdetto in
un caso del governo contro il trafficante d’armi Monzer al-Kassar»).
Parla dei risultati derivanti da attività di copertura, infiltrazioni di
agenti segreti doppiogiochisti dentro organizzazioni eversive. Si
tratta di procedimenti assai discutibili e consentiti non sempre e non
ovunque. Nel nostro Paese sono ammessi, ma con molte limitazioni.
L’articolo però riporta fatti riguardanti gli Stati Uniti, dove questi
«percorsi speciali» servono per arrestare sospettati che, per motivi
vari, non si vuole che vengano sorpresi insieme ai complici veri, forse
troppo ingombranti per normali processi. Sono metodi introdotti a
seguito degli attacchi dell’11 settembre 2001: prevedono la possibilità

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di procedere contro stranieri per attività di terrorismo ai danni di citta-
dini americani compiute non solo nel loro Paese, ma anche all’estero.
Il resoconto è firmato dal giornalista e scrittore Steve Cohen, che
tra il 2008 e il 2009 ha fatto parte della giuria nel primo processo
contro terroristi operanti fuori dal territorio degli Stati Uniti. Gli
imputati erano Monzer al-Kassar, appunto, e il suo socio Luis Felipe
Moreno Godoy. Al-Kassar, arrestato in Spagna nel giugno del 2007
ed estradato negli Stati Uniti un anno più tardi, è stato condannato
a trent’anni di carcere nel febbraio del 2009, sentenza confermata
in via definitiva nel 2013. Nel 2006 la DEA (l’organo investigativo
americano per la lotta al traffico degli stupefacenti) aveva deciso di
tendergli una trappola, mettendo in atto un’ope­razione sotto copertura
(denominata «Operation Legacy»). L’accusa era quella di fornire armi
alle FARC, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia, collegate
a narcotrafficanti della cocaina.
Al-Kassar era uno dei miei principali indiziati in una complessa
inchiesta su un contrabbando di stupefacenti e armi, un personaggio
collegato ai servizi segreti d’Occidente, d’Oriente e anche dell’Unio-
ne Sovietica. L’articolo afferma che si è trattato di un processo «spe-
ciale», in gran parte segreto, come alcuni documenti che costituisco-
no prove e altri che non sono stati ammessi. Di fronte alla trappola
preparatagli dalla DEA, l’imputato ha cercato di difendersi asseren-
do esattamente l’opposto, ovvero che stesse lavorando con i servizi
segreti (spagnoli) per incastrare proprio i terroristi delle FARC. Ha
prospettato cioè l’ipotesi di un doppio gioco speculare a quello della
DEA. Ma i giudici non gli hanno creduto, a causa delle contraddizio-
ni emerse nel processo.
Cohen riporta però dettagli che non conoscevo. Mi soffermo su
alcune dichiarazioni riguardanti i soggetti utilizzati per incastrare il
commerciante d’armi: tre pregiudicati, ex detenuti, di cui due hanno
finto di essere terroristi delle FARC e un terzo – un palestinese di
nome Samir – era stato realmente un terrorista appartenente al gruppo
Settembre nero. Quest’ultimo aveva rappresentato la carta vincente
degli uomini della DEA, perché proprio la sua presenza aveva convinto
al-Kassar a fidarsi. Al-Kassar conosceva infatti Samir fin dai primi
anni Settanta, quando quell’organizzazione palestinese aveva seminato

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il terrore in tutta Europa, in particolare con la strage alle Olimpiadi di
Monaco del 1972 e con quella all’aeroporto di Fiumicino del 1973.
Al-Kassar viene descritto da Cohen come un personaggio folclo-
ristico che, dopo avere peregrinato nei suoi primi anni di traffici ille-
citi tra vari Paesi europei, in particolare l’Italia, si era stabilito in
Spagna guadagnandosi il soprannome di «principe di Marbella» per
la vita lussuosa e le frequentazioni di massimo livello. Lì era scam-
pato alla condanna in un processo in cui era stato accusato dalla
magistratura spagnola di avere aiutato i palestinesi nel dirottamento
della nave Achille Lauro: due testimoni contro di lui erano stati uc-
cisi e un terzo si era rifiutato di testimoniare dopo che gli era stato
rapito il figlio.

Una domanda mi tormenta ancora – conclude Cohen dopo la


pronuncia della condanna –: chi ha deciso solo ora di usare degli
infiltrati per intrappolarlo e arrestarlo, senza usare prove reali, che
pure esistevano da decenni? Chi è che nel governo degli Stati
Uniti ha ordinato: «Prendiamo ora quest’uomo prima che possa
fare danni peggiori»? [...] Ho parlato con alti funzionari della CIA
e dell’antiterrorismo, ma mi hanno risposto solo con chiacchiere.
La mia ricerca è fallita. Per ora, mi rassegno a non sapere. Forse
certe cose è meglio lasciarle segrete.

Penso e ripenso a quelle ultime parole: «Forse certe cose è meglio


lasciarle segrete». Dalle mie prime indagini su al-Kassar sono trascorsi
trentacinque anni. Davanti al magnifico tramonto siciliano di cui il
mare intensifica i colori, anche io inizio a domandarmi se certe prove
sia opportuno ricercarle fino in fondo, o se non sia meglio lasciarle
riposare in segreto per sempre; o ancora se debbano rimanere segrete.
Non si tratta solo di processi di terrorismo. Si tratta di idee, di ipotesi,
di prove che incutevano terrore allora e che anche oggi potrebbero
produrne. Riguardano nomi e legami lontani: israeliani, palestinesi,
terroristi, mafiosi, stragi, depistaggi. E nomi anche molto vicini a noi,
legati a fatti terroristici che si trascinano fino al presente.
Più rifletto, più la catena si allunga, e più mi sembra verosimile.
Un groppo in gola si sovrappone all’entusiasmo iniziale ripensando

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al sacrificio dei magistrati che se ne occuparono. Mi sento sfiorare
da quell’ombra che mi ha inseguito per così tanto tempo. Mi sembra
però di scorgere, per la prima volta, spiragli di luce.
Il mare, d’improvviso, mi appare scuro. I pensieri si acquietano.
Ho deciso: riprenderò le mie ricerche, la mia vecchia indagine. Un’al-
tra volta ancora, l’ultima. Devo ripartire dal punto in cui venni fer-
mato, dall’istante in cui mi venne sottratta ogni carta e possibilità di
compiere altri passi. Devo recuperare le vecchie copie dei documen-
ti rimasti in mio possesso. Infatti gli originali, quasi incredibilmente,
sono in gran parte spariti. Devo rileggere le carte per vedere se è
possibile ricostruire la vera storia alla luce dei fatti sopravvenuti e di
elementi emersi in indagini successive condotte in Italia e all’estero.
E se davvero dovessi trovare riscontri a quanto ho ora ipotizzato?
Che accadrebbe se scoprissi che, accanto alla storia ufficiale e già
nota su quegli anni e quegli avvenimenti del terrore, ne esiste un’al-
tra? Che farei se scoprissi una verità sepolta su quei micidiali fatti di
sangue collegati da ingranaggi di morte e nascosti da ombre e cortine
fumogene, tra le quali io e altri giudici, finora, ci siamo trovati a va-
gare invano? Non credo che manterrei segreti. In questi ultimi anni
una domanda mi ha sempre più ossessionato: se sono sopravvissuto
con il sacrificio della vita di altri, non sarà accaduto se non altro per
consentirmi di comprenderne e rivelarne il perché? La vita dell’uomo
non vale almeno questo? Il suo perché?
Spero che gli indizi trovati oggi mi diano la chiave per ottenere le
risposte che ho sempre cercato. Ce l’avevo sotto gli occhi. Ma in
questi ultimi anni non l’ho vista e non l’ho capita. Mi ero allontana-
to dalla speranza di trovarla. Che rabbia!
Grazie, Margherita, grazie amici e quanti mi siete stati vicini e
avete comunque creduto e mostrato fiducia in me, anche quando non
ho saputo spiegarvi le ragioni di ciò che era successo. Grazie, Dio,
che mi hai dato l’opportunità di vivere due vite e mi hai così conces-
so il tempo per continuare a cercare. E anche di dare un senso alla
mia seconda vita.
Grazie per consentirmi di scrivere, ora, quest’altra storia. Pur nella
consapevolezza di non conoscere la verità e di non poter mai arrivare a
conoscerla sino in fondo. Ma la cerco da una vita, anzi da due. Pratica-

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mente da sempre. Ossessionato da ombre che continuano a inseguirmi
dal giorno in cui un orribile mostro ha colpito non solo me, spaccandomi
l’esistenza in due, ma anche altri innocenti. Era il 2 aprile 1985.

Trapani, 2 aprile 1985

Trapani. Otto del mattino di più di trent’anni fa. A pochi metri


dalla spiaggia di Pizzolungo. Una località che allora non conoscevo.
Dalla costa si ammira un meraviglioso paesaggio, sullo stesso mare
che oggi mi si apre davanti, sempre cristallino e intenso nei suoi colori.
Alcune tracce lasciano testimonianza del mio passaggio. Non
lontana da una stele che ricorda Anchise e la leggenda dell’approdo
di Enea sulle coste della Sicilia, ce n’è una più recente che comme-
mora l’attentato del 2 aprile 1985.
Alcuni uomini, quel giorno, aspettavano sulla strada che da San
Vito Lo Capo conduce a Trapani. Assassini senza volto.
Poi si tenterà di individuarli. Alcuni personaggi legati alle cosche
di Alcamo e di Castellammare del Golfo verranno identificati e con-
dannati con una sentenza pronunciata dai giudici della Corte d’Assi-
se del Tribunale di Caltanissetta, competente per i reati compiuti
contro i magistrati di Trapani, ma verranno assolti in secondo grado
e la Cassazione confermerà.
Ci sono volute le stragi in cui sono stati uccisi Giovanni Falcone
e Paolo Borsellino per trovare, nelle dichiarazioni di alcuni collabo-
ratori di giustizia, indizi e prove che conducono ai mandanti della
bomba di Pizzolungo: Totò Riina, Vincenzo Virga, Giuseppe Mado-
nia e Baldassare Di Maggio. Il primo è stato accusato in quanto capo
della mafia nel 1985 e anche dopo. Virga perché era al vertice del
mandamento di Trapani. Madonia e Di Maggio sono stati ritenuti i
fornitori dell’esplosivo.
I primi tre si dichiareranno estranei al fatto, mentre l’ultimo, un
«pentito», un collaboratore di giustizia, afferma di aver partecipato
al trasporto del materiale esplosivo poi utilizzato a Pizzolungo insie-
me a un altro mafioso, pentito a sua volta. Presto però si scoprirà che
quest’ultimo in quei giorni era in carcere. Tuttavia Di Maggio è già

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stato preso sul serio da molti magistrati in altrettanti fatti di mafia.
Così accade anche per Pizzolungo, e viene dunque dichiarato colpe-
vole per il ruolo avuto nella strage.
Ma perché indicare un complice «a caso»? Accade che i collabo-
ratori di giustizia mescolino verità e menzogne. Così normalmente
si dice.
I quattro imputati verranno condannati all’ergastolo con sentenze
confermate dalla Corte di Cassazione e quindi divenute definitive. E
così le ricerche si fermeranno.
Intanto gli assassini materiali, a trent’anni dai fatti, rimangono
senza volto. Possono girare tranquilli, anche nei luoghi del massacro.
L’esplosivo militare di Pizzolungo risulterà analogo a quello utiliz-
zato in altri attentati: quello al treno 904 proveniente da Napoli e
diretto a Milano, avvenuto il 23 dicembre 1984, quello utilizzato nel
fallito attentato contro Giovanni Falcone all’Addaura nel giugno del
1989, e quello, tragicamente riuscito, di via D’Amelio del 1992.

Torno a quel 2 aprile 1985. Gli assassini non si fanno distrarre dal
rumore del mare o dal profumo dei fiori primaverili, né dal contrasto
dei colori lungo le pendici del monte Erice.
In mano hanno un telecomando puntato su un’automobile imbot-
tita di esplosivo. Qualcuno l’ha parcheggiata sulla cunetta di una
curva. Da non molto, per prudenza. Premendo il pulsante intendono
uccidere me, sostituto procuratore della Repubblica a Trapani, che
viaggio scortato.
Quella strada lungo cui è stata parcheggiata l’autobomba oggi la
ricordo appena. Del resto la percorrevo solo da sei giorni, ogni mat-
tina in un senso e ogni sera nell’altro: sempre la stessa perché non ci
sono alternative, non è possibile variare il percorso.
Quel giorno con me, a mia protezione, ci sono le due vetture che
ogni mattina arrivano verso le otto nella frazione di Bonagia, un
villaggio affollato solo d’estate, dove abito. Mi scortano per portarmi
in Procura. Poi, conclusa la giornata di lavoro, si fa la strada al con-
trario, verso la mia casa vicina al mare. La solitudine e la scorta non
mi erano nuove.

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A Trento, nel 1980, la mia inchiesta era stata chiusa repentinamen-
te e forzatamente sei mesi prima, quando la Cassazione aveva stabili-
to il trasferimento a Venezia di tutti i processi da me istruiti. In quei
cinque anni mi ero scontrato con la mafia turca, quella siciliana, la
’ndrangheta, i trafficanti di droga e di armamenti, i servizi segreti, la
massoneria e certi politici. Con il diktat proveniente da Roma, le mie
carte avevano preso la strada di Venezia e io avevo chiesto di essere
assegnato alla Procura di Trapani.
Dopo l’attentato in tanti hanno detto: lo hanno mandato a Trapani
per finirlo. Ma non è stato così. La scelta di venire a Trapani l’ho fatta
io, liberamente. Di certo indotto dalla forzata interruzione del lavoro a
Trento, ma di mia spontanea volontà, con una domanda inoltrata il 3
dicembre 1984. Nel febbraio del 1985 arrivai a Trapani tra furibonde
polemiche sollevate sulle prime pagine dei giornali. Non nascosi di
essere andato proprio in quella città, importante centro dei traffici
internazionali di armi, per i legami emersi con il mio lavoro a Trento.
Volevo iniziare il prima possibile e il 21 dicembre 1984 avevo chiesto
di anticipare i tempi dell’insediamento. Lo avevo fatto di persona,
incontrando l’allora ministro di Grazia e giustizia, Mino Martinazzoli.
Quel posto, del resto, era rimasto a lungo vacante, indesiderato. Prima
era stato occupato dal sostituto procuratore Giangiacomo Ciaccio
Montalto, ucciso nel gennaio del 1983: ad assassinarlo era stata una
mafia di cui, a Trapani, amministratori e investigatori negavano l’e-
sistenza. Il suo collega, Antonio Costa, era stato arrestato nell’agosto
dell’anno seguente per collusioni con la mafia.
Desideravo che il ministro mi consentisse di cominciare quanto
prima. E tutto si svolse secondo le regole precipitose da me stesso
volute. Anche i mandanti e i killer dovettero agire con molta fretta.
Giunto a Trapani, all’inizio alloggiavo nella base militare dell’aero­
porto di Birgi, come i colleghi provenienti da altre sedi. Da lì è pos-
sibile raggiungere il palazzo di giustizia, nel centro della città, trami-
te tre strade, che alterno. Le cambio ogni giorno, decidendo prima di
ogni spostamento. Rimango sempre colpito dalla maestosità delle
saline che mi separano dal mare.
Ma questa sistemazione dura poco. Salta dopo le minacce giunte
agli organi di polizia e, a un certo punto, anche al centralino dell’aero­

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porto. Un alloggio alternativo non c’è, sostengono carabinieri, polizia,
finanza e ogni altro organo dello Stato. Con difficoltà mi trovo un
appartamento in una località scomoda, Bonagia, appunto, nemmeno
vicina al palazzo di giustizia. Inoltre per arrivarci c’è un’uni­ca strada,
la statale che costeggia il mare da San Vito Lo Capo a Pizzolungo.
Da percorrere con la scorta. E nemmeno quest’ultima l’ho ottenuta
con facilità. A Trento mi avevano assegnato un nucleo speciale della
finanza. Erano i famosi «Baschi verdi», un gruppo speciale creato
proprio allora nell’antiterrorismo. Assegnato a me, Carlo Palermo,
che di tutto a Trento mi occupavo (droga, armi, petrolio, massoneria,
tangenti), tranne che di terrorismo.
A Trapani nessun corpo di polizia ha dato la propria disponibilità,
così il Comitato per l’ordine pubblico ha stabilito che la scorta venga
effettuata «con turni di una settimana», che vedono l’alternarsi di
carabinieri, finanza e polizia.

Il 2 aprile è un martedì. Il giorno prima è iniziato il turno di scor-


ta della polizia. Il commissario capo della squadra mobile si chiama
Saverio Montalbano. Gli agenti raggiungono la mia abitazione a
bordo di due auto, una Fiat Argenta blindata a disposizione della
Procura della Repubblica e una comune Fiat Ritmo su cui viaggia la
scorta. Quando arrivano, mi aspettano fuori. Salgo sulla prima mac-
china e partiamo in silenzio.
L’uso delle sirene è stato vietato dal prefetto dopo le lamentele
dei cittadini. I poliziotti indossano caschi speciali che li coprono sino
al petto. Impugnano mitra con colpi in canna. Anche loro, anzi so-
prattutto loro, sono al corrente delle minacce arrivate agli uffici che
dispongono i servizi di protezione. Sanno di essere particolarmente
esposti.
I più informati sono però gli assassini. Hanno previsto, hanno già
agito e preparato tutto. Quella mattina osservano attentamente la li-
toranea e ascoltano il rumore delle vetture che si avvicinano. Sanno
che da sei giorni, ogni mattina, da lì passa la mia auto blindata segui-
ta da quella della scorta.
Hanno predisposto l’agguato in corrispondenza di una curva, di

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fronte a una stradina che si perde in direzione della montagna. I
mezzi in transito, in quel punto, sono costretti a rallentare. L’auto
rubata, riempita di esplosivo, è parcheggiata a ridosso di un muretto,
dal lato del mare.
Al volante della mia vettura c’è un ex agente di custodia, Rosario
Maggio, che guida velocemente per accorciare la durata di quel tra-
gitto quotidiano. Ci ritroviamo davanti una Volkswagen Scirocco che
procede ad andatura più lenta. La conduce Barbara Rizzo, trent’anni,
moglie dell’imprenditore trapanese Nunzio Asta, titolare di una ve-
treria. Dietro di lei, sul sedile posteriore, ci sono i suoi due figli ge-
melli Salvatore e Giuseppe, di sei anni, che sta accompagnando a
scuola.
Sono particolari che nemmeno avrei dovuto conoscere. Sono
persone che nella mia vita e sulla mia strada non avrei dovuto incro-
ciare se non per un insignificante attimo.
All’inizio della curva Maggio inizia a sorpassare l’automobile che
ci precede e c’è un momento preciso, un secondo, in cui l’auto par-
cheggiata, quella di Barbara e la mia sono allineate, una di fianco
all’altra. Le perizie sull’attentato di Pizzolungo parleranno di «una
coincidenza di tempi composti irripetibile».
Gli assassini vedono bene quel momento. Ma non si fanno pro-
blemi, attivano il telecomando perché sanno che l’esplosivo è suffi-
ciente a far saltare tutto. Lo scoppio è istantaneo e violentissimo,
tanto che viene registrato dalle apparecchiature geosismiche dell’os-
servatorio di Erice.
L’onda d’urto si propaga esattamente dove doveva colpire, in di-
rezione della strada. L’autobomba si disintegra e della Volkswagen
Scirocco, che fa da scudo alla mia auto, non restano che pochi minu-
scoli frammenti.
La morte di quella donna e dei suoi bambini è la nostra salvezza,
anche se l’auto su cui viaggio viene sfondata dall’esplosione.
Rosario Maggio e l’agente seduto accanto a lui, Raffaele Di Mer-
curio, rimangono feriti. I poliziotti che ci seguono sulla Ritmo, An-
tonio Ruggirello e Salvatore La Porta, vengono sbalzati fuori, feriti
gravemente dalle schegge della vettura distrutta. Il primo viene col-
pito a un occhio e il secondo alla testa e in diverse parti del corpo.

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Sui muri delle case vicine si aprono lunghe crepe. Si frantumano
vetri. Il corpo di Barbara Rizzo, squarciato, viene catapultato su un
terrapieno. Quelli dei suoi figli anche più lontano. Sul muro di una
palazzina, a duecento metri da lì, compare una grossa macchia rossa,
lasciata da uno dei gemelli, ormai irriconoscibile.
Quella mattina, per caso, mi ero seduto sulla sinistra dietro l’au-
tista e non dall’altra parte, sulla destra. La mia borsa di pelle stava al
centro del sedile e anche questa casualmente mi protegge dalle la-
miere che si accartocciano. La sicura della portiera era difettosa e
quindi non inserita. Vengo sbalzato fuori e mi ritrovo in piedi, mentre
dall’auto si alza una colonna di fumo.
Ricordo ora come allora quegli interminabili minuti. Attendo,
seduto per terra, con la mia borsa accanto e macabri frammenti, qua-
si irreali, sparsi attorno a me. Rimango vicino agli agenti di scorta
che lottano tra la vita e la morte.
Un solo pensiero mi attraversa la mente: qualcuno prima o poi
arriverà.

Un’organizzazione mafiosa nel tranquillo Trentino?


Si apre l’indagine, 1979

Avverto una piccola vibrazione tra le mani e ritorno al presente.


Un messaggio di Ferdinando Imposimato, anche lui un ex giudice
alla ricerca di verità. «Ti cerco», mi scrive, «per una cosa molto im-
portante che hai evidenziato tanto tempo fa e su cui ho appurato che
avevi ragione. Ne sono rimasto sconvolto. Vengo a trovarti a Trento
fra un paio di giorni», mi assicura. «Ti aspetto», gli rispondo. Per
quella data sarò di nuovo a casa.
A Trento sono arrivato a ventisette anni, in un giorno di primave-
ra del lontano 1975, accompagnato da mio padre come fosse il primo
giorno di scuola. Sporto sul balcone della mia attuale abitazione
sulla collina est della città, mi pare di rivedere in carne e ossa il gio-
vane che ero, snello e scattante, mentre si diverte a correre veloce
sull’autostrada a bordo della fiammante Fulvia Sport Zagato 1300,
gialla, premio di laurea. Quel giovane non porta con sé il coraggio o

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la fermezza di un giudice, ma il semplice bagaglio di una valigia, una
borsa di codici e carte, tanto entusiasmo. Soprattutto, ha suo padre
accanto, a rivivere e condividere le stesse sensazioni che a sua volta
aveva provato quando, durante la guerra, nel lontano 1943, aveva
assunto servizio in magistratura come giudice istruttore ad Avellino.
Quanta emozione, quanta gioia, quante illusioni si racchiudevano
in quel giovane di prima nomina che, per seguire le orme del padre,
aveva abbandonato la più sicura, redditizia e tranquilla carriera, già
intrapresa da due anni, come funzionario direttivo della Banca d’Ita­
lia a Vicenza! Mio padre e io ci avvicinammo a Trento scoprendone
per la prima volta le verdi colline e montagne, poi ci inoltrammo
emozionati dentro questa città pulita, dopo aver lasciato l’auto in un
ordinato parcheggio e aver chiesto informazioni sulla via a un passante
stranamente allegro a quelle prime ore del mattino. A un passo dal
palazzo di giustizia subimmo, increduli, un ammonimento verbale,
preannunciato dal sibilo di un fischietto, da parte di un vigile solerte
che, con un dito alzato, ci richiamava quasi fossimo due marziani
perché avevamo osato attraversare la strada appena fuori dalle strisce
pedonali. «Accidenti», commentammo guardandoci sorridenti negli
occhi, «ma dove siamo capitati? Siamo già tra i tedeschi?»
Ecco, questo era il giudice che aveva preso servizio a Trento nel
1975. E poi ci rimase dieci anni, ovvero fino a quando un altro fi-
schietto più stridulo, non più di semplice richiamo, lo indusse ad
andarsene quasi di corsa il più lontano possibile, a Trapani, pur di
continuare a lavorare in linea con quei principi e ideali che ancora
conservava dentro.
Ho voluto ricordare quel giudice perché era proprio così: sempli-
ce e timoroso, non arrogante, né prepotente o sicuro di sé come poi
venne dipinto e come di certo, in parte, divenne con il passare del
tempo. Quando arrivai a Trento ero pieno di paure, come tutti i gio-
vani, ma anche di profonde certezze: quelle inculcatemi da un padre
severo e quasi sempre distaccato, ma che si era sciolto il giorno in
cui, al trenta e lode dell’esame di diritto privato, non era stato capace
di trattenere in un abbraccio le sue lacrime di gioia. Per me quella era
stata la prima e più preziosa ricompensa che potessi desiderare, segno
del suo orgoglio e della sua stima.

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Ora, all’inizio di quest’ultima battaglia alla ricerca della verità,
devo, per farmi comprendere e seguire nelle mie nuove «indagini»,
ricordare e riassumere la vecchia istruttoria di Trento, poco conosciu-
ta all’epoca e oggi ormai del tutto dimenticata. Ma è il necessario
punto di riferimento per individuare la mia strategia di ricerca.

Quell’inchiesta iniziò alla fine del 1979, ma i fatti da cui partiva


e i relativi documenti sequestrati risalivano a molto tempo addietro.
Allora non immaginavo quanto. Sapevo però con esattezza che il 22
novembre di quell’anno un cittadino turco si era presentato in Que-
stura a Milano. Si chiamava Asim Akkaia, aveva quarantotto anni ed
era nato a Köprülü, una sconosciuta località della Turchia.
In un italiano molto stentato, e supportato da un interprete tedesco,
aveva detto di avere notizie su un traffico internazionale di stupefa-
centi tra la Turchia e l’Italia, collegate soprattutto tramite autocarri.
Sosteneva, forse per attribuirsi una patina di credibilità, di essere il
fratello di un poliziotto della narcotici di Istanbul (ma questa affer-
mazione non fu confermata dalle autorità turche). Aggiunse che,
d’accordo con il fratello, doveva infiltrarsi in quella parte dell’orga-
nizzazione che operava in Italia, per fornirgli elementi sufficienti a
smascherarla.
Magro, viso affilato e duro, espressione impenetrabile, alto circa
un metro e ottanta, Akkaia fu accompagnato nell’ufficio del commis-
sario Enzo Portaccio, a quell’epoca capo della squadra mobile. I
dettagli che gli fornì lo ponevano sempre ai margini dei traffici,
evitandogli (così almeno sperava) di trasformarsi in un indiziato.
Raccontò che Trento costituiva un punto di congiunzione tra la mafia
turca e quella siciliana. In due hotel, il Karinhall e il Romagna, en-
trambi di proprietà di un albergatore del posto d’origine altoatesina,
Karl Kofler, sarebbero stati occultati grossi quantitativi di morfina
base e di eroina pura provenienti dalla Turchia. Da Trento avrebbero
preso la via della Sicilia, dove sarebbero stati lavorati in raffinerie
locali per poi andare sul mercato in Italia e negli Stati Uniti.
All’inizio del 1980, quando presero piede le indagini, gli uomini
delle forze dell’ordine accolsero con diffidenza la notizia che nel

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tranquillo Trentino esisteva una organizzazione di carattere mafioso.
I telefoni dei due alberghi furono messi sotto controllo e vennero
registrate conversazioni in varie lingue, dall’italiano al tedesco, dal
turco all’arabo, in cui si parlava di tutto tranne che di droga. Le per-
quisizioni ordinate dalla Procura non portarono a nulla e a quel
punto gli atti vennero trasmessi all’Ufficio istruzione per gli eventua-
li accertamenti ulteriori.
In quel fascicolo, n. 4680/80, non esisteva un imputato. In una
trentina di pagine comprendeva un rapporto di polizia e un complicato
grafico raffigurante quasi tutti i Paesi del mondo, dall’Est all’Ovest,
dal Medio Oriente agli Stati Uniti, dalla Tunisia all’Olanda. Al cen-
tro c’era Trento. In collegamento, la Sicilia. In quei giorni ero stato
nominato giudice istruttore. Fu il primo fascicolo che studiai, l’unico
processo che istruii, l’unica indagine che condussi. Senza ultimarla.
Nel dicembre del 1980 vennero scoperti a Trento, Bolzano e Ve-
rona i più grossi quantitativi europei di morfina base ed eroina mai
rinvenuti: duecento chili. Risultò che l’organizzazione in quattro
anni ne aveva importati quattromila. Tutti diretti in Sicilia. Contem-
poraneamente, il giudice Giovanni Falcone, che lavorava nel capo-
luogo siciliano, scoprì le raffinerie di Trabia e di Carini, proprio vi-
cino a Palermo, rifornite dal gruppo di Trento. Iniziarono gli arresti,
anzitutto Karl Kofler e il suo socio turco Arslan Hanifi. Ne seguirono
molti altri. Poco dopo l’albergatore trentino si suicidò in prigione, o
almeno così sembrò. Hanifi, invece, evase, in modo rocambolesco,
dalle carceri di Trento.
Kofler, in stretto rapporto anche con mafiosi di Trapani, era stato
il «garante» italiano per i fornitori della mafia turca. Dalla metà degli
anni Settanta era in contatto a Milano con il siriano Wakkas Salah
al-Din, a sua volta «garante» arabo per i siciliani (che allora erano
Gae­tano Badalamenti, Gerlando Alberti, i fratelli Grado e Totò Riina).
Emerse poi, come possibile contropartita, il flusso delle armi, che
prendevano la strada del Medio Oriente in seguito a trattative che,
come per la droga, si svolgevano in particolare a Sofia, la capitale
della Bulgaria.
Iniziarono subito le minacce contro di me. Fui oggetto di esposti
e liti da parte di colleghi di altre località nonché di Trento. Nel 1982

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mi fu assegnata una scorta e la vita della mia famiglia si trasformò.
Non avevo ancora trentacinque anni. Ero sposato con Marina, più
giovane di otto anni, bruna, con capelli lunghissimi, scompigliati e
indomabili come lei. Era diventata mia moglie dopo appena sei gior-
ni dai suoi esami di maturità. I suoi occhi verdi brillanti e profondi
mi avevano fulminato il cuore una sera sulla riva di Portonovo, sotto
il monte Conero. Fino allora, nella casa ai margini di un bosco sulla
collina est di Trento, la mia vita con lei e le nostre due bambine,
Stefania e Laura, era stata calma, serena, equilibrata.
Ma nei giorni in cui a Trento c’era Giovanni Falcone, venuto per
interrogare alcuni miei imputati, all’improvviso mi separai da mia
moglie e dalle mie figlie. Rimasto solo, mi buttai più di prima a ca-
pofitto nel lavoro. Arrivai all’arresto di un altro siriano, Henry Arsan.
Oggi, nel riaprire la mia indagine personale, credo che costui rappre-
senti un primo punto da approfondire. Quel personaggio complesso
nascondeva rapporti «doppi»: con amici arabi e anche con gli USA.
Era informatore della DEA. L’agenzia federale statunitense, pur
avendo raccolto prove contro di lui, non lo aveva mai fermato perché
aveva ritenuto più conveniente lasciare che proseguisse nei suoi traf-
fici in cambio di informazioni o qualcos’altro.
Il suo nome in codice era XM-72-0005. Già anziano all’epoca del
mio arresto (sarebbe morto per un dubbio collasso cardiaco l’11
novembre 1983), Arsan era un trafficante di armi che, in un regime
di monopolio, dalle basi operative di Milano, Londra, New York e
Buenos Aires riforniva tutti i Paesi del mondo e in particolare quelli
del Medio Oriente e dell’Africa. Era il punto di riferimento per go-
verni e gruppi terroristici. Risultava in contatto, oltre che con la
mafia turca, anche con personaggi legati ai servizi segreti italiani e
stranieri, da Washington a Mosca.
Tra costoro figurava l’armatore turco Mehmet Cantas, legato a un
altro personaggio, Bekir Celenk, collegato a sua volta ai Lupi grigi,
l’organizzazione nazionalista terroristica di cui faceva parte Ali Agca,
l’uomo che il 13 maggio 1981, a Roma, aveva sparato al papa polac-
co Karol Wojtyla. Questi collegamenti sono un secondo punto da
riesaminare in considerazione di alcuni importanti riferimenti alla
massoneria emersi allora e anche successivamente.

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* * *

In quell’autunno-inverno del 1982 l’indagine procedeva velocemen-


te. Avevo conosciuto il sostituto procuratore di Trapani Giangiacomo
Ciaccio Montalto, il capo dell’Ufficio istruzione di Palermo Rocco
Chinnici, Giovanni Falcone e altri. Iniziai a fare la spola tra Trento
e la Sicilia e a percorrere a ritroso le vie dei traffici. Inseguivo i traf-
ficanti dai campi di papavero in Siria e in Libano alle strade della
Turchia, della Bulgaria, della Jugoslavia, dell’Italia, e poi ancora in
Germania, Austria, Olanda, Inghilterra, Svizzera, finendo per sbarcare
oltreoceano. Questi passaggi costituiscono un terzo punto significativo.
Un quarto elemento cruciale è costituito dai personaggi legati a vario
titolo ai servizi segreti in cui mi ero imbattuto nel marzo del 1983. Tra
questi c’erano Glauco Partel, legato sin dagli anni Settanta alla CIA e
alla NSA (l’agenzia statunitense che operava dallo spazio con i satelliti
per spiare il mondo), e il colonnello Massimo Pugliese, ufficiale del
SIFAR (Servizio Informazioni Forze Armate) e poi del SID (Servizio
Informazioni Difesa) quando il servizio cambiò nome nel 1966. A questi
erano risultate legate personalità di rilievo come il generale del SISMI
Giuseppe Santovito, il colonnello Stefano Giovannone, capocentro a
Beirut, il Gran maestro del Grande Oriente d’Italia Armando Corona,
Vittorio Emanuele di Savoia, l’attore Rossano Brazzi, vicino a Ronald
Reagan, insediatosi alla Casa Bianca il 20 gennaio 1981.
L’inchiesta raggiunse lo Yemen, la Polonia, il Libano, la Siria,
l’Iraq e l’Iran. Riguardò anche la Somalia del dittatore Siad Barre,
che riceveva armamenti dall’Italia e anche dagli Stati Uniti; e così la
Corea del Sud, sotto l’egida americana, già allora alle prese con le
smanie belliche di quella del Nord; e l’Argentina, reduce dal conflit-
to con l’Inghilterra per le isole Falkland. Qui erano finiti, tramite la
Francia e attraverso canali di logge massoniche, i missili Exocet che
avevano affondato un cacciatorpediniere inglese. C’era poi la Libia
di Gheddafi, che con l’Italia trafficava in armi e petrolio. E non si
potevano dimenticare le connessioni tra i nostri servizi segreti, quel-
li americani e di altri Paesi, soprattutto orientali, che coniugavano
armamenti e droga in traffici che li vedevano collegati.
Il 25 gennaio 1983 Ciaccio Montalto fu ucciso a Valderice, in

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provincia di Trapani. Il 29 luglio successivo, a Palermo, saltò in aria
con un’autobomba Rocco Chinnici, insieme agli uomini della sua
scorta. Nel mese di giugno, a seguito di una soffiata anonima – che
rappresenta un quinto elemento da rivalutare –, sequestrai documen-
ti che chiamavano in causa l’onorevole Bettino Craxi, che il 4 agosto
1983 sarebbe diventato presidente del Consiglio.

L’indagine viene chiusa, 1984

Iniziai a svolgere verifiche sugli ambienti circostanti il PSI e in


particolare su forniture di armi all’Argentina, alla Somalia e al Mo-
zambico nel quadro della cooperazione governativa. Le reazioni fu-
rono durissime. Nel dicembre del 1983 procedevo su un doppio
fronte: da un lato disponevo perquisizioni e sequestri di documenti
su una società finanziaria di proprietà del PSI e dall’altro chiedevo
al direttore del SISMI, Ninetto Lugaresi, documenti sulla coopera-
zione, in particolare sulla Somalia. Fu allora che Craxi si rivolse al
procuratore generale della Cassazione, che intervenne immediata-
mente contro il mio lavoro. I provvedimenti che avevo emesso nei
confronti di società legate al PSI mi vennero restituiti senza essere
eseguiti. L’indagine rimase bloccata.
Mi furono contestati abusi sia dal punto di vista disciplinare che
penale. Mi si addebitò il mancato invio di una «comunicazione giu-
diziaria» al presidente del Consiglio. Altri reclami si aggiunsero da
parte di imputati e avvocati. Le indagini, ormai in stato avanzato,
proseguivano però da sole in tutto il mondo. Nel luglio del 1984,
malgrado le fortissime pressioni a cui ero sottoposto, denunciai ­Craxi
alla Commissione inquirente per il reato di finanziamento illecito al
PSI, nonché per vicende legate ai traffici di armi. Nelle mie carte
comparivano personaggi noti come Lelio Lagorio, Gianni De ­Michelis,
Paolo Pillitteri, e altri allora meno conosciuti, tra cui Ferdinando Mach
di Palmstein, Silvano Larini, Augusto Rezzonico.
Ma il 20 novembre 1984, secondo un copione che appariva già
scritto, intervennero le sezioni unite della Cassazione, che disposero
il trasferimento a Venezia delle trecentomila pagine di atti processuali

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messe insieme in quattro anni di lavoro. Fu accolta un’istanza presentata
in segreto da imputati, avvocati e dallo stesso procuratore generale della
Corte d’Appello di Trento, Adalberto Capriotti. I colleghi di Trento
manifestarono pubblicamente la loro solidarietà nei miei confronti.
Tale condotta consentì alla Suprema Corte di affermare che né io né
gli altri magistrati trentini eravamo «attendibili» e «imparziali».
Il 3 dicembre firmai, inattesa da tutti, la domanda di trasferimento
a Trapani, dove presi servizio il 15 febbraio 1985. Tutto si svolse in
modo affrettato, quasi stessi per far saltare segreti affari di Stato, e
non solo del nostro. Ma a saltare fui io. Dopo i primi contatti con la
diffidente realtà trapanese e le prime indagini ereditate da Ciaccio
Montalto, il successivo 2 aprile ci fu l’attentato di Pizzolungo, che
uccise al mio posto due gemellini di sei anni e la loro mamma. Un
mese più tardi fu scoperta ad Alcamo, vicino a Trapani, la raffineria di
morfina base più grande d’Europa. Era rifornita dalla stessa organiz-
zazione turca che cinque anni prima avevo individuato nell’inchiesta
di Trento. Ma, dopo l’estate del 1985 e mesi di vita blindata e minacce
di morte rivolte anche alle mie figlie, che allora vivevano ad Ancona,
lasciai la Sicilia e la magistratura attiva.
Mi trasferii a Roma e iniziai a lavorare, fuori ruolo, presso il mi-
nistero di Grazia e giustizia, abbandonando ogni ricerca e tentando
di dimenticare. Tuttavia le minacce proseguirono e le intimidazioni
crebbero. Frattanto a Trapani, nel 1986, la polizia entrò in quello che
sembrava un innocuo circolo culturale, il Centro studi Scontrino,
scoprendo che celava logge massoniche coperte frequentate da «fra-
telli», templari, politici nonché mafiosi sospettati della partecipazio-
ne al mio attentato. Lì operava anche un’altra organizzazione, l’As-
sociazione musulmani d’Italia, il cui presidente compariva in alcuni
atti come «sostituto» in Sicilia del colonnello libico Gheddafi.
Intanto i trafficanti di droga che avevo incriminato a Trento ven-
nero condannati a pene molto severe, sino a ventinove anni di reclu-
sione. Sorte analoga subirono in primo grado numerosi imputati che
avevo frettolosamente rinviato a giudizio per traffici di armamenti.
Ma in appello vennero assolti tutti, perché – venne detto – le armi
non transitavano per l’Italia.
Anche io, dopo qualche anno, sarei stato assolto da ogni addebito

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penale. In sede disciplinare il Consiglio superiore della magistratura
mi condannò dapprima alla perdita di sei mesi di anzianità, ma la
pena fu annullata in Cassazione. Allora il CSM mi sanzionò con un
semplice «ammonimento», ma mi battei anche in questo caso. La
Cassazione rimise gli atti alla Corte Costituzionale, che alla fine
accertò che il Consiglio superiore della magistratura aveva commes-
so atti illegittimi nei miei confronti.
In quegli anni attraversai lunghi periodi di malattia. Le minacce non
si interruppero. Trascorsi tutto il mio tempo sotto scorta, ventiquat-
tr’ore al giorno, fino a quando, all’inizio del 1990, smisi di essere un
giudice. Accettai di essere dispensato dal servizio a causa delle lesioni
(accertate dall’ospedale militare di Roma) provocate dalla bomba di
Trapani, che mi aveva lesionato il labirinto destro compromettendo
la funzione dell’equilibrio. Avevo già iniziato a soffrire di cuore e
perso quasi del tutto l’udito all’orecchio destro. Vivevo fra timori
ossessivi ed ero lacerato dai sensi di colpa per le vittime. Qualche
mese dopo, in vista delle elezioni regionali del Lazio del 6 maggio
1990, lo psichiatra e politico comunista Luigi Cancrini mi propose
di candidarmi nella lista della Sinistra indipendente. Accettai, fui
eletto, ma mi dimisi un anno dopo. Nel 1992 mi ricandidai, stavolta
alle politiche, e divenni deputato per La Rete, il movimento antimafia
creato da Leoluca Orlando e alcune vittime di mafia.
Qualche settimana prima, il 17 febbraio, a Milano era stato arre-
stato il presidente del Pio Albergo Trivulzio, il socialista Mario
Chiesa, e si era aperta la stagione di Mani pulite. Poi il 12 marzo, a
Palermo, fu assassinato Salvo Lima, il rappresentante del potere
andreottiano in Sicilia. Venne l’ora delle stragi: di Giovanni Falcone,
il 23 maggio, e poco dopo quella di Paolo Borsellino, il 19 luglio.
Nel settembre del 1992 in Sicilia ricominciai a cercare tra i documenti
delle inchieste di Trapani e quelli dell’indagine di Trento, chiesi la ria-
pertura di vecchi processi. Mi dimisi da deputato e mi trasferii ancora
una volta a Trento. Dal 1990 avevo iniziato a esercitare la professione
di avvocato, rappresentando parti civili in processi che mi consentivano
di proseguire le mie ricerche. Formulai ipotesi su connessioni nelle
stragi di mafia. Puntuali si ripresentarono le ostilità contro di me. Si
accrebbero le minacce e anche più folte tornarono le scorte. In silenzio,

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sbandato nei miei affetti, continuavo a cercare, senza pubblicità né
clamore; rincorrevo vecchie carte e atti di nuove inchieste. Mi aggiravo
tra uffici giudiziari e palazzi del potere in Italia e all’estero, da Ovest a
Est, da Trapani a Liegi e Parigi, da Mosca a Washington.
Lavorai a uno studio sulla criminalità concentrandomi sul suo
livello di vertice, quello che io chiamo il «quarto livello».
Nel 1996 i miei anni erano quasi cinquanta. Cercai di ricostruirmi
una vita privata. Intanto, in varie procure, altri magistrati comincia-
rono a fare collegamenti tra le loro indagini e ciò che quindici anni
prima era emerso dalle mie a Trento. Un ex collega di Torre Annun-
ziata (Napoli) mi chiese di aiutarlo a rintracciare vecchi documenti.
Il 10 novembre andai a Venezia. Nell’archivio del tribunale, insieme
a un magistrato della locale procura e agli investigatori, scoprii che
quegli atti erano quasi tutti spariti, distrutti, cancellati. Ne restavano
frammenti in uno scantinato. Faldoni aperti, fogli sparpagliati a terra.
L’inchiesta di Trento finita così, fatta a pezzi. La denuncia che pre-
sentai non ha mai avuto una risposta.
Tra i processi che potei seguire come avvocato ci furono per
esempio quello contro il presidente della Repubblica Francesco Cos-
siga, chiamato in causa per la vicenda di Gladio, e altri processi di
mafia, in particolare quelli che riguardavano la strage di Capaci e
l’omicidio di Giovanni Falcone, e ancora quello per la strage del
traghetto Moby Prince, entrato in collisione la sera del 10 aprile 1991
con la petroliera AGIP Abruzzo, producendo un incendio in cui mo-
rirono 140 delle 141 persone a bordo.
Lavorando su questa storia, incrociai il caso di Ilaria Alpi, la
giornalista del Tg3 uccisa a Mogadiscio il 20 marzo 1994 insieme al
cineoperatore Miran Hrovatin: emerse un collegamento con il siriano
Monzer al-Kassar, in cui mi ero imbattuto a Trento nel 1982, scoprendo
che era operativo nei traffici illeciti già dalla fine degli anni Sessanta.

L’indagine si riapre, 2014

Sì, devo ricominciare le indagini da questo nome.


Ritornato a Trento da Palermo, cerco subito i vecchi atti dell’in-

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chiesta. Li custodisco in faldoni nel mio studio di avvocato, in un
ripostiglio nascosto in una soffitta.
Recupero, per fortuna quasi integra, la vecchia ordinanza di rinvio
a giudizio che avevo scritto prima di trasferirmi a Trapani. Porta la
data del 15 novembre 1984 e racchiude 5.968 pagine, ormai sbiadite.
È raccolta in dieci faldoni. Tra queste carte cerco subito i nomi ai quali
l’articolo su Monzer al-Kassar mi ha fatto pensare, quelli dei palestinesi.
Ritrovo alcuni rapporti di polizia giudiziaria molto strani, che
all’epo­ca avevo ritenuto depistaggi su alcuni gravi episodi. Rintraccio
i pochissimi riferimenti al gruppo Settembre nero. Individuo subito
i due nomi più importanti: Abu Bassam, citato spesso con l’aggiunta
del titolo Sharif («onorevole», «illustre») e soprannominato il «volto
del terrore», e Abu Dawud, l’ideatore e organizzatore del massacro
di Monaco nel 1972. Sono i soli rappresentanti di Settembre nero
sopravvissuti nel XXI secolo. Sono proprio loro i palestinesi che, nei
primi anni Duemila, hanno confermato le poche indiscrezioni pub-
blicamente divulgate sull’esistenza del Lodo Moro. Sono esattamen-
te gli stessi che erano nascosti e ben «coperti» nella mia inchiesta di
Trento. Me ne sono accorto nel 2014! Felice delle conferme trovate
nelle mie vecchie carte, vado alla stazione di Trento per accogliere
l’amico Ferdinando Imposimato, accorso da Roma dopo il nostro
contatto di due giorni prima.
Mi parla subito delle sue verifiche su interrogazioni parlamentari
che avevo proposto negli anni 1992-1993 nei confronti di una lobby
di potere presente al ministero di Grazia e giustizia e delle ulteriori
conferme e informazioni da lui acquisite in proposito.
«Certo, hai attaccato Cossiga pesantemente!» lo interrompo però,
seduto al tavolino di una trattoria a quaranta metri dal duomo di
Trento. È l’ora di pranzo, c’è sole e il locale è pieno di gente.
«E forse non dovevo?» mi risponde Imposimato con altrettanta
foga.
Mi parla subito del libro che ha scritto, I 55 giorni che hanno
cambiato l’Italia, e di Cossiga. Segue piste non molto distanti dalle
mie. Abbiamo però esperienze e conoscenze molto diverse. Lui si
è occupato in particolare, come giudice istruttore a Roma, del rapi-
mento di Aldo Moro. Recentemente ha raccolto le dichiarazioni di

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alcuni personaggi che sostengono di aver fatto parte della cosiddetta
«Gladio militare», quella struttura di cui proprio Francesco Cossiga
e Giulio Andreotti hanno negato l’esistenza quando, dopo il crollo
del Muro di Berlino e la pressione delle inchieste di taluni magistrati,
fu rivelata la struttura Stay-behind, presente in Italia dal dopoguerra
sino al 1990. È convinto che i servizi segreti conoscessero il luogo in
cui le Brigate rosse nascondevano Aldo Moro durante il rapimento,
ovvero il covo di via Montalcini; lo avrebbero tenuto d’occhio, a
quanto sostengono alcuni, per settimane. Il generale Carlo Alberto
dalla Chiesa sarebbe voluto intervenire per liberarlo. Ma due giorni
prima dell’assassinio i suoi controllori avrebbero ricevuto l’ordine di
abbandonare la sorveglianza. Imposimato cerca ancora di approfondire
quella pista. È anche convinto che al di sopra degli attori noti ci sia
un gruppo di potere, attraverso il quale le massime autorità governano
il globo. Lo farebbero con attività occulte di destabilizzazione, come
era risultato scritto in un vecchio documento del 1967, rinvenuto dal
giudice Emilio Alessandrini, su una riunione del Gruppo Bilderberg,
nato per iniziativa del banchiere statunitense David Rockefeller nel
1954 (sotto la stessa spinta dell’organizzazione liberista Mont Pèlerin
Society, fondata in Svizzera nel 1947). In queste segrete strutture
sarebbe stata decisa la strategia della tensione da attuare nel nostro
Paese per ostacolare l’avanzata del Partito comunista.
«Scrivi quello che stai facendo», mi suggerisce alla fine della
conversazione. «Non fare come altri che non hanno lasciato una
traccia.» «E tu convinci», gli rispondo, «il collega che ti ha rivelato
il nome di chi al ministero lavorava per la CIA ad autorizzarmi a
scrivere questa rilevante circostanza.» Ci scambiamo le ultime con-
siderazioni, concordando di ritrovarci a breve a Roma.

Seguo il consiglio di Imposimato. Scrivo un primo elenco di nomi


ed episodi da verificare. Ne annoto undici. E stendo la mia prima
ipotesi (Ip. 1).
È possibile che io sia stato fermato prima a Trento, poi a Trapani,
e dopo abbia continuato a subire minacce, per un motivo riconduci-
bile alla mia prima inchiesta? Ricordo quando a Caltanissetta, nel

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processo per la strage di Pizzolungo, mi venne domandato: «Ma a
Trento lei ha subito minacce?» Io risposi: «Sì, numerose e di vario
tipo». Alle mie spalle percepii un brusio tra gli avvocati: «Sta sca-
gionando gli imputati!» E quelli, effettivamente, vennero poi assolti,
anche se non per le mie dichiarazioni sulle minacce di Trento.
A quelle domande io avevo risposto in quel modo, perché... era
così. Ma qualcuno ha mai indagato su quelle minacce e sui depistag-
gi? Di certo non lo fece l’autorità giudiziaria di Venezia, la quale
sarebbe stata competente, ma che sin dall’inizio della mia inchiesta
tentò di sottrarmela per poi procedere penalmente contro di me.
E le minacce che sono arrivate anche dopo che lasciai Trapani e
la magistratura attiva? Non possono forse essere derivate dal fatto
che, senza saperlo, a Trento mi ero imbattuto in personaggi, fatti e
vicende «coperti», ovvero protetti dal Lodo Moro? È poi così impen-
sabile l’ipotesi che io sia stato bloccato per essere entrato in posses-
so di prove «vietate», sulle quali non avrei dovuto indagare? E che
quindi, in ogni caso, avrei dovuto essere fermato perché non emer-
gesse una parte della nostra storia che non doveva venire a galla? È
davvero così assurda l’ipotesi che dietro il Lodo Moro (filoarabo) ci
fosse anche l’«altro» che avevo trovato a Trento, cioè i traffici degli
Stati Uniti, ovvero Stay-behind e Gladio, di cui allora l’esistenza era
segreta?
Tutta la mia storia mi sembra attraversata da un medesimo filo
conduttore, ancora non individuato, perché diretto da volontà supe-
riori ed esterne, da direzioni occulte, che utilizzano come manova-
lanza le nostre forze più efficaci e anche più nascoste, accomunate
da una caratteristica operativa, l’omertà: da una parte i servizi segre-
ti e la massoneria, dall’altra Cosa nostra.
Questa è la prima idea che maturo nel 2014, la mia ipotesi inizia-
le di lavoro. La chiamo ipotesi 1, Ip. 1. Attorno a questa costruisco
la mia prima strategia di ricerca. Mi appare rivoluzionaria per com-
prendere la mia vicenda di Trento e di Trapani, anche se così lontana
nel tempo: con i suoi segreti – ne sono convinto – stende le sue ombre
sino a oggi.
In questo momento iniziale non immagino neanche lontanamente
a quali altri sviluppi mi condurrà l’ipotesi 1.

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Luci e ombre
(Indagine 2014, 30 novembre)

La fabbrica delle idee

«Per le idee e l’impegno morale»: sarebbero questi i motivi per i


quali dovrei essere ricordato? Lo apprendo a quasi trent’anni dall’at-
tentato, quando mi viene conferito dal presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano l’aureo riconoscimento di «vittima del terrorismo».
La consegna della preziosa medaglia avviene il 9 maggio 2013, nel
cosiddetto «Giorno della memoria».
Dopo il controllo dell’invito da parte dell’usciere, nella fastosa
accoglienza tutt’intorno a me non trovo una mano che mi saluti, a
parte quella, al momento della formale consegna, del ministro dell’In-
terno Roberto Maroni, che ha controfirmato l’attestato. Sentendomi
quasi un intruso, avverto la curiosità di leggere la motivazione del
riconoscimento: appunto, «per le idee e l’impegno morale».
Appena chiusa la cerimonia, mi allontano. Mi sembra di scappa-
re, come feci da Trapani. Rifletto sull’uso dei termini. L’«impegno»
non mi appare una qualità poi tanto rara. Ricerco allora dentro di me
«le idee» per le quali dovrei essere ricordato e penso siano da iden-
tificare in quelle nelle quali ho creduto, vissuto, lavorato. Quindi non
incontro difficoltà a individuarle. Sono, come per tutti, le luci pre-
senti nella propria vita. Le mie di allora erano la mia famiglia, colei
che all’epoca era mia moglie, le mie prime due figlie, il mio primo
cane, il lavoro, in cui credevo e che occupava il mio tempo, pochi

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amici, di vecchia data. Tutto vissuto in un equilibrio allora nemmeno
apprezzato a sufficienza, come spesso avviene nella vita, e poi scon-
volto da eventi che mi hanno indotto e quasi obbligato a concentrar-
mi su un’«idea» sempre più invasiva: la ricerca della verità. Questa
è stata la mia principale idea, forse una fissazione: la scelta di fare il
giudice e di cercare la verità, sulle orme di mio padre. Ho iniziato a
studiare sui suoi libri di filosofia e poi di diritto, e non ho mai smes-
so di ascoltarne le parole. Anche durante le mie scelte più difficili,
come quella di denunciare l’allora presidente del Consiglio ­Bettino
Craxi, o quella di trasferirmi a Trapani.
Ho ancora in mente ciò che mi disse quando, nel dicembre del
1982, aveva la stessa età che ho io mentre scrivo nel dicembre del
2014: sessantasette anni. Fu allora che, dopo i più recenti sviluppi
della mia inchiesta di Trento, mi suggerì di partecipare a un convegno
di magistrati sulla criminalità organizzata che si sarebbe tenuto a
Sorrento poco prima di Natale. «Vai anche tu, Carlo. Non fare l’orso
come sempre. Condividi con i colleghi le tue esperienze, le tue sco-
perte, le tue idee. Ti potrà essere utile.» Non immaginava che con i
tempi che correvano le rivelazioni sulle indagini, per me come per
gli altri magistrati, potessero essere un’esposizione inutile e impru-
dente.
A quell’incontro di magistrati avrò l’unica occasione di vedere
presenti tutte le luci della mia vita. Mi intrattengo con il sostituto
procuratore della Repubblica di Trapani, Giangiacomo Ciaccio Mon-
talto, con cui già da tempo sono in contatto per comuni indagini.
Nessuno può immaginare che verrà ucciso poche settimane dopo e
che io mi ritroverò a lavorare nella sua città, tra i suoi fascicoli, in
capo a due anni. C’è Giovanni Falcone, che aveva lavorato a Trapani
prima di occupare il ruolo di giudice istruttore a Palermo. È da poco
venuto a Trento a interrogare alcuni miei imputati turchi, più disposti
a parlare dei mafiosi perché nel loro Paese esiste la pena di morte. A
mia volta mi sono recato al carcere dell’Ucciardone a Palermo per
ascoltare personaggi accusati anche da lui. Lo accompagna Paolo
Borsellino: già allora i due appaiono legati da un rapporto di confi-
denza oltre che di lavoro. C’è anche il loro capo, il consigliere istrut-
tore Rocco Chinnici, che ha creato nel capoluogo siciliano una specie

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di pool di magistrati. Avverte nemici non solo nella criminalità, e non
ne fa mistero. A me chiede come sia la vita giudiziaria di Trento e
l’Ufficio della Procura generale presso la Corte d’Appello. «Sarei
felice se tu venissi a Trento», gli rispondo spiegandogli poi i contra-
sti con la locale Procura e anche con quella generale.
Tra i tanti magistrati che sono lì presenti, tutti estremamente
abbottonati e riservati, pochi espongono atti processuali o proprie
«idee». Quasi nessuno, comunque, condivide le mie sull’esistenza
di «un terzo livello» esterno a Cosa nostra, già allora ritenuta priva
di registi esterni. Distribuisco tra perplessi colleghi un’improvvisa-
ta mappa sulla presenza di altre entità. Nomino la Siria, il Libano,
la Turchia, la Francia, la Germania, gli Stati Uniti... oltre a Trento e
a Palermo.
Non ho il coraggio di accennare a un altro livello, ancora più
elevato, nel quale i traffici di armi e di droga compaiono come indi-
zi di alleanze trasversali che mettono in contatto Paesi apparente-
mente nemici tra loro, servizi segreti, massoni. Già lo denominavo
fra me e me il «quarto livello», una sorta di centrale direttiva di
componenti internazionali (bancarie, economiche, finanziarie, poli-
tiche, militari) che non avrebbe potuto essere toccata, scoperta, ri-
velata, perché celava i nomi e gli interessi dei poteri diretti e trasver-
sali fra gli Stati.
Questo era nei miei pensieri, nelle mie... idee. È per queste intui­
zioni o convinzioni, a cui mi sono ispirato nella vita, che dovrei es-
sere premiato e ricordato?

Dopo un mese viene ucciso Giangiacomo Ciaccio Montalto; poco


dopo, Rocco Chinnici. Per me le ombre si materializzeranno nell’a-
prile del 1985. L’ora di Giovanni Falcone scoccherà nel maggio del
1992. Quella di Paolo Borsellino due mesi dopo.
Per Falcone l’ultima ora sarebbe forse dovuta essere il 21 giugno
1989 nell’attentato dell’Addaura, mentre si accompagnava alla col-
lega svizzera Carla Del Ponte, anche con alcune mie carte. Le stesse
che tenevo sempre con me nella borsa, pure il 2 aprile 1985.
Le avevo tra le mani anche quando venni interrogato, qualche

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mese dopo, dal Consiglio superiore della magistratura e dovetti di-
scolparmi dalle accuse che avevano fermato l’inchiesta di Trento. E
ricordo, come fosse oggi, quando con poche parole tentai di difen-
dermi brandendo come strali quei documenti, tentando di pronuncia-
re i miei atti di discolpa e insieme di accusa contro il sistema: «È
tutto collegato... è tutto collegato...» E il mio stesso avvocato – un
magistrato della Corte di Cassazione, Giovanni Tranfo, collega e
amico di mio padre che ebbe il coraggio di difendermi – con la mano
continuava a tamburellarmi sulla spalla per farmi capire che era del
tutto inutile affrontare quelle spiegazioni difficili. Non sarebbe ser-
vito: nessuno, in quella sede, voleva sapere; nessuno voleva ascolta-
re. Niente doveva essere detto. La storia doveva finire lì, con una
sanzione, punto e basta.
Oggi sarei un bugiardo se dicessi che già allora sapevo tutto. No,
non avevo capito molto. Mi ero però imbattuto in alcuni nomi impor-
tanti, non solo italiani ma anche stranieri, e avevo intuito che tutto
era collegato: dalla droga alle armi, dai servizi deviati al terrorismo
e alla politica, dal Libano alla Sicilia, a Trapani, agli americani e ai
russi, ai turchi e ai siriani.
Ma non ero incappato nei palestinesi – ai quali allora, confesso,
non pensai e che nessun organo di polizia mi segnalò – né tantomeno
nei loro conflitti con gli israeliani e con gli americani, o in altre
oscure chiavi di lettura che, nei primi anni Ottanta, non potevo (né io
né i miei colleghi) conoscere.

Tornando a quel convegno di Sorrento del dicembre 1982, co-


munque, non siamo presenti solo noi giudici. Ci sono investigatori
italiani della Criminalpol, la Direzione centrale della polizia criminale,
dell’Interpol, l’organizzazione internazionale per la cooperazione delle
forze di polizia, e anche americani: agenti della DEA, dell’FBI, di
ignoti apparati segreti. Ci osservano, ci ascoltano. Ci lusingano anche
per le nostre capacità e abilità. Ci spiegano e mostrano i loro metodi
di indagine, spesso costituiti da schemi con linee e frecce indicanti
contatti e rapporti tra vari personaggi, chissà da dove colti, visti o
sentiti. Appaiono assai preparati, attenti e pronti. Anche molto attivi.

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... e la fabbrica del terrore

E noi giudici? Che sparuto e male attrezzato manipolo di rappre-


sentanti della giustizia eravamo! Eppure quel convegno sarebbe do-
vuto essere il «coordinamento» tra i più ferrati magistrati italiani
allora impegnati nella lotta alla criminalità organizzata, alla mafia, a
quei poteri occulti che già si intuivano nella loggia massonica P2 di
Licio Gelli e nei cosiddetti servizi segreti deviati.
Si trattava solo di un raggruppamento quasi casuale di magi-
strati di procure della Repubblica e di tribunali, collegati da qual-
che numero di telefono, più rare telescriventi, e rapporti tenuti
nascosti per molteplici motivi. Non c’era alcuna operatività con-
giunta, se non quella possibile tramite confidenze personali, spes-
so rese difficili dalla imposta segretezza istruttoria, e, talora, anche
da rivalità.
Nessuno di noi avrebbe mai immaginato che quella nostra attivi-
tà professionale potesse essere sotto una lente di ingrandimento,
forse anche in quello stesso convegno a Sorrento. Che fossimo già
parte di un conflitto tra poteri di Stato (e di Stati), forse pure orche-
strato dall’alto, manovrato dai massimi centri dell’Ovest e dell’Est,
da Washington come da Mosca. Di sicuro già dal 1971, ovvero quan-
do erano nati quegli occulti accordi tra occidentali e arabi che favo-
rirono anche i traffici di droga, di armi e l’impiego dei proventi nei
paradisi fiscali per liberalizzare i mercati, come dissero avendo anche
in testa altro, già avviato a livello più segreto.

Che cosa era accaduto, poco prima di quell’incontro di Sorrento,


di tanto significativo da provocare successivi stravolgimenti degli
eventi? Su indicazione di Giovanni Falcone il 20 ottobre 1980 ero
andato a Varese per interrogare uno dei principali indiziati (da lui e
da me) di traffici di droga: un tale Gennaro Totta, palermitano, in
contatto con turchi e siriani. Tenni l’interrogatorio in Questura.
Al termine, chiesi al dirigente della mobile se in quella zona vi
fossero turchi o siriani operanti... in armi. Vidi volti sconcertati dalla
mia irruenza, quasi che io sapessi quello che c’era nei loro cassetti.

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In parte era vero: alla Criminalpol di Roma un investigatore mi ave-
va dato una soffiata per cercare bene da quelle parti. Poi venne casti-
gato. Comunque, quel giorno a Varese, dopo una serie di sguardi
incrociati, i funzionari mi mostrarono un fascicolo sulla cui coperti-
na era scritto in grande «Henry Arsan». In alto compariva una recen-
tissima richiesta di informazioni della polizia austriaca che riguarda-
va questo siriano residente a Varese con la moglie italiana. Il
riferimento riguardava traffici di armamenti pesanti da lui trattati con
un turco che non avevo mai sentito, Ertem Tegmen, operativo in quel
momento a Vienna, il quale faceva da tramite in Austria e Germania
tra i vertici USA e le organizzazioni internazionali: era ben noto agli
americani.
In un libro del 1990 ricorda questo equivoco personaggio anche
Claire Sterling, famosa scrittrice e discussa consulente delle attività
di governo degli Stati Uniti. Descrivendo l’origine delle ultime alle-
anze planetarie con il «cartello» di Medellín in Colombia (produttore
e distributore della cocaina in tutto il mondo in cambio dell’eroina
proveniente dall’Est), accanto ai famosi italoamericani della famiglia
Gambino a New York, l’autrice cita proprio questo «noto trafficante
della mafia turca, Ertem Tegmen, persona di raccordo, in Austria e
Germania, tra i vertici USA e le organizzazioni internazionali».1
In quel momento, il 20 ottobre 1982, in realtà c’era già quasi
tutto, nell’indagine, pure se solo in abbozzo. Solo che nessuno lo
sapeva tra noi, nemmeno io, che l’avevo iniziata da oltre due anni.

Quell’inchiesta era stata subito contrastata e assunse connotati


molto singolari. Dopo aver ricevuto numerose minacce mi fu asse-
gnata, nell’estate del 1982, una nutrita scorta (composta di ben dodi-
ci elementi) della guardia di finanza, i Baschi verdi. Certo bene ad-
destrati, ma normalmente non impiegati per la tutela di magistrati.
Perché ciò avvenne con me? Per tenere sotto controllo i miei sposta-

1. Sterling, C., Cosa non solo nostra. La rete mondiale della mafia siciliana,
Mondadori, Milano 1990, pp. 340-341.

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menti o le mie attività? Ministro delle Finanze all’epoca era il socia-
lista Rino Formica (dal 28 giugno 1981 al 1º dicembre 1982), mentre
il governo era guidato da Giovanni Spadolini, noto «atlantista», cioè
filoamericano, il cui nome poi avrei trovato in un cosiddetto «comi-
tato delle tangenti», in relazione a vecchie vendite di armi e acquisti
di petrolio. Mi sarei imbattuto di nuovo in ­Formica nella stessa so-
cietà finanziaria del PSI sulla quale andò a infrangersi l’indagine di
Trento. E lo avrei incontrato ancora, prima a Trento e poi a Trapani,
come firmatario di un decreto-legge, emesso dal ministro delle Fi-
nanze, che di fatto favorì, in particolare, certi «Cavalieri del lavoro»
siciliani. Tutto per caso? Oppure no?
Di sicuro però l’inchiesta di Trento, sin dal suo inizio, nel 1980,
apparve frontalmente e formalmente contrastata dalla polizia giudiziaria
e dalla magistratura di Venezia; in particolare da un dirigente ben preciso
della sua Questura (più esattamente della Questura di Mestre), Arnaldo
La Barbera, solo di recente individuato come possibile «depistatore»,
nelle indagini sulla mafia negli anni Ottanta e Novanta (Ip. 2).
L’inchiesta si aprì a Trento con i più rilevanti sequestri di stupe-
facenti dell’epoca (circa duecento chili di eroina pura e di morfina
base). Ma l’indagine corse il rischio di rimanere subito bloccata.
Negli atti di sequestro firmati da La Barbera, questi non indicò la
fonte che ne aveva consentito il rinvenimento per proteggere la «sua
incolumità». Tuttavia gli specifici luoghi in cui la droga era stata
recuperata, in bidoni sepolti sotto metri di terra, potevano essere
conosciuti solo da chi l’aveva riposta lì.
Il 31 dicembre 1980, nel mio ufficio di Trento, interrogai lui e i
suoi agenti. Dopo ammonimenti vari, sia La Barbera sia gli agenti
della sua squadra ammisero di aver fatto uscire dal carcere di Venezia,
d’accordo con un magistrato, il più importante socio di Kofler (im-
putato nell’inchiesta di Trento), il turco Arslan Hanifi. Grande gloria
per chi aveva condotto l’operazione. Ma la prova contro l’imputato
era stata cancellata. Non figurando nomi, lui e i complici sarebbero
rimasti fuori da ogni possibile indagine. In pari tempo, a un altro
personaggio, l’altoatesino Herbert Oberhofer, venne concessa dai
magistrati di Venezia una libertà provvisoria allora non consentita
dalle imputazioni. Anche costui, il giorno dopo la sua liberazione,

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fece trovare a La Barbera ulteriori enormi quantitativi di morfina
base occultati nel proprio orto, di cui però addossò ogni responsabi-
lità al suo vecchio custode, tale Bruno Meraner. Questa condotta,
alla conclusione del lungo processo subito da Oberhofer, sfocerà
nell’assoluzione in Cassazione, che scriverà la parola fine anche su
altri delicati aspetti del suo passato che lo ricollegavano al vecchio
terrorismo in Alto Adige. Le mie segnalazioni al riguardo rimasero
senza esito.
Un secondo elemento inusitato che si frappose all’indagine che
stavo conducendo fu la richiesta inoltratami dal capo dell’Ufficio
istruzione di Venezia, Michele Curato, di trasmettergli tutti gli atti
per «sua competenza». Io mi rivolsi alla Cassazione, dal momento
che i traffici facevano palesemente capo al trentino Kofler; e la Su-
prema Corte, in quel momento iniziale, condivise le mie argomenta-
zioni e lasciò l’inchiesta a Trento.
Ma quando la mia indagine lambirà i vertici politici, gli atti fini-
ranno proprio all’Ufficio di Venezia e a quel magistrato, che mi in-
colperà di reati da cui sarò successivamente assolto. A quel punto
l’inchiesta di Trento si fermerà e resterà incompiuta. È la stessa
Cassazione, nel 1984, a spostarla a Venezia su pressione dei politici
e dell’allora procuratore generale di Trento Adalberto Capriotti.
Questi, nel 1993, diverrà direttore generale degli Istituti prevenzione
e pena e firmerà la soppressione del carcere duro. L’investigatore
«speciale» La Barbera continuerà invece a operare, anche di nascosto,
per i nostri servizi (SISDE), tra Venezia e Palermo. Craxi e Martelli
governeranno. Poi cadranno.
Infine fin dagli esordi si susseguirono strane scomparse dei più
importanti indiziati, a partire dallo strano «suicidio» di Karl Kofler, av-
venuto con due fatti autolesivi contemporanei e di per sé incompatibili,
ognuno dei quali causa autonoma di morte istantanea: il taglio della
gola con una lametta e la perforazione del cuore con uno strumento
acuminato dello spessore del raggio di una ruota di bicicletta, mai
ritrovato nella cella. Seguì una rocambolesca evasione dalle carceri
di Trento del famoso «socio» di Kofler, quell’Hanifi protetto da La
Barbera (l’evasione si valse del tradizionale taglio delle sbarre con un
seghetto e di lenzuoli appesi alla finestra per calarsi giù dal carcere,

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mentre i detenuti sarebbero dovuti essere «sotto controllo continuo»),
aiutato da una potente organizzazione esterna, naturalmente mai
individuata. Quindi vi furono poi strane morti, in carcere o fuori:
Arsan, Cantas, Celenk (in prigione), Stefano Giovannone, Giuseppe
Santovito (nelle proprie abitazioni), tanto per limitarmi a nomi noti.

Settembre nero e il suo «Punto n. 6»

Che cosa scoprii di tanto importante nell’autunno del 1982 a Va-


rese sul siriano Arsan? Appresi del suo «accordo scritto, di collabo-
razione come informatore», accordo segreto e non riferito ad alcun
magistrato, con i servizi segreti americani e con la nostra Criminalpol,
siglato fin dal 1973. Riguardava insieme traffici di droga e di armi.
Comprendo appieno questo accordo degli Stati Uniti con Arsan in
Italia soltanto adesso, dopo che è divenuto più noto anche l’altro
accordo, quel Lodo Moro che fu la reazione dell’Italia al ricatto ter-
roristico, e dopo aver potuto approfondire un altro precedente accor-
do, che ho chiamato «Lodo dei Nobel», di cui parlo più avanti, tra i
terroristi palestinesi e gli stessi USA.
Proprio in quel 1973 negli Stati Uniti nacque la DEA, organo
investigativo internazionale che, teoricamente, avrebbe dovuto con-
centrarsi sulla lotta alla droga, non al terrorismo. Questo settore ri-
entrava infatti nelle competenze di altri apparati americani, la CIA,
la NSA e l’FBI. Eppure dal processo contro il siriano al-Kassar ri-
sulta chiaro che quel grande trafficante venne incastrato dalla DEA
per forniture di armi a terroristi. Come mai? Perché la DEA, che
combatte la droga, ha sempre avuto facile accesso a ogni Paese del
mondo e maggiori possibilità di interagire con i vari interlocutori
esteri, sia a livello di governi, sia a livello di trafficanti, anche usando
i metodi operativi propri della più segreta organizzazione Stay-behind,
la cosiddetta «infiltrazione» (nelle organizzazioni criminali) e la
«esfiltrazione» (ovvero la loro fuoriuscita da esse).
La DEA riuscì così a creare la più capillare rete coperta di «infil-
trati» (dichiarati «informatori»), di agenti provocatori, da loro defi-
niti «C.I.» (confidential informants o criminal informants): loro al-

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leati «coperti», protetti, nascosti e operanti nel bel mezzo dei traffici
illeciti di ogni sorta, da quelli di droga a quelli di armi, dai contrab-
bandi ai finanziamenti illeciti, utilizzati per dare appoggio a movi-
menti insurrezionali ma anche al terrorismo. Quest’ultimo, all’epoca,
ispirato in particolare dalle iniziative e dalle azioni dei palestinesi,
sotto sotto alleati anche degli Stati Uniti e poi degli italiani, dietro la
minaccia (e talora forse anche il pretesto) del terrore.

L’organizzazione Settembre nero fu fondata, a quanto descritto


dai più attenti osservatori dell’epoca,2 il 7 novembre 1970, dopo le
prodezze con cui alcuni palestinesi si erano distinti nei plurimi dirot-
tamenti di Dawson’s Field (assurti poi a modello di tante azioni ter-
roristiche, fino all’11 settembre 2001). A Beirut ne venne stabilito il
programma comune, con otto regole ben precise analiticamente de-
scritte dal giornalista Lojacono. La più importante mi appare la nu-
mero 6. Venne deciso che «l’organizzazione opererà con varie cellu-
le assolutamente indipendenti l’una dall’altra, senza un unico capo,
senza un’unica direttiva», al fine di impedire l’eventuale e possibile
infiltrazione da parte degli israeliani. Questa regola sarà poi applica-
ta da tutte le organizzazioni terroristiche e darà luogo alla prassi di
operare con l’attivazione improvvisa di cellule «dormienti» sparse
ovunque e pronte ad agire (Ip. 3). Così avviene fino a oggi.
Settembre nero prende il nome dalla violenta repressione scate-
nata da re Hussein di Giordania contro i palestinesi nel settembre del
1970, e la sua azione terroristica più famosa è quella che avvenne nel
1972: il sequestro e la strage degli atleti olimpici israeliani a Monaco.
Forse, però, non tutti sanno che quell’operazione, memorabile
nella sua esecuzione e per i successivi ricatti innescati e le ritorsioni
micidiali da parte di Israele, nacque proprio in Italia. Questo è quan-

2. Lojacono, V., I dossier di Settembre Nero. Un quadro del problema arabo-


israeliano attraverso uno dei suoi fenomeni più drammatici e sconvolgenti, Bietti,
Milano 1974, p. 45. Lojacono descrive e pubblica il suo prezioso volume sulle
attività svolte dai fondatori di Settembre nero proprio mentre risultano conclusi gli
accordi tra loro e le nostre autorità.

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to emerso dalle indagini, ed è anche stato ammesso dai diretti inte-
ressati, ma è rimasto impunito. Anzi il suo ideatore, Abu Dawud, tra
i fondatori di Settembre nero, è stato anche uno dei terroristi che
patteggiarono il Lodo Moro con le nostre istituzioni.
Era anche uno dei protagonisti dei crimini in cui mi ero imbattu-
to nell’inchiesta di Trento. Posso meravigliarmi che ciò non mi sia
stato detto? Che poi l’inchiesta sia stata ostacolata? E che poi sia
finita nel nulla... come anche le sue carte?

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Dal Lodo Moro al sequestro Moro
(Indagine 2014-2015)

La scuola dei confidential informants

È il 5 agosto 1973. La nuova DEA raccoglie prove, anche foto-


grafiche, sui traffici di droga svolti in Italia e in mezzo mondo dal
siriano Henry Arsan. Poi si assicura la sua collaborazione con un
ricatto: «O lavori con noi o verrai arrestato, insieme alla tua compli-
ce e moglie italiana» (Ip. 4).
Ciò avviene in territorio italiano, sotto la vigenza delle leggi ita-
liane e con l’espressa indicazione, negli atti sequestrati nell’inchiesta
di Trento, che di tutto è «a conoscenza» la polizia di Stato italiana.
Chi agisce è un agente speciale della DEA, Thomas Angioletti – noto
collaboratore anche dei magistrati di Palermo –, unitamente a un altro
suo «informatore» (il trafficante turco Ertem Tegmen incontrato nel
capitolo precedente, anche lui con un numero in codice ben preci-
so), che faceva parte di quella preziosa arma usata dagli Stati Uniti
per contrastare la criminalità: i C.I., confidential informants. Arsan
conferma di essere coinvolto in queste attività di contrabbando da
almeno venticinque anni, ovvero dal 1958 (Ip. 3). Dichiara inoltre
che il prezzo della morfina base al chilo è di settecentomila dollari.
«Da questo momento», c’è scritto in quegli atti, «Arsan collabora con
i nostri uffici di Roma e Milano da dove ottiene vari permessi, anche
di acquistare cento chili di morfina base» da noti capi turchi. Cento
chili di morfina base valgono all’epoca cento volte settecentomila

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dollari, ovvero settanta milioni di dollari in contanti. La droga diviene
merce di scambio per vendere armi o armamenti.
Questi patti sono contenuti in una lettera consegnata al capo del-
la nostra Criminalpol, Ennio De Francesco, su carta intestata della
stessa Criminalpol di Roma. In essa si racconta anche della consegna
di documenti falsi a Henry Arsan. Tra i nomi presenti in questa co-
pertura figurano Monzer al-Kassar (che, come abbiamo visto, verrà
arrestato dagli americani con una trappola solo nel 2007), Abu Dawud
(che nel 1972 aveva organizzato, a Monaco, la strage contro gli atle-
ti israeliani), Abu Bassam (che nel 1970 aveva attuato i dirottamenti
di Dawson’s Field).

«Quello che dico è la verità... non tutta la verità», affermerà


proprio quest’ultimo nel 2008, quando, conversando a distanza con
l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, ammetterà di
avere partecipato alla formazione e all’esecuzione del Lodo Moro.
E Cossiga ne parla in relazione alle protezioni di trasporti di armi
avvenute sul territorio italiano, all’attentato alla sinagoga di Roma
nel 1982, ai trattamenti di favore riservati ad Abu Abbas (nella crisi
di Sigonella dopo il dirottamento della nave Achille Lauro ricordata
nel primo capitolo), alla strage di Fiumicino del dicembre 1985,
alle stesse attività terroristiche degli Hezbollah presenti negli anni
Duemila.
Abu Bassam è l’ultimo sopravvissuto dei primi fondatori di Set-
tembre nero e di recente (nel 2017) è stato ricevuto quasi con defe-
renza e onore dal nostro Parlamento, nell’ingenua speranza dei par-
lamentari di apprendere da lui la verità sul caso Moro. Nel 1972, a
Beirut, in Libano, gli esplose tra le mani una bomba nascosta dal
Mossad in un libro intitolato Le memorie di Che Guevara. Perse
quattro dita e rimase sordo da un orecchio e cieco da un occhio. An-
che se oggi viene trattato quasi da eroe, è però noto che nel 1970 fu
proprio lui a organizzare i famosi dirottamenti di Dawson’s Field,
quando fra il 6 e il 9 settembre tre aerei di linea europei furono co-
stretti ad atterrare in Giordania in un vecchio campo di aviazione
della Royal Air Force. Un quarto dirottamento fallì, con l’uccisione

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di un terrorista e la cattura dell’altra, Leila Khaled, compagna di
lotta di Abu Bassam presa a esempio dalle brigatiste rosse.
Già nel 1980 Bassam fece solenni richiami al Lodo Moro quando
venne arrestato Abu Saleh, responsabile dell’OLP in Italia, trovato
insieme ad alcuni estremisti della nostra sinistra con dei missili ­Strela
che avrebbero dovuto essere utilizzati (si sostiene) per colpire Golda
Meir. «I missili erano in transito», ha ribadito nel 2008, «e non era
la prima volta che imbarcavamo armi per l’Italia. Non erano però
destinati a essere qui utilizzati, ma contro il nemico israeliano, contro
i bombardamenti aerei e contro l’imperialismo... Io in Italia viaggia-
vo scortato dai vostri servizi.»
Lui viaggiava scortato e adeguatamente protetto. Alcuni magistra-
ti e investigatori italiani non sono stati altrettanto fortunati.

«Non lo farei come lo feci allora», dirà invece ancora più spaval-
damente e arrogantemente il suo amico Abu Dawud a proposito
della strage di Monaco del 1972, «lo farei meglio: finché gli israelia-
ni continueranno a occupare la mia terra, farò tutto il possibile per
oppormi a questa ingiustizia.»
L’incontro del 15 luglio 1972 tra Abu Dawud e Salah Khalaf (Abu
Ayad) servito a pianificare la strage di Monaco è avvenuto, come lo
stesso Abu Dawud spiega, a Roma, in piazza della Rotonda, davanti al
Pantheon. Lo racconta pavoneggiandosi in occasione dell’usci­ta, nel
2005, del film Munich di Steven Spielberg, in cui si mostra l’angoscia
della risposta di Israele all’assassinio di undici dei propri atleti olimpici.
La strage si compie il 5 settembre, anche in conseguenza di un maldestro
intervento da parte della polizia tedesca che porta alla morte tutti gli
atleti sequestrati, cinque fedayyin e un poliziotto tedesco. Davanti ai
televisori e alle radio, il mondo intero segue il primo assalto terroristico
dell’era mediatica, compiuto dall’organizzazione palestinese Settembre
nero come rivalsa su Israele. Il cui primo ministro Golda Meir deciderà
di vendicare gli ebrei assassinati in terra tedesca dai tempi della Shoah,
incaricando i vertici del Mossad, l’agenzia israeliana di intelligence,
di dare inizio alla missione segreta denominata in codice «Operazio-
ne Ira di Dio», diretta a eliminare fisicamente gli alti esponenti del

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terrorismo palestinese che si ritengono implicati nell’attentato. Abu
Dawud racconta anche l’episodio dell’accordo per il Lodo ­Moro. «In
Italia, nel 1974, concludemmo un accordo con il governo. Se l’Italia
avesse impedito agli israeliani di colpirci, noi avremmo terminato ogni
azione.» Anche dopo le sue pubbliche ammissioni nessuno nel nostro
Paese inizierà un processo contro di lui.
All’hotel Victoria di Varsavia, nei pressi di quei luoghi in cui fu
concepito e sottoscritto il Patto di Varsavia, viene tramandata una
vecchia storia. Nel 1981, un arabo, assiduo e noto frequentatore di
quell’albergo, subisce un attacco da parte di un altro arabo sotto gli
occhi attoniti degli altri ospiti. Il palestinese viene raggiunto all’in-
terno dell’hotel e colpito con sei colpi d’arma da fuoco sparati da una
distanza di due metri. Eppure riesce a reagire, a inseguire il suo as-
salitore sino all’uscita, e a dileguarsi. Quel palestinese era sempre
Abu Dawud, braccato dal Mossad. Morirà solo nel 2010.
In quello stesso hotel Victoria, l’anno successivo, il 1982, Abu
Dawud, Abu Bassam, Henry Arsan e Ertem Tegmen si incontreranno
in occasione dell’acquisto di armamenti pesanti per l’Iran, di cui ri-
mane traccia nelle intercettazioni telefoniche allora in corso a Varese.

Lui, Abu Bassam e qualche altro terrorista palestinese furono i


fondatori di Settembre nero. E furono anche i principali creatori del
Lodo Moro. Sono rimasti impuniti, sia pure costretti a rimanere na-
scosti per non venire uccisi dai servizi israeliani.
E furono precisamente questi due i principali palestinesi coinvol-
ti nei traffici di armi dell’inchiesta di Trento, ma a me nascosti e non
rivelati dagli investigatori. La loro voce e i loro nomi compaiono
impressi nelle registrazioni e nelle trascrizioni delle conversazioni
telefoniche con Henry Arsan. E di certo anche i due ignorano l’esi-
stenza di queste prove. Diversamente, in ben maggiori guai sarebbe-
ro incorsi allora i nostri apparati.
Operavano in contatto con quel Rifa’at al-Assad, fratello minore
del defunto presidente della Repubblica siriana Hafiz al-Assad e zio
quindi dell’attuale presidente della Repubblica Bashar al-Assad,
tutti acerrimi «nemici» degli Stati Uniti, quantomeno a parole.

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Il loro cognome in arabo significa «leone». E il «leone di Dama-
sco» ricorda quel valoroso e cavalleresco condottiero turco il quale,
disgustato dalla slealtà dei propri compagni d’armi, fattosi cristiano,
passa nelle file del nemico, e per riconsegnare un bambino ai geni-
tori paga con la vita il suo intrepido eroismo. Sinora le cose non
sembrano essere andate come nel film.

Il Lodo dei Nobel

Queste protezioni in Italia e in altri Paesi dell’Occidente appaiono


però conseguenza di un primo altro accordo, formato a distanza, tra
Kissinger e Arafat, la cui ricostruzione si è resa possibile solo attra-
verso recenti desecretazioni di alcuni documenti di cui la stampa ha
dato notizia nel 2008.1 Si tratta dei documenti di Richard Helms,
direttore della CIA dal 1966 alla fine del 1973. In essi il leader pale-
stinese Yasser Arafat compare come mandante dell’uccisione di due
diplomatici americani e di uno belga, trucidati nel marzo del 1973
durante il famoso attacco terroristico all’ambasciata saudita di Khar-
tum. La presidenza USA era a conoscenza del doppio ruolo giocato
da Arafat in qualità di leader di Fatah e di oscuro stratega delle ope-
razioni di Settembre nero. Henry Kissinger, allora consigliere per la
Sicurezza del presidente Richard Nixon, decise di imporre il segreto
di Stato sulle comunicazioni radio intercettate, in cui era stata regi-
strata la voce di Arafat che dava l’ordine di eliminare l’ambasciatore
americano in Sudan, il suo vice e l’incaricato d’affari belga. L’ope-
razione di copertura venne decisa – a quanto si è detto – non certo
allo scopo dichiarato di alimentare la Guerra fredda, ma solo per
mantenere aperti i rapporti diplomatici con Arafat e quindi con l’OLP.
A quell’azione di forza in Sudan si affiancò una contemporanea
attività terroristica, finalizzata a moltiplicarne gli effetti intimidatori,
svolta a New York tramite un altro arabo che allora usava il nome di
Khalid Duhham al-Jawary. Costui piazzò tre autobombe con esplosivo

1. Cfr. Baroz, E., il Giornale, 2 settembre 2008.

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Semtex in luoghi da cui sarebbe dovuta transitare Golda Meir nella sua
visita negli Stati Uniti. Le bombe però non esplosero parrebbe perché
vennero rilevate dalla NSA. Si trattava proprio di quell’ara­bo catturato
in Italia nel 1991 e poi estradato negli Stati Uniti da Giovanni Falcone.
In quell’anno, il 1973, a Oslo verrà assegnato il premio Nobel per
la pace a Henry Kissinger. Il 14 ottobre 1994 l’ambito premio verrà
assegnato invece a Yasser Arafat (nonché a Shimon Peres e Yitzhak
Rabin), «per premiare gli sforzi per la pace in Medio Oriente»: sarà
la fine dell’OLP (Ip. 5).

Il triplo Lodo Moro

In quel momento, alla fine del 1973, proprio dopo le stragi di


Monaco e di Khartum, scocca l’ora dell’accordo con l’Italia. È il 17
dicembre. Al Tribunale penale di Roma si celebra un processo contro
cinque arabi trovati a Ostia in possesso di armi che volevano usare
contro Israele. Nella tarda mattinata, da un volo proveniente dalla
Spagna, all’aeroporto di Fiumicino scendono alcuni individui (cinque
in totale) con bagagli a mano contenenti armi. Le estraggono dalle
borse e si dividono in due commandi. Uno dei gruppi si dirige spa-
rando verso un aereo della PanAm. Vengono gettate all’interno della
fusoliera alcune bombe incendiarie al fosforo. Il velivolo si incendia
istantaneamente. Muoiono carbonizzati ventotto passeggeri e una
hostess. Sedici persone vengono ricoverate negli ospedali romani.
Una di queste perisce poco dopo per le ustioni. Il secondo comman-
do raccoglie altri ostaggi per salire a bordo di un aereo Lufthansa che
poi decolla con destinazione prima ad Atene, poi a Damasco e infine
nel Kuwait: qui, nella serata del giorno successivo, verranno liberati
gli ostaggi sopravvissuti e arrestati i terroristi.
Claire Sterling ricorda, in un suo studio,2 «quel giorno del dicembre
1973, quando Aldo Moro, allora ministro degli Esteri, comparve davanti

2. Sterling, C., La trama del terrore. La guerra segreta del terrorismo interna-
zionale, Mondadori, Milano 1981, p. 295.

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al Parlamento italiano per difendere il colonnello Gheddafi dall’ac-
cusa, peraltro fondata, di aver organizzato, il 17 dello stesso mese, la
più atroce azione terroristica compiuta in Europa negli anni ’70. [...]
Ero seduta nella tribuna stampa quando Moro parlò alla Camera dei
deputati, affermando che era felice di accettare il vigoroso diniego del
colonnello Gheddafi, che si dichiarava del tutto estraneo alla vicenda di
Fiumicino». Accadde così che due dei cinque palestinesi che avevano
fatto parte del gruppo di assalto ottennero la libertà provvisoria e gli
altri tre vennero rispediti in Libia a bordo di un aereo militare italiano.
Era già dal 1970 che l’Italia, attraverso accordi segreti, operava tali
scarcerazioni a favore dei libici, e prima ancora (dal dopoguerra) di
israeliani implicati in analoghe vicende processuali.
Nel gennaio del 1974, non si sa con esattezza da parte di chi, a
chi e come, perviene all’Italia una nuova minaccia di rappresaglia
da parte dell’OLP. Sul modello di Khartum, vengono prospettati il
sequestro e l’uccisione di delegati politici italiani di una nostra
sede all’estero come ritorsione nel caso non vengano liberati gli
arabi attualmente sotto arresto per precedenti atti terroristici. La
situazione è matura per l’accordo. Avviene una riunione in cui si
incontrano i rappresentanti del governo italiano che decidono, in
pochi minuti, di accettare il patto del terrore. C’è tutto il governo.
Ma l’accaduto resterà legato al nome di Aldo Moro, dal 1969 mi-
nistro degli Esteri.
Tutto avviene tra la fine del 1973 e l’inizio del 1974, sotto l’occhio
degli Stati Uniti nonché con la benedizione di Mosca, sostenitrice
delle più estreme ideologie palestinesi e delle posizioni della Siria.
Il Lodo Moro, tuttavia, non garantirà solo il trasferimento nel terri-
torio italiano di armi da usare contro Israele e non riguarderà solo i
palestinesi, ma anche i libici (a loro volta sostenitori del terrorismo)
e, ovviamente, lo stesso Mossad, anch’esso da tutelare per garantire
l’osservanza della promessa impunità agli arabi (Ip. 6).
Da allora quel patto è durato praticamente sino a oggi, salvo rare
eccezioni spesso dovute all’ovvia ignoranza dei magistrati circa
questi accordi contrari al diritto e ai principi di sovranità dello Stato.
È stato, comunque, il primo segreto di Stato a «saltare» nel nostro
Paese, e cioè a essere difuso, nonostante la rivelazione di un segreto

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di Stato sia punita assai severamente: pena minima dieci anni di re-
clusione, pena massima l’ergastolo. Negli Stati Uniti e in molti altri
Paesi per simili rivelazioni è prevista anche la pena di morte. Addi-
rittura, capita che il pronunciamento e l’esecuzione della condanna
restino a loro volta sottoposti a segreto di Stato.
In Italia è stato Aldo Moro a confessarlo, per tentare di ottenere la
propria liberazione attraverso lo scambio con terroristi arrestati. Ma
questo andava contro le posizioni ufficiali. Non avvennero scambi e
Moro venne ucciso. E l’intera vicenda, imputata e attribuita esclu-
sivamente alle Brigate rosse, è rimasta ancora in gran parte segreta.

L’Operazione Smeraldo

«Ha mai sentito parlare dell’Operazione Smeraldo? L’intera ope-


razione Moro forse è stata una grande messa in scena delle BR...»
Con queste parole inizia a parlarmi Beirut 1, il primo mio narratore,
quando, di sua iniziativa, si dichiara disponibile a incontrarmi nel
corso del 2015. Non ne conoscevo il nome né tantomeno l’esistenza.
Nei lontani anni Ottanta era stato un agente dei nostri servizi a Beirut,
sotto il diretto comando del colonnello Stefano Giovannone, capo-
centro del SISMI in Libano. Oggi vive protetto da una nuova identi-
tà, fornitagli dallo Stato per metterlo al sicuro dai suoi vecchi proble-
mi di servizio. È stato un anziano magistrato a indirizzarmi a lui,
segnalandomelo come persona molto competente.
Lo incontro una prima volta insieme a una giornalista che mi
aiuta nella ricerca di vecchie carte processuali. Gli spiego la mia
curiosità sul Lodo Moro. Lui sposta l’argomento sul sequestro Moro.
«Sa della sabbia nei pantaloni di Aldo Moro?» mi chiede. No, gli
rispondo, non conosco nei dettagli l’azione delle Brigate rosse, e
rinvio l’incontro ad altra data.
In quest’ulteriore occasione, sempre di sua iniziativa, comincia a
raccontarmi del rapimento e poi dell’uccisione di Graziella De Palo
e Italo Toni, i giornalisti scomparsi nel settembre del 1980 a Beirut,
dove indagavano sui traffici di armi fra l’Italia e il Libano e su oscu-
ri affari intrattenuti all’epoca dai nostri servizi e dalle nostre stesse

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autorità. Poi mi parla anche del sequestro di Aldo Moro, così come
lui l’ha vissuto dal Libano, dove operava per i nostri servizi segreti.
«A Beirut», mi racconta, «sapevamo che doveva giungere un per-
sonaggio dall’Italia da prima del 16 marzo, circa venti giorni prima.
Ci doveva essere un trasferimento di un personaggio. [...] Il sequestro
è stato partorito da quattro servizi segreti... C’erano i rappresentanti
dei vari servizi: il nostro SISMI, la CIA, il Mossad, il tedesco BND.
Uno dei nomi era Camillo Guglielmi, del SISMI. [...] I vari incontri
avvenivano a Roma.»
«A lei chi ha detto dell’arrivo di questa persona? Giovannone?»
domando.
«Lui aveva allertato tutti gli organismi di sicurezza libanesi, cri-
stiani maroniti, frange non controllate... ‘Se viene trasferita questa
persona non intralciatela.’»
«Da chi ha sentito il nome Operazione Smeraldo?»
«Da Giovannone stesso, inavvertitamente. Parlava via radio a
qualcuno di G230... La G stava per Gladio, immagino. Il numero non
so a chi corrisponda. ‘Di’ a 230 che l’Operazione Smeraldo può in-
tendersi attuabile’. In sostanza la vera operazione militare fu fatta
appunto dai militari... Io però il 15 marzo fui mandato a fare altro
nella valle della Beqa’ e mi venne detto che quella cosa era stata
annullata. Da altre informazioni che ricevetti da un druso, molto vi-
cino a Gemayel, seppi invece che il personaggio venne proprio por-
tato a Beirut.»
Il nome del colonnello Camillo Guglielmi, l’agente del SISMI che
si trovava in via Fani al momento della strage, compare nelle indagi-
ni sul sequestro Moro solo negli anni Novanta ed è presente anche in
alcuni documenti di provenienza di un altro ex dipendente dei nostri
servizi, per la precisione dei Comsubin (Comando subacquei e incur-
sori) di La Spezia, che conoscerò in seguito. Confermerebbero l’esi-
stenza di esercitazioni eseguite nel mese precedente all’agguato di
via Fani, denominate «Rescue Imperator» e realizzate dal RUS (S/B),
ovvero il Raggruppamento unità speciali Stay-behind, e cioè Gladio,
avvenute in località Parco Gran Sasso (Campo Imperatore, a pochi
chilometri a nord dell’Aquila) e Magliano Sabina/Monte Soratte
(comandanti operativi con i nomi in codice Smeraldo e Rubino).

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Questi documenti, mai smentiti né dichiarati falsi, sono stati illustra-
ti da un noto settimanale italiano nel 2003.3

Ho poi occasione di conoscere un altro ex funzionario dei nostri


servizi che operò in Libano negli anni Ottanta, ma dopo Giovannone.
Lo chiamo Beirut 2. Anche lui mi esterna dubbi sulle ricostruzioni
ufficiali del sequestro. Mi parla di Camillo Guglielmi e mi descrive
qualcosa di interessante su una foto molto particolare nonché su uno
strano personaggio femminile.
«Il colonnello Guglielmi», mi racconta, «era espressione dell’am-
bito di destra dei servizi, quello andreottiano, piduista. Una volta è
successa una cosa interessante: mi è stata detta durante una notte di
esercitazione NATO da un uomo del SIOS [Servizio informazioni
operative e situazione] della Marina, del quale non le dico il nome. Era
un agente, un ufficiale di medio livello che lavorava nel SIOS durante
il caso Moro poi rientrato nel SISMI. Aveva una decina d’anni più di
me: nel 1978 avrà avuto quarantacinque anni. ‘Sai’, mi disse un paio
d’anni dopo il sequestro, ‘è successa una cosa strana: ci portarono una
foto che noi avremmo dovuto sviluppare in modo da ottenerne una
stampa quanto più larga possibile, con il massimo di dettagli. Quindi
decidemmo di farne una enorme. Mettemmo gli acidi all’interno di
una stanza intera. E nella foto c’era Moro all’interno di un cortile.
Questo avviene prima... in via Montalcini, dove si racconta che Moro
fosse tenuto prigioniero, non c’era nessun cortile’.»
«Prima di che?»
«Prima del ritrovamento di Moro. Durante il sequestro. Nella foto
Moro camminava in un cortile. Non ricordo se fosse stata presa in
notturna... forse con gli infrarossi. Noi mandammo la foto a Cossiga.»

3. Cfr. articoli Famiglia cristiana del 16 e del 23 marzo 2003: Carazzolo,


B., Chiara, A., Scalettari, L., «Terrorismo. Nuove rivelazioni sul rapimento di
Aldo Moro. Quelle strane attività alla vigilia di via Fani», http://www.stpauls.it/
fc03/0311fc/0311fc44.htm e «Terrorismo. Caso Moro: l’ex senatore Sergio Flamigni
conferma ‘Quelle carte sono vere’», http://www.stpauls.it/fc03/0312fc/0312fc34.
htm. Si tratta di dispacci che terminano con l’ordine di distruzione immediata dei
documenti.

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«La persona che glielo ha riferito è vivente?»
«Penso di sì. Non ho più contatti da quindici anni almeno.»
«Ha timore a farne il nome?»
«No, ma comunque direbbe che non è vero, conoscendo il tipo.»
«Ma questa operazione venne fatta anche con altre persone...»
«Certamente.»

La sacra teste

Beirut 2 mi racconta anche di un altro episodio assai strano. Ri-


guarda una persona che, dopo l’azione di via Fani, fu in certo senso
la prima vittima del sequestro, sconosciuta quasi a tutti: la mistica
Luigina Sinapi. Questa donna, di cui è in corso il processo di beati-
ficazione, forse aveva «sentito» la tragedia che Moro stava vivendo
e aveva tentato di salvarlo perorando un concreto aiuto del papa, cioè
il pagamento di un riscatto da parte della Chiesa. Morì il 17 aprile
1978, all’indomani della notizia contenuta nel comunicato n. 6 delle
BR, quello che annunciava la condanna a morte dello statista (Ip. 7).
«Il Vaticano come si mosse, a quanto le risulta?» gli chiedo.
«Il mio padrino di una vita si chiamava padre Raffaele Preite,
pugliese; era stato fin dagli anni del dopoguerra uno dei confessori
della chiesa di Santa Maria in Via, quindi confessore di una parte
della nobiltà romana e di molti politici, democristiani ovviamente,
che andavano tutte le mattine a messa lì. [...] Da lui ho saputo, cinque
o sei anni dopo il caso Moro, tutti i dettagli di questa storia. [...] In
via Urbino a Roma, vicino a San Giovanni in Laterano, al quinto o
sesto piano di un palazzo popolare c’era una donna stigmatizzata, che
io avevo conosciuto da bambino. Questa donna, Luigina Sinapi, era
stata la segretaria – in quel momento forse non lo era già più – del
professor Enrico Medi, all’epoca importantissimo scienziato: in te-
levisione aveva commentato lo sbarco sulla Luna. Medi era un fer-
vente cattolico, devoto alla Madonna; qualcuno gli presentò questa
donna e lui la prese come segretaria. [...] Lei ogni settimana aveva un
incontro, una visione della Madonna [...] del tipo di quelle avvenute
poi a Medjugorje. Diceva che le era stato assegnato il compito di

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occuparsi del Vaticano. Vale a dire, di trasmettere al Vaticano mes-
saggi provenienti dal Cielo. [...] Nel periodo in esame la persona che
per lei faceva da tramite con il papa era Oscar Luigi Scalfaro, che con
lei e altre persone faceva parte anche di un gruppo di preghiera. Nei
giorni del sequestro questa donna si allarmò, perché diceva di senti-
re la sofferenza di Moro, che – affermava – non veniva trattato affat-
to bene: interrogato e in qualche caso proprio torturato. A un certo
punto disse che bisognava salvarlo, che arrivavano richieste pressan-
ti. Ma Paolo VI non reagì nemmeno quando arrivò l’ultimo messag-
gio, quello contenente la condanna a morte di Moro. [...] Lei soffrì
molto [...] e disse [...] ‘Andate, andate’, rendendosi conto che la
Chiesa non avrebbe fatto nulla per salvarlo. E il giorno dopo morì, a
sessantadue anni.»

Il silenzio del presidente Napolitano. Roma, dicembre 2014

Tento di parlare con un’autorità forse a conoscenza del Lodo


Moro: il presidente della Repubblica in carica, Giorgio Napolitano.
Lo avevo conosciuto nel 1992 quando venni eletto deputato per il
partito La Rete. Allora lui era presidente della Camera e fu anche
apparentemente assai gentile.
Spinto dalle nuove stragi, gli avevo chiesto di darmi copia degli
atti compiuti dalla Commissione inquirente (l’organo competente a
giudicare sui reati compiuti da ministri) a seguito della denuncia che
avevo fatto contro l’allora presidente del Consiglio, l’onorevole Bet-
tino Craxi. Era il 10 settembre 1992. Mi rispose che gli atti erano
«segreti», e che... avrei dovuto «attendere i termini stabiliti dalle
leggi sugli archivi di Stato: settant’anni». Insistetti adducendo la mia
qualità di parte offesa e infine ottenni «copia delle pronunce di archi-
viazione della Commissione inquirente e i verbali delle sole udienze
pubbliche».
Oggi intendo spiegargli le mie ultime scoperte su quei patti segre-
ti di cui ha da non molto parlato l’ex presidente Francesco Cossiga.
Gli inoltro una richiesta. Ma la risposta mi gela: «Egregio avvocato
Palermo, le comunico che l’incontro con il Presidente Ernesto Lupo

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[e cioè il segretario generale del presidente] avrà luogo il giorno 10
dicembre 2014 alle ore 12.00 al Palazzo del Quirinale, Via della
Dataria n. 96. Cordiali saluti. Segretariato generale della Presidenza
della Repubblica».
Il segretario generale mi riceve in una stanzetta insieme a un alto
magistrato (parlo di statura) della Procura generale di Roma – così
me lo presenta –, di cui nemmeno annoto il nome. La circostanza mi
fa solo ritornare alla mente analoghe premure riservatemi all’epoca
della mia inchiesta di Trento, quando ogni mia attività veniva con-
trollata dall’alto. Nelle mani del segretario – naturalmente, a suo
dire, ignaro della stessa esistenza del Lodo Moro – consegno una
sintetica illustrazione della mia ultima scoperta, corredata da un’e-
ducata domanda, formulata appellandomi alle sue prerogative costi-
tuzionali di «Comandante delle Forze armate dello Stato e del Con-
siglio supremo di difesa, di superiore garante dei valori essenziali di
democrazia, uguaglianza, trasparenza, legalità, libertà, giustizia e
verità».
Che cosa oso domandare al presidente? «Che richiami il governo,
gli apparati dello Stato e le Forze armate a espungere dalle proprie
prassi operative l’osservanza di eventuali patti segreti (anche di re-
mota formazione), non sottoposti a controllo parlamentare, e, in
particolare, di quelli eventualmente intrattenuti con soggetti e parti
estere privi di validi e idonei riconoscimenti giuridici internazionali».
Gli domando anche di sollecitare al presidente del Consiglio dei
ministri la rimozione di quei segreti di Stato ancora presenti sul co-
siddetto «Lodo Moro»: segreti non ipotizzati da me, ma di cui aveva
parlato pubblicamente l’ex presidente Francesco Cossiga, proprio
durante il suo mandato.
Oggi, mentre scrivo, siamo quasi alla fine del 2018, ovvero quat-
tro anni dopo quel 10 dicembre 2014. Posso serenamente dire: grazie
signor presidente. E poi, ancora, grazie, senatore a vita Giorgio Na-
politano, per quanto tempo e per quante parole lei ha comunque de-
dicato a me, non discostandosi, peraltro, da ciò che in realtà già mi
attendevo: niente. A parte informarne, prima dell’incontro che avevo
richiesto, gli organi superiori della magistratura romana; e, una volta
concluso, i magistrati di Caltanissetta. Sono sicuro che lo ha fatto per

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aiutare la ricerca della verità in reati di strage e in presenza di segre-
ti di Stato, validi sino a oggi.
Colgo anche l’occasione per ringraziarla delle sue numerose pa-
role che hanno accompagnato la concessione dell’aurea medaglia:
per «le mie idee». Immagino che lei le conosca.

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La Grande Madre Sofia
e l’attentato al papa
(Indagine 2015, 2 aprile)

Trapani, 2 aprile 2015

Trascorsi sei mesi dall’inizio delle mie nuove ricerche, ritorno a


Trapani per il trentennale della strage. È il 2 aprile 2015. È sempre
come se frammenti di quella esplosione del passato mi raggiunges-
sero nel presente. Anita, mia moglie ormai da vent’anni, Carlo Vit-
torio, il mio ultimo figlio, e Stefania e Laura, le mie prime due figlie,
mi rammentano quotidianamente il sacrificio che impongo a tutti
loro: dover subire il peso e il condizionamento psicologico di quelle
ombre e di quelle domande che continuano a inseguirmi.
Prima che raggiungessi Trapani, il 19 gennaio, il tenente colonnello
dei carabinieri Massimo Giraudo mi aveva chiesto, nel contesto delle
allora attuali indagini sulle trattative Stato-mafia, alcune informazioni
su un mio indagato nella vecchia inchiesta di Trento: una persona di
nome Renato Spera, che, nella vecchia organizzazione di cui avevo
sequestrato copiosa documentazione, risultava avere agito in operazioni
«coperte» della CIA nel Sud-Est asiatico per fronteggiare la pressione
politica e militare dei Paesi comunisti dell’Asia. Alcuni riferimenti
bancari di quelle vecchie operazioni si ricongiungevano inoltre alle
indagini svolte in passato da Giovanni Falcone. Ma dopo tanti anni
riesce assai difficile districarsi in vicende così complesse.
In questo 2 aprile vengo accompagnato sul luogo della strage
nell’auto blindata di un attuale magistrato della Procura di Trapani. Alla

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mia consueta tensione si aggiunge un’altra forte emozione, che provo
stringendo tra le mani e leggendo una carta di cui ho appena riconsegnato
al giudice l’originale dopo averlo firmato sotto la dicitura «consulente
tecnico». È un incarico affidatomi da un magistrato della procura «per
la ricostruzione tecnica nel contesto geopolitico dell’epoca per quanto
attiene il periodo anteriore e prossimo all’omicidio dei carabinieri
Apuzzo e Falcetta commesso in Alcamo Marina il 26 gennaio 1976,
sino al periodo di operatività dell’organizzazione Gladio in provincia
di Trapani (1994)». Un quesito che racchiude, in sostanza, la segreta
storia d’Italia! E inizia con la strage di Alcamo Marina, avvenuta il
27 gennaio 1976 all’interno di una stazione dei carabinieri: evento in
cui due carabinieri risultano (solo oggi) uccisi da altri carabinieri, che
però (allora) erano stati protetti accusando innocenti che vennero con-
dannati al posto loro; e che finisce con sequestri di vecchi armamenti
a conclusione dell’epoca delle stragi degli anni Novanta.

Nella saletta dell’albergo nel centro di Trapani incontro un vecchio


investigatore locale al quale ho chiesto di raggiungermi. È il dirigen-
te della squadra mobile di Trapani, Saverio Montalbano. Gli agenti
che mi facevano da scorta quando avvenne l’attentato erano alle sue
dipendenze. Nel 1986, anno successivo alla mia partenza da Trapani,
fu lui a eseguire una perquisizione nella sede del Centro studi Scon-
trino, che si rivelò un luogo attorno al quale gravitavano alcune
logge massoniche. In quei locali Montalbano rinvenne documenti di
logge note ai trapanesi forse da sempre, ma ignote agli inquirenti. I
processi originati da quelle indagini sono sfumati in un nonnulla. Ma
non i rapporti sottostanti. Tra le carte, in particolare, il commissario
trovò una fotografia di Aldo Moro tra due monaci tibetani, uno dei
quali era il Dalai Lama. Sulla carta in cui quella foto era stampata
erano impresse iscrizioni in una lingua antica, probabilmente l’ara­
maico. Ma la foto scomparve, forse perché confermava il collega-
mento occulto, mai provato, fra i personaggi che frequentavano le
logge massoniche trapanesi (fra i quali è certo che ci fossero monaci
tibetani) e la prigionia del politico democristiano.
Ancora più intricato appariva, nel Centro studi Scontrino, il ruolo

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svolto, accanto a personaggi locali anche vicini ad ambienti mafiosi,
da personaggi delle più diverse estrazioni: uno di costoro risultava
un autentico templare, uno era priore del Grande priorato autonomo
dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio di Gerusalemme e rappresen-
tante della Chiesa russa ortodossa in Italia, nominato console onora-
rio della Repubblica di Polonia dal presidente in esilio conte Juliusz
Nowina-Sokolnicki, uno era presidente dell’Associazione musulma-
ni d’Italia. Ma, soprattutto, tra i documenti sequestrati a quelle logge
c’erano riprove del contatto di mafiosi con personaggi turchi e di
varie figure locali con esponenti bulgari, anche in riferimento all’at-
tentato a papa Karol Wojtyla (avvenuto il 13 maggio 1981). Infine,
erano dimostrati strani incontri massonici risalenti a tre mesi prima
di quell’attentato, ovvero a quando, nel marzo di quello stesso anno,
erano state scoperte le liste degli appartenenti alla loggia P2.

Interrogatori in Turchia, maggio 1982

A Trapani, poco dopo l’attentato di Pizzolungo, venne scoperto


un laboratorio per la trasformazione della morfina in eroina. Era ri-
fornito dalla stessa organizzazione della quale mi ero occupato nell’in-
chiesta di Trento.
Dall’uomo che sono oggi, l’attempato avvocato di Trento del
2015, ritorno al giovane giudice che fui nella mia versione del 1982:
trentacinquenne, con ancora tutti i capelli, occhiali in celluloide, lar-
ghi e con lenti spesse, scattante e dinamico, senza mai sonno, ancora
(per poco) sposato felicemente, con una figlia, Stefania, di quattro
anni, i genitori ancora sereni a Roma, e un pastore belga nero come
la brace di nome Rasty e veloce come un fulmine, specie a scippare
gelati dalle mani. Alle prese, però, con pensieri di lavoro sempre più
assillanti e viaggi sempre più frequenti nonché pericolosi. A maggio
sono in Turchia per interrogare i tre personaggi che mi sono stati in-
dicati come i principali organizzatori dei traffici: Usein Cil, Mustafa
Kisacik e Hassan Nehir.
I loro nomi sono tra i più noti nelle investigazioni internazionali
conosciute. Rimontano agli anni Cinquanta. Me ne aveva parlato in

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dettaglio Wakkas Salah al-Din, il primo siriano da me arrestato in
quell’indagine all’inizio del 1982 ad Atene, mentre era in transito da
Sofia con destinazione Tunisi. Ricordo il tremito delle mie mani mentre
verbalizzavo, nelle fredde carceri di Rovereto, le sue più micidiali
chiamate di correità: «[...] Posso in tal modo descrivere lo svolgimento
del traffico. I fornitori più importanti in Turchia erano e sono: [...]
I trasportatori erano e sono [...] Le persone che curavano in Italia i
contatti con i destinatari sono: [...] Dai rapporti che ho avuto con tali
persone, posso dire che l’organizzazione è quella che ho indicato».
I nomi che mi furono fatti allora sono quelli più importanti della
mafia turca dal dopoguerra a oggi, naturalmente con le rispettive
famiglie. All’epoca li arrestai quasi tutti, inseguendoli tra l’Europa,
gli Stati Uniti e il Medio Oriente. In Turchia i miei tre imputati erano
note personalità, già rilasciate dopo vani tentativi di arrestarle defi-
nitivamente. L’allora capo della polizia, un certo Attila, era famoso
per avere arrestato anche il suo predecessore, colluso con i trafficanti.
Dopo interminabili giornate di attesa, le autorità turche avevano
ritenuto fondate le mie accuse e avevano arrestato i tre imputati, da
interrogare ad Adana, sede del Tribunale militare, competente a in-
fliggere la pena di morte.

Da Ankara mi inoltro attraverso la Cappadocia su un’auto sgan-


gherata, enorme, di vecchissima produzione americana, lungo strade
desertiche e abbandonate. Quasi sempre guido io. La macchina ha
un vecchio cambio al volante, sconosciuto all’autista ma non a me,
che sono abituato a guidare la Lancia Flavia color grigio topo che era
stata l’unico (e ultimo) lusso che mio padre si era concesso nella vita.
A meno di cento chilometri dalla destinazione finale veniamo
raggiunti da un messaggio allarmato con cui ci avvertono che alle
porte di Adana siamo attesi dalle bande infuriate dei tre arrestati,
pronte a togliermi di mezzo.
Torniamo indietro sino ad Ankara e raggiungiamo Adana in
aereo. È l’antica Antiochia di Cilicia. Nella Turchia meridionale,
vicino alla costa, con templi cristiani scavati anche sottoterra nel
tufo. La parte vecchia della città, un tempo, era abitata dall’impe-

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ratore Giustiniano. Compro, come ricordo, un tappetino annodato
a mano, che in realtà è una vecchia piccola sella da far indossare a
un cammellino, con due tasche laterali... Lo conservo tuttora reli-
giosamente.
Il primo dei tre boss a essere interrogato è Mustafa Kisacik, di una
sessantina d’anni. Si difende affermando che i riconoscimenti da me
eseguiti in Italia erano falsi. Le foto avrebbero rappresentato un suo
fratello che era deceduto. Cerco qualche suo segno particolare. Gli
vedo una piccola cicatrice sul volto, che evidenzio con un dito al
giudice turco. L’imputato inizia a sudare e a barcollare. Chiedo al
giudice, attraverso l’interprete, se l’imputato può sedersi. Lui, con
tono brusco, risponde: «Non è previsto». Kisacik balbetta che anche
suo fratello aveva una cicatrice. A questo punto il funzionario della
Criminalpol che mi accompagna trova il cartellino segnaletico com-
pilato in occasione di un fermo dell’imputato al valico di Trieste. Lo
mostro al giudice. Ci sono le impronte digitali. Il magistrato, in divi-
sa militare, prende in mano il cartellino, affascinato dalle sue carat-
teristiche tipografiche. Dà un ordine perentorio a un terrorizzato
militare rasato a zero. Vengono portati un foglio di carta e un’enorme
boccia di inchiostro nero. Le dita del tremante Kisacik vengono im-
merse nell’inchiostro e quindi pigiate sul foglio di carta. Ne vengono
fuori grosse macchie. Il giudice le raffronta con le impronte del
cartellino. Poi si mette a urlare contro l’imputato e fa compilare una
certificazione del fatto che la persona ora interrogata, questo Musta-
fa Kisacik, è proprio l’uomo di cui si parla negli interrogatori da me
effettuati in Italia.
La maggiore sensazione di orrore la provo quando viene poi il
turno dell’ultimo interrogato, Hassan Nehir, il più anziano e forse il
più potente. Al termine del suo interrogatorio, rivolgendosi a me e al
commissario che mi accompagna, ci guarda fissi negli occhi con uno
sguardo d’odio e pronuncia una serie di parole che l’interprete turca
omette di tradurmi. Solo dopo mie insistenze mi riferisce, generica-
mente, che l’imputato ha pronunciato minacce di morte e maledizio-
ni sulla nostra stirpe. Difficilmente potrò dimenticare quegli occhi e
il tono di quella voce.
La polizia, entusiasta per l’esito dell’operazione, mi accompagna

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quindi di nascosto a vedere le piantagioni di papavero da cui veniva
estratta la morfina base poi spedita in Italia. Vengo condotto a Diyar-
bakir e a Kilis, luoghi in cui sono presenti coltivazioni di enormi
papaveri. È, all’epoca, territorio della Siria. Solo dopo apprendo che
è stata un’inutile prodezza e, insieme, un affronto che non può esse-
re passato inosservato. Nemmeno sapevo, allora, che proprio nell’esta­
te del 1982 quel regime appoggiasse, finanziasse e ospitasse i pale-
stinesi, ovvero coloro che in quel periodo venivano intercettati nelle
conversazioni avvenute con il siriano Arsan. Né tantomeno sapevo
che proprio loro, in quel preciso momento, curassero trasferimenti di
armamenti pesanti con Arsan, per l’Iran, sotto il controllo di occhi e
orecchie dei servizi occidentali.
Al mio ritorno in Italia apprendo dai giornali che in Turchia la
pubblica accusa ha richiesto la condanna a morte di quei tre imputa-
ti. Non immagino quanto la mia esistenza stia per cambiare: nel la-
voro, nella vita privata, in tutto.

Verso l’eclisse. Trento, 20 ottobre 1982

Il 20 ottobre 1982, a Trento, incontro Giovanni Falcone. Da Pa-


lermo mi ha raggiunto per interrogare alcuni detenuti, arrestati nell’in-
chiesta trentina.
Minacce mi raggiungono a casa. Rendono impossibile l’esistenza
a mia moglie. La mia vita famigliare rimane sconvolta. Come per
un’eclissi improvvisa, il mio matrimonio si oscura. Rimango solo,
nella mia casa, nel silenzio, nel lavoro, con l’unica compagnia del
mio cane, Rasty: lui abbaia ancora per un po’, come a invocare la
gioia che c’era prima. Poi cesserà pure lui. Niente più strilli. Niente
più liti. Ma da oggi non ci sarà più nessuno a sorridermi al ritorno a
casa e a dirmi: «Buonanotte, papà». Ci sarò solo io con la mia co-
scienza, nel buio e nel silenzio di lunghe notti.
Per la scorta e per me inizia quella fase di lavoro da loro scher-
zosamente chiamata dei «lunghi coltelli»: non mi fermo mai, non
riesco quasi a dormire, tento di riempire i miei vuoti con il lavoro,
mi moltiplico, ignoro ostacoli o pericoli nei quali mi imbuco fino

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quasi ad annullarmi. La scorta mi accompagna in missioni improv-
vise e impara perfino a portarsi dietro i coltelli per tagliare le pizze
comprate a mezzanotte e mangiate in qualche questura su panche di
legno qua e là per l’Italia. Intanto io continuo a interrogare, a guar-
dare documenti sequestrati, a emettere provvedimenti decisi sul
momento, spesso imprevedibili; alcuni formidabili nei risultati, altri
che rasentano l’incoscienza. Alla ricerca di qualcosa che, giorno
dopo giorno, mi dia la forza di andare ancora più avanti. Passo dopo
passo, in quel micidiale e oscuro ingranaggio di cui entro sempre
più a far parte.

L’occulto dietro l’attentato al papa

Dopo l’unico incontro avuto con loro nel convegno di Sorrento


alla fine del 1982, Ciaccio Montalto viene ucciso a Valderice e ­Rocco
Chinnici poco dopo a Palermo. Avevo trasmesso in Sicilia una parte
delle mie indagini: quella sui traffici con gli arabi fornitori della
droga. Comparivano anche personaggi legati ai Lupi grigi, il braccio
armato del movimento nazionalista impegnato nella sua battaglia
estremista all’interno e all’esterno della Turchia.
Nel febbraio del 1983 ho occasione di conoscere a Roma il turco
Ali Agca. Tra i boss della droga e delle armi emergeva la figura di un
altro capo turco, Bekir Celenk, accusato di aver commissionato ad
Agca il «contratto» per assassinare il papa. Celenk, colpito da vari
mandati di cattura, uno dei quali firmato da me, viene bloccato a
Sofia e lì tenuto «sotto controllo» da parte delle autorità bulgare. Le
ipotesi accusatorie formulate sull’attentato provengono dalla magi-
stratura di Roma. L’inchiesta viene condotta dal giudice istruttore
Ilario Martella. Questi, sulla base delle dichiarazioni di Mehmet Ali
Agca, individua i mandanti in alcuni personaggi appartenenti ai ser-
vizi segreti bulgari. L’ipotesi è in linea con l’impostazione ideologi-
ca allora dominante in Occidente, in particolare negli Stati Uniti, ma
anche in Italia: quella che enfatizza la pericolosità di Mosca e del
comunismo per le democrazie occidentali e per la Chiesa.
Ascolto come teste Agca poco prima di recarmi a Sofia per inter-

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rogare Celenk sui traffici di droga e di armi. In una lunghissima
giornata, alla presenza del suo avvocato e dell’interprete, mi parla
della mafia turca e delle connessioni internazionali che si sviluppano
a Sofia, spesso con coperture e connivenze delle autorità governative
bulgare. È un giovane colto, intelligente, intuitivo, ma anche un pa-
lese fanatico. Si sforza in tutti i modi di mettersi al centro dell’atten-
zione e di dimostrare la propria volontà di «cooperare». Al termine
dell’interrogatorio mi colpisce una sua domanda (all’epoca Ali Agca
parla già discretamente l’italiano) mentre ci salutiamo: «Allora», mi
chiede, «potrò essere teste nell’inchiesta di Trento?» «Vedremo...»
rispondo. Non sono affatto convinto che mi abbia raccontato la veri-
tà. Ne rileggo la deposizione. Il giorno dopo faccio alcune verifiche
con gli atti della mia inchiesta di Trento e all’estero (a Vienna). Ne
risulta, però, che le utenze telefoniche segnalatemi da Agca per di-
mostrare le sue conoscenze siano state fornite agli interessati nel 1982,
e cioè successivamente all’attentato al papa e allo stesso arresto del
turco!
Mehmet Ali Agca era un gran mentitore, ma in questa vicenda
non era il solo. Una simile macchinazione internazionale doveva
avere un bravo regista. Subito, il giorno seguente, lo interrogo di
nuovo. Chiedo al giudice istruttore di Roma, Ilario Martella, di assi-
stere all’interrogatorio. Alla presenza sua, dell’interprete e dell’av-
vocato, ripeto le domande. Agca, senza scomporsi, ribadisce le proprie
risposte. Gli contesto, documenti alla mano, la falsità delle sue di-
chiarazioni. Rimane frastornato. Dinanzi alle mie insistenze, ammet-
te che, mentre si trovava in carcere, gli erano stati consegnati alcuni
documenti sequestrati ad altri imputati, arrestati dopo di lui. Così
aveva imparato a memoria indicazioni utili a conferire credibilità
alle proprie dichiarazioni.
Una copia di quel verbale rimane a me; ne consegno un’altra al
giudice istruttore Martella. Qualche anno dopo ne riparlerò con Ro-
sario Priore, il nuovo magistrato di Roma incaricato di portare a
termine quella vecchia indagine. Apprendo che negli atti del proces-
so non esiste copia di quell’interrogatorio, ovvero della prova – da-
tata 1983 – che le dichiarazioni di Agca erano state costruite, almeno
in parte, a tavolino.

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* * *

La prima mattina a Sofia è l’8 marzo 1983. Vedo numerosi uomi-


ni incolonnati che attendono pazientemente di comprare un ramo-
scello di mimose da regalare. Qui la festa dura un mese. Mi è stato
raccontato che in questo periodo esiste l’usanza, per gli uomini e le
donne, di concedersi «piccole trasgressioni» (ma per ben trenta gior-
ni). Giovani e meno giovani regalano un ramoscello alla propria
amata. Le donne, pur se legate da vincoli di coppia, spesso si dimo-
strano più aperte, accondiscendenti perfino a qualche piccola fuga
dalla triste e monotona realtà quotidiana, in cui è difficile anche so-
pravvivere.
«Scusi, signor Celenk, lei ha avuto contatti con i servizi segreti
americani? Se sì, mi dica quali.» La mia improvvisa domanda appa-
re strana ai giudici bulgari. Seguendo le piste della droga che portano
a Trento, procedo contro questo importante personaggio turco, Bekir
Celenk, ora a Sofia «sotto controllo» delle autorità bulgare, come
queste dicono, ma che è accusato per l’attentato al papa sulla base
delle dichiarazioni di Ali Agca.
In questo momento la gravità dei fatti ha addirittura causato l’in-
terruzione dei rapporti diplomatici tra Italia e Bulgaria. A Sofia al-
loggio nella nostra ambasciata, completamente abbandonata, con la
sola assistenza materiale di un’inserviente bulgara, minuta, graziosa,
che parla un italiano addolcito.
Nell’inchiesta di Trento è emersa in tutta la sua importanza la
funzione della Bulgaria e di Sofia nei traffici di droga e di armi. Ho
individuato una società governativa, la Kintex, che apparentemente
gestisce commerci leciti. Risulterà ancora attiva e utilizzata nelle
operazioni sulle armi anche ai tempi dell’arresto di Monzer al-Kassar.
«Lei mi accusa di aver intrattenuto rapporti strani con gli ameri-
cani... Sono sue semplici calunnie»: così mi risponde Celenk, sicuro
e arrogante, palesemente appoggiato dai magistrati, dai funzionari di
polizia e dagli interpreti attraverso i quali avviene l’interrogatorio.
Per me è un imputato. Per le autorità bulgare è un testimone, sotto la
loro protezione. Mentre il giudice lo interroga, contemporaneamente
un interprete traduce il bulgaro in turco, e un altro il turco in italiano

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(la mia interprete, un’anziana signora turca che mi ha accompagnato
dall’Italia, mi sussurra le «correzioni» o le forzature che avvengono
nelle traduzioni ufficiali). Nello stesso tempo una stenotipista bulga-
ra batte velocemente le dita su una macchinetta. Questa è collegata a
un’altra apparecchiatura nella stanza accanto, che converte i caratte-
ri digitati in cirillici. Un’altra ancora li traduce in caratteri romani.
Frattanto alcune telecamere riprendono tutto ciò che avviene nella
stanza.
Nei giorni iniziali a Celenk era stato consentito, prima di rispon-
dere a ogni mia domanda, di consultare varia documentazione custo-
dita in una valigetta. Pongo un ultimatum, chiedendo il sequestro di
tutti gli atti in suo possesso e minacciando, in caso contrario, la mia
immediata partenza da Sofia. Prima che l’interrogatorio riprenda
«alle mie condizioni», vengo condotto per due giorni in giri turistico-
culturali in una vicina città, a visitare antichi resti dell’Impero roma-
no. Nel tragitto, attraversando alcuni paesini, chiedo di vedere i ne-
gozi di alimentari. Mi mostrano un paio di macellerie. Vendono solo
zampe e teste di galline. Però la sera mi conducono in lussuosi risto-
ranti, dove, tra spettacoli folcloristici e cabaret, non mancano di
farmi apprezzare la propria cucina. Mi mostrano anche il famoso
hotel Vitosha («Giapponese») che nelle mie indagini appare come
luogo di incontro di criminali e di centri di potere occulto. Mi mo-
strano un castigatissimo spettacolo di varietà e giochi, del tipo della
roulette, con puntate di minima entità.
Tutto è chiaramente preordinato a evitarmi qualsiasi impressione
di fatti illeciti, coperture di traffici, responsabilità governative. Ma
non mi lascio condizionare e, per verificare quanto mi ha detto Celenk,
chiedo informazioni ovunque. Alla fine scopro nei suoi documenti
una palese falsità che non poteva essere stata allestita né usata se non
proprio in Bulgaria, dove, in teoria, Celenk sarebbe stato tenuto
«sotto controllo». La copertura da parte delle autorità bulgare è chia-
ra. E tanto mi basta.

Ma perché il killer Agca era stato «indirizzato» verso una tesi di


comodo, consona alle disposizioni anticomuniste dell’epoca? E solo

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dopo l’attentato? Oppure quella sua stessa azione delittuosa contro
il papa rientrava in un più ampio progetto politico, commissionatogli
da quegli stessi soggetti che lo avevano poi ammaestrato?
Il killer turco, sulla base di miei studi proseguiti negli anni suc-
cessivi, nelle sue attività precedenti e seguenti all’attentato a Roma
appare collegato e appoggiato dai vertici della massoneria interna-
zionale. A Sofia questi ultimi avevano un centro operativo tramite cui
manovravano e dirigevano traffici mondiali di vario genere, operan-
do trasversalmente, in modo occulto, tra attività svolte da servizi
segreti e personaggi legati alla massoneria esoterica da lungo tempo
ispirata ai culti egizi evocanti la Grande Madre, simboleggiata dallo
stesso suo nome Sophia, a richiamo dell’antica sapienza ricercata dai
vecchi saggi dell’Egitto, e quindi da alcune sue più note divinità:
Iside, Osiride, Horus, ovvero quelle stesse che si ritrovano evocate
anche a Trapani da logge documentate in nascosti rapporti di anti-
chissima data (Ip. 8).
E ciò mentre, nel contesto della Guerra fredda tra New York e
Mosca, i colpi bassi e le accuse incrociate si mescolavano ai pochi
episodi in realtà accertabili dai magistrati: esclusi, questi ultimi,
dalla conoscenza di quei segreti che avrebbero potuto consentire
quantomeno la comprensione storica dei fatti.

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6
Il governo della guerra
(Indagine 2015, settembre-dicembre)

Roma-Beirut, 26 settembre 2014

«Ciao, Camillo, ti ricordi di me? Sono Carlo Palermo.» Dopo


tanti squilli che mi fanno dubitare di ottenere una risposta, riconosco
la voce che alla fine si fa viva all’altro capo, sempre giovane e squil-
lante, di Piercamillo Davigo. L’ho conosciuto trentacinque anni fa.
«Certo, dimmi», mi risponde, come se ci fossimo salutati ieri.
Ricorro a lui nell’autunno del 2014, quando decido di «rientrare»
nella mia vecchia indagine di Trento, questa volta partendo da Beirut,
luogo al centro di traffici e interessi contrapposti ieri come oggi. In
quel territorio già nei primi anni Ottanta erano presenti esponenti dei
più svariati Paesi, come CIA (USA), MI5 (servizi di sicurezza ingle-
si), i nostri gladiatori, piduisti, terroristi e arabi in opposizione a
israeliani, brigatisti, bulgari, sovietici: un appetitoso ma pericoloso
mix di notizie per i giornalisti di tutto il mondo. Micidiale per due di
loro, italiani, che forse avevano il difetto di essere noti per qualche
idea di sinistra e di essere a caccia di scoop nei traffici di armi. Si
chiamavano Graziella De Palo e Italo Toni. Ebbero l’imprudente idea
di recarsi lì nel settembre del 1980. Trovarono la morte. E segreti di
Stato. Due documenti raccolti nelle indagini sulla loro scomparsa
nascondono ancora, a tutt’oggi, misteri che evidentemente possono
spiegare non solo la loro morte ma anche qualcosa sugli affari del
terrore, e forse non soltanto quelli legati ai traffici di armi.

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Il numero di Davigo me lo fornisce l’ex senatore Sergio Flami-
gni, che è stato membro delle Commissioni parlamentari d’inchie-
sta sul caso Moro, sulla loggia P2 e antimafia. È lui la prima per-
sona con cui parlo delle mie nuove intuizioni, proprio sotto il
palazzo di giustizia, sede della nostra Suprema Corte di Cassazione.
E si mostra felice nell’apprendere delle nuove ricerche che sto
conducendo, subito interessato da alcune vecchie intercettazioni
telefoniche dei primi mesi del 1980, stranamente finite nelle mie
mani e in cui compariva un apparente brigatista di nome «Mario»
in contatto con quel misterioso covo delle BR di via Giulio Cesare
di cui risultò proprietaria una certa Giuliana Conforto, collegata al
KGB, poi assolta da ogni reato. Io mandai in Parlamento questi
atti nel luglio del 1984, ovvero quando la mia inchiesta era stata
ormai bloccata, e li inserii anche nella mia ultima ordinanza di
rinvio a giudizio, a futura memoria.
Solo ora, nel 2014, da un archivio presente sul web, apprendo che
quelle intercettazioni provenivano da un processo trattato nel 1980
dall’allora sostituto procuratore della Repubblica di Milano Pierca-
millo Davigo. È per questo che ho voluto parlargli.
«Mi trovo vicino a te. Vorrei parlarti di una vecchia cosa», gli
propongo.
«Non posso», mi risponde. «Ho udienza e quando finisco rientro
a Milano. Non so quando ritornerò.»
«Forse», insisto, «mi puoi spiegare per telefono.» Continuo di
corsa: «Ricordi quel fascicolo di traffici di armi che mi trasmettesti
a Trento, per competenza, nel 1983?»
«Sì, certo.»
«In quel fascicolo ne confluì in modo strano un altro che mi ven-
ne allora trasmesso dai carabinieri. Conteneva certe intercettazioni
telefoniche che provenivano dai nostri servizi e che erano state di-
sposte da un magistrato di cui non mi si volle dire il nome. Eri tu, e
quindi volevo chiederti un aiuto per rintracciare quel fascicolo.»
«Sì, ricordo», mi risponde, «gli imputati vennero condannati. Non
posso aiutarti per il fascicolo. Non lavoro più a Milano.»
Non voglio sprecare l’occasione, quindi insisto: «Ma tu ricordi se
in quegli atti emerse il nome di un brigatista?»

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«Assolutamente no», mi risponde. «Se ci fosse stato un terrorista,
lo ricorderei.»
E sono così costretto a cercare quelle carte per oltre un anno. Ma,
alla fine, con l’aiuto di un altro magistrato e di una giornalista brava
e disponibile a darmi una mano, Antonella Beccaria, le trovo e ho
occasione di entrare in contatto con l’altro prezioso spontaneo «nar-
ratore» dei nostri servizi segreti, già in servizio a Beirut: quello che
in precedenza ho chiamato «Beirut 1». Con le informazioni che
questi mi fornisce busso a un’altra porta.

Due giornalisti tra terroristi, agenti segreti e politici

È il settembre del 2015 quando suono il campanello di un appar-


tamento di Roma, non molto distante dai luoghi in cui abitavo da
giovane, in viale Libia, nel quartiere Africano. Apre la porta Gian-
carlo, fratello di Graziella De Palo. Lei era nata a Roma il 17 giugno
1956. Scomparve a Beirut il 2 settembre 1980, assieme al giornalista
Italo Toni, e poi entrambi vennero uccisi in modo mai accertato.
Giancarlo si mostra agitatissimo ed emozionato. Quasi non lo
riconosco. Quanto tempo è passato da quel novembre del 1983 in cui
a Trento lo intravidi appena e lo evitai! E quante volte ho ripensato
al fatto che forse avrei potuto scoprire di più sulla fine fatta da sua
sorella, se solo mi fosse stato consentito.
Il fratello maggiore di Graziella ha i capelli leggermente brizzo-
lati, un’espressione assai triste, preoccupata, un’ansia profonda, un
incontrollato tremito. Mi presenta l’altro fratello, Fabio, e la mamma
Renata, seduta su una piccola poltroncina antica, stanca. Ha novan-
tuno anni, i capelli bianchissimi assai curati; estremamente gentile,
è una signora di altri tempi, abituata all’educazione, quasi militare,
e a soffrire in silenzio con un sorriso di maniera sotto il quale forse
nasconde lacrime versate sino a un attimo prima.
Giancarlo ricorda quando venne a Trento, da me, all’inizio delle
indagini sulla scomparsa della sorella e del suo collega e amico Italo
Toni nonché sui traffici di armi di cui Graziella scriveva nei suoi ar-
ticoli. «Lei fu forse il primo a metterli in collegamento con attività

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illecite in cui risultarono implicati i nostri servizi segreti», mi dice.
«Raggiunsi il suo ufficio quando lei interrogò il colonnello Giovan-
none.» «Mi ricordo», gli rispondo. «Le assicuro che avrei voluto
indagare su Graziella ma non potevo, come pure non potevo parlare
direttamente con lei. Avevo addosso gli occhi di tutti.»
«Certo, capisco», mi rassicura. «E poi Giovannone era il rappre-
sentante in Libano dei nostri servizi segreti militari. E venne incari-
cato proprio lui delle indagini. Lui, che era in quegli impicci. Capim-
mo subito che ci depistava. Il suo capo era il generale Giuseppe
Santovito, che lei aveva accusato di traffici illeciti di armi. Entrambi
appartenevano alla loggia P2. Erano coinvolti nella sua inchiesta
anche numerosi altri appartenenti a quella loggia massonica, scoper-
ta qualche mese dopo il rapimento di nostra sorella, non è vero?»
Poi sono io a parlare: «In diversi dei suoi ultimi articoli Graziella
aveva riferito di armi provenienti da nostri porti liguri e dirette in
Libano. Dava fastidio. Si mise al centro dell’attenzione. Forse entrò
in un gioco più grande di lei. Ho avuto recentemente occasione di
parlare con una persona dei nostri servizi. Mi ha riferito che potreb-
be costituire un ‘testimone scomodo’ per la vicenda in cui rimase
vittima Graziella» (Ip. 9).
«Ci dica, signor giudice», interviene la madre. «È una vita che
attendiamo di sapere qualcosa che nessuno ci ha mai voluto spiegare.»
Gira la testa, tra le lacrime, verso la foto della figlia appesa al muro.
Giancarlo le offre un bicchiere d’acqua, che lei rifiuta.
Lo rifiuto anch’io e prendo la mia borsa. Ne estraggo alcuni fogli
e cerco il punto in cui questo potenziale «teste scomodo» parla
dell’epi­sodio di Beirut: «A un certo momento i due giornalisti ven-
nero informati che un determinato giorno un ospite inatteso sarebbe
giunto a Beirut, un italiano, un grosso esponente politico che si sa-
rebbe dovuto incontrare con Arafat, con Gemayel e con altri del
governo libanese per trattare su questioni di armi e di terrorismo e
per visitare dei campi di addestramento. Era un politico frequentato-
re abituale di Beirut. Si trattava di un noto politico». Ma aggiungo
subito: «Per ora, questo nome non può essere divulgato... Potranno
chiedersi verifiche all’autorità giudiziaria. Si tratta di affermazioni
di una persona che lavorava per i nostri servizi, in un contesto con-

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trapposto ai comunisti. Esiste sempre anche il pericolo di depistaggi...»
Al porto di Beirut settimanalmente giungevano container dall’Italia,
e uno dei tanti traffici era quello della localizzazione dei rifiuti tos-
sici delle centrali nucleari italiane (di Trino Vercellese, di Piacenza,
di Latina...) con la nave Zenobia, cioè la famosa nave dei veleni.
Tutti sapevano che partiva da vari porti (Genova, Civitavecchia, Pa-
lermo, Trapani) per sviare le indagini. Portava sempre fusti con
materiali radioattivi che venivano interrati nella valle della Beqā’.
Stiamo parlando del 1980.
«È stata ordita una trappola, secondo me, in cui questi due gior-
nalisti sono caduti e ‘ufficialmente’ scomparsi. Sono stati portati a
vedere il personaggio che non dovevano vedere e da lì non potevano
più sopravvivere. Non potevano essere testimoni. C’era il titolo, la
giustificazione per dire: ‘Signori, questi giornalisti sono pericolosi
per noi’.» Mi fermo e questa volta bevo tutto d’un fiato due bicchie-
ri d’acqua uno dopo l’altro.
«È terribile quello che racconta, giudice, vorrei sapere...» mi dice
Giancarlo. Ma io lo fermo alzando il palmo della mano e continuo la
lettura. Non ho finito di raccontare ciò che mi è stato riferito su que-
sto episodio. Quel tizio, Beirut 1, aveva continuato a dirmi altre cose
che adesso riporto ai famigliari di Graziella De Palo: «Io al momen-
to non feci caso al fatto che il politico era accompagnato da un altro
personaggio. Di quest’ultimo però, quando feci rapporto a Giovan-
none, consegnai anche delle fotografie. Lui mi disse di non permet-
termi mai più di prendere fotografie. Io gli spiegai che volevo conse-
gnargli un rapporto informativo dettagliato. Rispose: ‘Apprezzo il
suo zelo, ma sappia che sono io quello che decide se deve prendere
foto’, e mi prese foto e rullino. Io non so perché mi attirò questo
personaggio che seguiva il politico; forse perché sembrava conosce-
re la geografia di Beirut meglio di chi lo accompagnava. Dopo alcu-
ne settimane feci dei controlli per mio conto, esponendomi, per sa-
pere chi fosse. Non ne parlai con Giovannone, perché sapevo che
avrebbe risposto allontanandomi completamente. Allora venni a sa-
pere che questo personaggio che affiancava il politico era... un bri-
gatista».
«E anche questo nome, badate bene», faccio notare ai De Palo,

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«non si può divulgare, e vi ho già spiegato il perché.» La mia fonte
aveva infine aggiunto: «Era un uomo dei servizi segreti. Io feci le
foto del gruppo che sbarcò dal jet a Beirut. Mi ero vestito come ad-
detto all’aeroporto con il giubbotto della compagnia aerea libanese
MEA. La foto fu sequestrata da Giovannone con il rullino. Le avevo
fatte tutte con la macchina fotografica Leica 35mm».
Alzo gli occhi verso i famigliari De Palo e concludo: «Qui finisce
la storia raccontatami da questo teste che si qualifica ‘scomodo’».
«Non ho capito molto», mi dice Giancarlo, tremando più di prima.
Interviene sua madre: «Neanche io ho capito. Ci aiuti, signor giudice».
«Certo, cercherò di aiutarvi», rispondo, «ma non sono più un giu-
dice. E non sarà facile. Posso solo cercare di far riaprire l’inchiesta.»

Due segreti di Stato

«Sarà difficile ricostruire la verità a distanza di tanti anni», ag-


giungo. «Anche perché, pur passato un trentennio da quando, nel
processo, Giovannone oppose il segreto di Stato sui rapporti tra il
nostro governo e l’OLP, mi risulta che l’attuale governo non voglia
rivelare il contenuto di quei documenti. O sbaglio?»
Giancarlo mi aggiorna: «Abbiamo chiesto che venga tolto il se-
greto su due atti presenti in un elenco di documenti che si trovano
nel procedimento che riguarda Graziella. I servizi segreti si sono
opposti. Poi, dopo un nostro ricorso al Tribunale amministrativo
regionale, loro ci hanno mostrato quei due documenti». Suo fratello
Fabio mi mostra un foglietto con due semplici annotazioni che con-
tengono i dati per identificarli.
Lo guardo: pochi nomi, alcune date. Chiedo se posso annotarne
gli estremi. Non sono i segreti di Stato, ma solo i numeri e i riferi-
menti per identificare i due documenti (Ip. 10):

1. (n. 396 3/7/1981) rif. Bustany – Abu Ayad.


2. (n. 3162/69. 23/01 del 13/8/1984, alleg. n. 3332/J.4/01 002
4/6/82) Incontro Lugaresi con Arafat e Abu al-Hol di fine maggio
del 1982.

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«Li ho potuti leggere», mi spiega Fabio, «solo dopo avere fatto
ricorso al TAR. Alla sede dei servizi mi hanno fatto firmare una di-
chiarazione in cui è scritto che me li hanno fatti vedere, ma che non
riguardano la vicenda di Graziella. C’è anche scritto che questi do-
cumenti vengono di nuovo posti sotto segreto e, quindi, se ne divulgo
il contenuto, compio un reato che prevede un minimo di dieci anni
di reclusione... Comunque, leggendoli, non ho colto un collegamen-
to con la sparizione di Graziella.»
«Quelle notizie e anche solo quelle date», replico, «a voi possono
non indicare alcunché. Ma siccome erano presenti nel fascicolo di
Graziella, si riferivano ai contatti che l’Italia ebbe con l’OLP per
ottenere la loro liberazione. Forse uno scambio.»
«E cioè?» mi chiedono in coro.
«Quando Aldo Moro venne sequestrato dalle BR, si richiamò a
un patto con i palestinesi per essere scambiato con brigatisti in car-
cere. Il sequestro di Graziella e dell’altro giornalista non avvennero
forse mentre un terrorista palestinese si trovava nelle carceri italiane
e aspirava a essere liberato?» Alludo al palestinese Abu Saleh.

È in questo modo che «rientro» nella vecchia inchiesta di Trento,


affacciandomi questa volta nella Beirut degli anni Ottanta. Individuo
nuove carte da studiare e qualche segreto da scoprire, alcune date e
nomi da mettere a fuoco.
Consulto con pazienza le numerose carte di questo processo.
Trovo il nome in codice dei due nostri investigatori che allora si
adoperarono per ottenere la liberazione di entrambi i giornalisti. Il
primo è quello, già conosciuto, del colonnello Giovannone, che indi-
viduo con il soprannome «Maestro»: era un vero massone. La sua
presenza a Beirut per quella vicenda era comunque cosa nota.
Il secondo nome è invece del tutto nuovo: si tratta dell’allora
colonnello Fulvio Martini, con il nome in codice «Ulisse», come lui
stesso amerà identificarsi quando, dopo la conclusione della propria
carriera, racconterà alcune delle sue imprese. Diviene nel 1984 il
direttore dei nostri servizi segreti militari. Nel 1980 risulta essersi
trovato in Libano a trattare con i palestinesi mentre era in servizio su

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una nave militare. Risulta anche in contatto con il nunzio apostolico
del papa e con alcuni avvocati del palestinese Abu Saleh, che era stato
arrestato in Italia nel 1979 insieme ad appartenenti a nostre formazioni
di sinistra mentre trasportavano missili Strela che sarebbero dovuti
servire – a detta dei palestinesi – per attentati contro Israele.1
Ne emerge il solito quadro e il medesimo contesto operativo: il
territorio italiano reso neutrale per i palestinesi, la loro possibilità di
usarlo come base per attività terroristiche contro Israele; se arrestati,
l’aspettativa di essere liberati, semmai con scambi; anche con l’in-
tervento del papa, se necessario. Come per il sequestro Moro. E,
come per il sequestro Moro, se lo scambio non riesce, guai a chi
capita sotto tiro.
I nomi dei palestinesi che in quel fascicolo individuano i due
documenti ancora sottoposti a segreto sono quelli di Abu Ayad e
Abu al-Hol. Personaggi già presenti nelle indagini allora eseguite
dal giudice Carlo Mastelloni di Venezia sulle forniture di armi
dall’OLP alle Brigate rosse. Sono precisamente questi che verranno
uccisi a Tunisi, sotto lo stesso tetto, nella notte tra il 14 e il 15 gen-
naio 1991.
Solo un anno dopo inizierò a capire il seguito di questa intermi-
nabile storia che accompagnerà l’inizio dell’ultima fase del terrore,
quella degli anni Novanta. E che condurrà ai nostri giorni.

Dalle forniture di armamenti all’Iran alla strage di Sabra


e Shatila

«Mi ha chiamato Monzer dalla Bulgaria. Gli ho detto che eri in


Spagna. I siriani sono ancora lì o sono già partiti?» Lo chiede Gio-

1. Tra questi contatti merita un cenno anche quello di Graziella De Palo e


Italo Toni con l’interprete che venne messo loro a disposizione da Yasser Arafat,
monsignor Ibrahim Ayad, un prete palestinese della chiesa copta ortodossa di
San Michele Arcangelo a Londra, il cui intervento in Vaticano condurrà – come
risulta da recenti indicazioni – al primo incontro di Arafat con il papa, il 15
settembre 1982.

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vanna Morandi a suo marito Henry Arsan, per telefono. Avviene il 2
settembre 1982 alle ore 11.03.
«I siriani», le risponde il marito, «sono partiti oggi credo per
Damasco portando l’iraniano con loro. Non lo mollano più, fin quan-
do non paga. Ha confermato che è tutto in ordine per il pagamento...
Capito? Noi abbiamo detto che se paga l’altra roba ancora, defalchia-
mo seicentomila dollari... Lui ha detto: a voi [e cioè ai siriani che lo
trattengono] trecentocinquantamila dollari di commissione. Gli altri
sono per noi. Capito che l’affare si fa, lui fa tutto per avere... [parola
incomprensibile]. Se no, vuole pagare per le altre... ‘Loro lo fanno
per la patria’, ha detto.»
La moglie risponde con una «[risata] per la patria... per la gloria...
[risata] per la gloria, sì».
Ancora suo marito: «Cercano tutti di... L’importante è che paghi».
La moglie: «È finito, se non paga».
La conversazione tra Arsan (a Sofia) e la moglie (a Varese) avviene
subito dopo l’enorme trasferimento di armi pesanti russe all’Iran,
compiuto transitando in aereo sopra una decina di Paesi amici e
nemici: dalla Polonia, alla Spagna, allo Yemen (Aden), al Pakistan
(Islamabad), fino a raggiungere Teheran. I singoli passaggi vengono
descritti nelle telefonate in cui chi parla nomina i Paesi come inter-
locutori (per esempio, «Cipro consente il transito aereo», «Egitto
non consente», «Iraq, a cui abbiamo appena fornito armi, se ci vede
ci fa saltare»). Si tratta degli stessi rapporti emersi nel 1980 tra Italia
e Libano, e, prima ancora, nel 1972-1973, nei documenti di Milano
firmati dall’agente Thomas Angioletti, e risalenti, nella descrizione di
questi traffici, al 1958. Si protrarranno ancora dopo gli anni Duemila.
Arsan svolgeva l’attività di procacciatore di armamenti per i suoi
vari soci in affari: gli americani (forse come loro spia), i sovietici (forse
in quanto alleati dei palestinesi e dell’Iran), gli iraniani (forse, in quel
momento, in quanto intermediari di qualcun altro), per le tangenti
(sicuramente per tutti: fabbriche, servizi, politici, intermediari, non
esclusi i guerriglieri Contras oppositori del governo rivoluzionario
sandinista del Nicaragua, inviso agli Stati Uniti perché filocomunista).
Questi rapporti compaiono nero su bianco in oltre mille pagine di
intercettazioni telefoniche e nei numerosi telex sequestrati che sono

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ancora in mio possesso. E durano sino al giorno in cui passano nelle
mie mani. È il momento in cui dispongo arresti, perquisizioni e se-
questri di documenti, per tutti imprevedibili. Ma le relative notizie,
«controllate» dai servizi USA (di cui Arsan risulta informatore),
transitano anche nelle mani, forse più pericolose, del servizio di
Israele, il Mossad. Proprio gli israeliani, il 16 settembre di quel 1982,
dopo le attività dei palestinesi per l’Iran, tramite le loro alleate mili-
zie cristiano-falangiste del Libano, entrano nei campi profughi di
Sabra e Shatila e compiono un massacro. L’OLP viene cacciata da
Beirut. Vengono uccisi bambini e donne palestinesi. A loro volta i
palestinesi, subito dopo, reagiscono. E il 9 ottobre un commando
composto da cinque terroristi di origine palestinese compie l’atto
antisemita forse più terribile mai avvenuto in Italia nel secondo dopo­
guerra. L’attentato alla sinagoga di Roma, con bombe a mano e mitra,
causa la morte di Stefano Gaj Taché, di due anni, e il ferimento di
altre trentasette persone (Ip. 11).
In quel preciso momento (ovvero nel 1982-1983) io sono ignaro
di tutto. Ho solo le carte in mano sui traffici di armi svolti da queste
persone che inizio a chiamare «i siriani» (Henry Arsan come prima
Wakkas Salah al-Din). Non figurano i palestinesi che con loro ave-
vano rifornito l’Iran e altri. Non mi vengono nemmeno nominati.
Eppure erano conosciuti sin dal Lodo Moro. I due «siriani» di cui
parlavano Arsan e sua moglie con ironiche battute «alla patria»,
erano quei signori di nome Abu Dawud e Abu Bassam, terroristi
palestinesi, ex di Settembre nero, cioè i creatori del Lodo Moro non-
ché suoi primi e diretti beneficiari. Ma io, come chiunque altro,
ignoravo che costoro fruissero del territorio italiano come zona fran-
ca per mettere in opera i propri traffici e transiti.
Stupefacente, ancora, è che tutta l’organizzazione di queste ope-
razioni avvenga, in questo lontano 1982, su iniziativa degli Stati
Uniti in direzione dell’Iran, ovvero di quel Paese mediorientale loro
acerrimo nemico, e proprio in un momento in cui un gruppo di occi-
dentali risulta sequestrato a Beirut dagli Hezbollah, tenuto prigionie-
ro in qualche buco in Libano come ritorsione per l’invasione israe-
liana del Libano.
Si tratta, forse, del primo caso documentato dei traffici svolti dai

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servizi segreti americani che poi emergeranno con clamore, quattro
anni dopo, con lo scandalo definito Iran-Contras: ovvero quei traffi-
ci i cui i proventi (derivanti dalla vendita di armi all’Iran) finanzia-
rono la guerra civile in Nicaragua (contro il governo comunista
sandinista, eletto democraticamente).
In definitiva, tra l’ottobre e il novembre del 1982, mi trovo in mezzo
a queste vicende senza saperne niente, ma arrestando in Italia – territorio
di guerra permanente deciso dagli Stati Uniti e da altri alla fine della
Seconda guerra mondiale – chi traffica armi per attuare il governo sul
Mediterraneo e sul mondo. E gli ordini provengono, come risulta dagli
atti e dalle stesse dichiarazioni degli arrestati, proprio dagli Stati Uniti,
gestiti in quel momento dall’amministrazione di George H.W. Bush
(allora vicepresidente di Ronald Reagan), supervisore assoluto delle
attività della CIA nonché di tutte le strutture federali segrete che fanno
capo al Pentagono. I percorsi e le armi trattate risultano da documenti
mai contestati, mai esaminati, e (teoricamente...) ancora disponibili.

L’Italia vende gli israeliani ai terroristi: questo verrà ammesso


dallo stesso ex presidente Francesco Cossiga nella sua nota intervista
rilasciata nel 2008. Anche in tal caso, spiegherà, si trattava di con-
dotte autorizzate sul nostro territorio in quanto dirette solo contro gli
israeliani, e rientravano quindi negli accordi stabiliti con il Lodo
Moro: liberi trasferimenti di armamenti, libere attività terroristiche,
ma non contro cittadini italiani.

GFT, la sigla misteriosa

Sempre in quel 1982, dopo la rivelazione conseguente all’arresto


di Arsan, leggo in alcuni tabulati consegnatimi dalla stessa DEA a
Milano un’annotazione riferita al 1972 dove compare il nome dello
stesso Arsan: «già registrato sotto GFT (Italian Task Force)». Chiedo
formalmente al consolato USA di Milano il significato di questa sigla.
Ricevo la risposta che «al nome Italian Task Force non è registrata
alcuna cartella». Riporto questa anomalia nell’ordinanza del novem-

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bre del 1984 e poi in tutti i miei libri, e quindi così farà anche chi mi
cita in studi e in atti parlamentari. Ma è sbagliato. Oggi rivedo l’atto
originale e noto subito la sua esatta formulazione, diversa da quella
tradottami dagli americani con «Italian Task Force». In inglese,
sull’originale, era scritto «GFT». La DEA, scaltramente, mi aveva
risposto con esattezza letterale: al nome Italian Task Force non risul-
ta niente (Ip. 12).
Durante l’esecuzione dei miei provvedimenti (operata dal perso-
nale della Questura di Varese, con altre mie intercettazioni in corso)
mi viene assolutamente sconsigliato di arrestare il siriano Nabil, che
appariva un personaggio di piccolo spessore tra vicende più grandi
di lui. Di queste non conosceva granché, se non che comparivano
(nelle intercettazioni) Rifa’at al-Assad e il capo della polizia segreta
siriana, Abu Ayad, capo della sicurezza di Arafat.
Però dalle ultime telefonate in corso emergeva che Nabil si accin-
gesse a portare a casa di Arsan un «pacchetto» che appariva assai
compromettente. Per impedirmi di arrestarlo mi venne detto che si
trattava di un personaggio protetto da immunità diplomatica del
consolato di Milano. E io mi attenni alla «consigliata» condotta di
non arrestare quel siriano. Qualche giorno dopo verificai che non era
protetto da alcuna immunità.
Il pacchetto, i documenti compromettenti e la sorpresa mi sfug-
girono. Di quel pacchetto è rimasta un’inutile traccia nelle incuriosi-
te domande che faccio a Nabil nei suoi interrogatori, e nella sua
quasi divertita risposta: era un barattolo di marmellata... protetta da
immunità diplomatica.

Il governo della guerra

La fornitura di armi all’Iran viene descritta, nei minimi dettagli,


nelle intercettazioni del 1982 e nelle dichiarazioni di uno dei soci più
stretti di Arsan, il turco Ertem Tegmen (altro agente della DEA),
dove appaiono inequivocabili i ruoli dei vari personaggi di tutto il
mondo collegati tra loro in doppi e triplici giochi del terrore, con
passaggi tra Stati Uniti (Virginia), Varsavia, Islamabad, Teheran,

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Beirut. Base operativa? Varese-Milano. Si spiega che queste fornitu-
re all’Iran vengono organizzate all’inizio del 1982 in Virginia (dove
studia all’università il figlio di Tegmen...) e si concludono, come
accennato, nel settembre dello stesso anno, con il determinante coin-
volgimento delle autorità polacche e secondo schemi operativi attivi
da tempi immemorabili.
In una conversazione registrata Arsan chiede alla moglie di con-
sultare, proprio per verificare dati su questi due contratti con l’Iran,
gli appunti riportati in una sua agenda (a Varese, tra le mani della
moglie), contrassegnati con i numeri 41.244 e 41.246, dove sono
riportate le quantità esatte delle rispettive merci. L’agenda, pur no-
minata nelle intercettazioni in corso, non viene cercata né tantomeno
sequestrata dalle forze di polizia che poco dopo eseguono arresti e
perquisizioni. Considerando che Arsan, per sua stessa ammissione,
operò in Italia dal 1958, e visti i «numeri d’ordine», calcolo che in
quei ventiquattro anni abbia concluso una media giornaliera di quasi
cinque contratti di questo genere. L’agenda ne conteneva l’elenco,
con nomi, materiali, fornitori, destinazioni.
Nessuno ha mai indagato. Quei pochi personaggi che in quei me-
si vennero da me in Italia individuati, imputati e rinviati a giudizio
come possibili partecipanti a questi traffici, furono tutti assolti con
la motivazione – così venne scritto – che le armi «non transitavano
per l’Italia».
E, tra l’altro, in molti casi nemmeno era vero.

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Il depistaggio
(Indagine 2015-2018)

L’incompreso Lyndon LaRouche

Le indagini, particolarmente complesse, vengono a saldarsi


con le acquisizioni dell’istruttoria condotta dal giudice istrutto-
re di Trento Carlo Palermo in ordine ad un imponente traffico di
morfina base proveniente dalla Turchia e dal Medio Oriente e
destinata ai laboratori clandestini siciliani per la trasformazione
in eroina [...] le cui acquisizioni istruttorie hanno offerto un
notevole contributo per la individuazione degli autori di gravis-
simi fatti criminosi avvenuti a Palermo negli ultimi anni e, più
in generale, per una migliore comprensione del fenomeno ma-
fioso e delle strutture e dinamiche di «Cosa nostra». Le risultan-
ze delle indagini del giudice istruttore di Trento sono contenute
in parte nei volumi trasmessi alla Autorità giudiziaria di Palermo
a seguito di sentenza di incompetenza da questi emessa il
20.1.1983.1

Con queste precise parole inizia il provvedimento di chiusura


dell’istruttoria di primo grado del «maxiprocesso» di Palermo, con-

1. Cfr. Ordinanza-sentenza emessa dal Tribunale di Palermo, Ufficio istruzione


processi penali, 2289/82 R.G., procedimento penale contro Abbate Giovanni + 706,
noto come «maxiprocesso». È stata depositata l’8 novembre 1985.

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dotto dai giudici palermitani Giovanni Falcone e Paolo Borsellino,
firmato dal consigliere istruttore Antonino Caponnetto nel 1985,
oggetto infine della sentenza della Cassazione nel gennaio del 1992.
È quello che avrebbe causato la reazione di Riina e della mafia. In
origine il capo dell’Ufficio istruzione di Palermo era stato Rocco
Chinnici. Con lui e gli altri incontrati a Sorrento mi ero accordato per
trasmettere loro quegli atti, in modo da evitare sovrapposizioni nelle
indagini. Quella mia trasmissione documentale seguiva la cattura da
me disposta nel 1981 e 1982 dei siriani Wakkas Salah al-Din (ad
Atene) ed Henry Arsan (a Varese).
Il 20 novembre 1982 la notizia dell’ultimo arresto era stata divul-
gata con enorme clamore dal capo della Procura di Trento, Francesco
Simeoni. Proprio lui, dall’inizio delle mie indagini, mi aveva sempre
osteggiato. In quel caso, considerata l’eloquenza dei documenti se-
questrati, cercò di attribuirsene il merito.
«Stiamo affondando il coltello in grossi gangli», affermò, «e in
questioni i cui risvolti lasciano perplessi. Non dovrebbe essere la
magistratura a dover fare tutto. Perché da sopra nessuno è intervenu-
to prima?»
Poco più tardi, nel ricordare queste dichiarazioni altisonanti, sor-
rido fra me e me, mentre aspetto l’arrivo in Procura, da Wiesbaden,
di alcuni funzionari della BKA, la polizia federale tedesca, che cer-
cano informazioni sull’operatività di Arsan in Germania. Da Roma
giungono invece responsabili della DEA e l’addetto militare dell’am-
basciata americana, un certo Francis S. Vossen.
Mi rivedo in quei momenti. Con i primi e i secondi non parlo nem-
meno. Vossen mi racconta un episodio sconcertante: «Sono venuto
a conoscenza che in Italia sono spariti trenta o quaranta carri armati
Leopard da una partita di duecento acquistata dal governo per l’eser-
cito italiano». In realtà vuole conoscere le carte della NATO (sui carri
armati Leopard) che ho sequestrato. Non lo accontento. Al termine
dell’incontro si rifiuta di firmare il verbale che ho scritto a mano. Lo
sbatto fuori dalla stanza e vedo un ragazzo, italiano, che già avevo
notato, seduto dalla mattina presto fuori dal mio ufficio. La scorta
mi spiega che desidera parlarmi. Si chiama Andrea Cilli. Appartiene
al Movimento solidarietà, il cui leader nel mondo si chiama Lyndon

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LaRouche junior, politico e attivista statunitense, perenne candidato
per il Partito democratico alla carica di presidente degli Stati Uniti.
In Europa l’associazione aveva (e credo abbia tuttora) la sede princi-
pale a Wiesbaden. Conduce studi sulla finanza e sul crimine a livello
globale, critici nei confronti di alcuni poteri forti come quelli di Da-
vid Rockefeller, dei Bush, di Henry Kissinger, dei potentati bancari
ebraici, della massoneria internazionale.
Faccio entrare Cilli, perché mi mostra una faccia buona e mi appare
allegro. Inizia infatti a parlarmi, quasi estasiato dalle mie indagini sulla
mafia turca, sull’attentato al papa e sulla bulgarian connection. Poi
però inizia a trattare argomenti che ignoro: gli Illuminati (li chiama i
magicians, i «maghi»), l’organizzazione commerciale internazionale
Permindex del primo dopoguerra, l’assassinio di John F. Kennedy, i
centri di potere USA e quelli del KGB russo, la Chiesa russa ortodossa,
il Club di Roma, le sette occulte di una certa ucraina di nome madame
Blavatsky, di cui si meraviglia che io ignori l’esistenza perché, a suo
parere, sarebbe «alla base di tutto». Mi parla come un fiume in piena
di banche libanesi, di Bekir Celenk, di Ali Agca.
Oltrepassa ben presto il limite della mia pazienza, già scossa dal
precedente incontro con l’americano Vossen, che ho bruscamente
chiuso. Ma lui, imperterrito, continua a parlare e a descrivermi logge
massoniche ispirate a Iside, a Osiride, alla Grande Madre onorata a
Sofia, capitale della Bulgaria, con il culto di santa Sofia, per questo
motivo – a suo dire – al centro dei traffici in cui mi sono imbattuto.
Potrei mai, in quel momento, attribuire attendibilità a questa per-
sona? Posso immaginare che a Trapani esistano logge massoniche
ispirate ai riti dell’antico Egitto? Posso supporre che sempre a Trapani
verranno trovate tracce dell’attentato al papa del 1981 e anche di Aldo
Moro? E mafiosi che verranno scoperti nel 1985 in un laboratorio
che raffina la stessa droga turca trovata a Trento? E che Giangiacomo
Ciaccio Montalto da Trapani inseguisse un mafioso chiamato Nanà,
Leonardo Crimi, socio del mio imputato trentino Kofler, già nel 1976?
No di certo. E così mi rifiuto di raccogliere qualsiasi sua dichiarazione.
Per liberarmene gli prometto che potrei cercare di capire ciò che mi
ha raccontato solo se me ne pervenisse richiesta in modo ufficiale da
un organo di polizia giudiziaria. Aggiungo una raccomandazione: nel

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caso in cui ciò avvenisse, il mio nome non dovrebbe essere menzionato
accanto a quelle argomentazioni. Temo infatti che ne sarei screditato.
Cilli promette, e mantiene la promessa. Nell’aprile del 1983 mi
perviene un dettagliato rapporto (in italiano) dalla guardia di finanza
di Milano che mi riassume le argomentazioni di Lyndon LaRouche.
In esso compaiono anche le accuse sulla matrice massonica dell’at-
tentato al papa (assai circostanziate). Ma non sono presenti le infor-
mazioni sui culti egizi a Sofia che poi avrei trovato a Trapani.
Oggi, però, sul web, consulto l’archivio storico dell’Executive
Intelligence Review, la rivista fondata da LaRouche, e scopro – ripeto,
solo oggi – un articolo, di cui alla pagina seguente è riprodotta una
pagina, scritto su un’altra sua rivista satellite, S­ olidarity, in inglese,
pubblicato il 21 dicembre 1982, sull’inchiesta di Trento, sugli Il-
luminati, sulla Permindex, sulle logge Iside e Osiride a Sofia e sui
collegamenti tra Celenk, Ali Agca, i libanesi, il KGB, nella capitale
bulgara, sull’allora sconosciuto Club di Roma, su quella certa madame
Blavatsky nella quale mi sarei imbattuto... trentatré anni dopo. Nel
numero della settimana successiva (datato 28 dicembre 1982) trovo
un altro dettagliato articolo che descrive le connessioni con il libico
Muammar Gheddafi di movimenti separatisti della Sardegna e della
Sicilia, per il tramite di alcuni personaggi italiani quali il catanese
Michele Papa, il terrorista Bernardino Andreola, il mafioso Gateano
Badalamenti, protetto dal KGB e collegato a Giangiacomo Feltrinelli.
Erano le affermazioni che Cilli mi aveva argomentato a Trento.
Gli articoli ricordano l’inchiesta trentina, con la citazione delle parole
di fuoco pronunciate dal procuratore Simeoni. La guardia di finanza
di Milano, quindi, non sarebbe stata «completa» nelle traduzioni e
informazioni in italiano che mi trasmise qualche mese dopo: avrebbe
infatti omesso tutti i riferimenti alla massoneria egizia, a Gheddafi, ai
bulgari, al KGB e a Michele Papa, ovvero a coloro che sarebbero emersi
a Trapani... nel 1986 (Ip. 13).

Nel dicembre del 1982, quindi, quando vado al convegno di Sor-


rento, non conosco quello che so oggi. Incontro Giangiacomo Ciaccio
Montalto, anche lui ignaro di lavorare vicino a centri occulti di potere.

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Pagina dell’Executive Intelligence Review (numero del 21 dicembre 1982), che de-
scrive i collegamenti fra Celenk, Ali Agca e i libanesi in Bulgaria citando i culti
massonici legati alla Grande Madre.

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Quelle convergenze segrete, però, vengono oggettivamente divul-
gate il 21 dicembre 1982. Io vado avanti per la mia strada e a metà
gennaio del 1983 firmo poi due ordinanze di trasmissione di atti.
Alla Procura di Milano invio quelli relativi a decine di imputati che
costituivano il collegamento con il capoluogo lombardo della mafia
turca, di quella siciliana, della ’ndrangheta e della camorra. Alla
Procura di Palermo invio gli atti relativi a una decina di «siciliani»
di massimo rilievo (della cosiddetta «mafia perdente» nella guerra di
mafia del 1980). Allego interrogatori e rapporti di polizia che illu-
strano quei traffici dalla metà degli anni Settanta, compresi quelli dei
libanesi e palestinesi (non individuati come tali) interrogati da Fal-
cone a Trento tre mesi prima. Tra questi è presente anche quel liba-
nese di nome Bou Chebel Ghassan che, poco dopo, preannuncerà la
strage che ucciderà Rocco Chinnici. Era presente in rapporti e grafi-
ci (si vedano le pp. 152ss. dell’ordinanza del 15 novembre 1984).
Gli atti pervengono a Palermo il 20 gennaio 1983. Cinque giorni
dopo (il 25 gennaio) Giangiacomo Ciaccio Montalto viene ucciso
(Ip. 14). Rocco Chinnici salterà in aria, poco più di sei mesi dopo, il
29 luglio (Ip. 15).

La fotografia del governo della guerra

Sempre più immerso nel lavoro, il 30 marzo 1983 decido una


missione operativa a Roma nel fine settimana. La sera tardi del 29
partito da Trento, faccio una improvvisata ai miei genitori. La matti-
na dopo, prestissimo, vado alla sede romana della Criminalpol, all’Eur.
Sul raccordo anulare l’autista della mia auto compie un sorpasso
azzardato di una macchina che ci precede; noi passiamo sulla sinistra
e la scorta sulla destra. Sbandiamo ultimando la manovra, sicché a
grande velocità strisciamo prima sull’auto della nostra scorta e poi
sul guardrail; a questo punto il guidatore riesce a riprendere il con-
trollo della vettura. Quando raggiungiamo la sede della Criminalpol,
le gambe continuano a tremarmi.
L’operazione giudiziaria che avevo in corso era il seguito di quel-
la precedente, nella quale, partendo da armi di provenienza sovietica,

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avevo arrestato il siriano e i suoi soci (e «mancato» i palestinesi). In
questa avevo identificato (seguendo le indicazioni sui telefax) i for-
nitori di armamenti dell’Occidente: Stati Uniti, Francia, Inghilterra,
Italia, Germania, Spagna; ma pure Paesi dell’Est.
Al termine di una giornata convulsa, la sera tardi, verso le undici,
mi trovavo di nuovo dietro una scrivania, con l’assillante dubbio: che
devo fare? Cinque persone attendevano le mie decisioni.
Tutta quella giornata mi appariva diversa dal consueto. Le carte
sequestrate portavano l’indicazione di armamenti pesanti anche mai
incontrati: materiali fissili, nucleari. Beneficiari risultavano Paesi
allora in guerra e sotto embargo, in cui era quindi vietato esportare
armi: Iraq, Iran, Argentina, Venezuela, Somalia, Taiwan, Corea e
tanti altri. Venivano indicati banche, numeri di conto, codici, nomi-
nativi di funzionari governativi, di dirigenti bancari. I personaggi
fermati dichiaravano che si trattava di «operazioni autorizzate» dai
nostri servizi. «Di quali?» avevo chiesto. «Italiani, americani, israe-
liani, elvetici», mi era stato risposto. Uno diceva che «aveva salvato
Israele dalla sua distruzione»; un altro che lavorava per la CIA; un
altro per la Svizzera eccetera. Non mi appariva possibile. Come po-
tevano essere operazioni autorizzate, quelle? Altre carte, poi, porta-
vano incisi segni massonici ed espressioni come «Signore delle
Fiamme», «Reggente delle Americhe», «Grande Madre», «L’Immor-
tale». Nemmeno mi sentivo di leggerle sino in fondo perché non
capivo che cosa c’entrassero, se non nella frase «sono alle dipenden-
ze del ministro di Grazia e giustizia». E questo mi allarmava un po’.
Ma, per l’incomprensibilità dei termini usati e dei simboli incisi,
quelle lettere mi sembravano quasi tutte una «patacca». La stanchez-
za e la confusione mi offuscavano la mente.
Qualche particolare documento poi, nella notte, richiamò la mia at-
tenzione più degli altri: tre ordigni nucleari, uranio arricchito, plutonio...
all’Iraq! Come avrebbe potuto essere lecito – presi a domandarmi – un
simile commercio di armamenti? Li vietavano trattati internazionali.
Le carte erano autentiche e numerose. O si trattava di operazioni reali,
oppure di spionaggio. In entrambi i casi erano per forza illecite. Un
telex, in particolare, riguardava la fornitura ­all’Iraq di una partita di
trentatré chilogrammi di plutonio. Risultavano dettate prescrizioni

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per due intermediari: «Sono ritenuti responsabili dell’operazione e
dovranno essere sul posto in garanzia; per motivi di sicurezza non
bisogna comunicare alcunché a nessuno». Mi sembrava di rivedere
l’iraniano tenuto in garanzia dai «siriani» nella vendita di armamenti
all’Iran. In un altro documento il compratore di carri armati ed elicot-
teri appariva, in persona, il ministro delle Finanze della Somalia, il cui
presidente, Siad Barre, era spesso sui giornali dell’epoca per aiuti da
parte dell’Italia. Aiuti, pensai, per fare che cosa? La guerra?
Alla fine decisi di arrestare tutti quelli che avevo fatto fermare.
Uno, Massimo Pugliese, iscritto alla P2, risultava di rientro da Gine-
vra dove aveva appena avuto un incontro con Vittorio Emanuele di
Savoia. Mi sembrava tutto una follia.
Dieci giorni dopo questa mia operazione, sui quotidiani italiani
viene riportata una notizia: una delegazione governativa del dittatore
somalo Siad Barre incontra a Roma il nostro governo per lamentarsi
di mancati aiuti militari e per reclamarne di nuovi. Il sottosegretario
agli Affari esteri del PSI, Margherita Boniver, sul quotidiano il ma-
nifesto, dichiara che «le iniziative politiche ed economiche del PSI
sarebbero state volte a riparare un debito storico che il nostro Paese
ha contratto con il popolo somalo».
Ho fatto «saltare» una fornitura occulta di armi alla Somalia or-
ganizzata dall’Italia e dagli Stati Uniti. Ne chiederò informazioni al
direttore del SISMI, il generale Ninetto Lugaresi. Lui rifiuterà di ri-
spondere, scrivendomi di rivolgermi al governo italiano e a quello
degli Stati Uniti. Alcune tracce di questi rapporti del 1982 sono
presenti negli accertamenti di oggi, 2018, sulla morte della giornali-
sta Ilaria Alpi e del suo cineoperatore Miran Hrovatin, avvenuta il 20
marzo 1994, di cui parlerò più avanti.

Uno degli arrestati, Glauco Partel, risultava (per sua ammissione)


essere un agente al servizio della CIA e della NSA. Da un atto che
avevo sequestrato, appariva munito del massimo «nullaosta di segre-
tezza» della NATO: il Clearance Top-secret Cosmic NATO n. 543.
Lui, ingegnere nucleare italiano, istruito alla scuola navale (italo­
americana) di Livorno era, cioè, uno dei pochi esseri viventi – a

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differenza anche dei magistrati – ad avere accesso ai dati, alle strut-
ture e alle operazioni della NATO (e cioè della CIA).
A quell’epoca era ancora ignoto l’apparato Stay-behind/Gladio.
Ma le carte che sequestrai quel giorno non riguardavano solo i Paesi
della NATO. Si estendevano a tutto il mondo. Costituivano allora (e
costituiscono ancora oggi) i fotogrammi del governo della guerra a
opera degli Stati Uniti, con l’indicazione delle loro fabbriche di ar-
mamenti (americani e occidentali), a iniziare da quelli più importan-
ti (aerei Lockheed nuovi e usati, navi, carri armati, materiali fissili),
sin da quell’epoca notoriamente trattati da Kissinger e da sue società
private. Le responsabilità, come mi vennero spiegate con nomi e
cognomi, chiamavano in causa direttamente il presidente degli USA,
in quel momento Ronald Reagan, i componenti del suo governo, il
suo dipartimento di Stato, i servizi CIA e NSA.
A costoro apparivano collegati i personaggi italiani che mi trovai
a inquisire, tutti di elevato livello, quali Massimo Pugliese, Giuseppe
Santovito, Rossano Brazzi, Armando Corona, Gran maestro del Grande
Oriente d’Italia, numerosi appartenenti ai nostri servizi segreti come
anche alla vecchia e nuova massoneria, alla vecchia destra italiana (da
quella monarchica fascista ai nostri servizi segreti ex SID), nonché
personaggi del nazismo tedesco. A Partel risultava collegato un italo-
americano, Roger D’Onofrio, descritto come ufficiale pagatore della
CIA: «I pagamenti alla DC avvengono in capo al ministro dell’Interno»
(all’epoca era Virginio Rognoni, nel governo presieduto dal democristia-
no Amintore Fanfani). Questo D’Onofrio, undici anni dopo, nel 1994,
comparirà in importanti indagini (denominate Operazione «Cheque to
cheque») svolte dai magistrati di Torre Annunziata (Napoli).
Dalla documentazione sequestrata si desumeva che tre ordigni
nucleari sarebbero stati acquistati da arabi in Libano con pagamenti
sulla banca tedesca Deutsche Bank. Tra le carte sequestrate c’era un
contratto per la vendita di missili Exocet all’Argentina durante la
guerra per le isole Falkland/Malvine, ancora in corso, con nomi,
date, messaggi cifrati, sabotata dalla CIA e dai servizi inglesi MI5 in
concomitanza con la morte di Roberto Calvi a Londra.
Di quasi tutto ciò – circa duemila pagine di documenti – conservo
ancora la copia rimasta inesplorata al novantanove per cento, una

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specie di fotografia dell’attività svolta dalla CIA nel mondo degli
anni Ottanta: un vespaio che dal mio odierno esame eseguito a cam-
pione risulta tuttora operante, perché mai scoperchiato, con nomi
ancora ricorrenti (Ip. 16).

Il depistaggio

Questa parte dell’indagine sarebbe durata solo nove mesi. Venni


subito depistato e poi fermato. Come ho accennato in precedenza, fui
indirizzato, attraverso lettere anonime inviatemi in tribunale, a ese-
guire perquisizioni che mi avrebbero portato a trovare un documento
che chiamava in causa Bettino Craxi e una società nell’orbita del
Partito socialista per affari svolti in Argentina durante la guerra tra
quel Paese e l’Inghilterra per le isole Falkland/Malvine. Ciò mi
avrebbe dato l’accesso al sistema italiano di corruzione politica e
spinto a eseguire accertamenti nei confronti delle società e dei per-
sonaggi che ruotavano attorno a Bettino Craxi: colui che, il 4 agosto
1983, sarebbe divenuto presidente del Consiglio dei ministri. Nello
stesso tempo, però, quella linea d’indagine mi avrebbe distolto dalle
piste principali che avevo individuato e che riguardavano da una
parte la CIA e i servizi americani, dall’altra i palestinesi; in altri
termini, le attività – italoamericane – sottoposte a segreto di Stato:
Stay-behind, Gladio, il Lodo Moro e i traffici collegati.

Questi i fatti: il 17 giugno 1983, ovvero tre mesi dopo la mia


operazione a Roma del 30 marzo, mi vengono recapitate per posta
due lettere anonime contenenti riferimenti a traffici di armi e in par-
ticolare una spedita da un italoargentino di nome Gaio Gradenigo a
una società di Milano, la Body Protector, apparentemente collegata
ai traffici di cui mi occupo. I documenti che sequestro, dai quali
emergono il nome dell’onorevole Bettino Craxi e di personaggi di
area PSI assai noti in Argentina, riguardano forniture di armi italiane
e appalti ricevuti in contraccambio.
Che cosa scopro oggi? Intanto scopro che la Body Protector di

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Milano è collegata ai nostri servizi: in particolare al covo delle Bri-
gate rosse di via Giulio Cesare (di proprietà di un’agente del KGB,
poi assolta) e a giubbotti antiproiettile (da essa fabbricati) ceduti, a
scopo commerciale, ai brigatisti (che comparivano nelle famose in-
tercettazioni telefoniche disposte dal magistrato Davigo). Inoltre ri-
sulta collegata a Gaio Gradenigo per rapporti con militari argentini;
è anche possibile ricondurla, verosimilmente, a fornitori militari di
Gladio in Perù, nell’Operazione Lima del SISMI del 1987, anch’es-
sa sottoposta a segreto di Stato.
Ma, soprattutto, oggi conosco qualcosa di nuovo proprio su
Gradenigo, l’autore della lettera che chiamava in causa Bettino
Craxi. Nel 2016, infatti, ho fatto una scoperta sconcertante: Gaio
Gradenigo in passato aveva fatto parte della milizia fascista, ovvero
della GNR, la Guardia nazionale repubblicana nella Repubblica
sociale italiana, dove «eccelse come un torturatore e come tale ven-
ne poi condannato a diciotto anni di carcere, subito dopo la guerra
[...]. Ma non fu mai arrestato perché riuscì, come altri protetti nazi-
sti e fascisti, a fuggire in Argentina, ove divenne una delle grandi
figure della comunità, per decenni, ‘ricercato’ – così si scrive nei
testi – dalle forze alleate». Lo raccontano articoli di stampa argen-
tini e poi anche, in particolare, un volume del 2007 che tiene conto
di atti desecretati solo negli anni Duemila.2 Quel personaggio viene
indicato quale principale leader degli uomini della Repubblica so-
ciale italiana che sbarcarono a Buenos Aires nel dopoguerra. E
viene descritto come ex agente dei servizi segreti a Verona, «ricer-
cato dagli alleati per crimini di guerra», in particolare dopo che,
nella primavera del 1945, partì da Genova diretto a Rio de Janeiro
per poi raggiungere l’Argentina. «Nel maggio del 1947», si raccon-
ta, «assieme a Vittorio Mussolini [il secondogenito di Benito Mus-
solini], raggiunge Buenos Aires, dove fonda la rivista Risorgimento.»
In sostanza era un uomo protetto dai nostri stessi servizi e rimasto

2. Casarrubea, G., Cereghino, M.J., Tango Connection. L’oro nazifascista,


l’Ame­rica Latina e la guerra al comunismo in Italia (1943-1947), Bompiani, Mi-
lano 2007.

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tale sino al 1983, collegato al regime fascista, e poi protetto dai
servizi in chiave anticomunista (Ip. 17).
«Dirige la rivista Risorgimento» era stata l’unica notizia fornitami
dalla guardia di finanza di Roma nel 1983. L’unica che conosco
quando interrogo Gradenigo a Buenos Aires, in presenza del procu-
ratore della Repubblica di Trento, di colonnelli italiani e argentini di
polizia giudiziaria, dei magistrati militari di Buenos Aires.
Come spiegarmi un simile atteggiamento? Nessuno di loro mi
riferisce alcunché sul suo passato di estrema destra, e tutti tacciono
anche quando lui oppone segreti di Stato alle carte da me sequestrate
riguardanti militari e forse desaparecidos. Nell’interrogatorio Gra-
denigo chiama invece in causa militari argentini, affaristi, industriali
italiani e anche Bettino Craxi per i suoi interessi collegati agli elicot-
teri costruiti dalla società Agusta (guidata da un socialista, Raffaele
Teti) e da fornire all’Argentina, ricevendo in possibile contraccambio
l’assegnazione dei lavori per la metropolitana di Buenos Aires.

Proprio durante questa mia missione a Buenos Aires qualcuno


lascia nel frigorifero della mia camera d’albergo un biglietto scritto
a penna contenente il primo avviso su ciò che in un futuro mi sareb-
be dovuto accadere: sarei saltato per aria.

Bettino Craxi ferma le indagini

Di ritorno da Buenos Aires, trovo sulla mia scrivania anche un’al-


tra busta ufficiale, del capo di gabinetto del ministro di Grazia e
giustizia. Dentro c’è un appunto «riservato» del vicecapo di gabinet-
to del ministero dell’Interno. Oggetto: possibile azione terroristica in
Trento. Mi si comunica, comunque, che sono «già stati sensibilizza-
ti i competenti organi di polizia».
Il 15 dicembre 1983 interrogo come teste l’onorevole Giulio An-
dreotti e subito dopo parto per Reggio Calabria, dove si tiene un
convegno sulla criminalità. Lì mi raggiunge un messaggio, l’ordine
perentorio di «mettermi subito in contatto con il presidente del Tri-

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bunale di Trento, Rocco Latorre». Questi mi riferisce di aver ricevu-
to verso le tredici alcuni fonogrammi da parte del procuratore gene-
rale della Cassazione, il dottor Giuseppe Tamburrino, che mi
accusava di avere compiuto atti contro parlamentari minacciandomi
di provvedimenti cautelari (cioè di sospendermi dal servizio).
Non riesco a capacitarmi di che cosa sia accaduto. La mattina
seguente, alle sei, riparto in aereo per Milano e poi raggiungo Tren-
to, dove spiego il mio operato al presidente del Tribunale. Lui non
ha dubbi sulla correttezza del lavoro. È sabato 17 dicembre. Riparto
subito per Roma. Trascorro la domenica con i miei genitori e lunedì
mattina mi reco al Palazzaccio, in piazza Cavour. Alla Procura generale
della Cassazione chiedo di parlare con il procuratore generale. Lui
è presente, ma non mi riceve. Devo attendere. Mi viene indicato un
suo sostituto procuratore generale. È anziano e mi scruta con occhio
assai torvo. Si chiama Guido Guasco. Gli spiego la vicenda senza
sbilanciarmi sulle carte che ho e che lui mi chiede di conoscere. Mi
intima senza mezzi termini di «non compiere più alcun altro atto».
Torno a casa, anche irritato perché so di non aver commesso atti
contro parlamentari e nemmeno altri illeciti. Apprendo da mio padre
che Guasco aveva avocato, qualche anno prima, il caso Moro. Ma la
mia sorpresa diviene maggiore quando, sempre lì a Roma, mi soprag-
giunge la visita di funzionari del nucleo della guardia di finanza. Mi
restituiscono, non eseguito, l’ordine di sequestro che avevo firmato
mentre aspettavo di parlare al ministro Andreotti, quel famoso 15
dicembre, prima di scendere a Reggio Calabria.
Qualche giorno dopo sono alla guardia di finanza per ottenere
spiegazioni. Parlo con l’ufficiale superiore che conoscevo, il colon-
nello Claudio Soreca, di cui pensavo di essere quasi amico. Gli
chiedo se altri fossero stati a conoscenza dei miei provvedimenti
emessi quel giorno. Mi mostra una missiva dell’inizio del mese di
dicembre – di cui mi imprimo in mente il numero di protocollo –,
inviatagli dal procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma.
Dava alla finanza disposizione di comunicare, al fine di applicare
eventualmente l’istituto della «avocazione», «i provvedimenti istrut-
tori impartiti alla guardia di finanza». Replico: «Ma io che cosa
c’entro con la Procura generale presso la Corte d’Appello di Roma?

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Potrebbe mai avocare il mio procedimento, condotto a Trento?»
Soreca non mi risponde.
Gli chiedo se fossero stati comunicati i miei provvedimenti del
precedente 9 dicembre. Lui mi risponde: «Sì». Riguardavano le so-
cietà del PSI. Dopo attimi di silenzio: «E il provvedimento del 15?»
Silenzio. Il mio pensiero va ancora più avanti. Domando: «Quel mio
provvedimento del 15 dicembre è stato almeno preso in carico da
voi?» Era stato cioè annotato nei loro registri? Risultava che io lo
avessi consegnato? Silenzio. Ormai non avevo più bisogno di altre
domande o risposte. L’indagine di Trento era finita (Ip. 18).
Prima di Natale compio – ignorando gli inviti a non fare nulla –
l’interrogatorio di Ferdinando Mach di Palmstein, uomo emergente
del PSI, un finanziere che opera sulle borse internazionali. Le spie-
gazioni che mi fornisce, arrogante e sicuro di sé, saranno comunque
illuminanti per la comprensione delle carte sequestrate e di alcune
prassi del malaffare. Avrò il tempo di rileggerle, di ripensarci e di
riflettere su tante cose. Il tempo, in futuro, non mi mancherà.

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Le «XI Tavole»
(Indagine 2015-2018)

La chiave dei collegamenti fra traffici, terrorismo e massoneria

Settembre nero. [...] i sopravvissuti hanno mantenuto i loro


rapporti con i trafficanti curando la consegna di droga e armi nel
Medio Oriente e in tutto il bacino del Mediterraneo in cambio di
una percentuale del carico (15% delle armi) o in danaro.

Mi sembra di leggere un mia odierna ricostruzione e invece sono


affermazioni scritte da altri che risalgono alla fine del 1983 o al mas-
simo ai primi di gennaio del 1984. Le scopro per la prima volta il 14
maggio 2015 tra gli atti della Commissione P2 (Ip. 19). E parlano
proprio di coloro che cerco adesso, i «sopravvissuti di Settembre
nero» e in particolare quelli presenti nella mia vecchia inchiesta di
Trento.
Non le ho mai viste prima. Eppure quadrano perfettamente con le
intercettazioni telefoniche, con i documenti allora sequestrati e anche
con... le mie arrabbiature di allora nei confronti della guardia di fi-
nanza. In quel gennaio del 1984 queste indicazioni avrebbero potuto
confermare le mie indagini mentre ero sotto attacco da parte di tutte
le istituzioni dello Stato. Nessuno me le ha mai mostrate. In esse si
spiega non solo il ruolo dei palestinesi, ma anche l’intreccio di circa
duecentosessanta nomi in torbide vicende di armi, di droga, di banche,
di affari, di terrorismo dall’ultimo dopoguerra e anche da prima.

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Questi appunti, scritti a penna, che d’ora in poi chiamerò «XI Ta-
vole», risultano provenire dal Comando generale del IV reparto
della guardia di finanza di Roma, ovvero quel suo supremo organo
che opera in contatto con i nostri servizi di sicurezza. E risultano
consegnati all’onorevole Tina Anselmi, presidente della Commis-
sione P2, il 23 gennaio 1984, in un periodo in cui era in contatto con
me (vedi Appendice, p. 412). Nella lettera che accompagna questo
documento viene scritto che provengono da «fonte [...] non valuta-
bile». Questo modo di esprimersi senza rivelare la fonte spesso av-
viene per motivi deviati, occulti. Il fatto che quest’atto sia stato
scovato da me trent’anni dopo la sua redazione conferma in pieno il
raggiungimento di quello scopo.
La prima pagina delle «XI Tavole» è un organigramma, una sinte-
si, con quaranta nomi (vedi Tav. 1, in Appendice). Al centro indica i
principali personaggi allora presenti nell’inchiesta di Trento (Massimo
Pugliese e Giuseppe Santovito, entrambi della P2, ex dei servizi segreti
e allora imputati nei traffici di armi nell’inchiesta di Trento). Ai lati,
sopra, sotto, a destra e sinistra, sono indicati numerosi altri personaggi
di tutto il mondo. Alcuni di questi li conoscevo già all’epo­ca. Altri
li ho incontrati in seguito. Altri ancora li apprendo soltanto adesso,
sconosciuti, potenziali indagati, di allora e del futuro, sino a oggi.
L’intero documento è dedicato ai traffici internazionali di armi, di
droga, dei massimi affari di ogni tempo, del petrolio, dei rifiuti tos-
sici, di omicidi, stragi, terrorismo, strategie della tensione, P2, mas-
soneria, ordine mondiale.
Il «col. Massimo Pugliese» vi compare, come accennato, al centro.
Cinque frecce lo uniscono, in doppi sensi inversi, ad altri personaggi
legati alla destra, al terrorismo, a fatti eversivi. Il nome del generale
Giuseppe Santovito, che, sempre nell’inchiesta di Trento, si ricolle-
gava direttamente a Pugliese, compare subito sotto.
In alto sono scritti nomi posti in una posizione di apparente su-
premazia che dovrebbero corrispondere alle oligarchie inglesi. Non
li conosco. Ma non fatico a individuarli parlando con Carlo Calvi, il
figlio del banchiere Roberto Calvi, ucciso nel 1982, episodio a sua
volta presente nell’inchiesta di Trento per le forniture all’Argentina
di armamenti contro l’Inghilterra.

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Nella sintesi, a scendere sulla sinistra sono stati scritti nomi di
faccendieri arabi e americani, dal Nord al Sud, legati a traffici inter-
nazionali di petrolio, armi e droga. Sulla destra viene indicata, in
pochi passaggi, la catena dei flussi finanziari della Sicilia, ovvero
quella chiave di lettura mai individuata né tantomeno oggetto di or-
ganiche indagini da ieri a oggi.
Il primo nome è assai importante. È quello di un arabo, un libane-
se per esattezza, Mahmud Fustok, nativo di Beirut, nell’epoca in cui
questa città apparteneva all’Impero ottomano. Questo personaggio
appare rappresentante di massimo rilievo dei reali dell’Ara­bia Saudita;
da ieri a oggi. Dopo la sua morte, avvenuta nel 2006, i suoi fratelli
si muovono ancora come influenti finanzieri dei reali sauditi sino a
intrattenere rapporti con il presidente degli Stati Uniti Barack Obama.
L’appunto si presenta vergato con una penna stilografica. Ormai
appare vecchio, sbiadito, in alcuni punti illeggibile o quasi. È stato
quasi tutto redatto in carattere stampatello, per rendere comprensibi-
le la calligrafia, altrimenti pressoché impossibile da decifrare. L’au-
tore mostra erudizione, ironia e sarcasmo.
Alla prima pagina, contenente l’organigramma, ne seguono altre
dieci, ricche di centinaia di nomi, di citazioni, di fatti, di date, di
episodi, tra i più eclatanti della storia d’Italia, da quelli stragisti ad
altri affaristici, finanziari e politici.
In tutta la memoria non compare mai il nome del suo verosimile
autore: Stefano Giovannone, ovvero il capogruppo dei nostri servizi
segreti militari a Beirut dal 1972 al 1981, liquidato dagli stessi ser-
vizi perché risultato appartenente, anche lui, alla P2. Nonché, come
sin da allora noto, in stretto rapporto con i fondatori di Settembre
nero con cui, proprio per suo tramite, venne stipulato il Lodo Moro
e con cui lo stesso Moro cercò un contatto quando venne sequestrato
dalle Brigate rosse.
L’appunto risulta scritto verso fine di ottobre del 1983. Infatti
cita un articolo pubblicato sul quotidiano la Repubblica il 21 ottobre
di quell’anno. «Giovannone lascia Beirut il 12 ottobre 1983», scris-
se in una ricostruzione Falco Accame, ammiraglio e politico di area
socialista, in apparenza molto attento alla denuncia di traffici di
armi.

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Avevo interrogato Giovannone a Trento, il 27 di ottobre, prima
del mio viaggio in Argentina. La sua identificazione come autore
dello scritto è per me intuitiva per molti motivi: per i nomi da lui
prioritariamente segnalati presenti nell’inchiesta di Trento; per la
descritta connessione dei trafficanti di armi e di droga con i palesti-
nesi (e anche con libici e altri arabi); per l’uso di cognizioni arabe,
che possedeva; attraverso il raffronto tra la firma presente nei suoi
interrogatori con il testo (maiuscolo e minuscolo) dell’appunto, che,
a mio parere, non lascia adito a dubbi; per la presenza di alcune cir-
costanze trattate anche nella sua deposizione a Trento, appena una
settimana dopo la citazione, contenuta nell’appunto della data del 21
ottobre, giorno in cui sul quotidiano la Repubblica, come si ricorda
nel documento, viene pubblicato un ampio articolo incentrato sulla
figura di Glauco Partel e sull’interrogatorio di Giuseppe Santovito,
avvenuto il giorno prima; e ancora per i lusinghieri apprezzamenti
che dedica alle «scoperte» del giudice istruttore di Trento sulla pista
argentina, sui palestinesi, sui collegamenti piduisti tra vari imputati
a Trento (in particolare su Pugliese, Santovito, Partel, sulla P2, su
Calvi e sul finanziamento della guerra per le isole Falkland); per il
ripetuto uso (come nel suo interrogatorio) della parola «livello» (pri-
mo, secondo, terzo) per descrivere i vari gradi della struttura crimi-
nale individuata; e, non ultimo, per la citazione come «esperto» del
professor Pino Arlacchi (allora presidente dell’Associazione mon-
diale per lo studio della criminalità organizzata), di cui Giovannone
mi aveva fatto cenno anche nel suo interrogatorio, tant’è che, essen-
do un personaggio stimato anche da me, proprio a lui poi affidai la
stesura dell’introduzione del mio volume del 1988 Armi & droga.
L’atto d’accusa del giudice Carlo Palermo.
Il giorno seguente all’interrogatorio di Giovannone, il giornalista
Gianluigi Da Rold sul Corriere della Sera ricorda il colonnello in un
dettagliato articolo dal titolo «Una pista porta il magistrato al ‘giallo’
di Graziella De Palo e Italo Toni», in particolare evidenziando: «Ora,
il giudice Palermo ha ascoltato, la settimana scorsa, per sette ore e
mezzo Giuseppe Santovito e, ieri mattina, al palazzo di giustizia di
Trento, si è presentato anche, inaspettatamente, il colonnello Giovan-
none. Con una valigetta ventiquattr’ore, Giovannone è entrato nell’uf-

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ficio di Carlo Palermo alle 10 ed è uscito alle 14. Unico commento:
‘Credo proprio di aver detto cose interessanti al giudice’».
L’autore dell’appunto parla anche dell’episodio relativo alla spa-
rizione dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni, affermando di
sapere qualcosa di analogo a quanto oggi, nel 2018, emerge sull’as-
sassinio della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore del Tg3 Miran
Hrovatin, uccisi in Somalia nel 1994: «Si sa [...] che il SISMI ha
archiviato o distrutto il fascicolo relativo trasmesso dalla Sureté Li-
banese, dove si indicavano nomi e mandanti italiani [il corsivo è mio,
N.d.A.]».

Leggendo dopo lunghi anni di ricerca tale appunto, mi viene da


pensare che Giovannone l’avesse preparato proprio per consegnar-
melo nell’ipotesi che l’avessi interrogato su quegli argomenti. Inve-
ce il mio esame testimoniale si limitò alla parte libanese e non
escludo che il mio probabile tono autoritario possa avergli sconsi-
gliato di fornirmi informazioni di propria iniziativa. Mi appare in-
nanzitutto inquietante la rivelazione del ruolo svolto dall’organizza-
zione terroristica Settembre nero «nei traffici di droga e di armi»,
mai emersa altrove (Ip. 20):

Settembre nero fu fondato da alcuni guerriglieri palestinesi di


varia origine e ideologia nel 1971 con lo scopo di vendicare, per
mezzo di spettacolari azioni terroristiche, i «fratelli palestinesi»
massacrati da re Hussein di Giordania nel settembre 1970. Sin da
principio tale organizzazione ebbe rapporti con terroristi di tutto
il mondo: IRA dell’Irlanda del Nord, RAF della Germania Fede-
rale; FI della Corsica e FARC in Francia; BR e NAP, ma anche
Ordine nero in Italia eccetera. Anche per questo motivo l’attuale
leader OLP Yasser Arafat lo sciolse nel 1975. Ma alcuni soprav-
vissero a Baghdad (Gruppi di azione del dr. Wadie Haddad, oggi +;
Comando rivoluzionario di Abu Nidal; «Giugno e Settembre nero»
di Ahmed Hizzani, ecc.) e in Libia. D’altra parte i capi superstiti
di Settembre nero – la maggior parte morirono in guerra o furono
assassinati dal Mossad israeliano, e cioè Khalil al-Wazir (Abu

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Jihad), Salah Khalaf (Abu Ayad), A.R. Saleh (Abu Saleh) eccete-
ra – hanno mantenuto i loro rapporti con i trafficanti curando la
consegna di droga e armi nel Medio Oriente e in tutto il bacino
del Mediterraneo in cambio di una percentuale del carico (15%
delle armi) o in danaro. Nel processo sulla strage di Bologna e in
quello per l’assassinio del giudice Occorsio questo ruolo dei pa-
lestinesi fu chiaramente stabilito come dimostra anche il recente
mandato di cattura internazionale per Salah Khalaf. Notizie gior-
nalistiche attestano inoltre che nella zona del Libano sud control-
lata dai palestinesi sino al giugno 1982 (c.o. Fatah) terroristi di
«Ordine nero» e delle «BR» si allenano al maneggio delle armi,
talora nello stesso campo, con camorristi cutoliani, membri di
cosche calabresi e delinquenti poi arrestati e uccisi in relazione al
traffico di droga ed armi.

Presenta particolare rilievo l’accento posto sul nome di Abu Saleh,


e cioè quel palestinese arrestato nel sequestro dei missili Strela, che
è stato l’episodio alla base del possibile tentativo di scambio, in base
al Lodo Moro, con i giornalisti Toni e De Palo; come anche nelle
collegate indagini nei processi sull’omicidio Occorsio e sulla strage
di Bologna. Ancora oggi, seguendo altre piste, magistrati proseguono
accertamenti in questa direzione.
Il diretto collegamento di capi di primo piano dell’OLP stesso, si
aggiunge ancora nelle «XI Tavole», come Salah Khalaf, alias Abu
Ayad, nel traffico di armi da e attraverso l’Italia è stato confermato
ultimamente dal giudice istruttore di Trento.
Altro aspetto di particolare importanza di questo appunto mi ap-
pare l’esposizione in chiave filoatlantista tipica di Gladio/Stay-behind
(quindi propensa, in particolare, a evidenziare le connessioni ricon-
ducibili all’Unione Sovietica), con l’indicazione anche di nomi di
esponenti del KGB in Italia non segnalati altrove (quantomeno non
che io sappia). Cioè vengono anticipate spiegazioni e fornite indica-
zioni analitiche anche personali che i magistrati italiani non hanno
intuito né compreso nemmeno vent’anni dopo, quando si sono trova-
ti a indagare su Gladio, sul Centro operativo Scorpione (creato nel
1987) e sull’uccisione del maresciallo Li Causi, né in altre delicate

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indagini (dal caso Moro alle stragi dei primi anni Novanta) o in quel-
le sul dossier Mitrokhin.

Al sottoscritto, in quel gennaio del 1984, fu invece destinata ben


altra conoscenza di informative. Il 7 gennaio la Procura generale
della Cassazione comunica al Consiglio superiore della magistratu-
ra l’avvio di un’azione disciplinare contro di me. Il settimanale
l’Espresso del 10 gennaio ne attribuisce la causa al presidente del
Consiglio Bettino Craxi. Come reazione, il 19 gennaio, dopo alcuni
miei ultimi interrogatori, dispongo il «deposito di tutti gli atti per le
richieste del PM», ovvero concludo l’istruttoria. E mi viene subito
ridotta la scorta.
Il 20 gennaio seguente ritorno a Roma per parlare con Tina An-
selmi. In più riprese, nei mesi precedenti, avevo già trasmesso, prima
informalmente e poi formalmente, atti della mia inchiesta sui perso-
naggi iscritti alla loggia di Gelli, ottenendo in cambio notizie sulle
indagini presenti in Italia tramite la più preparata segretaria archivista
della Commissione, la dottoressa Piera Amendola.
«Tina Anselmi», annota Marcella Andreoli sull’Europeo di gen-
naio, «non fa mistero dell’opportunità di seguire con attenzione la
vicenda del magistrato trentino.» Ma la presidente, pur rimanendo in
contatto con me sino a novembre, non mi informa di questo docu-
mento ricevuto dalla guardia di finanza né tantomeno lo cita in qual-
sivoglia atto della Commissione.
Il 3 febbraio sopraggiunge poi a Trento il sostituto procuratore
generale della Cassazione Guido Guasco. Nello stesso giorno, a modo
di annuncio, Bettino Craxi sceglie le colonne de il Giornale per pub-
blicare una sua lettera che merita la prima pagina, in cui lamenta che
io «abbia provveduto ad estendere l’azione stessa anche alle violazioni
commesse in danno mio e dell’onorevole Pillitteri [suo cognato]»,
auspicando che «sul comportamento del giudice Palermo, rilevato
e denunciato da molti mesi in pubbliche assemblee di avvocati con
documentate accuse di abuso di potere, interesse privato in atti d’uf-
ficio, falsità ideologica ed altre violazioni di legge, mi auguro, come
ogni cittadino, che sia fatta luce e giustizia nelle sedi competenti».

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Primavera di passione, tra arabi, italiani e inglesi

Le «XI Tavole» iniziano con l’indicare chiavi di collegamento tra


nomi italiani e oligarchie bancarie, e, in particolare, gli aspetti emer-
si nelle indagini sui traffici di armi per le isole Falkland, su Calvi, sul
Banco Ambrosiano, sulla P2, sui servizi britannici e sulle oligarchie
inglesi. In un passaggio dell’appunto intitolato «Nota aggiuntiva. La
P2 e il traffico di droga ed armi», tra i trafficanti «piduisti» si speci-
fica: «Lo sono l’ex colonnello del SID Pugliese, oggi in carcere, e lo
sono coloro che (argentini e italiani) collaborarono a vendere armi
alle forze armate argentine durante la guerra delle Falkland: lo stesso
Pugliese, l’ex capo di Stato maggiore della Difesa generale Marche-
se, l’affarista Glauco Partel».
L’appunto indica, nel suo iniziale prospetto riassuntivo, il seguen-
te rapporto:

Mahmud Fustok Bunker Hunt


Artoc Bank Peter de Savary Roberto Calvi

Lasciando per un attimo i primi due (che conducono direttamen-


te ai massimi petrolieri americani Rockefeller e ai reali sauditi,
produttori petroliferi dell’Arabia Saudita), i nomi subito sotto
evocano i casi giudiziari di Roberto Calvi, del Banco Ambrosiano,
di ­Michele Sindona e di Giorgio Ambrosoli (tutti morti ammazza-
ti), rapportandoli esplicitamente alle più elevate oligarchie britan-
niche (che poi scopro essere emerse nelle indagini inglesi sulla
morte del banchiere Roberto Calvi). Nell’inchiesta di Trento erano
già comparse le operazioni di riarmo dell’Argentina, il tentativo
del Paese sudamericano di procacciarsi missili Exocet tramite per-
sonaggi legati alla P2, il ricorso al piduista Carlos Corti (parente
di Licio Gelli), l’uso del Banco de la Nación Argentina, la connes-
sione di quei fatti con le tangenti ­Petromin. Negli anni Duemila
queste connessioni con il caso della morte di Roberto Calvi risul-
tano in particolare nelle dichiarazioni del figlio Carlo, dirette a
dimostrare il collegamento tra la morte del padre ed elementi e
nomi emersi in occasione del rinvenimento del cadavere. Nelle «XI

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Tavole» vengono indicati i collegamenti tra quella morte e la Artoc
Bank, il Banco Andino del Perù e alcune operazioni finanziarie a
New York, il nome di Peter de ­Savary, la connessione con le tan-
genti Petromin.
I legami espressi in quelle pagine ricevono un riscontro quasi
incredibile nel successivo maggio del 1984, quando – come ora
accerto – viene pronunciata una sentenza dalla Corte d’Appello di
New York del 10 maggio 1984 (Ip. 15), oggi in rete,1 attraverso cui
la Corte distrettuale di New York condanna la Artoc Bank a resti-
tuire al Banco Ambrosiano di Calvi quindici milioni di dollari, da
versare a una consociata del Banco Ambrosiano in Perù. Quindi
pare incontrovertibile che Calvi, prima di morire, fosse accorso a
Londra per reclamare giustamente, con le oligarchie inglesi, quan-
tomeno questi importi dovutigli attraverso società di arabi collega-
ti ai massimi traffici internazionali inglesi e americani. Mi doman-
do dove siano finiti questi soldi dopo la sua morte, e poi lo chiedo
anche al figlio di Roberto Calvi, ma senza ottenere risposte. Nel
1987 in Perù, località nemmeno rientrante nelle competenze della
nostra Gladio né dell’ultima cellula operativa Scorpione, appena
formata a Trapani, avverrà una strana missione segreta dei nostri
servizi, su ordine di Bettino Craxi – da allora a oggi sottoposta a
segreto di Stato –, per contrastare, si dirà, i guerriglieri di Sendero
luminoso. Tuttavia proprio in quel Paese risiedeva la «società con-
trollata del Banco Ambrosiano in Perù», in favore della quale la
Corte distrettuale di New York pronunciava nel 1984 la sentenza
di condanna (Ip. 21).

Al di sopra di questo rapporto viene descritta l’attività svolta


nella «Silver connection», operazione quasi sconosciuta da noi e
persino in quelle oligarchie poi chiamate «sinarchie». Queste supre-
me connessioni si traggono dai nomi citati nella parte più alta del
grafico (Ip. 22):

1. https://www.leagle.com/decision/198412762ny2d651120

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Mahmud Fustok Nelson Bunker Hunt

Artoc Bank

Peter de Savary

Dal collegamento di Peter de Savary (pare peraltro che una sua


figlia sia stata a lungo legata al premier della Gran Bretagna David
Cameron prima dell’attuale moglie Samantha) con la Artoc Bank si
risale all’arabo Mahmud Fustok; da questi all’inglese Nelson Bunker
Hunt; da quest’ultimo all’ebreo statunitense David Rockefeller.
Fustok e Hunt sono uniti da una freccia indicante un flusso dal
primo verso il secondo. Nel testo si descrivono i principali affari
praticati da questi personaggi: i commerci di metalli, anzitutto dell’ar-
gento alla Borsa di Londra con i fondi forniti dalle casse reali sau-
dite. Ma, si badi bene, come indicato nel grafico riassuntivo, in
collegamento alla Artoc Bank e quindi al caso Calvi e alle connes-
sioni con i traffici di armi, con la P2 e la massoneria, la mafia e il
terrorismo italiano e internazionale, a livello mondiale. In altre pa-
role, ci troviamo in presenza della segnalazione di una catena di
nomi in cui sono presenti alcuni tra i massimi esponenti della finan-
za mondiale di ieri e di oggi, delle operazioni petrolifere americane,
inglesi, arabe, con connessioni con il terrorismo internazionale che
dalla Palestina proseguono poi tramite i vertici della casa reale
dell’Arabia Saudita, per collegarsi, in futuro (non posso essere cer-
to dell’attendibilità, ma constato l’insistenza in fonti internazionali)
persino con l’organizzazione terroristica Al Qaida, e pervenire,
oggi, anche ai recenti collegamenti con l’islamismo più integralista.
Esiste, in sostanza, datata fine 1983/inizio 1984, la segnalazione di
alcuni contatti e connessioni (certamente da verificare e approfon-
dire e che possono apparire al limite della credibilità) che ricollega-
no, in modo impressionante, la realtà di ieri a quella di oggi, transi-
tando anche per l’Italia (del passato e attuale) nonché attraverso la
Sicilia, evidenziando alcuni collegamenti che erano emersi, in par-
ticolare, nell’inchiesta di Trento. Nelson Bunker Hunt, miliardario
texano, è stato principalmente proprietario di società petrolifere in

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collegamento con David Rockefeller. Creò la Placid Oil, una delle
più grandi compagnie petrolifere mondiali, e svolse un ruolo molto
importante nella scoperta e nello sviluppo dei giacimenti petroliferi
in Libia nazionalizzati da Muammar ­Gheddafi nel 1973. A partire
dai primi anni Settanta, lui e suo fratello William Herbert comincia-
rono ad accumulare grandi quantità di argento. Nel 1979 avevano
quasi conquistato il mercato globale con guadagni colossali. In
epoca successiva alle «XI Tavole», nel settembre del 1988, quella
speculazione innescherà azioni legali e condanne. È stato anche
membro del Consiglio della John Birch Society, ed è risultato im-
plicato nella vicenda Iran-Contras. Ciò che appare impressionante
in questa correlazione di nomi è che questa stessa connessione si
ritrova oggi in studi approfonditi eseguiti sulle sinarchie e in parti-
colare sulla Pilgrims Society, la «Società dei pellegrini» collegata
alle ricorrenti associazioni segrete e cinghie di trasmissione quali la
Commissione Trilaterale, il Gruppo Bilderberg, gli istituti di affari
internazionali come il Council of Foreign Relations (CFR), la Round
Table britannica, la Gran Loggia di Londra, Madre d’Inghilterra.
Una delle principali operazioni economiche perseguite dalla suddet-
ta Pilgrims Society pare sia stato proprio l’investimento in argento
di cui parlano le «XI Tavole». In un articolo del 2005 di Charles
Savoie si ricorda che «principali nomi della parte araba del gioco
d’argento che fece Hunt includevano come alleati Gaith R. Pharaon,
lo sceicco Khalid bin Mahfouz, Ali bin Musallam, Mahmud Fustok
e Mohammed Aboud Al-Amoudi, e persino ­Michele Sindona». Si
ricorda che «la Rothschild Bank costrinse la liquidazione di ottanta
milioni di once d’argento tenuto negli anni 1973-1974 da Michele
Sindona, operazione che contribuì a far precipitare il grande calo dei
prezzi d’argento [...] Sindona ricorse alla Franklin National Bank,
la quale però crollò nel 1974 e i suoi beni vennero acquistati dalla
European American Bank, guidata da Harry E. Ekblom (Pilgrims
Society)» (Ip. 23).
Non pare incredibile che quasi tutti i nomi solo oggi riportati in
questi recentissimi studi su un’associazione segreta con aspirazioni
mondialiste siano presenti in un appunto dei nostri servizi segreti
risalente al 1984? Bunker Hunt, Fustok, Pharaon e persino Sindona?

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Se tutto ciò era noto ai nostri servizi, alla Procura di Palermo,
alla Commissione P2, perché nessuno ha mai fatto accertamenti in
queste direzioni?
Di certo, purtroppo, io non li feci. Nella primavera di quel 1984
a me pervengono altre due buste ufficiali. La prima, dal sostituto
procuratore generale della Cassazione Guido Guasco, contiene l’ini-
zio di un procedimento disciplinare contro di me «per avere compiu-
to atti istruttori contro parlamentari». Il mittente della seconda, che
perviene due giorni dopo, è il procuratore aggiunto Elio Naso della
Procura della Repubblica di Venezia: è la comunicazione giudiziaria
dell’inizio di un procedimento penale nei miei confronti in relazione
all’arresto che avevo operato, nel giugno del 1983, di due avvocati.
Il reato che viene ipotizzato è il seguente: interesse privato in atti
d’ufficio. Un’altra comunicazione mi perviene poi dal procuratore
generale presso la Corte d’Appello. Dopo avermi convocato con
estrema riservatezza, questi mi riferisce, «affettuosamente», di ulte-
riori indagini effettuate, questa volta a Milano, su attentati terroristi-
ci, e, in particolare, su materiale sequestrato sui Comunisti organiz-
zati per la liberazione proletaria (COLP).
Dopo tanti anni, mi sembra di vedere come in un film quel giudice
di Trento che si rode per lo stop inflitto all’inchiesta mentre scopre le
proprietà del PSI riguardo a quelle società indagate nelle operazioni
di esportazioni di armi. Lo vedo recarsi a Roma, incredulo e deciso
ad andare fino in fondo, per un incontro con il ministro di Grazia e
giustizia Mino Martinazzoli con in mano un esposto contro l’onore-
vole Craxi (che conservo come ricordo). Dopo averlo letto, il ministro
mostra un volto serio e accigliato e dice: «Se anche il presidente del
Consiglio, intervenendo in quel modo, dovesse avere sbagliato, io,
come ministro di Grazia e giustizia, che cosa potrei fare?»

Per il deposito di tutti gli atti del processo (quasi trecentomila


pagine), i locali occupati sono numerosi. Una mattina cerco una mia
segretaria. La trovo in una di quelle stanze stipate di atti insieme al
sostituto della Procura: con una grossa forbice sta aprendo i plichi di
documenti sequestrati che avevo richiuso dopo averli esaminati.

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Sbigottito chiedo a quest’ultimo: «Ma che cosa stai facendo?» Mi
risponde sorridendo: «Apro tutte le buste; non vorrei che si possa
dire che la Procura non ha esaminato gli atti!»
In due ore la Procura risulta aver compiuto l’esame su tutti gli
atti. Qualche giorno dopo il medesimo sostituto procuratore, Enrico
Cavalieri, deposita le sue requisitorie nel processo. È dai giornalisti
che apprendo le dichiarazioni di Simeoni, procuratore capo della
Repubblica: «Il documento della Procura chiarisce la vicenda Craxi».
Come può essere chiarita, se nemmeno hanno letto i documenti se-
questrati?

Estate di fuoco, tra connessione siciliana e nuovo


narcoterrorismo

Mi sembra di rivederlo, quel povero giudice Palermo, con gli


occhi cerchiati e magro magro come quando aveva diciott’anni. Di
rivedermi... giovane, triste, solo, dopo le delusioni nel matrimonio
e poi nel lavoro, ma ancora con fiducia nella giustizia, anche quan-
do, il 23 maggio, la situazione nell’intero palazzo di giustizia di
Trento precipita. Il 10 maggio era iniziato, dinanzi alla Corte d’Ap-
pello di Trento, un processo su un primo gruppo di imputati. Il
sostituto procuratore Cavalieri lo paragona... ad Armando Diaz
dopo la disfatta di Caporetto. In Corte d’Appello, il pubblico mini-
stero, sostituto procuratore generale Vincenzo Luzi, nella sua re-
quisitoria, usa parole anche più dure: «L’istruttoria è stata una ri-
cerca di tutti i mali del mondo e dei punti di crisi della genesi
superiore; si è assistito ad artificiosi collegamenti tra imputati; i
diritti della difesa sono stati accantonati». Anche se poi la Corte
d’Appello conferma nelle parti essenziali la pronuncia dei primi
giudici confermando numerose condanne, da diciotto anni di reclu-
sione in giù.
Non replico. Ma la polemica diventa aspra e la contesa tra giu-
dici e avvocati si fa sempre più forte. Dopo riunioni e confronti,
tutti i magistrati del Tribunale inviano al procuratore generale
Adalberto Capriotti una lettera, che consegnano anche ai cronisti,

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in cui mi esprimono solidarietà. Questa compatta manifestazione a
mio favore costituirà pretesto per sottrarmi tutte le indagini: da quel
momento infatti il Tribunale di Trento non verrà più considerato
«imparziale».
Capriotti, come ho già ricordato, è lo stesso che dieci anni dopo
sarà nominato direttore dell’Amministrazione penitenziaria e attive-
rà le procedure per la soppressione del carcere duro. In quel 1984
trasmette alla Corte di Cassazione una domanda di spostamento ad
altro giudice per due imputati, richiamando «gravi motivi di ordine
pubblico, stante il grave stato di tensione effettivamente esistente tra
i magistrati del Tribunale e gli avvocati e stante il notevole disorien-
tamento della opinione pubblica, messo in piena luce da numerosi
articoli non solo di giornali locali ma anche nazionali». La Cassazio-
ne accoglie immediatamente la doppia richiesta di spostamento del
processo a un’altra sede giudiziaria.
Frattanto l’indagine, attraverso il coordinamento di una pluralità
di organi di polizia giudiziaria, parrebbe procedere autonomamente:
carabinieri, polizia e guardia di finanza inoltrano altri rapporti, altri
riscontri vengono da tutto il mondo; perfino dall’Australia. Dallo
stesso Parlamento degli Stati Uniti giunge la richiesta di una mia
audizione sul caso del sequestro Dozier.
Il 23 giugno sento che per me è scoccata l’ora delle decisioni.
Prendo carta e penna e denuncio il finanziamento illecito del PSI al
presidente della Camera Nilde Iotti e al presidente del Senato Fran-
cesco Cossiga. Il 17 luglio inoltro ancora a loro altri documenti se-
questrati «sui rapporti militari italo-argentini, sui rapporti militari
italo-somali, sulle connessioni del traffico di armi con la P2, con
attività dei servizi e terrorismo (Brigate rosse)». Allego anche le
stesse intercettazioni telefoniche confluite nella mia inchiesta, sulle
quali effettuerò, trentacinque anni dopo, le odierne ricerche.
Ogni giorno che trascorro è una battaglia non solo per le indagini
che rischiano di andare sprecate, ma per la mia stessa persona.
Il 19 luglio 1984 mi difendo, a Venezia, dinanzi al consigliere
istruttore Curato e al procuratore aggiunto Naso in ordine al man-
dato di comparizione. Quanti anni dovranno trascorrere per vedere
accertata la mia innocenza? Saranno cinque. In quel momento è

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solo la rabbia a prevalere in me, per avere dovuto interrompere il
processo, per avere tentato invano di parlare, immediatamente,
anche con il procuratore generale della Cassazione, Tamburrino,
che era stato anche un collega di mio padre... in ottimi rapporti, in
passato.
Sì, in passato. Ma altre «ragioni», altre «regole», avevano ora
imposto che nemmeno potessi essere ricevuto, che nemmeno potes-
si avere una sola possibilità di parlare, di spiegare alla massima
autorità della magistratura il torto, non solo personale, ma nei con-
fronti della giustizia, che sentivo di subire. Era il 1984. Ero giovane,
ed ero solo contro tutti. «Giustizia» era che l’indagine venisse chiu-
sa. Giustizia voleva dire che da quei procedimenti e da quelle accu-
se sarei stato prosciolto con formula piena, e che quindi, sia pure
con una valutazione a posteriori, quell’indagine non avrebbe dovu-
to essermi tolta. La Corte di Cassazione e poi la Corte Costituzio-
nale affermeranno che anche nel procedimento disciplinare nei miei
confronti non fu fatta giustizia, perché vennero compiute illegitti-
mità contro di me.

E invece, quante risposte e occasioni di altre indagini erano pre-


senti in quelle «XI Tavole»! Se avessi conosciuto questo documento
nel gennaio del 1984, avrei almeno disposto perquisizioni e verifiche.
E non credo che avrebbero avuto esiti negativi, considerato che i
nomi lì presenti, negli anni seguenti, comparvero realmente in fatti e
scandali internazionali.
In quell’appunto venivano indicate, come tramite del collegamen-
to con le oligarchie arabo-inglesi, la vecchia Cassa centrale di Rispar-
mio Vittorio Emanuele a Palermo e, al Banco di Sicilia, un ex diret-
tore generale di nome Giuseppe Trapani, che poi mi risulterà
presente nella dirigenza della banca nei primi anni del dopoguerra.
Le due banche venivano in quell’appunto poste in correlazione, ver-
so l’alto, con Calvi, e tramite lui con i vertici delle oligarchie arabo-
inglesi. Venivano fatti i nomi della nuova massoneria succeduta alla
P2, che mai, sino a oggi, è stata individuata: quella dei Rosa-Croce.
E lo stesso Giovannone non era soltanto un iscritto alla loggia «di

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facciata» di Gelli: era un massone puro e autentico. E in quell’appun-
to si paleseranno segreti della massoneria mai rivelati prima (Ip. 24).
Come questo stesso appunto sia finito nelle mani della guardia di
finanza non è chiaro. Forse l’aveva inviato proprio l’autore come
ultimo suo «testamento» cognitivo, cioè in modo che «dovesse» per
forza avere un seguito. Lo si desume anche dal tenore complessivo
dello scritto, volutamente didascalico, erudito, anche ironico. Man-
cano esclusivamente le rivelazioni dei segreti di Stato.
Che cosa fece la guardia di finanza di quel documento? Non lo
trasmise a me, dopo che anche i miei provvedimenti riguardanti so-
cietà del PSI erano stati bloccati. Lo avrebbe forse potuto trasmette-
re ai magistrati di Venezia, che pure si occupavano di OLP e Brigate
rosse, come anche della sparizione dei giornalisti Toni e De Palo, di
cui peraltro l’appunto parlava? Probabilmente sarebbero stati in gra-
do di capire più cose, anche perché era già iniziato il travaso di atti
da Trento a Venezia. Ma non lo fece.
Lo avrebbe potuto trasmettere alla Procura della Repubblica di
Roma per le implicazioni governative? Sarebbe stata un’altra possi-
bilità. Ma anche questa soluzione non venne adottata.
Dati gli argomenti che trattava, poteva trasmetterlo alla Procura
di Palermo: un ufficio già colpito da omicidi eccellenti, come quelli
di Giuliano, Costa, Chinnici, e di tanti amministratori e investigatori.
Palermo, però, avrebbe potuto rappresentare un facile canale per
affossare le indagini. Così fu. Sono curioso di conoscere quali inda-
gini vennero eseguite e come venne archiviato a Palermo quel pro-
cedimento. L’appunto risulta infatti mandato all’autorità giudiziaria
del capoluogo siciliano dal comandante del nucleo di polizia tributa-
ria di Palermo.
E tutti i nomi fatti nell’appunto? Non sarebbe stato giusto tenerli
all’oscuro delle indagini che avrebbero dovuto essere svolte e che
potevano condurre a loro? Ecco che prende corpo l’ultimo gioco,
forse veramente del terrore: l’appunto venne trasmesso dove nessuno
avrebbe svolto indagini, perché in quel momento i lavori erano con-
clusi. La Commissione sulla P2. Così facendo, però, venne consegnato
alla grancassa dei parlamentari, come se si trattasse di un avviso ai
potenziali inquisiti. Il documento è datato 23 gennaio 1984. Risulta

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trasmesso dalla guardia di finanza di Palermo alla guardia di finanza
di Roma. Nicola Chiari, generale di corpo d’armata, ventiseiesimo
comandante generale della guardia di finanza dal luglio 1981 al di-
cembre 1984 lo trasmette, a mano, all’onorevole Tina Anselmi.

Io sino al novembre del 1984 continuo a incontrare la Anselmi e


il personale della Commissione, che metteva a disposizione di tutti i
magistrati d’Italia gli atti acquisiti. Nessuno mi ha mai detto o rife-
rito alcunché su questo appunto. Nemmeno me ne hanno parlato i
giudici Caponnetto e Falcone nei primi mesi del 1985, quando li ho
incontrati a Palermo, né prima né dopo il mio attentato a Trapani,
provincia in cui risultavano descritti, con base a Mazara del Vallo,
traffici di armi sulle stesse piste che io seguivo a Trento.
E nessuno mi ha mai chiesto se fosse o non fosse vero quanto era
scritto sui palestinesi, nei confronti dei quali io avrei accertato i traf-
fici di armamenti e di droga nell’intero Mediterraneo: gli stessi sui
quali a Palermo indagavano sulla base dei miei stessi atti mandati
loro nel gennaio del 1983; e dei siriani, tra cui era presente il libane-
se Bou Chebel Ghassan, anche come socio di Wakkas Salah al-Din
e in pari tempo imputato nel procedimento sull’uccisione di Rocco
Chinnici.
Chi c’era in questa Commissione, oltre alla presidente Tina Anselmi
e al suo noto collega di partito Sergio Mattarella? Vicepresidente era il
socialista Salvo Andò, di Catania, la stessa città in cui aveva operato a
lungo il direttore del Banco di Sicilia nominato in quell’appunto, come
anche i Cavalieri del lavoro Rendo, Costanzo e Graci; ma anche il brac-
cio finanziario di Craxi, Rino Formica (membro della Commissione
parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 dal 12 agosto 1983;
membro della Commissione parlamentare per i servizi d’informazione
e sicurezza e per il segreto di Stato, 26 ottobre 1983-1º agosto 1986),
anche presente in quella società del PSI (la Sofinim) oggetto del mio
provvedimento di sequestro (non eseguito) del 15 dicembre; lo stesso
che era ministro delle Finanze negli anni 1981-1982 quando venne
disposta la mia scorta della finanza; lo stesso che firma il decreto sulle
false fatturazioni tornato utile ai «Cavalieri del lavoro».

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Tutti compatti nell’ignorare quanto era scritto in quell’appunto:
il suo contenuto sulla massoneria, sulla P2, sulle logge americane,
sulla nascita del narcoterrorismo, collegato ai flussi bancari e finan-
ziari della Sicilia (Ip. 25).
Elementi che lasceranno un marchio indelebile in tutto il futuro:
che forse avrebbe potuto anche essere diverso da quello che poi è
stato. Sino a oggi.
Tutto è rimasto nascosto.

Credibile o incredibile? Provo tanta rabbia e anche tanta pena


per quel giovane giudice che in quel momento, nell’estate del 1984,
sperava ancora di riuscire a trovare il modo di andare avanti nella sua
inchiesta. Concede la libertà provvisoria a numerosi imputati. Si reca
ad Amelia per partecipare a un dibattito contro la droga organizzato
da don Pierino Gelmini, dove questi curava la più grande comunità
per tossicodipendenti. Parlare dinanzi a vittime di quei traffici che ha
perseguito gli pare un segno. Non sa che le «XI Tavole» citano anche
quel sacerdote e suo fratello padre Eligio, che avrebbero dapprima
sponsorizzato Francis Turatello e il finanziere della camorra Franco
Ambrosio, e poi si sarebbero avventurati in traffici di armi collegati
alle «comunità terapeutiche» presenti attorno a Trapani. Non sa,
quel giudice, che tra il pubblico di Amelia ci sarebbe stato qualcuno,
imputato nell’inchiesta e appena rilasciato dal carcere, seduto là a
registrare il suo intervento. Intendeva trarne spunto per denunciarlo...
al presidente della Repubblica. E per chiedere il sequestro di tutti gli
atti dell’istrut­toria di Trento, che nessuno – a suo parere – avrebbe
dovuto leggere... Apprenderò di questa iniziativa e di quell’interessato
spettatore nel 2016: si trattava di Massimo Pugliese, il destinatario di
quella carta massonica sequestrata il 30 marzo 1983 che conteneva
simboli di un’altra massoneria, diversa dalla solita P2.

Il 23 ottobre 1984 è l’avvocato Carlo Striano questa volta a rivol-


gersi al sostituto procuratore Cavalieri a nome e per conto dell’ono-
revole Claudio Martelli, vicesegretario del PSI. Chiede «la pronta

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iniziativa della Procura di Trento per l’accertamento e il persegui-
mento delle penali responsabilità per la sfrontata pubblicazione dei
documenti che si assumono provenire dal dott. Palermo, e che ven-
gono ancora una volta strumentalmente utilizzati per alimentare la
indegna campagna contro il Partito socialista italiano».
Il 15 novembre pongo la firma sull’ultimo atto della mia istrutto-
ria. Iniziata il 4 novembre 1980, conclusa il 15 novembre 1984.
Il 3 novembre, pochi giorni dopo il deposito degli ultimi atti per
i difensori, mi avevano meravigliato tanto l’assenza di altre istanze
di proroga dei termini, quanto l’inconsueta presenza di gentilezze
varie colte nei corridoi del palazzo. Non riuscivo a capirne la ragione,
dati i rapporti tesi del passato. Quel 3 novembre parlo per telefono
con mio padre, che era andato la mattina in Cassazione per una cau-
sa che seguiva come avvocato. Da un collega aveva appreso di
un’udien­za fissata in Cassazione il successivo 24 novembre per de-
cidere sullo spostamento ad altra autorità giudiziaria anche di quest’ul-
timo mio processo, di cui mi rimaneva da depositare soltanto il
provvedimento conclusivo.
Mi prende il panico. Si voleva che non potessi compiere nemme-
no questo mio ultimo atto? Quello che riguardava trecentomila do-
cumenti, cioè tutta la parte dei traffici di armi? Chiedo conferme in
giro. Dopo manifestazioni di stupore, apprendo da dove viene quest’ul-
tima iniziativa. Questa volta non da imputati e nemmeno da avvoca-
ti. Era stata proposta direttamente dal procuratore generale della
Corte d’Appello Capriotti, il quale il 29 agosto aveva scritto una
lettera, «riservata», in cui dopo un’accurata descrizione dei vari
esposti e istanze di imputati e avvocati, concludeva: «È fermo con-
vincimento dello scrivente che, una volta liberata dalle competenze
della sede di Trento tutta la materia che da circa due anni è stata
fonte di laceranti polemiche, interni dissidi e disorientanti notizie di
stampa, sarà recuperato tra gli operatori della giustizia quel clima di
serenità e di reciproca fiducia che è presupposto imprescindibile per
una corretta amministrazione della Giustizia».
E questa sarebbe la «Giustizia»? La serenità? La tranquillità? La
reciproca fiducia? La buona «amministrazione»? Apprendo che l’8 ot-
tobre l’avvocato generale dello Stato Alberto Antonucci ha firmato la

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sua motivata richiesta alla Suprema Corte di Cassazione: «Voglia rimet-
tere l’istruzione ed il giudizio dei procedimenti in corso di istruzione
presso il Tribunale di Trento, per legittimo sospetto e gravi ragioni di
ordine pubblico, ad altro giudice di sede diversa. Voglia eventualmente
sospendere immediatamente la istruzione degli stessi procedimenti».
Be’, non posso certo dire che i primi «suggerimenti» di Guasco,
«non compiere altri atti», non avessero avuto seguito! E se non sono
riuscito a compiere proprio tutti quelli che avrei voluto, alcuni sì,
almeno per non perdere la possibilità che altri leggessero le mie carte.
Dentro di me provo smarrimento. Eppure mi sento sereno, perché
so che i principi di giustizia, le idee che ho dentro, non sono una
fantasia; semmai sono piuttosto un’illusione, la parvenza di una re-
altà che non vorrei fosse tale. Invece è proprio così.
Mi sento sereno. Certamente posso avere commesso degli errori,
ma non sono comunque questi ad avere determinato la situazione
attuale. Mi sento sereno, svuotato e... piango. Piango come quella
volta che Kofler si uccise. Perché anche quello mi era apparso ingiu-
sto. E oggi piango perché avverto l’ingiustizia che si sta consumando.
Perché non ho più tempo. Perché, con sorrisi e gentilezze, mi hanno
ingannato. Anche chi mi incontrava nel palazzo di giustizia, chi mi
conosceva e sapeva che avevo dato tutto me stesso per la «giustizia».
Per questa vuota parola. Mi hanno ingannato, e hanno anche riso
alle mie spalle. Sapevano che non avrei avuto il tempo di concludere
neanche il mio ultimo atto. Mentre io non lo sapevo. Piango perché
al di fuori devo mostrare la mia maschera, quella di un giudice forte,
che ha osato sfidare il potere; ma che invece avverte il vuoto della
sua debolezza, della sua insignificanza in un ordine, in un sistema
prestabilito, che non può essere mutato.
Quando riparlo al telefono con mio padre, non piango più. Non
posso gravarlo ulteriormente del mio peso. Non è giusto riversare su
di lui, per l’ennesima volta, i miei drammi. Cerco di esprimergli
solo quella rassegnazione che mi deriva dal fatto di aver operato se-
condo la mia coscienza e basta, come mi aveva sempre insegnato lui.
«Pazienza.» «Ma chi se ne frega.» «Tanto, che cosa sarebbe cam-
biato?»
Ed ecco, ancora una volta (l’ennesima volta), le parole di mio

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padre, pur intrise del pessimismo della sua visione della vita, si tra-
sformano per me in un incoraggiamento, in una spinta a reagire. Mi
dice: «Carlo, qualcosa puoi fare. Non è detto che devi scrivere tutto,
scrivi quello che puoi. Bene ha fatto la Cassazione: così sei costretto
a finire prima. Invece di scrivere, allega le carte più importanti. Fai
solo una sintesi. Lascia parlare i documenti. Hai pur sempre quindi-
ci giorni. Ricordati che in quindici giorni preparavi un esame all’uni­
versità. Hai preparato anche gli esami orali per fare il magistrato».
«Sì, lo facevo, l’ho fatto. Ma allora credevo in quello che facevo.
Avevo entusiasmo. Ora non ce l’ho più. Ho tutti contro.»
«Che te ne importa, fai quello che riesci a fare, firma la tua ordi-
nanza e poi ci saranno altri giudici a giudicare. Non perderai le carte.
Carlo, non devi rinunciare, non devi abbandonare.»
«Ma hanno anche richiesto di sospendere immediatamente l’istrut­
toria, di annullare tutto quello che ho fatto», gli rispondo, iniziando
a ritrovare dentro di me un po’ di speranza.
«Devono anche assumersi la responsabilità di deciderlo. Di fare
qualcosa che non è stata mai fatta nella storia d’Italia nei confronti
di un giudice.»
«Ma...» non riesco quasi a replicare.
«Provaci, Carlo.»
«Sì, ci provo... Grazie papà.» Sì, ci provo. Ci devo provare.

Quella notte non dormo. Penso a come organizzare il lavoro. La


mattina arrivo presto in ufficio, convoco il mio personale, parlo con
il presidente del Tribunale. Chiedo aiuto a tutti. Aiutatemi. E così...
per il 15 novembre ce l’ho fatta. Con l’aiuto di tutti. Con l’affetto, la
comprensione di quanti hanno seguito il mio lavoro materiale di
quattro anni, le mie arrabbiature, i miei rimproveri, le mie ansie.
Firmo la mia ordinanza di rinvio a giudizio: 5.968 pagine. La sintesi
di tutta quella parte dell’istruttoria che mi era rimasta. Pagine scritte
a mano, fotocopie, fogli dattiloscritti, intercettazioni, documenti.
Tutto quello che sono riuscito a comporre. Una sintesi che racchiude
i risultati di quattro anni di lavoro. Il traffico di stupefacenti. La ma-
fia siciliana, la camorra, la ’ndrangheta. Dal traffico di stupefacenti

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al traffico di armi. Dagli anni Settanta al 1984. I servizi segreti. La
P2, anche le carte massoniche sui Rosa-Croce...
Mancano le ultime parti, quelle politiche, che sono già partite per
altri lidi, quelli di Venezia. In questo provvedimento, del 15 novem-
bre 1984, c’è la mia storia e la chiave di lettura di tutte le mie carte.
Per sicurezza dispongo che una copia venga trasmessa alla Procura
di Milano, un’altra alla Procura di Roma, un’altra alla Commissione
inquirente, un’altra alla Commissione P2. Denuncio all’autorità giu-
diziaria di Roma i reati di spionaggio. Evidenzio la mancata risposta
del SISMI al mio ordine di esibizione. Faccio quello che posso. In
quindici giorni non vedo giorno né notte: solo carte, carte, nient’altro
che carte.
Nemmeno dieci giorni dopo la mia firma, la Suprema Corte di
Cassazione decide lo spostamento del processo ad altro giudice,
l’autorità giudiziaria di Venezia. Aveva avuto ragione mio padre. Non
aveva adottato provvedimenti sospensivi dell’istruttoria, né annulla-
to gli atti che avevo compiuto. Le carte erano salve.

Lotta contro il tempo

«Signor ministro, vorrei subito prendere servizio a Trapani.» È il


21 dicembre. E parlo con voce ferma e determinata dinanzi al ministro
di Grazia e giustizia, Mino Martinazzoli. Già si era rifiutato di rice-
vere la mia denuncia contro Craxi. Gli chiedo l’«anticipato possesso»:
cioè di prendere subito servizio a Trapani. Diversamente rischio che
il trasferimento avvenga sei mesi o un anno dopo. Ho chiesto il col-
loquio pochi giorni fa.
«Non crede sia molto pericoloso ciò che richiede?» mi risponde
con tono preoccupato. «A Trento non voglio più stare», gli replico,
«non ho più altro da fare. Lì non hanno più necessità di me. Saranno
solo sollevati. Con me ancora presente tutto il palazzo di giustizia
‘non è sereno’. Ritroveranno la tranquillità e la necessaria buona
amministrazione della giustizia. A Trapani hanno bisogno di un ma-
gistrato alla Procura: uno è stato ucciso e un altro è stato arrestato.
Hanno chiesto l’assegnazione d’urgenza di un sostituto procuratore.»

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Lo stesso giorno il ministro firma il fax di trasferimento per l’antici-
pato possesso.
Trascorrono due giorni. Presso la Galleria dell’Appennino avvie-
ne l’attentato ai danni del treno rapido numero 904. L’esplosione
causa quindici morti e duecentosessantasette feriti. I morti poi salgo-
no a sedici. Nel marzo del 1985 vengono arrestati a Roma Guido
Cercola e Giuseppe Calò, mafioso palermitano meglio noto come
Pippo ­Calò. Il seguente 11 maggio verrà poi identificato il loro covo
vicino a Rieti. Vengono rinvenuti alcuni chili di eroina, un apparato
ricetrasmittente, batterie, alcuni apparecchi radio, antenne, cavi, armi
ed esplosivi. Le perizie condotte prima a Roma e poi a Firenze dimo-
strano come quel tipo di esplosivo, Semtex, risulti compatibile con il
materiale usato nell’attentato al treno. Emergono rapporti tra Cerco-
la e un certo tedesco, Friedrich Schaudinn, incaricato di produrre
dispositivi elettronici da usare per attentati. Sono quelli trovati in
casa di Pippo Calò. Vengono fatti collegamenti tra Calò, mafia, ca-
morra napoletana, ambienti del terrorismo eversivo neofascista, log-
gia P2 e banda della Magliana. Tra le apparecchiature elettriche
utilizzabili per l’esplosione a distanza di ordigni fabbricate da Schau-
dinn, uno dei congegni risulta mancante.
Di lì a poco un’altra strage richiederà l’uso di un identico dispo-
sitivo: quella di Pizzolungo (Ip. 26).

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9
La macchia indelebile
(Indagine 2016-2017)

Un gladiatore dall’Olimpo degli dei

«Dopo quella strage cerco solo la verità.» È questa la risposta che


nel 2016 non faccio che ripetere al mio interlocutore appena cono-
sciuto. Lui mi ribadisce che parlare di queste cose è pericoloso e che
non comprende il motivo della mia insistenza. E allora perché mi ha
condotto in un frequentato bar sul porto? Ci troviamo a Le Grazie,
promontorio all’estremità ovest del golfo di La Spezia. Sono venuto
qui da Trento per cercare di capire l’oscura realtà di Trapani. Stringo
forte il manico della borsa, che tengo appoggiata su una sedia accan-
to a me.
«Dove ci troviamo?» chiedo. So di avere un’espressione stanca,
dovuta anche al lungo viaggio. Il mio interlocutore, a differenza di
me, indossa l’abbigliamento tipico di una località di mare. Ha i ca-
pelli brizzolati. Mostra di conoscere la barista e anche qualche pas-
sante. «Quello», mi indica con un dito e con un’occhiata, «è l’ingres-
so del Comando subacquei e incursori, conosciuto anche con
l’acronimo di Comsubin. Il nome ufficiale, come saprà, è Raggrup-
pamento subacquei e incursori Teseo Tesei. È un reparto della Mari-
na, molto segreto, fa parte delle forze speciali italiane, svolge opera-
zioni anche di guerra non convenzionale in ambiente acquatico e di
difesa subacquea, e altro. Io provengo da lì...» Si alza e si allontana
per ordinare un paio di aperitivi.

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Annuisco, ma rimango dubbioso. L’acqua del porto è immobile.
Il giudice che è dentro di me stenta a riconoscermi: un tempo non mi
sarei mai avvicinato a una struttura militare senza un adeguato ac-
compagnamento, né tantomeno avrei parlato con uno sconosciuto,
per di più un sedicente ex «gladiatore» militare. Vado avanti come
posso.
Avevo appreso dell’esistenza di questa possibile fonte – che da qui
in avanti chiamo La Spezia 1 – molto tempo fa, nel 2003, leggendo
un articolo pubblicato sul settimanale Famiglia cristiana. Si discuteva
dell’esito negativo delle indagini svolte sulla morte di un agente dei
nostri servizi segreti, appartenente a Gladio, Vincenzo Li Causi. Era
stato ucciso nel 1993 in Somalia, in circostanze poco chiare, forse in
collegamento con il successivo omicidio della giornalista Ilaria Alpi.
«Dottore, per capire l’origine del patto tra lo Stato e la mafia bi-
sogna risalire al dopoguerra e al ruolo svolto da quel vecchio aero-
porto...» comincia lui tornando con due bicchieri. «Iniziamo dalla
preistoria, allora?» replico.
Mi risponde con un velocissimo flusso di informazioni che a fatica
riesco ad annotare su un foglio di carta. «Per quei traffici di arma-
menti che la interessano, dottore, viene spesso citato un aeroporto di
Trapani, quello di nome Chinisia», dice, «ma per capire l’origine di
quei traffici, non della ‘trattativa’ tra lo Stato e la mafia ma del ‘patto’
Stato-mafia, bisogna risalire all’altro aeroporto.»
«Parla dell’aeroporto di...?» lo sollecito. «Di Milo», riprende.
«Prima della guerra, la struttura SIM, ovvero il Servizio informazio-
ni militari, si trova, come saprà [in effetti lo ignoro] a San Vito Lo
Capo, vicino Trapani, e comprende due aeroporti, quello di Milo e
quello di Chinisia. Il primo viene usato per i caccia, il secondo per i
ricognitori. Quei campi di volo poi vengono presi dagli americani.
L’aeroporto di Milo nacque come importante campo di volo della
Regia aeronautica sin dagli anni Trenta e venne utilizzato durante la
Seconda guerra mondiale. Poi, dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia
nel luglio del 1943, fu usato dall’aviazione USA sino al dopoguerra.
Venne abbandonato circa nel 1947, perché gli fu preferito quello di
Chinisia. Nel 1961 i voli vennero spostati a Birgi, il nuovo aeroporto
nella contrada vicina. Lei c’è stato.»

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«Sì», rispondo, «ho alloggiato nella base militare dell’aeroporto
per circa quaranta giorni.»
«Comunemente si ritiene che l’aeroporto militare di Milo sia
stato in uso solo sino al 1947 o al 1949. In realtà non è così. Dopo
l’abbandono, Milo rimase un campo d’atterraggio ‘fantasma’, in
gestione a famiglie mafiose. Sono state queste, e non altri, a occupar-
si dell’uso dell’aeroporto per fini militari. Sin dal 1974», continua,
«e cioè da quando ho iniziato la mia attività lì», e con la testa indica
la sede del Comsubin, «si sapeva che era la famiglia Virga a provve-
dere alla manutenzione dell’aeroporto. Il campo era abbandonato e
pieno di erbacce alte così. All’improvviso i Virga lo ripulivano per-
fettamente e lo rendevano idoneo per l’atterraggio. Erano i loro uo-
mini, persone distinte della zona, e non i militari, a dare accoglienza
a quelli che atterravano e che poi prendevano in consegna quanto
veniva scaricato lì...»
«Vincenzo Virga, nel suo ruolo di capo del mandamento mafioso
di Trapani, è stato condannato per l’attentato a Pizzolungo», inter-
vengo nell’attimo in cui si ferma.
«Sopra di lui», riprende il mio interlocutore, «c’era però Messina
Denaro: non Matteo, quello di cui tutti oggi parlano come dell’ultimo
latitante, ma suo padre, don Ciccio. Era lui che comandava nel 1985,
all’epoca del suo attentato...»
Rimango in silenzio, sempre perplesso. Lui continua in fretta:
«Quelli che accoglievano i militari e li mettevano a proprio agio
erano civili. Erano operazioni ‘coperte’, nascoste, per carico e scari-
co di materiali». Ecco ricomparire il patto Stato-mafia e il solito ri-
ferimento ad alcuni nostri organi militari sospettati da decenni di
fornire unità operative alla struttura Stay-behind, dal dopoguerra, per
conto delle forze americane. Anche autorevoli magistrati hanno
espresso queste tesi nel corso di indagini penali, senza però suffra-
garle con prove certe. Semmai scontrandosi con il muro ricorrente
dei segreti di Stato (Ip. 27).
«Tutti i trasporti a Trapani venivano da La Spezia. Si trattava di
casse delle dimensioni di circa 100x70x50 centimetri. La documen-
tazione veniva prelevata alla base Comsubin di La Spezia, primo
centro Gladio. Il termine ‘Gladio’ non era conosciuto o usato da

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nessuno: si diceva semplicemente S.B., Stay-behind. Il gladio, co-
munque, era il simbolo della Decima MAS.»
La mia fonte è un fiume in piena. «Li Causi era un sottufficiale.
Stranamente venne messo a capo della cellula Scorpione nel 1987,
dopo un’operazione denominata ‘Lima’ che lui svolse in Perù. Come
se avesse ricevuto un premio. Proveniva da una famiglia di Partanna,
vicino Trapani, fra le valli del Modione, a ovest, e del Belice, a est.
Anche quel territorio faceva capo al vecchio Messina Denaro, a don
Ciccio, mi spiego?» E aggiunge: «A quell’epoca, siamo nel 1973-
1974. Li Causi, già appartenente all’Arma dei carabinieri, frequen-
tava il Comsubin di La Spezia come addestratore».
«L’associazione Saman, quella comunità presso la quale hanno
operato Mauro Rostagno e Francesco Cardella, è collegata con il
campo di Milo, vicino alle vecchie batterie antiaeree... Esiste una
galleria che congiunge l’aeroporto con la comunità. Risulta da una
vecchia mappa. La Saman venne creata nel 1980 proprio per queste
cose...» E aggiunge particolari che non ho mai sentito divulgare pri-
ma d’ora: «Il Centro Scorpione controllava ogni forma di traffico
aereo e marino di superficie e subacqueo, anche attraverso boe di
intercettazione dei traffici: si chiamavano BSS, boe subacquee satel-
litari. Venivano costruite a La Spezia in un’area del Centro naziona-
le ricerche».
«Chi ha quella mappa? Chi realizzava queste boe? C’entrava il
padre di Francesco Pazienza, lo ha conosciuto?» Si tratta di un tec-
nico italiano non comparso nelle indagini degli anni Ottanta, ma del
quale mi aveva parlato il senatore Falco Accame interrogato da me
come teste nell’inchiesta di Trento.
Mi risponde con sicurezza: «Certo, era lui il più importante refe-
rente italiano dei nostri apparati segreti per la NATO e per gli Stati
Uniti. Lavorava a La Spezia e anche a Livorno, all’Accademia nava-
le. So che fece studi assai importanti in questo settore». Poi continua
sull’altra mia domanda: «Il Centro di Trapani rilevò una battaglia
aerea su Ustica, e poi... puff». E fa un gesto con le mani a indicare
che tutto è poi volato via, sparito. «Il Centro serviva anche per la
fornitura di armamenti da e per il Nordafrica, per l’addestramento e
la formazione, per i rapporti con le famiglie mafiose. Era dotato di

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strutture per la movimentazione di aeromobili, per il controllo dei
campi di atterraggio, e anche di una struttura marina per il controllo
costiero e per l’utilizzo di ‘assaltatori’ nell’area di tutta la Sicilia
sud-occidentale, militari e civili... Mi spiego?»
A conclusione della giornata mi conduce in città nei dintorni e mi
mostra alcuni luoghi protetti dai nostri servizi per i libici e i palesti-
nesi, come per Abu Abbas, che, sotto altro nome, aveva potuto esa-
minare la nave Achille Lauro, che verrà dirottata nel 1985 mentre era
in porto per lavori di manutenzione.
Al termine dell’incontro avverto una tensione estrema. Il mio
nuovo narratore promette di farmi avere qualche riscontro documen-
tale. Rimango però molto disturbato dal fatto che abbia voluto mo-
strarsi con me in pubblico, quasi a esibirsi.
Rifletto sulle mie attuali ricerche. Le ho iniziate pensando di
avere individuato in Settembre nero il mistero chiave della mia storia,
e supponendo di essere risalito con esso anche troppo indietro nel
tempo. Per ricostruire la storia di Trapani devo forse ritornare addi-
rittura al dopoguerra? Che cos’altro resta da scoprire? L’Olimpo
degli dei?

Birgi e le mappe rivelatrici

Oltre trent’anni fa, nel febbraio del 1985, partivo da Trento con
la mia macchina, seguito dalla scorta. Avevo lasciato i miei cani a
un’amica. A Trapani mi ero sistemato alla base militare dell’aero-
porto di Birgi, come mi aveva indicato il collega Claudio Lo Curto.
La sera cenavo in una caserma. Ci incontravo le autorità di polizia,
carabinieri, finanza. Di mafia non si parlava. Sembrava non esiste-
re, come anche la massoneria. E pure della presenza dei servizi
segreti non c’era alcuna indicazione. «Qui è tutto tranquillo.» Ma
da cartine ufficiali e non ufficiali, un altro «controllo» superiore, di
carattere militare, risulta presidiare l’intera zona da Trapani a Pa-
lermo.
Me ne rendo conto esaminando due cartine, emerse dopo la ri-
velazione del 1990 sulla struttura Stay-behind della CIA e riportate

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Cartina tratta dal libro di Paolo Inzerilli Gladio. La verità negata (p. 212), in cui
sono indicate le località difese dall’apparato Stay-behind: il numero 58 riferito a
Sicilia e Sardegna dovrebbe indicare i gladiatori destinati alle isole.

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Sopra, cartina dell’agosto 1985 sul controllo, incentrato in Alcamo, dell’area com-
presa fra Trapani e Palermo; sotto, lo stesso territorio nella cartina del maggio 1989
con controllo incentrato in San Vito Lo Capo.

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Cartina risalente alla Regia aeronautica in cui compare la galleria di collegamento
tra l’aeroporto di Milo e l’area in cui negli anni Ottanta sorse la comunità di Saman.

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nel volume Gladio. La verità negata,1 scritto da chi diresse quella
struttura occulta: il generale Paolo Inzerilli, ex capo di Stato maggiore
del SISMI. In una delle mappe sono individuate le località del Nord,
del Centro e del Sud Italia in cui dal dopoguerra in avanti risultava
dislocata l’attenzione degli Stati Uniti (contro le minacce di invasione
dell’URSS) nella Guerra fredda. Per la Sicilia è indicato il numero 12,
che dovrebbe corrispondere al numero dei gladiatori a essa destinati.
Con i 46 della Sardegna, sono 58 gli uomini indicati per le isole (vedi
cartina «Dispositivo Gladio» alla p. 124).
Altre tre cartine sono oggi a mia disposizione, fornitemi dall’ex
gladiatore ma anche formalmente prodotte nel processo di primo
grado celebrato a Trapani per l’assassinio di Mauro Rostagno. La
prima raffigura il territorio attorno a Trapani a metà del 1985. Con
un grafico radar a raggio vengono comprese la zona di Alcamo,
quella dell’aeroporto, quella in cui avviene l’omicidio di Mauro
Rostagno nel 1988, Trapani centro, Erice (luogo in cui vengono in-
dividuate nel 1986 numerose logge massoniche di ispirazione egizia-
na), Trapani Nord (dove sono avvenuti l’uccisione di Ciaccio Mon-
talto nel 1983, l’attentato di Pizzolungo nel 1985, la scoperta del
laboratorio-raffineria di droga nel 1985), la parte più a nord della
provincia di Trapani sino a Capo Gallo e poi a Palermo (ovvero le
zone in cui sono avvenuti, a Palermo in particolare, l’uccisione del
giudice Rocco Chinnici nel 1983, l’attentato dell’Addaura contro
Giovanni Falcone nel 1989 e poi le stragi nel 1992 di Capaci e di via
D’Amelio, ma anche, in passato, l’abbattimento a Ustica dell’aereo
Itavia, nel 1980). La seconda rappresenta lo stesso territorio nel
maggio del 1989, ovvero appena prima dell’attentato dell’Addaura e
delle stragi del 1992 (vedi p. 125).
Un’ultima cartina, che risale addirittura alla Regia aeronautica
(forse anteriore quindi alla fine della Seconda guerra mondiale), in-
dica il collegamento sin da allora esistente, attraverso una galleria,
tra l’aero­porto di Milo e l’area in cui nei primi anni Ottanta sorse la
comunità di Saman, e che – secondo la fonte La Spezia 1 – era occu-

1. Inzerilli, P., Gladio. La verità negata, Analisi, Bologna 1995.

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pata prima dal campo d’atterraggio «fantasma» utilizzato per scambi
tra servizi segreti e mafia e operazioni coperte della CIA (vedi p. 126).
In poche parole, questi documenti, di provenienza diversa e di epoche
varie, mostrano tutti come il territorio di Trapani (proteso sino a
Palermo) non fosse, come comunemente si ritiene, controllato da
Cosa nostra, ma piuttosto sottratto alla sovranità dello Stato italiano
e sottoposto al controllo militare degli USA.

Oltre alla mafia e al controllo militare sulla zona, un altro aspetto


misterioso e occulto si intuisce anche solo considerando i nomi dei
luoghi e delle vestigia antiche lì presenti. E anche il mio accoppia-
mento con questa città, l’antica Drepanum, si sarebbe rivelato funesto.
«Saturno, Dio della morte e dell’oltretomba», scrisse un commenta-
tore dell’Eneide, «amputò i genitali al padre con una falce (in greco
drepánon) dando tale forma alla terra su cui poi la scagliò: era situa-
ta sotto il monte Erice, consacrato a Venere. Trapani nacque così dal
sangue del cielo e dalla spuma del mare...»

La festa di Carnevale

Quando percorro in auto, mattina e sera, la strada fra Birgi e Tra-


pani, osservo le bianche saline che separano la terra dal mare. Per me
sono uno spettacolo insolito. La più grande proprietaria di saline era
stata, nell’Ottocento, la famiglia D’Alì Staiti (detentrice anche della
Banca Sicula di Trapani, il primo istituto bancario privato della Sici-
lia). Il proprietario attuale è un discendente, Antonio D’Alì, zio
dell’omonimo senatore trapanese. L’attuale maggiore ricercato della
mafia, Matteo Messina Denaro, insieme al padre, Francesco Messina
Denaro soprannominato don Ciccio, notoriamente lavorava in origi-
ne come fattore proprio presso le tenute della famiglia D’Alì Staiti.
Si tratta di quel don Ciccio di cui più di trent’anni dopo mi parlerà
l’ex gladiatore.
Tre giorni dopo l’arrivo a Birgi, mi imbatto nella Cassa rurale di
Xitta, nella frazione di Trapani, che oltrepasso arrivando da Birgi. Il

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direttore dell’aeroporto organizza una festa per il Carnevale a cui non
posso sottrarmi. In quella serata mi avvicina il direttore della filiale
trapanese della Banca d’Italia. Ne ero stato anch’io funzionario prima
di fare il magistrato. Mi confida che è quasi ultimata un’ispe­zione
interna nei confronti di un locale istituto di credito, la Cassa rurale
di Xitta, appunto, e che stanno emergendo ipotesi che riconducono
alle mie indagini di Trento, cioè al PSI e al finanziamento illecito.
Manifesta molta preoccupazione: «Stia attento», mi ripete più volte.
Da verifiche che farò solo nel 1993 scoprirò che «delle operazio-
ni anomale e delle altre irregolarità riscontrate dagli ispettori della
Banca d’Italia veniva informato il consiglio di amministrazione
nella seduta del 18 febbraio 1985». Dunque le persone che erano
sotto la lente d’ingrandimento della Banca d’Italia di Trapani erano
già informate, al momento della festa di Carnevale.
Nel corso di quest’ultima, intanto, faccio un’altra conoscenza che
mi riconduce alle vecchie indagini di Trento. Mi viene presentata una
ragazza, figlia di un politico locale, con cui chiacchiero e ballo, esi-
bendomi anche nel gioco della mela. La mattina dopo descrivo la mia
allegra serata ai due nuovi colleghi della Procura di Trapani, i giova-
nissimi Dino Petralia e Totto (Salvatore) Barresi. Sorridono mentre
mi informano: «Ma lo sai con chi hai ballato? Con la fidanzata del
figlio di Leonardo Crimi».
A Leonardo Crimi era indirizzata la cartolina che avevo seque-
strato a Kofler e sulla quale avevo chiesto verifiche alla Questura di
Trapani. Ciaccio Montalto, nel dicembre del 1982, scoprì che nella
tasca di una persona uccisa a Palermo, un certo Giuseppe Galante,
era stato trovato un biglietto con disegnato, in una specie di rosa dei
venti, un possibile organigramma dei nuovi vertici della mafia: per il
trapanese figurava il nome di quel Leonardo Crimi che gli avevo
segnalato. Su queste carte lavorava quando venne ucciso all’inizio
del 1983.
Qualche giorno dopo la festa ricevo una convocazione urgente dal
procuratore generale di Caltanissetta. Apprendo che gli è pervenuta
una lettera anonima che mi descrive a quella festa: «Il giudice Paler-
mo, appena arrivato, si è dato a impegni mondani». Viene pure de-
scritto il mio «elegante» abbigliamento. È il primo avvertimento.

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Prime minacce

Dieci giorni dopo il mio arrivo, tra i fascicoli impolverati del


collega Antonio Costa, arrestato con l’accusa di corruzione mafiosa,
scopro un rapporto della guardia di finanza su una vicenda di false
fatturazioni eseguite negli anni precedenti da personaggi a me ben
noti, i Cavalieri del lavoro catanesi Rendo, Costanzo e Graci. Riatti-
vo quell’indagine, ottenendo dal capo della Procura, un magistrato
anziano in attesa solo di andare in Cassazione, un’assegnazione
congiunta a tutti noi sostituti. Faccio in modo che avvenga la stessa
cosa anche per un altro processo dormiente, che riguarda ventiquattro
bobine di intercettazioni telefoniche in cui erano presenti aspetti
oscuri connessi tanto all’uccisione di Ciaccio Montalto quanto all’ar-
resto di Costa. Per farlo mi reco a Palermo e chiedo al procuratore
generale di accompagnarmi. Al palazzo di giustizia saluto Giovanni
Falcone e conosco il nuovo capo dell’Ufficio, il giudice Antonino
Caponnetto, che ha preso il posto di Rocco Chinnici.
Intanto arrivano, da più parti, gli attacchi. Il Giornale di Monta-
nelli si scaglia contro l’arroganza e il protagonismo delle toghe con
tre articoli in prima pagina, puntando il dito in particolare su di me.
Come al solito, incasso e non replico.
Qualche sera dopo arriva la prima minaccia esplicita. Giunge
all’una e mezza di notte alla guardia di finanza. In quei giorni sono
loro che curano la mia tutela alternandosi con polizia e carabinieri.
«Faremo saltare il giudice Palermo e tutta la scorta», dice la voce
al centralinista, e a riprova della propria affidabilità aggiunge che,
in quel momento, la finanza è impegnata in una certa operazione.
Come stava effettivamente avvenendo.
I controlli si fanno più accurati. Al palazzo di giustizia viene in-
trodotta la prassi di chiedere i documenti a tutti quelli che entrano.
Gli avvocati iniziano a lamentarsi. Il clima si appesantisce di giorno
in giorno. Trascorro tutte le giornate in ufficio. Un panino dal bar. La
sera il ritorno, tra le sirene, nella sede militare e la cena, da solo, a
un tavolino. Lunghe notti in cui non riesco a prendere sonno.
A metà marzo scatta la prima operazione in pool della Procura di
Trapani, i primi arresti. Una sera, rientrando da un interrogatorio

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fuori dall’isola, all’aeroporto di Palermo trovo ad attendermi il mio
autista con la solita auto blindata e la scorta con una macchina da
museo che non riesce a superare i quaranta chilometri all’ora. Il mio
autista guida con ansia, percorrendo i cento chilometri di autostrada
che collegano Palermo a Trapani senza incontrare una macchina, un
bar o un distributore. Attorno c’è campagna immersa nel buio più
pesto: nemmeno la luce di una casa. Avvicinandoci a Trapani gli
chiedo di chiamarmi il comandante delle scorte. Ma sono le 23.30 e
il comandante non accetta di mettersi in contatto con me. Gli faccio
trasmettere il messaggio di presentarsi immediatamente in caserma
al mio arrivo. Mi fa rispondere che il suo orario di lavoro è termina-
to. La mattina dopo il procuratore Lumia mi esprime formali genti-
lezze.
La notte tra il 17 e il 18 marzo arriva un’altra telefonata anonima,
questa volta alla base di Birgi. La riceve un militare, il centralinista
di turno: «Dite al giudice che il regalo sta per essergli recapitato». In
ufficio un giornalista chiede di incontrarmi per domandarmi le mie
impressioni sulla nuova attività. Lo avevo conosciuto già a Trento, si
chiama Gigi Moncalvo. Mi spiega che gli articoli pubblicati su il Gior-
nale erano stati preparati da due persone che li avevano proposti a
numerosi quotidiani, anche a quello per cui lavorava lui. Comunque
non voglio interviste. Gli accenno alle minacce e ai miei timori di
subire un attentato. Avrò la fortuna di poter rivedere quel giornalista
a Roma, un anno dopo.
Lo stesso 18 marzo, dopo cena, mi raggiunge al tavolo il coman-
dante dell’aeroporto. «Mi scusi, signor giudice, ma deve lasciare la
camera», mi dice perentoriamente. «Ma come», rispondo, «e perché?»
«La settimana prossima deve venire in visita l’onorevole Spadolini.»
«Ma io sto qui da trenta giorni. E non so dove andare», obietto. «Il
presidente del Consiglio ha bisogno proprio della camera in cui al-
loggio io?» Non mi risponde nemmeno. «Non mi può spostare, per
quel giorno o per un paio di giorni, in un altro posto, anche in una
camera di militari?» «Le ho detto che deve lasciare la camera.» «Ma
quando va via Spadolini, posso riaverla, posso rientrare qui?» «No.»
Non ho più voglia di replicare, di discutere, di parlare. Ho voglia
di rimanere solo, nella «mia» camera. Alla televisione cerco di se-

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guire il telegiornale della notte. Sono presente anche lì. «A Trapani,
sono stati fatti gli interrogatori...» La spengo. Domani incomincio a
cercare. Un buco per me si troverà. La testa mi gira, è tardi. Vedo
tutto offuscato. Guardo i mobili, la televisione, l’armadio, le «carte».
Le riprendo in mano. Cerco di vederci dentro qualcosa. Non trovo
nulla. Non riesco più a seguire un pensiero sino in fondo.

La mattina dopo mi rivolgo al procuratore Lumia. In un paio


d’ore, dopo che sono state sentite le «autorità», cioè carabinieri,
polizia, guardia di finanza eccetera, apprendo che nessuna stanza mi
può essere messa a disposizione. Mi rivolgo al personale di cancel-
leria, ai colleghi, alla scorta. Eppure passando in macchina per le
strade della città ho visto innumerevoli cartelli con la scritta «Affit-
tasi». «Il cartello è vecchio», «l’appartamento non è più disponibile»,
«la figlia si deve sposare» sono le risposte.
Provo a cercare più lontano. Mi viene indicata una villetta, nem-
meno ultimata, a San Vito Lo Capo, che dista però una trentina di
chilometri. Quando con la mia vettura di servizio arriviamo all’ultimo
cartello «Trapani», l’auto di scorta si ferma. Fermo anche la mia.
Chiedo spiegazione al capo scorta. «Non siano autorizzati a seguirla
al di fuori di questo limite», mi viene risposto. «Chieda di essere
autorizzato», ribatto. «Già fatto», mi dice. Torniamo indietro.
Infine un vigile urbano mi segnala una villetta, disabitata da anni,
già arredata, che stando a quanto afferma mi viene messa a disposi-
zione da un politico locale democristiano. I colleghi mi assicurano
che non ha precedenti penali. La visito in un giorno di pioggia. Va
benissimo. Ha pure un giardino. L’unico inconveniente è che si trova
a una decina di chilometri da Trapani ed esiste un solo percorso per
arrivarci. Una strada stretta, poco frequentata in questo periodo, che
costeggia il mare. L’abitazione è inserita in un complesso residenzia-
le estivo. Tutte le case in quel momento sono disabitate. Non c’è il-
luminazione. A me va bene lo stesso. Non ho scelta. Un paio di
giorni per pulirla. Il telefono è disattivato da anni. Si provvede im-
mediatamente. Mi accordo per farmi spedire da Trento, via treno, i
miei cani. Prima di lasciare la base NATO chiedo il conto e pago

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come un insolito cliente dell’alloggio ufficiali. Non saluto nessuno e
nessuno viene a salutarmi.
E finalmente sono nella mia nuova casa e riprendo una vita «nor-
male». Vado a Palermo, alla stazione, con la mia auto per prendere i
cani. Sono arrivati con un giorno di ritardo, dopo essere incappati in
una giornata di scioperi. Per quarantott’ore sono rimasti accovaccia-
ti in gabbiette. Hanno sostato a lungo a Roma. Mia sorella e i miei
nipoti hanno portato loro dell’acqua. Ma l’hanno rifiutata, terroriz-
zati. Quando il treno raggiunge la stazione di Palermo, non li perdo
d’occhio. Sono emozionato e felice. Dopo averli chiamati per nome
– «Jar! Koral!» – e averli sentiti abbaiare con gioia, li vedo correre
felici e saltare intorno a me, con grandi feste. Li faccio salire sull’au-
to. Il viaggio di ritorno avviene... con i finestrini aperti. Mi sembra
quasi impossibile trovarmi di nuovo in una casa, con i mobili, una
televisione, un giardino, i miei cani. Tutto mi sembra bellissimo.
Anche se Totto e Dino mi ripetono: «Tu sei un incosciente. Tu sei un
pazzo». Ho avuto altre scelte?

Allegria, incoscienza, e poi, di nuovo, incubo. Il secondo giorno


nella nuova casa, di ritorno per pranzo, sento suonare il telefono.
Quel numero appena riallacciato lo conoscono il proprietario, Dino e
Totto, gli organi di polizia, i miei genitori, la mia ragazza a Trento, la
società dei telefoni e nessun altro. Al mio «Pronto?» chi ha chiamato
riaggancia. L’episodio si ripete. Poi basta. Il caso? Un contatto? Il
pomeriggio ritorno in ufficio. Rientro la sera alle nove. Cinque minuti
dopo, stessa telefonata. Alle undici, stessa telefonata. Chiamo il 113.
Mi dicono: sarà un contatto. Non si preoccupi. Faremo un control-
lo. Il rituale si perpetua. Mi agito sempre di più. Il secondo giorno
una pattuglia bussa alla porta: «Tutto a posto, dottore?» Chiedo al
procuratore Lumia la vigilanza della casa. Lo stesso giorno ricevo la
risposta: negativa. Mancano i mezzi, manca il personale.
Frattanto proseguono gli interrogatori. Il rapporto con Lumia si
incrina di più riguardo a ciò che si deve fare nel processo sui Cavalieri
del lavoro. Totto, Dino e io siamo convinti che dovremmo emettere
ordini di cattura. Lumia continua a differire la decisione circa la mo-

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dalità di procedere. Io sento che il tempo stringe, perché girano «voci»
che stiamo per fare qualcosa. Un avvocato ha già chiesto informazioni.
Si inserisce un’originale decisione delle autorità locali. Poiché
sono pervenute lamentele sull’uso delle sirene nei miei spostamenti
(due volte al giorno), un ordine formale dispone che io non ne faccia
più uso. Significa procedere più piano, fermarsi, rischiare più di
quanto già accada... I ragazzi della scorta non trascurano mai di in-
dossare giubbotti antiproiettile e caschi e di tenere il dito sul grillet-
to dei mitra, con cui si impicciano le mani anche nell’auto.
Un pomeriggio decido di restare a casa ed esco con la mia mac-
china, da solo. So che è un’imprudenza. So anche che è uno sposta-
mento imprevisto e che chiunque volesse organizzare qualsiasi cosa
dovrebbe conoscere in anticipo orari e itinerari. Ho bisogno di rea-
gire, di sentirmi vivo, di cercare la normalità, di entrare in un negozio,
di distrarmi dagli incubi e dalle ansie dei processi e delle ombre. Esco.
Per due ore mi trattengo in un supermercato, a comprare tutto quello
che mi può servire, dal cibo per i cani e i pappagalli, a coperte, tazze,
piccole scorte alimentari. Due ore di distrazione. Due ore di «aria».
Torno a casa. Sono le sette e mezza. Squilla il telefono e poi squilla
ancora. Poi tace.
Per il 31 marzo, domenica, Dino e Totto, in gran segreto, mi han-
no proposto l’evasione di un giorno intero con alcuni loro amici. Il
solo pensiero di stare a casa con quel telefono che squilla mi fa ter-
rore. Ho desiderio di evadere. Accetto. E trascorro una fantastica
giornata. Tra nuovi amici. Amici di Sicilia. Tra chiacchiere e giochi,
scherzi, senza parlare di ufficio, un pranzo normale, anzi ecceziona-
le. Poi arriva la sera e tutto finisce, anche se io non vorrei. Ho...
paura. Dino mi accompagna a casa con la sua macchina. Gli dico:
«Vuoi provare la mia?» Lui ci pensa e poi accetta. Un sospiro di
sollievo mi fa tornare il sorriso. Ma l’auto non parte, la batteria è
quasi scarica e si ingolfa. «È tardi», dice Dino, «lasciamo perdere.
Sarà per un’altra volta.» Il giorno dopo, a sera, di nuovo mi accom-
pagna Dino. Io non voglio rientrare in casa. Non voglio rientrare
nell’incubo della mia solitudine e dei miei pensieri, delle mie osses-
sioni, dei miei presentimenti. Dino è andato via e io riprovo a mette-
re in moto la macchina. «Accenditi. Accenditi!» le urlo. Come in un

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gesto d’amore, si accende, sbuffa e... parto come un razzo, all’inse-
guimento di Dino, e di una strada che stento a riconoscere. Lo rag-
giungo appena sotto casa sua. Lampeggio e suono come un matto.
«Allora, vuoi provare questo bolide?» gli dico. La tentazione di Dino
è grande; quella della moglie, stanca, un po’ meno. Ma alla fine ac-
cetta. Sale sulla macchina, che non ho mai fatto guidare a nessuno.
Ci dirigiamo sul raccordo, per correre un po’. A un certo punto gli
dico: «Perché non arriviamo fino a Palermo?» Lì abita Totto e lì,
probabilmente, ritroveremmo gli amici. Tra questi c’è una ragazza
che mi è rimasta simpatica. Abbiamo parlato a lungo assieme. La
vita mi chiama e io desidero ascoltare questo richiamo. Dopo varie
resistenze, alla fine decidiamo. Corriamo a Palermo, su quell’auto-
strada deserta. Alla fine arriviamo e troviamo gli amici. Due spaghet-
ti in fretta e furia, qualche chiacchiera, sempre più smorzata. Un ta-
citurno ritorno. Rientro infine a casa. I cani, felici, mi fanno le feste.
Il telefono suona. Non rispondo. Prendo i due guinzagli, la rivol-
tella ed esco per strada. Tra quelle strade buie. Cammino lento. Sono
le due. Ho le lacrime agli occhi. La rivoltella in mano. Libero i cani.
Non c’è nessuno. È tutto buio. So che tornando a casa quel telefono,
quel maledetto telefono, riprenderà a suonare.

Il giorno prima

È il mio primo giorno di «turno», in cui devo stare a disposizione


dalla mattina alla sera. Finisce anche il turno di scorta della guardia di
finanza. Inizia quello della polizia di Stato. Qualche nuovo volto, a cui
nemmeno bado. Salgo automaticamente sulla macchina. Il solito percor-
so, le solite curve. Arrivo in ufficio. Incontro i colleghi, ma devo uscire
subito. È morto un uomo in un incidente. La macchina è carbonizzata.
È stata tamponata da un mezzo agricolo, ha urtato contro un muro e si
è incendiata. Devo autorizzare la rimozione del cadavere. Il cadavere?
Un pezzetto compatto di carbone. Ridotto a non più di un metro.
Poi arriva un altro cadavere; trovato, questo, in mare. Un corpo
rigonfio e lucido come un pallone, mezzo corroso e mangiato dai
vermi. Arriva il medico che deve eseguire l’autopsia. Provo ad assi-

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stere. È la mia prima volta. Non resisto. Esco fuori. Per la puzza, per
l’impressione che mi fa, per lo schifo di questa vita. È una giornata
assolata. Il caldo brucia. Al termine dell’autopsia, il verbale, la mia
firma. Lavoro ordinario. Passo in ufficio, ma non c’è più nessuno.
Vedo quali sono i miei prossimi impegni. Aspetto. Sono di turno.
Devo rimanere sempre a disposizione. Utilizzo il tempo per racco-
gliere alcune carte da studiare, sulle quali potermi concentrare un po’.
Non riesco più a leggere nemmeno un romanzo.
Torno a casa. È sera. Una sola telefonata. Mi cucino la cena. Pre-
paro il pasto per i cani. Faccio la solita passeggiata per le stradine
deserte. È diventato un rituale e insieme il modo per scaricare la
tensione, un tentativo di vita normale, un ritorno a una realtà che non
voglio perdere, una sfida contro me stesso e contro chi, come qual-
cosa di impalpabile, mi sovrasta.
Rientro. Telefono ai miei. Alle mie bambine, alla mia ragazza di
Trento, con la quale è rimasto solo questo labile contatto. Nella vita
è stata sfortunata. Anche conoscere me è stata una sfortuna. In questo
momento mi riesce impossibile vivere un rapporto. Lei è superstizio-
sa e tante volte, a Trento, aveva cercato, leggendo i tarocchi, di tro-
vare una rassicurazione sul nostro futuro. Nei «miei» tarocchi, lì a
Trento, compariva spesso una carta, a volte per dritto, a volte rove-
sciata, quella della morte. Era un gioco stupido, che metteva anche
agitazione. Avevamo smesso di farlo. Stasera, parlando, chissà perché,
il discorso finisce su quelle carte. Su quelle coincidenze ripetitive.
Ne parliamo senza scherzare. Lei avverte quello che sento io, un’ap-
prensione maggiore rispetto al solito. Alla fine una sua domanda mi
suona inconsueta: «Domani, appena arrivi in ufficio, mi telefoni?»
Sì, certo, appena posso. Abbasso la cornetta. Ma il telefono squilla
un’altra volta. È mezzanotte. Stacco la spina. Se mi vogliono per
servizio, vengano a cercarmi a casa.
Trascorro a letto, immobile – in una notte insonne, con gli occhi
aperti, anche con il senso di colpa per avere staccato la spina del te-
lefono –, quelle che sarebbero state le ultime ore che avrei vissuto in
quella casa. E che sarebbero state le ultime di vita per dei bimbi in-
nocenti, due gemellini, e della loro mamma, colpevoli solo di abitare
lì vicino e di trovarsi l’indomani sul mio cammino.

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2 aprile 1985. Il tempo si ferma

Alle otto e trenta esco di casa. Nemmeno osservo in volto gli


agenti della scorta. Loro non guardano me. I movimenti sono mec-
canici, concitati. Goffamente, con giubbotto e casco, sono intenti a
osservare tutt’attorno, con i mitra rivolti in alto. La mia auto è par-
cheggiata sulla destra della stradina. Per entrarci devo salire da sini-
stra. Mi siedo dietro l’autista, Rosario Maggio. È la prima volta che
non occupo il posto di destra. Appoggio la borsa, zeppa di carte,
accanto a me sul sedile. Maggio inserisce la sicura per le portiere
dell’auto. Quella della mia parte però è guasta. Non si blocca. Con
uno scatto, come sempre, Rosario parte. Guida bruscamente. Come
sempre, non viene pronunciata una sola parola. Procede assai velo-
cemente, anche imprudentemente. Senza le sirene, correre a quel
modo significa un rischio ulteriore per noi e per chi si trova sul nostro
percorso. La strada costeggia, con continue curve, diradate case lun-
go il mare. In quei sei giorni, osservando gli scogli e il colore verde
a chiazze di quell’acqua cristallina, mi domandavo se prima o poi mi
sarebbe stato possibile farci un bagno. I genitori di Dino avevano una
villetta proprio lì.
Un’auto si trova improvvisamente sul nostro percorso. C’è una
curva a destra. Un’altra macchina, all’altezza della curva, è ferma sul
margine destro della strada. L’autista frena. Si allarga. Accelera bru-
scamente. Inizia a superare in piena curva, invadendo la corsia opposta...
Il tempo si ferma. Tutto si ferma. L’esplosione, il fuoco, il calore,
lo spostamento d’aria, sono appena percepibili. È solo una frazione
di secondo. Non c’è il tempo di chiudere gli occhi. Il cofano anterio-
re schizza per aria. Il vetro del parabrezza si frantuma. L’intera auto
si accartoccia verso di me. Dagli squarci della carrozzeria si aprono
spicchi di cielo. Il tempo è fermo. Sto morendo. Questo è l’attentato.
Dio, mi pento... Il buio.
Sono in piedi, fuori dall’auto. Salvo. In piedi. Sulle mie mani non
vedo un graffio. Come sono uscito? Attorno non c’è nessuno. Da quel
che resta della vettura si alza del fumo scuro. Un ronzio nelle orecchie
è l’unica cosa che percepisco. Aiuto Maggio a venire fuori dalla
porta posteriore. Ha una profonda incisione sul volto. Mi porto la

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mano al capo. Mi stacco dai capelli un pezzo di lamiera bruciata, che
cade per terra. Lo raccolgo. Mi tocco la faccia. Gli chiedo: «Ho feri-
te?» «No, dottore. Ce l’abbiamo fatta.»
Un allucinante silenzio scandisce i secondi. Prendo la mia borsa in
pelle che è ancora sul sedile. Schiacciata dalla lamiera, che è arrivata
sino lì. La poggio sul prato. Non ho più gli occhiali. Ci vedo poco.
Guardo verso la Ritmo della scorta. Si trova una ventina di metri in-
dietro. Tra le due auto c’è per terra uno degli agenti che la occupavano.
Ha ancora il giubbotto; il casco è spostato lì vicino. Sulla guancia un
buco largo, netto e profondo alcuni centimetri, lascia vedere un pezzo
di ferro incastrato dentro. Si lamenta, sussurra «mamma». Non ho
parole, non ho lacrime. Ritorno verso la mia macchina. Sulla destra
nella strada c’è una voragine di metri. Vedo per terra piccoli fram-
menti di lamiera di altri colori. Un flash nella mente mi fa muovere
di scatto la testa. Le altre macchine? Dove sono? Scomparse. Mi giro
attorno. Vedo tutto offuscato. Una macchia rossa in alto sulla parete
di una casa richiama la mia attenzione. Mi avvicino. C’è un cancello,
chiuso. All’interno, per terra, in corrispondenza della macchia in alto,
piccoli resti... di un bimbo... di un elastico... fogli svolazzanti di libri
di scuola. Ho gli occhi umidi. Ritorno alla mia auto. Vado avanti fino
a un distributore di benzina. A una cinquantina di metri. Persone im-
mobili, attonite, guardano mute. Chiedo un bicchiere d’acqua. Ritorno
alla mia auto. Guardo l’ora. È sempre la stessa. Quindici minuti alle
nove. Il tempo non passa mai. Mi gira la testa. Incomincia a dolermi
il piede destro. Cerco le sigarette. Nella tasca del giubbotto trovo la
mia penna. È completamente frantumata. Mi accendo una sigaretta.
Mi siedo sul prato accanto alla macchina.
Attendo.

Roma, Camera dei deputati. Resoconto stenografico n. 293 della


seduta di martedì 2 aprile 1985. Ore 10.00.

Presidente Leonilde Iotti: Onorevoli colleghi, desidero infor-


marvi che è giunta ora la notizia di un grave attentato dinamitardo,
avvenuto a Trapani, in cui il giudice Carlo Palermo è rimasto fe-

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rito, mentre sono rimaste uccise tre persone, tra cui un bambino
ed una donna, e ferite cinque persone, delle quali due versano in
condizioni estremamente gravi. Non si hanno per il momento
altre notizie. Ho ritenuto mio dovere informare la Camera di que-
sto fatto, che riconferma come nel nostro Paese stia di nuovo
sviluppandosi, e con molta forza, il fenomeno del terrorismo.

La presidente della Camera Iotti conosceva bene me e le mie


carte. Il precedente 17 luglio con la mia ultima lettera le avevo spie-
gato le connessioni dei finanziamenti illeciti – che a lei e al presiden-
te del Senato Francesco Cossiga spettava controllare – con il traffico
di armi, la P2, le attività dei servizi e il terrorismo.

Le immagini del presente e del passato mi si sovrappongono.


Arrivano a sirene spiegate auto della polizia. Il capo della mobile,
Saverio Montalbano, impreca e piange insieme. Prende a calci la Ritmo.
Io, come un matto, cerco di dare disposizioni per i posti di blocco:
«Dall’altra parte della città... dall’altra parte della città!» Nessuno mi
ascolta. Come dal di fuori di me, ascolto la mia voce, guardando, con
gli occhi sbarrati, brandelli di corpi dilaniati. Vengo preso di peso e
infilato in un’auto della polizia. A sirene spiegate percorriamo quei
chilometri senza fine che ci separano dal palazzo di giustizia. Quando
arrivo, la macchina riparte subito e io rimango lì. Guardo l’ora. Sono
passati solo dieci minuti. Attorno tutto pare irreale. Nulla sembra
accaduto. Tutto normale. Qualcuno mi accenna dei saluti. Nemmeno
lo riconosco. Ho la vista offuscata. Salgo le scale di corsa. Affannato.
Entro in ufficio. Dino. Totto. Mi vengono le lacrime agli occhi. «Che
hai fatto?» mi dicono scherzando, osservandomi. Rimango senza
parole. Mi guardo per un attimo: sono tutto bianco, impolverato.
«C’è stato l’attentato.» «Ci sono stati morti.» «Non sto scherzando.»
Mi siedo alla scrivania. Prendo subito il telefono. Risponde papà. So
che è il più emotivo. «Passami mamma. Mamma, sto bene, ma ho avu-
to un attentato. Sto bene. Sto bene. Non piangere. Papà. Sto bene.»
Passo il telefono alla segretaria. «Glielo dica lei che sto bene.» Telefono
alla mia compagna di Trento. Abbasso il telefono. Racconto concitata-

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mente quello che è accaduto. Mi si avvicina Totto: «Carlo, ti devo dire...
Sono tre le vittime. Ora vai all’ospedale. Non si può fare più niente. Non
si può fare più niente. Non puoi fare più niente». Tutto sembra irreale.
I presentimenti, gli avvertimenti, gli incubi. Sono realtà. Come sono
realtà quei pezzi di carne che ho visto. Quella macchia di sangue...
La mia testa è svuotata. Davanti all’ospedale sembrano essersi
materializzati quegli uomini e quei mezzi che le autorità dicevano di
non possedere. Nel mio lettino, una minuta infermiera bruna mi me-
dica il piede con delicatezza e dolcezza. Iniziano le telefonate. Tra
queste una. Non aveva bisogno di dirlo, che era Claudio Lo Curto;
eravamo stati troppo vicini nelle sensazioni comuni provate: «Car-
luccio. Carluccio...» «Claudio...» «Carluccio... ma che cosa ti hanno
fatto!» E piange. Io non riesco quasi a rispondere. «Lo hanno fatto.»
Piangiamo insieme e basta. Poi mette giù.
Quindi arrivano colleghi, conoscenti e non conoscenti. Viene il
presidente del Consiglio superiore della magistratura Giancarlo De
Carolis. A sera mi raggiungono Totto e Dino. Con un tono di voce
grave, mi dicono che Lumia ha chiamato Dino per dirgli che avrebbe
affidato solo a lui il processo contro i Cavalieri del lavoro, ma con la
precisa disposizione che si sarebbe dovuto limitare a trasmettere gli
atti o a Catania o all’Ufficio istruzione di Trapani, con la richiesta di
contestare agli imputati i reati di associazione per delinquere, ma
solo con mandati di comparizione.
La sera parlo al telefono, in televisione, con Enzo Biagi. I miei
genitori, seguendo la trasmissione, hanno potuto finalmente consta-
tare che sono sano e salvo e ragiono ancora. Alla fine crollo.
Il telefono non avrebbe squillato. Questa notte avrei potuto ripo-
sare «tranquillo». Altri, ormai, riposavano, già da ore, nella notte dei
tempi. Che avrebbe dovuto essere la mia.

Gli scambi dell’onorata consocietà

Mi ingessano la gamba destra e mi assegnano un periodo di riposo.


Prima di partire ricevo una sorpresa. Alle tre del pomeriggio si apre
la porta della mia stanzetta. È mio padre. Dall’epoca della guerra in

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Africa non era più voluto salire su un aereo. Anziano. Stanco della vita
e delle preoccupazioni che gli do. Mi ero raccomandato con mia madre
di tenerlo calmo, perché sarei tornato a Roma per la convalescenza.
Eppure mio padre viene, qui, subito. Mi abbraccia. Riversa le proprie
lacrime su di me. Si siede. E, ancora più stanco, va a quei solenni
funerali che lo Stato organizza per le vittime della mafia. Anche se
in questo caso le massime autorità sono assenti... E stanco riposa la
notte. Ma felice di essere vicino a me. E io felice di essere vicino a lui.
Il giorno dopo lasciamo l’ospedale, tra auto della polizia che spun-
tano da tutte le parti, sirene che si sono moltiplicate senza che adesso
ci sia più qualcuno che si lamenti. Perché andiamo via. Passiamo alla
villetta di Bonagia per raccogliere le mie cose. Mi raggiungono Dino,
Totto e il procuratore Lumia. A quest’ultimo chiedo senza mezzi
termini: «Che cosa intende fare?» «Naturalmente», mi rassicura,
«procederemo tutti e quattro insieme, al tuo ritorno. Tutti insieme.»
Prendo l’aereo e torno a Roma, nella casa dei miei genitori. Lì
trascorro la Pasqua. Mi riducono la scorta: Roma è un’altra cosa. Mi
raggiungono le mie figlie Stefania e Laura. Sono troppo piccole per
comprendere, per fortuna. Subito polemizzo di nuovo con il prefetto
di Trapani. Il sindaco Garuccio, parlando dell’attentato di Pizzolun-
go ai propri elettori, li rassicura: «A Trapani la mafia non esiste...
L’attentato? Sarà stato fatto al giudice Palermo per il lavoro che
aveva svolto a Trento».
Anche a me, per la verità, non è chiaro perché a Trapani, dopo solo
cinquanta giorni, abbiano cercato di eliminarmi. E perché due anni
prima un altro magistrato, che indagava su cose simili, fosse stato
ucciso. E un altro fosse stato arrestato per sospetti di collusione con
la mafia. E altri quattro trasferiti. Tutti fatti casuali e sconnessi? Non
avrebbero dovuto ritenersi sintomi di medesime occulte presenze?

Si riuniscono intanto in un’aula del potere a Roma, a palazzo San


Macuto, i parlamentari che avrebbero dovuto giudicare sulla mia
denuncia contro Craxi alla Commissione inquirente. Dopo l’esposi-
zione del senatore Ignazio Gallo della Democrazia cristiana, prendo-
no la parola soltanto per archiviarla in base a un accordo tipicamen-

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te consociativo che leggiamo nel resoconto di un battibecco tra due
componenti della Commissione.

On. Ugo Spagnoli (PCI): «Questa commissione ha già messo


delle mine al sistema democratico, delle mine grosse come una
casa! In due giorni ci avete fatto chiudere questa vicenda! Avete
avuto paura delle carte che avevamo chiesto di vedere! Non ci
avete fatto sentire un solo teste, avete respinto tutto!»
On. Domenico Romano (PSI): «Il giudice Palermo parla di un
possibile travaso di denaro pubblico, attraverso la società Sofinim,
al bilancio del Partito socialista. Ma sul piano giuridico non ave-
te elementi».
Spagnoli: «Ma stiamo scherzando! Se avessi richiesto i libri
contabili della Sofinim, di proprietà del PSI e che il giudice Pa-
lermo voleva sequestrare nella stessa sede del partito, cosa mi
avresti detto?»
Romano: «Quando apriremo il processo al PSI allora potrai
sequestrare le carte della Sofinim, però apriremo anche il proces-
so a carico del PCI e vedremo tutti i bilanci della Federcoop».

Questi interessanti scambi, con i quali venne chiusa l’inchiesta di


Trento, li leggerò dieci anni dopo l’attentato e solo perché insisterò
con la richiesta di vedere gli atti (Ip. 28).
E sono stato ancora io – solo nel 2017 – a rintracciare i verbali
(per la parte che mi riguarda) di Luigi Ilardo, boss mafioso di spicco
della famiglia di Caltanissetta che venne ammazzato a Catania da-
vanti a casa sua la sera del 10 maggio 1996, per tappargli per sempre
la bocca. Parlò della strage di Pizzolungo oltre vent’anni fa: forse che
le sue dichiarazioni non erano note ai magistrati di Palermo, di Cal-
tanissetta, di Genova? Ecco quello che dichiarò dopo avere già espres-
so ai giudici la propria volontà di diventare collaboratore di giustizia:

L’intesa tra la mafia e il PSI nasce intorno al 1985, anno in cui


quel partito aumenta le preferenze nella regione Sicilia. Tale ac-
cordo trova suggello con l’attentato eseguito da esponenti di Cosa
nostra al giudice Carlo Palermo, su richiesta dei vertici del PSI

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[...]. Quando avviene l’attentato a Carlo Palermo, io ero ristretto
a Favignana [...]. A un certo punto arrestano Vincenzo Milazzo,
imputato per questa cosa, e un altro di là, un certo Calabrò [...]. Il
vero motivo per cui era successa questa strage era che il giudice
Palermo aveva alzato la testa e stava indagando su fatti pochi chiari
che riguardavano la condotta del PSI in generale e la posizione di
Craxi in particolare e qualche altro del suo entourage.

«Sono dichiarazioni generiche e non sono valide processualmen-


te», avrei detto io per primo, apprendendole. Ma dai magistrati non
vengono comunque disposte misure protettive in presenza di dichia-
razioni come queste (e altre) di Ilardo? E non vengono svolte indagini
persino in presenza di anonimi? E non si sarebbero potute svolgere
quantomeno alcune verifiche, e cercare riscontri, anche su possibili
depistaggi o altri più torbidi collegamenti?
Sempre nel 1996, dieci anni dopo l’attentato contro di me, rimasi
all’oscu­ro anche di quella che mi appare la più importante circostan-
za emersa in quel periodo sulla mia storia tra Trento e Trapani. Ven-
ni contattato da due magistrati di Torre Annunziata. Indagavano
sull’inchiesta chiamata «Cheque to cheque». Mi dissero che cerca-
vano carte sul colonnello Massimo Pugliese perché avevano arresta-
to quel Roger D’Onofrio che, nell’inchiesta di Trento, risultava uffi-
ciale pagatore della CIA (vedi stralcio dell’interrogatorio a p. 144).
Andai da loro. Mi fecero interrogare il collaboratore di giustizia
Francesco Elmo, il quale dichiarava cose che loro non capivano sui
traffici riguardanti Trapani, ovvero l’esistenza da lungo tempo di uno
stretto rapporto fra i personaggi da me indagati a Trento e i traffici
con la Libia operati da Trapani. Poi i magistrati mi mandarono a
Venezia con il maresciallo Vincenzo Vacchiano per constatare che...
le carte di Trento, e in particolare quelle riguardanti Pugliese, quelle
massoniche, erano sparite.
Eppure questi magistrati e il loro maresciallo mi tacquero la cosa
più importante che avevano scoperto riguardo alla mia storia! E da
quanto apprendo nel 2018, parrebbe che questa storia nemmeno sia
stata riferita ai magistrati di Caltanissetta per le indagini che riguar-
davano non solo me, ma anche le altre vittime di Pizzolungo...

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Stralcio del verbale del 6 dicembre 1995 con le dichiarazioni di Ruggero D’Onofrio
sui traffici con la Libia operati da Trapani.

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Anno 1995 [...] 6 del mese di dicembre, in Benevento presso
la casa circondariale, alle ore 16.00 [...] Maresciallo Capo Vin-
cenzo Vacchiano [...] è presente D’Onofrio Ruggiero, in oggetto
[...] generalizzato il quale spontaneamente presentatosi dichiara:
«[...] Voi mi chiedete della società IBC di Monrovia [...] è una
società di diritto liberiano. La fondammo io e Michele Papa, che
era il mio referente in affari con la Libia, dato che lui e Massimo
Pugliese avevano un commercio con il presidente di quel Paese,
Mohammed Gheddafi. Non che loro conoscevano il presidente di
persona, ma avevano tutti i giorni a che fare con i suoi dipendenti
e avevano insieme una specie di associazione culturale di nome
Associazione dei musulmani italiani, che serviva per coprire tutte
le attività commerciali e informative nello scambio tra l’Italia e la
Libia. Nel 1992 Papa mi disse che era ora di far funzionare la IBC
come una vera società di import ed export».

D’Onofrio Ruggiero era l’ufficiale pagatore della CIA, collabo-


ratore di Partel così come del massone Massimo Pugliese. Qualcuno
ha forse indagato su questi mai approfonditi e imprevedibili rappor-
ti? Massimo Pugliese (Trento, servizi segreti italiani, P2 e «altra
massoneria») Michele Papa (Trapani, Fratelli musulmani, Ghed-
dafi) Ruggiero D’Onofrio (CIA, Stati Uniti ufficiale paga-
tore della DC) Logge di Trapani Mafiosi Laboratorio di
Alcamo (morfina ed eroina) Centro Scorpione, scoperto nel 1987
insieme a Gladio, presente dal dopoguerra.

Tra cavalieri, droga, banche e un ministro premuroso (Ip. 29)

Roma, aprile 1985. Il piede comincia a dolermi di meno. Un


giorno mi tolgo un pezzo di ingessatura, un giorno un altro, dopo tre
giorni il piede è libero. Mi aiuto con il bastone. Voglio tornare a
Trapani. Ma dove? La mia casa è stata giudicata non proteggibile. Il
percorso idem. Ancora una volta carabinieri, guardia di finanza,
polizia, prefettura mi comunicano che non esistono disponibilità per
accogliermi. Sono invitato formalmente a non tornare. Prenoto ugual-

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mente l’aereo e invio un telegramma preannunciando il mio rientro
a Trapani per l’indomani. In extremis, spunta fuori la disponibilità di
un camera nella sede della polizia stradale.
Dall’aeroporto mi reco direttamente al palazzo di giustizia, in un
viaggio tra fulmini e violentissime folate di vento. I vetri del tribu-
nale vibrano fragorosamente. Mi incontro con Totto, Dino e il pro-
curatore Lumia, nell’ufficio di quest’ultimo. Discutiamo sui Cavalie-
ri del lavoro, sull’opportunità di emettere ordini di cattura, sulla
motivazione dei provvedimenti. A un certo punto, mentre stiamo
parlando, il capo scorta (in quei giorni è la guardia di finanza) entra
agitatissimo nella stanza e ci dice che a un giornale di Messina è
arrivata una telefonata con il messaggio che mi «avrebbero fatto
subito saltare». In quel momento (è ormai buio) viene a mancare la
luce. Si sparge il panico tra noi e la scorta, i cui uomini urlano per
non spararsi tra loro. Il procuratore capo, nella penombra di un ceri-
no, goffamente raggruppa con le mani le carte e dice: ne riparliamo
domani. Dopo aver mangiato un boccone a casa di Totto, vengo
portato alla caserma della polizia stradale in una stanza al secondo
piano del fabbricato. Manca ancora la corrente. Mi faccio luce con
fiammiferi per prepararmi il letto. Le coperte mi sono state fatte
trovare nella posizione del classico «cubo». Rimango vestito, senza
luce, senza un telefono, senza acqua. Tutta la notte. Avverto presen-
ze oscure tra tuoni, lampi, vento, fragore degli avvolgibili che sbat-
tono... e il distributore di benzina che ho visto proprio sotto la finestra,
che mi pare voglia esplodere da un momento all’altro.
Dopo gli incubi della notte, la mattina seguente, insieme a Lumia,
Dino e Totto preparo gli ordini di cattura contro Rendo, Costanzo,
Graci e altri ventisette imputati. I reati che formuliamo sono quelli
di associazione per delinquere, truffa e frode fiscale. L’operazione
scatta il 19 aprile, tra Trapani, Catania e Roma. La sera mi ritiro in una
nuova camera: questa volta la finestra dà su un cortile interno. Una
brandina militare. Un comodino. Una sedia. Manca un tavolo. Dovrò
attenderne la disponibilità. Per andare al bagno, aperto al pubblico,
devo percorrere dieci metri in un corridoio, sempre in una zona di
libero accesso. Per fare la doccia... dovrò attendere di andare in ferie.
Pochi giorni dopo riprendono le minacce di farmi saltare in aria.

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Apprendo, con malinconia, che un gruppo di cittadini sta raccogliendo
firme per chiedere che io me ne vada. All’inizio di maggio emerge il
primo dei tasselli mancanti: il traffico internazionale di droga. Quel
traffico, si diceva, non toccava la zona perché era «tranquilla», in
quanto... c’erano pochi tossicodipendenti. In un’operazione di polizia
viene trovata ad Alcamo la raffineria più importante d’Europa ed è la
prova che la mafia è presente anche lì a Trapani e che interessa anche
questa zona tranquilla: proprio perché essendo tranquilla non desta
attenzioni né sospetti, come accadeva anche a Trento. Vengono trovate
tracce di morfina e sacchi con scritte in lingue che indicano la stessa
provenienza della morfina e dell’eroina scoperte nell’inchiesta di Trento.
A Venezia, nella parte del processo da me istruito che riguardava
i fornitori e gli organizzatori dei traffici, tra cui quel siriano Wakkas
Salah al-Din che mi aveva illuminato sulle dimensioni del mercato
della morte, vengono pronunciate le condanne più alte mai inflitte
per questi reati: ventinove anni di reclusione.

All’inizio di luglio viene ultimato un appartamento blindato al terzo


piano del palazzo di giustizia. Tre camere e una cucina: un’abitazio-
ne decorosa, ammobiliata con arredamenti da ufficio, che presenta
un solo inconveniente. È circondata da vetri blindati ermeticamente
chiusi. Anche il balcone per i cani. L’aria che respiro non è pura, ma
filtrata da condizionatori. In ogni momento avverti che sei al chiuso.
Una porta blindata, pesante non so quanti quintali, è l’unica via di
uscita. La presidiano carabinieri o agenti, con giubbotti, casco e mitra.
L’entrata dovrebbe prevedere una stanza blindata «filtro», con bocche
da fuoco. Ma non viene ultimata. È al terzo piano. Il mio ufficio è
al primo. Due piani di percorso, due rampe di scale di passeggiata.
Il 26 giugno, a Roma, è stato celebrato il procedimento discipli-
nare nei miei confronti. Sono stato assolto per alcuni episodi e rite-
nuto responsabile per altri. Spiccano quelli relativi alla condotta
processuale che avevo tenuto con l’onorevole Craxi. La sanzione: sei
mesi di perdita d’anzianità. Rientro con molta amarezza a Trapani:
«Sono tornato più giovane di sei mesi».
A Caltanissetta il mio collega Claudio Lo Curto, giudice istrutto-

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re nelle indagini relative all’attentato, firma nove mandati di cattura.
Secondo lo sviluppo delle indagini, a organizzare e commissionare
l’attentato sarebbero stati i boss di Castellammare del Golfo, in quan-
to ero sulle tracce della raffineria di Alcamo. Le accuse parlano di
strage, attentato alla sicurezza dello Stato, associazione per delinque-
re di stampo mafioso, detenzione illegale di esplosivo.
Spazi vuoti mi circondano. Niente più sirene. Non disturbo più.
Le parole che ripeto ai miei famigliari ogni sera non sono più le
stesse. Nemmeno so quando potrò riabbracciare Stefania e Laura.
Ogni sera un’allucinante passeggiatina con i cani nell’atrio del pa-
lazzo. Proiettori illuminano a giorno tutta la zona. Decine di agenti
mi fanno da scudo umano. Anche i cani, con tutte queste divise at-
torno a me, hanno timore ad avvicinarmi e anche a fare i loro bisogni.
A rispondermi quando li chiamo. È tutto silenzio.

Le ferie estive sono pesanti. Passo una ventina di giorni in una


località sul mare vicino a Roma. Ci vado da vent’anni a trascorrere
le vacanze. Mi conoscono tutti, da quando ero ragazzo. Ma sono
giustamente turbati dalla vista di giubbotti antiproiettile, di caschi,
di mitra. Sono felici quando me ne vado.
Per una settimana poi alloggio in un villaggio turistico tra Palermo
e Trapani, a Terrasini: Città del Mare. Non scelgo a caso quel luogo.
Siccome è vicino alla mia sede di lavoro, mi consente di seguirne da
vicino gli sviluppi. Per motivi di sicurezza concordati con la guardia
di finanza, il posto mi viene prenotato sotto altro nome. Tre giorni
prima dell’inizio del soggiorno, la finanza avvisa la direzione. Rice-
vo subito un telegramma di disdetta della prenotazione. Mi impunto.
Mi reco dal direttore, reclamo, cito tutti gli articoli del codice e della
Costituzione. Alla fine mi «autorizza» la vacanza. Il giorno dopo il
mio arrivo, agli organi di polizia locale giunge una telefonata nella
quale si preannuncia che «mi avrebbero fatto saltare». Ricevo una
convocazione urgentissima del procuratore generale della Corte
d’Appello di Palermo, che mi invita, per motivi di sicurezza, ad an-
darmene. Respingo l’invito. Trascorro quella settimana con una
scorta che mi segue pure al bagno in mare, due agenti blindati fuori

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dall’ingresso della mia camera, altri due sotto un ombrellone sul
balcone in cui affaccia la mia finestra. Negli spostamenti un elicot-
tero mi vola sopra a indicare che mi sto muovendo, lì come a Mon-
dello, quando (una sola volta) vado a incontrarmi con colleghi e
amici di Palermo, in assetto di guerra tra le misure mie e quelle di
Giovanni Falcone.
Prima di partire per le ferie, in ufficio, avevamo praticamente
ultimato le prime indagini sui Cavalieri del lavoro. Un giorno vado a
Catania, nella sede di alcune banche: quelle che avevano emesso
alcuni libretti al portatore sui quali era emerso il versamento di quei
fondi. Spuntano, come dal nulla, altri libretti al portatore intestati a
nomi di fantasia. Personalmente ritengo che si potrebbe celebrare
subito il processo. I colleghi non sono d’accordo. Decidiamo di con-
cedere la libertà provvisoria a tutti gli imputati.
Alla fine di agosto si pronuncia la prima sezione della Cassazione,
presieduta da Corrado Carnevale. Il quale annulla tutti gli ordini di
cattura per inesistenza del pericolo di fuga, inesistenza del pericolo di
inquinamento delle prove, inesistenza della caratteristica della perico-
losità sociale degli imputati, e perché i reati fiscali erano già coperti
da amnistia; perché, infine, la Procura di Trapani era in ogni caso
«incompetente» in quanto avrebbe dovuto procedere quella di Catania.
I giornali non perdono occasione per attaccarmi: «La Cassazione
sconfessa il giudice Palermo», «La Cassazione ha posto riparo a
un’ennesima insensatezza del giudice Palermo, che ha agito [...] in
modo arbitrario». Eppure gli ordini di cattura portano quattro firme.
Il Tribunale della libertà aveva confermato gli ordini di cattura... La
prima sezione della Cassazione è composta da supremi interpreti del
diritto. Uno di essi, per l’appunto Corrado Carnevale, in seguito
avrebbe dichiarato in un’intervista che, emettendo quegli ordini di
cattura, io mi sarei comportato in maniera «vergognosa», che «certi
giudici andrebbero tolti dalla circolazione».
Mi chiedo il perché di tanti attacchi. Comincio a rendermi conto
che l’accerchiamento di Trento si è ripetuto e ingigantito a Trapani.
Mi attaccano gli imputati, mi attaccano gli avvocati, mi attaccano i
politici, mi attacca la stampa, mi attaccano i supremi organi della
magistratura, dalla Procura generale della Cassazione al Consiglio

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superiore della magistratura e alla Cassazione stessa. Mi attacca e
continua a minacciarmi (ma evidentemente questo lo vedo solo io)
anche la mafia. E qualcosa di misterioso che c’è dietro e che non
vedo: i servizi segreti? Non riesco più a rendermi conto di ciò che
devo o non devo fare. Cercano di sostenermi isolate manifestazioni
di affetto di gente che mi scrive una lettera. Il vuoto che mi viene
fatto attorno, paradossalmente, restringe sempre più i miei spazi. In
troppi, ormai senza nemmeno nascondersi, affermano che non ho più
diritto ad agire, né come giudice né tantomeno come uomo.

All’inizio di ottobre un certo onorevole chiede di parlare con me.


Per correttezza, non sapendo nemmeno di chi si tratti, lo ricevo in
ufficio. Si mostra gentilissimo. Mi dice che ha ottimi rapporti e in-
fluenza «a Roma». A un certo punto gli chiedo: «Ma qui a Trapani, lei
che cosa fa?» Mi risponde: «Sono... il presidente della Cassa rurale di
Xitta». Dentro di me suona un campanello di allarme. Indico la porta
all’onorevole. Ne parlo con i colleghi. Qualche giorno dopo vengo
chiamato in disparte dal procuratore Coci che mi riferisce: «Sai, è
venuto da me il senatore Di Nicola e mi ha chiesto se può essere nei
tuoi desideri essere trasferito a Roma». «Impossibile», rispondo,
«non ho maturato il minimo previsto di permanenza a Trapani.» Passa
qualche giorno e ricevo da Roma, per il tramite di un funzionario del
ministero (la collega Liliana Ferraro, che ha già curato l’allestimento
dell’appartamento blindato all’interno del palazzo di giustizia) la
proposta di trasferirmi al dicastero di Grazia e giustizia.
Tutto pare collegarsi all’inchiesta di Trento. Mi sembra incredibile.
«Carlo, figlio mio, allontanati, se puoi», mi suggerisce, questa volta,
mio padre, non più velatamente. «Già ci sono stati morti, non atten-
derne altri, cambia.» La proposta mi appare forse l’unica soluzione.
Una lettera anonima con il timbro postale Santa Maria Nuova (FO),
indirizzata al dottor Carlo Palermo, Procura della Repubblica, Trapani:
«Ti senti protetto nella tua nuova residenza? Un consiglio, metti al
sicuro i tuoi figli, non sono protetti come dovrebbero. A presto». Mi
mancava il messaggio trasversale. Sono già morti altri a causa mia.
Altri bambini. Ora anche i miei entrano nel gioco?

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Sono le voci di un sistema nel quale ho fatto la mia parte. E gli altri
la propria. Sono venuto qui. Ho voluto prendere il posto di un amico e
collega ammazzato. Credo di avere sfidato la sorte. Ho scoperto quello
che ho potuto. Alla fine ho perso. Continuerò a cercare giustizia e verità.
Mi dispiace lasciare questa terra di brava gente che non è capace di
chiedere l’aiuto di cui ha bisogno. Grazie, signor ministro. Mi trasferisca.
Hanno minacciato anche le mie figlie. Loro lasciamole fuori. Già ho
dato loro così poco. Arrivederci, Trapani. Vi saluto Totto, Dino, miei
primi e unici colleghi di un pool fallito sul nascere. Vi saluto, amici di
Saman che ho visto sorridere quando vi ho visitato. Vi lascio un mio
pappagallo. Vi saluto affettuose segretarie, che in ufficio non avete mai
fatto mancare un fiore. Autisti, che avete visto da vicino il terrore nei
miei occhi, come io l’ho visto nei vostri. Lascio con le lacrime anche
Jar, uno dei miei affettuosi cani, per i quali ho litigato con un colonnello
che non voleva li tenessi nell’appartamento al tribunale. A Roma mia
madre ne accetta solo uno.
Ritorno a casa. Dove sono stato un bambino. Dove mi sono illuso di
fare il giudice. Smetto di combattere la mafia, la criminalità, la droga,
le armi, la corruzione del potere, i poteri segreti: i «parti» delle mie
fantasie. Grazie a tutti quanti. Torno a Roma. Troverò un vuoto nella
mancanza del lavoro, della lotta in cui ho creduto e in cui mi sono
solo reso conto di non avere concluso niente. Ritroverò l’abbraccio
forte di chi ha continuato a soffrire per me. Di chi mi aiuterà a riem-
pire questo vuoto. A credere che, forse in qualche altro modo, potrò
battermi ancora per quello che è rimasto dentro di me. Che un giorno,
chissà, ritornerò qui per le ultime battaglie della mia vita.

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10
Il patto col diavolo
e la cellula Scorpione
(Indagine 2016)

Giochi di guerra nel Mediterraneo: tra Sigonella, Fiumicino e...


Giuseppe Mazzini (Ip. 30)

Ritorno a Roma il 6 dicembre 1985. L’unico cane che mi è rima-


sto, Koral, crea problemi ai miei. Mi sposto in una casa in affitto in
periferia, appena fuori dal raccordo anulare, circondata da un giardino
immenso. Il mio schnauzer gigante gioca, finalmente divertito, con
alcune caprette. Purtroppo lo contageranno di una brutta malattia da
cui non guarirà. I quattro barboncini della proprietaria gli abbaiano
sempre contro. Per tacitarli procuro a Koral un focoso compagno
di giochi: Attila, mastino napoletano. Dai pochi grammi che pesa
a venti giorni di età, quando lo prendo da una fattoria in cui cresce
insieme a un maialino, in un anno e mezzo passerà a novanta chili
di carne e qualche altro di bava. La sua rumorosa irrequietezza mi
indurrà a comprarmi il prima possibile una casa di proprietà. Sarà a
Formello, vicino Roma, sulla Cassia bis in direzione di Viterbo, dove
credo ricordino ancora i suoi ululati notturni, il coro degli altri cani
da guardia e le proteste di tutto il vicinato.
Inizio un nuova fase della mia vita, che si rivelerà la più diffici-
le. Dopo quel vulcano che ero a Trento e poi a Trapani, annullo me
stesso, azzero l’attività professionale, mi sento inutile. A colmare
il vuoto inizia una nuova storia sentimentale, assai intensa e che
durerà sette anni; mi sarà di molto conforto nella mia forzata soli-

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tudine, cagionata anche da minacce sempre maggiori che non riesco
a spiegarmi dato che non conduco più alcuna attività investigativa.
E invece sono comunque riprese le telefonate anonime e altre inti-
midazioni.
Il ministero di Grazia e giustizia dispone maggiori misure di cau-
tela. Tre auto a sirene spiegate mi accompagnano in ogni movimen-
to. La mia abitazione viene presidiata con una vigilanza fissa. Una
scorta ossessionante protegge anche le mie figlie, che vivono ad
Ancona, e continuerà a farlo sino alla loro adolescenza. A marzo del
1986, a Livorno, il magistrato di sorveglianza segnala alla direzione
centrale della Polizia criminale di avere appreso da un detenuto che:
«Nitto Santapaola, Carmelo Colletti e due stranieri dovrebbero com-
piere un attentato contro il giudice Palermo. Mandanti finanziatrici
del delitto dovrebbero essere due ditte catanesi». Il 12 settembre sui
giornali compaiono nuove notizie su di me. «Il giudice Carlo Palermo,
scampato alla strage di Pizzolungo, era la vittima designata di un
secondo attentato terroristico. L’agguato avrebbe dovuto essere ese-
guito a Roma per ordine di alcuni esponenti della mafia e della
’ndrangheta da tempo latitanti. La tecnica usata sarebbe ancora una
volta quella della automobile-bomba [...] La testimonianza, definita
molto dettagliata e attendibile, è stata raccolta dal sostituto procura-
tore di Roma Giancarlo Armati [...] Il nome del killer calabrese che
doveva commettere l’attentato: Umberto Bellocca, at­tualmente lati-
tante».
Il 27 settembre, giorno del mio trentanovesimo compleanno, ricevo
un’altra lettera anonima (un secondo messaggio congiunto per me e
per le mie figlie) spedita da Milano: «Lo sai bene che devi morire...»
Di cinque anni della mia vita non riuscirò a conservare quasi
nulla nei miei ricordi.
E invece in quell’arco di tempo nella nostra storia collettiva ma-
tura un cambiamento essenziale, che nemmeno sembra essere mai
stato adeguatamente compreso, forse perché più politico che crimi-
nale. È possibile farsene un’idea riflettendo sulle tre cartine della
Sicilia che ho già illustrato. Considerandole insieme ci si rende
conto del fatto che Trapani, nel decennio degli anni Ottanta (e in
particolare dal 1985), passa da quella posizione di difesa che svolge-

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va originariamente nella struttura Stay-behind (e cioè «stava dietro»,
nell’ipo­tesi di invasione da parte dell’Unione Sovietica dal Nord
Italia) a una posizione strategica di «intervento operativo» nell’inte-
ro Mediterraneo, dall’installazione degli euromissili a Comiso all’at-
tacco promosso dagli Stati Uniti contro gli arabi dagli anni Novanta
in avanti, praticamente sino a oggi.
Solo considerando questa diversa strategia degli Stati Uniti credo
si possa comprendere appieno tutto quello che è accaduto in Italia
dal 1985, ovvero le numerose loro azioni contro la Libia e contro i
palestinesi, le loro (altrettanto pesanti) reazioni terroristiche, le no-
stre iniziative filoarabe (per cercare di aprirci nuovi ruoli nel Medi-
terraneo), i mutamenti a Trapani di vecchie alleanze (a livello di
servizi e di massoneria), le quali, pur fondate su precedenti e con-
solidate politiche filoarabe, sono destinate a sfociare nella parteci-
pazione all’attacco frontale contro gli arabi con l’invasione dell’Iraq
nel 1991.

Il mio trasferimento a Roma coincide con il dirottamento della


nave da crociera italiana Achille Lauro, cui ho già accennato, carat-
terizzato dalla nota protezione data da Craxi al terrorista Abu Abbas.
Evidenzio qui il parallelo tra questa condotta del presidente del
Consiglio e quella antecedente di Aldo Moro espressa dopo la stra-
ge di Fiumicino del dicembre 1973, allora in favore di Muammar
Gheddafi e degli stessi palestinesi. Le affermazioni di Craxi del 6
novembre 1985 appaiono anche più forti di quelle pronunciate a suo
tempo da Moro, soprattutto per il suo stranissimo richiamo a Giu-
seppe Mazzini, in cui, già nei primi anni Novanta, subito percepisco
criptici messaggi occulti declamati e trasmessi dal palco del Parla-
mento:

Quando Giuseppe Mazzini [...] nel suo esilio si macerava


nell’idea­le dell’unità ed era nella disperazione per come affron-
tare il potere – dice Craxi dinanzi ad attoniti parlamentari – [...]
concepiva e disegnava e progettava gli assassini politici. Questa
è la verità della storia; e contestare a un movimento che voglia

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liberare il proprio Paese da un’occupazione straniera la legittimità
del ricorso alle armi significa andare contro le leggi della storia.
[...] Comunque, non l’ho inventata io questa posizione italiana
nei confronti dell’OLP, onorevoli colleghi, ma esiste fin dal 1974,
quando una delegazione dell’OLP fu ricevuta alla Farnesina.

L’episodio del 1974 fa riferimento, come ho già sottolineato,


all’accordo poi denominato Lodo Moro, approvato subito dopo la
strage di Fiumicino del 1973.
Sul dirottamento della nave Achille Lauro apprendo qualche ulte-
riore informazione dal mio narratore di La Spezia durante un secon-
do incontro, nell’agosto del 2016, quando mi spiega gli appoggi of-
ferti dai nostri servizi ad Abu Abbas e ai libici fin dagli anni 1978-1980:
«In quella casa che le ho mostrato la volta scorsa», mi racconta, «fra
il 1982 e il 1983 risiedeva il capo della sicurezza libica [...] e lui vi
ospitò un contrammiraglio della marina libica. Si trattava in realtà di
Abu Abbas che studiava, per una futura operazione, la nave Achille
Lauro lì in riparazione».
A monitorare e controllare la zona, aggiunge il mio contatto, si
vedeva spesso Vincenzo Li Causi, maresciallo dei carabinieri dei
nostri servizi, che seguiva Abu Abbas. Come a dire: quel terrorismo
veniva in qualche modo approvato da tutti, da Washington a Mosca.
Ma questo cambia, per l’appunto, dalla fine del 1985.
Subito dopo le parole di Craxi in Parlamento, il gruppo palestine-
se di Abu Nidal assalta, il 27 dicembre 1985, l’aeroporto di Roma
Fiumicino e quello di Vienna, uccidendo diciannove persone. Nes-
suno collega pubblicamente questi due atti terroristici alle protezioni
appena manifestate da Craxi in favore dei terroristi palestinesi. Sarà
il solo Francesco Cossiga, nel 2008, a evidenziare la correlazione tra
il Lodo Moro (rievocato e avallato da Craxi nel dicembre del 1985)
e l’attentato a Fiumicino. L’ex presidente spiegherà: «Non furono
colpiti obiettivi italiani, fu la compagnia aerea israeliana a essere
attaccata nell’aeroporto. I morti furono tutti israeliani e americani,
non italiani. Così funzionavano le cose. Qualcosa», aggiunge Cossi-
ga, «non ha funzionato con le forze della sicurezza italiane, che sa-
pevano a priori dell’attacco».

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L’occulta convergenza tra i due blocchi della Guerra fredda

Nel contesto in cui mutano gli equilibri internazionali che riguar-


dano l’Italia (come riflesso dalle dichiarazioni di Craxi), in poco più
di un anno a Trapani risultano avvenuti tre fatti importanti: vengono
scoperte le logge massoniche presenti dietro il Centro studi Scontri-
no; parte per il Perù l’operazione Lima, condotta dal trapanese ma-
resciallo Li Causi; nel settembre del 1987 viene creato il Centro
Scorpione dalla VII divisione del SISMI, ovvero da Gladio. O, meglio
ancora, dalla NATO, e cioè dalla CIA.
Però nello stesso quadro avviene un altro fatto assai significativo,
ignorato da tutti ed evidenziato solo di recente in Polonia (guarda caso,
dopo il suo passaggio alla NATO). Dopo l’avallo di Craxi nei confronti
del terrorismo arabo (appoggiato dai russi), non solo avvengono i citati
atti terroristici a Roma e a Vienna, ma si manifesta concretamente una
presa di distanze di Mosca dai preesistenti equilibri presenti durante la
Guerra fredda. Viene creata una particolare società, di nome Skorpion
S.A., con sede a Vienna e a Panama, della quale rintraccio i dati nei
registri ufficiali. Forse già la vecchia centrale operativa di Trapani aveva
il nome Scorpione (così mi ha riferito l’ex gladiatore di La Spezia).
Di fatto la data di costituzione di quella nuova è il 29 gennaio 1986, a
Panama. La sua sede operativa viene aperta... all’aero­porto di Vienna,
ovvero proprio nel luogo in cui un mese prima, a fine dicembre 1985,
era avvenuta la strage causata da Abu Nidal, «permessa» dal già citato
Lodo Moro. Rimanda a quella componente «russa» (diretta da un certo
Konstantinos Dafermos, che compare come formale rappresentante della
società e poi intermediario in oscuri commerci d’armi e da ultimo arre-
stato in Grecia per traffici di armi pesanti con personaggi governativi)1
che prende le distanze dall’insieme di quei rapporti segreti presenti sino
al 1985 a Trapani, dopo che sono stati alterati da attentati, anche falliti,
dal dirottamento dell’Achil­le Lauro di quell’anno e infine dalle nuove
strategie degli Stati Uniti contro gli arabi (Ip. 31).

1. Cfr. «Arms dealer Konstantinos dafermos arrested on bribery charges», 6


ottobre 2015.

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Subito dopo, nell’aprile del 1986, risultano scoperti e quindi
«bruciati» il Centro studi Scontrino di Trapani e anche quello di via
Roma a Palermo, entrambi della massoneria internazionale e con
sottostanti consolidati accostamenti tra servizi segreti ed elementi
mafiosi. A queste due «rivelazioni» subentrano differenti alleanze,
che denotano una marcata separazione della componente filosovieti-
ca (in seguito allo strappo compiuto da Craxi verso i palestinesi e
verso altri arabi) rispetto a quella filoatlantica.
Quest’ultima componente (USA/CIA), prendendo evidente spun-
to dal nome di quella russa, appena creata, la Skorpion S.A., sfocia
nella costituzione, nel 1987, del nuovo centro operativo di Gladio
denominato «Scorpione», destinato (pur cessando le vecchie esigenze
Stay-behind) ad assumere una maggiore autonomia e operatività per
le successive (e forse già programmate) azioni degli anni Novanta,
che poi continueranno sino a oggi (vedi gli interventi contro la Libia
partiti da Trapani e non certo finalizzati a difendere la NATO dalla
Russia sul fronte europeo).

Alcuni dati su queste nuove convergenze occulte, e sulle relative


modificazioni, emergeranno da una relazione redatta dall’ONU nel
2003 e soprattutto, successivamente, in atti investigativi diffusi dalla
Polonia dal 2006, dopo lo spostamento di questo Paese dal versante
di Mosca a quello di Washington.
Era noto che, su richiesta di alcuni governi, la Polonia avesse
dovuto organizzare la fornitura di armi alle organizzazioni terroristi-
che palestinesi. Si sapeva anche – viene scritto solo allora e solo in
polacco (ne conservo l’originale in documenti provenienti dal polac-
co Antoni Macierewicz, per diversi anni anche ministro dell’Inter-
no) – che prima del 1989 i servizi polacchi e Monzer al-Kassar ve-
nivano utilizzati dai servizi segreti comunisti per organizzare la
fornitura di armi ai Paesi dell’OLP affinché rimanessero in uno stato
di guerra con Israele e impegnati in politiche antiamericane.
Si ammette, nella sostanza, la micidiale convergenza tra i due
blocchi della Guerra fredda (Stati Uniti e Unione Sovietica, e, dopo,
Russia) nell’aiutare l’OLP e l’estremismo islamista in quell’attività

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terroristica considerata necessaria al fine di alimentare, nutrire e
conservare lo stato di guerra permanente dei Paesi arabi con Israele
e l’Occidente. Il fine di questa torbida politica concorde è, ovvia-
mente, il mantenimento della Guerra fredda, cioè in fin dei conti la
spartizione del potere sul Mediterraneo e quindi sul globo, fondata
sul governo della guerra.

A capo del Centro studi Scontrino, a Trapani, quando le operazio-


ni ne portarono alla «scoperta», c’era Giovanni Grimaudo, ex prete,
professore di filosofia. Risultano presenti sette logge massoniche con
nomi di origine araba e radice egiziana (che fanno ricordare le pira-
midi di sale nelle vecchie saline fenicie di Xitta e Paceco): Iside,
Iside 2 (riservata ai non residenti), Hiram, Ciullo D’Alcamo, Cafiero
e Osiride (a esclusiva presenza femminile), e una misteriosa Loggia
«C», la settima, di cui mai è stata individuata la natura né tantomeno
la relativa attività operativa.
L’indagine parte da un vecchio esposto anonimo proveniente
dall’ambiente dei vigili urbani di Trapani, lo stesso da cui era «sorta»
la disponibilità del mio alloggio a Bonagia di Pizzolungo dopo lo
sfratto dalla base di Birgi. L’11 aprile 1986 avviene una perquisizio-
ne dalla squadra mobile comandata da Saverio Montalbano, ovvero
colui che era stato colpito, nei propri uomini, dalla strage di Pizzo-
lungo. Al Centro studi Scontrino risulteranno collegati personaggi in
vista del mondo civile e militare. Viene sequestrata un’agenda con la
copertina rossa intestata alla Cassa rurale e artigiana di Xitta. Gri-
maudo era membro dell’AMI, l’Associazione musulmani d’Italia con
sede a Roma, e risultava amico dell’avvocato Michele Papa, masso-
ne, a sua volta in rapporti professionali e personali con Gheddafi, ma,
come abbiamo visto, anche con la CIA e con i nostri servizi.2

2. Michele Papa, come «Agente Z» dei nostri servizi segreti nel 1981, colla-
borò con gli americani insieme al faccendiere Francesco Pazienza e al direttore
del SISMI Giuseppe Santovito, per incastrare il presidente democratico degli Stati
Uniti Jimmy Carter (con il caso «Billy Gate», uno scandalo con Gheddafi) al fine di
favorire l’elezione del repubblicano Ronald Reagan, in carica dal 20 gennaio 1981.

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* * *

Ulteriori e maggiori informazioni su quelle logge e sui loro com-


ponenti si apprendono ancor più di recente, nel 2015, nella motiva-
zione della sentenza sull’uccisione di Mauro Rostagno, rimasto vit-
tima di un agguato mafioso nel 1988. Era stato uno fondatori del
movimento politico Lotta continua e poi della comunità terapeutica
Saman, inizialmente ispirata al movimento di Osho Rajneesh. L’ex
gladiatore che ho chiamato La Spezia 1 mi ha candidamente dichia-
rato che quella comunità venne creata appositamente per i rapporti
con gli americani e i traffici di armi, e che era collegata all’aeropor-
to di Milo attraverso una galleria della quale si trova traccia nella
cartina della Regia aeronautica, riportata alla p. 126, di cui il lettore
è già stato informato. Il terreno su cui nacque quella comunità appar-
teneva alla famiglia Cardella da prima della Seconda guerra mondia-
le. Sembrano confermarlo le verifiche che ho fatto. Tuttavia, davan-
ti alle mie richieste di maggiori informazioni e a parole schierate
contro la mafia, persone di Trapani anche di elevato livello si sono
rifiutate di eseguire i più semplici riscontri catastali. Forse non del
tutto semplici, a dire il vero: perché quell’aeroporto di Milo è mili-
tare e, dopo gli usi «servizi-mafia» che mi aveva descritto l’ex gla-
diatore e che in passato conducevano ai Virga e a don Ciccio Messi-
na Denaro, nell’attualità pare sia stato adibito a base per droni non
proprio di interesse fotografico-turistico.
Si direbbe che attorno alle logge scoperte nel 1996 ruoti l’inim-
maginabile, con nomi del passato, del presente e del futuro. Non
aggiungo altro, considerati i limiti di ricostruzione storica di questa
mia ultima indagine, che peraltro ho svolto tra enormi difficoltà non
avendo più alcun potere giudiziario di accertamento.

Trapani, 1985-1988. Armi, droga e servizi segreti

Ritorno al maresciallo Vincenzo Li Causi, nominato capo del


Centro operativo Scorpione nell’ottobre del 1987 dal nostro presi-
dente del Consiglio Bettino Craxi. Tutto lascia pensare che fosse un

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personaggio importante. Ma non sono in grado di confermarne la
posizione di raccordo tra servizi e mafia, come insinuato dall’ex
gladiatore La Spezia 1. Appare invece verosimile che la nomina a
capo del Centro Scorpione di Trapani, e cioè di un apparato di Gladio,
abbia costitui­to un riconoscimento, un premio per qualcos’altro che
aveva ben compiuto. Di certo questa sua nomina avviene dopo la già
ricordata «Operazione Lima», avvenuta, come hanno sostenuto le
nostre fonti governative, all’inizio del 1987.
«Falso», ribatte però l’ex gladiatore di La Spezia. «Nel 1987 [...]
l’Operazione Lima si conclude, ma è iniziata molto tempo prima.»
Comunemente si sostiene che attraverso quest’attività coperta il SI-
SMI, su ordine del presidente del Consiglio Bettino Craxi, avrebbe
inviato armi, apparecchiature tecnologiche e istruttori in Perù per
aiutare il governo a contrastare i terroristi di Sendero luminoso.
Nemmeno specifiche indagini parlamentari sono riuscite a chiarirne
il reale scopo, comunque assai distante dalle finalità «europee» di
Stay-behind e di Gladio. Di certo quando Li Causi (dopo aver guida-
to all’estero questa operazione) torna in Italia, lo stesso Craxi gli
conferisce la funzione di capo del Centro Scorpione e assegna alla
medesima struttura un aereo superleggero di cui non si individua una
reale funzione o necessità. Sappiamo poi che nel 1993 il maresciallo
Li Causi muore in uno strano agguato nel corso della missione ONU
in Somalia; riguardo a questo, a quanto pare manca addirittura ogni
certezza che il corpo trasportato in Italia sia effettivamente il suo.
Difatti non ci sarebbe stato alcun accertamento autoptico né il rico-
noscimento da parte della nostra magistratura militare.
«Ma no!» insiste e insiste ancora, l’ex gladiatore, sull’Operazione
Lima sia nel primo sia nel secondo incontro. «Già verso la fine del 1980
Li Causi mi chiese se volevo partecipare a una missione governativa in
Sudamerica, e per la precisione in Perù, che sarebbe dovuta avvenire
allora. Io rifiutai per motivi famigliari. Successivamente appresi da Li
Causi che quell’operazione era effettivamente avvenuta.»
«Di che si trattava?» gli chiedo.
«L’operazione», mi spiega, «dovrebbe essersi sviluppata in diver-
si anni. All’inizio credo vi abbiano preso parte anche funzionari
della Banca d’Italia e del ministero delle Finanze italiano, accompa-

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gnati a recuperare ciò che era ancora giacente al Banco de la Nación
del Perù dei denari del vecchio Banco Ambrosiano e consociate.
Tutto questo, a quanto ho compreso, è stato realizzato e portato a
compimento nel 1987, prima che Li Causi ricevesse, a modo di pre-
mio, la nomina di capocentro allo Scorpione.»
In realtà anche nelle «XI Tavole», come ho già sottolineato, era
stato evidenziato un rapporto tra Calvi, il Banco Ambrosiano e le
oligarchie inglesi, da cui prima della morte del banchiere emergeva-
no effettivi crediti a lui dovuti di grossi importi, che dovevano rag-
giungere una filiale peruviana dello stesso Banco Ambrosiano.
«E di che cifre ha sentito parlare, lei, da Li Causi?» gli chiedo per
comprendere la sostanza di questa lunga attività segreta.
«L’operazione», mi risponde senza mostrare dubbi sulla cifra che
mi indica, «dovrebbe essere consistita nel recupero di circa cinque-
centosettanta milioni di dollari e svariati milioni in promissory notes
[cambiali internazionali, mi spiega]. Craxi dovrebbe avere ricevuto,
in utilità, un totale di venti miliardi di lire. Il grosso però a quanto
pare è finito in un’area di Mogadiscio controllata dall’imprenditore
e trafficante Giancarlo Marocchino [area soggetta, in tempi succes-
sivi, a tentativi di attentati, con incendi con esplosioni].»
«Affermazioni prive di alcun riscontro», penso e gli dico io; me
lo conferma anche lui, affermando di non conoscere altri particolari.
«Ma tutto proveniva dal Perù?» gli chiedo ancora.
«No», afferma senza però indicare possibili riscontri, «in questi
venti miliardi ricomprendo anche i contributi di svariata natura elar-
giti dal FAI [Fondo aiuti internazionali].»
«E per che cosa vennero utilizzati quei fondi?»
Anche questa sua risposta mi appare sconcertante, carente di
puntualizzazioni e di possibili concrete verifiche: «Vennero utilizza-
ti in particolare per la costituzione della nascitura Forza Italia». Si
stringe nelle spalle dicendomelo, senza altre aggiunte. Se non quella
che, a suo dire, queste sarebbero le sole informazioni riferitegli da Li
Causi prima che restasse ucciso.
Sempre che sia effettivamente morto come, qualche tempo dopo,
certo è avvenuto per Ilaria Alpi, sua conoscente, e per qualcun altro
che ebbe rapporti con la Somalia.

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* * *

Qualche particolare rilevante su altri rapporti che ruotano attorno


a Trapani mi viene raccontato un giorno del settembre 2016, a Pia-
cenza, da Calogero Germanà, dirigente della squadra mobile al com-
missariato di Mazara del Vallo dal 1984 al 1987, per poi lavorare
come capo della squadra mobile di Trapani fino al 1991 finché, nel
1992, è tornato a dirigere il commissariato di Mazara del Vallo. Il 14
settembre 1992, tre mesi dopo aver ripreso servizio a Mazara, subì
un attentato e poi venne trasferito al Servizio centrale operativo di
Roma fino al 1994.
Germanà mi riassume alcune indagini di quegli anni Ottanta (in
particolare del 1987 per conto del sostituto procuratore Paolo Bor-
sellino) e mi descrive un sistema di ordinazioni e fornitura della
droga che in quel periodo riguardava tutta l’Italia e prevedeva l’ac-
quisto congiunto e la successiva distribuzione della droga attraverso
una nave che veniva chiamata la «Mamma». «Questa nave veniva
caricata in Albania (a Durazzo)», mi racconta, «e distribuiva alle
varie famiglie facendo sbarchi in ciascuna delle aree interessate [...].
In seguito numerose intercettazioni telefoniche collegheranno questi
traffici a rapporti internazionali, anche di massoneria (legati all’or-
dine della Stella d’Oriente), riguardanti l’Argentina e il mondo inte-
ro per affari tipo acquisto di argento, rame, petrolio, costruzioni di
navi, vendita forse anche di armamenti tramite operazioni di borsa
internazionali, organizzate dal territorio di Castelvetrano e di Maza-
ra del Vallo dapprima con riferimento all’importazione e vendita di
carne e dopo all’attività svolta da una società libico-maltese, di nome
Libyan Fishing, che alla luce del sole vendeva pesce ma in effetti si
occupava anche di traffici di diamanti e di riciclaggio, raggiungendo
gli stessi Stati Uniti.»
Per quanto mi riguarda, nel 1987, nella mia irrequietezza, dalla
sede del ministero di via Arenula mi faccio trasferire alla Direzione
generale degli istituti di prevenzione e di pena. Ricevo l’ennesima
comunicazione ufficiale di ulteriori iniziative per la mia eliminazio-
ne. Questa volta provengono dai nostri servizi di sicurezza: «Fonte
confidenziale, degna di fede, ha riferito che organizzazione mafiosa

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facente capo alla famiglia Greco avrebbe deciso di compiere un at-
tentato nei confronti del giudice Carlo Palermo, addetto alla Direzio-
ne generale degli istituti di prevenzione e di pena».

Il 18 dicembre 1987 viene data in breve un’altra notizia sui gior-


nali: «Al giudice che effettuò indagini sul conto di Craxi la più lieve
delle sanzioni», «Palermo se la cava con poco, solo un ammonimen-
to dal CSM», «Ridimensionata dal CSM la sanzione contro Palermo».
Qualche titoletto, quaranta righe. Poche spiegazioni: «Obiettive cir-
costanze escludono nel dottor Palermo l’intento di voler ampliare
l’istruttoria per fini estranei al processo: sono incompatibili con tali
fini le dichiarazioni di astensione, il sollecito invio alla Commissione
inquirente eccetera». La pena mi è stata ridotta all’«ammonimento»
e cioè a un richiamo verbale. Ma impugno anche questa decisione
dinanzi alla Corte di Cassazione. Non riesco a digerirla.

Un ministro da ricordare e la neutralizzazione di Montreal

È il 30 gennaio 1988. Sono a Roma nel mio ufficio presso la Di-


rezione generale degli istituti di prevenzione e di pena, in via Bravet-
ta. Ricevo una telefonata. Chi mi parla si presenta come un funzio-
nario dello Stato del massimo livello e mi precisa subito di essere
persona molto vicina al ministro di Grazia e giustizia Giuliano Vas-
salli. Riferisce che ha urgente bisogno di parlarmi per una cosa che
mi riguarda personalmente. Fissiamo un appuntamento.
Non conoscevo il nome di quell’alto funzionario, Luigi Augusto
Lauriola, ma con discrezione, in pochi minuti, appuro di chi si tratti.
Mi reco all’appuntamento misterioso e mi rendo conto che le mie
sorprese sono solo all’inizio. Esordisce così: «Sa, il ministro è molto
preoccupato per la sua incolumità e mi ha dato incarico di trovare
per lei una sistemazione... all’estero». Rimango attonito. «Di questa
iniziativa sono a conoscenza solo tre persone: il ministro, l’onorevole
Andreotti, ministro degli Esteri, e l’onorevole Nilde Iotti, presidente
della Camera, quelle necessarie al provvedimento.» Taccio e ascolto.

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Lui riprende: «L’intenzione è che lei ‘sparisca’ dall’Italia. Ho
riflettuto sulla sua ‘sistemazione’ e ho immediatamente dovuto scar-
tare i Paesi europei, perché in questi lei è troppo noto. Ho eliminato
gli Stati Uniti per le presenze mafiose e i Paesi orientali per ovvi
altri motivi».
A questo punto, mi è scappato un sorriso: «Be’, a occhio e croce»,
lo interrompo, «mi pare che rimangano il Polo Nord e l’Australia».
«Ha quasi indovinato», replica, «abbiamo pensato al Canada.»
«Mi pare sia un posto freddo», commento.
«Sì, è vero», mi risponde, «ma è una nazione dove si vive benis-
simo e ci si può ricostruire un’ottima vita. E da benestante.»
«Ma che cosa dovrei andarci a fare?» gli domando.
«Lei avrebbe un ottimo posto presso l’ICAO, a Montreal. L’ICAO»,
mi spiega, «è un organismo internazionale, tipo ONU, che si occupa
di aviazione civile; ha sede a Montreal, dove si parla il francese, che
so che lei conosce.» E infatti l’alto funzionario aveva sul tavolo la
cartellina o copia del mio fascicolo personale, dal quale si evince la
mia conoscenza delle lingue. Mi illustra i vantaggi economici della
mia «sistemazione»: avrei mantenuto qui in Italia lo stipendio di
magistrato, e lì, in Canada, una lauta indennità di numerosi milioni,
esentasse, con tutta un’altra serie di benefici connessi. «Naturalmen-
te» non avrei dovuto più avere «contatti» con l’Italia.
Non so che dire e nemmeno che pensare. Per la verità un pensie-
rino, istintivamente, già l’avevo fatto. Lui mi dice: «Ci rifletta, e mi
faccia sapere».
Torno a casa e per prima cosa mi rinfresco le idee sul Canada. Poi
prendo un’altra enciclopedia e cerco ICAO, cioè International civil
aviation organization. La trovo. Tutto corrisponde. Ne parlo con i
miei e con la mia compagna. Le reazioni che ricevo (a parte lo stu-
pore) corrispondono, ovviamente, a quelle che avevo provato anch’io
istintivamente: ero sopravvissuto per miracolo a un attentato, ma
venivo, comunque, «sistemato» altrove. Mi ritornano alla mente
quelle parole: dell’iniziativa del ministro sono a conoscenza due alte
personalità politiche. Non avevo avuto occasione di conoscere per-
sonalmente Nilde Iotti, ma conoscevo Andreotti per averlo già inter-
rogato come testimone nel dicembre del 1983.

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Gli chiedo un appuntamento e quando mi reco nel suo ufficio mi
riceve cordialmente e mi conferma di essere a conoscenza dell’ini-
ziativa del ministro. Allora gli chiedo: «Ma lei, sinceramente, che
cosa ne pensa?» Lui mi risponde: «In verità, per quello che posso
avere compreso del suo carattere, non mi pare che l’idea le si addica
molto».
Ritorno a casa, ci penso e ci ripenso, ne parlo e ne riparlo con i
miei. Avevo una diffidenza inconscia verso il ministro Vassalli. Anche
perché di minacce e anche pesanti ne avevo ricevute, e numerose,
pure in certi momenti della mia storia successiva all’attentato. E mai
ad alcun ministro erano venute «idee» del genere. Comunque, per
quanto mi riguardava, una cosa era certa: non avevo alcuna intenzio-
ne di essere «sistemato» altrove, di perdere i «contatti»; di annullare,
in sostanza, la mia identità.
Peraltro forse non era elegante rispondere con un secco no a un’ini­
ziativa del ministro.
Mi ripresento dunque dall’alto funzionario e dico che «è possi-
bile», ma desidero ricevere maggiori informazioni su tutto: lavoro,
inquadramento, funzioni e via dicendo. Ho altri incontri con lui. Mi
parla, mi fornisce informazioni. Chiedo sempre qualche altra cosa.
Gli dico che ho una casa di proprietà, che non la voglio vendere. Si
può pensare anche a quello, mi risponde. Il «contatto» si allenta. Poi
finisce. Il ministro Giuliano Vassalli proseguirà il suo mandato sino
al 31 gennaio 1991, facendo poi spazio a Claudio Martelli.

L’omicidio di Mauro Rostagno

Il 26 settembre 1988 a Lenzi di Valderice viene ucciso Mauro


Rostagno. Dopo innumerevoli indagini in ogni direzione andate a
vuoto, nel maggio del 2014 la Corte d’Assise del Tribunale di Tra-
pani condanna in primo grado all’ergastolo il boss trapanese Vincen-
zo Virga e il killer Vito Mazzara. La pronuncia avviene sulla base di
indicazioni di collaboratori di giustizia e riscontri vari che, in qualche
modo, ricollegano l’omicidio a suoi interventi giornalistici di denun-
cia che davano fastidio a esponenti di Cosa nostra della provincia di

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Trapani. La recente sentenza esamina però anche il contesto storico
dei fatti e, nella sua lunga motivazione (depositata nell’estate del
2015), evidenzia interessanti circostanze fattuali sui traffici di armi.
Nella precedente pronuncia di archiviazione del Tribunale di
Trapani del 2000 era stata affermata l’assenza di collegamenti tra il
Centro operativo Scorpione, operante dal 1987, e l’omicidio di Mau-
ro Rostagno, avvenuto l’anno dopo. Tuttavia, considerata l’impor-
tanza che va riconosciuta a quell’apparato militare (di nomina NATO),
in primo luogo non appare di per sé insignificante l’oggettiva consta-
tazione della contiguità territoriale della località dove matura e av-
viene l’assassinio di Mauro Rostagno (cioè appena fuori dalla comu-
nità Saman) con l’aeroporto militare di Milo.
Nell’udienza del 30 gennaio 2014, poi, avviene l’audizione di due
testimoni (giornalisti) che producono numerosi documenti provenienti
da una fonte che non indicano per sua protezione. Da uno di questi
documenti emerge l’esistenza della galleria di collegamento tra il cam-
po di volo di Milo e l’adiacente contrada Rigaletta, dove venne realiz-
zata la comunità Saman. Si tratta dei documenti messi a disposizione
dalla fonte La Spezia 1 e in particolare della mappa riprodotta a p. 126.
Nella sentenza vengono inoltre dedicate numerose pagine a «Tra-
pani crocevia del traffico d’armi», riprendendo in particolare una
testimonianza resa dall’avvocato Salvatore Maria Cusenza: questi
ricorda, con riferimento a un programma preparato per RTC (l’emit-
tente con cui Rostagno collaborava), il ruolo svolto da Trapani quale
tradizionale crocevia di lucrosi traffici illeciti riconducibili a Cosa
nostra, nel contrabbando prima di tabacchi, poi di droga e quindi di
armi. E racconta un particolare curioso: «Noi sapevamo che nel ma-
re Mediterraneo, nel canale di Sicilia, attraverso i pescherecci, si
svolgesse un traffico di armi. Venne segnalato in base a notizie cir-
colate negli ambienti del Partito comunista in un documento redatto
nel 1984 [...] in cui si individuavano nei pescherecci [delle flotte di
Castellammare del Golfo e di Mazara] capaci di accedere con facili-
tà ai porti del Nord Africa, i mezzi di trasporto dei carichi di armi».
«Nel 1984», ovvero l’anno in cui vennero consegnate alla Commis-
sione P2 le «XI Tavole», con l’indicazione di quei traffici di armi,
effettuati precisamente nei luoghi indicati dal testo.

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Eppure a Trapani, quando arrivai lì nel febbraio del 1985, nessun
organo di polizia giudiziaria pareva a conoscenza di questi traffici,
nemmeno la guardia di finanza di Palermo che pure era in possesso
di quei documenti.

La strage di Lockerbie e l’uccisione di Alfred Herrhausen

Oltre all’uccisione di Rostagno, fra il 1988 e il 1989, avvengono


altri due episodi significativi per questa ricostruzione.
Il 21 dicembre 1988 i resti del volo PanAm 103 si schiantano su
Lockerbie, una località scozzese situata a centoventi chilometri a
sud-ovest di Glasgow e a trentadue chilometri dal confine con l’In-
ghilterra. È esploso in volo a causa di un attentato terroristico. Un
ordigno nascosto nella stiva del Boeing 747-121 lo ha fatto saltare
quando ha raggiunto una determinata pressione atmosferica. Oltre a
tutti gli occupanti dell’aereo (duecentocinquantanove persone) nell’at-
tentato muoiono undici abitanti di Lockerbie. È l’attacco terroristico
più sanguinoso condotto contro un aereo civile prima dell’11 settem-
bre 2001. Due uomini verranno, in seguito, accusati dagli Stati Uni-
ti di appartenere ai servizi segreti libici e di avere piazzato la bomba.
Uno di loro (Al-Amin Khalifa Fhimah) verrà subito del tutto scagio-
nato. Invece l’altro, Abd el-Basset Ali al-Megrahi, verrà incriminato
e poi condannato all’ergastolo, nel gennaio 2001, dopo ottantaquattro
giorni di udienze celebrate in un processo ad hoc istituito presso una
Corte scozzese, che eccezionalmente si riunirà a Camp Zeist nei
Paesi Bassi.
Nel 2005, però, un ufficiale della polizia in pensione ribadirà
l’affermazione, già fatta in precedenza (nel 2003) da un ex agente
della CIA, secondo cui le prove contro quel libico, Al-Megrahi, sa-
rebbero state costruite ad arte. E riprenderà corpo un’altra ipotesi, già
di antica data, che poneva a fondamento di quell’attentato l’attività
svolta dal gruppo di Ghassan, al-Kassar, Abu Nidal. Negli anni No-
vanta venne anche redatto un rapporto investigativo, denominato
Interfor (consultabile anche in rete), secondo cui quel volo PanAm
103 «era un aeroplano che trasportava otto agenti della CIA impe-

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gnati a dirigere il narcotraffico utilizzando come collaboratore Mon-
zer al-Kassar, un operativo di alto livello della DEA». Chissà che
nella loro specifica attività non fossero presenti anche responsabilità
italiane rimaste sempre oscure.

Un ulteriore fatto criminoso, di livello altissimo, sintomatico dei


cambiamenti strategici mondiali in corso, avviene il 30 novembre
1989, quando Alfred Herrhausen, capo di Deutsche Bank, dal 1971
membro del Club Bilderberg e del suo consiglio direttivo, viene uc-
ciso in un attacco terroristico attuato da attentatori professionisti;
attribuito ufficialmente alla Rote Armee Fraktion, in effetti non è mai
stato risolto da indagini convincenti ed esaustive.

Rostagno, Lockerbie, Herrhausen... Un giornalista legato ad am-


bienti assai diversi, ma possibile testimone in traffici di armi con la
Somalia; un aereo di linea fatto saltare con esplosivo Semtex e dispo-
sitivi di ultima generazione; un dirigente bancario della più impor-
tante banca tedesca e con grandi aspirazioni sulla nascente nuova
Europa. Sono solo frammenti sparsi di una criminalità impazzita?
Oppure la loro esecuzione rappresenta «tagli» necessari per coprire
occulte attività, e quindi messaggi mirati secondo un progetto già
preparato che è sul punto di esplodere? (Ip. 32)
La nostra storia raggiunge il momento della sua ineluttabile svol-
ta. Che – nella mia ricostruzione – risulta maturata, studiata e pro-
grammata dall’immediato dopoguerra.
Sarà l’inizio della fine di un mondo e la nascita di uno nuovo.

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L’Olimpo degli dei
(Indagine 2016-2017)

Il Golpe, fase 0. L’attentato dell’Addaura, 21 giugno 1989

Parigi. Al centro della Cour Napoléon, la Corte di Napoleone, il


30 marzo 1989 viene inaugurata la piramide di vetro e acciaio che
contraddistingue il moderno museo del Louvre, rinnovato per volon-
tà di François Mitterrand, presidente della Repubblica francese dal
21 maggio 1981.
«L’Europa non è altro che una trappola per topi. Qui tutto si lo-
gora. Bisogna andare in Oriente: tutte le grandi glorie provengono da
là.» Questo si racconta abbia dichiarato Napoleone Bonaparte nel
1798 quando progettò di colpire il predominio inglese nel Mediter-
raneo per aprirsi la strada verso le Indie britanniche. Anche se fallì
questo suo obiettivo, riuscì comunque ad accrescere la propria fama.
Affiancò alle battaglie una spedizione di studiosi, le cui scoperte e
acquisizioni di importanti cimeli gli sarebbero valse l’immagine del
liberatore del popolo egiziano dall’oppressione ottomana. Altrettan-
te e forse anche più accurate ricerche fecero gli inglesi.
A realizzare la piramide, infine, sarà un famoso architetto cinese,
Ieoh Ming Pei, naturalizzato cittadino USA, che verrà anche premia-
to il seguente 11 dicembre 1992 dal presidente George H.W. Bush
con la prestigiosa Medaglia presidenziale della libertà. In conclusio-
ne, l’ispirazione egizia del nuovo museo del 1989 non esprimerà
univocamente gli originari principi di libertà francesi. Anzi rivelerà

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al mondo la presenza di un marchio occulto e indelebile che da allo-
ra sovrasta la Francia, i francesi, la nascente nuova Europa e il già
programmato New World Order, contenendo il preannuncio dell’av-
vento della Bestia dell’Apo­calisse.
Questa oscura presenza si manifesterà in particolare nel nostro
Paese attraverso una serie di eventi che appaiono collegati a tale
occulta matrice: l’attentato dell’Addaura contro Giovanni Falcone,
le rivelazioni sugli apparati Stay-behind, l’invasione dell’Iraq e lo
stragismo degli anni 1992-1993. Sarà come una base di eventi da cui
in seguito decollerà il nuovo terrorismo islamico.

Il 21 giugno 1989 Giovanni Falcone si trova vicino a Mondello.


È l’ultimo giorno che trascorre con i colleghi magistrati svizzeri
Carla Del Ponte e Claudio Lehmann, impegnati insieme a lui in in-
terrogatori e approfondimenti sul riciclaggio collegato ai traffici di
droga. Di un possibile bagno in mare presso la sua casa in affitto
parla lui stesso la sera prima, durante una cena con loro e con altre
persone vicine. Nella spiaggia antistante la villetta, la mattina presto
del giorno 21, gli agenti di polizia addetti alla protezione di Falcone
trovano un borsone sportivo con accanto una muta subacquea e pin-
ne abbandonate. Al suo interno ci sono cinquantotto cartucce di
esplosivo stipate in una cassetta metallica con l’innesco di due deto-
natori. La deflagrazione non avviene. Prima si pensa a un difetto di
funzionamento, poi a un’azione intenzionalmente non ultimata. L’epi­
sodio rimane a lungo avvolto nel mistero (Ip. 33).
Falcone vive un periodo difficile tra contrasti con colleghi e mi-
steriosi nemici coperti dall’anonimato. Pensa anche a possibili conni-
venze di funzionari dello Stato. Un nome in particolare era stato fatto
dall’imputato Oliviero Tognoli al termine di un interrogatorio in cui il
giudice siciliano era stato affiancato dai due colleghi elvetici: quello
del funzionario di polizia Bruno Contrada, dal quale forse l’interrogato
stesso, cinque anni prima, era stato avvisato in modo da sfuggire a un
mandato di cattura per riciclaggio in traffici di stupefacenti.

* * *

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Nell’inchiesta di Trento, qualche anno prima, anche io mi ero
imbattuto in numerose banche svizzere e nei loro collegamenti con
la mafia. In un famoso processo chiamato in Italia e negli Stati Uni-
ti «Pizza Connection» c’erano forniture di droga che dalla Turchia,
passando per Trento, raggiungevano la Sicilia per la raffinazione, per
poi finire al dettaglio in Italia, in Europa e negli Stati Uniti. Tutto
passava, a livello bancario, per la Svizzera.
Tognoli, imputato come riciclatore e sfuggito all’arresto in Sicilia,
si era consegnato alla fine del 1988 all’autorità giudiziaria della
Svizzera, che poi lo avrebbe condannato a tre anni e mezzo di carce-
re per riciclaggio di denaro, mentre lo avrebbe assolto per le imputa-
zioni sulla droga.
Prima dell’attentato dell’Addaura c’è però un altro personaggio
che inizia a collaborare con gli investigatori. Avviene oltreoceano. Si
tratta di Giuseppe Cuffaro, detto Joe, italoamericano in contatto con le
principali famiglie statunitensi di Cosa nostra. Il boss John Galatolo
(poi condannato negli Stati Uniti a sessantacinque anni di carcere per
traffici di droga) si fa pagare cinquecento dollari al chilo la cocaina
importata dai cartelli della Colombia. Joe Cuffaro lavora per lui.
Nel 1988 Galatolo lo manda a New York per consegnare cinque
chili di cocaina a Francesco Gambino. È il 9 novembre 1988 quan-
do, nel corso di un controllo di routine sull’autostrada Miami-New
York, la polizia stradale scopre il carico di cocaina nella sua auto-
mobile. Cuffaro viene arrestato e comincia a collaborare con l’FBI.
In occasione di una rogatoria avvenuta a Filadelfia alla presenza
di Giovanni Falcone, Cuffaro racconta di una spedizione di seicen-
to chili di cocaina da Aruba a Palermo. È una fornitura dalla co-
lombiana Medellín. L’indagine prende il nome della nave usata, la
Big John. La merce sarebbe stata portata a Castellammare del
Golfo, in provincia di Trapani. Il contatto per il pagamento è un
intermediario finanziario, un certo Giuseppe, a Milano. Vengono
usate banche svizzere. Nel caso, in particolare, la Trade & Deve-
lopment Bank (TDB) di Lugano.
Questa banca poi risulterà usata anche per pagare o pulire tangen-
ti accertate dal pool di Milano. Insieme ad altre era già apparsa
nell’inchiesta di Trento.

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* * *

«A quali banche conducevano le indagini della tua inchiesta?» mi


chiede per telefono Carla Del Ponte nel giugno del 1989. Da poco
sono tornato in servizio come pretore a Terracina, in provincia di
Latina, sulla costa sabbiosa del mare Tirreno, a metà strada tra Roma
e Napoli. «Noi in Svizzera e Giovanni Falcone a Palermo», mi rac-
conta, «svolgiamo indagini su alcune banche elvetiche, sui riciclato-
ri della mafia. Possiamo incontrarci? Poi proseguiamo per Palermo
e raggiungiamo Giovanni Falcone.» Ci vediamo appena prima della
sua partenza per Palermo. L’incontro avviene nella casa dei miei
genitori, presso il Lido di Enea, sotto il controllo delle rispettive
scorte.
Indico alla giudice elvetica le banche usate dalla CIA e dalla NSA
nei traffici di armi: la Trade & Development Bank, la Banca del
Gottardo, la BCC (la Banca di Credito e Commercio) di Lugano, la
Deutsche Bank Germany. Le consegno una copia dei prospetti rias-
suntivi che avevo inserito nel novembre del 1984 nella mia vecchia
ordinanza di rinvio a giudizio (vedi il documento alla p. 173).

Ripenso a questo episodio verso la fine del mese di agosto del


2016, quando entro in possesso dei documenti provenienti dalla mia
fonte La Spezia 1. Prima di tutto la cartina della Sicilia occidentale
che porta la data del 21 maggio 1989, cioè un mese prima del fallito
attentato a Falcone (vedi p. 125). Vi sono rappresentati i luoghi in cui
avverranno tutti i fatti stragisti di Sicilia dal 1989 al 1992, con la ri-
produzione dell’intera zona da Trapani a Palermo, tutta sotto control-
lo radar. Vengono indicate le ubicazioni precise di alcune BSS, ov-
vero le boe satellitari di cui pure mi aveva parlato l’ex gladiatore; ce
ne sono anche in prossimità dell’Addaura. Non parrebbe casuale,
immagino, il controllo militare dei luoghi in quel preciso periodo.
Anche perché ci sono anche altri due documenti che sembrano di-
sporre operazioni NATO collegate a quell’attentato.
Inoltre, poiché si tratta di documenti prodotti formalmente in un
noto processo (quello sulla morte di Mauro Rostagno) da uno dei

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Prospetto tratto dall’ordinanza di rinvio a giudizio da me depositata il 15 novembre
1984 nel quale compaiono le banche usate dalla CIA e dalla NSA nei traffici di
armi, pp. 3031ss.

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magistrati che li acquisirono, apprendo che in quella sede processua-
le non erano emerse prove che si trattasse di falsi.

Per spiegare questi altri due documenti, ritorno a essenziali fatti


oggettivi.
Secondo le indagini alcuni uomini piazzano l’esplosivo, che però
non s’innesca. Le testimonianze di alcuni collaboratori di giustizia
consentono di incriminare e poi di condannare alcuni mafiosi per
l’esecuzione dell’attentato. Qualcuno ritratterà. La ricostruzione con-
clusiva configura un attentato di sola mafia contro Giovanni Falcone.
«Dalle dichiarazioni del consulente», dichiara nel processo il
pubblico ministero Luca Tescaroli, «emerge che sono state rinvenute
cartucce di marca Brixia confezionate in candelotti avvolti in carta
cerata colore avana, che contraddistingue quelli prodotti dalla socie-
tà SEI presso lo stabilimento di Ghedi (Brescia) e li distingue da
quelli analoghi prodotti nello stabilimento di Domusnovas, avvolti in
carta cerata di colore rosso [...]. Un rilevante quantitativo di esplosi-
vo di tipo corrispondente è stato utilizzato a Trapani [...] per l’atten-
tato di Pizzolungo contro il giudice Carlo Palermo.»
Qualche giorno dopo Giovanni Falcone, nel corso di un’intervista
rilasciata a un giornalista de l’Unità, dice: «Ci troviamo di fronte a
menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia.
Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e
centri occulti di potere che hanno altri interessi, ho l’impressione che
sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le
ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi».
Collegamenti tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere?

Il primo dei due documenti (vedi p. 176) consegnati dalla fonte è


un messaggio – qualificato come «dispaccio» – del 18 giugno 1989.
Proviene dal Centro CSI (Comando subacqueo incursori) dello Stato
maggiore della Marina di Roma e se ne prescrive l’immediata distru-
zione. Nel suo oggetto si legge «Mondello». In esso viene autorizza-
ta l’«esercitazione» denominata «Domus Aurea». Questa prevede il

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«posizionamento di dispositivi radiosegnali» in località prossime a
Mondello e precisamente alla cosiddetta Addaura, «Villino», «Im-
barcadero» e «Cupola Torre del Rotolo». Si tratta di un’operazione
«NATO» disposta «in modo difforme da quanto originariamente
preventivato». Verranno utilizzate «due navi di superficie provenien-
ti dal Comsubin».
L’attentato a Falcone avviene tre giorni dopo, il 21 giugno 1989.
Il secondo messaggio è del 24 giugno 1989 (vedi p. 177), ovvero
tre giorni dopo l’attentato. Proviene da un altro ufficio dello stesso
Stato maggiore della Marina. Da un tenente colonnello, comandante
NATO, viene disposta un’altra operazione S/B, denominata «Dama-
ge Prince», che ha per scopo «la distruzione totale residui apparec-
chiature subacquee et relativo materiale esplodente eventualmente in
avanzo da esercitazione S/B ‘Demage Prince’ svoltasi su litorale di
v/s competenza operativa et non più utilizzabile» nella competenza
territoriale della Cellula Skorpio 4 di Trapani (tra San Vito Lo Capo
e Marsala) con «invariata operatività eventuale se necessaria di cam-
po volo Milo».
L’operazione e la successiva distruzione dei materiali risultano
autorizzate e disposte dal capo di Stato maggiore della Marina, Fi-
lippo Ruggiero.

La «Torre del Rotolo» è segnata sulle mappe in località Capo


Gallo, Addaura. Sul web sono presenti foto che la ritraggono, e vi
compare anche una sua immagine rappresentata ai primi del Nove-
cento da autore ignoto. Detta anche di Fra’ Giovanni, sorge sulla
strada litoranea che va da Palermo a Mondello.
Mostro il documento e le indicazioni di tale luogo a Salvatore
Borsellino, fratello di Paolo. Mi conferma che è prossimo alla villet-
ta abitata da Giovanni Falcone nell’estate del 1989.
Il dispositivo
rinvenuto all’Addaura per l’attivazione dell’esplosivo era un «radio-
comando», come appare anche scritto in quell’atto.
Sposto la mia attenzione sulla ditta produttrice degli esplosivi. È
la SAI di Brescia. Fa parte del gruppo Rheinmetall. Fondata alla fine
dell’Ottocento, risulta sempre attiva nelle forniture agli organi gover-

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Dispaccio del 18 giugno 1989, proveniente dal Comando subacqueo incursori, che
autorizza l’esercitazione «Domus Aurea» e il relativo posizionamento di «dispositi-
vi» presso il «Villino», presso l’«Imbarcadero e cupola Torre del Rotolo».

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Dispaccio del 24 giugno 1989 che dispone il recupero e la distruzione del materiale
residuo utilizzato per l’operazione «Damage Prince».

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nativi di difesa e in triangolazioni per il Sudafrica, per i Contras del
Nicaragua, per la Grecia.

Ritorno ai dati accertati processualmente.


«Emerge dalle dichiarazioni del consulente», si afferma nella
sentenza, «che effettivamente all’Addaura sono state rinvenute car-
tucce di Brixia B5 confezionate in candelotti avvolti in carta cerata
colore avana.» Mi chiedo se una carta cerata definita di colore «ava-
na» non possa anche essere qualificata di colore «oro, aureo». A me
paiono identici.
Le cartucce contengono un esplosivo. Prodotto in quale luogo? In
«Domus aurea», c’è scritto nel documento. Forse questo nome deri-
va dall’indicazione della sede principale dello stabilimento, ovvero
quella di Brescia, e non da quella di Domus Novas, in Sardegna, che
costituisce lo stabilimento realizzato più recentemente. Forse. I can-
delotti, comunque, sono stati prodotti a Brescia, peraltro luogo di
nascita dell’imputato, Tognoli, che risultò aiutato da qualcuno a
sottrarsi alla giustizia.

Cercando eventuali elementi occulti noto alcune particolarità:


Giovanni Falcone? Forse: Giovanni, Fra’ Giovanni, Augusto, Falco-
ne. «Augusto» è anche il secondo nome di Falcone. Augustus, aureus →
Domus aurea → come anche «Caligola». Perché Caligola? Perché fu
un Imperator. E Imperator risultò pure scritto nell’altro documento
riguardante un’esercitazione NATO prima del sequestro di Aldo
Moro: un’operazione denominata Rescue Imperator. E, per gli impe-
ratori romani, ricorrenti sono i riferimenti ai gladiatori e quindi alla
Gladio di Stay-behind.
Caligola, Imperator, anche chiamato Princeps → Prince → Ope-
razione: «Demage Prince» → forse si voleva dire: Damage Princess
→ Danni al Principe → Danni all’Imperatore → Danni ad Augusto →
Danni a Caligola? → Danni a Falcone? Danni?
Aureo, d’oro, come il colore della fiamma dei gladiatori: forse
come quelli del... Comsubin o della Decima MAS? O quelli della

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Folgore (di cui è patrono san Michele arcangelo), del nono reggimen-
to d’assalto incursori paracadutisti Col Moschin, il reparto di forze
speciali dell’esercito italiano? Stanziato a Livorno, ma in contatto
con il Comsubin di La Spezia. Da cui pare provenissero i mezzi na-
vali di superficie utilizzati per l’operazione «aurea». O dei gladiato-
ri, di Scorpione, destinatari dell’operazione di recupero e distruzione
del materiale residuo rimasto?
Cinquantotto candelotti di esplosivo? Cinquantotto risulta anche
essere, come già notato, sulla cartina del dispositivo Gladio (vedi p.
124), il numero dei gladiatori indicati dall’apparato Stay-behind
nella zona della Sicilia occidentale (con una freccia indirizzata su
Trapani). E forse Trapani non era anche il luogo frequentato da Li
Causi in quel periodo? Alcune indicazioni fanno ipotizzare che fosse
meta occasionale anche dell’agente di polizia Antonino Agostino,
ammazzato con la moglie poco dopo. Dalla mafia? Così si è detto.
Oppure da altri, di cui è non è stata trovata traccia? Si racconta, però,
che Falcone abbia confidato a un suo amico commissario: «Io a quel
ragazzo gli devo la vita».
Supponiamo, in alternativa, che i due documenti sopraindicati
costituiscano dei falsi. O invece degli autentici, tuttavia allestiti solo
allo scopo di depistare. Ma anche in questi casi non evidenzierebbe-
ro ugualmente una tipica azione Stay-behind?

Il Golpe, fase 1. 1989-1991: dal tradimento di Andreotti


alla decapitazione del Lodo Moro (Ip. 34)

Il crollo del Muro di Berlino avviene il 9 novembre 1989. Poco


dopo inizia la disgregazione dell’Unione Sovietica. Nell’ottobre del
1990 l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti rivela l’esi-
stenza di Gladio e degli apparati Stay-behind. Salterà fuori anche il
vecchio patto tra gli Stati Uniti e Cosa nostra? No. Salteranno Gio-
vanni Falcone, Paolo Borsellino, molti altri verranno uccisi e tutti gli
italiani saranno messi a tacere.

* * *

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«Sono quasi le sei...» Per affrontare la strage di Capaci devo ri-
partire di qui, dal mio intervento del 23 maggio 1997 nel Tribunale
di Caltanissetta, trasmesso e registrato da Radio Radicale. L’arringa
che ho ricordato in apertura di questo libro, pronunciata durante la
discussione finale nel processo di primo grado sulla strage di Capaci.
In quel mio intervento lamento subito l’assenza di indagini sul pre-
cedente attentato dell’Addaura, quasi che il giudice Falcone, ucciso
nel 1992, non fosse lo stesso che doveva saltare nel 1989. Ho davan-
ti a me le carte che allora avevo presentato per sollecitare ulteriori
approfondimenti. A lungo le avevo scrutate cercando tracce di rap-
porti celati, inesistenti però nel suo ufficio romano, che appariva ri-
pulito.
Commento la trascrizione della testimonianza del giudice Charles
Rose sulle ultime presenze di Giovanni Falcone negli Stati Uniti. Nel
1993 anche io ero volato a New York per incontrarlo. Gli avevo anche
strappato una strana dichiarazione; Rose disse infatti «di essere ve-
nuto a Palermo per l’indagine USA sulla strage di Pizzolungo».
Eseguita da chi? Con quali finalità? Con quali risultati? Nessuno ne
ha mai parlato.
Rose viene interrogato nel novembre del 1993 da tre magistrati
della Procura di Caltanissetta: Ilda Boccassini, Fausto Cardella e un
certo Antonio Borsellino (non parente del giudice assassinato). Ri-
vedendo quel verbale noto oggi la presenza del funzionario di polizia
Arnaldo La Barbera, depistatore nel procedimento sulla strage di via
D’Amelio.
Come ho anticipato, solo ora mi accorgo anche dell’affermazione
del giudice Rose secondo cui l’ultima pratica trattata da lui con Fal-
cone avrebbe riguardato l’estradizione di un terrorista arabo che sa-
rebbe stato arrestato in Italia il giorno prima dell’inizio dell’invasio-
ne dell’Iraq di Saddam Hussein. Ovvero subito dopo che a Tunisi,
ultima roccaforte dell’OLP, i suoi più fedeli capi e alleati dell’Italia,
Salah Khalaf, alias Abu Ayad, e Abu al-Hol, erano stati massacrati
dal gruppo di Abu Nidal o forse dallo stesso Mossad.
All’uccisione di questi due capi dell’OLP e ai loro accordi del
passato con l’Italia conduce proprio quell’arabo estradato da Gio-
vanni Falcone: Khalid Duhham al-Jawary. Spunta nell’interrogatorio

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di Rose a rammentare che, nel momento in cui Falcone si accinge a
lasciare il ruolo di magistrato inquirente in Sicilia, non esiste solo la
nostra mafia, ma è in gioco il governo della guerra in Medio Oriente,
in Europa, in Africa, nel Mediterraneo (Ip. 35).

Al crollo del Muro di Berlino alcuni Paesi a nord dell’Italia ten-


tano di attuare un modello di nuovo ordine europeo incentrato sulla
Germania. Gli Stati Uniti, invece, cercano di espandersi attraverso la
NATO e di sganciarsi dalle autorizzazioni dell’ONU. Iniziano anche
a ricevere generosi sostegni finanziari attraverso una miriade di or-
ganismi internazionali. Ne menziono alcuni che meritano di essere
seguiti nelle loro attività: il Programma di cooperazione Rose-Roth
con centro operativo a Ginevra, diretto ad attuare «il controllo demo-
cratico delle forze armate»;1 l’USAID, cioè l’Agenzia statunitense
per lo sviluppo internazionale; il Centro per il controllo democratico
delle forze armate di Ginevra (DCAF, ente che opera d’intesa con la
NATO ma in particolare con il governo svizzero, con la Norvegia,
con la Danimarca e con lo stesso Parlamento del Lussemburgo); il
National Endowment for Democracy (NED), dietro cui compaiono
la CIA, George Soros e gli apparati finanziari e bancari influenti
come i Rothschild e i De Picciotto; nonché una vecchia conoscenza
dell’Italia, la United States Information Agency (USIS), la cui isti-
tuzione rimonta addirittura al presidente degli Stati Uniti Dwight D.
Eisenhower, nel 1953, nata con scopi di propaganda e assai attiva nei
primi anni Novanta.
Nella sostanza parrebbe che, mentre in passato le forniture ille-
cite di armamenti transitavano, in base a direttive militari, attraver-
so «banche», ora le cose andrebbero al contrario: le oligarchie
bancarie tendono ad assumere iniziative per manovrare forniture
militari. Nel frattempo, comunque, continuano a comparire delle
vecchie conoscenze, come il siriano Monzer al-Kassar, che tra il

1. Cfr. http://www.fondazionedegasperi.org/2016/06/23/92-seminario-rose-roth-­
tra-lassemblea-parlamentare-nato-ed-il-consiglio-ucraino/

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1991 e il 1992 appare intento a vendere armi russe (dalla solita
Polonia) alla Croazia, alla Bosnia e poi anche alla Somalia, tramite
la libanese-svizzera Private Bank Audi, dietro la quale parrebbero
operare alcuni già noti centri bancari arabi, e anche il greco Kon-
stantinos Dafermos.

È dunque in questo generale contesto che nel gennaio del 1991


avvengono l’attacco degli Stati Uniti contro l’Iraq e l’arresto di Al-
Jawary. Mentre la guerra in Iraq riempie le pagine dei giornali, il
secondo avvenimento passa in sordina. Non riesco infatti a trovare,
in fonti italiane, notizie su questa novità, che mi incuriosisce. Solo
dopo molto tempo individuo quel nome in fonti inglesi e americane
che ne indicano l’avvenuto arresto a Roma subito dopo il massacro
di Tunisi e proprio all’inizio dell’invasione dell’Iraq.
Si direbbe una patata bollente che piomba sull’Italia proprio nel
momento in cui il nostro governo, con il suo presidente Giulio An-
dreotti, cerca di ridisegnare per il nostro Paese un ruolo più rilevante
nel Mediterraneo. È però anche il momento in cui sono in corso in-
dagini, da parte di magistrati italiani, sugli apparati segreti e anche
su stretti legami (di mafia, di droga, di riciclaggio) tra Palermo, Mi-
lano, Svizzera, New York, i cartelli colombiani (per la cocaina) e i
tradizionali fornitori arabi (per l’eroina).

Dopo l’arresto dell’arabo a Roma, si nota un frettoloso susseguir-


si di vicende. Il 26 febbraio 1991 Andreotti liquida il capo del SISMI,
ovvero l’ammiraglio Fulvio Martini. Era stato il capo di Gladio
contro l’Unione Sovietica, ma anche l’artefice dell’operazione di
Sigonella comandata da Craxi in favore del palestinese Abu Abbas.
Al ministero di Grazia e giustizia il ministro Claudio Martelli chia-
ma Giovanni Falcone, che, duramente attaccato nella sua attività
professionale a Palermo, accetta di continuare a operare contro la
mafia a livello centrale, da Roma. A marzo si apre il suo periodo al
ministero. Per fargli posto il ministro pare abbia letteralmente «si-
lurato» il dottor Piero Callà, ovvero il precedente direttore generale

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degli Affari penali (quello che si era opposto a Reagan su ordine di
Craxi).2
La prima fonte americana che rinvengo sull’arabo è presente in
un commentario di dottrina intitolato «In re Extradition of Khaled
Mohammed El Jassem».3 L’articolo contiene commenti USA assai
favorevoli alla «sentenza della Cassazione del presidente Carnevale,
che non ha minato il diritto italiano», si scrive, «anche se lo ha un po’
sconvolto». Individuo così tutti gli altri anelli della catena: la senten-
za della Corte d’Appello di Roma del maggio 1991; quella della
Corte di Cassazione, del febbraio 1992, che in Italia esprime il pare-
re favorevole all’estradizione; la sentenza di condanna emessa negli
Stati Uniti nel 1993; ulteriori notizie diffuse nel 2009 da WikiLeaks;
e infine una recente intervista rilasciata negli Stati Uniti dall’agente
che lo trasportò materialmente da Roma a New York.
Nella sostanza, Al-Jawary, di origine palestinese-giordana, venne
arrestato mentre probabilmente arrivava proprio da quell’Iraq che
veniva attaccato dagli Stati Uniti, dalla NATO e anche dall’Italia.
Infine scopro le notizie più delicate sul procedimento di estradizione,
provenienti dall’allora ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, Peter
Secchia, da sempre collaboratore di Bush e Kissinger, amico di Gio-
vanni Falcone, di giudici, politici e affaristi italiani, fin dagli anni
Settanta. Imprenditore, politico assai potente, ambasciatore degli
Stati Uniti in Italia dal 1989 al 1993, Secchia proviene da una famiglia
italiana. Emigrato oltreoceano, già dagli anni Sessanta è un assiduo
sostenitore del Partito repubblicano al seguito del presidente Gerald
Ford e poi di George H.W. Bush. È proprio lui a raccontare, con or-

2. Cfr. Sarzana, C., Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Le cose non dette e
quelle non fatte, Castelvecchi, Roma 2017, pp. 117-118. Nota Sarzana: «Il presi-
dente Callà non solo non era dimissionario ma era vivo e vegeto al momento
della defenestrazione. Fu proprio una mattina nell’apprendere dalla radio di esse-
re stato strappato brutalmente dal suo incarico, che ebbe il primo malore, inizio di
una patologia irreversibile che determinò qualche tempo dopo, purtroppo, il suo
decesso».
3. Russo, S.F., «In re Extradition of Khaled Mohammed El Jassem: The Demise
of the Political Offense Provision in U.S.-Italian Relations», in Fordham Internatio-
nal Law Journal, 16(4), 1992, pp. 1253-1321.

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goglio e con un po’ di arroganza, come andarono le cose su quell’estra­
dizione, in particolare proprio per merito suo. Lo fa in un’intervista
rilasciata nel giugno del 1994 a Charles Stuart Kennedy, richiamata
nel già citato link del dicembre 2015 (vedi p. 185).4
E ammette candidamente che per portarsi via dal nostro Paese
quell’arabo si scomodarono di persona il presidente Bush e tutti i
capi delle forze armate e dei servizi USA, nonché della stessa NATO.
Nel processo USA il prosecutor, ovvero il sostenitore dell’accusa, fu
il giudice Rose, il vecchio collega di Giovanni Falcone. Al-Jawary
verrà difeso da un legale ebreo, William Kunstler, già difensore di
italiani in varie vicende e amico di connazionali della nostra sinistra.
Il governo degli Stati Uniti – e quindi Bush – in Italia verrà rappre-
sentato dallo studio legale Aricò, lo stesso che, a quanto parrebbe, in
passato assistette Licio Gelli e Michele Sindona.

Rileggo le dichiarazioni di Charles Rose e anche quelle del giudice


Laurie Bersella, il secondo magistrato americano presente all’inter-
rogatorio in qualità di assistente del teste e di «mediatore» ufficiale
nella rogatoria. Rose racconta che la giornalista Maria Cuffaro, che
dal 1992 collaborava con Michele Santoro nel programma Il rosso
e il nero, gli telefonò più volte. Gli era stata raccomandata dal suo
caro amico avvocato William Moses «Bill» Kunstler, noto negli Stati
Uniti anche come attivista e poeta per le chiusure in versi dei propri
interventi. Nel 1975 si era già occupato dell’italiana Silvia Baraldini,
militante del Black Panther Party e della Black Liberation Army, accu-
sata nel 1983 dell’omicidio di un poliziotto e di altri crimini federali.
Successivamente difenderà alcuni dei terroristi che eseguiranno gli
attentati a New York del 1993. Rose aggiunge che, in quegli anni
1991-1992, era stato in contatto con l’onorevole Lucio Manisco, pa-
dre dell’allora marito della giornalista Cuffaro. Lui, stando al giudice
Rose, gli avrebbe fatto arrivare una misteriosa lettera.

4. «The Diplomacy of Extraditing an Alleged Terrorist», 23 dicembre 2015,


https://adst.org/2015/12/the-diplomacy-of-extraditing-an-alleged-terrorist/

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Stralcio dell’intervista rilasciata nel 1994 da Peter Secchia, ex ambasciatore statu-
nitense in Italia. Nella fotografia, che risale al 1991, si vedono, a partire da sinistra,
Brent Scowcroft, James Baker, John Sununu e George Bush senior.

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* * *

Contatto per telefono Maria Cuffaro, che conosco da molto tempo,


e le chiedo conferma di quanto dichiarato da Rose. Mi dice di non
ricordare. In ogni caso mi mette in contatto con l’anziano ex suocero.
Gli parlo per telefono e gli rinfresco la memoria girandogli l’interro-
gatorio di Rose. Manisco nega di avere mandato la lettera e mi rac-
conta, invece, dell’interessamento suo e di Giovanni Falcone per far
trasferire la Baraldini dagli Stati Uniti all’Italia. Mi accenna per
scritto (il 7 novembre 2016) «ai suoi incontri con il compianto Fal-
cone e ai suoi scambi polemici con il giudice Rose sulla Baraldini».
Ed è proprio lui a fornirmi le prime notizie sulle motivazioni del
viaggio dell’arabo in Italia, scrivendomi:

Arrestato a Fiumicino nel gennaio del 1991 in quanto il suo


passaporto giordano risultava falso. Era in transito dall’Iraq a
Tunisi ove doveva presenziare ai funerali dell’amico e sodale Abu
Ayad. Pochi mesi dopo l’arresto è stato affidato ad agenti dell’FBI
ed estradato negli USA sotto l’accusa di aver perpetrato attenta-
ti terroristici a New York. Il processo nel Tribunale di Brooklyn
(prosecutor Charles Rose) si è concluso con una condanna a
trent’anni. Nel 2000 altre indagini hanno rivelato la sua militan-
za in Hamas. Rilasciato nel febbraio 2009, è stato estradato in
Sudan.

Sulla base di queste nuove indicazioni, adesso, formulo anche


un’altra ipotesi: la possibilità di una trattativa nascosta per lo scambio
dell’arabo con la Baraldini, del tipo di quella che venne prospettata
per Aldo Moro durante il suo sequestro e con identico esito, ovvero
l’eliminazione di chi, per l’Italia, si era richiamato a quell’accordo.
E quindi mi domando: Giovanni Falcone venne messo a conoscenza
di ciò che faceva mentre richiedeva il trasferimento della Baraldini
in Italia in concomitanza della richiesta degli Stati Uniti di ottenere
l’estradizione dell’arabo? E venne messo anche a conoscenza del
fatto che il Lodo Moro era stato approvato per proteggere i palesti-
nesi e non per consegnarli agli americani?

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Di fatto verifico che effettivamente Falcone si adoperò per otte-
nere il trasferimento della Baraldini, peraltro assai malata, ricevendo
– a quanto apprendo – dallo stesso presidente Bush rassicurazioni
circa il trasferimento in Italia.
Dopo la morte di Falcone a Capaci, però, Bush si rimangiò le
decisioni prese e annullò l’autorizzazione al trasferimento in Italia
della Baraldini.5
Per motivare la mutata condotta del governo degli Stati Uniti
vennero addotte queste argomentazioni: «Se la detenuta fosse stata
trasferita in Italia con la condanna a quarantadue anni di detenzione
inflitta negli Stati Uniti, a costei sarebbero di certo stati concessi
sconti di pena non previsti negli USA e l’opinione pubblica ameri-
cana sarebbe rimasta allarmata dalla sua liberazione, non essendosi
lei pentita».
Queste argomentazioni non mi convincono. Non sarebbe stato
possibile, con un patto tra Stati Uniti e Italia, condizionare il trasfe-
rimento all’effettiva esecuzione della pena della condannata? E, in
ogni caso, Bush e il suo staff non conoscevano già queste eventuali-
tà quando accettarono la richiesta di Giovanni Falcone e volevano
assolutamente ottenere l’arabo?
Scontrandomi con la quasi assurda negazione di qualsiasi infor-
mazione oppostami dal nostro presidente del Consiglio pro tempore
(e dei relativi ministri), cerco, comunque, conferme a quest’ultima
mia ipotesi. E ne trovo nella trattazione orale di un’interpellanza alla
Camera discussa proprio da Manisco. Questi, infatti, al termine del
proprio intervento sul rifiuto degli Stati Uniti a rilasciare la Baraldi-
ni, pronunciato il 5 ottobre 1992, pone una sua conclusiva domanda
al ministro di Grazia e giustizia: «Questa risposta negativa per la
Baraldini non ha a che fare con il fatto che Khalid Duhham al-Jawa-
ry è stato trattenuto per oltre un anno?» In effetti si trattò di un anno
e quattro mesi. Non può essere un riscontro dello scambio di Stato
effettivamente tentato tra l’arabo e la Baraldini, espresso da uno dei
pochi che erano a conoscenza di questa segreta vicenda? E pronun-

5. Cfr. Mancinelli, E., Il caso Baraldini, Datanews, Roma 1995.

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ciato pubblicamente in Parlamento? In un luogo, cioè, dove il nome
dell’arabo non avrebbe dovuto essere conosciuto da nessuno? E in-
vece, evidentemente, era noto a livelli istituzionali e ministeriali, ma
risultava «tacitato» dinanzi a tutti.
Non sembra di trovarsi dinanzi a una storia simile a quella che
riguardò il sequestro di Aldo Moro? Anche allora nessuno sottolineò
ufficialmente la rilevanza di quell’accordo di Stato con i palestinesi
rivelato da Moro, e finì che venne ammazzato. E non ricorda pure la
pretesa consegna di Abu Abbas a Sigonella da parte del presidente
degli Stati Uniti? Anche in quel caso fu evidenziata l’arroganza di
Reagan per il tentato arresto in Italia, ma non i favori dell’Italia ver-
so i terroristi attraverso patti di Stato che formalmente non esisteva-
no né tantomeno erano approvati dagli Stati Uniti.

Questa particolare attività svolta da Giovanni Falcone mi lascia


profondi dubbi. Pare che i magistrati che indagarono sulla sua morte
proprio non se ne siano accorti. Né di Al-Jawary, né di quanto avvenne
dopo negli Stati Uniti. E nemmeno della Baraldini. E ancor meno degli
stop imposti al processo Big John, che pure ci furono, per le indagini
in corso sulle implicazioni americane. Anche perché l’FBI, apparente-
mente, mostrò di «collaborare» nelle indagini sulla mafia, sulla strage
di Capaci, sulle cupole di Cosa nostra, e pure, all’inizio, su quelle di
Mani pulite. Per poi, però, fare dietrofront e criticare i metodi d’inda-
gine dei giudici di Mani pulite e non collaborare, per esempio, nelle
indagini sulle attività svolte negli Stati Uniti da Marcinkus; e senza fare
indagini (almeno «note») sulle cupole di Cosa loro né tantomeno sulle
ipotizzabili regie presenti nel loro Paese, che pure erano già emerse.
La Baraldini, in questa vicenda, sembra sia stata trattata, assai tri-
stemente, come una merce di scambio. E anche quando nel 1999 verrà
rilasciata, non mancheranno voci di un suo baratto con gli americani:
questa volta si trattava di veri assassini americani... nell’incidente del
Cermis. Sarà stato vero? Personalmente ritengo di sì. Ma non posso
fornirne una prova. Anche su quell’argomento esiste il segreto di Stato.

* * *

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Ritorno invece all’aprile del 1991, ovvero a quando il ministro
Martelli, supportato da Giovanni Falcone, si rivolge alla Corte d’Ap-
pello di Roma e chiede il parere (peraltro obbligatorio) sull’estradi-
zione dell’arabo, che gli americani vorrebbero portare a termine in
quattro e quattr’otto. E allora, tra il pressing di Bush per ottenere
Al-Jawary e le immediate minacce di rappresaglie degli arabi (di cui
l’ambasciatore Secchia dà ampia notizia nelle sue dichiarazioni),
avviene a Livorno la collisione del traghetto Moby Prince contro una
petroliera, la AGIP Abruzzo, che evoca l’altro nemico giurato degli
Stati Uniti, la Libia, in quel momento a loro assai invisa, come anche
agli inglesi (in un’epoca di difficili forniture petrolifere, come quan-
do venne approvato il Lodo Moro e pure al momento del rapimento
dello stesso Moro da parte delle BR).
Accenno solo in sintesi a questo avvenimento, in quanto è assai
complesso e non perché lo ritenga poco rilevante nella ricostruzione
dei fatti. Anche in questo caso, infatti, sembrano ricorrere inequivo-
cabili riscontri oggettivi che conducono a Stay-behind, a Bush, al suo
staff. E in questo caso ci sono elementi coincidenti: provengono, da
una parte, dallo stesso processo sul caso del Moby Prince; da un’altra,
dall’arabo arrestato nel gennaio del 1991; e, ancora, dal suo difenso-
re ebreo. E infine... dall’ex gladiatore di La Spezia (Ip. 36).
La sera del 10 aprile 1991 il traghetto Moby Prince sperona, ap-
pena fuori dal porto di Livorno, la petroliera AGIP Abruzzo. Nei
pressi del porto c’è la base USA (non NATO, ma USA) di Camp
Darby, che dal 1951, alla periferia della città toscana, custodisce gli
armamenti americani in Europa e quindi svolge un ruolo centrale di
base e di collegamento per la struttura Stay-behind, o meglio per la
CIA. Stay-behind risulta operativa proprio nella guerra contro Saddam
Hussein e quindi nell’operazione del gennaio 1991. La sera del 10
aprile 1991 è in effetti l’ultima prima della conclusione della guerra
del Golfo. Quindi è anche l’ultima occasione per operazioni «coper-
te», ovvero facilmente offuscabili da nebbie artefatte sul porto e sui
radar. In quei giorni rientrano armamenti dall’Iraq e altri ne ripartono,
sempre in segreto, per la prossima guerra nei Balcani, in quel mo-
mento ignota a tutti ma già decisa e avviata dal presidente Bush e dal
suo staff.

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Avviene la collisione, appena a sud del porto. Che cosa produce,
oltre ai danni e alla strage? Concentra l’attenzione di tutti su quanto
avviene a sud e la distrae da quanto avviene a nord. Il porto è civile.
Ma, nella sua rada, a nord, si trovano numerose navi «militarizzate»
americane (almeno sette, come emerge abbastanza chiaramente solo
nel 1995), sottoposte al controllo del governo degli Stati Uniti e del
tutto sottratte a quello dell’Italia. Effettuano trasbordi di armamenti
con la base militare di Camp Darby, collegata alla rada del porto
tramite il canale dei Navicelli. Le operazioni di trasferimento avven-
gono con imbarcazioni più piccole. Transitano per il canale passando
sotto un ponte levatoio (di nome Calambrone) che ne regola il pas-
saggio (e l’annotazione). In questi giorni – anche il giorno 10 aprile
e la sera stessa (lo afferma nel primo processo, in dibattimento, il
capitano della finanza Cesare Gentile) – avvengono operazioni di
trasbordo di armamenti almeno da una delle navi americane, la Cape
Flattery. Le sette navi americane sono la Margareth Lee, la Cape
Breton, la Cape Flattery, la Cape Syros, la Cape Farewell, la Gallant
II e la Edfim Junior. Tutte, in quei giorni, operano nell’ombra più
totale, allo stesso modo in cui avviene la cattura e la estradizione di
Al-Jawary: nessuno le vede. Eppure risultano tutte, quantomeno
negli atti e nei registri del «Navigatore di porto» (ufficio della capi-
taneria che controlla quotidianamente le presenze di imbarcazioni nel
porto); allo stesso modo in cui esistono gli atti dell’arabo, anche se
nessuno pare vederli. Di quelle navi, ripeto, nessuno (prefetto, orga-
ni di polizia giudiziaria, magistrati) si accorge. Come per l’arabo
­Al-Jawary. Nelle successive operazioni militari all’estero ci sarà
anche la partecipazione italiana, diretta dal comandante della brigata
paracadutisti Folgore, il generale Franco Monticone, che poi compa-
rirà in un inutile e quasi ridicolo tentativo di golpe.
I primi nuovi Paesi di destinazione di questi armamenti (nel 1991)
sono la Croazia e la Slovenia, un altro sarà la Somalia. Le forniture
avvengono tramite i soliti intermediari che conosciamo: da una parte
(quella americana, verosimilmente nel quadro Gladio-Centro Scor-
pione) Monzer al-Kassar. Dall’altra (quella russa), quel Konstantinos
Dafermos che, dal 1986, opera con la Skorpion S.A. In questi traffi-
ci, dalla parte del territorio italiano (in Veneto), emergono anche

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personaggi legati alla mafia (quella «del Brenta»), al regime jugosla-
vo, ai nostri vecchi servizi, a Livorno, alla nave October II della
SHIFCO, presente nel porto la sera della collisione, e, quindi, ai
traffici mascherati attraverso gli aiuti della cooperazione, attuati
sotto l’ombrello USA, fino ad allora (e forse anche dopo) iperattivo.
La Procura di Livorno, nella sua ultima inchiesta (riaperta su
istanza presentata da me nel 2006, in difesa di alcune parti offese),
archivia tutto nel 2010 in pochissime righe, nelle quali afferma che
non sarebbe provata l’operazione militare di quella notte, annullan-
do, senza le garanzie del contraddittorio, quanto era emerso nelle
testimonianze assunte nel dibattimento avvenuto nell’immediatezza
dei fatti e nel corretto dibattito tra le parti. E dichiarando soprattutto
per la ragione di diritto che il reato prospettato di «attentato alla
Costituzione», a mio parere ravvisabile nell’abdicazione al principio
di sovranità del nostro Paese sul porto civile di Livorno, per la sua
indiscutibile cessione agli Stati Uniti, non sarebbe avvenuto con la
«forza». Requisito discriminante, quest’ultimo, che è stato imposto
solo a partire dal 2006 da un nostro legislatore che, in quel momento
disattento rispetto a questi riflessi indiretti, appariva più intento a
risolvere altri problemi di sovranità (di indipendentismo politico, di
cui si occupava la magistratura veneta).
In ogni caso, al di là delle responsabilità penali, soggettive, che
oggi sono ardue da accertare giudizialmente, non mi pare difficile
individuare chi diresse quelle operazioni militari.

Verifico che la nave Gallant II appartiene a un armatore (Niko-


laos Frangos) che poi riceverà anche un’onorificenza del Congresso
statunitense nel 1997, motivata dal fatto che «durante la guerra del
Golfo assistette gli Stati Uniti trasportando indispensabili forniture
alle nostre truppe in Medio Oriente». Ed emerge un legame stretto
tra questa famiglia Frangos e il solito banchiere Edmond Safra che
compare nella banca TDB presente nell’inchiesta di Trento e poi
nel caso Big John. Della nave Margareth Lee appuro l’appartenenza
alla famiglia Lykes, latifondisti della Florida che fecero parte di quel
gruppo Permindex non estraneo all’omicidio del presidente John F.

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Kennedy. E il suo assassino, l’ebreo Lee Harvey Oswald, a sua volta
venne ucciso, due giorni dopo il fatto, da Jack Ruby. Quest’ultimo
fu difeso da quell’avvocato William M. Kunstler già difensore della
Baraldini, poi di Al-Jawary e infine dei terroristi integralisti arabi
del 1993.

Sul riferimento alla mafia e a Stay-behind oggi compare un do-


cumento, questa volta di provenienza dell’ex gladiatore di La Spezia,
ovvero, verosimilmente, degli apparati USA in Italia. L’atto porta la
data dell’11 aprile 1991, giorno successivo alla collisione livornese,
e proviene dal solito Comando SIOS Marina di Roma. Risulta indi-
rizzato al Centro Scorpione di Trapani (ancora non del tutto morto).
Si legge testualmente:

Confermasi operativa S/B 4/91 Magister notte [...] circa ore


23.55 area [...] urbe. Stop. Esclusione aree portuali e aeroportua-
li Stop EST confermata presenza «BRUCO» coord. ext. STOP Le
operazioni verranno estese in area Viale MARCHESE VILLA
BIANCA STOP. Inviasi c/o v/o Centro «S» chimico [...] artificie-
re nostro Centro G.O.S. STOP. Confermare e distruggere. STOP.
F.to Il Capitano (SIOS) [firma illeggibile].

Viene «confermato» un invio già programmato di un «chimico


artificiere» dei servizi a Palermo. Dove? Tra le case di Falcone e Bor-
sellino. Un anno esatto prima che entrambi saltino in aria nel 1992. Può
essere considerato un documento casuale, irrilevante o, comunque, da
ignorare? Quando poi è noto che lo stesso comando Comsubin invia
subito nel porto di Livorno sommergibili da La Spezia per perlustrare
e forse ripulire i fondali sottostanti alla petroliera e forse impedirne
l’esatta localizzazione, e quindi la reale dinamica della collisione?
Mi soffermo su questo documento. L’area di Palermo indicata per
l’operazione «Magister» è quella di «viale Marchese di Villabianca»,
che si trova circa a metà strada tra l’abitazione di Giovanni Falcone
(in via Notarbartolo) e quella della madre di Paolo Borsellino (via
D’Amelio, più vicina). Il messaggio appare un preavviso o un’eser-

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citazione del tipo di quelle operate da Stay-behind prima del sequestro
Moro. Il nome in codice «Bruco» potrebbe, intuitivamente, richia-
mare alla mente quello di Bruno Contrada, già presente nei mormo-
rii sulla sua correità dopo l’attentato dell’Addaura.
Se, però, si considerano le varie operazioni militari coperte in
corso in quel momento (l’arresto dell’arabo proveniente dall’Iraq, i
trasbordi di armamenti da quello stesso Paese, la collisione del Moby
Prince contro una petroliera dell’AGIP), quel documento potrebbe
anche rivelarsi un messaggio diretto a sollecitare l’estradizione di
Al-Jawary e insieme a minacciare l’Italia (sia per le sue forniture di
petrolio dalla Libia, sia per quelle di armi verso la Somalia, che av-
venivano con la nave October II della SHIFCO, a sua volta presente
nel porto) di un atto stragista di tipo mafioso (e si potrebbe ipotizza-
re che esso sia poi avvenuto nel 1992, con le stragi di Capaci e di via
D’Amelio). E, insieme, non potrebbe contenere anche un’insinuazio-
ne espressa, dall’interno dei servizi, per screditare Bruno Contrada,
forse diffusa proprio allo scopo di toglierlo di mezzo o di fargli
pervenire un messaggio mafioso?

Nel mese successivo viene pronunciata dalla Corte d’Appello di


Roma la prima sentenza, favorevole, sulla domanda di estradizione.
Emessa il 16 maggio, è stata depositata il 21. Però viene impugnata
dall’arabo.
Subito dopo, a giugno, dal 6 al 9, si riunisce il comitato del Club
Bilderberg a Baden-Baden in Germania. Là il potente petroliere e
banchiere statunitense David Rockefeller, portavoce del potere
dell’ebrai­smo negli Stati Uniti, dichiara che «il mondo è pronto per
raggiungere un governo mondiale. La sovranità sovranazionale di
una élite intellettuale e di banchieri mondiali è sicuramente preferi-
bile all’autodeterminazione nazionale praticata nei secoli passati».
Da Evian, in Francia, echeggia un annuncio quasi identico da parte
di Henry Kissinger: «Si rinuncia volentieri ai propri diritti in cambio
della garanzia del proprio benessere assicurata dal governo mondia-
le. Una vera economia globale richiederà [...] un compromesso sulle
sovranità nazionali. Non si può evadere il sistema».

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Ricordo che è in agosto che Giovanni Falcone visita Baraldini nel
supercarcere di Marianna in Florida e riceve rassicurazioni in merito
al suo trasferimento in Italia dal presidente degli Stati Uniti George
H.W. Bush.

A questo punto interviene un imprevisto acceleratore negli avve-


nimenti. Forse a determinarlo è stata la rivelazione imprudente o
involontaria di un ufficio doganale degli Stati Uniti, interpellato dagli
investigatori italiani sul caso Big John, i funzionari di polizia Ales-
sandro Pansa e Gianni De Gennaro del nostro SCO (Servizio centra-
le operativo). Costoro identificano a Milano il riciclatore (indicato da
Joe Cuffaro): si chiama Giuseppe Lottusi e viene arrestato il 15 otto-
bre 1991. Era già emerso il nome del suo complice nel riciclaggio
dalla Svizzera agli Stati Uniti, Giancarlo Formichi Moglia.
Che cosa era successo? Il precedente 9 ottobre l’ufficio dogana-
le del governo statunitense aveva indirizzato (su richiesta del nostro
SCO) alle autorità investigative italiane un Memorandum, con l’og-
getto «FBI Operazione DEAD FISH...», sulle attività svolte da
Formichi Moglia. Vi venivano descritte alcune operazioni di versa-
menti provenienti dalla Svizzera a una società statunitense di nome
«GRUTMAN, MILLER, GREENSPAN & HENDLER» (e varie
combinazioni e grafie di questi cognomi), con sede al 505 Park
Avenue di New York. L’attività da costoro dichiarata sarebbe dovu-
ta essere l’estrazione dell’oro, ma le operazioni reali risultano inve-
ce essere versamenti in banconote di piccolo taglio sulla Chase
Manhattan Bank (la famosa banca di David Rockefeller) e sulla First
Los Angeles Bank (ovvero la filiale americana del San Paolo di
Torino). L’importo totale di queste operazioni ammonta a 1.672.164
dollari, una media di 278.000 dollari per ognuna delle sei operazio-
ni individuate (Ip. 37).
Questo Memorandum risulta inviato per conoscenza al dottor
Gianni De Gennaro e verrà allegato nel successivo procedimento di
estradizione promosso dall’Italia (tramite il ministero di Grazia e
giustizia) contro Giancarlo Formichi Moglia (vedi pp. 196-197).
Chi sono questi quattro americani dai cognomi palesemente ebraici?

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Norman Grutman è un notissimo avvocato di New York. Jay J. Miller,
a sua volta avvocato, svolge, come giudice di grado elevato, attività di
controllo sulla trasparenza della Borsa di Wall Street. Samuel Green-
spoon (erroneamente trascritto Greenspan nel Memorandum) è un altro
avvocato molto conosciuto, il cui cognome rimanda a una famiglia ebrea
immigrata negli Stati Uniti negli anni Venti del secolo scorso, sotto la
protezione della celebre famiglia Rothschild. L’avvocato Lewis Handler
è vicino alla famiglia italoamericana Cuomo, il cui ultimo rampollo,
Andrew Cuomo, dal 2011 è governatore dello Stato di New York, come
lo era stato il padre, Mario Matthew Cuomo, dal 1983 al 1994.
Questi quattro importanti avvocati, però, pur comparendo in una
ricostruzione di operazioni di pagamento di droga (avvenute attra-
verso riciclaggi operati da Giancarlo Formichi Moglia tra banche
svizzere e di New York) da parte di Cosa nostra ai cartelli di Medel-
lín, poi spariscono dalle successive indagini, anche se in teoria negli
accertamenti sui narcotraffici (così come avviene per ogni attività
illecita svolta a livello internazionale) la ricostruzione dei passaggi
del denaro, dagli acquirenti ai venditori, «dovrebbe» avvenire come
regola e come prassi.
Nel momento in cui Lottusi viene arrestato, Giancarlo Formichi
Moglia – che fa per professione immersioni e riprese subacquee – si
trova in Australia.
Poco dopo, il seguente 10 novembre, a Roma, George Bush senior
parlerà con l’intero suo staff militare e l’ambasciatore Peter Secchia
dell’arabo Al-Jawary, già da troppo tempo in Italia in evidente con-
trasto con i progetti USA (e forse anche con l’approssimarsi delle
successive elezioni presidenziali).

Ed ecco l’antefatto. Nel 1973 vennero trovate a New York tre


bombe nascoste in auto noleggiate. Erano preparate per esplodere in
coincidenza con l’arrivo del primo ministro israeliano Golda Meir.
Le vetture erano parcheggiate nei pressi di due banche israeliane e
nel terminal cargo El Al dell’aeroporto internazionale John F. Ken-
nedy. Gli esplosivi non detonarono e le impronte digitali condussero
gli investigatori a Khalid Duhham al-Jawary, già noto come falsario

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Intestazione e destinatari del Memorandum trasmesso dall’ufficio doganale del go-
verno degli Stati Uniti sulle operazioni finanziarie che vedono coinvolti Giancarlo
Formichi Moglia e la società Grutman, Miller, Greenspan & Hendler.

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Stralci del Memorandum dove si indica la società Grutman, Miller, Greenspan &
Hendler come destinataria del versamento di 1.672.164 dollari.

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di passaporti affiliato a Settembre nero. Ci vollero diciotto anni per
trovarne le tracce e farlo arrestare a Roma. Poi gli Stati Uniti ebbero
bisogno dell’approvazione dell’Italia per estradarlo.
Per capire come andarono le cose riprendo il racconto fatto da
Peter Secchia nell’intervista rilasciata a C.S. Kennedy che ho ricor-
dato a p. 184. Durante il suo mandato in Italia l’ambasciatore Secchia
non ha mai accennato a tale episodio.

Ricordo quando [il presidente George H.W.] Bush venne al


vertice NATO a Roma nel novembre 1991. Stavamo tornando
all’aeroporto e l’ultima cosa che mi disse prima di salire sul suo
nuovo 747... anzi, no, ero sul suo elicottero, il Marine One, con
lui, [il capo di gabinetto della Casa Bianca John H.] Sununu, [il
consigliere della Sicurezza nazionale degli Stati Uniti Brent]
Scowcroft e [il segretario di Stato James] Baker [...] e tutti e quattro
mi dissero: «Peter, prendi Al-Jawary». Lo dissero in modi diversi,
come «Hai un compito importante, devi catturare questo tipo».
[Quando] lo abbiamo arrestato aveva, credo, nove pacchetti di
documenti di identità diversi. Gli italiani nel frattempo erano
stati minacciati dai terroristi arabi. Se ce lo avessero dato, due
ambasciatori italiani in Nord Africa sarebbero stati «curati». Gli
italiani a quel tempo erano sempre disponibili ad aiutarci, ma non
sarebbero andati molto lontano se il loro popolo fosse stato mi-
nacciato. Questo è stato un problema difficile per noi. Abbiamo
cercato di lavorare su tutti i tipi di accordo. Avremmo dovuto
trasportare Al-Jawary in un Paese terzo, amico, per il processo?
Avremmo dovuto rapirlo? Avremmo potuto appostare ufficiali
statunitensi per arrestarlo in un aeroporto internazionale? Abbia-
mo ipotizzato tutti gli scenari. Non pensavamo che gli italiani ce
lo avrebbero consegnato. C’erano cinque persone titolate a pren-
dere la decisione nel loro Consiglio e noi per fare questo lavoro
avevamo bisogno di tre voti. Il Presidente della Repubblica, il
ministro degli Esteri, il ministro della Giustizia, e il primo ministro,
che è il presidente del Consiglio [...] abbiamo iniziato a lavorar-
celi, uno per uno. [...] Gli italiani prendevano tempo. Passò un
anno e mezzo.

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Infine, un giorno, durante la guerra del Golfo, quando la mag-
gior parte delle organizzazioni terroristiche era stata neutralizza-
ta e Saddam Hussein, che ne aveva finanziate diverse, era in gi-
nocchio, arrivò per gli italiani il momento giusto per fare una
mossa e l’hanno fatta. Ci hanno consegnato Al-Jawary. Così ab-
biamo potuto portarlo velocemente fuori da Roma e metterlo su
un aereo. Non ne abbiamo mai fatto cenno. Non abbiamo mai
reso pubblica la cosa perché c’erano ancora minacce di ritorsioni.
Abbiamo fatto tutto silenziosamente. Lui è stato portato negli USA
e interrogato.
[...] Il segnale trasmesso da quell’azione, dall’estradizione di
Al-Jawary, avrebbe potuto essere l’inizio della fine per i terroristi
arabi. Hanno imparato che, anche dopo diciassette anni, un’im-
pronta digitale impressa su una valigia in un’auto a New York ci
ha permesso di prenderlo. Così quello è stato uno spartiacque. È
stato un momento interessante ma un segnale molto importante
[...] Così il caso Al-Jawary non è mai andato sulla stampa, ma lui
è qui ed è poi stato interrogato e stiamo apprendendo molto.

Vi furono, quindi, sollecitazioni e (indebite) pressioni sulle mas-


sime autorità dell’Italia, mentre queste erano oggetto di contrapposte
minacce arabe di rappresaglie terroristiche.

Frattanto altre guerre iniziano anche nella vicina Jugoslavia. Che ora
risulta rifornita di armi tramite il solito Monzer al-Kassar (questa volta
direttamente, con Abu Bassam, il palestinese ex affiliato di Settembre
nero). Avviene con triangolazioni che transitano apparentemente
dallo Yemen, come già si era scoperto nell’inchiesta di Trento. Nel
1992 Monzer al-Kassar verrà anche arrestato in Spagna con l’accusa
di avere fornito, nel 1985, le armi ai terroristi palestinesi e ad Abu
Abbas nel dirottamento dell’Achille Lauro. Ma sarà rilasciato, perché
i testimoni non andranno al processo. Abu Bassam, di passaggio a
Ginevra nel 1994, verrà interrogato da funzionari svizzeri e anche lui
ne uscirà senza conseguenze dopo avere spiegato che... si trattava di
forniture ufficiali governative.

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* * *

Nel dicembre del 1991 – come poi racconteranno vari collabora-


tori di giustizia in Italia – viene decisa la strategia di Cosa nostra: un
piano stragista che prevede l’assassinio dei suoi nemici storici, i
giudici Falcone e Borsellino, oltre che dei traditori e/o inaffidabili,
primo fra tutti l’onorevole Salvo Lima.
Se rimaniamo aderenti ai documenti, in realtà, basandoci sul Me-
morandum dell’ottobre 1991, la decisione di Cosa nostra di attaccare
lo Stato (destinata prevedibilmente a ritorcersi contro di lei) avviene
dopo la comparsa, nel Memorandum, dei nomi dei personaggi USA.
E, quindi, dopo che ormai si è fatta ipotizzabile la convenienza, per
quel Paese, di tagliare tutti i «ponti» che, dall’Italia e dal suo passato,
avrebbero potuto condurre a esso. Di quali «ponti» parlo? Certo di
quelli rappresentati da Cosa nostra. Ma forse pure di quegli altri (ban-
cari, finanziari nonché politici) che in passato avevano avuto contatti
con la centrale operativa negli Stati Uniti: la nostra Prima Repubblica.

Il Golpe, fase 2. 17 febbraio-23 maggio 1992: la strage


di Capaci (Ip. 38)

Frattanto l’attacco dell’Italia contro Cosa nostra si palesa in modo


sempre più evidente: il maxiprocesso contro i mafiosi (anch’esso
istruito in origine da Giovanni Falcone) viene assegnato alla prima
sezione della Corte di Cassazione, presieduta dal giudice Arnaldo
Valente e non da Corrado Carnevale. Nella sentenza emessa il 30
gennaio 1992 vengono confermate le condanne inflitte dai giudici di
merito. È la prima sconfitta vera e definitiva inflitta dallo Stato alla
mafia.

Il 17 febbraio 1992 a Milano inizia l’operazione Mani pulite con


l’arresto di Mario Chiesa, su cui da mesi indagavano i magistrati di
Milano. Queste indagini condurranno alla fine del sistema politico
della Prima Repubblica.

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A Roma, in quello stesso giorno, la Corte di Cassazione penale
pronuncia la sentenza con cui si afferma la fondatezza della doman-
da di estradizione richiesta dal governo USA per l’arabo Al-Jawary.
Questa volta è Corrado Carnevale a presiedere la prima sezione
della Cassazione. Ma nel collegio è presente anche Arnaldo Valente,
che ha presieduto qualche giorno prima il collegio della Cassazione
contro Cosa nostra. Ne ricaviamo, quantomeno, l’esistenza di una
prova oggettiva di «conoscenza» di entrambi i processi, e dei due
sottostanti fenomeni criminali: contro la mafia e contro il terrorismo
arabo. Si tratta di quelle entità, che, sotto la Prima Repubblica, ope-
ravano congiuntamente nei traffici di droga, in quelli di terrorismo
nonché in oscure vicende in cui non erano mancate «presenze» dei
servizi segreti, americani e italiani.

Il giorno seguente, il 18 febbraio, si aggiunge un altro provvedi-


mento: viene emesso dal Tribunale di Palermo che ordina la cattura
del «riciclatore» in Svizzera nel processo Big John, ovvero di colui
che costituiva (insieme a Lottusi, che però opera dall’Italia) l’anello
di congiunzione (dalla Svizzera verso gli Stati Uniti) tra Cosa nostra
(e Mani pulite), la Svizzera, la centrale di New York e i cartelli co-
lombiani della droga. Quel Giancarlo Formichi Moglia che nel mo-
mento dell’arresto di Lottusi si trovava in Australia.
Il mandato di cattura, poiché andrà eseguito all’estero, viene tra-
smesso al ministero di Grazia e giustizia, alla Direzione generale
Affari penali. Il direttore è Giovanni Falcone, tra l’altro l’unico ma-
gistrato che conosce quel procedimento e la retrostante attività inve-
stigativa. Risulta emesso dai giudici di Palermo il 18 febbraio 1992.
Viene diramato all’estero su provvedimento della Direzione genera-
le degli Affari penali del ministero. Ovvero di Giovanni Falcone.
Moglia, di conseguenza, viene subito arrestato in Australia. Lo
raggiunge il suo difensore, l’avvocato Francesco Musotto di Palermo.
Ma la richiesta di estradizione verrà respinta perché non conforme alle
convenzioni tra Italia e Australia, che non consentono estradizioni «per
scopi d’indagine», ovvero con le finalità formulate e allora inoltrate
dall’Italia a quel Paese.

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* * *

Per conoscere invece le motivazioni della Cassazione sull’estra-


dizione di Al-Jawary si dovrà attendere il 24 marzo 1992. La Corte
d’Appello di Roma, per accogliere la domanda, aveva escluso la
natura «politica» degli atti compiuti da Al-Jawary. La Cassazione non
condividerà questa motivazione, ma riterrà comunque fondata la
domanda proposta sulla base di un affidavit presentato dalla difesa
del governo USA, ovvero dall’avvocato Giovanni Aricò, verosimil-
mente lo stesso avvocato che poi difenderà il giudice Carnevale nei
processi in cui questi rimarrà implicato (Ip. 39).6
Parrebbe anche che lui stesso (o il suo studio) in passato avesse
difeso Licio Gelli e Michele Sindona, usando un singolare mezzo di
prova tipico del diritto anglosassone. «Alla fine del 1976», ricorda
Piero Messina,7 «quando vennero fatti alcuni tentativi di evitare che
Sindona venisse estradato in Italia dagli Stati Uniti, parte ‘l’opera-
zione affidavit’, ovvero dichiarazioni giurate in suo favore. Protago-
nista principale, a quei tempi, è il presidente di sezione della Corte
di Cassazione Carmelo Spagnuolo che risulterà anche iscritto alla
loggia P2.» L’affidavit, negli ordinamenti di Common law, è una
dichiarazione scritta resa da una persona e confermata da un giura-
mento. Non ricorre molto nella nostra pratica. Con gli Stati Uniti nel
1992 lo si è usato per valutare la dichiarazione giurata dell’agente
speciale dell’FBI Michael Finnegan (quello che poi trasporterà Al-
Jawary negli Stati Uniti). L’affidavit prodotto dal governo statuniten-
se «contiene», si dice nella sentenza, «l’attestazione del risultato di
un esperimento sugli ipotetici effetti dell’ordigno realizzato venti
anni prima da Al-Jawary» [...] e che nel 1973 non funzionò, «ma
che», sostiene la dichiarazione giurata, «se avesse funzionato, avreb-
be potuto fare tanti morti».

6. Cfr. Scottoni, F., «Il giudice Carnevale evita le manette», la Repubblica.it, 27


marzo 1994; Bongiovanni, G., «Corrado Carnevale: se un giudice è bugiardo», la
Repubblica.it, 12 dicembre 2015.
7. Messina, P., Onorate società. Mafia e massoneria, dallo sbarco alleato al
crimine globale, cento anni di trame oscure, BUR, Milano 2014.

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Questo affidavit, ammesso come nuova prova in Cassazione, pre-
senta – così è scritto nella sentenza – la data del 6 dicembre 1991,
ovvero una data successiva a quella della sentenza impugnata (del
precedente maggio) e anche alle «sollecitazioni» ultime del governo
USA (che arrivarono a ottobre). Gli americani, cioè, stranamente sem-
brano conoscere in anticipo che la domanda di estradizione sarebbe
stata ritenuta infondata e «creano», nel dicembre del 1991, una prova
nuova. Dove, come e in presenza di chi ciò sia avvenuto, non lo so, per
il semplice motivo che non è scritto nella sentenza. Di certo c’è che
gli americani hanno fatto «un esperimento» e che lo hanno tradotto in
questo affidavit, che viene poi ritenuto prova decisiva il 17 febbraio
1992. Non esprimo commenti su eventuali analoghe possibilità di
prova in processi a carico di italiani e di comuni cittadini.

Nei commenti giuridici americani8 si legge che la sentenza avreb-


be «permesso ai giudici italiani di discostarsi dal tradizionale approc-
cio [...] progettato per preservare la ideologia fascista e la definizio-
ne all’epoca fascista di reati politici, e che si dimostra incompatibile
[...] alla luce delle maggiori attività terroristiche». Chiacchiere.
Nemmeno mi è noto in quale misura e con quali reali iniziative
Giovanni Falcone possa essere entrato in questa vicenda: alla mia
domanda di rilascio di copia dei relativi atti (proposta nell’interesse
della parte offesa Rosaria Costa, presentata nel maggio del 2017) non
ho ricevuto alcuna risposta.
Dalla sentenza emessa poi negli Stati Uniti a carico dell’arabo nel
febbraio del 1993 si apprende che «il detenuto chiede che gli vengano
riconosciuti 451 giorni di pena per il tempo trascorso in prigione tra
il 16 gennaio 1991, quando è stato arrestato in Italia, e il 12 aprile del
1992», data in cui l’arabo vola negli Stati Uniti. Nella sentenza della
nostra Cassazione è invece scritto che «è stato arrestato il 18 gennaio
1991». Due giorni di differenza. Piccole discordanze? Irrilevanti?

8. Russo, «In re Extradition of Khaled Mohammed El Jassem: The Demise of


the Political Offense Provision in U.S.-Italian Relations», cit.

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Non saprei dire. L’inosservanza di alcuni termini, in particolare nella
carcerazione preventiva – lo ha sempre insegnato proprio la Suprema
Cassazione – produce annullamenti e scarcerazioni. Senza vedere i
relativi fascicoli (quello italiano e quello americano) non posso dire
chi avesse ragione. Di certo uno aveva ragione; l’altro no.
Mi chiedo anche come sia stato possibile che in Italia Al-Jawary
non abbia subito un solo giorno di carcere per reati commessi nel
nostro Paese, per esempio la ricettazione dei documenti falsi («nove
pacchetti», dice Secchia) di cui era in possesso. E come non sia nota
l’esistenza di indagini su eventuali fiancheggiatori di altri terroristi,
allora anche formali nemici bellici, come in quel momento accadeva
con l’Iraq per l’Italia. E, ancora, come sia stato possibile che all’ara-
bo in questione (ovvero a un noto terrorista già arrestato per traspor-
to di esplosivo Semtex) sia stata concessa la sospensione condizio-
nale della pena, quando già si sapeva che sarebbe rimasto in galera
(e castigato con una pena esemplare: ben trent’anni di reclusione) per
atti di terrorismo.

Nel mio diario L’attentato, poi pubblicato nel gennaio del 1993,
con riferimento alle mie attività svolte a Palermo quale presidente del
Coordinamento antimafia del movimento La Rete, avevo annotato:
«Vengo contattato a Palermo da persone che mi parlano, confiden-
zialmente, di alcune cose delicatissime, di oggi. Non so che fare.
Devo verificare tante cose. Non so a chi rivolgermi. Come tanti anni
fa, non ho più punti di riferimento. E non sono più un giudice».9 Nel
1996, all’epoca della pubblicazione del mio successivo volume Il quar-
to livello, scrivo qualcosa in più:

Giovanni Falcone, nel 1991, prima di lasciare Palermo per i


suoi incarichi ministeriali a Roma, svolse indagini su un ultimo
processo riguardante rapporti tra mafiosi, società svizzere (in
particolare di Chiasso) e istituti bancari elvetici, nodi di smista-

9. Palermo, C., L’attentato, Publiprint, Trento 1993.

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mento di narcodollari. Il processo noto come Big John. Nel 1992
anche l’ultimo fascicolo passato per le mani di Giovanni Falcone
al ministero, per una rogatoria all’estero, era siglato Big John.
Dopo la morte di Falcone, un imputato di quel processo, legato al
ruolo centrale del riciclaggio del denaro sporco, fu in contatto dalla
Svizzera con il giudice Borsellino, poco prima che questi saltasse
in aria a Palermo: forse intendeva «parlare»... Poi non parlò più!10

Da allora trascorrono oltre quindici anni. Un giorno del 2012, sul


mio profilo Facebook (che frequento pochissimo) un ignoto interlo-
cutore chiede di parlarmi. Non rispondo. Passa molto tempo. Una
sera mi perviene un messaggio più esplicito: «[...] dopo la morte di
Falcone, un imputato di quel processo, legato al ruolo centrale del
riciclaggio del denaro sporco, [...] forse intendeva parlare [...]. Poi
non parlò più». Intuisco così chi sia il misterioso nuovo contatto. E
non mi sbaglio.
Incontro Giancarlo Formichi Moglia nel mio appartamento a
Roma, una specie di bunker tra vecchie mura romane in cui l’assen-
za di segnale mi protegge nella riservatezza tra i più antichi mobili,
quadri e cimeli storici di famiglia. Moglia mi confida che, a seguito
delle minacce che gli trasmise in carcere, in Australia, il suo difen-
sore, l’avvocato Musotto, non ha mai parlato in quel processo e
nemmeno ha mai raccontato ad altri di quei soldi che gli era stato
chiesto di riciclare dalla Svizzera. In uno sfogo, la mia nuova fonte
rievoca, tra innumerevoli particolari, quella storia nascosta che avreb-
be potuto modificare lo svolgimento dei fatti, se fosse emersa allora.
Ma non emerse, perché lui non parlò e soprattutto perché, su quelle
carte dell’ottobre 1991, non indagò mai nessuno.
«Innanzitutto vorrei sapere da lei», gli chiedo, «se suppone che
Giovanni Falcone, dal ministero di Grazia e giustizia, si occupò di-
rettamente di lei.»
«Quando arrestarono Lottusi», mi spiega Moglia, «mio fratello

10. Palermo, C., Il quarto livello, Editori Riuniti, Roma 1996.

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a Ginevra lesse i giornali e mi informò inviandomi via fax i vari
articoli in Australia. Gli risposi a mia volta con un fax che diceva
‘Io ho lavorato per il SISMI dieci anni e conoscono chi sono e non
capisco che cosa vogliano da me...’ Poi sono stato arrestato in Au-
stralia. Immagino che quel fax (sequestrato) arrivò di certo alla
Procura di Palermo e quindi a chi in passato aveva indagato su quel
processo, ovvero a Falcone, che era l’unico a conoscere il caso Big
John... Certo non posso sapere chi abbia portato il fax a Falcone al
ministero.»
«Ma dove portano le sue conoscenze più importanti?»
«Al vertice, negli Stati Uniti. A chi non è mai stato toccato. A Jay
Miller, il giudice della Borsa di New York. Lui era preposto al con-
trollo della legalità e trasparenza delle operazioni alla Borsa di Wall
Street. A lui pervenivano i soldi mandati da me dalla Svizzera, pro-
venienti dall’Italia. E non solo dalla mafia, anche dalle tangenti su
cui poi indagarono i giudici di Tangentopoli, anche su Pacini Battaglia,
sulla Karfinco Bank, la cosiddetta (da Di Pietro) ‘Banca di Dio’. Lui,
Miller, sulla valuta che gli trasmettevo eseguiva operazioni di cambio
attraverso società tramite le quali perveniva al pagamento, diretta-
mente nelle rispettive valute, ai colombiani e venezuelani, ai quattro
cartelli della cocaina [...]. Il suo nome non è uscito da nessuna parte
perché [...] non poteva uscire: era protetto negli Stati Uniti e anche
in Svizzera... In effetti uscì sul Memorandum che le ho consegnato e
che è citato nei miei procedimenti di estradizione, ma [...] non venne
perseguito né lui né gli altri della società che lì compare. [...] A me,
dal mio difensore, l’avvocato Francesco Musotto, fu detto di non
parlare altrimenti sarei stato ammazzato. E di rimanere in Australia.»
«Quali banche sono implicate in questo giro?» gli chiedo.
«La Trade & Development Bank. La capitale mondiale del siste-
ma bancario sefardita. Edmond Safra, la famiglia Dana, Victor e
Terry, la Republic National Bank, il Credit d’Alsace et Lorraine del
Lussemburgo, direttore mister Vogt.»
«Per caso, anche la Banca del Gottardo?»
«Sì, ma non lo sa nessuno. Non è mai uscita questa banca. Lo ha
capito solo lei... Il responsabile era tale Berresti, per operazioni su-
periori a duecentocinquantamila dollari in contanti. La Banca del

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Gottardo presentava il vantaggio, rispetto alle banche elvetiche, di
avere una sua sede alle Bahamas. Avveniva un immediato trasferi-
mento di fondi. A Chiasso c’era la sede italiana. Famosa all’epoca di
Gelli e Calvi, a sua volta era collegata all’Istituto San Paolo, e cioè
al Vaticano, allo IOR, con il San Paolo a Roma. Negli Stati Uniti il
San Paolo aveva la sua filiale estera che si chiamava First Los Ange-
les Bank. I soldi che mandavo lì erano, come per gli altri, in favore
del conto ‘Alcantara’ di New York, controllato da Jay Miller. Anche
per Marcinkus abbiamo Vaticano, IOR, San Paolo. Dal Vaticano
continuiamo la rete con il San Paolo, la sede a Roma e la sede a Los
Angeles che si chiamava, come ho detto, First Los Angeles Bank,
oggi chiusa. Tutti i soldi che arrivavano a New York e quelli che ho
ricevuto a Los Angeles passavano dalla First Los Angeles Bank e
finivano a New York sul conto Alcantara [...]. A New York io avevo
anche un altro ufficio dove parte di quei soldi venivano depositati
presso il capo della sicurezza della Borsa di New York, che li faceva
cambiare ai colombiani di San Antonio del Táchira, che li acquista-
vano e li cambiavano in pesos. Un intreccio pazzesco.»
Moglia mi sta offrendo informazioni e conferme preziose. Le mie
ipotesi si rafforzano, intravedo nuovi collegamenti.
Lo incalzo: «Mi parli ancora di questo Miller. Su quali banche
inviava il denaro con il riferimento Alcantara?»
«Tutti avevano il ‘riferimento Alcantara’, sulla First Los Angeles
Bank, sulla Chase Manhattan Bank, sulla Merrill Lynch. I soldi fini-
vano, attraverso questi canali, nello stocking exchange ovvero nella
Borsa dei cambi di New York attraverso il controllo del giudice su-
periore del nono circuito, questo Jay Miller. E da questi venivano
acquistati da società venezuelane, cambiati e ulteriormente rivendu-
ti in Colombia per avere i pesos. I soldi confluivano a New York con
cambi finanziari intricatissimi... Il triangolo era questo: la radice era
la Colombia. Qui c’erano i quattro cartelli: Cúcuta, Bucaramanga,
Medellín e Cali. All’interno della Borsa di New York ci sono dei
personaggi che curano queste operazioni. Io ho conosciuto personal-
mente Jay Miller, perché era amico di Victor Dana ed entrambi erano
direttamente conosciuti dall’allora mia moglie, Clarissa Meditash,
che era agente del Mossad. Una volta ho assistito personalmente alla

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consegna a Miller di un milione di dollari nel suo ufficio a quell’in-
dirizzo: portatigli, in mia presenza, dai colombiani in scatole di
cartone e da lui ricevuti in prima persona. Miliardi di operazioni si-
mili confluiscono nel trading del denaro di alta potenzialità nella
Borsa di Wall Street. Nessuno se ne accorge perché appare tutto re-
golare. Al governo, poi, all’interno, qualcuno invece lo sa: un gioco
di scatole cinesi.»
«Il canale che porta all’Italia?»
«Questo triangolo parte così: mi dicono ‘guarda che ci sono dei
soldi in Italia’. Io telefono a Lottusi il quale dice chi li porta. Lo
fanno nei camion della frutta, in contanti, a Milano, in piazza Santa
Maria Beltrade. Da qui vanno a finire in pacchi postali alla TDB. Il
direttore della banca mi dice che li trattiene ventiquattr’ore per farci
quello che vuole. Lui lo sa che vengono dalla droga. Dopo di che me
li mandano a New York, riferimento ‘Alcantara’. A Los Angeles ri-
cevono i soldi e vanno a finire a New York, riferimento ‘Alcantara’.
A New York c’è l’avvocato Jay Miller, nono circuito della Corte
superiore.»
«Come si passa dagli operatori della banca a Safra?»
«Ma la banca era dei Safra!»
«Lei quando ha iniziato?»
«Nel 1986, quando è stato aperto il conto. Attraverso mia moglie
Clarissa, che era amica di Safra, di Victor Dana e di Miller negli USA.
Il suo ex marito aveva da anni conti correnti alla Trade Development
Bank. Lei venne indagata ma poi prosciolta.»
«Lei era già a conoscenza del rapporto con Safra?»
«Mio fratello aveva sposato Lucia Rechulski, figlia del miliarda-
rio ebreo russo che viveva a Ginevra. Safra in Brasile operava con la
sua banca, la Safra Bank. Rechulski a San Paolo aveva costituito la
prima compagnia aerea Panair. Ed era socio della compagnia aerea
nazionale colombiana Avianca. Julio Mario Santo Domingo, l’uomo
più ricco della Colombia, è il marito della sorella della moglie, Lucia
Rechulski, di mio fratello Adriano. Erano tutti azionisti dell’Avianca.
Tutti quanti erano ebrei. Io so questo. Anche io sono ebreo.»
«A lei è stata tappata la bocca?» chiedo ancora in conclusione del
nostro incontro.

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«Mi ha detto il mio avvocato Musotto: non dire una parola altri-
menti ti ammazza la mafia italiana o quella colombiana; la difesa
dobbiamo inventarcela... Lui mi ha venduto.»
Francesco Musotto, avvocato, ex presidente della Provincia di
Palermo, il fratello Cesare e altre tre persone verranno rinviati a giu-
dizio per associazione mafiosa – Musotto per collaborazione «ester-
na» –, perché avrebbero favorito la latitanza del boss Leoluca Baga-
rella, cognato di Totò Riina, dopo le varie accuse di partecipazione
alle stragi e altri fatti di associazione mafiosa. Francesco Musotto
verrà poi assolto e cesserà di svolgere l’attività professionale di av-
vocato.

I fatti raccontatimi da Giancarlo Formichi Moglia non sono mai


emersi, da allora a oggi.
In quel marzo del 1992, quando Giancarlo Formichi Moglia viene
prima arrestato e poi scarcerato, Elio Ciolini, vecchio piduista e de-
pistatore in nostri vecchi processi (come quello sulla strage di Bolo-
gna), dal carcere in cui è detenuto, fornisce strane e precise «premo-
nizioni» sulla strategia stragista all’allora giudice istruttore del
Tribunale di Bologna, Leonardo Grassi: «Una nuova strategia della
tensione in Italia – periodo: marzo-luglio 1992 –, del tipo di quella
posta in essere quindici anni prima».
A che cosa intendeva riferirsi Ciolini citando, da piduista e mas-
sone qual era, la strategia della tensione di quindici anni prima?
Alludeva forse ai commerci di armi e petrolio avvenuti appena
prima del sequestro di Aldo Moro, alle accuse rivoltegli dagli
americani per le questioni dello scandalo Lockheed, ma anche per
i suoi rapporti di favore con Gheddafi? E poi anche alla sua ucci-
sione?
Ciolini si rivolge al giudice Grassi il 4 marzo. Pochi giorni dopo,
il 12, avviene l’omicidio del politico Salvo Lima, a Mondello.
I collaboratori di giustizia Francesco Onorato e Giovanbattista
Ferrante confesseranno il delitto e verranno condannati a tredici
anni come esecutori materiali dell’agguato. Gli altri a pene mag-
giori. Ma questa conclusione lascia anche qualche perplessità. I

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testimoni sembrano non aver notato la presenza di Onorato, un
omone la cui stazza non sarebbe dovuta passare inosservata. Come
mai?

Frattanto – come si viene a conoscere dalle dichiarazioni di


Peter Secchia – proseguono le minacce arabe contro l’Italia, anche
perché ormai questa è in procinto di consegnare Al-Jawary agli
Stati Uniti. E anche fuori dall’Italia gli altri Paesi mostrano di te-
mere ritorsioni e atti terroristici. L’agente Finnegan (quello che nel
processo giura con l’affidavit) in una sua recente intervista raccon-
terà come «nessun altro Paese alleato accettò di consentire al nostro
aereo di atterrare per fare un carico di carburante, che dovette av-
venire in volo».11 Per quali aerei, mi domando, è possibile il rifor-
nimento in volo, a parte quelli presidenziali e, forse, quelli dei di-
rettori dei servizi segreti?

Il 23 maggio, poco dopo le 18.00, la notizia dell’attentato mi


raggiunge mentre mi trovo all’aeroporto di Roma, in attesa di ripar-
tire per Trento. Viene fatto il nome di Giovanni Falcone. Poi arriva
qualche smentita. Infine le ultime notizie e una stretta nel cuore.
Come sono prevedibili gli eventi! È possibile che lo sentiamo solo
noi? È possibile che chi è preposto alla nostra protezione non lo
preveda? Non faccia alcunché? Non avvisi gli interessati del perico-
lo che corrono?
Si avvicina un giornalista della televisione di Palermo. «Facciamo
un’intervista?» mi chiede. «No», rispondo. Vado all’accettazione per
cambiare l’aereo. Il posto c’è. Apprendo altri particolari: è una stra-
ge. Non me la sento di andare, di vedere altri corpi dilaniati. Troppe
immagini sono dentro di me. Torno a Trento.

11. Cfr. «Trail of a Terrorist», Point Park University, https://www.pointpark.


edu/About/AdminDepts/MarketingandCommunications/ThePoint/media/News/
ThePoint/ThePOINT_Spring_09.pdf

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Oggi mi chiedo se, dopo la strage di Capaci, i nostri investigatori
siano stati informati delle rappresaglie arabe raccontate da Secchia.
E come mai vennero ignorate e non esaminate dalla magistratura. Il
giorno dei funerali «si tiene a Roma», è Secchia a raccontarlo in
un’intervista dell’epoca, «nell’ufficio dell’allora ministro di Grazia
e giustizia Claudio Martelli, un vertice tra l’FBI e i responsabili del-
le forze dell’ordine italiane. Il vertice servì a mettere a punto quei
problemi di coordinamento tra le varie forze di polizia italiana e l’FBI
che erano venuti fuori subito dopo la strage di Capaci».12 Esistono
verbali e resoconti di queste azioni congiunte o separate dell’FBI
svolte in Italia?
Personalmente sono convinto che Giovanni Falcone non sia stato
mai informato del Lodo Moro né tantomeno degli «inconvenienti»
che in passato hanno di fatto subito coloro che ne invocarono l’ap-
plicazione. Non credo nemmeno che possa avere saputo di preciso
che cosa ci fosse in New York, 505 Park Avenue. Altri, però, negli
Stati Uniti (e forse anche in Italia) certo ebbero l’opportunità di co-
noscere di che cosa si trattasse, dati i nomi che risultano in un atto
processuale ufficiale destinato all’Italia.
E la scorta di Giovanni Falcone venne informata delle ripetute
minacce arabe contro l’estradizione da lui curata? Anche in questo
caso credo di no. Me lo ha indirettamente confermato recentemente
l’agente sopravvissuto Giuseppe Costanza, che avrebbe dovuto gui-
dare l’auto al posto di Falcone. Eppure, per esempio a Pizzolungo,
gli agenti della mia scorta evitarono danni maggiori proprio perché,
essendo al corrente delle minacce, indossavano sempre giubbotti e
casco dalla testa a tutto l’addome, anche il giorno dell’attentato.
Ho chiesto a Giuseppe Costanza anche quale fosse lo stato d’ani-
mo del giudice Falcone nell’ultimo suo viaggio dall’aeroporto di
Palermo, se apparisse preoccupato o allarmato da minacce di atten-
tati, se lui stesso e gli altri della scorta fossero stati allertati in qualche
modo particolare. Lo ha escluso.

12. «Falcone: Secchia racconta il vertice al ministero», archivio ADN Agenzia,


22 maggio 1993.

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* * *

E quali prove, comunque, esistono sulla reale provenienza «araba»


di quelle minacce? E sulla loro consistenza? Furono messe per scrit-
to? Furono verbali? A chi pervennero? Quali indagini vennero svol-
te, e da chi? Anche alla luce del fatto che nel successivo attentato in
via D’Amelio venne usato il Semtex, ovvero lo stesso esplosivo
usato dai palestinesi e che risultava essere stato trasportato in passa-
to proprio dall’arabo, Al-Jawary, estradato da Giovanni Falcone?
L’estradizione avvenne così, racconta Peter Secchia: «Quando la
maggior parte delle organizzazioni terroristiche era stata neutralizza-
ta e Saddam Hussein, che ne aveva finanziate diverse, era in ginocchio,
arrivò per gli italiani il momento giusto per fare una mossa e l’hanno
fatta». Quali organizzazioni terroristiche erano state neutralizzate?
Ciò che restava dei palestinesi uccisi nella notte tra il 14 e il 15 gen-
naio 1991? Ovvero, dell’OLP? Oppure Hamas, che era viva e vegeta
e della quale faceva parte – come si saprà solo in seguito per sua
espressa confessione – proprio Al-Jawary?
Come anche un secondo importante arabo che venne, anche que-
sto, arrestato in Italia, nel dicembre del 1991, precisamente a Roma,
di nome Hussein Hassan Khalid Thamer Birawi, allora militante del
Consiglio rivoluzionario di Abu Nidal... Questi, però, venne liberato
subito, dopo una settimana, anche se, da pubbliche notizie di stampa,
parrebbe fosse stato già accusato dell’attentato del 1982 alla sinago-
ga di Roma; come anche di avere introdotto nel febbraio del 1985 in
Germania altro esplosivo Semtex; anche se era stato già estradato e
detenuto in Italia nel 1987 per altri fatti terroristici. Quest’ulteriore
arabo viene arrestato il 21 dicembre 1991 a Roma mentre sono noti
– si apprende da notizie ANSA e da quotidiani italiani – suoi contat-
ti a Parigi con le nuove Brigate rosse e il solito Abu Nidal. Rimase
imputato nel procedimento Moro quater, insieme ai nuovi brigatisti
degli anni Novanta, fino ai primi anni Duemila. Ma, in quel momen-
to, alla fine del 1991, venne scarcerato dalla magistratura di Roma
pochi giorni dopo l’arresto.

* * *

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Con la morte di Giovanni Falcone salta comunque l’accordo che
questi aveva concluso con Bush per trasferire in Italia Silvia Baraldini.
Non è allora ipotizzabile che, dall’ottobre del 1991 (ovvero dall’epo­ca
del Memorandum) e, ancor di più, dal 18 febbraio 1992 (quando era
stata richiesta l’estradizione di Giancarlo Formichi Moglia, respinta
dall’Australia il seguente 20 marzo), nelle mire del nostro Paese
possa essere entrato in gioco un altro possibile scambio di Al-Jawary:
ovvero, questa volta, con l’indagato Giancarlo Formichi Moglia,
personaggio che forse poteva apparire anche più utile alle inchieste
italiane allora in corso nonché a conoscenza di affari dei nostri servizi
segreti, con cui aveva lavorato per dieci anni. Naturalmente questo
eventuale scambio sarebbe potuto avvenire solo nell’ipotesi che lui
fosse stato arrestato dagli Stati Uniti. Ma precisamente questo si
verificherà poco dopo e non in modo del tutto lineare. Nell’ottobre
del 1992 Giancarlo Formichi Moglia partirà da Sydney e arriverà ad
Auckland, in Nuova Zelanda (membro fedele del vecchio Impero
britannico), con l’intenzione di raggiungere poi le isole Figi dove lo
attende la sua imbarcazione. Giunto ad Auckand, la polizia in borghese
di quel Paese (da chi richiesta e sollecitata?) dopo averlo fermato, lo
carica di peso sul primo aereo di lì in partenza, che non è per le isole
Figi (come lui sperava), bensì per Honolulu (capitale delle Hawaii,
cinquantesimo componente degli Stati Uniti d’America). E lì verrà
subito arrestato... e rimarrà a disposizione dell’Italia. E il relativo
seguito di questo procedimento (di estradizione dagli Stati Uniti, al
pari di quello avvenuto in Italia contro Al-Jawary) non avverrà con
un metodo proprio «corretto», bensì con altri metodi più spicci, più
all’americana che all’italiana.

Il 4 maggio 2017 ho richiesto al presidente pro tempore del Con-


siglio dei ministri (e agli altri ministri competenti), copia dei seguen-
ti atti:

1. quelli già esaminati e visionati nel vecchio fascicolo dei giorna-


listi Toni-De Palo, rif. Bustany – Abu Ayad e Abu al-Hol, uccisi
il 14 gennaio 1991 a Tunisi, e cioè quelli relativi al Lodo Moro;

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2. tutti quelli relativi all’estradizione di Al-Jawary;
3. quelli contenenti le minacce di provenienza araba riferite dall’am-
basciatore Secchia;
4. quelli del ministero di Grazia e giustizia e del ministero degli
Esteri relativi al trasferimento in Italia di Silvia Baraldini, negli
anni 1991-1992;
5. quelli relativi alla richiesta di estradizione di Abu Abbas nel 1985
(forse riguardante anche – come asserito da Peter Secchia – Abu
Nidal) e un’attestazione dell’eventuale visione di tale fascicolo da
parte di Giovanni Falcone.

A queste domande mi ha risposto solo il ministero degli Esteri,


negando l’esistenza della lettera scritta dal senatore Manisco al giu-
dice americano di Al-Jawary, dichiarata in un esame testimoniale,
sotto la responsabilità derivante da eventuali dichiarazioni di falso,
dai due magistrati Rose e Bersella, che avevano sotto i propri occhi il
fascicolo processuale relativo all’estradizione dall’Italia di Al-Jawary.
Per tutto il resto, ancora attendo risposte da parte delle nostre
massime autorità, che nel frattempo sono anche mutate.
La verità, secondo il parere di tutte le autorità preposte all’esame
di tale domanda, può attendere.

Il Golpe, fase 4. 19 luglio 1992: via D’Amelio e la chiave occulta


(Ip. 40)

È il 23 luglio 1992. Mi trovo nella stanza di un hotel, a Trento.


Squilla il mio telefonino. «Sono Antonella.» «Ciao», le rispondo. È
una giornalista. L’avevo conosciuta a Catania, qualche mese prima,
in occasione di un dibattito con Claudio Fava. Minutina, biondissima,
occhi celesti, brillanti e vivi, come i suoi ventidue anni. Lavorava a
Milano presso un’emittente privata.
Con voce tremante questa volta mi dice: «Avevi qualche idea per
quello che è accaduto...?»
«Perché... che cos’è accaduto?» rispondo allarmato. Non so nien-
te. Ma ogni notizia mi fa sobbalzare.

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Riprende: «Scusami... Non volevo essere io a dirtelo... non voglio
essere io».
«Che cos’è successo?» le urlo.
«Borsellino... a Palermo... anche lui... un’altra strage...»
«No... non è... non è...» Mi viene meno la voce.
«Scusami... scusami... Carlo.» Non parlo più. Antonella mette giù.
Piango. Lo stomaco mi si contrae. Mi ritorna alla mente il suo sguardo
degli ultimi giorni, nelle poche immagini trasmesse dalla televisione:
occhi di morte. Mi ritorna alla mente il suo sguardo rattristato quando,
il giorno dell’attentato a Trapani, era venuto a trovarmi in ospedale
insieme con il collega Di Lello. «Carlo...» «Paolo...» E i nostri occhi
erano lucidi, senza il coraggio di dirci una parola. E insieme piange-
vamo stringendoci l’un l’altro le mani... Chissà con quali occhi, solo
cinquantasette giorni prima, aveva visto morirgli tra le braccia Giovanni!
E ripenso anche a Giovanni e alle indagini sulla droga dal Libano,
dalla Siria, dai palestinesi... di lì provenienti, e anche ai primi depi-
staggi nella mia inchiesta, a quelli provenienti da Arnaldo La Barbe-
ra sin dal 1980, alla sua «incombenza» dietro l’attentato dell’Addau-
ra, alla sua presenza dietro i depistaggi nel processo di via D’Amelio
(su Scarantino), alla sua presenza dietro l’interrogatorio di Rose,
alla sua attività svolta per il SISDE. No, non è stato, penso, un solo
casuale depistaggio quello sull’uccisione di Paolo Borsellino. Era in
gioco ben altro che lui proteggeva dal passato.

Quanti anni sono passati da quando ci eravamo conosciuti. Era-


vamo giovani!
Falcone aveva scoperto le raffinerie di Trabia e Carini; io, i forni-
tori della morfina. Lui si trovava a Trento a interrogare i miei impu-
tati il giorno in cui si sfasciò la mia famiglia. Io almeno dieci volte
scesi a Palermo per interrogare miei e suoi imputati. Ogni volta era
un turbinio di parole, di storie, di nomi.
In uno dei nostri ultimi incontri, nel 1991, in occasione di un
convegno svolto presso il Consiglio regionale del Lazio, mi suggerì
di cercare i collegamenti tra le banche emerse nell’inchiesta di Tren-
to e la Banca di Girgenti di Agrigento. «Cerca lì», mi disse.

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Sarà Paolo Borsellino a indagare sulle attività illecite svolte in
quei luoghi, poco prima di essere ammazzato. Lo apprendo più in
particolare quando, nel dicembre del 2016, incontro suo fratello
Salvatore e leggo la copia cartacea dell’unica agenda rinvenuta (non
quella «rossa», più nota). Nelle descrizioni che gli mostro dei luoghi
del primo attentato dell’Addaura lui riconosce la villetta usata da
Giovanni Falcone nel 1989. E anche la strada indicata per il «chimi-
co» a Palermo l’11 aprile 1991. Riconosce i luoghi, incredibilmente
vicini a via D’Amelio e non distanti dall’abitazione di Falcone.
Tutto fa pensare che l’uccisione di entrambi fosse stata già decisa
insieme, anche perché colgo un particolare punto di contatto tra le
attività svolte da loro in quelle attività investigative da Borsellino
all’inizio di luglio tra Agrigento e la Germania. In quel momento lui,
infatti, si sposta a Mannheim per alcuni accertamenti che riguardano
l’uccisione di Rosario Livatino e anche dell’ufficiale dei carabinieri
Giuliano Guazzelli (assassinato anche lui in quel contesto, il 4 aprile
1992). Dal 7 al 10 luglio 1992 nella città tedesca lo accompagnano
il tenente Carmelo Canale e il sostituto procuratore Teresa Principa-
to, per interrogare Gioacchino Schembri, un mafioso di Agrigento,
catturato in Germania e sospettato di essere uno dei killer di Rosario
Livatino (Ip. 41).
Lì però Borsellino si imbatte in un rilevante depistaggio: viene
sviato nei confronti degli assassini del maresciallo Giuliano Guazzelli.
Schembri gli racconta falsità che condurranno a condanne errate,
mentre copriranno «altro». Che cosa? Un killer, un suo mandante
del tutto speciale, Calogero Todaro, destinato da Riina a svolgere una
sua attività poco nota, forse perché... non riguarda cose di Sicilia o
d’Italia, ma cose estere, che paiono essere attuate in favore della CIA,
di Stay-behind, di Gladio. Calogero Todaro, e altri agrigentini tra cui
Domenico (Mimmo) Castellino, risulteranno infatti collegati ai traffici
di armi e all’omicidio del politico socialista belga André Cools, che era
stato ucciso a Liegi il 18 luglio 1991 dopo aver minacciato rivelazioni
sulla NATO riguardo a forniture militari a Saddam e su quei signori
della guerra che avevano diretto l’invasione dell’Iraq inaugurata il
14 gennaio 1991 con l’uccisione a Tunisi dei capi dell’OLP (Abu
Ayad e Abu al-Hol) e con l’arresto a Roma, il seguente 16 gennaio, di

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quell’arabo alias Al-Iraqi, su cui si trovò costretto a operare Falcone
appena chiamato al ministero. Come è possibile pensare, mi domando,
che nemmeno a Borsellino, legato a lui da amicizia fin da giovani e
sino alla morte, Falcone avesse rivelato la propria attività sull’arabo,
gli sviluppi delle indagini sulla Big John, i suoi sospetti sulle «menti
raffinatissime»? Non riesco a crederci.
Lo stesso Peter Secchia, quando parla dell’occasione «colta»
dall’Italia per l’estradizione di Al-Jawary, fa esplicito riferimento a
un «momento opportuno» scelto dall’Italia per effettuarla, perché, in
quel periodo, ovvero nell’aprile del 1992, «la maggior parte delle
organizzazioni terroristiche era stata neutralizzata [il corsivo è mio,
N.d.A.] e Saddam Hussein, che ne aveva finanziate diverse, era in
ginocchio». Attraverso questa dichiarazione Secchia conferma perciò
l’esistenza di un collegamento preciso tra l’estradizione di quell’ara-
bo (curata da Falcone), le forniture di armi all’Iraq e gli accertamen-
ti (oscurati e depistanti) allora svolti da Borsellino a Mannheim,
dove avrebbe dovuto recarsi il giorno dopo il suo assassinio. A Tu-
nisi, invece, era presente (e probabilmente esiste ancora) quella
«chiave occulta» di rapporti tra il mondo arabo, Cosa nostra, la Gran
Bretagna, gli Stati Uniti e persino nostri noti politici. Lì, allora, in
ogni caso risultarono assoldati i killer (per l’appunto «tunisini») che
uccisero André Cools (negli articoli di cronaca internazionale ven-
nero ventilate implicazioni di Gladio, della CIA e del Mossad), che
aveva annunciato di essere entrato in possesso delle prove sulla cor-
ruzione belga, canadese e americana nel settore degli armamenti,
all’interno dell’industria delle armi inglesi e dell’amministrazione
Bush.
Ancora oggi tali vicende non solo non sono state chiarite, ma
anzi si sono arricchite di ulteriori omicidi e di suicidi eccellenti a
esse collegati. Dei nove imputati che si presenteranno al processo
Cools nel gennaio del 2004, due verranno assolti e sei condannati a
vent’anni di carcere. Tra questi figurano il suo ex assistente, Richard
Taxquet, l’autista Pino Di Mauro, Cosimo Solazzo, Domenico Ca-
stellino: tutti personaggi di Agrigento, con collegamenti – si raccon-
ta – con la mafia italiana, con centri bancari, con la pedofilia inter-
nazionale, con i Cavalieri di Malta e con l’Opus Dei.

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Definisco questo caso e questa «chiave occulta» un vero e proprio
persistente «buco nero d’Europa», ancora avvolto nelle nebbie e non
solo in quelle dello stragismo dell’Italia, ma anche di quello della
nuova Europa. È in questa «chiave occulta» che colloco i patti segre-
ti (con gli arabi, ma anche con gli israeliani) come anche i collega-
menti massonici (anche quelli con la Chiesa, anzi, in particolare,
della massoneria nella Chiesa, da Marcinkus alle varie «scatole»
attraverso cui essa operò all’estero dal remoto passato).

Questi collegamenti richiamano direttamente l’altra importante


attività che lo stesso Borsellino svolge nel medesimo periodo: i suoi
colloqui con il collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, che gli
parla di Paul Marcinkus, presidente della banca vaticana IOR fino al
1989, ovvero quell’importante personaggio del Vaticano che non
solo è collegato ai vecchi fatti di Sicilia dall’epoca di Sindona, Calvi,
Gelli, ma che risulta ancora connesso ai personaggi svizzeri e statu-
nitensi del caso Big John, come ho spiegato. Senza che anche i giu-
dici di Milano riescano mai a ottenere dal Vaticano proficue coope-
razioni nelle indagini, tantomeno dagli Stati Uniti.
Da queste catene di rapporti internazionali risulta in sostanza
confermata l’importanza dei flussi finanziari provenienti dalla Sicilia,
convergenti verso l’alto (ovvero la loro utilizzazione all’estero) e cioè
nella direzione di quel Vito Ciancimino che risulterà essere stato, in
passato, al vertice dei flussi finanziari della Sicilia e dei tesori esteri
di Cosa nostra.

Da quel luglio del 1992 proprio «don Vito» – a questo punto va


accennato, ma sottolineandolo – risulterà implicato nelle cosiddette
trattative Stato-mafia (di cui di certo venne a conoscenza lo stesso
Borsellino). Tali trattative, però, nella lettura da me ipotizzata (intri-
sa di presenze occulte ed estere), non contenevano forse solo le note
richieste di benefici vari per i detenuti. Quei contatti, infatti, rappre-
sentavano di per sé pesanti minacce di rivelazioni riguardo a quella
superiore entità o regia esterna che, in quel momento, appariva sul

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punto di essere scoperchiata. Poi le intimidazioni inflitte con la stra-
ge di via D’Amelio, gli altri mirati ammazzamenti e le stragi d’Italia
del 1993, quasi magicamente, produssero la tacitazione della Prima
Repubblica. In particolare oscurando del tutto l’altra componente
– occulta e diretta da massoneria e oligarchie – che pure si era mani-
festata in Europa addirittura prima del crollo del Muro di Berlino,
con la realizzazione del nuovo museo del Louvre e con i suoi incom-
benti sottostanti rapporti e richiami ad antiche simbologie di potere.
Questo mi appare forse il più rilevante punto ancora non sufficien-
temente approfondito nella complessiva lettura degli eventi «mafiosi»
avvenuti in Sicilia nel 1992 e di quelli stragisti avvenuti nell’Italia
del 1993: il fatto che accanto alle stragi di Capaci e via D’Amelio – o
meglio nel cono d’ombra dei loro riflettori – avviene anche qual-
cos’altro di assai rilevante per il nostro Paese: l’approdo dello yacht
Britannia sulle sue coste. E, con tale sbarco – come vedremo nel
prossimo capitolo – non scende in campo solo la regina Elisabetta II,
che viaggia a bordo dell’imbarcazione reale, ma anche quei sovrani
poteri segreti della massoneria (a iniziare da quella inglese) a cui non
di rado ci siamo trovati sottoposti.

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12
La piramide rovesciata, la rete
bancaria e l’approdo del Britannia
(Indagine 2016-2017)

I Rosa-Croce e la P2 (Ip. 42)

Menti raffinatissime, apparati segreti, Stay-behind, Gladio, Centro


Scorpione, operazioni di guerra contro popolazioni arabe e formazioni
terroristiche, ma anche contro la nuova Europa e l’Italia, rappresaglie
come negli anni Settanta, messaggi criptici espressi da massime auto-
rità non solo del nostro Paese, operazioni coperte, stragi, sabotaggi,
nomi in codice, imperatori romani, messaggi occulti! Non siamo
forse in presenza di manifestazioni massoniche «diverse» rispetto alla
consueta (ma nemmeno del tutto nota) loggia P2 scoperta nel 1981?
Questo dubbio mi sorge in seguito alla constatazione che le ultime
manifestazioni stragiste si trovavano preannunciate nelle «XI Tavole»
del 1984, alla fine delle quali veniva indicata l’esistenza già allora di
un pericoloso nuovo «réseau narcoterroristico» (Ip. 24).
Quel documento, come ho subito compreso, è stato scritto da
Stefano Giovannone, un ex appartenente ai nostri servizi segreti, ma
anche e forse soprattutto un reale «massone». Viene definito «Mae-
stro» dal suo stesso superiore, l’ammiraglio Fulvio Martini,1 il quale
non risultava piduista ma era stato a capo del nostro servizio di dife-
sa militare dal 1984 sino al febbraio del 1991. È proprio questi che

1. In un suo libro, Nome in codice: Ulisse. Trent’anni di storia italiana nelle


memorie di un protagonista dei servizi segreti, Rizzoli, Milano 1999.

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rivela, dopo la cessazione della propria carriera (che lui giudica
«ingrata»), il proprio nome in codice di allora, «Ulisse», come anche
quello di colui che asserisce essere stato il suo principale collabora-
tore, ossia proprio Stefano Giovannone: «il Maestro», il massone.
Trovo questi due nomi in codice leggendo gli atti del 1980 – ri-
masti segreti per trent’anni –, che ho la possibilità di esaminare
sperando nella riapertura del processo Toni-De Palo. Li esamino una
prima volta, dopo l’incontro del settembre 2015 con la loro famiglia.
Constato che durante quella operazione (ovvero nel periodo succes-
sivo alla sparizione dei due giornalisti a Beirut), nei messaggi solo
ora leggibili, compaiono sia Giovannone (di cui era già nota la par-
tecipazione alla vicenda, dato che era stato proprio lui a eccepire il
segreto di Stato sulla vicenda dei «rapporti tra l’Italia e l’OLP»), con
il nome «Maestro», sia, con il nome in codice «Ulisse», Fulvio Mar-
tini, da molti indicato come il reale capo di Gladio.
E quest’ultima «presenza» nel caso Toni-De Palo non era assolu-
tamente nota. In quel periodo lui, peraltro, si sarebbe dovuto trovare
a bordo di navi della marina in tutt’altre operazioni. Risulta presente
in tale vicenda anche il prete palestinese Ibrahim Ayad (della chiesa
copta ortodossa di San Michele Arcangelo, che apparirà attivo nelle
aperture del papa ad Arafat), interprete e accompagnatore dei due
giornalisti in Libano. Dopo il sequestro, compaiono anche monsignor
Hilarion Capucci e il nunzio apostolico del papa, verosimilmente
per trattare in segreto il possibile «scambio» dei due giornalisti con
il palestinese Abu Saleh: di qui la presenza di quei documenti (sul
trattato segreto Lodo Moro), gelosamente custoditi e protetti negli
atti del processo sui giornalisti. Tutti rapporti e vicende finiti con
l’uccisione dei sequestrati di turno.
A questo punto – ovvero nel 2016, nel momento in cui mi dedico
alla ricostruzione degli anni Novanta –, mi rendo conto che ormai
non ci troviamo più solo dinanzi ai problemi derivanti dal Lodo Mo-
ro. Emergono infatti attività «occulte» di più ampia portata, forse
anche antagoniste rispetto alla P2 (come fanno pensare anche le
profetiche anticipazioni di Elio Ciolini) condotte da autentici e auto-
revoli «massoni» appartenenti a raggruppamenti di logge (o super
logge), non solo italiane ma anche straniere (in particolare americane,

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NATO, ebraiche), come tali abituate a esprimersi attraverso chiavi
segrete difficili da interpretare.
In questa nuova ottica cerco quindi, da questo momento, di svi-
luppare le mie ulteriori ricerche ripartendo dalle informazioni conte-
nute nelle «XI Tavole» su due direttori generali di banche siciliane:
Ottavio Salamone, del Banco di Sicilia (BDS), e Giuseppe Trapani,
della Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele per le province siciliane.
In quell’atto del 1984 le due banche venivano infatti indicate al cen-
tro di una nascente rete narcoterroristica, ed entrambe, paradossal-
mente, a loro volta, risultano destinate a «saltare» (quasi a essere
«mangiate») proprio negli stessi anni Novanta.

Ricostruiamo alcune date. Ottavio Salamone, direttore generale


del BDS, firma nel 1990 la lettera di dimissioni irrevocabili dopo una
presenza nell’istituto bancario che durava dal 1950. Il suo nome
(anticipato nelle «XI Tavole») comparirà nel 1993 in una piccola lista
di altri nomi assai qualificati: quella dei componenti del Comitato di
consulenza globale e di garanzia per le privatizzazioni. Ovvero figu-
rerà accanto a Carlo Azeglio Ciampi (di formazione gesuita, presi-
dente del Consiglio dei ministri dal 28 aprile 1993 al 10 maggio 1994
ma già dal 1979 governatore della Banca d’Italia e presidente dell’Uf-
ficio italiano dei cambi dopo il crack Sindona), Giuliano Amato
(militante storico del PSI, allora presidente del Consiglio), Mario
Draghi (di formazione gesuita, studi al Massachusetts Institute of
Technology, direttore esecutivo della Banca mondiale e governatore
della Banca d’Italia, presidente del Comitato di consulenza globale
e di garanzia per le privatizzazioni). Si tratta dunque di una catena di
rapporti bancari che parte dalla Sicilia degli anni Cinquanta e risulta
poi oggettivamente collegata all’epoca delle stragi degli anni Novan-
ta e ai suoi successivi sviluppi (ovvero alle privatizzazioni dell’Italia
decise nel 1992 e attuate nel decennio successivo) e, insieme, all’ope­
rato delle massime istituzioni bancarie d’Italia, della nascente nuova
Europa e del nuovo mondo.
Sulla base delle anticipazioni «profetiche» che contengono, decido
di riprendere in mano le «XI Tavole» e di approfondirle, questa volta

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esaminandone per la prima volta in vita mia gli aspetti «massonici»,
per me nuovi, e con un bel salto indietro nel tempo mi avventuro nel
difficile tentativo di decifrarne contenuti, codici e misteri.

«Il potere di Licio Gelli non nasce con la P2», ricordava anche
recentemente la brava scrittrice Stefania Limiti2 riprendendo una
vecchia immagine che già aveva segnalato la Commissione d’inchie-
sta sulla loggia di Gelli: la P2 è una piramide. Tina Anselmi aveva
già scritto: «Al vertice sta il Venerabile che però è anche il vertice
inferiore di una sovrapposta ‘piramide rovesciata’ che contiene tutto
ciò che non è mai stato scoperto. Nessuno, però, ha voluto mai assu-
mersi la responsabilità politica di questa possibile ricerca. Lo stesso
Gelli ne offre una conferma: ‘Mi sembra un’immagine corretta. Io
ero il capo della loggia, ma avevo contatti a livello internazionale’»
(Ip. 43).3

Analizzo meglio le «XI Tavole» e constato che parlano di perso-


naggi iscritti alla P2 ma anche di numerosi altri non compresi nelle
liste ufficiali ritrovate dai nostri magistrati nel 1981. In tutto vi ven-
gono indicate duecentosessanta persone,4 tra italiane e straniere, di
cui molte sconosciute o comunque ignorate nelle indagini italiane e,
apparentemente, anche in quelle straniere.
Nella tavola 9 (dedicata alla P2) viene in particolare spiegato il
fatto che questa loggia, da molti anni, sarebbe caduta sotto il control-
lo di un’altra associazione segreta: «la società dei Rosa-Croce, con
sede a Chicago e Ginevra»; e che quindi sarebbe stata quest’altra
organizzazione segreta a rappresentare quel superiore «quinto livello»
che l’autore dello scritto qualifica con l’aggettivo «riunificante».
Nelle righe finali della tavola 11, infine, viene scritta l’ultima

2. Limiti, S., Doppio livello, Chiarelettere, Milano 2013.


3. Citato in Neri, S., Licio Gelli. Parola di Venerabile, Aliberti, Reggio Emilia
2006.
4. Vedi, in Appendice, Indice dei nomi citati nelle «XI Tavole».

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terribile profezia: che tra «gli ambienti mafiosi del nisseno e del
palermitano e con quel gruppo Salamone sopra citato [si] sta cercan-
do di creare nelle due principali banche dell’isola un réseau narco-
terroristico invero minaccioso».
E Giovannone (colui che ritengo autore di questo scritto) parla qui
proprio di quell’Ottavio Salamone del Banco di Sicilia che poi sarà
presente nel Comitato sulle privatizzazioni formato, dieci anni dopo,
nel 1993, con Ciampi, Amato e Draghi. Non solo. Addirittura sola-
mente nel marzo del 2018 risulta condannato (in via definitiva, dalla
Cassazione) un noto componente del suo collegio sindacale dell’altra
famosa banca di Sicilia di cui si parla nelle stesse «XI Tavole»: l’an-
tica Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele. Si tratta dell’avvocato
Gianni Lapis, in passato condannato per il tesoro all’estero di Vito
Ciancimino e ora – ripeto, solo ora, nel 2018 – condannato in via
definitiva per illeciti relativi all’antichissima Cassa di risparmio fon-
data dai Savoia.
Comunque, di fronte alle affermazioni presenti nelle «XI Tavole»,
mi chiedo subito se quelle raccontate nel 1984 dal «massone» Stefa-
no Giovannone siano da considerare solo ipotesi azzardate. Oppure
se esistesse realmente, già nel passato, quel réseau narcoterroristico
da lui denunciato, e che poi sembrerebbe – pur con naturali dubbi –
essere però stato attuato (come accertato giudizialmente) dalla sola
Cosa nostra.

Verifico intanto che nella storia «regolare» dei Rosa-Croce la


parola francese réseau parrebbe indicare qualcosa di espressamente
vietato: «La fraternité rosicrucienne est désintéressée et ne s’appuie
sur aucun réseau»: «La fraternità Rosa-Croce è disinteressata e non
si appoggia su alcun réseau», su alcuna rete, d’affari, che viene
espressamente vietata. Ci troviamo, cioè, dinnanzi ad attività ufficial-
mente disconosciute e anzi apertamente condannate.
Mi accorgo che tuttavia nelle «XI Tavole» il termine «P2» non
compare nella sua consueta rappresentazione grafica. La denomina-
zione si presenta sempre, per la precisione sette volte (anche questo
numero appare significativo) e quindi non casualmente, con una «P2»,

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ovvero una P elevata al quadrato. E quando inizio a pensarci su non
mi nascondo i dubbi (di formazione giuridica) sull’apprestarmi a
esami ipotetici di occulti significati di parole, nomi e simboli. Però
dopo numerose riflessioni pervengo a una domanda e a una risposta
quasi incredibili, ma che alla fine mi sembrano inconfutabili: quella
espressione «P2» non indica forse la dilatazione (che si apre verso
l’alto) rispetto a ciò che ne rappresenta la base? Se, cioè, immaginia-
mo la P2 come una tradizionale piramide che presenta il proprio
vertice in alto – così comunemente la rappresentano i massoni –, la
P2 non starà a indicare proprio quella piramide sovrapposta e rove-
sciata ipotizzata dalla Commissione P2 (e confermata dal «venerabi-
le» Gelli), che parrebbe non si sia mai voluta esaminare perché rac-
chiuderebbe qualcosa che si trova «su» e non debba essere scoperto?
Per di più questa rappresentazione, non casuale (perché, come detto,
ripetuta sette volte), non corrisponde a quell’opera architettonica che
poi verrà di fatto realizzata all’interno del nuovo museo del Louvre
a Parigi?
Alla fine – lo ammetto, con stupita ammirazione per questa mia
intuizione – mi convinco che la mia constatazione è esatta. Le
«XI Tavole» indicano, cioè, la piramide rovesciata, quella inversa,
quella in teoria sempre ricercata ma mai scoperta, sino a oggi. In
Appendice si può leggere l’intero documento delle «XI Tavole» (che,
penso a questo punto, forse non per caso rimase senza seguito e
senza commenti tra gli atti della Commissione P2), con l’indice dei
nomi dei personaggi che descrive. Posso assicurare che oggi, nel
2018, dopo averlo studiato per diversi anni, continua a presentarmi,
tra estreme difficoltà, notevoli sorprese.
È la prima «scoperta» massonica nella mia ricostruzione, storica,
tecnica, giuridica!

Dall’esoterismo a Portella delle Ginestre (Ip. 44)

Individuata la piramide rovesciata, mi appare chiaro, anche, che


Stefano Giovannone scrisse questi appunti dopo aver appreso – dalla
documentazione che io avevo trasmesso alla Commissione P2 (e di

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cui lui stesso parla nelle «XI Tavole» contestando anche le «confu-
sioni» espresse dalla sua presidente Tina Anselmi) – il contenuto dei
documenti che avevo sequestrato il 30 marzo 1983 al massone e pi-
duista Massimo Pugliese. Noto anche che, sempre in queste «XI
Tavole», l’autore, forse non a caso, mette al centro dello schema in-
troduttivo del proprio documento (vedi Tav. 1, in Appendice) il nome
di questo mio vivacissimo imputato (che appena arrestato si ribellò
apertamente manifestando la propria volontà di denunciarmi). Perché?
Perché tra quelle carte che gli avevo sequestrato il 30 marzo 1983 era
presente la famosa lettera (scritta appena un mese prima) del «Gran-
de Architetto dei Rosa+Croce», che lì si presenta come tale.

Riprendo immediatamente in mano la lettera sequestrata all’indi-


ziato Massimo Pugliese e intestata proprio ai Rosa-Croce, riportata
alle pp. 228-229. D’ora in avanti la chiamerò «Carta M.», «Carta
Maledetta». A Trento l’avevo definita così per i simboli massonici
– e non solo – che conteneva nonché per il suo evidente richiamo al
Signore delle Fiamme, ovvero al diavolo, comunemente conosciuto
sotto l’appellativo di Lucifero. L’avevo subito accantonata sentendo-
mi già sufficientemente bersagliato da dardi di svariata natura. Ora
però osservo meglio i suoi tre scudi e ne sintetizzo così il disegno:
una spada (anzi, anche più spade, pure incrociate); un teschio con tre
pentagoni al proprio interno (due al posto degli occhi, di cui uno con
vertice in alto e uno in basso, e il terzo, più piccolo, sotto la mascella);
tre o quattro serpenti (anche con la bocca spalancata); una vecchia
data di cui cercare il significato, il 12-8-1943; almeno due colombe
o comunque volatili; due piramidi sovrapposte a rombo; il nome pre-
sente nella sua intestazione, i Rosa-Croce; e tutti gli appellativi che si
autoattribuisce l’autore, i quali ricordano, apparentemente, molti di
quelli che vengono riconosciuti ai cosiddetti «Illuminati», un’antica
setta di cui però dovrebbero, in teoria, mancare documentazioni che
ne attestino la stessa esistenza, per la bravura dei suoi membri a non
farsi riconoscere.

* * *

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La prima scoperta che faccio esaminando questi simboli riguar-
da il rombo (diviso a metà) presente nel secondo scudo e che (come
verifico sulla base di un antico testo del 1785, intitolato I simboli
segreti dei Rosa + Croce),5 corrisponde al simbolo della famosa
«pietra filosofale» (della sapienza o Sacro Graal) ricercata dai
Rosa-Croce (e non solo da loro) (vedi pp. 230-231); assomiglia
anche, complessivamente, a una stella a quattro punte, una specie
di rosa dei venti, che cioè individua i punti cardinali nord, sud, est,
ovest espressamente nominati anche nel testo della «Carta M.».
Nella parte inferiore appare la lettera M (che, controllo, dovrebbe
stare per «Matrice», Madre); nella parte superiore spicca un volto
apparentemente radioso (forse di un illuminato o di qualche santo),
che comunque sembra diverso da quello impresso nell’intestazione,
verosimilmente raffigurante l’autore della lettera del 1983, il «Si-
gnore delle Fiamme», ovvero Lucifero.
Il nome formale presente nell’intestazione e nella firma della
lettera è Pietro Felice Ergos Vetrani, che poi si firma e qualifica «fra-
tello di Taddeo», ma anche «Accademico di Roma, Reggente capo
di tutte le Americhe» e molto altro ancora su cui per ora sorvolo.
Questo documento è tuttora presente negli atti da me custoditi
dell’inchiesta di Trento. Insieme alle carte sulla P2 lo mostrai e poi
trasmisi anche formalmente alla Commissione P2 (in particolare alla
sua segretaria Piera Amendola); lo si trova riprodotto anche nella
documentazione online del Senato.
In questa lettera l’autore si rivolge al «Venerabile Fratello» Mas-
simo Pugliese indicando, alla fine, due soggetti da lui «raccomanda-
ti» per essere introdotti nella «Famiglia» che Pugliese frequenta a sua
volta come vecchissimo fratello; ritengo si intenda qui il «Corpo ri-
tuale» Capitolo Rosa-Croce «Atanor», a cui Pugliese risulta iscritto
a Cagliari addirittura dal 3 febbraio 1965 con il grado di «Maestro
segreto».

* * *

5. Edizioni Rebis, Viareggio 1785.

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Sopra, la Carta M., uno dei documenti sequestrati nel 1983 a Massimo Pugliese. Di
fianco, l’ultima parte della lettera (verso) e l’ingrandimento dei tre scudi contenenti
i simboli massonici.

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Frontespizio del libro del 1785 I simboli segreti dei Rosa + Croce e pagina dedi-
cata alla pietra filosofale con il rombo diviso a metà in cui compare, nel triangolo
superiore, la parola «solfo», zolfo, elemento associato al diavolo che nell’alchimia
corrisponde al fuoco e, nel triangolo inferiore, la Matrice, la prima Madre.

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Esamino intanto i nomi dell’autore e dei due raccomandati. Parto
dall’autore: Pietro Felice Ergos Vetrani. Compongo il nome sul web
e ricavo subito la prima sorpresa, al limite dell’assurdo: a distanza di
quasi quarant’anni dalla scrittura di quella lettera, individuo un sito
in cui ritrovo il nome «Ergos Vetrani» (Concilium Vesperi di Ergos
Vetrani / Words Social Forum).6 Risulta ispirato a Lucifero e all’eso-
terismo e si presenta arricchito da immagini, scritte e video con
contenuti e pretese artistiche. Nella prima pagina del sito, ora priva-
to, campeggia l’immagine della scultura Genio del male, il Lucifero
di Guillaume Geefs (uno scultore belga nato ad Anversa nel 1805)
conservato nella cattedrale di Liegi, in Belgio. Mostra un giovane
uomo dalla bellezza classica, seduto, incatenato, nudo se non per un
drappo sulle cosce, con il corpo intero racchiuso dalla mandorla
delle sue ali di pipistrello. La parola latina lucifer, ricordo, deriva da
lux («luce») e ferre («portare»). Lucifero significa quindi «colui che
porta la luce» ed è a sua volta traduzione della parola greca phospho-
ros, «portatore di luce»; nella mitologia greca Fosforo (o Eosforo)
veniva ritratto come un bambino nudo con una torcia stretta in mano,
simbolo presente anche nella figura di Prometeo e, più recentemen-
te, nella statua della Libertà. Dovrebbe essere anche l’angelo tute-
lare della Repubblica massonica di Francia.
Sul sito è raccontata una storia che drammatizza la caduta di Luci-
fero. Tra le «Iniziative in corso» (a cui si accede attraverso il sommario
della home page), s’incontrano videoclip che parrebbero sogni o rap-
presentazioni di iniziazione alla luce immortale. Me ne colpisce uno, in
particolare, accompagnato da una canzone del 2015, Fåån, della band
svedese Valsaland. Può impressionare le persone sensibili (o giovani),
alle quali ne sconsiglio la visione. In questo videoclip compare un
bambino. È in camera sua, arredata in modo poco contemporaneo con
trenini, videogiochi e poster anni Ottanta (la copertina del disco The
dark side of the moon dei Pink Floyd, la locandina del film Scarface).
Il bambino si infligge tagli sulle braccia, si punta alla testa una pistola,
suona una chitarra e la rompe, sfascia tutto quello che ha intorno, spu-

6. https://wordsocialforum.com/2012/12/14/concilium-vesperi-di-ergos-vetrani/

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ta, urla rabbioso, sbatte la testa contro il muro fino a sanguinare dalla
fronte. Alla fine, però, il video ritorna a mostrare il bambino immobile
sul letto, circondato dalla camera in perfetto ordine, come se tutto fosse
stato solo un sogno. Al di là del testo in lingua svedese, l’atmosfera
del videoclip mi appare di cupa solitudine e ricorda quella inquietante
violenza spesso associata a riti d’iniziazione anche satanici. L’unica
presenza accanto al bambino è un gatto bianco e nero che sembra ri-
manere impenetrabile in disparte, intento a bere nel vaso in cui si trova
un pesciolino. Le immagini sono violente e anche autolesionistiche e
forse simboleggiano Diana, sorella di Lucifero, quando, in una favola,
assume le sembianze di un gatto in un sogno di iniziazione.
Mi esimo da ulteriori approfondimenti su questo sito, ma mi ren-
do conto (in questo mi aiuta qualche commento che vi leggo) che è
«Ergos» la parola o il nome che dovrebbe rappresentare la chiave o
il portale del tempo, ovvero quel termine ricorrente (come una specie
di password) nel passato, nel presente e sicuramente nel futuro, a
rappresentare l’entità spirituale che viene evocata da chi crede in
queste elaborazioni mentali.

Eseguo ricerche su questo nome e, con fatica e tempo, risalgo a


una certa «Entità X» ben determinata e affermata presente in un
«soggetto spirituale»: è quello evocato con il nome di «Ergos» da
Giuseppe Cambareri,7 nato nei primi anni del Novecento e morto nel

7. Di origini calabresi (nasce a Solano di Scilla nel 1901), all’età di dieci anni
si trasferisce con la famiglia a Buenos Aires. Presente in Italia all’inizio del periodo
fascista, se ne allontana al momento delle campagne antimassoniche. Si sposta in
vari Paesi in Europa negli anni Trenta. Nel dopoguerra fonda un settimanale di
destra finanziato della massoneria e dal magnate italo-brasiliano Francesco Mata-
razzo, zio del principe siciliano Giovanni Francesco Alliata di Montereale. Nella
primavera del 1946 partecipa alla costituzione dell’AIL del colonnello Ugo Cor-
rado Musco, una formazione paramilitare anticomunista che vanta tra i suoi capi il
generale Antonio Sorice e il maresciallo d’Italia Giovanni Messe. Nel luglio 1947
questa organizzazione può contare su cinquanta generali anticomunisti pronti a tut-
to e impegnati nell’organizzazione di un colpo di Stato. Appartiene ai rosacrociani
d’America e al Fronte internazionale antibolscevico. Si è spento a San Paolo (Bra-
sile) nel 1972. Il 27 luglio 1933 ha fondato una loggia, a Rio de Janeiro, chiamata
Aula Lucis Cagliostro. Cfr. Casarrubea, Cereghino, Tango Connection, cit.

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1972 ignoto alle storie massoniche degli anni Ottanta-Novanta ma
presente, dopo gli anni Duemila, in numerosi scritti italiani sul fasci-
smo e sul nostro dopoguerra, anche a seguito di recenti desecretazio-
ni di vecchi atti.
In queste storie, che molto assomigliano a romanzi d’avventura,
Cambareri risalta come un personaggio formato nella massoneria
inglese e poi presente in Italia fin dall’inizio del nostro fascismo
(dal 1920) e sino al dopoguerra, in particolare dopo il 1933 in Ger-
mania e dal 1938 a Roma. Dall’incontro con quella che diventò sua
moglie, Jole Fabbri Vallicelli, derivò la nascita della Fratellanza
bianca universale dell’arcangelo Michele. Jole sosteneva di essere
in contatto, in qualità di medium, con l’entità chiamata «Maestro
Ergos». Questi, in sostanza, attraverso teosofiche reincarnazioni,
dovrebbe rappresentare l’entità spirituale che, nel documento da me
sequestrato nel lontano marzo del 1983 (la «Carta M.»), veniva
evocata da una persona che però di certo non era Cambareri, morto,
come detto, nel 1972.
A Roma Cambareri si sarebbe adoperato per predisporre una
setta rosacrociana, destinata a condizionare la politica del governo
del nostro Paese al fine di realizzare l’unità del mondo. Avrebbe se-
guito le prescrizioni dall’esoterista tedesco Arnold Krumm-Heller e
viene descritto in contatto, guarda caso, con personaggi ricorrenti
nelle indagini di Trento e in quelle di Trapani, quali Gianfranco Al-
liata di Montereale, Vittorio Mussolini e anche quel Gaio Gradenigo
col quale – come ho scoperto solo di recente – il figlio del Duce
fuggì in Argentina nel 1947.
Nella sostanza, apprendendo questi ulteriori riferimenti, mi sem-
bra delinearsi un allargamento (anche nel tempo) della rete di quei
personaggi con cui, come giudice a Trento, mi scontrai nel marzo del
1983, cui seguì il depistaggio, poi la mia rogatoria in Argentina e
tutti gli eventi successivi.
Cambareri asseriva di essere la reincarnazione di Cagliostro
(cognome della madre) e scrisse, firmandolo con lo pseudonimo
«Ergos», anche un libro intitolato Sapienza mondo astrale. Al ter-
mine della guerra, con altre trecento persone, emigrò in Brasile e
fondò la Fraternidade branca universal do arcajo Mickael, ovvero

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l’omologo di quel lucrativo tempio di sincretismo internazionale già
fondato anni prima in Italia.
Questo personaggio calabrese risulterebbe, in particolare, colle-
gato ai tentativi di golpe avvenuti in Italia negli anni 1943-1947, nel
cui contesto l’OSS (ovvero il vecchio servizio segreto degli Stati
Uniti) avrebbe reclutato anche Salvatore Giuliano, il bandito accusa-
to della strage di Portella delle Ginestre avvenuta il 1° maggio 1947.
Questo Cambareri viene nominato in particolare nella denuncia alla
Procura di Palermo fatta dallo storico Giuseppe Casarrubea, che nei
primi anni Duemila chiedeva la riapertura delle indagini su Portella
delle Ginestre. Ricorre di continuo anche nell’accurato volume Psyops
di Solange Manfredi.8

Individuato «Ergos», riprendo la ricerca di riscontri sulle altre


indicazioni presenti nella «Carta M.»: i due raccomandati.
Il primo che compare si chiama «Bruno Tracchia... di padre ‘M’»
(la M forse indica «Maestro»). Anche questa volta rintraccio un sito
web assai particolare. È denominato «InMiaMemoria». Nello spazio
dedicato al ricordo di quei defunti che in vita hanno mostrato di avere
dato «un’occhiatina oltre il velo» compaiono una rosa bianca o una
rosa rossa, noti simboli dei Rosa-Croce. Al sito si può accedere, a mio
parere, senza preoccupazioni emotive. Nella home page si consulta
l’appartenenza dei defunti registrati al culto dei morti. Per caso rinven-
go i nomi di Giuseppe Mazzini e di Francesco Cossiga, ma ve ne sono
tantissimi. Non trovo quelli di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino,
che evidentemente non diedero la prescritta «occhiatina oltre il velo»
preventiva. Le due rose che vi si vedono (una bianca, immobile, e una
rossa, che si schiude lentamente) sono identiche a quelle raffigurate
in un’inquadratura del film Cagliostro, del 1975, del regista Daniele
Pettinari e tratto dal libro Cagliostro il taumaturgo di Arnaldo Piero
Carpi.9 Leggo che quest’ultimo fu creatore di un movimento teosofi-

8. Manfredi, S., Psyops, lulu.com 2015, pp. 167ss.


9. Pier Carpi, Cagliostro il taumaturgo, Meb, Torino 1972.

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co (fondato sulla stessa «reincarnazione» declamata da Cambareri),
nonché tra i primi iscritti alla loggia P2 e stretto amico di Licio Gelli.
Di Carpi è nota un’intervista rilasciata al giornalista Enzo Biagi in
cui, parlando dei suoi stretti rapporti con il «Venerabile», lo assimila
a... Cagliostro. Figura particolarmente venerata: me lo conferma il
fatto, appreso di recente, che Licio Gelli, in un suo colloquio con il
giornalista Jacopo Iacoboni, pubblicato sulla Stampa del 15 dicembre
2008, racconta «di aver sviluppato grande ammirazione per Linda
Giuva, moglie di Massimo D’Alema, archivista, e di averle donato
nel 2006, per l’archivio di Stato di Pistoia, le sue carte storiche tra cui
i testi di Cagliostro e di Garibaldi». Da tutti probabilmente ritenuti
inutili vecchi cimeli, mentre forse non lo sono.

Esamino il secondo nome «raccomandato» a Massimo Pugliese


dal Grande Architetto dei Rosa-Croce. È quello di «Giuseppe Scior-
tino (rag.) figlio di Marianna Giuliano sorella di ‘Turiddu’ – Monte-
lepre – (Palermo) – di anni 36». Che coincidenza, penso ora imme-
diatamente quando leggo questo nome, rammaricandomi di non
averlo riconosciuto nei primi anni Ottanta, quando ero troppo giova-
ne per individuarlo: si tratta proprio di quel Giuseppe Sciortino figlio
del defunto Pasquale «Pino» Sciortino, cognato del bandito Salvato-
re Giuliano, ovvero di colui che è stato accusato e condannato per la
strage di Portella delle Ginestre del 1947 su cui permane, ancora
oggi, nel 2018, a distanza di oltre settant’anni, segreto di Stato.
Su tale episodio, nel corso di questa mia ricostruzione, ho anche
occasione di rintracciare un’antica sceneggiatura teatrale scritta dal-
lo stesso Sciortino, in cui descrive quella strage attribuendone la
causa agli spari non eseguiti da Giuliano ma da quattro americani. La
presenza dei tipici bossoli militari consentirebbe di confermare la
matrice del massacro.
Di fatto l’episodio, da sempre, viene collocato all’origine degli
ipotetici rapporti tra il nostro Stato (sotto la direzione USA) e la
mafia. A me appare importante che ora questa strage si arricchisca
della documentata presenza di un interesse da parte dei Rosa-Croce
d’America, colorando di queste ulteriori connotazioni massoniche

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anche le prime azioni eversive della nostra Repubblica, poi seguite
dalle altre, tutte dirette a colpire il comunismo (Piano Solo, golpe
Borghese, Rosa dei venti).

La rete bancaria narcoterroristica (Ip. 45 e 24)

Tenendo sempre sott’occhio le «XI Tavole», ritorno ai collegamenti


tra le oligarchie angloamericane disegnate nella prima tavola. E in
particolare a quelli tra l’americano Nelson Bunker Hunt (legato, negli
affari petroliferi e bancari, al miliardario David Rockefeller, dal cui
omonimo Center di New York è noto che operasse il faccendiere Fran-
cesco Pazienza all’epoca dei suoi rapporti con Licio Gelli, Giuseppe
Santovito e il cosiddetto Super-SISMI) e i... bancari siciliani tra cui
Ottavio Salamone, attivo nel 1993 nelle privatizzazioni dell’Italia.
Sotto il nome di Calvi compare, sempre nella prima tavola, quel-
lo di Giuseppe Trapani, indicato come ex direttore della Cassa di
Risparmio di Sicilia e implicato in traffici di armi con personaggi
arabi oltre che inglesi, americani e italiani. Dopo lunghe ricerche ne
scorgo una possibile traccia in un articolo pubblicato su la Repubblica
nel gennaio del 2004, in cui è riportata un’intervista rilasciata da un
battagliero sindacalista di Palermo sulla crisi della Cassa di Rispar-
mio siciliana negli anni Novanta.10 In particolare si legge: «Quando
entrai in azienda nel ’64, una delle tante ‘stanze segrete’ era quella di
Margherita Bontade, cognata dell’allora direttore generale Trapani e
deputata nazionale della DC, che di fatto usava la Cassa come segre-
teria politica. I dipendenti la salutavano con l’inchino».
Margherita Bontade – è facile oggi ricostruirlo consultando il
web – a sua volta riconduce al boss mafioso Francesco Paolo Bonta-
de e anche al bandito Gaspare Pisciotta, implicato e presente in prima
persona nella solita strage di Portella delle Ginestre. La signora
Bontade nacque a Palermo il 5 ottobre 1900, era giornalista pubbli-

10. Cfr. Gioia Sgarlata, «Splendore e morte di Sicilcassa amarcord di un miste-


ro glorioso», la Repubblica, 23 gennaio 2004.

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cista e venne eletta deputato alla Camera nel 1948 per la DC e poi
riconfermata nel 1953 e nel 1958. «Il bandito Gaspare Pisciotta», si
annota oggi sulla rete, «la chiamò in causa per la strage di Portella
della Ginestra. Un suo grande elettore fu il boss mafioso Francesco
Paolo Bontade e padre di Stefano Bontade, suo parente. Cognata
dell’allora direttore generale della Sicilcassa, Andrea Trapani», vie-
ne scritto, «la deputata nazionale della DC di fatto usava la banca
come segreteria politica».11
«Andrea Trapani?» mi chiedo perplesso. È un nome diverso da
quello indicato nelle «XI Tavole». Là era Giuseppe Trapani. Eseguo
altre verifiche e infine, a Palermo, incontro nel settembre del 2016
una persona bene informata, che chiamerò Palermo 1, che accetta di
spiegarmi quanto conosce di quei personaggi. L’incontro avviene
nella solita Mondello, luogo che rivedo sempre volentieri perché mi
riporta alla memoria vecchi ricordi, amici e colleghi, anche l’inizio
di queste ultime ricerche. Faccio conoscenza con questo distinto si-
gnore, elegantemente vestito in giacca e cravatta, un po’ anziano,
magniloquente, allegro e disponibile, curioso e sempre alla ricerca di
verità, sia pur con comprensibile apprensione.
Sino a quando non iniziamo a parlare più in dettaglio, avverto il
timore che il nome presente nelle «XI Tavole» non corrisponda a
quello riportato nell’articolo, e poi sul web, con il nome di Andrea.
Ma lui, dinanzi all’appunto che gli mostro, dissipa subito ogni dubbio:
«Sul web è sbagliato. Quel Giuseppe Trapani indicato nel suo appun-
to è proprio il direttore generale della Cassa di Risparmio di Palermo.
Abitava a Palermo, in via Libertà 100. Durante la guerra era divenu-
to grande ufficiale e avvocato della Cassa di Risparmio. Verso il 1960
fu nominato direttore generale, fino alla fine degli anni Settanta. È
stato anche presidente dell’opera Pia Principe di Palagonia, che rice-
veva immobili dall’Istituto Santa Lucia del Politeama. Era una per-
sona molto ricca, sino a oggi. Dopo il 1983 è stato responsabile del
settore credito».

11. Dino, A., «Ambigui intrecci e giochi di potere nel successo politico di una
donna in Sicilia: il caso di Margherita Bontade», 2002.

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Quando gli chiedo di Margherita Bontade ci addentriamo subito
negli impicci delle due banche di Sicilia, il BDS e la Sicilcassa.
«Quando Trapani entrò alla Cassa di Risparmio, Margherita Bon-
tade era deputata nazionale della DC. Era proprio parente del boss
Bontade. Aveva un ufficio politico nella stessa sede della direzione
generale della Cassa di Risparmio in piazza Borsa. Lì svolgeva la
propria attività politica. Poi Trapani venne sostituito da Giovanni
Ferraro, che finì in galera perché era stato adottato il sistema di far sì
che ogni anno la banca chiudesse con una ricapitalizzazione miliar-
daria: negli anni Sessanta questa ammontava a circa cinquanta mi-
liardi di lire annui, negli anni Ottanta-Novanta si arrivò fino a circa
quattrocento miliardi annui. Nel tempo sorse la prassi che i direttori
generali fossero anche presidenti del Fondo pensioni. E avevano il
compito di investire in immobili. Spesso utilizzarono questo strumen-
to per favorire i Cavalieri del lavoro di Catania Rendo, Costanzo,
Graci, e quelli di Palermo, Parasiliti e Cassina. Il ‘favore’ era costi-
tuito dal pagare gli immobili in contanti o accollandosi i debiti dei
venditori. Quindi, attraverso queste operazioni, i mutui creavano
successivi ‘incagli’ e cioè operazioni che creavano grossi debiti per-
ché i clienti poi non pagavano.»
Mi consegna due documenti della banca dei primi anni Novanta,
dai quali emergono impressionanti implicazioni dell’istituzione nei
confronti dei Cavalieri del lavoro di Catania, personaggi comparsi
dapprima nelle inchieste di Trento, poi a Trapani, tra l’altro in conco-
mitanza con l’attentato di Pizzolungo, e anche in quelle di Giovanni
Falcone e di Paolo Borsellino con riferimento alle ultime sul «sistema
degli appalti».
«Quando la Cassa di Risparmio fallì», mi spiega, «del Fondo era
presidente Ferraro. Direttore generale della Cassa era Pasquale Sala-
mone, fratello di Ottavio.»
«Alla sede provinciale della Cassa di Risparmio di Palermo, quel-
la in via Stabile, era dirigente capufficio il nipote di Margherita
Bontade, all’ufficio ‘estero’. Ciò dalla metà degli anni Ottanta. Pa-
squale Salamone era notoriamente un ‘soprannumerario’ dell’Opus
Dei: ne era cioè un membro laico. Dell’Opus Dei faceva anche parte
suo fratello Ottavio Salamone, che in precedenza era stato a capo del

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servizio estero del Banco di Sicilia’. Sicché», mi evidenzia, rimar-
cando l’ano­mala concentrazione di potere, «in un certo periodo, qui
in Sicilia, ci fu coincidenza temporale delle rispettive cariche. Bi-
gnardi [altro nome presente nelle «XI Tavole», N.d.A.] era il presi-
dente o il direttore generale del Banco di Sicilia.»
«C’erano collegamenti con la vicina Trapani?» gli chiedo ancora.
«L’ex direttore generale della filiale di Trapani della Cassa di
Risparmio di Palermo apparteneva alla loggia Scontrino. Venne tra-
sferito a Trapani. Una volta teneva nelle mani e distribuiva materiale
elettorale per l’elezione del sindaco di Trapani.»12
«E Vito Ciancimino?» chiedo.
«Anche lui ebbe molti rapporti con la Sicilcassa, tanto da esserne
nominato consigliere di amministrazione alla metà o verso la fine
degli anni Settanta. Poi fu costretto a dimettersi. Nel suo collegio
sindacale, negli anni 1970-1980, era presente il professor Gianni
Lapis, prestanome di Ciancimino, in passato interprete del colonnel-
lo statunitense Charles Poletti.»
«Ritorniamo ai Salamone», continuo, ripensando ai collegamenti
indicati nelle «XI Tavole» con Trapani e poi con Roberto Calvi.
«Pasquale Salamone fu assunto all’epoca della direzione di Giuseppe
Trapani. Ottavio è laureato con master al Massachusetts Institute of
Technology. Quando poi la Cassa venne commissariata, nel Consiglio
di amministrazione fu nominato dalla Regione Sicilia l’avvocato Au-
gusto Sinagra [già avvocato di Gelli, N.d.A.] che fece aiutare i profughi
dell’Est ex sovietico con sede in Italia negli anni 1994-1995.»
«Ha mai sentito parlare di Carlo Flenda?» Gli faccio anche questo
nome perché conosco alcune indagini sui colletti bianchi svolte negli
anni Ottanta da Giovanni Falcone, in particolar poco prima del mio
attentato, nel 1985.
«Carlo Flenda», mi spiega, «è nativo di Palermo ed è stato capo
dell’ufficio estero della Cassa di Risparmio di Palermo nei primi

12. Dalla motivazione della recente sentenza emessa sull’uccisione di Mauro


Rostagno si apprende della presenza a Trapani, tra le logge gravitanti attorno al
Centro studi Scontrino, del nome di un dipendente della Cassa di Risparmio paler-
mitana, Francesco Grimaldi.

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anni Settanta e cioè all’epoca delle cariche direttive detenute da Tra-
pani e da Salamone.»

A questa catena di dirigenti delle banche della Sicilia aggiungo


nomi tramite una persona che ne conosce altri, addirittura collegati
con la Libia. Si tratta di quello stesso Giancarlo Formichi Moglia che
già mi ha spiegato il riciclaggio tra la Svizzera e gli Stati Uniti e che
conosce anche le storie tra la Sicilia e la Libia per il lavoro da lui
svolto in passato per la RAI e anche per vicinanza di alcuni perso-
naggi alla sua stessa famiglia. Quando lo intuisco, approfondisco
tali aspetti e gli faccio qualche domanda mirata.
«Parliamo», gli chiedo, «del periodo in cui lei lavorava in Libia
presso Gheddafi. Lì ha fatto filmati per la RAI?»
«Ho avuto occasione di trovarmi non solo vicino a Gheddafi ma
ai vari capi arabi: Gamal Abdel Nasser, Bashar al-Assad, il re di
Giordania. I filmati li aveva la televisione libica.»
«È stato presente all’incontro di Gheddafi con Aldo Moro?»
«Ho filmato l’incontro», mi risponde orgogliosamente. «Ero lì,
con la macchina da presa in mano, Gheddafi e Moro davanti a me.
Filmai l’incontro di Aldo Moro con Gheddafi nel 1969-1970, un po’
prima che venissero cacciati gli italiani. Ero inviato dalla RAI. I miei
avi erano andati in Libia nel 1911 per cacciare i turchi: hanno boni-
ficato la Libia dal vaiolo.»
«Mi spiega che cosa si dissero Moro e Gheddafi?»
«Moro avrebbe risarcito i libici e avrebbe messo a posto noi
italiani in Libia. Le sole condizioni poste erano che i pozzi petroli-
feri non pregiudicassero i rapporti con l’Italia, che la Vianini, che
faceva le strade, potesse continuare i lavori già in corso. Insomma,
Moro tutelò gli interessi dell’amico conte Arturo Cassina... che non
dovevano essere toccati... C’erano i Cassina, gli Haggiag,13 gli inte-
ressi di Marchino. E si sono stretti la mano. Moro dice: ‘Tu manda-

13. Noti sono Roberto, Lino, Ever Haggiag, ma di essi non si trovano facilmen-
te notizie pertinenti alle vicende raccontate nel testo.

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li via, ma non nazionalizzare’. C’era anche la FIAT, detta Lybia
Motors.»
«Lei era il solo a lavorare per la RAI?»
«No, la RAI ha dato tre tecnici in prestito alla televisione libica.
La RAI poi, quando c’è stata la rivoluzione, si dimentica di me e di
qualcun altro e mi lascia lì. Io ero sposato con Monica Marchino, il
cui padre era Erminio Marchino. Il nonno Giacomo Marchino era
rappresentante all’ONU delle minoranze etniche in Tripolitania e
direttore della Cassa di Risparmio di Tripoli. Erminio Marchino
tramite la Cassa di Risparmio di Tripoli mandava i soldi al Banco di
Sicilia dove aveva il conto: tutti i soldi che poteva caricare. Nel 1978
il sequestro Moro si collega agli interessi che allora stavano modifi-
candosi.»
L’ultima affermazione mi riporta agli interessi italiani di approvvi-
gionamenti petroliferi assai cari agli inglesi e forse troppo spesso tra-
scurati nelle nostre analisi storiche (e giudiziarie).

Dopo avere ricostruito l’esistenza di questa catena di nomi bancari


della Sicilia non credo possa nemmeno essere sottovalutata anche
l’altra affermazione, quella conclusiva, presente nelle «XI Tavole»,
ovvero la sibillina asserzione del «collegamento dell’ex sindaco
Salvatore Mantione con gli ambienti mafiosi del nisseno e del paler-
mitano e con quel gruppo Salamone [...] che sta cercando di creare
nelle due principali banche dell’isola un réseau narcoterroristico
invero minaccioso».
Da un articolo sul quotidiano la Repubblica del 199914 intitolato
«La collina del disonore tra abusi & miliardi», ho conferma del ruo-
lo di Salvatore Mantione in riferimento ad attività edilizie che ver-
ranno descritte anche da collaboratori di giustizia come Giovanni
Brusca e Angelo Siino nel contesto delle indagini sui mandanti delle
stragi siciliane del 1992 e riguardo al sistema di controllo degli ap-
palti. Con quale esito sinora? Parrebbe nessuno.

14. Cfr. la Repubblica.it, 16 novembre 1999.

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* * *

Ma, tra le due stragi di Capaci e di via D’Amelio, avviene un altro


episodio che rimane offuscato, come in occasione di altre nebbie del
passato, e in presenza delle catene bancarie ora individuate non mi
pare più possibile ignorarlo.

Il Golpe, fase 3. L’approdo del Britannia (Ip. 46)

Ritorno a quella P2 appena identificata e ai due fratelli Salamone.


Il più noto di essi è Ottavio, presente nel comitato di «consulenza e
garanzia» che svolge il compito di attuare il percorso più veloce per
le privatizzazioni.15 Del comitato fanno parte Piergaetano Marchetti
(docente alla Bocconi), Ariberto Mignoli (consigliere e legale della
Gemina e del gruppo De Benedetti oltre che docente anche lui alla
Bocconi), Lucio Rondelli (responsabile dell’organismo che regola il
mercato telematico ed ex presidente del Credit).16 Ciò avviene nel
1993. Ma prima di questo evento ne avviene un altro (l’approdo del
Britannia in Italia), sempre tenuto distinto dalle stragi del 1992 per
l’assenza di collegamenti. Questa carenza di legami pare però che
oggettivamente cessi nel momento in cui – seguendo le affermazioni
letterali esposte nelle «XI Tavole» – i flussi finanziari provenienti
dalle «banche di Sicilia» vengono espressamente descritti come
componenti essenziali della nascente nuova rete narcoterroristica di
natura massonica.

15. Dal sito ufficiale di Confindustria emerge: «Tra il 1993 e i primi mesi del
2001 in Italia sono state effettuate cessioni al mercato di quote di aziende pubbliche
per circa 234.800 miliardi di lire. Le cessioni hanno riguardato importanti azien-
de di proprietà del Ministero del Tesoro (come Telecom, SEAT, INA, IMI, ENI,
ENEL, Mediocredito Centrale, BNL), dell’IRI (come Finmeccanica, Aeroporti di
Roma, Cofiri, Autostrade, Comit, Credit, ILVA, STET), dell’ENI (come Enichem,
Saipem, Nuovo Pignone), dell’EFIM, degli altri enti a controllo pubblico (come
Istituto Bancario S. Paolo di Torino e Banca Monte dei Paschi di Siena) e degli enti
pubblici locali (come ACEA, AEM, AMGA)».
16. Cfr. «Lo Stato padrone vende davvero», la Repubblica.it, 1° luglio 1993.

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* * *

È il 2 giugno 1992. Porto di Civitavecchia. Nella piazza è presen-


te una statua eretta a ricordo di Giuseppe Garibaldi. Lì l’eroe dei due
mondi andò per curarsi l’artrite nel mese di agosto del 1875. Dopo
poco più di cento anni, lo yacht reale proveniente dalla Gran Bretagna,
con a bordo la regina d’Inghilterra, approda sulla stessa riva, appa-
rentemente per medicare dolori questa volta insorti nell’Italia ora
inserita nella nascente nuova Europa.
«Si tratta di convincere gli italiani della bontà delle privatizzazioni.»
Questo è il messaggio che viene trasmesso dagli altolocati passeggeri
dell’imbarcazione, essenzialmente di origine angloamericana e di una
specifica cultura denominata «Washington Consensus». È un’imbarca-
zione vecchiotta, ma è pur sempre il panfilo Britannia, che appartiene
alla regina Elisabetta II d’Inghilterra, Her Majesty’s Yacht Britannia.
Utilizzato per il trasporto dei membri della famiglia, da Carlo e Diana
e nella guerra civile ad Aden per l’evacuazione di mille rifugiati. Il 2
giugno 1992 i rifugiati che salgono a bordo appaiono essere i banchieri
italiani, economisti, politici, colpiti dagli eventi dell’epoca.
A questo preciso ambiente bancario britannico riportano le «XI Ta-
vole» non solo con la citazione di Nelson Bunker Hunt (la cui figlia
in seguito si fidanzerà con il futuro capo del governo inglese David
Cameron) e di Winston Churchill junior, amico di Soraya, moglie di
Adnan Khashoggi, tutti scritti in bella vista nella prima delle «XI
Tavole». All’interno dell’appunto è citato, tra gli intermediari di armi
segnalati, il nome del più vecchio John R. Moore-Brabazon, primo
barone di Tara, nato l’8 febbraio 1884 a Londra e morto il 17 maggio
1964, cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dell’Impero britannico nel
1953. Quest’ordine è presente a tutt’oggi (nel 2018) in Gran Bretagna.
Ne è capo il sovrano della Gran Bretagna, ovvero la regina Elisabet-
ta II. E membro illustre di quell’ordine è, come Gran maestro, il
principe Filippo, consorte della regina e duca di Edimburgo, non del
tutto estraneo ai vertici dei servizi segreti britannici così come della
massoneria internazionale. Creato nel 1917, in passato veniva chia-
mato Ordine reale vittoriano.
Di questo stesso ordine sovrano risultano confratelli altri perso-

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naggi che incontriamo nelle vicende dell’Italia del 1992: il socio di
Kissinger, Brent Scowcroft, dirigente della Kissinger Associates e tra
i più fidati consiglieri di George Bush senior. Anche lui cavaliere
onorario dall’Impero britannico. Stesso onore spetta a Caspar Weinber-
ger, un altro «fratello» di Bush, rimasto coinvolto nello scandalo
Iran-Contras, nel quale si racconta che venne scambiata droga contro
armi per terroristi.

Al simposio prendono parte, non credo proprio scelti a caso, di-


versi noti banchieri inglesi insieme ad alcuni manager ed economisti
italiani, che nemmeno intendo nominare perché estendono troppo
questa mia ricostruzione. Nel quinto livello del réseau siciliano spic-
cava il nome di Ottavio Salamone, non segnalato a bordo del Britan-
nia. Al quarto livello delle «XI Tavole» venivano descritte le centra-
li bancarie in Svizzera, in particolare a Ginevra: la UBS, la Banque
Cantonale Vaudoise, la banca Pictet, il Credit Suisse, la banca
Rothschild, la Morgan Garanty Trust, l’UBAE.17
Da questo preciso momento sembra ci perseguiti un turbinio di
eventi che, associato alle stragi di Sicilia e poi d’Italia e a Mani
pulite, cancella l’Italia della Prima Repubblica. Quello che, a un

17. Anche una superficiale e sommaria occhiata a queste banche riconduce a


noti rapporti degli anni Ottanta ma anche degli anni Novanta:

-- La UBS: basti ricordare il conto UBS «Protezione» di Lugano 633369, da cui


emergono, nel 1993, le responsabilità di Martelli, Craxi, Larini, ma anche le
vecchie tangenti ENI Petromin e tanto altro.
-- La banca cantonale vodese: con essa risultano avere ottimi rapporti i De Pic-
ciotto: René De Picciotto rileverà nel 1995 dalla SBG una partecipazione del
40% alla Cantrade Banque Privée Lausanne S.A., a cui è sostanzialmente colle-
gata la Banca Cantonale di Ginevra. Altri azionisti di questa Cantrade Banque
Privée Lausanne (da non confondersi con la banca Cantrade, affiliata alla SBG
zurighese) erano il libanese Adel Kassar e Philippe Setton.
-- La banca Pictet di Ginevra: la famiglia Pictet è stata strettamente coinvolta nelle
attività bancarie a partire dalla metà del XIX secolo. È solo nel 1926 che l’isti-
tuzione prende il nome di Pictet & Cie. Nicolas Pictet nacque nel 1932. Fu il
patriarca della famiglia Safra, alla base della CDB, implicata nel caso Big John.
-- Il Credit Suisse: il Credit Suisse Group venne fondato nel 1856 da Alfred
Escher.

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livello più globale, avrebbe dovuto rappresentare il «processo d’in-
tegrazione europea» si traduce in una sostanziale iniziativa antieu-
ropea che spalanca le porte dell’Europa alla globalizzazione pro-
americana.
Nel marzo del 1993 verrà tenuto, a Washington, un incontro del-
la Trilateral Commission che proporrà la controlled disintegration,
ovvero la disintegrazione controllata dell’economia mondiale. Il
presidente del Consiglio Giuliano Amato affiderà alle tre banche
Merrill Lynch, Goldman Sachs, Salomon Brothers l’incarico di (s)
vendere il patrimonio dell’Italia grazie a ripetute svalutazioni della
lira innescate dalle banche di Londra.
Non mi avventuro oltre su tali istituzioni bancarie e finanziarie.
Rappresentano però senza dubbio quella élite economico-finanziaria
mondiale (Morgan, Schiff, Harriman, Kahn, Warburg, Rockefeller,
Rothschild e via elencando) che in gran parte appare toccata dalle
indagini sui narcotraffici promosse dall’Italia all’inizio degli anni
Novanta.

Dal gennaio del 1984 a questa parte le «XI Tavole» non risultano
esaminate dalla magistratura di Palermo, nonostante le fossero state
trasmesse.
Spicca però il fatto documentato e già sottolineato che, previa
naturale autorizzazione, siano state «girate» dalla guardia di finanza
di Roma alla commissione d’inchiesta sulla P2. La commissione
d’inchiesta e i suoi esimi rappresentanti (i loro nomi sono noti e al-
cuni ancora sono ben presenti nelle nostre istituzioni) omettono di
segnalare al Parlamento e agli italiani la «massoneria vincente»,
ovvero quella che da lungo tempo operava già tra l’America e l’Italia.
Omettono di segnalare il quinto livello della P2 che va chiamato P2
e che rappresenta la piramide rovesciata. È la componente bancaria
che risale a Sindona, a Calvi, a Gelli, a Ciancimino (avvocato Orazio
Campo → direttore Trapani → direttori fratelli Salamone eccetera),
alle oligarchie angloamericane (Roberto Calvi → Peter de Savary →
Artoc Bank → Nelson Bunker Hunt → David Rockefeller).
Omettono soprattutto di additare l’incombente avvisaglia che vi

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si trova espressamente indicata come «minaccia narcoterroristica
del nisseno e del palermitano» legata alle banche di Sicilia e quindi
ai flussi finanziari e ai potentati di Sicilia, materializzatasi negli
anni appena seguenti (con gli attentati di Pizzolungo, dell’Addaura,
di Capaci, di via D’Amelio e delle stragi del 1993), con nomi e
cognomi.
Che cos’altro fanno la Commissione P2, la sua presidente, i pur
esperti vicepresidenti, i rappresentanti della maggioranza e dell’op-
posizione, di quanto dichiarato dai servizi e dai massimi vertici
della guardia di finanza?
Nulla. Pubblicano, a spese dello Stato, enormi tomi di documen-
ti su cui non spendono una sola parola. Attraverso i quali di certo
divulgano una gran quantità di nomi e atti processuali, informandone
in tal modo i soggetti che vi compaiono.
Sono curioso di vedere con i miei occhi l’originale del documen-
to in possesso del comando generale della guardia di finanza (e tra-
smesso in copia alla commissione), al fine di comprenderne l’esat­to
percorso. E anche di conoscere quali indagini svolse su di esso la
Procura della Repubblica di Palermo, quale magistrato fu delegato
alle indagini, quale esito ebbero e, infine, quali motivazioni ne giu-
stificarono l’archiviazione.

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13
Ritorno al passato:
Caligola crime, il caso Moro
(Indagine 2016-2017)

Dal quadrumvirato al caso Moro

Mi annoto le principali strutture finanziarie di cui le oligarchie


bancarie parrebbero essersi avvalse per fare pressione sull’Italia con
le iniziative promosse dalla corona inglese nel giugno del 1992. Da
una parte vi sono quelle svizzere (nel caso Big John e nelle precedenti
indagini di Trento: Trade & Development Bank, Banca del Gottardo,
Banca di Credito e Commercio di Lugano, Deutsche Bank, i cui nomi
compaiono nei traffici di armamenti promossi dalla CIA e nei narco-
traffici planetari); dall’altra quelle presenti sul versante degli Stati Uniti
(destinatarie, attraverso i conti Alcantara, dei flussi finanziari delle
banche di Sicilia e poi di Mani pulite: Chase Manhattan Bank, Merrill
Lynch, First Los Angeles Bank, Istituto San Paolo di Torino, IOR).
Accantono questi ultimi dati e cerco di scoprire qualcosa in più
sulle attività svolte da quella società di avvocati che compare nel
Memorandum dell’ottobre 1991 dell’indagine Big John. Si trattava,
ricordo, di Norman Grutman, Jay J. Miller, Samuel Greenspoon,
Lewis Handler. Miller, come mi è stato spiegato, riconduceva a Wall
Street, al conto Alcantara e a quanto ne seguiva. Ora riesamino da
capo tutti e quattro insieme i nomi e poi uno per volta, verificando se
esiste qualcos’altro che può apparire collegato ai rapporti tra Cosa
nostra d’Italia e Cosa nostra d’America. La sorpresa in cui mi imbat-
to è strabiliante: mi rendo conto infatti che alcuni nomi cui si pervie-

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ne attraverso le indagini svolte alla fine del 1991... erano già com-
parsi nel sequestro e nell’uccisione di Aldo Moro. È, cioè, come se
alcuni giudici italiani (dal Sud al Nord del Paese), nella lenta rico-
struzione della nostra storia dal suo passato al presente, nel 1991
raggiungano e individuino un vecchio scrigno che racchiude i costu-
mi di suoi antichi mascheramenti. E allora parrebbe verificarsi che,
per impedire che esso venga scoperchiato e che i vecchi costumi
vengano scoperti, i loro supremi custodi decidano di dare fuoco a
tutto, serrature, coperchio, vecchi contenuti, i suoi storici attori, le
loro maschere e pure i pupi (guarda caso, siciliani) utilizzati per non
venire riconosciuti (Ip. 47).
In quale modo compare il déjà vu più drammatico del nostro
passato? Quello del caso Moro? Non è certo a causa di quelle pur
strane (ma coincidenti) affermazioni di Elio Ciolini, che, nel marzo
del 1992, profetizzò le strategie stragiste (poi puntualmente attuate)
richiamando proprio quelle già compiute quindici anni prima (ovve-
ro il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro). Il motivo è un altro e
appare subito percepibile a quanti seguirono nel passato o anche di
recente quelle vecchie tragiche vicende. I quattro avvocati del 1991
– come constato, tutti ebrei – compaiono infatti in numerose contro-
versie riguardanti il notissimo periodico Penthouse, rivista porno
famosa sin dagli anni Sessanta e che si occupò molto del sequestro
Moro pubblicando, alla fine del 1978, un ampio servizio-inchiesta in
stretto contatto con i brigatisti, che ancora oggi fa assai discutere.
È in particolare il primo dei quattro «soci» comparsi nel Memo-
randum, Norman Grutman, a essere ricordato sul web per avere tra-
scorso diciotto anni della sua vita professionale come principale
consulente esterno del creatore ed editore della rivista Penthouse:
Bob Guccione, cioè Robert Charles Joseph Edward Sabatini Guccio-
ne, di ascendenza siciliana.1 Su Guccione, deceduto nel 2010, e su
Penthouse è tuttora presente in rete amplissimo materiale, proporzio-

1. Norman Roy Grutman, deceduto il 26 giugno 1994 a sessantatré anni a New


York, viene ricordato perché «ha trascorso diciotto anni come principale consulente
di Guccione» e delle sue imprese, tra cui le riviste Penthouse e Omni (Associated
Press, 29 giugno 1994).

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nato alla loro notorietà. Famoso disegnatore ed editore, era di origine
siciliana da parte di entrambi i genitori. Tuttavia la rivista, nata nel
1965, si è sviluppata tra Londra, Parigi, Roma e New York in coin-
cidenza con l’avvento della cultura new age. Ne ha offerto un’imma-
gine variegata: la rivoluzione sessuale, le proteste di classe, le batta-
glie per le libertà, il libero sesso, la libera droga, la libera pratica
dell’omosessualità, divulgando immagini pornografiche su carta e su
video.

Negli Stati Uniti l’attività commerciale nel settore del porno ha


una lunga storia, associata a traffici illeciti. Vecchi resoconti giu-
diziari ci mostrano che la qualificata primogenitura nel settore
spetta, parrebbe, proprio ad alcune famiglie originarie del trapane-
se, per la precisione di Castellammare del Golfo.2 Tra loro, in
particolare, la famiglia Galante (affiorata nelle vecchie indagini fra
Trapani, Palermo, il Veneto e Trento), quella Gambino (presenza
di antica data e sino al caso Big John del 1991), e anche la meno
conosciuta famiglia De Cavalcante, per me ignota sino a quando
ne ho letto il nome («Dei Cavalcanti») nella prima delle «XI Ta-
vole».
Il successo di Guccione venne agevolato da una bella e ricca ra-
gazza americana, la star Kathy Keeton, prima sua collaboratrice e poi
diventata sua moglie, la quale lo aiutò a creare Penthouse, poi la ri-
vista scientifica Omni nel 1978 e ancora quella di salute Longevity
nel 1989. Lo introdusse tra personaggi altolocati come Mario Gabel-
li, imprenditore e finanziere anch’egli italoamericano.

Aldo Moro viene rapito il 16 marzo 1978 e ucciso il successivo


9 maggio, dopo cinquantacinque giorni. Penthouse e Bob Guccione
si occuparono molto del sequestro. La rivista, infatti, pubblicò nel

2. Cfr. Millegan, K., «Mafia & Porn», 3 febbraio 2000, https://www.mail-archi-


ve.com/ctrl@listserv.aol.com/msg34913.html

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dicembre del 1978 un ampio servizio-inchiesta firmato dallo scrit-
tore italoamericano Pietro Di Donato, che aveva raccolto delle in-
formazioni durante un soggiorno a Roma, dove era arrivato all’ini­
zio del maggio 1978, ovvero nella fase conclusiva del sequestro
Moro.
In quella ricostruzione dei fatti si trovano strani accenni (mai
decifrati, ma nemmeno forse esaminati a fondo). Per vederci meglio
la metto a confronto con gli articoli allora divulgati dal giornalista
Mino Pecorelli, iscritto alla P2, il quale a sua volta dedicò agli stessi
argomenti ricostruzioni enigmatiche e altrettanto misteriose.

L’oscura fonte dell’inchiesta Penthouse

Di Donato aveva scritto negli anni Trenta un romanzo dal titolo


Cristo fra i muratori, ispiratogli dalla figura del padre muratore. Il
servizio sul sequestro di Aldo Moro, intitolato «Cristo nella plastica»,
venne anticipato su Panorama a opera del giornalista Claudio Sabel-
li Fioretti (che aveva lavorato per il periodico milanese ABC, edito
da quel Francesco Cardella che poi aprirà a Trapani la comunità
Saman). Sabelli Fioretti presenta il racconto di Di Donato il 5 dicem-
bre 1978. È un resoconto molto critico in cui evidenzia errori e
grossolanità del servizio, che definisce «prodotto di un mitomane
disinformato e superficiale». Penthouse gli replicherà che ai suoi
lettori interessano proprio quelle caratteristiche.
In breve, Di Donato racconta di avere conosciuto, cinque anni
prima, tramite un suo amico senatore del Partito comunista italiano,
un noto industriale famoso per le idee di sinistra (che viene indivi-
duato nell’editore Giangiacomo Feltrinelli, morto oltre sei anni prima,
il 14 marzo 1972) e un brigatista in contatto con i rapitori di Moro.
«Il mio articolo», racconta Di Donato, «è il frutto del loro racconto.»
Alla pubblicazione faranno seguito anche indagini dei nostri investi-
gatori. Di fatto ancora oggi su tutto l’episodio permangono dubbi e
misteri, nonostante innumerevoli processi (fondati essenzialmente
sulle confessioni dei brigatisti, in molti punti ancora incomplete o
contraddittorie). Ma ora emergono addirittura inquietanti riscontri

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rispetto ad alcune indicazioni allora contenute su Penthouse in rife-
rimento al luogo della prigionia di Moro.3

Preciso però che eseguo questo mio nuovo esame del caso Moro
con il limitato scopo di verificare se riesco a individuare nella rico-
struzione di Penthouse qualche aspetto riconducibile a quella nuova
massoneria (dei Rosa-Croce) che solo ora ho scoperto.
Mi imbatto immediatamente nel nome del brigatista che Di Do-
nato afferma di avere conosciuto in Italia: il suo nome sarebbe «­ Zucor»,
indicato come capo della colonna delle BR che avrebbe rapito Moro
e trucidato la sua scorta. Sul fantomatico Zucor si sono a lungo af-
fannati investigatori e magistrati senza approdare a nulla.
Rimango però colpito dal fatto che, tra le prime frasi di Di Dona-
to, si legge testualmente: «Nella sua stanza della prigione [di Aldo
Moro], Zucor aveva attaccato ai muri i crocifissi e i rosari della madre».
Non mi pare azzardato individuare espliciti richiami (ovviamente per
chi fosse stato in grado di recepirli: per esempio la P2, in particolare
Pecorelli, forse... Ciolini, ma anche tutti i piduisti presenti nei vari
apparati, corpi militari e comitati di crisi nominati dal ministro dell’In-
terno Francesco Cossiga) ai simboli massonici dei Rosa-Croce e
della Grande Madre. Non mi pare infatti che si potessero azzardare
battute di spirito sui principi cattolici dei brigatisti rossi. Noto anche
che quelle parole e quei simboli potrebbero essere suonati in modo
particolare anche alle orecchie dello scrittore Di Donato (noto «pro-
letario») e pure nel titolo del suo scritto («Cristo nella plastica»), in
connessione concettuale rispetto al precedente libro Cristo fra i
muratori.
Colgo subito anche un altro particolare. Il nome «Zucor» potreb-

3. Nel racconto in inglese di Di Donato veniva in particolare detto: «In via della
Balduina n. 224 esiste un garage di pertinenza di un residence, dove potrebbero
essere state celate le auto per il rapimento Moro, successivamente abbandonate
in via Licinio Calvo». Negli anni 2016-2017 le indagini dell’ultima commissione
d’inchiesta del Senato si sono mosse in questa direzione sulla base di minuziosi
riscontri che hanno in particolare indicato l’esistenza di significative proprietà dello
IOR, ovvero del Vaticano.

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be suggerire un voluto richiamo al nome di una nota fabbrica di quel
particolare strumento da disegno che si chiama «tecnigrafo», uno
strumento di disegno tecnico composto anche da una squadra. In
questo campo proprio la Zucor è una marca rinomata.4 E la squadra,
insieme al compasso, è strumento che simboleggia comunemente la
massoneria.
E potrebbe contenere pure un richiamo ad Adolph Zukor, allora
assai conosciuto specialmente dal punto di vista di Penthouse. Questi,
nativo dell’Ungheria, è stato il fondatore della Paramount (il che lo
annovera fra i principi hollywoodiani della produzione cinematogra-
fica), finanziato da Rockefeller e da Morgan, tra i più grandi finan-
zieri di Wall Street. Facevano parte dei «Big Three», «i Grandi Tre»:
i gruppi Rockefeller, Morgan e Kuhn Loeb & Co. Che a quell’epoca
(come oggi) vengono comunemente collocati anche al centro della
massoneria mondiale simboleggiata dalla famosa «piramide del po-
tere». L’«occhio» che la sovrasta nelle raffigurazioni evoca la figura
allegorica massonica di Hiram, corrispondente a quella del dio Horus.
Nella sostanza, su questo primo punto, direi che attraverso simili
iniziali messaggi contenuti nell’articolo-inchiesta è possibile indivi-
duare un’esplicita «firma» massonica dello scritto, espressa aperta-
mente allo scopo di mandare un ben preciso e minaccioso messaggio
ai destinatari.

Rilevo anche che la festa di Horus-Hiram nell’antico Egitto inizia


con la stagione detta «Shomu», ovvero con quella dell’abbondanza
e del raccolto, e cioè con i giorni del «Pachons», che, come leggo,5
«vanno dal 16 marzo al 14 aprile» perché coincidono con l’inizio
delle celebrazioni egizie dei culti ispirati a Iside, poi festeggiata
nell’equinozio di primavera (tra il 20 e il 21 marzo). Il 16 marzo

4. Tecnigrafi di quella marca sono tuttora commercializzati su Ebay con espli-


citi richiami a un luogo in cui se ne rinvengono diversi, probabilmente per il loro...
frequente uso: «tecnigrafo Zucor, Massoni (Stia, Arezzo)»; «Tecnigrafo Zucor...
vendo braccio tecnigrafo marca Zucor».
5. Cfr. «Le festività di Iside», www.ebookesoterici.net/le-festivita-iside/

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Il servizio di Claudio Sabelli Fioretti, pubblicato su Panorama nel dicembre del
1978, che dà conto dell’articolo di Penthouse sul caso Moro. Nella pagina a fianco,
il riquadro con le accuse del Poe ai potentati israeliani.

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avviene per l’appunto il sequestro di Aldo Moro, e, quindi – vere,
false o imprecise che siano le fonti indicate – l’azione di via Fani
«potrebbe» considerarsi coincidente con quella festività egizia di
Horus che alcune ricostruzioni storiche datano appunto al 16 marzo.
Come spiegherò, questa possibile datazione dell’azione di via Fani
non è priva di importanza.

Dopo questi primi più generici collegamenti tra il caso Moro e i


Rosa-Croce (con i riferimenti esoterici alle divinità egizie), mi imbatto
in un altro nesso assai più indicativo e collegato a quel nome «Ergos»
che ho individuato come una sorta di chiave nel tempo nella storia dei
Rosa-Croce. Quale relazione può esserci con il caso Moro?
Questa volta mi trovo costretto a ritornare al 1968, ovvero a quel
famoso maggio «francese», in cui, mentre io frequentavo il terzo anno
di giurisprudenza all’Università La Sapienza di Roma, a Parigi iniziò
il movimento studentesco e con esso la rivoluzione sessuale, quella
dei lavoratori, del femminismo, dei movimenti e delle formazioni
più estremisti, poi anche terroristici, che hanno fra tutti concorso a
indirizzare lo sviluppo culturale e sociale dell’epoca. Alcune citazioni
ed espressioni di allora sono divenute proverbiali. Venivano urlate e
cantate. Sintetizzavano proteste e rivendicazioni sociali. Chi ha vissuto
quegli anni (io ero un «sessantottino» moderato) non può dimenticare.

Maggio 1968. Dall’Ergos di Camus al Caligola di Guccione

Uno dei più noti slogan di allora scaturiva dalla celebre espressio-
ne presente nel dramma Caligola di Albert Camus, scrittore e filoso-
fo francese. Un’opera assai ripresa e citata, in cui l’autore metteva in
bocca al bizzarro imperatore romano una frase che, tradotta, recita
così: «Siate realisti, chiedete l’impossibile», «l’impossibile è a por-
tata di mano».
Dal dramma teatrale Caligola pervengo direttamente al film Ca-
ligola prodotto da Bob Guccione, da lui diretto insieme a Tinto Brass,
celebrato e pubblicizzato su Penthouse. Ci trovo questa battuta pro-

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nunciata dal folle imperatore romano: «Io esisto dal principio del
mondo ed esisterò finché l’ultima stella non cadrà dalla notte. Anche
se ho preso la forma di Gaio, detto ‘Caligola’, io sono tutti gli uomi-
ni e nessun uomo e perciò io sono Dio», ergo sum Deus. ERGO Sum,
«ERGOS».
Ecco l’Ergos, chiave nel tempo, da me scoperta nel 1983, ritrova-
ta nel 2016 e ora individuata a ritroso nel 1968, a esprimere una
sintesi spirituale con cui tende a identificarsi, in sostanza, l’intero
movimento new age. Caligola, l’imperatore, compare come un’ulte-
riore possibile «chiave di lettura» nella ricostruzione del sequestro
Moro.
Dopo questa «scoperta», ritorno a quelli che, a leggerli meglio,
potrebbero dunque rivelarsi tutt’altro che sprovveduti o errati mes-
saggi presenti nei testi di Penthouse su Moro. Forse depistaggi (di-
retti a confutare accuse contro i vari Kissinger, Rothschild, Rocke-
feller e i potentati bancari e petroliferi ebrei), o forse, anche di più,
espliciti messaggi di minaccia contro chi avesse mostrato di seguire
proprio quelle tracce.

Concentro così le ricerche sul film Caligola, prodotto tra il 1976


e il 1977. Lo sceneggiatore originario del film è il famoso scrittore
americano Gore Vidal, pseudonimo di Eugene Luther Gore Vidal,
acerrimo critico dell’imperialismo americano e sostenitore della
causa gay, oltre che romanziere, saggista, sceneggiatore e dramma-
turgo. Però è anche nipote di Thomas P. Gore, senatore democratico
dello Stato dell’Oklahoma. La famiglia Gore (democratica e «presi-
denziale») viene spesso ricordata come espressione del più massoni-
co imperialismo USA.
Il soggetto del film Caligola viene scritto da Gore Vidal per una
sceneggiatura di Roberto Rossellini, in rapporti di conoscenza con
Vittorio Mussolini, già incontrato nelle storie di Giuseppe Cambareri.
Per il Caligola di Vidal entrò nella produzione anche il nipote
Franco Rossellini. La realizzazione del film venne attuata, insieme
a Guccione, negli studi romani della DEAR (gli stessi dove era stato
girato il kolossal Cleopatra). Le riprese cominciarono già nel set-

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tembre del 1976, mentre il montaggio e i tagli, curati da Tinto Brass
con una piccola squadra di editor, avvennero, molto riservatamente, a
Londra, nel successivo inverno. Di queste operazioni, compiute in tutta
segretezza, dà notizia un tecnico che, in un articolo leggibile in rete,6
non esita a definire «brigatisti» gli stessi editor del film («Gli editors,
bisogna capire, erano simpatizzanti delle Brigate rosse – Brigatisti»;
«Brigatiste» è il termine usato). E rinvengo pure il nome «Ergos» in
rievocazioni del film che usano espressioni forse geniali ma anche
volgari, del tipo coito, ergo sum.7
Più importante mi appare il richiamo, all’inizio del film, della frase
attribuita a Caligola che abbiamo citato poco sopra, posta a fonda-
mento dell’immortale significato e valore che l’imperatore attribuisce
a se stesso: «E perciò io sono Dio». In latino: ERGO Sum, ERGOS.

A questo punto si rende necessario sintetizzare la trama di C­ aligola


per spiegare alcune ulteriori ricorrenze e messaggi, forse occulti,
presenti dietro la vicenda. Nel film Gaio Cesare, meglio noto come
Caligola, è il giovane erede del prozio, il paranoico imperatore Tiberio.
Caligola viene proclamato imperatore, mentre Drusilla, sua sorella
e segreta amante, è dichiarata sua pari. Drusilla tenta di trovare una
moglie per il fratello fra le sacerdotesse di Iside, dea che entrambi
venerano in segreto. Caligola sceglie come sposa Cesonia, corti-
giana nota per la promiscuità. Nel frattempo il comportamento del
neoimperatore comincia a peggiorare. Si dichiara un dio e decide di
progettare la distruzione della classe senatoriale. La vecchia religione
viene messa al bando e l’esercito è costretto a raccogliere papiri sulla
costa gallica settentrionale: verranno presentati come prova del fatto
che Caligola ha conquistato la Gran Bretagna. Il giorno seguente,
dopo aver recitato in uno spettacolo egiziano nello stadio, Caligola,

6. Vedi il sito http://caligula.org/ e in particolare «Stuart Urban Remembers


Working on Caligula».
7. Cfr. per esempio Ragni, G., Coito ergo sum: quando il cinema d’autore in-
contra l’hard, WHIPART – Associazione onlus, 3 aprile 2014, http://lnx.whipart.it/
cinema/9735/cinema-hard-autore.html

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la moglie e la figlia vengono assaliti dai cospiratori. Una volta uccisi,
i loro cadaveri sono gettati sulle scale dello stadio e Claudio viene
proclamato nuovo imperatore.

Mi pare balzino agli occhi tre particolarità che possono associare


questo film al caso Moro. La prima è rappresentata dalla presenza
delle sacerdotesse di Iside, divinità ricorrente nella massoneria egizia
e in particolare in quella dei Rosa-Croce; la dea primeggia anche
nella vecchia cultura pagana insieme ai culti a lei ispirati, alla Gran-
de Madre (Grande Dea o Dea Madre) e alle più antiche Venere, Ci-
bele, Astarte, divinità femminili primordiali, richiamate anche nello
scritto di Penthouse.
La seconda deriva dall’incesto tra Caligola e la sorella Drusilla,
con la benedizione e la partecipazione della moglie. Il rapporto in-
cestuoso viene presentato in maniera analoga a quello attribuibile a
Moro in conseguenza dei suoi contatti con i comunisti, dopo quelli già
consolidati con libici e palestinesi. Inoltre è stato definito parricida,
anche pubblicamente, il rapporto dello statista (secondo le sue ultime
lettere dalla prigionia) rispetto alla sua famiglia politica della DC, ad
altri partiti e alla stessa Chiesa.
Una terza particolarità, come elemento di congiunzione tra i due
«casi» (Caligola e Moro), è il violento attacco alla Chiesa e alla polis
condotto da Caligola non meno che da Moro.
A questo punto passo all’esame di alcuni punti specifici del caso.

L’azione di via Fani

Roma. 16 marzo 1978, ore 9 circa. L’auto che trasporta Aldo


Moro viene intercettata e bloccata in via Mario Fani. In pochi secon-
di i brigatisti uccidono due carabinieri e tre poliziotti che viaggiano
sulle auto di Moro e della scorta, e sequestrano il presidente della
DC. Durante i cinquantacinque giorni di prigionia Moro viene sotto-
posto a un processo politico da parte del cosiddetto «Tribunale del
popolo», nel corso del quale chiede invano di essere scambiato con

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brigatisti prigionieri: un colloquio che si prolunga per nove comuni-
cati. Il suo cadavere viene fatto ritrovare il 9 maggio nel bagagliaio
di una Renault parcheggiata in via Caetani, a poca distanza da via
delle Botteghe oscure, dove c’è la sede nazionale del Partito comu-
nista italiano, e da Piazza del Gesù, dove c’è quella della Democrazia
cristiana.
Cerco le ricorrenze e le simbologie.

Roma. 16 marzo 1978, ore 8.30. Manca circa mezz’ora al rapi-


mento. È Renzo Rossellini, figlio di Roberto, uno dei fondatori di
Radio Città Futura, che dalla propria emittente preannuncia un even-
to clamoroso che di lì a poco avrebbe occupato ogni singolo notizia-
rio. Le spiegazioni che lui stesso fornirà riguardo a quella sua antici-
pazione, da allora fino a oggi, non saranno mai convincenti. Verrà
però accertato che quella radio veniva ascoltata dalla DIGOS. Lui
dirà che le sue premonizioni erano soltanto ipotesi personali e che in
trasmissione non aveva mai citato il nome di Moro, come dimostrano
le registrazioni. Da notare è però che Rossellini, in qualche occasio-
ne, ha espresso altre congetture inquietanti che si avvicinano molto
a quanto ora mi pare di cogliere da altre prospettive. Rossellini ipo-
tizza che le BR fossero infiltrate ed etero-dirette, che si fosse trattato
di una vera e propria operazione militare preparata con i servizi se-
greti (parlò di quelli della Cecoslovacchia, ma forse era uno sviamen-
to), che la fase della «preparazione fosse stata attuata con una rico-
struzione della stessa strada all’interno di un teatro di posa»,
studiando le angolazioni di tiro, le possibilità di fuga, ogni dettaglio.8
E se la sua ricostruzione corrispondesse proprio alla verità, per il
semplice fatto che lui in qualche modo ne era venuto a conoscenza
diretta e all’inizio, forse, aveva sottovalutato l’importanza delle sue
stesse anticipazioni? (Ip. 48)
Di fatto, pochi mesi dopo quella sua soffiata, il 9 gennaio 1979,

8. Cfr. http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/figlio-roberto-rossellini-
renzo-che-annunci-radio-45-133550.htm

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Renzo Rossellini subì, proprio nella sede della radio, un attentato
addebitato ai NAR in cui cinque donne rimasero ferite gravemente
con molotov e colpi di mitra sparati all’impazzata.

Le trame senza fine: Malvolio e Lenguanero

Nello scritto di Penthouse compare, dopo Zucor, l’uso di un altro


pseudonimo, attribuito questa volta al prigioniero Moro. Questi, nel
racconto di Di Donato, «nelle proprie passeggiate sognava di tessere
trame senza fine, di chiamarsi Malvolio, ma di essere più conosciuto
nel Sud con il nome di Lenguanero».
Su questi due nomi non rintraccio studi di investigatori, magistra-
ti o studiosi. Provo qualche verifica in proprio.

Malvolio (o Malvollo) è il nome del personaggio centrale di una


nota commedia, La dodicesima notte o quel che volete (Twelfth night
or what you will, 1599-1601) di William Shakespeare (Ip. 49). Vi
risalta la figura del maggiordomo Malvolio rispetto alla sua «desi-
derata e amata Olivia», incarnazione di passionalità e sensualità che
rappresenta l’elemento dionisiaco sublime: la dispensatrice dell’ero­
tismo. Malvolio viene presentato come un individuo in origine ri-
spettabile, che poi subisce una radicale trasformazione e alla fine
cade vittima della sua stessa inclinazione.9 Il personaggio ha sempre
costituito uno spunto ideale per storie e possibili «trame». Se ne
sono date successive interpretazioni poetiche e polemiche (come la
­Lettera a Malvolio di Eugenio Montale, in contrapposizione a Pier
Paolo Pasolini). Malvolio è divenuto anche un personaggio ricor-

9. «Il suo sogno socio-erotico è una delle più brillanti invenzioni di Shakespe-
are, e ciò che adesso può apparirci un vezzo (le giarrettiere e le calze) allora era
davvero trasgressione. Ha un ruolo enigmatico soprattutto quando legge la lettera di
Olivia, il brano più irriverente della produzione shakespeariana. Porta dentro di sé
tutto il suo universo erotico, incapace di distinguere la realtà dalla fantasia. Sogna
con tanta intensità da deformare il proprio senso della realtà e cadere vittima nelle
mani di Maria», https://www.shakespeareitalia.com/il-teatro/la-dodicesima-notte/

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rente in giochi di strategia psicologica competitiva per la valutazio-
ne delle persone e pure in test di analisi psichiatrica utilizzati, in
particolare, per studiare le reazioni, i comportamenti e i disturbi
mentali.

Dell’impiego di queste tecniche psicologiche in giochi di guerra


(da parte delle strutture NATO) ho ricevuto personale conferma da
parte di un funzionario dei servizi segreti che chiamerò Roma 2.

Ero in servizio al SID – mi ha spiegato – in qualità di valuta-


tore politico di alcuni Paesi [del Patto di Varsavia]. Successiva-
mente sono stato impiegato alla Segreteria del direttore dell’Uf-
ficio S, capitano di vascello Fulvio Martini. In questa veste, la
mattina in cui è avvenuto il sequestro Moro, partecipavo, insieme
ad altri colleghi di varie forze armate, a un’esercitazione NATO
di nome, a quanto ricordo, Wintex, ristretta ai soli governi e co-
mandi di alto livello. Preciso che, cercando ora sul web, ho trova-
to traccia di un’esercitazione con quel nome avvenuta nel 1979.
In quella del 1979 ci fu anche impiego di mezzi in concreto. Nel
1978 l’operazione era invece «virtuale» cioè erano «giochi di
guerra» in cui uno fa il nemico e dice «ti faccio questo», e tu re-
plichi, per esempio «bombardo una base militare». La mattina del
sequestro Moro l’esercitazione era in corso e, appresa dalla radio
per caso la notizia del sequestro Moro, venne interrotta. Fu un
caso di interruzione di emergenza.

Ho verificato personalmente che in effetti di questo «gioco» or-


ganizzato dalla NATO compaiono tracce in rete solo dal 1979, e
vengono denominate Wintex-Cimex. E quindi mi chiedo: perché
mancano quelle del 1978?
In ogni caso abbiamo conferma della prassi allora abituale per gli
apparati NATO (ovvero la CIA) di utilizzare il sistema psicologico
delle mosse e contromosse evocato da Penthouse nel 1978 quando
cita le trame di Malvolio.
In realtà nei giorni del sequestro ci fu una persona in particolare

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che, probabilmente, comprese che si trattava di quel «gioco» di scam-
biarsi messaggi occulti. Ovvero Carmine Pecorelli, meglio conosciu-
to come Mino, anche lui iscritto alla P2. La rivista della sua agenzia
OP nacque proprio nel mese del sequestro, quasi che anche lui, come
Rossellini, lo avesse saputo in anticipo. E Pecorelli è l’unico, con
alcuni suoi articoli, a interloquire con i messaggi dei brigatisti e con
le risposte del governo. Il 23 maggio 1978, dopo la morte di Moro,
pubblica la sua cronaca sul ritrovamento del corpo in via Caetani e
annota:

«E adesso a chi toccherà?» domanda un uomo vestito in un


bellissimo completo di velluto verde. Un vicino alza le spalle e
scoppia in una risata stridula [si può immaginare che sia lo stesso
Pecorelli, N.d.A.]. «A rigore», dice, «dovrebbe toccare a tutti gli
altri: a Leone, ad Andreotti e a Cossiga, a Fanfani, a La Malfa e
anche a Berlinguer. Non perché hanno scelto di salvare lo Stato e
far morire Moro. L’avrei fatto anch’io. Ma perché con Moro mor-
to, lo Stato non lo salveranno. E allora a cosa serviva la morte di
Moro?» «Se succede questo», dice l’uomo col vestito verde, «per
loro sarà la fine.» «Stai tranquillo», gli dice il vicino, «prima di
loro finiremo noi e l’Italia. Quelli si salvano sempre. Guarda
Crociani o Sindona, se non ti capaciti.»

L’uomo vestito di velluto verde (il velluto viene citato come il


tessuto usato per le vestizioni massoniche e in particolare dei cap-
pucci) citato da Pecorelli ben potrebbe adattarsi al personaggio della
massoneria, ispirata a culti egizi e romani, poi evocato da Penthouse.
Pecorelli ricorda, poco prima, l’immaginaria presenza in via Caetani
di un ignoto cronista all’atto del rinvenimento del cadavere di Aldo
Moro, e annota: «Un cronista egiziano scrive su un taccuino chissà
che cosa, coi caratteri svolazzanti della sua lingua», dove «svolaz-
zanti» possono essere le farfalle, le cui ali colorate caratterizzano gli
abiti con cui anche oggi usano vestirsi le ballerine nelle ritmiche
danze dedicate ai culti isiaci già celebrati soprattutto nella Roma
antica sotto Caligola.
Pecorelli poi aggiunge la presenza di «una immaginaria signora

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bionda, è addossata al muro dove è parcheggiata la Renault rossa.
Dietro ci sono i ruderi del teatro di Balbo, il terzo anfiteatro di Roma».
Scrive ancora Pecorelli: «Ho letto in un libro che a quei tempi gli
schiavi fuggiaschi e i prigionieri vi venivano condotti perché si mas-
sacrassero tra loro. Chissà cosa c’era nel destino di Moro perché la
sua morte venisse scoperta proprio contro quel muro? Il sangue di
allora e il sangue di oggi?»
Il ruolo svolto dagli schiavi fuggiaschi mi fa pensare (nel gioco
del botta e risposta) ai brigatisti, costretti a nascondersi e a fuggire,
ricercati dagli inquirenti; in pari tempo servi e «gladiatori» agli ordi-
ni, forse, dell’uomo vestito di verde che dirige la scena e le succes-
sive mosse del gioco; mentre quello dei «prigionieri» mi fa pensare
ad Aldo Moro.

Ed eccoci al secondo nome. Moro. Come abbiamo visto, sempre


secondo Penthouse, nelle proprie passeggiate sognava di tessere
trame, di chiamarsi Malvolio... «di essere più conosciuto nel Sud con
il nome di Lenguanero» (Ip. 50). Chi può essere quel «Lenguanero
del Sud» indicato dalla rivista americana come tessitore di trame
oscure «più conosciuto» di Malvolio? A Roma si erano alzate le
«voci» di Franco Zeffirelli e di Mino Pecorelli. Quella del Sud po-
trebbe essere appartenuta al povero Giuseppe Impastato, Peppino,
giornalista, attivista italiano, membro di Democrazia proletaria e
noto per le sue denunce contro le attività di Cosa nostra. Perché Pen-
thouse lo definirebbe «assai noto»? Intanto perché viene assassinato
il 9 maggio 1978, lo stesso giorno di Aldo Moro e con una clamoro-
sa sceneggiata drammatica che richiama quella già montata ad arte,
in passato, per Feltrinelli (l’amico di Di Donato, citato all’inizio
dell’«inchiesta» a «ricordare», forse, anche la sua fine).
Dal 1968 Impastato dirigeva le attività dei gruppi comunisti ed
era stato fondatore di Radio Aut, altra emittente libera autofinanzia-
ta, con cui in prima persona denunciava i crimini e gli affari dei
mafiosi di Cinisi e Terrasini: in primo luogo del capomafia Gaetano
Badalamenti (che Peppino chiamava «Tano Seduto»), il quale svol-
geva un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga at-

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traverso il controllo dell’aeroporto di Punta Raisi. Con il suo cada-
vere venne inscenato un attentato per distruggerne anche l’immagine,
in cui la vittima appariva suicida. Sotto il suo corpo, adagiato sui
binari della ferrovia, venne posta una carica di tritolo, inducendo sia
la stampa, sia la polizia giudiziaria sia la magistratura a parlare a
lungo di un atto terroristico in cui l’attentatore stesso sarebbe rimasto
ucciso; e poi di suicidio, dopo la scoperta di una lettera che in realtà
non rivelava affatto propositi suicidi. Per il delitto Impastato vennero
condannati Gaetano Badalamenti e Vito Palazzolo. Quest’ultimo,
considerato cassiere di Cosa nostra, compariva già nelle inchieste
della Sicilia (e anche di Trento) sui pagamenti delle forniture di eroi-
na dalla Svizzera agli Stati Uniti.
Non è difficile ricondurre l’omicidio di Impastato («lingua da
infame», cioè «lenguanera», l’associazione è nientemeno che del
poeta Orazio) al delitto Moro; e non solo per la coincidenza della
«esecuzione» in contemporanea (circostanza mai presa in esame
nelle tante indagini eseguite sui due «casi» di omicidio). In realtà ad
associarli ci sono almeno altri tre argomenti: primo, che i due assas-
sini di Impastato (Gaetano Badalamenti e Vito Palazzolo) appaiono
collegati ai rapporti tra Cosa nostra e Cosa loro di quel periodo (mi
riferisco in particolare alle indagini su Pizza Connection e a quelle
successive sul riciclaggio Big John); secondo, una buona amica di
Impastato fu Teresa Ann Savoy (nata a Londra il 18 luglio 1955 e
deceduta a Milano il 9 gennaio 2017), brava e bella attrice britannica
fuggita di casa a sedici anni per raggiungere la comune hippy siciliana
di Terrasini, frequentata da Peppino Impastato; proprio la Savoy è
nel cast del film Caligola, nel ruolo di Drusilla, la sorella incestuosa.
Amica di Impastato, potrebbe averlo informato di qualcosa esponen-
dolo a un pericolo più specifico di eliminazione. Terzo argomento è la
sua «lingua lunga», ovvero il fatto che parlasse attraverso la propria
emittente, come allude Penthouse quando rammenta la fine che fa chi
ha la lingua troppo sciolta.
Ecco un collegamento diretto tra Penthouse, il film Caligola,
l’attrice, Lenguanero, Impastato, Cosa nostra italoamericana, Gaeta-
no Badalamenti, Vito Palazzolo, i rapporti lucrosi di droga, dollari e
forse... la pornografia.

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Il falso comunicato (Ip. 51)

Dopo l’azione di via Fani, il ministro dell’Interno Francesco Cos-


siga si circonda di comitati di crisi e di esperti militari; fa uso anche
di collaboratori esterni. Tra questi, come è noto, intervengono lo
psichiatra Steve R. Pieczenik (all’epoca capo dell’ufficio per la ge-
stione del terrorismo internazionale del Dipartimento di Stato USA
e uomo di fiducia di Henry Kissinger), Franco Ferracuti (psichiatra
e criminologo, ordinario di psicopatologia forense nell’Università La
Sapienza di Roma, iscritto alla P2); e spicca tale Ferdinando Guccio-
ne Monroy (anch’egli iscritto alla P2 e allora prefetto a Pavia), su cui
non rinvengo accertamenti da parte della Commissione P2 e nemme-
no della Commissione sulla strage di via Fani. Il suo cognome risuo-
na in una delle tre più antiche famiglie di Erice (con ascendenze
spagnole che risalgono alla presenza in Sicilia di Alfonso V d’Ara-
gona nella prima metà del XV secolo): potrebbero esserci rapporti
(da verificare) con personaggi influenti di Trapani, presenti in vecchie
storie di quella città e della sovrastante Erice. Guccione Monroy,
comunque, viene nominato allora prefetto responsabile della «sala
situazione globale» al Viminale.
L’attività di Pieczenik risulta decisiva dopo il sesto comunicato
delle BR, quello del 15 aprile in cui viene data la notizia che «l’in-
terrogatorio è finito. Moro è colpevole e viene pertanto condannato a
morte». Spiegando appena prima che: «Questo Stato, questo regime
DC sorretto dall’infame complicità dei partiti cosiddetti di ‘sinistra’,
vorrebbe soffocare ed allontanare lo spettro di un giudizio storico che
il proletariato ha già decretato».
La mossa seguente (che verrà ricostruita solo di recente) è del 18
aprile: al quotidiano romano Il Messaggero perviene una telefonata
con cui si avvisa dell’arrivo di un altro messaggio delle BR, il nume-
ro sette, che dice:

Oggi, 18 aprile 1978, si conclude il periodo «dittatoriale»


della DC che per ben trent’anni ha tristemente dominato con la
logica del sopruso. In concomitanza con questa data comunichia-
mo l’avvenuta esecuzione del presidente della DC Aldo Moro,

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mediante «suicidio». Consentiamo il recupero della salma, for-
nendo l’esatto luogo ove egli giace. La salma di Aldo Moro è
immersa nei fondali limacciosi del lago Duchessa, alt. mt. 1800
circa località Cartore (RI), zona confinante tra Abruzzo e Lazio.

Non si tratta di un comunicato proveniente dalle BR, ma dal nostro


governo. Un falso messaggio stilato e diramato su iniziativa e deci-
sione congiunta di Francesco Cossiga e Steve Pieczenik il quale,
subito dopo, riparte per gli Stati Uniti, lasciando intuire che la sua
missione è ultimata. Quando lo psichiatra statunitense riconosce di
avere svolto questo ruolo chiave, Cossiga è ancora in vita e non lo
contraddice. Peraltro il riconoscimento assume, per come è stato
espresso, un carattere solo morale.10 Pieczenik, infatti, scrive:

Lessi le molte lettere di Moro e i comunicati dei terroristi. Vidi


che Moro era angosciato e stava facendo rivelazioni che potevano
essere lesive per l’Alleanza atlantica. Decisi allora che doveva
prevalere la Ragion di Stato anche a scapito della sua vita. Mi
resi conto così che bisognava cambiare le carte in tavola e tendere
una trappola alle BR. Finsi di trattare. Decidemmo quindi, d’ac-
cordo con Cossiga, che era il momento di mettere in pratica una
operazione psicologica e facemmo uscire così il falso comunicato
della morte di Aldo Moro con la possibilità di ritrovamento del
suo corpo nel lago della Duchessa. Fu per loro un colpo mortale
perché non capirono più nulla e furono spinti così all’autodistri-
zione. Uccidendo Moro persero la battaglia.

Di fatto gli investigatori danno retta al nuovo comunicato delle


BR e accorrono sul luogo indicato. Trovano il lago ghiacciato, fanno
brillare cariche di esplosivo, spalano neve, fanno immersioni e infine
si accertano della falsità del messaggio.

10. Cfr. Amara, E., Abbiamo ucciso Aldo Moro. Dopo 30 anni un protagonista
esce dall’ombra, Cooper, Roma 2008. Su Pieczenik, http://www.dagospia.com/rubri-
ca-3/politica/moro-psyco-thriller-verit-pieczenik-mi-resi-conto-che-mia-88688.htm

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* * *

Poniamo, invece, per ipotesi, che l’intervento di Pieczenik non


implicasse solo un’operazione psicologica per indurre le BR a deci-
dere la sorte di Moro, ma per comunicare una decisione.
Rilevo intanto che attraverso quel falso comunicato si introduce,
per la prima volta, un luogo (il lago della Duchessa) mai ricorso
negli scambi di comunicazioni tra governo e BR; manca anche tra i
pur numerosi documenti che attestano esercitazioni preventive di
liberazione targate Stay-behind.
A questo punto verifico se nei testi di psichiatria sul gioco psico-
logico delle trame (il Malvolio a cui ammicca Penthouse) ci siano
accenni o richiami in proposito. In un manuale abbastanza recente
(ma che riprende il contenuto di uno studio più vecchio, che risale
agli anni Quaranta)11 rinvengo una citazione dove, per formulare un
test diagnostico sui disturbi di comunicazione, ovvero di espressione
e comprensione dei messaggi orali, si prende spunto proprio dai
versi di Shakespeare presenti nella commedia La dodicesima notte
in cui compare il personaggio di Malvolio citato da Penthouse. E in
questo testo psichiatrico vengono citate proprio le parole più famose
pronunciate dal protagonista shakespeariano, che «aprono» verso la
formazione di possibili diverse trame con gli altri pretendenti alla
dama da lui desiderata. Si legge in particolare: «‘Remenber who thy
condemned yellow stockings and wished to see thee ever cross-gar-
tered’ (II, 148-9) substituting ‘condemned’ for ‘commended’. Clearly,
this risks the main meaning in a schede crucial to the plot of the play»,
e cioè: «‘Ricorda chi ha condannato la tua calza gialla e che ha desi-
derato vederti indossare giarrettiere con i lacci incrociati’ (II, 148-9),
sostituendo ‘comandata’ con ‘condannata’».
Nel volume si spiega: «Chiaramente, la sostituzione [del termine
‘comandata’ con ‘condannata’] cambia il significato fondamentale
nella trama del gioco».

11. Beech, J.R., Singleton, C. (a cura di), The psyichological Assesment of Rea-
ding, Routledge, Londra-New York 1997, pp. 61-62, e prima ancora Singleton, C.,
Reading-Ability testing, 1944.

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Ritorno allora al messaggio numero sei (autentico) delle BR. Con
esso i brigatisti avevano comunicato al governo italiano la fine dell’in-
terrogatorio e la conseguente «condanna» di Aldo Moro. Così facendo
giocavano la propria sesta mossa, lasciando ancora in vita Moro e anche
le richieste di scambio, o (si può anche ipotizzare) pure quelle, subor-
dinate, di pagamento di un riscatto (per esempio tramite la Chiesa).
I sequestratori, cioè, «girano la mossa» successiva al governo e
alle possibili trame a venire. Segue il messaggio (falso) numero sette
con cui si mette fittiziamente in bocca alle BR la comunicazione del-
l’«avvenuta esecuzione del presidente della DC mediante ‘suicidio’»‚
con la salma «immersa nei fondali limacciosi del lago Duchessa».
Che cosa può significare? Se stiamo alla chiave di comunicazione
indicata nei testi di psicologia supponendo che fosse stata concorda-
ta, in risposta al messaggio (autentico) in cui le BR annunciano la
«condanna» il governo trasmette, diffondendo il falso messaggio, il
definitivo ordine, il «comando». Ovvero, con il falso comunicato
sembra possa essere stato impartito alle BR il comando di uccidere
Aldo Moro seguendo una delle «trame» concordate. Quale?
La addita lo stesso falso messaggio: «Che la salma di Aldo Moro
venga immersa nei fondali limacciosi del lago Duchessa».

Dall’indicazione del lago della Duchessa alla... «Duchessa»

Il fatto che nel falso messaggio si legga «del lago della Duchessa»
sembra indicare l’esistenza di un accordo preventivo tra gli «ideato-
ri» e i sequestratori.
Cerco di individuare gli elementi eventualmente preconosciuti e
concordati.
Inizio esaminando il luogo (monti della Duchessa, al confine tra
il Lazio e l’Abruzzo). Seguo il percorso di un’escursione descritta in
rete.12 Si segnalano antichi resti ispirati a Iside, i quali, nella lettura

12. http://saltocicolano.it/images/itinerari/Alla%20scoperta%20delle%20origi-
ni.pdf

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massonica che sto seguendo (presente anche in Penthouse) non sa-
rebbero potuti mancare. Leggo infatti: «In località Venarossa iscri-
zioni funerarie attestano l’esistenza di una necropoli rupestre. Nume-
rosa è la quantità di epigrafi provenienti dalla zona, testimonianti, tra
l’altro, l’esistenza di un teatro e la diffusione di culti e misteri sufici
come Mitra, Iside e Serapide».
Nella zona circostante, non dimenticando il nome indicato nel
falso messaggio («lago e monti della Duchessa»), si individua un
castello che rievoca un’altra storia antica, di cui fu teatro, anch’essa
assai pertinente al caso Moro, in quanto il personaggio evocato ri-
chiama l’«incesto» e il «parricidio» addebitati al presidente della DC
con la sua intenzione di apparentarsi con il PCI. Si tratta della famo-
sa storia di Beatrice Cenci, nata a Roma il 6 febbraio 1577 e lì ucci-
sa dall’Inquisizione l’11 settembre 1599. Siamo negli stessi anni di
William Shakespeare e anche di quelli in cui viene bruciato vivo
Giordano Bruno (il 17 febbraio 1600). L’uno e l’altro, per diversi
motivi, sono celebrati dai Rosa-Croce; il corpo del loro fondatore
Christian Rosenkreutz (nato nel 1378 e morto nel 1484) viene rinve-
nuto, a quanto si racconta, «perfettamente intatto», centoventi anni
dopo, quando alcuni confratelli ne ritrovano e aprono la tomba. Sia-
mo nel 1604, e qui ha inizio il suo mito e quindi quello dei Rosa-
Croce, di cui si rinvengono i simboli nella prigione di Aldo Moro.
Beatrice Cenci è una giovane nobildonna romana che subisce
incesto su violenza del padre e alla fine viene giustiziata per l’ucci-
sione dello stesso, ovvero per parricidio. Assurge al ruolo di eroina
popolare. Incesto e parricidio (peccati imperdonabili per la Chiesa)
appaiono elementi di chiara congiunzione tra il caso Moro e quello
di Beatrice Cenci e, come vedremo a breve, il lago della Duchessa.
E se vogliamo la vicenda non è lontana, nella sostanza, dall’altret-
tanto incestuosa storia amorosa di Caligola con la propria sorella-
amante Drusilla, e anche con la moglie Cesonia.
La storia di Beatrice Cenci, raccontata a teatro e nei cinema, ri-
chiede qui un sintetico ricordo.
È figlia del conte Francesco Cenci, un ricco e influente personaggio
del tempo, rissoso, violento, che usava abusare di lei. Beatrice, come
è naturale, avrebbe voluto legarsi a un altro uomo. Ma il padre, obe-

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rato dai debiti, pur di non rinunciare alla dote che la figlia, se si fosse
sposata, avrebbe perso (la Crypta Balbi, ovvero un isolato del centro
storico di Roma dove sorgeva un vasto portico annesso al teatro di Lucio
Cornelio Balbo, del 13 a.C.), le impedisce di sposarsi, segregandola
con la famiglia nel piccolo castello del Cicolano, chiamato «Rocca»,
vicino a quello che poi viene denominato lago della Duchessa.
Parenti e servitori aiutano la ragazza a uccidere il padre, ma uno di
loro viene arrestato e confessa l’assassinio del conte. La famiglia viene
imprigionata e anche Beatrice è costretta, sotto tortura, a confessare.
I Cenci vengono giudicati colpevoli e condannati a morte, seguendo
la vecchia lex romana di Caligola e applicando le tradizionali pene
del contrappasso previste per i delitti più gravi: lo squartamento per il
fratello Giacomo, la decapitazione per Beatrice e la matrigna Lucrezia.
L’esecuzione avviene davanti a una grande folla la mattina dell’11
settembre 1599 di fronte a Castel Sant’Angelo, seguita da tumulti di
folla che provocano altri morti e annegati nel Tevere tra i popolani
presenti. Il corpo di Beatrice viene quindi raccolto dalla Confraternita
della Misericordia e, insieme a una folla commossa, portato a San Pietro
in Montorio, la chiesa che sorge sul luogo in cui, secondo la tradizione,
l’apostolo Pietro era stato crocifisso a testa in giù. Qui, sotto l’altare
maggiore, viene sepolto il corpo di Beatrice, in un loculo coperto da
una lapide priva di nome, secondo le norme previste per i giustiziati.

Ritorno ora all’unica indicazione del «lago della Duchessa» pre-


sente nel falso messaggio numero sette (Ip. 52).
Non viene naturale chiedersi come sia stato possibile per le BR, per
Mino Pecorelli e poi per Penthouse, conoscere il significato di questa
indicazione, se non in presenza di accordi preesistenti al sequestro e
alla uccisione di Aldo Moro? L’esecuzione del delitto da parte dei suoi
«sequestratori» presenta infatti decisivi riferimenti alla storia di Beatrice
Cenci (evocata, ma non nominata, con la citazione del lago della Du-
chessa). In concreto: l’abbandono della Renault rossa con il cadavere
di Aldo Moro in via Caetani (ovvero sotto il palazzo Mattei, proprio
il palazzo della Duchessa e cioè di Beatrice Cenci, come vedremo);
la citazione del teatro di Balbo (che pur faceva parte della dote della

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stessa Beatrice), come vedremo, da parte di Mino Pecorelli nella sua
ricostruzione del rinvenimento del cadavere di Moro; e ancora la presenza
dell’uomo vestito di velluto verde e del cronista egiziano a ricordare
i riti orientali. E altro ancora, come la presentazione del cadavere di
Aldo Moro secondo il rituale previsto dalla cosiddetta poena cullei,
la vecchia pena di morte prevista per il parricidio nel diritto romano.
Mi soffermo su quest’ultima, forse il riferimento meno trasparente.

La poena cullei, in origine, prevedeva che il condannato venisse


alla fine racchiuso in un sacco con animali vivi (come la scimmia, il
cane o il gallo) e fosse poi abbandonato nell’acqua del mare. Era una
tipica modalità esecutiva riservata ai più orribili reati, come il par-
ricidio (di qui il nesso con Beatrice), ai tempi di Roma, compresa
l’epoca di Caligola (a sua volta ucciso e massacrato). L’atto conclu-
sivo dell’«abbandono in mare» costituiva, nella tradizione più antica,
il momento essenziale della pena, che coincideva col finale del ritua-
le e veniva applicato al condannato per condotte particolarmente
gravi contro la polis romana, ovvero per i reati contro la cittadinanza.
Questa pena veniva infatti considerata come una procuratio prodigii
e cioè un rito analogo a quelli che le autorità sacerdotali mettevano
in campo allorché si trattava di «stornare», ovvero di eliminare, «pro-
digi ritenuti nefasti per la sicurezza e la vita della collettività e il cui
scopo ultimo era quello di ‘eliminare un mostro’».13
Ebbene, a me pare che nell’esecuzione di Aldo Moro venne in-
scenata, a scopi intimidatori e di generale tacitazione, la rappresen-
tazione figurata proprio di questo macabro rito.

Nel telegiornale RAI, alle ore 14.01,14 il ritrovamento del cadave-


re di Moro è descritto come segue:

13. Cfr. Lentano, M., «Sbatti il mostro in fondo al mare: Caligola e le spintriae
di Tiberio», in I Quaderni del Ramo d’oro, 3(2010), pp. 292-319.
14. http://www.teche.rai.it/2016/05/aldo-moro-il-ritrovamento-del-cadavere/

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È stato appena trovato il cadavere di un uomo nella vettura
indicata dal messaggio che ha condotto al rinvenimento dell’auto
in via Caetani. [...] Il corpo è forse quello di Aldo Moro. Esistono
solo notizie ufficiose [...]. Il cadavere si trova visibile nella parte
posteriore di una Renault rossa fatta trovare in via Caetani [...]. Il
corpo si trova «in un sacco» [...] Arrivano volanti e la DIGOS,
Lettieri, venti minuti prima. Arriva il comandante dell’Arma dei
carabinieri. La voce del rinvenimento, si dice, è stata diffusa alle
13.45. A via Caetani arriva il ministro dell’Interno Cossiga, con
il sottosegretario Clelio Darida. La riunione della DC alla sede di
Piazza del Gesù, si cui vi è riserbo, è stata sospesa [...]. Da una
agenzia ANSA si è appreso che un funzionario DIGOS ha detto
che il cadavere è di Aldo Moro.

Alla fine del filmato, si ribadisce: il corpo si trova «in un sacco...»


Dai dettagli successivamente raccontati nelle cronache, dopo la
rimozione della coperta che avvolge Aldo Moro all’interno del ba-
gagliaio, sparisce la possibile messa in scena del sacco, pur descritto
nell’immediatezza del rinvenimento dell’auto. Pare, cioè, che il
corpo della vittima risultasse avvolto in una coperta come in un sac-
co. I primi operatori della televisione che hanno visto e descritto la
scena, che poi può essere cambiata, magari solo a causa della neces-
sità di identificare la persona, parlano di un sacco: inizialmente il
corpo appariva chiuso «in un sacco», come per la poena cullei, la
pena del sacco.

Passo all’esame della successiva perizia (richiamata nella senten-


za): il «sacco» non viene più menzionato. Si dà però atto dell’ucci-
sione di Moro con undici colpi sparati con due rivoltelle (dieci colpi
con una rivoltella e uno con un’altra). Si è tra l’altro riscontrata la
presenza di:

abbondante bitume analogo a quello presente in alcuni nostri


litorali inquinati e [...] alcune delle specie vegetali identificate nei
bordi dei pantaloni e nel bagagliaio forniscono elementi indicati-

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vi sulla provenienza e sul momento del prelievo che sono in ac-
cordo con un’origine del materiale di aree del Lazio non montane
bensì litoranee con zone e giardini e coltivazioni. Per parte del
materiale vegetale il ciclo biologico denuncia uno stadio evoluti-
vo tipico di aprile e maggio; la presenza di formazioni pilifere
umane e di peli bianchi di animale potrebbero costituire interesse
nel prosieguo delle indagini qualora venissero analizzati con tec-
niche appropriate.

Non si tratta, forse, dell’evocazione delle altre due specifiche


modalità di uccisione e di abbandono del condannato a morte nella
poena cullei? È infatti prescritto che il condannato venga rinchiuso
in un sacco con un animale (che lo massacra come nello squartamen-
to). Ne vengono rinvenute tracce: «formazioni pilifere umane e di
peli bianchi di animale», tanto significative da essere espressamente
indicate dal perito e sottoposte alla valutazione del magistrato per
ulteriori approfondimenti (che non ci saranno). E le tracce rinvenute
nei suoi pantaloni, allo stesso modo, non richiamano proprio quell’ab-
bandono sulla riva, «tra fondali limacciosi» (come era indicato nel
falso messaggio numero sette di Pieczenik-Cossiga), proveniente
dalla stessa zona delle antiche inflizioni della poena cullei? (Ip. 51)
Nella sostanza vennero inscenate le modalità rituali indicate da
Pieczenik-Cossiga. Ma queste avrebbero dovuto essere ignote ai
brigatisti, a meno che non ne fossero stati informati prima da accor-
di incorsi con chi ordinò loro di far rinvenire il corpo racchiuso in
una coperta come in un sacco; e che si facessero trovare peli di ani-
male e residui limacciosi a evidenti scopi evocativi e quindi intimi-
datori.
Di quei peli e di quei residui si rinviene traccia anche nell’auto-
mobile, una FIAT 132 azzurra, dalla quale si ritiene avvenuto l’ultimo
trasbordo di Moro. Tuttora lo asserisce la Commissione parlamenta-
re d’inchiesta nella relazione del presidente Giuseppe Fioroni, appro-
vata nella seduta del 6 dicembre 2017:

L’ipotesi che il garage fosse localizzato in quella zona è raf-


forzata dal secondo verbale di rinvenimento del 16 marzo 1978,

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redatto da personale del gabinetto regionale della polizia scientifica
della Questura di Roma, inerente la nota FIAT 132 targata Roma
P79560, nel quale si legge: «Sull’alloggiamento del mandante
del congegno di chiusura dello sportello posteriore destro, poggia
uno stelo di infiorescenza arborea, contrassegnata con la lettera
‘Y’ [...] In prossimità dell’angolo posteriore destro del canaletto
della sede del bordo del coperchio del portabagagli, si rinvengono
altre infiorescenze arboree ed alcuni peli, contrassegnati con la
lettera ‘O’».

Mi viene da chiedermi come sia stato possibile che mai nessu-


no abbia notato questi particolari, anche di fronte alle contraddit-
torie spiegazioni dei brigatisti sulla sabbia nei pantaloni di Moro.
Chi dunque, mi domando, sono stati realmente i suoi sequestrato-
ri, chi ha raccolto le sue «lettere», chi gli uccisori e i reali man-
danti?
E danno da pensare anche i riferimenti colti dall’ultima Commis-
sione Moro): sugli appartamenti in via della Balduina ricondotti a
monsignor Paul Marcinkus e a Omar Yahia, finanziere libico, legato
all’intelligence di casa sua e a quella statunitense. Ricompaiono in-
fatti nelle indagini di Mani pulite del 1992-1994 e riguardano in
particolare quel Pierfrancesco Pacini Battaglia e lo stesso arcivesco-
vo presidente dello IOR vaticano, che sembrano essere stati attivi
sino agli anni Novanta attraverso gli stessi conti e le stesse banche
manovrate da Lottusi e Moglia (dalla Sicilia e da Milano alla Sviz-
zera, e quindi alla centrale di Wall Street).
Del resto il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, racconta che «le
transazioni a favore di mio padre passavano tutte tramite i conti e le
cassette dello IOR».15 Può darsi che sia stato questo il reale motivo
per cui nel 1978 si arenarono le trattative del Vaticano per liberare
Aldo Moro? E che, allo stesso modo, fece interrompere le indagini
sull’operato della centrale di Wall Street nel 1991, avviate dall’auto-

15. Cfr. Rendina, C., I peccati del Vaticano. Superbia, avarizia, lussuria, pedo-
filia, Newton Compton, Roma 2010.

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rità giudiziaria di Palermo e dall’inchiesta Mani pulite nel 1992-1994?
E quelle di Paolo Borsellino sulle dichiarazioni del collaboratore
Calcara?
E perché mai, in fin dei conti, su Pentohuse vennero espresse
quelle soffiate esplicite, se non per infondere terrore e minacciare chi
avesse accennato anche una sola parola in proposito? Magari anche
nei confronti della stessa P2, allora assorbita dalla sconosciuta («sco-
nosciuta»?) societas dei Rosa-Croce? Insomma, non si può scaccia-
re il sospetto che tutto ciò sia stato funzionale a tacitare tutto, come
del resto è effettivamente avvenuto da allora sino a oggi.

Il teatro di Balbo e il palazzo Mattei (Ip. 52)

Esaminiamo ora l’altro elemento «comune» presente tra il caso


di Beatrice Cenci e quello di Aldo Moro; il luogo dell’abbandono
dell’auto, via Caetani, nonché le descrizioni di Mino Pecorelli sul-
la Crypta Balbi.
Ho già accennato a questa ricostruzione parlando di Malvolio,
quando Pecorelli riporta le parole di un’immaginaria signora che
osserva ciò che avviene davanti a lei «addossata al muro dove è par-
cheggiata la Renault rossa», sottolineando proprio la presenza dell’an-
tico edificio: «Dietro ci sono i ruderi del teatro di Balbo, il terzo
anfiteatro di Roma». Pecorelli dà l’impressione di conoscere la sce-
neggiatura del sequestro e dell’assassinio di Moro, o di aver comun-
que individuato la rievocazione storica che ne ha ispirato le modalità
di esecuzione.
Il fatto che quel preciso luogo venga citato proprio in occasione
del rinvenimento del corpo di Moro in via Caetani assume un signi-
ficato particolare. Le indagini riguardanti quest’ultimo sito si sono
sempre indirizzate verso componenti della famiglia Caetani e perso-
naggi della sinistra, ma anche verso la Cecoslovacchia: Paese infatti
menzionato anche da Renzo Rossellini come teatro di «prove» e si-
mulazioni del sequestro di via Fani.

* * *

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Se, però, le stesse informazioni venissero interpretate nel senso
da me indicato (ovvero dei richiami massonici alle divinità egizie, a
Caligola e ora anche alla storia di Beatrice Cenci), non sarebbe im-
possibile ipotizzare che nell’articolo di Penthouse, specie nel riferi-
mento al teatro di Balbo e alla sua cripta, sia stato individuato il
luogo esatto del nascondiglio in cui venne realmente condotto e
forse giudicato Aldo Moro.
La Crypta Balbi fa parte dell’antico teatro che Lucio Cornelio
Balbo fece erigere nel Campo Marzio nel 13 a.C. Oggi si trova al n.
31 di via delle Botteghe oscure. Fu Francesco Albertini, all’inizio
del XVI secolo, a identificare nel teatro di Balbo quelle rovine che,
ancora visibili al suo tempo nei pressi della casa di Domenico Mat-
tei, erano poi state inglobate nella costruzione di altri edifici della
stessa famiglia. In questa zona durante i lavori fu rilevata la presen-
za di un mitreo (antro sotterraneo dedicato al culto del dio Mitra,
originariamente indoiranico) risalente al II secolo d.C.16 Iside, così,
venne venerata congiuntamente a Cibele e alla Grande Madre.17 La
Grande Madre, dea della natura, degli animali (Potnia theròn) e dei
luoghi selvatici, impersonava la forza riproduttrice della natura ed

16. I culti mitraici nell’Impero romano si ricollegano a Iside: riguardavano la


scoperta della precessione degli equinozi da parte di Ipparco di Nicea. Cfr. in par-
ticolare Lippera, S., «Alla Crypta Balbi riaffiora una Roma millenaria», 23 marzo
2007, http://urloweb.com/cultura/le-meraviglie-e-misteri-di-roma/alla-crypta-bal-
bi-riaffiora-una-roma-millenaria/
17. Secondo il mito, raccontato nei Testi delle Piramidi e da Plutarco nel suo
Iside e Osiride, Nefti con l’aiuto della sorella recuperò e assemblò le parti del corpo
di Osiride, riportandolo alla vita. Per questo era considerata una divinità associata
alla magia e all’oltretomba. Dall’epoca tolemaica la venerazione per la dea, simbo-
lo di sposa, madre e protettrice dei naviganti, si diffuse nel mondo ellenistico, fino
a Roma. Il suo culto, diventato misterico per i legami della dea con il mondo ultra-
terreno, nonostante all’inizio fosse ostacolato, dilagò in tutto l’Impero romano. Gli
imperatori augustei si opposero sempre all’introduzione del suo culto e nel 19 d.C.
Tiberio fece distruggere il tempio di Iside, gettandone nel Tevere la statua e croci-
figgendone i sacerdoti, a causa di uno scandalo. Poi il culto della divinità femminile
venne ripreso da Caligola e si diffuse nei circoli colti della città, in particolare tra le
ricche matrone. Successivamente Iside venne assimilata a molte divinità femminili
locali, quali Cibele, Demetra e Cerere, e molti templi furono innalzati in suo onore
in Europa, Africa e Asia. Durante il suo sviluppo nell’Impero, il culto di Iside si
contraddistinse per processioni e ricche feste in onore della dea.

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era venerata spesso sotto il nome di Grande Dea, Madre degli dei,
Matrice.
In vecchi volumi sulla storia della duchessa Beatrice e sui ruderi
del palazzo di Balbo si trova menzione di specifiche opere dedicate
alla Madre degli Dei, Cibele, nel palazzo Mattei, di cui una, la più
antica, presenta le mani posate sulle teste di due leoni, e un’altra, più
recente, ricorda la prima. Sempre nel palazzo Mattei esiste un altro
riferimento a Iside ancora più specifico: è rappresentata come dea
alata in un bassorilievo di basalto verde, nel corso di una processione
sacrificale. Le sue ali, attaccate al di sotto dei fianchi, coprono e in-
viluppano le cosce e le anche, come nelle figure alate delle «medaglie
di Malta».

Incentro la mia attenzione sul palazzo Mattei. Nell’articolo «Cri-


sto nella plastica», su Penthouse, si legge:

Come risposta Chiesa e Stato fanno immagini per mostrare


alla gente che stanno aiutando Aldo ed Eleonora. Il papa ha un
elicottero che contiene una bella statua di nostra Signora di Fatima
e un prete che dice una messa per la salvezza mentre sorvola la
casa di Moro. [...] l’Air Force ha sei jet che spargono rosso, bian-
co e verde, i colori della bandiera italiana nei cieli sopra la via del
Martire.

Un teste che ho ascoltato all’inizio di questa mia ricostruzione


(Beirut 2) mi aveva raccontato di quella enorme fotografia, eseguita
dall’alto di un elicottero, che ritraeva Aldo Moro in un cortile nel
corso della sua prigionia. Poteva essere il cortile di palazzo Mattei?
Potrebbe essere proprio questa la base protetta ricavabile incrocian-
do le indicazioni Pieczenik-Cossiga sul lago della Duchessa, il
collegamento tra Beatrice Cenci (evocata dal lago) e palazzo Mattei,
il rinvenimento di Aldo Moro in quel luogo, le foto aeree del cortile,
la citazione sarcastica delle foto del papa con a bordo la statua di
Fatima (evocata anche per l’incontro iniziale della scorta a casa di
Moro).

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In conclusione lo statista sarebbe stato «martire» nella sua ultima
casa: quella della prigionia.

Il palazzo Mattei di Giove (detto anche Antici Mattei) è nel centro


storico, tra via Michelangelo Caetani e via dei Funari, nel rione
Sant’Angelo. Ospita attualmente alcune colte istituzioni: due istituti
del ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo (la Bi-
blioteca di storia moderna e contemporanea e l’Istituto centrale per
beni sonori e audiovisivi, già Discoteca di Stato), nonché l’Istituto
storico per l’età moderna e contemporanea e il Centro studi america-
ni, munito di ingressi separati. Quest’ultimo venne creato a Roma
poco prima della Seconda guerra mondiale grazie anche alla dona-
zione di numerosi testi su argomenti americani (storia, letteratura,
saggistica, poesia, teatro eccetera). Dal 1963 l’ente, senza finalità di
lucro, gode di riconoscimento giuridico.
Le cronache del ritrovamento del cadavere di Moro riferiscono le
diverse reazioni espresse dai due massimi esponenti del «partito
della fermezza» accorsi sul posto: «Pecchioli non lasciava trasparire
emozione o nervosismo. Cossiga, invece, coinvolto anche dal punto
di vista affettivo e psicologico [...], appoggiò la testa al muro dell’a-
diacente palazzo Antici Mattei ed esplose in un pianto sommesso e
prolungato».18

Dal Centro studi americani al «nucleare»

A palazzo Mattei, è stato presidente del Centro studi americani


Gianni De Gennaro. Prima di lui lo è stato Giuliano Amato, nel 1992
uno degli artefici delle privatizzazioni in Italia. Un noto premiato del
Centro è stato l’ex ambasciatore americano in Italia Peter Secchia
(Ip. 53).

18. Fasanella, G., Mori, M., Ad alto rischio. La vita e le operazioni dell’uomo
che ha arrestato Totò Riina, Mondadori, Milano 2011, versione ebook.

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Ritorno, così, ai rapporti di Penthouse e del suo fondatore Bob
Guccione con i servizi americani, domandandomi se possano esservi
ulteriori strani intrecci con gli agenti segreti USA. Individuo un altro
suo particolare settore di intervento: quello del nucleare, più preci-
samente la «fusione nucleare», ossia il difficile impiego dell’idroge-
no e dell’elio, le sostanze produttive della energia del sole... del mi-
tico Helios (Ip. 54).
Informative americane (e documenti biografici) raccontano che già
negli anni Settanta, e in particolare nel 1978, Bob Guccione realizzò
una joint venture con il fisico americano Robert Bussard, uno scien-
ziato dedito alla fusione nucleare, per progettare il reattore Ignitor in
collaborazione anche con il fisico italo-americano Bruno Coppi; era
destinato ad alimentare la ricerca del progetto Tokamak, il cosiddetto
Riggatron e l’apparecchiatura denominata IEC Polywell. Tutto ciò
avvenne presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT), centro
studi da cui proveniva anche Steve Pieczenik. I partner del progetto
erano in contatto con i centri di ricerca nucleare presenti in Svizzera
(il CERN) e negli USA (il Fermilab); il sodalizio scientifico prevedeva
anche la collaborazione della Russia.
L’iniziativa si valeva di una particolare banca: la Washington Riggs
Bank, un’istituzione nota agli americani come la «banca del Presi-
dente» (e dei suoi fondi riservati), cioè manovrata dalla CIA. Ed è
pure risaputo il suo collegamento con la Russia: nei primi anni No-
vanta i nativi di quel Paese ottenevano la cittadinanza americana
quando ne divenivano clienti (e finanziatori delle attività che patro-
cinava). A questa particolare operazione di «finanziamento» indiriz-
zata a Bob Guccione in veste di studioso prese parte un altro italiano,
il già citato Bruno Coppi, molto noto anche nel nostro Paese. Trasfe-
ritosi sin da giovane negli Stati Uniti, nel 1968 divenne professore al
MIT: fu appunto, come accennato, l’inventore del progetto Ignitor.
Non stupisce che in questo sia stato seguito e accompagnato da part-
ner americani; qualche stupore desta invece l’appoggio di vari nostri
governi, sino a oggi: un simile progetto, sebbene in apparente con-
trasto con il vecchio referendum italiano sul nucleare, nel caso di
attività svolte all’estero parrebbe invece evidentemente attuabile, se
realizzato... in Russia.

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* * *

Il 18 gennaio 2011 la testata web Talkingpointsmemo.com (TPM)


pubblica un lungo servizio su Bob Guccione realizzato dopo la sua
morte.19 L’articolo è stato scritto sulla base di dati forniti dall’FBI
dietro una formale richiesta di accesso («Through a Freedom of In-
formation Act Request»). Il lungo racconto riporta la descrizione di
svariati rapporti tra Bob Guccione e le autorità USA. In particolare
accenna a oscure relazioni e coperture tra lui e la Casa Bianca (con
il presidente Ronald Reagan). Il servizio si conclude con la seguente
precisazione editoriale: «Nella risposta dell’FBI si dichiara che alcuni
file interessati dalla nostra richiesta di accesso risultano essere stati
distrutti il 2 luglio 1977 e il 21 maggio 1992. Inoltre, non è stato pos-
sibile reperire i documenti dell’ufficio dell’FBI di Los Angeles; altri
ancora sono stati trasferiti negli Archivi nazionali il 28 gennaio 2010».
La distruzione dei dati dell’FBI avvenuta il 2 luglio 1977 potreb-
be riguardare parte del materiale di registrazione del film Caligola
(ignoro per quale aspetto abbia potuto interessare l’FBI), che arriva
in Italia, per il controllo della censura, il 9 luglio 1979, dopo il licen-
ziamento, avvenuto il 18 aprile 1977, di Tinto Brass da parte di Bob
Guccione, a quanto pare contestato da quest’ultimo con fondamento
riconosciuto dalla magistratura.20
Quanto alla distruzione datata 21 maggio 1992, posso solo rilevare
che porta la data di due giorni prima della strage di Capaci. Non sa-
rebbe forse il caso, mi chiedo, di appurare che cosa l’FBI non abbia
intenzionalmente fatto conoscere su Bob Guccione (e su di sé) in
riferimento a questo particolare periodo?

Posso ora ritornare alle vicende degli anni Novanta non senza aver
constatato che l’FBI è allora «entrata» in varie vicende del nostro

19. https://talkingpointsmemo.com/muckraker/bob-guccione-s-fbi-file-from-direct-­
mail-smut-peddler-to-penthouse-founder
20. Cfr. https://visioniproibite.wordpress.com/2017/07/12/caligola-tinto-brass-
prima-parte

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Paese: nell’arresto e nell’estradizione dell’arabo Al-Jawary, nelle
indagini su Joe Cuffaro, in quelle su Giuseppe Lottusi e Giancarlo
Formichi Moglia in Italia, in Svizzera e negli Stati Uniti, in quelle
sulla società di americani indicata nel Memorandum, nelle operazio-
ni eseguite a Wall Street nonché nelle attività di Bob Guccione, rela-
tive al porno ma anche al nucleare.
Che cosa avviene – viene naturale chiedersi – subito dopo la
comparsa di quei particolari nomi nel Memorandum dell’ottobre del
1991, dopo le stragi mafiose e le altre vicende dell’Italia del 1992?
È l’Italia questa volta, anch’essa in totale silenzio, che riesce a fare
un colpaccio incredibile negli Stati Uniti: preleva oltreoceano (senza
legittima estradizione, secondo un tipico modello di azione USA) un
personaggio lì agli arresti che interessava particolarmente sia al nostro
Stato sia proprio a Giovanni Falcone.
Davvero può essere stata possibile una tale prodezza?
Possibile, sì.
Con qualche seria conseguenza, però.

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14
Dal museo del Louvre
alle stragi del 1993
(Indagine 2017-2018)

Lo sgarbo dell’Italia: l’estradizione inversa del 1993 (Ip. 55)

Dalla rievocazione (massonica) del caso Moro ritorno alle stragi


dei primi anni Novanta, evidenziando la presenza all’interrogatorio
del giudice Rose di un altro singolare investigatore (oltre ad Arnaldo
La Barbera, depistatore nelle indagini sulla strage di via D’Amelio).
Si tratta sempre di un nostro funzionario di polizia, Ruggero Perugini,
esperto in delitti seriali e ufficiale di collegamento tra forze di polizia
nostre e degli Stati Uniti. In quel periodo era divenuto famoso nelle
indagini sul Mostro di Firenze, un presunto serial killer di sei coppie
tra il 1968 e il 1985. È possibile, mi chiedo, che in quel momento
qualcuno verificasse se nostre indagini seguissero possibili collega-
menti «seriali» (ovvero ricorrenti) tra quelle stragi e altre più vecchie
attività targate Stay-behind? Al processo fiorentino sul Mostro (il
successivo 15 luglio 1994), nell’aula bunker del capoluogo toscano,
depose il criminologo Francesco Bruno, chiamato come consulente
della difesa dell’imputato Pacciani (accusato di essere il Mostro).
Questi risultò, come La Barbera, collaboratore del SISDE nonché, in
passato, consulente speciale dell’altro criminologo, Franco Ferracuti,
il cui nome era comparso nelle comunicazioni tra le nostre autorità e i
brigatisti durante il sequestro Moro in occasione del falso messaggio.
Tutte casualità? Forse. Eppure le stranezze e i segreti connessi con
l’arabo e i nomi degli americani che si presentano legati alle vicende

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del caso Big John (che negli anni 1991 e 1992 avrebbero potuto ri-
portare al caso Moro) m’inducono comunque quantomeno a ipotiz-
zare che anche la strategia stragista del 1993 possa essere collegata
alle vicende precedenti in un qualche altro modo che sinora ci sfug-
ge. E in tale caso – mi chiedo – non potrebbe ritenersi anomalo anche
il brusco dietrofront manifestato dal presidente Bush sul trasferimen-
to di Silvia Baraldini in Italia? In poche parole, mi chiedo se, a un
certo punto, non possa essere stato mutato l’oggetto dello scambio
con l’arabo arrestato a Roma: ovvero che l’Italia, pressata affinché
concedesse quella estradizione (violando il Lodo Moro), abbia alla
fine preteso e ottenuto invece, come «oggetto» di scambio, il ricicla-
tore Giancarlo Formichi Moglia, al quale senza dubbio tenevano in
modo particolare i nostri investigatori (e Giovanni Falcone soprattut-
to), ma che i vertici degli Stati Uniti avrebbero comunque voluto
tacitare in ogni riferimento alla «regia» di Wall Street. Non c’erano
forse tutti gli estremi per giustificare un’altra operazione «in segreto»?
Ricostruisco alcuni fatti oggettivi. La domanda di estradizione
dell’arabo viene ritenuta fondata dalla nostra Cassazione il 17 feb-
braio 1992, ma a quel punto sussistono ancora tempi tecnici di attua-
zione, nonché la decisione finale del ministro Martelli. Il giorno se-
guente, 18 febbraio, l’autorità giudiziaria di Palermo emette un
mandato di cattura per Giancarlo Formichi Moglia, come abbiamo
visto nel capitolo 11. Giovanni Falcone, dal ministero, allarga il
mandato all’este­ro e ne chiede l’arresto in Australia. L’indiziato
viene fermato il successivo 6 marzo, ma (dopo che il suo legale lo ha
ammonito di non parlare se ci tiene alla vita) l’Australia nega comun-
que l’estradizione perché il mandato non risponde ai requisiti legali
richiesti da quel Paese per consegnare un «indagato» all’Italia.
Dopo l’uccisione di Giovanni Falcone giunge notizia, in autunno,
che è saltato l’accordo da lui fatto con Bush per ottenere il trasferi-
mento in Italia della detenuta Baraldini, forse (come insinua Lucio
Manisco) per il protrarsi dell’estradizione dell’arabo.
E se fosse subentrata una diversa pretesa da parte di nostri appa-
rati?

* * *
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Verifico con Moglia che cosa esattamente gli sia avvenuto.
Come già sappiamo, nell’ottobre del 1992 Giancarlo Formichi
Moglia viene forzosamente trasferito dalla Nuova Zelanda negli
Stati Uniti, a Honolulu.
Lì viene subito arrestato, su richiesta del nostro ministero e del
governo, dalle autorità USA, che tuttavia non paiono intenzionate a
procedere contro di lui. Anzi gli propongono di collaborare contro il
mafioso Joe Gambino (che Moglia però dichiara di non conoscere).
Formichi Moglia viene dunque trattenuto in arresto dagli Stati
Uniti in attesa del definitivo provvedimento di estradizione. Il relati-
vo procedimento, come in Italia, prevede due gradi di giudizio e le
decisioni finali amministrative e del governo USA.
Frattanto l’arabo estradato dall’Italia negli Stati Uniti (Al-Jawary)
viene sottoposto a processo dinanzi alla corte di Manhattan, dopo che
sono scaduti i termini dei rinvii da lui richiesti adducendo la giusti-
ficazione di dover approntare con il difensore avvocato Kunstler la
propria difesa dinanzi al procuratore Rose e ai giudici di New York.
Subito dopo l’inizio delle formalità di apertura del processo, il 26
febbraio 1993 (ovvero tre giorni dopo la formazione della giuria), a
New York avviene l’attentato al World Trade Center con quel fur-
gone carico di circa seicentottanta chili di esplosivo che esplode nel
parcheggio sotterraneo al fine di causare il crollo delle due Torri. Si
tratta, come apprenderò più avanti, dei Fratelli musulmani (sodali
dell’organizzazione terroristica Hamas, cui appartiene lo stesso Al-
Jawary), attirati negli Stati Uniti con l’estradizione dell’arabo.
Lo stesso giorno, il 26 febbraio 1993 (un venerdì), la Corte di
Honolulu dichiara fondata la richiesta di estradizione (di primo gra-
do) avanzata dal governo italiano per Giancarlo Formichi Moglia.
L’FBI nel frattempo continua a proporgli accordi: non riguardano
assolutamente l’intento di mettere a nudo la regia di Wall Street (an-
che perché la singola attività da lui lì svolta non risulta illecita), ma
sperano che accetti di «infiltrarsi» nell’organizzazione dei traffici di
droga diretta da Joe Gambino (Cosa nostra di casa loro).
La sentenza sull’estradizione di Moglia verso l’Italia viene impu-
gnata dal suo difensore negli Stati Uniti. La carcerazione preventiva
dell’indiziato nel procedimento di estradizione può durare sessanta

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giorni, e quindi (per Moglia) può protrarsi sino al 26 aprile 1993,
quando deve essere scarcerato per affrontare il seguito del procedi-
mento di estradizione in stato di libertà.
Il giorno 26 aprile è un lunedì e non risulta ancora fissato il giu-
dizio di secondo grado. Dovrà quindi essere scarcerato. Ma qualcosa
accade il giorno prima, 25 aprile. Di domenica.

25 aprile 1993: il giorno del ratto

Chiedo a Giancarlo Formichi Moglia di spiegarmi quegli eventi


in una mail, allo scopo di evitare fraintendimenti. Mi risponde il 1°
maggio 2018.

Dovevo essere preso in custodia – mi racconta – dall’agente


speciale capitano Kavein Peterson dell’FBI uno di quei giorni
[...]. Mi trovavo con altri detenuti nelle celle di sicurezza ubicate
sotto le aule della Court House nel palazzo di giustizia in Los
Angeles. Quando stavano per riportarmi in istituto mi chiamano
e mi accompagnano alla porta di uscita. Sono sempre ammanet-
tato, mani e piedi. Con me ho solo due buste con alcuni documen-
ti relativi alla mia estradizione. Resto in attesa da solo in una
stanza con doppie porte per quindici minuti. Poi da un altopar-
lante mi comunicano di uscire. La porta si apre e invece del ca-
pitano Peterson trovo ad aspettarmi due 007 italiani, forse dello
SCO, con una bella donna di nome Whitehead che era un marshall
in borghese [polizia penitenziaria per trasferimenti dei detenuti,
N.d.A.]. Mi dice che devo andare con quei signori in Italia. E che
lei è incaricata di accompagnarmi all’aeroporto. Rispondo che
deve esserci uno sbaglio. Le spiego la mia posizione e insisto per
parlare con il mio avvocato. Uno dei due agenti mi chiede dove
sono i miei effetti personali e documenti. Rispondo che non ho
nulla con me. Lui rivolgendosi al collega gli domanda: «Ma non
ha il passaporto? Come facciamo per l’identificazione?» L’altro
risponde: «Non fa nulla, tanto ha dichiarato verbalmente di chia-
marsi Moglia». Io insisto per far valere i miei diritti. Ma mi

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