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Mario Perniola – Scrivere, scrivere… perché?

Il mondo è sovraffollato di scritture che nessuno legge. Pare che ci siano cento milioni di blog, la stragrande
maggioranza dei quali non è presa in considerazione da chicchessia. In gran parte, non si tratta veramente di
scritture, vale a dire di composizioni dotate di una consapevolezza critica della tradizione letteraria, ma di
trascrizioni di parole orali, sfoghi, libere espressioni spontanee che appartengono ad una sfera privata incapace
di suscitare l’attenzione e l’interesse di qualcuno. Tutti vogliono parlare, ma non c’è più nessuno ad ascoltare.

Al grado zero della scrittura si accompagna il grado zero della comunicabilità, la quale è a sua volta il grado
zero dell’esperienza. La tecnologia informatica della comunicazione, nei suoi ultimi sviluppi, produce un
risultato esattamente opposto a quello che propone: non la libera partecipazione di tutti ad un mondo comune,
ma la chiusura ermetica, l’incapsulamento dei singoli in se stessi, il moltiplicarsi di esistenze murate e
inaccessibili a qualsiasi discorso differente dalla clonazione del loro sfogo. La patologia che sembra più
prossima a quest’ultimo sviluppo della tecnologia di Internet sembra perciò l’autismo, i cui caratteri specifici
sono appunto l’incapacità di interazione sociale e di rapporti di reciprocità, l’indifferenza emotiva agli stimoli
esterni o la reazione scomposta ed ipereccitata, la paura del cambiamento, l’ecolalia, vale a dire la ripetizione
stereotipata di ciò che è ascoltato. E’ stato osservato che la cultura dei blog si muove in una direzione opposta
alla globalizzazione, perché, essendo legata allo spontaneismo espressivo e all’estensione digitale dell’oralità,
adopera le lingue nazionali e addirittura gerghi conosciuti da cerchie sociali molto ristrette. Il primo esito è
perciò la provincializzazione d’Internet, nel quale la lingua inglese occuperebbe soltanto il 30% dell’intero
traffico della rete mondiale: questo fenomeno non ha tuttavia un risvolto neo-nazionalistico, ma conduce ad un
ripiegamento provinciale e “strapaesano” della blogosfera.

Secondo Geert Lovink, direttore dell’Institute of Network Culture del Politecnico di Amsterdam, il carattere
autobiografico dei blog comporta una confusione tra il pubblico e il privato, che induce i blogger a esprimersi
in modo disinibito e pieno d’ira, imbarbarendo lo stile del dibattito politico. Il modello argomentativo su cui si
basa la cultura politica tradizionale viene sommerso dall’insulto, dal sarcasmo e dall’irrisione: il blog sarebbe
per lo più il rifugio di opinioni imbarazzanti e di cattivi sentimenti che, anche quando risultano convidivi da
altri utenti, non sottraggono il singolo alla patologia dell’autismo e dell’autoreferenzialità. Lovink sottolinea il
successo in Olanda dei cosiddetti shockblog, vale a dire di quei blog che si reggono sull’espressione di tutto ciò
che non è politicamente corretto (dall’antisemitismo all’odio nei confronti di qualsiasi tipo di elite). Infatti, ci
si rifiuta di prendere in considerazione coloro che pensano diversamente e si linka solo i siti che sono percepiti
come affini. Secondo Lovink, la tonalità emotiva che pervade quelli che chiama “il microeroismo di gente in
pigiama” in Internet è la noia; la sua strategia occulta è far precipitare ogni cosa nella completa irrilevanza e
futilità. A partire dal momento in cui attraverso la tecnologia ADSL, si è sempre on line, sorge una dipendenza
compulsiva che annulla la distanza tra il reale e l’immaginario e dissolve l’identità del singolo in una corrente
comunicativa senza sosta.

L’Italia si rivela ancora una volta un laboratorio socio-politico di grande interesse: l’autismo comunicativo
acquista un carattere epidemico e una fisionomia collettiva nell’antipolitica di un comico, Beppe Grillo, il cui
blog riceve qualche migliaio di commenti ogni giorno. Questi riesce a mobilitare centinaia di migliaia di
persone, spostandole dalla tastiera del computer alla piazza, all’insegna dello slogan più banale e triviale:
“Vaffanculo!” In questo modo gli “incazzati in pigiama” si sottraggono alla noia e ritrovano una pseudo-
identità, in una specie di “autismo di massa”, che costituisce un fenomeno differente dal populismo, dal
qualunquismo e dal moltitudinismo.

Ma cosa c’entrano i blog e Beppe Grillo con la letteratura e con l’arte? Essi sono il prodotto finale, la forma
compiuta, il punto d’arrivo di un disastro che è cominciato molto tempo fa e che può essere definito come il
dissolvimento dell’opera nella comunicazione. Il proliferare bulimico di scritture che pretendono di essere in
presa diretta con l’attualità registrandola nel momento in cui avviene comporta conseguenze clamorose sulla
letteratura, rendendola impossibile. L’autismo comunicativo toglie ogni autorevolezza all’autore, contrae il
passato e il futuro in un presente effimero, spezza ogni rapporto con una dimensione storica collettiva la quale
implica l’esistenza di un significato che va aldilà della mera cronaca.

L’ origine dell’autismo dell’immediatismo e del presentismo dei blog sta nel Romaticismo, che ha attribuito
all’autore la pretesa di avere nei confronti delle proprie opere un atteggiamento ironico ed ha assegnato alla
soggettività infinita un primato assoluto nei confronti di qualsiasi prodotto. Nel corso del Novecento le
avanguardie artistiche e letterarie hanno radicalizzato questo orientamento. Nella letteratura, il
romanzo L’innominabile di Samuel Beckett, porta la narrativa nel vicolo cieco dell’autismo comunicativo dei
blog. Non c’è più la possibilità di raccontare qualcosa che interessi a chicchessia, perché è venuta meno la
possibilità stessa dell’esperienza, perfino quella della scrittura. I blogger sono innominabili che non sanno
quello che fanno e non hanno neanche alcun interesse né possibilità di saperlo. Lo scrittore francese Jean
Paulhan, si chiedeva ironicamente: “ Chi potrebbe tollerare, si domanda un giovanotto, di non essere uno
scrittore?” ma aggiungeva: “ E ogni giovane scrittore si meraviglia che lo si possa considerare solo uno
scrittore”, perché pretende di esprimere se stesso liberamente senza essere condizionato dalle convenzioni
letterarie, esattamente come l’estensore dei blog.

In altre parole, tra L’innominabile e Beppe Grillo non esiste soluzione di continuità: perché mai uno dovrebbe
leggere Beckett, se questi non è capace di raccontare nessuna azione, nessuna esperienza che riguardi anche gli
altri? Il ragionamento del blogger è dunque questo: “Perché deve essere solo lui a parlare di se stesso? Tutti
devono poter parlare di se stessi, anche se nessuno li ascolta”. Ma giustamente scriveva Malraux nelle
sue Antimemorie: “Che cosa importa ciò che importa solo per me?”.