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La natura immaginaria del tempo

Antonio Manzalini, Ph.D


Daniele Gullà - Consulente Tecnico Ambientale

Abstract

La Natura sembra operare non solo nel tempo reale, che tutti ben
conosciamo, ma anche in un tempo immaginario. Il termine immaginario si
riferisce al concetto matematico (formulato per la prima volta sul finire del
XVI secolo) di numero immaginario, ovvero di radice quadrata di un numero
negativo. Dunque non esiste solo il tempo reale, che be conosciamo: è nel
tempo immaginario, dove scompare la distinzione fra passato, presente e
futuro, che la Natura orchestra i fenomeni quantistici più sottili.

Quando il tempo diventa “relativo”

Nell’epoca di J. Newton, i concetti di spazio e di tempo erano considerati


«universali». Nei Principia Mathematicae, J. Newton affermava, infatti, che
spazio e tempo sono due entità distinte ed assolute.

Queste idee dominarono la fisica e la cultura scientifica fino a quando Albert


Einstein pubblicò la Teoria della Relatività Speciale nel 1905.

Da quel momento spazio e tempo diventano relativi, cioè dipendenti dal


sistema di riferimento in cui si trova l’Osservatore. Non solo, spazio e tempo
diventano anche elastici: nella relatività di parla, infatti, di dilatazione del
tempo e di contrazione delle lunghezze spaziali. Spazio e tempo formano una
unica entità, a quattro dimensioni, tre spaziali ed un temporale.

Ma fu la Relatività generale a portare, dal 1915, l’affermarsi di una rivoluzione


ancor più grande. A. Einstein dimostrò che la gravità non è semplicemente
una forza che agisce a distanza tra due corpi dotati di massa, ma va vista come
una deformazione geometrica dello spazio-tempo a causa della presenza di
masse. Questo ha importanti implicazioni.

La presenza di una massa rallenta il tempo: il tempo scorre più veloce in


montagna (più lontani dal centro della terra), e più lento in pianura (ovvero
più in basso). Il tempo è inoltre rallentato dalla velocità…
Dunque esistono infiniti tempi che dipendono da dove mi trovo e dalla mia
velocità. Il tempo non è più da considerarsi «assoluto».

Occorre ricordare che nessuna legge della Fisica ci dice che il tempo deve per
forza muoversi secondo una direzione che va dal passato, attraverso il
presente, verso il futuro.

Pensate a questo esperimento mentale. Smontiamo un orologio…e mettiamo


tutti i suoi componenti smontati in una scatola. Agitiamo la scatola. Se le leggi
della fisica sono simmetriche rispetto al tempo…anche l’entropia dovrebbe
evolvere simmetricamente in entrambe le direzioni…e quindi dopo un certo
tempo potremmo aspettarci di aprire la scatola a trovare l’orologio, rimontato
o quasi. Eppure questo non succede mai. Cosa ci manca nella comprensione
del tempo?

In effetti, ogni giorno noi sperimentiamo la crescita del disordine solo perché
ci sono più configurazioni disordinate che ordinate… e noi siamo portati ad
associare, a tale crescita naturale di disordine percepito, la freccia del tempo
(ovvero un aumento di entropia). Abbiamo in sintesi una visione
approssimata della realtà macroscopica

Tempus distensio animae

Forse, per capire la vera natura del «tempo» dobbiamo allora guardarci
dentro, non basta solo «misurarlo» dal di fuori, osservando la Natura. Nei
dialoghi tra D. Bohn e J. Krishnamurti, il fisico D. Bohm ha espresso bene
questo concetto dicendo “Studiammo la natura dello spazio, del tempo
e dell’universo in rapporto alla natura esterna e in rapporto alla mente”.

Emerge quindi un nuovo punto di vista che lega il tempo intimamente al


pensiero. J. Krishnamurti ci dà anche la nuova chiave di lettura che “Il
pensiero nasce dall’esperienza e dalla conoscenza, che sono inseparabili dalla
percezione del tempo”, ovvero il tempo, negli esseri viventi, ha anche una
natura psicologica. Tempus distensio animae sosteneva Sant’Agostino.
Questo per certi versi ci pare scontato, quando abbiamo una percezione del
tempo diversa a seconda delle situazioni che viviamo.

Ad esempio, perché il tempo sembra passare rapidamente quando ci


divertiamo e rallentare quando siamo annoiati? In uno studio su topi
pubblicato su Science [1], sembra sia stato osservato che il rilascio di
dopamina nei neuroni abbia un ruolo nel modo in cui viene percepito il
tempo.
Non solo dunque il tempo non è più assoluto, come ha dimostrato la
Relatività generale, ma la sua percezione, o addirittura la sua intima natura, è
relativa allo svilupparsi del pensiero e dello stato emozionale.

Qui si apre tuttavia una più riflessione. In Natura esiste una legge secondo la
quale i fenomeni si svolgono sempre in modo da render minima una certa
grandezza nota come «quantità di azione» (dimensionalmente è un’energia
moltiplicata per un tempo). È il cosiddetto Principio di Minima Azione, una
generalizzazione del Principio di Fermat (1763): un raggio di luce sceglie
sempre il percorso che ha un tempo di percorrenza minimo (non
necessariamente il più corto!).

In fisica il principio variazionale di Hamilton è una formulazione del principio


di minima azione ad opera di W. R. Hamilton. Esso afferma che il moto di un
sistema fisico fra due istanti dello spazio delle configurazioni è quello che
risulta minimizzato in corrispondenza della traiettoria effettiva del moto.

Questa è una delle più grandi generalizzazioni della Fisica, e la sua


importanza è determinante in diversi ambiti scientifici, tra i quali la
Meccanica Quantistica.

Il tempo nell’infinitamente piccolo

La formulazione della Meccanica Quantistica da parte del Premio Nobel R.


Feynman è per l’appunto basata su un ulteriore generalizzazione di questo
principio, usando il cosiddetto” integrale sui cammini”.

Ricordiamo la premessa che la Meccanica Quantistica è basata su un


postulato che dice che lo stato di un oggetto quantistico può essere
rappresentato da un numero complesso. Tale numero complesso può essere
di fatto considerato come un vettore in uno spazio di Hilbert corrispondente
al nostro oggetto, dove sono contenute tutte le sue informazioni
caratteristiche. Nella pratica, ad un oggetto quantistico associamo una
funzione d’onda caratterizzata da due grandezze lunghezza d’onda e fase.

La figura 1 riporta il concetto di base relativo all’integrale dei cammini


Figura 1 - Integrale dei Cammini di un oggetto quantistico (destra)
confrontato con un comportamento classico (sinistra)

Consideriamo l’esempio di un oggetto quantistico che si trova in uno stato di


partenza A e che evolve verso uno stato di arrivo B.

L’oggetto quantistico non è vincolato a seguire una traiettoria particolare,


come farebbe un oggetto classico obbligato a seguire il principio di minima
azione. L’oggetto quantistico può esplorare tutti cammini possibili.

Matematicamente possiamo associare ad ogni cammino un'ampiezza di


probabilità, ovvero un numero complesso, il cui modulo al quadrato
rappresenta la probabilità di trovare l’oggetto quantistico in un punto di quel
cammino. Come dire che gli effetti di tutte le storie passate dell’oggetto
quantistico possono essere espresse in termini di una singola funzione d'onda.

In generale, la regola dell’integrale sui cammini dice che la probabilità che


l’oggetto quantistico si trovi in un qualunque punto tra A e B si calcola
sommando assieme i contributi, i termini di ampiezza di probabilità, di tutti i
percorsi fino a quel punto.

Questa operazione matematica è estremamente complicata. Ma è qui che


ricorriamo il “tempo immaginario” (attraverso la rotazione di Wick) [2], non
solo come strumento matematico che ci permette di semplificare il calcolo
dell’integrale, ma anche come dimensione che ci apre un nuovo orizzonte per
capire i fenomeni della Natura nell’infinitamente piccolo.

La rotazione di Wick è, infatti, una trasformazione che sostituisce le variabili


immaginarie con delle variabili reali, traslando il problema da risolvere (in
questo caso la somma di tutte le ampiezze di probabilità) dal nostro spazio-
tempo in uno spazio euclideo senza il tempo. In questo nuovo spazio, il tempo
reale si è trasformato in un tempo immaginario che assume il significato di
una dimensione spaziale.
Il tempo immaginario si sviluppa quindi in una direzione verticale rispetto al
tempo reale che normalmente sperimentiamo: in uno stesso istante del tempo
reale, è possibile muoversi avanti e indietro nel tempo immaginario.

Figura 2 – Trasformazione del tempo reale in tempo immaginario


(Rotazione di Wick)

Solo un artificio matematico? Leggiamo quanto diceva il fisico Stephen


Hawking “One might think that imaginary numbers are just a mathematical
game having nothing to do with the real world… but it turns out that a
mathematical model involving imaginary time predicts not only effects we
have already observed but also effects we have not been able to measure yet
nevertheless believe in for other reasons. So, what is real and what is
imaginary? Is the distinction just in our minds?”

È possibile fotografare degli eventi nel tempo immaginario?

Cosa vuol dire fotografare un evento nel tempo immaginario?

L’integrale dei cammini ci dice che in uno stesso istante reale potrebbero
essere codificate “le fasi di tutte le storie” passate, lungo un asse temporale
immaginario. Non stiamo ovviamente parlano di “cronovisori, o macchine del
tempo” ma della possibilità concreta di rivelare le tracce (bosoni di Nambu
Goldstone) lasciate da eventi passati. La Teoria Quantistica dei Campi non
esclude questa possibilità. Questi stessi concetti li ritroviamo anche nella
teoria del cervello dissipativo sviluppata da Ricciardi ed Umezawa [3],
secondo la quale, grazie alla natura di questi bosoni, il complesso cervello-
mente è in grado di scambiare, elaborare e memorizzare una quantità di
informazione praticamente infinita.
La seguente figura riporta il confronto tra due fotografie riprese con la
fotocamera FUTURA (4), basata su un’avanzata tecnologia di Multi Spectral
Imaging (MSI) UV che rivela le fasi. Le due immagini, colte nello stesso
istante con la stessa inquadratura, mostrano tuttavia due realtà diverse: una
delle due sembra ritrarre la realtà in un’altra dimensione temporale.

Nella fotografia a sinistra (scattata nella banda EUV) con posa diurna di 10
secondi su cavalletto è emersa, infatti, una forma, invisibile ad occhio nudo
nella fotografia di destra. Secondo degli esperti, sembrerebbe trattarsi di un
aereo Piper da ricognizione della II Guerra Mondiale.

La foto di sinistra potrebbe dunque ritrarre un evento che ha lasciato tracce


bosoniche nella dimensione del tempo immaginario? Molti ricorderanno i
dibattuti esperimenti dello scienziato russo Henry Silanov [5].

Ad oggi siamo al livello di pure ipotesi, ma non è da escludersi tale possibilità.


Sono in corso ulteriori esperimenti e studi.

Figura 3 – Foto scattata con la fotocamera MIRA (Daniele Gullà)

Conclusioni

Dalla pubblicazione della teoria della Relatività Speciale nel 1905 ad oggi, i
concetti di spazio e tempo sono cambiati radicalmente. Non solo perdono la
loro connotazione assoluta, ma diventano relativi ed elastici per fondersi in
un unico tessuto quadridimensionale.
La rivoluzione quantistica scopre inoltre una nuova possibile dimensione
temporale, dove scompare la distinzione fra passato, presente e futuro, e dove
la Natura orchestra i fenomeni quantistici più sottili.

[1] Soares, S., Atallah, B. V., & Paton, J. J. (2016). Midbrain dopamine
neurons control judgment of time. Science, 354(6317), 1273-1277.
https://science.sciencemag.org/content/354/6317/1273 ;

[2] https://howlingpixel.com/i-it/Rotazione_di_Wick ;

[3] H. Umezawa, Advanced field theory: micro, macro and thermal concepts.
New York: American Institute of Physics, New York; 1993 ;

[4] Fotocamera FUTURA, prototipo sperimentale di camera multispettrale


digitale in banda EUV da 100 a 1200 nm, utilizzato per la prima volta in
riprese sperimentali multispettrali all’interno dell’ospedale Bellaria ASL
Emilia Romagna, con il Dr. G. Pagliaro;

[5] http://www.pravdareport.com/society/6421-ghost/ ;