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NORMAN DOIDGE

IL CERVELLO
INFINITO
Alle frontiere della neuroscienza:
storie di persone che hanno cambiato
il proprio cervello

Traduzione di
Francesco Zago

~
PONTE ALLE GRAZIE
Titolo originale:
The Brain that changes z"tsel/

ISBcc
BIBLIOTECA MARCONI
Inventario 01 3 94 ),,{

Prima edizione: settembre 2007


Prima ristampa: marzo 2008
Seconda ristampa: gennaio 2009

Il nostro indirizzo Internet è: www.ponteallegrazie.it

L'Editore ringrazia il dr. Armando Gavazzi, consulente scientifico per


l'edizione italiana, per la preziosa rilettura della traduzione.

Ponte alle Grazie è un marchio


di Adriano Salani Editore S.p.A.
Gruppo editoriale Mauri Spagnol

© 2007 Norman Doidge


© 2007 Adriano Salani Editore S.p.A. - Milano
ISBN 978-88-7928-903-0
A Eugene L. Goldberg,
perché ti sarebbe piaciuto leggere questo libro
Avvertenza al lettore sui nomi

Tutti i nomi delle persone che hanno subito delle trasformazioni


neuroplastiche sono reali, a eccezione dei pochi punti indicati e
nei casi che riguardano i bambini e le loro famiglie.
Prefazione

Il cervello umano è in grado di modificare se stesso: è questa la


scoperta rivoluzionaria di cui tratta questo libro. Una tesi avva-
lorata dalle testimonianze di scienziati, medici e pazienti che in-
sieme sono riusciti a produrre queste straordinarie trasformazio-
ni: senza ricorrere a trattamenti chirurgici o farmacologici, si so-
no semplicemente affidati alla capacità, finora sconosciuta, del
cervello di modificarsi. In alcuni casi si trattava di pazienti con
problemi neurologici ritenuti incurabili, in altri di persone che
non mostravano difficoltà specifiche ma che desideravano sem-
plicemente migliorare il loro funzionamento cerebrale o preser-
varlo nel corso dell'invecchiamento. Per quattrocento anni una
simile impresa è stata considerata inconcepibile: la medicina uf-
ficiale e la scienza sostenevano la convinzione che l'anatomia del
cervello fosse immutabile. Era opinione comune che, dopo l'in-
fanzia, il cervello sarebbe andato incontro solamente ai cambia-
menti dovuti a un lungo processo di deterioramento, e che non
sarebbe stato possibile sostituire le cellule cerebrali quando que-
ste non si fossero sviluppate in modo appropriato, si fossero de-
teriorate o fossero morte. Si riteneva anche che il cervello non
avrebbe potuto alterare la propria struttura e individuare una
nuova modalità di funzionamento nel caso in cui una sua parte
fosse danneggiata. La teoria di un cervello immutabile decretava
che le persone nate con problemi neurologici o mentali, o che

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IL CERVELLO INFINITO

avessero subito danni cerebrali, sarebbero rimaste invalide o


menomate per tutta la vita. Il lavoro degli scienziati che si chie-
devano se fosse possibile migliorare o mantenere in buona salute
il cervello attraverso l'attività o l'esercizio mentale veniva consi-
derato uno spreco di tempo. Nella nostra cultura si è radicato e
quindi diffuso una sorta di nichilismo neurologico - l'impressio-
ne cioè che il trattamento di molti problemi cerebrali sia ineffi-
cace o persino privo di alcun fondamento - che impedisce anche
alla nostra visione della natura umana di evolversi. Dal momen-
to che il cervello non può cambiare, così anche la natura umana,
che ha la propria origine dalla mente, sembrava altrettanto inal-
terabile.
La convinzione secondo cui il cervello non sarebbe stato in
grado di modificarsi si basava su tre caposaldi: il fatto che i pa-
zienti con danni cerebrali raramente vanno incontro a una guari-
gione completa; l'impossibilità di osservare a livello microscopi-
co le attività del cervello in vivo; e infine l'idea - risalente ai pri-
mordi della scienza moderna - secondo cui il cervello è simile a
una macchina stupefacente. E se da una parte le macchine fanno
cose straordinarie, dall'altra non possono cambiare e crescere.
Iniziai a interessarmi all'idea di un cervello che si evolve a
causa del mio lavoro di ricercatore in ambito psichiatrico e psi-
coanalitico. Quando i pazienti non vedevano i progressi psicolo-
gici sperati, spesso la spiegazione medica convenzionale era che i
loro problemi erano «cablati» in un cervello immutabile. Il« ca-
blaggio» era un'altra metafora che avvicinava il cervello alle
macchine, in particolare ali' hardware di un computer, con circui-
ti connessi in modo permanente, ciascuno progettato per svolge-
re una funzione specifica e immodificabile.
Quando seppi per la prima volta che il cervello poteva non es-
sere cablato, non potei fare a meno di condurre personalmente
delle ricerche e di valutare le evidenze empiriche. Tali ricerche
mi tennero lontano dall'ambulatorio in cui lavoravo.

Così intrapresi diversi viaggi, durante i quali conobbi un gruppo


di brillanti scienziati che, alle frontiere della neuroscienza, tra la
fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta, erano giunti a una
serie di scoperte inaspettate. Questi ricercatori mostrarono che il

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PREFAZIONE

cervello modifica la propria struttura, a livello di ciascuna fun-


zionalità specifica, perfezionando i propri circuiti in modo da
adattarli più efficacemente al compito da svolgere di volta in vol-
ta. Se alcune «componenti» subivano un danno, in determinate
circostanze altre avrebbero p9tuto sostituirle. La metafora della
macchina, che vedeva nel cervello un organo dotato di compo-
nenti specializzate, non avrebbe potuto spiegare fino in fondo i
cambiamenti che gli scienzati stavano osservando. Per indicare
questa proprietà fondamentale del cervello si introdusse il termi-
ne di « neuroplasticità ».
Neuro sta per «neuroni», le cellule che compongono il cer-
vello e il sistema nervoso umano. Plastico sta per «modificabile,
flessibile, mutevole». All'inizio molti scienziati non osavano uti-
lizzare il termine « neuroplasticità » nelle loro pubblicazioni, e il
fatto che sostenessero una nozione tanto fantasiosa non era visto
di buon occhio dai loro colleghi. Nonostante ciò quei ricercatori
non desistettero e ottennero un graduale capovolgimento della
dottrina del cervello immutabile. Mostrarono che i bambini non
sempre sono legati alle abilità mentali di cui dispongono fin dalla
nascita; che un cervello danneggiato spesso può riorganizzarsi in
modo che, quando una parte smette di funzionare, un'altra la so-
stituisce; che talvolta, quando muoiono, le cellule cerebrali pos-
sono essere sostituite; che molti «circuiti», e persino riflessi fon-
damentali che pensiamo siano «cablati», non lo sono affatto.
Uno di quei ricercatori arrivò a mostrare che il pensiero, l' ap-
prendimento e l'azione possono « attivare » o « disattivare » i ge-
ni, modellando così l'anatomia cerebrale e il nostro comporta-
mento. Si tratta senza dubbio di una delle scoperte più straordi-
narie del Novecento.
Nel corso dei miei viaggi ho incontrato uno scienziato che
permetteva a persone non vedenti dalla nascita di iniziare a vede-
re; ho parlato con pazienti, dichiarati incurabili dopo aver subito
un ictus decine di anni prima, che sono stati aiutati a guarire con
trattamenti neuroplastici; ho conosciuto persone che hanno su-
perato disturbi dell'apprendimento e che hanno migliorato il
proprio QI (quoziente d'intelligenza); ho raccolto evidenze se-
condo cui a ottant'anni è possibile rendere più vivace la memoria
in modo che funzioni come a cinquantacinque. Ho visto pazienti

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IL CERVELLO INFINITO

« ri-cablare » il loro cervello attraverso i pensieri, per risolvere


traumi e ossessioni in precedenza considerati insuperabili. Ho
discusso appassionatamente con dei premi Nobel su come do-
vremmo ripensare il nostro paradigma neurologico alla luce del-
1'evidenza che il cervello è in continua trasformazione.

L'idea che il cervello possa modificare la propria struttura e le


proprie funzioni attraverso il pensiero e l'attività è, credo, il cam-
biamento di prospettiva più importante da quando abbiamo ini-
ziato a tratteggiarne l'anatomia e il funzionamento della sua
unità di base, il neurone. Come tutte le rivoluzioni, anche questa
avrà profonde ripercussioni, e il libro che state leggendo, come
spero, contribuirà a mostrarne alcune.
La rivoluzione neuroplastica gioca un ruolo importante nella
comprensione di come l'amore, il sesso, il dolore, le relazioni,
l'apprendimento, le dipendenze, la cultura, la tecnologia e le psi-
coterapie modificano il cervello umano. Nella misura in cui af-
frontano il tema della natura umana, sono coinvolte le discipline
umanistiche, le scienze sociali e quelle empiriche, così come ogni
forma di apprendimento. Tutte queste discipline dovranno tene-
re conto del fatto che il cervello modifica se stesso e che l'archi-
tettura cerebrale differisce da un individuo all'altro e si modifica
nel corso della vita di ognuno.
D'altra parte la nozione di neuroplasticità presenta dei risvolti
negativi, dato che presenta il cervello non solo come più ricco di
risorse, ma anche maggiormente vulnerabile alle influenze ester-
ne. La neuroplasticità ha il potere di produrre comportamenti
più flessibili ma anche più rigidi: è un fenomeno che chiamo
«paradosso plastico». Ironicamente, alcuni dei nostri disturbi e
delle nostre abitudini più radicate sono una conseguenza di tale
plasticità. Una volta che un particolare cambiamento plastico si
verifica e quindi si stabilizza, può impedire che accadano altri
cambiamenti. È attraverso la comprensione degli effetti positivi
e negativi della neuroplasticità che possiamo capire davvero fin
dove si estendano le possibilità umane.
Dato che un termine nuovo è utile a chi pratica una disciplina
nuova, vorrei chiamare «neurologi dinamici» gli studiosi che si

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PREFAZIONE

occupano di questa nuova scienza del cervello e delle sue trasfor-


mazioni.
Ciò che segue è il racconto dei miei incontri con quegli stu-
diosi e con i pazienti che hanno aiutato a cambiare.
1. Una donna in perenne caduta
... salvata dal!' uomo che scopri' la plasticità dei nostri sensi

Ed essi videro le voci*


Esodo 20:18

Cheryl Schiltz ha la costante sensazione di cadere. E poiché le


sembra di cadere, cade.
Quando si alza in piedi senza reggersi a qualcosa, nel giro di
pochi secondi Cheryl ha l'impressione di trovarsi sull'orlo di un
precipizio e di essere sul punto di cadere. Prima la testa oscilla
da una parte, mentre con le braccia cerca di stabilizzarsi. Poco
dopo il suo corpo inizia a vacillare avanti e indietro, come se stes-
se camminando su una fune e ondeggiasse freneticamente prima
di perdere l'equilibrio: con la differenza che i piedi di Cheryl so-
no ben piantati sul terreno, a una certa distanza l'uno dall'altro.
Non sembra abbia semplicemente paura di cadere, piuttosto ha
la sensazione di essere spinta.
«È come se stesse per cadere da un ponte» le dico.
«Sì, è come se fossi sul punto di saltare, anche se non ne ho
nessuna intenzione».

* La traduzione del passo biblico che usa l'autore esprime bene l'esperien-
za sinestetica degli ebrei quando sul monte Sinai letteralmente videro i suoni.
Nell'edizione della Cei il passo è: «Tutto il popolo percepiva i tuoni e i lampi, il
suono del corno e il monte fumante».

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IL CERVELLO INflNITO

Osservandola più attentamente noto che, mentre tenta di ri-


manere in piedi, si muove a scatti, come se un gruppo di teppisti
invisibili la stiano scuotendo e spingendo da una parte all'altra,
cercando brutalmente di buttarla a terra. Ma quei delinquenti
sono solo dentro di lei, ormai da cinque anni. Quando prova a
camminare, deve appoggiarsi a un muro, e anche così barcolla
come un ubriaco.
Per Cheryl non c'è pace, neppure dopo essere caduta.
«Che cosa prova dopo essere caduta?» le chiedo. «La sensa-
zione di cadere se ne va quando è a terra? »
« Certe volte mi è capitato » dice Cheryl « di non riuscire lette-
ralmente ad avere la sensazione del pavimento ... come se una bo-
tola immaginaria si aprisse e mi ingoiasse». Anche dopo essere
caduta, Cheryl ha la sensazione di continuare a cadere, perenne-
mente, in un abisso infinito.

Il problema di Cheryl risiede nel fatto che il suo apparato vesti-


bolare, l'organo sensoriale che garantisce il nostro equilibrio,
non funziona come dovrebbe. Cheryl è esausta, e la costante sen-
sazione di cadere la sta facendo impazzire, perché non può pen-
sare ad altro. Ha paura per il proprio futuro. Poco dopo l'insor-
gere del problema, Cheryl ha perso il suo lavoro di rappresen-
tante di commercio internazionale e ora vive con un assegno
d'invalidità di mille dollari al mese. Ha scoperto la paura di in-
vecchiare. E una rara forma di ansia.
Un aspetto sottinteso, ma non per questo meno profondo, del
nostro benessere consiste nell'avere un senso dell'equilibrio ben
funzionante. Negli anni Trenta lo psichiatra Paul Schilder con-
dusse delle ricerche su come il senso di benessere e un'immagine
corporea «stabile» siano .correlati all'apparato vestibolare.
Quando diciamo di essere «stabili» o «instabili», «equilibrati»
o «squilibrati», «radicati» o «sradicati», «con i piedi per ter-
ra» o «con la testa fra le nuvole», stiamo parlando il linguaggio
del nostro apparato vestibolare, la cui verità è pienamente evi-
dente solo a persone come Cheryl. Non sorprende il fatto che i
pazienti affetti da questo disturbo vadano incontro a danni psico-
logici molto gravi, e che molti fra di loro siano arrivati al suicidio.
Abbiamo sensi che non sappiamo di avere, almeno fino a

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UNA DONNA IN PERENNE CADUTA

quando non li perdiamo; di norma l'equilibrio funziona così be-


ne, e senza che ce ne accorgiamo, che neppure Aristotele lo
elencò fra i cinque sensi, e nei secoli successivi fu del tutto tra-
scurato.

Il sistema dell'equilibrio fornisce il senso dell'orientamento nello


spazio. Il suo organo sensoriale, l'apparato vestibolare, consiste
di tre canali semicircolari situati nell'orecchio interno che ci di-
cono quando siamo in posizione eretta e in che modo la gravità
agisce sul nostro corpo, rilevando i movimenti nello spazio tridi-
mensionale. Due canali rilevano rispettivamente i movimenti sul
piano orizzontale e verticale, mentre il terzo quelli in avanti e in-
dietro. I canali semicircolari contengono delle cellule cigliate im-
merse in un fluido. Quando muoviamo la testa, il fluido muove le
ciglia, le quali inviano un segnale al cervello informandoci che
abbiamo aumentato la nostra velocità in una determinata dire-
zione. Ogni movimento richiede un adeguato aggiustamento del
resto del corpo. Se muoviamo la testa in avanti, il cervello fa in
modo che una parte ben precisa del nostro corpo si disponga, in
modo involontario, per compensare il cambiamento nel baricen-
tro e mantenere l'equilibrio. I segnali provenienti dall'apparato
vestibolare vengono trasmessi da un nervo fino a un gruppo di
neuroni nel cervello, chiamato «nucleo vestibolare», il quale
elabora quei segnali e invia i comandi ai muscoli. Un apparato
vestibolare sano è in stretta relazione anche con il sistema visivo.
Mentre correte per prendere l'autobus, e la vostra testa sobbalza
avanti e indietro, riuscite a mantenere l'autobus in movimento al
centro del vostro campo visivo perché l'apparato vestibolare in-
via dei messaggi al cervello informandolo della velocità e della
direzione della vostra corsa. Questi segnali permettono al cervel-
lo di ruotare e adattare la posizione dei bulbi oculari in direzione
del vostro obiettivo, in questo caso l'autobus.
'
Cheryl e io siamo in compagnia di Paul Bach-y-Rita, uno dei più
grandi pionieri nella comprensione della neuroplasticità, e del
suo team di ricerca in uno dei suoi laboratori. Cheryl nutre molte
speranze nell'esperimento di oggi, è coraggiosa e al tempo stesso
non si fa illusioni sulla propria condizione. Yuri Danilov, il biofi-

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IL CERVELLO INFINITO

sico dell'équipe, sta elaborando i dati raccolti dal sistema vesti-


bolare di Cheryl. Yuri è russo ed è un uomo molto brillante. Con
un forte accento spiega:« Il sistema vestibolare di Cheryl è com-
promesso tra il novantacinque e il cento per cento».
Secondo gli standard convenzionali, il caso di Cheryl è senza
speranza. È opinione comune che il cervello è costituito da una
serie di moduli specializzati, geneticamente« cablati» per svol-
gere ed elaborare in modo esclusivo alcune funzioni specifiche.
Ogni modulo si è sviluppato e perfezionato nel corso di un'evo-
luzione durata milioni di anni. Quando uno di questi moduli vie-
ne danneggiato, non può essere rimpiazzato. Ora che il suo mo-
dulo vestibolare è compromesso, le possibilità che Cheryl ha di
recuperare il senso dell'equilibrio sono pari a quelle che una per-
sona con un danno alla retina ha di tornare a vedere.
Ma oggi questo punto di vista sta per essere messo in discus-
sione.
Cheryl indossa un elmetto da cantiere con dei fori sui lati e un
accelerometro all'interno. Dopo averla leccata, mette una striscia
di plastica con dei piccoli elettrodi sulla lingua. L'accelerometro
nell'elmetto invia dei segnali alla striscia, ed entrambi sono colle-
gati a un computer. Cheryl ride pensando a come deve sembrare
combinata in quel modo: «Rido per non piangere! »
Questa macchina è uno dei bizzarri prototipi messi a punto
da Bach-y-Rita. La sua funzione è quella di sostituirsi all'appara-
to vestibolare di Cheryl e inviare dei segnali al suo cervello attra-
verso la lingua. Lo strano dispositivo dovrebbe far svanire l'incu-
·bo senza fine in cui Cheryl è precipitata. Nel 1997, dopo un nor-
male intervento di isterectomia, la donna, che allora aveva tren-
tanove anni, contrasse un'infezione postoperatoria. Per questo le
fu somministrata la gentamicina, un antibiotico che a dosaggi ec-
cessivi è noto per provocare danni alle strutture dell'orecchio in-
terno e che può portare a perdita dell'udito, acufeni (fischi e ron-
zii nelle orecchie) e gravi conseguenze al sistema dell'equilibrio.
Cheryl non perse l'udito, ma andò incontro agli altri problemi
provocati dal farmaco. In virtù del basso costo e della sua effica-
cia, la gentamicina viene ancora prescritta, anche se di norma so-
lo per brevi periodi. A Cheryl venne somministrata oltre questo

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UNA DONNA IN PERENNE CADUTA

limite, entrando così a far parte di un ristretto gruppo di vittime


della gentamicina noti come wobblers. *
Un giorno, improvvisamente, la donna scoprì di non essere in
grado di rimanere in piedi senza cadere. Se voltava la testa, si
muoveva tutta la stanza. Non riusciva a capire se fossero i muri o
lei stessa a provocare il movimento. Alla fine poté alzarsi in piedi
appoggiandosi al muro. Raggiunse il telefono e chiamò il medico.
Quando arrivò in ospedale i medici la sottoposero a vari test
per verificare il funzionamento della funzione vestibolare. Le
versarono acqua gelida e poi calda nelle orecchie e la fecero
sdraiare su un lettino. Quando le chiesero di alzarsi in piedi con
gli occhi chiusi, Cheryl cadde. Un medico le disse: «Lei non ha
la funzione vestibolare». I test mostrarono che la donna aveva
mantenuto circa il due per cento della funzione.
«Era così indifferente» racconta Cheryl, «'Sembra si tratti di
un effetto collaterale della gentamicina' ». A questo punto si
emoziona. «Perché nessuno me l'aveva detto? 'È un danno per-
manente' disse il medico. Ero sola. Mi aveva accompagnato mia
madre, ma era uscita per prendere l'auto e mi stava aspettando
fuori dall'ospedale. Quando uscii mia madre mi chiese: 'Guari-
rai, non è vero?' La guardai e le dissi: 'È permanente ... non gua-
rirò mai'».
Poiché il danno riguardava la connessione tra l'apparato ve-
stibolare di Cheryl e il suo sistema visivo, difficilmente i suoi oc-
chi riuscivano a seguire un oggetto in movimento. « Quando
guardo qualcosa, ondeggia come in un pessimo video amatoria-
le» mi spiega. «Tutto quello che guardo sembra fatto di gelatina,
e ogni volta che faccio un passo tutto inizia a dondolare».
Nonostante non riesca a seguire con lo sguardo gli oggetti in
movimento, la vista è l'unico mezzo che ha a disposizione per ca-
pire di essere in posizione eretta. Fissando delle linee orizzontali,
gli occhi ci aiutano a sapere la nostra posizione nello spazio. Al
buio Cheryl cade subito a terra. La vista, tuttavia, si dimostra un
supporto inaffidabile, dal momento che qualunque movimento
di fronte a lei - anche una persona che va nella sua direzione -

* Dal verbo to wobble, letteralmente« coloro che barcollano». (N.d. T.)

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IL CERVELLO INFINITO

accresce la sensazione di cadere. Perfino i disegni a zigzag di un


tappeto innescano una serie di falsi segnali che le danno l'im-
pressione di essere prona quando in realtà non lo è affatto.
Dovendo stare sempre in allerta, Cheryl soffre pure di un no-
tevole stress. Le occorre molta energia mentale per mantenere la
posizione eretta, a discapito di altre funzioni cerel;>rali come la
memoria, il calcolo e il ragionamento.

Mentre Yuri legge a Cheryl i risultati del computer, chiedo di po-


ter provare la macchina. Indosso l'elmetto da cantiere e infilo in
bocca il dispositivo di plastica con gli elettrodi, chiamato «di-
spositivo linguale». È piatto, sottile come un chewing-gum.
L'accelerometro collocato nell'elmetto rileva i movimenti su
due piani. Se abbasso la testa, il movimento viene trascritto in un
diagramma, visibile nel monitor, che permette all' équipe di te-
nerlo sotto controllo. Lo stesso diagramma è riprodotto in una
minuscola matrice di centoquarantaquattro elettrodi impiantati
nella striscia di plastica sulla mia lingua. Se piego la testa all'in-
dietro, scosse elettriche simili a bollicine di champagne scoppiet-
tano sulla punta della lingua, informandomi che mi sono piegato
troppo all'indietro. Sul monitor posso vedere dove si trova la
mia testa. Se muovo la testa nella direzione opposta, sento una
leggera scossa verso la parte posteriore della lingua. Lo stesso ac-
cade quando inclino la testa di lato. Poi chiudo gli occhi e provo
a muovermi nello spazio con la lingua. Ben presto mi dimentico
che l'informazione sensoriale proviene dalla mia lingua e che
può «leggere» la mia posizione nello spazio.
Cheryl riprende l'elmetto; si tiene in equilibrio appoggiandosi
al tavolo.
«Iniziamo» dice Yuri, controllando i comandi.
Cheryl indossa l'elmetto e chiude gli occhi. Si stacca dal tavo-
lo, tenendovi solo due dita per mantenere il contatto. Non cade,
malgrado non abbia la minima indicazione di cosa stia accaden-
do intorno a lei, se non per le bollicine di champagne sulla lin-
gua. Cheryl solleva le dita dal tavolo. Non sta ancora barcollan-
do. Scoppia a piangere - le lacrime che scorrono dopo un trau-
ma-, ora può dire di indossare l'elmetto e di sentirsi sicura. La
prima volta che lo ha indossato, la perenne sensazione di cadere

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UNA DONNA IN PERENNE CADUTA

ha abbandonato Cheryl, ed è stata la prima volta in cinque anni.


Il suo scopo oggi è rimanere in piedi, senza alcun sostegno, per
venti minuti, con indosso l'elmetto, cercando di mantenere la
concentrazione. Per chiunque - figuratevi per un wobbler - ri-
manere dritti in piedi per venti minuti richiede la preparazione e
labilità di una guardia di Buckingham Palace.
Cheryl appare tranquilla. Non si muove più a scatti, è i miste-
riosi demoni che la scuotevano e la spingevano sembrano svaniti.
Il suo cervello sta decodificando i segnali provenienti dall' appa-
rato vestibolare artificiale. Per lei questi momenti di pace sono
un miracolo - un miracolo neuroplastico, poiché in qualche mo-
do quel formicolio sulla lingua, che normalmente raggiunge la
regione cerebrale chiamata corteccia sensoriale, ossia la sottile
membrana che ricopre il cervello e che elabora le sensazioni tat-
tili, arriva fino alla regione che elabora l'equilibrio lungo un nuo-
vo percorso cerebrale.
«Stiamo lavorando per rendere questo dispositivo abbastan-
za piccolo per essere nascosto nella bocca» dice Bach-y-Rita,
«come un apparecchio ortodontico. È il nostro obiettivo. Così
Cheryl, e chiunque abbia il suo stesso problema, avranno di nuo-
vo una vita normale: potranno indossare il dispositivo, parlare e
mangiare senza che nessuno se ne accorga.
«Ma non sarà utile solo a pazienti danneggiati dalla gentami-
cina » prosegue. «Ieri il New York Times 1 ha pubblicato un arti-
colo sulle cadute cui vanno soggetti gli anziani, i quali sono più
spaventati dalla possibilità di cadere che di essere rapinati. Un
terzo delle persone anziane cade e, poiché gli anziani hanno pau-
ra di cadere, rimangono in casa, non fanno attività fisica e fisica-
mente diventano ancora più fragili. Ma credo che il problema ri-
sieda anche nel fatto che il senso dell'equilibrio - proprio come
l'udito, il gusto, la vista e gli altri sensi - si indebolisce con l'in-
vecchiamento. Questo dispositivo li aiuterà».
«Abbiamo finito» dice Yuri spegnendo la macchina.

Ma ecco la seconda meraviglia neuroplastica. Cheryl si toglie il


«dispositivo linguale» e l'elmetto. Fa un gran sorriso, rimane in
piedi con gli occhi chiusi e non cade. Poi riapre gli occhi e, sem-

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IL CERVELLO INFINITO

pre senza toccare il tavolo, solleva un piede dal pavimento, te-


nendosi in equilibrio con l'altro.
«Amo quest'uomo» dice, va verso Bach-y-Rita e lo abbraccia.
Poi viene verso di me. La sua emozione è incontenibile, per il fat-
to di sentire di nuovo la terra sotto i piedi, e abbraccia anche me.
«Mi sento stabile, solida. Non devo pensare a dove si trovano
i miei muscoli. Posso davvero pensare ad altre cose». Torna da
Yuri e gli dà un bacio.
«Voglio sottolin~are che si tratta di un miracolo» dice Yuri,
che si considera uno scettico empirista. «Praticamente Cheryl
non ha dei sensori naturali. Nei venti minuti precedenti le abbia-
mo fornito dei sensori artificiali. Ma il vero miracolo è quanto sta
accadendo ora, dopo aver staccato il dispositivo. Cheryl non ha
un apparato vestibolare, artificiale o naturale che sia. Abbiamo
risvegliato una qualche forza dentro di lei».
La prima volta che provò l'elmetto, Cheryl lo indossò solo per
un minuto. Subito dopo i ricercatori notarono un «effetto resi-
duo» che era durato circa venti secondi, un terzo del tempo in
cui Cheryl aveva tenuto il dispositivo. Poi lo indossò per due mi-
nuti, e l'effetto residuo durò quaranta secondi. Si arrivò così a
venti minuti, con la previsione di un effetto residuo di sette mi-
nuti. Ma anziché prolungarsi per un terzo, durò il triplo del tem-
po, un'ora intera. Oggi, dice Bach-y-Rita, stiamo verificando se
indossando la macchina venti minuti in più si riesca ad arrivare a
una sorta di« allenamento», in modo che l'effetto residuo si pro-
tragga anche di più.
Cheryl inizia a scherzare e a far vedere quanto è brava. « Pos-
so camminare di nuovo come una donna. Forse non interesserà a
molti, ma significa molto per me non dover più camminare a
gambe larghe».
Cheryl sale su una sedia e salta giù. Si china a raccogliere degli
oggetti dal pavimento, mostrando di essere capace di raddrizzar-
si. «L'ultima volta riuscivo a saltare la corda ».
«La cosa stupefacente» dice Yuri, «è che Cheryl non si limita
a mantenere la postura. Dopo aver indossato la macchina per un
po', si muove quasi normalmente. Sta in equilibrio su una trave.
Guida l'auto. La funzione vestibolare è stata recuperata. Quan-
do muove la testa, è in grado di mantenere lo sguardo sull'obiet-

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UNA DONNA IN PERENNE CADUTA

tivo: anche il collegamento tra il sistema visivo e quello vestibola-


re è stato ripristinato».
Alzo lo sguardo, e Cheryl sta ballando con Bach-y-Rita.
È lei a condurre.

Come può Cheryl ballare e aver recuperato un funzionamento


normale senza l'ausilio della macchina? Bach-y-Rita ritiene che
vi siano diverse ragioni. Innanzitutto, il sistema vestibolare dan-
neggiato di Cheryl è disorganizzato e «rumoroso», ossia invia
dei segnali senza senso. Inoltre, il rumore proveniente dal tessuto
compromesso blocca anche qualunque segnale inviato dal tessu-
to sano. La macchina aiuta a rinforzare i segnali provenienti dai
tessuti sani. Bach-y-Rita pensa che la macchina aiuti anche ari-
stabilire altri percorsi cerebrali, ed è qui che entra in gioco la
neuroplasticità. Il cervello è costituito da numerosi percorsi neu-
ronali, ossia neuroni connessi fra loro e che lavorano insieme. Se
alcuni percorsi importanti sono bloccati, il cervello ne utilizza al-
tri più vecchi per aggirarli. «Vi faccio un esempio» dice Bach-y-
Rita. «Se state guidando da qui a Milwaukee, e il ponte principa-
le è chiuso, all'inizio siete paralizzati. Poi prendete le vecchie
strade secondarie attraverso la campagna. Infine, usando sempre
di più queste strade, trovate dei percorsi più brevi per andare
dove volete, e così iniziate a essere anche più veloci». Questi
percorsi neuronali «secondari» vengono, per così dire, « sma-
scherati» e scoperti e, attraverso l'uso, potenziati. Generalmente
si ritiene che tale «smascheramento» sia uno dei modi principali
con cui il cervello plastico riorganizza se stesso.
Il fatto che Cheryl stia gradualmente prolungando la durata
dell'effetto residuo suggerisce che il percorso «smascherato» sta
diventando più efficace. Bach-y-Rita spera che con l'esercizio
Cheryl riesca ad allungare ulteriormente l'effetto residuo.
Qualche giorno dopo Bach-y-Rita riceve un'e-mail in cui
Cheryl riporta la durata dell'effetto residuo. «Il tempo residuo
totale è stato di tre ore e venti minuti ... il barcollamento inizia
nella mia testa, come al solito ... Faccio fatica a trovare le parole ...
Come se nuotassi nella mia testa. Stanca, esausta ... depressa».
Tornare alla normalità è molto duro. Quando accade tutto
questo, Cheryl si sente morire, come se tornasse alla vita· e poi

21
IL CERVELLO INFINITO

morisse di nuovo. D'altra parte, tre ore e venti minuti dopo ap-
pena venti minuti con la macchina significa che il tempo residuo
è dieci volte maggiore della durata del trattamento. E la prima
wobbler a ricevere un trattamento simile, e anche se il tempo re-
siduo non aumenta più, Cheryl può indossare il dispositivo quat-
tro volte al giorno e avere una vita normale. Ma ci sono buone ra-
gioni per aspettarsi di più, dal momento che ogni seduta sembra
allenare il suo cervello a estendere il tempo residuo. Se questo
può aiutarla ...

... e infatti le è stato d'aiuto. Nel corso dell'anno successivo


Cheryl ha indossato la macchina con maggiore frequenza allo
scopo di avere un maggior sollievo e accrescere l'effetto residuo:
è arrivata a molte ore, poi giorni, quindi fino a quattro mesi. Og-
gi Cheryl non usa più la macchina e non si considera più un wob-
bler.

Nel 1969 Nature, la rivista scientifica più autorevole in Europa,


pubblicò un breve articolo in cui simili idee avevano ancora un
sapore fantascientifico. Il suo autore principale,Paul Bach-y-Ri-
ta, era sia uno scienziato sia un fisioterapista - una combinazione
piuttosto rara. L'articolo descriveva un dispositivo che permette-
va a persone non vedenti dalla nascita di tornare a vedere. Tutti i
soggetti trattati presentavano danni alla retina ed erano conside-
rati incurabili. 2
L'articolo pubblicato su Nature fu ripreso dal New York Ti-
mes, da Newsweek e Li/e, ma forse a causa della scarsa plausibi-
lità delle sue affermazioni il dispositivo e il suo inventore venne-
ro ben presto dimenticati.
L'articolo era corredato dall'immagine di un macchinario dal-
1'aspetto bizzarro: una vecchia poltrona da dentista dotata di
uno schienale vibrante, un groviglio di cavi e dei computer in-
gombranti. L'intero marchingegno, assemblato con materiali di
scarto e componenti elettronici dell'epoca, pesava più di cento-
cinquanta chili.
Un soggetto non vedente dalla nascita - pertanto senza alcuna
esperienza visiva - si sedeva sulla macchina, dietro a una grossa
telecamera simile a quelle che si usavano allora negli studi televi-

22
UNA DONNA IN PERENNE CADUTA

sivi. La persona «scrutava» la scena davanti a sé facendo ruotare


le manovelle che muovevano la telecamera, la quale inviava i se-
gnali elettrici dell'immagine al computer, che a sua volta li elabo-
rava. Quindi i segnali elettrici venivano convogliati a quattrocen-
to stimolatori vibranti disposti in file su una piastra metallica fis-
sata allo schienale della sedia, in modo da aderire alla schiena del
soggetto. Gli stimolatori si attivavano come dei punti vibranti in
corrispondenza -delle zone scure dell'immagine, e smettevano di
vibrare per quelle più chiare. Questo «dispositivo per la visione
tattile», come venne chiamato, consentiva a soggetti non vedenti
di leggere, scorgere volti e ombre, e stabilire la vicinanza e la lon-
tananza degli oggetti. La macchina permetteva loro di scoprire la
prospettiva, intuendo come gli oggetti sembrino cambiare la loro
forma da punti d'osservazione differenti. I sei soggetti coinvolti
nell'esperimento impararono a riconoscere alcuni oggetti, come
ad esempio un telefono, anche quando questo era parzialmente
nascosto da un vaso. Erano gli anni Sessanta, e impararono a ri-
conoscere anche la foto di una top model di allora, l'anoressica
Twiggy.

Tutti coloro che utilizzarono lo strano « dispositivo per la visione


tattile» ebbero una notevole esperienza percettiva nel passaggio
dalle sensazioni tattili al «vedere» persone e oggetti.
Con un po' di pratica, i soggetti non vedenti iniziarono ad
avere esperienza della tridimensionalità dello spazio di fronte a
loro, nonostante l'informazione tattile provenisse dalla matrice
bidimensionale a contatto con la schiena. Se una palla veniva
lanciata verso la telecamera, il soggetto scattava automaticamen-
te all'indietro per evitarla. Se la matrice veniva applicata all' ad-
dome anziché alla schiena, i soggetti continuavano a percepire la
scena come se si svolgesse davanti alla telecamera. Se venivano
solleticati in prossimità degli stimolatori, non confondevano il
solletico con uno stimolo visuale. La loro esperienza percettiva
mentale non si verificava sulla pelle, ma nell'ambiente intorno a
loro. Inoltre, le loro percezioni erano complesse. Con la pratica i
soggetti erano in grado di spostare la telecamera e dire cose co-
me: «Questa è Betty; oggi ha i capelli sciolti e non indossa gli oc-
chiali; ha la bocca aperta, e sta muovendo la mano destra intorno

23
IL CERVELLO INFINITO

alla testa, da sinistra verso destra». Certo, la definizione spesso


era molto povera ma, come avrebbe spiegato Bach-y-Rita, la vi-
sione non dev'essere perfetta perché sia tale. «Se stiamo cammi-
nando lungo una strada nebbiosa e guardiamo il profilo di un
edificio, non lo vediamo perché manca di definizione? Quando
guardiamo qualcosa in bianco e nero, forse non lo vediamo per-
ché mancano i colori? »

La macchina di Bach-y-Rita, ormai dimenticata, è stata una delle


prime e più coraggiose applicazioni della nozione di neuroplasti-
cità: il tentativo cioè di utilizzare un senso per sostituirne un al-
tro. E ha funzionato. Tuttavia fu ritenuta improbabile e venne
ignorata poiché il punto di vista della scienza di allora presuppo-
neva che la struttura del cervello fosse fissata una volta per tutte,
e che i nostri sensi, ossia le strade che l'esperienza percorre per
raggiungere la mente, fossero «cablati». Questa idea, che ha an-
cora molti sostenitori, è chiamata « localizzazionismo » * ed è
strettamente connessa all'idea che il cervello è simile a una mac-
china molto complessa, di cui ogni componente svolge una fun-
zione mentale specifica e possiede una collocazione, o « localiz-
zazione», geneticamente predeterminata o cablata. Un cervello
cablato, e in cui ogni funzione mentale ha una localizzazione ben
precisa, lascia ben poco spazio alla plasticità.
L'idea del cervello-macchina ha ispirato e guidato le neuro-
scienze fin da quando fu concepita nel Seicento, prendendo il
posto di nozioni dal significato più mistico come l'anima e il cor-
po. Gli scienziati, impressionati dalle scoperte di Galileo Galilei
(1564-1642), il quale aveva mostrato che i pianeti potevano esse-
re studiati come corpi inanimati mossi da forze meccaniche, si
convinsero che tutta la natura funzionasse come un immenso
orologio cosmico soggetto alle leggi della fisica, e iniziarono così

* Traduzione letterale del termine usato dall'autore che fa riferimento ad


alcuni concetti e modelli neuropsicologici secondo i quali ogni regione cere-
brale è deputata a una particolare e unica funzione senza interazione con le al-
tre aree encefaliche. In questo modo eliminiamo anche il termine« modellare»,
che si riferisce in particolare a uno di questi modelli, forse il più celebre e fortu-
nato, che fu elaborato appunto negli anni Sessanta del Novecento.

24
UNA DONNA IN PERENNE CADUTA

tl spiegare anche i singoli esseri viventi, e i nostri organi corporei,


i11 termini meccanici, come se fossero delle macchine. L'idea se-
condo cui la natura sarebbe un unico grande meccanismo, e i no-
stri corpi simili a macchine, sostituì la nozione greca, antica di
duemila anni, secondo cui la natura è un grande organismo vi-
vente, e i nostri corpi nient'altro che meccanismi inanimati.3
Questa nuova «biologia meccanicista» raggiunse alcuni risultati
eccezionali. William Harvey (1578-1657), che studiò anatomia a
Padova, dove insegnava Galileo, scoprì che il sangue circola nel
nostro corpo e dimostrò che il cuore funziona come una pompa.
Ben presto molti scienziati furono dell'opinione che, affinché
una spiegazione fosse considerata scientifica, dovesse essere
meccanicistica, ossia soggetta alle leggi meccaniche del moto.
Sulla scia di Harvey, il filosofo francese Cartesio (1596-1650) so-
steneva che anche il cervello e il sistema nervoso funzionassero
come una pompa, che è chiaramente una macchina molto sem-
plice. I nostri nervi sono in realtà dei tubi, argomentava Cartesio,
che dagli arti raggiungono il cervello e viceversa. Fu il primo a
teorizzare il funzionamento dei riflessi: quando la pelle viene
toccata, una sostanza simile a un fluido che scorre nei nervi rag-
giunge il cervello e da qui viene meccanicamente «riflessa» in
direzione opposta inducendo i muscoli a muoversi. Per quanto
una teoria simile possa apparire grossolana, Cartesio non era poi
così lontano dalla verità. Non molto tempo dopo, gli scienziati
perfezionarono la sua rudimentale concezione, sostenendo che
attraverso i nervi non scorresse un fluido, ma una corrente elet-
trica. La prospettiva cartesiana di un cervello assimilabile a una
macchina molto complessa sarebbe culminata nel localizzazioni-
smo e nell'attuale visione che associa il cervello a un computer.
Come una macchina, il cervello viene così considerato costituito
di parti, ciascuna con una collocazione predeterminata e una
funzione ben precisa da svolgere: in questo modo, se una di
quelle parti viene danneggiata, non è possibile sostituirla. Dopo-
tutto, nelle macchine i« pezzi» danneggiati non ricrescono. 4
Il localizzazionismo fu applicato anche ai sensi e si teorizzò che
ciascuno di essi - vista, udito, gusto, tatto, olfatto, equilibrio -
disponesse di un tipo di cellula recettore specializzata nel rileva-
re ogni forma di energia intorno a noi. 5 Quando vengono stimo-

25
IL CERVELLO INFINITO

lati, questi recettori inviano un segnale elettrico lungo i nervi ver-


so una regione specifica del cervello, dove il segnale viene elabo-
rato. Molti sciénziati credevano che ognuna di queste aree cere-
brali fosse così specializzata da non poter svolgere la funzione di
un'altra.
Praticamente isolato dai suoi colleghi, Paul Bach-y-Rita rifiu-
tava le tesi localizzazioniste. Egli scoprì che i nostri sensi hanno
una natura inaspettatamente plastica, e che se uno di essi subisce
un danno, talvolta un altro può prenderne il posto, in un proces-
so che egli chiama «sostituzione sensoriale». Bach-y-Rita svi-
luppò dei modi per stimolare la sostituzione sensoriale e dei di-
spositivi che fornissero dei « supersensi ». Con la scoperta che il
sistema nervoso può adattarsi a vedere con una telecamera anzi-
ché con la retina, Bach-y-Rita pose le basi perché si realizzasse la
speranza più grande per i non vedenti: impianti di retina, che
possono essere introdotti chirurgicamente all'interno dell' oc-
chio.

Anziché dedicarsi a un unico campo, come la maggior parte de-


gli scienziati, Bach-y-Rita è diventato un esperto in molti ambiti:·
medicina, psicofarmacologia, neurofisiologia oculare (lo studio
della struttura muscolare dell'occhio), neurofisiologia visiva (lo
studio della vista e del sistema nervoso) e ingegneria biomedica.
Egli segue le sue idee ovunque lo portino. Parla cinque lingue e
ha vissuto per lunghi periodi in Italia, Germania, Francia, Messi-
co, Svezia e in vari luoghi negli Stati Uniti. Ha lavorato nei labo-
ratori dei più grandi ricercatori e di scienziati insigniti del pre-
mio Nobel, ma non ha mai dato molta importanza a quello che
pensavano gli altri, e non partecipa ai giochi politici, come molti
suoi colleghi, per poter proseguire il suo lavoro. Dopo essere di-
ventato dottore, abbandonò la medicina e passò alla ricerca di
base. Si pose delle domande che sembravano sfidare il senso co-
mune, come ad esempio: «Gli occhi sono necessari per vedere, o
le orecchie per ascoltare, la lingua per gustare, il naso per annu-
sare?» In seguito, all'età di quarantaquattro anni, sempre alla ri-
cerca di nuovi stimoli, tornò alla medicina e divenne un medico
ospedaliero. Affrontava giornate interminabili e lunghe notti in-
sonni in uno dei rami meno appassionanti della medicina riabili-

26
UNA DONNA IN PERENNE CADUTA

lativa. La sua ambizione era quella di trasformare una palude in-


tellettuale in una scienza, attraverso l'applicazione di ciò che
nveva imparato sulla plasticità.

Bach-y-Rita è un uomo senza alcuna pretesa. Se non è la moglie a


impedirglielo, per lui non è un problema indossare abiti da quat-
tro soldi o comprati dall'Esercito della Salvezza. Sua moglie gui-
Ja l'ultimo modello di Audi Passat, lui si accontenta di un'auto
urrugginita vecchia di dodici anni.
Ha una capigliatura grigia, folta e ondulata, parla a voce bassa
e speditamente, ha una carnagione piuttosto scura, mediterra-
nea, per via delle sue origini di ebreo spagnolo, e dimostra molto
meno dei suoi sessantanove anni. Ovviamente ha l'aspetto di un
intellettuale, ma dimostra un affetto caloroso nei confronti della
moglie, Esther, una messicana di origini maya.
E abituato al ruolo di outsider. È cresciuto nel Bronx, e all'ini-
zio del liceo era alto appena un metro e quaranta centimetri a
causa di una misteriosa malattia che per otto anni ne aveva bloc-
cato la crescita. Per due volte ricevette una diagnosi preliminare
di leucemia. Ogni giorno veniva picchiato dagli studenti più
grandi e nel corso di quegli anni sviluppò una soglia del dolore
straordinariamente elevata. All'età di dodici anni la sua appendi-
ce esplose, e la malattia misteriosa da cui era affetto, una rara for-
ma di appendicite cronica, fu correttamente diagnosticata. Creb-
be di venti centimetri e vinse il suo primo scontro con i bulli del-
la scuola.
Stiamo attraversando in macchina Madison, nel Wisconsin,
dove Bach-y-Rita vive quando non è in Messico. È un uomo mol-
to modesto, e solo dopo aver parlato insieme per ore si concede
un unico commento appena velatamente positivo sul proprio la-
voro.
«Posso collegare qualunque cosa» dice sorridendo.

«Noi vediamo con il nostro cervello, non con i nostri occhi» dice.
Questa affermazione va contro la nozione dettata dal senso
comune secondo cui vediamo con i nostri occhi, udiamo con le
orecchie, percepiamo i sapori con la lingua e gli odori con il na-
so, e sentiamo con la pelle. Chi metterebbe in discussione simili

27
IL CERVELLO INFINITO

fatti? Ma per Bach-y-Rita i nostri occhi si limitano a rilevare dei


cambiamenti nell' ~nergia luminosa; è il nostro cervello che li
percepisce e che perciò vede.
Per Bach-y-Rita non è importante come una sensazione arrivi
al cervello. «Quando un cieco usa un bastone, lo muove avanti e
indietro, e i recettori sulla pelle della mano ricevono informazio-
ni solo attraverso la punta del bastone. Tuttavia questo movi-
mento oscillatorio permette al cieco di capire dove si trova lo sti-
pite della porta, o la sedia, o capire di aver urtato il piede di qual-
cuno. Quindi usa queste informazioni per arrivare alla sedia e se-
dersi. Sebbene i sensori nella mano siano il luogo in cui il cieco
riceve le informazioni e dove il bastone si 'interfaccia' con lui, ciò
che percepisce soggettivamente non è la pressione del bastone
sulla mano, ma la disposizione della stanza: sedie, pareti, piedi,
lo spazio tridimensionale. I recettori superficiali della mano di-
ventano solo un punto di passaggio per le informazioni, una
'porta per i dati'. In questo processo il recettore superficiale per-
de la propria identità».
Bach-y-Rita concluse che la pelle e i recettori tattili potevano
sostituire la retina, poiché sia la pelle sia la retina sono strutture
bidimensionali ricoperte di recettori sensoriali, i quali permetto-
no che sulla loro superficie si formi un'«immagine ». 6
Un conto è individuare una nuova «porta per i dati», o un
modo in cui le sensazioni raggiungono il cervello. Ben altra cosa
è, per il cervello, decodificare le sensazioni tattili e convertirle in
immagini. Per fare ciò, il cervello deve imparare qualcosa di nuo-
vo, e la regione cerebrale dedicata all'elaborazione del tatto deve
adattarsi a segnali di tipo nuovo. Tale adattabilità implica la pla-
sticità del cervello, nel senso che può riorganizzare il proprio si-
stema sensorio-percettivo.
Se il cervello è capace di riorganizzarsi, il semplice localizza-
zionismo non può costituire un modello cerebrale corretto. All'i-
nizio anche Bach-y-Rita era un localizzazionista, sulla scia dei
brillanti successi ottenuti da questa teoria. La prima forma di lo-
calizzazionismo venne proposta nel 1861, quando Paul Broca,
un chirurgo, dovette occuparsi di un paziente che, dopo aver su-
bito un ictus, aveva perso la capacità di parlare ed era in grado di
pronunciare una sola sillaba. Qualunque cosa gli si chiedesse, il

28
UNA DONNA IN PERENNE CADUTA

pover'uomo rispondeva: « Tan, tan ». Alla morte del paziente,


Broca ne dissezionò il cervello e riscontrò delle lesioni nel tessu-
to del lobo frontale sinistro. Gli scettici dubitavano che il lin-
guaggio potesse essere localizzato in una precisa regione cere-
brale, finché Broca non mostrò loro il tessuto danneggiato, quin-
di riferì di altri pazienti che avevano perso la capacità di parlare e
che avevano subito un danno nella medesima regione. Questa
venne chiamata «area di Broca » e si ipotizzò che coordinasse i
movimenti dei muscoli delle labbra e della lingua. Non molto
tempo dopo un altro medico, Carl Wemicke, ricollegò il danno
cerebrale in un'altra regione a un problema differente: l'incapa-
cità di comprendere il linguaggio. Wemicke propose che la zona
lesionata fosse responsabile della rappresentazione mentale delle
parole e della loro comprensione. Questa regione venne chiama-
ta «area di Wemicke». Nel corso del secolo successivo, il loca-
lizzazionismo divenne sempre più specifico man mano che nuo-
ve ricerche definivano la mappa del cervello.
Sfortunatamente la questione del localizzazionismo fu presto
enfatizzata in modo eccessivo. Da una serie di interessanti corre-
lazioni (le osservazioni secondo cui la lesione di aree specifiche
del cervello portavano alla perdita di funzioni mentali specifi-
che) si passò a una teoria generale che dichiarava come a ogni
funzione cerebrale corrispondesse un'unica collocazione «ca-
blata». Questa idea era riassunta dall'espressione «una funzio-
ne, una localizzazione»: se una parte era danneggiata, il cervello
non avrebbe potuto riorganizzarsi o recuperare la funzione com-
promessa.7
Iniziò così l'epoca oscura de1la neuroplasticità, e qualunque
eccezione al motto del localizzazionismo veniva ignorata. Nel
1868 Jules Cotard studiò il caso di alcuni bambini che avevano
subito un danno cerebrale precoce ed esteso, e in cui l'emisfero
sinistro (fra cui l'area di Broca) era seriamente compromesso.
Nonostante ciò, questi bambini parlavano normalmente. 8 Que-
sto significava che, anche se il linguaggio tendeva a essere elabo-
rato nell'emisfero sinistro, come affermava Broca, in caso di ne-
cessità il cervello era abbastanza plastico per riorganizzarsi. Nel
187 6 Otto Soltmann rimosse la corteccia motoria - la regione del
cervello che si riteneva responsabile del movimento - da alcuni

29
IL CERVELLO INFINITO

cuccioli di cani e conigli, e scoprì che questi erano in grado di


muoversi. 9 Simili risultati vennero sommersi dall'entusiasmo per
il localizzazionismo.
Bach-y-Rita cominciò a dubitare del localizzazionismo men-
tre si trovava in Germania all'inizio degli anni Sessanta. Si era
unito a un gruppo di ricercatori che stava studiando il funziona-
mento della vista attraverso la misurazione, tramite degli elettro-
di, delle scariche elettriche prodotte nella corrispondente area
cerebrale di un gatto. L'équipe si aspettava che, quando all'ani-
male veniva mostrata un'immagine, gli elettrodi avrebbero rile-
vato un picco di corrente elettrica, mostrando che quella regione
cerebrale stava elaborando quell'immagine. E così fu. Ma quan-
do qualcuno toccò accidentalmente la zampa del gatto, l'area vi-
siva si attivò ugualmente, indicando che stava elaborando pure le
sensazioni tattili. 10 Si scoprì poi che l'area visiva era attiva anche
quando il gatto udiva dei suoni.
Bach-y-Rita iniziò a pensare che l'idea localizzazionista «una
funzione, una localizzazione» non poteva essere corretta. L'area
«visiva» del cervello del gatto stava elaborando almeno altre
due funzioni, tattile e uditiva. Cominciò a ritenere che varie aree
del cervello fossero « polisensoriali », ossia che le regioni senso-
riali fossero in grado di elaborare i dati provenienti da più di un
senso.
Questo può accadere perché tutti i nostri recettori sensoriali
traducono vari tipi di energia proveniente dal mondo esterno,
non importa di quale origine, in segnali elettrici che vengono in-
viati lungo i nervi. Tali segnali elettrici costituiscono il linguaggio
universale «parlato» nel nostro cervello: non ci sono immagini,
suoni, odori o sensazioni che si muovono all'interno dei neuroni.
Bach-y-Rita comprese come le aree che elaborano questi impulsi
elettrici siano assai più omogenee di quanto i neuroscienziati
pensino. 11 Questa convinzione trovò ulteriore sostegno quando
il neuroscienziato Vernon Mountcastle scoprì che i vari tipi di
corteccia -visiva, uditiva e tattile - presentano tutte una struttu-
ra simile a sei strati. Per Bach-y-Rita ciò significa che ogni parte
della corteccia dovrebbe poter elaborare qualunque segnale elet-
trico riceva, e che i moduli del cervello, dopotutto, non sono poi
così specializzati.

30
UNA DONNA IN PERENNE CADUTA

Nel corso degli anni successivi Bach-y-Rita iniziò a studiare


tutte le eccezioni al localizzazionismo. 12 Grazie alla sua cono-
Hcenza delle lingue, indagò a fondo nella letteratura più datata e
mai tradotta e riscoprì alcuni lavori scientifici condotti prima che
si affermassero le versioni più ortodosse del localizzazionismo.
Bach-y-Rita scoprì l'opera di Marie-Jean-Pierre Flourens, il qua-
le negli anni Venti dell'Ottocento mostrò che il cervello può rior-
ganizzare se stesso. 13 Inoltre lesse gli scritti di Broca in francese,
citati spessissimo ma raramente tradotti, e trovò che perfino il
medico francese non aveva escluso del tutto la neuroplasticità
come invece avrebbero fatto i suoi seguaci.

Il successo del dispositivo per la visione tattile indusse Bach-y-


Rita a reinventare la sua visione del cervello umano. In fondo, il
miracolo non era la sua macchina ma il cervello con la sua vita-
lità, flessibilità e adattabilità a nuovi segnali artificiali. Come par-
te del processo di riorganizzazione, egli suppose che i segnali tat-
tili (inizialmente elaborati nella corteccia sensoriale, nella parte
superiore del cervello) venissero dirottati verso la corteccia sen-
soriale nella parte posteriore del cervello per un'elaborazione ul-
teriore: in altre parole, era possibile sviluppare qualunque per-
corso neuronale che andasse dalla pelle alla corteccia visiva.
Quarant'anni fa, proprio quando il localizzazionismo era al-
i'apice dei suoi sucèessi scientifici, Bach-y-Rita avanzò le proprie
critiche. Riconosceva i meriti del localizzazionismo, ma sostene-
va che «un ampio corpo di evidenze indica come il cervello mo-
stri una plasticità sia motoria sia sensoriale ». 14 Uno dei suoi arti-
coli venne respinto per la pubblicazione ben sei volte, e non per-
ché l'evidenza presentata venisse messa in discussione, ma per-
ché l'autore era arrivato a usare il termine «plasticità» nel titolo.
Dopo la pubblicazione dell'articolo su Nature, il suo amato men-
tore, Ragnar Granit, che nel 1967 ricevette il premio Nobel per
la medicina grazie al suo lavoro sulla retina e che aveva fatto in
modo che la tesi di laurea del suo allievo venisse pubblicata, in-
vitò Bach-y-Rita per un tè. Granit chiese alla moglie di lasciare la
stanza e, dopo aver elogiato il lavoro di Bach-y-Rita sui muscoli
dell'occhio, gli chiese- per il suo bene- perché stesse sprecando
il suo tempo con quel «giocattolo per adulti». Nonostante ciò

31
IL CERVELLO INFINITO

Bach-y-Rita proseguì sulla sua strada e tracciò, in una serie di li-


bri e in centinaia di articoli, le evidenze a sostegno della neuro-
plasticità, sviluppando una teoria che ne spiegasse il funziona-
mento.15

L'interesse principale di Bach-y-Rita divenne spiegare la nozione


di plasticità, ma continuò a inventare dispositivi per la « sostitu-
zione sensoriale». Lavorò con degli ingegneri per rendere più
maneggevole la macchina per la «visione tattile». La scomoda e
pesante piastra di stimolatori vibranti che era applicata allo
schienale venne sostituita da una striscia di plastica ricoperta di
elettrodi, sottile come un foglio di carta e del diametro di una
moneta. La striscia andava collocata sulla lingua, che Bach-y-Ri-
ta considera l' «interfaccia macchina-cervello» ideale, un eccel-
lente punto d'accesso al cervello, poiché sulla lingua non c'è uno
strato di pelle morta e insensibile. Anche il computer venne dra-
sticamente.ridimensionato, e la telecamera, che prima era grande
quanto una valigia, ora poteva essere fissata alla montatura degli
occhiali.
Bach-y-Rita lavorò anche ad altri dispositivi per la sostituzio-
ne sensoriale. La NASA lo finanziò per mettere a punto un guanto
elettronico «tattile» destinato agli astronauti. I guanti utilizzati
fino a quel momento erano così spessi che gli astronauti non riu-
scivano a sentire piccoli oggetti o a compiere movimenti delicati.
Sulla parte esterna dei guanti vennero montati dei sensori che
trasmettevano dei segnali elettrici alla mano. In seguito Bach-y-
Rita sfruttò questa esperienza per aiutare le persone affette dalla
lebbra, una malattia che distrugge la pelle e le terminazioni ner-
vose periferiche, fino alla perdita della sensibilità delle mani.
Questo tipo di guanti, come quelli per gli astronauti, avevano dei
sensori all'esterno, e inviavano dei segnali alle parti sane della
pelle - lontano dalle mani - dove i nervi non erano stati colpiti
dalla malattia. Le zone sane di pelle diventavano il punto d'ac-
cesso per le sensazioni tattili. Bach-y-Rita lavorò pure a un guan-
to che avrebbe aiutato i non vedenti a leggere lo schermo del
computer, e perfino a un preservativo che, nelle speranze del suo
inventore, avrebbe permesso di raggiungere l'orgasmo alle vitti-
me di lesioni vertebrali che avevano perso la sensibilità del pene.

32
UNA DONNA IN PERENNE CADUTA

In questo caso, Bach-y-Rita si basava sul presupposto che l'ecci-


Lazione sessuale, come tutte le altre esperienze sensoriali, si trova
«nel cervello»: pertanto, le sensazioni suscitate dai movimenti
sessuali, raccolte dai sensori disposti sul preservativo, possono
essere tradotte in impulsi elettrici che a loro volta possono essere
trasmessi alla regione del cervello che elabora l'eccitazione ses-
suale. Altre potenziali applicazioni del suo lavoro riguardano i
«supersensi», come la visione notturna o a infrarossi. Bach-y-Ri-
ta ha sviluppato un dispositivo per i Navy SEAL, le squadre spe-
ciali della marina americana, che permette di capire l'orienta-
mento del corpo sott'acqua, o un apparecchio, testato in Fran-
cia, che informa il chirurgo dell'esatta posizione del bisturi tra-
mite l'invio di segnali da un sensore elettronico fissato al bisturi
stesso a un dispositivo applicato alla lingua o al cervello.

All'origine delle ricerche condotte da Bach-y-Rita nel campo


<lella riabilitazione cerebrale sta il notevole recupero del padre, il
poeta e studioso catalano Pedro Bach-y-Rita, in seguito a un gra-
ve ictus. Nel 1959 Pedro, allora vedovo e sessantacinquenne,
subì un'emorragia cerebrale che ne paralizzò il volto, metà del
corpo e lo rese incapace di parlare.
George, fratello di Paul, oggi psichiatra in California, studia-
va medicina in Messico. Gli fu detto che il padre non aveva alcu-
na speranza di guarigione e che avrebbe dovuto essere ricoverato
in una clinica. Al contrario George portò con sé il padre paraliz-
zato da New York, dove viveva, in Messico. All'inizio si rivolse
ali' American British Hospital, che offriva un tipico programma
riabilitativo della durata di un mese: nessuno credeva che il cer-
vello potesse trarre beneficio da un trattamento più lungo. Dopo
quattro settimane le condizioni di suo padre non erano affatto
migliorate. Non era ancora autosufficiente, e per andare in ba-
gno o fare la doccia doveva essere sostenuto. Lo aiutava il giardi-
niere di George.
«Fortunatamente mio padre era un uomo minuto, pesava po-
co più di cinquanta chili, e così ce la facevamo da soli» dice
George.
George non sapeva nulla di riabilitazione, ma la sua ignoranza
fu una vera benedizione: libero da teorie pessimistiche, violò tut-

33
IL CERVELLO INFINITO

te le regole allora riconosciute come valide e così riuscì nel suo


scopo.
«Decisi che, anziché insegnare a mio padre a camminare, gli ·
avrei insegnato a gattonare. Mi dissi: 'Hai imparato a camminare
gattonando, e ora gattonerai ancora un poco'. Gli comprammo
delle ginocchiere. All'inizio lo tenevamo per le gambe e le brac-
cia, che non lo sostenevano abbastanza. Era davvero molto diffi-
cile». Appena Pedro riuscì a sostenersi in qualche modo, Geor-
ge lo fece appoggiare al muro con la spalla e il braccio paralizza-
ti. «Andò avanti a camminare appoggiato al muro per mesi. In
seguito lo portai a esercitarsi in giardino, cosa che creò qualche
problema con i vicini: dicevano che non era bello, che era inde-
coroso far camminare il professore a quattro zampe come un ca-
ne. L'unico modello a cui potevo rifarmi era il modo in cui i bam-
bini imparano a camminare. Così giocavamo sul pavimento, io
facevo rotolare delle biglie, e lui doveva prenderle. Oppure lan-
ciavamo delle monete sul pavimento, e mio padre doveva racco-
glierle con la mano menomata. Ogni nostro tentativo trasforma-
va le normali esperienze di tutti i giorni in esercizi, come ad
esempio lavare un vaso: mio padre doveva tenere il vaso con la
mano sana e far girare l'altra - su cui aveva poco controllo e si
muoveva a scatti - quindici minuti in senso orario e quindici in
senso antiorario. Il profilo del vaso permetteva di guidare il mo-
vimento della mano. Facevamo un passo dopo l'altro, e piano
piano le cose migliorarono. Poi fu mio padre a scegliere che cosa
fare, ad esempio venirsi a sedere per mangiare con me e gli altri
studenti di medicina». Il lavoro li impegnava per molte ore al
giorno, ma gradualmente Pedro riuscì a muoversi sulle ginoc-
chia, poi ad alzarsi in piedi e infine a camminare normalmente.
Pedro si sforzò da solo di recuperare la capacità di parlare, e
dopo circa tre mesi si videro i primi risultati. Dopo diversi mesi
volle riprendere a scrivere. Si sedeva davanti alla macchina da
scrivere, metteva il dito medio su un tasto e lo schiacciava con il
peso di tutto il braccio. Quando fu padrone di questa tecnica,
iniziò a lasciar cadere solo il polso, poi solo le dita, una alla volta.
Alla fine riprese a battere a macchina normalmente.
Dopo un anno il recupero di Pedro, che aveva compiuto ses-
santotto anni, era tale da permettergli di tornare a insegnare al

34
UNA DONNA IN PERENNE CADUTA

C:ity College di New York. Ne fu felice, e lavorò fin quando non


1111dò in pensione, all'età di settant'anni. Poi accettò un incarico
nlla State University di San Francisco, si risposò e continuò a la-
vorare, fare passeggiate e viaggiare. Dopo l'ictus, fu attivo ancora
per sette anni. Nel corso di un'escursione con degli amici di Bo-
gota, in Colombia, a più di duemilasettecento metri d'altitudine
~~bbe un attacco di cuore. Morì poco dopo. Aveva settantadue
lltmi.
Ho chiesto a George se avesse intuito quanto era inusuale un
simile recupero dopo l'ictus subito dal padre, e se avesse pensato
l'he fosse.il risultato della neuroplasticità.
«Per me si trattava semplicemente di prendermi cura di papà.
Ma Paul, negli anni successivi, ne parlò in termini di neuroplasti-
dtà. Non subito, però. Fu dopo la morte di nostro padre».
La salma di Pedro fu portata a San Francisco, dove Paul lavo-
rava. Era il 1965, e all'epoca, prima del neuroimaging,* le auto-
psie erano una procedura normale, poiché erano l'unico modo
in cui i medici potevano imparare qualcosa sulle lesioni cerebra-
li, e capire il motivo della morte di un paziente. Paul chiese alla
<lottoressa Mary J ane Aguilar di eseguire l'autopsia.
«Qualche giorno dopo Mary J ane mi chiamò e mi disse:
· Paul, vieni da me. Devo mostrarti qualcosa'. Quando andai al
vecchio Stanford Hospital, lì, sparpagliate sul tavolo, c'erano al-
cune fette del cervello di mio padre su dei vetrini».
Paul era senza parole.
«Provai un senso di disgusto, ma potevo vedere anche l'ecci-
tazione di Mary Jane: ciò che i vetrini mostravano era che l'ictus
aveva provocato un'ampia lesione e che questa non era mai gua-
rita, malgrado mio padre avesse recuperato molte funzioni. Ero
sconvolto, scioccato. Pensavo al danno cerebrale subito da mio
padre. Mary J ane disse: 'Come ci si può riprendere in seguito a
una lesione simile?'»
Guardando con più attenzione, Paul vide che la lesione, risa-
lente a sette anni prima, riguardava principalmente il tronco en-
cefalico - la parte del cervello più vicina al midollo spinale - e

* Possibilità di acquisire immagini del sistema nervoso mediante tecniche


neuroradiologiche (TAC, RM) e di medicina nucleare (SPECT, PET).

35
IL CERVELLO INFINITO

che anche gli altri centri cerebrali più importanti della corteccia
legati al controllo del movimento erano stati distrutti. Il novanta
per cento dei nervi che vanno dalla corteccia cerebrale al midol-
lo spinale erano danneggiati: era stata questa lesione catastrofica
a causare la paralisi di Pedro.
«Ciò significava che, in qualche modo, il suo cervello si era
totalmente riorganizzato attraverso il lavoro condotto insieme a
George. Non conoscevamo l'entità del suo recupero fino a quel
momento: allora non disponevamo delle tecniche di neuroima-
ging e per questo non avevamo idea di quanto fosse estesa la le-
sione. Quando un paziente riusciva a recuperare, tendevamo a
presumere che in realtà non doveva trattarsi di un danno grave.
Mary Jane voleva che comparissi fra gli autori di un articolo che
lei avrebbe scritto sul caso. Non potei accettare ». 16
La storia del padre di Paul costituiva un'evidenza diretta di
come fosse possibile un recupero «tardivo» anche nel caso di
una lesione molto grave in un paziente anziano. Ma dopo aver
esaminato la lesione e passato in rassegna la letteratura scientifi-
ca, Paul riscontrò ulteriori evidenze secondo cui il cervello può
riorganizzarsi per recuperare le sue funzioni dopo lesioni cere-
brali devastanti: scoprì ad esempio che nel 1915 uno psicologo
americano, Shepherd Ivory Franz, 17 aveva mostrato come pa-
zienti rimasti paralizzati per vent'anni andavano incontro a un
recupero tardivo attraverso esercizi di stimolazione cerebrale.

Il« recupero tardivo» del padre indusse Bach-y-Rita a una svolta


nella sua carriera. Ali' età di quarantaquattro anni, tornò alla me-
dicina e lavorò nei reparti di neurologia e riabilitazione. Capì che
per recuperare i pazienti bisognava motivarli, come era accaduto
a suo padre, con esercizi che si avvicinassero il più possibile alle
normali attività quotidiane.
Bach-y-Rita rivolse la sua attenzione al trattamento dell'ictus,
concentrandosi sulla« riabilitazione tardiva», aiutando i pazienti
a superare gravi problemi neurologici anni dopo la loro insorgen-
za, e sviluppando dei videogame per allenare pazienti colpiti da
ictus a muovere di nuovo le braccia. Così iniziò a integrare le sue
conoscenze sulla plasticità nell'ideazione degli esercizi. I tradi-
zionali esercizi riabilitativi terminavano normalmente dopo qual-

36
UNA DONNA IN PERENNE CADUTA

d1c settimana, quando i pazienti non miglioravano più o avevano


ruggiunto una stabilità, e i medici perdevano la motivazione a
proseguire. Ma Bach-y-Rita, basandosi sulla sua conoscenza della
t•rcscita dei nervi, iniziò a supporre che queste stabilità nel recu-
pero delle funzioni fossero temporanee, ossia che facessero parte
dcl ciclo riabilitativo basato sulla plasticità, in cui le fasi di ap-
pt·cndimento sono seguite da periodi di consolidamento. 18 Mal-
nrado non vi fosse un progresso apparente nel corso della fase di
l'Onsolidamento, man mano che le nuove capacità si perfeziona-
vano e acquisivano un maggiore automatismo, internamente si
Hlavano però verificando delle modificazioni biologiche.
Bach-y-Rita sviluppò un programma per pazienti con lesioni
ui nervi motori facciali, che, non essendo in grado di muovere i
muscoli del viso, non potevano chiudere gli occhi, parlare cor-
rettamente o esprimere emozioni, cosa che li faceva sembrare
dei mostruosi automi. Bach-y-Rita collegò chirurgicamente uno
dei nervi «supplementari» che normalmente fanno capo alla
lingua ai muscoli facciali del paziente. Quindi sviluppò un pro-
gramma di esercizi cerebrali per allenare il «nervo linguale» (e
in particolare la regione del cervello che lo controlla) a compor-
tarsi come un nervo facciale. Questi pazienti recuperarono l' e-
spressività del volto, tornarono a parlare e a chiudere gli occhi.
I:ennesimo esempio dell'abilità di Bach-y-Rita nel «collegare
qualunque cosa».

Trentatré anni dopo l'articolo di Bach-y-Rita pubblicato su Na-


ture, gli scienziati che utilizzano la versione moderna e più com-
patta della sua macchina per la visione tattile hanno sottoposto i
loro pazienti al neuroimaging, e hanno confermato che le imma-
gini tattili acquisite dai pazienti attraverso la lingua vengono poi
elaborate nella corteccia cerebrale. 19
Uno dei più incredibili esperimenti sulla plasticità di questi
anni ha dissipato ogni ragionevole dubbio sul fatto che i sensi
possano essere « ricablati ». In questo caso non sono stati ri-
costruiti i percorsi relativi al tatto e alla vista, come aveva fatto
Bach-y-Rita, ma quelli per l'udito e la vista, e in senso letterale.
Mriganka Sur, un neuroscienziato, ha chirurgicamente ricablato
il cervello di un cucciolo di furetto. 20 Solitamente il nervo ottico

37
IL CERVELLO INFINITO

va dall'occhio alla corteccia visiva, ma Sur ha dirottato il nervo


ottico del furetto dalla corteccia visiva a quella uditiva, scopren-
do che l'animale aveva imparato a vedere. Attraverso degli elet-
trodi applicati al cervello, Sur dimostrò che, quando il furetto è
in grado di vedere, i neuroni della corteccia uditiva si attivavano
elaborando i segnali visivi. La corteccia uditiva, in virtù della pla-
sticità che Bach-y-Rita aveva sempre supposto, si era riorganiz-
zata, così da acquisire la struttura della corteccia visiva. In ogni
caso, i furetti che avevano subito l'intervento chirurgico non ave-
vano una vista perfetta, ma pari a circa un terzo, come molte per-
sone che portano gli occhiali.
Fino a pochissimo tempo fa simili trasformazioni sarebbero
apparse del tutto inspiegabili. Bach-y-Rita, mostrando che il no-
stro cervello è più flessibile di quanto ammetta il localizzazioni-
smo, ha contribuito a fornire una visione più accurata del cervel-
lo che è in grado di compiere tali cambiamenti. Prima delle sue
scoperte, era del tutto accettabile affermare, come la maggior
parte dei neuroscienziati, che abbiamo una «corteccia visiva»
nel lobo occipitale, che elabora i dati visivi, e una« corteccia udi-
tiva» nel lobo temporale, che elabora i dati uditivi. Da Bach-y-
Rita in poi abbiamo imparato che la questione è più complessa e
che queste aree del cervello costituiscono dei processori plastici,
connessi fra di loro e capaci di elaborare una varietà inaspettata
di input sensoriali.

Cheryl non è l'unica ad aver tratto beneficio dallo strano elmetto


di Bach-y-Rita. Da allora la sua équipe ha utilizzato il dispositivo
con altri cinquanta pazienti per migliorarne l'equilibrio e l' anda-
tura. Alcuni avevano il medesimo danno subito da Cheryl; altri
avevano avuto ictus, morbo di Parkinson e trauma cranico.
L'importanza di Bach-y-Rita sta sia nell'aver compreso la pla-
sticità del cervello sia nell'aver applicato concretamente questa
conoscenza per alleviare le sofferenze umane. In tutta la sua ope-
ra è implicita l'idea secondo cui siamo nati con un cervello a tutti
gli effetti più adattabile e opportunistico di quanto pensiamo.
Quando il cervello di Cheryl ricostruiva il senso dell'equili-
brio, o il cervello dei soggetti non vedenti elaborava nuovi per-
corsi neuronali man mano che imparavano a riconoscere gli og-

38
UNA DONNA IN PERENNE CADUTA

1wtti, la prospettiva o il movimento, tali cambiamenti non costi-


111ivano una misteriosa eccezione alla regola, ma la regola stessa:
ltt corteccia sensoriale è plastica e flessibile. Il cervello di Cheryl,
imparando a rispondere al recettore artificiale con cui era stato
rmstituito quello danneggiato, non faceva nulla di straordinario.
lfocentemente il lavoro di Bach-y-Rita ha indotto lo scienziato
1•ognitivo Andy Clark a sostenere argutamente che noi siamo dei
« cyborg innati»: la neuroplasticità ci consente di collegarci alle
macchine, come computer e dispositivi elettronici, in modo ab-
hnstanza naturale. 21 Ma il cervello è in grado di ristrutturarsi an-
d1e in risposta a «dispositivi» semplicissimi, come nel caso del
hastone per un non vedente. Dopotutto la plasticità è stata una
proprietà intrinseca al cervello sin dalla preistoria. Esso è un si-
stema assai più aperto di quanto abbiamo mai immaginato, e la
natura ci ha dato dawero molto per aiutarci a percepire e osser-
vare il mondo intorno a noi: un cervello che, per sopravvivere in
un mondo in continua trasformazione, si trasforma a sua volta.
2. Costruirsi un cervello migliore
Una donna considerata «ritardata» scopre come guarire
se stessa

Gli scienziati che compiono scoperte importanti sul cervello


spesso dispongono di un cervello straordinario, e si occupano di
chi ha un cervello danneggiato. È raro che proprio chi compie
una scoperta importante abbia problemi cerebrali, ma ci sono
delle eccezioni. Barbara Arrowsmith Young è una di queste.
«Asimmetria» è il termine che meglio di ogni altro descrive la
sua mente quando era una studentessa. Nata a Toronto nel 1951
e cresciuta a Peterborough, Ontario, da bambina Barbara otten-
ne risultati molto brillanti in alcune aree - la memoria uditiva e
visiva raggiungeva punteggi nel novantanovesimo percentile. I
suoi lobi frontali erano notevolmente sviluppati, rendendola te-
nace e determinata. Ma il suo cervello era asimmetrico, nel senso
che queste abilità eccezionali coesistevano con altre scarsamente
sviluppate.
Tale asimmetria mostrò i suoi effetti anche sul corpo di Bar-
bara. Sua madre ci scherzava sopra: «L'ostetrica deve averti tira-
to fuori per la gamba destra», che era più lunga della sinistra, e si
era prodotto uno spostamento del bacino. Il braccio destro non
si raddrizzò mai, locchio sinistro era meno vigile, e tutto il lato
destro del suo corpo era sproporzionato rispetto al sinistro. La
colonna vertebrale era asimmetrica e soffriva di scoliosi.
Barbara andò incontro a una serie di gravi disturbi dell'ap-
prendimento. L'area cerebrale dedicata al linguaggio, l'area di

40
COSTRUIRSI UN CERVELLO MIGLIORE

l\roca, non funzionava correttamente, e dunque Barbara aveva


difficoltà nella pronuncia delle parole. Inoltre non era in grado
di ricorrere al «ragionamento spaziale». Quando muoviamo il
11ostro corpo nello spazio, usiamo il ragionamento spaziale per
rnstruire nella nostra testa un percorso immaginario prima di
Pticguire i movimenti. Il ragionamento spaziale è importante per
1111 bambino che gattona, per un dentista che sta trapanando un
1lcnte, per un giocatore di hockey che sta preparando le proprie
mosse. Un giorno, quando aveva tre anni, Barbara decise di gio-
l'll re alla corrida. Lei era il toro, e l'auto sulla strada era la muleta
1lcl matador. Barbara caricò, pensando che sarebbe riuscita a
~1 vitarla, ma valutò male la distanza e corse incontro all'auto, pro-
vocandosi una ferita molto grave alla testa. La madre si era rasse-
gnata all'idea che Barbara non potesse vivere più di un anno.
Il ragionamento spaziale è necessario anche per formare una
mappa mentale degli oggetti. Utilizziamo questo tipo di ragiona-
mento per mettere ordine sulla nostra scrivania, o per ricordare
dove abbiamo lasciato le chiavi. Barbara perdeva sempre tutto.
Non disponendo di una mappa spaziale degli oggetti, ciò che si
trovava fuori dal suo campo visivo letteralmente non esisteva
nella sua mente. Doveva ammucchiare di fronte a sé tutto ciò
con cui stava giocando o lavorando, e tenere armadi e cassetti
llperti. Fuori casa si perdeva sempre.
Aveva anche un problema «chinestesico». La percezione chi-
ncstesica ci permette di conoscere la posizione del nostro corpo
nello spazio, consentendoci di controllare e coordinare i movi-
menti e di riconoscere gli oggetti al tatto. Barbara non sapeva di-
re di quanto si allontanassero dal suo corpo il braccio e la gamba
sinistra. Sebbene per natura fosse un maschiaccio, era davvero
maldestra. Non riusciva a tenere un bicchiere di succo di frutta
con la mano sinistra senza rovesciarlo. Inciampava o incespicava
molto spesso. Per lei le scale erano pericolose. Nel lato sinistro
del corpo la sensibilità era minore, e spesso si procurava dei livi-
di a causa degli urti. Imparò a guidare ma inevitabilmente am-
maccava la fiancata sinistra dell'auto.
Aveva anche un difetto alla vista. Il suo campo visivo era così
ristretto che, quando guardava una pagina scritta, riusciva a co-
gliere solo poche lettere senza spostare lo sguardo.

41
IL CERVELLO INFINITO

Ma questi non erano i problemi più invalidanti. Dato che la


regione del cervello che permette di capire le relazioni simboli-
che non funzionava correttamente, Barbara aveva problemi a
comprendere la grammatica, i concetti matematici, la logica e i
nessi di causa ed effetto. Non riusciva a distinguere tra« il fratel-
lo del padre» e« il padre del fratello». Per lei era impossibile de-
cifrare una doppia negazione. Non sapeva leggere l'orologio,
poiché non capiva la relazione tra le lancette. Non sapeva lette-
ralmente distinguere la mano destra dalla sinistra, non solo per-
ché non disponeva di una mappa spaziale, ma perché non com-
prendeva la relazione tra «destra» e «sinistra». Solo con uno
straordinario sforzo mentale e un esercizio costante riusciva a
mettere in relazione un simbolo con un altro.
Barbara rovesciava la b, la d, la q e la p, scambiava« ero» con
«ore», e leggeva e scriveva da destra a sinistra, un disturbo chia-
mato «scrittura a specchio». Era destrimana, ma poiché scrive-
va da destra a sinistra sbavava ogni parola. I suoi insegnanti pen-
savano che fosse troppo vivace. Essendo dislessica, commetteva
molti errori di lettura, e questo poteva costarle caro. I suoi fratel-
li misero dell'acido solforico per un esperimento nella sua vec-
chia boccetta di gocce nasali. Quando decise di utilizzarle per
curare il raffreddore, Barbara lesse male l'etichetta che i suoi fra-
telli avevano attaccato sulla boccetta. Sdraiata sul letto con l'aci-
do che le scendeva nelle narici, si vergognava troppo per dire a
sua madre dell'ennesimo incidente.
Barbara era incapace di cogliere i nessi di causa ed effetto, e
per questo si comportava in modo bizzarro, non riuscendo a col-
legare le proprie azioni con le loro conseguenze. All'asilo non
riusciva a capire perché, se i suoi fratelli frequentavano lo stesso
istituto, non poteva lasciare la sua classe e andarli a trovare nella
loro ogni volta che voleva. Era in grado di memorizzare i proce-
dimenti matematici, ma non capiva i concetti. Sapeva che cinque
volte cinque fa venticinque, ma non capiva il perché.· I suoi inse-
gnanti le davano dei compiti extra, e suo padre passava molte
ore ad aiutarla, ma senza alcun risultato. Sua madre appendeva
dei cartelloni che illustravano dei semplici problemi matematici.
Poiché non riusciva a capirli, Barbara trovò un punto in cui se-
dersi dove il sole rendeva la carta traslucida, in modo da poter

42
COSTRUIRSI UN CERVELLO MIGLIORE

lq1gere le soluzioni sul retro del foglio. Tutti i tentativi di porre


1i medio alla situazione non coglievano la radice del problema, e
111 f'ucevano soffrire ancora di più.
Cercando disperatamente di fare bene, Barbara passò gli anni
ddle elementari a imparare tutto a memoria durante il pranzo e
dopo la scuola. Alle superiori il suo rendimento era estremamen-
11' incostante. Imparò a usare la memoria per coprire i suoi limiti,
1· t.·on la pratica riusciva a ricordare pagine intere di nozioni. Pri-
mo dei compiti in classe Barbara pregava che fossero nozionisti-
d, perché avrebbe ottenuto il punteggio più alto; ma se avessero
richiesto la comprensione di relazioni, probabilmente avrebbe
mggiunto un punteggio fra i più bassi.

Bnrbara non riusciva a capire nulla immediatamente, ma solo in


t'itardo, quando tutto era già accaduto. Non rendendosi conto di
l'Osa stesse accadendo intorno a lei in un dato momento, passava
ore a ricostruire il passato, mettendone insieme i frammenti per
renderlo comprensibile. Doveva ripetere a se stessa anche più di
venti volte semplici conversazioni, i dialoghi dei film e i testi del-
le canzoni: questo perché non riusciva a ricordare nemmeno l'i-
nizio di una frase appena iniziata.
Di questa situazione soffrì pure il suo sviluppo emotivo. A
cuusa dei suoi problemi con la logica, Barbara non riusciva a co-
gliere le contraddizioni quando ascoltava qualcuno parlare rapi-
damente, e così non era mai sicura di chi fidarsi. Avere amici era
difficile, e Barbara non poteva interagire con più di una persona
ulla volta.
Ma ciò che la tormentava di più erano il dubbio costante e
l'incertezza di fronte a qualunque cosa. Intuiva cosa significasse
trovarsi da qualche parte, ma senza poterlo verificare. Il suo mot-
to era «non ce la faccio». Diceva a se stessa: «Vivo nella nebbia,
e il mondo è simile allo zucchero filato». Come molti bambini
con gravi problemi di apprendimento, cominciò a pensare di es-
sere pazza.

Barbara è cresciuta in un periodo in cui pochi avrebbero potuto


aiutarla.
«Negli anni Cinquanta, in una cittadina come Peterborough,

43
IL CERVELLO INFINITO

non si parla di queste cose» spiega. «L'atteggiamento era: o ce la


fai o non ce la fai. Non c'erano insegnanti di sostegno, visite spe-
cialistiche o psicologiche. L'espressione 'disturbi dell'apprendi-
mento' si sarebbe diffusa solo vent'anni dopo. La mia insegnante
alle elementari disse ai miei genitori che avevo un 'blocco menta-
le' e che non avrei mai imparato come gli altri. Le categorie era-
no molto precise. Potevi essere intelligente, nella media, un po'
lento oppure un ritardato mentale».
I «ritardati mentali» venivano inseriti in una classe speciale
che non era certo il luogo migliore per una ragazza con una me-
moria brillante e imbattibile nei test lessicali. Un amico d'infan-
zia di Barbara, Donald Frost, che oggi è uno scultore, ricorda:
«Doveva subire molte pressioni dal punto di vista scolastico.
Tutta la famiglia Young aveva raggiunto ottimi risultati. Il padre,
Jack, era un ingegnere elettrotecnico e un inventore con trenta-
quattro brevetti per la Canadian Generai Electric. Era un mira-
colo riuscire a staccarlo dai libri per farlo venire a cena. La ma-
dre di Barbara, Mary, diceva cose del tipo: 'Ce la farai, non c'è
dubbio', e 'Se hai un problema, risolvilo'. Barbara era sempre in-
credibilmente sensibile, affettuosa, piena di attenzioni» prose-
gue Frost, «ma sapeva anche nascondere bene i suoi problemi.
Tutto doveva rimanere segreto. Negli anni del dopoguerra si era
diffuso un notevole senso d'integrità: non si doveva attirare l'at-
tenzione sui propri problemi più di quanto non si facesse con i
brufoli».
Barbara venne attratta dall'idea di studiare pedagogia, spe-
rando in qualche modo di risolvere la propria situazione. Come
studentessa all'Università di Guelph, i suoi problemi tornarono
a essere evidenti. Fortunatamente i professori notarono la sua
grande abilità nel cogliere la gestualità non verbale nel laborato-
rio di osservazione dei bambini, e così le fu chiesto di tenere quel
corso. Barbara non poteva crederci. In seguito venne accettata
alla scuola di specializzazione presso l'Ontario Institute for Stu-
dies in Education (OISE). Mentre per la maggior parte degli stu-
denti era sufficiente leggere un articolo scientifico una o due vol-
te, Barbara doveva leggere l'articolo e le fonti correlate venti vol-
te per avere una vaga idea del suo significato. Andò avanti dor-
mendo quattro ore per notte.

44
COSTRUIRSI UN CERVELLO MIGLIORE

Dal momento che eccelleva in alcune capacità, ed era così esper-


ta nell'osservazione dei bambini, i suoi professori della scuola di
specializzazione non riuscivano a credere che fosse disabile. Fu
Joshua Cohen, un altro studente di talento ma con problemi del-
l'apprendimento che aveva studiato all'OISE, il primo a capirlo.
Cohen gestiva una piccola clinica per bambini con disturbi del-
1' apprendimento che utilizzava il trattamento standard, la« com-
pensazione», basato sulla teoria condivisa ali' epoca: una volta
che le cellule cerebrali muoiono o non si sviluppano, non posso-
no essere recuperate. La compensazione aggira il problema. Per-
sone con difficoltà nella lettura ascoltano delle cassette. A chi
viene considerato «lento» viene concesso più tempo nei test.
Chi ha difficoltà a seguire un argomento deve segnare con un co-
lore i punti principali. Joshua elaborò un programma di com-
pensazione per Barbara, ma secondo lei richiedeva troppo tem-
po. In più, la sua tesi post-laurea, uno studio su alcuni bambini
con disturbi dell'apprendimento trattati con il metodo delle
compensazioni presso la clinica dell'OISE, mostrava che la mag-
gior parte di loro in realtà non mostrava miglioramenti. Lei stes-
sa aveva così tanti problemi che talvolta era difficile individuare
dei compiti che potessero compensare i deficit. Poiché era riusci-
ta a sviluppare così bene la memoria, Barbara disse aJoshua che
doveva esserci un sistema migliore.

Un giorno Joshua le suggerì di dare un'occhiata ad alcuni libri di


Aleksandr Lurija che stava leggendo. Barbara li affrontò, ritor-
nando innumerevoli volte sui passaggi più difficili, in particolare
una sezione dei Problemi fondamentali di neurolinguistica 1 che
riguardava individui che avevano subito ictus o altre lesioni e che
presentavano problemi con la grammatica, la logica e la lettura
dell'orologio. Lurija, che era nato nel 1902, crebbe nella Russia
rivoluzionaria. Era profondamente interessato alla psicoanalisi,
teneva contatti epistolari con Freud, e scrisse articoli sulla tecni-
ca psicoanalitica della «libera associazione», in cui i pazienti di-
cono qualunque cosa venga loro in mente. 2 Il suo scopo era svi-
luppare dei metodi oggettivi per valutare le idee di Freud. Non
aveva ancora trent'anni quando mise a punto il prototipo della
macchina della verità. Quando iniziò l'era delle grandi purghe

45
IL CERVELLO INF1NITO

staliniane, la psicoanalisi divenne scientia non grata, e Lurija fu


denunciato. Rilasciò una pubblica ritrattazione, ammettendo di
aver commesso alcuni «errori ideologici». Quindi, per sottrarsi
alla pubblica attenzione, intraprese gli studi di medicina.
Tuttavia non smise di occuparsi di psicoanalisi. Senza attirare
l'attenzione sul suo lavoro, Lurija integrò alcuni aspetti del me-
todo psicoanalitico e psicologico alla neurologia, diventando co-
sì il fondatore della neuropsicologia. I resoconti dei suoi casi cli-
nici, anziché essere delle semplici illustrazioni di sintomi, descri-
vevano i pazienti in maniera completa. Come scrisse Oliver
Sacks, «i casi clinici di Lurija possono quindi essere paragonati
solo a quelli di Freud per la loro precisione, vitalità, ricchezza e
profondità nei dettagli». Uno dei libri di Lurija, Un mondo per-
duto e rltrovato, 3 era il resoconto, e al tempo stesso il commento,
del diario di un paziente con una condizione davvero singolare.
Alla fine di maggio del 1943 il «compagno» Lijova Zasetskij,
un uomo dall'aspetto di un ragazzino, si presentò nell'ufficio di
Lurija presso la clinica riabilitativa dove lavorava. Zasetskij era
un giovane tenente che era rimasto ferito nella battaglia di Smo-
lensk, quando le truppe sovietiche male equipaggiate erano state
mandate allo sbaraglio contro la terribile macchina da guerra na-
zista. Il militare fu colpito alla testa da un proiettile, che provocò
una profonda lesione nell'emisfero cerebrale sinistro. Rimase in
coma per diverso tempo. Zasetskij si risvegliò presentando sinto-
mi molto strani. Lo shrapnel si era fermato nella regione del cer-
vello dedicata alla comprensione delle relazioni simboliche. Non
riusciva più a capire la logica, i nessi causali e le relazioni spaziali.
Non distingueva la sinistra dalla destra. Non comprendeva gli
elementi grammaticali di tipo relazionale: avverbi come « den-
tro», «fuori», «prima», «dopo», preposizioni come «con» e
«senza» non avevano più alcun significato per lui. Non poteva
comprendere una parola o una frase intera, né richiamare alla
mente un ricordo completo, poiché ognuna di queste cose ri-
chiedeva la capacità di mettere in relazione dei simboli. Tutto ciò
che era in grado di capire erano solo dei frammenti confusi.
D'altra parte i lobi frontali - che gli consentivano di individuare
cosa fosse importante, di elaborare piani, strategie, intenzioni, e
di metterli in atto- erano stati risparmiati, dandogli così la passi-

46
COSTRUIRSI UN CERVELLO MIGLIORE

hilità di riconoscere i propri problemi e di volerli superare. Mal-


gt·ado non riuscisse a leggere, che è in larga parte un'attività per-
cettiva, poteva però scrivere, essendo questa un'attività intenzio-
nale. Cominciò così un diario piuttosto frammentario che inti-
tolò Continuerò a combattere e che raggiunse le trecento pagine.
«Sono stato ucciso il 2 marzo 1943 »scrisse, «ma grazie a qual-
t'.he potere vitale del mio organismo, sono miracolosamente so-
pravvissuto».
Nei trent'anni successivi Lurija tenne sotto osservazione Za-
sctskij, riflettendo su come la ferita aveva influito sulle sue fun-
:1.ioni mentali. Assistette così alla lotta accanita di Zasetskij «per
vivere, e non semplicemente per esistere».

Leggendo il diario di Zasetskij, Barbara pensò: «È il racconto


della mia vita».
Zasetskij scrisse: «Conoscevo il significato delle parole 'ma-
dre' e 'figlia', ma non dell'espressione 'figlia della madre' [. .. ] Le
espressioni 'figlia della madre' e 'madre della figlia' per me non
ovevano alcuna differenza. Mi trovavo in difficoltà anche con
frasi come: 'Un elefante è più grande di una mosca?' Tutto ciò
che riuscivo a intuire era che una mosca è piccola e che un ele-
fante è grande, ma non capivo le parole 'più grande' e 'più picco-
lo'».
Assistendo a un film, Zasetskij osservò: «Prima che riesca a
capire cosa dicono gli attori, sta già iniziando un'altra scena».
Lurija cominciò a comprendere il problema. Il proiettile si era
introdotto nell'emisfero sinistro, dove si incrociano tre impor-
tanti aree percettive: il lobo temporale (che normalmente elabo-
ra il suono e il linguaggio), il lobo occipitale (che si occupa dei
segnali visivi) e il lobo parietale (che di norma elabora le relazio-
ni spaziali e integra fra loro le informazioni dai vari sensi). In
qnesta connessione gli input sensoriali provenienti dalle tre aree
vengono uniti e sintetizzati. Lurija si rese conto che, se da una
parte Zasetskij non presentava problemi percettivi, dall'altra non
riusciva a mettere in relazione fra loro le varie percezioni, o la
parte con il tutto. Ancora più importante, aveva una grave diffi-
coltà a mettere in relazione un certo numero di simboli con un
altro, come facciamo normalmente quando pensiamo tramite il

47
IL CERVELLO INFINITO

linguaggio. Per questo Zasetskij spesso parlava storpiando le pa-


role. Era come se non avesse una rete abbastanza grande per cat-
turare e trattenere le parole e il loro significato, e non riuscisse a
stabilire una relazione tra loro. Tutto ciò che gli rimaneva erano
dei frammenti: «Mi trovo in una specie di pesante dormiveglia
[... ] balenano soltanto nel ricordo alcune figure, torbide visioni
che appaiono fugacemente e altrettanto rapidamente scompaio-
no [... ] e non sono in condizione di capire o di ricordarne nem-
meno una».
Per la prima volta, Barbara capì che il suo principale deficit
mentale aveva una causa. Tuttavia, ciò che Lurija non le suggerì
era l'unica cosa di cui aveva bisogno: una cura. Quando si rese
conto di quanto fosse realmente grave la sua situazione, si sentì
ancora più esaurita e depressa, e pensava che così non sarebbe
potuta andare avanti. Dalla banchina della metropolitana cerca-
va un punto da cui saltare per ottenere l'impatto più violento.

Fu a questo punto della sua vita, quando aveva ventotto anni e


frequentava ancora la scuola di specializzazione, che giunse sulla
sua scrivania un articolo. Mark Rosenzweig, un ricercatore del-
l'Università della California di Berkeley, aveva studiato dei ratti
in ambienti stimolanti e non, e aveva trovato nell'indagine post
mortem che i cervelli dei ratti stimolati avevano maggiori quan-
tità di neurotrasmettitori, erano più pesanti e mostravano una
circolazione sanguigna migliore rispetto ai ratti che avevano vis-
suto in ambienti non stimolanti. Fu uno dei primi scienziati a
provare la neuroplasticità mostrando come l'attività possa pro-
durre dei cambiamenti nella struttura del cervello.
Barbara rimase folgorata. Rosenzweig aveva mostrato che il
cervello poteva essere modificato. Malgrado molti ne dubitasse-
ro, per lei questo significava che la compensazione poteva non
essere l'unica risposta. Il suo contributo sarebbe stato quello di
collegare le ricerche di Lurija e Rosenzweig.
Barbara si isolò completamente e iniziò a lavorare fino al limi-
te delle proprie forze, settimana dopo settimana - concedendosi
solo delle brevi pause per dormire - agli esercizi mentali da lei
stessa preparati, malgrado non avesse alcuna garanzia che l' a-
vrebbero portata a qualche risultato. Anziché praticare la com-

48
COSTRUIRSI UN CERVELLO MIGLIORE

I11.•nsazione, Barbara esercitava la sua capacità più debole: mette-


n •in relazione un certo numero di simboli fra loro. Uno di questi
1•1icrcizi prevedeva la lettura di centinaia di biglietti che riporta-
vtmo orologi con orari diversi. Chiese aJoshua Cohen di scrivere
l'ma corretta sul retro. Barbara mescolava i biglietti, in modo da
11011 poterli memorizzare. Ne scopriva uno, provava a dire l'ora
mffigurata, controllava la risposta e quindi passava al biglietto
1111c.:cessivo il più rapidamente possibile. Quando sbagliava, pas-
1mva ore davanti a un orologio vero, ruotando lentamente le lan-
t'l'tte, cercando di capire perché, alle due e quarantacinque, la
h111cetta delle ore fosse posizionata in un certo modo.
Finalmente iniziò a dare le risposte giuste; aggiunse allora le
luncette dei secondi e dei sessantesimi di secondo. Dopo un lavo-
1·0 di molte settimane, Barbara non solo riusciva a leggere l'ora
più velocemente delle persone normali, ma notò pure dei miglio-
rumenti in altre attività simboliche, e per la prima volta cominciò
ti capire la grammatica, la matematica e la logica. Ancora più im-
portante, ora riusciva a capire subito cosa le persone le dicevano.
Per la prima volta nella sua vita, Barbara aveva iniziato a vivere
in tempo reale.
Spronata dal suo successo iniziale, elaborò degli esercizi per
risolvere gli altri problemi - difficoltà spaziali, visive e relative al-
lu posizione del corpo - riportando la sua funzionalità in questi
nmbiti nella media.

Barbara eJoshua Cohen si sono sposati, e nel 1980 hanno aperto


In Arrowsmith School di Toronto. Hanno condotto insieme le lo-
ro ricerche, e Barbara non ha smesso di sviluppare i suoi esercizi
mentali e di mandare avanti la scuola giorno dopo giorno. Alla fi-
ne si sono separati, e J oshua è morto nel 2000.
Dal momento che poche altre persone conoscevano o accetta-
vano la nozione di neuroplasticità, o credevano che il cervello
potesse essere allenato come un qualunque altro muscolo, rara-
mente il lavoro di Barbara veniva compreso. Alcuni critici ritene-
vano che le sue affermazioni- ossia che i disturbi dell'apprendi-
mento fossero trattabili - non potessero avere alcun fondamen-
to. Ma senza farsi influenzare dall'incertezza, Barbara ha prose-
guito nell'elaborazione di esercizi per le aree e le funzioni cere-

49
Il.. CERVELLO INFINITO

brali più comunemente coinvolte nei disturbi dell'apprendimen-


to. Negli anni in cui non erano ancora disponibili le tecniche di
neuroimaging, la Arrowsmith si è basata sul lavoro di Lurija per
comprendere quali aree cerebrali fossero deputate all'elabora-
zione di determinate funzioni. Lurija aveva disegnato la propria
mappa del cervello lavorando con pazienti come Zasetskij. Os-
servava la zona lesionata del cervello di un soldato e la metteva in
relazione con le funzioni mentali compromesse. Scoprì che i di-
sturbi dell'apprendimento erano spesso varianti meno gravi dei
deficit mentali riscontrati nei pazienti di Lurija.
Chi chiede di entrare alla Arrowsmith School - sia bambini
sia adulti -viene sottoposto a una valutazione che può durare fi-
no a quaranta ore, elaborata per individuare con precisione quali
funzioni cerebrali presentano problemi e se sia possibile porvi ri-
medio. Gli studenti ammessi, molti dei quali hanno avuto espe-
rienze estremamente negative nelle scuole pubbliche, sono sedu-
ti tranquilli a lavorare ai loro computer. Al loro ingresso nella
scuola alcuni bambini, a cui è diagnosticato un disturbo da defi-
cit dell'attenzione e altri disturbi dell'apprendimento, vengono
trattati con il Ritalin. Man mano che i loro esercizi progredisco-
no, alcuni possono interrompere il trattamento, poiché i proble-
mi di attenzione sono secondari rispetto ai sottostanti disturbi
dell'apprendimento.
In questa scuola i bambini che, come Barbara, non erano ca-
paci di leggere le ore adesso svolgono esercizi al computer nei
quali leggono orologi terribilmente complessi a dieci lancette
(non.solo per i minuti, le ore e i secondi, ma anche per altre sud-
divisioni, come giorni, mesi e anni) in pochi secondi. Stanno lì
seduti tranquilli, concentratissimi, finché non raggiungono un
numero di risposte corrette sufficienti per passare al livello suc-
cessivo: allora gridano «Sììì! »e il monitor si illumina per festeg-
giarli. Quando avranno concluso l'esercizio, saranno in grado di
leggere orologi ben più complessi di qualunque persona «nor-
male».
Altri bambini stanno studiando le lettere dell'alfabeto urdu e
persiano per rinforzare la memoria visiva. Le forme delle lettere
sono inconsuete, e l'esercizio mentale richiede che gli studenti
imparino a riconoscere rapidamente queste forme così strane.

50
COSTRUIRSI UN CERVELLO MIGLIORE

Bambini simili a piccoli pirati portano una benda sull'occhio


.. mistro e con una penna tracciano con cura linee intricate, scara-
1111cchi e ideogrammi cinesi. La benda limita l'input visivo all' oc-
1I1io destro, e quindi all'emisfero cerebrale menomato. Questi
l111mbini non stanno semplicemente imparando a scrivere me-
1dio. La maggior parte di loro presenta problemi in tre aree cor-
tt•lutc: parlare in modo fluido e armonioso, scrivere chiaramente,
kngcre. Barbara, seguendo Lurija, è convinta che tali difficoltà
•,ì11no causate da un difetto nella funzione cerebrale che normal-
llll't1te ci permette di integrare e coordinare una serie di movi-
1ucnti che compiamo svolgendo queste attività.
Quando parliamo, il nostro cervello converte una sequenza di
•,imboli-le lettere e le parole che abbiamo pensato - in una se-
quenza di movimenti prodotti dalla lingua e dai muscoli delle
h1hbra. Barbara ritiene, ancora seguendo Lurija, che la regione
1 Id cervello che coordina tali movimenti sia la corteccia premo-
1oda sinistra. Personalmente ho indirizzato alla scuola molte
persone con un deficit simile. Un ragazzo con questo problema
iii sentiva costantemente frustrato, poiché i suoi pensieri erano
più rapidi di quanto lui stesso riuscisse a esprimerli, trascurando
11pcsso una parte delle informazioni, incontrando difficoltà nel
I rnvare le parole e divagando. Era una persona molto socievole
111a non era in grado di esprimersi, e così rimaneva quasi sempre
~itto. Quando in classe doveva rispondere a una domanda, pur
rnnoscendo la risposta impiegava un tempo dolorosamente lun-
go per esprimerla: appariva così molto meno intelligente di
quanto non fosse, e iniziò a nutrire seri dubbi sulle proprie reali
,·upacità.
Quando mettiamo per iscritto un pensiero, il cervello conver-
1l~ le parole - che sono simboli- in movimenti delle dita e delle
mani. Il ragazzo a cui abbiamo appena accennato aveva una calli-
~1·nfìa terribile poiché la sua capacità di elaborazione e conver-
Hione dei simboli in movimenti si sovraccaricava facilmente: ecco
perché doveva scrivere con movimenti brevi e separati anziché
t~on un unico movimento fluido. Nonostante gli fosse stato inse-
gnato a scrivere in corsivo, lui preferiva lo stampatello. (Fra gli
udulti, le persone con questo problema spesso possono essere
identificate dal fatto che preferiscono scrivere in stampatello o a

51
IL CERVELLO INFINITO

macchina. Nel caso dello stampatello, scriviamo una lettera alla


volta, con pochi movimenti della penna, che è meno impegnati-
vo per il cervello. Nel corsivo scriviamo diverse lettere insieme, e
il cervello deve elaborare movimenti più complessi.) Scrivere era
particolarmente penoso, dato che spesso conosceva le risposte
corrette ai test, ma essendo lento non riusciva a scriverle tutte.
Oppure pensava a una parola, una lettera o un numero ma ne
scriveva altri. Questi bambini vengono spesso accusati di essere
distratti: in realtà il loro cervello sovraccarico invia segnali moto-
ri errati.
Gli studenti con questo problema hanno anche problemi di
lettura. In condizioni normali il cervello legge una parte della
frase, per poi dirigere gli occhi attraverso la pagina in modo che
ne inquadrino la parte successiva, richiedendo una sequenza
continua di precisi movimenti oculari.
La lettura di questo ragazzo era molto lenta poiché saltava· le
parole, perdeva il segno e quindi la concentrazione. Leggere era
deprimente e sfiancante. Agli esami spesso leggeva male le do-
mande, e quando cercava di ricontrollare le risposte, saltava inte-
re sezioni.
Nei suoi esercizi presso la Arrowsmith School questo ragazzo
doveva ricalcare dei tracciati complessi per stimolare i neuroni
nell'area premotoria menomata. Barbara ha scoperto che gli
esercizi di ricalco consentono ai bambini di migliorare in tutte e
tre le aree: parlare, scrivere e leggere. Nel frattempo il ragazzo si
è diplomato, ha imparato a leggere meglio dei suoi compagni e
per la prima volta è riuscito a leggere per il piacere di farlo. Ha
imparato a parlare con più spontaneità e a esprimersi con frasi
più lunghe e complete, e anche la sua calligrafia è migliorata.
Alla scuola di Barbara alcuni studenti ascoltano dei CD e im-
parano a memoria delle poesie per migliorare la memoria uditi-
va. Questi bambini spesso dimenticano le istruzioni che vengono
date loro e vengono ritenuti indisciplinati o pigri, quando in
realtà hanno una difficoltà mentale. Laddove una persona riesce
a ricordare mediamente sette elementi distinti (ad esempio un
numero telefonico di sette cifre), chi ha questo tipo di problema
può ricordarne al massimo due o tre. Alcuni prendono appunti
in modo compulsivo, così da non dimenticare nulla. Nei casi più

52
COSTRUIRSI UN CERVELLO MIGLIORE

11rnvi, questi soggetti non sono in grado di seguire le parole di


1111a canzone dall'inizio alla fine, e possono raggiungere un tale li-
vdlo di sovraccarico che perdono semplicemente il controllo.
Alcuni hanno difficoltà a ricordare non solo il linguaggio parlato
nrn anche i loro stessi pensieri, a causa della loro lentezza nel
pt•nsare con le parole. Questo deficit può essere trattato eserci-
i 1mdo la memoria meccanica.
Barbara ha sviluppato anche degli esercizi mentali per i bam-
lli.ni che, a causa di un difetto nella funzione cerebrale che do-
vt·cbbe consentire loro di interpretare correttamente i segni non
verbali, hanno difficoltà a socializzare. Altri esercizi sono stati
I11.msati per chi ha un deficit nel lobo frontale e che perciò è ec-
~·cssivamente irriflessivo o ha problemi nella pianificazione e nel-
lo sviluppo di strategie, nello stabilire delle priorità, nel prefig-
1\t~l'si uno scopo e nel perseguirlo. Queste persone appaiono
11pcsso come disorganizzate, incostanti e incapaci di imparare dai
propri errori. Barbara è conv.inta che molti soggetti etichettati
t•ome «isterici» o «antisociali» abbiano proprio questo tipo di
problema.
Gli esercizi mentali trasformano la vita di chi li pratica. Un di-
plomato statunitense mi disse che all'età di tredici anni le sue ca-
pacità matematiche e di lettura erano quelle di un bambino di
Lcrza elementare. In seguito ad alcuni test neuropsicologici pres-
tlo la Tufts University gli fu detto che non sarebbe mai migliora-
to. Sua madre provò a inserirlo in dieci scuole specializzate per
nllievi con disturbi dell'apprendimento, ma senza alcun risulta-
lo. Dopo tre anni alla Arrowsmith, leggeva e svolgeva esercizi di
matematica da scuola superiore. Ora è uscito dal college e lavora
come operatore finanziario. Un altro studente era entrato alla
Arrowsmith all'età di sedici anni con un livello di lettura da pri-
ma elementare. I suoi genitori, entrambi insegnanti, avevano ten-
l'Uto tutte le normali tecniche compensative. Dopo quattordici
mesi alla Arrowsmith il suo livello di lettura era pari a quello di
un ragazzino di dodici anni.

Tutti abbiamo qualche difficoltà mentale, e queste tecniche basa-


te sulla neuroplasticità possono costituire un grande aiuto per
chiunque. I nostri punti deboli possono avere profonde conse-

53
IL CERVELLO INFINITO

guenze sul piano professionale, dal momento che la maggior par-


te delle occupazioni richiede l'uso di numerose funzioni mentali.
Barbara ha utilizzato i suoi esercizi mentali per aiutare un artista
di talento con un'enorme abilità nel disegno e una notevole sen-
sibilità per il colore, ma una scarsa capacità nel riconoscere la
forma degli oggetti. (La capacità di riconoscere le forme dipende
da una funzione mentale piuttosto diversa da .quelle necessarie
per disegnare o vedere i colori; è la stessa capacità che vi permet-
te di scorgere i dettagli più piccoli in giochi come «Aguzzate la
vista», oppure quando dovete cercare qualcosa nel frigorifero:
non è un caso che in simili circostanze le donne risultino più bra-
ve degli uomini.)
Barbara ha aiutato anche un awocato, che per un difetto di
pronuncia (riconducibile all'area di Broca) aveva problemi a
parlare di fronte alla corte. Dal momento che il notevole sforzo
necessario per sostenere un'area cerebrale deficitaria pare sot-
tragga risorse alle aree più forti, un soggetto con un problema al-
l'area di Broca potrebbe avere difficoltà a pensare mentre sta
parlando. Dopo aver praticato esercizi mentali mirati per l'area
di Broca, l' awocato intraprese una brillante carriera giudiziaria.

L'approccio seguito presso la Arrowsmith School, e più in gene-


rale l'utilizzo degli esercizi mentali, ha importanti implicazioni
dal punto di vista educativo. Chiaramente molti bambini trar-
rebbero beneficio da una valutazione mirata delle aree cerebrali,
così da identificare le funzioni deficitarie e quindi un programma
che le rinforzi- un approccio ben più efficace, e assai meno fru-
strante, dell'insegnamento basato sulla semplice ripetizione di
un compito. Quando gli «anelli deboli della catena» vengono
rinforzati, le persone acquisiscono abilità il cui sviluppo in pre-
cedenza era bloccato, e si sentono enormemente liberati. Un mio
paziente, prima che si applicasse agli esercizi mentali, sapeva di
essere molto intelligente ma non riusciva a sfruttare al meglio le
proprie risorse. Per lungo tempo ho pensato erroneamente che
le cause dei suoi problemi andassero ricercate soprattutto in
complessi psicologici, come il timore della competizione, o con-
flitti repressi riguardanti il rapporto con i genitori e i fratelli.
Certamente tali complessi esistevano e lo bloccavano. Ma scoprii

54
COSTRUIRSI UN CERVELLO MIGLIORE

• I1t• il rapporto conflittuale con l'apprendimento - ossia il suo


1l1•siderio di evitarlo - aveva origine soprattutto da anni di fru-
1.1rnzione e da un legittimo timore di fallire riconducibile ai suoi
luni.ti cerebrali. Una volta liberato dalle sue difficoltà grazie agli
1 '~it•rcizi della Arrowsmith, il suo amore innato per la conoscenza

1111crse con tutta la sua forza.


1

IJironia di questa nuova scoperta è che per secoli gli educatori


limino ritenuto che il cervello dei bambini e le loro funzioni
11w1itali andassero rinforzati attraverso esercizi di difficoltà cre-
'il'Ct1te. Nel corso dell'Ottocento e nella prima metà del Nove-
1 l'llto l'educazione tradi.Zi0nale spesso includeva la memorizza-

1.ione meccanica di lunghe poesie in lingue straniere, che rinfor-


/.ltva la memoria uditiva (e quindi il pensare attraverso il linguag-
11io) e un'attenzione quasi fanatica per la calligrafi.a, che proba-
bilmente contribuiva allo sviluppo delle abilità motorie, favoren-
do non solo la scrittura ma anche la velocità e la fluidità nella let-
1ma e nell'eloquio. Spesso si dava grande importanza anche a
1111a perfetta dizione e pronuncia delle parole. Negli anni Sessan-
lll gli insegnanti eliminarono questi esercizi tradizionali dai pro-
11rammi di studio, ritenendoli troppo rigidi, noiosi e « irrilevan-
ti». In realtà questa scelta ha avuto un costo molto alto; per mol-
i i studenti tali esercizi sono stati l'unica opportunità di allenare
tiistematicamente la funzione mentale che ci permette di parlare
i11 modo scorrevole e di comprendere il linguaggio simbolico.
Per tutti noi, la loro scomparsa ha contribuito al declino genera-
1izzato dell'eloquenza, che richiede memoria e un livello di capa-
dtà uditiva a noi sconosciuto. Nel 1858, durante i famosi dibatti-
li tra i candidati al senato americano Abraham Lincoln e
Stephen A. Douglas, i due oratori erano in grado di parlare per
un'ora o più senza ricorrere ad appunti ed esponendo a memoria
interi paragrafi.; oggi molti fra i più istruiti di noi, educati nelle
scuole più prestigiose dagli anni Sessanta in poi, preferiscono
utilizzare l'onnipresente PowerPoint, la forma più recente di
compensazione per le difficoltà della corteccia premotoria.
Il lavoro di Barbara Arrowsmith Young ci induce a immagina-
1·c quali ottimi risultati si potrebbero ottenere se ogni bambino
venisse sottoposto a una valutazione mentale mirata e, nel caso
vengano riscontrati dei problemi, venisse impostato un pro-

55
IL CERVELLO INANITO

gramma personalizzato per rinforzare le aree essenziali fin dai


primi anni di vita, quando la neuroplasticità è molto forte. Sa-
rebbe molto meglio stroncare sul nascere i problemi anziché la-
sciare che il bambino si convinca di essere « stupido», cominci a
odiare la scuola e l'istruzione, e smetta di lavorare nelle aree
compromesse, vanificando così le proprie potenzialità. Attraver-
so gli esercizi mentali, i bambini più piccoli spesso progredisco-
no più rapidamente degli adolescenti, forse perché in un cervello
immaturo il numero di connessioni neuronali, o sinapsi, è supe-
riore del cinquanta per cento rispetto a un cervello adulto. 4
Quando raggiungiamo l'adolescenza, il cervello mette in atto
un'operazione di radicale «potatura»: le sinapsi e i neuroni che
sono stati utilizzati in maniera limitata improvvisamente muoio-
no, secondo il principio use it or lose it, «usalo o lo perderai».
Probabilmente la cosa migliore è rinforzare le aree più deboli
finché queste risorse corticali sono ancora disponibili. Inoltre, le
valutazioni mentali possono essere utili lungo l'intera carriera
scolastica, quindi anche all'università, quando molti studenti,
che pure hanno raggiunto dei buoni risultati negli anni della
scuola superiore, sono in difficoltà poiché le loro funzioni men-
tali sono sovraccaricate dalle maggiori prestazioni richieste. An-
che al di là di queste crisi, gli adulti possono trarre beneficio da
una valutazione cognitivo-mentale, una sorta di fitness test co-
gnitivo, per aiutarli a comprendere meglio il proprio cervello.

Sono passati molti anni da quando Mark Rosenzweig realizzò per


la prima volta l'esperimento sui ratti che ispirò Barbara mostran-
dole che gli ambienti ricchi di stimoli contribuiscono alla crescita
· del cervello. Nel corso degli anni le sue ricerche di laboratorio
hanno evidenziato come la stimolazione del cervello fa sì che
questo si sviluppi in quasi ogni modo possibile. Animali cresciuti
in ambienti stimolanti - circondati da altri animali, oggetti da
esplorare, giochi da far rotolare, scale su cui arrampicarsi, ruote
- imparano meglio di esemplari identici dal punto di vista geneti-
co allevati in ambienti poveri. I livelli di acetilcolina, un neuro-
trasmettitore essenziale per l'apprendimento, sono più alti nei
ratti allenati a risolvere problemi spaziali più complessi.' Negli
animali l'esercizio mentale o un ambiente stimolante aumentano

56
COSTRUIRSI UN CERVELLO MIGLIORE

il peso della corteccia cerebrale del cinque per cento6 e del nove
I wr cento nelle aree direttamente interessate dagli stimoli.7 I neu-
mni sottoposti a esercizi o a stimolazioni presentano uno svilup-
110 dendritico superiore del venticinque per cento,8 un aumento
1 lrlle dimensioni, 9 ddle connessioni per singolo neurone 10 e del-
l'ufflusso sanguigno.11 Questi cambiamenti possono presentarsi
11nche nelle fasi avanzate della vita, sebbene negli esemplari più
1tn:1.iani non si verifichino con la stessa rapidità di quelli più gio-
vnni.12 Simili effetti di arricchimento sull'anatomia cerebrale so-
110 stati riscontrati in tutte le specie animali testate fino a oggi. 13
Nell'uomo, le indagini post mortem hanno mostrato che l'e-
(lucazione aumenta le connessioni intemeuronali. 14 Un maggior
1111mero di dendriti accresce la distanza tra i neuroni, aumentan-
do così il volume e la densità del cervello. 15 L'idea che il cervello
r1iu simile a un muscolo che cresce attraverso l'allenamento non è
più solo una metafora.

In alcuni casi non è possibile recuperare ciò che è stato perduto.


I diari di Lijova Zasetskij non andarono oltre una serie di pensie-
t'i frammentari. Aleksandr Lurija, pur riuscendo a coglierne il si-
gnificato, non poté aiutarlo. Ma il racconto ddla vita di Zasetskij
permise a Barbara Arrowsmith Young, e oggi ad altre persone, di
nuarire se stessa.
Oggi Barbara Arrowsmith Young è intelligente e spigliata,
tK~nza intoppi apparenti nei suoi processi mentali. Passa tranquil-
lumente da un'attività all'altra, da un bambino all'altro, padro-
neggiando svariate attività.
Barbara ha dimostrato che i bambini affetti da disturbi dcl-
i' apprendimento spesso riescono ad andare oltre la semplice
c.·ompensazione e risolvere i problemi sottostanti. Come tutti i
programmi di esercizi mentali, quello elaborato presso la Arrow-
smith School porta a risultati migliori e più rapidi nei casi in cui
k: aree disfunzionali sono limitate. Ma avendo lei stessa sviluppa-
to esercizi adatti a molti problemi cognitivi, è in grado di aiutare
i bambini con diversi disturbi ddl' apprendimento - bambini
proprio come lei, prima che si costruisse un cervello migliore.

57
3. Rimodellare il cervello
Come uno scienziato trasforma il cervello per migliorare
la percezione e la memoria, aumentare la rapidità
di pensiero e per risolvere i problemi dell'apprendimento

Michael Merzenich è un protagonista di spicco delle innovazioni


e dei successi legati alla neuroplasticità, e ora mi sto dirigendo a
Santa Rosa, in California, per incontrarlo. Il suo è il nome che
gode di maggiore considerazione fra i neurologi dinamici. Solo
quando scoprii che sarebbe stato presente a una conferenza nel
Texas, mi recai là, mi sedetti accanto a lui e finalmente riuscii a
fissare un appuntamento a San Francisco.
«Mi scriva a questo indirizzo e-mail» mi disse.
«E se non mi risponde ancora?»
«Insista».
All'ultimo spostò il nostro incontro nella sua villa a Santa Rosa.
Ma ne è valsa la pena.
Il neuroscienziato irlandese Ian Robertson lo ha descritto co-
me« il miglior ricercatore al mondo nel campo della neuroplasti-
cità ». Rimodellando il cervello attraverso l'esercizio di aree cere-
brali specifiche (mappe cerebrali), Merzenich riesce a migliorare
la capacità delle persone di pensare e percepire in modo da poter
svolgere un'attività mentale più intensa. Inoltre ha mostrato in
modo scientificamente dettagliato, forse più di ogni altro ricerca-
tore, come cambiano le aree cerebrali dedicate all'elaborazione
cognitiva.
Questa villa sulle colline intorno a Santa Rosa è il luogo in cui
Merzenich si riposa e si rigenera. L'aria, gli alberi e le vigne sem-

58
RIMODELLARE IL CERVELLO

limno un pezzo di Toscana trapiantato qui in Nord America.


I ·~isso la serata con lui e la sua famiglia, e la mattina successiva ci
11·chiamo nel suo laboratorio a San Francisco.
I. suoi collaboratori lo chiamano « Merz ». Mentre è alla guida
1 l1•1la sua decappottabile per recarsi alle riunioni - i suoi porne-

' iggi sono fittissimi di impegni -, i capelli grigi mossi dal vento,
111i racconta che molti dei ricordi più chiari della seconda parte
1ldla sua vita - oggi ha sessantasei anni - riguardano colloqui di
,u'gomento scientifico. Lo ascolto parlare al cellulare, con la sua
voce scoppiettante. Mentre percorriamo uno dei grandiosi ponti
di San Francisco, Merz è talmente preso dalla nostra discussione
1 hc paga il pedaggio più del dovuto. Collabora a decine di pro-
p;rtti ed esperimenti contemporaneamente, e fa parte di diverse
riocietà. Si descrive scherzosamente come« appena al di qua del-
1" follia». Ovviamente Merz non è folle, ma è una sintesi intri-
/\Unte di intensità e informalità. È nato a Lebanon, nell'Oregon,
du una famiglia di origini tedesche, e sebbene il suo nome sia
d1iaramente teutonico e la sua etica professionale inflessibile, il
tillO modo di parlare è tipico della West Coast, tranquillo e con-
t'rcto.

I1rn i neurologi dinamici con una solida preparazione empirica,


Mcrzenich è quello che ha avanzato le tesi più ambiziose: gli
1•scrcizi mentali potrebbero avere un'efficacia pari a quella dei
h1rmaci nel trattamento di gravi disturbi come la schizofrenia; la
plasticità ci accompagna per tutta la vita; miglioramenti radicali
nelle funzioni cognitive - il modo in cui apprendiamo, pensia-
mo, percepiamo e ricordiamo - sono possibili anche negli anzia-
ni. I suoi brevetti più recenti riguardano tecniche che prometto-
no buoni risultati nell'acquisizione di abilità linguistiche da par-
i e degli adulti senza ricorrere a una faticosa attività mnemonica.
Mcrzenich sostiene che l'esercizio di una capacità nuova, in con-
dizioni adeguate, può modificare milioni e probabilmente mi-
iiardi di connessioni neurali nella nostra mappa cerebrale. 1
Se siete scettici di fronte ad affermazioni tanto sensazionali,
lcnete presente che il loro sostenitore ha già contribuito a curare
ulcuni disturbi che in precedenza erano ritenuti incurabili. A1l'i-
11izio della sua carriera Merzenich ha sviluppato, insieme alla sua

59
IL CERVELLO INFINITO

équipe, il modello più comunemente usato di impianto cocleare,


che permette a bambini affetti da sordità congenita di sentire. Il
suo lavoro attuale aiuta gli studenti con problemi di apprendi-
mento a migliorare le facoltà cognitive e percettive. Queste tec-
niche - una famiglia di software, Fast ForWord, basati sulla no-·
zione di neuroplasticità - hanno già aiutato centinaia di migliaia
di persone. Fast ForWord ha l'aspetto di un gioco per bambini.
Ciò che più sorprende è la rapidità con cui si ottengono dei cam-
biamenti. In alcuni casi persone che da sempre soffrivano di pro-
blemi cognitivi sono migliorate dopo appena trenta o sessanta,,
ore di trattamento. Inaspettatamente il software ha dato buoni '
risultati anche in un certo numero di casi di autismo.
Merzenich sostiene che quando l'apprendimento avviene in
modo coerente con le leggi che governano la neuroplasticità, i
«meccanismi» mentali possono essere migliorati rendendo le fa-
coltà cognitive e percettive più precise, veloci e meno dispersive.
Chiaramente quando impariamo qualcosa accresciamo la no-
stra conoscenza. Ma secondo Merzenich abbiamo la possibilità .
di modificare la struttura stessa del cervello e migliorarne le ca-
pacità cognitive. A differenza di un computer, il cervello è in gra-
do di adattarsi costantemente.
«In realtà, la corteccia cerebrale» spiega Merzenich a propo-
sito dello strato più esterno del cervello, «perfeziona selettiva-
mente le proprie capacità di elaborazione per adattarsi di volta
in volta al compito da svolgere». Non si limita a imparare, ma a ,
«imparare come imparare». 2 Il cervello descritto da Merzenich
non è un recipiente vuoto che noi mano a mano riempiamo, ma è
più simile a una creatura vivente dotata di volontà, in grado di
crescere e modificarsi attraverso il nutrimento e l'esercizio ap-
propriati. Prima delle ricerche di Merzenich il cervello era consi-
derato una macchina complessa, con limiti ben definiti in termi-
ni di memoria, velocità di elaborazione e intelligenza. Merzenich
ha dimostrato che ciascuna di queste assunzioni è priva di fonda-
mento.
Capire come si trasformasse il cervello non era il suo scopo. Si
rese conto per caso che il cervello poteva riorganizzare la propria
mappa. E, pur non essendo stato il primo a dimostrare la neuro-
plasticità, fu attraverso gli esperimenti da lui condotti all'inizio

60
RIMODELLARE IL CERVELLO

della sua carriera che i neuroscienziati più tradizionalisti finirono


per accettarne le implicazioni più importanti.

Per comprendere come sia possibile intervenire sulle mappe


mentali, dobbiamo prima farcene un'idea. Il primo a darne una
descrizione efficace fu, negli anni Trenta, il neurochirurgo Wil-
der Penfield del Neurological lnstitute di Montreal. 3 Per Pen-
field, «mappare» il cervello di un paziente significava individua-
1.'C l'area cerebrale in cui erano rappresentate le varie parti del
corpo e dove venivano elaborate le rispettive attività - un pro-
getto tipicamente localizzazionista. I localizzazionisti avevano
scoperto che i lobi frontali erano la sede del sistema motorio, che
induce e coordina i movimenti dei muscoli. I tre lobi situati die-
1-ro il lobo frontale, ossia i lobi temporale, parietale e occipitale,
comprendono il sistema sensitivo, che elabora i segnali inviati al
cervello dagli organi di senso: occhi, orecchie, recettori tattili, e
così via.
Penfìeld lavorò diversi anni alla mappatura cerebrale del si-
stema sensitivo e motorio, nel corso di operazioni chirurgiche
condotte su malati di tumore o epilessia non anestetizzati, dato
che nel cervello non vi sono recettori del dolore. La mappa sen-
soriale e quella motoria fanno parte entrambe della corteccia ce-
rebrale, la quale ricopre la superficie del cervello ed è quindi fa-
cilmente accessibile con una sonda. Penfìeld scoprì che, toccan-
do con la sonda la mappa sensoriale, innescava sensazioni che il
paziente avvertiva nel proprio corpo. Una sonda elettrica gli
consentiva di distinguere il tessuto sano da quello patologico e
dai tumori che andavano rimossi.
In condizioni normali, quando una mano viene toccata, un se-
gnale elettrico percorre il midollo spinale fino al cervello, dove
attiva le cellule della mappa che a loro volta suscitano la sensa-
zione tattile. Penfield scoprì che poteva anche far sentire al pa-
ziente che la sua mano veniva toccata attivando elettricamente
l'area corrispondente nella mappa cerebrale. Quando era un al-
tro punto a essere stimolato, il paziente poteva avvertire la sensa-
zione tattile nel braccio, oppure nel viso. Ogni volta che stimola-
va un'area, Penfìeld chiedeva ai suoi pazienti cosa sentissero, per
assicurarsi di non asportare del tessuto sano. Dopo molti inter-

61
IL CERVELLO INFINITO

venti chirurgici di questo tipo, fu in grado di indicare a quali


punti della mappa sensoriale cerebrale corrispondessero le varie
parti della superficie corporea.
Quindi fece lo stesso per la mappa motoria, la parte del cer-
vello che controlla i movimenti. Toccando vari punti della map-
pa, poteva indurre il movimento in una gamba, in un braccio, nel
volto o negli altri muscoli del paziente.4
Una delle sue grandi scoperte fu che le mappe sensitiva e mo-
toria, come quelle geografi.che, sono topografiche, nel senso che
ad aree adiacenti sulla superficie del corpo corrispondono zone
adiacenti sulle mappe cerebrali. Di più: scoprì che toccando de-
terminate parti del cervello, suscitava nel paziente lontani ricordi
d'infanzia o immagini oniriche - il che stava a significare che an-
che le attività mentali più elevate erano mappate nel cervello. 5
Le mappe di Penfield influirono su generazioni di studiosi.
Ma poiché gli scienziati erano convinti che il cervello non potes-
se modificarsi, essi presupposero, e insegnarono ai loro allievi,
che le mappe erano fisse, immutabili e universali - cioè uguali in
tutti gli esseri umani - malgrado lo stesso Penfield non avesse
mai fatto un'affermazione simile.6
Merzenich scoprì che le mappe non erano né immutabili né
universali, ma che i loro confini e le loro dimensioni variavano da
individuo a individuo. Tramite una serie di brillanti esperimenti
mostrò che la forma delle nostre mappe cerebrali si modifica a
seconda di ciò che facciamo nel corso della nostra vita. Ma per
dimostrarlo Merzenich aveva bisogno di uno strumento assai più
sofisticato degli elettrodi di Penfield, in grado di rilevare dei
cambiamenti in pochi neuroni per volta.

Quando era ancora studente all'Università di Portland, Merzenich,


insieme a un amico, utilizzò le attrezzature elettroniche di labora-
torio per mostrare l'intensa attività elettrica nei neuroni degli in-
setti. Questi esperimenti colpirono l'attenzione di un professore
che ammirò il talento e la curiosità di Merzenich, raccomandan-
dolo ad Harvard e allaJohns Hopkins. Entrambe le università lo
accettarono. Merzenich scelse la J ohns Hopkins per conseguire il
dottorato di ricerca in fisiologia sotto la guida di uno dei più gran-
di neuroscienziati dell'epoca, Vernon Mountcastle, che negli anni

62
RIMODELLARE IL CERVELLO

1 '.inc.1uanta aveva dimostrato come fosse possibile descrivere nel


1ll'ltaglio larchitettura cerebrale attraverso l'analisi dell'attività
··l\•ltrica neuronale ricorrendo a una tecnica innovativa, la map-
11111 ura con microelettrodi ad aghi.
I microelettrodi sono così piccoli e sensibili che possono esse-
H' inseriti all'interno o in corrispondenza di un singolo neurone,
•' rmno in grado di rilevare quando un singolo neurone invia un
•;l'gllale elettrico ad altri neuroni. Il segnale passa dal microelet-
1roJo a un amplificatore e quindi a un oscilloscopio, sul cui
•,d1crmo viene visualizzato un picco d'onda. Merzenich avrebbe
rnndotto le sue scoperte più importanti proprio grazie a tale tec-
nologia.
Questa importante invenzione ha permesso ai neuroscienziati
di decodificare la comunicazione tra i neuroni, che nel cervello
di un uomo adulto sono approssimativamente cento miliardi.7 I
11rossi elettrodi utilizzati da Penfield permettevano di osservare
l'attivazione di migliaia di neuroni contemporaneamente. Con i
microelettrodi, gli scienziati possono« ascoltare» uno o più neu-
roni mentre comunicano con un altro neurone. La micromappa-
1ma è ancora migliaia di volte più precisa delle odierne tecniche
tli neuroimaging, le quali rilevano dei picchi di attività della du-
rnta di un secondo in migliaia di neuroni. Ma spesso il segnale
dcttrico emesso da un neurone dura appena un millesimo di se-
l'ondo, ed è per questo che il neuroimaging trascura una quantità
utraordinaria di informazioni. 8 D'altra parte la micromappatura
non ha ancora sostituito le normali tecniche di neuroimaging
poiché richiede interventi chirurgici molto complicati condotti
t•on un microscopio e strumenti microchirurgici.
Merzenich si dedicò subito a questa tecnologia. Per mappare
l'urea cerebrale che elabora le sensazioni tattili della mano, ri-
mosse un frammento del cranio di una scimmia in corrisponden-
Y-a della corteccia sensoriale, in modo da esporne un'area di circa
1-2 millimetri quadrati, quindi inserì un microelettrodo accanto
li un neurone sensitiv0. Poi toccò la mano della scimmia fino a
individuare una parte- ad esempio, la punta di un dito - che in-
ducesse il neurone a inviare un segnale elettrico al microelettro-
do. Registrò la collocazione del neurone che rappresentava la
punta del dito, stabilendo così il primo punto sulla mappa.

63
IL CERVELLO INFINITO

Quindi rimuoveva il microelettrodo, lo inseriva vicino a un altro


neurone e localizzava il punto corrispondente della mano. Pro-
cedette in questo modo fino a completare la mappatura della
mano. Una singola mappatura può richiedere cinquecento inse·
rimenti e diversi giorni di lavoro, e Merzenich e i suoi colleghi
hanno eseguito migliaia di questi complicati interventi chirurgici
per compiere le loro scoperte.

Più o meno in questo periodo si raggiunse una scoperta decisivà


che avrebbe condizionato tutto il lavoro futuro di Merzenich.
Negli anni Sessanta, proprio mentre egli iniziava a utilizzare i mi-
croelettrodi, altri due scienziati che lavoravano con Mountcastle
scoprirono che negli animali molto giovani il cervello è plastico.
David Hubel e Torsten Wiesel stavano micromappando la cor-
teccia visiva per capire come venissero elaborati i dati visivi. Do-
po aver inserito dei microelettrodi nella corteccia visiva di alcuni
gattini scoprirono che parti distinte della corteccia elaboravano
rispettivamente le linee, l'orientamento e i movimenti degli og-
getti percepiti tramite la vista. Scoprirono anche che vi era· un.
«periodo critico», dalla terza ali' ottava settimana di vita, in cui il
cervello dei gatti appena nati doveva ricevere degli stimoli visivi
perché si sviluppasse normalmente. Nell'esperimento cruciale
Hubel e Wiesel cucirono una palpebra di un gatto durante il pe- ·
riodo critico, in modo che locchio non potesse ricevere alcuno
stimolo visivo. Quando riaprirono l'occhio, trovarono che le
aree nella mappa cerebrale che avrebbero dovuto elaborare i da-
ti visivi provenienti dall'occhio chiuso non si erano sviluppate,
condannando il gattino alla cecità da un occhio. Come è chiaro,
durante il periodo critico il cervello dei gatti era plastico, e la lo-
ro struttura si formava letteralmente attraverso l'esperienza.
Quando Hubel e Wiesel esaminarono la mappa cerebrale re-
lativa all'occhio compromesso, giunsero a un'altra scoperta ina-
spettata. La regione cerebrale che era stata deprivata degli input
sensoriali non era rimasta inattiva, ma aveva iniziato a elaborare i
dati visivi provenienti dall'occhio aperto, come se il cervello non
avesse voluto sprecare nemmeno una parte della corteccia senso-
riale e avesse trovato un modo per« ricablarsi » - un'indicazione
ulteriore della plasticità cerebrale nel periodo critico. Per queste

64
RIMODELLARE IL CERVELLO

1111•rche Hubel e Wiesel ricevettero il premio Nobel. Tuttavia,


11111tostante avessero mostrato la neuroplasticità in animali molto
1~11 IVltni, rimasero fedeli al localizzazionismo, difendendo l'idea
• 111• la struttura del cervello adulto viene cablata alla fine dell'in-
1,111:1.ia per svolgere determinate funzioni in regioni ben precise.
I .u scoperta del periodo critico divenne uno dei risultati più
, ,•l1•b.ri nel campo della biologia nella seconda metà del Nove-
' 1 ·11to. Ben presto gli scienziati mostrarono che anche lo sviluppo

,lf altri sistemi cerebrali richiedeva degli stimoli ambientali. Sem-


l1n1va che ciascun sistema neurale avesse un diverso periodo cri-
' ko, o finestra temporale, durante il quale era particolarmente
11h1sti.co e sensibile all'ambiente, mostrando una crescita rapida e
ll1•1Jsibile. Lo sviluppo del linguaggio, ad esempio, ha un periodo
1 l'itico che inizia nell'infanzia e si conclude tra gli otto anni e la

pubertà. Terminato questo periodo, la capacità di imparare una


•,1•rnnda lingua senza accento è limitata. Infatti, altre lingue oltre
;1lln propria, se acquisite dopo il periodo critico, non vengono
1•h1borate nella stessa regione cerebrale della lingua madre. 9
La nozione di periodo critico supportava anche le osservazio-
11 i dell'etologo Konrad Lorenz, secondo cui gli anatroccoli, se
1•nposti alla presenza di un essere umano per un breve periodo di
11·mpo compreso tra le quindici ore e i tre giorni di vita, si legava-
no per tutta la vita a quella persona anziché con la madre biolo-
11ica. Per provarlo, Lorenz fece in modo che degli anatroccoli si
l1•gassero a lui e ne seguissero gli spostamenti. L'etologo austria-
1'0 chiamò questo fenomeno imprinting. La nozione psicologica
di periodo critico va fatta risalire a Freud, il quale sosteneva che
11• fasi del nostro sviluppo corrispondono ad alcune brevi finestre
ll'tnporali, nel corso delle quali dobbiamo vivere determinate
1•sperienze perché la nostra crescita sia sana. Questi periodi, di-
1'CVa Freud, sono profondamente formativi, e si ripercuotono sul
rc·sto della nostra vita.
Le nozioni di plasticità e periodo critico trasformarono la pra-
1ka medica. Grazie alla scoperta di Hubel e Wiesel, i bambini af-
l'ctti da cataratta congenita non avrebbero più dovuto rassegnar-
tli alla cecità: ora venivano sottoposti a chirurgia correttiva in età
molto precoce, ossia durante il periodo critico, in modo che il
cervello potesse ricevere la luce necessaria per stabilire le con-

65
IL CERVELLO INFINITO

nessioni fondamentali. La tecnica dei microelettrodi aveva mo-


strato la neuroplasticità come un aspetto incontestabile dell'età
infantile. La ricerca sembrava aver dimostrato anche che, come
l'infanzia, questo periodo di flessibilità era piuttosto breve.

La prima intuizione di Merzenich a proposito della plasticità


nell'adulto fu casuale. Nel 1968, dopo aver concluso il dottorato,
intraprese il postdottorato sotto la guida di Clinton Woolsey, un
ricercatore di Madison, nel Wisconsin, collega di Penfield.
Woolsey chiese a Merzenich di supervisionare due neurochirur-
ghi, Ron Paul e Herbert Goodman. Insieme a loro decise di os-
servare cosa accade nel cervello quando uno dei nervi periferici
della mano viene reciso e quindi inizia a rigenerarsi.
È importante chiarire che il sistema nervoso è diviso in due
parti. La prima è costituita dal sistema nervoso centrale (cervello
e midollo spinale), il centro di comando e di controllo del siste-
ma. In passato si riteneva che il sistema nervoso centrale non po-
tesse essere plastico. La seconda parte è il sistema nervoso perife-
rico, che trasmette i messaggi provenienti dai recettori sensoriali
al midollo spinale e al cervello, per poi inviare i segnali dal cer-
vello e dal midollo spinale ai muscoli e alle ghiandole. Da tempo
era nota la plasticità del sistema nervoso periferico: se si taglia un
nervo della mano, questo è in grado di «rigenerarsi» e guarire ·
da sé.
In ogni neurone è possibile distinguere tre parti. I dendriti so-
no simili a rami che ricevono segnali da altri neuroni. I dendriti
convergono nel corpo cellulare, che provvede alla vita della cellu-
la e ne conserva il DNA. Infine, l'assone è una sorta di «cavo vi-
vente» di lunghezza variabile (da lunghezze microscopiche nel
cervello a più di un metro nel caso del nervo sciatico). Gli assoni
vengono spesso paragonati a dei cavi elettrici perché conducono
impulsi elettrici ad altissima velocità (da tre a trecentoventi chi-
lometri orari) verso i dendriti dei neuroni adiacenti.
Ogni neurone può ricevere due tipi di segnali: quelli che lo
eccitano e quelli che lo inibiscono. Se un neurone riceve un nu-
mero sufficiente di segnali eccitatori da altri neuroni, invierà a
sua volta un segnale. Quando riceve dei segnali inibz"tori, è meno
probabile che emetta un segnale. Gli assoni non sono a contatto

66
RIMODELLARE IL CERVELLO

•Im•u:o con i dendriti vicini, ma sono separati da questi da uno


"I •·l~io microscopico chiamato sinapsi. Quando un segnale elet-
11 li'O raggiunge l'estremità dell'assone, viene rilasciato un mes-
·.,1p,gcro chimico, ossia un neurotrasmettitore, nella sinapsi. Il
111•111·otrasmettitore raggiunge il dendrite del neurone adiacente,
, vdtandolo o inibendolo. Quando diciamo che i neuroni si« ri-
' .1hlano» autonomamente, intendiamo dire che le alter~zioni si-
1mptiche rinforzano e aumentano, oppure indeboliscono e dimi-
1111iscono il numero di connessioni intemeuronali.
Merzenich, Paul e Goodman intendevano indagare su un'in-
11•rnzione ben nota, ma altrettanto misteriosa, tra il sistema ner-
v11so centrale e quello periferico. Quando un grande nervo peri-
li•rico, con un numero molto alto di assoni, viene reciso, talvolta
"i fili si incrociano». Quando gli assoni ristabiliscono il collega-
11wnto con gli assoni del nervo lesionato, il soggetto può speri-
111c11tare delle «false localizzazioni»: ad esempio, toccando il di-
111 indice si awerte una sensazione tattile nel pollice. Gli scien-
,iiuti presumevano che le false localizzazioni si verificassero per-
rhé il processo di rigenerazione« rimescolava» i nervi, ad esem-
pio inviando il segnale proveniente dall'indice alla mappa cere-
hrale del pollice.
11 modello del cervello e del sistema nervoso a cui si rifaceva-
no gli scienziati prevedeva che a ogni punto sulla superficie cor-
porea corrispondesse un nervo che inviava il segnale direttamen-
ll' a un punto specifico nella mappa cerebrale, anatomicamente
l'Ublata fin dalla nascita. Quindi la diramazione nervosa del polli-
l'C inviava sempre il proprio segnale direttamente al punto corri-
llpondente nella mappa sensoriale. Merzenich e il suo gruppo
l'Ondividevano questo modello e, senza sapere cosa avrebbero
scoperto, si proposero di documentare cosa accade nel cervello
quando i nervi vengono invertiti.
T ricercatori micromapparono la mano nel cervello di alcune
scimmie adolescenti. Per fare ciò tagliarono un nervo periferico
nella mano, per poi riavvicinare subito le due estremità ma fa- .
ccndo in modo che non si toccassero, nella speranza che i nume-
rosi assoni si incrociassero nel nervo mentre questo si rigenerava.
Dopo sette mesi ripeterono la mappatura cerebrale. Merzenich
pensava che si sarebbero trovati di fronte a una mappa molto di-

67
IL CERVELLO INFINITO

sturbata, caotica. Quindi, se i nervi del pollice e dell'indice si fos-


sero incrociati, si aspettava che toccando l'indice si sarebbe atti-
vata l'area cerebrale del pollice. Ma non vide nulla di tutto ciò.
La mappa era quasi normale.
«Ciò che vedemmo» dice Merzenich «era assolutamente
sbalorditivo. Non riuscivo a capire». La mappa si era riordinata
topograficamente, come se il cervello avesse interpretato in modo
corretto i segnali provenienti dai nervi, nonostante questi fossero
incrociati.

Il lavoro di quella settimana cambiò la vita di Merzenich. Si rese


conto, e insieme a lui la neuroscienza ufficiale, di aver interpreta-
to in modo fondamentalmente errato il processo con cui il cer-
vello umano disegna delle mappe per rappresentare il corpo e il
mondo. Se la mappa cerebrale fosse stata davvero in grado di
riordinare la propria struttura in risposta a degli input disfunzio-
nali, allora la visione dominante, secondo la quale disponiamo
fin dalla nascita di un sistema «cablato», si sarebbe rivelata sba-
gliata. Il cervello non poteva che essere plastico.
Come poteva il cervello fare tutto ciò? Merzenich osservò an-
che che le nuove mappe topografiche si formavano in regioni·
leggermente diverse rispetto a prima. Il localizzazionismo, se-
condo cui ogni funzione mentale veniva svolta sempre nel mede-
simo punto del cervello, doveva essere sbagliato o profondamen-
te parziale. Che conclusioni avrebbe dovuto trarne Merzenich?
Merzenich rianalizzò la letteratura scientifica alla ricerca di
evidenze che confutassero il localizzazionismo. Scoprì così che
nel 1912 Graham Brown e Charles Sherrington avevano mostra-
to come la stimolazione di un solo punto nella corteccia motoria
induceva un animale a piegare una zampa e, nello stesso tempo,
a raddrizzarne un'altra. 10 Questo esperimento, dimenticato nella
letteratura scientifica, implicava che non vi fosse alcuna relazio-
ne biunivoca tra la mappa motoria cerebrale e un movimento
specifico. Nel 1923 Karl Lashley, utilizzando un'apparecchiatura
ben più rudimentale dei microelettrodi, espose la corteccia mo-
toria di una scimmia, ne stimolò un punto in particolare e os-
servò il movimento risultante. Poi ricucì la scimmia. Dopo qual-
che tempo ripeté l'esperimento, stimolando la scimmia nel me-

68
RIMODELLARE IL CERVELLO

, b;imo punto, solo per scoprire che il movimento prodotto spes-


•,1, cambiava. 11 Come allora disse il grande storico della psicolo-
11it1 di Harvard, Edwin G. Bo ring: «La mappatura che un giorno
•11•mbra essere valida può non esserlo il giorno successivo».
Le mappe erano dinamiche.
Merzenich intuì subito le rivoluzionarie implicazioni di quegli
1•tipcrimenti. Discusse le osservazioni di Lashley con Vernon
Mountcastle, un localizzazionista che, come mi racconta Merze-
11ich, «in realtà era infastidito dall'esperimento di Lashley. Istin-
tivamente Mountcastle non voleva credere alla plasticità. Voleva
dlc le cose stessero al loro posto, per sempre. E invece sapeva
t'lle quell'esperimento rappresentava una sfida importante alla
visione del cervello. Mountcastle pensava che Lashley non fosse
nitro che un tipo stravagante e un esaltato».
I neuroscienziati erano disposti ad accettare la scoperta della
plasticità nell'infanzia di Hubel e Wiesel, poiché concordavano
sul fatto che il cervello del bambino è nel pieno del suo sviluppo.
Ma rifiutavano la scoperta di Merzenich secondo cui la plasticità
riguarda anche l'età adulta.
Merz si piega all'indietro e con un'espressione triste ricorda:
«Avevo tutta una serie di ragioni per credere che il cervello non
fosse plastico, e nel giro di una settimana dovetti ricredermi».

Doveva trovare i suoi mentori tra i fantasmi degli scienziati or-


mai scomparsi, come Sherrington e Lashley. Scrisse un articolo
sull'esperimento del nervo incrociato, e nelle varie pagine dedi-
cate alla discussione sostenne che il cervello dell'adulto è plasti-
co, senza usare questa parola.
Ma la discussione non venne mai pubblicata. Clinton Wool-
sey, il suo supervisore, vi tracciò sopra un grossa X, dicendo che
era troppo congetturale e che Merzenich si stava spingendo
troppo oltre i dati obiettivi. L'articolo fu pubblicato senza che si
facesse alcuna menzione della plasticità, e alla spiegazione di or-
ganizzazione topografica venne dato solo un rilievo minimo. 12
Merzenich dovette rassegnarsi. Dopotutto era solo uno studente
di postdottorato che lavorava nel laboratorio di un altro ricerca-
tore.
Eppure era irritato, e dentro di sé in agitazione. Ormai pensa-

69
IL CERVELLO INFINITO

va che la plasticità fosse una proprietà basilare del cervello, che


si è evoluto fornendo all'uomo uno strumento molto competiti-
vo,« qualcosa di favoloso».

Nel 1971 Merzenich divenne professore all'Università della Ca-


lifornia, a San Francisco, nel dipartimento di otorinolaringoia-
tria e fisiologia, dove si conducevano ricerche sui disturbi dell'o-
recchio. Adesso era lui il capo, e iniziò una serie di esperimenti
che avrebbero dovuto provare al di là di ogni dubbio la realtà
della plasticità. Poiché si trattava di un tema ancora molto con-
troverso, Merzenich condusse i propri esperimenti in modo for-
malmente più accettabile. Così trascorse i primi anni Settanta
mappando la corteccia uditiva di diverse specie animali, contri-
buendo· all'invenzione e al perfezionamento dell'impianto co-
cleare.
La coclea è il microfono che si trova nelle nostre orecchie. Si
trova accanto all'apparato vestibolare, che elabora il senso del-
1' equilibrio e che, come abbiamo visto, era ali' origine del proble-
ma di Cheryl, la paziente di Paul Bach-y-Rita. Quando nel mon-
do esterno si producono dei suoni, ogni frequenza fa vibrare de-
terminate cellule cigliate della coclea. Vi sono tremila cellule di
questo tipo, che convertono il suono in schemi di segnali elettrici
i quali a loro volta percorrono il nervo uditivo fino alla corteccia
uditiva. I ricercatori che hanno condotto la micromappatura del-
la corteccia uditiva hanno scoperto che le frequenze sonore sono
rappresentate tonotopicamente, ossia come i tasti di un pianofor-
te: le frequenze più gravi si trovano a un'estremità della tastiera,
quelle più acute all'altra.
Un impianto cocleare non è un apparecchio acustico. Questo
si limita ad amplificare il suono e viene utilizzato da chi ha pro-
blemi di udito o una coclea parzialmente funzionante, in grado
comunque di identificare alcuni suoni. Chi ricorre all'impianto
cocleare è sordo a causa di un grave danno alla coclea. L'impian-
to sostituisce la coclea convertendo i suoni in impulsi elettrici
che vengono inviati al cervello. Dal momento che Merzenich e i
suoi colleghi non potevano certo sperare di ricostruire la com-
plessità di un organo naturale dotato di tremila cellule cigliate, il
problema era: può il cervello, che nel corso dell'evoluzione ha

70
RIMODELLARE IL CERVELLO

~1cquisito la capacità di decodificare i segnali complessi prove-


1tienti da un numero così alto di cellule, decodificare gli impulsi
1',l'nerati da un dispositivo assai più semplice? Se fosse stato in
111·udo di farlo, questo avrebbe significato che la corteccia uditiva
1•ro plastica, cioè in grado di modificarsi e di rispondere a input
'11'lificiali. L'impianto consiste di un ricevitore, un convertitore
d1c traduce il suono in impulsi elettrici, e di un elettrodo inserito
di.irurgicamente nei nervi che collegano l'orecchio al cervello.
Verso la metà degli anni Sessanta alcuni scienziati erano ostili
,,!l'idea stessa di impianto cocleare. Alcuni dicevano che il pro-
1\l~tto era irrealizzabile. Altri sostenevano che i pazienti sarebbe-
l'O stati esposti al rischio di ulteriori danni. Nonostante ciò, alcu-
11i pazienti si sottoposero volontariamente all'impianto. All'ini-
1.io alcuni udivano solo rumori; altri qualche suono, oppure sibili
o scoppiettii.
Merzenich sfruttò ciò che aveva imparato mappando la cor-
ll'Ccia uditiva per determinare il tipo di input che l'impianto
nvrebbe dovuto fornire ai pazienti per permettere loro di deco-
dificare i suoni e per individuare dove impiantare gli elettrodi.13
( :ollaborò con degli ingegneri del suono alla progettazione di un
dispositivo che potesse tradurre un suono complesso in un nu-
mero limitato di frequenze e tuttavia in modo intelligibile. Svi-
lupparono un impianto a più canali molto sofisticato, che per-
metteva ai non udenti di sentire. Il progetto divenne la base per
11110 dei due principali impianti cocleari disponibili attualmente.

Ma il suo obiettivo principale era, naturalmente, condurre delle


ricerche sulla plasticità. Alla fine decise di condurre un esperi-
mento semplice quanto radicale, in cui avrebbe isolato la mappa
cerebrale da qualunque input sensoriale e osservato il modo in
cui il cervello avrebbe reagito. Così si recò dall'amico e collega
neuroscienziato Jon Kaas, della Vanderbilt University di Nash-
ville, che lavorava con scimmie adulte. La mano di una scimmia,
come quella umana, ha tre nervi: radiale, mediano e ulnare. Il
nervo mediano raccoglie le sensazioni soprattutto dalla zona cen-
trale della mano, gli altri due da ciascun lato. Merzenich recise il
nervo mediano di una scimmia per osservare come la mappa ce-

71
IL CERVELLO INFINITO

rebrale corrispondente avrebbe risposto ali' assenza di qualunque


input. Tornò a San Francisco e aspettò.
Due mesi dopo si recò di nuovo a Nashville. Quando condus-
se la mappatura sulla scimmia, vide, come si aspettava, che la
porzione di mappa cerebrale relativa al nervo mediano non mo-
strava alcuna attività quando veniva toccata la parte centrale del-
la mano. Ma fu qualcos'altro a sorprenderlo.
Quando toccò l'esterno della mano - ossia le aree che inviava-
no i loro segnali attraverso i nervi radiale e ulnare - si attivò la
mappa del nervo mediano! Le mappe cerebrali dei nervi radiale
e ulnare avevano quasi raddoppiato la loro estensione e avevano
invaso quella che normalmente è la mappa del nervo mediano. E
le nuove mappe erano topografiche. Questa volta Merzenich e
Kaas, annotando i risultati, parlarono di cambiamenti «spetta-
colari» e usarono il termine «plasticità», anche se tra virgolette,·
per spiegare il cambiamento. 14
L'esperimento dimostrò che se il nervo mediano veniva reci-
so, gli altri nervi, ancora percorsi dagli impulsi elettrici, prende-
vano il controllo della porzione di mappa inutilizzata. Quando si
tratta di assegnare le zone per l'elaborazione degli input senso-
riali, le mappe cerebrali entrano in competizione fra loro per
quelle preziose risorse, secondo il principio use it or lose it.

La natura competitiva della plasticità ci riguarda tutti. Nel no-


stro cervello i nervi combattono una guerra senza fine. Se smet-
tiamo di esercitare le nostre facoltà mentali, non le dimentichia-
mo e basta: la parte di mappa cerebrale per quelle funzioni viene
affidata ad altre che invece continuiamo a svolgere. Quando vi
chiedete: «Quanto devo studiare per parlare il francese, o suo-
nare la chitarra, o esercitarmi in matematica e essere sempre al
meglio?», vi state riferendo proprio alla natura competitiva della
plasticità. Vi state chiedendo quanto frequentemente vi dovete
esercitare in un'attività per essere certi che la mappa cerebrale
corrispondente non venga occupata da un'altra funzione.
Tale competitività spiega alcuni limiti presenti in età adulta.
Pensiamo alla difficoltà che la maggior parte degli adulti incon-
tra nell'imparare una seconda lingua. Secondo il punto di vista
più diffuso, questo problema insorge perché il periodo critico

72
RIMODELLARE IL CERVELLO

1wr l'apprendimento linguistico si è concluso, rendendo il nostro


1'ttrvello troppo rigido per modificare su larga scala la propria
•,t t·uttura. Ma la scoperta del carattere competitivo della plasti-
d tà suggerisce che c'è qualcosa di più. Invecchiando, più usiamo
111 nostra lingua nativa, più questa domina la mappa linguistica.
Perciò è anche perché il cervello è plastico - e poiché la plasticità
1 competitiva - che è così difficile imparare una nuova lingua e
1

li lettere fine alla« tirannia» della lingua madre.


Ma se ciò è vero, perché è più facile imparare una seconda lin-
1111a quando siamo giovani? Non c'è competizione anche prima
dell'età adulta? Non esattamente. Se impariamo due lingue du-
mnte il periodo critico, entrambe occupano il medesimo spazio.
Il neuroimaging, sostiene Merzenich, mostra che in un bambino
liilingue tutti i suoni di entrambe le lingue condividono un'unica
/\t'ande mappa, un'unica libreria sonora.
La competitività spiega pure come mai è così difficile elimina-
re o «disapprendere» le cattive abitudini. La maggior parte di
noi pensa al cervello come a un contenitore, che riempiamo con
dò che apprendiamo. Quando cerchiamo di interrompere una
mttiva abitudine, pensiamo che la soluzione stia semplicemente
nel mettere qualcos'altro nel contenitore. Ma quando acquisia-
1110 un'abitudine negativa, questa guadagna un controllo sempre
maggiore della mappa cerebrale, impedendo che quello spazio
venga occupato da abitudini «positive». Ecco perché « disap-
prendere» è spesso più difficile che imparare, e perché l'educa-
:;:ione nell'infanzia, prima cioè che le cattive abitudini diventino
cc competitive», è così importante.

11 successivo esperimento di Merzenich, ingegnoso nella sua


ticmplicità, rese famosa l'idea di plasticità tra i neuroscienziati e
nlla fine contribuì più di ogni altro esperimento precedente a
vincere lo scetticismo.
Merzenich mappò la mano di una scimmia. Quindi ne am-
putò il dito medio. 15 Dopo alcuni mesi mappò nuovamente la
mano e trovò che la mappa cerebrale del dito amputato era
Ncomparsa e che le mappe delle dita vicine si erano estese nello
Npazio lasciato libero. Ecco la dimostrazione più chiara possibile
che le mappe cerebrali sono dinamiche, che c'è competizione

73
IL CERVELLO INFINITO

per le aree corticali e che le risorse cerebrali vengono assegnate


secondo il principio use it or lose it.
Merzenich notò anche che esemplari di alcune specie poteva-
no avere mappe simili ma mai identiche. La micromappatura gli
permise di cogliere differenze che Penfield, con elettrodi più
grandi, non avrebbe potuto osservare. Scoprì pure che, in condi-
zioni normali, le mappe relative alle parti del corpo cambiano
ogni qualche settimana. Ogni volta che mappava il viso di una
scimmia, i risultati erano inequivocabilmente diversi. Non è ne-
cessario procedere alla rescissione di un nervo o ali' amputazione
di un arto per mostrare la neuroplasticità. Si tratta di un fenome-
no normale, per il quale le mappe cerebrali sono in costante mu-.
tamento. Quando pubblicò i risultati di questo esperimento,
Merzenich utilizzò finalmente la parola «plasticità» senza met-
terla tra virgolette. Ma l'opposizione nei suoi confronti non svanì
immediatamente.
«Lascia che ti racconti cosa accadde quando iniziai a sostene-
re che il cervello è plastico» mi racconta Merzenich. «Fui tratta-
to con ostilità. Non saprei metterla in altro modo. Sulle riviste
scientifiche c'era chi diceva: 'Tutto questo sarebbe molto interes-
sante se fosse vero, ma non può essere vero'. Come se mi fossi in-
ventato tutto».
Si avanzava l'idea che le mappe cerebrali avrebbero potuto
modificare posizione, confini e funzione anche in età adulta, e a
questo i localizzazionisti si opponevano. «Quasi tutti quelli che
conoscevo nell'ambiente delle neuroscienze ufficiali» prosegue,
«consideravano i miei esperimenti come qualcosa di 'semiserio',
approssimativo, dai risultati incerti. Ma in realtà l'esperimento
era stato condotto un numero di volte sufficiente perché mi ren-
dessi conto che l'atteggiamento dei miei oppositori era arrogante
e indifendibile. Una delle figure più importanti ad avanzare dei
dubbi fu Torsten Wiesel. Malgrado questi avesse mostrato l'esi-
stenza della plasticità nel periodo critico, si opponeva all'idea
che ciò valesse anche per l'età adulta, e scrisse che lui e Hubel
erano 'fermamente convinti che, una volta raggiunta la loro for-
ma matura, le connessioni corticali l'avrebbero mantenuta per-
manentemente'. Aveva vinto il premio Nobel per aver stabilito la

74
RIMODELLARE IL CERVELLO

"''(le dell'elaborazione visiva, una scoperta considerata fra i suc-


' 1 •tisi più importanti del localizzazionismo ».
( )ggi Wiesel accetta la plasticità nell'adulto e in un articolo ha
1'lt•gantemente riconosciuto di aver avuto torto per molto tempo;
1' 1·l1e gli esperimenti pionieristici di Merzenich avevano portato

l11i e i suoi colleghi a cambiare idea. 16


«Probabilmente la cosa più frustrante» dice Merzenich «era
il fatto di aver intuito tutta una serie di implicazioni terapeutiche
d,•lla neuroplasticità nel campo della neuropatologia e della psi-
d 1iatria e che non interessasse a nessuno » .17

I)t1to il carattere processuale della plasticità, Merzenich si rese'


1·onto che avrebbe potuto comprendere realmente il fenomeno
r1olo se avesse potuto osservarne il decorso. Così recise il nervo
111cdiano di una .scimmia e durante i mesi successivi eseguì delle
muppature multiple. 1s
La prima mappatura, effettuata immediatamente dopo la re-
11dssione del nervo, mostrava, com'era nelle sue aspettative, che
In mappa cerebrale del nervo mediano era del tutto inattiva
quando veniva toccata la parte centrale della mano. Ma quando
u essere toccata era la parte della mano percorsa dagli altri nervi,
la mappa relativa al nervo mediano si attivava immediatamente.
I.e mappe dei nervi ulnare e radiale ora si trovavano nella mappa
dcl nervo mediano. Queste mappe si attivarono molto rapida-
mente, come se fossero state nascoste da sempre, fin dall'inizio
dcl loro sviluppo, e fossero state «smascherate» solo in quel mo-
mcnto.19
Merzenich procedette a una nuova mappatura ventidue gior-
ni dopo. Le mappe dei nervi radiale e ulnare, all'inizio scarsa-
mente definite, si erano raffi.nate e dettagliate, oltre ad a~er occu-
pato quasi interamente la mappa del nervo mediano. 20 (Una
mappa grossolana ha una bassa definizione; una mappa detta-
gliata ha una definizione molto maggiore e perciò trasmette una
quantità superiore di informazioni.)
Dopo centoquarantaquattro giorni la mappa aveva raggiunto
una definizione normale.
Eseguendo delle mappature multiple nel corso del tempo,
Merzenich osservò che le nuove mappe modificavano i propri

75
IL CERVELLO INFINITO

confini, miglioravano la propria definizione e si spostavano nel


cervello. In un caso osservò anche una mappa scomparire del
tutto, come Atlantide.
Sembrava ragionevole presupporre che, se si formavano map-
pe completamente nuove, allora si dovevano essere formate delle
nuove connessioni interneuronali. Merzenich contribuì alla
comprensione di questo processo rifacendosi alle idee di Donald
O. Hebb, uno psicologo comportamentista canadese che aveva
lavorato con Penfield. Nel 1949 Hebb propose che l'apprendi-
mento produceva nuovi legami tra i neuroni: quando due neuro-
ni si attivano insieme e ripetutamente (oppure quando se ne atti-
va uno, inducendo l'altro ad attivarsi), in entrambi si verificano,
delle reazioni chimiche per cui il legame tra i due tende a essere
più forte. 21 L'idea di Hebb - in realtà proposta già da Freud ses-'
sant'anni prima - venne riassunta molto chiaramente dalla neu-
roscienziata Carla Shatz: Neuroni' che sz' attivano simultaneamen-
te sz' legano fra loro. 22
La teoria di Hebb portava a supporre che la struttura neuro-
nale potesse essere alterata dall'esperienza. Sulla scia di Hebb, la
nuova teoria di Merzenich sosteneva che i neuroni nelle mappe
cerebrali sviluppavano potenti connessioni reciproche quando
venivano attivati simultaneamente. 23 E se le mappe potevano es-
sere modificate, pensava Merzenich, allora c'era motivo di spera-
re che chi aveva problemi congeniti in determinate aree cerebrali
- disturbi dell'apprendimento, problemi psicologici, ictus o le-
sioni cerebrali - avrebbe potuto sviluppare nuove connessioni
neuronali, inducendo i neuroni sani ad attivarsi simultaneamen-
te e quindi a legarsi fra loro.

A partire dalla fine degli anni Ottanta, Merzenich elaborò o par-


tecipò a importanti ricerche che si proponevano di verificare se
le mappe cerebrali avessero una base temporale e se i loro confi-
ni e il loro funzionamento potessero essere manipolati« giocan-
do» sulla sincronizzazione degli input sensoriali.
In un esperimento ingegnoso, egli mappò la mano di una
scimmia in condizioni normali, quindi legò insieme due dita del-
la mano, in modo che non potessero muoversi indipendente-
mente l'una dall'altra. 24 Dopo alcuni mesi, la mano venne nuova-

76
RIMODELLARE IL CERVELLO

mente mappata. Le mappe relative alle due dita originariamente


tìcparate ora si erano unite in un'unica mappa. Toccando un
11unto qualunque di entrambe le dita, si attivava la nuova mappa.
I)uto che tutti i movimenti e le sensazioni nelle due dita avveni-
vuno simultaneamente, si era sviluppata un'unica mappa. L' espe-
l'imento mostrò che la sincronizzazione degli input sensoriali era
lu chiave per lo sviluppo della mappa - neuroni che si attivano
insieme e nello stesso momento si legano fra loro per formare
un'unica mappa.
Altri scienziati verificarono le scoperte di Merzenich sull'uo-
mo. Alcune persone nascono con una condizione nota come
«sindattilia», cioè le dita sono fuse tra loro. Due soggetti affetti
du questa malformazione vennero sottoposti a mappatura, e il
fl<'uroimaging evidenziò che avevano un'unica grande mappa per
t~ntrambe le dita anziché una per ciascun dito. 25
Dopo che le dita vennero separate chirurgicamente, i cervelli
dci due soggetti vennero sottoposti a una nuova mappatura.
Emersero così due mappe, una per ciascun dito. Poiché le dita
potevano muoversi indipendentemente l'una dall'altra, i neuroni
non si attivavano più simultaneamente; fu così illustrato un altro
principio della plasticità: se si separano segnali neuronali simul-
tanei, si creano mappe cerebrali distinte. Oggi i neuroscienziati
riassumono questa scoperta così: Neuroni che non si attivano in-
sieme non si legano fra loro, oppure Neuroni non sincronizzati
non si connettono fra loro.
Nell'esperimento successivo, Merzenich «creò» una mappa
per quello che potrebbe essere chiamato un dito «fantasma»,
disposto perpendicolarmente rispetto alle altre dita. 26 L'équipe
stimolò simultaneamente la punta delle cinque dita della mano
di una scimmia, cinquecento volte al giorno per un mese, impe-
dendo all'animale di usare le dita singolarmente. Ben presto si
evidenziò una nuova mappa cerebrale, di forma allungata, in cui
le punte delle cinque dita erano fuse insieme. La nuova mappa,
disposta perpendicolarmente rispetto a quella delle dita, inclu-
deva la punta e non parte delle mappe relative a ciascun dito, che
al contrarip stavano scomparendo a causa dell'inattività.
Nell'ultimo, e più brillante, esperimento Merzenich e la sua
équipe provarono che le mappe non possono avere una base

77
IL CERVELLO INFINITO

anatomica. 27 Venne prelevata da un dito una piccola porzione di


pelle, che - qui sta la chiave dell'esperimento -, con il nervo an.~
cora collegato alla rispettiva mappa cerebrale, venne trapiantata
chirurgicamente sul dito adiacente. Ora la porzione di pelle e la
sua innervazione venivano stimolati ogni volta che il dito a cui
erano stati collegati veniva mosso o toccato nel corso delle nor-
mali attività quotidiane. Secondo il modello anatomico di' cabla-
tura, i segnali avrebbero dovuto essere inviati ancora dalla pelle
attraverso il proprio nervo alla mappa cerebrale relativa al dito
originario. Invece, quando l'équipe stimolò la porzione di pelle
trapiantata, fu la mappa del nuovo dito a rispondere. La mappa
di quella porzione di pelle si era trasferita dal dito originario a
quello nuovo, dato che la porzione di pelle e il dito su cui era sta-
ta trapiantata venivano stimolati simultaneamente.
Nel giro di qualche anno Merzenich aveva scoperto che il cer-
vello adulto è flessibile, aveva sconfitto lo scetticismo della co-
munità scientifica a proposito della neuroplasticità e aveva mo"
strato che l'esperienza modifica il cervello. Ma non aveva ancora
spiegato un enigma fondamentale: in che modo le mappe si rior-
ganizzano topograficamente e come possono esserci utili.

Quando diciamo che una mappa cerebrale è organizzata topo-


graficamente, intendiamo dire che la mappa segue la medesima
disposizione del corpo. Ad esempio, il dito medio si trova tra
l'indice e l'anulare. Lo stesso accade nelle mappe cerebrali: la
mappa del medio si trova tra quella dell'indice e quella dell'anu-
lare. Questa disposizione topografica è funzionale, poiché parti
del cervello che lavorano spesso insieme si trovano vicine nella
mappa cerebrale, in modo che i segnali non debbano compiere
lunghi percorsi nel cervello.
Merzenich si pose la seguente domanda: come emerge nella
mappa cerebrale questa disposizione topografica? 28 Insieme ai
suoi colleghi giunse a una conclusione ingegnosa. Una disposi-
zione topografica emerge poiché molte delle nostre attività quo-
tidiane implicano delle sequenze ripetute secondo un ordine fis-
so.29 Quando raccogliamo un oggetto dalle dimensioni di una
mela o di una pallina da tennis, normalmente lo afferriamo pri-
ma con il pollice e l'indice, quindi lo avvolgiamo progressiva-

78
RIMODELLARE IL CERVELLO

tilCllte con le altre dita. Dal momento che il pollice e l'indice toc-
1 ·nno l'oggetto quasi sempre insieme, inviando simultaneamente
iii cervello i rispettivi segnali, le mappe cerebrali del pollice e del-
l'indice tendono a formarsi insieme. (Neuroni che si attivano si-
11wltaneamente si legano fra loro.) Avvolgendo l'oggetto con le
11ltre dita, sarà il medio a toccarlo subito dopo, così la rispettiva
lllltppa cerebrale tenderà a formarsi accanto a quella dell'indice e
1111 po' più lontano da quella del pollice. Ripetendo questa se-
quenza - pollice, indice, medio - migliaia di volte, la mappa del
poHice si troverà accanto a quella dell'indice, che a sua volta sarà
11ccanto a quella del medio, e così via. Segnali che tendono ad ar-
rivare a distanza di tempo, come tra pollice e mignolo, corri-
nponderanno a mappe più lontane, poiché i neuroni che non si
11ttivano simultaneamente non si legano fra loro.
Molte mappe cerebrali, se non tutte, lavorano raggruppando
ripazialmente eventi che si verificano simultaneamente. Come
nbbiamo visto, la mappa uditiva è disposta come un pianoforte,
con le mappe per note più gravi a un'estremità e quelle per le no-
te più acute all'altra. Qual è il motivo di questo ordine? Perché le
frequenze sonore più basse tendono a presentarsi insieme.
Quando ascoltiamo una voce profonda, le varie frequenze sono
prevalentemente basse, e così si raggruppano fra loro.

I: arrivo di Bill J enkins al laboratorio di Merzenich inaugurò una


nuova fase della ricerca che avrebbe permesso di sviluppare al-
cune applicazioni pratiche delle scoperte di Merzenich. Jenkins,
uno psicologo comportamentista, si interessava soprattutto di
capire come impariamo. Suggerì di insegnare agli animali nuove
ubilità, per osservare come l'apprendimento avrebbe influito sui
neuroni e sulle mappe cerebrali.
In un primo esperimento Merzenich e Jenkins mapparono la
corteccia sensoriale di una scimmia. Poi le insegnarono a toccare
un disco ruotante con la punta di un dito: esercitando un certa
pressione per dieci secondi la scimmia avrebbe ottenuto in pre-
mio un pezzetto di banana. La scimmia doveva prestare molta
attenzione per imparare a toccare il disco con delicatezza e valu-
tare il tempo in modo accurato. Dopo migliaia di prove, Merze-
nich e Jenkins rimapparono il cervello della scimmia e videro

79
IL CERVELLO INFINITO

che l'area relativa alla punta del dito si era ampliata. 30 L'esperic ·~
1
mento mostrò che, quando un animale è motivato a imparare, il ,'J
cervello risponde in modo plastico. .i'
L'esperimento mostrò anche che, se le mappe cerebrali diven- ·
tana più grandi, i singoli neuroni funzionano meglio. Ciò accade
in due fasi distinte. All'inizio, man mano che la scimmia impara-
va, la mappa relativa alla punta delle dita cresceva occupando
uno spazio maggiore. Ma poco dopo i singoli neuroni nella map-
pa erano diventati più efficienti e alla fine erano necessari meno
neuroni per svolgere il medesimo compito.
Quando un bambino inizia a esercitarsi al pianoforte, tende a
usare tutta la parte superiore del corpo - polso, braccio, spalla..., .
per suonare ogni singola nota. Perfino i muscoli del volto si ten-
dono in una smorfia. Attraverso l'esercizio il pianista in erba
smette di utilizzare i muscoli che non servono allo scopo e ben
presto impara a usare solo il dito giusto per suonare la nota, svi-
luppando così un« tocco più leggero». Se diventerà bravo, saprà
suonare con «grazia» e in modo rilassato: il bambino non userà '
più moltissimi neuroni come all'inizio, ma pochi e appropriati
per quel compito. Questo uso più efficiente dei neuroni si verifi- ·
ca quando padroneggiamo una certa abilità e spiega perché lo
spazio a disposizione per le mappe non si esaurisce rapidamente
man mano che ci esercitiamo o impariamo nuove abilità.
Merzenich e J enkins mostrarono anche che con l'esercizio i .
singoli neuroni diventavano più selettivi. Ogni neurone ha un
«campo recettivo» nella mappa tattile, un segmento sulla super-
ficie della pelle a cui fa riferimento. Man mano che la scimmia
imp!!.rava a toccare il disco, i campi recettivi dei singoli neuroni
si restringevano, attivandosi solo quando porzioni sempre più
piccole della punta del dito toccavano il disco. Perciò, nonostan-
te la mappa cerebrale si fosse estesa, ogni neurone era diventato
responsabile di una parte più piccola della pelle, consentendo al-
1' animale una discriminazione tattile più fine. In generale, la
mappa aveva una definizione maggiore.
Merzenich e Jenkins scoprirono anche che se i neuroni veni-
vano esercitati e diventavano più efficienti, potevano elaborare i
dati più rapidamente. Questo significa che anche la velocità del
nostro pensiero è plastica. La rapidità del pensiero è essenziale

80
RIMODELLARE IL CERVELLO

per la nostra sopravvivenza. Le cose spesso accadono all'improv-


viso e se il cervello è lento può perdere delle informazioni impor-
tunti. In un altro esperimento Merzenich e Jenkins riuscirono a
insegnare a delle scimmie a distinguere dei suoni in intervalli di
tempo sempre più brevi. I neuroni interessati si attivavano più
rapidamente in risposta agli stimoli sonori, li elaboravano in un
tempo minore e richiedevano un intervallo di riposo minore tra
un'attivazione e l'altra. 31 Fondamentalmente, neuroni più veloci
consentono di pensare più velocemente - non è cosa da poco -
poiché la rapidità del pensiero è un aspetto cruciale dell'intelli-
genza. I test per il quoziente d'intelligenza, come d'altronde la
vita, non misurano solo se si è in grado di rispondere in modo
corretto, ma di quanto tempo abbiamo bisogno per .riuscire a
forlo.
I due scienziati scoprirono pure che, insegnando un'attività a
un animale, si ottenevano neuroni più veloci e segnali più chiari.
Era probabile che neuroni più veloci fossero capaci di attivarsi
simultaneamente - diventando una squadra migliore - e di legar-
si maggiormente fra loro, formando gruppi di cellule in grado di
emettere segnali più chiari e potenti. Si tratta di un punto crucia-
le, perché un segnale potente ha un impatto maggiore sul cervel-
lo. Quando vogliamo ricordare qualcosa che abbiamo ascoltato
dobbiamo averla ascoltata con chiarezza, poiché un ricordo può
essere chiaro al massimo come il segnale originale.
Infine, Merzenich scoprì che l'attenzione è essenziale per
cambiamenti neuroplastici a lungo termine. 32 In numerosi espe-
rimenti trovò che i cambiamenti duraturi avvenivano solo quan-
do le scimmie erano molto concentrate. Quando gli animali svol-
gevano i loro compiti in modo automatico, senza porvi attenzio-
ne, le mappe cerebrali si modificavano ma con risultati a breve
1·crmine. Spesso apprezziamo la capacità di «lavorare in multita-
sking ».Ma se da una parte è possibile imparare dividendo la no-
stra attenzione, d'altra parte in questo modo non si ottengono
cambiamenti stabili nelle mappe cerebrali.

Quando Merzenich era un ragazzo, una cugina della madre, una


maestra elementare del Wisconsin, venne eletta miglior inse-

81
IL CERVELLO INFINITO

gnante di tutti gli Stati Uniti. Dopo la cerimonia alla Casa Bian-
ca, fece visita ai Merzenich, nell'Oregon.
«Mia madre» ricorda Merzenich «fece la tipica domanda
senza senso che si fa tanto per dire qualcosa: 'Quali sono i princi-
pi più importanti nell'insegnamento?' E sua cugina rispose: 'Be',
si mettono alla prova i bambini all'inizio della scuola, e allora si
capisce se sono validi. E se lo sono, ti concentri su di loro, senza
perdere tempo con quelli che non ce la fanno'. Ecco cosa disse.
E si sa che, in un modo o nell'altro, è così che sono stati trattati i
bambini con qualche problema, da sempre. È davvero assurdo
immaginare che le nostre risorse neurologiche siano permanenti
ed eterne e che non sia sostanzialmente possibile accrescerle o
migliorarle».
Merzenich venne a conoscenza del lavoro di Paula Talla! alla
Rutgers University, che aveva iniziato a studiare le cause delle
difficoltà dei bambini nell'imparare a leggere. In una percentua-
le che varia dal cinque al dieci per cento dei bambini in età pre-
scolare è stata riscontrata una disabilità linguistica che rende dif-·
fìcile leggere, scrivere e perfino seguire delle istruzioni. Talvolta
questi bambini vengono definiti dislessici.
I bambini cominciano a parlare esercitandosi con delle sem-
plici combinazioni di consonanti e vocali, come «da, da, da» e
«ba, ba, ba». In molte lingue le loro prime parole consistono di
combinazioni di questo tipo, e spesso si tratta di «mamma»,
«dada», e così via. La ricerca della Talla! mostrò che i bambini
con disabilità linguistiche avevano dei problemi a elaborare i
suoni delle combinazioni più comuni di vocali e consonanti, che
sono pronunciate rapidamente e che sono chiamate «parti veloci
del discorso». I bambini non le udivano correttamente e, di con-
seguenza, non riuscivano a riprodurle in modo appropriato.
Merzenich riteneva che i neuroni della corteccia uditiva di
questi bambipi si attivassero troppo lentamente, così da impedi-
re loro di distinguere due suoni molto simili, oppure di stabilire
l'ordine di due suoni molto vicini fra loro. Spesso questi bambini
non udivano l'inizio delle sillabe o le differenze sonore tra esse.
In condizioni normali i neuroni, dopo aver elaborato un suono,
sono in grado di attivarsi nuovamente dopo circa trenta millise-
condi. Nell'ottanta per cento dei bambini con disabilità lingui-

82
RIMODELLARE IL CERVELLO

•,1 iche questo intervallo di tempo è tre volte più ampio: ecco per-
1 hé perdono grandi quantità di informazioni linguistiche. Quan-
ilo vennero esaminati i loro schemi di attivazione neuronale si
11otò che i segnali non erano chiari.
«Erano confusi sia in entrata che in uscita» dice Merzenich.
IJn udito che non funziona bene provoca difetti in tutte le abilità
linguistiche: povertà lessicale, difficoltà di comprensione, pro-
hlcmi nell'esposizione, nella lettura e nella scrittura. Poiché con-
~a1mavano così tanta energia nel decifrare le parole, questi bam-
hini tendevano a usare frasi più brevi e non riuscivano a esercita-
i'~) la memoria per formulare periodi più lunghi. L'elaborazione
linguistica era infantile, o« ritardata», e avevano ancora bisogno
di esercizio per distinguere« da, da, da» da« ba, ba, ba».
Quando la Tallal scoprì tali problemi, inizialmente temeva
d1e «questi bambini fossero 'guasti' e che non si potesse fare
nulla» per ovviare ai loro deficit cerebrali. 33 Ma questo fu prima
d1e lei e Merzenich unissero i loro sforzi.

Nel 1996 Merzenich, Paula Tallal, BillJenkins e un collega della


'l.'allal, lo psicologo Steve Miller, costituirono una società, la
Scientific Learning, che si occupa di utilizzare la ricerca neuro-
plastica per« ricablare » il cervello delle persone.
Gli uffici direzionali della Scientifìc Learning si trovano nel
centro di Oakland, in California, presso la Rotunda, uno splen-
dido edificio dominato da una cupola ellittica di vetro, alta quasi
quaranta metri, con decorazioni in oro a ventiquattro carati. En-
trando ci si ritrova in un altro mondo. Lo staff della Scientific
Learning è composto da psicologi, ricercatori, logopedisti, inge-
gneri, programmatori e animatori. Dalle loro scrivanie, illumina-.
te dalla luce naturale, possono ammirare la stupenda cupola.
Fast ForWord è il programma di esercizi sviluppato dalla
Scicntific Learning e dedicato ai bambini con problemi linguisti-
ci e di apprendimento. Il programma consente di esercitare ogni
funzione mentale di base coinvolta nel linguaggio, dal riconosci-
mento di suoni fino alla comprensione, una sorta di esercizio ce-
rebrale trasversale.
Il programma propone sette esercizi mentali. Uno aiuta i
bambini a migliorare la loro abilità nel distinguere suoni lunghi e

83
IL CERVELLO INFINITO

brevi. Una mucca vola attraverso il monitor del computer, emet-


tendo una serie di muggiti. Il bambino deve prendere la mucca
con il cursore e bloccarla cliccando con il mouse. Improvvisa-
mente la durata del muggito cambia leggermente. A questo pun·
to il bambino deve liberare la mucca e lasciare che voli via: se
questo accade subito dopo che il suono è cambiato, il punteggio
aumenta. In un altro gioco i bambini imparano a identificare fa.
cilmente delle combinazioni confuse di vocali e consorn,mti, co- ·
me «ba» e «da», prima più lentamente, poi alla stessa velocità
del linguaggio normale, quindi sempre più rapidamente. Un al-
tro gioco insegna ai bambini ad ascoltare con sempre maggiore
rapidità suoni che salgono o scendono. Un altro ancora insegna
loro a ricordare e ad accoppiare determinati suoni. Le «parti ve-
loci del discorso» sono usate in tutti gli esercizi ma vengono ral-
lentate con l'ausilio del computer, in modo che i bambini con
problemi linguistici riescano a udirle e possano così formare le
mappe cerebrali corrispondenti; quindi, con gradualità lungo il
percorso di esercizi, queste particelle vengono accelerate. Ogni
volta che si raggiunge un obiettivo, succede qualcosa di diver-
tente: il personaggio animato si mangia la risposta, fa indigestio-
ne, assume un'espressione buffa o fa qualche scenetta divertente
in modo che l'attenzione del bambino non cali. Il «premio» è un
aspetto cruciale del programma, perché ogni volta che il bambi-
no viene premiato, il suo cervello rilascia dei neurotrasmettitori,
come la dopamina o l'acetilcolina, che contribuiscono a consoli-
dare i cambiamenti ottenuti nelle mappe. (La dopamina« rinfor-
za» il premio, e l'acetilcolina aiuta il cervello a« entrare in sinto-
nia » e a rinforzare la memoria.)
I bambini con le difficoltà meno gravi di solito lavorano con
Fast ForWord per un'ora e quaranta minuti al giorno, cinque
giorni a settimana per alcune settimane, mentre quelli con gravi
problemi vi si dedicano per un periodo che va da otto a dodici
settimane.
I primi risultati dello studio, pubblicati su Science nel gennaio
del 1996, furono notevoli. 34 I bambini con disabilità linguistiche
erano stati divisi in due gruppi, di cui uno avrebbe lavorato con
Fast ForWord, mentre il gruppo di controllo avrebbe giocato con
un altro software, simile a Fast ForWord ma privo delle funzioni

84
RIMODELLARE IL CERVELLO

11cr l'elaborazione temporale e il linguaggio modificato. I due


gruppi erano comparabili per età, quoziente intellettivo e abilità
linguistiche. I bambini del primo gruppo mostrarono progressi
t1ignifìcativi nel linguaggio, nella discorsività e nei test di elabora-
~ione uditiva, raggiunsero punteggi nella norma o al di sopra del-
lu norma e mantennero i miglioramenti ottenuti quando vennero
nuovamente testati sei mesi dopo l'esercizio. Il loro migliora-
mento fu nettamente superiore rispetto a quello del gruppo di
controllo.
Un altro studio seguì cinquecento bambini in trentacinque
luoghi diversi tra case, ospedali e cliniche. A tutti furono sommi-
nistrati dei test linguistici standardizzati prima e dopo l'uso di
l•'ast ForWord. Lo studio mostrò che nella maggior parte dei casi
l'abilità nella comprensione linguistica si era normalizzata dopo
l'uso di Fast ForWord. 35 In molti casi, le capacità di comprensio-
ne erano al di sopra della norma. Mediamente i bambini che uti-
lizzarono il programma avanzarono di 1,8 anni nello sviluppo
linguistico nel giro di sei settimane, un progresso davvero note-
vole. Un'équipe della Stanford University eseguì delle scansioni
cerebrali di venti bambini dislessici, prima e dopo l'uso di Fast
PorWord. I primi risultati mostravano che questi bambini usava-
no per leggere parti del cervello differenti rispetto ai bambini
normali. Dopo l'uso di Fast ForWord le scansioni mostrarono i
primi segni di normalizzazione.36 (Ad esempio, mostravano un
incremento dell'attività cerebrale, mediamente, nella corteccia
tempero-parietale sinistra, e iniziavano a indicare schemi simili a
quelli di bambini senza problemi di lettura.)

Willy Arbor è un bambino di sette anni del West Virginia. Ha i


capelli rossi e le lentiggini, è un boy scout, gli piace andare al
centro commerciale e, sebbene sia alto appena un metro e venti,
pratica il wrestling. Ha appena utilizzato Fast ForWord ed è let-
teralmente cambiato.
«Il problema principale di Willy era udire chiaramente quello
che gli altri dicevano» spiega sua madre. «Capiva sempre una
cosa per un'altra. Se c'era qualche rumore in sottofondo, per lui
diventava molto difficile sentire. L'asilo fu un'esperienza depri-
mente. Potevi vedere la sua insicurezza. A scuola iniziò a essere

85
IL CERVELLO INFINITO

nervoso, si masticava i vestiti, o le maniche, perché tutti gli altri


sapevano rispondere correttamente, e lui no. La maestra paventò
la possibilità di riportarlo in prima elementare». Willy non leg-
geva bene, sia in silenzio che ad alta voce.
« Willy » prosegue sua madre, «non riusciva a percepire cor-
rettamente i cambiamenti d'intonazione. Non sapeva dire se chi
parlava stava facendo un'esclamazione, o un'affermazione gene-
rale, e non riusciva ad afferrare l'inflessione delle frasi, cosa che
gli rendeva difficile capire le emozioni delle persone. Non sapen-
do distinguere l'altezza dei suoni, non percepiva l'eccitazione
nelle parole della gente. Era come se non ci fosse nessuna diffe-
renza».
Willy fu portato da uno specialista, che gli diagnosticò un
problema dell'udito dovuto a un disturbo nell'elaborazione udi-
tiva a livello cerebrale. La sua difficoltà a ricordare una sequenza
di parole era dovuta al sovraccarico del sistema uditivo. «Se gli
davi più di tre istruzioni, come 'per favore porta di sopra le scar-
pe - mettile nel ripostiglio - poi scendi per la cena', lui se le di-
menticava. Si toglieva le scarpe, saliva le scale e mi chiedeva:
'Mamma, cosa mi hai detto di fare?' Gli insegnanti dovevano
sempre ripetergli le istruzioni». Malgrado sembrasse un ragazzi-
no dotato e andasse bene in matematica, con il tempo i suoi pro-
blemi lo fecero regredire anche in quella materia.
Sua madre protestò contro la decisione di far ripetere a Willy
la prima elementare, e durante l'estate lo mandò a lavorare con
Fast ForWord per due mesi.
«Prima di usare Fast ForWord» ricordala donna,« dovevi co-
stringerlo a mettersi al computer, e finiva per agitarsi parecchio.
Con questo programma, invece, ha trascorso ogni giorno un'ora
e quaranta minuti al computer, per due mesi. Gli piaceva, e il
punteggio lo divertiva, perché vedeva i propri progressi» dice
sua madre. Gradualmente Willy divenne capace di cogliere l'in-
flessione della voce, imparò a leggere le emozioni altrui, e diven-
ne un bambino meno ansioso. «Cambiarono molte cose. Quan-
do portò a casa la pagella di metà anno mi disse: 'Vado meglio
dell'anno scorso, mamma'. Prendeva quasi sempre bei voti, una
bella differenza ... Ora è abituato a pensare: 'Posso farcela. Posso
fare di meglio'. Mi sento come se le mie preghiere siano state

86
RIMODELLARE IL CERVELLO

l~saudite, hanno fatto così tanto per lui. È incredibile». A distan-


:1.a di un anno, Willy continua a migliorare.

l:équipe di Merzenich venne a sapere che Fast ForWord stava


mostrando numerosi casi di spillover, ossia sembrava produrre
effetti positivi non previsti. La calligrafia dei bambini migliorava.
Molti genitori riferivano che i ragazzi mostravano maggiore at-
tenzione e concentrazione nelle attività scolastiche. Merz ritenne
che questi effetti sorprendenti fossero dovuti a un miglioramen-
to generale dei processi mentali.
Una delle attività cerebrali più importanti - a cui molto spes-
so non pensiamo - è l'elaborazione temporale, che ci permette di
stabilire la durata di quello che accade. Non potremmo muover-
ci, percepire o fare previsioni in modo corretto se non fossimo in
grado di stabilire la durata di un evento. Merzenich scoprì che
una persona allenata a distinguere sulla pelle delle vibrazioni
molto rapide, della durata di appena settantacinque millisecon-
di, è in grado di distinguere pure suoni della stessa durata. 37 Fast
ForWord sembrava stesse migliorando la capacità complessiva
del cervello di misurare il tempo. In qualche caso tali migliora-
menti riguardavano anche l'elaborazione visiva. Prima di utiliz-
zare Fast ForWord, quando a Willy veniva dato un gioco in cui
doveva dire quali oggetti fossero fuori posto - uno stivale su un
albero, o una scatola sul soffitto - i suoi occhi vagavano per tutta
la pagina, cercando di guardarla nella sua interezza anziché con-
centrarsi su una piccola parte alla volta. A scuola, quando legge-
va saltava le righe. Dopo l'uso di Fast ForWord, i suoi occhi non
vagavano più qua e là, e era in grado di focalizzare la propria at-
tenzione visiva.
Numerosi bambini sottoposti a test standardizzati subito do-
po aver completato il percorso previsto da Fast ForWord mostra-
rono dei miglioramenti non solo nel linguaggio, nell'eloquio e
nella lettura, ma anche in matematica e scienze. Probabilmente
sentivano meglio cosa succedeva in classe, oppure leggevano me-
glio. In realtà Merzenich pensava che la questione fosse più com-
plessa.
«Vedi» dice, «il quoziente intellettivo sale. Abbiamo usato il

87
IL CERVELLO INFINITO

test delle matrici, che è un test di tipo visivo per misurare il QI, e
il QI aumenta».
Il miglioramento nella componente visiva del quoziente intel-
lettivo non era legato semplicemente al fatto che Fast ForWord
esercitasse l'abilità nel leggere le domande di un test verbale.
Erano migliorate le capacità mentali complessive dei b,ambini,
probabilmente perché era migliorata l'elaborazione temporale.
E ci furono altri benefici inaspettati. Alcuni bambini affetti da
autismo diedero i primi segni di un generale miglioramento.

L'autismo - una mente umana che non può concepire altre menti
- è uno dei misteri più sconcertanti e commoventi in campo psi-
chiatrico e uno dei disturbi più gravi dello sviluppo infantile.
Viene considerato un «disturbo pervasivo dello sviluppo», es-
sendovi coinvolti molti aspetti della crescita: intelligenza, perce-
zione, abilità sociali, linguaggio ed emozioni.
La maggior parte dei bambini autistici ha un quoziente intel-
lettivo inferiore a settanta. Questi bambini hanno grossi proble-
mi a interagire socialmente con gli altri e, nei casi più gravi, trat-,
tano le persone come oggetti inanimati, non rivolgono loro il sa"
luto né le considerano esseri umani. Talvolta sembra che i sog-
getti autistici non siano consapevoli che nel mondo esistano «al-
tre menti». Inoltre hanno difficoltà nell'elaborazione percettiva,
spesso sono ipersensibili agli stimoli tattili e sonori e facilmente
non sopportano un eccesso di stimoli. (Questa potrebbe essere
una delle ragioni per cui i bambini autistici spesso evitano il con-
tatto visivo: gli stimoli inviati dalle persone, soprattutto quando
riguardano sensi diversi simultaneamente, sono troppo intensi.) ·
Le reti neurali di questi bambini sembrano iperattive, e molti di
loro soffrono di epilessia.
Il più delle volte presentano disabilità linguistiche e così furo-
no indirizzati dai loro medici a Fast PorWord. Non avevano pre-
visto quello che sarebbe potuto accadere. I genitori dissero a
Merzenich che i loro figli erano diventati più socialmente« con-
nessi». Merzenich iniziò a chiedere se avessero usato il program-
ma semplicemente per migliorare l'attenzione dei bambini agli
stimoli sonori. Fu affascinato dal fatto che con Fast ForWord i
sintomi linguistici e autistici sembravano diminuire parallela-

88
RIMODELLARE IL CERVELLO

111cnte. Questo poteva significare che i problemi linguistici e au-


1istici erano manifestazioni differenti di un problema comune?
Due studi condotti su bambini autistici confermarono queste
l~·stimonianze. Un primo studio, di tipo linguistico, mostrò che
'fl.1·t PorWord riportava rapidamente nella norma i bambini auti-
/ 1

rHici con disabilità linguistica grave. 38 Ma un altro studio pilota


~·ondotto su cento bambini autistici mostrò che Fast ForWord
aveva un impatto significativo anche sui sintomi della malattia.39
I .a loro concentrazione era migliorata, così come il senso dell'u-
morismo. Interagivano di più con le persone. Sviluppavano un
~~ontatto visivo migliore, iniziavano a salutare gli altri, a chiamarli
per nome, a parlare con loro, e a dire «arrivederci» al termine
degli incontri. Sembrava che i bambini stessero cominciando ad
nvcre esperienza di un mondo popolato da altri esseri umani.

I,auralee, una bambina di otto anni, aveva ricevuto una diagnosi


di autismo moderato all'età di tre anni. Non parlava quasi mai.
Non rispondeva al suo nome o ai suoi genitori, sembrava non li
sentisse. Qualche volta parlava, ma quando lo faceva «usava un
linguaggio tutto suo», spiega la madre, «che spesso era incom-
prensibile». Se voleva del succo di frutta, non lo chiedeva. Face-
va dei gesti e spingeva i suoi genitori verso l'armadietto perché
prendessero ciò che ~esiderava.
Lauralee presentava anche altri sintomi autistici, fra cui i mo-
vimenti ripetitivi con cui questi bambini cercano di contenere la
sensazione di essere sopraffatti dal mondo esterno. Secondo la
madre, la bambina mostrava di avere «tutti i movimenti tipici
della malattia - scuotere le mani, camminare sulle punte, morde-
re - senza riuscire a comunicarmi quello che provava».
Le piacevano molto gli alberi. Quando la sera i suoi genitori la
portavano a passeggiare per scaricare un po' d'energia, spesso
Lauralee si fermava, toccava un albero, lo abbracciava, gli par-
~~ .
Lauralee era insolitamente sensibile ai suoni. «Aveva l'orec-
chio bionico» dice sua madre. «Da piccola spesso si copriva le
orecchie. Non poteva sopportare certa musica alla radio: la mu-
sica classica o quella lenta in generale». Nello studio del suo pe-
diatra, Lauralee era in grado di udire dei suoni provenienti dal

89
IL CERVELLO INFlNITO

piano superiore che gli altri non sentivano. A casa faceva il giro
di tutti i lavandini, li riempiva d'acqua e poi si aggrappava ai tubi
per ascoltare l'acqua che defluiva.
Il padre di Lauralee è nella marina statunitense e ha parteci-
pato alla guerra in Iraq nel 2003. Quando la famiglia si trasferì in
California, Lauralee venne inserita in una scuola pubblica con
una classe speciale in cui si utilizzava Fast ForWord. Lauralee si
impegnò due ore al giorno per due mesi per completare il per-
corso previsto dal programma.
Una volta concluso, «il suo linguaggio esplose» dice sua ma-
dre, «iniziò a parlare di più e a formulare frasi complete. Mi rac-
contava delle sue giornate a scuola, prima ancora che dicessi:
'Com'è andata a scuola?' Era diventata capace di dire quello che
faceva, e si ricordava i dettagli. Se le era capitato qualcosa di
brutto, era in grado di dirmelo, e senza nessuna insistenza da
parte mia. Divenne anche più facile per lei ricordare le cose». A
Lauralee è sempre piaciuto leggere, ma da allora legge libri più
lunghi, saggi dell'enciclopedia. «Ora ascolta suoni più tranquil-
li, e riesce a sopportare i diversi suoni che provengono dalla ra-
dio» spiega ancora la madre. «Per lei è stato come rinascere. E
con una comunicazione migliore, è stata una rinascita anche per
tutti noi. È stata una vera benedizione».

Per approfondire la comprensione dell'autismo e dei molti ritar-


di nello sviluppo provocati dalla malattia, Merzenich avrebbe
dovuto tornare in laboratorio. Pensò che la cosa migliore da fare
prima di tutto era produrre un «animale autistico», un animale
cioè con diversi ritardi nello sviluppo, proprio come i bambini
autistici. Poi avrebbe potuto studiarlo e provare a trattarlo.
Iniziò a riflettere su ciò che lui chiama la «catastrofe infanti-
le» dell'autismo e ritenne che la causa andasse ricercata nell'in-
fanzia: in questo periodo si colloca la maggior parte dei periodi
critici, la neuroplasticità è ai suoi massimi livelli e si dovrebbe ve-
rificare uno sviluppo notevole. Ma l'autismo è una condizione
ereditaria. Se di due gemelli identici uno è autistico, la probabi-
lità che anche l'altro lo sia va dall'ottanta al novanta per cento.
Nei casi di gemelli non identici, di cui uno solo è autistico, l'altro
gemello presenta spesso qualche problema linguistico e sociale.

90
RIMODELLARE IL CERVELLO

D'altro canto l'incidenza dell'autismo ha avuto un aumento


msì sconcertante da non poter essere spiegato esclusivamente su
hasi genetiche. Quando la malattia venne individuata per la pri-
ma volta più di quarant'anni fa, colpiva un bambino su cinque-
mila. Oggi i bambini colpiti sono quindici su cinquemila. Il nu-
mero è salito in parte perché questo problema viene diagnostica-
to più spesso, in parte perché alcuni bambini ricevono una dia-
gnosi di autismo moderato in modo da ottenere le sowenzioni
pubbliche per la cura. «Ma» spiega Merzenich «anche conside-
rando tutto ciò, risulta comunque un incremento pari a tre volte
nel corso degli ultimi quindici anni. C'è un'emergenza mondiale
collegata ai fattori di rischio per l'autismo».
Merzenich è arrivato a pensare che i circuiti neurali di questi
hambini subiscano l'influenza di un fattore ambientale: ciò fa-
rebbe concludere in anticipo i periodi critici, prima che le map-
pe cerebrali si siano differenziate pienamente. Alla nascita le
mappe spesso sono solo abbozzate, scarsamente dettagliate, in-
differenziate. Nel periodo critico, quando la struttura delle map-
pe cerebrali viene letteralmente «informata» dalle prime espe-
rienze del mondo esterno, normalmente l'abbozzo iniziale di-
venta più dettagliato e differenziato.
Merzenich e la sua équipe utilizzarono la micromappatura
per mostrare come le mappe di alcuni topi appena nati si formas-
sero nel periodo critico. Subito dopo la nascita, all'inizio del pe-
riodo critico, le mappe uditive sono indifferenziate e sono costi-
tuite unicamente da due ampie regioni nella corteccia. Metà del-
la mappa risponde a tutte le frequenze sonore più alte, l'altra a
tutte quelle basse.
Quando l'animale venne esposto a una frequenza specifica
durante il periodo critico, quella semplice organizzazione cam-
biò. Se l'animale veniva ripetutamente esposto a un «do» acuto,
dopo pochissimo tempo si attivavano solo alcuni neuroni, che
diventavano selettivi per quel «do» acuto. Lo stesso accadeva
quando l'animale veniva esposto a un «re», un «mi», un «fa» e
così via. Ora la mappa, anziché essere strutturata in due aree più
ampie, presentava molte aree più piccole, ciascuna delle quali ri-
spondeva alle varie note. In altre parole, si era differenziata.
Ciò che è notevole della corteccia durante il periodo critico è

91
IL CERVELLO INFINITO

che la sua plasticità è tale che la sua struttura può essere modifi-
cata semplicemente con l'esposizione a stimoli nuovi. Tale sensi-
bilità permette ai neonati e ai bambini molto piccoli che si trova-
no nel periodo critico dello sviluppo del linguaggio di raccoglie-
re parole e suoni nuovi senza fatica, semplicemente ascoltando i
genitori parlare; la semplice esposizione agli stimoli fa sì che le
mappe cerebrali« cablino» i cambiamenti. Dopo il periodo cri-
tico i bambini più grandi e gli adulti possono, naturalmente, im~ ·
parare le lingue, ma devono veramente sforzarsi per mantenere la
concentrazione necessaria. Secondo Merzenich, la differenza tra
la plasticità tipica del periodo critico e quella dell'adulto è che
nel primo caso le mappe cerebrali possono essere modificate
semplicemente con l'esposizione al mondo esterno, poiché «la
macchina dell'apprendimento è sempre accesa».
C'è un buon motivo biologico perché questa «macchina» sia:
sempre accesa: con ogni probabilità i neonati non sanno cosa
sarà importante nella vita, così fanno attenzione a ogni cosa. Solo
un cervello già in qualche modo organizzato potrebbe seleziona-
re ciò su cui vale la pena concentrarsi.

L'indizio successivo di cui Merzenich aveva bisogno per com-


prendere l'autismo venne da una linea di ricerca che ebbe origi-
ne durante la Seconda guerra mondiale, nell'Italia fascista, grazie
a una giovane donna ebrea, Rita Levi Montalcini, mentre si na-
scondeva per sfuggire alle leggi razziali del regime. Rita Levi
Montalcini nacque nel 1909 a Torino, dove compì gli studi di
medicina. Nel 1938, quando Mussolini bandì gli ebrei dalla pra-
tica medica e dalla ricerca scientifica, la Montalcini fuggì a
Bruxelles per proseguire gli studi. Quando i nazisti invasero il
Belgio, fece ritorno a Torino e costruì un laboratorio segreto nel-
la sua camera da letto, dove studiava la formazione del sistema
nervoso, ricavando il proprio armamentario microchirurgico da-
gli aghi da cucito. Quando nel 1940 gli Alleati bombardarono la
città, fuggì nelle campagne piemontesi. Viaggiando su un carro
bestiame trasformato in una normale carrozza ferroviaria, seduta
sul pavimento, lesse un articolo scientifico di Viktor Hamburger,
il quale aveva condotto delle ricerche pionieristiche sullo svilup-
po neuronale negli embrioni di pollo. Decise di ripetere ed

92
RIMODELLARE IL CERVELLO

estendere questi esperimenti, lavorando sul tavolo di una baita


<li montagna con le uova fornite da un allevatore locale. Quando
finiva un esperimento, si mangiava le uova. Nel dopoguerra
Hamburger la invitò a unirsi a lui e ai suoi ricercatori a St. Louis
per lavorare sulle loro scoperte, i cui risultati dicevano che le fi-
bre nervose dei pulcini crescevano più rapidamente in presenza
di tumori provocati dai topi. La Montalcini ipotizzò che il tumo-
1:c probabilmente induceva la secrezione di una sostanza che
promuoveva la crescita dei nervi. Insieme al biochimico Stariley
Cohen isolò la proteina responsabile di questo fenomeno e la
chiamò «fattore di crescita del sistema nervoso» o NGF (nerve
growth /actor). Per questa scoperta la Montalcini e Cohen rice-
vettero il premio Nobel nel 1986.
Il lavoro di Rita Levi Montalcini portò alla scoperta di diversi
fattori di crescita, uno dei quali, il« fattore neurotropico cervello-
derivato », o BDNF (brain-derived neurotropic factor), catturò l' at-
tenzione di Merzenich.
Il BDNF gioca un ruolo fondamentale nel rinforzare i cambia-
menti plastici prodotti nel cervello durante il periodo critico.40
Secondo Merzenich, questo avviene in quattro modi diversi.
Quando svolgiamo un'attività che richiede che alcuni neuroni
specifici si attivino insieme, questi rilasciano il BDNF. Tale fattore
di crescita consolida le connessioni tra i neuroni, così che in fu-
turo si attivino in modo affidabile. Il BDNF promuove pure la cre-
scita della sottile guaina mielinica che avvolge ogni neurone, e
che accelera la trasmissione dei segnali elettrici.
Durante il periodo critico il BDNF attiva il nucleo basale, la re-
gione cerebrale che ci permette di concentrare la nostra attenzio-
ne e che la mantiene per tutta la durata del periodo critico. Una
volta attivato, il nucleo basale ci consente anche di ricordare le
nostre esperienze. Permette la differenziazione delle mappe e fa
sì che i cambiamenti si verifichino senza sforzo. Merzenich mi
spiega: «È come se nel cervello ci fosse un professore che dice:
'Ecco, questo è davvero importante - è ciò che devi sapere per
passare l'esame della vita'». Merzenich chiama il nucleo basale e
il sistema dell'attenzione «sistema modulatorio di controllo del-
la plasticità» - ossia il sistema neurochimico che, una volta atti-
vato, pone il cervello in condizioni di estrema flessibilità.

93
IL CERVELLO INFINITO

La quarta e ultima funzione svolta dal BDNF - una volta con-


cluso il consolidamento delle connessioni principali - è contri-
buire alla chiusura del periodo critico.41 Quando le connessioni
neuronali di base sono state stabilite, è necessaria una maggiore
stabilità e quindi una minore plasticità del sistema. Quando il
BDNF viene rilasciato in quantità sufficiente, questo disattiva il
nucleo basale e conclude l'epoca meravigliosa dell'apprendi-
mento spontaneo. Da questo momento il nucleo basale può esse~
re riattivato solo quando si verifica qualcosa di importante, nuo-
vo o sorprendente, o se ci sforziamo di concentrare la nostra at-
tenzione.

La ricerca di Merzenich sul periodo critico e il BDNF gli ha per-


messo di sviluppare una teoria che spiega come mai così tanti
problemi diversi possono rientrare nello spettro dei sintomi auti-
stici. Nel corso del periodo critico, sostiene Merzenich, alcune
circostanze eccitano in modo eccessivo i neuroni di bambini che
sono geneticamente predisposti all'autismo, portandoli a un rila-
scio prematuro e massiccio di BDNF. Così tutte le connessioni ven-
gono consolidate, e non solo quelle più importanti. Un tale rila-
scio di BDNF fa sì che il periodo critico si concluda troppo pre-
maturamente, «sigillando» tutte queste connessioni: il bambino
viene lasciato con una quantità eccessiva di mappe cerebrali in-
differenziate, ossia con un disturbo pervasivo dello sviluppo. Il
cervello di questi bambini è ipereccitabile e ipersensibile. Quan-
do sentono una certa frequenza, si attiva l'intera corteccia uditi-
va.42 Probabilmente è quanto succedeva a Lauralee, che doveva
coprire le sue orecchie «bioniche» non potendo sopportare la
musica. Altri bambini autistici hanno un tatto ipersensibile e so-
no tormentati dalle etichette dei vestiti che toccano la pelle. La
teoria di Merzenich spiega anche l'elevata frequenza di epilessia
nell'autismo: a causa del rilascio di BDNF, le mappe cerebrali so-
no scarsamente differenziate, e dato che nel cervello è stato
rinforzato in modo indiscriminato un numero così alto di con-
nessioni, quando si attivano anche solo pochi neuroni il cervello
rischia di scoppiare. Ciò chiarisce anche perché i bambini auti-
stici hanno cervelli più grandi: il BDNF accresce la guaina che cir-
conda i neuroni. 43

94
RIMODELLARE IL CERVELLO

Se quindi il rilascio di BDNF contribuiva all'autismo e ai pro-


blemi linguistici, Merzenich doveva capire cosa poteva portare i
neuroni giovani a « sovraeccitarsi » e a rilasciare quantità notevo-
li di BDNF.
Diverse ricerche gli suggerivano la possibilità che un fattore
umbientale contribuisse a tutto ciò. Uno studio inquietante mo-
strava come più i bambini vivevano nelle vicinanze del rumoroso
neroporto di Francoforte, in Germania, più basso era il loro quo-
~dente intellettivo. Uno studio simile, condotto su bambini che
vivevano nei casermoni popolari lungo la Dan Ryan Expressway,
un'arteria stradale trafficatissima di Chicago, trovò la medesima
correlazione tra il livello intellettivo e la vicinanza all'autostrada.
Così Merzenich iniziò a interrogarsi sul ruolo di un nuovo fatto-
re di rischio ambientale che avrebbe potuto interessare chiun-
que, ma con un effetto più dannoso sui bambini predisposti ge-
neticamente: il costante rumore di fondo provocato dalle mac-
chine, talvolta chiamato «rumore bianco». Il rumore bianco è
dato dalla somma di molte frequenze e costituisce uno stimolo
molto potente per la corteccia uditiva.
«I neonati vengono allevati in ambienti che sono sempre più
immersi nel rumore costante» dice Merzenich. Oggi il rumore
bianco è ovunque, proviene dalle ventole degli apparecchi elet-
tronici, dai condizionatori, dal riscaldamento, dai motori delle
macchine. Come influisce questo rumore sullo sviluppo del cer-
vello?
Per verificare la sua ipotesi, l'équipe di Merzenich espose dei
cuccioli di ratto a impulsi di rumore bianco per tutta la durata
del periodo critico, e trovò che la corteccia dei cuccioli era deva-
stata.
«A ogni impulso» spiega Merzenich «viene eccitata tutta la
corteccia uditiva, ogni singolo neurone». Una tale attivazione
neuronale porta a un rilascio abnorme di BDNF. E come il modello
di Merzenich aveva predetto, questa esposizione conduce a un
termine prematuro del periodo critico.44 Agli animali rimanevano
mappe cerebrali indifferenziate e neuroni che si attivavano in mo-
do del tutto indiscriminato in risposta a qualunque frequenza. 45
Merzenich scoprì che i cuccioli di ratto, come i bambini auti-
stici, erano predisposti agli attacchi epilettici che venivano in-

95
IL CERVELLO INFINITO

dotti esponendoli a semplici voci umane. (Nell'uomo, le crisi


epilettiche possono essere scatenate dalle luci stroboscopiche
utilizzate nei concerti rock, che consistono di luce bianca pulsata
formata da numerose frequenze luminose.) Ora Merzenich ave-
va un modello animale di autismo.
Recenti studi di neuroimaging confermano che i bambini auti~
stici elaborano gli stimoli sonori in modo anormale. 46 Merzenich
pensa che l'indifferenziazione della corteccia aiuti a spiegare j
problemi di apprendimento, in particolare perché un bambino
con una corteccia indifferenziata abbia seri problemi a mantene-
re la concentrazione. Quando viene chiesto loro di concentrarsi
su qualcosa, questi bambini sentono delle esplosioni o dei ronzii
- ragione per cui spesso si isolano dal mondo e si costruiscono
una corazza. Merzenich ritiene che questo stesso problema, in
una forma meno grave, possa contribuire ai più comuni disturbi
dell'attenzione.

Ora il problema per Merzenich era: sarebbe stato possibile fare


qualcosa per riportare nella norma le mappe cerebrali indiffe-
renziate dopo il periodo critico? Se Merzenich e la sua équipe
fossero riusciti in questo, avrebbero potuto offrire una speranza
ai bambini autistici.
Innanzitutto utilizzarono il rumore bianco per « dedifferen-
ziare » la mappa uditiva dei ratti. Quindi, una volta prodotta la ,
lesione, normalizzarono e « ridifferenziarono » le mappe ricor-
rendo a suoni molto semplici, uno alla volta. Con l'esercizio, in-
fatti, le mappe vennero riportate al di sopra della norma. 47 «E
questo» dice Merzenich «è esattamente ciò che stiamo cercan-
do di fare con questi bambini autistici». Attualmente Merzeni-
ch sta sviluppando una versione di Fast ForWord pensata per
l'autismo, un perfezionamento del programma che ha aiutato
Lauralee.

E se fosse stato possibile riaprire il periodo critico per la plasti-


cità, in modo che gli adulti potessero imparare le lingue come i
bambini, semplicemente venendovi a contatto? Merzenich aveva
già mostrato che la plasticità si estende nell'età adulta, e che at-
traverso l'esercizio - e con una notevole concentrazione - pos-

96
RIMODELLARE IL CERVELLO

siamo « ricablare » il nostro cervello. Ma ora si chiedeva: è possi-


bile estendere il periodo critico dell'apprendimento spontaneo?
Nel periodo critico l'apprendimento non richiede alcuno
sforzo perché il nucleo basale è sempre attivo. Così Merzenich e
il suo giovane collega Michael Kilgard prepararono un esperi-
mento in cui il nucleo basale di alcuni ratti adulti veniva attivato
Llrtificialmente assegnando loro dei compiti di apprendimento
che avrebbero potuto svolgere senza sforzo e per cui non avreb-
bero ricevuto un premio. 48
Merzenich e Kilgard impiantarono dei microelettrodi nel nu-
cleo basale dei ratti e per attivarlo vi applicarono una corrente
elettrica. Quindi esposero i ratti a un suono della frequenza di 9
I Iz, per verificare se fossero stati in grado di sviluppare sponta-
neamente una mappa cerebrale specifica, proprio come i cuccio-
li durante il periodo critico. Dopo una settimana i due ricercato-
ri scoprirono di poter estendere notevolmente la mappa cerebra-
le per quella particolare frequenza sonora. Avevano trovato un
modo per riaprire artificialmente il periodo critico nel cervello
adulto.
Quindi usarono la stessa tecnica per accelerare il tempo di
elaborazione cerebrale. Di norma i neuroni della corteccia uditi-
va di un ratto adulto possono attivarsi in risposta a un massimo
di dodici impulsi sonori al secondo. Stimolando il nucleo basale,
era possibile «educare» i neuroni a rispondere a input ancora
più rapidi.
Queste ricerche aprono la possibilità di un apprendimento
molto veloce anche in età adulta. Il nucleo basale può essere atti-
vato da un elettrodo, da microiniezioni di sostanze specifiche,
oppure da farmaci. È difficile immaginare che le persone - nel
bene e nel male - non si lasceranno attirare da una tecnologia
che consentirebbe loro di padroneggiare i fatti della scienza, del-
la storia, o una professione in modo relativamente spontaneo,
semplicemente attraverso una breve esposizione. Immaginiamo
degli immigranti in una nazione straniera, capaci di imparare
una nuova lingua, con naturalezza e senza accento, nel giro di
qualche mese. Immaginate come potrebbe trasformarsi la vita
delle persone anziane costrette a lasciare il proprio impiego, se
fossero in grado di imparare un nuovo lavoro con la stessa rapi-

97
IL CERVELLO INFINITO

dità di quando erano ragazzi. Queste tecniche verrebbero senza


dubbio utilizzate nelle scuole superiori e nelle università per so-
stenere gli studi e i competitivi esami d'ammissione. (Molti stu-
denti che non soffrono di un deficit dell'attenzione usano già gli
stimolanti per studiare.) Naturalmente, interventi così aggressivi
potrebbero avere effetti avversi non previsti sul cervello - per
non parlare della nostra capacità di disciplinarne l'uso - ma sa-
rebbero probabilmente pionieristici in casi di gravi problemi
medici, laddove le persone siano disposte ad assumersene i ri-
schi. La riattivazione del nucleo basale potrebbe aiutare i pazien-
ti con lesioni cerebrali, molti dei quali non possono più reimpa-
rare le funzioni compromesse, come leggere, scrivere, parlare o
camminare, poiché non riescono a concentrarsi a sufficienza.

Merzenich ha fondato una nuova società, la Posit Science, che si


occupa di aiutare le persone a preservare la plasticità del cervello
durante l'invecchiamento e ad allungare la vita media della men-
te. Merzenich ha sessantuno anni, e non esita a definirsi vecchio.
«Mi piacciono le persone anziane. Mi sono sempre piaciute.
Probabilmente il mio nonno paterno era il mio preferito, una
delle tre o quattro persone più intelligenti e interessanti che ab-
bia incontrato nel corso della mia vita». Il nonno di Merzenich
lasciò la Germania per raggiungere gli Stati Uniti quando aveva
nove anni, a bordo di uno degli ultimi velieri. Era un architetto e
un imprenditore edile autodidatta. Ha vissuto fino a settantano-
ve anni, in un'epoca in cui l'aspettativa media di vita ·era più
prossima ai quaranta.
«È stato stimato che, quando morirà una persona che oggi ha
sessantacinque anni, l'aspettativa di vita avrà raggiunto quasi i
novant'anni. Be', a ottantacinque anni, c'è il quarantasette per
cento di possibilità di avere il morbo di Alzheimer». Ride. «Così
abbiamo creato questa bizzarra situazione in cui allunghiamo la
vita delle persone a sufficienza perché metà di loro si ammalino
prima di morire. Dobbiamo assolutamente fare qualcosa per la
vita media della mente, per estenderla e adeguarla alla vita media
del corpo».
Merzenich ritiene che l'abbandono di un intenso apprendi-
mento nel corso dell'invecchiamento deteriori i sistemi cerebrali

98
RIMODELLARE IL CERVELLO

d1e modulano, regolano e controllano la plasticità. Per ovviare a


l.utto ciò ha elaborato degli esercizi mentali indirizzati al declino
cognitivo correlato ali' età - il normale declino della memoria,
dcl ragionamento e della velocità di elaborazione.
Il modo in cui Merzenich intende affrontare il declino menta-
le è in contrasto con la neuroscienza tradizionale. Decine di mi-
gliaia di articoli sulle modificazioni fisiche e chimiche che si veri-
ficano nel cervello con l'avanzare dell'età descrivono i processi
che intervengono alla morte dei neuroni. Sul mercato sono di-
sponibili numerosi farmaci, e altri sono in preparazione, dise-
gnati per bloccare questi processi e alzare i livelli di sostanze in
calo nel cervello. D'altra parte, Merzenich ritiene che tali farma-
ci, che rendono miliardi, procurano un miglioramento che dura
solo dai quattro ai sei mesi.
Poi aggiunge: «E c'è qualcosa di profondamente sbagliato in
tutto ciò. Si trascura il ruolo di ciò che serve per mantenere le
normali capacità... È come se le vostre capacità, acquisite dal cer-
vello da giovani, siano destinate a deteriorarsi proprio come il
cervello fisico». L'approccio tradizionale, sostiene Merzenich, si
basa sul misconoscimento di ciò che è necessario per sviluppare
una nuova abilità nel cervello, tanto meno per mantenerla. «Ci si
immagina» spiega «che se si manipolano i livelli del neurotra-
smettitore giusto ... si potrà recuperare la memoria, la conoscen-
za sarà efficace, e torneremo a muoverci come delle gazzelle».
L'approccio tradizionale non tiene conto di ciò che è necessa-
rio per mantenere attiva la memoria. La ragione più importante
della perdita di memoria tipica dell'invecchiamento è che diven-
ta difficile registrare nuovi eventi nel nostro sistema nervoso, poi-
ché la velocità di elaborazione diminuisce, e così pure l'accura-
tezza, l'efficacia e la chiarezza delle nostre percezioni. Se non riu-
sciamo a registrare con chiarezza, non possiamo neppure ricor-
dare bene.
Prendiamo uno dei problemi più comuni dell'invecchiamen-
to, la difficoltà a trovare le parole. Merzenich pensa che questo
problema si verifichi spesso a causa dell'atrofia e del deteriora-
mento progressivo del sistema cerebrale dell'attenzione e del nu-
cleo basale, il cui impiego è necessario perché si verifichino dei
cambiamenti plastici. Questa atrofia porta a rappresentare il lin-

99
IL CERVELLO INFINITO

guaggio parlato con delle «tracce mnemoniche confuse» (juzzy


engrams): la rappresentazione di suoni o parole non è chiara,
poiché i neuroni che decodificano quei segnali confusi non si at·
tivano con la coordinazione e la rapidità necessaria a inviare dei
segnali potenti e puliti. Dal momento che i neuroni del linguag-
gio trasmettono segnali confusi a tutti i neuroni successivi(« se-
gnali confusi in entrata, segnali confusi in uscita»), abbiamo
problemi anche a ricordare, trovare e utilizzare le parole. È una
difficoltà simile a quella che abbiamo già visto nei bambini con
disabilità linguistiche, i quali hanno un «cervello rumoroso».
Quando il nostro cervello è «rumoroso», il segnale di un
nuovo ricordo non può competere con l'attività elettrica cere-
brale di sottofondo, provoca un« problema segnale-rumore».
Merzenich ritiene che il sistema diventi più rumoroso per due
ragioni. In primo luogo perché, come sappiamo, tutto progressi·
vamente si deteriora. Ma« la ragione principale dell'aumento del
rumore è che il cervello non è abbastanza allenato». Il nucleo
basale, che lavora producendo acetilcolina - la quale, come ab-
biamo detto, aiuta il cervello a «sintonizzarsi» e a formare ricor-
di chiari - viene del tutto abbandonato. In un soggetto con una
lieve disabilità cognitiva l'acetilcolina prodotta nel nucleo basale
non è neppure misurabile.
«L'infanzia è un periodo di intenso apprendimento. Ogni
giorno impariamo qualcosa di nuovo. Poi, al nostro primo im-
piego, dobbiamo imparare e acquisire nuove capacità e abilità. E
man mano che procediamo nella vita padroneggiamo sempre
meglio le nostre capacità».
Dal punto di vista psicologico, la mezza età è spesso piacevo-
le, poiché, a meno di imprevisti, può essere un periodo relativa-
mente tranquillo se paragonato a quelli precedenti. Il nostro cor-.
po non subisce più le trasformazioni dell'adolescenza; probabil-
mente abbiamo le idee chiare sulla nostra identità e sulla carriera
da intraprendere. Ci consideriamo ancora attivi, ma abbiamo la
tendenza a illuderci quando pensiamo di imparare come prima.
Raramente ci impegniamo in attività in cui dobbiamo concentra-
re la nostra attenzione come facevamo quando eravamo più gio-,
vani, come imparare una nuova lingua o nuove abilità. Attività
come leggere il giornale, svolgere una professione per molti anni, .

100
RIMODELLARE IL CERVELLO

11urlare la propria lingua sono per larga parte la ripetizione di


,1hilità già acquisite, non apprendimento. Prima di raggiungere i
·;~~ttant'anni, potremmo non aver impiegato pienamente per cin-
quant'anni i sistemi cerebrali che regolano la plasticità.
Ecco perché imparare una lingua in età avanzata è un ottimo
nistema per migliorare e mantenere la memoria in generale. Poi-
d1é richiede un'intensa concentrazione, lo studio di una lingua
nttiva il sistema di controllo della plasticità e lo mantiene in buo-
na forma trattenendo ricordi precisi di ogni genere. Senza dub-
hio Fast ForWord è responsabile di molti miglioramenti nel ra-
gionamento, in parte perché stimola il sistema di controllo della
plasticità mantenendo alti i livelli di acetilcolina e dopamina.
Qualunque attività richieda un alto livello di concentrazione sarà
d'aiuto a quel sistema - imparare nuove attività fisiche che ri-
chiedono concentrazione, risolvere puzzle complicati, cambiare
lavoro e quindi dover padroneggiare una serie di abilità e mate-
l'ie nuove. Lo stesso Merzenich è un sostenitore dell'idea di im-
parare una lingua in età avanzata. «Renderete tutto di nuovo più
chiaro, e questo sarà per voi un grande beneficio».
Lo stesso vale per il movimento. Limitarvi a eseguire i passi di
danza che avete imparato anni fa non aiuterà la vostra corteccia
motoria a rimanere in forma. Per mantenere viva la mente è ne-
cessario imparare qualcosa di veramente nuovo e con grande
concentrazione. Ciò vi permetterà di fissare nuovi ricordi, e il vo-
stro sistema sarà in grado di preservare e accedere facilmente ai
ricordi del passato.
I trentasei scienziati della Posit Science stanno lavorando su
cinque aree che tendono a distruggersi con l'invecchiamento. La
chiave nell'elaborazione degli esercizi è fornire al cervello i giu-
sti stimoli, nel giusto ordine e con la giusta sincronia per guidare
il cambiamento plastico. Una parte della sfida scientifica consi-
ste nel trovare il modo più efficiente per allenare il cervello, in-
dividuando le funzioni mentali che si possano applicare alla vita
reale. 49
Merzenich mi disse: «Tutto ciò che vedi accadere in un cer-
vello giovane, può accadere in un cervello più vecchio». L'unico
requisito è che il soggetto deve ricevere una ricompensa, o una
penalità, sufficiente per mantenere viva l'attenzione nel corso di

101
IL CERVELLO INFINITO

quella che altrimenti potrebbe diventare una noiosa seduta di


esercizi. In questo modo, spiega Merzenich, «i cambiamenti
possono essere rilevanti esattamente come in un neonato».
Posit Science propone esercizi di memoria per le parole e il
linguaggio che prevedono l'utilizzo di Fast ForWord - fra cui
esercizi d'ascolto e videogame pensati per allenare la corteccia
uditiva del cervello adulto. Anziché dare alle persone con pro-
blemi mnemonici degli elenchi di parole da ricordare, come rac-
comandano molti libri di auto-aiuto, questi esercizi ricostruisco-
no la capacità di base del cervello di elaborare i messaggi sonori
attraverso l'ascolto di suoni selezionati e rallentati. Merzenich
non crede che si possa migliorare la memoria chiedendo alle per-
sone ciò che non sono in grado di fare. «È inutile accanirsi con
l'allenamento» dice Merzenich. Questi esercizi portano gli adul-
ti ad ascoltare come non facevano da quando si trovavano nella
culla e cercavano di distinguere la voce della mamma dal rumore
di fondo. Gli esercizi aumentano la velocità di elaborazione e
rendono i segnali di base più forti, chiari e precisi, mentre il cer-
vello viene stimolato a produrre dopamina e acetilcolina.
Varie università stanno valutando gli esercizi per la memoria,
utilizzando dei test standardizzati, e Posit Science ha pubblicato
il suo primo studio di controllo.50 Alcuni adulti di età compresa
tra i sessanta e gli ottantasette anni utilizzarono il programma
per la corteccia uditiva per un'ora al giorno, cinque giorni a setti-
mana, per un periodo da otto a dieci settimane, per un totale da
quaranta a cinquanta ore di esercizi. Prima dell'allenamento, i
soggetti si erano sottoposti a dei test standard, mostrando dei li-
velli di memoria nella norma per la loro età. Dopo gli esercizi, i
punteggi ottenuti ai test rientravano nella fascia d'età tra i qua-
ranta e i sessant'anni. Perciò, molti di loro avevano riportato la
memoria indietro di almeno dieci anni, e in alcuni casi fino a ven-
ticinque anni. Questi miglioramenti si sono mantenuti in un Jol-
low-up a tre mesi. Un'équipe della University of Southern Ca-
lifornia, guidata da William Jagust, eseguì una PET (positron
emt'ssion tomography, tomografia a emissione di positroni) su
persone che si erano sottoposte agli esercizi, prima e dopo il trat-
tamento, e trovò che il loro cervello non mostrava segni di «de-
clino metabolico» - i neuroni diminuiscono progressivamente la

102
RIMODELLARE IL CERVELLO

loro attività - che si osserva tipicamente nelle persone anziane.51


I.o studio inoltre confrontò soggetti di settant'anni che avevano
11sato il programma con soggetti coetanei che avevano trascorso
lu medesima quantità di tempo nella lettura di quotidiani, nell' a-
Hcolto di audiolibri oppure in giochi al computer. Coloro che
non avevano utilizzato il programma mostravano i segni di un
costante declino metabolico nei lobi frontali, a differenza di co-
loro che lo avevano usato. Anzi, questi ultimi mostravano un in-
cremento dell'attività metabolica nel lobo parietale destro e in
un certo numero di altre regioni cerebrali: questo dato si correla-
va con risultati migliori nei test di memoria e d'attenzione. Que-
sti studi mostrano che gli esercizi per il cervello non solo rallen-
tano il declino cognitivo correlato all'età, ma anche che possono
portare a un miglioramento funzionale. Si tenga presente che tali
cambiamenti vennero osservati con appena quaranta o cinquan-
ta ore di esercizi; è probabile che, con più allenamento, si possa
ottenere un cambiamento maggiore.
Merzenich e i suoi collaboratori ritengono di aver spostato in-
dietro l'orologio delle capacità cognitive delle persone, ringiova-
nendo la memoria, migliorando il problem solving e le competen-
ze linguistiche. «Abbiamo guidato le persone ad acquisire delle
abilità tipiche di chi è molto più giovane, di venti o trent'anni.
Un ottantenne, dal punto di vista funzionale, opera come se
avesse cinquanta o sessant'anni». Oggi questi esercizi sono di-
sponibili presso trenta case di riposo e per i privati attraverso il
sito web della Posit Science.
La Posit Science si occupa anche dell'elaborazione visiva. In-
vecchiando la vista peggiora, non solo perché i nostri occhi si in-
deboliscono, ma perché l'elaborazione visiva a livello cerebrale
non funziona più come dovrebbe. Gli anziani si distraggono
molto più facilmente e sono più propensi a perdere il controllo
della loro «concentrazione visiva». Posit Science sta sviluppan-
do degli esercizi al computer per mantenere la concentrazione e
rendere più rapida l'elaborazione visiva attraverso la ricerca di
oggetti sul monitor.
Si tratta di esercizi per i lobi frontali che supportano le« fun-
zioni esecutive», come ad esempio focalizzarsi sugli obiettivi, co-
gliere gli elementi ricorrenti nelle nostre percezioni e prendere

103
IL CERVELLO INFINITO

decisioni. Questi esercizi sono progettati anche per aiutare le ,


persone a classificare gli oggetti, seguire istruzioni complesse e
rinforzare la memoria associativa, la quale permette di conte-
stualizzare persone, luoghi e cose.
Posit Science si sta occupando anche del controllo motorio fi-
ne. Invecchiando, molti di noi rinunciano ad attività come dise-
gnare, lavorare a maglia, suonare uno strumento musicale o lavo-
rare il legno, poiché non riescono più a controllare i movimenti fi-
ni delle mani. Questi esercizi, che sono in corso di realizzazione,
rallenteranno il decadimento delle mappe cerebrali della mano.
Infine, il lavoro della Posit Science si sta concentrando sul
«controllo motorio grossolano», una funzione che si deteriora
con l'invecchiamento, provocando perdita d'equilibrio, tenden-
za a cadere, difficoltà di movimento. A parte l'indebolimento·
dell'apparato vestibolare, questo declino è causato dalla diminu-
zione del feedback sensoriale proveniente dai piedi. Secondo
Merzenich, l'aver indossato le scarpe per decenni limita il feed-
back sensoriale dai piedi verso il cervello. Se camminassimo a
piedi scalzi, il nostro cervello riceverebbe una grande varietà di.
input, come se camminassimo su una superficie irregolare. Le
scarpe sono una piattaforma relativamente piana che disperde
gli stimoli, e le superfici su cui camminiamo sono sempre più ar-
,.:
tificiali e perfettamente lisce. Ciò porta a « dedifferenziare » le ....
mappe cerebrali a cui afferiscono le piante dei piedi, limitando ..
così la guida che il tatto fornisce al controllo dei piedi. Quindi .
iniziamo a usare bastoni, stampelle, deambulatori, oppure ci affi-
diamo agli altri sensi per mantenere l'equilibrio. Ricorrendo a
queste compensazioni anziché esercitare i sistemi cerebrali com-
promessi, non facciamo che accelerarne il declino.
Quando invecchiamo guardiamo i piedi mentre scendiamo le
scale o camminiamo su un terreno leggermente accidentato, per-
ché non riceviamo sufficienti informazioni da essi. Quando Mer-
zenich aiutava sua suocera a scendere le scale della sua villa, la
incoraggiava a smettere di guardare verso il basso e iniziare a
sentire dove camminava, così da mantenere, e sviluppare, la
mappa sensoriale del piede, anziché lasciare che questa si dete-
riorasse.
I.

104
RIMODELLARE IL CERVELLO

I )opo aver passato anni ad ampliare le mappe cerebrali, oggi


Mcrzenich ritiene che vi siano delle circostanze in cui qualcuno
potrebbe volerle ridurre. Sta sviluppando una sorta di « gom-
ma» mentale in grado di eliminare una mappa cerebrale proble-
matica. Questa tecnica potrebbe essere molto efficace con perso-
11c che presentano dei flashback post-traumatici, pensieri ossessi-
vi ricorrenti, fobie o associazioni mentali problematiche. Natu-
rnlmente, il potenziale d'abuso di una tecnica simile è terribile.
Merzenich non smette di sfidare l'idea secondo cui il nostro
cervello è immutabile fin dalla nascita. Dal suo punto di vista, il
cervello è strutturato dalla sua interazione costante con il mon-
do, e non sono solo le aree cerebrali maggiormente esposte al
mondo esterno, come i nostri sensi, a essere plasmate dall' espe-
rienza. Il cambiamento plastico riguarda anche le zone più
profonde del cervello e arriva a modellare perfino i geni - un ar-
gomento su cui torneremo.

La villa in stile mediterraneo dove Merzenich trascorre molto del


suo tempo è immersa fra le colline. Passeggiamo nella vigna che
ha piantato da poco. La sera parliamo dei suoi studi filosofici di
gioventù, mentre quattro generazioni della sua vivace famiglia si
stuzzicano a vicenda, scoppiando a ridere di tanto in tanto. Sul
divano è seduta l'ultima nipotina, che ha al?pena qualche mese
ed è nel pieno di numerosi periodi critici. E attenta a tutto ciò
che accade, ed è una gioia per chi le sta intorno. Se qualcuno le
fa un verso, lei ascolta, eccitata. Se qualcuno le solletica i piedini,
lei è tutta concentrata. Mentre si guarda in giro per la stanza, non
si fa sfuggire nulla.

105
4. Acquisire gusti e passioni
Cosa può insegnarci la neuroplasticità a proposito
del!'attrazione sessuale e del!'amore

A. era un giovane uomo, single, attraente, che venne da me per·


ché si sentiva depresso. Si era appena innamor~to di una bella
donna, già fidanzata, che lo incoraggiava ad abusare di lei. La
donna aveva provato a coinvolgerlo nelle sue fantasie sessuali: lei
si vestiva come una prostituta, lui avrebbe dovuto essere il suo
«protettore» e trattarla con violenza. Quando iniziò a provare il
desiderio inquietante di soddisfarla, A. si sentì sconvolto, lasciò
la donna e decise di curarsi. Aveva una storia di relazioni con
donne fidanzate o sposate e fuori controllo dal punto di vista
emozionale, esigenti, possessive, oppure terribilmente crudeli.
D'altra parte erano queste le donne che lo attiravano. Le ragazze
«perbene», intelligenti, dolci, lo annoiavano, ed era portato a
credere che qualunque donna si fosse innamorata di lui con te-
nerezza o semplicità era imperfetta.
Nel corso di tutta l'infanzia del figlio, la madre era stata un' al-
colizzata grave, spesso bisognosa, seducente, emotivamente in-
stabile e incline a esplosioni di violenza. A. ricordava sua madre
sbattere la testa della sorella contro il calorifero e bruciare le dita
del fratellastro come punizione per aver giocato con i fiammiferi.
La donna spesso era depressa e minacciava di suicidarsi, e il ruo-
lo di A. era quello di stare all'erta, calmarla e impedirle di ucci-
dersi. La sua relazione con lei aveva anche un carattere spiccata-
mente sessuale. La madre indossava camicie da notte trasparenti

106
ACQUISIRE GUSTI E PASSIONI

e parlava al figlio come se fosse un suo amante. Ad A. sembrava


di ricordare un episodio di quando era bambino: la madre lo in-
vitava nel suo letto, e lui metteva un piede nella sua vagina men-
tre lei si masturbava. A. provò un furtivo senso di eccitazione al
ricordo di quella scena. Nelle rare occasioni in cui suo padre, il
quale aveva lasciato la moglie, era a casa, A. ricorda se stesso co-
me «perennemente col fiato corto», che tentava di interrompere
le discussioni dei genitori, i quali alla fine divorziarono.
Passò gran parte della sua infanzia a reprimere la propria rab-
bia nei confronti di entrambi i genitori, e spesso si sentì come un
vulcano sul punto di esplodere. Le relazioni intime gli sembrava-
no delle forme di violenza, in cui le altre persone minacciavano
di distruggerlo emotivamente, e nel corso dell'infanzia avrebbe
maturato un'attrazione erotica per le donne, e per quelle soltan-
to, che promettevano proprio comportamenti di quel genere.

Gli esseri umani esibiscono un grado straordinario di flessibilità


sessuale rispetto agli altri animali. Siamo diversi per ciò che ci
piace fare con il partner durante un rapporto sessuale, per i pun-
ti del nostro corpo in cui proviamo piacere ed eccitazione, ma
soprattutto per chi o che cosa costituisce l'oggetto della nostra
attrazione. Le persone spesso dicono di trovare attraente, o « ec-
citante», un «tipo» particolare, e questi tipi variano moltissimo
da un individuo all'altro.
Per alcuni, i tipi cambiano nel tempo e in base alle esperienze.
Un maschio omosessuale aveva diverse relazioni con uomini ap-
partenenti a una razza o gruppo etnico, in seguito con individui
di un'altra etnia, e in ciascun periodo provava attrazione solo per
gli uomini appartenenti al gruppo che in quel momento lo ecci-
tava. Dopo un certo periodo, non si sentiva più attratto dagli uo-
mini del gruppo precedente. Aveva acquisito in rapida successio-
ne un gusto per questi «tipi» e sembrava innamorarsi più della
categoria o del tipo (ad esempio, «asiatici» o «afroamericani»)
che degli individui. La plasticità nelle preferenze sessuali di que-
st'uomo rappresentano un caso limite di una verità generale, os-
sia che la libido umana non è un impulso «cablato» o biologica-
mente invariabile, ma può essere curiosamente variabile, facil-
mente alterabile dalla nostra psicologia e dalla storia delle nostre

107
IL CERVELLO INFINITO

relazioni sessuali. La libido può essere anche molto raffinata.


Molta letteratura scientifica suggerisce il contrario, e dipinge l'i·
stinto sessuale come un imperativo biologico, un impulso anima-
lesco mai soddisfatto - un ingordo, non un buongustaio. Gli es·
seri umani, invece, sono più simili a dei gourmet, provano attta-
zione per i tipi e hanno delle spiccate preferenze; il riferimento a
un« tipo» ci porta a rimandare la soddisfazione dell'impulso fin-
ché non abbiamo trovato quello che stiamo cercando, poiché
l'attrazione per un tipo è restrittiva: chi «preferisce le bionde»
potrebbe implicitamente scartare le more e le rosse.
A volte anche le preferenze sessuali possono cambiare. 1 Mal-
grado alcuni scienziati sottolineino sempre di più la base innata
delle nostre tendenze sessuali, è anche vero che alcune persone
sono eterosessuali per una parte della loro vita - senza una storia
di bisessualità - e in seguito sviluppano un'attrazione omoses-
suale e viceversa.
La plasticità sessuale sembra aver raggiunto i suoi massimi li-
velli in quei soggetti che hanno avuto molti partner diversi, im-
parando così a adattarsi a ogni nuovo amante. D'altra parte, pen-
sate alla plasticità necessaria in un'anziana coppia sposata con
una vita sessuale soddisfacente. A vent'anni, quando si sono co-
nosciuti, erano molto diversi rispetto a quarant'anni dopo, eppu-
re il loro desiderio si è adattato, e continuano a provare attrazio-
ne reciproca.
Ma la plasticità sessuale va anche oltre. I feticisti desiderano
oggetti inanimati. Un feticista maschio può essere eccitato più da
una scarpa col tacco alto e guarnizioni di pelliccia, o da un capo
di biancheria femminile, che da una donna in carne e ossa. Sin
dall'antichità alcuni uomini nelle aree rurali avevano rapporti
sessuali con animali. C'è poi chi sembra essere attratto non tanto
da altre persone quanto da complessi copioni sessuali, in cui i
partner interpretano dei ruoli e praticano varie forme di perver-
sione, combinando sadismo, masochismo, voyeurismo ed esibi-
zionismo. Quando queste persone pubblicano degli annunci
personali, ciò che cercano in un amante spesso suona più come
un'offerta di lavoro che come la descrizione di una persona che
vorrebbero incontrare.
Dato che la sessualità è un istinto, e che l'istinto viene definito

108
ACQUISIRE GUSTI E PASSIONI

tradizionalmente come un comportamento ereditario peculiare


delle specie animali, con minime variazioni da un individuo al-
l'altro, la varietà dei nostri gusti sessuali è una caratteristica dav-
vero curiosa. Generalmente gli istinti resistono al cambiamento e
Ni ritiene che abbiano uno scopo chiaro, immodificabile e cabla-
i.o, come la sopravvivenza. D'altra parte l' «istinto» sessuale del-
!' uomo sembra essersi liberato del suo obiettivo centrale, ossia la
l.'iproduzione, e mostra una varietà sbalorditiva come non accade
in nessun'altra specie animale in cui l'impulso sessuale sembra
funzionare in modo automatico e del tutto istintivo.2
Nessun altro istinto può essere soddisfatto senza il raggiungi-
mento del suo fine biologico, e nessun altro istinto è così slegato
dal suo scopo. Gli antropologi hanno mostrato che per un lungo
periodo l'umanità non ha saputo che i rapporti sessuali fossero
necessari per la riproduzione. I nostri antenati dovettero impara-
re questo «fatto della vita», così come i bambini devono impa-
rarlo oggi. La separazione dal suo scopo primario è forse l'indi-
zio più significativo della plasticità sessuale.

Anche l'amore è notevolmente flessibile, e la sua espressione è


cambiata nel corso della storia. Nonostante si parli dell'amore
romantico come del più naturale dei sentimenti, nella realtà il
fatto che in età adulta le nostre speranze di intimità, tenerezza e
piacere si concentrino su un'unica persona« finché morte non ci
separi» non è comune a tutte le società, e solo di recente si è am-
piamente diffusa nella nostra. Per millenni la maggior parte dei
matrimoni sono stati combinati dalle famiglie per motivi pratici.
Certo, nella Bibbia troviamo storie indimenticabili di amore ro-
mantico legato al matrimonio, come nel Cantico dei cantid, op-
pure di amori contrastati nella poesia dei trovatori medievali e,
più tardi, in Shakespeare. Ma l'amore romantico inizia a essere
accettato socialmente dall'aristocrazia e nelle corti europee solo
nel XII secolo - in origine tra un uomo e una donna sposata,
adultero o non consumato, di solito con una fine tragica. Solo
con la diffusione degli ideali di democrazia e individualismo
avrebbe preso piede, e sarebbe stata considerata come del tutto
naturale e inalienabile, l'idea che gli amanti dovessero essere li-
beri di scegliere la propria sposa o il proprio sposo.

109
IL CERVELLO INFINITO

È ragionevole chiedersi se la plasticità sessuale è in relazione con


la neuroplasticità. La ricerca ha mostrato che la neuroplasticità
non è confinata in alcuni distretti cerebrali, né nelle aree senso-
riali, motorie e cognitive che abbiamo già esplorato. L'ipotala-
mo, ossia la struttura cerebrale che regola i comportamenti istin-
tivi, fra cui il sesso, è plastico, così come l'amigdala, la struttura
che elabora le emozioni e l' ansia.3 Mentre alcune zone del cervel-
lo, come la corteccia, hanno un potenziale plastico maggiore per
la presenza più massiccia di neuroni e connessioni alterabili, an-
che le regioni non corticali mostrano una certa plasticità. Si trat-
ta di una proprietà di tutto il tessuto cerebrale. La plasticità è
presente anche nell'ippocampo (l'area che converte i ricordi a
breve termine in ricordi a lungo termine) 4 così come nelle regio-
ni che controllano il respiro, 5 l'elaborazione delle sensazioni pri-
mitive6 e del dolore.7 La neuroplasticità riguarda anche il midol-
lo spinale, come hanno mostrato gli scienziati;8 l'attore Chri-
stopher Reeve, che aveva subito una grave lesione al midollo spi-
nale, dimostrò, finché fu in grado di farlo, come la plasticità, at·
traverso un esercizio instancabile, potesse portare al recupero di
una certa sensibilità e della mobilità anche sette anni dopo l'inci-
dente.
Merzenich spiega così questo fatto: «Non è possibile isolare
la plasticità... è assolutamente impossibile». I suoi esperimenti
hanno mostrato che se un sistema cerebrale va incontro a un mu-
tamento, anche i sistemi connessi si modificano. 9 Le medesime
«leggi della plasticità» - use it or lose it, «usalo o lo perderai»,
oppure «i neuroni che si attivano insieme si legano fra loro» - si
applicano in tutto il cervello. Se non fosse così, aree distinte del
cervello non potrebbero funzionare insieme.
Ci chiediamo ora: le stesse leggi che valgono per le mappe ce-
rebrali della corteccia sensoriale, motoria e del linguaggio valgo-
no pure per mappe più complesse, come quelle che rappresenta-
no le nostre relazioni, sessuali o di altro tipo? Merzenich ha mo-
strato anche che le mappe cerebrali complesse sono governate
dai medesimi principi di plasticità delle mappe più semplici.
Animali esposti a un unico suono svilupperanno una specifica
mappa cerebrale per elaborare quel suono. Animali esposti a
uno schema più complesso, come una melodia composta da sei

110
ACQUISIRE GUSTI E PASSIONI

'illoni, non si limiteranno a collegare fra loro sei mappe differen-


1i, ma svilupperanno una regione che decodifica l'intera melodia.
t)ueste mappe «melodiche» più complesse obbediscono agli
~;tessi principi plastici delle mappe relative a un singolo suono. 10

(<Le pulsioni sessuali» scrisse Freud «ci colpiscono per la loro


plasticità, per la capacità di mutare le proprie mete ». 11 Freud
non fu il primo a sostenere che la sessualità fosse plastica - Pla-
tone, nel suo dialogo sull'amore, il Simposio, affermava che l'E-
ros assumeva forme diverse 12 - ma fu Freud a porre le basi per
una comprensione neuroscientifica della plasticità sessuale e
omorosa.
Uno dei contributi più importanti di Freud fu la scoperta dei
periodi critici per la plasticità sessuale. Egli sosteneva che la ca-
pacità dell'adulto di intrattenere rapporti intimi e sessuali si arti-
cola in varie fasi, a partire dal primo appassionato attaccamento
del neonato ai suoi genitori. Freud capì dai suoi pazienti, e dal-
l'osservazione dei bambini, che la prima infanzia, e non la pu-
bertà, è il primo periodo critico per la sessualità e i rapporti inti-
mi, e che i bambini sono in grado di provare dei sentimenti e del-
le passioni « protosessuali » - infatuazioni, sentimenti d'amore,
in alcuni casi perfino eccitazione sessuale, come nel caso del mio
paziente A. Freud scoprì che l'abuso sessuale sui bambini è dan-
noso poiché influenza il periodo critico della sessualità durante
l'infanzia, dando forma alle nostre idee e tendenze sessuali futu-
re. I bambini sono dipendenti e sviluppano tipicamente un in-
tenso attaccamento verso i genitori. Se un genitore è gentile, af-
fettuoso e affidabile, molto probabilmente in futuro il bambino
svilupperà un'inclinazione per quel genere di relazione; se invece
il genitore si disinteressa del figlio, è freddo, distante, problema-
tico, ostile, ambiguo oppure inaffidabile, una volta diventato
adulto il bambino potrebbe trovare un compagno o una compa-
gna con tendenze simili. Ci sono delle eccezioni, ma oggi molte
ricerche confermano l'intuizione di fondo di Freud secondo cui i
modelli relazionali e affettivi, se problematici, possono essere
«cablati» nel cervello durante l'infanzia e riproposti in età adul-
ta.13 Molti aspetti del copione sessuale che A. interpretava quan-
do si rivolse a me la prima volta consistevano nella ripetizione

111
IL CERVELLO INFINITO

della sua drammatica situazione infantile, lievemente maschera-


ta: pensiamo ad esempio alla sua attrazione per donne emotiva-
mente instabili e il coinvolgimento in relazioni clandestine e al di
là dei limiti normali della sessualità, in cui si mescolavano ostilità
ed eccitazione sessuale, correndo il pericolo che il partner« uffi-
ciale» tradito li scoprisse.
Mentre Freud iniziava a scrivere di sesso e amore, alcuni em-
briologi formularono la nozione di periodo critico osservando
che il sistema nervoso dell'embrione si sviluppa lungo una serie
di fasi, e che se tali fasi vengono disturbate, lanimale o la perso-
na ne subiranno le conseguenze, spesso catastrofiche, per tutta la
vita. 14 Anche se Freud non utilizzò lespressione «periodo criti-
co», ciò che disse a proposito delle prime fasi dello sviluppo ses-
suale corrisponde alle nostre conoscenze attuali in proposito. I
periodi critici sono brevi finestre temporali durante le quali nuo-
vi sistemi e mappe cerebrali si sviluppano grazie agli stimoli pro-
venienti dalle altre persone nel proprio ambiente. 15

Tracce di sentimenti infantili nell'amore e nella sessualità in età


adulta sono identificabili nei comportamenti quotidiani. Nella
nostra cultura, durante i preliminari amorosi, o quando esprimo-
no il loro affetto più profondo, gli adulti usano parole molto te"
nere, come «piccolo/ a» o «dolcezza», oppure le stesse espres-
sioni affettuose che la madre adottava con loro quando erano
bambini, come «tesoro», termini che evocano i primissimi mesi
di vita, quando la madre esprimeva il suo amore nutrendo il pro-
prio bambino, coccolandolo, parlandogli con dolcezza, pren-
dendosi cura di lui- ciò che Freud chiamava« fase orale», il pri-
mo periodo critico della sessualità, lessenza di ciò che viene
espresso da termini come «allevare» e «nutrire». Il bambino
sente di essere una cosa sola con la madre, e la sua fiducia negli
altri si sviluppa se viene sostenuto e allevato con cibi ricchi di
zucchero e latte. Essere amato, ricevere il cibo e le cure della ma-
dre vengono associati mentalmente e connessi fra loro nel cervel-
lo durante l'esperienza formativa neonatale.
Quando gli adulti parlano in modo infantile e si scambiano
parole come «dolcezza» o «tesoro», dando alla conversazione
un« sapore orale», secondo Freud stanno« regredendo» da sta-

112
ACQUISIRE GUSTI E PASSIONI

li mentali di relazione tipici della maturità alle prime fasi della vi-
lu. In termini di plasticità, ritengo che tale regressione implichi
lo «smascheramento» di percorsi neuronali ancestrali i quali su-
scitano le associazioni di quella fase infantile. La regressione può
essere piacevole e innocua, come nel caso dei preliminari sessuali
fra adulti, ma può anche rivelarsi problematica, come quando
vengono smascherati dei percorsi infantili aggressivi e un adulto
reagisce con un'esplosione d'ira. 16
Anche il linguaggio osceno mostra tracce di fasi sessuali in-
fantili. Dopotutto, perché si dovrebbe pensare al sesso come a
qualcosa di« sporco»? Questo atteggiamento riflette una visione
infantile del sesso che si ricollega a una fase in cui il bambino
prende coscienza dell'igiene personale, della minzione e della
defecazione, ed è sorpreso quando scopre che i genitali, che so-
no coinvolti nella minzione e sono così vicini all'ano, sono coin-
volti anche nel sesso, e che mamma permette a papà di inserire il
suo organo «sporco» in un'apertura molto vicina al suo sedere.
Generalmente gli adulti non sono preoccupati da tutto ciò, poi-
ché loro stessi, quando erano adolescenti, sono passati attraverso
un altro periodo critico di plasticità sessuale in cui il cervello si è
nuovamente riorganizzato, in modo che il piacere del sesso di-
ventasse abbastanza intenso per prevalere su qualunque forma
di disgusto.
Freud mostrò che molti misteri sessuali potevano essere com-
presi come fissazioni nel periodo critico. Dopo Freud, non ci
sorprendiamo più quando una ragazza, abbandonata dal padre
quand'era bambina, va alla ricerca di uomini molto più vecchi di
lei e che potrebbero essere suo padre; o che persone cresciute da
madri gelide e autoritarie spesso cerchino persone simili come
partner, talvolta assumendo esse stesse un atteggiamento molto
freddo, poiché, non avendo mai vissuto un rapporto empatico
durante il periodo critico, un'intera regione del loro cervello non
si è sviluppata adeguatamente. Inoltre, molte perversioni posso-
no essere spiegate in termini di plasticità e di conflitti infantili ir-
risolti. Ma il punto principale è che durante i periodi critici pos-
siamo acquisire gusti e inclinazioni sessuali e amorose che vengo-
no «cablate» nel cervello e possono avere un profondo influsso
per il resto della nostra vita. E il fatto che possiamo acquisire gu-

113
IL CERVELLO INFINITO

sti sessuali differenti contribuisce all'enorme variabilità sessuale


che si riscontra da un individuo all'altro.

L'idea che un periodo critico contribuisca a formare il desiderio


sessuale negli adulti contraddice la tesi attualmente in voga se-
condo cui il nostro comune retroterra biologico avrebbe un in-
flusso maggiore su ciò che ci attrae della nostra storia personale.
Certe persone - top model e star del cinema, ad esempio -vengo-
no da tutti considerate come affascinanti o sexy. Una certa cor-
rente della biologia ci insegna che queste persone sono attraenti
perché esibiscono i segnali biologici della pienezza fisica, che
promettono fertilità e forza: una carnagione chiara e una confor-
mazione simmetrica significano che un potenziale compagno
non è affetto da malattie; l'ampiezza dei fianchi è il segno della-
fertilità di una donna; i muscoli di un uomo fanno ritenere che
sarà in grado di proteggere una donna e la sua prole.
Ma questa è una semplificazione di ciò che la biologia insegna
realmente. Non tutti si innamorano di un corpo, e se una donna
dice: «Quando ho sentito per la prima volta quella voce, sapevo
che era l'uomo per me», la musicalità nella voce probabilmente
si riferisce di più all'animo di un uomo che al suo corpo esterio-
re. Inoltre i gusti sessuali sono cambiati nel corso dei secoli. Le
bellezze ritratte da Rubens sono troppo generose secondo gli
standard attuali, e nel corso dei decenni le statistiche demografi-
che del «paginone centrale» di Playboy e delle top model sono
passate dal tipo conturbante a quello androgino. I gusti sessuali
sono chiaramente influenzati dalla cultura e dall'esperienza e so-
no spesso acquisiti e poi «cablati» nel cervello.
I «gusti acquisiti» sono per definizione appresi, a differenza
dei« gusti» in sé, che invece sono innati. Un bambino non ha bi-
sogno di acquisire il gusto per il latte, l'acqua o i dolci; si tratta di
oggetti percepiti immediatamente come piacevoli. L'esperienza
iniziale dei gusti acquisiti è di indifferenza o awersione, e che
più tardi diventa piacevole -1' odore del formaggio, gli amari ita-
liani, i vini secchi, il caffè, il paté, l'odore di urina del rognone.
Molte prelibatezze che siamo disposti a pagare a caro prezzo, e
per le quali dobbiamo «sviluppare il gusto», sono proprio i cibi
che ci disgustavano da bambini.

114
ACQUISIRE GUSTI E PASSIONI

In epoca elisabettiana gli amanti erano così rapiti dai rispettivi


odori corporei che era normale per una donna tenere una mela
1ibucciata sotto l'ascella finché non avesse assorbito il suo sudore
e odore. Avrebbe poi regalato questa «mela d'amore» al suo
t1mante, affinché questi la annusasse in sua assenza. ·Noi, al con-
trario, oggi usiamo delle fragranze sintetiche di frutta e fiori per
mascherare l'odore del corpo di fronte ai nostri amanti. Non è
facile stabilire quale di questi due approcci sia acquisito e quale
naturale. Una sostanza per noi «naturalmente» ripugnante co-
me l'urina di mucca viene utilizzata dalle tribù masai dell'Africa
orientale come una lozione per i capelli- una diretta conseguen-
za di quanto la mucca sia importante nella cultura di quel po-
polo. Molti gusti che riteniamo «naturali» sono invece acquisiti
1-ramite l'apprendimento e diventano per noi come una «secon-
da natura». Non siamo in grado di distinguere la nostra« seconda
natura » dalla «natura originaria », poiché il nostro cervello pla-
stico, una volta« ricablato », sviluppa una nuova natura, in tutto
e per tutto biologica come quella originaria.

L'enorme diffusione della pornografia mostra chiaramente come


si possano acquisire i gusti sessuali. La pornografia, grazie alle
connessioni Internet ad alta velocità, soddisfa ciascuno dei pre-
requisiti per il cambiamento neuroplastico. 17
A prima vista la pornografia sembra avere a che fare con qual-
cosa di puramente istintivo: immagini sessualmente esplicite sti-
molano risposte istintive che sono il prodotto di un'evoluzione
durata milioni di anni. Ma se fosse così, la pornografia non cam-
bierebbe mai. Saremmo eccitati dagli stessi stimoli, le stesse parti
del corpo, le stesse proporzioni che eccitavano i nostri antenati.
Questo è ciò che i produttori di materiale pornografico vorreb-
bero farci credere, visto che dichiarano di combattere la repres-
sione sessuale, i tabù e la paura, e che il loro obiettivo è liberare
gli istinti sessuali naturali e finora frustrati.
Di fatto, però, il contenuto della pornografia è un fenomeno
dinamico che illustra alla perfezione la processualità nell'acquisi-
zione dei gusti. Trent'anni fa con pornografia hardcore si inten-
deva normalmente la rappresentazione esplicita di rapporti ses-
suali tra partner eccitati e che mostravano i loro genitali. Il termi-

115
IL CERVELLO INFINITO

ne so/tcore si riferiva a immagini soprattutto di donne, a letto o


mentre si lavavano, oppure in ambientazioni più o meno roman-
tiche, mostrando i seni e più o meno svestite.
Oggi l' hardcore si è evoluto ed è sempre più dominato da te-
matiche sadomasochiste di sesso forzato, eiaculazioni sul volto
delle donne e rapporti anali violenti, con sceneggiature che me-
scolano il sesso all'odio e all'umiliazione. Oggi la pornografia
hardcore esplora il mondo della perversione, mentre il so/tcore è
ciò che l' hardcore era fino a qualche decennio fa, ossia rapporti
sessuali espliciti tra adulti, oggi disponibili sulle TV via cavo. Le
itnmagini relativamente banali del so/tcore di qualche anno fa -
ossia di donne più o meno svestite - oggi fanno bella mostra di sé
a qualunque ora del giorno e della notte sui principali media,
nella « pornificazione » di ogni cosa, fra cui la televisione, i video~
clip musicali, le soap opera, la pubblicità e così via.
La crescita della pornografia è stata straordinaria; oggi incide
per il venticinque per cento del mercato dell' homevideo ed è il
quarto motivo più comune per cui le persone navigano in Inter-
net. Un'indagine condotta nel 2001 dalla MSBNC.com rilevò che
l'ottanta per cento degli utenti di siti pornografici avevano l'im-
pressione di trascorrere così tanto tempo su tali siti da mettere in
pericolo la loro vita relazionale o professionale. Oggi, non essen-'
do più nascosta, l'influenza della pornografia so/tcore è molto
profonda: esercita il suo influsso sui ragazzi con scarsa esperienza
sessuale e cervelli particolarmente plastici, che stanno vivendo il
processo di formazione dei loro desideri e gusti sessuali. D'altro
canto l'influenza plastica della pornografia può essere profonda
anche sugli adulti, e coloro che ne fanno uso non si rendono con-
to di quanto i loro cervelli vengano riplasmati.

Tra il 1995 e il 2000, quando Internet stava crescendo rapida-


mente e la pornografia stava esplodendo sulla rete, trattai o visi-
tai diversi uomini che essenzialmente avevano vissuto il medesi-
mo problema. Tutti avevano acquisito un'inclinazione per un
certo tipo di pornografia che, a vari livelli, li turbava o perfino li
disgustava: aveva un effetto disturbante sulla loro modalità di ec-
citazione sessuale, e alla fine si ripercuoteva negativamente sulla
vita relazionale e sulla potenza sessuale.

116
ACQUISIRE GUSTI E PASSIONI

Nessuno fra questi uomini era fondamentalmente immaturo,


1mcialmente problematico o estraniato dal mondo da un'enorme
quantità di materiale pornografico, surrogato delle relazioni con
donne reali. Si trattava di uomini piacevoli, generalmente razio-
nali, coinvolti in matrimoni o relazioni ragionevolmente ben av-
viate.
Tipicamente, durante il trattamento per qualche altro proble-
ma, uno di questi uomini riferì, come se stesse facendo semplice-
mente una digressione e mostrando un certo disagio, di trascor-
1·ere sempre più tempo su Internet cercando materiale pornogra-
fico e masturbandosi. Aveva provato ad attenuare il proprio im-
barazzo sostenendo che lo facevano tutti. Certe volte iniziava a
visitare un sito come quello di Playboy, oppure quando qualcu-
no gli inviava per scherzo la foto di una donna nuda o un video.
Altre volte visitava un sito innocuo, ma con un banner allusivo
che lo indirizzava ad altri siti scabrosi, cadendo così nella trap-
pola della dipendenza.

Diversi tra questi uomini riferirono un altro aspetto che colpì la


mia attenzione, ossia una crescente difficoltà nel provare eccita-
zione per i propri partner sessuali, mogli o fidanzate, pur consi-
derandole ancora obiettivamente attraenti. Quando chiesi loro
se questo fenomeno avesse una qualche relazione con la visione
di materiale pornografico, la loro risposta fu che inizialmente la
pornografi.a li aiutava a eccitarsi di più durante il sesso, ma che a
lungo andare aveva provocato l'effetto opposto. Ora, anziché
usare i loro sensi per provare piacere a letto, per fare l'amore con
il partner dovevano immaginare di trovarsi in un film porno. Al-
cuni provarono con tatto a convincere la compagna a compor-
tarsi come una pornostar, e divennero sempre più interessati a
«scopare» invece di «fare l'amore». Le loro fantasie sessuali
erano sempre più dominate da scenari che avevano, diciamo co-
sì, « scaricato » nel loro cervello, e questi copioni inediti erano
spesso più primitivi e violenti delle loro fantasie precedenti. Eb-
bi l'impressione che in questi uomini la creatività sessuale fosse
morta, e che stessero sviluppando una dipendenza dalla porno-
grafi.a in rete.
I fenomeni che ho osservato non sono limitati ad alcuni sog-

117
Il. CERVELLO INFINITO ,

getti in terapia. Si tratta di un cambiamento di portata sociale,·


Mentre normalmente è difficile ottenere informazioni sui costU•'
mi sessuali privati, ciò non avviene con la pornografia, poiché la
sua diffusione è sempre più pubblica. Questo slittamento coincl•
de con il passaggio del termine« pornografia» a quello più disin·
volto di «porno». Per il suo libro sulla vita nei campus americR·
ni, Io sono Charlotte Simmons, Tom Wolfe trascorse diversi anni
osservando gli studenti universitari. Nel libro un ragazzo, lvy Pc·
ters, entra in un dormitorio maschile e dice: «'Qualcuno ha un
film pomo?'»
Wolfe prosegue: «Non era una richiesta strana. I ragazzi rac·
contavano senza problemi di masturbarsi almeno una volta al
giorno, come se fosse un modo per mantenersi in forma dal pun·
to di vista psicosessuale». Uno dei ragazzi dice ad lvy Peteri;:
«'Prova al terzo piano. Ne hanno di giornali da tenere con una
mano sola'». Ma Peters risponde:« 'Ormai i giornali non mi fan-
no più niente [. .. ] voglio dei video'». Un altro ragazzo dice:
«'l.P., datti una calmata, sono le dieci. Tra un'ora arrivano le
succhiacazzi per passare qui la notte [. .. ] E tu vuoi guardarti dei
video porno e farti una sega?'» Allora lvy «alzò le spalle e agitò
le mani come per dire: 'Voglio roba porno. E allora?' » 1s
Il problema più grave è la tolleranza di lvy. Questi riconosce
di essere come un tossicodipendente su cui le immagini che pri-
ma lo eccitavano non fanno più lo stesso effetto. E il pericolo è
che tale assuefazione si ripercuota sulle sue relazioni, come era
accaduto ai miei pazienti, portandolo a problemi di impotenza e
a nuove, talvolta sgradite, inclinazioni. Quando i produttori di
pornografia si vantano di spingersi oltre i limiti introducendo te·
matiche nuove, più forti, non dicono di essere costretti a farlo
poiché i loro acquirenti stanno sviluppando una tolleranza ai
contenuti. L'ultima pagina delle riviste per soli uomini, così co-
me i siti pornografici, sono pieni di pubblicità di farmaci simili al
Viagra - un farmaco sviluppato per i maschi anziani con proble-
mi erettili correlati all'invecchiamento e a disturbi vascolari al
pene. Oggi i ragazzi che navigano in Internet alla ricerca di siti
porno sono letteralmente terrorizzati dall'impotenza, o dalla
« disfunzione erettile», come viene chiamata eufemisticamente.
Il termine è fuorviante perché suggerisce che questi uomini ab-

118
ACQUISIRE GUSTI E PASSIONI

I11.1110 un problema al pene, quando invece il problema è nella 10-


111 lesta, nelle loro mappe cerebrali sessuali. Il pene funziona be-
111• quando ricorrono alla pornografia. Raramente viene loro in
1111•nte che possa esserci una relazione tra la pornografia di cui
l.111110 uso e l'impotenza. (Va detto che alcuni uomini chiamano,
111 modo molto efficace, le ore passate a visitare i siti pomo «ma-
•·t llt'bazione cerebrale».)
Uno dei personaggi del romanzo di Wolfe descrive le ragazze
1 hc stanno per raggiungere i loro fidanzati per fare sesso come

•ldle « succhiacazzi ». Anche questo ragazzo è influenzato dalle


munagini pornografiche, poiché le « succhiacazzi », come molte
1 lonne nei film pornografici, non sono altro che soggetti passivi,

""Aazze disponibili e vogliose, e perciò sottomesse.

I ,u dipendenza dalla pornografia su Internet non è una metafora.


I ,e dipendenze non riguardano solo le droghe o l'alcol, ma anche
ìl gioco d'azzardo, e perfino iljogging. Chiunque sia affetto da
11na dipendenza mostra una perdita del controllo su un'attività,
perseguendola compulsivamente nonostante le conseguenze ne-
native, sviluppando una tolleranza tale da awertire il bisogno di
«dosi» sempre maggiori di stimoli per soddisfare l'impulso e an-
dando incontro a delle crisi d'astinenza se viene a mancare la
possibilità di consumare l'atto che dà assuefazione.
Ogni forma di dipendenza implica un cambiamento neuro-
plastico a lungo termine, talvolta per tutta la vita. Per chi soffre
di dipendenza, moderarsi è impossibile, e se si vogliono evitare i
comportamenti tipici della dipendenza si devono evitare com-
pletamente la sostanza o l'attività che scatenano quei comporta-
menti. Gli Alcolisti Anonimi insistono nel dire che non esistono
«ex alcolisti» e vogliono che anche chi non beve da decenni si
presenti ai loro incontri dicendo: «Mi chiamo John, e sono un
alcolista». Un atteggiamento per lo più corretto, se lo si pensa
nei termini della plasticità.
Per stabilire che livello di dipendenza provochi una street
drug, i ricercatori del National Institutes of Health (NIH), nel
Maryland, insegnano a un ratto a premere una leva finché non
ottiene una dose di droga. Più il ratto si impegna a premere la le-
va, più la droga induce dipendenza. La cocaina, quasi tutte le al-

119
IL CERVELLO INFINITO

tre droghe illegali e perfino le dipendenze non farmacologiche,


come quella da jogging, rendono più attivo il neurotrasmettitÒre
cerebrale dopamina, che ci fa provare piacere. 19 La dopamina è
chiamata «trasmettitore della ricompensa», poiché quando rag-
giungiamo ·qualche risultato - correre e vincere una gara - il cer·
vello ne stimola il rilascio. Malgrado la stanchezza, proviamo
piacere, ci sentiamo eccitati, pieni di energia e sicuri di noi stessi,
magari solleviamo le braccia in segno di vittoria e facciamo ungi-
ro d'onore. Gi sconfitti, invece, che non vengono sostenuti dalla
dopamina, esauriscono immediatamente le energie, crollano sul-
la linea del traguardo e si sentono distrutti. Dirottando il sistema
dopaminergico, le sostanze da dipendenza provocano piacere
senza sforzo da parte nostra.
La dopamina, come abbiamo visto dalle ricerche di Merzenich,
è coinvolta anche nel cambiamento plastico. La scarica di dopa-
mina che ci fa eccitare consolida anche le connessioni neuronali
responsabili dei comportamenti che ci portano raggiungere i no-
stri obiettivi. Quando Merzenich utilizzò un elettrodo per stimo-
lare il sistema dopaminergico della ricompensa in un animale
mentre gli si faceva ascoltare un suono, il rilascio di dopamina sti-
molava il cambiamento plastico, ampliando la rappresentazione
di quel suono nella mappa uditiva dell' animale. 20 Un nesso im-
portante con la pornografia è che la dopamina viene rilasciata an-
che durante l'eccitazione sessuale, aumentando l'impulso sia nel-
l'uomo sia nella donna, facilitando l'orgasmo e attivando i centri
cerebrali del piacere. 21 Di qui la capacità della pornografia di pro-
vocare dipendenza.
Eric Nestler, dell'Università del Texas, ha dimostrato che la
dipendenza provochi dei cambiamenti irreversibili nel cervello
degli animali. Una singola dose di molte droghe che provocano
dipendenza producono una proteina, chiamata MosB («delta
fosB »), che si accumula nei neuroni. Ogni volta che si assume la
droga, si accumula altra LlFosB, finché questa non attiva un« in-
terruttore» genetico, che stabilisce quali geni «accendere» 6
meno. Premere questo interruttore provoca dei cambiamenti
che persistono molto a lungo dopo l'assunzione della sostanza,
portando a un danno irreversibile nel sistema dopaminergico e
rendendo l'animale molto più predisposto alla dipendenza. An-

120
ACQUISIRE GUSTI E PASSIONI

d1c le dipendenze non farmacologiche, come quella da jogging o


1lu bevande zuccherine, portano a un accumulo di dfosB e agli
•1tcssi cambiamenti permanenti nel sistema dopaminergico. 22

I produttori pornografici promettono un piacere sano e il sollie-


vo dalla tensione sessuale, ma quello che spesso offrono è dipen-
denza, assuefazione, e alla fine una diminuzione del piacere. Pa-
l'lldossalmente, i pazienti maschi con cui ho lavorato erano spes-
'10 in stato di craving pornografico, pur non provando alcun pia-
~·cre.

Di solito si pensa che un tossicodipendente ricerchi sempre di


più il «buco» poiché per lui è un'esperienza piacevole, e vuole
l'Vitare la sofferenza dell'astinenza. Ma i tossicodipendenti assu-
mono droghe quando non c'è alcuna prospettiva di piacere,
quando sanno di prendere una dose insufficiente per produrre
l'effetto desiderato, e che ne vorranno ancora di più quando ini-
iierà la crisi d'astinenza. Volere e piacere sono due cose ben di-
verse.
Un tossicodipendente sperimenta il craving poiché il suo cer-
vello plastico si è sensibilizzato a una sostanza o a un'esperien-
ia.23 Man mano che si sviluppa l'assuefazione, il tossicodipen-
dente ha bisogno di quantità sempre maggiori di sostanza o di
pornografia per ottenere un effetto piacevole; man mano che si
sviluppa la sensibilizzazione, ha bisogno di una quantità sempre
minore di sostanza per desiderarla intensamente. Ciò porta al-
l'aumento del desiderio, e non necessariamente del piacere con-
nesso all'uso. 24 È l'accumulo di dfosB, provocato dall'esposizio-
ne a una sostanza o un'attività che creano dipendenza, che porta
alla sensibilizzazione.
La pornografia è più eccitante che appagante, poiché nel cer-
vello abbiamo due distinti sistemi del piacere, uno che ha a che
fare con l'eccitazione, e un altro che regola la soddisfazione del
piacere. 25 Il sistema dell'eccitazione è in relazione con il piacere
«appetitivo» che proviamo immaginando qualcosa che deside-
riamo, che si tratti di sesso o di un pasto gustoso. Dal punto di
vista neurochimico, questo sistema è ampiamente connesso con
la dopamina e aumenta il nostro livello di tensione.
Il secondo sistema del piacere ha a che fare con la gratificazio-

121
IL CERVELLO INFINITO
·1
ne, o piacere «consumatorio», il quale accompagna un'espe·~
rienza sessuale concreta o la consumazione di un pasto gustoso,
quindi un piacere rilassante, appagante. 26 Dal punto di vista neu-
rochimico, questo sistema si basa sul rilascio delle endorfine, so·
stanze oppiacee che danno un senso di profonda rilassatezza e
benessere.
La pornografia, proponendo un harem infinito di oggetti ses·
suali, porta a un'iperattivazione del sistema appetitivo. Chi ne fa
uso sviluppa nuove mappe cerebrali, basate sulle foto e sui vi·
deo. Visto che il nostro cervello obbedisce al principio use it or
lose it, quando sviluppiamo una mappa cerebrale desideriamo
intensamente che si mantenga attiva. Così come i nostri muscoli
fremono per allenarsi dopo essere stati inattivi tutti il giorno, co·
sì i nostri sensi sono affamati di stimoli.

Gli uomini seduti davanti al monitor alla ricerca di materiale


pornografico assomigliavano in modo inquietante ai ratti rin-
chiusi nelle gabbie del NIH, che premevano una leva per ottenere
una scarica di dopamina o di una sostanza equivalente. Malgra-
do non lo sapessero, erano stati indotti a partecipare a sedute di
allenamento pornografico che soddisfacevano tutte le condizioni
richieste per un cambiamento plastico delle mappe cerebrali;
Dal momento che i neuroni che si attivano insieme si legano fra
loro, questi uomini fecero moltissima pratica «cablando» quelle
immagini nei centri cerebrali del piacere, con la concentrazione
necessaria per il cambiamento plastico. Continuavano a immagi-
nare ciò che avevano visto anche dopo aver lasciato il computer,
oppure mentre facevano sesso con la fidanzata, rinforzando
quelle immagini. Ogni volta che si eccitavano sessualmente e
avevano un orgasmo quando si masturbavano, uno «spruzzo di
dopamina», il neurotrasmettitore della ricompensa, consolidava
le connessioni stabilite nel cervello nel corso delle sedute. Non
solo la ricompensa favoriva il loro comportamento, ma non do-
vevano neppure sentirsi imbarazzati come quando compravano
Playboy in edicola. Ecco un comportamento senza alcuna « pu-
nizione», ma solo ricompensa.
Il contenuto di ciò che trovavano eccitante cambiava man ma-
no che i siti web introducevano tematiche e sceneggiature che al-

122
ACQUISIRE GUSTI E PASSIONI

l•'l'Ovano il loro cervello senza esserne consapevoli. Poiché la pla-


··I icità è competitiva, le mappe cerebrali per immagini nuove ed
··~·dtanti si estendevano a discapito di quelle precedenti. Questa
•' lu ragione per cui, credo, iniziarono a sentirsi meno eccitati dal-
h' loro compagne.

I ,u vicenda di Sean Thomas, pubblicata per la prima volta sul


~;ettimanale inglese Spectator, è lo straordinario resoconto di un
11omo caduto nella dipendenza da pornografi.a; chiarisce come la
pornografi.a modifichi le mappe cerebrali e i gusti sessuali e il
ruolo della plasticità nel periodo critico dello sviluppo.27 Tho-·
mas scrisse: «Non ho mai fatto uso di pornografi.a, non proprio.
Certo, quando ero un adolescente, negli anni Settanta, anch'io
11vcvo la mia copia spiegazzata di Playboy sotto il cuscino. Ma nel
l'Omplesso non mi sono mai piaciute le riviste patinate o i film
porno. Li trovavo noiosi, ripetitivi, assurdi, e trovavo molto im-
barazzante comprarli». Thomas era nauseato dalla desolazione
del -mondo del porno e dalla prestanza degli stalloni baffuti che
lo popolavano. Ma nel 2001, poco dopo la sua prima navigazio-
ne in Internet, divenne curioso del porno che, come tutti diceva-
no, si stava diffondendo in rete. Molti siti erano gratuiti - teaser,
o siti gateway, per attirare le persone in siti più« spinti». C'erano
gallerie di ragazze nude, comuni attrazioni e fantasie sessuali,
pensate per premere un interruttore nel cervello del « navigan-
te», senza che questo se ne rendesse conto. C'erano foto di lesbi-
che in una Jacuzzi, fumetti pornografi.ci, donne che fumavano
mentre erano in bagno, universitarie, sesso di gruppo, uomini
che eiaculavano su donne asiatiche sottomesse. La maggior parte
delle immagini raccontavano una storia.
Sean trovò alcune immagini e film che lo attrassero, e che lo
«costrinsero a tornarci il giorno dopo. E quello dopo ancora, e
poi quello successivo». Presto si accorse che, appena aveva un
minuto libero, si metteva alla spasmodica ricerca di materiale
pornografico in rete.
Poi un giorno capitò in un sito che conteneva immagini di
spankt'ng (« sculacciate »). Con sua sorpresa, l'idea lo eccitò in-
tensamente. Thomas trovò presto tutta una serie di siti collegati,
come le« Bernie's Spanking Pages » o lo« Spanking College».

123
IL CERVELLO INFINITO

«Quello fu il momento» scrive Thomas, «in cui scattò la vera ;I


e propria dipendenza. Il mio interesse nello spanking mi faceva i
riflettere: quali altre perversioni mi frullavano per la testa? C'era·
no altri angoli segreti e appaganti nella mia sessualità che ora
avrei potuto esplorare nell'intimità di casa mia? Molti, come ri·
sultò. Scoprii di avere una predilezione, tra le altre cose, per la
ginecologia lesbica, l'hardcore interrazziale, le immagini di ragaz-
ze giapponesi che si toglievano gli hot pants. Ero attratto an~he
dalle tenniste senza mutandine, da alcune ragazze russe ubriache
che si spogliavano, e da scene intricate in cui attrici danesi sotto·
messe si facevano depilare le parti intime dalle loro partner do·
minanti nella doccia. La rete, in altre parole, aveva rivelato le mie
innumerevoli fantasie e stranezze sessuali, e che la soddisfazione
di questi desideri on line portava solo a un ulteriore interesse».
Fino a quando non trovò le immagini di spanking, che proba-
bilmente risvegliarono in lui una qualche esperienza o fantasia
infantile su una punizione, le immagini che vedeva «interessava-
no» Thomas, ma senza scatenare un impulso irresistibile..Le
fantasie sessuali degli altri ci annoiano. L'esperienza di Thomas
era simile a quella dei miei pazienti: senza essere pienamente co-
scienti di cosa stessero cercando, scandagliarono migliaia di foto
e scene finché non si imbatterono in un'immagine o in un copio-
ne sessuale che andava a risvegliare qualche fantasia nascosta e
per loro particolarmente eccitante. ·
Quando trovò quell'immagine, Thomas cambiò. L'immagine
dello spanking focalizzò la sua attenzione: questa è la condizione
perché avvenga un cambiamento plastico. E a differenza di una
donna reale, quelle immagini pornografiche erano disponibili
tutto il giorno e tutti i giorni sul computer.
Thomas era diventato dipendente. Provò a controllarsi, ma
trascorreva almeno cinque ore al giorno davanti al suo portatile.
Navigava in segreto, dormendo solo tre ore per notte. La sua fi.
danzata, notandone la stanchezza, si chiese se non la stesse tra,
dendo con un'altra ragazza. La deprivazione di sonno giunse a
un punto tale da compromettere la salute di Thomas. Contrasse
una serie di infezioni che lo costrinsero a rivolgersi al pronto soc-
corso, e infine a riflettere sulla situazione. Cominciò a indagare

124
ACQUISIRE GUSTI E PASSIONI

Ira i suoi amici maschi e scoprì che anche molti di loro soffrivano
1lclla stessa dipendenza.

1\1 di là della sua presa di coscienza, era chiaramente emerso


qualcosa che non andava nella sessualità di Thomas. La rete si li-
lllita a rivelare le stranezze nei nostri gusti, oppure contribuisce a
i~rearle? Io credo che la rete produca nuove fantasie a partire da
11spetti della sessualità di cui il navigante è inconsapevole, colle-
wmdo fra loro questi elementi per formare nuovi network. È im-
probabile che migliaia di uomini abbiano visto, o anche solo im-
maginato, delle attrici danesi sottomesse che si facevano depilare
nelle parti intime dalle loro partner femminili dominanti nella
doccia. Freud scoprì che simili fantasie fanno presa sulla mente a
cuusa degli elementi individuali che le compongono. Ad esem-
pio, alcuni maschi eterosessuali sono attratti da scene pornogra-
fiche in cui donne più anziane e dominanti «iniziano» donne
più giovani al sesso lesbico. Questo perché probabilmente, da
bambini, i maschi spesso si sentono dominati dalla madre, la
«padrona» che li veste, li spoglia e li lava. Nella prima infanzia
alcuni maschi possono attraversare un periodo in cui si identifi-
cano profondamente con la madre e si sentono« come una bam-
bina», e il loro interesse in età adulta per il sesso lesbico può
esprimere tale residua identificazione femminile inconscia.28 La
pornografia hardcore smaschera alcuni dei network neurali che si
sono formati per primi nel corso dei periodi critici dello svilup-
po sessuale, collegando fra loro tali elementi primitivi, dimenti-
cati o repressi, e formando così un nuovo network, in cui tutti
quei caratteri sono cablati fra loro. Prima o poi il navigante trova
una combinazione decisiva che risveglia diversi aspetti sessuali
contemporaneamente. Quindi il soggetto consolida il network
guardando ripetutamente le immagini, masturbandosi e rila-
sciando dopamina. Ha creato così una sorta di « neosessualità »,
una libz'do ricostruita e profondamente radicata nelle tendenze
sessuali nascoste del soggetto. Poiché spesso quest'ultimo svi-
luppa assuefazione, l'appagamento sessuale deve essere compen-
sato dal piacere derivante da una liberazione aggressiva, facendo
sì che le immagini sessuali e violente si integrino progressiva-

125
IL CERVELLO INFINITO

mente fra loro - di qui la sempre maggiore diffusione di temi sa-


domasochistici nella pornografia hardcore.

I periodi critici gettano le basi delle nostre caratteristiche, ma in-


namorarsi durante l'adolescenza o più tardi dà l'opportunità per
un secondo cambiamento plastico di grande portata. Stendhal,
lo scrittore e saggista dell'Ottocento, capì che l'amore può por-
tare a cambiamenti radicali nell'attrazione. L'amore romantico
stimola emozioni tanto potenti da riconfigurare ciò che troviamo
attraente, superando persino la bellezza «oggettiva». In Dell'a-
more Stendhal descrive un giovane uomo, Alberico, che incontra
una donna più bella della sua amante, tuttavia l'attrazione per la
sua donna rimane più grande, poiché le promette una felicità
maggiore. Stendhal parla di «bellezza detronizzata dall'amore».
L'amore è così potente nell'influenzare i gusti che Alberico è at-
tratto persino da un lieve difetto nei lineamenti del volto della
sua amante, una cicatrice del vaiolo: «Egli, invero, ha provato
mille sentimenti alla presenza di questo segno di vaiolo, questi
sentimenti sono per la maggior parte deliziosi, tutti del più alto
interesse, e, comunque siano, si rinnovano con una incredibile
vivacità, alla vista di quel segno, anche se scorto sul viso di un'al-
tra donna [. .. ] in questo caso la bruttezza è beltà ». 29
Questa trasformazione del gusto è resa possibile dal fatto che
non ci innamoriamo solo dell'aspetto esteriore. In circostanze
normali l'attrazione per un'altra persona favorisce l'innamora-
mento, ma il carattere e numerosi altri attributi, fra cui la capa-
cità di farci sentire bene con noi stessi, cristallizzano il processo
dell'innamoramento. L'essere innamorati suscita uno stato emo-
tivo così piacevole da rendere attraente persino un segno del
vaiolo, « ricablando » plasticamente la nostra sensibilità estetica.
Questa è la mia opinione in proposito.
Nel 1950 vennero scoperti i «centri del piacere» nel sistema
limbico, una regione cerebrale- che riveste un ruolo molto impor-
tante nell'elaborazione delle emozioni. 30 Nelle osservazioni con-
dotte sull'uomo da Robert Heath- nelle quali un elettrodo veni-
va impiantato e attivato nella regione settale del sistema limbico
- i pazienti raggiungevano uno stato di ·euforia così intenso che
uno di loro implorò i ricercatori affinché non interrompessero la

126
ACQUISIRE GUSTI E PASSIONI

Nperimentazione. La regione settale si attivava anche quando ve-


nivano discussi temi piacevoli con i pazienti e durante l'orgasmo.
Si scoprì che i centri del piacere facevano parte del sistema cere-
brale della ricompensa, il sistema mesolimbico dopaminergico.
Nel 1954 James Olds e Peter Milner mostrarono che, quando ve-
nivano inseriti degli elettrodi nei centri del piacere di un animale
mentre lo si addestrava a svolgere un determinato compito, esso
imparava più facilmente poiché l'apprendimento sembrava più
piacevole e veniva ricompensato.
Quando i centri del piacere vengono attivati, tutto ciò di cui
facciamo esperienza ci risulta piacevole. Una droga come la co-
caina agisce su di noi abbassando la soglia oltre la quale i centri
del piacere si attivano, rendendone quindi più facile l' attivazio-
ne.31 Non è semplicemente la cocaina a farci provare piacere. È il
fatto che i nostri centri del piacere ora si attivano così facilmente
da rendere eccitante qualunque nostra esperienza. Non solo la
cocaina è in grado di abbassare la soglia di attivazione dei centri
del piacere. Quando le persone affette da disturbo bipolare (già
noto come disturbo maniaco-depressivo) iniziano a spostarsi ver-
so il polo maniacale, i loro centri del piacere si attivano più facil-
mente. Anche l'innamoramento abbassa la soglia di attivazione. 32
Quando una persona è sotto l'effetto della cocaina, diventa
maniacale, oppure si innamora, entra in uno stato di entusiasmo
e ottimismo generalizzato, poiché in tutte e tre queste condizioni
viene abbassata la soglia di attivazione del sistema appetitivo del
piacere, il sistema che, come abbiamo visto, si basa sulla dopami-
na ed è associato al piacere di pregustare qualcosa che desideria-
mo. Il tossicodipendente, il maniaco e l'innamorato sono sempre
più invasi da un'anticipazione positiva e sono sensibili a qualun-
que cosa possa dare loro piacere - i fiori e l'aria fresca li ispirano,
e un gesto semplice ma sentito li rende gentili con l'intero genere
umano. È il processo che, per questo motivo, io chiamo « globa-
lizzazione ». 33
La globalizzazione è intensa quando ci innamoriamo e, come
credo, è una delle ragioni principali per cui l'amore romantico è
un catalizzatore così potente per il cambiamento plastico. Poi-
ché i centri del piacere si attivano così liberamente, la persona in-
namorata non prova tali sentimenti solo per l'oggetto del pro-

127
IL CERVELLO INFINITO

prio amore, ma anche per il mondo intero, di cui sviluppa una vi-
sione romantica. Dato che il cervello sta sperimentando un note·
vole flusso di dopamina, che consolida il cambiamento plastico,
qualunque esperienza o associazione piacevole che viviamo nei
primi stadi dell'amore viene cablata nel cervello.
La globalizzazione non si limita a far sì che il mondo diventi
più piacevole, ma rende pure più difficile sperimentare il dolore,
il dispiacere o la repulsione. Heath mostrò che l'attivazione dei
centri del piacere ostacola l'attivazione dei centri adiacenti del
dolore e dell'avversione. 34 La cosa normalmente non ci disturba.
Ci piace essere innamorati non solo perché è più facile essere fe·
lici, ma anche perché è più difficile sentirsi infelici.
La globalizzazione ci dà anche l'opportunità di sviluppare
nuovi gusti per ciò che troviamo attraente, come il segno del
vaiolo che eccitava così tanto Alberico. I neuroni che si attivano
insieme si legano fra loro, e provare piacere di fronte a una cica·
trice che normalmente susciterebbe disgusto fa in modo che tale
attrazione venga «cablata» nel cervello. Un meccanismo simile
si verifica quando un soggetto dipendente dalla cocaina ormai
«disintossicato» ripassa dal vicolo dove aveva comprato la pri-
ma dose e viene sopraffatto da un craving così intenso da ricade-
re nella droga. Il piacere provato sotto l'effetto della cocaina era
stato così intenso da fargli sperimentare quello squallido vic~lo
come attraente, per associazione.

Pertanto esiste una vera e propria chimica dell'amore, e gli stadi


dell'innamoramento riflettono i cambiamenti che avvengono nel
nostro cervello non solo durante i momenti di estasi, ma anche in
quelli dolorosi. Freud, uno dei primi a descrivere gli effetti fisio-
logici della cocaina e, in gioventù, il primo a scoprirne gli usi in
medicina, riuscì a intuire alcuni aspetti di questa chimica. Scri-
vendo alla fidanzata Marta il 2 febbraio 1886, Freud descrisse
l'assunzione della cocaina durante la stesura della lettera. Poiché
la cocaina agisce molto rapidamente sul sistema nervoso, la lette-
ra, man mano che si sviluppa l'azione della sostanza, ci offre un
resoconto meraviglioso dei suoi effetti. Freud descrive innanzi"
tutto come la cocaina renda loquaci e aperti. Le prime annota-
zioni negative svaniscono man mano che la lettera procede, e

128
ACQUISIRE GUSTI E PASSIONI

11resto Freud si sente coraggioso, identificandosi con i suoi ante-


11uti che difendevano strenuamente il Tempio di Gerusalemme.
Infine paragona la capacità della cocaina di diminuire la fatica al-
ltl magia romantica che prova in compagnia di Marta. In un'altra
k•ttera Freud scrive che la cocaina riduce la sua timidezza e la sua
depressione, lo rende euforico, esalta le sue energie, l'autostima
l' l'entusiasmo, e ha un effetto afrodisiaco. Sta descrivendo uno
lltato simile ali'« intossicazione romantica», durante la quale le
persone si sentono nello stato iniziale di ebbrezza, parlano per
tutta la notte, hanno maggiore energia, libido, autostima ed entu-
tiiasmo; ma poiché pensano che tutto sia buono, possono anche
mancare di ragionevolezza - tutto ciò accade perché la cocaina
impedisce il riassorbimento della dopamina. 35 I risultati delle ri-
sonanze magnetiche nucleari funzionali (fMRI) realizzate di re-
cente su alcuni soggetti innamorati mentre guardavano le foto
dei loro :fidanzati mostrarono l'attivazione di una regione cere-
brale con un'alta concentrazione di dopamina, condizione simile
o quella di soggetti sotto l'effetto della cocaina.-36
Ma anche le pene d'amore hanno una loro chimica. Quando
vengono separati per troppo tempo, gli amanti crollano e speri-
mentano crisi d'astinenza, desiderano ardentemente i loro amati,
diventano ansiosi, dubitano di se stessi, si indeboliscono e si sen-
tono s:fi.niti, se non addirittura depressi. Proprio come una «do-
se» minima di droga, una lettera, un' e-mail o una telefonata dal-
la persona amata dà loro una scarica immediata di energia. Se
dovessero lasciarsi, cadrebbero in depressione, l'opposto dell' e-
saltazione maniacale. Questi «sintomi da dipendenza» - eufo-
ria, crolli, craving, crisi d'astinenza,« dosi» - sono segni sogget-
tivi dei cambiamenti plastici che si verificano nella nostra strut-
tura cerebrale quando si adatta alla presenza o ali' assenza della
persona amata.
Come nel caso della droga, nelle coppie felici può svilupparsi
l'assuefazione, man mano che i due fidanzati si abituano l'uno al-
1'altra. Alla dopamina piacciono le novità. Quando due partner
monogami sviluppano un'assuefazione reciproca e perdono la
passione che provavano un tempo, tale cambiamento potrebbe
indicare non che uno dei due è inadeguato o noioso, ma che i
cervelli plastici di entrambi si sono adattati così bene l'uno all'al-

129
IL CERVELLO INFINITO

tro che difficilmente riuscirebbero a eccitarsi a vicenda come


una volta.37
Fortunatamente, gli amanti possono stimolare il rilascio di
dopamina, mantenendosi quindi« euforici», introducendo delle
novità nella loro relazione. Quando due fidanzati fanno una va-
canza romantica o si dedicano insieme a nuove attività, indossa-
no abiti nuovi oppure si fanno delle sorprese, stanno usando la
novità per attivare i centri del piacere, così che qualunque espe-
rienza facciano, inclusi loro stessi, risulta eccitante e piacevole.
Se vogliamo sentirci vivi, dobbiamo imparare cose sempre
nuove; quando invece la vita, o l'amore, diventano troppo preve-
dibili e sembra che non ci sia nient'altro da scoprire, allora ci
sentiamo ansiosi- un segnale, forse, del cervello plastico quando
non può più svolgere la sua funzione essenziale.

L'amore genera uno stato mentale di generosità. Dato che l'amo"


re ci permette di sperimentare piacevoli situazioni o caratteristi-
che fisiche che altrimenti non apprezzeremmo affatto, ci consen-
te anche di cancellare o «disapprendere» (unlearn) le associa-
zioni negative, un altro fenomeno plastico.
La scienza dell' unlearning, o « disapprendimento », è nuovis-
sima. Poiché la plasticità è competitiva, quando una persona svi-
luppa un network neurale, questo diventa efficiente, autosuffi-
ciente e, proprio come un'abitudine, difficile da cancellare. Ri-
cordate come Merzenich fosse alla ricerca di una «gomma»
mentale che permettesse di accelerare il cambiamento e « disap-
prendere» le cattive abitudini.
Apprendimento e disapprendimento harino basi chimiche di-
verse. Quando impariamo qualcosa di nuovo, i neuroni si attiva-
no insieme e si legano fra loro e avviene una reazione chimica a
livello neuronale chiamata «potenziamento a lungo termine», o
LTP (acronimo di long-term potentiation), che consolida le con-
nessioni. Quando il cervello «dimentica» le associazioni e scon-
nette i neuroni, si verifica un'altra reazione chimica, chiamata
«depressione a lungo termine», o LTD (acronimo di fung-term
depression, che non ha niente a che vedere con la depressione in-
tesa come stato dell'umore). Il disapprendimento e l'indeboli-
mento delle connessioni tra i neuroni è un processo plastico im-

130
ACQUISIRE GUSTI E PASSIONI

portante tanto quanto l'apprendimento e il consolidamento dei


legami neuronali. Se potessimo solo rinforzare le connessioni, i
nostri network neuronali si saturerebbero. L'evidenza suggerisce
1·he la cancellazione dei ricordi è necessaria per fare spazio nei
network a nuovi ricordi.3 8
Il disapprendimento è essenziale quando passiamo da uno
stadio dello sviluppo a quello successivo. Quando alla fine dell' a-
dolescenza una ragazza lascia la famiglia per andare al college, ad
esempio, sia lei sia i suoi genitori vengono sottoposti a un cam-
biamento plastico doloroso e di grandi proporzioni, dato che si
modificano le vecchie abitudini emotive e l'immagine di sé.
Anche innamorarsi per la prima volta significa entrare in una
fase nuova dello sviluppo che richiede un massiccio disapprendi-
mento. Quando ci impegniamo in una relazione, dobbiamo cam-
biare radicalmente i nostri obiettivi attuali e spesso egoistici, oltre
Il modificare tutti gli altri legami, allo scopo di integrare l'altra
persona nella nostra vita. La vita ora implica una costante colla-
borazione e richiede una riorganizzazione dei centri cerebrali che
gestiscono le emozioni, la sessualità e il sé. Milioni di network
neurali devono essere cancellati e sostituiti con altri - ciò spiega
perché molte persone sentono l'innamoramento come una perdi-
ta d'identità. Innamorarsi può anche significare dimenticarsi un
amore passato; anche in questo caso è necessario un processo di
disapprendimento neurale.
Il fidanzamento si rompe, e un uomo si ritrova con il cuore
spezzato dal suo primo amore. Ora guarda molte altre donne,
ma tutte sono un pallido ricordo della ragazza che era arrivato a
considerare come il suo unico vero amore e la cui immagine lo
perseguita. Non riesce a cancellare l'attrazione per il suo primo
amore. Oppure, una donna sposata da vent'anni diventa una
giovane vedova e si rifiuta di uscire con altri uomini. Non può
immaginare di innamorarsi ancora, e l'idea di« sostituire» il ma-
rito la sconvolge. Gli anni passano, e gli amici le dicono che è
inutile, che è arrivato il momento di guardare avanti.
Spesso in questi casi le persone non riescono ad andare avanti
poiché non possono sopportare altro dolore; il pensiero di vivere
senza la persona amata è troppo doloroso da sopportare. Da un
punto di vista neuroplastico, se l'innamorato o la vedova devono

131
IL CERVELLO INFINITO

iniziare una nuova relazione senza il peso del ricordo, devono in·
nanzitutto « ricablare » miliardi di connessioni neuronali. L' ela·
borazione del lutto è un «lavoro» lungo e articolato, faceva no·
tare Freud; malgrado la realtà ci dica che la persona amata non
c'è più, «questo compito non può esser realizzato immediata·
mente ». 39 Soffriamo richiamando alla memoria un ricordo alla
volta, rivivendolo e poi lasciandolo andare. A livello cerebrale
stiamo attivando tutti i network neurali che erano connessi fra
loro per formare la nostra percezione della persona, rivivendo i
ricordi con eccezionale chiarezza, per poi dire addio a un
network per volta. Nel lutto, noi apprendiamo a vivere senza la
persona amata, ma la ragione per cui questa lezione è così dura
da imparare è che prima di tutto dobbiamo cancellare l'idea che
quella persona esista ancora e possa tornare a vivere.

Walter J. Freeman, professore di neuroscienze a Berkeley, fu il


primo a stabilire un legame tra l'amore e un massiccio disap-
prendi.mento. Freeman mise insieme un certo numero di fatti
biologici a supporto della tesi secondo cui si verifica una massic·
eia riorganizzazione neuronale in due fasi della vita: quando ci
innamoriamo, e quando iniziamo a crescere i nostri figli. Free·
man sostiene che una notevole riorganizzazione plastica del cer-
vello - ben più estesa che nel normale apprendimento o disap-
prendimento - diventa possibile grazie ai neuromodulatori.
I neuromodulatori sono sostanze diverse dai neurotrasmetti-
tori. Mentre i neurotrasmettitori vengono rilasciati nelle sinapsi
per eccitare o inibire i neuroni, i neuromodulatori aumentano o
riducono l'efficacia complessiva delle connessioni sinaptiche e
determinano un cambiamento duraturo. Freeman pensa che,
quando ci innamoriamo, venga rilasciato un neuromodulatore
cerebrale, l'ossitocina, permettendo alle connessioni neuronali
esistenti di sciogliersi completamente, così da produrre cambia-
menti su larga scala.
L'ossitocina viene talvolta chiamata «neuromodulatore del-
l'impegno», poiché rinforza le relazioni tra i mammiferi. Questa
sostanza viene rilasciata quando gli amanti si uniscono e fanno
l'amore - nell'uomo, l'ossitocina viene rilasciata in entrambi i ses-
si durante l' orgasmo40 - e quando una coppia di genitori alleva la

132
ACQUISIRE GUSTI E PASSIONI

propria prole. Nelle donne l'ossitocina viene rilasciata durante il


t 1·uvaglio e l'allattamento. Uno studio condotto con la fMRI (riso-
11unza magnetica nucleare funzionale) mostra che quando le ma-
dri guardano le foto dei figli, si attivano le regioni cerebrali ricche
di ossitocina. 41 I maschi dei mammiferi rilasciano un neuromo-
dulatore strettamente correlato all'ossitocina, la vasopressina,
quando diventano padri. Molti giovani uomini che dubitano di
i•ssere in grado di sostenere le responsabilità paterne non sanno
quanto l'ossitocina possa modificarne il cervello, permettendo
loro di essere all'altezza della situazione.
Studi condotti su un piccolo roditore monogamo, l'arvicola
(Microtus ochrogaster), hanno mostrato che l'ossitocina, che nor-
malmente viene rilasciata nel cervello durante l'accoppiamento,
fo rimanere insieme le coppie per tutta la vita. Se viene iniettata
dell'ossitocina nel cervello di una femmina di arvicola, formerà
una coppia stabile per la vita con un maschio vicino. Se si inietta
della vasopressina nel cervello di un maschio, questo abbraccerà
la femmina vicina. Sembra che l'ossitocina rinforzi il legame an-
che tra genitori e figli, e i neuroni che ne controllano la secrezio-
ne potrebbero avere un proprio periodo critico. I bambini cre-
sciuti in orfanotrofio senza l'affetto di qualcuno, da adulti hanno
problemi a legarsi con gli altri. I loro livelli di ossitocina riman-
gono bassi per diversi anni anche dopo essere stati adottati da
una famiglia premurosa. 42
Laddove la dopamina produce eccitazione, ci rende euforici e
stimola l'eccitazione sessuale, l'ossitocina induce un umore cal-
mo e rilassato che favorisce i sentimenti di tenerezza e attacca-
mento e che ci può indurre ad abbassare la guardia. Quando si
«sniffa» dell'ossitocina e poi si partecipa a una trattativa finan-
ziaria, si è più propensi ad affidare il proprio denaro ad altri.43
Sebbene ci sia ancora molto da scoprire sul ruolo dell'ossitocina
nell'uomo, l'evidenza suggerisce che il suo effetto è simile a quel-
lo prodotto nelle arvicole: ci porta a impegnarci con il nostro
partner e a dedicarci ai figli. 44
Ma l'ossitocina funziona in un unico modo, in relazione al di-
sapprendimento. Nelle pecore l'ossitocina viene rilasciata nel
bulbo olfattivo, una regione cerebrale coinvolta nella percezione
degli odori, a ogni figliata. Le pecore e molti altri animali si lega-

133
IL CERVELLO INFINITO

no alla prole, nella fase dell'imprinting, tramite l'odore. Le peco·'


re fanno da madre ai loro agnelli e respingono quelli che non ri·
conoscono. Ma se l'ossitocina viene iniettata a una pecora fem-
mina mentre è in presenza di un agnello che non ha partorito, la
pecora si prenderà cura anche di lui. 45
Tuttavia l'ossitocina non viene rilasciata in occasione ddlu
prima figliata - ma solo in quelle successive -, suggerendo che la
sostanza svolge un ruolo di «ripulitura» dei circuiti neurali' che
legavano la madre alla prima figliata, in modo che possa legarsi
alla seconda. (Freeman sospetta che la madre si leghi alla prima
figliata attraverso altre sostanze neurochimiche.) 46 La proprietà
dell'ossitocina di cancellare i comportamenti acquisiti ha indotto
gli scienziati a chiamarla« ormone amnesico ». 47 Freeman avanza
l'ipotesi che l'ossitocina elimini le connessioni neuronali esistenti
che sono alla base dei legami in atto, in modo che si possano for-
mare nuovi legami. 48 L'ossitocina, secondo questa teoria, non in-
segna ai genitori ad allevare i propri figli. Né rende gli amanti di-
sponibili e gentili; piuttosto, li rende capaci di acquisire nuovi
schemi di comportamento.

La teoria di Freeman permette di spiegare come l'amore e la pla-


sticità si influenzino a vicenda. La plasticità ci permette di svi-
luppare un cervello così unico - in risposta alle esperienze indi-
viduali - che spesso è difficile vedere il mondo come lo vedono
gli altri, volere le stesse cose che vogliono gli altri, o collaborare
con loro. Ma affinché la riproduzione della specie abbia succes-
so, è necessario collaborare. Ciò che viene fornito dalla natura,
in un neuromodulatore come l'ossitocina, è la capacità per due
cervelli innamorati di attraversare un periodo di accresciuta pla-
sticità, permettendo loro di adattarsi a vicenda e plasmando le
tendenze e le percezioni reciproche. Per Freeman il cervello è
fondamentalmente un organo di socializzazione: perciò, non
può non esserci un meccanismo che, di volta in volta, annulla la
nostra tendenza a essere eccessivamente individualisti, troppo
presi o troppo centrati su noi stessi.
Come dice Freeman, «il significato più profondo dell'espe-
rienza sessuale non sta nd piacere, e neppure nella riproduzione,
ma nell'opportunità che offre di superare l'abisso solipsistico, fa-

134
ACQUISIRE GUSTI E PASSIONI

11•ndo sì, per così dire, che ci si impegni fino in fondo o meno.
'11100 le conseguenze, e non i preliminari, che contano nell'in-
•.1 ;1urare un legame reciproco». 49
l:idea di Freeman ci riporta alla mente molte variazioni sul te-
111H dell'amore: l'uomo pieno di dubbi che, di notte, se ne va su-

ltilo dopo aver fatto l'amore con una donna, poiché teme di esse-
11 • eccessivamente influenzato da lei se dovesse fermarsi fino al
Hltlttino; la donna che tende a innamorarsi di chiunque faccia
•,1•sso con lei. Oppure l'improwisa trasformazione di alcuni uo-
11iini, normalmente indifferenti ai bambini, in padri premurosi;
"è maturato», e ora« i bambini per lui vengono prima di tutto»,
111u potrebbe aver ricevuto qualche aiuto dall'ossitocina, che gli
ho permesso di superare i suoi schemi egoistici profondamente
r·ndicati. All'opposto, lo scapolo incallito che non si innamora
11uti e diventa sempre più rigido ed eccentrico con il passare de-
11li anni, consolida plasticamente le proprie abitudini attraverso
Ili ripetizione. 50
In amore, il disapprendimento ci permette di modificare la
11ostra immagine di sé - in meglio, se il nostro partner ci adora.
Ma aiuta anche a spiegare la nostra vulnerabilità quando ci inna-
moriamo, e perché così tanti uomini e donne che hanno il pieno
nmtrollo di sé e che si innamorano di una persona con una certa
lcndenza alla manipolazione, al disprezzo o alla sottomissione,
tipesso perdono completamente il senso della propria identità e
tii lasciano tormentare dal dubbio su di sé, da cui riescono a libe-
rursi anche dopo anni.

I.a comprensione del disapprendimento, e di alcuni punti im-


portanti sulla neuroplasticità, si rivelarono fondamentali nel trat-
1amento di A., il mio paziente. Nel periodo del college, A. si
trovò a rivivere l'esperienza del suo periodo critico, sentendosi
:1ttratto da donne, in questo molto simili alla madre, disturbate
emotivamente e già legate a qualcuno. A. sentiva che il suo com-
pito era quello di amarle e salvarle.
A. era caduto in due trappole della plasticità. In primo luogo,
non era affatto eccitato, malgrado lo desiderasse, all'idea di una
t·elazione con una donna affettuosa ed equilibrata, che avrebbe
potuto aiutarlo a dimenticare la sua attrazione per donne proble-

135
IL CERVELLO INFINITO
~

matiche, insegnandogli un nuovo modo di amare. A. era impri·'


gionato in una forma distruttiva di attrazione, che era stata pla·
smata nel corso del suo periodo critico.
Anche la seconda trappola, correlata alla prima, può èssere
compresa alla luce della plasticità. Uno dei sintomi che lo ango·
sciavano maggiormente era la fusione quasi perfetta nella stul
mente di« sesso» e «aggressione». Pensava che per amare qual-
cuno fosse necessario « distruggerlo» dal punto di vista emotivo,
e che per essere amato avrebbe dovuto a sua volta essere sopraf•
fatto. La sensazione che il rapporto sessuale fosse un atto violen·
to lo sconvolgeva, ma al tempo stesso lo eccitava. Pensare all'atto
sessuale lo portava immediatamente a pensare a un comporta·
mento violento, e viceversa. Quando era sessualmente potente,
sentiva di essere pericoloso. Era come se non ci fosse alcuna se-
parazione tra le mappe cerebrali per le emozioni legate al sesso e
alla violenza.
Merzenich ha descritto un certo numero di «trappole cere·
brali » che si verificano quando due mappe cerebrali, destinate a
essere separate, si fondono. 51 Come abbiamo visto, Merzehich
trovò che, se le dita di una scimmia venivano unite e perciò co·
strette a muoversi insieme, le mappe relative si fondevano, poi·
ché i loro neuroni si attivavano insieme e quindi si legavano fra
loro. Ma Merzenich scoprì che le mappe si fondono anche in cir-
costanze normali. Quando un musicista utilizza frequentemente
due dita insieme per suonare il proprio strumento, talvolta le
mappe delle due dita si fondono e, quando il musicista prova a
muovere un solo dito, si muove anche l'altro. Le mappe per le
due dita si sono « dedifferenziate ». Più intensamente il musicista
si sforza di produrre un movimento indipendente, più muoverà
entrambe le dita insieme, consolidando la nuova mappa. Più si
cerca di sfuggire alla trappola cerebrale, più vi si rimane impi-
gliati, sviluppando una condizione chiamata «distonia focale».
In una trappola cerebrale simile cadono i giapponesi che, quan-
do parlano inglese, non sono in grado di udire la differenza tra la
« r » e la « 1» poiché i due suoni non sono differenziati nelle loro
mappe cerebrali. Ogni volta che provano a pronunciare i due
suoni in modo corretto, sbagliano, rinforzando il problema.
Credo che ad A. fosse accaduto proprio questo. Ogni volta

136
ACQUISIRE GUSTI E PASSIONI

1 In• pensava al sesso, pensava a un atto violento. Ogni volta che


I" ·11sava alla violenza, pensava al sesso, consolidando le connes-
~11111 i nella mappa cerebrale.
Una collega di Merzenich, Nancy Byl, che lavora nel campo
.1,•lltl fisioterapia, insegna alle persone che hanno perso il con-
' n1llo motorio delle dita ari-differenziare le corrispondenti map-
1•1• cerebrali delle dita. 52 Il trucco non sta nel cercare di muovere
1,' dita una per volta, ma nell'apprendere da capo come usare le
111t111i proprio come abbiamo fatto da bambini. Ad esempio, trat-
l1111do dei chitarristi con distonia focale che hanno perso il con-
11nllo delle dita, Nancy Byl prima di tutto prescrive loro di smet-
11•rc di suonare la chitarra per un certo periodo di tempo, per in-
1ld,olire la mappa «fusa». Poi chiede loro di imbracciare una
1-hitarra senza corde per qualche giorno. Quindi viene montata
r1111la chitarra una sola corda speciale - che dà una sensazione di-
versa dalle corde normali - che i pazienti devono sentire al tatto
rnn cura, ma solo con un dito. Infine si passa all'uso di un secon-
do dito su un'altra corda. Alla fine le mappe cerebrali che si era-
no fuse si separano in due mappe distinte, e i chitarristi possono
ricominciare a suonare.

/\. venne da me per una psicoanalisi. Ben presto capimmo per-


ché l'amore e l'aggressività si erano confusi, individuando la ra-
dice della trappola cerebrale in cui era caduto nella sua esperien-
~ll con la madre alcolista, che spesso dava libero sfogo ai propri
istinti sessuali e violenti contemporaneamente. Non essendo an-
cora riuscito a modificare l'oggetto della sua attrazione, feci
qualcosa di simile a ciò che Merzenich e la Byl fanno per ridiffe-
rcnziare le mappe. Per molto tempo nel corso della terapia, ogni
volta che A. esprimeva una forma qualunque di tenerezza fisica
che fosse estranea alla sfera sessuale e quindi non contaminata
dalla violenza, glielo facevo notare e gli chiedevo di osservare
quel gesto con attenzione, ricordandogli che era capace di senti-
menti intimi e positivi.
Quando invece si presentavano dei pensieri violenti, lo spin-
gevo a cercare nella sua esperienza anche un singolo istante in
cui l'aggressività o la violenza non fossero legate al sesso oppure
fossero perfino positive, come nel caso della legittima difesa.

137
IL CERVELLO INFINITO

Ogniqualvolta emergevano queste sensazioni- una tenerezza fi.


sica ma casta, una forma di aggressività non distruttiva - indiriz·
zavo la sua attenzione su di esse. Con il passare del tempo, A. fu
in grado di formare due mappe cerebrali distinte, una di tenerez·
za fisica, che non aveva nulla a che fare con la seduzione di cui
aveva avuto esperienza con la madre, e un'altra forma di aggres-
sione - che includeva una sana assertività- piuttosto diversa dal-
la violenza insensata che aveva sperimentato quando la madre
era ubriaca.
La separazione del sesso e della violenza nelle mappe cerebra-
li permise ad A. di sentirsi più a suo agio nelle relazioni e nel ses-
so. Il miglioramento fu progressivo. Se da una parte non fu subi-
to in grado di innamorarsi o di sentirsi attratto da una donna sa-
na, dall'altra si innamorò di una donna un po' più equilibrata
della sua ragazza precedente, traendo beneficio dall'apprendi-
mento e dal disapprendimento indotti da questa esperienza
amorosa. Ciò permise ad A. di intraprendere relazioni sempre
più sane, ogni volta cancellando le esperienze precedenti. Entro
la fine della terapia A. si era sposato, aveva un matrimonio felice,
sano e soddisfacente; il suo carattere, e il suo modello sessuale,
erano stati radicalmente trasformati.

La riorganizzazione dei sistemi del piacere, e il limite a cui può


spingersi l'acquisizione dei gusti sessuali, è un fenomeno dram-
maticamente evidente in perversioni quali il masochismo sessua-
le, che trasforma il dolore fisico in piacere sessuale. Per fare ciò il
cervello deve considerare come piacevole ciò che è intrinseca-
mente spiacevole, e gli impulsi che normalmente stimolano il si-
stema del dolore devono essere plasticamente« ricablati »nel si-
stema del piacere.
Chi mostra delle perversioni'3 spesso organizza la propria vita
intorno ad attività che combinano aggressività e sessualità, cele•
bra e idealizza l'umiliazione, l'ostilità, la sfida, il proibito, il clan-
destino, ciò che è sessualmente peccaminoso e la trasgressione
dei tabù; si sente speciale per il fatto di non essere una persona
banalmente «normale». Questi atteggiamenti «trasgressivi» o
provocatori sono essenziali per trarre piacere dalla perversione.
L'idealizzazione del perverso e la svalutazione di ciò che è «nor-

138
ACQUISIRE GUSTI E PASSIONI

111.ilc » sono stati descritti brillantemente in Lolita, il romanzo di


\'l.1dimir Nabokov, in cui un uomo di mezz'età idolatra e intrat-
1"'I IC una relazione sessuale con una ragazza preadolescente di
•l.11 lici anni, disprezzando invece tutte le altre donne più mature.
11 sadismo sessuale illustra la plasticità nel fatto di unire due
1t'I1dcnze comuni, la sessualità e laggressività, ciascuna delle
•lllllli può dare piacere indipendentemente l'una dall'altra, in
11111do che, quando vengono soddisfatte, il piacere che si ottiene
'' rnddoppiato. 54 Ma il masochismo va ben oltre, poiché assume
•11rnlcosa di intrinsecamente sgradevole, cioè il dolore, e lo tra-
•.lurma in piacere, alterando l'impulso sessuale in modo più
11rofondo e intenso, dimostrando la plasticità dei sistemi del pia-
11 •rc e del dolore.

Nd corso degli anni la polizia, irrompendo nei locali sadomaso,


IH1 scoperto molte più cose sulle perversioni gravi di molti medi-
' i. Mentre i pazienti con perversioni più leggere spesso si rivol-
110no al medico per problemi come ansia e depressione, quelli
1'011 perversioni più gravi raramente si sottopongono a un tratta-
111cnto poiché, di solito, ne ricavano piacere.
Robert Stoller, uno psicoanalista californiano, giunse a delle
importanti scoperte frequentando dei locali sadomaso e bondage
di Los Angeles.55 Stoller intervistò persone dedite a pratiche sa-
domaso hardcore, in cui si provoca realmente il dolore fisico, e
1irnprì che tutti i partecipanti masochisti avevano subito gravi
malattie da bambini ed erano stati regolarmente sottoposti a
I ruttamenti medici dolorosi e terrificanti. « Di conseguenza »
t1crive Stoller «dovettero rimanere rigorosamente isolati [in
ospedale] per lunghi periodi di tempo senza la possibilità di sfo-
1\ttre apertamente e in modo appropriato la loro frustrazione, di-
i;pcrazione e rabbia. Di qui le perversioni ». 56 Da bambini, questi
soggetti accettarono consapevolmente il dolore, la rabbia ine-
sprimibile, e la rielaborarono sognando a occhi aperti, oppure in
stati mentali alterati, o in fantasie masturbatorie, così da replica-
re la storia del trauma ma con un lieto fine, potendo dire a se
stessi: Questa volta ho vinto. E il modo in cui vincevano consiste-
va nell' «erotizzare» la loro agonia.
A prima vista, l'idea che una sensazione «intrinsecamente»

139
~
IL CERVELLO INFINITO
'

dolorosa possa diventare piacevole potrebbe essere difficile d


accettare, poiché abbiamo la tendenza a presupporre che ciascu•,
na sensazione ed emozione è o intrinsecamente piacevole (gioia,~
vittoria, piacere sessuale) o dolorosa (tristezza, paura, angoscia),
Ma di fatto tale assunzione non regge. Possiamo piangere lacri·
me di felicità o raggiungere dei successi agrodolci; nelle nevrosi ~
possibile provare un senso di colpa per il piacere sessuale, oppu·
re non provare affatto piacere. Un'emozione che riteniamo in·
trinsecamente spiacevole, come la tristezza, può essere avvertita,
se rappresentata nel linguaggio della musica, della letteratura o
dell'arte, come qualcosa di amaro ma al tempo stesso sublime.
La paura può essere eccitante nei film horror o sull' ottovolante.
Il cervello umano sembra in grado di riferire molti dei nostri sen-
timenti e delle nostre sensazioni sia al sistema del piacere che a
quello del dolore, laddove ciascuno di questi collegamenti o as·
sociazioni mentali richiede una nuova connessione plastica.
I masochisti hardcore intervistati da Stoller devono aver svi-
luppato un percorso che collegava le sensazioni dolorose che
avevano sopportato ai sistemi del piacere sessuale, generando
un'esperienza nuova e complessa, un dolore sensuale. Il fatto
che tutti avessero sofferto durante l'infanzia suggerisce con forza
che tale cambiamento si sia verificato durante i periodi critici
della plasticità sessuale.

Nel 1997 venne prodotto un documentario che gettava luce sulla


plasticità e il masochismo: Sick: The Li/e and Death o/ Bob Flana-
gan, Supermasochist. Bob Flanagan presentava i suoi spettacoli
sadomaso come forme di esibizionismo e al tempo stesso come
delle vere e proprie performance. Il risultato era efficace, poetico,
e talvolta molto divertente.
Nelle sequenze iniziali vediamo Flanagan nudo, umiliato, pre:
so a torte in faccia e costretto a mangiare da un imbuto. Ma le
immagini mostrano soprattutto il modo in cui viene fisicamente
offeso e soffocato, suggerendo forme di dolore ancora più scon-
volgenti.
Bob era nato nel 1952. Soffriva di fibrosi cistica, un disturbo
genetico dei polmoni e del pancreas in cui il corpo produce una
quantità eccessiva di muco molto denso che ostruisce le vie ae-

140
ACQUISIRE GUSTI E PASSIONI

11 '" 1·cndendo impossibile una respirazione normale, e che porta


11 11roblemi digestivi cronici. Bob doveva lottare per ogni respiro
1 ··jll$SO diventava cianotico per la mancanza di ossigeno. La

111.11mior parte dei pazienti che soffrono di questa malattia


11111niono in età infantile o poco dopo i vent'anni.
I genitori di Bob avevano notato la sua sofferenza subito dopo
, »'•~'l'C tornati a casa dall'ospedale. Quando aveva diciotto mesi, i
, lnllori trovarono del pus nei polmoni di Bob e cominciarono a
, lll'ttrlo inserendo degli aghi in profondità nel petto. Bob era ter-
111l'Ìl'.Zato da queste procedure e piangeva disperatamente. Per
111110 l'infanzia venne ricoverato regolarmente in ospedale e iso-
1.iio, praticamente nudo, in una tenda simile a una bolla in modo
, I1l' i medici potessero monitorare la sua traspirazione - uno dei
111odi in cui viene diagnosticata la fibrosi cistica. Bob si sentiva
11111iliato dal fatto che il suo corpo fosse visibile a estranei. Per
11ìutarlo a respirare e a combattere le infezioni, i medici inseriva-
110 nel suo corpo ogni sorta di cannule. Bob era consapevole del-
111 gravità del suo problema: anche due delle sue sorelle più pic-
1olc avevano avuto la fibrosi cistica; una era morta all'età di sei

111csi, l'altra a ventun anni.


Nonostante fosse diventato un simbolo per la Orange County
( :ystic Fibrosis Society, Bob iniziò a condurre una vita molto riti-
1nta. Da bambino, quando i dolori allo stomaco non gli davano
1rcgua, si stimolava il pene per distrarsi. Nel periodo della scuola
ra1periore, di notte si sdraiava nudo e, facendo in modo che nes-
mmo lo scoprisse, si ricopriva di una colla densa, senza sapere
perché. Si appendeva a una porta con delle cinghie assumendo
posizioni dolorose. Poi cominciò a inserire degli aghi nelle cin-
ghie per trafiggere la carne.
Ali' età di trentun anni, Bob si innamorò di Sheree Rose, che
veniva da una famiglia con molti problemi. Nel film vediamo la
madre di Sheree disprezzare apertamente il marito, come affer-
ma Sheree un uomo passivo e che non le aveva mai dimostrato il
suo affetto. Sheree descrive se stessa come autoritaria fin da
bambina. È lei la «padrona» di Bob.
Nel film Sheree usa Bob, con il suo consenso, come suo schia-
vo. Lo umilia, lo ferisce intorno ai capezzoli con un taglierino,
gli mette delle pinze sui capezzoli, lo costringe a mangiare, lo

141
IL CERVELLO INFINITO

soffoca con una corda finché non diventa cianotico, gli spinge
una grossa palla di metallo - grande come una palla da biliardo
- nell'ano, e inserisce degli aghi nelle sue zone erogene. La boc-
ca e le labbra sono state cucite. Bob scrive di voler bere l'urina ·di
Sheree da un biberon. Lo vediamo con delle feci sul pene. Ogni
suo orifizio è stato violato. Tutte queste attività lo portano all'e-
rezione e a dei copiosi orgasmi nel rapporto sessuale che spesso
segue.
Bob soprawive oltre i trent'anni e presto diventa il sopravvis-
suto alla fibrosi cistica più anziano. Porta in giro i suoi spettacoli,
nei locali sadomaso e nei musei, dove rappresenta i propri rituali
masochistici in pubblico, sempre indossando la maschera a ossi-
geno per respirare.
In una delle scene conclusive Bob Flanagan, nudo, prende un
martello e si inchioda il pene, proprio al centro, a una tavola.
Poi, come se niente fosse, rimuove il chiodo, e il sangue zampilla
sull'obiettivo della telecamera, come una fontana, dal profondo
squarcio nel pene.

Per capire fino a che punto si possono sviluppare dei circuiti ce-
rebrali completamente nuovi che colleghino il sistema del piace-
re a quello del dolore è importante descrivere con precisione ciò
che il sistema nervoso di Flanagan è in grado di sopportare.
L'idea che il suo dolore dovesse essere reso piacevole diede Vi·
ta alle fantasie di Bob fin da bambino. La sua straordinaria vicen-
da conferma che la sua perversione si è sviluppata a partire da
esperienze uniche e che è legata ai suoi ricordi traumatici. Da
bambino, in ospedale Bob veniva legato nella culla in modo che
non potesse scappare e farsi del male. All'età di sette anni l'isola-
mento si era trasformato in amore per la costrizione. Da adulto,
a Bob piaceva essere umiliato e ammanettato oppure legato e so-
speso per lunghi periodi in posizioni che dei torturatori avrebbe~
ro potuto usare per spezzare le loro vittime. Da bambino dovette
sopportare la forza delle infermiere e dei medici che gli infligge-
vano dolore; da adulto diede volontariamente questo potere a
Sheree, diventando lo schiavo di cui lei avrebbe potuto abusare
mentre praticava procedure pseudomediche su di lui. In età
adulta venivano perfino replicati alcuni aspetti particolari della

142
ACQUISIRE GUSTI E PASSIONI

•,11a relazione infantile con i dottori. Il fatto di dare a Sheree il


111·oprio consenso riproponeva un aspetto del trauma: dopo una
~ 1_•rta età, quando i medici prelevavano il suo sangue, trafìggeva-
110 la sua pelle e gli procuravano dolore, Bob dava loro il permes-
•10 di farlo, sapendo che la sua vita dipendeva da tutto ciò.
Questo rispecchiarsi dei traumi infantili nella ripetizione di si-
111 ili dettagli è tipico delle perversioni. I feticisti - ossia coloro
1'hc provano attrazione per determinati oggetti - presentano il

medesimo tratto. Un feticcio, diceva Robert Stoller, è un oggetto


d1c racconta una storia, che cattura le scene traumatiche dell'in-
lnnzia e le erotizza. 57 (Un uomo che ha sviluppato un'attrazione
lrticista per la biancheria intima e gli impermeabili di gomma è
filato un bambino con problemi di enuresi notturna, costretto a
dormire su lenzuola di gomma, che per lui erano umilianti e sco-
mode. Flanagan aveva numerosi feticci, come gli strumenti me-
1lici e gli oggetti metallici in vendita nelle ferramenta- chiodi, vi-
ti, pinze, martelli - che avrebbe usato, in occasioni diverse, nelle
!IUe pratiche masochiste, per penetrare, stringere o colpire la
pt·opria carne.)
I centri del piacere di Flanagan vennero senza dubbio « rica-
blati » in due modi. Innanzitutto, emozioni come l'ansia, che
normalmente sono sgradevoli, divennero piacevoli. Bob diceva
di «flirtare» costantemente con la morte poiché gli era stata pro-
messa una fine prematura e per questo cercava di dominare la
puura. In una poesia del 1985, Why, Flanagan chiarisce che il
rmo « supermasochismo » lo fa sentire vincente, coraggioso e in-
vulnerabile dopo una vita intera di vulnerabilità. Ma Bob va ol-
i. re il semplice controllo della paura. Umiliato dai medici che lo
ripogliavano e lo facevano stare in una tenda di plastica per misu-
rnrne la sudorazione, ora Bob si spoglia orgogliosamente nei mu-
sei. Per dominare i suoi sentimenti infantili di imbarazzo e umi-
liazione, si trasforma in un esibizionista soddisfatto di sé. La ver-
11ogna è diventata fonte di piacere e si è trasformata in spudora-
tezza.
Il secondo aspetto riguarda la trasformazione del dolore fisico
in piacere. Il metallo nella carne ora dà una sensazione piacevole,
porta Bob all'erezione e all'orgasmo. Alcune persone sottoposte
u forte stress fisico rilasciano endorfine, analgesici con proprietà

143
IL CERVELLO INFINITO

simili a quelle degli oppiacei che il nostro corpo produce per


sopportare il dolore e che sono in grado di procurare uno stato
di euforia. Flanagan tuttavia chiarisce che la sensazione di dolore
non viene attenuata, bensì potenziata. Più Bob tormenta il pro·
prio corpo, più si sensibilizza al dolore e più la sensazione di do-
lore è forte. Poiché i suoi sistemi del piacere e del dolore sono
connessi fra loro, Flanagan prova un dolore reale e intenso, e
questo per lui è fonte di piacere.
I bambini nascono indifesi e, nel periodo critico della plasti-
cità sessuale, fanno qualunque cosa per evitare di essere abban-
donati e per rimanere vicini agli adulti, anche se devono impara-
re ad apprezzare il dolore e i traumi che questi infliggono loro.
Nel mondo del piccolo Bob c'erano gli adulti che lo facevano
soffrire« per il suo bene». Ora, diventando un masochista estre-
mo, ironicamente Bob tratta il proprio dolore come se per lui
fosse davvero qualcosa di positivo. E perfettamente consapevole
di essere imprigionato nel suo passato e costretto a rivivere la
propria infanzia, e dichiara di straziare il proprio corpo «perché
sono un bambino cresciuto, e voglio rimanere così». Forse la
fantasia di continuare a essere quel bambino torturato dà a Bob
l'illusione di salvarsi dalla morte che lo attende, permettendo a
se stesso di crescere. Se può continuare a essere Peter Pan, «tor-
mentato» senza tregua da Sheree, almeno Bob non crescerà mai
e perciò non morirà precocemente.

Al termine del film assistiamo alla morte di Flanagan. Ha smesso


di scherzare, e ormai sembra un animale braccato, sopraffatto
dalla paura. Lo spettatore assiste al terrore che deve aver domi-
nato l'infanzia di Bob, prima di scoprire la soluzione masochista
per controllarlo. A questo punto sappiamo da Bob che Sheree ha
intenzione di interrompere la loro relazione, evocando così la
paura peggiore di qualunque bambino sofferente, l'abbandono.
Sheree spiega che il problema è che Bob non si sottomette più a:
lei. Bob sembra davvero distrutto - alla fine Sheree rimane, e si
prende cura di lui con tenerezza.
Nei suoi ultimi istanti, quasi sorpreso, chiede in tono lamen-
toso: «Sto morendo? Non capisco ... Cosa sta succedendo ... ?
Non posso crederci». Bob pensava di aver realmente sconfitto la

144
ACQUISIRE GUSTI E PASSIONI

111m'te abbracciandola attraverso la potenza delle sue fantasie,


1 l1 1i suoi giochi e dei suoi rituali masochistici.

11\'r quanto riguarda i pazienti che avevano sviluppato una di-


1wndenza dalla pornografia, la maggior parte di loro fu in grado
,li liberarsene di punto in bianco non appena ebbero compreso il
11rnblema e come lo stessero rinforzando plasticamente. Alla fine
·1~·oprirono di essere ancora attratti dalle loro compagne. Nessu-
110 di questi uomini mostrava una personalità dipendente o gravi
1rnumi infantili, e quando capirono cosa stava accadendo loro,
11misero di usare il computer per un certo periodo di tempo per
111debolire i network neuronali problematici, e il loro desiderio
di. pornografi.a scomparve. Il trattamento dei gusti sessuali ap-
presi in età adulta è più semplice rispetto ai casi in cui i pazienti
hunno acquisito un'inclinazione per dei tipi sessuali problemati-
l'i durante i periodi critici. Tuttavia anche in situazioni simili, co-
me nel caso di A., è stato possibile modificare il tipo sessuale,
poiché le medesime leggi della neuroplasticità che ci portano ad
ilcquisire dei gusti problematici ci consentono pure, con un trat-
tumento intensivo, di acquisirne di nuovi e più sani e, in certi ca-
rii, perfino di cancellare quelli vecchi. Il principio use it or lose it è
vulido anche quando si tratta del desiderio sessuale e dell'amore.

145
5. Sconfiggere l'oscurità
Come le vittime di ictus imparano a muoversi e a parlare
di nuovo

Il dottor Michael Bernstein è un chirurgo oculare. All'età di qua-


rantaquattro anni, nel pieno della sua vita, sposato e con quattro
bambini, giocava a tennis sei volte a settimana, quando subì un
ictus invalidante. Portò a termine una nuova terapia neuroplasti·
ca, si riprese e, quando lo incontrai nel suo studio di Birmin·
gham, nell'Alabama, aveva ricominciato a lavorare. Date le nu-
merose stanze in cui era diviso il suo ufficio, pensai che con lui
lavorassero altri medici. No, mi spiegò, c'erano molte stanze per-
ché aveva molti pazienti anziani e, anziché farli camminare, an-
dava lui da loro.
«I pazienti di una certa età, alcuni almeno, non si muovono
molto bene. Hanno avuto un ictus» disse ridendo.
La mattina in cui Bernstein subì l'ictus aveva operato sette pa-
zienti, in normali intervenÙ di cataratta, glaucoma e chirurgia re-
frattiva - procedure delicate all'interno dell'occhio.
Più tardi, mentre si rilassava giocando a tennis, il suo avversa-
rio gli fece notare che il suo equilibrio era precario e che non sta-.
va giocando bene come al solito. Dopo la partita guidò fino alla
banca per una commissione, e quando provò a sollevare la gam-
ba per scendere dalla sua auto sportiva, non ci riuscì. Una volta
tornato nel suo studio, la segretaria gli disse che non aveva un
bell'aspetto. Il suo medico di famiglia, il dottor Lewis, che lavo-
rava nello stesso palazzo, sapeva che Bernstein soffriva lievemen-

146
SCONFIGGERE L'OSCURITÀ

t•· di. diabete, che aveva dei problemi di colesterolo e che la ma-
' I11 •uveva avuto diversi ictus: era quindi predisposto a un ictus in
• 1.1 precoce. Il dottor Lewis somministrò a Bernstein una dose di
• 1111dna, un anticoagulante, poi la moglie lo accompagnò in
11·.pcdale.
'l'ra le dodici e le quattordici ore successive l'ictus peggiorò, e
11 lnto sinistro del suo corpo si paralizzò completamente, segno
•IIl' era stata danneggiata una parte significativa della corteccia
11111toria.
Una risonanza magnetica confermò la diagnosi: i medici indi-
dduarono una lesione nell'emisfero cerebrale destro, che con-
1111.lla il movimento del lato sinistro del corpo. Bernstein rimase
p1•1.· una settimana in terapia intensiva, mostrando un certo recu-
1wro. Dopo una settimana di fisioterapia, terapia occupazionale
,, logopedia in ospedale, venne trasferito in un centro riabilitati-
vn per due settimane, quindi venne dimesso. Proseguì con la fi-
•,ìoterapia per altre tre settimane, poi gli fu detto che il tratta-
111cnto era concluso. Aveva completato il normale ciclo di cure
11revisto per i pazienti con ictus.
Ma il suo recupero era incompleto. Doveva usare ancora il
lmstone. La mano sinistra funzionava appena. Non riusciva a
1111ire il pollice e l'indice in un movimento a pinza. Malgrado fos-
'ìC nato destrimano, era stato ambidestro tanto che, prima dell'ic-
f llS, era in grado di eseguire un intervento di cataratta con la sola
1111100 sinistra. Ora non riusciva più a usarla in modo soddisfa-
1·cnte. Non era in grado di tenere in mano la forchetta, portare il
n1cchiaio alla bocca, o allacciarsi la camicia. A un certo punto
della riabilitazione fu portato in sedia a rotelle su un campo da
ll~nnis e gli fu data una racchetta per vedere se era in grado di te-
nerla in mano. Non ci riuscì, e cominciò a credere che non
11vrebbe mai più giocato a tennis. Malgrado gli fosse stato detto
che non avrebbe più guidato la sua Porsche, Bernstein aspettò di
rimanere solo in casa:« salii sulla mia auto da cinquantamila dol-
luri e uscii dal garage. Poi andai fino in fondo alla strada e mi
nuardai intorno, ero come un ragazzino che stava rubando una
macchina. Arrivai fino in fondo a una strada chiusa, e l'auto si
lipense. Non riuscivo a girare la chiave con la mano sinistra. Do-
vetti allungare il braccio e girare la chiave con la mano destra per

147
IL CERVELLO INFINITO

farla partire, perché non avrei mai lasciato lì la macchina e chia·


mato a casa per farmi venire a prendere. Naturalmente anche la
gamba sinistra non si muoveva perfettamente, e schiacciare la
frizione non era affatto facile».
Bernstein fu uno dei primi a rivolgersi alla Taub Therapy Cli-
nic per sottoporsi alla terapia constraint-induced (CI) elaborata
da Edward Taub, quando il programma era ancora in fase di spe-
rimentazione. Bernstein capì che non aveva nulla da perdere.
I suoi progressi con la terapia CI furono molto rapidi. Bern·
stein la descrisse così: «Il programma era inflessibile. Si comin-
ciava alle otto del mattino, e si andava avanti fino alle quattro e
mezzo del pomeriggio. Non ci si fermava nemmeno per il pran·
zo. Eravamo solo in due, perché erano le fasi iniziali della tera-
pia. L'altra paziente era un'infermiera, più giovane di me, aveva
quarantuno o quarantadue anni. Aveva avuto un ictus dopo il
parto. E faceva a gara con me, per non so quale motivo» - ride -
«ma procedevamo molto bene, e ci sostenevamo a vicenda. Do-
vevamo fare molti esercizi banali, come spostare dei barattoli da
uno scaffale all'altro. Lei era bassa di statura, così mettevo i ba-
rattoli più in alto che potevo».
Per impiegare le braccia in un movimento circolare, dovette-
ro pulire i tavoli e le finestre dei laboratori. Per rinforzare i
network cerebrali delle mani e svilupparne il controllo, doveva-
no infilare dei grossi elastici di gomma sulle dita menomate, per
poi aprirle opponendosi alla resistenza degli elastici. «Poi dove-
vo sedermi e scrivere le lettere dell'alfabeto con la mano sini-
stra». Nel giro di due settimane Bernstein aveva imparato a scri-
vere in stampatello e poi in corsivo con la mano sinistra. Verso la
fine della sua permanenza alla Taub Therapy Clinic era in grado
di giocare a Scarabeo, prendendo le tesserine con la mano sini-
stra e posizionandole con cura sul tabellone. Bernstein stava re"
cuperando le abilità motorie fini. Una volta tornato a casa, conti-
nuò a fare gli esercizi e a migliorare. Si sottopose anche a un altro
trattamento: l'elettrostimolazione del braccio sinistro, per riatti-
vare i neuroni.
Ora Bernstein è tornato al suo lavoro. Manda avanti il suo stu-
dio affollato, e gioca a tennis tre volte a settimana. Ha ancora
qualche problema nella corsa e sta cercando di risolvere un di-

148
SCONFIGGERE L'OSCURITÀ

l1•tto alla gamba sinistra che non era stato trattato del tutto nel
.-orso della riabilitazione. Da allora la Taub Clinic ha iniziato un
1wogramma specifico per pazienti con paralisi alle gambe.
Bernstein ha qualche problema residuo. Il braccio sinistro
11on gli sembra tornato normale, come è tipico dopo la terapia CI.
I ,e funzioni vengono ripristinate, ma senza tornare ai livelli pre-
,,~·denti. D'altra parte, quando lo vidi scrivere le lettere dell'alfa-
hcto con la mano sinistra, sembravano tracciate molto bene, e
nmi avrei immaginato che Bernstein avesse avuto un ictus o che
losse destrimano.
Nonostante abbia recuperato bene e si sentisse pronto per
Iornare a operare, Bernstein decise di non farlo, ma solo perché,
!il.! qualcuno lo avesse denunciato per negligenza professionale,
111 prima cosa che avrebbero detto gli avvocati era che aveva avu-
lo un ictus e che non avrebbe dovuto eseguire interventi chirur-
11ici. Chi sarebbe disposto a credere che il dottor Bernstein si è
rimesso completamente?

IJctus è un colpo improvviso e devastante. 1 Il cervello viene col-


pito dall'interno. Un coagulo di sangue o un'emorragia nelle ar-
terie cerebrali impediscono l'afflusso di ossigeno ai tessuti, ucci-
dendoli. Le vittime più gravi finiscono per diventare ombre di se
stesse, spesso abbandonate in strutture impersonali, imprigiona-
le nel loro corpo, incapaci di avere cura di sé, di nutrirsi da soli,
di muoversi e di parlare. L'ictus è una delle principali cause di di-
Nabilità negli adulti. Nonostante colpisca più spesso gli anziani,
può verificarsi anche in soggetti intorno ai quarant'anni. I medici
del pronto soccorso possono riuscire a evitare un peggioramento
rimuovendo il coagulo o bloccando l'emorragia, ma una volta
che si è verificata la lesione, la medicina moderna non può fare
molto - almeno finché Edward Taub non inventò una terapia
neuroplastica. Fino ad allora gli studi condotti su pazienti con ic-
tus cronico e con paralisi alle braccia concludevano che nessun
trattamento disponibile era efficace. 2 Erano stati riferiti pochi
casi aneddotici di recupero in seguito a ictus, come quello del
padre di Paul Bach-y-Rita. Alcuni pazienti erano riusciti a recu-
perare da soli, ma, una volta cessati i miglioramenti, le terapie
tradizionali erano inefficaci. La terapia di Taub cambiò tutto

149
IL CERVELLO INFINITO

questo aiutando i pazienti con ictus a « ricablare » il cervello. I


pazienti che erano rimasti paralizzati per anni e a cui era stato
detto che non sarebbero mai migliorati ricominciarono a muo-
versi. Alcuni tornarono a parlare. I bambini con paralisi cerebra-
le acquisirono il controllo dei movimenti. La medesima terapia
sembra promettere dei risultati nelle lesioni della colonna verte-
brale, nel morbo di Parkinson, nella sclerosi multipla e perfino
nell'artrite.
Nonostante ciò, pochi conoscono le conquiste compiute da
Taub, anche se questi le concepì per la prima volta e ne pose le
basi fin dal 1981. Gli fu impedito di divulgarle, Taub divenne
uno degli scienziati più diffamati del nostro tempo. Le scimmie
con cui lavorò divennero fra gli animali da laboratorio più famo·
si nella storia, ma non per ciò che gli esperimenti con quegli ani-
mali dimostrarono, ma per le accuse infondate dei maltrattamen·
ti subiti - accuse che impedirono a Taub di lavorare per anni.
Taub era così all'avanguardia rispetto ai suoi colleghi che la sua
tesi secondo cui i pazienti con ictus cronico potevano essere sot·
toposti a un trattamento neuropatico sembrava incredibile.

Edward Taub è un uomo scrupoloso, coscienziosò, molto atten-


to ai dettagli. Oggi ha più di settant'anni, pur dimostrandone di
meno, veste con eleganza e i suoi capelli sono pettinati con cura.
Parla con erudizione e in tono pacato, correggendosi per essere
sicuro di esprimersi adeguatamente. Vive a Birmingham, nell'A-
labama, dove è finalmente libero di sviluppare presso l'università
la propria terapia per i pazienti con ictus. Sua moglie, Mildred,
era un soprano, ha realizzato alcune incisioni con Igor Stravin-
skij e ha lavorato al Metropolitan Opera. È ancora una signora
affascinante, con una stupenda cascata di capelli e il calore delle
donne del Sud.
Taub nacque a Brooklyn nel 1931, frequentò la scuola gover~
nativa e si diplomò quando aveva solo quindici anni. Alla Co-
lumbia University studiò comportamentismo con Fred Keller. Il
comportamentismo di allora era dominato dallo psicologo di
Harvard B.F. Skinner, di cui Keller era il principale discepolo. I
comportamentisti credevano che la psicologia dovesse essere
una scienza «oggettiva» e che dovesse esaminare solo ciò che

150
SCONFIGGERE L'OSCURITÀ

1mteva essere visto e misurato - comportamenti osservabili. Il


rnmportamentismo si opponeva alle psicologie che si concentra-
vnno sulla mente: per i comportamentisti i pensieri, i sentimenti
1• i desideri erano aspetti meramente« soggettivi» che non pote-
vuno essere misurati oggettivamente. Allo stesso modo non si in-
l~)ressavano del cervello dal punto di vista fisico, sostenendo che,
rome la mente, anche il cervello fosse una «scatola nera». Il
mentore di Skinner, John B. Watson, scrisse sarcasticamente:
t< La maggior parte degli psicologi parlano in continuazione della
formazione di nuovi percorsi nel cervello, come se ci fosse una
riquadra di minuscoli servitori di Vulcano che corrono nel siste-
ma nervoso armati di martello e scalpello scavando nuove galle-
l'ic e allungando quelle vecchie ». 3 Per i comportamentisti, non
l'l'a importante che cosa accadesse all'interno del cervello o della
mente. Era possibile scoprire le leggi del comportamento sem-
lllicemente fornendo uno stimolo a un animale o a una persona e
osservandone la risposta.
Alla Columbia University i comportamentisti condussero i lo-
l'O esperimenti soprattutto con i ratti. Prima ancora di aver con-
cluso la specializzazione, Taub mise a punto una modalità di os-
Ncrvazione dei ratti tramite la registrazione delle loro attività in
1111 complicato «diario». Ma quando Taub utilizzò questo meto-
do per verificare una certa teoria del suo mentore Fred Keller,
questi, con sua grande delusione, ne disapprovò l'iniziativa.
'faub apprezzava molto Keller ed esitava a mettere in discussione
i risultati dell'esperimento, ma Keller venne a saperlo e disse al
suo allievo che doveva sempre «considerare i dati per come si
presentavano».
Il comportamentismo dell'epoca, insistendo che ogni com-
portamento non è altro che la risposta a uno stimolo, rappresen-
tava l'uomo come un essere passivo, e perciò era particolarmente
debole quando si trattava di spiegare come avremmo potuto agi-
re in modo volontario. Taub si rese conto che la mente e il cervel-
lo dovevano avere un ruolo nel determinare molti comporta-
menti, e che il mancato riconoscimento di ciò da parte del com-
portamentismo era un errore fatale. Malgrado si trattasse di una
scelta inconcepibile per un comportamentista dell'epoca, per ca-
pire meglio il sistema nervoso Taub iniziò a lavorare come assi-

151
IL CERVELLO INFINITO

stente ricercatore in un laboratorio di neurologia sperimentale,


dove venivano condotti degli esperimenti di « deafferentazione »
sulle scimmie.
La deafferentazione è una tecnica utilizzata fin dal 1895 dal
premio Nobel Sir Charles Sherrington. Con «nervo afferente»,
in tale contesto, si intende «nervo sensoriale», ossia che convo-
glia gli impulsi sensoriali al midollo spinale e quindi al cervello.
La deafferentazione è una metodica chirurgica in cui i nervi sen-
soriali in ingresso vengono rescissi così da impedire la trasmis-
sione di qualunque segnale. Una scimmia deafferentata non può
stabilire la posizione nello spazio degli arti interessati, o avvertire
in questi qualunque sensazione o dolore quando viene toccata.
L'impresa di Taub in questo campo - quando ancora non aveva
ottenuto la specializzazione - fu di capovolgere una delle idee
più importanti di Sherrington e da qui porre le basi per la terapia
dell'ictus.
Sherrington sosteneva che tutti i nostri movimenti si verifica-
no in risposta a qualche stimolo, e che quindi non sono indotti
dal cervello, ma dai nostri riflessi spinali. Questa idea venne
chiamata «teoria dell'arco riflesso», e avrebbe dominato le futu-
re neuroscienze.
Un riflesso spinale non coinvolge il cervello. Vi sono molti ri-
flessi spinali, ma I'esempio più semplice è il riflesso del ginoc-
chio. Quando il medico colpisce il vostro ginocchio con un mar-
telletto, un recettore sensoriale situato sotto la pelle raccoglie lo
stimolo e invia un impulso lungo il neurone sensoriale nella co-
scia e poi nel midollo spinale, il quale lo trasmette a un neurone
motorio nel midollo stesso: questo, a sua volta, invia un segnale
al muscolo della coscia, facendolo contrarre e provocando un
movimento involontario della gamba. Quando camminiamo, il
movimento di una gamba induce il movimento dell'altra, in mo-
do riflesso.
Ben presto si fece ricorso a questa teoria per spiegare ogni ti-
po di movimento. Sherrington basava la sua convinzione secon-
do cui i riflessi erano il fondamento di ogni movimento su un
esperimento di deafferentazione realizzato insieme a F.W. Mott.
Sherrington e Mott deafferentarono i nervi sensoriali nel braccio
di una scimmia, rescindendoli prima del loro ingresso nel midol-

152
SCONFIGGERE L'OSCURITÀ

111 spinale, in modo che al cervello dell'animale non potesse giun-


1•,111·c alcun segnale sensoriale: la scimmia smise di utilizzare l'ar-
t 11. Ciò sembrava strano, poiché erano stati rescissi i nervi senso-
11c1li (che trasmettono le sensazioni), e non i nervi motori che dal
1 vrvello vanno ai muscoli (stimolando il movimento). Sherring-

ltm capiva perché le scimmie non potevano sentire, ma non per-


1'hé non potessero muoversi. Per risolvere il problema, Sherring-

1un propose che il movimento fosse basato e indotto dalla com-


110.nente sensoriale del riflesso spinale, e che le sue scimmie non
riuscivano a muoversi poiché la deafferentazione aveva distrutto
proprio quella componente.
Subito altri pensatori generalizzarono la sua idea, sostenendo
1•he ogni movimento, e quindi tutto ciò che facciamo, perfino i
l'Omportamenti complessi, sono costituiti da catene di riflessi.
Anche movimenti volontari, come ad esempio scrivere, richiedo-
no che la corteccia motoria modifichi dei riflessi preesi'stenti. 4
Malgrado si opponessero allo studio del sistema nervoso, i com-
portamentisti accolsero l'idea che ogni movimento fosse basato
tlU risposte riflesse a uno stimolo precedente, poiché ciò esclude-
va un ruolo della mente e del cervello nel comportamento. Que-
sto, a sua volta, supportava l'idea secondo cui tutti i comporta-
menti fossero predeterminati da ciò che ci accade e che il libero
urbitrio è solo un'illusione. L'esperimento di Sherrington diven-
ne materia d'insegnamento nelle scuole di medicina e nelle uni-
versità.
Taub, lavorando con il neurochirurgo A.J. Berman, si propo-
se di verificare se fosse possibile replicare l'esperimento di Sher-
rington su alcune scimmie. Taub si aspettava di ottenere gli stessi
risultati del suo illustre predecessore. Spingendosi più in là di
Sherrington, decise non solo di deafferentare un braccio delle
scimmie, ma anche di bendare l'altro braccio per limitarne il mo-
vimento. Pensava che probabilmente le scimmie non utilizzava-
no l'arto deafferentato perché per loro era più facile usare l'altro
arto. Bendare il braccio non deafferentato avrebbe potuto co-
stringere la scimmia a utilizzare quello deafferentato per nutrirsi
e muoversi.
L'esperimento ebbe successo. Le scimmie, impossibilitate a
usare il braccio «buono», iniziarono a utilizzare il braccio deaf-

153
IL CERVELLO INFINITO

ferentato. 5 Taub racconta: «Ho un ricordo molto chiaro. Mi resi


conto che per settimane avevo osservato le scimmie usare il brac·
cio, e che non lo avevo verbalizzato perché non me l'aspettavo».

Taub sapeva che la sua scoperta portava a importanti implicazio-


ni. Se le scimmie potevano muovere il braccio deafferentato pur
essendo privato della sensibilità, allora la teoria di Sherrington, e
i professori di Taub, si sbagliavano. Nel cervello dovevano esser-
ci dei programmi motori in grado di indurre il movimento vo-
lontario; il comportamentismo e le neuroscienze si erano infilate
in un vicolo cieco per settant'anni. Taub riteneva anche che la
sua scoperta potesse essere importante per la riabilitazione in se-
guito a ictus, poiché le scimmie, come i pazienti con ictus, erano
sembrate del tutto incapaci di muovere le braccia. Forse qualche
paziente con ictus, come le scimmie, sarebbe riuscito a muovere
gli arti se fosse stato costretto a farlo ..
Taub avrebbe presto scoperto che non tutti gli scienziati era-
no disposti, come Keller, a vedersi confutare le proprie teoriè. I
seguaci di Sherrington iniziarono a trovare da ridire sull'esperi-
mento, sulla metodologia e sull'interpretazione di Taub. Gli enti
governativi si chiesero se dovessero continuare a sostenere eco-
nomicamente il giovane studente. Il professore di Taub alla Co-
lumbia University, Nat Schoenfeld, aveva elaborato una ben no-
ta teoria comportamentista basandosi sugli esperimenti di deaf-
ferentazione di Sherrington. Quando per Taub fu il momento di
discutere la sua tesi di dottorato, l'aula, di solito deserta, era
affollata. Keller, il mentore di Taub, era assente, mentre Schoen-
feld era presente. Taub presentò i dati e la propria interpretazio-
ne. Schoenfeld si oppose a Taub e se ne andò. Poi fu la volta del-
!'esame finale. Nel frattempo Taub aveva ottenuto più fondi di
molti professori e decise di lavorare a due importanti domande
di borse di studio durante la settimana dell'esame finale, creden'
do che questo sarebbe stato fissato più avanti. Quando gli fu ne-
gata una proroga e venne respinto per la sua «insolenza», Taub
decise di portare a termine il dottorato alla New York University.
La maggior parte degli scienziati del suo settore di ricerca si ri-
fiutava di credere alle sue scoperte. Venne attaccato in occasione
di convegni scientifici e non ricevette alcun premio o riconosci-

154°
SCONFIGGERE L'OSCURITÀ

111~nto. Tuttavia alla New York University era felice. «Ero al set-
111110 cielo. Facevo le mie ricerche. Non volevo altro».

'1ì npriva così la strada a un nuovo tipo di neuroscienza che univa


il 1neglio del comportamentismo, depurato da alcune delle sue
idee più dogmatiche, e della neurologia. Infatti, si trattava di una
•,intesi prefigurata da Ivan Pavlov, il fondatore del comporta-
111cntismo, il quale - malgrado ciò non sia molto noto - aveva
Il •11tato negli ultimi anni della sua attività di integrare i risultati
1ldla propria ricerca con le neuroscienze, e arrivò a sostenere la
plasticità del cervello. 6 Ironicamente, in un modo o nell'altro fu
proprio il comportamentismo a preparare Taub alle sue scoperte
più importanti sulla plasticità. A causa del loro disinteresse per
111 struttura del cervello, i comportamentisti, a differenza della
111aggior parte dei neuroscienziati, non erano giunti alla conclu-
~1ione che il cervello non fosse plastico. Molti di loro erano con-
vinti di poter insegnare a un animale a fare quasi qualunque cosa
I', malgrado non in termini di« neuroplasticità », credevano nella
llcssibilità del comportamento.
Aperto a questa idea di plasticità, Taub continuò a sperimen-
ture con la deafferentazione. Ipotizzò che, se le braccia di una
Ndmmia fossero state entrambe deafferentate, ben presto l'ani-
male sarebbe stato in grado di muoverle per poter sopravvivere.
Così procedette alla deafferentazione delle braccia e, infatti, le
r;dmmie riuscirono a muoverle entrambe.
Questa scoperta era paradossale: se un braccio veniva deaffe-
rcntato, la scimmia non poteva usare l'arto. Se venivano deaffe-
rentate entrambe le braccia, la scimmia riusciva a usarle en-
lrambe!
In seguito Taub deafferentò l'intero midollo spinale, in modo
che non vi fosse più alcun riflesso spinale nel corpo e la scimmia
non potesse ricevere nessun input sensoriale. Ma nonostante ciò
l'animale era in grado di usare gli arti. La teoria dell'arco riflesso
<li Sherrington era morta.
In seguito Taub ebbe un'altra rivelazione, che avrebbe tra-
sformato la terapia dell'ictus. Avanzò la tesi secondo cui la scim-
mia non utilizzava un braccio dopo essere stato deafferentato
poiché aveva imparato a non usarlo nel periodo immediatamente

155
IL CERVELLO INFINITO

successivo all'intervento chirurgico, quando il midollo spinale


era ancora sotto «choc» chirurgico.
Lo choc spinale può durare da due a sei mesi, e in questo pc·
riodo i neuroni hanno difficoltà ad attivarsi. 7 Un animale sotto
choc chirurgico proverà a muovere il braccio deafferentato ma
senza riuscirvi. Senza un rinforzo positivo, l'animale rinuncia e
perciò usa il braccio «buono» per nutrirsi, ottenendo un rinfor·
zo positivo ogni volta che vi riesce. Pertanto la mappa motorie.
per il braccio deafferentato - e quindi anche gli schemi per i nor·
mali movimenti delle braccia - inizia a indebolirsi e ad atrofiz.
zarsi, secondo il principio della plasticità use it or lose it. Taub
chiamò questo fenomeno learned non use («non uso appreso»),
e dedusse che le scimmie con entrambe le braccia deafferentate
erano in grado di utilizzarle perché non avevano mai avuto l' op-
portunità di impararne il cattivo funzionamento, il «non uso»;
dovevano usarle per sopravvivere.
Tuttavia Taub riteneva di avere solo un'evidenza indiretta a
sostegno della sua teoria del learned non use, così in una serie di
ingegnosi esperimenti provò a impedire che le scimmie « impa-
rassero» il non uso. In uno di questi esperimenti, Taub deaffe-
rentò il braccio di una scimmia; poi, anziché bendare l'altro
braccio per impedirne il movimento, bendò il braccio deafferen·
tato. In questo modo la scimmia non sarebbe stata in grado di
«imparare» che sarebbe stato impossibile usare l'arto nel perio-
do dello choc spinale. Infine, quando dopo tre mesi Taub rimos-
se la benda, molto tempo dopo che lo choc si era esaurito, la
scimmia fu subito in grado di usare il braccio deafferentato. Suc-
cessivamente Taub iniziò a indagare su quali vantaggi avrebbe
avuto insegnando agli animali a impedire il learned non use. Inol-
tre verificò se fosse possibile correggere il learned non use diversi
anni dopo il suo sviluppo, costringendo una scimmia a usare il
braccio deafferentato. 8 Il tentativo ebbe successo, e condusse a.
dei miglioramenti che si mantennero per tutta la vita della scim-
mia. Ora Taub disponeva di un modello animale che, oltre a ri-
produrre le conseguenze dell'ictus, ossia l'interruzione dei se-
gnali nervosi e la conseguente paralisi degli arti, forniva l'oppor-
tunità di superare il problema.
Taub riteneva che il significato di queste scoperte fosse che le

156
SCONFIGGERE L'OSCURITÀ

I" ·1·sone che avevano subito un ictus, o altri tipi di lesione cere-
I1111 lc, anche diversi anni prima avrebbero potuto soffrire del
/,.,mzed non use. 9 Taub sapeva che il cervello di alcuni pazienti
, 11lpiti da ictus ma con lesioni minime avevano subito una forma
··quivalente di choc spinale, ossia uno «choc corticale», che può
,lt 1rare qualche mese. In questo periodo ogni tentativo di muove-
11' la mano è destinato a fallire, portando probabilmente allear-

uetl non use.


J pazienti colpiti da ictus con un danno cerebrale esteso nel-
l\1rea motoria non riescono a migliorare per molto tempo e,
quando ciò accade, il recupero è comunque parziale. Taub ipo-
1ì1.zò che qualunque trattamento dell'ictus si sarebbe dovuto in-
dil'izzare sia al danno cerebrale sia al learned non use. Poiché
~111cst'ultimo potrebbe mascherare la capacità di recupero del
puziente, solo superando innanzitutto il learned non use è possi-
bile stimare con certezza le prospettive di guarigione del pazien-
te. Taub riteneva che anche dopo un ictus ci fossero buone pro-
hubilità che gli schemi motori fossero ancora presenti nel sistema
11crvoso. Quindi, per smascherare la capacità motoria negli esse-
l'i umani era necessario fare loro ciò che era stato fatto alle scim-
mie: impedire l'uso del braccio sano e costringere il braccio pa-
rulizzato a muoversi.
Nelle sue prime ricerche con le scimmie, Taub aveva imparato
una lezione importante. Se all'animale si offriva semplicemente
una ricompensa quando usava il braccio deafferentato per pren-
dere il cibo - ciò che i comportamentisti chiamano« condiziona-
mento» -la scimmia non faceva alcun progresso. Così Taub pas-
lìÒ a un'altra tecnica, chiamata shaping, la quale «modella» un
comportamento attraverso una serie di piccoli passaggi. Così un
unimale deafferentato avrebbe ricevuto un premio non solo se
fosse riuscito a raggiungere il cibo, ma anche nel caso in cui aves-
se compiuto il minimo gesto necessario per farlo.
Nel maggio del 1981 Taub aveva quarantanove anni, dirigeva
il suo laboratorio, il Behavioral Biology Center di Silver Spring,
nel Maryland, e progettava di trasformare il suo lavoro con le
scimmie in una terapia per l'ictus. Alex Pacheco, uno studente
ventiduenne di scienze politiche alla George Washington Uni-

157
IL CERVELLO INFINITO ·1

versity di Washington, si offrì volontario per lavorare nel labotll• ·


torio di Taub. ·

Pacheco informò Taub che avrebbe preso in considerazione J'i.


dea di diventare un ricercatore medico. Taub trovò il giovane
piacevole e desideroso di offrire il suo aiuto. Tuttavia Pache,·o
non disse di essere il fondatore e il presidente della PETA (People
for the Ethical Treatment of Animals), un gruppo animalista mi-
litante. Fondatrice insieme a Pacheco dell'organizzazione era la
trentunenne Ingrid Newkirk, già direttrice del canile municipale
di Washington. La Newkirk e Pacheco avevano una relazione, e
dirigevano le attività della PETA dal loro appartamento nella ca-
pitale statunitense.
La PETA era, ed è ancora, contraria a qualunque ricerca medi.
ca che coinvolga gli animali, incluse le sperimentazioni per la cu-
ra del cancro, delle malattie cardiache e, una volta che il virus
venne scoperto, dell'AIDS. Si oppone con forza al consumo di
carne animale (da parte degli esseri umani, non degli altri anima·
li), alla produzione di latte e miele (descritta come« sfruttamen-
to» delle mucche e delle api) e al fatto di tenere degli animali
(considerata una forma di « schiavitù»). Quando Pacheco si Of·
frì come volontario nel laboratorio di Taub, il suo scopo era libe-
rare le diciassette «scimmie di Silver Spring» trasformandole. in
un grido di guerra per una campagna animalista.
Se da una parte la deafferentazione non è generalmente dolo-
rosa, dall'altra non è certo piacevole. Le scimmie deafferentate
non potevano sentire dolore nelle braccia, dunque quando urta·
vano qualcosa potevano ferirsi. Quando il braccio ferito veniva
fasciato, talvolta le scimmie reagivano come se le braccia fossero
dei corpi estranei, cercando di morderle.
Nell'estate del 1981, mentre Taub era assente per una vacanza
di tre settimane, Pacheco si introdusse nel laboratorio e foto·
grafò ciò che sembrava mostrare la sofferenza gratuita delle
scimmie: ferite, trascurate, e tutto quanto potesse suggerire che
fossero costrette a mangiare in ciotole sporche dei loro stessi
escrementi.
Armato delle sue foto, 1'11settembre1981 Pacheco convinse
le autorità e la polizia del Maryland a irrompere nel laboratorio e

158
SCONFIGGERE L'OSCURITÀ

~··questrare le scimmie. Taub rischiava di essere incriminato poi-


' I"\ a differenza degli altri Stati, la legislazione del Maryland sul
111altrattamento degli animali sembrava non prevedere alcuna ec-
' ,•;:ione nel caso della ricerca medica.
Quando Taub fece ritorno al laboratorio, rimase stupito dal
, i reo mediatico che trovò ad accoglierlo e dalle sue ripercussio-
11 i, A qualche chilometro da lì, i dirigenti del National Institutes
111 riealth (NIH), la principale istituzione statunitense per la ricer-
• ;t medica, vennero a sapere dell'irruzione della polizia e si spa-
v11ntarono. I laboratori del NIH conducono più sperimentazioni
l1iomediche sugli animali di qualunque altra istituzione al mon-
1lo, e chiaramente avrebbero potuto costituire il successivo ber-
•111glio della PETA. Il NIH si trovò a dover decidere se difendere
'l'nub e sfidare la PETA oppure sostenere che il ricercatore era una
111cla marcia e prenderne le distanze. Il NIH decise di non appog-
11iure Taub.
La PETA si pose come grande difensore della legge, anche se
l'ctcheco sembra abbia affermato che l'incendio, la distruzione
1 ldla proprietà, il furto con scasso e la rapina sono accettabili

•.e quando alleviano direttamente il dolore e la sofferenza degli


unimali ». 10 Il caso di Taub divenne la cause célèbre della società
di Washington. Il Washington Post seguì la controversia, e i cro-
11isti misero in ridicolo Taub. Gli animalisti lo demonizzarono in
una campagna che lo ritraeva come· un aguzzino, un moderno
1 lottor Mengele. 11 La pubblicità innescata dalla vicenda delle
((scimmie di Silver Spring» fu enorme, rendendo la PETA la più
grande organizzazione animalista degli Stati Uniti, e Edward
'lhub una figura odiata.
Lo scienziato venne arrestato e processato per maltrattamenti
Nugli animali. Su di lui pendevano centodiciannove capi d' accu-
Hll. Prima del processo due terzi del Congresso degli Stati Uniti,
messi alle strette dalla rabbia degli elettori, votarono una risolu-
t:ione non vincolante che bloccava i finanziamenti a Taub. Questi
si ritrovò isolato dai colleghi; perse lo stipendio, i finanziamenti,
Ali animali; gli fu impedito di eseguire esperimenti e fu costretto
u lasciare la sua casa di Silver Spring. La moglie veniva pedinata,
e sia lei sia il marito ricevettero minacce di morte. Una volta
qualcuno seguì Mildred fino a New York, telefonò a Taub e gli

159
IL CERVELLO INFINITO ;I

fece un resoconto dettagliato delle attività della moglie. Poco do~


po Taub ricevette un'altra chiamata da un uomo che diceva di es-~
sere un ufficiale di polizia della contea di Montgomery e di esse··
re stato appena informato dalla polizia di New York che Mildred
aveva avuto uno «sfortunato incidente». Era tutto falso1 ma
Taub non poteva saperlo.

Taub trascorse i sei anni successivi della sua vita lavorando sedici
ore al giorno, sette giorni su sette, per dimostrare la propria inno·
cenza, spesso come avvocato di se stesso. Prima che il processo
avesse inizio, aveva centomila dollari di risparmi. Alla fine gliene
rimasero solo quattromila. Essendo stato bandito, non riusciva a
ottenere un lavoro all'università. Ma gradualmente, processo do-
po processo, appello dopo appello, imputazione dopo imputa·
zione, Taub riuscì a negare le accuse mossegli dalla PETA.
Taub sosteneva che nelle foto di Pacheco c'era qualcosa di so·
spetto, e che alcuni indizi suggerivano una complicità tra la PETA
e le autorità della contea di Montgomery. Taub aveva sempre so·
stenuto che le foto di Pacheco erano una messinscena e che le di·
dascalie erano state inventate ad arte. 12 Ad esempio, in una foto
una scimmia, che di solito stava seduta comodamente su un sup·
porto utilizzato per gli esperimenti, ora sembrava costretta a fare
smorfie, a contorcersi e piegarsi come se il supporto fosse stato
smontato e poi opportunamente rimontato. Pacheco negò che le
foto fossero state contraffatte.
Stranamente, in occasione del raid di Silver Spring la polizia
affidò le scimmie sequestrate dal laboratorio di Taub a Lori Leh-
ner, un'attivista della PETA, perché le custodisse nel suo seminter-
rato, inquinando così le prove. Poi improvvisamente l'intero
gruppo di scimmie scomparve. Taub e i suoi sostenitori non han-
no mai avuto dubbi sul fatto che dietro alla scomparsa delle
scimmie ci fossero Pacheco e la PETA, ma Pacheco è sempre stato
evasivo sull'argomento. Quando la giornalista del New Yorker
Caroline Fraser chiese al militante della PETA se avesse portato gli
animali, come si presumeva, a Gainesville, in Florida, Pacheco
rispose che era« una supposizione piuttosto azzeccata ». 13
Divenne chiaro che non era possibile perseguire Taub senza le
scimmie e che la sottrazione delle prove era un reato grave; allora

160
SCONF1GGERE L'OSCURITÀ

1111provvisamente le scimmie ricomparvero così come erano spa-


111c e vennero subito restituite a Taub. Nessuno venne incrimina-
1111 ma Taub ha sempre sostenuto con decisione che gli esami
•lllUtologici mostravano come gli animali avessero subito un for-
h' stress per il viaggio di oltre tremila chilometri a cui erano state
'111ltoposte e come soffrissero di una condizione chiamata « feb-
l 1rc da trasporto». Poco dopo una delle scimmie, Charlie, venne
11ltaccata e morsicata da un'altra scimmia molto agitata. Un vete-
rinario nominato dal tribunale somministrò a Charlie un'overdo-
'A' di farmaci, e la scimmia morì.
Entro la fine del primo processo di fronte a un giudice, nel
11ovembre del 1981, centotredici dei centodiciannove capi d'ac-
rnsa nei confronti di Taub erano stati annullati. Si tenne poi un
rwcondo procedimento, durante il quale Taub migliorò ulterior-
mcnte la propria posizione, seguito da un processo in cui la corte
d'appello del Maryland stabilì che la legislatura di quello Stato
11on avesse mai inteso applicare ai ricercatori le leggi sul maltrat-
lumento degli animali. Taub venne prosciolto all'unanimità. 14
Il corso degli eventi sembrava aver cambiato direzione. Ses-
nnntasette società americane presentarono al NIH, che continuava
li osteggiare Taub, un'istanza a favore di quest'ultimo, sostenen-
do che non vi fossero prove sufficienti a sostegno delle accuse
originarie. 15
Ma Taub non aveva ancora riottenuto le sue scimmie né un la-
voro, e gli amici gli dissero che nessuno lo avrebbe voluto. Quan-
do alla fine venne assunto dall'Università dell' Alabama·nel 1986,
si tennero delle dimostrazioni contro di lui e i manifestanti mi-
nacciarono di bloccare tutte le ricerche condotte su animali pres-
NO l'università. 16 Ma Cari McFarland, il capo del dipartimento di
psicologia, e altri che conoscevano il suo lavoro, sostennero
Taub.
Raggiunto finalmente un periodo di calma dopo anni, Taub
ottenne un finanziamento per lo studio dell'ictus e aprì una cli-
111ca.

Le prime cose che saltano all'occhio nella clinica di Taub sono


grossi guanti a manopola e bendaggi a fionda; all'interno, per il
novanta per cento delle ore di veglia, pazienti adulti indossano i

161
IL CERVELLO INFINITO

guanti sulla mano sana, mentre il braccio è bloccato dal benda~·


gio.
La clinica dispone di molte piccole stanze e di un ambiento
più grande, dove si svolgono gli esercizi ideati da Taub in colla·
borazione con la fìsioterapistaJean Crago. Alcuni sembrano una
versione più intensiva delle normali attività quotidiane su cui si
concentra la riabilitazione convenzionale. La clinica di Taub uti-
lizza sempre la tecnica comportamentista dello shaping, con un
approccio incrementale a ogni abilità. Gli adulti giocano come
dei bambini: alcuni pazienti spingono dei pioli di legno in un
pannello traforato; altri prendono delle monetine da un mucchio
di monetine e piselli e le mettono in un porcellino salvadanaio.
Le caratteristiche dei giochi non sono casuali - queste persone
stanno imparando di nuovo a muoversi attraverso i piccoli passi
che tutti abbiamo mosso da bambini, allo scopo di recuperare gli
schemi motori che Taub crede siano ancora inscritti nel sistema
nervoso, anche dopo molti ictus, malattie o incidenti.
Le sedute di riabilitazione convenzionale durano normalmen-
te un'ora, tre volte a settimana. I pazienti seguiti da Taub si eser-
citano sei ore al giorno, da dieci a quindici giorni consecutivi. Si
stancano moltissimo e spesso devono fare un pisolino. All'inizio
i miglioramenti sono molto rapidi, poi diminuiscono progressi-
vamente. Gli studi originari di Taub mostravano che il tratta·
mento è virtualmente efficace in tutti i casi di pazienti sopravvis-
suti all'ictus e che riescono a muovere ancora le dita - circa la
metà dei pazienti con ictus cronico. Da allora la clinica di Taub è
giunta a recuperare l'uso delle mani anche in caso di paralisi to-
tale. Taub iniziò trattando persone che avevano avuto forme leg-
gere di ictus, ma in seguito avrebbe mostrato, attraverso studi
controllati, che l'ottanta per cento dei pazienti con ictus che han-
no perso la funzionalità delle braccia può migliorare in modo so-
stanziale.17 Molte di queste persone avevano subito un ictus cro-
nico e mostravano notevoli miglioramenti. 18 Anche quei pazienti
che avevano avuto un ictus, in media, quattro anni prima di ini-
ziare la terapia CI avevano tratto dei benefici significativi. 19
Uno di questi.pazienti, che chiameremo Jeremiah Andrews,
un avvocato di cinquantatré anni, subì il suo primo ictus quaran-
tacinque anni prima di rivolgersi alla Taub Clinic, e nonostante

162
SCONFIGGERE L'OSCURITÀ

' 1ù la terapia ebbe successo, mezzo secolo dopo il dramma che


.1wva vissuto da bambino. Jeremiah subì un ictus quando aveva
.1ppcna sette anni, in prima elementare, mentre stava giocando a
I1,1scball. «Ero sulla linea laterale» mi raccontò,« e tutt' a un trat-
111 caddi a terra e dissi: 'Non ho più il braccio, non ho più la gam-
11,t'. Mio padre mi portò a casa». J eremiah aveva perso la sensibi-
h1 i1 nel lato destro del corpo, non riusciva a sollevare il piede de-
•11 ro o usare il braccio, e sviluppò un tremore. Dovette imparare a
'•t'l'ivere con la mano sinistra, poiché la destra era debole e inca-
l•llCe di compiere movimenti fini. In seguito all'ictus si sottopose
~tllu riabilitazione convenzionale, ma continuò ad avere grosse
1lifficoltà. Pur camminando con un bastone, cadeva spessissimo.
Verso i quarant'anni d'età, cadeva circa centocinquanta volte al-
l'nnno, fratturandosi, di volta in volta, una mano, un piede e, al-
l'età di quarantanove anni, l'anca. Dopo quest'ultimo incidente,
Ili riabilitazione convenzionale gli permise di ridurre le cadute a
drca trentasei all'anno. In seguito si rivolse alla clinica di Taub,
dove venne sottoposto a due settimane di trattamento per la ma-
no destra e a tre settimane per la gamba, e dove migliorò signifi-
mtivamente il suo equilibrio. In questo breve periodo il recupero
della mano fu tale che «mi fecero scrivere il mio nome con una
matita usando la mano destra finché la scrittura non diventò
rhiara - incredibile». J eremiah ha continuato a fare gli esercizi e
li migliorare; tre anni dopo aver lasciato la clinica è caduto solo
r;ctte volte. «Non ho smesso di migliorare nei tre anni successi-
vi » spiega, «e grazie agli esercizi sono in una forma molto, molto
migliore rispetto a quando uscii dalla clinica di Taub ».

I miglioramenti diJeremiah presso la clinica di Taub dimostrano


che, poiché il cervello è plastico ed è in grado di riorganizzarsi,
dovremmo essere cauti nel prevedere fino a che punto potrebbe
progredire un paziente, pur motivato, colpito da ictus in un'area
i;cnsoriale o motoria, senza tenere conto da quanto tempo convi-
va con la propria disabilità. Seguendo il principio use it or lose it,
avremmo potuto presumere che, nel caso diJeremiah, le aree ce-
rebrali chiave per l'equilibrio, la capacità di camminare e l'uso
della mano sarebbero state irrecuperabili, rendendo quindi qua-
lunque ulteriore trattamento del tutto inefficace. Malgrado quel-

163
IL CERVELLO INFINITO .,
le aree fossero scomparse, il cervello di Jeremiah, con un inpu&1
appropriato, è stato in grado di riorganizzarsi e trovare un modo
nuovo per svolgere le funzioni compromesse - come oggi ci vie·
ne confermato dal neuroimaging.
Taub, Joachim Liepert e i colleghi di quest'ultimo dell'Uni·
versità di Jena, in Germania, hanno dimostrato che dopo un ic·
tus la mappa cerebrale che rappresenta il braccio colpito si re·
stringe circa della metà. Questo significa che un paziente colpito
da ictus dispone di metà dei neuroni originari. Taub ritiene che
ciò spieghi perché i pazienti con ictus riferiscono che usare il
braccio colpito richiede uno sforzo maggiore. Non è solo l'atro·
fia muscolare a rendere il movimento più difficile, ma anche l' a-
trofia cerebrale. Quando la terapia CI riporta l'area motoria cere·
brale alla sua dimensione normale, usare il braccio diventa meno
faticoso.
Due studi confermano che la terapia CI consente il recupero
dell'area cerebrale ridotta. Il primo studio misurò le mappe cere-
brali di sei pazienti con ictus e che avevano avuto una paralisi del
braccio e della mano per una media di sei anni - molto più di
quanto ci si potesse aspettare per un recupero spontaneo. Dopo
la terapia CI la dimensione della mappa cerebrale responsabile
del movimento della mano era raddoppiata. 20 Il secondo studio
mostrò che era possibile osservare delle modificazioni in entram-
bi gli emisferi cerebrali, dimostrando quanto fosse esteso il cam-
biamento neuroplastico. 21 Questi studi sono i primi ad aver di-
mostrato come in pazienti con ictus sia possibile modificare la
struttura del cervello in risposta alla terapia CI, e ci aiutano a ca-
pire come riuscì a guarire J eremiah.
Attualmente Taub sta studiando la durata del trattamento. I
clinici riferiscono che tre ore al giorno potrebbero dare buoni ri-
sultati e che aumentare il numero di movimenti all'ora è una so-
luzione migliore che sottoporsi a sei ore molto faticose di terapia.
Naturalmente non sono i guanti e i bendaggi a ricablare il cer-
vello dei pazienti. Sebbene questi strumenti costringano i pa-
zienti a esercitarsi usando le braccia menomate, l'essenza della
cura sta nell'esercizio incrementale o shaping, ossia nell'aumento
della difficoltà nel corso del tempo. Una «pratica intensiva» -
che concentra una quantità straordinaria di esercizi in appena

164
SCONFIGGERE L'OSCURITÀ

1 l11c settimane - permette ai pazienti di ricablare il loro cervello


•,1imolando i cambiamenti plastici. Il ricablaggio non è perfetto
1 l11po una necrosi cerebrale molto estesa. I nuo,vi neuroni devono

•l'itlUmere il controllo delle funzioni compromesse, e potrebbero


111m essere efficaci come quelli di cui hanno preso il posto. 22 Tut-
1,1via i miglioramenti possono essere significativi, come nel caso
1 l1-I dottor Bernstein - e in quello di Nicole von Ruden, una don-

' Hl che non fu colpita da ictus, ma da un altro tipo di lesione ce-


n•brale.

Nicole von Ruden, mi hanno raccontato, è il genere di persona


dic illumina una stanza appena vi entra. Nata nel 1967, è stata
l11segnante di scuola elementare, produttore per la CNN e per lo
llhnw televisivo Entertainment Tonight. Ha lavorato come volon-
lnria in una scuola per non vedenti, con bambini malati di cancro
v altri che avevano contratto I'AIDS, perché vittime di stupro o
11ià infettati dal virus fin dalla nascita. Era coraggiosa e attiva.
t\mava fare rafting e andare in mountain bike, aveva partecipato
a una maratona e percorso a piedi il sentiero degli Inca in Peni
Un giorno, all'età di trentatré anni, dopo aver deciso di spo-
tmrsi e di vivere a Shell Beach, in California, Nicole si fece visita-
re <la un oculista a causa di una diplopia che la tormentava ormai
da un paio di mesi. Il medico si preoccupò, e le disse di fare una
risonanza magnetica il giorno stesso. Una volta completato l' esa-
me, Nicole fu ricoverata in ospedale. Il mattino successivo, 19
gennaio 2000, le venne detto che soffriva di un tumore cerebrale
raro e inoperabile, un glioma, al tronco cerebrale, un'area poco
estesa che controlla la respirazione. Le restavano da tre a nove
mesi di vita.
I genitori di Nicole la fecero trasferire immediatamente alla
clinica della University of California, a San Francisco. Quella se-
ra il primario di neurochirurgia le disse che la sua unica speranza
di vita era la somministrazione di dosi massicce di radiazioni. Il
bisturi in quell'area così piccola I'avrebbe uccisa. La mattina del
21 gennaio Nicole ricevette la prima dose di radiazioni e poi, nel
corso dei sei mesi successivi, la quantità massima di radiazioni
che un essere umano potrebbe tollerare, una dose così forte che
le avrebbe impedito di sottoporsi ancora a quel trattamento. Ni-

165
IL CERVELLO INFINITO

cole assunse anche forti dosi di steroidi per ridurre la massa tu ..


morale nel tronco cerebrale, che poteva essere fatale.
La radioterapia le salvò la vita, ma fu l'inizio di altre sofferen·
ze. «Dopo due o tre settimane di radiazioni» racconta Nicol e,
«iniziai ad avere un formicolio al piede destro. Con il tempo ri·
salì lungo la parte destra del mio corpo, fino al ginocchio, I'anca,
il tronco e il braccio, e infine il volto». Ben presto rimase paraliz.
zata e priva di sensibilità su tutto il lato destro del corpo. Nicole
è destrimana, così la perdita dell'uso della mano fu critica. «Le
cose peggiorarono così tanto» prosegue lei, «che non riuscivo
ad alzarmi o girarmi nel letto. È come quando ti si addormenta
una gamba, la gamba cede e non ti sostiene più». Presto i dottori
stabilirono che non si trattava di ictus, ma di un raro grave effet·
to collaterale della radioterapia che aveva lesionato il cervello.
«Una delle piccole ironie della vita» dice Nicole.
Dall'ospedale venne portata a casa dei genitori. «Dovevano
mettermi su una sedia a rotelle, sòllevarmi dal letto e sostenermi,
e aiutarmi a sedermi e ad alzarmi dalla sedia». Nicole era in gra-
do di mangiare con la mano sinistra, ma solo dopo essere stata le-
gata dai suoi genitori alla sedia con un lenzuolo, per impedire
che cadesse. Una caduta sarebbe stata particolarmente pericolo-
sa, perché non avrebbe potuto allungare le braccia per proteg·
gersi. A causa della costante immobilità e delle dosi di steroidi,
Nicole passò da cinquantasei a ottantasei chili di peso, e il suo
volto, come dice lei stessa, divenne simile a una «zucca». La ra-
dioterapia, inoltre, aveva provocato la caduta dei capelli.
Nicole era psicologicamente distrutta e sconvolta in particola-
re dall'angoscia che la sua malattia stava provocando negli altri.
Per sei mesi fu così depressa che smise di parlare e non si alzò
nemmeno del letto. «Ricordo quel periodo, ma non riesco a
comprenderlo. Ricordo che guardavo l'orologio, aspettando che
il tempo passasse o che mi tirassi su per mangiare, dato che i miei
genitori volevano a tutti i costi che mangiassi tre volte al giorno».
I genitori di Nicole avevano fatto parte dei Peace Corps* e

* I Peace Corps vennero costituiti nd 1960 negli Stati Uniti dietro impulso
dell'allora senatore J.F. Kennedy, allo scopo di servire la cauioa della convivenza
pacifica tra i popoli e sostenere i paesi in via di sviluppo. (N.d. T.)

166
SCONFIGGERE L'OSCURITÀ

1M.1vano un atteggiamento positivo. Il padre, un medico generi-


• 11, lasciò il lavoro e rimase a casa per assistere la figlia, nonostan-
lt • le proteste di Nicole. La portavano al cinema o sull'oceano
••ttlla sua sedia a rotelle perché non perdesse il legame con la vita.
·· Mi dicevano che ce l'avrei fatta» racconta Nicole, «che tutto
qlll$to sarebbe passato». Nel frattempo, gli amici e la famiglia si
111iscro alla ricerca di informazioni su possibili cure. Uno di loro
11· parlò della Taub Clinic, e Nicole decise di sottoporsi alla tera-
11in CI.
A Nicole venne dato un guantone da indossare, così non
.1vrebbe potuto usare la mano sinistra. Lo staff della clinica era
1111lcssibile. Nicole ride e dice: «La prima notte fecero una cosa
I111 ffa ». Quando squillò il telefono all'hotel in cui si trovava con
h1 madre, Nicole si tolse il guanto e alzò la cornetta dopo un solo
iiquillo. «Venni subito rimproverata dalla mia terapista. Mi stava
11111trollando e sapeva che se avessi risposto dopo un solo squil-
1111 ovviamente non stavo usando il braccio menomato. Mi mise-
i Il subito in riga».
Nicole non doveva solo indossare un guanto. «Poiché parlo
111olto a gesti, e visto che sono una chiacchierona, dovettero fìssa-
fl' il guantone alla gamba con del velcro, cosa che trovai molto
111.runa. A quel punto non hai più un briciolo d'orgoglio. A ognu-
110 di noi venne assegnato un terapista. La mia si chiamava Chri-
•1Line. Legammo immediatamente». Con un guantone sulla ma-
110 sana, Nicole cercava di scrivere su una lavagna bianca o su
una tastiera con la mano paralizzata. In un esercizio doveva met-
ll're dellefiches in un grande barattolo di farina d'avena. Verso la
lìne della settimana Nicole riusciva a infilare lefiches in una pic-
mla fessura in un tubo per palline da tennis. Doveva impilare
degli anelli colorati per bambini su un'asta, agganciare delle
111ollette a un righello, oppure cercare di prendere con la for-
chC'tta del pongo e portarselo alla bocca, innumerevoli volte. Al-
l'inizio lo staff la aiutava. Poi Nicole eseguiva gli esercizi mentre
C:hristine la cronometrava. Ogni volta che Nicole portava a ter-
mine un compito dicendo: «Di più non posso fare», Christine
rispondeva: «No, puoi fare di più».
«È dawero incredibile quanto migliorassi in appena cinque
minuti! E nel giro di due settimane ero letteralmente distrutta.

167
IL CERVELLO INFINITO

Non era consentito dire 'non ce la faccio'. Abbottonarmi era ter·


ribilmente frustrante. Anche allacciarmi un solo bottone sem·
brava un compito impossibile. Ero arrivata a convincermi che
avrei potuto vivere senza doverlo fare mai più. E quello che im-
pari alla fine delle due settimane, quando riesci ad abbottonare e
sbottonare velocemente un camice da laboratorio, è che è possi-
bile modificare il proprio atteggiamento mentale rispetto a ciò
che si è in grado di fare».
Una se'ra, a metà del trattamento, tutti i pazienti uscirono a
cena. «A tavola facemmo una gran confusione. I camerieri cono-
scevano già i pazienti della Taub Clinic, così sapevano cosa li
avrebbe aspettati. Il cibo volava mentre noi cercavamo di man-
giare usando il braccio paralizzato. Eravamo in sedici. Fu piutto-
sto divertente. Verso la fine della seconda settimana, potevo pre-
parare il caffè con la mano sinistra. Se volevo del caffè, mi dice-
vano: 'Davvero? Fattelo'. Così dovevo mettere il caffè nella mac-
china con un cucchiaino e riempirla d'acqua, tutto con il braccio
paralizzato. Non so quanto fosse buono quel caffè».
Le chiedo come si sentiva quando dovette lasciare la clinica.
«Completamente rinvigorita, perfino più mentalmente che fi-
sicamente. Mi diede la volontà per migliorare, e tornare ad avere
una vita normale». Non aveva potuto abbracciare nessuno con il
braccio paralizzato per tre anni, e ora poteva farlo di nuovo.
«Gli altri sanno che la mano mi trema un po', ma che importa.
Non devo mica lanciare il giavellotto, però riesco ad aprire lo
sportello del frigorifero, spegnere la luce o chiudere il rubinetto,
e farmi lo shampoo». Questi« piccoli» miglioramenti le permet·
tono di vivere da sola e di andare al lavoro in auto guidando in
autostrada con entrambe le mani. Ha iniziato a nuotare, e la set·
timana precedente al nostro incontro era stata a sciare senza rac-
chette nello Utah.
Nel corso di tutta l'impresa di Nicole, i suoi capi e colleghi sia-
della CNN sia di Entertainment Tonight seguirono i suoi progressi
e la aiutarono finanziariamente. Quando si presentò l'occasione
per un incarico da freelance in un programma di intrattenimento
per la CNN di New York, Nicole ne approfittò. In settembre lavo-
rava di nuovo a tempo pieno. L'll settembre 2001 era alla sua
scrivania e stava guardando fuori dalla finestra quando il secon-

168
SCONFIGGERE L'OSCURITÀ

1 lo aereo colpì il World Trade Center. Durante la crisi Nicole


wnne assegnata alla sala stampa e a situazioni che, in circostanze
diverse, avrebbero potuto fare leva su una sorta di pietà nei suoi
1 unfronti. Ma così non fu. L'atteggiamento nei suoi confronti
1•t·a: «Sei molto intelligente, ed è quello che conta». Questo, dice
Nicole, «probabilmente per me fu la cosa migliore».
Quando questo lavoro giunse al termine, Nicole tornò in Ca-
1i fornia per insegnare nella scuola elementare. I bambini la ac-
rolsero subito. Si inventarono perfino il «Miss Nicole von Ru-
dcn Day», in cui i bambini scendevano dallo scuolabus indos-
•ìttndo dei guanti da cucina, simili a quelli della Taub Clinic, e li
tmevano per tutto il giorno. Scherzavano sulla sua calligrafia e
r1ull'invalidità della sua mano destra, così Nicole li faceva scrive-
t't' con la loro mano più debole o meno dominante. «E in più»
uggiunge Nicole, «non era permesso loro usare l'espressione
'non ce la faccio'. In realtà erano dei piccoli terapisti. I miei alun-
ni. di prima elementare mi facevano alzare la mano sopra la testa
mentre contavano. Ogni giorno dovevo tenerla alzata un po' di
più ... Erano davvero inflessibili».
Oggi Nicole lavora a tempo pieno come produttore di Enter-
lttinment Tonight. Il suo lavoro prevede la stesura di testi, la veri-
lica di fatti e il coordinamento dei servizi. (Nicole aveva l'incari-
1·0 di seguire il processo a Michael Jackson.) La donna che non
riusciva a girarsi nel letto ora si alza alle cinque del mattino e la-
vora anche più di cinquanta ore a settimana. Nicole è tornata a
pesare cinquantasei chili. Ha ancora un lieve tremore e una certa
debolezza al lato destro del corpo, ma può portare gli oggetti
t'on la mano destra, sollevare la mano, vestirsi e in generale pren-
dersi cura di sé. Inoltre ha ricominciato ad aiutare i bambini ma-
luti di AIDS.

I principi della terapia constraint-induced sono stati applicati in


c;ermania dall'équipe, guidata dal dottor Friedemann Pul-
vcrmiiller, che lavorò con Taub nella cura di pazienti con ictus
che avevano subito un danno all'area di Broca e che avevano
perso la capacità di parlare.23 Circa il quaranta per cento dei pa-
;'.ienti con ictus all'emisfero cerebrale sinistro mostrano afasia.
Alcuni, come il famoso paziente afasico di Broca, « Tan », riusci-

169
IL CERVELLO INFINITO

va a usare una sola parola; altri avevano a disposizione un nume·


ro maggiore di parole, ma erano comunque gravemente meno·
mati. Alcuni migliorano spontaneamente o recuperano qualche
parola, ma in generale si ritiene che i pazienti che non sono mi-
gliorati nel giro di un anno non miglioreranno più.
A cosa equivale mettere un guantone sulla bocca oppure
«bendare» il linguaggio? I pazienti afasici, come quelli con pa·
ralisi del braccio, tendono a ricorrere ali' equivalente del loro
braccio «buono». Usano i gesti, oppure disegnano. Se sono an·
cora in grado di parlare, tendono a ripetere le cose più semplici.
La «costrizione» imposta agli afasici non è fisica, ma è del
tutto reale - una serie di regole linguistiche. In base al principio
dello shaping, queste regole vengono introdotte progressivamen-
te. In un gioco terapeutico, quattro pazienti utilizzano trentadue
carte con sedici figure diverse, ciascuna su una coppia di carte.
Un paziente con una carta che raffigura una roccia deve chiedere
ai compagni di gioco la carta con la stessa figura. All'inizio, l'uni-
ca richiesta è che i giocatori non indichino la carta, in modo da
non rinforzare il learned non use, Possono usare qualunque cir-
conlocuzione, purché sia verbale. Se vogliono la carta con la fi.
gura del sole e non riescono a trovare le parole, per ottenerla
possono dire: «La cosa che scalda di giorno». Quando hanno
formato una coppia, possono scartarla. Vince chi rimane per pri-
mo senza carte.
La seconda fase consiste nel nominare correttamente gli og-
getti. Ora i pazienti devono porre una domanda precisa, come:
«Posso avere la carta con il cane?» Poi devono aggiungere il no-
me della persona a cui si rivolgono e un'espressione di cortesia:
« Mr. Schmidt, potrei avere la carta con il sole, per favore? » Man
mano che l'esercizio procede, vengono utilizzate delle carte più
complesse. Vengono introdotti numeri e colori - una carta con
tre calzini blu e due rocce, per esempio. All'inizio ai pazienti vie-
ne chiesto di eseguire dei compiti semplici; man mano che mi-
gliorano, le richieste diventano più difficili.
L'équipe tedesca scelse una popolazione molto impegnativa-
pazienti che avevano avuto un ictus in media 8,3 anni prima, e
che ormai si erano rassegnati ali' afasia. Vennero studiati dicias-
sette pazienti. Di questi, sette vennero inclusi in un gruppo di

170
SCONFIGGERE L'OSCURITÀ

• 011trollo con trattamento convenzionale, basato semplicemente


·.111la ripetizione di parole; gli altri dieci ricevettero la terapia CI
1•~·r il linguaggio e dovevano seguire le regole del gioco linguisti-
• 11, tre ore al giorno per dieci giorni. Entrambi i gruppi vennero
I 1'1lttati per lo stesso numero di ore, poi vennero sottoposti a dei
ll'St linguistici standard. Nei dieci giorni di trattamento, dopo
·,11lo trentadue ore, il gruppo della terapia CI ebbe un incremento
11dla comunicazione del trenta per cento. Il gruppo con terapia
1 onvenzionale non mostrò alcun miglioramento. 24
Attraverso il suo lavoro sulla plasticità, Taub ha scoperto nu-
111crosi principi terapeutici: un esercizio è più efficace se il com-
pito è in stretta relazione con la vita quotidiana; gli esercizi devo-
110 essere progressivi; la terapia dovrebbe concentrarsi in un bre-
w periodo di tempo, una tecnica che Taub chiama «pratica in-
ll•nsiva», e che il suo ideatore ha riscontrato essere assai più effi-
11lce di un trattamento a lungo termine ma meno frequente.
Molti di questi stessi principi vengono utilizzati nell' appren-
1Iimento full immersion di una lingua straniera. Quanti fra di noi
hunno frequentato dei corsi di lingua per anni e non hanno mai
imparato come in un breve periodo trascorso all'estero, «immer-
1;j » nella lingua? Il tempo passato con persone che non parlano
111 nostra lingua materna, costringendoci a parlare la loro, rap-
11rcsenta appunto la «costrizione». L' «immersione» quotidiana
d consente di fare una «pratica intensiva». Il nostro accento
•i11ggerisce agli altri di utilizzare un linguaggio più semplice; così
la difficoltà aumenta in modo progressivo, proprio come nello
1baping. Il learned non use viene impedito, poiché la nostra so-
pravvivenza dipende dalla comunicazione.

'l'uub ha applicato i principi della terapia CI a numerosi altri di-


rnurbi. Ha iniziato a lavorare con bambini affetti da paralisi cere-
brale - una tragica e complessa disabilità che può essere provo-
1·uta da un danno cerebrale dello sviluppo, a sua volta prodotto
du un ictus, un'infezione, dalla carenza di ossigeno alla nascita, o
du altri problemi. 25 Spesso questi bambini non sono in grado di
1•umminare e sono bloccati su una sedia a rotelle per·tutta la vita,
non riescono a parlare correttamente o a controllare i movimen-
1i, le braccia sono menomate o paralizzate. Prima della terapia CI

171
IL CERVELLO INFINITO

per la paralisi delle braccia, il trattamento di questi bambini era i


generalmente ritenuto inefficace. Taub condusse uno studio in
cui metà dei bambini furono sottoposti alla riabilitazione con·
venzionale per la paralisi cerebrale, e l'altra metà alla terapia CI,
con il braccio migliore dal punto di vista funzionale posto in un
bendaggio leggero in fibra di vetro. La terapia CI prevedeva di
far scoppiare delle bolle di sapone con le dita menomate, inserire
delle palline in un . buco, raccogliere i pezzi di un puzzle. Ogni
volta che i bambini riuscivano nel compito, venivano coperti di
lodi e poi, nel gioco successivo, incoraggiati a migliorare la preci-
sione, la velocità e la fluidità di movimento, anche se erano molto
stanchi. I piccoli pazienti mostrarono dei miglioramenti eccezio-
nali in un periodo di tre settimane. Alcuni impararono per la pri-
ma volta a gattonare. Un bambino di diciotto mesi imparò a
muoversi carponi e a portarsi il cibo alla bocca con la mano. Uno
di quattro anni e mezzo, che non aveva mai usato il braccio o la
mano, iniziò a giocare a palla. E poi c'era Frederick Lincoln.

Frederick aveva avuto un grave ictus quando era ancora nell'ute-


ro della madre. All'età di quattro mesi e mezzo, la madre capl
che qualcosa non andava. «Notai che non si comportava come
gli altri bambini all'asilo nido. Loro riuscivano a stare seduti e a
tenere in mano il biberon, Frederick no. Sapevo che c'era qual-
che problema, ma non sapevo a chi rivolgermi». L'intero lato si-
nistro del suo corpo era rimasto colpito: il braccio e la gamba
non funzionavano bene. L'occhio sinistro si chiudeva, e Frede-
rick non era in grado di formare suoni o parole perché la lingua
era parzialmente paralizzata. Non sapeva gattonare o camminare
quando gli altri bambini erano già in grado di farlo. Non parlò fi-
no all'età di tre anni.
Quando aveva sette mesi, Frederick ebbe una crisi convulsi~
va, e il braccio sinistro si piegò sul petto e non fu possibile sten-
derlo di nuovo. Una risonanza magnetica mostrò, come disse il
medico alla madre, che «un quarto del cervello era morto», e
che «probabilmente non avrebbe mai gattonato, camminato o
parlato». Il medico riteneva che l'ictus si fosse verificato circa
dodici settimane prima della nascita.
Fu diagnosticata la paralisi cerebrale, con paralisi del lato si-

172
SCONFIGGERE L'OSCURITÀ

11ìtitro del corpo. La madre, che lavorava presso la Corte federale


•lititrettuale, lasciò il suo impiego e dedicò tutto il suo tempo alla
• lll'a di Frederick, con gravi conseguenze finanziarie per la fami-
1•,liu. La disabilità di Frederick colpì indirettamente anche la so-
l l'Ila di otto anni e mezzo.

«Dovevo spiegare a sua sorella» racconta la madre «che il


·.110 nuovo fratellino non sarebbe stato capace di badare a se stes-
'ill, che la mamma avrebbe dovuto prendersi cura di lui, e che
non sapevamo per quanto tempo saremmo andati avanti così.
Non sapevamo nemmeno se Frederick sarebbe mai stato capace
,li fare qualcosa da solo». Quando Frederick aveva diciotto me-
•,i, sua madre venne a sapere della Taub Clinic per adulti e chiese
'A' Frederick poteva essere curato. Ma ci sarebbero voluti anni
1wrché la clinica sviluppasse un programma per bambini.
Quando entrò alla Taub Clinic, Frederick aveva quattro anni.
Aveva fatto qualche progresso tramite gli approcci convenziona-
li. Riusciva a camminare con un tutore per la gamba e parlava
1·on difficoltà, ma non c'erano stati altri miglioramenti. Poteva
11sure il braccio sinistro ma non la mano. Poiché non poteva uni-
1v pollice e indice per afferrare gli oggetti né riusciva a toccare le
lilll:e dita con il pollice, non poteva prendere una palla e tenerla
1nil palmo della mano. Doveva usare il palmo della mano destra e
ìl dorso della sinistra.
All'inizio Frederick non voleva partecipare al trattamento di
Tuub e si ribellava, mangiando il purè con il braccio fasciato an-
1.iché sforzarsi di usare quello paralizzato.
Per assicurarsi che il trattamento rispettasse la durata prevista
di ventuno giorni consecutivi, la terapia CI non veniva eseguita
presso la Taub Clinic. «Per comodità» racconta la madre di Fre-
dcrick «facevamo la terapia ali' asilo, a casa, in chiesa, dalla non-
11u, ovunque ci trovassimo. La terapista veniva con noi in chiesa,
l' lavorava sulla mano di Frederick anche durante il tragitto in
'111to. Poi andava con lui alla scuola domenicale. Si adattava alle
nostre attività. Dal lunedì al venerdì passava quasi tutta la gior-
nuta all'asilo. Frederick sapeva che stavamo cercando di render-
lo un 'mancino' migliore».
Dopo appena diciannove giorni di terapia, Frederick riusciva
u unire pollice e indice. «Ora» dice sua madre «può fare qua-

173
IL CERVELLO INFINITO

lunque cosa con la mano sinistra, anche se è più debole della de·
stra. Può aprire una confezione di Ziploc, o reggere una mazza
da baseball. Migliora di giorno in giorno. Da quando ha iniziato
il progetto con Taub le sue capacità motorie sono migliorate tan·
tissimo, e da allora non hanno mai smesso di migliorare. Ora
posso pensare di essere un genitore normale, dovendo assistere
Frederick sempre meno». Frederick è diventato sempre più in·
dipendente, e la madre ha potuto ricominciare a lavorare.
Oggi Frederick ha otto anni, e non si considera un disabile.
Può correre. Pratica diversi sport, fra cui la pallavolo, ma il base-
ball rimane il suo preferito. La madre ha cucito del velcro all'in·
terno del suo guantone, in modo da fissarlo a un sostegno che
Frederick indossa sul braccio, per evitare che si sfili.
I progressi sono stati fenomenali. Ha partecipato alle selezio·
ni per una normale squadra di baseball - non per bambini disa-
bili - e ce l'ha fatta. «Gioca così bene» dice la madre «che è sta-
to scelto dall'allenatore per la squadra degli ali-star. Quando me
l'hanno detto ho pianto per due ore». Frederick è destrimano e
tiene la mazza normalmente. Qualche volta perde la presa con la
mano sinistra, ma la destra è così forte che riesce a usare la mazza
con una mano sola.
«Nel 2002» prosegue la madre «Frederick ha giocato nella
serie dei bambini di cinque e sei anni, e ha partecipato a cinque
partite della squadra degli alt-star, vincendone tre. Non solo, ha
vinto anche il titolo di miglior battitore. È stato grandioso. È an-
dato anche in televisione».

Ma la vicenda delle scimmie di Silver Spring non era ancora con-


clusa. Erano passati anni da quando le scimmie erano state se-
questrate dal laboratorio di Taub. Ma nel frattempo i neuro-
scienziati avevano cominciato ad apprezzare le scoperte pionie7
ristiche di Taub. Questo rinnovato interesse al suo lavoro, e alle
scimmie in particolare, avrebbe portato a uno degli esperimenti
più importanti mai realizzati sulla plasticità.
Nei suoi esperimenti Merzenich mostrò che, quando viene in-
terrotto l'input sensoriale proveniente da un dito, i cambiamenti
nella mappa cerebrale si verificano tipicamente in un'area di cor-
teccia dell'ampiezza di uno-due millimetri. Gli scienziati ritene-

174
SCONFIGGERE L'OSCURITÀ

v;lllO che la probabile spiegazione di un cambiamento plastico


lill'\to notevole risiedesse nella crescita dei singoli dendriti. I neu-
111ni cerebrali, una volta danneggiati, potevano produrre dei
•<germogli», o rami, per connettersi ad altri neuroni. Se un neu-
1nne moriva o non riceveva più segnali, i dendriti di un neurone
11diacente erano in grado di crescere da uno a tre millimetri per
1·ompensare la perdita. Ma se questo fosse stato il meccanismo

qm cui si verificava il cambiamento plastico, allora tale cambia-


111cnto sarebbe stato limitato ai pochi neuroni in prossimità della
l1•sione. Il cambiamento si sarebbe potuto avere tra aree cerebra-
li vicine fra loro ma non tra aree separate.
Il collega di Merzenich alla Vanderbilt University,Jon Kaas, la-
vorava con uno studente, Tim Pons, che non era affatto convinto
dd limite di uno-tre millimetri. Era proprio quello il limite massi-
mo del cambiamento plastico? Oppure il risultato ottenuto da
Mcrzenich era influenzato dalla tecnica utilizzata, che in alcuni
1•11perimenti cruciali implicava la rescissione di un singolo nervo?
Pons si chiedeva cosa sarebbe successo nel cervello se tutti i
llCrvi della mano fossero stati recisi. Questo avrebbe interessato
pi1~1 di due millimetri di corteccia? E si sarebbero osservati dei
rnmbiamenti tra le varie aree?
Gli animali che avrebbero potuto rispondere a quella doman-
do erano proprio le scimmie di Silver Spring, le uniche ad aver
truscorso dodici anni senza che le mappe cerebrali ricevessero al-
rnno stimolo. Paradossalmente, l'intervento della PETA per così
I t1nti anni le aveva rese sempre più preziose per la comunità
11dentifica. Se mai ci fosse stata una qualche creatura in grado di
111ostrare una massiccia riorganizzazione corticale attraverso la
1111a mappatura, sarebbe stata proprio una di quelle scimmie.
Ma non era chiaro chi avesse gli animali, malgrado fossero
untto la custodia del NIH. All'epoca l'istituto insisteva sul fatto di
non averle - erano una vera patata bollente -, né aveva osato
nmdurre esperimenti con quegli animali poiché costituivano I'o-
biettivo della campagna di liberazione della PETA. Tuttavia, la co-
1nunità scientifica più seria, fra cui il NIH, non voleva più sentir
purlare di caccia alle streghe. Nel 1987 la PETA presentò alla Cor-
te suprema un'istanza per la custodia, ma il tribunale si rifiutò di
IH'enderla in considerazione.

175
IL CERVELLO INFINITO

Le scimmie invecchiavano, e la loro salute peggiorava. Una dl':


loro, Paul, perse molto peso. La PETA fece pressioni sul NIH per•
ché procedesse all'eutanasia, e fece richiesta di un ordine del tri·
bunale per la sua esecuzione. Nel dicembre del 1989, un'altra
scimmia, Billy, era molto malata e stava per morire.
Molti anni prima Mortimer Mishkin, presidente della Society
for Neuroscience e capo del laboratorio di neuropsicologia pres·
so l'Institute of Mental Health del NIH, aveva studiato il primo
esperimento di deafferentazione condotto da Taub che aveva ro·
vesciato la teoria dell'arco riflesso di Sherrington. Mishkin aveva
sostenuto Taub durante la vicenda delle scimmie cll Silver Spring
ed era stato uno dei pochissimi che si erano opposti al taglio dei
finanziamenti del NIH a Taub. Mishkin incontrò Pons e si accor-
darono affinché, quando le scimmie sarebbero state soppresse,
venisse eseguito un esperimento finale. Si trattava di una decisio·
ne coraggiosa, dal momento che il Congresso aveva stilato un
documento favorevole alla PETA. Gli scienziati erano ben consa-
pevoli che la PETA avrebbe reagito con grande violenza, così evi-
tarono i fondi governativi e organizzarono l'esperimento con fi-
nanziamenti privati ..
L'esperimento prevedeva che Billy, prima di essere sottoposta
ali' eutanasia, dovesse essere anestetizzata e che venisse inserito
un microelettrodo nella mappa cerebrale relativa al braccio. A
causa dell'enorme pressione sugli scienziati e sui chirurghi, l' é-
quipe fece in quattro ore quello che normalmente avrebbe fatto
in più di una giornata. Venne rimossa una parte del cranio della
scimmia, vennero inseriti degli elettrodi in centoventiquattro
punti differenti nell'area corticale relativa al braccio deafferenta-
to, il quale venne stimolato. Come ci si aspettava, il braccio non
inviava impulsi elettrici agli elettrodi. Dopodiché Pons stimolò il
viso della scimmia, sapendo che la mappa cerebrale corrispon-
dente è adiacente a quella del braccio.
Con sua grande sorpresa, nel momento in cui toccò la faccia
dell'animale la mappa del braccio deafferentato si attivò, confer-
mando che la mappa della faccia era subentrata a quella del
braccio. Come aveva visto Merzenich nei suoi esperimenti,
quando una mappa cerebrale non viene utilizzata, il cervello può
organizzarsi in modo che un'altra funzione mentale assuma il

176
SCONFIGGERE L'OSCURITÀ

11111trollo di quell'area. Ancora più sorprendente fu la portata


1lvlla riorganizzazione. Quattordici millimetri della mappa del
I1rnccio si era ricablata per elaborare gli stimoli sensoriali prove-
11 ìmti dal volto - il « ricablaggio » più esteso che sia mai stato
11Hlppato.26
Billy ricevette un'iniezione letale. Sei mesi dopo l'esperimento
v1 1me ripetuto su altre tre scimmie, con gli stessi risultati.
1

L'esperipiento diede una grande spinta a Taub, che figurava


1 ume coautore dell'articolo pubblicato in seguito, e ad altri neu-

rologi dinamici che speravano di ricablare il cervello di persone


1 hc avevano subito gravi lesioni cerebrali. Non solo il cervello

11•agiva al danno con la crescita di nuovi dendriti all'interno delle


•ii11gole aree, ma, come l'esperimento aveva mostrato, la riorga-
11i:1.zazione poteva coinvolgere ampie regioni in modo trasversale.

e:ome molti neurologi dinamici, Taub ha contribuito a numerosi


111 iperimenti collettivi. Ha sviluppato una versione per computer

ddla terapia CI per chi non ha la possibilità di essere ricoverato


11lla Taub Clinic, chiamata AutoCITE (Automated CI Therapy), i
1 ui risultati sembrano promettenti. Oggi la terapia CI è in corso
di valutazione clinica tramite studi condotti a livello nazionale in
1111ti gli Stati Uniti. Taub fa anche parte di un' équipe che sta met-
liindo a punto una macchina pensata per aiutare le persone total-
111cnte paralizzate dalla sclerosi laterale amiotrofica, la malattia
d1c ha colpito lastrofisico inglese Stephen Hawking. L' apparec-
d1io dovrebbe trasmettere i pensieri attraverso le onde cerebrali,
i11 modo da dirigere il cursore di un computer per selezionare le
l1•ttere, e così formare parole e brevi frasi. Taub si sta dedicando
1illa cura del tinnitus, o ronzio auricolare, che può essere causato
dui cambiamenti plastici nella corteccia uditiva. Inoltre vuole ca-
pire se i pazienti con ictus possono sviluppare una capacità di
n1ovimento del tutto normale attraverso la terapia CI. Attual-
mente la durata del trattamento è di due settimane; Taub vuole
•1t:oprire cosa accadrebbe dopo un anno di terapia.
Ma forse il contributo più importante di Taub consiste nella
possibilità di applicare il suo approccio alle lesioni cerebrali e ai
problemi del sistema nervoso a così tante condizioni. Perfino un
disturbo di natura non neurologica come lartrite può portare al

177
IL CERVELLO INFINITO

learned non use, poiché dopo un attacco i pazienti spesso smet-


tono di usare un arto o un'articolazione. La terapia CI potrebbe
aiutarli a recuperare il movimento.
Fra tutte le condizioni mediche l'ictus, ossia la morte di una
parte del cervello, è fra le più terribili. Taub tuttavia ha mostrato
che anche in queste condizioni, nella misura in cui vi sia del tes·
suto adiacente ancora vivo, e in virtù della sua plasticità, c'è la
possibilità che tale tessuto assuma il controllo delle aree compro-
messe. Pochi scienziati hanno ottenuto una conoscenza così im-
mediatamente pratica dagli esperimenti sugli animali. Parados-
salmente, in tutta la vicenda di Silver Spring l'unico caso di stress
fisico immotivato che abbia coinvolto gli animali si è verifkato
quando, mentre erano sotto la custodia della PETA, le scimmie
scomparvero misteriosamente. A quanto pare, gli animali avreb-
bero viaggiato per quasi tremila chilometri fino in Florida per
poi tornare nel Maryland, essendo agitate e sottoposte a un note-
vole stress fisico.
Il lavoro quotidiano di Edward Taub trasforma le persone,
molte delle quali colpite nel pieno della loro vita. Ogni volta che
imparano a muovere il loro corpo paralizzato e a parlare, non ri-
portano alla vita solo loro stessi, ma anche la brillante carriera di
Edward Taub.

178
<•. Sbloccare il cervello
e,'ome usare la plasticità per ferma re ansie, ossessioni:
, mnpulsioni e cattive abitudini

Tutti noi abbiamo delle preoccupazioni. Siamo ansiosi perché


•ìiamo esseri intelligenti. Un aspetto essenziale dell'intelligenza è
d1e ci consente di fare previsioni, così come di pianificare, nutri-
re delle speranze, immaginare e formulare delle ipotesi, ma an-
d1e di preoccuparci e di prevedere le conseguenze negative. Ma
ei sono persone molto ansiose, che rientrano in una categoria a
llt. La loro sofferenza, malgrado sia« tutta nella testa», va ben al
1li là di ciò che la maggior parte delle persone prova, proprio per-
t'hé è tutta nella testa ed è, perciò, inevitabile. I problemi mentali
di queste persone sono tali da indurle a prendere spesso in consi-
derazione il suicidio. Paradigmatico il caso di uno studente uni-
versitario in preda alla disperazione che si sentiva così imprigio-
nuto nelle sue ossessioni e compulsioni che si mise una pistola in
hocca e premette il grilletto. 1 Il proiettile attraversò il lobo fron-
tule provocando così una lobotomia frontale, che all'epoca era
1111 trattamento per il disturbo ossessivo-compulsivo. Venne tro-
vato ancora vivo: il suo disturbo era scomparso, e così fece ritor-
no al college.
Ci sono molti tipi ansiosi e molti disturbi d'ansia - fobie, di-
Hturbi post-traumatici, attacchi di panico. Ma il disturbo più dif-
fuso è il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC): chi ne soffre è ter-
rorizzato all'idea che possa succedere, o che sia successo, qual-
cosa a loro o ai loro cari. Malgrado siano stati piuttosto ansiosi

179
IL CERVELLO INFINITO ',

fin da bambini, più tardi, spesso all'inizio dell'età adulta, hanno'


un «attacco» che porta le loro ansie a un livello più alto. Se pri• ·
m~ erano. cl.egli ad~lti. padro~i di ~e stessi, ora si ~e~tono come;
dei bambini angosciati, terronzzatl. Vergognandosi di aver perso·
il controllo, spesso nascondono le loro ansie agli altri, talvolta
per anni, prima di rivolgersi a un medico. Nei casi peggiori non
riescono a risvegliarsi da questi incubi anche per mesi, o addirit·
tura per anni. I farmaci possono placare le loro ansie, ma il più
delle volte senza risolvere il problema.
Il DOC spesso peggiora con il tempo, alterando gradualmente
la struttura del cervello. Un paziente con DOC può provare a gua-
rire concentrandosi sulle sue ansie - assicurandosi di non aver
tralasciato nulla e di non aver lasciato niente al caso-, ma più ri-
flette sulle proprie paure, più l'ansia aumenta. Nel DOC, l'ansin
genera altra ansia.

Spesso la prima crisi importante viene scatenata da un fattore


emotivo. Una persona può ricordarsi che è il compleanno della
madre morta, venire a sapere di un incidente automobilistico in
cui è coinvolto un amico, avvertire un dolore o scoprire una mas-
sa sospetta nel proprio corpo, vedere l'immagine di mani ustio-
nate in un fìlm. Così si preoccupa per il fatto di avere quasi l'età
in cui morì la madre e, nonostante non sia una persona supersti-
ziosa, sente di essere condannato a morire proprio quel giorno;
oppure pensa di subire lo stesso destino di un amico morto pre-
maturamente; o si angoscia per aver scoperto i primi sintomi di.
una malattia incurabile; oppure, ancora, si fa prendere dall'ansia
scatenata dal dubbio di essersi avvelenato per non aver fatto ab-
bastanza attenzione a quello che aveva mangiato.
Tutti proviamo sentimenti simili in modo transitorio. Ma chi è
affetto da DOC si fissa sulla propria ansia e non lascia che svani-
sca. Il cervello e la mente di questi pazienti li conducono attra",
verso vari scenari spaventosi, e sebbene cerchino di non pensar-
ci, non possono evitarlo. Le minacce sembrano così concrete che
i pazienti pensano di doverle affrontare realmente. Le ossessioni
più tipiche sono la paura di contrarre una malattia mortale, di es-
sere contaminati dai germi, avvelenati da agenti chimici, colpiti
da radiazioni elettromagnetiche, o addirittura condannati dai

180
SBLOCCARE IL CERVELLO

l'topri geni. Talvolta questi soggetti sono ossessionati dalla sim-


1111•tda: sono infastiditi quando i quadri non sono perfettamente
•li ilti, o i denti non sono perfettamente allineati, o quando gli og-
1~1'llÌ non sono in perfetto ordine, e possono passare ore a siste-
111lldi. Oppure diventano superstiziosi per certi numeri e posso-
11t1 regolare una sveglia o il volume della radio solo su un numero
1hlli Pensieri sessuali o aggressivi - ad esempio la paura di aver
l.11to del male ai propri cari- possono intromettersi nella mente
1 li questi pazienti, senza però conoscerne la provenienza. Un ti-

111,~o pensiero ossessivo potrebbe essere: «Ho sentito un rumore


111t~ntre guidavo, forse ho investito qualcuno». Se il paziente è
lllltl persona religiosa, possono sorgere dei pensieri blasfemi,
111'ovocando senso di colpa e vergogna. Molte persone con DOC
rit 1110 ossessionate dal dubbio e si chiedono in continuazione:
!!Vrò spento il fornello? Avrò chiuso la porta? Ho involontaria-
111cnte ferito i sentimenti di qualcuno?
Le ossessioni possono essere bizzarre - e non avere alcun sen-
'itl neppure per il paziente -, ma ciò non le rende meno ango-
•idanti.2 Una madre e moglie amorevole può pensare: «Sto per
lnl'e del male al mio bambino», oppure:« Una notte mi sveglierò
1 tlccoltellerò mio marito nel sonno con una mannaia». Un uomo
1

1' ossessionato dal pensiero che ci siano delle lamette da barba


•111 Ile sue unghie, così non può toccare i suoi bambini, fare l'amo-
Il' con sua moglie o accarezzare il cane. 3 I suoi occhi non vedono
lt· lamette, ma la sua mente insiste sulla loro esistenza, e lui conti-
1111a a chiedere alla moglie di rassicurarlo di non averla ferita.
Spesso i soggetti ossessivi temono il futuro a causa di qualche
1•rrore che possono aver commesso nel passato. Ma non sono solo
11li errori effettivamente commessi a perseguitarli. Anche gli erro-
ri che immaginano di aver fatto, per aver abbassato la guardia an-
1·hc solo per un momento- cosa che, in quanto esseri umani, pri-
ma o poi faranno - generano un insopprimibile senso di terrore.
I :ansioso ossessivo soffre perché avverte come inevitabile anche
lo più remota possibilità che accada qualcosa di negativo.
Ho avuto molti pazienti le cui ossessioni sulla propria salute
l'rano così intense da sentirsi come rinchiusi nel braccio della
morte, aspettando giorno dopo giorno la propria esecuzione. Ma
Hloro dramma non finisce qui. Nonostante venga detto loro di
181
IL CERVELLO INFINITO

essere in buona salute, possono sentirsi sollevati per un brevissi·


mo istante, per poi diagnosticarsi come «pazzi» per tutto quello
che hanno passato- anche se, spesso, questo insight (consapevo·
lezza) non è che un'altra forma del medesimo pensiero ossessivo.

Poco dopo l'insorgenza delle ossessioni, tipicamente i pazienti


con DOC fanno qualcosa per tenere sotto controllo l'ansia, ossia
un'azione compulsiva. Se si sentono contaminati dai germi, si fa.
vano; se ciò non ha effetto, lavano tutti i loro vestiti, i pavimenti,
le pareti. Se una donna teme di uccidere il suo bambino, avvolge
la mannaia in uno straccio, la mette in una scatola, la chiude nel
seminterrato e poi chiude a chiave la porta del seminterrato. Jef·
frey M. Schwartz, psichiatra presso la University of California di
Los Angeles, descrive un uomo che teme di essere contaminato
dagli acidi fuoriusciti dalle batterie delle auto coinvolte in ind·
denti stradali.4 Ogni notte quest'uomo rimane sveglio nel letto
ad ascoltare le sirene che dovrebbero segnalare un incidente nel-
le vicinanze. Quando le sente, si alza, non importa che ore siano,
indossa delle scarpe da jogging, e si reca sul luogo dell'incidente.
Dopo che la polizia se n'è andata, pulisce l'asfalto con una spaz-
zola per ore, poi torna furtivamente a casa e getta via le scarpe
che aveva indossato.
I pazienti ossessionati dai dubbi spesso sviluppano delle
«compulsioni di controllo». Se hanno il dubbio di non aver
spento il gas o di non aver chiuso la porta, tornano indietro a
controllare, anche centinaia di volte o più. Dato che il dubbio
non viene mai risolto, possono impiegare ore a uscire di casa.
Chi teme di aver investito qualcuno perché crede di aver sen·
tito un rumore mentre era alla guida dell'auto continuerà a gira-
re nei dintorni solo per essere sicuro che non ci siano cadaveri
sulla strada. Se l'ossessione riguarda una malattia terribile, i pa-
zienti esamineranno in continuazione il proprio corpo in cerca
dei sintomi, oppure si faranno visitare dal medico decine di vol-
te. Dopo pochissimo tempo queste compulsioni di controllo as-
sumono forme ritualizzate. Se sentono di essersi sporcati, si de-
vono lavare secondo un ordine preciso, indossando i guanti per
aprire l'acqua e spazzolando il proprio corpo in una sequenza
particolare; se hanno avuto pensieri blasfemi o sessuali, possono

182
SBLOCCARE IL CERVELLO

111ventare un rituale che prescriva di pregare un certo numero di


voi.te. Probabilmente questi rituali sono in relazione con le cre-
1 ltnze magiche e superstiziose che la maggior parte dei soggetti

1 n1scssivi presenta. Se sono riusciti a evitare un disastro, è solo

I ll~l'ché si sono controllati in un certo modo, e il loro unico desi-


1h•rio è poter continuare a esercitare il controllo ogni volta nello

•i1rsso modo.
I soggetti ossessivo-compulsivi, così spesso dominati dal dub-
l1io, possono avere il terrore di commettere un errore, così inizia-
110 a correggere compulsivamente se stessi e gli altri. Una donna
impiegava centinaia di ore per scrivere delle brevi lettere poiché
·,i sentiva incapace di trovare delle parole che non sembrassero
•i sbagliate». Molte tesi di dottorato non vengono concluse - non
perché l'autore sia un perfezionista, ma perché il DOC gli impedi-
11t'C di trovare le parole che non gli «sembrino» completamente
1,lrngliate.
Quando una persona prova a resistere a una compulsione, la
li'nsione raggiunge livelli febbrili. Se cerca di contrastarla, ottie-
11c un sollievo temporaneo, ma è più probabile che nell'attacco
t1rguente il pensiero ossessivo e l'impulso compulsivo si ripresen-
1nanne con intensità maggiore.

I 1: molto difficile curare il DOC. Per molti pazienti i farmaci e la


ltrapia comportamentale hanno un'efficacia parziale. Jeffrey M.
Schwartz ha sviluppato un trattamento basato sulla plasticità, ef-
1kace non solo con chi soffre di disturbo ossessivo-compulsivo,
ma anche con chi fra di noi, nella vita di tutti i giorni, è preoccu-
jlltto per qualcosa e non può farne a meno nonostante sappia che
ni tratta di un'ansia irragionevole. 5 La terapia di Schwartz ci può
l'ssere d'aiuto quando ci «fissiamo» mentalmente su qualcosa e
non riusciamo a liberarci delle preoccupazioni, o quando ci
l'Omportiamo in modo compulsivo senza poter evitare certe
•:<cattive abitudini», come mangiarsi le unghie, tirarsi i capelli,
l'llre shopping, giocare d'azzardo e mangiare in modo compulsi-
vo. Questa terapia è efficace anche in alcune forme di gelosia os-
fK$Siva, abuso di sostanze, comportamenti sessuali compulsivi,
eccessiva preoccupazione per quello che gli altri pensano di noi,

183
~
IL CERVELLO INFINITO

problemi con l'immagine che abbiamo di noi stessi e del nostro


corpo e problemi di autostima.
Schwartz ha ottenuto delle nuove conoscenze sul DOC con·
frontando i risultati del neuroimaging di soggetti sani e con DOC,
e ha quindi utilizzato queste intuizioni per sviluppare una nuova
forma di terapia - a quanto mi risulta, si tratta del primo caso in
cui le metodiche di neuroimaging, come la PET, hanno permesso
ai medici di comprendere un disturbo e sviluppare una psicotc·
rapia mirata. Schwartz ha poi sottoposto i suoi pazienti al neuroi-
maging prima e dopo la psicoterapia, mostrando che il loro cer-
vello si normalizzava con il trattamento. Era la dimostrazione
che una terapia verbale può modificare il cervello.
Normalmente, quando commettiamo un errore accadono tre
cose. Innanzitutto «sentiamo» di aver fatto un errore, ossia pro,
viamo quella sensazione fastidiosa che c'è qualcosa che non va.
Secondo, diventiamo ansiosi, e l'ansia ci porta a correggere l'er·
rore. Terzo, una volta corretto l'errore, il «cambio automatico»
nel nostro cervello ci permette di passare al prossimo pensiero o
attività. Così, sia la sensazione di aver sbagliato sia l'ansia scom·
paiono.
Il cervello del soggetto ossessivo-compulsivo, invece, non
passa all'attività successiva, non «gira pagina». Anche se ha cor-
retto un errore di ortografia, si è lavato le mani eliminando così i
germi, o si è scusato per essersi dimenticato il compleanno di un
amico, l'ossessione non svanisce. Il suo «cambio automatico»
non funziona, e la sensazione di aver sbagliato, così come l'ansia
che ne deriva, aumentano d'intensità.
Oggi sappiamo, grazie al neuroimaging, che nelle ossessioni
sono coinvolte tre regioni cerebrali.
Gli errori vengono individuati dalla corteccia orbito/rontale,
una parte del lobo frontale situata nella zona inferiore del cervel.
lo, proprio dietro i nostri occhi. Il neuroimaging mostra che;
quanto più è alto il livello di ossessione di una persona, tanto più
la corteccia orbitofrontale si attiva.
Una volta indotta la sensazione di errore, la corteccia orbito-
frontale invia un segnale al gz'ro cingolato, situato nella parte più
profonda della corteccia. Il giro cingolato induce un'ansia molto
intensa, secondo cui sta per accadere qualcosa di negativo a me~

184
SBLOCCARE IL CERVELLO

1111 che non correggiamo l'errore, e invia dei segnali sia ai visceri
•.1~1 al cuore, provocando le sensazioni fisiche che associamo alla
p.111ra.
Il «cambio automatico», ossia il nucleo caudato, si trova in
11mfondità al centro del cervello, e fa in modo che i nostri pen-
·.wri scorrano uno dopo l'altro, a meno che, come accade nel
111 >C, il nucleo caudato non si « fissi » su qualcosa. 6
Il neuroimaging di pazienti con DOC mostra che tutte e tre le
.irte cerebrali sono iperattive. La corteccia orbitofrontale e il gi-
111 cingolato si attivano e rimangono tali come se fossero bloccati
11wieme su ON - motivo per cui Schwartz parla di« cervello bloc-
' nto » a proposito del DOC. Poiché il nucleo caudato non « cam-
l 1h1 marcia» automaticamente, la corteccia orbitofrontale e il gi-
111 cingolato continuano a emettere segnali, aumentando la sen-
•1mdone di errore e l'ansia. Visto che la persona ha appena corret-
lo l'errore, si tratta, naturalmente, di un falso allarme. Probabil-
111cnte un nucleo caudato disfunzionale è iperattivo poiché è
I1loccato e continua a essere investito dai segnali provenienti dal-
h1 corteccia orbitofrontale.
Le cause di un DOC grave e del «cervello bloccato» sono va-
1fo. In molti casi si trasmette in ambito familiare e può essere di
1111tura genetica, ma può anche essere causato da infezioni che
pl'Ovocano un ingrossamento del nucleo caudato. 7 Inoltre, come
wdremo, l'apprendimento gioca un ruolo decisivo nello svilup-
po della malattia.
Schwartz si propose di sviluppare un trattamento che modifi-
russe il circuito del DOC sbloccando il collegamento tra la cortec-
l'ia orbitofrontale e il giro cingolato e riportando nella norma la
l'unzionalità del nucleo caudato. 8 Schwartz si chiese se fosse pos-
~1ibile «cambiare le marce manualmente», concentrando l' atten-
t.ione intensamente e in modo costante su qualcosa che non fosse
il pensiero ossessivo, ad esempio su un'attività insolita e piacevo-
le. Questo approccio ha senso da un punto di vista plastico, per-
1·hé porta alla «crescita» di un nuovo circuito cerebrale e stimo-
lo il rilascio di dopamina che, come abbiamo visto, costituisce
11na ricompensa per la nuova attività, oltre a consolidare e a pro-
durre nuove connessioni neuronali. Il circuito può alla fine en-
trare in competizione con quello vecchio e, secondo il principio

185
IL CERVELLO INFINITO

use it or lose it, i network patologici si indeboliranno. Con questo


trattamento non «interrompiamo» dei comportamenti negativi,
ma piuttosto li sostituiamo con dei comportamenti migliori.

Schwartz suddivide la terapia in un certo numero di fasi, di cui


due sono centrali.
Per una persona con una crisi di DOC in corso, il primo passo
consiste nd ridefinire ciò che gli sta accadendo, così da rendersi
conto che quanto sta sperimentando non è un attacco di germi,
AIDS o acidi della batteria dell'auto, ma un episodio di DOC. Il pa-
ziente dovrebbe ricordare che il blocco si verifica in tre parti del
cervello. Come terapeuta, incoraggio i miei pazienti con DOC a
fare questa sintesi per se stessi: «Sì, in questo momento ho dav-
vero un problema reale. Ma non sono germi, è il mio DOC ». Que·
sta ridefinizione permette loro di prendere le distanze dal conte-
nuto dell'ossessione e considerarla in un modo simile a quello in
cui i buddhisti vedono la sofferenza durante la meditazione: ne
osservano gli effetti su di sé, così da distinguerli appena dalla sof•
ferenza stessa.
Il paziente con DOC dovrebbe anche ricordare a se stesso che
la ragione per cui la crisi non svanisce subito è che il circuito è
difettoso. Per alcuni pazienti può essere utile, nd pieno di un at·
tacco, guardare le PET anormali di soggetti con DOC riportate nel
libro di Schwartz Il cervello bloccato, e paragonarle con quelle
più normali che i pazienti di Schwartz hanno sviluppato nel cor-
so del trattamento, per ricordare a se stessi che modificare i cir-
cuiti è possibile. 9
Schwartz insegna ai suoi pazienti a distinguere tra la forma
universale del DOC (pensieri ansiosi e impulsi che disturbano la
coscienza) e il contenuto di un'ossessione (ad esempio, il pericolo
dei germi). Più i pazienti si concentrano sul contenuto, più le lo-
ro condizioni peggiorano.
Per lungo tempo anche i terapeuti si sono concentrati sul con-
tenuto. Il trattamento più comune per il DOC è chiamato « espo-
sizione e prevenzione della risposta» (exposure and response pre-
vention, ERP), una forma di terapia comportamentale che porta a
qualche miglioramento nel cinquanta per cento dei pazienti con
DOC, anche se la maggior parte di loro non guarisce. 10 Se un pa-

186
SBLOCCARE IL CERVELLO

1k•nte ha paura dei germi, viene esposto in modo progressivamen-


11' maggiore al contenuto della sua paura, nel tentativo di desensi-
l1ilizzarlo. In pratica si richiede al paziente di passare del tempo
nd bagni. (La prima volta che sentii parlare di questo trattamen-
1111 lo psichiatra stava chiedendo a un uomo di mettersi in faccia
ildla biancheria sporca.) Com'è comprensibile, il trenta per cen-
10 dei pazienti si è rifiutato di sottoporsi al trattamento.u L'espo-
'.1Ìtt,ione ai germi non permette di « cambiare marcia» verso il
11rossimo pensiero; anzi, porta il paziente a fissarsi ancora più in-
lvnsamente sui germi - almeno per un po'. La seconda fase del
I l'llttamento comportamentale standard è la «prevenzione della
dsposta »,che consiste nell'impedire al paziente di mettere in at-
111 la propria compulsione. Un'altra forma di terapia, la terapia
1·ngnitiva, è basata sulla premessa che i disturbi d'ansia e dell'u-
more sono causati da distorsioni cognitive- pensieri errati o esa-
/\Cl'ati. I terapeuti di questo indirizzo fanno scrivere ai pazienti
1 on DOC le loro paure e un elenco di ragioni per cui quelle paure
11on avrebbero senso. Ma questa procedura immerge il paziente
11cl contenuto del suo DOC. Come dice Schwartz, «insegnare a
1111 paziente a dire: 'Le mie mani non sono sporche', significa
11cmplicemente ripetere qualcosa che il paziente sa già[ ... ] La di-
niorsione cognitiva non è una componente intrinseca del distur-
ho; fondamentalmente una paziente sa che se oggi sbaglia a con-
1.ure le lattine nella dispensa non farà morire la madre di una
morte atroce stanotte. Il problema è che la paziente non ragiona
in questo modo». 12 Anche la psicoanalisi si è concentrata ecces-
11ivamente sul contenuto dei sintomi, molti dei quali hanno a che
fore con idee disturbanti, di natura aggressiva o sessuale. Gli psi-
1·oanalisti hanno scoperto che un pensiero ossessivo, come ad
1•i;empio «Farò del male al mio bambino», può esprimere una
1·11bbia repressa in età infantile, e che la consapevolezza di ciò,
twi casi meno gravi, può essere sufficiente a eliminare l'ossessio-
ne. Ma ciò non è efficace nei casi di DOC moderato o grave. E
mentre Schwartz ritiene che l'origine di molte ossessioni sia da
mettere in relazione al genere di conflitti legati al sesso, all'ag-
gressività e alla colpa che Freud aveva messo in evidenza, dall'al-
tra questi conflitti spiegano solo il contenuto, e non la forma del
disturbo.

187
IL CERVELLO INFINITO i~

Una volta che un paziente ha riconosciuto che l'ossessione è un


sintomo del DOC, il successivo passo importante è spostare la con·
centrazione su un'attività, positiva, salutare, idealmente piacevo·
le nel momento in cui il paziente capisce che sta per avere una
crisi di DOC. L'attività può essere il giardinaggio, ascoltare della
musica, fare progetti, giocare a pallacanestro. Un'attività çhe
coinvolge un'altra persona aiuta il paziente a mantenere la con-
centrazione. Se la crisi di DOC sopraggiunge mentre il paziente è
alla guida di un'auto, dovrebbe avere a portata di mano un libro
su cassetta o un CD. È essenziale fare qualcosa, per «cambiare
marcia manualmente».
Tutto ciò può sembrare ovvio, o perfino semplicistico, ma cosl
non è per chi soffre di DOC. Schwartz rassicura i suoi pazienti sul
fatto che, nonostante il loro «cambio manuale» sia bloccato, la-
vorando sodo può essere sbloccato utilizzando la corteccia cere-
brale e un pensiero o un'azione faticosa allo stesso tempo.
Ovviamente, il «cambio» è una metafora meccanica, e il cer-
vello non è una macchina, ma è plastico e vitale. Ogni volta çhe
provano a« cambiare marcia», i pazienti iniziano a riparare la lo-
ro «trasmissione» generando nuovi circuiti e alterando il nucleo
caudato. Spostando la concentrazione su un altro oggetto, il pa-
ziente impara a non lasciarsi risucchiare dal contenuto di un'os-
sessione ma ad avvicinarvisi. Io suggerisco ai miei pazienti di
pensare al principio use or lose it. Ogni istante che passano pen-
sando al sintomo- ad esempio credendo che i germi li stiano mi-
nacciando - consolida il circuito ossessivo. Aggirandolo, sono
sulla strada giusta per disattivarlo. Con le ossessioni e le compul-
sioni, più si fa qualcosa, più si vuole farlo; meno si fa qualcosa, me-
no si vuole farlo.
Schwartz ritiene che questo aspetto sia essenziale per capire
che ciò che conta non è quello che si prova mentre si applica la tec-
nica, ma quello che si/a.« Bisogna fare in modo che la sensazione
non se ne vada; non bisogna arrendersi alla sensazione» - manife-
stando la compulsione, o pensando all' ossessione. 13 Questa tec-
nica non darà un sollievo immediato, dato che un cambiamento
neuroplastico richiede tempo perché sia duraturo, ma pone le
basi per tale cambiamento esercitando il cervello in modo nuo-
vo. Così all'inizio si awertirà ancora la tensione a mettere in atto

188
SBLOCCARE IL CERVELLO

l,1 compulsione, così come la tensione e l'ansia che ne derivano


11 •rcando di resistervi. L'obiettivo è «cambiare canale» verso
un'attività nuova per quindici o trenta minuti quando il paziente
pl'csenta sintomi di DOC. (Se il paziente non può resistere così a
l1111go, l'esercizio è utile in ogni caso, anche se solo per un minu-
111. A quanto pare è la resistenza, lo sforzo, a porre le basi dei
1111ovi circuiti.) 14
.È possibile notare come la tecnica di. Schwartz per la cura del
11oc abbia dei parallelismi con l'approccio CI di Taub all'ictus.
C:ostringendo il paziente a «cambiare canale» e a concentrarsi
ftll un'attività nuova, Schwartz impone un vincolo simile al guan-
lnne di Taub. Inducendolo a concentrarsi intensamente su un
nunportamento inedito per periodi di trenta minuti, Schwartz
1inmministra al paziente un esercizio intensivo.
Nel capitolo 3, «Rimodellare il cervello», abbiamo imparato
due leggi fondamentali della plasticità che sono alla base di que-
•ìlo trattamento. La prima diceva che i neuroni che si attivano in-
1ieme si legano fra loro: compiendo un'attività piacevole, i pazien-
1i formano un nuovo circuito, che viene gradualmente rinforzato
" discapito della compulsione. La seconda legge diceva che i neu-
roni che non si attivano simultaneamente non si legano fra loro.
l·'.vitando di mettere in atto la compulsione, i pazienti indeboli-
tlcono il legame tra la compulsione e l'idea che questa riduca l' an-
tlin. L'indebolimento del legame è un aspetto cruciale poiché, co-
me abbiamo visto, mentre il mettere in atto la compulsione ridu-
ce l'ansia nel breve periodo, peggiora il DOC a lungo termine.
Schwartz ha ottenuto buoni risultati in casi di DOC grave. L'ot-
Lnnta per cento dei suoi pazienti migliora quando associa il suo
metodo a una terapia farmacologica - tipicamente un antidepres-
Nivo come la clomipramina cloridrato o la fluoxetina cloridrato. Il
farmaco funziona come le ruotine che si usano per imparare ad
nndare in bicicletta, diminuendo l'ansia o portandola a un livello
tmfficientemente basso perché i pazienti possano trarre beneficio
dalla terapia. Con il tempo molti pazienti interrompono la cura
furmacologica, mentre alcuni non ne hanno alcun bisogno.
Ho constatato che l'approccio del «cervello bloccato» è effi-
cace con problemi tipici del DOC, come la paura dei germi, il la-
vaggio delle mani, le compulsioni di controllo, i dubbi e le paure

189
IL CERVELLO INFINITO

ipocondriache invalidanti. Man mano che i pazienti si applicano,


il «cambio manuale» diventa sempre più automatico. Gli episo·
di diventano più brevi e meno frequenti e, sebbene i pazienti
possano avere delle ricadute nei periodi di maggiore stress, pos-
sono recuperare rapidamente il controllo ricorrendo alla tecnica
che hanno imparato.
Quando Schwartz e la sua équipe sottoposero a neuroimaging
i pazienti che erano migliorati, scoprirono che le tre regioni
«bloccate» insieme, che quindi si attivavano simultaneamente e
in modo iperattivo, avevano iniziato ad attivarsi autonomamente
e a livelli normali. Il cervello era stato« sbloccato».

Una sera mi trovavo a cena con un'amica, che chiamerò Emma,


suo marito Theodore, uno scrittore, e alcuni colleghi di quest'ul-
timo.
Oggi Emma ha superato la quarantina. Quando aveva venti-
tré anni, una mutazione genetica spontanea produsse in lei una
malattia chiamata retinite pigmentosa, che provoca la morte del-
le cellule della retina. Cinque anni fa è diventata totalmente cieca
e ha iniziato a farsi accompagnare da un cane per non vedenti,
Matty, un labrador. La cecità ha riorganizzato il cervello e la vita
di Emma.
Diversi partecipanti a quella cena si interessavano di lette·
ratura, ma da quando era diventata cieca Emma aveva letto molto
più di tutti noi. Un software della Kurzweil Educational Systems
legge a Emma i libri con una voce monotona, che fa delle pause in
corrispondenza delle virgole, si interrompe alla fine dei periodi e
cambia inflessione quando legge una domanda. Questa voce
computerizzata è così veloce che io stesso non riesco a capire una
sola parola. Emma invece ha imparato gradualmente ad ascoltare
a un ritmo sempre più veloce, così oggi, grazie a una velocità di
circa trecentoquaranta parole al minuto, sta leggendo tutti i gran-·
di classici. «Mi concentro su un autore e leggo tutto quello che
ha scritto, poi passo a un altro scrittore». Emma ha letto Do-
stoevskij, il suo preferito, Gogol, Tolstoj, Turgenev, Dickens,
Chesterton, Balzac, Hugo, Zola, Flaubert, Proust, Stendhal, e
molti altri. Di recente ha letto tre romanzi di Trollope in un solo
giorno. Emma mi chiese come fosse possibile per lei leggere in

190
SBLOCCARE IL CERVELLO

111odo tanto più rapido rispetto a quando poteva vedere. Ipotizzai


'·hc la sua corteccia visiva, non elaborando più gli input sensoria-
li, venisse interamente impiegata per l'elaborazione uditiva.
Quella sera Emma mi chiese cosa sapessi a proposito del biso-
1\llO di controllare le cose molte volte. Mi disse che spesso per lei
1•1·u problematico uscire di casa, perché continuava a controllare
11 gas e le serrature. Le capitava di uscire per andare al lavoro, ma
~1 metà strada doveva tornare indietro per assicurarsi di aver
d1iuso bene la porta. Una volta giunta a casa, sentiva il bisogno
1li controllare anche che i fornelli, gli apparecchi elettrici e l' ac-
i1ua fossero spenti. Quindi usciva, ma doveva ripetere il ciclo di-
verse volte, cercando ogni volta di controllare l'impulso. Mi rac-
1·tmtò che il padre autoritario l'aveva resa ansiosa durante la cre-
11dta. Quando se ne andò di casa, smise di esserlo, ma notò che
l'unsia era stata sostituita dal controllo compulsivo, che conti-
nuava a peggiorare.
Le spiegai la teoria del «cervello bloccato». Le dissi che spes-
!lO controlliamo e ricontrolliamo gli elettrodomestici senza con-
~·cntrarci veramente. Così le suggerii di controllarli una e una so-
lu volta, con estrema attenzione.
Quando la rividi, Emma era felice. «Sto meglio» mi disse.
«Ora controllo le cose una volta sola, poi vado avanti. Sento an-
1.·ora l'impulso, ma riesco a tenerlo sotto controllo, e poi passa. E
1>iù mi abituo, più passa rapidamente».
Il marito disse, scherzando, che non era cortese annoiare uno
psichiatra con le proprie nevrosi durante una festa.
Emma si rivolse al marito fingendo un'espressione accigliata:
«Theodore, guarda che non sono pazza. È solo che il mio cervel-
lo non riusciva a girare la pagina».

191
7. Dolore
Il lato oscuro della plasticità

Quando vogliamo perfezionare i nostri sensi, la neuroplasticità è


una benedizione ma, quando lavora al servizio del dolore, può ri-
velarsi una vera e propria maledizione.
A guidarci alla scoperta del dolore è uno dei neurologi dina-
mici più illuminanti, V.S. Ramachandran. Vilayanur Subrama-
nian Ramachandran è nato a Madras, in India. È un neurologo, è
di origini indù, ed è un orgoglioso erede della scienza ottocente-
sca che affronta i dilemma della ricerca del ventunesimo secolo.
Ramachandran è un medico, specializzato in neurologia, con
un dottorato in psicologia del Trinity College di Cambridge. Ci
siamo incontrati a San Diego, dove dirige il Center for Brain and
Cognition della University of California. «Rama», capelli neri e
ondulati, indossa un giubbetto di cuoio nero. La sua voce è to-
nante. Parla con accento britannico, ma quando è eccitato le sue
« r » sembrano dei lunghi rulli di tamburo.
Mentre molti neurologi dinamici si occupano di aiutare le
persone a sviluppare o recuperare delle capacità - leggere, muo-
versi o superare delle difficoltà nell'apprendimento -, Rama-
chandran usa la plasticità per riconfigurare i contenuti mentali.
Cerca di dimostrare come sia possibile ricablare il nostro cervel-
lo attraverso trattamenti relativamente brevi e indolori in cui si
ricorre all'immaginazione e alla percezione. Nel suo studio non
vi sono dispositivi altamente tecnologici, ma semplici macchine

192
DOLORE

dell'Ottocento, piccole invenzioni che suscitano la curiosità dei


bambini per la scienza. C'è uno stereoscopio, uno strumento ot-
tico che rende tridimensionali due immagini della stessa scena.
Ci sono un apparecchio magnetico che un tempo veniva utilizza-
to per curare l'isteria, alcuni specchi deformanti, lenti d'ingran-
dimento d'epoca, dei fossili e il cervello conservato di un adole-
scente. Ci sono anche un busto di Freud, un ritratto di Darwin e
nlcune sensuali opere d'arte indiane.
Questo può essere lo studio di un solo uomo, lo Sherlock
[ Iolmes della neurologia moderna, V.S. Ramachandran: un de-
tective che risolve un caso per volta, come se fosse del tutto all' o-
scuro del fatto che la scienza moderna procede per ampi studi
statistici. Ramachandran crede che i casi individuali possano for-
nire un reale contributo alla scienza. Con le sue parole, « imma-
ginate che debba mostrare un maiale a uno scienziato scettico,
insistendo che è in grado di parlare, poi che agiti una mano, e il
maiale parli inglese. Non avrebbe davvero senso che lo scettico
rispondesse: 'Ma è solo un maiale, Ramachandran. Me ne mostri
un altro, così potrei crederle!' »
Ramachandran ha mostrato ripetutamente, spiegando alcune
«stranezze» neurologiche, di poter gettare luce sul funziona-
mento del cervello normale. «Odio la folla nella scienza» mi di-
ce. Non apprezza neppure i grandi convegni scientifici. «Io dico
ai miei studenti, quando andate a questi convegni, guardate in
che direzione vanno tutti, così potrete andare nella direzione op-
posta. Non sprecate il vostro tempo seguendo la massa».
Fin dall'età di otto anni, mi racconta Ramachandran, evitava
gli sport e le feste e passava da una passione all'altra: paleontolo-
gia (collezionava i fossili che raccoglieva nei campi), concologia
(lo studio delle conchiglie), entomologia (con una predilezione
per gli scarafaggi) e botanica (coltivava orchidee). La sua biogra-
fia è disseminata per tutto lo studio, sotto forma di oggetti natu-
rali bellissimi - fossili, conchiglie, insetti e fiori. Se non fosse sta-
to un neurologo, mi dice, avrebbe fatto l'archeologo e avrebbe
studiato gli antichi sumeri, la Mesopotamia, oppure la valle del-
l'Indo.
Queste discipline tipicamente vittoriane rivelano la passione
di Ramachandran per la scienza di quel periodo, l'età dell'oro

193
IL CERVELLO INFINITO

della tassonomia, quando lo studioso viaggiava in tutto il mondo,


usando i propri occhi e i metodi d'indagine darwiniani, per cattl•
logare le variazioni e le eccentricità della natura e per inserirle in
ampie teorie che spiegassero i grandi temi del mondo vivente.
L'approccio di Ramachandran alla neurologia consiste pro·
prio in questo. Condusse le sue prime ricerche su pazienti eh~
soffrivano di illusioni mentali. Alcuni di loro, in seguito a una le·
sione cerebrale, iniziarono a credere di essere dei profeti, altri
soffrivano della sindrome di Capgras: chi ne soffre arriva a ere·
dere che i genitori o il coniuge siano delle copie perfette delle
persone care reali. Ramachandran studiò le illusioni ottiche e il
punto cieco dell'occhio. Comprendendo cosa accadeva in cia-
scuno di questi disturbi - generalmente senza fare ricorso alla
tecnologia moderna - gettò nuova luce sul funzionamento del
cervello normale.
«Non mi piacciono» spiega «i macchinari troppo elaborati,
perché ci vuole molto tempo per imparare a utilizzarli, e sono
diffidente quando la distanza tra i dati nudi e crudi e le conclu-
sioni è eccessiva. In questi casi sono numerose le possibilità di
falsificare quei dati, e gli esseri umani sono notoriamente predi-
sposti ali' autoinganno, che siano scienziati o meno».
Ramachandran estrae una grossa scatola quadrata con uno
specchio all'interno. Sembra un gioco di prestigio per bambini.
Con questa scatola e le sue intuizioni sulla plasticità, Ramachari·
dran risolse lantico mistero degli arti fantasma e del dolore cro-
nico che provocano. 1

Esiste un gran numero di dolori implacabili che ci tormentano


per ragioni misteriose e incomprensibili. Nel 1797 Lord Nelson,
lammiraglio inglese, perse il braccio destro durante un attacco a
Santa Cruz de Tenerife. Ben presto, sottolinea Ramachandran,
iniziò ad avvertire nitidamente la presenza del braccio, un arto
fantasma che poteva sentire ma non vedere. Nelson concluse che
tale presenza fosse «la prova dell'esistenza dell'anima»: se un
braccio può esistere anche dopo essere stato amputato, allora
l'intera persona può esistere dopo la distruzione del corpo.
Gli arti fantasma sono problematici perché conducono all'in-
sorgenza, nel novantacinque per cento dei casi di amputazione,

194
DOLORE

.lì un «dolore fantasma» cronico che persiste per tutta la vita. 2


Ma come si può alleviare il dolore in un organo che non c'è?
ndolore fantasma tormenta i soldati che hanno subito ampu-
1il~i.oni e le persone che hanno perso un arto in un incidente, ma
l.1 parte di una categoria più ampia di dolori misteriosi che per
111illenni hanno sconcertato i medici, poiché non avevano un'ori-
1•1Ì11e nota nel corpo. Anche dopo interventi chirurgici di routine,
,1lcune persone soffrono di un misterioso dolore postoperatorio
1 hc dura tutta la vita. La letteratura scientifica sul dolore riporta
•11 orie di donne che soffrivano di dolori mestruali e del travaglio
.1nche dopo la rimozione dell'utero,3 oppure di uomini che conti-
nuavano ad avvertire il dolore prodotto da un'ulcera anche dopo
1·Nsere stata curata e i nervi rescissi, 4 o di pazienti che hanno con-
i inuato a soffrire di dolore rettale ed emorroidale anche dopo la
rimozione del retto. 5 Ci sono storie di persone che, nonostante
ilVcssero subito la rimozione della vescica, avvertivano un biso-
11110 urgente e doloroso di urinare. 6 Tali episodi diventano com-
11rensibili se li consideriamo «dolori fantasma», come risultato
ddl' «amputazione» di organi interni.
Il dolore normale, o «dolore acuto», ci avverte di una ferita o
di una malattia inviando al cervello un segnale che dice: «Ecco
dove ti sei fatto male - occupatene». 7 Talvolta, però, una ferita
può danneggiare sia i tessuti corporei sia le terminazioni nervose
(lcl sistema del dolore, inducendo un «dolore neuropatico», per
il quale non c'è una causa esterna. Le mappe cerebrali vengono
danneggiate e inviano in continuazione dei falsi allarmi, facendo-
d credere che il problema è nel nostro corpo, quando in realtà è
nel cervello. Molto tempo dopo che il corpo è guarito, il sistema
del dolore è ancora attivo e il dolore acuto continua a manife-
tltarsi.

Il primo a proporre l'idea di «arto fantasma» fu Silas Weir Mit-


chell, un medico americano che curava i feriti a Gettysburg e che
rimase colpito da una vera e propria epidemia di questi casi. Le
braccia e le gambe dei soldati impegnati nella Guerra civile spes-
so andavano in cancrena, e in un'epoca in cui non erano ancora
disponibili gli antibiotici l'unico modo per salvare loro la vita era
nmputare l'arto prima che l'infezione si diffondesse. Ben presto

195
IL CERVELLO INFINITO ·1
gli amputati iniziarono a riferire che i loro arti erano tornati per
perseguitarli. All'inizio Mitchell chiamò queste esperienze «fan· i
tasmi sensoriali», poi modificò la definizione in «arti fantasma»,;
Spesso si tratta di «entità» molto vitali. I pazienti che hanno
perso le braccia talvolta possono credere di gesticolare mentre
passeggiano, salutando gli amici o cercando di sollevare la cor-
netta per rispondere al telefono.
Alcuni medici ritenevano che il fantasma fosse il prodotto di
un pio desiderio - la negazione della perdita dolorosa di un arto.
La maggior parte di loro, invece, presupponeva che le termina-
zioni nervose situate sul moncherino dell'arto amputato venisse·
ro stimolate o irritate dal movimento. Alcuni medici provarono
ad affrontare i fantasmi con amputazioni seriali, riducendo gli
arti - e i nervi - sempre di più, nella speranza che lo spettro
scomparisse. Ma dopo ogni intervento chirurgico il fantasma fa.
ceva di nuovo la sua comparsa. '
Ramachandran rimase incuriosito dagli arti fantasma fin dalla
scuola di medicina. Poi, nel 1991, lesse l'articolo di Tim Pons e
Edward Taub sugli interventi chirurgici finali sulle scimmie di
Silver Spring. Come ricorderete, Pons mappò il cervello delle
scimmie il cui input sensoriale dalle braccia era stato del tutto
eliminato tramite deafferentazione, e trovò che la mappa cere-
brale del braccio, anziché scomparire, era ancora attiva ed elabo-
rava l'input proveniente dalla faccia - cosa che ci si sarebbe po-
tuti aspettare poiché, come Wilder Penfield aveva mostrato, le
mappe della mano e della faccia sono contigue.
Ramachandran pensò subito che la plasticità avrebbe potuto
spiegare gli arti fantasma, poiché le scimmie di Taub e i pazienti
con questo problema erano in condizioni simili. In entrambi i ca-
si, le mappe cerebrali erano state private degli stimoli provenien-
ti dagli arti. Era possibile che nei pazienti amputati le mappe re-
lative al volto avessero invaso le mappe dell'arto mancante, in
modo che, quando veniva toccato il volto del paziente, questi av-
vertiva la presenza dell'arto fantasma? E dove, si chiedeva Rama-
chandran, le scimmie di Taub sentivano qualcosa quando veniva
toccato loro il volto - sul volto, o sul braccio « deafferentato »?

196
DOLORE

1111 ragazzo, che chiameremo Tom Sorenson, aveva appena di-


' l11ssette anni quando perse un braccio in un incidente d'auto.
Mentre veniva sbalzato fuori con violenza dal veicolo, si guardò
indietro e vide la sua mano, staccata dal corpo, ancora aggrappa-
hl ul sedile. Ciò che rimaneva del braccio dovette essere amputa-
111 uppena sopra il gomito.
Più o meno un mese dopo si accorse che un art;o fantasma fa-
n~va molte delle cose che il suo braccio era abituato a fare. Si al-
l11ngava instintivamente per attutire una caduta o per accarezza-
n• il fratellino. Tom mostrava altri sintomi, fra cui uno che lo in-
I1.111tidiva particolarmente. Sentiva un prurito nel braccio fanta-
•,ma, ma non poteva grattarsi.
Ramachandran venne a sapere dai colleghi dell'amputazione
di Tom e chiese di lavorare con lui. Per verificare la sua teoria se-
1'ondo cui gli arti fantasma erano causati da mappe cerebrali ri-
n1blate, Ramachandran bendò Tom. Quindi toccò alcuni punti
della parte superiore del corpo di Tom con un cotton fi.oc, chie-
dendo al ragazzo cosa sentisse. Quando Ramachandran arrivò
1111.a guancia, Tom disse di sentirlo lì, ma anche nell'arto fanta-
~11na. Quando Ramachandran toccò il labbro superiore, Tom lo
ticntì lì ma anche nel dito indice della mano fantasma. Rama-
rhandran trovò che, quando toccava altre parti del volto di Tom,
questi sentiva in altrettanti punti della mano fantasma. Quando
lfomachandran mise una goccia d'acqua calda sulla guancia di
'fom, questi avvertì il liquido muoversi lungo la guancia, ma an-
l'he lungo l'arto fantasma. In seguito, dopo alcuni esperimenti,
'lOm scoprì di potersi finalmente grattare per il prurito che da
tunto tempo lo tormentava grattandosi la guancia.
Dopo il successo con il cotton fi.oc, Ramachandran passò al-
l'alta tecnologia con la magnetoencefalografia (MEG). Quando
mappò il braccio e la mano di Tom, il neuroimaging confermò che
lit mappa della mano veniva ora usata per elaborare le sensazioni
facciali. Le mappe della mano e del volto di Tom si erano fuse.
I risultati raggiunti da Ramachandran nel caso di Tom Soren-
son, all'inizio oggetto di controversia tra i neurologi clinici, i
t\uali dubitavano che le mappe cerebrali fossero plastiche, sono
oggi ampiamente accettati. 8 Anche gli studi condotti con il neu-
roimaging dell'équipe tedesca con cui lavora Taub hanno confer-

197
IL CERVELLO INFINITO

mato una correlazione tra la quantità di cambiamento plastico e


il grado di dolore fantasma avvertito dai pazienti. 9
Ramachandran sospetta fortemente che una ragione per cui si
verifica un'« invasione» delle mappe è che il cervello fa «cresce·
re» nuove connessioni. Egli crede che, quando una parte del
corpo è compromessa, la mappa cerebrale che gli sopravvive
continua a «voler ricevere» stimoli dall'esterno e rilascia così dei
fattori di crescita del sistema nervoso che inducono i neuroni
delle mappe contigue a inviare piccoli dendriti. 10
Normalmente questi dendriti si connettono a terminazioni
nervose dello stesso genere; i nervi del tatto si collegano ad altri
nervi tattili. Ma la nostra pelle, naturalmente, trasmette ben più
degli stimoli tattili: possiede recettori distinti che rilevano la tem·
peratura, le vibrazioni e il dolore, ciascuno con le proprie fibre
nervose che viaggiano fino al cervello, dove dispongono delle re-
lative mappe, alcune delle quali molto vicine fra loro. Talvolta, in
seguito a una ferita, poiché i nervi per il tatto, la temperatura e il
dolore sono così ravvicinati, possono verificarsi degli errori do·
vuti all'incrocio delle fibre nervose. Così, si chiese Ramachan·
dran, una persona che viene toccata potrebbe, nel caso di un in-
crocio dei nervi, sentire dolore o calore? Una persona che viene
toccata dolcemente in volto potrebbe avvertire dolore in un
braccio fantasma? 11
Un'altra ragione per cui i fantasmi sono così imprevedibili e
provocano problemi così gravi è che le mappe cerebrali sono di~
namiche e mutevoli: perfino in circostanze normali, come mo-
strò Merzenich, le mappe del viso tendono a spostarsi legger-
mente nel cervello. Le mappe fantasma si spostano perché il loro
input è stato radicalmente modificato. Ramachandran e altri -
fra cui Taub e i suoi colleghi - hanno mostrato con ripetute inda-
gini di neuroimaging che i contorni dei fantasmi e delle mappe
sono in costante cambiamento. Ramachandran ritiene che un
motivo per cui un paziente avverte un dolore fantasma è che,
quando un arto viene amputato, la sua mappa non solo si restrin-
ge, ma si disorganizza e smette di funzionare correttamente.
Non tutti i fantasmi sono dolorosi. Dopo la· pubblicazione
delle scoperte di Ramachandran, i pazienti amputati cominciaro-
no a cercarlo. Alcuni che avevano subito l'amputazione della

198
DOLORE

ii;t1mba riferivano con grande vergogna che, quando facevano


wsso, spesso provavano l'orgasmo nella gamba e nel piede fanta-
••ma. Un uomo confessò che, poiché la sua gamba e il suo piede
PL'Uno molto più grandi dei suoi genitali, l'orgasmo era «molto
più intenso» di quanto non fosse prima dell'amputazione. No-
nostante in precedenza questi pazienti non fossero stati presi sul
•icrio perché considerati troppo fantasiosi, Ramachandran soste-
neva che le loro affermazioni erano del tutto sensate dal punto di
vista neuroscientifico. La mappa cerebrale di Penfield mostra
d1e i genitali sono vicini ai piedi, e nel momento in cui i piedi
non ricevono più stimoli sensoriali, è probabile che le mappe dei
genitali invadano quelle dei piedi, così, quando i genitali prova-
no piacere, lo stesso accade nel piede fantasma. 12 A questo punto
Ramachandran iniziò a chiedersi se certe ossessioni erotiche per i
piedi - feticismo del piede - potessero essere dovute in parte alla
vicinanza dei piedi e dei genitali nella mappa cerebrale.
Si chiariscono così altri enigmi erotici. Un medico italiano,
Salvatore Aglioti, riferì che alcune donne mastectomizzate pro-
wvano eccitazione sessuale quando venivano stimolate le orec-
d1ie, le clavicole e lo sterno. Nella mappa cerebrale, tutte e tre
queste parti sono vicine ai capezzoli. Alcuni uomini con carcino-
ma del pene che avevano subito l'amputazione dell'organo non
tiolo avevano un pene fantasma, ma anche erezioni fantasma.

Man mano che Ramachandran esaminava altri pazienti amputa-


li, scoprì che circa metà di loro ha la spiacevole sensazione che
l'arto fantasma sia immobilizzato, come se fosse paralizzato in
una posizione sollevata oppure rinchiuso in un blocco di cemen-
to. Altri hanno la sensazione di trascinare un peso morto. E non
si tratta solo di immaginare una gamba immobilizzata o paraliz-
;,,ata, ma in qualche caso terribile l'agonia originaria di perdere
un arto non è mai svanita. Quando una granata scoppia fra le
mani di un soldato, questi può sviluppare un dolore fantasma
che ripropone all'infinito il momento atroce dell'esplosione. Ra-
machandran incontrò una donna a cui venne amputato un polli-
ce congelato, e il cui fantasma continuava a provare i terribili do-
lori del congelamento. Certi pazienti subiscono la tortura dei ri-
cordi di cancrene, unghie incarnite, pustole e incisioni nell'arto

199
IL CERVELLO INFINITO

prima che questo venisse amputato, in particolare se il dolore era


presente al momento dell' operazione. 13 Questi pazienti non vi·
vono simili agonie come «vaghi ricordi» del dolore, ma come
qualcosa che sta accadendo nel presente. Talvolta un paziente
può non avvertire dolore per decenni, e poi per caso, magari in-
serendo un ago in un punto d'innesco, il dolore si riattiva mesi o
anni dopo. 14
Quando Ramachandran passò in rassegna le storie dei pazien-
ti con dolore fantasma da congelamento, scoprì che prima del-
1' amputazione tutti avevano indossato per alcuni mesi un ben-
daggio a fionda o un'ingessatura. Ora sembrava che le loro map-
pe cerebrali avessero registrato, per tutto quel tempo, la posizio-
ne fissa del braccio. Ramachandran iniziò a sospettare che fosse
proprio l'assenza del braccio a far sì che la sensazione di paralisi
persistesse. Normalmente, quando il centro motorio nel cervello
invia un segnale per indurre il movimento di un braccio, il cer-
vello riceve diversi feedback sensoriali, a conferma che l'ordine è
stato eseguito. Ma il cervello di una persona senza un braccio
non può mai avere conferma che il braccio stesso si sia mosso,
dal momento che non vi sono né un braccio né dei sensori di mo-
vimento che possano fornire quel feedback. Quindi, al cervello
rimane l'imptessione che il braccio sia immobilizzato. Poiché
l'arto è rimasto bloccato per mesi in un bendaggio o in un'inges-
satura, la mappa cerebrale ha sviluppato la rappresentazione del
braccio immobile. Quando l'arto è stato amputato, non vi era al-
cuno stimolo sensoriale che potesse alterare la mappa cerebrale,
così la rappresentazione mentale dell'arto immobile si è fissata
nel tempo- una situazione simile al learned non use, una sorta di
«paralisi appresa», che Taub scoprì nei pazienti con ictus.
Ramachandran giunse alla convinzione che l'assenza di feed-
back non causava solo la sensazione fantasma di immobilità, ma
anche il dolore fantasma. Il centro motorio cerebrale dovrebbe
inviare i segnali che inducono i muscoli della mano a contrarsi,
ma, non ricevendo un feedback che confermi il movimento della
mano, intensifica il proprio comando, come se dicesse: «Stringi!
Non stai stringendo abbastanza! Non hai ancora toccato il pal-
mo! Stringi più forte che puoi!» Questi pazienti possono sentire
le unghie delle dita conficcarsi nel palmo della mano. Mentre

200
DOLORE

11na stretta reale causava dolore prima dell'amputazione, questa


iaretta immaginaria evoca dolore poiché la massima contrazione
(' il dolore sono associati nella memoria. 15
In seguito Ramachandran si pose una domanda molto ambi-
1.iosa: la paralisi e il dolore fantasma avrebbero potuto essere
'< disappresi »? Era il genere di domanda che psichiatri, psicologi
l' psicoanalisti avrebbero potuto porre: come si può modificare
11na situazione di natura psichica ma non materiale? La ricerca di
Ramachandran rese indistinto il confine tra neurologia e psichia-
tria, realtà e illusione.

Ramachandran escogitò l'idea, degna di un prestigiatore, di


rnmbattere l'illusione con un'altra illusione. Cosa sarebbe acca-
duto se fosse riuscito a inviare al cervello dei falsi segnali che
nvrebbero indotto il paziente a pensare che l'arto immaginario si
tltesse muovendo?
La questione portò Ramachandran a inventare una scatola
dotata di uno specchio pensata per ingannare il cervello del pa-
iiente. La scatola avrebbe rimandato a quest'ultimo l'immagine
riflessa della mano «buona» facendogli credere che fosse la ma-
no amputata« resuscitata».
La scatola è delle dimensioni di una grossa scatola di biscotti,
1.1perta nella parte superiore e divisa in due comparti, uno a sini-
stra e uno a destra. Sulla parte anteriore vi sono due fori. Se al
paziente è stata amputata la mano sinistra, metterà la mano de-
stra nel foro che corrisponde al comparto di destra. Poi viene in-
vitato a immaginare di mettere la mano fantasma nel comparto
di sinistra.
La parete che divide i due comparti è costituita da uno spec-
chio verticale su cui si riflette la mano sana. Essendo la scatola
nperta nella parte superiore, il paziente può, piegandosi legger-
mente a destra, vedere un'immagine riflessa della mano destra,
che sembrerà la mano sinistra prima dell'amputazione. Muoven-
do avanti e indietro la mano destra, la mano sinistra « resusdta-
ta »sembrerà muoversi allo stesso modo, sovrapposta al suo fan-
tasma. La speranza di Ramachandran era che il cervello del pa-
iiente potesse avere l'impressione che il braccio fantasma si stes-
se muovendo.

201
IL CERVELLO INFINITO

Per trovare dei soggetti che si prestassero per testare la scatO·


la, Ramachandran fece pubblicare degli annunci enigmatici sui
giornali locali: «Cercasi amputati». « Philip Martinez » rispose.
Circa dieci anni prima, Philip era stato sbalzato dalla sua mo-
tocicletta a settanta chilometri orari. Tutti i nervi che dalla mano
e dal braccio sinistro andavano al midollo spinale erano rimasti
lesionati nell'incidente. Il braccio era ancora attaccato al corpo,
ma non vi erano nervi funzionanti che inviassero segnali dal mi·
dolio al bracci0, né che attraverso il midollo spinale portassero
gli stimoli sensoriali al cervello. Il braccio di Philip non solo era
inutilizzabile, ma era anche un peso immobile che doveva porta·
re in una benda. Alla fine decise di farselo amputare. Tuttavia
Philip continuò a soffrire di un terribile dolore al gomito fanta-
sma. Inoltre il braccio sembrava paralizzato, e Philip aveva l'im-
pressione che, se fosse riuscito in qualche modo a muoverlo, ciò
avrebbe alleviato il dolore. Il dilemma fece sprofondare Philip in
una depressione tale da indurlo a pensare al suicidio.
Quando Philip inserì il braccio sano nella scatola, non solo
iniziò a «vedere» il braccio «fantasma» muoversi, ma per la pri-
ma volta lo sentì muoversi. Sorpreso e felicissimo, Philip disse di
aver avuto l'impressione che il braccio fantasma fosse« di nuovo
collegato».
Tuttavia, appena smetteva di guardare l'immagine riflessa op-
pure chiudeva gli occhi, il braccio fantasma si paralizzava. Rama-
chandran diede a Philip la scatola per potersi esercitare a casa,
nella speranza che potesse cancellare la paralisi stimolando un
cambiamento plastico che avrebbe riconfigurato la sua mappa
cerebrale. Philip usava la scatola dieci minuti al giorno, ma sem-
brava ancora che funzionasse solo a occhi aperti e guardando
l'immagine riflessa della mano sana.
Poi, un mese dopo, Ramachandran ricevette una chiamata di
Philip. Era euforico. Non solo il braccio fantasma non era più
paralizzato, ma era addirittura sparito - anche quando non stava
usando la scatola. Anche il gomito fantasma, e il suo dolore atro-
ce, erano scomparsi. Erano rimaste solo le dita fantasma, che ora
penzolavano dalla spalla e senza provocare alcun dolore.
VS. Ramachandran, il neurologo illusionista, era diventato il
primo medico ad aver eseguito un'operazione apparentemente

202
DOLORE

i111possibile: l'amputazione, perfettamente riuscita, di un arto


fontasma.

lfamachandran ha usato la sua scatola con numerosi pazienti, di


~·ui circa la metà hanno eliminato il dolore e la paralisi fantasma e
11ono riusciti a tenerli sotto controllo. 16 Altri scienziati hanno pu-
re riscontrato un miglioramento nelle condizioni dei pazienti che
utilizzano questa scatola. Esami condotti con la fMRI (risonanza
magnetica nucleare funzionale) mostrano che, man mano che
questi pazienti migliorano, le mappe motorie relative ai fantasmi
:li. estendono, il restringimento della mappa che accompagna
l'amputazione diventa reversibile, 17 e le mappe sensoriali e mo-
torie si normalizzano. 18
La scatola munita di specchio sembra curare il dolore alteran-
do la percezione che il paziente ha della propria immagine cor-
porea. Si tratta di una scoperta notevole, poiché spiega come
funziona la nostra mente e come abbiamo esperienza del dolore.
Il dolore e l'immagine corporea sono strettamente correlate.
Abbiamo sempre esperienza del dolore come proiettato nel cor-
po. Quando ci pieghiamo e avvertiamo un forte dolore alla
schiena, diciamo: «La schiena mi sta uccidendo! », e non: «Il si-
stema del dolore mi sta uccidendo». Ma come mostrano i fanta-
smi, non abbiamo bisogno di una parte del corpo e neppure di
recettori specifici per sentire dolore. È sufficiente un'immagine
corporea, prodotta dalle mappe cerebrali. Normalmente chi non
ha subito amputazioni non se ne rende conto, poiché l'immagine
corporea degli arti è perfettamente proiettata sugli arti stessi, ren-
dendo impossibile distinguere l'immagine corporea dal corpo.
«Il corpo stesso è un fantasma» dice Ramachandran, «qualcosa
che il cervello ha costruito per pura convenienza».
La distorsione dell'immagine corporea è un problema comu-
ne e dimostra che c'è differenza tra l'immagine e il corpo. Le
anoressiche credono di essere sovrappeso anche quando sono al
limite della fame; chi presenta una distorsione della propria im-
magine corporea, e soffre perciò di una condizione chiamata
«disturbo da dismorfìsmo corporeo», può avvertire come im-
perfetta una parte del proprio corpo pur essendo del tutto nella
norma. Questi pazienti pensano che le loro orecchie, il naso, le

203
IL CERVELLO INFINITO

labbra, il seno, il pene, la vagina o le cosce siano troppo grandi o


troppo piccoli, o semplicemente« sbagliati», e provano un' enor-
me vergogna. Marilyn Monroe pensava che il proprio corpo
avesse molti difetti. 19 Spesso queste persone si sottopongono a
chirurgia plastica, ma dopo gli interventi si sentono ancora im-
perfetti. Ciò di cui hanno bisogno è invece una «chirurgia neu-
roplastica » che modifichi la loro immagine corporea.
Il successo di Ramachandran nel riconfigurare i fantasmi gli
suggerì che poteva esserci un modo per intervenire anche sulla
distorsione dell'immagine corporea. Per capire meglio cosa in-
tendesse per immagine corporea, chiesi a Ramachandran se po-
tesse dimostrare la differenza tra essa, ossia un costrutto menta-
le, e il corpo materiale.
Dopo aver tirato fuori una di quelle mani finte di gomma che
si vendono nei negozi di oggetti curiosi, mi fece sedere a un tavo-
lo e vi appoggiò la mano finta, con le dita parallele al bordo del
tavolo davanti a me, a circa due centimetri dal bordo. La mia ma-
no e quella finta erano perfettamente allineate, e disposte nella
medesima direzione. Poi Ramachandran mise uno schermo di
cartone tra la mano finta e la mia, in modo che potessi vedere so-
lo quella finta.
Quindi, mentre osservavo, Ramachandran toccava con la sua
mano quella finta. Contemporaneamente, con l'altra mano toc-
cava la mia, nascosta dietro lo schermo. Quando toccava il polli-
ce della mano finta, toccava il pollice della mia. Quando dava tre
colpetti al mignolo della mano finta, ne dava altrettanti al migno-
lo della mia, con lo stesso ritmo. Quando toccava il dito medio
finto, toccava anche il mio dito medio.
Nel giro di pochi istanti, la sensazione che fosse la mia mano a
essere toccata scomparve, e iniziai ad avvertire le sensazioni tatti-
li come se queste provenissero dalla mano finta. La mano finta
era diventata parte della mia immagine corporea! Questa illusio-
ne si basa sullo stesso principio per cui crediamo che i pupazzi
dei ventriloqui, i cartoni animati o gli attori di un film stiano real-
mente parlando perché le labbra sono sincronizzate con ciò che
sentiamo.
Poi Ramachandran eseguì un trucco ancora più semplice. Mi
disse di mettere la mano destra sotto il tavolo, in modo che non

204
DOLORE

fosse visibile. Quindi diede dei colpetti al tavolo con una mano,
mentre con l'altra faceva lo stesso con la mia mano sotto il tavo-
lo, dove non potevo vederla, con lo stesso ritmo. Mentre sposta-
va la mano in punti diversi del tavolo, un po' più a destra o asini-
stra, allo stesso modo muoveva la mano sotto il tavolo. Dopo
qualche minuto smisi di sentire che toccava la mia mano sotto il
tavolo e - per quanto sorprendente possa sembrare - iniziai a
sentire che l'immagine corporea della mia mano era un tutt'uno
con la superficie del tavolo, da dove sembrava provenire la sen-
sazione tattile. Ramachandran aveva creato un'illusione in cui la
mia immagine corporea sensoriale era stata ampliata fino a inclu-
dere un pezzo dell'arredamento!
Ramachandran ha applicato ad alcuni soggetti un misuratore
galvanico delle reazioni della pelle, per rilevare le risposte allo
stress durante l'esperimento del tavolo. Dopo aver toccato la su-
perficie del tavolo e la mano di un paziente finché l'immagine
corporea includesse il tavolo, Ramachandran estraeva un martel-
lo e colpiva con violenza il tavolo. La reazione allo stress andava
ulle stelle, come se Ramachandran avesse fracassato la mano rea-
le del soggetto.

Secondo Ramachandran, il dolore, come l'immagine corporea,


viene prodotto dalla mente e proiettato nel corpo. Tale asserzio-
ne va contro il senso comune e la prospettiva neurologica tradi-
~donale secondo cui, quando ci provochiamo una ferita, i recet-
tori del dolore inviano un segnale a senso unico al centro del do-
lore nel cervello e l'intensità del dolore percepito è proporziona-
le alla gravità della ferita. Si assume cioè che il dolore registri
sempre un rapporto accurato del danno. Questa visione tradizio-
nale risale a Cartesio, il quale considerava il cervello come il sog-
getto passivo del dolore. Questo punto di vista venne rovesciato
nel 1965, quando il neuroscienziato canadese Ronald Melzack
(che studiava gli arti fantasma e il dolore) e l'inglese Patrick Wall
(che si occupava di dolore e plasticità) scrissero l'articolo più im-
portante nella storia del dolore. 20 La teoria di Melzack e Wall so-
steneva che il sistema del dolore è diffuso in tutto il midollo spi-
nale e nel cervello, il quale, ben lungi dall'essere un recettore
passivo, controlla sempre i segnali dolorosi che avvertiamo. 21

205
IL CERVELLO INFINITO

La «teoria del cancello» (gate control theory o/ pain) di Mel•


zack e Wall proponeva una serie di punti di controllo, o« cancel-
li», tra il sito della lesione e il cervello. Quando vengono inviati
dal tessuto danneggiato attraverso il sistema nervoso, i messaggi
dolorosi passano alcuni «cancelli», a cominciare dal midollo
spinale, prima di giungere al cer\rello. Tuttavia, tali messaggi si
spostano solo se il cervello «concede» loro il passaggio, dopo
aver stabilito se si tratta di messaggi abbastanza importanti. Se
questo accade, si aprirà un cancello e la sensazione di dolore au-
menterà facendo sì che certi neuroni si attivino e trasmettano il
segnale. Il cervello può anche chiudere un cancello e bloccare il
segnale doloroso tramite il rilascio di endorfine, le sostanze nar-
cotiche prodotte dal nostro corpo per calmare il dolore.
La teoria del cancello spiega ogni genere di esperienza dolo-
rosa. Ad esempio, quando le truppe statunitensi sbarcarono in
Italia durante la Seconda guerra mondiale, il settanta per cento
degli uomini che erano rimasti seriamente feriti riferirono di non
awertire dolore e di non voler assumere antidolorifìci. 22 Gli uo-
mini feriti sul campo di battaglia spesso non awertono il dolore
e continuano a combattere, come se il cervello avesse chiuso il
«cancello», concentrando l'attenzione del soldato impegnato in
battaglia su come mettersi al sicuro. Solo quando sarà sfuggito al
pericolo i segnali dolorosi avranno la possibilità di raggiungere il
cervello. 23
I medici sanno da tempo che, se un paziente si aspetta di sen·
tirsi meglio prendendo una pillola, spesso ciò accade anche se si
tratta di un placebo che non contiene alcun principio attivo.
Esami condotti con la fMRI mostrano che, durante l'effetto place-
bo, il cervello disattiva le regioni che rispondono al dolore. 24
Quando una madre cerca di consolare la propria bambina che si
è fatta male, accarezzandola e parlandole con dolcezza, sta aiu-
tando il cervello della piccola ad «abbassare il volume» sul dolo-
re. La quantità di dolore che awertiamo è determinata in misura
significativa dal cervello e dalla mente - l'umore del momento, le
esperienze dolorose passate, la nostra psicologia, e quanto pen-
siamo sia serio il nostro infortunio.
Wall e Melzack mostrarono che i neuroni del sistema del do-
lore sono assai più plastici di quanto avessimo mai immaginato,25

206
DOLORE

che nel midollo spinale possono verificarsi importanti cambia-


menti plastici in seguito a una ferita, e che una lesione cronica
1mò far sì che le cellule nel sistema del dolore si attivino più facil-
mente - un'alterazione plastica - rendendo il soggetto ipersensi-
bile al dolore. 26 Le mappe possono anche estendere il proprio
campo ricettivo, arrivando a rappresentare una superficie mag-
giore di quella corporea, incrementando la sensibilità al dolore. 27
Quando le mappe cambiano, i segnali dolorosi di una mappa
possono «traboccare» sulle mappe adiacenti, sviluppando così
un« dolore riferito» (re/e"ed pain): veniamo colpiti in una parte
del corpo, ma proviamo dolore in un' altra. 28 Talvolta un singolo
segnale doloroso si ripercuote in tutto il cervello, così che il dolo-
re persiste anche dopo l'interruzione dello stimolo che l'ha pro-
vocato.
La teoria del cancello ha portato a nuovi trattamenti per il do-
lore cronico. Wall partecipò alla messa a punto della TENS (tran-
.l'cutaneous electrical nerve stimulation, stimolazione elettrica
transcutanea dei nervi), che utilizza una corrente elettrica per sti-
molare i neuroni che inibiscono il dolore, inducendo così la chiu-
sura del cancello. La teoria di Melzack e Wall ha anche reso me-
no scettici gli scienziati occidentali sull'agopuntura, che riduce il
Jolore stimolando dei punti del corpo spesso molto lontani dal
sito d'insorgenza del dolore. L'idea che l'agopuntura attivasse i
neuroni che inibiscono il dolore, chiudendo il cancello e bloc-
cando la percezione dolorosa, non venne più considerata così
improbabile.
Melzack e Wall erano giunti anche a un'altra intuizione rivo-
luzionaria: il sistema del dolore include delle componenti moto-
rie. Quando ci tagliamo un dito, istintivamente lo schiacciamo,
compiendo un atto motorio. Altrettanto istintivamente proteg-
giamo una caviglia che ha subito un trauma cercando una posi-
zione sicura: «Non muoverti finché la caviglia non va meglio».
Ramachandran sviluppò la sua idea successiva estendendo la
teoria del cancello. Il dolore è un sistema complesso controllato
dal cervello plastico. Ecco come Ramachandran riassume la sua
idea: «Il dolore è un'opinione sullo stato di salute dell'organi-
smo piuttosto che una risposta puramente riflessa alla lesione ». 29
Prima di innescare il dolore il cervello raccoglie delle prove da

207
IL CERVELLO INFINITO ,

molte fonti. Ramachandran ha anche affermato che «il dolore t:1


un'illusione», e che «la nostra mente è una macchina per l•'
realtà virtuale»: la mente elabora il mondo, di cui ha un'espe•
rienza indiretta, «di seconda mano», costruendo un modello
nella nostra testa. Così il dolore, come l'immagine corporea, è un
costrutto del nostro cervello. Dal momento che Ramachandran
era riuscito a usare la sua scatola a specchio per modificare l'im·
magine corporea ed eliminare un fantasma e il suo dolore, sareb·
be stato in grado di far scomparire anche il dolore cronico in un
arto reale? 30

Ramachandran pensava di poter curare il «dolore cronico di ti-


po 1 », tipico di un disturbo chiamato «distrofia simpatica rifles-
sa», o atrofia di Sudeck. Ciò accade quando una piccola lesione,
ad esempio un livido o una puntura d'insetto sulla punta di un
dito, scatena in tutto l'arto un dolore così insopportabile da in-
durre il «sistema di protezione» a impedirne il movimento. La
condizione può protrarsi ben oltre la lesione originaria e spesso
può cronicizzarsi, con notevole disagio e dolori fortissimi se I' ar-
to viene sfiorato o toccato. Ramachandran ipotizzò che la capa-
cità del cervello di riorganizzarsi plasticamente provocava l'in-
sorgenza di una forma patologica di protezione dal dolore.
Quando ci proteggiamo, impediamo ai muscoli di muoversi e
di peggiorare la lesione. Se dovessimo ricordarci consapevol-
mente di non muoverci, sarebbe faticosissimo e commetterem-
mo degli errori, ci faremmo male e sentiremmo dolore. Ora sup-
poniamo, pensava Ramachandran, che il cervello anticipi il mo-
vimento errato innescando il dolore un attimo prima che il
movimento abbia luogo, nell'intervallo di tempo tra l'emissione
del comando da parte del centro motorio e l'esecuzione del mo-
vimento. Quale modo migliore per il cervello di impedire un
movimento di assicurarsi che il comando motorio stesso inneschi
il dolore? 31 Ramachandran giunse a pensare che nei pazienti
con dolore cronico il comando motorio fosse cablato nel siste-
ma del dolore, così che, nonostante l'arto fosse guarito, quando
il cervello emetteva un ordine motorio questo scatenava ancora
il dolore.
Ramachandran chiamò questa condizione «dolore acquisito»

208
DOLORE

1 ~ii chiese se la scatola munita di specchio avrebbe permesso di

1°,llt\rirla. Su questi pazienti erano stati provati tutti i rimedi tradi-


.. ionali - interruzione della connesione nervosa nell'area dolo-
1,11\te, fisioterapia, antidolorifici, agopuntura, osteopatia - ma
•,1•11za alcun risultato. In uno studio condotto da un'équipe di cui
litrcva parte anche Patrick Wall, al paziente veniva chiesto di in-
•,1•rire entrambe le mani nella scatola, rimanendo seduto in modo
'ht poter vedere solo il braccio sano e il suo riflesso nello spec-
1 hio. Quindi il paziente muoveva l'arto sano (e, se possibile, an-

1 hc il braccio malato) liberamente per dieci minuti, alcune volte

~11 giorno per alcune settimane. Probabilmente l'immagine rifles-


•,1.1 in movimento, prodotta senza lo stimolo di un comando mo-
1orio, avrebbe indotto il cervello del paziente a pensare che la
11rotezione non era più necessaria, interrompendo così la connes-
'iione neuronale tra il comando motorio e il sistema del dolore. 32
I pazienti che avevano avuto una sindrome dolorosa per solo
due mesi migliorarono. Durante il primo giorno il dolore dimi-
11ul, e il sollievo durava anche dopo la fine di una seduta con la
~1catola. Nel giro di un mese non avevano più dolore. I pazienti
d1e avevano avuto una sindrome da cinque mesi a un anno non
mostrarono lo stesso miglioramento, ma persero l'intorpidimen-
1o negli arti e furono in grado di tornare al lavoro. Chi soffriva di
dolore cronico da più di due anni non mostrò alcun migliora-
mento.
Perché? Si pensava che in questi pazienti, non avendo mosso i
loro arti «protetti» per molto tempo, le mappe motorie per l' ar-
10 malato fossero scomparse - un'altra applicazione del princi-
pio use it or lose it. Tutto ciò che era rimasto erano le poche con-
nessioni che erano attive soprattutto durante l'ultima fase di uti-
lizzo dell'arto. Sfortunatamente si trattava di connessioni al siste-
ma del dolore, proprio come i pazienti che indossavano un'in-
gessatura prima dell'amputazione sviluppavano dei fantasmi
11ell' arto malato.
Uno scienziato australiano, G.L. Moseley, pensava di poter
:tiutare i pazienti che non avevano tratto alcun beneficio utiliz-
zando la scatola munita di specchio, spesso perché il dolore era
così intenso da impedire loro di muovere l'arto nel corso della te-
rapia.33 Moseley riteneva che ricostituire le mappe cerebrali rela-

209
IL CERVELLO INFINITO

tive all'arto malato con degli esercizi mentali avrebbe potuto sti•
molare il cambiamento plastico. Moseley chiese ai suoi pazienti
di immaginare semplicemente il loro arto dolorante, senza ese·
guire i movimenti, con lo scopo di attivare i network motori cere·
brali. Inoltre i pazienti dovevano guardare delle foto che ritrae·
vano delle mani, per stabilire se si trattasse de11a destra o della si·
nistra, fino a che non fossero stati in grado di identificarle rapi·
damente e in modo corretto - un compito, questo, che notoria·
mente attiva la corteccia motoria. Venivano mostrate loro delle
mani in varie posizioni e veniva chiesto loro di immaginarle per
quindici minuti, tre volte al giorno. Dopo aver fatto pratica con
la visualizzazione, passavano alla terapia con lo specchio, e in al-
cuni casi con dodici settimane di trattamento il dolore era dimi-
nuito, mentre nella metà dei pazienti era scomparso.
Tutto ciò è davvero notevole- un trattamento del tutto nuovo
per un dolore cronico e straziante, che utilizza l'immaginazione e
l'illusione per ristrutturare plasticamente le mappe cerebrali sen·
za ricorrere a farmaci, aghi o elettricità.
La scoperta delle «mappe del dolore» ha pure condotto a
nuovi approcci alla chirurgia e ali' analgesia farmacologica. Il do-
lore fantasma postoperatorio può essere minimizzato se il pa-
ziente sottoposto a chirurgia riceve un blocco nervoso locale o
un anestetico locale che agisca sui nervi periferici prima che l' a-
nestesia generale faccia il suo effetto.34 Gli antidolorifici, se som-
ministrati prima dell'intervento, e non solo dopo, sembrano im-
pedire il cambiamento plastico nella mappa cerebrale responsa-
bile, a quanto pare, nel« fissare» il dolore. 35
Ramachandran ed Eric Altschuler hanno mostrato che, oltre
ai fantasmi, la scatola a specchio è efficace anche con altri pro-
blemi, come la paralisi alle gambe nei pazienti con ictus. 36 La te-
rapia con lo specchio si differenzia da quella di Taub per il fatto
di «ingannare» il cervello del paziente, inducendolo a pensare
che stia muovendo l'arto malato e iniziando così a stimolare i
programmi motori dell'arto stesso. Un altro studio mostrò l'effi-
cacia della terapia con lo specchio nel preparare a un trattamen-
to simile a quello di Taub un paziente paralizzato a causa di un
grave ictus, il quale aveva perso l'uso di un lato del corpo. Il pa-
ziente recuperò l'uso del braccio. Fu il primo caso in cui due

210
DOLORE

1111ovi approcci basati sulla nozione di plasticità - la terapia con


111 specchio e una terapia simile alla CI di Taub - vennero usati in
''l't\uenza. 37

In India, Ramachandran crebbe in un mondo dove molte cose


d1c agli occidentali sembrano fantastiche sono del tutto comuni.
lhunachandran conosceva gli yogi, che alleviavano il dolore tra-
mite la meditazione, camminavano a piedi nudi sui carboni ar-
denti o si sdraiavano sui chiodi. Vide dei religiosi cadere in tran-
n~ e infilarsi degli aghi attraverso il mento. L'idea che le cose vi-
wnti cambiassero la propria forma era ampiamente accettata; il
potere della mente di influenzare il corpo veniva dato per scon-
lltto, e l'illusione era considerata una forza così fondamentale da
t•ssere rappresentata da una divinità, Maya. Ramachandran ha
trasferito dalle strade dell'India alla neurologia occidentale un
1Kmso di meraviglia, e il suo lavoro solleva questioni che accomu-
nnno i due mondi. Cos'è la trance se non una chiusura dei can-
~·clli del dolore dentro di noi? Perché dovremmo pensare al do-
lore fantasma come a qualcosa di meno reale del normale dolo-
l'l~? Ramachandran ci ha ricordato che la grande scienza può an-
cora essere coltivata con eleganza e semplicità.

211
8. Immaginazione
Come il pensiero rende le cose reali

Mi trovo a Boston, nel laboratorio di stimolazione magnetica ce-


rebrale del Beth Israel Deaconess Medicai Center, presso la Har-
vard Medicai School. Alvaro Pascual-Leone dirige il centro, e i
suoi esperimenti hanno mostrato che è possibile modificare l'a-
natomia del nostro cervello semplicemente utilizzando l'immagi-
nazione. Ha appena applicato un apparecchio simile a una palet·
ta sul lato sinistro della mia testa. Il dispositivo emette una sti·
molazione magnetica transcraniale (TMS, transcranial magnetù:
stimulation) e può influenzare il mio comportamento. All'inter-
no del rivestimento di plastica della macchina si trova una bobi-
na di filo di rame, attraverso il quale passa una corrente che mo·
difica il campo magnetico all'interno del mio cervello, lungo gli
assoni - simili a dei cavi - dei neuroni, e da lì nelle mappe moto-
rie della mano sulla membrana esterna della corteccia cerebrale.
Un campo magnetico variabile genera una corrente elettrica, e
Pascual-Leone ha aperto la strada all'uso della TMS per attivare i
neuroni. 1 Ogni volta che accende il campo magnetico, l'anulare
della mia mano destra si muove: Pascual-Leone sta stimolando
una regione di circa mezzo centimetro cubo nel mio cervello,
contenente milioni di cellule - la mappa cerebrale che corrispon-
de a quel dito.
La TMS è un modo ingegnoso per gettare un ponte nel mio
cervello. Il campo magnetico passa senza provocare dolore né

212
IMMAGINAZIONE

'hrnni attraverso il mio corpo, producendo una corrente elettrica


•1lllo quando il campo raggiunge i neuroni. Wilder Penfìeld do-
wva aprire chirurgicamente il cranio e inserire la sua sonda elet-
1rica nel cervello per stimolare la corteccia motoria o quella sen-
•111riale. Quando Pascual-Leone accende la macchina e fa muove-
i\' il mio dito, provo esattamente ciò che i pazienti.di Penfìeld
11rnvavano quando questi apriva loro il cranio e li stimolava con
1lt•i grossi elettrodi.

Alvaro Pascual-Leone è giovane se si pensa ai risultati che ha già


1·~1ggiunto. È nato nel 1961 a Valencia, in Spagna, e ha condotto
1icerche sia nel suo paese sia negli Stati Uniti. I genitori di Pa-
•1n1al-Leone, entrambi medici, gli fecero frequentare una scuola
tl·dcsca in Spagna, dove, come molti neurologi dinamici, studiò i
lilosofì greci e tedeschi prima di dedicarsi alla medicina. Conse-
/\llÌ la laurea e il dottorato in fisiologia a Friburgo, poi si trasferì
11cgli Stati Uniti per approfondire gli studi.
Pascual-Leone è un uomo dalla carnagione olivastra, i capelli
•1t:uri, la voce espressiva, ed emana una seriosa allegria. Il suo pic-
t'Olo studio è dominato da un grosso monitor Apple che usa per
visualizzare ciò che vede nel cervello attraverso la finestra della
TMS. Le e-mail dei collaboratori arrivano in continuazione da
11gni parte del mondo. Sugli scaffali dietro di lui ci sono libri sul-
l'elettromagnetismo, e riviste scientifiche dappertutto.
Pascual-Leone è stato il primo a utilizzare la TMS per mappare
il cervello. La TMS può essere utilizzata per attivare oppure per
bloccare un'area cerebrale, a seconda dell'intensità e della fre-
quenza applicate. Per stabilire la funzione di una specifica area
l'crebrale, Pascual-Leone invia delle scariche di TMS per bloccare
ll~mporaneamente la funzionalità dell'area stessa, quindi osserva
quale funzione mentale sia stata compromessa. 2
Pascual-Leone è anche uno dei pionieri nell'uso della «TMS
ripetuta» ad alta frequenza, o rTMS. 3 La TMS ripetuta ad alta fre-
tiuenza può attivare i neuroni in modo tale che questi si eccitino
l'un l'altro e si mantengano attivi anche dopo il termine della sca-
rica di TMS. Questa tecnica permette di attivare un'area cerebrale
1>cr un breve tempo e può essere utilizzata a scopo terapeutico.
Ad esempio, in alcune forme di depressione la corteccia prefron-

213
IL CERVELLO INFINITO

tale è parzialmente inattiva e le sue funzionalità sono ridotte. L' é·


quipe di Pascual-Leone ha mostrato per prima che la rTMS è un
trattamento efficace nei casi di depressione grave. 4 Il settanta per
cento dei pazienti che non avevano ottenuto alcun risultato con
tutti i trattamenti tradizionali con la rTMS migliorarono e mostra-
rono meno effetti collaterali rispetto alla terapia farmacologica.,

All'inizio degli anni Novanta, quando era ancora un giovane lau-


reato presso il National lnstitute of Neurological Disorders and
Stroke, Pascual-Leone condusse degli esperimenti - molto ap-
prezzati fra i neurologi dinamici per la loro eleganza - che perfe-
zionarono la procedura di mappatura del cervello, resero possi-
bili le sue esperienze con l'immaginazione e mostrarono in che
modo impariamo nuove abilità.
A proposito di quest'ultimo aspetto, Pascual-Leone utilizzò la
TMS per mappare il cervello di alcuni soggetti non vedenti che
stavano imparando a leggere in Braille. 6 I soggetti studiarono il
Braille per un anno, cinque giorni alla settimana, per due ore al
giorno in classe, seguite da un'ora di compiti a casa. Chi legge in
Braille scorre rapidamente con l'indice una serie di piccoli punti
in rilievo, pertanto svolge un'attività motoria. Quindi percepisce
la disposizione dei punti, un'attività sensoriale. Questi risultati
furono tra i primi a confermare che, quando gli esseri umani im-
parano una nuova abilità, si verifica un cambiamento plastico.
Quando Pascual-Leone utilizzò la TMS per mappare la cortec-
cia motoria, trovò che la mappa corrispondente al dito che « leg-
geva» il Braille era più estesa sia di quella relativa alle altre dita
sia di quella relativa all'indice dei soggetti che non sapevano leg-
gere in Braille.7 Pascual-Leone riscontrò pure un aumento nelle
dimensioni della mappa motoria e un aumento costante nel nu-
mero di parole che i soggetti erano in grado di leggere al minuto.
Ma la sua scoperta più stupefacente, con implicazioni importanti
nell'apprendimento di qualunque altra abilità, era il modo in cui
si verificava il cambiamento plastico nel corso di ogni settimana.
I soggetti venivano mappati con la TMS ogni venerdì (al termi-
ne di una settimana di esercizio) e ogni lunedì (dopo essersi ripo-
sati nel fine settimana). Pascual-Leone trovò che nei due giorni i
cambiamenti erano differenti. Fin dall'inizio dello studio, le

214
IMMAGINAZIONE

lllltppe rilevate il venerdì mostravano un'espansione molto rapi-


1111 e rilevante,ma entro lunedì le medesime mappe erano tornate
.11la dimensione iniziale. Per sei mesi le mappe rilevate il venerdì
1'ontinuarono a crescere - tornando ostinatamente ai valori ori-
11inari ogni lunedì successivo. Dopo circa sei mesi le «mappe del
v~nerdì » continuavano a crescere, ma non più come nei primi
1nesi.
Le «mappe del lunedì» mostravano uno schema opposto.
I)urante i primi sei mesi non mostrarono alcun cambiamento,
quindi aumentarono lentamente e si stabilizzarono intorno ai
dicci mesi. La velocità a cui i soggetti erano in grado di leggere in
Braille si correlava molto meglio con le mappe del lunedì, e mal-
111·ado i cambiamenti rilevati ogni lunedì non fossero mai impor-
1nnti come quelli del venerdì, tuttavia erano più stabili. Al termi-
ne del periodo di dieci mesi gli studenti di Braille fecero una va-
t'anza di due mesi. Quando tornarono vennero rimappati, e le
mappe erano rimaste inalterate dall'ultimo lunedì di due mesi
prima. Perciò, l'esercizio quotidiano portava a notevoli cambia-
menti a breve termine durante la settimana. Ma dopo il fine setti-
mana, e nell'arco di mesi, i cambiamenti più duraturi venivano
osservati il lunedì.
Pascual-Leone è convinto che i risultati differenti osservati il
venerdì e il lunedì suggeriscano differenti meccanismi plastici. I
rapidi cambiamenti osservati ogni venerdì consolidano le con-
nessioni neuronali esistenti e smascherano percorsi nascosti. I
cambiamenti più lenti ma più stabili rilevati ogni lunedì suggeri-
scono la formazione di strutture del tutto nuove, probabilmente
la crescita di nuove connessioni neuronali e sinapsi.
La comprensione di questo effetto paradossale ci può aiutare
u chiarire ciò che dobbiamo fare per padroneggiare alla perfezio-
ne nuove abilità. Dopo un breve periodo di pratica, come quan-
llo gli studenti si imbottiscono di nozioni per un esame, è relati-
vamente semplice migliorare, poiché probabilmente stiamo con-
solidando le connessioni sinaptiche già esistenti. Tuttavia dimen-
tichiamo rapidamente ciò che abbiamo imparato in pochissimo
tempo - poiché in questo caso si tratta di connessioni neuronali
che si rinforzano e si indeboliscono altrettanto facilmente, men-
tre per far sì che i miglioramenti siano stabili e un'abilità diventi

215
IL CERVELLO INFINITO '1
permanente è necessario un lavoro lento e costante, che proba··.
bilmente porta alla formazione di nuove connessioni. Se un allie· '
vo pensa di non fare alcun progresso cumulativo, o che la sua ,
mente non trattenga nulla, come un «colabrodo», deve insistere
finché non otterrà l' «effetto lunedì», che nel caso di chi impara
a leggere in Braille si verifica dopo circa sei mesi. La differenza
tra le rilevazioni del venerdì e del lunedì risiede probabilmente
nel fatto che alcuni - le« tartarughe»-, che sembrano lente nel-
1' apprendere un'abilità, possono però imparare meglio delle «le-
pri» - che imparano molto rapidamente ma che non necessaria-
mente tratterranno ciò che hanno appreso, senza la pratica co-
stante che stabilizza l'apprendimento.
Pascual-Leone ampliò la sua ricerca per indagare come i letto-
ri in Braille potessero acquisire così tante informazioni attraver-
so la punta delle dita. È risaputo come i non vedenti possono svi-
luppare una sensibilità non visuale superiore, e che i lettori in
Braille raggiungono una sensibilità straordinaria nel dito che uti-
lizzano a questo scopo. Pascual-Leone intendeva verificare seta-
le aumentata abilità fosse favorita dall'ampliamento delle mappe
sensoriali tattili o dal cambiamento plastico in altre regioni cere-
brali, come ad esempio la corteccia visiva, la quale, non riceven-
do stimoli dagli occhi, potrebbe essere sottoutilizzata.
Pascual-Leone ipotizzò che, se la corteccia visiva permetteva
ai soggetti non vedenti di leggere in Braille, un suo blocco avreb-
be interferito con la lettura in Braille. E così fu: quando l'équipe
applicò la TMS per bloccare la corteccia visiva dei lettori in Brail-
le inducendo una lesione virtuale, i soggetti non erano più in gra-
do di leggere o sentire con il dito relativo. La corteccia visiva era
stata reclutata per elaborare le informazioni provenienti dal tat-
to. L'applicazione della TMS pèr bloccare la corteccia visiva di
soggetti vedenti non ebbe alcun effetto sulla sensibilità tattile, in-
dicando che nei lettori in Braille non vedenti era accaduto qual-
cosa di unico: una parte del cervello dedicata a un senso veniva
ora utilizzata da un altro - il genere di riorganizzazione plastica
suggerito da Bach-y-Rita. Pascual-Leone mostrò pure che quan-
to meglio una persona era in grado di leggere in Braille, tanto più
la corteccia visiva era coinvolta. La prossima sfida di Pascual-
Leone avrebbe aperto prospettive completamente nuove, mo-

216
IMMAGINAZIONE

·.trando che i nostri pensieri possono modificare la struttura fisi-


'" del cervello. 8

Puscual-Leone studiò il modo in cui i pensieri modificano il cer-


vdlo osservando, tramite la TMS, i cambiamenti nelle mappe ce-
rebrali delle dita di soggetti che stavano imparando a suonare il
pianoforte. Uno degli eroi di Pascual-Leone, il grande neuroana-
lomista spagnolo e premio Nobel Santiago Ramon y Cajal, tra-
11corse l'ultima parte della sua vita alla vana ricerca della plasti-
l'ità cerebrale e nel 1894 propose che «l'organo del pensiero è,
~·ntro certo limiti, malleabile e perfettibile tramite un esercizio
mentale mirato». 9 Nel 1904 avanzò l'ipotesi che i pensieri, ripe-
luti nell' «esercizio mentale», devono rinforzare le connessioni
neuronali esistenti e crearne di nuove. Ramon y Cajal ebbe anche
l'intuizione che tale processo sarebbe stato particolarmente pro-
tmnciato nei neuroni che controllano le dita dei pianisti, i quali
farebbero moltissimo esercizio mentale. 10
Ramon y Cajal, basandosi solo sulle proprie supposizioni,
uveva costruito un'immagine della neuroplasticità, ma non di-
sponeva degli strumenti che gli avrebbero permesso di dimo-
strarla. Ora Pascual-Leone riteneva che la TMS fosse un dispositi-
vo adatto a verificare se l'esercizio mentale e l'immaginazione
conducessero di fatto a dei cambiamenti fisici.
I dettagli dell'esperimento sull'immaginazione erano semplici
e si basavano sull'idea di Cajal di usare il pianoforte.11 Pascual-
Leone insegnò una sequenza di note a due gruppi di persone che
non avevano mai studiato pianoforte, mostrandogli quali dita
muovere e facendogli sentire le note eseguite. I membri del pri-
mo gruppo, quello dell' «esercizio mentale», dovevano stare se-
duti di fronte alla tastiera di un pianoforte elettrico per due ore
al giorno, per cinque giorni, immaginando sia di suonare sia di
ascoltare la sequenza di note. Un secondo gruppo, quello del-
l' «esercizio fisico», doveva suonare realmente la musica per due
ore al giorno, per cinque giorni. Entrambi i gruppi vennero sot-
toposti alla mappatura cerebrale prima, durante e dopo l'esperi-
mento. Infine, a entrambi i gruppi venne chiesto di suonare la se-
quenza di note, mentre un computer misurava l'accuratezza del-
la loro esecuzione.

217
IL CERVELLO INFINITO

Pascual-Leone verificò che entrambi i gruppi avevano impa•.i


rato a suonare la sequenza e mostravano dei cambiamenti simili
nelle mappe cerebrali. In particolare, il solo esercizio mentale
aveva prodotto i medesimi cambiamenti fisici nel sistema moto·
rio indotti dall'esercizio fisico. Entro la fine del quinto gior~o, l
cambiamenti nei segnali motori ai musco~ erano gli stessi nel
due gruppi, e gli esecutori che si erano eserdtati con l'immagina·
zione mostravano un livello di precisione pari a quello rilevato il
terzo giorno negli esecutori dell'altro gruppo.
Il livello di miglioramento raggiunto in cinque giorni nel pri·
mo gruppo era certamente rilevante, pur non essendo paragona·
bile a quello del secondo gruppo. Ma quando, una volta conclu-
so il ciclo di esercizi mentali, al primo gruppo venne conèessa
una singola seduta di due ore per esercitarsi concretamente, la
performance migliorò complessivamente fino al livello raggiunto
dal secondo gruppo in cinque giorni. È evidente quindi che l'e-
sercizio mentale è un modo efficace per prepararsi ad apprende-
re un'abilità motoria con un esercizio fisico minimo.

Tutti noi facciamo ciò che gli scienziati chiamano esercizi o prove
mentali quando memorizziamo le risposte per un esame, le battu·
te per una rappresentazione teatrale o facciamo pratica per qua·
lunque tipo di performance o presentazione. Ma poiché pochi-fra
di noi fanno tutto ciò in modo sistematico, ne sottovalutiamo l' ef-
ficacia. Alcuni atleti e musicisti ricorrono all'esercizio mentale
per prepararsi alle gare e ai concerti. Verso la fine della sua carrie-
ra, il pianista Glenn Gould faceva ampio affidamento all'eserèi-
zio mentale per prepararsi alla registrazione di un brano. 12
Una delle forme più avanzate di esercizio mentale sono gli
« scacchi mentali», che vengono giocati senza scacchiera o pezzi.
Il giocatore immagina la scacchiera e i pezzi, tenendo traccia del-
le posizioni. Anatolij Sharanskij, l'attivista sovietico per i diritti
umani, utilizzò gli scacchi mentali per sopravvivere al carcere.
Sharanskij, un ebreo esperto di computer, nel 1977 venne accu-
sato ingiustamente di essere una spia degli Stati Uniti e passò no-
ve anni in prigione, dei quali quattrocento giorni in assoluto iso-
lamento, in una cella fredda e oscura di nemmeno quattro metd
quadrati. I prigionieri politici in isolamento spesso crollano men-

218
IMMAGINAZIONE

i.il mente, poiché il cervello, in base al principio use it or lose it, ha


I1i:-;ogno di stimoli esterni per mantenere le proprie mappe. Du-
11111te il periodo di deprivazione sensoriale, Sharanskij giocò inin-
l11rrottamente a scacchi per mesi, cosa che probabilmente impedì
.ti suo cervello di deteriorarsi. Sharanskij giocava sia con i neri sia
~on i bianchi, memorizzando la partita da prospettive opposte-
1111a sfida straordinaria per il cervello. Una volta Sharanskij mi
disse, in parte scherzando, che se avesse continuato a giocare a
•;t~ucchi mentali avrebbe anche potuto diventare il campione del
111ondo. Dopo il suo rilascio, grazie alle pressioni dell'Occidente,
Sharanskij si trasferì in Israele e divenne ministro. Quando il
1·nmpione mondiale Garri Kasparov giocò contro il primo mini-
•,1 ro e i leader di gabinetto, batté tutti tranne Sharanskij.

l>ul neuroimaging di soggetti che ricorrono ampiamente all'eser-


d~io mentale sappiamo ciò che probabilmente accadeva nel cer-
vello di Sharanskij mentre era in carcere. Consideriamo il caso di
llndiger Gamm, un giovane tedesco dall'intelligenza normale di-
ventato un prodigio della matematica, un vero e proprio calcola-
i ore umano.13 Nonostante Gamm non sia nato con un'abilità
matematica eccezionale, oggi può calcolare la nona potenza o la
ruJice quinta, e risolvere problemi come: «Quanto fa 68 per
/6? »in cinque secondi. Da quando aveva vent'anni, Gamm, che
luvorava in banca, iniziò a fare esercizi di calcolo per quattro ore
lii giorno. Sei anni dopo era diventato un genio del calcolo, capa-
l~C di guadagnarsi da vivere solo con le apparizioni televisive. In-
dttgini condotte con la PET mentre eseguiva dei calcoli evidenzia-
rono che, per svolgere questo compito, Gamm era in grado di
utilizzare cinque aree cerebrali in più rispetto alle persone« nor-
mali». Lo psicologo Anders Ericsson, un esperto nello sviluppo
delle abilità, ha mostrato che le persone come Gamm sfruttano
la memoria a lungo termine per risolvere problemi matematici,
luddove invece normalmente si utilizza la memoria a breve ter-
mine. Gli esperti non memorizzano le risposte, ma solo nozioni
t•hiave e strategie che permettono loro di ottenere le risposte e di
potervi accedere in modo immediato, come se si trovassero nella
memoria a breve termine. Questo uso della memoria a lungo ter-
mine nel problem solving è tipico di esperti in molti campi, e le

219
IL CERVELLO INF1NITO

ricerche di Ericsson mostrano che per raggiungere questi risulta•


ti sono necessari circa dieci anni di intenso lavoro.

Uno dei motivi per cui possiamo modificare il nostro cervello


semplicemente attraverso l'immaginazione è che, da un punto di
vista neuroscientifico, immaginare un'azione non è poi così di-
verso dall'eseguirla come potrebbe sembra~e. Quando chiudia·
mo gli occhi e visualizziamo un semplice oggetto, come ad esem·
pio la lettera «a», la corteccia visiva primaria si attiva, proprio
come se stessimo effettivamente guardando la lettera «a ». 14 li
neuroimaging mostra che nell'azione e nell'immaginazione ven-
gono attivate le medesime regioni cerebrali. 15 Ecco perché la vi·
sualizzazione può migliorare la performance.
In un esperimento che sembra incredibile per la sua sempli..
cità, Guang Yue e Kelly Cole mostrarono che immaginare di usa-
re i muscoli li rinforza realmente. Lo studio prendeva in conside-
razione due gruppi di soggetti; il primo faceva esercizio fisico, il
secondo doveva limitarsi a immaginarlo. Entrambi i gruppi do-
vevano allenare i muscoli di un dito, dal lunedì al venerdì, per un
mese. Il primo gruppo eseguiva serie di quindici contrazioni
massimali, con una pausa di venti secondi tra una serie e l'altra.
Il secondo gruppo si limitava a immaginare di fare quindici con-
trazioni massimali, con una pausa di venti secondi tra una serie e
l'altra, immaginando contemporaneamente una voce che gridava
loro: «Più forte! Più forte! Più forte!»
Al termine dello studio, i soggetti che avevano fatto esercizio
fisico avevano aumentato la forza muscolare del trenta per cento,
come ci si poteva aspettare. I soggetti che immaginavano di fare
l'esercizio, nello stesso periodo, aumentarono la forza muscolare
del ventidue per cento. 16 La spiegazione risiede nei motoneuroni
cerebrali che «programmano» il movimento. Durante queste
contrazioni immaginarie, i neuroni responsabili di predisporre le
sequenze di istruzioni per il movimento vengono attivati e
rinforzati, con il risultato di un incremento nella forza quando i
muscoli vengono contratti.

Queste ricerche hanno consentito lo sviluppo delle prime mac-


chine che effettivamente «leggono» il pensiero delle persone.

220
IMMAGINAZIONE

I ,e macchine per la traduzione del pensiero attingono ai pro-


1•,l'ammi motori di una persona o di un animale che sta immagi-
11undo un'azione, decodificano il segnale elettrico peculiare di
quel pensiero e trasmettono un comando elettrico a un dispositi-
vo che mette in atto il pensiero stesso. 17 Queste macchine funzio-
11uno perché il cervello è plastico e, mentre pensiamo, modifica
fisicamente il proprio stato e la propria struttura, secondo moda-
lità che possono essere misurate elettronicamente.
Attualmente tali dispositivi vengono sviluppati per permette-
re a persone completamente paralizzate di muovere gli oggetti
ron il pensiero. In versioni più sofisticate, questi apparecchi po-
trebbero leggere il pensiero, riconoscendo e traducendone il
rnntenuto, e costituirebbero uno strumento potenzialmente as-
rmi più efficace della macchina della verità, che può rilevare solo i
livelli di stress quando una persona sta mentendo.
Queste macchine vennero sviluppate in alctine semplici fasi.
A metà degli anni Novanta, presso la Duke University, Miguel
Nicolelis e John Chapin diedero inizio a un esperimento com-
portamentale, con lo scopo di imparare a leggere i pensieri di un
ttnimale. 18 I ricercatori insegnarono a un ratto a premere una
barra collegata elettronicamente a un meccanismo che rilasciava
dell'acqua. Ogni volta che il ratto premeva la barra, il meccani-
smo rilasciava una goccia d'acqua, così che l'animale potesse be-
re. Al ratto era stata rimossa una piccola porzione del cranio, e
nlla corteccia motoria erano stati collegati alcuni elettrodi. Que-
sti registravano l'attività di quarantasei neuroni nella corteccia
motoria coinvolti nella pianificazione e nella programmazione
dei movimenti, e che normalmente inviavano le istruzioni lungo
il midollo spinale fino ai muscoli. Dal momento che lo scopo del-
1' esperimento consisteva nel registrare i pensieri, che sono com-
plessi, l'attività dei quarantasei neuroni doveva essere misurata
:-.imultaneamente. Ogni volta che il ratto muoveva la barra, Nico- -
lelis e Chapin registravano l'attivazione dei quarantasei neuroni
motori, e i segnali venivano inviati a un piccolo computer. Ben
presto il computer « riconobbe» il segnale d'attivazione per la
pressione della barra.
Dopo che il ratto si fu abituato a premere la barra, Nicolelis e
Chapin scollegarono la barra dal meccanismo di rilascio dell'ac-

221
IL CERVELLO INFINITO

qua. Ora, quando il ratto premeva la barra, non riceveva più ac•
qua. Frustrato, il ratto schiacciava la barra diverse volte, ma sen·
za alcun risultato. Quindi i ricercatori collegarono il rilascio dcl.
l'acqua al computer, che a sua volta era collegato ai neuroni del·
lanimale. Ora, in teoria, ogni volta che il ratto pensava «premi
la barra», il computer avrebbe dovuto riconoscere il segnale'
d'attivazione neuronale e inviare un segnale al meccanismo di ti·
lascio dell'acqua.
Dopo qualche ora, il ratto si rese conto di non dover premere
la barra per avere dell'acqua. Tutto quello che doveva fare era
immaginare la sua zampa che schiacciava la barra, e I' acqua sa·
rebbe arrivata! Nicolelis e Chapin insegnarono questo compito a
quattro ratti.
Quindi insegnarono a delle scimmie a compiere traduzioni di
pensiero anche più complesse. Belle, una femmina di aoto, una
scimmia notturna, imparò a usare un joystick per seguire una lu-
ce che si muoveva su un monitor. Quando ci riusciva, Belle rice·
veva una goccia di succo di frutta. Ogni volta che muoveva il joy-
stick, i suoi neuroni si attivavano, e il segnale veniva analizzato
matematicamente da un computer. Lo schema di attivazione
neuronale si presentava sempre trecento millisecondi prima che
Belle muovesse effettivamente il joystick, poiché quello era l'in·
tervallo di tempo necessario al cervello per inviare il comando
lungo il midollo spinale fino ai muscoli. Quando Belle muoveva
il joystick verso destra, nel cervello si attivava il pattern corri-
spondente, che veniva rilevato dal computer; quando muoveva il
braccio verso sinistra, il computer individuava un altro segnale.
Quindi il computer convertiva questi segnale matematici in co-
mandi che venivano inviati a un braccio robotico, invisibile a
Belle. Gli stessi segnale matematici venivano pure trasmessi dalla
Duke University a un secondo laboratorio di robotica a Cam-
bridge, nel Massachusetts. Di nuovo, come nell'esperimento sui
ratti, non vi era alcuna connessione tra il joystick e le braccia ro-
botiche; queste erano collegate al computer, il quale leggeva i se-
gnale neuronali di Belle. La speranza era che le braccia robotiche
alla Duke University e a Cambridge si muovessero esattamente
come il braccio di Belle, trecento millisecondi dopo il suo pen-
siero.

222
IMMAGINAZIONE

Quando gli scienziati modificavano casualmente i segnale lu-


111inosi sul monitor e quindi il braccio reale di Belle muoveva il
111ystick, lo stesso facevano le braccia robotiche, a più di nove-
1·cnto chilometri di distanza, mosse solo dai pensieri della scim-
mia trasmessi dal computer.
Da allora l' équipe ha insegnato a diverse scimmie a utilizzare
•ìolo i loro pensieri per muovere un braccio robotico in qualun-
que direzione nello spazio tridimensionale, allo scopo di esegui-
re dei movimenti complessi - come ad esempio raggiungere e af-
k~rrare degli oggetti. 19 Le scimmie giocano anche ai videogiochi
(e sembrano divertirsi) utilizzando solo il pensiero per muovere
il cursore sul monitor e colpire un bersaglio in movimento.
Nicolelis e Chapin speravano che il loro lavoro potesse aiutare
1111zienti con vari tipi di paralisi. Ci riuscirono nel luglio del 2006,
quando un'équipe guidata dal neuroscienziato John Donoghue,
della Brown University, utilizzò una tecnica simile su un essere
11mano. Un ragazzo di venticinque anni, Matthew Nagle, era sta-
to pugnalato al collo ed era diventato tetraplegico a causa di una
lesione al midollo spinale. Un minuscolo chip indolore, dotato di
un centinaio di elettrodi, venne impiantato nel suo cervello e col-
legato a un computer. Dopo quattro giorni di esercizio, Matthew
'~l'él in grado di muovere il cursore sul monitor, aprire le e-mail,
'~ambiare canale e regolare il volume della televisione, giocare
t•on un videogame e controllare un braccio robotico utilizzando
solo il suo pensiero. 20 I pazienti affetti da distrofia muscolare, ic-
1uso sclerosi laterale amiotrofica sono i prossimi candidati a veri-
ficare l'efficacia del dispositivo di traduzione del pensiero. Lo
ticopo di tali approcci è fondamentalmente quello di impiantare
nella corteccia motoria dei microelettrodi dotati di batterie e di
un trasmettitore delle dimensioni di un'unghia di un neonato.
Un piccolo computer potrebbe essere collegato a un braccio ro-
hotico, oppure ai controlli di una sedia a rotelle dotata di tecno-
logia wireless, oppure ancora a degli elettrodi impiantati nei mu-
scoli per stimolare il movimento. Alcuni scienziati sperano di
realizzare una tecnologia meno invasiva dei microelettrodi per ri-
levare l'attivazione neuronale - probabilmente una variante della
TMS, o un dispositivo che Taub e i suoi collaboratori stanno svi-
luppando per rilevare le modificazione nelle onde cerebrali.21

223
IL CERVELLO INFINITO

Ciò che questi esperimenti «immaginari» mettono in evidenzi&


quanto l'immaginazione e l'azione siano profondamente integr
te, nonostante la nostra tendenza a pensarle come completame
te distinte e soggette a leggi diverse. Ma riflettiamo su -questo: lit~
qualche caso, più rapidamente riusciamo a immaginare qualca• ·
sa, più rapidamente riusciamo a farlo. Jean Decety, di Lione, in
Francia, ha realizzato alcune versioni di un semplice esperimen•
to. Quando calcoliamo quanto tempo è necessario per imma,.;l• :
nare di scrivere il proprio nome con la mano dominante, e poi la
si scrive effettivamente, i risultati saranno simili. Se si immagin11
di scrivere il proprio nome con la mano non dominante, ci vorrà
più tempo sia per immaginarlo sia per farlo. La maggior parta
dei destrimani trovano che la loro «mano sinistra mentale » sia
più lenta della «mano destra mentale». 22 In studi condotti su pu ·
zienti con ictus o morbo di Parkinson (che causa un rallentu·
mento dei movimenti), Decety osservò che i pazienti impiegava·
no più tempo per immaginare di muovere l'arto menomato ri-
spetto a quello sano.23 Si pensa che l'immaginazione e l' azìone
siano rallentate essendo entrambe il prodotto del medesimo pro·
gramma motorio cerebrale. 24 Probabilmente la velocità con cui
immaginiamo è determinata dalla frequenza di attivazione neu-
ronale dei programmi motori.

Pascual-Leone sa bene che la neuroplasticità, che promuove il


cambiamento, può anche condurre il cervello alla rigidità e alla
ripetitività. Le sue intuizioni ci permettono di risolvere questo
paradosso: se il nostro cervello è così plastico e flessibile, perché
restiamo imprigionati così spesso nella rigida ripetizione? Per ri-
spondere a questa domanda è necessario comprendere, prima di
tutto, quanto il cervello sia eccezionalmente plastico.
Plasticina, mi spiega Pascual-Leone, è il termine spagnolo per.
«plasticità». Oltre ad avere una certa musicalità, la parola coglie
qualcosa che sfugge all'equivalente inglese. Plasticina, in spagno-
lo, indica anche la «plastilina», e descrive una sostanza fonda-
mentalmente malleabile. Per Pascual-Leone il cervello è così pla-
stico che, anche quando facciamo la stessa cosa giorno dopo
giorno, le connessioni neuronali interessate sono di volta in volta

224
IMMAGINAZIONE

11 ·ggermente diverse, a causa di ciò che abbiamo fatto nel tempo


1111crcorso tra un'azione e l'altra.
«Immagino» dice Pascual-Leone «che l'attività cerebrale sia
'11me giocare in continuazione con la plastilina». Tutto ciò che
l.1cciamo plasma questo grosso pezzo di plastilina. Ma, aggiunge,
·•tic iniziamo con un pacchetto quadrato di plastilina, e poi ne
f,1cciamo una sfera, è possibile tornare alla forma del quadrato.
Mu non sarà lo stesso quadrato con cui avevamo iniziato». Risul-
litli che sembrano simili non sono identici. Le molecole nel nuo-
vo quadrato sono disposte in modo diverso rispetto al quadrato
11riginario. In altre parole, comportamenti simili, messi in atto in
111omenti diversi, utilizzano circuiti differenti. Secondo Pascual-
1,eone, anche quando un paziente con un problema neurologico
u psicologico viene «guarito», la guarigione non riporta il cer-
vello del paziente allo stato preesistente la malattia.
«Il sistema è plastico, non elastico» dice Pascual-Leone con
voce tonante. Un elastico può essere tirato, ma torna sempre alla
forma originaria, e in questo processo la disposizione delle mole-
1~ole non cambia. Il cervello plastico viene perennemente alterato
da ogni incontro e interazione.
Così la domanda diventa: se è così facile alterare il cervello,
mme possiamo proteggerci da un cambiamento infinito? E
quindi, se il cervello è come un pezzo di plastilina, come conser-
viamo la nostra identità? Sono i nostri geni a garantirne la coe-
renza, fino a un certo punto, e lo stesso fa la ripetizione.
Pascual-Leone spiega questo aspetto con una metafora. Il cer-
vello plastico è come una collina coperta di neve in inverno. Le
caratteristiche di quella collina - il fianco, le rocce, la consistenza
della neve - sono date, proprio come i nostri geni. Quando scen-
diamo dalla collina con una slitta, possiamo dirigerla fino ai piedi
della collina seguendo un percorso definito sia dalla nostra guida
sia dalle caratteristiche del rilievo. È difficile prevedere il punto
esatto in cui andremo a fermarci, poiché i fattori in gioco sono
molti.
«Ma» prosegue Pascual-Leone, «ciò che accadrà sicuramen-
te la seconda volta che scenderemo dalla collina è che sarà molto
più probabile ritrovarci in un altro punto, in un punto che co-
munque è in relazione con il percorso della prima discesa. Non

225
IL CERVELLO INFINITO

sarà esattamente lo stesso percorso, ma sarà più vicino al primo


di qualunque altro. E se passeremo tutto il pomeriggio a risalire
la collina a piedi e a scendere con la slitta, alla fine avremo alcuni
percorsi che sono stati utilizzati molte volte, altri pochissimo ... e
sarà difficile non seguire le tracce create di volta in volta. E d'al·
tra parte quelle tracce non sono geneticamente determinate».
Le «tracce» mentali possono condurre a delle abitudini, buo-
ne o cattive. Se sviluppiamo una postura sbagliata, diventerà dif·
ficile correggerla. Se sviluppiamo delle buone abitudini, queste
si consolideranno. È possibile, una volta che le «tracce» o i per-
corsi neurali siano stati stabiliti, uscirne e seguirne altri? Sì, se-
condo Pascual-Leone, ma è difficile perché, una volta create le
tracce, queste diventano «molto veloci» ed efficaci nel guidare
la slitta giù dalla collina. Prendere un percorso diverso diventa
sempre più difficile. È necessario un ostacolo di qualche tipo per
aiutarci a cambiare direzione.

Nel suo esperimento successivo Pascual-Leone mise a punto l'u-


so di ostacoli e mostrò che l'alterazione di percorsi prestabiliti e
una massiccia riorganizzazione plastica possono verificarsi con
una rapidità inaspettata.
Pascual-Leone iniziò a lavorare con gli ostacoli quando venne
a sapere di un particolare istituto spagnolo dove gli insegnanti
per allievi non vedenti si recavano per studiare l'oscurità. Veni-
vano bendati per una settimana, così da avere un'esperienza di-
retta della cecità. La benda è un ostacolo per il senso della vista,
e nel giro di una settimana il tatto e la capacità di valutare lo spa-
zio erano diventati estremamente sensibili. Questi insegnanti
erano in grado di distinguere le marche delle motociclette dal
rombo dei motori, o gli oggetti davanti a loro dall'eco. La prima
volta in cui vennero tolte loro le bende, gli insegnanti si sentiva-
no profondamente disorientati e avevano difficoltà a valutare lo
spazio o a vedere.
Quando Pascual-Leone seppe di questa «scuola dell'oscu-
rità», pensò: «Prendiamo delle persone in grado di vedere e
rendiamole assolutamente cieche».
Così bendò alcune persone per cinque giorni, quindi mappò
il loro cervello con la TMS. Scoprì che, nell'oscurità più totale -

226
IMMAGINAZIONE

l'ostacolo doveva essere «impermeabile»-, la corteccia «visi-


1·,1 » dei soggetti iniziava a elaborare le informazioni tattili prove-
11icnti dalle mani, come nelle persone non vedenti che imparano
.1 lcggere in Braille. Tuttavia, la cosa più stupefacente era che nel
ni l'O di pochi giorni il cervello si era riorganizzato. Con il neuroi-
1J1tl[!,ing Pascual-Leone mostrò che bastavano due giorni perché
1~1 corteccia «visiva» iniziasse a elaborare i segnali tattili e sonori.
I Inoltre, molti dei soggetti bendati riferirono, se venivano mossi
11 toccati, oppure udivano dei suoni, di aver avuto allucinazioni
1•il'ive di scenari bellissimi e complessi di città, cieli, tramonti,
pl t·sonaggi lillipuziani, cartoni animati.) L'oscurità totale era es-
1

'•t•nziale al cambiamento: la vista è un senso tanto potente che, se


fosse entrata anche la minima luce, la corteccia visiva avrebbe
preferito elaborare proprio la luce anziché il suono o il tatto. Pa-
1<cual-Leone scoprì, come Taub, che per sviluppare un percorso
1111ovo è necessario bloccare o trattenere il suo concorrente, che
•1pesso è il percorso usato più comunemente. Dopo aver tolto le
hcnde, la corteccia visiva dei soggetti smise di rispondere agli sti-
1noli tattili nel giro di dodici-quattordici ore.
La velocità con cui la corteccia visiva passò a elaborare il suo-
no e il tatto pose a Pascual-Leone una questione importante.
I·:gli riteneva che due giorni fossero insufficienti affinché il cer-
vello si riconfigurasse in modo tanto radicale. Quando i nervi
vengono messi in coltura, crescono al massimo un millimetro al
giorno. La corteccia «visiva» avrebbe potuto iniziare a elabora-
re così rapidamente gli altri sensi solo se le connessioni a tali fon-
1i fossero già state predisposte. Pascual-Leone, lavorando insie-
me a Roy Hamilton, raccolse l'idea dello smascheramento di
percorsi preesistenti e la portò a un livello superiore, avanzando
lu teoria secondo cui il tipo di riorganizzazione radicale osserva-
i.o alla «scuola dell'oscurità» non è un'eccezione, ma la regola. 25
li cervello umano è capace di riorganizzarsi così rapidamente
perché le singole regioni cerebrali non sono necessariamente im-
pegnate nell'elaborazione di un senso in particolare. Noi possia-
mo, cosa che facciamo comunemente, utilizzare aree del cervello
per molti compiti diversi.
Come abbiamo visto, quasi tutte le attuali teorie del cervello
sono di tipo localizzazionista e assumono che la corteccia senso-

227
IL CERVELLO INFINITO

riale elabori ciascun senso - vista, udito, tatto - in zone dedicate.


L'espressione «corteccia visiva» presuppone che l'unico scopo
di quell'area cerebrale è elaborare la vista, cosl come «corteccia
uditiva» e« corteccia somatosensoriale »presuppongono un sin-
golo scopo nelle rispettive aree.
Ma, dice Pascual-Leone, «il nostro cervello non è affatto or-
ganizzato in termini di sistemi che elaborano una data modalità
sensoriale. Piuttosto, il nostro cervello è organizzato in una serie
di operatori specifici».
Un operatore è un processore cerebrale che, anziché elabora-
re l'informazione proveniente da un singolo senso, come vista,
tatto o udito, elabora informazioni più astratte. Un operatore
elabora informazioni relative alle relazioni spaziali, un altro al
movimento, un altro ancora alle forme. Relazioni spaziali, movi-
mento e forme sono informazioni che vengono elaborate da di-
versi sensi. Possiamo sia sentire sia vedere le differenze spaziali -
ad esempio la grandezza della mano di qualcuno - così come
possiamo sentire e vedere movimenti e forme. Alcuni operatori
possono essere adatti a un unico senso (ad esempio, l'operatore
del colore), ma gli operatori relativi a spazio, movimento e forma
elaborano i segnali che provengono da più di un senso.
Un operatore viene selezionato tramite la competizione. La
teoria dell'operatore sembra collegata alla teoria della selezione
dei gruppi neuronali (TSGN) sviluppata nel 1987 dal premio No-
bel Gerald Edelman, il quale propose che per ciascuna attività
cerebrale vengono selezionati i gruppi di neuroni più efficienti..
Si tratta di una forma di competizione darwiniana - o neuro-
darwiniana, per usare l'espressione di Edelman - che si svolge
costantemente tra gli operatori per stabilire quale sia in grado di
elaborare più efficacemente i segnali provenienti da un senso
specifico e in determinate circostanze.
Questa teoria mette in relazione con eleganza da una parte
l'enfasi posta dal localizzazionismo sul fatto che una funzione
venga svolta tipicamente in un'area cerebrale specifica, dall'altra
l'importanza assegnata dai neurologi dinamici alla capacità del
cervello di riconfigurarsi.
Ciò implica che chi acquisisce una nuova abilità può reclutare
degli operatori dedicati ad altre funzioni, e aumentandone note-

228
IMMAGINAZIONE

volmente le possibilità operative può innalzare degli ostacoli tra


l'operatore di cui si servono e la funzione usuale di quest'ultimo.
Chi si mostrasse in grado di svolgere un compito uditivo for-
midabile, ad esempio imparare a memoria l'Iliade di Omero, po-
trebbe bendarsi per reclutare gli operatori utilizzati normalmen-
te per la vista, dal momento che gli operatori molto estesi della
corteccia visiva sono in grado di elaborare il suono. 26 In epoca
omerica, lunghi poemi venivano composti e trasmessi oralmente
di generazione in generazione. (Secondo la tradizione, Omero
r;tesso era cieco.) La memorizzazione era essenziale nelle culture
preletterarie; quindi, l'analfabetismo potrebbe aver indotto il
cervello delle persone ad assegnare un numero maggiore di ope-
rntori alle abilità uditive. D'altra parte, simili imprese di memoria
orale sono possibili anche nelle culture letterarie se c'è una moti-
vazione abbastanza forte. Per secoli gli ebrei yemeniti hanno in-
segnato ai loro bambini a memorizzare tutta la Torah, così come
oggi i bambini iraniani imparano a memoria tutto il Corano.

Abbiamo visto che immaginare un'azione impegna gli stessi pro-


grammi motori e sensoriali che sono coinvolti nel compierla. Ab-
biamo sempre considerato la nostra vita «immaginativa» con
una sorta di sacro timore reverenziale: il limite estremo, puro,
immateriale ed etereo del cervello fisico. Oggi non sappiamo più
con certezza dove tracciare la linea che divide il materiale dal-
l'immateriale.
Tutto ciò che la mente «immateriale» immagina lascia delle
tracce materiali. Ogni pensiero altera lo stato fisico delle sinapsi
cerebrali a livello microscopico. Quando immaginiamo le nostre
dita che si muovono lungo la tastiera di un pianoforte, modifi-
chiamo i dendriti nel nostro cervello fisico.
Questi esperimenti non sono solo interessanti, ma danno una
svolta a secoli di confusione seguiti all'opera di Cartesio, il quale
sosteneva che la mente e il cervello fossero fatti di sostanze diver-
se e governati da leggi differenti. Il cervello, pensava Cartesio, è
un ente materiale, che esiste nello spazio e che obbedisce alle leg-
gi della fisica. La mente (o l'anima, come la chiamava Cartesio) è
immateriale, un ente pensante che non occupa spazio e che non
segue le leggi fisiche. I pensieri, proseguiva il filosofo, sono go-

229
IL CERVELLO INFINITO

vernati dalle regole del ragionamento, del giudizio e del deside·


rio, non dalle leggi fisiche di causa ed effetto. Gli esseri umani
consistono di questo dualismo, di questo connubio tra una men·
te immateriale e un cervello materiale.
Ma Cartesio - il cui dualismo mente/corpo avrebbe dominato
la scienza per quattrocento anni - non poté spiegare in modo
soddisfacente come la mente immateriale potesse influenzare il
cervello materiale. Di conseguenza, venne messa in dubbio 11:1
possibilità che un pensiero immateriale, o la semplice immagina-
zione, potesse modificare la struttura fisica del cervello. La pro-
spettiva cartesiana sembrava aprire una distanza incolmabile tra
mente e cervello.
Il notevole tentativo di Cartesio di sottrarre il cervello ali' aura
di misticismo che lo circondava all'epoca, rendendolo meccani··
co, fallì. Invece il cervello divenne una macchina inerte e inani-
mata che poteva essere spinta all'azione solo dall'anima immate·
riale, simile a un fantasma, che Cartesio pose al suo interno, e
che, come abbiamo già visto, venne in seguito chiamata lo « spet-
tro nella macchina». 27
Raffigurando il cervello in modo meccanicistico, Cartesio lo
privò di tutta la sua vitalità, impedendo così più di ogni altro pen-
satore che l'idea della neuroplasticità venisse accettata. Qualun-
que forma di «plasticità», o capacità di cambiamento, esisteva
nella mente, con i suoi pensieri mutevoli, ma non nel cervello. 28
Ma oggi siamo in grado di affermare che i pensieri « immate-
riali» hanno anche una caratteristica fisica, e non possiamo esse-
re certi che un giorno il pensiero non venga spiegato in termini
fisici. Se da una parte dobbiamo ancora comprendere con esat-
tezza come i pensieri modificano effettivamente la struttura cere-
brale, dall'altra è stato ormai chiarito che le cose stanno proprio
così, e che la linea tracciata da Cartesio tra mente e cervello è
sempre più sfumata. 29

230
'). Trasformare i nostri fantasmi in antenati
f ,a psicoanalisi come terapia neuroplastica

Il signor L. soffriva periodicamente di depressione da qua-


rant'anni e aveva sempre avuto difficoltà di relazione con le don-
ne. Quando si rivolse a me aveva quasi sessant'anni ed era anda-
to da poco in pensione.
All'inizio degli anni Novanta pochi psichiatri davano impor-
tanza all'idea che il cervello fosse plastico, e spesso si pensava
l·he le persone verso la sessantina fossero «troppo legate alle loro
ubitudini » per trarre beneficio da un trattamento che si prefig-
gesse non solo di liberarli dei sintomi, ma anche di modificarne
uspetti del carattere radicati da molto tempo.
Il signor L. era sempre formale e cortese. Era intelligente, acu-
to, e parlava in modo sobrio, trattenuto, senza troppa enfasi nel-
la sua voce. Diventava sempre più distaccato quando doveva
esprimere i propri sentimenti.
Oltre alle sue profonde depressioni, che rispondevano solo
parzialmente agli antidepressivi, il signor L. soffriva di un altro
strano disturbo dell'umore. Spesso si sentiva bloccato - appa-
rentemente in modo inaspettato - da un misterioso senso di pa-
ralisi, che lo faceva sentire insensibile e privo di scopo, come se il
tempo si fermasse. Riferiva anche di bere troppo.
Il signor L. era particolarmente turbato dalle sue relazioni
con le donne. Appena si innamorava, si tirava indietro, sentendo
che «altrove c'è una donna migliore che sto negando a me stes-

231
IL CERVELLO INFINITO

so». Aveva tradito diverse volte la moglie e di conseguenza il suo


matrimonio era finito, una circostanza di cui era amaramente
pentito. Peggio ancora, non sapeva perché fosse stato infedele,
poiché rispettava molto la moglie. Provò varie volte a ricostruire
il loro rapporto, ma lei si rifiutò.
Il signor L. non era certo di cosa fosse l'amore, non si era mal
sentito geloso o possessivo nei confronti degli altri, e aveva sem-
pre avuto l'impressione che le donne volessero «possederlo».
Evitava sia di impegnarsi sia di entrare in conflitto con loro. Era
premuroso con i suoi figli, ma si sentiva legato a loro più per do-
vere che per un affetto genuino. Questo sentimento lo addolora-
va, perché i figli lo amavano profondamente ed erano affezionati
a lui.

Quando il signor L. aveva ventisei mesi, sua madre morì dando


alla luce la sua sorellina più piccola. Ma il signor L. non riusciva
a credere che la morte della madre lo avesse segnato così profon-
damente. Aveva sette tra fratelli e sorelle, e l'unico a occuparsi di
loro era il padre, un agricoltore, che mandava avanti una fattoria
isolata dove la famiglia viveva senza elettricità e acqua corrente,
in una contea povera durante la Grande Depressione. Un anno
dopo il signor L. contrasse una malattia gastrointestinale cronica
che richiedeva cure continue. All'età di quattro anni, suo padre,
incapace di prendersi cura di lui e dei suoi fratelli, lo mandò a vi-
vere con una zia sposata ma senza figli e il marito a più di mille-
cinquecento chilometri di distanza. Nel giro di due anni la breve
vita del signor L. era cambiata completamente. Aveva perso la
madre, il padre, i fratelli, la salute, la casa, il villaggio e tutto
quanto faceva parte del suo ambiente fisico familiare - tutti i suoi
interessi e legami.
E poiché crebbe tra persone abituate ad affrontrare le diffi-
coltà e dal carattere duro, né suo padre né la sua famiglia adotti-
va parlarono molto con lui di quanto aveva perso.
Il signor L. diceva di non avere ricordi di quando aveva quat-
tro anni o prima, e molto pochi della sua adolescenza. Non si
sentiva triste per quanto gli era accaduto e non aveva mai pianto
per nulla, nemmeno da adulto. Quindi, era come se niente di
quanto gli era capitato fosse stato registrato nella sua memoria.

232
TRASFORMARE I NOSTRI FANTASMI IN ANTENATI

Perché avrebbe dovuto? chiedeva. Non è forse vero che la mente


1lcibambini è ancora troppo poco sviluppata per registrare
pventi così lontani?

D'altronde c'erano indizi che le sue perdite erano state registra-


te. Mentre raccontava la sua storia, il signor L. sembrava, dopo
tunti anni, ancora sotto choc. Inoltre era tormentato da sogni in
wi era sempre alla ricerca di qualcosa. Come scoprì Freud, i so-
gni ricorrenti, ossia con una struttura relativamente costante,
t'ontengono spesso ricordi frammentari di traumi infantili.
Il signor L. descriveva così un tipico sogno: «Sto cercando
qualcosa, non so cosa, un oggetto non identificato, forse un gio-
cuttolo, che è fuori dal terreno della mia famiglia e vorrei ria-
verlo».
Il suo unico commento fu che il sogno rappresentava «una
perdita terribile». Ma sorprendentemente il signor L. non lori-
collegava alla perdita della madre o della famiglia.
Attraverso la comprensione di questo sogno il signor L.
ovrebbe imparato ad amare, a modificare alcuni aspetti impor-
tanti del suo carattere, e a liberarsi dei sintomi che lo avevano
tormentato per quarant'anni. Tale cambiamento fu possibile
perché la psicoanalisi è di fatto una terapia neuroplastica.

Per anni, in alcuni ambienti, era di moda sostenere che la psicoa-


11alisi, l'originaria «cura della parola», e altre psicoterapie non
fossero modalità serie per curare sintomi psichiatrici e problemi
caratteriali. Un trattamento «serio» richiede dei farmaci, e non
semplicemente che «si parli di pensieri e sentimenti», i quali
non possono influenzare il cervello o alterare il carattere. La con-
vinzione che il carattere fosse il prodotto dei geni era sempre più
radicata.
Fu il lavoro di uno psichiatra e ricercatore, Eric Kandel, a su-
scitare per la prima volta il mio interesse nella neuroplasticità.
Ero supervisore presso il Dipartimento di psichiatria della Co-
lumbia University, dove Kandel insegnava esercitando una gran-
de influenza su tutti i suoi colleghi. Kandel fu il primo a mostrare
che, quando impariamo, i singoli neuroni modificano la propria
struttura e consolidano le connessioni sinaptiche reciproche. 1 Fu

233
IL CERVELLO INFINITO

anche il primo a dimostrare che, quando si formano dei ricordi a


lungo termine, i neuroni modificano la propria struttura anato-
mica e accrescono il numero di connessioni sinaptiche verso altri
neuroni- un lavoro che nel 2000 valse a Kandel il premio Nobel.
Kandel divenne medico e psichiatra, con l'intenzione di prati-
care la psicoanalisi. Alcuni suoi amici psicoanalisti, tuttavia, lo
spinsero a studiare il cervello, l'apprendimento e la memoria, di
cui si sapeva davvero poco, allo scopo di comprendere meglio
perché la psicoterapia era efficace e come avrebbe potuto essere
potenziata. Dopo alcune scoperte iniziali, Kandel decise di di-
ventare un ricercatore a tempo pieno, ma senza mai perdere l'in·
teresse nel modo in cui la mente e il cervello si mç>dificano attra-
verso la psicoanalisi.

Kandel cominciò a studiare una lumaca marina gigante, l'Aply-


sia calzfornica, i cui neuroni insolitamente grandi - le cellule del-
l'Aplysia hanno un diametro di un millimetro e sono visibili a oc-
chio nudo - avrebbero potuto chiarire il funzionamento del teS·
suto nervoso umano. L'evoluzione è conservativa, e le forme ele-
mentari di apprendimento presentano il medesimo funziona-
mento nell'uomo e in animali con un sistema nervoso rudimen-
tale.
L'intento di Kandel era quello di« catturare» una risposta ac-
quisita nel più piccolo gruppo di neuroni che fosse riuscito a in-
dividuare e a studiare. 2 Nell'Aplysia identificò un circuito molto
semplice, che poté dissezionare parzialmente dall'animale e man-
tenere vivo e intatto in acqua marina. In questo modo Kandel eb-
be la possibilità di studiare il tessuto in vivo e nel corso dell' ap-
prendimento.
Il sistema nervoso molto semplice di una lumaca di mare pos-
siede cellule sensoriali che individuano il pericolo e inviano dei
segnali ai neuroni motori, i quali attivano un riflesso di protezio-
ne. Le lumache marine respirano estraendo una branchia, la
quale è ricoperta da un tessuto carnoso chiamato sifone. Se i
neuroni sensoriali nel sifone rilevano uno stimolo insolito o un
pericolo, inviano un segnale a sei neuroni motori, i quali si attiva-
no inducendo i muscoli che circondano la branchia a ritirare sia
la branchia stessa sia il sifone all'interno del corpo, dove sono al

234
TRASFORMARE I NOSTRI FANTASMI IN ANTENATI

!iicuro. Kandel studiò questo circuito inserendo dei microelet-


1rodi nei neuroni.
Fu così in grado di mostrare che, quando la lumaca imparava
11 evitare le lesioni e a ritirare la branchia, il sistema nervoso si
modificava, accrescendo le connessioni sinaptiche tra i neuroni
11cnsoriali e motori ed emettendo segnali più potenti, che veniva-
no rilevati dai microelettrodi. Questa era la prima prova che
l'upprendimento provoca un consolidamento neuroplastico del-
le connessioni tra i neuroni.3
Se la lumaca veniva toccata ripetutamente in un breve perio-
do di tempo, si «sensibilizzava», così da sviluppare una «paura
ucquisita » e una tendenza a reagire in modo eccessivo anche a
tltimoli benigni, proprio come i soggetti umani che sviluppano
11n disturbo d'ansia. Quando le lumache sviluppavano la paura
ucquisita, i neuroni presinaptici rilasciavano una quantità mag-
/~iore di neurotrasmettitori nella sinapsi, inviando così un segna-
le più potente. 4 Quindi Kandel mostrò che era possibile insegna-
re alle lumache a riconoscere uno stimolo inoffensivo. 5 Quando
il sifone dell'Aplysia veniva ripetutamente toccato con delicatez-
xa e senza che gli venisse procurata alcuna lesione, le sinapsi che
inducevano il riflesso di retrazione si indebolivano, e alla fine la
lumaca ignorava lo stimolo. Infine Kandel fu in grado di mostra-
re che le lumache possono anche imparare ad associare due
eventi distinti, e che in questo processo il loro sistema nervoso si
modifica. 6 Quando sottoponeva la lumaca a uno stimolo beni-
gno, seguito immediatamente da uno choc alla coda, subito il
neurone sensoriale dell'animale reagiva allo stimolo benigno co-
me se fosse pericoloso, emettendo segnali molto forti - anche
quando lo stimolo non era seguito dallo choc.
In seguito Kandel, lavorando insieme a Tom Carew, un fisio-
psicologo, mostrò che le lumache potevano sviluppare ricordi sia
u breve sia a lungo termine. In un esperimento l'équipe insegnò a
una lumaca a ritrarre la branchia dopo che questa era stata toc-
cata dieci volte. I cambiamenti neuronali si mantennero per alcu-
ni minuti- ciò equivale a un ricordo a breve termine. 7 Quando i
ricercatori toccavano la branchia dieci volte, in quattro sessioni
separate da un periodo che andava da qualche ora a un giorno, i
cambiamenti nei neuroni si mantenevano per tre settimane. Gli

235
IL CERVELLO INFINITO

animali avevano sviluppato una forma primitiva di memoria a


lungo termine.
In seguito Kandel lavorò con il collega James Schwartz, un
biologo molecolare, e alcuni genetisti per studiare le singole mo-
lecole coinvolte nella formazione dei ricordi a lungo termine nel-
le lumache. 8 Insieme mostrarono che, affinché i ricordi a breve
termine diventassero a lungo termine, le cellule delle lumache
dovevano produrre una nuova proteina. 9 L'équipe mostrò che la
memoria a breve termine diventa a lungo termine quando un
composto chimico, la protein-chinasi A, si sposta dal corpo cellu-
lare del neurone al nucleo, dove sono immagazzinati i geni. La
protein-chinasi attiva un gene in modo che questo produca a sua
volta una proteina, la quale altera la struttura della terminazione
nervosa, facendo crescere nuove connessioni tra i neuroni. Kan-
del, Carew e i colleghi Mary Chen e Craig Bailey mostrarono
inoltre che, quando un singolo neurone sviluppa un ricordo a
lungo termine come conseguenza della sensibilizzazione, può
passare da milletrecento a duemilasettecento connessioni sinap-
tiche, che quantitativamente equivale a un cambiamento plastico
stupefacente. 10
Lo stesso processo si verifica nell'uomo. Quando impariamo,
interveniamo su quali geni vengono «espressi», o attivati, nei
neuroni.
I geni hanno due funzioni. La prima consiste nel fungere da
«modello», permettendo ai geni di reduplicarsi e di produrre
copie che vengono trasmesse di generazione in generazione.
Questa funzione è al di fuori del nostro controllo.
La seconda funzione è quella di «trascrizione». Ogni cellula
del nostro corpo contiene tutti i nostri geni, ma non tutti i geni
sono attivi, o «espressi». Quando viene attivato, il gene produce
una nuova proteina che altera la struttura e la funzione della cel-
lula. Questa funzione viene chiamata di trascrizione poiché,
quando il gene viene attivato, le informazioni su come produrre
le proteine vengono «trascritte», o lette, dal singolo gene. Que-
sta funzione viene influenzata da ciò che facciamo e pensiamo.
Tutti noi presupponiamo che i geni determinano il nostro
comportamento e l'anatomia del nostro cervello. Le ricerche di
Kandel mostrano che quando impariamo anche la mente in-

236
TRASFORMARE I NOSTRI FANTASMI IN ANTENATI

lluenza la trascrizione genetica nei neuroni. Quindi possiamo


modellare i nostri geni, cosa che a sua volta influisce sull' anato-
mia cerebrale a livello microscopico.
Kandel sostiene che, quando la psicoterapia cambia le perso-
ne, «lo fa presumibilmente attraverso l'apprendimento, produ-
t•cndo dei cambiamenti nell'espressione genetica che modifica
l'intensità delle connessioni sinaptiche, e attraverso cambiamenti
1irrutturali che alterano lo schema anatomico delle interconnes-
tiioni tra le cellule nervose del cervello ». 11 La psicoterapia lavora
in profondità nel cervello e nei neuroni, modificandone la strut-
tura attivando i geni appropriati. La psichiatra Susan Vaughan
ha sostenuto che la terapia della parola agisce «parlando ai neu-
l'Oni », e che uno psicoterapeuta o uno psicoanalista efficace è
'~un microchirurgo della mente» che aiuta i pazienti a indurre le
necessarie alterazioni nei network neuronali. 12

ciueste scoperte sull'apprendimento e la memoria a livello mole-


rnlare affondano le loro radici nella vicenda personale di Kandel.
Kandel nacque nel 1929 a Vienna, una città di grande ricchez-
llll culturale e intellettuale. Tuttavia Kandel era ebreo, e l'Austria
dell'epoca era un paese violentemente antisemita. Nel marzo del
1938, quando Hitler fece il suo ingresso a Vienna, dopo aver an-
nesso l'Austria alla Germania del Terzo Reich, venne acclamato
dalla folla, e l'arcivescovo cattolico della città ordinò che tutte le
rhiese esponessero la bandiera nazista. Il giorno successivo tutti i
compagni di classe di Kandel- eccetto una ragazza, l'unica altra
l'brea nella classe- smisero di parlargli e cominciarono ad anga-
riarlo. Entro aprile tutti i bambini ebrei sarebbero stati espulsi
dalla scuola.
Il 9 novembre 1938 - Kristallnacht, la «notte dei cristalli»,
quando i nazisti distrussero tutte le sinagoghe del Terzo Reich e
dell'Austria - il padre di Kandel venne arrestato. Gli ebrei au-
striaci vennero sfrattati dalle loro case, e il giorno successivo
trentamila uomini ebrei vennero inviati ai campi di concentra-
mento.
Kandel scrisse: «Ricordo ancora oggi la notte dei cristalli, più
di sessant'anni dopo, come se fosse ieri. Due giorni prima avevo
compiuto nove anni, ed ero stato ricoperto di giocattoli del ne-

237
IL CERVELLO INFINITO
'1
gozio di mio padre. Quando tornammo a casa una settimana do.i!
po essere stati sfrattati, tutte le cose di valore non c'erano più,'
compresi i miei giocattoli [ ... ] Probabilmente è sciocco, anche
per qualcuno che come me esercita la psicoanalisi, tentare di ri·
collegare il complesso di interessi e azioni della mia vita adulta 11
poche e specifiche esperienze dell'infanzia. Tuttavia non posso
fare a meno di pensare che le esperienze del mhultimo anno a
Vienna abbiano contribuito a determinare il mio interesse sue·
cessivo nei confronti della mente, del comportamento delle per·
sane, dell'imprevedibilità della motivazione, della persist~nza
della memoria [ ... ] Sono colpito, e non sono il solo, da come
quegli eventi traumatici della mia infanzia si siano impressi in
modo indelebile nella memoria ». 13 Kandel fu attirato dalla psi·
coanalisi perché era convinto che« offrisse in modo molto effiça·
ce le prospettive più coerenti, interessanti e ricche di sfumature
sulla mente umana», 14 e, come tutti gli approcci psicologici, che
fornisse la comprensione più ampia delle contraddizioni del
comportamento umano, di come le società civilizzate potessero
improvvisamente scatenare «simili efferatezze in così tante per·
sane», e come una nazione apparentemente civile come l' Au-
stria potesse diventare« così radicalmente dissociata ». 15
La psicoanalisi (o «analisi») è un trattamento che aiuta le
persone che sono profondamente disturbate non solo da deter-
minati sintomi, ma anche da alcuni aspetti del loro carattere.
Questi problemi si verificano quando abbiamo dei forti conflitti
interiori, in cui, come dice Kandel, parti di noi stessi diventano
radicalmente« dissociate», o isolate, dal resto di noi.

Kandel spostò il suo interesse dalla ricerca clinica a quella in am·


bito neuroscientifico, Sigmund Freud invece iniziò a lavorare co-
me neuroscienziato, ma a causa di problemi finanziari dovette
prendere la direzione opposta, intraprendendo privatamente la
professione di neurologo, in modo da avere un reddito sufficien-
te per mantenere la famiglia. 16 I suoi primi tentativi consistettero
nel trovare una sintesi tra quanto aveva imparato sul cervello co-
me neuroscienziato e ciò che stava imparando sulla mente nel
trattamento dei pazienti. Nel 1891 Freud scrisse I..; interpretazio-
ne delle afasie, 17 che mostrava le lacune nell'evidenza a supporto

238
TRASFORMARE I NOSTRI FANTASMI IN ANTENATI

1 Id localizzazionismo e del principio «una funzione, una localiz-


1,1xione », sostenendo che fenomeni mentali complessi come la
l1•ttura e la scrittura non erano limitati ad aree corticali distinte.
Ad esempio, Freud riteneva che non avesse senso dire, come fa-
1'~vano i localizzazionisti, che vi fosse un « centro» per l' alfabeti-
'itno, dal momento che l'alfabetismo non è innato. Piuttosto, nel
1·orso delle nostre vite individuali il cervello si riorganizza dina-
111icamente, modificando le connessioni, per svolgere tali funzio-
ni culturalmente acquisite.
Nel 1895 Freud completò il Progetto di una psicologia, 18 uno
1lci primi modelli neuroscientifici esaustivi che integrasse mente
1• cervello, opera ancora oggi ammirata per la sua raffinatezza. 19
<Jui Freud propose la nozione di «sinapsi», diversi anni prima
di Sir Charles Sherrington, al quale viene invece attribuita. Nel
l'rogetto Freud fornì anche una descrizione di come le sinapsi,
~·he lui chiama «barriere di contatto», potessero essere modifi-
rnte da ciò che apprendiamo, precorrendo così il lavoro di Kan-
dcl. Infine Freud avanzò la nozione di neuroplasticità.
Il primo concetto plastico sviluppato da Freud è la legge se-
1·ondo cui i neuroni che si attivano insieme si legano tra loro. 20
(Juesto principio, abitualmente indicato come legge di Hebb,
l'l'a stato già proposto da Freud nel 1888, sessant'anni prima di
l lebb. 21 Freud stabilì che quando due neuroni si attivano simul-
taneamente, ciò facilita la loro successiva associazione. Secondo il
padre della psicoanalisi ciò che legava i neuroni tra loro era l'atti-
vazione simultanea, e chiamò questo fenomeno «legge di asso-
ciazione per simultaneità». Questa legge spiega l'importanza
dell'idea freudiana di «libera associazione », che consiste nel di-
re ciò che viene in mente senza tenere conto di quanto possa
sembrare sgradevole o banale. L'analista è seduto alle spalle del
paziente, fuori dalla vista di quest'ultimo, e di solito parla molto
poco. Freud scoprì che, se non interferiva, nelle associazioni del
paziente emergevano molti sentimenti repressi e connessioni in-
teressanti - pensieri e sentimenti che i pazienti rifiutano. La libe-
ra associazione si basa sull'idea che tutte le nostre associazioni
mentali, anche quelle apparentemente« casuali» e prive di sen-
so, sono espressioni di legami che si sono formati nei network
mnemonici. 22 La legge di associazione per simultaneità di Freud

239
IL CERVELLO INFINITO
,,

metteva in relazione i cambiamenti nei network neuronali con;


quelli mnemonici, così che i neuroni che si attivavano insieme ri·
manevano legati fra loro anche anni dopo: spesso queste conncll•
sioni originarie si sono mantenute e vengono rivelate dalle libere!
associazioni del paziente.23
La seconda idea di Freud sulla plasticità era il periodo psicn·
logico critico e la relativa nozione di plasticità sessuale.24 Come
abbiamo visto nel capitolo 4, Freud fu il primo a 'sostenere che ha
sessualità umana e la capacità di amare attraversano dei periodi
critici nella prima infanzia, che Freud chiama« fasi di organizza·
zione». Ciò che accade durante tali periodi critici ha un effetto
straordinario sulla nostra capacità di amare e di instaurare delle
relazioni nella vita adulta. 25 Se qualcosa non va come dovrebbe,
in età adulta è ancora possibile intervenire, ma quando il periodo
critico si è ormai chiuso è molto più difficile ottenere un cambia-
mento plastico.
La terza idea consisteva in una visione plastica della memoria.
Freud aveva ereditato dai suoi insegnanti l'idea secondo cui gli
eventi di cui abbiamo esperienza possono lasciare delle tram•
mnemoniche permanenti nella nostra mente. Tuttavia, quando
iniziò a lavorare con i pazienti, Freud osservò che i ricordi non
sono scritti, o« incisi», una volta per tutte, ma possono essere al-
terati da eventi successivi e quindi rz"trascritti. Notò che gli eventi
potevano assumere un significato diverso per i pazienti anche an-
ni dopo, e che perciò i pazienti alteravano i ricordi di quegli
eventi. I bambini molestati quando erano molto piccoli e incapa·
ci di comprendere cosa veniva fatto loro non sempre ne rimane-
vano sconvolti, e i loro ricordi iniziali non erano sempre negativi.
Ma una volta maturati sessualmente, riconsideravano nuova-
mente quegli episodi attribuendo loro un significato nuovo, e i
ricordi della molestia si trasformavano. Nel 1896 Freud scrisse
che di tanto in tanto frammenti di memoria sono soggetti a «una
risistemazione in base a nuove relazioni, a una sorta di riscrittura.
La novità essenziale della mia teoria sta dunque nella tesi che la
memoria non sia presente in forma univoca, ma molteplice ». 26 I
ricordi vengono costantemente rimodellati, «in modo del tutto
analogo al processo per cui una nazione costruisce delle leggen-
de sulle proprie origini ». 27 Freud sosteneva che i ricordi, perché

240
TRASFORMARE I NOSTRI FANTASMI IN ANTENATI

u•nissero modificati, dovessero essere consci e diventare l'ogget-


111 della nostra attenzione consapevole, come da tempo hanno
111ostrato i neuroscienziati. 28 Sfortunatamente, come nel caso del
•i1g11or L., certi ricordi traumatici di eventi accaduti nel corso
1 ll'lla prima infanzia non sono facilmente accessibili alla coscien-

,~.1. e per questo non vengono modificati.


La quarta idea neuroplastica di Freud consentiva di spiegare
1 ome fosse possibile rendere consci dei ricordi traumatici incon-

•;d e quindi ritrascriverli. Egli aveva notato che, nella lieve depri-
vnl'.ione sensoriale provocata dal fatto di non essere visibile ai pa-
.'.icnti, e commentando solo quando aveva delle intuizioni sui 10-
111 problemi, i pazienti iniziavano a considerare l'analista come
11t1a figura importante del loro passato, di solito un genitore, in
pnrticolare in relazione ai periodi psicologici critici. Era come se
i pazienti stessero rivivendo i ricordi del passato, ma senza esser-
11c consapevoli. Freud chiamò questo fenomeno inconscio
•<transfert», poiché i pazienti trasferivano scene e modalità per-
1'cttive dal passato nel presente. Stavano rivivendo, e non sempli-
~·cmente «ricordando», quegli episodi. L'analista, che sta alle
~1palle del paziente e interviene raramente, diventa uno schermo
hianco su cui il paziente proietta il proprio transfert. Freud sco-
prì che i pazienti proiettavano tali transferr non solo verso di lui,
ma anche verso altre persone, senza esserne consapevoli, e che
vedere gli altri in modo distorto spesso creava loro delle diffi-
roltà. Aiutandoli a comprendere i propri transfert, l'analista per-
n1ctteva ai pazienti di migliorare le loro relazioni. Cosa ancora
più importante, egli scoprì che i transfert di episodi traumatici
infantili spesso potevano essere alterati facendo in modo che il
paziente si concentrasse su cosa accadeva quando il transfert si
tlttivava. Così, i network neuronali sottostanti, e i ricordi associa-
i i, potevano essere ritrascritti e modificati.

All'età di ventisei mesi, l'età in cui il signor L. perse la madre, il


cambiamento plastico del bambino è ai suoi massimi livelli: i
nuovi sistemi cerebrali stanno formando e consolidando le con-
nessioni neurali, le mappe si stanno differenziando e stanno
completando la propria struttura di base con l'aiuto degli stimoli
esterni e dell'interazione con il mondo. L'emisfero cerebrale de-

241
IL CERVELLO INFINITO :1

stro ha appena completato una fase di sviluppo improvviso, '


mentre quello sinistro sta iniziando a sua volta ad accrestersi. 2"
In generale l'emisfero destro elabora la comunicazione non
verbale; ci permette di riconoscere i volti e di leggerne le espres·
sioni, mettendoci in relazione con le altre persone. 30 Per questo
elabora i gesti visivi non verbali tra una madre e il suo bambino.
Non solo: elabora la componente musicale del linguaggio, o il to·
no, attraverso il quale comunichiamo le emozi~ni. 31 Durante lo
sviluppo dell'emisfero destro, dalla nascita fino al secondo anno
di vita, queste funzioni vanno incontro a dei periodi critici.
In generale l'emisfero sinistro elabora gli elementi ver~ali e
propriamente linguistici del linguaggio, in opposizione agli
aspetti emozionali e musicali, e analizza i problemi in modo con·
sapevole. L'emisfero destro dei neonati è più grande, fino alla fì.
ne del secondo anno di vita, e poiché l'emisfero sinistro è solo a].
l'inizio del proprio sviluppo, l'emisfero destro domina il cervello
per i primi tre anni. 32 Per questo a ventisei mesi i bambini sono
delle creature complesse, emotive e legate soprattutto all' emisfe-
ro destro, ma non sono in grado di esprimere ciò che provano,
che è una funzione tipica dell'emisfero sinistro. Il neuroimaging
mostra che, nel corso dei primi due anni di vita del bambino, la
madre utilizza l'emisfero destro per comunicare, in modo so·
prattutto non verbale, con l'emisfero destro del neonato. 33
Un periodo critico particolarmente importante va approssi-
mativamente dai dieci-dodici ai sedici-diciotto mesi, durante i
quali un'area fondamentale del lobo frontale destro sta svilup·
pando e plasmando i circuiti cerebrali che permetteranno al
bambino di intrattenere dei rapporti umani e di regolare le pro-
prie emozioni.34 Quest'area in corso di sviluppo, che si trova die·
tro l'occhio destro, è chiamata sistema orbitofrontale destrq.'>'
(L'area principale del sistema orbitofrontale si trova nella cortec-
cia orbitofrontale, che abbiamo discusso nel capitolo 6; tuttavia.
il sistema include anche dei collegamenti al sistema limbico, che
elabora le emozioni.) Questo sistema ci permette di leggere le
espressioni del volto delle persone, e quindi le emozioni, e di ca·
pire e controllare le nostre emozioni. Il signor L., all'età di venti-
sei mesi, aveva ormai concluso lo sviluppo del sistema orbito·
frontale, ma non avrebbe avuto la possibilità di consolidarlo.

242
TRASFORMARE I NOSTRI FANTASMI IN ANTENATI

Durante il periodo critico per lo sviluppo emozionale e affet-


1ivo la madre insegna continuamente al proprio bambino cosa
'•1 lllO le emozioni attraverso la musicalità del linguaggio e le
1''lpressioni gestuali non verbali. Quando la madre guarda il
l1umbino che ha ingoiato un po' d'aria con il latte, sta dicendo:
·•Vieni qui, tesoro, sembri spaventato, non devi aver paura, il tuo
11t1ncino ti fa male perché hai mangiato troppo in fretta. Lascia
d1c la mamma ti faccia fare il ruttino e ti abbracci, vedrai che ti
'it'ntirai meglio». Sta dicendo al bimbo il nome dell'emozione
lj)uura), che cosa l'ha scatenata (ha mangiato troppo in fretta),
d1c l'emozione viene comunicata dall'espressione del viso (« sem-
l1ri spaventato»), che questa è associata a una sensazione corpo-
lt.'tl (un dolore al pancino), e che rivolgersi agli altri perché si
prendano cura di noi spesso è utile («Lascia che la mamma ti fac-
riu fare il ruttino e ti abbracci»). La madre ha offerto al bambino
1lll corso intensivo su molti aspetti relativi alle emozioni, non so-
111 con le parole, ma anche con il tono dolce della voce e con ca-
l'l'Zze e gesti rassicuranti.
Perché conoscano e sappiano controllare le proprie emozioni,
1• siano quindi socialmente inseriti, i bambini hanno bisogno di
vivere questo tipo di interazione centinaia di volte nel corso del
p1.:riodo critico, e in seguito, quando diventano adulti, che tale
rdazione sia rafforzata.
Il signor L. perse la madre solo pochi mesi dopo aver comple-
tuto lo sviluppo del sistema orbitofrontale. Così si affidò ad altre
persone, anche loro sofferenti e probabilmente meno in sintonia
1•nn lui di quanto non sarebbe stata sua madre, per imparare a
11tilizzare e a esercitare il suo sistema orbitofrontale, prima che
11uesto iniziasse a indebolirsi. Quando un bambino così piccolo
perde la madre subisce quasi sempre due traumi devastanti: la
morte della madre e la depressione del padre. Se gli altri non so-
110 in grado di aiutarlo a trovare la serenità e a controllare la pro-
pria emotività come faceva la madre, il bambino impara ad « au-
tocontrollarsi » eliminando le emozioni. 36 Quando il signor L.
decise di curarsi aveva ancora la tendenza a reprimere i propri
r1cntimenti e a nascondere l'incapacità di mantenere dei legami.

243
IL CERVELLO INFINITO ,

Molto tempo prima che fosse possibile indagare con il neuroima· '
ging la corteccia orbitofrontale, gli psicoanalisti avevano osserva·
to le caratteristiche dei bambini privati delle cure della madre
durante i periodi critici dell'infanzia. Nel corso della Seconda
guerra mondiale René Spitz studiò i bambini allevati dalla madre
in prigione, e li confrontò con quelli cresciuti in un orfanotrofio,
dove ogni balia doveva occuparsi di sette bambini. 37 Lo sviluppo
intellettuale dei trovatelli veniva interrotto; i bambini non erano
capaci di controllare le loro emozioni, si dondolavano incessan·
temente avanti e indietro, oppure facevano strani movimenti con
le mani. Inoltre si mostravano «assenti» e indifferenti al mondo
esterno, insensibili a chi si prendeva cura di loro e cercava di
consolarli. Nelle fotografie questi bambini hanno uno sguardo
spaventato e distante. Gli stati di «paralisi» si verificano quando
i bambini hanno abbandonato ogni speranza di ritrovare i geni·
tori scomparsi. Ma come poteva il signor L., che viveva stati si-
mili, aver registrato nella sua memoria tali esperienze infantili?
I neuroscienziati individuano due importanti sistemi mnemo·
nici. Entrambi vengono alterati plasticamente tramite la psicote·
rapia.
Il sistema della memoria già ben sviluppato nei bambini di
ventisei mesi viene chiamato memoria «procedurale» o « impli·
cita». Kandel utilizza spesso i due termini come equivalenti. La
memoria procedurale/implicita entra in gioco quando imparia-
mo una procedura oppure una serie di azioni ripetitive, automa-
tiche, che si svolgono al di fuori della nostra attenzione, e in cui
generalmente non è richiesta la verbalizzazione. Le interazioni
non verbali con le persone e molti ricordi emotivi fanno parte
del sistema mnemonico procedurale. Come dice Kandel, « du-
rante i primi due-tre anni di vita, quando l'interazione del bam-
bino con la propria madre è particolarmente importante, il bam-
bino si affida soprattutto alla memoria procedurale ».38 I ricordi
procedurali sono generalmente inconsci. Andare in bicicletta di~·
pende dalla memoria procedurale, e la maggior parte delle per-
sone avrebbe difficoltà a spiegare consapevolmente e con preci-
sione come ci riescono. Il sistema della memoria procedurale
conferma che possiamo avere dei ricordi inconsci, come sostene-
va Freud.

244
TRASFORMARE I NOSTRI FANTASMI IN ANTENATI

L'altra forma di memoria viene chiamata «esplicita» o «di-


' hiarativa », che ali' età di ventisei mesi è ancora all'inizio del suo
wiluppo. La memoria esplicita ricollega consciamente fatti spe-
1 Uìci, eventi ed episodi. È la memoria che utilizziamo quando

raccontiamo ed esplicitiamo ciò che abbiamo fatto durante il


wcekend, con chi e per quanto tempo. Ci aiuta a organizzare i ri-
rnrdi nel tempo e nello spazio. 39 La memoria esplicita è suppor-
!lita dal linguaggio e diventa più importante quando il bambino
impara a parlare.
Ci si può aspettare che una persona che abbia ricevuto qei
1raumi nei primi tre anni di vita abbia scarsissimi ricordi espliciti
di quegli episodi. (Il signor L. diceva di non avere alcun ricordo
ilei primi quattro anni della sua vita.) Tuttavia i ricordi procedu-
rnli/impliciti di questi traumi esistono e vengono comunemente
1 /Jocati o stimolati quando le persone si trovano in situazioni si-
1

mili al trauma. Tali ricordi ci giungono inaspettati, e non sembra


possibile classificarli in un determinato contesto, nel tempo o
nello spazio come invece accade con i ricordi espliciti. I ricordi
procedurali di interazioni emotive spesso vengono ripetuti nel
1ransfert, oppure nella vita.
La memoria esplicita venne scoperta attraverso l'osservazione
dd caso più famoso relativo alla memoria nel campo delle neuro-
!ldenze - un ragazzo, H.M., che soffriva di grave epilessia. Per
curarlo, i medici asportarono chirurgicamente una parte del suo
rcrvello delle dimensioni di un pollice, l'ippocampo. (In realtà vi
r;ono due «ippocampi», uno per ciascun emisfero, e in questo
l'nso vennero entrambi rimossi.) Dopo l'intervento chirurgico,
I LM. sembrava normale. Riconosceva la sua famiglia ed era in
gr:ado di condurre delle conversazioni. Ma ben presto fu chiaro
che, in seguito ali' operazione, non era più capace di imparare
fatti nuovi. H.M. chiacchierava con i medici che lo visitavano, se
ne andava e, quando tornava per il controllo successivo, non ave-
vo alcun ricordo dell'incontro precedente. Dal caso di H.M. sap-
l'iamo che l'ippocampo converte i ricordi espliciti a breve termi-
ne in ricordi espliciti a lungo termine di persone, luoghi e cose - i
ricordi a cui abbiamo un accesso consapevole.
L'analisi aiuta i pazienti a esprimere verbalmente e a inserire
in un contesto, quindi a comprendere, le azioni e i ricordi incon-

245
IL CERVELLO INFINITO ·1
',
sci procedurali. In questo processo i pazienti ritrascrivono pla·.
sticamente questi ricordi procedurali, così da renderli espliciti, e:
non hanno più bisogno di «riviverli» o «agirli di nuovo», so· !
prattutto se traumatici. 1

In breve tempo il signor L. si sottopose all'analisi e, tramite la Ji.


bera associazione, iniziò a scoprire, come accade a molti pazien-
ti, che spesso riemergono dai sogni della notte precedente. Pre·
sto il signor L. cominciò a riferire il sogno ricorrente in cui anda·
va alla ricerca di un oggetto non identificato, ma aggiunse dei
dettagli nuovi -1'«oggetto» avrebbe potuto essere una persona:

L'oggetto smarrito potrebbe essere una parte di me, o forse no, forse
è un giocattolo, un oggetto, o una persona. Devo assolutamente
averlo. Saprò cos'è quando l'avrò trovato. Tuttavia qualche voltu
non sono nemmeno sicuro che esista, e così ho il dubbio di non aver
perso nulla.

Feci notare al signor L. che stava emergendo uno schema. Non


riferiva solo questi sogni, ma anche la depressione e il senso di
paralisi che lo coglievano dopo le vacanze. All'inizio non mi cre-
deva, ma la depressione e i sogni della perdita - probabilmente
di una persona - comparivano sempre in corrispondenza dei pe-
riodi di riposo. Allora il signor L. ricordò che anche quandu
smetteva di lavorare cadeva misteriosamente in depressione.
La ricerca disperata nel sogno era associata, nella memoria
del signor L., all'interruzione delle proprie responsabilità, e i
neuroni che codificavano questi ricordi si erano presumibilmen-
te legati fra loro nel corso dello sviluppo. Ma il signor L. non era
più consapevole - se mai lo fosse stato - di questo legame passa-
to. Il «giocattolo smarrito» nel sogno era un indizio del fatto che
la sua sofferenza attuale era condizionata dalle perdite subite
nell'infanzia. Ma il sogno implicava che la perdita si stava verifi~
cando ora. Passato e presente erano intrecciati, e si era attivato
un transfert. A questo punto io, nel ruolo di analista, feci ciò che
farebbe una madre affettuosa durante lo sviluppo del sistema or-
bitofrontale, mostrando al signor L. le «basi» dell'emotività: lo
aiutai a dare un nome alle emozioni, agli stimoli e a capire come

246
TRASFORMARE I NOSTRI FANTASMI IN ANTENATI

111fluenzavano il suo stato fisico e mentale. Presto il signor L. di-


wnne capace di individuare da solo stimoli ed emozioni.
Le interruzioni evocavano tre tipi differenti di ricordi proce-
durali: uno stato ansioso, in cui il signor L. era tormentato dalla
1kerca della madre scomparsa e della famiglia; uno stato depres-
•,ivo, in cui perdeva qualunque speranza di trovare ciò che stava
rcr:cando; e uno stato di paralisi, quando smetteva di fare qua-
lunque cosa e il tempo si fermava, probabilmente sentendosi to-
1lilmente sopraffatto.
Parlando di queste esperienze per la prima volta nella sua vita
11dulta, il signor L. riuscì a collegare la propria ricerca disperata
1·on la sua vera origine, la perdita di una persona, e a rendersi

1•onto che la sua mente e il suo cervello non distinguevano anco-


l'U l'idea della separazione dalla morte della madre. Stabilendo
questi legami, e rendendosi conto di non essere più un bambino
i11difeso, il signor L. si sentì un po' più sollevato.
Da un punto di vista neuroplastico, attivare e concentrare l'at-
lmzione sul legame tra le separazioni quotidiane e la conseguen-
lc reazione catastrofica permise al signor L. di interrompere la
mnnessione e modificare lo schema.

()uando il signor L. divenne consapevole di reagire alle normali


11cparazioni quotidiane come se fossero perdite importanti, fece
il sogno seguente:

Sono con un uomo che sta spostando una grande cassa di legno con
qualcosa di pesante all'interno.

I.e libere associazioni al sogno fecero emergere diversi pensieri.


I.a cassa gli ricordava la scatola dei giochi, ma anche una bara. Il
wogno sembrava esprimere attraverso immagini simboliche che il
Hignor L. stava portando il peso della morte di sua madre. Quin-
di l'uomo nel sogno diceva:

«Guarda cos'hai dovuto subire per questa cassa». Inizio a spogliar-


mi, e la mia gamba è in pessime condizioni, coperta di ferite e di cro-
ste, e viene guarita con una protuberanza che è una parte morta di
me. Non sapevo che avrei dovuto subire tutto questo.

247
IL CERVELLO INFINITO ~
;

Queste ultime parole vennero ricollegate nella mente tlel signor


L. alla crescente presa di coscienza di essere stato condizionato
dalla morte della madre. Nel sogno il signor L. era stato fer~to ed!
era ancora coperto di cicatrici. Subito dopo aver articolato que·
sto pensiero, divenne silenzioso ed ebbe una della rivelazioni più
importanti della sua vita.
«Ogni volta che sono con una donna» disse, «penso subito
che non è la donna giusta, e immagino che là fuori da qualche
parte vi sia un'altra donna ideale ad aspettarmi». Poi, apparente·
mente sorpreso, proseguì: «Mi sono appena reso conto che
quell'altra donna mi ricorda vagamente mia madre, ed è a lei che
devo essere fedele, ma non riesco a trovarla. La donna con cui
sto si trasforma nella mia madre adottiva, e amarla significa tra·
dire la mia vera madre».
Il signor L. si rese conto improvvisamente che il suo bisogno
di ingannare era emerso proprio quando si sentiva più vicino alla
moglie, minacciando così il suo legame sepolto con la madre. La
sua infedeltà era sempre al servizio di una fedeltà «più alta» ma
inconscia. Quindi tale rivelazione era anche il primo indizio che il
signor L. aveva stabilito un legame di qualche tipo con la madre.
Quando in seguito mi chiesi ad alta voce se avesse avuto espe-
rienza di me come dell'uomo che nel sogno gli faceva notare
quanto si sentisse danneggiato, il signor L. scoppiò in lacrime
per la prima volta nella sua vita adulta.

Il mio paziente non migliorò subito. All'inizio dovette attraver-


sare dei cicli di separazioni, sogni, depressione e intuizioni - la
ripetizione, o l' «esercizio», necessario per un cambiamento
neuroplastico a lungo termine. Dovette imparare nuove moda-
lità relazionali, stabilendo nuove connessioni neuronali, e di-
menticarne altre, indebolendo i corrispondenti nessi cerebrali.
Poiché il signor L. aveva collegato le idee di separazione e morte,
fra loro si era stabilito un legame nei network neuronali. Una vol-
ta diventato consapevole di tale associazione, il signor L. poté
«disattivarla».
Tutti noi abbiamo dei meccanismi di difesa, che in realtà sono
degli schemi di reazione, che nascondono e rendono inconsape-
voli idee, sentimenti e ricordi terribilmente dolorosi. Una di que-

248
TRASFORMARE I NOSTRI FANTASMI IN ANTENATI

·.le difese è chiamata dissociazione, che mantiene separate dal re-


·,10 della psiche idee o sentimenti spaventosi. Nel corso dell'ana-
l11ii il signor L. ebbe l'opportunità di rivivere i ricordi dolorosi
1ldla sua vita relativi alla ricerca della madre, ricordi che erano

•,1uti congelati nel tempo e dissociati dai ricordi consapevoli. 40


l )gni volta che ciò accadeva, il signor L. si sentiva meglio, men-
11·c i gruppi neuronali che codificavano i suoi ricordi in prece-
1 lcnza sconnessi venivano ricollegati.

Sin dai tempi di Freud, gli psicoanalisti hanno notato che al-
1·uni pazienti in analisi sviluppano sentimenti molto intensi nei
mnfronti dell'analista. Questo è quanto accadde nel caso del si-
1\llor L. Fra di noi si creò un certo calore e un senso positivo di
vicinanza. Freud riteneva che un intenso transfert emotivo favo-
risse la guarigione. In termini neuroscientifici, questo accade
11crché le emozioni e gli schemi relazionali che mettiamo in atto
l'unno parte del sistema della memoria procedurale. Quando nel
1'orso della terapia tali schemi vengono stimolati, al paziente vie-
ne offerta la possibilità di prenderli in considerazione e di modi-
licarli: come abbiamo_ visto nel capitolo 4, i legami positivi sem-
ln:ano facilitare il cambiamento neuroplastico incentivando la
disattivazione degli attuali network neuronali, così da poter in-
ll'rvenire sulle proprie intenzioni. 41

e< Non c'è più alcun dubbio» scrive Kandel, «che la psicoterapia
può portare a modificazioni rilevabili nel cervello».42 Recenti in-
dagini di neuroimaging, eseguite prima e dopo la psicoterapia,
mostrano sia che il cervello si riorganizza plasticamente nel corso
dcl trattamento sia che quanto più il trattamento ha successo
l'llnto maggiore sarà il cambiamento. Quando i pazienti rievoca-
no i loro traumi, hanno dei flashback e provano emozioni incon-
lrollabili, il flusso sanguigno nei lobi prefrontale e frontale, che
contribuiscono a regolare il comportamento, diminuisce, indi-
cando una minore attivazione di queste aree. 43 Secondo il neuro-
psicoanalista Mark Solms e il neuroscienziato Oliver Turnbull,
«lo scopo della terapia della parola [ ... ] dal punto di vista neuro-
biologico [è] estendere la sfera funzionale d'influenza dei lobi
prefrontali ». 44
Uno studio condotto su pazienti depressi trattati con la psico-

249
IL CERVELLO INFINITO

terapia interpersonale - un trattamento breve che ~:basa in part


sulla ricerca teorica di due psicoanalisti, John Bowlby e Har .
Stack Sullivan - mostrò che l'attività del lobo prefrontale si nor•
malizzava con il trattamento. 45 (Il sistema orbitofrontale destro,.
così importante nel riconoscere e regolare emozioni e relazioni-'!
una funzione che nel signor L. era disturbata - fa parte della cor·
teccia prefrontale.) Uno studio più recente s~ pazienti ansiosi
con disturbo di panico, condotto con la fMRI, ha mostrato che la
tendenza del sistema limbico di questi pazienti ad attivarsi fu ri-
sposta a stimoli spaventosi si riduceva con il trattamento psicoa·
nalitico. 46
Quando iniziò a comprendere i propri sintomi post-traumati-
ci, il signor L. fu in grado di «regolare» meglio le emozioni. Ri·
feriva di avere un maggiore autocontrollo al di fuori dell'analisi.
I misteriosi episodi di paralisi diminuirono. Quando provava
emozioni dolorose, il signor L. non ricorreva più così spesso al-
1'alcol. Ora il signor L. stava cominciando ad abbassare la guar-
dia e a essere meno chiuso. Provava minore disagio a esprimere
la propria rabbia, quando era necessario, e si sentiva più vicino ai
suoi figli. Progressivamente le sedute di analisi divennero un'oc-
casione per affrontare il proprio dolore e non per cancellarlo
completamente. Ora il signor L. scivolava in lunghi silenzi che
avevano un carattere di profonda risolutezza. Le espressioni del
suo viso tradivano un dolore straordinario, una tristezza profon-
da che non avrebbe più rifiutato.
Poiché durante la crescita non si era mai parlato dei suoi sen·
timenti a proposito della perdita della madre, dato che la fami-
glia affrontava tale dolore come se niente fosse, e dal momento
che era stato in silenzio così a lungo, mi arrischiai a rendere
esplicito ciò che il signor L. stava esprimendo in modo non ver-
bale. Così dissi: «È come se mi stesse dicendo, come forse voleva
dire alla sua famiglia: 'Non vedete, dopo una perdita così terribi~,
le, come sono depresso?'»
Per la seconda volta nel corso dell'analisi, il signor L. scoppiò
in lacrime. Tra le parole rotte dal pianto, iniziò involontariamen-
te a tirar fuori ritmicamente la lingua, come un bambino che cer-
casse con la lingua il seno che gli era stato tolto. Poi si coprì il
volto, si mise una mano in bocca come un bimbo di due anni e si

250
TRASFORMARE I NOSTRI FANTASMI IN ANTENATI

111ise a singhiozzare in modo rumoroso e primitivo. Poi disse:


,, Vorrei essere consolato per i miei dolori e le mie perdite, però
non si avvicini troppo a me. Voglio stare solo nella mia cupa mi-
·,1•tfa. Non può capire, perché nemmeno io riesco a capire. È un
1 lolore troppo grande».

Di fronte a queste parole, entrambi ci rendemmo conto che il


•1ignor L. molte volte opponeva il proprio «rifiuto» a essere con-
•1olato e che ciò aveva contribuito al carattere «distante» del suo
1'llrattere. Stava mettendo in atto un meccanismo di difesa che ri-
11uliva all'infanzia e che lo aveva aiutato a bloccare il suo immen-
'A> dolore. Tale meccanismo, ripetuto migliaia di volte, si era con-
'iOlidato plasticamente. Il tratto più pronunciato del suo caratte-
ll', la distanza, non era geneticamente predeterminato, ma bensì
1•ra stato acquisito plasticamente. Ora il signor L. stava cancel-
lnndo questo aspetto.
Potrebbe sembrare insolito che il signor L. piangesse e tirasse
luori la lingua come un neonato, ma si trattò della prima di di-
verse esperienze «infantili» che avrebbe avuto sul lettino del
mio studio. Freud osservava che nei momenti chiave i pazienti
rnn traumi infantili spesso «regredivano» (per usare l' espressio-
ne freudiana) e non solo ricordavano episodi della loro infanzia,
ma li rivivevano per breve tempo come se fossero tornati bambi-
ni. Tutto ciò è perfettamente sensato dal punto di vista neuropla-
tltico. Il signor L. aveva appena rinunciato a una difesa che aveva
1ncsso in atto sin da bambino - negare l'impatto emotivo della
perdita - e ciò aveva rivelato ricordi e sofferenze che la difesa
nveva celato. Ricordate come Bach-y-Rita descriveva qualcosa di
11imile nei pazienti che subivano una riorganizzazione cerebrale.
Se un network cerebrale si blocca, allora è necessario utilizzarne
ultri più vecchi, antecedenti a quello prestabilito. È quello che
Bach-y-Rita, come abbiamo già visto, chiamava« smascheramen-
to» di percorsi neuronali precedenti, secondo lui una delle prin-
dpali modalità di riorganizzazione del cervello. A livello neuro-
nale, ritengo che in analisi la regressione sia un esempio di sma-
scheramento, che spesso precede la riorganizzazione psicologi-
t:a. Ecco cosa accadde in seguito al mio paziente.

251
IL CERVELLO INFINITO .,

Nel corso della seduta successiva il signor L. riferì che il sogno ri· ·,
corrente era cambiato. Questa volta si recava a visitare la sua ;
vecchia casa, alla ricerca di «oggetti adulti». Il sogno indicava
che la parte di lui che era rimasta sepolta stava tornando a vivere:

Vado a visitare una vecchia casa. Non so di chi sia, ma è la mia cas11.
Sto cercando qualcosa - stavolta non dei giocattoli, ma oggetti adul-
ti. È il disgelo, la fine dell'inverno. Entro in casa, ed è la casa dove
sono nato. Avevo pensato che non ci fosse nessuno, ma la mia ex
moglie - che pensavo fosse come una buona madre per me - è com·
parsa dalla stanza sul retro, che è allagata. Mi dà il benvenuto, dice
di essere contenta di vedermi e io mi sento felice.

Il signor L. stava emergendo da un senso di isolamento dagli altri


e da alcune parti di se stesso. Il sogno riguardava il suo « disgc·
lo» emotivo e una persona simile alla madre che si trova con lui
nella casa dove ha trascorso la sua primissima infanzia. La casa
non era vuota, dopotutto. Sogni simili erano la conseguenza del
fatto che il signor L. rivendicasse il proprio passato, la propria
identità, e il senso di aver avuto una madre.
Un giorno citò una poesia su una madre indiana che soffriva
la fame e che prima di morire diede al suo bambino l'ultimo boc-
cone di cibo. Il signor L. non riusciva a capire perché la poesia lo
emozionasse così tanto. Fece una pausa, poi scoppiò a piangere,
gridando: «Mia madre ha sacrificato la sua vita per me! » Pianse,
il corpo scosso dai singhiozzi, poi tornò silenzioso. Infine gridò:
«Voglio mia mamma!»
Il signor L., nient' affatto portato agli attacchi isterici, stava
provando tutto il dolore che le sue difese avevano respinto, rivi-
vendo pensieri e sentimenti di quando era bambino. In altre pa-
role stava regredendo e smascherando network precedenti, rela-
tivi anche a modalità espressive. Ancora, ciò avrebbe portato a
una riorganizzazione psicologica di livello superiore.
Dopo aver riconosciuto il senso profondo della perdita della
madre, per la prima volta il signor L. si recò a visitare la sua tom-
ba. Era come se una parte della sua mente fosse rimasta aggrap-
pata all'idea magica che la madre fosse ancora viva. Ora era in
grado di accettare, nel profondo del suo essere, la sua morte.

252
TRASFORMARE I NOSTRI FANTASMI IN ANTENATI

l l n anno dopo il signor L. si innamorò profondamente per la pri-


111a volta nella sua vita adulta. Divenne anche possessivo nei con-
lronti della sua compagna, e provò una normale gelosia, un'altra
novità per lui. Ora capiva perché le donne si infuriavano per la
~iua freddezza e il suo scarso coinvolgimento, e si sentiva triste e
t'olpevole per questo. Inoltre capiva di aver scoperto una parte
di se stesso che era legata alla madre e che aveva perso quando
lei era morta. Ritrovando quella parte di sé, che un tempo aveva
11mato una donna, riuscì a innamorarsi ancora.
Ecco il suo ultimo sogno riportato in analisi:

Vedo mia madre suonare il pianoforte, poi qualcuno mi porta via, e


quando torno lei è in una bara.

11 signor L. rimase colpito da quanto vide durante la libera asso-


dazione: si sentì sollevare per vedere la madre nella bara aperta,
ullungarsi verso di lei e sentirsi terrorizzato e capì che la madre
non avrebbe risposto. Il signor L. proruppe in un lamento terri-
hile, come sopraffatto da un dolore ancestrale, il suo corpo scos-
so dal pianto per una decina di minuti. Una volta calmatosi, dis-
Be: « Credo fosse un ricordo della veglia funebre di mia madre,
durante la quale la bara era stata tenuta aperta ». 47
Il signor L. stava meglio, e si sentiva diverso. Stava vivendo
11na relazione stabile con una donna, il rapporto con i suoi figli si
stava approfondendo in modo significativo, e non si sentiva più
distante. Nel corso dell'ultima seduta riferì di aver parlato con
un fratello più grande, il quale aveva confermato che al funerale
della madre la bara era aperta, e che il signor L. era presente.
Quando ci separammo, il signor L. era cosciente della propria
i:ristezza, ma non più depresso o paralizzato di fronte a una sepa-
razione definitiva. Sono passati dieci anni dal termine dell' anali-
si, e non ha più sofferto di depressione: l'analisi «ha cambiato la
mia vita e mi ha insegnato a tenerla sotto controllo».

Molti di noi, a causa dell'amnesia infantile, potrebbero dubitare


che un adulto possa avere ricordi così remoti, come nel caso del
signor L. Un tempo tale dubbio era così radicato che la questio-
ne non veniva neppure affrontata. Tuttavia oggi gli studi più re-

253
IL CERVELLO INFINITO

centi mostrano che i bambini nel primo e nel secondo anno di vi·
ta possono immagazzinare fatti ed eventi, fra cui quelli traumati·
ci. 48 Se da una parte nei primissimi anni di vita il sistema dell11
memoria esplicita non è ancora completamente formato, dall'al·
tra le ricerche condotte da Carolyn Rovee-Collier e da altri stu·
diosi ne mostrano l'esistenza, anche nei bambini preverbali o ap·
pena verbali. 49 I bambini piccoli possono rammentare episodi
dei primissimi anni di vita se li si induce a ricordare. 50 Bambini
più grandi riescono a ricordare episodi accaduti prima che impa·
rassero a parlare e, quando ciò accade, sono in grado di esprime·
re questi ricordi con le parole.51 Talvolta il signor L. faceva pro·
prio questo, esprimendo verbalmente per la prima volta eventi
che aveva vissuto. In altre occasioni liberava ricordi che erano ri·
masti sepolti nella memoria esplicita per tutto quel tempo, come
ad esempio il pensiero Mia madre ha sacrificato la sua vita per me,
oppure il ricordo della veglia funebre, che venne poi verificato
indipendentemente. Altre volte ancora, il signor L. « ritrascrive-
va » le proprie esperienze dalla memoria procedurale a quella
esplicita. E, naturalmente, il suo sogno principale sembrava indi-
care un problema importante con la memoria - cercava qualcosa
ma senza ricordare cosa - malgrado avesse l'impressione di po·
terlo riconoscere se l'avesse trovato. 52

Perché i sogni sono così importanti in analisi, e qual è la loro re·


!azione con il cambiamento plastico? I pazienti sono spesso tor·
mentati dai sogni ricorrenti dei loro traumi e si svegliano in pre-
da al panico. Finché il problema non viene risolto, questi sogni
non modificano la loro struttura di base. Il network neurale che
rappresenta il trauma - come ad esempio il sogno in cui il signor
L. sentiva la mancanza di qualcosa - viene riattivato costante·
mente, ma senza essere ritrascritto. Questi pazienti traumatizzati
dovrebbero sentirsi meglio, gli incubi dovrebbero diventare.
sempre meno spaventosi, fino a sognare qualcosa come: All'ini-
zio penso che il trauma si ripeta, ma non è cosi:· ora è finita, sono
sopravvissuto. Questo tipo di serie progressive di sogni mostra
che la mente e il cervello stanno lentamente cambiando, man
mano che il paziente capisce di essere al sicuro.53 Perché questo
accada, i network neurali devono disattivare determinate con-

254
TRASFORMARE I NOSTRI FANTASMI IN ANTENATI

11cssioni - proprio come il signor L. aveva disattivato l'associa-


.i:ione tra separazione e morte - e modificare le connessioni si-
nuptiche esistenti per consentire l'apprendimento di nuovi ele-
menti.
Di quale evidenza fisica disponiamo a supporto del fatto che i
11ogni mostrano il cambiamento plastico all'opera nel nostro cer-
vello, modificando ricordi finora sepolti ed emotivamente signi-
ficativi, come nel caso del signor L.?
Le tecniche più recenti di neuroimaging mostrano, quando
nogniamo, una certa attività della regione che elabora le emozio-
ni e gli istinti sessuali, aggressivi e legati alla soprawivenza.54
I1:ssendo tali istinti attivi e le inibizioni disattivate, il cervello
1>uò rivelare pulsioni che in stato di veglia normalmente sono
t·epresse.
Linee di ricerca mostrano che il sonno ci permette di consoli-
dare l'apprendimento e la memoria e determina il cambiamento
plastico.55 Se durante il giorno impariamo un'attività, dopo una
buona notte di sonno il giorno successivo la nostra performance
1mrà migliore. 56 «Dormirci sopra» spesso funziona.
L'équipe guidata da Marcos Frank ha mostrato anche che il
sonno accresce la neuroplasticità durante il periodo critico,
quando ha luogo la maggior parte del cambiamento plastico. 57
Ricorderete che Hubel e Wiesel cucirono una palpebra a un gat-
tino durante il periodo critico, mostrando che la mappa cerebra-
le per l'occhio bendato era stata occupata dall'altro occhio - un
caso di use it or lose it. L'équipe di Frank condusse lo stesso espe-
rimento con due gruppi di gattini: il primo gruppo era deprivato
del sonno, il secondo veniva lasciato dormire normalmente. I ri-
cercatori riscontrarono che più i gattini dormivano, maggiore
era il cambiamento plastico nelle mappe cerebrali.
Anche l'attività onirica favorisce il cambiamento plastico. Il
sonno è suddiviso in due fasi, e la maggior parte dei nostri sogni
si verifica durante il sonno REM (rapid eye movement). I neonati
passano molte più ore degli adulti nel sonno REM, ed è durante
l'infanzia che il cambiamento neuroplastico si verifica con mag-
giore rapidità. Infatti, il sonno REM è necessario per lo sviluppo
plastico nel bambino. Un'équipe guidata da Gerald Marks con-
dusse uno studio simile a quello di Frank con lo scopo di osser-

255
IL CERVELLO INFINITO ,
vare gli effetti del sonno REM su alcuni gattini e sulla loro struttu• '1
ra cerebrale. 58 Marks trovò che nei gattini deprivati del sonno '
REM i neuroni della corteccia visiva erano effettivamente più pie·
coli. Così il sonno REM sembrava necessario per una crescita re·
golare dei neuroni. Venne mostrato anche che il sonno REM era
importante nel rinforzare la nostra capacità di trattenere ricordi
'legati alle emozioni59 e nel permettere all'ippocampo di converti·
re i ricordi a breve termine della giornata in ricordi a lungo ter·
mine (ad esempio, facendo sì che i ricordi siano più stabili, indu-
cendo un cambiamento strutturale nel cervello). 60
Ogni giorno, in analisi, il signor L. lavorava sui propri conflitti
interiori, sui.ricordi, sui traumi, mentre di notte i sogni rivelava·
no non solo le sue emozioni sepolte, ma anche che il cervello sta·
va consolidando quanto aveva appreso oppure dimenticato.

Ora capiamo perché all'inizio dell'analisi il signor L. non aveva


ricordi consci dei primi quattro anni della sua vita: la maggior
parte dei ricordi di quel periodo erano inconsci e procedurali -
sequenze automatiche di interazioni emotive - mentre i pochi ri·
cordi espliciti erano così dolorosi da essere repressi. Durante il
trattamento il signor L. riuscì ad accedere sia ai ricordi procedu·
rali sia a quelli espliciti relativi ai primi quattro anni della sua vi·
ta. Ma perché non era in grado di richiamare i suoi ricordi dell' a-
dolescenza? Una possibilità è che avesse represso una parte della
sua adolescenza; spesso quando respingiamo qualcosa, ad esem-
pio una perdita terribile subita durante l'infanzia, reprimiamo
altri eventi genericamente associati a quella perdita per impedire
l'accesso all'episodio originario.
Ma c'è un'altra causa possibile. È stato recentemente scoper-
to che un trauma nella prima infanzia provoca un notevole cam-
biamento plastico nell'ippocampo, riducendolo fino a impedire
la formazione di ricordi espliciti a lungo termine. I cuccioli di
animali separati dalla madre piangono disperatamente, per poi
entrare in uno stato di paralisi - come i bambini di Spitz - e rila-
sciano l'ormone dello stress, chiamato «glucocorticoide». I glu-
cocorticoidi uccidono le cellule dell'ippocampo impedendo le
connessioni sinaptiche nel network neurale responsabile della
memoria esplicita a lungo termine. Questi traumi infantili predi-

256
TRASFORMARE I NOSTRI FANTASMI IN ANTENATI

11pongono gli animali privati della madre a malattie correlate allo


Htress per tutta la loro vita. 61 Quando vengono sottoposti a lun-
ghe separazioni, il gene che induce la produzione di glucocorti-
rnidi viene attivato e così rimane per lunghi periodi. 62 Un trauma
Infantile sembra condurre a un'ipersensibilizzazione- un'altera-
~ione plastica - dei neuroni cerebrali che regolano i glucocorti-
coidi. Una ricerca recente condotta sull'uomo mostra che gli
l1dulti sopravvissuti ad abusi infantili evidenziano segni di iper-
Hcnsibilizzazione ai glucocorticoidi. 63
La riduzione dell'ippocampo costituisce un'importante sco-
perta neuroplastica e potrebbe aiutare a spiegare perché le per-
sone come il signor L. hanno così pochi ricordi espliciti dell' ado-
lescenza. La depressione, alti livelli di stress e un trauma infantile
sono tutti fattori che inducono il rilascio di glucocorticoidi e uc-
cidono le cellule dell'ippocampo, portando a una perdita della
memoria. 64 Più a lungo si protrae la depressione, più le dimen-
sioni dell'ippocampo si riducono. 65 L'ippocampo di pazienti de-
pressi adulti che hanno subito un trauma prepuberale è di di-
mensioni minori del diciotto per cento rispetto all'ippocampo di
pazienti depressi adulti ma senza un trauma infantile - il lato ne-
gativo del cervello plastico: in risposta alla malattia perdiamo let-
teralmente delle porzioni essenziali della corteccia. 66
Se lo stress è di breve durata, la diminuzione nelle dimensioni
è temporanea. Se invece lo stress è eccessivamente prolungato, il
Janno è permanente. 67 Quando il paziente guarisce dalla depres-
sione, i ricordi riemergono, e la ricerca suggerisce la possibilità
che l'ippocampo ricresca. 68 Infatti, l'ippocampo è una delle due
aree dove normalmente vengono creati nuovi neuroni a partire
dalle cellule staminali. Se il signor L. avesse avuto un danno ip-
pocampale, questo si sarebbe risolto intorno ai vent'anni, quan-
do avrebbe ripreso a formare ricordi espliciti.
I farmaci antidepressivi aumentano il numero di cellule stami-
nali che diventano nuovi neuroni nell'ippocampo. Alcuni ratti a
cui venne somministrato la fluoxetina (Prozac) per tre settimane
mostrarono un aumento del settanta per cento nel numero di
cellule dell'ippocampo. 69 Di norma sono necessarie da tre a sei
settimane perché gli antidepressivi facciano effetto nell'uomo -
forse ca~ualmente, è necessario lo stesso tempo perché i nuovi

257
IL CERVELLO INFINITO

neuroni dell'ippocampo maturino, estendano le proprie proie·


zioni e si connettano ad altri neuroni. Così, senza saperlo, po·
tremmo aver aiutato i pazienti a uscire dalla depressione utiliz.
zando farmaci che incoraggiano la neuroplasticità. Dal momento
che i pazienti che migliorano con la psicoterapia riferiscono un
miglioramento anche nella memoria, potrebbe darsi che la tera-
pia stimoli pure la crescita neuronale nell'ippocampo.

I numerosi cambiamenti del signor L. avrebbero potuto sor·


prendere perfino Freud, vista l'età del paziente all'epoca dell'a·
nalisi. Freud utilizzava il termine «plasticità mentale» per de-
scrivere la capacità di cambiamento delle persone e riconosceva
che tale capacità sembrava essere variabile. Freud notava anche
che « un esaurimento della plasticità» tendeva a verificarsi in
molte persone anziane, portandole a essere «immutabili, immo-
bili e rigide». 70 Attribuiva questo aspetto alla «forza dell'abitu-
dine», e scrisse: «Comunque, vi sono persone che mantengono
questa plasticità mentale ben oltre la normale età limite, e altri
che la perdono molto prematuramente ».71
Queste persone, osservava Freud, hanno grandi difficoltà a li-
berarsi delle loro nevrosi durante il trattamento psicoanalitico.
Possono attivare dei transfert, ma non riescono a modificarli.
Certamente la struttura caratteriale del signor L. era rimasta im-
mutata per cinquant'anni. Ma allora come riuscì a cambiare?
La risposta fa parte di un enigma più ampio che chiamo « pa·
radosso plastico», e che considero una delle lezioni più impor-
tanti di questo libro. Secondo il paradosso plastico, le medesime
proprietà neuroplastiche che ci permettono di modificare il cer-
vello e di produrre comportamenti più flessibili conducono àn-
che a comportamenti più rigidi. Tutti noi partiamo con lo stesso
potenziale plastico. Alcuni diventano bambini progressivamente
flessibili e rimangono tali per tutta la vita. Per altri, la sponta-
neità, la creatività e l'imprevedibilità dell'infanzia conducono in-
vece a un'esistenza abitudinaria, che ripete i medesimi compor-
tamenti e ci trasforma nelle caricature irrigidite di noi stessi. Tut-
to ciò che implica uniformità e ripetizione - la carriera, le attività
culturali, il mestiere, le nevrosi - possono portare a rigidità.
Quindi, è perché abbiamo un cervello plastico che possiamo svi-

258
TRASFORMARE I NOSTRI FANTASMI IN ANTENATI

luppare in primo luogo questi comportamenti rigidi. Come illu-


11tra la metafora di Pascual-Leone, la neuroplasticità è come la
neve fresca su una collina. Quando scendiamo con la slitta da
11na collina, possiamo essere flessibili perché nella neve soffice
"bbiamo la possibilità di compiere percorsi ogni volta differenti.
Ma se scegliamo lo stesso percorso due o tre volte, le tracce co-
minceranno ad approfondirsi, e ben presto tenderemo a rimane-
re bloccati in una rotaia - il nostro percorso ora è abbastanza ri-
gido, così come i circuiti neurali, una volta stabiliti, tendono ad
11utoconsolidarsi. Poiché la neuroplasticità può avere come -risul-
tato sia l'elasticità sia la rigidità mentale, tendiamo a sottovaluta-
re il nostro potenziale di flessibilità, del quale la maggior parte di
noi ha un'esperienza molto limitata.
Freud aveva ragione quando diceva che l'assenza di plasticità
sembrava essere correlata alla forza dell'abitudine. Le nevrosi
hanno la tendenza a essere rinforzate dall'abitudine poiché im-
plicano schemi ripetitivi di cui non siamo consapevoli, schemi
che diventa pressoché impossibile interrompere o dirottare sen-
:t.a tecniche speciali. Quando il signor L. fu in grado di compren-
dere le cause delle sue abitudini spesso difensive, così come la vi-
sione di sé e del mondo, poté utilizzare la sua plasticità innata,
nonostante l'età.

Quando il signor L. entrò in analisi, avvertiva sua madre come


un fantasma invisibile, una presenza viva e insieme priva di vita,
qualcuno in cui credeva ma della cui esistenza non era mai stato
<.:erto. Accettando il fatto che la madre fosse realmente morta, il
signor L. smise di considerarla come un fantasma e cominciò a
sentire di aver avuto una madre vera e propria, una buona ma-
dre, che lo aveva amato fino alla morte. Solo quando quel fanta-
sma venne trasformato in un antenato pieno d'amore nei suoi
confronti, il signor L. poté finalmente instaurare una relazione
intima con una donna reale.
Spesso la psicoanalisi consiste nel trasformare i nostri fanta-
smi in antenati, anche nel caso di pazienti che non hanno vissuto
la morte dei propri cari. Molte volte siamo tormentati da impor-
tanti relazioni del passato che ci influenzano inconsciamente nel
presente. Una volta risolti, questi legami smettono di ossessio-

259
IL CERVELLO INFINITO

narci e diventano semplicemente parte della nostra storia. Pos•


siamo trasformare i nostri fantasmi in antenati poiché possiamo
trasformare i ricordi impliciti - di cui spesso non siamo consape·
voli finché non vengono evocati e che quindi giungono a noi in
modo del tutto inaspettato - in ricordi dichiarativi dotati di un
contesto: in questo modo ci è più facile ricostruirli e riviverli co·
me parte del passato.
Oggi H.M., il caso più famoso della neuropsicologia, è ancora
vivo e ha superato i settant'anni. La sua mente è ferma agli anni
Quaranta, un istante prima dell'intervento chirurgico in cui per·
se l'ippocampo di entrambi gli emisferi cerebrali, la via che i ri·
cordi devono percorrere per essere conservati e per andare in·
contro a un cambiamento plastico a lungo termine. Incapace di
convertire i ricordi a breve termine in ricordi a lungo termine, fa
struttura del cervello e la memoria, così come l'immagine menta·
le e fisica di sé, sono bloccate là dove si svolse l'intervento. Triste-
mente, H.M. non è neppure in grado di riconoscere la propria
immagine nello specchio. Eric Kandel, che nacque più o meno
nello stesso periodo, continua a sondare l'ippocampo, e la plasti-
cità della memoria, fino alle alterazioni che avvengono nelle sin-
gole molecole. Kandel ha poi affrontato i propri terribili ricordi
degli anni Trenta in una biografia istruttiva e commovente, In
Search o/ Memory. 72 Il signor L. - anche lui ha ormai più di set-
tant'anni - non è più bloccato emotivamente negli anni Trenta:
ha saputo portare a consapevolezza eventi accaduti quasi ses-
sant'anni prima, ritrascriverli e, lungo questo processo, riorga-
nizzare il proprio cervello plastico.

260
IO. Ringiovanire
I,a scoperta delle cellule staminali neuronal~
,. qualche consiglio per mantenere giovane il cervello

Il dottor Stanley Karansky ha novant'anni, e sembra incapace di


credere che, solo perché è anziano, la sua vita debba esaurirsi.
[[a diciannove tra figli (cinque), nipoti (otto) e bisnipoti (sei).
Nel 1995 sua moglie morì di cancro a cinquantatré anni, e oggi
vive in California con la sua seconda moglie, Helen.
Nato a New York nel 1916, frequentò la facoltà di medicina
della Duke University, fece l'internato nel 1942 e nel corso della
Seconda guerra mondiale prestò servizio come medico nello
sbarco in Normandia. Rimase in fanteria, sul fronte europeo, per
quasi quattro anni, quindi venne trasferito alle Hawaii, dove alla
fine si stabilì. Praticò come anestesista finché non andò in pen-
i;ione a settant'anni. Ma la vita da pensionato non faceva per lui,
così prese l'abilitazione come medico di famiglia e per altri dieci
anni praticò la professione in una piccola clinica, fino all'età di
ottant'anni.
Parlai con lui subito dopo aver completato la serie di esercizi
mentali sviluppati dall' équipe di Merzenich con Posit Science. Il
dottor Karansky non notò alcun declino cognitivo, ma aggiunse:
«La mia calligrafia era bùona, ma non come prima». Sperava
semplicemente di mantenere in forma il cervello.
Karansky iniziò il programma per la memoria uditiva nell' a-
gosto del 2005. Inserì il CD nel computer e trovò gli esercizi« so-
fisticati e divertenti»: doveva stabilire se i suoni salissero o meno

261
IL CERVELLO INFINITO
'.l
di frequenza, dire in che ordine udisse certe sillabe, identificare \
suoni simili, ascoltare delle storie e rispondere a delle domande ·
su queste - tutto ciò allo scopo di modellare le mappe cerebrali e
stimolare i meccanismi che regolano la neuroplasticità. Karansky
si dedicò agli esercizi per un'ora e un quarto, tre volte a settima-
na, per tre mesi.
«Non notai nulla per le prime sei settimane. Verso la settima
settimana cominciai a pensare di essere più vigile di quanto non
fossi prima. E potevo vedere dal modo in cui monitoravo i miei
progressi che miglioravo nel dare le risposte corrette, e in gene-
rale mi sentivo meglio. Migliorò anche la mia attenzione nella
guida, sia durante il giorno sia di sera. Parlavo di più con le per-
sone, e mi veniva più facile. Credo che nelle ultime settimane sia
migliorata anche la calligrafia. Quando firmo un documento, mi
sembra di scrivere come vent'anni fa. Mia moglie Helen mi dice·
va: 'Credo che tu sia più attento, più attivo, più reattivo'». Ka-
ransky ha intenzione di attendere qualche mese, e poi ripetere gli
esercizi per mantenersi in forma. Anche se gli esercizi sono pen-
sati per la memoria uditiva, Karansky ne sta traendo un beneficio
generale, come nel caso dei bambini che utilizzano Fast For-
Word, dato che sta stimolando non solo la memoria uditiva, ma
anche i centri cerebrali che regolano la plasticità.
Karansky f~ anche esercizio fisico. «Mia moglie e io facciamo
esercizi per la muscolatura tre volte a settimana con le macchine
CYBEX, seguiti da trenta-trentacinque minuti di cyclette ».
Il dottor Karansky si definisce «un educatore di se stesso da
tutta la vita». Legge testi di matematica e ama i giochi, i cruciver-
ba, gli acrostici doppi e il sudoku.
«Mi piacciono i libri di storia» dice. «Tendo a interessarmi a
un certo periodo storico, per un motivo qualunque, poi parto da
lì, lo approfondisco per un po' finché mi sembra di saperne ab-
bastanza, per poi passare ad altro». Ciò che potrebbe sembrare
semplice dilettantismo ha in realtà l'effetto di mantenerlo co-
stantemente aperto alle novità e a nuovi argomenti, impedendo
che il sistema di regolazione della plasticità e della dopamina si
atrofizzi.
Ogni nuovo interesse si trasforma in un'attività appassionan-
te. «Cinque anni fa iniziai a interessarmi di astronomia, così di-

262
RINGIOVANIRE

vcntai un astronomo dilettante. Comprai un telescopio, in quel


1>criodo vivevamo in Arizona, e la visibilità era ottima». Karan-
nky è anche un serio collezionista di minerali, e ha trascorso buo-
na parte di quella che molti chiamerebbero «terza età» a stri-
Hciare nelle miniere alla ricerca di esemplari.
«I membri della sua famiglia erano così longevi? » chiedo.
«No» dice, «mia madre morì quando non aveva ancora cin-
quant'anni. Mio padre morì verso i sessanta - soffriva di iperten-
sione».
«Com'è stata la sua salute?»
«Be', una volta sono anche morto» dice ridendo. «Mi deve
perdonare, sono il genere di persona a cui piace stupire gli altri.
Facevo gare sulle lunghe distanze, e nel 1982, avevo sessantacin-
que anni, ebbi un ep.isodio di fibrillazione ventricolare» - un' a-
l'itmia cardiaca spesso fatale - «mi stavo allenando a Honolulu, e
caddi letteralmente morto sul marciapiede. Il ragazzo con cui
correvo fu molto abile nel praticarmi la CPR » - rianimazione car-
diopolmonare - «mentre altri chiamarono i paramedici della
stazione dei pompieri. Arrivarono in tempo per applicarmi il de-
fibrillatore e riportare il mio cuore a un normale ritmo sinusale.
Poi mi portarono allo Straub Hospital ». Qui fu sottoposto a un
intervento di bypass. Karansky si dedicò con grande impegno al-
la riabilitazione e recuperò rapidamente. «Da allora non ho più
partecipato a gare, ma ho continuato a correre per quaranta chi-
lometri ogni settimana, a un ritmo più tranquillo». Nel 2000,
quando aveva ottantatré anni, ebbe un altro attacco cardiaco.
A Karansky piace la compagnia, ma non i gruppi troppo nu-
merosi. «Non vado volentieri ai cocktail, dove le persone si in-
contrano e chiacchierano. Non mi piace. Preferisco sedermi con
qualcuno e trovare un ambito d'interesse comune, approfondir-
lo con quella persona, o magari con due o tre persone. Non mi
interessa parlare del più e del meno».
Dice che lui e sua moglie non sono grandi viaggiatori. Ma di-
pende dai punti di vista: quando aveva ottantun anni, imparò un
po' di russo e si imbarcò su una nave scientifica russa per visitare
lAntartide.
«A che scopo? » chiedo.
«Perché era lì».

263
IL CERVELLO INFINITO
1:1
Negli ultimi anni è stato nello Yucatan, in Inghilterra, Francia,'.
Svizzera e Italia, ha passato un mese e mezzo in Sud America, a
andato a trovare la figlia negli Emirati Arabi Uniti, ha visitato l'Q.
man, l'Australia, la Nuova Zelanda, la Thailandia e Hong Kong,
Karansky è sempre alla ricerca di cose nuove da fare, e una
volta che si è appassionato a qualcosa, gli rivolge tutta la sua at·
tenzione - la condizione necessaria per il cambiamento plastico,
Come dice lui stesso: «Desidero concentrarmi intensamente su
qualcosa che mi interessa in quel momento. Poi, quando sento di
aver raggiunto un buon livello, non faccio più molto caso a quel-
la attività e comincio a rivolgere il mio interesse a qualcos'altro».
Protegge il suo cervello anche tramite il suo atteggiamento
«filosofico»: non si agita per le piccole cose - dal momento che
lo stress induce il rilascio di glucocorticoidi che possono uccide-
re le cellule dell'ippocampo.
«Lei sembra meno ansioso e nervoso della maggior parte del-
le persone» gli dico.
«Trovo che faccia molto bene».
«È un tipo ottimista? »
«Non molto, ma credo di sapere cosa sia la fatalità. Accadono
molte cose che possono avere un effetto su di me e che sono al di
là del mio controllo. Non posso controllarle, ma posso decidere
come reagire. Ho sprecato il mio tempo preoccupandomi di cose
che non posso controllare e delle loro conseguenze, e sono arri-
vato a sviluppare una filosofia che mi permette di affrontarle».

Il neuroanatomista più importante agli inizi del Novecento, il


premio Nobel Santiago Ramon y Cajal, che aveva gettato le basi
per la comprensione della struttura dei neuroni, rivolse la sua at-
tenzione a uno dei problemi anatomici più insidiosi del cervello
umano. A differenza del cervello di animali più semplici, com.e
ad esempio le lucertole, quello umano sembrava incapace di ri~ -
generarsi in seguito a una lesione. Questa debolezza non riguar-
da tutti gli organi umani. La pelle, quando viene tagliata, può
guarire, producendo nuove cellule epiteliali; le ossa fratturate
possono ripararsi, così come il fegato e le pareti intestinali; un'e-
morragia può essere compensata poiché le cellule del midollo os-
seo possono diventare globuli rossi o bianchi. Il cervello, invece,

264
RINGIOVANIRE

11cmbra costituire un'eccezione inquietante. È noto che, con l'in-


vecchiamento, muoiono milioni di neuroni. Laddove altri organi
ri.costruiscono i tessuti a partire dalle cellule staminali, nel cer-
vello non vennero trovate cellule di questo tipo. Tale assenza ve-
11iva spiegata principalmente sostenendo che il cervello umano
doveva aver raggiunto un livello tale di complessità e specializza-
1.ione nel corso dell'evoluzione da perdere la capacità di produr-
re cellule di ricambio. Inoltre, si chiedevano gli scienziati, come
poteva un neurone inserirsi in un network complesso già attivo e
creare migliaia di connessioni sinaptiche senza provocare confu-
Nione? Si assumeva quindi che il cervello fosse un sistema chiuso.
Ramon y Cajal dedicò l'ultima parte della sua carriera alla ri-
cerca di qualunque indizio per cui il cervello o il midollo spinale
potessero modificarsi, rigenerarsi o riorganizzare la propria
struttura. Ma non vi riuscì.
Nel suo capolavoro del 1914, Estudios sobre la degeneracion y
regeneration del sistema nervioso, scrisse: «Nei centri [cerebrali]
dell'adulto i percorsi nervosi sono qualcosa di fissato, stabilito,
immutabile. Tutto può morire, nulla può essere rigenerato. Spet-
ta alla scienza del futuro, se mai sarà possibile, modificare questa
dura sentenza ». 1
Il problema rimaneva irrisolto.

Sto guardando in un microscopio nel laboratorio più all' avan-


guardia che abbia mai visitato, presso i Salk Laboratories di La
folla, in California. Sto osservando delle cellule staminali umane
vive in una capsula di Petri nel laboratorio di F rederick « Rusty »
Gage, che nel 1998, insieme allo svedese Peter Eriksson, scoprì
queste cellule nell'ippocampo. 2
Le cellule staminali neuronali che sto osservando vibrano di
vita. Sono chiamate cellule staminali «neuronali» poiché posso-
no dividersi e differenziarsi diventando neuroni oppure cellule
gliali, che sostengono i neuroni nel cervello. Quelle che sto guar-
dando si sono già differenziate e «specializzate», e per questo
sembrano tutte uguali. Le cellule staminali compensano con
l'immortalità la mancanza di personalità: queste celll;lle non de-
vono specializzarsi, ma continuare a riprodursi, dando origine a
copie esatte di se stesse senza interruzione e senza dare segni di

265
IL CERVELLO INFINITO ,,

invecchiamento. Per questa ragione le cellule staminali vengono,1


spesso descritte come le cellule eternamente giovani del cervello. •
Questo processo di ringiovanimento viene chiamato « neuroge·
nesi », e si interrompe solo alla nostra morte. 3

Le cellule staminali neuronali sono state per lungo tempo trascu·


rate, in parte perché il loro comportamento contrastava la teoria
secondo cui il cervello era simile a una macchina complessa o a
un computer, e le macchine non sviluppano parti nuove. Quan-
do nel 1965 Joseph Altman e Gopal D. Das del MIT (Massachu·
setts lnstitute of Technology) scoprirono queste cellule nei ratti,
il loro lavoro venne totalmente screditato. 4
Poi, negli anni Ottanta, Fernando Nottebohm, un ornitologo,
rimase colpito dal fatto che gli uccelli canori ogni stagione ese-
guono canti diversi. Nottebohm esaminò il cervello di questi uc-
celli e trovò che ogni anno, nel corso della stagione in cui canta·
no maggiormente, nell'area cerebrale responsabile per l'appren·
dimento del canto crescono nuove cellule. Ispirati dalla scoperta
di Nottebohm, gli scienziati iniziarono a esaminare gli animali
più simili all'uomo. Elizabeth Gould della Princeton University
fu la prima a scoprire le cellule staminali neuronali nei primati.
In seguito, Eriksson e Gage trovarono un modo ingegnoso per
colorare le cellule staminali cerebrali con un marcatore, chiama-
to Brdu, che è visibile al microscopio e che viene incorporato dai
neuroni solo nel momento in cui vengono formati. Alla morte di
alcuni pazienti, Eriksson e Gage ne esaminarono il cervello e
scoprirono dei neuroni nuovi, formati di recente, nell'ippocam-
po. Di qui la conclusione che nuovi neuroni nascono in noi fino
alla fine della nostra vita.
La ricerca di cellule staminali neuronali prosegue in altre zorie
del cervello. Finora sono state trovate cellule attive nel bulbo ol-
fattivo (un'area che elabora l'olfatto) e cellule dormienti e inatti-
ve nel setto (che elabora le emozioni), nel nucleo striato (respon-
sabile del movimento) e nel midollo spinale. Gage e altri studiosi
stanno lavorando a trattamenti farmacologici che renderanno at-
tive le cellule staminali neuronali dormienti, utili nel caso in cui
un'area dove si trovano tali cellule subisca una lesione. Inoltre
stanno cercando di scoprire se le cellule staminali possono essere

266
RINGIOVANIRE

11·apiantate in aree cerebrali lesionate, o essere indotte a spostarsi


in queste aree.

Per scoprire se la neurogenesi può rinforzare le capacità mentali,


l'équipe di Gage si è proposta di capire come aumentare la pro-
duzione di cellule staminali neuronali. Un collega di Gage, Gerd
Kempermann, tenne dei topi anziani in ambienti stimolanti, in
cui vi erano giochi come palline, tubi e ruote per correre, per soli
quarantacinque giorni. Quando Kempermann sacrificò gli ani-
mali e ne esaminò il cervello, riscontrò un incremento nel volu-
me dell'ippocampo del quindici per cento e quarantamila neuro-
ni nuovi, anche in questo caso cçm un aumento del quindici per
cento rispetto ai topi tenuti in gabbie normali.5
I topi vivono circa due anni. Quando l' équipe esaminò dei to-
pi tenuti in ambienti stimolanti per dieci mesi nella seconda metà
della loro vita, il numero di neuroni nell'ippocampo era aumen-
tato di cinque volte. 6 Questi topi avevano ottenuto punteggi mi-
gliori ai test d'apprendimento, esplorazione, movimento e altre
valutazioni intellettive rispetto ai topi cresciuti in condizioni
normali. Avevano sviluppato nuovi neuroni, sebbene non così
rapidamente come nei topi più giovani, dimostrando che una sti-
molazione a lungo termine ha un effetto notevole nel promuove-
L"e la neurogenesi nel cervello anziano.
In seguito l'équipe indagò quali attività inducevano la crescita
cellulare nei topi, e scoprirono che vi sono due modi per aumen-
tare il numero complessivo dei neuroni nel cervello: formando
nuovi neuroni oppure allungando la vita di quelli esistenti.
Una collega di Gage, Henriette van Praag, mostrò che l'atti-
vità più efficace per aumentare la proliferazione cellulare di nuo-
vi neuroni era la ruota per correre. Dopo un mese sulla ruota, i
topi avevano raddoppiato il numero di nuovi neuroni nell'ippo-
campo.7 I topi in realtà non correvano sulla ruota, mi disse Gage,
ma sembrava solo che corressero, poiché la ruota oppone ben
poca resistenza. Piuttosto, camminavano rapidamente.
La teoria di Gage è che, in circostanze naturali, camminare ra-
pidamente e per un lungo periodo di tempo costituirebbe per
l'animale un ambiente e un apprendimento nuovo, scatenando
ciò che lui chiama« proliferazione anticipatoria ».

267
IL CERVELLO INFINITO

« Se vivessimo solo in questa stanza» mi disse, « e se questa


fosse tutta la nostra esperienza, non avremmo bisogno della neu·
rogenesi. Sapremmo tutto di questo ambiente e potremmo ca·
varcela con la conoscenza di base di cui disponiamo».
Questa teoria, secondo cui gli ambienti nuovi potrebbero sti·
molare la neurogenesi, è coerente con la scoperta di Merzenich
che per mantenere in forma il cervello dobbiamo imparare qual-
cosa di nuovo, piuttosto che ripetere semplicemente le capacità
che già padroneggiamo.
Ma come abbiamo detto, c'è un secondo modo per aumenta·
re il numero di neuroni nell'ippocampo: allungando la vita dei
neuroni già presenti. Studiando i topi, l'équipe scoprì che ap-
prendere l'uso di altri giochi, palline e tubi non portava alla for-
mazione di nuovi neuroni, ma faceva in modo che i nuovi neuro-
ni vivessero più a lungo. Elizabeth Gould trovò pure che l' ap-
prendimento, anche in un ambiente non stimolante, favoriva la
sopravvivenza delle cellule staminali. Perciò l'esercizio fisico e
l'apprendimento lavorano in modi complementari: il primo fa.
vorisce la formazione di nuove cellule staminali, il secondo ne
prolunga la sopravvivenza.

Malgrado la scoperta delle cellule staminali neuronali sia impor-


tante, è solo uno dei modi in cui il cervello anziano può ringiova-
nire e migliorarsi. Paradossalmente, talvolta la perdita di neuroni
può migliorare la funzionalità cerebrale, come accade durante
l'adolescenza, quando le connessioni sinaptiche e i neuroni che
sono stati utilizzati in modo limitato muoiono, forse nell'applica-
zione più drammatica del principio use z"t or lose it. Mantenere
neuroni inutilizzati e riforniti di sangue, ossigeno ed energia è
uno spreco, ed eliminarli mantiene il cervello più concentrato ed
efficiente.
Ammettere il fatto che la neurogenesi riguardi anche i sogget·
ti anziani non significa negare che il cervello, come gli altri orga-
ni, si deteriori progressivamente. Ma anche durante questo de-
clino, si verifica un'importante riorganizzazione plastica, forse
per compensare le perdite. Le ricercatrici Mellanie Springer e
Cheryl Grady della University of Toronto hanno mostrato che,
mentre invecchiamo, tendiamo a svolgere le attività cognitive in

268
RINGIOVANIRE

lobi cerebrali diversi rispetto a quelli che utilizzavamo quando


l'ravamo giovani. 8 Quando i soggetti della Springer e della
(;rady, di età compresa tra i quattordici e i trent'anni, eseguirono
11na serie di test cognitivi, il neuroimaging mostrò un ampio uti-
1izzo dei lobi temporali, ai lati della testa, e che più alto era il loro
livello culturale, maggiore era il ricorso a tali lobi.
I soggetti ultrasessantacinquenni mostrarono un pattern diffe-
rente. Il neuroimaging mostrava che eseguivano i medesimi com-
piti ricorrendo però ai lobi frontali, e che, anche in questo caso,
più alto era il loro livello culturale, più utilizzavano questi lobi.
Questo spostamento nell'attività cerebrale è un altro indizio
di neuroplasticità - il passaggio delle aree di elaborazione da un
lobo all'altro è la migrazione più notevole a cui una funzione
possa andare incontro. Nessuno sa con certezza perché accada
tale spostamento, o perché così tanti studi suggeriscono che le
persone con un livello culturale più alto sembrano essere meglio
protette dal declino mentale. La teoria più popolare sostiene che
anni di studio creano una «riserva cognitiva» - ossia un numero
molto maggiore di network dedicati all'attività mentale - a cui
possiamo ricorrere quando il cervello si deteriora.
Durante l'invecchiamento si verifica un'altra importante rior-
ganizzazione cerebrale. Come abbiamo visto, diverse attività ce-
rebrali sono « lateralizzate ». La maggior parte delle abilità lin-
guistiche è localizzata nell'emisfero sinistro, mentre l' elaborazio-
ne visivo-spaziale è una funzione dell'emisfero destro, un feno-
meno chiamato «asimmetria emisferica». Ma una ricerca recen-
te condotta da Roberto Cabeza, della Duke University, e da altri
ricercatori mostra che alcune lateralizzazioni si perdono con
l'età. Le attività prefrontali che venivano svolte in un emisfero
ora vengono svolte in entrambi. Mentre non sappiamo per certo
come ciò accada, una teoria sostiene che, quando invecchiamo e
uno degli emisferi comincia a essere meno efficiente, l'altro emi-
sfero compensa questo calo - suggerendo che il cervello si ri-
struttura in risposta alla proprie lacune. 9

Oggi sappiamo che l'esercizio e l'attività mentale negli animali


genera e sostiene maggiormente le cellule cerebrali, e disponia-
mo di numerosi studi che confermano che le persone che condu-

269
IL CERVELLO INFINITO

cono una vita mentalmente attiva hanno funzioni cerebrali mi·


gliori. Più il livello culturale è alto, più siamo attivi socialmente e
fisicamente, e più partecipiamo ad attività intellettualmente sti·
molanti, minore è la probabilità di contrarre una demenza o il
morbo di Alzheimer. 10
Non tutte le attività si equivalgono in questo senso. Le attività
che richiedono molta concentrazione - studiare uno strumento
musicale, fare giochi da tavolo, leggere e ballare - sono assodate
a un rischio minore di demenza. 11 Il ballo, per il quale è necessa·
rio imparare movimenti nuovi, è un'attività che impegna sia il
corpo che la mente, e richiede molta concentrazione. Attività
meno faticose, come il bowling, il baby-sitting e il golf, non sono
associate a una minore incidenza di Alzheimer.
Questi studi sono significativi, ma non riescono a dimostrare
che possiamo prevenire il morbo di Alzheimer con l'esercizio
mentale. Queste attività sono associate o correlate a una minore
incidenza della malattia, ma la correlazione non prova un nesso
causale. È possibile che le persone con un'insorgenza molto pre-
coce di Alzheimer abbiano iniziato a « rallentare» quando anco-
ra erano giovani, smettendo così di essere attivi. 12 Attualmente il
massimo che possiamo dire a proposito della relazione tra eserci-
zio mentale e Alzheimer è che si tratta di un aspetto molto pro-
mettente.
Come ha mostrato la ricerca di Merzenich, tuttavia, una con-
dizione che spesso viene confusa con il morbo di Alzheimer, e as•
sai più comune - l'amnesia correlata all'età, un tipico declino
della memoria che si verifica in età avanzata - sembra essere qua-
si certamente reversibile ricorrendo ad attività mentali appro-
priate. Malgrado non lamentasse un declino cognitivo generale,
il dottor Karansky ebbe qualche piccola dé/aillance, e i benefici
ricevuti dall'esercizio hanno senza dubbio mostrato che si tratta-
va di deficit cognitivi reversibili di cui neppure lui si era accorto.

Il dottor Karansky, quindi, stava combattendo nel modo miglio-


re la perdita di memoria correlata all'età, diventando così un mo-
dello esemplare di come tutti dovremmo comportarci. 13
L'attività fisica non è utile solo perché crea nuovi neuroni, ma
perché la mente è basata sul cervello, e il cervello ha bisogno di

270
RINGIOVANIRE

ossigeno. Camminare, andare in bicicletta o fare esercizi cardio-


vascolari sono attività che rinforzano il cuore e i vasi sanguigni
che raggiungono il cervello, aiutando le persone che svolgono
queste attività a sentirsi più vigili - come sottolineava il filosofo
romano Seneca duemila anni fa. Una ricerca recente mostra che
l'esercizio stimola la produzione e il rilascio del fattore di cresci-
ta neuronale (o fattore neurotropico cervello-derivato, BDNF),
che, come abbiamo visto nel capitolo 3, svolge un ruolo cruciale
nel determinare il cambiamento plastico. Infatti, tutto ciò che
mantiene in forma il cuore e i vasi sanguigni rinvigorisce il cer-
vello, compresa una dieta sana. Un durissimo allenamento non è
necessario - sarà sufficiente tenere in movimento il corpo in mo-
do costante e naturale. Come hanno scoperto la van Praag e Ga-
ge, camminare a un buon ritmo è sufficiente per stimolare la cre-
scita di nuovi neuroni.
L'esercizio stimola la corteccia sensoriale e motoria e mantie-
ne efficiente il sistema dell' equilibrio. 14 Queste funzioni iniziano
a deteriorarsi con l'invecchiamento, predisponendoci alle cadute
e costringendoci a casa. Nulla accelera l'atrofia cerebrale più del
rimanere immobilizzati nello stesso ambiente; la monotonia in-
debolisce i sistemi della dopamina e dell'attenzione, fondamen-
tali per la neuroplasticità. Un'attività fisica cognitivamente com-
plessa, come ad esempio imparare nuovi balli, consentirà proba-
bilmente di evitare problemi di equilibrio, senza contare i van-
taggi in termini di socialità, che pure preservano la salute menta-
le.15 Il Tai Chi, nonostante non sia ancora stato studiato, richiede
un'intensa concentrazione motoria e stimola il sistema cerebrale
dell'equilibrio. Inoltre ha un aspetto meditativo, che si è dimo-
strato molto efficace nel combattere lo stress e probabilmente
nel preservare la memoria e i neuroni dell'ippocampo. 16
Il dottor Karansky non finisce mai di imparare, il che nella
terza età gioca un ruolo importante per il suo benessere e la sua
salute. Questa è l'opinione di George Vaillant, uno psichiatra di
Harvard che guida lo studio più ampio e di lunga durata, tuttora
in corso, sul ciclo della vita umana, l'Harvard Study of Adult De-
velopment.17 Vaillant ha studiato ottocentoventiquattro persone
dall'adolescenza fino alla terza età, suddivise in tre gruppi: lau-
reati ad Harvard, semplici abitanti di Boston, e donne con quo-

271
IL CERVELLO INFINITO

ziente d'intelligenza estremamente alto. Alcune di queste perso•


ne, che oggi hanno oltre ottant'anni, sono state seguite per più dl
sei decenni. Vaillant ha concluso che l'invecchiamento non à
semplicemente un processo di declino e deterioramento, come
molte persone più giovani pensano. Gli anziani spesso sviluppa·
no nuove capacità e sono più saggi e più socialmente esperti di
quando erano giovani adulti. 18 Questi anziani sono in realtà me·
no predisposti alla depressione delle persone più giovani, e nor·
malmente non soffrono di disturbi debilitanti finché non con·
traggono una malattia fatale.
Naturalmente, attività mentali impegnative accresceranno le
probabilità di sopravvivenza dei neuroni ippocampali. Un ap·
proccio consiste nell'utilizzare esercizi mentali testati, come
quelli sviluppati da Merzenich. Ma la vita è fatta per essere vissu-
ta, e non solo per fare esercizi, perciò la cosa migliore è che
ognuno di noi scelga di fare qualcosa che ha sempre voluto fare,
perché in questo modo, e si tratta di un aspetto fondamentale,
saremo altamente motivati. Mary Fasano, a ottantanove anni, ot·
tenne la laurea ad Harvard. David Ben-Gurion, il primo capo del
governo di Israele, ormai anziano si dedicò allo studio del greco
antico per poter leggere i classici in lingua originale. Potremmo
pensare: «A che scopo? Chi sto prendendo in giro? Ormai sono
arrivato alla fine della mia strada». Ma pensare in questo modo è
una profezia che si autoavvera, e che in base al principio use it or
lose it accelera il declino mentale.
L'architetto Frank Lloyd Wright disegnò il Guggenheim Mu-
seum quando aveva novant'anni. Benjamin Franklin inventò le
lenti bifocali a settantotto anni. Nei loro studi sulla creatività
H.C. Lehman e Dean Keith Simonton trovarono che, mentre il
picco di creatività si trova tra i trentacinque e i cinquantacinque
anni nella maggior parte dei campi, le persone di sessanta e set·
tant'anni, malgrado lavorino a un ritmo inferiore, sono produtti-
ve come quando avevano vent'anni.
Quando il violoncellista Pablo Casals aveva novantun anni,
venne avvicinato da uno studente che gli chiese: «Maestro, per-
ché continuate a esercitarvi?» Casals rispose:« Perché sto facen-
do progressi ». 19

272
11. Più della somma delle parti
Una donna ci mostra quanto zl cervello
possa essere profondamente plastico

La donna che scherza seduta al tavolo con me è nata con un solo


emisfero cerebrale. Mentre si trovava nell'utero della madre, ac-
cadde qualcosa di catastrofico, ma nessuno sa con certezza cosa.
Non si trattò di un ictus, che distrugge il tessuto sano. L'emisfero
sinistro di Michelle Mack semplicemente non si sviluppò. I me-
dici ipotizzarono che l'arteria carotide sinistra, che vascolarizza
l'emisfero sinistro, si fosse bloccata prima della nascita, impe-
dendo a quella porzione di cervello di formarsi. Alla nascita i
medici la sottoposero ai test di routine e informarono la madre,
( :arol, che la bambina era normale. A tutt'oggi un neurologo
non sarebbe in grado di supporre, senza il neuroimaging, la man-
canza di un intero emisfero. Mi chiedo quante altre persone ab-
biano vissuto la loro vita con metà cervello, senza che loro stessi
o gli altri lo sapessero.
Ho incontrato Michelle per scoprire come sia possibile un ta-
le cambiamento neuroplastico in un essere umano il cui cervello
ha dovuto affrontare una sfida simile; d'altra parte, la dottrina lo-
calizzazionista, la quale presuppone che ciascun emisfero è gene-
ticamente specializzato per svolgere determinate funzioni, viene
seriamente messa in discussione se Michelle può «funzionare»
con un solo emisfero. È difficile immaginare una dimostrazione
migliore o una verifica più convincente della neuroplasticità
umana.

273
IL CERVELLO INFINITO

Malgrado abbia solo l'emisfero destro, Michelle non è una


creatura disperata tenuta in vita solo grazie alle macchine. Ha
ventinove anni. I suoi occhi azzurri scrutano da dietro un paio di
occhiali spessi. Indossa dei blue jeans, dorme in un letto blu, e
parla in modo abbastanza normale. Ha un lavoro part-time, leg-
ge, le piacciono i film e stare con la sua famiglia. Può fare tutte
queste cose perché il suo emisfero destro ha preso il posto di
quello sinistro, e una funzione mentale essenziale come il lin-
guaggio si è spostata nell'emisfero destro. Il suo sviluppo mostra
chiaramente che la neuroplasticità non è un fenomeno di scarsa
rilevanza, avendole permesso di ottenere una riorganizzazione
cerebrale così importante.
L'emisfero destro di Michelle non deve solo svolgere le funzio-
ni principali di quello sinistro, ma deve anche economizzare sulle
«proprie» funzioni. In un cervello normale ciascun emisfero
contribuisce allo sviluppo dell'altro inviando a quest'ultimo dei
segnali elettrici che lo informano delle sue attività, affinché i due
emisferi lavorino in modo coordinato. Nel caso di Michelle, l'e-
misfero destro ha dovuto evolversi senza le informazioni prove-
nienti da quello sinistro e imparare a vivere e funzionare da solo.
Michelle ha capacità di calcolo straordinarie - come nel caso
degli idiot savant - che impiega a una velocità impressionante.
Tuttavia ha anche esigenze e disabilità speciali. Non le piace
viaggiare e si perde facilmente in ambienti che non conosce. Ha
problemi a capire alcuni tipi di pensiero astratto. Ma la sua vita
interiore è vivace, legge, prega e prova emozioni. Parla normal-
mente, tranne quando si sente frustrata. Adora le commedie di
Carol Burnett. Segue i notiziari e il basket, e vota alle elezioni. La
sua vita è la dimostrazione del fatto che l'intero è più della som-
ma delle sue parti, e che metà cervello non significa metà mente.

Centoquarant'anni fa Paul Broca inaugurava l'era del localizza~


zionismo - «parliamo con l'emisfero sinistro» - e della teoria
correlata della «lateralizzazione », che indagavano la differenza
tra gli emisferi destro e sinistro. L'emisfero sinistro venne asso-
ciato alla sfera verbale, dove avevano luogo attività simboliche
come il linguaggio e il calcolo aritmetico; l'emisfero destro ospi-
tava molte funzioni «non verbali», fra cui quelle visuo-spaziali

274
PIÙ DELLA SOMMA DELLE PARTI

(come quando consultiamo una mappa o ci muoviamo nello spa-


;r.io), e altre attività legate più all'immaginazione o «artistiche».
L'esperienza di Michelle ci ricorda quanto siamo ignoranti su
ulcuni degli aspetti fondamentali della nostra mente. Cosa suc-
cede quando le funzioni di entrambi gli emisferi entrano in com-
petizione per il medesimo spazio? Se è indispensabile, cosa si
deve sacrificare? «Quanto» cervello è necessario per sopravvi-
vere? Quanto cervello serve per sviluppare intelligenza, empa-
tia, gusti personali, desiderio spirituale, arguzia? Se possiamo
sopravvivere e vivere con metà del tessuto cerebrale, a cosa serve
overlo tutto?
Infine dovremmo chiederci: cosa significa essere come Mi-
chelle?

Mi trovo nel salotto di Michelle, in una casa borghese di Falls


Church, in Virginia, e sto osservando le lastre della sua risonanza
magnetica, che illustrano l'anatomia del suo cervello. A destra
sono visibili le circonvoluzioni dell'emisfero destro normale. A
sinistra, se si eccettua una sottile ma consistente penisola di ma-
teria grigia - la minuscola porzione dell'emisfero sinistro che si è
sviluppata - c'è solo il nero, che sta a indicare il vuoto. Michelle
non ha mai guardato queste lastre.
Lei chiama quel vuoto «la mia ciste», e quando parla della
«mia ciste» o della « ciste» è come se fosse diventata qualcosa di
sostanziale per lei, un personaggio fantastico in un film di fanta-
scienza. Quindi, anche osservare le sue lastre è un'esperienza
fantastica. Quando guardo Michelle, vedo il suo viso perfetto, i
suoi occhi e il suo sorriso, e al di là posso solo immaginare l' asim-
metria nel suo cervello. Le lastre sono un duro ritorno alla realtà.

rl corpo di Michelle mostra qualche segno dell'emisfero man-


cante. Il polso destro è curvato e lievemente piegato, ma Michel-
le non può utilizzarlo - malgrado normalmente quasi tutte le
istruzioni per il lato destro del corpo provengano dall'emisfero
sinistro. Probabilmente Michelle ha sviluppato un fascio molto
sottile di fibre nervose che vanno dall'emisfero destro alla mano
destra. La mano sinistra è normale, e Michelle è mancina. Quan-

275
IL CERVELLO INFINITO

do si alza per camminare, noto che si aiuta con un braccio per


sollevare la gamba destra.
I localizzazionisti mostravano che tutto ciò che vediamo alla
nostra destra - il «campo visivo destro» - viene elaborato nell' e·
misfero sinistro. Ma poiché Michelle non ha questa parte dcl
cervello, ha problemi nel vedere gli qggetti alla sua destra, ed è
cieca nel campo visivo destro. I suoi fratelli le rubavano sempre
le patatine da destra, ma lei riusciva a sorprenderli perché com-
pensava il difetto visivo con un udito estremamente sensibile. li
suo udito è così acuto che può sentire chiaramente i genitori par-
lare in cucina pur trovandosi al piano superiore dall'altra parte
della casa. Questo ipersviluppo dell'udito, così comune nei non
vedenti totali, è un altro segno della capacità del cervello di adat-
tarsi a una situazione differente. Ma questa sensibilità ha anchl·
un costo. Nel traffico, quando suona un clacson, Michelle si co-
pre le orecchie con le mani, per evitare un sovraccarico sensoria·
le. In chiesa fugge al suono dell'organo. A scuola le esercitazioni
antincendio la spaventavano per il rumore e la confusione.
Anche il suo tatto è estremamente sensibile. Carol taglia le eti·
chette dai vestiti della figlia perché non le diano fastidio. È come
se il suo cervello non potesse filtrare un eccesso di sensazioni, co-
sì Carol si incarica di proteggerla facendole da« filtro». In realtà
Michelle ha un secondo emisfero, ed è sua madre.

« Sa» dice Carol, «pensavamo che non avrei mai avuto figli, cosi
adottammo due bambini», i fratelli maggiori di Michelle, Bill e
Sharon. Come accade spesso, in seguito Carol scoprì di essere in-
cinta di Steve, che nacque perfettamente sano. Carol e il marito
Wally volevano altri bambini, ma di nuovo ebbero problemi nel
concepirli.
Un giorno, sentendosi male per quello che sembrava vomito
mattutino, Carol fece un test di gravidanza, ma risultò negativo.
Non essendo convinta del risultato, fece altri test, ogni volta con
strani risultati. Una striscia che cambia colore in meno di due
minuti indica una gravidanza. Tutti i test di Carol erano negativi,
ma a due minuti e dieci secondi diventavano positivi.
Nel frattempo Carol aveva perdite ed emorragie periodiche.
«Andai dal medico tre settimane dopo i test di gravidanza, e a

276
PIÙ DELLA SOMMA DELLE PARTI

quel punto il medico disse: 'Non mi interessa cosa dicono i test,


lei è incinta di tre mesi'. All'epoca non pensammo nulla. Ma con
il senno di poi mi sono convinta che, a causa del danno che Mi-
chelle aveva sofferto nell'utero, il mio corpo stava tentando di
farmi abortire. Ma non successe».
« Grazie a Dio! » dice Michelle.
«Meno male davvero» dice Carol.
Michelle è nata il 9 novembre 1973. Carol ha un ricordo con-
fuso di quei momenti. Il giorno in cui portò a casa Michelle dal-
l'ospedale, sua madre (la nonna di Michelle), che viveva con lo-
ro, ebbe un ictus. La famiglia si ritrovò nel caos.
Con il passare del tempo, Carol iniziò a notare qualche pro-
blema. Michelle non aumentava di peso. Non sembrava attiva e
difficilmente emetteva dei suoni. Inoltre non sembrava seguisse
con lo sguardo gli oggetti in movimento. Iniziò quella che sareb-
be diventata una serie infinita di visite mediche. Il primo indizio
che potesse esserci un qualche tipo di lesione cerebrale venne
raccolto quando Michelle aveva sei mesi. La madre, pensando
che Michelle avesse un problema ai muscoli oculari, portò la fi-
glia da un oculista, il quale scoprì che entrambi i nervi ottici era-
no danneggiati e molto chiari, anche se non completamente
bianchi, come nei non vedenti. L'oculista disse a Carol che la vi-
sta di Michelle non sarebbe mai stata normale. Gli occhiali non
sarebbero serviti, poiché a essere danneggiati non erano i cristal-
lini, ma i nervi ottici. Ancora più sconvolgenti erano gli indizi di
un grave problema che aveva origine nel cervello di Michelle, e
che aveva provocato il danno ai nervi ottici.
Più o meno nello stesso periodo Carol notò che Michelle non
girava il capo e che la mano destra era chiusa a pugno. I test sta-
bilirono che era «emi paretica», ossia che la parte destra del cor-
po era parzialmente paralizzata. La mano destra piegata era pa-
ragonabile a quella di una persona che avesse subito un ictus nel-
l'esmisfero sinistro. La maggior parte dei bambini inizia a gatto-
nare intorno ai sette mesi. Michelle invece si sedeva e si muoveva
aggrappandosi agli oggetti con la mano sinistra.
Malgrado il problema di Michelle non fosse chiaramente clas-
sificabile, il suo medico le diagnosticò la sindrome di Behr, in
modo che potesse ricevere cure mediche e il sussidio per i disabi-

277
IL CERVELLO INFINITO

li. Tuttavia Carol e Wally sapevano che la diagnosi era assurda,


poiché la sindrome di Behr è una rara condizione genetica, e nes-
suno nella loro famiglia mostrava i segni della malattia. A tre an-
ni, Michelle fu inviata in un centro per il trattamento della para-
lisi cerebrale, nonostante non le fosse stata diagnosticata questa
condizione.

Quando Michelle era bambina, la tomografia assiale computeriz-


zata (TAC) era appena stata messa a punto. Questa sofisticata me-
todica radiografica raccoglie numerose immagini della testa in
sezione trasversale e le invia a un computer. Le ossa risultano
bianche, il tessuto cerebrale grigio e le cavità corporee nere. Mi-
chelle venne sottoposta alla TAC quando aveva sei mesi, ma lari-
soluzione delle immagini era ancora troppo bassa. Le lastre mo-
stravano una massa grigia, da cu'i i medici non furono in grado di
trarre alcuna conclusione.
Carol era devastata dalla prospettiva che la sua bambina sa-
rebbe stata quasi cieca. Poi un giorno Wally passò nel salotto
mentre Carol stava dando la colazione a Michelle, e la madre
notò che la piccola seguiva il padre con lo sguardo.
«Lanciai i cereali fino al soffitto, ero così euforica» dice Ca-
rol, «perché signifiçava che Michelle non era completamente
cieca, che riusciva a vedere qualcosa». Qualche settimana dopo,
mentre Carol era seduta in veranda con Michelle, una motoci-
cletta passò per la strada, e Michelle la seguì con gli occhi.
Infine un giorno, quando la piccola aveva circa un anno, il
braccio destro, che era sempre rimasto piegato sul petto, si aprì.
All'età di due anni Michelle, che fino ad allora non aveva qua-
si emesso un suono, iniziò a parlare.
«Tornai a casa» racconta Wally, «e lei disse: 'ABC! ABC!' »Se·
duta in braccio al padre, Michelle metteva le dita sulle sue labbra
per sentire le vibrazioni mentre parlava. I medici dissero a Carol
che Michelle non aveva un disturbo dell'apprendimento, e infat-
ti sembrava avere un'intelligenza normale.
Tuttavia a due anni non sapeva ancora gattonare, così Wally,
che sapeva dell'amore di Michelle per la musica, le faceva sentire
il suo disco preferito, e quando la canzone era finita Michelle gri-
dava: « Mmm, mmm, mmm, ancora! »Allora Wally insisteva che

278
PIÙ DELLA SOMMA DELLE PARTI

Michelle gattonasse fino al giradischi prima che lui facesse ripar-


tire la canzone. Il quadro complessivo d'apprendimento di Mi-
chelle stava diventando chiaro - un ritardo significativo nello svi-
luppo. I medici dissero ai suoi genitori che avrebbero dovuto
abituarsi alla situazione, ma che in qualche modo Michelle ne sa-
rebbe venuta fuori. Carole Wally avevano qualche speranza.
Nel 1977, quando Carol era incinta per la terza volta di Jeff,
uno dei suoi medici la persuase a sottoporre di nuovo Michelle
alla TAC. Il medico disse a Carol che lo doveva al figlio che ancora
doveva nascere, per tentare di stabilire cosa fosse successo nel-
l'utero in modo da evitare che accadesse di nuovo.
All'epoca la risoluzione della TAC era migliorata notevolmen-
te, e quando Carol guardò i risultati, «le immagini erano come la
notte e il giorno: cervello da una parte, il vuoto dall'altra». Era
scioccata. «Se mi avessero mostrato delle immagini simili quan-
do Michelle aveva sei mesi, non credo ce l'avrei fatta». Ma a tre
anni e mezzo Michelle aveva già mostrato che il suo cervello po-
teva adattarsi e modificarsi. Carol sentiva che ci poteva essere
qualche speranza.

Michelle sa che i ricercatori del NIH, sotto la direzione di Jordan


Grafman, stanno studiando il suo caso. Carol portò Michelle al
NIH dopo aver letto un articolo del dottor Grafman sulla neuro-
plasticità che contraddiceva molte delle cose che Carol si era
sentita dire a proposito dei suoi problemi cerebrali. Grafman so-
steneva che con il giusto sostegno in molti casi il cervello poteva
svilupparsi e cambiare nel corso di tutta la vita, anche dopo una
lesione. I medici avevano detto a Carol che lo sviluppo mentale
di Michelle si sarebbe arrestato all'età di dodici anni, ma ormai
ne aveva già venticinque. Se Grafman aveva ragione, Michelle
aveva perso molti anni durante i quali sarebbe stato possibile
tentare altri trattamenti, una consapevolezza che suscitò il senso
di colpa di Carol, ma anche la fiducia.
Uno degli aspetti su cui Carole il dottor Grafman lavorarono
insieme consisteva nell'aiutare Michelle a comprendere meglio
la propria condizione e a controllare meglio i propri sentimenti.
Michelle è disarmante nella sua onestà quando parla delle
proprie emozioni. «Per molti anni, fin da quando ero piccola, se

279
IL CERVELLO INFINITO ,

non riuscivo a fare le cose a modo mio, diventavo isterica. N~


l'ultimo anno mi sono stancata di chi pensa ancora che io voMli&r
fare sempre di testa mia, altrimenti la ciste prenderebbe il con•,
trollo ». Ma aggiunge: «Da un anno a questa parte ho provato I'
spiegare ai miei genitori che la mia ciste può sopportare i Cllm•
biamenti ».
Malgrado conosca bene la spiegazione del dottor Grafman,
secondo cui il suo emisfero destro ora gestisce le attività di quel-
lo sinistro, come parlare, leggere, fare calcoli, Michelle talvolt11
parla della ciste come se questa avesse una sostanza propria, co·
me se fosse una specie di alieno con una propria personalità e VO·
lontà, piuttosto che un vuoto là dove avrebbe dovuto esserci l' e-
misfero sinistro. Questo paradosso mostra due tendenze nellll
sua mente. Michelle ha una memoria superiore per i dettagli
concreti, ma ha difficoltà con il pensiero astratto. Questa caratte·
ristica le dà qualche vantaggio. Michelle sa sillabare molto bene
e riesce a ricordare la disposizione delle lettere sulla pagina, poi-
ché, come molti pensatori concreti, può registrare gli eventi nella
memoria e mantenerli freschi e vividi come quando sono stati
percepiti. Tuttavia trova difficile capire una storia che presuppo-
ne una morale, un tema o un punto principale che non sia stato
chiarito esplicitamente, poiché questo richiede l'astrazione.
Ho riscontrato numerosi esempi di come Michelle interpreta i
simboli in modo concreto. Mentre Carol stava dicendo quanto
fosse scioccata vedendo la seconda TAC senza l'emisfero sinistro,
udii un rumore. Michelle, che stava ascoltando, iniziò a succhia-
re e a soffiare nella bottiglia da cui stava bevendo.
«Cosa stai facendo?» le chiese Carol.
«Oh, be', ecco, sto mettendo i miei sentimenti nella botti-
glia» rispose Michelle, come se pensasse che i suoi sentimenti
potessero essere letteralmente «espirati» nella bottiglia.
Chiesi a Michelle se la descrizione che sua madre aveva fatto
della TAC la turbasse.
«No, no, no, ecco, è importante dire queste cose, riesco perfi-
no a tenere sotto controllo il mio lato destro» - un esempio della
convinzione di Michelle secondo cui, quando qualcosa la scon-
volge, la ciste «prende il controllo».
Talvolta Michelle usa parole senza senso, non tanto per comu-

280
PIÙ DELLA SOMMA DELLE PARI1

111~·nre quanto per scaricare le emozioni. Una volta disse di sfug-


1'.llU che le piaceva fare i cruciverba e i crucipuzzle, anche guar-
' l~mdo la TV.
«È perché vuoi migliorare il tuo vocabolario?» le domandai.
Lei rispose: «Veramente - FARE COME LE API! FARE COME LE
\PI! - lo faccio mentre guardo le sit-com in televisione, così la
111iu mente non si annoia».
Michelle cantava a squarciagola «FARE COME LE API!», come
1111 frammento musicale inserito nella sua risposta. Le chiesi di
·.piegarmi.
«Non senso assoluto, quando, quando, quando, quando,
quando mi vengono chieste cose che mi agitano» disse lei.
Spesso Michelle sceglie le parole non tanto per il loro signifì-
1·oto astratto, ma piuttosto per le loro qualità fisiche, le loro asso-
nunze: un aspetto della concretezza.
Una volta, mentre scendeva di corsa dall'auto, Michelle
tibottò cantando: «TOOPERS IN YOUR POOPERS».* Nei ristoranti
Michelle spesso intona ad alta voce le proprie esclamazioni, e le
persone si voltano a guardarla. Prima che iniziasse a cantare,
quando era sotto pressione stringeva così forte la mascella che
ruppe due denti e il ponte che li sostituiva varie volte. In qualche
modo cantare frasi senza senso l'ha aiutata a non digrignare più i
denti. Le chiesi se così riuscisse a calmarsi.
«CONOSCO I TUOI INVESTIGATORI!» cantò lei. «Quando can-
to, il mio lato destro controlla la ciste».
«Ti fa sentire più tranquilla?» volli insistere.
«Credo di sì» fece lei.

Spesso il non senso è anche un modo per scherzare, come se Mi-


chelle volesse far fronte a una situazione usando parole buffe.
Ma questo accade tipicamente quando sente che la sua mente sta
cedendo e lei non riesce a capire perché.
«Il mio lato destro» spiega «non può fare alcune cose che il
lato destro degli altri può fare. Posso prendere semplici decisio-

* Espressione intraducibile e senza senso anche in inglese. (N.d. I)

281
IL CERVELLO INFINITO

ni, ma non decisioni che richiedono molta riflessione sogget·


tiva ».
Ecco perché Michelle adora le attività ripetitive che invece
potrebbero far impazzire altre persone, come ad esempio il data
entry. Attualmente gestisce e inserisce tutti i dati relativi all'elen-
co dei cinquemila parrocchiani della chiesa dove lavora sua ma·
dre. Mi mostra uno dei suoi passatempi preferiti al computer - il
solitario. Mentre la osservo, sono sorpreso dalla velocità con cui
gioca. In questo compito, dove non sono richieste valutazioni
«soggettive», Michelle è estremamente brava. .
«Oh! Oh! Guarda, oh, oh, guarda qui!» Mentre strilla di
gioia, piazzando le carte e gridandone i nomi, inizia a cantare. Mi
rendo conto che Michelle visualizza l'intero piano di gioco nella
sua testa. Conosce la posizione e il valore di ogni carta, che al
momento sia coperta o meno.
L'altro compito ripetitivo che le piace fare è piegare: ogni set-
timana, con il sorriso sulle labbra e a una velocità fulminea, Mi-
chelle piega mille opuscoli della chiesa in mezz'ora - e con lina
mano sola.

Il problema di astrazione è probabilmente il prezzo più alto pa-


gato da Michelle per il fatto di avere un emisfero destro «so-
vraffollato». Per valutare meglio le sue capacità di astrazione, le
ho chiesto di spiegarmi alcuni proverbi.
Cosa significa «non piangere sul latte versato »?
«Significa che non si deve perdere tempo a preoccuparsi di
qualcosa».
Le chiedo di dirmi di più, sperando che aggiunga che non ser-
ve a nulla concentrarsi sulle disgrazie per le quali non possiamo
fare nulla.
Michelle inizia a respirare affannosamente e a cantare con vo-
ce agitata: «NON MI PIACCIONO LE FESTE, LE FESTE, UUUUUUH ».
Poi mi dice di conoscere una frase meti;iforica: «È così che la
palla rimbalza».* Significa« così vanno le cose».

* Nell'orig. «That's the way the ball bounces», modo di dire americano
che significa, appunto,« così vanno le cose». (N.d. T)

282
PIÙ DELLA SOMMA DELLE PARTI

Poi le chiedo di interpretare un proverbio che non ha mai


·1cntito: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra».
Di nuovo, Michelle comincia a respirare faticosamente. Visto
rhe va in chiesa, le ricordo l'episodio del Vangelo in cui Gesù
pronuncia quella frase.
Michelle singhiozza e respira in preda ali' agitazione. «DEVO
TROVARE I TUOI PISELLI! Devo rifletterci».
Proseguo interrogandola sulle somiglianze e le differenze tra
oggetti, un test sull'astrazione meno impegnativo dell'interpreta-
1.ione dei proverbi ma che implica sequenze di simboli più lun-
ghe. Somiglianze e differenze hanno molto più a che fare con i
dettagli.
In questo caso, Michelle esegue il compito molto più rapida-
mente della maggior parte delle persone. Cos'hanno in comune
una sedia e un cavallo? Senza perdere un colpo Michelle rispon-
de: «Hanno entrambi quattro gambe e ti ci puoi sedere sopra».
«E una differenza?» «Un cavallo è vivo, la sedia no. E il cavallo
può muoversi da solo». Le faccio altre domande simili, e lei ri-
sponde sempre alla perfezione e a una velocità impressionante.
Inoltre non si mette a cantare frasi senza senso. Poi le chiedo di
risolvere alcuni problemi aritmetici e mnemonici, e anche questa
volta risponde benissimo. Mi racconta che a scuola l'aritmetica
per lei era molto semplice, e che era così brava che la tolsero dal-
la classe speciale e la inserirono in una normale. Ma in terza me-
Jia, quando venne introdotta l'algebra, che è più astratta, ebbe
molte difficoltà. La stessa cosa accadde in storia. All'inizio era
bravissima, ma quando in terza media venivano introdotti dei
concetti storici, Michelle faceva fatica a comprenderli. Emerse
così un quadro coerente: la memoria per i dettagli era eccellente;
il pensiero astratto era una vera sfida.

Avevo inziato a sospettare che Michelle fosse un savant con abi-


lità mentali straordinarie quando, nelle nostre conversazioni, in
modo del tutto naturale, ma con un'accuratezza e una sicurezza
non comuni, Michelle correggeva la madre sulla data di un epi-
sodio particolare. Carol menzionò un viaggio in Irlanda e chiese
alla figlia quando si svolse.
«Maggio dell'87 »rispose lei immediatamente.

283
IL CERVELLO INFINITO

Le chiesi come faceva. «Ricordo la maggior parte de;lle cose ...


Credo che i miei ricordi siano più chiari, o qualcosa del genere».
Michelle mi disse che i suoi ricordi più nitidi risalivano a diciotto
anni prima, alla metà degli anni Ottanta. Le chiesi se, come molti
savant, avesse una formula o delle regole per ricordarsi le date.
Michelle mi disse che di solito ricordava la data e l'evento senza
bisogno di calcoli, ma sapeva anche che il calendario segue uno
schema di sei anni per poi passare a uno schema di cinque anni,
in corrispondenza degli anni bisestili. «Oggi è mercoledì 4 giu-
gno. Sei anni fa il 4 giugno era ancora un mercoledì».
«Ci sono altre regole?» le chiesi. «Che giorno era il 4 giugno
di tre anni fa?»
«Era domenica».
«Hai usato una regola? » le chiesi.
«No. Ho usato solo la memoria».
Sorpreso, le domandai se fosse mai stata affascinata dai calen-
dari. Lei rispose semplicemente di no. Le piaceva ricordare le
cose?
«È solo una cosa che faccio».
Le chiesi una raffica di date che avrei controllato più tardi.
« 2 marzo 1985? »
«Era un sabato». La sua risposta fu immediata e corretta.
« 17 luglio 1985? »
«Un mercoledì». Risposta immediata e corretta. Mi resi con-
to che era più difficile per me pensare a una data a caso che per
lei darmi la risposta.
Avendomi detto che era in grado di ricordare i giorni fin verso
la metà degli anni Ottanta, provai a spingerla al di là del suo limi-
te e le chiesi che giorno era il 22 agosto 1983.
Questa volta Michelle impiegò mezzo minuto per rispondere,
facendo calcoli e sussurrando fra sé e sé, anziché ricordare.
«22 agosto 1983, mmm ... era un martedì».
«Perché è stato più difficile? »
«Perché nella mia mente arrivo fino alla primavera del 1984.
Fino ad allora ho dei buoni ricordi». Mi spiegò che aveva un ri-
cordo chiaro di ogni singolo giorno e di quello che le era succes-
so nel periodo della scuola, e che usava quei giorni come un ap-
piglio.

284
PIÙ DELLA SOMMA DELLE PARTI

«Il 1° agosto del 1985 era un giovedì. Poi sono andata indie-
tro di due anni. Il 1° agosto del 1984 era un mercoledì».
«Ho detto una stupidaggine» aggiunse ridendo. «Ho detto
che il 22 agosto 1983 era un martedì. In realtà era un lunedì».
Controllai, e la correzione era esatta.
La sua rapidità di calcolo era impressionante, ma ancora più
sorprendente era la chiarezza con cui Michelle ricordava eventi
accaduti nel corso dei diciotto anni precedenti.
Talvolta i savant hanno dei modi inusuali di rappresentare le
esperienze. Il neuropsicologo Aleksandr Lurija lavorò con un
soggetto dalle capacità mnemoniche eccezionali, « S. », che era
in grado di memorizzare lunghe tabelle di numeri casuali, e che
si guadagnava da vivere sfruttando le proprie abilità. S. aveva
una memoria fotografica che risaliva fino all'infanzia, e inoltre
era un « sinesteta », ossia i suoi sensi, connessi in modo inusuale,
erano« incrociati». I sinesteti più dotati possono avvertire i con-
cetti, come i giorni della settimana, come dei colori, cosa che
consente loro di avere delle esperienze e dei ricordi particolar-
mente vividi. S. associava certi numeri ai colori e, come Michelle,
spesso non era in grado di cogliere il senso del discorso.
«Ci sono persone» dissi a Michelle, «che, quando immagina-
no un giorno della settimana, vedono un colore - così da render-
lo più chiaro. Possono associare il mercoledì al rosso, il giovedì
al blu, il venerdì al nero ... »
« Ooh, ooh! »disse lei. Le domandai se fosse quella la sua abi-
lità.
«Be', non un codice di colori come quello». Michelle associa-
va delle scene ai giorni della settimana. «Per il lunedì mi immagi-
no la mia classe al Child Development Center. Per la parola
'ciao' mi immagino la stanzetta sulla destra vicino all'ingresso del
Belle Willard ».
«Santo cielo!» esclamò Carol. La madre spiegò che Michelle
era andata al Belle Willard, un centro d'istruzione speciale, da
quando aveva quattordici mesi fino a due anni e dieci mesi.
Passammo in rassegna i giorni della settimana. Ognuno era
collegato a una scena. Sabato. Michelle dice di aver visto nelle
vicinanze di casa sua una giostra giocattolo con la base verde e il
tetto giallo traforato. Immagina di essersi «seduta» sulla giostra

285
IL CERVELLO INFINITO

da bambina «sulla prima sillaba di 'sabato'», motivo per cui


Michelle associa il sabato a questa scena. La domenica è collega-
ta a una giornata di sole tramite il suono della parola « sole».*
Tuttavia ci sono scene che Michelle non sa spiegare. Venerdì.
«Una vista dall'alto della griglia per i pancake che usavamo nella
nostra vecchia cucina», che Michelle ha visto l'ultima volta di-
ciotto anni fa, prima che la cucina venisse riarredata. (Forse Mi-
chelle associa il «venerdì » con la grig~a poiché veniva usata per
friggere.)**

Jordan Grafman ha cercato di capire come funziona il cervello di


Michelle. Dopo aver letto il suo articolo sulla plasticità, Carol
contattò Grafman, il quale le disse che avrebbe potuto portargli
Michelle per una visita. Da allora, Michelle si è sottoposta ai test,
e Grafman ha utilizzato le sue scoperte per aiutarla a adattarsi al-
la sua situazione e a capire meglio come si sia sviluppato il suo
cervello.
Grafman ha un sorriso caloroso, una voce melodiosa e i capel-
li biondi, e il suo metro e ottanta riempie il piccolo studio tap-
pezzato di libri presso il NIH. Dirige la Cognitive Neurosciences
Section del National Institute of Neurological Disorders and
Stroke. Grafrnan si occupa in particolare di due aspetti: com-
prendere i lobi frontali e la neuroplasticità - che, se presi insie-
me, possono spiegare gli straordinari punti di forza così come le
difficoltà di Michelle.
Grafman ha prestato servizio per vent'anni come capitano
dell'aviazione degli Stati Uniti, presso il Biomedica} Sciences
Command. Ha ricevuto una medaglia al valore per il suo lavoro
come capo del Vietnam Head Injury Study. Probabilmente ha vi-
sto più persone con lesioni al lobo frontale di chiunque altro al
mondo.
La sua stessa vita è la storia di una trasformazione impressio-
nante. Quando Jordan frequentava la scuola elementare, il padre
ebbe un terribile ictus che provocò un tipo di lesione cerebrale
all'epoca ancora poco noto ai medici e che ne modificò la perso-

* Sun in inglese, di qui il legame con sunday, «domenica». (N.d. T)


** Assonanza tra /riday («venerdì») e fry («friggere»). (N. d. T)

286
PIÙ DELLA SOMMA DELLE PARTI

nalità. Mostrava delle esplosioni emotive e quella che in neurolo-


gia viene eufemisticamente chiamata «disinibizione sociale» -
ossia la liberazione di istinti aggressivi e sessuali normalmente re-
pressi o inibiti. Inoltre non era in grado di capire il senso di
quanto le persone gli stessero dicendo. J ordan non capiva cosa
provocasse il comportamento di suo padre. I suoi genitori divor-
ziarono, e il padre visse il resto della sua vita in un. ostello di Chi-
cago, dove morì solo, a causa di un secondo ictus, in un vicolo.
Jordan, preso dal panico, smise di frequentare la scuola ele-
mentare e divenne un delinquente minorile. Tuttavia qualcosa
dentro di lui desiderava altro, così iniziò a trascorrere le sue mat-
tinate a leggere nella biblioteca pubblica, scoprendo Dostoevskij
e altri grandi scrittori. Di pomeriggio frequentava l'Art Institute,
finché non capì che era un punto di ritrovo di pedofili. Jordan
passava le serate nei locali jazz e blues di Chicago. Ricevette la
sua vera educazione psicologica sulla strada, imparando per pro-
ve ed errori come cavarsela. Per evitare di essere mandato al
riformatorio di St. Charles, in pratica una prigione per ragazzini
con meno di sedici anni, passò quattro anni in una casa famiglia,
dove incontrò uno psicoterapeuta che lo salvò e lo preparò per il
resto della sua vita. Dopo aver ottenuto il diploma fuggì dal gri-
giore di Chicago per i colori della California. Si innamorò dello
Yosemite National Park e deci~e di diventare geologo. Ma per
caso assistette a un corso di psicologia del sogno: lo trovò così af-
fascinante che passò a psicologia.

Il suo primo incontro con la neuroplasticità avvenne nel 1977,


mentre frequentava la University of Wisconsin, occupandosi di
una donna afroamericana che, nonostante una lesione cerebrale,
si riprese in modo inaspettato. Renata, come la chiama Grafman,
era stata aggredita e strangolata in Centra! Park, a New York, e
data per morta. L'assenza di ossigeno al cervello fu abbastanza
lunga da provocare una lesione anossica - ossia la morte dei neu-
roni per mancanza di ossigeno. Grafman fu il primo a vederla,
più di cinque anni dopo l'aggressione, dopo che i medici aveva-
no perso ogni speranza. La corteccia motoria era stata così dan-
neggiata che la donna aveva grossi problemi di movimento, era
costretta su una sedia a rotelle e i suoi muscoli erano atrofizzati.

287
IL CERVELLO INFINITO

L'équipe riteneva che fosse rimasto lesionato l'ippocampo; Re·


nata aveva gravi problemi mnemonici e riusciva appena a legge-
re. Dal giorno dell'aggressione, la sua vita si era trasformata in
una spirale negativa. Non poteva lavorare e perse gli amici. Si
presumeva che fosse impossibile aiutare i pazienti come Renata,
dal momento che l'anossia lascia dietro di sé notevoli danni al
tessuto cerebrale, e la maggior parte dei medici era convinta che,
quando il tessuto cerebrale muore, il cervello non possa ripren-
dersi.
Ciò nonostante, l'équipe con cui lavorava Grafman iniziò ·a
sottoporre Renata a un allenamento intensivo - il genere di riabi-
litazione fisica a cui normalmente vengono sottoposti i pazienti
solo nelle prime settimane dopo la lesione. Grafman si stava oc-
cupando di ricerche sulla memoria, conosceva la riabilitazione, e
si chiedeva cosa sarebbe successo se i due campi si fossero inte-
grati. Suggerì che Renata facesse esercizi per la memoria, la lettu-
ra e il pensiero. 1 Grafman non sapeva che vent'anni prima il pa-
dre di Paul Bach-y-Rita aveva tratto benefici concreti da un pro-
gramma simile.
La donna iniziò a muoversi di più e divenne più comunicati-
va, fu in grado di concentrarsi meglio, di pensare e di ricordare
gli eventi quotidiani. Alla fine poté tornare a scuola, lavorare e
tornare a vivere. Malgrado non si sia mai completamente ripresa,
Grafman fu colpito dai suoi progressi, affermando che questi in-
terventi «avevano migliorato la qualità della vita di Renata iti
modo sbalorditivo».

L'aviazione degli Stati Uniti sostenne gli studi universitari di


Grafman. In cambio, venne fatto capitano e direttore della sezio-
ne neuropsicologica del Vietnam Head Injury Study, dove ebbe
modo per la seconda volta di studiare la neuroplasticità.2 Dal
momento che i soldati erano rivolti verso il campo di battaglia, il
flusso di schegge spesso penetrava e danneggiava i tessuti nella
parte frontale del cervello, i lobi frontali, che coordinano le altre
regioni cerebrali e permettono alla mente di concentrarsi sull' a-
spetto principale di una situazione, di porsi degli obiettivi e di
prendere decisioni a lungo termine.
Grafman voleva capire quali fattori influenzassero maggior-

288
PIÙ DELLA SOMMA DELLE PARTI

mente il recupero dei lobi frontali lesionati, così decise di esami-


nare in che modo la salute, il profilo genetico, lo status sociale e
l'intelligenza di un soldato prima della lesione potessero predire
le possibilità di recupero. Visto che tutti i militari dovevano sot-
toporsi ali'Armed Forces Qualifications Test (più o meno equi-
valente al test per il QI), Grafman poté studiare la relazione tra
l'intelligenza prima della lesione e dopo la guarigione. Trovò
che, prescindendo dalla dimensione e dalla posizione delle feri-
te, il QI di un soldato era un predittore importante del livello di
recupero delle funzioni mentali compromesse. 3 Una maggiore
abilità cognitiva consentiva al cervello di rispondere meglio a un
trauma grave. I dati raccolti da Grafman suggerivano che i solda-
ti più intelligenti sembravano maggiormente in grado di riorga-
nizzare le loro abilità cognitive a sostegno delle aree lesionate.
Come abbiamo visto, secondo il localizzazionismo ortodosso
ogni funzione cognitiva viene elaborata in un'area geneticamen-
te predefinita. Se quell'area viene distrutta da un proiettile, lo
stesso dovrebbe accadere- per sempre- alle funzioni corrispon-
denti, a meno che il cervello sia plastico e capace di adattarsi e di
creare nuove strutture per rimpiazzare quelle danneggiate.
Grafman intendeva esplorare i limiti e le potenzialità della
plasticità, per scoprire in quanto tempo avvenisse la riorganizza-
zione strutturale, e per capire se ci fossero tipi diversi di plasti-
cità. Grafman rifletté che, poiché ogni soggetto presentava una
lesione in un'area diversa, concentrarsi sui casi individuali sareb-
be stato più produttivo che indagare su ampi gruppi di pazienti.

La visione del cervello di Grafman integra una versione non or-


todossa del localizzazionismo con la plasticità.
Il cervello è diviso in settori, e nel corso dello sviluppo ogni
settore si assume la responsabilità principale per un tipo partico-
lare di attività mentale. Nelle attività complesse vari settori devo-
no interagire fra loro. Quando leggiamo, il significato di una pa-
rola viene immagazzinato o« mappato» in un settore del cervel-
lo; l'aspetto visivo delle lettere viene immagazzinato in un altro
settore, e il loro suono in un altro ancora. Ogni settore fa parte di
un network, in modo che, quando leggiamo una parola, possia-
mo vederla, udirne il suono e comprenderla. I neuroni di ciascun

289
IL CERVELLO INFINITO

settore devono attivarsi simultanemente - cioè coattivarsi - per·


ché sia possibile vedere, udire e capire allo stesso tempo.
Le regole per l'immagazzinamento di tutte queste informazio-
ni riflettono il principio use it or lose it. Più frequentemente usia-
mo una parola, più facilmente la troveremo. Anche i pazienti con
un danno al settore della parola sono in grado di recuperare le
parole che usavano più spesso prima della lesione rispetto a
quelle che usavano con minore frequenza.
Grafman ritiene che in ogni area del cervello che svolge una
certa attività, come ad esempio immagazzinare le parole, sono i
neuroni al centro dell'area i più impegnati nel compito. I neuro-
ni più esterni sono assai meno coinvolti, e questo fa sì che le aree
cerebrali adiacenti siano in competizione fra loro per arruolare i
neuroni «di confine». Le attività quotidiane determinano quale
area cerebrale vinca la competizione. Per un postino che guarda
gli indirizzi sulle buste senza pensare al loro significato, i neuroni
al confine tra I' area visiva e l'area del significato saranno più im-
pegnati a rappresentare l'aspetto visivo della parola. Per un filo-
sofo, interessato al significato delle parole, quei neuroni di confì·
ne saranno impegnati nel rappresentare il significato. Grafman
ritiene che tutto ciò che sappiamo dal neuroimaging di questi
confini ci dice che le aree possono espandersi rapidamente, an-
che nel giro di pochi minuti, per rispondere alle esigenze del mo-
mento.
Da questa ricerca Grafman ha identificato quattro tipi di pla·
sticità. 4
Il primo è l' «espansione della mappa», descritto poco fa, che
si verifica ampiamente ai confini tra aree cerebrali come risultato
delle attività quotidiane.
Il secondo tipo è la «riassegnazione sensoriale», che si verifi-
ca quando un senso è compromesso, come nei non vedenti.
Quando la corteccia visiva viene deprivata del suo input norma-
le, può ricevere nuovi input da un altro senso, come ad esempio
il tatto.
Il terzo tipo è il «mascheramento compensatorio», favorito
dal fatto che ci sono vari modi in cui il cervello può affrontare un
compito. Alcuni utilizzano dei punti di riferimento visivi per
spostarsi da un luogo all'altro. Altri, dotati di un «buon senso

290
PIÙ DELLA SOMMA DELLE PARTI

dell'orientamento», hanno un forte senso dello spazio, così, se


perdono quest'ultimo a causa di una lesione cerebrale, possono
tornare a utilizzare i punti di riferimento. Prima del riconosci-
mento della neuroplasticità, il mascheramento compensatorio -
chiamato anche compensazione o «strategie alternative», come
l'utilizzo di audiocassette per persone con problemi di lettura-
era il metodo principale con cui si aiutavano i bambini con pro-
blemi di apprendimento.
Il quarto tipo di plasticità viene chiamato «sostituzione della
regione speculare». Quando parte di un emisfero smette di fun-
zionare, la regione speculare nell'altro emisfero si adatta, svol-
gendo come meglio può la funzione mentale compromessa.5
Quest'ultima idea emerse dal lavoro condotto da Grafman e
dal suo collega Harvey Levin con un ragazzo, che chiameremo
Paul, il quale fu coinvolto in un incidente stradale quando aveva
sette mesi. Un colpo alla testa spinse le ossa del cranio fratturato
nel lobo parietale destro, la parte superiore al centro del cervello,
dietro i lobi frontali. L' équipe di Grafman visitò per la prima vol-
ta Paul quando aveva diciassette anni.
Sorprendentemente, Paul aveva problemi di calcolo ed elabo-
razione numerica. I soggetti con lesioni al lobo parietale destro
dovrebbero avere problemi nell'elaborazione delle informazioni
visuo-spaziali. Grafman e altri ricercatori avevano stabilito che
di norma è il lobo parietale sinistro che immagazzina i dati mate-
matici e svolge i calcoli aritmetici più semplici. Tuttavia, il lobo
sinistro di Paul non aveva subito danni.
Una TAC mostrò che Paul aveva una ciste nel lato destro lesio-
nato. Così Grafman e Levin lo sottoposero a una fMRI e, mentre
eseguivano la sc®sione, chiesero a Paul di risolvere dei semplici
problemi aritmetici. L'esame mostrava un'attivazione molto de-
bole dell'area parietale sinistra.
Sulla base di questi insoliti risultati, i ricercatori giunsero alla
conclusione che l'area sinistra era scarsamente attiva durante lo
svolgimento di problemi aritmetici poiché ora stava elaborando
le informazioni visuo-spaziali, funzione che non poteva più esse-
re svolta dal lobo parietale destro.
L'incidente automobilistico accadde prima che Paul, che ave-
va solo sette mesi, imparasse l'aritmetica, quindi prima che il lo-

291
IL CERVELLO INFINITO

bo parietale sinistro si specializzasse nell'elaborazione del calco·


lo. Nel periodo tra i sette mesi e sei anni più tardi, quando iniziò
a imparare l'aritmetica, per lui era stato molto più importante
muoversi: una competenza che richiedeva l'elaborazione visuo·
spaziale. Così tale funzione si stabilì nella regione cerebrale più
vicina al lobo parietale destro - il lobo parietale sinistro. Ora
Paul poteva muoversi nello spazio, ma a un prezzo. Quando do-
vette imparare l'aritmetica, la parte centrale del settore parietale
sinistro era già impegnata nell'elaborazione visuo-spaziale.

La teoria di Grafman fornisce una spiegazione di come si sia svi-


luppato il cervello di Michelle. La perdita di tessuto cerebrale si
verificò prima che l'emisfero destro potesse assumere una fun-
zionalità significativa. Dal momento che la plasticità raggiunge i
suoi massimi livelli nei primissimi anni di vita, ciò che probabil-
mente ha salvato Michelle da morte certa fu che la lesione si veri-
ficò così precocemente. Mentre il suo cervello si stava ancora
formando, l'emisfero destro ebbe il tempo di adattarsi quando
ancora si trovava nell'utero della madre, e Carol si prendeva cura
di lei.
È possibile che il suo emisfero destro, che normalmente ela-
bora le funzioni visuo-spaziali, fosse in grado di elaborare il lin-
guaggio poiché, essendo parzialmente cieca e capace a malapena
di gattonare, Michelle aveva imparato a parlare prima di vedere
e camminare. Il linguaggio avrebbe preso il posto delle funzioni
visuo-spaziali in Michelle, proprio come queste ultime avevano
avuto la meglio sulle funzioni aritmetiche nel caso di Paul.
La migrazione di una funzione mentale nell'emisfero opposto
può verificarsi poiché all'inizio del nostro sviluppo gli emisferi'
sono abbastanza simili, e solo più tardi vanno incontro a una gra-
duale specializzazione. 6 Il neuroimaging di bambini entro il pri-
mo anno <l'età mostrano l'elaborazione di nuovi suoni in entram-
bi gli emisferi. Entro i due anni questi stessi suoni vengono ela-
borati nell'emisfero sinistro, che ha cominciato a specializzarsi
nel linguaggio. Grafman si chiede se le abilità visuo-spaziali, co-
me il linguaggio nei bambini molto piccoli, siano inizialmente
presenti in entrambi gli emisferi per poi essere inibite nell'emi-
sfero sinistro man mano che il cervello si specializza. In altre pa-

292
PIÙ DELLA SOMMA DELLE PARTI

role, ogni emisfero tende a specializzarsi in determinate funzioni


ma senza essere cablato per queste. L'età in cui apprendiamo una
capacità mentale influenza fortemente l'area in cui questa verrà
elaborata. I neonati vengono esposti lentamente al mondo che li
circonda, e man mano che imparano nuove abilità, verranno uti-
lizzati proprio quei settori del cervello che sono più adatti alla lo-
ro elaborazione e che non sono ancora stati assegnati ad altre
funzioni.
«Ciò significa» dice Grafman, «che se prendiamo un milione
di persone e ne esaminiamo le medesime aree cerebrali, trovere-
mo che quelle aree saranno più o meno impegnate a svolgere le
medesime funzioni». Ma aggiunge: «Potrebbero però non tro-
varsi nella stessa identica posizione. E non dovrebbero esserlo,
poiché ognuno di noi ha esperienze diverse».

L'enigma della relazione tra le straordinarie capacità di Michelle


e le sue difficoltà è spiegato dal lavoro di Grafman sul lobo fron-
tale. Nello specifico, la sua ricerca sulla corteccia prefrontale
permette di spiegare il prezzo che Michelle ha dovuto pagare per
sopravvivere. I lobi prefrontali sono le regioni cerebrali peculiari
della specie umana, essendo maggiormente sviluppate nell'uomo
rispetto agli altri animali.
Secondo la teoria di Grafman, nel corso dell'evoluzione la
corteccia prefrontale ha sviluppato l'abilità di catturare e tratte-
nere le informazioni per periodi _di tempo sempre più lunghi,
consentendo all'uomo di acquisire la capacità di previsione e la
memoria. Il lobo frontale sinistro si è specializzato nell'immagaz-
zinare i ricordi relativi a eventi individuali, e il lobo destro a
estrapolare l'argomento o l'aspetto principale da una serie di
eventi o da una vicenda.
La capacità di formulare previsioni implica l'estrapolazione di
un aspetto centrale in una serie di eventi prima che la serie stessa
sia completamente dipanata, e ciò costituisce un grande vantag-
gio nella vita: sapere che quando una tigre si accovaccia si sta
preparando ad attaccare può significare la nostra sopravvivenza.
Chi è in grado di formulare previsioni non deve avere esperienza
dell'intera serie di eventi per sapere che cosa sta per accadere.
Le persone con lesioni al lobo prefrontale destro mostrano

293
IL CERVELLO INFINITO

una compromissione nel fare previsioni. Possono guardare un


film, ma non riescono a coglierne il tema principale o intuire co-
me si svilupperà la trama. Hanno difficoltà di organizzazione,
dal momento che ciò richiede che si ordinino una serie di eventi
in modo che conducano a un risultato, a uno scopo o a una situa-
zione particolare che ci siamo prefissati. Queste persone hanno
difficoltà anche nel mettere in pratica i loro piani. Essendo inca-
paci di concentrarsi sull'obiettivo, si lasciano facilmente distrar-
re. Spesso sono socialmente inappropriate, poiché non colgono
gli aspetti specifici delle interazioni sociali, che sono costituite da
serie di eventi, e hanno grosse difficoltà nel comprendere me-
tafore e similitudini, che richiedono l'estrapolazione di un ele-
mento centrale da vari dettagli. Se un poeta dice: «Il matrimonio
è un campo di battaglia», è importante sapere che il poeta non
intende dire che il matrimonio consiste di esplosioni e cadaveri
veri e propri, ma piuttosto che un marito e una moglie combatto-
no furiosamente.
Tutte le attività in cui Michelle ha delle difficoltà - cogliere il
punto principale di una questione, capire i proverbi, le metafore,
i concetti e il pensiero astratto - sono tipiche del lobo prefronta-
le destro. I test standardizzati messi a punto da Grafman hanno
confermato che Michelle ha difficoltà nel pianificare, nell'affron-
tare le situazioni sociali, nel capire le motivazioni (la modalità so-
ciale del cogliere il punto della situazione); inoltre ha alcuni pro-
blemi di empatia e difficoltà nel prevedere il comportamento al-
trui. L'assenza relativa di capacità di previsione, ritiene Graf-
man, aumenta i livelli di ansia di Michelle, che per questo ha
maggiori difficoltà a controllare i propri impulsi. D'altra parte,
ha le capacità, tipiche dei savants, di ricordare singoli eventi e la
data esatta in cui si sono verificati - una funzione tipica del lobo
prefrontale sinistro.
Grafman è convinto che Michelle abbia lo stesso tipo di adat-
tamento speculare di Paul, ma che nel suo caso i siti speculari
siano i lobi prefrontali. Prima di imparare a capire il punto della
situazione, impariamo la registrazione di eventi, una funzione
soprattutto del lobo prefr9ntale sinistro. Tale competenza ha oc-
cupato il lobo prefrontale destro di Michelle a tal punto che l' e-

294
PIÙ DELLA SOMMA DELLE PARTI

strapolazione del senso non ha mai avuto la possibilità di svilup-


parsi appieno.
Quando mi incontrai con Gra&nan dopo aver visto Michelle,
gli chiesi perché la ragazza ricordasse gli eventi del passato molto
meglio di tutti noi. Perché tale capacità non ha raggiunto un li-
vello senllplicemente normale?
Grafman pensa che l'abilità superiore di Michelle nel ricorda-
re gli eventi possa essere correlata al fatto di avere un solo emi-
sfero. Di solito i due emisferi sono in costante comunicazione.
Ciascun emisfero non solo informa l'altro delle proprie attività,
ma lo corregge, talvolta ponendogli dei limiti ed equilibrandone
le eccentricità. Cosa accade quando un emisfero è compromesso
e non può più inibire l'altro?
Il dottor Bruce Miller, professore di neurologia presso la Uni-
versity of California di San Francisco, ha descritto il caso sorpren-
dente di alcuni soggetti con demenza fronto-temporale nell'emi-
sfero cerebrale sinistro che perdono la capacità di comprendere il
significato delle parole ma sviluppano spontaneamente insolite
capacità artistiche, musicali e ritmiche: attività elaborate normal-
mente nei lobi temporale e parietale destri. Ad esempio, questi
soggetti diventano particolarmente bravi nel disegnare i dettagli.
Miller ipotizza che l'emisfero sinistro si comporta di solito come
un «bullo», che inibisce e reprime l'emisfero destro. Quando l' e-
misfero sinistro ha qualche esitazione, il potenziale ancora non
compromesso dell'emisfero destro può così emergere.
Infatti, le persone con disabilità possono trarre beneficio dalla
liberazione di un emisfero dall'altro. Il noto libro di Betty
Edwards, Drawing on the Right Side o/ the Brain, pubblicato nel
1979, anni prima della scoperta di Miller, insegnava alle persone
a trovare un modo per impedire all'emisfero sinistro, verbale e
analitico, di inibire le tendenze artistiche dell'emisfero destro. 7
Ispirata dalla ricerca neuroscientifica di Richard Sperry, la
Edwards insegnava che l'emisfero sinistro, «verbale», «logico»
e «analitico», percepisce secondo modalità che in realtà interfe-
riscono con il disegno e tende a opprimere l'emisfero destro, che
invece è più portato a disegnare. La strategia principale della
Edwards consisteva nel disattivare l'inibizione dell'emisfero sini-
stro nei confronti dell'emisfero destro assegnando allo studente

295
IL CERVELLO INFINITO

un compito che l'emisfero sinistro non sarebbe stato in grado di


capire e perciò di «inibire». Ad esempio, gli studenti dovevano
riprodurre uno schizzo di Picasso guardandolo sottosopra: la
Edwards scoprì che gli studenti svolgevano un lavoro molto mi-
gliore che se avessero osservato l'originale nel verso giusto. Gli
studenti diventavano abili a disegnare molto rapidamente piut-
tosto che acquisire tale capacità in modo graduale.
Nell'ottica di Grafman, la formidabile capacità di Michelle di
ricordare gli eventi potrebbe essersi sviluppata poiché, una volta
insediatasi nell'emisfero destro, non vi era un emisfero sinistro a
inibirla, come accade di solito quando abbiamo colto il punto
della situazione e i dettagli perdono la loro importanza. 8
Dal momento che vi sono diverse migliaia di attività cerebrali
in funzione contemporaneamente, abbiamo bisogno di inibire,
controllare e regolare il cervello affinché questo si mantenga sa-
no, organizzato e sotto controllo e affinché noi non « sbandiamò
da tutte le parti». Potrebbe sembrare che l'aspetto più terribile
di un disturbo cerebrale sia la possibilità che questo possa can-
cellare certe funzioni mentali. Ma un disturbo cerebrale è altret-
tanto devastante quando fa emergere parti di noi che non vor-
remmo esistessero. Buona parte del cervello ha una funzione ini-
bitoria, e quando perdiamo tale inibizione, impulsi e istinti inde-
siderati emergono con tutta la loro forza, condizionando il no-
stro comportamento e devastando la famiglia e le relazioni.
Qualche anno fa Jordan Grafman riuscì a ottenere le cartelle.
cliniche dall'ospedale dove suo padre ricevette la diagnosi di ic-
tus che ne avrebbe provocato i comportamenti disinibiti e il defi-
nitivo declino. Grafman scoprì che l'ictus di suo padre aveva col-
pito la corteccia frontale destra, l'area che lui stesso aveva studia-
to per venticinque anni.

Prima di andarmene, devo visitare il rifugio di Michelle. «Ecco


la mia stanza» dice lei con orgoglio. È dipinta di blu ed è piena
della sua collezione di orsacchiotti, Topolino, Minnie e Bugs
Bunny. Sugli scaffali ci sono centinaia di libri della collana Baby-
Sitters Club, molto apprezzata dalle ragazze preadolescenti. Mi-
chelle ha una collezione di nastri di Carol Burnette adora le can-
zoni degli anni Sessanta e Settanta. Vedendo la sua stanza, mi

296
PIÙ DELLA SOMMA DELLE PARTI

chiedo come sia la sua vita sociale. Carol mi spiega che la figlia è
cresciuta in modo solitario, e che ha sempre preferito i libri.
«Sembrava che non volesse nient'altro» dice Carol alla figlia.
Un medico pensava che Michelle mostrasse dei comportamenti
autistici J?Ur senza essere autistica, e anch'io posso vedere che
non lo è. E cortese, è consapevole dell'andirivieni delle persone, è
affettuosa e legata ai suoi genitori. Ricerca il contatto con gli altri,
e si sente ferita quando non la guardano negli occhi, come spesso
accade quando le« persone normali» incontrano i disabili.
Udendo il commento sull'autismo, Michelle interviene im-
provvisamente: «La mia teoria è che mi è sempre piaciuto stare
da sola perché così non avrei creato problemi». Ha molti ricordi
dolorosi per aver provato a giocare con gli altri bambini, e di co-
me questi non sapessero come comportarsi con qualcuno che
avesse le disabilità di Michelle, in particolare la sua ipersensibi-
lità ai suoni. Le chiedo se è ancora in contatto con qualche amico
del passato.
«No» risponde lei.
«No, nessuno» sospira Carol gravemente.
Chiedo a Michelle se, in terza media o in prima superiore,
quando i ragazzi e le ragazze socializzano di più, provasse il desi-
derio di uscire con qualcuno.
«No, no». Dice di non essersi mai presa una cotta per nessu-
no, di non essere stata mai realmente interessata a queste cose.
«Hai mai sognato di sposarti? »
«Non credo».

C'è un tema di fondo nelle preferenze, nei gusti e nei desideri di


Michelle. I libri della Baby-Sitters Club, lo humour inoffensivo
di Carol Burnett, la collezione di orsacchiotti, e qualunque altra
cosa abbia visto nella camera blu di Michelle faceva parte di
quella fase dello sviluppo chiamata «latenza», ossia il periodo
relativamente tranquillo che precede le tempeste della pubertà e
l'esplosione degli istinti. Michelle, mi è sembrato, mostrava mol-
te passioni tipiche della latenza, e mi sono ritrovato a chiedermi
se l'assenza del lobo sinistro avesse influito sul suo sviluppo or-
monale, malgrado Michelle fosse una donna perfettamente svi-
luppata. Forse quei gusti erano il risultato dell'ambiente protetto

297
IL CERVELLO INFINITO

in cui era stata cresciuta, oppure la sua difficoltà a capire le moti-


vazioni degli altri l'hanno condotta in ~n mondo in cui gli istinti
sono tenuti sotto controllo e dove l'umorismo è pacato.
Carol e Wally, i genitori amorevoli di una ragazza disabile,
credono di dover preparare Michelle per quando loro non ci sa-
ranno più. Carol sta facendo del suo meglio perché i suoi fratelli
la aiutino, in modo che Michelle non rimanga sola. La madre
spera che riesca a trovare un lavoro presso le pompe funebri lo-
cali, quando la donna che si occupa dell'inserimento dati andrà
in pensione, risparmiando a Michelle il viaggio che la terrorizza.
La famiglia Mack ha dovuto affrontare altre preoccupazioni,
se non addirittura tragedie. Carol ha avuto un cancro. Il fratello
di Michelle, Bill, che Carol descrive come un «amante del brivi-
do», ha avuto svariati incidenti. Il giorno in cui venne nominato
capitano della squadra di football, i suoi compagni lo lanciarono
in aria per festeggiare, e Bill atterrò sulla testa, rompendosi il col-
lo. Fortunatamente, un' équipe chirurgica di prim'ordine lo ha
salvato dalla paralisi. Mentre Carol iniziava a raccontarmi di
quando andò da Bill in ospedale per dirgli che Dio stava cercan-
do di inviargli dei segnali, ho guardato Michelle. Sembrava sere-
na e sorridente.
«A cosa stai pensando, Michelle? »le chiedo.
«Sto bene».
«Ma stai sorridendo - trovi ci sia qualcosa di interessante?»
«Sì».
«Scommetto di sapere a cosa sta pensando» interviene Carol.
«Cosa? » dice Michelle.
«Al paradiso» risponde la madre.
«Credo di sì».
« Michelle » prosegue Carol, «ha una fede molto profonda.
Per certi versi la sua è una fede molto semplice». Michelle si è
fatta un'idea di come sarà il paradiso, e ogni volta che ci pensa
«sorride in quel modo».
«Sogni mai di notte?» le domando.
«Sì» risponde lei, «in modo frammentario. Ma non ho incu-
bi. Più che altro sogno a occhi aperti».
«Cosa sogni? » le chiedo.
«Soprattutto del cielo. Il paradiso».

298
PIÙ DELLA SOMMA DELLE PARTI

Le chiedo di parlarmene, e lei si eccita.


«D'accordo!» dice. «Ci sono alcune persone a cui tengo in
particolar modo, e il mio desiderio è che queste persone vivano
insieme, senza distinzione di sesso, vicine, le donne in un posto,
e gli uomini in un altro. E due uomini dovrebbero accordarsi che
mi venga offerto di vivere con le donne». Anche sua madre e suo
padre si trovano lì. Vivono tutti in un condominio molto alto, ma
i suoi genitori abitano a un piano più basso, mentre Michelle vi-
ve con le donne.
«Me lo ha detto un giorno» dice Carol. « 'Spero non ti di-
spiaccia, ma quando andremo tutti in paradiso, non voglio vivere
con voi'. lo ho detto: 'Va bene'».
Domando a Michelle cosa faranno le persone per divertirsi, e
lei spiega: «Le cose che fanno normalmente qui quando sono in
vacanza. Sai, come giocare a minigolf. Niente lavoro».
«Le donne e gli uomini uscirebbero insieme? »
«Non so. So che dovrebbero farlo. Ma solo per divertirsi».
«Pensi che in paradiso si possiedano cose materiali, come
piante e uccelli? »
«Oh, sì! Sì! E un'altra cosa sul paradiso è che tutto il cibo lì è
senza grassi e calorie, così potremmo mangiare tutto quello che
vogliamo. E non dovremmo usare il denaro per pagare le cose».
Poi aggiunge qualcosa che sua madre le ha sempre detto del pa-
radiso. «In paradiso c'è solo felicità. Non ci sono malattie. Solo
felicità».
Ora vedo il suo sorriso, un flusso straripante di pace interiore.
Nel paradiso di Michelle c'è tutto ciò per cui lei sta lottando: un
maggiore contatto limano, vaghi segnali di relazioni più intense
ma sicure tra uomini e donne, tutto ciò che per lei è piacevole.
Ma tutto ciò accade in un aldilà, dove, malgrado sia più indipen-
dente, Michelle può trovare i suoi genitori, a cui vuole così tanto
bene, senza andare troppo lontano. Non ha problemi di salute,
né desidera avere l'altra metà del suo cervello. È soddisfatta di
quello che ha.

299
Appendice 1.
Il cervello culturalmente modificato
Il cervello plasma la cultura, e la cultura plasma il cervello

Che relazione c'è tra cervello e cultura?


La risposta convenzionale degli scienziati è che il cervello
umano, da cui emergono tutti i pensieri e le azioni, produce la
cultura. Sulla base di quanto abbiamo acquisito a proposito della
neuroplasticità, questa risposta non è più adeguata.
La cultura non è solo il prodotto del cervello; per definizione,
è anche un insieme di attività che plasmano la mente. L'Oxford
English Dictionary fornisce un'importante definizione di « cul-
tura»: «coltivare o sviluppare [.. .] la mente, le facoltà, gli stili
ecc. [. .. ] migliorare o perfezionare l'educazione e la formazione
[. .. ]formare, sviluppare e perfezionare la mente, i gusti e i com-
portamenti». Accresciamo la nostra cultura attraverso varie atti-
vità, come i costumi, le arti, le modalità di interazione con gli al-
tri, l'uso delle tecnologie; imparando idee, credenze, condivi-
dendo una filosofia e una religione.
La ricerca neuroplastica ci ha mostrato che qualunque attività
sia stata mappata - fra cui attività fisiche, sensoriali, relative al-
l'apprendimento, al pensiero e all'immaginazione - modifica il
cervello così come la mente. Idee e attività culturali non sono
un'eccezione. Il cervello di ognuno di noi viene modificato da at-
tività culturali come leggere, studiare musica, o imparare una lin-
gua. Tutti abbiamo quello che potrebbe essere chiamato un
«cervello culturalmente modificato»; l'evoluzione della cultura

301
IL CERVELLO INFINITO

comporta sempre nuovi cambiamenti nel cervello. Con le parole


di Merzenich: «Il nostro cervello è molto diverso, nel dettaglio,
da quello dei nostri antenati [ ... ] In ogni stadio dello sviluppo
culturale[ ... ] l'essere umano medio deve imparare abilità e capa-
cità nuove e complesse che implicano una massiccia riorganizza-
zione del cervello[. .. ] Nel corso della nostra vita ognuno di noi
può realmente imparare un insieme incredibilmente elaborato di
abilità che si è sviluppato in epoche ancestrali, in un certo senso
ri-creando la storia dell'evoluzione culturale attraverso la neuro-
plasticità ». 1
Così una visione della cultura basata sulla neuroplasticità im-
plica che il cervello e il patrimonio genetico producono !a cultu-
ra, ma anche che la cultura plasma il cervello. Talvolta questi
cambiamenti possono essere di notevole portata.

I nomadi del mare

I nomadi del mare sono un popolo che vive su un gruppo di isole


tropicali nell'arcipelago al largo della costa occidentale della
Thailandia. Essendo tribù che si spostano sull'acqua, questi no-
madi imparano a nuotare ancor prima di camminare e vivono
più di metà della loro vita sulle barche in mare aperto, dove spes-
so nascono e muoiono. Sopravvivono coltivando vongole e ce-
trioli di mare. I bambini nuotano in profondità, spesso a dieci
metri sotto la superficie del mare, e raccolgono il cibo, fra cui
frammenti di vita marina, e così hanno fatto per secoli. Imparan-
do ad abbassare la frequenza cardiaca, possono rimanere sott' ac-
qua il doppio della maggior parte dei nuotatori. Fanno tutto
questo senza alcun equipaggiamento subacqueo. Una tribù, i Su-
lu, si spinge fino a oltre venti metri di profondità per raccogliere
le perle.
Ma ciò che distingue questi bambini, ai fini della nostra tratta-
zione, è che possono vedere con chiarezza anche a queste grandi
profondità, e senza occhiali protettivi. La maggior parte degli es-
seri umani non riesce a vedere chiaramente sott'acqua poiché
quando i raggi solari attraversano l'acqua vengono curvati, o« ri-
fratti», così che la luce non raggiunge la retina come dovrebbe. 2

302
APPENDICE 1

Anna Gislén, una ricercatrice svedese, studiò la cap~cità dei


nomadi del mare di leggere dei manifesti sott'acqua e trovò che
ottenevano risultati due volte migliori rispetto ai bambini euro-
pei.3 I nomadi imparavano a controllare la forma del cristallino
e, cosa ancora più significativa, la dimensione della pupilla, re-
stringendola del ventidue per cento. Si tratta di una scoperta no-
tevole, poiché sott'acqua la pupilla umana diventa automatica-
mente più grande, e si è sempre ritenuto che la regolazione della
pupilla fosse un riflesso innato, immutabile, controllato dal cer-
vello e dal sistema nervoso. 4
La capacità dei nomadi del mare di vedere sott'acqua non è il
prodotto di un'eccezionale dote genetica. La Gislén ha insegna-
to a dei bambini svedesi a restringere la pupilla sott'acqua - un
ulteriore esempio di come il cervello e il sistema nervoso mostri-
no risultati imprevisti dall'apprendimento, modificando quello
che è sempre stato ritenuto un circuito cablato e immutabile.

Le attt'vità culturali modificano la struttura cerebrale

La vista subacquea dei nomadi del mare è solo un esempio di co-


me le attività culturali possono modificare i circuiti cerebrali, in
questo caso conducendo a un cambiamento percettivo inedito e
apparentemente irrealizzabile. Malgrado non sia ancora stato
possibile sottoporre il cervello dei nomadi al neuroimaging, di-
sponiamo di studi che mostrano come le attività culturali modifi-
chino la struttura cerebrale. La musica è un'attività particolar-
mente impegnativa per il cervello. Un pianista che esegue il sesto
studio di Franz Lizst su temi di Paganini arriva a suonare diciot-
tomila note al minuto.5 Gli studi condotti da Taub e da altri ri-
cercatori su musicisti che suonavano strumenti a corda mostra-
rono che più il musicista si esercita, più le mappe cerebrali della
mano sinistra si ampliano, mentre i neuroni e le mappe che ri-
spondono ai timbri delle corde aumentano; 6 nei trombettisti, i
neuroni e le mappe che rispondono ai suoni tipici degli ottoni si
estendono. 7 Il neuroimaging mostra che nei musicisti alcune aree
del cervello - tra le altre, la corteccia motoria e il cervelletto - so-
no diverse rispetto ai non musicisti. 8 Il neuroimaging mostra an-

303
IL CERVELLO INFINITO

che che i musicisti che iniziano a suonare prima dei sette aqni
d'età hannn aree cerebrali più ampie, che connettono fra loro i
due emisferi.
Lo storico dell'arte Giorgio Vasari afferma che, quando Mi-
chelangelo dipinse la Cappella Sistina, costruì un ponteggio alto
fin quasi al soffitto e lavorò per venti mesi. Come scrive il Vasari,
«l'opera venne eseguita in condizioni di grande scomodità, dato
che Michelangelo doveva stare in piedi con la testa piegata all'in-
dietro, e in questo modo si rovinò la vista a tal punto che per
molti mesi poté leggere e guardare i disegni solo in quella posi-
zione». 9 Potrebbe trattarsi di un caso di riorganizzazione del
cervello, che si era adattato a vedere solo in quella posizione.
L'affermazione del Vasari potrebbe sembrare inverosimile, ma le
ricerche mostrano che indossando occhiali a prisma di inversiò-
ne, che ribaltano la visione esterna, dopo un certo periodo di
tempo il cervello si modifica e i centri percettivi si capovolgono,
così da percepire correttamente gli oggetti esterni e perfino leg-
gere libri capovolti. 10 Quando gli occhiali vengono tolti, il mon-
do sembra capovolto, finché non ci si riadatta, come fece Miche-
langelo .
. Non sono solo le attività «altamente culturali» a ricablare il
cervello. Il neuroimaging dei tassisti londinesi mostra che più an-
ni passano percorrendo le strade della capitale britannica, più au-
menta il volume dell'ippocampo, la parte del cervello che imma-
gazzina le rappresentazioni spaziali. 11 Anche le attività def tempo
libero modificano il cervello; i maestri di meditazione e chi prati-
ca questa disciplina hanno un'insula, una regione della corteccia
che si attiva quando ci concentriamo, più pesante. 12

A differenza dei musicisti, dei tassisti e dei maestri di meditazio-


ne, i nomadi del mare costituiscono un popolo di cacciatori-rac-
coglitori in mare aperto, che condividono tutti la vista subac-
quea.
I membri di ogni cultura tendono a condividere determinate
attività comuni, i «segni distintivi di una cultura». Per i nomadi
del mare si tratta della vista subacquea. Per chi di noi sta vivendo
l'era informatica, le attività tipiche della nostra cultura includo-
no la lettura, la scrittura, l'alfabetizzazione informatica e l'uso

304
APPENDICE 1

dei media elettronici. Le attività peculiari di ogni cultura si di-


stinguono da attività universalmente umane come vedere, ascol-
tare e camminare, che si sviluppano con stimoli minimi e sono
condivise da tutta l'umanità, anche da quelle rare persone che
sono state cresciute al di fuori di una cultura. Le attività tipiche
richiedono esercizio ed esperienza culturale e pòrtano allo svi-
luppo di un cervello cablato in modo nuovo e speciale. Gli esseri
umani non si sono evoluti per vedere nitidamente sott'acqua - ci
siamo lasciati alle spalle gli «occhi acquatici» insieme alle squa-
me e alle pinne, quando i nostri antenati sono emersi dal mare e
si sono evoluti per vedere sulla terraferma. La vista subacquea
non è un dono dell'evoluzione; il dono è la neuroplasticità che ci
permette di adattarci a un'ampia gamma di ambienti.

I nostri cervelli sono rimasti /ermi al Pleistocene?

Una spiegazione popolare di come il nostro cervello arrivi a svol-


gere attività legate alla cultura viene proposta dagli psicologi
evoluzionisti, un gruppo di ricercatori i quali sostengono che
tutti gli esseri umani condividono gli stessi moduli cerebrali di
base («dipartimenti» nel cervello), o hardware cerebrale, e che
questi moduli si sono evoluti per svolgere compiti culturali spe-
cifici, alcuni per il linguaggio, altri per la riproduzione, altri an-
cora per classificare il mondo, e così via. Tali moduli si sviluppa-
rono nel Pleistocene, da circa 1,8 milioni a diecimila anni fa,
quando l'uomo era un cacciatore-raccoglitore e i moduli veniva-
no trasmessi di generazione in generazione, essenzialmente im-
modificati dal punto di vista genetico. Poiché tutti condividiamo
questi moduli, gli aspetti chiave della natura umana e la psicolo-
gia sono pressoché universali. Inoltre questi psicologi notano
che il cervello umano adulto è anatomicamente immodificato fin
dal Pleistocene. Questo corollario si spinge troppo in là, poiché
non tiene conto della plasticità, anch'essa parte del nostro patri-
monio genetico. 13
Il cervello dei cacciatori-raccoglitori era plastico come il no-
stro, e non era rimasto fermo al Pleistocene, ma piuttosto era in
grado di riorganizzare la propria struttura e le proprie funzioni

305
IL CERVELLO INFINITO

in risposta alla condizioni mutevoli. Infatti, fu questa abilità del


cervello a modificare se stesso che ci permise di emergere dal
Pleistocene, un processo che l'archeologo Steven Mithen ha
chiamato« fluidità cognitiva» e che, come sostengo, ha le sue·ba-
si nella neuroplasticità. 14 Tutti i moduli cerebrali hanno un certo
grado di plasticità, e possono essere combinati e differenziati nel
corso della nostra vita individuale per svolgere numerose funzio-
ni - come nell'esperimento di Pascual-Leone, in cui lo studioso
bendò delle persone e dimostrò che il lobo occipitale, il quale
normalmente elabora l'informazione visiva, poteva elaborare an-
che il suono e il tatto. Il cambiamento modulare è necessario per
l'adattamento al mondo moderno, che ci espone a situazioni che
i nostri antenati cacciatori-raccoglitori non dovettero mai affron-
tare. Uno studio condotto con la fMRI mostra che riconosciamo
automobili e camion con lo stesso modulo cerebrale che utiliz-
ziamo per riconoscere i volti. 15 Chiaramente, il cervello dei cac-
ciatori-raccoglitori non si era evoluto per riconoscere auto e ca-
mion. È probabile che il modulo relativo alla forma del volto fos-
se molto più adatto dal punto di vista competitivo a elaborar~
anche queste forme - i fanali sono abbastanza simili agli occhi, il
cofano al naso, il radiatore alla bocca - così che il cervello plasti-
co, con un esercizio e un'alterazione strutturale minimi, poté ela-
borare l'immagine di un'auto con il sistema di riconoscimento
facciale.
I molti moduli cerebrali che un bambino deve usare per leg-
gere, scrivere e usare il computer si sono evoluti millenni prima
dell'alfabetizzazione, che risale solo a qualche migliaio di anni fa.
La diffusione dell'alfabetizzazione è stata così rapida che il cer-
vello non ebbe la possibilità di sviluppare un modulo genetico
specifico per la lettura. D'altra parte, è possibile insegnare a leg-
gere a membri di tribù di cacciatori-raccoglitori nel giro di una
generazione, e non c'è alcuna possibilità che l'intera tribù abbia
potuto sviluppare un gene per il modulo di lettura in così poco
tempo. Oggi un bambino, quando impara a leggere, ricapitola le
fasi attraversate dall'umanità. Trentamila anni fa l'umanità im-
parò a disegnare sulle pareti delle caverne, un linguaggio che ri-
chiedeva la formazione e il consolidamento dei legami tra le fun-
zioni visive (che elaborano le immagini) e le funzioni motorie

306
APPENDICE 1

(che muovono la mano). Questa fase fu seguita, intorno al 3000


a.C., dall'invenzione dei geroglifici, dove semplici immagini
standardizzate venivano utilizzate per rappresentare gli oggetti -
un cambiamento non così grande. In seguito, tali immagini gero-
glifiche vennero convertite in lettere, e il primo alfabeto fonetico
fu sviluppato per rappresentare suoni anziché immagini visive.
Questo cambiamento richiese il consolidamento delle connes-
sioni neuronali tra le varie funzioni che elaborano l'immagine
delle lettere, il loro suono e il loro significato, così come le fun-
zioni motorie che muovono gli occhi lungo la pagina.
Come compresero Merzenich e la Tallal, è possibile vedere i
circuiti della lettura tramite il neuroimaging. Quindi le attività
culturali distintive danno origine a circuiti cerebrali specifici che
non esistevano nei nostri antenati. Secondo Merzenich, «il no-
stro cervello è diverso da quello di tutti gli uomini prima di noi
[. .. ]. Il nostro cervello viene modificato a livello sostanziale, dal
punto di vista fisico e funzionale, ogni volta che impariamo una
nuova capacità o sviluppiamo una nuova abilità. Alle moderne
specializzazioni si associano cambiamenti di grande portata ». 16
E malgrado non tutti utilizzino le stesse aree cerebrali per legge-
re, dato che il cervello è plastico, vi sono tuttavia dei circuiti tipi-
ci per la lettura - un'evidenza fisica per cui l'attività culturale
conduce a strutture cerebrali modificate.

Perché gli esseri umani sono diventati i principali depositari


della cultura

Qualcuno potrebbe giustamente chiedere: perché l'essere uma-


no, e non altri animali, pur dotati di un cervello plastico, ha svi-
luppato la cultura? È vero, altri animali, come gli scimpanzé, di-
spongono di forme rudimentali di cultura e possono sia produr-
re utensili sia insegnarne l'utilizzo alla prole, oppure svolgere
elementari operazioni simboliche. Si tratta tuttavia di funzioni
molto limitate. Come fa notare il neuroscienziato Robert Sapol-
sky, la risposta risiede in una variazione genetica assai sottile tra
l'uomo e lo scimpanzé.17 L'uomo condivide il novantotto per
cento del DNA con gli scimpanzé. Il «progetto genoma umano»

307
IL CERVELLO INFINITO

ha permesso agli scienziati di stabilire con precisione quali geni


fossero diversi, ed è risultato che uno di questi è il gene che de-
termina il numero di neuroni che produrremo. Fondamental-
mente i nostri neuroni sono identici a quelli degli scimpanzé e
perfino delle lumache marine. Nell'embrione, tutti i nostri neu-
roni sono originati da un'unica cellula che si divide in due, poi in
quattro e così via. Un gene regolatore stabilisce quando quel
processo di divisione si debba arrestare, ed è questo gene che di-.
stingue l'uomo dallo scimpanzé. Nell'uomo, quel processo pro-
segue fino a raggiungere circa cento miliardi di neuroni. Si inter-
rompe un po' prima nel caso degli scimpanzé, il cui cervello è
grande un terzo del nostro. Il cervello dello scimpanzé è plastico,
ma la semplice differenza quantitativa tra il' cervello umano e
quello dello scimpanzé ha come conseguenza« un numero espo-
nenzialmente maggiore di interazioni tra i neuroni», poiché cia-
scun neurone può collegarsi a migliaia di cellule.
Come ha sottolineato lo scienziato Gerald Edelman, la sola
corteccia umana ha trenta miliardi di neuroni ed è in grado di
stabilire un milione di miliardi di connessioni sinaptiche. Edel-
man scrive: «Se considerassimo il numero di possibili circuiti
neurali, avremmo a che fare con numeri iperastronomici: del ti-
po 10 seguito da almeno un milione di zeri 18 ». (Le particelle del-
l'universo conosciuto sono più o meno 10 seguito da 79 zeri.)
Questi numeri straordinari spiegano perché il cervello umano
possa essere descritto come l'oggetto più complesso che si cono-
sca nell'universo, e perché sia capace di cambiamenti costanti e
massicci a livello microstrutturale, oltre a svolgere così tante fun-
zioni e comportamenti mentali diversi, fra cui le nostre attività
culturali.

Un modo non darwiniano per modificare le strutture biologiche

Fino alla scoperta della neuroplasticità, gli scienziati credevano


che l'unico modo in cui il cervello potesse modificare la propria
struttura fosse attraverso l'evoluzione delle specie, che nella
maggior parte dei casi impiega molte migliaia di anni. Secondo la
moderna teoria dell'evoluzionismo darwiniano, nuove strutture

308
APPENDICE 1

biologiche cerebrali si sviluppano in una data specie quando av-


vengono delle mutazioni genetiche, introducendo una variazio-
ne nel patrimonio genetico. Se tali variazioni hanno un valore
per la sopravvivenza, è più probabile che vengano trasmesse alla
generazione successiva.
Tuttavia la plasticità apre una nuova strada - oltre la mutazio-
ne genetica e la variazione - nell'introdurre nuove strutture bio-
logiche cerebrali negli individui con mezzi non darwiniani.
Quando un genitore legge, la struttura microscopica del suo cer-
vello viene modificata. Si può insegnare a leggere ai bambini, e
ciò a sua volta modifica la struttura biologica del loro cervello.
Il cervello si modifica in due modi. I microcircuiti che connet-
tono fra loro i moduli vengono alterati - non importa quanto. È
questo il caso dei moduli originari del cervello dei cacciatori-rac-
coglitori, poiché, nel cervello plastico, un cambiamento in un'a-
rea o in una funzione cerebrale « scorre » attraverso il cervello,
alterando tipicamente i moduli connessi.
Merzenich dimostrò che un cambiamento nella corteccia udi-
tiva - un aumento della frequenza d'attivazione - conduce a
cambiamenti nel lobo frontale connesso alla corteccia: «Non è
possibile cambiare la corteccia uditiva primaria senza influenza-
re ciò che sta accadendo nella corteccia frontale. È del tutto im-
possibile». Il cervello non dispone di un gruppo di regole plasti-
che specifiche per ogni regione. (Se fosse così, le varie parti del
cervello non sarebbero in grado di interagire.) Quando due mo-
duli vengono collegati in modo nuovo svolgendo un'attività cul-
turale - come quando la lettura collega per la prima volta i mo-
duli visivo e uditivo - i moduli di entrambe le funzioni vengono
modificati dall'interazione, dando origine a una nuova sintesi,
maggiore della somma delle sue parti. Una prospettiva che tenga
conto della plasticità e del localizzazionismo vede il cervello co-
me un sistema complesso in cui, come sostiene Geral<l Edelman,
«parti più piccole formano un gruppo eterogeneo di componen-
ti che sono più o meno indipendenti. Ma quando queste parti si
connettono fra loro in aggregati sempre più estesi, le loro funzio-
ni tendono a integrarsi, producendo nuove funzioni che dipen-
dono da un ordine d'integrazione superiore ». 19
Similmente, quando un modulo viene danneggiato, quelli

309
IL CERVELLO INFINITO

connessi vengono alterati. Quando perdiamo un senso - ad


esempio, l'udito - gli altri sensi diventano più attivi e più acuti
per far fronte alla perdita. Tuttavia non aumentano solo la quan-
tità della loro elaborazione, ma anche la qualità, assomigliando
sempre più alla funzionalità compromessa. Helen Neville e Do-
nald Lawson, due ricercatori che si occupano di neuroplasticità
(misurando la frequenza di attivazione neuronale per stabilire
quali settori del cervello sono attivi), trovarono che i non udenti
rendono più intensa la visione periferica per compensare il fatto
di poter udire da lontano gli oggetti che si avvicinano a loro. 20 I
soggetti sani possono udire usando la corteccia parietale, nella
parte superiore del cervello, per elaborare la visione periferica,
laddove i non udenti usano la corteccia visiva, nella parte poste-
riore del cervello. Un cambiamento in un modulo cerebrale - in
questo caso una diminuzione dell'output - porta a un cambia-
mento strutturale e funzionale in un altro modulo, così che gli
occhi del non udente arrivano a comportarsi in modo più simile
alle orecchie, e percepiscono meglio la periferia. .

Plasticità e sublimazione: come civilizziamo gli istinti


animaleschi

Il principio secondo cui i moduli che lavorano insieme si modifi-


cano reciprocamente potrebbe spiegare anche come sia possibile
per noi mescolare istinti brutalmente predatori e di dominio
(elaborati dai moduli dell'istinto) con la nostra sfera cognitivo-
cerebrale (elaborata dai moduli intellettivi), ad esempio nello
sport o in giochi competitivi come gli scacchi, in competizioni
artistiche, o persino in attività che esprimono allo stesso tempo
sia la componente istintiva sia quella intellettuale.
Un'attività di questo tipo è chiamata «sublimazione», un
processo finora non del tutto compreso attraverso il quale gli
istinti animaleschi vengono« civilizzati». Come si verifichi la su-
blimazione è da sempre un enigma. Chiaramente, buona parte
della cura dei figli è un processo che implica« civilizzare» i bam-
bini insegnando loro a reprimere o a canalizzare determinati
istinti in espressioni accettabili, come negli sport che implicano

310
APPENDICE 1

contatto fisico, nei giochi di società, nei videogiochi, nel teatro,


nella letteratura e nell'arte. Negli sport aggressivi, come ad esem-
pio football, hockey, pugilato e calcio, i tifosi spesso esprimono
questi istinti bruali («Uccidilo! Stendilo! Fallo fuori!», e così
via), ma le regole di civiltà modificano l'espressione dell'istinto,
così che i tifosi se ne vanno soddisfatti se la loro squadra risulta
vincitrice.
Per circa un secolo i pensatori influenzati da Darwin hanno
ammesso che nell'uomo vi fossero degli istinti animali, ma non
erano in grado di spiegare in che modo potesse avvenire la subli-
mazione di tali istinti. I neurologi dell'Ottocento, come John
HughlingsJackson e il giovane Freud, seguendo Darwin, divide-
vano il cervello in regioni «inferiori», che condividiamo con gli
animali e che elaborano gli istinti primordiali, e regioni « supe-
riori», peculiari dell'uomo, che possono inibire l'espressione
della nostra brutalità. Perciò, Freud credeva che la civiltà si ba-
sasse sulla parziale inibizione degli istinti sessuali e aggressivi. Ri-
teneva inoltre che potessimo spingerci molto in là nel reprimere i
nostri istinti, portandoci a sviluppare le nevrosi. La soluzione
ideale consisteva nell'esprimere tali istinti in modi che fossero
accettabili se non addirittura socialmente apprezzati, cosa possi-
bile poiché gli istinti, essendo plastici, potevano cambiare obiet-
tivo. Freud chiamò questo processo «sublimazione», ma se da
una parte lo riconosceva, dall'altra non spiegò mai con esattezza
come un istinto potesse essere trasformato in qualcosa di più ce-
rebrale.
Il cervello plastico risolve il dilemma della sublimazione. Le
aree che si sono evolute per svolgere le attività dei cacciatori-rac-
coglitori, come ad esempio seguire furtivamente la preda, posso-
no, essendo plastiche, essere sublimate in giochi competitivi, dal
momento che il cervello si è evoluto per collegare gruppi e mo-
duli neuronali secondo modalità nuove. Non c'è motivo per cui i
neuroni delle parti istintive del cervello non possano essere col-
legate a quelli delle aree più cognitivo-cerebrali e ai centri del
piacere, in modo che vengano letteralmente «cablati» insieme
per formare nuovi sistemi.
Tali sistemi sono più della, e si distinguono dalla; somma delle
loro parti. Ricordiamo che Merzenich e Pascual-Leone sostene-

311
IL CERVELLO INFINITO

vano che, quando due aree iniziano a interagire, si influenzano


redprocamente e formano una nuova unità. Quando un istinto,
come quello di inseguire la preda, viene collegato· a un'attività ci·
vilizzata, come ad esempio mettere nell'angolo il re dell'avversa·
rio nel gioco degli scacchi, e i network neuronali per gli istinti e
per l'attività intellettuale sono pure connessi, le due attività sem-·
brano moderarsi a vicenda: giocare a scacchi non ha più a che fa.
re con una caccia sanguinaria, anche se ha ancora qualcosa dcl-
i'eccitazione della caccia. La dicotomia tra istinti «bassi» e fa.
coltà cerebrali « alte» sta cominciando a svanire. Ogni volta che
l' «alto» e il «basso» si trasformano a vicenda per dare origine tt
una nuova unità, possiamo parlare di sublimazione.
La civilizzazione consiste di un insieme di tecniche in cui il
cervello del cacciatore-raccoglitore insegna a se stesso a riorga-
nizzarsi. Una triste prova che la civilizzazione è una sintesi delle
funzioni mentali superiori e inferiori si ha quando la civiltà
sprofonda nelle guerre civili, quando gli istinti emergono in tutta
la loro forza, e furti, rapine, distruzione e omicidi diventano la
norma. Poiché il cervello plastico può permettere che si separino
funzioni che in precedenza erano unite e sublimate, è sempre
possibile una regressione alla barbarie: la civiltà è una questione
delicata, che dovrà sempre essere insegnata generazione dopo
generazione.

Quando il cervello è in bilico tra due culture

Il cervello culturalmente modificato è soggetto al paradosso pia~


stico (discusso nel capitolo 9), che può renderci più flessibili ma
anche più rigidi. Un problema importante in relazione ai cam-
biamenti che avvengono in un mondo multiculturale.
L'immigrazione mette a dura prova il cervello plastico. Il pro-
cesso di apprendimento di una cultura - l'acculturazione - è
un'esperienza «additiva», e consiste nell'imparare cose nuove e
stabilire connessioni neuronali nuove man mano che « acquisia-
mo» la cultura. La plasticità additiva interviene anche quando il
cambiamento cerebrale è dovuto alla crescita. Ma la plasticità è
pure «sottrattiva» e può implicare che si «tolgano» delle cose,

312
APPENDICE 1

!'Ome quando il cervello dell'adolescente «sfronda» i neuroni, o


quando le connessioni neuronali che non vengono più utilizzate
vunno perse. Ogni volta che il cervello plastico acquisisce una
<~ultura e ne fa un uso ripetuto, deve pagare un prezzo per usu-
fruire di tale opportunità: in questo processo il cervello perde
qualche struttura neurale, poiché la plasticità è competitiva.
Patricia Kuhl, della University of Washington, Seattle, ha
condotto degli studi sulle onde cerebrali e ha dimostrato che i
neonati sono in grado di udire qualunque differenza di suono fra
le migliaia di lingue della nostra specie. Ma una volta che il pe-
riodo critico per lo sviluppo della corteccia uditiva si chiude, un
11eonato cresciuto in un'unica cultura perde la capacità di udire
molti di questi suoni, così i neuroni inutilizzati vengono elimina-
ti, finché la mappa cerebrale viene dominata dal linguaggio della
cultura d'appartenenza. Va considerato che il cervello filtra mi-
gliaia di suoni. Un bambino giapponese di sei mesi può udire la
differenza tra« r »e« 1»esattamente come un bambino america-
no della stessa età. Ma a un anno non è più in grado di farlo. Se
quel bambino in futuro dovesse emigrare, avrebbe delle diffi-
coltà a udire e a parlare propriamente con suoni nuovi.
L'immigrazione è solitamente un'esperienza dura e mai con-
clusa per il cervello adulto, dato che richiede una massiccia rior-
ganizzazione di ampie zone della corteccia. È qualcosa di ben
più difficile che imparare semplicemente cose nuove, poiché la
nuova cultura è in competizione plastica con i network neurali il
cui periodo critico dello sviluppo si è svolto nella terra d'origine.
Una buona integrazione, con qualche eccezione, richiede alme-
no una generazione. Solo i bambini immigranti, che vivono il lo-
ro periodo critico nella cultura d'arrivo, possono sperare di tro-
vare l'immigrazione meno disorientante e traumatizzante. Per la
maggior parte delle persone, invece, lo choc culturale è uno choc
cerebrale. 21
Le differenze culturali sono così persistenti perché, quando
apprendiamo la nostra cultura d'origine e questa viene «cabla-
ta» nel cervello, diventa per noi come una «seconda natura»,
apparentemente« naturale» come molti degli istinti con cui sia-
mo nati. I gusti che la nostra cultura crea - nel cibo, nelle relazio-
ni familiari, nell'amore, nella musica - spesso sembrano «natu-

313
IL CERVELLO INFINITO

rali », malgrado possa trattarsi di gusti acquisiti. Le modalità non


verbali con cui comunichiamo - quanto stiamo vicini agli altri, il
ritmo e il tono della voce, quanto aspettiamo prima di interrom-
pere una conversazione - ci sembra del tutto «naturale», poiché
è profondamente radicato nel nostro cervello. Quando cambia-
mo cultura, rimaniamo scioccati nel momento in cui scopriamo
che tali costumi non sono affatto naturali. Perciò, anche quando
andiamo incontro a cambiamenti di modesta portata, come ad
esempio traslocare, scopriamo che un aspetto fondamentale co-
me il senso dello spazio, che ci sembra del tutto naturale, e sva-
riate abitudini che non ci rendevamo conto di avere, devono len-
tamente ricablarsi mentre il cervello si riorganizza.

Senso e percezione sono plasticz'

L' «apprendimento percettivo» è il tipo di apprendimento che si


verifica quando il cervello impara come percepire con maggiore
acutezza o, come accade per i nomadi del mare, con modalità
nuove. In questo processo il cervello sviluppa mappe e strutture
nuove. L'apprendimento percettivo è anche implicato nei cam-
biamenti strutturali basati sulla plasticità che si verificano quan-
do il programma Fast PorWord di Merzenich aiuta i bambini con
problemi di discriminazione uditiva a sviluppare delle mappe ce-
rebrali più raffinate, consentendo loro di udire per la prima volta
il linguaggio normale.
Per molto tempo si è dato per scontato che assorbiamo la cul-
tura attraverso un equipaggiamento percettivo universalmente
condiviso e standardizzato, ma la nozione di apprendimento
percettivo mostra che questa convinzione non è esatta. In una
misura che non ci aspettavamo, la cultura determina ampiamente ·
cz'ò che possiamo e non possiamo percepire.
Uno dei primi a ritenere che la plasticità debba cambiare il
modo in cui pensiamo alla cultura fu il neuroscienziato cognitivo
Merlin Donald, che nel 2000 avanzò la tesi secondo cui la cultura
modifica la nostra architettura cognitiva funzionale, nel senso
che, proprio come con 1'apprendimento della lettura e della
scrittura, anche le funzioni mentali v~ngono riorganizzate. 22 Og-

314
APPENDICE 1

gi sappiamo che, affinché questo accada, devono verificarsi an-


che dei cambiamenti anatomici. Donald sosteneva anche che at-
tività culturali complesse come l'alfabetizzazione e la lingua mo-
dificassero le funzioni cerebrali, ma che funzioni più basilari co-
me la vista e la memoria non subissero alcun influsso: «Nessuno
suggerisce che la cultura ha un influsso fondamentale sulla vista
o sulla capacità mnemonica di base. Comunque, ciò non è ovvia-
mente vero per l'architettura funzionale dell'alfabetizzazione e,
probabilmente, della lingua».
Tuttavia, negli anni trascorsi da quella affermazione,- è dive-
nuto chiaro che anche funzioni mentali fondamentali come l'ela-
borazione visiva e le capacità mnemoniche sono in qualche mi-
sura neuroplastiche. L'idea che la cultura possa modificare atti-
vità cerebrali fondamentali come la vista e la percezione è certa-
mente radicale. Mentre quasi tutti gli scienziati sociali - antropo-
logi, sociologi, psicologi - ammettono che culture diverse inter-
pretano il mondo in modo diverso, la maggior parte degli scien-
ziati e delle persone comuni hanno assunto per diverse migliaia
di anni - come afferma lo psicologo sociale Richard E. Nisbett,
della University of Michican - che «il motivo per cui persone
appartenenti a culture diverse hanno convinzioni diverse non
può risiedere nel fatto di avere processi cognitivi differenti. Piut-
tosto, devono essere stati esposti ad aspetti differenti del mondo,
o devono aver ricevuto insegnamenti diversi ». 23 Lo psicologo
europeo più famoso della metà del Novecento, Jean Piaget, rite-
neva di aver mostrato, attraverso una serie di brillanti esperi-
menti condotti su bambini europei, come la percezione e il ra-
gionamento si dipanavano lungo il loro sviluppo nello stesso mo-
do per tutti gli esseri umani, e che tali processi erano universali.
Senza dubbio studiosi, viaggiatori, antropologi avevano da lun-
go tempo osservato che i popoli orientali (le popolazioni asiati-
che influenzate dalla tradizione cinese) e quelli occidentali (eredi
della tradizione dell'antica Grecia) percepivano in modi diversi,
ma gli scienziati presupponevano che tali difformità si basassero
su interpretazioni diverse dell'oggetto, e non su differenze micro-
scopiche nelle strutture e nell'equipaggiamento percettivo. 24
Ad esempio, è stato spesso osservato che gli occidentali af-
frontano il mondo in modo «analitico», distinguendo ciò che

315
IL CERVELLO INFINITO

osservano in singole parti.25 Gli orientali tendono a vedere il


mondo in modo più «olistico», percependo le cose come un
«tutto», ed enfatizzando l'interrelazione tra le cose. 26 È stato os-
servato anche che i differenti stili cognitivi dell'Occidente anali-
tico e dell'Oriente olistico sono paragonabili alle differenze tra i
due emisferi cerebrali. L'emisfero sinistro tende a svolgere elabo-
razioni più sequenziali e analitiche, mentre I' emisfero destro è
spesso impegnato in compiti simultanei e olistici.27 Questi modi
differenti di vedere il mondo si basano su differenti interpreta-
zioni dell'oggetto, oppure orientali e occidentali vedono cose ef-
fettivamente diverse?
La risposta non è mai stata chiarita perché quasi tutti gli studi
sulla percezione erano stati condotti da occidentali o da accade-
mici occidentali, come è normale, sui loro stessi allievi al college.
Poi, Nisbett mise a punto degli esperimenti per confrontare la
percezione in Occidente e in Oriente, lavorando insieme a colle~
ghi di Stati Uniti, Cina, Corea e Giappone. Nisbett non era mol-
to convinto, poiché riteneva che tutti percepissimo e ragionassi-
mo nello stesso modo. 28
In un tipico esperimento, uno studente giapponese di Ni-
sbett, Take Masuda, mostrò a studenti negli Stati Uniti e in
Giappone otto animazioni a colori di pesci che nuotano sott' ac-
qua. Ogni scena aveva un «pesce focale» che si muoveva più ra-
pidamente, oppure era più grande, più chiaro o più evidente de-'
gli altri pesci più piccoli che gli nuotavano intorno.
Quando venne chiesto loro di descrivere la scena, gli america-
ni si riferivano normalmente al pesce focale. I giapponesi si rife-
rivano invece al pesce più insignificante, alle rocce sullo sfondo e
agli animali, almeno più spesso del 70 per cento rispetto agli
americani. Quindi ai soggetti venivano mostrati alcuni di questi
oggetti da soli, non come parte della scena originaria. Gli ameri-
cani erano in grado di dire se gli oggetti comparivano nella scena
originaria. I giapponesi avevano meno difficoltà a riconoscere un
oggetto se veniva mostrato nella scena originaria: percepivano
l'oggetto in funzione di ciò a cui questo era «legato»; Nisbett e
Masuda misurarono anche quanto rapidamente i soggetti rico-
noscevano gli oggetti - un test di quanto fosse automatica I' ela-
borazione percettiva. Quando gli oggetti venivano posti su uno

316
APPENDICE 1

sfondo diverso, i giapponesi commettevano errori, a differenza


degli americani. Tali aspetti della percezione non sono sotto il
nostro controllo consapevole e dipendono da quanto è stato ap-
preso dai circuiti neurali e dalle mappe cerebrali.
Questi e molti altri esperimenti simili confermano che gli
orientali percepiscono in modo olistico, considerando gli oggetti
nelle loro relazioni reciproche o in un contesto, laddove invece
gli occidentali li percepiscono isolatamente. Gli orientali vedono
attraverso cristallini più ampi; gli occidentali hanno cristallini
più stretti e maggiormente focalizzati. Tutto ciò che sappiamo
della plasticità suggerisce che queste diverse modalità percettive,
ripetute centinaia di volte al giorno ed esercitate in modo intensi-
vo, devono condurre a cambiamenti nei network neurali respon-
sabili dei sensi e della percezione. Il neuroimaging ad alta defini-
zione dell'input sensoriale e percettivo di soggetti orientali e oc-
cidentali potrebbe forse dirimere la questione.
Ulteriori esperimenti condotti dall' équipe di Nisbett confer-
mano che, quando le persone cambiano cultura, imparano a per-
cepire in modo nuovo. 29 Dopo aver trascorso diversi anni in
America, i giapponesi iniziano a percepire secondo modalità in-
distinguibili dagli americani: chiaramente, le differenze percetti-
ve non hanno basi genetiche. I figli di immigranti asiatico-ameri-
cani percepiscono in un modo che riflette entrambe le culture. 30
Essendo soggetti a influenze orientali a casa e a influenze occi-
dentali a scuola e altrove, talvolta elaborano le scene olisticamen-
te, talvolta invece si concentrano su oggetti particolari. Altri stu-
di mostrano che soggetti cresciuti in situazioni biculturali alter-
nano effettivamente una percezione occidentale e un'altra orien-
tale.31 Gli abitanti di Hong Kong, avendo vissuto sia sotto l'in-
fluenza britannica sia sotto quella cinese, possono essere « indot-
ti» a percepire in entrambi i modi in esperimenti in cui viene
mostrata loro l'immagine occidentale di Topolino o del Campi-
doglio, oppure l'immagine orientale di un tempio o di un drago-
ne. Nisbett e i suoi collaboratori stanno quindi conducendo i
primi esperimenti che dimostrano l'esistenza di un «apprendi-
mento percettivo» transculturale.
La cultura può influenzare lo sviluppo dell'apprendimento
percettivo, poiché la percezione non è (come molti presuppon-

317
IL CERVELLO INFINITO

gono) un processo passivo e bottom-up, ossia che si origina quan-


do l'energia nel mondo esterno colpisce i recettori sensoriali, per
poi inviare dei segnali ai centri percettivi «superiori» situati nel
cervello. Il cervello percipiente è attivo e in costante adattamen-
to. La vista è attiva come il tatto, quando facciamo scorrere le di-
ta su un oggetto per scoprirne la struttura e la forma. Perciò,
l'occhio immobile è virtualmente incapace di percepire un og-
getto complesso. 32 Sia la corteccia sensoriale sia la corteccia mo-
toria sono sempre coinvolte nella percezione. 33 1 neuroscienziati
Manfred Fahle e Tomaso Poggio hanno dimostrato sperimental-
mente che livelli percettivi «superiori» influenzano il modo in
cui si sviluppa il cambiamento neuroplastico nei livelli « inferio-
ri», ossia nelle zone sensoriali del cervello. 34

Il fatto che le culture differiscano nelle modalità percettive non


dimostra che qualunque atto percettivo sia buono, o che «tutto
è relativo» alla percezione. Chiaramente alcuni contesti richie-
dono una prospettiva più ristretta, altri una percezione più am-
pia, olistica. I nomadi del mare sono sopravvissuti grazie a una
combinazione della loro esperienza del mare e della percezione
olistica. I membri di queste tribù sono in tale sintonia con il com-
portamento del mare che, quando lo tsunami del 26 dicembre
2004 colpì l'oceano Indiano, uccidendo milioni di persone, si
salvarono tutti. Videro che il mare aveva iniziato a ritirarsi, e che
l'onda di riflusso era seguita da un'altra onda insolitamente pic-
cola; videro i delfini nuotare verso acque più profonde, mentre
gli elefanti fuggivano disordinatamente verso le alture e le cicale
smettevano di cantare. I nomadi del mare iniziarono a raccontar-
si l'un l'altro l'antica leggenda dell' « onda che inghiotte le perso-
ne»: l'onda era tornata. Molto prima che la scienza moderna ca-
pisse cosa stava succedendo, i nomadi avevano già abbandonato
il mare alla ricerca di terre più alte, oppure si erano spostati dove
l'acqua era più profonda, e si salvarono. Ciò che furono in grado
di fare, a differenza di persone più moderne e analitiche, fu met-
tere insieme tutti questi eventi insoliti e considerarli nella loro
globalità, da una prospettiva eccezionalmente ampia, persino
per gli standard orientali. Difatti, anche i marinai birmani si tro-
vavano in mare quando giunse lo tsunami, ma non si salvarono.

318
APPENDICE 1

A un nomade del mare venne chiesto com'era possibile che i bir-


mani, i quali conoscevano il mare, fossero morti tutti.
L'uomo rispose: «Stavano pescando i calamari. Non guarda-
vano nient'altro. Non videro nulla perché non guardavano nulla.
Non sanno come guardare».35

Neuroplasticità e rigidità sociale

Bruce Wexler, psichiatra e ricercatore presso la Yale University,


nel suo libro Brain and Culture sostiene che il relativo declino
neuroplastico a cui andiamo incontro con l'età spiega molti fe-
nomeni sociali.36 Nel corso dell'infanzia il cervello viene facil-
mente plasmato in risposta al mondo, sviluppando strutture
neuropsicologiche che includono immagini o rappresentazioni
del mondo. Queste strutture formano le basi neuronali di tutte le
nostre credenze e abitudini percettive fondamentali, fino ai con-
cetti complessi. Come tutti i fenomeni plastici, tali strutture ten-
dono presto a consolidarsi, se reiterate, e ad autosostenersi.
Quando invecchiamo e la plasticità declina, diventa sempre
più difficile per noi cambiare in risposta al mondo esterno, anche
se lo volessimo. Troviamo piacevoli gli stimoli che ci sono fami-
liari; cerchiamo di legarci a persone con i nostri stessi punti di vi-
sta, e la ricerca mostra che tendiamo a ignorare o a dimenticare,
o a tentare di screditare, le informazioni che non soddisfano le
nostre convinzioni, o la percezione del mondo, poiché è molto
stressante e difficile pensare e percepire in modi sconosciuti.
Con il passare del tempo, l'individuo che invecchia si comporta
in modo da preservare le proprie strutture interiori, e quando si
presenta una discrepanza tra le strutture neurocognitive interiori
e il mondo esterno, la persona cerca di cambiare il mondo. Con
piccoli accorgimenti inizia a« microgestire »il proprio ambiente,
per controllarlo e renderlo familiare. Ma questo processo, su lar-
ga scala, conduce interi gruppi culturali a tentare di imporre la
propria visione del mondo su altre culture, spesso tramite la vio-
lenza; ciò avviene in particolare oggi, quando la globalizzazione
pone a stretto contatto culture differenti, peggiorando così la si-
tuazione. L'idea di Wexler, quindi, è che buona parte del conflit-

319
IL CERVELLO INFINITO

to interculturale a cui assistiamo è il prodotto di una relativa di-


minuzione di plasticità.
Si potrebbe aggiungere che i regimi totalitari sembrano aver
intuito che diventa difficile cambiare le persone dopo una certa
età, ed è questo il motivo per cui si compiono sforzi così grandi
per indottrinare i giovani fin dall'infanzia. Ad esempio, in Corea
del Nord, il regime totalitario più duro attualmente esistente, i
bambini vanno a scuola fin dall'età di due anni e mezzo per quat-
tro anni; trascorrono quasi tutte le ore della giornata immersi nel
culto del dittatore Kim Jong-il e del padre di questi, Kim Il
Sung. 37 Possono vedere i genitori solo nei fine settimana. Quasi
tutte le storie che vengono lette loro riguardano il leader del pae-
se. Il quaranta per cento dei libri di testo per la scuola primaria è
interamente dedicato alla descrizione dei due Kim. Tutto ciò li
accompagna per l'intero iter scolastico. L'odio per il nemico vie-
ne inculcato tramite un «esercizio intensivo», in modo che il cir~
cuito cerebrale stabilisca automaticamente un legame tra la per-
cezione del nemico ed emozioni negative. Un tipico quiz di ma-
tematica è: «Tre soldati dell'Esercito popolare coreano hanno
ucciso trenta soldati americani. Quanti soldati americani sono
stati uccisi da ciascuno di loro, se tutti i soldati hanno ucciso lò
stesso numero di nemici?» Tali network percettivo-emotivi, una
volta stabiliti in una popolazione indottrinata, non portano solo
a semplici «divergenze d'opinione» tra loro e gli awersari, ma a
differenze anatomiche di natura plastica, ben più difficili da col-
mare o superare con le normali forme di persuasione.
Wexler pone l'accento sul relativo assottigliamento della pla-
sticità con l'invecchiamento; tuttavia va detto che certe pratiche
utilizzate in alcune forme di culto, o nel lavaggio del cervello,
che obbediscono alle leggi della neuroplasticità dimostrano che
talvolta l'identità dell'individuo può essere trasformata anche in
età adulta e contro la volontà della persona. Gli esseri umani
possono essere sopraffatti e sviluppare, o almeno «aggiungere»,
strutture neurocognitive, se la loro vita quotidiana viene tenuta.
completamente sotto controllo, se vengono condizionati da una
ricompensa o da severe punizioni e se sono soggetti a rituali di
massa, costretti a ripetere o a recitare mentalmente varie affer-
mazioni di carattere ideologico. In alcuni casi, questo processo

320
APPENDICE 1

può effettivamente condurli a un disapprendimento delle strut-


ture mentali preesistenti, come ha osservato Walter Freeman.
Tali risultati negativi non sarebbero possibili se il cervello adulto
non fosse plastico. 38

Il cervello vulnerabile. Come i media riorganizzano il cervello

«Internet è solo una delle possibilità che l'uomo contempora-


neo ha di vivere milioni di occasioni 'formative' a cui l'uomo
medio di mille anni fa non aveva alcun accesso. Il nostro cer-
vello viene rimodellato in modo massiccio da tale esposizione
- ma anche dalla lettura, dalla televisione, dai videogame, dal-
l'elettronica moderna, dalla musica contemporanea, dagli
'utensili' contemporanei, ecc. »39
Michael Merzenich, 2005

Abbiamo discusso diversi motivi per cui la plasticità non è stata


scoperta prima - come l'impossibilità di osservare il cervello vi-
vente, e le versioni più semplicistiche del localizzazionismo. Ma
c'è un'altra ragione che non abbiamo ancora esaminato che è
particolarmente rilevante in relazione al cervello culturalmente
modificato. Quasi tutti i neuroscienziati, come scrive Merlin Do-
nald, vedevano il cervello com un organo isolato, quasi come se
fosse racchiuso in una scatola, e credevano che «la mente esiste e
si sviluppa interamente nella testa, e che la sua struttura di base è
un dato biologico ». 40 I comportamentisti e molti biologi difen-
devano questa posizione. Fra di loro, quelli che rifiutavano tale
punto di vista erano gli psicologi dello sviluppo, i quali sono ge-
neralmente sensibili al modo in cui gli influssi esterni possono
danneggiare lo sviluppo cerebrale.
Guardare la televisione, una delle attività distintive della no-
stra cultura, sembra essere correlato con l'insorgenza di proble-
mi cerebrali. Uno studio recente condotto su più di duecentoses-
santa bambini piccoli mostra che un'esposizione precoce alla te-
levisione in un'età compresa tra uno e tre anni si correla con lo
sviluppo, qualche anno più tardi, di problemi d'attenzione e di

321
IL CERVELLO INFINITO

controllo degli impulsi. 41 Per ogni ora al giorno di TV, i bambini


aumentavano del dieci per cento la possibilità di sviluppare gravi
difficoltà attentive entro i sette anni. Questo studio, come sostie-
ne lo psicologo Joel T. Niggs, non considerava altri fattori che
avrebbero potuto influenzare la correlazione tra l'uso della tele-
visione e problemi d'attenzione successivi. Si sarebbe potuto so-
stenere che i genitori di bambini con maggiori problemi d' atten-
zione li affrontassero mettendo i figli davanti alla televisione.
D'altra parte, i risultati dello studio sono estremamente significa-
tivi e, visto l'aumento nell'uso della televisione, ulteriore ricerca
va senz'altro condotta. Il quarantatré per cento dei bambini sta-
tunitensi di due anni o più piccoli guarda la televisione tutti i
giorni,42 e il venticinque per cento ha la televisione in camera da
letto. 43 Circa vent'anni dopo la diffusione della televisione, gli in-
segnanti di scuola elementare iniziarono a notare che i loro allie-
vi erano diventati più irrequieti e avevano sempre maggiori diffi-
coltà di concentrazione. L'educatrice J ane Healy documentò
questi cambiamenti nel suo libro Endangered Minds, ipotizzan-
do che fossero il risultato di cambiamenti plastici nel cervello dei
bambini. 44 Quando questi ragazzi entravano al college, i profes-
sori si lamentavano di dover modificare i corsi ogni anno per gli
studenti che erano sempre più interessati ai «frammenti sonori»
(sound bites) e intimiditi dalla lettura di un brano di qualunque
lunghezza. Nel frattempo, il problema veniva offuscato dal di-
battito sulla grade inflati'on* e aggravato dall'esigenza di« avere
un computer in ogni aula», con lo scopo di aumentare la RAM e i
gigabytes dei computer nelle scuole piuttosto che la concentra-
zione e la memoria degli studenti. Lo psichiatra di Harvard
Edward Hallowell, un esperto del disturbo da deficit di attenzio-
ne/iperattività (ADHD), una condizione genetica, ha messo in re-
lazione i media elettronici con la crescita di tratti di deficit di at-
tenzione, non di natura genetica, in gran parte della popolazio-
ne.45 Ian H. Robertson e Redmond O'Connell hanno ottenuto ri-

* Negli Stati Uniti, è aperto il dibattito sul fenomeno della grade inflation,
ossia sull'aumento medio dei voti scolastici: non è chiaro se ciò sia dovuto al-
l'aumento delle prestazioni degli studenti o all'abbassamento degli standard
educativi. (N. d. T)

322
APPENDICE 1

sultati promettenti utilizzando esercizi mentali nel trattamento


del disturbo da deficit di attenzione, e se ciò è possibile abbiamo
motivo di sperare che anche dei semplici tratti possano essere
curati.46
La maggior parte delle persone pensa che i pericoli generati
dai media siano dovuti al loro contenuto. Ma Marshall McLuhan,
lo studioso canadese che negli anni Cinquanta fondò le ricerche
sulla comunicazione e che predisse l'avvento di Internet con
vent'anni di anticipo, intuì per primo che i media modificano il
cervello a prescindere dal loro contenuto. Come disse McLuhan:
«Il medium è il messaggio ». 47 McLuhan sosteneva che ogni me-
dium riorganizza il nostro cervello e la nostra mente in modo pe-
culiare, e che le conseguenze di tale riorganizzazione sono assai
più significative del contenuto del« messaggio».
Erica Michael e MarcelJust della Carnegie Mellon University
condussero uno studio di neuroimaging per verificare se il me-
dium fosse effettivamente il messaggio. 48 Michael e Just mostra-
rono che nell'ascolto e nella lettura del messaggio sono coinvolte
aree cerebrali differenti, oltre a centri di comprensione di/ferenti
per l'ascolto e la lettura delle parole. Come spiegava J ust, «il cer-
vello costruisce il messaggio [. ..] con modalità differenti per la
lettura e l'ascolto. L'implicazione pratica è che il medium è parte
del messaggio. Ascoltare un libro sonoro lascia dei ricordi diver-
si rispetto alla lettura. Un notiziario ascoltato alla radio viene ela-
borato in modo diverso rispetto alle medesime parole lette in un
quotidiano». Tale risultato confuta la teoria convenzionale della
comprensione, secondo cui è un singolo centro nel cervello che
comprende le parole, e non importa realmente come (da quale
senso o medium) l'informazione entri nel cervello, poiché verrà
elaborata nello stesso modo e nella stessa area. L'esperimento di
Micheal eJust mostra che ciascun medium genera un'esperienza
sensoriale e semantica differente - e, potremmo aggiungere, svi-
luppa circuiti diversi nel cervello.
Ogni medium conduce a un cambiamento nell'equilibrio dei
nostri sensi individuali, accrescendone alcuni a discapito di altri.
Secondo McLuhan, l'uomo prealfabetizzato viveva con un equi-
librio «naturale» tra udito, vista, tatto, gusto e olfatto. La parola
scritta portò l'uomo prealfabetizzato da un mondo sonoro a un

323
IL CERVELLO INFINITO

mondo visivo, dall'oralità alla lettura; l'incisione e la stampa ac·


celerarono questo processo. Oggi i media elettronici stanno ri·
portando in auge il suono e, in qualche modo, ristabilendo l' e·
quilibrio originario. Ogni nuovo medium crea una forma unica
di consapevolezza, in cui alcuni sensi sono «esaltati» e altri «in·
deboliti ». Con le parole di McLuhan, «il rapporto tra i sensi vie·
ne alterato». 49 Sappiamo dalla ricerca di Pascual-Leone su sog·
getti bendati (ossia con la vista indebolita) quanto rapidamente
possa verificarsi la riorganizzazione sensoriale.
Dire che un medium culturale, come la televisione, la radio o
Internet, altera l'equilibrio sensoriale non prova che sia dannoso.
Gran parte del pericolo della televisione e di altri media elettro-
nici, come i videoclip musicali e i videogiochi, proviene dal loro
effetto sull'attenzione. I bambini e gli adolescenti che si dedicano
a videogiochi violenti vengono impegnati in una pratica intensiva
e ricevono una ricompensa sempre maggiore. i videogiochi, co-
me la pornografia su Internet, soddisfano tutte le condizioni per
un cambiamento plastico delle mappe cerebrali. Un'équipe del-
l'Hammersmith Hospital di Londra predispose un tipico video-
game in cui il comandante di un carrarmato deve colpire il nemi-
co ed evitarne il fuoco. L'esperimento mostrava che la dopamina
- il neurotrasmettitore della ricompensa, stimolato anche dalle
droghe che provocano dipendenza - viene rilasciata nel cervello
durante il gioco.50 I soggetti che presentano assuefazione ai vi-
deogiochi mostrano tutti i segni tipici delle altre dipendenze: era·
ving (compulsione irrefrenabile ad assumere la sostanza o apra-
ticare l'attività che provoca dipendenza) quando smettono di
giocare, indifferenza verso altre attività, euforia durante il gioco,
tendenza a negare o minimizzare il coinvolgimento in atto.
La televisione, i videoclip e i videogiochi, medium che sfrutta-
no la tecnologia televisiva, mostrano un ritmo assai più elevato
della vita reale, e diventano sempre più veloci, facendo sì che le
persone sviluppino un desiderio sempre maggiore per le transi-
zioni ad alta velocità in questi media.51 È la/orma del medium te-
levisivo - tagli, montaggio, zoom, carrellate, rumori improvvisi -
che altera il cervello, attivando quella che Pavlov chiamava« ri-
flesso di orientamento», che si verifica ogni volta che avvertiamo
un cambiamento improvviso, in particolare un movimento, in-

324
APPENDICE 1

torno a noi. 52 Istintivamente interrompiamo qualunque cosa stia-


mo facendo per voltarci, fare attenzione e orientarci. Il riflesso di
orientamento si è evoluto, senza dubbio, perché i nostri antenati
erano sia prede sia predatori e avevano bisogno di reagire alle si-
tuazioni che potevano essere pericolose oppure potevano fornire
improvvisamente delle opportunità di cibo o sesso, o semplice-
mente situazioni inedite. La risposta è fisiologica: la frequenza
cardiaca diminuisce per quattro o sei secondi. La televisione sti-
mola questa risposta con una frequenza molto più rapida rispet-
to alla vita reale, e questo è il motivo per cui non riusciamo a
staccare gli occhi dallo schermo televisivo, perfino durante una
conversazione intima, e per cui guardiamo la televisione molto
più a lungo di quanto avremmo intenzione di fare. Poiché i vi-
deoclip, le sequenze d'azione e gli spot pubblicitari normalmen-
te stimolano un riflesso di orientamento a un ritmo di uno al se-
condo, guardarli ci pone in una condizione costante di riflesso di
orientamento e senza possibilità di recupero. Non c'è da meravi-
gliarsi che le persone riferiscano di sentirsi «prosciugate» dalla
televisione. Il prezzo da pagare è una maggiore difficoltà in atti-
vità come leggere, sostenere una conversazione complessa o
ascoltare le lezioni.
L'intuizione di McLuhan era che i mezzi di comunicazione
estendono il nostro raggio d'azione, ma al tempo stesso portano
a un'« implosione mediatica» dentro di noi. La prima legge di
McLuhan sui mezzi di comunicazione dice che tutti i media sono
estensioni di determinati aspetti dell'uomo. La scrittura è un'e-
stensione della memoria, quando ricorriamo a carta e penna per
registrare i nostri pensieri; l'automobile è un'estensione dei pie-
di, l'abbigliamento della pelle. I media elettronici sono estensio-
ni del sistema nervoso: il telegrafo, la radio e il telefono estendo-
no il raggio d'azione dell'orecchio umano, la telecamera estende
l'occhio e la vista, il computer è un'estensione delle capacità d'e-
laborazione del sistema nervoso centrale. McLuhan sosteneva
che il processo di estensione del sistema nervoso conduce anche
a una sua alterazione.
L'implosione mediatica, che influenza il cervello, è un aspetto
meno ovvio, ma abbiamo già visto molti esempi in proposito.
Quando Merzenich e i suoi colleghi progettarono l'impianto co-

325
IL CERVELLO INFINITO

cleare, un medium che traduce le onde sonore in impulsi elettri·


ci, il cervello di un paziente che ha subito l'impianto si riorganiz-
za per leggere tali impulsi.
Fast FarWord è un medium che, come la radio o un videoga-
me interattivo, trasmette linguaggio, suoni e immagini e che nel
corso di questo processo riorganizza in modo radicale il cervello.
Quando Bach-y-Rita collegava soggetti non vedenti a una teleca-
mera, e questi erano in grado di percepire forme, volti e profon-
dità, dimostrava che il sistema nervoso può essere implementato
in un sistema elettronico più ampio. Qualunque dispositivo elet-
tronico riorganizza il cervello. Chi scrive al computer spesso ha
difficoltà quando deve scrivere a mano o dettare, poiché il cer-
vello non è cablato per tradurre ad alta velocità i pensieri nella
scrittura corsiva o in un discorso. Se il computer si blocca e ab-
biamo una piccola crisi nervosa, non siamo poi così lontani dalla
verità quando diciamo:« Mi sento come se avessi perso la testa!»
Nel momento in cui utilizziamo un medium elettronico, il nostro
sistema nervoso si estende ali' esterno, e il medium si estende, o
implode, dentro di noi.
I media elettronici sono molto efficaci nell'alterare il sistema
nervoso poiché entrambi funzionano in modo simile e sono fon-
damentalmente compatibili e quindi facilmente collegabili. En-
trambi implicano la trasmissione istantanea di segnali elettrici
per stabilire i collegamenti. Poiché il sistema nervoso è plastico,
può trarre vantaggio da tale compatibilità e fondersi con i media
elettronici, costituendo un sistema unico e più ampio. Perciò, è
nella natura di questi sistemi fondersi tra loro, sia che si tratti di
sistemi biologici o artificiali. Il sistema nervoso è un sistema in·
terno, che trasferisce messaggi da un'area corporea a un'altra, e
si è evoluto, nel caso di organismi pluricellulari come l'uomo,
per fare ciò che i media elettronici fanno per l'umanità - ossia
connettere parti disparate fra loro. McLuhan esprimeva questa
estensione elettronica del sistema nervoso e del sé in termini co-
mici: «Oggi l'uomo sta iniziando a indossare il cervello fuori dal
cranio, e i nervi fuori dalla pelle». 53 In una famosa formula,
McLuhan disse: « Oggi, dopo oltre un secolo di impiego tecno-
logico dell'elettricità, abbiamo esteso il nostro stesso sistema
nervoso centrale in un abbraccio globale che, almeno per quanto

326
APPENDICE 1

concerne il nostro pianeta, abolisce tanto il tempo quanto lo spa-


zio ».54 Lo spazio e il tempo sono aboliti poiché i media elettroni-
ci mettono in contatto istantaneamente luoghi lontanissimi, dan-
do origine a quello che McLuhan chiamava «villaggio globale».
Tale estensione è possibile poiché il nostro sistema nervoso cen-
trale può integrarsi con un sistema elettronico.
Appendice 2.
La plasticità e l'idea di progresso

L'idea del cervello plastico era già apparsa brevemente nelle epo-
che passate, per poi scomparire. Tuttavia, malgrado solo oggi sia
ormai considerata un fatto della scienza ufficiale, quelle prime
intuizioni hanno lasciato una traccia, rendendone possibile la ri-
cettività, e malgrado l'enorme opposizione subita dai neurologi
dinamici da parte dei colleghi scienziati.
Già nel 1762 il filosofo svizzero Jean-Jacques Rousseau (1712-
177 8), che criticava la visione meccanicistica della natura dell' e-
poca, sosteneva che la natura fosse viva, che avesse una storia 1 e
che si trasformasse nel corso del tempo; il nostro sistema nervoso
non è una macchina, diceva Rousseau, ma è vivo e in grado di
cambiare. 2 Nell'Emilio -il primo libro mai scritto che descrive in
dettaglio lo sviluppo del bambino - Rousseau avanza l'idea che
«l'organizzazione del cervello» è influenzata dalla nostra espe-
rienza, e che abbiamo bisogno di «esercitare» i nostri sensi e le
abilità mentali nello stesso modo in cui alleniamo i muscoli. 3
Rousseau pensava che anche le nostre emozioni e passioni vengo-
no, in larga misura, acquisite nell'infanzia. Il filosofo prefigurava
un'educazione e una cultura che trasformassero radicalmente
l'uomo, basandosi sulla premessa secondo cui molti aspetti della
nostra natura che riteniamo stabiliti una volta per tutte di fatto
sono modificabili, e che tale flessibilità è un tratto peculiare del-
l'uomo. Come scriveva Rousseau, «per capire un uomo, osserva

328
APPENDICE 2

gli uomini; e per capire gli uomini, osserva gli animali». Quando
confrontava l'uomo alle altre specie, Rousseau vedeva ciò che lui
stesso chiamava «perfettibilità» - lanciando la moda di questo
termine-, descrivendo così una plasticità o malleabilità ·specifi-
camente umana, che ci distingue in una certa misura dagli anima-
li.4 Alcuni mesi dopo la nascita, osserva Rousseau, un animale è
già quasi tutto ciò che sarà per il resto della sua vita. Gli esseri
umani, invece, cambiano nel corso di tutta la vita a causa della lo-
ro «perfettibilità».
È la nostra «perfettibilità», sosteneva il filosofo, che ci per-
mette di sviluppare diversi tipi di facoltà mentali e di modificar-
ne l'equilibrio, così come nel caso dei sensi, ma ciò potrebbe es-
sere problematico, perché pregiudicherebbe il naturale equili-
brio sensoriale dell'uomo. 5 Essendo così sensibile all'esperienza,
il cervello è anche più esposto all'influsso dei sensi. Alcuni indi-
rizzi pedagogici, come il metodo Montessori, che enfatizzano l' e-
ducazione dei sensi, si ispirano proprio alle osservazioni di Rous-
seau. Il filosofo ginevrino fu anche il precursore di McLuhan, il
quale secoli dopo avrebbe sostenuto che determinate tecnologie
e mezzi di comunicazione alterano il rapporto o l'equilibrio tra i
sensi. Quando diciamo che i media elettronici istantanei, i sound
bites televisivi, l'allontanamento dalla letteratura hanno creato
degli individui profondamente «cablati», con limitate capacità
attentive, stiamo ripercorrendo quanto sosteneva Rousseau a
proposito di un problema ambientale inedito che interferisce
con le nostre facoltà cognitive. Rousseau era anche preoccupato
del fatto che l'equilibrio tra i sensi e l'immaginazione potesse es-
sere disturbato da esperienze negative.
Nel 1783 Charles Bonnet (1720-1793), 6 filosofo e naturalista
svizzero, conoscitore delle opere di Rousseau, scrisse a uno
scienziato italiano, Michele Vincenzo Malacarhe (1744-1816),
avanzando l'ipotesi che il tessuto neurale potesse rispondere al-
1'esercizio proprio come i muscoli. Malacarne predispose un
esperimento per verificare l'ipotesi di Bonnet. 7 Prese alcuni uc-
celli della stessa nidiata e li fece crescere per alcuni anni in am-
bienti stimolanti e sotto l'influenza di un apprendimento intensi-
vo. Gli altri uccelli della nidiata non ricevettero alcuno stimolo.
Malacarne fece lo stesso esperimento con due cani della stessa

329
IL CERVELLO INFINITO

cucciolata. Quando sacrificò gli animali e confrontò le dimensio·


ni del cervello, trovò che gli esemplari che erano stati sottoposti
ad apprendimento intensivo avevano un cervello più grande, in
particolare il cervelletto, dimostrando l'influenza di « ambìenti
arricchiti» e «apprendimento» sullo sviluppo del cervello del-
l'individuo. L'opera di Malacarne venne completamente dimen-
ticata, finché non venne riscoperta e approfondita da Ro-
senzweig e da altri studiosi nel ventesimo secolo. 8

Perfectibilité, un'arma a doppio taglio

Malgrado Rousseau, che morì nel 1778, non avrebbe potuto co-
noscere i risultati ottenuti da Malacarne, riuscì tuttavia ad antici-
pare in modo sorprendente ciò che la per/ectibilité avrebbe signi-
ficato per l'umanità. Questa nozione offriva una speranza, ma
non sempre era un vantaggio. Pur potendo cambiare, non sem-
pre sappiamo cosa vi sia di naturale in noi e cosa venga acquisito
dalla nostra cultura. Potremmo essere eccessivamente plasmati
dalla cultura e dalla società, fino ad allontanarci troppo dalla no-
stra vera natura e da noi stessi.
Se da una parte potremmo considerare come positiva la possi-
bilità di «migliorare» il cervello e la natura umana, dall'altra l'i-
dea di perfettibilità umana, o plasticità, solleva un vespaio di
problemi morali.
I pensatori antichi, da Aristotele in poi, che non parlavano di
plasticità cerebrale, davano per scontato che vi fosse uno svilup-
po mentale ideale o «perfetto». Le facoltà mentali ed emotive
venivano fornite dalla natura, e uno sviluppo mentale sano si ot-
teneva utilizzando quelle facoltà e perfezionandole. Rousseau
capì eh~ se la vita mentale ed emotiva dell'uomo, così come il
cervello, sono malleabili, non possiamo più essere certi di come
dovrebbe essere uno sviluppo mentale normale o perfetto; ci po-
trebbero essere tipi diversi di sviluppo. Con «perfettibilità»
Rousseau intendeva dire che non possiamo più essere sicuri di
che cosa significhi «perfezionare noi stessi». Consapevole di
questo problema morale, il filosofo utilizzava il termine« perfet-
tibilità» in senso ironico. 9

330
APPENDICE 2

Dalla perfettibilità all'idea di progresso

Ogni cambiamento nel modo in cui comprendiamo il cervello fi-


nisce con l'influenzare la nostra comprensione della natura uma-
na. Dopo Rousseau, l'idea di perfettibilità venne ben presto mes-
sa in relazione con l'idea di « progresso ». Condorcet (1743-
1794), filosofo e matematico francese, fra i sostenitori più impor-
tanti della Rivoluzione francese, riteneva che la storia umana fos-
se la storia del progresso, e la ricollegava alla nostra perfettibilità:
«La Natura non ha posto un limite alla perfezione delle facoltà
umane; [... ] la perfettibilità dell'uomo è davvero indefinita, e [. .. ]
il progresso di tale perfettibilità [... ] non ha altro limite che la
durata del globo su cui la natura ci ha posto ». 10 La natura um!ma
poteva essere migliorata in modo indefinito, in termini intellet-
tuali e morali, e l'uomo non avrebbe dovuto porre dei limiti pre-
stabiliti alla propria perfezione possibile. (Questa visione era as-
sai meno ambiziosa della ricerca di una perfezione ultima, ma
pur sempre ingenuamente utopistica.)
Le idee gemelle di progresso e perfettibilità giunsero in Ame-
rica attraverso il pensiero di Thomas J efferson, che sembra sia
stato presentato a Condorcet da Benjamin F ranklin. 11 Tra i padri
fondatori americani, J efferson era il più aperto a tali idee e scris-
se: «Sono fra quelli che hanno un'idea positiva del carattere
umano in generale [... ] Credo anche, con Condorcet [. .. ] che la
mente dell'uomo sia perfettibile a un livello di cui a tutt'oggi non
ci possiamo fare un'idea ». 12 Non tutti i padri fondatori erano
d'accordo con Jefferson, ma Alexis de Tocqueville, viaggiando
dalla Francia all'America nel 1830, notava che gli americani, a
differenza degli altri popoli, sembravano credere nell' « indefini-
ta perfettibilità dell'uomo». 13 È l'idea del progresso scientifico e
politico - e la sua fedele alleata, l'idea di perfettibilità individua-
le - che rende gli americani così interessati al miglioramento di
sé, all' autotrasformazione, ai libri di auto-aiuto, così come al pro-
blem solving e a un atteggiamento positivo sulle proprie capa-
cità.
Per quanto tutto ciò possa sembrare ottimistico, la nozione
teorica di perfettibilità umana ha avuto anche dei risvolti oscuri
nell'ambito pratico. Quando in Francia e in Russia i rivoluziona-

331
IL CERVELLO INFINITO

ri utopisti, infiammati dall'idea di progresso e da una fede inge-


nua nella plasticità degli esseri umani, si guardavano intorno e
vedevano una società imperfetta, tendevano ad accusare gli indi-
vidui che «ostacolavano il progresso». Il Terrore rivoluzionario
e i gulag ne furono le conseguenze. Anche dal punto di vista cli-
nico dobbiamo parlare di plasticità con una certa cautela, per
non biasimare chi, nonostante questa nuova prospettiva scienti-
fica, non è in grado di trarre benefici o di cambiare. Chiaramente
la neuroplasticità insegna che il cervello è più flessibile di quanto
si pensi, ma il passaggio dal considerarlo malleabile a perfettibile
alimenta le aspettative in modo pericoloso. Il paradosso plastico
insegna che la neuroplasticità può anche essere responsabile di
molti comportamenti rigidi, se non addirittura di alcune patolo-
gie, insieme a tutto il potenziale di flessibilità che è dentro di noi.
Mentre l'idea di plasticità viene posta al centro dell'attenzione
dell'uomo del nostro tempo, dovremmo ricordare che si tratta di
un fenomeno con effetti sia positivi sia negativi- rigidità e flessi-
bilità, vulnerabilità, e un'inaspettata ricchezza di risorse.
L'economista e studioso Thomas Sowell ha osservato: «Men-
tre l'uso del termine 'perfettibilità' è venuto meno nel corso dei
secoli, il concetto è sopravvissuto, presocché intatto, fino ai no-
stri giorni. La nozione secondo cui 'l'essere umano è un materia-
le altamente plastico' è ancora centrale in molti pensatori con-
temporanei ».14 Lo studio dettagliato di Sowell, A Conflict o/Vi-
sions, mostra che molti grandi filosofi politici occidentali posso-
no essere classificati, e compresi meglio, tenendo conto del gra-
do con cui rifiutano o accettano la plasticità umana e della mag-
giore o minore libertà che attribuiscono alla natura umana. Se da
una parte pensatori più «conservatori» o «di destra» come
Adam Smith o Edmund Burke sembrano difendere una visione
più restrittiva della natura umana, e dall'altra pensatori «libera-
li» o «di sinistra» come Condorcet o William Godwin hanno la
tendenza a considerarla più libera, vi sono epoche o questioni in
cui i conservatori sembrano avere una visione maggiormente pla-
stica dei liberali. Ad esempio, di recente diversi commentatori
conservatori hanno sostenuto che l'orientamento sessuale è una
questione di scelta, e si sono espressi come se si trattasse di un
cambiamento dovuto alla volontà o ali' esperienza - cioè, che si

332
APPENDICE 2

trattava di un fenomeno plastico - laddove, in linea di massima, i


commentatori liberali avevano la tendenza ad affermare che l' o-
mosessualità fosse« innata» e« di natura genetica». Ma non tut-
ti i pensatori offrono una visione un,ivoca della natura umana,
ma più articolata della possibilità di cambiamento dell'uomo,
della perfettibilità e del progresso.
Ciò che abbiamo imparato osservando da vicino la neuropla-
sticità e il paradosso plastico è che la neuroplasticità umana in-
fluisce sia sugli aspetti predeterminati sia su quelli liberi della no-
stra natura. Perciò, se da una parte è vero che la storia del pen-
siero politico occidentale ruota in gran parte attorno all'atteggia-
mento che le varie epoche e pensatori hanno avuto nei confronti
della questione della plasticità umana, ritenendola ampiamente
chiarita, oggi invece la spiegazione della neuroplasticità, se inda-
gata attentamente, mostra che si tratta di un fenomeno troppo
complesso per supportare una visione più o meno libertaria della
natura umana, poiché di fatto contribuisce sia alla rigidità sia alla
flessibilità dei nostri comportamenti, a seconda del modo in cui
tale natura viene coltivata.

333
Ringraziamenti

I miei debiti sono grandi e ampiamente distribuiti. Prima di tut-


to, e soprattutto, devo ringraziare due persone.
Karen Lipton-Doidge, mia moglie, mi ha guidato e assistito
quotidianamente durante la lavorazione di questo libro, ha di-
scusso con me le idee man mano che si formavano, mi ha aiutato
in modo instancabile nelle ricerche, ha letto innumerevoli volte
ogni bozza, e fornito ogni genere di sostegno intellettuale ed
emotivo concepibile.
Il mio editor J ames H. Silberman ha immediatamente intuito
l'importanza della neuroplasticità e ha lavorato con me per tre
anni, spronandomi nelle prime fasi di questo progetto, tenendosi
aggiornato sui miei viaggi, osservandomi - forse terrorizzato -
quando mi dimenticavo come si scrive mentre interiorizzavo il
linguaggio della neuroplasticità sperando di capire il soggetto
nei suoi stessi termini: in questi casiJames mi aiutava lentamente
a tornare a parlare inglese. J ames è stato attento, attivo e schietto
e si è dedicato con estrema assiduità al progetto, più di quanto
mi immaginassi che un editor potesse fare. La sua presenza, i
suoi consigli e la sua professionalità sono in ogni pagina. È stato
un onore lavorare con lui.
Ringrazio tutti i neurologi dinamici e i loro colleghi, assistenti
e pazienti, che hanno condiviso con me le storie raccontate in
questi capitoli. Mi hanno concesso il loro tempo, e spero di essere

335
IL CERVELLO INFINITO

riuscito a trasmettere il loro entusiasmo per la nascita di questo


nuovo campo di ricerca. È con grande tristezza che ho saputo,
mentre questo libro stava per andare in stampa, che Paul Bach-
y-Rita, il mite e ingegnoso iconoclasta che nella nostra epoca è
stato in molti modi il padre dell'idea di neuroplasticità, è decedu·
- to dopo aver combattuto per diversi anni il cancro. Sorprenden-
temente, Bach-y-Rita non ha smesso di lavorare se non tre giorni
prima della sua morte. Incontrandolo ho scoperto un uomo aper-
to, modesto, avventuroso, affettuoso, pieno di compassione e
lungimirante. In questo libro sono raccontate le storie di alcuni
dei miei pazienti, e a loro