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Il

libro
Porta d’accesso al «secolo breve», guerra che avrebbe dovuto porre fine a tutte le
guerre, «inutile strage»: il primo conflitto mondiale fu una tragedia che costò la vita a
oltre nove milioni di persone e inferse all’Europa della Belle Époque una ferita
profonda che ne trasfigurò per sempre il ruolo sul palcoscenico della storia mondiale.
La Grande guerra fu lo sbocco finale della corsa agli armamenti perseguita dalle
principali potenze europee (in particolare dalla Germania), il frutto avvelenato
dell’imperialismo, l’esito dell’azione di forze storiche talmente potenti e vaste che
nessun politico, diplomatico o militare fu in grado di contrastarla. In breve, una sorta
di fatale e ineluttabile Armageddon.
Sono queste le interpretazioni che gli storici hanno dato delle origini e delle
cause della prima guerra mondiale. Ma davvero il Reich tedesco rappresentava una
minaccia per l’ordine e la stabilità dell’Europa? Davvero si trattò di un conflitto
inevitabile?
A queste e altre domande risponde lo storico Niall Ferguson. Muovendosi in una
interdisciplinare «terra di nessuno», confrontando dati economici e finanziari,
rileggendo i testi dei «poeti di guerra», gli articoli dei principali quotidiani
dell’epoca, come pure i libri di memorie o i documenti diplomatici, Ferguson fa
piazza pulita di tanti miti e luoghi comuni e solleva questioni cruciali che intaccano
alla radice la nostra percezione e conoscenza della prima guerra mondiale: è vero che
l’opinione pubblica accolse la guerra con entusiasmo, come spesso è stato scritto? E
quale peso ebbe la propaganda nei paesi belligeranti? Se le condizioni di vita nelle
trincee erano così spaventose, se le armi impiegate erano così micidiali, perché gli
uomini continuarono a combattere e non disertarono o non si ammutinarono? Chi
vinse la pace, o meglio, a chi toccò di pagare il prezzo della guerra? E soprattutto: ne
valse la pena?
Alla fine Il grido dei morti, nelle sue conclusioni provocatorie e sconcertanti,
originali e controcorrente, ci consegna un’unica, terribile verità: la prima guerra
mondiale non fu soltanto una tragedia. Fu il più grave errore della storia moderna.

2
L’autore


Niall Ferguson insegna Storia moderna alla Harvard University, è senior
research fellow al Jesus College della Oxford University e senior fellow
all’Hoover Institution della Stanford University. Commentatore politico ed
economico, scrive su numerosi quotidiani americani e inglesi, tra cui il «New
York Times», il «Wall Street Journal», «Foreign Affairs», «New York
Review of Books», e collabora con il «Corriere della Sera». Fra i suoi libri
ricordiamo: Soldi e potere nel mondo moderno, 1700-2000 (2001) e, da
Mondadori, Colossus. Ascesa e declino dell’impero americano (2006), Impero.
Come la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno (2007), XX secolo, l’età
della violenza (2008), Ascesa e declino del denaro (2009), Occidente. Ascesa e
crisi di una civiltà (2012), Il grande declino. Come crollano le istituzioni e
muoiono le economie (2013).

3
Niall Ferguson

4
IL GRIDO DEI MORTI
La prima guerra mondiale:
il più atroce conflitto di ogni tempo

Milano, 2014

Dello stesso autore

Colossus. Ascesa e declino dell’impero americano

Impero. Come la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno

XX secolo, l’età della violenza

Ascesa e declino del denaro

Occidente. Ascesa e crisi di una civiltà

Il grande declino

Traduzione di Aldo Piccato

6
Il grido dei morti
a JGF e TGH

Poiché molti la mia allegria avrebbe potuto allietare


e delle mie lacrime rimanere qualcosa
che ora deve morire. La verità taciuta, intendo,
la pietà della guerra, la pietà che la guerra ha distillato.

WILFRED OWEN, Strange Meeting

Lo Spirito del Male sogghignò: «Così doveva essere!».


E di nuovo lo Spirito della Pietà sussurrò: «Perché?».

THOMAS HARDY,
And There Was a Great Calm

7
Introduzione
JCF

John Gilmour Ferguson aveva appena compiuto sedici


anni quando scoppiò la prima guerra mondiale. 1
L’ufficiale reclutatore gli credette – o decise di credergli –
quando mentì sulla propria età, ma prima che le procedure
formali di arruolamento fossero completate arrivò sua
madre e se lo riportò a casa. Se allora quel ragazzo di Fife
ebbe paura di perdersi tutta l’azione, la sua
preoccupazione era senz’altro ingiustificata. Quando,
l’anno successivo, ebbe il permesso di arruolarsi, ogni
illusione sul fatto che la guerra sarebbe stata di breve
durata era ormai svanita. Dopo il consueto periodo di
addestramento fu inviato in trincea come soldato semplice
(numero di matricola S/22933) con il 2º battaglione dei
Seaforth Highlanders, parte della 26 a brigata della 9 a
divisione della Forza di spedizione britannica (British
Expeditionary Force, BEF). Era uno dei 557.618 scozzesi
che si arruolarono nell’esercito britannico durante la prima
guerra mondiale. Di questi, ne morì oltre un quarto, il 26,4
per cento. Soltanto gli eserciti turco e serbo subirono
perdite altrettanto gravi. 2
Mio nonno fu tra i fortunati (il 73,6 per cento) che
ebbero salva la vita. Fu ferito a una spalla da un cecchino e
la pallottola lo avrebbe sicuramente ucciso se lo avesse
colpito solo pochi centimetri più in basso. Sopravvisse a un
attacco con i gas, anche se i suoi polmoni rimasero
irreparabilmente danneggiati. Il suo più vivo ricordo di
guerra – o almeno quello che raccontò a suo figlio – fu un
attacco sferrato dai tedeschi. Quando le truppe nemiche si
lanciarono contro le trincee, lui e i suoi compagni

8
inastarono le baionette e attesero l’ordine di arrampicarsi
«oltre la cima». All’ultimo momento, però, l’ordine di
muoversi fu dato ai Cameronians, che erano assiepati più
in giù rispetto alla linea del fronte. Nello scontro che seguì
le perdite furono talmente pesanti che mio nonno avrebbe
perso certamente la vita se l’ordine fosse stato impartito ai
Seaforth.
Non rimangono molti altri dati sulla guerra di John
Ferguson. Come la stragrande maggioranza dei milioni di
uomini che combatterono nella prima guerra mondiale
non pubblicò né poesie né memorie. Anche le lettere che
aveva inviato a casa non sono state conservate. Il suo
ruolino di servizio rimane inaccessibile e gli archivi del
reggimento non offrono che scarne informazioni. È
possibile, per esempio, che abbia partecipato alla battaglia
della Somme nel luglio del 1916, nella quale – in appena
quattordici giorni di aspri combattimenti a Bois Billion,
Carnoy e Longueuil – il suo battaglione, composto da circa
settecentocinquanta soldati, registrò la perdita di settanta
uomini più altri trecentottantuno feriti o catturati. Forse
era presente anche a Eaucourt l’Abbaye tre mesi più tardi,
quando le perdite subite dalla brigata ammontarono al 70
per cento nei primi minuti dell’attacco. Forse fu ferito a
Saint-Laurent, vicino ad Arras. Fu abbastanza fortunato da
non trovarsi a Passchendaele, dove il suo battaglione perse
quarantaquattro uomini, mentre altri duecentoquattordici
furono feriti o catturati nell’attacco a Zeggars Cappel? O
fu proprio lì che venne gassato? Qualche tempo dopo
avere subìto queste ferite fu allontanato dalla linea del
fronte e gli venne affidato il compito di addestrare le
nuove reclute; c’è una fotografia che lo ritrae insieme a un

9
folto gruppo di uomini seduti di fronte a una lavagna sulla
quale è disegnata una bomba a mano. Ma il suo ricordo di
un grande attacco fa supporre che si sia probabilmente
trovato in trincea nella primavera del 1918, quando
Ludendorff fece il suo ultimo e inutile tentativo di vincere
la guerra. Il 2º battaglione perse più di trecento uomini nel
solo mese di marzo, quando fu respinto da
Gouzeaucourt. 3
Tutte queste, però, non sono altro che plausibili ipotesi.
A parte il suo grado e numero di matricola, la sola prova
materiale in mio possesso è una scatola contenente una
piccola Bibbia, tre medaglie e alcune sue fotografie in
uniforme: un ragazzo in kilt con un volto piuttosto
inespressivo. Sulla prima medaglia, la British Medal, è
inciso un uomo nudo a cavallo. Dietro il cavaliere c’è la
data: 1914; davanti al muso del cavallo, la consueta data
della fine della guerra: 1918. Sotto gli zoccoli posteriori c’è
un teschio, a quanto sembra sul punto di essere schiacciato
(rappresenta un trionfo sulla morte o su qualche
sfortunato tedesco?). L’altra faccia della medaglia non si
distingue quasi da quella di una vecchia moneta. Porta
inciso il profilo regale e la seguente iscrizione:
GEORGIVS V BRITT: OMN: REX ET IND: IMP:

Anche l’immagine incisa sulla Victory Medal è classica.


Sul recto è raffigurato un angelo alato, la mano sinistra
sollevata e la destra che regge un ramo d’ulivo (ma non è
chiaro se rappresenti una donna inglese che accoglie in
patria il sopravvissuto o invece l’angelo della morte che gli
dà l’estremo saluto). L’iscrizione sul verso (questa volta in
inglese) recita:

10
THE GREAT
WAR FOR
CIVILISATION
1914-1919 4

La terza medaglia di mio nonno è una croce di ferro,


souvenir di un soldato tedesco morto o catturato.
Che mio nonno abbia combattuto sul fronte occidentale
rappresentava e rappresenta ancora un singolare motivo di
orgoglio. Se cerco di analizzare questo orgoglio, mi sembra
che nasca dal fatto che la prima guerra mondiale rimane la
cosa più spaventosa che la popolazione del mio paese
abbia mai dovuto sopportare. Esservi sopravvissuti
significava essere stati misteriosamente fortunati. Ma la
sopravvivenza sembra suggerire anche una grande capacità
di resistenza e di adattamento. La cosa più sorprendente di
tutte era il fatto che mio nonno fosse tornato a condurre
una vita civile relativamente stabile e (almeno
esteriormente) piuttosto soddisfacente. Trovò lavoro in
una piccola società di esportazioni e fu inviato a vendere
whisky e macchinari in Ecuador. Questa fu l’esperienza
più «esotica» che gli capitò. Dopo un paio d’anni tornò in
Scozia, si stabilì a Glasgow, si sposò, aprì un’attività di
ferramenta, ebbe un figlio e perse la moglie per una
malattia; poi si risposò (con mia nonna) ed ebbe un altro
figlio, mio padre. Trascorse il resto della sua vita in una
casa del comune a Shettleston, un sobborgo orientale di
Glasgow, allora dominato da una ferriera gigantesca e
maleodorante. Pur avendo ulteriormente aggravato i suoi
problemi polmonari con il vizio del fumo (probabilmente
un’abitudine acquisita in trincea, dove il tabacco era la
droga universale), ebbe la forza di tenere in piedi la sua
piccola impresa durante una serie di crisi economiche e
visse fino a poter cullare sulle proprie ginocchia i suoi due

11
nipotini, pur ansimando faticosamente. Insomma, sembra
essere riuscito a condurre una vita perfettamente normale.
In questo, naturalmente, assomigliava alla grande
maggioranza degli uomini che combatterono la guerra.
Non me ne parlò molto, ma dopo la sua morte ci pensai
a lungo. Era davvero difficile non pensarci. Poco dopo la
fine del conflitto, la scuola in cui mi iscrissero i miei
genitori, la Glasgow Academy, era stata ufficialmente
dedicata alla memoria di coloro che erano morti in guerra.
Perciò, dai sei fino ai diciassette anni fui letteralmente
educato all’interno di un memoriale di guerra. Ogni
mattina, la prima cosa che vedevo quando mi recavo a
scuola era una pallida lastra di granito collocata all’angolo
di Great Western Road e Colebrooke Terrace, sulla quale
erano incisi i nomi degli ex alunni dell’istituto morti in
guerra. C’era un analogo «ruolino d’onore» al secondo
piano dell’edificio principale, un cavernoso palazzo
neoclassico. A volte, spostandoci dalla classe di algebra a
quella di latino, ci passavamo proprio davanti. Il corridoio
era così stretto che dovevamo disporci in fila indiana, e
ogni volta avevo modo di leggere uno dei nomi. Mi sembra
che ci fosse almeno un Ferguson, anche se non aveva
alcuna parentela con la mia famiglia. E sopra tutti quei
nomi di morti, incisi in lettere maiuscole e in grassetto,
c’era un’iscrizione che imparai a memoria proprio come il
padrenostro che borbottavamo ogni mattina all’adunata:

NON DIRE CHE I CORAGGIOSI MUOIONO 5

Credo che il mio primo serio ragionamento storico sia


stata un’obiezione a questa severa ingiunzione. Loro erano
morti, invece. Chi lo poteva negare? E, come osservò
sarcasticamente John Maynard Keynes, prima o poi

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moriamo tutti, compresi coloro che avevano avuto la
fortuna di sopravvivere alla prima guerra mondiale. È
trascorso quasi un secolo dall’armistizio dell’11 novembre
1918, e per la prima guerra mondiale – esattamente come
per la guerra di Crimea, la guerra civile americana e la
guerra franco-prussiana – non esiste più una memoria
storica diretta. Non dire che i coraggiosi muoiono? Uno
scolaretto potrebbe anche accettare, senza pensarci
troppo, l’audace affermazione secondo cui tutti coloro che
sono morti in guerra erano coraggiosi. Ma l’idea che
incidere i loro nomi su una lastra di granito li tenesse in
qualche modo in vita non era molto convincente.
Naturalmente ho visto in televisione (in film del
dopoguerra continuamente ritrasmessi) molte più cose sul
secondo conflitto mondiale. Però, forse proprio per questo
motivo, la Grande guerra mi è sempre sembrata una cosa
assai più seria; ne ero istintivamente convinto prima ancora
di sapere che vi era rimasto ucciso il doppio dei britannici
morti durante la seconda guerra mondiale. 6 La prima
ricerca di storia che mi fu chiesto di scrivere, quando
avevo appena dodici anni, fu un «progetto» scolastico.
Senza la minima esitazione scelsi come argomento la
«guerra di trincea» e presentai due quaderni pieni di
fotografie del fronte occidentale che avevo ritagliato da
riviste come «Look and Learn», accompagnate da un
breve commento, che non ricordo più da dove avevo tratto
(non avevo ancora scoperto le note a piè di pagina).
I miei insegnanti incoraggiarono questo interesse. Come
tanti alunni della mia generazione, fui introdotto
abbastanza presto (avevo quattordici anni) alla poesia di
Wilfred Owen; Dulce et decorum est risuona ancora, come

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una scossa agghiacciante, nella mia mente:
Il gas! Il GAS! Svelti ragazzi! …
… se potessi sentire il sangue, a ogni sobbalzo,
fuoriuscire gorgogliante dai polmoni guasti di bava,
osceno come il cancro, amaro come il rigurgito
di disgustose, incurabili piaghe su lingue innocenti –
amico mio, non ripeteresti con tanto compiaciuto fervore
la vecchia Menzogna: Dulce et decorum est
pro patria mori.*

I Memoirs of a Fox-Hunting Man di Siegfried Sassoon


erano un testo fondamentale in seconda e in terza. Mi
ricordo anche di avere letto Addio a tutto questo di Robert
Graves e Addio alle armi di Ernest Hemingway e di avere
visto un adattamento televisivo piuttosto ben fatto e non
eccessivamente retorico di Testament of Youth di Vera
Brittain. Il piccolo schermo mi fece conoscere anche la
versione del 1930 di All’ovest niente di nuovo (di Lewis
Milestone), di cui rimasi affascinato, e Oh, che bella guerra!
di Richard Attenborough, che invece mi irritò per i suoi
voluti anacronismi. Ma ciò che più mi colpì fu Dulce et
decorum est, così inequivocabilmente rivolta ai maestri di
scuola e altrettanto inequivocabilmente dedicata alla morte
per asfissia di un ragazzo. Mi sembrava strano che
dovessimo impararla a memoria la mattina, solo per
indossare le nostre uniformi della Cadet Force e sfilare sul
terreno di gioco quello stesso pomeriggio.
Nonostante sia nato circa cinquant’anni dopo lo scoppio
della prima guerra mondiale, questo conflitto ha sempre
avuto una profonda influenza su di me, come l’ha avuta su
molti altri britannici troppo giovani per averne ricordi
diretti. Ma fu un altro incontro con la letteratura prodotta
dalla guerra a convincermi, quando ero ancora uno
studente universitario, a diventare uno storico. Al Festival
di Edimburgo del 1983 assistetti alla rappresentazione del

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Glasgow Citizens Theatre della commedia Gli ultimi giorni
dell’umanità dello scrittore satirico viennese Karl Kraus.
Fu senza dubbio l’esperienza teatrale più toccante e
potente che avessi mai avuto. Ecco perfettamente
raffigurata la prima guerra mondiale come era apparsa, in
tutta la sua grottesca assurdità, dalla prospettiva del
mordace Nörgler (brontolone) di Kraus, sempre seduto al
tavolino di un caffè. Rimasi molto colpito dalla tesi
centrale della commedia, secondo la quale la guerra era
una specie di gargantuesco evento mediatico che doveva le
sue origini e la sua perpetuazione alla distorsione imposta
dalla stampa sulla lingua, e di conseguenza sulla realtà. Già
allora mi colpì come teoria in anticipo sui tempi, perché,
non avendo ancora iniziato a scrivere per i giornali,
credevo incondizionatamente nella illimitatezza della loro
influenza. Era anche evidente che la critica satirica di
Kraus contro la guerra non aveva un corrispondente in
lingua inglese. Si dovette aspettare fino agli anni Sessanta
perché il mio paese producesse qualcosa del medesimo
tipo, e, se confrontata con Gli ultimi giorni dell’umanità,
Oh, che bella guerra! appare un’opera rozza e grossolana.
Quella sera, mentre uscivo da teatro, presi la decisione di
imparare il tedesco, leggere le opere di Kraus in lingua
originale e scrivere qualcosa su di lui e sulla guerra.
Un incontro successivo, e in qualche modo meno
decisivo, fu quello con Teoria generale dell’occupazione,
dell’interesse e della moneta di Keynes, che mi convinse a
dedicarmi anche allo studio dell’economia. Il risultato di
queste due decisioni fu una tesi di dottorato sul costo
economico della guerra – in particolare l’iperinflazione –
ad Amburgo, la Glasgow tedesca. Questa tesi, poi riveduta

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e pubblicata, 7 segnò l’inizio di un decennio di saggi sugli
aspetti economici della Grande guerra, sulle sue origini,
sul suo svolgimento e sulle sue conseguenze, alcuni dei
quali sono apparsi su riviste accademiche mentre altri sono
stati presentati a un pubblico ancora più ristretto in
conferenze, letture e corsi universitari. 8 Questo libro cerca
di trasformare un’ossessione durata una vita intera in
qualcosa che sia accessibile a quell’elusiva persona alla
quale lo storico ha innanzitutto il dovere di rivolgersi: il
lettore comune.
Dieci domande
Ci sono, ovviamente, fin troppi libri sulla prima guerra
mondiale. La ragione che mi ha spinto a scriverne un altro
non è ripetere quello che altri studiosi hanno già detto.
Questo non è in alcun modo un libro di testo. Non
contiene una narrazione organica del corso della guerra,
che si può facilmente trovare altrove. 9 Né intendo
affrontare «gli innumerevoli aspetti della guerra»: 10
inevitabilmente ho dovuto tralasciare molti punti del
conflitto e alcuni teatri di guerra. D’altra parte – e a rischio
di lasciarmi trascinare in una interdisciplinare terra di
nessuno – ho cercato di uscire da quelle che sono oggi le
profondissime trincee della specializzazione accademica.
In particolare, ho cercato di correlare la storia sociale ed
economica in modo più stretto di quanto si faccia di solito
nella storia diplomatica e militare. Gli storici militari
hanno tradizionalmente avuto la tendenza a discutere le
questioni strategiche e tattiche senza prestare adeguata
attenzione alle difficoltà economiche con cui i generali
dovevano fare i conti, mentre gli storici dell’economia e i
sociologi (soprattutto in Germania) trascurano spesso lo

16
svolgimento stesso dei combattimenti, presupponendo, più
o meno consapevolmente, che le guerre si decidano sul
«fronte interno» piuttosto che sul campo di battaglia. 11 E
la maggior parte degli storici tende a studiare la guerra dal
punto di vista di un singolo Stato-nazione. Ciò appare
estremamente chiaro nei libri dedicati all’impatto letterario
della guerra. 12 Ma questa tendenza caratterizza anche
molti volumi recenti con saggi e atti di conferenze, che
riuniscono senza offrire una sintesi i lavori di diversi
specialisti. 13
Il mio metodo è analitico. Sono dieci le domande alle
quali cerco di rispondere:
1. La guerra era davvero inevitabile, a causa del
militarismo, dell’imperialismo, della diplomazia segreta
o della corsa agli armamenti? (capp. I-IV)
2. Perché i leader tedeschi scommisero sulla guerra
nel 1914? (cap. V)
3. Perché i leader britannici decisero di intervenire
quando scoppiò la guerra sul continente? (cap. VI)
4. La guerra, come si afferma spesso, fu veramente
accolta con entusiasmo dalle popolazioni? (cap. VII)
5. La propaganda, e in particolare la stampa, contribuì
alla prosecuzione della guerra, come sosteneva Karl
Kraus? (cap. VIII)
6. Perché l’enorme superiorità economica dell’Impero
britannico non fu sufficiente a sconfiggere le Potenze
centrali con maggior rapidità e senza l’intervento degli
Stati Uniti? (capp. IX e XI)
7. Perché la superiorità militare dell’esercito tedesco
non riuscì a garantire la vittoria sugli eserciti francese e

17
britannico, come la assicurò invece sulla Serbia, la
Romania e la Russia? (cap. X)
8. Perché gli uomini continuarono a combattere anche
quando, come ci raccontano i poeti di guerra, le
condizioni sul campo di battaglia non erano più
umanamente sopportabili? (cap. XII)
9. Perché gli uomini smisero di combattere? (cap.
XIII)
10. Chi vinse la pace, o meglio, chi finì per pagare la
guerra? (cap. XIV)
In via preliminare, e per dimostrare che si possono
ancora fornire nuove risposte a tali questioni, vorrei
sottolineare la natura contraddittoria delle convinzioni più
comunemente diffuse su questo tema per come è stato e
viene ricordato. La prima di queste convinzioni è che la
guerra fosse orribile. La seconda è che fosse ciononostante
inevitabile. È opportuno chiedersi quale sia l’origine di
queste idee. Gli storici non devono mai dimenticare che
devono davvero poco al mestiere di storico.
Guerra nefasta
La persistenza dell’idea che la guerra fosse «una brutta
cosa» è stata in gran parte promossa e garantita dal genere
letterario noto come «poesia di guerra» (generalmente nel
significato di «contro la guerra»), che negli anni Settanta
divenne materia di studio obbligatoria nelle scuole
britanniche.
Poesie che rifiutavano il tradizionale stile romantico ed
elevato di vittoriani, edoardiani e georgiani – ma non
sempre le loro convenzioni formali – iniziarono a essere
scritte dai soldati molto prima della fine del conflitto. 14

18
Siegfried Sassoon scrisse la sua prima «esplicita» poesia
sulla guerra, In the Pink, nel febbraio del 1916 15 e ne
pubblicò molte altre in The Old Huntsman nel maggio
dell’anno successivo. Counter Attack uscì nel 1918, lo
stesso anno di The Blood of the Young Men di Richard
Aldington («Siamo stanchi di sangue, del sapore e della
vista del sangue»). 16 Al momento della sua morte, nel
1918, Owen aveva scritto più di cento poesie, ma fu
soltanto dopo la guerra che le sue opere iniziarono a
raggiungere un pubblico più vasto. 17 Anche la poesia
meno lirica di Edmund Blunden, Third Ypres, fu
pubblicata solo dopo la guerra, 18 come Strange Hells di
Ivor Gurney. 19
Sebbene l’influenza esercitata dall’espressionismo e dal
simbolismo fin-de-siècle sulla poesia continentale sia
proseguita anche durante il conflitto, Sassoon e Owen
ebbero i loro equivalenti tedeschi in poeti come Wilhelm
Klemm, Carl Zuckmayer e Alfred Lichtenstein,
quest’ultimo morto nel secondo mese di guerra.
Lichtenstein avrebbe potuto affermare a buon diritto di
essere stato il primo dei poeti contro la guerra. La sua
Gebet vor der Schlacht (Preghiera prima della battaglia)
anticipa il cambiamento di stile di Sassoon almeno di un
anno e mezzo:
Dio, proteggimi dalla sventura,
Padre, Figlio e Spirito Santo,
fate che le cannonate dell’artigliera non mi colpiscano,
fate che i nostri nemici, quei bastardi,
non mi prendano, non mi sparino,
fate che non muoia nello squallore
per la nostra adorata patria.

Senti, mi piacerebbe vivere più a lungo,


mungere le vacche e scopare le mie amichette
e suonarle a quel pidocchioso di Josef,

19
ubriacarmi un sacco di volte
fin quando una morte beata non mi porti via.

Senti, offrirò preghiere dal profondo del cuore,


reciterò il rosario sette volte al giorno,
se tu, Dio, nella tua misericordiosa bontà,
sceglierai di uccidere il mio compagno, per esempio Huber
o anche Meier, e mi risparmierai.

Ma immaginiamo che debbano colpirmi,


fa’ che io non sia ferito gravemente.
Mandami soltanto una piccola ferita alla gamba
o un leggero graffio sull’avambraccio
così che io possa tornare a casa come un eroe
con una storia da raccontare.

Peraltro, i versi scritti nel 1917 da Zuckmayer sulla sorte


del giovane soldato – fame, uccisioni, pidocchi, alcol,
combattimenti e masturbazione – sono molto più brutali di
qualsiasi cosa scritta da Owen. 20 La poesia di guerra,
quindi, non era una caratteristica esclusivamente inglese,
come si è a volte pensato. 21 In Francia, per esempio, c’era
Guillaume Apollinaire e in Italia Giuseppe Ungaretti. Una
recente raccolta di poesie sulla prima guerra mondiale
riunisce oltre cinquanta autori, in rappresentanza di quasi
tutte le principali potenze belligeranti; e questa cifra
potrebbe indubbiamente aumentare. 22 Come dimostra il
successo di questa e di altre raccolte, 23 la poesia di guerra
non sembra passare di moda nelle scuole e nelle università.
C’è poi la prosa contro la guerra: i pamphlet, le memorie
e i romanzi di guerra, alcuni dei quali così autobiografici
da risultare delle autentiche memorie. In realtà, furono
autori non direttamente coinvolti nella battaglia ad
attaccare per primi la guerra in prosa. George Bernard
Shaw trascorse l’inverno del 1914 a esaminare le opere
ufficiali di autogiustificazione delle potenze rivali prima di
scrivere il suo saggio Common Sense about the War, una

20
combinazione di socialismo e ipocondria tipica dell’autore.
Questo libro era stato preceduto da un articolo di giornale
in cui Shaw invitava i soldati di entrambi gli schieramenti a
«SPARARE AI PROPRI UFFICIALI E TORNARSENE A CASA». 24 Meno assurdo
era stato l’articolo pubblicato da Francis Meynell nel
dicembre del 1914, intitolato War’s a Crime, nel quale
descriveva «l’orrore delle urla, delle mutilazioni e del
fetore del campo di battaglia» e «le uccisioni, gli
smembramenti e le violenze contro persone innocenti».
Peace at Once di Clive Bell, uscito nel 1915, era animato da
un tono meno istrionico; Bell condivideva l’opinione di
Shaw, secondo il quale la guerra sarebbe servita solo a
«pochi capitalisti». 25 Assai più vicino all’azione – aveva
assistito alla battaglia della Somme da un osservatorio –
Ford Madox Ford descrive attonito «un milione di uomini
che marciano l’uno contro l’altro … in un inferno di
terrore». 26
In Gran Bretagna, il primo importante tentativo di
esprimere il proprio dissenso in forma narrativa fu Mr.
Britling Sees It Through, nel quale H.G. Wells domanda:
«Per che cosa abbiamo combattuto? Per che cosa stiamo
combattendo? Qualcuno lo sa?». A due anni dal suo
inizio, la guerra, sosteneva Wells, era ormai diventata
null’altro che «uno spreco e una mostruosa fatica». 27 Due
donne – Agnes Hamilton e Rose Allatini – denunciarono
ancora più drasticamente la guerra rispettivamente nel
1916 e nel 1918. 28 Scrivendo tra il 1916 e il 1917, David
Herbert Lawrence ne deplorò «la violenza, l’ingiustizia e la
distruzione» e predisse che «questo diluvio di una pioggia
di ferro annienterà completamente il mondo». La guerra
aveva «schiacciato il vertice della civiltà europea». 29

21
Persino i propagandisti mutarono tono non appena il
conflitto terminò. In The Realities of War, pubblicato nel
1920, l’ex corrispondente di guerra Philip Gibbs,
ritrattando ciò che aveva narrato nei suoi resoconti di
guerra, scrisse che c’era stato
un terribile scalco di carne umana che apparteneva ai nostri ragazzi, mentre i vecchi ne
ordinavano il sacrificio e i profittatori si arricchivano, e le fiamme dell’odio erano attizzate ai
banchetti patriottici e alle riunioni di redazione … La civiltà moderna naufragò su questi
campi spazzati dal fuoco … [C’era stato] un mostruoso massacro di esseri umani che
pregavano lo stesso Dio, amavano gli stessi piaceri della vita e non si odiavano l’uno con
l’altro se non quando infiammati e sospinti dai loro governanti, dai loro filosofi e dai loro
giornali. Il soldato tedesco malediceva il militarismo che lo aveva fatto precipitare in
quell’orrore. Il soldato britannico … si voltava a osservare le retrovie delle sue linee e vedeva
… la malvagità di una diplomazia segreta che giocava con le vite dei più umili in modo che la
guerra potesse prosperare su di loro senza che lo sapessero o lo accettassero, la malvagità di
governanti che odiavano il militarismo tedesco … per la sua stessa potenza, e la malvagità di
una follia della mente degli uomini che aveva loro insegnato a considerare la guerra
un’avventura gloriosa. 30

Gibbs non era l’unico giornalista a essersi pentito. Per


Harold Begbie la guerra era stata «un tale scempio di
massacri, una tale anarchia indiscriminata di uccisioni e
mutilazioni, una tale oscenità di folli carneficine, quale
nessun uomo aveva mai visto fin dall’inizio dei tempi». 31
Come ha dimostrato Samuel Hynes, la narrativa inglese
degli anni Venti era piena di cose di questo genere.
Christopher Tietjens, il personaggio di Parade’s End di
Ford Madox Ford, simboleggia il declino e la caduta
dell’élite inglese, tradita dai propri politicanti da
strapazzo. 32 Si osserva un’analoga morìa aristocratica in Il
cappello verde di Michael Arlen, uscito nel 1924. 33 In La
signora Dalloway anche Virginia Woolf ci descrive una
vittima di guerra: l’ex soldato suicida Septimus Smith è
l’archetipo dell’uomo «che ha subìto di tutto» e per il
quale la guerra ha privato il mondo di ogni significato. 34
Ciò che più colpisce è quanto profondamente la

22
tristezza postbellica si sia estesa al di là di Bloomsbury.
Persino uno scrittore sciovinista come John Buchan – il cui
racconto di guerra Il mantello verde preannunciava il mito
di Lawrence d’Arabia – non ne rimase esente. Il
personaggio principale di A Prince of the Captivity, uscito
nel 1933, è Adam Melfort, un ascetico eroe di guerra che
cerca di trovare un modo per impiegare utilmente il suo
compulsivo coraggio autoimmolatorio nel mondo
postbellico popolato da cosmopoliti e proletari. 35 A
quell’epoca Buchan stava ancora cercando di persuadersi
che la guerra non era stata inutile. Anche scrittori che non
avevano preso parte attiva al conflitto perché troppo
giovani si univano alla massa dei suoi critici. Un episodio
decisivo in A Scots Quair di Lewis Grassic Gibbon
(pubblicato nel 1932-1934) è l’esecuzione di Ewan, marito
dell’eroina Chris, per diserzione. 36 Il generale di Cecil
Scott Forester, uscito nel 1936, contribuì in modo
significativo a diffondere lo stereotipo dell’ufficiale
britannico testardo come un mulo. 37
Tuttavia, ben più di tutte queste opere letterarie sono
state le testimonianze (spesso in forma seminarrativa) degli
ex soldati a esercitare la maggiore influenza. Uno dei primi
e più longevi romanzi di un veterano britannico, The Secret
Battle di Alan Patrik Herbert, si ispira alla vicenda di
Edwin Dyett, un guardiamarina fucilato per codardia: la
sua tesi di fondo è che «Harry Penrose» fosse un uomo
coraggioso i cui nervi erano rimasti profondamente scossi
dall’esposizione prolungata agli orrori del
38
combattimento. Nel 1922 Charles Edward Montague,
illustre editorialista del «Guardian» e veterano di guerra,
pubblicò le sue polemiche memorie, intitolate

23
Disenchantment (senza dubbio il più influente di tutti i
titoli postbellici). «Ora le battaglie non sono più
circondate da nessuna aureola», dichiarava Montague,
«agli occhi dei giovani [che] … hanno visto le trincee
piene di uomini gassati e i loro amici che facevano la coda
alla porta dei bordelli a Béthune.» In questa guerra, diceva
con parole che ancora ci colpiscono profondamente, «i
leoni pensarono di avere scovato gli asini». 39
Nel 1926, quando Montague pubblicò il romanzo Rough
Justice, c’era ormai una vera e propria inondazione di
letteratura di guerra, come se ci fosse voluto un decennio
perché l’esperienza diventasse comprensibile, o almeno
perché si riuscisse a esprimerla. I sette pilastri della
saggezza, di Thomas Edward Lawrence, fu pubblicato a
spese dell’autore nel 1926 e l’anno successivo uscì una
nuova edizione con il titolo Rivolta nel deserto; il 1926 vide
anche la pubblicazione di In Retreat di Herbert Read.
Seguirono opere di Max Plowman e Ralph Hale Mottram
(1927), Blunden, Sassoon ed E.E. Cummings (nel 1928),
Richard Aldington, Charles Edmonds, Frederic Manning e
Robert Graves (nel 1929), e nel 1930, anno di massima
abbondanza, di Sassoon, Manning, Henry Williamson,
Richard Blaker e Liam O’Flaherty. 40 L’amara frase di
Sassoon – «la guerrra era uno sporco tiro che avevano
giocato a me e alla mia generazione» – è una delle tante
che si potrebbero citare dai libri di quel periodo.
Analoghe condanne riecheggiarono altrove. Il fuoco di
Henri Barbusse – uscito nel 1916, vendette trecentomila
copie entro la fine della guerra – fu una precoce
espressione del disgusto dei francesi per le battaglie sul
fronte occidentale, superato soltanto dai dilanianti primi

24
capitoli della sua antitesi politica, il Viaggio al termine della
notte di Louis-Ferdinand Céline, pubblicato nel 1932. 41
Nel 1936 Roger Martin du Gard pubblicò L’estate del
1914, ultimo volume della sua ampia saga dinastica
intitolata I Thibault, nella quale Jacques Thibault muore
cercando di lanciare volantini pacifisti sulle truppe francesi
e tedesche nell’agosto del 1914. Nello stesso anno in cui fu
pubblicato il libro, l’autore scrisse a un amico: «Qualsiasi
cosa, ma non la guerra! Qualsiasi cosa! … Niente, nessun
martirio, nessuna servitù possono essere paragonati alla
guerra». 42
Come noto, la Germania partorì il più famoso di tutti i
romanzi contro la guerra, Niente di nuovo sul fronte
occidentale, di Erich Maria Remarque, un libro ancor oggi
agghiacciante, uscito nel 1929, che vendette una quantità
davvero sbalorditiva di copie nelle traduzioni inglese e
francese. Ma Remarque non era il solo scrittore contrario
alla guerra nell’epoca di Weimar. Analoghi sentimenti
furono espressi da Ludwig Renn in La guerra, pubblicato
l’anno precedente; in Austria uscirono Uomini in guerra di
Andreas Latzko (1917) e La questione del sergente Grischa
di Arnold Zweig (1928). A Vienna fu pubblicata anche la
più brillante critica sulla guerra scritta per il palcoscenico:
Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus, iniziata nel
1921 e uscita in forma definitiva nel maggio del 1922. 43
Anche gli americani avevano amari ricordi. Per il pilota
statunitense Elliot White Springs la guerra era «un’inutile
[e] grottesca commedia». 44
Il ricordo di una guerra nefasta sopravvive anche nelle
lugubri immagini dei dipinti. Secondo Paul Nash, i suoi
spettrali e fangosi paesaggi, come The Menin Road (1919),

25
dovevano «privare della parola gli uomini che combattono
e restituirla a coloro che vogliono andare d’accordo per
sempre … e che possa bruciare le loro ignobili anime». 45
Fu la sua breve e traumatica carriera militare a trasformare
lo stile artistico di Max Beckmann, mutamento prefigurato
dai suoi commoventi disegni di soldati feriti, tracciati con
una tecnica simile a quella di alcuni meno noti camoufleurs
francesi. 46 Anche l’opera di George Grosz fu influenzata
dalla sua esperienza di volontario (finì ricoverato in un
ospedale psichiatrico). La sua grottesca vignetta intitolata I
guaritori (del 1918) raffigura un medico militare che
considera KV (kriegsdienstverwendungsfähig, vale a dire
idoneo al servizio attivo) uno scheletro. I quadri
dell’avanguardia ispirati alla guerra sono scioccanti ancora
oggi. Che cosa ci potrebbe essere di più spaventoso
dell’Inferno di Georges Leroux (1917-1918), con i suoi
poilus con la maschera antigas e i cadaveri semisepolti, a
malapena visibili in un paesaggio di fango, acqua e fumo
nero? 47 Che cosa potrebbe esserci di più straziante delle
Madri di Max Slevogt, un’infinita colonna di donne che
piangono su una sterminata fossa piena di morti? 48
Nulla illustra in modo più chiaro la persistente visione
della prima guerra mondiale come male assoluto della
recente narrativa britannica da essa ispirata. L’esempio più
illuminante è offerto dalla trilogia pubblicata da Pat
Barker negli anni Novanta: Regeneration, The Eye in the
Door e The Ghost Road. In sostanza, Barker ci racconta la
storia di Sassoon e dello psicologo William Halse Rivers in
un linguaggio più accessibile a un pubblico moderno di
quello usato dallo stesso Sassoon in Sherston’s Progress,
utilizzando il personaggio fittizio di Billy Prior –

26
bisessuale, cinico, appartenente alla classe operaia – per
«aggiornare» la storia. Il sesso è ciò che la letteratura
originale di guerra ha di solito omesso, a causa degli
scrupoli degli stessi autori o della censura; e il sesso è
proprio ciò che offre Billy Prior. Per lo storico, questo
personaggio risulta sospettosamente anacronistico; ma,
senza dubbio, è anche la chiave del successo del romanzo.
Non c’è nemmeno bisogno di dire che odia la guerra,
anche se non molto di più di quanto odi se stesso.
L’opinione di Barker sulla guerra è espressa chiaramente
in The Ghost Road, attraverso una discussione tra quattro
ufficiali (uno dei quali è Wilfred Owen) durante una
tregua dei combattimenti. Il primo, un laureato di
Manchester di nome Potts, sostiene la tesi, squisitamente
fabiana, che la guerra «arricchiva le reti dei profittatori».
Hallet – «che proveniva da una vecchia famiglia di militari
ed era stato educato con estrema cura e grandi spese a
pensare il meno possibile» – risponde: «Noi stiamo
combattendo in difesa della neutralità del Belgio. Noi
stiamo combattendo per l’indipendenza francese … questa
è ancora una guerra giusta». Ma le sue parole sono
pronunciate «come da un ragazzino, con tono
d’implorazione», e naturalmente è Billy che la sa più lunga:
«Non è rimasto più alcun tipo di autogiustificazione
razionale. È diventato un sistema che si riproduce da solo.
Nessuno ne trae vantaggio. Nessuno lo controlla. Nessuno
sa come fermarlo». Alla fine Hallet si dichiara d’accordo.
Moribondo sul suo letto di morte, con il volto deturpato
da un proiettile, le sue parole a malapena intelleggibili
riassumono perfettamente la situazione: «Shotvarfet …
Non ne vale la pena». Come per ribadire la cosa, anche gli

27
altri feriti ricoverati in corsia si uniscono cantando in coro
«Shotvarfet», in «un ronzio di protesta non contro il grido,
ma in suo sostegno». Persino Rivers – l’uomo che aveva
convinto Sassoon, Owen e Prior a tornare al fronte, dove
due di loro perderanno la vita – si sente obbligato a unirsi
al coro. 49
Altrettanto successo ha ottenuto il romanzo Il canto del
cielo di Sebastian Faulks, uscito nel 1994, che inizia con
un’idilliaca storia d’amore in Francia prima della guerra.
Quando il protagonista, Stephen Wraysford, vi ritorna da
soldato nel 1916, i luoghi della sua felicità e persino
l’oggetto del suo desiderio sono stati deturpati dai
bombardamenti. Lui stesso prova in prima persona
l’orrore di rimanere intrappolato in uno di quei cunicoli
scavati per collocare esplosivi sotto le postazioni tedesche.
Il pathos dickensiano è garantito da Jack, un minatore
disperato, con un figlio malato destinato a morire prima di
lui. Anche in questo caso il protagonista del romanzo ha
fin dall’inizio un’opinione piuttosto negativa sulla guerra.
«Era stato rimproverato dal comandante della
compagnia», scrive Faulks, «per avere detto a un soldato
che la guerra sarebbe diventata molto peggiore prima che
ci fosse la possibilità che migliorasse»:
Dapprima credette che si poteva combattere la guerra e concluderla rapidamente nel
modo tradizionale. Poi osservò la mitragliatrice che scaricava proiettili sulle file della fanteria
tedesca che avanzava … Gli sembrò una grande violazione della natura che nessuno aveva il
potere di arrestare … Giunse a pensare che il peggio doveva ancora arrivare … Detestò la
guerra. 50

Non è dagli storici che la maggior parte dei lettori


contemporanei trae le proprie impressioni sulla prima
guerra mondiale, ma da libri come quelli appena citati e,
naturalmente, da giornali, televisione, teatro e cinema. Ho

28
già menzionato Oh, che bella guerra! – rappresentata per la
prima volta dal Theatre Workshop nel 1963 – con il suo
tipico «messaggio per gli anni Sessanta», ossia che le
guerre potevano sempre scoppiare fintantoché il potere
fosse rimasto nelle mani degli imbecilli delle classi
superiori. 51 Gli anni spezzati, il film di Peter Weir su
Gallipoli, ha un tematica analoga e contrappone
l’idealismo degli australiani all’idiozia degli inglesi. Anche i
documentari televisivi hanno avuto una certa influenza: sia
la serie in ventisei puntate The Great War (trasmessa per la
prima volta nel 1964 alla BBC2) sia la più recente 1914-
1918 sono state seguite da un vasto pubblico. Sebbene per
molti aspetti la prima serie intendesse spiegare la guerra
anziché condannarla, molti spettatori sembrano essere
rimasti sordi al commento, permettendo invece ai tetri
spezzoni d’archivio di rafforzare l’opinione ormai radicata
sugli «orrori della guerra di trincea» e «l’inutile e
spaventoso massacro di persone innocenti». 52 Al
confronto, 1914-1918 è rimasta più legata al solco
tradizionale, concentrandosi sulla storia culturale della
guerra come era stata «sopportata da milioni di uomini e
donne comuni». 53 E così l’immagine di una guerra nefasta
e futile viene ripetuta all’infinito. Persino un serial come
Blackadder Goes Forth, di Rowan Atkinson, contribuisce a
rafforzare il ricordo popolare di una leadership testarda e
ottusa.
E non basta. Ogni anno migliaia di persone si recano a
visitare i campi di battaglia del fronte occidentale per
«vedere con i propri occhi»; una curiosa combinazione tra
un pellegrinaggio e il turismo puro e semplice, che iniziò
quasi immediatamente dopo la fine delle ostilità. 54 Ciò che

29
vedono, naturalmente, non è quel che videro i soldati che
presero parte ai combattimenti. Vedono i grandi cimiteri
di forma geometrica progettati da Sir Edwin Lutyens e da
altri dopo la guerra e la campagna ormai in larga misura
recuperata alle coltivazioni: un panorama che oggi può
apparire tragico soltanto con l’aiuto delle guide ai campi di
battaglia. 55
Dato questo sfondo, non sorprende che, sebbene sia
terminata quasi un secolo fa, la Grande guerra mantenga
per molti versi una certa contemporaneità; diversamente
da molti conflitti più recenti (come quello coreano, per
fare solo un esempio) è ancora in grado di fare notizia. La
questione delle esecuzioni per codardia continua a essere
discussa pubblicamente in Gran Bretagna; anzi, vi sono
vere e proprie campagne affinché queste esecuzioni
vengano perdonate. 56 Mentre scrivevo questo libro, nel
giro di appena un mese sono apparsi nei giornali britannici
tre articoli sulla prima guerra mondiale: il primo sulla
«striscia di morte», a quanto pare allestita dai tedeschi
durante la guerra per separare il Belgio occupato
dall’Olanda; il secondo sulle carte personali di Ellis
Ashmead-Bartlett, «l’uomo che cercò di avvertire Asquith
degli errori commessi dagli inglesi» a Gallipoli; e il terzo
sulla sepoltura con onori militari di due soldati inglesi, i
cui resti erano stati scoperti da alcuni archeologi nei pressi
di Monchy-le-Preux. I commenti rilasciati da uno dei loro
parenti sono rivelatori: «Non riesco assolutamente a
comprendere come sia stata possibile questa guerra. Come
possano degli uomini essere trattati alla stregua di carne da
cannone su una scala di simili proporzioni va al di là della
mia comprensione». 57

30
Guerra necessaria?
Uno storico ha contribuito più di tutti gli altri a dare
rispettabilità accademica all’idea della malvagità della
Grande guerra. La prima guerra mondiale illustrata di Alan
John Percivale Taylor, pubblicata per la prima volta nel
1963, rimane l’opera più riuscita su questo argomento.
Alla fine degli anni Ottanta aveva già venduto almeno
duecentocinquantamila copie. 58 È stato uno dei primi libri
di storia per adulti che ho letto da ragazzo; anzi, credo di
avere visto per la prima volta un cadavere osservando la
fotografia del corpo spaventosamente decomposto di un
soldato. Quello di Taylor era uno studio sulla follia e
l’inutilità: «Gli uomini di Stato erano sopraffatti
dall’immensità degli eventi. Anche i generali lo erano …
Tutti annaspavano più o meno vanamente. Nessuno si
domandò perché si combattesse quella guerra. I tedeschi
avevano iniziato la guerra allo scopo di vincerla; gli Alleati
la combatterono per non perderla … Vincere la guerra era
il fine ultimo». 59 Questa guerra senza scopo fu inoltre
condotta in modo inetto e con grandi sprechi: Verdun
venne contesa «letteralmente al solo scopo di combattere».
La terza Ypres fu «il massacro più folle di una guerra
folle». Taylor non era certo un sentimentale, ma proprio il
suo stile aspro – addirittura faceto – faceva da contrappeso
ai resoconti più emotivi di un certo numero di storici di
altrettanto piacevole lettura che avevano pubblicato le
proprie opere prima di lui: Leon Wolff, Barbara Tuchman,
Alan Clark e Alistair Horne. 60 Scrivendo nell’epoca in cui
uscivano questi libri, Robert Kee tuonava contro «il
gigantesco imbroglio grazie al quale politici e generali
diventarono più ricchi e potenti a spese di milioni di

31
uomini coraggiosi spediti all’inferno … per certi versi in
modo analogo ai campi di concentramento di cui la
Germania nazista non poteva fare a meno». 61 Questa
passione non si è esaurita con il passare degli anni.
Combinando i ricordi dei veterani e l’indignazione dello
stesso autore, i libri di Lyn Macdonald sui momenti
fondamentali della guerra sul fronte occidentale hanno
rafforzato l’idea che la guerra fosse un puro inferno e i
soldati le sue vittime. 62 John Laffin continua a definire
«macellai e pasticcioni» i generali britannici. 63
È tuttavia opportuno riconoscere che queste restano le
opinioni di una minoranza. In realtà, un numero
sorprendentemente alto di storici ha insistito – e continua
a insistere – sul fatto che la prima guerra mondiale non fu
«insensata». Se ha avuto un aspetto malefico, è stato
comunque un male necessario.
Naturalmente, fin da subito si è tentato di giustificare il
conflitto. I diversi governi belligeranti si sono affrettati a
rendere pubbliche le proprie spiegazioni ufficiali sullo
scoppio della guerra in libri di varie tonalità di colore: il
Libro Grigio belga, il Libro Rosso austriaco, il Libro Nero
russo e il Libro Bianco tedesco. 64 Anche giornali e case
editrici si precipitarono a giustificare la guerra. Nella sola
Gran Bretagna, prima della fine del 1915, erano già state
pubblicate almeno sette storie a puntate sul «Times» e sul
«Guardian», nonché storie «a caldo» di autori affermati
come John Buchan, Sir Arthur Conan Doyle, William Le
Queux e persino Edgar Wallace. Prima della fine della
guerra Buchan era riuscito a sfornare non meno di
ventiquattro volumi, più di quanti fosse riuscito a
pubblicarne il «Times» (al secondo posto con ventuno

32
volumi). 65 Tutti questi libri sono accomunati da una
fiducia incrollabile nella giustezza della causa britannica.
Lo stesso si può dire delle storie ufficiali pubblicate
dopo il conflitto. Non è possibile in questo contesto dare
conto della varietà e quantità di tali opere. In Inghilterra
l’impresa più monumentale fu quella di Sir James
Edmonds, in quattordici volumi, dedicata alla guerra sul
fronte occidentale. 66 Per i vincitori era piuttosto facile
giustificare la guerra. Per quanto riguarda gli inglesi, la
Germania aveva rappresentato una minaccia per l’impero,
e l’impero aveva risposto con successo alla sfida. Nelle
condizioni ben diverse derivanti dalla sconfitta e dalla
rivoluzione, la cosa si faceva alquanto più difficile.
Ciononostante, l’opera in quattordici volumi pubblicata
dal Reichsarchiv e intitolata Der Weltkrieg (La guerra
mondiale) sfoggia un cocciuto orgoglio per il successo
operativo dei tedeschi: non è un caso che l’ultimo volume
sia stato pubblicato soltanto dopo la fine della seconda
guerra mondiale. 67
Meno smaccatamente apologetiche, per la loro stessa
natura, erano le raccolte di documenti pubblicate dopo il
1918. In Russia, naturalmente, il governo bolscevico non
esitò a incensare la propria posizione nei documenti che
pubblicava: qui la guerra era presentata come un atto di
autoimmolazione imperialista. 68 Sostanzialmente simile
nella sua prospettiva politica era la raccolta di documenti
pubblicati dal socialdemocratico tedesco Karl Kautsky e
alcuni suoi collaboratori. 69 Più ambivalente fu l’opera
dell’Assemblea nazionale e della Commissione d’inchiesta
del Reichstag sulle cause del collasso tedesco, che forniva
ai leader della Germania prerivoluzionaria la possibilità di

33
rispondere a domande insidiose. 70 I tedeschi, comunque,
stabilirono un nuovo modello di riferimento con la
monumentale Die Grosse Politik der europäischen
Kabinette (La grande politica dei governi d’Europa:
quaranta volumi in cinquantaquattro tomi, pubblicati fra il
1922 e il 1927, riguardanti il periodo 1871-1914).
Concepita inizialmente come risposta alla clausola sulla
«colpa della guerra» contenuta nel trattato di Versailles, e
abilmente selettiva nella scelta dei documenti per mettere
in buona luce il regime tedesco anteriore al 1918,
quest’opera era e rimane il punto di partenza essenziale
per gli storici della diplomazia. 71 Il suo successo costrinse
la Gran Bretagna e la Francia a rispondere rispettivamente
con gli undici volumi di documenti del Foreign Office
curati da George Peabody Gooch e Harold Temperley,
intitolati British Documents on the Origins of the War,
1898-1914 (pubblicati tra il 1926 e il 1938) 72 e i
Documents diplomatiques français, la cui pubblicazione
richiese tempi più lunghi (uscirono tra il 1929 e il 1959). 73
Ci sono poi le memorie dei leader dell’epoca; in questo
caso lo sforzo di giustificazione appare più facilmente
individuabile. I «pezzi grossi» non persero tempo a
pubblicare le loro memorie. Sir John French pubblicò
1914 appena un anno dopo l’armistizio. Gallipoli Diary di
Sir Ian Hamilton uscì nel 1920, mentre Soldiers and
Statesmen di Sir William Robertson arrivò sugli scaffali
delle librerie sei anni più tardi. 74 Sul versante tedesco,
Ludendorff e Tirpitz pubblicarono i propri scritti già nel
1919, seguiti nel 1920 da Falkenhayn. 75 I politici, avendo
meno tempo a disposizione dei militari, non furono di
solito altrettanto veloci. L’ex cancelliere tedesco Theobald

34
von Bethmann Hollweg aveva più che valide ragioni per
cercare di giustificarsi rapidamente: il suo Betrachtungen
zum Weltkriege (Riflessioni sulla guerra mondiale) era
disponibile in traduzione inglese già nel 1920. 76 Il Kaiser
pubblicò nel 1922 le sue memorie, nelle quali ribadiva che
le potenze dell’Intesa avevano scatenato una guerra di
aggressione premeditata contro una Germania
innocente. 77 Winston Churchill pubblicò il primo volume
di La crisi mondiale in quello stesso anno. Asquith
pubblicò The Genesis of the War nel 1923, seguito nel
1928 da Memories and Reflections; Sir Edward Grey (ora
visconte Grey di Falloden) pubblicò Twenty-Five Years nel
1925 e Lord Beaverbrook diede alle stampe Politicians and
the War nel 1928. 78 Chiude l’elenco David Lloyd George
con Memorie di guerra, pubblicate in sei volumi fra il 1933
e il 1936. 79
Ben pochi di questi autori osarono negare che la guerra
fosse stata orribile; ma praticamente tutti sottolinearono
con forza il fatto che fosse stata inevitabile. Anzi, il
giudizio più frequentemente espresso dai politici britannici
fu che la guerra era stata l’esito dell’azione di forze storiche
talmente vaste che nessun fattore umano avrebbe potuto
impedirla. «Le nazioni precipitarono nel calderone
ribollente della guerra», scriveva Lloyd George in un
celebre passo delle sue Memorie di guerra. E non era certo
l’unica metafora utilizzata per comunicare il senso delle
gigantesche forze impersonali che avevano condizionato gli
eventi. La guerra era un «cataclisma», un «tifone» al di là
delle possibilità di controllo degli uomini di Stato. Quando
il Big Ben scoccò «l’ora fatale» del 4 agosto, «riecheggiò
nelle nostre orecchie come il martello del destino … Mi

35
sentivo come un uomo che si trovasse su un pianeta
strappato improvvisamente dalla sua orbita … e roteante
follemente nell’ignoto». 80 Churchill ricorse alla stessa
immagine astronomica in Crisi mondiale:
Bisogna pensare ai rapporti tra le nazioni in quei giorni come a prodigiose organizzazioni
di forze … che, come corpi planetari, non potevano avvicinarsi nello spazio senza …
scatenare profonde reazioni magnetiche. Se si avvicinavano troppo ai bagliori di luce
avrebbero cominciato a folgorare, e al di là di un certo punto avrebbero potuto essere attratte
irresistibilmente fuori dalla propria orbita … erano in rotta di collisione e si attiravano
reciprocamente. 81

Anche le metafore climatiche erano molto in voga.


Churchill ricordava «una strana atmosfera nell’aria»,
mentre Grey attribuiva parte della colpa a un’«aria
miserabile e malsana» che circolava dappertutto. Fatto
interessante, uno sconosciuto veterano di guerra tedesco
usò sostanzialmente lo stesso linguaggio nelle sue memorie:
Quel che da ragazzo mi era apparso come una lunga malattia, ora mi sembrò essere la
quiete prima della tempesta … I Balcani erano immersi in quella plumbea calura che di solito
annuncia l’uragano e di tanto in tanto appariva un raggio di luce più brillante … Ma poi ci fu
la guerra balcanica e con essa le prime raffiche di vento percorsero un’Europa sempre più
nervosa. Il tempo che ora era seguito pesava sui petti degli uomini come un grande incubo,
soffocante come le febbri dei climi tropicali, tanto che a causa dell’ansia costante il senso
dell’incombente catastrofe diventò infine un desiderio: che il cielo lasciasse libero di agire un
destino che non si poteva più evitare. E poi, il primo possente lampo colpì la terra; la
tempesta si era scatenata e al tuono del cielo si mescolava il ruggito delle batterie della guerra
mondiale. 82

Così si legge nel terzo capitolo di Mein Kampf di Adolf


Hitler.
Per i politici che avevano fatto la guerra – anziché (come
nel caso di Hitler) essere stati creati da essa – il fascino
esercitato da tutte queste immagini di catastrofi naturali si
spiega molto facilmente. In un’epoca in cui la guerra era
ormai considerata la più grande calamità dei tempi
moderni, queste immagini servivano a illustrare
efficacemente ciò che affermavano i politici, ossia che era
stato al di là dei loro poteri impedirne la deflagrazione.

36
Grey affermava esplicitamente che la guerra era stata
«inevitabile». 83 Di fatto, aveva espresso questo giudizio già
nel maggio del 1915, quando aveva ammesso che, durante
la crisi di luglio, aveva avuto la «netta impressione» di
«non avere il potere di decidere il corso della politica». 84
E nell’aprile del 1918 dichiarò: «Mi arrovellavo
continuamente chiedendomi se con maggiore lungimiranza
o saggezza avrei potuto impedire la guerra, ma sono giunto
alla conclusione che nessun essere umano avrebbe potuto
impedirla». 85 Bethmann Hollweg aveva usato parole simili
appena due mesi prima: «Mi chiedo sempre se si sarebbe
potuto evitarla e che cosa avrei dovuto fare di diverso». 86
È inutile dire che non gli era venuto in mente nulla.
Alcuni storici continuano a prediligere l’immagine di
profonde forze naturali che spingono nell’abisso le grandi
potenze. Eric Hobsbawm ha paragonato lo scoppio della
guerra a un incendio e a un temporale; Corelli Barnett ha
paragonato il governo britannico a «un uomo in un barile
che sta per precipitare nelle cascate del Niagara», mentre
Norman Davies ha descritto la guerra come un terremoto
provocato dallo slittamento di una zolla continentale. 87
Ovviamente, è possibile presentare la guerra come una
calamità naturale anche senza ricorrere a immagini di
questo tipo. I darwinisti sociali classici condividevano la
tesi dell’ex capo dello stato maggiore generale austriaco
Franz Conrad von Hötzendorf, secondo il quale «la
catastrofe della guerra mondiale si è prodotta in modo
quasi inevitabile e irresistibile» a causa del «grande
principio» della lotta per la sopravvivenza. 88 Alcuni storici
tedeschi del periodo fra le due guerre si lasciarono tentare
dall’interpretazione geopolitica secondo la quale la

37
Germania, un’autentica «terra di mezzo», era
particolarmente esposta all’accerchiamento e pertanto
condannata a scegliere tra le «concessioni» bismarckiane o
una guerra preventiva di stile guglielmino. 89 Anche storici
non tedeschi sostennero teorie impersonali o sistematiche.
L’americano Sidney Fay riprese la tesi del presidente
Woodrow Wilson, secondo cui la guerra era la
conseguenza dei difetti del sistema internazionale (alleanze
segrete ma contrattualmente vincolanti, cui si aggiungeva
l’assenza di meccanismi di arbitrato indipendenti). 90 Altri
accolsero la convinzione leninista secondo la quale la
guerra era il risultato di rivalità economiche imperialiste
scaricate sui lavoratori europei da interessi capitalistici: un
drastico rovesciamento delle tesi prebelliche sostenute da
uomini di sinistra come Karl Kraus e John A. Hobson,
secondo i quali i capitalisti erano troppo astuti per
desiderare la propria autodistruzione. 91 Questo approccio
– che si condensò in un dogma intoccabile nella
storiografia della Repubblica democratica tedesca – ha
tuttora alcuni sostenitori. 92
In seguito, all’indomani di una seconda conflagrazione
globale, quando il mondo sembrò sull’orlo di una terza e
definitiva guerra, si affermò la tesi (anche in questo caso
diffusa in Gran Bretagna da Taylor) secondo la quale i
piani escogitati dagli stati maggiori generali in risposta ai
mutamenti tecnologici rendevano una guerra «in base
all’orario» non più arrestabile una volta oltrepassato un
certo punto: «Tutti rimasero intrappolati dall’ingegnosità
dei loro preparativi». 93 Arno Mayer, sulla scorta
dell’esempio tedesco, cercò di giungere a una
generalizzazione suggerendo che la guerra era stata

38
provocata da pressioni politiche interne a tutti i maggiori
paesi belligeranti, determinatesi quando le élite
aristocratiche tentarono di neutralizzare le minacce della
democrazia e del socialismo stringendo un patto diabolico
con il nazionalismo radicale. 94 C’è persino una spiegazione
demografica della guerra, secondo la quale essa «servì ad
attenuare il sovrappopolamento rurale». 95 Non manca
infine un’interpretazione puramente culturale, in base alla
quale la guerra fu l’esito di un complesso di idee:
«nazionalismo», «irrazionalismo», «militarismo» e via
dicendo. 96 In realtà, queste idee erano state preannunciate
niente di meno che da Bethmann Hollweg già nell’agosto
del 1914: «L’imperialismo, il nazionalismo e il
materialismo economico, che durante l’ultima generazione
hanno determinato le linee orientative della politica di ogni
nazione, hanno stabilito degli obiettivi che potevano essere
raggiunti solo al prezzo di una conflagrazione generale». 97
Secondo Bethmann Hollweg, tormentato dal dilemma se
«si sarebbe potuto evitare o no» la guerra, c’era una sola
conclusione accettabile: la colpa era di tutte le nazioni. Ma
aggiungeva: «Anche la Germania ha una larga parte di
responsabilità». 98 Al contrario, secondo una tesi
alternativa e assai influente, la prima guerra mondiale era
stata inevitabile proprio a causa del comportamento dei
leader tedeschi, Bethmann Hollweg compreso.
Nelle loro memorie molti politici britannici hanno
mostrato la tendenza a sostenere, come già avevano fatto
nell’agosto del 1914, che la Gran Bretagna avesse avuto
l’obbligo morale e contrattuale di difendere la neutralità
del Belgio dall’aggressione tedesca. Come disse Asquith,
usando il linguaggio dei campi sportivi delle scuole private:

39
«Non è possibile per uomini del nostro lignaggio e della
nostra storia rimanere inerti … mentre un grosso bullo sta
per scaraventare a terra e pestare una vittima che non lo ha
minimamente provocato». 99 Lloyd George era d’accordo
con lui. 100 Da allora la tesi che l’intervento britannico nella
Grande guerra fosse stato reso inevitabile dalla violazione
della neutralità del Belgio è stata continuamente ribadita
dagli storici. 101
Tuttavia, c’era un’altra tesi ancora più importante,
almeno a giudizio di Grey e Churchill, ossia che la Gran
Bretagna «non poteva, per la sua stessa salvezza e
indipendenza, permettere che la Francia fosse sconfitta da
un atto d’aggressione della Germania». 102 Secondo
Churchill, un «tiranno continentale» mirava al «dominio
del mondo». 103 Nelle sue memorie Grey accoglieva
entrambe le tesi. «Il nostro intervento in guerra,
immediato e compatto», scrive, «fu causato dall’invasione
del Belgio»; 104 «ma la mia sensazione istintiva era che
dovessimo accorrere in aiuto della Francia.» 105 Se la Gran
Bretagna fosse rimasta in disparte, «la Germania …
avrebbe dominato tutta l’Europa e l’Asia Minore, perché i
turchi si sarebbero schierati al fianco di una Germania
vittoriosa». 106
Restare in disparte avrebbe significato il dominio della Germania, la sottomissione della
Francia e della Russia, l’isolamento della Gran Bretagna, l’odio nei confronti di quest’ultimo
paese sia da parte di chi ne aveva temuto l’intervento sia da parte di chi lo aveva desiderato e,
in ultima analisi, il predominio assoluto della Germania sul continente. 107

Secondo Keith M. Wilson questa ragione egoistica era


molto più importante del destino del Belgio, che il governo
aveva sbandierato sostanzialmente per placare gli scrupoli
di ministri di gabinetto tentennanti e per tenere a bada
l’opposizione. Più di ogni altra cosa, la guerra fu

40
combattuta perché era nell’interesse della Gran Bretagna
difendere la Francia e la Russia e impedire «il
consolidamento dell’Europa sotto un unico regime
potenzialmente ostile». 108 David French sostiene una tesi
simile, 109 come fanno d’altra parte anche molte recenti
opere di sintesi, 110 nonché Paul Kennedy nella sua opera
L’antagonismo anglo-tedesco. 111 Secondo Trevor Wilson, la
Germania «aspirava a un’egemonia europea incompatibile
con l’indipendenza della Gran Bretagna». 112
Probabilmente non c’è da stupirsi che gli storici
britannici abbiano sposato questa tesi. All’epoca, la
giustificazione più comunemente offerta per l’intervento in
guerra era la necessità di sconfiggere il militarismo
prussiano e la sua «inquietante» minaccia, come le atrocità
perpetrate dall’esercito tedesco sulla popolazione civile
belga avevano perfettamente dimostrato. Era, questa,
un’argomentazione che ben si adattava agli orientamenti
tanto dei liberali quanto dei conservatori e dei socialisti e
che si poteva conciliare con l’avversione nei confronti della
carneficina provocata dalla guerra. Ma l’idea che si dovesse
fermare la Germania non avrebbe certamente goduto di
grande longevità se negli anni Sessanta non avesse ottenuto
anche l’inaspettato appoggio di alcuni studiosi tedeschi. La
pubblicazione nel 1961 di Assalto al potere mondiale,
l’importante saggio di Fritz Fischer, fu un profondo shock
per gli storici tedeschi più conservatori, perché affermava
che gli obiettivi bellici della Germania nella prima guerra
mondiale non erano molto diversi da quelli perseguiti da
Hitler nella seconda. 113 Per i lettori britannici si trattava
semplicemente della conferma di una vecchissima ipotesi,
secondo la quale la Germania guglielmina aspirava

41
effettivamente a un «potere mondiale», che poteva
conquistare solo a scapito della Gran Bretagna. Ma per gli
storici tedeschi la «tesi della continuità» non solo
sembrava far rivivere la clausola della «colpa della guerra»
sancita dal trattato di Versailles, ma, cosa ben più grave,
rafforzava l’assioma secondo cui gli anni 1933-1945, lungi
dall’essere un’aberrazione nella storia moderna della
Germania, erano semplicemente il culmine di una
deviazione profondamente radicata da un certo tipo di
norma anglo-americana. 114 Alles war falsch: era stato tutto
sbagliato, compreso il Reich di Bismarck. Questa tesi era
avvalorata da documenti che Fischer aveva scovato in
quelli che erano allora gli archivi della Germania orientale
a Potsdam, e inizialmente ad alcuni critici occidentali
sembrò che Fischer si richiamasse alla linea marxista-
leninista. Ma la sua ricerca esercitò un fascino ancora
maggiore su una più giovane generazione di storici della
Germania occidentale, che vi riconobbero una conferma
postuma delle idee sostenute negli anni Venti da Eckart
Kehr sui difetti del Reich prima del 1914. Lo stesso Fischer
seguì la pista tracciata da questi giovani studiosi
collegando la politica estera espansionistica della
Germania alla sua politica interna: l’eccessiva influenza di
un’aristocrazia reazionaria, gli Junker a est dell’Elba, e
degli industriali antisocialisti della Ruhr. Kehr riteneva che
gli errori della politica estera guglielmina prima del 1914
fossero stati causati dalla priorità assegnata ai ristretti
interessi economici di questi due gruppi; 115 ora diventava
possibile estendere questa tesi alla stessa guerra.
Si potevano criticare le opinioni di Fischer su alcuni
aspetti specifici e certe particolari interpretazioni. Esisteva

42
davvero, come Fischer aveva cercato di dimostrare in Krieg
der Illusionen (Guerra delle illusioni), un piano di guerra
risalente addirittura al dicembre del 1912, fondato sulla
convinzione che ci si potesse assicurare la neutralità
britannica in una guerra di conquista contro la Russia e la
Francia? 116 Oppure Bethmann Hollweg stava correndo
una sorta di «rischio calcolato», scommettendo su un
conflitto localizzato per mantenere la «libertà d’azione»
del Reich, se non per salvaguardare lo stesso Reich? 117 O,
in alternativa, stava forse cercando di ottenere un impero
coloniale in Africa sconfiggendo la Francia sui campi di
battaglia dell’Europa e sperando che in qualche modo la
Gran Bretagna restasse neutrale? 118
L’altra argomentazione contro la teoria della «unicità
della colpevolezza» tedesca si richiamava naturalmente al
fatto che anche tutti gli Stati europei avevano i loro scopi
bellici imperialisti e le loro élite militariste. Negli scorsi
decenni sono stati pubblicati numerosi studi riguardanti le
politiche militari e diplomatiche dei principali
contendenti, 119 che hanno contribuito a riconsiderare le
origini della guerra da un punto di vista internazionale. 120
Per un certo numero di critici di Fischer, è stato un
opportuno cambiamento rispetto alla tesi della «unicità
della colpa». 121
Ma già nel 1965 Immanuel Geiss aveva respinto l’accusa
secondo la quale la tesi di Fischer era eccessivamente
incentrata sulla Germania, raccogliendo una serie di
documenti di grande influenza sulla crisi di luglio, tratti
dalle collezioni pubblicate dai paesi belligeranti a partire
dagli anni Venti. Geiss concludeva che, sebbene le cause
immediate andassero individuate nell’appoggio del

43
governo tedesco all’attacco punitivo dell’Austria contro la
Serbia, la guerra aveva le proprie origini nella Weltpolitik
della Germania, che inevitabilmente rappresentava una
minaccia per la Gran Bretagna. La Germania era
l’aggressore in quanto aveva deliberatamente provocato la
Russia. Ciò aveva messo la Russia, la Francia e la Gran
Bretagna con le spalle al muro, in una posizione in cui non
potevano fare altro che reagire di fronte alle prepotenti
ambizioni tedesche. 122 La successiva sintesi di Geiss, Der
lange Weg in die Katastrophe (La lunga strada verso la
catastrofe), si spinge ancora più oltre, sostenendo che la
prima guerra mondiale fu l’inevitabile conseguenza
dell’unificazione della Germania avvenuta quasi mezzo
secolo prima. 123 La Germania era stata «il centro delle crisi
più gravi» nel 1848, il teatro della «versione più estrema»
del nazionalismo europeo negli anni Sessanta
dell’Ottocento e, una volta realizzata l’unità, la «potenza
più forte del continente». 124 Secondo Geiss, fu «la
Welpolitik tedesca a spingere l’Europa verso la guerra
mondiale … Esportando la propria politica nel mondo
furono gli stessi tedeschi a scatenare il conflitto decisivo
che avrebbe portato alla guerra mondiale». 125 Di
conseguenza, l’errore di fondo della politica estera tedesca
era stato rifiutare qualsiasi possibilità di rapprochement con
la Gran Bretagna; la costruzione di una flotta militare
tedesca «equivaleva a una dichiarazione di guerra
all’Inghilterra». 126 In realtà, oggi alcuni storici di tendenze
più conservatrici sottolineano che questa sfida alla Gran
Bretagna era legittima, ma nessuno nega seriamente la
realtà della sfida. 127 Il confronto anglo-tedesco è quindi
diventato uno degli eventi più sovradeterminati della storia

44
moderna.
Una guerra evitabile?
Questo significa quindi che i memoriali di guerra hanno
ragione? Significa forse che quelle «infinite moltitudini»
commemorate dal milite ignoto sepolto nell’abbazia di
Westminster morirono davvero
PER IL RE E PER IL PAESE
PER GLI AMATI FOCOLARI E PER L’IMPERO
PER LA SACRA CAUSA DELLA GIUSTIZIA
E DELLA LIBERTÀ NEL MONDO [?]

Gli ex allievi celebrati dal memoriale eretto nel cortile


del Winchester College «offrirono» veramente «le loro vite
per l’umanità», per non parlare di Dio, del loro paese e
della loro scuola? 128 Gli Old Hamptonians morirono
realmente «per preservare tutto quello che è caro al cuore
degli inglesi, “l’onore della nostra parola” … la libertà … e
i diritti costituzionali»? 129
Quasi tutti i memoriali di guerra eretti nelle piazze, nelle
scuole e nei chiostri delle chiese d’Europa, che ritraggano
guerrieri idealizzati o donne in lutto o che contengano
(come a Thiepval) semplicemente elenchi di nomi incisi
nella pietra o nel bronzo, proclamano che i caduti non
morirono invano. 130 «Morts pour la Patrie» è l’iscrizione
più frequente sui monuments aux morts francesi, che siano
commemorativi, civici o semplicemente funebri. 131
«Deutschland muss leben, auch wenn wir sterben müssen»
recita la scritta sul memoriale di Dammtor, davanti al quale
passavo ogni mattina quando studiavo ad Amburgo: «La
Germania deve vivere, anche se noi dobbiamo morire».
Ben pochi memoriali osano suggerire che il «sacrificio»
degli uomini commemorati è stato vano. 132

45
Quindi la domanda fondamentale alla quale questo libro
cerca di rispondere è la stessa che si pone ogni visitatore di
Thiepval, Douaumont o di qualsiasi altro monumento ai
caduti: tutti questi morti – oltre nove milioni – sono
davvero serviti a qualcosa? Sembra una domanda ovvia,
ma per molti aspetti è più complessa di quanto non appaia
a prima vista. Per essere precisi: nel 1914 la Gran Bretagna
fu davvero così minacciata nella sua sicurezza da
giustificare la decisione di inviare milioni di reclute
inesperte dall’altra parte della Manica e ancora più lontano
allo scopo di «fiaccare» la Germania e i suoi alleati? Che
cosa cercava realmente di ottenere il governo tedesco
scatenando la guerra? Sono queste le domande che
tratteremo nei primi sei capitoli, in cui esamineremo le
minacce che ogni contendente doveva affrontare, o
pensava di dover affrontare.
Queste minacce furono quasi completamente
dimenticate non appena la guerra ebbe inizio. Avendo
scatenato il conflitto, come disse Taylor, i dirigenti politici
e i generali furono presto ossessionati dall’idea di vincerlo
come un fine in se stesso. Allo stesso tempo, la
combinazione tra la censura e la spontanea bellicosità di
molti giornali contribuì a scoraggiare atteggiamenti di
compromesso e a incoraggiare richieste di annessioni e altri
«obiettivi bellici» che solo una vittoria completa poteva
assicurare. Nel settimo e nell’ottavo capitolo esamineremo
una questione importante: valutare in quale misura il
sostegno popolare alla guerra spesso citato dagli storici
(almeno nella fase iniziale del conflitto) fu una creazione
dei mass media.
Perché la vittoria totale si dimostrò così difficile da

46
ottenere? Questo è, almeno in parte, un problema di
natura economica. Entrambi gli schieramenti avevano
risorse limitate: un paese che avesse speso troppo in
termini finanziari e materiali per ottenere un successo a
breve termine sul campo di battaglia avrebbe potuto essere
sconfitto in un conflitto prolungato. Le sue scorte di
proiettili potevano esaurirsi. La sua riserva di manodopera
– soprattutto quella specializzata – poteva venire a
mancare oppure trovarsi a corto di strumenti e macchinari.
Potevano verificarsi carenze di derrate alimentari per
l’esercito e la popolazione civile. I debiti interni ed esteri
potevano raggiungere livelli insostenibili. Poiché tutti
questi fattori erano altrettanto importanti di quanto
accadeva sul campo di battaglia, la prima guerra mondiale
rimane un ottimo terreno di ricerca sia per gli storici
dell’economia sia per quelli militari. Ma, sul piano
economico, la guerra aveva – o almeno avrebbe dovuto
avere – un esito scontato, dato che le risorse della
coalizione guidata da Gran Bretagna, Francia e Russia
erano immensamente maggiori rispetto a quelle della
Germania e dei suoi alleati. Nel nono capitolo
analizzeremo la ragione per cui questo vantaggio non riuscì
a garantire la vittoria senza l’appoggio diretto degli
americani e metteremo in discussione la tesi largamente
accettata secondo la quale l’economia di guerra tedesca era
organizzata in modo inefficiente.
La chiave di volta del successo fu quindi la strategia?
Affronteremo questa domanda nel decimo capitolo. Per
certi aspetti, lo stallo sul fronte occidentale e gli
inconcludenti risultati dell’«approccio indiretto» in altri
teatri di guerra furono una conseguenza inevitabile della

47
tecnologia militare. Ma la strategia che si impose quasi
automaticamente in assenza di sfondamenti decisivi, ossia
quella di una guerra di logoramento, era chiaramente
difettosa. Una conclusione cui giunsero i generali di
entrambi gli schieramenti in seguito allo stallo fu che il
loro principale obiettivo divenne quello di uccidere più
soldati nemici di quanti uomini del proprio esercito
perdessero. Su questa base è possibile stabilire il valore del
sacrificio umano in termini strettamente militari.
Calcolando il «conteggio netto dei corpi» (ossia il numero
di soldati uccisi da una parte meno il numero di quelli
uccisi dall’altra) e ricorrendo ad altre dettagliate statistiche
sulle perdite, è possibile valutare l’efficienza militare. In
effetti, il valore della morte di un singolo soldato può
essere espresso in funzione del numero di soldati nemici
che teoricamente avrebbe potuto uccidere direttamente o
indirettamente. Valutare l’efficienza militare in questo
modo è un compito piuttosto macabro (anzi, qualche
lettore potrebbe anche giudicare il mio metodo di pessimo
gusto); ma il presupposto logico ha le sue origini nella
mente dei generali e dei politici dell’epoca. Giudicate
secondo questa prospettiva, le Potenze centrali appaiono
chiaramente dotate di una netta superiorità. Il mistero
diventa quindi perché abbiano perso la guerra. Una
possibilità (discussa nell’undicesimo capitolo) sta nel
combinare i due parametri dell’efficienza militare e
dell’efficienza economica. In altre parole, è possibile che il
fattore decisivo non fosse il numero degli uomini che i due
schieramenti riuscivano a uccidere quanto piuttosto il
costo che comportava la loro uccisione. Ma ciò non fa che
approfondire il mistero, perché, sotto questo punto di

48
vista, le Potenze centrali riportarono successi ancora
maggiori.
Quindi per rispondere alla domanda sul motivo per cui i
tedeschi persero la guerra non possiamo limitarci al
semplice conteggio netto dei corpi in base al dollaro.
Dobbiamo anche tenere conto delle perdite minori
rappresentate da soldati che non furono uccisi, ma soltanto
feriti o presi prigionieri. Il numero dei prigionieri riveste
una particolare importanza nella mia analisi perché,
malgrado il loro destino fosse per gli stessi soldati
preferibile a quello dei morti o dei mutilati, dal punto di
vista dei generali un soldato catturato significava una
perdita del tutto equivalente a quella di un soldato ucciso.
Anzi, in un certo senso, era una perdita persino più grave,
in quanto da vivo il soldato catturato avrebbe potuto
fornire informazioni al nemico o essere costretto a lavorare
a suo vantaggio. Perciò nella valutazione delle perdite
inflitte da uno schieramento all’altro, ho attribuito maggior
peso agli uomini catturati che a quelli feriti, dato che un
sostanzioso numero di feriti fu in grado di tornare a
combattere. Questo fatto, a sua volta, solleva alcune
questioni fondamentali sulle motivazioni che animavano i
singoli soldati. Se le condizioni di vita nelle trincee erano
così spaventose come sostiene la letteratura contraria alla
guerra, perché gli uomini continuarono a combattere?
Perché non disertarono, non si ammutinarono o non si
arresero in numero ben maggiore? Queste domande sono
discusse nel dodicesimo e tredicesimo capitolo.
Infine, nessuna analisi della guerra può considerarsi
completa senza il tentativo di valutare il prezzo della pace;
infatti, molti di coloro che avevano già manifestato il

49
proprio dissenso nei confronti della guerra rimasero
ancora più delusi e irritati dalle sue conseguenze. Il trattato
di Versailles – per non parlare degli altri trattati firmati dai
vinti nei pressi di Parigi – fu quindi il verme nella mela
dell’assetto postbellico? Cercheremo di dare una risposta
nel quattordicesimo capitolo.
Il lettore avrà notato che, nell’analisi delle questioni
appena citate, ricorro spesso ai cosiddetti scenari
«simulati», sforzandomi di immaginare come sarebbero
andate le cose se le circostanze fossero state in un modo o
nell’altro differenti. In effetti, è possibile leggere questo
libro come un’indagine sui molti risultati alternativi della
guerra. Che cosa sarebbe successo se la Gran Bretagna non
avesse accontentato la Francia e la Russia sulle questioni
imperiali e successivamente continentali dopo il 1905? E se
la Germania fosse stata in grado di ottenere una maggiore
sicurezza prima del 1914 incrementando le sue capacità
difensive, cosa che avrebbe anche potuto permettersi di
fare? E se la Gran Bretagna non fosse intervenuta
nell’agosto del 1914, come avrebbe probabilmente
preferito la maggior parte dei ministri di gabinetto? Che
cosa sarebbe accaduto se la Francia non fosse riuscita a
fermare i tedeschi sulla Marna, fatto, questo, più che
comprensibile dopo tutte le perdite che aveva già subìto?
E se la Gran Bretagna avesse destinato l’intera forza di
spedizione alla guerra contro la Turchia e fosse riuscita a
condurre con maggior successo lo sbarco a Gallipoli? E se
i russi avessero agito più razionalmente, accettando una
pace separata con la Germania? Che cosa sarebbe
avvenuto se ci fossero stati ammutinamenti nelle forze
britanniche analoghi a quelli che si verificarono

50
nell’esercito francese nel 1917? E se i tedeschi non
avessero fatto ricorso a una guerra sottomarina illimitata o
non avessero rischiato il tutto per tutto nelle offensive
lanciate da Ludendorff nel 1918? E se nel 1919 fosse stata
imposta alla Germania una pace ben più dura? Oppure
una pace più accomodante? Come ho sostenuto altrove,
questi problemi controfattuali ci aiutano in due modi: a
rivivere l’incertezza di coloro che prendevano allora le
decisioni, per i quali il futuro non era che un fascio di
possibilità, e a valutare se abbiano preso le decisioni
migliori. 133 Non penso di rivelare molto di quel che
seguirà se affermo già ora che, nel complesso, non credo
che le abbiano prese.
* W. Owen, Poesie di guerra, a cura di S. Rufini, Torino, Einaudi, 1985. [N.d.T.]

51
I

I miti del militarismo


Profeti
Si dice spesso che la prima guerra mondiale sia stata
provocata dalla cultura; più precisamente, dalla cultura del
militarismo. La quale avrebbe creato un’atmosfera così
favorevole alla guerra che gli uomini addirittura la
bramavano. Alcuni previdero certamente lo scoppio del
conflitto; ma è dubbio che fossero in moltissimi a
desiderarlo.
Se la prima guerra mondiale fosse stata causata da
profezie avveratesi, uno dei primi profeti sarebbe
senz’altro Headon Hill, autore del romanzo The Spies of
Wight (1899), incentrato sulle sinistre macchinazioni delle
spie tedesche ai danni della Gran Bretagna. 1 Fu l’inizio di
un’autentica esplosione di romanzi che preannunciavano
una futura guerra anglo-tedesca. A New Trafalgar, di
Albert Charles Curtis, pubblicato nel 1902, fu uno dei
primi a immaginare un fulmineo attacco navale tedesco
contro la Gran Bretagna, momentaneamente priva del suo
Channel Squadron, lo Squadrone della Manica;
fortunatamente, però, la Royal Navy dispone di una
nuovissima e formidabile nave da guerra, grazie alla quale
ottiene la vittoria. 2 Nel celebre romanzo L’enigma delle
sabbie di Erskine Childers, pubblicato nel 1903, gli eroi
Carruthers e Davies scoprono inaspettatamente un piano
tedesco per mezzo del quale
un enorme numero di chiatte piene di soldati … avrebbero dovuto uscire fuori
simultaneamente da sette sbocchi poco profondi divise in sette squadre e, con la scorta della
marina imperiale, attraversare il mare del Nord e lanciarsi con tutto il proprio impeto sulle
sponde inglesi. 3

Dopo un’analoga invasione, Jack Montmorency, lo

52
scolaro protagonista del romanzo The Boy Galloper, di
Lionel James (pubblicato nel 1903), deve abbandonare la
scuola, indossare l’uniforme del corpo dei cadetti e battersi
contro i tedeschi. 4 L’invasione tedesca probabilmente più
famosa di tutte fu ideata e descritta da William Le Queux
nel suo avvincente romanzo The Invasion of 1910,
inizialmente pubblicato a puntate sul «Daily Mail» nel
1906, nel quale si immagina un riuscito sbarco in
Inghilterra a opera di un esercito tedesco forte di
quarantamila uomini, cui fanno seguito spaventose atrocità
come «la Battaglia di Royston» e «il Bombardamento di
Londra». 5 In When the Eagle Flies Seaward (pubblicato
nel 1907) la forza d’invasione era di sessantamila uomini,
ma la storia era sostanzialmente la stessa: entrambe
terminavano – senza dubbio con gran sollievo dei lettori
inglesi – con la sconfitta degli invasori. 6 In The Death Trap
(uscito nel 1907), di Robert William Cole, sono i
giapponesi a giungere in soccorso dopo lo sbarco delle
truppe del Kaiser. 7 Fu soltanto con The Message, di Alec
John Dawson, pubblicato anch’esso nel 1907, che si
affacciò la prospettiva di una irreparabile débâcle inglese,
seguita da occupazione, riparazioni di guerra e perdita di
numerose colonie.
Nel libro di Dawson, significativamente, il nemico è non
soltanto all’esterno ma anche all’interno; mentre i pacifisti
manifestano a Bloomsbury in favore del disarmo, un
cameriere tedesco dice al protagonista del romanzo: «Vaire
shtrong, sare, ze Sherman Armay».* Poco dopo si scopre
che questo cameriere, e migliaia di altri immigrati tedeschi,
avevano agito come informatori prima dell’invasione,
affinché «l’esercito tedesco potesse conoscere

53
praticamente covone per covone quanto foraggio si
trovasse fra Londra e la costa». 8 In A Maker of History,
pubblicato nel 1905, Edward Phillips Oppenheim aveva
già tratteggiato uno scenario di questo genere. Come
spiega il «Capitano X», capo dei servizi segreti tedeschi a
Londra:
In questo paese ci sono duecentonovantamila giovani concittadini miei e vostri che hanno
prestato servizio e sono in grado di sparare … Impiegati, camerieri, parrucchieri … a ognuno
è stato assegnato un compito. Le fortezze che sorvegliano la grande città possono essere
imprendibili dall’esterno; ma dall’interno, è tutta un’altra storia. 9

Allo stesso modo, in The Enemy in our Midst di Walter


Wood, pubblicato nel 1906, c’è un «Comitato tedesco per
i preparativi segreti» che opera di nascosto per organizzare
un colpo di Stato a Londra. Ci furono numerose variazioni
su questo tema; anzi, così tante che l’espressione psicosi
delle spie divenne quasi un luogo comune. Nel 1909 uscì il
romanzo probabilmente più influente di Le Queux, Spies
of the Kaiser, nel quale si immagina l’esistenza di una rete
spionistica tedesca in Gran Bretagna. 10 Sempre nel 1909
fu dato alle stampe When England Slept, del capitano
Curties: Londra viene occupata con fulminea rapidità da
un esercito tedesco penetrato furtivamente all’interno del
paese nel corso di parecchie settimane. 11
Queste fantasie, però, non comparivano soltanto nella
narrativa più dozzinale. Il viaggiatore e poeta Charles
Doughty scrisse alcuni versi curiosamente arcaici su questo
tema, soprattutto The Cliffs, nel 1909, e, tre anni più tardi,
The Clouds: due opere bizzarre, in cui gli immaginati
invasori esprimono le idee di Le Queux in un linguaggio
pseudochauceriano. 12 La commedia del maggiore Guy du
Maurier, An Englishman’s Home, del 1909, trasponeva sul
palcoscenico le medesime fantasticherie. 13 Anche gli

54
studenti dovettero affrontare l’incubo dell’invasione. Nel
dicembre del 1913 la rivista «Chums» iniziò a pubblicare
un racconto a puntate su un’ennesima imminente guerra
anglo-tedesca. 14 Nel 1909, sulla rivista della scuola
Aldeburgh Lodge, si immaginava con un certo sarcasmo
come sarebbero stati educati i bambini nel 1930,
presupponendo che in quel non troppo lontano futuro
l’Inghilterra non sarebbe stata altro che «un’isoletta al
largo della costa occidentale di Teutonia». 15
Persino Saki (Hector Hugh Munro) – uno dei pochi
scrittori popolari di quel periodo tuttora letto con una
certa ammirazione – si cimentò in questo genere letterario.
In When William Came: A Story of London under the
Hohenzollerns, pubblicato nel 1913, il protagonista,
Murrey Yeovil, «nato e cresciuto come un membro della
razza dominante», appena tornato dalle profondità
dell’Asia trova un’Inghilterra sconfitta e «incorporata
nell’impero degli Hohenzollern … come un Reichsland,
una sorta di Alsazia-Lorena bagnata dal mare del Nord
anziché dal Reno», con tanto di caffè in stile continentale
nella «Regentstrasse» e multe immediate per chi calpesta
l’erba di Hyde Park. 16 Yeovil desidera opporsi
all’occupazione teutonica, ma si ritrova abbandonato dai
suoi contemporanei conservatori, che sono fuggiti (insieme
a Giorgio V) a Delhi, lasciandosi alle spalle una spregevole
schiera di collaborazionisti, tra i quali la stessa moglie di
Yeovil, una donna immorale, i suoi amici bohémien,
numerosi piccoli burocrati e gli «onnipresenti» ebrei. 17
Bisogna qui osservare la qualità stranamente sopportabile,
persino seducente, della conquista tedesca, almeno agli
occhi dei britannici più decadenti. Anche Ernest

55
Oldmeadow, nel precedente romanzo North Sea Bubble
(pubblicato nel 1906), aveva immaginato i tedeschi
impegnati a corteggiare i loro nuovi vassalli con doni
natalizi per tutti e alimenti sovvenzionati. Anzi, le peggiori
atrocità inflitte dagli occupanti alla Bretagna tedesca di
Oldmeadow sono l’introduzione di una dieta a base di
salsicce e crauti, la grafia corretta del nome di Händel nei
programmi dei concerti e l’autonomia dell’Irlanda. 18
Anche i tedeschi si lanciavano in fantasiose visioni di
una futura guerra. In Die Abrechnung mit England (La resa
dei conti con l’Inghilterra), pubblicato nel 1900, Karl
Eisenhart immagina che la Gran Bretagna, uscita sconfitta
dalla guerra contro i boeri, sia attaccata dalla Francia. Gli
inglesi impongono un blocco navale, ignorando i diritti
della navigazione neutrale; ma proprio questo provoca lo
scoppio della guerra tra Inghilterra e Germania. Grazie a
un’arma segreta (una corazzata a propulsione elettrica) i
tedeschi ottengono la vittoria e, felicissimi, si
impadroniscono di parecchie colonie inglesi, compresa
Gibilterra. 19 In Der Weltkrieg – Deutsche Träume (La
guerra mondiale. Sogni tedeschi), del 1904, August
Niemann vede «gli eserciti e le flotte di Germania, Francia
e Russia muovere insieme contro il nemico comune [la
Gran Bretagna] che con le sue braccia tentacolari avvolge
il globo». Le marine di Francia e Germania sconfiggono la
Royal Navy e una forza d’invasione sbarca al Firth of
Forth. 20 In 100 Jahre deutsche Zukunft (Il futuro della
Germania in 100 anni) Max Heinrichka prevede una
guerra anglo-tedesca per l’Olanda, che culmina con una
nuova invasione tedesca. Come nel racconto di Niemann,
la vittoria consente alla Germania di annettersi le regioni

56
migliori dell’Impero britannico. 21 Ma non tutti gli scrittori
tedeschi erano altrettanto fiduciosi: in «Sink, Burn,
Destroy»: Der Schlag gegen Deutschland («Sink, Burn,
Destroy». Il colpo alla Germania), uscito nel 1905, i ruoli
sono ribaltati; questa volta è la marina britannica a
sconfiggere i tedeschi ed è Amburgo a subire l’invasione
inglese. 22
Sulla scorta di questi dati, sarebbe facile sostenere che la
prima guerra mondiale sia scoppiata, almeno in parte,
proprio perché la gente si aspettava che scoppiasse. In
effetti, libri come quelli appena ricordati continuarono a
essere pubblicati anche dopo che la profezia si era
avverata. Le Queux pubblicò in grande fretta The German
Spy: A Present-Day Story alla fine del 1914; la versione
cinematografica della Gaumont di The Invasion of 1910,
precedentemente bandita dagli schermi, fu ora distribuita
con il titolo di If England Were Invaded. Nel 1915 fu
pubblicato Hindenburgs Einmarsch in London (L’entrata
di Hindenburg a Londra) di Paul Georg Münch, in cui si
immaginava il vincitore di Tannenberg a capo di una
riuscita invasione attraverso la Manica. 23
Ma questi voli della fantasia devono essere considerati in
un contesto più ampio. Non tutti i profeti della guerra si
aspettavano che sarebbe scoppiata tra Germania e Gran
Bretagna. Anzi, prima dell’inizio del secolo, erano
pochissime le opere in cui compariva un nemico tedesco.
Con mirabile preveggenza, gli autori di The Great War of
1891, pubblicato nel 1891 sul settimanale illustrato «Black
and White», facevano deflagrare la guerra da essi
immaginata nei Balcani, in seguito all’assassinio di un
membro di una casa reale (un attentato alla vita del

57
principe Ferdinando di Bulgaria, presumibilmente a opera
di agenti russi). Quando la Serbia approfitta della
situazione per dichiarare guerra alla Bulgaria, l’Austria-
Ungheria occupa Belgrado, persuadendo i russi a inviare
truppe in Bulgaria. La Germania onora le clausole del
trattato mobilitandosi contro la Russia a sostegno
dell’Austria-Ungheria; anche la Francia rispetta i propri
impegni con la Russia dichiarando guerra alla Germania.
La storia però ha una svolta inaspettata. Dopo essere
rimasta in un primo tempo in disparte – nonostante la
violazione della neutralità belga da parte dei tedeschi – la
Gran Bretagna fa sbarcare le proprie truppe a Trebisonda
in aiuto della Turchia, inducendo la Francia e la Russia a
dichiararle guerra. Seguono un importante scontro fra la
marina inglese e quella francese al largo della Sardegna e
due brevi ma decisive battaglie nei pressi di Parigi tra
l’esercito tedesco e quello francese, la seconda delle quali
vinta grazie a un’eroica carica dei francesi. 24 Nel romanzo
di Louis Tracy The Final War, uscito nel 1893, Germania e
Francia cospirano per impadronirsi dell’Inghilterra; ma nel
momento decisivo i tedeschi passano dalla parte degli
inglesi ed è Parigi a cadere nelle mani di Lord Roberts: un
vero trionfo della potenza anglosassone. 25 Lo stesso Le
Queux aveva iniziato la sua carriera di allarmista nelle vesti
di francofobo e russofobo e non in quelle di tedescofobo:
in The Poisoned Bullett, pubblicato nel 1893, sono i russi e
i francesi a invadere l’Inghilterra. 26 Nel successivo
England’s Peril: A Story of the Secret Service, il cattivo è
«Gaston La Touche», il capo dei servizi segreti francesi. 27
La guerra boera scatenò un’altra ondata analoga di
storie antifrancesi: The Campaign of Douai (1899),

58
London’s Peril (1900), The Great French War of 1901, The
New Battle of Dorking, The Coming Waterloo e Pro Patria
(tutti del 1901) di Max Pemberton. In due di questi
romanzi si prospettava un’invasione francese attraverso un
tunnel sotto la Manica. 28 In The Invaders di Louis Tracy,
pubblicato nel 1901, l’invasione è un’operazione congiunta
franco-tedesca. 29 La stessa terrificante combinazione
appare in A New Trafalgar (1902) e The Death Trap
(1907), sebbene ora i francesi dimostrino una tendenza
voluttuosamente perfida a tradire i loro alleati tedeschi.
Questo medesimo tema attirò anche gli scrittori francesi,
come l’autore di La Guerre avec l’Angleterre (1900). 30
Ci sono analoghe variazioni nella letteratura profetica
tedesca. Rudolf Martin, nella sua bizzarria fantascientifica
intitolata Berlin-Baghdad, uscita nel 1907, descriveva
«l’impero mondiale tedesco nell’epoca dei viaggi aerei,
1910-1931»; ma in questo caso il conflitto fondamentale è
tra la Germania e una Russia postrivoluzionaria. Un
ultimatum all’Inghilterra – prima della completa
unificazione dell’Europa sotto il dominio tedesco – viene
recepito come una sorta di ripensamento ed è subito
dimenticato non appena i russi lanciano un attacco aereo
sull’India. 31
Bisogna comunque osservare che molti contemporanei
consideravano assolutamente ridicoli gli allarmisti più
accaniti. Nel 1910 Charles Lowe, ex corrispondente del
«Times» a Berlino, aveva lanciato i propri strali contro
libri come Spies of the Kaiser di Le Queux, non perché non
credesse che lo stato maggiore generale tedesco inviasse
agenti a raccogliere informazioni in Inghilterra e in altri
paesi potenzialmente nemici, ma perché le prove addotte

59
da scrittori come Le Queux avevano ben poca
consistenza. 32 Nel 1908 «Punch» pubblicò una spietata
parodia del colonnello Mark Lockwood, uno dei più
turbolenti maniaci delle spie alla Camera dei Comuni. 33
Un anno più tardi Alan Alexander Milne prese
spiritosamente in giro Le Queux in The Secret of the Army
Aeroplane, pubblicato anch’esso su «Punch»:
«Raccontaci tutto, Ray», insistette Vera Vallance, la bella figlia dai capelli biondi
dell’ammiraglio Sir Charles Vallance, con la quale era fidanzato.
«Beh, cara, si tratta semplicemento di questo», rispose Ray, lanciandole uno sguardo
affettuoso. «Martedì scorso un uomo con i baffi spazzolati nel modo sbagliato è sceso alla
stazione di Basingstoke e ha chiesto dove fosse il ristorante. Questo mi ha indotto a pensare
che fosse in atto un vile tentativo di togliere la supremazia aerea dalle nostre mani.»
«E persino davanti a tutto ciò il governo insiste a negare l’attività di spie tedesche in
Inghilterra!», esclamai amareggiato. 34

Probabilmente la satira più brillante di tutte è The


Swoop! Or, How Clarence Saved England: A Tale of the
Great Invasion, di Pelham Grenville Wodehouse,
pubblicata nel 1909, una splendida reductio ad absurdum
in cui il paese viene contemporaneamente invaso (il primo
lunedì di agosto) dai tedeschi, dai russi, dagli svizzeri, dai
cinesi, dai monegaschi, dai marocchini e dal «Mullah
pazzo». Qui l’idea di un’invasione tedesca è ormai
diventata un luogo comune così frequente che sulla
locandina di un’edicola si può leggere:
IL SURREY NEI GUAI
L’ESERCITO TEDESCO SBARCA IN INGHILTERRA

Sfogliando freneticamente il giornale in cerca della


pagina delle ultime notizie, il boy-scout protagonista del
romanzo di Woodehouse trova il fatale annuncio inserito
in modo quasi invisibile tra i punteggi del cricket e i
risultati delle ultime corse: «Fry non eliminato, 104. Surrey
147 a 8. Un esercito tedesco è sbarcato nell’Essex questo

60
pomeriggio. Corsa a handicap a Loanshire: Primo, Spring
Chicken; Secondo, Salome; Terzo, Yip-i-addy. Hanno
corso sette cavalli». 35 Le undici vignette di Heath
Robinson sulle spie tedesche in The Sketch (1910) sono
quasi altrettanto divertenti: raffigurano i tedeschi travestiti
da uccelli, appesi agli alberi di Epping Forest, o in costume
da bagno mentre assaltano la spiaggia di Yarmouth, e
persino camuffati da statue nella galleria greco-romana del
British Museum. 36
Anche i tedeschi non potevano fare a meno di notare
l’assurdità delle profezie di guerra. C’è una mappa del
mondo nel 1907, dichiaratamente umoristica, in cui
l’Impero britannico è ridotto all’Islanda, mentre tutto il
resto – compresa persino la «Kgl. Preuss. Reg. Bez.
Grossbritannien» – appartiene alla Germania. 37 In
Vademecum für Phantasiestrategen (Guida per strateghi
fantasiosi), pubblicato nel 1908, Carl Siwinna smaschera,
in modo piuttosto tortuoso ma comunque efficace, i
profeti di guerra di entrambe le sponde della Manica. 38
I più bellicosi profeti di guerra devono essere messi a
confronto innanzitutto con gli scrittori che, con notevole
perspicacia, avevano previsto che un grande conflitto
europeo si sarebbe rivelato un disastro. La guerra nell’aria,
di H.G. Wells, uscito nel 1908, a differenza del suo
equivalente tedesco – scritto da Rudolf Martin – presenta
un’apocalisse aviotrasportata, in cui la civiltà europea viene
fatta «saltare» da bombardamenti aerei, che lasciano
soltanto «rovine e cadaveri non sepolti, e pochi
sopravvissuti inscheletriti e macilenti in uno stato di
mortale apatia». 39 Secondo uno dei libri inglesi più
influenti sul tema di un conflitto futuro, le conseguenze sul

61
piano economico sarebbero state talmente nefaste che lo
scoppio di una guerra risultava praticamente impossibile;
questo, almeno, fu il modo in cui molti lettori
interpretarono La grande illusione di Norman Angell (si
veda infra).
A ogni modo, non tutti i profeti di guerra tedeschi erano
irrimediabilmente «falchi». In Der Zusammenbruch der
alten Welt (Il crollo del vecchio mondo), pubblicato nel
1906, «Seestern», cioè Ferdinand Grauthoff, direttore dei
«Leipziger Neuesten Nachrichten», immaginava che uno
scontro circoscritto fra Gran Bretagna e Germania per una
disputa coloniale su Samoa avrebbe potuto provocare
«distruzioni e rovine» e l’«annientamento» della «civiltà
pacifica». In rappresaglia per la lite su Samoa la Royal
Navy attacca Cuxhaven, scatenando in questo modo una
guerra europea su scala globale. Il romanzo termina con
una lungimirante profezia (che, cosa particolarmente
interessante, è pronunciata dall’ex premier conservatore
Arthur Balfour):
IL DESTINO DEL MONDO NON STA PIÙ NELLE MANI DELLE DUE
POTENZE NAVALI DI STIRPE GERMANICA; NON APPARTIENE PIÙ ALLA GRAN
BRETAGNA E ALLA GERMANIA; ora, sulla terraferma, è nelle mani della Russia, e sul
mare in quelle degli Stati Uniti d’America. San Pietroburgo e Washington hanno preso il
posto di Berlino e Londra. 40

Sulla medesima linea d’onda, in Die «Offensiv-Invasion»


gegen England: Eine Phantasie (L’invasione-offensiva
dell’Inghilterra: una fantasia) del 1907, Karl Bleibtreu
prevedeva un attacco navale dei tedeschi contro le basi
navali inglesi, che alla fine risultava disastroso (un
rovesciamento del «complesso di Copenaghen» su un
analogo attacco inglese, che tormentava la mente degli
strateghi navali tedeschi). 41 Malgrado le pesanti perdite

62
inflitte, i tedeschi non riescono a reggere al blocco navale
inglese: il risultato è ancora una volta l’indebolimento di
entrambi gli schieramenti. Perciò «ogni guerra europea
poteva giovare soltanto agli altri continenti del mondo …
Una guerra navale tra inglesi e tedeschi sarebbe stata
l’inizio della fine – il collasso dell’Impero britannico e il
crollo della supremazia europea in Asia e in Africa. Solo
una solida alleanza tra le due grandi razze germaniche può
salvare l’Europa». 42 Tanto Grauthoff quanto Bleibtreu
concludono le proprie opere con un accorato e davvero
attuale appello all’unità europea.
Indubbiamente, il fatto che così tanti autori, anche
molto diversi tra loro, abbiano avvertito la necessità di
concepire un qualche tipo di guerra futura, ci porta a
concludere che un conflitto fosse effettivamente assai
probabile nel secondo decennio del XX secolo. Bisogna
tuttavia osservare che nessuno degli autori di cui abbiamo
parlato ha saputo prevedere come sarebbe stata realmente
la guerra del 1914-1918. Come vedremo, l’idea di
un’invasione tedesca dell’Inghilterra, lo scenario più
popolare, era completamente avulsa dalla realtà strategica.
Il 90 per cento della narrativa di guerra rivelava una
profonda ignoranza dei limiti tecnici che avrebbero
ostacolato gli eserciti, le marine e le forze aeree di tutti i
paesi europei. In effetti, possiamo affermare che soltanto
un numero estremamente limitato di scrittori prebellici
abbia previsto con un accettabile margine di accuratezza
come sarebbe stata la guerra.
Uno di questi fu Friedrich Engels, che nel 1887
preannunciava
una guerra mondiale di estensione e intensità mai viste prima, se il sistema di reciproco

63
rilancio degli armamenti, portato all’estremo, darà finalmente i suoi frutti … Da otto a dieci
milioni di soldati si massacreranno gli uni con gli altri e spoglieranno l’Europa come nessuno
sciame di locuste ha mai fatto prima. Le devastazioni della guerra dei Trent’anni condensate
in tre o quattro anni e sparse su tutto il continente: carestie, epidemie, imbarbarimento
generale di eserciti e masse, provocato dalla mera disperazione; caos assoluto negli scambi,
nell’industria e nel commercio, il cui esito è la bancarotta generale; crollo dei vecchi Stati e
del loro tradizionale discernimento in un modo tale che le corone rotoleranno a dozzine nei
canali di scolo e non ci sarà nessuno a raccoglierle; assoluta impossibilità di prevedere come
finirà tutto questo e chi saranno i vincitori di questa lotta; solo un risultato assolutamente
certo: esaurimento delle risorse e creazione di una situazione favorevole alla vittoria finale
della classe operaia. 43

Tre anni dopo, nel suo ultimo discorso al Reichstag,


Helmuth von Moltke, l’ex capo di stato maggiore generale
dell’esercito prussiano, evocò una conflagrazione alquanto
simile:
L’epoca della guerra di cancelleria è alle nostre spalle – quello che ora ci rimane è
soltanto una guerra di popolo … Signori, se la guerra che è rimasta sospesa sopra le nostre
teste per più di dieci anni come una spada di Damocle – se questa guerra scoppierà
veramente, non sarà possibile prevederne la durata e la fine. Le maggiori potenze europee,
armate come non lo sono mai state prima, entreranno in battaglia l’una contro l’altra.
Nessuna di esse può essere colpita in una o due campagne in modo così decisivo da
ammettere la propria sconfitta, essere costretta a concludere la pace nelle condizioni più dure
e non tornare, appena un anno più tardi, a riprendere la lotta. Signori, potrà essere una
guerra di sette anni o di tren’anni – e guai a colui che darà fuoco all’Europa, che per primo
accenderà la miccia sotto il barile della polvere da sparo. 44

La più dettagliata di queste accurate previsioni di guerra


fu scritta da un uomo che non era né un socialista né un
soldato. Nel suo Is War Now Impossible? (1899), versione
inglese ridotta e dal titolo piuttosto fuorviante del suo
monumentale studio in sei volumi, il finanziere di Varsavia
Ivan Stanislavovič Bloch sosteneva che una guerra in
Europa sarebbe stata senza precedenti per ampiezza e
potenza distruttiva in virtù delle seguenti tre ragioni. 45 In
primo luogo la tecnologia militare aveva trasformato la
natura della guerra in un modo che escludeva la possibilità
di una rapida vittoria per chi avesse intrapreso l’offensiva.
«I giorni della baionetta erano finiti»; e anche le cariche
della cavalleria erano ormai un ricordo del passato. In
conseguenza dell’aumento della rapidità e della precisione

64
del fuoco di fucileria, dell’introduzione della polvere senza
fumo, dell’incremento della capacità di penetrazione dei
proiettili e della gittata e potenza dei cannoni a retrocarica,
le battaglie si sarebbero ormai svolte in un modo diverso
dal consueto. Anziché dover affrontare un combattimento
corpo a corpo, i soldati colti in campo aperto «sarebbero
semplicemente morti senza avere visto né sentito niente».
Per questo motivo «la prossima guerra … sarebbe stata
una grande guerra di trincea». Secondo i meticolosi calcoli
di Bloch, cento uomini assiepati in una trincea sarebbero
stati in grado di annientare una forza attaccante quattro
volte più numerosa, mentre quest’ultima cercava di
attraversare una «zona di fuoco» larga appena trecento
metri. In secondo luogo l’accresciuta dimensione degli
eserciti europei significava automaticamente che qualsiasi
guerra avrebbe coinvolto almeno dieci milioni di uomini,
con combattimenti «sparsi su un fronte enorme». Pertanto,
anche se ci fosse stato un elevato tasso di mortalità
(specialmente tra gli ufficiali), «la prossima guerra sarebbe
stata una guerra di lunga durata». 46 In terzo luogo e come
diretta conseguenza, i fattori economici sarebbero risultati
«gli elementi dominanti e decisivi». La guerra avrebbe
determinato «il totale dislocamento di tutte le industrie e
l’interruzione di tutte le fonti di rifornimento … Il futuro
della guerra non sono i combattimenti ma la carestia, non
il massacro di uomini ma la bancarotta delle nazioni e la
frantumazione dell’intero ordinamento sociale». 47 La
disintegrazione delle attività commerciali avrebbe influito
negativamente sui rifornimenti di quei paesi che
dipendevano dall’importazione di grano e di altre derrate
alimentari. Si sarebbe inceppato anche il meccanismo della

65
distribuzione. Si sarebbero dovuti affrontare giganteschi
oneri finanziari, pesanti carenze di manodopera e una
grave instabilità sociale.
Erano previsioni estremamente acute, soprattutto se le si
paragona alle sciocchezze scritte dagli allarmisti. Ma lo
stesso Bloch si sbagliava in alcuni punti particolarmente
importanti, per esempio quando sosteneva che la guerra
sarebbe scoppiata tra russi e francesi da una parte e
Germania, Austria-Ungheria e Italia dall’altra, sebbene
questo errore nel 1899 fosse più che comprensibile. E si
sbagliava anche quando affermava che «il cittadino non è
assolutamente capace di trascorrere le notti all’addiaccio e
all’aperto come fa il contadino» e che, proprio per questa
ragione, oltre che per la sua autosufficienza agricola, «la
Russia sarebbe stata in grado di sopportare una guerra
meglio di nazioni con una più complessa struttura
organizzativa». 48 Bloch sopravvalutava altresì i vantaggi
della potenza navale inglese. A suo giudizio, una marina
più piccola di quella inglese «non serviva a niente … Una
marina che non possieda la supremazia è soltanto un
ostaggio nelle mani della potenza che ha quella
supremazia». Questo collocava la Gran Bretagna «in una
categoria differente rispetto a tutte le altre nazioni». 49 A
rigor di logica, ciò sembra in contrasto con quanto Bloch
affermava a proposito di un probabile stallo sulla
terraferma. Dopotutto, se una potenza era in grado di
esercitare un dominio incontrastato sul mare, non poteva
ottenere qualcosa di analogo anche sulla terraferma?
Inoltre, che cosa poteva impedire a un’altra potenza di
allestire una marina abbastanza forte da sfidare quella
dell’Inghilterra? E naturalmente, anche se aveva ragione

66
quando affermava che una guerra europea sarebbe stata
spaventosa, Bloch si sbagliava nel credere che questo
l’avrebbe resa economicamente e socialmente insostenibile.
La conclusione che traeva dal suo studio era in fin dei
conti troppo ottimista:
La guerra in cui grandi nazioni armate fino ai denti si lanciano con tutte le proprie forze
in una lotta per la vita o la morte è la guerra che ogni giorno diventa sempre più impossibile.
Una guerra fra la Triplice alleanza [Germania, Austria e Italia] e l’alleanza franco-russa è
diventata assolutamente impossibile … Le dimensioni degli armamenti moderni e
l’organizzazione della società hanno reso la sua prosecuzione economicamente impossibile e
se si facesse qualche tentativo per dimostrare l’inesattezza della mia affermazione esaminando
l’intera questione su una più vasta scala, si finirebbe per scoprire che l’inevitabile risultato è
una catastrofe che annienterebbe tutte le attuali organizzazioni politiche. Perciò la grande
guerra non si può fare e qualsiasi tentativo di farla equivarrebbe a un suicidio. 50

Per onestà nei confronti di Bloch – che talvolta è


considerato a torto un ingenuo idealista – bisogna
ricordare che vi aggiunse una postilla fondamentale: «Non
nego … la possibilità che le nazioni si gettino tutte insieme
in una spaventosa serie di catastrofi che probabilmente
porterebbe al rovesciamento di tutti i governi civili e
ordinati». 51 (È davvero una grande ironia che l’opera
ottenesse l’appoggio più deciso proprio dal governo russo;
a quanto pare, Nicola II, leggendo «il libro di un banchiere
di Varsavia chiamato Bloch», ebbe l’ispirazione per il suo
«Appello ai governanti» del 1898 e per la successiva
conferenza di pace dell’Aia.) 52 Il principale errore di
Bloch consisteva nel trascurare il fatto che era molto
improbabile che simili rivoluzioni avvenissero
contemporaneamente in tutti gli Stati belligeranti. Lo
schieramento che fosse riuscito a rinviare più a lungo il
collasso sociale avrebbe vinto. Per questa ragione, se fosse
scoppiata una guerra, vi sarebbe stato uno stimolo a
continuarla nella speranza che lo schieramento avversario
sarebbe crollato per primo. E questo, come vedremo, fu

67
sostanzialmente ciò che avvenne dopo il 1914.
Scribacchini e agenti segreti
Chi provava a delineare il quadro di una guerra futura
aveva di solito due obiettivi in mente: vendere più copie
del libro (o dei giornali che lo pubblicavano a puntate) e
promuovere una determinata opinione politica. Così le
fantasie paranoiche di William Le Queux facevano il gioco
di proprietari di giornali come Lord Northcliffe (il quale
ritoccò il percorso della sua immaginosa invasione tedesca
in modo che passasse attraverso città con un bacino
potenzialmente vasto di lettori del «Daily Mail») e D.C.
Thompson (il quale pubblico Spies of the Kaiser sul suo
«Weekly News», facendolo precedere da un trafiletto in
cui si offrivano dieci sterline ai lettori per ogni
informazione su «spie straniere in Gran Bretagna»). 53
«Che cosa fa vendere un giornale?», fu chiesto una volta a
uno dei direttori di Northcliffe. Questi replicò:
La prima risposta è «guerra». La guerra produce non soltanto una gran massa di notizie,
ma anche la richiesta di notizie. Il fascino della guerra e di tutto quanto le è collegato è
talmente profondo e radicato che un giornale non deve fare altro che pubblicare sulle proprie
locandine «Grande Battaglia» per vedere aumentare immediatamente le vendite. 54

Dopo la guerra anglo-boera si ebbe una penuria di


autentici conflitti capaci di interessare i lettori britannici.
Le Queux e i suoi colleghi fornivano alla stampa sostituti
inventati. (Non si può non provare una certa simpatia per
il funzionario tedesco che rifiutò di rilasciare un
passaporto a un corrispondente del «Daily Mail» a Berlino
nel 1914 «perché riteneva che avesse contribuito in
maniera decisiva a determinare la guerra».) 55
Gli allarmisti servirono anche per sostenere l’obiettivo
politico di una riforma dell’esercito. Le Queux, in The

68
Invasion of 1910, proponeva esplicitamente un sistema di
reclutamento a livello nazionale, in nome del quale il
feldmaresciallo Lord Roberts era arrivato persino a
rassegnare le dimissioni dal proprio incarico. «Tutta la
gente si rammaricava che i solenni avvertimenti lanciati da
Lord Roberts nel 1906 fossero rimasti inascoltati, perché,
se si fosse adottato il suo progetto di coscrizione
obbligatoria, non sarebbe mai capitata una catastrofe così
spaventosa.» Queste parole erano state scelte con estrema
cura; era stato infatti lo stesso Lord Roberts a incoraggiare
Le Queux a scrivere il libro. 56 Un’altra figura che subiva il
fascino di Le Queux era l’ammiraglio Lord Charles
Beresford, che aveva condotto un’analoga campagna
contro lo spiegamento della flotta della Manica deciso da
Sir John Fisher. 57 Gli allarmisti potevano anche sostenere
implicitamente la necessità di restrizioni sull’immigrazione
limitandosi a porre sullo stesso piano stranieri e spie.
«Ecco quel che succede quando si fa di Londra l’asilo di
tutta la feccia straniera della terra», proclama il
protagonista di A Maker of History di Oppenheim. 58
Scrittori come Le Queux ebbero un ruolo estremamente
importante anche nella creazione dei moderni servizi
d’informazione britannici. Si strinse un’alleanza sacrilega
tra scribacchini e militari di carriera come il tenente
colonnello James Edmonds (in seguito autore della storia
ufficiale inglese del fronte occidentale) e il capitano
Vernon Kell (il «Maggiore K»). Fu soprattutto grazie alle
loro pressioni che venne creato un nuovo servizio di
controspionaggio, il «Secret Service Bureau» MO(t)
(successivamente MO5[g]), come propaggine dell’MO5, la
sezione speciale del Direttorato delle operazioni militari e

69
delle informazioni del ministero della Guerra (oltre che
predecessore dell’MI5). Su questa alleanza sacrilega ricade
in larga misura anche la responsabilità del fatto che una
grande quantità di informazioni prebelliche sulla
Germania ottenute dagli inglesi fu distorta dalla fantasia
giornalistica e dai pii desideri di questi sedicenti cacciatori
di spie. 59
Con ciò non si vuole sostenere che lo spionaggio non
esistesse. L’Ammiragliato tedesco disponeva certamente di
un certo numero di agenti ai quali era stato affidato il
compito di trasmettere informazioni sulla Royal Navy a
Berlino. Tra l’agosto del 1911 e lo scoppio della guerra,
l’MO5 arrestò una decina di presunte spie, sei delle quali
furono condannate a pene detentive. 60 I cacciatori di spie
individuarono inoltre una rete di ventidue spie che
lavoravano per Gustav Steinhauer, l’ufficiale di marina
tedesco al quale era stato affidato il comando delle
operazioni di spionaggio in Gran Bretagna. Tutte tranne
una furono arrestate il 4 agosto 1914, ma soltanto una di
esse fu condotta davanti a un tribunale. 61 Come disse
Christopher Andrew, Kell e la sua squadra di undici
collaboratori avevano «debellato completamente» la
minaccia spionistica tedesca, per quanto si trattasse di una
minaccia «di terz’ordine». 62 Altre trentuno presunte spie
tedesche furono arrestate tra l’ottobre del 1914 e il
settembre del 1917. Di queste, diciannove furono
condannate a morte e dieci incarcerate; per
trecentocinquantaquattro stranieri fu «raccomandata
l’espulsione». 63 Anche la Germania disponeva di una rete
di agenti militari che effettuavano controlli dello stesso
tipo sui confini occidentale e orientale in cui le truppe

70
tedesche sarebbero state dispiegate in caso di guerra.
Questi agenti ebbero un ruolo decisivo nel fornire
tempestive informazioni al governo tedesco sulla
mobilitazione russa nell’agosto del 1914. 64
D’altra parte, anche la Gran Bretagna aveva le sue spie.
Nel 1907 il War Office (il ministero della Guerra) iniziò a
effettuare controlli nella zona vicino a Charleroi, in Belgio,
dove una forza di spedizione inglese avrebbe potuto essere
impegnata nel caso di un conflitto con la Germania. 65 Allo
stesso tempo Edmonds stava cercando di organizzare una
rete di spie per l’MO5 nella stessa Germania. 66 Fin dal
1910 il comandante George Mansfield Smith-Cumming
(un ufficiale di marina in pensione con la passione per le
auto veloci e per gli aerei) era stato incaricato ufficialmente
dall’MO5 della supervisione delle operazioni di spionaggio
all’estero: questa Foreign Section fu l’embrione da cui si
sviluppò il Secret Intelligence Service (SIS, in seguito
MI6). 67 Nel periodo 1910-1911 il suo agente Max Schultz
(un armatore e spedizioniere di Southampton naturalizzato
inglese) e quattro informatori tedeschi furono arrestati e
imprigionati in Germania. Anche un altro agente, John
Herbert-Spottiswood, fu arrestato, e pure due entusiasti
ufficiali non agli ordini dell’MO5, che avevano deciso di
propria iniziativa di ispezionare le difese costiere tedesche
durante un periodo di licenza, nonché un avvocato mezzo
matto, ex allievo di Eton, che aveva tentato senza successo
di diventare agente doppiogiochista. 68 C’erano spie inglesi
anche a Rotterdam, Bruxelles e San Pietroburgo. 69
Purtroppo gli archivi della Foreign Section sono
inaccessibili, e quindi risulta difficile sapere con certezza
quanto fosse bene informata la Gran Bretagna sui piani di

71
guerra tedeschi. (Non molto, comunque, se si tiene
presente che nel 1914 la BEF, la Forza di spedizione
britannica, ebbe grandi difficoltà a scovare il nemico.) In
realtà, sembra che la maggior parte delle informazioni
raccolte dagli agenti inglesi si riferisse ai sommergibili e
agli Zeppelin. A ogni modo – e si tratta di una grave
negligenza – nessuno considerò importante (o almeno
interessante) cercare di decifrare i codici in cui erano
trasmessi i segnali militari stranieri.
Il punto cruciale, però, riguarda la serietà con cui diversi
importanti funzionari e ministri inglesi accolsero le
affermazioni degli allarmisti. In un rapporto presentato al
Comitato di difesa imperiale (CID) nel 1903, il colonnello
William Robertson, del Dipartimento informazioni del
ministero della Guerra, sosteneva che, in caso di conflitto
con la Gran Bretagna,
per la Germania la migliore, se non la sola, possibilità di indirizzare il conflitto verso una
conclusione favorevole sarebbe stata quella di sferrare un attacco al cuore dell’Impero
britannico prima che la marina inglese potesse dispiegare tutta la propria potenza e
costringerla così sulla difensiva, imponendo un blocco alla sua flotta, distruggendo il traffico
di linea e rendendo di conseguenza inutile il suo enorme esercito.

Sebbene riconoscesse che «le invasioni oltremare sono


imprese estremamente difficili in qualsiasi circostanza; che
il nemico risulterebbe con ogni probabilità avvertito, visto
che non potrebbe rimanere completamente ignaro dei
preparativi iniziali; e che, anche se avesse attraversato il
mare in sicurezza, una forza d’invasione si sarebbe alla fine
trovata senza linee di comunicazione», Robertson riteneva
che i tedeschi sarebbero riusciti a sbarcare «sulla costa
orientale dell’Inghilterra una forza composta da
centocinquantamila a trecentomila uomini».
La forza d’invasione, una volta sbarcata, potrebbe sostentarsi con le risorse del paese e

72
rimanere senza rifornimenti per diverse settimane. Nel frattempo potrebbe fare affidamento
sull’effetto prodotto sul morale della densa popolazione inglese, e il colpo assestato alla
credibilità del paese potrebbe portare, se non alla sottomissione completa, perlomeno a un
trattato in virtù del quale l’Inghilterra diventerebbe un satellite tedesco. 70

Nel 1908 persino Edoardo VII temeva che suo cugino, il


Kaiser, potesse avere architettato un «piano» per «inviare
uno o più corpi d’armata in Inghilterra, proclamando di
farlo non come nemico del re, ma in qualità di nipote della
regina Vittoria, al fine di liberarla da quella banda di
socialisti che sta distruggendo il paese». 71 Importanti
funzionari del Foreign Office condividevano questi timori.
Il sottosegretario permanente di Stato, Sir Charles
Hardinge, Eyre Crowe, di origini tedesche, e lo stesso
ministro degli Esteri, Sir Edward Grey, erano convinti che
«i tedeschi avessero già esaminato e stessero continuando a
esaminare la possibilità di un’invasione». 72
Grey, inoltre, non nutriva il minimo dubbio sul fatto che
«un gran numero di ufficiali tedeschi trascorresse le
proprie vacanze in questo paese, in varie località sulle coste
orientali e meridionali … con il solo scopo di raccogliere
informazioni strategiche sulle nostre coste». 73 Anche
Richard Haldane, il ministro della Guerra, iniziò a
credervi, sebbene le sue opinioni potessero essere state
influenzate dall’incremento del numero delle reclute nella
milizia territoriale – una sua creazione – che fece seguito
alla prima rappresentazione della commedia An
Englishman’s Home di Guy Louis Busson du Maurier. 74
Nonostante il suo predecessore nella carica di primo
ministro avesse pubblicamente criticato le affermazioni di
Le Queux, nel 1909 Herbert Henry Asquith creò un
sottocomitato speciale del Comitato di difesa imperiale cui
affidò il compito di indagare sulle numerose voci di
spionaggio straniero, tanto quelle diffuse dallo stesso Le

73
Queux quanto quelle riferite da altri. Fu proprio sulla base
del rapporto segreto stilato da questo sottocomitato che si
decise di creare l’MO(t). 75 Per citare le parole del
rapporto: «Le prove addotte non lasciano nei membri del
sottocomitato il minimo dubbio sul fatto che nel paese
esista un esteso sistema di spionaggio tedesco». 76 Nel
luglio del 1911, durante la seconda crisi marocchina,
Winston Churchill, in qualità di segretario agli Interni,
ordinò che i depositi di munizioni della marina attorno a
Londra venissero sorvegliati dai soldati, temendo che
«venti tedeschi pronti a tutto … potessero penetrarvi una
notte armati di tutto punto». 77 In realtà, non sembra che
vi fossero in Gran Bretagna agenti dell’esercito tedesco
(diversamente da quelli della marina), nonostante gli sforzi
profusi da Kell e dai suoi colleghi per scovare la temuta
orda. 78 In ogni caso, la maggior parte delle informazioni
che secondo i sospetti di Le Queux e dei suoi compagni le
spie tedesche cercavano di procurarsi era già disponibile, a
modico prezzo, sotto forma di mappe dell’Istituto
cartografico e dell’Ammiragliato. Nel periodo
immediatamente successivo allo scoppio della guerra
furono indagati circa ottomila stranieri sospetti, sulla base
di un elenco di 28.830 immigrati redatto nell’aprile
precedente; ma apparve subito evidente che non erano
controllati da organizzazioni militari. 79 Nel dicembre del
1914 il segretario del Comitato di difesa imperiale,
Maurice Hankey, ammoniva che «venticinquemila tedeschi
e austriaci perfettamente addestrati e ancora liberi di girare
indisturbati per Londra» avrebbero potuto «assalire e
tramortire simultaneamente la maggior parte dei ministri
di gabinetto». 80 Ma questo esercito segreto non si

74
materializzò mai. Altrettanto aleatorie furono le ricerche di
piazzole di cemento nascoste, sulle quali, a quanto si
diceva, i tedeschi avrebbero potuto collocare i propri
potenti pezzi d’artiglieria d’assedio.
Anche in Germania gli scrittori di guerra pubblicavano i
propri libri spinti da motivazioni sia commerciali sia
politiche. Un esempio classico è offerto dal generale
Friedrich von Bernhardi, il cui libro Deutschland und der
nächste Krieg (La Germania e la prossima guerra), del
1912, contribuì in modo decisivo ad alimentare le
preoccupazioni inglesi sulle intenzioni dei tedeschi.
Bernhardi, un ex generale di cavalleria che aveva lavorato
presso la sezione storica del grande stato maggiore
generale prima di ritirarsi prematuramente dalla carriera
militare, aveva stretti rapporti con August Keim, leader
della Lega dell’esercito tedesco, una lobby che sosteneva
l’aumento delle dimensioni dell’esercito. Spesso citato
come un testo classico del militarismo prussiano, il suo
libro deve essere invece considerato un libello
propagandistico della Lega, nel quale si attaccavano non
solo il pacifismo e l’antimilitarismo della sinistra, ma anche
la codardia mostrata dal governo tedesco durante la
seconda crisi marocchina e – cosa ancora più importante –
le tesi sostenute dai conservatori all’interno della casta
militare prussiana, tutte a favore del mantenimento di un
esercito di più esigue dimensioni. 81
La politica del militarismo
Tuttavia, il fatto più significativo è che sia in Inghilterra
sia in Germania i sostenitori di una maggiore preparazione
militare godevano solo di un limitato successo, e non erano
chiaramente riusciti a conquistare l’appoggio della

75
maggioranza degli elettori. In Gran Bretagna le
argomentazioni in favore del miglioramento
dell’«efficienza nazionale» avevano indubbiamente
suscitato un vasto interesse in tutto il panorama politico
dopo gli imbarazzi provocati dalla guerra boera. 82 Ma
quando si fecero proposte concrete per migliorare la
preparazione militare inglese – come, per esempio, la
coscrizione –, esse si rivelarono politicamente poco
popolari. Nel 1912, nel momento della sua massima
estensione, la National Service League, fondata da George
Shee, poteva contare su 98.931 membri più altri 218.513
«sostenitori» (che pagavano un solo penny). Appena il 2,7
per cento della popolazione maschile di età compresa fra i
quindici e i quarantanove anni faceva parte della Volunteer
Force. 83 Nel 1913 i boy-scout di Baden-Powell avevano
150.000 membri effettivi, vale a dire una minuscola
percentuale della gioventù maschile del paese. 84 La
coscrizione era sostenuta da una singolare combinazione di
ufficiali in congedo di anzianità, giornalisti e membri del
clero (come il vicario di Hampshire, che fece circolare tra i
suoi duemila parrocchiani un pamphlet intitolato Religious
Thought and National Service). Come ha riconosciuto
Anne Summers, le numerose leghe patriottiche non
avevano in sostanza «alcuna presenza elettorale». 85
Neppure i spesso citati festeggiamenti celebrati in
occasione della liberazione di Mafeking durante la guerra
contro i boeri dovrebbero essere considerati una prova
inconfutabile della diffusione di un sentimento
«sciovinista» nella classe operaia. 86
In Francia il premierato di Raymond Poincaré (gennaio
1912-gennaio 1913) e la sua successiva presidenza furono

76
caratterizzati non soltanto dalle chiacchiere su un réveil
national (simbolicamente, fu introdotta una festività
nazionale in onore di Giovanna d’Arco), ma anche da
iniziative concrete. Il generale Joseph Joffre divenne capo
di stato maggiore generale, un nuovo incarico che gli
assegnava il comando supremo dell’esercito in tempo di
guerra; venne inoltre approvata una legge che estendeva il
periodo di ferma per il servizio militare da due a tre anni.
Il Syndicat des Instituteurs (il sindacato degli insegnanti)
fu sciolto per avere fornito il proprio appoggio a una
società antimilitarista, il Sou du Soldat (la paga del
soldato). 87 Non si deve però esagerare la portata di questo
revivalismo nazionalistico. Dipendeva non dagli affari
esteri, bensì dalla lotta interna sulla riforma elettorale e
fiscale, e in particolare dalla necessità di un’improbabile
alleanza trasversale contro i radicali sulla questione della
rappresentanza proporzionale (introdotta, nonostante
l’opposizione dei radicali, nel luglio del 1912). Non ci
furono tentativi di annullare il trattato commerciale con la
Germania negoziato nel 1911 da Joseph Caillaux, ministro
delle Finanze nel governo di Georges Clemenceau. Anzi,
fu con l’Italia, e non con la Germania, che Poincaré
dovette scontrarsi in seguito a un insignificante incidente
navale all’inizio del 1912. Théophile Delcassé, la scelta più
ovvia per un premierato in funzione antitedesca, non fu
preso in considerazione. In realtà, solo una minoranza di
deputati (duecento su seicentocinquantaquattro) può
essere effettivamente classificata come sostenitrice del
revivalismo nazionalistico; e almeno duecentotrentasei
deputati non diedero il proprio sostegno alla legge sui tre
anni di ferma. 88

77
Naturalmente sono state svolte ricerche molto più
approfondite sulla destra radicale tedesca, dato che i suoi
membri possono essere ritenuti i precursori del nazismo.
Gli scritti di Geoff Eley, Roger Chickering e altri studiosi
sulla natura delle organizzazioni nazionaliste radicali che
sostenevano la corsa agli armamenti prima del 1914 hanno
senza dubbio contribuito in modo decisivo a rimettere in
discussione l’opinione secondo la quale queste
organizzazioni erano semplicemente elementi insignificanti
delle élite conservatrici. Anche quando (come nel caso
della Lega navale) erano state create con lo specifico
obiettivo di fornire un sostegno pubblico alla politica di
governo con modalità che si possono legittimamente
definire «manipolatorie», queste organizzazioni attirarono
sostenitori il cui militarismo era talmente acceso rispetto
alle intenzioni ufficiali che giunsero gradualmente a
formare una specie di «opposizione nazionale». Secondo
Eley, questo era il riflesso della mobilitazione di gruppi
rimasti fino ad allora politicamente inattivi, provenienti in
gran parte dalla piccola borghesia, un elemento populista
che sfidava il predominio dei «notabili» nella vita di
società della borghesia. 89 Ed era parte integrante di quella
«rifondazione» della destra che, sempre a giudizio di Eley,
preannunciava la confluenza postbellica delle tradizionali
élite conservatrici, dei radicalnazionalisti, dei gruppi
d’interesse economico della piccola borghesia e degli
antisemiti in un unico movimento politico: il nazismo. 90
Tuttavia, se si accoglie l’idea che questa pletora di
organizzazioni politiche lobbistiche potesse fondersi
progressivamente in un’entità sempre più omogenea
chiamata «la destra», si rischia di sottovalutare la

78
complessità, persino l’ambiguità, del radicalnazionalismo.
Inoltre, identificare la destra radicale con un gruppo
sociale specifico – la piccola borghesia – significa ignorare
il predominio costante dell’elitario Bildungsbürgertum non
soltanto nelle organizzazioni radicalnazionaliste, ma anche
nello sviluppo dell’ideologia radicalnazionalista.
Nel loro momento di massima estensione le principali
associazioni radicali nazionaliste tedesche contarono
540.000 membri, la maggior parte dei quali (331.900)
appartenenti alla Lega navale. 91 Questa cifra, tuttavia,
fornisce un’immagine esagerata del livello di
partecipazione: alcuni erano infatti membri entusiasti di
più di una lega o associazione, 92 mentre altri esistevano
solo sulla carta, essendo stati convinti a farne parte
semplicemente con una modesta tassa d’iscrizione. 93 La
composizione sociale della Lega dell’esercito non conferma
la teoria di un movimento di massa piccolo-borghese. Dei
ventotto membri del comitato esecutivo della filiale di
Stoccarda otto erano ufficiali dell’esercito, altri otto erano
funzionari di alto rango e sette erano uomini d’affari; e
quando la Lega iniziò a diffondersi nelle città del
Brandeburgo, della Sassonia, dei porti anseatici e di altre
regioni, continuò ad attrarre «notabili» di questo tipo:
burocrati a Posen, accademici a Tubinga, uomini d’affari a
Oberhausen. 94 Il quadro non appare diverso nel caso della
Lega pangermanica: due terzi dei suoi membri erano
infatti persone con un’istruzione di grado universitario. 95
Al contrario, l’unica associazione nazionalista
autenticamente «populista», l’Associazione veterani – alla
quale si poteva iscrivere chiunque avesse fatto il servizio
militare –, era animata da un nazionalismo tutt’altro che

79
radicale. Era la lega tedesca più grande di tutte: nel 1912,
con 2,8 milioni di iscritti, superava addirittura il Partito
socialdemocratico (SPD), il più grande partito politico
d’Europa. Tuttavia, con i suoi ripetuti giuramenti alla
corona e le sue parate in occasione della giornata di Sedan,
l’Associazione veterani professava un’ideologia
profondamente conservatrice. Come disse il ministro degli
Interni prussiano nel 1875, rappresentava «uno strumento
inestimabile per mantenere un atteggiamento di lealtà …
vivo e solido nelle classi della piccola borghesia». 96 Ma
questa non è certo una sorpresa per chi abbia letto Uomo
di paglia di Heinrich Mann (pubblicato nel 1918), con il
suo pavido antieroe Diederich Hessling.
Un tema interessante, talvolta trascurato, riguarda
l’importanza delle forme radicali di protestantesimo nel
radicalnazionalismo guglielmino. Nei sermoni protestanti
dedicati alla questione della guerra tra il 1870 e il 1914 la
«volontà di Dio» (Gottes Fügung) scivolò
progressivamente nella «guida di Dio» (Gottes Führung):
concetto completamente diverso. È opportuno osservare
che il sentimento militarista non era monopolio esclusivo
di pastori come Reinhold Seeberg; teologi liberali quali
Otto Baumgarten erano sempre pronti a invocare lo Jesu-
Patriotismus. 97 Di fronte a una simile concorrenza, i
cattolici tedeschi si videro costretti a dimostrare che, per
citare le parole di un loro leader, «nessuno può starci
davanti quando si tratta di provare il nostro amore per il
principe e la madrepatria». 98
Analoghi sentimenti espressi dai fedeli esercitavano una
certa influenza. Gran parte della retorica della Lega
pangermanica, per esempio, aveva un carattere

80
esplicitamente escatologico. Heinrich Class, uno dei leader
più radicali della Lega, proclamò: «La guerra per noi è
santa, perché risveglierà tutto ciò che vi è di grande,
altruistico e disinteressato nel nostro popolo e purificherà
le nostre anime dalle scorie della meschinità egoistica». 99
La Lega dell’esercito era a stragrande maggioranza una
lega protestante, fondata sulle enclave protestanti del
Württemberg, per la gran parte cattolico, da un uomo che
era stato espulso dalla Lega navale per avere attaccato il
Centro cattolico. E i radicalnazionalisti non erano i soli a
riflettere il tono del protestantesimo dell’epoca. Helmut
von Moltke, nipote dell’illustre generale prussiano, si era
lasciato coinvolgere, attraverso la moglie e la figlia, dal
teosofo Rudolf Steiner, che aveva tratto le proprie teorie in
larga misura dal libro dell’Apocalisse (in profondo
contrasto con il severo pietismo hutteriano del suo
predecessore, il conte Alfred von Schlieffen). 100
E non è certo privo di significato che Schlieffen si
compiacesse di firmarsi «Dr. Graf Schlieffen» nella sua
corrispondenza con personalità accademiche: molti
elementi del militarismo e del radicalnazionalismo
prebellici affondavano le proprie radici non soltanto nelle
chiese, ma anche nelle università. Ma, naturalmente, non
bisogna attribuire a tutto questo un’importanza eccessiva.
Gli accademici tedeschi non erano in alcun modo
un’omogenea «guardia del corpo della casata degli
Hohenzollern»; e i baroni universitari guglielmini che
assumevano posizioni radicalnazionaliste persino nelle loro
prolusioni inaugurali, come il pangermanico Dietrich
Schäfer, rappresentavano un’eccezione. 101 D’altra parte,
molte facoltà diedero un contributo decisivo allo sviluppo

81
dell’ideologia radicalnazionalista, non ultima quella di
storia. La geopolitica, una branca della geografia e della
storia, esercitava un influsso notevole, soprattutto quando
dava credito all’idea dell’«accerchiamento». Uno studioso
di filosofia come il segretario privato di Bethmann
Hollweg, Kurt Riezler, concepiva l’inevitabile «conflitto di
potenza tra le nazioni» nei termini della dottrina di
Schopenhauer. 102 Per altri pensatori, furono le teorie
razziali a offrire una giustificazione per la guerra.
L’ammiraglio Georg von Müller sosteneva la necessità di
promuovere la «razza tedesca» in opposizione agli slavi e ai
cattolici romani, cosa di cui era convinto anche lo stesso
Moltke; 103 e furono accademici germanisti a tenere nel
1913 una conferenza sul tema dello «sterminio dei non
tedeschi … e la propagazione della superiorità
dell’“essenza germanica”». 104 Fra gli aderenti alla Lega
dell’esercito figuravano archeologi e oftalmologi. 105 In
sostanza, quando il pangermanico Otto Schmidt-
Gibichenfels – in un articolo pubblicato sulla «Political-
Anthropological Review» – descriveva la guerra come «un
fattore indispensabile di cultura», ne esprimeva
perfettamente il significato per l’élite colta tedesca. 106
Quando, durante la guerra, il membro della Lega
dell’esercito von Stranz rilasciò la seguente dichiarazione
non fece altro che ripetere un luogo comune di questo
ambiente: «Per noi non conta se conquistiamo o perdiamo
alcune colonie, o se la nostra bilancia commerciale sarà di
venti … o venticinque miliardi … Ciò che conta davvero è
qualcosa di spirituale». 107 Le Considerazioni di un
impolitico di Thomas Mann si sarebbero imposte come
l’affermazione classica della convinzione che la Germania

82
combatteva per la Kultur contro la Zivilisation tetra,
viscida e materialistica dell’Inghilterra. 108
Questo legame ideologico tra la media borghesia colta e
il radicalnazionalismo spiega l’elevato rapporto di
continuità fra il liberalnazionalismo e il
109
radicalnazionalismo tedeschi. La conferenza inaugurale
di Max Weber a Friburgo resta l’appello più celebre a una
nuova era di liberalnazionalismo sotto lo stendardo della
Weltpolitik. 110 Ma ce ne sono molti altri. Per esempio, gli
storici di professione diedero un contributo decisivo alla
creazione di una mitologia dell’unificazione che ebbe una
straordinaria importanza per i liberalnazionalisti: i
sostenitori guglielmini della Mitteleuropa intesa come
un’unione doganale dominata dalla Germania – cosa che
in seguito divenne uno degli obiettivi bellici ufficiali dei
tedeschi – si rifacevano intenzionalmente al ruolo svolto
dallo Zollverein prussiano nell’unificazione del paese. 111 In
particolare, il Partito liberalnazionalista e la Lega
dell’esercito agirono di comune accordo nei dibattiti del
1912 e del 1913 sui disegni di legge relativi all’esercito. Lo
stesso August Keim poté sostenere che «le questioni
militari non hanno nulla a che fare con la politica di
partito», cercando al contempo di reclutare deputati del
Reichstag all’interno dei partiti conservatori e tra i
liberalnazionalisti. Ma la retorica dell’«impoliticità» era lo
strumento privilegiato dei nazionalisti tedeschi, e in pratica
Keim aveva maggiori possibilità di successo se collaborava
strettamente con il leader liberalnazionalista Ernst
Bassermann. Lo slogan di quest’ultimo – «Bismarck
continua a vivere nel popolo, ma non nel governo» – ci
offre un illuminante spaccato dell’anima liberalnazionale

83
del «nazionalismo radicale»; lo storico Friedrich Meinecke
usò un linguaggio molto simile. 112 Nel febbraio del 1913 il
liberalnazionalista di Baden-Baden Edmund Rebmann
proclamò: «Abbiamo le armi e abbiamo l’intenzione di
usarle», se necessario, per ottenere «la stessa cosa che
abbiamo ottenuto nel 1870». 113 C’era davvero poco di
autenticamente nuovo nel radicalnazionalismo tedesco: la
sua base, come negli anni Settanta dell’Ottocento, era
formata da notabili delle classi medie e superiori,
profondamente legati alla tradizione storica del proprio
paese.
Naturalmente c’erano anche coloro che si erano lasciati
trasportare dalle proprie passioni rivoluzionarie ben oltre il
limite politico consentito del liberalismo tedesco classico.
Con inquietante preveggenza, Heinrich Class asseriva che
persino una guerra persa sarebbe stata bene accetta, in
quanto avrebbe accresciuto «l’attuale frammentazione
interna fino al caos completo», consentendo l’intervento
della «potente volontà di un dittatore». 114 Perciò non
sorprende che qualche membro della Lega dell’esercito sia
poi confluito, negli anni Venti, nelle file del Partito
nazista. 115 Persino il Kaiser, quando sognava a occhi aperti
il potere dittatoriale che non possedeva, aveva come
proprio modello Napoleone. 116 Considerata sotto questo
punto di vista, la tesi piuttosto audace di Modris Eksteins
– secondo cui la prima guerra mondiale fu uno scontro
culturale fra una Germania rivoluzionaria e modernista e
un’Inghilterra conservatrice – risulta preferibile, malgrado
tutte le altre riserve che si possono avere su di essa, alla
vecchia opinione secondo cui la guerra fu provocata dalla
determinazione della Germania conservatrice a sostenere

84
«l’ideale dinastico … dello Stato» contro «il principio
moderno rivoluzionario e nazionaldemocratico». Ciò
risultò vero soltanto nell’ottobre del 1918, quando il
presidente Woodrow Wilson rivelò che una rivoluzione
tedesca sarebbe stata una condizione imprescindibile per
qualsiasi armistizio. 117 E tuttavia dobbiamo chiederci
quanto differisse realmente il radicalnazionalismo tedesco
da quello degli altri paesi europei prima del 1914. Con
buona pace di Eksteins, ci sono ottime ragioni per credere
che le somiglianze siano molto maggiori delle
differenze. 118
Antimilitarismo
Il pacifismo – il termine fu coniato nel 1901 – fu
indubbiamente uno dei movimenti politici dell’inizio del
XX secolo che riscosse minor successo. 119 Ma tenere conto
esclusivamente di coloro che si definivano pacifisti
significa sottovalutare la popolarità dell’antimilitarismo in
Europa.
In Gran Bretagna il Partito liberale vinse tre elezioni
consecutive nel 1906, nel gennaio del 1910 e nel dicembre
dello stesso anno (quest’ultima con l’esplicito appoggio dei
laburisti e dei nazionalisti irlandesi), contro
un’opposizione conservatrice e unionista dichiaratamente
più militarista. La coscienza dei nonconformisti, la fiducia
cobdeniana nel libero scambio e nella pace, la predilezione
di Gladstone per il diritto internazionale a scapito della
Realpolitik, nonché la refrattarietà del Kaiser ad accettare
eccessive spese militari e la sua storica avversione nei
riguardi di un grande esercito: ecco alcune delle tradizioni
liberali che sembravano implicare una politica pacifica, alle
quali si potrebbero aggiungere le costanti e assillanti

85
preoccupazioni del partito per l’Irlanda e la riforma
parlamentare. 120 A tali preoccupazioni il neoliberalismo
del periodo edoardiano aggiunse un ulteriore timore per la
ridistribuzione della finanza pubblica e le questioni
«sociali», nonché una ricca serie di influenti teorie come
quella di Jacob Atkinson Hobson sul rapporto perverso tra
interessi finanziari, imperialismo e guerra, o quella di
Henry W. Massingham sui rischi della diplomazia segreta e
l’ingannevole dottrina dell’equilibrio di potenza. Queste
teorie circolavano a dozzine sulla stampa liberale,
soprattutto sul «Manchester Guardian», su «Speaker» e su
«Nation». 121
Alcuni scrittori liberali erano meno pacifisti di quanto
talvolta si creda. Una delle più conosciute espressioni di
sentimenti liberali nel periodo antecedente il 1914 è il
trattato di Norman Angell La grande illusione (pubblicato
per la prima volta con questo titolo nel 1910). 122 A un
primo sguardo, il saggio di Angell appare un modello
esemplare di argomentazione pacifista. La guerra,
asserisce, è economicamente irrazionale: l’onere fiscale
degli armamenti è eccessivo, risulta difficile riscuotere
indennità dalle potenze sconfitte, «il commercio non può
essere distrutto o sottomesso da una potenza militare» e le
colonie non sono fonte di profitti fiscali. «Qual è la vera
garanzia del buon comportamento di uno Stato nei
confronti di un altro?», domanda Angell. «È l’articolata
interdipendenza che, non solo in senso economico, ma in
ogni possibile senso, fa sì che un’ingiustificabile
aggressione di uno Stato nei confronti di un altro abbia
una ripercussione negativa sugli interessi dello stesso
aggressore.» 123 Per di più, la guerra è irrazionale anche sul

86
piano sociale, perché gli interessi collettivi che uniscono le
nazioni sono meno reali di quelli che uniscono le classi:
Il vero conflitto non è tra inglesi e russi, ma tra l’interesse di tutta la gente rispettosa delle
leggi – russi e inglesi sullo stesso piano – e l’oppressione, la corruzione e l’incompetenza … Al
fondo di ogni conflitto tra eserciti o governi di Germania e Inghilterra sta … il conflitto in
entrambi gli Stati tra democrazia e autocrazia, o tra socialismo e individualismo, o tra
reazione e progresso, in qualsiasi modo le simpatie sociologiche di ciascuno possano
classificarli. 124

Angell inoltre mette in discussione la tesi secondo la


quale la leva obbligatoria avrebbe potuto in qualche modo
contribuire a migliorare la salute morale di una nazione; al
contrario, la coscrizione avrebbe significato una
«germanizzazione dell’Inghilterra, anche se non fosse
sbarcato sulla nostra terra un solo soldato tedesco».
Successivamente divenne un ardente sostenitore della
Società delle nazioni, poi deputato laburista e vincitore del
premio Nobel per la pace nel 1933; tutto ciò ha
ulteriormente rafforzato la fama pacifista di La grande
illusione.
Ma c’è qualcosa che lascia perplessi. In primo luogo,
Angell scrisse il libro mentre era alla direzione del
«Continental Daily Mail», giornale dell’ultraallarmista
Northcliffe; e una lettura attenta del testo rivela che non è
affatto l’innocuo trattato pacifista di popolare memoria.
Per esempio, nella prima parte, al secondo capitolo, Angell
esamina i «sogni di conquista tedeschi» e conclude che «la
conseguenza di una sconfitta delle armate inglesi e
dell’invasione dell’Inghilterra» sarebbero «quaranta
milioni di persone affamate». Parimenti, nel terzo capitolo
l’autore chiede: «Se la Germania si annettesse l’Olanda, chi
ne trarrebbe vantaggio: i tedeschi o gli olandesi?»; e nel
quarto capitolo pone questa ben ponderata domanda:
«Che cosa accadrebbe se un invasore tedesco svuotasse la

87
Banca d’Inghilterra?». Nel sesto capitolo, dopo avere
affermato che «l’Inghilterra … non possiede … le sue
colonie, le quali si autogovernano», e che esse non sono
«una fonte di profitti fiscali», Angell si chiede: «La
Germania potrebbe sperare di fare meglio? È del tutto
inconcepibile che possa combattere per il semplice
desiderio di condurre un esperimento così disastroso». 125
In altre parole, ciò che Angell di fatto sostiene è che una
sfida militare della Germania alla Gran Bretagna sarebbe
stata un’idea irrazionale.
In ogni caso, prosegue Angell, è certamente
nell’interesse di tutto il resto del mondo lasciare che
l’Impero britannico si mantenga integro. «L’Impero
britannico», proclama con tono altezzoso, «è costituito in
larga misura da Stati sostanzialmente indipendenti, sul
comportamento dei quali non soltanto la Gran Bretagna
non esercita alcun controllo, ma ha anche da tempo
rinunciato a qualsiasi intenzione di impegnare la forza
contro di essi.» 126 Per di più, l’impero è garanzia di
«scambi per libero consenso» e quindi incoraggia «l’opera
di forze [economiche] più potenti della tirannia del
tiranno più spietato che abbia mai regnato con la spada e
con il sangue» 127 (le parole di quest’ultima frase sono state
scelte con estrema attenzione). Angell rivela il suo più
autentico pensiero quando conclude:
È alla pratica e … all’esperienza inglesi che il mondo guarderà come a una guida in
questo campo … L’estensione del principio di dominio dell’Impero britannico alla società
europea nel suo complesso è la soluzione del problema internazionale che questo libro
raccomanda. I giorni del progresso imposto con la forza sono finiti; o ci sarà un progresso
promosso dalle idee o non ci sarà nessun progresso. E poiché questi principi di
collaborazione tra diverse comunità umane sono, in un certo senso, uno sviluppo inglese, è
all’Inghilterra che spetta la responsabilità di mettersi alla guida. 128

In altre parole, La grande illusione era un trattato di

88
stampo liberal-imperialista rivolto all’opinione pubblica
tedesca. Scritto in un’epoca di considerevole antagonismo
anglo-tedesco, provocato dal programma navale germanico
e dalla «febbre delle spie», si prefiggeva l’obiettivo di
esortare i tedeschi ad abbandonare la propria decisione di
sfidare la potenza navale inglese. Senza dubbio (almeno a
giudicare dalla sua duratura reputazione di saggio
pacifista), la tesi centrale del libro – ossia che la Germania
non avrebbe potuto sconfiggere l’Inghilterra – era così
profondamente mascherata dietro un linguaggio pacifista
che passò inosservata a molti lettori. Ma non a tutti. Il
visconte Esher – personaggio chiave nel Comitato di difesa
imperiale, il cui obiettivo principale (come dichiarò lui
stesso nel gennaio del 1911) era «mantenere la schiacciante
superiorità della marina imperiale britannica» – accolse
con grande entusiasmo le idee di Angell. 129 L’ammiraglio
Fisher definì La grande illusione «una manna dal cielo … E
così l’uomo mangiò il cibo dell’angelo». 130 Herbert
Wrigley Wilson, figura di spicco tra i giornalisti del «Daily
Mail» e suo vicedirettore, colse il nocciolo della questione
quando fece osservare beffardamente a Northcliffe:
«Molto intelligente, e sarebbe difficile scrivere un libro
migliore di questo in difesa della sua specifica tesi;
speriamo che riesca a ingannare i tedeschi con maggior
successo di quanto ne ha avuto nel convincere me». 131
Più a sinistra, nel Partito laburista, circolava un
antimilitarismo più genuino. La commedia di Fenner
Brockway The Devil’s Business, scritta nel 1914, anticipava
incisivamente la decisione di entrare in guerra presa dal
governo Asquith solo pochi mesi più tardi, sebbene
raffigurasse il gabinetto di governo come una semplice

89
pedina nelle mani dell’industria internazionale degli
armamenti. 132 I «mercanti di morte» erano il bersaglio
anche del libro The War of Steel and Gold di Noel
Brailsford, uscito nel 1914. All’interno del movimento
laburista inglese, Keir Hardie e Ramsay MacDonald
facevano parte del gruppo di coloro che sostenevano l’idea
di uno sciopero generale come mezzo più adeguato per
fermare una guerra imperialista. Allo stesso tempo, la sua
ostilità nei confronti della Russia zarista e la sua forte
simpatia per i socialdemocratici tedeschi, indussero
MacDonald a opporsi tenacemente alla politica estera
germanofoba di Grey nel periodo antecedente il 1914. La
SPD, dichiarò MacDonald, non aveva «mai votato nulla che

potesse consentire al suo governo di rafforzare la marina


tedesca»; il partito stava inoltre compiendo «prodigiosi
sforzi … per stabilire un rapporto d’amicizia tra noi e la
Germania». 133 Questo tipo di germanofilia era alquanto
diffuso tra i fabiani, che consideravano degni di essere
imitati non soltanto la SPD, ma anche il sistema di
previdenza sociale tedesco. Sidney e Beatrice Webb si
accingevano a partire per un viaggio di sei mesi in
Germania allo scopo di studiare «gli ultimi sviluppi
dell’intervento statale e della collaborazione, dei sindacati
e delle organizzazioni professionali tedesche» quando
scoppiò la guerra nell’agosto del 1914, dopo avere passato
la gran parte del mese di luglio a discutere i meriti della
previdenza sociale con George D.H. Cole e un gruppo di
ebbri «socialisti gildisti» di Oxford. 134 Nel 1912 George
Bernard Shaw, ardente wagneriano, «reclamava a gran
voce un’intesa con la Germania», salvo poi cambiare
opinione l’anno successivo con una tipica proposta per una

90
triplice alleanza contro la guerra fra Inghilterra, Francia e
Germania; o, per essere più precisi, un duplice accordo in
base al quale «se la Francia attacca la Germania noi ci
uniamo alla Germania per sconfiggere la Francia e se la
Germania attacca la Francia noi ci uniamo alla Francia per
sconfiggere la Germania». 135
La germanofilia della Gran Bretagna prebellica non
prosperava però solo a sinistra. L’appello del conte Harry
Kessler per uno scambio di lettere amichevoli tra gli
intellettuali inglesi e tedeschi ottenne il sostegno di
Thomas Hardy e Edward Elgar sul fronte britannico e di
Siegfried Wagner su quello tedesco. Come dimostra questa
stessa vicenda, la musica aveva grande importanza: la
stagione primaverile del Covent Garden, nel 1914, aveva in
cartellone non meno di diciassette rappresentazioni del
Parsifal, oltre alla produzione dei Maestri Cantori, del
Tristano e Isotta e della Valchiria; nonostante lo scoppio
della guerra, i concerti del 1914 continuarono a essere
dominati da compositori tedeschi: Beethoven, Mozart,
Mendelssohn, Strauss, Liszt e Bach. 136 Numerosi
protagonisti della letteratura inglese avevano origini
tedesche o addirittura nomi tedeschi: basti pensare a
Siegfried Sassoon, Ford Madox Ford (il cui vero nome era
Ford Hermann Hueffer) o Robert Ranke Graves, bisnipote
dell’illustre storico Leopold von Ranke. 137
Effettivamente, Graves scoprì che a Charterhouse la
nazionalità di sua madre era un «reato contro la società» e
si sentì costretto a «rifiutare il tedesco che era in me». Al
contrario, nelle antiche università circolava una profonda
germanofilia. La posizione sulla guerra espressa dal più
brillante filosofo di Cambridge, Bertrand Russell, è ben

91
nota; ma l’esperienza della Oxford prebellica è stata spesso
poco considerata. Non meno di trecentotrentacinque
studenti tedeschi erano stati immatricolati a Oxford tra il
1899 e il 1914, trentatré dei quali nell’ultimo anno di pace
e circa un sesto vincitori di borse di studio Rhodes. Tra gli
oxoniani tedeschi figuravano i figli del ministro prussiano
principe Hohenlohe, del contrammiraglio August von
Heeringen e del cancelliere Bethmann Hollweg (Balliol
College, classe del 1908). L’esistenza di circoli studenteschi
come l’Hanover Club, la German Literary Society e
l’Anglo-German Society, che nel 1909 contava trecento
membri, è una chiara prova della fiducia che almeno alcuni
laureandi britannici riponevano nella Wahlverwandtschaft
(affinità elettiva) tra il Geist tedesco e la Kultur
oxoniana. 138 La maggior parte dei personaggi insigniti di
lauree honoris causa a Oxford nel 1914 erano tedeschi:
Richard Strauss, Ludwig Mitteis (il classicista di Dresda), il
principe Lichnowsky, ambasciatore, il duca di Sassonia-
Coburgo-Gotha e anche il professore di diritto
internazionale austriaco Heinrich Lammasch. 139 Nel 1907
lo stesso Kaiser aveva ricevuto un’analoga onorificenza: il
ritratto in cui era raffigurata la consegna della laurea
honoris causa è stato riappeso alle pareti dell’Examination
Schools negli anni Ottanta dopo un lungo e ignominioso
periodo in cui è rimasto nascosto in un magazzino. 140
Anche l’elevata percentuale (28 per cento) di studenti
tedeschi di Oxford provenienti dalla nobiltà ci ricorda che
i legami tra l’alta aristocrazia tedesca e britannica – e in
particolare la famiglia reale e i suoi satelliti – erano
estremamente stretti. La regina Vittoria, per metà tedesca,
aveva sposato il proprio cugino tedesco di nascita, Alberto

92
di Sassonia-Coburgo-Gotha; tra i suoi generi figuravano il
Kaiser Federico III, il principe Cristiano dello Schleswig-
Holstein ed Enrico di Battenberg; e tra i suoi nipoti il
Kaiser Guglielmo II e il principe Enrico di Prussia. Legami
dinastici dello stesso genere univano le élite finanziarie dei
due paesi: non solo i Rothschild ma anche gli Schröder, gli
Huth e i Kleinwort erano illustri famiglie di banchieri della
City di origini tedesche. In particolare, i Rothschild
mantenevano stretti rapporti con i loro parenti tedeschi.
Lord Rothschild aveva sposato una sua parente di
Francoforte e il loro figlio Charles si era sposato con
un’ungherese. 141
Quanto alla Germania, sebbene il pacifismo avesse solo
deboli radici e la socialdemocrazia fosse predisposta
all’«integrazione negativa» (mostrasse cioè la tendenza a
sottomettersi ai diktat imposti dallo Stato), 142 soltanto una
minoranza di tedeschi era militarista e soltanto una
minoranza di questi ultimi era anglofoba. Nel 1906 il
cancelliere principe Bülow era riuscito con grande abilità a
rinviare l’idea di una guerra preventiva fino a quando non
«fosse sorta una causa capace di ispirare il popolo
tedesco». 143 Un fatto che emerge chiaramente dal
cosiddetto «consiglio di guerra» tenuto dal Kaiser nel
dicembre del 1912 è che tutti i comandanti militari
presenti dubitavano che la Serbia potesse rappresentare
una causa di questo genere. 144 Inoltre, alcune ricerche
sulle opinioni delle classi popolari del 1914 (considerate in
contrapposizione alla media borghese istruita) indicano
che i successivi tentativi di sensibilizzare «l’uomo della
strada» sugli interessi tedeschi nella questione dei Balcani
avevano ottenuto scarso successo. 145 Accanto alla

93
Germania delle leghe radicalnazionaliste c’era «un’altra
Germania» (per citare l’espressione di Jack R. Dukes e
Joachim Remak), una Germania in cui università di grande
prestigio, consigli municipali aperti al pubblico e direttori
di giornali indipendenti sembravano invitare a un
confronto con l’ultimo paese entrato in guerra, gli Stati
Uniti. 146
C’era poi la Germania della classe operaia
sindacalizzata, i cui leader erano tra i più severi critici del
militarismo in Europa. Non si deve dimenticare che il
partito con i maggiori successi elettorali negli anni che
precedettero la guerra fu la SPD (che raccolse anche un
notevole consenso tra la media borghesia). Rimase
continuamente ostile al «militarismo» per tutto il periodo
prebellico; anzi, ottenne la sua più eclatante vittoria
elettorale nel 1912, facendo la propria campagna contro «il
rincaro del pane a causa del militarismo», con una
dichiarata allusione al fatto che in Germania l’incremento
delle spese per la difesa tendeva a essere finanziato dalle
imposte indirette (si veda infra, cap. V). Nel complesso, la
SPD raccolse 4.250.000 voti nel 1912 – pari al 34,8 per cento

dei voti totali – in confronto al 13,6 per cento dei consensi


ottenuti dai liberalnazionalisti, ossia del partito più
impegnato in un’aggressiva politica estera e in un aumento
delle spese militari. Nessun altro partito riuscì mai a
conquistare una simile percentuale di voti nel Secondo
Reich.
Karl Liebknecht era, fra tutti i teorici della SPD, uno dei
critici più decisi del militarismo. Per Liebknecht il
militarismo era una sorta di Giano bifronte: l’esercito
tedesco era nel contempo uno strumento per lo sviluppo

94
degli interessi capitalistici all’estero e un mezzo per tenere
sotto controllo la classe operaia tedesca, o direttamente
con la coercizione o indirettamente attraverso
l’indottrinamento militare:
Il militarismo serve a proteggere l’ordinamento sociale prevalente, sostenendo il
capitalismo e qualsiasi reazione contro la lotta della classe operaia per la libertà … Il
militarismo prussiano-tedesco è sbocciato in un fiore molto speciale grazie alla peculiare
situazione di semiassolutismo e di feudalesimo burocratico che caratterizza la Germania. 147

(Come a dimostrare la validità della sua teoria,


Liebknecht fu ucciso dai militari quando cercò di
inscenare un colpo di Stato in stile bolscevico a Berlino nel
gennaio del 1919.)
Per gli storici il vero problema è che la campagna della
SPD contro il militarismo, pur non riuscendo in definitiva a

impedire lo scoppio della guerra, ebbe comunque una


profonda influenza sull’orientamento degli studi successivi.
Paradossalmente, gli antimilitaristi della società
guglielmina erano talmente numerosi e rumorosi da
spingerci a credere nelle loro proteste contro il militarismo
tedesco, facendoci dimenticare che proprio il volume di
tali proteste era la prova del contrario. Di conseguenza,
oggi esiste una letteratura incredibilmente vasta sul
militarismo in Germania, e soltanto una parte di essa
riconosce che il termine stesso fu coniato dalla propaganda
di sinistra. 148 Ancora nel 1989-1990 gli storici fedeli alla
tradizione marxista-leninista sostenevano le tesi di
Liebknecht: il militarismo, secondo Reinhold Zilch, era
un’espressione del «carattere aggressivo della borghesia,
alleata con gli Junker» e con i loro «sforzi reazionari e
pericolosi». 149
Nella storiografia non marxista ha esercitato una
particolare influenza l’analisi di Eckart Kehr. Sorta di

95
Hobson tedesco, Kehr accolse la tesi prebellica della SPD,
secondo la quale nella Germania guglielmina l’alleanza tra
Junker e industriali aveva favorito la politica militarista. E
aggiungeva due osservazioni: primo, l’aristocrazia
prussiana aveva ottenuto il predominio sui suoi alleati di
minor consistenza appartenenti al mondo dell’industria e
ad altri gruppi borghesi reazionari; secondo (e in questo si
avvicinava alle tesi formulate in seguito da Antonio
Gramsci), il militarismo era almeno in parte la creazione di
istituzioni statali autonome. In altri termini, la sua tesi
lasciava sufficiente spazio sia agli interessi personali
burocratici e ministeriali sia a quelli di classe. Ma queste
caratteristiche non lo distinguevano in modo
particolarmente netto dai marxisti ortodossi. Quando si
lasciava trasportare dalla sua tesi fondamentale – ossia che
tutte le decisioni di politica estera erano subordinate a
fattori socioeconomici interni – Kehr era perfettamente in
grado di scrivere in un linguaggio ben poco diverso da
quello dei marxisti di allora.
Le argomentazioni di Kehr, ben presto dimenticate dagli
storici tedeschi dopo la sua prematura scomparsa, furono
riprese da Hans-Ulrich Wehler negli anni Sessanta e
accolte da Fritz Fischer. 150 Secondo il suo classico testo
«in stile Kehr» sulla Germania guglielmina, il militarismo
serviva non soltanto a scopi economici (contratti di
armamenti per le industrie), ma anche come mezzo
estremo nella lotta contro la socialdemocrazia e come
terreno d’incontro dello sciovinismo popolare,
distogliendo l’attenzione dal sistema politico
«antidemocratico» del Reich. 151
Indubbiamente, l’idea che una politica estera aggressiva

96
potesse aiutare il governo del Reich a superare le sue
difficoltà politiche interne non era un’invenzione di Kehr
(o di Liebknecht), ma una vera e propria strategia
governativa. Il ministro prussiano delle Finanze Johannes
Miquel e il principe Bülow, predecessore di Bethmann
Hollweg alla cancelleria, si erano dati un gran daffare per
rafforzare la posizione dei partiti «che sostenevano lo
Stato» (i conservatori e i liberalnazionalisti), proprio come
aveva già fatto Bismarck prima di loro. E nel 1914 c’era
davvero chi credeva che una guerra avrebbe «rafforzato
l’ordine e la mentalità patriarcali» e «fermato l’avanzata
della democrazia». 152
È però necessaria una precisazione. L’idea che una
politica estera aggressiva potesse indebolire la sfida politica
interna sferrata dalla sinistra non era affatto un’invenzione
della destra tedesca. Era già diventata una sorta di cliché
nella Francia di Napoleone III, e all’alba del nuovo secolo
rappresentava ormai una giustificazione quasi universale
delle politiche imperialiste. Inoltre, fra i politici, i generali,
gli Junker e gli industriali tedeschi c’era molta meno
sintonia di quanto talvolta si creda. 153 Almeno due
deputati liberalnazionalisti di circoscrizioni rurali (Paasche
e Dewitz) erano stati costretti a dimettersi dalla Lega
dell’esercito su sollecitazione dei loro sostenitori locali
della Lega agraria, secondo i quali la richiesta della Lega
dell’esercito per un incremento delle forze armate era
pericolosamente radicale. Questo illustra un punto
importante sul quale torneremo più avanti:
l’antimilitarismo circolava persino tra le fila dello stesso
conservatorismo prussiano. Né appare una soluzione
convincente attribuire le decisioni prese a Potsdam e

97
Berlino nel luglio e nell’agosto del 1914 all’influenza di una
«opposizione nazionale» radicale. Come disse Bethmann
Hollweg parlando dell’estrema destra, «con questi idioti
non si può condurre una politica estera»; era ancora fresco
il ricordo della seconda crisi marocchina, quando il
ministro degli Esteri Alfred von Kiderlen-Wächter era
stato messo in grave imbarazzo dalle richieste esorbitanti
della stampa nazionalista radicale. 154
Tabella 1 – Percentuali della popolazione totale con diritto
di voto per le camere basse, 1850 e 1900.
1850 1900

Francia 20 29

Prussia/Germania 17 22
Inghilterra 4 18

Belgio 2 23
Serbia 0 23
Russia 0 15

Romania 0 16
Austria 0 21
Ungheria 0 6

Piemonte/Italia n.d. 8

Nota: Il suffragio universale avrebbe dato il voto a circa il 40-50 per cento della popolazione.
Fonte: R.J. Goldstein, Political Repression in 19th Century Europe, pp. 4-5.

Infine, e cosa ancor più importante, i successivi


cancellieri tedeschi erano perfettamente consapevoli che il
militarismo poteva essere un’arma a doppio taglio,
soprattutto se portava a una guerra. Nel 1908 Bülow aveva
detto al principe ereditario:
Oggi nessuna guerra può essere dichiarata se un intero popolo non è convinto che tale
guerra sia giusta e necessaria. Una guerra, provocata con leggerezza, anche se fosse
combattuta con successo, avrebbe un effetto molto negativo sul paese; e se terminasse con

98
una sconfitta potrebbe causare la stessa caduta della dinastia. 155

Nel giugno del 1914 il suo successore Bethmann


Hollweg aveva previsto correttamente che «una guerra
mondiale, con le sue inevitabili conseguenze, avrebbe
rafforzato enormemente il potere della socialdemocrazia,
proprio perché sostenitrice della pace, e avrebbe fatto
cadere più di un trono». 156 Entrambi i cancellieri avevano
in mente l’esperienza della Russia nel 1905, e l’aveva
presente anche il ministro degli Interni russo Pëtr
Durnovo, quando, nel febbraio del 1914, aveva così
avvertito Nicola II: «Una rivoluzione sociale nella sua
forma più estrema risulterà inevitabile se la guerra andrà
male». 157
Il militarismo, quindi, non era in alcun modo la forza
dominante della politica europea alla vigilia della Grande
guerra. Al contrario, appariva in declino sul piano politico,
e in larga misura una conseguenza diretta della
democratizzazione. La tabella 1 mostra come il diritto di
voto fosse stato esteso in tutti i principali paesi nella
seconda metà del XIX secolo; alla vigilia della guerra,
come si vede nella tabella 2, i partiti socialisti apertamente
antimilitaristi erano in ascesa nella maggior parte dei futuri
paesi belligeranti.
Tabella 2 – Il voto socialista in alcuni paesi europei alla
vigilia della guerra.
Paese Data Percentuale di voti Seggi socialisti
Austria 1911 25,4 33
Belgio 1912 22,0 40
Francia 1914 16,8 103

Germania 1912 34,8 110

Italia 1913 17,6 52

99
Russia 1912 n.d. 24
Inghilterra 1910 6,4 42

Fonte: Cook e Paxton, European Political Facts, 1900-1996, pp. 163-267.

In Francia le elezioni dell’aprile 1914 segnarono il


ritorno di una maggioranza di sinistra e Poincaré fu
costretto a concedere al socialista René Viviani la
possibilità di formare un governo. (Sarebbe stato
incaricato Caillaux se sua moglie non avesse preso
l’inconsueta decisione di uccidere il caporedattore del
quotidiano «Le Figaro», Gaston Calmette, per impedire la
pubblicazione di alcune lettere che le aveva scritto il
marito.) Jean Jaurès, socialista germanofilo, era un politico
molto influente. In Russia, uno sciopero di tre settimane
nelle officine Putilov di San Pietroburgo, dopo il 18 luglio
si era diffuso anche a Riga, Mosca e Tbilisi. Oltre 1,3
milioni di lavoratori – circa il 65 per cento degli operai
delle industrie russe – parteciparono agli scioperi del
1914. 158 Anche dove i socialisti non erano particolarmente
forti non ci fu una maggioranza militarista: in Belgio il
Partito cattolico al potere resistette tenacemente ai
tentativi di migliorare la preparazione del paese a una
guerra. In nessun’altra nazione, però, la sinistra
antimilitarista era altrettanto forte che in Germania, lo
Stato che vantava il più democratico diritto di voto di tutta
l’Europa. Nondimeno le argomentazioni degli
antimilitaristi tedeschi si dimostrarono così tenaci che si
possono leggere ancora oggi nei libri di storia, con la
perversa conseguenza di spingerci a sottovalutare
l’autentica portata dell’antimilitarismo di quell’epoca. I
fatti erano indiscutibili: gli europei non stavano marciando
verso la guerra, ma voltando le spalle al militarismo.
* La grafia cerca di rendere la difettosa pronuncia inglese del cameriere tedesco e sta per Very strong,

100
sir, the German army, ossia «L’esercito tedesco è molte forte, signore». [N.d.T.]

101
II

Imperi, intese e appeasement edoardiano


Imperialismo: economia e potere
La risoluzione su «militarismo e conflitti internazionali»
approvata dalla Seconda Internazionale dei partiti socialisti
alla conferenza di Stoccarda nel 1907 è una formulazione
classica della teoria marxista sulle origini della guerra:
Le guerre fra Stati capitalisti sono di regola il risultato della loro rivalità per il possesso
dei mercati mondiali, dato che ogni Stato non si preoccupa soltanto di consolidare il proprio
mercato, ma anche di conquistarne di nuovi … Inoltre, queste guerre derivano
dall’interminabile corsa agli armamenti tipica del militarismo … Le guerre perciò sono
intrinseche alla natura del capitalismo: cesseranno soltanto quando verrà abolita l’economia
capitalista. 1

Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale – che


gettò nel caos la Seconda Internazionale – questa tesi
divenne un autentico dogma della sinistra. Nel gennaio del
1915 il socialdemocratico tedesco Friedrich Ebert
dichiarò:
Tutti i grandi Stati capitalisti hanno registrato un incremento della loro vita economica
nel corso dell’ultimo decennio … La lotta per i mercati si è fatta più intensa. Insieme alla lotta
per i mercati si è aperta la lotta per i territori … Perciò i conflitti economici hanno portato
all’esplosione di conflitti politici, a costanti e giganteschi aumenti degli armamenti e infine
alla guerra mondiale. 2

Secondo il «rivoluzionario disfattista» Lenin (uno dei


pochi leader socialisti che desideravano esplicitamente la
sconfitta del proprio paese), la guerra era un prodotto
dell’imperialismo. La lotta fra le grandi potenze per la
conquista dei mercati d’oltremare, stimolata dalla
riduzione del tasso di profitto delle loro economie interne,
non poteva che terminare con una guerra suicida; a
propria volta, le conseguenze sociali della conflagrazione
avrebbero affrettato la tanto attesa rivoluzione
internazionale del proletariato e la «guerra civile» contro le
classi dominanti, a cui Lenin aveva incitato fin dallo

102
scoppio della guerra. 3
Fino a quando le rivoluzioni degli anni 1989-1991 non
hanno smantellato le dubbie conquiste di Lenin e dei suoi
compagni, gli storici del blocco comunista hanno
continuato a ribadire irremovibilmente questa tesi. In un
libro pubblicato l’anno successivo alla caduta del Muro di
Berlino, lo storico tedesco-orientale Willibald Gutsche
sosteneva ancora che, nel 1914, oltre ai «monopoli
minerari e dell’acciaio, autorevoli rappresentanti di grandi
banche, industrie elettrotecniche e società di navigazione
… erano propensi a seguire un’opzione non pacifica». 4 Il
suo collega Reinhold Zilch criticava «gli obiettivi
chiaramente aggressivi» del presidente della Reichsbank
Rudolf Havenstein alla vigilia della guerra. 5
A prima vista ci sono molte ragioni per pensare che gli
interessi capitalistici avrebbero tratto vantaggio dalla
guerra. In particolare, l’industria degli armamenti non
avrebbe certo perso l’occasione di ottenere lucrosi
contratti nel caso di un esteso conflitto. La filiale
britannica della banca dei Rothschild, che per i marxisti e
gli antisemiti era il simbolo del diabolico potere del
capitale internazionale, aveva legami finanziari con la
società Maxim-Nordenfelt, le cui mitragliatrici erano state
esaltate da Hilaire Belloc come la chiave per l’egemonia
europea, e aveva contribuito a finanziarne l’acquisizione da
parte della Vickers Brothers nel 1897. 6 Anche i Rothschild
di Vienna avevano interessi nell’industria degli armamenti:
le loro acciaierie Witkowitz erano importanti fornitrici di
ferro e acciaio per la marina austriaca e successivamente di
proiettili per l’esercito. I cantieri navali tedeschi, per citare
ancora un esempio, ottennero cospicui contratti

103
governativi in forza del programma navale del
grand’ammiraglio Alfred von Tirpitz. Delle ottantasei unità
commissionate tra il 1898 e il 1913 sessantatré furono
allestite da un gruppo ristretto di compagnie private. Più
di un quinto della produzione dei cantieri Blohm & Voss
di Amburgo, che avevano sostanzialmente monopolizzato
l’allestimento di grandi navi da diporto, era destinato alla
marina militare. 7
Tuttavia, come a smentire la teoria marxista, non c’è
quasi nessuna prova che questi uomini d’affari legati ai
propri interessi volessero una grande guerra europea. A
Londra la stragrande maggioranza dei banchieri era
terrorizzata da questa prospettiva, soprattutto perché la
guerra minacciava di bancarotta quasi tutti gli istituti di
sconto che finanziavano il commercio internazionale (si
veda infra, cap. VII). I Rothschild cercarono invano di
evitare un conflitto anglo-tedesco, e per questi loro sforzi
furono accusati da Henry Wickham Steed, il caporedattore
agli esteri del «Times», «di un losco tentativo finanziario
giudeo-tedesco per costringerci a sposare la causa della
neutralità». 8
Tra i pochi uomini d’affari tedeschi tenuti (soltanto in
parte) informati sugli sviluppi della crisi di luglio, né
l’armatore Albert Ballin né il banchiere Max Warburg
erano favorevoli alla guerra. Il 21 giugno 1914, dopo un
banchetto svoltosi ad Amburgo, il Kaiser in persona espose
a Warburg un’analisi divenuta tristemente nota della
«situazione generale» della Germania, al termine della
quale «accennò al fatto che forse sarebbe stato opportuno
attaccare subito [la Russia e la Francia] anziché restare ad
attendere». Warburg «cercò vigorosamente di

104
dissuaderlo»:
Gli presentai un quadro generale della situazione politica interna dell’Inghilterra (Home
Rule), delle difficoltà che aveva la Francia nel mantenere il periodo di leva a tre anni, della
crisi finanziaria in cui già versava la Francia e della probabile inaffidabilità dell’esercito russo.
Gli consigliai vivamente di attendere con pazienza, rimanendo tranquilli ancora per qualche
anno. «Noi diventiamo più forti di anno in anno, mentre i nostri nemici diventano sempre più
deboli al proprio interno.» 9

Nel 1913 Karl Helfferich, un dirigente della Deutsche


Bank, aveva pubblicato un libro intitolato Deutschland
Wohlstand, 1888-1913 (La ricchezza della Germania) nel
quale intendeva dimostrare proprio questo punto. La
produzione di ferro e acciaio della Germania aveva
superato quella britannica e il suo reddito nazionale era
ormai maggiore di quello della Francia. Non ci sono prove
che Helfferich avesse qualche percezione della catastrofe
incombente che avrebbe rovinosamente arrestato quella
crescita. Al contrario, era completamente occupato dai
negoziati sulle concessioni riguardanti la ferrovia di
Baghdad (si veda infra). 10 Malgrado il suo interesse nella
questione della mobilitazione economica, Walther
Rathenau, presidente dell’Allgemeine Elektrizitäts
Gesellschaft, non riuscì a persuadere gli alti funzionari del
Reich ad accettare l’idea di uno «stato maggiore
economico», e Theobald Bethmann Hollweg ignorò
semplicemente la sua tesi secondo la quale non bisognava
schierarsi a fianco dell’Austria nel 1914. 11 Parimenti,
quando il 18 giugno 1914 Havenstein convocò alla
Reichsbank otto direttori delle principali banche a capitale
azionario per chiedere loro di aumentare le rispettive
quote di riserve (al fine di ridurre il rischio di una crisi di
liquidità in caso di guerra), questi ultimi gli dissero,
gentilmente ma con fermezza, di lasciarli in pace. 12
Gutsche è riuscito a fornire una sola prova della brama

105
capitalista per la guerra: una citazione di Alfred
Hugenberg, direttore del settore armamenti della Krupp e
figura niente affatto rappresentativa. L’industriale
dell’acciaio Hugo Stinnes era così poco interessato all’idea
della guerra che nel 1914 fondò la Union Mining Company
a Doncaster, con l’intenzione di esportare la tecnologia
tedesca nei giacimenti minerari britannici. 13
Pertanto, l’interpretazione marxista delle origini della
guerra può essere buttata nella pattumiera della storia,
insieme ai regimi che l’avevano sostenuta con tanta
passione. Rimane invece – in gran parte intatto – un altro
modello del ruolo giocato dall’economia nel 1914. Le
opere di Paul Kennedy, in particolare, hanno contribuito
in modo decisivo a diffondere l’idea che l’economia fosse
una «realtà dietro la diplomazia»: un fattore determinante
del potere, che si poteva esprimere in termini di
popolazione, produzione industriale, produzione di ferro e
acciaio e consumo energetico. Secondo questo punto di
vista, i politici hanno più «libertà d’azione» per
avventurarsi in un’espansione imperialista senza essere
necessariamente subordinati agli interessi del mondo degli
affari e dell’industria; ma le risorse economiche dei loro
paesi stabiliscono il limite massimo di questa espansione
che, oltre un certo punto, diventa insostenibile. 14 Sulla
base di tale modello, la Gran Bretagna del 1914 era una
potenza in relativo declino, che soffriva di
«sovraestensione» imperiale, mentre la Germania era una
rivale in inarrestabile ascesa. Kennedy e i suoi numerosi
seguaci si basano sui dati degli indicatori di crescita
dell’economia, dell’industria e delle esportazioni per
sostenere che uno scontro fra l’Inghilterra in declino e la

106
Germania in ascesa era, se non inevitabile, perlomeno
probabile. 15
Caratteristica di questo approccio è la tesi di Immanuel
Geiss, secondo la quale lo sviluppo dell’«economia
industriale più forte dei tempi moderni» faceva della
Germania «la superpotenza del continente»:
Nella sua enorme potenza in costante espansione la Germania era come un reattore
autoalimentato privo di un involucro protettivo [sic] … La sensazione di potere economico
moltiplicò la confidenza acquisita fin dal 1871 trasformandola in quell’esagerata autostima
che, attraverso la Weltpolitik, spinse il Reich tedesco nella prima guerra mondiale. 16

L’unificazione del 1870-1871 aveva dato alla Germania


«una latente egemonia [in Europa] letteralmente
all’improvviso … Era inevitabile che con l’unione di tutti i
tedeschi o almeno della maggior parte di essi in un singolo
Stato la Germania fosse destinata a diventare la potenza
più forte d’Europa». I sostenitori di un’Europa dominata
dalla Germania avevano quindi ragione almeno in teoria:
«Non c’era nulla di sbagliato nel concludere che la
Germania e l’Europa continentale a occidente della Russia
sarebbero state in grado di farcela da sole … [insieme ai]
futuri blocchi di giganteschi poteri economici e politici …
se l’Europa si fosse unita. E un’Europa unita sarebbe
caduta quasi automaticamente sotto il dominio della
potenza più forte: la Germania». 17 Per la maggior parte
degli storici britannici, è assiomatico che fosse necessario
opporsi a questa sfida. 18
La storia dell’Europa fra il 1870 e il 1914 continua
quindi a essere scritta come la storia di una rivalità
economica, con la Gran Bretagna e la Germania quali
principali avversarie. Ma anche questo modello di
rapporto fra economia e potere è tutt’altro che privo di
difetti.

107
È indubbio che tra il 1890 e il 1913 le esportazioni
tedesche erano cresciute con un tasso maggiore di quelle
dei rivali europei e che la formazione del suo capitale
interno lordo era la più elevata d’Europa. La tabella 3
riassume alcuni dati statistici sulla sfida tedesca alla Gran
Bretagna, riportati da Kennedy. Inoltre, se si calcolano i
tassi di crescita della popolazione tedesca (1,34 per cento
all’anno), del prodotto nazionale lordo (2,78 per cento) e
della produzione di acciaio (6,54 per cento), non c’è
dubbio che tra il 1890 e il 1914 la Germania avesse
superato la Gran Bretagna e la Francia. 19
Tabella 3 – Alcuni indicatori della potenza industriale
inglese e tedesca, 1880 e 1913.
Inghilterra Germania Inghilterra Germania
1880 1880 1913 1913

Quote relative di industrie manifatturiere (in 22,9 8,5 13,6 14,8


percentuale)

Potenziale industriale totale (Gran Bretagna nel 1900 = 73,3 27,4 127,2 137,7
100)

Industrializzazione pro capite (Gran Bretagna nel 1900 = 87,0 25,0 115,0 85,0
100)

Fonte: Kennedy, Rise and Fall of the Great Powers, pp. 256 e 259.

Ma in realtà il fattore economico più importante nella


politica mondiale dell’inizio del XX secolo non era la
crescita della potenza economica tedesca, bensì l’immenso
potere finanziario della Gran Bretagna.
Già alla metà del XIX secolo gli investimenti
d’oltremare britannici ammontavano a circa duecento
milioni di sterline. 20 Nella seconda metà del secolo,
tuttavia, ci furono tre grandi ondate di esportazioni di
capitale. Tra il 1861 e il 1872 l’investimento estero netto
crebbe dall’1,4 al 7,7 per cento del prodotto nazionale

108
lordo, per poi scendere allo 0,8 per cento nel 1877.
Successivamente, risalì in modo più o meno stabile fino al
7,3 per cento nel 1890, e infine scese nuovamente sotto l’1
per cento nel 1901. Nel 1913, durante la terza ondata, gli
investimenti esteri salirono fino a toccare la cifra record
del 9,1 per cento (cifra mai più superata fino agli anni
Novanta). 21 In termini assoluti, questo determinò un
enorme accumulo di beni esteri, che aumentò di oltre dieci
volte (da 370 milioni di sterline nel 1860 a 3,9 miliardi di
sterline nel 1913), pari a circa un terzo della ricchezza
totale della Gran Bretagna. Nessun altro paese riuscì ad
avvicinarsi a questo livello di investimenti esteri; come
mostra la tabella 4, il paese che più vi si avvicinò, la
Francia, aveva beni esteri per un valore pari alla metà di
quelli britannici; la Germania appena poco più di un
quarto.
Alla vigilia della prima guerra mondiale la Gran
Bretagna deteneva circa il 44 per cento del totale degli
investimenti esteri. 22 Inoltre, come mostra ancora la
tabella 4, la maggior parte degli investimenti britannici si
indirizzava fuori dall’Europa; una percentuale assai
maggiore di investimenti tedeschi era invece sul
continente. Nel 1910 Bethmann Hollweg definì la Gran
Bretagna «la suprema rivale della Germania quando è in
gioco la politica di espansione economica». 23 Questo era
vero se con «espansione economica» Bethmann Hollweg
intendeva gli investimenti d’oltremare; non lo era invece se
intendeva un aumento delle esportazioni, visto che in virtù
della politica inglese del libero scambio nulla impediva agli
esportatori tedeschi di sfidare le compagnie britanniche sui
mercati imperiali (e, anzi, anche sullo stesso mercato

109
interno). Questa competizione commerciale, naturalmente,
non passò inosservata; ma non ha senso considerare le
campagne di stampa contro prodotti «made in Germany»
il preannuncio di una guerra anglo-tedesca, perlomeno
non più di quanto i discorsi degli americani sulla
«minaccia» economica giapponese negli anni Ottanta del
XX secolo facessero presagire un conflitto militare. 24
Tabella 4 – Investimenti esteri totali nel 1913.
Totale (in milioni di sterline) In Europa (percentuale)

Gran Bretagna 793 5,2

Francia 357 51,9


Germania 230 44,0

Stati Uniti 139 20,0


Altri 282 n.d.
Totale 1800 26,4

Fonte: Kindleberger, Financial History of Western Europe, p. 225.

Alcuni storici dell’economia hanno sostenuto che gli


elevati livelli di esportazione di capitale mettevano a
rischio l’economia britannica: la City è il capro espiatorio
preferito da chi considera l’industria manifatturiera
superiore a quella dei servizi come generatrice di profitti e
occupazione. In realtà, si può affermare che le esportazioni
di capitali influivano negativamente sull’industria
britannica degli investimenti solo se si riesce a dimostrare
che vi era una carenza di capitali che impediva alle
industrie di modernizzare i loro impianti. Ma ci sono ben
poche prove a sostegno di questa tesi. 25 Sebbene vi fosse
certamente un rapporto inversamente proporzionale tra il
ciclo di investimenti esteri e quello degli investimenti fissi
interni, l’esportazione di capitali non costituiva un vero e
proprio «drenaggio» di capitali dall’economia britannica,

110
né può essere considerata una «causa» dell’incremento del
deficit commerciale britannico. 26 Di fatto, gli introiti
ottenuti con questi investimenti corrispondevano (o, in
certi casi, erano superiori) all’esportazione di nuovi
capitali, proprio come (se accostati ai profitti provenienti
da guadagni «invisibili») superavano invariabilmente il
deficit commerciale. Nell’ultimo decennio dell’Ottocento
l’investimento estero netto ammontava al 3,3 per cento del
prodotto interno lordo, in confronto al reddito netto dei
patrimoni provenienti dall’estero, pari al 5,6 per cento. Per
il decennio successivo le cifre erano rispettivamente del 5,1
e del 5,9 per cento. 27
Perché l’economia britannica si comportava in questo
modo? Anziché essere di natura «diretta», la maggior parte
degli investimenti d’oltremare avveniva tramite un
«portafoglio»: in altre parole, gli investimenti erano
mediati da borse valori attraverso la vendita di
obbligazioni e azioni emesse a favore di governi e
compagnie straniere. Secondo Michael Edelstein, la
spiegazione dell’«attrazione» esercitata dai titoli esteri va
ricercata nel fatto che, pur considerando il grado maggiore
di rischio che comportavano, i profitti erano alquanto più
elevati (di circa un punto e mezzo in percentuale) di quelli
dei titoli interni, se si calcola la media del periodo 1870-
1913. Questa media, però, nasconde sostanziose
fluttuazioni. Esaminando i conti di quattrocentoventotto
società, Lance E. Davis e Robert A. Huttenback hanno
dimostrato che i tassi di rendimento interni talvolta erano
maggiori di quelli esteri, per esempio intorno agli anni
Novanta del XIX secolo. 28 Le loro ricerche valutano
anche l’importanza rivestita dall’imperialismo per gli

111
investitori, dato che i tassi di rendimento degli investimenti
nell’impero erano molto diversi da quelli degli investimenti
in territori stranieri non controllati politicamente dalla
Gran Bretagna: superiori fino al 67 per cento nel periodo
precedente il 1884, ma inferiori del 40 per cento nel
periodo successivo. 29 Quindi, sul piano economico,
l’incremento degli investimenti britannici all’estero era
forse un prodotto irrazionale dell’imperialismo? Insomma,
il capitale seguiva la bandiera anziché la legge del massimo
profitto? In realtà, Davis e Huttenback dimostrano che i
possedimenti imperiali non erano la destinazione
prioritaria degli investimenti britannici nel loro complesso:
per il periodo tra il 1865 e il 1914 solo un quarto degli
investimenti fu effettuato all’interno dell’impero, in
confronto al 30 per cento che veniva reinvestito in patria e
al 45 per cento nelle economie estere. Le ricerche dei due
studiosi indicano che l’esistenza di una élite di ricchi
investitori britannici con interessi materiali nell’impero
costituiva il meccanismo di stabilizzazione del mercato
internazionale del capitale nel suo complesso.
Gli alti livelli di esportazione di capitale facevano inoltre
parte integrante del ruolo globale dell’economia britannica
come esportatrice di manufatti e importatrice di derrate
alimentari e di altri prodotti primari, nonché come grande
«esportatrice» di uomini: l’emigrazione totale netta dal
Regno Unito tra il 1900 e il 1914 ammontava alla cifra
sbalorditiva di 2,4 milioni di persone. 30 La Banca
d’Inghilterra era anche l’ultima fonte di credito alla quale
ricorreva il sistema monetario internazionale: nel 1868 solo
la Gran Bretagna e il Portogallo si basavano sul Gold
Exchange Standard, che si era affermato in Inghilterra nel

112
corso del XVIII secolo; nel 1908 tutti i paesi europei
avevano adottato questo sistema (sebbene le valute
dell’Austria-Ungheria, dell’Italia, della Spagna e del
Portogallo non fossero completamente convertibili in
moneta metallica). 31 Quindi, per molti versi,
l’imperialismo era il corollario politico dello sviluppo
economico della fine del XIX secolo, in modo analogo a
quella che oggi definiamo «globalizzazione». Proprio come
avviene oggi, la globalizzazione era allora associata
all’emergere di un’unica superpotenza mondiale: oggi gli
Stati Uniti, allora la Gran Bretagna, con la differenza che la
dominazione britannica aveva un carattere decisamente
più formale. Nel 1860 l’estensione territoriale dell’Impero
britannico era di circa 25 milioni di chilometri quadrati;
nel 1909 era salita a 33 milioni. Alla vigilia della prima
guerra mondiale circa 444 milioni di persone vivevano
sotto qualche forma di governo britannico, di cui solo il 10
per cento nel Regno Unito propriamente detto. E queste
cifre non tengono conto del fatto che la Gran Bretagna
dominava sostanzialmente gli oceani, perché possedeva la
marina militare più potente del mondo (con un
tonnellaggio complessivo doppio rispetto a quello della
marina tedesca) e la più grande flotta mercantile. Si
trattava, come aveva detto James Louis Garvin nel 1905, di
un «dominio di un’estensione e di una portata al di là dei
limiti naturali». Agli occhi delle altre grandi potenze
questo era ingiusto. «Non possiamo parlare di conquiste e
di possedimenti», ammette persino Charles Carruthers in
The Riddle of the Sands. «Ci eravamo accaparrati una
grossa fetta di mondo e gli altri avevano tutto il diritto di
essere invidiosi.» 32

113
Tuttavia, in un’epoca caratterizzata da una libertà di
movimento senza precedenti, e ancor oggi ineguagliata, per
persone, beni e capitali, non appariva immediatamente
chiaro come una potenza qualsiasi potesse sfidare la
superpotenza globale. Mentre nei due decenni precedenti
in Gran Bretagna si era registrato un aumento
dell’emigrazione e dell’esportazione di capitali, la
Germania aveva smesso di esportare tedeschi e
progressivamente ridotto l’esportazione di nuove società di
capitali. 33 Non è chiaro se questa divergenza fosse causa di
(o fosse stata causata da) differenze nel rendimento
economico interno dei due paesi, ma le ripercussioni in
termini di potenza internazionale relativa sono evidenti.
Come ha sostenuto di recente Avner Offer, l’elevato tasso
di emigrazione della Gran Bretagna contribuì a creare
legami di affinità che assicuravano la lealtà dei Dominions
nei confronti della madrepatria. 34 Al contrario, in
Germania il declinante tasso di natalità e l’incremento
dell’immigrazione acuirono la consapevolezza tedesca della
superiorità dell’Europa orientale in termini di
manodopera. Senza dubbio, il crescente successo della
Germania nel settore delle esportazioni sembrava
costituire una minaccia agli interessi britannici, ma i
tedeschi temevano che la crescita delle esportazioni (e il
suo corollario, vale a dire un costante affidamento sulle
materie prime d’importazione) potesse essere messa a
rischio dalle politiche protezioniste di potenze coloniali
più consolidate. 35 Anche se fino al 1914 la Gran Bretagna
continuò a sostenere una politica di libero scambio
all’interno dell’impero, il dibattito sulla «preferenza
imperiale» e sulla riforma doganale suscitato da Joseph

114
Austen Chamberlain apriva una preoccupante possibilità
che le altre economie d’esportazione potevano ben
difficilmente ignorare.
Infine, le esportazioni di capitali dalla Gran Bretagna e
dalla Francia avevano indubbiamente accresciuto
l’influenza politica internazionale di questi due paesi. In
una delle sue primissime pubblicazioni, la Lega
pangermanica esprimeva la seguente preoccupazione:
Siamo un popolo di cinquanta milioni di persone che dedicano le loro migliori energie al
servizio militare e che spendono più di mezzo miliardo all’anno per la difesa … I nostri
sacrifici di sangue e denaro sarebbero certamente eccessivi se la nostra potenza militare ci
consentisse di assicurarci i nostri sacrosanti diritti solo quando riceviamo il benevolo
consenso degli inglesi. 36

Ma, come si lamentava Bülow, «l’enorme influenza


[internazionale] della Francia si deve in larga misura alla
sua abbondanza di capitali e liquidità». 37 Gli storici
dell’economia elogiano spesso la preferenza delle banche
tedesche per gli investimenti industriali interni; ma questi
investimenti non servivano in alcun modo ad aumentare la
potenza della Germania oltremare. Perciò l’influenza
internazionale della Germania rimase circoscritta: lo
sbalorditivo livello di crescita industriale avviatosi fin dal
1895 tendeva per certi versi a indebolire la sua posizione
contrattuale sul piano internazionale.
Guerre evitate
Se c’era una guerra che l’imperialismo avrebbe potuto
scatenare era senz’altro quella tra Gran Bretagna e Russia,
una guerra evitata per un soffio negli anni Settanta e
Ottanta del XIX secolo; oppure quella tra Gran Bretagna e
Francia, che per poco non scoppiò nell’ultimo ventennio
del medesimo secolo. Dopotutto, queste tre potenze erano
le vere rivali imperiali, coinvolte in ripetuti conflitti

115
reciproci, da Costantinopoli a Kabul (nel caso di Gran
Bretagna e Russia) e dal Sudan al Siam (nel caso di Gran
Bretagna e Francia). Nel 1895 pochi osservatori
contemporanei avrebbero previsto che, nel giro di appena
vent’anni, si sarebbero trovate a combattere una guerra
come alleate. In definitiva, la memoria diplomatica
collettiva del secolo precedente raccontava di attriti
ricorrenti fra Gran Bretagna, Francia e Russia, come
mostra la tabella 5.
È facile dimenticare quanto si fossero deteriorati i
rapporti fra la Gran Bretagna da una parte e la Francia e la
Russia dall’altra negli anni Ottanta e Novanta del XIX
secolo. L’occupazione militare dell’Egitto a opera degli
inglesi, nel 1882, aveva avuto innanzitutto lo scopo
(peraltro raggiunto) di consolidare le finanze egiziane
nell’interesse non soltanto degli investitori britannici ma
più in generale di quelli europei. Costituì tuttavia un
perdurante motivo d’imbarazzo diplomatico. Tra il 1882 e
il 1922 la Gran Bretagna si sentì costretta a promettere ben
sessantasei volte alle altre potenze che avrebbe posto fine
all’occupazione dell’Egitto. Ma non lo fece, e da quando
l’Egitto fu occupato, Londra si trovò in una posizione di
svantaggio diplomatico ogniqualvolta cercò di condannare
analoghe espansioni da parte delle sue principali rivali
imperiali.
Tabella 5 – Quadro riassuntivo degli schieramenti
internazionali, 1815-1917.
Periodo Ovest Centro Est

1793- Francia <Gran Bretagna + Russia +


1815 Prussia + Austria>

1820- (Gran Bretagna) Spagna + Portogallo + <Russia + Prussia + Austria +


1829 Napoli + Grecia Francia>

116
1830- Gran Bretagna + Francia Belgio <Russia + Prussia + Austria>
1839
1840- Gran Bretagna + Turchia Francia + Piemonte + Russia + Austria
1849 Ungheria + Prussia

1850- <Gran Bretagna + Francia + (Prussia) Russia


1858 Austria + Turchia>
1859- (Gran Bretagna) (Russia) Francia + Piemonte + Austria
1867 Prussia

1867- (Gran Bretagna) (Russia) <Germania + Italia> Francia


1871 (Austria)

1871- (Gran Bretagna) Francia <Russia + Austria + Italia>


1875
<Germania + Austria +
Italia>
1876- Gran Bretagna + Turchia Francia <Germania + Russia
1878 Austria + Italia>

1879- Gran Bretagna Francia <Russia + Germania +


1886 Austria>
1887- <Gran Bretagna + Italia + Francia <Russia + Germania>
1889 Austria> <Germania + Austria>
1890- Gran Bretagna <Francia + Russia> <Germania + Austria +
1898 Italia>
1899- Gran Bretagna + Germania? <Francia + Russia> <Germania + Austria>
1901
1902- <Gran Bretagna + Giappone> <Francia + Russia> <Germania + Austria +
1904 Italia>
1905 <Gran Bretagna + Giappone> Germania + Russia?

<Gran Bretagna + Francia>


1906- <Gran Bretagna + Giappone> <Francia + Russia> <Germania + Austria>
1914

<Gran Bretagna + Francia + Italia


Russia>
1914- <Gran Bretagna + Francia + <Germania + Austria +
1917 Russia + Italia> Turchia>

Nota: < > alleanza formale o intesa; ( ) neutrale.

C’erano almeno due regioni su cui la Russia poteva


avanzare in modo legittimo analoghe rivendicazioni: l’Asia
centrale e i Balcani. In nessuno dei due casi la Gran

117
Bretagna avrebbe potuto opporsi con risultati concreti.
Nell’aprile del 1885, negli ultimi giorni del secondo
mandato di Gladstone, rischiò di scoppiare un conflitto
anglo-russo all’indomani della vittoria riportata dai russi
sulle forze afghane a Pendjeh. La medesima storia si ripeté
quello stesso anno, quando il governo di San Pietroburgo
intervenne per impedire al re bulgaro Alessandro di
unificare la Bulgaria e la Rumelia orientale. La Francia
reagì in modo ancora più aggressivo all’occupazione
britannica dell’Egitto. In effetti, per molti versi fu proprio
l’antagonismo anglo-francese la caratteristica
predominante della scena diplomatica negli anni Ottanta e
Novanta del XIX secolo. Nel 1886, al tempo della
spedizione francese nel Tonchino (Indocina), i Rothschild
di Parigi preannunciarono preoccupati al figlio di
Bismarck, Herbert, che «la prossima guerra europea sarà
tra Inghilterra e Francia». 38 Nonostante alcuni
conservatori avessero sperato che, nel 1892, il ritorno del
conte di Rosebery, un liberale, alla carica di ministro degli
Esteri avrebbe migliorato la situazione, apparve presto
chiaro che Rosebery era deciso a continuare altrove la
politica francofoba del precedente governo. Il conte rimase
molto angustiato dalle voci che circolavano riguardo al
fatto che la Francia, subito dopo uno scontro navale sul
Mekong nel luglio del 1893, avesse intenzione di occupare
in qualche modo il Siam. E nel gennaio dell’anno seguente
Rosebery rispose alle preoccupazioni austriache per le
ambizioni russe sugli Stretti promettendo all’ambasciatore
austriaco che «non si sarebbe tirato indietro di fronte al
pericolo di coinvolgere l’Inghilterra in una guerra con la
Russia». 39

118
Com’era prevedibile, furono l’Egitto e il suo vicino
meridionale, il Sudan, a rappresentare la causa principale
dell’antagonismo anglo-francese, al punto che nel 1895
una guerra tra Francia e Inghilterra sembrò estremamente
probabile. Fin dall’inizio del 1894 era apparso chiaro che il
governo francese intendeva fare un tentativo per ottenere il
controllo di Fashoda, sull’alto corso del Nilo. Temendo
che il controllo francese di Fashoda avrebbe compromesso
la posizione britannica in Egitto, Rosebery – eletto primo
ministro a marzo – concluse subito un trattato con il re del
Belgio, in virtù del quale cedeva la zona a sud di Fashoda
al Congo belga in cambio di una striscia di territorio del
Congo occidentale, con l’evidente scopo di bloccare
l’accesso dei francesi a Fashoda. Nei difficili negoziati che
seguirono, tutti i tentativi messi in atto dal ministro degli
Esteri francese Gabriel Hanotaux per raggiungere un
qualche genere di compromesso su Fashoda fallirono;
quando poi una spedizione guidata dall’esploratore
francese Jean-Baptiste Marchand partì per l’Alto Nilo, il
sottosegretario di Rosebery al ministero degli Esteri, Sir
Edward Grey, la definì «un atto ostile». Fu proprio in
questo momento critico (giugno 1895) che Rosebery
rassegnò le dimissioni, lasciando la Gran Bretagna in una
posizione di isolamento diplomatico senza precedenti.
Fortunatamente per il nuovo governo di Salisbury, appena
salito in carica, la contemporanea disfatta subita dall’Italia
a opera delle forze abissine ad Adua attrasse su di sé
l’attenzione del mondo. Questo fu per la Gran Bretagna
un invito ad agire rapidamente: a distanza di una sola
settimana fu dato l’ordine di riconquistare il Sudan.
Ciononostante, quando il successore di Hanotaux,

119
Théophile Delcassé, rispose alla vittoria di Kitchener sui
dervisci sudanesi a Omdurman occupando Fashoda, si
ripresentò incombente la minaccia di una guerra.
La vicenda di Fashoda risulta per noi interessante in
quanto ci presenta il caso di una guerra fra grandi potenze
che non scoppiò, ma che sarebbe potuta scoppiare. Allo
stesso modo, è importante ricordare che nel 1895 e nel
1896 sia la Gran Bretagna sia la Russia si trastullarono con
l’idea di utilizzare la propria flotta da guerra per forzare gli
Stretti del mar Nero e imporre il proprio controllo diretto
su Costantinopoli. Nel caso specifico, nessuno dei due
paesi si sentiva così sicuro della propria potenza navale al
punto di rischiare di compiere un simile passo; ma se ciò
fosse avvenuto, come minimo si sarebbe verificata una crisi
diplomatica altrettanto grave di quella del 1878. Anche in
quel caso si trattò di una guerra che non scoppiò, questa
volta tra Inghilterra e Russia. Tutto ciò serve a dimostrare
che, se vogliamo spiegare perché alla fine scoppiò una
guerra in cui Gran Bretagna, Francia e Russia si
schierarono dalla stessa parte, l’imperialismo non è in
grado di fornirci una risposta.
Fu una fortuna per la Gran Bretagna che, in quel
momento, le sue due rivali imperiali non avessero rapporti
sufficientemente stretti per poter unire le forze. San
Pietroburgo non avrebbe mai appoggiato Parigi sulle
questioni africane, esattamente come Parigi non avrebbe
mai appoggiato San Pietroburgo su quella degli Stretti del
mar Nero. La Francia era una repubblica, e il suo era uno
degli elettorati più democratici d’Europa; la Russia era
l’ultima monarchia assolutista. Un’alleanza franco-russa,
tuttavia, sarebbe stata più che sensata dal punto di vista sia

120
strategico sia economico. Francia e Russia avevano nemici
comuni: la Germania in mezzo a esse e la Gran Bretagna
attorno a esse. 40 Oltretutto, la Francia esportava capitali e
la Russia, che si stava industrializzando, era affamata di
prestiti esteri. In effetti, diplomatici e banchieri francesi
avevano iniziato a discutere la possibilità di un’intesa
franco-russa basata sul capitale francese fin dal 1880. La
decisione con la quale Bismarck proibì l’uso delle
obbligazioni russe come garanzie collaterali ai prestiti della
Reichsbank (il famoso Lombardverbot) è di solito
considerata il catalizzatore di un riorientamento più o
meno inevitabile. 41
C’erano anche ragioni di natura non finanziaria che
favorivano più stretti legami tra Francia e Russia, fra cui
l’atteggiamento sempre più ostile del governo tedesco
dopo l’ascesa al trono di Guglielmo II nel 1888 e le
dimissioni di Bismarck due anni più tardi. Le
rassicurazioni di Guglielmo II e del nuovo cancelliere, Leo
von Caprivi, sul fatto che la Germania avrebbe appoggiato
l’Austria nel caso di una guerra con la Russia e il loro
brusco rifiuto di rinnovare il segreto «trattato di
controassicurazione» resero superflua qualsiasi forma di
incentivazione finanziaria. Era più che logico che Francia e
Russia si avvicinassero l’una all’altra. Ma è importante
rendersi conto di quanti ostacoli si frapponessero a questo
allineamento. C’erano innanzitutto difficoltà finanziarie.
La ricorrente instabilità della borsa parigina (la crisi
dell’Union Générale del 1882 fu seguita dal fallimento del
Comptoir d’escompte – il banco di sconto – nel 1889 e
dalla crisi del canale di Panama nel 1893) suscitava dubbi
sulla capacità della Francia di affrontare operazioni russe

121
su larga scala. Anche sul versante russo non mancavano
problemi finanziari. Il rublo aveva raggiunto la parità aurea
soltanto nel periodo 1894-1897, e il mercato
obbligazionario francese aveva sempre mostrato diffidenza
nei confronti delle obbligazioni russe. Soltanto dopo una
drastica riduzione dei prezzi nel 1886, 1888 e 1891 questa
diffidenza lasciò il posto a una più solida fiducia.
Il primo grande prestito francese alla Russia fu quotato
in borsa nell’autunno del 1888. 42 L’anno seguente i
Rothschild di Parigi accettarono di finanziare due
importanti emissioni di obbligazioni russe per un valore
nominale complessivo di 77 milioni di sterline e l’anno
successivo una terza emissione di 12 milioni di sterline. 43
Nel 1894 fu accordato un ulteriore prestito del valore di
circa 16 milioni di sterline, 44 e nel 1896 un altro ancora
dello stesso importo. 45 A quell’epoca, l’incremento dei
fondi russi iniziava ad apparire sostenibile, per quanto il
secondo prestito fosse collocato presso gli investitori con
un certa lentezza, malgrado una tempestiva visita dello zar
a Parigi. 46 Ora le banche tedesche furono vivamente
esortate dal ministero degli Esteri tedesco a partecipare ai
prestiti russi del 1894 e del 1896, con lo scopo specifico di
impedire un monopolio francese sulle finanze russe. 47 Ma
ormai era troppo tardi. All’alba del nuovo secolo, nessuna
relazione diplomatica poteva dirsi più solida dell’alleanza
franco-russa. Essa rappresenta l’esempio classico di un
accordo fondato sul credito e il debito. Nel 1914 i prestiti
francesi alla Russia ammontavano complessivamente a più
di tre miliardi di rubli, pari all’80 per cento del debito
estero del paese. 48 Quasi il 28 per cento di tutti gli
investimenti francesi d’oltremare era stato collocato in

122
Russia, e quasi tutto in obbligazioni di Stato.
Gli storici dell’economia hanno generalmente criticato
la strategia del governo di San Pietroburgo di contrarre
prestiti all’estero per finanziare l’industrializzazione
interna. Ma, se si guardano i risultati ottenuti, diventa
difficile giudicarla sbagliata. È fuor di dubbio che
l’economia russa si industrializzò con straordinaria rapidità
nei tre decenni precedenti il 1914. Secondo le cifre fornite
da Paul R. Gregory, il prodotto nazionale netto crebbe con
un tasso annuo del 3,3 per cento fra il 1885 e il 1913. Gli
investimenti annui aumentarono dall’8 al 10 per cento del
reddito nazionale. Tra il 1890 e il 1913 la formazione di
capitale pro capite aumentò del 55 per cento. La
produzione industriale crebbe con un tasso annuo del 4-5
per cento. Nel periodo 1898-1913 la produzione di ghisa
aumentò di oltre il 100 per cento; la rete ferroviaria si
estese di circa il 57 per cento e il consumo di cotone grezzo
crebbe dell’82 per cento. 49 Si registrarono progressi anche
nelle campagne. Tra il 1860 e il 1914 i prodotti agricoli
crebbero con un tasso medio annuo del 2 per cento, in
misura significativamente più rapida rispetto al tasso di
crescita della popolazione (1,5 per cento annuo). Tra il
1900 e il 1913 la popolazione aumentò di circa il 26 per
cento; ma il reddito nazionale complessivo quasi
raddoppiò. Come mostra la tabella 6, prima del 1914 non
era la Germania ma la Russia ad avere il più elevato tasso
di crescita economica.
Tabella 6 – Aumento in percentuale del prodotto nazionale
netto, 1898-1913.
Inghilterra Italia Germania Russia Francia Austria

40,0 82,7 84,2 96,8 59,6 90,9

123
Fonte: J.M. Hobson, Wary Titan, p. 505.

Gli storici della rivoluzione d’Ottobre di solito iniziano i


loro resoconti dagli anni Novanta del XIX secolo. Ma gli
storici dell’economia vi rintracciano ben poche prove di
una incombente calamità. In termini di reddito pro capite,
nel 1913 i russi si trovavano in una situazione nettamente
migliore rispetto a quindici anni prima. Il reddito pro
capite era aumentato di circa il 56 per cento. Il tasso di
mortalità era sceso dal 35,7 per mille alla fine degli anni
Settanta dell’Ottocento al 29,5 per mille nel periodo 1906-
1910, e anche il tasso di mortalità infantile si era
notevolmente ridotto (dal 275 al 247 per mille). Il tasso di
alfabetizzazione era aumentato dal 21 al 40 per cento della
popolazione tra il 1897 e il 1914. Senza dubbio, la rapida
industrializzazione contribuiva ad approfondire i divari
sociali nella Russia urbana senza tuttavia ridurre quelli
nella Russia rurale affamata di terra (in cui viveva ancora
l’80 per cento della popolazione). D’altra parte,
l’industrializzazione sembrava avere ottenuto ciò che i
leader russi da essa più desideravano: un aumento della
potenza militare. Con straordinaria rapidità l’Impero russo
aveva dato avvio a un’espansione dei propri confini a est e
a sud. Nonostante le ben note sconfitte subite in Crimea e
a Tsushima, i generali russi avevano ottenuto innumerevoli
oscure vittorie in Asia centrale e in Estremo Oriente. Nel
1914 l’Impero russo occupava 23 milioni di chilometri
quadrati e si estendeva dai Carpazi sino ai confini della
Cina.
La cosa più sorprendente (e positiva per la Gran
Bretagna) è che l’alleanza franco-russa non fu mai
realmente sfruttata contro il principale nemico imperiale

124
dei due paesi contraenti: la Gran Bretagna. Questa
possibilità fu seriamente presa in considerazione a Londra,
e non soltanto da personaggi che si lasciavano facilmente
trasportare dalle proprie fantasie, come William Le Queux
(si veda supra, cap. I). Riflettendo sulle sfide che l’esercito
britannico avrebbe probabilmente dovuto affrontare nel
prossimo futuro, il liberale Sir Charles Dilke nel 1888
menzionò «soltanto la Russia e la Francia» come potenziali
nemiche. «Tra noi e la Francia le divergenze sono
frequenti, mentre è praticamente certo che prima o poi
scoppierà una guerra tra noi e la Russia.» 50 Nel 1901 il
conte di Selborne, ministro della Marina, ritenne
necessario avvertire che, se unite insieme, le flotte da
guerra di Francia e Germania avrebbero presto raggiunto
la stessa potenza della marina britannica. 51
L’ipotesi di una guerra mondiale alternativa (con la
Gran Bretagna che combatteva contro la Francia e la
Russia in teatri lontani quali il Mediterraneo, il Bosforo,
l’Egitto e l’Afghanistan) ci appare oggi inconcepibile. Ma a
quell’epoca uno scenario di questo genere era meno
assurdo dell’idea di un’alleanza britannica con la Francia o
con la Russia, che per anni era apparsa del tutto irreale e,
come aveva detto Chamberlain, «destinata al fallimento».
Il leone e l’aquila
Forti pressioni economiche e politiche indirizzarono
quindi la Francia e la Russia verso la loro fatidica alleanza.
Lo stesso, naturalmente, non si può dire per la Gran
Bretagna e la Germania. Ma non si può neppure sostenere
che ci fossero forze insuperabili responsabili di un
antagonismo anglo-tedesco che alla fine si sarebbe rivelato
letale. Anzi, un risultato opposto sembrava non solo

125
auspicabile ma anche possibile: un accordo anglo-tedesco
(se non una vera e propria alleanza). Dopotutto, Sir
Charles Dilke non era il solo a essere convinto che la
Germania non avesse «interessi così divergenti dai nostri
da poter portare a un conflitto».
Gli storici si lasciano spesso trascinare dalla tentazione
di assumere un atteggiamento accondiscendente nei
confronti delle iniziative diplomatiche fallite, sostenendo
che erano inevitabilmente destinate a questa sorte. Gli
sforzi profusi per assicurare qualche tipo di accordo tra la
Gran Bretagna e la Germania negli anni precedenti lo
scoppio della prima guerra mondiale sono stati spesso
considerati con tale atteggiamento. Tutt’al più l’idea di
un’alleanza anglo-tedesca è stata ritenuta appetibile
soltanto per i banchieri della City, soprattutto quelli di
origine tedesca o ebraica, giudizio che, naturalmente, i
germanofobi di allora non esitarono a manifestare. 52 Ma il
fatto che alla fine i rapporti tra Gran Bretagna e Germania
siano sfociati in una guerra non dovrebbe essere
retrospettivamente dato per scontato. Per molti aspetti, gli
interessi nazionali dei due paesi lasciavano aperta la
possibilità di un qualche tipo di accordo. A priori, non
c’era alcuna ragione perché una potenza «iperestesa»
(come la Gran Bretagna credeva di essere) e una potenza
«ipoestesa» (come la Germania credeva di essere) non
potessero collaborare sul piano diplomatico. È sbagliato
sostenere che «le priorità fondamentali della politica di
ciascun paese si escludevano a vicenda». 53 Ciò non
significa voler resuscitare la vecchia tesi delle «opportunità
mancate» nei rapporti anglo-tedeschi, opportunità che
avrebbero potuto evitare il massacro delle trincee (una tesi

126
che si è troppo spesso basata sul senno di poi e su ricordi
inaffidabili), 54 ma semplicemente suggerire che il mancato
sviluppo di un’intesa anglo-tedesca fu un esito più
contingente che predeterminato.
La possibilità di un’intesa anglo-tedesca aveva radici
profonde. Dopotutto, la Gran Bretagna si era tenuta in
disparte nel 1870-1871, quando la Germania aveva inflitto
una bruciante sconfitta alla Francia. Anche le difficoltà
della Gran Bretagna con la Russia negli anni Ottanta
dell’Ottocento avevano avuto ripercussioni positive sui
rapporti con la Germania. Sebbene la proposta avanzata
nel 1887 da Bismarck in favore di un’alleanza anglo-
tedesca non avesse portato ad alcun risultato, la Triplice
intesa segreta stipulata da Salisbury con l’Italia e l’Austria
per il mantenimento dello status quo nel Mediterraneo e
nel mar Nero aveva creato un legame indiretto con Berlino
attraverso la Triplice alleanza della Germania con Italia e
Austria.
Questo spiega, almeno in parte, perché, quando la
Germania iniziò a rivendicare pretese coloniali negli anni
Ottanta del XIX secolo, la Gran Bretagna abbia opposto
poca resistenza. La mappa africana del cancelliere tedesco
era, ovviamente, null’altro che un’ombra della sua mappa
europea (e forse anche della sua mappa della politica
interna tedesca); ciononostante, Bismarck fece leva sulle
ambizioni africane della Germania per sfruttare la
vulnerabilità britannica a proposito dell’Egitto. A partire
dal 1884 Bismarck utilizzò l’Egitto come pretesto per una
serie di audaci interventi nella regione, minacciando la
Gran Bretagna con una «Lega dei Neutrali» franco-tedesca
in Africa, rivendicando il controllo di Berlino su Angra-

127
Pequeña, nell’Africa sudoccidentale, su tutto il territorio
del Capo e sull’Africa occidentale portoghese. La risposta
della Gran Bretagna fu in sostanza quella di accontentare
la Germania accettando la colonizzazione dell’Africa
sudoccidentale e concedendo ulteriori acquisizioni
territoriali in Camerun e nell’Africa orientale.
Particolarmente tipica era la questione di Zanzibar,
sollevata dall’ambasciatore Paul von Hatzfeldt nel 1886: la
Germania non aveva alcun reale interesse economico per
Zanzibar (e infatti lo scambiò con l’isola di Helgoland, nel
mare del Nord, nel 1890); ma valeva la pena rivendicarlo,
visto che la Gran Bretagna sembrava più che pronta a
concederglielo. L’accordo stipulato nel 1890 tra Gran
Bretagna e Germania assegnava alla prima Zanzibar in
cambio dell’isola di Helgoland e di una stretta striscia di
terra che permetteva l’accesso allo Zambesi dall’Africa
sudoccidentale tedesca.
Ma fu soprattutto a proposito della Cina che sembrò
realizzarsi una qualche forma di collaborazione anglo-
tedesca. Come spesso avviene, alla base del problema vi
era la finanza. Fin dal 1874, data del primo prestito estero
emesso a favore della Cina imperiale, le due principali
fonti di finanziamento esterno del governo cinese erano
state due compagnie britanniche di Hong Kong, la Hong
Kong & Shanghai Banking Corporation e la Jardine,
Matheson & Co. 55 Il governo britannico, nella persona di
Sir Robert Hart, controllava anche le dogane imperiali
marittime. Nel marzo del 1885 il banchiere tedesco
Adolph Hansemann propose alla Hong Kong & Shanghai
Banking Corporation di dividere il finanziamento del
governo e delle ferrovie cinesi in parti uguali fra i membri

128
britannici e tedeschi di una nuova associazione finanziaria.
I successivi negoziati portarono alla creazione della
Deutsch-Asiatische Bank nel febbraio del 1889, una joint
venture che coinvolgeva più di tredici importanti banche
tedesche. 56
Agitando lo spettro di un’accresciuta influenza russa in
Estremo Oriente, la vittoria riportata dai giapponesi sulla
Cina nella guerra del 1894-1895 creò un’opportunità
perfetta per la cooperazione tra Berlino e Londra. In
sostanza, i banchieri (Hansemann e Rothschild) cercarono
di promuovere una consociazione tra la Hong Kong &
Shanghai Bank e la nuova Deutsch-Asiatische Bank che,
nelle loro speranze, se avesse ottenuto un concreto
appoggio dai rispettivi governi, avrebbe potuto impedire
che la Russia esercitasse un’eccessiva influenza sulla Cina.
Senza dubbio, le aspirazioni dei banchieri non
corrispondevano affatto a quelle dei diplomatici e dei
politici. Friedrich von Holstein, l’eminenza grigia del
ministero degli Esteri tedesco, voleva che la Germania si
schierasse con la Russia e la Francia anziché con la Gran
Bretagna e sostenesse le loro obiezioni all’annessione della
penisola di Liaodong, che i giapponesi avevano ottenuto
con il trattato di Shimoneseki nell’aprile del 1895. Ma
furono gli stessi eventi a dimostrare la maggiore acutezza
della posizione dei banchieri. 57 Nel maggio di quell’anno,
l’annuncio che la Cina avrebbe finanziato il pagamento
delle indennità di guerra al Giappone con un prestito
russo fu un duro colpo per i governi britannico e tedesco.
Il prestito, naturalmente, non poteva essere finanziato dalla
stessa Russia, già oberata di debiti internazionali; si trattava
in realtà di un prestito francese, e i profitti furono

129
equamente divisi tra Russia e Francia, la prima ottenendo
il diritto di estendere la ferrovia transiberiana attraverso la
Manciuria, la seconda assicurandosi concessioni per la
costruzione di ferrovie in Cina. Fu persino fondata una
nuova banca russo-cinese, come sempre sostenuta da
capitale francese, e nel maggio del 1896 fu stipulata
un’alleanza ufficiale tra Russia e Cina. 58 Dopo questo
smacco, la proposta di Hansemann su un’unione della
Hong Kong & Shanghai Bank con la Deutsch-Asiatische
Bank apparve più allettante, e nel luglio del 1895 le due
banche firmarono un accordo. Lo scopo principale
dell’alleanza era porre fine alla competizione tra le grandi
potenze, affidando i prestiti esteri cinesi nelle mani di un
unico consorzio multinazionale, come si era già fatto in
passato per la Grecia e la Turchia, ma con un implicito
predominio anglo-tedesco. Dopo molte manovre
diplomatiche, l’obiettivo fu finalmente raggiunto nel 1898,
quando venne emesso un secondo prestito alla Cina.
Ma permanevano alcune difficoltà. Salisbury si rifiutò di
dare al prestito una garanzia governativa, con il risultato
che la quota inglese risultò particolarmente difficile da
collocare. Nel novembre del 1897 i tedeschi occuparono
Kiao-chow, il porto più importante della provincia dello
Shandong, e a ciò seguì una controversia tra la Hong Kong
& Shanghai Bank e Hansemann su una concessione
ferroviaria nella medesima provincia. 59 Tuttavia, la
controversia fu rapidamente dimenticata quando, nel
marzo del 1898, la Russia chiese «l’affitto» di Port Arthur,
spingendo la Gran Bretagna a richiedere come «premio di
consolazione» Weihai (il porto che si trovava di fronte a
Port Arthur). 60 In una conferenza di banchieri e politici

130
tenutasi a Londra all’inizio di settembre si decise di
spartire la Cina in «sfere di influenza» in modo da poter
assegnare le concessioni ferroviarie, lasciando la valle dello
Yangtze alle banche britanniche, Shandong alle banche
tedesche e suddividendo la tratta Tientsin-Zhenjiang. 61 Le
dispute sulle ferrovie continuarono, ma ormai si era
consolidato un modello di collaborazione. 62 Quando
inviarono un corpo di spedizione in Cina all’indomani
della rivolta dei Boxer e dell’occupazione della Manciuria
a opera dei russi nel 1900, i tedeschi rassicurarono Londra
che «non c’era alcun rischio che i russi scatenassero una
guerra»; e in ottobre Gran Bretagna e Germania firmarono
un nuovo accordo per mantenere l’integrità dell’Impero
cinese e una «porta aperta» al regime degli scambi. 63
Questo fu l’apice della collaborazione politica anglo-
tedesca in Cina, ma è importante ricordare che la
cooperazione finanziaria continuò ancora per vari anni.
Ulteriori disaccordi (suscitati dall’intrusione del cosiddetto
«cartello di Pechino» nella regione dello Hwang Ho, il
Fiume Giallo) furono risolti con un’altra conferenza di
banchieri tenutasi a Berlino nel 1902. 64
A quanto sembra, fu dopo una cena avvenuta al tempo
della crisi di Port Arthur che Hatzfeldt ventilò, in presenza
di Chamberlain, la possibilità di un’alleanza anglo-tedesca.
Come ricorda Arthur Balfour:
Joe è molto impulsivo e il dibattito del consiglio dei ministri nei giorni precedenti [su
Port Arthur] lo ha costretto a tenere conto della nostra posizione diplomatica di isolamento e
quindi talvolta di notevole difficoltà. Si è certamente spinto molto in là nell’esprimere la sua
personale propensione a un’alleanza con i tedeschi; ha rifiutato l’idea che la nostra forma di
governo parlamentare rendesse fragile una tale alleanza (idea che sembra tormentare la mente
dei tedeschi) e credo che abbia persino espresso qualche vago suggerimento sulla forma che
avrebbe potuto assumere un accordo tra i due paesi.

La risposta di Bülow, allora ministro degli Esteri

131
tedesco, fu, come ricorda ancora Balfour, «immediata»:
La sua telegrafica risposta menzionava ancora una volta le difficoltà parlamentari, ma
esprimeva con felice franchezza l’opinione tedesca sulla posizione dell’Inghilterra nel sistema
europeo. A quanto sembra, i tedeschi ritengono che noi siamo nettamente superiori alla
Francia da sola, ma non più a una Francia alleata con la Russia. L’esito di un tale conflitto
sarebbe alquanto dubbio. Non possono permettersi di vederci soccombere, non perché ci
amino ma perché sanno perfettamente che sarebbero le vittime successive – e via discorrendo.
Il tenore generale della conversazione (così come mi è stata riferita) era in favore di un’unione
più stretta tra i due paesi. 65

In aprile si svolsero ulteriori colloqui tra Chamberlain e


il barone Hermann von Eckardstein, primo segretario
d’ambasciata, al quale il Kaiser aveva ordinato di
«mantenere il sentimento ufficiale dell’Inghilterra
favorevole a noi e aperto alla speranza». Eckardstein
propose quindi, a nome del Kaiser, «una possibile alleanza
tra Inghilterra e Germania … la base della quale sarebbe
stata una garanzia da parte di entrambe le potenze sui
reciproci possedimenti». Come parte del pacchetto, offriva
alla Gran Bretagna «mano libera in Egitto e nel Transvaal»
e alludeva al fatto che «in seguito avrebbe potuto stipularsi
… un’alleanza difensiva diretta». «Un tale trattato», come
scriveva lo stesso Chamberlain a Salisbury, «sarebbe utile
alla pace e potrebbe essere negoziato immediatamente». 66
L’idea riapparve in forma analoga nel 1901. 67
Perché allora l’ipotesi di un’intesa anglo-tedesca alla fine
naufragò? Una risposta piuttosto semplicistica si basa sulla
natura delle personalità coinvolte. Si menziona talvolta la
francofilia di Edoardo VII o la sostanziale mancanza di
serietà di Eckardstein. 68 Senza dubbio, Bülow e Holstein
esagerarono la debolezza del potere contrattuale della
Gran Bretagna. 69 Ma un ostacolo politico più grave (come
avevano intuito i tedeschi) era rappresentato
probabilmente dall’evidente mancanza di entusiasmo di

132
Salisbury. 70 Anche Chamberlain contribuì al fallimento
del suo stesso progetto. In privato parlava di un limitato
«accordo o trattato fra Germania e Gran Bretagna per un
certo periodo di anni … con un carattere difensivo e
basato su un reciproco consenso circa la politica da seguire
in Cina e altrove». 71 In pubblico, invece, pronunciava
discorsi altisonanti su una «nuova triplice alleanza della
razza teutonica e dei due grandi rami della razza
anglosassone», e, del tutto irrealisticamente, si aspettava
che i tedeschi esprimessero lo stesso entusiasmo. Quando
Bülow, in un discorso pronunciato al Reichstag l’11
dicembre 1899, dichiarò la sua disponibilità «sulla base di
un completa reciprocità e un comune intento di vivere in
pace e armonia con l’Inghilterra», Chamberlain lo liquidò
bruscamente definendolo «freddo e scortese». 72 Non
appena sorsero concrete difficoltà, Chamberlain perse la
pazienza: «Se hanno una visione così limitata», si lamentò,
«e non riescono a capire che si tratta della nascita di una
nuova costellazione nel mondo, non si può far nulla per
aiutarli». 73
C’erano però altri fattori che contavano assai più delle
antipatie personali. Un’obiezione ben nota è che le dispute
coloniali non favorivano in alcun modo un riavvicinamento
anglo-tedesco. Si citano spesso le parole di un articolo
pubblicato nel 1899 dallo storico Hans Delbrück:
«Possiamo perseguire una politica coloniale con o senza
l’Inghilterra. Con l’Inghilterra in modo pacifico; contro
l’Inghilterra attraverso una guerra». 74 Ma la realtà era che
la Germania riuscì ad attuare la sua politica coloniale in
larga misura con l’Inghilterra (e le parole di Delbrück,
correttamente interpretate, lasciavano intendere che

133
l’Inghilterra sarebbe stata comunque costretta a tale
scelta). Perciò le protratte controversie con il Portogallo
sul futuro delle sue colonie africane (in particolare a
proposito della baia di Delagoa, in Mozambico) sfociarono
infine, nel 1898, in un accordo in virtù del quale Gran
Bretagna e Germania avrebbero prestato congiuntamente
denaro al Portogallo, con la garanzia dei suoi possessi
coloniali, ma con una clausola segreta che suddivideva i
territori portoghesi in sfere d’influenza. 75 Non si ebbero
conflitti d’interesse neppure in Africa occidentale. 76 Nel
Pacifico, la crisi di Samoa, scoppiata nell’aprile del 1899,
fu risolta entro la fine dell’anno. 77 Nel 1902 Germania e
Gran Bretagna riuscirono addirittura a cooperare
(nonostante le veementi proteste della stampa britannica)
per risolvere la questione del debito del Venezuela. 78
Un altro paese di grande importanza strategica in cui
una collaborazione anglo-tedesca sembrava possibile era
l’Impero ottomano, una regione di crescente interesse per
gli uomini d’affari tedeschi già prima che il Kaiser facesse
visita a Costantinopoli nel 1899. Fintantoché la Russia
sembrava minacciare lo stretto dei Dardanelli, la
prospettiva di una qualche forma di collaborazione anglo-
tedesca nella regione rimaneva alquanto probabile. Così, i
due paesi lavorarono fianco a fianco dopo la sconfitta
militare subita dalla Grecia a opera della Turchia nel 1897,
definendo i dettagli di un nuovo controllo finanziario su
Atene. Una meglio nota opportunità di cooperazione si
presentò nel 1899 – un anno dopo la visita del Kaiser a
Costantinopoli – allorché il sultano accettò la proposta di
una ferrovia imperiale ottomana fino a Baghdad, progetto
ideato da Georg von Siemens, della Deutsche Bank (donde

134
il nome di «Ferrovia Berlino-Baghdad»). Siemens e il suo
successore Arthur von Gwinner avevano sempre avuto
l’intenzione di assicurare la partecipazione dei britannici e
dei francesi a quest’impresa. Il problema era tuttavia la
mancanza di interesse da parte della City, che aveva ormai
perso ogni fiducia nel futuro dell’Impero ottomano. 79 Nel
marzo del 1903 fu preparato un accordo per l’estensione
della linea ferroviaria fino a Bassora, in base al quale il 25
per cento delle quote sarebbe stato concesso ai membri
britannici di un consorzio guidato da Sir Ernest Cassel e
Lord Revelstoke; ma il fatto che gli investitori tedeschi si
sarebbero accaparrati il 35 per cento scatenò una valanga
di critiche su giornali di destra come lo «Spectator» e la
«National Review» e Balfour – ora primo ministro – decise
di fare un passo indietro. 80
C’era però una regione che avrebbe potuto suscitare un
conflitto anglo-tedesco: il Sudafrica. Il telegramma con il
quale Guglielmo II, dopo il fallito raid di Jameson, si
congratulava con il presidente Kruger per avere respinto
gli invasori, fece certamente infuriare parecchie persone a
Londra; e le espressioni di simpatia dei tedeschi nei
confronti dei boeri durante la guerra scoppiata con la
repubblica del Transvaal nel 1899 furono un’ulteriore
causa di tensioni tra Londra e Berlino. Scopo dell’accordo
stipulato nel 1898 con la Germania sul Mozambico
portoghese era anche quello di scoraggiare i tedeschi dallo
schierarsi con Kruger, ma lo scoppio della guerra sembrò
metterlo a rischio. Le rinnovate voci tedesche a proposito
di una «lega continentale» contro la Gran Bretagna alla
fine del 1899 e l’intercettazione di navi postali tedesche
nelle acque sudafricane nel gennaio del 1900 non

135
contribuirono certo a migliorare la situazione. Eppure, la
guerra contro i boeri non danneggiò i rapporti anglo-
tedeschi nella misura in cui alcuni avevano temuto. Subito
dopo la fine del conflitto, le banche tedesche non si fecero
scrupoli a richiedere una quota del prestito britannico al
Transvaal. Cosa probabilmente molto più importante, la
guerra, pur incrinando la fiducia in se stessi dei britannici,
rafforzò la posizione di quanti sostenevano la necessità di
porre fine all’isolamento diplomatico. La retorica
dell’«efficienza nazionale» e gli sforzi delle «leghe»
militariste non erano in grado di compensare le ansie che
la guerra aveva suscitato riguardo ai costi imposti del
mantenimento del vasto Impero britannico d’oltremare,
ansie che trovarono eco in questa iperbolica affermazione
di Balfour: «Sotto ogni punto di vista, al momento attuale
noi siamo solo una potenza di terz’ordine». 81 Dalla sempre
più complessa struttura istituzionale all’interno della quale
veniva decisa la strategia imperiale (e che il nuovo
Comitato di difesa imperiale e lo stato maggiore imperiale
non si impegnarono certo a snellire), 82 emerse un
consenso. Poiché dal punto di vista strategico e finanziario
sembrava impossibile per il Regno Unito difendere
contemporaneamente se stesso e il proprio impero, non ci
si poteva più permettere l’isolamento; era quindi
necessario stabilire accordi diplomatici con almeno uno o
più rivali imperiali della Gran Bretagna. In effetti, fu
proprio durante la guerra anglo-boera – nei primi mesi del
1901 – che venne compiuto un altro tentativo di mettere in
contatto i rappresentanti tedeschi con Chamberlain e il
nuovo ministro degli Esteri, Lord Lansdowne, con
l’obiettivo specifico (per citare le parole dello stesso

136
Chamberlain) di «collaborare con la Germania e aderire
alla Triplice alleanza». 83
Il territorio messo ora seriamente in discussione
(Chamberlain aveva sollevato il tema per la prima volta nel
1899) era il Marocco. Sulla scorta degli eventi successivi, è
facile sostenere che i disaccordi tra Gran Bretagna e
Germania sul Marocco fossero in qualche modo
inevitabili; ma nel 1901 la cosa non sembrava affatto
verosimile. Anzi, i progetti francesi in tutta l’area
dell’Africa nordoccidentale (ulteriormente alimentati da
un accordo segreto con l’Italia nel 1900) sembravano
favorire concretamente qualche tipo di azione congiunta.
La Gran Bretagna era già preoccupata dalle fortificazioni
spagnole ad Algeciras, che sembravano minacciare
Gibilterra, fondamentale baluardo del Mediterraneo. La
possibilità di una «liquidazione» congiunta franco-
spagnola del Marocco era più che reale. L’alternativa più
ovvia era dividere il Marocco in sfere d’influenza
britanniche e tedesche: la Gran Bretagna si sarebbe presa
Tangeri e la Germania la costa atlantica. Era questa la
sostanza di una bozza d’accordo discussa a maggio e poi
nuovamente a dicembre. In realtà, fu la mancanza di
interesse della Germania per il Marocco – espressa a chiare
lettere da Bülow e dal Kaiser all’inizio del 1903 – a
impedire la concretizzazione di questo accordo. 84
La logica dell’«appeasement»
La vera spiegazione del fallimento del progetto di
alleanza anglo-tedesca non va cercata nella forza della
Germania, bensì nella sua debolezza. Dopotutto, erano
stati i britannici ad abbandonare l’idea di un’alleanza,
almeno nella stessa misura dei tedeschi. 85 E lo avevano

137
fatto non perché la Germania iniziasse a costituire una
minaccia per la Gran Bretagna, ma, al contrario, proprio
perché avevano capito che non costituiva una minaccia.
La principale preoccupazione britannica era stata,
naturalmente, non quella di aumentare bensì di ridurre la
possibilità di costosi conflitti oltremare. Nonostante la
paranoia tedesca, era molto più probabile che tali conflitti
scoppiassero con potenze che già possedevano grandi
imperi anziché con potenze che ancora aspiravano a
possederne uno. Proprio per questo non sorprende che
alla fine si avviarono iniziative diplomatiche ben più
fruttuose con la Francia e con la Russia. Come disse
Francis Bertie, assistente del sottosegretario agli Esteri, nel
novembre del 1901, il miglior argomento a sfavore di
un’alleanza anglo-tedesca era che, qualora se ne fosse
conclusa una, «noi non saremmo mai in buoni rapporti né
con la Francia, la nostra vicina in Europa e in molte altre
parti del mondo, né con la Russia, le cui frontiere
coincidono praticamente con le nostre in gran parte
dell’Asia». 86 Salisbury e Selborne avevano un’opinione
molto simile sui meriti relativi della Francia e della
Germania. La riluttanza dei tedeschi ad appoggiare la
politica britannica in Cina nel 1901 per timore di
inimicarsi la Russia non faceva che confermare il giudizio
inglese: malgrado tutte le sue spacconate, la Germania era
debole. 87
Viceversa, la Francia poteva offrire una lista ben più
rilevante di questioni imperiali sulle quali si poteva
raggiungere un accordo. 88 Per fare solo un esempio, i
francesi potevano offrire alla Gran Bretagna una
concessione molto più grande e vantaggiosa rispetto a

138
quanto era in grado di offrire la Germania: la definitiva
accettazione della posizione inglese in Egitto. Dopo oltre
vent’anni di tensioni ricorrenti, tale concessione costituiva
un decisivo passo indietro diplomatico di Delcassé, e si
comprende facilmente perché Lansdowne si affrettò a farla
mettere nero su bianco. Il prezzo dell’accordo era che la
Francia avrebbe ottenuto il diritto di «mantenere l’ordine
in Marocco e di fornire assistenza per la realizzazione di
tutte le riforme amministrative, economiche, finanziarie e
militari che le circostanze avrebbero potuto richiedere»,
una concessione che garantiva ai francesi la stessa
posizione di potere de facto in Marocco di cui i britannici
avevano goduto in Egitto fin dal 1882. Nelle successive
controversie sul Marocco, i tedeschi si trovarono spesso
dalla parte della ragione; ma il punto era che la Gran
Bretagna aveva optato per la Francia ed era quindi
vincolata a sostenere le rivendicazioni di Parigi anche
quando si spingevano oltre lo status quo di diritto.
L’Entente cordiale anglo-francese, stipulata l’8 aprile
1904, equivaleva quindi a un baratto coloniale (fu risolta
anche la questione del Siam), 89 ma ebbe due inaspettate
conseguenze di ben più ampia portata. In primo luogo,
riduceva l’importanza per la Gran Bretagna di buoni
rapporti con la Germania, come risultò chiaro durante la
primi crisi marocchina, quando il Kaiser sbarcò a Tangeri
il 31 marzo 1905 e richiese la convocazione di una
conferenza internazionale per riaffermare l’indipendenza
del Marocco. Tutt’altro che disposto a sostenere le
argomentazioni tedesche a favore di una «porta aperta» in
Marocco, Lansdowne temeva che la crisi potesse portare
alla caduta di Delcassé e concludersi con una ritirata

139
francese. 90
In secondo luogo, in virtù degli stretti legami fra Parigi e
San Pietroburgo, l’intesa anglo-francese implicava un
miglioramento dei rapporti anglo-russi. 91 In rapida
successione, la Gran Bretagna manifestò la sua
disponibilità ad accontentare la Russia sulla Manciuria e
sul Tibet e a evitare inutili attriti sugli Stretti del mar Nero,
la Persia e addirittura (con grande sgomento del viceré
dell’India, Lord Curzon) l’Afghanistan. 92 È probabile che
questo impegno per lo sviluppo di buoni rapporti avrebbe
presto portato a un accordo formale, com’era avvenuto nel
caso della Francia, se la Russia non fosse stata sconfitta dal
Giappone. (D’altra parte, se la Gran Bretagna avesse
continuato a sentirsi minacciata dalla Russia in Oriente –
se per esempio la Russia avesse sconfitto il Giappone nel
1904 – è altrettanto possibile che avrebbero riguadagnato
terreno le argomentazioni a favore di un’intesa anglo-
tedesca.) Ma l’affermazione del Giappone come efficace
contrappeso alle ambizioni russe in Manciuria introdusse
una nuova variabile nell’equazione. Il governo tedesco si
era sempre sentito a disagio nei confronti della prospettiva
di un accordo con l’Inghilterra che avrebbe potuto
comportare uno scontro con la Russia in Europa in nome
degli interessi britannici in Cina: questo spiega le
assicurazioni date nel 1901 da Bülow e dal Kaiser sulla
neutralità della Germania nel caso di un conflitto anglo-
russo in Estremo Oriente. Il Giappone, invece, aveva
moltissime ragioni per cercarsi un alleato europeo.
Quando il governo russo si rifiutò di scendere a
compromessi sulla Manciuria, Tokyo si rivolse
immediatamente a Londra e nel gennaio del 1902 fu

140
stipulata un’alleanza difensiva. Il fatto che questa alleanza
finì per essere considerata prioritaria rispetto a qualsiasi
accordo coloniale con la Russia illustra perfettamente il
principio di fondo della politica britannica: placare il più
forte. 93
C’era infine un’altra potenza aggressiva che
rappresentava una minaccia diretta per la Gran Bretagna
nell’Atlantico e nel Pacifico: gli Stati Uniti, che
condividevano un confine di circa 4800 chilometri con uno
dei territori più ricchi dell’impero.
Benché Gran Bretagna e Stati Uniti non si fossero più
scontrati fin dal 1812, si dimentica troppo facilmente
quanti motivi di contrasto avessero negli anni Novanta del
XIX secolo. Gli americani erano in disaccordo con gli
inglesi sul problema dei confini tra il Venezuela e la
Guyana britannica, controversia che rimase irrisolta fino al
1899; inoltre, erano entrati in guerra contro la Spagna per
Cuba, e nel frattempo avevano acquisito le Filippine,
Portorico e Guam nel 1898; in quello stesso anno avevano
annesso le Hawaii, avevano combattuto una cruenta guerra
coloniale nelle Filippine tra il 1899 e il 1902, avevano
acquisito alcune delle isole Samoa nel 1899 e avevano
preso voracemente parte alla spartizione economica della
Cina. Il passo successivo dell’espansione imperiale
americana era stata la costruzione di un canale attraverso
l’istmo centro-americano. In confronto agli Stati Uniti, la
Germania era una potenza pacifica. Ancora una volta la
Gran Bretagna decise di accontentare il più forte. Il
trattato di Hay-Pauncefote del 1901 sanciva la non
opposizione della Gran Bretagna alla fortificazione e al
controllo americano del previsto canale di Panama;

141
Londra permise al presidente Theodore Roosevelt di
ignorare le obiezioni della Colombia appoggiando una
rivolta panamense nella zona scelta per la costruzione del
canale. Nel 1901-1902 Selborne decise di ridurre lo
spiegamento della flotta militare britannica nei Caraibi e
nell’Atlantico in vista di un eventuale conflitto con gli Stati
Uniti. 94 Questa politica di appeasement ebbe i risultati
previsti. Nel 1904 gli americani stabilirono un controllo
finanziario sulla Repubblica Dominicana; lo stesso avvenne
in Nicaragua nel 1909 (con appoggio militare nel 1912).
Woodrow Wilson proclamava di deplorare la «diplomazia
del dollaro» e del «bastone», ma fu lui a inviare i marine
per impadronirsi di Haiti nel 1915 e della Repubblica
Dominicana nel 1916, e fu ancora lui ad autorizzare
l’intervento militare in Messico, una prima volta nel 1914
per rovesciarne il governo e poi, nel marzo del 1916, per
punire Pancho Villa, colpevole di avere compiuto
un’incursione nel New Mexico. 95 Ma in Gran Bretagna
nessuno protestò. L’America era potente, per cui non
potevano esserci antagonismi anglo-americani.
La politica estera britannica tra il 1900 e il 1906 cercava
quindi di accontentare quelle potenze che potevano
costituire una grave minaccia alla sua posizione, persino a
costo di incrinare i buoni rapporti con potenze di minore
importanza. Il punto essenziale è che la Germania era
collocata in questa seconda categoria; la Francia, la Russia
e gli Stati Uniti nella prima.

142
III

La Gran Bretagna e la guerra delle illusioni


Il perfetto pescatore
Questo era quindi il lascito diplomatico ereditato dai
liberali dopo le dimissioni di Balfour nel dicembre del
1905 e la loro schiacciante vittoria nelle successive elezioni.
È di fondamentale importanza comprendere che tale
lascito non predestinava in alcun modo la Gran Bretagna a
combattere la prima guerra mondiale. Senza dubbio definì
le priorità diplomatiche britanniche rispetto alle altre
potenze nel seguente ordine: Francia, Russia, Germania.
Ma non impegnò irrevocabilmente gli inglesi alla difesa
della Francia, e tantomeno della Russia, nel caso di un
attacco tedesco contro una delle due potenze o contro
entrambe. In breve, non rese inevitabile la guerra tra Gran
Bretagna e Germania, come temevano alcuni pessimisti
(soprattutto Rosebery). 1 Per di più, un governo liberale –
in particolare come quello guidato da Sir Henry Campbell-
Bannerman – sembrava a prima vista meno propenso del
suo predecessore a rompere i rapporti con la Germania o a
unirsi con la Francia o la Russia. Indubbiamente, il nuovo
gabinetto si era impegnato al fine, per citare le parole di
Lloyd George, «di ridurre le gigantesche spese per gli
armamenti accumulate dalla sconsideratezza dei nostri
predecessori». 2 Ma la legge delle conseguenze non
intenzionali si impone con maggiore facilità quando un
governo è profondamente diviso al suo interno, come
divenne progressivamente il governo liberale.
Già nel settembre del 1905 Asquith, Grey e Haldane si
erano accordati per agire di concerto quale corrente della
Lega liberale (in realtà imperialista) all’interno della nuova

143
amministrazione, allo scopo di contrastare le tendenze
radicali temute, fra gli altri, anche dallo stesso re. 3 La
nomina di Grey a ministro degli Esteri fu uno dei primi e
più importanti successi di questa corrente.
Sir Edward Grey – terzo baronetto, in seguito visconte
Grey di Falloden – di solito è presentato nei libri di storia
come una figura tragica. Nel 1908 il direttore del «Daily
News», Alfred George Gardiner, lo descrisse con parole
rimaste indelebili:
L’inflessibilità della sua mente, non sorretta da vaste conoscenze, da una rapida
comprensione degli eventi o da un appassionato interesse per l’umanità, rappresenta un
pericolo per il futuro. I suoi scopi sono nobili, il suo onore senza macchia, ma il lento
procedere della sua mente e la sua incrollabile fede nell’onestà di coloro sui quali deve
contare lo rendono vulnerabile a lasciarsi trascinare su percorsi che un intelletto più
immaginoso e un istinto più acuto sarebbe portato a mettere in dubbio o a rifiutare. 4

Avendo confermato in tutto e per tutto i peggiori timori


di Gardiner, non sorprende che si sia continuato a
giudicare Grey in questo modo. Nel suo ritratto postumo
di Grey, Lloyd George scrisse sostanzialmente le stesse
cose, ma con più cattiveria: Grey possedeva «una notevole
intelligenza … ma intessuta di luoghi comuni». I suoi
discorsi erano «chiari, corretti e ordinati», ma «privi di
eleganza linguistica e di profondità di pensiero». «Non
aveva la cultura … la visione, l’immaginazione, l’apertura
mentale e quell’elevato coraggio, al limite dell’audacia, che
il suo immane compito richiedeva.» Era «un pilota con le
mani che tremavano paralizzate dalla paura, incapaci di
afferrare i comandi e azionarli con un obiettivo chiaro e
deciso … in attesa che l’opinione pubblica decidesse al
posto suo la direzione da prendere». 5 E così il triste
verdetto continua a riecheggiare: «Realmente tragico …
nel profondo del suo cuore un filantropo e un uomo di
pace»; «un apostolo rigoroso e inflessibile della legge

144
morale, come mai nessun altro prima di lui»; «era in grado
di affrontare questioni che avevano soluzioni razionali, ma
quando si trovava di fronte all’inspiegabile tendeva a
ritirarsi». 6
Senza dubbio c’era un soffio di tragicità in Grey. Meno
di due mesi dopo la sua nomina a ministro degli Esteri
perse la moglie, alla quale era profondamente legato. La
sua frase più celebre era una metafora su una luce che
diventa sempre più fioca: per una crudele ironia, lui stesso
divenne quasi completamente cieco durante la guerra. Ma
queste disgrazie non devono farci dimenticare la chiarezza
della sua visione diplomatica prima del conflitto. Nel
periodo di isolamento culminato nella crisi di Fashoda,
Grey aveva lasciato una traccia profonda sulla scena
politica in qualità di sottosegretario parlamentare.
Tuttavia, nonostante il suo appoggio alla guerra contro i
boeri e i sospetti dei suoi critici sulla stampa radicale, Grey
non era affatto un acceso imperialista. Con i radicali
condivideva il desiderio di «perseguire una politica
europea senza dover allestire e mantenere un grande
esercito» e accettò volentieri l’appoggio di gladstoniani
come John Morley quando cercò di tenere a freno il
governo dell’India. 7 Comunque, questa posizione era
semplicemente un corollario della convinzione profonda
che aveva raggiunto già nel 1902: ossia che la Gran
Bretagna doveva schierarsi contro la Germania. Parlò in
questo senso a un incontro del gruppo di discussione
interpartitico «Coefficients» nel dicembre del 1902, con
grande sgomento di Bertrand Russell. 8 Nel gennaio del
1903 disse al poeta Henry Newbolt: «Sono giunto alla
conclusione che la Germania sia la nostra peggior nemica e

145
il nostro maggior pericolo … Credo che la politica tedesca
sia quella di usarci senza aiutarci: tenerci isolati per farci
indietreggiare». 9 «Se un governo qualsiasi ci trascina di
nuovo nelle rete tedesca», dichiarò al parlamentare liberale
Ronald Munro-Ferguson nell’agosto del 1905, «mi
opporrò tenacemente e con ogni mezzo.» Due mesi più
tardi, alla vigilia del suo ingresso nel governo, ribadì il
proprio impegno:
Temo che sia stata diffusa, con un certo successo, da alcune persone interessate a
diffonderla, l’impressione che un governo liberale disferebbe gli accordi stipulati con la
Francia allo scopo di allinearsi con la Germania. Intendo fare tutto quanto mi è possibile per
impedirlo. 10

Due giorni dopo dichiarò al pubblico della City: «Nulla


di ciò che facciamo nei nostri rapporti con la Germania è
destinato a incrinare i nostri attuali buoni rapporti con la
Francia». 11
Fin dall’inizio la germanofobia di Grey e il suo zelante
impegno per l’entente con la Francia si scontrò con
l’orientamento della maggior parte del gabinetto liberale.
Questa spaccatura avrebbe potuto creare problemi molto
prima di quanto in effetti avvenne. Ma il primo ministro
Campbell-Bannerman aveva una visione almeno
parzialmente offuscata della politica estera, mentre
Asquith, che gli succedette nell’aprile del 1908, era
propenso ad appoggiare la posizione di Grey. 12 Per i suoi
ammiratori, Asquith era un vero maestro «nell’arte di
mettere un partito contro l’altro»; i suoi critici lo
ritenevano invece una «combinazione di straordinarie doti
di leadership parlamentare e di un’assoluta incapacità di
affrontare i fatti o di prendere una decisione a loro
riguardo». 13 In realtà, avevano ragione sia gli uni che gli
altri. Un modo per evitare avvenimenti imbarazzanti che

146
avrebbero potuto sbilanciare il partito di maggioranza era
limitare la sua conoscenza della politica estera e la sua
influenza su di essa; una linea di condotta perfettamente
adatta a Grey e ai funzionari anziani del Foreign Office.
Era tipico di Grey lamentarsi, come fece nell’ottobre del
1906, dei parlamentari liberali che ora avevano «imparato
l’arte di porre domande e sollevare dibattiti, e ci sono così
tante cose negli affari esteri che richiamano l’attenzione e
che invece avrebbero dovuto essere lasciate da parte».
Quando i colleghi di gabinetto si pronunciavano su
questioni che riguardavano gli affari esteri, Grey cercava
«di convincerli che esistono cose come i muri di mattoni»
contro i quali stavano semplicemente «sbattendo la
testa». 14
In ciò era indiscutibilmente aiutato e spalleggiato dalla
tacita approvazione della sua politica da parte
dell’opposizione. Non bisogna dimenticare, infatti, che tra
il 1906 e il 1914 la maggioranza liberale continuò a perdere
voti. In tali circostanze, era giocoforza che l’influenza
dell’opposizione aumentasse. Se la leadership conservatrice
si fosse trovata in disaccordo con la politica di Grey,
avrebbe potuto rendergli la vita difficile, come aveva fatto
con Lloyd George, di cui non approvava la politica fiscale,
e con Asquith, di cui detestava la politica irlandese. Ma
non lo fece. Riteneva, al contrario, che Grey fosse il
continuatore della propria politica. Come disse il
capogruppo dei conservatori Lord Balcarres nel maggio
del 1912, il suo partito «aveva appoggiato Grey per sei
anni in base al presupposto che avrebbe mantenuto l’intesa
anglo-francese stipulata da Lord Lansdowne e l’intesa
anglo-russa avviata dal medesimo Lord». 15 In effetti, lo

147
stesso Balfour doveva stare ben attento a non offendere la
destra del suo partito mostrando di «amare» troppo il
governo in carica. 16 Rimane comunque il fatto che Grey
era più in sintonia con i banchi dell’opposizione che con i
membri del suo gabinetto, per non parlare del Partito
liberale nel suo complesso. Infatti, nel 1912, durante la
seconda crisi marocchina, la stampa conservatrice finì col
difenderlo dalle critiche dei radicali. 17 Ciò significa che i
dettagli della politica di Grey (e il diavolo si annida sempre
nei dettagli) non erano sottoposti a un esame
sufficientemente accurato da parte del parlamento.
Questo diede a Grey una libertà d’azione ben maggiore
di quanto lascino supporre le sue successive memorie. Ed è
opportuno osservare che egli non era certo un uomo non
abituato alla libertà. Studente piuttosto svogliato del
Winchester College e del Balliol College di Oxford (era
stato sospeso per pigrizia senza arrivare oltre il terzo anno
di giurisprudenza), la sua vera grande passione era la pesca
della trota e del salmone. 18 La pesca con la mosca, come
sanno perfettamente coloro che l’hanno praticata, non è
certo un’occupazione che favorisca un atteggiamento
mentale deterministico. 19 Nel suo libro su questo sport,
pubblicato nel 1899, Grey parlava dei suoi imprevedibili e
incerti piaceri in tono addirittura lirico. Un brano in
particolare, in cui racconta come portò a riva un salmone
di quattro chili, merita di essere citato:
Non c’erano motivi immediati per temere la catastrofe. Ma ebbi la triste consapevolezza
che l’intera faccenda sarebbe andata per le lunghe e che la parte più difficile di tutte sarebbe
stata la conclusione: non catturare il pesce, ma portarlo a riva … Sembrava che qualsiasi
tentativo facessi per portare a riva il pesce con la [mia] rete avrebbe precipitato una catastrofe
che non sarei stato in grado di affrontare. Più di una volta fallii, e ogni fallimento era orribile
… Per quanto mi riguarda, non conosco nulla di più eccitante del prendere all’amo un pesce
inaspettatamente grande, con una piccola canna e una buona attrezzatura. 20

148
È tenendo presente questo Grey – il pescatore ansioso
ed eccitato sulla sponda del fiume, anziché l’apologeta
avvilito delle sue memorie – che dobbiamo interpretare la
politica estera britannica tra il 1906 e il 1914. Anche a
costo di esagerare eccessivamente l’analogia, si può dire
che per gran parte di questo periodo – e soprattutto
durante la crisi di luglio – Grey si comportò esattamente
come si era comportato in quell’occasione. Sperava di
riuscire a portare a riva il pesce, ma era ben conscio della
possibilità di una «catastrofe». In nessuno dei due casi
l’esito finale era una conclusione scontata.
Occorre dire che, almeno in un senso, l’analogia è
sbagliata. Infatti, nei suoi rapporti con la Russia e la
Francia, fu indubbiamente Grey a impersonare il pesce che
altri presero all’amo. Nel caso della Russia, sostenne in
seguito di avere continuato con successo la politica di
distensione del suo predecessore, malgrado i radicali
detestassero il regime zarista. 21 Un’analisi più
approfondita dimostra però che si spinse ben oltre il punto
cui era giunto Lansdowne. La diminuzione della potenza
russa in seguito alla sconfitta con il Giappone e alla
rivoluzione del 1905 gli rese le cose più facili. In queste
circostanze, poté contare sull’appoggio dell’opposizione
sui tagli alle spese per la difesa dell’India, e in tal modo
neutralizzare coloro che, nel ministero della Guerra e nel
governo dell’India, erano convinti che la Russia fosse la
vera minaccia sulla frontiera nordoccidentale. 22 Trovò
anche l’appoggio (estremamente autorevole) del colonnello
William Robertson del Dipartimento d’informazione del
ministero della Guerra, che si oppose all’aumento degli
impegni militari della Gran Bretagna in Persia o sul

149
confine afghano, dato che la minaccia militare più seria era
rappresentata dalla Germania:
Per secoli ci siamo opposti … a tutte le potenze che, una dopo l’altra, hanno aspirato alla
supremazia continentale; nel contempo, e come diretta conseguenza, abbiamo rinvigorito la
nostra sfera di supremazia imperiale … Un nuovo predominio si sta ora affermando, e il suo
centro nevralgico è Berlino. Tutto ciò … che può aiutarci a opporci a questo nuovo e
formidabile pericolo ha per noi grande valore. 23

Questo fornì a Grey l’opportunità di attuare profondi


mutamenti nella politica estera britannica.
Gli accordi stipulati il 31 agosto 1908 riguardavano il
Tibet e la Persia. Il primo divenne uno Stato cuscinetto, la
seconda fu divisa in sfere d’influenza: il Nord alla Russia, il
Centro neutrale e il Sudest alla Gran Bretagna. Per citare
le parole di Eyre Crowe, «la finzione di una Persia unita e
indipendente» doveva essere «sacrificata» al fine di evitare
qualsiasi «lite» con la Russia. 24 «Per secoli in passato» –
l’espressione è di Robertson – la Gran Bretagna aveva
cercato di opporsi all’espansione russa nello stretto dei
Dardanelli, in Persia e in Afghanistan. Ora, invece, in
nome dei buoni rapporti con San Pietroburgo, tutto
questo poteva essere lasciato cadere. «Se le questioni
asiatiche si risolvono in modo a noi favorevole», dichiarò
Grey al sottosegretario di Stato Sir Arthur Nicolson, «i
russi non avranno alcun problema con noi per l’accesso al
mar Nero.» 25 La vecchia politica di «chiuderle in faccia lo
Stretto e farle sentire tutto il nostro peso in ogni
conferenza delle potenze» sarebbe stata «abbandonata»,
anche se Grey si rifiutò di rivelare quando. 26 Per
consolidare il ruolo della Russia quale «contrappeso della
Germania sulla terraferma», Grey diede addirittura
l’impressione di accogliere le tradizionali ambizioni russe
nei Balcani. 27 In effetti, alcuni suoi funzionari erano plus

150
russe que le Czar; quando la Russia accettò l’annessione
della Bosnia-Erzegovina a opera dell’Austria nel 1909
Nicolson rimase profondamente indignato. 28 Grey sancì
l’appoggio dato dai russi al nazionalismo slavo balcanico
tenendo però gli occhi bene aperti, come spiegò in una
lettera indirizzata al suo ambasciatore a Berlino, Sir
William Goschen, nel novembre del 1908:
In Russia è cresciuto un forte sentimento slavo. Benché questo sentimento sembri al
momento tenuto sotto controllo, uno spargimento di sangue tra l’Austria e la Serbia lo
farebbe salire a livelli pericolosi in Russia; e il pensiero che la pace dipenda dal fatto che la
Serbia si tenga a freno non è affatto confortevole. 29

Sergej Sazonov, il suo omologo politico in Russia, era


ottimista. Come osservava a proposito della Persia
nell’ottobre del 1910, «gli inglesi, nel perseguire scopi
politici di vitale importanza in Europa, in caso di necessità
rinunceranno a certi interessi in Asia semplicemente per
mantenere gli accordi presi con noi, che per loro sono
fondamentali». 30 Ma la posizione di Londra era più
precaria di quanto Sazonov pensasse. Quando venne a
sapere che russi e tedeschi avevano concluso a Potsdam un
accordo sull’Impero ottomano e la Persia, Grey prese in
considerazione la possibilità di rassegnare le dimissioni per
lasciare il posto a un ministro degli Esteri germanofilo
pronto a opporsi alle rivendicazioni russe in Persia e
Turchia. 31 I rapporti peggiorarono ulteriormente allorché i
russi proposero di aprire gli Stretti alle corazzate al fine di
riportare l’equilibrio scosso da un attacco italiano contro la
Turchia a Tripoli, e il 2 dicembre 1911 Grey minacciò
nuovamente di dimettersi. Al massimo era disposto a
concedere l’apertura degli Stretti a tutti; qualsiasi altra
decisione avrebbe fatto infuriare i suoi sostenitori
radicali. 32 Praticamente alla vigilia dello scoppio della

151
guerra i russi riproposero ancora una volta la questione
degli Stretti; infatti, a insaputa di Grey, Sazonov aveva
riportato in vita il vecchio sogno russo di impadronirsi di
Costantinopoli. 33 È chiaro che Grey non si sarebbe
opposto se la Russia fosse riuscita a impadronirsene
durante la guerra, e infatti lo accettava come legittimo
obiettivo bellico dello zar. Tutto ciò significava una netta
cesura nella politica estera britannica. E la cosa più
sorprendente è che tale cesura fosse stata provocata da un
ministro degli Esteri liberale, considerata la pessima fama
di antisemitismo e di altre pratiche illiberali che pesava sul
governo russo. 34 Era un vero e proprio caso di
appeasement, nel senso negativo che il termine assunse in
seguito.
Per un ministro degli Esteri era molto più facile
condurre una politica francofila anziché russofila e, come
abbiamo visto, Grey aveva manifestato la sua intenzione di
farlo già prima di entrare in carica. Ancora una volta
sembrò che si continuasse la politica conservatrice. Ma,
anche in questo caso, Grey – come ammise lui stesso – si
spinse ben oltre «quanto era stato richiesto al precedente
governo». 35 In particolare, promosse lo sviluppo di una
clausola militare nell’intesa anglo-francese.
Già prima che i liberali salissero al potere, gli strateghi
militari britannici avevano iniziato a pianificare seriamente
un appoggio navale e militare alla Francia nell’eventualità
di una guerra con la Germania. I piani per un blocco
navale della Germania, naturalmente, erano già stati
definiti. 36 Fu però nel settembre del 1905 che lo stato
maggiore generale cominciò a considerare seriamente la
possibilità di inviare una «forza di spedizione» nel

152
continente in caso di un conflitto franco-tedesco. Fu in tale
contesto che emerse la questione della neutralità del
Belgio. Sebbene i generali ritenessero «improbabile che il
Belgio potesse far parte del teatro di guerra durante le
prime operazioni», si rendevano tuttavia conto del fatto
che «lo svolgersi del conflitto avrebbe potuto determinare
una situazione tale da rendere pressoché inevitabile che
uno dei belligeranti (specialmente la Germania) non
rispettasse la neutralità del Belgio». In simili circostanze,
giudicavano che due corpi d’armata potessero essere
trasportati in Belgio in ventitré giorni, con la vantaggiosa
conseguenza di dare alla Gran Bretagna un ruolo più
incisivo e autonomo di quello che avrebbe avuto se si fosse
limitata «a fornire … un piccolo contingente a un grande
esercito continentale [francese], cosa che potrebbe essere
non molto gradita in questo paese». 37 Prima del dicembre
1905 questa non era altro che una riflessione ad alta voce.
Ma già pochi giorni dopo l’insediamento del nuovo
governo, il direttore delle operazioni militari, tenente
generale James Grierson, ebbe diversi incontri con
l’attaché militare francese Huguet per discutere di questa
forza di spedizione. 38
La tempestività di questi incontri – quando i nuovi
ministri stavano ancora cercando di orientarsi nel proprio
incarico – ha naturalmente suscitato il sospetto che,
proprio come avveniva sul continente, fossero i militari a
cercare di accelerare il passo. Tuttavia, coloro che
parteciparono alla cosiddetta «conferenza di Whitehall
Gardens», tenutasi simultaneamente anche negli uffici del
Comitato di difesa imperiale, mantennero un
atteggiamento estremamente cauto. Per fare solo un

153
esempio, giunsero alla conclusione che la Gran Bretagna
aveva «il diritto di intervenire» in caso di violazione della
neutralità belga, ma non l’obbligo. 39 Come disse Sir
Thomas Sanderson, sottosegretario permanente al Foreign
Office, il trattato del 1839 non costituiva «un impegno
concreto … a usare la forza materiale per il mantenimento
della garanzia [di neutralità] in qualsiasi circostanza e a
ogni costo». Questo avrebbe significato, aggiunse, «vedervi
ciò che non ci si può ragionevolmente aspettare da nessun
governo». 40 A ogni modo, Fisher – che sarebbe rimasto
ministro della Marina fino al 1910 – non condivideva
affatto l’idea di trasportare l’esercito attraverso la Manica e
continuò a sostenere una strategia esclusivamente navale
nel caso di una guerra contro la Germania o, tutt’al più,
qualche tipo di operazione anfibia per sbarcare truppe
sulla costa tedesca. 41
Fu Grey a dare una mano ai sostenitori di una forza di
spedizione. Il 9 gennaio 1906, nel pieno dei negoziati sul
Marocco ricevuti in eredità da Lansdowne,
all’ambasciatore tedesco conte Metternich disse che, «se la
Francia si fosse cacciata nei guai» a causa del Marocco,
«l’affetto e la simpatia dell’Inghilterra per la Francia erano
così forti che sarebbe stato impossibile per qualsiasi
governo rimanere neutrale». Riferendo in merito a questa
conversazione al primo ministro aggiunse: «Il ministero
della Guerra deve essere pronto a rispondere a questa
domanda: che cosa potrebbero fare qualora prendessimo
posizione contro la Germania, se, per esempio, la
neutralità del Belgio fosse violata?». 42
Grey mantenne una grande cautela: insistette affinché le
discussioni di ordine militare con la Francia avessero un

154
carattere non ufficiale (così poco ufficiale che in un primo
tempo lo stesso Campbell-Bannerman non ne fu
informato). 43 Il ministro degli Esteri e i suoi funzionari
parlarono velatamente della possibilità di dare alla Francia
«più che un appoggio diplomatico», ribadendo più volte
che le discussioni militari non avevano un valore
«vincolante». Eyre Crowe affermò addirittura,
insensatamente, che «una promessa britannica di
assistenza armata non avrebbe comportato una
responsabilità pratica». 44 Ma è chiaro che Grey stava
giudicando in anticipo la questione: «Mi è stato riferito che
80.000 uomini bene armati è il massimo che possiamo
mettere in campo in Europa», comunicò a Bertie (allora
ambasciatore a Parigi) il 15 gennaio. Il giorno dopo scrisse
a Lord Tweedmouth, primo Lord dell’Ammiragliato:
«Non abbiamo promesso alcun aiuto, ma è evidente che le
nostre autorità navali e militari dovrebbero discutere in
questi termini … ed essere pronte a dare una risposta
quando sarà loro richiesta, o meglio, se sarà loro
richiesta». 45 Quel «quando» corretto frettolosamente in
un «se» è particolarmente rivelatore. Nel febbraio del 1906
i colloqui anglo-francesi erano già molto avanzati, il
numero delle truppe promesse dallo stato maggiore era
stato aumentato a 105.000 unità e ufficiali di grado
superiore come Robertson e John Spencer Ewart (nuovo
direttore delle operazioni militari) stavano iniziando a
considerare inevitabile uno «scontro armato» con la
Germania. 46 Grey commentò:
Nel caso di una guerra tra Francia e Germania per noi sarà molto difficile tenercene fuori
se l’intesa e ancor più le costanti e altisonanti dimostrazioni d’affetto (ufficiali, navali …
commerciali e nazionali) … avranno creato in Francia la convinzione che dovremmo aiutarla
in guerra … Tutti gli ufficiali francesi lo danno per scontato … Se queste aspettative verranno
deluse la Francia non ci perdonerà mai … Più considero la situazione più mi sembra che non

155
possiamo [tenerci fuori da una guerra] senza perdere l’onore e i nostri amici e senza
danneggiare la nostra politica e la nostra posizione nel mondo. 47

Nel giugno del 1906 i membri più importanti del


Comitato di difesa imperiale apposero il sigillo sulla nuova
politica stabilendo, contro Fisher e i «navalisti», i seguenti
punti:
• L’invio di una grande forza di spedizione nel Baltico non
sarà attuabile fin quando la situazione navale non sarà
stata chiarita. Un tale piano di operazione non potrebbe
diventare effettivo se non dopo aver combattuto grandi
battaglie sulla frontiera.
• Qualsiasi collaborazione militare da parte dell’esercito
britannico, se intrapresa all’inizio della guerra, deve
assumere la forma di una spedizione in Belgio o di una
partecipazione diretta alla difesa della frontiera francese.
• Una violazione tedesca del territorio belga renderebbe
necessario il primo tipo di intervento. Non si deve
trascurare la possibilità che tale violazione si verifichi
con il consenso del governo belga.
• In ogni caso, bisogna tenere conto delle opinioni dei
francesi, in quanto è essenziale che ogni misura di
collaborazione da parte nostra sia in sintonia con i loro
piani strategici.
• Quale che sia il tipo di intervento prescelto, sarebbe utile
uno sbarco preliminare sulla costa nordoccidentale della
Francia. 48
Così, sei mesi dopo avere assunto l’incarico, Grey era
riuscito a trasformare l’intesa con la Francia, nata come
tentativo di risolvere le controversie extraeuropee, in
un’alleanza difensiva de facto. 49 Aveva lasciato intendere ai
francesi che la Gran Bretagna, in caso di guerra, sarebbe

156
stata pronta a combattere al loro fianco contro la
Germania. E gli strateghi militari avevano ormai deciso più
o meno esattamente quale forma avrebbe dovuto assumere
l’appoggio alla Francia. 50 (In seguito Grey sostenne di non
essere stato messo al corrente dei particolari delle
discussioni militari anglo-francesi, ma questo sembra del
tutto improbabile. 51) Malgrado l’accanito ostruzionismo di
Fisher e le riserve di Esher sull’entità prevista della forza di
spedizione, la strategia continentale fu confermata nel
1909 dalla sottocommissione del Comitato di difesa
imperiale per le necessità militari dell’impero. 52
In effetti, si potrebbe addirittura sostenere –
rovesciando completamente la posizione di Fisher – che sia
stata la riunione del CID del 25 agosto 1911, anziché il
celebre incontro avvenuto sedici mesi dopo tra il Kaiser e i
suoi capi militari, il vero «consiglio di guerra» che avviò il
processo destinato a sfociare in un confronto militare tra la
Gran Bretagna e la Germania. In un memorandum
presentato prima della riunione lo stato maggiore generale
escludeva l’idea (avanzata, fra gli altri, anche da Churchill)
che l’esercito francese, senza un aiuto esterno, avesse
qualche speranza di resistere a un attacco tedesco:
In caso di nostra neutralità la Germania combatterà contro la Francia da sola. Le armate
e le flotte dei tedeschi sono molto più forti di quelle francesi e ci sono ben pochi dubbi su
quale sarà l’esito di un tale conflitto … In una guerra combattuta da sola la Francia
rimarrebbe quasi sicuramente sconfitta. 53

Se, invece, «l’Inghilterra diventasse un’alleata attiva


della Francia», la combinazione tra il predominio navale e
il rapido invio di una forza composta da un intero esercito
regolare di sei divisioni di fanteria e una divisione di
cavalleria avrebbe potuto capovolgere la situazione:

157
L’attuale disparità di uomini si ridurrà e, in virtù di motivi che sarebbe troppo lungo
elencare in questa sede, la consistenza delle forze in conflitto risulterebbe sostanzialmente
uguale durante le prime fasi della guerra, tanto che gli Alleati potrebbero ottenere qualche
successo iniziale che potrebbe dimostrarsi di grandissima rilevanza … Inoltre, e questa è forse
la considerazione più importante, siamo convinti che il morale delle truppe e della nazione
francese sarebbe enormemente rafforzato dalla collaborazione britannica; e potrebbe
verificarsi una corrispondente diminuzione del morale dei tedeschi. Sembra quindi che in una
guerra tra Germania e Francia nella quale l’Inghilterra fosse schierata al fianco della Francia il
risultato delle prime operazioni potrebbe essere dubbio; ma quanto più si protraesse la guerra
tanto maggiori sarebbero le difficoltà per la Germania. 54

Come sottolineò Asquith, probabilmente con una punta


di scetticismo, «il problema della scelta del tempo era
estremamente importante in questo piano»; ma la tesi dello
stato maggiore fu abilmente difesa da Henry Wilson, il
successore di Ewart alla direzione delle operazioni militari,
il quale predisse che la guerra sarebbe stata decisa da uno
scontro fra la punta avanzata dell’esercito tedesco, forte di
quaranta divisioni, che si sarebbe incuneata tra Maubeuge
e Verdun, e una forza francese di trentanove divisioni al
massimo, «sicché appare molto probabile che le nostre sei
divisioni possano rappresentare il fattore decisivo». Wilson
«fece brutalmente a pezzi» l’ipotesi (sostenuta da Grey)
che i russi avrebbero potuto influire sull’esito dello scontro
e, «dopo una lunga e … inutile discussione» (sono parole
di Wilson), il generale ribadì la sua posizione: «Primo …
dobbiamo schierarci a fianco dei francesi. Secondo …
dobbiamo mobilitarci lo stesso giorno dei francesi. Terzo
… dobbiamo inviare tutte e sei le divisioni». 55
Le critiche de haut en bas espresse da personaggi di alto
rango (in particolare Lord Arthur Wilson, primo Lord del
mare, e Reginald McKenna, successore di Tweedmouth
all’Ammiragliato) contro questo piano non risultarono
convincenti. 56 Peggio ancora, il piano alternativo proposto
dall’Ammiragliato, che prevedeva il blocco navale della
foce dei principali fiumi tedeschi e lo sbarco di una

158
divisione di fanteria sulla costa settentrionale della
Germania, fu spietatamente criticato dal capo dello stato
maggiore generale imperiale, feldmaresciallo Sir William
Nicholson:
La verità era che questo genere di operazioni aveva forse qualche valore un secolo fa,
quando le comunicazioni di terra erano ancora poco sviluppate; ma, adesso, con sistemi di
comunicazione particolarmente efficienti, tali operazioni erano destinate al fallimento …
L’Ammiragliato avrebbe quindi continuato a sostenere questa tesi, anche se lo stato maggiore
generale aveva espresso la ragionevole opinione che le operazioni militari per cui era stato
proposto l’impiego di questa divisione erano pura follia [?]. 57

Questo era più che sufficiente per Grey, il quale giunse


alla conclusione che «le operazioni congiunte di cui si era
parlato non erano essenziali al successo navale e che lo
scontro sulla terraferma sarebbe stato quello decisivo»; e
anche per Asquith, il quale liquidò i piani di Wilson
definendoli «puerili» e «completamente irrealizzabili».
L’unico consiglio dato dai politici era lasciare a casa due
delle divisioni previste. 58 Maurice Hankey si sbagliava di
grosso (come in seguito ammise lui stesso) quando
sosteneva che in quella riunione non si era raggiunta
alcuna decisione. 59 Come osservò tetramente Esher il 4
ottobre: «Il semplice fatto che il piano del ministero della
Guerra sia stato elaborato in tutti i dettagli con lo stato
maggiore generale francese ci ha certamente impegnati a
combattere». 60
Una delle principali ragioni per cui alla fine
l’Ammiragliato accolse la strategia della Forza di
spedizione britannica era che non risultava incompatibile
con la strategia alternativa della marina, basata sull’idea di
imporre sulla Germania un blocco di lunga durata. Senza
dubbio, nella marina non tutti ne erano convinti – in
privato Arthur Wilson manifestava seri dubbi sul fatto che
un blocco potesse influire sull’esito di una guerra franco-

159
tedesca 61 – esattamente come nel ministero della Guerra
non tutti si fidavano della strategia della BEF. D’altro canto,
è importante osservare che la strategia della marina aveva
decisive implicazioni per quella della Forza di spedizione.
Nel dicembre del 1912, durante un’altra riunione del CID,
Churchill e Lloyd George sostennero vigorosamente che,
in caso di guerra, «per l’Olanda e il Belgio sarebbe stato
praticamente impossibile mantenere la propria neutralità
… Dovranno necessariamente essere nostri amici o nostri
nemici». «Il nostro paese non può permettersi di stare
inerte a guardare cosa faranno questi due paesi», ribadì
Lloyd George, aggiungendo:
La posizione geografica dell’Olanda e del Belgio rende di enorme importanza il loro
atteggiamento in una guerra che opponga l’Impero britannico, la Francia e la Russia da una
parte e la Triplice alleanza dall’altra. Se restano neutrali e ottengono pieni diritti di neutralità,
non saremo in grado di attuare una pressione economica offensiva contro l’Alleanza. E per
noi è essenziale poterla attuare.

Il generale Sir John French, successore di Nicholson allo


stato maggiore imperiale generale (CIGS), era altresì
preoccupato dal fatto che i belgi avrebbero potuto essere
disposti a tollerare una limitata violazione del loro
territorio. Nella riunione si stabilì quindi che
per esercitare la massima pressione possibile sulla Germania è fondamentale che l’Olanda e il
Belgio siano o del tutto amichevoli nei nostri confronti, nel qual caso dovremmo limitare il
loro commercio d’oltremare, oppure totalmente ostili, nel qual caso dovremmo estendere il
blocco ai loro porti. 62

Detto in altri termini: se la Germania non avesse violato


la neutralità del Belgio nel 1914, lo avrebbe fatto la Gran
Bretagna. Questo pone in tutt’altra luce la tanto vantata
superiorità morale del governo britannico che proclamava
di combattere «per la neutralità del Belgio».
Va comunque detto che i belgi non erano all’oscuro di
queste decisioni. Nell’aprile del 1912 il tenente colonnello

160
Bridges dichiarò che, se l’anno prima fosse scoppiata la
guerra per il Marocco, le truppe britanniche sarebbero
sbarcate sulla costa belga. Ma i belgi ritenevano che un
simile intervento avrebbe potuto considerarsi legittimo
solo se si fossero appellati ai garanti in conformità alle
clausole del trattato del 1839; e i britannici dubitavano che
avrebbero fatto questo appello, soprattutto se, come si
credeva ancora possibile, un’invasione tedesca fosse
passata soltanto attraverso una parte del paese, per
esempio a sud di Liegi. Quando, nel 1910, gli olandesi
proposero di costruire una nuova fortezza a Flessinga, che
avrebbe garantito loro il controllo della foce dello Schelda,
a Londra vi fu grande costernazione, perché questa
fortezza avrebbe minacciato l’accesso delle navi
britanniche ad Anversa. I belgi, comunque, non mossero
particolari obiezioni perché temevano una violazione
navale britannica della loro neutralità tanto quanto
temevano l’esercito tedesco. 63
I navalisti furono ammorbiditi anche su un’altra
questione: la difesa del Mediterraneo sarebbe stata affidata
alla flotta francese, in base a una suddivisione dei compiti
che era stata ufficiosamente concordata dai due
Ammiragliati all’epoca di Fisher (senza informare il
ministro degli Esteri o il gabinetto). Ovviamente Churchill
non poteva garantire il completo ritiro delle navi
britanniche dal Mediterraneo, ma la decisione di
mantenere in questo teatro una flotta da guerra
«equivalente allo standard di una potenza con l’esclusione
della Francia» la diceva lunga. Non fu un accordo
pubblico, bensì un tacito patto. 64 A ciò seguirono colloqui
segreti con la Russia nel 1914. 65 Insomma, nonostante le

161
divergenze, i piani dell’esercito e della marina potevano
coesistere; e dopo gli estenuanti dibattiti dell’agosto 1911
fu più o meno quel che accadde.
Alla luce di tutto questo, i timori tedeschi di un
accerchiamento appaiono molto meno paranoici e ben più
realistici. Quando denunciò al Reichstag i tentativi di
«circondare la Germania, di costruire un cerchio di
potenze attorno alla Germania per isolarla e renderla
impotente», Bülow non era affatto in preda ad assurde
fantasie, come sostennero in seguito gli statisti britannici
nelle proprie memorie. 66 Rispetto alle analoghe riunioni
tedesche, le discussioni militari britanniche portavano
generalmente a decisioni più concrete. E, in fondo, che
cosa aveva provocato il cosiddetto «consiglio di guerra»
convocato dal Kaiser nel dicembre del 1912? Una
comunicazione di Haldane attraverso l’ambasciatore
tedesco sul fatto che «la Gran Bretagna non poteva
permettere che la Germania diventasse la prima potenza
del continente e che il continente venisse unito sotto la
guida tedesca». La conclusione che il Kaiser trasse da
queste parole, ossia che «la Gran Bretagna avrebbe
combattuto al fianco dei nemici della Germania», non era
sbagliata: come disse Bethmann Hollweg, questo «non
faceva che confermare ciò che sapevamo [già da parecchio
tempo]». 67
La nevrosi di Napoleone
La politica antitedesca di Grey è stata di solito
giustificata dagli storici sulla base del fatto che la
Weltpolitik della Germania era ormai percepita da Londra
come una crescente sfida agli interessi britannici in Africa,
in Asia e nel Vicino Oriente; e, cosa ancora più

162
importante, sulla base del fatto che il rafforzamento della
marina tedesca rappresentava una grave minaccia per la
sicurezza britannica. Tuttavia un’analisi più approfondita
rivela che, prima del 1914, né le questioni navali né quelle
coloniali stavano inevitabilmente conducendo a uno
scontro anglo-tedesco.
Come disse in seguito Churchill, «non ci opponevamo
all’espansione coloniale della Germania». 68 In effetti, si
giunse molto vicini alla conclusione di un accordo fra Gran
Bretagna e Germania che avrebbe aperto le porte a un
aumento dell’influenza tedesca nelle colonie portoghesi
dell’Africa meridionale. 69 Lo stesso Grey aveva dichiarato
nel 1911 che «non importava un granché chi sarebbe stato
il nostro vicino in Africa, la Germania o la Francia».
Voleva soprattutto realizzare una «divisione» delle
«derelitte» colonie portoghesi «il più presto possibile … in
uno spirito filotedesco». 70 L’accordo naufragò solo nel
1914 per l’opposizione dei funzionari britannici,
opposizione spacciata come rifiuto di rinnegare
pubblicamente gli impegni assunti con il Portogallo sedici
anni prima, ma in realtà dettata dalla loro viscerale
germanofobia. Le banche tedesche (in particolare la M.M.
Warburg & Co.) che erano state coinvolte nel progetto
non avevano avuto alcun sentore dell’opposizione espressa
da personaggi come Bertie (per non parlare di Henry
Wilson). 71 Persino dove Grey tendeva ad assegnare la
priorità agli interessi francesi – in Marocco – non c’era una
totale impasse nei confronti della Germania. Nel 1906
Grey si era mostrato disposto a considerare la possibilità di
concedere alla Germania un porto per il rifornimento di
carbone sulla costa atlantica del paese. 72 È vero che il

163
governo aveva assunto un atteggiamento aggressivo nella
seconda crisi marocchina del 1911, ammonendo Berlino di
non trattare la Gran Bretagna «come se non contasse nulla
nel consesso delle nazioni» (per citare le parole
pronunciate il 21 luglio da Lloyd George in un discorso
alla Mansion House, sede ufficiale del sindaco di
Londra). 73 Ma anche lo stesso Grey dovette accettare che
«non dobbiamo e non possiamo essere intransigenti a
proposito della costa occidentale del Marocco». Come
aveva detto a Bertie il giorno prima del discorso di Lloyd
George:
I francesi si sono impantanati nelle difficoltà senza sapere in quale direzione volevano
veramente andare … Noi siamo vincolati e preparati a dare un sostegno diplomatico, ma non
possiamo entrare in guerra per scartare il provvedimento legislativo di Algeciras [approvato
dopo la prima crisi marocchina] e dare alla Francia il possesso virtuale del Marocco.

Il compromesso raggiunto – «un patto tra Francia e


Germania fondato su qualche concessione nel Congo
francese» – rifletteva questa mancanza di interesse da parte
britannica, e Grey esortò i francesi ad accettarlo. 74
Quando il governo tedesco rivolse la propria attenzione
alla Turchia, Grey ebbe ancora maggiori difficoltà a
mantenere una linea decisamente antitedesca senza fare il
gioco dei russi per quanto riguardava gli Stretti. In ogni
caso, il ministro degli Esteri non espresse alcuna
rimostranza per il modo in cui si comportarono i tedeschi
durante le guerre balcaniche del 1912-1913, né rimase
particolarmente preoccupato dall’affare Liman von
Sanders (la nomina di un generale tedesco a ispettore
generale dell’esercito turco). Le relazioni migliorarono
ulteriormente grazie alla conciliante risposta dei tedeschi
alle preoccupazioni britanniche per la ferrovia Berlino-
Baghdad. 75 Lo stesso Bethmann Hollweg aveva dichiarato,

164
nel gennaio del 1913, che «le questioni coloniali del futuro
puntano alla cooperazione con l’Inghilterra», anche se il
patto sulle colonie portoghesi non venne mai concluso. 76
In tale contesto non era affatto irragionevole che la
«Frankfurter Zeitung» parlasse, nell’ottobre del 1913, di
rapprochement tra Germania e Gran Bretagna, di «una
migliore comprensione fra i governanti di entrambi i
paesi» e della «fine degli sterili anni di reciproca
diffidenza». 77 Quando incontrò l’ambasciatore tedesco a
Tring nel marzo del 1914, Lord Rothschild «si disse
fortemente convinto che, per quanto poteva vedere e
sapere, non ci fosse motivo di temere una guerra e non si
profilassero complicazioni all’orizzonte». 78 Il fatto che
Max Warburg si recasse a Londra in tre diverse occasioni
per definire il ruolo della sua società nell’accordo sulle
colonie portoghesi è un chiaro segno delle buone relazioni
finanziarie che allora esistevano tra Gran Bretagna e
Germania. 79 Quell’estate i giornali inglesi diedero la
notizia della partecipazione di alti ufficiali della marina
britannica all’annuale parata navale di Kiel e riportarono il
commento dell’ammiraglio tedesco von Koester, secondo il
quale «i rapporti tra la marina britannica e tedesca erano i
migliori che si potessero immaginare». 80 Ancora il 27
giugno – alla vigilia dell’attentato di Sarajevo – l’opinione
del Foreign Office era che il governo tedesco fosse «di
umore pacifico ed estremamente desideroso di rimanere in
buoni rapporti con l’Inghilterra». 81 Anche Warburg aveva
raccolto voci secondo le quali «era scoppiato un amore
folle [eine wahnsinnige Liebe] fra i tedeschi e gli inglesi». 82
Il 23 luglio Lloyd George definì i rapporti fra Germania e
Gran Bretagna «molto migliori di quanto lo fossero stati

165
pochi anni fa … I due grandi imperi iniziano a
comprendere che possono collaborare per fini comuni e
che i punti di cooperazione sono maggiori, più numerosi e
più importanti dei punti di possibile attrito». 83
Analogamente, è sbagliato considerare la corsa agli
armamenti navali una «causa» della prima guerra
mondiale. Da ambedue le parti c’erano valide ragioni per
un accordo navale. Entrambi i governi stavano scoprendo
quanto fosse difficile convivere con le conseguenze
politiche del costante aumento delle spese navali. La
possibilità di porre in qualche modo un limite agli
armamenti emerse in più occasioni: nel dicembre del 1907,
quando i tedeschi avevano proposto una convenzione del
mare del Nord con la Gran Bretagna e la Francia; 84 nel
febbraio del 1908, quando il Kaiser aveva scritto a Lord
Tweedmouth che la Germania non mirava in alcun modo a
«sfidare la supremazia navale britannica»; 85 sei mesi più
tardi, quando incontrò a Kronberg il sottosegretario
permanente di Stato al Foreign Office, Sir Charles
Hardinge; 86 nel 1909-1910, quando Bethmann Hollweg
aveva sottoposto a Goschen «un patto navale … come
parte di uno schema per un buon accordo generale»; 87 e
nel marzo del 1911, quando il Kaiser aveva chiesto «un
accordo politico e un patto navale tendenti a limitare le
spese navali». 88 L’opportunità più clamorosa si presentò
nel febbraio del 1912, quando, su suggerimento di due
uomini d’affari, Sir Ernest Cassel e Albert Ballin, Haldane
si recò a Berlino, apparentemente per seguire «i lavori di
una commissione universitaria», ma in realtà per discutere
con Bethmann Hollweg, Tirpitz e il Kaiser la possibilità di
un patto navale, coloniale e di non aggressione. 89 Nel 1913

166
Churchill avanzò la proposta di una «vacanza nelle
costruzioni navali», 90 e nell’estate del 1914 Cassel e Ballin
fecero un ultimo tentativo. 91
Perché, allora, non si arrivò alla conclusione di un
patto? La risposta tradizionale è che i tedeschi erano
disposti a discutere le questioni navali soltanto dopo aver
ricevuto dalla Gran Bretagna una promessa incondizionata
di neutralità nel caso di una guerra franco-tedesca. Questa
però è solo una parte della storia. Asquith sostenne in
seguito che la formula di neutralità prevista dai tedeschi
«ci avrebbe impedito di accorrere in aiuto della Francia se
la Germania l’avesse attaccata con un qualsiasi pretesto».
In effetti, nella bozza redatta da Bethmann Hollweg
figurava la seguente dichiarazione:
Nessuna delle due grandi potenze contraenti lancerà alcun attacco non provocato contro
l’altra né si unirà a combinazioni o piani contro l’altra a fini di aggressione … Se una delle
due … si troverà coinvolta in una guerra nella quale non possa essere considerata l’aggressore,
l’altra osserverà verso di essa una benevola neutralità. 92

La clausola doveva inoltre considerarsi nulla «qualora


non potesse essere conciliabile con accordi già esistenti».
Tuttavia, il massimo che Grey era disposto a concedere era
un impegno «a non lanciare e a non unirsi a un qualsiasi
attacco non provocato contro la Germania», perché, a suo
giudizio, «la parola neutralità susciterebbe l’impressione
che abbiamo le mani legate». 93 Come aveva fatto notare il
ministro delle Colonie Lewis Harcourt, questo non era
affatto il senso delle parole di Bethmann Hollweg.
La spiegazione alternativa del fallimento della missione
di Haldane è che fu silurata da Tirpitz e dal Kaiser con
l’imposizione di un nuovo aumento delle spese navali
proprio alla vigilia dell’arrivo di Haldane, in tal modo
«rovinando completamente i rapporti con l’Inghilterra».

167
Secondo Geiss, «il rifiuto della Germania di scendere a
patti con la Gran Bretagna ponendo un limite alla
dispendiosa corsa agli armamenti con un accordo navale
bloccò qualsiasi tipo di riavvicinamento». 94 All’epoca il
governo britannico disse più o meno le stesse cose. 95 Ma
anche questo deve essere accolto con un certo scetticismo.
I tedeschi erano disposti a concludere un accordo navale in
cambio di una dichiarazione di neutralità; e fu proprio
sulla questione della neutralità che i colloqui naufragarono.
Indubbiamente, quella britannica era una posizione
intransigente; e ciò non dovrebbe sorprendere, dato che si
fondava su una potenza indiscutibile. Come Grey aveva
detto nel 1913: «Se possiedi uno standard assoluto
superiore a quello di tutte le altre marine europee messe
insieme … la tua politica estera diventa piuttosto
semplice». 96 Di conseguenza, Grey mantenne un
atteggiamento di intransigenza: Bethmann Hollweg
sembrava volere qualcosa in cambio del riconoscimento
«di una permanente superiorità navale [britannica]», o,
come aveva detto il suo segretario privato William Tyrrell,
«del principio della nostra supremazia assoluta in mare».
Ma per quale motivo lo Gran Bretagna avrebbe dovuto
contrattare per qualcosa che possedeva già? 97 Non è
difficile capire perché il patto proposto da Bethmann
Hollweg fu immediatamente respinto.
Più difficile, invece, è capire perché Grey fosse convinto
che qualsiasi segno di rapprochement anglo-tedesco fosse
fuori discussione. Se la Germania non costituiva una
minaccia navale né coloniale, per quale motivo Grey era
così ostinatamente antitedesco? La risposta, naturalmente,
è semplice: al pari dei suoi predecessori conservatori, Grey

168
teneva soprattutto ad avere buoni rapporti con la Francia e
con la Russia. «Nulla di ciò che facciamo nelle nostre
relazioni con la Germania», aveva dichiarato nell’ottobre
del 1905, «può incrinare in alcun modo i buoni rapporti
che abbiamo con la Francia.» E nel gennaio dell’anno
seguente scrisse: «Il rischio di dire parole gentili a Berlino
è che in Francia … potrebbero essere interpretate nel
senso di un nostro tiepido appoggio all’intesa». 98 Ribadì
questo punto con estrema chiarezza nell’aprile del 1910 a
Goschen: «Non possiamo stipulare un accordo politico
con la Germania che ci separi dalla Russia e dalla
Francia». 99 Tuttavia, quando diceva che un accordo con la
Germania doveva «tenere conto dei rapporti e
dell’amicizia [già esistenti] con altre potenze», in realtà
Grey escludeva la possibilità di un tale accordo. 100 La sua
tesi di fondo era questa: poiché l’intesa con la Francia era
molto «vaga», qualsiasi «accordo con la Germania avrebbe
necessariamente teso a soppiantarla» e quindi non poteva
assolutamente essere preso in considerazione. 101 Era una
tesi che i funzionari del Foreign Office sostenevano al
cento per cento. Qualsiasi riavvicinamento alla Germania,
ammoniva Mallet, avrebbe implicato un «allontanamento
dalla Francia». 102 Nel 1912 Nicolson si oppose all’idea di
un accordo con la Germania soprattutto perché avrebbe
«danneggiato gravemente le nostre relazioni [con la
Francia], e questo risultato avrebbe avuto immediate
ripercussioni sui nostri rapporti con la Russia». 103
A un esame più attento, però, il ragionamento di Grey
appare profondamente inesatto. In primo luogo, la sua
idea che pessimi rapporti con la Francia e la Russia
avrebbero potuto effettivamente portare a una guerra era

169
del tutto campata in aria. Sotto questo profilo, c’era una
grande differenza tra la sua situazione e quella dei suoi
predecessori conservatori. All’epoca lo stesso Grey aveva
riconosciuto che per riprendersi dalle macerie della
sconfitta e della rivoluzione alla Russia sarebbe servito
almeno un decennio. E non riteneva la Francia una
minaccia: come disse al presidente americano Theodore
Roosevelt nel 1906, la Francia era «pacifica e non
aggressiva né inquieta». 104 Il motivo originario delle intese
era stato la risoluzione delle divergenze d’oltremare con la
Francia e la Russia. Raggiunto tale obiettivo, la probabilità
di una guerra tra la Gran Bretagna e una di queste due
potenze si fece alquanto remota. Era pura e semplice
fantasia sostenere, come aveva fatto Grey in un colloquio
con il direttore del «Manchester Guardian» Charles
Prestwich Scott nel settembre del 1912, che «se la Francia
non veniva appoggiata contro la Germania, si sarebbe
unita con la stessa Germania e il resto dell’Europa in un
attacco contro di noi». 105 Appena un po’ meno chimerica
era l’eventualità che la Francia o la Russia potessero
«passare dalla parte delle Potenze centrali». 106
Ciononostante, questa era una costante preoccupazione
del Foreign Office. Già nel 1905 Grey temeva «di perdere
la Francia e non ottenere la Germania, che non ci vorrà
più se riesce a staccare da noi la Francia». Se la Gran
Bretagna non avesse risposto alle aperture della Francia su
Algeciras, ammoniva Mallet, «saremo considerati dei
traditori dai francesi e … disprezzati dai tedeschi». 107
Hardinge ribadì sostanzialmente la stessa cosa: «Se
lasciamo che la Francia rimanga nei guai, un accordo o
un’alleanza tra Francia, Germania e Russia nel prossimo

170
futuro è da considerarsi più che certo». 108 Nicolson, dal
canto suo, proponeva un’alleanza formale con la Francia e
la Russia «per dissuadere la Russia dall’idea di avvicinarsi a
Berlino … [e] impedire [alla Francia] di passare alle
Potenze centrali». 109 Grey e i suoi funzionari erano
ossessionati dal timore di perdere il proprio «valore di
amici» e di «rimanere soli, senza amici». Il loro incubo
ricorrente era che la Russia o la Francia potesse
soccombere all’«abbraccio teutonico», costringendo la
Gran Bretagna ad affrontare «le marine unite d’Europa».
Proprio per questo tendevano a considerare tutta la
politica tedesca indirizzata al fine di «spezzare la Triplice
intesa». 110 Grey, con un suo tipico ragionamento, riteneva
che
se per qualche disgrazia o grossolano errore la nostra intesa con la Francia dovesse rompersi,
la Francia sarà costretta a scendere a patti con la Germania. E la Germania avrà nuovamente
la possibilità di tenerci in cattivi rapporti con la Francia e la Russia e diventare la potenza
predominante sul continente. Quindi, prima o poi, scoppierà una guerra tra noi e la
Germania. 111

Un analogo timore era che «la Germania sarebbe andata


a San Pietroburgo e si sarebbe offerta di tenere a bada
l’Austria se la Russia avesse abbandonato l’intesa … Siamo
estremamente preoccupati … che la Russia possa schierarsi
al fianco dell’alleanza delle Potenze centrali». 112
Ciononostante, nella sua determinazione a preservare
l’intesa con la Francia, Grey era pronto ad assumere
impegni militari che rendevano l’eventualità di una guerra
con la Germania più probabile e meno remota anziché
meno probabile e più remota. Con un ragionamento
assolutamente circolare, voleva impegnare la Gran
Bretagna in una possibile guerra con la Germania, perché
altrimenti avrebbe potuto esserci una guerra con la

171
Germania. Un tempo l’appeasement della Francia e della
Russia aveva avuto un senso; ma Grey manteneva in vita
quella politica anche quando ormai erano venuti a mancare
i presupposti che l’avevano determinata.
La principale giustificazione per tutto questo era
naturalmente che la Germania era animata da ambizioni
megalomani che rappresentavano una minaccia non solo
per la Francia, ma anche per la stessa Gran Bretagna. Tale
giudizio era largamente condiviso dai germanofobi. Nel
suo famoso memorandum del novembre 1907, Eyre Crowe
avvertiva che il desiderio della Germania di recitare sulla
scena mondiale un ruolo molto più ampio e dominante di
quello accordatole nella distribuzione del potere poteva
spingerla a ridurre la forza di qualsiasi rivale, ad aumentare
il proprio potere estendendo il proprio dominio, a
ostacolare la cooperazione degli altri Stati e infine a
spezzare e soppiantare l’Impero britannico. 113 Nella sua
analisi, Crowe assegnava una particolare importanza a un
parallelo storico con la sfida che la Francia
postrivoluzionaria aveva lanciato alla Gran Bretagna.
Come scrisse Nicolson in una lettera indirizzata a Grey
all’inizio del 1909: «Gli obiettivi supremi della Germania
sono sicuramente e senz’ombra di dubbio quelli di
ottenere il predominio sul continente europeo e, una volta
raggiunta la forza sufficiente, di entrare in competizione
con noi per la supremazia sui mari». Goschen e Tyrrell
sostenevano grossomodo la stessa cosa. La Germania
voleva assumere «l’egemonia in Europa». 114 Nel 1911 lo
stesso Grey aveva ammonito di stare attenti a una minaccia
«napoleonica» in Europa. Se la Gran Bretagna avesse
«permesso la sconfitta della Francia, avrebbe dovuto

172
prendere successivamente in mano le armi». Come disse al
primo ministro canadese nel 1912, non esistevano «limiti
alle ambizioni che la Germania poteva nutrire». 115
E questa linea di pensiero non era proprietà esclusiva
dei diplomatici. Quando aveva sostenuto la necessità di
una forza di spedizione continentale, lo stato maggiore
generale aveva utilizzato la stessa analogia. «È un errore»,
recitava il suo memorandum presentato nel 1909 alla
sottocommissione del Comitato di difesa imperiale,
«credere che il dominio del mare debba necessariamente
influenzare la questione immediata di un grande conflitto
di terra. La battaglia di Trafalgar non impedì a Napoleone
di vincere le battaglie di Austerlitz e Jena e di sconfiggere
la Prussia e l’Austria.» 116 Questa tesi fu ribadita due anni
più tardi al «consiglio di guerra» del CID. Nel caso di una
vittoria della Germania sulla Francia e sulla Russia,
Olanda e Belgio potrebbero essere annessi alla Germania e la Francia dovrebbe pagare una
gigantesca indennità di guerra, perdendo anche alcune delle sue colonie. In breve, il risultato
di una tale guerra sarebbe che la Germania assumerebbe una posizione di predominio che è
già stata definita contraria agli interessi del nostro paese.

Tutto ciò «darebbe [alla Germania] … una supremazia


nella forza navale e militare tale da minacciare
l’importanza del Regno Unito e l’integrità dell’Impero
britannico»; «nel lungo periodo» questo si sarebbe rivelato
«fatale». 117 Persino navalisti come Reginald Esher talvolta
sostenevano la stessa posizione. Nel 1907 Esher aveva
scritto:
Il prestigio tedesco è per noi persino più pericoloso di Napoleone all’apice della sua
potenza. La Germania è decisa a contenderci il dominio del mare … Deve trovare uno sbocco
per la sua traboccante popolazione e vasti territori sui quali i tedeschi possano vivere e
abitare. Questi territori esistono solo ai confini del nostro impero. Pertanto, «L’ennemi, c’est
l’Allemagne». 118

Senza la marina – così temeva Churchill – l’Europa

173
sarebbe caduta «dopo un’improvvisa convulsione … nella
morsa di ferro del teutone e di tutto ciò che il sistema
teutonico comportava». Lloyd George ribadiva nelle sue
memorie la medesima argomentazione: «La nostra flotta
rappresentava l’unica garanzia della nostra indipendenza
… come ai tempi di Napoleone». 119 Perciò Robertson
esagerò soltanto un po’ quando, nel dicembre del 1916,
scrisse che «l’ambizione tedesca di creare un impero che si
estendeva per tutta l’Europa fino al mare del Nord e al
Baltico e all’Egeo, e forse al golfo Persico e all’oceano
Indiano, era nota da vent’anni [sic] o anche di più». 120
Se tutto ciò fosse stato vero, si potrebbe dire che Grey si
stava impegnando ad accontentare le potenze sbagliate. Le
intese con la Francia e la Russia avevano avuto un senso
quando erano state loro a minacciare l’impero; ma se nel
1912 la vera minaccia era chiaramente la Germania,
l’ipotesi di un’intesa con questo paese avrebbe dovuto
essere considerata più seriamente. E rimane un fatto
davvero sorprendente che i proclami allarmisti su un
progetto napoleonico tedesco fossero in netto contrasto
con la maggior parte delle informazioni che giungevano
allora dalla Germania. Si tratta di un punto finora
trascurato dagli storici. È vero che è impossibile stabilire la
qualità dell’intelligence militare sulla Germania, ma
Goschen era un buon osservatore e i rapporti dei consoli
britannici in territorio tedesco erano estremamente
dettagliati. Un’analisi nettamente migliore di quella offerta
da Crowe nel 1907 fu presentata da Churchill nel
novembre del 1909. Questi sostenne, quasi sicuramente
sulla base di tali rapporti, che la Germania fosse in realtà
caratterizzata da una grave debolezza fiscale (si veda infra,

174
cap. V). E questo era soltanto uno dei molti giudizi
specialistici dello stesso tenore. Allora perché Grey e la
maggior parte dei funzionari di alto rango del Foreign
Office e dello stesso stato maggiore generale continuavano
a paventare un progetto tedesco di ambizione napoleonica
che rappresentava una minaccia diretta per la Gran
Bretagna? È possibile quindi che esagerassero (se non
addirittura che inventassero) una tale minaccia al fine di
giustificare l’impegno militare nei confronti della Francia,
da essi favorito. In altre parole, proprio perché volevano
schierare la Gran Bretagna al fianco della Francia e della
Russia dovevano attribuire ai tedeschi grandiosi piani di
dominazione sull’Europa.
Il disimpegno continentale
Sarebbe tuttavia sbagliato concludere che la diplomazia
e i piani militari britannici rendessero inevitabile la guerra.
La realtà era infatti che l’impegno continentale della Gran
Bretagna – che esisteva chiaramente sul piano diplomatico
e su quello delle grandi linee strategiche – non esisteva sul
piano della politica parlamentare.
Fin dall’inizio la maggior parte dei membri del gabinetto
(per non parlare del parlamento) era stata tenuta all’oscuro
delle discussioni intavolate con i francesi. Come aveva
confidato a Paul Cambon il sottosegretario permanente
Sanderson, il concetto di un impegno militare a favore
della Francia «suscitava divergenze d’opinione»:
«Qualsiasi cosa di natura più definita sarebbe stata
immediatamente respinta dal governo». Fatto davvero
straordinario, come abbiamo visto, inizialmente persino il
primo ministro Campbell-Bannerman non ne fu informato,
e quando lo fu, espresse subito il suo timore che

175
«l’importanza assegnata ai preparativi congiunti … si
avvicinasse molto a un impegno d’onore». Pertanto,
Haldane doveva spiegare «chiaramente» al capo dello stato
maggiore generale Neville Lyttleton che «non ci sentivamo
assolutamente impegnati per il semplice fatto di essere
entrati in comunicazione». 121 La linea ufficiale del Foreign
Office nel 1908 era inequivocabile: «Se la Germania avesse
provocato le ostilità con la Francia, la questione
dell’intervento armato della Gran Bretagna sarebbe stata
di tale importanza che avrebbe dovuto essere decisa dal
gabinetto». 122 Come aveva sottolineato Hardinge nella sua
deposizione davanti alla sottocommissione del CID nel
marzo del 1909:
Non avevamo dato alcuna garanzia che avremmo aiutato [i francesi] sulla terraferma, e
l’unica cosa su cui i francesi potevano basare la speranza di un aiuto militare erano i colloqui
semiufficiali svoltisi tra l’attaché militare francese e il nostro stato maggiore generale.

Di conseguenza, la sottocommissione concluse che «nel


caso di un attacco della Germania contro la Francia,
l’opportunità di inviare una forza militare all’estero o di
basarsi esclusivamente sulle forze navali, è una questione
politica che può essere decisa, quando si presenterà
l’occasione, solo dal governo in quel momento in carica». 123
Lo stesso Asquith sottolineò questo punto quando definì il
CID un «semplice organo di consulenza» e ricordò ai suoi

membri che il governo non veniva «vincolato in alcun


modo da qualsiasi sua decisione». 124 Quando gli venne
chiesto quale fosse la natura dell’impegno inglese a favore
della Francia, Grey dovette rispondere con molta cautela
per evitare di utilizzare
parole che lasciassero supporre la possibilità in tutti questi anni di un accordo segreto, ignoto
al parlamento, che ci impegnasse a una guerra europea. Formulai con estrema attenzione la
risposta in modo da far capire che l’impegno preso nel 1904 [con la Francia] avrebbe potuto
[inserito a margine: in certe circostanze] non essere prolungato e avere conseguenze di più

176
ampia portata rispetto a quanto espressamente stabilito. 125

Analoghe negazioni su un impegno continentale


vincolante si fecero tanto più frequenti quanto più il
comportamento di Grey suscitava i sospetti della stampa
radicale e dei suoi colleghi di partito. In un articolo
pubblicato sul «Guardian» subito dopo il discorso tenuto
nel 1911 da Lloyd George alla Mansion House, il direttore
dell’«Economist» Francis W. Hirst preannunciò il
linguaggio di un successivo fiasco diplomatico definendo
«stravagante» immaginare un ministro britannico «che
chiede a milioni di suoi innocenti concittadini di sacrificare
la propria vita per una controversia continentale della
quale non sanno nulla e non si curano affatto». «Nation»
accusò Grey di trascinare il paese «sull’orlo di un conflitto
… per interessi non britannici» e di sottoporlo a «un
crudele ricatto da parte delle potenze associate». 126 Simili
sentimenti cominciarono a circolare anche nella nuova
commissione liberale per gli affari esteri creata da Arthur
Ponsonby e Noel Buxton nel novembre del 1911. 127 Nel
gennaio del 1912 la York Liberal Association – creatura
del parlamentare Arnold Rowntree – scrisse a Grey
manifestando la speranza che «il governo inglese faccia
tutti gli sforzi possibili per promuovere amicizia e buoni
rapporti» tra Gran Bretagna e Germania e denunciando
«l’azione aggressiva e ingiustificata della Russia in
Persia». 128
Ma fu all’interno del gabinetto che Gray dovette
affrontare l’opposizione più tenace. Per quanto ne
sapevano i ministri (se mai sapevano qualcosa), era stata
semplicemente presa in considerazione l’opzione di un
intervento militare e ne erano state esaminate le

177
implicazioni logistiche. Sarebbe stato il gabinetto, e non il
ministro, a prendere la decisione finale, e il governo nel
suo complesso rimaneva, per citare le parole di Grey,
«completamente libero». 129 Pertanto, a giudizio di Lord
Loreburn, l’intervento in una «controversia esclusivamente
francese» era inconcepibile, perché poteva essere decretato
soltanto (come disse lui stesso a Grey) con «una
maggioranza composta in larga misura di conservatori e
con un elevato numero di incaricati ministeriali schierati
contro di voi … Questo significherebbe che l’attuale
governo potrebbe non avere la forza di proseguire». 130
All’indomani del «consiglio di guerra» del CID tenutosi
nell’agosto del 1911, Lewis Harcourt e Sir Walter
Runciman, ministro dell’Agricoltura e della pesca,
convennero che l’idea di inviare truppe britanniche in
Francia nel caso di una guerra sarebbe stata una «follia
criminale». 131 Asquith, perenne banderuola, seguì questa
direzione del vento, avvertendo Grey che i colloqui militari
con la Francia erano «piuttosto pericolosi … specialmente
per la parte che riguardava l’aiuto britannico». 132 Solo con
grande difficoltà Grey riuscì a resistere alle pressioni che
intendevano proibire ulteriori colloqui militari anglo-
francesi. 133 All’inizio di novembre del 1911 fu
comprensibilmente sconfitto al gabinetto (con quindici
voti contrari e cinque favorevoli) quando il visconte
Morley, presidente della Camera dei Lord, sollevò
la questione dei colloqui che si tengono, o sono comunque permessi, tra lo stato maggiore
generale del ministero della Guerra e gli stati maggiori di paesi stranieri come la Francia in
relazione a una possibile cooperazione militare, senza che il gabinetto ne sia stato informato.

Asquith si affrettò a rassicurare Morley che «tutte le


questioni di politica sono state e debbono essere
considerate come decisione spettante al gabinetto» e che

178
«non rientra in alcun modo nelle funzioni degli ufficiali
dell’esercito e della marina giudicare tali questioni»; ma il
dibattito fu per Grey piuttosto sgradevole. 134 Sebbene
Haldane pensasse di essere uscito dalla riunione decisiva
«senza essere vincolato sui punti materiali», non fu questo
il modo in cui Asquith riassunse al re le conclusioni
raggiunte dal gabinetto:
Non dovrebbe avere luogo alcuna comunicazione tra lo stato maggiore generale e gli stati
maggiori di altri paesi che possa, direttamente o indirettamente, impegnare il nostro paese a
un intervento navale o militare … Tale genere di comunicazioni, nel caso riguardassero azioni
concertate per terra o per mare, non dovrebbero essere effettuate senza la previa
approvazione del gabinetto. 135

Grey fu costretto in modo umiliante a confermare alla


Camera dei Comuni: «Impegni come quelli che obbligano
il parlamento a cose di questo genere [ossia, l’intervento in
una guerra continentale] sono contenuti in trattati e
accordi che sono stati sottoposti all’esame di questa
Camera … Dal giorno in cui siamo entrati in carica non
abbiamo firmato un solo articolo segreto di qualsiasi
sorta». 136 Per l’opposizione, il ministro degli Esteri stava
battendo «in ritirata» e la sua politica era un «disastro». 137
Non sorprende quindi che l’attaché militare francese a
Berlino ritenesse che, in caso di guerra con la Germania, la
Gran Bretagna sarebbe stata di «pochissimo aiuto».
E il disastro non terminò qui. Nel luglio del 1912
Churchill (ora all’Ammiragliato) dovette confermare che la
divisione di responsabilità navali che concentrava la
marina francese nel Mediterraneo e la flotta britannica
nelle acque di casa non avrebbe «influito in alcun modo
sulla piena libertà d’azione di cui godevano entrambi i
paesi». 138 Queste disposizioni erano state
prese indipendentemente perché sono le migliori che gli interessi separati di ciascun paese

179
suggeriscono [sic] … Non sono il frutto di un accordo o di una convenzione navale … Negli
accordi navali o militari non deve esservi nulla che possa esporci … se, quando giungerà il
momento, decideremo di chiamarci fuori. 139

Non esisteva, come disse Harcourt in un’intervista


rilasciata al «Daily Telegraph» in ottobre, «alcuna alleanza
o accordo, attuale o implicito»; la politica britannica non
era sottoposta ad alcun «vincolo». 140 Il 24 marzo 1913
Asquith ripeté la formula ai Comuni:
Come è stato ripetutamente affermato, questo paese non è sottoposto ad alcun obbligo
non pubblico e non noto al parlamento che lo costringa a prendere parte a una guerra. In
altre parole, se scoppia una guerra tra le potenze europee, non esistono accordi non pubblici
che limitino o ostacolino la libertà del governo o del parlamento di decidere se la Gran
Bretagna dovrà prendervi parte. 141

In tali circostanze, Grey non aveva altra scelta se non


quella di informare con la maggiore delicatezza possibile i
governi di Parigi e di San Pietroburgo. A Sazonov
comunicò che il governo aveva «deciso di avere le mani
libere», anche se «un predominio della Germania sulla
politica del continente sarebbe per noi alquanto
sgradevole» (un’allusione nello stile tipico di Grey). 142 A
Cambon disse semplicemente che non esisteva «un
impegno che obbligasse entrambi i governi … a una
cooperazione in guerra». 143 I colloqui navali anglo-russi
comportavano un impegno ancora minore. In effetti, a
Londra aumentava il disagio per la brama russa di
concessioni non reciproche nel Vicino Oriente. 144 Come
Grey aveva detto a Cambon nel maggio del 1914: «Non
potevamo assumere un impegno militare con la Russia,
nemmeno in modo assolutamente ipotetico». L’11 giugno
1914 – pochi giorni prima dell’attentato di Sarajevo – Grey
dovette rassicurare nuovamente i Comuni sul fatto che
se scoppiasse una guerra tra le potenze europee, non esistono accordi non pubblici che
limiterebbero o ostacolerebbero la liberta del governo o del parlamento di decidere se la
Gran Bretagna debba prendervi parte. Non si stanno tenendo negoziati in tal senso e non c’è

180
motivo perché debbano essere avviati, per quel che mi consta. 145

Quindi veniva a mancare la sola giustificazione


plausibile per la strategia di Grey, ossia che avrebbe
dissuaso i tedeschi dall’attaccare la Francia. «Un’intesa tra
Russia, Francia e noi stessi sarebbe assolutamente sicura»,
aveva dichiarato poco dopo avere assunto l’incarico di
ministro degli Esteri. «Se è necessario controllare la
Germania, lo si può fare.» 146 Questo era stato il punto di
partenza per le dichiarazioni fatte da Grey, da Haldane e
persino dallo stesso re a diversi rappresentanti tedeschi nel
1912: la Gran Bretagna «non avrebbe potuto accettare in
nessuna circostanza che la Francia fosse sconfitta». 147 Tali
dichiarazioni sono state spesso considerate dagli storici alla
stregua di impegni categorici che i tedeschi furono folli a
ignorare. Ma la verità, come il governo tedesco non poteva
non capire, era che le intese non erano «assolutamente
sicure». L’opposizione all’impegno sul continente
all’interno del suo stesso partito aveva impedito a Grey di
fare passi concreti in direzione di un’alleanza formale con
la Francia (e forse anche con la Russia), appoggiata da
falchi della diplomazia come Mallet, Nicolson e Crowe e
sollecitata da Churchill nell’agosto del 1911. 148 Eppure,
solo un’alleanza sarebbe stata «assolutamente sicura».
Persino Crowe, nel febbraio del 1911, dovette ammettere
il fatto fondamentale … che l’intesa non è un’alleanza. In caso di emergenze supreme si
potrebbe scoprire che non ha alcuna sostanza. Perché un’intesa non è altro che un
atteggiamento mentale, una visione politica generale condivisa dai governi di due paesi, ma
che potrebbe essere o diventare talmente vaga da perdere ogni contenuto. 149

I francesi potevano anche sentirsi rassicurati al pensiero


che «l’Inghilterra sarebbe stata costretta dai propri
interessi ad appoggiare la Francia per impedire una sua
sconfitta». 150 Ma, sul piano politico, si basavano

181
unicamente su un’iniziativa personale di Grey – il Grey del
Whinchester College, del Balliol College e il Grey
pescatore – in forza della quale «nessun governo
britannico rifiuterebbe [alla Francia] aiuto militare e
navale se fosse ingiustamente minacciata e attaccata». 151
La realtà era che l’intervento britannico sarebbe stato
possibile solo se il ministro fosse riuscito a convincere la
maggioranza del gabinetto, cosa che non era stato in grado
di fare nel 1911. Se non ci fosse riuscito, Grey e l’intero
governo avrebbero probabilmente dovuto rassegnare le
dimissioni, e questo non avrebbe certo rappresentato
motivo di preoccupazione per i tedeschi. 152 Evidente
segno della frustrazione dei diplomatici fu il fatto che il 10
aprile 1912 Nicolson dicesse a Cambon: «Il gabinetto
radicalsocialista [sostenuto da] finanzieri, pacifisti, maniaci
e altri ancora … non durerà: ormai è spacciato; e con i
conservatori lei otterrà qualcosa di preciso». Uno sfogo
davvero sorprendente per un funzionario pubblico. 153
Nelle loro memorie i responsabili della politica estera
britannica negli anni 1906-1914 si sforzarono in ogni modo
per giustificare questa straordinaria miscela di impegno
strategico e diplomatico e di disimpegno pratico e
politico. 154 Ma le loro argomentazioni non sono
convincenti. A conti fatti, come ha sostenuto Rudolf
Steiner, l’incertezza della posizione britannica rese più
probabile l’eventualità di una guerra continentale anziché
allontanarla, in quanto incoraggiò i tedeschi a considerare
la possibilità di un attacco preventivo. 155 Ciò che la
politica inglese certamente non ottenne fu di rendere
inevitabile l’intervento della Gran Bretagna in tale guerra.
A malapena lo rese possibile.

182
IV

Armi e uomini
Una corsa alla guerra?
All’inizio del 1914 il segretario di Bethmann Hollweg,
Kurt Riezler, pubblicò con uno pseudonimo un libro
intitolato Grundzüge der Weltpolitik in der Gegenwart
(Caratteristiche della politica mondiale contemporanea),
nel quale sosteneva che il livello senza precedenti degli
armamenti in Europa era «probabilmente il problema più
controverso, urgente e difficile dell’epoca presente».
Sempre ben disposto a trovare spiegazioni della guerra che
riducessero al minimo l’importanza del fattore umano, Sir
Edward Grey si sarebbe in seguito dichiarato d’accordo
con questa tesi. «L’enorme crescita degli armamenti in
Europa», scrisse nelle sue memorie postbelliche, «e il
senso di insicurezza e paura provocato dalle armi: fu
questo a rendere inevitabile la guerra. Mi sembra questa la
lettura più veritiera della storia … l’autentico e definitivo
resoconto sulle origini della Grande guerra.» 1
Gli storici in cerca di grandi cause per grandi eventi
sono attratti dalla corsa prebellica agli armamenti intesa
come possibile spiegazione della prima guerra mondiale.
Come ha scritto David Stevenson, «un ciclo di preparativi
militari in costante aumento fu un elemento essenziale
della congiuntura che portò al disastro … La corsa agli
armamenti fu un presupposto necessario per lo scoppio
delle ostilità». 2 David Herrmann compie un passo
ulteriore: creando l’impressione che «le opportunità per
una guerra vittoriosa» si stessero riducendo, «la corsa agli
armamenti affrettò lo scoppio della prima guerra
mondiale». Se l’arciduca Francesco Ferdinando fosse stato

183
assassinato nel 1904 o anche nel 1911, ipotizza Herrmann,
forse il conflitto non sarebbe scoppiato; furono «la corsa
agli armamenti … e le congetture su guerre imminenti o
preventive» a fare del suo assassinio nel 1914 l’episodio
che scatenò la guerra. 3
Tuttavia, come riconoscono gli stessi Stevenson e
Herrmann, non esiste alcuna legge storica che stabilisca
che tutte le corse agli armamenti debbano sfociare in una
guerra. L’esperienza della Guerra fredda dimostra che una
corsa agli armamenti può dissuadere due blocchi di
potenze dall’entrare in conflitto e può concludersi con il
collasso finale di una delle due parti senza che sia
necessaria una conflagrazione di vasta portata. Viceversa,
gli anni Trenta del XX secolo dimostrano il pericolo di
non fare una corsa agli armamenti: se la Gran Bretagna e la
Francia avessero tenuto il passo del riarmo tedesco dopo il
1933, per Hitler sarebbe stato ben più difficile persuadere
i suoi generali a rimilitarizzare la Renania o a rischiare una
guerra per la Cecoslovacchia.
La chiave per comprendere la corsa agli armamenti
prima del 1914 sta nel fatto che uno dei due schieramenti
la perse, o credette di essere sul punto di perderla. Fu
proprio questa convinzione a convincere i suoi leader a
scommettere sulla guerra prima di rimanere troppo
indietro. Riezler sbagliava quando sosteneva che «quanto
più le nazioni si armano, tanto maggiore deve essere la
superiorità di una sull’altra, se il calcolo finisce con l’essere
a favore della guerra». Al contrario, il margine di
svantaggio deve essere estremamente esiguo – anzi, forse
soltanto un margine di svantaggio previsto – perché lo
schieramento uscito sconfitto dalla corsa agli armamenti

184
rischi una guerra. Il fatto paradossale è che proprio la
potenza che si ritrovava nella posizione di incipiente
sconfitta nella corsa agli armamenti – la Germania –, era la
potenza con la maggiore reputazione di eccessivo
militarismo.
«Dreadnought»
Indipendentemente dalle rivalità economiche e imperiali
discusse nei precedenti capitoli, il programma navale
tedesco è tradizionalmente considerato dagli storici la
causa principale del deterioramento delle relazioni anglo-
tedesche. 4 La risposta britannica, però, dimostrò ben
presto che questa sfida non aveva molte possibilità di
successo. Anzi, la vittoria britannica nella corsa agli
armamenti navali fu così completa che appare difficile
considerarla seriamente una causa dello scoppio della
prima guerra mondiale.
Nel 1900 il ministro della Marina, conte di Selborne,
aveva osservato mestamente che un’«alleanza formale con
la Germania» era «la sola alternativa a una marina sempre
più grande e a previsioni di spese sempre maggiori per il
suo mantenimento». 5 Ma nel 1902 aveva completamente
cambiato opinione, essendosi «convinto che la nuova
marina tedesca viene costruita in previsione di una guerra
contro di noi». 6 Era un giudizio perfettamente
comprensibile. Già nel 1896 il capitano di corvetta (in
seguito ammiraglio) Georg von Müller aveva dichiarato
con estrema chiarezza che l’obiettivo della Weltpolitik
tedesca era infrangere «il dominio britannico nel mondo
rendendo così disponibili i necessari possedimenti
coloniali agli Stati dell’Europa centrale che hanno bisogno
di espandersi». 7

185
Il programma navale di Tirpitz, tuttavia, non implicava
necessariamente una guerra. Lo scopo era in parte
difensivo, e niente affatto irragionevole, se si teneva conto
del pericolo di un blocco navale britannico nel caso di una
guerra con la Germania. 8 Anche la prevista capacità
offensiva della flotta tedesca era limitata. Al massimo,
Tirpitz aspirava a costruire una flotta abbastanza grande
(sessanta unità) da rendere inaccettabile per la marina
britannica il rischio di un conflitto anglo-tedesco. Come lo
stesso Tirpitz spiegò al Kaiser nel 1899, questo avrebbe
costretto la Gran Bretagna a «concedere a Vostra Maestà
una tale influenza sui mari da permettervi di condurre una
grandiosa politica d’oltremare», in altre parole, senza
alcuna lotta. 9
Insomma, la marina tedesca si pose come minaccia al
quasi monopolio esercitato dalla potenza navale britannica.
O meglio, avrebbe potuto farlo se fosse riuscita a portare a
termine il proprio programma di potenziamento senza che
a Londra nessuno se ne accorgesse. Mentre questo
programma era ancora in corso di attuazione, la Germania,
come osservò Bülow, era «come il baco prima che si
trasformi in farfalla». 10 Ma la crisalide era troppo
trasparente (persino i dilettanteschi servizi d’informazione
militare britannici erano in grado di individuare
l’allestimento di una corazzata, soprattutto se si trattava di
un’unità autorizzata dal Reichstag).
Nel 1905, con il completamento delle prime riforme
navali di Fisher, il direttore dei servizi d’informazione della
marina poteva fiduciosamente definire «schiacciante» la
«supremazia marittima» britannica sulla Germania. 11
Aveva più che ragione: il numero delle corazzate tedesche

186
passò da tredici a sedici tra il 1898 e il 1905, mentre la
flotta da guerra inglese aumentò da ventinove a
quarantaquattro unità. Questa proporzione non
manteneva lo standard di due potenze del 1889, ma era
sufficiente per tenere a bada la minaccia della sola
Germania. Anzi, ribadiva a Berlino la minaccia britannica
nei confronti della Germania, e questo spiega il panico che
si impadronì della capitale tedesca nel 1904-1905 per un
possibile attacco navale preventivo. 12 L’obiettivo
originario di Tirpitz era stato quello di raggiungere un
rapporto approssimativo di potenza navale tra Gran
Bretagna e Germania di 1,5 a 1. Come dimostra la tabella
7, non riuscì mai neppure ad avvicinarvisi.
La campagna orchestrata dalla stampa di destra
britannica nel 1909 voleva averne la certezza. Gli allarmisti
britannici – quelli che urlavano «We want eight and we
won’t wait» – erano convinti che l’obiettivo dei tedeschi
fosse accelerare il «ritmo» del rafforzamento navale in
modo che nel giro di pochi anni avrebbero posseduto più
dreadnoughts (corazzate) della Royal Navy. 13 In realtà, nel
1912 la Germania possedeva in tutto nove corazzate
rispetto alle quindici della Gran Bretagna. 14 Allo scoppio
della guerra, la Triplice intesa possedeva quarantatré
grandi navi da guerra, mentre le Potenze centrali appena
venti (si veda la tab. 8). 15
Tabella 7 – Rapporto fra il tonnellaggio da guerra della
Gran Bretagna e della Germania, 1880-1914.
1880 1890 1900 1910 1914

7,4 3,6 3,7 2,3 2,1

Fonte: Kennedy, Rise and Fall of the Great Powers, p. 261.

Tabella 8 – Forza navale delle potenze europee nel 1914.

187
Paese Personale Unità di grande stazza Tonnellaggio

Russia 54.000 4 328.000


Francia 68.000 10 731.000
Gran Bretagna 209.000 29 2.205.000

Totale 331.000 43 3.264.000

Germania 79.000 17 1.019.000

Austria-Ungheria 16.000 3 249.000


Totale 95.000 20 1.268.000

Fonte: Reichsarchiv, Weltkrieg, I serie, vol. I, pp. 38-39.

I tedeschi sapevano di essere stati sconfitti. Già nel


novembre del 1908 l’autorevole «Marine-Rundschau»
pubblicò un articolo anonimo in cui si faceva la seguente
ammissione:
La Gran Bretagna può essere sconfitta soltanto da una potenza che ottenga il controllo
permanente del mare britannico. Deve possedere una flotta non semplicemente di dimensioni
pari a quelle della Royal Navy, ma superiore per numero di corazzate. Chiusa tra la Francia e
la Russia, la Germania deve mantenere il più grande esercito del mondo … Naturalmente, è
al di là delle possibilità dell’economia tedesca mantenere nello stesso tempo una flotta che
possa superare quella britannica. 16

Quindi, alla domanda posta da Bülow nel 1909 –


«Quando potremo pensare con fiducia a una guerra contro
la Gran Bretagna?» – Tirpitz poté rispondere soltanto che
«in cinque o sei anni il pericolo sarà completamente
scomparso». Da questa deludente risposta Moltke
concluse che «non abbiamo alcuna possibilità di
combattere con successo una guerra con l’Inghilterra», e
perciò esortava a stipulare «un accordo onorevole» con
questo paese. 17 Il cosiddetto «consiglio di guerra» dei capi
militari convocato dal Kaiser nel dicembre del 1912 fu tale
solo nel nome. Sebbene Moltke fosse a favore della guerra
e sostenesse che «prima la si faceva, meglio era», Tirpitz
chiese altri diciotto mesi, perché la sua marina non era
ancora pronta. Come annotò nel suo diario l’ammiraglio

188
Müller, il risultato fu «praticamente uno zero».
Il mantenimento della supremazia marittima britannica
rafforzò la superbia dell’Ammiragliato. I timori tedeschi di
una nuova Copenaghen non erano semplici parti della
fantasia: nell’aprile del 1905 Fisher ribadì a Lord
Lansdowne che, con l’appoggio dei francesi, la marina
«poteva impadronirsi della flotta tedesca, del canale di Kiel
e dello Schleswig-Holstein nel giro di un paio di
settimane». Allo stesso modo, Fisher nutriva
un’incrollabile fiducia nella capacità britannica di imporre
un efficace blocco commerciale sulla Germania. «È una
cosa davvero singolare che la Provvidenza abbia fatto
dell’Inghilterra una sorta di gigantesco frangiflutti contro il
commercio tedesco», osservò Fisher nell’aprile del 1906.
«La nostra superiorità navale è così schiacciante che, il
giorno stesso in cui scoppia la guerra, possiamo
immediatamente “spazzare via” ottocento mercantili a
vapore tedeschi. Immaginatevi che colpo devastante per il
commercio e le finanze tedesche. Degno di Parigi!» 18 La
convinzione che una guerra si potesse decidere limitando
le importazioni tedesche di derrate alimentari era alquanto
diffusa nei circoli navali nel 1907. 19 È proprio questo il
motivo per cui, quello stesso anno, ci fu una tenace
opposizione alle risoluzioni delineate nella seconda
conferenza di pace dell’Aia per limitare l’uso del blocco in
tempo di guerra. 20 Come aveva spiegato nel dicembre del
1908 Sir Charles Ottley, ex capo della Naval Intelligence e
segretario del Comitato di difesa imperiale, l’opinione
dell’Ammiragliato era che
[in una guerra protratta] le macine della nostra potenza navale frantumerebbero (anche se
forse piuttosto lentamente) la popolazione tedesca «in minuscoli pezzetti»; prima o poi nelle
strade di Amburgo crescerebbe l’erba e sarebbero inflitte enormi distruzioni e rovine. 21

189
La superiorità britannica appariva talmente schiacciante
che devoti navalisti come Esher non riuscivano quasi a
immaginare che la Germania avrebbe potuto correre il
rischio di una guerra sui mari. 22 Tirpitz era ben conscio
del pericolo: nel gennaio del 1907 avvertì che il paese
avrebbe sofferto una grave carenza di derrate alimentari in
una guerra che, secondo i suoi calcoli, sarebbe durata
almeno un anno e mezzo. 23
Anche i politici britannici si rifiutarono di riconoscere la
legittimità di una sfida alla loro «supremazia assoluta» sul
mare. Per Haldane lo standard di due potenze era un sacro
dogma e l’aumento dei costi di mantenimento era colpa
della Germania, che voleva recuperare lo svantaggio. 24 Per
Churchill la marina britannica era una «necessità vitale»
dalla quale dipendeva la stessa «possibilità di esistere»
della Gran Bretagna, mentre la marina tedesca era
semplicemente un «lusso», il cui scopo non poteva essere
altro che l’«espansione»: una vera follia, se si
consideravano i piani di blocco britannici. 25 Dopo essere
passato all’Ammiragliato nell’ottobre del 1911, Churchill
alzò addirittura la posta aspirando a mantenere un nuovo
«standard del 60 per cento … in rapporto non solo alla
Germania ma anche al resto del mondo». 26 «La Triplice
alleanza sta per essere scavalcata dalla Triplice intesa», si
vantò con Grey nell’ottobre del 1913. 27 «Perché», chiese
bruscamente il mese seguente, «si dovrebbe supporre che
non siamo in grado di sconfiggere [la Germania]? Un
esame della potenza relativa delle flotte pronte alla
battaglia ci farà sentire al sicuro.» 28 Nel 1914, come
ricordava ancora Churchill, «la rivalità navale aveva
cessato di essere una causa di attriti … Stavamo

190
procedendo imperterriti … ed era certo che non avremmo
potuto essere superati». 29 Persino Asquith ammise in
seguito che «la competizione sulle spese navali non era in
se stessa un motivo concreto di immediato pericolo.
Eravamo determinati a mantenere il nostro necessario
predominio sul mare ed eravamo perfettamente in grado di
tradurre in pratica questa determinazione». 30 In
un’intervista rilasciata al «Daily Mail» nel gennaio del 1914
Lloyd George si spinse ancora più in là, dichiarando
chiusa la corsa agli armamenti navali:
I rapporti con la Germania sono infinitamente più amichevoli ora di quanto lo siano stati
da parecchi anni a questa parte … La Germania non ha nulla che si avvicini anche solo
lontanamente allo standard di due potenze … È per questo che sono convinto che, se anche
la Germania avesse avuto l’idea di sfidare la nostra supremazia sul mare, le esigenze
dell’attuale situazione l’hanno completamente dissuasa. 31

La fiducia dei navalisti britannici nella superiorità della


loro marina risulta chiaramente anche dal modo in cui
giudicavano la minaccia di un’invasione tedesca, l’incubo
preferito degli allarmisti. Il Comitato di difesa imperiale
non si lasciò persuadere dall’allarmistico rapporto stilato
da Robertson nel 1903 (si veda supra, cap. I); e anche un
documento redatto dallo stato maggiore generale nel 1906
esprimeva scetticismo sulla possibilità di un’invasione
tedesca. 32 Quando, nel 1907 (in risposta all’ammissione
pubblica di Lord Roberts su una «minaccia» di invasione),
venne creata una sottocommissione del CID per esaminare la
questione, il suo rapporto giungeva alla seguente,
inequivocabile conclusione: «L’idea che la Germania possa
assicurarsi il controllo del mare del Nord per un periodo
sufficientemente lungo da permettere il passaggio senza
ostacoli di mercantili deve essere considerata del tutto
impraticabile». 33 E quando, nel 1914, la possibilità di

191
un’invasione tedesca venne nuovamente discussa, non
apparve più probabile. 34 Ed era proprio così, perché i
tedeschi avevano abbandonato l’idea già più di dieci anni
prima. 35
La finestra che si chiude
I tedeschi avevano un analogo svantaggio sulla
terraferma, soprattutto dopo la stipulazione dell’alleanza
franco-russa. Ma già prima l’esperienza della disperata
resistenza francese dopo la sconfitta di Sedan nel 1870
aveva convinto Helmuth von Moltke che, in caso di una
guerra contro entrambe le potenze, la Germania «non
poteva sperare di sbarazzarsi rapidamente di un nemico
con una rapida offensiva, che la lasciasse libera di
affrontare il secondo nemico». 36 Il suo allievo Colmar von
der Goltz ribadì questo giudizio nel suo libro Das Volk in
Waffen (La nazione in armi), nel quale sosteneva che «la
guerra del prossimo futuro dovrà perdere parte
dell’elemento di mobilità che ha caratterizzato in larga
misura le nostre ultime campagne». 37 La conferma
probabilmente più drastica del fatto che i tempi delle
guerre brevi e limitate erano terminati giunse nel 1895 per
bocca dell’ufficiale del commissariato dello stato maggiore
Köpke. In un memorandum segreto (il cui originale è
andato perduto) prevedeva che, nel caso di una guerra su
due fronti,
anche con lo spirito più offensivo non si potrà realizzare altro che una sfiancante e sanguinosa
avanzata passo per passo – talvolta per mezzo di un normale attacco in stile assedio – per
ottenere lentamente qualche vantaggio … Non possiamo aspettarci rapide e decisive vittorie.
L’esercito e il paese devono abituarsi subito a questo fatto per evitare che si diffonda un
allarmante pessimismo fin dall’inizio della guerra … La guerra di posizione, i combattimenti
su lunghi fronti di campi fortificati, l’assedio di grandi fortezze: tutto ciò deve essere portato a
termine con successo. Altrimenti non riusciremo a riportare alcuna vittoria contro i francesi.
È sperabile che non ci manchi la necessaria preparazione intellettuale e materiale e che, nel
momento decisivo, saremo ben addestrati ed equipaggiati per questa forma di

192
combattimento. 38

L’analisi di Köpke si basava in larga misura sul modo in


cui erano state utilizzate le trincee nella guerra russo-
giapponese. La convinzione che le fortificazioni russe
fossero inferiori a quelle francesi e che la capacità di
mobilitazione della Russia fosse più lenta spinse Moltke e
Waldersee a scegliere di attaccare per prima la Russia se
fosse scoppiata la guerra. 39
Com’è noto, subentrando nel comando a Waldersee,
Alfred von Schlieffen cercò di risolvere il problema delle
difese francesi aggirandole e attaccando la Francia da
nord. Già nel 1897 aveva elaborato un piano di avanzata
rapida attraverso il Lussemburgo e il Belgio; nel 1904-1905
aveva definito le linee generali di un grande movimento di
aggiramento, che ora passava anche attraverso l’Olanda; e
nel dicembre del 1905, alla vigilia del ritiro a vita privata,
terminò la sua celebre Grosse Denkschrift (Grande
promemoria), in cui prospettava una massiccia offensiva
con circa i due terzi dell’esercito tedesco (trentatré
divisioni e mezzo) attraverso il Belgio e l’Olanda per
penetrare nella Francia settentrionale. L’Alsazia-Lorena e
la Prussia orientale dovevano essere difese con il minimo
delle forze: una sola divisione sarebbe rimasta in Prussia a
contrapporsi all’attesa avanzata russa. L’obiettivo era
addirittura l’«annientamento» (Vernichtung) dell’esercito
francese in sei settimane, dopo il quale qualsiasi forza
nemica che fosse penetrata nel territorio tedesco vi sarebbe
rimasta intrappolata. 40
Tuttavia, in questo piano, già al tempo della sua stesura
e fino allo scoppio della guerra nel 1914, c’era un errore di
fondo: otto delle divisioni che Schlieffen intendeva

193
utilizzare non esistevano. Gli storici conoscono da tempo
le tesi contrarie all’aumento delle dimensioni dell’esercito
all’interno dell’establishment militare: Kehr le espose in
dettaglio già nel 1920. 41 Come ha scritto Stig Förster, in
Germania c’era un «doppio militarismo», o meglio,
c’erano due militarismi: un militarismo reazionario,
«tradizionale, prussiano, conservatore», «dall’alto», che
aveva dominato tra il 1890 e il 1905, e un militarismo
«borghese», «dal basso», che «tendeva alla destra radicale»
e che avrebbe trionfato dopo il 1905. 42 Secondo il primo
tipo di militarismo, l’obiettivo essenziale era, come aveva
detto Waldersee nel 1897, «mantenere integro
l’esercito». 43 In poche parole, questo significava
mantenere al 60 per cento la percentuale di ufficiali
provenienti da famiglie aristocratiche e anche quella dei
sottufficiali provenienti da zone rurali, in modo da
escludere i «democratici e altri elementi inadatti
all’ambiente [militare]», contro i quali si sarebbe in seguito
scagliato il ministro delle Guerra prussiano Karl von
Einem. 44 Sotto questo profilo, i militari conservatori
potevano far causa comune con Tirpitz e gli altri
sostenitori di una grande flotta da guerra tedesca. I
successivi ministri della Guerra non esitarono ad accettare
la subordinazione dell’esercito alla marina relativamente
agli aumenti di bilancio della difesa e ad approvare una
modesta crescita delle dimensioni dell’esercito. Tra il 1887
e il 1889 la forza in tempo di pace dell’esercito tedesco era
di circa 468.400 uomini. Nei sette anni successivi era
aumentata solo fino a 557.430 uomini, malgrado due
tentativi di introdurre la coscrizione obbligatoria (che nel
1890 avrebbe assicurato un aumento di 150.200 uomini).

194
Si trattò quindi di aumenti estremamente modesti: nel
1904 la forza in tempo di pace ammontava appena a poco
più di 588.000 uomini (si veda fig. 1). Forse la conferma
più convincente dei limiti del militarismo tedesco sta
proprio nel conservatorismo dello stesso esercito tedesco.
Tuttavia, nel dicembre del 1912 – circa vent’anni dopo il
fallimento del tentativo del cancelliere del Reich Caprivi di
imporre la coscrizione obbligatoria – all’interno
dell’esercito molte cose erano cambiate, nonostante tutti
gli sforzi dei conservatori. Senza dubbio, la percentuale di
generali provenienti da famiglie aristocratiche era
diminuita di pochissimo, e il corpo degli ufficiali di grado
superiore continuava a essere formato dai vari von Bülow e
von Arnim. 45 Ma la percentuale complessiva degli ufficiali
provenienti da famiglie aristocratiche era scesa dal 65 al 30
per cento. Il cambiamento era particolarmente evidente
nello stato maggiore generale, che nel 1913 era composto
per il 70 per cento da non aristocratici, con alcuni
dipartimenti (in particolare l’importante Sezione
ferroviaria) formati quasi interamente da elementi di
estrazione borghese. 46 Qui lo spirito era più tecnocratico
che conservatore e la preoccupazione principale
riguardava più i nemici esterni che quelli interni, in
particolare la minaccia rappresentata dall’esercito francese
e da quello russo. La figura più dinamica della nuova
«meritocrazia» militare era Erich Ludendorff, il quale già
nel luglio del 1910 aveva dichiarato che «ogni Stato
coinvolto nella lotta per la propria sopravvivenza deve
usare tutte le sue forze e tutte le sue risorse». 47 Nel
novembre del 1912 aveva sostenuto la necessità di
introdurre la coscrizione generale con parole che

195
riecheggiavano lo spirito dell’epoca delle guerre di
liberazione: «Dobbiamo diventare nuovamente un popolo
in armi». 48 Il «Grande memorandum» redatto da
Ludendorff nel dicembre del 1912 chiedeva di mandare
sotto le armi un ulteriore 30 per cento degli uomini
dichiarati idonei (portando il tasso di leva dal 52 all’82 per
cento, vale a dire allo stesso livello dell’esercito francese),
con un aumento complessivo di 300.000 reclute in due
anni. 49 Persino Bethmann Hollweg sembrò persuaso:
«Non possiamo permetterci di trascurare qualsiasi recluta
che possa portare un elmetto», dichiarò. 50 Per i militari
conservatori all’interno del ministero della Guerra le
connotazioni radicali del piano di Ludendorff erano
perfettamente chiare. Il generale Franz von Wandel replicò
piccato: «Se voi continuate a fare simili richieste, porterete
il popolo tedesco [sull’orlo] della rivoluzione». 51 Quando,
durante il «consiglio di guerra» del dicembre 1912, il
Kaiser sembrò appoggiare l’idea di un nuovo disegno di
legge per l’esercito, il ministro della Guerra Josias von
Heeringen si oppose «perché l’intera struttura dell’esercito
– istruttori, caserme, eccetera – non sarebbe in grado di
accogliere nuove reclute». Anzi, Heeringen giunse
addirittura a scagliarsi contro «i dubbi … sulla nostra
potenza bellica» sorti in alcuni «settori dell’esercito» per
«la propaganda della Lega dell’esercito e dei
pangermanici». 52 Denunciando il piano del capo dello
stato maggiore come un tentativo di «democratizzazione»
dell’esercito, riuscì a far degradare Ludendorff al comando
di un reggimento e lui stesso preparò un nuovo disegno di
legge che prevedeva un aumento di soli 117.000 uomini. 53
Figura 1 – La forza in tempo di pace dell’esercito tedesco, 1874-1914.

196
Nota: La figura non comprende il Landwehr (milizia territoriale).
Fonte: Förster, Der doppelte Militarismus.

Ma Ludendorff aveva ragione. I disegni di legge del


1912 e del 1913 incrementarono la forza in tempo di pace
dell’esercito tedesco fino a 748.000 uomini. Le forze russe
e francesi, però, erano aumentate ancora più rapidamente
negli anni precedenti. Nel 1913-1914 gli eserciti francese e
russo potevano contare su una forza complessiva in tempo
di pace di 2.170.000 uomini, in confronto a una forza
complessiva austro-tedesca di 1.242.000 uomini: c’era
quindi uno scarto di 928.000 uomini. Nel 1912 lo scarto
era stato di 794.665 uomini, e nel 1904 di appena 260.982
unità. 54 Ciò significava che l’esercito tedesco, al livello
massimo degli effettivi in tempo di guerra, poteva contare
su 2.150.000 uomini, ai quali potevano essere aggiunti 1,3
milioni di soldati degli Asburgo, mentre le forze congiunte
di Serbia, Russia, Belgio e Francia ammontavano a 5,6
milioni di soldati (cfr. tab. 9). 55
L’aumento del divario era visibile anche in termini di

197
cifre totali di richiamati nel 1913-1914, rispettivamente
585.000 e 383.000. Secondo lo stato maggiore tedesco, in
Francia veniva arruolato l’83 per cento degli idonei al
servizio militare, in confronto al 53 per cento in Germania
(cfr. tab. 10). 56
È vero che in Russia veniva arruolato ogni anno solo il
20 per cento degli idonei al servizio, ma, data l’enorme
vastità della popolazione russa, per Berlino era una magra
consolazione. 57 Come aveva detto lo stesso Schlieffen nel
1905: «Continuiamo a vantarci dell’elevata densità della
nostra popolazione, ma queste masse non sono addestrate
e armate in modo adeguato». 58 E sette anni più tardi
Bernhardi commentò: «Sebbene l’Impero tedesco abbia 65
milioni di abitanti in confronto ai 40 milioni della Francia,
questo surplus di popolazione rappresenta un capitale
inerte, a meno che un corrispondente numero di reclute sia
arruolato ogni anno e che in tempo di pace siano
predisposti i meccanismi per attuare una tale
organizzazione». 59 «Farò quel che posso», disse Moltke al
suo collega austriaco, barone Franz Conrad von
Hötzendorf, nel maggio del 1914. «Non abbiamo una
superiorità sui francesi.» 60
Tabella 9 – Le forze militari degli Stati europei nel 1914.
Paese Forza in tempo di Coloniali Forza in tempo di Divisioni di Divisioni di
pace guerra fanteria cavalleria

Russia 1.445.000 3.400.000 114.5 36


Serbia 52.000 247.000 11.5 1
Montenegro 2000

Francia 827.000 157.000 1.800.000 80 10


Gran 248.000 190.000 6 1
Bretagna
Belgio 48.000 117.000 6 1

198
Totale 2.622.000 347.000 5.564.00 218 49


Germania 761.000 7000 2.147.000 87.5 11

Austria- 478.000 1.338.000 49.5 11


Ungheria
Totale 1.239.000 7000 3.485.000 137 22

Fonte: Reichsarchiv, Weltkrieg, I serie, vol. I, pp. 38-39.

La figura 2 riassume il problema, mostrando quanto


fossero più grandi gli eserciti uniti di Russia e Francia alla
vigilia della guerra rispetto a quelli della Germania e
dell’Austria-Ungheria. In termini di divisioni (e
«divisione» corrisponde a entità diverse in paesi diversi) la
situazione risultava addirittura peggiore. 61
Tabella 10 – Potenziali militari degli Stati europei nel 1914.
Paese Popolazione Popolazione Uomini in Uomini addestrati Percentuale di
delle colonie età di leva (esclusa la marina) uomini addestrati

Russia 164.000.000 17.000.000 6.000.000 35


Serbia 4.000.000 440.000

Montenegro 400.000 60.000


Francia 36.600.000 57.700.000 5.940.000 5.067.000 85
Gran 46.000.000 434.000.000 6.430.000 248.000 4-8
Bretagna
Belgio 7.500.000 17.500.000
Totale 258.500.000 509.200.000

Germania 67.000.000 12.000.000 9.750.000 4.900.000 50


Austria- 51.000.000 6.120.000 3.000.000 49
Ungheria
Totale 118.000.000 12.000.000

Fonte: Reichsarchiv, Weltkrieg, I serie, vol. I, pp. 38-39.


Figura 2 – Gli eserciti delle quattro principali potenze europee, 1909-1913.

199
Nota: I dati relativi all’Austria-Ungheria nel 1913 sono tratti da un’altra fonte perché quella utilizzata
da Herrmann (von Loebbels Jahresberichte) non li riporta.
Fonte: Herrmann, Arming of Europe, p. 234.

Tabella 11 – Totale del personale militare (esercito e


marina) come percentuale della popolazione delle cinque
grandi potenze,
1890-1913/1914.
1890 1900 1910 1913-1914

Russia 0,58 0,86 0,81 0,77


Francia 1,42 1,84 1,95 2,29
Russia + Francia 0,79 1,08 1,03 1,05

Gran Bretagna 1,12 1,52 1,27 1,17


Russia + Francia + Gran Bretagna 0,85 1,16 1,08 1,07
Germania 1,02 0,94 1,08 1,33

Austria-Ungheria 0,81 0,82 0,84 0,85

Germania + Austria-Ungheria

200
0,93 0,89 0,97 1,12

Italia 0,95 0,79 0,94 0,98

Nota: Le cifre sulla popolazione riportate da Kennedy riguardano il 1913, mentre quelle del personale
il 1914.
Fonte: Kennedy, Rise and Fall of the Great Powers, pp. 255 e 261.

Come mostra la tabella 11, la società più militarizzata


nell’Europa prebellica era senza alcun dubbio quella
francese, dove il 2,29 per cento della popolazione era
nell’esercito o nella marina. La legge dei tre anni di servizio
militare, approvata nel luglio del 1913, rafforzò
semplicemente una tendenza già in atto da lungo tempo. 62
Seguiva la Germania (1,33 per cento), ma la Gran
Bretagna non era molto indietro (1,17 per cento). Queste
cifre confermano che Norman Angell aveva ragione
quando scriveva che i tedeschi «erano ritenuti (detto per
inciso, in modo del tutto erroneo) la nazione più
militarizzata d’Europa». 63
Le cifre, naturalmente, non sono tutto. È vero che,
qualora si tenga conto di altri fattori (in particolare la
percentuale di ufficiali e sottufficiali e la quantità di
armamenti rispetto al numero degli arruolati), il divario
risulta meno netto. Nell’esercito tedesco il dibattito tra
conservatori e radicali riguardava tanto la tecnologia
militare quanto il numero degli effettivi. Si discutevano
questioni come l’utilità della cavalleria o la necessità di una
migliore artiglieria da campo e di equipaggiare i soldati
con mitragliatrici. I radicali presenti all’interno dello stato
maggiore generale si distinguevano in particolare per
l’importanza che assegnavano al ruolo delle linee
ferroviarie.
Senza dubbio, da questo punto di vista erano stati fatti
grandi passi in avanti. Nel 1870 erano occorsi ventisette

201
giorni per mobilitare l’esercito prussiano contro la Francia;
nel 1891 la mobilitazione tedesca entro i confini del Reich
si effettuava ancora nell’arco di cinque diverse fasce orarie.
Nei decenni successivi lo stato maggiore generale si
impegnò a migliorare questa situazione. Anche se i suoi
compiti comprendevano esercitazioni sulla carta,
tracciatura di mappe, insegnamento della storia militare e
«cavalcate» in campagna, 64 era responsabilità dello stato
maggiore generale elaborare e perfezionare il Piano di
trasferimento militare, l’importantissimo quinto stadio
della mobilitazione tedesca. In una delle ultime versioni
del suo piano, Schlieffen aveva preso la battaglia di Canne
come modello per una futura «guerra di annientamento»
contro la Francia; ma spettò a tecnocrati come Wilhelm
Groener il compito di ideare il modo di portare l’esercito
tedesco sul campo di battaglia decisivo nel momento
migliore. Qui la conoscenza dei classici contava meno della
conoscenza della rete ferroviaria e degli orari. Alla vigilia
della guerra il Piano di trasferimento militare avrebbe
dovuto essere effettuato in trecentododici ore, con
l’impiego di undicimila convogli per spostare due milioni
di uomini, seicentomila cavalli e tutti i rifornimenti
necessari. 65
Nonostante questo notevole miglioramento della
logistica, i tedeschi non potevano sentirsi soddisfatti. Oltre
ai soldati e all’artiglieria russa, nel 1914 un altro motivo di
ansia per Berlino erano le ferrovie russe. 66 A questi timori
aveva dato particolare risalto la deposizione di Groener
alla Commissione bilancio del Reichstag nell’aprile del
1913, in cui aveva sostenuto che dal 1870 in poi la
Germania era rimasta indietro rispetto alla Francia e alla

202
Russia nella costruzione di linee ferroviarie. 67 Era vero.
Tra il 1900 e il 1914 il numero di treni che in un giorno si
potevano inviare a ovest dalla Russia era salito da duecento
a trecentossessanta. Nel settembre del 1914 i russi
intendevano introdurre un nuovo piano di mobilitazione
(Piano 20), che avrebbe ridotto da trenta a diciotto giorni
il tempo necessario a schierare settantacinque divisioni di
fanteria. 68
Non c’è dubbio che i tedeschi avessero in qualche modo
sopravvalutato il nemico. I russi erano certamente
numerosi, ma equipaggiati malissimo. I francesi,
nonostante tutto il loro impegno militare, erano ostacolati
da una strategia letteralmente folle: il Piano XVII, vale a
dire l’offensiva in Alsazia-Lorena elaborata da Joffre e
approvata nel 1913, si reggeva sul presupposto che
l’attacco (nella forma di cariche di cavalleria e di avanzate
in ordine serrato alla baionetta) fosse la migliore difesa. 69
In particolare, i generali francesi, convinti che, come aveva
detto nel 1904 l’esperto di artiglieria Hyppolite Langlois,
«la costante crescita della potenza dell’artiglieria facilita
sempre gli attacchi», sprecarono nei primi mesi di guerra
una tale quantità di uomini da rischiare di consegnare la
vittoria nelle mani dei tedeschi. 70 Con ancora maggior
miopia, i francesi non fecero alcun serio tentativo per
impedire che la regione economicamente vitale di Briey
(da cui provenivano quasi i tre quarti di tutta la
produzione francese di ferro) cadesse in mano nemica. 71
D’altro canto, è sbagliato pensare che i timori tedeschi
di un relativo declino militare fossero privi di fondamento.
Appare sempre più evidente che chi conosceva bene la
situazione dello stato maggiore generale si rendesse

203
perfettamente conto che il Piano Schlieffen non poteva
essere attuato nel modo in cui lo si era inteso in origine.
Per resistere alla prevista offensiva francese in Lorena,
Moltke pensava che fosse necessario spostare un certo
numero di truppe dall’ala destra (che avrebbe dovuto
circondare Parigi) e incanalare l’avanzata attraverso il solo
Belgio, lasciando intatta l’Olanda, nonché utilizzare l’VIII
armata nell’offensiva iniziale contro la Russia per aiutare
gli austriaci. Così come era concepito, il piano del 1914
non avrebbe quasi certamente consentito l’annientamento
dell’esercito francese, soprattutto perché nessun esercito
avrebbe potuto marciare così velocemente e così in
profondità come ci si aspettava che facesse la I armata
sull’estrema ala destra (addirittura 483 chilometri in un
solo mese) senza soccombere alla stanchezza. 72 Forse è
proprio questo il motivo per cui Moltke decise di evitare
l’Olanda, in modo che potesse continuare a servire come
passaggio neutrale per le importazioni tedesche. Già nel
gennaio del 1905 Moltke aveva avvertito il Kaiser che non
si poteva vincere una guerra contro la Francia «in una sola
battaglia decisiva; sarà invece una lotta lunga e spossante
con un paese che non si arrenderà prima che l’energia di
tutto il suo popolo sia completamente esaurita. Anche il
nostro verrà sottoposto a sforzi sovrumani, persino se ne
uscissimo vittoriosi». Quest’analisi era stata confermata da
un rapporto del Terzo dipartimento dello stato maggiore
generale nel maggio del 1910. Moltke e Ludendorff
avevano addirittura scritto al ministero della Guerra nel
novembre del 1912 il seguente avvertimento:
Dovremo essere pronti a combattere una lunga campagna con molte dure e protratte
battaglie finché non avremmo sconfitto uno dei nostri nemici; il consumo e l’usura delle
nostre risorse aumenteranno perché dovremo vincere in diversi teatri sia a ovest sia a est, uno

204
dopo l’altro … combattendo in inferiorità contro forze numericamente superiori. La necessità
di disporre di enormi quantità di munizioni per un lungo periodo di tempo sarà una priorità
assoluta. 73

Era già la seconda volta che chiedevano di aumentare la


riserva di munizioni. Il 14 maggio 1914 Moltke avvertì
esplicitamente il segretario di Stato per gli Interni
Delbrück che «una guerra probabilmente lunga su due
fronti può essere affrontata solo da un popolo
economicamente forte». 74
Gli storici si sono spesso chiesti perché i leader politici e
militari tedeschi fossero così pessimisti negli anni
immediatamente precedenti la prima guerra mondiale. Nel
1909, per esempio, Tirpitz temeva un attacco lampo della
marina britannica contro la sua flotta; mentre l’incubo di
Schlieffen, ormai in pensione, era «un attacco concentrato
contro le Potenze centrali» da parte di Francia, Russia,
Gran Bretagna e Italia:
A un dato momento, si abbasseranno i ponti levatoi, si apriranno le porte e si
scateneranno eserciti di milioni di uomini, che infurieranno e distruggeranno tutto, attraverso
i Vosgi, la Mosa, il Niemen, il Bug e persino l’Isonzo e le Alpi tirolesi. Il pericolo appare
gigantesco. 75

Già dal 1905 anche lo stesso Moltke sapeva che «la


Gorgone della guerra sogghignava» contro di lui. Nel suo
diario scrisse: «Viviamo tutti sotto una sordida pressione
che uccide la gioia per i risultati ottenuti, e quasi mai
possiamo dare inizio a qualcosa senza sentire una voce
interiore che dice: “A che serve? È tutto vano!”». 76 Per
Moltke, anche nel momento in cui lanciò l’offensiva
tedesca, la guerra era «la dilaniazione reciproca delle
nazioni civilizzate d’Europa» e la «distruzione della civiltà
in quasi tutta l’Europa per decenni a venire». 77 «La
guerra», dichiarò addolorato dopo il suo fallimento e le
dimissioni nel settembre del 1914, «dimostra come le

205
epoche di civiltà si susseguano in modo progressivo, come
ogni nazione debba adempiere al suo compito prestabilito
nello sviluppo del mondo … Se in questa guerra la
Germania fosse annientata, ciò significherebbe la
distruzione della vita intellettuale tedesca, da cui dipende
l’ulteriore sviluppo dell’umanità, e della cultura tedesca;
l’intero sviluppo dell’umanità verrebbe interrotto nel
modo più disastroso immaginabile.» 78 Lo stesso fatalismo
caratterizza le successive dichiarazioni di Conrad,
l’omologo austriaco di Moltke. 79 Persino un tenace
militarista come Bernhardi dovette sforzarsi per dare un
senso razionale all’eventualità di una sconfitta «nella
prossima guerra»: «Anche la sconfitta può dare buoni
frutti». 80 Questo fu esattamente ciò che disse il generale
Erich von Falkenhayn, successore di Moltke, il 4 agosto
1914: «Anche se ne usciremo rovinati, sarà pur sempre
stato bellissimo [Wenn wir auch darüber zugrunde gehen,
schön war’s doch]». 81 Alla vigilia della guerra i vertici
militari tedeschi non si sentivano forti ma deboli.
E non soltanto i vertici militari. Nessuno, infatti, era più
pessimista del cancelliere del Reich Bethmann Hollweg.
Come ammise nel 1912, era «gravemente preoccupato per
la nostra forza relativa in caso di guerra. Bisogna avere una
profonda fede in Dio e contare sulla rivoluzione russa
come su una nostra alleata per riuscire a prendere
sonno». 82 Nel giugno del 1913 disse inoltre di sentirsi
«nauseato dalla guerra, dalla brama di guerra e dall’eterno
armamento. È giunto il momento che le grandi nazioni si
calmino nuovamente, altrimenti ci sarà un’esplosione che
nessuno merita e che danneggerà tutti». 83 Al leader
liberalnazionale Bassermann disse «con fatalistica

206
rassegnazione: “Se scoppierà la guerra con la Francia, gli
inglesi marceranno contro di noi fino all’ultimo uomo”». 84
Il suo segretario, Kurt Riezler, annotò nel proprio diario,
in data 7 luglio 1914, alcune sue meditazioni:
Il cancelliere si aspetta che una guerra, quale che sia il suo esito, provocherà lo
sradicamento di tutto ciò che esiste. Il mondo attuale è molto antiquato, senza idee … Una
fitta nebbia avvolge la gente. Lo stesso in tutta Europa. Il futuro appartiene alla Russia, che
continua a crescere senza posa e incombe su di noi come un incubo sempre più terrificante. Il
cancelliere è molto pessimista sulla situazione intellettuale della Germania. 85

Il 20 luglio Bethmann Hollweg tornò sul tema della


Russia: «Le rivendicazioni della Russia crescono insieme
alla sua forza enormemente esplosiva … Nel giro di pochi
anni non potrà più essere tenuta sotto controllo,
soprattutto se persiste l’attuale costellazione europea».
Una settimana più tardi disse a Riezler di sentire che «un
destino [Fatum] più possente del potere umano incombeva
sull’Europa e sul nostro popolo». 86 Quest’atmosfera quasi
disperata, che gli storici della cultura talvolta attribuiscono
a un’eccessiva diffusione e influenza delle opere di
Nietzsche, Wagner e Schopenhauer, appare più
comprensibile quando si tiene conto delle realtà militari
dell’Europa nel 1914.
Ciò che rendeva più convincente l’analisi tedesca di un
declino strategico era la situazione ancora peggiore in cui
versavano gli eserciti dei suoi alleati. Nel febbraio del 1913
Conrad aveva avvertito Moltke che se l’«inimicizia» tra
l’Austria-Ungheria e la Russia avesse assunto «l’aspetto di
uno scontro razziale»
non potremo certo aspettarci che i nostri slavi, i quali costituiscono il 47 per cento della
popolazione, manifestino entusiasmo per una lotta contro i loro consanguinei. Attualmente
l’esercito è permeato dalla sensazione di essere storicamente unico e di essere tenuto insieme
dal cemento della disciplina … ma è dubbio che sarà vero anche in futuro. 87

Non era certo rassicurante. Già nel gennaio del 1913 lo

207
stato maggiore generale cominciò a prendere in
considerazione la «necessità che la Germania debba
difendersi da sola contro Francia, Russia e Inghilterra». 88
In realtà, fu l’Austria-Ungheria a dover combattere
praticamente senza aiuti nelle fasi iniziali della guerra, dato
che il Piano Schlieffen prevedeva lo spiegamento della
maggior parte dell’esercito tedesco a ovest. Con un
capolavoro di tipica inettitudine asburgica, Conrad
inizialmente inviò in Serbia quattro delle sue dodici
divisioni di riserva. Ma dovette richiamarle in Galizia
quando divenne chiaro che l’VIII armata tedesca non lo
avrebbe aiutato contro i russi. 89
Inoltre, l’incompetenza dell’esercito e della marina
italiani era già stata evidenziata in occasione della facile
invasione di Tripoli nel 1912. 90 Ma già prima i diplomatici
britannici scherzavano sul fatto che «fosse un bel
vantaggio che l’Italia rimanesse nella Triplice alleanza
rappresentando una fonte di debolezza». 91 D’altra parte, i
tedeschi non sembravano aspettarsi che gli italiani
avrebbero combattuto nel 1914. 92
C’erano due possibili risposte a questo senso di declino
della potenza militare. La prima era evitare la guerra e
dissuadere lo schieramento avversario dall’attaccare:
questa era la conclusione finale del vecchio Moltke. La
seconda era scatenare una guerra preventiva prima che la
situazione peggiorasse ulteriormente. Questa seconda
possibilità era stata ripetutamente sostenuta dai generali
tedeschi. Lo stesso Moltke aveva esortato Bismarck ad
attaccare nuovamente la Francia nel 1875 e dodici anni
dopo consigliò di fare la stessa cosa contro la Russia. 93
Waldersee, il suo successore, era ancora più tenacemente

208
convinto della necessità di un attacco preventivo. Persino
Schlieffen aveva esortato ad attaccare la Francia mentre la
Russia era impegnata nella guerra contro il Giappone. 94
Anche Conrad era un sostenitore dell’attacco preventivo:
aveva proposto un attacco contro l’Italia nel 1907 e nel
1911, e nel 1913 aveva sostenuto che l’Austria «doveva
separare culturalmente e politicamente gli slavi meridionali
e occidentali dagli slavi orientali al fine di sottrarli
all’influenza russa»: detto altrimenti, un primo attacco
contro la Serbia. 95 Fino al 1914 i politici avevano sempre
rifiutato queste proposte. Nel 1914, però, sembrò non
esservi più modo di farlo. Nell’aprile del 1914 il principe
ereditario disse al diplomatico americano Joseph Grew che
«la Germania avrebbe presto combattuto contro la
Russia». 96 Il 12 maggio 1914, a Carlsbad, Moltke disse a
Conrad: «Aspettare ancora significa una progressiva
diminuzione delle nostre opportunità; per quanto riguarda
il potenziale umano a disposizione non possiamo
competere con la Russia»; e ripeté la stessa cosa al ministro
degli Esteri tedesco Gottlieb von Jagow otto giorni dopo,
mentre viaggiavano da Potsdam a Berlino:
La Russia porterà a termine il suo programma di armamento in due o tre anni. La
superiorità militare dei nostri nemici diventerebbe talmente schiacciante che Moltke non
saprebbe come fare ad affrontarli. A suo giudizio non ci sarebbe altra alternativa che lanciare
una guerra preventiva per sconfiggere il nemico finché siamo più o meno in grado di superare
la prova. 97

Un mese dopo, al termine di un banchetto ad Amburgo,


Guglielmo II riprese quest’analisi in una conversazione
con il banchiere Max Warburg:
Era preoccupato per gli armamenti russi, per i progetti di costruzioni ferroviarie, e in ciò
aveva individuato i preparativi per una guerra da scatenare contro di noi nel 1916. Si
lamentava dell’inadeguatezza dei collegamenti ferroviari che avevamo sul fronte occidentale
contro la Francia; e accennò … al fatto che forse sarebbe stato meglio attaccare adesso,

209
anziché aspettare. 98

Questo avvenne esattamente una settimana prima


dell’attentato di Sarajevo. In altre parole, gli argomenti per
un attacco preventivo erano già ben presenti a Berlino
prima che la crisi diplomatica offrisse un pretesto quasi
perfetto (un casus belli che Vienna non avrebbe mancato di
sfruttare). Gli storici lo sanno da tempo, ma non sempre
hanno riconosciuto la fondatezza dei timori dello stato
maggiore generale tedesco. Cosa piuttosto strana, fu il
giornale britannico «Nation» a centrare il bersaglio nel
marzo del 1914 con questo commento: «I militari prussiani
non avrebbero nulla di umano se non immaginassero di
prevenire lo schiacciante accumulo di forze». 99 Il mese
seguente Grey espresse il suo disaccordo, mettendo in
dubbio che «la Germania avrebbe lanciato un aggressivo e
pericoloso attacco contro la Russia», perché, «anche se
all’inizio la Germania avesse ottenuto un certo successo, le
risorse della Russia erano talmente grandi che alla lunga i
tedeschi avrebbero esaurito tutte le loro forze». 100 Ma
Lord Bryce, che in seguito sarebbe diventato noto come
autore del rapporto ufficiale britannico sulle atrocità
commesse dai tedeschi in Belgio, faceva notare in giugno
che la Germania era «pronta ad armarsi e … avrebbe
avuto bisogno di ogni uomo disponibile» contro la Russia,
che stava «rapidamente diventando una minaccia per
l’Europa». 101
La questione continua a essere discussa: nel 1914 la
Germania intendeva semplicemente raggiungere un
successo diplomatico dividendo le potenze dell’Intesa, o
voleva invece scatenare una guerra europea di tipo
«preventivo» o addirittura espansionistico? In questo

210
contesto è opportuno osservare che, all’epoca in cui il
principe ereditario aveva confidato le sue previsioni a
Joseph Grew, lo stato maggiore generale era impegnato
innanzitutto in un riammodernamento strategico delle sue
ferrovie, opera che avrebbe richiesto parecchi anni prima
di essere completata e che non sarebbe stata avviata, come
il cancelliere aveva sottolineato in aprile, prima del
1915. 102 In ogni caso, sembra chiaro che, nell’agosto del
1914, i vertici militari tedeschi, contrariamente alla ben
radicata leggenda dell’«illusione della guerra breve», non
entrarono in guerra aspettandosi di festeggiare il Natale
sugli Champs-Élysées. 103
Impreparati
Per i tedeschi c’era una sola consolazione: alcuni dei
loro potenziali nemici erano ancor meno preparati per la
guerra. L’esercito belga, per esempio, non era
assolutamente in grado di resistere a un’offensiva tedesca. I
suoi ufficiali francofoni avevano con i graduati e i soldati di
lingua fiamminga più o meno lo stesso rapporto che gli
ufficiali austriaci avevano con il bravo soldato Švejk.
Calcoli dell’epoca indicavano che nel 1840 l’esercito belga
aveva una consistenza pari a circa un nono di quella
dell’esercito prussiano e a un quinto di quella dell’esercito
francese; ma nel 1912 la proporzione era passata
rispettivamente a un quarantesimo e un trentacinquesimo.
In termini pro capite gli svizzeri spendevano il 50 per cento
in più nella difesa, gli olandesi il 100 per cento e i francesi
quattro volte tanto. Nel 1909, malgrado la tenace
opposizione dei cattolici fiamminghi, il servizio militare fu
reso obbligatorio per un figlio di ogni famiglia. Tuttavia, il
periodo di servizio fu contemporaneamente ridotto a

211
quindici mesi e il bilancio dell’esercito rimase immutato.
Infine, il 30 agosto 1913 fu approvata la legge sulla milizia
territoriale, in forza della quale il numero annuale delle
reclute salì da 15.000 a 33.000 con l’annullamento
dell’esenzione per i figli minori; l’obiettivo era un esercito
che potesse contare su 340.000 uomini in caso di guerra. A
questo si aggiunse una riorganizzazione della struttura
divisionale dell’esercito. Le riforme, però, non ebbero il
tempo di avere effetto: le forze complessive mobilitate nel
luglio del 1914 ammontavano a 200.000 soldati, con
appena centoventi mitragliatrici e nessun pezzo di
artiglieria pesante. 104
Non molto meglio preparata era la potenza che aveva
proclamato pubblicamente di difendere la neutralità del
Belgio. Nonostante l’esperienza della guerra boera, che
aveva evidenziato gravi carenze nell’esercito britannico,
fino al 1914 entrambi i partiti avevano fatto ben poco per
rimediare al problema. 105 Per i liberali la coscrizione,
raccomandata da tre successive indagini ufficiali, era un
anatema, e la proposta di una leva a livello nazionale,
avanzata da Lord Roberts, era stata soltanto un primo
piccolo passo. Come ministro della Guerra, il massimo che
Haldane poteva fare era creare una milizia territoriale,
ossia una forza di riserva a tempo limitato. Con questi
uomini, i riservisti, la marina e i soldati inglesi dell’esercito
indiano, erano circa 750.000 i britannici «impegnati nel
servizio militare in tempo di pace». 106 Ian Beckett ha
sostenuto che circa l’8 per cento della popolazione
maschile aveva preso parte a qualche forma di servizio
militare, compresi la Yeomanry (la guardia nazionale a
cavallo) e successivamente la milizia territoriale, e che, alla

212
vigilia della guerra, circa i due quinti degli adolescenti
erano arruolati in organizzazioni giovanili paramilitari
come la Boys’ Brigade e i boy-scout. Ma questa non poteva
essere considerata seriamente un’autentica riserva,
soprattutto perché solo il 7 per cento dei soldati della
milizia territoriale era preparato per servire oltremare. 107
Quando Eyre Crowe gli disse che in caso di guerra si
sarebbe potuta inviare in Francia la milizia territoriale,
Henry Wilson rispose sbottando: «Che stupefacente
ignoranza della guerra! Nessun ufficiale, nessun trasporto,
nessuna mobilità, nessun desiderio di partire, nessuna
disciplina, armi obsolete, nessun cavallo ecc. Persino
Haldane ha detto che non servirebbe a nulla». 108
L’esercito regolare, al quale era affidato l’impegno
continentale della Gran Bretagna, restava una forza
estremamente modesta: solo sette divisioni (compresa una
di cavalleria), rispetto alle novantotto e mezza della
Germania. Come disse Henry Wilson a Roberts, ne
mancavano «almeno cinquanta». Il Lord cancelliere, conte
Loreburn, aveva detto la stessa cosa nel 1912: «Se
scoppiasse la guerra non potremmo impedire che [la
Francia] sia sconfitta. Se vogliamo mantenere la nostra
attuale politica dovremo mandare non centocinquantamila
uomini ma almeno mezzo milione perché servano a
qualcosa». 109 Oltretutto, le reclute continuavano a essere
tratte da quella che nel 1901 l’ambasciatore tedesco aveva
definito «la feccia della popolazione … gente di dubbia
morale, idioti, persone mingherline e debolucce». 110 Un
giudizio troppo severo, certo, ma è innegabile che
l’esercito regolare britannico reclutasse principalmente
giovani semianalfabeti e privi di qualsiasi qualifica

213
professionale, provenienti dalla classe operaia. 111
Malgrado qualche miglioramento nello stato maggiore
generale, il corpo ufficiali era dominato da uomini la cui
impresa principale era procurarsi una «buona monta»
durante una battuta di caccia a cavallo. 112 C’era una forte
resistenza all’adozione di mitragliatrici e le riserve di
munizioni si basavano ancora sull’esperienza
sudafricana. 113 Non si era fatto alcuno sforzo concreto per
mettere a frutto le lezioni economiche tratte dalla guerra
boera: nonostante gli avvertimenti della Commissione
Murray, il ministero della Guerra continuava a ricorrere a
un piccolo «cerchio incantato» di appaltatori per
provvedere ai rifornimenti. 114 In poche parole, non si era
fatto praticamente nulla per assicurarsi che la Gran
Bretagna fosse in grado di fornire un contributo efficace
nella prevista guerra franco-tedesca: molto semplicemente,
non era pronta per la guerra. 115 Poco a poco, e nonostante
(o forse proprio per) gli sforzi profusi da Esher per ridurre
l’impegno continentale, il Comitato di difesa imperiale
cessò di essere il forum privilegiato dei grandi dibattiti
strategici. Al suo posto si sviluppò un’ossessione
tecnologica per la logistica nei modi definiti dai «Libri di
guerra» dei vari dipartimenti, con il risultato che i
disaccordi tra i dipartimenti rivali furono risolti
adeguatamente soltanto a guerra iniziata. 116
Alla luce di tutto questo, le argomentazioni di Wilson al
«consiglio di guerra» del CID svoltosi nell’agosto del 1911
risultano insincere. Come il Kaiser, Wilson non credeva in
realtà che la minuscola Forza di spedizione britannica
potesse fare un’«apprezzabile differenza» in una futura
guerra europea con la Germania; sperava semplicemente

214
di rafforzare il ministero della Guerra in previsione di un
futuro conflitto dipartimentale con l’Ammiragliato.
Durante e dopo la crisi del luglio 1914, il governo
francese aveva sempre sostenuto che una dichiarazione
inequivocabile e tempestiva sull’appoggio britannico alla
Francia sarebbe bastata a dissuadere la Germania, una tesi,
questa, successivamente ripresa dai critici di Grey, tra i
quali anche Lloyd George e Lansdowne, nonché dal più
grande storico delle origini immediate della guerra, Luigi
Albertini. 117 Resta comunque il fatto che l’esiguità della
Forza di spedizione britannica non costituiva un motivo di
preoccupazione per lo stato maggiore generale tedesco. 118
Come ha sostenuto John M. Hobson, soltanto un più
concreto impegno continentale – nel senso di un esercito
regolare britannico di maggiore consistenza – avrebbe
potuto dissuadere i tedeschi dall’attaccare la Francia. 119
Ma questo ci riporta all’argomentazione utilizzata allora
per proporre la coscrizione e – come vedremo – può essere
considerato un elemento controfattuale privo di
plausibilità politica sotto un governo liberale. 120 Come
disse Lloyd George a Balfour nell’agosto del 1910 (al
tempo del loro primo flirt con l’idea di un governo di
coalizione), la coscrizione era fuori discussione «a causa
dei violenti pregiudizi che scatenerebbe anche soltanto
l’ipotesi che un governo concepisse la possibilità di
imporre una cosa del genere». 121 Ancora il 25 agosto 1914
le ragioni presentate da Churchill al gabinetto per
sostenere la «necessità del servizio militare obbligatorio»
furono respinte da tutti i presenti, compresi Asquith e
Lloyd George, perché «il popolo non darebbe ascolto a
simili proposte». 122 Quindi la strategia britannica, come

215
disse Grey, consisteva nel «perseguire una politica europea
senza mantenere un grande esercito». 123 L’idea che questo
fosse possibile fu probabilmente la più grande di tutte le
illusioni inglesi.

216
V

Finanza pubblica e sicurezza nazionale


Gli oneri della difesa
Se, quindi, gli esperti militari in Gran Bretagna e in
Germania sapevano di non disporre delle risorse
necessarie per attuare i propri piani di guerra, perché non
si cercò di risolvere queste carenze? La risposta più ovvia è
che considerazioni di politica interna escludevano la
possibilità di creare gli enormi eserciti sognati da uomini
come Erich Ludendorff e Henry Wilson. Il 24 ottobre
1898 il marchese di Salisbury, invitato a una conferenza sul
disarmo, decise di parlare del fenomeno opposto:
Quasi tutte le nazioni hanno mostrato la tendenza costante ad aumentare le proprie forze
armate e a incrementare le già elevatissime spese per le attrezzature belliche. La perfezione
degli strumenti in tal modo utilizzati, il loro costo esorbitante, le orribili carneficine e le
distruzioni che provocherebbe il loro impiego su larga scala hanno agito senza dubbio da
serio deterrente alla guerra. Ma gli oneri imposti da questo sviluppo alle popolazioni
coinvolte, se prolungati nel tempo, produrranno necessariamente una sensazione di
irrequietezza e scontento capace di mettere a rischio la tranquillità tanto interna quanto
esterna. 1

Ma quanto erano gravosi, in concreto, gli «oneri»


dell’armamento? Quanto erano «elevate» le spese? Per Sir
Edward Grey, come dichiarò in un discorso pronunciato
alla Camera dei Comuni nel marzo del 1911, stavano già
«diventando intollerabili», talmente intollerabili che «a
lungo termine potrebbero far crollare la civiltà e condurre
alla guerra». 2 Alcuni storici hanno seguito le orme di Grey
sostenendo che fu innanzitutto l’insopportabile livello
della spesa militare a impedire alla Germania di proseguire
nella corsa agli armamenti navali contro la Gran Bretagna
o in quella agli armamenti di terra contro la Russia e la
Francia. C’è tuttavia un apparente paradosso che richiede
una spiegazione: il costo della corsa agli armamenti in

217
realtà non era molto alto.
Com’è noto, è difficile confrontare le cifre per le spese
militari a causa delle differenti definizioni che ne danno i
bilanci nazionali di ciascun paese. Per fare un esempio
concreto: le stime sulle spese militari tedesche negli anni
1913-1914 variano da 1.664.000 a 2.406.000 marchi a
seconda del metodo di calcolo utilizzato. La cifra riportata
nella tabella 12 è stata ottenuta escludendo voci di spesa
non identificate nel bilancio come specificamente militari
(quali le spese per la costruzione di ferrovie e canali), e
includendo altre voci non comprese nei bilanci
dell’esercito e della marina ma chiaramente legate alla
difesa. 3 Difficoltà di questo genere sorgono per ogni paese
esaminato. Gli studiosi si sono tuttavia impegnati a
risolvere queste difficoltà, e oggi è possibile quantificare il
costo della corsa agli armamenti con una certa precisione. 4
Prima del 1890 l’esercito e la marina erano costati
relativamente poco, anche per grandi costruttori di imperi
quali la Gran Bretagna. Spedizioni come quella inviata in
Egitto da Gladstone nel 1882 erano in grado di mantenersi
con poco dispendio di mezzi. Nei primi anni Novanta
dell’Ottocento i bilanci della difesa delle maggiori potenze
non erano molto più elevati di quanto lo fossero stati nei
primi anni Settanta del medesimo secolo. Come mostra la
tabella 12, la situazione mutò nei due decenni precedenti il
1914. Considerando insieme la Gran Bretagna, la Francia e
la Russia, la spesa complessiva per la difesa (espressa in
sterline) aumentò del 57 per cento. Per la Germania e
l’Austria l’aumento risulta ancora maggiore, attorno al 160
per cento.
Negli anni precedenti il 1914, come mostra la figura 3, i

218
bilanci della difesa di Germania, Francia, Russia e Gran
Bretagna non erano molto diversi in termini assoluti (non
tenendo conto dell’impatto provocato dalla guerra boera e
dalla guerra russo-giapponese). La Germania sorpassò la
Francia tra il 1900 e il 1907, ma ciò fu dovuto
principalmente al costo della corsa agli armamenti navali
con la Gran Bretagna. Dopo il 1909 si registrò una vistosa
accelerazione nell’aumento dei bilanci di tutte le potenze
tranne l’Austria-Ungheria. In termini pro capite, però, la
Germania era rimasta indietro rispetto alla Gran Bretagna
e alla Francia: nel 1913 la spesa pro capite per la difesa fu
di 28 marchi nel Reich, in confronto a 31 marchi in
Francia e 32 marchi in Gran Bretagna. Inoltre, la
Germania aveva assegnato alla difesa una percentuale
minore della spesa pubblica: il 29 per cento nel 1913, in
confronto al 43 per cento della Francia e della Gran
Bretagna. 5 Ancora più sorprendente è la differenza che si
ottiene se si confrontano i bilanci complessivi di Gran
Bretagna, Francia e Russia con quelli di Germania,
Austria-Ungheria e Italia (cfr. fig. 4). Considerando il
periodo tra il 1907 e il 1913, ogni anno le potenze della
Triplice intesa spesero in media 83 milioni di sterline in
più delle potenze della Triplice alleanza.
Tuttavia, per valutare correttamente il peso delle spese
destinate alla difesa non ci si deve basare sulla somma
totale del denaro speso e neppure sul livello di spesa pro
capite, ma sulla percentuale di prodotto nazionale destinata
alla difesa. 6 A differenza «delle limitazioni e delle
opportunità esternamente fissate» della geografia, che
tanto affascinano gli storici tedeschi più conservatori,
questa percentuale non è fissa ma è determinata dalla

219
politica. Nel 1984, in un periodo di conflittualità tra le
superpotenze, la Gran Bretagna ha speso per la difesa circa
il 5,3 per cento del prodotto interno lordo; al momento
della stesura di questo libro, quando all’orizzonte non si
profilava alcuna chiara minaccia straniera alla sicurezza
britannica, la cifra è scesa al 3,7 per cento. 7 Al contrario,
l’Unione Sovietica ha accelerato il proprio collasso
destinando alla difesa più del 15 per cento del suo
prodotto complessivo. 8 Le spese tedesche per la difesa in
tempo di pace sono oscillate notevolmente nel secolo
scorso, dall’1 per cento dell’epoca di Weimar (e appena
l’1,9 per cento nel 1991) fino al 20 per cento prima della
seconda guerra mondiale. 9
Tabella 12 – Spese per la difesa delle grandi potenze, 1894-
1913 (in milioni di sterline).
Gran Francia Russia Francia Triplice Germania Austria Italia Germania Triplice
Bretagna + intesa + Austria alleanza
Russia

1894 33,4 37,6 85,8 123,4 156,8 36,2 9,6 14,0 45,8 59,8
1913 72,5 72,0 101,7 173,7 246,2 93,4 25,0 39,6 118,4 158,0
Aumento 39,1 34,4 15,9 50,3 89,4 57,2 15,4 25,6 72,6 98,2
in
sterline
Aumento 117,1 91,5 18,5 40,8 57,0 158,0 160,4 182,9 158,5 164,2
%
Fonte: J.M. Hobson, Wary Titan, pp. 464-465.
Figura 3 – Spese destinate alla difesa dalle potenze europee, 1890-1913 (in milioni di sterline, prezzi
costanti).

220
Fonte: J.M. Hobson, Wary Titan, pp. 464-465.
Figura 4 – Spese destinate alla difesa dai due blocchi europei, 1890-1913 (in milioni di sterline).

Fonte: J.M. Hobson, Wary Titan, pp. 464-465.

Come mostra la tabella 13, nel periodo precedente il


1914 l’onere delle spese militari crebbe in rapporto
all’economia nel suo complesso in Gran Bretagna, Francia,
Russia, Germania e Italia dal 2-3 per cento del prodotto
nazionale netto nel periodo precedente il 1893 al 3-5 per

221
cento nel 1913. Queste cifre smentiscono definitivamente
l’idea che l’Impero britannico avesse imposto un pesante
fardello ai propri contribuenti; in realtà, la Gran Bretagna
mantenne il predominio mondiale con una spesa
minima. 10 Haldane aveva perfettamente ragione quando
definiva le spese previste per la marina «un premio di
assicurazione niente affatto straordinario» per l’immenso
commercio del paese. 11 Fanno inoltre sorgere dubbi
sull’idea che la corsa agli armamenti prima del 1914
imponesse un «enorme» onere finanziario su tutti i paesi
coinvolti. Il fatto più sorprendente è probabilmente che,
sotto questo profilo, la Germania era rimasta indietro
rispetto alla Francia e alla Russia. Nel 1913 – dopo due
importanti disegni di legge sugli armamenti – il Reich
spendeva il 3,9 per cento del prodotto nazionale netto,
ossia più della sua alleata, l’Austria-Ungheria, e più della
Gran Bretagna (3,2 per cento), ma molto meno della
Francia (4,8 per cento) e della Russia (5,1 per cento).
Anche l’Italia sosteneva forti spese militari: il 5,1 per cento
del prodotto nazionale netto alla vigilia della guerra. Il mio
tentativo di calcolare le percentuali del prodotto nazionale
lordo ha fornito differenziali simili, anche se non identici:
Germania 3,5 per cento; Gran Bretagna 3,1 per cento;
Austria-Ungheria 2,8 per cento; Francia 3,9 per cento;
Russia 4,6 per cento. Per avere una sorta di «verifica», ho
definito una serie di spese per la difesa servendomi dei dati
forniti da The Statesman’s Yearbook per gli anni dal 1900
al 1914, da cui sono escluse le spese coloniali britanniche,
ma sono incluse le sostanziose spese per la guerra russo-
giapponese omesse da Gregory. Per il 1913 le percentuali
del prodotto nazionale lordo sono le seguenti: Germania

222
3,6 per cento; Gran Bretagna 3,1 per cento; Austria-
Ungheria 2,0 per cento; Francia 3,7 per cento; Russia 4,6
per cento. Anche in questo caso appare evidente che
l’onere delle spese militari era più elevato nella Triplice
intesa. 12
Tabella 13 – Spese per la difesa come percentuale del
prodotto nazionale netto, 1887-1913.
Gran Bretagna Francia Russia Germania Austria Italia

1873 2,0 3,1 2,4 4,8 1,9

1883 2,6 4,0 2,7 3,6 3,6


1893 2,5 4,2 4,4 3,4 3,1 3,6

1903 5,9 4,0 4,1 3,2 2,8 2,9

1913 3,2 4,8 5,1 3,9 3,2 5,1

1870-1913 3,1 4,0 – 3,2 3,1 3,3

Nota: La cifra riportata da Hobson riguarda solo l’Austria. Le mie stime per l’Austria-Ungheria sono
inferiori.
Fonte: J.M. Hobson, Wary Titan, pp. 478-479.

Da un punto di vista storico, questi oneri non sembrano


eccessivi. Anzi, se si prende come esempio la Gran
Bretagna del XVIII secolo, sembrano piuttosto modesti. 13
Ma il finanziamento di tali oneri crescenti fu uno dei
principali problemi politici del periodo in esame.
Simbolicamente, fu proprio l’aumento delle spese militari
ad affrettare le dimissioni di Randolph Churchill da
ministro delle Finanze nel 1886 e quelle di Gladstone da
primo ministro nel marzo del 1894. Furono tra le prime
delle molte «vittime» politiche di un nuovo «complesso
finanziario-militare» che segnò la fine dell’epoca dello
Stato «guardiano notturno», di quell’idillio in cui, alla
metà del XIX secolo, la crescita economica accelerava e lo
Stato si contraeva.

223
Il problema di come pagare i crescenti costi
dell’apparato militare fu aggravato dall’incremento
generale della spesa pubblica. Il suo aumento era percepito
come una tendenza di tutta l’Europa fin dalla fine del XIX
secolo: «La legge della crescita delle spese statali», come la
definiva Adolph Wagner. 14 Che fosse per placare gruppi
sociali politicamente potenti (o potenzialmente pericolosi)
oppure per aumentare l’«efficienza nazionale», i governi
cominciarono a spendere somme sempre maggiori nelle
infrastrutture, nell’istruzione e nell’assistenza ai malati, ai
disoccupati, ai poveri e agli anziani. Sebbene rispetto agli
standard contemporanei si tratti di somme estremamente
ridotte, l’aumento delle spese, quando combinato con i
crescenti costi militari, era di norma più elevato della
crescita economica complessiva. Come Bethmann Hollweg
spiegò pazientemente alla baronessa Spitzemberg: «Per
allestire [una flotta ci vogliono] molti soldi, che solo un
paese ricco può permettersi; perciò, la Germania deve
diventare ricca». 15 E la Germania, come abbiamo visto,
divenne ricca. Ma nemmeno l’economia tedesca riuscì a
crescere più rapidamente del bilancio dello Stato tedesco
(cfr. fig. 5).
I bilanci britannici erano espressi in modo relativamente
rigoroso, in virtù del fatto che il Primo Lord del Tesoro e il
Cancelliere dello Scacchiere potevano di norma esercitare
un controllo efficace sugli altri dipartimenti del governo,
mentre la politica fiscale era sottoposta all’esame piuttosto
severo del parlamento. Le dottrine di Robert Peel sul
pareggio di bilancio, la solidità della moneta e la
diminuzione delle tasse spiegano perché, come percentuale
del prodotto nazionale lordo, la spesa pubblica lorda

224
tendesse a ridursi per gran parte del XIX secolo,
aumentando solo leggermente dopo il 1890. Ma nel
periodo successivo al 1870 si registrò una crescita costante
della spesa pubblica in termini nominali, salita da circa 70
milioni di sterline alla vigilia della guerra fino a circa 180
milioni. La spesa pubblica totale aumentò con un tasso del
3,8 per cento fra il 1890 e il 1913, con un aumento dal 9,4
al 13,1 per cento rispetto al prodotto nazionale lordo. Ciò
era dovuto non solo ai costi crescenti della difesa imperiale
(in particolare la guerra boera e il programma
Dreadnought), ma anche alla proliferazione delle spese
non militari. I consigli di contea creati da Salisbury nel
1899, che acquisirono progressivamente la responsabilità
degli alloggi e dell’istruzione; il nuovo sistema d’istruzione
elementare gratuita; la riforma terriera irlandese (che
introduceva sussidi per i contadini intenzionati ad
acquistare); il sistema delle pensioni d’anzianità senza
contributi introdotto nel 1907-1908; il sistema
sovvenzionato di assicurazione nazionale per la sanità e la
disoccupazione: tutto questo determinava un sostanzioso
aumento della spesa pubblica non militare, soprattutto a
livello locale, che fino ad allora aveva contribuito in misura
quasi insignificante. Tuttavia, alla vigilia della guerra, il
governo centrale era ancora responsabile del 55 per cento
della spesa pubblica complessiva, mentre le spese per la
difesa, a propria volta, ammontavano al 43 per cento del
totale delle spese del governo centrale. In altre parole,
anche se le pressioni politiche provocavano un aumento
della spesa sociale, ciò non avveniva a detrimento delle
spese militari. 16
Figura 5 – Stime della spesa pubblica totale come percentuale
del prodotto nazionale lordo delle cinque grandi potenze, 1890-1913.

225
Fonte: Ferguson, Public Finance and National Security, p. 159.

Questo spiega perché i preventivi navali definiti da


Winston Churchill nel 1913 gli procurarono notevoli
difficoltà politiche. Nel 1909 i liberali non avevano esitato
a rinnegare le loro promesse elettorali di un taglio alle
spese militari, in larga misura grazie all’allarmismo della
stampa. 17 Ma nel 1913 la minaccia navale tedesca non
faceva più notizia; ciononostante Churchill, sebbene fosse
perfettamente consapevole che «il Partito liberale era
animato da un forte sentimento contro l’aumento degli
impegni e delle responsabilità», chiese un aumento di 50
milioni di sterline e l’allestimento di quattro navi da guerra
per il 1914-1915. 18 L’annuncio dei nuovi preventivi di
spesa, dato dallo stesso Churchill, scatenò una rivolta
generalizzata nel partito di governo e nel gabinetto.
Secondo Churchill, tale aumento era necessario per
costringere i tedeschi ad accettare un «accordo navale» in
cui egli stesso continuava ostinatamente a credere. 19 Ma,
come fece notare Lloyd George, le richieste di Churchill
erano incompatibili con quelle dei servizi sociali e

226
dell’istruzione pubblica in assenza di nuove imposte: i
soldi che Churchill voleva per le corazzate erano gli stessi
che dovevano servire per coprire la spesa sociale. 20 Per
citare le parole di Norman Angell, le «enormi somme ora
destinate agli armamenti» erano denaro che non poteva
essere utilizzato per le politiche sociali. 21 Alla fine si
raggiunse un compromesso, anche se di difficilissima
attuazione, nel quale Churchill prometteva di moderare le
richieste dell’Ammiragliato per il 1915 e il 1916. Ma la crisi
portò quasi alle sue dimissioni (e forse anche degli alti
ufficiali e dei due sottosegretari di Churchill) e a quelle di
Lloyd George. 22 Fu una svolta storica mancata: infatti –
come vedremo in seguito – se Churchill o Lloyd George
avessero rassegnato le dimissioni, il governo avrebbe
potuto benissimo agire diversamente nell’agosto dell’anno
successivo. L’altra possibilità era lo scioglimento del
parlamento e il ricorso alle elezioni, che i liberali avrebbero
quasi sicuramente perso. 23
In Francia lo scarto fra la spesa militare e i mezzi con cui
finanziarla era meno evidente e problematico. Fra tutte le
potenze, la Francia era quella che era riuscita a rallentare
l’aumento della spesa pubblica complessiva, con un
incremento di appena l’1,9 per cento annuo tra il 1890 e il
1913, permettendo in questo modo che la quota del
prodotto nazionale lordo destinata al settore pubblico
scendesse dai livelli relativamente alti del 1890 (19 per
cento) al 17 per cento nel 1913. 24 La sola voce del bilancio
che non era stata sottoposta a limitazioni era la difesa: tra il
1873 e il 1913 era aumentata, rispetto alle spese generali
del governo, dal 25 al 42 per cento. 25 Il sistema fiscale
francese, è opportuno ricordarlo, era più centralizzato di

227
quello inglese. I bilanci dei dipartimenti e dei comuni
erano sottoposti all’approvazione del governo centrale e
ammontavano a meno di un quarto della spesa pubblica
complessiva. 26
Di tutte le grandi potenze, la Russia era quella con il
sistema fiscale in più rapida espansione: la spesa pubblica
complessiva era cresciuta a un tasso medio annuo del 6,1
per cento tra il 1890 e il 1913, quasi quadruplicandosi in
termini nominali da appena poco più di un miliardo a
quattro miliardi di rubli. Ma come percentuale del reddito
nazionale questo significava un aumento relativamente
modesto, che andava da circa il 17 al 20 per cento,
riflettendo la rapida crescita dell’economia russa nel suo
complesso. 27 È difficile quantificare l’esatta portata della
spesa militare. Secondo le statistiche di bilancio per il
1900-1913, l’esercito e la marina contavano solo per il 20,5
per cento delle spese, ma queste cifre non tengono conto
di varie spese militari fuori bilancio, classificate come
«straordinarie». In realtà, circa il 33 per cento della spesa
complessiva del governo centrale era destinato a scopi
militari: 28 una cifra non molto più alta di quelle delle altre
grandi potenze. La differenza principale tra la Russia e gli
altri paesi era l’elevato grado di centralizzazione
finanziaria, maggiore persino di quello francese. Le spese
del governo locale ammontavano ad appena il 13 per cento
delle spese governative totali.
Quindi le potenze della Triplice intesa, anche se in
misura diversa, erano Stati centralizzati dotati, per quanto
riguarda il prelievo fiscale, di due soli livelli amministrativi.
Inoltre, nei quindici anni precedenti il 1914 tanto la Gran
Bretagna quanto la Russia avevano combattuto guerre e

228
subìto, di conseguenza, una contrazione delle loro entrate
finanziarie. Alla Gran Bretagna la guerra contro i boeri era
costata circa 217 milioni di sterline, vale a dire il 12 per
cento del prodotto nazionale lordo del 1900; alla Russia la
guerra russo-giapponese era costata circa 2,6 miliardi di
rubli, ossia attorno al 20 per cento del prodotto nazionale
netto del 1904. 29
La situazione delle Potenze centrali era molto diversa,
per l’importantissima ragione che sia la Germania sia
l’Austria-Ungheria erano sistemi federali. Com’è stato
riconosciuto da tempo, il tentativo con cui Bismarck,
elaborando la costituzione del Reich, aveva cercato di
«attenersi al modello di una confederazione di Stati
[Staatenbund] e nello stesso tempo di conferirgli in pratica
il carattere di uno Stato federale [Bundesstaat]», 30 fece del
Reich un’entità significativamente minore della somma
delle sue parti, soprattutto sotto l’aspetto finanziario. I
singoli Stati mantenevano il controllo in molti ambiti
dell’attività governativa, dall’istruzione alla polizia, dalla
sanità pubblica alla riscossione delle imposte. Come
mostra la figura 5, in nessuno Stato sovrano la crescita
della spesa pubblica era così costante come in Germania
(dal 13 al 18 per cento del prodotto nazionale lordo). 31 Il
punto critico, tuttavia, era la crescita della spesa non
militare, che, a sua volta, era il riflesso dell’equilibrio del
potere tributario all’interno del sistema federale.
Conformemente a una consolidata tradizione
d’imprenditoria pubblica, gli Stati tedeschi spendevano
somme sostanziose in ferrovie e altre infrastrutture; nel
1913 tali spese ammontarono a quasi metà dell’intero
bilancio prussiano. Per di più, la spesa statale e comunale

229
per le strutture sociali e scolastiche crebbe costantemente,
e nel 1913 ammontò al 28 per cento della spesa pubblica
totale. Al contrario, le spese per la difesa, considerate
come percentuale della spesa pubblica totale, erano scese
dal 25 al 20 per cento. Questo rifletteva chiaramente
l’accesso degli Stati a fonti di reddito più elastiche. Il
rapporto tra prelievo diretto e indiretto sul reddito
pubblico complessivo era di 57 a 43; ma per il solo Reich
appena il 14 per cento degli introiti proveniva dalla
tassazione diretta, in virtù di tasse di successione e di altre
tasse minori sulla proprietà introdotte dopo il 1903;
mentre nel 1913 gli Stati più importanti derivavano dal 40
al 75 per cento delle proprie entrate dalle imposte sul
reddito. 32
Persino nel centro stesso del paese vi erano problemi
istituzionali. Il ministero del Tesoro del Reich non era
adeguatamente attrezzato per controllare le finanze
tedesche: nel 1880 disponeva soltanto di cinquantacinque
funzionari, era responsabile solo del 30 per cento della
spesa pubblica complessiva e aveva un’autorità limitata sui
dipartimenti della difesa. 33 Cosa ancora più controversa,
non era chiaro quanto controllo esercitasse la Camera
bassa del parlamento (il Reichstag) sul processo di
definizione del bilancio. Gli storici si dividono fra coloro
che considerano estremamente limitato il potere del
Reichstag – come parte del «finto costituzionalismo» del
Reich – e coloro che riconoscono un graduale processo di
parlamentarizzazione prima del 1914, seppur privo del
concetto tipicamente inglese di responsabilità ministeriale
davanti al parlamento. 34 Certo, sarebbe stato strano se
Bismarck, incaricato da Guglielmo II di opporsi a qualsiasi

230
genere di restrizione imposta all’organico dell’esercito
dalla dieta prussiana negli anni Sessanta dell’Ottocento,
avesse concesso nel decennio successivo il controllo
assoluto del bilancio militare al Reichstag. Ma gli storici,
seguendo i critici di Bismarck appartenenti alla sinistra
liberale, hanno spesso esagerato l’efficacia dei vincoli che il
cancelliere riuscì a far apporre al diritto di controllo sul
bilancio di cui godeva il Reichstag. È vero che, in base
all’art. 63 della Costituzione, l’imperatore stabiliva «la
forza in tempo di pace, la struttura e la distribuzione
dell’esercito». Ma il problema di finanziare ciò che
l’imperatore stabiliva era più complesso. Tra il 1867 e il
1874 la questione fu differita in base a una norma
temporanea che imponeva all’esercito di avere una
dimensione equivalente all’1 per cento della popolazione
del Reich. Ma l’art. 62 della Costituzione sanciva
inequivocabilmente che ogni cambiamento nel bilancio
militare avrebbe dovuto essere approvato dal governo. La
soluzione finale fu abbastanza vicina all’ideale della
monarchia prussiana di un bilancio della difesa «eterno»:
bilanci militari settennali (in seguito quinquennali) che
sottraevano le spese per la difesa dal bilancio annuale, ma
non dal controllo del Reichstag. Quindi il parlamento
poteva emendare le leggi finanziarie del governo (e lo fece
più volte); nonostante occasionali e rumorose minacce, la
massima reazione dell’esecutivo a questi interventi del
Reichstag fu quella di indire le elezioni generali (come nel
dicembre del 1906). 35 In pratica, quindi, se il governo
voleva spendere di più per la difesa – o per le sue funzioni
civili – era necessaria l’approvazione del parlamento sia per
le spese stesse sia, se queste superavano le entrate esistenti,

231
per i mezzi con cui finanziarle.
Il fatto che il Reichstag fosse l’assemblea rappresentativa
più democratica della Germania imperiale, mentre i diversi
Stati conservavano varie forme di concessioni limitate,
provocò una singolare impasse. Un’assemblea democratica
aveva la capacità di influenzare il livello delle tasse
indirette destinate innanzitutto al finanziamento delle
spese militari; assemblee più esclusive prelevavano invece
tasse sul reddito e la proprietà destinate principalmente a
finanziare attività di carattere sociale. Progettata da
Bismarck per indebolire il liberalismo contando sul
presupposto che «sotto il livello dei tre talleri [limite di
franchigia] i nove decimi della popolazione sono
conservatori», l’introduzione del suffragio maschile
universale per le elezioni al Reichstag andò in realtà a tutto
vantaggio dei partiti del cattolicesimo politico e del
socialismo, i quali incrementarono sempre più il proprio
capitale politico con una critica serrata alla politica
finanziaria del Reich, chiedendo un trattamento speciale
per i contadini della Germania meridionale e per i piccoli
imprenditori, 36 o denunciando l’imposta regressiva sui
consumi della classe operaia. 37 I governi che desideravano
spendere di più per la difesa si ritrovarono quindi
intrappolati fra l’incudine di governi locali particolaristi e
il martello dei partiti più populisti del Reichstag, il Partito
del Centro e i socialdemocratici. Bismarck e i suoi
successori escogitarono geniali strategie per indebolire i
partiti «anti-Reich» e rafforzare i partiti conservatori e
liberalnazionali più propensi a sostenere lo Stato. Ma
l’elemento comune che collegava l’allestimento della flotta
e l’acquisizione di colonie – presunti «atti nazionali» che

232
avrebbero risvegliato sentimenti patriottici e ridotto il
malcontento economico – a più diretti regali elettorali
come la riduzione delle imposte e le assicurazioni sociali,
era che la flotta e le colonie costavano ancora di più. Lungi
dal rafforzare la posizione del governo, i successivi dibattiti
sull’aumento delle spese tendevano in realtà a ribadire la
posizione decisiva del Partito del Centro all’interno del
Reichstag e a dare credibilità agli slogan elettorali dei
socialdemocratici, mentre la scelta di aumentare le imposte
tendeva a dividere anziché a unire i partiti di governo.
Erano queste le contraddizioni della Sammlungspolitik, la
politica della concentrazione. 38
Il sistema dualistico dell’Austria-Ungheria presentava
problemi analoghi. In sostanza, l’accordo del 1867 tra
Austria e Ungheria creò una politica estera e di difesa
comune; e questo fu più o meno tutto ciò che fecero
congiuntamente, dato che il bilancio delle spese militari
ammontava a circa il 96 per cento del bilancio comune
complessivo. 39 Come percentuale del prodotto nazionale
lordo, la spesa statale totale in Austria e Ungheria (cioè
spese comuni e separate messe insieme) crebbe da circa
l’11 per cento (1895-1902) al 19 per cento (1913): un
aumento costante di circa il 3,2 per cento annuo. Tuttavia,
la spesa statale crebbe molto più rapidamente della spesa
«comune»: tra il 1868 e il 1913 il bilancio comune
aumentò di un fattore di 4,3, ma il bilancio ungherese
aumentò di un fattore di 7,9 e quello austriaco di 10,6. La
conseguenza fu che la spesa militare, la voce principale del
bilancio comune, rimase bassa: come abbiamo visto, nel
1913 ammontava ad appena il 2,8 per cento del prodotto
nazionale lordo congiunto, malgrado l’aumento dei costi

233
delle costruzioni navali e l’annessione della Bosnia-
Erzegovina. La percentuale del bilancio austriaco di spesa
per la difesa scese dal 24 per cento delle spese di stato
(1870) al 16 per cento (1910), mentre le spese per le
ferrovie aumentarono dal 4 al 27 per cento. Solo il 12 per
cento del bilancio ungherese era destinato alla difesa. Nel
maggio del 1914, sulla base di calcoli di massima, il
quotidiano socialista austriaco «Arbeiter Zeitung» si
lamentava senza mezzi termini:
Spendiamo per gli armamenti la metà di quello che spende la Germania, ma il prodotto
lordo dell’Austria è solo un sesto di quello tedesco. In altre parole, in proporzione spendiamo
per la guerra il triplo di quanto spende il Kaiser Guglielmo. Dobbiamo recitare la parte della
grande potenza al prezzo di fame e povertà? 40

La verità, tuttavia, era che l’Austria-Ungheria cercava


soltanto di giocare alla grande potenza. Come scrisse
Robert Musil in L’uomo senza qualità, era questa la realtà:
«Si spendono somme enormi negli armamenti; ma soltanto
quanto basta per garantirci il posto di seconda potenza più
debole tra le grandi potenze».
Le tasse
C’erano due modi di affrontare questo aumento delle
spese, ognuno dei quali aveva profonde implicazioni
politiche. Un modo per garantire l’incremento delle
entrate pubbliche era, naturalmente, quello di aumentare
le tasse; il grande problema era decidere se farlo con
imposte indirette (principalmente sotto forma di tasse su
articoli di consumo che andavano dal pane alla birra)
oppure con imposte dirette (tasse su redditi elevati o
proprietà).
In Gran Bretagna la rottura con il protezionismo era
avvenuta diversi anni addietro (1846) e si era dimostrata

234
più solida e duratura che altrove. Ancora una volta, le
imposte sugli alimenti d’importazione furono rifiutate
dall’elettorato nel 1906, nonostante gli sforzi compiuti da
Chamberlain e da altri per dare alle tariffe una
giustificazione di natura imperialista. Questo faceva
inevitabilmente ricadere l’onere sui ricchi: il problema era
quale forma dare alle imposte dirette e con quale tipo di
tasso riscuoterle (uniforme, differenziato o progressivo). A
differenza della maggior parte degli Stati europei, alla fine
del XIX secolo la Gran Bretagna aveva già un’imposta sul
reddito, la grande innovazione di William Pitt il Giovane
per finanziare le guerre contro la Francia, che nel 1842
Peel aveva convertito in una fonte di introiti in tempo di
pace. (L’economista Gustav Schmoller non scherzava
affatto quando osservava che i tedeschi avrebbero «gioito»
se avessero avuto «un fattore di introiti così versatile».) Ma
nel 1892 l’imposta sui redditi era stata ridotta a soli 6,5
penny per sterlina, e i liberali classici più puri (come
Gladstone) ne sognavano ancora la totale abrogazione. Per
coprire il disavanzo di 1,9 milioni di sterline causato
innanzitutto dal disegno di legge del 1889 sulla difesa
navale, Sir William Goschen decise di non aumentare
l’imposta sul reddito ma di introdurre un 1 per cento di
imposte su tutti i beni immobili con un valore superiore a
10.000 sterline. Successivamente, Sir William Harcourt
formalizzò le «imposte sulla morte» introducendo nel 1894
un’apposita tassa di successione.
Ma fu il costo inaspettato della guerra boera a provocare
i maggiori aumenti prebellici delle imposte dirette. Nel
1907, per esempio, Asquith aumentò l’imposta sui profitti
«non guadagnati» (da investimenti) a 1 scellino per

235
sterlina, in confronto ai 9 penny per gli introiti
«guadagnati». Due anni più tardi il «Bilancio popolare» di
Lloyd George aspirava ad aumentare le entrate
complessive dell’8 per cento con la riscossione di una
«supertassa» (una tassa sul reddito extra) sui redditi
superiori alle 5000 sterline, aggiungendo 2 penny per
sterlina all’imposta sui redditi dovuta per i redditi non
guadagnati e introducendo un’imposta sulle plusvalenze
terriere. 41 Come conseguenza dei bilanci del 1907 e del
1909-1910, la percentuale delle entrate del governo
centrale proveniente da imposte dirette salì al 39 per cento.
Nel 1913 l’imposta diretta, i dazi doganali e le accise
ammontavano quasi esattamente alle quote delle entrate
governative totali, e l’imposta sui redditi fruttava oltre 40
milioni di sterline l’anno. L’ultimo bilancio prima della
Grande guerra di Lloyd George prevedeva ulteriori
aumenti, in particolare altri 2 penny per sterlina per
l’imposta sul reddito, una nuova supertassa sui redditi
superiori alle 3000 sterline, con aliquote che aumentavano
in modo più progressivo fino all’aliquota massima di 2
scellini e 8 penny per sterlina, e tasse di successione fino al
20 per cento su proprietà con un valore superiore a un
milione di sterline. 42 I liberali del periodo prebellico
sembravano avere elaborato una geniale linea di condotta
politica che combinava i cannoni (sotto forma di
corazzate) e il burro (sotto forma di un’imposta più
progressiva e di alcune spese di natura sociale).
Hobson ha sostenuto che, in termini puramente fiscali,
la Gran Bretagna avrebbe potuto permettersi la creazione
di un esercito di leva di uno o due milioni di uomini con
un semplice aumento delle imposte. 43 Ma questo significa

236
trascurare i profondi conflitti politici scatenati dalla
politica fiscale dei liberali. Come abbiamo visto, i liberali
erano saliti al potere promettendo tagli alle spese per gli
armamenti, e non potevano far accettare facilmente nuovi
aumenti delle somme destinate alla marina ai loro
sostenitori in parlamento e alla stampa radicale. Sebbene la
tassazione progressiva fosse accolta di buon grado in
quegli ambienti, i bilanci di Lloyd George contribuirono
decisamente a far riconfluire sui conservatori i voti dei più
ricchi: non erano solo i Lord a detestare il «Bilancio
popolare». Nel dicembre del 1910, nelle ultime elezioni
generali prebelliche, i liberali e i conservatori avevano
ottenuto 272 seggi ciascuno, sicché il governo dovette
contare sui 42 parlamentari laburisti per avere la
maggioranza. Poiché i conservatori vinsero sedici delle
venti elezioni straordinarie che seguirono, nel 1914 la
maggioranza si era ridotta a solo 12 parlamentari, facendo
aumentare l’influenza dei circa 80 nazionalisti irlandesi. 44
Questo aiuta a spiegare perché il bilancio del 1914 dovette
essere sottoposto a una votazione governativa (con 22
liberali astenuti e un voto contrario) e il disegno separato
di legge sui redditi contenente i provvedimenti più
controversi essere completamente abbandonato. In
particolare, ci fu una rumorosa opposizione a una proposta
di Lloyd George, secondo la quale gli introiti provenienti
dall’aumento dell’imposta sui redditi avrebbero dovuto
essere utilizzati per sovvenzionare le autorità locali,
compensandole in questo modo delle perdite dovute ai
cambiamenti delle aliquote fiscali. 45 Perciò, tutto quel che
si può dire della Gran Bretagna è che i conflitti politici
suscitati dall’aumento delle spese per gli armamenti erano

237
meno aspri di quelli sorti nel continente, e che non ci sono
prove che una crisi politica interna (di questo o di altro
tipo) avesse incoraggiato il governo a optare per la guerra
nel 1914. 46
In Francia, al confronto, la tassazione rimase
sorprendentemente regressiva nella sua incidenza fino alla
vigilia della guerra. Ciò era almeno in parte il riflesso della
tradizione rivoluzionaria, che proteggeva il reddito e le
proprietà del cittadino dall’indagine di Stato, preferendo
riscuotere le cosiddette contributions sulla base di presunte
valutazioni «obiettive» della capacità media di pagare,
nonché sul principio di uguaglianza (di incidenza) che
escludeva le aliquote progressive d’imposta. La
conseguenza fu che le «quattro vecchie signore» –
l’imposta sui terreni, l’imposta sul commercio, l’imposta
sui beni mobili e l’imposta sui beni immobili – iniziarono a
fruttare somme che rispecchiavano sempre di meno la
realtà dei redditi e della ricchezza. Nel 1872 l’introduzione
di una nuova imposta sulle obbligazioni fu una rarissima
innovazione: per gran parte del XIX secolo la borghesia
francese rimase sottotassata. Perciò le spese prebelliche
furono finanziate innanzitutto con imposte indirette. Alla
vigilia della guerra i dazi (reintrodotti nel 1872 dopo solo
dodici anni di libero scambio) ammontavano a circa il 18
per cento del «prelievo» impositivo del governo, mentre
l’imposta sui consumi (soprattutto sulle bevande alcoliche,
il sale e il tabacco, tutti monopoli governativi) ammontava
a circa un terzo. La seconda maggiore fonte di introiti
erano le varie forme di marche da bollo pagate sulle
transazioni legali minori (circa un quarto degli introiti
impositivi nel 1913). Nel 1913 le imposte dirette portarono

238
nelle casse dello Stato solo il 14 per cento degli introiti
totali ordinari. 47 Tutti i tentativi di introdurre una
moderna imposta sui redditi furono fatti naufragare
dall’opposizione parlamentare (nel 1896, nel 1907 e
nuovamente nel 1911). Solo alla vigilia della guerra questa
opposizione fu sconfitta. Nel marzo del 1914 vennero
rimesse in vigore le vecchie tasse sul reddito, e nel luglio
dello stesso anno fu finalmente introdotta una tassa
generale sui redditi superiori a 7000 franchi l’anno.
Sebbene avesse un’aliquota standard del 2 per cento,
questa tassa era di fatto progressiva. Furono inoltre
introdotte cinque tasse parziali sul reddito (impôts
cédulaires sur les revenus), simili alle categorie d’imposta
del sistema britannico (ossia con incidenza differenziata
per diversi tipi di reddito). 48 L’approvazione di questa
riforma fu ottenuta non solo grazie all’introduzione, per
volere di Poincaré, della rappresentatività proporzionale e
al conseguente indebolimento del Partito radicale, ma
anche grazie al deterioramento della situazione
internazionale. Lo scoppio della guerra, però, ne fece
rinviare l’applicazione fino al gennaio del 1916.
Il sistema russo si fondava in misura ancora maggiore
sulle entrate derivanti dalla tassazione indiretta: solo una
piccola quota delle entrate (circa il 7 per cento fra il 1900 e
il 1913) proveniva dalla tassazione diretta. A causa
dell’opposizione degli uomini d’affari all’interno della
Duma non era stato possibile introdurre un’imposta sul
reddito. Di conseguenza, il governo era finanziato in
massima parte dai redditi delle imprese di Stato (nel 1913 i
ricavi netti della rete ferroviaria si aggirarono intorno ai
270 milioni di rubli) e dalle imposte sui consumi di

239
prodotti essenziali, come il cherosene, i fiammiferi, lo
zucchero e la vodka. La più importante di queste imposte
sui consumi era indubbiamente quella riscossa sulla
vendita della vodka, sulla quale lo Stato aveva imposto il
monopolio alla fine degli anni Novanta dell’Ottocento. Il
guadagno netto del monopolio sulla vodka era circa due
volte e mezzo più alto di quello prodotto dalle ferrovie di
Stato, e il suo fatturato lordo (900 milioni di rubli nel
1913) ammontava a oltre un quarto di tutte le entrate
statali. Come ha giustamente osservato lo storico
dell’economia Alexander Gerschenkron, l’onere
impositivo totale passò dal 12,4 per cento del reddito
nazionale pro capite nel 1860 al 16,9 per cento nel 1913.
Ma lo stesso Gerschenkron si sbaglia quando ritiene che
ciò ebbe come effetto una riduzione del tenore di vita,
come dimostra l’aumento delle entrate provenienti dalle
imposte sui consumi. 49
In Germania la situazione era ancora una volta resa più
complessa dal sistema federale. Gli Stati federali godevano
di un monopolio effettivo sulla tassazione diretta; e i
tentativi compiuti da Bismarck per spostare l’ago della
bilancia in favore del Reich furono continuamente
vanificati. 50 Anzi, in alcuni anni si ebbero trasferimenti
netti dal Reich agli Stati, in media 350 milioni di marchi
all’anno nel corso dell’ultimo decennio dell’Ottocento.
Perciò, mentre gli Stati (e i comuni locali) riuscirono, negli
anni Novanta del XIX secolo, a modernizzare i propri
sistemi fiscali introducendo imposte sul reddito, 51 il Reich,
in questo medesimo periodo, rimase quasi interamente
dipendente (per il 90 per cento delle sue entrate) dalle
vecchie tasse sui consumi e le importazioni. Come disse

240
Bülow, riecheggiando Bismarck, la Germania rimaneva
«un povero pellegrino, che bussa ostinatamente alla porta
dei singoli Stati, ospite assolutamente indesiderato in cerca
di sostentamento». 52 Quindi il Reich era sostanzialmente
costretto a finanziare se stesso (e di conseguenza anche
l’esercito e la marina tedeschi) con le imposte indirette. La
tendenza era pertanto quella di aumentare i dazi di pari
passo con l’aumento delle spese militari; ma il malcontento
popolare per la combinazione di «pane caro» e
«militarismo» venne sfruttato con tale successo dai
socialdemocratici che il governo fu costretto a prevedere
l’introduzione di imposte sulla proprietà a livello
imperiale. Contrariamente a quanto pensavano molti
membri della destra, l’aumento delle spese per l’esercito e
la marina tendeva a favorire la SPD, che divenne in effetti il
partito di coloro che erano più colpiti dalla tassazione
regressiva. 53 Nella destra, invece, gli interessi economici
tagliavano trasversalmente le correnti di partito, e le
coalizioni fondate su tali interessi tendevano a variare a
seconda della questione trattata, cosicché, per esempio,
molti gruppi affaristici (come la Lega degli industriali) che
nel 1912 avevano sostenuto un’imposta diretta, nel 1913 la
denunciarono come troppo progressiva. Cosa ancora più
importante, qui erano in discussione anche diverse
concezioni costituzionali (quelle dei particolaristi contro
quelle dei sostenitori di un Reich più centralizzato, così
come quelle dei difensori delle prerogative reali contro
quelle dei propositori di un maggiore potere
parlamentare). In questo dibattito, gli interessi economici
furono spesso ingigantiti per sostenere una determinata
concezione costituzionale. Infine, si trattò di un dibattito

241
in cui le posizioni storiche fondamentali dei vari partiti –
l’antiprussianesimo del Partito del Centro,
l’antimilitarismo dei socialdemocratici, l’antisocialismo dei
liberalnazionali e il filogovernativismo dei conservatori – si
ritrovarono tutte quasi simultaneamente compromesse.
La storia della politica interna tedesca prima del 1912 fu
quindi in larga misura la storia di uno stallo del bilancio:
gli Stati si opponevano alla richiesta del Reich di avere una
quota nelle imposte dirette sul reddito, il ministero del
Tesoro si sforzava invano di tenere sotto controllo le spese
dei dipartimenti rivali, il governo era sempre più costretto
a discutere di questioni finanziarie con il Reichstag e gli
stessi partiti del Reichstag erano in disaccordo sul
problema delle tasse. La schiacciante vittoria dei
socialdemocratici nelle elezioni del 1912 e la successiva
introduzione di due nuove imposte dirette per finanziare il
disegno di legge sull’esercito del 1913 sono state spesso
interpretate dagli storici come il momento culminante di
questa impasse, sebbene vi siano opinioni divergenti a
proposito del fatto che il Reich si trovasse a «un punto di
svolta», lungo «un vicolo cieco» o in una «crisi latente». 54
Senza dubbio, l’atmosfera mutò con le elezioni del 1912,
efficacemente descritte da un deputato socialdemocratico
come una «grande dimostrazione popolare contro
l’estensione delle imposte indirette». 55 Con un
sorprendente riallineamento, i liberalnazionali si unirono
con il Centro, con la sinistra liberale e con i
socialdemocratici per chiedere, nell’aprile del 1913,
l’introduzione di una «tassa generale sulla proprietà» a
livello imperiale (la cosiddetta «risoluzione Bassermann-
Erzberger», dal nome dei leader del Partito

242
liberalnazionale e del Partito del Centro). Anzi, i
liberalnazionali arrivarono addirittura ad appoggiare non
soltanto una risoluzione dei socialdemocratici in cui si
stabiliva che la nuova imposta doveva essere definita
annualmente, ma anche una dei progressisti con la quale si
ripristinava la riduzione dell’imposta sullo zucchero e si
chiedeva l’approvazione del disegno di legge
sull’estensione della tassa di successione del 1909. 56 Un
altro cambiamento significativo fu la nuova disponibilità
del Partito del Centro e dei socialdemocratici ad
appoggiare un aumento delle spese militari. Nel caso del
Centro cattolico, questo si riflesse nella trasformazione di
Erzberger da avversario delle spese coloniali a sostenitore
delle spese navali; nel caso dei socialdemocratici, si
espresse nella dichiarazione accuratamente studiata del
1912: «Come già in precedenza, noi socialdemocratici non
voteremo a favore di un solo uomo o di un solo centesimo
per il militarismo. Ma se … possiamo fare in modo che
un’imposta indiretta sia sostituita da una diretta, allora
siamo pronti a votare per una tale imposta». Gli eventi del
1913 possono anche essere visti come il momento
culminante della battaglia per ridurre l’inferiorità
finanziaria del Reich rispetto agli Stati che lo
componevano. Certamente, Bethmann Hollweg non
dubitava che la posta in gioco politica fosse stata innalzata
dalla risoluzione Bassermann-Erzberger. Per gli Stati la
scelta era tra accettare l’imposta del Reich sui redditi da
capitale (Vermögenszuwachssteuer) ora proposta dal
governo, oppure
spingere la politica del Reich – e quindi anche degli Stati federali – a compiere una svolta che
approfondirebbe in modo irreparabile la spaccatura tra i partiti della borghesia e che
potrebbe portare a una soluzione positiva soltanto se fosse concesso agli elementi radicali un

243
certo grado di influenza sul governo e sulla sua politica – cosa che romperebbe con le
tradizioni politiche del Reich e di tutti i singoli Stati.

A questo il ministro delle Finanze prussiano, dopo


essersi consultato con i leader conservatori, replicò che
porre fine al monopolio degli Stati sulle imposte dirette
avrebbe costituito «un passo disastroso sulla via di un
governo parlamentare»: il punto cruciale era che «la
Prussia rimanesse la Prussia». Ancora più deciso si mostrò
il monarca sassone Federico Augusto, che considerava
l’imposta sui redditi da capitale lo strumento
dell’«unitarismo». Quando il provvedimento venne
finalmente approvato, nonostante il voto contrario sassone,
al Bundesrat, e al Reichstag con i voti liberalnazionali e
socialdemocratici, le reazioni si fecero ancora più forti.
Secondo il conservatore conte Kuno Westarp, ora il Reich
era sul punto di diventare «uno Stato unitario governato
democraticamente». I partiti di opposizione proclamarono
«la giornata di Filippi» e (con greve ironia) «la fine del
mondo». 57
È stato spesso sostenuto che sia stata proprio questa
crisi politica interna a persuadere le élite governative del
Reich della necessità di una guerra, di una «fuga in avanti»
per sottrarsi alla marea montante della socialdemocrazia. 58
Come abbiamo visto, questo non rientrava nei calcoli di
Bethmann Hollweg. Ciò non vuol dire però che le dispute
finanziarie del 1908-1914 non abbiano avuto alcun
significato per le origini della guerra. Un esame più
approfondito mostra che la loro autentica importanza sta
proprio nella loro irrilevanza finanziaria, perché, sotto
questo aspetto, non era stato realizzato nulla di concreto. Il
disegno di legge sull’esercito prevedeva uno stanziamento
una tantum di 996 milioni di marchi e un incremento

244
medio annuo di 194 milioni di marchi, con un aggravio
addizionale sul bilancio del 1913 pari a 512 milioni di
marchi. Il disegno originario del governo stabiliva che
fosse finanziato con nuove marche da bollo sui certificati
d’assicurazione e sugli atti costitutivi societari
(aumentandole da 22 a 64 milioni di marchi), con
l’estensione del diritto statale di manomorta (5-15 milioni
di marchi l’anno), con un contributo una tantum alla difesa
– un prelievo dello 0,5 per cento su tutte le proprietà con
un valore superiore a 10.000 marchi e del 2 per cento su
tutti i redditi superiori ai 50.000 marchi – da riscuotersi in
tre tranche (la prima di 374 milioni di marchi e le altre due
di 324,5 milioni) e con un’imposta sui redditi da capitale
riscossa progressivamente in dieci aliquote che andavano
dallo 0,6 per cento sui redditi tra i 25.000 e i 50.000
marchi fino all’1,5 per cento sui redditi superiori a un
milione di marchi (entrate previste: 82 milioni all’anno).
Dopo tutto quello che era stato detto e fatto, questa non fu
assolutamente una rivoluzione delle finanze del Reich. 59 Il
dibattito alla Commissione bilancio riguardò innanzitutto
il trattamento differenziato di specifici gruppi economici,
non i livelli assoluti di entrate e spese. Inoltre, il risultato
fu un pasticcio politico. Anziché determinare la vittoria
definitiva di una coalizione progressista contro le forze
della reazione, l’approvazione dei disegni di legge sulla
difesa e le finanze rivelò in primo luogo l’estensione delle
divisioni all’interno dei partiti. 60 Semmai, la modesta
conquista politica rappresentata dall’approvazione di
un’imposta diretta del Reich (o meglio, di tre imposte
dirette, visto che il contributo per la difesa poteva in teoria
essere ripetuto) sembrava destinata a provocare una

245
reazione in quanto gli elementi conservatori si erano
ricompattati (sebbene il significato di questo nuovo
ricompattamento sia stato talvolta esagerato dagli
storici). 61 Kehr dunque sbagliava quando sosteneva che le
entrate del Reich erano in rapida crescita nel 1912-1913 e
che, se avessero potuto, i membri «militarizzati e
feudalizzati» del Reichstag avrebbero approvato il
programma del «Grande memorandum» di Ludendorff. 62
È alquanto dubbio che il governo sarebbe riuscito a
ottenere la maggioranza in parlamento per l’aumento delle
imposte che avrebbe dovuto chiedere.
Sul terreno delle entrate l’Austria-Ungheria aveva
problemi simili a quelli del Reich. Il bilancio comune
(destinato in massima parte alla difesa) era finanziato dalle
entrate congiunte delle dogane e da altri contributi dei due
regni separati, mentre altre attività governative erano
finanziate o dai regni separati o dagli Stati e dai comuni a
essi subordinati. Si dice spesso che gli ungheresi non
pagavano una quota corretta della spesa comune. Questo è
vero solo in parte. Innanzitutto, le Königreiche e i Länder
austriaci pagavano circa il 70 per cento, mentre i Länder
ungheresi pagavano il 30 per cento; in base a un nuovo
trattato stipulato nel 1907, però, la quota austriaca scese al
63,6 per cento, mentre quella ungherese salì al 36,4 per
cento. Questa suddivisione non era poi così lontana dalle
dimensioni delle rispettive popolazioni (gli ungheresi
costituivano il 40 per cento della popolazione complessiva
dell’Austria-Ungheria). Ma allora la sensazione era che
l’Austria fosse eccessivamente oberata. Secondo una stima,
nel 1900 circa il 14,6 per cento del bilancio statale
austriaco era devoluto al tesoro comune, mentre la quota

246
ungherese era solo del 9,5 per cento. Assai più importante
era il fatto che entrambi i paesi, sia separatamente sia in
comune, si basavano sulle imposte indirette. La fonte
principale di entrate comuni erano i dazi doganali, che
ammontavano al 25 per cento degli introiti comuni
complessivi nel 1913. Per l’Austria-Ungheria nel suo
complesso solo il 13 per cento degli introiti pubblici
complessivi proveniva da imposte dirette.
In altre parole, tutti i paesi del continente soffrivano la
mancanza di una moderna imposta sui redditi e quindi
dovevano basarsi sostanzialmente su tasse regressive per
finanziare i loro programmi di armamento e altre spese.
Ma in Germania e in Austria-Ungheria il sistema politico
creava numerosi ostacoli al miglioramento della situazione,
soprattutto a causa delle tensioni tra il governo centrale e
quelli regionali all’interno del sistema federale.
I debiti
L’altro modo per pagare i costi sempre maggiori della
politica interna ed estera era naturalmente quello di
ricorrere ai prestiti. Come mostra la tabella 14, era una
scelta che alcuni paesi privilegiavano in misura maggiore
rispetto ad altri. Germania e Russia, per esempio, vi
ricorsero massicciamente nel periodo successivo al 1887;
tuttavia, quando si operò una correzione per la
rivalutazione del rublo rispetto alla sterlina dopo l’ingresso
della Russia nel Gold Standard, ne risultò che il peso del
debito russo aumentò soltanto di due terzi tra il 1890 e il
1913, mentre il debito tedesco aumentò più del doppio. In
termini assoluti, anche la Francia ricorreva pesantemente
al prestito, benché partisse da un indebitamento maggiore
rispetto alla Germania (ciò che spiega il minore aumento

247
in percentuale). La Gran Bretagna costituiva un’eccezione
tra le grandi potenze, avendo ridotto il livello del suo
debito nazionale tra il 1887 e il 1913. Questo risultato
appare ancora più sorprendente se si tiene presente che il
costo della guerra boera fece aumentare il ricorso al
prestito – 132 milioni di sterline in totale – negli anni tra il
1900 e il 1903.
Ancora una volta, non si trattava di oneri insostenibili in
un’epoca caratterizzata da una crescita economica
straordinaria. Anzi, in tutti e quattro i casi considerati, il
debito totale mostrava la tendenza a diminuire in rapporto
al prodotto nazionale netto, come risulta dalla tabella 15.
Il governo britannico vantava un sistema di prestito
pubblico straordinariamente efficiente, che risaliva
addirittura al XVIII secolo. A differenza dei principali
paesi del Vecchio continente, la Gran Bretagna era uscita
dalle guerre culminate nella battaglia di Waterloo senza
venire meno agli impegni presi nei confronti dei titolari di
obbligazioni e senza defraudarli con l’inflazione (fu questo
il vero significato della decisione, presa nel 1819, di
tornare alla parità aurea). Per gran parte del secolo (per la
precisione fino al 1873) il debito nazionale britannico era
quindi stato significativamente più elevato di quello delle
potenze continentali. Ammontava a più di dieci volte le
entrate complessive delle imposte, mentre l’onere
debitorio ammontava a circa il 50 per cento della spesa
lorda dal 1818 fino al 1855. 63 Ciò rendeva i politici
britannici estremamente cauti nei confronti di nuovi
prestiti: quando furono costretti a ricorrervi, come durante
la guerra boera, lo fecero con disagio e preoccupazione.
Nel 1907 Edward Hamilton, la massima autorità nel

248
ministero del Tesoro, disse ad Asquith: «Lo Stato non può
racimolare una quantità indefinita di denaro. Noi tutti lo
credevamo durante la guerra boera, ma ora sappiamo che
abbiamo danneggiato gravemente il nostro credito con le
somme che abbiamo preso in prestito durante la
guerra». 64
Tabella 14 – Debiti nazionali in milioni di valuta nazionale
(e sterline), 1887-1913.
Francia (franchi) Gran Bretagna Germania (marchi) Russia (rubli)
(sterline)

1887 23.723 (941 milioni 655 8566 (419 milioni di 4418 (395 milioni
di sterline) sterline) di sterline)

1913 32.976 (1308 milioni 625 21.679 (1061 milioni 8858 (937 milioni
di sterline) di sterline) di sterline)
Aumento in 39 – 5 153 137
percentuale*
Nota: Germania = Reich più Stati federali. * = Aumenti in sterline.
Fonti: Schremmer, Taxation Public Finance, p. 398; Mitchell e Deane, British Historical Statistics, pp.
402-403; Hoffmann, Grumbach e Hesse, Das Wachstum der deutschen Wirtschaft, pp. 789-780;
Apostol, Bernatzky e Michelson, Russian Public Finances, pp. 234 e 239.

La verità, tuttavia, era che fino a quel momento il


mercato dei consols (ossia le obbligazioni orlate d’oro del
XIX secolo) non si era ampliato granché dagli anni Venti
dell’Ottocento. I politici vittoriani erano riusciti a limitare
il prestito pubblico con tale efficacia che l’ammontare
nominale del debito era sceso da 800 milioni di sterline nel
1815 ad appena poco più di 600 milioni un centinaio di
anni più tardi, un risultato davvero unico nella storia
tributaria del XIX secolo. Come proporzione delle entrate
nazionali, alla vigilia della guerra il debito pubblico della
Gran Bretagna era al minimo storico: appena il 28 per
cento, molto meno di quello delle altre grandi potenze. Il
debito complessivo era solo di tre volte superiore alle
entrate totali e l’onere debitorio ammontava ad appena il

249
10 per cento delle spese complessive. Inoltre, la Gran
Bretagna aveva il mercato monetario più vasto e sofisticato
del mondo, gestito dalla Banca d’Inghilterra e da un’élite
non ufficiale di banche private e azionarie, cosicché anche
il prestito a breve termine risultava un’operazione
relativamente semplice e diretta.
Tabella 15 – Debiti nazionali in percentuale del prodotto
nazionale netto, 1887-1913.
Francia Gran Bretagna Germania Russia

1887 119,3 55,3 50,0 65,0

1913 86,5 27,6 44,4 47,3

Nota: Germania = Reich più Stati federali.


Fonte: Come nella tabella 14 e J.M. Hobson, Wary Titan, pp. 505-506.

In base agli standard moderni la Francia era


caratterizzata da un debito pubblico particolarmente
elevato, pari a circa l’86 per cento del reddito nazionale nel
1913, avendo registrato un aumento di quasi il 40 per
cento rispetto al 1887. Era anche il più elevato tra quelli
delle grandi potenze, e pertanto la gestione del debito era
responsabile della più alta proporzione di spese del
governo centrale. 65 Ciò rifletteva la tendenza dello Stato
francese (indipendentemente dalla composizione politica)
ad avere deficit di bilancio; il bilancio fu riequilibrato nel
giro di pochi anni nel XX secolo, con il risultato che il
debito aumentò inesorabilmente rispetto ai livelli
relativamente bassi del 1815. Un grosso debito pubblico
stuzzicava inoltre l’appetito dei risparmiatori francesi, che
avevano per le rentes perpétuelles (l’obbligazione
principale del governo francese che, come indica la
definizione, era irredimibile) un affetto persino maggiore
di quello, già proverbiale, delle vedove e degli orfani

250
britannici per i consols. Le riduzioni delle tasse
incoraggiarono l’abitudine di chiedere prestiti a lungo
termine al governo in cambio di interessi bassi ma sicuri.
Non è un caso che gli economisti continuino a chiamare
rentier chi vive di investimenti: questa «specie» era nata
nella Francia del XIX secolo.
Anche il debito pubblico complessivo della Russia
aumentò bruscamente in termini nominali nella seconda
metà dell’Ottocento: raddoppiò tra il 1886 e il 1913,
passando da 4,4 a 8,8 miliardi di rubli. Tuttavia, e
contrariamente a quanto sostenuto da Arcadius Kahan,
secondo il quale alti livelli di prestiti statali per finanziarie
lo sviluppo dell’industria pesante conducevano al
«sovraffollamento» dell’investimento nel settore privato,
questo non rappresentò un aggravio paralizzante. 66 La
crescita economica della Russia era talmente rapida che
l’onere debitorio diminuì da circa il 65 per cento del
reddito nazionale ad appena il 47 per cento alla vigilia
della guerra. Inoltre, il rapporto fra debito complessivo e
introiti impositivi era più basso in Russia (2,6 a 1) che in
Francia (6,5 a 1) o in Gran Bretagna (3,3 a 1). La gestione
del debito equivaleva a circa il 13 per cento delle spese del
governo centrale tra il 1900 e il 1913, leggermente meno
che in Gran Bretagna. 67 Non ci sono prove di
sovraffollamento: la percentuale di emissioni totali del
mercato finanziario russo garantite da obbligazioni
governative passò dall’88 per cento nel 1893 al 78 per
cento nel 1914. In ogni caso, una parte molto sostanziosa
del debito statale era finanziata da stranieri che non
sarebbero stati disposti a investire in compagnie private
russe. 68

251
In Germania vigeva il già ben consolidato principio
della Finanzwissenschaft, in base al quale non solo le spese
straordinarie, come i costi della guerra, ma anche quelle
«produttive», come gli investimenti in imprese di Stato,
dovevano essere finanziate da prestiti anziché dalle entrate
correnti. La convinzione che la costruzione di una flotta
tedesca in tempo di pace avrebbe «fruttato interessi»
giustificò il finanziamento del programma di Tirpitz
appunto tramite un prestito. 69 Poiché le spese navali
balzarono da 86 milioni di marchi all’anno nel
quinquennio 1891-1895 a 228 milioni di marchi nel 1901-
1905, anche il debito del Reich aumentò parallelamente da
1,1 miliardi a 2,3 miliardi di marchi. 70 Tra il 1901 e il 1907
una media di circa il 15 per cento delle entrate complessive
(ordinarie e straordinarie) del Reich proveniva da prestiti;
nel 1905 più di un quinto delle entrate arrivò da questa
fonte. 71 Il costo della gestione del debito crebbe
proporzionalmente come percentuale delle spese
complessive del Reich, suscitando proteste politiche per
l’«asservimento delle masse al pagamento degli interessi
per il bene dei creditori dello Stato». 72 Inoltre, il persistere
del deficit a livello imperiale provocò un aumento dal 4 al
9 per cento dei prestiti a breve termine considerati come
percentuale dell’indebitamento complessivo.
La situazione della Germania era complicata perché il
prestito del Reich coincideva con un enorme aumento dei
prestiti contratti dagli altri livelli del governo, vale a dire
gli Stati federali e i comuni. In effetti, questi tre livelli
erano in reciproca concorrenza sul mercato dei capitali.
Nel 1890 il debito complessivo del Reich ammontava a 1,3
miliardi di marchi, solo leggermente di più di quello dei

252
comuni (1 miliardo). Il debito combinato degli Stati era di
9,2 miliardi di marchi, circa due terzi dei quali accumulati
dalla sola Prussia. Qui può esservi stato un certo grado di
sovraffollamento. Tra il 1896 e il 1913 il volume
dell’emissione di obbligazioni del settore pubblico
aumentò del 166 per cento, rispetto al 26 per cento
dell’emissione nel settore privato, e dopo il 1901 le
emissioni del settore pubblico oscillarono in media dal 45
al 50 per cento del valore nominale di tutte le emissioni del
mercato azionario. 73 Nel 1913 il debito complessivo del
settore pubblico era arrivato a 32,8 miliardi di marchi, dei
quali poco più della metà era debito statale, in confronto al
16 per cento emesso dal Reich e dal resto dei comuni. 74 A
differenza della Gran Bretagna e della Francia, la
Germania aveva bisogno dell’assistenza straniera per
finanziare le richieste di prestito del suo settore pubblico.
Quasi il 20 per cento del debito pubblico complessivo del
1913 era in mano a investitori stranieri.
Come vedremo, i contemporanei erano preoccupati da
questa situazione. Ma è importante collocare l’onere
debitorio della Germania nella giusta prospettiva. Il debito
pubblico complessivo alla vigilia della guerra equivaleva a
circa il 60 per cento del prodotto nazionale lordo. Il peso
crescente della gestione del debito ammontava all’11 per
cento della spesa pubblica nel 1913. Se si confrontano i
debiti del governo centrale delle tre potenze dell’Intesa
con i debiti combinati del Reich e dei suoi Stati (cfr. tab.
15), questi ultimi risultano in effetti inferiori a quelli di
Russia e Francia.
Anche in Austria-Ungheria era diffuso il timore di un
incombente disastro fiscale. Come dichiarò Friedrich von

253
Holstein a Berlino alla fine degli anni Ottanta
dell’Ottocento: «Nonostante tutte le nuove tasse, il
pareggio di bilancio è attualmente null’altro che un pio
desiderio. Nel frattempo si continua allegramente a
chiedere prestiti». 75 L’economista Eugen von Böhm-
Bawerk sosteneva che la duplice monarchia «vivesse al di
sopra dei suoi mezzi». Inutile dirlo, gli austriaci
borbottavano che gli ungheresi non pagavano il dovuto: il
loro contributo alla gestione del debito comune era fissato
all’importo di 2,9 milioni di fiorini l’anno, lasciando alla
metà occidentale dell’impero il compito di assumersi il
peso di ogni nuovo prestito. Ma, ancora una volta, le ansie
dei contemporanei erano eccessive. In realtà, nel 1913 il
debito pubblico complessivo era inferiore al 40 per cento
del reddito nazionale. Rispetto al periodo precedente il
1867, era il segno di una straordinaria morigeratezza
fiscale. La gestione del debito ammontava soltanto al 14
per cento della spesa austriaca nel 1907, contro circa il 33
per cento negli anni Cinquanta e Sessanta
dell’Ottocento. 76
In breve, gli effetti della corsa agli armamenti sul
prestito pubblico furono poco significativi: in termini reali
l’onere debitorio, malgrado la corsa agli armamenti, di
fatto diminuì. Eppure i contemporanei erano preoccupati
soprattutto dall’aumento assoluto dei prestiti governativi.
Un’importante ragione di questa preoccupazione era che
sembrava provocare un aumento del costo dei prestiti
governativi, valutato in base al prezzo (o al rendimento)
delle obbligazioni emesse.
Nel corso dell’Ottocento il mercato internazionale delle
obbligazioni era diventato un barometro

254
straordinariamente sensibile della visione economica e
politica del capitalismo. All’inizio del Novecento si ebbe
un gigantesco movimento di fondi d’investimento, in larga
misura i risparmi delle élite proprietarie del mondo
occidentale; considerando l’ancora sproporzionata
influenza politica che esse esercitavano a quell’epoca, le
sue fluttuazioni meritano un’attenzione molto maggiore di
quella che gli storici vi hanno normalmente dedicato. Si
trattava di un mercato relativamente efficiente, in quanto
nel 1914 il numero degli individui e delle istituzioni che
compravano e vendevano era decisamente alto, e i costi
delle transazioni erano relativamente bassi. Inoltre, grazie
alle innovazioni nel campo delle comunicazioni
internazionali (soprattutto il telegrafo), era un mercato che
reagiva rapidamente alle vicende della politica. Il declino
dei prezzi delle obbligazioni – o l’aumento dei rendimenti
– che si verificò poco dopo il 1890 (si veda la tab. 16) era
considerato da molti la prova di una «iperelasticità»
fiscale.
Tabella 16 – Prezzi delle principali obbligazioni europee,
ca. 1896-1914.
Prezzo Data Prezzo Data Differenza in
massimo minimo percentuale

Consols inglesi al 2,75 113,50 luglio 1896 78,96 dicembre – 30,4


per cento* 1913

Rentes francesi al 3 per 105,00 agosto 80,00 luglio – 23,8


cento 1897 1914

Obbligazioni russe al 4 per 105,00 agosto 71,50 agosto – 31,9


cento 1898 1906

Imperiali tedesche al 3 per 99,38 settembre 73,00 luglio – 26,5


cento 1896 1913

* = Per il 1913 prezzo al 2,5 per cento ricalcolato su un dividendo al 2,75 per cento.
Fonte: «The Economist», prezzi di chiusura settimanali.

255
La causa principale di questa diminuzione era infatti
l’accelerazione dell’inflazione, un fenomeno monetario
provocato dall’aumento della produzione dell’oro e,
elemento ancora più importante, dal rapido sviluppo
dell’intermediazione bancaria, che incrementava l’uso di
banconote e di metodi di transazione senza liquidi (in
particolare il giroconto bancario). Ma i contemporanei
considerarono l’aumento dei rendimenti una forma di
protesta del mercato contro le fiacche politiche fiscali. Ciò
era effettivamente vero solo nella misura in cui le emissioni
di obbligazioni del settore pubblico tendevano a spingere
verso l’alto il costo indiscriminato del prestito in
concorrenza con le rivendicazioni del settore privato sul
mercato dei capitali: questo era sicuramente il caso della
Germania. Tuttavia, l’accusa d’incontinenza fiscale fu
ripetutamente rivolta a quasi tutti i governi – compreso
quello britannico – dai critici sia di sinistra sia di destra. La
tabella 17 indica che l’aumento dei rendimenti era un
fenomeno universale; più interessante è però il fatto che ci
fossero differenze marcate o persino grandi «divari» tra le
obbligazioni dei vari paesi. Questi divari nei rendimenti
erano la reale espressione della valutazione dei mercati non
solo sulla politica fiscale ma anche, più in generale, sulla
stabilità politica e sulla politica estera, visto il rapporto
tradizionalmente stretto fra i pericoli di una rivoluzione, di
una guerra e dell’insolvenza. Forse prevedibilmente, la
Russia, data l’esperienza del 1904-1907 e tenuto conto dei
suoi problemi economici più generali e della sua
«arretratezza» politica, era considerata il rischio creditizio
maggiore fra le grandi potenze. Più sorprendente appare
l’ampia differenza tra i rendimenti tedeschi e quelli delle

256
obbligazioni britanniche e francesi, che erano pressoché
uguali. Questo non si può spiegare facendo perno sulle
maggiori richieste da parte del settore privato tedesco sul
mercato finanziario di Berlino, dato che questi sono i
prezzi di Londra (e in ogni caso gli investitori sceglievano
in genere tra le obbligazioni di diversi governi, non tra
azioni e obbligazioni). Insomma, gli investitori credevano
che la Germania guglielmina fosse finanziariamente meno
forte delle sue rivali occidentali.
Tabella 17 – Dividendi delle obbligazioni delle potenze
maggiori, 1911-1914.
Consols Rentes Tedesche al 3 Russe al 4 Differenziale Differenziale
inglesi francesi per cento per cento anglo-tedesco anglo-russo
Marzo 3,08 3,13 3,56 4,21 0,48 1,13
1911
Luglio 3,34 3,81 4,06 4,66 0,72 1,32
1914
Media 3,29 3,36 3,84 4,36 0,55 1,07

Fonte: «The Economist», prezzi medi mensili di Londra.

I prezzi settimanali e mensili delle obbligazioni,


pubblicati su giornali finanziari come l’«Economist», ci
permettono di seguire in modo più approfondito le
fluttuazioni. Per ragioni storiche, l’interesse nominale sulle
obbligazioni emesse dalle grandi potenze era variabile: i
consols britannici fruttarono il 3 per cento per la maggior
parte del XIX secolo, ma si ridussero al 2,75 per cento nel
1888 e al 2,5 per cento nel 1903. Negli anni Novanta dello
stesso secolo le obbligazioni tedesche e francesi fruttavano
il 3 per cento, ma quelle russe garantivano il 4 per cento, e
nuove emissioni dopo la rivoluzione del 1905 arrivavano
fino al 5 per cento. Ovviamente, gli investitori erano di
norma più interessati al rendimento delle obbligazioni e
offrivano prezzi oscillanti, principalmente in base alle

257
aspettative che nutrivano nei confronti della capacità di
solvenza dei rispettivi Stati. Per facilitare il confronto, ho
deciso di ricalcolare, utilizzando i tassi di rendimento, i
prezzi delle obbligazioni delle principali potenze
postulando che avessero tutte un tasso di interesse del 3
per cento. La figura 6 mostra il prezzo mensile medio delle
obbligazioni britanniche tra il 1900 e il 1914 ricalcolato in
questo modo; la figura 7 mostra il prezzo di chiusura
settimanale delle obbligazioni francesi, tedesche e russe
per lo stesso periodo, con il prezzo delle obbligazioni russe
ricalcolato nel medesimo modo.
Anche in questo caso si può osservare che le
obbligazioni tedesche avevano un valore nettamente
inferiore – in media circa il 10 per cento in meno – rispetto
a quelle britanniche e francesi. Sebbene alcune differenze
tecniche possano avervi influito, il divario nel prezzo delle
obbligazioni era soprattutto il riflesso della rischiosità delle
obbligazioni tedesche rispetto a quelle britanniche. Anche
il divario tra i prezzi delle obbligazioni tedesche e russe è
particolarmente istruttivo: cosa niente affatto
sorprendente, si era notevolmente ampliato durante la
guerra russo-giapponese e la successiva rivoluzione, ma nel
1910 si era nuovamente ridotto fino a risultare
significativamente minore di quello esistente tra le
obbligazioni francesi e tedesche. E non erano solo la Gran
Bretagna e la Francia a essere considerate meno rischiose
della Germania dal punto di vista creditizio. A un certo
punto, poco dopo la caduta di Bülow, il prezzo delle
obbligazioni al 4 per cento del Reich scese di fatto al di
sotto di quello delle obbligazioni italiane al 3-5 per
cento. 77

258
Figura 6 – Prezzo medio mensile dei consols britannici, calcolato sulla base di un dividendo del 3 per
cento, 1900-1914.

Fonte: Accounts and Papers of the House of Commons, voll. LI, XXI.
Figura 7 – Prezzo di chiusura settimanale di azioni francesi (in alto), tedesche (in mezzo) e russe (in
basso), calcolati sulla base di un dividendo del 3 per cento, 1900-1914.

Fonte: «The Economist».

La cosa non passò inosservata. Quando le emissioni di

259
obbligazioni prussiane e del Reich per un totale di 1,28
miliardi di marchi furono accolte con scarso entusiasmo
dalle Borse nel 1909-1910, molti osservatori giunsero alla
stessa conclusione del segretario di Stato al Tesoro, Adolf
Wermuth, secondo il quale «l’armamentario finanziario»
della Germania non era all’altezza del suo «armamentario
bellico». 78 Il problema di incrementare i rendimenti
tedeschi preoccupava soprattutto banchieri internazionali
come Max Warburg. 79 Nel 1903, su istigazione di Bülow,
cercò di sollevare la questione con il Kaiser dopo una cena;
ma l’imperatore la liquidò bruscamente affermando con
fiduciosa sicurezza che «i russi finiranno prima in
bancarotta». 80 Nel 1912 Warburg scrisse un documento
per il congresso generale dei banchieri tedeschi intitolato
«Modi adeguati e inadeguati per rialzare il prezzo delle
obbligazioni di Stato»; 81 e l’anno seguente l’economista
Otto Schwartz replicò criticamente alle asserzioni di
Guglielmo II sostenendo che le finanze tedesche erano in
quel momento più deboli di quelle russe. 82 Ciò fu notato
anche all’estero: il fatto che le obbligazioni «tedesche al 3
per cento [stessero] a 82» mentre quelle «belghe a 96»
fornì a Angell uno dei suoi migliori argomenti contro la
razionalità economica del militarismo. 83 Analogamente,
l’elevato rendimento del nuovo prestito tedesco emesso nel
1908 spinse alcuni commentatori della City a sospettare
che fosse un «prestito di guerra». 84
Dall’impasse fiscale alla disperazione strategica
La percezione della relativa debolezza della Germania e
dell’Austria-Ungheria era destinata ad avere profonde
conseguenze storiche a causa delle sue implicazioni per le
future spese militari. Come abbiamo visto, la rapidità con

260
cui si espandeva l’esercito tedesco era stata frenata
dall’influenza esercitata dai conservatori all’interno del
ministero della Guerra. Ma anche se Ludendorff avesse
avuto carta bianca per l’istituzione di un servizio militare
quasi universale, non è affatto certo che lo si sarebbe
potuto realizzare. Infatti, anche il bilancio della difesa
tedesco era limitato da parecchi fattori: la resistenza,
all’interno del sistema federale, ad aumentare la
centralizzazione fiscale; la resistenza, all’interno del
Reichstag, ad aumentare le imposte; e l’impossibilità di
ottenere prestiti senza approfondire il divario di
rendimento delle obbligazioni tra la Germania e le sue
rivali occidentali. Incapace di ridurre le enormi percentuali
di entrate complessive degli Stati e dei governi locali,
incapace di riscuotere una cifra pari a quella della Gran
Bretagna in imposte dirette o pari a quella della Russia in
imposte indirette, e incapace di contrarre prestiti
vantaggiosi con la Gran Bretagna e la Francia, il Reich
sembrava destinato a perdere la corsa finanziaria agli
armamenti.
I contemporanei riconobbero spesso questo problema.
«A che cosa serve un esercito pronto a entrare in azione o
una marina pronta alla battaglia, se le nostre finanze ci
abbandonano?», chiedeva Wilhelm Gerloff, la massima
autorità del sistema finanziario del Reich; 85 mentre Bülow
parlava della necessità di «convincere il popolo tedesco
che moralmente e materialmente la riforma [finanziaria] è
una questione di vita o di morte». 86 Il giornale della Lega
dell’esercito, «Die Wehr», era d’accordo: «Se si vuole
vivere in pace, si devono anche sopportare degli oneri,
ossia pagare le tasse: senza questo, non lo si può

261
semplicemente fare». 87 Era anche la tesi di fondo del libro
di Friedrich von Bernhardi Deutschland und der Nächste
Krieg (La Germania e la prossima guerra), di fatto – come
rivela un’analisi più approfondita – un appello alla riforma
finanziaria pubblicato giusto in tempo per influenzare i
dibattiti politici del 1912:
Sarebbe un atto folle e fatale di debolezza politica trascurare il punto di vista militare e
strategico e far dipendere praticamente tutti i preparativi di guerra dai mezzi finanziari al
momento disponibili. «Nessuna spesa senza sicurezza», recita la formula di cui si riveste
questa politica. È giustificata solo quando la sicurezza è fissata dalle spese. In un grande Stato
civilizzato sono i doveri ai quali si deve adempiere a determinare la spesa, e il grande ministro
delle Finanze non è un uomo che bilanci i conti nazionali risparmiando sulle forze nazionali,
rinunciando al tempo stesso all’esborso politicamente indispensabile. 88

Ma non erano solo i militari a pensarla in questo modo.


Il presidente della Reichsbank, Rudolf Havenstein, si
espresse in modo altrettanto esplicito sulla base finanziaria
della deterrenza: «Saremo in grado di mantenere la pace»,
dichiarò il 18 giugno 1914, «soltanto se saremo forti sia
finanziariamente che militarmente». Queste parole devono
essere intese non come un indizio che la Germania fosse
pronta alla guerra, bensì nel suo contrario: Havenstein
pensava che la Germania non fosse finanziariamente
forte. 89
Tuttavia sembravano esserci ostacoli politici
insormontabili. «Abbiamo il popolo e il denaro», osservava
frustrato il leader della Lega dell’esercito, August Keim.
«Ci manca soltanto la determinazione per metterli
entrambi al servizio della patria.» 90 Lo stesso problema
poteva essere considerato dalla prospettiva dei
socialdemocratici: «Alcuni chiedono più navi, altri
reclamano più soldati», commentava Daniel Stücklein;
«ma bisogna ancora trovare altre organizzazioni capaci di
procurare il denaro necessario per soddisfare queste

262
richieste». 91 Il dilemma del governo era molto semplice:
«Gli attuali oneri finanziari [sono] troppo pesanti perché
l’economia sia in grado di sopportarli», scriveva un
funzionario del ministero della Guerra prussiano nel 1913,
«e qualsiasi [ulteriore] agitazione non farebbe altro che
aggiungere acqua al mulino dei socialdemocratici». 92
Forse era proprio ciò che aveva in mente Warburg
quando, nel novembre del 1908, fece la seguente
dichiarazione: «Se continuiamo a condurre la nostra
politica fiscale nello stesso modo … un bel giorno
scopriremo che potremo rimediare al danno solo con il
massimo sacrificio possibile, se mai potremo porvi
rimedio». 93 L’anno successivo il suo amico Albert Ballin
espresse il timore che «una nuova riforma delle finanze»
potesse condurre a «una svolta molto grave» nella politica
interna. 94 Ma, ironicamente, la vera causa dell’intoppo
tributario era il partito conservatore prussiano: un’ironia
incarnata dalla figura del barone Ottomar von der Osten-
Sacken und vom Rhein, che da un lato sosteneva il servizio
militare universale, dall’altro però si opponeva
all’imborghesimento del corpo ufficiali e alla tassazione
delle grandi proprietà a est dell’Elba. 95
L’impasse fiscale sfociò nella disperazione strategica.
Nel 1912 la «Ostdeutsche Buchdrückerei und
Verlagsanstalt» pubblicò un opuscolo dal titolo rivelatore:
«La situazione finanziaria impedisce alla Germania di
sfruttare appieno la sua intera forza nazionale nel proprio
esercito?». 96 La risposta era: sì. «Semplicemente, non
possiamo permetterci di fare una corsa agli armamenti
navali contro una Gran Bretagna molto più ricca», si
lamentava Ballin. 97 Nel 1909 anche il Kaiser dovette

263
ammettere che «sotto le inesorabili costrizioni della
ristrettezza di fondi … le giustificate richieste del “Fronte”
non potevano essere soddisfatte». 98 Persino Moltke
riconobbe il problema nel dicembre del 1912,
commentando: «I nostri nemici si armano con maggior
decisione, perché noi siamo a corto di denaro». 99 Lo
stesso mese l’imperatore Guglielmo aveva dichiarato: «Il
popolo tedesco [è] pronto a fare qualsiasi sacrificio … Il
popolo comprende che perdere una guerra costa molto più
caro che pagare questa o quella tassa». Non aveva il
minimo dubbio sulla «volontà del popolo di garantire tutto
quanto [gli veniva richiesto] per scopi militari». 100 È un
paradosso fondamentale dell’epoca guglielmina che,
malgrado tutti i segni esteriori mostrassero una Germania
dominata da una cultura militarista, il Kaiser si sbagliasse.
La debolezza finanziaria della Germania non era un
segreto. Sebbene la stampa popolare inglese agitasse
periodicamente lo spauracchio della crescente potenza
commerciale e industriale tedesca prima del 1914, i
contemporanei più informati sapevano perfettamente che
la potenza finanziaria del Reich non era così
impressionante. Nel novembre del 1909 Churchill (allora
titolare del dicastero del Commercio) sostenne che le
sempre maggiori difficoltà di ottenere denaro ostacolavano
efficacemente l’espansione navale tedesca. Il suo
memorandum contiene una valutazione così accurata della
situazione interna della Germania da meritare una lunga
citazione:
L’eccessivo volume di spese dell’Impero tedesco minaccia e pone sotto grande pressione
tutti gli argini che preservano l’unità sociale e politica della Germania. Gli elevati dazi
doganali sono stati in larga misura resi inflessibili da trattati commerciali … I pesanti balzelli
sulle derrate alimentari, attraverso i quali si riscuote la parte maggiore delle entrate doganali,
hanno aperto un profonda spaccatura fra gli agrari e gli industriali, e questi ultimi ritengono

264
di non avere ricevuto compensi adeguati per l’alto prezzo delle derrate alimentari, malgrado i
più sofisticati meccanismi di protezione delle manifatture. Lo splendido sistema delle ferrovie
di Stato si trova sotto pressione perché è continuamente degradato a semplice strumento di
tassazione. Il settore dell’imposizione diretta è già in gran parte occupato dagli Stati e dai
sistemi locali di governo. Il probabile intervento del parlamento a suffragio universale
dell’impero in questi settori già esauriti unisce le classi proprietarie, siano esse imperialiste o
stataliste, in un comune timore, al quale le autorità governative non sono insensibili.
Dall’altro lato, nuove tasse o nuovi aumenti delle tasse su ogni forma di svago popolare
rafforzano moltissimo i partiti della sinistra, che si oppongono alla corsa agli armamenti e a
molte altre cose.
Nel frattempo il debito imperiale tedesco è più che raddoppiato negli ultimi tredici anni
di pace ininterrotta … Gli effetti dei prestiti ricorrenti per far fronte alla normale spesa annua
hanno ostacolato un vantaggioso sviluppo degli investimenti e frantumato l’illusione … che
Berlino possa soppiantare Londra come centro nevralgico dell’attività creditizia mondiale. Il
credito dell’Impero tedesco è sceso al livello di quello italiano.
Queste circostanze ci inducono a concludere che la Germania si appresta a vivere una
fase di gravi tensioni interne. 101

Non era solo Churchill a riconoscere la debolezza delle


finanze tedesche. Già nell’aprile del 1908 lo stesso Grey
aveva «sottolineato che la situazione finanziaria avrebbe
potuto diventare nel giro di pochi anni un problema molto
serio per la Germania ed esercitare un’influenza negativa
sul paese». L’anno successivo l’ambasciatore tedesco a
Londra, conte Metternich, aveva in effetti richiamato
l’attenzione di Grey sulla «resistenza» interna alle spese
navali. 102 Goschen, il suo omologo britannico a Berlino,
aveva accennato a «mormorii» pubblici contro le spese
navali nel 1911 e si era mostrato scettico quando il Kaiser
aveva cercato di confutare «l’idea diffusa all’estero che la
Germania non abbia soldi». 103 All’epoca del disegno di
legge sull’esercito, nel 1913, aveva notato che «ciascuna
classe sarebbe … felice di vedere il proprio fardello
finanziario gravare sulle spalle di qualcun altro». 104 Nel
marzo del 1914 Sir Arthur Nicolson predisse addirittura
che «se la Germania non sarà disposta a fare ulteriori
sacrifici finanziari a scopi militari, i giorni della sua
egemonia in Europa sono contati». 105
Pareri analoghi furono espressi da chi, nella City,

265
conosceva bene la Germania. Lord Rothschild riconobbe
subito quali fossero i limiti della potenza tedesca. «Il
governo tedesco non ha più un marco», osservò nell’aprile
del 1906, mentre veniva collocato sul mercato un nuovo
prestito del Reich. 106 Né gli sfuggirono le difficoltà
incontrate dalla Reichsbank durante la crisi finanziaria
internazionale del 1907, per molti versi ben più gravi di
qualsiasi cosa si fosse mai vissuta a Londra ed esacerbate
dal prestito a breve termine del settore pubblico. 107
Rothschild rimase particolarmente impressionato dalla
necessità che avevano i tedeschi di vendere obbligazioni
sui mercati finanziari stranieri, un espediente al quale né la
Gran Bretagna né la Francia avevano mai dovuto ricorrere
in tempo di pace. 108 L’impressione di un Reich in
difficoltà fu ulteriormente confermata dalla grande
emissione di obbligazioni prussiane nel 1908 e dal deficit
del bilancio del Reich. 109 Non stupisce che i Rothschild,
esattamente come i Warburg ad Amburgo, si aspettassero
che il governo tedesco cercasse qualche forma di accordo
per limitare le costruzioni navali. 110 La seconda crisi
marocchina del 1911 ribadì la vulnerabilità del mercato di
Berlino al ritiro dei capitali stranieri. 111 Agli occhi dei
banchieri, quindi, la Germania non era forte ma debole.
Il diplomatico americano John Leishman era un altro
osservatore straniero che aveva compreso perfettamente il
significato del disegno di legge sull’esercito del 1913:
Sebbene convinto che l’atteggiamento della Germania non sia stato provocato da segrete
intenzioni di far guerra a una nazione, esattamente come è opinione prevalente nelle alte sfere
che persino una vittoria in guerra riporterebbe indietro di cinquant’anni lo sviluppo
commerciale della Germania, l’azione dell’imperatore susciterà certamente sospettosi dubbi
nella mente delle altre potenze; e poiché l’aumento delle forze tedesche sarà sicuramente
seguito da un parallelo aumento degli eserciti francese e russo, appare difficile capire come il
governo tedesco possa immaginarsi di ottenere un concreto vantaggio se si tiene conto del
gigantesco aumento degli oneri, e ancora più difficile capire come un popolo già sovratassato

266
possa sottoporsi così supinamente a un onere di tali proporzioni.
Sebbene la Germania, in virtù della sua posizione geografica, sia naturalmente costretta a
mantenere una certa forza militare, essendo circondata da potenze militari, questa difesa, o
cosiddetta assicurazione, non può essere spinta fino all’estremo senza cadere nel rischio di
gravi problemi economici.

Ma Leishman temeva che un «potente partito militare»


potesse «far precipitare il paese in una guerra nonostante
gli sforzi pacifici del governo, e un monarca meno capace e
lungimirante dell’attuale imperatore tedesco potrebbe, in
parecchie occasioni, non essere in grado di resistere alle
pressioni del partito favorevole alla guerra». 112 Nel
febbraio del 1912 l’ambasciatore americano, Walter Page,
diede questo avvertimento al Dipartimento di Stato: «Un
qualche governo (probabilmente quello tedesco) si vedrà la
bancarotta davanti agli occhi e il modo migliore di evitarla
sembrerà quello di scatenare una grande guerra. La
bancarotta prima di una guerra sarebbe ignominiosa; ma
dopo una guerra potrebbe essere attribuita alla “Gloria”».
In questo stesso periodo la sua attenzione fu attirata da un
articolo del «“Berlin Post” in cui si esortava a una guerra
immediata, perché la Germania si trova oggi in una
posizione migliore di quella in cui si ritroverà fra poco
tempo». 113
E non mancavano le critiche. Il pericolo era che il
governo tedesco, per citare le parole di Churchill, anziché
cercare di «tranquillizzare la situazione internazionale»,
potesse «trovare una via di uscita in un’avventura esterna».
Anche i Rothschild erano convinti che le restrizioni
finanziarie avrebbero potuto incoraggiare il governo
tedesco a perseguire una politica estera aggressiva, persino
a rischio di «incorrere in nuove spese navali e militari su
vasta scala». 114 Il leader socialdemocratico August Bebel
disse in sostanza la stessa cosa in un memorabile discorso

267
pronunciato al Reichstag nel dicembre del 1911:
Ci saranno ovunque armamenti e riarmi fino a un determinato giorno: meglio finire
nell’orrore che un orrore senza fine … Potrebbero anche dire: ascoltate, se aspettiamo
ancora, noi diventeremo lo schieramento più debole anziché il più forte … Si profila
all’orizzonte il crepuscolo degli dèi del mondo borghese. 115

Era un’analisi fin troppo acuta. Non per nulla, nel


marzo del 1913 Moltke dichiarò che era necessario creare
una situazione tale da far considerare la guerra «una
liberazione dai grandi armamenti, dagli oneri finanziari e
dalle tensioni politiche». 116
Non è certamente più di moda parlare delle origini
interne della prima guerra mondiale. 117 Ciononostante,
sembra legittimo continuare a parlare delle origini interne
della guerra (se non del primato della politica interna) in
un altro senso: infatti, i limiti finanziari interni sulla
capacità militare della Germania erano un (o forse il)
fattore cruciale nei calcoli dello stato maggiore generale nel
1914.
La controprova di Ludendorff
La Germania avrebbe potuto essere meno «tirata» con i
soldi? Un paio di calcoli indicano che, se non fosse stato
per l’impasse politica, sarebbe stato economicamente
possibile. Il disegno di legge sull’esercito del 1913
prevedeva un aumento di 117.000 uomini, per un costo di
1,9 miliardi di marchi nel corso di cinque anni, con un
onere aggiuntivo sul bilancio del 1913 pari a 512 milioni di
marchi. In base alla legge di proporzionalità, il piano di
massima delineato da Ludendorff nel «Grande
memorandum» per un incremento di 300.000 uomini
sarebbe costato 4,9 miliardi di marchi in cinque anni, cosa
che, per l’anno fiscale 1913-1914, avrebbe comportato un

268
aumento di 864 milioni di marchi in spese militari. Questo
avrebbe fatto salire il bilancio tedesco per la difesa di circa
il 33 per cento in termini assoluti rispetto a quello della
Russia; ma in termini relativi – vale a dire sia come
percentuale del prodotto nazionale lordo (che sarebbe
passato al 5,1 per cento) sia in rapporto alle spese
pubbliche complessive – le spese tedesche non sarebbero
state molto più elevate di quelle delle altre potenze.
È anche possibile definire i modi in cui lo si sarebbe
finanziato. Se l’aumento fosse stato pagato esclusivamente
attraverso un prestito, il debito tedesco, come percentuale
sul prodotto interno lordo, sarebbe rimasto ancora
inferiore rispetto a quello francese e russo; e la gestione del
debito, come percentuale sulle spese non locali, sarebbe
rimasta inferiore a quella della Francia e della Gran
Bretagna. Viceversa, se il Wehrbeitrag fosse aumentato da
996 milioni di marchi a 2554 milioni, e il rendimento
annuo dell’imposta sui redditi da 100 milioni a 469 milioni
di marchi – o se si fossero introdotte altre imposte dirette –
si sarebbe potuto finanziare l’aumento esclusivamente con
le imposte dirette. Ciò avrebbe semplicemente portato i
livelli di imposizione diretta della Germania in linea con
quelli britannici se considerati come quota del prodotto
interno lordo (3,3 per cento), e addirittura meno se
considerati come percentuale della spesa pubblica. In altre
parole, benché politicamente impossibile, l’aumento delle
spese militari previsto dal «Grande memorandum» di
Ludendorff risultava economicamente fattibile, se valutato
in funzione dei bilanci dei paesi rivali della Germania. Si
può aggiungere ancora una considerazione, e precisamente
che una politica monetaria più espansiva da parte della

269
Reichsbank avrebbe potuto alleviare l’onere del
finanziamento dell’aumento delle spese militari, almeno a
breve termine. La Reichsbank tesaurizzava l’oro in un
periodo di regressione economica; avrebbe potuto
facilmente acquistare una sostanziosa emissione di buoni
del Tesoro senza mettere a rischio la sua quota di riserva
minima. 118
Questo tipo di ipotesi «controfattuali» non sono
considerate unanimemente legittime dagli storici. Tuttavia,
si può giungere alla medesima conclusione esaminando ciò
che effettivamente avvenne dopo il luglio del 1914. Come
vedremo, non appena scoppiata la guerra, i limiti fiscali e
monetari sulle spese per la difesa vennero rapidamente
rimossi, mostrando quello di cui il Reich sarebbe stato
capace anche prima. Nel 1917 la spesa pubblica
complessiva era arrivata a più del 70 per cento del
prodotto nazionale lordo, il Reich aveva drasticamente
aumentato la sua quota di entrate e di spese, e la
Reichsbank sosteneva lo sforzo bellico con elevati livelli di
prestiti a breve termine al governo. 119 Ovviamente, il calo
della produzione e l’aumento dell’inflazione cominciavano
ormai a mostrare i limiti della potenza economica tedesca.
Ma il fatto che il Reich fosse riuscito a sostenere i costi di
una guerra totale su tre fronti per più di tre anni indica che
avrebbe potuto facilmente sopportare i costi nettamente
inferiori per evitare la guerra senza alcuna difficoltà. E il
fatto che questo sia risultato politicamente impossibile
senza l’atmosfera di solidarietà nazionale suscitata dalla
guerra conferma la debolezza pratica del tanto criticato
militarismo della Germania guglielmina. La conclusione
paradossale è che una maggiore spesa militare prima del

270
1914 – in altre parole, una Germania più militarista –
avrebbe evitato la prima guerra mondiale invece di
provocarla.

271
VI

Gli ultimi giorni dell’umanità. 28 giugno - 4 agosto 1914


Perché la Bosnia?
Per lo storico della diplomazia il 1914 offriva la più
esplosiva di tutte le risposte alla domanda preferita degli
statisti e degli osservatori: la «Questione orientale», 1 vale a
dire la lunga lotta, in cui furono coinvolte sia le rivalità fra
le grandi potenze sia il nazionalismo balcanico, per
cacciare l’Impero ottomano dall’Europa. Il punto cruciale
era: chi, dopo i turchi? Era stata una lotta in cui, per la
gran parte del XIX secolo, la Russia aveva rappresentato la
potenza più aggressiva e l’Austria la sua perenne ma spesso
distratta rivale, mentre la Gran Bretagna e la Francia si
erano generalmente schierate contro la Russia. Il Vicino
Oriente (a differenza di Medio ed Estremo Oriente,
l’espressione è caduta in disuso) era anche un luogo
perfetto per una guerra navale – niente di più facile per la
flotta britannica di spostarsi a tutta velocità da Gibilterra
ai Dardanelli – ma alquanto insalubre per una guerra sulla
terraferma, come si accorsero tutti coloro che si trovarono
a Sebastopoli nel 1854-1855 e a Gallipoli sessant’anni
dopo. Anche i russi avevano conosciuto questo problema
nel 1877, quando la loro avanzata verso Costantinopoli fu
bloccata a Plevna, riducendo così il rischio di una seconda
guerra di Crimea.
Per tutto il XIX secolo la Prussia e la Germania non
presero praticamente parte a questo dramma. Saggiamente
Bismarck risparmiò le ossa dei suoi granatieri della
Pomerania per usarle in climi più nordici. Al volgere del
secolo, però, si ebbe un riallineamento. In mancanza di
una seria presenza navale russa nel mar Nero, la Gran

272
Bretagna iniziava a perdere interesse per l’antica questione
del controllo degli Stretti. D’altra parte, la Germania aveva
iniziato a coltivare un interesse economico e politico per la
Turchia, simboleggiato dal progetto della ferrovia Berlino-
Baghdad. Cosa probabilmente ancora più importante, gli
Stati balcanici che nel XIX secolo avevano ottenuto (o
avevano ricevuto) l’indipendenza dal dominio ottomano
cominciarono a perseguire politiche più aggressive e
autonomiste. Nel 1886 la Russia aveva potuto sequestrare
il re bulgaro, che aveva mostrato l’intenzione di perseguire
una propria politica (anche se tale politica non era molto
diversa da quella russa di una «grande Bulgaria»). Il
governo serbo, però, non era mai stato così sottomesso a
San Pietroburgo, e aveva una politica aggressivamente
nazionalista ed espansionista. Quel che avevano fatto la
Grecia nel Peloponneso negli anni Venti dell’Ottocento, il
Belgio nelle Fiandre negli anni Trenta, il Piemonte in Italia
negli anni Cinquanta e la Prussia in Germania negli anni
Sessanta, era esattamente ciò che volevano fare i serbi nei
Balcani all’inizio del Novecento: estendere il proprio
territorio nel nome del nazionalismo degli «slavi del Sud».
Tuttavia, il successo o il fallimento dei piccoli Stati nella
loro lotta per ottenere l’indipendenza o l’ampliamento
territoriale dipendeva inevitabilmente dalla costellazione
della politica delle grandi potenze. Era l’equilibrio, o la
mancanza di equilibrio, ciò che contava nella «pentarchia»
delle grandi potenze di Leopold von Ranke. Così i greci e i
serbi riportarono successi (parziali) contro i turchi negli
anni Venti dell’Ottocento solo nella misura in cui le grandi
potenze glielo permisero. Esempio tipico del modo in cui
si creavano nuovi Stati fu l’accordo internazionale del 1830

273
che trasformò la Grecia in una docile monarchia con un re
tedesco. La stessa cosa accadde negli anni Trenta quando i
belgi si separarono dagli olandesi: fu soltanto nel 1839 che
gli interessi conflittuali delle grandi potenze si
armonizzarono nel fatale accordo che obbligava il nuovo
Stato alla neutralità. Nel 1865 la creazione della Romania
dalle province di Moldavia e Valacchia – l’unica
conseguenza permanente del pasticcio della guerra di
Crimea – fu un altro caso di questo tipo.
Al contrario, il Piemonte e la Prussia beneficiarono del
disinteresse e del disaccordo internazionali. Cavour
ottenne la sua confederazione dell’Italia settentrionale con
l’aiuto di Napoleone III; la successiva acquisizione degli
Stati pontifici, di Napoli e della Sicilia fu una delle rare
occasioni in cui pochi autentici nazionalisti – i Mille di
Garibaldi – ebbero partita vinta. La Prussia creò il Reich
tedesco in parte sconfiggendo la Danimarca, l’Austria e la
Francia, ma principalmente perché la Gran Bretagna e la
Russia non posero obiezioni. L’indipendenza della
Bulgaria era un progetto russo, progressivamente ridotto
dalle minacce d’intervento britannico: si spiegano così la
breve vita della Rumelia orientale e il proseguimento del
dominio ottomano in Macedonia. Successivamente, la
Norvegia ottenne l’indipendenza dalla Svezia senza che
nessuno se ne curasse. A dimostrare che il potenziale
rivoluzionario del nazionalismo si era sostanzialmente
esaurito, tutti questi nuovi Stati erano monarchie e la
maggior parte dei nuovi troni era occupata da discendenti
delle vecchie case regnanti. In Europa si stabilirono solo
due nuove repubbliche: quella francese nel 1871 e quella
portoghese nel 1910, due paesi che erano già da molto

274
tempo degli Stati-nazione.
Inoltre, i nuovi Stati non assomigliavano in alcun modo
agli Stati-nazione etnicamente omogenei e compatti
sognati da Mazzini. Il Belgio era un guazzabuglio
linguistico; buona parte dei rumeni viveva fuori dalla
Romania; ben pochi italiani parlavano l’italiano o si
sentivano italiani (soprattutto nel Sud, che era diventato
una colonia del Piemonte); quasi dieci milioni di tedeschi
non vivevano entro i confini del Reich (come invece vi
vivevano parecchi polacchi e danesi), che, in ogni caso,
non era uno Stato-nazione unitario bensì una federazione.
Senza poi dimenticare che per ogni progetto riuscito di
Stato-nazione ce n’era un altro che invece era fallito. Gli
irlandesi non riuscirono nemmeno a riprendersi il loro
parlamento (la Home Rule), sebbene fossero in procinto di
ottenerlo quando scoppiò la guerra. Le eroiche aspirazioni
dei polacchi continuarono a essere frantumate dalla Russia
e dalla Prussia: spartita quattro volte (1772, 1793, 1795 e
1815), la Polonia tentò due volte di ottenere
l’indipendenza (nel 1830 e nel 1863), ma senza successo,
perché venne sconfitta dall’esercito dello zar.
L’autogoverno era un sogno lontano per i croati e i rumeni
e per quei tedeschi che dovettero sopportare il rigido
sciovinismo della dominazione magiara in Ungheria. Altre
minoranze erano ancora più saldamente sottoposte al
controllo dei russi: finlandesi, estoni, lettoni, lituani,
ucraini e altri ancora. Sull’altra sponda dell’Atlantico fu
creato un nuovo Stato solo per essere quasi
immediatamente smantellato: la Confederazione sudista
non riuscì a conquistare la propria indipendenza dagli Stati
Uniti. Se Bismarck vinse la «guerra civile» tedesca,

275
Jefferson Davis perse la «guerra di unificazione» del Sud.
C’erano anche minoranze etniche che non aspiravano
all’indipendenza nazionale prima del 1914, anche se in
seguito alcune di esse l’avrebbero richiesta. I cechi e gli
slovacchi residenti nell’Austria-Ungheria, per fare un
esempio; ma anche gli ebrei, con l’eccezione dei pochi
sionisti. E altresì (in un altro regno plurinazionale) gli
scozzesi, la maggior parte dei quali traeva chiaramente
benefici materiali dall’Unione e dall’impero, e che
stupirono persino i cechi per la loro assoluta mancanza di
sentimento nazionale. Al ricevimento organizzato dopo
una partita di calcio tra Slavkov e Aberdeen
(memorabilmente descritta da Jaroslav Hašek), gli ospiti
cechi cercarono di avere uno scambio culturale, offrendo
agli scozzesi «il risveglio del popolo ceco», presentando i
loro eroi nazionali (come Hus, Havlícek e san Giovanni
Nepomuceno) e intonando l’inno ceco. Ma gli scozzesi
accettarono di suonare non per amore del proprio paese
bensì per denaro (2 sterline al giorno), credendo che
Havlícek fosse un ex giocatore dello Slavkov e cantando a
squarciagola «una canzonetta spinta su una graziosa
vivandiera». 2
Infine, dovremmo anche ricordare l’esistenza di Stati e
staterelli anomali che sfidavano i principi fondamentali del
nazionalismo: la Svizzera, una confederazione
plurilinguistica, o il Lussemburgo, minuscolo ducato
indipendente che aveva lo stesso status internazionale del
Belgio. Non c’era nessuna forza irresistibile chiamata
nazionalismo a pretendere che la Bosnia-Erzegovina non
potesse rimanere com’era: una provincia eterogenea dal
punto di vista religioso, già appartenente all’Impero

276
ottomano e poi, dopo le decisioni del Congresso di Berlino
del 1878, occupata e amministrata dall’Austria-Ungheria e
infine, nel 1908, ufficialmente inglobata (come terra della
corona sotto il controllo del «comune» ministero delle
Finanze austro-ungarico) nella monarchia asburgica.
Gli austriaci ammucchiarono soldati e burocrati in
Bosnia, eliminarono il banditismo, costruirono duecento
scuole elementari, mille chilometri di ferrovie e duemila di
strade e cercarono invano di migliorare l’agricoltura (come
quando inviarono in un villaggio un cinghiale di ottima
qualità a scopo di riproduzione e i paesani se lo
mangiarono arrosto a Natale). Nel 1910 crearono un
parlamento bosniaco. Cercarono addirittura, ma invano, di
convincere le diverse comunità religiose a sentirsi
collettivamente bošnjaci. Ma non cavarono un ragno dal
buco. L’unica cosa su cui concordavano ortodossi, cattolici
e musulmani era che non gliene importava nulla del
dominio austriaco; anzi, c’erano membri di ogni comunità
religiosa nella Mlada Bosna (Giovane Bosnia), un gruppo
terroristico studentesco. Quanto più gli austriaci
stringevano la morsa, tanto più determinati si facevano i
giovani terroristi. Quando l’arciduca Francesco
Ferdinando e sua moglie Sofia, duchessa di Hohenberg,
andarono in visita a Sarajevo il 28 giugno (non solo per la
festa nazionale di San Vito ma anche per l’anniversario
della battaglia di Kosovo Polje del 1389), alcuni membri
della Mlada Bosna decisero di ucciderli. Al secondo
tentativo, e grazie alla svolta sbagliata più famosa della
storia, ci riuscì Gavrilo Princip, uno studente tubercolotico
serbo. 3 Il governo di Belgrado non aveva pianificato
l’attentato, anche se Princip e i suoi compagni avevano

277
indubbiamente ricevuto aiuto dalla Mano Nera, una
società segreta panserba che aveva legami con il capo dei
servizi segreti militari serbi, colonnello Dragutin Apis. I
superiori di Apis sapevano perfettamente che le
opportunità di annettere la Bosnia-Erzegovina al loro
regno non sarebbero aumentate con una guerra contro
l’Austria-Ungheria, militarmente superiore. D’altra parte,
sapevano altrettanto bene che una guerra generale europea
avrebbe senz’altro giovato alla loro causa. Come disse un
giornalista serbo al ministro britannico a Belgrado già nel
1898 (alla vigilia della prima conferenza di pace dell’Aia):
L’idea di un disarmo non piace affatto al nostro popolo. La razza serba è spaccata tra
sette o otto diversi governi stranieri, e non possiamo essere soddisfatti da tale stato di cose.
Viviamo nella speranza di ottenere qualcosa per noi dalla conflagrazione generale, in qualsiasi
momento accada. 4

Era questa la politica estera serba: una sorta di versione


nazionalista del motto di Lenin «Tanto peggio, tanto
meglio». «Ah sì», disse il ministro degli Esteri serbo, «se la
disintegrazione dell’Austria-Ungheria potesse avvenire
nello stesso momento della liquidazione della Turchia, la
soluzione sarebbe molto più semplice.» 5 Ma perché
questo accadesse, un’azione austriaca avrebbe dovuto
come minimo scatenare una reazione russa.
Tuttavia, prima del 1908, l’instabilità dei Balcani non
aveva ancora avuto serie ripercussioni a livello delle grandi
potenze. Fin dal 1897 Austria e Russia avevano accettato di
non litigare su questa regione. In effetti, il ministro degli
Esteri austriaco, barone Alois Lexa von Aehrenthal, aveva
consultato il suo omologo russo, Aleksandr Izvol’skij,
prima di procedere all’annessione della Bosnia. Senza
dubbio, c’era stata puzza di bruciato nel 1908-1909,
quando Izvol’skij, scoprendo troppo tardi che la

278
concessione sugli Stretti che si era aspettato in cambio non
era nelle possibilità dell’Austria, chiese che l’annessione
fosse approvata da una conferenza internazionale. La
Germania, che era rimasta a lungo a osservare dalla
finestra la questione balcanica, ora iniziò ad appoggiare
con decisione Vienna (per la prima volta dai tempi del
breve esperimento del «nuovo corso» di Caprivi nei primi
anni del regno di Guglielmo II). 6 Moltke assicurò Conrad:
«Nel momento stesso in cui la Russia si mobiliterà, anche
la Germania si mobiliterà, e mobiliterà senza dubbio il suo
intero esercito». 7 Ciononostante, l’effetto immediato
dell’intervento tedesco fu di ridurre il rischio di un
conflitto anziché aumentarlo: i russi non erano affatto
pronti per un’altra guerra dopo la recente umiliazione
subita a opera dei giapponesi e fecero marcia indietro
quando apparve chiaro che né la Francia né la Gran
Bretagna li avrebbero appoggiati. Qualcosa di simile
accadde nell’autunno del 1912, a seguito della prima
guerra balcanica in cui la Serbia e la Bulgaria, aiutate dal
Montenegro e dalla Grecia, cacciarono i turchi dal Kosovo,
dalla Macedonia e dal sangiaccato di Novi Pazar (lasciato
all’Impero ottomano dal Congresso di Berlino). Sebbene
Poincaré avesse dichiarato che «se la Russia entra in
guerra, la Francia farà altrettanto», e Kiderlen-Wächter
avesse promesso «l’appoggio incondizionato» degli
austriaci, la verità era che né San Pietroburgo né Vienna
volevano la guerra. Quando il successore di Aehrenthal,
conte Leopold Berchtold, dettò le proprie condizioni –
un’Albania indipendente (una sorpresa per gli stessi
albanesi) e la proibizione per i serbi di stabilire un porto
sull’Adriatico – il ministro degli Esteri russo Sergej

279
Sazonov confermò ai serbi che non avrebbero ottenuto
alcun appoggio dalla Russia se avessero insistito su
quest’ultimo punto. (Bisogna osservare che i russi non
erano vincolati da alcun trattato di assistenza alla Serbia in
caso di guerra.) 8 Certo, i russi avevano alzato la posta in
gioco nella corsa agli armamenti tenendo sotto le armi i
coscritti che avrebbero terminato il servizio militare alla
fine dell’anno; ma si trattava in sostanza di un’azione
riflessa. La loro vera preoccupazione era che i bulgari – sui
quali avevano ormai da tempo perso il controllo –
potessero gabbarli puntando dritti su Costantinopoli.
«Credo», disse Bethmann Hollweg a Berchtold nel
febbraio del 1913, «che sarebbe un errore madornale se
cercassimo una soluzione di forza in un momento in cui c’è
anche solo la minima possibilità di entrare in questo
conflitto in condizioni per noi più favorevoli.» 9 Quando la
Bulgaria cercò di sottrarre la Macedonia ai serbi (e
Salonicco alla Grecia) entrando in guerra nel giugno del
1913 – solo per uscirne duramente sconfitta – il cancelliere
tedesco espresse la speranza che «Vienna non permetterà
che la pace venga turbata dal cauchemar di una Grande
Serbia». 10 Il massimo che Berchtold era disposto a fare era
cacciare i serbi dal territorio albanese.
Che cosa accadde di diverso nel 1914? In parte,
l’interesse diretto della Germania per la Turchia,
evidenziato dall’invio di una missione militare tedesca a
Costantinopoli sotto il comando del generale Otto Liman
von Sanders: la cosa preoccupò i russi, le cui finanze
dipendevano dalle esportazioni di grano attraverso gli
Stretti e la cui flotta del mar Nero era molto debole, e ai
quali la Turchia appariva estremamente fragile dopo le

280
guerre balcaniche. Anzi, questo fu uno dei motivi
principali per stabilire un accordo su una ferrovia franco-
russa nel gennaio del 1914 e un programma di armamenti
approvato dalla Duma sei mesi più tardi. In parte, le cose
erano cambiate dopo l’assassinio di Francesco Ferdinando,
che aveva esercitato una funzione di contenimento
sull’ultrabellicoso Conrad. Ma fu soprattutto la decisione
della Germania di appoggiare, anzi di incitare, un attacco
austriaco contro la Serbia per neutralizzare la minaccia
rappresentata dal «Piemonte degli slavi del Sud» o, come
disse Francesco Giuseppe, «per eliminare la Serbia come
fattore politico nei Balcani». Tanto il Kaiser quanto
Bethmann Hollweg avevano dato una chiara assicurazione
al conte Ladislaus Szögyéni-Marich, l’ambasciatore degli
Asburgo, e al conte Hoyos, inviato speciale di Berchtold:
«Anche se si dovesse arrivare a una guerra tra Austria e
Russia … la Germania starebbe dalla vostra parte». 11 Per
gli storici l’enigma è sempre stato spiegare come mai il
governo di Berlino si sia gettato in questa avventura pur
sapendo che avrebbe portato a una guerra europea.
I giocatori
È vero che nel corso del mese di luglio i leader tedeschi
avevano ripetutamente espresso la speranza che il conflitto
sarebbe stato localizzato: in altre parole, che l’Austria
sarebbe riuscita a sconfiggere la Serbia senza un intervento
dei russi. 12 Tuttavia, è difficile conciliare queste speranze
con le frequenti allusioni alla possibilità di una più vasta
conflagrazione. Nel febbraio del 1913, per esempio,
Bethmann Hollweg aveva respinto l’idea di una guerra
preventiva contro la Serbia, perché «l’intervento russo
provocherebbe un conflitto armato della Triplice alleanza

281
contro la Triplice intesa, e la Germania sarebbe costretta a
sobbarcarsi quasi tutto il peso dell’attacco francese e
britannico». 13 Colpisce che, quando il Kaiser gli parlò di
una guerra preventiva, Max Warburg abbia ritenuto che
intendesse una guerra contro la Russia, la Francia e la
Gran Bretagna, pur essendo impegnato nel tentativo di
ottenere un riavvicinamento con la Gran Bretagna sulle
questioni coloniali. I tedeschi avevano buone ragioni per
temere che una iniziativa austriaca contro la Serbia, se
appoggiata dalla Germania, avrebbe portato a una grande
guerra europea. Non appena si ebbe notizia dell’ultimatum
austriaco, Sazonov disse molto chiaramente che la Russia
avrebbe reagito; mentre il 25 e il 29 luglio Grey aveva
ribadito la posizione assunta dalla Gran Bretagna nel
dicembre del 1912: se «la posizione della Francia fosse
stata minacciata, l’Inghilterra non sarebbe rimasta in
disparte». 14 Visto che tutto sembrava indicare che non si
sarebbe trattato di una guerra localizzata, Berlino aveva
ancora ampie opportunità di fare marcia indietro. 15 Ma
alle prime iniziative di pace della Gran Bretagna i tedeschi
diedero un appoggio del tutto insincero. 16 La Germania
strinse i tempi, esortando gli austriaci a fare in fretta, e
dopo il 26 luglio rifiutò esplicitamente qualsiasi alternativa
diplomatica. 17 Solo all’ultimo momento i tedeschi
iniziarono a perdere i nervi: prima il Kaiser, il 28 luglio, 18
poi Bethmann Hollweg, il quale, dopo essere stato
informato dell’avvertimento dato da Grey al principe
Lichnowsky, l’ambasciatore tedesco, il 29 luglio, tentò
disperatamente di convincere gli austriaci a tirare il
freno. 19 Berchtold cercò di reagire; ma, in definitiva,
furono i militari tedeschi a determinare, con una

282
combinazione di persuasione e di sfida, gli ordini di
mobilitazione, gli ultimatum e le dichiarazioni di guerra
che scatenarono il conflitto. 20
Naturalmente, si è affermato che la decisione russa di
mobilitarsi, in modo parziale o completo, ebbe un ruolo
importante nello scatenamento del conflitto. 21 Tuttavia, la
tesi russa, ossia che la mobilitazione del suo esercito non
era uguale a quella tedesca e non implicava la guerra, fu
accolta in privato da Moltke e Bethmann Hollweg. Il 27
luglio era ormai chiaro che la principale preoccupazione
dei tedeschi era, come disse Georg von Müller, «prima di
mettere la Russia dalla parte del torto e poi di non tirarsi
indietro di fronte a una guerra»: in altre parole, di far
passare la mobilitazione russa come la prova di un attacco
contro la Germania. 22 I servizi d’informazione
dell’esercito tedesco ottennero il loro primo successo
mostrando le prove della mobilitazione russa. La prima
notizia del fatto che la notte del 25 luglio era stata
proclamata «la fase di preparazione alla guerra» giunse a
Berlino la mattina di lunedì 27, sebbene Bethmann
Hollweg, nel dispaccio che aveva inviato a Lichnowsky il
pomeriggio precedente, avesse già parlato di «notizie non
confermate» a questo proposito provenienti «da una fonte
attendibile». 23 I primi rapporti sulla mobilitazione
ordinata dallo stesso zar arrivarono a Berlino la sera del 30
luglio, anche se Moltke non si lasciò persuadere fino alla
mattina successiva e pretese addirittura che ci si procurasse
uno dei rossi manifesti russi di mobilitazione e glielo si
leggesse per telefono. 24 Un’ora dopo, la Germania
annunciò «l’imminente pericolo di una guerra».
Perché i tedeschi agirono in questo modo? La risposta

283
migliore che può dare uno storico della diplomazia tiene
conto della struttura delle alleanze europee, che fin
dall’inizio del secolo si erano chiaramente indirizzate
contro Berlino. Russia, Francia e Gran Bretagna erano
sempre riuscite a trovare un accordo; la Germania, invece,
aveva ripetutamente mancato di stabilire delle intese, o
aveva scelto di non farlo. I tedeschi nutrivano dubbi
persino sui propri alleati: l’Austria in declino, l’Italia
inaffidabile. Perciò si può sostenere che i tedeschi
considerassero uno scontro sui Balcani un mezzo per
conservare la loro fragile alleanza, possibilmente creando
anche un’alleanza balcanica in funzione antirussa e magari
frantumando persino la Triplice intesa. 25 Questi calcoli
non erano affatto irrealistici. Come dimostrarono gli stessi
eventi, c’erano buoni motivi per dubitare dell’affidabilità
della Triplice alleanza; mentre la Triplice intesa era
indubbiamente fragile, soprattutto per quanto riguardava
l’Inghilterra. 26 Già prima che si aprisse la crisi di luglio, il
colonnello House, l’inviato di Woodrow Wilson in
Europa, aveva compreso che «ciò che vuole in realtà la
Germania è che l’Inghilterra si separi dalla Triplice
intesa». 27 Persino l’appoggio francese alla Russia, benché
entusiasticamente proclamato dall’ambasciatore Maurice
Paléologue e da Joffre, sembrò vacillare il 30 luglio e il 1º
agosto. 28 È dunque possibile che, malgrado fossero ben
consapevoli delle conseguenze di una guerra per il Belgio,
Bethmann Hollweg e Gottlieb von Jagow avessero colto
indizi di un dissenso all’interno della Triplice intesa, tanto
da giustificare la speranza della Germania nella neutralità
della Gran Bretagna. Sapevano perfettamente quali rischi
correvano sulla questione del Belgio: il 28 aprile 1913 lo

284
stesso Jagow si era rifiutato di fornire alla Commissione
bilancio del Reichstag una garanzia sulla neutralità belga,
perché avrebbe offerto alla Francia «un’indicazione sul
luogo in cui attenderci» (uno di quei dinieghi rivelatori che
erano il suo forte). 29 Ma Jagow e Bethmann Hollweg
decisero di rischiare pur di ottenere il premio di una
vittoria diplomatica. 30
Nulla di tutto questo, però, basta a spiegare perché i
generali tedeschi fossero così decisi a entrare in guerra e
continuare a combattere anche se la Triplice intesa avesse
tenuto. È un punto essenziale, in quanto furono proprio
loro a insistere per la mobilitazione dopo che il gioco
diplomatico era fallito. In questo caso, lo storico militare
può offrire una spiegazione basata sui calcoli pessimistici
dello stato maggiore generale tedesco sulle forze relative
presenti e future degli eserciti europei, da cui dipendevano
le loro argomentazioni a favore di una guerra preventiva.
Questa tesi era stata più volte respinta in passato. Ma
nell’estate del 1914, come abbiamo visto, tornò
nuovamente all’ordine del giorno, allorché Moltke si attivò
per convincere il Kaiser, le autorità civili e gli austriaci che,
a causa dei nuovi programmi d’armamento della Francia e
soprattutto della Russia, nel giro di pochi anni la Germania
si sarebbe trovata alla loro mercé. «Forse non avremo mai
più un’opportunità come questa», dichiarò il vicecapo di
stato maggiore conte Georg Waldersee il 3 luglio, in
riferimento all’impreparazione dei russi; tesi ripresa
dall’imperatore Guglielmo appena tre giorni più tardi: «Al
momento attuale la Russia è totalmente impreparata per la
guerra, sia sul piano militare sia su quello finanziario». 31 Il
6-7 luglio Kurt Riezler annotò che i servizi d’informazione

285
militari avevano presentato un «quadro disastroso»: «Non
appena i russi avranno completato la costruzione delle
proprie ferrovie strategiche in Polonia, la nostra posizione
si farà insostenibile … L’Intesa sa che siamo
completamente paralizzati». 32 Il 12 luglio Szögyéni-Marich
espose la tesi tedesca a Berchtold: «Se l’impero zarista
dovesse decidere per la guerra, non sarebbe così pronto da
un punto di vista militare e men che mai forte come sarà
tra pochi anni». 33 Jagow trasmise scrupolosamente questa
tesi a Lichnowsky a Londra il 18 luglio: «Al momento la
Russia non è ancora pronta ad attaccare … [ma], secondo
ogni valutazione competente, lo sarà tra pochi anni. A quel
punto avrà una schiacciante superiorità su di noi per
numero di soldati, avrà allestito una flotta nel mar Baltico e
completato le sue ferrovie strategiche». 34 Il 25 luglio
Jagow disse al giornalista Theodor Wolff che sebbene «né
la Russia né la Francia desiderino la guerra … i russi non
sono pronti sul piano degli armamenti e non avrebbero
attaccato; tra un paio d’anni, se ci lasciamo sfuggire di
mano le cose, il pericolo sarà molto maggiore di adesso». 35
«Presto scoppierà comunque la guerra», ribadì Jagow a
Wolff, e la situazione era in quel momento «assai
favorevole». 36 Perciò, quando Moltke tornò a Berlino il
giorno seguente, il terreno per la sua tesi era già ben
preparato: «Non riusciremo mai ad attaccare con
altrettanto successo di quanto potremmo ottenerne adesso
che il rafforzamento degli eserciti francese e russo non è
ancora completato». 37 Alla fine Bethmann Hollweg si
lasciò persuadere: «Se deve scoppiare la guerra, meglio ora
che fra uno o due anni, quando l’Intesa sarà più forte». 38
Nei giorni successivi, ogni volta che il cancelliere mostrava

286
qualche segno di perplessità, Moltke ne rinnovava la
determinazione con questo ammonimento: «La situazione
militare diventa di giorno in giorno più sfavorevole a noi e,
se i nostri futuri avversari continuano a prepararsi senza
essere disturbati, potrebbe portare a conseguenze fatali per
la Germania». 39 Così, quello che era iniziato come
argomento a favore della guerra quell’anno anziché entro
due anni divenne un argomento a favore della
mobilitazione oggi anziché domani.
Che i tedeschi la pensassero in questo modo non era
certo un segreto. Lo stesso Grey, nel luglio del 1914, parlò,
per ben due volte, della logicità, da un punto di vista
tedesco, di un attacco preventivo contro la Francia e la
Russia, prima che l’equilibrio militare si deteriorasse
ulteriormente:
La verità è che, mentre un tempo il governo tedesco aveva intenzioni aggressive … adesso
è veramente allarmato per i preparativi militari della Russia, per il futuro aumento delle sue
forze militari e, in particolare, per la prevista costruzione, su proposta dei francesi e con il
denaro francese, di linee ferroviarie strategiche convergenti sulla frontiera tedesca … La
Germania non aveva paura, perché credeva che il suo esercito fosse invulnerabile; ma temeva
che nel giro di pochi anni avrebbe potuto aver paura … La Germania aveva paura del futuro.

Il solo errore di Grey fu pensare che questo avrebbe


contribuito a mantenere il governo tedesco in una
«disposizione pacifica». 40 Il 30 luglio il diplomatico
tedesco Gerhard von Kanitz disse all’ambasciatore
americano che «la Germania avrebbe dovuto entrare in
guerra quando era preparata, e non aspettare che la Russia
portasse a termine il suo piano per costituire un esercito di
pace di 2.400.000 uomini». Il 1º agosto il colonnello House
riferì al presidente Wilson che la Germania «sapeva che la
sua unica possibilità era attaccare rapidamente e con
determinazione» e che avrebbe potuto «affrettare l’azione
per garantire la propria sicurezza». 41

287
Il 30 luglio il verdetto del Kaiser fu, naturalmente, del
tutto avulso dalla realtà: «Inghilterra, Russia e Francia si
sono accordate fra loro per prendere il conflitto austro-
serbo come pretesto per scatenare una guerra di sterminio
contro di noi … Il famoso accerchiamento della Germania
è diventato infine un fatto compiuto … Ci dibattiamo
isolati nella rete». 42 Ma non era il solo a ritenere
vulnerabile la posizione della Germania. La celebre
osservazione sullo «sciovinismo impazzito» fatta dal
colonnello House nella sua lettera del 29 maggio al
presidente Wilson deve essere collocata in questo contesto:
La situazione è straordinaria. Si tratta di uno sciovinismo completamente impazzito. Se
qualcuno che agisca in vostro nome non riuscirà a realizzare un diverso atteggiamento di
accordo, prima o poi ci sarà un terribile cataclisma. Nessuno può farlo in Europa. Ci sono
troppo odio e troppe gelosie. Ogni volta che l’Inghilterra lo consentirà, la Francia e la Russia
si schiereranno contro la Germania e l’Austria.

In seguito House non diede credito alla pretesa


britannica di «combattere per il Belgio». La Gran Bretagna
si era schierata con la Francia e la Russia «innanzitutto
perché la Germania era determinata ad avere un esercito e
una marina predominanti, cosa che la Gran Bretagna non
poteva tollerare ai fini della propria stessa sicurezza». E
non era un germanofilo: dopo avere visitato Berlino disse
di «non avere mai visto nessun luogo in cui lo spirito
bellico era alimentato e glorificato così appassionatamente
come qui … Il loro unico pensiero è lo sviluppo
dell’industria e la glorificazione della guerra». House fu
anche tra i primi a sostenere che la Germania era entrata in
guerra in parte perché «il gruppo di militaristi e finanzieri»
che la governavano potessero «salvaguardare i loro avidi
interessi». Ma la sua analisi lasciava spazio alla possibilità
che la sicurezza della Germania fosse stata realmente
minacciata. 43

288
Non è quindi necessario supporre, come fa Fritz
Fischer, che esistessero già da tempo piani di guerra
tedeschi per creare sfere d’influenza in Europa centrale e
in Africa, per distruggere la potenza francese e intaccare
l’impero occidentale della Russia. 44 Il materiale
documentario fa piuttosto pensare a un «attacco
preventivo» al fine di prevenire un deterioramento della
posizione militare tedesca, benché questa ipotesi non sia
affatto incompatibile con l’idea che l’esito di un tale
attacco, se vittorioso, sarebbe stato l’egemonia della
Germania in Europa. L’unica vera domanda è se questa
strategia possa essere definita con il nome apologetico di
«guerra preventiva». 45 È segno di condiscendenza nei
confronti dei leader tedeschi dipingerli in modo
caricaturale come irrazionali duellanti che vanno in guerra
spinti da «un accesso d’ira» e in nome di un antiquato
senso dell’onore. Ai tedeschi non importava «perdere la
faccia»; gli importava invece non perdere la corsa agli
armamenti. 46
Detto questo, non si deve esagerare la subdola
premeditazione tedesca. Se erano davvero impegnati a
pianificare la guerra, gli alti ufficiali dello stato maggiore
generale apparivano sorprendentemente rilassati nel luglio
del 1914. Quando il Kaiser rilasciò il suo celebre «assegno
in bianco» a favore degli austriaci, Moltke, Waldersee,
Groener (capo della Sezione ferrovie) e il maggiore Nicolai
(capo della «Sektion IIIb», una delle più importanti dei
servizi d’informazione) erano tutti in vacanza (e per di più
in luoghi diversi). Anche Tirpitz e l’ammiraglio von Pohl
erano partiti per le vacanze. Soltanto il 16 luglio il sostituto
di Nicolai, capitano Kurt Neuhof, fu esortato a rafforzare

289
la sorveglianza sulle attività militari russe. Anche questo,
però, non sembrò sufficiente a Waldersee quando, il 23
luglio, rientrò dal Meclemburgo, mentre Nicolai tornò alla
sua scrivania solo due giorni più tardi. E persino allora gli
ordini che impartì ai cosiddetti «commessi viaggiatori della
tensione» (Spannungsreisende), ossia le spie tedesche in
Russia e in Francia, furono semplicemente di scoprire «se
in Francia e in Russia si stessero facendo preparativi di
guerra». 47
Telefoni staccati
A conti fatti, il grande interrogativo del 1914 – quello
che avrebbe deciso la guerra – riguardava ciò che avrebbe
fatto la Gran Bretagna. All’epoca, però, sembrava poco
importante a molti dei principali leader del continente.
Anche se Bethmann Hollweg talvolta sognava di poter
contare sulla neutralità britannica, i generali tedeschi non
se ne curavano: dubitavano che il piccolo esercito della
Gran Bretagna potesse influire sull’esito di una guerra.
Non se ne preoccupavano granché nemmeno i generali
francesi. Joffre era abbastanza superbo da credere di poter
vincere la guerra in Occidente senza bisogno di aiuto.
Quando, all’indomani dell’attentato di Sarajevo, a
Londra apparve chiaro che il governo austriaco intendeva
richiedere «qualche compenso in direzione di
un’umiliazione per la Serbia», la prima reazione di Grey fu
di preoccuparsi per come avrebbe reagito la Russia.
Vedendovi la possibilità di un conflitto tra Austria e
Russia, cercò di esercitare pressioni indirette attraverso
Berlino per placare la brama di rappresaglia degli austriaci,
sperando di ripetere il successo riportato l’anno
precedente con la sua diplomazia balcanica. Fin dall’8

290
luglio l’ambasciatore russo a Vienna aveva detto
chiaramente che, se l’Austria «si fosse gettata in una
guerra», «la Russia sarebbe stata obbligata a prendere le
armi in difesa della Serbia». L’idea di Grey, il quale era
convinto che si potesse tracciare una distinzione fra
cessioni territoriali da parte della Serbia e alcune forme
meno aspre di rappresaglia, non fu mai realmente
condivisa a San Pietroburgo. (Fatto rivelatore, Grey avvertì
Lichnowsky che, «data l’attuale impopolarità
dell’Inghilterra in Russia», lui stesso avrebbe dovuto «stare
attento alla suscettibilità dei russi».) 48 Inizialmente Grey
invitò l’Austria e la Russia a «discutere insieme la
questione», nella speranza che si potessero trovare nei
confronti dei serbi provvedimenti accettabili per entrambe
le parti; ma Poincaré, che si trovava casualmente in visita a
San Pietroburgo, rifiutò la proposta. Dubitando della
propria capacità di esercitare un’influenza moderatrice
sulla Russia, e sospettando che il governo tedesco potesse
effettivamente «sobillare» gli austriaci (sospetto
confermato dai termini del loro ultimatum alla Serbia),
Grey decise di cambiare rotta avvertendo Lichnowsky che
la Russia si sarebbe schierata con la Serbia e proponendo
di ricorrere a una mediazione tra Austria e Serbia da parte
della altre quattro potenze. 49
Fin dall’inizio Grey si mostrò particolarmente riluttante
a fornire indicazioni su come avrebbe potuto rispondere la
Gran Bretagna a un’escalation del conflitto. Sapeva che se
l’Austria avesse fatto richieste eccessive a Belgrado con
l’appoggio tedesco, e se la Russia si fosse mobilitata in
difesa della Serbia, la Francia avrebbe potuto facilmente
essere trascinata nel conflitto: era questa la natura

291
dell’intesa franco-russa e della strategia militare tedesca,
almeno come la interpretavano a Londra. La strategia di
Grey, che voleva trasformare le intese con la Francia e la
Russia in alleanze quasi ufficiali, era stata proprio quella di
dissuadere la Germania dal rischio di scatenare una guerra.
Temeva tuttavia che un segnale troppo forte di sostegno
alla Francia e alla Russia – come, piuttosto
prevedibilmente, auspicavano Crowe e Nicolson – avrebbe
potuto incoraggiare i russi a fare proprio questo. Si
dibatteva in un difficile dilemma: come dissuadere
l’Austria e la Germania senza incoraggiare la Francia e la
Russia? Si spiega così la comunicazione,
caratteristicamente criptica, che fece a Lichnowsky il 24
luglio a proposito del fatto che
non esisteva un’alleanza che ci impegnasse nei confronti di Francia e Russia … D’altra parte il
governo britannico, pur appartenendo a un gruppo di potenze, non aveva alcuna intenzione
di creare difficoltà tra i due gruppi europei; al contrario, desiderava impedire che sorgesse
qualsiasi tipo di ostilità tra questi gruppi … Non avrebbe mai perseguito una politica
aggressiva e, se fosse scoppiata una guerra europea, non si sarebbe schierato dalla parte degli
aggressori, perché l’opinione pubblica non lo avrebbe accettato.

Lichnowsky interpretò queste parole, come senza


dubbio intendeva Grey, nel senso di un avvertimento
riguardo al fatto che «se la Francia fosse rimasta coinvolta,
l’Inghilterra non avrebbe osato disinteressarsene», un
punto che ribadì con ansia crescente man mano che la crisi
si intensificava. Ma Bethmann Hollweg e Jagow conclusero
evidentemente che una dimostrazione di appoggio da parte
della Germania a una mediazione delle quattro potenze
sarebbe stata sufficiente per soddisfare Grey. 50 Il re
mantenne un atteggiamento altrettanto ambiguo con il
principe ereditario tedesco durante il loro incontro del 26
luglio:
Non so che cosa faremo: non abbiamo dispute con nessuno e spero che rimarremo

292
neutrali. Tuttavia, se la Germania dichiarasse guerra alla Russia e alla Francia, e la Francia si
unisse alla Russia, temo che vi saremo trascinati anche noi. Ma potete star certi che io e il mio
governo faremo di tutto per impedire che scoppi una guerra europea.

Il principe ereditario ne trasse la conclusione che


l’Inghilterra sarebbe rimasta neutrale «all’inizio», per
quanto dubitasse «che sarebbe riuscita a restarlo a lungo
… considerati i suoi rapporti con la Francia». 51
Comunque, una neutralità a breve termine poteva essere
più che sufficiente per il governo tedesco, se l’esercito
fosse riuscito a conquistare una posizione militare
abbastanza salda sul continente. In poche parole, la
politica britannica era talmente ingarbugliata che era
possibile interpretarla a seconda dei propri gusti. Lo stesso
giorno – domenica 26 luglio – i francesi erano convinti di
poter contare sulla Gran Bretagna, mentre i tedeschi erano
«sicuri» della neutralità inglese. Come disse Jagow a
Cambon: «Lei ha le sue informazioni. Noi abbiamo le
nostre»; peccato che la fonte fosse la stessa in entrambi i
casi. Il governo tedesco proseguì imperterrito per la
propria strada, fingendo di interessarsi alla proposta di
mediazione di Grey, alla quale non aveva invece alcuna
intenzione di aderire. 52
Per onestà nei confronti di Grey, bisogna dire che la sua
tattica di studiata ambiguità per poco non ebbe successo.
Il governo serbo si sentiva talmente vulnerabile che –
malgrado la costernazione di Grey per le «durissime»
condizioni di Vienna – accettò subito l’ultimatum
austriaco, cercando solo di apportarvi qualche minuscola
modifica. 53 Inoltre, con grande sgomento di Bethmann
Hollweg e di Moltke, che avevano esortato gli austriaci a
non prendere sul serio le proposte di mediazione di Grey,
il Kaiser salutò la risposta serba come un autentico trionfo

293
diplomatico. Convinto che ormai «ogni motivo di guerra
era scomparso», invitò semplicemente Vienna a fare una
«sosta a Belgrado», ossia a occupare temporaneamente la
capitale serba, più o meno come aveva fatto la Prussia
quando aveva occupato la Francia settentrionale nel 1870,
«al fine di avere un garanzia per l’imposizione e
l’attuazione delle promesse». Ciò aumentò ulteriormente la
confusione già creata da Jagow quando aveva dichiarato
che la Germania non si sarebbe mossa se la Russia si fosse
mobilitata solo nel Sud (ossia contro l’Austria ma non
contro la Germania). 54 Nello stesso tempo, Sazonov
cambiò inaspettatamente opinione sulla possibilità di
colloqui bilaterali tra Austria e Russia, un’ipotesi alla quale
Grey tornò immediatamente quando apparve chiaro che il
governo tedesco non apprezzava affatto la sua proposta di
una conferenza delle quattro potenze. Come commentò
stizzito Nicolson: «Con il signor Sazonov, non si sa mai
dove ci si trova esattamente». 55 (Né si sapeva dove ci si
trovasse con la Germania. Jagow ora sosteneva che una
conferenza delle quattro potenze sarebbe «equivalente a
un collegio arbitrale», ponendo sullo stesso piano l’Austria
e la Serbia, mentre nel contempo Bethmann evitava
deliberatamente di comunicare a Lichnowsky la proposta
di colloqui bilaterali avanzata da Sazonov, perché
l’ambasciatore «informava Sir Edward [Grey] su ogni
cosa».) 56 Per un momento sembrò che si potesse evitare
una guerra continentale. Senza dubbio, il ministro degli
Esteri russo non aveva alcuna intenzione di accettare
l’occupazione austriaca di Belgrado, che ai suoi occhi
avrebbe rappresentato una grave riduzione dell’influenza
russa nei Balcani. 57 Ma si dichiarò disposto a interrompere

294
la mobilitazione «se l’Austria fosse stata pronta a eliminare
dal suo ultimatum i punti che ledono i diritti di sovranità
della Serbia». Bethmann Hollweg, sempre più disperato,
colse immediatamente questa occasione come base per un
negoziato, e il 30 luglio il governo austriaco accettò la
proposta di colloqui fatta da Sazonov. 58
Purtroppo, però, la logica militare aveva ormai iniziato a
prendere il posto dei calcoli diplomatici. Già prima che
cominciasse il bombardamento austriaco di Belgrado,
Sazonov e i suoi colleghi emanarono ordini di
mobilitazione parziale, che poi cercarono freneticamente
di trasformare in mobilitazione generale non appena
furono avvertiti che la Germania intendeva mobilitarsi
anche in caso di una parziale mobilitazione russa. I russi,
infatti, avevano iniziato a disporsi nei distretti meridionali
di Odessa, Kiev, Mosca e Kazan il 29 luglio (una decisione
che successivamente lo zar disse di aver preso quattro
giorni prima), assicurando l’ambasciatore tedesco che
questo non «voleva in alcun modo dire guerra». Ma
quando Guy de Pourtalès dichiarò che la Germania si
sarebbe comunque sentita «costretta a mobilitare, nel qual
caso sarebbe immediatamente passata all’offensiva», i russi
conclusero che una mobilitazione parziale sarebbe stata
inadeguata e che anzi avrebbe potuto mettere a rischio la
mobilitazione generale. Seguì una frenetica serie di
riunioni e conversazioni telefoniche, nelle quali Sazonov e i
suoi colleghi cercarono di persuadere uno zar tentennante
a decretare la mobilitazione generale. La decretò
finalmente alle due del pomeriggio del 30 luglio, e la
mobilitazione fu avviata il giorno seguente. (Come a
Berlino, la tanto vantata potenza del monarca si rivelò

295
illusoria al momento della decisione.) 59 Era proprio il
pretesto che i tedeschi cercavano per lanciare la propria
mobilitazione non solo contro la Russia ma anche contro la
Francia. 60 L’ipotesi di colloqui austro-russi fu presto
dimenticata in una bizzarra «corsa a ritroso» in cui, per
non perdere il sostegno dell’opinione pubblica interna, la
Germania cercò di spingere la Russia a mobilitarsi per
prima. Ormai la guerra continentale era inevitabile. Anche
quando Bethmann Hollweg, avendo infine compreso che
la Gran Bretagna avrebbe potuto intervenire
immediatamente in risposta a un attacco contro la Francia,
cercò di costringerli a sedersi al tavolo dei negoziati, gli
austriaci rifiutarono di sospendere le loro operazioni
militari. 61 Gli appelli del re a San Pietroburgo perché si
fermasse la mobilitazione caddero nel vuoto, visto che il
capo di stato maggiore russo, generale Nikolaj Januškevič,
aveva deciso (come disse lui stesso a Sazonov) di «staccare
tutti i telefoni e adottare misure che impediscano a
chiunque [in particolare lo zar] di trovarmi allo scopo di
impartirmi contrordini che bloccherebbero di nuovo la
mobilitazione». 62 E i tedeschi ribadirono che, se la Russia
avesse continuato a mobilitarsi, non avrebbero avuto altra
scelta che fare anch’essi lo stesso. E questo significava
l’invasione del Belgio e della Francia. 63 In breve, nel
momento preciso in cui la Russia decretò la mobilitazione
generale, ebbe inizio la «guerra in base all’orario», cioè la
guerra annunciata tra le quattro potenze continentali
(oltre, naturalmente, al Belgio e alla Serbia). Ciò che
ancora si poteva evitare era il coinvolgimento della Gran
Bretagna (e quindi anche della Turchia e dell’Italia).
Le ragioni dell’entrata in guerra della Gran Bretagna

296
Non sorprende che proprio a questo punto i governi di
Parigi e di Bruxelles iniziassero a richiedere
pressantemente a Grey di chiarire la posizione della Gran
Bretagna. 64 I francesi sostennero che, se Grey «avesse
annunciato che nel caso di un conflitto tra Germania e
Francia … l’Inghilterra sarebbe accorsa in aiuto della
Francia, la guerra non sarebbe scoppiata». 65 Ma il
ministro, che per alcuni giorni aveva cercato di persuadere
Lichnowsky proprio in tal senso, sapeva che da solo non
poteva prendere impegni nei confronti della Francia.
Senza dubbio, poteva già contare sul sostegno dei falchi
del Foreign Office, secondo i quali l’Intesa aveva
«forgiato» un «vincolo morale» (Crowe) e pertanto si
doveva «dare immediatamente l’ordine di mobilitazione
dell’esercito» (Nicolson). 66 Ma, come si era ripetutamente
dimostrato fin dal 1911, Grey non poteva prendere
iniziative senza l’appoggio dei suoi colleghi di gabinetto e
del suo partito, per non parlare di quella nebulosa e spesso
invocata entità chiamata «opinione pubblica». E non era
affatto certo che potesse contare su uno o più di essi per
sostenere un impegno militare nazionale nei confronti della
Francia. Quindi si decise semplicemente di non decidere
niente, «perché [come disse Herbert Samuel] se entrambe
le parti non sanno quel che faremo, saranno entrambe
meno disposte a correre rischi». 67 Il massimo che Grey
poteva fare era, ancora una volta, dire a Lichnowsky in
forma privata – «per evitare che in seguito lo si accusasse di
malafede» – che «se [la Germania] e la Francia si fossero
lasciate coinvolgere … il governo britannico sarebbe stato
costretto a prendere rapidamente una decisione. In quel
caso, non sarebbe stato conveniente starsene in disparte ad

297
aspettare per troppo tempo». 68 La profonda impressione
che questo avvertimento suscitò in Bethmann Hollweg,
diversamente dalle precedenti dichiarazioni di Grey, la si
può spiegare con il fatto che il ministro aveva detto, per la
prima volta, che qualsiasi azione britannica in difesa della
Francia sarebbe stata attuata con la massima rapidità. 69
Un’impressione altrettanto profonda fece a Londra la
richiesta di neutralità britannica da parte di Bethmann
Hollweg, presentata poco prima di venire a sapere
dell’avvertimento di Grey a Lichnowsky, soprattutto
perché rendeva del tutto evidente l’intenzione tedesca di
attaccare la Francia. 70 Ma anche se fu drasticamente
respinta, questa richiesta non determinò un impegno a
intervenire, e i limitati preparativi navali di Churchill il 28
e il 29 luglio non avevano certamente lo stesso significato
degli ordini di mobilitazione degli eserciti continentali. 71
Al contrario, avendo emanato il suo avvertimento
personale, Grey assunse una linea ufficiale decisamente più
morbida con la Germania, in un ultimo tentativo di
riportare in vita l’idea di una mediazione delle quattro
potenze. 72 Anzi, la mattina del 31 luglio il ministro arrivò
al punto di dire a Lichnowsky:
Se la Germania riuscisse a presentare una proposta ragionevole in grado di dimostrare
chiaramente che la stessa Germania e l’Austria stanno ancora cercando di salvare la pace in
Europa – proposta che sarebbe irragionevole respingere da parte della Francia e della Russia
– io l’appoggerei … e potrei persino dire che, se la Francia e la Russia non l’accettassero, il
governo di Sua Maestà non avrebbe più niente a che fare con le conseguenze.

La «proposta ragionevole» che Grey aveva in mente era


che «la Germania avrebbe accettato di non attaccare la
Francia se questa fosse rimasta neutrale [o avesse
mantenuto le sue truppe nel proprio territorio] nel caso di
una guerra tra Russia e Germania». 73 Persino il pessimista
Lichnowsky, sentite queste parole, iniziò a pensare che

298
«nell’eventualità di una guerra, l’Inghilterra potrebbe
assumere un atteggiamento d’attesa». 74 A Parigi,
comprensibilmente, le reazioni furono piuttosto cupe. La
sera del 1º agosto Grey disse apertamente a Cambon:
Se la Francia non riusciva a trarre vantaggio da questa posizione [vale a dire, da questa
proposta], lo si doveva al fatto che era legata da un’alleanza della quale noi non facevamo
parte e della quale non conoscevamo i termini … Ora la Francia doveva prendere le proprie
decisioni senza contare su un aiuto che attualmente non eravamo in grado di promettere …
Non potevamo proporre al parlamento di inviare una forza di spedizione sul continente, a
meno che i nostri interessi e i nostri obblighi non fossero profondamente e drammaticamente
coinvolti. 75

Un avvertimento in forma privata a Lichnowsky non era,


come lo stesso Grey spiegò a Cambon, «la stessa cosa di …
un impegno nei confronti della Francia». 76 Il ministro
degli Esteri britannico non era nemmeno disposto a
fornire all’ambasciatore del Belgio la garanzia che «se la
Germania vìola la neutralità del Belgio, noi aiuteremo
sicuramente il Belgio», sebbene in seguito il governo
avrebbe dato grande peso al proprio obbligo giuridico a
farlo. 77
L’atteggiamento di Grey, in quei giorni cruciali, era
vincolato da considerazioni di politica interna. Come
abbiamo visto, c’era un folto gruppo di politici e giornalisti
liberali che si opponeva tenacemente a un impegno in tal
senso. 78 Il 30 luglio, ventidue membri liberali della
Commissione per gli affari esteri fecero sapere, tramite
Arthur Ponsonby, che «qualsiasi decisione a favore di una
partecipazione a una guerra europea avrebbe non soltanto
suscitato la massima disapprovazione, ma addirittura
causato il vero e proprio ritiro dell’appoggio finora dato al
governo». 79 Asquith riteneva che circa tre quarti del suo
partito fossero a favore di un’«assoluta non interferenza a
qualunque costo». 80 L’orientamento del gabinetto

299
rispecchiava grossomodo questa situazione, con i
sostenitori di un impegno continentale ancora in netta
minoranza. Le diciannove persone che si incontrarono il
31 luglio erano divise in tre gruppi di diversa consistenza:
coloro che, in accordo con la base del partito, erano a
favore di un’immediata dichiarazione di neutralità (tra
questi figuravano Morley, Simon, Burns, Beauchamp e
Hobhouse); coloro che erano a favore dell’intervento
(soltanto Grey e Churchill); e coloro che non avevano
ancora preso una decisione (in particolare McKenna,
Haldane, Samuel, Harcourt, il quacchero Joseph Pease e il
marchese di Crewe, ma probabilmente anche Lloyd
George nonché, naturalmente, lo stesso Asquith). 81
Morley era decisamente contrario a un intervento a fianco
della Russia, e sembrava chiaro che la maggioranza fosse
incline a condividere la sua opinione. Tuttavia, la minaccia
di Grey di dimettersi se fosse stata adottata «una politica
di non intervento esplicita e senza compromessi» fu
sufficiente a mantenere una situazione di stallo. 82 Il
gabinetto convenne sul fatto che «l’opinione pubblica
britannica non ci permetterebbe attualmente di appoggiare
la Francia … Non potremmo dire nulla che ci
impegnasse». 83
E lo stallo non fu realmente superato neppure quando,
la sera del 1º agosto, mentre Grey stava giocando a biliardo
da Brook’s, Churchill riuscì a convincere Asquith a
permettergli di far mobilitare la marina in seguito alla
notizia della dichiarazione di guerra della Germania alla
Russia. 84 Ciò non fece altro che spingere Morley e Simon a
minacciare le proprie dimissioni nella riunione della
mattina seguente, mentre la maggioranza si ricompattò

300
contro i ripetuti appelli di Grey per una chiara
dichiarazione d’impegno. Il massimo che si riuscì a
ottenere nella prima seduta di quella cruciale domenica fu
che, «se la flotta tedesca passa attraverso la Manica o il
mare del Nord per intraprendere azioni ostili contro le
coste francesi o le sue navi, la flotta britannica garantirà
tutta la protezione possibile». 85 Ma anche questo –
tutt’altro che una dichiarazione di guerra, visto che una
simile azione navale tedesca era alquanto improbabile – era
già troppo per John Burns, direttore del ministero del
Commercio, che rassegnò le dimissioni. Come osservò
Samuel: «Se la questione fosse stata fatta oggetto di
discussione, Asquith si sarebbe schierato dalla parte di
Grey e altri tre avrebbero fatto la stessa cosa. Credo che il
resto di noi avrebbe dato le dimissioni». 86 Quello stesso
giorno, a pranzo da Beauchamp, sette ministri, tra i quali
Lloyd George, manifestarono le proprie riserve persino sui
limitati provvedimenti navali che erano stati presi. A
posteriori, Morley era convinto che se Lloyd George
avesse dato l’esempio agli esitanti, «il governo sarebbe
certamente caduto quella stessa sera». Ma l’appello a
«parlare in nostro nome» rivolto da Harcourt a Lloyd
George non venne ascoltato. 87 Se si fossero resi conto che
Grey aveva già autonomamente lasciato «cadere» la sua
proposta a Lichnowsky per una neutralità francese in una
guerra russo-tedesca, e che lo stesso Lichnowsky quella
mattina era stato ridotto alle lacrime durante la colazione
con Asquith, forse avrebbero agito sulla base di quelle
riserve. 88 Di fatto, Morley, Simon e Beauchamp ora si
unirono a Burns nell’offrire le proprie dimissioni, a seguito
dell’impegno nei confronti del Belgio che Grey era riuscito

301
ad assicurarsi quella sera minacciando a propria volta di
dimettersi. Anche Charles Trevelyan, a capo di un
ministero di secondaria importanza, consegnò la propria
lettera di dimissioni. 89
Perché, allora, il governo non cadde? La risposta
immediata è, come annotò Asquith nel suo diario, che
Lloyd George, Samuel e Pease pregarono i dimissionari
«di non andarsene o almeno di ritardare le dimissioni», e
questi «accettarono di non dire nulla oggi e di sedere ai
loro soliti posti alla Camera». 90 Ma perché alla fine se ne
andarono solo Morley, Burns e Trevelyan? 91 La risposta
tradizionale si può condensare in una sola parola: il Belgio.
Senza dubbio, già da tempo il Foreign Office aveva
compreso che «si sarebbe giunti più facilmente» alla
decisione di intervenire a favore della Francia «se
l’aggressività tedesca avesse comportato una violazione
della neutralità del Belgio». 92 E in seguito Lloyd George e
molti altri hanno indicato nella violazione della neutralità
belga la ragione principale che li fece passare – e insieme a
essi anche l’«opinione pubblica» – a favore della guerra. 93
A prima vista, sembra un punto inconfutabile. Il 6 agosto
1914 «il solenne obbligo internazionale» della Gran
Bretagna a garantire la neutralità belga in nome del diritto
e dell’onore, e «a rivendicare il principio … che le piccole
nazioni non devono essere schiacciate», fornì i due
argomenti principali del discorso intitolato «Per che cosa
combattiamo?» pronunciato da Asquith alla Camera dei
Comuni. 94 Fu anche il tema portante della riuscita
campagna di reclutamento guidata da Lloyd George in
Galles. 95
Ciononostante, ci sono motivi per essere scettici. Come

302
abbiamo visto, nel 1905 il Foreign Office riteneva che il
trattato del 1839 non impegnasse la Gran Bretagna a
sostenere la neutralità del Belgio «in qualsiasi circostanza e
a qualsiasi rischio». Quando si era ripresentato il problema
nel 1912, solo Lloyd George aveva espresso la
preoccupazione che, in caso di guerra, la protezione della
neutralità belga avrebbe nuociuto alla strategia britannica
del blocco navale. Significativamente, quando se ne
discusse nel gabinetto, il 29 luglio, si decise di basare sulle
«congiunture politiche» e non sugli «obblighi legali» le
risposte che si sarebbero date a un’invasione tedesca del
Belgio. 96 La linea del governo era quindi quella di
avvertire indirettamente i tedeschi stabilendo che una
violazione della neutralità del Belgio avrebbe provocato
una «sterzata» dell’opinione pubblica britannica. Pertanto
Grey fu in grado di rispondere alla prevaricazione tedesca
sull’argomento con un avvertimento unanime del
gabinetto: «Se ci fosse stata una violazione della neutralità
belga … sarebbe stato estremamente difficile tenere sotto
controllo i sentimenti dell’opinione pubblica». 97 Questo,
però, non impegnava il governo. E non deve sorprendere,
dato che un certo numero di ministri era in realtà piuttosto
propenso a rimangiarsi la parola sulla garanzia data al
Belgio.
Lloyd George fu tra coloro che, come ha ricordato
William Beaverbrook, cercarono di sostenere che i
tedeschi sarebbero «passati soltanto attraverso l’estremo
angolo meridionale» e questo avrebbe significato soltanto
«una piccola infrazione alla neutralità. “Vedete”, disse
[indicando un punto su una mappa], “è solo un
pezzettino, e i tedeschi ripagheranno tutti i danni che

303
faranno”». 98 Molti si attendevano (erroneamente) che, in
ogni caso, i belgi non avrebbero richiesto l’aiuto della
Gran Bretagna, ma avrebbero semplicemente presentato
una protesta ufficiale se i tedeschi fossero passati
attraverso le Ardenne. La richiesta di neutralità fatta dai
tedeschi alla Gran Bretagna il 19 luglio aveva dimostrato al
di là di ogni possibile dubbio che avrebbero fatto
un’incursione attraverso il Belgio; ma persino la mattina
del 2 agosto, dopo che Jagow aveva rifiutato di garantire la
neutralità del Belgio, Lloyd George, Harcourt,
Beauchamp, Simon, Runciman e Pease avevano convenuto
di contemplare l’entrata in guerra solo nel caso di una
«invasione totale del Belgio». Charles Trevelyan la pensava
nello stesso modo. 99 Si spiega così l’attenta formulazione
della risoluzione presa dal gabinetto quella sera,
comunicata da Crewe al re, nella quale si stabiliva che «una
sostanziale violazione della neutralità [belga] ci porrebbe
nella situazione che il signor Gladstone aveva ritenuto
possibile nel 1870, quando l’interferenza era stata
considerata abbastanza grave da costringerci a passare
all’azione». 100
Perciò, quando, la mattina del 3 agosto, gli giunse la
notizia dell’ultimatum della Germania al Belgio, Asquith si
sentì sollevato. La richiesta di Moltke di un libero
passaggio attraverso l’intero Belgio, il successivo appello di
re Alberto, in cui si dichiarava che il Belgio intendeva
opporsi a qualsiasi infrazione della sua neutralità, e infine
l’invasione tedesca il giorno seguente «semplificarono
[notevolmente] le cose», per citare le parole di Asquith, in
quanto consentirono a Simon e a Beauchamp di ritirare le
dimissioni. 101 I tentativi dell’ultimo minuto compiuti da

304
Moltke e Lichnowsky per garantire l’integrità postbellica
del Belgio risultarono quindi altrettanto inutili delle
ciniche menzogne tedesche su un’avanzata francese in
Belgio. 102 Quando si lamentò con Goschen che
«l’Inghilterra si sarebbe scagliata contro di loro in nome
della neutralità del Belgio» per uno chiffon de papier,
Bethmann Hollweg dimostrò di non avere colto il punto
essenziale. Per il solo fatto di richiedere un’avanzata
tedesca attraverso l’intero Belgio, il Piano Schlieffen aveva
contribuito a salvare il governo liberale. 103
Tuttavia, a persuadere il gabinetto a favore
dell’intervento non fu tanto la minaccia tedesca al Belgio
quanto la minaccia di Berlino alla Gran Bretagna, quella
minaccia che Grey e i falchi del Foreign Office avevano
sempre sostenuto che si sarebbe materializzata non appena
la Francia fosse caduta. Lo si può dedurre dal biglietto che
Asquith scrisse alla sua amante Venetia Stanley il 2 agosto,
nel quale elencava i sei principi che lo guidavano: solo il
sesto si riferiva agli «obblighi nei confronti del Belgio per
impedire che fosse usato e assorbito dalla Germania». Il
quarto e il quinto erano più importanti, in quanto
stabilivano che, nonostante la Gran Bretagna non avesse
alcun obbligo nei confronti della Francia, «è contro gli
interessi britannici che la Francia sia spazzata via come
grande potenza», e altresì che «non possiamo permettere
che la Germania usi la Manica come base per le
ostilità». 104 Allo stesso modo, la tesi principale del famoso
discorso pronunciato da Grey alla Camera dei Comuni il 3
agosto – prima che giungesse la notizia dell’ultimatum
della Germania al Belgio – era che «se la Francia viene
sconfitta in una lotta all’ultimo sangue … non credo che

305
saremo in grado di usare la nostra forza in modo decisivo
per … impedire che l’intera Europa occidentale, che ci sta
di fronte, cada sotto la dominazione di un’unica
potenza». 105 I rischi strategici di un non intervento –
isolamento, mancanza di alleati – erano maggiori di quelli
di un intervento. Come disse Grey il giorno successivo nel
corso di una conversazione privata: «Non finirà con il
Belgio. Subito dopo toccherà all’Olanda, e poi alla
Danimarca. La posizione dell’Inghilterra si frantumerebbe
se si permettesse alla Germania di dominare l’Europa». La
politica tedesca, riferì al gabinetto, era «quella del grande
aggressore europeo, malvagio quanto Napoleone». 106
Sembra chiaro che questa tesi riuscì a convincere anche gli
indecisi come Harcourt. Come spiegò il 5 agosto:
Ho agito non in base a obblighi imposti da un trattato o dal senso dell’onore, perché non
ne sussistevano affatto … C’erano tre interessi britannici fondamentali che non potevo
trascurare:
1. che la flotta tedesca non occupasse, sfruttando la nostra neutralità, il mare del Nord e la
Manica;
2. che i tedeschi non si impadronissero e non occupassero la zona nordoccidentale della
Francia, di fronte alle nostre coste;
3. che non violassero l’indipendenza del Belgio e successivamente occupassero Anversa,
creando per noi una minaccia permanente. 107

Questa era stata la tesi di Pitt per combattere contro la


Francia; tesi che aveva le sue radici nell’assioma che il
predominio sul mare fosse l’alpha e l’omega della sicurezza
britannica (il primo raid di uno Zeppelin dimostrò quanto
fosse obsoleta). Quindi Morley non si sbagliava di molto
quando disse che il Belgio aveva fornito «un pretesto per
un intervento a favore della Francia». 108 Questa era anche
l’opinione di Frances Stevenson, l’amante di Lloyd
George, e di Ramsay MacDonald, che aveva cenato con
Lloyd George la sera del 2 agosto. 109
C’era tuttavia un motivo ben più importante che

306
spiegava l’entrata in guerra della Gran Bretagna, alle
undici di sera del 4 agosto 1914. Nei giorni che vanno dal
31 luglio al 3 agosto, un aspetto contribuì più di ogni altro
a preservare l’unità del gabinetto: la paura di lasciare
spazio all’opposizione conservatrice e unionista. 110
Bisogna ricordare quanto fossero diventati tesi i rapporti
fra i due maggiori partiti nel 1914: dopo le battaglie sui
bilanci di Lloyd George e sui poteri della Camera dei
Lord, la decisione dei liberali di provare nuovamente a
concedere l’Home Rule all’Irlanda aveva infiammato gli
animi degli unionisti.
I tentativi di raggiungere un compromesso
sull’esclusione temporanea dell’Irlanda del Nord alla
riunione di Buckingham Palace non avevano dato frutti. I
protestanti dell’Ulster si stavano armando per impedire
l’imposizione della «Rome Rule» (la forza volontaria
dell’Ulster contava su 100.000 uomini e almeno 37.000
fucili), per cui la possibilità di una guerra civile era
concreta e l’atteggiamento dei leader conservatori, per non
parlare degli ufficiali superiori dell’esercito, non era privo
di simpatie per la causa dei protestanti. 111 L’improvviso
scoppio della crisi diplomatica europea, come fece notare
Asquith, servì a calmare le tempestose acque irlandesi
(«l’unico momento brillante di questa guerra odiosa»); ma
nello stesso tempo diede ai conservatori un nuovo pungolo
con cui stuzzicare il governo. Infatti, già da tempo era
apparso chiaro che i leader conservatori consideravano la
minaccia tedesca ben più seria di quanto pensasse buona
parte dei ministri liberali. Nel 1912, per esempio, Balfour
aveva pubblicato un articolo sulle relazioni anglo-tedesche
in cui accusava apertamente il governo tedesco di

307
pianificare una guerra di aggressione allo scopo di far
risorgere il Sacro romano impero sul continente e di
estendere il suo impero d’oltremare. La Gran Bretagna,
scrisse, aveva
un’esperienza troppo amara dei mali che provoca il tentativo, da parte di un singolo Stato, di
dominare l’Europa; siamo assolutamente convinti dei pericoli a cui una tale politica, in caso
di successo, ci esporrebbe … se li considerassimo trascurabili.

Come abbiamo visto, i conservatori reputavano Grey un


«uomo di grande affidabilità», in grado di portare avanti la
loro politica al meglio delle sue possibilità contro
l’opposizione di colleghi molto meno affidabili. Ma fin dal
1911 il ministro degli Esteri era rimasto sulla difensiva, se
non addirittura in ritirata. Unionisti come Frederick Oliver
erano terrorizzati dalla prospettiva che cruciali decisioni di
politica estera fossero prese da «un governo che ha tanto
male interpretato e ingarbugliato fino all’inverosimile la
nostra situazione interna». 112 Ripensando alla crisi del
dicembre 1914, Joseph Austen Chamberlain espresse
quella che era probabilmente l’opinione dominante dei
conservatori sul modo in cui i liberali avevano gestito la
crisi:
Prima d’ora non c’era stato nulla nei discorsi o nelle pubblicazioni ufficiali che
informasse [il nostro popolo] del rischio che avevamo corso per prepararli all’adempimento
delle nostre responsabilità e alla difesa dei nostri interessi. Chi sapeva come stavano
veramente le cose rimase in silenzio; chi aveva preso l’impegno di istruire la massa del popolo
era all’oscuro, e la nostra democrazia, con la sua voce decisiva sulla condotta degli affari
pubblici, fu lasciata senza guida da chi avrebbe dovuto dirigerla correttamente, e fu fuorviata
da chi se n’era messo alla guida. 113

Suo fratello Neville condivideva il suo sgomento: «C’è


da rimanere senza fiato», aveva esclamato in agosto, «a
pensare che eravamo sull’orlo del precipizio di un’eterna
disgrazia». 114
La tesissima riunione tenuta dal gabinetto il 2 agosto

308
diede il la all’azione dei conservatori. Quella mattina, su
suggerimento di Balfour, Lansdowne e Walter Long, il
leader unionista Bonar Law aveva scritto ad Asquith per
mettere in chiaro l’opinione dei conservatori: «Ogni
esitazione nel dare ora il nostro appoggio alla Francia e alla
Russia sarebbe fatale per il nostro onore e per la futura
sicurezza del Regno Unito». Il «sostegno compatto»
offerto da Bonar Law «a tutti i provvedimenti richiesti
dall’intervento dell’Inghilterra in guerra» conteneva la
minaccia, nemmeno tanto velata, che i conservatori
sarebbero stati pronti a fare le scarpe ai liberali se il
governo non avesse accolto tali provvedimenti. 115 Dopo
anni di critiche bellicose da parte della stampa
conservatrice, questa fu la linea scelta per rafforzare la
decisione di Asquith. Le dimissioni, disse al gabinetto,
potrebbero sembrare la soluzione più normale per un
governo così diviso. Ma, aggiunse, «la situazione nazionale
è tutt’altro che normale, e non riesco a convincermi che
l’altro partito sia guidato da – o contenga al suo interno –
uomini in grado di affrontarla». 116 Samuel e Pease colsero
la palla al balzo: «Per la maggior parte del gabinetto»,
dissero a Burns, «lasciare adesso significherebbe
un’amministrazione di guerra, e questa è l’ultima cosa che
si augura». «Il governo alternativo», come disse Pease,
«deve essere molto meno desideroso di pace di quanto lo
siamo noi.» Ribadì la stessa cosa a Trevelyan tre giorni
dopo, quando ormai anche Simon e Runciman avevano
iniziato a ripeterla. 117 Margot Asquith osservò in seguito
che fu «una fortuna per questo paese che i liberali fossero
al potere nel 1914, perché sarebbero potuti sorgere
sospetti di acquiescenza in una decisione così grave se

309
fosse stata imposta da un governo ultranazionalista». 118
Probabilmente a insaputa del gabinetto, uno dei suoi
membri era in realtà pronto ad abbandonare se i
sostenitori della neutralità l’avessero avuta vinta. Già il 31
luglio Churchill aveva chiesto in segreto a Bonar Law,
tramite Frederick Edwin Smith, se, qualora ci fossero state
fino a otto dimissioni, «l’opposizione sarebbe stata
disposta ad accorrere in aiuto del governo … formando
una coalizione per riempire gli incarichi vacanti». 119 Bonar
Law non accolse l’invito di Churchill a cenare con lui e
Grey il 2 agosto, ma nella sua lettera al gabinetto aveva già
detto abbastanza. Non era la prima volta che l’idea di una
coalizione veniva proposta da un membro del governo
Asquith. Con quest’idea aveva flirtato nel 1910
nientemeno che Lloyd George. 120
A prima vista, il fatto che i conservatori desiderassero la
guerra più dei liberali sembrerebbe rafforzare la tesi
dell’inevitabilità di un intervento britannico: se Asquith
fosse caduto, Bonar Law sarebbe entrato lo stesso in
guerra. Ma sarebbe stata davvero la stessa cosa?
Supponiamo che Lloyd George – sconfitto sulla sua legge
finanziaria, in preda al panico finanziario, assalito dagli
editoriali pacifisti del «Guardian» e del «British Weekly» –
avesse abbandonato Grey nella decisiva riunione di
gabinetto del 2 agosto e lasciato l’iniziativa a quanti si
opponevano all’intervento. In tal caso, il ministro degli
Esteri avrebbe sicuramente dato le dimissioni e Churchill
si sarebbe immediatamente schierato con Bonar Law.
Asquith sarebbe riuscito a proseguire? Quasi sicuramente
no. Ma con quanta rapidità si poteva formare un governo
conservatore? L’ultimo cambiamento di governo aveva

310
richiesto parecchio tempo: l’amministrazione Balfour
aveva mostrato i primi segni di cedimento sul problema
della riforma tariffaria nel 1903, era stata sconfitta alla
Camera dei Comuni il 20 luglio 1905, aveva perso la
fiducia degli uomini di Chamberlain a novembre e infine
aveva rassegnato le dimissioni il 4 dicembre. Le elezioni
generali che confermarono la forza dell’appoggio liberale
nel paese si tennero soltanto il 7 febbraio 1906. Si può
supporre che le cose si sarebbero mosse più rapidamente
se Asquith fosse stato costretto a dimettersi ai primi di
agosto del 1914. Il progetto di coalizione elaborato da
Churchill intendeva senza dubbio minimizzare ogni
ritardo. Ma sarebbe stato possibile dichiarare guerra alla
Germania in simili circostanze e prima di un’elezione
generale? Molto sarebbe dipeso dal re, il quale, come i suoi
cugini a Berlino e a San Pietroburgo, aveva manifestato
scarso entusiasmo per la guerra dopo avere aperto gli occhi
sull’orlo dell’abisso. 121 Sembra ragionevole pensare che un
mutamento di governo avrebbe ritardato l’invio della BEF di
almeno una settimana.
In ogni caso, anche con il governo immutato, l’invio
della BEF non era una conclusione scontata e non si svolse
secondo i piani elaborati nelle consultazioni con lo stato
maggiore francese. Questo perché, come abbiamo visto, in
realtà non si era mai presa una chiara decisione a favore di
un intervento sul continente, cosicché tutte le vecchie
argomentazioni contrarie a esso erano immediatamente
riaffiorate allo scoppio della guerra. I navalisti
sostenevano, come avevano sempre fatto, che solo la
potenza marina poteva decidere la guerra, e fino al 5
agosto la maggior parte dei ministri sembrava essere

311
d’accordo. 122 Anzi, Bertie aveva riferito da Parigi che la
forza di spedizione non sarebbe stata necessaria; il generale
de Castelnau, vicecapo dello stato maggiore francese, gli
aveva infatti assicurato che «i francesi, anche se subiscono
delle sconfitte, alla fine vinceranno, a patto che
l’Inghilterra li aiuti chiudendo alla Germania gli sbocchi al
mare». 123 Erano inoltre favorevoli a tenere una parte
dell’esercito, o addirittura tutto, in patria: non per
difendersi da un’invasione, che non ci si aspettava, ma per
preservare la pace sociale (in effetti, le conseguenze
economiche della guerra cominciavano già a farsi
sentire). 124 Nel «piuttosto variopinto» consiglio di guerra
di generali e ministri convocato da Asquith il 5 agosto
regnò la confusione e non si prese alcuna decisione in
attesa di consultazioni con un rappresentante dello stato
maggiore francese. Il giorno seguente il gabinetto decise di
inviare solo quattro divisioni di fanteria e una di cavalleria
ad Amiens, malgrado Henry Wilson avesse già da tempo
stabilito di mandare tutte e sette le divisioni a Maubeuge in
soccorso dei francesi. Solo sei giorni più tardi Kitchener,
richiamato in gran fretta dall’Egitto e nominato segretario
di Stato alla guerra, si lasciò convincere a tornare al piano
originale, e soltanto il 3 settembre il gabinetto accettò di
inviare in Francia l’ultima divisione rimasta. 125
Questa decisione cambiò in modo decisivo l’esito della
guerra, come sostennero allora i suoi fautori e in seguito i
suoi difensori? Aveva ragione il maggiore A.H. Ollivant a
sostenere, nel suo memorandum del 1º agosto per Lloyd
George, che «la presenza o l’assenza dell’esercito
britannico … deciderà molto probabilmente il destino
della Francia»? 126 Come abbiamo visto, il Piano Schlieffen

312
sarebbe fallito in ogni caso, anche senza l’invio della BEF,
tante erano le falle che Moltke vi aveva aperto. Quindi i
francesi sarebbero probabilmente riusciti a fermare da soli
l’avanzata dei tedeschi, se non avessero essi stessi cercato
di lanciare un’offensiva praticamente suicida e si fossero
invece concentrati sulla difesa. Ma non lo fecero; e, anche
tenendo conto degli errori tedeschi, sembra ragionevole
affermare che, nonostante l’iniziale e disperata ritirata da
Mons e il fallimento della finta manovra a Ostenda, la
presenza di truppe britanniche a Le Cateau il 26 agosto e
sulla Marna (6-9 settembre) ridusse significativamente le
possibilità di vittoria dei tedeschi. 127 Purtroppo, non era in
grado di determinare una sconfitta tedesca. Dopo la
caduta di Anversa e la prima battaglia di Ypres (20
ottobre-22 novembre), si giunse a una sanguinosa guerra di
posizione, destinata a durare, sul fronte occidentale, tre
anni e mezzo. Se i sostenitori della neutralità o di una
strategia esclusivamente navale avessero prevalso e la Gran
Bretagna non avesse inviato la BEF – o anche se la sua
partenza fosse stata ritardata in attesa della formazione di
un nuovo governo – le possibilità di vittoria dei tedeschi
sulla Francia sarebbero certamente aumentate.
L’unione europea del Kaiser
La Gran Bretagna avrebbe potuto limitare il proprio
coinvolgimento in una guerra continentale? È una
possibilità che gli storici hanno completamente
trascurato. 128 Anche chi deplora in generale il modo in cui
la guerra fu combattuta di solito non ne tiene conto.
Eppure dovrebbe essere ormai chiaro che si trattava di una
possibilità molto concreta. Gli stessi Asquith e Grey lo
riconobbero in seguito nelle proprie memorie. Entrambi

313
hanno sottolineato che la Gran Bretagna non era stata
obbligata a intervenire da alcun vincolo contrattuale con la
Francia. Per citare le parole di Asquith: «Restammo liberi
di decidere se, quando si fosse presentata l’occasione,
avremmo dovuto entrare in guerra oppure no». 129 E Grey
non tenne nascosta la presenza di un’opposizione politica
all’interno del suo partito, che a luglio gli aveva impedito
di impegnarsi con la Francia. 130 Sebbene in altre occasioni
avesse parlato di inesorabili forze storiche, ammise che
c’era stata possibilità di scelta.
Naturalmente, Grey sosteneva che la scelta fatta dal
gabinetto era stata quella giusta. Ma quali erano le sue
ragioni contro la neutralità? Le troviamo esposte nelle sue
memorie:
Se dovevamo entrarci in ogni caso, dobbiamo ringraziare di averlo fatto subito: fu meglio
così, meglio per il nostro nome e per ottenere un esito favorevole, che se avessimo cercato di
tenercene fuori per poi ritrovarci … costretti a prendervi parte. [Se non vi fossimo entrati],
saremmo rimasti isolati, non avremmo avuto più alcun amico al mondo; nessuno avrebbe
sperato o temuto qualcosa da noi, o pensato che valesse la pena avere la nostra amicizia.
Saremmo stati screditati … e si sarebbe ritenuto che avevamo recitato una parte ingloriosa.
Saremmo stati disprezzati. 131

Per Grey, quindi, la guerra era, in sostanza, una


«questione di onore»: l’impegno legale nei confronti del
Belgio e, cosa ancora più importante, l’impegno morale nei
confronti della Francia. Ciononostante, il desiderio di non
essere bollata come la «perfida Albione» era soltanto lo
schermo dietro al quale si celavano precisi calcoli
strategici. La tesi fondamentale di Grey era che la Gran
Bretagna non poteva permettersi il rischio che la Germania
vincesse, perché la vittoria l’avrebbe resa «padrona di tutta
l’Europa continentale e dell’Asia Minore». 132
Ma era davvero questo l’obiettivo della Germania? Il
Kaiser era veramente un nuovo Napoleone? La risposta a

314
questa domanda dipende, ovviamente, da quali si ritiene
che fossero i veri «scopi bellici» della Germania nel 1914.
Secondo Fritz Fischer e i suoi allievi erano in tutto e per
tutto radicali, proprio come temevano i germanofobi
britannici. La guerra era un tentativo di «realizzare le
ambizioni politiche della Germania, che si possono
riassumere nell’egemonia tedesca sull’Europa» attraverso
l’annessione del territorio francese, belga e possibilmente
russo, la fondazione di un’unione doganale centroeuropea
e la creazione di un nuovo Stato polacco e di nuovi Stati
baltici direttamente o indirettamente sotto il controllo
tedesco. Inoltre, la Germania avrebbe acquisito nuovi
territori in Africa per consolidare i suoi possedimenti
coloniali in una regione centroafricana senza soluzione di
continuità. Si doveva infine compiere uno sforzo
concertato per frantumare l’Impero britannico e quello
russo fomentandovi delle rivoluzioni. 133
Nella teoria di Fischer, però, c’è un difetto
fondamentale che troppi storici hanno mancato di notare.
Si tratta dell’idea che gli scopi perseguiti dalla Germania
dopo l’inizio della guerra fossero identici a quelli che si era
prefissata prima di essa. 134 Così, il «Programma di
settembre» di Bethmann Hollweg – «Note provvisorie per
la direzione della nostra politica» in vista di una pace
separata con la Francia, redatte con la convinzione di una
rapida vittoria tedesca in Occidente – è talvolta presentato
come la prima dichiarazione aperta di scopi che esistevano
già prima dello scoppio della guerra. 135 Se questo fosse
vero, la tesi secondo cui la guerra si poteva evitare
crollerebbe, perché è evidente che nessun governo
britannico avrebbe potuto accettare le condizioni

315
territoriali e politiche che il Programma di settembre
proponeva per la Francia e il Belgio, 136 visto che
avrebbero realizzato l’«incubo napoleonico» concedendo
alla Germania il controllo della costa belga. Ma il fatto
incontrovertibile è che Fischer e i suoi allievi non hanno
mai trovato la minima prova che questi obiettivi esistessero
prima dell’entrata in guerra della Gran Bretagna. In teoria
è possibile che tali prove non siano mai state consegnate
alla carta, o che i documenti che le contengono siano stati
distrutti o perduti, e che successivamente i protagonisti
delle vicende abbiano preferito mentire piuttosto che
legittimare la clausola della «colpa della guerra» del
trattato di Versailles. Ma sembra improbabile. Tutto ciò
che Fischer è in grado di produrre sono i fantasiosi
progetti prebellici di alcuni pangermanisti e uomini
d’affari, nessuno dei quali con uno statuto di ufficialità,
nonché gli occasionali discorsi bellicosi del Kaiser, la cui
influenza sulla politica non era così ampia e profonda
come lui stesso credeva. 137 È certamente vero che a volte il
Kaiser fantasticava di «una sorta di supremazia
napoleonica», 138 e che quando, il 30 luglio, comprese
finalmente, ma ormai troppo tardi, che la Gran Bretagna
sarebbe intervenuta, si lasciò andare ai più folli disegni
mondiali:
I nostri consoli in Turchia e in India, i nostri agenti ecc., devono suscitare in tutto il
mondo musulmano una fiera ribellione contro questa odiosa nazione di negozianti, bugiarda
e priva di coscienza, perché, anche se moriremo dissanguati, l’Inghilterra perderà almeno
l’India. 139

Anche Moltke prevedeva che si facessero «tentativi per


incitare una sollevazione in India, se l’Inghilterra decide di
schierarsi contro di noi. Si devono fare analoghi tentativi in
Egitto e anche nei Dominions del Sudafrica». 140 Ma questi

316
voli della fantasia – degni di Il mantello verde, il thriller
bellico di John Buchan, e apparentemente altrettanto
realistici – non dovrebbero essere considerati gli autentici
obiettivi bellici della Germania. Prima della guerra il
Kaiser era ugualmente pronto a ricordare ai diplomatici
britannici: «Abbiamo combattuto fianco a fianco cent’anni
fa. Voglio che le nostre due nazioni si ritrovino di nuovo
insieme davanti al monumento belga a Waterloo». 141
Queste non erano certo parole in stile napoleonico. È
anche interessante notare che già il 30 luglio Guglielmo II
si aspettava che la guerra con la Gran Bretagna avrebbe
«dissanguato la Germania». Anzi, anche quando si
paragonava a Napoleone, il Kaiser lo faceva avendo in
mente il destino finale dell’imperatore: «O la bandiera
sventolerà sulle fortezze del Bosforo», aveva dichiarato nel
1913, «o subirò la stessa triste sorte del grande esule
sull’isola di Sant’Elena». 142
Il punto decisivo è questo: se la Gran Bretagna non
fosse intervenuta immediatamente, gli scopi bellici della
Germania sarebbero stati nettamente diversi da quelli del
Programma di settembre. La dichiarazione che rese a
Goschen il 29 luglio 1914 dimostra che, in cambio della
neutralità britannica, Bethmann Hollweg era pronto a
garantire l’integrità territoriale sia della Francia sia del
Belgio (e anche dell’Olanda). 143 I famigerati
«Suggerimenti di natura politico-militare» espressi da
Moltke il 2 agosto ribadivano la stessa cosa: l’assicurazione
che la Germania «avrebbe agito con moderazione in caso
di una vittoria sulla Francia doveva essere data … senza
condizioni e nella forma più vincolante», insieme con la
garanzia dell’integrità territoriale del Belgio. 144 Infatti, se

317
la Gran Bretagna fosse rimasta fuori dal conflitto, sarebbe
stata una follia rinnegare un patto così vantaggioso. Quindi
gli scopi bellici della Germania non avrebbero quasi
sicuramente incluso i mutamenti territoriali previsti nel
Programma di settembre (tranne forse quelli relativi al
Lussemburgo, per il quale la Gran Bretagna non aveva
alcun interesse). E certamente non avrebbero incluso le
proposte di un controllo tedesco sulla costa belga, che
nessun governo britannico avrebbe mai potuto accettare.
Perciò, sarebbero rimaste soltanto le seguenti proposte:
1. Francia … Un’indennità di guerra da pagare a rate: deve essere sufficientemente alta da
impedire alla Francia di spendere somme considerevoli in armamenti per i prossimi quindici
o vent’anni. Inoltre: un trattato commerciale che renda la Francia economicamente
dipendente dalla Germania [e] assicuri il mercato francese alle nostre esportazioni … Questo
trattato dovrà garantirci libertà di movimento finanziaria e industriale in Francia in modo tale
che le imprese tedesche non possano più ricevere un trattamento diverso rispetto a quelle
francesi.
… 2. Dobbiamo creare un’associazione economica centroeuropea per mezzo di trattati
doganali comuni che includano la Francia, il Belgio, l’Olanda, la Danimarca, l’Austria-
Ungheria, la Polonia e forse l’Italia, la Svezia e la Norvegia. Questa associazione non avrà
alcuna suprema autorità costituzionale e tutti i suoi membri saranno formalmente uguali, ma
in pratica saranno sotto la leadership tedesca, e avrà il compito di consolidare il predominio
economico della Germania sulla Mitteleuropa.
[3]. La questione delle acquisizioni coloniali, il cui primo scopo è la creazione di un
impero coloniale centroafricano senza soluzione di continuità, sarà considerata in seguito, al
pari di quella sugli obiettivi da raggiungere nei confronti della Russia.
4. Olanda. Si dovrà esaminare con quali mezzi e metodi l’Olanda possa essere inquadrata
in una più stretta relazione con l’Impero tedesco. Tenendo presente il carattere degli
olandesi, questa relazione più stretta dovrà lasciarli liberi da ogni sensazione di costrizione,
non dovrà mutare nulla nel loro modo di vivere né dovrà sottoporli a nuovi obblighi militari.
L’Olanda, quindi, deve essere lasciata indipendente all’esterno, ma resa internamente
dipendente da noi. Si potrebbe anche considerare la possibilità di un’alleanza offensiva e
difensiva a copertura delle colonie; in ogni caso una stretta unione doganale. 145

A questi punti – in sostanza, il Programma di settembre


senza l’annessione di Francia e Belgio – si dovrebbero
aggiungere i dettagliati piani redatti successivamente per
«risospingere [la Russia] il più lontano possibile dalla
frontiera orientale della Germania e [interrompere] il suo
dominio sui popoli vassalli non russi». Si prevedevano
pertanto la creazione di un nuovo Stato polacco (unito alla

318
Galizia asburgica) e la cessione delle province baltiche (che
sarebbero rimaste indipendenti, oppure incorporate nel
nuovo Stato polacco o ancora annesse alla stessa
Germania). 146 Anche questa versione rivista del
Programma di settembre esagera probabilmente gli scopi
prebellici dei leader tedeschi. Bülow, naturalmente, non
era più cancelliere; ma le osservazioni che confidò al
principe ereditario nel 1908 non erano molto diverse
dall’opinione di Bethmann Hollweg, secondo il quale la
guerra avrebbe rafforzato la sinistra politica e indebolito
internamente il Reich:
Nessuna guerra europea può fruttarci molto. Non ci sarebbe per noi nulla da guadagnare
dalla conquista di nuovi territori slavi o francesi. Se annettiamo all’impero piccoli paesi non
faremo altro che rafforzare quegli elementi centrifughi che, ahimè, in Germania non mancano
mai … Ogni grande guerra è seguita da un periodo di liberalismo, perché il popolo esige una
compensazione per i sacrifici e gli sforzi che la guerra gli ha imposto. 147

I limitati scopi bellici sopra descritti avrebbero


rappresentato una minaccia diretta per gli interessi della
Gran Bretagna? Implicavano una strategia napoleonica?
Difficile. Tutto ciò che le clausole del Programma di
settembre implicavano era la creazione – con ottant’anni di
anticipo, si potrebbe dire – di un’unione doganale europea
dominata dalla Germania. In effetti, molte delle
dichiarazioni ufficiali su questo punto presentano una
sorprendente risonanza con la situazione odierna; per
esempio, quella di Hans Delbrück: «Solo un’Europa che
costituisca una singola unità doganale può affrontare con
sufficiente forza le onnipotenti risorse produttive del
mondo d’oltre Atlantico», o l’entusiastico appello di
Gustav Müller per degli «Stati Uniti d’Europa»
(un’espressione usata prima della guerra dal Kaiser) che
«includano la Svizzera, i Paesi Bassi, gli Stati scandinavi, il

319
Belgio, la Francia, più la Spagna e il Portogallo e, tramite
l’Austria-Ungheria, anche la Romania, la Bulgaria e la
Turchia», o l’aspirazione del barone Ludwig von
Falkenhausen a
1. sfidare i grandi blocchi economici chiusi degli Stati Uniti e degli imperi britannico e russo
con un blocco economico altrettanto solido che rappresenti tutti gli Stati europei … sotto la
leadership tedesca, con il dublice scopo di:
2. assicurare ai membri di questo blocco, e in particolare alla Germania, il predominio sul
mercato europeo, e
3. mettere in campo l’intera forza economica dell’Europa unita e compatta nella lotta con
quelle potenze mondiali sulle condizioni di ammissione di ciascuna ai mercati dell’altra. 148

Anche alcuni «allarmisti» tedeschi del periodo


prebellico si erano espressi in modi così
sorprendentemente familiari. In Der Zusammenbruch der
alten Welt «Seestern» (Ferdinand Grauthoff) aveva
dichiarato profeticamente: «Solo l’unione dei popoli
europei può restituire loro l’indiscussa supremazia politica
e il dominio sui mari che un tempo gli appartenevano.
Oggi il centro di gravità politico è a Washington, San
Pietroburgo e Tokyo». Die «offensiv-invasion» gegen
England, di Karl Bleibtreu, si conclude con queste parole:
«Solo un’Europa pacificamente unita può resistere contro
il potere crescente di altre razze e contro il predominio
economico dell’America. Unitevi! Unitevi! Unitevi!». 149
Chiaramente, Bethmann Hollweg e il suo confidente
Kurt Riezler non avevano il minimo dubbio che questo
«impero mitteleuropeo della nazione tedesca» fosse
semplicemente «il travestimento europeo del nostro
desiderio di potenza». Lo scopo di Bethmann, come disse
Riezler nel 1917, era «guidare il Reich tedesco, che con i
metodi dello Stato territoriale prussiano non può diventare
una potenza mondiale, a un imperialismo di forma
europea, strutturando il continente dal centro verso

320
l’esterno (Austria, Polonia, Belgio) e sul perno della nostra
leadership tacitamente accettata». 150
Questo non è certo il modo in cui parlano i politici
tedeschi di oggi. Anche in questi termini, però, il progetto
europeo della Germania non era tale da impedire alla
Gran Bretagna, con il suo impero marittimo intatto, di
conviverci.
Naturalmente, le cose andarono in maniera diversa: la
richiesta di una neutralità britannica fu, come noto,
respinta. Ma gli storici tedeschi hanno liquidato troppo
frettolosamente la proposta di Bethmann Hollweg
definendola un folle errore di calcolo, e hanno persino
sostenuto che la Germania in fondo non si aspettava di
ottenere la neutralità britannica. Le testimonianze in
nostro possesso non giustificano una simile tesi. Al
contrario, dimostrano che i calcoli di Bethmann Hollweg
erano tutt’altro che irragionevoli. E gli si può perdonare il
fatto di non aver saputo prevedere che, all’ultimo istante,
le ragioni di Grey e Churchill avrebbero prevalso su quelle
dei non interventisti, numericamente più forti, e che la
maggior parte dei membri del parlamento avrebbe accolto
quella che si sarebbe dimostrata la più fuorviante di tutte
le affermazioni del ministro degli Esteri: «Se ci
impegniamo in una guerra, soffriremo ben poco di più di
quanto dovremmo soffrire se ce ne tenessimo fuori». 151

321
VII

I giorni di agosto. Il mito dell’entusiasmo di guerra


Due volontari
Un tempo la storiografia riteneva assiomatico che i
popoli d’Europa avessero salutato lo scoppio della guerra
con un fervido entusiasmo patriottico. Il brano seguente
può essere considerato un tipico esempio delle
testimonianze che vengono di solito citate per corroborare
questa tesi:
Il conflitto scoppiato nel 1914 non fu imposto alle masse – no, in nome di Dio – fu voluto
dal popolo intero.
Il popolo volle porre fine all’incertezza generale. Solo così si può capire perché due
milioni di uomini e ragazzi tedeschi si siano raccolti dietro la propria bandiera per la più
ardua di tutte le lotte, disposti a difenderla fino all’ultima goccia di sangue.
Per me, quelle ore furono come una liberazione dalle penose sensazioni della mia
giovinezza. Ancor oggi non mi vergogno a confessare che, sopraffatto da un tempestoso
entusiasmo, caddi in ginocchio e ringraziai il Cielo col cuore traboccante per avermi concesso
la grande fortuna di vivere in quest’epoca.
Era cominciata una lotta per la libertà, la più grandiosa che la terra avesse mai visto … La
stragrande maggioranza della nazione era ormai stanca da lungo tempo dell’eterna incertezza
della situazione … Anch’io ero uno di questi milioni … Il mio cuore, come quello di altri
milioni, traboccava di gioia e di orgoglio …
Per me … in quel momento iniziò l’epoca più straordinaria e indimenticabile della mia
esistenza terrena. Di fronte agli eventi di questa lotta gigantesca, tutto il passato sprofondava
nel vuoto più assoluto … All’epoca una sola preoccupazione mi tormentava, così come
tormentava molti altri: non avremmo raggiunto il fronte troppo tardi? 1

È difficile credere che il sentimento provato da Adolf


Hitler potesse essere così generalizzato come lui stesso
sosteneva. Il poco che sappiamo della sua carriera militare
nell’esercito bavarese conferma che non era un tipico
volontario; i suoi camerati lo consideravano un individuo
piuttosto sgradevole, privo di senso dell’umorismo e
pedantemente patriottico. Sappiamo anche che disapprovò
severamente le «tregue natalizie» non ufficiali del 1914-
1915. 2
Si confronti il precedente resoconto retrospettivo di
Hitler sul suo servizio di volontario con quello che Harry

322
Finch, un giardiniere inglese, annotò all’epoca sul proprio
diario:
1915. Martedì 12 gennaio. Questa mattina sono andato a Hastings all’ufficio
reclutamento di Havelock Road e mi sono arruolato nell’esercito di Kitchener per prestare
servizio in guerra. Ho superato la visita medica e sono stato assegnato alla 1 a compagnia, 12º
battaglione del Royal Sussex Regiment (2º South Downs). Sono tornato a casa con l’ordine di
presentarmi al mio battaglione a Bexhill il 18 di questo mese. L’ufficio reclutamento era pieno
di gente che voleva arruolarsi.

Lunedì 18 gennaio. Oggi mi sono presentato a rapporto dal sergente maggiore della
compagnia a Down Schools, Bexhill. Mi hanno dato un pagliericcio e tre coperte. La mia
prima impressione è stata che il linguaggio della camerata fosse un po’ troppo focoso. Il letto
mi è sembrato piuttosto duro e non ho dormito molto. Ovviamente, essendo una recluta, mi
son trovato con la branda disfatta. 3

Questo confronto non vuole assolutamente suggerire


una differenza di carattere nazionale. Sebbene gli storici
della cultura abbiano cercato ripetutamente di individuare
una differenza nel modo in cui tedeschi e britannici
reagirono allo scoppio della guerra, 4 nelle prossime pagine
cercheremo di dimostrare che ci furono risposte molto
diverse in tutti i paesi belligeranti. La differenza tra Hitler
e Finch – il quale, detto per inciso, ebbe una carriera
bellica migliore di quella di Hitler, arrivando fino al grado
di sergente – era di carattere personale e non nazionale.
Masse e impotenza
Naturalmente l’entusiasmo non mancò. Possiamo
considerare con sospetto la testimonianza di Hitler, ma ci
sono molti altri testimoni più affidabili. In uno scritto del
1945, il grande storico liberale Friedrich Meinecke
riecheggiò i ricordi di Hitler: «Per tutti coloro che la
provarono, l’esaltazione [Ehrebung] dei giorni d’agosto del
1914 appartiene ai ricordi più indimenticabili … Tutte le
divisioni che spaccavano il popolo tedesco sparirono
immediatamente di fronte al pericolo comune». 5
All’epoca, Meinecke si era persino affrettato a pubblicare

323
un libro sul tema dell’«esaltazione tedesca». 6
In pratica, esaltazione significava grandi masse di
gente. 7 Il racconto di Hitler in Mein Kampf è corroborato
in modo memorabile dalla foto di una vasta folla riunita
nella Odeonsplatz di Monaco di Baviera, in cui si può
scorgere il suo volto estasiato. A Vienna, Stefan Zweig,
trovatosi in mezzo a una marea di patrioti, fu travolto
dall’entusiasmo; e Josef Redlich rimase molto colpito
quando vide degli operai manifestare a favore della guerra
contro la Serbia il 26 luglio. 8 La sera precedente si erano
svolte le prime manifestazioni nazionaliste a Berlino, poi
ripetute il giorno seguente. 9 Ad Amburgo una folla
analoga si riunì dal 25 luglio in poi all’Allster Pavilion sulla
Jungfernstieg. 10 Quest’atmosfera si protrasse per i primi
mesi di guerra, mentre treni ornati di fiori partivano per il
fronte e grandi folle si riunivano davanti al palazzo della
Borsa per festeggiare la vittoria di Tannenberg. 11 In La
commedia di Charleroi, l’eroe di Pierre Drieu la Rochelle
descrive la piacevole sensazione di trovarsi in mezzo a una
folla del genere a Parigi: «Ero nel mezzo di tutto questo,
esultante nel mio anonimato». 12 E.C. Powell, un impiegato
di banca di diciassette anni, ricordava di essere rientrato a
Londra il 3 agosto da una gita a Chilterns e di avere
trovato la città «in uno stato di isteria. Un gigantesco
corteo occupava tutta la strada, e tutti sventolavano
bandiere cantando canzoni patriottiche. Fummo trascinati
anche noi … infiammati dalla medesima isteria». 13 Era,
come ricordò Lloyd George, «una scena d’entusiasmo che
non aveva precedenti nei tempi recenti». 14
Anche chi non provava questo entusiasmo commentò il
fenomeno (e allo stesso Lloyd George non piacque

324
particolarmente essere acclamato da una «folla
nazionalista» che ricordava moltissimo quella che aveva
celebrato la liberazione di Mafeking durante la guerra
boera). La raffigurazione della folla viennese data da Karl
Kraus è profondamente cinica – ci vuole l’immaginazione
di un giornalista per trasformare delle bande di xenofobi
ubriachi in un raduno patriottico – ma non nega che quella
folla esistesse. 15 Elias Canetti ricordava di essere stato
salvato a fatica da una simile folla il 1º agosto, quando fu
sentito cantare, insieme a suo fratello, God Save the King
(una banda militare aveva cominciato a suonare l’originale
inno tedesco). 16 Persino il leader socialdemocratico
Friedrich Ebert non poté negare che l’umore dei riservisti
stipati sui treni dopo la mobilitazione fosse «fiducioso» e
che le folle che li salutavano al loro passaggio fossero piene
di «grande entusiasmo». 17 Bertrand Russell vide «le folle
acclamanti nei pressi di Trafalgar Square» e si accorse
«con grande orrore che l’uomo e la donna comuni erano
felici di fronte alla prospettiva della guerra». 18 Anche
William Beveridge vide le masse «accalcarsi in mezzo alla
strada, appoggiate alle balaustra davanti alle Camere del
parlamento e sedute in fila alla base della colonna di
Nelson». 19
Durante la crisi di luglio i politici – soprattutto in Gran
Bretagna – fecero spesso riferimento all’«opinione
pubblica». Il 25 luglio 1914 Grey disse all’ambasciatore
britannico in Russia che «l’opinione pubblica non avrebbe
approvato che si entrasse in guerra per una questione sulla
Serbia», giudizio ripetuto da Francis Bertie a Parigi. 20 Sei
giorni dopo Joseph Pease annotò sul suo diario la
conclusione raggiunta dal gabinetto, ossia che «l’opinione

325
pubblica non ci permetterebbe di appoggiare la Francia»,
anche se «una violazione del Belgio potrebbe farle
cambiare parere», una dichiarazione, questa, che Grey
comunicò solennemente all’ambasciatore tedesco
Lichnowsky. 21 «L’opinione pubblica britannica», riferì
Jules Cambon a Parigi, «ha un ruolo talmente importante
in ciò che sta accadendo» che si sarebbe dovuto fare ogni
sforzo possibile per evitare di mobilitarsi prima della
Germania. 22 In seguito, nel 1915, Grey osservò che «una
delle sue sensazioni più forti» a proposito degli eventi di
luglio e agosto dell’anno precedente era stata quella di
«non avere [avuto] il potere di decidere la linea politica da
seguire, e di essere [stato] semplicemente il portavoce
dell’Inghilterra». 23 Se l’opinione pubblica era così
entusiasta come parrebbero indicare le numerose
descrizioni della folla, le varie decisioni di entrare in guerra
comincerebbero ad apparire meno evitabili di quanto è
stato sostenuto nel capitolo precedente.
Eppure, un numero crescente di testimonianze
circoscrive o addirittura confuta la tesi della bellicosità di
massa. Le folle c’erano senz’altro, ma descrivere il loro
umore semplicisticamente come «entusiasmo» o «euforia»
è fuorviante. In quelle circostanze, sensazioni di ansia,
panico e persino di religiosità millenarista furono reazioni
altrettanto comuni allo scoppio della guerra.
Colpisce che persino i politici e i generali che diedero
inizio al conflitto non provassero un grande entusiasmo
bellico. Abbiamo già visto quanto fossero pessimisti
Bethmann Hollweg e Moltke, per non parlare di
Guglielmo II. In effetti, Moltke era letteralmente sull’orlo
del collasso nervoso persino quando l’offensiva tedesca era

326
ormai stata lanciata. Quando, il 4 agosto, il ministro degli
Esteri Jagow ricevette la notizia della dichiarazione di
guerra dell’Inghilterra, «i suoi tratti», come ricorda un
testimone, «assunsero un’espressione di angoscia». 24 La
sera precedente, Grey aveva paragonato la guerra a delle
«luci che si spegnevano in tutta l’Europa», confidando a
un amico: «Non le vedremo mai più accendersi in vita
nostra»: l’epitaffio di un’epoca. 25 Quello stesso
pomeriggio, nel suo ufficio alla Camera dei Comuni,
Asquith e sua moglie «non riuscirono a parlare per le
lacrime» dopo che lui le aveva detto semplicemente: «È
finita». 26 Churchill fu l’eccezione. Il 22 febbraio 1915
disse a Violet Asquith: «Penso che dovrei essere maledetto,
perché io amo questa guerra. So che in ogni istante
schiaccia e distrugge le vite di migliaia di uomini, ma non
posso farci nulla: me ne godo ogni istante». 27 Ma Churchill
era in fondo un incurabile ottimista, che non smise mai di
credere che c’era un modo facile di vincere la guerra. Sua
moglie, chiaramente, non ne condivideva l’entusiasmo. 28
Non c’è quasi bisogno di dire che molti membri di
organizzazioni socialiste e pacifiste consideravano con
orrore lo scoppio della guerra, una questione non da poco
se si tiene conto dei notevoli successi elettorali ottenuti dai
socialisti prima del 1914 (si veda supra, cap. I).
Naturalmente, i partiti socialisti e i sindacati dei paesi
europei non riuscirono affatto a fermare il conflitto: dopo
innumerevoli dibattiti e risoluzioni, allo scoppio della
guerra la Seconda Internazionale si dissolse
sostanzialmente nelle sue componenti nazionali. I fautori
di uno sciopero generale contro il militarismo si
ritrovarono scavalcati dagli appelli ad appoggiare una

327
guerra che tutti i governi belligeranti erano riusciti in
qualche modo a presentare come difensiva. Il caso del
Partito socialdemocratico tedesco è il più noto, ma anche il
Partito laburista britannico si comportò più o meno allo
stesso modo.
Per la maggior parte del mese di luglio il principale
giornale della SPD, «Vorwärts», manifestò serie riserve sulla
politica austriaca nei confronti della Serbia, esortando il
governo a trovare un «accordo» con la Gran Bretagna e la
Francia. 29 I leader del partito si sentirono così esposti che
due di loro, Ebert e Otto Braun, il 30 luglio partirono alla
volta della Svizzera come precauzione nel caso in cui il
governo avesse deciso di agire contro il partito. Ma il
giorno prima Ebert e i suoi colleghi avevano assicurato il
governo che «non era stata pianificata nessuna azione
(scioperi generali o di settore, sabotaggi ecc.) né si doveva
temerla». Il 4 agosto un certo numero di deputati della SPD
– in particolare il revisionista Eduard David – furono visti
applaudire il discorso di Bethmann Hollweg al Reichstag.
Nel complesso, solo quattordici deputati socialdemocratici
su centodieci si opposero nel voto parlamentare per la
guerra (tra i quali anche il più tenace oppositore del
militarismo, Karl Liebknecht, che solo due settimane
prima aveva tenuto un discorso molto apprezzato – in
francese – di fronte a circa diecimila socialisti francesi a
Condésur-Escaut). 30 Nove giorni dopo Ebert annotò
fiducioso nel suo diario la falsa affermazione del governo
secondo la quale Francia e Italia avevano cominciato a
mobilitarsi contro la Germania già dal 23 luglio. 31 Come la
maggior parte dei leader della SPD, Ebert aveva accettato la
linea del governo, vale a dire che la guerra fosse necessaria

328
per difendere la Germania dall’aggressione dell’autocratica
Russia – der Krieg gegen Zarismus –, e aveva afferrato il
ramo d’ulivo della «pace interna» (Burgfrieden), offerto da
Bethmann Hollweg nella speranza di promuovere l’agenda
riformista non ufficiale dei socialdemocratici. 32
Esattamente allo stesso modo Arthur Henderson – che,
nell’agosto del 1914, aveva scritto insieme a Keir Hardie
un appassionato Appeal to the Working Class contro la
guerra – entrò nel governo Asquith come ministro
dell’Istruzione nel maggio del 1915, insieme ad altri due
deputati laburisti che accettarono dicasteri di minore
importanza.
E tuttavia, gli esponenti della sinistra che continuavano
a opporsi alla guerra malgrado tutti i discorsi sull’unità
nazionale erano ben più che un’insignificante minoranza.
È difficile credere che «migliaia di operai», che il 29 luglio,
a Berlino, avevano «partecipato ai comizi e dimostrato per
le strade contro la guerra e per la pace», fossero scomparsi
in una nuvola di fumo appena una settimana più tardi:
facevano parte di quel quasi mezzo milione di persone che
negli ultimi giorni di luglio avevano partecipato in
Germania a manifestazioni contro la guerra. 33 Lo stesso
vale per i diecimila socialisti parigini che avevano assistito
al discorso di Liebknecht il 13 luglio. 34 I socialisti tedeschi
che in agosto avevano dissentito dalla linea del partito
godevano di un certo appoggio popolare, che si dimostrò
sorprendentemente solido di fronte alle vessazioni ufficiali.
Quando, nel 1915, Liebknecht e i suoi compagni
fondarono l’«Internationale» – un giornale schierato
contro la guerra –, riuscirono a vendere cinquemila copie
prima che lo Stato intervenisse per confiscare le restanti

329
quattromila. 35 Anche in Gran Bretagna il Partito laburista
indipendente (Indipendent Labour Party, ILP) godeva di un
appoggio modesto ma impegnato, soprattutto in Scozia,
dove leader come James Maxton sembravano provare
gusto a scontrarsi con le autorità, persino a rischio di finire
in prigione. La posizione di Maxton è probabilmente
illustrata nel modo migliore da una canzoncina contro la
guerra scritta da lui stesso:
Oh, mi chiamo Henry Dubb
e in guerra non ci andrò
perché proprio non so
per che motivo combattano.

Al diavolo il Kaiser
al diavolo lo zar
al diavolo Lord Derby
e pure GR [Georgius Rex]. 36

L’umorismo era in effetti una della carte migliori della


sinistra. Già il 30 luglio 1914 il giornale socialista «Herald»
pubblicò un racconto breve di J.C. Clark, in cui si
immaginava come uno storico che scrivesse nel 1920
avrebbe potuto descrivere la guerra che stava per iniziare:
Le forze britanniche d’oltremare furono spazzate via fino all’ultimo uomo a Bois-le-Duc
… Centomila tedeschi caddero in una trappola vicino a Cracovia e solo un decimo di essi
sopravvisse per raccontare quel che era avvenuto … In ogni paese le riserve alimentari si
esaurirono … Milioni di persone morirono di fame, torture e incendi … Scoppiarono
sollevazioni in ogni capitale e la Peste Nera imperversò per l’Europa da est a ovest.

Per non lasciare spazio alla pur minima ambiguità, lo


stesso giorno il quotidiano pubblicò un editoriale in cui si
poteva leggere: «Urrà per la guerra! … Urrà per il sangue e
le viscere, per i polmoni perforati dalle pallottole, per le
madri piangenti e i bambini senza padre, per la morte, le
malattie all’estero e l’indigenza in patria». 37
All’interno dello stesso Partito laburista Ramsay
MacDonald era tra quanti si opposero apertamente alla

330
guerra alla Camera dei Comuni dopo il discorso
pronunciato da Grey il 3 agosto. Il ministro degli Esteri,
dichiarò MacDonald, «non mi ha convinto» sul fatto che
«il paese sia in pericolo». E liquidò il richiamo di Grey
all’onore del paese: «Nessun crimine è mai stato commesso
da statisti di tal genere senza che questi medesimi statisti
abbiano fatto ricorso al senso dell’onore della loro nazione.
Abbiamo combattuto la guerra di Crimea per l’onore. Ci
siamo precipitati in Sudafrica per l’onore». Né MacDonald
fu sensibile al fatto che la guerra si dovesse combattere a
difesa del Belgio (anche se in questo caso la sua
argomentazione era alquanto contorta):
Se il molto onorevole Gentiluomo potesse venire da noi a dire che una piccola nazione
europea come il Belgio si trova in pericolo e ci potesse assicurare che circoscriverà il conflitto
a questo problema, noi lo appoggeremmo. [Ma] a cosa serve parlare di accorrere in aiuto del
Belgio quando … vi state per impegnare in una guerra di tutta l’Europa.

Poi MacDonald criticò, con una certa efficacia, la


politica delle intese di Grey:
Il molto onorevole signor Grey non dice nulla sulla Russia. Ma noi vogliamo saperlo.
Vogliamo scoprire che cosa succederà, quando tutto sarà finito, al potere della Russia in
Europa … Per quanto riguarda la Francia, dichiariamo solennemente e definitivamente che
nessuna amicizia del genere descritto dal molto onorevole signor Grey tra una nazione e
un’altra potrebbe mai giustificare l’entrata in guerra di una di esse a favore dell’altra.

Il 5 agosto, dopo la dichiarazione di guerra alla


Germania, MacDonald riuscì addirittura a far approvare
dall’esecutivo nazionale del suo partito una risoluzione in
cui si condannava l’operato di Grey e si ribadiva il
desiderio del movimento laburista «di assicurare la pace
fin dal primissimo momento». Anche se non riuscì a
convincere i deputati parlamentari del suo partito – lo
stesso giorno votarono a favore dei crediti di guerra – i
suoi attacchi contro Grey furono applauditi dai membri
dell’ILP. 38

331
Si devono però menzionare anche gli oppositori non
socialisti della guerra. In Germania la Lega della nuova
patria fu fondata nell’autunno del 1914 per prendere il
posto dell’ormai indebolita Associazione pacifista. I
pacifisti tedeschi facevano anche parte dell’Organizzazione
centrale paneuropea per una pace duratura, che si riuniva
in territorio neutrale. 39 In Gran Bretagna furono creati nel
luglio del 1914 due gruppo contrari all’intervento: la Lega
britannica della neutralità, fondata da Norman Angell e
altre personalità di spicco, e la Commissione britannica per
la neutralità, tra i cui membri figurava John A. Hobson. 40
Quest’ultimo il 3 agosto pubblicò una lettera in cui
descriveva la Germania come un paese «incuneato tra Stati
ostili, altamente civilizzato» e «razzialmente alleato» della
Gran Bretagna. 41 In seguito si formarono il Comitato per
fermare la guerra e l’Associazione per il no alla coscrizione.
Nel suo caratteristico modo, George Bernard Shaw, come
abbiamo visto, era contrario alla guerra per motivi non
molto diversi da quelli sostenuti da questi gruppi radicali
(nel senso generico del termine). 42
Di tenore diverso era l’opposizione alla guerra di quel
circolo di intellettuali piuttosto narcisisti noti come il
«gruppo di Bloomsbury». Lytton Strachey, Duncan Grant,
David Garnett, Gerald Shove, Edward Morgan Forster e
Adrian Stephen, il fratello di Virginia Woolf: quasi tutti gli
uomini del gruppo di Bloomsbury erano obiettori di
coscienza (sebbene solo Shove fosse un vero pacifista). Le
loro opinioni, snobisticamente libertarie, sono riassunte in
modo mirabile nella lettera che Grant scrisse al padre:
Non ho mai preso in considerazione la possibilità di una grande guerra europea.
Sembrava una cosa assolutamente folle per un popolo civilizzato … Ho cominciato a
comprendere che i nemici non erano confuse masse di popoli stranieri, bensì la massa

332
popolare nel proprio paese e la massa popolare nel paese nemico, e che gli amici erano gente
con idee proprie che si poteva incontrare in qualsiasi paese si visitasse. Lo penso tuttora, così
come continuo a pensare che la guerra sia una pazzia assoluta. 43

Per Clive Bell e Lady Ottoline Morrell la guerra era –


per citare le parole di Virginia Woolf – «la fine della
civiltà», che rendeva «vano il resto della nostra vita».
L’articolo di Bell Peace at Once (1915) sosteneva
semplicemente (e non senza ragione) che la guerra avrebbe
ridotto nel complesso la felicità umana: «Con il nostro
lavoro potremo comprarci cibo di peggiore qualità,
vacanze più brevi, appartamenti più piccoli, meno
divertimenti, meno comodità; insomma, meno benessere di
quanto ci permetteva una volta». 44
Piuttosto diverse erano le argomentazioni contro la
guerra che si potevano ascoltare nelle università europee.
A Vienna Sigmund Freud – dopo un breve momento di
patriottismo, come ammise lui stesso – attaccò lo «Stato
guerriero» per «essersi permesso tali e tanti misfatti, tali e
tanti atti di violenza da rendere disgraziato ogni singolo
uomo». 45 A Berlino Albert Einstein e il fisico Georg
Friedrich Nicolai, autore di Die Biologie des Krieges (La
biologia della guerra), furono tra i firmatari di un
«Manifesto agli europei», scritto in risposta a un enfatico
appello probellico «Al mondo della cultura» sottoscritto
da novantatré intellettuali (si veda infra, cap. VIII).
Walther Schücking, professore di diritto a Marburgo e uno
tra i più importanti pacifisti tedeschi, sostenne durante
tutto il corso della guerra la necessità di un sistema di
relazioni internazionali fondato sul diritto e l’arbitrato e
non sui conflitti militari. 46 A Parigi il musicologo Romain
Rolland definì la guerra «il collasso della civiltà … la più
immane catastrofe della storia … la rovina delle nostre più

333
sacre speranze nella fratellanza degli uomini». 47 Ben noto
è il coinvolgimento del filosofo di Cambridge Bertrand
Russell nell’Unione per il controllo democratico (UDC) e
nell’Associazione per il no alla coscrizione: secondo
Russell, Grey era un «guerrafondaio» e la guerra il risultato
dell’incapacità di perseguire una razionale politica di
appeasement nei confronti della Germania. 48 Certo,
Russell era una figura isolata a Cambridge; anzi, il suo
coinvolgimento nell’UDC gli costò un incarico al Trinity
College. D’altra parte, l’entusiasmo per la guerra non era
affatto il sentimento dominante. Il professor Joseph John
Thomson fu tra coloro che si opposero pubblicamente
all’intervento britannico nel 1914, così come lo storico
Frederick John Foakes-Jackson, uno dei firmatari della
«Protesta degli studiosi» del 1º agosto. Un altro storico
(anche se non più impiegato a Cambridge) che si oppose
pubblicamente alla «partecipazione dell’Inghilterra al
crimine europeo» fu George Macaulay Trevelyan. 49 Pochi
professori furono sin dall’inizio accaniti germanofobi come
Henry Jackson del Trinity College. Il padre di John
Maynard Keynes, Neville, rappresentò nel modo forse più
tipico l’umore di Cambridge, passando il tempo a giocare
sconsolatamente a golf per scacciare il pensiero di «questa
terribile guerra». 50 Alla London School of Economics
Graham Wallas fece parte del Comitato per la neutralità
britannica. Senza dubbio, molti dei primi oppositori
all’intervento – compresi Wallas e George M. Trevelyan –
cambiarono parere dopo il 4 agosto. 51 In una lettera del 13
agosto August Trevelyan accolse la tesi secondo la quale
«la spaventosa lotta che si sta combattendo serve a salvare
l’Inghilterra, il Belgio e la Francia dagli Junker e a

334
preservare dal collasso la nostra civiltà isolana, con il suo
delicato tessuto». 52 Questo non era certo entusiasmo per
la guerra; piuttosto rispecchiava il richiamo esercitato dalla
questione belga su una mente profondamente legata alla
tradizione liberale del XIX secolo.
Meno note sono le espressioni di sentimenti contro la
guerra nella più conservatrice Oxford. Due professori di
Oxford firmarono la «Protesta degli studiosi contro la
guerra con la Germania» pubblicata in forma di lettera sul
«Times» il 1º agosto, nella quale si dichiarava:
Consideriamo la Germania una nazione guida nel campo delle arti e delle scienze e tutti
noi abbiamo imparato e continuiamo a imparare dagli studiosi tedeschi. La guerra contro la
Germania nell’interesse della Serbia e della Russia sarà un peccato contro la civiltà … Ci
consideriamo giustificati a protestare contro l’essere trascinati in un conflitto con una nazione
così simile alla nostra e con la quale abbiamo così tanto in comune. 53

Questo giudizio fu appoggiato nientemeno che dal


vicerettore del Christ Church College T.B. Strong nella sua
prolusione per l’inizio del trimestre autunnale del 1914, in
cui definì la Germania «la potenza europea con la quale
abbiamo la più stretta affinità». L’«Oxford Magazine» rese
omaggio agli oxoniani tedeschi rimasti uccisi nel conflitto,
e nel gennaio del 1915 pubblicò una lettera di Kurt Hahn,
ex allievo del Christ Church, in cui la colpa della guerra
veniva attribuita alla politica estera di Grey. Senza dubbio,
gli storici oxoniani ebbero un ruolo di primo piano nella
propaganda antitedesca (si veda il prossimo capitolo) e la
rivista studentesca «Varsity» adottò un tono sempre più
germanofobo man mano che la guerra si protraeva. Ma
oltre un centinaio di persone firmarono una lettera di
protesta contro i continui assalti della rivista nei confronti
del professore di tedesco H.G. Fiedler (culminati nella
richiesta di boicottare gli esami di tedesco). 54 C’era forse

335
una nota di ironia nel discorso pronunciato dal vicerettore
nel 1916, nel quale dichiarò che da quel momento in poi
Oxford «avrebbe proseguito secondo le proprie linee e
non avrebbe cercato di importare nel proprio sistema i
metodi e la rigidità dei tedeschi»; in realtà, fu proprio
durante la guerra che venne introdotto il dottorato, in
consapevole imitazione del sistema postlaurea tedesco. 55 E
fino al marzo del 1916 i fiduciari delle Rodhes Scolarships
non cedettero alle pressioni di chi voleva interrompere
l’erogazione di borse di studio per gli studenti tedeschi. 56
L’atmosfera di «più dispiacere che rabbia» fu colta
magnificamente da Henry Stuart Jones, un professore del
Trinity College, in una lettera pubblicata su un quotidiano
del Nord:
Non sono da meno di Norman Angell o di chiunque altro nel mio disprezzo per la
guerra; ma quando costui ci dice che la Germania, in occasione di una precedente crisi, evitò
di provocare ostilità per timore di disordini in Alsazia-Lorena e preannunzia che, se avesse
acquisito Rotterdam, Anversa e Dunkerque, la Germania sarebbe stata costretta a rinunciare
all’aggressione dalla difficoltà di governare le popolazioni assoggettate, ci si domanda se si
debba ridere o piangere di fronte a questa abissale idiozia. 57

Si deve inoltre sottolineare che molti liberali di tendenze


sinistrorse diedero il proprio appoggio allo sforzo bellico,
ma senza il benché minimo entusiasmo. William Beveridge
e John Maynard Keynes profusero il massimo impegno al
servizio dell’economia bellica britannica per tutto il corso
della guerra, ma in privato la consideravano entrambi un
errore. Il 3 agosto Beveridge disse a sua madre che,
sebbene
sembri necessario e in un certo senso un nostro dovere, per me andare in guerra contro la
Germania insieme ai francesi e ai russi è del tutto privo di senso. Posso solo sperare che, se
entreremo in guerra, comprenderemo, e che anche i tedeschi comprenderanno, che non
nutriamo alcun rancore e che saremo sempre disposti a fare la pace il più presto possibile. 58

Due settimane più tardi scrisse disperato:

336
Detesto il mio lavoro … tutto quello cui sto lavorando verrà inghiottito nel militarismo
nei prossimi dieci anni, e sarò troppo occupato per riuscire a prendere parte ai nuovi
movimenti per il disarmo che potranno nascere da questa guerra. 59

Keynes cercò invano di convincere il fratello Geoffrey e


il suo amico ungherese Ferenc Békássy a non arruolarsi.
Quando il suo amico Freddie Hardman fu ucciso alla fine
di ottobre del 1914, scrisse a Duncan Grant: «Mi fa sentire
amaramente infelice e voglio che la guerra finisca al più
presto, praticamente a qualsiasi costo. Non riesco a
sopportare che sia morto». 60 Poi la morte di Rupert
Brooke, un altro amico di Cambridge, e quella di Békássy
aumentarono ulteriormente la sua angoscia. 61 Nel febbraio
del 1916, pur essendo esente dal servizio attivo grazie al
suo «lavoro di importanza nazionale» al ministero del
Tesoro, Keynes insistette per fare domanda di esenzione
per obiezione di coscienza alla guerra. Il 4 gennaio disse a
Ottoline Morrell che avrebbe desiderato «uno sciopero
generale e un’autentica sollevazione per dare una lezione
… a quei sanguinari che ci esasperano e ci umiliano». E nel
dicembre del 1917 disse a Duncan Grant: «Lavoro per un
governo che disprezzo e per scopi che ritengo criminali». 62
Persino quanti si erano offerti volontari non
nascondevano le loro critiche nei confronti della politica di
guerra. Il 3 agosto quel leggendario fautore della guerra,
l’ex missionario, insegnante di scuola e poeta Rupert
Brooke si lamentò così:
Sta andando tutto al contrario. Voglio che la Germania faccia a pezzi la Russia, e che poi
la Francia sconfigga la Germania. E invece, temo che la Germania infligga una terribile
sconfitta alla Francia e che poi sia spazzata via dalla Russia … La Prussia è un demonio [ma]
la Russia significa la fine dell’Europa e di ogni decenza. Suppongo che il futuro sarà un
impero slavo, di estensione mondiale, dispotico e folle. 63

Questa ambivalenza nei confronti dell’alleato orientale


della Gran Bretagna era percepita anche dai ministri del

337
governo. «Sono assolutamente contrario a condurre una
guerra di conquista per annientare la Germania a beneficio
della Russia», scrisse Lloyd George a sua moglie l’11
agosto. «Sconfiggere gli Junker ma non fare la guerra al
popolo tedesco ecc. Non intendo sacrificare … il mio
ragazzo per questo.» 64
Si potrebbe dire che queste erano le opinioni dell’élite
più colta ed esclusiva. Ma se si scorrono i giornali
britannici del 1914 (specialmente la pagina delle lettere) si
scopre che menti meno elevate la pensavano
sostanzialmente nello stesso modo. Il 3 agosto 1914 un
certo signor A. Simpson scrisse allo «Yorkshire Post»:
E ora veniamo all’Inghilterra e alla Germania. Non dovrebbe esserci nessuna guerra fra
di noi. I nostri legami commerciali, culturali e religiosi sono troppo stretti e profondi per
permettere una cosa simile … I tedeschi hanno intelligenza, forza morale e una solida
potenza. Nessun tipo di alleanza europea è in grado di impedire che la Germania ottenga una
forza e una potenza ancora maggiori. Anche se fosse sconfitta quest’anno o in quello
successivo (o in qualsiasi altro momento) dall’Inghilterra, la Francia e la Russia, si ritirerebbe
in se stessa, scaverebbe nelle proprie fondamenta e, con il potere che ha in sé e l’intensità con
cui persegue i suoi scopi, alla fine riemergerebbe e il futuro dell’Europa sarebbe suo … La
Russia è il simbolo della forza bruta, qualsiasi dominio da essa esercitato sugli affari europei
sarebbe un regresso per tutti gli ideali di umanità. 65

Tale russofobia riecheggiava anche in un sermone del


rettore del St. Mary’s di Newmarket, il quale denunciava
«il governo della Russia come il più orribile e il più
barbaro del mondo». 66 Il 5 agosto – ma ormai era troppo
tardi – il «Barrow Guardian» pubblicò una lettera di un
certo C.R. Buxton, che esortava «i liberali ad attenersi ai
loro principi e mantenere la giusta direzione di marcia. La
stampa conservatrice sta cercando di spingerci in una
guerra per la quale non abbiamo alcun interesse». 67
Quanto devono essere presi sul serio gli oppositori della
guerra, senza dubbio una piccola minoranza? I governi li
prendevano piuttosto seriamente. Sulla base della legge

338
prussiana sullo stato d’assedio, del 1851 (applicata in tutto
il Reich, tranne in Baviera, ed entrata in vigore allo scoppio
della guerra), in Germania vennero perseguitati
sistematicamente i socialisti indipendenti e i pacifisti. Alla
Società della pace fu vietata la pubblicazione della propria
rivista e al suo leader Ludwig Quidde fu proibito di
impegnarsi in «qualsiasi ulteriore attività di proselitismo».
La Lega della nuova patria fu sottoposta a censura nel
1915 e dichiarata fuorilegge nel 1916. A Walther
Schücking fu messo un vero e proprio bavaglio con la
proibizione di esprimere le proprie opinioni a voce o per
iscritto. In Gran Bretagna i capi del controspionaggio non
persero tempo a estendere il loro campo di attività anche
agli oppositori interni della guerra. La censura postale,
introdotta inizialmente per individuare spie tedesche,
permise di compilare liste di 34.500 cittadini britannici con
presunti legami con il nemico, di altri 38.000 «sospettati di
qualche atto o associazione ostili» e infine di 5.246
collegati a «pacifismo, antimilitarismo ecc.». Oltre all’ILP,
furono sottoposte a indagini ufficiali l’Associazione per il
no alla coscrizione e il Comitato per fermare la guerra. 68
La Legge per la difesa del regno (Defence of the Realm
Act, DORA) fu utilizzata per incarcerare non solo leader
dell’ILP come Maxton, ma anche individui i cui scrupoli nei
confronti della guerra erano di natura etica e persino
religiosa anziché politica. Nel dicembre del 1915, per
esempio, due uomini furono condannati a sei mesi di
carcere per avere pubblicato un opuscolo che esponeva la
dottrina cristiana sulla guerra sulla base del Discorso della
Montagna. 69 Bertrand Russell fu processato nel giugno del
1916 per un pamphlet contro la coscrizione e infine

339
imprigionato nel 1918 per «avere insultato un alleato». In
uno degli episodi più scioccanti di tutta la guerra,
trentaquattro obiettori di coscienza britannici furono
mandati in Francia, sottoposti alla corte marziale e
condannati a morte. Le sentenze, in seguito alle proteste di
Russell e di altre personalità, furono poi commutate in
lavori forzati. 70 Il solo motivo per cui non si conoscono
esempi analoghi in Germania o in Austria-Ungheria è che
in questi paesi non esisteva la possibilità dell’obiezione di
coscienza.
Panico
Ma non erano soltanto le persone politicamente
impegnate a guardare con preoccupazione alla guerra.
Nelle regioni in cui la popolazione civile era esposta alle
incursioni nemiche, l’atmosfera rasentava il panico. Com’è
noto, a Parigi ci fu un esodo di massa, iniziato ben prima
del 30 agosto 1914, il giorno del primo bombardamento
della città; i ricordi dell’assedio del 1870 furono più che
sufficienti. A quanto risulta, a settembre erano già scappati
da Parigi circa 700.000 civili, dei quali almeno 220.000
erano bambini sotto i quindici anni; tra gli adulti c’erano
l’intero governo e l’amministrazione pubblica, trasferitisi
per sicurezza a Bordeaux. 71 Analoghe fiumane di profughi
si ebbero sul fronte orientale. A Gregor von Rezzori, un
tedesco nato nel 1914 in Bucovina, i genitori raccontarono
che, «avendo qualcuno affermato di avere visto i berretti
flosci dei russi – in realtà li aveva confusi con i berretti
grigi senza visiera dei nostri camerati tedeschi –, tra la
popolazione scoppiò il panico». Sua madre si unì all’esodo
di massa dalla regione; era poi sfollata a Trieste insieme ai
suoi due figli. 72

340
L’opera pionieristica di Jean-Jacques Becker ha
dimostrato quanto fosse ambivalente l’umore dei francesi
nel 1914, anche nelle regioni non direttamente minacciate
dalla guerra. 73 Fortunatamente per gli storici, il ministro
dell’Istruzione Albert Sarraut fece distribuire ai maestri
elementari di alcuni dipartimenti un questionario che
conteneva fra l’altro anche questo: «Mobilitazione: come si
è svolta? Umore pubblico: frasi tipiche che si sente spesso
ripetere». Analizzando le risposte degli insegnanti di sei
dipartimenti, Becker ha dimostrato come l’entusiasmo non
fosse la principale reazione del francese medio alla guerra.
Prima che giungesse la notizia dello scoppio della guerra,
un insegnante di Mansle osservava: «Tutti dicono che
nessuno sarebbe così folle o criminale da infliggere un
simile flagello». La reazione più frequente alla notizia della
mobilitazione in più di trecento comuni della Charente fu
lo «stupore», seguito dalla «sorpresa». Analizzando le frasi
specifiche usate per descrivere l’umore popolare, Becker
ha scoperto che per il 57 per cento erano negative, per il
20 per cento «calme e composte» e soltanto per il 23 per
cento animate da fervore patriottico. All’interno della
categoria «negativa», le reazioni alla mobilitazione più
frequentemente citate erano il «pianto» e la
«disperazione», che apparivano non meno di 92 volte, in
confronto ad appena 29 reazioni di «entusiasmo».
Detto questo, non ci fu resistenza alla mobilitazione
(come accadde in Russia); e l’umore si fece senza dubbio
più positivo quando le truppe cominciarono a partire (le
menzioni di «entusiasmo» salirono a 71). Anche in questo
caso, però, si trattava di un entusiasmo sui generis. «Le
canzoni di quelli che sbraitavano e si vantavano», scrisse

341
un insegnante di Aubeterre, «mi suonavano false, e mi
sembrava che avessero bevuto per farsi coraggio e
nascondere la paura.» Né la gente faceva riferimento alle
motivazioni che gli storici normalmente citavano per
giustificare l’entrata in guerra della Francia: vendetta per la
sconfitta del 1870-1871 e riconquista dell’Alsazia-Lorena.
Il motivo principale per la guerra era, come altrove, di
natura difensiva. Come recita un tipico rapporto
sull’umore popolare: «La Francia non voleva la guerra, ma
è stata attaccata; e noi faremo il nostro dovere». Inoltre, i
dati raccolti in altri cinque dipartimenti indicano che
l’entusiasmo era probabilmente al di sopra della media nel
dipartimento della Charente. Nella Côtes-du-Nord, circa il
70 per cento delle reazioni alla mobilitazione fu
negativo. 74 Non esistono dati corrispondenti per compiere
uno studio analogo sull’umore prevalente in Gran
Bretagna, ma da un’indagine sulla stampa nel Nord
dell’Inghilterra risulta che vi furono comizi contro la
guerra a Carlisle e Scarborough. 75 Si hanno analoghe
indicazioni di sentimenti misti in Germania. 76
Gran parte dei dati raccolti da Becker si riferisce,
naturalmente, alla Francia rurale, mentre la
documentazione aneddotica farebbe supporre che le folle
patriottiche del 1914 fossero un fenomeno urbano. Ma
anche in questo caso ci sono ragioni per essere scettici.
Indipendentemente da ogni altra considerazione, è
importante ricordare che l’effetto più immediato dello
scoppio della guerra sulle economie urbane fu di farle
sprofondare nella recessione. A Berlino la disoccupazione
tra gli iscritti ai sindacati balzò dal 6 per cento nel luglio
1914 al 19 per cento in agosto, toccando il picco di quasi il

342
29 per cento il mese successivo. A Londra il tasso di
disoccupazione degli operai coperti dall’assistenza
nazionale aumentò dal 7 al 10 per cento (si veda la fig. 8).
Quasi sicuramente queste percentuali non rispecchiano la
disoccupazione totale, visto che i lavoratori occasionali (di
solito non iscritti ai sindacati o privi di assistenza)
perdevano più facilmente il lavoro. La situazione peggiore
era a Parigi, anche perché molti datori di lavoro erano
fuggiti dalla città. L’occupazione totale nella regione
parigina calò del 71 per cento circa nel mese di agosto.
Sebbene gran parte di questo calo fosse dovuta al fatto che
molti operai erano stati chiamati sotto le armi, c’erano
almeno 300.000 parigini registrati come disoccupati a
ottobre: circa il 14 per cento della forza lavoro complessiva
della città. 77
La disoccupazione era un fenomeno che interessava
principalmente la classe operaia, mentre, se ci si basa sulle
fotografie e su altri documenti dell’epoca, sembrerebbe
che la maggioranza dei patrioti che scesero in piazza del
1914 appartenesse alla classe media. Non si vedono
berretti proletari attorno a Hitler nella folla riunita in
Odeonsplatz; predominano le pagliette e i panama. Anche
a Berlino, secondo i resoconti di «Vorwärts», la folla scesa
nelle strade il 26 e il 27 luglio era composta principalmente
da «giovanotti abbigliati all’ultima moda, da studenti e
impiegati nazionalisti». 78 Gli articoli pubblicati sui giornali
dell’epoca indicano che la folla raccoltasi attorno a
Buckingham Palace e a Whitehall il 3 agosto – le cui
dimensioni il «Daily Mail» valutava a circa 60.000 persone,
ma 20.000 sembra una cifra più probabile – fosse per la
maggior parte di provenienza suburbana e della classe

343
media. Era un lunedì di festa (Bank Holiday) e i Pooters
della City si comportavano esattamente come avevano fatto
durante la guerra boera, sebbene l’atmosfera fosse,
secondo alcuni resoconti, nettamente più sobria. 79
Figura 8 – Tassi di disoccupazione a Berlino e Londra, luglio 1914 - aprile 1915.

Fonte: Lawrence, Deane e Robert, Outbreak of War, p. 586.

In ogni caso, indipendentemente da quanto fosse


profondo il sentimento nazionalistico tra gli impiegati della
City nell’agosto del 1914, nei mercati finanziari non vi era
praticamente traccia di entusiasmo per la guerra.
Prima del 1914 autori come Ivan Bloch e Norman
Angell avevano sostenuto che le conseguenze finanziarie di
una grande guerra europea sarebbero state così gravi da
rendere tale guerra praticamente impossibile. Bloch aveva
stimato il costo di un simile conflitto a 4 milioni di sterline
al giorno per cinque nazioni belligeranti, e aveva calcolato
che sarebbero occorsi 1,46 miliardi di sterline all’anno
soltanto per nutrire tutti i soldati che vi avrebbero preso
parte:

344
«Ma non potrebbero contrarre dei prestiti ed emettere cartamoneta?» [aveva domandato
il suo editore inglese]. «Benissimo», aveva risposto il signor Bloch, «cercherebbero di farlo,
non c’è il minimo dubbio, ma la conseguenza immediata della guerra sarebbe quella di
diminuire tutti i titoli dal 25 al 50 per cento, e in un mercato così vacillante sarebbe difficile
lanciare prestiti. Perciò si dovrebbe fare ricorso a prestiti forzosi e a cartamoneta non
convertibile … I prezzi aumenterebbero vertiginosamente.» 80

Il problema sarebbe stato particolarmente serio per i


paesi che dovevano basarsi almeno in parte su investimenti
stranieri per finanziare i loro debiti prebellici. Come
affermò Angell, «i profondi mutamenti causati dal credito»
e «la delicata interdipendenza della finanza internazionale»
rendevano la guerra sostanzialmente impossibile:
«Nessuna forza fisica può neutralizzare la forza del
credito». Se una nave da guerra straniera avesse risalito il
Tamigi, sarebbe stata l’economia straniera a soffrirne, non
quella britannica, in quanto gli investitori avrebbero
svenduto i buoni del Tesoro dell’aggressore. 81 Il socialista
francese Jean Jaurès non faceva altro che scimmiottare
Angell quando dichiarava che «il movimento
internazionale di capitale era la principale garanzia della
pace mondiale».
L’idea di vincoli economici sulla guerra era ampiamente
condivisa, e non soltanto dalla sinistra politica. Schlieffen
aveva elaborato il suo piano proprio sulla base del
presupposto che
l’ingranaggio [economico], con le sue migliaia di rotelle, da cui milioni di persone traggono il
proprio sostentamento, non può rimanere inceppato a lungo. Non ci si può spostare da una
posizione all’altra in battaglie lunghe dodici giorni per uno o due anni di seguito, fino a
quando i belligeranti siano completamente esausti e logorati ed entrambi invochino la pace e
accettino lo status quo.

In un articolo pubblicato nel 1910 ribadì la stessa tesi:


«Guerre [di lunga durata] sono impossibili in un’epoca in
cui l’esistenza di una nazione si fonda sul progresso
ininterrotto del commercio e dell’industria … Una
strategia di logoramento è del tutto inutile se il

345
mantenimento di milioni di persone richiede [una spesa]
di miliardi». 82 Argomentazioni analoghe circolarono anche
in luglio. Il 22 del mese l’incaricato d’affari russo a Berlino
avvertì un diplomatico tedesco che gli «azionisti tedeschi»
avrebbero «pagato il prezzo dei metodi dei politici
austriaci con le loro stesse azioni». 83 Il giorno dopo Sir
Edward Grey (in una conversazione con l’ambasciatore
austriaco conte Mensdorff) predisse che la guerra
«avrebbe comportato l’esborso di una somma di denaro
talmente elevata e un’interferenza talmente profonda negli
scambi che sarebbe stata accompagnata o seguita da un
collasso totale del credito e dell’industria europei». 84 Una
guerra continentale, confidò a Lichnowsky il 24 luglio,
avrebbe avuto «ripercussioni assolutamente incalcolabili
… esaurimento e impoverimento totali; l’industria e il
commercio andrebbero in rovina e il potere del capitale
sarebbe distrutto. Il risultato sarebbero movimenti
rivoluzionari come quelli del 1848, provocati dal crollo
delle attività industriali». 85 Non si trattava di un mero
espediente retorico: a Londra, all’inizio di agosto, c’erano
autentici timori di un «incipiente panico per il cibo», che
sarebbe sfociato in «seri guai» se si «fosse diffuso nella
massa della popolazione lavoratrice». 86 Il 31 luglio Grey si
spinse addirittura a battere su questo tasto per
argomentare a favore del non intervento britannico, come
riferì Paul Cambon a Parigi:
Si ritiene che l’imminente conflitto farà precipitare nei guai le finanze europee, che la
Gran Bretagna dovrà affrontare una crisi economica e finanziaria senza precedenti e che la
neutralità britannica potrebbe essere l’unico modo per evitare un collasso completo del
credito europeo. 87

Anche se si sarebbero dimostrate sbagliate nel medio


termine, queste predizioni erano giuste nel breve e nel

346
lungo termine. La Borsa di Vienna aveva iniziato a
prendere una china discendente già il 13 luglio. Ad
Amburgo, Max Warburg aveva cominciato a «definire
cosa poteva essere venduto e a ridurre i nostri impegni»
subito dopo l’attentato di Sarajevo, e il 20 luglio le
principali banche di Amburgo dovettero prendere i primi
provvedimenti per evitare lo scoppio del panico in
Borsa. 88 La precocità della crisi ad Amburgo era
probabilmente dovuta a una serie di indicazioni ufficiali
sull’imminenza della guerra. Il 18 luglio il Kaiser richiese
che l’armatore Albert Ballin fosse informato di una
possibile mobilitazione; tre giorni dopo la Cancelleria del
Reich scrisse al Senato a proposito della necessità di
scambi regionali di manodopera per ridistribuirla in caso
di guerra; e il 23 luglio il Foreign Office inviò ad Amburgo
un funzionario con una copia dell’ultimatum austriaco alla
Serbia. 89 Quando, la sera del 28 luglio, giunse ad
Amburgo la notizia che il governo tedesco aveva rifiutato
la proposta di Grey per una conferenza dei ministri degli
Esteri a Londra, in Borsa si diffuse un tale panico che
Warburg si vide costretto a mettersi in contatto con la
Wilhelmstrasse. Fu autorizzato ad annunciare che,
sebbene il governo tedesco non considerasse «attuabile» la
proposta di una conferenza, «i negoziati [bilaterali] tra
gabinetto e gabinetto, già avviati con il massimo successo,
sarebbero proseguiti». Benché questa ingannevole
dichiarazione fosse stata accolta dagli applausi, quella sera
la Borsa non riaprì. 90
A Londra la crisi non fu concretamente avvertita fino al
27 luglio – il giorno prima della dichiarazione di guerra
dell’Austria-Ungheria alla Serbia – quando le banche

347
tedesche iniziarono a ritirare i propri depositi e a regolare
le proprie posizioni. 91 Che questo fosse solo l’inizio
apparve chiaro il giorno seguente, quando – con una svolta
che colse Lord Rothschild completamente di sorpresa – i
suoi cugini parigini gli inviarono un telegramma in codice
nel quale gli chiedevano di vendere «un’enorme quantità
di consols a nome del governo francese e delle casse di
risparmio». Lord Rothschild si rifiutò di farlo, innanzitutto
per un motivo puramente tecnico, vale a dire che «nello
stato attuale dei nostri mercati è praticamente impossibile
fare qualsiasi cosa», e, in secondo luogo, per una
considerazione di natura essenzialmente politica: «Se
decidessimo di vendere oro a una potenza continentale
perché possa rafforzarsi in un momento in cui la parola
guerra è sulla bocca di tutti», disse Lord Rothschild,
«l’effetto sarebbe deplorevole». 92 Quindi assicurò i cugini
francesi che i loro telegrammi sarebbero stati tenuti
rigorosamente segreti, ma informò subito Asquith su
quanto era successo. Con eroico eufemismo, Asquith
descrisse questi eventi a Venetia Stanley definendoli
«infausti». 93 Nel suo diario fu più franco: «La City è in
terribile stato di depressione e paralisi … Le prospettive
sono nerissime». 94
Il primo vero sintomo della crisi fu una caduta verticale
dei prezzi dei buoni del Tesoro, il segno abituale di una
crisi internazionale. Il 29 luglio i consols scesero da 74 a
69,5 e continuarono a scendere quando il mercato riaprì; e
i consols erano di solito la penultima risorsa degli
investitori (l’ultima era l’oro). Il calo di 5 punti registrato il
1º agosto non aveva precedenti, secondo l’«Economist»,
così come non ne aveva il divario tra le offerte dei

348
compratori e il prezzo richiesto dai venditori, che era
arrivato fino a un punto intero, in confronto alla media
storica di un ottavo. I buoni del Tesoro di altre potenze
scesero ancora di più. 95 In breve, la predizione di Bloch
(un calo tra il 25 e il 50 per cento dei prezzi dei buoni del
Tesoro) aveva cominciato ad avverarsi. La caduta riguardò
anche i prezzi delle azioni, compresi quelli delle società
non europee. Il 28 giugno Keynes aveva fatto alcuni
«coraggiosi» acquisti di azioni della Rio Tinto e della
Canadian Pacific presupponendo che la Russia e la
Germania non avrebbero «preso parte» a una guerra tra
Austria e Serbia. 96 Fu uno dei tanti investitori che si
trovarono di fronte a gravi perdite.
Oltre a offrire un’idea della portata della crisi, la figura 9
ci permette di valutare le aspettative della City. Come
abbiamo visto, fino al 3 agosto non si seppe con certezza se
la Gran Bretagna sarebbe entrata in guerra. Perciò, i prezzi
al 1º agosto ci consentono di dedurre che cosa la City si
aspettasse da un conflitto esclusivamente continentale. Tra
il 18 luglio e il 1º agosto (l’ultimo giorno in cui furono
pubblicate le quotazioni), i buoni del Tesoro di tutte le
maggiori potenze calarono, alcuni più vistosamente di altri.
I russi al 4 per cento calarono dell’8,7 per cento, i francesi
al 3 per cento del 7,8 per cento (ma i tedeschi al 3 per
cento soltanto del 4 per cento). In mancanza di un
intervento britannico, la City puntava il proprio denaro su
Moltke, proprio come aveva fatto nel 1870. Ma la
decisione britannica di spostare l’equilibrio in favore della
Francia con il proprio intervento cambiò ogni cosa, perché
faceva presagire una guerra lunga e globale. Se il mercato
azionario europeo fosse rimasto aperto dopo il 1º agosto, i

349
prezzi di tutte le azioni sarebbero calati ulteriormente;
anzi, ci sono ottimi motivi per credere che il crollo avrebbe
fatto apparire quasi insignificanti tutte le crisi dei cento
anni precedenti, compresa quella del 1848.
Figura 9 – Prezzi settimanali di chiusura a Londra dei buoni del Tesoro governativi nel 1914.

Fonte: «The Economist».

Nel 1914, proprio come Jaurès e tutti gli altri avevano


previsto, i banchieri fecero ogni sforzo possibile per evitare
la guerra: avevano compreso molto più chiaramente dei
politici che lo scoppio di un grande conflitto europeo
avrebbe provocato un caos finanziario. Come disse Lord
Rothschild ai cugini il 27 luglio: «Nessuno [nella City]
pensa o parla di qualcosa che non sia la situazione europea
e le conseguenze che potrebbero esserci se non si
prendono serie misure per impedire una conflagrazione
europea». 97 «Per quanto maldestra possa essere stata
l’Austria», scrisse il 30 luglio, «sarebbe una cosa
ultracriminale se milioni di vite umane fossero sacrificate
allo scopo di santificare la teoria dell’assassinio, un brutale
assassinio commesso dai serbi.» 98 Il giorno seguente esortò

350
i cugini francesi a fare in modo che Poincaré «informasse
chiaramente il governo russo»
1. che l’esito di una guerra, per quanto potente possa essere un paese loro alleato, non è mai
certo; ma quale che sia l’esito, i sacrifici e le sofferenze che comporta sono giganteschi e
imprevedibili. In questo caso la catastrofe sarebbe maggiore di qualsiasi cosa si sia vista o
conosciuta in precedenza;
2. la Francia è la maggior creditrice della Russia; anzi, la struttura finanziaria ed economica
dei due paesi è strettamente connessa, e ci auguriamo che facciate del vostro meglio per
esercitare la vostra influenza sugli uomini di Stato, anche all’ultimo momento, per impedire
che scoppi questo spaventoso conflitto e per ribadire alla Russia che questo è il minimo che
debba alla Francia. 99

Il 31 luglio Rothschild pregò il «Times» di smorzare il


tono degli editoriali, che, a suo giudizio, «incitavano il
paese alla guerra»; ma tanto il caporedattore agli esteri
Henry Wickham Steed quanto il suo proprietario Lord
Northcliffe lo considerarono «un bieco tentativo
finanziario internazionale tedesco-ebreo di obbligarci a
sostenere la neutralità» e conclusero che «la risposta più
appropriata sarebbe quella di pubblicare un editoriale
ancora più severo sul giornale di domani». «Non osiamo
nemmeno pensare di rimanercene in disparte», tuonava
l’editoriale del sabato. «Il nostro interesse primario è la
legge di autoconservazione.» 100 Rothschild cercò
freneticamente di mantenere aperti i suoi canali di
comunicazione con Berlino per mezzo di Paul
Schwabach; 101 inviò persino un appello personale alla pace
direttamente al Kaiser. 102 Come disse Asquith a Venetia
Stanley: «La City era decisa a tenersi fuori a tutti i
costi». 103 Riecheggiando Henry Wickham Steed, Cambon
informò il Quai d’Orsay degli «sforzi eccezionali compiuti
dal mondo degli affari per impedire che il governo
intervenga contro la Germania. I finanzieri della City,
governatori della Banca d’Inghilterra, più o meno sotto il
dominio di banchieri di origini tedesche, stanno

351
conducendo una campagna molto pericolosa». 104
Ma apparve improvvisamente chiaro che, in definitiva, i
banchieri erano impotenti. Infatti Angell e gli altri avevano
interpretato la situazione esattamente al contrario: le
banche non potevano fermare una guerra, ma la guerra
poteva bloccare le banche. E questo accadeva a causa
dell’effetto paralizzante sul commercio con il continente
che produceva la prospettiva di una guerra che
coinvolgesse la Gran Bretagna. Si sapeva abbastanza dei
piani di guerra britannici (e si ricordava altrettanto
sufficientemente l’esperienza di un secolo prima) per
ritenere che questo commercio ora si sarebbe interrotto:
fine delle spedizioni navali di merci tedesche in Gran
Bretagna, e fine delle spedizioni navali di merci
britanniche in Germania. Ma il pagamento delle navi che
non sarebbero più salpate era stato invariabilmente
effettuato in anticipo con l’emissione di fatture
commerciali. Gli istituti di accettazione bancaria che
finanziavano questo commercio scontando tali fatture si
trovavano ora in grave difficoltà, con circa 350 milioni di
sterline in cambiali non pagate più una percentuale non
quantificabile che con ogni probabilità non sarebbe stata
onorata. 105 La tabella 18 mostra la portata di questo
problema. 106
Come sottolineò Keynes, ciò aveva decisive conseguenze
per il sistema bancario nel suo complesso: «Le banche
dipendono dagli istituti di accettazione bancaria e dagli
istituti di sconto; gli istituti di sconto dipendono dagli
istituti di accettazione bancaria; e gli istituti di accettazione
bancaria dipendono da clienti stranieri che non sono in
grado di inviare denaro». Si stava profilando la possibilità

352
che una grave crisi di liquidità derivante dagli istituti di
accettazione bancaria minacciasse l’intero sistema
finanziario britannico. Il 30 luglio la Banca d’Inghilterra
aveva anticipato 14 milioni di sterline al mercato degli
sconti e una somma analoga alle banche, ma si trovò
costretta a proteggere le proprie riserve (che scesero dal 51
per cento di passività ad appena il 14,5 per cento)
aumentando il tasso di sconto dal 3 al 4 per cento. Già il
27 luglio la Banca centrale russa era stata costretta a
sospendere la convertibilità dell’oro. Quando la Banca
d’Inghilterra cercò di evitare la stessa sorte raddoppiando,
il 31 luglio, il tasso di sconto all’8 per cento, seguito da un
ulteriore 2 per cento il giorno seguente, il mercato
semplicemente crollò. Per evitare un’implosione totale, il
31 si dovette chiudere la Borsa, provvedimento preso
anche a Berlino e Parigi. A Parigi si era già ricorsi in
passato alla chiusura della Borsa (per esempio nel 1848);
ma a Londra neppure le peggiori crisi del XIX secolo
avevano richiesto misure così drastiche. Il giorno seguente
(come già nel 1847, nel 1857 e nel 1866) Lloyd George
consegnò al governatore della Banca d’Inghilterrra una
lettera che lo autorizzava a superare, se fosse stato
necessario, il limite di emissione di banconote stabilito dal
Bank Charter Act (la Legge statuaria bancaria). Per un
caso fortuito, il 1º agosto era un sabato e il lunedì
successivo era Bank Holiday; si guadagnò ulteriore respiro
estendendo la festività al resto della settimana. La Borsa
rimase chiusa «fino a ulteriore notizia». Ci fu anche, come
a Parigi, una moratoria temporanea sui debiti (misura che
invece Berlino riuscì a evitare). 107
Tabella 18 – Il mercato delle cambiali di Londra: passività

353
sulle cambiali alla fine dell’anno, 1912-1914 (in milioni di
sterline).
Barings Kleinwort Schröders Hambros N.M. Gibbs Brandts Totale Tutte le
Sons Rothschild «sette cambiali
grandi»
1913 6,64 14,21 11,66 4,57 3,19 2,04 3,33 45,64 140

1914 3,72 8,54 5,82 1,34 1,31 1,17 0,72 22,62 69

Fonte: Chapman, Merchant Banking, p. 209.

Non è difficile immaginare l’umore dei banchieri. Ad


Amburgo l’entrata in guerra della Gran Bretagna gettò
Albert Ballin in un tale stato di disperazione da lasciare
sbalordito persino Warburg. A settembre, tuttavia, anche
Warburg aveva ormai rinunciato alla speranza in una
rapida vittoria. 108 «Nessun governo ha mai avuto davanti a
sé un compito più difficile e doloroso», scrisse Alfred de
Rothschild ai suoi cugini parigini il 3 agosto, quando gli
era ormai chiaro che la Gran Bretagna sarebbe
intervenuta. Non poteva pensare «senza rabbrividire …
allo spettacolo militare e morale che ci si apre davanti, con
i suoi dolorosi particolari che incombono all’orizzonte». 109
Indubbiamente, nel 1914 ci possono essere state persone
sinceramente convinte che la guerra sarebbe stata breve e
indolore. Ma i banchieri non erano tra queste, e lo stesso
vale per lo stato maggiore tedesco, del cui pessimismo
abbiamo già trattato.
L’arruolamento
La prova migliore dell’entusiasmo bellico è,
naturalmente, la disposizione degli uomini a combattere.
Sul continente, com’è ovvio, avevano ben poca scelta. Chi
stava facendo il servizio militare o lo aveva appena
terminato fu immediatamente mobilitato allo scoppio della
guerra. Comunque, bisogna osservare che ci fu poca

354
resistenza alla mobilitazione, anche quando (come avvenne
in alcune regioni della Francia) era stata accolta con scarso
entusiasmo. Soltanto in Russia si ebbero violente resistenze
da parte dei contadini, risentiti per l’intromissione delle
autorità militari proprio alla vigilia del raccolto; ma si
trattò di una resistenza sporadica. 110 Inoltre, persino nei
paesi in cui il servizio militare era obbligatorio, coloro che
non avevano prestato servizio in tempo di pace avevano
ancora la possibilità di arruolarsi volontari per combattere
in guerra; e furono in molti a farlo. Adolf Hitler fu uno di
questi (aveva evitato di prestare servizio in Austria
trasferendosi a Monaco, ma si era precipitato ad arruolarsi
come volontario nell’esercito bavarese nell’agosto del
1914). Un altro fu Ernst Jünger, il quale, come ricordò in
seguito lui stesso, fu trattato con «un certo imbarazzo dai
veterani. Il soldato comune pensava che la nostra fosse una
specie di arroganza». 111 Ad Amburgo, come in altre città,
fu la classe media a correre sotto le armi di propria
spontanea volontà: ragazzi come il quindicenne Percy
Schramm, appartenente a una grande famiglia di
commercianti anseatici, 112 o l’ebreo di Francoforte
Herbert Sulzbach, che fin dal 14 luglio si crogiolava
nell’idea di iniziare il servizio militare anziché andare ad
Amburgo ad apprendere il mestiere del commercio; dopo
qualche esitazione, si arruolò volontario il 1º agosto. 113
In Gran Bretagna e nell’Impero britannico, invece, la
coscrizione non fu introdotta fino all’inizio del 1916. Tutti
coloro che si arruolarono prima di questa data lo fecero
quindi come volontari. Le cifre sono impressionanti. Il 25
agosto 1914 Kitchener stabilì gli obiettivi del reclutamento
volontario: 30 divisioni; ma il numero crebbe

355
continuamente fino ad arrivare a 70 divisioni un anno
dopo. In totale, nel primo mese di guerra furono
richiamati sotto le armi 200.000 uomini. 114 In realtà, si
arruolarono non meno di 300.000 uomini (si veda la fig.
10). In una sola settimana (30 agosto-5 settembre) si
presentarono alle armi 174.901 uomini. 115 Il totale
giornaliero salì da 10.019 uomini il 25 agosto fino a toccare
il picco di 33.000 uomini il 3 settembre. 116 Nel complesso,
si arruolarono volontari nell’esercito britannico poco meno
di 2,5 milioni di uomini, vale a dire circa il 25 per cento
degli idonei. Di questi, il 29 per cento si arruolò nelle
prime otto settimane di guerra. Il numero di quanti si
arruolarono volontariamente nell’esercito fu quasi pari al
numero di coloro che furono richiamati dopo
l’introduzione della coscrizione; in effetti, su una base
annua, la cifra totale tendeva a diminuire
indipendentemente dall’obbligatorietà del servizio. 117 Nel
tentativo di rallentare l’iniziale afflusso di volontari, l’11
settembre il ministero della Guerra alzò di 7,5 centimetri
l’altezza minima delle reclute, portandola a 1,68 metri,
anche se dovette nuovamente abbassarla alla fine di
ottobre e due settimane più tardi riportarla al livello
precedente. 118 Inoltre, molti di quanti avevano superato
l’età di arruolamento prestarono servizio come volontari
con mansioni di polizia (Special Constables). 119 Fino alla
battaglia della Somme, i britannici combatterono perché lo
volevano, non perché dovevano.
Figura 10 – Arruolamenti nell’esercito regolare inglese e nelle forze territoriali, agosto 1914-dicembre
1915.

356
Fonte: Beckett e Simpson, Nation in Arms, p. 8.

Si devono tuttavia fare alcune precisazioni. Non tutti i


britannici erano ugualmente desiderosi di combattere.
Non è affatto vero (come si affermò dopo la guerra) che
«tutte le classi diedero in ugual misura». 120 Così come non
è vero che il Nuovo esercito fosse composto dalla «stessa
classe di reclutamento medio della categoria media di
reclutamento regolare» del periodo prebellico. 121 Come
osservarono molti contemporanei, compreso il celebre
sergente reclutatore Lord Derby, c’erano molti uomini
della classe media – con la preparazione per poter
diventare ufficiali – che si arruolarono come soldati
semplici per il puro desiderio di partecipare all’azione.
«C’erano avvocati, procuratori, impiegati di banca, tecnici
specializzati», come ricorda un volontario del reggimento
City of Birmingham, sebbene ci fossero anche moltissime
reclute della classe operaia del tipo tradizionale,
generalmente malnutrite. 122 Fra gli operai, i lavoratori
tessili erano poco rappresentati, mentre (vera follia dal

357
punto di vista dell’economia di guerra) i minatori erano in
numero elevatissimo: nel primo mese di guerra si
arruolarono volontariamente 115.000 minatori, quasi il 15
per cento degli iscritti al sindacato; nel giugno del 1915 la
cifra era salita a 230.000. Alcune città minerarie si
ritrovarono di fatto svuotate di giovani. 123 Ma lo squilibrio
più sorprendente era l’alta percentuale di uomini impiegati
nel settore dei servizi in rapporto a quella degli uomini
impiegati nell’industria: nel febbraio del 1916 si era
arruolato il 40 per cento dei lavoratori nel mondo della
finanza, del commercio e delle libere professioni in
confronto al 28 per cento di quelli impiegati nel settore
industriale. 124 Ciò era dovuto, da un lato, al fatto che i
«colletti bianchi» erano più alti di statura e più preparati,
e, dall’altro, al fatto che si era cercato di lasciare al proprio
posto i lavoratori delle industrie più importanti per
l’economia del paese; ma in ogni caso i membri della classe
media erano più desiderosi di partecipare alla guerra.
Ancora più sorprendenti sono probabilmente le
variazioni nazionali all’interno della Gran Bretagna e
dell’Impero britannico. Gli scozzesi, leggermente meno
rappresentati nell’esercito prebellico, erano i più ansiosi di
arruolarsi come volontari. Nel dicembre del 1915 quasi il
27 per cento degli scozzesi di età fra i quindici e i
quarantanove anni si era presentato volontariamente. 125
Anche gli australiani erano desiderosi di combattere: fu
l’unica regione dell’impero che non dovette ricorrere alla
coscrizione. 126 Gli irlandesi, invece, furono relativamente
restii: solo l’11 per cento degli idonei si arruolò volontario,
sebbene anche in questo caso ci fossero notevoli variazioni
regionali, con il Sud particolarmente riluttante soprattutto

358
dopo il 1916. 127 Fattori politici di questo tipo influirono
sul reclutamento in Canada, che inviò il maggior numero
di soldati di tutti i Dominions (641.000). Solo il 5 per
cento di essi erano canadesi di lingua francese, nonostante
il fatto che ammontassero al 40 per cento della
popolazione. 128
Perché gli uomini si arruolavano? Nella maggior parte
dei casi non era certamente perché fosse applicato il
trattato del 1839 sulla neutralità del Belgio (né, tanto
meno, per difendere la Serbia dalle rappresaglie
asburgiche per l’attentato di Sarajevo). Senza dubbio,
alcune delle più celebri memorie di combattenti alludono
esplicitamente alla questione belga. Graves ricordava di
essersi sentito «oltraggiato dalla cinica violazione tedesca
della neutralità belga»; Sassoon lesse sui giornali che «i
soldati tedeschi crocifiggevano i bambini belgi». 129 Sir
William Lever assicurò un membro del governo belga in
esilio che «tutti gli uomini» del Nuovo esercito erano
«ansiosi di andare al fronte per vendicare i torti subiti dal
Belgio». 130 Tuttavia, sembra perlomeno dubbio che questo
sentimento fosse ampiamente diffuso, soprattutto fra
«l’altra truppa». La Lettera a casa dell’altra truppa di
Herbert Read, autentico modello di questo genere, termina
con le seguenti parole: «Ecco, dicono che tutto ciò avviene
per il piccolo Belgio, perciò io dico: benissimo; ma
aspettate che metta le mani sul Belgio». 131 Esiste persino
una storia – anche se potrebbe essere apocrifa (o frutto del
macabro umorismo dei soldati) – sulle truppe britanniche
che s’imbarcavano per attraversare la Manica cantando:
«Andiamo a pestare i belgi». 132
Un non meglio precisato «amor di patria» è di solito

359
considerato la motivazione tipica del volontario. 133 Si è
sostenuto che il patriottico «spirito del 1914» fosse il
prodotto di anni di indottrinamento nelle scuole, nelle
università, nelle associazioni nazionaliste e (sul continente)
negli stessi eserciti. Non a caso, uno dei cattivi di Niente di
nuovo sul fronte occidentale era il maestro di scuola. Le
masse – o perlomeno le classi medie – erano state
«nazionalistizzate» da un’incessante esposizione alla
musica nazionalista, alla poesia nazionalista, all’arte
nazionalista, ai monumenti nazionalisti e, naturalmente,
alla storia nazionalista. Persino alcune tendenze culturali
che consideriamo «moderniste» contribuirono ad
alimentare l’entusiasmo presentando la guerra come un
fattore di rinnovamento spirituale e non di
annientamento. 134 Questa tesi ha un particolare fascino
quando si considera il modo in cui i rampolli delle scuole
private inglesi concepivano la guerra nei termini del gergo
sportivo. Vitaï Lampada (Fiaccola di Vita, 1898) di Sir
Henry Newbolt è il testo più citato in proposito: in uno
sperduto campo di battaglia, «la voce dello scolaro chiama
a raccolta i ranghi: “Mettetecela tutta! Fatevi sotto! E
giocatevi la partita”». 135 Si è anche sostenuto che le scuole
private inglesi inculcassero proprio le qualità più adatte
alla guerra: «Lealtà, onore, cavalleria, cristianesimo,
patriottismo, sportività e capacità di comando». Eton,
Winchester, Harrow, Shrewsbury: erano queste le vie
maestre per le trincee nel 1914-1915. Dei
cinquecentotrentanove ragazzi usciti da Winchester tra il
1909 e il 1915 tutti tranne otto si arruolarono volontari.
L’«Eton Chronicle» affermava esplicitamente che «era lì
che avevano imparato le lezioni che gli avrebbero

360
permesso di superare le prove alle quali ora dovevano
sottoporsi». 136 Si poteva dire sostanzialmente la stessa cosa
dei Gymnasien tedeschi, anche se qui lo sport non era
un’ossessione così forte; mentre le università tedesche, con
le loro confraternite di duellanti, invece delle gare di
canottaggio, superavano indubbiamente Oxford e
Cambridge per cultura marziale. Anche le scuole francesi
instillavano il patriottismo come parte del curriculum
scolastico, prima e durante la guerra. 137 I giovani francesi,
inoltre, ricorrevano al duello più spesso degli altri europei.
Non c’è il minimo dubbio sul fervore patriottico di
quanti partirono volontari nel 1914-1915; forse è un
fenomeno strettamente legato alla scuola. Kenneth
Kershaw descrisse il suo arruolamento nei Gordon
Highlanders nel 1915 come «il giorno senza dubbio più
felice della mia vita. Finalmente sono stato scelto per
combattere per il mio paese, la mia unica e sola
ambizione». 138 Ma ciò che più colpisce è la nebulosità di
questo amore per la propria patria: che cosa aveva a che
fare combattere in Belgio o in Francia settentrionale con il
combattere per la Gran Bretagna (e ancor meno per le
Highlands scozzesi)? Per molti volontari usciti dalle scuole
private, però, l’impatto della loro educazione offuscava
l’interesse per le ragioni della guerra. I nuovi ufficiali ideali
di Sir John French – «gente di campagna … abituata a
cacciare, a giocare a polo e agli sport all’aria aperta» –
tendevano a considerare la guerra «la caccia per
eccellenza»: per citare le parole di Sassoon, «un picnic a
cavallo … con un tempo perfetto». 139 Per uomini come
Francis Grenfell, i soldati tedeschi erano delle volpi o dei
cinghiali ai quali dare la caccia per divertimento.

361
Che dire poi dell’«uomo comune», ossia di coloro che
non avevano goduto dei vantaggi di un’istruzione nelle
scuole private? Uno di questi volontari ricordò in seguito
di essere stato convinto che lo scopo della BEF fosse
impedire che la Germania invadesse la Gran Bretagna:
Non combattevamo per il re e la patria perché non avevamo mai incontrato il re. Penso
che lo facessimo perché c’era una guerra e tutti eravamo convinti che fosse qualcosa che
potevamo fare. C’era un esercito che ci attaccava e non volevamo che arrivasse in Inghilterra,
e credevamo che il modo migliore per fermarlo fosse quello di tenerlo laddove si trovava, in
Francia. 140

Era una convinzione plausibile, sebbene sbagliata: come


abbiamo visto, non esistevano piani tedeschi di invasione
della Gran Bretagna. Tuttavia, la motivazione difensiva era
sinceramente sentita: è significativo che il picco di
reclutamento coincidesse grossomodo con il punto più
basso delle vicende della BEF (la ritirata da Mons), quando
sembrava che i tedeschi stessero per conquistare Parigi.
Ma altri appartenenti a questo strato sociale erano mossi
da considerazioni non altrettanto strategiche. George
Coppard, un ragazzo sedicenne di Croydon che aveva fatto
solo le scuole elementari, «non sapeva nulla» di ciò che
stava accadendo in Francia quando si arruolò volontario il
27 agosto. 141 Harry Finch non si curò di menzionare un
motivo per la sua decisione di arruolarsi nel gennaio del
1915; suo fratello aveva già prestato servizio nell’esercito;
quindi si sarebbe probabilmente arruolato anche se non
fosse scoppiata la guerra.
Se i soldati britannici (fra i più istruiti di tutti i
partecipanti alla guerra) non erano sicuri del motivo per
cui combattevano, la confusione era ancora maggiore negli
eserciti schierati sul fronte orientale. All’inizio delle
Vicende del bravo soldato Švejk di Hašek, l’ingenuo eroe

362
ceco viene a sapere dell’assassinio dell’arciduca Francesco
Ferdinando quando la donna delle pulizie della taverna del
suo villaggio gli dice: «Hanno ucciso il nostro
Ferdinando». Dopo che la donna gli ha spiegato di quale
Ferdinando si tratti, Švejk espone un’analisi alquanto
sconclusionata delle cause dell’assassinio: «Per conto mio
sono stati i turchi. Sai, non avremmo mai dovuto sottrargli
la Bosnia e l’Erzegovina». Le sue parole sono casualmente
sentite da un poliziotto in borghese, il quale informa Švejk
che gli assassini in realtà erano stati «i serbi»:
«E qui ti sbagli», replicò Švejk. «Sono stati i turchi, per via della Bosnia e
dell’Erzegovina». E Švejk espose le proprie opinioni sulla politica estera austriaca nei Balcani.
Nel 1912 i turchi avevano perso la guerra con la Serbia, la Bulgaria e la Grecia. Avevano
sperato che l’Austria li aiutasse, ma, dato che ciò non era accaduto, avevano sparato a
Ferdinando … «Credi davvero che Sua Maestà Imperiale tollererà questo genere di cose? Se
lo credi, allora non lo conosci affatto. Dovrà esserci una guerra con i turchi. “Avete ucciso
mio zio, perciò vi tirerò un bel cazzotto in faccia.” La guerra è sicura. La Serbia e la Russia ci
aiuteranno. Non ci sarà nemmeno la metà di un bagno di sangue.»
Švejk appariva bellissimo in quel suo momento profetico. Il suo viso semplice, sorridente
come una luna piena, irraggiava entusiasmo. Era tutto perfettamente chiaro per lui.
«Può darsi», disse, continuando la sua esposizione sul futuro dell’Austria, «che, se ci sarà
una guerra contro i turchi, i tedeschi ci attacchino, perché i tedeschi e i turchi stanno fianco a
fianco. Non li trovi da nessuna parte dei bastardi come loro. Ma possiamo allearci con la
Francia, che ha del rancore nei confronti dei tedeschi fin dal 1871. E poi sarà il pandemonio.
Sarà la guerra. E non dico altro.» 142

Per colpa di queste sue riflessioni, il povero Švejk viene


prima arrestato e poi arruolato.
Naturalmente, si tratta di un romanzo. Ciononostante,
sembra piuttosto improbabile che Švejk fosse molto meno
informato della maggior parte dei milioni di soldati che si
ritrovarono, esattamente come lui, in uniforme e in
partenza per la guerra cinque settimane dopo la morte
dell’arciduca. Senza dubbio, erano ben pochi i coscritti
russi che conoscevano i motivi della guerra, come
ricordava il generale Aleksej Brusilov:
Più e più volte domandai ai miei uomini nelle trincee perché eravamo in guerra;

363
l’inevitabile e insensata risposta era che un certo arciduca e sua moglie erano stati ammazzati
e che di conseguenza gli austriaci avevano cercato di umiliare i serbi. In pratica, nessuno
sapeva chi fossero questi serbi; non erano nemmeno sicuri su chi fosse uno slavo. Nessuno era
in grado di spiegare per quale motivo i tedeschi intendessero farci la guerra a causa di questi
serbi … Non avevano mai sentito parlare delle ambizioni della Germania; non sapevano
neppure che esistesse un simile paese.

Un fattore di Smolensk annotò le osservazioni dei


soldati contadini nella prima settimana del conflitto: «Se i
tedeschi vogliono un indennizzo, sarebbe meglio pagare
dieci rubli a testa che uccidere la gente». 143 Descrivendo la
reazione dei contadini russi alla mobilitazione del 1914,
l’attaché militare britannico a San Pietroburgo scrisse:
«All’inizio, la maggior parte [dei soldati russi] andò
volentieri in guerra, principalmente perché non avevano la
minima idea di cosa significasse una guerra. Non avevano
una conoscenza concreta e consapevole degli obiettivi per
cui stavano combattendo». 144
Ecco quale fu la prima reazione del renitente alla leva
austriaca Adolf Hitler:
Temevo che le pallottole fossero state sparate dalle pistole di studenti tedeschi che,
indignati per l’evidente opera di slavizzazione dell’erede, volessero liberare il popolo tedesco
da questo nemico interno … Ma quando, poco dopo, venni a sapere i nomi dei presunti
assassini, e lessi che erano stati identificati come serbi, mi sentii percorrere da un piccolo
brivido per questa vendetta di un imperscrutabile destino.
Il migliore amico degli slavi era caduto sotto le pallottole di fanatici slavi. 145

Thomas Edward Lawrence ha raccontato come gli arabi


e i turchi che combattevano in Medio Oriente facessero
precedere ai combattimenti «scrosci di parole … A un
torrente dei più sconci insulti nelle lingue che entrambi
conoscevano, seguiva finalmente la crisi, quando i turchi
inferociti chiamavano gli arabi “inglesi” e gli arabi
ribattevano chiamando i turchi “tedeschi”. Naturalmente
non c’erano tedeschi nello Hejaz e io ero il primo inglese a
mettervi piede». 146 Chiaramente, gli arabi non
combattevano per il Belgio (anzi, Lawrence faticò

364
parecchio per convincerli a combattere per la loro stessa
indipendenza).
Perché allora i britannici si arruolarono in così gran
numero? Si possono formulare cinque ipotesi:
1. Tecniche efficaci di reclutamento. Gli sforzi della
Commissione parlamentare per il reclutamento
(Parliamentary Recruiting Committee, PRC) hanno
probabilmente dato un concreto impulso all’incremento
del reclutamento. Senza dubbio, il PRC creò un’imponente
organizzazione di 2000 volontari che riuscì a tenere 12.000
riunioni in cui furono pronunciati qualcosa come 20.000
discorsi, a spedire 8 milioni di lettere di reclutamento e a
distribuire non meno di 54 milioni di manifesti, volantini e
altre pubblicazioni. D’altra parte, il PRC fu costituito
soltanto il 27 agosto, si riunì per la prima volta il 31 agosto
ed entrò realmente in azione solo dopo il picco massimo di
arruolamento. 147 A giudicare da alcune memorie – da
Croydon al Lancashire – la musica eccitante suonata dalle
bande militari davanti agli uffici di reclutamento nelle
primissime fasi della guerra fu più efficace di qualsiasi
discorso pronunciato dalle autorità locali. 148
Probabilmente anche i giornali ebbero un ruolo
importante: ci furono numerosi articoli simili a quello
apparso sul «Newcastle Daily Chronicle» il 1º settembre,
nel quale si faceva la seguente esortazione: «Dobbiamo
avere più uomini dalla Gran Bretagna. I nostri alleati
hanno già messo in campo tutti i loro uomini». 149
2. Pressioni da parte delle donne. È noto che molte
donne si misero a consegnare agli uomini non in uniforme
piume bianche come simbolo di codardia. La propaganda
governativa ne trasse vantaggio. Il manifesto del PRC, con la

365
sua astuta implicazione che, in un modo o nell’altro, il
marito o il figlio della destinataria sarebbe sopravvissuto,
colpiva nel segno: «Quando la guerra sarà finita e
qualcuno chiederà a tuo marito o a tuo figlio che cosa
abbia fatto durante la Grande guerra, dovrà chinare il capo
perché non gli hai permesso di parteciparvi?». Più rozza,
ma probabilmente ancora più efficace, era l’insinuazione
che gli uomini che non combattevano potessero essere
capaci di altre forme di vigliaccheria: «Il tuo ragazzo
indossa la divisa? … Se il tuo giovane uomo trascura i suoi
doveri verso il re e la patria, forse verrà il giorno in cui
trascurerà anche te». 150 «Perché», domandava la signora
Boas in un opuscolo del PRC, «un giovanotto di Little
Bidworth non dovrebbe battersi un giorno o l’altro con un
altro giovanotto il doppio di lui se lo vede fare lo spaccone
con un ragazzino?» 151 Anche alcune leader delle
suffragette come Emmeline e Christabel Pankhurst si
allinearono, sostenendo che la Germania era una «nazione
maschia» e che una vittoria tedesca sarebbe stata «un
colpo disastroso per il movimento femminista», insistendo
perché si attuasse la coscrizione e salutando con gioia
l’ingresso delle operaie nelle fabbriche di munizioni. 152
Non stupisce che Wilfred Owen provasse un odio sfrenato
per Jessie Pope, autore di The Call (La chiamata alle armi):
«Chi è pronto per la trincea? Tu lo sei, ragazzo mio?». 153
3. Pressioni da parte dei propri compagni. Non ci sono
dubbi sull’importanza dei cosiddetti «Pals’ Battalions» nel
convincere gruppi di amici, vicini o colleghi ad arruolarsi. I
primi di questi «Battaglioni di compagni» – il
Stockbrokers’ Battalion dei Royal Fusiliers (fondato il 21
agosto), il battaglione dei «commercianti e professionisti»

366
del Gloucester Regiment e i tre battaglioni degli impiegati
di Liverpool – sono la prova del desiderio di trasferire
nella vita militare non solo fedeltà locali e regionali, ma
anche strutture occupazionali civili (e presumibilmente
anche strutture di classe). 154 Come a confermare la tesi
britannica che la guerra era uno sport, ci furono anche un
battaglione di calciatori e una compagnia di pugili. 155 Era
anche possibile che ci fosse una sorta di esclusività: alcuni
battaglioni richiedevano addirittura una tassa d’iscrizione
di cinque sterline. 156 Già nella primavera del 1915,
tuttavia, pesanti perdite avevano svuotato le fila dei
«compagni», e gli uomini dovettero abituarsi a combattere
al fianco di perfetti estranei, spesso provenienti da
retroterra sociali e regionali molto diversi. 157 Il tema dei
«compagni» acquisì quindi un tono meno spontaneo e più
sottilmente coercitivo nella propaganda del PRC: «Sei
orgoglioso dei tuoi compagni nell’esercito, è ovvio! Ma
cosa pensano di TE i tuoi compagni?». 158 All’inizio,
pensieri di questo genere non avevano neppure bisogno di
essere articolati. Nell’agosto del 1914 persino un individuo
assolutamente estraneo a ogni entusiasmo militaristico
come William Beveridge provava una «gelosia folle» per
chi si arruolava, tanto da «compiere un paio di timidi
tentativi» di fare lo stesso anche lui. 159
4. Motivi economici. Alcuni storici hanno manifestato un
certo scetticismo riguardo al ruolo dei fattori economici
nella decisione di arruolarsi. Come scrisse un giornale
militare canadese nel dicembre del 1917: «Chi ha
affermato di essersi arruolato per avere un coltello a
serramanico e un rasoio deve essere stato veramente
desideroso di farlo». 160 John Dewey non individuò alcuna

367
correlazione tra stipendi bassi e arruolamento; anzi, trovò
semmai una correlazione contraria. 161 Eppure non ci sono
dubbi che il picco degli arruolamenti in Gran Bretagna
coincise con il picco di disoccupazione provocato dalla
crisi finanziaria e commerciale di agosto. A Bristol, nel
primo mese di guerra, si arruolarono nove licenziati su
dieci; 162 i tassi di arruolamento furono nettamente più
bassi nelle zone in cui gli affari ripresero rapidamente. Nel
1914 gli uomini non erano del tutto irrazionali. Nel suo
pamphlet How to Help Lord Kitchener, Alec J. Dawson si
sforzò di dimostrare che «per molti lavoratori
l’arruolamento non avrebbe certamente comportato
perdite economiche», anche se chiaramente non sarebbe
stato così se, per esempio, in una famiglia con tre figli, il
marito fosse stato ucciso o invalidato in modo
permanente. 163 Quando la Cardiff Railway Company offrì
ai suoi dipendenti la sicurezza del posto, indennità e
pensioni se si fossero arruolati, la risposta fu talmente
grande che dovette ritirare l’offerta. 164 I datori di lavoro,
inoltre, avevano la possibilità di esercitare pressioni. Il 3
settembre la West Yorkshire Coal Owners’ Association
approvò una risoluzione per la creazione di un battaglione
composto dai propri dipendenti; la Newcastle Chambers
of Commerce fece la stessa cosa. 165 Quel giorno l’agenzia
di cambio Foster & Braithwaite fece circolare un avviso in
cui si affermava semplicemente: «L’agenzia si aspetta che
tutto il personale celibe al disotto dei trentacinque anni …
si arruoli immediatamente nell’esercito di Kitchener, ed
esorta anche chi è sposato e idoneo al servizio militare a
fare lo stesso». 166 Con appelli di questo genere James
Dalrymple, manager della Glasgow Tramways, riuscì a

368
creare in poche ore il 15º battaglione dell’Highland Light
Infantry. 167
5. Impulso. Infine, come ha sottolineato Avner Offer, si
deve riconoscere che alcuni si siano arruolati d’impulso,
senza pensare alle conseguenze per se stessi, e meno
ancora alle cause della guerra. 168
Apocalisse
Ma nessuna teoria generale sulle motivazioni è in grado
di contemplare tutti i casi. Quando si arruolò nell’esercito
austriaco il 7 agosto 1914, il filosofo Ludwig Wittgenstein
scrisse sul proprio diario: «Ora ho l’opportunità di
diventare un essere umano dignitoso, perché mi trovo
faccia a faccia con la morte … Forse la prossimità della
morte porterà un raggio di luce nella vita. Che Dio possa
illuminarmi». Ciò che desiderava era «una specie di
esperienza religiosa … capace di trasformar[lo] in una
persona diversa». 169 Wittgenstein affrontò la guerra con
un atteggiamento non di entusiasmo ma di profondo
pessimismo. Già il 25 ottobre espresse in privato una
grande tristezza per «la nostra situazione, ossia della razza
tedesca. Gli inglesi – la razza migliore al mondo – non
possono perdere. Noi invece possiamo perdere, e
perderemo, se non quest’anno il prossimo. Il pensiero che
la nostra razza sarà sconfitta mi deprime tremendamente».
Respinto dai suoi rozzi compagni di equipaggio su una
nave di pattuglia sulla Vistola, dove trascorse la prima fase
della guerra, Wittgenstein prese in considerazione la
possibilità di suicidarsi. 170
Il brillante e tormentato filosofo ebreo che aveva
studiato a Cambridge potrebbe sembrare l’eccezione
suprema. Ma non era il solo a considerare la guerra in

369
termini religiosi. Lo scoppio del conflitto fu accompagnato
da un notevole aumento dell’osservanza religiosa in quasi
tutti i paesi belligeranti. La settimana in cui fu dichiarata la
guerra, in occasione di una cerimonia interconfessionale
davanti al Reichstag di Berlino una congregazione cantò
inni protestanti e cattolici. 171 Persino ad Amburgo – in
quel periodo probabilmente la meno religiosa delle città
tedesche – la gente si lasciò prendere dal fervore religioso:
Ruth, la sorella di Percy Schramm, proclamò esultante che
«il nostro popolo è tornato a Dio». 172 In Francia, dove
l’anticlericalismo dominava la scena politica già da
parecchi anni (e certamente non svanì durante la guerra),
la Chiesa cattolica salutò il «grande ritorno delle masse e
dei combattenti a Dio». Il culto del Sacro cuore di Gesù
fiorì a tal punto che alcuni tra i più fervidi prelati chiesero
che ne fosse impressa l’immagine sul tricolore, e ci fu un
notevole aumento dei pellegrinaggi a Lourdes, Pontmain e
La Salette. 173
Com’è noto, molti preti e ministri del culto
incoraggiarono l’idea che si stesse combattendo una guerra
santa, spesso in modo alquanto grottesco. In Germania
questo valeva non soltanto per pastori conservatori come
Reinhold Seeberg; anche teologi liberali quali Otto
Baumgarten erano altrettanto propensi a invocare lo «Jesu-
Patriotismus»; e fu la «Christliche Welt» di Martin Rade a
pubblicare un grottesco rifacimento del Padre Nostro
poco dopo lo scoppio della guerra («Dacci oggi il nostro
nemico morto quotidiano…»). 174 Negli Ultimi giorni
dell’umanità Karl Kraus mise alla berlina i bellicosi
sermoni dei pastori protestanti, che combattevano
metaforicamente sul «fronte del Sinai». In realtà, queste

370
immagini non sono semplicemente satiriche: come disse lo
stesso Kraus a proposito dell’intera commedia, «le
invenzioni più grottesche sono citazioni», e c’è ragione di
credere che frasi come «Uccidere [in tempo di guerra] è
un dovere del cristiano, anzi è un servizio divino» fossero
state realmente pronunciate. 175 Anche i preti francesi non
esitarono ad assicurare i propri greggi che la Francia
combatteva una guerra giusta, pur avendo qualche
giustificazione. 176 L’esempio più significativo di
cristianesimo militarista in Inghilterra fu lo scioccante
sermone dell’Avvento pronunciato nel 1915 dal vescovo di
Londra, Arthur Winnington-Ingram (poi pubblicato in
una raccolta dei suoi sermoni nel 1917), nel quale
descriveva la guerra come
una grande crociata – non possiamo negarlo – per uccidere i tedeschi; ucciderli non per il
piacere di ucciderli, ma per salvare il mondo; uccidere il buono e il cattivo, il giovane e il
vecchio; uccidere chi ha mostrato compassione per i nostri feriti e uccidere gli infami che
hanno crocifisso il sergente canadese, che hanno guidato il massacro degli armeni, che hanno
affondato il Lusitania e che hanno rivolto le mitragliatrici contro i civili di Aershot e di
Lovanio – e ucciderli per impedire che la civiltà stessa del mondo sia uccisa. 177

Senza dubbio, Winnington-Ingram stava cercando, in


modo piuttosto grossolano, di dimostrare che la guerra era
«un’esplosione delle passioni più ignobili che si siano mai
viste al mondo da mille anni a questa parte»; ma,
ciononostante, insisteva sul fatto che la Gran Bretagna
stava combattendo «una guerra per la purezza, per la
libertà, per l’onore internazionale e per i principi del
cristianesimo … e tutti quelli che moriranno in questa
guerra saranno dei martiri». 178 Non erano parole molto
diverse da quelle pronunciate da Horatio Bottomley:
«Ogni uomo è un santo». Anzi, Winnington-Ingram arrivò
persino a informare il «Guardian» che

371
la Chiesa può aiutare nel modo migliore la nazione innanzitutto facendole capire che è
impegnata in una Guerra Santa … Cristo morì il Venerdì Santo per la Libertà, l’Onore e la
Cavalleria, e i nostri ragazzi stanno morendo per le stesse cose … Mi chiedete un consiglio
condensato in una frase su quello che la Chiesa intende fare. La mia risposta è:
MOBILITARE LA NAZIONE PER UNA GUERRA SANTA. 179

Il poeta laureato Robert Bridges concordò sul fatto che


la guerra fosse «principalmente una guerra santa». 180
Sebbene questi sentimenti estremi fossero condannati da
alcuni esponenti della Chiesa, altri – tra cui Michael Furse,
vescovo di Pretoria – li condividevano integralmente. I
tedeschi, scrisse Furse, erano «nemici di Dio». 181 Negli
Stati Uniti questo genere di cose erano ancora più
frequenti. Billy Sunday cominciò la sua preghiera alla
Camera dei rappresentanti con queste parole: «Tu sai, o
Signore, che nessuna nazione così infame, vile, avida,
sensuale, sanguinaria ha mai sporcato le pagine della
storia», aggiungendo, in modo del tutto gratuito: «Se si
ribaltasse l’inferno si troverebbe “made in Germany”
stampato sul fondo». 182
Anche generali e politici si compiacquero di considerare
la guerra in termini religiosi. Per Churchill, autentico figlio
del XIX secolo, l’opera della «Provvidenza» – un termine
assai gladstoniano – doveva celarsi dietro «il modo
straordinariamente arbitrario e casuale in cui morte e
distruzione sono distribuite»: «Non può contare molto
considerare chi è vivo e chi è morto. Questa assoluta
casualità di quanto sta accadendo qui fa supporre che ci sia
un piano più grande altrove». 183 È impossibile
comprendere l’arcigno carattere di Haig senza tenere
presente la sua appartenenza alla Chiesa di Scozia: «Sono
convinto che ogni passo del mio piano sia stato compiuto
con l’aiuto divino», disse a sua moglie alla vigilia della
battaglia della Somme. Sembra che il protestantesimo

372
abbia permesso a molti di accettare le enormi perdite:
Robert Nivelle, responsabile di uno dei più grandi
massacri di soldati francesi di tutta la guerra, apparteneva
all’1,5 per cento di francesi protestanti. 184 L’autore
dell’altrettanto disastroso Piano Schlieffen era, come
abbiamo visto, un pietista (anche se l’uomo che non riuscì
ad attuarlo, Moltke, era un teosofo). Per molti la prima
guerra mondiale fu quindi una specie di guerra di
religione, nonostante l’assenza quasi totale di chiari
conflitti confessionali; una crociata senza infedeli. Persino
sul fronte occidentale, dove protestanti, ebrei e cattolici
combattevano in entrambi gli schieramenti, agli uomini fu
chiesto di credere che Dio fosse dalla loro parte. E laddove
le divisioni religiose sembravano coincidere con quelle
politiche, i risultati furono particolarmente raccapriccianti:
l’esempio più ovvio è il genocidio degli armeni compiuto
dai turchi.
Tuttavia, c’era un’enorme differenza tra il cristianesimo
guerrafondaio di un Winnington-Ingram e la disperazione
millenarista di un Moltke. Ed è facile cadere nella
tentazione di suppore che quest’ultimo fosse più
rappresentativo dell’atmosfera religiosa del 1914. La
reazione di Emmy, zia di Percy Schramm, alla notizia dello
scoppio della guerra fu un’esplicita allusione al Giorno del
Giudizio: «Tutto deve passare; è preannunciato nella
Bibbia, e noi possiamo soltanto ringraziare Dio se presto il
regno di Satana sarà distrutto. Poi, finalmente, verrà
l’autentico Impero della Pace, con Nostro Signore Gesù
Cristo come sovrano». 185 Come ha sostenuto Klaus
Vondung, c’era qualcosa di apocalittico nella Germania
del 1914. Ma non soltanto in Germania. «Come la maggior

373
parte della gente della mia generazione», aveva scritto
H.G. Wells nel 1906, «fui gettato nella vita con
presupposti millenaristi … Ci sarebbero stati squilli di
tromba, urla e fenomeni celesti, una battaglia di
Armageddon e il Giudizio Finale.» 186 In un articolo
pubblicato sull’«Observer» nell’agosto del 1914 James L.
Garvin aveva usato un linguaggio dal tono altrettanto
escatologico: «Dobbiamo fare la nostra parte
nell’annientare il credo della guerra. Poi, alla fine, dopo
una pioggia di sangue, potrà innalzarsi in cielo un
arcobaleno più grande davanti alle visioni delle anime degli
uomini. E dopo la guerra di Armageddon, potrebbero non
essercene più». 187 Il 4 agosto 1914 il rettore di St. Mary’s,
a Newmarket, avvertì la sua congregazione che
gli orrori della guerra nei tempi antichi non sono nulla in confronto agli orrori della guerra di
oggi … Si è fatto ricorso a tutte le risorse della scienza per perfezionare le armi di distruzione
dell’umanità. Oggi l’Inghilterra non è più isolata come lo era un tempo … il cielo è diventato
una strada aperta per gli attacchi di una flotta di aerei. Nessuna città inglese è più al sicuro. In
una notte potrebbe essere trasformata in una rovina fumante e i suoi abitanti in cadaveri
carbonizzati. 188

Insomma, il libro dell’Apocalisse si incontrava con H.G.


Wells nel Fens. Sermoni così pessimistici non erano
insoliti. Il 3 agosto un pastore di Norwich ammonì il suo
gregge con queste parole: «Una guerra continentale non
può essere altro che un disastro se si tiene conto del
militarismo dell’Europa, dell’inferno del campo di
battaglia, delle sofferenze dei feriti e dei contadini
rovinati». 189 Persino le femministe si adeguarono
all’atmosfera apocalittica. Il romanzo Terradilei, di
Charlotte Perkins Gilman, che profetizzava un’utopia
femminile dopo un cataclisma fatale a tutti i maschi, fu
pubblicato nel 1915. 190 Probabilmente la sensazione che il
mondo fosse giunto infine alla biblica Armageddon fu la

374
più potente di tutte le «idee del 1914».
E si dimostrò proprio come Armageddon:
Ne seguirono folgori, clamori e tuoni, accompagnati da un grande terremoto, di cui non
vi era mai stato l’uguale da quando gli uomini vivono sopra la terra. La grande città si
squarciò in tre parti e crollarono le città delle nazioni. Dio si ricordò di Babilonia la grande,
per darle da bere la coppa di vino della sua ira ardente.
Ogni isola scomparve e i monti si dileguarono. E grandine enorme del peso di mezzo
quintale scrosciò dal cielo sopra gli uomini, e gli uomini bestemmiarono Dio a causa del
flagello della grandine, poiché era davvero un grande flagello. 191

375
VIII

Stampa e propaganda
La guerra delle parole
Poco dopo la fine della guerra Jean Cocteau acquistò
una copia di «Le Figaro» a Parigi, soltanto per scoprire di
averlo pagato il doppio del normale e che, per di più, era
un numero vecchio di due anni. Alle sue proteste
l’edicolante replicò: «Ma, cher monsieur, proprio per
questo costa di più … perché dentro c’è ancora la
guerra». 1
La prima guerra mondiale è stata la prima guerra
mediatica. Naturalmente, le guerre erano già state
raccontate dai giornali. E talvolta, come nel caso della
guerra di Crimea e di quella boera, la copertura da parte
della stampa aveva inciso sulla condotta stessa del
conflitto: basti pensare alla censura del «Times» nei
confronti dell’atteggiamento dei generali durante l’assedio
di Sebastopoli nel dicembre del 1854, alle critiche contro
la guerra in Sudafrica da parte della stampa liberale o agli
attacchi della stampa cattolica tedesca contro Bülow per il
modo in cui aveva affrontato la rivolta degli Herero
nell’Africa sudoccidentale. Però, prima del 1914, i mass
media, essi stessi di origine relativamente recente, non
erano mai stati usati come un’arma da guerra. In effetti,
uno dei più grandi miti della prima guerra mondiale è che
sia stata in realtà decisa proprio dai media, nella loro
funzione di canali della propaganda dei governi.
Com’è stato osservato, non tutti i governi impararono a
usarli con la stessa rapidità, e si è perciò sostenuto che la
superiore propaganda dell’Intesa abbia avuto un ruolo
decisivo nella sconfitta delle Potenze centrali. «Oggi le

376
parole sono diventate battaglie», dichiarò Ludendorff;
«con le parole giuste si vincono le battaglie, con le parole
sbagliate le si perdono.» 2 Nelle loro memorie sia
Ludendorff sia Hindenburg considerano la propaganda la
chiave di volta della «demoralizzazione» delle proprie
truppe nel 1918. «Eravamo ipnotizzati … come un
coniglio da un serpente», scrisse Ludendorff. «Nei paesi
neutrali eravamo soggetti a una specie di blocco morale.» 3
Le analisi postbelliche tedesche si concentrarono in
particolare su Lord Northcliffe, il più anziano dei due
fratelli Harmsworth, che nel 1914 aveva creato il maggior
gruppo editoriale inglese. 4 Già detestato prima della
guerra dai liberali in Gran Bretagna, Northcliffe suscitò
anche l’odio dei tedeschi a causa della propaganda
esercitata sui soldati del Kaiser nelle ultime fasi del
conflitto. Come scrisse un amareggiato tedesco in una
lettera aperta indirizzatagli nel 1921:
La propaganda tedesca era, in sostanza, la propaganda degli studiosi, dei professori e dei
consiglieri. Come avrebbero potuto questi uomini onesti e sinceri competere con giornalisti
scaltri ed esperti nell’avvelenare le masse come lo sono i vostri? La propaganda tedesca, per
quanto esistesse, era rivolta alla ragione, all’intelligenza, alla coscienza … Come avrebbe
potuto un materiale semplice come i fatti competere con le storie roboanti, l’ipnotismo
dell’odio, il rozzo sensazionalismo che scodellavate? … I tedeschi rifiutarono categoricamente
di abbassarsi al vostro livello. 5

Questo giudizio fu ripreso da un pacifista appartenente


allo schieramento vincitore, Norman Angell, il quale definì
i giornali inglesi al tempo di guerra «uno strumento più
subdolo di quanto Bismarck avesse mai potuto sperare di
possedere». 6 Per Hitler, invece, la propaganda di guerra
orchestrata da Northcliffe era stata «l’opera ispirata di un
genio»: «Io stesso ho imparato moltissimo da questa
propaganda nemica», dichiara in Mein Kampf. 7 In
Propaganda und nationale Macht (Propaganda e potere

377
nazionale, uscito nel 1933) il propagandista nazista Eugen
Hadamovsky proclama recisamente: «Il popolo tedesco
non fu battuto sul campo di battaglia, ma sconfitto nella
guerra delle parole». 8 Numerose ricerche condotte
durante il Terzo Reich svilupparono questa tesi nei
particolari, cercando di dimostrare come la propaganda
fosse riuscita ad assicurarsi l’appoggio dell’Italia alle
potenze dell’Intesa. 9 Il contrario di questa tesi,
naturalmente, era che la propaganda tedesca si fosse
dimostrata un fallimento e che la stampa ebraica e
socialista avesse sistematicamente minato il morale dei
tedeschi: un precoce esempio di applicazione alla stampa
della mitologia della «pugnalata alla schiena» fu l’attacco
di Alfred Rosenberg pubblicato sul «Berliner Tageblatt». 10
Cosa niente affatto sorprendente, i responsabili della
propaganda alleata si dichiaravano d’accordo. «Se la gente
sapesse veramente», disse Lloyd George a Charles
Prestwich Scott del «Manchester Guardian» in un
momento di pessimismo nel dicembre del 1917, «la guerra
finirebbe domani. Ma ovviamente non sa, e non può
sapere. I corrispondenti non scrivono la verità e la censura
non la farebbe comunque passare.» 11 Anche il romanziere
John Buchan, che aveva svolto un ruolo importante nella
propaganda britannica, era d’accordo: «Per quanto
riguarda la Gran Bretagna», osservò nel 1917, «senza i
giornali non si sarebbe potuto combattere la guerra
nemmeno per un mese». 12 William Beaverbrook
sostenenva che i cinegiornali che aveva fatto produrre in
qualità di ministro dell’Informazione fossero stati «i fattori
fondamentali nel mantenere alto il morale delle gente
durante i cupi giorni di inizio estate del 1918». 13

378
Northcliffe giunse addirittura ad affermare che «la buona
propaganda aveva probabilmente risparmiato un anno di
guerra, e questo significava avere risparmiato migliaia di
milioni in denaro e almeno un milione di vite». 14 Il
mestiere di propagandista non era certo segno di nobiltà.
Per citare le parole di A.R. Buchanan: «Un cinico potrebbe
avere la tentazione di dire che, mentre alcuni patrioti erano
andati sul fronte di guerra ed erano morti per il loro paese,
altri erano rimasti a casa a mentire in suo favore». 15 Ma il
sacrificio della propria integrità compiuto dai dirigenti dei
media britannici durante la guerra continua a essere
largamente considerato degno di lode (o almeno
efficace). 16
Gli incarichi affidati ai proprietari di giornali durante la
guerra sembrano parlare da soli. Nel maggio del 1917
Lloyd George incaricò Northcliffe di una missione speciale
negli Stati Uniti e nel febbraio del 1918 lo stesso
Northcliffe accettò il ruolo di direttore della propaganda
nei paesi nemici. Nel 1916 suo fratello era stato nominato
direttore generale del Royal Army Clothing Department, il
dipartimento incaricato delle divise militari, e l’anno
successivo divenne ministro dell’Aviazione. Sir Max
Aitken, uomo d’affari canadese e deputato unionista al
parlamento, che aveva acquisito il controllo del «Daily
Mail» nel dicembre del 1916, prestò servizio come
cancelliere del ducato di Lancaster e, a partire dal febbraio
1918, come ministro dell’Informazione. Anche il
conferimento di titoli nobiliari dimostra la stessa cosa.
Northcliffe (già nominato Pari nel 1905) divenne visconte
nel 1917. Suo fratello Harold fu nominato barone nel 1914
e visconte di Rothermere nel 1919. Nel dicembre del 1916

379
Aitken divenne Lord Beaverbrook, dopo avere ricevuto il
titolo di cavaliere nel 1911 ed essere stato nominato
baronetto nel gennaio del 1916. Waldorf Astor,
proprietario dell’«Observer», divenne visconte nel 1917.
Sir George Riddell, proprietario del «News of the World»,
ottenne il titolo di Pari nel 1918, come anche Henry
Dalziel della United Newspapers e William Ewart Berry
del «Sunday Times» e del «Financial Times» nel 1921. Nel
1916 a Robert Donald, direttore del «Daily Chronicle», fu
offerto il titolo di baronetto, che però rifiutò. Furono
conferiti non meno di dodici cavalierati della stampa. 17
Era questo il modo in cui Lloyd George ringraziava i
«signori della stampa» per i loro leali servizi.
L’idea che la stampa godesse di poteri eccessivi senza
un’adeguata responsabilità non fu, naturalmente,
un’invenzione della prima guerra mondiale. Ma in tutti
paesi sembrò che la guerra aumentasse notevolmente il
potere dei media. Anzi, secondo Karl Kraus, la stampa era
la principale beneficiaria – e forse addirittura l’istigatrice –
della guerra. Si diceva che persino i famosi Quattordici
punti del presidente Wilson fossero stati redatti per
soddisfare una richiesta di Edgar Sisson, il commissario
americano del Comitato per l’informazione pubblica a
Pietrogrado. 18
Voci discordanti
Tuttavia, l’idea che vi fosse una profonda differenza tra
le tecniche di propaganda utilizzate dai due schieramenti
in conflitto, per quanto conveniente per coloro che
cercano di dare una spiegazione non militare dell’esito
della guerra, non regge a un esame più attento. Come ha
notato Georges Weill, ciascuna nazione belligerante era

380
convinta che il proprio governo avesse trascurato la
propaganda, mentre quella del nemico era stata
straordinariamente efficace. 19 La stampa non subì
restrizioni in nessun paese, e non fu imposto alcun criterio
di uniformità. In ogni caso, si dovettero improvvisare enti
addetti alla censura e alla gestione delle notizie, che,
comunque, non funzionarono in modo efficace.
Inizialmente, la maggior parte della propaganda fu
indirizzata agli Stati neutrali anziché all’opinione pubblica
interna. Quando si cercò di influenzare il «fronte interno»,
lo scopo principale fu negativo: la soppressione del
dissenso. Sul piano positivo, l’obiettivo principale fu
quello di aumentare la vendita di buoni del Tesoro o (in
Gran Bretagna e nel suo impero) il reclutamento. Per gran
parte della guerra la propaganda non fu quasi mai rivolta ai
combattenti; eppure, furono costoro, in definitiva, a
determinare l’esito del conflitto.
È opportuno sottolineare la profonda diversità di
opinioni della stampa europea all’inizio della guerra. Il 30
giugno 1914 la «Neue Freie Presse», il baluardo
dell’opinione liberale viennese, dichiarò che, nonostante
l’attentato di Sarajevo, «gli obiettivi fondamentali della
politica della monarchia» rimanevano «la pace con onore e
senza debolezza e la difesa dei nostri interessi»; e il 2 luglio
aggiunse che «guerre di vendetta sono in questi tempi
fuori discussione». 20 Due settimane più tardi continuava a
considerare la scena internazionale con equanimità:
«L’uomo che … potrebbe dare l’ordine di mettere a ferro
e fuoco il mondo per il bene della Grande Serbia non è
ancora nato»; e il 16 luglio ribadì «l’atteggiamento pacifico
della monarchia». Anche quando cominciò a adottare un

381
tono più bellicoso nei confronti della Serbia, insisté
nell’affermare che «conflitti locali non dovrebbero
trasformarsi in guerre mondiali» (18 luglio). 21 L’ungherese
«Pester Lloyd» mantenne un tono altrettanto conciliante
per tutto il mese di luglio. 22
In Germania il quotidiano liberale «Berliner Tageblatt»
fu uno dei pochi a considerare la «questione della Grande
Serbia … una delle più minacciose e più preoccupanti, una
questione che ci coinvolge tutti». Ma il 30 luglio ribadiva
ancora: «Il popolo tedesco è assolutamente pacifico»,
limitandosi alla richiesta di «rafforzare i confini» quando
ricevette la notizia ufficiale della mobilitazione russa. 23 Il
suo corrispettivo nella Germania occidentale, la
«Frankfurter Zeitung», non era in alcun modo più
desiderosa di entrare in guerra. 24 Sebbene la «Kölnische
Zeitung» manifestasse un «patriottismo» esagerato subito
dopo l’inizio della guerra, nemmeno la stampa cattolica
mostrava un atteggiamento bellicoso: il 30 luglio la testata
«Germania» insisteva che il popolo tedesco desiderava «la
pace sopra ogni cosa». 25 Il quotidiano conservatore (e
tradizionalmente ispirato dal governo) «Norddeutsche
Allgemeine Zeitung» sostenne con particolare decisione la
localizzazione del conflitto tra Austria e Serbia, 26
arrivando persino a negare il pessimistico avvertimento
espresso il 1º agosto dal «Berliner Tageblatt»
sull’inevitabilità della guerra. 27 Senza dubbio, tale
diversità di opinioni può essere attribuita alle complesse
manovre del governo tedesco, che cercava di mascherare i
suoi atti di guerra dietro editoriali pacifisti. Ma questo
sembra anacronistico: molto più probabile è la semplice
mancanza di un chiaro indirizzo da parte di un governo

382
completamente assorbito da questioni diplomatiche e
militari. 28
In Gran Bretagna, con un’unica eccezione, inizialmente
la stampa osservò l’approssimarsi della guerra con
disinteresse e disgusto. Nel luglio del 1914 il «Manchester
Guardian» sosteneva con fiduciosa convinzione che non
c’era «pericolo che la Gran Bretagna fosse trascinata nel
conflitto tra Austria e Serbia in forza di trattati
d’alleanza». 29 Il 1º agosto il suo direttore, Charles
Prestwich Scott, affermò che l’intervento avrebbe «violato
dozzine di promesse fatte al nostro stesso popolo;
promesse di cercare la pace, di proteggere i poveri, di
alimentare le risorse del nostro paese e di promuovere un
progresso pacifico». 30 Quando scoppiò la guerra, il
giornale protestò rabbiosamente che, «a causa di qualche
clausola segreta», la Gran Bretagna era stata
proditoriamente impegnata «nella rovinosa follia di
prendere parte al violento gioco di una guerra tra due
leghe militariste». E sebbene alla fine concludesse che «il
nostro fronte è unito», il «Manchester Guardian» lanciava
questo solenne avvertimento: «Sarà una guerra in cui
rischieremo tutto ciò di cui andiamo orgogliosi e nella
quale non avremo nulla da guadagnare … Un giorno ce ne
pentiremo». 31
Il «Daily News» era ancora più sprezzante del «sacrificio
del modo di vivere britannico … a favore della causa
dell’egemonia russa sul mondo slavo». Il 1º agosto
pubblicò un articolo di Alfred G. Gardiner intitolato
semplicemente «Perché non dobbiamo combattere». «In
quale parte del mondo i nostri interessi si scontrano con
quelli della Germania?», domandava Gardiner. E

383
rispondeva: «In nessun luogo». «Se scaraventiamo nella
polvere la Germania e facciamo della Russia la dittatrice
dell’Europa e dell’Asia, sarà il più grande disastro mai
capitato alla cultura e alla civiltà occidentali.» 32 Il 3 agosto
il giornale affermava che non esisteva «un partito a favore
della guerra in questo paese», perché «gli orrori della
guerra hanno già fatto presa sull’immaginario popolare». 33
Anche se alla fine il «Daily News» concedeva che la Gran
Bretagna doveva vincere la guerra in cui si era impegnata,
il 4 agosto deplorava «il terribile conflitto» e «l’errato
corso della politica estera» di Grey. 34 Sir George Riddell,
p