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Review in Mediaeval Sophia 13 (Gennaio-Giugno 2013).

Paul KNITTER, Senza Buddha non potrei essere cristiano, introduzione di Luciano
Mazzocchi, traduzione di Paolo Zanna, Roma, Fazi Editore, 2011, 320 pp., (Campo dei Fiori, 002),
ISBN 978-88-6411-239-8.

Paul Knitter – sacerdote dal 1966 al 1975, data in cui decide di rinunciare ai voti – è un
uomo dedito alla continua ricerca teologica del senso ultimo dell’esistenza e del modo in cui poter
portare nel mondo pace e giustizia. Knitter non è soltanto un cattolico che ha scelto di dedicarsi al
volontariato internazionale, a sostegno dei gruppi etnici «mortificati dall’invadente colonialismo
americano» (p. XI) e, nello specifico, del popolo salvadoregno; è anche un teologo cattolico che,
consapevole della propria missione di mediatore tra “religione e cultura” (p. XXXV), decide di
scrivere questo libro per rispondere ad una domanda cruciale connessa ad elementi fondamentali del
Credo, dalla natura di Dio, al ruolo di Gesù, al significato della salvezza. La domanda che si pone
l’autore e che è alla base di quest’opera di straordinario interesse e di lucida profondità è: «credo
davvero a quello che dico di credere?» (p. XXXIV).

In un’epoca di grossi cambiamenti, in cui molti teologi si stanno interrogando sulla capacità
della Chiesa di riformarsi, rispondendo alle esigenze imposte dalla postmodernità – si vedano a tal
proposito i numerosi interventi di Hans Küng in relazione all’evento epocale e inaspettato delle
dimissioni di Papa Benedetto XVI – questo libro appare più che mai attuale, proponendosi di offrire
una disanima attenta delle varie teorie trasmesse come verità cattolica, ma che oggi sono di difficile
accettazione per il credente. «La dottrina ufficiale non riflette il credere comune» (p.110) dice
Knitter e anche il linguaggio religioso – ricco di un eccesso di significato – andrebbe rivisto perché
le verità che ci racconta questo linguaggio sono antiche, e lo è anche il modo di trasmetterle, mentre
intanto il mondo è andato avanti e non riesce a comprendere più quel modo di comunicare.

Le domande che si e ci pone l’autore sono delicate e derivano dalle letture, dagli incontri e
dalle discussioni ma anche dalle lotte politiche che Knitter ha vissuto intensamente annotando
spunti, riflessioni, ma anche possibili soluzioni. Rispondere a certi interrogativi non è impresa
facile, ma l’autore sceglie una strada – l’unica a suo avviso possibile – che è quella del dialogo
interreligioso o meglio intrareligioso: «il dialogare che coinvolge il proprio intimo e trasforma il
proprio modo di stare davanti alle domande sul senso ultimo dell’esistenza» (p. X). Tra tutte le
religioni che incontra lungo il suo cammino, quella con cui riesce a stabilire il rapporto più proficuo
è il buddhismo. Questo è dunque il libro della vita, della sua vita; l’autore ammette che lo ha scritto
prevalentemente per se stesso, per capire se possa dirsi ancora un cristiano buddhista o se, piuttosto,
alla fine di questo percorso, sia diventato un buddhista con qualche traccia di cristianesimo. Per
rispondere a questa domanda è necessario sciogliere alcuni nodi di non facile interpretazione: il
primo problema del cristiano contemporaneo è – secondo Knitter – il dualismo che ha talmente
esagerato la differenza tra Dio e il mondo, da arrivare ad un pericoloso allontanamento tra i due,
tanto che oggi essi non sembrano più formare un’unità. Come impostare, dunque, il rapporto non
facile con Dio? Innanzitutto sarebbe forse il caso di cambiare l’immagine che di Dio hanno avuto
fino ad oggi i cristiani, imparando a considerarlo un Dio non onnipotente che «guarda dall’alto
verso il basso» (p.61) bensì un Dio che abbraccia «come una presenza personale» (p.61). Visto così,
forse, l’eterno problema del male – legato strettamente alla questione del libero arbitrio e della
volontà dell’uomo e dell’intervento divino – assume un’ottica completamente diversa.

In relazione al problema del male Knitter si interroga sul modo in cui lo affrontano i
buddhisti. Il concetto di anicca (impermanenza) diventa cruciale per rispondere a questo
interrogativo: per i buddhisti, infatti, ogni cosa esistente, e quindi anche Dio, si trova in costante
movimento; nulla rimane quello che è. A differenza dei cristiani, per i buddhisti la qualità basilare
del mondo non è l’essere (com’è invece per la maggior parte dei filosofi e dei teologi occidentali)
bensì il divenire. Per i cristiani Dio è perfetto perché non muta, mentre per i buddhisti, al contrario,
Dio è perfetto proprio perché muta e tutto muta perché è interconnesso e nulla ha una propria
esistenza autonoma. Questo divenire con fa sì che l’egoismo (tanha), che sottende alla brama,
generi sofferenza (dukkha).

Un secondo principio buddhista di fondamentale importanza è quello dell’Interessere. Per i


buddhisti il Nirvana è l’interconnessione (Interessere) tra le cose; dunque il Nirvana non può che
trovarsi nel quotidiano. Secondo questo principio possiamo affermare che anche Dio è Interessere?
Secondo Knitter sì. Dio è amore (1 Gv 4,8), pertanto il suo essere amore lo mette in connessione
con gli altri e tale connessione produce altre connessioni e altro amore. Ora, poiché la stessa Trinità
assume il significato di relazionalità, la simbologia che i Buddhisti utilizzano per sunyata (Nirvana)
non può che valere anche per il Dio cristiano.

Il tema dell’egoismo (tanha) ritorna in modo molto forte, nell’analisi di Knitter, proprio nel
punto in cui l’autore afferma che Dio non può essere totalmente soddisfatto di amare Dio stesso
all’interno dei rapporti Padre, Figlio e Spirito (p.30) così come vogliono alcuni cristiani. Nessuno
può essere appagato dall’amare solo se stesso, figurarsi Dio! L’idea di un Dio come Spirito
dell’Interessere, rende meno duro il mistero di Dio come Altro trascendente e aiuta, dunque, a
ridurre quella distanza tra Dio e il mondo di cui parlavamo all’inizio e che tanto tormenta l’autore.

Strettamente connesso al tema dell’Interessere è poi, naturalmente, quello del libero arbitrio:
Dio permette la libertà umana anche quando essa provoca orrori – quante volte siamo stati
tormentati da questo cruccio dinanzi allo sterminio degli ebrei o alle catastrofi naturali? – pur
potendoli evitare per il solo fatto di essere onnipotente. Ma il fatto stesso che Dio non intervenga è
parte del mistero (ricordo, a tal proposito, che nella versione greca del Siracide (15,14) sta scritto
che Dio «ha creato l’uomo e l’ha lasciato in balia del suo proprio volere»). Ciò per Knitter è, però,
contraddittorio: egli ritiene assolutamente inaccettabile che i leader religiosi interpretino catastrofi
come lo tsunami del 2004, mera volontà di Dio. Non basta, l’autore si spinge addirittura oltre e
dichiara di rifiutarsi di credere in un Dio simile. Come risolvere questo impasse? Innanzitutto
bisogna cogliere la differenza tra Dio in quanto Persona e il Divino in quanto personale (p.42). Ma i
buddhisti cosa ne pensano?

Va precisato che, a differenza dei cristiani che vogliono essere salvati, i buddhisti vogliono
solo essere illuminati. L’Illuminazione spinge naturalmente a preoccuparsi degli altri e ad amarli. I
buddhisti non hanno, quindi, una relazione io-tu con un Dio ma con tutti gli esseri senzienti. Per i
Buddhisti una persona non può definirsi cattiva perché, essendo tutto in continuo divenire, nessuno
può essere buono o cattivo per natura. Il male nel mondo, dunque, non è determinato dalle persone
cattive ma dall’ignoranza. Le catastrofi naturali semplicemente sono cose che accadono. Non c’è
una volontà divina a determinarli. Se dunque si smette di considerare Dio un Essere onnipotente e
lo si percepisce più semplicemente come «Spirito dell’Interessere» che interagisce col mondo, non
possiamo più addossargli la responsabilità del male. Inoltre i buddhisti non individuano altri
responsabili del male come fanno, invece, i cristiani col diavolo. Ma – come abbiamo già detto – la
responsabilità del male è per i buddhisti l’ignoranza che può essere annientata solo
dall’Illuminazione. Le catastrofi naturali, le malattie, persino le alterazioni genetiche, per i
buddhisti non sono provocate da qualcosa, bensì da tathata ovvero la talità, l’essere tale delle cose.
Dunque l’unica soluzione dinanzi a questi eventi è, in primo luogo, l’accettazione e
successivamente la capacità di reagirvi con saggezza. Solo così l’uomo può forse riuscire a cogliere
dal male che gli è accaduto il bene che ne può derivare.

La contraddizione insanabile tra un «Dio che è amore» e un «Dio che punisce in eterno»
(p.101) è forse il punto più importante del libro e si presenta anche quando Knitter si interroga sul
post mortem: anche dinanzi a tale mistero non riesce a condividere alcuni discorsi cristiani sulla
morte. Le frasi della liturgia ai funerali urtano, infatti, l’autore perché secondo lui, se possiamo
credere nella vita eterna, non possiamo essere altresì certi del modo in cui quella vita sarà vissuta.
Dopo aver precisato di non credere affatto nell’inferno – potremmo forse considerarlo anch’esso un
simbolo si chiede l’autore? – Knitter approda nuovamente al buddhismo: i buddhisti non hanno una
visione della vita dopo la morte, perché questa ricerca di risposta non è importante per ciò che loro
cercano di conseguire. Il loro interesse è l’hic et nunc, «vogliono vivere la propria vita con totale
presenza» (p.104). Non esiste differenza tra ora e poi se si riesce a vivere bene il presente. Certo,
volendo azzardare un paragone, così come per i cristiani esiste l’Inferno, per i buddhisti c’è il
karma negativo, l’eventualità, ad esempio, di rinascere lumaca e restarlo a lungo. Forse però anche
il karma negativo è, alla stregua dell’Inferno, un simbolo che serve a incentivare le buone azioni in
questa vita.

Sono infine queste buone azioni che dovrebbero portare pace e giustizia nel mondo. Ed è
questo l’ultimo punto, forse il nodo cruciale attorno al quale si innesta la straordinaria riflessione di
Knitter: considerata la natura umana, la pace e la giustizia sono davvero possibili? Knitter cerca di
dare una risposta a questo interrogativo ripercorrendo gli anni in cui fu attivista di Crispaz in El
Salvador. Per sconfiggere l'ingiustizia imperante nel mondo non basta affatto “cambiare i cuori”
(p.235), è necessario modificare, contestualmente, le strutture economiche, politiche e legislative
che legittimano quelle ingiustizie. Senza giustizia la pace è impossibile da conseguire. L'ingiustizia
genera infatti violenza a catena. Quando le suore in El Salvador o in Chiapas si armavano per
difendere il popolo dai soprusi, o i sacerdoti partecipavano alle riunioni dei ribelli indios, sentivano
di essere dalla parte del giusto, sentivano che quello era il modo migliore di vivere il sacerdozio. E'
difficile per l'autore accettare che la pace passi dalla violenza, eppure Knitter deve ammettere che
non solo i mezzi impiegati da Crispaz erano inadeguati, ma che gli stessi accordi di pace – tutt'oggi
in vigore in El Salvador – non sono riusciti ad essere risolutivi, dato che non hanno portato né pace
né giustizia.

Allora come si può risolvere il problema della pace? Il movimento dei Buddhisti Impegnati,
che corrisponde più o meno a quello cristiano della Teologia della liberazione, potrebbe fornire un
buon punto di partenza. I buddhisti non credono in nessun tipo di escatologia e per loro non esiste
un punto terminale della storia. Non hanno nemmeno una nozione di giustizia, il loro unico scopo
sono la saggezza e la compassione. Solo così rispondono alle ingiustizie del mondo. Se siamo saggi
e riusciamo ad avere compassione, le cose si sistemeranno da sole. Così ritorniamo al monito
buddhista del vivere nell'hic et nunc: niente passato, niente futuro, solo il presente. Chi commette
ingiustizie sconterà sì il karma negativo, ma ricordare il male o prevenirlo non serve a nulla.
Questa idea – forse rivoluzionaria e funzionale al chiarimento di tante delle difficili e
tormentate domande che si pone l’autore nel corso della sua vita spirituale – non è però facilmente
accettabile per la cultura occidentale né tantomeno per quella cristiana. Lo è invece il monito
secondo il quale per poter costruire la pace, devi prima riuscire ad «essere pace» (p.245), perché
questo precetto accomuna tanto Buddha quanto Gesù Cristo. I buddhisti però riescono ad andare
oltre e ciò li porta a non schierarsi mai, perchè prendere posizione a favore dell’uno o dell’altro,
interromperebbe l'Interconnessione. Nel caso di El Salvador, ad esempio, non si schierano né con
gli indigeni sfruttati né con gli squadroni della morte. Anzi chiedono di entrare in contatto con
entrambi e spiegare agli uni le ragioni e le sofferenze degli altri, mossi sempre dalla compassione
nei confronti di entrambi. Bisogna stare in interconnessione e compassione sia con le vittime che
con i carnefici, con i ricchi e con i poveri, con i violenti e gli sfruttati, e bisogna starci allo stesso
modo e nello stesso tempo. Knitter però non ci sta. E questo è un punto sul quale il dialogo col
Buddhismo sembra subire uno stallo: se, infatti, per i buddhisti la storia non sta andando da nessuna
parte, l’autore vuole poter credere che vi sarà un mutamento. E affinchè tale mutamento sia
possibile non basta la trasformazione individuale ma sono necessarie delle trasformazioni politiche,
sociali e legislative. È pertanto necessario «abbinare l’analisi sociale con quella personale» (p.266).

I temi estremamente delicati, le riflessioni complesse e articolate, il cruccio e il tormento


personali trovano, quindi, nel dialogo col buddhismo delle risposte, ma non delle soluzioni
definitive. Vi sono differenze e somiglianze naturalmente. Ma appare significativo che l’autore –
accusato da Joseph Ratzinger di essersi fatto imprigionare nelle maglie dell’eredità marxista –
decida di concludere quest’opera con una riflessione che mette insieme non solo Cristo e Buddha,
ma anche – sulla scia dei loro insegnamenti – Martin Luther King e Ghandi: l’arma migliore per
cambiare i nostri nemici è amarli.
Il confronto tra religioni e mondi diversi, dunque, non soltanto permette di rispondere a
interrogativi di difficile soluzione, ma riesce persino a divenire l’essenza stessa dell’essere credente:
«il solo modo in cui riesco ad essere religioso è essendo interreligioso» (p.287). Questa
affermazione, secondo Knitter, non deve restare una considerazione meramente privata, ma
andrebbe estesa a tutta la comunità cristiana perché questo è il modo, forse l’unico, per aiutare a
rinnovare non solo le Chiese ma il mondo stesso.

ALESSANDRA MANGANO