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Crimine e Immigrazione in Italia

25 giugno 2018 - di Luigi M. Solivetti

Società
1. Introduzione

Da alcuni decenni, e più in particolare dagli anni 1980, studi condotti in quasi tutti i Paesi dell’Europa Occidentale
hanno rilevato tassi di criminalità per gli immigrati stranieri significativamente più alti di quelli registrati per la
popolazione nativa. Si tratta di risultati almeno in parte sorprendenti, perché studi precedenti condotti negli anni
1950 e 1960 nei Paesi europei di forte immigrazione – Germania, Svizzera, Francia, Belgio e Regno Unito –
avevano invece rilevato per gli immigrati stranieri tassi di criminalità sostanzialmente non superiori a quelli dei
nativi. Inoltre studi recenti e meno recenti condotti in Paesi non europei caratterizzati da forte immigrazione
(Canada, Stati Uniti e Australia) non hanno prodotto dati che possano sostenere la tesi di una particolare
propensione alla criminalità da parte degli immigrati stranieri.

Certamente, però, la attuale situazione immigratoria in Europa è peculiare. Negli anni 1990 in media, circa 1,65
milioni di immigrati l’anno hanno raggiunto l’Europa Occidentale. Dal 2001, il flusso di arrivi per anno ha
raggiunto e superato i due milioni. Nello stesso periodo gli Stati Uniti – ossia il Paese dell’immigrazione
nell’immaginario collettivo – ha ricevuto un flusso immigratorio inferiore: circa un milione per anno. Questo
flusso minore e più costante verso gli Stati Uniti è stato anche il risultato di più stretti controlli in quella nazione,
che hanno incrementato indirettamente la pressione migratoria verso l’Europa. Pochi tra gli stessi europei sono
consapevoli del fatto che è l’Europa oggi la vera terra dell’immigrazione internazionale e che notevoli differenze
esistono tra l’Europa e gli Stati Uniti in termini di flussi immigratori. In effetti, l’incremento del flusso
immigratorio è stato più forte in Europa che negli altri Paesi interessati dall’immigrazione internazionale. Inoltre,
solo una frazione degli immigrati in Europa proviene dall’Europa stessa, dall’America del Nord, dal Giappone,
dall’Australia etc., mentre la loro maggior parte – costituita di regola di lavoratori poco qualificati – proviene da
Paesi sottosviluppati e culturalmente lontani: cosa considerata per lo più sfavorevole alla loro assimilazione e
integrazione. Per di più, una parte non trascurabile dell’attuale immigrazione verso l’Europa è composta da
individui su cui non è stato esercitato un effettivo controllo migratorio da parte del Paese ospitante: individui che,
sono o sono stati clandestini, irregolari, richiedenti asilo privi dei requisiti per ottenere lo status di rifugiati etc., e
che mediamente presentano maggiori problemi di integrazione rispetto a coloro che possiedono un ineccepibile
profilo immigratorio. Queste caratteristiche rendono l’immigrazione attuale verso l’Europa diversa anche da
quella verso l’Europa Occidentale negli anni 1950 e1960, quando gli immigrati provenivano per lo più dalla stessa
Europa, e erano in prevalenza soggetti a controllo migratorio da parte dei Paesi ospitanti. All’interno dell’Europa
Occidentale, l’Italia rappresenta un caso critico per più di un aspetto. Paese di emigrazione – e non di
immigrazione – fino al 1973, l’Italia aveva, ancora nel 1981, una popolazione immigrata pari a solo il 0,4%. Dagli
inizi degli anni 1990 ha avuto però luogo una tumultuosa crescita dei flussi immigratori e, tra il 1995 e il 2005, la
popolazione immigrata straniera è passata dall’1,8% al 4,7%, per poi continuare a crescere fino all’8,3% nei dieci
anni successivi. Al 2017, l’Italia costituiva il quarto Paese d’Europa, dopo Germania, Regno Unito e Francia, per
numerosità della popolazione immigrata dall’estero (6,05 milioni, pari al 10,2% della popolazione residente),
cifra che comprende, oltre ai cittadini stranieri, anche gli italiani nati all’estero ritornati in Italia e gli immigrati
divenuti cittadini italiani; alla stessa data, l’Italia era, significativamente, il terzo Paese d’Europa dopo Germania e
Regno Unito per popolazione straniera (5,07 milioni, pari al 8,4% della popolazione residente), cifra che
comprende solo cittadini stranieri e apolidi. Questo rapido e largamente incontrollato incremento del flusso
immigratorio – e in particolare della presenza di stranieri – avveniva nonostante l’alto tasso medio di
disoccupazione (circa 10% della forza lavoro 1995-2015), l’elevato livello d’ineguaglianza economica (indice
Gini = 34,7 contro, ad es. il 31,4 della Germania), la rigidità del mercato del lavoro (OECD Employment
Protection Index = 2,8 contro, ad es., l’1,6 del Regno Unito) e il basso livello della libertà economica del Paese
(Index of Economic Freedom: 62,5 contro, ad es., il 78,0 del Regno Unito): tutti aspetti sfavorevoli
all’integrazione e al benessere economico degli immigrati.

Non sorprendentemente, in Italia, come del resto in gran parte degli altri Paesi d’Europa, il tema dell’integrazione
degli immigrati e del loro contributo alla criminalità ha suscitato un acceso dibattito. Questo tema è stato al centro
della discussione politica e ha evidentemente pesato sui risultati elettorali dei vari partiti politici tradizionali,
anche per via della crescita di nuovi partiti caratterizzati da programmi che prevedono espressamente il controllo
dell’immigrazione straniera e la repressione della criminalità ad essa associata. Il dibattito intorno a questi
problemi è stato palesemente caratterizzato da una miscela di emozioni e posizioni ideologiche pregiudiziali, a
tutto danno della possibilità di una più oggettiva analisi dei fatti e dei rimedi effettivamente attuabili.
Anche tra gli scienziati sociali il dibattito sul tema del legame tra immigrazione e criminalità è stato intenso, e
spesso non privo di connotazioni ideologiche. In realtà, le principali teorie criminologiche suggeriscono alti tassi
di criminalità nella popolazione straniera immigrata. Così avviene in effetti con gli studi che si inspirano alla
cosiddetta anomia e alla deprivazione relativa, che suggeriscono che una società caratterizzata da un’alta
pressione culturale verso il successo materiale e contemporaneamente da limitate e ineguali opportunità di
raggiungere lecitamente tale obiettivo comporti un’alta propensione al crimine e ad altre forme di devianza:
cosicché gli immigrati, che mediamente possiedono modesta istruzione, bassi salari e alto livello di
disoccupazione, dispongono di minori opportunità di conseguire il successo con mezzi leciti e costituirebbero
conseguentemente un gruppo più propenso alla delinquenza. Nella stessa direzione si muovono gli studi che fanno
capo alla cosiddetta teoria economica del crimine, i cui autori, ispirandosi al pensiero di Cesare Beccaria,
ritengono che gli individui scelgono liberamente e razionalmente il crimine quando il suo beneficio (il ricavo) è
superiore al suo costo (la sanzione). Poiché il beneficio del crimine è calcolato rispetto a quello delle alternative
lecite, ci si attende che gli immigrati – carenti di opportunità lecite – abbiano una più alta propensione alla
criminalità. Non molto distanti sono gli studi ispirati alla concezione marxista ortodossa del rapporto tra società e
crimine. Questi studi suggeriscono che la società capitalistica diffonda valori di egoismo individualistico e che le
sue forti diseguaglianze socio-economiche generino risentimento nei sottoprivilegiati. Tutto ciò induce questi
ultimi a ricorrere al crimine per conseguire i beni materiali e le soddisfazioni loro negate dal sistema, e genera
altresì azioni antisociali, anche prive di utilità economica, dettate da risentimento. Gli immigrati stranieri, proprio
perché in larga parte marginali al sistema capitalistico e chiaramente sottoprivilegiati, costituirebbero un gruppo
fortemente esposto al rischio di criminalità.

Conclusioni non molto differenti, ma raggiunte da punti di partenza quasi opposti, caratterizzano la
cosiddetta teoria del controllo sociale. Gli studi che si rifanno a questa corrente, ritengono che le condizioni di
deprivazione assoluta e relativa non siano determinanti per la propensione al crimine, mentre lo sarebbero il
controllo sociale esercitato sull’individuo e la minaccia della perdita di relazioni interpersonali e di opportunità
sociali e lavorative come conseguenza di aver commesso dei reati. Poiché molti immigrati stranieri, specialmente
se di recente immigrazione, hanno scarsi rapporti interpersonali nella società ospitante e dispongono di scarse
opportunità sociali e lavorative, anche il controllo sociale su di loro è limitato e la propensione alla criminalità è di
conseguenza maggiore.

La principale corrente di pensiero che invece rigetta l’ipotesi di una relazione causale tra immigrazione straniera e
crimine è costituita dalla cosiddetta teoria della costruzione sociale della criminalità. In questa corrente di
pensiero confluiscono teorizzatori dell’etichettamento del deviante, studiosi radicali neo-marxisti, fautori delle
proposizioni antiscientifiche del postmodernismo, e simili. Il comune denominatore di questa corrente consiste nel
ritenere che tanto la definizione di ciò che costituisce crimine, quanto la individuazione di chi
commette criminisiano espressione del potere. Più in particolare, questa corrente ritiene che coloro che sono
comunemente definiti criminali non siano caratterizzati da specifici retroterra criminogeni né da una personale
propensione al crimine, ma siano più semplicemente individui che il sistema dominante (tramite le agenzie del
controllo sociale, cioè le forze dell’ordine e l’autorità giudiziaria) arbitrariamente seleziona e identifica come tali,
sulla base della loro appartenenza a gruppi sociali deboli e marginali, come appunto gli immigrati stranieri. Tale
corrente di pensiero rigetta conseguentemente l’ipotesi di utilizzare i dati ufficiali sul crimine come indicatori del
fenomeno criminale reale, in quanto considera questi dati come sottoprodotti dell’azione arbitraria delle agenzie di
controllo sociale gestite dal sistema dominante. Torneremo nelle conclusioni su questo argomento.

2. Dati

I dati su cui si basa questa indagine provengono dall’Istat (l’Istituto Nazionale Italiano di Statistica)[1] e derivano
da due fonti originarie. La prima fonte è costituita dagli archivi delle procure della repubblica. I dati derivati da
questi archivi sono stati resi pubblici dall’Istat a cominciare dal 1988: essi permettono quindi una analisi della loro
evoluzione nel tempo sin da un periodo che corrisponde ad una prima consistente presenza di immigrati stranieri
in Italia. Questi dati si riferiscono sia ai delitti denunciati sia agli individui denunciati, nonché ai condannati in via
definitiva. Denunciati e condannati sono suddivisi per origine, con la distinzione fra nati in Italia e provenienti
dall’estero. I dati non distinguono invece tra cittadini italiani e stranieri. Ciò comporta che tra gli immigrati
denunciati e condannati siano ricompresi, senza distinzione, insieme ai cittadini stranieri, anche i cittadini italiani
nati all’estero, il cui numero è peraltro piccolo quando paragonato a quello degli stranieri, nonché gli immigrati
stranieri successivamente naturalizzati italiani, il cui numero è decisamente cresciuto dopo il 2012. D’altra parte, i
dati delle procure non permettono di distinguere i nati in Italia per origine, cosicché le analisi seguenti devono
necessariamente ignorare la quota di immigrati di seconda generazione tra i denunciati e i condannati. Si tratta di
una carenza preoccupante dei dati italiani, anche perché le seconde generazioni avranno un peso crescente nel
futuro del Paese. Ci si augura che le necessarie informazioni siano rese presto disponibili, in modo da potere
affrontare e studiare questo tema in modo non diverso da come si fa in altri Paesi europei.

Una seconda fonte di informazioni su immigrati e criminalità è costituita dai dati provenienti dalle forze
dell’ordine e raccolti dal Ministero dell’Interno. I dati non permettono una ricostruzione dell’andamento nel
tempo del legame immigrazione-crimine simile a quella possibile con i dati delle procure. I dati delle forze
dell’ordine, tuttavia, presentano il vantaggio di distinguere i denunciati secondo la loro cittadinanza, e permettono
quindi – almeno per il periodo più recente – di approfondire la situazione riguardante specificamente gli
immigrati stranieri. I dati dei denunciati provenienti dalle forze dell’ordine, peraltro, non coincidono
numericamente con quelli delle procure. Il sistema della giustizia italiano prevede l’obbligatorietà della azione
penale per l’autorità giudiziaria: tuttavia, questa ultima decide di proseguire l’azione penale soltanto nei confronti
di una parte dei denunciati, e archivia il resto dei casi. Per questo motivo, i numeri provenienti dalle procure sono
inferiori a quelli provenienti dalle forze dell’ordine: i denunciati per i quali l’autorità giudiziaria decide di
proseguire l’azione penale rappresentano circa il 60% del numero complessivo dei denunciati da parte delle forze
dell’ordine, e sono più propriamente definiti imputati, piuttosto che semplicemente denunciati.

Nei grafici delle pagine seguenti presenteremo le serie storiche basate sui delitti e sugli imputati adulti nati
all’estero riportati dalle procure; in seguito, nella Tabella 1, prenderemo in considerazione, per un raffronto,
anche i denunciati adulti stranieri (quindi, solo cittadini stranieri e apolidi) riportati dalle forze dell’ordine e i
condannati con sentenza definitiva nati all’estero. Nei grafici, mostreremo anche le cifre riguardanti la
popolazione di immigrati dall’estero in Italia, popolazione che comprende, come si è detto, oltre agli stranieri,
anche gli immigrati con cittadinanza italiana. Si tratta, anche in questo caso, di dati provenienti dall’Istat. Tutte le
curve dei grafici sono state trattate con tecnica di livellamento per ridurre il rumore di fondo, ossia le variazioni
sul breve periodo.

3. Andamento della criminalità in Italia e coinvolgimento della popolazione immigrata

Per ottenere una rappresentazione soddisfacente della criminalità in Italia e del coinvolgimento in essa della
popolazione immigrata, non è necessario esaminare tutti i singoli delitti, cosa che potrebbe essere anche
fuorviante. I casi, peraltro non numerosi, di “Ingresso abusivo nel fondo altrui” costituiscono un buon esempio di
quanto appena detto. I delitti sempre considerati in ogni rapporto sulla criminalità, e conseguentemente quelli su
cui si effettuano di regola le comparazioni internazionali, sono gli omicidi volontari, le violenze sessuali e le
rapine. Questi delitti rientrano nella categoria dei delitti di violenza, anche se nel caso della rapina vi è un ulteriore
aspetto che ricade nel concetto di delitto contro il patrimonio. Vi sono tuttavia altri delitti particolarmente degni di
considerazione o per la loro gravità o per la loro grande diffusione. Questo ultimo aspetto è rilevante, perché
delitti molto diffusi comportano un impatto altrettanto diffuso e quindi tendono – con qualche parziale eccezione –
a recare danno a una parte considerevole della popolazione. Nelle pagine seguenti, esamineremo quindi anche altri
delitti: delitti di violenza, come le lesioni personali volontarie, molto più diffuse degli omicidi, e la violenza,
resistenza etc. a pubblico ufficiale, di particolare rilevanza per quanto concerne l’ordine pubblico. Ci occuperemo
anche di estorsione e di associazione a delinquere, delitti comunemente ritenuti di significativa gravità. Nel caso
dell’associazione a delinquere si tratta di un fatto criminale collegato ad altri delitti, spesso gravi, ma che il codice
punisce indipendentemente dal fatto che quei delitti siano stati o no effettivamente commessi, perché ritenuto di
per sé in grado di attentare all’ordine pubblico e di generare allarme sociale. Ci occuperemo inoltre di
sfruttamento della prostituzione, un delitto comunemente percepito come particolarmente odioso, anche per via
degli altri delitti che frequentemente lo accompagnano, quali minacce, estorsioni ed anche lesioni nei confronti
delle vittime. Prenderemo in considerazione anche il cosiddetto traffico di droga, un delitto che le leggi penali
attuali in Italia considerano della massima gravità (le pene detentive previste sono tra le più severe, arrivando fino
a 22 anni di reclusione). A questa lista è opportuno aggiungere il furto, che costituisce il delitto di gran lunga più
diffuso e che quindi coinvolge il più grande numero di vittime. Ci occuperemo infine del totale dei delitti, un dato
riassuntivo comunemente usato per calcolare il tasso complessivo di criminalità in una nazione. Non prenderemo
invece in considerazione i delitti strettamente connessi con il fatto stesso dell’immigrazione, come il “procurare
l’ingresso illegale dello straniero”, che può essere compiuto sia da stranieri sia da nativi, o la violazione del
“divieto di reingresso dello straniero espulso”, che evidentemente può essere commesso solo dagli stranieri. Si
tratta in effetti di delitti che hanno saltuariamente colpito l’attenzione dei cittadini, ma che non possono essere
ritenuti effettivamente rilevanti né per gravità né per diffusione.

Cominceremo ora con il delitto da sempre percepito come fatto di massima gravità criminale, l’omicidio
volontario. La Figura 1 mostra un andamento chiaramente discendente dei casi di omicidio volontario, compiuto e
tentato, in Italia, a partire dagli anni 2002-2003. Tale andamento discendente non è una caratteristica dell’Italia: in
effetti, gli omicidi volontari mostrano una tendenza alla diminuzione in quasi tutti i Paesi europei nel corso degli
ultimi decenni. La percentuale di immigrati tra i denunciati per omicidio in Italia per i quali si è ritenuto di dovere
proseguire l’azione penale è invece cresciuta interrottamente fino all’inizio degli anni 2010 ed è chiaramente
molto più alta della percentuale di immigrati nati all’estero tra la popolazione residente in Italia.
Figura 1. Evoluzione dei casi di omicidio volontario, incluso tentato, in Italia; percentuale di immigrati dall’estero sul totale degli
imputati per questo reato e sul totale della popolazione residente in Italia (anni 1988-2015)

All’aumento percentuale degli immigrati imputati per omicidio volontario corrisponde anche un loro aumento in
numero assoluto. Dal 2006 al 2015, ad esempio, gli immigrati denunciati per omicidio in Italia passano da 415 a
530, mentre i denunciati nativi diminuiscono da 1382 a 1160. L’aumento della percentuale di immigrati sul totale
dei denunciati per questo reato dipende pertanto non solo dall’aumento del valore assoluto dei denunciati
immigrati ma anche dal calo negli ultimi anni degli imputati nativi.
Figura 2. Evoluzione dei casi di lesioni volontarie in Italia; percentuale di immigrati dall’estero sul totale degli imputati per questo
reato e sul totale della popolazione residente in Italia (anni 1988-2015)
La Figura 2 mostra la situazione delle lesioni volontarie in Italia. Il loro numero, a differenza di quello degli
omicidi volontari, è fortemente aumentato negli ultimi decenni, passando da circa 30 a circa 110 l’anno per
100.000 abitanti. Al tempo stesso è anche notevolmente aumentata la percentuale di immigrati sul totale degli
imputati per questo reato, tanto che la curva nel tempo di tale percentuale e la curva dei casi di lesioni mostrano
andamenti similari. La percentuale di immigrati sul totale degli imputati per lesioni, per gli ultimi anni di cui
abbiamo i dati, è circa 25%, leggermente inferiore a quella degli immigrati imputati per omicidio volontario.
Anche il numero degli immigrati imputati per lesioni volontarie in Italia è cresciuto nel tempo e, nel periodo qui
considerato (quasi tre decenni) è passato da circa 400 per anno a circa 11.000. È peraltro interessante notare che
anche il numero dei nativi imputati per lesioni volontarie è cresciuto notevolmente e, nello stesso arco di tempo, è
passato da circa 25.000 a circa 35.000 per anno. Le lesioni volontarie sono solo in relativamente piccola parte (un
quarto dei casi) attribuite a ignoti. Ciò significa che gli imputati per lesioni volontarie coprono gran parte dei casi
di lesioni noti alla giustizia. Si può in conclusione affermare che il forte aumento delle lesioni registrate in Italia
sia dovuto a un incremento del contributo dato a questo reato tanto dagli immigrati (anche per la loro aumentata
incidenza sulla popolazione residente in Italia) quanto dai nativi.
Figura 3. . Evoluzione dei casi di violenza sessuale in Italia; percentuale di immigrati dall’estero sul totale degli imputati per questo
reato e sul totale della popolazione residente in Italia (anni 1988-2015)
Esaminando il grafico dell’evoluzione dei casi di violenza sessuale in Italia (Figura 3), si ha l’impressione che il
forte aumento dei casi di questo reato – che, nel periodo considerato, sono passati da poco più di 2 a quasi 10 per
100.000 abitanti – sia strettamente associato alla parallela evoluzione della percentuale di immigrati imputati per
questo reato. In effetti, le due curve – quella dei casi di violenza sessuale e quella della incidenza degli immigrati
sul totale imputati di violenza sessuale – sembrano procedere pari passu. Riteniamo peraltro che sia bene
approfondire la materia. Nel triennio 1995-97, all’inizio del periodo di forte crescita delle violenze sessuali, gli
imputati nativi sono 1713 e nel triennio 2013-15 sono 1949, mentre gli imputati immigrati aumentano da 317 a
1050. Basandosi sulle cifre riguardanti gli imputati, e tenendo conto del fatto che i casi di violenza sessuale
attribuiti a soggetti noti sono oltre la metà del totale dei casi di questo reato conosciuti alla giustizia, si può
pertanto ritenere che il vasto aumento delle violenze sessuali registrate in Italia sia associato sia ad un crescente
contributo a questo reato da parte dei nativi, sia, ma in maggior misura, alla crescita del contributo degli
immigrati.
Figura 4. Evoluzione dei casi di sfruttamento della prostituzione in Italia; percentuale di immigrati dall’estero sul totale degli
imputati per questo reato e sul totale della popolazione residente in Italia (anni 1988-2015)
La Figura 4 mostra la situazione riguardante i casi di cosiddetto “sfruttamento della prostituzione”, casi che si
riferiscono in effetti ad una più ampia fattispecie penale che criminalizza “chiunque in qualsiasi modo favorisca o
sfrutti la prostituzione altrui” (Legge 20 feb. 1958, n. 75). Dalla Figura, si possono agevolmente notare alcuni
fatti: negli anni più recenti, gli immigrati costituiscono quasi i due terzi degli imputati, raggiungendo la
percentuale più alta tra i reati di maggior gravità o diffusione; per gran parte del periodo in esame vi è stata una
crescita parallela della percentuale degli immigrati imputati e del numero dei casi registrati di sfruttamento della
prostituzione. I casi di sfruttamento si sono quintuplicati nel corso degli anni, passando da 0,5 a 2.5-2,8 agli inizi
degli anni 2000, per poi stabilizzarsi e decrescere lievemente. Gli imputati nativi per sfruttamento passati da circa
400 l’anno all’inizio del periodo a 700 circa agli inizi degli anni 2000 e sono poi diminuiti lievemente. Gli
imputati immigrati, invece, sono passati da valori omeopatici all’inizio del periodo a circa 600 all’inizio degli anni
2000 e hanno poi continuato ad aumentare fino a circa 1.000 alla metà degli anni 2010. Il reato di sfruttamento
della prostituzione è del resto caratterizzato da un assai limitato numero di casi attribuiti a ignoti: solo un quarto
circa del totale dei casi registrati. I soggetti imputati coprono pertanto gran parte dei casi di questo reato
conosciuti alla giustizia. Si può quindi ritenere che l’aumento complessivo dei casi di sfruttamento della
prostituzione registrati in Italia sia associato soprattutto alla crescita del contributo a questo reato dato dagli
immigrati, e che la più recente stabilizzazione e poi riduzione dei casi sia associata a un declino del contributo dei
nativi, contributo che era stato peraltro anch’esso crescente fino agli anni 2000.
Figura 5. Evoluzione dei casi di furto in Italia; percentuale di immigrati dall’estero sul totale degli imputati per questo reato e sul
totale della popolazione residente in Italia (anni 1988-2015)
Il quadro mostrato dalla Figura 5, riguardante l’evoluzione dei casi di furto in Italia, si presenta a prima vista
come notevolmente differente da quello delle lesioni, delle violenze sessuali e dello sfruttamento della
prostituzione e invece più simile a quello degli omicidi volontari. I tassi di furti registrati per popolazione
residente sono, alla fine del periodo esaminato, simili a quelli registrati all’inizio e inferiori ai tassi massimi
registrati intorno alla metà degli anni 1990. La percentuale di immigrati tra gli imputati per furto cresce nel
contempo in modo evidente e si assesta negli anni più recenti tra il 35 e il 40%. Il numero di immigrati imputati
cresce corrispondentemente nell’arco di tempo considerato e passa da circa 6.000 a 20.000 e più. Il numero dei
nativi imputati, invece, nello stesso arco di tempo, decresce e passa da circa 50.000 a circa 37.000. Per quanto il
numero di imputati per furto sia piccolo rispetto al numero totale di casi di furto registrati, si può avanzare
l’ipotesi che la diminuzione dei tassi di furto negli anni più recenti sia l’effetto di un minore contributo dato a
questo reato dai nativi.
Figura 6. Evoluzione dei casi di rapina in Italia; percentuale di immigrati dall’estero sul totale degli imputati per questo reato e sul
totale della popolazione residente in Italia (anni 1988-2015)
La Figura 6, che presenta l’andamento complessivo dei casi di rapina in Italia, segnala una loro diminuzione negli
anni più recenti, simile a quella dei furti e degli omicidi e in contrasto coll’andamento delle lesioni, delle violenze
sessuali e dello sfruttamento della prostituzione. A fronte di questa flessione dei casi di rapina noti alla giustizia, si
nota un incremento quasi lineare nel tempo della percentuale di immigrati imputati per questo reato: percentuale
che si avvicina al 45% del totale imputati. Il numero di immigrati imputati cresce corrispondentemente nel tempo
da circa 300 a più di 4.000 per anno, mentre quello dei nativi imputati scende lievemente da circa 6.500 a 5.700
per anno.
Figura 7. Evoluzione dei casi di estorsione in Italia; percentuale di immigrati dall’estero sul totale degli imputati per questo reato e
sul totale della popolazione residente in Italia (anni 1988-2015)

La Figura 7 mostra l’evoluzione dei casi di estorsione in Italia. La curva riguardante questi reati presenta un
andamento sinusoidale, caratterizzato da una rapida crescita nel periodo iniziale, un lungo periodo di stabilità e
una nuova crescita negli anni più recenti. La percentuale di immigrati imputati per questo reato cresce invece in
modo piuttosto costante nel tempo, ma raggiunge negli anni più recenti dei valori massimi comunque inferiori a
quelli registrati dagli immigrati per tutti i precedenti reati. Il numero di immigrati imputati per estorsione passa,
nel periodo considerato, da meno di 50 a 1.200-1.300 per anno. Il numero dei nativi imputati per estorsione è nel
periodo iniziale di circa 400 l’anno, raggiunge poi rapidamente valori massimi intorno ai 700 per anno, si
mantiene su tali livelli per molti anni, e poi decresce negli ultimi anni.
Figura 8. Evoluzione dei casi di traffico di droga in Italia; percentuale di immigrati dall’estero sul totale degli imputati per questo
reato e sul totale della popolazione residente in Italia (anni 1988-2015)

La Figura 8 mostra l’evoluzione dei casi del “traffico di droga” in Italia: più propriamente, secondo il D.P.R. 309
del 1990, i casi di violazione delle norme disciplinanti “produzione, traffico e detenzione di sostanze stupefacenti
o psicotrope”. La curva dei casi di traffico di droga mostra una rapida ascesa alla fine degli anni 1980; un lungo
periodo di crescita mediamente più contenuta e una flessione negli anni più recenti. La percentuale di immigrati
sul totale degli imputati cresce rapidamente quasi fino alla fine degli anni 1990, poi più lentamente, raggiungendo
peraltro valori intorno al 40%, quindi simili a quelli del furto, ma inferiori a quelli della rapina e, di molto, a quelli
dello sfruttamento della prostituzione. Il numero degli immigrati imputati parte negli anni 1980 da circa 2.000 per
anno; raggiunge il suo massimo nel 2008 (15.000 immigrati imputati) e decresce poi fino a circa 12.000 imputati
per anno. Il numero dei nativi imputati per traffico di droga, già alto negli anni 1980 (circa 27.000 imputati per
anno), cresce successivamente e poi decresce negli anni più recenti fino a circa 18.000 imputati per anno. La
flessione, registrata dal 2009, della curva dei casi di traffico di droga conosciuti alla giustizia sembra essere
associata più al decrescente contributo dei nativi che a quello – peraltro anche esso decrescente – degli immigrati.
Figura 9.. Evoluzione dei casi di violenza etc. a pubblico ufficiale in Italia; percentuale di immigrati dall’estero sul totale degli
imputati per questo reato e sul totale della popolazione residente in Italia (anni 1988-2015)
La Figura 9 mostra l’evoluzione dei casi di violenza a pubblico ufficiale in Italia: una etichetta che in effetti copre
più specifiche fattispecie, ossia violenza, minaccia, resistenza e oltraggio. Si può notare una forte crescita del tasso
di violenze fino verso la fine degli anni 1990; successivamente, vi è stato un chiaro, anche se meno accentuato,
declino. La percentuale di immigrati sul totale degli imputati per questo reato è aumentata fino alla fine degli anni
2000. Il numero degli immigrati imputati per questo reato è passato da circa 700 per anno all’inizio del periodo
(un numero considerevole, considerato che a quel tempo solo furto e traffico di droga registravano un numero
superiore di immigrati imputati), a un massimo di 6.000 circa alla fine degli anni 2000 ed è poi sceso a circa 4.400
negli anni più recenti. Il numero dei nativi imputati parte da circa 14.000 per anno, cresce fino alla fine degli anni
1990 ed è poi diminuito fino alla cifra, relativamente modesta, di circa 8.000 per anno. Si ha quindi l’impressione
che la diminuzione del tasso di violenze a pubblico ufficiale, iniziata alla fine degli anni 1990 sia associata al
parallelo declino del contributo dato a questo reato dai nativi, al quale negli anni più recenti si è aggiunto il
declino anche del contributo degli immigrati.
Figura 10. Evoluzione dei casi di associazione a delinquere in Italia; percentuale di immigrati dall’estero sul totale degli imputati per
questo reato e sul totale della popolazione residente in Italia (anni 1993-2015)
La Figura 10 mostra l’andamento dei casi di associazione a delinquere in Italia. L’incidenza di questo reato è
bassa: si tratta in effetti del reato con il più piccolo numero medio di casi per anno tra tutti i reati presi in
considerazione in queste pagine. Il tasso dei casi di associazione a delinquere per 100.000 abitanti è infatti in Italia
inferiore anche a quello dei casi di sfruttamento della prostituzione, che in assoluto non è certo alto. Il reato di
associazione a delinquere è peraltro un reato di rilevante gravità, come già notato, ed è per questo che ce ne
occupiamo qui. Il tasso di casi di associazione a delinquere mostra un andamento crescente fino al 2008 e poi
decrescente. La percentuale di immigrati imputati è invece ancora cresciuta, pur raggiungendo valori massimi
abbastanza modesti, rispetto a quelli registrati per gli altri reati qui considerati. L’associazione a delinquere è il
reato per cui si registra la più bassa percentuale di immigrati imputati. Il numero assoluto di immigrati imputati
per questo reato, da circa 200 nel 1993 (primo anno per cui sono disponibili dati), ha raggiunto i 550-600
immigrati imputati per anno alla fine del periodo. Il numero dei nativi imputati per associazione a delinquere,
partendo invece da valori intorno a 3.000 per anno, ha raggiunto il massimo di circa 4.000 tra il 2007 e il 2009, ed
è poi sceso a circa 2.000 alla fine del periodo. Considerato anche che l’associazione a delinquere è, tra i delitti qui
considerati, quello con la minore percentuale di responsabili ignoti (20% circa), l’andamento discendente dei casi
di associazione a delinquere negli anni più recenti sembra essere associato con l’andamento parimenti discendente
del numero dei nativi che ne sono stati imputati.
Figura 11. Evoluzione del totale delitti in Italia; percentuale di immigrati dall’estero sul totale degli imputati per questo reato e sul
totale della popolazione residente in Italia (anni 1988-2015)
La Figura 11 mostra l’andamento della somma totale di tutti i delitti registrati dalla giustizia in Italia. Dopo una
lieve crescita fino alla fine degli anni 1990, il totale dei delitti presenta una costante, se pur modesta, diminuzione.
La percentuale di immigrati imputati per qualsiasi tipo di delitto cresce abbastanza costantemente fino al 2008
(26% del totale imputati), poi decresce lievemente. Il numero degli immigrati imputati per qualsiasi tipo di delitto,
che era di circa 20.000 per anno alla fine degli anni 1980, ha raggiunto il massimo nel 2009 (147.000) ed è sceso
negli anni seguenti a circa 130.000 per anno. Il numero dei nativi imputati per qualsiasi tipo di delitto, che era di
circa 450.000 per anno, è sceso a circa 420.000 all’inizio degli anni 2000 ed è ritornato intorno al numero iniziale
alla fine del periodo esaminato.

4. Indice relativo di incriminazione degli immigrati in Italia

Nei grafici che precedono abbiamo potuto notare come la percentuale di immigrati imputati per i vari delitti è
sempre più alta della percentuale di immigrati nella popolazione residente, ma varia a seconda dei delitti. È
pertanto opportuno misurare ora con più precisione tale sovra-rappresentazione degli immigrati tra gli imputati.
Un modo usuale per procedere con la misurazione di questa sovra-rappresentazione consiste nel calcolare il tasso
di immigrati imputati per popolazione immigrata (ossia, numero di immigrati imputati per anno, per ogni 100.000
immigrati residenti nel Paese). Il risultato deve essere poi confrontato con un altro valore, costituito comunemente
dal tasso dei nativi imputati (numero nativi imputati per anno per 100.000 nativi residenti).

Fin dagli anni 1990, tuttavia, per misurare tale sovra-rappresentazione abbiamo ideato e applicato una diversa
procedura, che si presta bene a misurare l’incidenza relativa, nella popolazione immigrata, degli imputati, così
come dei denunciati, dei condannati e degli entrati in carcere. La procedura di cui parliamo presenta il vantaggio
di produrre un risultato il cui valore numerico è intuitivo e non ha bisogno di essere paragonato ad altro valore, ad
esempio, quello riguardante la popolazione nativa, come avveniva nel caso prima descritto dei tassi di immigrati
imputati. La procedura in questione consiste in un indice che misura l’incidenza relativa di un fenomeno in una
sotto-popolazione, come nell’esempio seguente:
dove sub-popolazione immigrataimp. d t sono qui gli immigrati che sono parte della popolazione di imputati (imp.)
per un certo delitto d, nell’anno o negli anni di riferimento t; sub-popolazione immigrata sono gli immigrati che
sono parte della popolazione totale, ossia della popolazione residente in Italia.

La Tabella 1 mostra i risultati ottenuti applicando l’indice relativo di incriminazione degli immigrati in Italia ai
dati già presentati nelle pagine precedenti. La stessa Tabella 1 mostra anche l’indice calcolato per la sola
popolazione straniera, escludendo quindi gli immigrati in possesso di cittadinanza italiana: in questo caso si tratta
dei dati riguardanti i denunciati da parte delle forze dell’ordine, in quanto solo queste ultime – come già detto –
forniscono informazioni sulla cittadinanza degli individui denunciati. Come si è avuto modo di notare nella
sezione Dati, le informazioni provenienti dalle forze dell’ordine sono disponibili solo per gli anni più recenti. La
Tabella 1 presenta inoltre l’indice relativo di condanna degli immigrati in Italia. Si tratta in questo caso di
immigrati dall’estero che hanno subito una condanna definitiva dalla giustizia italiana.

Calcoli come quelli della Tabella 1 presentano – è opportuno dirlo – alcune potenziali criticità. La prima deriva
dal fatto che la componente maschile e quella femminile della popolazione non contribuiscono in modo uguale
alla criminalità complessiva: il contributo della componente maschile è di gran lunga superiore a quello della
componente femminile, che concorre a solo il 18% circa del totale degli imputati in Italia. Nella popolazione
immigrata vi sono gruppi nazionali – come quelli provenienti in particolare da Paesi a prevalente religione
islamica – in cui la componente maschile è largamente superiore a quella femminile. Se non si tenesse conto di
questa caratteristica di genere, un’eventuale sovra-rappresentazione di questi gruppi nazionali tra gli imputati per
delitti risulterebbe viziata. Si deve però tenere presente che in Italia, insieme ai gruppi nazionali con una maggiore
incidenza maschile, vi sono gruppi nazionali – come quelli provenienti da diversi Paesi dell’Europa dell’Est – con
una maggiore incidenza femminile. I due quadri contrapposti si bilanciano, cosicché nella popolazione immigrata
totale in Italia la componente maschile e quella femminile si equivalgono sostanzialmente, così come avviene
nella popolazione nativa. Il problema degli squilibri demografici di genere non sussiste se si prende in esame la
popolazione immigrata nel suo insieme – come fatto in queste pagine – mentre sussiste se si prendono in esame i
singoli gruppi nazionali.

Una seconda potenziale criticità deriva dal fatto che calcoli come quelli della Tabella 1 hanno difficoltà a tenere
conto degli immigrati in condizione di irregolarità, cioè degli immigrati o entrati clandestinamente in Italia o
restatici dopo la scadenza del permesso di soggiorno e del visto. La difficoltà a tenere conto di questa componente
discende inevitabilmente dal fatto che si tratta di componente nascosta, per la quale esistono solo stime: tra il 2016
e il 2017, la componente irregolare era stimata all’8% circa della popolazione immigrata totale. Sappiamo, da
indagini peraltro parziali, che la componente irregolare dell’immigrazione sembra essere decisamente sovra-
rappresentata tra gli individui imputati. Il nostro indice tiene già conto al numeratore di questa componente
irregolare, dal momento che il numero degli immigrati imputati registrati dal sistema giustizia italiano comprende
regolari e irregolari (senza peraltro distinguerli), ma non ne tiene conto al denominatore. Se aggiungessimo la
cifra stimata degli irregolari sia alla popolazione immigrata ufficiale sia alla popolazione residente in Italia,
l’indice relativo di incriminazione degli immigrati dall’estero per, ad esempio, il totale dei delitti, passerebbe
corrispondentemente da 2,45 a 2,28 e, nel caso dei soli stranieri, da 3,92 a 3,60: un cambiamento che non
modifica sostanzialmente i risultati ottenuti sulla base dei più oggettivi dati ufficiali sulla immigrazione in Italia.

La terza criticità consiste nel fatto che la popolazione immigrata è più concentrata – rispetto a quella nativa – in
particolari classi di età: quelle dei giovani adulti e degli adulti. Il problema è che proprio queste classi di età
forniscono un maggiore contributo al fenomeno criminale, in Italia come negli altri Paesi. Non
sorprendentemente, solo una piccola percentuale degli imputati è composta da anziani. La classe di età 18-49 anni
comprende in particolare circa tre quarti di tutti gli imputati in Italia per i principali delitti qui considerati. Se non
si tiene conto di questo, l’indice relativo di incriminazione rischia di fornire un’immagine non del tutto realistica
della situazione. Alle cifre dell’indice relativo di incriminazione calcolato secondo la formula prima indicata,
abbiamo aggiunto un nuovo calcolo in cui al numeratore vi è la percentuale di immigrati, imputati o denunciati,
nella sola classe di età 18-49 anni, rispetto al totale della popolazione imputata o denunciata della stessa classe di
età, e al denominatore la percentuale di immigrati nella classe di età 18-49 anni rispetto al totale della popolazione
della stessa classe di età residente in Italia.

Tabella 1. Indice relativo di incriminazione e di condanna degli immigrati in Italia per i vari delitti: indice per gli immigrati
dall’estero imputati; indice per i soli cittadini stranieri denunciati; indice per gli immigrati dall’estero condannati; indici degli
immigrati per la sola classe di età 18-49 anni; anni di riferimento 2013-15 e 1988-90
Detto ciò, si possono avanzare alcune considerazioni sui valori che risultano dall’indice relativo di
incriminazione. La Tabella 1 ci dice che, per quanto riguarda gli immigrati dall’estero, inclusi i cittadini italiani,
l’indice per il totale delitti è pari a circa 2,5: il che significa che gli immigrati sono due volte e mezzo più
numerosi tra gli imputati rispetto alla loro numerosità nella popolazione residente in Italia. Per i delitti di
particolare gravità o diffusione che abbiamo selezionato, la media è superiore: 3,6. Per i tre delitti che, per la loro
gravità, costituiscono la misura usuale della criminalità di una nazione, quella su cui si effettuano di regola le
comparazioni internazionali, e cioè omicidio volontario, violenza sessuale e rapina, la sovra-rappresentazione
media degli immigrati è 3,7 volte. I valori di sovra-rappresentazione per i singoli delitti sono peraltro decisamente
dissimili. Si passa infatti dal valore più basso, quello riguardante l’associazione a delinquere, pari peraltro a 2,1
volte la numerosità degli immigrati nella popolazione residente in Italia, al valore per la rapina, 4,5 volte, fino al
valore più alto, quello per lo sfruttamento della prostituzione, delitto nel quale la sovra-rappresentazione degli
immigrati è di 6,5 volte.

L’indice per i soli stranieri presenta valori sempre più alti: per il totale delitti, la loro sovra-rappresentazione è
poco meno di 4 volte; per la media dei delitti selezionati, è 4,8 volte; per l’omicidio, la violenza sessuale e la
rapina, la media è 4,5; per il furto, 6,1; per lo sfruttamento della prostituzione, 8,5 volte. Questa differenza di
valori tra l’indice per tutti gli immigrati e quello per i soli stranieri è sostanzialmente dovuta al fatto che il numero
dei cittadini stranieri residenti in Italia è più basso del numero totale degli immigrati dall’estero. Quanto detto
significa che la sovra-rappresentazione degli stranieri è assai più alta di quella degli immigrati: il che equivale
anche a dire che l’incidenza relativa, sul totale dei denunciati, di quella parte degli immigrati dall’estero che
possiedono la cittadinanza italiana è decisamente più bassa dell’incidenza dell’altra parte costituita da coloro che
non la possiedono e che sono cittadini di altri Paesi.

L’indice relativo di condanna degli immigrati dall’estero conferma sostanzialmente le cifre degli indici di
incriminazione: per il totale delitti, la sovra-rappresentazione degli immigrati è pari a 3,3 volte; per la media dei
delitti qui considerati, 4,2 volte; per l’omicidio volontario, la violenza sessuale e la rapina, la media è 4 volte.

L’indice relativo di incriminazione degli immigrati dall’estero e degli stranieri per la sola classe di età 18-49 anni
mostra valori di sovra-rappresentazione sempre inferiori a quelli precedenti. La diminuzione dei valori di sovra-
rappresentazione è peraltro contenuta: questo perché, se da una parte la popolazione immigrata, a paragone di
quella nativa, è maggiormente concentrata nelle fasce di età dei giovani adulti e degli adulti e poco presente nelle
fasce degli anziani, dall’altra la percentuale di immigrati tra i denunciati e gli imputati nella classe di età 18-49
anni è più alta della percentuale degli stessi immigrati sul totale dei denunciati e degli imputati. Rimangono in
ogni caso le forti differenze tra l’indice per gli stranieri e quello per gli immigrati. La sovra-rappresentazione per
il totale delitti è pari a 1,9 volte nel caso di tutti gli immigrati dall’estero e pari a 3,2 nel caso dei soli stranieri. Per
tutti i delitti qui selezionati, la sovra-rappresentazione media è di 2,7 volte per gli immigrati e di 3,7 volte per gli
stranieri. E così di seguito.

Un confronto con quanto avveniva alla fine degli anni 1980, ossia in anni che rappresentavano il periodo della
prima significativa ondata di immigrazione in Italia, può offrire lo spunto per qualche ulteriore riflessione. Per
mancanza di dati più dettagliati, non è stato possibile separare gli stranieri dal totale immigrati; e non è stato
possibile applicare la correzione per la sola classe di età 18-49 anni. Ciò nonostante, emergono alcune differenze
significative. Alla fine degli anni 1980, la sovra-rappresentazione degli immigrati era, per alcuni delitti – rapina,
violenza a pubblico ufficiale – e per la media dei dieci delitti qui selezionati, sostanzialmente corrispondente alla
situazione negli anni 2010. Per qualche delitto – in particolare lesioni volontarie, sfruttamento della prostituzione
ed estorsione – la sovra-rappresentazione era decisamente inferiore. Per traffico di droga, superiore. Per furto,
molto superiore. Anche per il totale dei delitti, la sovra-rappresentazione era superiore. Ciò si spiega con il grande
impatto che le cifre riguardanti il furto – il delitto di gran lunga più diffuso – hanno sul totale delitti.

5. Considerazioni conclusive

Ci si deve chiedere, a questo punto, quanto le considerazioni fatte a proposito degli immigrati imputati e
denunciati per i vari reati, e più in generale a proposito della criminalità, siano rappresentative della realtà.
Sicuramente, i crimini conosciuti sono, numericamente, decisamente inferiori ai crimini effettivamente commessi.
Comparando le cifre dei crimini registrati dalla giustizia con quelle che emergono dalle dichiarazioni spontanee
delle vittime nel corso delle cosiddette crime victim survey – indagini a campione condotte nei principali Paesi
occidentali in cui si rilevano i reati di cui gli intervistati sono stati vittime – si giunge alla conclusione che i
crimini ufficialmente conosciuti sono meno della metà del totale dei crimini commessi.

Ciò non costituisce però una valida ragione per ritenere che la criminalità emersa, ossia quella risultante dalle cifre
ufficiali registrate dalla giustizia, non sia rappresentativa di quella reale, che comprende anche la
componente sommersa, la cosiddetta dark figure del crimine. Già intorno al 1830, i cosiddetti statistici morali,
ossia quegli scienziati sociali che avevano per primi condotti studi sistematici sulle statistiche criminali, avevano
concluso che (a) il volume complessivo della criminalità e le sue varie manifestazioni dipendevano dalle
caratteristiche della società e pertanto non mutavano se non a seguito al mutamento di queste ultime; (b) il
rapporto tra criminalità sommersa ed emersa si manteneva ugualmente costante, tranne che nel caso di forti
perturbamenti sociali, come guerre e rivoluzioni.

Negli ultimi decenni, in ogni caso, sono disponibili nuove informazioni sul rapporto tra criminalità emersa e
sommersa. Si tratta dei dati che provengono dalle crime victim surveys: da queste indagini si ricava che il numero
dei delitti registrati ufficialmente tende nel tempo a rimanere proporzionale al numero dei delitti dichiarati dalle
vittime, il che equivale a dire che il crimine emerso – come sostenevano gli statistici morali dell’800 – non è una
variabile indipendente rispetto al sommerso. Per i delitti di maggiore gravità o maggiore danno economico, la
proporzione tra parte emersa e sommersa è simile nei vari Paesi occidentali.

Da tutto questo si può dedurre che non vi siano motivi sufficienti per negare l’affidabilità dei dati ufficiali sulla
criminalità. Tuttavia quanto precede non risponde esaurientemente a un secondo punto specifico sottolineato dai
fautori della costruzione sociale del crimine: ossia che nel passaggio dal sommerso all’emerso le agenzie del
controllo sociale – in primo luogo le forze dell’ordine – operino un’arbitraria selezione, che porta a denunciare
soprattutto gli autori di delitti appartenenti alle categorie socio-economiche ed etniche più deboli. Tra gli
appartenenti a queste categorie sottoprivilegiate ci sono sicuramente una grande parte degli immigrati stranieri.

A queste critiche all’affidabilità dei dati ufficiali sulla criminalità si possono contrapporre diverse considerazioni.
La prima considerazione riguarda la stessa provenienza delle denunce. La grande maggioranza dei delitti sono
denunciati dalle stesse vittime e non dalle forze dell’ordine o dall’autorità giudiziaria, e la grande maggioranza
degli imputati sono individuati direttamente sulla base delle indicazioni delle vittime. Pertanto l’eventuale
contributo da parte delle cosiddette agenzie del controllo sociale a una discriminazione delle categorie socio-
economiche ed etniche più deboli, e in particolare degli immigrati stranieri, è già in partenza limitato. D’altra
parte non vi è motivo per ritenere che le vittime preferiscano denunciare gli autori di delitti quando questi siano
immigrati stranieri. Non è infatti verosimile che un nativo, vittima ad esempio di lesioni volontarie, denunci il
fatto e il suo autore, quando questi sia un immigrato e non lo faccia negli altri casi. Vi è anzi motivo di ritenere
che avvenga spesso il contrario. Ad esempio, i furti sono un delitto che spesso non è denunciato, specialmente
quando il danno è di modesto ammontare. Al tempo stesso, gli immigrati stranieri tendono a commettere furti (e
altri reati economici) anche di modesto valore monetario, che sono denunciati dalle vittime con minore frequenza,
riducendo quindi la dimensione della criminalità emersa nel caso degli immigrati. Si deve notare che gli imputati
per furto costituiscono il gruppo più numeroso tra tutti gli imputati e incidono pertanto pesantemente sul totale
degli imputati. Vi è quindi motivo di ritenere che il relativamente basso valore dell’indice relativo di
incriminazione degli immigrati per il totale delitti (Tabella 1) sia sottostimato. Si deve inoltre notare che molti
delitti commessi dagli immigrati sono delitti intra-immigrazione e soprattutto intra-etnici: ossia commessi a danno
di altri immigrati appartenenti allo stesso gruppo etnico dell’autore del delitto. Ciò avviene comunemente nel caso
di lesioni volontarie, furti, estorsioni, violenza sessuale e, ancora più frequentemente, di sfruttamento della
prostituzione. Ora, è cosa nota che gli immigrati stranieri vittime di crimini tendono a denunciare questi ultimi in
misura inferiore ai nativi, per via della loro estraneità rispetto alla società ospitante e non raramente per timore di
complicazioni, ad esempio, a causa di una loro condizione di irregolarità. Gli immigrati vittime di crimini, inoltre,
sono particolarmente restii a denunciare gli autori dei crimini quando si tratti di connazionali. Vi è quindi motivo
per ritenere che il contributo degli immigrati alla criminalità sia significativamente sottostimato – piuttosto che
sovrastimato – dalle cifre ufficiali del crimine.

Una seconda considerazione contro l’ipotesi che i dati sulla criminalità degli immigrati siano inficiati da un
atteggiamento discriminatorio da parte delle agenzie del controllo sociale riguarda il confronto tra le diverse
tipologie di delitti. In effetti, per alcuni delitti la denuncia proviene non dai comuni cittadini, come nella grande
parte dei casi, ma direttamente dalle forze dell’ordine e dall’autorità giudiziaria. Tra questi delitti, ve ne sono tre
di rilevante importanza: a) l’associazione a delinquere, delitto in sé, come già detto, indipendente dalla
commissione dei delitti contemplati dal programma di delinquenza, e quindi in effetti delitto individuato dalle
forze dell’ordine e dall’autorità giudiziaria, piuttosto che dai comuni cittadini; b) la violenza a pubblico ufficiale,
in cui la vittima appartiene di regola proprio alle forze dell’ordine; c) il traffico di droga, che rientra tra i
cosiddetti crimini senza vittima, ossia quei fatti criminosi in cui non vi è di regola vittima specifica, e il danno si
ritiene sia arrecato all’intera società piuttosto che a qualcuno in particolare. Ora, se la criminalità degli immigrati
fosse una costruzione basata su un atteggiamento discriminatorio anti-immigrati da parte delle agenzie del
controllo sociale, la percentuale di immigrati stranieri imputati per i tre delitti appena descritti dovrebbe essere
significativamente superiore alla percentuale di immigrati tra gli imputati per altri delitti. Così invece non è. La
sovra-rappresentazione degli immigrati stranieri tra gli imputati per traffico di droga e violenza a pubblico
ufficiale è sostanzialmente equivalente alla loro sovra-rappresentazione tra gli imputati per violenza sessuale: un
crimine che, salvo rare eccezioni, emerge solo in seguito alla denuncia della vittima e in cui non si giunge
all’imputazione dell’autore se non attraverso la sua identificazione da parte della vittima. Per quanto riguarda poi
l’associazione a delinquere, la sovra-rappresentazione degli immigrati tra gli imputati è la più bassa tra quelle di
tutti i crimini qui specificamente esaminati e inferiore alla sovra-rappresentazione degli immigrati per il totale dei
delitti.

Alla luce di quanto precede, si può concludere che la sovra-rappresentazione degli immigrati tra gli imputati per
fatti criminosi non sembra potere essere riportata a un asserito atteggiamento discriminatorio anti-immigrati dei
membri delle agenzie del controllo sociale. L’affidabilità delle statistiche ufficiali della criminalità, anche per
quanto riguarda il contributo degli immigrati, non sembra potere essere messa in discussione, almeno in termini
generali.

Tale contributo, peraltro, presenta contorni più articolati di quanto si poteva forse immaginare. Un primo punto
che emerge dalle pagine che precedono è costituito dal fatto che l’evoluzione della criminalità registrata in Italia
negli ultimi decenni non può essere semplicemente riportata alla nuova immigrazione straniera, diversa, per la sua
ampiezza e per la sua origine, da quella precedente e tradizionale. L’imponente crescita della presenza di
immigrati stranieri in Italia non si è tradotta in un proporzionale e indistinto incremento della criminalità. Il tasso
per popolazione degli omicidi volontari e dei furti è diminuito. Il tasso delle rapine e il tasso totale dei delitti sono
rimasti sostanzialmente invariati. Quello di altri delitti, fra cui le lesioni volontarie, è aumentato anche per
l’accresciuto contributo dato a questi delitti dai nativi. Inoltre il contributo degli immigrati non è uguale per i vari
delitti: si passa da delitti come l’estorsione e l’associazione a delinquere, in cui gli imputati immigrati sono circa il
20% del totale, a delitti come l’omicidio volontario, in cui sono poco meno del 30%, alla violenza sessuale, in cui
sono oltre il 35%, fino alla rapina e lo sfruttamento della prostituzione, in cui sono rispettivamente oltre il 40 e il
60%. Al tempo stesso, risulta evidente che la nuova popolazione immigrata rappresenta una componente primaria
dell’evoluzione della criminalità in Italia nel corso degli ultimi decenni. Gli immigrati sono incontrovertibilmente
sovra-rappresentati tra gli imputati e i denunciati per sostanzialmente tutti i delitti più rilevanti per gravità e
diffusione. Anche nel caso di delitti, come l’omicidio volontario e il furto, per cui vi è stato negli ultimi anni un
decremento dei tassi, questo decremento è da attribuire non a un limitato contributo da parte degli immigrati, ma a
una riduzione del contributo dei nativi. Mentre in altri casi in cui si è avuto un forte incremento dei tassi – come è
avvenuto per la violenza sessuale – tale incremento è stato associato a un altrettanto forte incremento del
contributo degli immigrati.

Le indicazioni provenienti dagli indici di incriminazione degli immigrati dall’estero e degli stranieri sono
sostanzialmente confermate dai risultati che emergono dall’indice di condanna degli immigrati. In effetti, tutti gli
indici concordano. Le condanne in via definitiva costituiscono il risultato del lungo e articolato procedimento di
giudizio caratteristico del sistema giustizia italiano. Il fatto che, al termine di tale procedimento per l’accertamento
della colpevolezza, la sovra-rappresentazione degli immigrati tra i condannati sia anche superiore a quella degli
stessi immigrati tra gli imputati sembra costituire una indicazione rilevante nel quadro di queste analisi.

Ulteriori importanti considerazioni possono essere avanzate sulla base di un raffronto tra l’indice relativo di
incriminazione per il totale degli immigrati e l’indice per i soli stranieri. La decisamente più alta sovra-
rappresentazione degli immigrati stranieri suggerisce che la probabilità di essere denunciati per avere commesso
un delitto è nettamente minore per gli immigrati dall’estero che possedevano o hanno successivamente ottenuto la
cittadinanza del Paese ospitante.

Altre considerazioni ci vengono dal confronto tra la situazione alla fine degli anni 1980, quando l’Italia si era
trovata ad avere a che fare, per la prima volta, con una consistente e tumultuosa ondata di immigrati stranieri, e la
situazione a metà circa degli anni 2010, caratterizzata da un’immigrazione in parte consolidata. I due periodi
appaiono del resto differenziati anche alla luce dei dati riportati dalla Tabella 1. La Tabella in questione mostra
come, alla fine degli anni 1980, la sovra-rappresentazione degli immigrati tra gli imputati fosse decisamente più
alta di quella registrata ultimamente per i delitti di furto e traffico di droga. Si tratta di delitti orientati
all’acquisizione di denaro facile, tipici di un’immigrazione recente, composta prevalentemente da soggetti in
precarie condizioni economiche e privi di più articolate opportunità di acquisizione di benessere, che
richiederebbero migliore integrazione e migliori relazioni sociali. Al tempo stesso, la Tabella 1 mostra come, alla
fine degli anni 1980, la sovra-rappresentazione degli immigrati tra gli imputati fosse decisamente più bassa per
delitti come l’estorsione e lo sfruttamento della prostituzione: delitti che presuppongono un certo grado di
controllo del territorio.

In conclusione, vi è motivo per ritenere che la forte sovra-rappresentazione degli immigrati tra gli imputati, i
denunciati e i condannati registrata in Italia negli ultimi decenni sia associata a flussi immigratori tumultuosi e
sostanzialmente incontrollati, come quelli che hanno particolarmente caratterizzato l’Italia nella sua fase
immigratoria iniziale, ma che ancora in parte sussistono. Il fatto che la popolazione immigrata in Italia sia
caratterizzata da una alta presenza di stranieri, ossia di quella componente mediamente meno radicata nella
società ospitante, costituisce un elemento significativo di questo scenario. Da una situazione immigratoria con
queste caratteristiche ci si aspetta maggiori problemi di assimilazione e integrazione. Del resto, si deve notare
come questi flussi tumultuosi e incontrollati sono avvenuti in un Paese con alcune caratteristiche – cui si è già
accennato – come la forte disuguaglianza economica, l’alto tasso di disoccupazione, la rigidità del mercato del
lavoro e la limitata libertà economica. Tutte caratteristiche che si ritiene non favoriscano l’integrazione degli
immigrati e anzi contribuiscano a determinare anche per loro un quadro di negative condizioni socio-economiche.
I risultati presentati nelle pagine precedenti suggeriscono – a conferma di quanto appena detto – che coloro che
sono mediamente meno assimilati e meno integrati socialmente ed economicamente – tipicamente, gli
immigrati stranieri rispetto agli immigrati in genere – abbiano maggiori probabilità di ricorrere al crimine.

Questo quadro ricorda quello delineato dalle maggiori teorie criminologiche, di cui si è detto all’inizio di queste
pagine: teorie che individuano nella scarsità di opportunità lecite e nella mancanza di controllo sociale
sull’individuo da parte della comunità locale dei fattori che favoriscono considerevolmente la propensione alla
devianza e alla criminalità.

[1] Cogliamo qui l’occasione per ringraziare vivamente l’Istituto Nazionale di Statistica per la sua preziosa collaborazione, che ci ha
permesso di ottenere dati e informazioni senza le quali questa ricerca non avrebbe mai potuto essere realizzata.

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 Criminalità, Delitti, Immigrazione, Stranieri

Luigi M. Solivetti
Roma, 1947 Professore di "Metodologia delle Scienze Sociali" e di "Quantitative models for international
economic policy" presso l'Università di Roma "La Sapienza"

http://www.fondazionehume.it/societa/crimine-e-immigrazione-in-italia/

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