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SBATTI BELLOCCHIO

IN SESTA PAGINA
Il cinema nei giornali
della sinistra extraparlam entare
1968-76

A cura di Steve Della Casa e Paolo Manera

Introduzione di Marino Sinibaldi

Saggine DONZELLI EDITORE


Per la generazione del ’68 il cinema è
stato uno straordinario strumento di so­
cializzazione. Ecco perché è molto pre­
sente sui giornali che la sinistra extrapar­
lamentare ha prodotto fino al 1976, anno
in cui la spinta del ’68 finisce, la partecipa­
zione di massa scompare e tutto cambia.
Sono i giornali (da «Lotta continua» a Saggine / 209
«Vedo rosso», da «Servire il popolo» alla
«Vecchia talpa», dal «Quotidiano dei la­
voratori» al «manifesto») che hanno for­
mato una nuova generazione di giornali­
sti e un modo nuovo di intendere il gior­
nalismo. In quelle testate il cinema fa
spesso capolino, con stroncature spetta­
colari oppure con titoli a effetto. Gli ar­
ticoli non sono mai firmati, ma la memo­
ria orale indica nomi di un certo peso:
Umberto Eco, Adriano Sofri, Pio Bal-
delli, Peppino Ortoleva, Vincenzo Vita,
Valentino Parlato; Taviani, Bellocchio,
Petri, Montaldo, Kubrick, gli autori più
recensiti. Si tratta di articoli taglienti, vi­
gorosi, a volte paradossali, forse incom­
prensibili se non collocati nella durezza
del dibattito di quegli anni.
Sono segnali di una passione, quella
per il cinema, che non ha mai più avuto
la stessa importanza nel dibattito cultu­
rale. Un gioco della memoria, sospeso
tra autoironia e nostalgia. Un libro che
racconta un pezzo di storia del nostro
paese, uno straordinario «come erava­
mo», che con un tono semiserio scopre
contraddizioni e verità di un mondo che
SBATTI BELLOCCHIO
IN SESTA PAGINA

Il cinema nei giornali


della sinistra extraparlamentare (1968-76)

A cura di
Steve Della Casa e Paolo Manera

Introduzione di
Marino Sinibaldi

DONZELLI EDITORE
SBATTI BELLOCCHIO IN SESTA PAGINA

Indice

p. IX Introduzione.
Il cinefórum (non) salvato dai ragazzini
di Marino Sinibaldi

I. «Lotta continua»
5 Roma. De Laurentiis speculatore licenzia e denuncia
V i lavoratori e sfratta gli studenti del Cine Tv
7 Una precisazione sul film marzo 1943-luglio 1948
8 La classe operaia non va in paradiso
9 Sbatti Bellocchio in sesta pagina
11 «Il manifesto» è pazzo
12 Allonsanfàn
16 L'esorcista
©2012 Donzelli editore, Roma
18 Quei contadini sono del tutto falsi
via Mentana 2b
INTERNET www.donzelli.it 22 Novecento: arriva sui grandi schermi
E-MAIL editore@donzelli.it il compromesso storico
26 I prezzi del cinema sono troppo cari: a Milano 3000
ISBN 978-88-6036-766-2 giovani occupano le «prime visioni»

V
_Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina
______________________ Indice__________________________

II. «Vedo rosso»


V. «Quotidiano dei lavoratori»
31 Sacco e Vanzetti 107 Allonsanfàn: i fratelli Taviani mirano alto
34 Due film politici: Crepa padrone e II potere ma sbagliano il colpo
37 Sbatti il mostro 111 La conversazione
40 Cinema [senza titolo] 112 Cattolico vicino all’eresia. Il Bresson di Lancillotto
44 Cinema politico? 116 Sugarland Express: chi sgarra viene ammazzato
49 Cinema [senza titolo] 121 Rossellini difende Anno Uno ma dimentica
che l’illuminismo è fallito e che Rusconi è fascista
53 Cinema [senza titolo]
127 Le parole possono contare quando servono
a riflettere
III. «La vecchia talpa»
132 II capitalismo c rozzo e volgare ma il comuniSmo
59 Cinema: La classe operaia va in paradiso
è solo morte: e allora?
65 Televisione: il ciclo dei film di John Ford
137 John Wayne malato: l’ultimo dei «duri» americani
72 La cecità del «Marxista» Pasolini: se ne va?
Il fiore delle mille e una notte 140 La dolce vita stasera in tv. Bel documentario
75 Il fantasma della libertà: la libertà borghese che inganna
è una farsa per tutti (anche per chi lo dice) 143 Sui nostri schermi le schifezze Usa più un buon film
78 Romanzo popolare: per fare un operaio
non basta la tuta VI. «Il manifesto»
83 Ceravamo tanto amati: vogliamoci bene 149 II cinema conta
nello spirito della Resistenza 150 II massacro degli indiani in due film democratici
153 Cerchiamo di usare anche Toro Seduto
IV. «Servire il popolo»
157 Ancora Dedalus
89 Due film del partito
158 Un film politico
93 La XXXI edizione del festival di Venezia.
Film di regime 161 Un film di qualità

98 Homo Eroticus 164 La grande operazione


167 Cinema verità. Gli hippies denunciano la polizia.
100 Decamerone nero
Fellini no
VI
VII
__ Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ SBATTI BELLOCCHIO IN SESTA PAGINA

169 Registi. Finalmente Fellini ha firmato l’esposto


degli hippies contro la polizia
170 La protesta che piace ai padroni
173 La classe operaia sta all’inferno
178 Dietro il muro un altro inferno Introduzione
182 Revisionista il film di Petri Il cinefórum (non) salvato dai ragazzini
di Marino Sinibaldi
VII. «Re nudo»
187 [Recensioni cinematografiche]
189 Film. Fritz il gatto (colore - cartone animato) In un liceo romano dei primi anni settanta un giorno il
191 Films cinefórum chiuse. Il prete illuminato che lo ospitava nel
bel cinema parrocchiale gettò la spugna all’ennesimo cor­
192 Allonsanfdn teo interno (si stava proiettando Fragole e sangue, se ricor­
194 Pasolini-S<r/ò. Potere: Sbatti il mostro sullo schermo! do bene) che culminò con il rogo di una bandiera america­
197 I critici cinematografici: gli uomini di celluloide na. Gli studenti più grandi e scafati se ne fregarono: aveva­
no altri cinema e altre occasioni. Un gruppo ridotto - la
202 Di Kolossale c’è solo la noia ovvero invito
a non buttare via i quattrini per vedere Novecento mia classe e poco più - decise che non se ne poteva fare a
e Barry Lyndon meno e provò a proseguire l’esperienza. Con generosa de­
dizione, sconsiderato coraggio e fatale inesperienza tro­
vammo un’altra sala (anch’essa parrocchiale, naturalmente:
209 Postfazione. La celluloide c’era, eccome dal punto di vista immobiliare il secolo dagli altri anni set­
di Steve Della Casa e Paolo Manera tanta era passato praticamente invano), cominciammo ad
affittare enormi pizze con le pellicole, a trasportarle fatico­
225 Indice dei film samente da un capo all’altro della città, infine a proiettarle.
E ovviamente a discuterle. I problemi nacquero lì: un cine­
fórum senza dibattito non aveva senso ma poi il dibattito
tolse senso al cinefonim. Era accaduto che il mio intelli­
gentissimo compagno di banco iniziasse a leggere, nel cuo­
re di quelle infiammate discussioni e tra il crescente stupo­
re del pubblico, efferate stroncature. Me lo vedo ancora:
un film «pullula di casi umani, al di fuori di ogni seria pro-

Vili IX
----------------------- ------- Marino Sinibaldi_____________________
________________ _____ Introduzione__ _________________ _—

spettiva di classe», un altro «propone la falsa convinzione


tendo il mondo del cinema ma la sala: perché lì solo i film
che gli aspetti negativi di una società ricca come quella
si vedevano). Lo ricordano i curatori citando Ortoleva, e
americana possano essere eliminati semplicemente miglio­ del resto basterebbero due cifre: cinquecentoventicinque
rando dall’alto il sistema», altri liquidati come «dilemmi di
milioni di biglietti all’inizio degli anni settanta, poco più di
intellettuali borghesi e individualisti», o perché «con la
cento oggi.
scusa delle ricerche formali e artistiche, il cinema si adegua
Ecco, solo le assemblee erano più affollate delle sale
ai tempi per svolgere sempre meglio il suo ruolo di corru­ cinematografiche (e non sempre, davvero non sempre). A
zione ideologica». Per chiudere con la sentenza definitiva, una generazione che non considerava nulla irrilevante,
chissà quante volte ripetuta: un film che il regista «si pote­
quel luogo pieno di coetanei appariva fondamentale. Ma
va e ci poteva risparmiare». Era molto convincente il mio
era un campo di battaglia deH’immaginario, per una ge­
amico, ma è ovvio che dopo un po’ il nostro cinefonim au­
nerazione che si autorappresentava come impegnata in­
togestito cominciava a svuotarsi. Finché anche gli ultimi vece in una lotta materiale e di classe (c’era la struttura e
frequentatori si arresero con il comprensibile argomento
la sovrastruttura allora, per chi ci credeva...). E dunque
che non potevano più perdere tempo a seguire, magari ap­
ambiguo, difficile da maneggiare: più della freddezza di
passionandosi, film che venivano regolarmente stroncati certe stroncature nelle pagine che seguono colpisce l’im­
dagli stessi organizzatori. Fu così che gettammo la spugna barazzo che traspare in molte recensioni, con cautele,
anche noi.
ammissioni, oscillazioni. N on solo per la latente contrad­
Nel libro a cura di Steve Della Casa e Paolo Manera po­ dizione tra giudizio politico e godimento estetico. Ma per
trete rinvenire l’esatta fonte di quelle stroncature: un sot­ il disorientamento verso morali e visioni del mondo che
tobosco di giornali e riviste della sinistra alternativa che avanzavano in altre direzioni, difficili da riconoscere e da
con una certa sistematicità bollavano quelle stesse nostre
ammettere. Anche nella fitta rete del cinema, l’acqua ci
povere proiezioni con argomenti e parole che qui ritrove­ scappava da tutte le parti. E si reagiva con l’arma, già lo­
rete intatte, come pietrificate nel tempo. Tanto da consen­ gora ai tempi, dell’ideologia: fino ad apparire (come evi­
tirmi, con una forzatura spero perdonabile, di (ri)metterle
tare questa impressione, leggendo alcuni dei testi qui rac­
in bocca al mio amico di allora. Ma da dove provenisse colti?) ignoranti e stupidi, semplicemente (altre volte, pe­
davvero una tale visione del cinema (e per estensione di rò, emergeva più che altro una sorta di spavalda irrive­
ogni fenomeno artistico) è un po’ più complesso da ricor­
renza: e se è lecito citare qualcosa che ha a che fare non
dare. Intanto da una grande passione, ma ancora prima da con il mio io di allora ma con quello di oggi, una traccia,
un atto di riconoscimento fondamentale e condiviso che appena un filo - di più stonerebbe - di quell’atteggia­
vedeva nel cinema un luogo decisivo nel quale si formava­
mento ogni tanto affiora ancora timidamente, felicemen­
no opinioni e visioni del mondo. Non accadeva in tanti
te nel lavoro che Steve Della Casa insieme ad altri fa oggi,
luoghi e nessuno era affollato quanto il cinema (e non in-
a Radio3, con Hollywood Party).
x
XI
------------------------------- Marino Sinibaldi____________________

Era, il cinema, un luogo nel quale ci si riconosceva (an­


che qui, nulla di figurato: ci si andava e ci si incontrava lì, in
quei due cinema che si sapeva, come da pochissime altre
parti). Se non altro per questo, non se ne potevano ignora­
re la funzione e l’importanza. N on solo come un campo di
battaglia ma di (auto)formazione. Troverete una sorta di Sbatti Bellocchio in sesta pagina
decalogo, verso la fine di questo libro, che vorrebbe spiega­
re perché quei film, anche se criticati, andassero visti: «Ve­
derli non vuol dire accettarli come capolavori, ma discuter­
li uno per uno» (bella questa distinzione, che non massifi­
cava - come pure capitava spesso, allora). E discuterli per
«costruire dei criteri nostri», discuterli per «non subire».
N on saprei dire chi parla, chi qui dice noi e nostri: un mo­
vimento, una classe, una generazione? Ma so che in questa
rivendicazione c’è il cuore di quegli anni o almeno di que­
ste recensioni. C ’è quello che, visti da qui, molto da lonta­
no, con la benevolenza consentita dal riparo degli anni, ren­
de irrilevanti le ingenuità, gli equivoci, gli altrimenti insop­
portabili schematismi. Erano tempi in cui si ereditavano
troppe menzogne, troppe ipocrisie, troppe violenze. Se
«costruire» è stato difficile e forse fallimentare, si poteva al­
meno provare a «non subire». È meglio sbagliare per ecces­
so di spirito critico che finire a fare i soliti idioti. Lo sape­
vano o lo sentivano quei ragazzini. N on hanno salvato il ci­
nefórum ma forse il cinefonim ha (un po’) salvato loro.

XII
«Lotta continua»

I curatori ringraziano il Centro studi Piero Gobetti di Torino e Alberto


Faggioni per aver reso più agevole il lavoro di consultazione e raccolta degli
articoli. Senza il loro contributo questo libro non sarebbe stato possibile.
SBATTI BELLOCCHIO IN SESTA PAGINA

Roma
De Laurentiis speculatore licenzia e denuncia
i lavoratori e sfratta gli studenti del Cine Tv
(15 luglio 1972)

Padron De Laurentiis sta superando davvero i limiti.


Dopo essersi imbarcato negli anni ’60 in una serie di «Ko­
lossal» cinematografici, fallimentari ma di fatto vantaggio­
si per i sowenzionamenti statali e americani, ed essersi fat­
to costruire dalla Cassa per il Mezzogiorno (con circa 4
miliardi) uno dei più attrezzati e ricercati complessi di pro­
duzione d’Europa, cerca oggi di mantenersi a galla sulla
pelle dei lavoratori di Dinocittà e degli studenti dell’Istitu­
to Cinematografico di Stato di via Vasca Navale.
Gli 85 lavoratori di Dinocittà dopo essere stati licen­
ziati, circa un mese fa hanno occupato gli stabilimenti sul­
la via Pontina; per sensibilizzare il mondo del lavoro e del­
lo spettacolo sulla loro volontà di difesa del posto di lavo­
ro e di attacco alla crisi dei padroni. Venerdì 7 gli occupanti
hanno ricevuto dalla Procura di Roma i mandati di com­
parizione in seguito alla richiesta di sgombero sporta da
De Laurentiis e dalla Società Stabilimenti Pontini.
Di pari passo gli studenti dell’Istituto Cinematografico
di Stato, che occupano gli ex stabilimenti Ponti-De Lau­
rentiis, hanno appreso di essere stati sfrattati dall’Enel
(proprietaria del complesso) per morosità in quanto la
5
------- Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____
«Lotta continua».

Provincia in 5 anni non ha mai pagato l’affitto dei locali e


degli stabilimenti di posa. Ma la cosa bella è che De Lau-
rentiis ha già affittato gli stabilimenti e i locali fino al 1978.
Già da ora difatti la nuova casa di produzione creata da D i­
no De Laurentiis sta producendo nei teatri di posa di via
della Vasca Navale alcuni film da cassetta. Una precisazione sul film marzo 1943-luglio 1948
I lavoratori e gli studenti del cinema e della televisione
si impegnano con una serie di assemblee e con varie forme (25 luglio 1972)
di lotta a respingere questo attacco alla loro unità e alla lo­
ro volontà di lotta.
Alla redazione di «LC»,
Ogni tanto nel giornale appare l’annuncio del film
m a r z o 1943-lu g lio 1948.
In seguito ad un errore dei compagni di Torino, l’auto­
re risulta uno solo, invece sono due: Renato Ferraro e
Alessandro Ojetti.
Scusate il disturbo, se non volete più mettere il nome
degli autori va bene lo stesso, l’importante è scriverli giusti.
Saluti comunisti.
V Renato Ferraro

6
7
Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina .«Lotta continua»

La classe operaia non va in paradiso Sbatti Bellocchio in sesta pagina


(5 settembre 1972) (Io novembre 1972)

Per tre giorni consecutivi abbiamo seguito alla televisio­


ne con la speranza di vedere sui telegiornali il funerale del Marco Bellocchio, ottima persona, ha appena presenta­
povero operaio diciannovenne, e militante di Lotta conti­ to un film - Sbatti il mostro in prima pagina - che si pote­
nua, Mariano Lupo; vigliaccamente assassinato con una pu­ va e ci poteva risparmiare.
gnalata al cuore dai killers fascisti; perché contrario alle Un film politico, in cui non occorre essere professioni­
marce idee degli squadristi del boia Almirante. sti per riconoscere il «Corriere della Sera», il suo croni­
Però per la morte del cardinale Angelo Dell’Acqua, la sta-squillo, la questura di Milano, la Zublena teste a carico
tinozza del video era giornalmente colma di sue immagini degli anarchici per incarico di Calabresi, e così via. Natu­
e biografie. ralmente all’inizio del film si avverte che «i riferimenti so­
Per quanto concerne questo santo apostolo, umile pa­ no del tutto casuali». Il guaio è che è vero. Per esempio nel
store della santa chiesa cattolica romana, deceduto per col­ film ci sono «ì compagni»: stanno in una sede di Lotta con­
lasso cardiaco all età di 69 anni; dunque un trapasso natu­ tinua, attaccano manifesti di Lotta continua, gridano slo­
rale e privo di sofferenze, e crediamo che nemmeno nel gan di Lotta continua. Ora, l’idea che Bellocchio ha dei
passato abbia tribolato; mentre il povero Mario Lupo, a compagni e delle sedi di Lotta continua e 1 idea che ne of­
soli 19 anni aveva già percorso la via d’un triste e pesante fre agli spettatori è decisamente artistica (dato che 1 arte è
calvario per la sopravvivenza. un’intuizione lirica) e assomiglia molto all idea che ne of­
Ma per Lupo, non esiste paradiso; perché militante co­ frirebbe uno Zican qualunque. Notevolmente imbecilli,
munista rivoluzionario; mentre per sua em. il card. Ange­ sporchi quanto basta, questi «compagni» dormono am­
lo Dell’Acqua, «San Pietro avrà di già dischiuso il grande mucchiati nelle sedi, coi capelli molto lunghi e gli slip mol­
cancello che conduce al regno dei cieli». to corti, e quando i poliziotti irrompono per sfasciare tut­
Compagno Lupo sarai vendicato. to, loro, i compagni, gli gridano: «Ti ho visto: hai fatto ap­
Un saluto a pugno chiuso.
posta». Ma fin qui, poco male, si dirà: basta che Bellocchio
Un gruppo di anziani proletari triestini vada a vedere come sono davvero le sedi e i compagni, per
simpatizzanti di Lotta continua il suo prossimo film politico. Il fatto è che, nel film di Bel-
8 9
_____Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____

locchio, i «nemici» sono altrettanto folkloristici e incredi­


bili. Un cronista «onesto» del «Corriere» che, scemo così,
la mamma non lo fa più; un padrone-finanziatore (che di­
te, sarà un petroliere?) che parla proprio come uno che va
al cinema s’immagina che debba parlare; una questura mi­
lanese ridotta a un commissario fascista cretino e servile;
una professoressa mitomane e spia che, alla fin fine, fa te­
nerezza con tutti i suoi problemi di madre mancata; e, dul-
cis in fundo, uno Zicari, Gianmaria Volonté, cinico e baro
di una simpatia straordinaria: il migliore. Su tutto, cam­
peggia il senso profondo dell’onnipotenza del «Corriere
della Sera» e del sistema, il quale con dei così formidabili
cronisti, e con dei nemici così irrimediabilmente deficien­
ti, può dormire sonni tranquilli. N o, scusate; alla fine il ca­
pitalista-macchietta dice che ci sono gli operai, e agli ope­
rai non gli va di produrre. Col che, la presenza della classe
operaia nel film è assicurata: una classe operaia che, in
mancanza di altre espressioni, rischia di apparire, invece
che classe potenzialmente rivoluzionaria, una classe di sfa­
ticati. Che le montature del «Corriere» e del sistema pos­
sano essere smascherate, siano state smascherate, di questo
Bellocchio non si è accorto. Un sistema mostruoso, cinico,
ma di entusiasmante efficienza: ecco il capitalismo. No, un
momento, c’è un’ultima scena con un canale milanese ri­
gurgitante di rifiuti. Un simbolo della distruzione di tutti
noi, o l’insinuazione che là c’è una speranza, nell’ecologia?
Ci dispiace per Marco Bellocchio, ottima persona: ma ha
fatto un film il cui riferimento con la realtà, quando c’è, è
puramente casuale, appunto.

10
«Lotta continua».

«Il manifesto» è pazzo


(9 dicembre 1972)

«Il manifesto», come Orietta Berti, è pazzo. N on è op­


portunista, è pazzo. Monomaniaco, parla di sé così: «Arri­
viamo in collera a questo dodici dicembre», dice. E la ter­
ra, ingrata, non trema. Protesta contro il revisionismo che
non scende in piazza, e l’estremismo che ci scende. Lui, «il
manistesto», il giusto mezzo, sta a mezz’aria. Scende in
piazza, ma solo «unitariamente», cioè dove c è il sindacato
o il Pei. In compenso, accusa «i gruppi» di «frontismo».
Scende in piazza, ma solo se non c’è il rischio dello scon­
tro. N on vuole gli «scontri impossibili»: lo scontro impos­
sibile per lui è ogni scontro, tranne, forse, la finalissima,
dove, a furia di non scontrarsi, si sarà allenata la squadra
capace della vittoria militare definitiva. Annuncia che sarà
presente, il 12 dicembre, qua e là, per portare il suo decisi­
vo contributo di «passione e collera». Proprio così, né im­
pegno militante, né organizzazione, né linea politica, né
obiettivi, bensì «passione e collera». Alida Valli e Amedeo
Nazzari. Quanto al governo Andreotti, non chiedete al
«manifesto» di pronunciarsi: deve restare, deve cedere,
non deve né restare né cedere? Appassionati e collerici, gli
scrittori del «manifesto» non ce lo dicono.

11
Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina ___________________ _«Lotta continua»------- ------------------------

tre al rito della tessera, alle proteste della corporazione, e


al fare film.
A noi questo loro ultimo film Allonsanfàn, non è pia­
ciuto per niente. Ma non è della «ricerca» del film che vo­
gliamo parlare, bensì del loro modo di intendere la politi­
Allonsanfàn ca, poiché è rappresentativo di molti altri.
(20 ottobre 1974) In questo film si racconta la storia di un borghese che
ha aderito nell’800, ai tempi di Pisacane (che, sia chiaro, era
un compagno seno, non una specie di sonnambulo defi­
Come in tutti i loro cinque film precedenti, i fratelli Ta- ciente come il Tito di questo film), a una associazione se­
viani raccontano una stona politica, o meglio le vicende greta rivoluzionaria, quella degli immaginari Fratelli Subli­
private e pubbliche di personaggi, in genere di origine bor­ mi, ma poi, visto che la rivoluzione non scoppiava, e la re­
ghese, che sono militanti «rivoluzionari». Come nei loro pressione era dura, è rientrato all ovile della bella famiglia
film precedenti, sostengono che rispetto all’epoca analiz­ aristocratica e raggiunto dalla congrega, più cretina che su­
zata, che cambia da film a film (da una specie di mondo blime, del suo gruppo, compie per liberarsene turpi e co­
primitivo di favola alla fine dell’800, dal dopoguerra ai fu­ mici tradimenti l’uno appresso all altro, fino a lasciarci pe­
nerali di Togliatti) è troppo tardi o troppo presto per fare rò le penne in una spedizione nel sud in cui i contadini, in­
la rivoluzione, che 1 intreccio tra aspetti esistenziali e vece di accogliere ì Sublimi a braccia aperte, li massacrano
aspetti politici nella storia di ogni militante è poco distri­ sobillati dal prete.
cabile, e che ì primi determinano in fin dei conti ì secondi. I personaggi dei rivoluzionari sono tutti borghesi o ari­
In realta essi non raccontano storie di lotta di classe, stocratici nevrotici, o folli dolci, o folli fanatici e con gli oc­
non analizzano sviluppi storici complessivi, non trattano chi cerulei, che inseguono vanamente i loro sogni senza
di masse o di proletariato e neanche di storia, ma centrano nessun raffronto con la realtà, con nessuna analisi della re­
tutto il loro interesse sui dilemmi di intellettuali quasi altà. Personaggi da operetta, neanche da opera come vor­
sempre borghesi e molto individualisti, dalle coscienze rebbero i registi. Le loro illusioni e le loro delusioni sono
tormentate e infelici perché la realtà non dà riscontro alle il risultato di uno stesso distacco, di una stessa smania ero­
loro fantasie e ai loro tentativi di azione. Insomma, parla­ tica e individualistica, capita la quale il protagonista (Ma-
no di sé stessi e della categoria - gli intellettuali - a cui ap­ stroianm) cerca di reintegrarsi nella propria classe e nei
partengono e non della rivoluzione; i dilemmi che attri­ suoi privilegi, da menagramo che porta iella anche a se
buiscono ai loro ripetuti protagonisti sono in realtà i loro stesso. In ogni caso, sono tutti delle proiezioni di dilemmi
dilemmi, ma però un po’ idealizzati, in quanto, per quel esistenziali e non politici (se politica vuol dire confronto
che si sa, non è che il loro agire politico sia mai andato ol­ con la storia e tentativo di guidarla), traditori della propria
12 13
_________ __________«Lotta continua»—-----------------------------
_____Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____
scelte revisioniste o reazionarie, con discorsi sempre più
classe solo a metà, in quanto incapaci di assumere un rap­ metafisici e sempre meno storici, proprio in un periodo
porto con le classi oppresse, e una scienza reale. storico in cui più ricche sono le possibilità di intervento e
E se il film fosse volutamente caricaturale e comico, an­ più entusiasmante la maturità dei proletari.
drebbe bene, come caricatura di un certo modo ridicolo, ec­ N on stupisce così che il loro film venga esaltato dai
cezionale, libresco, di intendere la politica e la rivoluzione. giornalisti della borghesia e da quelli del Pei, sempre en­
Il guaio è che i Taviani ai dilemmi dei loro personaggi tusiasti di chi sostiene che la rivoluzione è lontanissima o
prestano fiducia e li soffrono in quanto loro stessi proble­ impossibile.
mi, secondo un’ottica di vaga derivazione sartriana, inca­
paci di vedere i rivoluzionari come qualcosa di diverso da­
gli intellettuali loro simili; e d’altra parte, anche se fanno
film storici, è chiaro che vogliono parlare proprio del pre­
sente, e che quindi questo «troppo tardi» o «troppo pre­
sto» per fare la rivoluzione diventa un troppo tardi e un
troppo presto pressoché eterno, visto che i momenti rivo­
luzionari non li affrontano mai, e visto che non rientra nel
loro orizzonte mentale l’idea che fare la rivoluzione sia
questione di sempre, per il rivoluzionario, e cioè interven­
to costante, in epoche buie come in epoche entusiasmanti
(quelle in cui le contraddizioni del sistema esplodono),
azione o preparazione in rapporto con i modi in cui la lot­
ta di classe volta a volta si esprime, costruzione che proce­
de ad ogni momento. La loro superficiale visione della po­
litica e della storia portava un tempo alla superficialità del­
le crisi e delle analisi, ma oggi precipita in un volgare giu­
stificazionismo, che non è affatto, come forse vorrebbero
far credere, un discorso sui «tempi lunghi», ma finisce per
essere un discorso sul mai.
Incapaci di stabilire un rapporto con la realtà della lot­
ta di classe, incapaci di studiare i nodi del presente e i suoi
germi di futuro, i Taviani si uniscono così alla vasta schie­
ra di intellettuali dal pessimismo facile, che cercano giusti­
ficazioni alla loro separatezza, al loro isolamento, alle loro
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.Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina. ____________________«Lotta continua»--------------- ----------------

uno slogan del tipo «con famiglie unite, niente bambini in­
demoniati». Ma c’è sempre la possibilità delle elezioni an­
ticipate: perché non proiettarlo nelle piazze al grido di
«esorcizza il demonio rosso votando De»?
In ogni caso il successo dell 'Esorcista va ben al di là dei
L’esorcista suoi possibili usi, nella situazione italiana. La rappresenta­
(20 ottobre 1974) zione della bancarotta dell’ideologia razionalistica di fron­
te alla religione è sintomatica. Quell’ideologia si era affer­
mata alla fine dell’800, in un momento in cui la borghesia
Qualche tempo fa è stato ripescato e rappresentato alla europea si lanciava con piena tranquillità in fruttuosissime
Scala di Milano un balletto che ebbe un enorme successo al­ conquiste coloniali, credendo di aver imbavagliato defini­
la fine dell’800: il Ballo Excelsior. In questi giorni nei cine­ tivamente la lotta di classe in casa propria. Quando i divi­
ma italiani incassa decine di milioni (dopo aver incassato dendi crescono e non ci sono nemici pericolosi a sinistra,
miliardi nei cinema di mezzo mondo) un filmacelo parroc­ la borghesia può permettersi anche il lusso di trattare con
sufficienza la religione. Ma oggi, con la fine del vecchio co­
chiale girato male e recitato peggio, intitolato L'esorcista. È
lonialismo, la crisi energetica, e il proletariato che non sta
un contrasto ben curioso. Al centro del Ballo Excelsior
al gioco, c’è poco da scherzare: bisogna ricorrere di nuovo
c era il trionfo della luce (elettrica) sull’oscurantismo, che
alle collaudate capacità di controllo della chiesa.
simboleggiava bene l’ottimismo materiale e ideologico del­
Se l’ideologia razionalistica perde colpi e non è all’al­
la borghesia della fine dell’800. Al centro dell 'Esorcista c’è
tezza della situazione, c’è sempre un gesuita dietro l’ango­
la sconfitta della «ragione laica» di fronte al vecchio arsena­
lo. È sempre conveniente spiegare alla gente che il male è il
le della Chiesa cattolica: contro le forze sconosciute che mi­
demonio e non lo sfruttamento. Peccato che anche la
nacciano 1 individuo vale più un gesuita che uno psichiatra, Chiesa cattolica abbia le sue gatte da pelare. Nonostante
più l’acqua santa che gli elettroencefalogrammi. tutto, questo puntello della borghesia non è più così soli­
È vero che neanche L'esorcista ha il coraggio di essere do come una volta. N on per niente Paolo VI, che pure del
reazionario fino in fondo, e agli spettatori più smaliziati diavolo se n’intende, piange o fa l’indiano.
ammicca fornendo contemporaneamente una rudimentale
spiegazione psicoanalitica (sono i contrasti tra i genitori
separati che nevrotizzano la bambina, e la rendono «inde­
moniata»). Ma il «messaggio» proclamato dal film è l’altro:
il trionfo del gesuita. Se fosse arrivato in tempo per il refe­
rendum sul divorzio, qualche democristiano specialista in
public relations avrebbe magari presentato L'esorcista con
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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina
___________________«Lotta continua»--------------------------------

gli anni. Il circolo della Lega nel 1921 in quelle zone si


chiamava «casa del popolo», come in Toscana. La maestra
comunista più politicizzata viene da una zona della pro­
vincia del Veronese, che era tra le più cattoliche.
Quei contadini sono del tutto falsi E proprio lei non si sposa, ma convive divenendo
«compagna» di Olmo senza neppure sposarsi non dico in
(18 settembre 1976) chiesa, ma neppure in comune! La parte finale avviene nel
1921 a novembre (S. Martino) perché vi è già il Partito co­
munista e sempre in quel periodo si forma il Fascio. Ma ciò
Caro Baldelli, malgrado la mia formazione sia «marxi­ non è vero perché il fascismo si radica nella Padana già con
sta-leninista» e non «operaista» e quindi non trovi giusto la fine del 1920, e cioè un anno prima quando non esisteva
scrivere su «Lotta continua», di cui non condivido ideolo­ ancora il Partito comunista. Come vedi, sono piccole ine­
gia e linea politica, aderisco a scrivere alcune osservazioni sattezze, giustificate forse dall’economia del racconto; ma
che mi hai richiesto su Novecento perché il film mi sembra sono già di per sé gravi per un’opera che vuole essere un
sbagliato e quindi falso nel ripensare alla storia del prole­ affresco storico. Ma quello che è più grave sono i grandi er­
tariato dei nostri nonni e padri.
rori storici contenuti in Novecento. I contadini sono de­
Certamente nel ripensare quegli avvenimenti, Bertoluc­ scritti come degli sfruttati in istintiva latente rivolta; ma
ci non li ha voluti rivivere dal punto di vista militante; ma non si dice nulla della loro organizzazione come si era ve­
poiché ha voluto, dietro ed insieme alla storia dei due ami­
nuta formando in decine di anni di lotta.
ci-nemici provenienti dalle due classi contrapposte, fare un Non vi è traccia, neppure nei personaggi minori, né dei
romanzo storico nel quale padroni e contadini della Bassa maestri dei diseredati, né dei medici dei poveri, né degli
Padana fanno da sfondo e da coro e forse, nella sua volon­ «evangelizzatori» della Padana che negli ultimi 20 anni
tà, da personaggi principali, ritengo sia dovere di tutti noi
dell’Ottocento erano stati i militanti del movimento. N on
rilevarne difetti ed errori. A parte ogni valutazione esteti­
vi è traccia, neppure nei personaggi minori, di capi lega, ve­
ca sui film (altri hanno competenza per farlo) - «la Bassa»,
ri capi contadini emanati dalla classe.
piena di sterco, di latte e soprattutto di sesso, in una visio­
Sembra di essere tornati trent’anni indietro, all’inizio,
ne estetizzante (verista? naturalista? non so, ma certamen­
eppure anche allora —negli anni 80 —c erano gli ex gari­
te non realista) - i contadini e i fascisti sono del tutto falsi.
baldini, gli internazionalisti e gli operaisti che organizza­
Forse lo sono meno i padroni della terra. Comincio dalle
vano i contadini. Siamo invece nel 1908, quando il sociali­
cose non vere più piccole. Ai primi del Novecento, le leghe
smo italiano aveva una fitta intelaiatura organizzativa pro­
contadine nelle campagne parmensi erano già fiorenti da
prio nella Padana dove dura era la lotta tra i riformisti e
quasi trent’anni, e non sorgono, come narra il film, in que­
«rivoluzionari» (e Parma era la culla dei rivoluzionari).
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Di costoro, nel film, non vi è traccia, né eco, salvo far nalmente, non seppero opporre mobilità a mobilità, orga­
svolgere questa funzione al burattinaio davanti alla stazio­ nizzazione militare a organizzazione militare, ma lottaro­
ne o al suonatore di fisarmonica internazionalista sul bina­ no con abnegazione e slancio attraverso scontri arresti,
rio. E nel 1919-21, quando la Padana è in mano alle leghe esili. Circa 5000 furono i morti nella guerra civile da ambo
contadine, nel film la rivolta del contadino ex combattente le parti nel biennio 1920-22. A Parma, poi, i fascisti non
è fatta istintivamente da Olmo a titolo individuale dalla entrarono mai, o meglio, vi entrarono dopo il 28 ottobre,
maestra comunista che sembra una figura - quella sì - di perché gli Arditi del Popolo gli si opposero con le armi.
cinquanta anni prima. La verità storica è che nel ’20 tutta Tutto questo non appare minimamente nel film. Forse per
la Padana era dominata dalle leghe contadine che la gover­ questo piace tanto alla nostra borghesia estetizzante tar­
navano, imponevano taglie, obbligavano e piegavano i pa­ do-capitalista.
droni alla ripartizione dei prodotti come da loro voluta, ri­ Renzo Del Carria
lasciavano lasciapassare da un paese all’altro, ecc.
Altro che rivolte spontanee e sporadiche per l’escomio
di San Martino!
Nel 1920, nella «Bassa» non si sfrattava nessuno. L’er­
rore del movimento socialista contadino fu di non avere
compreso che occorreva abbattere nazionalmente lo stato
nemico, e per questo i socialisti furono sconfitti. Ma local­
mente, nella Padana, in quell’anno comandavano loro. Il
fascismo sorse proprio per questo e proprio in quella zona
e non in altre. Perché i padroni erano stati esautorati.
Altro che convegno nella chiesa barocca da parte dei
proprietari in tenuta e schioppi da cacciatori con le pellic­
ce che ricordano la rivolta dei boiari di Ivan il Terribile! E
le squadre di azione fasciste non sorgono per iniziativa di
un fattore sadico. I vari ras erano gente anche sadica, ma
che conosceva perfettamente l’organizzazione militare che
aveva appresa nelle trincee: erano ex ufficiali, ex arditi,
spostati e squattrinati, che divennero da subito la guardia
bianca degli agrari. E i contadini che gli si opposero non
erano i 4 vecchietti che giocano alla morra per finire bru­
ciati nel circolo, ma erano militanti che, mal diretti nazio­

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scuola. In questo quadro l’industria culturale, legata al po­


tere politico, pattuisce le prestazioni con la corporazione
degli intellettuali.
Ad esempio, prima ancora che Novecento venisse pro­
Novecento: arriva sui grandi schermi iettato, il pubblico era stato in qualche modo raggiunto da
due «film sul film» che narrano la leggendaria storia di co­
il compromesso storico
me Novecento fu realizzato; dalle cronache sul seminario
(19 settembre 1976) interdisciplinare tenuto alla Biennale di Venezia, sull’argo­
mento «Il cinema d’oggi e il film Novecento»; dalla pub­
blicazione, da parte di Einaudi, della sceneggiatura di N o­
Abbiamo chiesto a Renzo Del Carria un intervento sul vecento; dal romanzo scritto apposta per l’uscita del film;
film Novecento, non come «esperto» «specialista» di cul­ dalle cronache del congresso della Società Psicanalitica Ita­
tura (storiografia del movimento operaio), ma come uno liana, a fine maggio, durante il quale il film di Bertolucci fu
dei pochi intellettuali italiani rigorosamente impegnato a esaminato in due sedute.
contrastare la tradizionale separazione tra cultura e politi­ C) Infine si intravede una delle facce del compromesso
ca nel campo dei «proletari senza rivoluzione». È utile oc­
storico strisciante: il film viene sostenuto concordemente
cuparsi, anche da parte nostra, di questo film?
dal Pei e dalla borghesia estetizzante tardo-capitalista, dalla
Penso che sia utile, ma non per indugiare sull’opera
Rai e insieme dai quotidiani revisionisti: infatti l’opera, in
d’arte clamorosa o sull’autore celebrato. Il film di Berto­
poesia e cultura, propaganda l’ideologia del compromesso
lucci costituisce un episodio significativo nel quadro degli
storico: imponenza, efficienza, tolleranza, un gran racconta­
assestamenti politici, e dunque culturali, di questo perio­
re «dietro lo scudo della Nato» e fuori dal «realismo socia­
do. In particolare indica le seguenti circostanze:
lista»; e dunque una politica culturale eclettica: ad ogni par­
A) La combinazione tra capitale italiano e capitale sta­
tunitense, la cui egemonia spinge verso la produzione «co­ te del «popolo» la sua confezione: la sceneggiata napoletana
lossale»: qui i padroni lasciano un certo spazio alle civette­ ed Eduardo De Filippo, la mostra di Rauschenberg e il bal­
rie culturali e alle impennate poetiche dell’autore europeo, lo liscio e la tombola alle case del popolo, l’elegante e il pri­
a condizione che il prodotto sia internamente disossato e mitivo, il teatro di avanguardia, il prezioso Visconti e il vol­
socialmente inoffensivo. gare Matarazzo, ecc., e sempre nel quadro di un socialismo
B) Il peso crescente dei mezzi di comunicazione di indolore nel presente, truce al massimo per il passato re­
massa chic sono in grado di imporre consumi immensi moto, che predica la conversione ragionata dell’avversario
con un martellamento pubblicitario che va dalla televisio­ di classe.
ne, alla radio, al settimanale, alla stampa quotidiana, alla Bertolucci e i suoi sostenitori propongono: una ambi­
ziosa impalcatura storiografica. Ma essa non viene sorret­
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_____Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ ___________________ «Lotta continua»______________ ______

ta da una vera preparazione, da un’ossatura adeguata. Il trati nella esperienza autobiografica dell’autore che lo tra­
film pretende di essere la storia dei rapporti tra le classi su­ sferisce teneramente in favola «regionale» locale. Strana­
balterne e i gruppi dirigenti nella prima metà del secolo, e mente questo elemento sembra essere messo in secondo
finisce invece col fornire una rassegna di stampo populista, piano dal bombardamento pubblicitario, Bertolucci e i
in cui i contadini (ossia i «buoni») si scontrano con il «ma­ suoi complici si arrabattano e fabbricano l’immagine di un
le», i decadenti e fatiscenti padroni, è un modo trito di con­ narratore epico e di una storiografia gigantesca. Lasci per­
siderare la storia in cui si perde il senso delle contraddizio­ dere Bertolucci la strategia dello scontro di classe, si tenga
ni e sfugge la fisionomia dura dello scontro di classe. cara la sua ispirazione giusta, la sua Strategia del Ragno.
In fondo, in questa visione «bene-male» perdura l’ideo­
logia della razza padrona, l’angolatura storiografica resta da
«signore», da figlio scaltrito del padrone, magari benevo­
lente e liricamente mischiato nella simpatia per il mondo
primitivo dei contadini. A dirla brutalmente, credo che
Bertolucci della storia dei contadini non gliene importi
niente. Parlo dei contadini in carne ed ossa, non dei conta­
dini apparizioni cinematografiche preziosamente manipo­
late dal regista. N on si tratta di rimproverare l’ambizione di
questa storiografia, ma la sua maschera paternalistica che ri­
muove i tratti significati della realtà come un ingombro non
poetico. Allora la struttura che dovrebbe reggere l’immen­
sa impalcatura del film viene a cadere e ne emerge soltanto
una aggregazione magniloquente di episodi, non un tronco
con le varie ramificazioni. Questo spiega anche l’innesto di
certe «varianti» erotiche nella vicenda: non accessorie al­
l’economia del racconto ma inserite con il solito ammicca­
mento alla platea a garanzia del successo di cassetta.
Insomma, Bertolucci crede - e suoi sostenitori fanno
eco - di essere in primo luogo il poeta nazionale popolare
1976, autore di un cinema epico. E corre dietro alla strate­
gia della lotta di classe. Mentre l’elemento valido del film
resta quello favoloso-elegiaco: la parte dell’infanzia in cui
il paesaggio e le figure che si muovono vengono compene­
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primibile da parte dei reazionari o dei riformisti. Il corteo,


alla conclusione degli spettacoli, si è allargato sempre più
con giovani venuti a caso nel centro di Milano, ed in piaz­
za Duomo eravamo quasi 5000.
La sensazione di forza è cresciuta così tanto che oggi
I prezzi del cinema sono troppo cari: a Milano appare riduttiva qualsiasi proposta di contrattazione con il
3000 giovani occupano le «prime visioni» Comune per il controllo sui prezzi e sulla qualità dei film
(8 novembre 1976) proiettati nelle sue 4 sale cinematografiche. Risulta decisi­
vo estendere questa lotta, trasformarla in pratica comune
dei giovani tutte le domeniche, arrivare all’invasione di tut­
MILANO, 8 - 1 compagni dei circoli giovanili di Milano ti i cinema di prima visione imponendo il prezzo politico
ci hanno inviato una lettera sull’occupazione di alcuni ci­ di lire 500, almeno la domenica, per tutti i proletari.
nema avvenuta domenica, che pubblichiamo. È importante trasformare questa lotta in un momento
«Per la seconda domenica consecutiva i cinema di pri­ di rivoluzione culturale in cui si affermi il diritto dei pro­
ma visione, un lusso riservato ai borghesi, sono stati inva­ letari al lusso, si affermi l’opposizione ai privilegi e disu­
si dai giovani di Milano dell’hinterland. guaglianze del sistema, si impedisca la proiezione di film
La prima volta eravamo in 600, oggi, a distanza di una che offendono la donna o che attivizzano le maggioranze
sola settimana, in 3000 abbiamo occupato 5 cinema nel silenziose.
pieno centro della città. Neanche noi ci aspettavamo di es­ In ogni quartiere si deve affermare il controllo dei giova­
sere così in tanti e quando ci siamo trovati tutti in piazza ni, delle donne e dei proletari sul prezzo e la qualità cultu­
Vera per “marciare” verso il centro della città, ci siamo re­ rale, la contestazione della società borghese, dell’ideologia
si conto della nostra forza. del sacrificio, si deve affermare dal basso il potere popolare.
“Siamo sempre più incazzati, siamo i giovani organiz­ Con questa forza e con la crescente chiarezza, i giova­
zati”, “prima visione facciamo l’autoriduzione”, “contro ni organizzati di Milano vanno preparando il convegno
la stangata, prima visione ribassata”, questi gli slogan più nazionale dei circoli giovanili, il 27-28 novembre.
gridati, ma troppo piccoli per esprimere la gioia di chi sta Su questi temi, per continuare la lotta, è convocata mar­
lottando contro l’emarginazione e la disgregazione e final­ tedì sera alle ore 21 in via Ciovassino 1 (mm Cairoli) l’as­
mente comincia ad avere la forza di contare, di incidere semblea cittadina di coordinamento dei circoli e collettivi
nella realtà. giovanili.
Con questa lotta i giovani a Milano stanno ritrovando Mercoledì sera alle ore 18 è indetta una manifestazione
una unità spontanea senza precedenti, e la voglia di vivere sotto il comune alle ore 21, sempre in via Ciovassino 1, una
e di lottare che ne esce sarà difficilmente contenibile o re- riunione dei circoli del proletariato giovani dell’hinterland».
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il. «Vedo rosso»
SBATTI BELLO CCH IO IN SESTA PAGINA

Sacco e Vanzetti
(1970, ciclostilato n. 3)

«Giravamo armati perché avevamo paura della poli­


zia. Perché avevamo ancora davanti agli occhi il corpo
del nostro compagno Andrea Salsedo trovato sfracellato
dal 14° piano della questura di N ew York», grida Van­
zetti. Il presidente Taylor sospende la seduta, ci sono taf­
ferugli in aula.
È una scena del film Sacco e Vanzetti che si proietta in
questi giorni in prima visione. E a tutta la platea sembra
proprio che abbia detto: «Sfracellato dal quarto piano del­
lo questura di Milano».
Sacco e Vanzetti sono due anarchici italiani, emigrati
negli Stati Uniti negli anni ’20 e condannati a morte su pro­
ve inesistenti per una rapina a mano armata in cui morì un
fattorino. Il film racconta la storia di questo processo.
Siamo nell’America del primo dopoguerra. I padroni si
lanciano in una campagna isterica contro un «complotto
bolscevico» e con questo pretesto si scagliano contro i
quartieri degli operai emigrati, distruggono, picchiano, ar­
restano, deportano gli operai, li uccidono in questura. In
questo clima terribile di repressione vengono fermati due
operai italiani, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, e su­
bito vengono accusati di una rapina. Sacco e Vanzetti gira­
vano armati di due pistole (cosa comunissima in America)
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e stavano mettendo in salvo dalle perquisizioni dei mate­ /ioni di immigrato in un paese razzista. Detesta la politica
riale di propaganda anarchico. come molti operai di oggi - perché la vede come una co­
Le prove vengono rapidamente costruite dal procura­ sa dei padroni. Detesta le manifestazioni fatte per la sua li­
tore generale e suffragate da una sfilata di testimoni pagati berazione perché sa che la pubblicità data alla sua persona
o ricattati dalla polizia, che palesemente mentono e si con­ fa sì che la sua sorte sia segnata. N on è un eroe, ma la clas­
traddicono, ma che riusciranno a portare ugualmente gli se operaia non è fatta di eroi, ma di uomini che lottano, pa­
imputati sulla sedia elettrica dopo sette anni di vicenda giu­ zientemente, per vivere meglio in un mondo diverso.
diziaria. Le testimonianze a discarico degli imputati, nu­ Non tutto il film è bello ed attuale come nei momenti
merosissime, non verranno prese in considerazione perché in cui parlano gli operai. Ma quando si arriva all ultima
fatte da operai e immigrati. «Straccioni», per il procurato­ scena, dove Sacco e Vanzetti vengono assassinati «scienti­
re generale. ficamente» sulla sedia elettrica, non si può trattenere l’odio
L indagine svolta dall’avvocato difensore nel periodo che verso i carnefici che li hanno assassinati.
separa la condanna dall’esecuzione porterà alla scoperta dei Sacco e Vanzetti devono ancora essere vendicati. E di
veri autori della rapina, ma il giudice si rifiuta di rivedere il carnefici come quelli che li hanno assassinati sono piene
processo. Mentre procuratore e polizia si danno da fare per le procure, le questure e i comodi uffici dell’industria dei
occultare le prove palesi dell’innocenza degli imputati, men­ padroni.
tre in tutto il mondo milioni di operai scendono in piazza
per manifestare per la liberazione di Nick e Bart.
Il film è di un’attualità incredibile. Si riconoscono be­
nissimo negli aguzzini americani del 1920 i Calabresi, gli
Amati, i picchiatori fascisti di oggi, i magistrati servi del
padrone. Certo, la borghesia ha fatto dei progressi. Ieri po­
lizia e magistratura si limitavano a attribuire agli anarchici
reati compiuti da altri, oggi organizzano direttamente le
loro stragi fatte su misura per capri espiatori prescelti.
Sacco e Vanzetti sono due dei nostri. Vanzetti è un pe­
scivendolo piemontese, un tribuno: parla dell’anarchia,
della violenza borghese, del comuniSmo; accetta con fer­
mezza la sua sorte perché sa di essere diventato una ban­
diera per il proletariato.
Sacco è un operaio di calzaturificio pugliese, parla dei
suoi bisogni, della sua vita, della sua famiglia, delle condi-
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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina _____________________ «Vedo rosso»----------------------------------

tervistare il direttore proprio mentre scoppia uno sciope­


ro «duro» e gli operai sequestrano direttore e ospiti).
L’idea è buona, ma è la realizzazione che è modesta. E,
peggio ancora, è propriamente l’analisi politica della Fran­
cia ’68-72 che è insufficiente. Il film è ambientato nel 72
Due film politici: Crepa padrone e II potere ma il punto di riferimento ideale è il maggio ’68 (e nume­
(s.d. [1972], ciclostilato n. 2) rosi sono i flashback relativi al maggio). Il maggio è
l’esplosione dell’«autonomia operaia», sfuggita al control­
lo del sindacato, capace di inchiodare il capitalismo alla cri­
Che il cinema sia un importante strumento di comuni­ si economica, ma incapace —per mancanza di una organiz­
cazione di massa, capace di raggiungere milioni di persone, zazione rivoluzionaria, di un partito rivoluzionario - di far
di ogni strato sociale, è cosa nota. Che sia possibile usare precipitare la crisi economica in lotta insurrezionale per la
questo strumento per fare un preciso discorso politico è conquista del potere, per l’abbattimento del potere bor­
una vecchia aspirazione degli intellettuali impegnati. Il ghese. Gli anni ’68-72 sono gli anni in cui gli obiettivi del
problema è di fare un film che pur essendo «politico» non maggio (che nel maggio erano delle grandi fabbriche in­
sia un «mattone», e sia quindi in grado di raggiungere i mi­ torno a Parigi) si estendono a una miriade di piccole e me­
lioni di spettatori. Ci hanno riprovato, di recente, un cele­ die fabbriche: gli obiettivi dei massicci aumenti salariali e
bre regista francese, Godard, e uno sconosciuto regista ita­ della rivoluzione dell’orario di lavoro (anche se le lotte per
liano, Tretti. questi obiettivi raramente sono vincenti). Di questa com­
Il film di Godard parte da un’idea felice: rifare Love plessa realtà operaia che cosa coglie invece Godard? Coglie
story. Fare cioè un film d’amore, con due grossi attori di l’aspetto fenomenico, più esterno, superficiale, più vistoso:
richiamo (Yves Montand e Jane Fonda). Scrive Godard: coglie il tipo di lotta «dura» (il sequestro del direttore, l’as­
«Essi si amano e si agitano come in tutti i film. Ma noi de­ salto finale al supermercato). Ma esaltare il particolare tipo
finiamo ciò che li separa o ciò che li unisce: lotta di clas­ di lotta «dura», come fa Godard, senza mostrare cosa c’è
se E ciò che fa sì che Jane Fonda, giornalista, o Yves dietro a questa scelta, significa offrire una rappresentazio­
Montand, regista cinematografico, passino dall’io ti amo ne parziale, schematica, insufficiente.
allo io non ti amo più, c poi di nuovo ad un secondo “io Ancora più schematico è il film di Tretti, Il potere: e per
ti amo”, questa volta diverso dal primo; è che tra i due “io forza di cose dal momento che tenta una sintesi del «pote­
ti amo” ci sono quaranta minuti in cui essi sono stati se­ re» dalla preistoria a oggi, attraverso una serie di episodi si­
questrati in una fabbrica». La storia d’amore si intreccia gnificativi (i Romani, cioè Tiberio Gracco; Indiani d’Ame­
con una lotta di classe (la donna, appunto giornalista, è rica e uomini bianchi; il fascismo; la situazione odierna).
andata in una fabbrica, accompagnata dall’uomo, per in­ Precede il tutto un prologo collocato nell’età della pietra,
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------- Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ «Vedo rosso»

che mostra il sorgere del potere religioso, ma che sta un po’


a sé nel complesso del film. I quattro episodi storici sono
intervallati da sequenze a colori (il resto del film è in bian­
co e nero) che mostrano tre personaggi con maschere di
animali al posto del capo che simboleggiano il potere eco­
nomico, il potere giudiziario e il potere militare (gli ultimi Sbatti il mostro
due in pratica sono al servizio del primo, che parla con la (s.d. [gennaio 1973], numero unico)
«erre moscia», sì da ricordare Agnelli). Come dire che al di
là del mutare delle varie situazioni storiche resta una co­ « Vedo rosso» ha intervistato Goffredo Fofi, sceneggiatore
stante, che è quella del potere economico (appoggiato si­ del film.
stematicamente dal potere militare e da quello giudiziario).
La scelta dei due brani storici del passato (Romani e India­ «Vedo rosso»: Sbatti il mostro in prima pagina è un giallo?
ni) è un po’ gratuita, con scarsi legamenti interni. Più con­ No. Il film doveva essere un giallo scritto e diretto da
vincenti le due parti finali, più «moderne», e anche più lun­ Donati, che era stato collaboratore di Sergio Leone. Il sog­
ghe come durata, e quindi più approfondite. Il fascismo è getto, l’apparato tecnico e gli attori erano già stati fissati
giustamente mascherato per quello che è, difesa degli inte­ quando il film fu affidato a Bellocchio (Donati fu sostitui­
ressi capitalistici in una particolare fase dello sviluppo sto­ to «perché malato», ma probabilmente fu scartato dai pro­
rico. C ’è una cosa che però non ci convince nel film ed è la duttori, n.d.r.).
tendenza a fare inconsciamente l’apologià del «potere», a Ci siamo così trovati tra le mani la storia di un delitto
mostrare le infinite risorse attraverso le quali le classi diri­ montato ad arte dai giornali e dalla polizia, e avevamo a di­
genti mantengono il potere: ad es., come nell’ultimo episo­ sposizione un attore bravo e famoso come Volonté. Ab­
dio, fingendo di abbracciare la causa degli sfruttati (il cen­ biamo allora pensato di tener ferma la struttura poliziesca,
tro-sinistra, cioè l’apertura ai socialisti come modo di raf­ ma di costruirgli intorno un discorso politico, rivolto ad
forzare il potere capitalistico). Insomma da un lato, in al­ un pubblico molto vasto, che demistificasse i mezzi d’in­
to, sta l’iniziativa capitalistica, la sua infinita intelligenza; e formazione. Abbiamo deciso inoltre di legare la vicenda ad
dall’altro lato, in basso, sempre subalterne, sempre sconfit­ alcuni momenti significativi della lotta di classe in Italia in
te, stanno le classi sfruttate. Non si tratta, evidentemente, questi ultimi mesi.
di presentare una sconfitta del capitalismo che finora non
c’è stata; si tratta però di guardare alla realtà dal punto di «VR»: Qual è il «pubblico molto vasto» a cui avete vo­
vista della classe operaia, della classe rivoluzionaria, che luto rivolgervi?
lentamente si organizza e prepara la rivoluzione.
Direi al normale pubblico delle sale cinematografiche
italiane. A tutti coloro che subiscono quotidianamente le
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menzogne e le deformazioni dei giornali e dei mezzi d’in­ dere e da proporre (la fogna delle immagini finali del film);
formazione di massa e che non immaginano neppure che una borghesia che in fondo divora anche se stessa; la ragaz­
questo avvenga, né tanto meno come possa avvenire. zina uccisa e, in una certa misura, il giornalista Roveda, sim­
bolo dell’incapacità di tanti «progressisti» di uscire dalla
«VR»: Il vostro obiettivo principale era quindi quello di contraddizione tra servire i padroni e salvarsi la coscienza.
far capire agli spettatori come i giornali deformino la real­
tà e inducano il lettore a pensare e sentire esattamente co­
me si vuole che pensi e senta. Sbatti il mostro è un film da vedere assolutamente, an­
che se gli si possono muovere alcune critiche.
Certo. Il giornale è un giornale di destra, di quelli co­ Gli autori hanno voluto ricreare il clima pre-elezioni
siddetti indipendenti. Il padrone del giornale è un grosso ’72 attraverso alcuni riferimenti alla cronaca di quei giorni:
industriale (Monti-Agnelli=Montelli) come di fatto è, che gli scontri deir 11 marzo, Vassalto al «Corriere», i funerali
finanzia i fascisti, come avviene in realtà. di Feltrinelli, i comizi, i cortei ecc. Soltanto in alcuni casi pe­
I giornalisti, in collaborazione con la polizia, costrui­ rò (come per l'assalto al giornale), questi episodi riescono a
scono e sostengono falsi indizi, inventano prove inesisten­ legarsi col film, mentre in altri casi restano esterni ad esso.
ti, nascondono i veri colpevoli, sfruttano il delitto e cerca­ Il gruppo dei ragazzi, gli anarchici vittime della montatu­
no in ogni modo di addebitare agli «estremisti di sinistra», ra giornali-polizia, viene descritto in modo un po' superfi­
per orientare a destra l’opinione pubblica (non si stupisce ciale e convenzionale: sono un po' troppo folkloristici in­
che Pestelli abbia scritto su «La Stampa»: «Come giornali­ somma, sia per quanto riguarda l'aspetto e gli atteggia­
sti di un quotidiano siamo un po’ avviliti a dover recensire menti, sia il linguaggio.
un film come questo», n.d.r.). Pur non essendo un'opera eccezionale, è comunque un
II giovane anarchico ingiustamente accusato ha dei buon film, interessante per le cose che dice ed avvincente
chiari riferimenti a Valpreda, anche se in questo caso è im­ per come la storia è costruita e svolta.
putato dell’omicidio di una ragazzina e non della strage di
Piazza Fontana. I meccanismi che stanno dietro alla pro­
vocazione poliziesca e alla montatura dei giornali sono si­
mili a quelli usati per accusare gli anarchici e la sinistra ex­
traparlamentare degli attentati e delle altre belle imprese
che invece sappiamo essere opera dei fascisti. Vittime della
provocazione sono i gruppi rivoluzionari e, attraverso
questi, il movimento operaio.
Un secondo livello del film è il discorso su cos’è la bor­
ghesia. Una borghesia che non ha nessun valore in cui cre­
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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina ___________________ «Vedo rosso»__--------------------------------

descrivono ora nell’orrore della loro funzione sociale


(spacciatori di droga uomini di potere, industriali), ora
nel ridicolo del loro formalismo (come si beve un Marti­
ni?), ora nel terrore per il mondo che li circonda (la rivo­
luzione scava in profondo). Di qui il continuo ricorrere
Cinema [senza titolo] ili Bunuel ai sogni che si incastrano uno dentro l’altro im­
(s.d. [settembre 1973], anno 1, n. 4) pedendo di distinguere la realtà dall’immaginazione, le
paure reali degl’incubi: è questo il modo più efficace per
descrivere una classe di morti viventi che, pur posseden­
Al cinema qualcosa da vedere c’è sempre. Capita che do potere e ricchezza, non ha più né la capacità né una ra­
oggi c’è un film da vedere assolutamente. Si tratta di II fa­ gione per vivere: È una lezione da ricordare, Luis Bunuel
scino discreto della borghesia, un tipo di film che non capi­ ha il merito di ricordarcela con un film cosi compiuto,
ta spesso di poter vedere, un avvenimento da non lasciarsi così ricco di invenzioni spiritose e di feroce ironia da la­
scappare. È un film diverso per la capacità di analisi che sciarci incantati.
possiede, per la semplicità delle riprese, per il divertimen­
to intelligente che procura. Allo stesso tempo descrizione
spiritosa e critica feroce di un modo di vivere II fascino di­ C ’è altrof*
screto della borghesia ha bisogno da parte nostra di molta
attenzione e quindi di un po’ di disintossicazione dalle UAmerikano di Costa-Gavras vale la pena di essere
mutande, dai calci in bocca e dalle pistolettate in pancia cercato e visto per la convincente semplicità con cui rac­
che, anche nostro malgrado, ci condizionano nei nostri gu­ conta la funzione imperialista degli Usa in America Latina.
sti cinematografici. N on ci sono pause né momenti di noia, il film è appas­
Film diverso perché bisogna esercitare, vedendolo, sionante: bisogna andarci e mandare a vederlo tutti quelli
1 intelligenza, Il fascino discreto della borghesia è senza che conosciamo.
dubbio il migliore film dell’anno insieme ad Arancia Trevico-Torino, viaggio nel Fiat-nam ha senza dubbio
meccanica-, entrambi da vedere e da rivedere. Che cosa ci un merito quello di cercare di affrontare la condizione di
racconta Bunuel? Il suo film è la descrizione dell’impo­ un operaio-immigrato da un punto di vista rigorosamente
tenza di vita di una classe attraverso la rappresentazione documentario. Girato da E. Scola (quello di Dramma del­
cinematografica delle sue paure, delle sue angosce, dei la gelosia, Il commissario Pepe, La più bella serata della
suoi fantasmi. Borghesi sempre affamati che sognano la mia vita, ecc.) con la collaborazione di alcuni dirigenti del
morte, i personaggi di Bunuel non hanno una storia par­ Pei torinese, il film si può vedere e magari anche apprez­
ticolare da raccontare, semplicemente si analizzano e si zare come un tentativo, criticandolo tuttavia a fondo.
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------- Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ ___________________ «Vedo rosso»._____________ _________

Infatti nel tentativo di metterci dentro tutto: (i dormi­ Questo non sempre è un difetto, anzi la commedia vive
tori pubblici, le pensioni, le camere di affitto, i preti buoni, sulla finzione e sull’equivoco, solo che questa volta non
le sezioni del Pei, i sindacati, gli extraparlamentari, Porta bastano alcune belle battute contro l’America e gli ameri­
Palazzo, i sottoproletari di Porta Nuova, la scuola serale, il cani per riscattare una stanchezza di fondo e una visione
lavoro alla Fiat) regista e collaboratori hanno perso il filo, turistico-idilliaca dell’Italia. Ci si può anche divertire, ma
tutto è vero ma non sta insieme. La descrizione di Torino una volta usciti dalla sala si sente un po’ di insoddisfazio­
come città trappola è fatta di tanti quadri staccati che non ne e noia. Insomma due film con molti difetti che tuttavia
si compongono in un’analisi sociale e in una proposta po­ nel mare delle porcherie in circolazione emergono per in­
litica stanno lì e basta. telligenza e cinismo il primo, per amore e gusto della bat­
Se a questi limiti della parte documentaria del film si ag­ tuta il secondo.
giunge la storia d’amore tra l’operaio e l’extraparlamenta­
re la critica non può che essere più dura. Se infatti da un la­
to c’è troppa realtà, dall’altro la falsità della situazione è
troppo scoperta. Un idillio con margherite e qualche lacri­
ma furtiva in un mondo disumano, solo la semplicità e la
sincerità della protagonista femminile riscattano questa
parte del film e la rendono godibile, ma Fiat-nam che cosa
c’entra?

Alcuni vecchi e bravi americani

J. Mankiewicz, Gli insospettabili è un gioco di rara ele­


ganza da cui bisogna prendere un po’ le distanze.
Storia di un gioco crudele con due soli protagonisti che
si affrontano e si sbranano con sorrisi e civiltà fino alla
morte Gli insospettabili è un divertimento intellettualistico
che non si può fare a meno di apprezzare, ma con cui ab­
biamo poco o nulla in comune.
B. Wilder, Che cosa è successo tra mio padre e tua ma­
dre? è una commedia americana piena di belle battute e di
situazioni ridicole, ma totalmente e disperatamente finta.
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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina ___________________ «Vedo rosso»_--------------------------- -----

i a che la coscienza più oscura, l’aspetto più beota, il rifiuto


più volgare e mostruoso dell’intelligenza sono lì, si possono
toccare con mano. Deve bastare questo a tenerci lontano da
trame raffazzonate da fascistoidi stupidi ed incapaci.
Cinema politico per eccellenza, specchio di ciò che l’Ita­
Cinema politico? lia democristiana e fascista è, la produzione poliziesca ita­
(s.d. [novembre 1973], anno 1, n. 5)
liana (insieme ai cazzi parlanti dell’osceno Buzzanca) sposa
il più becero culto della violenza (P 38, bicipiti potenti, den­
ti rotti e il santo manganello per l’ordine e la legalità) con la
più miserabile volgarità fascista (maschi virili e femmine in
1) Il cinema è senza dubbio uno dei posti dove andia­
calore, mani sul culo e seno in primo piano).
mo di più. Vogliamo dai film che scegliamo molte cose:
È un tipo di cinema che ci è profondamente estraneo e
prima di tutto una critica del mondo come è e la volon­
totalmente nemico. Sarebbe ben triste scoprire che abbia­
tà-possibilità di cambiarlo. Al cinema chiediamo di aiu­
mo venduto la nostra capacità di ridere o di piangere, di
tarci a riflettere con la stona e con la favola, con l’avven­
partecipare o di riflettere in cambio di un peto e di un se­
tura e con la politica, con la cronaca e con l’amore. Pen­ no, di un questurino felice e di una bella fotografia di un
siamo ai cinema non come una vacanza del gusto e del-
mitra che spara.
1 intelligenza, ma come una possibilità di conoscere e sa­ 3) È quindi una semplice norma di pulizia tenersi lon­
pere, non nella noia, ma nel diritto di divertirci che sta in­ tano da questo tipo di fogne cinematografiche di cui pub­
sieme a quello di capire. blichiamo a fianco un limitato campionario.
«Le sorprese provocate dallo sviluppo che procede lo­ Più complesso è intervenire nel merito di quel cinema
gicamente o a salti, dalla instabilità di tutte le situazioni, dal «politico» che per scelta di temi ci sembra più compagno,
senso ultimo delle contraddizioni ecc. costituiscono altret­ più vicino a noi e ai nostri problemi di vita e di conoscenza.
tante ragioni di trarre diletto dalla vivacità degli uomini, 4) Una prima distinzione che dobbiamo fare è tra il ci­
delle cose, dei processi, ed esaltano l’arte di vivere e la gio­ nema prodotto dentro le strutture cinematografiche esi­
ia di vivere. stenti e i tentativi di un cinema direttamente, intimamen­
Tutte le arti contribuiscono all’arte più grande di tutte: te legato allo sviluppo della lotta di classe nel nostro pae­
quella di vivere». se; cinema cioè fuori dai normali canali di produzione e di
(B. Brecht) distribuzione.
2) Se ci capita di guardare le facce e di ascoltare le parole Il cinema militante, con i suoi presupposti, con i suoi fi­
degli spettatori di La polizia incrimina, la legge assolve o di ni, con i suoi risultati concreti è un argomento da affron­
Milano trema la polizia vuole giustizia scopriamo con pau- tare, lo faremo un’altra volta.

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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina____ I ________________ «Vedo rosso»--------------------- ------------

Ora ci interessa toccare quel tipo di cinema che sbada­ liso è inutile e dannosa perché fa pensare ad un punto di ar-
tamente viene definito politico e che ci viene offerto dalla i ivo, a film che esistono e che si possono vedere. Niente di
produzione cinematografica nelle sale normali. più falso.
5) Anzitutto l’esistenza di tutta l’immondizia non giu­ 7) Infatti molto è da buttare. Da buttare senza rimpian-
stifica neppure lontanamente una difesa di questi prodotti ii è l’assurda porcheria di E. Petri, La proprietà non è più
a scatola chiusa. un furto, ignobile pasticcio. Anche ammettendo le buone
Spesso tra i poliziotti vogliosi di femmine ed ordine e i intenzioni del regista, non si può sopportare 1 ignoranza e
gialli impegnati (?) con il poliziotto corrotto e il giudice la presunzione che trasudano da ogni immagine del film.
mafioso la differenza è poca e le origini le stesse. Il rifor­ I.’unica cosa che si ricava da tutta questa roba su classi me­
mismo spicciolo e 1 incapacità di analisi del contesto socia­ li ic, denaro, oppressione della donna, furto è una profon­
le dei film di D. Damiani ad esempio {Il giorno della civet­ da sensazione di noia ed irritazione.
ta, Confessione di un commissario di polizia, L’istruttoria è 8) Il delitto Matteotti invece per nobiltà di propositi e
chiusa: dimentichi, Girolimoni) si traducono in brutti col­ per i temi che affronta è forse il più tipico esempio di un
pi di scena e misere battute con un po’ di indignazione mo­ certo cinema impegnato.
rale appiccicata e che non interessa nessuno. Basta poi to- Il film dice delle cose giuste: Mussolini faceva ammaz­
g iere quest ultima e il film diventa pericolosamente ugua- zare la gente, il fascismo andò al potere con l’appoggio non
e a quelli ultimamente in voga con il commissario triste e solo degli agrari e del Vaticano, ma anche degli industriali
virile che ribatte colpo su colpo al delinquente sovversivo e grazie alla complicità della monarchia e dell apparato
e degenerato. dello stato, i partiti democristiani pretendevano di risolve­
6) La parentela è assai stretta, tuttavia, il discorso non re la crisi Matteotti nel Parlamento, il Partito comunista
finisce qui. C ’è dell’altro. Sacco e Vanzetti, Sbatti il mostro comprese invece che della crisi dovevano essere investite le
m prima pagina, Bronte, Il delitto Matteotti, La villeggia­ masse operaie e contadine.
tura sono film visibili per un verso o per l’altro. Tutto vero, però il film è modesto e povero. Gli autori
Vederli non vuol dire accettarli come capolavori, ma di­ hanno voluto ricostruire la vicenda mettendo in scena so­
scuterli uno per uno nel loro tentativo, di fare cronaca o di lo i grandi personaggi storici; non sono stati capaci di far­
interpretare la storia. Non sono film che appartengono ad lo. Simili a manichini, Gramsci e Turati, Don Sturzo e Go­
un filone preciso del cinema: sono tentativi, contributi, betti parlano senza legarci alla vicenda che vivono.
proposte. Non dobbiamo avere paura di criticarli e anche E il popolo? Dialetto e bozzetto: l’immagine del po­
di respingerli: costruire dei criteri nostri per vedere e capi­ polo che ha questa gente di cinema è totalmente borghe­
re questo tipo di cinema vuol dire non subire a bocca aper­ se, per essere popolari volgarizzano. Per farci capire cosa
ta e immagini dello Schermo e constatare che un cinema pensa l’operaio, cosa è e come agisce, mettono un attore in
politico non esiste, è tutto da costruire e la definizione in tuta sporca.
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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina «Vedo rosso».

Non è casuale.
9) È questo modo di rappresentare il popolo e di esse­
re popolari che ci sembra tutto sbagliato nel cinema italia­
no, non solo in generale, ma proprio nei suoi prodotti mi­
gliori, come Matteotti.
Non si è popolari verso il pubblico quando il film è ba­ Cinema [senza titolo]
sato da un lato su un manuale di storia anche giusto e sa­ (s.d. [aprile 1974], anno 2, n. 1)
crosanto e dall’altro il bozzetto, la macchietta, l’aneddoto.
Sembra in realtà che questo cinema abbia paura di se Partiamo dal western perché ci piace e perché ci interessa
stesso. Un discorso politico serrato, l’incalzare degli avve­ sempre, non solo come favola ed avventura, ma come espres­
nimenti, lo scontro ideologico e concreto delle diverse po­ sione di un mondo (quello americano) su cui vale la pena di
sizioni sembra insufficiente: bisogna alleggerire, far ridere riflettere dal momento che molto ci riguarda e coinvolge.
con un po’ di dialetto e qualche barzelletta. Due film: Pat Garrett e Billy thè Kid e II mio nome è
È questo un modo di considerarci deficienti, di pensa­ nessuno. Del secondo non varrebbe la pena di dire se non
re il pubblico come amante del cattivo gusto e della battu­ fosse che, con presunzione pari solo all’ignoranza, preten­
ta del capoufficio. Diventa quindi logico che il popolo sul­ de di spiegarci cos’è il west, la sua leggenda, e vuole anche
lo schermo altro non sia che la proiezione di questa imma­ farci ridere.
gine degli spettatori. Pat Garrett è un film bellissimo ed importante, ma che
Ne risente, rimane debole e monca così la riflessione sulla va riflettuto e non subito. Bisogna insomma prendere le
storia, sul fascismo, sulle masse che si vorrebbe far compiere. distanze per non trovarci troppo dentro al film sino al­
Riflettere sulla storia e sulla società italiana rimane l’identificazione compiaciuta in personaggi e situazioni
quindi un giusto ma pio desiderio per autori di cinema per
che sono senza uscita e senza storia.
ora incapaci di costruire (su premesse di analisi magari po­ La chiave del film è nel passaggio dalla violenza senza
liticamente giuste ed accettabili) cinema, cioè favola ed legge alla legge della violenza. Billy può anche comparire
azione, personaggi reali in situazioni reali.
nel film con una nota discutibile ed ambigua, ma è chiaro
che si tratta di un personaggio inscindibilmente legato a
quello del suo antagonista. Pat Garrett altro non è che lo
stesso Billy fatto adulto, integrato nel nuovo ordine, Pat
Garrett è il vero protagonista, il fuorilegge che continua ad
esercitare la professione di un tempo con la differenza che
adesso porta la stella di sceriffo conferitagli da latifondisti,
grandi allevatori e governatori.

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------- Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ _____________________ «Vedo rosso»___________________ - —

Qui si dimostra che essere banditi o uomini d’ordine di­ In II mio nome è nessuno, il nome di Sam Peckinpah fi­
pende solo dal gradino che si occupa nella scala della rapi­ gura su una tomba ed il regista americano è il bersaglio di
na e dello sfruttamento. Chi questa scala accetta, sopravvi­ tutto il film. Sergio Leone e Tonino Valeri non prendono
ve, chi, anche in nome di un individualismo vitalistico, la ri­ sul serio gli eroi del west; mostrano come protagonisti un
fiuta, viene ucciso. La crescita della grande proprietà priva­ vecchio e serio pistolero professionista (Henry Fonda) e il
ta e la sua violenta legittimazione elimina chi vorrebbe vi­ pistolero burletta del western-fagioli (Terence Hill).
vere nel segno della libertà senza fare i conti con la storia. Il primo vorrebbe ritirarsi in pensione nella vecchia Eu­
Ma questa storia fa francamente schifo: perché uccide ropa, ma il secondo che, fin da bambino lo idolatra, vuole
ogni capacità di vivere e di essere felici. Alcuni in questo che resti sulla breccia ed entri nella storia, affrontando da
discorso hanno trovato la matrice di destra di Peckinpah, solo in un epico scontro i centocinquanta banditi del «muc­
dicono che è un fascista o per lo meno un anarchico di de­ chio selvaggio» (riferimento ad un film di Peckinpah). Si
stra. A torto. È vero che c’è amore e rimpianto per Billy vorrebbe prendere in giro il mito del west ma alla fine ri­
per il suo modo di essere vivo (qui forse c’è un tono di sulta che il popolo cafone (gli spettatori) per essere beato ha
esaltazione dell’incoscienza e della fanciullezza eccessivo). bisogno di eroi. E il vero eroe, guarda caso, può anche non
Ma questo nulla toglie alla consapevolezza, dolorosa, ma­ avere un nome, come il milite ignoto: l’importante è che sia
gari, della sua inevitabile sconfitta. un uomo, con l’iniziale maiuscola, abbia cioè lo sguardo
Personaggio sempre uguale a se stesso, Billy non capi­ chiaro ed intrepido degli arditi di guerra, il gusto dannun­
sce ciò che accade cioè le ragioni per cui deve morire; al ziano e fascista della beffa e della volgarità, la pistola velo­
contrario Pat Garrett è cosciente fino in fondo del suo ce ed infallibile.
ruolo, anche se portandolo sino in fondo (uccide Billy) uc­ Noi, che guardiamo simili cazzate dovremmo poi ridere
cide ad un tempo anche ciò che conta di sé stesso. Il west in una girandola di rutti, peti o di scene ambientate al cesso.
rimane così al filo spinato che delimita le grandi proprietà. Queste sono le cose che contano e divertono secondo
Quale dunque il senso? Peckinpah, interrogandosi sul­ Leone, mentre non conta niente stabilire perché e per chi
le origini del suo paese e del suo mondo, dà risposte ama­ nel west si spara: questa fantasia Valeri e Leone la lasciano
re e sconsolate. L’America non è terra di certezze, di co­ a Peckinpah, che secondo questi signori sarebbe oltretutto
raggio e di avventura, ma mondo chiuso dove la morte de­ reazionario. Il cinema di destra sono loro senza ombra di
gli uomini è condizione e garanzia del profitto cioè dello equivoco.
sviluppo di una società mostruosa di cui il boia Nixon è
oggi insuperato esemplare. I limiti e le contraddizioni del Trash
film (la mancata indicazione di vie d’uscita alternative)
nulla tolgono alla validità ed importanza di questa rifles­ È un film sull’America, fatto da un cattolico che ritiene
sione sulle origini storiche degli Usa. che non il modo di produzione della vita materiale, bensì i

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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina «Vedo rosso».

rapporti sessuali condizionino il processo sociale, politico


e spirituale della vita.
Bisogna precisare che Trash è noioso e lento: può esse­
re interessante parlarne, ma è una barba vederlo.

Cinema [senza titolo]


(s.d. [aprile 1974], anno 2, n. 1)

Il cinema italiano funziona per filoni: le idee sono ne­


cessariamente poche quando il pensiero fisso è quello di
far soldi.
Se un film ha successo commerciale, subito proliferano
decine di imitazioni; basta ricavare dal film ultramilionario
la ricetta e quindi cucinare alla veloce lo stesso insipido
piatto. L’argomento, la trama, persino il titolo, devono es­
sere il più possibile simili al modello: western all’italiana,
polizia a mezzoservizio, padrini, mani d’acciaio, Ubalde
tutte calde hanno di volta in volta invaso gli schemi, rove­
sciando tonnellate di stronzate su di un pubblico che paga
per essere rincitnillito.
Questo paradiso di imitatori delle imitazioni ha tutta­
via le sue regole: dopo un po’ la saturazione è inevitabile: è
necessario cambiare, trovare delle formule diverse (sempre
idiote, naturalmente, ma diverse).
E così negli ultimi mesi abbiamo dovuto assistere al fio­
rire di due nuovi filoni, mentre un terzo sembra nascere
proprio adesso: i film tratti dai romanzi di appendice, i film
con esperienza sessuale incestuosa e la commedia italiana a
sfondo sociale.
Nulla da dire sul primo filone. Immondezze del tipo
La sepolta viva, o il di lei figlio, si presenta da sé. Sono sto­
rie stomachevoli per masochisti senza stomaco.
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_____Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ 3 ___________________ «Vedo rosso»______________________

Il secondo merita forse qualche parola in più. Il capo­ Non è però la suspense del giallo; piuttosto è simile a
stipite Samperi, detto anche «Edipo» o «Malizia», aveva quella dei vecchi western che vedevamo all’oratorio, quan­
dato l’impressione, all’inizio della sua carriera, di non es­ do sapevamo che alla fine sarebbero arrivati i nostri, ma,
sere del tutto privo di qualità. i risto, quanto ci mettevano ad arrivare!
Ma il povero Samperi ha avuto un’adolescenza piutto­ Ovviamente le malizie e virilità varie hanno tutto da
sto difficile e infelice: anche quando faceva film «seri» era perdere nel confronto. L’attesa è sempre mortalmente no­
ossessionato dai suoi mancati rapporti sessuali con proca­ iosa: e a poco valgono i trucchetti da avanspettacolo per te­
ci zie e consanguinee varie. In seguito la serietà è venuta nere desto lo spettatore o gli episodi che vorrebbero esse­
meno, ma l’ossessione è rimasta, per cui continua a propi­ re divertenti e che servono solo ad affossare attori con un
narci storie di adolescenti che si svezzano succhiando il se­ passato decoroso come Turi Ferro o Tino Carraro. Lo
no all’intero parentado femminile. squallore trionfa e la tensione c’è solo grazie all’eventuale
Il suo Malizia è diventato il prototipo per una già ricca vocazione segaiola dello spettatore.
messe di porcherie con lo stesso ossessivo motivo del gio­ Resta ancora un problema. La giarrettiera è indispensa­
vane «iniziato» da una parente la più stretta possibile. bile oppure no?
Sin dall’inizio sappiamo che il giovane protagonista si Puntando sui ricordi dei meno giovani (la signora che
prenderà una cotta per la succulenta matrigna (o zia o co­ scendendo dalla macchina lasciava intravedere 2 cm. di
gnata) e che verrà ricambiato. In questo giro di chiavate bianca coscia, la ragazza che ti bloccava la mano quando
in famiglia si preserva però la mamma. Almeno in Italia; stava per raggiungere la zona non protetta dalle calze di
in Francia forse no, prova ne è che qualche anno fa un nylon, la commessa del droghiere che saliva la scaletta per
film di Malie ci aveva proposto una graziosa storia di pas­ raggiungere i barattoli nello scaffale alto) puntando cioè
sione snaturata di un ragazzino per la sua mamma (Lea sui simboli della repressione e dell’ipocrisia sessuale dei
Massari!). nati ante ’50, la maggior parte dei registi del sesso in fami­
Questi film hanno tutti un finale obbligato: i due libe­ glia ha deciso di sì, la giarrettiera ci vuole. Ma sono am­
reranno i loro mal repressi desideri e scoperanno con reci­ messe varianti. Siamo in un paese libero vivaddio!
proca soddisfazione. E sollievo del tesissimo spettatore Un terzo possibile filone sta intanto nascendo: quello
che avrà aspettato un’ora e passa perché la natura (?!) fac­ che potremmo definire della commedia all’italiana «impe­
cia il suo dovere. Proprio in quest’ora di spasmodica atte­ gnata», a sfondo sociale. Pane e cioccolata e Sistemo VAme­
sa sta il succo del genere sesso in famiglia. È la suspense ap­ rica e tomo, ma il primo soprattutto, in quanto decisamente
plicata al film erotico, ammesso e non concesso che questi peggiore, potrebbero dare il via al nuovo genere.
film lo siano (ma è tristemente noto che in un paese di con­ Della commedia all’italiana vengono ripresi alcuni
trollato sottosviluppo sessuale anche questa roba può pas­ meccanismi di base, la finta intenzione di castigare ridendo
sare per erotica). mores, il tipo di protagonista (Manfredi è evidentemente a

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------- Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ ______________________ «Vedo rosso»__ ____________________

Il secondo merita forse qualche parola in più. Il capo­ Non è però la suspense del giallo; piuttosto è simile a
stipite Samperi, detto anche «Edipo» o «Malizia», aveva quella dei vecchi western che vedevamo all’oratorio, quan­
dato l’impressione, all’inizio della sua carriera, di non es­ do sapevamo che alla fine sarebbero arrivati i nostri, ma,
sere del tutto privo di qualità. cristo, quanto ci mettevano ad arrivare!
Ma il povero Samperi ha avuto un’adolescenza piutto­ Ovviamente le malizie e virilità varie hanno tutto da
sto difficile e infelice: anche quando faceva film «seri» era perdere nel confronto. L’attesa è sempre mortalmente no­
ossessionato dai suoi mancati rapporti sessuali con proca­ iosa: e a poco valgono i trucchetti da avanspettacolo per te­
ci zie e consanguinee varie. In seguito la serietà è venuta nere desto lo spettatore o gli episodi che vorrebbero esse­
meno, ma l’ossessione è rimasta, per cui continua a propi­ re divertenti e che servono solo ad affossare attori con un
narci storie di adolescenti che si svezzano succhiando il se­ passato decoroso come Turi Ferro o Tino Carraro. Lo
no all’intero parentado femminile. squallore trionfa e la tensione c’è solo grazie all’eventuale
Il suo Malizia è diventato il prototipo per una già ricca vocazione segaiola dello spettatore.
messe di porcherie con lo stesso ossessivo motivo del gio­ Resta ancora un problema. La giarrettiera è indispensa­
vane «iniziato» da una parente la più stretta possibile. bile oppure no?
Sin dall’inizio sappiamo che il giovane protagonista si Puntando sui ricordi dei meno giovani (la signora che
prenderà una cotta per la succulenta matrigna (o zia o co­ scendendo dalla macchina lasciava intravedere 2 cm. di
gnata) e che verrà ricambiato. In questo giro di chiavate bianca coscia, la ragazza che ti bloccava la mano quando
in famiglia si preserva però la mamma. Almeno in Italia; stava per raggiungere la zona non protetta dalle calze di
in Francia forse no, prova ne è che qualche anno fa un nylon, la commessa del droghiere che saliva la scaletta per
film di Malie ci aveva proposto una graziosa storia di pas­ raggiungere i barattoli nello scaffale alto) puntando cioè
sione snaturata di un ragazzino per la sua mamma (Lea sui simboli della repressione e dell’ipocrisia sessuale dei
Massari!). nati ante ’50, la maggior parte dei registi del sesso in fami­
Questi film hanno tutti un finale obbligato: i due libe­ glia ha deciso di sì, la giarrettiera ci vuole. Ma sono am­
reranno i loro mal repressi desideri e scoperanno con reci­ messe varianti. Siamo in un paese libero vivaddio!
proca soddisfazione. E sollievo del tesissimo spettatore Un terzo possibile filone sta intanto nascendo: quello
che avrà aspettato un’ora e passa perché la natura (?!) fac­ che potremmo definire della commedia all’italiana «impe­
cia il suo dovere. Proprio in quest’ora di spasmodica atte­ gnata», a sfondo sociale. Pane e cioccolata e Sistemo VAme­
sa sta il succo del genere sesso in famiglia. È la suspense ap­ rica e tomo, ma il primo soprattutto, in quanto decisamente
plicata al film erotico, ammesso e non concesso che questi peggiore, potrebbero dare il via al nuovo genere.
film lo siano (ma è tristemente noto che in un paese di con­ Della commedia all’italiana vengono ripresi alcuni
trollato sottosviluppo sessuale anche questa roba può pas­ meccanismi di base, la finta intenzione di castigare ridendo
sare per erotica). mores, il tipo di protagonista (Manfredi è evidentemente a

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_____Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina

suo agio, mentre Villaggio deve invece umiliare la sua ge­


nuina comicità adattandola al modello Sordi). Su questo
viene appiccicata una parvenza di critica dello sfruttamen­
to, e il gioco è fatto. Ma attenzione! Lo sfruttamento non
a casa nostra, ma all’estero, in Svizzera o negli Usa, il più
lontano possibile insomma. E più lontano si va più «graf­ III. «La vecchia talpa»
fiarne» sarà la critica.
Con questo non vogliamo dire che lo sfruttamento è so­
lo in Italia, o che in Italia è più feroce che in altri paesi ca­
pitalistici. Ma questa scelta di tacere sull’Italia per fare i de­
mocratici e i progressisti parlando di Petaluma ricorda un
po’ troppo l’atteggiamento, ad esempio, della «Stampa»:
opposti estremismi e basta con gli scioperi nella cronaca na­
zionale, denuncia della repressione in Cile e della dittatura
in Grecia nella cronaca estera - per dimostrare che, 1° sia­
mo democratici e 2° che altrove è peggio e perciò non dob­
biamo lamentarci troppo: quindi basta con gli scioperi.
Bisogna tuttavia riconoscere che mentre Pane e ciocco­
lata è melenso e reazionario, Sistemo l’America, fermo re­
stando il discorso di cui sopra, è un film pieno di buone in­
tenzioni e con alcuni momenti felici: sulla rivolta nera ar­
riva però con enorme ritardo e ne parla come, ahimè!, ne
può parlare soltanto un cinematografaro.

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SBATTI BELLO CCH IO IN SESTA PAGINA

Cinema: La classe operaia va in paradiso


(s.d. [1972], ciclostilato n. 3)

La trama: il cottimo

Il film è ambientato in una fabbrica del novarese in agi­


tazione per il cottimo. Il cottimo è la retribuzione della
manodopera stabilita in proporzione alla quantità di lavo­
ro prodotta. Come dire che chi produce di più guadagna di
più. Il che significa una lotta dell’operaio contro il tempo
che offende la dignità umana. Di fronte al problema si de­
lineano tre posizioni: 1) quella dei gruppetti extraparla­
mentari che propongono l’abolizione del cottimo come si­
stema di retribuzione; 2) quella dei sindacati che ne vo­
gliono solo una regolamentazione, cioè sottrarlo all’arbi­
trio del padrone; 3) quella del protagonista, Lulù Massa
(rappresentativo con il suo simbolico cognome, dell’intera
classe operaia), che invece accetta il cottimo com’è.

Perdita del dito e licenziamento

L’accettazione incondizionata del cottimo comporta


tuttavia alcuni inconvenienti: non solo l’operaio è colpito
a livello psicologico, quasi ridotto a una macchina ma, per
lavorare più in fretta, mette in pericolo anche la sua inte­
grità fisica.
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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina ___________________ «La vecchia talpa».------------------------------

Lulù toglie dalla macchina il pezzo non ultimato e co­ nando l’operaio licenziato, la classe operaia non può che
sì facendo un bel giorno perde un dito. Egli scopre a que­ andare in Paradiso, cioè rimanere frustrata e fottuta.
sto punto, improvvisamente, sulla propria pelle, la negati­
vità dell’ideologia capitalistica del produrre sempre di più
e passa da posizioni qualunquistiche e padronali a posi­ Aspetti positivi del film: lo sfruttamento in fabbrica
zioni rivoluzionarie, al fianco dei gruppetti. La nuova col-
locazione politica di Lulù gli causa però il licenziamento, Che dire di questo film? Certo esso è, almeno, parzial­
e con questo atto il film ha una svolta decisiva. Licenzia­ mente, positivo. Ci mostra per la prima volta la realtà del­
to, abbandonato dalla donna con cui convive (una parruc- la fabbrica, del lavoro disumano, alienante, in una continua
chiera piccolo borghese, spaventata dalle sue idee estremi­ gara con le macchine, con il tempo. Mostra l’ideologia del­
stiche), il protagonista non può contare sull’aiuto dei sin­ la produzione (produrre sempre di più) che passa sulla pel­
dacati, che egli ha contribuito a smascherare nella loro le e sulle dita degli operai.
funzione di servi del padrone. Gli restano gli studenti dei
gruppetti che però mostrano di fregarsene del suo «caso
personale». A questo punto frustrato ed abbandonato da Consumismo e alienazione
tutti a Lulù non resta che il manicomio, dove va a trovare
un vecchio operaio diventato pazzo per la vita insoppor­ Ma il film mostra anche cosa sta dietro a tutto questo.
tabile alla fabbrica. Lulù non è colto solo nello spazio del suo lavoro, della
fabbrica, ma anche in quello della casa, della vita privata.
Una casetta piccolo borghese, con tutti i conforts e, domi­
Il finale frustrante nante, la televisione con la sua fredda luce azzurrognola
che, rompendo l’oscurità della stanza, determina un’atmo­
Intanto i sindacati riescono a concludere la vertenza sul sfera allucinante dove i personaggi si muovono come ro­
cottimo. Ottengono migliori condizioni salariali e la rias­ bot, parlandosi senza guardarsi in viso, con gli occhi sem­
sunzione di Lulù. Ma per Lulù questo nuovo colpo di sce­ pre fissi allo schermo. Il film coglie bene le aspirazioni di
na non significa nulla. Egli non ritrova per questo la sua un certo strato di classe operaia che vuole «integrarsi»,
combattività. L’unica soluzione pare sia l’evasione perso­ conquistare gli oggetti del benessere borghese. Lo spetta­
nale o privata in un mondo fantastico, fra sogno e pazzia. tóre può così rendersi conto di una serie di contraddizio­
La classe operaia va in Paradiso (sogna di andare in Para­ ni: Lulù fa lo stacanovista, lavora di più, rischia le dita per
diso). Come dire che stretta fra il padrone sfruttatore, i sin­ guadagnare di più, e poi spende quel di più guadagnato in
dacati che si limitano a richiedere sfruttamento in meno, e oggetti inculcati dalla pubblicità del padrone. Come dire
i gruppetti che predicano bene e razzolano male abbando­ che l’operaio lavora di più, facendo guadagnare di più il
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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina ____________________ «La vecchia talpa»-------------------------------

proprio padrone, e poi riconsegna il denaro così duramen­ compagni messi a lavorare alla catena di montaggio, men­
te guadagnato ad altri padroni, fabbricanti di paperi di tre prima lavoravano isolatamente, cioè in modo meno
gomma, ecc. E ancora: da una parte Lulù lavora di più per alienante. Il senso è chiaro: il padrone riorganizza il ciclo
stare meglio, dall’altra parte «paga» questo eccesso di la­ di produzione in modo da sfruttare di più gli operai, sì da
voro con l’impotenza sessuale, con l’incomunicabilità nei riprendersi con la sinistra quello che ha concesso con la
confronti della moglie, del figlio. Certo questa era la parte destra in aumenti salariali.
più facile da trattare, dopo tanto insistere sul consumismo
e sulla incomunicabilità. Ma qui incomunicabilità e aliena­
zione non sono appannaggio di personaggi borghesi (come Aspetti negativi del film:
sinora si è visto in tanti film), ma di operai, ed è mostrato la rappresentazione degli studenti
il legame diretto fra causa (il lavoro in fabbrica) ed effetto
(incomunicabilità con i familiari). Ma se il sindacato ci pare abbastanza «vero» nella sua
rappresentazione, lo stesso non si può dire per gli studen­
ti dei gruppetti. Il regista, Petri, non ha saputo e non ha vo­
Il sindacato servo del padrone luto discriminare nel coacervo dei gruppetti, e ha fatto dei
suoi studenti una sintesi di tutte le tendenze. Ritroviamo
Allo stesso modo ci sembra positiva, cioè realistica, la così sulla bocca degli studenti retorici inni alla rivoluzione
rappresentazione del sindacato e di che cosa esso rappre­ e moralistici sdegni anticapitalistici, che erano tipici degli
senti per 1 operaio. Viene fuori, chiarissima, l’immagine studenti del ’68 e che, oggi, sono rimasti patrimonio solo
del sindacato «servo del padrone». Il sindacato che vuole dei più squalificati gruppetti, e, insieme, corretto parole
regolare il cottimo e non abolirlo; il sindacato che nel mo­ d’ordine (più soldi meno lavoro, il cottimo non si regola­
mento della lotta propone due ore giornaliere di sciopero rizza ma si abolisce, ecc.) proprie dei gruppetti che, oggi,
articolato anziché lo sciopero totale di otto ore, a oltran­ unicamente contano in quanto hanno legami organici, an­
za (che colpisce più duramente il padrone) chiesto dai che se fragili, con le avanguardie operaie, in quanto espri­
gruppetti. E viene fuori bene anche l’azione del sindacato mono le esigenze reali, materiali, della classe operaia.
tesa continuamente a riassorbire le spinte estremiste col­
locate alla sua sinistra (il sindacato che alla fine fa riassu­
mere Lulù licenziato e abbandonato dai gruppetti, per di­ La non combattività della classe operaia
mostrare agli operai che solo il sindacato, e non già i grup­
petti, sa e può difenderli contro il padrone). O ancora, la E tuttavia, in ultima istanza, non è poi neanche questo
vittoria sindacale che in realtà è vittoria padronale: dopo che conta. Si può anche passare sopra alla sbagliata messa
la vittoria sindacale, alla fine, ritroviamo Lulù e i suoi a fuoco dei gruppetti; non si può invece non contestare con
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------- Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ «La vecchia talpa».

forza il modo con cui è rappresentata la classe operaia. La


volontà di lotta della classe operaia (sia pure solo passiva,
sotto forma di «disaffezione al lavoro») si è manifestata an­
che dopo l’autunno caldo, e si rivela tuttora, con una du­
Televisione: il ciclo dei film di John Ford
rezza e una continuità incontestabili, al di là dei limiti dei
gruppetti. Ciò che Petri non ha capito è il concetto di «au­ (gennaio 1972, n. 3)
tonomia operaia», cioè la classe operaia «autonoma» dai
sindacati, che si fa i suoi scioperi «selvaggi» fuori del con­ Il ciclo su Ford
trollo sindacale. La «autonomia operaia» ha trovato natu­
ralmente nei gruppetti dei punti di riferimento, ma essa va Il ciclo di film trasmessi il lunedì alla tv, dedicato al re­
oltre i gruppetti e i loro limiti. Questa «autonomia opera­ gista americano John Ford, merita indubbiamente qualche
ia», questa volontà di lotta andava colta dal film, fissata nel cenno di analisi. E vogliamo soffermarci sui tre film più ce­
suo permanere oltre la finale sconfitta, oltre il momenta­ lebri, Ombre rosse (1939), Furore (1940) e Un uomo tran­
neo ricostituirsi della pace sociale in fabbrica (e oltre il dis­ quillo (1952). Pur nella diversità dei prodotti si delinea, di
solversi —vero o presunto non importa —dei gruppetti film in film, un filo nero, un sistema di messaggi destinato
esterni). Petri invece ci mostra una classe operaia per nulla a inculcare nello spettatore una serie ben precisa di valori.
«autonoma», che si muove solo a rimorchio del sindacato
e dei gruppetti.
Sicché, frenata dall’uno, abbandonata dagli altri, non le Ombre rosse come falso western
resta che «andare in Paradiso», non le resta che la sconfit­
Ombre rosse è un western solo per modo di dire. Il
ta, la frustrazione, l’avvilimento più nero, o - il che è lo
stesso - il sogno, la pazzia. western offre poco più della cornice (una diligenza che at­
traversa un territorio infestato da indiani), e il film punta
tutte le sue carte sulla indagine psicologica dei personag­
gi, sul tema delle persone riunite in una situazione ecce­
zionale che potrebbe essere offerta da qualunque altra
cornice (i viaggiatori di un aereo ai giorni nostri per es.).

Ipersonaggi: i «dropouts»,
gli integrati e il capitalista
L’analisi del film mette in luce tre livelli di personaggi.
I dropouts prima di tutto, cioè i tagliati fuori, gli emargina­
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------- Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ ____________________«La vecchia talpa»-------------------------------

ti dalla società (il protagonista, Ringo, ex galeotto; la pro­ stizia da solo, ma è pronto a chiudersi nella tranquilla col­
stituta che alla fine sposa Ringo; il dottore ubriacone; il tivazione del suo ranch, accanto alla sua cara mogliettina (e
giocatore d azzardo). Poi gli integrati nel sistema, le perso­ comunque anche il momento dell azione, della vendetta, e
ne «per bene» (il rappresentante di liquori, la donna spo­ soprattutto in nome dei valori familiari per vendicare pa­
sata che partorisce durante il viaggio, lo sceriffo). E infine dre e fratello). Tutto sommato, nonostante sia un «eroe»,
il capitalista, impersonato dalla figura odiosa del banchie­ sia nobile e coraggioso, Ringo dimostra di avere una visio­
re. I dropouts sono i più simpatici, quelli cui va la predile­ ne delle cose ben poco diversa da quella del commerciante
zione del regista (simpatico è per esempio il dottore che, di liquori, che pensa sempre al suo nido familiare. La con­
nonostante sia ubriaco, riesce a far partorire brillantemen­ danna del banchiere, fuggitosene con i soldi, non significa
te la donna sposata) ma solo nella misura insomma in cui quindi una presa di posizione «di sinistra» del film: è solo
non sono completamente tagliati fuori, nella misura in cui l’anticapitalismo tipico di certa piccola borghesia che si
non negano fino in fondo i valori della società costituita, sente emarginata dal processo anticapitalistico, che si sen­
nella misura insomma in cui sono disponibili a un «ricu­ te proletarizzata, o che se aspira a una rivoluzione è la ri­
pero», a una reintegrazione nell’ordine sociale. Ringo è voluzione fascista.
stato in galera, ma perché ha subito un torto, per difende­
re fratello e padre che gli sono stati ammazzati dai «catti­
vi». Ringo alla fine ammazzerà i tre fratelli «cattivi», ven­ L'ideologia cavalleresca del giocatore
dicherà l’onore familiare, ma per andare subito dopo e rin­
tanarsi in un ranch. Ringo è il bandito redento, accanto al­ Un discorso a parte merita invece il giocatore. Anche
la prostituta che si redime anche lei nella scoperta della ma­ lui, posto in una situazione eccezionale, riesce a riscattarsi.
ternità della donna sposata. In fondo anche una prostituta L’improvviso colpo di fulmine, che lo riempie di amore per
è una madre e su questa bella considerazione la puttana ri­ la donna sposata e quasi madre, vale a redimerlo delle sue
trova la sua dignità femminile. Come dire che la donna si colpe passate. La visione dell’Angelo, della Madre, fa scat­
esprime compiutamente solo come madre. tare i valori cavallereschi del giocatore (che è un uomo del
Sud aristocratico e cavalleresco). Ma la visione del mondo
del giocatore è troppo diversa da quella piccolo borghese,
Il mito centrale, famiglia e individualismo ottimista, fondata sul mito della famiglia legalitaria e del
ranch, e per questo è l’unico personaggio che alla fine
In verità il mito centrale di Ombre rosse è il sogno pic­ muoia. E muore mentre sta per uccidere la donna sposata
colo borghese della famiglia, che si completa integrandosi per impedire che venga violentata dagli indiani, visto che i
con il mito complementare dell’individuo intraprendente, bianchi sono rimasti senza munizioni. Come dire che le vi­
forte. Ringo è l’uomo della frontiera, l’uomo che si fa giu­ sione tragica incentrata sull’alternativa «onore o morte»
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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina ____________________ «La vecchia talpa».------------------------------

non si pone per Ford, nella sua visione piccolo borghese e mica del ’29: politica tesa a sanare le contraddizioni del ca­
ottimistica al momento giusto arrivano sempre «i nostri», pitalismo con investimenti statali. C ’è, sì, la risposta so­
i soldati regolari, a salvare l’onore. stanzialmente spontaneista, anarcoide, del protagonista
dell’America miserabile che protesta contro l’oppressione
del grande capitale, ma la risposta resta individualistica,
Furore non politica. Tom si muove solo per ragioni sentimentali,
non razionali. La ribellione, tutta individualista e anarchi­
Questa visione sostanzialmente ottimistica, fiduciosa ca, non intacca la società costituita. Peraltro, se Tom si per­
del trionfo finale del bene, è anche alla base di Furore, trat­ de, il resto della famiglia ritrova un ordine, un centro di vi­
to dal romanzo omonimo di Steinbeck (però assai meno ta, un benessere. Perciò se il film denuncia le sacche di mi­
ottimistico, più amaro e disincantato del film). La scena si seria paurosa che si creano all’interno di una società ricca
apre sui contadini fittavoli dell’Oklahoma rimasti senza la­ come quella americana, propone anche la falsa convinzio­
voro, durante la grande crisi degli anni ’30, per il salto tec­ ne che quegli aspetti negativi possano essere eliminati sem­
nologico del capitalismo monopolistico che introduce la plicemente migliorando dall’alto il sistema, in sé buono.
meccanizzazione nell’agricoltura. I contadini si dirigono
in California con il miraggio del lavoro per tutti. Sono gli
stessi proprietari di ranch della California ad alimentare Un uomo tranquillo
questa propaganda per giocare sulla concorrenza ed otte­
nere manodopera agricola per la raccolta di frutta a basso Ma è nel più recente Un uomo tranquillo che l’ideolo­
costo. Fra i contadini che vanno in California c’è anche la gia piccolo borghese di Ford si esprime pienamente. Un
famiglia del protagonista, Tom Joad, che di fronte alle vio­ pugile che ha fatto fortuna in America con la boxe ritorna
lenze della polizia reagisce istintivamente, ammazza un nella natia Irlanda (di cui è originario lo stesso Ford) per
poliziotto per difendere un amico e fugge senza prospetti­ ricomperare il pezzo di terra dove sono nati i suoi. Così,
ve. La famiglia finisce invece in un campo di raccolta sta­ sin dall’inizio, si presenta il mito consueto della famiglia,
tale dove tutto è democratico, pulito, giusto, una sorta di dei legami viscerali con la famiglia. L’Irlanda è una socie­
paradiso in terra insomma. tà precapitalista, patriarcale, dove la ricchezza è la terra,
non il commercio, l’industria; dove la donna è sottomessa
all’uomo, che deve essere «virile», forte. Naturalmente la
Anarchismo e riformismo statale donna, pur essendo sottomessa, ci tiene ad avere il suo
«ruolo», la sua parte: la dote, i mobili. Il protagonista pe­
È un film da New Deal, il nuovo corso politico attuato rò non accetta questa mentalità tribale, selvaggia, se ne
dal presidente Roosevelt in seguito alla grande crisi econo­ frega se il cognato non gli dà i mobili della donna (ovvia-
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_____Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____

mente irlandese) che ha sposato, se gli rifiuta i soldi pro­


messi in dote.

Virilità e violenza

Rifiutare però questo rituale significa per il protagoni­


sta sminuirsi nella sua virilità, rivelarsi incapace di farsi ri­
spettare «come uomo» dal cognato. E sminuirsi nella pro­
pria virilità significa non poter avere rapporti sessuali con
la moglie. L’elemento risolutore della vicenda si ha così
quando il protagonista comincia finalmente a trattare la
donna come un essere inferiore, trascinandola per cinque
miglia a piedi, in una scena perfettamente fascista (e la
donna ovviamente è soddisfatta di essere trattata così: al
termine si dichiara pronta ad andare a cucinare un bel
pranzetto al forte e «virile» marito di cui ora ella per pri­
ma è fiera).
Ma la sua virilità deve soprattutto essere dimostrata nei
confronti del cognato. La chiave di volta del film si ha nel­
la grandiosa scena di scazzottata con il cognato che non
vuole dargli i soldi della dote. C ’è tutta l’esaltazione (tipi­
camente fascista) della violenza come componente fonda-
mentale della virilità di un uomo. È una violenza «sana»,
«buona», che termina nella pace generale. Una violenza
istintiva, naturale, contro la violenza mercificata, corrotta
dal danaro della grande America del capitalismo (la violen­
za che sotto forma di boxe è occasione di lucro e che ha de­
terminato l’omicidio involontario di un rivale sul ring ad
opera del protagonista). Contro il modello capitalista degli
Usa, dove si picchia (e si ammazza) per denaro, c’è il mo­
dello precapitalista di una Irlanda idillica e patriarcale do­
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____________________ «La vecchia talpa»____________________

ve ci si picchia solo per esprimere la propria virilità, e do­


ve alla fine si fa sempre la pace. Quanto poi questa Irlanda
dove cattolici e protestanti sono amici sia falsa, ce lo ricor­
dano i recenti fatti dell’Irlanda di questi tempi.

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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina ___________________ «La vecchia talpa»----------------- --------------

primordiale che l’organizzazione sociale tende a compri­


mere ma che esplode nelle forme di vita più primitive e più
emarginate. La «vita» di Pasolini è quella che in altri tem­
pi è stata chiamata l’età dell’oro.
E qui bisogna intendersi.
La cecità del «Marxista» Pasolini: Nel passato, in mancanza di reali alternative di classe,
Il fiore delle mille e una notte poteva avere un senso che gli intellettuali più avanzati op­
(novembre 1974) ponessero alla disumanità della società circostante la pro­
spettiva «libertina» di una preistoria felice, naturalmente
Utilizzando alcune delle favole meno popolari del te­ mai esistita, ma capace di far risaltare per contrasto 1 ingiu­
sto orientale e collocandole su sfondi ambientali tagliati stizia e l’infelicità dominante. Ma quando, dopo 1 avvento
fuori dalle correnti del traffico turistico, Pasolini ha co­ della borghesia, l’intellettuale ha la possibilità di ravvisare
struito il suo ultimo film come una cornice in cui si inca­ nel proletariato non già l’elemento sociale positivo in sé,
stonano una serie di episodi. La cornice è costruita dalla ma la forza capace di scardinare l’ordine borghese per dar
storia di Zumurrud, la giovane schiava che sceglie come vita a una società giusta, umana, continuare a trastullarsi
proprio compratore il giovane che ama, Nurredin, con con il buon selvaggio e a opporre alla schiavitù borghese la
tutte le traversie di rapimenti, fughe, inseguimenti, fino al libertà degli istinti significa far confusione a tutto vantag­
lieto scioglimento finale; gli episodi sono vari di ampiez­ gio del potere borghese.
za, di ambiente, di tono: spicca tra gli altri la storia di Aziz In altri film o libri, Pasolini individua la vita immediata,
e di Aziza, in cui l’innamorata Aziza aiuta il cugino Aziz la libera energia degli istinti negli strati sociali più emargi­
a ottenere la donna amata, nascondendo il proprio dolore nati, nel proletariato delle borgate romane soprattutto (e
fino a morirne. una certa aria di borgata romana circola anche in questo
Nella varietà dei casi narrati il tema dominante è l’esal­ film attraverso la faccia stralunata di Ninetto Davoli). Qui
tazione della vita nella totalità delle sue manifestazioni, invece, grazie alla mediazione della favola, la distinzione
non escluse quelle più tragiche, ma soprattutto nella felici­ sociale viene meno per lasciar posto a un mondo primitivo
tà del sesso vissuto come libera festa pagana. in cui conta il libero gioco delle qualità personali e del caso.
Ma cos’è questa vita che s’innalza al di sopra delle con­ Ma questo mondo primitivo non è poi così primitivo
notazioni economiche, politiche, culturali con cui gli uo­ da non lasciar trapelare una precisa realtà sociale, che è
mini si concretano nella storia? quella di una durissima oppressione feudale: ed è quanto
È il mondo degli istinti elementari, della libertà dalle meno sorprendente vedere come Pasolini riesca a colloca­
inibizioni, del gusto dell’esistenza, del pieno accordo tra re i suoi miti di felicità e di pienezza vitale nelle condizio­
uomo e natura. È l’ingenuità, l’entusiasmo, l’abbandono ni meno propizie.
--------- D e lla C a sa e M a n e ra , S b atti B e llo c c h io in sesta p a g in a ______ «L a v ecch ia talpa».

Riducendo le cose all’essenziale, il film non fa che ri­


proporci, m forma sofisticata, il mito interclassista dei va-
ten pnmordmh (1 amore in primo luogo) che vengono pri-
ma delie distinzioni sociali e sono quelli che contano.
c h e poi la cultura di sinistra, e in particolare «l’Unità»
attraverso la recensione di un non meglio identificato Tino Il fantasma della libertà : la libertà borghese
amen, plauda a tutto questo, è cosa che dà da pensare. è una farsa per tutti (anche per chi lo dice)
(gennaio 1975)

L’ultimo film di Buñuel incomincia con una rievoca­


zione della resistenza spagnola all’invasione francese nel
periodo napoleonico: nel corso di una fucilazione di pa­
trioti spagnoli si sente risuonare il grido «Abbasso la liber­
tà». Il film si sposta poi ai giorni nostri attraverso una se­
rie di episodi concatenati fra di loro più dal senso com­
plessivo del discorso che non dalla presenza, abbastanza
causale, dello stesso personaggio in due episodi consecuti­
vi. Si comincia con l’episodio dell’individuo che regala al­
le bambine, nei giardini pubblici, delle cartoline che i gran­
di trovano scandalose e che riproducono in realtà le più
banali vedute di monumenti e paesaggi. E poi via via: l’in­
fermiera che si ritrova a giocare a carte in una locanda con
dei frati di San Giuseppe, con l’esibizione di un masochi­
sta che si fa frustare dalla propria amica; l’insegnante di di­
ritto che insegna in una incredibile scuola di polizia, con
l’intermezzo del pranzo in chiave defecatoria (tutti i com­
mensali seduti su tazze di water che parlano di escrementi
e si isolano poi nello stanzino della toilette quando voglio­
no mangiare); il malato di cancro che reagisce all’annunzio
della malattia nel modo più inconseguente; il poeta che
spara sulla folla dall’alto di un palazzo, viene arrestato e
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processato, e alla fine del processo liberato; la bambina nella ribellione spagnola antifrancese era presente, ad
scomparsa che in realtà non è mai scomparsa e accompa­ esempio, una forte componente reazionaria: ma Buñuel
gna genitori e poliziotti in tutte le loro affannose ricerche, privilegia l’aspetto libertario della rivolta con una forzatu­
finché viene ritrovata; il prefetto di Parigi che riceve una ra dimostrativa che il complesso del suo discorso giustifi­
telefonata dalla sorella morta, si reca a trovarla, viene arre­ ca pienamente.
stato per profanazione di sepoltura e poi liberato dall’altro Detto questo, bisogna però precisare che le sue metafo­
re non sono tutte egualmente significative: qualche volta
prefetto di Parigi, col quale si reca a guidare la repressione
colpiscono molto efficacemente la qualità complessiva del­
di una manifestazione allo zoo. In un clima che si direbbe
la vita borghese (per esempio nell’episodio della bambina
di maggio francese il film chiude: ancora una volta, mentre
scomparsa, che sottolinea la casualità del nostro essere o
i prefetti comandano la carica e si odono risuonare i vari
non essere, nel mondo borghese); altre volte invece colpi­
spari, dalla folla dei manifestanti si leva un grido: «Abbas­
scono obiettivi più generici o marginali (per esempio, nel­
so la libertà».
l’episodio del banchetto defecatorio, dove viene messa in
Il film è molto preciso nelPindicare i termini della fon­
questione la casualità delle convenzioni, che è più un dato
dazione e della crisi dell’ordine borghese: periodo napo­
della vita sociale che non della società borghese; oppure
leonico - lotte operaie e studentesche degli ultimi anni, in nell’episodio delle cartoline pornografiche, che colpisce le
un quadro di crisi strutturale del sistema. Entro questi ter- degenerazioni del gusto nella vita borghese); altre volte an­
mini, il grido «Abbasso la libertà» assume un evidente si­ cora (per esempio, nell’episodio dei frati) Buñuel continua
gnificato di rifiuto della libertà borghese, come libertà ap­ un discorso che appartiene in senso più stretto alla sua sto­
parente, formale, che in realtà maschera dei rapporti di for­ ria privata; infine non è escluso un margine di «inventiva»,
za e sancisce 1 arbitrio del privilegio. Tra il grido che apre di capriccio, che rimane un po’ fine a se stesso.
e il grido che chiude il film corre un rapporto di continui­ Quest’ultimo aspetto del film è la spia che consente di
tà, con una differenza di significato: protesta libertaria al individuarne meglio il limite complessivo: il punto di vista
principio, diventa concreto programma politico alla fine. di Buñuel coltiva ancora questa illusione intellettuale di
Gli episodi intermedi sono una dimostrazione per esempi svincolarsi dai condizionamenti della società borghese in
della «libertà» borghese, appunto come fantasma della li­ virtù della propria libertà inventiva. Ma poco male, finché
bertà, come farsa tragicomica. questa illusione aumenta un discorso corrosivo sulle istitu­
Bunuel non intende fare un discorso direttamente po­ zioni borghesi; il guaio e quando questa illusione si alimen­
litico, bensì un discorso di metafore significative, e non si ta di se stessa: quando il discorso, da negazione della liber­
può perciò rimproverargli, a meno di rifiutare tutto il suo tà borghese, diventa affermazione della libertà dell’artista.
sistema espressivo, una più o meno accentuata ambiguità.
Del resto anche i riferimenti più precisi presenti nel film
risultano forzati dal punto di vista dell’esattezza storica:
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mostra magnanimo finché pensa a un rapporto puramente


sentimentale; ma recalcitra sempre più e infine ha un col­
lasso quando Vincenzina arriva al racconto dell’amplesso.
Infine, pur degradandosi ancora a pedinare la moglie e a ri­
farsi la faccia dall’estetista, sembra riprendersi; ma quando
Romanzo popolare: per fare un operaio ha il sospetto di essere diventato un cornuto pubblico, oc­
non basta la tuta casione di riso per amici e conoscenti, esplode: caccia di ca­
sa la moglie, chiamando a testimonio tutto il casamento, e
(gennaio 1975)
poi imbraccia la doppietta per regolare i conti con il rivale:
spettatrice nascosta del ridicolo scontro tra i due uomini,
Vincenzina se ne va disgustata per conto suo.
La vicenda del film è questa: Giulio Basletti, operaio di
A partire da questo momento le storie dei tre perso-
prima super della Innocenti a Cologno Monzese e attivo
naggi proseguono distinte: Giovanni mette su famiglia nel
sindacalista, durante un trasferimento per lavoro nel Sud
modo più tradizionale, Giulio va in pensione e rimane so­
aveva tenuto a battesimo Vincenzina, figlia dei suoi ospiti
lo, Vincenzina, col figlio ormai cresciuto, si sistema stabil­
meridionali. Quando poi gli amici di un tempo si trasferi­
mente nel lavoro, diventa perfino sindacalista, e vive indi-
scono al Nord, Vincenzina si è trasformata in una bella ra­
gazza di diciotto anni: i due si innamorano e malgrado la pendente, padrone delle proprie scelte. Giulio, che conti­
differenza di età (Giulio è sui cinquanta) si sposano. Nella nua a vedere il figlio alla uscita di scuola, ottiene di poter
comunità lombardo-meridionale raccolta nel casermone andare ogni tanto a pranzo da loro.
dove abita la coppia, che presto ha un bambino, Giulio A prima vista il film sembra affrontare un tema grossis­
esercita una funzione di leader, richiamando continuamen­ simo, quello della contraddizione in seno al popolo tra
te gli amici agli anni settanta, all’abbandono dei pregiudizi comportamenti politici avanzati e comportamenti privati
e delle paure legate all’oscuro passato. Un poliziotto meri­ arretrati.
dionale, Giovanni, che durante una manifestazione è stato C ’è la qualità operaia di Giulio, il suo orientamento po­
colpito alla testa, risale, attraverso una indagine personale, litico, la sua militanza sindacale da una parte; dall’altra c’è
a un amico di Giulio: ma quando vuole arrestarlo, Giulio, il suo comportamento di marito ossessivo e vanesio.
sempre in perfetto stile anni settanta, lo mette a posto. Ma non sono questi due elementi a entrare in contrad­
Più tardi Giovanni viene recuperato anche lui come dizione.
amico di famiglia: e durante una assenza di Giulio, ha un Di fatto la fabbrica e il sindacato entrano pochissimo
breve rapporto d’amore con Vincenzina. Al ritorno, la ri­ nel film e per lo più in posizione subordinata rispetto alle
velazione, prima dovuta al caso, poi voluta e portata fino vicende private: Giulio abbandona il posto di lavoro ma
in fondo, con molta onestà, da Vincenzina: Giulio si di­ per andare a pedinare la moglie: sogna la mensa della fab-

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------- Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ __________________ «La vecchia talpa»------------ ----------------—

bnca ma per sentirci risuonare la prima fama di cornuto; lo e di vitalità «popolare», esuberante e pittoresco (in questo
stesso riferimento del poliziotto Giovanni è in funzione senso è utilizzato il dialetto); al posto della solidarietà di
del suo ingressi nella famiglia di Giulio e Vincenzina. classe troviamo il calore del clan, la vita in piazza della pic­
Niente è detto dei rapporti all’interno della fabbrica o cola comunità (che esprime la nostalgia per le forme di vi­
delle ragioni della manifestazione operaia; le rare indica­ ta della tribù, vale a dire una reazione tutta sentimentale e
zioni sulla fabbrica e sul sindacato, se non si pongono di­ sostanzialmente regressiva contro l’isolamento degli uo­
rettamente al servizio delle vicende private, suggeriscono mini nella società del capitalismo); al posto della coscienza
una visione politica che tende a ridurre tutto al privato, o di classe troviamo una visione sentimentale, in cui perfino
al massimo a una difesa organizzata del privato: lo scontro la fabbrica, distinta dal suo speciale pennacchio di fumo, è
in fabbrica con il dirigente, anche se utilizza furbescamen­ contemplata in lontananza con affettuosa indulgenza.
te alcuni elementi della lotta di classe, è in realtà uno scon­ In questo quadro la contraddizione non è tra compor­
tro di persone private (in cui oltre tutto passano due pe­ tamento politico avanzato e comportamento privato arre­
santi mistificazioni: che i rapporti tra l’operaio e il padro­ trato, ma tra ciò che il protagonista dice e ciò che concre­
ne, o i suoi rappresentanti, sono rapporti tra pari in cui tamente fa, nell’ambito della propria vita privata; una con­
vince il più deciso; che l’operaio mette in crisi la produzio­ traddizione banale e generica, che non trova in sé una lo­
ne per tenere d’occhio la moglie); lo scontro tra operai e gica motivazione (che cosa stima il modernismo velleitario
polizia si traduce immediatamente in fatto personale quan­ di Giulio, che cosa mette in contraddizione le sue parole e
do il poliziotto ferito si mette privatamente in cerca del fe­ i suoi atti?), che ha come orizzonte un riformismo molto
ritore per vendicarsi dell affronto subito: per culminare confuso (perché non dice, o dice in modo astratto, da cosa
poi nello scontro di due persone che rappresentano due dovrebbe venire fuori il cambiamento di mentalità, perché
mentalità: quella «terrona» della vendetta privata e quella vuole mettere d’accordo, sul piano della mediazione senti­
nordica della legge (e già il fatto di isolare il celerino dal­ mentale, termini inconciliabili come i valori famigliari e
l’istituzione repressiva significa saltare il discorso di classe comunitari tradizionali e la tolleranza neocapitalistica), che
per parlare di casi umani). infine si risolve in un astratto e paternalistico intervento a
In sostanza il film pullula di casi umani, al di fuori di favore dei meridionali tendente a mettere in chiaro che: 1)
ogni seria prospettiva di classe: la fabbrica è un casuale luo­ i settentrionali, nelle questioni di corna, si distinguono dai
go di lavoro, il corteo operaio una manifestazione folclori­ meridionali solo a parole; 2) che in qualche caso (vedi Vin-
stica, gli scontri sono scontri di caratteri o di astratte men­ cenzina) i meridionali si comportano addirittura meglio.
talità. Giulio non è caratterizzato come operaio sindacaliz­ Rimane, come elemento di maggior tenuta, la presa di
zato ma come personaggio popolare, secondo gli schemi posizione femminista espressa attraverso la storia di Vin­
classici della letteratura populistica: estremamente vago nei cenzina. Ma facciamo attenzione: fin dal principio Vincen­
suoi connotati di classe, è invece un campione di simpatia zina, appena arrivata dal Sud più arretrato e perciò priva di

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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina
«La vecchia talpa»

qualsiasi sostegno di educazione femminista, sostiene il


suo diritto - teorico - ad avere un passato prematrimonia­
le come Giulio. Il suo è un femminismo tutto di tempera­
mento, di carattere, e perciò un fatto strettamente sogget­
tivo e casuale, un caso umano, non il risultato di un’evolu­
zione maturata come reazione ai condizionamenti oggetti- C'eravamo tanto amati: vogliamoci bene
V1 che pesano egualmente su tutte le donne della sua classe
e delle sue condizioni. Come non bastasse, il film sente la
nello spirito della Resistenza
necessita di giustificare l’avventura sentimentale di Vin- (gennaio 1975)
cenzina (che perciò non è fatta sentire come una mancan­
za) attraverso il grande divario di età con il marito: come
presa di posizione femminista non c’è male Tre amici, Antonio, Gianni e Nicola, dopo aver fatto
insieme i partigiani, si dividono: Antonio fa l’infermiere a
Roma, dove si mette con Luciana, una ragazza friulana che
cerca di affermarsi nel mondo dello spettacolo; Nicola l’in­
segnante a Nocera Inferiore, dove si sposa e ha un figlio. A
Roma capita Gianni, a lavorare in uno studio legale: Lu­
ciana e Gianni si innamorano e si mettono insieme. Più tar­
di anche Nicola lascia la famiglia e si trasferisce a Roma in
cerca dell’affermazione come critico cinematografico: im­
\ bocca la strada del successo con Lascia o raddoppia, ma ca­
de proprio su Ladri di biciclette, il film più amato. Più tar­
di Gianni conosce la figlia di un grosso impresario edile e
la sposa per puro interesse, lasciando Luciana.
Le storie procedono parallele fino a giorni nostri, quan­
do ancora si incontrano: Luciana, dopo aver cercato inva­
no di affermarsi nel cinema, incontra ancora Antonio e lo
sposa; Nicola rimane a Roma a fare il critico di quart’ordi-
ne; Gianni, divenuto ormai il capo di una grossa impresa,
vive nella solitudine e nel rimorso, per la morte della mo­
glie che ha indirettamente provocato con la propria indif­
ferenza. Il caso riunisce ancora una volta i tre amici e li
confronta. Per un equivoco che Gianni non vuole chiarire,
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------- Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ ____________________ «La vecchia talpa»____________________

Antonio scambia Gianni per un guarda-macchine, lo invi­ schinità private ed estremismo verbale. Chi precipita infi­
ta in trattoria, dove trovano Nicola, e poi a una riunione di ne è Gianni, il borghese neocapitalista, traditore senza at­
genitori, che vegliano davanti a una scuola in attesa di po­ tenuanti dello spirito della Resistenza, e perciò condanna­
tervi iscrivere i figli, dove trovano Luciana: sono occasioni to allo sterile rimpianto e all’irrimediabile solitudine.
in cui sia Nicola, sia soprattutto Gianni misurano il pro­ In questo film gli schemi populistici agiscono ancora
prio fallimento. Più tardi Antonio, Luciana e Nicola sco­ più allo scoperto che in Romanzo popolare. Il lavoratore
prono la vera identità di Gianni: ma l’episodio non ag­ sano, premiato dagli affetti e dalla coscienza del dovere
giunge niente alla storia, che si chiude praticamente con compiuto; l’intellettuale inattendibile e il capitalista cinico
l’ultimo e definitivo confronto fra i tre amici. e spietato puniti dai rimorsi e dall’isolamento; le ambizio­
Campeggia sullo sfondo di questo film, come termine di ni velleitarie, i soldi e il potere che condannano all’infelici­
confronto ideale, la Resistenza: ma una Resistenza in cui tà; i sentimenti che decidono di tutto, che rendono possi­
tutti possono trovarsi, una Resistenza come Giovinezza e bile qualsiasi incontro, in teoria, perché poi di fatto suc­
Nostalgia, come Grande Speranza e Grande Illusione, co­ cesso e ricchezza erigono barriere di incomunicabilità.
me rimpianto di letterati elegiaci; una Resistenza come La chiave interpretativa della qualità dei rapporti e del­
somma di tutti i «valori umani» che la vita, secondo il luo­ le azioni popolo-Resistenza-Pci, come patrimonio di valo­
go comune letterario, ridimensiona o tradisce. In questa ac­ ri a cui tutto viene commisurato.
cezione sentimentale, la Resistenza perde tutti i connotati E la lotta di classe? È diventata la definizione più alla
politici, per diventare un mito interclassista, un «bene co­ moda del vecchio conflitto tra buoni e cattivi.
mune», buono per tutti gli usi: celebrazioni ufficiali, eserci­
tazioni letterarie, ma soprattutto appelli alla pace sociale.
Chi esce meglio dal confronto con questa Resistenza è
Antonio, il lavoratore, il militante Pei senza macchia e sen­
za paura, quello che si batte per le giuste rivendicazioni so­
ciali (la scuola per tutti) senza astratte velleità intellettuali.
Antonio è il popolo, e in quanto popolo, è quello in cui si
realizzano i valori umani, in cui si armonizzano pensieri e
azioni, ambizioni e risultati. Le qualità che lo caratterizza­
no, onestà, simpatia umana, vitalità, senso comunitario,
realismo, trovano il loro blocco necessario nella fedeltà al­
lo spirito della Resistenza e alle direttive del Pei.
Rispetto ad Antonio, già Nicola, l’intellettuale velleita­
rio, appare un personaggio più losco, nell’incontro tra me­
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IV. «Servire il popolo
_______ SBATTI BELLOCCHIO IN SESTA PAGINA

Due film del partito


(9 agosto 1969)

Sotto la guida del Comitato Nazionale Stampa e Pro­


paganda, il Centro cinematografico del Partito ha realizza­
to due film documentari a 16 millimetri: Il popolo calabre­
se ha rialzato la testa e Viva il primo maggio rosso!
Il presidente Mao ha detto: «Bisogna far sì che la lette­
ratura e l’arte entrino a far parte integrante dell’intero mec­
canismo della rivoluzione, operino come un’arma potente
per unire e educare il popolo, per colpire e annientare il ne­
mico, e aiutare il popolo a combattere come un solo uomo
contro il nemico».
I nostri due film rappresentano un buon esempio di ap­
plicazione di questo principio poiché essi contengono dei
contenuti positivi, guardano la miseria e lo sfruttamento
solo nella prospettiva della loro eliminazione, costituisco­
no dei potenti appelli alla ribellione rivoluzionaria e al­
l’unità del popolo.
II popolo calabrese ha rialzato la testa è un film in bian­
co e nero che ricostruisce l’occupazione delle case popo­
lari a Paola, in provincia di Cosenza, e il ruolo dirigente
che l’Unione dei Comunisti ha avuto nell’occupazione. Il
film è diviso in tre tempi. Nel primo tempo viene denun­
ciata, spesso attraverso la viva voce di donne e braccianti,
la condizione di miseria e di sfruttamento in cui vive il po-
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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina ____________________ «Servire il popolo»____________________

polo di Paola, costantemente ingannato dalla borghesia e nioni generali in comizi e feste popolari. Essi sono un po­
tradito dai revisionisti. Nel secondo tempo l’Unione dei tente strumento di conoscenza e di propaganda, sono vali­
Comunisti interviene tra le masse popolari e sostiene il lo­ de armi che vanno usate per unire ed educare il popolo.
ro diritto alla casa. I braccianti, gli operai, i contadini e le Il popolo calabrese ha rialzato la testa dura circa una
loro famiglie devono unirsi, non delegare a nessuno la so­ ora e mezza e può essere proiettato integralmente nelle
luzione dei propri problemi e occupare le case. Nel terzo riunioni di Partito. Poiché il sonoro è per lo più in dialet­
tempo il popolo, sotto la direzione dell’Unione dei C o­ to, i compagni delle sezioni, prima della proiezione, devo­
munisti, occupa le case. Tra gli occupanti cominciano a in­ no distribuire ai compagni spettatori un ciclostilato con i
staurarsi rapporti nuovi socialisti. Il film finisce con una dialoghi tradotti o fare in modo che un commentatore
manifestazione che vede il popolo di Paola unito e orga­ spieghi con chiarezza e semplicità i momenti più significa­
nizzato nella disciplina proletaria, e con i discorsi di tre tivi del dialogo.
dirigenti nazionali che scatenano un grande entusiasmo Nelle assemblee di massa deve essere proiettata solo la
tra le masse popolari. terza parte del film con un breve discorso di presentazio­
Viva il primo maggio rosso! è la cronaca a colori della ne sia per evitare una proiezione troppo lunga, sia per il ca­
giornata di festa e di lotta del primo maggio 1969. Inizia rattere prevalentemente analitico delle prime due.
con una riunione della cellula proletaria di Corsico (Mila­ Nelle grandi città del nord questo film può suscitare un
no) e con il discorso di un compagno operaio che denun­ grande entusiasmo rivoluzionario presso i compagni emi­
cia il tradimento dei revisionisti e la loro vile teoria della grati, come testimonianza della ripresa rivoluzionaria nel
coesistenza pacifica. La prima parte del film è dedicata ai sud: operai, donne, giovani, bambini sfilano davanti alla
preparativi della grande manifestazione di Milano. Dalla macchina da presa testimoniando la loro rabbia contro la
provincia affluiscono i pullman degli operai, cartelli e stri­ borghesia, e il loro amore per il presidente Mao e per
scioni vengono distribuiti ai manifestanti, si preparano i l’Unione dei Comunisti. Da questo film viene infine un
settori del corteo con alla testa la classe operaia. Nel cuore grande messaggio: l’impegno a fare del Sud un mondo
del corteo splende il grande ritratto del presidente Mao. nuovo, una terra felice in cui il popolo possa vivere secon­
Seguono entusiasmanti immagini dei cortei dell’Unione do i principi socialisti dell’altruismo e del collettivismo.
dei Comunisti italiani a Milano e a Roma. Per il popolo meridionale esso rappresenta un vero e
proprio documento per l’organizzazione e la lotta rivolu­
zionaria, culminante nell’appello finale pronunciato dal se­
Direttive per l’uso dei film gretario nazionale dell’Unione dei Comunisti di fronte ad
oltre 500 manifestanti: «I revisionisti vi hanno tradito per­
I compagni di tutte le sezioni devono chiedere i film al ché voi gli avete dato la delega, noi non vi tradiremo per­
Comitato Stampa e Propaganda e proiettarli durante le riu­ ché voi non ci dovete dare la delega».
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_____Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina-------- .«Servire il popolo».

Viva il primo maggio rosso! dura circa 30 minuti e va


proiettato sempre per intero. Per i compagni del Partito es­
so rappresenta in modo vivo la testimonianza della fase di
costruzione del Partito successiva alla fondamentale riu­
nione della Direzione nazionale dell’aprile scorso che lan­
ciò la grande direttiva: intensificare la linea di massa sul La XXXI edizione del festival di Venezia
piano nazionale. Per le larghe masse esso rappresenta un
documento eccezionale. Film di regime
Proiettato durante le riunioni generali, nei comizi e nel­ (5 settembre 1970)
le feste popolari esso è un potente momento di propagan­
da per il Partito e di entusiasmo e di fiducia nelle proprie
forze per il popolo italiano. Corruzione e pornografia inonderanno sempre più i nostri
Tutti i veri comunisti salutano con gioia questi primi cinema. - Gruppi finanziari americani determinano la produ­
esempi di arte al servizio del popolo nel campo della cine­ zione in tutti i paesi capitalisti.
matografia.
Altri ne seguiranno migliori e più precisi nei contenuti. Il festival cinematografico che si svolge ogni anno a Ve­
Tutti i compagni del Partito devono contribuire a elevare il nezia è considerato nel mondo occidentale come la rasse­
livello di questa produzione. Essi devono raccogliere le gna dei film «più seri e coraggiosi» prodotti nel mondo.
impressioni degli spettatori proletari, promuovere riunio­ Dietro a tante mistificazioni, esso è come una sfilata di mo­
ni con essi per sistematizzare le loro critiche, ascoltare le da e rappresenta la linea di tendenza della grande produ­
loro proposte e fornire così ai compagni cineasti gli stru­ zione commerciale.
menti per migliorare il loro lavoro al servizio del popolo. In questi giorni si è conclusa la XXXI edizione di questo
festival e possiamo immaginare cosa saranno i film dei
prossimi anni.
Cominciamo dai protagonisti delle pellicole di Venezia.
Essi sono pazzi incendiari (nel film II cuore pazzo), prosti­
tute e delinquenti (Wanda), maniaci (L'uomo occulto), ma­
dri incestuose (Peccato mortale) ecc. Questa galleria di per­
vertiti e di relitti della società sono portati a modello, ana­
lizzati minutamente, resi familiari al pubblico. Il mondo
rappresentato da questi film non ha niente in comune con
la realtà. La gente non lavora, non ha famiglia, non prova
sentimenti comuni, non ha idee. In questo modo lo spetta­
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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina _______________ «Servire il popolo»------------------------------

tore è costretto ad estraniarsi dalla sua realtà sociale, dalle no centinaia di milioni, anche miliardi (un attore di suc­
sue lotte e dai suoi sentimenti di classe. Solo la vita di chi cesso per comparire in un film può chiedere anche mezzo
non lavora, la vita dei ricchi e dei delinquenti viene rap­ miliardo). Questa spesa iniziale torna al produttore con i
presentata come qualcosa di interessante. dovuti profitti se il film viene proiettato in tutto il mondo
Nei prossimi anni la borghesia costringerà i lavoratori e cioè se le grandi case di distribuzione americane lo ac­
italiani a vedere al cinema queste storie pazzesche, negan­ cettano. Da alcuni anni, per controllare meglio i nostri
dogli qualsiasi alternativa o meglio rendendo sempre più film, i capitalisti Usa hanno deciso di ridurre la distribu­
scadenti i film di genere diverso. zione della produzione italiana in America, per cui essa è
Il cinema è una potente arma ideologica. La borghesia, caduta e si sono rafforzate sul nostro mercato le produ­
che ha interamente in mano questo strumento, lo usa a suo zioni internazionali.
piacimento. Fino a qualche anno fa la maggior parte delle Contemporaneamente le grandi case di produzione
pellicole cercava di far ammirare i ricchi, di far desiderare americane si sono affiliate a fortissimi gruppi finanziari (ad
la loro vita, le loro abitudini descritte con un fascino stu­ esempio la Gulf e Western). Il monopolio americano nel
pido e ipocrita. Oggi queste lezioni di perbenismo, cui campo della produzione e della distribuzione dei film ha
nessuno crede più, stanno scomparendo. Il cinema rappre­ annullato gli scarsissimi margini di libertà che in passato i
senta ricchi e delinquenti corrotti e spregiudicati. Le pelli­ capitalisti nostrani potevano concedere a registi e attori.
cole infatti vorrebbero rappresentare la ribellione dei gio­ Addirittura i capitalisti Usa stanno ora interessandosi al­
vani e sistematicamente tendono a dargli caratteri fascisti. l’acquisto di catene di cinema di prima visione nel nostro
Verso il pubblico questi film hanno un duplice scopo: o paese in modo da determinare ancora più minuziosamen­
deviare la rivolta contro la società, nelle forme più deca­ te la scelta dei film di successo.
denti di pornografia e di anarchismo, o suscitare una rea­ L’industria cinematografica italiana è quindi un’appen­
zione qualunquista: far sentire come onesti i sentimenti dice di quella americana. La libertà di espressione di cui si
più meschini e più gretti della piccola borghesia. fa un gran parlare negli ambienti del cinema equivale al-
Dunque, con la scusa delle ricerche formali e artistiche, l’asservimento alle idee dell’imperialismo Usa. C ’è tanta
il cinema si adegua ai tempi per svolgere sempre meglio il libertà d’espressione oggi nel cinema italiano quanta ce
suo ruolo di corruzione ideologica. E in questa operazio­ n’era trent’anni fa sotto il fascismo, quando le nostre pel­
ne registi, attori e critici sono solo degli strumenti. Chi licole raccontavano gli eccidi dei legionari in Africa come
detta legge nel cinema, chi stabilisce le sue mode, chi de­ gesta eroiche.
cide stile e argomenti, sono un pugno di grandi capitalisti Il cinema dei capitalisti è sempre stato fondato sul­
americani. l’idealismo e sulla deformazione della realtà. Ma per molti
Guardiamo ad esempio quello che sta succedendo nel anni i capitalisti hanno potuto con le loro pellicole pro­
nostro paese. Per produrre un film commerciale ci voglio­ porre alle masse schemi di vita che erano quelli del picco­

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_____Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina____ _ ____________________«Servire il popolo»____________________

lo pugno di uomini che detiene il potere: un ambiente bor­ Il festival di Venezia è stato una riprova di tutto questo
ghese agiato che viveva di merci costose in cui erano elimi­ e tale è stata anche la sua cornice.
nate tutte le contraddizioni e in cui soprattutto non appa­ Sulla passerella della rassegna sono sfilati attori e registi
riva mai la realtà di sfruttamento in modo che quel benes­ più o meno noti, uniti dalla comune volontà di servire gli
sere potesse sembrare alla portata di tutti gli uomini. Col interessi deH’imperialismo. Attricette in cerca di scandali,
mito della perfezione del capitalismo e del benessere per anticonformisti alloggiati in tende moresche, animatori di
tutti si cercava di giustificare le azioni di guerra come dife­ cultura e di orge, giovanotti stupidi e presuntuosi. Tutt’at-
sa indispensabile di una civiltà superiore dalla «minaccia torno i soliti ricchi in cerca di emozioni, pronti a spendere
comunista». Ma questa propaganda borghese oggi non milioni di lire ogni sera e cronisti mondani infaticabili nel-
regge più. Oggi che Pimperialismo è in crisi di fronte al­ l’inventare patetiche storielle piccolo borghesi sulla vita in­
l’avanzata dei popoli, oggi che per difendersi deve rinun­ tima dei divi.
ciare a ogni mistificazione, non esistono ideali che possa Questo è il terreno da dove nascono i film «artistici»,
propagandare. L’imperialismo non ha più la forza e la ca­ questa è la realtà del cinema dei paesi imperialisti, una re­
pacità di convincere apertamente il pubblico con i suoi altà di regime in cui non c’è ossigeno per gli artisti onesti,
ideali. Per esempio la guerra in Vietnam non può essere per gli intellettuali progressisti che vorrebbero dare un
contrabbandata come una vittoria pacifica, perché centina­ senso al loro lavoro.
ia di milioni di lavoratori ne conoscono la natura di ag­
gressione imperialista che per di più va incontro a una di­
sastrosa disfatta. Il mito dei benessere crolla perché l’im­
perialismo produce sempre più miseria e perché il popolo
acquista sempre più la capacità di criticare questo sistema
sociale in decomposizione e in sfacelo. Pochi sono i pezzi
sopravvissuti del vecchio repertorio: sono sempre i ricchi
ad apparire sugli schermi, ma ora sono uomini drogati,
sofferenti e dediti a ogni sorta di perversioni. È l’ultima
immagine che l’imperialismo può dare di sé e al tempo
stesso è l’ultimo strumento con cui cerca di corrompere il
popolo facendo appello ai peggiori istinti.
La cinematografia di massa ideata per la nostra società
tende perciò a dare un’immagine astratta della vita, im­
prontata alla più profonda immoralità, alla pornografia, al­
l’individualismo, alla violenza reazionaria.
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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina «Servire il popolo».

nella mia fabbrica; uno così li terrebbe a bada». Alla fine


l’Homo Eroticus diventa impotente e viene scacciato come
un cane dalla alcova della padrona.
Tutto il film è pieno di compiacimenti per le figure dei
padroni bergamaschi, di quello che vuole prendere i soldi
Homo Eroticus dal governo, fare la fusione con gli americani, licenziare
(Io gennaio 1972) tutti e andare ad Acapulco. Oppure di quella che ha 37 fi­
liali della sua fabbrica in Italia e si diletta di volo a vela.
Persino il vizio da guardone è perdonato all’industriale e
Un meridionale arriva nel regno degli industriali di Ber­ trattato in modo bonario. È un film da boicottare con
gamo alta. Entra nella casa dove dovrà prestare servizio, to­ ogni mezzo.
glie le scarpe e mostra due pedalini bucati che lascia sco­
perti gran parte dei piedi che puzzano. I padroni sono di­
sgustati, e c’è la prima battuta razzista: «Fallo visitare, non
si sa mai con quelle malattie che vengono dal Meridione».
Tutto il film è costellato di frasi di questo tipo, tanto
che è impossibile, se non per lavoro, sopportarlo fino alla
fine. Luoghi comuni, volgarità, allusioni disgustose, il tut­
to indirizzato contro i lavoratori provenienti dal Sud.
Durante la visita il dottore si accorge che il futuro in­
serviente ha tre testicoli. Subito la sua padrona si dà da fa­
re per farne un servo disciplinato e con stile. E qui le allu­
sioni alla scimmia terrona da trasformare in essere umano
si sommano a dismisura.
La padrona, una volta ripulito, se lo porta a letto, men­
tre il marito osserva con il cannocchiale da una finestra di
fronte.
C ’è poi la gara fra varie mantenute della Bergamo bene
per accaparrarsi l’uomo superdotato, come se si trattasse di
un animale.
C’è persino chi vorrebbe sposarselo. Un’altra pensa di
usarlo in modo diverso; dice: «Ho una trentina di terroni
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I
Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina ____________________ «Servire il popolo»____________________

Per male che vada, con il giro delle sale periferiche di


infimo grado riesci come minimo a guadagnare 10 volte
quello che hai speso.
Se poi hai la fortuna che te lo sequestrano per una set­
timana puoi perfino farti una patente di democratico col­
Decamerone nero pito nella sua libertà di espressione.
(20 gennaio 1973) Questa è dunque la realtà che sta dietro, al «boom» del
genere «sexy»: la realtà di gente senza scrupoli come i vari
produttori Bini, Prestano e Brazzi, e i registi Ferretti, Mar­
L’ultimo film del filone «sexy» cerca di darsi una veste di tinelli, Laurenti, Amodio, più il solito codazzo di ragaz-
novità e avanza delle pretese artistiche. In realtà si tratta an­ zotte, che mettono insieme film che sotto la veste del film
cora di un altro prodotto commerciale fatto all’insegna del
razzismo e della volgarità. di divertimento e con un’ambientazione popolaresca, fan­
no passare i sentimenti e i contenuti più reazionari. Tanto
Il filone dei film «sexy» è stato certamente uno dei più per aver un’idea di quale spirito anima questa gente nel fa­
prolifici degli ultimi anni: sugli schermi italiani si alterna­ re del cinema serve forse riportare ciò che uno di questi re­
no uno all’altro i vari Decameroni, ognuno dei quali pro­ gisti ha detto nel corso di un’intervista: «Quando accetto
mette di essere il più comico, il più «nudo», il più erotico. di girare un film lo giro pensando esclusivamente all’inte­
Per cercare di spiegare il fenomeno, i critici cinemato­ resse del produttore» dice Mariano Laurenti autore di uno
grafici del regime hanno fatto ricorso alle ipotesi più stra­ dei più recenti film del genere, Quel gran pezzo delVUbal-
ne, trascurando ovviamente di parlare di quella che è la ra­ da tutta nuda e tutta calda. «E lo faccio mettendoci gli in­
gione di fondo: cioè del fatto che i film «sexy» sono un’ot­ gredienti che ci vanno, lavorando con coscienza, persino
tima speculazione commerciale su cui prospera tutto un con entusiasmo. Sono un professionista io, e quando mi
sottobosco di parassiti. pagano per fare una cosa faccio quella».
In effetti il film «sexy» è uno dei film più economici che Ma non sempre esiste quest’«onestà». Talvolta c’è il
esistano oggi sul mercato: non si richiedono grandi scena­ tentativo di dare lustro artistico o letterario a film che so­
ri, né costumi favolosi e neppure attori di grido o dive. Ba­ no esattamente come tutti gli altri, e cioè soltanto un’ope­
sta qualche bella ragazzotta disposta a mostrarsi nuda, o razione commerciale piena di contenuti reazionari.
quasi, davanti alla cinepresa, ed il gioco è fatto. Il regista È il caso del Decamerone nero, rientrato in circolazione
può essere chiunque, tanto il suo vero nome non apparirà dopo un periodo di sequestro, un favore fatto dalla magi­
mai. Senza contare che nel giro di tre o quattro settimane, stratura ad Alfredo Bini che è il produttore del film per far­
quando va male, senza muoverti dagli studi cinematografi­ gli pubblicità. «Un Decamerone da non confondersi asso­
ci, hai bello che finito il film. lutamente con nessun altro per originalità, impegno artisti­
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co e produttivo» dice la locandina che presenta questo «ca­ donne integralmente nude viste da ogni angolatura, otte­
polavoro». E subito sotto aggiunge una frase densa di sot­ nendo il risultato sperato: la censura non è intervenuta co­
tointesi: «La sensualità dei negri è una sensualità naturale». me avrebbe fatto certamente se si fosse trattato di bianche.
Il film è costruito secondo lo schema ormai tradiziona­ Tutto ciò ricorda molto da vicino il periodo fascista quan­
le dei vari «decameroni» che lo hanno preceduto: una serie do gli unici seni che erano consentiti sugli schermi erano
di episodi collegati dal racconto di un cantastorie africano quelli delle donne di colore.
che suona una chitarra esotica. Ma il vero filo di collega­ Anche da qui dunque una indicazione di come il regi­
mento è l’amore, o meglio l’erotismo, presente in tutti gli me elenco-fascista, seppure con forme nuove, ricalchi in
episodi nella forma delle «corna» di cui vengono ampia­ fondo le stesse orme del periodo di Mussolini.
mente gratificati i vari mariti, o delle imprese amatorie del
solito superdotato.
Chi pensasse di trovare una qualche originalità sul
mondo e sulla tradizione culturale degli africani resterà
profondamente deluso. In realtà di africano in questa vol­
gare operazione commerciale che viene spacciata per arte,
c’è solo il colore della pelle degli attori che sono negri. Per
il resto nemmeno il paesaggio è africano: non è difficile
scorgere negli scenari in cui si muovono i protagonisti i so­
liti paesaggi di tutti i film di costume prodotti da Alfredo
Bini, probabilmente i dintorni di Roma, o la Jugoslavia.
In realtà, dietro al paravento della «sensualità naturale»
e dell’esotismo, si nasconde una grossolana operazione
razzistica tendente a presentare i negri con gli stessi vizi e
difetti della borghesia italiana e magari con qualcuno in
più. Perché oltre a tutto, i negri, secondo la migliore tradi­
zione del colonialismo, vengono anche presentati come
una manica di deficienti.
Per cui l’unica vera novità nel film finisce per essere la
maggiore volgarità rispetto a quelli che lo hanno preceduto.
Naturalmente il regista, fidando sul razzismo invetera­
to dei grandi «burdocconi» della commissione di censura,
ha profuso a larghe mani sequenze di amplessi, di belle
102 103
V. «Quotidiano dei lavoratori»

V
SBATTI BELLO CCH IO IN SESTA PAGINA

Allonsanfàn: i fratelli Taviani mirano alto


ma sbagliano il colpo
(15 novembre 1974)

Confuso ideologicamente e alla rincorsa delle formule


consumistiche, questo film è un esempio negativo di cinema
formalmente «impegnato».

Il film tratta di un periodo di controrivoluzione for­


malmente ambientata nel periodo della restaurazione dei
primi del secolo scorso. In realtà il periodo storico è un
pretesto forse puramente estetico, cioè per dare alla vicen­
da il fascino dei costumi d’altri tempi o per chissà quale al­
tra misteriosa ragione. Comunque il fatto di essere am­
bientato allora non significa che il film voglia trattare di
quel periodo storico. D ’altra parte sembra non voler trat­
tare di nessun periodo storico. L’argomento è sì quello del­
la «rivoluzione o no», problema tipicamente storico-socia­
le, ma i Taviani lo trattano come una questione puramente
ideale e morale, cioè come atteggiamento dello spirito di
alcuni intellettuali che pare vivano fuori dal mondo e che
proprio in questo trovano il loro tormento. Sembra quasi
che il voler essere «rivoluzionari» serva a questi personag­
gi come un possibile pretesto per dare un senso reale alle
loro frustrazioni e nevrosi.
Questo è senza dubbio il punto di vista del protagoni­
sta, che infatti, in una scena, ci presenta uno per uno i com-
107
------- Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ _______________ «Quotidiano dei lavoratori»________________

pagni che sta per tradire dando di loro questa interpreta­ sbagliano proprio il bersaglio, se non altro perché la nostra
zione. E siccome il resto del film non fa che confermarla, è fase della lotta di classe è caratterizzata da un livello altis­
evidente che essa corrisponde alla interpretazione stessa simo di combattività proletaria e non dall’assurdo immo­
dei registi. bilismo del film.
In questo contesto indefinito, il pugno di intellettuali di Non solo, tranne che nei salotti culturali romani, in cui
cui sopra si diverte a cospirare non si sa bene per chi né si coltivano le idee al suono dei miliardi dei produttori, la
contro chi: infatti il film non racconta di nessun conflitto figura dell’intellettuale di cui si parla nel film non corri­
tra classi sociali che si svolga a fianco della vicenda del sponde proprio a quella dell’intellettuale moderno così
gmppo suddetto. Tra questi stravaganti rivoluzionari, uno, condizionato dall’industria culturale e del consenso o dal
che tutto sommato pare meno pazzo degli altri, decide di corrispettivo processo di proletarizzazione e di emargina­
tornarsene alla sua bella casa borghese in mezzo ai prati e di zione di vaste masse di studenti e di ceti medi intellettua­
man are a a malora la banda di balordi visionari suicidi lizzati che, tra l’altro, sono stati capaci di esprimere un lo­
con cui finora aveva fatto comunella. E infatti torna a casa. ro movimento non ancora sopito di lotta anticapitalista.
t qui si ha finalmente l’impressione di cosa vorrebbe E allora di che allegoria si tratta? È qui che casca l’asi­
essere il film: la storia allegorica di come un rivoluzionario, no. Perché i Taviani, per giustificare il loro pessimismo e il
con la scusa delle pantofole calde ogni sera - ovvero di suoi loro rifiuto della rivoluzione come problema concreta­
tormenti esistenziali che non trova risolti nella lotta rivo­ mente e storicamente di attualità nella nostra epoca e non
luzionaria che evidentemente aveva immaginato senz’altro trovando argomentazioni concretamente sostenibili, fini­
breve e vittoriosa e comunque piena di allegria e felicità - scono per sfociare nel grande mare delle motivazioni mi­
finisce col diventare un traditore. steriose e irrazionalistiche. Cosa muove lo animo umano?
Ma se cosi fosse, e sarebbe una buona cosa, il film sa- quali passioni, quali turbamenti lo animano? quali sugge­
re e già imito dopo mezz ora. E invece no: va avanti per stioni indefinibili stanno alla radice dei suoi comporta­
circa due ore girando il coltello nella ferita, senza però riu­ menti? Così sembra voler chiedere la vicenda quando si di­
scire a farne sprizzare una goccia di sangue. Anzi, questo lunga in episodi come quello del collegio, o l’altro in cui il
divagare successivo, corredato dalle turpitudini sempre più protagonista ammazza in modo truculento un suo compa­
basse commesse da quella specie di mostro che diventa il gno, ma finisce col diventare seduta stante l’amante della
protagonista, toglie alla vicenda ogni senso logico plausi­ donna che tutto ha visto e tutto sa, e che è la fidanzata del-
bile. Anche perché l’allegoria dovrebbe avere la caratteri­ l’ammazzato.
stica di parlare in forma indiretta e fantastica di fatti reali, Perché questa compagna accetta di andare con un as­
e 'attl rea 1 non Sl capisce proprio quali siano. sassino così fresco da puzzare ancora del sangue del suo
I Taviam vogliono forse prendere per il sedere a tutti i ex-amoroso? Mah, mistero: il film non ce lo dice! Ma ci
costi i gruppi rivoluzionari del nostro tempo? Ma allora dice finalmente perché il capo lagnoso e grigio del nostro
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------- Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ ________________«Quotidiano dei lavoratori»-------------------------

pagni che sta per tradire dando di loro questa interpreta­ sbagliano proprio il bersaglio, se non altro perché la nostra
zione. E siccome il resto del film non fa che confermarla, è fase della lotta di classe è caratterizzata da un livello altis­
evidente che essa corrisponde alla interpretazione stessa simo di combattività proletaria e non dall’assurdo immo­
dei registi. bilismo del film.
In questo contesto indefinito, il pugno di intellettuali di N on solo, tranne che nei salotti culturali romani, in cui
cui sopra si diverte a cospirare non si sa bene per chi né si coltivano le idee al suono dei miliardi dei produttori, la
contro chi: infatti il film non racconta di nessun conflitto figura dell’intellettuale di cui si parla nel film non corri­
tra classi sociali che si svolga a fianco della vicenda del sponde proprio a quella dell’intellettuale moderno così
gruppo suddetto. Tra questi stravaganti rivoluzionari, uno, condizionato dall’industria culturale e del consenso o dal
che tutto sommato pare meno pazzo degli altri, decide di corrispettivo processo di proletarizzazione e di emargina­
tornarsene alla sua bella casa borghese in mezzo ai prati e di zione di vaste masse di studenti e di ceti medi intellettua­
mandare alla malora la banda di balordi visionari suicidi lizzati che, tra l’altro, sono stati capaci di esprimere un lo­
con cui finora aveva fatto comunella. E infatti torna a casa. ro movimento non ancora sopito di lotta anticapitalista.
E qui si ha finalmente l’impressione di cosa vorrebbe E allora di che allegoria si tratta? È qui che casca l’asi­
essere il film: la storia allegorica di come un rivoluzionario, no. Perché i Taviani, per giustificare il loro pessimismo e il
con la scusa delle pantofole calde ogni sera - ovvero di suoi loro rifiuto della rivoluzione come problema concreta­
tormenti esistenziali che non trova risolti nella lotta rivo­ mente e storicamente di attualità nella nostra epoca e non
luzionaria che evidentemente aveva immaginato senz’altro trovando argomentazioni concretamente sostenibili, fini­
breve e vittoriosa e comunque piena di allegria e felicità - scono per sfociare nel grande mare delle motivazioni mi­
finisce col diventare un traditore. steriose e irrazionalistiche. Cosa muove lo animo umano?
Ma se così fosse, e sarebbe una buona cosa, il film sa­ quali passioni, quali turbamenti lo animano? quali sugge­
rebbe già finito dopo mezz’ora. E invece no: va avanti per stioni indefinibili stanno alla radice dei suoi comporta­
circa due ore girando il coltello nella ferita, senza però riu­ menti? Così sembra voler chiedere la vicenda quando si di­
scire a farne sprizzare una goccia di sangue. Anzi, questo lunga in episodi come quello del collegio, o l’altro in cui il
divagare successivo, corredato dalle turpitudini sempre più protagonista ammazza in modo truculento un suo compa­
basse commesse da quella specie di mostro che diventa il gno, ma finisce col diventare seduta stante l’amante della
protagonista, toglie alla vicenda ogni senso logico plausi­ donna che tutto ha visto e tutto sa, e che è la fidanzata del-
bile. Anche perché l’allegoria dovrebbe avere la caratteri­ l’ammazzato.
stica di parlare in forma indiretta e fantastica di fatti reali, Perché questa compagna accetta di andare con un as­
e qui i fatti reali non si capisce proprio quali siano. sassino così fresco da puzzare ancora del sangue del suo
I Taviani vogliono forse prendere per il sedere a tutti i ex-amoroso? Mah, mistero: il film non ce lo dice! Ma ci
costi i gruppi rivoluzionari del nostro tempo? Ma allora dice finalmente perché il capo lagnoso e grigio del nostro

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--------Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ «Quotidiano dei lavoratori»

gruppo di disadattati mentali insiste nel voler fare ciò che


il film intende per la rivoluzione: «perché da quarantanni
non faccio altro» confessa mentre come Pisacane, che in­
vece fu un vero rivoluzionario, si avvia verso il suicidio
nelle lontane terre del Sud... E perché da quarantanni
non ha fatto altro? Mah, mistero! Imponderabilità del­ La conversazione
l’animo umano... con G. Hackmann
Di tutto questo giro di misteri, di fughe nell’irraziona­ (28 novembre 1974)
lismo e di idealistici richiami alla rivoluzione infarciti di
moralismo, resta un film confezionato secondo le più effi­
cienti regole del consumismo, come un carosello di lusso: È la storia di un professionista dello spionaggio telefo­
bei colori, bella fotografia, belle musiche. Da carosello ha nico, che si rende conto che il materiale registrato da lui
anche ereditato certe tecniche da mass-media, per altro già può costare la vita ad altri. Il film è di F. F. Coppola, già re­
note ai tempi delle «Tre orfanelle», laddove, per intenerire gista de II padrino, apologia della mafia come parte viva e
il cuore allo spettatore sprovveduto, fa morire bambini in­ di saldi principi della borghesia. La conversazione è invece
nocenti nei momenti di maggior epicità, e così via... In- una noiosa riproduzione sul tema «ciascuno di noi è re­
somma, sulle orme del consumismo di «sinistra», portato sponsabile di quanto succede» di cattolica impostazione e
a vette di equivocità memorabili da Bertolucci oltre che
di qualunquistico risvolto moralistico.
dalla pubblicità televisiva delle Coop, sono arrivati a dire
(e piuttosto male) la loro anche i fratelli Taviani, con la be­
nedizione di mamma Pei che elargisce felicitazioni a piene
mani. Molto bene, e avanti il prossimo...
s. P.

110 Ili
Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina ________________«Quotidiano dei lavoratori»________________

solo per la smania del potere, cerca di salvare il suo amore


con la forza della disperazione. Alle loro spalle trama Mor-
dred, anima gelosa che svela al re l’amore fra i due. La re­
gina proclama orgogliosamente il suo amore e viene im­
prigionata. Ma Lancillotto ritorna e la rapisce. Dopo una
Cattolico vicino all’eresia. battaglia Artù si decide a riaccogliere la moglie a patto che
Il Bresson di Lancillotto Lancillotto se ne vada. Durante una lunga notte i due si la­
sciano e dopo che la regina è ritornata al castello abbiamo
(14 dicembre 1974)
l’insurrezione di Mordred che vuole prendere il posto di
Artù. Riscoppia la lotta e alla fine Lancillotto che si era
Lancillotto e Ginevra di Bresson è un film bello da vede­ spontaneamente messo al servizio del suo signore muore
re, realizzato con grandi mezzi. - Il regista si mostra come un mormorando come ultima parola il nome di Ginevra.
cattolico sulVorlo dell'eresia. Elemento portante di questo undicesimo film di Bres­
son è la dissacrazione del mito della cavalleria. Lancillot­
La storia. Nell’epopea cavalleresca che viene comune­ to è fedele e infedele, sia rispetto al suo re che rispetto al­
mente detta «ciclo bretone» troviamo la leggenda del Graal, la sua religione e ancor più gravemente rispetto alla verità
vaso usato da Giuseppe d’Arimatea per raccogliere sul Cal­ ed alla giustizia.
vario il sangue di Gesù; da questi poi portato in Inghilter­ Il Graal, non solo simbolo cristiano ma già celtico e
ra, scomparve misteriosamente facendo nascere il mito del­ pagano, e la sua ricerca sono al centro di brutalità e vio­
le sue virtù. Intanto Mago Merlino predice che un cavalie­ lenza. La conquista della coppa è un feroce esercizio di
re della Tavola Rotonda senza peccato riuscirà a ritrovarlo potere nel nome della quale il sangue cola a fiotti. La con­
ed a conquistarlo. I cavalieri partono alla ricerca della reli­ quista del Graal inconsapevolmente per i cavalieri va al di
quia ma in questa ricerca mettono in mostra un accanimen­ fuori di ogni idea di Dio; e questa mercificazione di Dio è
to indegno e poca spiritualità. Naturalmente il Graal non sentita prima di tutti da Ginevra vero personaggio positi­
viene trovato. A questo punto inizia il film. vo del film.
Artù si rende conto della maledizione che grava sui La disumanità dei cavalieri, che per Bresson è la disu­
suoi cavalieri e li invita a deporre le armi ed a pregare. Lan­ manità degli uomini, ci viene resa ancora più evidente dal­
cillotto che è segretamente l’amante di Ginevra è convinto le continue visioni di corazze e dall’ossessivo sferragliare
che questo suo amore adulterino gli abbia tolto la purezza di esse. La corazza è come un guscio dell’uomo, come
necessaria per conquistare la reliquia. Decide quindi di un’impalcatura tolta la quale l’uomo giace nudo e inerme.
chiedere alla regina di scioglierlo da questo vincolo, ma E da ultima la morte: Lancillotto cade tra le corazze
questa avendo capito che il Graal non è stato conquistato dei suoi compagni con un sordo rumore; in quel cimite­

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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina ________________«Quotidiano dei lavoratori»---------------------- --

ro di rottami Punico a differenziarsi è Artù per la corona e di preghiera. Ma è troppo tardi. Bresson si mostra a noi
che porta sulPelmo. La continua dissacrazione prosegue come un cattolico ormai sull’orlo dell’eresia. Egli non cre­
nell’analisi del rapporto amoroso. Lancillotto non ha ca­ de più alla risurrezione dell’uomo. Il finale è tutta una se­
pito nulla né della Grazia né dell’Amore; egli crede di rie di sconfitte ed ecco che finalmente abbiamo una inqua­
agire continuamente nella stretta osservanza del dovere dratura del cielo, cosa troppo indegna per l’uomo.
divino, ma questi equivoci sono di una meschinità pauro­ Il film, bello da vedere, è fatto con grandi e lussuosi
sa. Egli non capisce il rapporto tra potere e amore: la mezzi, ma tutto ciò non ha impedito di cogliere il dettaglio.
Grazia di Dio non risiede nella guerra di conquista «nel La tecnica ci mostra in maniera impagabile il vuoto del
nome di Dio», ma nella perfezione dell’amore. E quando personaggio nell’assenza di umanità. Tutto concorre a mo­
lui crede di espiare, incolpandosi di tutto, sbaglia ancora strarci questi concetti: dalla nudità degli arredi, al suono os­
una volta e Ginevra glielo fa rilevare spiegandogli che il sessivo, alla chiusura su scenari vuoti. La sterilità del tenta­
suo è orgoglio e non umiltà. La regina sa vedere l’essen­ tivo di riscatto di Lancillotto ci viene mostrata nel torneo;
za delle cose fino a capire che non solo di spirito ma an­ attraverso gli sguardi degli spettatori, gli zoccoli dei cavalli.
che di corpo siamo fatti e tutto questo è detto con estre­ Se Bergman può parlare di Dio in negativo, per Bresson
ma lucidità e freddezza. è più difficile. L’affermazione che Bresson è sulla soglia
Il cinema per Bresson deve far ricercare la verità nel­ dell’eresia, ci è avvalorata dalla negazione della Speranza
l’emozione provocata dai fatti, dagli esseri e dalle cose, per finale; a meno che la speranza non sia simboleggiata dal
questo l’attore deve enunciare e non esprimere. Questo nome di Ginevra, mormorata da Lancillotto in fin di vita.
Se per Bresson Lancillotto simboleggia l’Umanità, egli
film sulla Grazia e sulla sua assenza, sull’Amore e sulla sua
stesso è rappresentato da Ginevra, la quale nonostante tut­
impossibilità, sulla Morte e sul suo dominio, per ultimo ci
to porta un messaggio di fiducia per tutto il film, ma alla fi­
mette in mostra l’Eroismo impossibile di chi cerca di con­
ciliare l’umano con il divino. Quando l’Amore e la Grazia ne si suicida.
Un accenno al proletariato ci è dato dai servi, figure
scompaiono entra in campo la Morte. Se mettiamo in rap­
gravi, essi assistono muti e impassibili dall’esterno, al tur­
porto il proclamato Amore di Dio e la negazione di esso,
binio delle diatribe borghesi.
ci accorgiamo quanto questo film non sia solo rievocazio­
ne storica, ma feroce morale alla società di oggi; e mettere Giancarlo Emanuel
il passato al presente è il fulcro del film. Inutile credere in
Dio e non comportarsi secondo lo spirito evangelico. Il
lassismo di Artù che dice «pregate» è un fin troppo chiaro
riferimento ai tempi odierni. E tutto ciò Lancillotto lo ca­
pisce e tenta di riconquistare la Grazia. Egli combatte in
nome di Ginevra e questo è visto come un atto di Amore
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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina _______________ «Quotidiano dei lavoratori»________________

Cosa si può chiedere in positivo a un prodotto della ci­


nematografia borghese? Cosa aspettarsi di valido, dando
per scontato il fatto che, per definizione, non nasce da un
terreno o da un presupposto rivoluzionario proletario?
Sono domande e problemi tutt’altro che facili. Esisto­
Sugarland Express: chi sgarra viene ammazzato no però contraddizioni e distinzioni all’interno della bor­
(21 dicembre 1974) ghesia. E tanto più ne esistono in sede artistica. Certo, que­
sta preoccupazione del «distinguo» ha portato spesso il
movimento operaio a degenerare in posizioni di codismo
£ un film di Spielberg. - Può esistere un cinema di de­ rinunciatario, sacrificando l’autonomia ideologica e cultu­
nuncia democratico-borghese? - Il radicalismo americano e rale del proletariato al mito della «neutralità dell’arte e del­
l’opportunismo «all’italiana».
la scienza». Ma non solo, in nome di questi compromessi,
si è finiti col rinunciare alla analisi di classe dei vari intel­
La storia. Lei è appena uscita dalla prigione, lui deve
lettuali e artisti, vedendoli avulsi dai condizionamenti eco­
ancora scontare poche settimane in un «carcere aperto».
nomici e strutturali, che deviano dalla loro stessa posizio­
C ’erano finiti per aver tentato uno scippo in una lavande­
ria. Lei va a trovarlo e lo spinge a evadere perché vuole an­ ne all’interno dell’apparato produttivo.
dare immediatamente a recuperare suo figlio che aveva do­ Io penso che oggi il primo compito sia quello della smi-
vuto lasciare in adozione durante il carcere e che ora non tizzazione della figura dell’artista borghese, e quello secon­
le vogliono più restituire. Attorno al fatto si crea una mo­ dario quello della individuazione, pur all’interno delle cor­
bilitazione generale della polizia del Texas, perché nella fu­ renti non rivoluzionarie, di tutti quei contributi sì parziali,
ga hanno sequestrato un poliziotto con la minaccia delle ma comunque in grado di fornire materiale e spunto a ri­
armi che gli sono riusciti a prendere. Sono due poveri dia­ flessioni critiche positive. Mi sembra che certo cinema ame­
voli ingenui, non due gangster, che vogliono semplicemen­ ricano sia un esempio di cosa si possa intendere per «reali­
te riavere il loro bambino. Ma hanno messo in discussione smo critico» borghese. Nel senso che è capace di fornirci
l’autorità di una istituzione e quindi vanno distrutti! La un’immagine non distorta di certi aspetti, anche se limitati,
popolazione si divide in due: la maggioranza ne fa un sim­ della realtà della vita nel sistema, e di presentarceli sotto for­
bolo positivo (masse di gente accolgono il loro passaggio ma critica, non apolegetica. Sugarland Express, ad esempio,
nei paesi), altri un motivo di «caccia all’uomo». Due poli­ è un film che se non svolge un’analisi classista e rivoluzio­
ziotti cecchini li aspettano alla fine del viaggio, nonostante naria della società americana, riesce però a darci tutti gli ele­
le promesse fatte dal capo della polizia. Ma non c’è poli­ menti per capire se non altro la natura fino in fondo re­
ziotto buono o cattivo, c’è un apparato repressivo che li pressiva e autoritaria dell’istituzione poliziesca. Il pretesto
colpirà inesorabilmente. è rappresentato da un fatto realmente accaduto nel Texas.

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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina r ________________«Quotidiano dei lavoratori»________________

I due protagonisti sono dei giovani nient’affatto votati nisce col riversare su di loro tutte le proprie speranze in
a una causa di rivolta. Anzi, sono volutamente presentati una possibilità di rivolta da loro accumulate in una vita
come il prodotto tipico della piccola borghesia americana, sottoposta a frustrazioni e oppressioni continue. E a que­
imbevuta di miti consumistici e di slanci irrazionali. Solo sto punto la mannaia del boia di Stato non può che finire
hanno un difetto: di volere realizzare fino in fondo una col colpire inesorabilmente.
loro esigenza «umana», quasi primordiale: ritornare in Il bello del film sta anche, e forse soprattutto, nel mo­
possesso del loro figlio. E proprio la banalità del pretesto do asciutto, mai compiaciuto, mai a doppio senso, in cui è
che vuol rendere ancora più evidente la logica disumana, raccontato. Un montaggio stringato, preoccupato solo di
mostruosa del sistema autoritario che regola i rapporti so­ rendere lo spettatore possesso di tutti i fatti e di tutte le in­
ciali. Ovvero: i due giovani in questione non vogliono rea­ formazioni sociali e psicologiche necessarie a prendere una
lizzare nessuna rivoluzione di nessun tipo, ma essendo posizione, a operare una scelta pro o contro.
costretti in una posizione di «irregolari» dalla società, dal­ Dicevo già all’inizio: manca un’analisi classista rigoro­
la società stessa non possono che essere schiacciati senza sa del perché la società americana è così. N e deriva che la
speranza alcuna. La loro azione finisce cosi con lo spo­ prospettiva positiva manchi in tutti i sensi. Ma questo non
starsi sempre più verso l’interno dell’occhio del tifone, in è negativo. Anzi, la coscienza di non poter risolvere con gli
quanto, seppur senza rendersene conto, hanno scatenato strumenti della cultura democratica e radicale i nodi di
intorno a sé una serie di reazioni che li rendono «oggetti­ fondo che regolano la società e la vita sotto il dominio ca­
vamente» un pericolo per l’ordine padronale. Prima di pitalista, è di per sé un atto di onestà culturale.
tutto per il prestigio della polizia che non può accettare di Si facessero film del genere in Italia! Mi è scappato di
essere sottoposta all’impotenza dal semplice ricatto «date­ dire alla fine della proiezione. Ma subito dopo mi è risul­
ci nostro figlio che noi vi ridiamo il vostro poliziotto». tato evidente come da noi, in presenza di un movimento di
N on può perché questo creerebbe il presupposto di una classe rivoluzionario forte e con grandi tradizioni di lotta,
«giustizia» patteggiabile, non più dal pugno di ferro, ma lo spazio per una visione così critica, ma anche così priva
dal compromesso possibile. N on può perché ha un pre­ di sbocchi, della realtà, non ha forse più ampie possibilità
stigio di corpo da difendere. N on può semplicemente per­ d’essere. E forse per questo che da noi, contrariamente che
ché la sua ragion d’essere è quella di reprimere non di in America in cui di fatto non esiste una risposta di classe
comprendere. E allora, inevitabilmente, nonostante l’af­ organizzata e di massa, il cinema «democratico» quando
fratellamento che finisce quasi con l’unire la coppia e solleva la pietra della critica sociale finisce sempre col la­
l’agente sequestrato, e nonostante i tentennamenti del ca­ sciarla sospesa a mezz’aria, rifugiandosi nell’equivocità
pitano che guida l’operazione, finisce col colpire spietata. mistificante, o nel collaborazionismo opportunista caro al
Ma non basta: il gesto dei due non è stato progettato co­ riformismo. Un vicolo cieco? No, un problema che ci ri­
me protesta, ma come protesta lo intende la gente, che fi­ porta alla necessità che sia il movimento rivoluzionario

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_____Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina-------- «Quotidiano dei lavoratori»

stesso a rilanciare la lotta per una cultura di massa antica­


pitalista, ridando senso e spazio così anche a battaglie che
«dall’interno» del sistema hanno perso la loro possibilità
d’essere d’altra parte qualcosa di analogo per la controin­
formazione democratica?
Va da sé che il problema non può essere liquidato in co­ Rossellini difende Anno Uno ma dimentica
sì poche battute; la schematicità dell’accenno odierno ci ri­ che l’illuminismo è fallito e che Rusconi è fascista
manda alla necessità dell’approfondimento successivo.
(5-6 gennaio 1975)

Il noto regista ci scrive eludendo sul suo prossimo film su


De Gasperi e polemizzando sul modo di agevolare l'emanci­
pazione delle masse popolari. - Una lettera che si contraddi-
ce-Passione o razionalità? - Funzione di un'organizzazione
comunista e ruolo degli intellettuali. - La violenza è sempre
uguale?

La lettera del regista

Leggendo sul vostro giornale del 10 dicembre l’artico­


lo firmato Domenico Aleotti circa il mio film Anno Uno,
ho subito avuto l’impulso di scrivervi. Poi ci ho rinuncia­
V to. Invece ora mi decido a farlo e non per difendermi, ma
perché con voi militano delle persone che mi sono care e
delle quali seguo quotidianamente le attività e cerco di
soddisfare le aspirazioni. Io non ho mai idee preconcette,
ma vivissime curiosità e allora compio tutti gli sforzi pos­
sibili per garantire a coloro che ho sott’occhio i più ampi
spazi di libertà e di indipendenza. In tal modo essi posso­
no sperimentare ed io posso osservare ed imparare. Credo
che questo mio atteggiamento vi sia ben noto. Certamente
è ben conosciuto dal nostro compagno Domenico Aleotti
che ha scritto l’articolo che mi riguarda.
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_____Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina-------- ! ________________«Quotidiano dei lavoratori»________________

Ed ora veniamo a noi: anch’io esercito il diritto di parola. si offre l’occasione di conoscere di più, la rifiuta, perché di­
L’intenzione della mia risposta è quella di dimostrare a sturberebbe tutto il suo sistema mentale, sia pure elemen­
quelli che amo e che sono con voi come penso e in cosa tare, ma nel quale si è adagiato per sentirsi relativamente si­
contrastano le nostre idee. curo. Il rifugio nel quale si è rannicchiato lo dispensa, psi­
Credo che in tutti voi, malgrado le buone intenzioni, è cologicamente, dal concepire ogni sforzo ulteriore (per ca­
più forte la vanità che la dedizione allo studio dei problemi pire e sapere ancor più).
e dei metodi per risolverli. Certamente Aleotti è vanitoso. Ora bisogna ben dire che il vostro modo di lottare, co­
Voi per sua bocca dite, nell’articolo suddetto, che un’u­ me il vostro linguaggio, sono architettati in modo da su­
manità intera sta percorrendo un inesorabile cammino ver­ scitare ed alimentare emozioni. Ma questi sono dei metodi
so la totale emancipazione contro una classe che non la vecchi che sono stati sviluppati, potenziati proprio da quel
vuole accettare. «mondo borghese» che presupponete essere i soli a conte­
Questo, checché ne possiate pensare, è proprio quello stare, contrastare e disprezzare.
che penso anch’io. Ma la mia diagnosi e le terapie che pro­ Quello che voi chiamate «mondo borghese» ha, dacché
pongo sono differenti dalle vostre. Chi ha ragione? mondo è mondo, sviluppato e sfruttato l’emotività. Esso
Comunque cerchiamo di vedere come si può arrivare trova alimento ed espressione proprio nella competizione.
all’emancipazione degli oppressi, dei diseredati, degli La nostra, come si sa, è una società competitiva. Essa ha
sfruttati: è questo che conta. condotto gli esseri umani alla rivalità. Ha affermato l’etica
Io credo che tutto il genere umano e non solamente una del successo.
classe, si deve liberare. Come si può arrivare a ciò? Ha spacciato per virtù il coraggio in guerra, l’astuzia, la
A costo di sentirmi ripetere che sono scaltro, io dico forza bruta, la corsa alle ricchezze materiali. Ha così esa­
che ciò si può raggiungere acquistando coscienza. Ma per sperato la produttività, moltiplicato le fabbriche, ingigan­
far ciò bisogna per prima cosa inventare il modo di debel­ tito le ingordigie, quindi i consumi. Con quest’astuzia vin­
lare tutti i metodi condizionanti che si sono perfezionati colante traente ha creato il mito della produzione di merci
attraverso i secoli. La riduzione delle capacità umane di in­ dicendo che avrebbero portato con il benessere la felicità.
tendere si raggiungono, la storia ce lo mostra, provocando, Così siamo arrivati dove siamo.
stimolando ed infine sviluppando tutte le emotività possi­ Io credo fermamente che è gran tempo di promuovere
bili. Ma quando gli esseri umani coltivano e vivono di im­ e sviluppare un altro tipo di società fondata invece sulle
pressioni, si allontanano dal sapere, che è tutt’altra cosa, virtù collaborative.
anzi in pratica ci rinunciano. Infatti chi vive di sensazioni Primo, allora bisognerà «sapere». Poi bisognerà alle­
ha facilmente l’illusione di essere orientato. Si sente quindi narci ad essere moderati, tolleranti, pazienti, costanti, leali.
intellettualmente soddisfatto e allora non compie più lo Con l’affermazione di queste virtù si potrà raggiungere la
sforzo di conoscere di più, sempre di più. Anzi, quando gli sapienza. Allora finalmente avremo la giustizia.
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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina ------------------------ «Quotidiano dei lavoratori»________________

Ora debbo dirvi che anche io sono totalmente dalla par­ L’ignoranza, che bisogna debellare ad ogni costo, gene­
te della classe operaia, come la chiamate voi. Noi, io, voi, ra paura; solo il sapere può dare coraggio.
tutti, abbiamo più debiti verso le masse umane lavoratrici, La violenza nasce dalla paura. Faccio un esempio: un
umili, perché sono state il mezzo e le vittime principali del­ gorilla, nella scala dell’evoluzione, è molto più in alto, è più
la competitività. Come dice Marx proprio la classe operaia complesso, di tutti gli animali che lo hanno preceduto: rap­
è stata il soggetto della storia. A questo punto bisogna chie­ presenta l’ultimo o il penultimo passo verso l’uomo: noi. Il
dersi seriamente come si possono liberare le masse. Io dico, gorilla pascola, dorme, procrea, gioca, si affeziona ed è ca­
e non sono che questo succederà quando saranno in grado pace perfino di comunicare, sia pure grossolanamente.
di incaricarsi esse stesse della loro liberazione sociale e po­ Ma esso è conosciuto per la sua severa aggressività. Tut­
litica: esse stesse senza delegati. ti lo temono. Perché spaventa? Per il suo urlo, per il pelo
I delegati, finora, sono stati quasi sempre dei borghesi. che gli si rizza in capo e sul collo, quando minaccia, ma so­
L’affrancamento, per essere effettivo, deve derivare dalle prattutto perché si batte con forza il torace facendolo ri­
masse stesse. Allora? Come si fa? Io credo che qualcuno, o suonare come un tamburo. Perché si comporta così? Per­
più, debbono fornire alle masse «dati» da elaborare, sì che es­ ché ha paura. Ma la paura è distruttiva perché conduce a
se raggiungano la piena coscienza. Per far ciò bisogna che stati confusionali. Allora gli uomini, infinitamente più de­
qualcuno si dedichi alla loro raccolta. Tanti, tanti, tanti «da­ boli del gorilla, anche senza armi, riescono facilmente ad
intrappolarlo. Il comportamento difensivo del gorilla o in­
ti». Certo le masse stimolate emotivamente possono irosa­
certo qual modo «psicologico», ma serve solo con gli esse­
mente sfasciare tutto. Ma dopo? Certamente «dopo» ci vuo­
ri mentalmente più deboli di lui.
le coscienza se non si vuol ripetere quello che è stato. Chiun­
Anche la violenza umana nasce dalla paura, ripeto, an­
que decida di adoperare mezzi e modi di propaganda, fa ap­
che il fascismo. Certi uomini, molti uomini sono assaliti
pello alle emozioni invece che alla ragione. Per emozionare si
dall’angoscia quando vedono mutare i dati abituali della
è usato prima la sofistica, la retorica, poi anche la demagogia. loro vita. Così crisi dei sistemi, crisi economiche, crisi di
L’arma usata per prima è stata la parola, eloquenza. idee generano facilmente panico: la reazione automatica è
Pensare ed agire in termini propagandistici significa dimo­ la disperata violenza fisica, verbale e mentale. Aggettivarla
strare disprezzo verso il genere umano, ma dimostra anche poco conta, sempre violenza è.
uno stato di primitività. Oggi non è più questione di pen­ È illuminante una battuta napoletana: uno che ha pau­
sare in termini tradizionali, ci vuole altro. Allora è rozzez­ ra dice ad altri che nella medesima situazione tremano co­
za promuoversi a leaders. Non c’è bisogno di capi: ognu­ me lui: facite’ a faccia feroce!
no deve essere responsabile. Mi sembra proprio che voi che sentite anche in modo
Una grande pietà invade chi è in grado di intendere la giusto delle questioni di fondo siate condannati a restare
grossolanità di tutte le operazioni che costano tanti sforzi inefficaci perché adottate metodi che non saranno mai cor­
e realmente non sono innovatrici. rettivi ma dirompenti.
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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina «Quotidiano dei lavoratori».

Anche nell’articolo per Anno Uno avete fatto la faccia


feroce. Che ne avete fatto la faccia feroce. Che ne avete ri­
cavato? Per il mio film vi siete confusi ed identificati con le
opinioni negative di una larga parte della stampa borghese.
Avete meditato su cosa significa l’atteggiamento di que-
st’ultima? Le parole possono contare
So bene come polemicamente mi si può rispondere. quando servono a riflettere
Ma le parole non contano. Vale riflettere.
Quale deve essere l’atteggiamento politico? Dare l’assal­ (5-6 gennaio 1975)
to alla diligenza cosa significa? Serve proprio molto cam­
biare soltanto postiglione? Cosa invece può servire di più?
Ringraziamo innanzitutto Rossellini di questa lettera
Roberto Rossellini perché essa sta a dimostrare una disponibilità al confronto
e alla verifica e un’attenzione lodevole verso i giudizi e le
valutazioni che movimenti giovani e di giovani come il no­
stro sanno e vogliono esprimere.
E questo aspetto positivo va anche al di là della «coper­
tura» che egli intende dare al suo gesto, giustificandolo con
motivi affettivi e personali. Semmai questa autogiustifica­
zione dimostra quanto il suo stesso «illuminismo» dischia­
rato, sia in realtà cedevole di fronte a un’emozione che non
solo nella premessa, ma in tutto il suo scritto traspare co­
me movente. Emozione e mozione degli affetti anche al
negativo, quando si dimostra così attento alla definizione
dell’atteggiamento psicologico dell’estensore, dell’articolo
pubblicato dal nostro quotidiano nella rubrica «Diritto di
parola» il 10 dicembre scorso; al punto da desumere dalla
passione giusta e dalla giusta emozione e sdegno di quel
contributo, un giudizio di «passionalità» e di «vivere di
emozioni» estendibile a tutto l’operato nostro e del movi­
mento di lotte di cui noi siamo parte. E questo, ci duole ri­
velarlo, non solo non fa giustizia a noi, ma nemmeno a
Rossellini che, così dichiarato discepolo della volontà di
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conoscere la realtà, di questa realtà dimostra di conoscere le del primo numero; e proprio per questo ogni giorno, da
forse troppo poco. queste colonne e in tutto il nostro lavoro nelle fabbriche
Dicevamo giusta emozione e giusto sdegno nell’artico­ nelle scuole, nelle campagne, noi ci battiamo: perché le
lo citato, perché pensiamo sia più che giustificabile scopri­ masse abbiano gli strumenti per costruire oltre alla loro ri­
re con dolore in un intellettuale come Rossellini, che della bellione, la loro prospettiva cosciente.
diffusione della «verità» relativa ai fatti della storia si è fat­ Ma qui allora il problema è di quali «dati» noi conside­
to più volte valido portavoce (e anche commosso parteci­ riamo davvero significativi della realtà, non quello fittizio
pe, come nei mai dimenticati Paisà e Roma città aperta), la che ci viene rimproverato secondo il quale noi li neghe­
disponibilità a realizzare opere come Anno Uno, per di più remmo in nome dell’«emozione ribellistica».
con la produzione di Rusconi, di cui forse non a caso egli E crediamo proprio che la conoscenza che serve, per­
stesso non accenna nella sua lettera. ché corrisponde essa sola alla verità, è quella che può aiu­
E questo non ci sembra proprio un buon metodo. tare a capire davvero prima di tutto chi sono i nostri (del
L’articolo a cui Rossellini si rifà infatti era e voleva esse­ movimento di classe) nemici e i nostri amici, e come essi si
re un contributo critico sul suo film soprattutto; perché muovano e si sono mossi.
non ci dice allora in cosa esso era falso, dove strumenta­ Insomma la «razionalità» giusta è quella che si attiene
lizzava la passionalità per nascondere la «ragione» pre­ alla lotta di classe e ai suoi sviluppi, non quella che tra i
sente nella sua opera, in cosa mistificava emotivamente i tanti «dati» coglie quelli magari sì reali, ma irrilevanti o de­
dati? In realtà nell’articolo di dati se ne citavano parec­ viami perché per questa strada si arriva a realizzare nella
chi sia per indicare quelli che il film Anno Uno sottova­ pratica proprio il contrario di ciò che in teoria si vorrebbe
luta o dimentica, sia per ricordare quelli che la realtà del­ affermare.
la nascita del regime democristiano (di cui De Gasperi fu Rossellini ci rimprovera di voler sostituire semplice-
appunto il padre) ci ha lasciato impressi non solo nella mente «postiglione alla diligenza» ovvero di voler sostitui­
memoria e nella coscienza, ma anche nella lotta che tutti re ai vecchi «capi» e governanti delle classi sfruttatrici,
i giorni noi, e più di noi le masse oppresse e sfruttate nuovi «capi» e dirigenti: in sostanza ci accusa di volerci so­
portano avanti ma non solo contro la «competitività» e stituire alle masse nella loro emancipazione. Tuttavia non
l’«emotività» demagogica come dice Rossellini, ma con­ nega Rossellini la necessità che vi sia qualcuno che contri­
tro lo stesso regime di cui il suo film tanto «obiettiva­ buisca alla loro emancipazione «educando» al «sapere»
mente» ci racconta. queste masse. Evidentemente la discordia allora è solo su
Rossellini ci sprona giustamente a far riferimento ai chi deve essere «delegato» a svolgere questo compito ma-
«dati», a tener conto di essi come strumento di educazio­ ieutico: il «libero» intellettuale o le avanguardie organiche
ne di massa. Giusto: proprio su questo argomento infatti e alla classe operaia che tendono a organizzarsi nel partito
non a caso, il nostro quotidiano insisteva fin dall’editoria­ proletario e in tutti quegli organismi necessari sia allo svi­

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luppo della lotta sia, con essa, alla maturazione delle mas­ lizzazione attiva e partecipe delle masse, partendo dai loro
se a un ruolo di «classe dirigente» nella storia? settori più avanzati per coinvolgere progressivamente tut­
E poi che senso ha criticarci prima perché ci limiterem­ to l’insieme, impegnandoci oltre che a contribuire al lavo­
mo a esaltare il ribellismo spontaneo delle masse, e poi per­ ro di chiarificazione e di comprensione adatti affinché que­
ché vorremmo limitarne r«autonomia» istituendo nuove sto lavoro possa svolgersi. C ’è bisogno sì di operatori cul­
turali, a condizione che sappiano realmente porsi su que­
«deleghe»?
sto terreno d’impegno pratico oltre che «teorico».
Insomma, delle due l’una: o le masse non han bisogno di
La nostra perplessità di merito è che film come Anno
nessuno per emanciparsi, o, se esiste un problema di «educa- j
Uno ben poco contribuiscano a questo processo. E tanto
zione», quale deve essere la forma migliore per realizzarla as-
meno pensiamo che possa essere uno strumento diretta-
sieme alle masse e non dal di fuori o dal di sopra di esse?
mente utilizzabile a questo scopo l’apparato di produzio­
N on è una problematica nuova questa, e certamente è ne e distribuzione di cui il film è figlio.
stata superata dai fatti storici stessi l’illusione che la «dea
ragione» possa trionfare grazie a una visione giacobina e
meritocratica del super-intellettuale che, sostituendosi al
movimento reale di lotta e di emancipazione del proleta­
riato, «fa ordine» in tutto lo scibile e nel mondo intero.
Si torna per questa via invece a dover riflettere sulla
questione spinosa del ruolo appunto deH’intellettuale del-
l’«uomo di cultura» nella nostra società; della sua colloca­
zione rispetto al proletariato, sulla sua più o meno aristo­
cratica separazione da quel processo di lotta di cui noi, con
le masse ci sappiamo parte integrante, e non suoi tirannici
«postiglioni».
Certo, non tutti i problemi possono essere risolti nella
pura e semplice lotta politica, economica e sociale; anche il
fronte culturale è un terreno di scontro e un settore im­
portante di lotta per l’emancipazione del popolo (emanci­
pazione che, con Marx, noi pensiamo possa avvenire per
opera della classe operaia che è la sola che «liberando se
stessa può liberare tutta l’umanità»).
Ma siamo convinti, senza preclusioni settarie di alcun
tipo, che anche questa azione passi per la corresponsabi-
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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina ________________«Quotidiano dei lavoratori»________________

Il duo Dacia Màraini-Pier Paolo Pasolini ha curato


l’edizione italiana del film aggiungendo ad alcune sequen­
ze dei cartelli didascalici per «chiarire» l’ermetismo del te­
sto ed accentuarne il significato «politico». Ma è proprio
nel significato politico che Sweet Movie rimane ermetico e
Il capitalismo è rozzo e volgare incolore. Ermetismo alla rovescia, in quanto ogni allegoria
ma il comuniSmo è solo morte: e allora? è aperta a tante interpretazioni da scolorire il tutto in una
(2 marzo 1975) possibilità di scelta indifferenziata e appunto qualunquista.
La trama corre sul duplice filo della storia di due vite
contrapposte e parallele. Nel simbolico anno 1984, sulle or­
me del «Nuovo Mondo» di Orwell, due donne simbolo di
Sweet Movie è un film decisamente equivoco o semplice- due società diverse, la capitalista e la comunista, percorrono
mente reazionario ?- Sul balletto della rivoluzione ci sono so­ partendo da matrici opposte che confluiscono però nella
lo vuote promesse e molti cadaveri. - Nichismo di maniera,
allegorie kitsch e pessimismo di comodo. medesima corrente ad alto voltaggio dell’allegoria sessuale,
la strada «dolce» e nauseante della propria autodistruzione.
Dusan Makavejev, 43 anni, di Belgrado, fu espulso dal Pc Carole, bella ragazza canadese, eletta Miss Mondo 1984
jugoslavo e dall’associazione dei registi del suo paese dopo da una certa Martha Aplanap presidente della Fondazione
il film I misteri delVorganismo in cui, seguendo le teorie del­ Cintura di castità dopo esser stata riconosciuta vergine di
lo psicanalista «eretico» Reich, morto in prigione in Usa do­ fronte ad una folla di spettatori, riceve in premio un matri­
ve era detenuto per «oltraggio alla corte», riportava la re­ monio da 50 miliardi. Lo sposo è il giovane Aplanap, texa­
pressione economica alla matrice psicoanalitica di repressio­ no, igienista, consumista, «figlio di mamma», e provvisto
ne sessuale e trovava un senso nel comuniSmo solo se inte­ di un enorme cazzo d’oro che si rivela però, la prima not­
so come liberazione totale dell’uomo, chiedendo un ritorno te di nozze, pieno soltanto di un’enorme quantità di piscia.
al capovolgimento dei valori del primo periodo della rivolu­ Dopo un tentativo di omicidio da parte della suocera e una
zione d’ottobre. Ora, con questo suo quinto film realizzato rapida separazione, la vergine viene affidata ad un colosso
grazie ad una coproduzione fra Canada, Francia e Germa­ negro e trasportata a Parigi in una valigia. Qui incontra
nia Ovest, anche questo «unico senso» del comuniSmo vie­ l’«Amore»: El Macho, una parodia del maschio latino col
ne frantumato in un eccesso di allegoria schizofrenica in cui quale si accoppia sulla Torre Eiffel solo per trovarsi a rap­
ogni «capovolgimento di valore» si trova spezzato di fronte presentare sotto gli occhi attoniti dei visitatori un raro
a due specchi: uno provocatorio, avveniristico, velleitario e esempio di coito interminabile dovuto non alla passione
kitsch, ma, a suo modo, «rivoluzionario»; l’altro moralisti­ ma ad un caso di «penis captivus». Dopo aver assistito ad
co, rinunciatario, pessimistico e reazionario. una sequenza estemporanea della Comune Terapeutica di
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Vienna, di Otto Muehl, seguace radicale delle teorie di nisce quest’ultimo film di Makaveiev «un’opera polisensi-
Reich, presentata col cartello didascalico «Vomitano il ci­ ca, cioè ricca di una vasta gamma di significati che concor­
bo dei padri e defecano nei piatti della borghesia» (una rono tuttavia attraverso una critica sociale senza dubbio
provocatoria allegoria reazionaria del ’68?), Carole, ex estrema e impietosa verso un unico punto di fuga, quello
Miss Mondo ed ex-vergine, soffocherà sotto una colata di dell’elogio del comunismo vitale e autorinnovantesi» (?!).
cioccolata durante le riprese per un carosello pubblicitario. Senza dubbio ogni sequenza del film propone una serie
Le grottesche avventure di Carole si intersecano a quel­ di allegorie gonfie di significati. Ma quali? E soprattutto,
le di Anna Pianeta comandante di un vecchio battello so­ da dove scaturirebbe questo «elogio del comunismo»?
prannominato «Survival» (Sopravvivenza) che percorre Prendiamo un esempio significativo: il superstite del «Po­
lentamente i canali di Amsterdam e porta dipinta a prua la temkin» castrato e ucciso in un letto di zucchero può si­
testa di Marx al cui occhio viene quotidianamente appesa gnificare sia la rivoluzione costretta (chissà perché?) ad uc­
una enorme lacrima avvolta nel cellophane. Al vecchio cidere i suoi figli migliori, sia il comunismo «ortodosso»
battello si aggrega un mitico marinaio sopravvissuto al che non arretra di fronte a nessuno quando è in vena di
«Potemkin», che porta il nome simbolico di Luv Bakunin «purghe», sia infine il dolce mare di zucchero in cui finirà
e col quale Anna Pianeta instaura subito un rapporto per castrarsi ogni rivoluzione se si lascerà andare a credi
d’amore sulla scaletta del battello. Amore che, come ormai aberranti. Ma significa soprattutto un lacerante addio al
tutto per questa ultima rivoluzionaria stanca, non può che comunismo senza che sia proposto alcun valore di ricam­
trasformarsi in distruzione. bio, e tanto meno senza che si intraweda alcuna «autorin­
E così, in un letto di zucchero il giovane sarà castrato novazione» come alcuni critici hanno deciso di voler vede­
e ucciso in un atto che è insieme di amore e di distruzio­ re al di là dell’immagine e del suo significato.
ne, come innocente e corrotto insieme è lo spogliarello Questo «comunismo addio» con punte di apoteosi sfin-
improvvisato dalla rivoluzionaria omicida di fronte ad teriche sulla falsariga del «tutto è merda», non si libera del­
una frotta di bambini attirati sul battello con l’esca dei la morsa di un nichilismo di marca qualunquista. Da que­
dolciumi e poi uccisi e lasciati avvolti in carta velata con sto continuo flusso di immagini, attraverso i vasi comuni­
mazzi di fiori sul bordo del fiume insieme a Bakunin. E canti della politica e dell’erotismo, esce un film che è di de­
qui, in chiusura del film, vediamo un volto di bambino ri­ nuncia contro tutto: il capitalismo, il consumismo, lo stali­
sorgere e sorridere. nismo, il revisionismo, il comunismo ortodosso e la rivolu­
Ora cosa significa tutto questo, passato attraverso il se­ zione tradita. Ma è soprattutto la denuncia inconsapevole
taccio dell’allegoria? I pareri dei critici a sinistra sono stra­ del regista della propria incapacità di credere in qualcosa.
namente benevoli. E non solo i moderati democratici, co­ «C’è una vita sulla terra? C ’è una vita dopo la nascita?»
me quelli dell’«Espresso» e di «Paese Sera», ma addirittura sono le parole della musica che accompagna i titoli e che
Roberto Alemanno che sul «manifesto» di domenica defi­ ricalcano una dichiarazione dell’autore sul pericolo di chi,
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deluso dalla trasformazione dell’ideologia in pragmatismo


dogmatico, cade nella trappola della rassegnazione e si
trova a «vivere il resto della vita senza alcun valore di ri­
cambio... Persone che avrebbero potuto vivere con gran­
di e vere idee, e che invece sono rimaste senza alcun valo­
re di ricambio». John Wayne malato:
Ora, dopo Sweet Movie, il sospetto è che sia proprio Pultimo dei «duri» americani se ne va?
Dusan Makavejev ad essere rimasto in panne di valori, sen­ (29 agosto 1975)
za poterne trovare alcuno di ricambio nel labirinto politico
della psicoanalisi freudiana rivisitata da Reich e Groddeck.
E non basta a chiusura del film la resurrezione di un bam­ John Wayne è in clinica, John Wayne sta morendo?
bino ucciso, vittima degli impulsi omicidi di una rivoluzio­
Questa la domanda che sta rimbalzando sui quotidiani di
ne ormai sfibrata e vitale solo nella distruzione, a far crede­
mezzo mondo. Una domanda inquietante, posta con un’an­
re alla rinascita di nuovi e non ben identificabili valori.
sia che va al di là del preoccupato cordoglio che sempre ac­
Anna Maria Battistini compagna la notizia di un uomo e di un attore in pericolo
di morte.
E la ragione di questa particolare tensione è evidente:
John Wayne non è e non è stato solo un attore, un profes­
sionista della celluloide disposto a vendere la sua immagi­
V ne per vestirla con gli abiti di personaggi qualsiasi. È ed è
stato il simbolo apologetico dell’America dura, sobria, un
po’ ottusa ma potente, tenace, volitiva, con poche idee in
testa, ma con una rettitudine ineguagliabile nel perseguire
i propri fini imperialistici e di conquista. Il volto per il
grande schermo dell’imperialismo Usa, reso affascinante
dall’epopea del «west», l’epoca eroica in cui l’uomo bian­
co, spinto dalla fame d’oro, di terre e di nuovi mercati ster­
minò, armato di coli, fucili automatici e di whisky un inte­
ro popolo (quello dalle odiate «ombre rosse») e la sua an­
tica civiltà. U n’impresa che segnò il peccato originale del­
la più grande potenza che lo sviluppo capitalistico abbia
generato nella storia.
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E John Wayne per tutti noi fu il modello ideale di una Ma lui no, non vedeva tutto ciò. Con i suoi piccoli oc­
concezione del mondo in cui la civiltà significava tenace chi ormai sommersi dalle rughe lui continuava a cammina­
individualismo, amore per la proprietà privata per un Dio re sulla stessa strada, ormai lastricata di sangue, come un
puritano e per una famiglia colonico-patriarcale; in cui apologeta di sventura, trasformatosi da aquila in corvo, da
ognuno era nemico dell’altro e in cui l’onestà consisteva cantore di forza a latrante prefica.
nel difendere a costo della vita una legge votata a proteg- i Tuttavia, pur in questa veste grottesca, ha continuato a
gere il diritto e la pace dei proprietari e dei banchieri, con­ infondere una strana sorta di rispetto, come quella che si
tro le insidie dei ladri da strada e dei «selvaggi». Era l’ani- prova nel vedere l’ultimo superstite di una specie ormai
ma buona deH’America che sa farsi strada sempre e ovun- ! estinta, ricordo vivente di un mondo ormai quasi del tutto
que nonostante le avversità naturali e l’opposizione delle tramontato. Se muore John Wayne cosa ci rimarrà di quel­
l’America? Più nulla! Solo un ricordo: quello di un’illusio­
razze inferiori, quella che illuminava il volto mesto del no- f
ne di libertà masticante chewing-gum ormai annegata in
stro eroe hollywoodiano.
un mare di bandiere rosse.
E l’abbiamo visto invecchiare negli anni mantenendo la
John Wayne sta morendo? Requiescat in pace, visto che
stessa espressione, cambiando abito ma rimanendo sempre
da vivo ha sempre combattuto una battaglia sbagliata.
monaco, sia che fosse il bandito per sbaglio e redento di
Ombre rosse, sia che fosse il duro possidente terriero Chi- Silvano Piccardi
sum, o lo sceriffo tutto d’un pezzo di Un dollaro d'onore, \
o il marine anticomunista di Berretti Verdi.
Lo stesso volto della stessa America, che l’ha reso qual- \
cosa di simile a un profeta o missionario o al marchio di
fabbrica di un’industria di guerra.
Con gli anni abbiamo anche visto cadere accanto a lui,
come il David Crockett della sua fatica di regista e attore
La battaglia di Alamo, quei potenti per cui si è sempre
prodigato, come i Johnson, i Nixon. Abbiamo visto loro
con la faccia nella polvere, ma mai lui, l’eroe senza mac­
chia e senza paura, sempre pronto, come l’araba fenice, a
risorgere dalle ceneri delle sconfitte e degli anni per man­
tenere alta quella bandiera che con sempre maggiore evi­
denza si andava insozzando agli occhi di tutti dei più effe­
rati delitti, delle più infami imprese di sterminio, di rapi­
na, di sfruttamento.
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oggi acquista la dimensione di un documento-revival: «ec­


co come eravamo» sembra quasi di sentirsi dire. Ecco co­
me eravamo? Falso. Fellini parla di ricchi borghesi, di no­
bili inutili, di intellettuali (Steiner nel film) che si suicida­
no perché non riescono ad inserirsi nella società emergen­
La dolce vita stasera in tv. te. N on di altro. La scena finale del film, Mastroianni (il
Bel documentario che inganna giornalista testimone di 36 ore di vita) e Valeria Ciangot-
(24 settembre 1975) tini (la fanciulla che rappresenta la Verginità e la Speran­
za) che quasi scappano disgustati da una casa, e arrivano
sulla spiaggia all’alba, proprio quando i pescatori ritorna­
Stasera in televisione La dolce vita. Sembra strano, so­ no. C ’è gente che grida, che chiama.
prattutto a quelli della generazione di chi scrive, allora Un grosso pesce è trascinato sulla battigia. È un mostro
troppo giovane per penetrare al cinema dove il film era pro­ schifoso. Contrapporre un mondo migliore, futuro (Vale­
iettato «vietato rigorosamente ai minori di 18 anni», eppu­ ria Ciangottini, la Speranza) alla realtà morente, putre­
re stasera il film-scandalo sarà in ogni casa integralmente, scente è un espediente mistificatorio. Come tale fa gioco
l’opera più famosa e forse più riuscita di Federico Fellini, la alla borghesia, al potere. Il fruitore di questo messaggio
pellicola che alla fine degli anni cinquanta «lanciò il mito di falso, cioè il teleutente, non potrà che opporre il suo spiri­
una Roma sgangherata, perversa e un po’ angosciata» ora to critico. Il quale, di fronte alla bellezza tecnica e artistica,
diventa esemplare, quindi adatta a tutti. Ed è giusto. si troverà a combattere duramente, e arriverà alla conclu­
La tv così attenta solitamente, a non suscitare interrogati­ sione che ciò che ha visto corrisponde esattamente alla vi­
vi inquietanti, né a provocare intelligenti riflessioni, bensì ta italiana (o romana) di 15 anni fa.
sempre pronta ad annacquare il buon vino con della pessima Quel marzo del 1960, quando a Roma e a Milano ci fu
acqua, questa volta si è lasciata andare, ha «osato»: perché? la «prima» della Dolce vita, dove andava l’Italia?
Forse il 15 giugno. Ma è una giustificazione che non Scrive Costanzo Costantini, attento interprete della
regge, né ha senso, giacché null’altro è cambiato in televi­ cronaca di allora, che «la società si era avviata euforicamen­
sione. Allora? Forse, il costume italiano in 15 anni si è te verso la conquista del benessere, ma era ancora priva di
evoluto. Togliamo il «forse»: il costume italiano si è evo­ una scala di valori, di fondamenta salde, di soluzioni valide
luto. E un «capolavoro» come quello di Fellini, che de­ e durature. In realtà il dopoguerra era finito soltanto nei
scriveva così magistralmente la dissolutezza di certi am­ suoi aspetti più tragici, mentre le strutture restavano più o
bienti (beninteso, il «peccato» erano i bagni vestiti nella meno immutate e un malessere profondo minava ancora le
fontana, oppure ballare a piedi scalzi, oppure fare l’alba coscienze. La guerra fredda infuriava fra Est e Ovest e pe­
sbronzi, inseguire attori e attrici, assistere agli adulteri), sava sul mondo l’incubo di una catastrofe termonucleare».
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Vero? In parte. Si dimenticano infatti le sofferenze del


proletariato, che era sfruttato senza ritegno per edificare
una società borghese ad un consumo della democristiana
«weltenschauung», tutta morale ipocrita, automobile e va­
canze matte.
Sui nostri schermi le schifezze Usa
Allora, mentre a via Veneto c’era Silvana Pampanini
che si esibiva in danze sfrenate in mezzo alla strada, co­ più un buon film
minciavano a sorgere le borgate, e gli speculatori edilizi an­ (28 settembre 1975)
davano a nozze coi deputati del centro.
Allora nessuno osava fare denunce e nemmeno poteva:
la repressione era violenta. Reggio Emilia, governo Tam-
broni, la rivolta di Genova. Ci si cominciava appena ad or­ Si salva solo Bersaglio di notte di Arthur Perni tra i film
americani che hanno invaso le nostre sale cinematografiche. -
ganizzare, alla sinistra del Pei ancora mancava una vera de­ La crisi dell'America in una vicenda giallo-nera ambientata
terminazione allo scontro di classe. in Florida.
La dolce vita forse rispondeva alle esigenze del mo­
mento, hanno scritto: ma a chi interessa veramente il per­ Ridotti a feudo della produzione cinematografica ame­
vertimento del costume, la gara affannosa al successo, alla ricana, a colonia del capitale Usa, dobbiamo importare
fama, al denaro dei ricchi o degli aspiranti tali? «A tutti» ri­ tutto ciò che ci viene offerto, le peggiori scempiaggini
spondono le classi dirigenti che ci propinano questi mo­ commerciali, i vari film del filone catastrofico, le requisi­
delli di vita. Oggi costoro fanno i conti con le forze della torie imbecilli fintamente antirazziste come Mandingo
sinistra rivoluzionaria. E La dolce vita resta soltanto un dello sciagurato Richard Fleischer, i prolissi giochi intel­
bell’esempio di documentario: viva Fellini che è bravo! lettuali di Lenny di Bob Fosse, le metamorfosi americane
Chissà che ne pensano gli abitanti di quei quartieri gremi­ di un ex grande regista inglese (40 000 dollari per non mo­
ti di disoccupati, di sottoccupati al bagno nella fontana di rire di Karel Reisz: la storia di un giocatore, ovvero, il
Trevi di una pettoruta Anita Ekberg? Oppure alla sfilata peggior film dell’anno senza dubbio per magniloquenza
davanti ai bar di via Veneto? Pintore di facciate, di interni artificiosa e retorica) le melense e caramellose rielabora­
inventati, Federico Fellini ha voluto ingannare i posteri. zioni del tema della nevrosi sociale ne II prigioniero della
Leos Valentin seconda strada di Melvin Frank, i patetismi a buon merca­
to, le angosce deamicisiane di una non-più-giovanissima-
vedova-inquieta-in giro-per-l’America-con-il-figlioletto
nel terribile (per cattivo gusto) Alice non abita più qui di
Martin Scorsese. E ancora (scusate se è poco): l’«intra­
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_____Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ ________________ «Quotidiano dei lavoratori»________________

montabile», il duro John Wayne in Ispettore Brannigan, china banalissimo; ed Harry si accorge di essere stato gio­
la morte segue la tua ombra, un polpettone di Douglas cato; il caso è molto più grave di quanto si presentasse al­
Hickox; e alla ruota, Buona fortuna Maggiore Bradbury l’inizio. Ci sono dei colpevoli; c’è uno sporco traffico di
una sciocchezza di Ken Annakin e Rollerball il film fan- opere d’arte antica dal Messico alla Florida; c’è un finale
tasportivo di Norman Jewison. E ancora per finire, uno drammatico in cui Harry raggiunge la verità, ma forse
stock di film di Mei Brooks, regista comico di serie D, troppo tardi (non si sa - e Penn non lascia capire - se il
non so perché apprezzato per il suo scipitissimo Fran­ battello pilotato in qualche modo da Harry, che è stato fe­
kenstein Junior, ignobile parodia di sapore goliardico rito, arriverà a terra o no). Penn è un regista teso, inquie­
Frankenstein di James Whale con il grande Boris Karloff. to, attentissimo alle sfumature psicologiche dei personag­
Orbene sulla scia di Frankenstein Junior sono state im­ gi, sino a darne sfaccettature d’impronta psicanalitica; ner­
portate in Italia le altre opere più vecchie e meno vecchie voso nelle inquadrature, che sono sempre funzionali allo
di Mei Brooks, tra cui la meno penosa è Per favore non stato d’animo del personaggio in scena. È ovvio, la storia
toccate le vecchiette, che si salva per l’interpretazione del­ è quella di un’America amara, corrotta e violenta, ipocri­
l’eccezionale Zero Mostel. ta sino al cinismo, dove gli amici e persino la moglie aspet­
Questo lungo preambolo per spiegare il momento di tano che tu volti le spalle per fregarti in tutti i modi; ma
intenta soddisfazione provata nel vedere in mezzo a que­ non è solo o tanto questo che conta nel film. Ormai qual­
sto guazzabuglio di ridicolaggini, la comparsa di un ottimo siasi onesto mestierante americano sa fare un film sulle
magagne d’America: la lezione è risaputa.
film come Bersaglio di notte di Arthur Penn. Penn è un re­
Ma Penn genialmente, lucidamente, sovrappone la crisi
gista diseguale ma qui dà veramente il meglio di sé stesso.
di identità - il vero perno del film - del protagonista con
La storia è quella di un investigatore privato (il filone
quella di tutta la nazione, sino alla conclusione nichilistica:
nero è stato uno dei più fecondi del dopoguerra america­
non c’è speranza sicura; ma solo romanticismo e rabbia e
no), che si trova a dover risolvere un caso apparentemen­
angoscia morale nella maschera di Gene Hackman, splen­
te banale, la scomparsa di una ragazzina, figlia di una ex
dido protagonista. L’America è poi nella secchezza delle
diva di Hollywood, fuggita in Florida nella casa del patri­ immagini, nelle inquadrature che tagliano spesso brutal­
gno. L’investigatore la rintraccia, la riporta a casa; vive mente le superfici levigate, morbide, degli interni delle case
contemporaneamente tutta la crisi di una vicenda coniu­ dei ricchi, o l’imperturbabilità azzurra del mar della Flori­
gale che credeva immune dallo sfacelo (si accorge che la da. Penn (si vedano anche Furia selvaggia e Gangster story)
moglie lo tradisce; e crede di individuare uno dei motivi è, sicuramente, un poeta; il poeta della disperazione, e for­
dell’infedeltà nella sua professione, che la donna non ap­ se non è poco, di questi tempi.
prova). Ma, mentre Harry Moseby, sistemata la faccenda
della ragazzina, considera l’ipotesi di cambiar lavoro, la Gip
ragazza muore, apparentemente in un incidente di mac­
144 145
vi. «Il manifesto»
SBATTI BELLOCCHIO IN SESTA PAGINA
\

Il cinema conta
(16 maggio 1971)

Sono un assiduo lettore e sostenitore del vostro quoti­


diano fin dal primo numero (che ho atteso impaziente­
mente per mesi) a causa della sua onesta e ammirevole ri­
cerca di obiettività marxista-leninista.
Vorrei però suggerire una piccola, ma importante mo­
difica al vostro programma di massima. Dovreste, ritengo,
dedicare almeno un terzo di colonna al giorno, al com­
mento degli spettacoli in genere (cinema, tv, radio, teatro,
sport) poiché questi sono indubbiamente i mezzi più po­
tenti di manipolazione delle masse di cui dispongono capi­
talisti e revisionisti.
Roberto Tomalino
Torino

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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina --------------------------------- «Il manifesto»______________________.

condanna dei massacratori. Solo il film di Penn, però, ha la


capacità di fornirne una spiegazione accettabile e articolata.
Non è un caso che il momento del massacro sia il clou
del film di Nelson, mentre è, invece, solo un elemento in­
sieme agli altri nel film di Penn. Qui infatti il massacro è la
Il massacro degli indiani in due film democratici conseguenza necessaria di un determinato sistema di vita e
(20 maggio 1971) di rapporti tra gli uomini. In Piccolo grande uomo la vio­
lenza dell’uomo bianco (leggi America e capitalismo) è
quotidiana, continua, latente oltre che scoperta, connatu­
In mancanza di un cinema rivoluzionario quello demo­ rale al sistema; ed è questa violenza ad essere il vero sog­
cratico registra una notevole rinascita in questi ultimi tem­ getto del film.
pi. Si tratta, per definizione, di un cinema pieno di limiti e A differenza di Nelson, Penn non ha quindi bisogno di
condizionamenti, mai realmente eversivo, utilizzabile con ricorrere ai soliti artifici per caricare in maniera truculenta
molta cautela, spesso di cattivo gusto, con molti difetti e una sequenza di venti minuti di ventri squartati. I massa­
rari pregi. Il suo indiscusso vantaggio, rispetto ad altri tipi cri, abbiamo visto, sono l’esito necessario di una certa con­
di cinema, è quello di raggiungere un vasto pubblico. In fin cezione della vita e del mondo; ma anche se, per assurdo,
dei conti è questa la ragione per cui se ne parla. non ne conseguissero quella vita e quel mondo sarebbero
Questo atteggiamento realistico non deve però autoriz­ ugualmente violenti e ingiusti.
zare a prendere per buono tutto ciò che in questa direzio­ Piccolo grande uomo, va nel senso della critica-spiega­
ne ci viene offerto; altrimenti si diventa di bocca troppo zione, Soldato blu rimane al livello della descrizione-de­
buona - come molti critici di sinistra, e, quel che più con­ nuncia che non va al di là di quello che mostra. Ecco una
ta, come molti compagni -. Dunque, la prima distinzione prima fondamentale differenza tra un buono e un cattivo
da fare è tra il cattivo cinema democratico e quello buono; film democratico. Vivendo con i bianchi, piccolo grande
perché non è vero che tutto fa brodo e crederlo è una illu­ uomo (Dustin Hoffman) impara a rubare, uccidere, vessa­
sione riformistica dannosa e basta. re, sfruttare ed essere sfruttato. È una vera educazione
Per scendere dai cieli dell’astrazione prendiamo un (quella che abbiamo ricevuto tutti) alla violenza e all’op­
buon film democratico recente: Piccolo grande uomo di Ar­ pressione degli altri per sopravvivere e primeggiare. Il pri­
thur Penn; con qualche accenno, per contrapposizione, a mo mito che il film vuole distruggere è quello del capitali­
un cattivo film democratico: Soldato blu di Ralph Nelson. smo. La concezione di bocca buona del cinema democra­
L’argomento è il medesimo: il massacro degli indiani ad tico si accontenta del fatto che questo distrugga miti e pre­
opera degli yankees. Entrambi, inoltre - ecco il comune de­ giudizi. Ma c’è distruzione e distruzione. In Piccolo gran­
nominatore democratico - presentano un atteggiamento di de uomo, ad esempio, Buffalo Bill è ridimensionato e in-
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_____Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ «Il manifesto».

sieme elevato a esponente di un sistema che prospera sulla


rapina di altri popoli e delle minoranze sfruttate. L’eroe del
West ridiventa quello che realmente è: un impiegato zelan­
te di una società commerciale dell’est.
Per dire queste cose a Penn bastano poche inquadrature.
Il tipo di revisione critica della storia e della realtà è Cerchiamo di usare anche Toro Seduto
un’altra differenza tra buono e cattivo cinema democratico.
(23 maggio 1971)
Analogamente a posizioni presenti nel suo precedente
Alice's Restaurant, Penn ribadisce la sua convinzione de­
mocratica di base: è possibile ed esiste un modo di vita, una
Domenica scorsa la lettera di un compagno agitava un
concezione del mondo, diversa e superiore a quella capita­
problema di notevole interesse. Perché «il manifesto» non
listica. Rimanendo nell’ambito di una ideologia democra­
tica Penn prende poi per buone concezioni del mondo per­ si occupa anche di cinema, dato che attraverso gli schermi
denti in partenza nei confronti del capitalismo. Contro passano comunicazioni politiche vere e proprie su cui i let­
l’oppressione di questo occorre ben altro che la non vio­ tori devono venire sensibilizzati? A distanza di pochi gior­
lenza indiana o l’irrazionalismo della magia. È ovvio che ni Piero Arlorio ha iniziato a occuparsi di due film analiz­
l’utopia concreta non può fondarsi su questi valori. Ma a zandoli dal punto di vista ideologico, ma naturalmente ha
questo punto sarebbe sbagliato continuare il discorso in dovuto accentrare la sua attenzione su due film di notevo­
questa direzione. Anche il buon cinema democratico ha i le rilievo, di grande successo, e che dibattono in modo evi­
suoi limiti strutturali come si accennava all’inizio. dente un tema drammatico come il massacro degli indiani.
La possibilità dell'alternativa è forse il massimo cui Ma il messaggio politico che ogni giorno, da centinaia di
possa giungere; insieme al modo articolato e critico per schermi, viene portato avanti dalla più inoffensiva comme­
convincere lo spettatore di questa possibilità. A questo dia d’amore (che dice più cose sull’inferiorità della donna
ultimo spetterà poi, partendo dalle sue contraddizioni che non una intera campagna antidivorzista dell’onorevo­
reali, dare una configurazione concreta e vincente a que­ le Greggi); dal film di Franchi e Ingrassia, col suo razzismo
sta possibilità. bonaccione e masochista; dal film che sembra quasi di
«contestazione» e ritraduce i valori borghesi fondamentali
Piero Arlorio sotto forma di amplessi multipli commessi sotto il ritratto
del Che?
Ovviamente «il manifesto» non può assumersi il com­
pito di commentare tutti i film che escono e anche se lo fa­
cesse si correrebbe il rischio, credo, di fornire a molti let­
tori una riconferma consolatoria delle proprie idee: «guar­
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_____Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina-------- ______________________«Il manifesto»______________________

da che bravo quello, ha proprio detto quello che pensa­ modo da un lato si critica il modo in cui l’informazione è
vo!», eliminando quella tensione che spinge invece a dire data e dall’altro si aggiunge nuova informazione.
«cribbio, ma queste cose la gente non le sa, bisogna bene Ora chiediamoci se ci sia una situazione di maggiore
che qualcuno le dica!». Per cui mi piacerebbe che anche i sensibilizzazione di quella in cui qualcuno esce da una sala
futuri, e fatalmente sporadici, interventi del «manifesto» cinematografica. Può avere visto un film con John Wayne o
sul cinema, si inserissero nel piano più vasto di un circuito una commedia con Tognazzi, un’opera di Franchi e In-
di controinformazione. grassia o di Fellini: in ogni caso gli è stato detto, magari in
Intendiamoci anzitutto sul termine di controinforma­ modo comico o avventuroso, qualcosa che lo tocca da vi­
zione, almeno come mi pare giusto intenderlo. «Il manife­ cino, che riguarda i rapporti di proprietà, il razzismo, il
sto» non è caso di controinformazione: è un quotidiano, modo di considerare la famiglia, la libertà, il danaro, il ruo­
stampato a Roma con mezzi industriali, che arriva nei po­ lo dell’America nel mondo, la storia del nostro paese. Ora
sti più svariati attraverso i normali circuiti di distribuzione pensate a dei gruppi di giovani che preparino per alcuni,
(anche se con gran fatica e tra mille ostacoli che gli altri film più importanti o di maggior successo una analisi bre­
mezzi di informazione non incontrano, per ovvie ragioni); ve e maggior in cui si dica: «Il film tale vi ha detto queste
dà una informazione diversa dagli altri giornali, ma ripro­ cose in questo modo; avete mai pensato che le cose po­
pone il rapporto consueto tra un lettore solo e il foglio che trebbero stare in questo altro modo e che il film ve le ha
ha davanti a sé. Voglio dire che la controinformazione non dette così per coprire il tale o talaltro interesse privato, op­
è caratterizzata dai suoi contenuti ideologici. Deve essere pure perché chi lo ha fatto è vittima della tale deformazio­
caratterizzata dal fatto che essa si realizza sulle spalle, per ne ideologica?». Come capite, a organizzarsi bene, un vo­
così dire, dell’informazione normale, prendendola in con­ lantino del genere può essere preparato in una città ma
tropiede, e succhiandole il sangue. Come una attinia che si funzionare poi per molti mesi sino a che il film venga pro­
installi sul groppone di un paguro bernardo, gli succhi il iettato nel più remoto paesino. Basta tenersi in contatto e
fluido vitale e lo risputi con una combinazione chimica di­ scambiarsi i volantini di controinformazione. In tal modo
versa. Controinformazione non significa dire al telegior­ ogni film può diventare occasione di un discorso politico e
nale cose diverse, ma andare dove la gente guarda il tele- a lavorare con metodo ogni sera si raggiungono in ogni
giornale e intervenire facendo notare come esso distorce le quartiere centinaia di persone. Se io esco da un film sugli
informazioni e come, interpretandolo tra le righe, si po­ indiani e mi trovo tra le mani un ciclostilato che parla di
trebbe cavarne informazione diversa. Il vantaggio della quel film, io lo leggo, se non altro per curiosità. E può dar­
controinformazione consiste allora nel cogliere il pubblico si che quella sia la prima volta che imparo a vedere le sto­
in un momento in cui è già sensibilizzato da qualcuno che rie degli indiani come un episodio del massacro imperiali­
parla, o scrive, e sulla base di quella attenzione già risve­ stico delle razze soggette. E così via. Cosa può fare «il ma­
gliata indurlo e considerare le cose in modo diverso. In tal nifesto» per aiutare questo circuito? Dare qualche suggeri-
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_____Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ «Il manifesto».

mento e qualche traccia in occasione di film importanti?


Segnalare l’esistenza di gruppi che si mettono a lavorare in
questo senso e operare collegamenti?
Non so, direi che vale la pena di aspettarsi suggerimen­
ti dai compagni.
Ancora Dedalus
Dedalus
(9 giugno 1971)

Sono un operaio siciliano, con precisione di Porto Em­


pedocle (Ag) e desidererei dare un modestissimo suggeri­
mento riguardante l’articolo di Dedalus: Cerchiamo di
usare anche Toro Seduto del 23-5-71.
Il vostro quotidiano per come voi lo avete ideato e con­
cretizzato, è un modo per venire a contatto con le masse e
le loro avanguardie, per informarle, per istruirle, per di­
scutere. Io credo (e dello stesso parere sono altri miei com­
pagni di lavoro) che una delle forme più efficaci di propa­
ganda sia il cinema. In essa infatti influisce una corrispon­
dente emotiva che facilita molto a percepire un certo tipo
di discorsi. Pertanto, a mio parere, è importante se non ad­
V dirittura necessario che vi sia qualcuno che ci guidi e ci dia
una traccia sui films di una certa importanza. Essendo cer­
to che non cestinerete, prima di leggere la presente vi rin­
grazio con l’augurio che la vostra coraggiosa e utile inizia­
tiva possa continuare ad avere una lunga e felice esistenza.
Andrea Rinato
Porto Empedocle

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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina ______________________«Il manifesto»______________________

problemi. Per quanto riguarda il genere commedia, le in­


novazioni del film sono assai poche: gag di seconda mano,
comicità affidata quasi esclusivamente alla battuta - pro­
pria appunto del comico minore - e alla battuta volgare,
naturalmente, tipo: «la puzza si fa dal culo»; «vade retro
Un film politico morì ammazzato»; «sono mutande... e come c’entra il cu­
(8 luglio 1971) lo?». Per quanto riguarda la problematica e, diciamo così,
la morale della storia invece nel genere neo-reazionario da
campagna antidivorzio e riconferma della morale supersti­
A poco più di un anno di distanza da Vanno del signo­ zione-conservazione stile professor Medi. L’astuzia di in­
re di Magni, Per grazia ricevuta, primo lungometraggio di ventarsi un contradditore nella persona di un farmacista
Nino Manfredi, è ai vertici degli incassi e non è escluso fi­ ateo (Oreste, Lionel Stander) rimasto ad un anticlericali­
nisca per raggiungere i 3 miliardi circa del film di Magni. smo positivistico stile ottocento tanto furibondo quanto
La commedia all’italiana, in tutte le sue possibili variazio­ ingenuo, porta il dibattito al livello di «Chiamate Roma
ni, continua ad essere il filone più redditizio oggi in Italia. 3131» e confonde le carte per far passare in maniera più
Dicendo commedia all’italiana, in genere si è portati a pen­ subdola contenuti reazionari.
sare a film di puro intrattenimento e scacciapensieri. Non Ma tutte queste cose sono, in fondo, secondarie e scon­
è sempre così, anzi, sempre di più ci si trova davanti film tate; che cosa infatti ci si può attendere dal film politico di
che, attraverso i modi e i luoghi canonici di questo filone, un attore che guadagna centinaia di milioni, se non un’ar­
affrontano problematiche e portano avanti discorsi politi­ ringa in favore del mantenimento delle cose così come
ci. È stato il caso, tra l’altro, del citato film di Magni, di stanno? Gli spunti di riflessione offerti da Per grazia rice­
Dramma della gelosia di Scola ed è il caso, più di tutti, di vuta, uno dei film più politici di questa stagione, o da altri
Per grazia ricevuta. Film eminentemente politico che, illu­ consimili, sono diversi. 1216 milioni (in 94 giorni) incassa­
strando la problematica religiosa di un uomo, ne prende in ti a Milano e i 121 (72 giorni) di Torino, insieme alle altre
esame l’intera vita e il comportamento di fronte a vari pro­ cifre di Bologna, Genova e Firenze. Ancor più «stupefa­
blemi, dal matrimonio alla sessualità, dall’infanzia all’edu­ centi» che i 246 (89 giorni) di Roma, perché ottenuti in cit­
cazione, ecc. Insomma - per il tramite della vicenda di Be­ tà lontane dalla realtà sottoproletaria cui è profondamente
nedetto Parisi che da bigotto diventa miscredente e poi in­ radicata la vicenda del film. Questo successo generalizzato
capace di raccapezzarcisi tenta il suicidio cui scampa, per la anche al nord - dove, oltretutto anche il linguaggio dialet­
seconda volta, in maniera inequivocabilmente miracolosa - tale impiegato non è quello parlato - significa che Per gra­
Per grazia ricevuta si presenta come un trattateli di mo­ zia ricevuta affronta, con quale mistificazione lo si è ac­
rale e di riflessione ideologica sul piccolo borghese e i suoi cennato, temi che appartengono direttamente alla proble­
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_____Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ «Il manifesto».

matica quotidiana e all’esperienza comune di milioni di


spettatori tra cui, non pochi, appartenenti alle classi su­
balterne. Questa constatazione non implica, come vor­
rebbe un atteggiamento riformista largamente praticato,
che si debba guardare con occhio bonario e tutto som­
mato benigno il film. Implica invece l’esigenza di film in Un film di qualità
grado di affrontare problemi che appartengono all’espe­ (15 luglio 1971)
rienza sociale di milioni di proletari (e piccolo borghesi)
con analoga immediatezza, e totalmente all’ottica politi­
ca. Il che non è poi altro che l’esigenza, sinora sostanzial­ Con il discreto successo del suo quinto lungometraggio
mente disattesa, del cinema popolare, non reazionario e Bertolucci esce dal ghetto del cinema d’essai. Una vicenda
non riformista, oggi in Italia. Risoltissima direi, dalla dallo svolgimento narrativo tradizionale e il tema collau­
conservazione, ancora assolutamente irrisolta dalle forze dato: fascismo-antifascismo, condito con risvolti erotici,
progressiste. Questa esigenza, oggi più che ieri, è sentita sono le probabili cause dell’immissione de II conformista
da larghi strati di popolo come dimostra, ancora una vol­ nel circuito normale. Per altro ciò non significa che Berto­
ta, il successo di Per grazia ricevuta solo apparentemen­ lucci nasconda, in questo film «commerciale», la sua pro­
te recepito dal pubblico come film comico - che del resto
venienza dal cosiddetto cinema di qualità. Rimane ottimo
non è e non vuole essere neppure sul piano della qualità,
tecnico e abile sceneggiatore - si pensi ad es. alla sequenza
oltre che del soggetto. Solo élites intellettuali (anche se
del dialogo tra Marcello e il prof. Clerici nella stanza semi­
politiche) possono sottovalutare la reale funzione di tra­
buia o a quella del ballo pubblico. Ma i pregi del film si
smissioni di valori antisocialisti e antiproletari del film
esauriscono a questo livello. Ben poca cosa perché, nell’in­
come questi e disconoscere il tipo di problemi che essi
sieme dell’opera, si trasformano in segni evidenti dei suoi
pongono, oggi, ad una cinematografia che voglia essere
gravissimi limiti. È persino commovente veder Bertolucci
politicamente progressista.
curare, con mano da maestro, il particolare, e lasciarsi sfug­
Piero Arlorio gire la problematica generale della vicenda.
Naturalmente non è che Bertolucci non voglia appro­
fondire; è che il suo tipo di cinema si vieta sistematicamen­
te un reale approfondimento. È, in definitiva, illustrazione
accurata dei dati particolari ed esteriori perché questo, è
evidente, è il cinema con la maiuscola per Bertolucci. La
superficialità è il risultato inevitabile della sua concezione
del cinema come insieme di immagini e di suoni da combi­
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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina. ______________________«Il manifesto»______________________

nare con un certo gusto e una certa armonia interna. Basta dal dibattito che oggi si ha su questo tema centrale nella
esaminare i temi maggiori de II conformista per renderse­ lotta attuale tra democrazia e socialismo, tra riformismo e
ne conto. rivoluzione. Secondo: Bertolucci non è così ingenuo da
a) Il conformismo. Non si può certo dire che Bertoluc­ contrapporre al fascismo di Clerici l’antifascismo (prof.
ci non si dilunghi in proposito. Marcello Clerici - il con­ Quadri) agiografico da Cln proprio di tanti film. In realtà,
formista - davanti al matrimonio, ai gerarchi fascisti, alla però, il suo non è altro che un modo elegante per sfuggire
religione, alla madre, alPautista omosessuale... Il suo biso­ ancora una volta ai problemi (con relativa deviazione ero­
gno di normalità, insomma. Eppure il conformismo rima­ tica sul rapporti Giulia-Anna-Marcello). Molti democrati­
ne, nella descrizione di Bertolucci, una cosa molto astratta ci si sono scandalizzati perché Bertolucci mostra Quadri e
e indeterminata. Sembra una specie di malattia misteriosa: consorte, due antifascisti, in una luce ambigua sul piano
chi ne è contagiato, più che altro, veste in certo modo, personale. Mi sembra molto più criticabile che Bertolucci,
dopo aver gettato il suo sassolino, ritiri opportunistica­
cammina impettito, fa corsette isteriche e diventa un killer
mente e riformisticamente la mano.
fascista per paura dell’anormalità. Può anche essere bello
Tanto più che, non solo al cinema, il discorso sugli an­
da vedere ma è poco per capire.
tifascisti alla Quadri è ancora tutto da fare; come quello
b) La piccola borghesia. Ovvero Giulia e quello che rap­
sull’antifascismo di Saragat o di Colombo, e anche sull’an­
presenta. Non è un caso che Bertolucci mostri nei suoi con­
tifascismo del Pei. Anche in questo caso la spregiudicatez­
fronti una antipatia tanto feroce (ai limiti della misoginia)
za di Bertolucci è solo di forma. Perché, nella sostanza,
quanto superficiale. Il suo è un odio puramente aristocrati­
Bertolucci è uno di quelli che crede il discorso sul fascismo
co, per cui la piccola borghesia è soprattutto (soltanto) isolabile da quello sulla democrazia borghese oggi. Va be­
ignoranza, cattivo gusto, insulsaggine, falso moralismo... ne che la parte de II conformista dopo la caduta di Musso­
Nella sequenza del ballo a Parigi, Giulia balla ambigua­ lini è così insulsa che, tutto sommato, è stato meglio per
mente con Anna, si struscia a Quadri, si ubriaca; a un cer­ noi che non abbia insistito. Ma questo, è ovvio, non vale a
to punto dice press’a poco: «ecco sono proprio alla moda», giustificare l’incapacità, di approfondire o anche solo di
e mostra in ciò tutto il suo provincialismo piccolo borghe­ impostare correttamente questa problematica.
se. Ecco, direi che Bertolucci disprezza la piccolo borghe­
se Giulia con l’occhio del piccolo borghese che, a differen­
za di Giulia, a Parigi c’è stato anni invece di una settimana.
Un po’ troppo aristocratico per parlare della piccola bor­
ghesia come pilastro della conservazione, del suo odio antio-
peraio e della sua paura del disordine, cioè della rivoluzione.
c) Fascismo-antifascismo. Bastano due punti in mezzo
ai tanti possibili. Primo: le mille miglia di distanza del film
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del passato, lo trucca e lo imbelletta come un povero clown


(cfr. tra l’altro, più ancora del finale, l’andata e ritorno in
gondola). In secondo luogo. Succede ormai raramente di
vedere registi così vecchio stile, da far seguire in maniera
così banale e insopportabilmente lenta inquadratura a in­
La grande operazione quadratura, sequenza a sequenza. Da questo punto di vista
(24 luglio 1971) Morte a Venezia è veramente un film precinematografico;
qualcosa che sta a mezzo tra il teatro e la fotografia; sem­
bra fatto prima dell’invenzione del cinema (dopo le due
Un giorno chiesero a un grande pittore: «Chi è un ore e passa di Morte a Venezia il desiderio più impellente
grande pittore?». Rispose: «Ci sono individui che trasfor­ è infilarsi nel primo cinema, per vedere un film, non una
mano il sole in una macchia gialla. I pittori sono quelli che proiezione di diapositive).
trasformano una macchia gialla in un sole». Visconti ha Ma il punto è un altro. Che cosa rimane al di là di que­
compiuto in un altro campo la prima di queste operazioni. sti trucchetti del mestiere, al di là della «suggestiva» musi­
La sua Morte a Venezia è una macchia gialla, arancione, ca di Mahler e dei colori delle aranciate, della cura ossessi­
azzurrina, grigia ecc. che con la Morte a Venezia, di Tho­ va e stucchevole del particolare secondario e di tutto que­
mas Mann, cui pure si rifà direttamente, ha lo stesso rap­ sto «buon gusto» secondo i canoni un po’ triti di un’ari­
porto riduttivo di una macchia gialla con il sole. Se c’è una stocrazia milanese invecchiata? Rimane l’operazione ri­
cosa stupefacente nell’ultimo film di Visconti e come egli duttiva e banalizzante di cui si diceva all’inizio. Il nulla in­
riesca a buttare in vacca l’opera di Mann con pochi muta­ somma, se si considera l’inessenzialità di una problematica
menti: un vero colpo da maestro. Su questi cambiamenti, oggi non solo superata ma neppur fatta rivivere. Perché la
da un punto di vista filologico, si è parlato a lungo ed è inu­ condizione della grande arte borghese. Il suo ambiguo rap­
tile ritornarvi; tanto più che non sono i cambiamenti in sé, porto con la decadenza che in Mann giungevano sino ad
(per altro in linea di principio sempre legittimi) il punto essere metafora della condizione della borghesia in quanto
centrale, quanto i risultati e il senso complessivo dell’ope­ grande classe in decadenza, in Visconti diventano disserta­
razione di adattamento e trasposizione in immagini con­ zione superficiale e idealistica sulla decadenza, l’arte e altri
dotta da Visconti. simili massimi problemini (cfr. gli orrendi flashback del
Incominciamo con alcune considerazioni «secondarie». film, tra l’altro). Che se poi Visconti ha i suoi problemi di
Dirk Bogarde è di solito un ottimo attore; con Visconti è identificazione e ha bisogno di giustificarsi in quanto arti­
la seconda volta che è pessimo. Qui poi è veramente ridi­ sta in un mondo che tra l’altro è un po’ cambiato dall’epo­
colizzato e maltrattato da un regista che non sa valersi del­ ca di Mann, affari suoi, purché non li contrabbandi come
la sua capacità espressiva e, con certo gusto da sottoteatro problema collettivo.
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------- Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina «Il manifesto».

In un ambito più generale, non è però il film in sé la co­


sa più fastidiosa. E invece l’alone di rispetto e di deferenza
verso il grande artista che stampa, televisione e tutto il re­
sto hanno diffuso intorno al film e al suo autore. Qui si è
andati ben al di là dei guasti che il film stesso può fare. Che
la borghesia voglia passare questa merce per Kultur è an­ Cinema verità.
che comprensibile, è un alibi, per far credere che la cultura Gli hippies denunciano la polizia. Fellini no
sia oggi ancora possibile nel capitalismo, per mascherare i
suoi veri prodotti culturali che conosciamo bene, da Per (3 agosto 1971)
grazia ricevuta a Sabata, passando per il giallo all’italiana.
Ma che questa operazione sia portata avanti - tanto più
«perché Visconti è dei nostri» - dalla stampa della sinistra Roma. Il giorno dopo che in piazza S. Maria in Traste­
ufficiale è un segno abbastanza triste di dove siamo finiti. vere i poliziotti avevano indiscriminatamente manganella­
Appena sarà realizzata la riforma degli Enti gestione cine­ to giovani più o meno hippy e persone vestite banalmente,
ma produrranno dieci Morte a Venezia, a tutto beneficio ignari passanti e abituali frequentatori, vecchietti e giovani
delle grandi masse che potranno anche esse accostarsi fi­ comparse convocate da Fellini per girare un film, il regista
nalmente ai valori della vera cultura. era ritornato in piazza per solidarizzare con i giovani feri­
ti e aveva promesso di firmare insieme a loro una denuncia
Piero Arlorio contro l’assurdo assalto poliziesco. Quando però Angelo
Quattrocchi, quella sera presente in piazza, gli ha mostra­
to la denuncia, Fellini si è ricordato di non avere gli oc­
chiali, s’è fatto dare il foglio per leggerlo, e ha pensato be­
ne di tenerselo. I firmatari hanno dovuto riscrivere l’espo­
sto indirizzato al pretore, che però non porterà fra le altre
- a quanto pare - la firma dell’illustre regista romagnolo.
Angelo Quattrocchi, direttore della rivista «Roma
High Roma sotto», ci ha rilasciato una dichiarazione in cui
fra l’altro prega Fellini di restituire le 500 lire della carta da
bollo, quella su cui c’era scritto e firmato, l’esposto che il
Fellini si è intascato.
Eppure, quel pomeriggio a S. Maria, il giorno dopo il
pestaggio, Fellini si era dimostrato così sinceramente ad­
dolorato dalla visione delle tante botte prese (dagli altri),
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------- Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ «Il manifesto».

che è assolutamente non credibile la voce, malignamente


diffusa, che i poliziotti sarebbero stati chiamati proprio da
lui, magari per rendere più realistica la scena, in effetti più
tardi girata con particolari quasi identici.

Registi. Finalmente Fellini ha firmato l’esposto


degli hippies contro la polizia
(5 agosto 1971)

Roma. Federico Fellini si è deciso a firmare il docu­


mento di denuncia presentato alla pretura da alcuni dei
giovani presenti all’aggressione poliziesca avvenuta ve­
nerdì scorso in piazza S. Maria in Trastevere. Anche se ci
ha messo tre giorni a trovare gli occhiali per vedere che
cosa firmava. In compenso con lui ha firmato tutta la
troupe impegnata nelle riprese del film Roma. A un gior­
nale romano Fellini, alludendo al sospetto di alcuni che
non avesse poi tanta intenzione di firmare, ha rilasciato
una dichiarazione giustamente sdegnata: «vi pare che mi
V tiro indietro?». Poteva parere. Può darsi che per questo ci
abbia ripensato.

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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina ____________________ _«I1 manifesto»_______ ______________

profeta. Il bello è che nelle sue canzoni la Baez non prote­


stava affatto, e nemmeno mai parlava di politica. Oltre a
«We shall overcome», presto adottato da Lbj, le sue can­
zoni impegnate erano tre su un repertorio di un centinaio.
Una si lamentava perché le bombe atomiche rovinano l’er­
La protesta che piace ai padroni ba; una annunciava che se ci sono gli ubriaconi e i vaga­
(7 settembre 1971) bondi è colpa delle società; un’altra, di Bob Dylan, era una
seria canzone antiamericana, presto censurata nelle ristam­
pe del disco. In seguito, la Baez scrisse una canzone in cui
Se non fosse che hanno voluto metterci di mezzo per deplorava la guerra in Vietnam; tutto il resto era materiale
forza la politica, il concerto romano della cantante di mu­ tradizionale, abilmente falsificato per mascherare ogni re­
sica leggera Usa Joan Baez non avrebbe più rilevanza del­ siduo della sua origine di classe.
le ricorrenti tournées di Claudio Villa in Giappone. Logico perciò che, venendo in Italia la Baez si convin­
Invece, la Baez è arrivata a Roma accolta che nemme­ cesse che le nostre canzoni rivoluzionarie erano quelle del
no Angela Davis, e se ne è andata tra gli osanna del «Mes­ compagno Gianni Morandi; e che ci si rivolgesse a lei
saggero» alla «protesta dei giovani americani» e con l’au­ quando si è trattato di consumare Sacco e Vanzetti, con la
reola di «militante» conferitale sul campo dal recensore musica di Ennio Morricone (quello del pugno di dollari: a
dell’«Unità». proposito di non-violenza!), dimenticando fra l’altro che
Uscita dai ranghi del «folk revival», la Baez rappresen­ su Sacco e Vanzetti avevano cantato Giovanna Daffini e
tò negli anni sessanta il momento di maggior successo di Woody Guthrie che però parlano di politica e non di sve­
quell’operazione politico-speculativa che tendeva a tra­ nevolezze. Logico soprattutto che la ricetta di Joan Baez -
sformare in prodotto di consumo quella che era stata fino un po’ di amore fraterno; un pizzico di populismo generi­
a qualche anno prima la musica della classe operaia e dei co, e l’assoluta certezza che la violenza è un delitto, che pa­
contadini, cantata da militanti comunisti come Woody droni e poliziotti non si toccano nemmeno con un fiore,
Guthrie o Barbara Dane. Erano gli anni di Kennedy, e vada benissimo al «Messaggero», e che la stampa borghese
l’operazione Baez cantante di protesta si inquadrava nella elegga le canzoni di Joan Baez a «simbolo della protesta»
grande operazione razionalizzatrice che mirava a servirsi sperando che lo diventino davvero e che ci si scordi dei
di una serie di spinte reali provenienti dai neri, dagli stu­ simboli veri.
denti, da strati operai. La canzone era stata per anni uno Naturalmente la Baez è in perfetta buonafede, va in gi­
strumento di controinformazione di classe: con il folk-re­ ro a proclamarsi «pacifista anarchica» (alla salute di Sacco
vival divenne uno strumento di informazione borghese e Vanzetti), e crede davvero di portare un messaggio di pa­
mascherato da controinformazione - e Joan Baez ne fu la ce. Il fatto è che il kennedysmo è sepolto, la moda delle
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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina .«Il manifesto».

canzoni di protesta pure, e che i ragazzi che dieci anni fa


partivano per il Peace Corps con la chitarra e il Joan Baez
Songbook nello zaino oggi incendiano i campus. Joan Baez,
relitto di un’altra era, continua a portare in giro il suo mes­
saggio di pace, e non si è ancora accorta che le acclamazio­
ni che la accolgono sono dovute al fatto che la sua pace è La classe operaia sta all’inferno
una pace di tipo particolarissimo: è la pace sociale che pia­ (6 ottobre 1971)
ce ai padroni e piace ai revisionisti, che mandano i giovani
della Fgci a sentirla con lo sconto sul biglietto.
Domenica, al primo spettacolo di La classe operaia va
in paradiso, l’Ariston di Roma era pieno; il pubblico vario.
Fondamentalmente piccola borghesia, famiglie, e anche
giornalisti di «Rinascita», il segretario della camera del la­
voro, il segretario del comitato per il piano economico.
Tutto sommato la casse operaia comincia a fare più pub­
blico di quanto non ne facesse l’incomunicabilità di Anto­
nioni. Alla mia sinistra un giovane operaio, vestito bene
con la famiglia, ha taciuto per tutto il film; sembrava si ver­
gognasse di venir mostrato a quel modo davanti la propria
V famiglia: essere denudati può dispiacere, e la condizione
operaia non è certo bella.
Questa pubblico - romano, domenicale e non certo di
avanguardia —è stato «preso» dal film: forse per la prima
volta ha capito il significato del cottimo e, attraverso la
meccanica del cottimo, ha capito che la fabbrica, comun­
que la si riformi e dipinga, non è un paradiso. E poiché il
sistema di fabbrica non vive solo nella fabbrica, la gente
«si è vista» e, forse, ha cominciato a capire che cosa c’è al­
l’origine della brutalità inconfessata dei loro rapporti
d’amore, dei pupazzi di plastica, della radio-promessi
sposi, della coppia fidanzati in porcellana che arredano le
loro case.
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------- Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ ______________________«Il manifesto»_______ _______________

Aver comunicato queste cose è il merito maggiore di cambiato l’aria di molte grandi fabbriche e che alla Ban
tutti coloro i quali hanno lavorato al film e, in un paese la non ci sono. È passata anche l’onda alta del movimento
cui cultura è decisamente impermeabile all’operaio di fab­ studentesco: nel 1968 a Marghera o nel 1969 a Torino i
brica, questo è un grandissimo merito. Ma pur non essen­ gruppi esterni non erano così esterni, predicatori e sterili
do un critico professionista, so che il discorso non si può come ce li rappresenta il film; il sindacato chimici di Por-
chiudere con questo apprezzamento e poiché, pur giudi­ tomarghera potrebbe raccontare qualcosa.
candolo decisamente utile, il film non mi ha pienamente Siamo negli anni 1970-71 e, nonostante la neve e gli al­
convinto, cadrò forse in qualche contraddizione. E poiché beri, nei dintorni di Roma, cioè in uno specifico ambiente
il film ha già suscitato discussioni e pareri contrapposti, di fabbrica e di società: il film sente la crisi economica e po­
questa è anche l’occasione per aprire un dibattito. trebbe essere l’anticipazione di un riflusso.
Il film ha almeno altri due meriti. Il primo è quello di In queste coordinate sociali la classe operaia è sola tra
aver rappresentato la verità delle singole vite operaie. In due polarità che non riescono a esprimere neppure una
due momenti poi il film riesce a dialettizzare questo dato speranza di rivoluzione, cioè di liberazione. Ci sono i
sociologico con quello di classe: quando dopo l’infortunio «gruppi», il sindacato: il partito della classe è talmente as­
si scatena lo sciopero spontaneo e quando c’è lo scontro sente che i personaggi neppure ne lamentano l’assenza.
con la polizia e l’incendio della macchina del direttore. Da una parte i gruppi, logorati anche nel fisico, che se­
L’operaio nel lavoro di fabbrica è subordinato al padrone e minano dubbi di rifiuto e rivolta, ma che appaiono organi­
fuori è subordinato alla cultura borghese, o meglio alla sot­ camente incapaci di superare questa soglia: quando Lulù
tocultura che il capitale gli impone: al livello sociologico va a trovarli nel liceo occupato, capisce che non c’è niente
individuale non ci sono eroi positivi, e questo è bene. Ma da fare. Dall’altra c’è il sindacato che apparentemente pre­
questi stessi operai, insieme, riescono a diventare classe, sia vale, ma apparentemente: nel film come nella realtà. Il sin­
pure per un momento: quanto capiscono il valore politico dacalista è bravo e onesto, ma lontano, e il sindacato - co­
del dito di Lulù e nella scena di violenza che - proprio per me i gruppi - non riesce a superare la sua soglia, quella del­
questo - ha forza emotiva. la contrattazione, della quale il film evidenzia i limiti. Il
Il secondo merito è quello di aver rappresentato la so­ sindacato vince e riesce a far riassumere ma Lulù è già am­
litudine della classe operaia. Ma a questo proposito il film mattito e per di più, viene retrocesso alla catena. Il prota­
va datato e forse anche localizzato (non siamo alle linee gonista torna al lavoro, ma ha i giorni contati per andare a
Fiat, ma in una media fabbrica un po’ scalcinata, almeno a raggiungere in manicomio il vecchio militante operaio, che
giudicare dalle macchine). La questione della data è im­ lucidamente sa di essere circondato e isolato dai «però» dei
portante: non siamo più nell’onda alta del 1967-1968, compagni: «bravo, però...», «un militante, però...».
quando l’«autonomia operaia» da sola formò le attuali Lulù, così tornato in fabbrica, ha fatto un solo passo
avanguardie interne, tutti quei quadri operai che hanno avanti: invece di ritmare freneticamente «un culo, un pez­

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zo, un culo un pezzo», racconta i suoi sogni, ripete il mes­ Forse il film non diventa militante proprio per il suo sfor­
saggio che gli è stato trasmesso dal vecchio compagno che zo di semplificazione e comunicazione: aver costretto la
la fabbrica ha fatto impazzire: «bisogna sfondare il muro lotta di fabbrica nella dialettica contrattazione-insurrezio­
dietro il quale c’è il paradiso». Forse c’è un richiamo al­ ne, mette fuori delle concrete possibilità quel lavoro di co­
l’assalto al cielo della Comune, ma la Ban non è la Comu­ struzione, che è specifico del militante.
ne e dietro il muro c’è nebbia.
Il film ha il merito di rispecchiare e comunicare questo PS. Il finale del film può avere un’altra interpretazione.
mondo che conosciamo. Il limite, consistente, è di non es­ Dopo la lotta in fabbrica c’è stata la ristrutturazione; gli
sere un film militante e questa mancanza si riverbera sulla operai passano dal lavoro individuale alla catena e, per la
stessa narrazione. Tutto quel che il film dice è vero, ma ap­ prima volta dall’inizio del film, cominciano a parlare tra di
loro durante il lavoro. Sulla base di questa comunicazione,
pare insufficiente. Penso a quanto è difficile scrivere una
che passa a malapena tra i rumori delle macchine, gli indi­
corrispondenza di fabbrica veramente militante e so che i
vidui tendono a ricomporsi in classe, ma da soli, senza
lettori del «manifesto» vorrebbero qualcosa di più dai film
esprimere alcuna domanda di organizzazione; e il sogno di­
e che sono ancora più insoddisfatti delle corrispondenze
venta la speranza di abbattere il muro che ne impedisce la li­
del giornale. E quando dico militante sia chiaro che non
berazione e li condanna a una condizione alienante. Ma que­
voglio esprimere nostalgie di realismo socialista. Per mili­
sta interpretazione bisogna cercarla, dietro quella, a [sic].
tante intendo una attenzione alla realtà, che vada oltre il ri­
Questa è un’altra ragione per discuterne.
specchiamento della realtà e sia capace di cogliere quelle
contraddizioni e quelle convergenze sulle quali è possibile Valentino Parlato
costruire un movimento. Intendo specificamente una at­
tenzione che vada oltre il rapporto generico uomo-fabbri­
ca e oltre la superficie dell’eguale alienazione del padrone
e dell’operaio (manicomi per ricchi e manicomi per pove­
ri). In questo senso il film concede troppo all’«umanizza-
zione» e forse quel che riesce meno a cogliere è proprio la
struttura-fabbrica. La semplificazione sul cottimo e sul so­
le («operai voi non vedete mai il sole!») è comunicante, ma
comunica un’astrazione indeterminata. In fondo gli operai
di fabbrica nella realtà dicono molte parolacce, è vero, ma
parlano anche difficile e - in ogni caso - esprimono ragio­
namenti molto complessi; proprio perché lo specifico mec­
canismo della fabbrica moderna è complesso e difficile.
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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina ______________________«Il manifesto»_____________________ _

più quando i risultati sono tutt’altra cosa. Guardiamo in­


nanzitutto il finale, la conclusione. Il protagonista viene
riassunto, è alla catena di montaggio, racconta un sogno in
cui vede un muro da abbattere, lo abbatte, ma oltre il mu­
ro non c’è il paradiso, c’è solo la nebbia e ci sono ancora
Dietro il muro un altro inferno loro, gli operai, insieme e come prima. Alle due interpre­
tazioni di Parlato mi sembra se ne possa aggiungere una
(14 ottobre 1971)
terza, la più semplice: la classe operaia può abbattere tutti
i muri che vuole, di là non trova il paradiso, trova altra
nebbia, un altro inferno e bisognerebbe ricominciare tut­
La proposta di Valentino Parlato («il manifesto», 6-10- to daccapo; ma non nel senso di una rivoluzione perma­
71) è pertinente, il film di Petri merita un dibattito. Non
nente, bensì nel senso di una resa, di una impotenza ormai
fosse altro perché è uno dei primi e pochi film italiani su­ totale (lo stesso protagonista è per tutto il film sull’orlo
gli operai (ricordo Pelle viva di Giuseppe Fina, un buon
dell’impotenza).
film male distribuito e quindi visto da pochi; oppure II Una tale conclusione è falsa e conservatrice in quanto
grido di Antonioni, equivoco nella sua casuale classifica­ giustifica la resa e lo scoraggiamento: non si chiede a Pe-
zione, sociale); questo è un merito indiscusso e costante di tri un facile trionfalismo (che sarebbe altrettanto falso),
Petri, anche Indagine su un cittadino al di sopra di ogni so­ ma almeno una verifica delle contraddizioni che oggi vi­
spetto era praticamente il primo film sulla polizia italiana. ziano la lotta di classe e, quanto meno, il riconoscimento
Purtroppo tolto questo riconoscimento, non rimane mol­ di una coscienza operaia. Invece il protagonista (il cui no­
to: essere i primi è difficile e gli errori si pagano anche più me, Lulù Massa, è evidentemente simbolico) è un opera­
cari perché più evidenti. La classe operaia è, come il pre­ io perfettamente integrato in una società capitalistica ba­
cedente, un film sbagliato; lo si potrà trovare ora bello, ora sata sullo sfruttamento (il cottimo) e il consumismo (l’au­
brutto, ora interessante, ora noioso, ma non mi sembra tomobile, la tv, eccetera), incapace di portare avanti un
questo il metro di valutazione più adatto: sbagliato signi­ qualsiasi discorso politico; non basta certo II manifesto di
fica invece impostato male e risolto male - cioè sbagliato Stalin nel ripostiglio a conferirgli una fisionomia politica,
in quanto esprime una ideologia fondamentalmente con­ un passato ed una coscienza (la trovata è a livello di una
servatrice, quindi nemica della classe operaia, ed in quan­ etichetta).
to la esprime in modo ipocrita, contrabbandandola per Certo, ci sono anche operai così, ma rappresentare co­
una (sono parole dello stesso Petri) «opera di propaganda sì la «massa» degli operai è falso e risponde ad un disegno
della classe operaia». Si può, se si crede, prendere atto del­ ideologico ben definito, il quale si precisa meglio se guar­
le buone intenzioni del regista, ma queste non contano diamo alle altre forze che agiscono a fianco di Massa: i sin­

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dacati e gli extraparlamentari (per lo più studenti). Gli Ma tutti gli operai che ridono di se stessi vedendosi in
strali di Petri si riversano soprattutto su questi ultimi, vi­ questo film e tutti coloro che ridono degli operai-mac­
sti anch’essi in una generalizzazione parziale e di comodo: chiette, pensino che lasciarsi guidare in questo modo da
gente che «sentissi come parlano, non si capisce niente»; Petri significa soltanto andare a sbattere contro un muro
gente che evade nei fatti generali e perde di vista la prati­ oltre il quale c’è soltanto nebbia.
ca quotidiana; che strumentalizza i poveri operai (inge­ Giorgio Cremonini
nui? impreparati? stupidi? qui Petri non è chiaro) ma in
fondo se ne frega del lato umano (e le lotte per la casa a
Milano e altrove, dove le mettiamo?); e via dicendo. I sin­
dacati, invece - beh, qualcosa fanno, magari non molto,
ma, almeno ridanno il posto all’operaio traviato dai grup­
petti». Invece mancano dal quadro i padroni e il Pei; en­
trambe le mancanze sono giustificate, nel primo caso per­
ché il padrone è ormai un carattere intrinseco al sistema
alla fabbrica, nel secondo perché l’azione del Pei è qui as­
sorbita interamente dal sindacato. In questa falsa alterna­
tiva che Petri propone per convincerci che in definitiva
non c’è nessuna alternativa, Lulù Massa viene sballottato
da una parte all’altra senza capire niente; di una sola cosa
prende coscienza, del suo dito perduto: ed è una presa di
coscienza a livello personale, individuale, umanitaria ma­
gari, ma non politica.
Tutto ciò (il significato «politico» del film, l’ideologia
che lo sostiene) è confermato dalla rappresentazione stes­
sa, da una certa ricerca dell’effetto comico e divertente;
come in Indagine eccetera, anche qui si ride molto e spes­
so, anche quando non importa; come si rideva della poli­
zia e del fascismo della polizia, così qui si ride della fine
che fanno gli operai (il manicomio uguale alla fabbrica),
si ride delle loro nevrosi, della loro alienazione, del non
farcela a tener dietro ai tempi di lavoro.

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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina ______________________«Il manifesto»______________________

Se si analizza poi il contenuto dell’opera le note si fan­


no anche più dolenti. A questo riguardo si deve notare
che il film è politico in senso stretto; è infatti l’emanazio­
ne di un’ideologia nettamente revisionista che trova la
sua espressione completa in quella specie di apoteosi dei
Revisionista il film di Petri sindacalisti mistificata opportunamente dall’ambiguo
(14 ottobre 1971) senso di ineluttabilità che pervade tutto il film e ha il pun­
to di forza nel finale. E il lavoro degli studenti della sini­
stra extra-parlamentare (mentre grava un giudizio forte­
Vari punti dell’articolo letto sul «manifesto» del 6 otto­ mente critico sulla sinistra di classe nel suo complesso ri­
bre, a proposito del film La classe operaia va in paradiso dotta a pochi studenti) viene costantemente limitato ad
non mi hanno convinto. Indubbiamente l’ultima opera di una presenza quasi distaccata, esterna e improduttiva. Da
Elio Petri, nell’ambito del film che - nei circuiti commer­ questi che sono i difetti di fondo ne conseguono altri. La
ciali - vogliono essere politici, trova una collocazione pre­ stessa figura dell’operaio protagonista, alleato dei padro­
cisa. Viene dopo c\\ie\\’Indagine che, a molti apparso l’ini­ ni e tendenzialmente borghese anche nel ménage familia­
ziatore di una nuova era politica nella cinematografia ita­ re, può avere una sua funzione precisa in un discorso po­
liana, fu peraltro distribuito dalla Columbia, una delle litico sulla classe operaia o si pone talmente al limite del­
grosse case di produzione statunitensi e fu premiato dal­ la reale situazione di essa da risultare alienante? Elemen­
l’imperialismo americano come miglior film straniero. E ti positivi indubbiamente non mancano; efficaci sono gli
con questa ultima opera ha dei legami, sia per quanto ri­ incontri col vecchio compagno finito in manicomio per
guarda la scelta stilistica, in cui si ritrova qua e là il tono quanto un po’ avulsi dal resto del film e un certo rilievo
espressionistico nell’altra prevalente (con quali conseguen­ viene dato ai vari condizionamenti imposti dalla borghe­
ze è facilmente immaginabile per un film sulla classe ope­ sia che, insieme al lavoro condotto ad un ritmo folle, di­
raia inserita in un contesto di lotta di classe e non di fin­ sumanizzano e svirilizzano il protagonista; però il film ri­
zione), sia per l’impronta non certo rivoluzionaria data ai mane - a mio parere - deficitario e, non avendo un impe­
problemi trattati. E stavolta gli esiti sono ancora più nega­ gno di classe, si mette, forse come una delle punte avan­
tivi perché al tema, oggettivamente difficile e complesso zate, alla stessa stregua degli altri film borghesi, più o me­
per uno svolgimento filmico, non viene data una imposta­ no con gli stessi effetti. Il giudizio che ho dato può sem­
zione di classe, ma tutto si risolve in una vicenda-limite brare semplicistico e schematico e il discorso ovviamente
dove simulazione (ammesso che ce ne sia poi bisogno) e andrebbe allargato a tutto il cinema commerciale, ai suoi
realtà non si fondono pienamente e quindi tende a preva­ circuiti e all’impossibilità per un film inserito in questi di
lere il bozzetto. sviluppare contenuti rivoluzionari, come solo una cine-

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_____Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____

matografia militante può fare. Il problema non è di facile


soluzione; Infatti, mentre in campo teatrale la comune di
Dario Fo ha la sua precisa funzione militante, in quello
cinematografico le opere dei compagni impegnate politi­
camente non sono molte e ancora sperimentali alla ricer­
ca del vero cinema rivoluzionario. VII. «Re nudo»
Vincenzo Vita
Milano

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SBATTI BELLO CCH IO IN SESTA PAGINA.

[Recensioni cinematografiche]
(1972, n. 6)

Bronte, cronaca di massacro

La storia del massacro ordinato da Nino Bixio per ac­


contentare la borghesia che vedeva minacciato il suo pote­
re reale da una insurrezione popolare.
C ’è Gasparazzo l’estremista, c’è l’avvocato democrati­
co illuminato, c’è la borghesia mafiosa locale, c’è il popolo
in lotta. Insomma c’è tutto.

Lo scopone scientifico
con A. Sordi

Un film che anche se commerciale, ha una morale rivo­


luzionaria: i ricchi non li vinci sul loro terreno ma sul tuo.

E continuavano a chiamarlo il magnifico


con T. Hill

Fa ridere. Se vi basta, va bene.

La polizia ringrazia
Un film del governo Andreotti. Contro le aperture de­
mocratiche e progressiste e contro la delinquenza fascista.
187
------- Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____
«Re nudo».

Il potere
di Augusto Tretti

Film semi-underground, fatto in casa.


Satirico-banalizzante sul Potere in termini che final­
mente superano le squallide menate a cui eravamo stati Film.
abituati finora. Fritz il gatto (colore - cartone animato)
(1973, n. 18)
La vacanza
di Tinto Brass
Un film fascista, nauseabondo. La storia di un bullo ro­
Stona (lenta!) di una donna, di un uomo e altre coppie mano trapiantato negli Stati Uniti, un pretesto per con­
del «movement» che vanno a sbattere contro gli aspetti trabbandare razzismo, sciovinismo maschile, violenza gra­
più repressivi dell ideologia dominante, carceri, prigioni e tuita. Pericoloso perché formalmente mistificato con lin­
fabbriche. guaggio e comportamento «underground». Infatti non po­
chi compagni sono caduti nella trappola. Quando vengo­
no fuori film non si dovrebbe essere teneri: il fascismo cul­
Salomè turale utilizza soprattutto questi strumenti visto che di
di Carmelo Bene propri non riesce a produrne. Siamo in una fase dove la de­
stra culturale è all’offensiva, difendiamoci con la forza da
E dite poco? Cioè, a chi piace Bene, va bene. quei prodotti che sono nefasto veicolo di idee e comporta­
menti borghesi, soprattutto quando si mascherano dietro
una fraseologia e un’etichetta «controculturale». Fritz il
gatto è il campione di questa serie di prodotti che inquina­
no l’underground. Le donne tutte-tette e culo, i rivoluzio­
nari tutti-joint molotov e violenza, i drogati come sballati
cronici. Questa visione reazionaria delle donne e dei rivo­
luzionari è un dato costante nel fumetto «underground».
Dobbiamo quindi smetterla di accettare acriticamente tut­
ti quei prodotti che «l’industria underground» anglo-ame­
ricana ci propone, è tempo di analizzarla dal nostro punto
di vista e valutarne il contenuto. In questo orrendo film la
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189
------- Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ «Re nudo».

donna per esempio ha sempre e unicamente la funzione di


oggetto sessuale in tutte le combinazioni possibili: ochetta
e scema, puttana tutta forme, accessorio da motocicletta,
merce di scambio. Chi scrive è uscito cinque minuti prima
della fine nauseato. UN FILM DA SABOTARE.
Films
(1973, n. 19)

Provaci ancora, Sam. Con Woody Alien (quella faccia


simpatica che avete visto in II dittatore dello stato libero di
Bananas). È molto divertente, un contributo americano al­
la demitizzazione del mito comunista prodotto dalla so­
cietà dei consumi. Certo, non è una cosa profonda, ma è
piacevole. Se vi basta.

L’Arancia Meccanica di S. Kubrick. È uno dei pochi


film che è piaciuto a Goffredo Fofi. Dice che bisogna ve­
derlo due volte però. Mah. Violenza, violenza, violenza. A
vederlo due volte sarà violenza, violenza, violenza, violen­
za, violenza, violenza. Due ore di violenza ambigua e ri­
voltante per farci vedere «i limiti della rivolta individuale e
il suo recupero da parte dello sporco sistema?». Non sap­
piamo bene, ma come minimo un film così doveva farci in-
trawedere un minimo di personaggio positivo, qualcosa di
diverso dal teppista ultra-violento e il sistema ultra-corrot­
to. O si chiede troppo?

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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina ______________________«Re nudo»_________________ ______

In questo travaglio, arrivare a tradire i compagni il passo


è breve, anche se sofferto. E dal tradimento è facile arriva­
re al compromesso con l’avversario, diciamo di classe, per
salvare la propria vita in cambio di quella dei propri com­
pagni. I Fratelli Sublimi, invece, vogliono correre verso il
Allonsanfàn futuro. N on e vero che dopo una disfatta politica (come
(1973, n. 28-29) può essere stato il Congresso di Vienna per i rivoluziona­
ri dell’epoca) tutto è perduto. Essi riescono ad avere la
forza per continuare, giungendo anche ad individuare do­
1816. La restaurazione trionfa. Gli ultimi rivoluzionari ve intervenire: il Sud; e vedono giusto (il colera, 1 esaspe­
resistono ancora, e tra questi vi è la setta dei Fratelli Sublimi. razione dei contadini, ecc.). Là esiste un embrione di mo­
Un componente di questa setta, Fulvio, si trova ad es­ vimento: ma, come Fulvio, anche i Fratelli Sublimi sba­
sere liberato dalla galera. Inizia così un nuovo rapporto tra gliano nel rapportarsi col presente. Il legame (Vanni Peste)
Fulvio ed i suoi compagni di lotta. Un rapporto tra due li­ con questo presente sarà la causa stessa del loro fallimen­
nee divergenti, come può essere quello tra chi vuol corre­ to come avanguardia politica che vuol fare insorgere la
re verso il futuro. Ed ognuno ha una sua logica motivata massa contadina.
Il loro desiderio di correre verso il futuro è tanto for­
dalla scelta che fa. Fulvio è lucido quando giudica i com­
te da non avvedersi che il legame scelto con il presente è
pagni ed in sostanza vuole solo affermare il diritto a sce­
addirittura controproducente per gli interessi politici
gliersi la propria vita alla luce d’un periodo di esperienze
ritenuto fallimentare. prefissati.
Sbaglia chi vuol ritornare al passato, sbaglia chi vuol
È il problema del rapporto individuo-storia che viene
correre verso il futuro, si paga con la disfatta fisica nell an­
fuori con questo personaggio. Dove sbaglia Fulvio è nella
dare sino in fondo al proprio errore. Ma c’è chi sopravvi­
premessa al problema: nel ritenere possibile saltare a piè
ve: Allonsanfàn.
pari dieci anni di vita (di lotta politica) come se nulla fosse E chi è Allonsanfàn se non l’utopia. Allonsanfàn vive in
successo e ripartire daccapo.
maniera visionaria il suo rapporto con la storia, cioè vive il
La psicologia di questo personaggio è perfettamente futuro nel presente. A lui, come unico sopravvissuto dei
centrata dai fratelli Taviam. Fulvio non disdegna d’essere Fratelli Sublimi, è affidata la possibilità di scegliere tra la
raccolto nel pacifico benessere familiare, rifiutato da lui pazzia e la ricerca di un nuovo rapporto con la storia.
per tanto tempo.
I suoi compagni lo tallonano e lo spingono a tornare
alla lotta, ed egli giunge a voler fuggire in America (cioè
fuggire dalla realtà del presente) e là ricominciare a vivere.
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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina. _______________________ «Re nudo».________________ ______ _

Lacombe Lucien: la morte dell’ideologia, della defor­


mazione della realtà ad uso della stona di partito. Laddo
ve si vede un comportamento di un ragazzo giovane che
combatte, sceglie e cambia idea, non in base all ideale ma
in base a quelle cose della vita quotidiana che condiziona­
Pasolini-.Wò. no le scelte di milioni di persone. La demistificazione di
Potere: Sbatti il mostro sullo schermo! chi vuole vedere la storia fatta dagli eroi buoni e dai catti­
(1976, n. 38-39) vi vigliacchi. Retorica di antico stampo che tanta ideologia
ha colorato di rosso fornendoci una storia della Storia che
non è più la stona degli uomini intesi come masse ma la
Salò di Pasolini è un altro di quei films come Allonsan- storia delle avanguardie travestite da masse: pochi ì fratelli
fan, Lacombe Lucien, Il portiere di notte, che sia pure di­ Cervi, tanti ì Lacombe Lucien. E se dicendo questo non
versissimi fra di loro hanno in comune il coraggio di criti­ vogliamo cambiare il valore della storia in generale e della
care il conformismo, il potere, l’ideologia, accettando di Resistenza in particolare, vogliamo però poter capire come
correre sull’inevitabile e impopolare filo dell’ambiguità, poi 35 anni dopo la maggioranza delle masse in Francia so­
della difficile comprensione: la fluida e canzonata esalta­ stiene gli eredi di De Gaulle e in Italia vota ancora De. E
zione della speranza dell’utopia insieme alla critica di chi non è il nostro «disprezzo delle masse» ma un tentativo di
vuole correre troppo in fretta e male verso il futuro e la cri­ vedere un comportamento delle masse che si esprime at­
tica altrettanto impietosa di chi vuol tornare al passato, traverso una sene di comportamenti individuali che sono
questo era il sia pur fragile Allonsanfàn, lo sconvolgente la somma delle scelte contraddittorie di Lacombe, del­
Portiere di notte, il primo film «da nausea», del filone che l’operaio che vota De ma che sciopera contro il governo,
ti attanaglia le viscere costringendoti a rompere lo schema del colletto bianco che vota Pei ma che ha paura del co­
del BENE e del MALE e il coraggio della Cavam a scegliere il muniSmo, del sottoproletariato del sud che scambia il Msi
nazismo simbolo del Male per eccellenza, non come fatto per il partito anti sistema ma che domani sarà in prima fila
storico, ma come simbolo di quella oppressione maschile con i compagni, una massa composta da individui che mu­
che la donna subisce quotidianamente e che razionalmen­ tano rapidamente (nel bene e nel male) a seconda degli
te comprende e rifiuta mentre emotivamente, inconscia­ eventi: storici e quotidiani. Colorare le masse di rosso non
mente e visceralmente la desidera e ne gode. Ai rivoluzio­ è il modo giusto per orientarle verso la rivoluzione (Mao,
nari offesi per Allonsanfàn qui si aggiungono quelle donne Opere scelte, voi. 9).
che muovendo molto dei loro sogni e della loro sessualità Ma il dramma avviene con il Salò di Pasolini dove an­
repressa si sono rifiutate di riconoscersi in quel ruolo che cora una volta il fascismo viene usato al di fuori dal suo
la Cavani impietosa aveva pubblicamente rivelato. senso storico così come anche il sesso in questo film viene

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------- Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina_____ «Re nudo».

utilizzato come chiave per capire i meccanismi della ge­


stione del potere. Non c’entra il sesso, non c’entra il fasci­
smo, non c entra neanche tanto Sade; quello che c’entra è
il potere, ai suoi interpreti passati e presenti, un potere che
si esprime in modo asettico, rispettoso nella forma pur
esercitando violenze inaudite, un potere assai simile a quel I critici cinematografici; gli uomini di celluloide
potere giudiziario che sentenzia decine d’anni o ergastoli (1976, n. 38-39)
così come un giornalista del telegiornale ci racconta della
domenica sportiva. Le facce, queste facce che Pasolini ha
scelto a misura del disumano, che sono le facce dei nostri Circa un anno fa i critici cinematografici di vari quoti­
ministri, dei nostri giudici, dei nostri presidenti, facce del diani elevarono una «vibrata protesta»: perché ci costrin­
potere di ieri e di oggi. Le facce dei servi di sempre che ob­ gono a recensire tutti i film che escono, anche le più or­
bediscono senza capire come i due giovani fascisti che alla rende boiate? Com’è andata a finire questa protesta? Le
fine del film ballano tra di loro parlando della ragazza lon­ orrende boiate si continuano a recensire. Sfiora il sospetto
tana, la vita continua in mezzo alle violenze aberranti che però che in molti, la critica alle «orrende boiate» fosse in
il potere commette e ci obbliga alla abitudine al distacco realtà un pretesto per recensire solo i film di cassetta, i film
per poter sopravvivere.
da prima visione. Infatti nessuno mette in dubbio che ì tre
Se c e un difetto di fondo nel film e come c’era in Paso­ quarti dei film di Bud Spencer e Terence Hill siano delle
lini, è l’assoluta sfiducia nei giovani, nella possibilità di un
orrende boiate, ma vai a dire a un critico di non recensirli!
cambiamento da parte delle nuove generazioni. Questa as­ Il caso più smaccato è stato quello della recensione fiume
soluta sfiducia non è messa in discussione neppure dal mo­
dedicata da Grazzini (critico del «Corriere») a Yuppi du,
mento quasi lirico in cui uno dei balilla si ribella e saluta
elogiato al punto da avvicinare Celentano a Chaplin!!
col pugno i rappresentanti del potere che lo uccidono as­
Quindi tutto il discorso di «vibrata protesta» si rivolgeva
sumendo 1 immagine del plotone di esecuzione.
in realtà ai cosiddetti «filmacci da terza visione». E invece
sono proprio questi i film che bisogna recensire, perché so­
no i film che vanno nei quartieri, che influenzano indub­
biamente comportamenti di massa in una precisa direzio­
ne ideologica. Le recensioni di questi film dovrebbero
quindi essere politiche, mostrarne cioè la natura «di cine­
ma di regime», ma questo un critico non può farlo. Così il
critico dei «filmacci» s’adegua al suo genere, e si mette a fa­
re il guardone. Un esempio sarà illustrativo: Renato Palaz­
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zi, giovane critico cinematografico (vice del vice del vice) l’attrice protagonista del film Coffy dove una ragazza di
del «Corriere della Sera». Renato pare sia anche un com­ colore impugna il mitra e va a far fuori un po di traffican­
pagno e nel ’68 girava anche lui per i corridoi dell’Univer- ti d’eroina, scrisse che più che a sparare forse la giovane
sità occupata. Fa un mestiere di merda, perché essere co­ avrebbe fatto meglio a ricorrere alla chirurgia estetica per
stretto a cuccarsi magari due film porno-sadici al giorno e via del seno un po’ cascante. Insomma sembra proprio
scriverci su qualcosa non è certo divertente. Però cosa scri­ un’idea fissa: il Renato si trova a doversi sorbire film por­
ve? Spesso cose anche più agghiaccianti dei film che va a no e la sua reazione sembra essere: ma cavoli! Almeno fa­
vedere. Il 14 luglio va a vedere La modella e Storie di cin­ temi vedere quelli con delle ragazzine belline! Invece di fa­
que lolite. Del primo film, tra l’altro scrive: «Le numerose re un discorso serio su questo agghiacciante uso del corpo
fanciulle presenti, tutte piacevoli a vedersi, sono tuttavia femminile e del nome della «diva» ex-celebre costretta ora
più generose nel turpiloquio che nell’esibizione dei propri a mostrarsi fino ai limiti dell’impaccio fisico, a esibire un
pregi più evidenti». Del secondo film: «Le cinque lolite in corpo-merce tragicamente condannato al suo ultimo
questione hanno almeno trent’anni ciascuna, parecchi chi­ «uso» capitalistico prima di finire in sanatorio, il Palazzi
li di troppo e poche cose da imparare nella vita». Il 26 ot­ viene a fare un discorso di qualità, di desiderio di «patina­
tobre va a vedere Ginger il simbolo del sesso con licenza... to», di voyeurismo di lusso che perlomeno ti faccia di­
d amare, e scrive: «Questa Ginger è una specie di James menticare tutta la merda che gronda dallo schermo. Perché
Bond in gonnella, che col vecchio Sean Connery ha in co­ prendersela con uno che fa un lavoro schifoso? Perché a
mune non soltanto l’abilità nella lotta e nel tiro con la pi­ questo lavoro schifoso, Renato sembra ci sia affezionato.
stola ma anche l’età non più freschissima e la pancetta in­ Perché prendersela con un ragazzo? Perché da un Pietro
cipiente». Il 20 novembre va a vedere: I vizi morbosi di una Bianchi non ci si può aspettare turpitudini da super-critico
infermiera, interpretato da Sue Lyon, un’attrice che diven­ con sfoggio di «cultura» (imparaticela) e libidini senili ri­
tò famosa per il film Lolita di parecchi anni fa, e scrive: «La guardo all’avvenenza di questa o quella attrice, ma da uno
povera Sue Lyon, in veste di protagonista, mette tristezza. che è stato (e magari è) «compagno» e che vuole anche poi
Dai tempi di Lolita non avrà fatto molta strada, forse, ma interessarsi del teatro d’avanguardia e di discorsi di ricerca
gli anni nel frattempo son passati anche per lei». Il 22 no­ espressiva vana, non si può proprio tollerare che trasudi la
vembre va a vedere Lezioni private con Carrol Baker, e stessa merda, la stessa squallida merda. Soprattutto perché,
scrive: «L’impietoso trascorrere del tempo viola i miti ses­ lo ripeto, recensire le terze visioni è importante, è vitale,
suali dell altro ieri, e le grazie fresche di antiche ninfette si ma magari dovrebbe farlo una donna: unica possibilità per­
trasfigurano nella pienezza greve di un’opulenta maturi­ ché il discorso contro la merce e la sessualità capitalistica,
tà». Abbiamo citato delle recensioni a caso, prese da un non diventi falso moralismo. Una donna, di fronte a una
mucchio di giornali vecchi che riposavano nello stanzino, scena di lesbismo, non scriverebbe quello che scrive Palaz­
ma Renato ne ha scritte di peggio: per esempio riguardo al­ zi: «Il merito principale di Turbamento di una minorenne,
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se di mento si tratta, consiste nel fatto di non lasciar alcun Abbiamo scelto di proposito film di un certo livello: è
dubbio su ciò che fanno insieme due graziose signorine cui chiaro come il loro «succo» è riportato tutto su elementi
non è gradita la compagnia degli uomini». che non c’entrano un cazzo e che hanno come unico signi­
Qualcuno dirà: ma tanto le «recensioni» 1 giovani pro­ ficato: c’è un po’ di sesso da vedere. N on parliamo poi dei
letari non le leggono. Mica vero, soprattutto quelle «eroti­ «succhi» dei film di bassa lega, tutti tra l’ammiccante e il
che» che ti possono dire quello che si vede o non si vede, moralistico: La segretaria: «All’ingegnere non far sapere
se c è nudo di qualità o di dozzina, insomma com’è il «pro­ quant’è buona la dattilografa quando è sera»; Quella pro­
dotto femminile». E poi non e solo un problema di recen­ vincia maliziosa: «Dove non riesce un fratello, riesce 1 al­
sioni. Vediamo ad esempio un’altra pagina famigerata: tro. Lei ci sta». Coppie infedeli: «Un tradimento tira 1 altro
quella che i giornali della sera (letti soprattutto da chi va al e ci scappa anche il neonato. Succede». In conclusione: i
cinema) dedicano alla sintetica «spiegazione» della trama film che vogliono dire qualcosa sono ridotti a stronzate, e
dei film che ci sono in giro. Queste «spiegazioni» sono le stronzate sono fatte diventare interessanti e spiritose con
sempre un richiamo commerciale in più, una «pubblicità» richiami goliardici e militareschi. L’esatto opposto del
che «isola» alcuni aspetti particolari dei film. Rispetto ai giornale della mattina, che ti dedica quattro colonne al film
«riassunti» di certi film si resta esterrefatti: non sembrano pseudo-intelligente, e una colonnina fintamente «schifata»
affatto gli stessi che hai visto tu. Facciamo degli esempi (ma abbiamo visto in che modo) sui film di poca «qualità».
(tutti tratti daH’«Informazione» perché della «Notte» è Finta rispettabilità per la borghesia, volgarità per il prole­
troppo ovvio e squallido parlare): questo è il «succo» di tariato. In ogni caso: merda che trasuda dalle pagine, e nes­
Ultimo tango a Parigi: «Nella carnalità d’una ragazza, un suno che si domandi: ma che cavolo sto scrivendo? Cosa
uomo recupera l’amore fino al tramonto». sto facendo? Perché scrivo queste stronzate? Perché do
consenso? N o, non se lo domandano perche magari la stes­
Questo il «succo» di Domenica, maledetta domenica:
sa categoria di persone poi nella nera ti viene a dire che il
«Triangolo anticonformista: ma non basta romperla con le
tal poveraccio sorpreso a rubare una macchina vedeva
convenzioni». MASH: «Un manipolo di medici sul fronte
troppi film di violenza e rapina e quindi giustamente i tu­
coreano: le loro spassose vicende galanti». I sorrisi di una
tori dell’ordine e della morale l’hanno fatto fuori. E anche
notte d'estate (di Bergman): «Intrigo di un’attrice per di­
questo rientra nel film, nel quotidiano film della propria
sfarsi d’un amante e riconquistarne un altro». Il laureato:
esistenza d’ogni critico guardone che non guarda mai den­
«Raggiunta la laurea, diventa amante della madre della sua
tro se stesso, né fuori.
futura moglie». Harold e Maude: «Lui diciannovenne spi­
rito decrepito, lei ottantenne giovanilmente ottimista:
prevale buonsenso». Sweet M ovie: «Le simboliche e spre­
giudicate vicende di due donne provocano riflessione e
sconcerto».

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Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina ___________________ «Re nudo»_______________ ________

A entrambe le domande risponderei di no. Le immagini


che un’epoca dà di sé sono sempre dentro una cultura e
dentro un’ideologia. Che senso ha estrapolare le immagini
in sé e per sé, presentandole come pseudo-oggettive? Vuol
dire accettare la Realtà dell’Ideologia e rendere Ideologica
Di Kolossale c’è solo la noia ovvero la Realtà. Pensate a un film sull’età napoleonica che ne ri­
invito a non buttare via i quattrini solva la rappresentazione in chiave neo-classica. Sceglie
per vedere Novecento e Barry Lyndon come realtà quella che la cultura dominante ha pensato do­
(1976, n. 46) ver essere la propria rappresentazione della propria realtà.
Ma già Marx scrive al proposito che i Rivoluzionari fran­
cesi convivevano con l’immagine degli antichi come con
Mille lire all’ora dei «fantasmi» di cui presto avrebbero fatto a meno. Ha
senso allora prendere per «vero» la falsa coscienza che una
Come chiamereste uno che una sera va a vedere N ove­ classe ha avuto di sé? Ha senso solo se quello che si vuole
cento (durata ore tre) e la mattina dopo Barry Lyndon (du­ rappresentare non è l’esistenza della classe, ma solo la sua
rata ore tre)? immagine ideologica. E questo non vale solo per le classi
Direste che è da ricovero. Dato che io ho compiuto dominanti. Ha senso per esempio rappresentare la realtà
questa memorabile impresa, vorrei lasciarvi le mie ultime delle masse popolari della fine del secolo scorso attraverso
memorie prima che arrivino gli infermieri. i dipinti di Courbet? Ha senso solo se della classe si rece­
1. Novecento e Barry Lyndon, oltre che la durata, han­ pisce acriticamente un certo livello ideologico che per di
no in comune una scelta figurativa che vale la pena di sot­ più in questo caso diventando tout court «realtà della clas­
tolineare. Si parla di secoli andati e la fotografia li rappre­ se» diventa la «reale storia della classe». C ’è poi da tenere
senta nei termini coloristici e formali in cui ce li hanno pre­ in conto anche un altro fattore. L’immagine cinematogra­
sentati i dipinti dell’epoca. Questa scelta, per i registi fon­ fica va a riprodurre (per imitazione) quella pittorica. Solo
te di grande soddisfazione e per i critici «piena di rigore», che i colori d’un quadro sono fatti di terra, sono impastati
per me è una kolossale kitcheria. C ’è da riderci su e da ri­ di contemporaneità, ne contengono la materia, mentre
fletterci. Da riderci: vi immaginate un film sull’antico Egit­ l’immagine fotografica è una proiezione nel vuoto di luce
to con tutti gli attori di profilo? O sull’antico Giappone incorporea. Ecco allora l’inganno: l’imitazione/interpreta-
con tutti gli attori uno sopra l’altro? Da rifletterci: è vero zione di una «realtà ideologica» a sua volta imitazione/in-
che per raccontare cinematograficamente un’epoca è ne­ terpretazione della realtà. La contemporaneità, il rigore,
cessario rifarsi all’immagine figurativa che quest’epoca da­ sono del tutto apparenti: l’unica vera protagonista resta
va di sé? Ed è possibile rifarsi realmente a quest’immagine? non la storia ma l’apparenza. L’ideologia di oggi che va a
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riconoscere come reale ideologia di ieri e nella sua appa­ vicino alla realtà di Bertolucci Bernardo. Più invece il no­
renza di rigore storico si eternizza e si sottrae alla critica stro s’avvicina al movimento operaio più affonda a piene
del presente, nasconde la sua soggettività dietro la pseudo­ mani nella superficialità e nella noia. Per non parlare del-
oggettività fotografica. l’insistere continuo sul parallelismo pseudo-di classe che
Questa scelta in Bertolucci è coerente alla totale ideolo- ci infligge ora il ballo dei contadini, ora quello dei signo­
gicità del suo film, della sua rappresentazione delle masse e ri, ora la cena dei contadini, ora la cena dei signori, ora la
delle persone, che non sono reali soggetti ma «tableaux vi- musica dei contadini, ora la musica dei signori, ora il fu­
vants». Ideologia del movimento contadino senza i contadi­ turismo rivoluzionario, ora quello borghese ecc. ecc., con
ni (altro che balle nelle dediche), bandiere rosse tutte ben sti­ un meccanismo così prevedibile da diventare alla fine un
rate (lotta di classe come coreografia). In Kubrick questa gioco da indovinare la prossima scena che almeno allevia
scelta va a rinchiudere un universo nostalgico che mentre si un po’ dalla noia del film. Un momento a sé stante è quel­
presenta come riscoperta delle «persone» e della loro uma­ lo della «doppia tentata sega di povera epilettica ad amici
nità diversa (belli e brutti, buoni e cattivi) ne riscopre inve­ d’infanzia uno borghese e disinvolto altro contadino im­
ce solo l’immagine stereotipata, trucchi, le imbellettature, le branato» scena che rimane misteriosa nel contesto del
ombre, il linguaggio scritto presentato come lingua parlata, «novecento» (inteso come secolo) e che potrebbe meglio
le vesti e gli ambienti quali se li aspetta il turista americano figurare in uno dei Decameroni (intesi come film). Ora
che va in vacanza a Versailles. pare che Bertolucci si stia preparando a girare Novecento
2. Vediamo un po’ più da vicino il film di Bertolucci. parte III, che a suo dire dovrebbe arrivare fino al sessan­
Parlo solo dell’Atto I, anche perché spero vivamente di totto. C ’era da aspettarselo: «Il figlio di Novecento»\\
non commettere l’errore di andare a vedere anche il Se­ Sconvolto all’idea di apparire sullo schermo attraverso
condo. La cosa che salta veramente agli occhi di tutti e l’immagine che di noi hanno dati i nostri «cinegiornali di
che viene a galla esplicita anche nei discorsi della gente movimento», i nostri decisivi proclami e documenti e
che esce dal cinema, è che nel film non succede un cazzo. controcorsi d’allora, i nostri infelicissimi posters, e che
Si ha sempre l’impressione di essere all’antefatto di qual- tutto questo presentato come nostra vera realtà sia ripro­
cos altro che deve venire dopo e che sarà sicuramente il posto a struttura speculare mentre Agnelli incontra qual­
momento importante e decisivo. Ma questo qualcosa non che diva sul suo yacht annusando «coca» e rispondendo
arriva mai. Dopodiché viene spontaneo dare ragione agli picche ai sindacati e che la musica sia ancora e sempre di
americani che chiedono la riduzione del film di almeno Ennio Morricone con qualche inserto micidiale di Ivan
un paio d’ore (e sono ancora buoni). Rimane solo qual­ Della Mea e che il film duri più di quanto non sia durato
che situazione d’infanzia in campagna e qualche momen­ il ’68 stesso e seppellisca tutto sotto una cortina di noia
to più estraniato dalla storia e più vicino al simbolo (la eccettuata qualche parentesi erotica in fabbrica occupata,
donna col fantoccio). Rimane insomma quello che è più sconvolto da questa prospettiva le rivolgo a nome di tut­

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ti una cara supplica egregio signor Bernardo: «ci faccia un salotto che mugugnano alla perdita dei buoni sentimenti e
altro giro di Tango». che ancora ambiscono 1 modelli d una aristocrazia che rea­
3. Vediamo il film di Kubrick. La struttura del film è lizzano solo nelle parruccone e nei vestiti da damina con
certo più piacevole e snella per cui alPinizio ci si rallegra cui vestono la povera figlia a carnevale.
(«finalmente succede qualcosa»). Ma anche qui sembra 4. Ultima domanda: perché si investono miliardi di
d’essere sempre all’antefatto: non riguardo agli avveni­ queste colossali imprese, perché si macinano film che du­
menti, piuttosto riguardo alla definizione del protagonista. rano ore? Che operazione di mercato c’è dietro? Per lo
Detto Barry anche se passa dall’umile condizione alla ric­ meno in una cosa Kubrick ha ragione nel rimpiangere gli
chezza e poi di nuovo all’umile condizione, resta sempre aristocratici: allora sul surplus estorto dai contadini si co­
un giuggiolone ambulante. Nonostante Kubrick voglia di­ struivano delle Versailles che comunque la si voglia mette­
mostrare attraverso l’esposizione di caratteri e fisionomie re, sono cose che restano. Oggi sul surplus degli operai in­
di incontri e di scontri, che nella realtà precapitalistica era­ vece si finanziano delle kolossali boiate. È questo il vero
dramma. E come possono sostenersi simili operazioni? Le
no possibili liberi rapporti umani tra persone differenti e
aspetta il fallimento o presuppongono un preciso controllo
varie mentre adesso è tutta una vuota piattezza e omoge­
del mercato cinematografico? Qui è già un altro problema
neità di comportamenti spersonalizzati, quello che ci mo­
che riaffronteremo a parte. Per ora un sogno: che qualcu­
stra sullo schermo conduce poco a poco lo spettatore a
no si rimetta a fare dei film magari muti, magari in bianco
chiedersi: «ma a me di Barry Lyndon che mi frega?». Se
e nero, magari che durano mezzora soltanto ma che co­
questa estraneità fosse rappresentata per tale, senza «parte­
munichino senso e non potenza e che stimolino ricchezza
cipazione», la cosa potrebbe anche suscitare riflessione, ma
(delle persone) e non proiettino miseria (della fabbrica del­
dato che invece il film si autopresenta come grande tenta­
lo spettacolo).
tivo di suggestione (dal ritmo del racconto, alla fotografia,
alla bellissima musica, alla parata dei buoni e cattivi senti­
menti), questa estraneità ci si presenta proprio per quella
che è: noia e disinteresse. Caldi applausi, invece, alla frase
finale che dice che «oggi purtroppo siamo tutti uguali», del
pubblico benpensante che naturalmente avvilisce tanta
profondità di pensiero nella banalità da uomo qualunque:
«questi giovani si vestono tutti uguali». Da questa angola­
zione il film però si legge anche meglio, anche nelle scelte
figurative e ambientali, anche nell’assoluta, assurda assen­
za di sesso: un film che farà contente le vostre mamme, sì
proprio quelle mamme piccolo-borghesi con le stampe in
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SBATTI B ELLO CCH IO IN SESTA PAGINA

Postfazione
La celluloide c’era, eccome
di Steve Della Casa e Paolo Manera

Nelle pagine precedenti è raccolta una serie di recen­


sioni, articoli e notazioni tratte da alcuni giornali e riviste
della sinistra extraparlamentare italiana, quotidiani («Lot­
ta continua», «il manifesto», «quotidiano dei lavoratori»),
settimanali («servire il popolo»), o mensili («Re Nudo»,
«Vedo Rosso»), in un arco di tempo compreso tra il 1968
e il 1976, anno in cui la spinta del ’68 finisce, la partecipa­
zione di massa scompare e tutto cambia. N on si tratta ov­
viamente di un lavoro esaustivo e scientifico dedicato ai
rapporti tra la sinistra extraparlamentare italiana e il cine­
ma, ma di una piccola antologia che permetta di leggere o
ri-leggere direttamente alcune di quelle pagine, restituire in
parte il clima di quegli anni, e ricordare l’importanza del
cinema nel linguaggio quotidiano e l’attenzione che era in
esso riposta. Sono interventi duri, vigorosi, a volte para­
dossali, con fraintendimenti epocali e talvolta punte di
umorismo involontario. Sono pagine forse incomprensibi­
li, se non collocate nella durezza del dibattito di quegli an­
ni. Ma sono comunque segnali di una passione, quella per
il cinema, che non ha mai più trovato la stessa importanza
nel dibattito culturale nazionale. Qualcuno ha definito
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______________ Steve Della Casa e Paolo Manera______________ ______________________„Postfazione______________________ _

quel periodo gli anni di piombo, altri li hanno definiti for­ nati e si erano estesi, e molti di più erano quelli vicini o
midabili. Sicuramente sono stati anni di celluloide. E non simpatizzanti. Gruppi che rivendicavano ascendenze in
poteva essere diversamente - per una serie di ragioni che posizioni già presenti da decenni nella sinistra italiana
vale la pena sottolineare, anche qui, senza pretesa di esau­ (trotzkisti, stalinisti, bordighisti). Ma anche gruppi che si
rire completamente una delle stagioni più complesse, di­ rifacevano al modello rivoluzionario che esercitava l’at­
battute, e anche studiate e rivisitate, più o meno efficace­ trattiva più forte, la Cina di Mao, che aveva da poco intra­
mente, della nostra storia. preso la Rivoluzione culturale, con cui cercò di modifica­
Il vento del 1968 ha attraversato, come è noto, tutto il re profondamente usi e costumi della nazione cinese, e che
mondo occidentale e in parte anche il blocco socialista. Ed sicuramente modificò radicalmente il suo ceto politico, a
è stato un fenomeno culturale globale (forse il primo nella costo di repressioni dure e sanguinose. E c’erano, ancora,
storia dell’umanità, almeno per la contemporaneità con la gruppi che più esplicitamente fondavano il proprio pensie­
quale si è verificato), pur con declinazioni diverse da pae­ ro sulla specificità del caso italiano, su quella saldatura (an-
se a paese. Ma in nessun altro paese del mondo il movi­ ch’essa tipicamente italiana, per numeri, per estensione e
mento nato con le lotte studentesche del 1968 ha avuto la per capacità di elaborazione teorica) che intorno al ’68 si
durata e le dimensioni avute in Italia, dove il ’68 è durato a creò tra il movimento studentesco e le grandi fabbriche del
lungo, spingendosi oltre la metà del decennio successivo. E Nord Italia.
in Italia sono nate varie organizzazioni che si sono strut­ Infatti, in Italia si giunge all’anno fatidico, a fronte di un
turate, hanno avuto un radicamento e un numero di ap­ cambiamento profondo del modo di vita e di una mutazio­
partenenti e di simpatizzanti nettamente superiore a quan­ ne antropologica che solo Pasolini seppe fotografare in
to è avvenuto in tutti gli altri paesi del mondo. Anche qui, tempo reale. Il boom economico italiano, come più volte è
come altrove, il ’68 è stato crogiolo di varie correnti poli­ stato scritto, trasformò in un decennio l’Italia da paese agri­
tiche e culturali, anche qui tematiche libertarie, antiautori­ colo a paese industriale, con il conseguente svuotamento
tarie e controculturali si sono fuse con suggestioni che delle campagne e l’inurbamento più o meno forzato di
provenivano dalla tradizione socialista e marxista. La pe­ grandi masse di persone. Come sempre succede, a un cam­
culiarità del caso italiano sta però nella vastità di questo biamento economico e produttivo corrispose un mutamen­
coinvolgimento. Una relazione del ministero dell’Interno to culturale. O meglio, l’abbandono di una solida tradizio­
circolata nel 1975 stimava in circa duecentomila i militanti ne basata su valori familiari, e l’affacciarsi invece del consu­
e simpatizzanti dei gruppi della sinistra rivoluzionaria in mismo come alternativa proposta. Solo che il boom econo­
Italia, e forse quel numero va considerato come stima mi­ mico era sinonimo di prosperità e successo per gli indu­
nima. Sta di fatto che gran parte di quelle persone ha mili­ striali, e molto meno per coloro che lavoravano nelle in­
tato, almeno per un certo periodo, nei gruppi organizzati dustrie, trasferitisi in città in cerca di lavoro sicuro e obbli­
sotto forma di partito che proprio sull’onda del ’68 erano gati a un lavoro duro, fordista e spersonalizzato, e a con­
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dizioni di vita spesso decisamente inumane. La saldatura tà economica di queste pubblicazioni, che si reggevano sul
tra gli studenti in lotta e i giovani operai delle fabbriche del volontariato, sulla militanza, sulla diffusione autogestita, e
Nord avvenne quasi subito, e proprio per questo motivo. sulle entrate procurate da collette e sottoscrizioni. N on è
Per chi viveva dall’interno le lotte e le discussioni del mo­ però un caso se molti dei nomi che hanno partecipato per
vimento studentesco, l’autunno caldo del 1969, in occasio­ qualche anno a quelle esperienze sono poi diventati firme
ne del rinnovo dei contratti di quasi tutte le categorie, non importanti di testate altrettanto importanti, perché la rot­
fu affatto una sorpresa. A giudicare dal fatto che le prime tura epistemologica di questo nuovo tipo di giornalismo
bombe della cosiddetta «strategia della tensione» furono era in forte sintonia con il cambiamento di equilibri socia­
piazzate proprio in quei mesi, tale analisi fu condivisa an­ li e generazionali che ha attraversato l’Italia del periodo.
che in altri ambienti. L’atteggiamento mentale prima ancora che politico di
Sicuramente i giornali della sinistra extraparlamentare, chi partecipava alle esperienze della sinistra extraparla­
nella loro grande differenza di impostazione politica, rap­ mentare e di conseguenza scriveva sui suoi giornali era la
presentano molto bene pregi e difetti comportamentali ricerca di una palingenesi che riguardasse tutti i settori del
delle formazioni nate dopo il 1968 e collocatesi alla sinistra vivere civile. Attraverso la lente della lotta di classe si pro­
del partito comunista. I pregi: un atteggiamento scanzona­ poneva una lettura nuova non solo dei rapporti di lavoro,
to e poco propenso alle regole di convivenza che avevano ma anche di quelli interpersonali, educativi, culturali. Co­
caratterizzato il mondo dell’informazione fino a quel mo­ me ha scritto Peppino Ortoleva, la generazione del ’68 è
mento in Italia (argomenti tabù, latinorum alla don Ab­ stata l’ultima generazione a vivere il cinema come la forma
bondio, per parlare in modo schermato di certi proble­ di spettacolo e insieme di comunicazione capace di coin­
mi...); una forte volontà di controinformazione (clamoro­ volgere tutti, ma proprio tutti. N on è un caso quindi se il
sa la controinchiesta sulle bombe di piazza Fontana, che in cinema fa molto spesso capolino nelle pagine fitte di ap­
pochi mesi riuscì a squarciare il muro di notizie false e di puntamenti, di cronache, di editoriali e di indicazioni di
«veline» riportate da tutti gli organi di informazione); una questi giornali. Così come non è un caso se il ’68 produce
grafica capace di fare della povertà di mezzi uno stimolo e tra i suoi effetti anche la contestazione che interrompe per
non una gabbia. I difetti: una scarsa propensione per la dia­ quasi dieci anni la Mostra d’arte cinematografica di Vene­
lettica e per l’autocritica, una forte enfatizzazione sulla riu­ zia, la nascita di due riviste («Ombre rosse» e «Cine-
scita delle manifestazioni, la tendenza a stroncare senza ap­ ma&Film») al ’68 direttamente riconducibili, un cambio
pello tutto l’«altro da sé» (in particolar modo sul terreno radicale nella vita di altre riviste, una scissione all’interno
della produzione culturale), e, soprattutto negli ultimi an­ dell’Associazione degli autori e tanti altri eventi piccoli e
ni, il troppo spazio dato al dibattito interno e alla dialetti­ grossi che sono facilmente rintracciabili nel dibattito tu­
ca tra i vari gruppi. Pregi e difetti vanno tarati, ovviamen­ multuoso di quegli anni. Una delle cesure possibili attra­
te, tenendo sempre ben presenti le condizioni di precarie­ verso le quali si può leggere la totale discontinuità tra il
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movimento del ’68 e quello del ’77 consiste proprio nel­ riviste specializzate. Due tra esse hanno un esplicito riferi­
l’attenzione e nella presenza del cinema negli organi di mento al ’68, anche se entrambe sono nate negli anni pre­
stampa dell’estrema sinistra: negli anni precedenti al 1977 cedenti, quelli in cui la tensione era in incubazione. Una è
il cinema occupa grande spazio e produce veri e propri di­ «Ombre rosse», nata a Torino utilizzando le risorse del
battiti; nel 1977 quello spazio viene preso da altre forme di Centro universitario cinematografico: i suoi contenuti sono
spettacolo, la musica innanzitutto, ma anche il teatro e lo esplicitamente politici, e infatti la sua seconda serie non par­
specifico radiofonico, frutto quest’ultimo delle molte lerà solo di cinema, e si porrà invece come voce a tutto cam­
esperienze di radio «alternative» che fioriscono per gem­ po in quel dibattito di cui si diceva prima. Il suo animatore,
mazione spontanea in tutte le grandi città ma anche in Goffredo Fofi, tratteggia per primo in Italia le tematiche del
molti centri minori. N on è un caso se, come riportato dal­ cinema militante inteso come superamento del cinema
l’antologia nelle pagine precedenti, tra le prime esperienze spettacolo, come «suicidio dell’autore», inteso come rinun­
dei circoli del proletariato giovanile (formazioni «sponta­ cia da parte degli intellettuali allo status di osservatori ester­
nee» nelle quali convergono molti giovani militanti che ni privilegiati, per calarsi personalmente dentro le lotte,
avevano in precedenza gravitato intorno ai gruppi extra­ proponendo il cinema come stimolo diretto ad esse. L’altra
parlamentari) ci sono le autoriduzioni nelle sale cinemato­ rivista è «Cinema&Film», romana, e vanta nel primo nu­
grafiche di Milano, Torino, Roma. Il centro dello scontro mero un editoriale di Pier Paolo Pasolini: i suoi contenuti
è il prezzo del biglietto, non la qualità e i contenuti del sono più esplicitamente cinefili, e gran parte dei suoi colla­
prodotto offerto. boratori si impegneranno a vario titolo nei cineclub che, a
Il cinema, dunque. «Il cinema è senza dubbio uno dei partire dal Filmstudio romano, sono un’altra esperienza
posti dove andiamo di pili», come sintetizza efficacemente importante di quegli anni. Ma il dibattito che il ’68 fa sca­
uno dei contributi raccolti da «Vedo Rosso». Negli anni turire coinvolge anche tutte le altre testate, da «Filmcritica»
sessanta, soprattutto in Italia, lo spettacolo cinematografico a «Cinema Nuovo», da «Cinema Sessanta» a «Cinefórum».
è ancora il divertimento preferito dagli italiani, con una me­ Senza contare che la rivista teorica più importante del pe­
dia di circa quattrocento milioni di biglietti venduti ogni riodo, i «Quaderni piacentini», ha una rubrica fissa di cine­
anno e un tessuto di sale che copre ogni città, ogni quartie­ ma, curata ancora da Goffredo Fofi. E senza considerare
re, ogni piccolo centro. E anche a livello critico la tensione che i cineclub, i cinema d’essai e i festival cinematografici
è molto viva e il dibattito molto serrato. Se molte riviste uf­ sono luoghi fissi di appuntamento, di incontro, di dibattito
ficiali si continuano a interrogare se il neorealismo sia vivo un po’ in tutte le città. È difficile raccontare il ’68, insom­
o morto (proprio come il giornalista sosia di Guido Ari­ ma, prescindendo dal cinema.
starco che pone inutilmente la domanda ad Anita Ekberg, Gli organi d’informazione dei gruppi extraparlamenta­
all’inizio di La dolce vita), fioriscono un po’ dappertutto ci­ ri non possono prescindere da questa situazione, proprio
nefonim e momenti di incontro. Fioriscono anche nuove perché sono molto permeabili al «mondo nuovo» cui fan­
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no riferimento. Si tratta di giornali che hanno matrici po­ La perla, in questo senso, è su «Re Nudo», nella guida
litiche e culturali molto diverse, ma hanno in comune una «Controcittà», dove in mezzo alle varie segnalazioni su
forte volontà di stupire, di colpire l’immaginazione, a par­ Dove mangiare; Dove dormire; Dove vestirsi con pochi
tire da una grafica molto creativa e aggressiva, da una tito­ soldi; Buona musica gratis; Aiuto legale; Assistenza medicai
lazione che predilige l’iperbole e che di fatto è la prima tra­ Generi alimentari a poco prezzo; Viaggiare gratis; Giorna­
duzione per un pubblico più vasto di elementi che pro­ li e musica gratis; Mobili a poco prezzo; Indirizzi utili; D o­
vengono dalla cultura underground e in pari misura dal ve trovare Re Nudo; Posti da evitare; Per fare qualche sol­
realismo socialista. A quest’ultimo fanno esplicito riferi­ do; La pillola gratis... troviamo ricorrente in diversi nu­
menti i fogli marxisti leninisti, quelli bordighisti e quelli meri, a partire dal 1971, il seguente consiglio: «Posters e
trotzkisti: tra loro non si amano per niente, ma il modello manifesti gratis: le case di distribuzione di films e le agen­
visivo e insieme culturale è lo stesso. N on si amano molto zie di pubblicità hanno sempre un sacco di manifesti inu­
neanche il gruppo del «manifesto» e quello di «Lotta con­ tilizzati. Telefonate a nome di un circolo inesistente di cui
tinua», che però tendono a coincidere per impostazione vi siete nominati segretario e chiedeteli gratis per il vostro
grafica e soprattutto per la creatività della titolazione. Al problema di arredamento dei locali».
bagaglio contenutistico e iconografico àe\Y underground Un capitolo a parte in questa postfazione può essere
invece si ispira esplicitamente «Re Nudo», forse l’unico dedicato alla proiezioni del cosiddetto «cinema militante».
esempio di giornale che non è mai stato espressione di un Con questo termine si intendeva (e si intende tuttora) una
gruppo organizzato ma solo della sua redazione. Il fatto produzione cinematografica esterna all’industria cinema­
che, a differenza di quanto avviene in tutto il resto del tografica tradizionale, alla sua produzione e ai suoi canali
mondo, «Re Nudo» dialoghi in modo molto fitto con le distributivi), che nega completamente la natura spettacola­
organizzazioni di ispirazione marxista (in particolare con re del cinema e che si propone invece come strumento di
«Lotta continua») è la prova del grosso peso specifico che lotta e di diffusione della conoscenza delle lotte. Di fatto,
le stesse avevano nel dibattito politico e culturale di quegli una sorta di applicazione pratica del cosiddetto «suicidio
anni, corroborato anche dalla constatazione che anche il dell’intellettuale». A Torino, Milano e Roma sorgono col­
partito radicale ha forti contatti con la stessa «Lotta conti­ lettivi che praticano il cinema militante inteso come rac­
nua», che propone in abbinamento il periodico «Libera­ conto e riflessione sulle lotte, con la realizzazione di film
zione», primo organo di comunicazione di massa pensato documentari e di controinformazione da proiettarsi non in
dall’organizzazione di Marco Pannella. Ma fatte salve tali cinema tradizionali ma in fabbriche, scuole e case occupa­
differenze di impostazione, il cinema è comunque molto te, come parte integrante dell’intervento politico. Sono
presente in tutte queste pubblicazioni, a conferma della coinvolti a vario titolo anche cineasti di tutto rispetto; qua­
sua presenza fortissima nel modo di vivere e di fruire cul­ si sempre però il prodotto mantiene un rigido anonimato,
tura dei militanti e simpatizzanti di queste organizzazioni. proprio in omaggio al presupposto di base (lo dimostra la

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lettera che pubblichiamo di Renato Ferraro, lo dimostrano Elio Petri, Pier Paolo Pasolini, Ugo Pirro, Paola Scarnati,
anche i Due film del partito proposti dal giornale «servire Pio Baldelli, Furio Scarpelli, Age Scarpelli (sic!), Carlo Lizzani,
il popolo» ai suoi militanti sottacendo il fatto che erano Silvano Agosti, Cecilia Mangini, Gillo Pontecorvo, Luigi Co-
mencini, Goffredo Fofi, Carlo Rossella, Eduardo De Filippo,
stati diretti da Marco Bellocchio, già allora uno dei nomi Giandomenico Giagni, Damiano Damiani, Sergio Spina, Lino
più noti del nuovo cinema italiano). In ogni caso, tra il Del Fra, Antonello Branca, Mario Accolti Gii, Jean-Luc G o­
1972 e il 1976 non passa giorno in cui sui quotidiani della dard, Costa-Gavras, Marguerite Duras, Cesare Zavattini, Ser­
sinistra extraparlamentare non vengano segnalate almeno gio Corbucci, Ettore Scola, Nanni Loy, Mario Monicelli, Da­
tre-quattro proiezioni un po’ in tutta Italia, a dimostrazio­ rio Argento, Luca Ronconi, Franco Giraldi, Mauro Bolognini,
ne di un fenomeno molto esteso e molto radicato (mentre Romano Scavolini, Norman Mozzato, Adriano Di Majo, Lui­
su «Re Nudo», coerentemente con le ispirazioni della cul­ gi Faccini, Paquito Del Bosco, Gianfranco Albano, Stefano Ca­
lanchi, Giulio Brogi, Alessandro Haber, Paolo Turco, Nino
tura underground libertaria di provenienza Usa, oltre ai Castelnuovo, Paola Pitagora, Anna Maria Gherardi, Olimpia
film esplicitamente politici, appaiono spesso segnalazioni Carlisi, Laura De Marchi, Piero Arlorio, Maurizio Ponzi, Pie­
di proiezioni intitolate genericamente Film erotico under­ ro Anchisi, Tinto Brass, Andrea Frezza, Giuliano Montaldo,
ground n. 1... n. 2 ecc.). Dopodiché, è il caso di notare, si Francesco Maselli, Ennio Lorenzini, Carlo Di Carlo, Ugo Gre-
segnalano le proiezioni e le iniziative, ma non si approfon­ goretti, Bruno Torri, Piero Vivarelli, Giorgio Arlorio, Ernesto
disce e non si critica - cosa che avviene invece per i film del Guida, Francesco Massaro, Valentino Orsini, Paolo Breccia,
circuito commerciale, soprattutto d’autore: da qui, dalla Gianfranco Mingozzi, Luciano Balducci, Paolo Pietrangeli,
Nico D ’Alessandria, Giuseppe Ferrara, Pippo De Luigi, Mar­
sostanziale mancanza di materiali, il poco spazio dedicato
lisa Trombetta, Mario Garbuglia, Vittorio Boarini, Angelo G u­
al cinema militante nell’antologie delle pagine precedenti. glielmi, Stefano De Stefani, Mario Schifano, Giorgio Strehler,
Un secondo capitolo deve tenere invece conto della vi­ Domenico Modugno, Milva, Gian Maria Volonté, Italo Mosca­
cinanza tra l’ambiente del cinema italiano e l’attività dei ti, Paolo Modugno, Marisa Fabbri, Neri Parenti, Vittorio Sto-
gruppi extraparlamentari. Forse il culmine di questa è re­ raro, Salvatore Samperi, Alfredo Angeli, Sergio Bazzini, Gianni
gistrabile nell’inverno 1973, subito dopo l’arresto di Gui­ Volpi, Maurizio Corgnati, Paolo Ferrari, Consalvo Dell’Arti,
do Viale e di altri militanti torinesi di Lotta continua, a Gianni Minello, Mario Maffei, Maurizio Costanzo, Mario Mis-
siroli, Beniamino Placido, Paolo D ’Agostini, Giandomenico
causa di una manifestazione antifascista conclusasi con
Curi, Alberto Sironi, Elda Tattoli, Giampaolo Tescari.
degli scontri di piazza. A partire dal 4 febbraio di quel­
l’anno, «Lotta continua» indice una raccolta di firme sot­ Un panorama veramente ampio, quasi da capogiro, che
to un appello intitolato Viale libero! Il numero e la quali­ è anche un’ulteriore prova delle capacità attrattive e di opi­
tà delle firme raccolte nei due mesi successivi è impressio­ nione della sinistra extraparlamentare in quegli anni. Da
nante, e riserva anche qualche sorpresa. Per questo moti­ notare poi la collaborazione (accesa, tumultuosa, non pri­
vo pubblichiamo l’elenco per intero in ordine strettamen­ va di dure polemiche) che segnò il rapporto tra «Lotta
te cronologico di adesione: continua» e Pier Paolo Pasolini per la realizzazione del

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film 12 dicembre, forse l’incrocio a più alto livello tra sini­ lettori con un fantastico Occhio al James Bond-Hippy per
stra extraparlamentare e produzione cinematografica. segnalare un poliziotto travestito da giovane alternativo.
Un terzo capitolo riguarda l’utilizzo del cinema come Last but not least, ci sono le recensioni vere e proprie.
spunto per parlare d’altro. N on stiamo parlando dei «film Si tratta, come si è potuto leggere, di articoli molto diso­
da dibattito», che pure è una pratica ancora molto diffusa mogenei tra testata e testata e all’interno dello stesso gior­
nei cinefonim, bensì dell’utilizzo dell’immaginario cine­ nale. Anche perché l’unico giornale che dedica un spazio
matografico per commentare fatti e personaggi, per forgia­ fisso all’informazione cinematografica è l’ultimo nato, il
re titoli ad effetto, per provocare analogie e cortocircuiti in «quotidiano dei lavoratori» creato da Avanguardia opera­
cui, è evidente, si gioca su un immaginario immediatamen­ ia e nelle edicole dalla fine del 1974. Si tratta dell’unico
te condiviso. Quest’usanza è appannaggio soprattutto di giornale che recensisce con continuità i film in uscita, su­
«Lotta continua», che fornisce i titoli più creativi: segna­ scitando anche dibattiti, come quello procurato dalla re­
liamo Dio perdona Viola no! (19 aprile 1972) e La seconda censione negativa di Anno uno di Rossellini, che suscita
serie del pistolero Viola come Trinità (22 luglio 1972, pole­ una vibrata protesta del regista e una controrisposta del
miche con il giudice Viola); Come era verde la mia valle giornale che sono riportate nell’antologia. Negli altri gior­
(24 gennaio 1974, non si parla di John Ford ma delle tesi nali le recensioni sono più estemporanee, e nascono, sem­
del gruppo «il manifesto»); Banditi a Milano (6 aprile bra, più per lo spirito di iniziativa di un singolo dirigente
1975, non si parla di Carlo Lizzani ma di lotta per la casa). che ha visto un film e ne vuole parlare piuttosto che da
Un gusto per la citazione cinematografica che contagia an­ una precisa strategia comunicativa. Il solo giornale che
che i militanti, visto che il 4 gennaio 1975 sottoscrive cin­ sembra avere la volontà di esibire una propria linea sul ci­
quemila lire per il quotidiano un certo Charley Varrick, nema è il foglio marxista leninista «servire il popolo», for­
proprio come il protagonista del bel film di Don Siegei. se come conseguenza del programma del governo rivolu­
Anche in ambito più underground il cinema è un universo zionario annunciato sul numero uscito il 27 settembre
assestato di riferimenti e citazioni. Si veda «Re Nudo» che 1969, che al punto 10 recita «tutto il materiale pornogra­
nel suo n. 26 utilizza YArancia meccanica di Kubrick (una fico sarà immediatamente eliminato» e al punto 18 «tutti
foto trattata e un disegno che riprende il logo) come sfon­ gli intellettuali ed artisti schierati sinceramente con il po­
do per un articolo sui detenuti politici negli Stati Uniti polo saranno rieducati». Sugli altri non si distingue una li­
(Fantarepressione in Usa: le nuove armi: elettropsicologia e nea sul cinema, ma sicuramente un certo piacere nel cer­
neutrofisiologia); nel n. 30 fa campeggiare in copertina un care la polemica e il giudizio tranchant. Come si diceva, la
grande Allonsanfàn?, per richiamare l’attenzione sulla sua quasi totalità degli articoli sono anonimi e la ricostruzio­
campagna di sottoscrizione ’75-’76 (obiettivo: cinquanta ne della loro paternità non è sempre sicura. Solo a partire
milioni); nel n. 31 titola L'orgia del potere un articolo sul­ dal 1976 alcuni articoli iniziano a essere firmati su «Lotta
la politica interna italiana; nel n. 32 attira l’attenzione dei continua», mentre il «quotidiano dei lavoratori» e «il ma­
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nifesto» iniziano prima. In ogni caso è certo che di cine­ nell’antologia, preso dal «quotidiano dei lavoratori»:
ma sul «quotidiano» scrivessero Vincenzo Vita e Silvano «Cosa si può chiedere in positivo a un prodotto della ci­
Piccardi, sul «manifesto» Valentino Parlato, Umberto Eco nematografia borghese? Cosa aspettarsi di valido, dando
(firmandosi Dedalus) oltre a Roberto e Silvana Silvestri e per scontato il fatto che, per definizione, non nasce da un
Mariuccia Ciotta (che avranno il ruolo tradizionale dei terreno o da un presupposto rivoluzionario proletario?»
critici); su «Re Nudo», tra gli altri, anche Gianfranco (il film recensito, per la cronaca, è Sugarland Express del
Manfredi; su «la vecchia talpa» (periodico fondato da al­ giovane Steven Spielberg - curiosamente, recensito su
cuni ex appartenenti a Potere operaio), Roberto Alonge e «Re Nudo» nel n. 33 attribuendo sceneggiatura e regia a
Paolo Bertetto; su «Lotta continua», Pio Baldelli, Goffre­ Danny Kortchmar, in realtà musicista, lasciando intuire
do Fofi, Peppino Ortoleva e anche Adriano Sofri. Nomi sia la poca notorietà di Spielberg ai tempi, sia il fatto che
tutti di una certa importanza, e al tempo stesso difficil­ in quei giorni editorialmente non si va tanto per il sotti­
mente assimilabili tra loro. N on a caso, le recensioni in le). Poi si segnala la poca attenzione, se non per esprime­
antologia dimostrano una mancanza di ricerca di omoge­ re dichiaratamente disprezzo, dedicata al cinema popola­
neità anche all’interno della stessa testata, spesso il gusto re italiano di genere, con una particolare veemenza con­
della provocazione e dell’intervento in velocità, quasi dei tro il «pohziottesco» all’italiana e l’«erotico» nei suoi va­
«tweet» ante litteram. Ciononostante si possono indivi­ ri sottogeneri (la distanza e la poca conoscenza nei con­
duare lo stesso alcuni tratti comuni. fronti del cinema percepito di «serie B» è avvertibile for­
Innanzitutto un gusto involontariamente crociano per se anche nel momento in cui «Lotta continua», dando
la stroncatura, quasi una sorta di lavacro ideologico cui i notizia il 16 luglio 1976 dell’arresto a Roma dell’estremi­
film vengono sottoposti: la recensione, attribuibile forse sta di destra Bruno di Luia, omette che lo stesso di Luia
ad Adriano Sofri, di Sbatti il mostro in prima pagina su è anche uno dei più noti stuntman di Cinecittà).
«Lotta continua», è forse l’esempio più vistoso. Di sicu­ Soprattutto, in questa attenzione al cinema «d’impegno
ro, inevitabilmente, l’attenzione ai film che rappresenta­ civile», si nota un piacere particolare nell’attaccare i film
no in qualche modo una critica alla famiglia e alla vita firmati dai registi vicini alla sinistra tradizionale: sul «quo­
borghese, e ai film sulla fabbrica, La classe operaia va in tidiano dei lavoratori», oltre a quanto presentato nell’an­
paradiso di Elio Petri in primis. Poi, una costante atten­ tologia, troviamo silurati nell’ordine Allonsanfan («I fra­
zione al cinema «d’impegno», in particolare quello pro­ telli Taviani mirano alto ma sbagliano il colpo», 15 novem­
veniente dagli Stati Uniti (da notare, le prime recensioni bre 1974), Il portiere di notte («Nel Portiere di notte trion­
cinematografiche sul «manifesto» sono dedicate al we­ fa la mistica della depressione», 27 novembre 1974), C era ­
stern di impegno di Arthur Penn e Ralph Nelson). Con, vamo tanto amati (con un memorabile «buona la prima
prevedibilmente, un atteggiamento di grande prevenzio­ parte mentre la seconda scade nel personalismo», 31 di­
ne. Come sintetizza efficacemente un articolo inserito cembre 1974), Professione: reporter («un discorso ancora

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fine a se stesso, negatore di ogni prospettiva», 6 marzo


1975), Il sospetto («Un film psicologico a sfondo storico
politico che fa discutere molto e che piace ad Amendola»,
16 marzo 1975). Allonsanfàn, peraltro, viene demolito an­
che da «Lotta continua» il 20 ottobre 1974, curiosamente
abbinato alla stroncatura di L'esorcista, mentre Pio Baldel- Indice dei film
li non è certo tenero sempre su «Lotta continua» il 19 set­
tembre 1976 parlando di Novecento. Notevole anche la
stroncatura sorprendentemente moralista che su «Re N u ­
do» tocca ad Arancia meccanica di Stanley Kubrick. Più Alice non abita più qui, 143 commissario Pepe, II, 41
articolati i giudizi su due riviste a tiratura limitata come «la Alice’s Restaurant, 152 Confessione di un commissario
vecchia talpa» e «Vedo Rosso»: sulla seconda, nata a Tori­ Allonsanfàn, 12, 13, 107, 192, di polizia al Procuratore della
no da alcuni militanti fuoriusciti da Lotta continua, Inda­ 194, 220, 223, 224 Repubblica, 46
amerikano, L’, 41 conformista, II, 161-3
gine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e Sacco e
Anno uno, 121, 126, 128, 131, conversazione, La, 111
Vanzetti godono infatti di una recensione positiva, in tota­ Coppie infedeli, 201
221
le controtendenza con quanto avveniva sulle riviste di sini­ Arancia meccanica, 40, 191, 220, Crepa padrone, tutto va bene,
stra specializzate in cinema. 224 34
Insomma, è difficile leggere come un corpus unico l’at­ cuore pazzo, II, 93
teggiamento della nuova sinistra nei confronti del cinema. Barry Lyndon, 202
Ed è difficile capire gli articoli riportati estrapolandoli battaglia di Alamo, La, 138 decamerone nero, II, 100, 101
completamente dal resto del giornale. Storicizzare le re­ Berretti verdi, 138 delitto Matteotti, II, 46-8
censioni a volte non le salva dal grottesco. Ma nessuna di Bersaglio di notte, 143, 144 dittatore dello Stato Libero di
Bronte - Cronaca di un massa­ Bananas, II, 191
esse può vivere di vita propria senza comprendere il clima
cro che i libri di storia non 12 dicembre, 220
con cui si conviveva. Ritornando all’inizio di queste poche dolce vita, La, 140-2, 214
hanno raccontato, 46, 187
pagine: non sappiamo se quegli anni erano formidabili, co­ Buona fortuna maggiore Brad- dollaro d’onore, Un, 138
me ha scritto un noto esponente degli stessi. Ma comples­ bury, 144 Domenica, maledetta domenica,
si sì. E il cinema tanto amato odiato difeso vilipeso poteva 200
essere un modo di viverli. N on c’erano solo il pane, le ro­ C ’eravamo tanto amati, 83 e 223 Dramma della gelosia - Tutti i
se e poi il piombo. La celluloide c’era, eccome. Che cosa è successo tra mio pa­ particolari in cronaca, 41, 158
dre e tua madre?, 42
classe operaia va in paradiso, La, E poi lo chiamarono il Magnifico,
59, 173, 178, 182, 222 187
Coffy, 199 esorcista, L’, 16, 17, 224

224 225
Della Casa e Manera, Sbatti Bellocchio in sesta pagina Indice dei film

fantasma della libertà, II, 75 Lolita, 198 portiere di notte, II, 194, 223 Soldato blu, 150, 151
fascino discreto della borghesia, Love Story, 34 potere, II, 34, 35, 188 Sorrisi di una notte d’estate, 200
II, 40 prigioniero della Seconda Stra­ sospetto di Francesco Maselli, II,
fiore delle mille e una notte, II, Malizia, 54 da, II, 143 224
72 Mandingo, 143 Professione: reporter, 223 Storie di cinque lolite, 198
Fragole e sangue, IX marzo 1943-luglio 1948, 7 proprietà non è più un furto, La, strategia del ragno, La, 25
Frankenstein Junior, 144 MASH, 200 47 Sugarland Express, 116,117,223
Fritz il gatto, 189 Milano trema: la polizia vuole Provaci ancora, Sam, 191 Sweet Movie - Dolcefilm, 132,
Furia selvaggia - Billy Kid, 145 giustizia, 44 133, 136, 200
Furore, 65, 68 modella, La, 198 40.000 dollari per non morire,
mio nome è nessuno, II, 49, 51 143 Trash - I rifiuti di New York, 51,
Gangster Story, 145 misteri dell’organismo, I, 132 Quel gran pezzo dell’Ubalda tut­ 52
Ginger il simbolo del sesso con Morte a Venezia, 164-6 ta nuda e tutta calda, 101 Trevico-Torino... Viaggio nel
licenza... d’amare, 198 Quella provincia maliziosa, 201 Fiat-Nam, 41
giorno della civetta, II, 46 Nell’anno del Signore, 158 Turbamento di una minorenne,
Novecento, 18, 19, 22, 23, 202, Rollerball, 144 199
Girolimoni, il mostro di Roma,
205,224 Roma, 169
46
Roma città aperta, 128 Ultimo tango a Parigi, 200
grido, II, 178
Ombre rosse, 65, 66, 138 Romanzo popolare, 78, 85 uomo occulto, L’, 93
Homo Eroticus, 98 uomo tranquillo, Un, 65, 69
padrino, II, 111 Sabata, 166
Paisà, 128 Sacco e Vanzetti, 31,46,171,224
Indagine su un cittadino al di so­ vacanza, La, 188
Pane e cioccolata, 55, 56 Salò o le 120 giornate di Sodo­
pra di ogni sospetto, 178, 180, villeggiatura, La, 46
Pat Garrett e Billy thè Kid, 49 ma, 194, 195
182,224 Viva il primo maggio rosso e
Peccato mortale, 93 Salomè, 188
insospettabili, Gli, 42 proletario, 89, 90, 92
Pelle viva, 178 Sbatti il mostro in prima pagina,
Ispettore Brannigan, la morte se­ 9, 37, 39, 46, 222 vizi morbosi di una giovane in­
Per favore non toccate le vec­
gue la tua ombra, 144 scopone scientifico, Lo, 187 fermiera, I, 198
chiette, 144
istruttoria è chiusa: dimentichi, Per grazia ricevuta, 158-60, 166 segretaria, La, 201
. L’,46 Piccolo grande uomo, 150, 151 Sepolta viva, 53 Wanda, 93
più bella serata della mia vita, La, Sistemo l’America e torno, 55 e
Lacombe Lucien, 194, 195 41 56 Yuppi Du, 197
Ladri di biciclette, 83 polizia incrimina, la legge assol­
Lancillotto e Ginevra, 112 ve, La, 44
laureato, II, 200 polizia ringrazia, La, 187
Lenny, 143 popolo calabrese ha rialzato la
Lezioni private, 198 testa, II, 89, 91

226 227
non c’è più, ma che per molti versi è lo
specchio del nostro presente. Qualcuno
ha parlato di anni di piombo, altri li han­
no definiti formidabili. Sicuramente so­
no stati anni di celluloide.

Steve Della Casa (Torino, 1953), dopo aver mi­


litato in Lotta continua ed essersi da subito occu­
pato di cinema, aprendo, insieme ad altri studenti
universitari, il Movie Club di Torino, è stato diret­
tore del Torino Film Festival e autore di libri; con­
duttore dal 1994 di Hollywood Party su Rai-Ra-
diotre, dirige dal 2008 il RomaFictionFest.

Paolo Manera (Torino, 1967) ha lavorato pres­


so i principali enti cinematografici torinesi, tra cui
il Torino Film Festival, e dal 2006, alla Film Com­
mission Torino Piemonte, si occupa di web e do­
cumentari. Ha scritto saggi su cinema e musica,
collaborato a programmi radiofonici e televisivi,
V curato programmi speciali e retrospettive per di­
versi festival e appuntamenti internazionali.

M.
Finito di stampare il 9 ottobre 2012
per conto di Donzelli editore s.r.l.
presso Str Press s.r.l.
Via Carpi, 19 - 00040 Pomezia (Roma)
«Marco Bellocchio, ottima persona, ha appena pre­
sentato un film - Sbatti il mostro in prima pagina - che
si poteva e ci poteva risparmiare. Un film politico, in
cui non occorre essere professionisti per riconoscere il
“Corriere della Sera”, il suo cronista-squillo, la que­
stura di Milano, e così via. Naturalmente airinizio del
film si avverte che “i riferimenti sono del tutto casua­
li”. Il guaio è che è vero...».
(Da una recensione anonima al film di Marco Bellocchio,
in «Lotta continua», 1° novembre 1972)

In copertina: locandina del film Sbatti il mostro in prim a pagina (1972),


particolare.

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