Sei sulla pagina 1di 11

1

ELEMENTI DI MECCANICA RELATIVISTICA.


Appunti a cura del prof. Nicola SANTORO.

La teoria della relatività si occupa, come è noto, dei fenomeni fisici che avvengono in presenza di
velocità molto elevate, comparabili a quella della luce nel vuoto. Dal punto di vista storico, come la
meccanica quantistica, ha avuto origine dall’impossibilità a dimostrare alcune evidenze
sperimentali, sulla base delle sole leggi della meccanica classica e dell’elettromagnetismo classico
(basato sulle equazioni di Maxwell), e rappresenta, come la meccanica quantistica (ancora una
volta), uno dei momenti di elevata sintesi del pensiero fisico-matematico del ventesimo secolo. Nel
seguito saranno esposti, in maniera sintetica, i concetti basilari1 della “relatività ristretta”,
sottolineando l’importanza delle trasformate di Lorentz, ed analizzando le principali conseguenze
in ambito cinematico (oltre a quelle in ambito dinamico, con l’introduzione della massa
relativistica).

Introduzione. Verso la fine del 1800 si pensava che lo spazio fosse composto di etere e che i
corpi celesti (stelle, pianeti, comete, ecc.) che lo popolavano si muovessero attraverso l’etere senza
disturbarlo.
Questa supposizione tornava particolarmente comoda per spiegare il moto della luce nello
spazio, interpretato come propagazione delle vibrazioni dell’etere cosmico, con meccanismo
analogo a quello della propagazione delle onde sonore nell’aria. Si conosceva anche la velocità
della luce2 ( c ≅ 299792458 m ⋅ s −1 ) e le origini elettromagnetiche di essa (che le equazioni di
Maxwell avevano rivelato).
Ora, assumendo l’etere come stazionario e sede di un riferimento cartesiano assoluto (terna
fissa), se la terra si muoveva attraverso di esso senza interferirvi, secondo le leggi della meccanica
classica, la velocità della luce rispetto alla terra avrebbe dovuto dipendere dalla direzione di
propagazione (ad esempio, sarebbe dovuta essere pari a c + v per un raggio luminoso propagantesi
in direzione opposta al moto terrestre, c – v per la stessa direzione, c 2 − v 2 per direzione
perpendicolare al moto della terra; dove v indica la velocità di traslazione dovuta al moto di
rotazione terrestre). Naturalmente, la verifica di questo avrebbe costituito la prova dell’esistenza
dell’etere, che i sostenitori della teoria corpuscolare della luce ponevano in dubbio. Si escogitarono
perciò varie esperienze per questa verifica, e finalmente, nel 1881, gli americani Michelson e
Morley riuscirono a compiere una serie di accuratissimi esperimenti mediante i quali fu
assolutamente accertato che la velocità della luce rispetto alla terra era la stessa in tutte le direzioni.
Questo fatto suscitò grande sorpresa; si cominciò a dubitare della validità delle leggi della
meccanica classica, specialmente quando cadde anche l’ultima possibile ipotesi: che l’etere potesse
venir trascinato dalla terra nel suo moto; ciò infatti avrebbe comportato l’osservazione di tutta una
serie di fenomeni collaterali che non furono mai osservati.

Le trasformazioni di Galileo e di Lorentz. Come è noto, per compiere una trasformazione


di coordinate da un sistema ad un altro, occorre conoscere la velocità relativa dei due sistemi, se
essi sono inerziali (o, se non lo sono, occorre applicare i metodi della cinematica dei moti relativi);
in ogni caso, le trasformazioni di Galileo mostrano che un corpo non può avere la stessa velocità
rispetto a due osservatori solidali con terne di riferimento inerziali e in moto relativo uniforme. La
meccanica classica segue le trasformazioni di Galileo; se esse non sono più verificate, come nel
1
Si richiedono una buona conoscenza della meccanica classica, ed una certa dimestichezza con il calcolo differenziale
ed integrale per le funzioni di una variabile reale.
2
Il simbolo c, usato per indicare la velocità della luce, è l’iniziale della parola latina celeritas (velocità).
2

caso della luce, occorre cercarne altre che soddisfino le nuove esigenze (e che vedremo essere le
trasformate di Lorentz) ma, ovviamente, la meccanica classica cessa (o riduce) la sua validità.
Albert Einstein, nel 1905, risolse l’enigma aperto dalla esperienza di Michelson e Morley
postulando il suo principio di relatività, per il quale tutte le leggi della natura debbono restare le
stesse per tutti gli osservatori in moto traslazionale relativo uniforme tra di loro. Einstein assunse
anche l’invarianza della velocità della luce rispetto a tutti gli osservatori inerziali; ciò richiede che
il principio di relatività sia applicabile alle leggi dell’elettromagnetismo.
Le trasformazioni di Galileo, che permettevano di passare dalle coordinate ( x, y, z , t ) di un
sistema alle ( x' , y'
, z'
,t') di un altro sistema, con la condizione implicita t = t ', cessavano la loro
validità.
Vediamo ora come è possibile ottenere nuove trasformazioni aderendo al postulato
einsteiniano di invarianza della velocità della luce3.
Supponiamo di avere due osservatori in moto rettilineo uniforme (con velocità v) tra di loro
lungo l’asse XX '(vedi Fig. 1).

Assumeremo che t = t '= 0 quando O e O 'coincidono.


Supponiamo che per t = t '= 0 parta un raggio luminoso diretto verso il punto A. Quando il
raggio giungerà in A, l’osservatore in moto sarà in una posizione diversa da O. L’osservatore fisso
O potrà scrivere l’equazione:

(1) x 2 + y 2 + z 2 = c 2t 2 ,

mentre l’osservatore in moto, che vedrà raggiunto A dopo un tempo t ', (c è la stessa per i due
sistemi!) dovrà scrivere l’equazione:

(2) 2
x' + y'
2
+ z'
2
= c 2t '
2
.

3
Il postulato di invarianza della velocità della luce (nel vuoto) si riferisce, in realtà, all’invarianza della velocità di
propagazione di qualunque radiazione elettromagnetica.
3

Dobbiamo ora trovare le trasformazioni che legano le due equazioni. La simmetria del
problema ci dice che:

= y ; z '= z ;
y'

inoltre, dovendo essere x = vt per x'= 0 , e ogni ascissa x'necessariamente proporzionale alla
rispettiva ascissa x diminuita della quantità vt , potremo scrivere x'= k ( x − vt ) ; analogamente, il
tempo t ', che intuitivamente riconosciamo minore di t , sarà proporzionale al tempo t diminuito di
una quantità dipendente linearmente dalla ascissa x : infatti, maggiore è la velocità v (e quindi il
valore x nell’istante in cui il raggio luminoso raggiunge A) e minore, a parità di c, il tempo t '
(misurato da O') necessario a raggiungere A. Potremo scrivere quindi t ' = a(t − bx) ; dove k, a, b,
sono costanti la cui determinazione porta alle nuove trasformazioni. Naturalmente, per le
trasformazioni di Galileo k = a = 1 , e b = 0 .
Sostituendo x'e t 'nella (2) e ordinando secondo x 2 , y 2 , z 2 , si ottiene una equazione che
deve risultare identica alla (1); per questo occorre uguagliare i rispettivi coefficienti, e ciò conduce a
tre equazioni nelle tre incognite k, a, b. Risolvendole , otteniamo:

1 v
k =a= ; b= .
v2 c2
1−
c2

Le nuove trasformazioni, che discendono dall’aver postulato la costanza della velocità della
luce nei sistemi O ed O'sono quindi:

x − vt
x'= k ( x − vt ) =
v2
1−
c2
y '= y
(3) z '= z ;
vx
t−
t '= a (t − bx) = c2
v2
1− 2
c

Esse sono dette trasformate di Lorentz dal nome del fisico che le ottenne nel 1890 partendo
da problemi di elettromagnetismo.
Notiamo che, a causa del grande valore di c rispetto ai valori di v normalmente riscontrabili
v2 vx
sulla terra, i termini 2 e 2 sono trascurabili, per cui praticamente k ≅ 1 , b ≅ 0 e le
c c
trasformazioni di Lorentz coincidono con quelle di Galileo. Ciò però non avviene per corpi molto
veloci (particelle subatomiche); inoltre non deve sfuggire la profonda differenza concettuale delle
trasformazioni di Lorentz, che impongono la nuova nozione di tempo proprio per ciascun
riferimento inerziale.
4

Trasformazione delle velocità e delle accelerazioni. Vediamo come si applicano le


trasformazioni di Lorentz alle velocità e alle accelerazioni di un punto A nei sistemi di riferimento
O ed O'.
La velocità di A nel sistema O ha per componenti:

dx dy dz
(4) vx = , vy = , vz = .
dt dt dt

Allo stesso modo, la velocità di A nel sistema O'ha componenti:

dx' dy ' dz '


(5) x '=
v' y '=
, v' z '=
, v' .
dt ' dt ' dt '

Differenziando le (3) e facendo uso delle (4) otteniamo:

dx − vdt vx − v
dx'= = dt
2
v v2
1− 2 1− 2
c c
dy '= dy
(6) dz '= dz .
vdx vv
dt − 2 1 − 2x
dt '= c = c dt
2
v v2
1− 2 1− 2
c c

Sostituendo nelle (5) i differenziali (6) otteniamo quindi:

vx − v
x '=
v'
vv
1 − 2x
c
v2
vy 1 −
c2
(7) y '=
v' .
vvx
1−
c2
v2
vz 1 −
c2
z '=
v'
vvx
1−
c2

Le (7) permettono di conoscere le velocità di un corpo che appaiono a due osservatori


solidali con terne in moto tra loro traslazionale relativo uniforme lungo l’asse x. Se per semplicità
consideriamo un corpo muoventesi anch’esso solo lungo l’asse x con velocità V rispetto alla terna
fissa, le (7) divengono, essendo vx = V , v y = vz = 0 :
5

V −v
(8) x '= V '
v' = .
vV
1− 2
c

Verifichiamo se la (8) è compatibile con l’assunto einsteiniano che impone la medesima


velocità della luce c per i due osservatori O ed O'. Un segnale luminoso propagantesi lungo l’asse
x con velocità V = c rispetto all’osservatore fisso O risulterà avere rispetto ad O'una velocità pari
a:

c−v
(9) =
V' =c ;
vc
1− 2
c

quindi anche l’osservatore O'misura una velocità pari a c.


La (8) può essere risolta rispetto a V ottenendo:

+v
V'
(10) V= .
vV '
1+ 2
c

La (10) mostra che se V 'e v sono minori di c, anche V è minore di c; se, come caso limite,
avessimo V '= v = c , la (10) dà V = c .
Pertanto c è la massima velocità osservabile nell’universo; ciò risulta anche dalle (6) e (7)
ove è presente un fattore sotto radice che deve restare positivo.
Proponiamoci di ricavare le accelerazioni. La componente lungo l’asse x della accelerazione
rispetto ad O'risulta (ricordando la derivata di funzioni composte):

dv' dv'
x ' dt
x '=
a' = ⋅ .
x'
dt ' dt dt '

Derivando la prima delle (7) otteniamo, utilizzando le (6):

3
2
v 2
1−
c2
x '= a x
a' 3
;
vv
1 − 2x
c

e analogamente per le altre componenti.


Considerando un corpo in moto accelerato rispetto ad O con velocità iniziale inferiore a v,
nel momento in cui esso raggiunge v e resta per un istante in quiete rispetto ad O'avremo vx = v e
la equazione precedente dà:

ax
x '= = k 3a x ; per le altre componenti si trova: a '= 2 2
a' 3 y ' k a y ; a '=
z ' k az .
v2 2
1− 2
c
6

L’ultimo gruppo di equazioni mostrano che l’accelerazione del corpo non è la stessa rispetto
a due osservatori ( O ed O ') in moto relativo uniforme, a differenza delle trasformazioni di Galileo.
Ciò è dovuto, evidentemente, al fatto che il postulato einsteiniano richiede l’invarianza della
velocità della luce rispetto a tutti i riferimenti inerziali, cosa che impedisce l’invarianza della
accelerazione.

Conseguenze delle trasformazioni di Lorentz. Tra le più importanti conseguenze del


postulato einsteiniano dobbiamo annoverare il fatto che se due osservatori in moto relativo
uniforme misurano, ciascuno dal proprio sistema di riferimento, la lunghezza di un corpo o
l’intervallo di tempo tra due eventi, perverranno a risultati differenti; ciò è dovuto al fattore
1
k= presente nelle equazioni (3).
v2
1− 2
c
Analizziamo l’influenza sulle lunghezze. Si può definire lunghezza di un corpo la distanza
che intercorre tra le sue estremità. Ora, se il corpo è in moto rispetto all’osservatore che deve
misurare, è necessario che le posizioni delle estremità siano registrate simultaneamente.
Consideriamo un segmento a riposo rispetto all’osservatore O' di Fig. 1 e posto
parallelamente all’asse O'X '. Indicando con a, b gli estremi del segmento, la sua lunghezza
misurata da O'è L'= x' b − x'
a ; la simultaneità non è essenziale per O 'perché il segmento è a riposo

con esso, mentre invece è assolutamente indispensabile per O che vede il segmento in moto e che
deve misurare le coordinate xa ed xb delle estremità allo stesso tempo t. O misurerà una lunghezza L
pari a xb − xa . Applicando la prima delle (3) avremo per x'
a ed x':
b

xa − vt xb − vt
(11) a=
x' ; b=
x' .
v2 v2
1− 2 1− 2
c c

Nelle (11) lo stesso tempo t in ambedue le espressioni indica la simultaneità. Ora, sottraendo
membro a membro, otteniamo:

xb − xa v2
(12) b − x'
x' a= ovvero L = 1 − L'.
v2 c2
1−
c2

Ora, dato che il fattore sotto radice è minore dell’unità, la (12) mostra chiaramente che L è
minore di L'; cioè, un osservatore O che vede un corpo in movimento misura una lunghezza minore
che un osservatore O'rispetto al quale l’oggetto è a riposo: un corpo in moto appare più corto
(attenzione, perché non si tratta di un effetto ottico, ma di un effetto relativistico!). Questo fatto va
sotto il nome di contrazione delle lunghezze. Analizziamo ora cosa accade per gli intervalli di
tempo.
Si può definire intervallo di tempo il tempo compreso tra due eventi, intendendo per evento
un particolare ripetibile avvenimento che accade nello spazio in un dato punto e ad un dato tempo.
Consideriamo allora due eventi che accadono, nello stesso punto x', relativamente
all’osservatore O', ai tempi t' a e t'.
b L’intervallo di tempo intercorso tra i due eventi è T ' = t'
b −t '
a.

Ora, per un osservatore O rispetto al quale O'si muove con velocità v nella direzione degli X
positivi, l’intervallo di tempo è T = tb − ta . Per trovare la relazione tra T e T 'possiamo usare
7

l’ultima delle (3) in cui avremo esplicitato il tempo t e avremo sostituito la x col valore
analogamente esplicitato dalla prima delle (3). Otteniamo:

vx' vx'
a+
t' b+
t'
(13) ta = c2 ; tb = c2 .
v2 v2
1− 2 1− 2
c c

Abbiamo ricavato le (13), dette anche “Trasformate inverse di Lorentz”, allo scopo di poter
avere la stessa x'nelle due espressioni, cosicché possiamo scrivere, sottraendo membro a membro
le (13):

b −t '
t' T'
(14) tb − t a = a
ovvero T= .
2
v v2
1− 2 1− 2
c c

Ora, T 'è l’intervallo di tempo misurato da O'(in quiete rispetto a x', punto ove avvengono
i due eventi), mentre T è l’intervallo misurato da O rispetto al quale il punto x'è in moto quando
avvengono i due eventi, e rispetto al quale quindi i due eventi avvengono anche in due differenti
posizioni nello spazio; dato che il fattore sotto radice è minore di uno, T è maggiore di T '. Quindi
gli avvenimenti temporali appaiono più lunghi ad un osservatore in movimento che ad un
osservatore in quiete rispetto al luogo ove accadono: questo fatto va sotto il nome di dilatazione dei
tempi.

Dinamica relativistica. Il principio di relatività einsteiniano applicato alla dinamica impone


che tutte le leggi della dinamica debbono essere le stesse per tutti gli osservatori inerziali in moto
traslatorio relativo uniforme tra di loro. In questi appunti verificheremo l’asserto per la definizione
di forza e per il principio di conservazione dell’energia, analizzando le differenze con la meccanica
classica, e le nuove implicazioni.
Ricordiamo che dalle trasformazioni di Galileo ottenevamo che, dati due osservatori in moto
relativo uniforme (di velocità v ), se V e V 'erano le velocità di un corpo relativamente ad O ed O'
dv dV dV '
doveva valere V = V '+ v ; dato che v è costante si ha che = 0 e quindi = ovvero
dt dt dt
a = a ', cioè i due osservatori misuravano la stessa accelerazione, ed essendo F = ma ottenevamo
F = F '; ciò conduceva ad affermare che ambedue gli osservatori inerziali misuravano la stessa
forza agente sul corpo. Analogamente per la conservazione della quantità di moto: dette m1 e m2 ,
v1 e v2 , v'
1 e v'
2 le masse e le velocità di due corpi in moto con velocità v1 , v2 e v '
1 , v'
2 rispetto ad

O ed O'(tra loro in moto relativo di velocità v ) il principio di conservazione impone che:


m1 v1 + m2 v2 = cost. ed essendo per l’osservatore O', v' 1 = v1 − v e v '
2 = v2 − v , sostituendo

si ha: 1 + v ) + m2 (v '
m1 (v' 2 + v ) = cost. ovvero 1 + m2 v '
m1 v' 2 = cost. − ( m1 + m2 )v = cost. Cioè il
principio vale anche per l’osservatore O'(e solo se v è costante).
Vediamo come si modificano questi concetti tenendo conto dell’assunto relativistico. La
meccanica classica, nel definire la quantità di moto Q = mv , assume la massa come invariante (e
indipendente dalla velocità rispetto al sistema di riferimento). Orbene, i risultati di un gran numero
di esperienze fatte sulle particelle ad alta energia, sugli elettroni e protoni fortemente accelerati nei
8

moderni acceleratori, sui raggi cosmici, ecc, dimostrano irrefutabilmente che ciò non è vero. La
massa di una particella (e quindi di un corpo qualunque) rimane costante solo rispetto ad un
riferimento in quiete con la particella medesima; rispetto ad ogni altro riferimento, la massa dipende
dalla velocità che la particella ha rispetto ad esso. Si trova sperimentalmente che:

m0
m= = km0 ;
v2
1− 2
c

ove k è lo stesso fattore delle equazioni (3) e m0 è una costante, caratteristica di ciascuna particella,
detta massa a riposo, ed è il valore di m quando v = 0 , cioè quando la particella è in quiete con
l’osservatore.
Naturalmente, la variazione di massa con la velocità può divenire ragguardevole solo se la
velocità è molto alta. Ad esempio, per v = 0,5c la massa aumenta solo di circa il 15% .
La quantità di moto di una particella diviene, pertanto, rispetto a un osservatore fisso:

m0 v
Q = mv = = km0 v .
v2
1− 2
c

Come è possibile vedere, per v molto minore di c la quantità di moto relativistica coincide
con quella classica. Analogamente, l’espressione della forza diviene:

dQ d m0 v
(15) F= = .
dt dt v2
1− 2
c

Esaminiamo ora come diviene la (15) nel moto rettilineo, circolare uniforme, generalmente
curvilineo. Nel moto rettilineo non c’è variazione di direzione, per cui considerando solo la parte
scalare:

dv
m0
d m0v dt m dv
(16) F= 1
= 3
= 2
⋅ .
dt v dt
v2 2 v2 2 1− 2
1− 1− c
c2 c2

Come si vede, nella (16) non vale la F = ma classica.


Nel moto circolare uniforme c’è solo cambiamento di direzione, mentre la velocità rimane
costante in modulo, per cui la (15) diviene:

m0 dv d v v2
F= 1
⋅ ; ed essendo = (ove R è il raggio della circonferenza)
dt dt R
v2 2
1− 2
c
9

la grandezza della forza normale (o centripeta) diviene:

m0 v2 v2
(17) Fn = 1
⋅ =m .
2 R R
v 2
1−
c2

dv
Nel caso generale di moto curvilineo vario, essendo = aT (accelerazione tangenziale) e
dt
v2
= aN (accelerazione normale) le componenti della forza lungo la tangente e la normale alla
R
traiettoria si otterranno dalle (16) e (17):

m0 m
FT = 3
⋅ aT = 2
⋅ aT = k 2 maT ;
v
v2 2 1− 2
1− 2 c
c

m0
FN = 1
⋅ a N = maN .
2
v 2
1−
c2

Come si vede dalle equazioni precedenti e dalla Fig. 2, la forza non è parallela alla
accelerazione alle alte velocità, a differenza di quanto accade nella meccanica classica.

Inoltre, la componente tangenziale è sempre maggiore della componente normale: ciò perché
la forza normale cambia solo la direzione della velocità senza cambiare il suo modulo, e quindi
anche senza influenzare la massa della particella, mentre la forza tangenziale non solo cambia il
10

modulo della velocità, ma anche, di conseguenza, cambia, incrementandola, la massa della


particella.
Vediamo ora come è possibile ricavare l’energia cinetica di una particella utilizzando le
espressioni precedentemente ricavate.
Come è noto dalla meccanica classica il lavoro compiuto da una forza (tangenzialmente alla
sua traiettoria) su un corpo si trasforma in energia cinetica (teorema delle forze vive), per cui
potremo scrivere:

v v v v
d ds
T = FT ds = (mv)ds = d (mv) = vd (mv) .
0 0
dt 0
dt 0

Integrando per parti e usando la espressione della massa relativistica otteniamo:

v v v
m0v 2 m0vdv
T = vd (mv) = mv 2 − mvdv = − .
0 0 v2 0 v2
1− 2 1− 2
c c

v
Calcoliamo l’ultimo integrale, con la sostituzione di variabile: = t ; ( v = ct ; dv = cdt )
c

v v v

[ ]
v c 2 c c v
m0vdv m0c tdt tdt v2
= = m0c 2
= m0c 2
− d ( 1 − t ) = m0c − 1 − t
2 2 2 c
0 = m0c 1 − 1 − 2
2
.
0 v2 0 1− t2 0 1− t2 0
c
1− 2
c

Tornando all’espressione dell’energia cinetica:

v2
v
m0v 2 + m0c 2 1 −
m0v 2 m0vdv m0v 2 v2 c2 m0c 2
T= − = − m0c 1 − 1 − 2 = 2
− m0c =
2
− m0c 2 .
v 2
0 v2 v2 c v2
v 2
1− 1− 2 1− 2 1− 1−
c2 c c c2 c2

Esaminando il risultato soprascritto, vediamo che si può esprimere anche come:

(18) T = (m − m0 )c 2 (usando la massa relativistica m ) .

Ciò è di grande interesse: un guadagno in energia cinetica può essere espresso come
guadagno in massa , dipendendo questa dalla velocità. Questa interpretazione può essere estesa per
associare un cambiamento di massa ∆m ad ogni variazione di energia ∆E di un sistema, cioè:

(19) ∆E = (∆m)c 2 (la famosissima equazione di Einstein) .

Ad esempio, per la conservazione dell’energia in un sistema isolato dovrà essere


U A + TA = U B + TB = cost. ovvero TB − TA = U B − U A da cui per la (18):

U B − U A = (mB − mA )c 2
11

che mostra chiaramente come ogni cambiamento di energia interna (potenziale) di un sistema,
dovuta ad un suo riassestamento, può condurre praticamente ad un suo cambiamento di massa,
come risultato di un cambiamento della sua energia cinetica interna. Naturalmente, perché il
cambiamento di massa sia apprezzabile, il cambiamento di energia deve essere enorme (a causa del
fattore c 2 ): per questo nelle reazioni chimiche è impossibile apprezzarlo, mentre si osserva
chiaramente solo nelle reazioni (o interazioni) nucleari o nella fisica delle alte energie.
La (18) applicata ad una singola particella, si può scrivere: mc 2 = T + m0c 2 ; la grandezza
mc 2 viene normalmente chiamata energia totale della particella (ma non comprende la eventuale
energia potenziale), mentre la grandezza m0c 2 viene detta energia a riposo ed è l’energia estraibile
dalla annichilazione della massa della particella: l’energia nucleare delle esplosioni atomiche o dei
reattori nucleari è tratta di qui; ciò spiega l’enorme importanza delle teorie relativistiche per la
civiltà odierna.

La Relatività generale (cenni). I concetti che sono stati esposti sin qui, come già accennato
anche nella introduzione, fanno parte di quella teoria che Einstein chiamò relatività ristretta. In
effetti, anche se sono stati introdotti elementi concettuali completamente nuovi, le relazioni trovate
sono valide solo per i sistemi inerziali.
Per generalizzare la teoria ed estenderla anche ai sistemi in moto relativo accelerato,
Einstein lavorò lungamente, utilizzando formalismi matematici molto complessi. Il risultato di
questo lavoro è la teoria generale di relatività, che rappresenta uno dei massimi tentativi di sintesi di
descrizione del mondo fisico mai compiuti da essere umano. Dal punto di vista pratico la relatività
ristretta è sufficiente a coprire tutte le esigenze della tecnica derivanti dallo sfruttamento di
fenomeni microscopici nel campo della elettronica e della fisica nucleare, ed ha il pregio di ridursi
alla formulazione della meccanica classica a livello macroscopico, quando le velocità in gioco sono
assai lontane da quella della luce. Ma dal punto di vista generale e filosofico non era sufficiente.
In questi appunti non tratteremo esaurientemente la relatività generale. Ci limiteremo ad
accennare che essa viene oggi usata in tutti i problemi cosmologici e nell’astronomia, che fornisce
spiegazioni interessanti di numerosi fenomeni che la meccanica classica non poteva spiegare; che,
attraverso la definizione di un continuo tetradimensionale (spazio-temporale) in cui la presenza
della materia introduce una modifica delle qualità geometriche, elimina la necessità di considerare
separati i concetti di massa inerziale e di massa gravitazionale.
La relatività generale ha visto confermata la sua validità da numerose esperienze e
osservazioni, quali quelle compiute sull’orbita del pianeta Mercurio, che presentava una
inspiegabile precessione, nonché quelle sulla deviazione dei raggi luminosi in prossimità di enormi
masse (osservabili durante gli eclissi di sole), o quelle sullo spostamento delle righe spettrali verso
il rosso, che si nota per il sole o per le stelle. Tutte queste esperienze sono state previste e spiegate
dalla relatività generale.

BIBLIOGRAFIA

L. LOVITCH, S. ROSATI, Fisica Generale, Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 1996;


FACOLTÀ DI INGEGNERIA – PISA, Appunti dalle lezioni al Corso di Fisica 1° (Elettrotecnici
ed Elettronici), Centro 2P, Firenze, 1982.