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In Nome di Dio,

Clemente e misericordioso

L’Analisi di
Il Nome della Rosa
da
Umberto Eco

Prof. M.H. Ramezan Kiaei


Ricercatori: Alireza Kari
Mahya Nouri
Codice

Titolo: Il nome della Rosa

Autore: Umberto Eco

1ª ed. originale: Edito per la prima volta da Bompiani nel 1980

Genere: romanzo

Sottogenere: giallo, storico, filosofico

SCHEDA BIOGRAFICA DI UMBERTO ECO

 Professione: semiologo, filosofo e scrittore

 Nascita: 5 gennaio 1932, Alessandria

 Decesso: 19 febbraio 2016, Milano

 Coniuge: Renata Ramge (s. 1962-2016)

 Opere più Celebri: Il nome della rosa, Il pendolo di Focault, Numero Zero, Baudolino, Il
cimitero di Praga

Breve biografia di Eco

Nacque ad Alessandria nel 1932 , professore di semiotica e presidente della Scuola Superiore di Studi
Umanistici presso l'università di Bologna. Negli anni 60 fu tra i primi intellettuali a studiare un
metodo critico i prodotti della cultura di massa: narrativa di consumo , fumetti , musica popolare,
programmi televisivi. Importanti le analisi da lui svolte in Opere aperta , diario minimo e Apocalittici
e integrati . Studioso di vasti interessi , in campo filosofico di è dedicato particolarmente alla
semiotica , la scienza universale dei segni applicabile a tutti i fenomeni culturali. Inoltre Eco scrisse
molte opere di saggistica basati sul tema della riflessione dell'uomo. Studio in maniera particolare il
ruolo che aveva assunto la televisione all'interno dell'industria cultura. Egli introduce la distinzione tra
paleo televisione ( vecchia tv ) e neo televisione (nuova tv) , in riferimento alla televisione italiana ma
in generale all'evoluzione del mezzo televisivo.

La paleo televisione è la Tv dell'origini : essa si caratterizza per mezzi tecnici modesti e un palinsesto
limitato sia qualitativamente sia quantitativamente perché le immagini sono in bianco in ero e le ore di
trasmissione sono contenuti e i programmi si basano alla cultura , informazione e divertimento.
Nella neo televisione si assiste a un radicale stravolgimento di questo assetto : si dilata la giornata
televisiva , con un flusso di programmi che coprono le 24 ore ; i 3 generi di informazione si riducono
ad un solo , un misto di informazione e divertimento , chiamato dagli studiosi infotainment (
information + entertaiment). La neo televisione parla di stessa, per esempio , i partecipanti a molte
trasmissioni non hanno spesso un 'identità al di fuori da quella che ti conferisce la TV. Nella neo
televisione , sia nella pubblica sia nella privata, fonte di risorsa economica è la pubblicità con spot ,
televendite. Inoltre Eco fece una distinzione tra apocalittici e integrati . Gli apocalittici sono quegli
intellettuali per nulla disposti a venire a patti con la cultura di massa. L'intellettuale apocalittico
disprezza lettura poco impegnate, i programmi televisivi , e non accetta l'idea che la cultura sia un
sapere di tutti. Gli integrati sono convinti che la civiltà di massa consenta un allargamento della base
sociale della cultura e che produca un sapere che è universale , condivisibile da tutti i membri della
società.

Personaggi:

Protagonisti

 Guglielmo da Baskerville, frate francescano, già inquisitore, si reca al monastero in cui si


svolge la vicenda dietro richiesta dell'imperatore, in qualità di mediatore fra il papato,
l'Impero e l'ordine francescano nell'ambito di un incontro che si terrà nell'abbazia. Guglielmo
ricorda in maniera palese il filosofo francescano inglese Guglielmo di Ockham, maestro
del metodo induttivo; peraltro, nelle citazioni l'autore inventa una fittizia discendenza
discepolare di Guglielmo da Ruggero Bacone, anch'egli filosofo d'Oltremanica del XIII
secolo. Inoltre per il suo aspetto fisico e acume si rifà al noto personaggio Sherlock Holmes di
sir Arthur Conan Doyle, somiglianza rafforzata dalla stessa origine di Guglielmo, che
richiama uno dei racconti più famosi dell'investigatore inglese: Il mastino dei Baskerville.

 Adso da Melk, novizio benedettino al seguito di Guglielmo, è la voce narrante della storia.
Come il maestro ricorda Sherlock Holmes, così Adso richiama nel nome e nel rango il suo
assistente dottor Watson. Entrambi inoltre sono narratori in prima persona dei fatti loro
accaduti. La sua figura è correlata a quella del monaco effettivamente esistito Adso da
Montier-en-Der.

Monaci dell'Abbazia

 Abbone da Fossanova, abate del monastero; è l'unico, insieme al bibliotecario, al suo aiutante
e a padre Jorge da Burgos, a conoscere i segreti della biblioteca.

 Jorge da Burgos, anziano cieco, profondo conoscitore dei segreti del monastero e in passato
bibliotecario. Il personaggio appare una riuscita caricatura di Jorge Luis Borges: ciò non
soltanto per la comune cecità e per l'evidente assonanza dei nomi, ma anche per la diretta
discendenza borgesiana dell'immagine della biblioteca come specchio del mondo e persino
della planimetria poligonale con cui la biblioteca dell'abbazia è disegnata, che si ispira al
racconto La biblioteca di Babele.

 Adelmo da Otranto, miniatore e primo morto.

 Alinardo da Grottaferrata, il più anziano dei monaci e per il suo comportamento considerato
da tutti affetto da demenza senile ma si rivela utile alla risoluzione della vicenda.

 Bencio da Uppsala, giovane scandinavo trascrittore di testi di retorica e nuovo aiuto-


bibliotecario.

 Berengario da Arundel, aiuto bibliotecario dell'abbazia.

 Venanzio da Salvemec, traduttore dal greco e dall'arabo, conoscitore dell'antica Grecia e


devoto di Aristotele.

 Malachia da Hildesheim, bibliotecario.


 Remigio da Varagine, cellario ex-dolciniano. Il suo nome può essere ricondotto al frate
domenicano (poi arcivescovo di Genova) Jacopo da Varazze, scrittore in latino, che deve la
sua fama ad una raccolta di vite di santi, tra le quali spicca la Legenda Aurea, una versione
della Leggenda della Vera Croce, ripresa tra l'altro anche da Piero della Francesca per il
suo ciclo di affreschi in San Francesco ad Arezzo.

 Salvatore, ex-dolciniano, amico di Remigio; parla una lingua mista di latino e volgare. Il suo
grido "Penitenziagite!", con cui accoglie i nuovi venuti all'abbazia, rimanda alle lotte intestine
della chiesa medievale, tra i vescovi cattolici e il movimento degli spirituali, portato avanti
dai seguaci di fra' Dolcino da Novara. La parola "Penitenziagite" è una contrazione della
locuzione latina "Paenitentiam agite" ("fate la Penitenza"), frase con cui i dolciniani
ammonivano il popolo al loro passaggio.

 Severino da Sant'Emmerano, erborista.

 Nicola da Morimondo, vetraio.

 Aymaro da Alessandria, trascrittore italiano.

Trama

Nel prologo, l'autore racconta di aver letto durante un soggiorno all'estero il manoscritto di un monaco
benedettino riguardante una misteriosa vicenda svoltasi in età medievale in un'abbazia sulle Alpi
piemontesi. Rapito dalla lettura, egli inizia a quel punto a tradurlo su qualche quaderno di appunti
prima di interrompere i rapporti con la persona che gli aveva messo il manoscritto tra le mani. Dopo
aver ricostruito la ricerca bibliografica che lo portò a recuperare alcune conferme, oltre alle parti
mancanti del testo, l'autore passa quindi a narrare la vicenda di Adso da Melk.

È la fine di novembre del 1327. Guglielmo da Baskerville, un frate francescano inglese, e Adso da
Melk, suo allievo, si recano in un monastero benedettino di regola cluniacense sperduto sui monti
dell'Italia settentrionale. Questo monastero sarà sede di un delicato convegno che vedrà protagonisti
i francescani — sostenitori delle tesi pauperistiche e alleati dell'imperatore Ludovico — e i delegati
della curia papale di Papa Giovanni XXII, insediata a quei tempi ad Avignone. I due religiosi
(Guglielmo è francescano e inquisitore "pentito", il suo discepolo Adso è un novizio benedettino) si
stanno recando in questo luogo perché Guglielmo è stato incaricato dall'imperatore di partecipare al
congresso quale sostenitore delle tesi pauperistiche. Allo stesso tempo, l'abate, timoroso che l'arrivo
della delegazione avignonese possa ridimensionare la propria giurisdizione sull'abbazia e preoccupato
che l'inspiegabile morte del giovane confratello Adelmo durante una bufera di neve possa far saltare i
lavori del convegno e far ricadere la colpa su di lui, decide di confidare nelle capacità inquisitorie di
Guglielmo affinché faccia luce sul tragico omicidio, cui i monaci tra l'altro attribuiscono misteriose
cause soprannaturali. Nel monastero circolano infatti numerose credenze circa la venuta
dell'Anticristo.

Nonostante la quasi totale libertà di movimento concessa all'ex inquisitore, altre morti violente si
susseguono: quella di Venanzio, giovane monaco traduttore dal greco e amico di Adelmo, e quella di
Berengario, aiutante bibliotecario alle cui invereconde profferte carnali aveva ceduto il giovane
Adelmo. Anche altri monaci troveranno la morte nell'abbazia, mentre i delegati del
papa disputano con i francescani delegati dall'imperatore sul tema della povertà della Chiesa cattolica.
Guglielmo a un certo punto scopre che le morti sono tutte riconducibili a un manoscritto greco
custodito gelosamente nella biblioteca, vanto del monastero (costruita come un intricato labirinto a cui
hanno accesso solo il bibliotecario e il suo aiutante). Nel monastero sono presenti anche due ex
appartenenti alla setta dei dolciniani: il cellario Remigio da Varagine e il suo amico Salvatore, che
parla una strana lingua fatta da un mix di latino, spagnolo, italiano, francese, inglese. Remigio
intrattiene un commercio illecito con una povera fanciulla del luogo, che in cambio di favori sessuali
riceve cibo dal cellario. Anche il giovane Adso, una sera, per una serie di circostanze, fa la
conoscenza della ragazza e scopre così i piaceri dei sensi; Guglielmo, dopo averlo scoperto, gli dice
che il fatto non dovrà più ripetersi, ma anche che non si tratta di un peccato così grave.

La situazione è complicata dall'arrivo dell'inquisitore Bernardo Gui, che trova la fanciulla insieme a
Salvatore e prende spunto dalla presenza di un gallo nero, che la ragazza affamata avrebbe voluto
mangiare, per accusarli di essere cultori di riti satanici e responsabili delle misteriose morti. Dopo
esser riuscito a ottenere una confessione dal povero Salvatore, che ammette il suo passato di
dolciniano, Bernardo Gui processa e condanna fra' Remigio, Salvatore e la fanciulla, dichiarandoli
colpevoli delle morti avvenute nel monastero.

In un'atmosfera inquietante, alternando lunghe digressioni storico-filosofiche, ragionamenti


investigatori e scene d'azione, Guglielmo e Adso si avvicinano alla verità penetrando nel labirinto
della biblioteca e scoprendo il luogo dove è custodito il manoscritto fatale (l'ultima copia rimasta del
secondo libro della Poetica di Aristotele), che tratta della commedia e del riso, e scoprono che le
pagine del libro sono avvelenate in modo da uccidere chi lo sfoglia. Alla fine, il venerabile Jorge,
dopo la morte del bibliotecario Malachia, tenta di uccidere Guglielmo offrendogli il manoscritto dalle
pagine avvelenate. Guglielmo però lo sfoglia con le mani protette da un guanto, e allora il vecchio
monaco, in un eccesso di fanatico fervore, divora le pagine avvelenate del testo in modo che più
nessuno possa leggerle. Mentre Guglielmo e Adso tentano di fermarlo, Jorge provoca un incendio che
nessuno riuscirà a domare e che inghiottirà nel fuoco l'intera abbazia. Adso e il suo maestro partiranno
infine da quelle macerie, in cui il giovane tornerà anni dopo, trovando la solitudine più totale, in
quello stesso luogo che era stato teatro di omicidi e intrighi, veleni e scoperte.

Titolo:

Il titolo provvisorio del libro, durante la stesura, era L'abbazia del delitto. Successivamente Eco valutò
anche il titolo Adso da Melk, ma poi considerò che nella letteratura italiana, a differenza di
quella inglese, i libri aventi per titolo il nome del protagonista non hanno mai avuto fortuna. Infine si
decise per Il nome della rosa, perché a chiunque chiedesse, "diceva che Il nome della rosa era il più
bello".

La scelta del titolo richiama inoltre il motto nominalista tratto dal De contemptu mundi di Bernardo
Cluniacense, che chiude il romanzo: "Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus" ("La rosa
primigenia [ormai] esiste [soltanto] in quanto nome: noi possediamo nudi nomi") — nel senso che,
come sostenuto dai nominalisti, l'universale non possiede realtà ontologica ma si riduce ad un mero
nome, ad un fatto linguistico. Il titolo inoltre rimanda implicitamente ad alcuni dei temi centrali
dell'opera: la frase "Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus" ricorda anche il fatto che di tutte
le cose alla fine non resta che un puro nome, un segno, un ricordo. Così è per la biblioteca e i suoi
libri distrutti dal fuoco, ad esempio, e per tutto un mondo, quello conosciuto dal giovane Adso,
destinato a scomparire nel tempo. Ma in realtà tutta la vicenda narrata è un continuo ricercare segni,
"libri che parlano di altri libri", come suggerisce lo stesso Eco nelle Postille al Nome della rosa, le
parole e i "nomi" attorno a cui ruota tutto il complesso di indagini, lotte, rapporti di forza, conflitti
politici e culturali.

In un articolo pubblicato da Griseldaonline, una rivista scientifica dell'Università di Bologna, si


sostiene che molti elementi del Nome della rosa provengano in maniera deliberata dalle opere
di Leonardo Sciascia. Tra questi, il titolo ricalcherebbe un'espressione utilizzata dallo scrittore
siciliano in Nero su nero, una raccolta di scritti pubblicata nel 1979, un anno prima dell'uscita
del Nome della rosa.

Critica:

Nonostante gli apprezzamenti e il suo successo editoriale, Eco lo considera un libro sopravvalutato e
si dispiace che i lettori vi siano così affezionati, quando gli altri suoi romanzi sono, a suo dire,
migliori:

«Io odio questo libro e spero che anche voi lo odiate. Di romanzi ne ho scritti sei, gli ultimi cinque
sono naturalmente i migliori, ma per la legge di Gresham, quello che rimane più famoso è sempre il
primo.»

La stampa italiana e internazionale, invece, accolse con grande entusiasmo Il nome della rosa e molti
critici scrissero parole d'elogio per l'opera di Eco.

«Il libro più intelligente — ma anche il più divertente — di questi ultimi anni.»

(Lars Gustafsson, Der Spiegel)

«Il libro è così ricco che permette tutti i livelli di lettura... Eco, ancora bravo!»

(Robert Maggiori, Libération)

«Brio ed ironia. Eco è andato a scuola dai migliori modelli.»

(Richard Ellmann, The New York Review of Books)

«Quando Baskerville e Adso entrarono nella stanza murata allo scoccare della mezzanotte e all'ultima
parola del capitolo, ho sentito, anche se è fuori moda, un caratteristico sobbalzo al cuore.»

(Nicholas Shrimpton, The Sunday Times)

«Nel filone dei racconti filosofici di Voltaire.»

(L'Express)

«È riuscito a scrivere un libro che si legge tutto d'un fiato, accattivante, comico, inatteso...»

(Mario Fusco, Le Monde)

«Mi rallegro e tutto il mondo delle lettere si rallegrerà con me, che si possa diventare bestseller contro
i pronostici cibernetici, e che un'opera di letteratura genuina possa soppiantare il ciarpame... L'alta
qualità e il successo non si escludono a vicenda.»
(Anthony Burgess, The Observer)

«L'impulso narrativo che guida il racconto è irresistibile.»

(Franco Ferrucci, The New York Times Book Review)

«Benché non corrisponda ad alcun genere (logicamente non può, deve essere a-generico) è
meravigliosamente interessante.»

(Frank Kermode, The London Review of Books)

Non sono mancate tuttavia ovvie voci più critiche in ambito cattolico, in particolare riguardo
l'attendibilità storica del romanzo e la relativa rappresentazione del cattolicesimo medievale:

«[...] presentazione prima letteraria e poi cinematografica di un Medioevo falsificato ed elevato a


"simbolo ideologico"; i temi della più trita polemica anticattolica di sempre, il cui scopo "positivo" si
compendia nell'apologia della modernità come carattere specifico del mondo contemporaneo.»

(Massimo Introvigne, Cristianità n. 15, febbraio 1987)

«Mini-museo antireligioso posto dall'altra parte di una cortina di ferro sempre presente.»

(Régine Pernoud, 30 Giorni, gennaio 1987)

«[...] un romanzo bello e falso come Il Nome della Rosa, che in materia di Medioevo esprime
un’attendibilità storica inferiore ai fumetti di Asterix e Obelix.»

(Mario Palmaro, La Bussola Quotidiana, settembre 2011)