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Marco Almagisti

Il modello neo-repubblicano: le
origini concettuali
Il sestante

Nell’ultimo quarto di secolo, i contributi di numerosi studiosi hanno dato forma


ad una sorta di modello che è stato definito neo-repubblicano, una formula che
contiene al proprio interno analisi eterogenee di autori che possono essere acco-
munati dal grande rilievo riconosciuto all’evoluzione dei concetti politici e dal-
l’intenzione di ridiscutere, per tale via, alcuni presupposti tradizionali della storia
delle dottrine politiche: “a partire da The Machiavellian Moment di John Pocock 1
Con l’espressione,
e continuando con Quentin Skinner e Philip Pettit, [essi] sviluppano la convin- non certo originale
zione che Roma antica sia stata l’iniziatrice di una filosofia politica, indipendente nella storia del pensie-
da quella dei Greci, che ha avuto tra i continuatori più rilevanti: la Repubblica di ro, “Scuola di
Cambridge” si intende
Firenze, prima del ritorno dei Medici; molti avversari della corona inglese prima fare riferimento, in
della Gloriosa Rivoluzione; molti teorici della Rivoluzione Americana, compreso questa sede, agli stori-
Madison; molti avversari del regime prima della Rivoluzione Francese” (Gangemi ci contestualisti con-
2001, 107). temporanei e cioè,
In particolare, Pocock e Skinner sono stati, dalla seconda metà degli anni essenzialmente, a
Pocock e Skinner.
Sessanta, parte di un movimento di studiosi (sviluppatosi in origine a Cambridge)
“intenzionati a rimodellare la storia del pensiero politico, presentandola come 2
Il contesto rappresen-
storia del linguaggio e del discorso politico” (Pocock 1980, 17)1. ta, sotto questo profilo,
La scelta degli elementi da valorizzare, operazione indispensabile quando si un costrutto metafisi-
richiama una tradizione di pensiero vasta e complessa, presuppone di soffermar- co. Esso non può coin-
cidere fra il soggetto
si, in questa sede, su due questioni intrinsecamente legate: la partecipazione poli- che agisce e il soggetto
tica diffusa e la legittimazione del conflitto, che rendono peculiare la tradizione che ricostruisce gli
repubblicana (e in particolare il contributo di Machiavelli). La successione degli accadimenti ex-post.
argomenti che tratteremo può essere così sintetizzata: 1) La riscoperta del lin- In altri termini, non
guaggio repubblicano; 2) Il concetto di virtù nel Principe; 3) il concetto di virtù vi può essere coinci-
denza fra il contesto
nei Discorsi (virtù repubblicana); 4) il confronto con la teoria politica di Hobbes; in cui operava
5) la rilettura di Vico e la fecondità attuale del pensiero repubblicano. Machiavelli e quello
Un’indagine che non potrà che risultare parziale e sommaria, data la vastità degli ricostruito più di
argomenti considerati, in particolare nella ricostruzione effettuata da Pocock quattro secoli dopo da
(1980), davvero straordinaria per la complessità dei temi affrontati e per la pro- Pocock e Skinner.
Consapevolezza (della
fondità dell’analisi condotta. Inoltre, si deve considerare un limite fondamentale fallace inseità del
di questi approcci “contestualisti” che consiste nella determinazione a ricostruire “nostro” Machiavelli)
il contesto effettivo in cui si è sviluppata una particolare linea di pensiero (com- che deve essere anco-
prendere il “Machiavelli in sé”), senza avvertire il peso che, su di sé, grava in virtù ra maggiore in chi,
della consapevolezza stessa delle conseguenze politiche che sono scaturite dagli come noi, effettua
delle ricostruzioni di
accadimenti verificatisi in quel contesto.2 “secondo grado”.

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L’epoca di transizio- La riscoperta del linguaggio repubblicano
ne dal policentrismo
comunale al progressi-
vo insediarsi della Considerando queste premesse, interrogare il pensiero repubblicano significa, in
sovranità statuale è primo luogo, ripercorrere la storia del suo linguaggio, ossia della retorica della
riassumibile da un’effi- “vita activa” e del “vivere civile” (quella particolare concezione della libertà intesa
cace metafora di
Alberto Tenenti: “La
come partecipazione politica responsabile al governo repubblicano), a fianco dei
fase che va dal 1250 al linguaggi coevi – considerati anch’essi come veicoli del pensiero politico – deri-
1350 rappresenta per vanti dalla giurisprudenza successiva all’età dei glossatori e dalle dispute scolasti-
lo Stato qualcosa di che.
simile a quella degl’in-
cunaboli per l’editoria: L’arco temporale considerato coincide, sostanzialmente, con il processo median-
un innegabile momen- te il quale si viene formando il concetto moderno di Stato: la rinascita delle città
to di gestazione ed dopo l’anno Mille, l’esperienza delle città-repubblica dell’Italia settentrionale (de
articolazione” jure vassalle del Sacro Romano Impero, ma de facto dotate di un elevato grado di
(Tenenti 1997, 54).
Una fase innovativa indipendenza) all’interno della quale Firenze, sin dall’inizio del Trecento, si erge
preparata nelle come la “principale paladina delle libertà repubblicane” (Skinner 1989, 51), la crisi
Università, con la di tale esperienza, consustanziale alla produzione di una compiuta ideologia
riscoperta del diritto repubblicana.3
romano e del Corpus
iuris civilis di Alla rarefazione dei concetti astratti sul terreno della politica, che caratterizza l’e-
Giustiniano, prima a poca che intercorre fra la Patristica e il XIII secolo,4 fa riscontro una significativa
Bologna (con Irnerio e ripoliticizzazione del bonum comune nell’esperienza comunale. In tale contesto
Pepo), poi a Parigi, ricompare il concetto latino di civitas; “ma, quando, in Europa, la genesi di ordi-
Oxford, Padova,
Pavia, Siena e Firenze namenti territoriali di grandi dimensioni, che non potevano più essere ricondot-
e successivamente svi- ti ad un centro urbano e al suo contado, rese manifesta l’inadeguatezza del ter-
luppata dal confronto mine; la parola Stato, ricavata isolando la componente “struttural-istituzionale”
fra giuristi post-glossa-
tori di formazione sco-
dell’espressione status rei publlicae, prese il sopravvento e finì, sia pur gradual-
lastica e retori di for- mente, per imporsi” (Portinaro 1999, 33).
mazione umanistica. Risulta interessante notare la discrepanza che si verifica, nella loro comparsa, fra
4
la “parola” e la “cosa”: il termine status incomincia a circolare nel linguaggio poli-
Il collasso dell’espe-
rienza romana oscu- tico in una fase in cui “il referente non è ancora un’organizzazione centralizzata
ra anche i riferimenti né un’impresa istituzionale di tipo razionale, né un gruppo politico riconosciuto
alla polis; nel linguag- legittimo” (Portinaro 1999, 31). Tuttavia, già dai primi decenni del Trecento, al
gio politico medievale termine status vengono collegati attributi abbastanza definiti: stabilità, durata,
compaiono termini
come rex e regnum, compattezza.5
ma raramente ci si Attributi che acquisiscono grande rilevanza nel contesto storico drammatico che
riferisce ad un’idea di investe Firenze nel “momento machiavelliano”, in cui la forma politica della
bonum comune utiliz- repubblica è posta di fronte alla propria limitatezza temporale, a causa di eventi
zando l’espressione
res publica. Come sot- “reputati di per sé eversivi di qualsiasi tipo di ordinamento mondano che preten-
tolineano Ullmann desse di avere una sua stabilità nella storia” (Pocock 1980, 8): la sconfitta della
(1982), Skinner (1989) repubblica nel 1512 e il rientro dei Medici dopo diciotto anni di esilio, un’altra
e Panebianco (1993), breve esperienza di autogoverno nel 1527-30 ed un nuovo inesorabile declino
per tale ripoliticizzaz-
zione del bonum delle libertà repubblicane che conduce Firenze ad essere calpestata da eserciti
comune risulterà stranieri e, dal 1532, alla Signoria perpetua dei Medici, da cui origina il
essenziale la rilettura Granducato di Toscana.
delle riflessioni politi-
che costantinopolita-
Secondo Pocock, i retaggi di tali vicende contribuiscono all’elaborazione di una
ne. riflessione politica “che costituisce parte del cammino percorso dal pensiero occi-
5
dentale nel giungere dalla concezione cristiana del Medioevo a quella storicista
Che lo Stato si distin- dell’età moderna (…). Il prodotto finale dell’esperienza fiorentina fu una socio-

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logia della libertà, quanto mai elaborata ed affascinante, che Firenze passò in gua dalle forme politi-
retaggio all’illuminismo europeo e alle rivoluzioni d’Inghilterra e d’America” che pregresse per il
fatto di affontare
(Pocock 1980, 9 e 207). meglio la contingenza
In coerenza con tale ipotesi continuista che sorregge l’opera di Pocock, l’intro- è convinzione di deci-
duzione all’edizione italiana del 1980 è incentrata sulla polemica con l’imposta- sionisti come Schmitt
(1972) e Miglio (1988).
zione dei neo-aristotelici, che “limita la storia della filosofia all’affermazione di una A quest’ultimo si deve
dottrina classica del diritto naturale e al sovvertimento di tale dottrina operato la precisa etimologia
dall’individualismo e dallo storicismo moderni” (Pocock 1980, 22). del termine in questio-
Mentre la concezione neo-aristotelica (à la Leo Strauss, à la Eric Voegelin) riduce ne che risale alla radi-
ce indogermanica sta,
Machiavelli a semplice precursore di Hobbes nell’opera di frantumazione dell’or- da cui discendono
dine naturale della società e nella “consegna” dell’individuo, confinato nel pro- svariati concetti di
prio isolamento competitivo, alla “sovranità manipolatrice di qualche principe” natura istituzionale e
(Pocock, 1980, p. 23), Pocock sostiene, che il concetto repubblicano di virtù sia che richiama i signifi-
cati, al contempo, di
utilizzato, nel Sei-Settecento proprio per “costruire una critica alle emergenti ten- stare (stehen) e di
denze individualistiche e liberistiche della società commerciale” (Pocock 1980, porre (stellen).
23). 6
In questo senso, se è lecito cercare di “contestualizzare storicamente” le analisi La versione america-
na dell’ideologia
articolate dagli storici contestualisti, possiamo affermare che, in gran parte, il loro repubblicana derive-
contributo risulta arricchito dalla considerazione dei relativi bersagli polemici: in rebbe dalla retorica
particolare, appare evidente l’intenzione di Pocock di presentare il modello dell’opposizione, nel
repubblicano in sostanziale contrasto rispetto alla concezione della storia del pen- Parlamento inglese e
siero politico (e alle interpretazioni della Rivoluzione americana) propria di quan- nelle colonie, al regi-
me whig, sotto il regno
ti ritengono l’individualismo liberale ideologicamente egemone, sin dagli albori di Anna, Giorgio I e
del moderno (ciò spiega l’imponente tentativo pocockiano di rilettura del patri- Giorgio II e continue-
monio aristotelico all’interno delle categorie repubblicane). rebbe a permeare,
L’intero volume secondo dell’opera di Pocock è dedicato allo studio del “momen- secondo Pocock, alcu-
to machiavelliano” nel pensiero inglese e americano dell’età moderna, al fine di ne categorie interpre-
tative della condotta
dimostrare come la tradizione politica anglofona sia portatrice di concetti repub- politica di un Paese,
blicani almeno quanto di concetti costituzionalisti (lockiani), al punto che la quello americano, che
Rivoluzione americana viene considerata come l’ultimo grande atto dell’umanesi- non ha conosciuto le
mo civile del Rinascimento.6 esperienze “delle rivo-
Si tratta di una questione centrale per tutti gli studi che si prefiggono di appro- luzioni e della costru-
zione dello Stato pro-
fondire la conoscenza del repubblicanesimo e attraversa anche i dibattiti che con- prie dell’Europa
trappongono individualisti e comunitaristi: se il “momento machiavelliano” non è moderna” (Pocock,
altro che una tappa che avvicina al Leviatano, allora non è da una sua rivalutazio- 1980, p. 65).
ne che possono essere messe in dubbio le letture egemoni circa la genesi del libe-
ralismo moderno e la riduzione della storia delle dottrine politiche alla contrap-
posizione dicotomica, sostenuta da McYntire, fra individualismo liberale e varie
forme di aristotelismo.
L’ipotesi continuista è messa in dubbio da Skinner, la cui opera deve essere inter-
pretata considerandone l’obiettivo polemico essenzialmente costituito dalle teo-
rie comunitariste, come quelle di McYntire, da cui scaturisce la volontà di Skinner
di presentare il repubblicanesimo come fondato su una particolare forma di liber-
tà negativa (Berlin 1994), meritevole di essere distinta dalla dottrina liberale clas-
sica. Questa contrapposizione contribuisce a spiegare l’importanza riconosciuta
da Skinner, anziché ai retaggi aristotelici, ad autori romani come Cicerone e
Sallustio nella genesi del pensiero repubblicano (che, in questa accezione, è stato

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Sulla concezione anche, coerentemente, definito “teoria neo-romana).7
della libertà repubbli- Indubbiamente nel pensiero repubblicano sono presenti elementi di lacerazione
cana come libertà
negativa non concor- rispetto alle concezioni pregresse, come è disposto a riconoscere anche Pocock,
da un autore come in quanto esso accelera quel processo di considerazione del politico come dimen-
Pettit (2000) che pure sione distinta rispetto ad una destinazione di senso trascendente ed indisponibi-
risulta profondamente le: il “vivere civile” repubblicano è già altro rispetto alla concezione medievale di
debitore rispetto all’a- una comunità “che resti ligia a comportamenti consuetudinari, situata in qualche
nalisi di Skinner.
Pettit afferma esplici- parte dell’ordine eterno” (Pocock 1980, 147). La forma politica viene distinta dal-
tamente di considera- l’ordine presunto-naturale della gerarchia tradizionale: “la repubblica non era
re il modello repubbli- atemporale, proprio perché non rispecchiava, in virtù di una mera corrisponden-
cano come una sorta za, l’ordine eterno della natura (…). Dunque, il dare valore alla repubblica equi-
di “terza via” rispetto vale a spezzare la continuità atemporale dell’universo gerarchico in tanti momen-
alla contrapposizione
fra individualismo e ti particolari e cioè in quei periodi della storia in cui erano esistite delle repubbli-
comunitarismo, tenta- che e che erano degni d’attenzione” (Pocock 1980, 154--55) da un lato, e, dall’al-
tivo teorico condotto, tro, in periodi in cui le repubbliche erano sopraffatte da altre forme di dominio,
in Italia, anche da periodi cui viene attribuito un giudizio di valore negativo.
Viroli (1999) e che ha La concezione della storia propria al pensiero repubblicano si caratterizza, per-
contribuito a modifi-
care l’originaria tanto, dalla presenza di giudizi di valore relativi all’analisi delle forme di governo.
impostazione dello Questo è il motivo che induce Pocock e Skinner a soffermarsi sull’analisi machia-
stesso Skinner. Per velliana delle forme di governo e sulla riflessione, connessa, circa la virtù.
approfondimenti si
rimanda all’interes- La virtù del Principe
sante introduzione al
libro di Pettit effettua-
ta da Marco Geuna. Un’opinione molto diffusa attribuisce al segretario fiorentino un primo discorso
organico ed articolato sullo Stato (Portinaro 1999, 35), in virtù del celebre incipit
del Principe in cui “stati” e “domini” sono utilizzati come genere astratto rispetto
8
In realtà, Skinner dimo- alla specie “principato” e “repubblica”.8
stra come Machiavelli Alla luce della propria predilezione per la storia della repubblica romana, rispetto
non formuli una dottrina alla polis greca, Machiavelli riduce la tipologia delle forme di governo dalla tripar-
della “ragion di Stato”
(espressione che non figu- tizione aristotelico-polibiana (riesumata alla fine del XII secolo) ad una bipartizio-
ra mai nei suoi scritti), a ne: principato (governo di uno) e repubblica (governo di molti). La tripartizione
differenza di quanto aristotelico-polibiana si struttura in base ad un criterio quantitativo: regno (gover-
sostengono nelle proprie no di uno), aristocrazia (governo di pochi), politia (governo di molti), cui si
riletture i tomisti domeni- aggiunge un criterio qualitativo, in virtù del quale ognuna delle suddette forme
cani e gesuiti. Comunque,
ai fini di una compiuta identificata come “retta” prevede una propria forma “degenerata” (rispettivamen-
teoria dello Stato risulta te tirannide, oligarchia e democrazia, intesa come demagogia, lungo un conti-
ancora troppo margina- nuum modulato dalla legge naturale dei cicli storici, la polibiana anakiklosis).
le, nel Principe, il requisi- Nella bipartizione machiavelliana accanto al criterio quantitativo, manca quello
to, tipicamente moderno, qualitativo; viene meno, pertanto, ogni distinzione fra forme rette e degenerate.
dell’astrattezza, essendo,
lo status percepito ancora Accantonate le repubbliche, che non rappresentano, per ora, il proprio oggetto
come assetto di potere d’analisi, Machiavelli esprime l’ovvia constatazione che i principati sono ereditari
eminentemente persona- o nuovi; nuovamente ignora il primo termine dell’antitesi per introdurre un’ul-
le. teriore distinzione che conduce direttamente al fulcro della sua riflessione: “i
principati nuovi (…) si acquistano o attraverso la virtù e per mezzo di armi pro-
prie, o attraverso la fortuna e per mezzo di armi altrui” (Skinner 1999, 31).
Come evidenzia anche Norberto Bobbio (1976), Machiavelli concepisce il
Principe quale strumento per incidere immediatamente sulla realtà politica cir-

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costante: in particolare, è necessario sottolineare l’invocazione finale dell’opera al


principe nuovo che tragga l’Italia dal “barbaro dominio”, in cui sta tragicamente
sprofondando in seguito alle guerre che dal 1494 hanno per oggetto proprio il
dominio sulla penisola.
In questo caso, essendo il principe nuovo un tiranno – secondo una nota defi-
nizione di Bartolo da Sassoferrato – ex defectu titoli (cioè un usurpatore), per
Machiavelli decade la distinzione classica fra principe (retto) e tiranno (degene-
rato); anzi, il tyrannus ex defectu titoli ha per lui una valenza positiva, è un inno-
vatore, il fondatore di un nuovo ordine politico.
Rimuovendo la distinzione fra forme di governo rette e forme degenerate, il cri-
9
terio per distinguere la buona dalla cattiva politica resta il successo, identificato Il genere innovatori
con la capacità di conservare lo status. Si verrebbe, quindi, ad imporre la stabili- è costituito, dalle spe-
tà come valore in sé, conseguenza del disgregarsi dei riferimenti tradizionali e cie dei principi nuovi
e dei legislatori (come
delle antiche sicurezze. Mosè, Teseo, Ciro, o
In effetti, la figura del principe “nuovo” si colloca al di fuori della sfera concettua- Romolo) che si diffe-
le della politica medievale (ma anche di quella antica), in quanto pone la que- renzia dalla prima
stione di un fondamento di legittimità disgiunto dalla tradizione e dalla consue- per il fatto di com-
tudine. Conseguentemente, Machiavelli evidenzia la necessità di una virtù straor- prendere individui
che devono rifondare
dinaria che deve possedere chi innova.9 In questo caso egli traduce (e trasfigura) una comunità politica
all’interno del proprio pensiero altamente innovativo concezioni proprie dell’u- in situazioni di radi-
manesimo classico: secondo la distinzione latina, la virtù è quella dote che rende cale anomia.
capaci di resistere ai colpi della fortuna. Quest’ultima è particolarmente sensibi- 10
le alla virtus dell’autentico vir (dell’uomo “virile”, audace), come deve essere, Per Machiavelli l’in-
novatore è un soggetto
necessariamente, l’innovatore.10 che provoca partico-
Questa concezione “tecnica” della virtù, che emerge in particolare nei capitoli XV larmente la fortuna.
e XVIII del Principe, apre scenari di discontinuità radicale rispetto al patrimonio Egli è esplicito al
concettuale della filosofia politica classica: la gestione del potere si “secolarizza”, riguardo: chi innova
la politica si spiega facendo riferimento a regole e principi prevalentemente auto- innesca inevitabil-
mente una serie di
nomi. Ne risulta sovvertito il rapporto tradizionale fra “legge di Dio” e politica: per conseguenze che non
Machiavelli la religione diviene un instrumentum regni, subordinato alla proget- sono interamente pre-
tualità politica, innalzata, quest’ultima, al rango di riferimento intellettuale supre- vedibili “ex-ante” (for-
mo, e alla razionalità strumentale orientata al mantenimento/rafforzamento del tuna) e con cui dovrà
potere del Principe. necessariamente rap-
portarsi con speciale
Il tema della virtù, nel Principe, è circoscritto a particolari individui, principi e cura (virtù). In questa
condottieri. In precedenza, abbiamo ricordato come tale opera sia concepita per accezione, la contrap-
incidere sulla realtà politica circostante: Machiavelli scrive con il chiaro intento – posizione virtù/fortu-
confidato a Vettori – di farsi notare da “questi signori Medici” (Skinner 1999, 30). na sfiora il tema degli
Egli si trova in una condizione che l’accomuna a tanti umanisti tardo-rinascimen- “effetti inintenzionali
dell’azione sociale”,
tali, come Patrizi, che pur preferendo personalmente le istituzioni repubblicane, che troverà ampio
si devono adeguare ad un contesto caratterizzato dalla forma di governo di un spazio, in seguito,
principe (nuovo), nella speranza di ottenerne i favori. nelle categorie dell’il-
Di conseguenza, nel Principe, Machiavelli non si occupa del tema della parteci- luminismo scozzese e
pazione politica (Pocock 1980, 319), eppure, indirettamente, trattando delle in autori come Smith
e Burke, Vico e
vicende del principe nuovo, egli evidenzia la somma difficoltà di tale principe a Mandeville, oltre che,
governare i possedimenti di quella che fu una repubblica – e qui il riferimento al nella sociologia con-
rientro dall’esilio dei Medici nel 1512 è palese – perché il trascorrere del tempo temporanea, in
non può cancellare la consuetudine alla libertà, al “vivere civile”, inteso come Merton e Boudon.

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“libera partecipazione alla cosa pubblica” (Pocock 1980, 334.).


Il valore della libertà intesa come partecipazione politica responsabile al governo
della repubblica, che nel Principe è presente solo “in negativo”, diviene argo-
mento centrale delle successive riflessioni di Machiavelli, quando, a seguito della
delusione patita a causa della scarsa considerazione dei Medici e della mancata
intercessione di Vettori, si avvicina al gruppo di letterati repubblicani, sostenitori
della libertà civica, che discutono regolarmente agli Orti Oricellari. Il risultato fon-
damentale di tale esperienza è la decisione di Machiavelli di rivedere e portare a
conclusione un’opera fondamentale, concepita (e cominciata) ancor prima di
scrivere il Principe, ossia i Discorsi sui primi dieci libri della Storia di Tito Livio,
in cui esplicita le proprie preferenze repubblicane.

La virtù repubblicana: vita activa, partecipazione, conflitto

Mentre “nel Principe aveva attribuito la virtù solo ai più grandi capi politici e ai
comandanti militari; nei Discorsi [Machiavelli] afferma esplicitamente che, se una
città vuole ottenere la grandezza, è essenziale che la virtù sia posseduta dall’inte-
ra cittadinanza” (Skinner 1999, 62-63). Si pone, pertanto, un interrogativo decisi-
vo: “come possiamo sperare di infondere questa qualità in modo così ampio e di
mantenerla abbastanza a lungo da assicurare il raggiungimento della gloria civica?”
(Skinner 1999, 64).
Al problema di come combattere i fenomeni degenerativi della vita civile, la teo-
ria politica dell’età moderna ha risposto delineando due diverse strategie
(Skinner 1989, 109): la prima, che raccoglie l’eredità scolastica ed annovera fra i
propri fautori Hume, secondo la quale un governo efficace presuppone, in primo
luogo, istituzioni forti; e la seconda, che rielabora l’eredità retorica ed umanistica
ed è sviluppata da autori come Machiavelli e Montesquieu, secondo cui un gover-
no efficace implica la virtù dei governanti, la quale, a sua volta, può essere soste-
nuta solo attraverso lo “sviluppo dello spirito pubblico dei cittadini” (Skinner
1989, 160). A tal proposito il segretario fiorentino scriverà, nel quinto capitolo del
primo Discorso, dell’esigenza di un governo largo.
E’ necessario precisare a tale riguardo, che Machiavelli non trascura affatto gli
aspetti istituzionali: il recupero dell’esperienza romana e l’elogio della forma del
“governo misto” risiedono nel principale pregio di tale forma che “sta nel conce-
pire le leggi relative alla costituzione in modo da creare un equilibrio elastico e
bilanciato tra opposte fazioni sociali, in cui tutte le parti vengano coinvolte nella
gestione del governo” (Skinner 1999, 75).
La repubblica romana rappresenta un riferimento comune agli umanisti del XV
secolo e, prima ancora, ai retori e agli scolastici (Skinner 1989, 163); l’elemento
innovativo dell’analisi machiavelliana è costituito dalla contrapposizione fra il
modello repubblicano romano e quello veneziano (Discorsi, I, 5-6), ossia fra “una
repubblica che si fonda su una milizia popolare e una plebs politicamente attiva
da un lato e dall’altro una repubblica che si fonda sull’impiego di armi mercena-
rie attuato da un’oligarchia” (Pocock 1980, 28).
Si tratta di una posizione che distingue nettamente Machiavelli dai suoi concitta-
dini: il “mito di Venezia” è sempre presente negli ultimi decenni del XV secolo e
si rafforza grazie a pensatori come Donato Giannotti e Guicciardini; in particola-

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Marco Almagisti Il modello neo-repubblicano

re, dopo il ritorno dei Medici, Venezia appare ai fiorentini come un grandissimo
modello repubblicano, una “sorgente di saggezza politica” (Skinner 1989, 247-48).
Essa rappresenta agli occhi degli ottimati il modello di “stabilità perfetta” perché
“in equilibrio perfetto” (Pocock 1980, 231). Nella propria opera di idealizzazone
del modello, i patrizi fiorentini giungono a negare, di fatto, la prevalenza aristo-
cratica nella forma di governo veneziana e, con ciò, quanto rilevato da Machiavelli,
ossia che quello della Serenissima è un governo stretto.
Nei Discorsi (I, 17) Machiavelli sostiene che la corruzione, cioè quel processo
generalizzato di decadenza morale che ha condotto alla perdita della virtù e, con 11
essa, al tracollo dell’esperienza repubblicana fiorentina, non sia imputabile alla La politicizzazione
generale malvagità degli uomini, bensì all’inequalità, ossia, nella fattispecie con- della virtù comporta
lo slittamento seman-
creta, all’eccessiva prepotenza dei gentiluomini (Discorsi, I, 55).11 tico del proprio oppo-
Egli è ben consapevole che proprio l’eliminazione del Consiglio Grande (l’organo sto diadico da fortuna
democratico della forma di governo fiorentina) per opera degli ottimati apre la a corruzione; in altri
strada al ritorno dei Medici. In tal modo gli ottimati stessi si condannano alla termini, la perdita di
dipendenza dal regime mediceo: negando al popolo il diritto alla partecipazione virtù non si spiega più
solo in termini mora-
finiscono per negarlo anche a sé medesimi. La perdita, nel 1512, di questo diritto li, bensì propriamente
popolare alla partecipazione politica è considerata, non solo da Machiavelli, ma politici.
anche da Guicciardini e Vettori (da quest’ultimo con compiacimento) un accadi-
mento epocale nella storia fiorentina. Un dramma che, come teorizzerà palese-
mente l’Alemanni – e la storia successiva non mancherà di confermare – sostitui-
rà alla tensione repubblicana fra autorità e partecipazione, l’assuefazione alla cor-
tigianeria.
Nell’analisi della fine della repubblica fiorentina “la causa principale che
Machiavelli isola (…) consiste nell’esclusione del popolo da un ruolo sufficiente-
mente attivo negli affari di governo” (Skinner 1989, 284). La sua difesa di tale con-
cezione del governo largo si regge su alcune affermazioni sconvolgenti, che scan- 12
L’espressione spirito
dalizzano i contemporanei, a cominciare da Guicciardini: “La prima è che il dissi- pubblico (public spi-
rit) viene utilizzata da
dio e la contesa tra nobili e plebei avevano prodotto la stabilità, la libertà e la Henry Neville tradu-
potenza di Roma: asserzione sconcertante e incredibile per la mentalità che era cendo il termine virtù
solita stabilire un’identità tra unione e stabilità con il relativo vigore…” (Pocock nella sua edizione del
1980, 375-76). Contro tutta la tradizione repubblicana fiorentina che, sin dal tardo Settecento, dal
Duecento, enfatizza la minaccia costituita dalla faziosità nei confronti della libertà titolo “The Works of
the famous Nicolas
dei cittadini, Machiavelli sostiene che “tutte le leggi che si fanno in favore della Machiavel.”
libertà” nasceranno dalla “disunione fra loro” (Discorsi, I, 4, 5).
Se la virtù è identificata con il “vivere civile”, la vita activa,12 che presuppone la 13
In Machiavelli vi è
partecipazione politica, stante la riconosciuta pluralità di opinioni ed interessi, il una prima esplicita
conflitto ne diviene un corollario quasi ineluttabile, che Machiavelli considera teoria che mette in
relazione il conflitto
come “la manifestazione della più elevata virtù civile” (Skinner 1989, 306). Il rico- con – per utilizzare
noscimento del medesimo, e la sua regolamentazione, consentono la limitazione una categoria appar-
degli interessi settoriali. In contrasto rispetto alla pratica del governo veneziano, tenente al lessico cor-
Machiavelli ritiene che “questo conflitto di classe non rappresenti il solvente, rente della scienza
bensì il cemento di una collettività” (Skinner 1989, 306).13 politica contempora-
nea – la formazione
La forma di governo repubblicana si distingue per l’abitudine al “vivere civile” che del capitale sociale
la caratterizza, cioè per la diffusa partecipazione alla cosa pubblica (è proprio (Putnam, 1993;
Guicciardini ad utilizzare tale termine) in cui viene ad identificarsi il comporta- Almagisti e
mento virtuoso, in tal modo “l’edificio della virtù si trovava collocato nel territo- Riccamboni, 2001).

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n.4 / 2002

rio della fortuna e questo almeno in parte perché la virtù della repubblica era
anch’essa un’innovazione; e, quindi, doveva possedere quel tipo di virtù atto ad
imporre una forma alla fortuna” (Pocock 1980, 362).
In altri termini, anche la repubblica, come emerge dai Discorsi, è in balìa della dia-
lettica incompiuta fra virtù e fortuna – e lo è in quanto ordine politico particola-
re, temporalmente determinato e, quindi, contingente – elemento tanto più evi-
dente, quanto più Machiavelli insiste sulla necessità di integrare nelle strutture
militari l’intero popolo, legando la virtù repubblicana all’aleatorietà delle intra-
prese militari espansioniste. Su questo aspetto, come sottolinea Pocock, i
14
Machiavelli si con- Discorsi contengono elementi più inquietanti ed eversivi rispetto al Principe.14
centra sul dinamismo Si comincia a delineare, pertanto, la condizione che, sin dall’inizio della propria
delle conquiste belli- vicenda, caratterizzerà lo Stato, come forma stabile ed instabile al contempo.
che, i sostenitori del
modello veneziano All’interno del proprio territorio, lo Stato, si palesa come forma più stabile rispet-
(come Guicciardini) to alle altre organizzazioni politiche compresenti e costrette a soccombere. Ma –
si orientano con più essendo lo Stato una parzialità, ossia territorialmente limitato – il contesto poli-
decisione verso il con- tico continentale, precedentemente unificato dall’“unità inclusiva di senso cui
seguimento della sta- tendeva la politica medievale” (Fiaschi 1984, 79), si viene caratterizzando per la
bilità per mezzo della
distribuzione istituzio- compresenza di molteplici parzialità che si auto-affermano come tutte ugualmen-
nale del potere. La te “sovrane” (i singoli “Stati”), da cui consegue l’instabilità delle relazioni politi-
radice della tradizio- che interstatuali e la loro regressione sempre possibile (nonostante i nobili ten-
ne repubblicana clas- tativi di Grozio, Pufendorf e Kant di edificare una “comunità internazionale di
sica agli albori della diritto”) al rango di rapporti di sopraffazione.
modernità è costituita
dalla congiunzione di La consapevolezza della costitutiva instabilità dello Stato, per l’opera anche dell’a-
queste due forme di zione di forze esogene, prende il posto della teoria ciclica delle forme di governo di
pensiero. Polibio, che spiegava l’instabilità dell’ordine politico solo in base a fattori endogeni.
Anche per questo motivo Machiavelli non può accettare il tipo ideale del regime
perfettamente stabile secondo Guicciardini e gli ottimati, ossia quello della repub-
blica aristocratica, costruito sugli esempi storici di Sparta e Venezia. Machiavelli è
consapevole dell’illusorietà circa la perfetta stabilità attribuita a tale modello, poiché
“Sparta e Venezia non potevano sottrarsi al dominio della fortuna” (Pocock 1980,
382), essendo realtà parziali e, quindi, contingenti, dipendenti dai rapporti con le
altre realtà politiche parziali almeno quanto dai rapporti interni.
Non è questa la sede per approfondire tale ordine di questioni, altri hanno già evi-
denziato, egregiamente, sia le “ambiguità machiavelliane” in merito al mutamento
dell’ordine politico (Pocock 1980; Fiaschi 1984), sia l’aporeticità della teoria della
sovranità statuale (Ferrajoli 1995); qui basterà richiamare il nesso evidenziato da
Machiavelli tra vita activa, conflitto e partecipazione alla cosa pubblica.
15
Si deve sempre tener In primo luogo, tale partecipazione acquista una salienza particolare:15 la vita
presente che “nella activa è considerata come risorsa difensiva dagli assalti della sorte. Ne scaturisce
misura in cui il siste- una connessione fra il tema della sicurezza e quello della presenza di una rigo-
ma politico cessa di gliosa sfera pubblica di cui si colgono i riverberi nei più avveduti fra gli autori a
essere una realtà uni- noi contemporanei (Bauman 1999).
versale e viene, inve-
ce, visto come una Secondariamente, l’enfasi posta sulle virtù repubblicane non si dimostra affatto
realtà particolare, inconciliabile con il pluralismo: il liberalismo storico s’è formato sui capisaldi
riesce ad esso quanto costituiti dalla libertà dei moderni e dai diritti individuali, ma, in realtà, come
mai arduo affrontare ricordano Bellamy e Castiglione (2001, p. 13), sul piano storico il repubblicanesi-
il tema della fortuna” mo riconosce le inevitabili divisioni che attraversano il corpo politico.
(Pocock 1980, 320).

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Marco Almagisti Il modello neo-repubblicano

Pizzorno (1993, 189) evidenzia che, secondo Machiavelli, a condizione che avven-
gano disputando e non tramite violenze all’ultimo sangue, i conflitti giovano alla
cosa pubblica allargando il diritto ad essere presente nel governo della città ad
una parte precedentemente esclusa e garantendo le libertà dei cittadini.

Machiavelli e la teoria politica di Hobbes

Resta un interrogativo cruciale: è possibile riproporre una tale concezione della


partecipazione e del conflitto, quando dal piano analitico della città-repubblica si
passa a quello dello Stato nazionale? Thomas Hobbes fornisce una risposta dra-
stica: i conflitti vanno radicalmente eliminati in quanto conducono tutti alla guer-
ra civile: “uno Stato diventa tale proprio quando abolisce ogni identità collettiva
che si presenta autonoma rispetto ad esso” (Pizzorno 1993, 190).
Emerge una cesura drammatica rispetto alla teoria machiavelliana: “Hobbes, che
non è affatto il Machiavelli inglese, è invece il maestro radicale del pensiero poli- 16
Per garantire la
tico al tempo della guerra civile” (Pocock 1980, 639). Nel declino della deferenza pace agli individui, lo
di tipo religioso – come nella frantumazione del corrispondente universo simbo- Stato non deve mante-
lico condiviso – e nella fallacia del tradizionale controllo comunitario, che carat- nere “solo” il monopo-
terizzano la transizione alla modernità, lo Stato viene ad assumere un compito lio della forza, ma
anche quello “della
epistemologico (Pizzorno 1993, 190): onde prevenire conflitti asperrimi, deve sta- storia” (Tronti 1998,
bilire la verità delle persone, cioè la loro identità sociale.16 174) e del “controllo
Si delinea una sovranità assoluta e indivisibile, per cui non solo viene concettual- del futuro” (Koselleck
mente meno, come nel Principe, la distinzione classica fra forme di governo rette 1986, 18).
e degenerate,17 ma viene rigettata ogni ipotesi di governo misto, cioè di quel 17
V’è un passo illumi-
governo pensato per portare a tessuto (a contesto) ciò che è riconosciuto come nante di Hobbes (De
“diverso”, quel governo che si trova di fronte una molteplicità di forme politiche Cive, II, 2), in cui egli
associative, in cui avviene una partecipazione politica mediata e plurima. Lo stata- postula, con la con-
lismo hobbesiano postula, pertanto, il più radicale individualismo (scaturente dal sueta chiarezza che
dissolvimento di qualsiasi diaframma frapposto tra il singolo e l’autorità politica) contraddistingue il
suo grande genio, l’as-
come proprio presupposto “scientifico”. In virtù del grandioso disegno hobbesia- soluta convenzionali-
no, mediante la teoria si realizza l’azzeramento sia della molteplicità del reale che tà dei criteri qualitati-
della riflessione filosofica pregressa, considerata non scientifica: la nozione hob- vi in base ai quali si
besiana di individuo non è, pertanto, solo la singola parte determinata dalla quale distinguono le forme
il tutto (Stato) viene a dipendere come risultato di una costruzione meccanica, di governo.
bensì anche il risultato stesso della medesima costruzione. 18
Thomas Hobbes
Il prototipo antropologico hobbesiano dell’individuo ab-soluto ed irrelato, abi- nasce il 5 aprile 1588,
tante ferino di uno stato di natura dominato dall’insostenibile terrore di essere nel momento in cui la
annichiliti per mano (omicida) del proprio identico, viene scientificamente im- Grande Armada spa-
posto come condizione umana universale, ben triste destino cui si può fuggire gnola prende d’assalto
le coste inglesi; si rac-
soltanto per mezzo della costruzione di un Leviatano cui devolvere la propria conta che sua madre
soggettività politica.18 sia stata presa dalle
Vi sono elementi sufficienti per sostenere che fra la virtù repubblicana e il concet- doglie per lo spavento
to di rappresentanza che emerge dal capitolo XVI del Leviatano corrano rapporti dell’invasione, così
di mutua esclusione: la prima comporta partecipazione politica diffusa, multipla e che lo stesso Hobbes
potrà in seguito affer-
conflitto; mentre la seconda implica una manifestazione di volontà individuale mare di essere nato
mediante la quale operare la dismissione completa della propria soggettività poli- “gemellato con il ter-
tica delegando integralmente la risoluzione delle questioni politiche rilevanti a dei rore”.

155
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19
Nel Leviatano di rappresentanti. La rappresentanza hobbesiana implica, infatti, “il trasferimento
Hobbes, di fronte al della propria pienezza di potere e della propria persona; se non, addirittura, della
governante non vi
sono più governati, propria individualità. E un umanesimo repubblicano, a cui premeva moltissimo
intesi nella propria che nella concreta partecipazione politica si affermasse la personalità morale dei
soggettività politica, in singoli, poteva benissimo allarmarsi: forse che l’idea di rappresentanza non finiva
quanto essi sono nel per escludere quella di virtù?” (Pocock 1980, 871).19
Leviatano (com’è raf- Si tratta di una questione molto controversa anche nel dibattito contemporaneo:
figurato nel frontespi-
zio dell’edizione origi- molti autori (ricordiamo fra i tanti, Fiaschi, 1984; Bauman, 1992; Barcellona, 1995;
nale del testo hobbe- Cacciari, 1997; Gelli, 2000), hanno ravvisato nella costruzione della forma-Stato
siano). Il meccanismo come strumento tecnico di neutralizzazione (rimozione) del conflitto, di derubri-
della rappresentanza cazione del politico all’amministrazione centralizzata e autonoma di una “macchi-
postula l’autorizzazio- na” i cui componenti sono autonomi e fungibili,20 di frantumazione dell’idea di per-
ne da parte di ogni
soggetto individuale sona inserita nella complessa gerarchia delle appartenenze sociali a favore di quel-
ad un soggetto altro: la di individuo atomizzato, l’origine di una “desertificazione” politica del sociale,
tutti autorizzano le che si contrappone “per principio”, alla partecipazione politica in differenti realtà
azioni dell’attore, che associative conflittuali e, quindi, concettualmente, al governo delle diversità.
agisce in nome e per Questo tema, così attuale e dibattuto, appare molto sfumato nelle opere degli
conto di tutti
(Leviatano, cap. XVI). autori della “Scuola di Cambridge”: una ricostruzione, come quella di Skinner, for-
temente orientata ad evitare ogni contaminazione “comunitaria” e ad identificare
20
“Il concetto di auto- il repubblicanesimo con una concezione “negativa” della libertà finisce per elu-
nomia del politico, dere il confronto fra Machiavelli ed Hobbes.
che appartiene alla Mentre l’analisi di Pocock giunge sino ad Hobbes per negare decisamente che
tradizione della teolo-
gia politica, fu defini- Machiavelli vi possa essere accomunato e poi trasmigra in America per quattro-
to per la prima volta cento pagine, poiché è la spiegazione della peculiarità della storia americana – e il
da Thomas Hobbes. tentativo di rintracciarvi tradizioni aristoteliche o, più in generale, classiche – che
L’importanza di que- soprattutto orienta la sua ricerca (tanto da essere accusato, da alcuni critici inge-
sto concetto fu quindi nerosi, di avere scritto una lunga giustificazione dell’imperialismo americano).
ribadita in modo
ancor più deciso da
Carl Schmitt” (Hardt, Vico e un patrimonio di pensiero politico da riscoprire appieno
Negri 2002, 430, nota
6). La ricostruzione di Pocock, tuttavia, può offrire spunti interessanti, se si considera
21
che gli americani, prima della Rivoluzione, sono artefici di una prassi repubblica-
Per una più appro-
fondita analisi della na (Gangemi 2001), anche se, per la reputazione di immoralità di cui gode a quel
teoria politica di Vico tempo Machiavelli, mai citerebbero tale autore tra i propri riferimenti, né possono
e un confronto con le avvalersi delle feconde interpretazioni di colui che, riprendendo in modo origina-
teorie di Machiavelli e le la lezione machiavelliana, rappresenta uno strenuo oppositore dello Stato asso-
di Hobbes, si rimanda luto e del modello antropologico hobbesiano: Giambattista Vico .21
a quanto esposto in
Almagisti (2002). Siccome Vico non ha ancora scritto (inizio ‘700) o non è ancora noto (prima metà
del ‘700) o, se noto, è considerato anticipatore di Hegel (‘800), la letteratura ame-
22
Di Vico all’estero è ricana, per gli elementi della propria cultura politica esulanti dal filone lockiano-
molto nota soprattutto costituzionalista, ricorre alla particolare interpretazione di Hobbes fornita dai
la Scienza Nuova, in Padri Pellegrini, trovandovi quei tratti che gli europei (che stanno sperimentando
cui il concetto di virtù
appare poco (essendo pratiche di governo assolutistiche), mai avrebbero riscontrato.22
in gran parte sostitui- In realtà, è nella rilettura di Vico (il quale, come Machiavelli, medita a proposito
to dalla Provvidenza); dell’esperienza della respublica romana per riflettere sul processo di sviluppo
esso si trova nella politico in generale) che possiamo riscontrare elementi significativi per una riva-
“Ottava orazione” (il lutazione attuale della lezione repubblicana: è Vico che, in contrasto con Hobbes,

156
Marco Almagisti Il modello neo-repubblicano

sostiene l’esistenza della socialità anche prima dell’istituzione dello Stato.23 E’ il primo dei grandi scrit-
filosofo napoletano a sviluppare la lezione di Machiavelli che preannuncia – tra- ti vichiani) o De
Ratione.
mite l’accettazione della “disarmonia” politica – il tema moderno della “società
civile” e ad esprimere una concezione pluralistica ed antagonistica della storia. 23
Com’è noto, secondo
In tale interpretazione, pertanto, il conflitto torna ad essere, come per Vico, che anticipa
Machiavelli, condizione essenziale per il miglioramento sociale e la difesa della temi ripresi poi da
libertà: infatti, mentre reintroduce la liceità dei giudizi di valore nell’analisi dei Leopardi e da
Nietzsche e nel corso
fenomeni politici e, quindi, delle forme di governo, Vico sottolinea che le forme del Novecento, da
di governo qualitativamente più elevate (a suo parere, la repubblica popolare e il Max Weber, Hannah
principato) sorgono storicamente proprio in seguito alla lotta degli esclusi dal Arendt e Karl Jaspers,
dominio e, cioè, da una domanda di partecipazione politica diffusa. il processo di civilizza-
Ne deriva una concezione della società civile – come dimensione distinta dallo zione dell’uomo non è
caratterizzato solo da
Stato – che non si limita a delineare un ambito di autonomia privata a tutela delle effetti positivi, così
libertà individuali, come insegna il liberalismo classico, ma che si avvale anche come non lo è il pro-
della componente repubblicana relativa al riconoscimento di un diritto genera- cesso di statalizzazio-
lizzato di partecipazione politica, da parte di soggetti organizzati, di identità col- ne, dal momento che
lettive autonome rispetto allo Stato. una “seconda barba-
rie” (razionalistica e
Riguardo alla considerazione secondo la quale tale componente repubblicana, molto più immane
abbia finito per essere sottostimata nella storia del pensiero politico, risulta solo dell’originaria barba-
parzialmente efficace la spiegazione fornita da Philip Pettit, secondo cui la nozio- rie del senso) si può
ne di libertà repubblicana è “passata in secondo piano solo allorché, verso la fine sviluppare proprio
del XVIII secolo, divenne chiaro che, una volta estesa la cittadinanza al di là del- all’interno della
forma politica statale
l’ambito ristretto dei maschi benestanti, non era più pensabile rendere tutti i cit- (cpv. 1106, Scienza
tadini liberi nel senso antico (…). Se la libertà doveva essere ridefinita come un nuova seconda).
ideale aperto a tutti i cittadini, allora non si poteva che ripensare la libertà in ter-
24
mini meno esigenti” (Pettit 2000, 5). In realtà, come ha notato O’ Donnell (1998), O’ Donnell conside-
l’apporto della tradizione intellettuale repubblicana è stata (ed è) tutt’altro che ra le poliarchie con-
temporanee come il
ininfluente nella costruzione delle contemporanee democrazie reali, o poliar- risultato di tre compo-
chie,24 nei termini, periodicamente ricorrenti, dell’attenzione posta sulla parteci- nenti distinte – soven-
pazione consapevole agli accadimenti della sfera pubblica. In questo senso, il te confliggenti – e, al
patrimonio repubblicano risulta essere fecondo, per quanto almeno in parte sot- contempo, indispensa-
tovalutato, rispetto alle vicende dei regimi poliarchici contemporanei. Le ragioni bili: la tradizione
democratica, quella
del relativo oblio, che hanno spinto autori come Pocock e Skinner (nella diffe- repubblicana e quella
renza delle rispettive traiettorie di ricerca) a ricostruirne la complessa genealogia, liberale. Differenti
investono direttamente i capisaldi del pensiero politico moderno, che ha conce- modalità di ricompo-
pito, per lungo tempo, lo Stato e il mercato come fonti pressoché esclusive di sizione di tali compo-
regolazione, per mezzo di un duplice processo riduzionista, in virtù del quale il nenti, in relazione
anche alle strutture
politico è hobbesianamente ridotto allo statuale e la società civile ai rapporti di dello Stato e del mer-
scambio del mercato. In altri termini, liberismo e statalismo rappresentano cato, originano diffe-
autentici “pensieri forti” della modernità, le cui vicende sono, pertanto, caratte- renti tipi di poliarchie,
rizzate dal rapporto di conflitto e compromesso fra queste due grandi logiche d’a- le quali presuppongo-
zione (Ferrarese 2000; Almagisti 2002), accomunate dall’esigenza di una forte no sempre delicati
contrappesi fra istan-
omologazione dello spazio sociale di riferimento, da cui deriva il giudizio di dis- ze diverse.
valore relativo all’esistenza di identità collettive autonome (specie delle classi sub- L’estremizzazione di
alterne) o alla persistenza di culture locali difficilmente assimilabili. Già dal XVII una componente a
secolo, la crisi dei tradizionali dispositivi disciplinari legati alla supervisione comu- scapito delle altre
nitaria ed il timore conseguente riguardo alla possibile diffusione di comporta- comporterebbe, secon-

157
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do O’ Donnell (1998, menti anomici ha prodotto, come ricostruito da Hirschman (1977),25 la convinzio-
115), la fuoriuscita ne che le minacce per il vivere civile (e la stabilità dell’ordine politico) potessero
dalla tipologia poliar-
chica. essere contenute solo tramite la soluzione prescritta da Hobbes, unitamente, lad-
dove essa si dimostrasse impraticabile, ad una strategia della passione come con-
25
Nell’introduzione trappeso, consistente nella selezione delle passioni più “innocue”, allo scopo di
all’edizione italiana frenarne altre ritenute più pericolose e distruttive (Hirschman 1977, 29). La peri-
del 1979, Hirschman colosità riconosciuta alle passioni politiche (sulla cui “rispettabilità” gravano le con-
afferma di aver preso
visione delle ricerche seguenze degli asperrimi conflitti di matrice religiosa che funestano l’Europa nel
compiute da Pocock e Cinquecento) ha comportato la “selezione dell’interesse come passione di contra-
Skinner solo dopo sto” (Hirschman 1977, 36), in virtù di un pregiudizio favorevole, secondo il quale
aver ultimato la stesu- l’interesse sarebbe passione inoffensiva, poiché possederebbe gli attributi di pre-
ra della propria opera vedibilità, costanza e dolcezza (Hirschman 1977, 47-48).
concernente le impli-
cazioni morali relati- Gli accadimenti contrastanti rispetto all’ottimismo liberale circa l’innocuità del-
ve all’avvento del l’interesse, che si verificano già nel corso del Settecento e dell’Ottocento, con-
capitalismo e di consi- durranno Marx a scrivere pagine di memorabile sarcasmo in merito alla “dolcez-
derare la propria za” dell’interesse e, soprattutto, Tocqueville a sottolineare le derive connaturate
opera come comple- al ripiego esclusivo sui propri interessi privati da parte dei singoli individui che ali-
mentare rispetto a
quelle della “Scuola di mentano, per questa via, lo svuotamento di una “sfera pubblica” progressivamen-
Cambridge”. te sempre più misera e, pertanto, disponibile alle incursioni colonizzatrici da
parte di nuovi despoti, come le terribili vicende del secolo breve hanno avuto
modo di confermare.

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Marco Almagisti è dottorando borsista in Scienza Politica presso il Dipartimento


di Scienza Politica e Sociologia dell’Università di Firenze.
almagisti@yahoo.it

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